Girolamo Tiraboschi
Storia della letteratura italiana
del cav. abate Girolamo Tiraboschi
Tomo VIII – Parte II.
Dall'anno MDC. fino all'anno MDCC.
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QUESTO E-BOOK:
TITOLO: Storia della letteratura italiana del cav.
Abate Girolamo Tiraboschi – Tomo 8. – Parte 2:
Dall'anno 1600. fino al 1700.
AUTORE: Tiraboschi, Girolamo
TRADUTTORE:
CURATORE:
NOTE: Il testo è presente in formato immagine sul
sito The Internet Archive (http://www.archive.org/).
Alcuni errori sono stati verificati e corretti sulla
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de' classici italiani, 1823, presente sul sito OPAL
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CODICE ISBN E-BOOK: n. d.
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TRATTO DA: Storia della letteratura italiana del
cav. abate Girolamo Tiraboschi... Tomo 1. [-9. ]: 8:
Dall'anno 1600. fino al 1700. 2. - Firenze: presso
Molini, Landi, e C. o, 1812. - xviii, [1] p., p.
370-668
CODICE ISBN FONTE: n. d.
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 1 ottobre 2015
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STORIA
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
DEL CAV. ABATE
GIROLAMO TIRABOSCHI
NUOVA EDIZIONE
TOMO VIII. - PARTE II.
DALL'ANNO MDC. FINO ALL'ANNO MDCC.
FIRENZE
PRESSO MOLINI LANDI, E C.°
MDCCCXII.
Indice generale
PREFAZIONE AL TOMO IX DELLA PRIMA EDIZIONE .......7
AVVISO A CHI LEGGE.............................................................20
INDICE, E SOMMARIO DEL TOMO OTTAVO PARTE
SECONDA..................................................................................24
STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA DALL'ANNO
MDC. FINO AL MDCC..............................................................28
LIBRO TERZO. Belle Lettere ed Arti....................................28
CAPO I. Storia...................................................................28
CAPO II. Lingue straniere...............................................128
CAPO III. Poesia italiana.................................................142
CAPO IV. Poesia Latina...................................................227
CAPO V. Gramatica, Rettorica, Eloquenza......................239
CAPO VI. Arti liberali.....................................................263
LETTERA DELL'ABATE GIROLAMO TIRABOSCHI
BIBLIOTECARIO DEL SERENISSIMO DUCA DI MODENA
AL SIGNOR ABATE NN. Intorno al Saggio storico-apologetico
della Letteratura spagnuola dell'ab. D. Saverio Lampillas........282
RISPOSTA DEL SIG. ABATE D. SAVERIO LAMPILLAS
ALLE ACCUSE COMPILATE DAL SIG. AB. GIROLAMO
TIRABOSCHI Nella sua Lettera al Sig. Abate N. N. intorno al
Saggio Storico-Apologetico della Letteratura Spagnuola, con
alcune brevi annotazioni............................................................313
PRIMA ACCUSA. L'Ab. Lampillas attribuisce all'Ab.
Tiraboschi ree intenzioni, ch'egli giammai non ha avute......317
SECONDA ACCUSA. L'Abate Lampillas fa dir all'Abate
Tiraboschi cose ch'egli non ha dette......................................325
TERZA ACCUSA. L'Ab. Lampillas fa dissimulare all'Ab.
Tirab. cose, ch'egli non ha in alcun modo dissimulate..........343
QUARTA ACCUSA. L'Ab. Lampillas dissimula più cose, che
fanno in favore dell'Ab. Tiraboschi, e distruggon le accuse
ch'ei gli ha intentate..............................................................372
Giudizio dell'Ab. Tiraboschi intorno al Saggio Apologetico
dell'Ab. Lampillas.................................................................384
LETTERA AL REVERENDISSIMO P. N. N. AUTORE DELLE
ANNOTAZIONI AGGIUNTE ALLA EDIZIONE ROMANA
DELLA STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA.........401
PREFAZIONE
AL TOMO IX DELLA PRIMA EDIZIONE 1.
Quali ragioni mi abbiano determinato a non entrar nella
Storia della Letteratura del nostro corrente secolo, già si
è per me accennato nella prefazione al tomo VIII di
questa mia opera, nè fa bisogno di qui ripeterle, o di
svolgerle più lungamente. Ampio e luminoso argomento
sarà al certo, per chi vorrà a tempo opportuno trattarlo,
lo stato della letteratura italiana ne' primi cinquant'anni
di questo secolo, per accennar questi soltanto, senza
innoltrarsi negli altri a noi troppo vicini. Se altri nel
corso di quegli anni non avesse ad additare l'Italia che
un Muratori e un Maffei, non potrebb'ella di essi soli
andar lieta e superba? Se la storia di tante città italiane
ha cominciato ad uscir dalle tenebre, fra le quali era
stata in addietro involta, per mezzo di antiche Cronache
rozze quanto allo stile, ma schiette e veridiche ne' lor
racconti, disotterrate dalla polvere in cui giaceano; se
una innumerabil serie di autentici documenti, racchiusi
prima inutilmente e condannati a imputridir negli
archivj, ha veduta la luce; se le rivoluzioni, i costumi, le
leggi de' bassi tempi si son finalmente conosciuti per
modo che poco più resta a scoprirne; se la Storia della
più antica fra le famiglie regnanti d'Italia, libera dalle
1
Il tomo IX della prima edizione, a cui questa Prefazione fu premessa,
conteneva le Giunte e le Correzioni a tutti i tomi precedenti. Queste
insieme con più altre sono state ora inserite a' loro luoghi opportuni; e per
ciò si dà qui questa Prefazione, perchè nulla manchi a questa edizione di
ciò ch'era nella prima.
favole da cui l'ignoranza e la credulità de' secoli
precedenti l'avea ingombrata, è stata posta nel vero suo
lume, per tacere di tante altre opere di tanti diversi
argomenti da lui pubblicate, non ne siam noi, e non ne
saranno i nostri posteri debitori all'immortal Muratori?
E se tanti pregevoli monumenti d'antichità, ritolti alle
tenebre sono stati dottamente illustrati; se Verona ha
avuto un rischiaratore della sua storia degno della sua
grandezza e del suo nome, e se ha veduto nelle sue mura
raccolto uno de' più ricchi musei che si offrano
all'occhio di un erudito ricercatore; se l'Italia può agli
stranieri additare una tragedia che dalle stesse critiche
ad essa fatte trae argomento a provare l'invidia che in
essi ha destata; e se possiamo vantarci di avere in un
uom solo avuto un antiquario, uno storico, un filosofo,
un poeta, un bibliografo, in ciascheduno di questi generi
di erudizione superiore a molti, a pochi inferiore, non
deesene per avventura la gloria al march. Maffei, degno
perciò della statua che a lui ancor vivo la riconoscente
sua patria volle innalzare?
Ho detto che questi due uomini soli basterebbono a
render gloriosa l'Italia di averli prodotti. Ma aggiungo
ancora, che, quando ella pur non gli avesse, potrebbe
tanti altri additarne che non avesse che invidiare ad
alcun'altra nazione. E a qual sorta infatti di studj si
potranno rivolgere i nostri posteri, di cui non trovino
egregi coltivatori ne' lor maggiori che nel detto tempo
fiorirono? Qual era lo stato della storia letteraria prima
che Apostolo Zeno si accingesse ad illustrarla? Quante
favole nelle Vite de' dotti! Qual superficiale ampollosità
negli Elogi ad essi tessuti! Quanta negligenza
nell'indicare l'epoche della lor vita, l'edizioni delle lor
opere, le contese per esse insorte! E qual sorgente
inesausta di notizie in tal genere pregevolissime sono e
le Lettere, e le Dissertazioni vossiane, e le Note alla
Biblioteca di monsig. Fontanini, e il Giornale de'
Letterati d'Italia, in cui egli ebbe sì gran parte, e più
altre opere di quell'indefesso scrittore, a cui non so se
debbasi maggior lode per la vastissima erudizione di cui
fu adorno, o per le amabili e dolci maniere, e per le belle
virtù che ne renderon più ammirabile l'erudizione. E a
lui ancora deesi il vanto di aver riformata la drammatica
poesia, tanto corrotta dal reo gusto del secolo
precedente, riconducendola alla gravità e al decoro che
debb'esserle proprio, e, aprendo così la via al più felice e
più tenero suo successore, per sollevarla a tal
perfezione, che omai si debba temere di vederla decader
nuovamente. E poichè si è qui fatta menzione della
poesia, essa può certo gloriarsi di aver riparato
interamente il torto che il capriccio e l'irregolar fantasia
di molti poeti del secolo precedente le avean recato. E
quando si ricorderanno i nomi de' Manfredi, de' Rolli,
degli Ercolani, de' Zanotti, de' Ceva, de' Lazzarini, de'
Martelli, de' Lorenzini, de' Conti, de' Frugoni, si dovrà
confessare per avventura che, se questa età non può
contrapporre un numero di poeti uguali a quello che
fiorì nel secolo XVI, essa ne ha avuti non pochi che in
vivacità d'immagini, in forza di sentimenti e in
robustezza di stile non soffrono di rimanersi addietro ad
alcuno. Lo studio della lingua greca, quello delle
antichità, e quel della storia, e tutte le parti dell'amena
letteratura, quanto hanno acquistato di ornamento e di
luce dalle opere di Anton Maria Salvini, uomo nella
lingua e nell'erudizion greca dottissimo, del p. Odoardo
Corsini, uno de' più benemeriti e de' più giudiziosi
illustratori delle antichità greche e delle latine, di
monsig. Filippo della Torre, a cui pur tanto dee questa
classe d'erudizione, di monsig. Gianvincenzo
Lucchesini elegante Scrittore di storia latina e non meno
elegante traduttor di Demostene, dei card. Corradini e
del p. Rocco Giuseppe Volpi, da' quali abbiamo avuta la
tanto pregiata opera sulle Antichità del Lazio, di
monsignor Fontanini, dei can. Giovanni Checcozzi, di
Giammario Crescimbeni, dell'arcipr. Baruffaldi, del
march. Orsini e di tanti altri scrittori, i cui nomi soli
potrebbonci occupare non poco.
Che se da questi piacevoli studj facciam passeggio ai
più gravi, qual nuovo e vasto campo ci si aprirebbe a
correre, e quali oggetti gloriosi all'Italia ci si
offrirebbero agli occhi! I due pontefici che hanno aperta
e chiusa la prima metà del secolo, Clemente XI io dico e
Benedetto XIV, con quali elogi dovrebbon esser esaltati!
Il primo uomo dottissimo nella lingua greca, coltivatore
indefesso degli studj d'ogni maniera, anche fra le
gravissime occupazioni de' ministeri prima del
pontificato affidatigli, autore di un gran numero di
trattati e di opere, poche delle quali si hanno alla luce, le
altre si conservano presso la nobilissima sua famiglia,
ristoratore di quella sacra, grave e maestosa eloquenza
che rendette una volta sì celebri i Grisostomi e i Leoni,
splendido e magnifico protettore delle belle arti e delle
scienze d'ogni maniera; il secondo dotto per modo nella
scienza de' sacri canoni, nella storia ecclesiastica, nella
liturgia e in tutti quanti sono i rami della sacra
erudizione, che pochi a lui si possono paragonare, e le
cui opere, finché la Religione avrà coltivatori e seguaci,
saranno sempre considerate come feconde pure sorgenti
a cui attinger la più profonda dottrina. Nè poco ci
occuperebbono le opere del card. Angelo Quirini, che
tanti e sì diversi generi d'erudizione sacra e profana
abbracciò nelle sue opere, del card. Gotti uno de' più
valorosi apologisti della Chiesa cattolica, di monsig.
Alessandro Borgia arcivescovo di Ferrara uno dei più
dotti prelati di questo secolo, e che ha in certo modo
segnata la via al vivente card. Stefano suo nipote, a cui
tanto dee ogni genere di erudizione, di monsig.
Francesco Bianchini illustrator benemerito della
cronologia, dell'antichità, della storia, del p. Gio:
Lorenzo Lucchesini, del dott. Giuseppantonio Sassi e di
più altri scrittori, da cui tanti punti di storia ecclesiastica
e di sacro e di profana erudizione sono stati sì
dottamente illustrati.
Quai nomi poi dovremmo noi rammentare, quando
dovessimo far passaggio allo studio della fisica e della
matematica, o a quelli della storia naturale, della
medicina, dell'anatomia! Un marchese Poleni, un co.
Jacopo Riccati a cui rimarrà incerta la posterità se debba
esser più grata o per le opere date alla luce, o pe' figli da
lui lasciatici, un p. Grandi, un Zendrini ne' primi: un
Lancisi, un Lanzoni, un Valsalva, un Morgagni, un
Vallisnieri, un Torri, un Pacchioni, un Tilli, un Micheli
ne' secondi, e l'Istituto di Bologna col suo autore e padre
il celebre co. Marsigli, di quali elogi sarebbon degni, e
quanto ornamento riceverebbe da essi la storia! Questi e
più altri illustri scrittori, che potrebbonsi con ugual
ragione qui ricordare, e ch'io non pretendo di posporre
ai sinor nominati col non farne menzione, daranno un
giorno a qualche penna miglior della mia copioso
argomento di scrivere.
Io frattanto, pago di aver condotto il mio qualunque
lavoro fino al termine che mi sono prefisso, prendo ora
a ritoccarlo e a toglierne quegli errori e quelle mancanze
che in parte vi ho io stesso scoperte, in parte mi sono
state additate da' cortesi e dotti amici. Una Storia di sì
vasto argomento, qual è quella ch'io ho presa a tessere,
avesse ella pure avuta la sorte di cader sotto la penna del
più erudito e del più esatto scrittore che mai sia vissuto,
non avrebbe potuto andare esente da molti difetti. In
quanto più gravi errori dovea cader io troppo lontano
dall'aver quel corredo di erudizione, che sarebbe a ciò
necessario! Io ho sempre temuto di me medesimo;
confesso che più volte, dopo avere messo la mano al
lavoro, mi ha atterrito la immensa estensione del campo
ch'io dovea correre, e la incredibile moltitudine degli
oggetti che mi si offrivano ad esaminare. Perciò e nelle
Prefazioni a' primi tomi della mia storia, e con replicate
mie lettere ha implorato l'aiuto di dottissimi uomini,
perchè coll'esattezza delle loro ricerche riparassero i
falli ne' quali io ben conosceva di dover
necessariamente cadere. Le mie preghiere non sono
state inutili; e io ho avuto il piacere di veder molti de'
più eruditi uomini che abbia ora l'Italia, adoperarsi con
non lieve loro fatica nel suggerirmi i passi ne' quali la
mia Storia abbisognava di correzioni e di supplementi.
Essi possono fare testimonianza con qual riconoscenza
io abbia ricevuti i loro avvisi, e come me ne sia lor
dichiarato tenuto non altrimente che di un singolar
beneficio. Io gli anderò indicando di mano in mano che
se, ne offrirà l'occasione. Ma mi si permetta il ricordare
fin d'ora i nomi di alcuni, a' quali singolarmente mi
protesto perciò debitore; cioè di monsignor Giuseppe
Garampi nunzio apostolico alla corte di Vienna (poi
cardinale), di monsig. Onorato Gaetani de' duchi di
Sermoneta, del sig. ab. Pierantonio Serassi, del sig. ab.
Francesco Cancellieri, del p. Lettor Tommaso Verani
agostiniano della Congregazione di Lombardia, del sig.
Annibale degli Abati Olivieri, del n. n. Sig. Roberto
Pappafava, del sig. ab. Jacopo Morelli custode della
libreria di s. Marco, del sig. co. Giovanni Fantuzzi, del
p. ab. d. Giovanni Grisostomo Trombelli can. reg. del
Salvatore, del p. ab. d. Andrea Mazza monaco casinese,
del p. Ireneo Affò, minor osservante regio bibliotecario
in Parma, di monsig. Rambaldo degli Azzoni conte
Avogaro e di monsig. Giovanni conte Trieste amendue
canonici in Trevigi, di monsig. Francesco Scipione
Dondi dall'Orologio canonico di Padova, del sig. march.
Carlo Valenti Gonzaga, del sig. ab. Saverio Bettinelli,
del sig. ab. d. Giovanni Andres, del p. Eustachio
Michele d'Afflitto dell'Ord. dei Predicatori, del sig. d.
Domenico Diodati, del signor d. Baldassare Popadia, del
sig. Giuseppe Bencivenni già Pelli custode della real
galleria in Firenze, del sig. d. Baldassare Oltrocchi
prefetto della biblioteca ambrosiana, del sig. ab.
Giuseppe Antonio Cantova, di monsiglior Mario Lupi
primicerio della cattedrale di Bergamo, del sig. barone
Giuseppe Vernazza segretario di Stato di s. m. il re di
Sardegna, e fuor dell'Italia del sig. Pierantonio Crevenna
d'Amsterdam, del sig. ab. Mercier abate di S. Leger, del
sig. Cristoforo Teofilo de Murr patrizio, di Norimberga,
oltre più altri che a suo luogo dovrem rammentare 2.
Qual sorte per me, anzi qual sorte per l'italiana
letteratura, è stata che tanti valentuomini siensi uniti in
correggere que' difetti de' quali io avea sparsa questa
mia Storia!
L'uso che io ho fatto delle erudite lor riflessioni, darà,
io spero, a conoscere quanto io sia lungi dall'ostinarmi
in ciò che una volta ho asserito, e quanto volentieri io
cambi opinione, quando mi si recan monumenti e
ragioni che mi persuadono. Parrà forse ad alcuno che da
questa legge mi sia dispensato solo in riguardo al
Saggio del sig. ab. d. Saverio Lampillas che ne' quattro
tomi di esso da me finora veduti si è impiegato
singolarmente in ribattere le calunnie colle quali egli
pretende ch'io abbia cercato di oscurare la fama della
2
Dopo la prima edizione, molti altri mi hanno gentilmente comunicati i lor
lumi; e tra essi debbo rammentare singolarmente il sig. ab. Gaetano Marini
archivista vaticano, il sig. Vincenzo Malacarne professore nella reale
università di Pavia, il p. ab. d. Angelo Fumagalli cistercense, il sig. ab.
Giuseppe Gennari, il sig. Giuseppe Beltramelli ad altri che in più luoghi
sono stati nominati.
letteratura spagnuola. Ho creduto di dover rispondere a
diversi capi d'accusa, co' quali ei mi ha voluto spacciare
come dichiarato nimico della sua nazione; e confesso
che nel rispondere ho forse secondata alquanto quella
vivacità da cui guardasi difficilmente chi si sente
oltraggiato in ciò di che dee esser più sollecito, cioè
nell'onore. Perchè non ha egli il sig. ab. Lampillas,
uomo, com'egli è certamente, di acuto ingegno, di molto
studio, di vasta erudizione, tenuta una via alquanto
diversa nell'illustrare la gloria della sua Spagna? Perchè
invece di fingersi in me un nemico de' suoi concittadini,
e invece di credere, o almen di affermare ch'io avea
diretta, per quanto pareva, la mia Storia a disonorar gli
Spagnuoli, non ha egli impiegato il suo felice talento a
far conoscere all'Italia quanto la sua nazione sia degna
della stima de' dotti, e quanti uomini in ogni genere di
sapere chiarissimi abbia prodotti? Io sarei stato il primo
a far plauso al suo amor patriottico, e mi sarei unito con
lui a celebrare que' celebri geni che la Spagna ci ha dati.
Quelli che ho l'onore di avere per corrispondenti ed
amici, sanno quale stima io faccia della Biblioteca
spagnuola di Niccolò Antonio, ch'io soglio rimirare
come una delle più belle opere in genere di storia
letteraria, che abbia veduta la luce. Sanno che io ha
proccurato che a questa ducal biblioteca non
mancassero i Cataloghi de' MSS. arabici e greci delle
regie Biblioteche pieni di esatte e profonde ricerche per
opera de' signori Casiri ed Iriarte, che con somma
diligenza gli han compilati, la bellissima edizione del
Sallustio spagnuolo, a cui aggiungono sì gran pregio e la
eccelsa mano impiegatasi nel tradurlo, e le dottissime
Dissertazioni del sig. can. Bayero, a cui pochi si
uguagliano nella cognizione delle antichità fenicie e
greche, la continuazione della España Sacrada, e della
Raccolta delle Medaglie spagnuole, la Raccolta delle
Poesie spagnuole anteriori al secolo XV, dottamente
illustrate da don Tommaso Sanchez, ed altre opere piene
di recondita erudizione, che in questi ultimi anni
singolarmente ci ha date la Spagna. Sanno finalmente in
qual pregio io abbia le opere de' Perpiniani, degli
Agostini, de' Mariana, de' Martini, de' Majansi e di più
altri colti ed eleganti scrittori spagnuoli, ai quali renderò
sempre quella giustizia che al loro raro talento è dovuta.
Ma che io non dovessi perciò parlare di Seneca, di
Lucano, e di Marziale, come han finora parlato quanti
hanno avuta idea del buon gusto; che non dovessi dire
ciò che tanti anche fra gli stranieri hanno detto, che
dall'Italia si è sparso nelle altre provincie d'Europa quel
germe della buona letteratura, il quale sì copiosi frutti ha
prodotto; che dovessi intorno alla patria di alcuni
scrittori seguir quella opinione che a me paresse o falsa,
o dubbiosa; che mi si dovesse imputare di delitto se io
ripetessi ciò che della decadenza della letteratura e della
corruzion del buon gusto avean prima di me affermato
cent'altri scrittori; ch'io dovessi nella Storia della
Letteratura italiana far l'elogio del card. Torquemada,
del Tostato e del p. Cassafages; come potea io crederlo,
come potea sospettare che io dovessi perciò essere tratto
quasi in giudizio innanzi al tribunale della nazione
spagnuola, ed accusato come autore di un'opera diretta
principalmente a screditarla? Io però ho avuto un troppo
dolce e onorevol conforto al dispiacere che mi ha recato
il soverchio amor patriottico del sig. ab. Lampillas, e ne'
sentimenti co' quali alcuni de' più dotti spagnuoli si son
dichiarati intorno al merito di questa contesa, e nella per
me troppo onorevole accoglienza che la reale
Accademia di Storia di Madrid si è degnata di fare alla
mia Storia da me trasmessale, perchè in ciò ella avesse
una testimonianza della mia stima per quella sì illustre
adunanza, e per tutta quella nazione, della cui letteratura
essa è in certo modo arbitra e legislatrice.
Io desidero adunque che nel leggere le risposte ch'io
anderò di mano in mano facendo alle accuse del sig. ab.
Lampillas, si abbian sempre presenti que' sentimenti di
stima ch'io mi son protestato di avere per la nazione
spagnuola, e che si troveranno ancor ripetuti nel decorso
di queste Giunte. Che sia per giudicare di esse l'ab.
Lampillas, chi può saperlo? Forse ei ne trarrà materia di
più volumi: forse troverà in esse altri delitti di cui
accusarmi, e prendendo le mie parole in quel senso che
più gli tornerà in grado, mi rimprovererà infedeltà,
alterazioni, troncamenti, ec., e io mi aspetto, fra l'altre
cose, ch'ei meni un alto rumore perchè al principio delle
Giunte ho asserito che dopo la pubblicazione della mia
lettera, nella quale mi protestava di non aver mai avute
le ree intenzioni da lui attribuitemi, egli ha voluto
sostenere ch'io aveale avute veramente, e che a lui più
che a me in ciò doveasi fede; e che citerà contro di me
la sua stessa risposta, nella quale vorrebbe far credere
che non mi avesse mai attribuite cotali intenzioni. Ma
chi leggerà la risposta medesima, vedrà che significhino
tali parole, e come in esse ancora ei continuamente mi
rimprovera le arti da me usate e gli occulti miei fini da
lui accortamente scoperti. Qualunque cosa però egli
dica, con qualunque numero di volumi mi assalti, sia
egli pur certo ch'io non riprendo la penna in mano per
fargli altra risposta. Io sono sempre stato nimico delle
battaglie; e mi sarei volentieri da questa ancora
astenuto, s'ei non mi avesse assalito da tal fianco, che mi
rendesse necessario il difendermi, per isfuggir quei
disgusti che dal mio silenzio potean nascere, ove esso si
considerasse come una confession del reato da lui
appostomi.
Or tornando alle Giunte, io le ho distribuite secondo
l'ordine de' volumi della mia Storia. Ma mi è avvenuto
ciò che in tai lavori suole spesso accadere. Mentre le
Giunte si andavano stampando, altre osservazioni o mi
venivano da' miei amici comunicate, o per esse
medesime mi si offrivano. Quindi alle prime Giunte mi
è convenuto l'aggiugnere le seconde, e alle seconde le
terze. Nelle opere di questo genere ogni giorno si vanno
scoprendo monumenti e notizie che giovano a
correggerle, o a migliorarle. Fra qualche anno, ove a
Dio piaccia di concedermi tanto di vita, io penso di fare
una nuova edizione della mia Storia, in cui queste
Giunte saranno a' loro luoghi più opportunamente
inserite. E quando frattanto, com'è probabile, si vengano
a trovar altre cose da aggiugnersi, o da cambiarsi, ad
esse ancora si darà luogo, coll'avvertenza però di
stamparle anche a parte ad uso di quelli che hanno
questa edizione 3.
Un pregevole monumento della letteratura italiana del
secolo XVI ho pubblicato in questo tomo. Il celebre
Paolo Giovio, allor quando dopo il famoso sacco di
Roma nel 1527 ritirossi per qualche tempo nell'isola
d'Ischia, detta latinamente Aenaria, scrisse a sollievo
delle disgrazie da lui sofferte tre dialoghi, uno su'
famosi generali, l'altro su gli uomini dotti, il terzo sulle
matrone più celebri de' suoi tempi. Questi insieme con
altre opere di esso conservansi in Como presso il sig. co.
Giambattista Giovio, che in età giovanile ha già fatto in
più opere conoscere al mondo il suo ingegno e la sua
erudizione. Egli mi ha cortesemente trasmessa copia del
secondo, benchè mancante del suo principio, come cosa
adattato all'argomento di questa mia Storia. E io ho
creduto di far cosa grata agli amanti della letteratura col
renderlo pubblico per le belle notizie che in esso
s'incontrano di molti di quegli uomini dotti, de' quali nel
decorso della Storia si è favellato 4.
Io avea per ultimo disegnato di unire alle Giunte
l'Indice generale formandone un sol volume. Ma le
prime sono a tal segno cresciute, e il secondo è di tale
estensione, ch'è stato necessario il formarne due tomi
ciaschedun de' quali sarà uguale a un di presso di mole
ai precedenti.
3
Così si è fatto in questa nuova edizione.
4
Questo frammento in questa nuova edizione è stato aggiunto alla fine
della Storia del secolo XVI, a cui appartiene.
AVVISO A CHI LEGGE
Per compimento dell'opera mi è sembrato opportuno
l'aggiugnere al fine di questo tomo alcuni opuscoli che
ad essa appartengono. Essi sono:
I. La Lettera da me pubblicata nel 1778 in risposta al
Sig. ab. d. Saverio Lampillas, il quale nel suo Saggio
storico apologetico della Letteratura spagnuola avea
intrapreso non tanto a difender le glorie della sua
nazione, nel che io gli avrei fatto plauso, quanto a
rappresentarmi come nimico della nazione medesima, e
a cercar di persuadere che nella mia Storia io avessi
singolarmente pensato a screditarla. Quali ragioni
m'obbligassero a pubblicarla, si vedrà dalla lettera
stessa.
II. La Risposta che il sig. ab. Lampillas fece alla mia
Lettera, con alcune brevi annotazioni ad essa da me
aggiunte, le quali possono, se mal non avviso, tener
luogo di Replica a mostrare da qual parte sia la ragione.
III. La Lettera al reverendissimo padre N. N. autore
delle Annotazioni aggiunte alla edizione romana di
questa Storia. L'an. 1782. s'intraprese in Roma una
nuova edizione della mia Storia, e mi fu scritto che chi
soprastava allora alla censura de' Libri, andava
correggendone a suo capriccio quà e là qualche passo.
Ciò mi costrinse a far qui pubblicare dalla Società
tipografica il seguente manifesto.
Agli eruditi italiani la Società tipografica
di Modena.
Mentre sta per uscire l'ultimo tomo della Storia della
Letteratura italiana, che comprende l'indice generale
con alcune altre Giunte e Correzioni all'opera tutta,
veggiamo annunciarsi una nuova edizione della Storia
medesima, che dopo le ristampe di Firenze e di Napoli
intraprendesi nella stamperia Salvioni in Roma. La
nostra Società si compiacerebbe nel vedere onorata dal
favore de' dotti un'opera uscita la prima volta dai suoi
torchi, se potesse lusingarsi che l'edizione romana non
si discostasse dall'originale se non nell'aggiugnere in
piè di pagina a' luoghi loro le Correzioni e le Giunte
che l'autore in questa prima edizione ha dovute
necessariamente collocare insieme unite al fin
dell'opera. Ma ci vien fatto sapere che taluno, abusando
dell'autorità conferitagli, ha il coraggio di cambiare, di
correggere, di troncare a capriccio ciò che gli sembra
meglio. Questo, a dir vero, è un nuovo genere di
dispotismo non più veduto. La legittima autorità può e
dee provvedere che non si pubblichin libri, i quali
contengano massime pericolose ed erronee in ciò che
appartiene alla Religione, al governo, al costume. Se si
soggetta alla revisione un libro che contenga alcuna di
tali massime, deesi avvertire l'autore, acciocchè la
tolga, o la corregga. S'ei ricusa di fare alcun
cambiamento, si può vietarne la stampa. Se non ostante
il divieto, si stampa il libro, si può proibirne la. lettura
e lo smercio. Ma niuno ha mai pensato che sia lecito ad
alcuno, senza consultar prima l'autore, il correggere e
il cambiare ciò ch'egli ha scritto, e il fargli dire ciò
ch'egli non ha mai avuta intenzione di dire. Se si fosse
fatto sapere all'autor della Storia della Letteratura
italiana, che bramavasi da lui la correzione di tale e di
tal altro passo, egli, quando avesse trovata la correzion
ragionevole, ben volentieri l'avrebbe fatto. Che se non
gli fosse sembrata tale, avrebbe esposte le sue ragioni;
e quando queste non fosser creduto abbastanza
valevoli, non avrebbe avuta difficoltà a permettere che
si aggiugnesse qualche nota in piè di pagina, con cui si
confutasse il preteso suo errore. Poiché dunque si è
voluto usar con lui di questo nuovo genere di
dispotismo, ei protesta e ci ordina di far sapere a tutti in
suo nome, ch'egli non riconosce, nè riconoscerà mai
come sua l'edizione romana, che anzi la disappruova e
condanna; e prega chiunque onora di un cortese
compatimento la sua Storia ad usare di qualunque altra
edizione, fuorché di quella della stamperia Salvioni.
Egli frattanto, quando abbia condotta a fine qualche
altra opera che ora ha tra le mani, penserà egli stesso a
una nuova edizione; in cui oltre l'inserire a' lor proprj
luoghi le Correzioni e le Giunte, ritoccherà. e
migliorerà in gran parte la Storia. E questa nostra
edizione, che supererà in bellezza la prima, e non sarà
inferiore a quella che da' torchi del Salvioni si va
promulgando, speriamo che sarà di buon animo
preferita a una edizione alterata e guasta, e dall'autor
medesimo solennemente riprovata.
25 Maggio 1782.
Questo manifesto sparso per Roma, destò gran
rumore. Molti degli associati ritirarono le loro
sottoscrizioni, e lo stampatore si vide al pericolo di
restare abbandonato. Quindi, o fosse, come taluno
credette, per superiore comando, o fosse per qualunque
altra ragione, il severo aristarco piegossi, e permise che
l'opera si stampasse qual era uscita dalle mani del suo
autore. Ma parendogli che in più luoghi io avessi
gravemente errato in punti che alla Religione
appartengono, e temendo che grave scandalo potesse
nascerne e grande danno, aggiunse alla Storia alcune
note, nelle quali ei prese a riprendermi e a correggermi
dolcemente. Perciò allor quando vidi l'edizion romana
condotta al suo compimento, mi credetti in obbligo di
rendere all'amorevol mio correttore i dovuti
ringraziamenti, e il feci colla detta Lettera, la quale può
ancor giovare a rischiarare qualche passo della Storia
medesima.
INDICE, E SOMMARIO
DEL TOMO OTTAVO PARTE SECONDA.
LIBRO TERZO (p. 369).
Belle Lettere ed Arti.
CAPO I.
Storia.
Moltitudine e caratteri degli storici di questo secolo. II. Scrittori
di cronologia. III. Scrittori di geografia. IV. Scrittori intorno alle
antichità. V. Raccoglitori e illustratori di medaglie. VI Illustratori
delle antichità siciliane. VII. Raccoglitori e illustratori di antiche
iscrizioni. VIII. Elogio di Raffaello Fabretti. IX. Altri antiquarj.
X. Continuazion de' medesimi. XI. Elogio di Ottavio Ferrari. XII.
Scrittori della Storia de' tempi loro. XIII. Scrittori della Storia
generale d'Italia. XIV. Scrittori della Storia d'Italia di questo
secolo. XV. Storici delle città particolari dallo Stato pontificio.
XVI. Del regno di Napoli. XVII. Della Toscana. XVIII. Della
Repubblica di Venezia. XIX. Delle città dello Stato veneto. XX.
Storici milanesi: elogio del Puricelli. XXI. Delle altre città dello
Stato di Milano e di Mantova. XXII. Delle altre provincie d'Italia.
XXIII. Italiani scrittori della Storia di Allemagna. XXIV. Della
Storia di Francia: elogio del Davila. XXV. Delle Guerre di
Fiandra; notizie del card. Bentivoglio e del p. Strada. XXVI. Loro
Storie e loro carattere. XXVII. Altri scrittori di Storia straniera.
XXVIII. Scrittori della Storia generale delle Belle Arti. XXIX.
Storie particolari degli artisti. XXX. Scrittori di Storta letteraria.
XXXI. Notizie di Gianvittorio Rossi. XXXII. Del dott. Giovanni
Cinelli. XXXIII. Cominciamento de' Giornali letterarj. XXXIV.
Scrittori genealogici. XXXV. Notizie di Traiano Boccalini.
XXXVI. Scrittori dell'Arte storica.
CAPO II. (p. 439).
Lingue straniere.
I. Studio delle lingue orientalifomentatoda'papi. II. Dal card.
Federigo Borromeo. III. E dal card. Barbarigo. IV. Coltivatori di
tale studio. V. Lo studio della lingua greca illanguidisce alquanto
in Italia: notizie di alcuni grecisti. VI. Se ne annoverano alcuni
altri. VII. Studio di altre lingue.
CAPO III. (p. 448 ).
Poesia italiana.
I. Cattivo gusto comunemente in essa introdotto. II. Notizie di
Gabriello Chiabrera. III. Sue Poesie e loro carattere. IV. Notizie
di Giambattista Marini e delle sue Poesie. V. Di Tommaso
Stigliani: sue contese col Marini. VI. Decisione ridicola di un
Francese sulla poesia italiana. VII. Notizie di Claudio Achillini e
di Girolamo Preti. VIII. S'indicano altri poeti migliori: Fulvio
Testi. IX. Si nominano più altri poeti. X. Continuazion de'
medesimi. XI. I Toscani sono comunemente i migliori poeti di
questo secolo. XII. Elogio del senator Filicaia. XIII. Di Benedetto
Menzini. XIV. Poeti protetti dalla reina Cristina: Alessandro
Guidi. XV. L'avvocato Zeppi. XVI. Poeti in Lombardia. XVII.
Elogio di alcune Poetesse. XVII. Poeti satirici: due bifolchi
divenuti poeti. XIX. Scrittori di poemi eroici. XX. Notizie di
Alessandro Tassoni. XXI. Continuazione delle medesime. XXII.
Suo poema eroico-comico, e contesa per esso col Bracciolini.
XXIII. Notizie del Bracciolini. XXIV. Altri scrittori di poemi
burleschi. XXV. Scrittori di poesie tragiche. XXVI. Se ne
annoverano alcuni tra' migliori. XXVII. Scrittori di commedie.
XXVIII. Scrittori di drammi pastorali. XXIX. Scrittori di drammi
per musica. XXX. Monologo da chi prima ideato. XXXI. Gio.
Ambrogio Marini scrittor di romanzi.
CAPO IV. (p. 508).
Poesia latina.
I. Il cattivo gusto si sparge anche nella poesia latina. II. Si
nominano alcuni de' migliori poeti: Antonio Querengo. III.
Virginio Cesarini. IV. Altri poeti. V. Alcuni Gesuiti eleganti poeti.
VI. Scrittori di Satire. VII. Scrittori dell'Arte poetica.
CAPO V. (p. 516).
Gramatica, Retorica, Eloquenza.
I. Gramatiche latine in questo secolo usate. II. Gramatiche
italiane: Benedetto Buommattei. III. Celso Cittadini. IV. PP.
Mambelli e Bertoli. V. Carlo Dati. VI. Raccolta di autori del ben
parlare. VII. Vocabolario della Crusca. VIII. Carattere
dell'eloquenza di questo secolo. IX. Carattere degli oratori sacri.
X. Notizie del p. Giulio Mazzarino. XI. Riforma dell'eloquenza
sacra fatta dal p. Segneri. XII. Notizie del card. Casini.
CAPO VI. (p.533).
Arti liberali.
I. Decadimento dell'architettura: notizie d'alcuni più celebri
architetti. II. Si annoverano alcuni più illustri scultori. III. Incisori
in rame. IV. Pittori della scuola bolognese: elogio de' Caracci. V.
Loro discepoli. VI. Pittori dalle altre scuole italiane.
STORIA
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
DALL'ANNO MDC. FINO AL MDCC.
LIBRO TERZO.
Belle Lettere ed Arti.
CAPO I.
Storia.
I. Se il numero degli scrittori è pruova del
fiorir che faccian gli studj presso una
nazione, in niun secolo e in niun paese
direbbesi che fosse mai tanto coltivata la
storia, quanto in Italia nel secolo XVII, sì
grande è il numero degli storici che da ogni parte ci si
offre. Appena v'ha alcuna delle nostre città che non
abbia lo scrittore della sua origine e delle sue vicende, e
molte ancora ne han molti. Nè minore la copia di
scrittori di Storie generali, o particolari di diversi
argomenti. Ma, a dir vero, al lor numero non è uguale in
tutti il valore. Le Storie di questo secolo si risentono
quasi tutte del reo gusto che infettò la maggior parte
Moltitudine
e carattere
degli storici
di questo
secolo.
d'Italia, e il guasto e ampolloso loro stile non ce ne
rende sofferibile la lettura. La critica e l'esattezza non è
per lo più miglior dello stile; e le favole Anniane e le
popolari tradizioni vi si veggono a piena mano sparse
pressochè ad ogni pagina. Nondimeno di mezzo a molti
cattivi storici, alcuni si offriranno degni di molta lode, e
anche dalla letteratura de' più infelici si trae talvolta non
lieve vantaggio, perciocchè alcune notizie invano si
cercherebbono altrove, e anche fra le sozzure
nascondesi talor qualche gemma. Noi dunque andremo
scorrendo su' diversi capi di Storia, in cui gl'Italiani in
questo secolo s'esercitarono, e passando di volo su
quelli a' quali rendesi un onore forse non meritato col
nominarli, ci tratterremo in ragionare di quelli al cui
merito deesi maggior riguardo. E nel farlo noi
seguiremo quell'ordine stesso che nella Storia del secolo
precedente si è tenuto ragionando prima di quegli
scrittori che illustraron le scienze, le quali servon di
guida, o di fondamento alla storia, e poscia di quelli che
direttamente presero a rischiararla.
II. La cronologia non ebbe in Italia nè un
Petavio nè uno Scaligero; e noi
confesseremo sinceramente che non
abbiamo autore che possa contrapporsi a tai nomi.
Nondimeno l'opera di Leone Allacci, Italiano se non di
nascita, almen di lungo soggiorno, De mensura
temporum antiquorum, la Cronologia riformata del p.
Riccioli, di cui si è detto altrove, e l'opera De anno
Scrittori di
cronologia.
primitivo di Girolamo Vecchietti, del qual si è parlato
tra' viaggiatori, si possono annoverare tra quelle che a
questa scienza han recato qualche vantaggio. Maggior
lume arrecarono a questa scienza alcune opere del
dottissimo card. Noris, come i Fasti consolari tratti dalla
Biblioteca di Vienna, le Dissertazioni del Ciclo pasquale
de' Latini, e su quel di Ravenna, l'Epistole consolari, e
alcuni altri opuscoli pieni di sceltissima erudizione. Ma
di lui abbiamo parlato altrove. E noi potremo ancora con
nostro onore indicare la Storia Universale provata con
monumenti, stampata nel 1697, le Dissertazioni sul
Calendario e sul Ciclo di Cesare, e atre opere
dell'eruditissimo monsig. Francesco Bianchini veronese,
se questo illustre prelato, vissuto fino al 1729, non
avesse più diritto ad entrare nella Storia del secol
presente, che in quella del trapassato.
III. Maggior numero e più scelta serie di
scrittori ebbe tra noi la geografia. Già
abbiamo accennata l'opera su questo
argomento del poc'anzi nominato p. Riccioli, ch'è assai
più pregiata della Cronologia, per la molta erudizione
con cui è scritta. La guida allo studio geografico di
Giambattista Niccolosi stampata in Roma nel 1662, e gli
Elementi della Geografia scritti in latino dal p. Niccolò
Partenio Giannetasio gesuita, e stampati in Napoli nel
1692, sono opere nel lor genere elementare pregevoli, e
utili al tempo in cui furono scritte. Il Dizionario
geografico latino del p. Filippo Ferrari dell'Ordine de'
Scrittori di
geografia.
Servi di Maria, la cui prima edizione fu fatta in Milano
nel 1627, un anno dopo la morte dell'autore, fu ricevuto
con molto applauso; e benchè, come doveva avvenire, vi
si notassero mancanze ed errori, fu nondimeno creduto
degno di essere accresciuto e perfezionato, anzi che
intraprendere una nuova fatica, e quindi venne la nuova
edizione, ripetuta poscia più volte, che ne diede in
Parigi il Boudrand. Io veggo ancora citarsi il Portolano
del mare mediterraneo di Sebastiano Gorgoglione
genovese, stampato in Napoli nel 1682, e certe
Riflessioni geografiche sopra le terre incognite del p.
Vitale Terrarossa parmigiano e monaco casinese, e già
maestro del principe e poi duca di Modena Rinaldo I (V.
Armellin. Bibl. Casinens.), pubblicate in Padova nel
1686, delle quali non posso dare più minuta contezza.
Ma niuno tanto adoperossi nel rischiarare la Geografia,
quanto il p. Vincenzo Coronelli minor conventuale, di
patria veneziano, che dopo essere stato nominato
cosmografo della Repubblica veneta nel 1685, e indi
pubblico professore di geografia, fu anche eletto nel
1702 general del suo Ordine, e finì di vivere in Venezia
nel dicembre del 1718. Non vi è mai forse stato scrittore
sì fecondo nè sì veloce. Ei componeva un gran tomo in
foglio con quella facilità con cui altri scriverebbe una
pagina. Ma egli ancora era uomo; e perciò avveniva che
scrivendo in gran fretta, e abbracciando mille cose ad un
tempo, non conduceva a perfezion le sue opere, le quali
perciò sono ora comunemente dimenticate. Avea egli
intrapresa fra le altre cose una Biblioteca universale, la
quale, come scrive egli medesimo nel 1700 al
Magliabecchi (Epist. Ci. Venet. ad Magliab. t. 1, p.
337), dovea giungere a 40 tomi in foglio, anzi ei dice
d'averla fin d'allora finita. Ma sette tomi soli ne
uscirono, co' quali non compiesi pure la terza lettera
dell'alfabeto, e veramente questo saggio non ci rende
troppo spiacevole la perdita del rimanente, perciocchè
essa è un miscuglio di cose buone e cattive
ammucchiato insieme alla rinfusa e senza molto
discernimento, e che pruova che l'autore aveva una
infinita lettura, ma che mancavagli quel buon criterio,
senza cui la letteratura invece di ornare confonde lo
spirito. Moltissime ancora sono le carte geografiche da
lui disegnate, moltissimi i tomi ad illustrazione di esse
pubblicati, e fra gli altri son celebri pel lor numero e per
lor mole l'atlante veneto e il Teatro della Guerra. Ma più
che ogni altra cosa rendetter famoso il p. Coronelli i
molti globi da lui medesimo lavorati, fra' quali
risvegliarono l'ammirazione i due più grandi che mai si
fosser veduti, da lui fabbricati per ordine del cardinal
d'Etrées, e donati da questo al re Luigi XIV, i quali or
sono nella biblioteca del re in Parigi. Per lavorarli, fu
chiamato egli stesso colà, e condusse a fine il lavoro nel
1683. La vaghezza di essi, gli ornamenti e le iscrizioni
ch'egli v'aggiunse allusive all'imprese di quel monarca,
renderonli oggetto di maraviglia alla corte e a tutta la
Francia. M. de la Hire ne pubblicò la descrizione nel
1704, e da essa apprendiamo che il lor diametro è di
undici piedi, undici pollici e sei linee, e dee perciò
rimirarsi come un'iperbole gigantesca quella del p.
Franchini, ove afferma (Bibliosof di Scritt. Convent. p.
564) che ognun di que' globi era capace di ben sessanta
persone.
IV. Niuno però tra gli studj che servono di
fondamento e di pruova alla storia, fu tra
noi coltivato con tanto ardore, quanto quello
delle antichità, o si riguardino le raccolte e
le dichiarazioni delle medaglie e di altri antichi
monumenti, ovver si riguardino le dissertazioni dirette a
rischiarare i costumi e le leggi della romana Repubblica,
e di altre antiche nazioni. E per cominciare dalle
medaglie, Francesco Angeloni da Terni segretario del
card. Ippolito Aldobrandini, protonotario apostolico, e
morto in Roma nel 1652, oltre alcune opere di diversi
argomenti, che annoverano dal co. Mazzucchelli (Scritt.
ital. t. 1, par. 1, p. 768, ec.), diè in luce nel 1641
l'Istoria Augusta da Giulio Cesare a Costantino il
Magno illustrata con la verità delle antiche medaglie. Il
Tristano antiquario francese, in una sua vasta ed erudita
opera sullo stesso argomento, scrisse più volte con
molto
disprezzo
dell'Angeloni,
biasimandone
principalmente l'infelicità nelle spiegazioni de' rovesci.
Nè può negarsi che in molte cose nol cogliesse in errore.
Parve nondimeno a Giampiero Bellori romano, nipote
per madre dell'Angeloni, che troppo oltre il giusto fosse
stato criticato suo zio, e perciò, oltre a una nuova
edizione che ei diede dell'opera stessa nel 1685 colle
annotazioni postume dell'Angeloni e co' suoi proprj
supplementi, pubblicò molti anni prima, cioè nel 1649,
Scrittori
intorno alle
antichità.
un libro intitolato il Bonino, ovvero Avvertimenti storici
al Tristano, ove difende il zio contro le accuse
dell'antiquario francese, opera da alcuni attribuita
all'Angeloni medesimo, ma che dal co. Mazzucchelli si
pruova esser del Bellori (l. c. t. 2, par. 2, p. 703). Questi
in fatti fu uno de' più dotti e de' più faticosi antiquarj
che avesse in questo secolo Roma, ov'egli, dopo essere
stato alcuni anni col zio in corte del card. Aldobrandini,
fu poi bibliotecario e antiquario della reina Cristina, e fu
anche dal pontef. Clemente X fatto antiquario di Roma,
e morì in età di 80 anni nel 1696. Dell'ardente amore
che per le antichità ei nutriva, è pruova la bella raccolta
che di esse e di disegni e di vaghissimi rami egli avea
fatta, la qual poscia con poco onor dell'Italia passò nel
Museo dell'Elettore di Brandeburgo. Ma più certa
pruova ancora ne sono le molte ed erudite opere da lui
pubblicate, delle quali si ha il catalogo presso il
soprallodato co. Mazzucchelli. Altre di esse
appartengono allo studio delle medaglie come le
Annotazioni sulle medaglie di Efeso e di altri paesi, in
cui veggonsi scolpite le api, la Dissertazione su due
Medaglie degli Antonini, la Scelta de' Medaglioni più
rari del card. Carpegna, e le Note sulle Medaglie de'
Cesari di Enea Vico. Altre versano su diversi argomenti
d'antichità, e tali sono le Note sull'Arco di Tito e la
Descrizione di tutti gli Archi degli Imperatori romani,
che si son conservati a Roma, le Note sulle gemme
antiche figurate di Leonardo Agostini sanese 5,
5
A Leonardo Agostini si dee la lode di essere stato uno de' primi ad
illustrare le antiche gemme figurate; e non è perciò maraviglia che l'opera
Antiquario valoroso esso pure, i frammenti di alcune
antichità romane illustrati, le Giunte alla Spiegazione
della Colonna traiana, fatta già dal Ciacconio, le Pitture
antiche del sepolcro de' Nasoni, le Immagini de'
Filosofi, de' Poeti, e d'altri dotti dell'antichità tratte da
monumenti, la Spiegazione di una statua della dea Siria,
le antiche Lucerne sepolcrali, gli antichi Sepolcri o
Mausolei romani ed etruschi, ed altre somiglianti opere.
Altre finalmente appartengono ad altri argomenti, e fra
esse dovrem rammentare in questo capo medesimo le
Vite de' Pittori, Scultori ed Architetti moderni. Le quali
presso che tutte furono più volte stampate, anche
oltremonti, e rimirate come utilissime allo studio delle
antichità e onorate perciò d'elogi da molti eruditi, le
testimonianze de' quali si posson vedere presso il
suddetto scrittore.
V. Una seguita serie di Medaglie imperiali
da Pompeo fino all'imp. Eraclio avea
pubblicata in Augusta nel 1600 Adolfo
Occone. Parve nondimeno al co. Francesco
Mezzabarba pavese, fiscale imperiale in Milano ch'essa
abbisognasse di giunte e di spiegazioni. Egli intraprese
quest'opera e coll'aiuto di una assai copiosa serie di
Raccoglitori
e illustratori
di medaglie.
di esso fosse più volte stampata, e fosse poi anche notabilmente accresciuta
dal cavaliere Paolo Alessandro Maffei, che in quattro tomi divisa
ripublicolla in Roma l'an 1707. Intorno a quest'opera veggansi le Istruzioni
glittografiche del ch. sig. avv. Gioseffantonio Aldini, stampate in Cesena
l'anno 1785.
medaglie, e di una scelta biblioteca da lui formata la
condusse a fine, e la pubblicò in Milano nel 1683. E
forse più altre pruove ci avrebbe egli date di questo suo
studio, se la morte non l'avesse sorpreso in Milano
nell'età di soli 52 anni nel 1697. Di lui e di qualche altra
opera di esso parla l'Argelati (Bibl. Script. mediol. t. 2,
pars 2, p. 2127, ec.). Pare che alcune giunte pensasse di
farvi il p. Giannantonio Mezzabarba somasco di lui
figliuolo che nel più bel fior dell'età, e nelle più liete
speranze che dava de' più felici successi nella letteratura
e nell'antiquaria singolarmente, fu rapito dalla morte in
Milano in età di 35 anni nel 1705 (V. ib. t. 2, pars 1, p.
912). L'Argelati parla di qualche opuscolo che se ne ha
alle stampe, e il ch. sig. Crevenna ha pubblicate alcune
lettere a lui scritte dal Muratori, le quali pruovan la
stima in cui egli lo avea (Catal. rais. t. 6, p. 223, ec.).
Una di esse però ci muove qualche sospetto che l'opera
sopraccitata dal co. Francesco, in ciò che appartiene alla
cronologia ed ad altre osservazioni, sia in gran parte
fatica del card. Noris, il quale in fatti anche nelle
antichità era versatissimo, e ce ne fanno fede le sue
Dissertazioni su due Medaglie di Diocleziano e di
Licinio, i Cenotafj pisani da lui illustrati 6, l'Epoche de'
Siro-Macedoni, i Fasti consolari, la Confutazione di
alcune opinioni del p. Arduino, ed altre opere
somiglianti alle quali poche altre di scrittori si possono
6
Negli Elogi degl'illustri Pisani (t. 3, p. 357) si è mostrato insussistente il
sospetto, che il cardinale si fosse in quest'opera giovato di quella che poco
prima avea scritta sullo stesso argomento Giovanni Pagni pisano, ch'è
inedita.
paragonare 7. Checchè sia di ciò, l'opera del co.
Mezzabarba fu sempre in somma stima fra i dotti, e
perciò ottimo è stato il consiglio del sopraddetto
Argelati che una nuova edizione ne ha data nel 1730.
Alla serie pure de' Cesari appartiene la troppo
voluminosa opera del museo farnesiano de' pp. Pedrusi
e Piovene gesuiti, della quale si è fatta altrove
menzione. Una Raccolta di Medaglie imperiali da sè per
privato genio formata pubblicò in Modena nel 1677
Pellegrino Ascani pittor modenese, la quale è assai
pregiata dagli eruditi. Benchè non fosse che disegnatore,
o incisore, vuolsi però qui nominare con lode Pietro
Sante Bartoli romano, perchè all'esattezza di esso
nell'osservare e nel rappresentare le antichità dobbiamo
la bella Descrizione del Museo della reina Cristina
dell'Havercamp, migliore di quella che fin dal 1692
avea pubblicata Francesco Camelli, e a lui inoltre
dobbiam le figure pressochè tutte aggiunte alle opere del
Bellori da noi mentovare poc'anzi. Abbiam già
accennate le Medaglie de' romani Pontefici illustrate dal
p. Buonanni, e non fa perciò d'uopo il dirne qui
7
Egli è verissimo che il card. Noris giovò co' i suoi lumi al co. Mezzabarba
per formar la sua opera sulle antiche medaglie, come spesso accade tra gli
stessi uomini più eruditi, che a vicenda si comunicano le lor cognizioni. Ma
lungi dal potersi per ciò apporre alcuna taccia al detto conte, deesegli anzi
non piccola lode per la sincerità colla quale e nella prefazione al suo
Occone, e assai più diffusamente nell'indice de' fonti da' quali avea tratte le
sue illustrazioni, rende al Noris la dovuta giustizia: sincerità che suol essere
più frequente e maggiore negli uomini veramente dotti, che negli scioli e
negli impostori, i quali volentieri, ma occultamente, si adornano delle altrui
penne.
nuovamente.
VI. Mentre questi valorosi antiquarj
prendevano ad illustrare le antiche medaglie
generalmente, e quelle in particolar modo
de' Cesari, altri volgevansi a esaminar
quelle che alla storia della lor patria potean
recar giovamento. E la prima a darne esempio fu la
Sicilia; ove Filippo Paruta nobile palermitano segretario
del senato della sua patria e in essa morto nel 1629, diè
alla luce nella stessa città l'anno 1612 la parte prima
della Sicilia descritta con Medaglie, la quale poscia
ancor più accresciuta per opera di Leonardo Agostini,
poc'anzi da noi nominato, fu stampata di nuovo in Roma
nel 1649 poscia in Lion nel 1697, e finalmente nel 1723
opera dell'Havercamp. Poteansi nondimeno far molte
giunte a quest'opera, e fin dal principio del nostro secolo
il p. Giovanni Amato gesuita siciliano più di 300
medaglie siciliane inedite avea in pronto per pubblicarle
(Racc. d'Opusc. sicil. t. 8, p. 191), la quale idea è poi
stata di fresco felicemente eseguita dall'eruditissimo
principe di Torremuzza, a cui tanto debbono le antichità
di quell'isola (ivi. t. 11, 12, 13, 14, 15, 16). Di più altre
opere del Paruta si ha il catalogo presso il Mongitore
(Bibl. sicula t. 2, p. 173, ec.). Quasi al tempo medesimo
le medaglie della città di Siracusa furono pubblicate e
dottamente illustrate da Vincenzo Mirabella nobile
siracusano morto nel 1624 nella sua opera intitolata
Dichiarazione della pianta delle antiche Siracuse,
stampata in Napoli nel 1613 (ib. p. 290), per tacer di
altre opere nelle quali altri scrittori siciliani
incidentemente trattarono lo stesso argomento. Le
Illustratori
delle
antichità
siciliane.
provincie del regno di Napoli comprese già sotto il
nome di Magna Grecia erano state la sede di popoli in
guerra e in pace troppo famosi, perchè le loro medaglie
non dovessero attentamente cercarsi e illustrarsi. E
questo fu l'argomento dell'opera di Prospero Parisio,
stampata in Napoli nel 1683 intitolata Rariora Magnae
Graeciae Numismata, ec. nella quale egli raccolse e
spiegò tutte quelle che gli venne fatto di osservare.
VII. Le raccolte di antiche iscrizioni non
furono in Italia meno frequenti, nè men
copiose di quelle delle antiche medaglie.
Già abbiamo altrove parlato della bella
Collezione di esse fatta dal dottissimo
Giambattista Doni, ma pubblicata solo nel corso del
nostro secolo; abbiam pure accennate le opere del card.
Noris, di Giampietro Bellori e di altri che qua possono
appartenere. Alcuni presero a raccogliere e ad illustrar
con comenti le iscrizioni della lor patria. Tra essi il co.
Sertorio Orsato nobile padovano, nato nel 1617, e nel
1670 dichiarato professore delle meteore nell'università
della sua patria, e ivi morto otto anni appresso, due
opere ci diede su questo argomento, la prima intitolata
Monumenta patavina, la seconda scritta in italiano e
pubblicata più anni dopo la sua morte dal p. d.
Giannantonio Orsato monaco casinese di lui nipote col
titolo Marmi eruditi, innanzi alla quale il ch. sig.
Giannantonio Volpi ha premessa la Vita del dotto autore
Raccoglitori
e illustratori
di antiche
iscrizioni.
8
. Ambedue sono opere le quali, benchè non sieno senza
errori, spargon però molto lume sull'antica storia. È
ancor pi pregevole l'opera dello stesso scrittore De Notis
Romanorum, che dal Grevio è stata inserita nella sua
gran Raccolta de' Trattati sull'Antichità romane (t. 11).
Una Apologia delle Opere dell'Orsato contro le accuse
ad esse date dal march. Maffei ha pubblicata nel 1752 il
signor Giandomenico Polcastro pronipote dell'autore.
Prima ancor dell'Orsato, avea pubblicata una Raccolta
delle Iscrizioni della città e del territorio di Padova sacre
e profane Jacopo Filippo Tommasini canonico di s.
Giorgio in Alga, e poscia vescovo di Cittanuova
dell'Istria, ove finì di vivere nel 1654, di cui e di più altri
libri da esso dati alla luce si posson vedere il Papadopoli
(Hist. Gymn. patav. t. 2, p. 134) il p. Niceron (Mém. t.
29) e una breve Dissertazione inserita nelle Nuove
Miscellanee di Lipsia (t. 1, p. 148). L'opera del
Tommasini fu pubblicata nel 1649, e fu indi assai
accresciuta dal p. Jacopo Salomoni domenicano, di
patria candiotto, ma vissuto lungamente in Padova. La
stessa fatica riguardo alle iscrizioni della sua patria
intraprese Ottavio Rossi nelle sue Memorie bresciane,
stampate in Brescia nel 1616. Bologna dovette la
pubblicazione delle sue iscrizioni al co. Carlo Malvasia,
che fu poi canonico della metropolitana, e finì di vivere
in età di 77 anni nel 1693. L'opera da lui data alla luce
nel 1690 col titolo Marmora felsinea abbraccia tutte le
8
Il co. Sertorio Orsato pubblicò egli stesso nel 1699 il primo tomo de'
Marmi eruditi, la qual opera fu poi continuata con un altro tomo dal p. d.
Giannantonio di lui nipote.
iscrizioni finallora scoperte in quella città, e l'autore
nell'illustrarla fa pompa di molta erudizione. Giulio
Cesare Capacio segretario della città di Napoli, e scrittor
fecondissimo di molte opere di diversi argomenti, morto
nel 1631 9, ci diede le Antichità e la Storia di Napoli,
della Campagna felice di Pozzuoli. In questa però e
nella maggior parte delle altre opere da noi indicate
vedesi il difetto del secolo, in cui per una parte la critica
e la scienza delle antichità non era ancora stata condotta
a quella perfezione che poscia colle fatiche di tanti
valentuomini ella ha ottenuta; e per altra una coral
ambizione di mostrarsi uom dotto traeva spesso fuor di
sentiero gli eruditi scrittori e gli occupava in lunghe e
per lo più inutili digressioni.
VIII. Nome ancor più illustre in questo
genere di erudizione è quello di Rafaello
Fabretti di cui abbiamo la Vita scritta dal
già lodato ab. Giuseppe Mariotti, e da
monsig. Fabbroni tra le sue inserita (dec. 3, p. 149, ec.).
Era egli nato in Urbino nel 1619, e dopo essere stato
istruito negli studj dell'amena letteratura in Cagli, e
nella giurisprudenza in patria, ove anche in età di
diciotto anni n'ebbe la laurea, passò a Roma. Ivi egli
presto rivolse a sè gli occhi di tutti non solo pel felice
ingegno e per la molteplice erudizione che in lui si vide,
Elogio di
Rafaello
Fabretti.
9
Del Capacio e delle molte opere da lui composte si posson vedere copiose
notizie negli Storici napolitani del Soria (t. 1, p. 128, ec.) il qual crede
ch'ei morisse almeno due anni dopo.
ma anche per la prudenza e per la destrezza nel
maneggio de' pubblici affari. Perciò mandato in Ispagna
per trattare a quella corte di negozj assai rilevanti,
adempiè sì bene l'ufficio impostogli, che da Alessandro
VII fu nominato primo tesoriere, poscia assessore della
nunziatura di Spagna, e tornato dopo 13 anni a Roma,
ebbe l'impiego di giudice delle appellazioni da lui
sostenuto con tal integrità e con tal vigilanza, che non
ebbe chi di lui si dolesse. Fu indi uditore della legazione
di Urbino per tre anni, e poichè da essa fu rimesso a
Roma, ebbe successivamente gl'impieghi e le dignità di
esaminatore del clero, di segretario de' memoriali, di
canonico della basilica vaticana, di prefetto de' sacri
cimiteri di Roma e dell'archivio di Castel S. Angelo. Fra
le occupazioni che questi suoi impieghi gli davano, ei
trovò tempo di coltivare per modo lo studio
dell'antichità, che non v'era forse in quel tempo chi gli si
potesse paragonare; e lo studio da lui posto su' greci e
su' latini scrittori, e le diligenti osservazioni su tutto ciò
ch'erane meritevole, da lui fatte in Roma e ne' diversi
suoi viaggi, lo arricchirono di quelle cognizioni ch'erano
a ciò opportune. Si accinse fra le altre cose a esaminare
e a raccogliere tutte le iscrizioni e tutti gli antichi
monumenti sparsi nel Lazio, e tutta perciò corse quella
provincia solo a cavallo, internandosi fino nelle
spelonche, e salendo sulle più erte cime de' monti, per
non lasciarne inosservata alcuna benchè picciola parte.
Ed avea egli per tal modo avvezzo il cavallo ad
arrestarsi, ove incontravasi cosa degna di osservazione,
che divenuto esso pure antiquario, si fermava talvolta
benchè dal padrone avvisato, e lo avvertiva così ch'era
ivi cosa che doveasi esaminare. Ma il frutto di tante
fatiche rimase inedito; e solo una Dissertazione ne fu
poi pubblicata, in cui egli emenda alcuni errori ne' quali
è caduto il p. Kircher nella sua descrizione del Lazio
(Diss. dell'Accad. di Cortona. t. 3, p. 221). L'insigne
opera del Fabretti De Aquis et Aquaeductibus veteris
Romae, stampata la prima volta nel 1680, fu essa pur
frutto delle ricerche da lui fatte nel Lazio; e perchè fu la
prima ch'ei dasse in luce ne fece tosto rimirar da tutti
l'autore come un de' più dotti antiquarj che allor
vivessero. Il solo Jacopo Gronovio veggendosi in
qualche passo dal Fabretti impugnato, scrisse e pubblicò
contro di esso una poco rispettosa risposta; ma anche il
Fabretti sotto il nome di Jasiteo gli replicò con un libro
intitolato Apologema ad Grunovium, in cui sarebbe a
bramare alla molta erudizione con cui confuta il suo
avversario, avesse congiunta una maggior moderazione
nell'impugnarlo. La colonna di Traiano diede essa pure
al Fabretti l'argomento di una dottissima Dissertazione,
in cui delle navi degli antichi, della milizia, de' sacrifizj
e di altre somiglianti materie ci dà rare e pellegrine
notizie. L'ultima opera, colla quale il Fabretti segnalò il
suo nome, fu la gran Raccolta delle Iscrizioni da lui
pubblicata, cioè di quelle ch'egli avea adunate in sua
casa, e di quelle assai più ch'egli avea altronde copiate:
raccolta che e per l'esattezza con cui sono espresse, e
per l'eruditissime dichiarazioni con cui egli le
accompagna, fu da tutti accolta come la migliore che si
fosse veduta, e che è la prima, come osserva il march.
Maffei (De Arte crit. lapid.), che non sia piena
d'iscrizioni finte e supposte, benchè pure alcune
pochissime vi siano corse. Egli finì di vivere in Roma a'
19 di gennaio del 1700, in età di 81 anni, e fu pianto da
tutti i dotti, da' quali egli era non meno stimato che
amato. Il bel tesoro di antichi monumenti da lui raccolti,
che fu poi trasportato ad Urbino, dal card.
Gianfrancesco Stoppani nel 1756 insieme con altri
monumenti d'antichità in quel ducato raccolti fu posto
ed ordinato nell'antico palazzo de' duchi.
IX. Ebbe innoltre fama di dotto antiquario
Ottavio Falconieri prelato romano di cui si
hanno alle stampe diverse Dissertazioni
appartenenti alle antichità nelle Raccolte del Grevio e
del Gronovio (Rom. Antiq. t. 4; Graec. Antiq. t. 8), e a
cui dobbiamo ancora la pubblicazione della Roma
antica di Famiano Nardini fatta con qualche sua giunta
in Roma nel 1666. Avverte però Apostolo Zeno (Note al
Fontan. t. 2, p. 252) che un grave errore egli prese
nell'interpretare una medaglia degli Apameesi, in cui gli
parve di raffigurare l'arca e l'universale diluvio col nome
di Noè, mentre altro non vi era che le tre ultime lettere
della greca voce Apameon, che da lui lette all'orientale
indicavano appunto Noè. Monsig. Fabbroni ne ha
pubblicate due lettere al principe Leopoldo de' Medici
(Lett. ined. t. 1, p. 248), nella prima delle quali, ch'è
assai lunga ed eloquente, a istanza del card. Pallavicino
lo prega a fare che le Opere di Torquato Tasso sien
Altri
antiquarj.
citate nel Vocabolario della Crusca, nella seconda gli
spone il riconciliar ch'egli avea fatto l'animo dell'ab.
Michelangiolo Ricci, che fu poi cardinale con Alfonso
Borelli. Molte altre lettere del Falconieri si trovano
sparse tra le lettere famigliari del co. Magalotti, di cui
era amicissimo, e da una di quelle del Magalotti
raccogliesi ch'ei può aver diritto ad essere annoverato
tra gli Accademici del Cimento. "È intenzione del
Serenissimo Principe, scriv'egli a Michelangiolo Ricci
(Lett. famigl. t. 2, p. 4), che il Sig. Ottavio Falconieri,
come nostro Accademico, sia anch'egli a parte d'ogni
speculazione, purchè si mantenga in fede, senza più
ritornare, come suol dirsi, al vomito del Peripateticismo,
dopo esserne così felicemente risanato per sua
testimonianza, mercè dei frequenti discorsi avuti con
esso lei nell'ultima villeggiatura di Frascati". Un altro
illustre Antiquario produsse il Friuli in Filippo del Torre
nato in Cividale di antica e nobil famiglia nel 1657, di
cui ha scritta lungamente la Vita Girolamo Lioni
(Giorn. de' Letter. d'Ital. t. 28, par. 1, p. 309, ec.). Egli
dopo essere stato in Padova scolaro del famoso Ottavio
Ferrari, e dopo essersi ben istruito non solo nell'amena
letteratura, ma ancora nella giurisprudenza, nella
matematica e nell'anatomia, passò a Roma nel 1687, e
ammesso nel collegio detto de Propaganda, tutto si diè
agli studj sacri, e si rendette in essi sì noto, che il card.
Giuseppe Renato Imperiali andando legato a Ferrara
seco il condusse suo uditore. Tornato dopo sei anni a
Roma, si applicò a scrivere la sua grand'opera sulle
antichità di Anzio, e la pubblicò nel 1700 col titolo
Monumenta veteris Antii, ec., ed ebbe il piacer di
vederla ricevuta con sommo applauso dagli eruditi e
onorata di quegli elogi che ben le eran dovuti. Clemente
XI nel 1702 il nominò vescovo d'Adria, ed egli
trasferitosi alla sua chiesa, la resse con sommo zelo,
senza però intermettere gli usati suoi studj, fino all'an.
1717 che fu l'ultimo della sua vita. Più altre
dissertazioni e più altri opuscoli appartenenti
all'antichità, alla storia naturale e ad altre materie diede
egli alle stampe, e più altri rimasero inediti, de' quali si
può vedere il catalogo nelle sue sopraccitate Vite, ove
anche ragionasi delle contese che per alcuni di essi ei
sostenne. Io aggiungerò qui ancora Girolamo Aleandro
il giovane, pronipote dell'altro Girolamo di cui abbiamo
parlato nella Storia del secolo precedente, perciocchè tra
le opere di esso abbiamo la spiegazione di un'antica
tavola di marmo, in cui vedesi scolpito il Sole con altri
simboli, e la spiegazione de' sigilli di una zona che
cinge un'antica statua, opera di molta e rara erudizione,
la qual pur si vede nella confutazion da lui fatta
dell'opinione di Jacopo Goffredo sulle Regioni
suburbicarie. Ma di lui e delle altre opere da lui
pubblicate io non dirò più oltre, perchè a lungo ne han
ragionato il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 1, p.
414, ec.), e più ampiamente ancora il sig. Giangiuseppe
Liruti (Notizie dei Letter. del Friuli t. 1, p. 198, ec.).
Delle opere di monsig. Giovanni Ciampini che a questo
luogo appartengono, si è già detto nel ragionare degli
scrittori sacri, ove anche si è parlato di alcuni altri, da'
quali l'ecclesiastiche antichità furono illustrate. E io
perciò aggiungerò sol un cenno sui famosi Frammenti
delle Antichità etrusche, pubblicati nel 1637 da Curzio
Inghirami, che affermò di avergli dissotterrati presso
Volterra sua patria. Negli Elogi degl'illustri Toscani, ove
è stato inserito quello di questo scrittore morto nella
fresca età di 31 anni nel 1655, si confessa (t. 3) ciò che
da niuno mediocremente erudito si osa ormai di negare,
che tai monumenti su' quali da alcuni menossi allora
tanto rumore, sono falsi e supposti; ma si adducono
insieme diverse ragioni per dimostrare che all'Inghirami
non deesi perciò la taccia d'impostore, ma che anzi dee
credersi ch'ei veramente li ritrovasse, e che fosse
ingannato dall'impostura altrui chiunque questi si fosse.
Il più forte argomento sembra a prima vista quello che si
fecer processi per riconoscer la verità degli scavamenti
ch'ei diceva di aver fatti che si trovarono di fatto alcuni
di cotai monumenti nascosti profondamente sotterra. Ma
poichè si confessa ch'essi sono supposti, convien
confessare che alcuno ivi a bella posta gli ascose, poichè
certo essi non vi nacquero come funghi, nè
germogliarono dalle radici. Or perchè non poteva
avergli ivi occultati lo stesso Inghirami? Se alcun altro
fu l'autor dell'inganno, perchè non si accinse egli allo
scavo? Gli autori di cotai burle non hanno altro fine che
di godere il piacere di veder molti delusi; e io non so se
vi sia mai stato uno che dopo aver sostenuta la pena di
fingere monumenti, e occultarli sotterra, non siasi curato
di veder l'effetto di cotale impostura. Nè io perciò
voglio dare all'Inghirami la taccia d'impostore. Fors'egli
volle soltanto prendersi giuoco d'altrui. Ma ei non
l'ottenne se non presso quelli cui poca gloria era
l'ingannare.
X. Tanti e sì pregevoli monumenti scoperti
e dottamente illustrati giovaron non poco a
rischiarar l'altro ramo delle antichità, cioè
gli usi e i costumi delle antiche nazioni e de' Romani
singolarmente. E io nominerò dapprima la raccolta di
dissertazioni di diversi autori su diversi punti di
antichità singolarmente romane col titolo di
Miscellanea italica erudita, pubblicata dal p. Gaudenzio
Roberti carmelitano in Parma in quattro tomi nel 1960,
in cui contengono molti trattati su tale argomento,
benchè non tutti di ugual valore. Le fabbriche e la forma
dell'antica Roma, benchè avessero occupate le penne di
molti valorosi scrittori del secolo precedente, furono
nondimeno l'oggetto delle ricerche di più altri autori a'
tempi di cui scriviamo; e abbiam su ciò molte opere di
Giannangelo Ruffinelli, di Jacopo Lauro, di Giovanni
Maggi, di Filippo Rossi, di Giambattista Casali, di
Jacopo Marucci, di Fioravante Martinelli e di più altri
scrittori. Ma in questo genere le più pregiate sono la
Roma in ogni stato di Gasparo Alveri pubblicata nel
1654 10 e nel 1664 in due tomi in folio, la Roma antica
di Famiano Nardini, che, come si è detto poc'anzi, fu
Continuazion
de' medesimi.
10
Benchè nel Catalogo della Capponiana dicasi il primo tomo dell'Alveri
stampato nel 1654, par veramente ch'esso pure fosse stampato nel 1664,
col qual anno veggonsi segnate le copie che se ne hanno in diverse
biblioteche.
data in luce dal Falconieri, e la Roma vetus et recens del
p. Alessandro Donati gesuita sanese, più volte stampata,
e inserita ancora nel Grevio nel suo Tesoro (t. 3). Le
opere del Bellori, del Fabretti, del Falconieri, e di altri
che a questo argomento appartengono, sono state già da
noi accennate poc'anzi. Lorenzo Pignoria padovano fu
uno dei più faticosi illustratori di ogni genere
d'antichità, e tanto più ammirabile ne fu l'erudizione,
quanto pareva essa men propria del genere di vita da lui
intrapreso. Perciocchè dopo fatti i primi studi alle scuole
dei Gesuiti di Padova, e poscia quelle dell'università, e
dopo essersi ordinato sacerdote, andò a Roma col
vescovo di Padova Marco Cornaro, e vi stette due anni,
e tornato poi a Padova, fu confessore di monache, e
parroco della chiesa di s. Lorenzo, e finì di vivere nel
1631 in età di 60 anni 11. Nondimeno le monache e i
suoi parrocchiani gli permisero non solo di radunarsi in
casa un bel museo d'antichità, ma ancor di scrivere molti
trattati. Quello de' Servi è un de' migliori in tal genere,
benchè secondo il costume del secolo sia molto diffuso.
Le antichità egiziane ancor furono da lui rischiarate così
nella sua opera su' Geroglifici, come nella spiegazione
della famosa Tavola isiaca. Nè egli trascurò quelle della
sua patria, delle quali trattò in tre lettere latine al senator
Domenico Molino, nelle sue Origini di Padova, e nel
suo Antenore, opere nelle quali ei diede a conoscere la
buona critica di cui era fornito, rigettando come
11
Il Pignoria quando finì di vivere, non era più parroco di s. Lorenzo in
Padova, ma canonico e penitenziere di Trevigi, onore ottenutogli dal card.
Francesco Barberini il vecchio, splendido protettor de' dotti.
supposti e favolosi parecchi scrittori, e confutando certe
tradizioni popolari prive di fondamento. Ma la sua
critica diè occasione, come spesso avviene, al Pignoria
di sostener lunga contesa, singolarmente per cagion
della patria di Giulio Paolo celebre giureconsulto, di cui
egli ardì di porre in dubbio se fosse padovano, com'erasi
finallora creduto; e il principale dei suoi nemici fu il
Portenari, di cui diremo più sotto. La serie degli
opuscoli dell'una parte e dell'altra pubblicati per tal
contesa, si può vedere presso Apostolo Zeno (Note al
Fontan. t. 2, p. 133). Il catalogo di più altre opere del
Pignoria si ha presso il Tomasini (Athen. Patav.), il
Papadopoli (Histor. Gymn. Patav. t. 2, p. 286) e presso il
p. Niceron (Mém. des Homm. ill. t. 2), presso i quali
scrittori più minute notizie si potran ritrovare di questo
scrittore. Ad essi però deesi agiugnere che molte lettere
del Pignoria sono state poi pubblicate nella Raccolta di
Lettere inedite, stampato in Venezia nel 1744, le quali a
chi volesse scrivere diffusamente la Vita di questo dotto
scrittore potrebbon dar molto lume. Il trattato De Lege
regia di Giambattista Castelli padovano, e professore in
quella università, stampato nel 1685, quelli sulla Toga e
sul Lato Clavo de' Romani, e sul Sistro egiziano di
Girolamo Bossi pavese, professore nell'università di
Pavia, di cui e delle cui opere copiose notizie ci
somministra il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 3, p.
1856), il trattato De Caligis veterum del p. Giulio
Negroni gesuita genovese, e quel di Fortunio Liceto
sugli anelli degli antichi, la Dissertazione del p.
Bacchini su' Sistri, l'opera di Vincenzo Contarini De
frumentario Romanorum largitione, et de militari
Romanorum stipendio, alcune delle opere sì stampate
che inedite di Giambattista Capponi bolognese, che si
annoverano nell'elogio di esso inserito nelle Memorie
de' Gelati (p. 256, ec.), sono opere che allo studio della
antichità recarono molta luce, benchè in esse
comunemente manchi una certa precisione e un certo
ordine che ne renda utile insieme e piacevole la lettura.
Uomo ancora dottissimo nelle antichità sacre e profane
e insieme nella giurisprudenza, nella filosofia, nella
matematica, nell'architettura militare e nelle lingue
orientali fu Domenico Aulisio napoletano, che per molti
anni sostenne in Napoli la cattedra del Diritto civile, e
ivi morì nel 1717, in età di 78, o, secondo altri, 68 ani.
Oltre alcune opere legali e filosofiche, ne abbiamo i due
libri delle Scuole sacre, stampati dopo la sua morte nel
1729, opera molto erudita, ma non ugualmente felice nel
metodo e nello stile, e ne abbiamo ancora alcune
Dissertazioni latine sulla costruzion del Ginnasio,
sull'architettura de' Mausolei, ec., delle quali ci dà il
catalogo insieme colle notizie dell'autore il co.
Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 2, p. 1261, ec.) 12.
12
Dell'Aulisio parlano più lungamente il p. d'Afflitto (Mem. degli Scritt.
napol. t. 1, p. 474) e il Giustiniani (Scritt. legali napol. t. 1, p. 91). A lui
può congiungersi Pietro Lasena, oriondo dalla Normandia, ma nato in
Napoli nel 1590, e morto in Roma nel 1636. Egli veggendo che alcuni
scrittori napoletani eransi, secondo la critica di que' tempi, impegnati a
sostenere che fin da' tempi di Ulisse erano in Napoli pubbliche scuole, e
che Ulisse medesimo, dopo avere distrutta Troia, era stato in esse scolaro,
prese a impugnare sì sciocca opinione, e il fece col suo trattato
XI. Fra tutti però gli scrittori d'antichità, se
non il più dotto, certo il più felice Ottavio
Ferrari milanese, e nipote di quel Francesco
Bernardino Ferrari, di cui altrove si è fatta
menzione. L'opera da lui pubblicata De re vestiaria, a
cui aggiunse poi l'Analecta sullo stesso argomento
contro Alberto Rubenio, e le dissertazioni De Lucernis
sepulchralibus Veterum, De Pantomimis et Mimis, De
Balneis et Gladiatoribus, i due libri intitolati Electorum,
furono più volte stampate anche oltremonti, e ammirate
come piene di erudizione. Nacque però presso alcuni
sospetto che Ottavio le avesse trovate tra gli scritti del
suddetto suo zio, che nelle antichità era uomo
dottissimo, e che come sue le avesse francamente
spacciate. Ottavio era nato in Milano nel 1607, e aveva
dati sì presto saggi di vivo e fertile ingegno, che in età
poco oltre i 20 anni fu dal card. Federigo Borromeo
destinato professor d'eloquenza nel suo collegio
ambrosiano. Nel 1634 fu chiamato all'università di
Padova ad occupare la stessa cattedra, e vi si aggiunse
poscia ancor quella della lingua greca. Gli storici di
Elogio
Ottavio
Ferrari.
di
Dell'antico Ginnasio napoletano, stampato in Roma nel 1641, e poi
ristampato nel 1688 nel quale ei mostra che gli antichi ginnasj non erano
istituiti che agli esercizj del corpo, e combatte singolarmente Francesco
de Petris, che nella sua infelice Storia di Napoli, stampata nel 1634, avea
voluto sostenere quella popolar tradizione. Ma anche l'opera del Lasena
pel disordine con cui è scritta, e pe' molti errori di cui è ingombra, non è
in molto pregio presso degli eruditi. Di lui e di altre opere da lui
pubblicate veggasi il Soria (Degli Stor. napol. t. 2, p. 339, ec.).
quella università confessano (Papad. t. 1, pag. 374;
Facciol. pars 1, p. 60) che parve ch'essa per opera del
Ferrari risorgesse all'antica sua fama; tanto era
l'applauso, e sì numeroso il concorso con cui egli
leggeva. Lo stipendio ch'ei giunse ad avere, ne è chiara
pruova; perciocchè, con esempio per tal cattedra non
mai veduto, egli ebbe fino a duemila annui fiorini. E
inoltre, avendo agli recitato un Panegirico in lode della
reina Cristina, n'ebbe da lei in premio, come altrove si è
detto, una collana d'oro del valor di mille ducati, e un
altro Panegirico pubblicato avendo in onore del re Luigi
XIV, questi per cinque anni, secondo il Papadopoli (l.
c.), per sette, secondo l'Argelati (Bibl. Script. mediol. t.
1, pars 2, p. 612), gli fece annualmente pagare 500
scudi. La città di Milano ancora, dopo la morte di
Ripamonti, dichiarollo suo storiografico coll'annuo
stipendio di 300 scudi, ed egli avea già composti otto
libri di Storia; ma veggendo che non gli venivano
somministrati i documenti perciò necessarj, e temendo
innoltre di offender con essi o la Casa di Austria, di cui
era suddito, o il re di Francia, da cui era stato
beneficiato, cessò dal lavoro, e vietò che ciò che avea
scritto, venisse mai pubblicato. Nè io credo che molto
abbiano in ciò perduto le lettere; perciocchè gli onori e i
premj conceduti al Ferrari ci mostran più il reo gusto del
secolo, che il merito dello scrittore. Se le opere di esso,
che spettano alle antichità, sono erudite, quelle che
appartengono all'amena letteratura, hanno in sommo
grado tutti i difetti del tempo a cui egli vivea. Il lor
catalogo si può vedere presso l'Argelati. Ad esse però se
ne possono aggiugner più altre che, come mi ha
avvertito l'eruditissimo sig. d. Jacopo Morelli, si
conservan originali nella libreria di s. Giustina in
Padova; e sono De funere Christianorum libri IV, opera
non finita, le Lezioni da lui fatte dalla sua cattedra su
Apuleio, su Tacito, su Giovenale. su Virgilio, alcune
Dissertazioni su Tertulliano, e un'opera in sette libri
intitolata Gymnastica sacra, seu duriores veterum
Christianorum ad corpus edomandum artes 13.
13
Il Ferrari scrisse anche una Centuria di elogi d'uomini illustri per lettere, e
se ne conserva l'originale ms. presso il suddetto ab. Morelli. L'opera è
scritta in istile più semplice e più elegante; e io ne recherò qui un saggio
da lui trasmessomi, anche perchè ci dà notizia di erudito Tedesco vissuto
lungamente fra noi, e di cui io non so che altri abbia fatta menzione.
Quirinus Cnoglerus Austriacus.
Ingrati amici nota piane sabeunda esset, si eruditissimum virum hisce
honoris ac gloria fastis non adscriberem, a quo ingenii cultum accepimus,
cujusque monitis ab hac vulgari ingrataque discendi consuetudine ad plenam
solidamque studioram rationem excitati sumus.Jactatus diu incertis sedibus
per Poloniam ac Germaniam tandem in atque cum arte medica, quam ad
miraculum callebat. Graecas litteras omneque antiquitatis studium
conjunxerat. Erat illi mite ingenium, nisi illud naturale gentis suspicacissimæ
vitium senecta et peregrinatio tum cruris debilitas asperasset; ut semper
suspicionibus indulgens, anxie trepidus, sibique mele metuens, nonnisi rixat et
jurgia cum doctis et quandoque amicissimis sereret. Quæ illi causa potissima
peregrinatiorum fuit, cum vel fastidiret ipse, vel taedio hospitibus esset,
quorum patientissimi morosum ferre ingenium non possent; atque ita
Scytharum more vagus et exul mutare subinde loca cogeretur. Cum
Mediolanum venisset, quo famem propulsaret, devovit Cenobio operam,
variasque disciplinas inter Monachos professus est, sola cibariorum mercede;
neque est passus diutius latere inglorium Cardinalis Federicus, liberalique
Scrittori
della Storia
de' tempi
loro.
XII. Or venendo più da vicino agli scrittori
di Storia, pochi ne abbiamo che a tutti i
tempi e a tutte le nazioni stendessero le loro
ricerche. E oltre i Compendj storici del co.
stipendio attributo, in Mediolanensi Seminario constituit, ut Græcas Litteras
profiteretur. sub quo nos etiam primis Græcæ eruditionis stipendiis meruimus.
Cum assuetis uni velalteri Codici adolescentibus Latinos Græcosque
Scriptores proponeret, viamque ad sapientiam studentibus aperiret, tenerisque
animis instillaret mirificos eruditionis amores, vir, cum bilis subsidisset,
festivissimus, ac memoriæ prodigiosæ, qua fere latinos omnes Poetas rara
felicitate redderet. Neque tam ingenio, quod non ita ut Italis vividum
profitebatur, quam labore improbo, jungendoque noctes diebus profecerat.
Inibi eum quoque domesticus morbus invasit, et quicquid a studiis vacabat,
altercando semper et mussando, et cum vilissimæ familiæ parte transigebat.
Nec tulere querulum senem ae cura erat, sed data venia dimisere; cui prorsus
quicquid apud nos Litteraraturæ politiori est debemus. Cum illum revocare
non multo post et condonare tantæ virtuti molestos magis quam noxios mores
precibus nostris animum induxisset Princeps, nusquam reperiri potuit; donec
nuncius venit, eum Parmæ cum medicam factitaret, populari morbo extinctum;
idque majori detrimento, quod nullus scripta ejus perlegere possit: tam rudi et
confuso charactere utebatur. Libri, quos non editos, sed absolutos legimus de
Sacris Eleusiniis, ac de Talis et Tesseris; tum Loci Ethici et Politici, Græcam
Latinamque eruditionem in unum mirabili ordine contraxerant. Jam qui
Gaspari Aselii nomine circumfertur, licet lactearum venarum inventum
ejusdem sit, liber ipse sub oculis nostris ad verbum a Quirino conscriptus est.
In altra maniera si volse ad illustrare le antichità uno scrittore poco finor
conosciuto, e degno nondimeno di andar del pari co' più rinomati, cioè
Giacomo Grimaldi, bolognese di nascita, ma vissuto quasi sempre in Roma,
ove fu cherico beneficato di s. Pietro, e ove morì nel 1623. Il sig. co. Fantuzzi
è stato il primo a rischiararne la memoria, valendosi de' documenti trasmessigli
Alfonso Loschi, che non sono in gran pregio, appena
v'ha libro che qui possa essere mentovato; perciocchè il
Mappamondo storico del p. Antonio Foresti della
Compagnia di Gesù carpigiano di patria non venne a
luce che sul principio del nostro secolo. Molti bensì
furono gli scrittori delle cose memorabili de' tempi loro,
e abbiam tra essi Giorgio Piloni, Giambattista Birago,
Alessandro Ziliolo, Vincenzo Forti, il co. Maiolino
Biscaccioni più celebre per le sue avventure che per le
sue, benchè moltissime, opere (V. Mazzucch. Scritt. it. t.
2, par. 2, p. 1264), Pietro Gazzotti, Girolamo Brusoni da
Legnago, le cui vicende pure potrebbon qui occuparci,
se il co. Mazzucchelli non ci avesse già dato intorno a
questo scrittore un bellissimo articolo (ivi par. 4, p.
2241, ec.). E lo stesso io dirò di Ferrante Pallavicino, tra
le cui opere, che presso alcuni hanno il merito d'esser
ricercate per la loro oscenità e per la lor maledicenza,
abbiamo ancora la Storia delle cose avvenute nel 1636.
Il Bayle, il Chaufepiè, il Marchand ne' lor Dizionarj
hanno a gara parlato di questo scrittore, che fu
decapitato nel fior degli anni in Avignone nel 1644 per
dal sig. ab. Marini (Scritt. bologn. t. 4, p. 306, ec.). Con immensa fatica ei
trascrisse e transuntò tutti i documenti del copiosissimo ed antico archivio de'
Canonici di s. Pietro di Roma, e lo rendette ancora più utili con opportuni ed
esattissimi Indici. Formò diligenti cataloghi di tutti gli arcipreti, e canonici e
beneficiati della stessa basilica. Copiò tutti i papiri da Paolo V acquistati per la
biblioteca vaticana, aggiungendovi gli argomenti, le note, e le spiegazioni delle
abbreviature; la qual opera fu poi dal Doni copiata, senza renderne al Grimaldi
tutta quella giustizia che gli era dovuta, e pubblicata dal Gori senza pur
nominare il Grimaldi. Di queste e di altre opere dello scrittore, niuna però delle
quali ha veduta la luce, veggasi il soprallodato co. Fantuzzi.
gli scritti satirici da lui pubblicati contro il pontef.
Urbano VIII in occasion della guerra di Parma, e in
generale contro la chiesa. Ma le opere di esso non son
tali, che possano rammentarsi con lode dell'italiana
letteratura 14. Molte pure son le opere storiche su gli
avvenimenti di questi tempi del co. Galeazzo Gualdo
vicentino. Ma esse ancora non sono or molto curate; e
chi pur voglia vederne un esatto catalogo può
consultarne la Vita scritta da Michelangiolo Zorzi
(Calog. Racc. d'Opusc. t. 1) e dal p. Angiolgabriello da
S. Maria (Scritt. vicent. t. 6, p. 175, ec.). In maggior
credito sono le Storie di Pier Giovanni Capriata, di cui
egli pubblicò le due prime parti dal 1613 fino al 1644, e
la terza, che giunge al 1660, fu pubblicata da
Giambattista figliuol dell'autore, e dedicata a Francesco
Maria Imperiali Lercari patrizio genovese a que' tempi
splendido protettore de letterati. Ma il più celebre fra
tutti gli scrittori della Storia di questi tempi fu Vittorio
Seri, su cui perciò ci conviene trattenerci alquanto più a
lungo. Egli era parmigiano di patria, e agli 8 dicembre
del 1625, in età di circa 18 anni, avea preso l'abito di s.
Benedetto in quel monastero di s. Giovanni. Così narra
il p. Armellini (Bibl. casin. t. 2), il quale per altro scarse
notizie ci dà della vita da lui condotta nel chiostro; e
accenna solo, senza indicarne il tempo precisamente,
che avendo egli co' primi tomi del suo Mercurio
ottenuta fama d'illustre storico, il re Luigi XIV
14
Delle vicende di questo infelice scrittore ha parlato a lungo ed
esattamente il ch. sig. proposto Poggiali nelle sue Memorie per la Storia
letteraria di Piacenza (t. 2, p. 170, ec.).
chiamollo a Parigi, ov'egli poscia passò i suoi giorni;
anzi dalla testimonianza di Andrea Raineri, da lui
addotta, raccogliesi che avendo il Siri avuta in Francia
dal re una badia secolare, depose l'abito religioso, e
cambiollo in quello di ecclesiastico, cui tenne fino
all'anno 1685, nel qual anno, contandone egli 78 di età,
a' 6 di ottobre chiuse i suoi giorni. In fatti egli nelle
ultime sue opere si intitola D. Vittorio Siri Consigliere,
Elemosinario, et Historiografo della Maestà
Christianissima. Il Mercurio politico fu la prima opera
che ne rendette celebre il nome. È diviso in quindici
tomi, i quali abbraccian la Storia dal 1635 al 1655 15. Ed
egli poscia vi aggiunse le Memorie recondite in otto
tomi, colle quali ripigliando la Storia più addietro, la
conduce dal 1601 al 1640. L'idea del Siri in quest'opera
non è solamente di narrare i fatti avvenuti, ma
d'indagarne le origini e di raccontare perciò le
negoziazioni de' gabinetti e le lor conseguenze, e di
pubblicare i documenti che comprovano i suoi racconti.
Gran copia di essi in fatti si vede nella Storia del Siri,
ch'egli ebbe da alcuni nunzj del papa e da altri
ambasciadori di diverse corone, e dai ministri del re
Luigi XIV, da cui per opera del card. Mazzarino avea
avuti i suddetti titoli con una onorevol pensione; e per
esser meglio informato de' fatti, avea egli un vasto
carteggio co' ministri di molte corti, come ben
raccogliesi e dalla gran copia di lettere ad esso scritte,
15
Due altri tomi inediti del Mercurio del Siri conservansi nella
Magliabecchiana, come mi ha avvertito il ch. p. ab. d. Andrea Mazza, a
cui debbo molte notizie di questo scrittore.
che si conserva nel monastero di s. Giovanni in Parma, e
da molte scritte da lui medesimo a questa corte di
Modena, da cui fu molto favorito a' tempi del duca
Francesco I, le quali si conservano in questo ducale
archivio segreto. Quindi è che le dette Storie non sono a
leggersi molto piacevoli, perchè sono anzi un tessuto di
documenti che un seguito racconto; e l'autore su molti
fatti passa assai leggermente, ove non ne ha distinte
memorie; e su molti altri è estremamente diffuso. M. le
Clerc, che ci ha dato un breve estratto di queste opere
del Siri (Bibl. choisie t. 4, p. 138, ec.), avverte
ch'essendo egli italiano, e scrivendo tomi voluminosi
che poco leggevansi in Francia, ha parlato di Luigi XIII
e del duca d'Orleans di lui fratello e de' loro ministri più
liberamente che non abbian fatto gli scrittori francesi.
Non è però egli ancora esente dall'ordinario difetto degli
scrittori pensionati, cioè di ricompensare gli stipendj e i
donativi cogli elogi de' lor mecenati, e coll'esporre in
aspetto favorevole e glorioso le loro azioni. Benchè
queste Storie pel soverchio numero de' volumi e per la
loro prolissità siano or poco lette, ne è stata però
intrapresa di fresco una traduzione francese col titolo:
Mémories secrets des Archives des Souverains
d'Europe. Qualche altro opuscolo del Seri, scritto in
occasion delle guerre del Monferrato si ha alle stampe,
ma sotto finti nomi, cioè Il Politico Soldato Monferrino,
e lo Scudo e l'Asta del Soldato Monferrino, il qual
secondo libro fu da lui scritto contro il sopraccennato
Giambattista Birago che avea pubblicato Il Soldato
Politico Indifferente, e contro lo stesso Birago ei diè in
luce un altro libro che ha per titolo Il Bollo del
Mercurio veridico del Birago. Il p. abate Armellini
avverte che nel suddetto monastero di s. Giovanni in
Parma conservansi diciotto tomi mss. del Siri, che
contengono una raccolta di scritture, di racconti, di
discorsi politici, ch'erano probabilmente i materiali da
lui raccolti per le sue Storie, e che fra essi vi ha
un'altr'opera contro il Birago intitolata: Mitridate di D.
Vittorio Siri per l'Istoria di Portogallo, e Mercurio
veridico del Dottor Birago.
XIII. Anche la Storia generale d'Italia non
ha nè tal numero nè tal celebrità di scrittori,
che possa farne gran vanto. E niuno ne
abbiamo che si accingesse a scriverne una
compita Storia delle più antiche memorie
fino a' suoi giorni, trattone Girolamo Briani modenese,
che nel 1623 pubblicò in Venezia la sua Istoria d'Italia
dalla venuta di Annibale sino all'anno di Cristo 1527, in
due tomi in 4°, ne' quali vuolsi che avesse parte anche
Giovanni di lui fratello (Mazzucch. Scritt. it. t. 2, par. 4,
p. 2082, ec.), opera la quale, per riguardo a' tempi ne'
quali fu scritta, può annoverarsi tra quelle cui non è
inutile la lettura 16. Alcuni, seguendo le vestigie del gran
Sigonio, presero a rischiarne la Storia de' bassi tempi,
l'origine de' diversi dominj, e le vicende de' popoli che
se ne impadronirono. Io veggo citarsi un'opera di
Scrittori
della Storia
generale
d'Italia.
16 Il Briani scrisse ancora la Storia di Modena, che non è mai stata stampata.
Di esso ho parlato più a lungo nella biblioteca modenese (t. 1, p. 345).
Lodovico Rodolfini di Sabbioneta De origine, dignitate,
ac protestate Ducum Italia, stampata in Argentina nel
1624 (Mèth. pour. l'Hist. t. 40, p. 403); ma non avendola
veduta, non posso darne più esatta contezza. Il co.
Emanuel Tesauro patrizio torinese e cavalier gran croce
dell'ordine de' ss. Maurizio e Lazzaro, fra le moltissime
opere di ogni argomento, che circa la metà del secolo
diè alla luce, pubblicò ancora in Torino nel 1664 Il
Regno d'Italia sotto i Barbari, opera in cui, come in
tutte le altre, si scorge un autore dotato di vivo ingegno,
e che avrebbe potuto avere nella repubblica delle lettere
onorevol luogo, se non si fosse del tutto abbandonato a'
pregiudizj del secolo. Il p. Tommaso Mazza
domenicano, sotto il nome di Didimo Rapaligero,
pubblicò in Verona nel 1683 una Storia de' Goti, ma a
fine principalmente di farvi l'apologia di Annio da
Viterbo. Ma Francesco Sparavieri veronese ne scrisse
un'erudita confutazione, di cui ragiona a lungo Apostolo
Zeno (Diss. voss. t. 2, p. 191). Molto ancor siam tenuti a
Felice Osio milanese e professore nell'università di
Padova, il quale si accinse a dare in luce le Storie di
Albertino Mussato, di Rolandino de' Cortusi e di altri
storici de' bassi tempi, e a illustrarle con note. La morte
non gli permise di compire il suo lavoro, togliendol dal
mondo nella sua peste del 1631, quando egli non era
giunto colle sue note che alla metà del libro primo della
Storia del Mussato. E per vero dire fu buona sorte delle
borse degli eruditi ch'ei non potesse compiere un tal
lavoro, che, se ciò accadeva, la Storia sola del Mussato,
che pur non è lunghissima, avrebbe occupati più tomi in
folio, tanto è fecondo questo commentatore, e tante cose
va egli unendo insieme sotto il pretesto di far note al
Mussato, e tanto si perde in lunghissime e per lo più
inutili digressioni. In questo lavoro ebbe a compagno
Lorenzo Pignoria (V. sopra il n. X), e così furono quegli
storici pubblicati in Padova nel 1636, e poscia inseriti
nel Muratori nella sua Raccolta degli Storici italiani (t.
6). Avea già l'Osio nel 1629 pubblicata ancora la Storia
di Lodi di Ottone e di Acerbo Morena, da lui pure
illustrata con note, ma più discrete, e questa pure, dopo
altre edizioni, è stata di nuovo pubblicata dal Muratori.
Utili parimente alla storia dei bassi tempi furon le
fatiche e le opere di Camillo Pellegrini, uomo
degnissimo di esser posto nel numero de' più benemeriti
di questi studj, e il cui nome nondimeno non è sì
celebre, come esser dovrebbe tra' dotti. Perciocchè egli
fu il primo che, non pago di ricercare gli archivi e le
biblioteche, come altri aveano già fatto, per trarne lumi
alle loro Storie opportuni, prendesse ancora a far
pubblica una bella raccolta di antiche Cronache, e a dar
con ciò la prima idea della grand'opera eseguita poi
dall'immortal Muratori colla sua collezione degli
Scrittori delle cose italiane. Era egli nato in Capova nel
1598, e dopo i primi studj dell'età fanciullesca, mandato
a Napoli alle scuole dei Gesuiti, vi apprese la filosofia,
la matematica, la lingua greca, e arrolatosi poscia nel
clero, aggiunse a questi studj que' della civile e
dell'ecclesiastica giurisprudenza e della teologia; e
formatasi in casa una privata accademia, venivasi spesso
co' suoi accademici esercitando nel ragionare or di uno,
or di altro argomento. Fu poscia inviato a Roma, ove
conversando co' dotti che ivi erano, e visitando
diligentemente gli archivj e le biblioteche, formò l'idea
di raccoglier quante più potesse Cronache e monumenti,
che concernessero la storia de' bassi tempi, e quella
singolarmente della sua patria e di tutto il Regno di
Napoli. Grandi furono le fatiche che perciò il Pellegrini
sostenne ne' molti viaggi ch'ei fece, e grandi spese
ancora convennegli fare per copiare cotai monumenti, e
per formarsi innoltre, com'egli fece nella propria sua
casa, una pregevol raccolta di antichità d'ogni genere,
che poscia, lui morto, andarono miseramente disperse.
Frutto di tante fatiche del Pellegrini fu primieramente
l'Apparato alle antichità di Capua da lui dato alle
stampe nel 1651, in cui minutamente ed eruditamente
descrive le parti della Campagna Felice, e ne ricerca la
storia e le più antiche vicende. Con quest'opera mostrò
egli il suo affetto per la sua patria. Ma maggior
vantaggio ei rendette all'Italia coll'altra intitolata
Historia Principum Longobardorum, nella quale ei
pubblicò la Cronaca dell'anonimo salernitano e parecchi
altri monumenti storici che non avevano ancor veduta la
luce, illustrò con erudite annotazioni, con dissertazioni,
con giunte, quattro agli antichi cronologi pubblicati
alcuni anni avanti dal p. d. Antonio Caraccioli teatino, e
sparse con ciò gran luce non solo sulla storia delle
provincie del regno di Napoli, già da que' principi
signoreggiate, ma ancor su quella di tutta l'Italia. Quindi
l'opera del Pellegrini, dopo essere stata pubblicata di
nuovo e inserita nelle lor collezioni dal Burmanno e dal
Muratori, è stata poscia un'altra volta prodotta al
pubblico, e con più altre giunte e con diverse
Dissertazioni accresciuta e illustrata nel 1749 in Napoli
per opera del sig. Francesco Maria Pratilli, a cui
parimente dobbiamo la Vita del Pellegrini, ch'ei vi ha
premessa. In essa ei ci ragguaglia d'alcune altre opere di
diversi argomenti da questo dotto scrittor pubblicate, e
ci narra insieme in quai modi la gran copia de'
manoscritti da lui raccolti, e delle opere da lui o
cominciate, o anche finite, con gran danno della storia
venisse a perire. Perciocchè egli veggendosi assai mal
condotto di sanità, ordinò a una sua serva che quando ei
fosse vicino a morte gittasse alle fiamme tutto quel gran
fascio di carte; ed ella udendo un giorno che i medici
prediceano sol poche ore di vita, eseguì troppo
fedelmente il ricevuto comando con gran dolore del
Pellegrini, che essendosi allora alquanto ristabilito, si
dolse di avere una serva più del dovere ubbidiente. Poco
però ei sopravvisse al fatale incendio, ed essendosi
trasferito a Napoli, per cercar da quel clima qualche
vantaggio, ivi a' 9 di novembre del 1663 finì di vivere 17.
17
Merita ancor di esser letto ciò che del Pellegrini e delle opere da lui
composte ha scritto più recentemente il sig. Francescantonio Soria
(Storici napol. t. 2, p. 477, ec.). Il sig. Cammillo Pellegrini da lui
discendente, a render più durevole la memoria di questo grand'uomo, ha
fatta ristorare e abbellire la casa da lui abitata, e vi ha posto la seguente
iscrizione, che è opera del celebre sig. d. Fracesco Daniele: Quas. Aedes.
CAMlLLUS. PEREGRINUS. Alexandri. Filius. Illud. Sæculi. Sui. Lumen.
Ut. Ab. Urbano. Strepita. Procul. Animo. Quandoque. Vocaret. Ab.
Inchoato. Excitaverat. Et. Prisci. Aevi. Monumentis. Vudique.
Conquisitis. Ornaverat. Temporum. Iniquitate. Situ et Squalore. Obsitas.
XIV. Per ciò che appartiene alla Storia
particolare d'Italia di questo secolo, abbiam
la storia delle Guerre d'Italia dal 1613 al
1630 di Luca Assarino genovese, ma nato in
Siviglia, di cui di più altre opere poco felici
da lui pubblicate ragiona il co. Mazzucchelli (Scritt. it.
t. 1, par. 2, p. 1170), la Storia d'Italia di Girolamo
Brusoni da noi nominato poc'anzi, che fu aspramente
criticata, come opera di scrittor mercenario e bugiardo
(V. Mazzucch. l. c. t. 2, par. 4, p. 2243), le Memorie
istoriche delle Guerre d'Italia di Gianfrancesco Fossati,
che poi fu vescovo di Tortona, e morì nel 1653 (Angel.
Bibl. Script. mediol. t. 1, pars 2, p. 643), e due scrittori
latini, Giuseppe Ricci, che scrisse le cose avvenute in
Italia dal 1613 al 1653, oltre un'altra Storia delle Guerre
germaniche dal 1618 al 1648, e Paolo Maccio modenese
che si ristrinse alle vicende del 1635. Ma l'autore più
celebre che a questo luogo appartiene, e di cui quasi ad
ogni passo di questo capo potremmo fare menzione se
ne venisse onore all'Italia, è Gregorio Leti, fra le cui
infinite opere, quasi tutte in genere storico, abbiamo
ancora l'Italia regnante, in cui egli ci dà l'idea dello
stato di queste provincie ne' tempi in cui egli scrivea.
Pochi autori sono stati fecondi di opere al par di lui.
Quaranta ne annovera l'Argelati (ib. t. 2, pars 1, p. 800,
ec.), e la maggior parte di esse divise in più tomi, che
tutti insieme giungono quasi a cento. Oltre l'Italia, la
Scrittori
della Storia
d'Italia di
questo
secolo.
Camillus. Peregrinus. Gasparis. Filius. In. Elegantiorem. Formam.
Restituendas. Aere. Suo. Curavit. Anno MDCCLXXXIX.
Francia ancora, la Fiandra, la gran Brettagna, l'Impero,
la città di Ginevra, le reali case di Brandeburgo e di
Sassonia, ebber da esso le loro Storie, e nondimeno non
crederono di esser molto onorate da un tale scrittore, il
quale
volendo
scriver
moltissimo
dovea
necessariamente scrivere con gran fretta, e volendo
piacere a quelli a onor de' quali scriveva, poco curavasi
di dire il vero, ma sol ciò che potesse renderlo ad essi
caro e gradito. Quindi in vano si cerca nelle Storie del
Leti la sincerità e l'esattezza; e oltre ciò lo stile ne è sì
prolisso e diffuso, che non vi ha più efficace rimedio a
conciliare il sonno. La mordacità e la satira
singolarmente contro la corte di Roma e contro la
Religione cattolica è il solo pregio che ne rende care ad
alcuni le opere, le quali senza questo bell'ornamento
rimarrebbero affatto dimenticate. Vuolsi ch'ei medesimo
si vantasse di scrivere ciò che gli parea più opportuno a
ricreare i lettori, e che avesse l'impudenza di dire alla
delfina di Francia, la quale chiedevagli se vero fosse
tutto ciò che egli avea scritto nella Vita di Sisto V, che
una cosa ben immaginaria era migliore e più piacevole
che la verità. Egli era nato in Milano di famiglia per
origine bolognese nel 1630; e nel 1657, avendo fatta in
Genova conoscenza con un Calvinista, si lasciò da esso
sedurre, e passato a Losanna, e presavi in sua moglie la
figlia di un medico calvinista, passò nel 1660 a Ginevra,
e vi soggiornò per 20 anni. Navigò poscia in Inghilterra,
ove dal re Carlo II fu dapprima onorevolmente accolto e
splendidamente premiato. Ma il Teatro britannico da lui
pubblicato, avendo irritato lo sdegno di quel monarca,
ebbe comando d'uscir dall'isola, e ritiratosi in
Amsterdam, vi visse fino al 1701, nel quale anno, a' 9 di
giugno, un colpo d'apoplessia il tolse di vita.
XV. Assai più spazioso è il campo che ci si
offre, se prendiamo a ricercare partitamente
gli scrittori della Storia di ciascheduna delle
città italiane. Ma debbo io affaticare chi
legge aggirandolo dall'una all'altra, e
additandogli gli storici di ognuna? Noi ne abbiam già
molti cataloghi, e i più copiosi tra essi sono quelli
dell'Haim (t. 1, p. 48, ec.) quanto a quelli che scrissero
in lingua italiana, della recente edizion di Milano, e
quello più generale di m. Drouet nella nuova edizione
Del metodo della Storia di m. Lenglet (t. 11, p. 439, ec.),
e i più recenti del Coleti e del balì Farsetti. Poco utile e
molta noia recherei io dunque con un distinto novero di
tutti questi storici; e molto più che molti di essi e per le
favole di cui hanno ripiene le loro opere, e per l'infelice
stile con cui sono scritte, appena hanno alcun merito per
esser ricordati ne' fasti della letteratura. Basterà quindi il
nominare alcuni de' più illustri, e il dare solo una
generale idea del gran numero degli scrittori di tale
argomento, ch'ebbe in questo secol l'Italia. Lo Stato
ecclesiastico ne fu forse il più copioso fra le altre
provincie. Non parlo degli scrittori della Storia di Roma,
perchè essendo essa connessa colla Storia de' Papi, noi
ne abbiamo altrove detto quel poco che era a dirsene.
Ma delle altre città, compresa ancor le castella, appena
Storici
delle città
particolari
dello Stato
pontificio.
alcuna ve n'ebbe che non avesse il suo storico. Tivoli,
Terracina, Sezze, Terni, Rieti, Todi, Nocera nell'Umbria,
Ascoli, Foligno, Camerino, Recanati, Cingoli, Fermo,
Ancona,
Urbino,
Cesena,
Osimo,
Ravenna,
Forlimpopoli, Forlì, Faenza, e anche Monte Alboddo,
Verucchio, Spello, e Carbognano, e Cesi, ed altri luoghi
ancora parvero gareggiare tra loro nell'avere le proprie
loro Storie, e alcune anche n'ebber più d'una. Fra esse
però sono singolarmente pregiate il Racconto istorico
della fondazione di Rimino, e dell'origine e Vite de'
Malatesti di Cesare Clementini, l'Istoria tiburtina di
Francesco Marzio, la Storia di Spoleti di Bernardino
Campelli, quella di Perugia di Pompeo Pellini, quella di
Faenza di Giulio Cesare Tonducci illustrata da Pier
Maria Cavina, di cui pure abbiamo un'altr'opera assai
erudita intitolata Faventia rediviva. Molti storici ebbe
Bologna, e per lasciare in disparte le molte operette di
Gianniccolò Pasquali Alidosi, che sono anzi Cataloghi e
Indici, che vere Storie, io nominerò solo la Storia di
Gaspero Bombaci nobile bolognese che contiene
parecchie notizie che invano si cercano presso altri
scrittori. Di questo storico e di più altre opere da lui
composte, molte delle quali sono parimente dirette a
rischiarare la storia della sua patria, ragiona esattamente
il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t.2, par. 3, p. 1504) 18.
18
Tra gli storici bolognesi deve anche nominarsi con lode monsignor
Giambattista Agocchi bolognese, il quale, dopo diverse onorevoli
commissioni avute da' romani pontefici, nel 1624 mandato nuncio
apostolico a Venezia, e fatto arcivescovo di Amasia, in quella carica finì
di vivere l'anno 1632 alla Motta nel Friuli, ov'egli erasi ritirato per
Ferrara, divenuta pure essa città dello Stato
ecclesiastico, non ebbe più nè un Giraldi, nè un Pigna.
Pregevole è nondimeno, per le notizie che ci
somministra, il Compendio istorico delle Chiese di
Ferrara di Marcantonio Guarini; nè sono inutili le
Memorie degli Eroi di Casa d'Este del co. Francesco
Berni, del quale autore e di molte altre opere da lui
pubblicate ragiona il suddetto co. Mazzucchelli (l. c.
par. 2, p. 995. ec.), e la Cronologia e l'Istoria de' Savi di
Ferrara di Alfonso Maresti, autore però molto sospetto,
ove si tratta di notizie genealogiche.
XVI. Anche i regni di Napoli e di Sicilia
ebber non iscarsa copia di storici. Ma
pochi ve ne ha che possan proporsi a
modello degno d'imitazione. Già abbiamo accennate le
opere di questo argomento pubblicate da Giulio Cesare
Capaccio. Le due Storie di Napoli di Giannantonio
Summonte e di Francesco Capecelatro furono accolte
Del regno di
Napoli.
sottrarsi alla peste. Egli è degno d'elogio singolarmente, perchè in un
tempo in cui quasi tutti gli storici andavano follemente perduti dietro gli
scrittori di Annio da Viterbo, egli ardì di mostrarne l'impostura nella sua
lettera sull'antica fondazione e dominio della Città di Bologna, stampata
in quella città e poi tradotta in latino, e inserita nella collezione del
Burmanno (Thesaur. Antiq. t. 7). Ei fu ancora coltivatore dell'astronomia e
della fisica, come ci mostrano alcune sue opere inedite sulle Comete e
sulle Meteore; e come ancora meglio raccogliesi da alcune Lettere da lui
scritte al Galilei, pubblicate dal dott. Gio. Targioni Tozzetti (Aggrandim.
t. 2, par. 1, p. 87). Del Bombace e dell'Agocchi si posson vedere più
distinte notizie negli Scrittori bolognesi del co. Fantuzzi.
con plauso, e la prima ebbe l'onore di molte edizioni.
L'eleganza dello stile latino rendette pregevole quella
che ne pubblicò il p. Giannetasio da noi nominato al
principio di questo capo. Il p. d. Antonio Caraccioli
teatino da noi nominato poc'anzi, oltre la pubblicazione
delle antiche Cronache già accennate, raccolse ancora
con molta erudizione i Monumenti sacri della chiesa di
Napoli, e ne formò un'ampia opera in latino, che però
non fu pubblicata che nel 1645 dopo la morte dell'autore
19
. Riguardo alle altre città del regno, le Antichità di
Capova di Cammillo Pellegrino da noi già mentovato
19
A questo argomento appartiene ancora la Napoli sacra di Cesare Eugenio,
dal cognome della madre detto anche Caracciolo, stampata in Napoli nel
1623, e in cui tratta dell'origine delle chiese, degli spedali, ec. di quella
città. Carlo de Lellis vi aggiunse la parte II, stampata ivi nel 1654. di lui
parla più volte lodato Soria (Degli Stor. napol. par. 1, p. 225). Presso lui si
potranno vedere più diffuse notizie intorno a tutti gli storici che
illustrarono le vicende del medesimo regno. E belle singolarmente son
quelle ch'egli ci ha date intorno al Summonte (t. 2, p. 570). Il pover'uomo,
appena pubblicati i primi due tomi della sua Storia nel 1601, si vide
arrestato e chiuso in prigione, o perchè i magistrati vi avesser trovato di
che punirlo, o perchè le private passioni si coprissero coll'autorità de'
magistrati. Tutte le copie del primo tomo furon date alle fiamme, benchè
pur dicasi che alcune ne fosser sottratte; ed ei dovette, stando in prigione,
rifarlo a talento de' revisori; e fu costretto a diffondere il secondo con
frapporre qua e là diverse cartucce. Allora ei riebbe la libertà; ma morì
poco appresso a' 29 di marzo del 1602. Ei lasciò due altri tomi della sua
Storia, che furono poscia stampati non senza molte contraddizioni nel
1640 e nel 1643. Ne fu poscia fatta una nuova edizione nel 1675. Benchè
quest'opera superi per molti riguardi le altre che l'avevano preceduta, egli
ancora però vi ha inserite favole e novelle in buon numero.
con qualche altra dissertazione dello stesso dotto
scrittore, le Memorie di Biseglia, e la Cronologia de'
Vescovi di Siponto di Pompeo Sarnelli vescovo della
prima città e ancor più noto per le sue Lettere
ecclesiastiche, son le migliori che si possano
rammentare, benchè moltissime sieno le Storie delle
altre particolari città di quel regno. Più felice, a mio
credere, nella sceltezza e nel valor de' suoi storici fu in
questo secolo la Sicilia. Rocco Pirro natio di Neto, che,
dopo essere stato onorato con diversi cospicui impieghi
ecclesiastici, morì in Palermo nel 1651 in età di 74 anni,
gran luce sparse sulla storia ecclesiastica di quell'isola
colla sua Sicilia sacra, in cui pubblicò tanti pregevoli
monumenti raccolti dalle chiese tutte del regno, e da lui
eruditamente illustrati (V. Mongit. Bibl. sicula t. 2, p.
201). E circa il tempo medesimo il p. Ottavio Gaetano
siracusano gesuita, che alla nobiltà congiunse lo
splendore delle più rare virtù, andava raccogliendo dagli
archivj e da' codici antichi le più sicure memorie per gli
Atti de' Santi di quest'isola. Egli però non ebbe tempo di
pubblicarli, ed essi non vennero a luce che nel 1657 in
due tomi in foglio, cioè trentasette anni dappoichè egli
era morto; e assai più tardi ancora, cioè nel 1707, ne fu
dato al pubblico un'erudita introduzione, da lui intitolata
Isagoge, alla Storia ecclesiastica dell'isola stessa. Di
questo autore e di altre opere da lui composte più
distinte notizie somministrerà a chi le brami il suddetto
Mongitore (ib. p. 110, ec.). Riguardo alla Storia profana
dell'isola abbiamo quella di Giuseppe Buonfigli
Costanzo divisa in tre parti, che da' tempi più antichi
scende fino alla morte di Filippo II, e che fu stampata
nel 1613 in Messina, patria dell'autore che di essa
ancora ci diede la descrizione in otto libri (ib. t. 1, p.
375; Mazzucch. Scritt. it. t. 2, par. 4, p. 2383). Sono
anche in pregio tra gli eruditi gli Annali di Palermo di
Agostino Inveges sacerdote siciliano, morto nel 1677, e
autore di più altre opere quasi tutte dirette a illustrar la
storia della Sicilia, molte delle quali però sono inedite
(Mongit. l. c. p. 87). Il Discorso dell'origine ed
antichità di Palermo, e de' primi abitatori della Sicilia e
dell'Italia di d. Mariano Valguarnera nobilissimo
palermitano, stampato in Palermo nel 1614, è uno de'
più eruditi libri che su questo argomento in quel secolo
pubblicassero. E fu veramente il Valguarnera uomo e
nelle scienze e nelle lingue dottissimo, e avuto perciò in
altissima stima così dalla corte di Spagna, ove fu per
alcuni anni, come dal pontef. Urbano VIII, e da più
eruditi uomini di quell'età (ib. t. 2, p. 44, ec.). Anche le
Memorie istoriche di Catania di d. Pietro Carrera,
L'antica Siracusa illustrata di d. Giacomo Buonanni
duca di Montalbano, le Notizie istoriche di Messina di
Placido Reina, e altre particolari Storie delle città di
quell'isola, per gli antichi monumenti che in esse
s'illustrano, possono aver luogo tra le opere utili alla
storia. E forse non vi ebbe regno e provincia, in cui
tanto s'impegnassero i dotti in ricercare e in illustrare le
loro antichità e le Storie quanto in quell'isola.
XVII. La Toscana, sede in questo secolo e centro della
grave non meno che della piacevole
letteratura pare che della storia sola non
fosse molto sollecita; e forse ciò avvenne,
perchè tanto si erano in ciò adoperati gli scrittori del
secolo precedente, che poco avean lasciato a' lor posteri
in che occuparsi. Abbiam nondimeno le Serie degli
antichi Duchi di Toscana di Cosimo della Rena, uomo
nelle antichità e nelle etrusche singolarmente assai
dotto, di cui si posson veder notizie ne' Fasti
dell'Accademia fiorentina (p. 624), della quale fu
console nel 1673, e la Firenze illustrata di Ferdinando
Leopoldo del Migliore, di cui però vuolsi da alcuni che
il vero autore fosse Pietro Antonio dell'Ancisa, che
molto si adoperò nel raccogliere dagli archivj scritture e
documenti per la Storia delle Famiglie fiorentine (V.
Mazzucch. Scritt. it. t. 1, par. 2, p. 682). Nel che pure
affaticossi molto Bernardo Benvenuti natio di Empoli,
maestro de' principi figli del gran duca Cosimo II, priore
di s. Felicita nella sua patria, e morto l'ultimo giorno del
1699, in età di 66 anni. Avendo egli fatte grandi ricerche
negli archivj di Firenze, compilò l'opera intitolata il
Priorista, divisa in più tomi, in cui delle più illustri
famiglie di quella città dà minute ed esatte notizie. Ma
essa non ha mai veduta la luce (ivi t. 2, par. 2, p. 885,
ec.). Il Discorso cronologico dell'origine di Livorno del
p. Niccolò Magri agostiniano, le Pompe sanesi del p.
Isidoro Ugurgieri domenicano, le Memorie di Pisa di
Paolo Tronci, le Storie di Pistoia di Michelangelo Salvi,
son le migliori tra le opere che appartengono alla storia
delle altre città della Toscana; benchè niuna di esse sia
Della
Toscana.
tale che non abbisogni di correzioni e di giunte in bon
numero.
XVIII. Più felice nel numero e nel valor de'
suoi storici fu la Repubblica di Venezia, e il
costume di commettere un tal lavoro per
pubblica autorità a chi si credesse a ciò più
opportuno, giovò non poco a mantenere e ad avviar
questo studio fra' Veneziani. Dopo il Paruta, di cui
abbiam detto nella Storia del secolo precedente, fu
trascelto all'incarico di scriver la Storia veneta Andrea
Morosini, uomo, dice il ch. Foscarini (Letterat. venez. p.
257), di lunga esperienza nel governo, e consumato
negli studi della più colta erudizione. Egli volle
scriverla in lingua latina, e prese perciò a continuare
quella del Bembo, e colla fatica di oltre a vent'anni la
condusse dal 1521 fino al 1615. Non potè però darle
l'ultima mano; ed essendo venuto a morte nel 1618, fu
dato l'incarico a Lorenzo Pignoria di porla in istato di
uscire alla pubblica luce; ma egli ancora si duole di non
aver potuto prestarle quell'opera di cui avrebbe
abbisognato. Qual ella uscì nondimeno nel 1623, fu
ricevuta con grande applauso, e la sincerità, l'eloquenza
e l'eleganza con cui è scritta, la fecero annoverare tra le
migliori che questo secol vedesse. Tre altri furon poi
destinati al medesimo impiego, Niccolò Contarini, eletto
indi doge nel 1630, e morto l'anno seguente, Paolo
Morosini fratello dell'Andrea, e Jacopo Marcello. Ma la
Storia del primo si giace tuttora inedita, il secondo
Della
Repubblica
di Venezia.
invece di proseguire l'altrui lavoro, volle scrivere una
Storia generale della città dalla fondazione di essa fino
al 1487 in cui si desidera una maggior esattezza
nell'indicare i fonti e le pruove delle sue asserzioni, ed il
terzo gittò al fuoco ciò che avea scritto (ivi p. 259, 277,
ec.). Succedette ad essi Giambattista Nani chiarissimo
senator veneziano impiegato dalla repubblica nelle più
onorevoli ambasciate, e morto in età di 63 anni nel
1678. La Storia della Repubblica da lui scritta in lingua
italiana, e divisa in due parti, che abbraccia lo spazio
corso tra 'l 1613 e 'l 1671, si ha in concetto di opera per
la veracità de' racconti e per la sodezza delle politiche
riflessioni pregevolissima, a cui manchi solo uno stile
alquanto più semplice e più elegante. E del plauso con
cui fu accolta, son pruova le traduzione fattene nelle
lingue francese ed inglese. Innanzi alla nuova edizione
fattane in Venezia nella Raccolta degli Storici veneziani,
si è premessa la Vita di questo celebre storico, scritta dal
p. d. Pier Caterino Zeno somasco. L'ultimo che in
questo secolo si accingesse per pubblica autorità alla
stessa fatica, fu Michel Foscarini, la cui Storia, stampata
nel 1696, non ebbe plauso uguale a quello che avuto
avea quella del Nani, e ch'ebbe poi quella di Pietro
Garzoni, stampata sul principio di questo secolo, di cui
non è di questo luogo parlarne. Io lascio in disparte altre
men celebri Storie della stessa Repubblica, di
Giambattista Contarini, di Francesco Verdizzotti, di
Giacomo Carusio, di Giambattista Veri scrittor latino
elegante. Di Alessandro Maria Vianoli, e di quelle delle
guerre da' Veneziani avute co' Turchi di Andrea Valiero,
di Girolamo Brusoni, e di Alessandro Locatelli, e i libri
scritti all'occasione del famoso Squittinio della libertà
veneta, e diverse opere sul dominio del Mare adriatico,
perchè non vi ha cosa che meriti grandi elogi.
XIX. Alcune fra le città suddite alla
Repubblica venete ebbero storici, se non
molto eleganti, almen diligenti abbastanza,
riguardo al secolo in cui viveano. Le opere
già da noi mentovate sulle antichità di Padova
dell'Orsato, del Tommasini, del Salomoni, del Pignoria,
illustrarono molto la storia di quella città; il che pure
studiossi da fare, come meglio potè, Angelo Portenari
religioso agostiniano ne' suoi nove libri Della felicità di
Padova, stampati nel 1623. La Storia di Vicenza di
Jacopo Marzari, e la Storia ecclesiastica della stessa
città di f. Francesco Barbarano de' Mironi cappuccino,
posson giovare a dar qualche lume finchè non se ne
abbia una migliore 20. Quella di Verona scritta dal co.
Lodovico Moscardo è lodata dal march. Maffei (Ver.
illustr. par. 2, p. 471); ed ei si rendette ancora utile alla
patria per l'insigne museo da lui raccolto e da noi altrove
citato. Già abbiam parlato delle Memorie bresciane di
Ottavio Rossi, di cui abbiamo gli Elogi storici de'
Delle città
dello Stato
veneto.
20
Miglior di queste è l'opera di Silvestro Castellini, che circa il 1620 scrisse
gli annali della sua patria, e li corredò di diplomi e di altri autentici
monumenti. Quest'opera non ha veduta la luce che pochi anni addietro.
Del Marzari e del Barbarano veggansi gli Scrittori vicentini del p.
Angiolgabriello da S. Maria (t. 5, p. 215; t. 6, p. 135).
Bresciani illustri, e si può ad essi aggiugnere il Ristretto
della Storia bresciana di Leonardo Cozzando. L'Istoria
quadripartita di Bergamo di f. Celestino cappuccino, e
l'Efemeride sacro-profana del p. Donato Calvi
agostiniano mostrano il desiderio ch'ebbero questi
scrittori di illustrare la loro patria, e al primo deesi
anche lode maggiore pel pubblicar ch'ei fece parecchie
carte de' bassi tempi. Due buoni storici ebbe Trivigi in
Bartolommeo Burchellati e in Giovanni Bonifacio. Per
le notizie della vita di questi due storici io rimanderò i
lettori a' diligenti articoli che ce ne ha dati il co.
Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 4, p. 2426, ec.; par. 3,
p. 1652, ec.), il quale ancora annovera minutamente
tutte le opere da essi composte, poichè questi due
scrittori parevano gareggiare tra loro a chi fosse più
fecondo ne' parti del loro ingegno. Il Burchellati scrisse
in latino, e avendo radunata gran copia di monumenti e
di notizie concernenti la storia della patria, pubblicò nel
1616 col titolo Commentariorum Memorabilium
multiplicis Historiae tarvisinae locuples Promptuarium,
titolo che corrisponde appunto all'opera che si può
considerare come un magazzino pieno di merci, non
tutte però di ugual valore, e a sceglier le quali fa d'uopo
di fino discernimento. Il Bonifacio, ch'era natio di
Rovigo, e che visse fino al 1635, scrisse in italiano una
seguita ed esatta Storia di Trevigi, e fin dal 1591 la diè
in luce. Quindi rifacendosi sul suo lavoro, l'ampliò, la
corresse e la continuò fino al 1623, valendosi anche
dell'opera pubblicata frattanto dal Burchellati. Ma
questa Storia così migliorata, fu da lui lasciata inedita, e
non venne a luce che nel 1744, ed è degna di aver luogo
tra le migliori Storie delle città italiane. L'antica Storia
del Friuli, scritta in latino da Arrigo Palladio di lui
nipote. Non ugualmente pregiate son quelle di Feltre di
Girolamo Bertondelli, di Belluno di Giorgio Piloni 21 e
l'Udine illustrata di Giangiuseppe Capodagli. Io
aggiugnerò qui per ultimo, benchè questa città sia di
dominio austriaco, la Storia di Trieste del p. Ireneo dalla
Croce carmelitano scalzo, stampata in Venezia nel 1698,
che per le antichità in essa pubblicate fu onorata di molti
encomi, e leggesi tuttora con frutto.
XX. Molte ancora sono le opere colle quali
fu in questo secolo illustrata la città di
Milano. Io però non farò che accennare
quelle di d. Placido Puccinelli monaco
casinese, di Girolamo Borsieri, di Carlo
Torre, per tacer d'altri anche men buoni scrittori. Le
Storie latine di Giuseppe Ripamonti canonico della
Scala furono applaudite finchè lo stil gonfio e
ampolloso ebbe plauso. Ma al risorgere del buon gusto,
se ne sminuì di molto il pregio; e a' lumi della critica
innoltre vi si scoprirono molti errori. Bella ed erudita è
Storici
milanesi:
elogio del
Puricelli.
21
La città di Feltre ebbe un altro storico nel p. Benedetto Bovio domenicano
natio di nobil famiglia nella stessa città, che nel 1682 pubblicò in Trevigi
un'opera intitolata: La Città di Feltre compendiosamente descritta quanto
alla sua antichità, ec. Di lui e delle molte altre opere da lui pubblicate, e
di tre altri uomini illustri della famiglia medesima, si può vedere
un'erudita Dissertazione del sig. co. Giovanni Trieste canonico della
cattedral di Trevigi (Nuova Racc. d'Opusc. t. 17, p. 15, ec.).
la dissertazione De metropoli mediolanensi del p.
Eustachio da S. Ubaldo agostiniano scalzo per le
diligenti ricerche che vi s'incontrano sull'ecclesiastiche
antichità. Giannantonio Castiglione sacerdote milanese,
morto in occasion della peste del 1630, fu attento
ricercatore degli antichi monumenti ecclesiastici della
sua patria, e oltre più altre opere sì stampate che inedite,
le quali si annoverano dall'Argelati (Bibl. Script.
mediol. t.1, pars 2, p. 370, ec.), molte egli ne pubblicò
nella sua opera stampata in Milano nel 1625, e intitolata
Mediolanenses Antiquitates, libro che rappresenta
l'immagine e dà la descrizione di molti cotai monumenti
da lui veduti in diverse chiese di Milano, e in quella
singolarmente di s. Vincenzo, all'occasion dei quali egli
dottamente ragiona su molti punti d'ecclesiastica
erudizione. A niuno però tanto debbon le storie e le
antichità milanesi quanto a Giampietro Puricelli, uomo
veramente dottissimo, e dotato di una critica a que'
tempi maravigliosa. Nato in Gallarate nella diocesi di
Milano a' 23 di novembre del 1589, prima alle scuole
de' Gesuiti nella detta città, poscia in quel seminario,
coltivò non solo gli studj proprj dell'età giovanile, ma
anche i più gravi, applicandosi fra le altre cose allo
studio delle lingue greca ed ebraica, e dando segni di
vivo ingegno e di una instancabile avidità di apprendere
cose nuove. Un uomo tale non poteva fuggire agli
sguardi del gran cardinale Federigo Borromeo. Ei gli fu
infatti carissimo, e venne da lui adoperato ne' più
onorevoli impieghi che affidar si possano ad un
ecclesiastico, e dopo altre dignità, fu sollevato a quella
di arciprete nella basilica di s. Lorenzo nel 1629. L'anno
seguente, mentre in Milano infieriva la peste,
consecrossi con sommo zelo al servigio degl'infermi, e
fu il solo tra' canonici di quella chiesa, che ne campasse.
E io mi ricordo di aver letto tra' codici della biblioteca
ambrosiana il lagrimevol Diario da lui scritto di giorno
in giorno delle stragi che la peste menava nel suo
capitolo. In mezzo alle fatiche del sacro suo mistero, ei
trovò tempo di occuparsi in dotte ricerche, quanto
potesse fare l'uomo più libero ed ozioso. Ei diessi
principalmente a ricercare gli antichi diplomi e le carte
che si stavano dimenticate ne' polverosi archivj, e fu un
de' primi a far saggio uso dei lumi che la diplomatica ci
somministra. L'archivio singolarmente dell'imperial
basilica di s. Ambrogio fu da lui esaminato
diligentemente, e raccoltene moltissime carte, se ne
valse a scrivere la sua opera intitolata Ambrosianae
Basilicae Monumenta, una delle più dotte e delle più
critiche che in questo secolo si vedessero, in cui la storia
ecclesiastica generale, e quella in particolare della
chiesa di Milano, vengon mirabilmente illustrate. Le
Dissertazioni su' ss. martiri Gervaso e Protaso, Nazzario
e Celso, Arialdo ed Erembaldo, e quella su' sepolcri de'
ss. Ambrogio, Satiro e Marcellina loro sorella, e la Vita
dell'arcivescovo Lorenzo primo di questo nome, son
piene anch'esse di scelta erudizione, benchè non sieno
esenti da qualche errore. Ma le opere stampate del
Puricelli sono la menoma parte di quelle che da lui
furon composte. Si vegga il lungo e minuto catalogo
datocene dall'Argelati (ib. t. 2, pars 1, p. 1135), e si
faranno le maraviglie com'ei potesse scrivere su tanti e
sì diversi argomenti, principalmente di storie
ecclesiastiche. Io ho avuta la sorte più anni addietro, per
singolar gentilezza del ch. sig. dottore Baldassarre
Oltrocchi prefetto della biblioteca ambrosiana, di
vederne e di leggerne un gran numero, e confesso ch'io
non finiva allora di ammirare e l'instancabile pazienza
del Puricelli nel raccogliere sì gran copia di monumenti,
e l'erudizione vastissima nel farne uso. Ei si era
applicato principalmente a radunare gli antichi
monumenti degli Umiliati, dei quali anzi si dice
comunemente, e affermalo ancor l'Argelati, ch'egli
scrivesse la Storia. Ma, a dir vero, ei non la scrisse. Egli
adunò bensì una rara copia di pergamene, e ne fece
copia, e non solo dagli archivj milanesi, ma li trasse
ancora da molte altre città d'Italia per mezzo di eruditi
amici; e raccolse quante potè trovare notizie su questo
argomento, le quali veggonsi sparse in diversi codici
dell'Ambrosiana. Scrisse ancor qualche cosa sugli
uomini di quell'Ordine celebri per santità, e
sull'estinzion del medesimo. Ma o non ebbe agio a
compir l'opera meditata, o gli parve di non avere ancora
raccolta bastevol copia di monumenti. Delle fatiche di
questo grand'uomo io mi son poscia giovato nel
comporre la mia opera sullo stesso argomento, e benchè
le moltissime carte da lui non vedute, e da me
fortunatamente scoperte, mi abbian recato gran lume, io
però forse non l'avrei potuta condurre a fine, se il
Puricelli non mi avesse aperta e segnata la via. Egli finì
di vivere nel 1659 in età di 70 anni; e il nome ne rimarrà
immortale e glorioso presso i saggi estimatori della vera
erudizione.
XXI. Qualche storico ci additano ancora le
altre città che or compongono lo Stato di
Milano. Alcune opere di Giuseppe
Bresciani, le quali però son Cataloghi anzi
che Storie, e che si annoverano dal co.
Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 4, p. 2075, ec.), dan
qualche lume per la storia di Cremona, la qual città
meriterebbe per altro di avere una migliore Storia. Pavia
che alcune Storie avea avute nel secolo precedente,
niuna n'ebbe in questo. Ad essa però è utile l'opera del
p. Romoaldo da S. Maria agostiniano scalzo intitolata
Flavia Papia sacra, per le notizie, benchè non tutte
sicure nè sempre esatte, che vi si trovano sparse entro.
Miglior sorte ebbe Como, perciocchè, oltre il
Compendio delle Cronache di quella città di Francesco
Ballerini, che non è cosa di molto pregio, abbiamo gli
Annali sacri di essa, scritti dal p. d. Primo Luigi Tatti
cherico regolare somasco, che le prime due decadi ne
stampò nel 1675 e nel 1683, e ne fu poi pubblicata la
terza deca con alcune giunte in due tomi dal p. d.
Giuseppe Maria Stampa dell'Ordine stesso nel 1734 e
nel seguente; ed è opera che, benchè forse più del
dovere diffuso, pe' documenti però, che vi si
contengono, è assai utile alla storia. Anche la città di
Lodi, oltre la Storia scrittane da Giambattista Villanova,
ha i Discorsi istorici di Difendente Lodi, in cui si
Delle altre
città dello
Stato di
Milano e di
Mantova.
trovano su varj punti della storia de' bassi secoli assai
erudite ricerche. Io non parlo delle Storie di alcune
particolari castella, o borghi, come di Treviglio, di
Meda, di Campione, di Castellone, perchè esse non
possono sollecitar molto la curiosità degli eruditi. Alle
Storie dello Stato di Milano voglionsi aggiugnere quelle
di Mantova, che tre storici di qualche nome ebbe in
questo secol medesimo. Il primo è il p. Ippolito
Donesmondi minor osservante, che ce ne diede la Storia
ecclesiastica; il secondo è Antonio Possevino il giovane,
nipote del celebre gesuita, che in latino scrisse la Storia
de' Gonzaghi signori di quella città, e innoltre quella
della guerra del Monferrato dal 1612 al 1618; il terzo è
Scipione Agnelli Maffei vescovo di Casale, che una
voluminosa Storia di quella città pubblicò nel 1675. Ma
niuna di queste Storie è tale che corrisponda al merito di
quella città, e soddisfaccia alle brame de' dotti.
XXII. Più scarse furono di storici le altre
provincie d'Italia. Modena ebbe dal suo
Lodovico Vedriani due tomi di Storia, e
parecchi altri volumi di Vite de' suoi
Vescovi, de' suoi Cardinali, de' suoi Santi, de' suoi
Artisti, de' suoi Dottori; ed essa gli debb'esser grata del
buon desiderio ch'egli ebbe d'illustrar la sua patria, e
delle molte fatiche che perciò sostenne. Ma dee ancora
bramare che venga un giorno chi con ordin migliore e
con maggior esattezza ne scriva la Storia. Il Compendio
storico di Reggio di Fulvio Azzari è troppo picciola
Delle altre
provincie
d'Italia.
cosa per esser qui rammentata, e la Storia diffusa ch'egli
ne scrisse, si giace inedita, e ne ha copia l'Estense 22.
Qualche opera di Ranuccio Pico intorno alla Storia di
Parma non ha pregio molto maggiore. Assai più dotto
scrittore ebbe Piacenza, che nella Storia ecclesiastica di
essa, scritta dal can. Pier Maria Campi, e stampata in tre
tomi nel 1659 e negli anni seguenti, ci mostra un'opera
piena di autentici e finallora inediti monumenti, e in cui
solo sarebbe talvolta a bramare che l'autore di più
rigorosa critica avesse usato nel discernere i veri da'
falsi, e nel dedurne le conseguenze. Genova, paga di
aver avuto nel secolo precedente un Foglietta e un
Bonfadio, parve che si sdegnasse di avere altri storici 23.
22
Il Compendio della Storia di Reggio non è opera dello stesso Fulvio
Azzari, di cui è l'ampia Storia ms., come qui sembra indicarsi, ma di
Ottavio di lui fratello (Bibl. moden. t. 1, p. 113).
23
Un altro storico ebbe Genova, il quale però, più che per opere storiche,
debb'esser rammentato per un nuovo genere di componimento che ideò
egli il primo, e che poscia è stato da tanti altri eseguito e perfezionato.
Parlo di Giampaolo Marana nobile genovese, il quale essendosi lasciato
avvolgere nella trama ordita, ma inutilmente, l'anno 1672 da Rafaello
della Torre per far cadere Savona nelle mani del duca di Savoia, è
costretto perciò a fuggire, ritirossi a Monaco, e indi a Lione, ove nel 1682
pubblicò la Storia di quella congiura. Passato indi a Parigi, compose ivi
nel 1684 l'altra opera, per cui è meritevole di maggior nome, intitolata
l'Espion Turc in sei volumi, in cui finge che una spia mandata perciò dal
sultano in Francia, faccia la relazione di ciò che vi è accaduto dopo il
1637, libro che per la novità dell'idea, e per l'arte del racconto, fu assai
applaudito, almeno ne' primi tre volumi, e fu perciò imitato poscia da
molti. Egli pubblicò ancora nel 1690 un Compendio de' più memorabili
avvenimenti del regno di Luigi XIV. Dicesi ch'egli tornato poscia in Italia,
Non così il Piemonte, che molti ne ebbe; e lasciando in
disparte la grand'opera del Guichenon, che non
appartiene all'Italia, due indefessi ricercatori delle
notizie storiche del Piemonte diede in questo secolo la
nobilissima famiglia Della Chiesa di Saluzzo, Lodovico
senatore e consigliere del duca Carlo Emanuele I, e
Francesco Agostino di lui nipote vescovo di Saluzzo 24.
Del primo abbiamo la Storia del Piemonte, quella
dell'origine del real Casato di Savoia, e quella della sua
patria Saluzzo, scritta in italiano; e in latino le Vite de'
Marchesi di Saluzzo, e alcune osservazioni storiche,
oltre altre opere che non sono di questo luogo. Del
secondo abbiamo la Serie de' Cardinali, de' Vescovi,
degli Abati del Piemonte, la Corona reale di Savoia, il
Catalogo degli Scrittori piemontesi e savoiardi, oltre
moltissime altre opere in gran parte inedite, delle quali
si può vedere il catalogo presso il Rossotti (Syllab.
Script. Pedem. p. 199). Anche il co. Emanuel Tesauro,
da noi nominato poc'anzi, ci diè le Storie del Piemonte e
della città di Torino. Ma tutte queste opere sanno troppo
il gusto del secolo de' loro autori, e oltre i difetti dello
stile, manca loro quell'esattezza e quel giusto
discernimento, senza il quale le opere storiche, in vece
e rinchiusosi in una solitudine, vi morisse l'anno 1693 (Dict. des Homm.
Ill. ed. de Caen, 1779, t. 4, p. 346).
24
Di Lodovico e di Francesco Agostino Della Chiesa e delle opere loro, e di
più altri di questa nobil famiglia, si troveranno più distinte notizie
nell'Elogio ad essi tessuto dal sig. collaterale Gaetano Giacinto Loya
(Piemontesi ill. t. 4, p. 19, ec.), ove anche molti altri lumi s'incontrano alla
storia letteraria del Piemonte opportuni.
di recar lume alle vicende de' secoli trapassati, le
confondono e oscurano maggiormente. Il che pure vuol
dirsi di alcune Storie delle città del Piemonte e degli
altri Stati soggetti ora alla real casa di Savoia, come
degli Annali d'Alessandria di Girolamo Ghilini, della
Storia di Tortona di Niccolò Montemerlo, di quella
d'Asti del co. Guid'Antonio Malabaila, dell'opera del p.
ab. Malabaila cisterciense, intitolata Clypeus Civitatis
Astensis, delle opere intorno alla Storia di Vercelli di
Carlo Amedeo Bellini, del p. Aurelio Corbellini
agostiniano, e del can. Marco Aurelio Cusano, e delle
Storie di alcune altre città di quelle provincie, di cui non
giova il far distinta menzione 25.
25
Uno de' migliori storici che in questo secolo avessero i dominj della real
corte di Savoia, fu Pietro Gioffredo nato in Nizza a' 16 d'agosto del 1629.
Nel 1663 ebbe il titolo d'istorico di Savoia, e a' titoli si aggiunser presto le
sovrane beneficenze, perciocchè, oltre l'esser stato nominato nel 1665
rettore della parrocchia di s. Eusebio in Torino, e oltre alcuni altri beneficj
ecclesiastici poscia ottenuti, nel 1673 fu nominato limosiniere, precettore
e consigliere del principe del Piemonte, che fu il re Vittorio Amedeo,
coll'annuo trattenimento di lire 2250 oltre lire 500 di stipendio e la tavola
per lui e per un servidore; l'anno seguente fu ancor nominato bibliotecario
collo stipendio di lire 300. Nel 1677 fu ascritto alla cittadinanza, e nel
1679 fu fatto cavaliere dell'Ordine de' ss. Maurizio e Lazzaro. Egli finì di
vivere in Nizza agli 11 di dicembre del 1692. Il Rossotti (Syllab. Script.
Pedemont p. 489) ne accenna le opere sì stampate che inedite. Fra le
prime, la più pregevole è quella che per titolo Nicæa Civitas sacris
monumentis illustrata, stampata in Torino nel 1658, e inserita poi dal
Burmanno nella sua raccolta (Thes Hist. Ital. t. 9, pars 6). Fra le inedite
son degne di particolar menzione la Corografia e Storia delle Alpi
marittime, il cui originale conservasi in Torino negli archivj di corte, e la
XXIII. Come ne' secoli precedenti, così in
questo ancora, oltre gli scrittori delle cose
d'Italia, molti altri n'ebbe, che si
occuparono nella Storia degli altri regni.
Anzi dobbiam confessare che i più illustri
storici che produsse in questo secol l'Italia, più che delle
vicende della lor patria, furon solleciti di tramandare a'
posteri la memoria delle straniere, forse perchè parve
loro che più luminoso argomento di storia esse
somministrassero. Ciò però non dee intendersi riguardo
all'Impero germanico, i cui avvenimenti ebber tra noi
alcuni storici, ma non di molto valore. Se la
magnificenza della edizione fosse pruova dell'eccellenza
di un'opera, appena vi sarebbe storico che potesse
paragonarsi a Giovanni Palazzi veneziano, di cui
abbiamo otto gran tomi, co' titoli Aquila inter Lilia,
Aquila Saxonica, ec., e un altro italiano intitolato Aquila
romana, stampati in Venezia dal 1671 al 1679, ne' quali
abbraccia la Storia di tutti gl'Imperadori da Carlo
Magno fino ai suoi tempi, stampati con lusso non
ordinario. Ma benchè egli fosse dall'imp. Leopoldo
onorato di regali, di onori e di carica di suo
istoriografo (Cl. Venet. Epist. ad Maliab. t. 2, p. 179),
Italiani
scrittori della
Storia
d'Allemagna.
Storia dell'Ordine de' ss. Maurizio e Lazzaro, il cui originale è parimente
in Torino. Tutte queste opere per la esatta critica, per la chiarezza
dell'ordine, per la sobrietà dello stile e per l'ampiezza dell'erudizione, son
tanto più degni di stima, quanto più rari erano allora tai pregi negli
scrittori di storia. Di queste notizie io son debitore al ch. sig. baron
Giuseppe Vernazza.
essi però si giacciono ora dimenticati, e non va a chi
spiaccia di esserne privo. Migliore è la Storia della
guerra dal re Gustavo Adolfo fatta nell'Allemagna,
scritta in latino da Pier Battista Borgo genovese (V.
Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1761), sul qual
argomento abbiamo ancora un'altra Storia parimente in
latino di Giuseppe Ricci, e in italiano di Maiolino
Bisaccioni e del co. Galeazzo Gualdo, autori già da noi
rammentati, e de' quali abbiam veduto qual conto si
debba fare. Anche le Vite dell'imp. Leopoldo, scritte da
Giambattista Comazzi e da Carlo Giuseppe Reina, non
sono tali che il mentovarle torni a grande onor dell'Italia
26
.
XXIV. Alcuni degli autori più volte in
questo capo già mentovati, presero anche ad
argomento delle lor opere la Storia di
Francia, come il Gualdo, il Leti ed altri. Ad
essi si può aggiugnere il co. Alessandro
Roncoveri piacentino che ci ha data una Storia del regno
di Luigi XIII, e Beniamino Priuli, che in latino descrisse
le turbolenze di quel regno dopo la morte del detto
monarca, del qual storico si posson vedere esatte notizie
presso il ch. Foscarini (Letterat. venez. p. 401) e presso
Della Storia
di Francia:
elogio del
Davila.
26
A questo luogo appartiene parimente una pregevole operetta di monsig.
Carlo Caraffa vescovo di Aversa, e già nuncio del papa all'imperador
Federico II, intitolata: Commentaria de Germania Sacra restaurata sub
Summis Pontificibus Gregorio XV et Urbano VIII regnante Ferdinando II,
stampata in Colonia nel 1639 in 8, in cui s'espone tutto ciò che di più
memorabile era in quelle provincie avvenuto dal 1620 sino al 1629.
il p. Niceron (Mém. t. 39, p. 298). Sopra tutto però le
guerre civili che nel secolo precedente aveano sconvolto
quel regno, diedero argomento di storia a molti scrittori
italiani. Ci basti accennare quelle del p. Stefano Cosmi
somasco e generale della sua religione, di Omero
Tortora pesarese, e di Alessandro Campiglia; le quali
non mancano de' loro pregi, ma che cedon molto a
quella di Arrigo Caterino Davila, uno de' più illustri
storici che questo secolo abbia prodotti. Il diligentissimo
Apostolo Zeno innanzi alla magnifica edizione di questa
Storia, fatta in Venezia nel 1733, ha premessa la Vita di
questo rinomato scrittore, ripurgandola dalle favole di
cui molti e il Papadopoli singolarmente (Hist. Gymn.
patav. t. 2, p. 126), l'aveano ingombra. Il p. Niceron ce
ne ha poi dato un compendio (Mém. des Homm. ill. t.
39, p. 126), un più breve epilogo ne darem qui noi pure.
La Pieve del Sacco nel territorio di Padova fu la patria
del Davila che ivi nacque a' 30 di ottobre del 1576 da
Antonio Davila, già contestabile del regno di Cipro, che,
perduti in quell'isola tutti i suoi beni, quando i Turchi la
presero nel 1570, fu costretto a partirne. Gli furon posti i
nomi di Arrigo Caterino in grazia di Arrigo III re di
Francia e della reina Caterina de' Medici, da' quali era
stato il padre beneficato nel soggiorno che per alcuni
anni avea fatto in quel regno. Quindi volendo egli porre
il figlio sotto la lor protezione, prima ch'ei giungesse al
settimo anno, il condusse in Francia, ove in Villars nella
Normandia fu allevato presso il maresciallo Giovanni
d'Hemery, marito di una sorella di suo padre. Passò poi
a Parigi, e fu per qualche tempo alla corte, forse come
paggio del re, o della reina madre. Indi giunto all'età di
18 anni, entrò nelle truppe, e per lo spazio di circa
quattro anni vi diè molte pruove del suo valore, e fu più
volte in pericolo di vita. Nel 1599 tornò a Padova,
richiamatovi dal padre, che dopo la morte della reina,
accaduta nel 1589, avea lasciata la Francia; ma appena
giuntovi, perdette sventuratamente il padre che gittossi
da un'alta finestra, poche ore dopo morì. Entrò allora al
servigio della repubblica, e fu da essa impiegato in
onorevoli cariche militari. Trovandosi egli in Parma nel
1606, prese a frequentare l'Accademia degl'Innominati,
ove Tommaso Stigliani, uomo gonfio quant'altri mai
fosse del suo sapere, che pur non era grandissimo,
pretendeva di avere il primato. Una disputa letteraria
che tra essi si accese, per poco non fu fatale allo
Stigliani, perciocchè il Davila, da lui offeso con parole,
sfidollo, e colla spada il passò da parte a parte,
riportandone egli solo una ferita in una gamba. La ferita
nondimeno non fu mortale, e lo Stigliani ne guarì. Il
Zeno annovera i diversi impieghi militari e i diversi
governi che affidati furono al Davila in Candia, nel
Friuli, nella Dalmazia e altrove e, rammenta l'onorevole
guiderdone dei suoi servigi ch'ebbe dalla repubblica,
non solo colle pensioni che gli furono assegnate, ma con
un decreto ancora con cui si ordinò che, quando egli
intervenisse al senato, stesse presso il doge, come avean
fatto i suoi antenati, quando eran contestabili del regno
di Cipro. Così egli visse fino al 1631, quando un
impensato accidente il tolse miseramente di vita.
Andava egli da Venezia a Crema, per avere il comodo di
quella guarigione, e la repubblica avea ordinato che gli
fossero in ogni luogo somministrati i carriaggi al suo
viaggio opportuni. Ma giunto a un luogo sul veronese
detto s. Michele, un uom brutale ricusando di dargli ciò
che il Davila richiedeva, contro di lui avventossi, e con
un colpo di pistola gittollo morto a terra in presenza
dalla moglie e de' figli dell'infelice storico, uno de' quali
poco appresso uccise l'uccisore del padre, e in quel
tumulto altri ancora furon feriti, e il cappellano del
Davila rimase morto. Solo l'anno innanzi avea egli
pubblicata la sua Storia delle Guerre civili di Francia, la
qual poscia fu tante e tante volte di nuovo stampata e
tradotta in quasi tutte le lingue straniere, fra le quali
edizioni, le più magnifiche sono quelle della stamperia
reale di Parigi nel 1644 e l'accennata veneta del 1733. In
fatti, per confessione degli stessi francesi, essa è una
delle migliori Storie che quelle guerre abbiano avuto. Il
lungo soggiorno da lui fatto in Francia, le amicizie da
lui ivi formate, la cognizione de' luoghi da lui stesso
veduti, e de' fatti a' quali si era trovato presente, l'avean
posto in istato di scrivere comunemente con sicuri ed
ottimi fondamenti. Lo stil facile e chiaro, l'ordine e la
connessione degli avvenimenti, le riflessioni sull'origine
e sulle conseguenze delle rivoluzioni, l'esattezza delle
descrizioni e la verità de' racconti rendono la letteratura
di questa Storia non solo utile ma dilettevole ancora.
S'egli ha voluto talvolta penetrar troppo avanti nel cuor
de' principi e d'altri gran personaggi, e indovinarne gli
affetti e i pensieri, se ha inserite nella sua Storia orazioni
da lui stesso immaginate e composte, se ha errato
talvolta nella geografia, o se ha travisati i nomi francesi
(nel che però egli ha peccato meno, che non facciano
comunemente i Francesi ne' nomi italiani), se in alcune
circostanze de' fatti ha preso errore, ciò pruova che la
Storia del Davila non è in ogni parte perfetta; ma ella
non lascia perciò di esser tale che poche tra le italiane e
tra le francesi ancor di que' tempi le possano stare al
confronto. Cinque lettere latine, ma in uno stile poco
felice, scritte dal Davila a Luigi Lollino vescovo di
Belluno si leggon tra quelle di questo vescovo, e
un'italiana è inserita ne' Discorsi morali di Flavio
Querenghi (p. 347).
XXV. Nulla meno delle guerre civili di
Francia furon famose in Europa quelle di
Fiandra, che diedero occasione ed origine
alla nuova Repubblica delle Provincie unite,
e in cui tanti celebri condottieri d'armata
dall'una e dall'altra parte segnalarono il loro
valore e il lor senno. Esse perciò ebbero
molti scrittori in Italia; e alcuni ne abbiamo accennati
fin dal secolo precedente. In questo io non farò
menzione di quelle di Pompeo Giustiniani, di Gabriello
Niccoletti, di Pier Francesco Pieri e di alcuni altri meno
illustri scrittori. Due sono quelli che quasi a gara l'uno
dell'altro avendo preso a trattare questo argomento, l'han
maneggiato per modo, che le lor Storie, dopo replicate
edizioni, sono ancora avidamente cercate, e ancor si
leggon con frutto, il card. Guido Bentivoglio e il p.
Famiano Strada della Compagnia di Gesù. Facciam
Delle
Guerre di
Fiandra:
notizie del
card.
Bentivoglio
e del p.
Strada.
prima conoscere questi due scrittori, e direm poscia
delle Storie da essi composte. Il primo ha parlato
abbastanza di se medesimo nelle sue Memorie o Diario
e nelle sue Lettere, perchè ci sia necessario di molta
fatica per raccoglierne le notizie. Egli era figlio del
march. Cornelio Bentivoglio e d'Elisabetta Bendedei, ed
era nato in Ferrara nel 1579. Fatti in patria i primi studj,
passò nell'an. 1593 a Padova per coltivare le scienze; e
fece conoscere quanto felice ingegno avesse per ciò
sortito. Dopo la morte del duca Alfonso II, seguita
nell'anno 1597, egli ripatriò, e molto colla sua destrezza
adoperossi, sì per riconciliare col card. Aldobrandini il
march. Ippolito suo fratello, che si era mostrato
favorevole al duca Cesare, sì per conchiuder la pace tra
questo sovrano e il pontef. Clemente VIII. Venuto questi
a Ferrara, diè al Bentivoglio molti contrassegni di stima,
e il nominò suo cameriere segreto, permettendogli però
di tornarsene pel compimento de' suoi studj a Padova,
ove poi ebbe la laurea. Passato a Roma, vi strinse
amicizia co' dotti che ivi erano, e de' quali egli parla
nelle sue Memorie e fu poi adoperato nella nunziatura
delle Fiandre dal 1607 fino al 1616, e indi in quella di
Francia fino al 1621, nel qual anno sollevato all'onor
della porpora, fu ancora dal re Luigi XIII nominato
protettor della Francia in Roma. Egli ottenne poi di
deporre questo onorevole incarico, e nel 1641 fu fatto
vescovo di Terracina. La stima in cui egli era presso
ogni ordine di persone, faceva credere a molti ch'ei
fosse per succedere al pontef. Urbano VIII a cui era
stato carissimo, morto nel 1644. Ma appena ei fu entrato
in conclave, fu sorpreso da mortal malattia, che il
condusse al fin de' suoi giorni a' 7 settembre dell'anno
stesso. Le Relazioni da lui distese in tempo delle sue
nunziature di Fiandra e di Francia, e le Memorie ossia
Diario della sua Vita, sono, oltre la Storia delle Guerre
di Fiandra, di cui poscia diremo, i monumenti non tanto
del suo sapere, quanto della sua prudenza e del suo
saggio discernimento, che il card. Bentivoglio ci ha
lasciati. E se altre pruove non ne avessimo, le molte
edizioni e le traduzioni in più altre lingue, che ne sono
state fatte, ci mostrano abbastanza quanto le prime due
opere singolarmente fossero e sien tuttora applaudite.
Egli di fatto si scuopre in esse uomo di maturo ingegno,
osservator diligente, avveduto politico, e fornito di tutti
que' pregi che proprj son di un ministro; e l'onor ch'egli
ebbe di essere accettissimo a que' sovrani da' quali fu
impiegato, o presso i quali egli visse ci fa vedere che,
quale il mostran le sue opere, tale era veramente. Più
tranquilla, come ad un uom religioso si conveniva, fu la
vita dell'altro storico delle Guerre di Fiandra, cioè del p.
Famiano Strada romano, nato nel 1572 e entrato nella
Compagnia di Gesù nel 1591. Il collegio romano ne fu
l'ordinario soggiorno, e l'impiego di professor
d'eloquenza fu quello in cui esercitossi comunemente,
finchè a' 6 di settembre del 1649, in età di 58 anni finì di
vivere, lasciando di se stesso onorevol memoria presso i
suoi non meno che presso gli stranieri non solo pel suo
sapere, ma anche per le religiose virtù che in lui
risplendevano mirabilmente (V. Sotuell. Bibl. Script. S.
J. p. 200). Benchè la Storia di cuiora diremo, sia quella
che lo ha renduto più celebre, io credo che nondimeno
che uguale, o forse anche maggior lode egli meriti per le
sue prolusioni accademiche su diversi argomenti
dell'amena Letteratura, nelle quali e le riflessioni ch'egli
propone, e lo stile con cui egli scrive, mi sembra proprio
di un uomo di ottimo gusto. E quella fra le altre in cui
egli ci offre diversi componimenti poetici da sè
composti a imitazion dello stile de' più celebri poeti
latini eroici, cioè di Lucano, di Lucrezio, di Claudiano,
di Ovidio, di Stazio, di Virgilio, a me per tale che niuno
abbia mai sì felicemente eseguito una varia e sì difficile
imitazione di sì diverse maniere di stile. Ma vegniam
ormai alle due Storie.
XXVI. Esse cominciarono ad uscir in
pubblico quasi al tempo medesimo,
perciocchè la prima decade del p. Strada,
con cui conduce la Storia dalla morte di
Carlo V fino all'anno 1575, fu stampata in Roma nel
1632, ma la seconda, con cui arriva sino al 1590, non
venne a luce che nel 1647, nè più oltre ei si avanzò; e il
lavoro di esso fu poscia continuato, ma con successo
non ugualmente felice, dal p. Guglielmo Dondini
bolognese e dal p. Angiolo Galluzzi maceratese,
ambedue gesuiti, il primo de' quali descrisse le imprese
di Alessandro Farnese fatte in Francia, il secondo la
continuazione della guerra di Fiandra dalla morte del
Farnese fino al 1609. La parte I di quella del card.
Bentivoglio, che dal 1559 si avanza fino al 1578, fu
Loro Storie
e loro
carattere.
pubblicata nello stesso anno 1632. Quattro anni
appresso uscì la seconda che al 1593, e poscia nel 1639
la terza, con cui s'innoltra sino alla tregua del 1609.
Frattanto tra 'l pubblicarsi della prima e della seconda
decade del p. Strada, il card. Bentivoglio nel 1642 prese
a scrivere le sue Memorie, facendo in esse menzione
degli uomini dotti da sè conosciuti in Roma, ricorda il p.
Strada (l. 1, c. 9) e la Storia della guerra di Fiandra da
esso composta, ed entra a farne lungo e minuto esame;
nè può negarsi che il cardinale non si mostri in questo
passo non del tutto libero dalle umane passioni; e il
pregiudizio che ei dà della Storia del suo emulo, benchè
per lo più sia giusto, piacerebbe più nondimeno, se fosse
opera altrui: Dopo un'affettazione lunghissima, dic'egli,
ch'è giunta ormai a trent'anni, non si è veduto uscire se
non la prima Deca di quest'opera sino al presente, e
confesso, che se bene l'Autore è mio amico, e da me
viene grandemente stimato, non posso far di meno ch'io
non concorra sopra di ciò nel comune giudizio delle più
erudite, dalle quali vien giudicato, che un tal
componimento serva alle scuole molto più di quello che
insegni, e che in tutto il resto eziandio l'Autore di gran
lunga non osservi, come dovrebbe i precetti storici. E
veramente sopra questa materia toccante i precetti
move maraviglia anche al vedersi, che prima l'Autore
nelle sue Prolusioni ricevute con tanto applauso gli
abbia così bene insegnati, e che poi nella sua istoria gli
abbia così imperfettamente eseguiti. Passa indi il
cardinale a fare una minuta analisi de' difetti del p.
Strada. Quanto all'arte storica, riprende le frequenti e
lunghe digressioni con cui interrompe la serie de' fatti, e
gli elogi e le quasi distinte vite de' grandi personaggi
ch'ei v'inserisce; biasima ancora le minutezze a cui
talvolta discende, la soverchia brevità con cui si
spedisce da alcuni più memorabili avvenimenti, la
parzialità ch'egli mostra per la Casa Farnese, per ordine
della quale di fatto egli scrisse la sua Storia, il troppo
frequente uso delle comparazioni e delle sentenze, e le
scarse e superficiali notizie ch'ei dà delle negoziazioni
de' gabinetti, le quali nelle vicende della guerra sogliono
aver sì gran parte. Venendo poi allo stile, ei confessa,
che in questa parte può meritar lodi così vantaggiose lo
Strada, che gli servano come per un contraccambio
delle soprannotate opposizioni, che alla sua Istoria si
fanno. E siegue annoverandone i pregi, ma aggiunge
insieme, e con ragione, che più terso è lo stile delle sue
Prolusioni che quello della sua Storia. Fa poscia un
confronto fra lo stil dello Strada e quello del p.
Giampietro Maffei, e, com'era giusto, antipone il
secondo al primo, benchè anche dello stile del p. Strada
faccia di nuovo grandi elogi, e così conchiude per
ultimo il suo esame: "Nè io sono così vano, che avendo
composta la mia (Storia di Fiandra) nel tempo stesso
che lo Strada va seguendo la sua, mi possa credere
pensiero, che non soggiaccia forse a maggiori difetti.
Ma si deve considerare fra lui e me questa differenza,
ch'egli ha scritto per professione, ed io per
trattenimento; egli alla Casa Farnese, ed io a me
medesimo; egli con ogni comodità e di tempo e di luogo
e di quiete; laddove io quasi sempre ho scritto di furto,
essendomi bisognato rubare me stesso continuamente
alla violenza, che a tutte l'ore mi hanno fatta nel
divertirmi dall'intrapreso lavoro e le cure private, e gli
affari pubblici, e lo strepito inquietissimo della Corte, e
l'impedimento della mia languida sanità, che è stato il
maggiore e più modesto di tutti gli altri". S'io debbo dire
liberamente ciò che a me sembra di questo giudizio del
card. Bentivoglio, io stimo ch'egli abbia troppo
biasimato insieme e troppo lodato. I difetti ch'egli
appone allo Strada quanto all'arte storica, mi sembrano
esagerati, benchè pur sia vero che questo scrittore non
sia talvolta esente da quelli che il cardinale in lui
biasima. Ma esagerate ancor mi sembran le lodi con cui
n'esalta lo stile, il quale a me par non poco lontano da
quella facile eleganza che forma il pregio principal di
uno storico, e da quella purezza che si ammira in un
Bonfadio, in un Maffei e in altri scrittori del secolo
precedente. Nè io dirò che perciò il p. Strada si
meritasse di essere villanamente ripreso dallo Scioppio,
il quale prese a criticarne, per così dire, ogni sillaba, con
un libro intitolato Infamia Famiani, titolo che basta esso
solo a mostrare il buon gusto di sì severo censore. Anzi
a me sembra che, malgrado i difetti che incontrasi in
questa Storia, essa meriti in distinto luogo tra le più
celebri che sono uscite in Italia. Quella del card.
Bentivoglio non è stata essa pure senza accusatori e
senza critica; e il famoso Gravina fra gli altri lo dice
"Scrittor leggiadro, ma povero di sentimenti e parco nel
palesare gli ascosi consigli da lui forse più per prudenza
taciuti, che per imperizia tralasciati" (Calogerà Racc.
d'Opusc. t. 20, p. 158). Io confesso che al legger questo
giudizio mi è nato dubbio che il Gravina non avesse
letta la Storia del Bentivoglio, e che troppo si fidasse
dell'altrui relazione. A me par certo ch'ei sia ben lungi
dall'esser povero di sentimenti; e che anzi il difetto di
questo celebre storico sia quello di affettare ingegno
scrivendo, e l'usare troppo frequentemente le antitesi e i
contrapposti, senza però cadere in quella gonfiezza di
stile sì comune agli scrittori di que' tempi. Riguardo poi
agli ascosi consigli, a me par che ne dica quanto a un
saggio storico si conviene, e che nulla egli ommetta di
ciò che a conoscere le segrete origini de' più memorabili
avvenimenti può essere opportuno. Rimarrebbe ora a
decidere quali di queste Storie sia più da pregiarsi;
decisione malagevole, ove si tratta di cosa che dipende
dal gusto, e di opere che hanno amendue molti pregi,
benchè non sieno senza difetti. Io credo però, che sarà
sempre letta più volentieri quella del card. Bentivoglio
che quella del p. Strada, perchè il primo scorre più
velocemente sulla serie dei fatti nè troppo si arresta in
certe descrizioni più oratorie che storiche. E benchè egli
pure talvolta, come già ho osservato, voglia parer
ingegnoso, è però assai meno prodigo di sentenze, le
quali nel p. Strada son troppo frequenti, e molte volte si
veggon venir da lungi, e avvertir quasi chi legge che si
disponga a riceverle. Finalmente la cognizione de'
luoghi, che avea il card. Bentivoglio, vissuto più anni
nelle Fiandre, dà alle sue Storie una certa evidenza e
chiarezza che le rende più interessanti e piacevoli a
leggersi.
XXVII. Dopo aver ragionato del Davila, del
card. Bentivoglio, del p. Strada, io non oso
di ragionare di alcuni altri storici di minor
nome, che qualche opera non molto
pregevole ci diedero sulla storia di altre
provincie, come della Storia delle sollevazioni e delle
guerre civili della Polonia di Alessandro Cilli e di
Alberto Vimina, della Storia del Regno de' Goti in
Ispagna del p. Bartolommeo de Rogatis gesuita, della
Monarchia di Spagna di Giampietro Crescenzi, della
Storia d'Inghilterra di Gianfrancesco Bondi, e d'altre
opere somiglianti, delle quali senza suo gran danno
avrebbe potuto rimaner priva l'Italia. Migliore quanto
allo stile, benchè pure abbia alquanto del gonfio, è il
Compendio della Storia di Spagna del p. Paolo
Bombino cosentino, prima gesuita, poi chierico regolare
somasco, scrittore di molte altre opere, quasi tutte in
latino, delle quali e della Vita del loro autore si hanno
diffuse notizie presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t.
2, par. 3, p. 1511) e degli altri scrittori da lui citati.
Passerò in vece più volentieri alla storia delle arti, dico
sol delle arti, perchè le scienze non ebbero ancor tra noi
storico alcuni di qualche nome, se se ne tragga la
musica, la quale, oltre le opere di Giambattista Doni,
che colle sue dottissime dissertazioni ne rischiarò molto
l'origine e lo stato antico, ebbe ancora la Storia della
Musica di Giovanni Andrea Angelini Buontempi
perugino, stampata in Perugia nel 1695, la qual però non
è tale che possa bastare a chi vuole esser su questo
Altri
scrittori di
storia
straniera.
argomento ben istruito. Di questo autore, e di altre opere
da lui pubblicate, ragiona il co. Mazzucchelli (ivi t. 2, p.
2417). Ma le belle arti, e la pittura principalmente ebber
molti tra gl'Italiani, che seguendo le vestigia segnate già
dal Vasari e da altri scrittori da noi rammentati nella
Storia del secolo precedente, tramandarono a' posteri la
memoria de' più celebri professori.
XXVIII. Il primo a darci una continuazion
del Vasari fu Giovani Baglioni romano, che
a' tempi di Sisto V, di Clemente VIII e di
Paolo V esercitò la pittura in Roma, e da
quest'ultimo papa ebbe in dono una collana
d'oro e la divisa dell'Ordin di Cristo (ivi t. 2, par. 1, p.
47). Di lui abbiamo le Vite de' Pittori, Scultori, ed
Architetti dal 1572 fino al 1642, stampata in Roma nello
stesso anno 1642. Ma quest'opera non ebbe la sorte di
quella del Vasari, e non è ugualmente pregiata
dagl'intendenti dell'arte. Migliore è quella che sulle Vite
de' Pittori moderni fino al 1665 pubblicò in Roma nel
1672 Giampiero Bellori, autore già da noi rammentato
al principio di questo capo. Noi però non ne abbiamo
che la prima parte; e la seconda, ch'ei lasciò
manoscritta, non ha mai veduta la luce (ivi par. 3, p.
704). A quattro soli pittori antichi, cioè a Zeusi, a
Parrasio, ad Apelle e a Protogene, ristrinse le sue
ricerche Carlo Dati, di cui sarà d'altro luogo il parlare
più a lungo. Opera di più vasto argomento intraprese
circa il tempo medesimo Filippo Baldinucci fiorentino
che, benchè non fosse professore delle belle arti, ne fu
Scrittori
della Storia
generale
delle Belle
Arti.
nondimeno intendentissimo, e perciò dal card. Leopoldo
de' Medici fu inviato in Lombardia ad osservare la
maniera e lo stile dei più illustri pittori di queste
provincie, e da lui e da Cosimo III di lui nipote fu
adoperato in commissioni e in affari ad esse spettanti.
La reina Cristina a lui diede l'incarico di scriver la Vita
del celebre cav. Bernino, ed egli perciò nel 1681
andossene a Roma per rendergliene grazie; e pubblicò
poi l'anno seguente la detta Vita. Egli dunque,
parendogli, e non senza ragione, che il Vasari avesse
nella sua opera commessi non pochi falli, e ommesse
più cose che non erano da tacersi, volle rifarne il lavoro,
e darci una nuova Storia de' più valorosi Professori del
disegno da' tempi di Cimabue fino a' suoi. Sei tomi egli
ne scrisse, dividendo la Storia in secoli, e ogni secolo in
più decennali. I primi due e il quarto furono da lui
medesimo pubblicati. Il terzo e gli ultimi due dopo la
morte di esso, avvenuta nel 1696 in età di 72 anni,
rimasti in mano dell'avv. Francesco di lui figliuolo,
furon poi da questo in diversi anni dati alla luce, e in
questi ultimi anni due altre edizioni se ne son fatte, una
in Firenze, l'altra, che non è ancor compita, in Torino
con copiose note e giunte del sig. ingegnere Piacenza. E
veramente quest'opera oltre l'essere scritta in uno stil
colto e corretto, contiene molte notizie sfuggite al
Vasari, il quale innoltre spesso è emendato dal
Baldinucci. Questi ancora però non è esente da errori, e
noi ne abbiamo rilevati talvolta alcuni; e innoltre ci
sembra a molti troppo diffuso, talchè le cose da lui
narrate si potesser ristringere in assai minor numero di
volumi. Oltre quest'opera pubblicò il Baldinucci il
Vocabolario del Disegno, per cui egli meritò di essere
ascritto all'Accademia della Crusca, e che è opera in
fatti utilissima per l'insegnarci che fa ad esprimere co'
proprj vocaboli le cose tutte dell'arte. Il Cominciamento
e progresso dell'Arte d'intagliatore in rame è libro esso
pure ripieno di pregevoli cognizioni su questo
argomento, che da lui prima che da niun altro fu
rischiarato. Di altre minori opere da lui date alla luce, e
dell'ingiusta e fiera guerra che per alcune di esse gli
mosse il Cinelli, si posson veder le notizie che colla
consueta sua esattezza ci dà il co. Mazzucchelli (l. c. t.
2, par. 1, p. 142, ec.).
XXIX. Altri al tempo medesimo si diedero
a illustrar le memorie de' celebri artisti di
alcune particolari città, e a darci la
descrizion delle opere che di essi ci son
rimaste. Io non farò qui il catalogo di quegli scrittori de'
quali abbiam il ragguaglio delle pitture, delle sculture e
delle architetture di qualche città d'Italia, nè quelli che
di qualche pittore scrissero separatamente la Vita. Ma
accennerò quelli soltanto che scrisser le Vite e le Storie
de' Professori di alcune di esse. Al qual lavoro furon
essi singolarmente indotti dall'osservare che il Vasari,
quasi unicamente sollecita della gloria de' suoi Toscani,
poco avea scritto degli stranieri. Venezia fu la prima a
darne l'esempio coll'opera di Carlo Ridolfi vicentino
intitolata, Le Maraviglie dell'Arte, ovvero le Vite
Storie
particolari
degli artisti.
degl'illustri Pittori veneti e dello Stato, stampata in due
tomi nel 1648. Il Vedriani tra le opere che divolgò a
onor di Modena sua patria, ci diè ancora la Raccolta de'
Pittori, Scultori ed Architetti modenesi, stampata nel
1662. Nell'anno 1674 si videro uscire in luce le Vite de'
Pittori napoletani e de' genovesi, scritte le prime da
Giambattista Bongiovanni, le seconde da Raffaello
Soprani. Tutti questi libri però, se contengon notizie alla
storia dell'arte assai utili, sono scritti con sì infelice stile,
con sì poco ordine, e spesso ancora con sì poca
esattezza, che perciò si è creduto opportuno o il far
nuove e più corrette edizioni della maggior parte di tali
opere, o lo scrivere altre opere più esatte e più erudite
sullo stesso argomento. Lo stesse dee dirsi della Felsina
pittrice del co. Carlo Cesare Malvasia, divisa in due
tomi, e stampata in Bologna nel 1678. Fu questi il più
dichiarato impugnator del Vasari, contro del quale
spesso si volge pel conto che a lui sembra ch'egli abbia
fatto de' pittori bolognesi. Ma il Vasari trovò difensori
nella sua patria, e il Baldinucci principalmente sì nelle
sue Notizie de' Professori, come nel Dialogo intitolato la
Veglia si studiò di difenderlo, rilevando insieme agli
errori del Malvasia, che certo non ne è esente. Nè sol da
Firenze, ma ancor da Roma levossi un avversario contro
questo scrittore, quando però egli era già morto. Fu
questi d. Vincenzo Vittoria patrizio veneziano che in
Roma nel 1703 pubblicò alcune lettere col titolo:
Osservazioni sopra il libro della Felsina pittrice per
difesa di Rafaello da Urbino; de' Caracci, e della loro
Scuola, a cui fece risposta nel 1705 Giampietro
Cavazzoni Zannotti colle Lettere famigliari scritte ad
un amico in difesa del co. Carlo Malvasia autore della
Felsina pittrice. Fra le altre accuse che al co. Malvasia
si opposero, una fu quella di avere con intollerabil
disprezzo dato al divino Rafaello l'ingiurioso
soprannome di boccalaio urbinate. Il Zanotti difeselo
coll'osservare che il Malvasia, pentito del suo grave
trascorso, a quante copie potè aver nelle mani fece
toglier quel foglio, e un altro ne sostituì, sicchè pochi
esemplari rimasero guasti da quella pittoresca
bestemmia. Venne poi fatto al Zanotti di aver tra le mani
la copia della sua opera, che il Malvasia avea presso di
sè riserbata, e tutta avea postillata di sua mano, e in essa
nel t. 1, p. 471 ove è quel passo, trovò inserita questa
cartuccia: "Io non so mai, come mi sia uscito dalla
penna arditezza ed insolenza tale di chiamar boccalaio
Rafaello, da me tanto riverito e stimato. Io giurerei, che
nell'originale non è così, o sarà cassato o corretto. Come
poss'io averlo detto boccalaio, se so di certo essere una
falsità, ch'ei disegnasse mai vasi in Urbino, e s'io so di
certo, che Gio. suo padre fu ben Pittore mediocre, ma
non mai boccalaio?". Questo passo vien riferito dal
suddetto Zannotti in una sua lettera a monsig. Bottari
(Lettere pittor. t. 3, p. 370), ove poscia aggiugne: "Io
tengo presso di me il primo manoscritto della Felsina, e
questo boccalaio urbinate non v'è. Come andasse la
faccenda, io non so dire, nè so credere intorno a questo,
se non se, ch'egli vi diede, quanto prima potè, debito e
pronto rimedio, ed ha lasciato segno di esserne stato
molto fra sè dolente". La copia che della Felsina pittrice
ha la biblioteca estense, è una delle poche in cui l'autor
non fu a tempo a togliere lo scandaloso foglio. L'ultima
opera di questo argomento, che vuolsi qui rammentare,
sono le Vite de' Pittori, Scultori ed Architetti, che hanno
lavorato in Roma morti dal 1641 fino al 1673, scritte da
Giambattista Passeri morto in Roma nel 1679 in età di
circa 70 anni, le quali e per lo stile meno incolto e per la
copia e l'esattezza delle notizie sono la miglior opera di
tal natura, che allor si scrivesse, e che nondimeno non
sono state pubblicate che nel 1772.
XXX. Alla Storia de' Professori delle Belle
Arti succede la Storia de' Letterati, a cui
pure molti si volsero tra gli Italiani, ma
pochi il fecero in modo che le lor opere
possan servire a modello di tali Storie. Il Teatro
d'Uomini letterati di Girolamo Ghilini, di cui due tomi
si hanno alle stampe, gli originali degli altri due inediti
si conservano in Venezia presso il ch. sig. Jacopo
Morelli, e un'altra opera ms. intitolata Tempio di
Letterati e Letterate per santità illustri si conserva in
Alessandria presso il sig. d. Giuseppe Bolla da me
nominato altre volte, gli Elogi d'Uomini letterati di
Lorenzo Crasso, di cui abbiamo ancora la Storia de'
Poeti greci, e gli Elogi de' Capitani illustri; e gli Elogi
degli Uomini e delle Donne celebri per sapere di Giulio
Cesare Capaccio, sono opere, le quali deludono
comunemente l'erudita curiosità; perciocchè, ove si
spera di trovare presso loro sicure ed esatte notizie de'
Scrittori di
Storia
letteraria.
dotti a' loro tempi vissuti, altro non vi si legge che voti e
pomposi elogi che invece d'istruire stancano e annoiano
i leggitori. Lo stesso difetto vedesi in quegli scrittori che
ci diedero le Biblioteche degli Autori della lor patria, de'
quali parimente abbiamo non picciol numero. Ma essi
paghi d'indicare i nomi di tali autori, di dar qualche
superficiale notizia delle lor vite, e di accennare con
poca esattezza le loro opere credon di aver soddisfatto
abbastanza al dovere di storico. Perciò invano presso
loro si cercano il carattere e l'indole degli scrittori, il
metodo da essi tenuto ne' loro studj, le contese letterarie
da essi sostenute, le diverse edizioni delle opere loro, ed
altre somiglianti notizie, che renderebbono più
interessante e più utile la lettura di tali libri. Le opere di
Jacopo Alberici e di Pietro Angelo Zeno intorno agli
scrittori veneziani, quelle di Agostino Superbi e di
Antonio Libanori pe' ferraresi, quelle del Vedriani, del
Rossi, del Pico, del Calvi, del Porta, del Piccinelli, di
Prospero Mandosio per gli scrittori modenesi, bresciani,
parmigiani, bergamaschi, alessandrini, milanesi, romani;
le Biblioteche degli Scrittori genovesi di Michele
Giustiniani, di Rafaello Soprani, del p. Oldoini, gesuita
di cui pure si ha quella degli Scrittori perugini, quella
degli Scrittori Papi e Cardinali, e le Biblioteche degli
Scrittori piemontesi di monsig. Dalla Chiesa e del
Rossotti, la Storia de' Poeti siciliani di Giovanni
Ventimiglia, le Glorie degl'incogniti di Venezia, e le
Memorie de' Gelati di Bologna, son tutte opere di tal
natura, che abbisognerebbono di esser rifatte, o almeno
corrette di molto e condotte a maggior perfezione. E lo
stesso potrebbe dirsi della Biblioteca napolitana del
Toppi, stampata nel 1678, se cinque anni appresso
Lionardo Nicodemo 27 colle copiose ed erudite giunte ad
essa fatte non l'avesse resa molto migliore 28. La Storia
de' Poeti di Alessandro Zilioli, di cui si hanno copie in
diverse biblioteche non è mai uscita alla luce; nè
sarebbe bene che uscisse se non purgata da molte favole
ch'ei v'ha inserite. Del Zilioli e della sua Storia si posson
vedere buone notizie nel Catalogo de' mss. della
Libreria Farsetti (p. 365). Anche gli Ordini religiosi non
ci possono additare in questo secolo Biblioteche molto
esatte de' loro scrittori, perciocchè nè quella de'
Domenicani del p. Ambrogio Altamura, e molto men
quella della lor provincia di Lombardia del p. Andrea
Rovetta, nè quella dei Canonici Lateranensi del p. d.
27
Vuolsi da alcuni, che le giunte al Toppi siano non di Lionardo, ma di
Giovanni Nicodemo di lui fratello e a lui premorto. Intorno a ciò e al
pregio di queste giunte veggasi la più volte citata opera del Soria (Storici
napol. t. 2, p. 421).
28
Prima del Toppi del Niccodemo avea scritta in latino un'opera somigliante
Bartolommeo Chioccarelli napoletano morto circa la metà dello scorso
secolo e intitolata: De' Illustribus Scriptoribus, qui in Civitate et regno
Neapolis ab Orbe condito ad annum usque 1646. floruerunt. L'opera era
giaciuta sinora inedita, e solo nel 1780 ne fu pubblicato il primo tomo dal
ch. signor abate D. Gianvincenzo Meola che vi premise un'elegante ed
esatta Vita dell'autore. Il secondo tomo non si è finor pubblicato. Questa
Biblioteca non è spregevole attesa l'età in cui fu scritta, ma è molto lungi
da quella esattezza che ora in tali opere si richiede. Dell'autore di questa e
di altre opere da lui composte parlano anche copiosamente i più volte
lodati Soria (Storici napol. t. 1, p. 162, ec. ) e Giustiniani (Scritt. legali, t.
1, p. 245, ec.).
Celso Rosini, nè la Bibliosofia de' Minori Conventuali
del p. Giovanni Franchini modenese, nè alcune altre che
abbiamo accennato nel ragionare degli scrittori di storia
ecclesiastica, sono tali che corrispondano al merito di
quelle religioni, a onor delle quali furon dirette. La
miglior opera di questo genere, che si vedesse sulla fine
del secolo, fu quella che venne a luce nell'ultimo anno
di esso, cioè le Notizie degli Uomini illustri
dell'Accademia fiorentina, pubblicata da Jacopo Rilli
che ne era console in quell'anno, il qual nella prefazione
dice che quell'opera era lavoro di Lorenzo Gherardini
canonico della metropolitana di Firenze, dell'ab.
Ferdinando Baliotti, di Neri Scarlatti e di Roberto
Marucelli; ma vuolsi che gran parte vi avesse il celebre
Magliabecchi, e ce lo rende probabile la minutezza con
cui quelle notizie sono distese, ove trattasi
singolarmente di piccoli opuscoli, di diverse edizioni e
delle testimonianze di altri scrittori, nel che consisteva
la forza dell'erudizione del Magliabecchi. Di qualche
pregio sono ancora le Osservazioni della Letteratura de'
Turchi di Giambattista Donato, stato già bailo in
Costantinopoli, stampate in Venezia nel 1688, e il
Leibnizio, scrivendo al Magliabecchi da Venezia nel
1690, dice ch'era quello l'unico libro nuovo degno
d'esser letto, che egli avesse trovato in Venezia (Cl.
German. Epist. ad Magliab. t. 1, p. 10) 29.
29
Agli scrittori di Storia letteraria deesi aggiugnere Jacopo Gaddi fiorentino,
di cui abbiamo l'opere De Scriptoribus non Ecclesiasticis, Græcis,
Latinis, Italcis in due tomi in folio, stampati il primo in Firenze nel 1648,
il secondo nell'anno seguente in Lione, che è una delle migliori che in
XXXI. Fra tanti scrittori di Storia
letteraria, ch'io ho accennati, e che potrei
ancora nominare, se a più minute
particolarità volessi discendere, di due soli
dirò alquanto più stesamente, perchè il numero e la
natura delle loro opere mi sembra richiedere più distinta
menzione. Il primo è Gian Vittorio Rossi, che
latinamente volle dirsi Janus Nicius Erythraeus. Gian
Cristiano Fischer ne ha scritta diligentemente la Vita, e
l'ha premessa per la nuova edizione che delle Lettere di
esse ci ha data in Colonia nel 1739, e noi non avremo
perciò ad affaticarci molto in rintracciarne le notizie. Ei
nacque in Roma nel 1577, e mandato alle scuole de'
Gesuiti del collegio romano, vi ebbe a maestri tre
dottissimi uomini, i pp. Francesco Benzi e Orazio
Torselino, da noi nominati nella Storia del secolo
precedente, e il p. Girolamo Brunelli professore delle
lingue greca ed ebraica, e di cui abbiamo alcune
traduzioni dal greco (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par.
4, p. 2171), a' quali egli si mostrò poscia sempre
gratissimo. Ne' primi anni però ei non fu troppo
sollecito di avanzar negli studj. Ma mortogli poscia il
padre, e trovandosi assai ristretto di beni di fortuna, si
volse a coltivarli con più ardore, e agli studj dell'amena
letteratura congiunse quelli della filosofia e della
giurisprudenza. I primi però piacevano sopra tutti gli
altri al Rossi, e poichè vide venirgli meno qualche
Notizie di
Gianvittorio
Rossi.
questo secolo si pubblicassero.
speranza che nello studio delle leggi avea risposta, tutto
ad essi si dedicò. Entrò nell'Accademia degli Umoristi,
di cui si è detto a suo luogo, e ne fu uno de' più fervidi
promotori. In essa ei diede tali pruove d'ingegno, che
Marcello Vestri, uno degli scrittori delle lettere
pontificie a' tempi di Paolo V, già avea disegnato di
farlo scegliere a suo collega e successore, e venivalo
perciò istruendo. Ma morto frattanto il Vestri, anche in
questa speranza fu il Rossi deluso. Nel 1608 il card.
Mellini avealo scelto a suo segretario nella legazion
d'Allemagna, ma appena uscito di Roma, fu il Rossi
sorpreso da febbre che il costrinse a tornarvi. Trovò
finalmente stabile impiego presso il card. Andrea
Peretti, di cui per lo spazio di 20 anni fu segretario. Ma
poichè questi fu morto nel 1538, ritirossi in una solitaria
villa sul colle di Sant'Onofrio, ove lungi dallo strepito
degli affari visse tranquillamente a se stesso e a' suoi
studj, finchè in età di 70 anni, a' 13 di novembre del
1647, venne a morte, pianto da' dotti che ne amavano gli
aurei costumi non meno che il molto sapere, e da' grandi
ancora, a molti dei quali fu accettissimo, e
singolarmente al card. Fabio Chigi, che fu poi papa
Alessandro VII. Le opere da lui composte sono non
poche e di diversi argomenti. Una graziosa satira in
prosa latina contro i costumi de' suoi tempi, intitolata
Eudemia, fu la prima ch'ei pubblicasse, o che anzi senza
saputa di esso venisse a luce. Ne abbiamo ancora due
tometti di Lettere a Tirreno, sotto il qual nome egli
intende il suddetto card. Chigi, due altri a diversi,
parecchi Dialoghi per lo più su materie morali, alcuni
Opuscoli ascetici, libri tutti scritti in latino. Se ne hanno
ancora alle stampe alcune Rime spirituali, oltre più
opere inedite che si annoverano dall'autor della Vita. Ma
noi dobbiamo esaminare singolarmente la Pinacotheca,
opera divisa in tre parti, nella quale egli fa gli elogi di
molti uomini dotti vissuti a' suoi tempi. L'uso che di
quest'opera abbiam fatto sovente nel decorso di questa
Storia, può bastare a provarne l'utilità, ed è certo che di
molte notizie siamo ad assai tenuti, le quali invano si
cercherebbono altrove. Ella è nondimeno assai lungi dal
potersi dire perfetta. Perciocchè scarseggia assai nelle
date, e si trattiene spesso in troppo generali espressioni
che dopo molte parole non dicon nulla. Le opere degli
scrittori vi sono semplicemente accennate, e non si
distinguon sovente le inedite da quelle che han veduta la
luce. Pare innoltre che troppo abbia egli conceduto
all'amicizia, esaltando con somme lodi alcuni suoi
amici, a cui forse doveansi più moderate. Con altri al
contrario ei si dimostra troppo severo; e si può dire del
Rossi ciò che abbiam detto del Giovio, che alcuni non
son già elogi, ma satire. Nel che però ei non è
ugualmente degno di riprensione, perciocchè egli
propriamente non si prefisse di scrivere elogi, come il
Giovo, ma di fare ritratti, così indicando la voce
Pinacotheca. Lo stile del Rossi da alcuni è sollevato
fino alle stelle; e il Fischer reca il detto di certi scrittori
che affermano essere lui stato il più felice imitatore di
Cicerone, che vivesse a que' tempi. La quale lode però
sembrerà esagerata non poco, a chi essendo capace di
rilevare i pregi e i difetti dello stile, si ponga a leggere e
ad esaminare le opere di questo scrittore.
XXXII. L'altro scrittore di Storia Letteraria,
che vuolsi qui nominare, è il dott. Giovanni
Cinelli Calvoli fiorentino, nato a' 26 di
febbraio del 1625, di cui abbiamo la Vita
scritta dal dott. Dionigi Sancassiani sassolese, che gli fu
amicissimo. Ei fece i suoi studj all'università di Pisa,
ove anche nel 1659 fu laureato in medicina. Fra i dotti
uomini co' quali egli potè ivi conversare, uno fu il
celebre scrittor di satire Salvator Rosa, da cui per suo
danno apprese quel costume di mordere gli altrui difetti,
che gli fu più volte fatale. Fu prima medico in Porto
Longone, indi in Borgo S. Sepolcro, e di là passò a
Firenze, ove si strinse in grande amicizia col celebre
Magliabecchi, per mezzo del quale ebbe facile accesso
alla biblioteca palatina. Ivi formò egli il disegno della
sua Biblioteca volante, cioè di un catalogo di piccioli
opuscoli, che facilmente sfuggono all'occhio anche de'
più diligenti ricercatori. Ei prese a distenderla a parte a
parte, secondo l'ordine con cui essi gli venivano alle
mani, e dividendola in molte scansie, cominciò a
pubblicarne in Firenze la prima e la seconda nel 1677.
Quattro anni appresso fu pubblicata la terza, e poscia
l'anno seguente 1682 la quarta in Napoli. Ma
quest'ultima fu origine al Cinelli di gravi sciagure. Avea
già egli date più pruove della sua soverchia inclinazione
alla satira in una prefazione premessa al Malmantile da
lui pubblicato nel 1672, che poi dovette sopprimere, e
Del dott.
Giovanni
Cinelli.
sostituirne un'altra, e nelle giunte da lui fatte alle
Bellezze di Firenze di Francesco Bocchi l'anno 1677.
Ma nella detta quarta scansia avendo egli distesamente
narrata la controversia da noi pure a suo lungo indicata,
ch'era insorta tra 'l dott. Ramazzini e 'l dott.
Giannandrea Moneglia, e essendosi mostrato tutto
favorevole al primo, e poco rispettoso verso il secondo,
questi, che presso il gran duca Cosimo III di cui era
medico, poteva assai, ne menò tal rumore che il Cinelli
lo stesso anno 1682, come autore di un libello
infamatorio, fu chiuso in carcere, e costretto a
promettere di ritirare tutte le copie della quarta scansia,
che fu anche bruciata per man del carnefice, e di
stampare un'altra relazione di quella contesa colla
ritrattazione di tutto ciò che avesse scritto d'ingiurioso
contro al Moneglia. Poichè tutto ciò ebbe promesso
Cinelli, fu tratto di carcere, ma a patto che non potesse
uscir di Firenze. Egli però, che ardeva di voglia di dir
sue ragioni, e che non voleva mantener le promesse,
amò meglio di prendersi un volontario esilio; e ritiratosi
nel 1683 a Venezia, ivi colla data di Cracovia pubblicò
le sue Giustificazioni, in cui ognuno può immaginarsi
come fosse trattato il Moneglia. Ma poscia, poichè fu
morto il Moneglia, le ritoccò e ne tolse le ingiurie e le
troppo mordaci punture, e così corrette si leggono
innanzi al tomo II della nuova edizione della Biblioteca
volante. Da Venezia passò il Cinelli nello stesso anno a
Bologna, ove dagli Accademici Gelati ebbe onorevoli
distinzioni. Indi per opera del suo amico dott.
Ramazzini venne a Modena a occupare una cattedra in
grazia di esso in questa università istituita, cioè quella
della toscana favella; e nel 1684 diè qui alle stampe una
introduzione a questo studio, dedicata al duca Francesco
II. Ma la tenuità dello stipendio, e fors'anche i maneggi
de' suoi avversarj, il costrinsero a lasciare la cattedra, e a
darsi all'esercizio della medicina. Fu dunque medico
condotto prima in Gualtieri, poscia a Fanano sull'Alpi di
Modena, indi a Montese, e lasciate poi le montagne
modenesi, passò nella Marca. Uscì frattanto alla luce la
Vita del Cinelli e del Magliabecchi, libello infame, di
cui abbiamo parlato nel ragionare del Magliabecchi, e il
Cinelli che non meno di lui risentissene, non lasciò in
vari passi delle sue nuove scansie ch'ei continuava a
pubblicare, di rispondere alle ingiurie e alle accuse in
essa veniagli date. Anzi egli all'occasion che credette,
ma forse a torto, di esser stato preso di mira in certe sue
Satire dal Menzini, risolvette di scriver la sua propria
Vita, e la scrisse di fatto, ma con tale mordacità contro i
suoi avversarj, che avendola mandata a suo figlio
monaco vallombrosano, questi si credette obbligato a
gittarla, come fece, alle fiamme. Il Cinelli frattanto
andavasi aggirando in diverse castella e città della
Marca, esercitando la medicina, e continuando a
pubblicare altre scansìe della sua Biblioteca. Ei fu in S.
Ginesio, in S. Anatolia, in Osimo, in Ancona, ove fu
medico del card. Antonio Bichi, donde morto quel
cardinale, passò medico dalla S. Casa a Loreto, ove in
età di 81 anni, dopo aver date più pruove di pentimento
de' suoi trasporti nelle lettere contese, a' 16 di agosto del
1706 finì di vivere. Il dott. Sancassiani alla Vita del
Cinelli, da noi finor compendiata, aggiugne il catalogo
delle opere di esso da lui medesimo scritto, molte delle
quali sono anzi opere altrui pubblicate, che fatiche dello
stesso Cinelli, molte altre son rimaste inedite. Fra queste
è la Biblioteca degli Scrittori fiorentini, per la quale egli
avea raccolta gran copia di materiali, che poi passarono
alle mani del can. Antonmaria Biscioni, il quale vi fece
non poche giunte, e la ridusse a XII tomi in foglio. Essi
or si conservano nella libreria magliabecchiana, e
aspettano qualche mano benefica e saggia che,
troncando ciò ch'esser vi possa d'inutile e riducendoli a
quella esattezza che il buon gusto richiede, li dia in luce.
Della sua Biblioteca volante ei pubblicò sedici scansie, e
lasciò i materiali per quattro altre che furon poi
pubblicate dal dott. Sancassiani; e poscia nel 1734 una
nuova più opportuna edizione se ne fece in Venezia, ove
tutte le opere nelle venti scansie indicate furon disposte
in ordine alfabetico. Ella è questa opera alla storia
letteraria non poco utile pe' molti libri di cui ci ha
serbata la notizia e pe' lumi che su diversi punti ci
somministra. Ed ella sarebbe ancora migliore, se l'autore
ne' suoi elogi e nelle sue critiche non avesse seguita più
la sua passione, che un giusto discernimento.
XXXIII. Un altro nuovo genere di opere
concernenti la storia letteraria ebbe
cominciamento nel secolo di cui
scriviamo, cioè i Giornali letterarj, ne'
quali si dà l'avviso e l'estratto de' nuovi libri che vanno
Cominciament
o de' Giornali
letterarj.
uscendo alla luce; opere che quando sieno affidate a
persone in ogni genere di erudizione versate, libere
dallo spirito di partito, nè facili a soggettarsi alle
lusinghe del favore e dell'oro, sono di tal vantaggio alla
letteraria repubblica, che poche altre possono loro
paragonarsi. L'Italia non può, a dir vero, arrogarsi il
vanto di averne dato alle altre nazioni l'esempio;
perciocchè nè la Libreria del Doni, nè certe Gazzette
politiche pubblicate fin dal secolo XVI non possono
aversi in conto di giornali. La Francia fu la prima ad
averlo; e il Journal des Savans, cominciato nel 1665 da
Dionigi de Sallo, continuato poscia dall'ab. Gallois e da
altri, è veramente il primo Giornale che uscisse alla
luce, e a cui questo nome conviene con più rigore che
alle Transazioni filosofiche cominciatesi a pubblicare in
Londra lo stesso anno 1665. Non fu però lenta l'Italia a
imitare sì bell'esempio. L'ab. Francesco Nazzari
bergamasco colla direzione e col consiglio dell'ab.
Michelangelo Ricci poi cardinale, cominciò nel 1668 a
dare alle stampe in Roma un Giornale, e continuollo
felicemente fino al marzo del 1675, nel qual tempo
avendo egli voluto cambiare lo stampatore Tinassi nel
libraio Benedetto Carrara, il primo per non perdere
l'usato guadagno raccomandossi a monsig. Ciampini,
col cui aiuto potè continuare il Giornale fino al marzo
del 1681, mentre frattanto il Nazzari proseguiva a
stampare separatamente il suo, che però non giunse che
a tutto il 1679. Un altro, ma infelice e scipito, Giornale
cominciossi in Venezia nel 1671 e durò fino al 1689. In
Ferrara ancora uno se ne intraprese che non durò che
due anni cioè l'88 e l'89, e un altro che ivi ricominciò
nel 1691, ebbe esso pure fine assai presto. Assai
migliore fu quello che nel 1686 prese a pubblicare in
Parma il celebre p. ab. Bacchini a istanza e coll'aiuto del
p. Gaudenzio Roberti carmelitano che il provvedeva de'
libri perciò necessarj. Egli continuò con cinque tomi
fino a tutto il 1690. Nel 1691 fu interrotto, e ripigliato
poscia ne' due anni seguenti in Modena. Nel 1692 il p.
Bacchini si associò alcuni altri per render migliore e più
universale il suo lavoro, cioè il Guglielmini per la
matematica, il Ramazzini per la fisica, la medicina,
l'anatomia e la botanica, il padre Giovanni Franchini
conventuale per la teologia, Jacopo Cantelli (non
Cancelli, come ivi si legge) per la geografia e pe' viaggi;
e per qualche parte il provinciale de' Minori Osservanti.
Nel 94 e nel 95 fu di nuovo interrotto il Giornale, e fu
ripigliato di nuovo nel 96, in cui ne uscì un altro tomo, e
un altro l'anno seguente, in cui fu del tutto sospeso.
Finalmente nel 1696 ebbe principio in Venezia la
Galleria di Minerva, ne' cui primi tomi ebbe qualche
parte Apostolo Zeno, e che venne poscia continuandosi
per alcuni anni del nostro secolo, finchè all'apparire nel
1710 del Giornale de' Letterati essa e qualunque altro
Giornale cadder di pregio, e furon dimenticati. La storia
di questi Giornali da me in breve accennata si può
vedere più a lungo esposta nella prefazione del suddetto
Giornale de' Letterati. Nè io negherò già che queste
prime opere periodiche non siano assai lungi da quella
perfezione a cui poscia sono state condotte. Ma ella è
questa la sorte di tutte le nuove intraprese,
singolarmente nel genere letterario, che non possano al
principio andare esenti da difetti e da errori. E lo stesso
Journal des Savans non fu esso ancora ne' suoi
cominciamenti troppo diverso da quello che poscia
veggiamo? Basta leggere le riflessioni e le critiche su
alcuni de' primi tomi di quel Giornale fa il ch. Magalotti
(Lettere famigl. t. 1, p. 74, 127, 167), per riconoscere
quanto esso fosse ne' suoi principj mancante.
XXXIV. Gli scrittori genealogici forman
l'ultima classe degli scrittori di storia, de'
quali dobbiam qui ragionare. Io accennerò
prima il trattato di Celso Cittadini Dell'antichità
dell'armi gentilizie, del qual autore dovrem ad altro
luogo trattar più a lungo, e l'opera del p. Silvestro
Pietrasanta gesuita, che ha per titolo Tesserae
gentilitiae, della quale abbiam fatta altrove menzione.
Quindi tra quelli che scrissero propriamente Genealogie
lasciando in disparte per amore di brevità coloro che
scrisser la Storia di qualche particolare famiglia 30,
Scrittori
genealogici.
30
Fra gli scrittori di particolari genealogie io accennerò quella soltanto della
nobile e antica famiglia Taccoli di Reggio, formata dal celeb. ab.
Bacchini, perchè nè il co. Mazzucchelli, nè monsig. Fabbroni, nè alcon
altro di quelli che di lui hanno scritto, ne ha fatta menzione: essa ha per
titolo: Pruove del Giuspatronato della Chiesa Parrocchiale o Priorato di
S. Giacomo Maggiore della Città di Reggio spettante alla Casa Taccoli, e
della discendenza de' Compadroni della medesima Chiesa, disposte e
digerite dal fu Reverendissimo Padre D. Benedetto Bacchini, ec. in
Modena pel Soliani, 1725, fol. Non è però che tutto questo voluminoso
tomo sia opera del p. Bacchini, perciocchè più cose vi aggiunse il co.
indicherò solo alcuni di quelli che o a più grande, o a
più vasto argomento rivolsero le loro fatiche. Nè io
proporrò, come opera scritta con buona critica, l'Austria
Anicia di d. Cipriano de' Conti Boselli monaco
olivetano (Mazzucch. Scritt. it. t. 2, par. 3, p. 1828), nè
alcune opere che generalmente trattano delle famiglie
nobili italiane, e che non sono comunemente nè molto
esatte, nè molto erudite, quali son quelle di Flaminio
Rossi, di Lattanzio Bianchi, di Francesco Zazzera, di
Giampietro de' Crescenzi. Migliori sono le Storie
genealogiche delle famiglie di alcune particolari città.
Quelle della città e del regno di Napoli furono assai
bene illustrate da Carlo de Lellis, la cui opera in tre tomi
fu stampata nella stessa città dal 1654 al 1671. E benchè
in essa si veggan talvolta adottate alcune di quelle
antichissime genealogie che ora eccitan le risa de'
critici, l'uso nondimeno ch'ei fa de' privati e de' pubblici
documenti, molti de' quali ancora egli ha dati in luce,
rende quest'opera pregevolissima. Più compendiosa e
meno ricca di cotai documenti è quella di Biagio
Aldimari, o Altomare, che ha per titolo: Memorie
istoriche di diverse famiglie nobili così napoletane,
come forestiere, stampata in Napoli nel 1691, ma egli in
vece parlando di ciascheduna famiglia indica più altri
scrittori, che di essa ragionano. Più celebre e più piena
di erudizion diplomatica è la Storia genealogica della
famiglia Carrafa, da lui pubblicata nell'anno stesso in
Niccolò Taccoli, da cui l'opera fu poscia continuata. Ma egli ne raccolse
in gran parte i documenti, e ne formò gli aberi, come si raccoglie da
alcune sue lettere premesse all'opera stessa.
tre tomi, e stampata con molta magnificenza, opera che
fu perciò altamente applaudita, come ci mostran gli
elogi ad essa fatti da molti che si accennano dal co.
Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 1, p. 542), il quale
parla a lungo di questo scrittore, che fu insieme celebre
giureconsulto, autor di molte opere legali, e impiegato
in più cariche luminose 31. Intorno alle famiglie del
medesimo regno abbiamo più altre opere di Ferrante
della Marca duca delle Guardie, di Filiberto Campanile,
di Francesco Elio Marchesi, di Carlo Borello, di
Giuseppe Recco e di altri, di cui non giova il far distinta
menzione. Le opere di Pompeo Scipione Dolfi sulle
famiglie nobili di Bologna, del Libanori e del Maresti su
quelle di Ferrara, di Eugenio Gamurrini su quelle della
Toscana e dell'Umbria, benchè contengano molte
pregevoli notizie non sono però tali, alla cui autorità
convenga ciecamente fidarsi. Intorno alle famiglie di
Genova, io non trovo notizia che dell'Armi delle Casate
nobili di essa di Agostino Franzone. Moltissime opere
genealogiche e singolarmente intorno alle famiglie di
Padova e di Venezia, pubblicò il co. Jacopo Zabarella
nobile padovano, delle quali diffusamente ragiona
Gregorio Leti (Italia regn. par. 3, p. 265). Ma troppo
sono esse sprovvedute di buona critica, perchè possano
31
Intorno all'Aldimari veggasi anche l'opera più volte citata del p. di
Afflitto, che ce ne dà più minute e più esatte notizie (Scritt. napol. t. 1, p.
32, ec.), e osserva che alla magnificenza dell'edizione nella Storia della
famiglia Carrafa non corrisponde l'esattezza e la critica delle ricerche. Di
lui parla ancora, e ne dà un giudizio ugualmente svantaggioso il sig. d.
Lorenzo Giustiniani.
ora piacere agli eruditi. Delle famiglie fiorentine abbiam
già accennato qualche scrittore parlando della Storia di
quella città. Niuno n'ebbe Milano, che venisse alla luce.
Ma un'opera assai vasta sulle famiglie di quella città, e
corredata di gran copia di autentici documenti scrisse
Rafaello Fagnani, morto nel 1627, la qual conservasi
manoscritta in otto gran tomi in folio nell'archivio del
collegio de' nobili giureconsulti della stessa città (V.
Argel. Bibl. Script. mediol. t. 1, pars 2, p. 589, ec.). E
certo a quegli scrittori che nel tesser le genealogie delle
famiglie fecer molto uso de' monumenti conservati negli
archivj, e gli trassero alla pubblica luce, noi dobbiamo
esser molto tenuti, perchè in tal modo non solo alla
Storia di quelle famiglie, ma anche delle città e delle
provincie recarono molto vantaggio; poichè questo
studio non ha più sodo e più autorevole fondamento di
quelle carte, e da esse principalmente si dee riconoscere
lo scoprimento di tante interessanti notizie che i
moderni scrittori ci han date, e la confutazione ch'essi
hanno fatta di tanti errori per l'addietro incautamente
adottati.
XXXV. Io darò l'ultimo luogo fra gli
scrittori di Storia al celebre Traiano
Boccalini, perchè comunque egli niun'opera
veramente ci desse, a cui convenga il nome
di Storia, tutte però quelle da lui pubblicate spargon non
poco lume su' tempi a' quali egli visse. Di esse e del loro
autore ha parlato sì esattamente il co. Mazzucchelli
Notizie di
Traiano
Boccalini.
(Scritt. it. t. 2, par. 3, p. 1375, ec.), che invano io mi
sforzerei di dir cose nuove. Solo intorno alla patria del
Boccalini parmi di poter dir qualche cosa da altri non
osservata. Il suddetto autore dice ch'ei fu di patria
romano, ma nativo di Loreto, e che suo padre era di
professione architetto. Ma io aggiungo che il Boccalini,
benchè nato in Loreto, fu di origine carpigiano, della
qual città era natio Giovanni di lui padre, che fu
architetto della S. Casa di Loreto. Noi ne abbiamo la
testimonianza primieramente di Silvio Serragli, il qual
parlando della cupola di quella chiesa la dice non poco
illustrata da Giovanni Boccalini da Carpi Architetto di
essa Casa sedente Pio IV (La S. Casa abbellita, Ancona
1675, par. 2, c. 4). Innoltre l'ornatissimo sig. avv.
Eustachio Cabassi da me altre volte lodato, e a cui io
debbo questa scoperta, mi ha avvertito che in Carpi
nell'archivio della nobilissima famiglia de' Pii in una
carta del 1501 trovasi nominato Giovanni Boccalini
habitante nel Borgo di S. Antonio. E lo stesso Traiano,
benchè chiami Loreto sua patria (Bilancia polit. l. 4, p.
360), dice nondimeno che suo padre era stato al servigio
di Rodolfo Pio (ivi l. 2, p. 193). Par dunque indubitabile
ch'ei fosse di origine carpigiano, ma nato in Loreto ov'ei
venne a luce nel 1556 32. Visse molto in Roma, ove il
suo ingegno pronto e vivace rendettelo caro a molti de'
più illustri personaggi di quella città, ove fu maestro di
geografia al card. Bentivoglio che ne lasciò ne' suoi
scritti grata memoria (Mem. l. 1, c. 9). Per opera di essi
32
Posson vedersi anche più manifeste pruove della patria del Boccalini nella
Biblioteca modenese (t. 1, p. 282).
fu impiegato in diversi governi nello Stato ecclesiastico,
e in quello tra gli altri di Benevento. Ma ei fece
conoscere che egli era più abile a dar buoni precetti di
sana politica, che a porgli in esecuzione, e Roma ebbe
non poche doglianze della condotta dal Boccalini in que'
governi tenuta. Forse la poca speranza di avanzarsi più
oltre, ma più probabilmente la brama di stampar le sue
opere in paese libero, il trasse nel 1612 da Roma a
Venezia, ove l'anno medesimo pubblicò la prima
centuria de' suoi Ragguagli di Parnaso, a cui l'anno
seguente fece succedere la seconda. Ma non potè lungo
tempo goder degli applausi con cui quell'opera fu
ricevuta, perciocchè a' 16 di novembre del 1613 finì di
vivere. La comune opinione, fondata principalmente sul
detto dell'Eritreo (Pinacoth. pars 1, p. 272; pars 3, n.
59), è ch'egli avendo colle sue opere incorso lo sdegno
di alcuni potenti, assalito una notte in casa nel suo
proprio letto da alcuni armati, fosse così fieramente
battuto e pesto con sacchetti pieni d'arena, che poco
appresso se ne morisse. Ma le ragioni per dubitar di tal
fatto, prodotte prima da Apostolo Zeno (Note al Fontan.
t. 2, p. 139), e poi dal co. Mazzucchelli, mi sembrano di
tal peso, ch'esso debba considerarsi almeno come molto
incerto. Vuolsi però avvertire che agli scrittori da' quali
si narra tal cosa, accennati dal co. Mazzucchelli, deesi
aggiungere ancora il suddetto card. Bentivoglio, il qual
però ne parla soltanto come di opinione ricevuta
comunemente. E potè forse avvenire che il Boccalini
avesse veramente quell'efficace avviso di scrivere più
cautamente, ma che non dovesse ad esso la morte. La
più celebre opera del Boccalini sono i sopraccennati
Ragguagli di Parnaso, ne' quali egli fingendo che
innanzi ad Apolline si rechino relazioni, doglianze ed
accuse, acciocchè egli ne giudichi, prende occasione or
di lodare, or di biasimar più persone, e le azioni e le
opere loro. Essi non avrebbero forse avuto quel grande
applauso che ebbero, se i tratti mordaci e satirici che
l'autore vi ha sparsi, non ne rendessero a molti piacevole
la lettura. Certo i giudizj che il Boccalini dà in questi
racconti, non sono sempre i più esatti e i più conformi al
vero. Delle molte edizioni, delle traduzioni, delle giunte
fatte ad essi ragiona a lungo il suddetto co.
Mazzucchelli, e io temerei di annoiare i lettori ripetendo
di nuovo le minute osservazioni ch'ei fa sopra esse 33.
Egli parimente ci dà piene ed esatte notizie della Pietra
del Paragone politico, ch'è come una continuazione de'
Ragguagli, ma diretta principalmente contro la Spagna,
delle Lettere politiche ed istoriche, le quali servono di
continuazione alla Bilancia politica, ma che in gran
33
Il co. Mazzucchelli accenna la voce da alcuni, ma senza fondamento,
adottata, che il card. Bonifacio Gaetani, più che il Boccalini, fosse l'autore
de' Ragguagli di Parnaso, e aggiugne che questa voce nacque per
avventura dal risapersi che quel cardinale approvava i Ragguagli
medesimi. È certo però ancora ch'egli non solo approvava i Ragguagli, ma
ne favoriva l'autore con buone somme di denaro. Il ch. monsig. Onorato
Gaetani mi ha trasmessa copia di tre lettere da Pier Capponi scritte al
cardinal medesimo da Ravenna; la prima a' 10 di aprile; la seconda a' 30
di ottobre; la terza a' 21 di dicembre del 1613, nelle quali si parla di
alcune somme di denaro, che in nome del cardinale avea fatte pagare al
Boccalini, e nell'ultima si dice ch'era piaciuto alla Maestà Divina di
chiamarlo a sé questi giorni passati in Venezia.
parte non sono opera del Boccalini, de' Comentarj
sopra Cornelio Tacito, i quali, anzi che un comento su
quello storico, sono osservazioni politiche sopra diversi
fatti della storia de' suoi tempi; e di alcune altre cose al
Boccalini attribuite, delle quali non giova il ragionare
distintamente.
XXXVI. Rimane finalmente a parlare di
alcuni che dieder precetti a scrivere
lodevolmente la Storia, argomento in cui il
secolo precedente ci ha dati molti scrittori, e
quello, di cui trattiamo, non ci offre che Agostino
Mascardi. Egli era nato in Sarzana nella riviera orientale
di Genova nel 1591; ed entrato in età giovanile tra'
gesuiti, ne uscì poscia, e da Urbano VIII, a cui pel suo
ingegno ei si rendette assai caro, fu fatto suo cameriere
d'onore e dichiarato professor d'eloquenza nella
Sapienza di Roma l'anno 1628 collo stipendio di 500
scudi (Carrafa de Gymn. rom. t. 2, p. 321). L'Eritreo
quanto ne loda l'ingegno, altrettanto ne biasima la poca
saggia condotta (Pinacoth. pars 1, p. 112, ec.), per cui
visse sempre oppresso dai debiti, e forse il suo tenore di
vivere gli accorciò i giorni; perciocchè divenuto etico e
ritiratosi a Sarzana, ivi in età di 49 anni venne a morte
nel 1640. L'arte istorica da lui pubblicata in Roma nel
1636, e accresciuta poscia in una nuova edizione nel
1646 da Paolo Pirani, fu l'opera che maggior fama gli
conciliasse, e con ragione, poichè esso è libro ottimo, e
un de' migliori che in questo genere abbiamo. E basti
Scrittori
dell'Arte
storica.
recarne il giudizio del card. Bentivoglio, che ben potea
conoscerne il pregio: "Con mirabile erudizione, dic'egli
(Mem. l. 1, c. 9), ed insieme con singolare eloquenza fra
i più moderni compose un pieno volume sopra l'Arte
Istorica ultimamente in particolare Agostino Mascardi,
uno de' primi Letterati d'Italia, e mio strettissimo amico.
E certo gli deve restare grandemente obbligata l'Istoria,
poichè egli nell'accennato componimento non poteva
più al vivo effigiarne la vera e perfetta Istoria". Egli
avea già pubblicata fin dal 1629 la Storia della famosa
congiura del Fieschi. Ma questo saggio, dice Apostolo
Zeno (Note al Fontan. t. 2, p. 110), che questo maestro
dell'Arte ha divulgato, ha fatto dire, ch'egli fosse più
abile ad insegnarla, che a praticarla. Lo stesso Zeno ha
rilevati alcuni errori che nel parlar del Mascardi han
commesso il p. Niceron e il p. Riccardo Simon. Le altre
opere del Mascardi non sono ugualmente celebri, e se ne
può vedere 'l catalogo presso il p. Niceron (Mém. des
Homm. ill. t. 27).
CAPO II.
Lingue straniere.
Studio delle
lingue
orientali
fomentato
da' papi.
I. Lo studio delle lingue orientali fu uno di
quelli che in questo secolo vennero con più
ardore coltivati in Italia, e se ne dee la
gloria principalmente a' romani pontefici, e
a que' gran cardinali Federigo Borromeo e
b. Gregorio Barbarigo. E quanto a' romani pontefici,
Paolo V studiossi di eccitare i Regolari al coltivamento
delle lingue, ordinando con una sua Bolla de' 28 di
settembre del 1610 che in qualunque Studio de' Regolari
fosse un maestro delle lingue ebraica, greca e latina, e
negli Studj maggiori si aggiugnesse quello ancor
dell'arabica (Murat. Ann. d'Ital ad h. a.). ma questo
provvedimento non ebbe un successo corrispondente al
zelo e al desiderio del pontefice. Più ampio e più stabil
frutto raccolse Gregorio XV, di lui successore, dalla
fondazion ch'egli fece nel 1622 della Congregazione
detta de Propaganda Fide, di cui fosse pensiero il
formare zelanti operai che spargendosi fin nelle più
lontane provincie del mondo si affaticassero o in
propagare, o in promuovere la Religione. Era perciò
necessario ch'essi fossero istruiti nelle lingue de' popoli
a' quali dovevano recarsi, e faceva bisogno di libri scritti
in que' medesimi idiomi, affinchè più facilmente si
diffondesse fra essi il lume del Vangelo. A tal fine per
opera singolarmente di monsig. Francesco Ingoli, che ne
fu il primo segretario, fu ad essa aggiunta una magnifica
stamperia, in cui fin dal 1627 contavasi di quindici
caratteri di diverse lingue che crebber poscia fino a
ventitrè, e che sono poi stati fino a' dì nostri
successivamente accresciuti. Non è perciò a stupire se in
Roma singolarmente questo studio fiorisse, e se tante
opere dotte nelle lingue orientali si vedessero ivi uscire
alla pubblica luce. Ivi il p. Ilarione Rancati monaco
cistercense, di patria milanese, dottissimo nelle lingue
orientali, arabica, e siriaca, fu ammesso in una
congregazione destinata da Paolo V all'esame di certi
libri sacri siriaci, e fu un de' trascelti da Urbano VII a
tradurre la Volgata latina nella lingua arabica, e dopo
aver sostenuti più ragguardevoli impieghi, finì di vivere
in età di 69 anni nel 1663, senza aver mai pubblicata
opera alcuna, ma lasciandone un grandissimo numero
scritte a mano, che or si conservano nel monastero di s.
Ambrogio in Milano e in quello di Caravaggio, e che si
annoverano dall'Argelati 34 (Bibl. Script. mediol. t. 2,
pars 1, p. 1175, ec.). Ivi il p. d. Giulio Bartolocci dello
stesso Ordine, ma della Congregazion riformata di s.
Bernardo, nato nel 1613 in Cellano nella diocesi di
Montefiascone, che per 36 anni fu professore di lingua
ebraica nel collegio de' neofiti, e scrittore della
medesima lingua nella Vaticana, e che morì nel 1687,
diè alla luce nella stamperia della Congregazione de
Propaganda la Biblioteca magna rabinica, in cui per
ordine alfabetico si dà notizia di tutti gli autori e di tutti
gli scritti rabbinici (Mazzucch. Scritt. it. t. 2, par. 1, p.
468). Ivi il p. d. Carlo Giuseppe Imbonati di patria
milanese, scolaro e correligioso del Bartolocci, oltre il
compiere il quarto tomo della Biblioteca rabbinica dal
suo maestro scritto sol per metà, pubblicò ancora nel
1696 la Biblioteca latino ebraica, ossia la notizia di tutti
34
La Vita del p. d. Ilarione Rancati è stata con molta diligenza ed erudizione
illustrata dal ch. p. ab. d. Angelo Fumagalli cisterciense, e stampata in
Brescia nel 1762. E si potranno in essa vedere non solo più ampiamente
spiegate le circostanze della vita di questo dottissimo religioso, ma messo
ancor in miglior luce tutto ciò da lui fu operato per promuover lo studio
delle lingue orientali, e di tutte le scienze sacre.
gli scrittori latini che scritto aveano o contro gli Ebrei, o
di cose a Religione, o a' costumi loro attinenti (Argel. l.
c. t. 1, pars 2, p. 737). Ivi il p. d. Clemente Galani
teatino, dopo aver per più anni soggiornato in Armenia,
tornato a Roma, diè alle stampe nel 1650 in due tomi
una pregevol raccolta di Atti scritti in quella lingua, e da
lui tradotti il latino, e illustrati con osservazioni
teologiche e storiche intitolata Conciliazione della
Chiesa d'Armenia colla latina sulle testimonianze de'
Padri e de' Dotti Armeni. Ivi Filippo Guadagnolli
divolgò nel 1642 la Gramatica della lingua arabica, e
Tommaso Obizzino da Novara minor riformato il Tesoro
siro-arabico-latino nel 1636, e prima una Gramatica
arabica nel 1631. I tre maroniti, Vittorio Scialac,
Abramo Echellense e Fausto Nairone, furono da' romani
pontefici mantenuti e premiati, perchè tenessero scuola
di lingua orientali; e tutti corrisposero a benefizj di cui
vedeansi onorati, col pubblicare più dotte opere, fra le
quali abbiamo de' due primi le Gramatiche della lingua
arabica e della siriaca. Ivi il p. Giambattista Ferrarari
sanese di patria gesuita, da noi altrove già nominato, diè
in luce nel 1622 un dizionario della siriaca intitolato
Nomenclator syriacus. Ivi il f. Mario da Calasio (luogo
nel regno di Napoli) minore osservante pubblicò nel
1621 la grand'opera delle Concordanze ebraiche, avuta
sì in gran pregio, che una nuova edizione se n'è fatta in
Londra nel 1749, e di lui abbiamo ancora un Dizionario
ebraico-latino stampato in Roma nel 1617. Ivi
finalmente nel 1671, dopo le fatiche e gli studj di ben 46
anni in ciò impiegati da' più dotti uomini che fossero in
tutta l'Europa, uscì alla luce la famosa edizione della
Biblia arabica in tre tomi in folio. I nomi di tutti quelli
che in ciò furono adoperati, e la serie delle fatiche da
essi perciò sostenute, si posson vedere nel Giornale
romano dell'ab. Nazzari (Giorn. de' Letter.; Roma 1672,
29 genn.).
II. Colle grandi e magnifiche idee de'
romani pontefici pare che gareggiar volesse
il card. Federigo Borromeo. Noi abbiam già
veduto che questo gran cardinale nel
fondare la biblioteca ambrosiana vi aggiunse una
stamperia di lingue orientali, che condusse a Milano
maestri delle lingue ebraica, persiana ed armena, e che
cercò ancora, ma inutilmente, un maestro della lingua
abissina. Benchè le premure del card. Federigo non
avessero tutto quell'ampio effetto che alla grandezza del
suo animo era corrispondente, non rimaser però senza
frutto, e due degli alunni da lui formati, amendue
milanesi, promosser non poco lo studio delle lingue
orientali. Il primo fu Antonio Giggeo della
Congregazione degli Obblati, e uno de' dottori del
Collegio ambrosiano. Fin dal 1620 avea ei pubblicati da
sè tradotti in latino i Comeni del rabbin Salomone, di
Aben Esra, e di Levi Gersom su' proverbj di Salomone.
Ma opera assai più gloriosa al suo autore fu il gran
Vocabolario arabico in quattro tomi, stampato in Milano
nel 1632, ch'è il più ampio che abbiasi in quella lingua,
e che ben mostra quanto in essa fosse venerato il
Del card.
Federigo
Borromeo.
Giggeo. Egli scrisse ancora una Gramatica delle lingue
caldaica e targumica, che conservasi ms. in Milano (V.
Argel. Bibl. Script. mediol. t. 1, pars 2, p. 685). La fama
sparsa del molto saper del Giggeo nelle lingue orientali,
giunse al pontefice Urbano VIII che bramò di avere un
uomo sì dotto in Roma per illustrarne il Collegio de
Propaganda; e il Giggeo chiamato dal papa, già era sul
partir da Milano, quando fu dalla morte rapito nel 1632.
L'altro dottor del collegio ambrosiano illustrator delle
lingue orientali, fu Francesco Rivola, il quale rivoltosi
singolarmente alla lingua armena, ne scrisse il
Dizionario che fu stampato in Milano nel 1613, e poscia
ancor la Gramatica ivi pubblicata nel 1624, e nella
nuova edizione del Dizionario fatta in Parigi nel 1633
ad esso unita.
III. Emulatore delle virtù e della
munificenza del card. Federigo Borromeo
fu il b. card. Gregorio Barbarigo vescovo di
Padova, il quale, come parlando delle biblioteche
abbiamo già osservato, nel suo seminario fondò una
stamperia di lingue orientali, e ne promosse tra quegli
alunni lo studio. Quanto ne fosse egli sollecito, cel
mostrano alcune delle lettere da lui scritte al celebre
Magliabecchi: "Io non so come, gli scriv'egli nel 1681
(Cl. Venet. Epist. ad Magliab. t. 2, p. 8), mi sono posto
in pensiere di mettere le lingue Orientali nel Clero, e
vado avanzando, onde quando odo tali libri, convengo
soddisfare alla curiosità, e però pregola farmi parte della
E dal card.
Barbarigo.
materia, che trattano i libri venuti dal parente del Turco
a S. Altezza: intendo, che vi siano in Costantinopoli
libri Arabi di cose anco morali molto ben aggiustati.
Intendo esser stati in cotesta Stamperia impressi
Avicena ed Averroe. Mi sarebbe grazia sapere, se sono
soli Arabi, o pure anco tradotti, e quanti tomi". E in
un'altra dell'anno stesso (ib. p. 9): "Per le cose Arabiche
veramente io presi l'esemplare dal Sig. Card. Borromeo,
e mi dispiace che i suoi successori non l'abbian seguito,
e sarà per me grazia singolare l'averne una copia di
questi stampati in Roma dal Gran Duca Ferdinando". Il
card. Giorgio Cornaro successore del Barbarigo ne imitò
ancora gli esempj, e ne promosse i disegni riguardo a
questi studj; e frutto delle sollecitudini di questi due
cardinali fu la bella edizione dell'Arcolano in lingua
arabica con traduzione latina, e colla dotta confutazione
del p. Lodovico Marracci della Congregazione della
Madre di Dio da quella stamperia uscita nel 1698. Ma i
lor disegni ancor non ebber la sorte di esser poscia
avvivati e promosi, com'essi avrebber bramato.
IV. Benchè i gran duchi di Toscana di
questo secolo non fosser tanto solleciti di
questo studio, quanto Ferdinando I, non
trascuraron per modo, che ad esso ancora
non rivolgesser talvolta pensiero. Ferdinando II e il
principe Leopoldo fecer venire a Firenze quell'Abramo
Echellense da noi nominato poc'anzi, acciocchè
esaminasse i codici orientali ch'erano nel palazzo de'
Coltivatori
di tale
studio.
Pitti (Bianchini Ragionam. p. 107) 35, e poscia il gran
duca Cosimo III trasse a Firenze il celebre p. Pietro
Benedetti di nazion maronita: "Un Regalo, scrivea nel
1698 il co. Magalotti al priore del Bene (Magai. Lett.
famigl. t. 2, p. 141), pel mio Sig. Priore, e un regalo non
piccolo; ma ci vuole un po' di mancia. Il regalo è tutta
l'amicizia e la confidenze del P. Benedetti Maronita
onorato dal Gran Duca nostro Signore della lettura delle
lingue Orientali in codesta Università. Saranno intorno a
sett'anni, che S. A. cavò questo degnissimo soggetto di
Roma per riordinare l'orribil caos, in cui eran ridotti i
caratteri non so se di dieci lingue Orientali fatti gettare
con centotrentamila scudi di spesa dal Gran Duca
Ferdinando I. allora Cardinale e Protettore del Collegio
de propaganda Fide. Finito questo laborioso
riassortimento S. A. non l'ha mai licenziato, mirando
verissimilmente, e come ne tengo qualche riscontro,
infin d'allora a valersene in questo nuovo impiego. Si
trova egli in necessità di procacciarsi un quartiere costì,
ec.". Alcuni altri Italiani che furon dotti nelle lingue
orientali, abbiamo ad altre occasioni accennati nel
decorso di questo tomo; e alcuni altri potremmo qui
rammentare, e fra gli altri quel Filippo d'Aquino, da
ebreo divenuto cristiano, e professore per molti anni di
lingua ebraica in Parigi, di cui si hanno alle stampe non
poche opere (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 1, par. 2, p.
912). Ma benchè egli fosse originario d'Aquino nel
regno di Napoli, nacque nondimeno in Carpentras, e
35
Questi codici orientali sono stati essi ancora per comando del gran duca
poi imperatore Pietro Leopoldo uniti alla Laurenziana.
visse sempre in Francia; e noi non possiamo perciò,
senza esporci alla taccia di usurpatori delle altrui glorie,
annoverarlo tra' nostri. Io farò più volentieri menzion di
Leon da Modena rabbino veneto, ebreo assai dotto nella
lingua e nelle antichità della sua nazione, e autore di
alcune opere sui Riti ebraici, che anche oltramonti
furono accolte con applauso, e più volte stampate (V. Le
Long. Bibl. sacra t. 2, p. 593, 806) 36.
36
Ai coltivatori della lingua ebraica deesi aggiugnere il p. Eliseo Pesenti
cappuccino, morto in Bergamo sua patria, nel 1634, che per trent'anni
tenne in quel suo convento pubblica scuola di quella lingua. Oltre alcune
opere da lui pubblicate, delle quali si fa menzione nella Biblioteca de'
Cappuccini del p. Bernardo da Bologna, conservansi nella libreria del suo
convento un ampio Dizionario ebraico manoscritto, in quattro tomi in
folio, e una Gramatica ebraica in un altro tomo. Il sig. ab. Maffeo Maria
Rocchi, a cui debbo questa notizia, mi avverte ancora che pochi anni sono
anni sono alcuni dei Cappuccini francesi, che in Parigi coltivano con
molto applauso la detta lingua, venuti in Italia, e veduto quel Lessico,
volea seco recarlo in Francia per pubblicarlo, ma che gli antichi
possessori non vollero restarne privi.
V. Al fervore degl'Italiani nel coltivar le
lingue orientali per che avrebbe dovuto
esser uguale l'impegno riguardo alla greca.
E nondimeno la cosa andò tutto altrimente.
L'universale entusiasmo con cui abbiamo
veduti gl'Italiani del secolo precedente
volgersi allo studio di questa lingua, talchè
allora sembrava anzi disonor l'ignorarla che
onore di saperla, si andò scemando e illanguidendo per
modo, che veggiam gli eruditi di questa età altamente
lagnarsi ch'essa fosse quasi dimenticata. E forse ne fu
cagione lo stesso ardore dell'età precedente nel fomentar
questo studio. Appena vi fu oratore, o poeta greco che
da' nostri non fosse allora tradotto o in latino, o in
italiano. Quindi potendosi leggere Omero e Demostene
anche da chi ignorava il greco, si credette da molti
inutile la fatica necessaria ad apprenderlo, e quella
lingua perciò non fu più molto curata. Luca Olstenio
scrivendo da Roma nel 1649 al principe Leopoldo de'
Medici, e proponendogli per la cattedra d'eloquenza e di
lingua greca, vacante in Pisa per la morte di Paganino
Gaudenzi, il dotto Leone Allacci: "Altro soggetto, dice
(Lettere ined. t. 1, p. 81), che meriti d'esser messo in
considerazione a V. A. io non vedo in Italia, e si sa
quanto male sieno provviste le Cattedre di Padova e di
Bologna in questo genere, dove le Lettere Greche, e in
conseguenza ogni vero fondamento di sapere, sono
bandite affatto in modo, che di qua non si possa sperare
che cosa debole e ordinarissima 37". Veggiamo infatti
Lo studio
della lingua
greca
illanguidisc
e alquanto
in Italia:
notizie di
alcuni
grecisti.
37
Per nondimeno che in Roma, donde così scriveva nel 1646 l'Olstenio,
che per occupar quella cattedra fu per qualche tempo
trascelto un non so quale Ibernese, che ivi era nel 1673.
In Firenze fu quella cattedra sostenuta da un uomo nella
lingua greca dottissimo, cioè da Giambattista Doni, di
cui abbiamo altrove fatta menzione. E quando questi
morì nel 1646, fu proposto a succedergli Valerio
Chimentelli, del cui sapere abbiamo un'onorevole
dovesser trovarsi non pochi nella lingua greca ben istruiti. Perciocchè,
come ha osservato il ch. can. Bandini (Vita J. B. Donii p. 82), conservasi
in Roma nella Biblioteca barberina un codice in cui si contengono i Fasti
di un'Accademia detta Basiliana eretta nell'an. 1635 nel monastero de'
Basialiani di rito greco, in quella città per opera del card. Francesco
Barberino il vecchio, scritti da Giuseppe Carpano, ch'era uno degli
accademici. Erane protettore il suddetto card. Barberino, e principe il
card. Francesco Maria Brancacci, e segretario il celebre Giambattista
Doni. Nelle loro adunanze solevano gli accademici recitar prima un
ragionamento su qualche materia sacra, o morale; indi passavano allo
scioglimento di qualche dubbio intorno alla lingua greca, tratto
singolarmente dalla liturgia di quella nazione. Quest'accademia non ebbe
però lunga durata, e come pruova il suddetto scrittore con una lettera
dell'Olstenio de' 15 di febbraio del 1642, al partir che il Doni fece da
Roma, si sciolse quasi interamente. Nondimeno circa il tempo medesimo
abbiamo un altro documento a provare ch'era in Italia un sufficiente
numero di coltivatori della lingua greca. Esso è un catalogo d'uomini dotti
scritto a' tempi di Urbano VIII di mano di Gasparo Scioppio, e pubblicato
dallo stesso canonico Bandini (l. c. p. 21, ec.). Tra essi veggiam molti da
lui lodati, come dotti nel greco, e sono Girolamo Aleandro, Paolo
Bombino gesuita, Ignazio Bracci, Agostino Oreggio (poi cardinale),
Giambattista Lauro, Niccolò Villani, Niccolò Alamanni, Giuseppe
Ripamonti dotto ancor nell'ebraico, Pietro Strozzi, Giambattista Doni e
Lorenzo Pignoria, di molti de' quali abbiam parlato in diversi passi di
questo tomo.
testimonianza nella lettera perciò scritta dal p. Michelini
al principe Leopoldo (ivi p. 266). Ma egli passò poi alla
medesima cattedra nella università di Pisa, ove pubblicò
la sua erudita dissertazione intitolata Marmor Pisanum
de honore Biselii. Ma il più celebre professore di lingua
greca, che quell'università in questo secolo avesse, fu
Benedetto Averani. Più di cinque Vite di questo
professor valoroso annovera il co. Mazzucchelli (Scritt.
ital. t. 1, par. 2, p. 1235), e possiamo ad esse
aggiugnerne un'altra che di più fresco ci ha data il ch.
monsig. Fabroni (Vitae Italor. doctr. Excell. dec. a. p. 6).
Debbo io dunque occuparmi di formarne una nuova? A
me basterà l'accennare ch'ei fu di patria fiorentina, e che
nacque nel 1645; che fin dal tempo in cui cominciò a
frequentare le scuole de' Gesuiti, diè saggi di non
ordinario ingegno e di maturità superiore agli anni; che
a tutte le più nobili scienze rivolger volle il suo studio, e
in tutte fece lieti progressi; che avvertito dal card.
Leopoldo a disporsi ad occupare la cattedra di belle
lettere in Pisa, solo e senza la scorta d'alcun maestro
studiò la lingua greca, e ne ottenne pienissima
cognizione; che nel 1676 fu nominato professore di
lingua greca, dalla qual cattedra passò poscia a quella
d'umanità; che ricusò premurosi inviti a lui fatti
dall'università di Padova e dal pontefice Innocenzo XI,
nè mai volle lasciare il servigio del natural suo sovrano,
finchè in età di 52 anni nel 1707 a' 28 di dicembre,
passò a miglior vita. Egli fu veramente uom dotto, e
insieme colto ed elegante scrittore, e viene annoverato
tra quelli che più contribuirono a richiamare in Italia il
buon gusto. Le Dissertazioni latine da lui dette
nell'università di Pisa, e che raccolte dopo la sua morte
furono in tre tomi in folio stampate in Firenze,
contengono spiegazioni e dissertazioni sull'Antologia
greca, su Tucidide, su Euripide, su Livio, su Cicerone,
su Virgilio, e più altre Orazioni, Poesie, e Lettere
dell'Averani, il quale in esse discuopre e il profondo
studio che fatto avea sugli antichi scrittori e il profondo
studio che fatto avea sugli antichi scrittori, e l'ampio
frutto che aveane raccolto. Di altre opere di esso o
stampate, o inedite, o smarrite si veggano i cataloghi
che ne han dato i suddetti scrittori. Fratello di Benedetto
fu Giuseppe Averani professore egli ancora in Pisa, e
autor parimente di molte opere. Ma egli visse fino al
1738, e non è perciò di questo luogo il ragionarne.
VI. Io non verrò annoverando gli altri
professori di lingua greca, che nelle altre
università italiane ne tennero scuola;
perciocchè, se vi ebbe tra essi qualche uomo
di chiara fama, egli è più noto per opere di erudizione,
che per saggi dati di grande perizia in questa lingua,
come furono Felice Osio e Ottavio Ferrari
nell'università di Padova già da noi mentovati, a' quali si
può aggiugnere Vincenzo Contarini autore di alcuni
trattati su diversi punti di romana antichità e di altri
argomenti, di cui più copiose notizie ci dà il Papadopoli
(Hist. Gymn. patav. t. 1, p. 348). Ma non deesi tacere
una nuova cattedra di lingua greca aperta in Napoli
Se ne
annoverano
alcuni altri.
verso la fine del secolo dall'amor patriottico e dalla
munificenza di Giuseppe Valletta, del quale abbiam fatta
in altro luogo menzione. Di ciò ne ha lasciata memoria
il p. Mabillon, che fu a Napoli nel 1686, e che racconta
che quel benemerito cittadino avea col suo proprio
denaro assegnato stipendio a Gregorio Masserio
sacerdote
di
Brindisi,
perchè
v'insegnasse
pubblicamente la lingua greca. Più altri Italiani che
sepper di greco, abbiamo indicati ne' capi precedenti, e
più altri ne indicheremo in quelli che verranno appresso.
E qui ancora se ne potrebbono rammentare alcuni, come
il p. Giambattista Gattini gesuita palermitano, morto in
Roma nel 1672, uomo non sol nella greca, ma ancora
nelle orientali lingue versato, e a cui dobbiamo il quinto
e il sesto libro de' Comenti di s. Cirillo alessandrino da
lui trovati in Chio, benchè altri gli togliesse la gloria di
pubblicarli (Sotuell. Script. S. J. p. 412), e Simone
Porzio autore di un Dizionario latino, greco-barbaro, e
letterale, e più altri, de' quali però, per quanto
minutamente noi andassimo in cerca, non potremmo
raccoglier tal numero, è indicare tali opere che la fama
da' nostri in questo secolo ottenuta non fosse di molto
inferiore a quella del secolo precedente.
VII. Io potrei qui ancora aggiugnere una
non breve serie di scrittori italiani che ci
diedero Gramatiche, o Vocabolarj, o altri
libri che giovano a conoscere la lingua turchesca, la
cinese, la giapponese, la messicana e quella di più altre
nazioni dell'Indie orientali e delle occidentali; opere
Studio di
altre lingue.
comunemente dei missionarj vissuti lungamente in
quelle provincie. Ma poichè esse furon singolarmente
dirette al vantaggio delle anime di que' popoli, più che
alla letteraria loro istruzione, perciò io mi astengo dal
farne un minuto catalogo, di cui sarebbe la noia maggior
che il frutto.
CAPO III.
Poesia italiana.
I. Eccoci a un argomento di cui par che
l'Italia debba anzi andar vergognosa, che
lieta e superba. Se alcuni degli scrittori da
noi addietro accennati usano d'uno stil
tronfio e vizioso, essi almen c'istruiscono
co' lumi che spargono o sul regno della natura, o sulle
vicende de' secoli. Ma ora dobbiam parlar di scrittori a'
quali se mancan le grazie dello stile, manca il migliore e
quasi l'unico pregio de' lor lavori. Un teologo, un
filosofo, un matematico, un medico, uno storico che
scriva male, si legge con dispiacere e con noia, ma pur
si legge con frutto. Ma un poeta incolto e rozzo a che
giova egli mai? E nondimeno pur troppo dobbiam
confessare che fra' poeti di questo secolo il maggior
numero è di quelli, le cui Poesie or non possono aver
altr'uso che di servir di pascolo alle fiamme, o alle
tignuole, o d'esser destinate anche a più ignobil uffizio.
Ma dovrò io rinnovare in certo modo la piaga che il reo
Cattivo gusto
comunemente
in essa
introdotto.
gusto fece allora all'Italia, col far menzione di tanti
inutili poetastri da' quali ella fu innondata ed oppressa?
Nè io ho coraggio a farlo, nè ove pure l'avessi, potrei
sperarne lode ed applauso da' lettori di questa Storia. Si
giaccian essi dunque dimenticati fra quella polvere a cui
son or condennati. Io invece mi studierò di mostrare
che, benchè quasi tutta l'Italia andasse follemente
perduta dietro a quel falso lume che tanti e tanti sedusse,
il numero però di coloro che non si lasciaron travolgere
dalla corrente, non fu sì scarso, come da molti si crede,
e che anche nel secolo XVII non fu del tutto priva
l'Italia di leggiadri ed eleganti poeti. Solo perchè le
infelici vicende della letteratura ugualmente che le
gloriose da un sincero e imparziale storico debbono
essere rammentate, io parlerò de' primi e dei più celebri
corrompitori del buon gusto in Italia, acciocchè si
conosca a chi debba essa imputare le sue sciagure.
II. Prima però di essi dobbiam dire di un
valoroso poeta, il quale tanto toccò del buon
secolo, che potè raccoglierne in sè tutti i
pregi, e tanto s'innoltrò nel cattivo, che per
poco non ne contrasse alquanto i difetti. Parlo del
celebre Gabriello Chiabrera, onor di Savona sua patria,
ove nacque agli 8 di giugno del 1552. Ha scritta egli
stesso la sua Vita, e di essa noi ci varremo nel
ragionarne, finchè una più ampia non ne abbiamo; e noi
speriamo di averla nella nuova edizione delle Opere di
questo valoroso poeta già da qualche anno promessa da
Notizie di
Gabriello
Chiabrera.
alcuni letterati savonesi, ma che non vedesi ancora
venire a luce. Gabriello, rimasto presto privo del padre,
fu in età di nove anni inviato a Roma, ove sotto la
direzione di un suo zio paterno cominciò gli studj e fu
poscia inviato alle scuole del collegio romano.
L'amicizia da lui ivi contratta con Paolo Manuzio e poi
col celebre Sperone Speroni, e le lezioni udite dal
famoso Mureto, giovaron non poco a porlo sul buon
sentiero. Fu per qualche tempo in corte del card.
Cornaro camerlingo; ma un incontro da lui avuto con un
gentiluomo romano, il costrinse ad uscire da Roma e a
tornare alla patria, ove in tranquillo riposo tutto si diè
agli studj e a quello singolarmente della poesia italiana.
E par veramente che il Chiabrera in età giovanile fosse
d'indole vivace e risentita oltre il dovere, poichè
confessa egli stesso che in patria incontrò, senza sua
colpa, brighe, e rimase ferito: la sua mano fece sue
vendette, e molti mesi ebbe a stare in bando: quietossi
poi ogni nimistà, ed ei si godette lungo riposo. Ei visse
quasi sempre in patria, ove ancora in età di 50 anni
prese a moglie Lelia pavese, da cui però non ebbe figli.
Solo nel trasser talvolta il desiderio di viaggiar per
l'Italia, e gli onorevoli inviti fattigli da alcuni principi.
Fra essi Ferdinando I gran duca di Toscana, avendo
saputo che il Chiabrera era venuto a Firenze, chiamollo
a sè, e accoltolo con molto onore, gli commise alcuni
versi per servire sulla scena ad alcune macchine ch'ei
volea mandare in dono al principe di Spagna; ed avutili,
gli fece dono di una catena d'oro con una medaglia in
cui era impressa la sua immagine e quella della gran
duchessa, e di una cassetta di acque stillate e odorose.
Indi in occasione delle feste che si celebrarono per le
nozze della principessa Maria, che fu poi reina di
Francia, gli comandò che avesse cura delle poesie che
doveansi rappresentar sulla scena, e nella pruova che se
ne faceva innanzi al gran duca e ad altri gran
personaggi, avendo egli veduto che il Chiabrera, come
gli altri, stavasi in piedi e a testa scoperta, il fè scoprire
e sedere; e ordinò poscia ch'ei fosse notato tra'
gentiluomini dalla sua corte con onorevole provvisione
e senza obbligo alcuno. Abbiam parimente veduto
com'ei fosse ivi onorato da Cosimo II, che in
somigliante occasione chiamatolo, sel fece sedere a lato.
Nè meno fu egli accetto a Carlo Emanuello duca di
Savoia, il quale sapendo ch'egli scriveva l'Amadeide,
chiamollo a Torino, l'invitò a fermarsi alla sua corte, e
poichè egli non accettò l'invito, gli fè dono di una catena
d'oro, e volle che nel partire fosse servito d'una carrozza
e di quattro cavalli di corte, e ogni qual volta ei fu a
Torino, il duca fecegli contar pel viaggio 300 lire,
benchè esso non fosse che di 50 miglia. Anche il duca di
Mantova Vincenzo Gonzaga lo ebbe assai caro; volle
ch'egli ordinasse le macchine, e componesse i versi per
gl'intermedj nelle feste per le nozze del principe suo
figliuolo, lo alloggiò in corte, e seco il volle in carrozza,
in barca, alla mensa, e gli assegnò un'annua pensione.
Urbano VIII gli diè parimente gran contrassegni di
onore e di stima, e fra le altre cose l'ammise una volta
ad udire il predicatore apostolico nella sua bussola
stessa, e con un Breve pieno di encomj lo invitò a
fissare il suo soggiorno in Roma al che però non
condiscese il Chiabrera. Finalmente la Repubblica di
Genova, di cui era suddito, lo ricolmò essa pure di onori
e di privilegi, permettendogli fra le altre cose di
scoprirsi, quando ragionava a' serenissimi collegi. Così
onorato da tutti, visse il Chiabrera fino all'estrema
vecchiezza, finchè in età di 86 anni nel 1637 diè fine in
Savona a' suoi giorni.
III. A dare un'idea del poetare del
Chiabrera, niuna imagine è più opportuna di
quella ch'ei medesimo ci somministra nella
sua Vita, dicendo ch'ei seguia l'esempio di
Cristoforo Colombo suo cittadino, ch'egli voleva trovar
mondo, o affogare. In fatti, benchè Luigi Alamanni,
Bernardo Tasso e alcuni altri poeti del secolo XVI
avesser felicemente tentato di ornare la poesia italiana
colle leggiadre grazie di Anacreonte, e cogli arditi voli
di Pindaro, niuno però sì vivamente espresse la greca
poesia, quanto il Chiabrera. O egli scherzi nelle
Canzonette anacreontiche, o si sollevi al cielo colle
pindariche, vedesi in lui quella fervida fantasia e quel
vivace estro di cui i Greci ci furono sì gran maestri, e
senza cui non v'ha poesia nè poeta. Se l'espressione non
è sempre coltissima, se ne' traslati e nelle metafore è
forse talvolta ardito oltre il dovere, sicchè sembri non
del tutto esente da' difetti del secolo, la nobiltà de'
pensieri, la vivacità delle immagini, i voli lirici, appena
ci lasciano ravvisare cotai piccioli nei; e la molteplice
Sue Poesie
e loro
carattere.
varietà de' metri da lui nella poesia introdotti dà un
nuovo pregio alle sue Rime. Non v'ebbe genere di
poesia italiana, a cui egli non si volgesse 38. Ma alle
canzoni principalmente ei dee la celebrità del suo nome.
Ne' sonetti egli è vivo e immaginoso; ma al leggerli ci
spiace quasi ch'egli abbia esposti que' sentimenti in un
sonetto più tosto che in una canzone. Niun poeta ci ha
lasciato sì gran numero di poemi, quanto il Chiabrera.
L'Italia liberata, la Firenze, la Gotiade, o delle Guerre
de' Goti, l'Amadeide, il Ruggiero, son tutti di lungo
lavoro, oltre molti altri poemetti di minor molte; e in
tutti si riconosce il Chiabrera, cioè un poeta
versatissimo nella mitologia e nella erudizion greca e
latina, maestoso, fecondo, eloquente. Ciò non ostante i
poemi del Chiabrera non hanno avuta la sorte di essere
annoverati tra' più perfetti che abbia l'italiana poesia; e
forse sarebbe avvenuto al gran Pindaro, s'ei si fosse
accinto a scriver poemi epici. Gl'ingegni fervidi e arditi
sembran meno opportuni a quei generi di poesia, che
richieggono regolare condotta e fatica di lungo tempo.
Noi abbiamo altrove accennata la bella e giudiziosa
critica che dell'Amadeide fece il celebre Onorato d'Urfè,
e in cui ebbe parte anche il duca di Savoia Carlo
Emanuello I, in cui si rilevano, e, per quanto a me ne è
sembrato, assai giustamente, parecchi difetti di quel
38
Il cav. Vannetti nelle sue auree Osservazioni intorno ad Orazio prima di
tutti ha analizzate le rare bellezze e la felice imitazion oraziana de' trenta
Sermoni del Chiabrera, ne' quali egli ha di gran lunga superato tutto ciò
che di Sermoni e di Satire erasi fino a' suoi tempi avuto in poesia italiana
(t. 2, p. 35, ec.).
poema, nel quale per altro confessa il censore che ben si
vede l'ingegno e lo studio del valoroso poeta. Lo stesso
dee dirsi dei Drammi per musica e delle Favole
boscherecce e dell'Erminia tragedia, tutte opere non
indegne del loro autore, ma per le quali egli non avea
dalla natura sortita quella felice disposizione che avea
per la lirica poesia. Non son molti anni che ne sono state
pubblicate le Lettere familiari, scritte con quella
naturale eleganza che ne è il maggior pregio. È nella
nuova promessa edizione da noi poc'anzi accennata,
molte altre opere finora inedite ci si fanno sperare di
questo illustre scrittore.
IV. Mentre tanti e sì ben meritati onori
rendevansi in ogni parte al Chiabrera, non
eran minori quelli che tributavansi a
Giambattista Marini, che si dee a ragione
considerare come il più contagioso
corrompitor del buon gusto in Italia; e di cui perciò
dobbiamo or farci a parlare. Giambattista Baiacca
comasco ne ha scritta la Vita, stampata lo stesso anno
1625 in cui il Marini morì e poscia ristampata più altre
volte, e di lui innoltre favellano tanti altri scrittori, che
non ci è d'uopo di gran fatica a raccoglierne le notizie.
Ei fu di patria napoletano, ed ivi nacque nel 1569 da
padre di professione giureconsulto, il quale perciò
avrebbe voluto che il figlio battesse la carriera
medesima. E forse sarebbe stato spediente all'italiana
poesia che così fosse accaduto. Ma il Marini fu uno de'
Notizie di
Giambattista
Marini e
delle sue
Poesie.
molti che volsero dispettosamente le spalle alla
giurisprudenza, per seguire le Muse. Sdegnato il padre,
cacciossel di casa, negandogli perfino il pane. Il duca di
Bovino, e poscia il principe di Conca, che ne
ammiravano il raro talento, gli dieder ricovero, finchè
un delitto giovanile da lui commesso il fece
imprigionare, e poichè ebbe riavuta la libertà, lo
persuase per timore di peggio a lasciare il Regno, e a
trasportarsi a Roma, ove prima presso Melchiorre
Crescenzi, indi presso il card. Pietro Aldobrandini visse
alcuni anni, e col secondo fu ancora a Ravenna e a
Torino. In questa città rendettesi celebre il Marini non
solo pel suo talento, ma ancora per le ostinate e più che
letterarie contese che vi sostenne. La prima fu quasi una
battaglia da giuoco in confronto delle altre, e nacque
all'occasion di un sonetto dal Marini composto in lode
di un poemetto di Rafaello Rabbia sopra s. Maria
egiziaca, in cui egli prese un solenne granchio
confondendo il leone da Ercole ucciso coll'Idra lernea;
oggetto, a dir vero, di troppo lieve momento, perchè si
dovesser per esso pubblicar tanti libri, quanti allora ne
uscirono, altri contro, altri a favor del Marini, il cui
principal difensore fu il co. Lodovico Tesauro da noi
nominato nella Storia del secolo precedente. La serie de'
libri in tal occasion pubblicati si può vedere presso il
Crescimbeni (Stor. della volg. poes. p. 354 ed. rom.
1698) e presso il Quadrio (Stor. della Poesia t. 2, p.
283). Assai più aspra fu la contesa ch'egli ebbe in
Torino con Gasparo Murtola genovese, segretario del
duca Carlo Emanuele. Il Marini recatosi, come si è
detto, a Torino col card. Aldobrandini, ottenne tal grazia
presso quel principe, singolarmente col Panegirico in
onor di esso da lui composto, che questi lo ascrisse
all'Ordine dei ss. Maurizio e Lazzaro, e fermollo alla
sua corte collo stesso carattere di segretario. Il Murtola
che credeva di non aver pari nel poetare, e che allora
stava per pubblicare il suo poema del Mondo creato, che
infatti uscì alla luce in Venezia nel 1608, non potè veder
con buon occhio il favor del Marini. Quindi motti
satirici e poscia sonetti dell'uno contro dell'altro, e la
Murtoleide e la Marineide, e altri infami libelli dati alle
stampe, con cui questi due poeti si vennero
arrabbiatamente mordendo per lungo tempo nel 1608 e
nel 1609, libelli ne' qual non solo la carità cristiana, ma
l'onestà ancora e la decenza vedesi del tutto dimenticata.
Alcuni autorevoli personaggi ottennero colla lor
mediazione che cessassero sì indegne contese. Ma il
Murtola, a cui parve di non esser sicuro finchè il suo
rivale vivesse, attesolo un giorno a Torino, gli scaricò
contro un'archibugiata. Essa invece del Marini colpì un
favorito del duca, che stavagli al fianco, e il Murtola
fatto prigione, era già condannato a morte, e s'ei ne
campò, ne fu debitore al suo rivale medesimo, che con
atto assai generoso gli ottenne la grazia del duca; ma
parve che il Murtola si sdegnasse di dover la vita al
Marini; perciocchè è troppo probabile che o a lui, o a'
protettori di esso si dovesse la calunnia con cui egli fu al
duca accusato di avere sparlato di lui in un suo giovanile
poema intitolato la Cuccagna. Tanto poteron le voci
degli emuli del Marini nell'animo di quel per altro sì
saggio principe, che il fece chiudere in carcere, e vel
tenne, finchè la testimonianza inviatagli dal march
Maso, che il Marini fin da quando era in Napoli, e ancor
non conosceva il duca, composto avea quel poema, e
l'intercessione di ragguardevoli personaggi, non
l'indussero a rendergli la libertà. Passò allora il Marini
in Francia nel 1615, ove la reina Margherita avealo
premurosamente invitato. Trovò morta la sua protettrice,
ma un'altra n'ebbe nella reina Maria, da cui ebbe
un'annua pensione di 1500 scudi, cresciuta poi fino a
duemila. In Francia ei pubblicò il suo troppo celebre
Adone, che fu ivi stampato la prima volta nel 1623, e
che diede occasione a una altra contesa più lunga ancora
e più ostinata che le altre finor mentovate.
V. Tommaso Stigliani natio di Matera nella
Basilicata, nel 1603 era passato al servigio
del duca di Parma, come io raccolgo da due
lettere inedite, una da lui in quell'anno
scritta a Ferrante II Gonzaga duca di
Guastalla, e l'altra a lui inviata in risposta dal duca
stesso. Fu poscia in corte del card. Scipione Borghesi e
di Giannantonio Orsini duca di Bracciano, presso il
quale morì dopo il 1625, in età di 80 anni (Crescimbeni
l. c. p. 153, ec.). Or questi avea nel 1601 pubblicate a
Venezia alcune sue rime, che paren conformi al buon
gusto. Ma l'applauso ch'ei vide farsi alle Poesie del
Marini, lo invogliò d'imitarne lo stile, e gli accese in
seno un'ardente brama di superarne la gloria. Nel 1617
Di
Tommaso
Stigliani:
sue contese
col Marini.
ei diede in luce la prima parte del suo poema eroico
intitolato Mondo nuovo, che or non si legge da alcuno; e
descrivendo in esso quel pesce che dicesi uom marino,
si fece a descrivere e a mettere in burla lo stesso Marini.
Questi, dopo aver avuto a suo rivale il Murtola, non era
uomo che potesse temer lo Stigliani. Gli rispose
adunque con alcuni pungenti sonetti intitolati Le
Smorfie, e in alcune sue lettere ancora il malmenò per
modo, che lo Stigliani impauritone, gli scrisse a Parigi
nel 1619, assicurandolo che in quelle stanze non avea
mai avuta intenzione di prenderlo di mira. Vi ha chi
dubita che questa lettera fosse dallo Stigliani finta solo,
poichè il Marini fu morto. E certo questi non tralasciò
mai di mordere lo Stigliani, perciocchè nel canto IX del
suo Adone inserì alcune stanze, in cui quegli veniva
beffato e deriso sotto l'allegoria di un gufo. Lo Stigliani
non ebbe coraggio di assaltar di nuovo il Marini; ma
scrisse la critica dell'Adone, a cui diè il titolo di
Occhiale; e quando il suo avversario, morto nel 1625,
non potea più rispondere, ne pubblicò il quarto libro,
sopprimendo i tre primi che forse non avea mai
composti. L'Occhiale fu come il segno di una generale
battaglia che si accese contro l'infelice Stigliani, il quale
fu da una parte assalito. Girolamo Aleandro, Niccola
Villani, Scipione Errico, Agostino Lampugnani,
Giovanni Capponi, Andrea Barbazza, il p. Angelico
Aprosio ed altri, tutti si volsero contro quel misero
occhiale, e contro il fabbricator di esso, il quale però
non perdendosi d'animo, si apparecchiava a rispondere.
Ma egli non ebbe o coraggio per uscire in campo colla
risposta, o tempo per terminarla. Il grande impegno di
tanti nel difender l'Adone, è pruova del gusto che allor
dominava in Italia. Perciocchè, comunque in esso si
leggano tratti degni di gran poeta, è certo però, che non
solo per l'oscenità, di cui l'autor l'ha macchiato, e di cui
il card. Bentivoglio avealo caldamente pregato a
purgarlo, prima che il pubblicasse (Mem. e Lett. del
card. Bentiv. p. 243 ed. ven. 1668), ma anche pel tronfio
stile e per le strane metafore con cui è scritto, non era
degno d'esser sì caldamente difeso. Frattanto il Marini
invitato dal card. Ludovisio nipote di Gregorio XV, era
tornato in Italia sulla fine del 1622, e benchè molti in
Roma volessero aver l'onor di alloggiarlo, egli antipose
a tutti il fratello del suo antico benefattore, cioè
Crescenzio Crescenzi. Fu ivi eletto principe
dell'Accademia degli Umoristi. Ma poco appresso,
morto il detto pontefice, ed eletto a succedergli Urbano
VIII, fece ritorno a Napoli, ove fu amorevolmente
accolto dal vicerè duca d'Alba. Pensava ei nondimeno di
ritornare a Roma, ov'era istantemente richiesto, quando
sorpreso da mortal malattia, in età di 56 anni, venne a
morte a' 25 di marzo del 1625. Quando si vide vicino al
fin de' suoi giorni, pianse e detestò le oscenità delle
quali avea imbrattate le sue Poesie, e pregò che si usasse
ogni possibile diligenza affin di sopprimerle. Ma il
gusto del secolo e il plauso con cui da alcuni si accoglie
tutto ciò che è favorevole al libertinaggio, aveale già
troppo moltiplicati, perchè ei potesse ottenere ciò che
bramava. Io non farò il catalogo delle Poesie del Marini,
nè mi tratterrò a formarne il carattere. Inutile sarebbe il
primo, che già trovasi presso molti scrittori, nè è molto
glorioso all'Italia il serbarne memoria. Il secondo è noto
abbastanza a chi ha buon gusto nell'italiana poesia, e
tutti ormai confessano concordemente che pochi ebbero
sì felice disposizione dalla natura ad esser poeta, e più
pochi tanto abusarono di questa felice disposizione
quanto il Marini, che volendo levarsi in alto assai più
che non avesser mai fatto gli altri poeti, rinnovò i voli
d'Icaro, e per farsi più grande, divenne mostruoso. E
l'esempio di lui fu anche più dannoso all'Italia, perchè
quasi tutti i poeti il vollero imitare; e non avendo
l'ingegno e la fantasia di cui egli era dotato, ne ritrassero
tutti i difetti, senza ritrarne que' pregi che in qualche
modo rendon minori.
VI. Ma io non posso dissimulare a questo
luogo la ridicola riflessione di un recente
scrittor francese che, volendo giudicare
generalmente della poesia italiana, crede di
dovere prendere esempio dal Marini: "Per
avere una giusta idea, dic'egli (Melanges de m.
Michault, Paris 1770, t. 1, p. 214, ec.), dell'arditezza de'
poeti italiani, basta leggere una traduzione letterale del
quarto Idillio della Sampogna del cav. Marini, intitolato
Europa. Il delirio che in esso regna, si rende, è vero, più
ridicolo nella nostra lingua; ma esso è almeno un saggio
della poesia italiana, da cui si può conoscere il genio di
questa nazione. Qual entusiasmo, qual focosa
immaginazione, qual affettazione avranno i loro grandi
Decisione
ridicola di
Francese
sulla poesia
italiana.
poemi, se l'Idillio fra essi può ammettere stravaganze sì
grandi?". Quindi prima di darci la traduzione in prosa
francese di questo Idillio, aggiugne in una nota
gl'Italiani non osano di difendere il Marini riguardo a'
concetti, ma che pretendono che il cattivo gusto di
questo poeta è un frutto del soggiorno che ei fece in
Francia, quando le arguzie vi erano in favore. Ma
coloro, ecco l'irrevocabil sentenza del nostro Minosse,
che conoscono il genio e le opere poetiche degl'Italiani,
troveranno ben ridicola la lor pretensione. Per vero dire
se m. Michault avvocato usa nel trattare le cause lo
stesso metodo che nell'accusare poeti italiani, io
compiango la sorte de' suoi clienti. Dunque perchè il
Marini è un pazzo, tutti i poeti italiani son pazzi? Che
direbbe egli di grazia, se io prendessi in mano il poema
intitolato La Semaine, ou les sept Jours de la Creation
di Guglielmo du Bartas francese, morto in età giovanile
nel 1590, in cui il sole vien detto il duca delle candele,
il vento il postiglione d'Eolo, il tuono il tamburo
degl'Iddii (V. Les Trois Siecles de la Litterat. franc. t. 1,
p. 96), e dicessi: Ecco il genio della poesia francese;
ecco lo studio di cui i lor poeti si piacciono: non avrei io
le fischiata non sol da' Francesi, ma anche dagl'Italiani?
E io potrei aggiugnere nondimeno che questo poema fu
tanto applaudito in Francia, che in sei anni se ne fecero
trenta edizioni (ib.), cosa non certo accaduto al Marini.
Ma che genere d'argomento sarebbe questo? Du Bartas
ha usate le più strane metafore: du Bartas ha avuto sì
gran numero di edizioni. Dunque coteste metafore son
proprie del genio e della lingua francese. E questo
argomento che sarebbe sì ridicolo riguardo alla Francia
potrà avere altra forza riguardo all'Italia se non
dimostrare che chi ha voluto farsene bello, avrebbe
meglio provveduto al suo onore tacendolo? Ma forse m.
Michault è degno di scusa. Fors'egli non sa (nè egli è
obbligato a sapere tanto) che l'Italia prima del Marini
avea avuto un Bembo, un Ariosto, un Casa, un
Sannazzaro, un Moiza, un Alamanni, un Tasso, un
Costanzo, mentre la Francia avea un Ronsard, un Marot,
un du Bartas, e che dopo il Marini ha avuto un Redi, un
Marchetti, un Magalotti, un Guidi, un Menzini, un
Filicaia, un Manfredi, un Zanotti, un Frugoni, per tacer
de' viventi. Fors'egli ha creduto che noi non avessimo
altri poeti fuorchè il Marini, o che tutti gli altri poeti
fosser somiglianti al Marini. E s'egli ha creduto così,
poteva egli scriver altrimente? Quanto poi all'effetto che
il soggiorno in Francia produsse in questo poeta, io non
dirò che apprendesse il Marini il vizioso suo stile,
perciocchè egli l'avea formato prima di andarvi; ma dirò
solo che le pensioni e gli onori che ivi ottenne non solo
egli, ma ancor l'Achillini, come tra poco vedremo, ci
pruovano chiaramente che le metafore e i concetti non
erano men pregiati in Francia che in Italia. Ma basti così
di questa non inutile digressione, e torniamo alla Storia.
VII. Si rendevano nello stesso tempo in Italia onori ed
applausi al Chiabrera, si rendevano onori ed applausi al
Marini. E ciò non ostante pochi seguaci ebbe il primo,
molti n'ebbe il secondo. Io penso che ciò avvenisse per
la stessa ragione, per cui più facil riesce a
un pittore il ritrarre una ridicola caricatura,
che una esatta e proporzionata bellezza. A
imitare il Chiabrera richiedevasi vivo
ingegno, fervida fantasia, ampia erudizione,
forza di sentimenti, maestà d'espressione,
sceltezza di voci. A imitare in qualche modo il Marini
bastava abbandonare le redini alla fantasia, e senza
studiar la natura, lasciarsi trasportare dalla
immaginazione, ovunque ella sconsigliatamente
guidasse. La turba ignorante, ch'è sempre il maggior
numero, tanto più leva alte le voci di applauso, quanto è
più gigantesco l'oggetto che l'è vien posto innanzi; nè
molto si cura che vi manchi ogni verosimiglianza e ogni
esatta proporzione. Ecco per qual ragione s'io non
m'inganno, tanti si lasciaron sedurre dallo stil
marinesco, sì pochi presero a imitare il Chiabrera. Ma
fra coloro che il seguirono più d'appresso, e quasi
gareggiaron con lui nel farsi capi di nuova scuola, di
due soli che furono allor rinomati singolarmente, io dirò
qui in breve, di Claudio Achillini e di Girolamo Preti 39.
Amendue bolognesi di patria, amendue furon
giureconsulti, e il primo per lungo tempo, anzi per quasi
tutta la vita, tenne scuola di questa scienza in Bologna,
in Ferrara, in Parma, nella qual ultima città giunse ad
avere 1500 scudi d'annuo stipendio, e in ogni luogo
ebbe concorso affollatissimo di scolari. Fu caro al card.
Alessandro Ludovisi, e il seguì con carattere d'auditore
Notizie di
Claudio
Achillini e
di
Girolamo
Preti.
39
Notizie ancora più esatte della vita delle opere dell'Achillini e del Preti, ci
ha poi date il sig. co. Giovanni Fantuzzi ne' suoi Scrittori bolognesi.
in Piemonte, e poichè quegli fu eletto pontefice nel 1621
col nome di Gregorio XV, volò a Roma sperandone
grandi cose. Ma le sue speranza venner deluse, ed egli
tornossene colle mani vuote a Bologna. Miglior fortuna
trovò egli alla corte di Francia. Perciocchè avendo
mandato al card. di Richelieu, non già, come scrivono
alcuni, il famoso sonetto che incomincia: Sudate, o
fuochi, a preparar metalli, ma una canzone sulla nascita
del delfino, come pruova il co. Mazzucchelli (Scritt. it.
t. 1, par. 1, p. 104, ec.) che un esatto articolo ci ha dato
intorno a questo poeta, quel cardinale gl'inviò in dono
una collana d'oro del valor, come dicesi, di mille scudi
40
. Gli ultimi anni della sua vita passò l'Achillini in una
sua villa detta il Sasso, e ivi in età di 66 anni finì di
vivere al 1 di ottobre del 1640. Le lodi con cui il
veggiamo onorato da quasi tutti gli scrittori di que'
tempi, son pruova del gusto che allor regnava; e mi
spiace di vedere tra gli ammiratori dell'Achillini anche il
card. Bentivoglio, che il fu ancor del Marini. Ma gli
elogi allor ricevuti son ben compensati dall'abbandono
in cui or se ne giacciono le opere. Di queste ci dà il
catalogo il suddetto scrittore, e quasi tutte appartengono
40
Poco esatto è stato il sig. ab. Arteaga nel ragionar di questo fatto,
perciocchè, parlando di Luigi XIV, dice: la munificenza di un Sovrano,
che pagava in quattordici mila scudi un pessimo Sonetto di Claudio
Achillini (Rivoluz. del teatro music. ital. t. 2, p. 16). Non fu Luigi XIV ma
il card. di Richelieu a nome di Luigi XIII, che premiò l'Achillini. Non fu
un sonetto, ma la canzone da me qui accennata, che gli ottenne quel
premio. E il premio non fu del valore di quattordicimila, ma solo, dicesi
comunemente, di mille scudi.
alla poesia italiana, niuna ve n'ha in cui tratti della
giurisprudenza, per cui anche fu applauditissimo.
Girolamo Preti, di cui abbiamo l'elogio nelle Memorie
de' Gelati (p. 193), e in quelle degl'Incogniti (p. 227),
figliuol di Alessandro cavaliere di s. Stefano, fu, ancor
fanciullo, inviato paggio a Ferrara nella corte del duca
Alfonso II, e coltivò singolarmente lo studio della
giurisprudenza. Fu poscia in Genova presso il principe
Doria, di cui suo padre era cavallerizzo, tornato indi a
Bologna, e annoiatosi presto del severo studio delle
leggi, tutto si diè alla volgar poesia e all'imitazione del
Marini e dell'Achillini. Fu per qualche tempo in corte
del card. Pio Emanuele di Savoia, e passò poscia a
quella del card. Francesco Barberini, con cui mentre
viaggia per mare in Ispagna, sorpreso da febbre, in età
ancor fresca, morì in Barcellona a' 6 di aprile del 1626.
Non molte sono le Poesie che se ne hanno alle stampe,
perchè non molti furon gli anni ch'ei visse. Ma nulla
avrebbe perduto la poesia italiana, se niuna ne fosse fino
a noi giunta, così son esse scipite, e piene solo di quelle
metafore e que' ghiribizzi che allora si rimiravano come
portenti d'ingegno.
VIII. Benchè la maggior parte degl'italiani
poeti andasse follemente perduta dietro lo
stil del Marini e de' suoi ampollosi seguaci,
alcuni nondimeno possiamo indicarne che
tenendosi sul buon sentiero, non vollero
traviarne, e se non ebber coraggio di opporsi all'uso e
S'indicano
altri poeti
migliori:
Fulvio
Testi.
allo stile comune, il seguiron però assai più parcamente,
e si sforzarono di compensare con nuovi pregi quegli
stessi difetti ne' quali quasi lor malgrado cadevano. Fra
essi è degno di distinta menzione il co. Fulvio Testi,
celebre non men per gli onori a cui giunse, che per le
sventure dalle quali essi furon seguiti. Io non mi tratterò
qui a esporre le diverse vicende, delle quali io dovrei
dare o un troppo inesatto compendio, o una troppo
ampia relazione, trattandosi di un uomo che quanto più
merita d'essere conosciuto, tanto più sembra che la
memoria ne sia stata finora dimenticata e negletta. Nella
biblioteca modenese ne parlerò a lungo, e la gran copia
de' bei monumenti che mi è riuscito di raccoglierne,
spero che renderà quell'articolo curioso e interessante
sopra tutti gli altri 41. Qui basti il dire ch'egli, nato in
Ferrara nel 1593 in mediocre fortuna, e trasportato a
Modena ancor fanciullo nel 1598, andò passo passo
salendo alle più cospicue cariche di questa corte, e fu
ancora onorato degli ordini equestri de' ss. Maurizio e
Lazzero e di s. Jago; che la vita del Testi, fu un continuo
alternare di prospera e di avversa fortuna, e che
finalmente la sua ambizione e la sua incostanza
medesima il fece cadere in disgrazia al duca Francesco
I, per cui comando, fatto prigione in questa cittadella di
Modena a' 27 di gennaio del 1646, ivi finì di vivere a' 28
d'agosto dell'anno stesso. Egli ne' primi anni e nel
41
Non solo nella Biblioteca modenese ho parlato più a lungo del co. Fulvio
Testi (t. 5, p. 245, ec.), ma ne ho anche pubblicata a parte la Vita stampata
nel 1780, in cui le cose che a questo celebre poeta e infelice ministro
appartengono, sono più ampiamente spiegate.
bollore della fervida gioventù si lasciò trasportar dal
torrente; e le Poesie da lui allor pubblicate sanno non
poco de' difetti del secolo. Conobbe ei poscia di aver
traviato dal buon sentiero, e si studiò di tornarvi. Ma
parve che non avesse coraggio di opporsi egli solo al
gusto che allor dominava, e che poche sono le sue
canzoni in cui qualche traccia non se ne veda. Alcune di
esse però, per elevatezza di pensieri e per leggiadria
d'immagini, possono stare al confronto di quelle de'
migliori poeti. E nelle altre ancora, s'egli non è del tutto
esente da' difetti del secolo, ha però comunemente
un'energia e una forza talmente poetica, che, se ad esse
fossero uguali quelle di molti altri poeti, essi non
giacerebbero ora del tutto dimenticati. Ei volle, provarsi
ancora nello stil tragico coll'Arsinda e coll'Isola
d'Alcina; ma pare ch'ei non sapesse dimenticare lo stil
lirico anche scrivendo tragedie, che pur vogliono avere
il lor proprio.
IX. Guido Casoni natio di Serravalle nella
Marca Trivigiana, e uno de' fondatori della
seconda accademia veneziana, da noi
mentovata nella Storia del secolo
precedente, Lelio Guidiccioni lucchese di
cui abbiamo ancora la traduzione dell'Eneide di Virgilio
in versi sciolti, e di cui un non breve elogio ci ha
lasciato l'Eritreo (Pinacoth. pars 2, n. 11), Porfirio
Feliciano da Gualdo di Nocera, lodato dallo stesso
scrittore (ib. pars 1, p. 133), sono poeti che, benchè non
Si
nominano
più altri
poeti.
poco contraessero delle macchie de' loro tempi,
mostrarono nondimeno che in età più felice sarebbono
stati tra' più felici. Tra' più illustri ancora avrebbe potuto
aver luogo monsig. Giovanni Ciampoli nato in Toscana
di bassa famiglia, e pel suo raro ingegno giunto a
ragguardevoli dignità in Roma. Ma un'intollerabil
superbia che gli faceva rimirar con disprezzo quanti
erano stati innanzi a lui valorosi poeti, senza far grazia
nè a Virgilio, nè ad Orazio, nè al Petrarca, e per cui
gonfio degli applausi che gli veniano fatti, giunse a
sdegnarsi di rendere saluto a che gli pareva non degno
di esser da lui rimirato, come gli fece poi perder la
grazia di Urbano VIII, e il costrinse ad uscire di Roma,
e ad appagarsi di Jesi, ove morì nel 1643, così gli fece
talmente gonfiar lo stile, che non v'ebbe mai simbolo
che più al vivo esprimesse la rana emulatrice del bue. Di
lui parlano più a lungo il suddetto Eritreo (ib. pars 3, n.
19) e il card. Bentivoglio (Mem. l. 1, c. 7) 42. Miglior uso
del suo ingegno fece Alessandro Adimari fiorentino,
morto in età di 70 anni nel 1649, perciocchè, comunque
egli ancora nelle molte sue opere, che si annoverano dal
co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 1, p. 139, ec.),
seguisse l'esempio della maggior parte degli altri poeti,
nella traduzion di Pindaro nondimeno usò di uno stile
molto migliore, e se non potè adeguare perfettamente
l'energia e la forza di quel gran poeta, l'espresse
42
Altre più minute notizie intorno a monsig. Ciampoli, a cui lode non dee
tacersi che fu in Roma uno de' difensori del Galileo, si posson vedere
nell'opera altre volte citata del dottor Giovanni Targioni Tozzetti
(Aggradimenti, ec. t. 1, p. 81, ec.; t. 2, par. 1, p. 102).
nondimeno con lodevole felicità, e ne illustrò ancora le
Poesie con dotte annotazioni, frutto del molto ch'ei
sapea nella lingua greca. Anche Lodovico Adimari, che
visse alquanto più tardi fino la 1691, fu colto ed
elegante poeta, e ne è pregio singolarmente, oltre più
alle poesie, la traduzione de' Salmi penitenziali (ivi p.
142). Il gran Galileo non isdegnossi di toccare la cetra,
come a suo luogo si è detto, e toccolla felicemente, e
buon poeta ancora fu Vincenzo figliuol di lui naturale
(V. Salvini Fasti consol. p. 436; Codici mss. della Libr.
Nani p. 142). La Sicilia ancora produsse un leggiadro
scrittore di canzonette anacreontiche, cioè Francesco
Balducci palermitano, il quale, se negli altri generi di
Poesia non fu punto meno vizioso de' suoi coetanei, in
questo li superò di modo, che il Crescimbeni afferma
(Stor. della volg. Poes. p. 161) ch'ei non cede ad alcuno
de' più accreditati poeti. Le sue diverse vicende
concorsero a renderlo ancora più rinomato. Da varie
sventure costretto ad abbandonare la patria, passò in
Italia, indi arrolatosi nelle truppe, in Allemagna. Quindi
tornato a Roma, ebbe ivi quasi sempre stabil soggiorno,
nè gli mancaron onori e premj. Ma egli uomo di umor
bisbetico e facile all'ira, oltre ciò prodigo scialacquatore,
cambiò spesso padrone; nè mai trovò con chi fosse
pienamente contento; si rendette famoso per l'intrudersi
che facea alle mense de' gran signori; e di esse ancora
annoiato, si diè per compagno di tavola ad un barbiere
che non soffrendone la petulanza, cacciossel di casa; fu
prigione pe' debiti, e fu più volte malconcio di bastonate
per modo, che a gran pena salvonne la vita. Finalmente
prese gli ordini sacri, e finì di vivere nello spedale della
basilica lateranense nel 1642. Intorno alle quali vicende
di questo non men capriccioso che ingegnoso poeta,
veggansi il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 1, p.
159) e gli altri scrittori da lui citati. Tre valorosi poeti
ebbe anche il regno di Napoli. Il primo fu Salvador
Pasqualoni, detto per errore Baldassarre dal
Crescimbeni (comment. della volg. Poes. t. 2, par. 2, p.
292) e dal Quadrio di lui copiatore. Egli era nato in
Acumulo città del regno di Napoli nella provincia
dell'Aquila, e venuto a Roma nel 1602, vi ebbe la
cittadinanza romana, e nel diploma perciò speditogli
egli è detto dottor di leggi. Le Rime da lui pubblicate in
Napoli nel 1620 (nel qual tempo non è possibile ch'egli
avesse soli 30 anni, come ha detto il Crescimbeni,
poichè nel 1602 era già dottore) son tali che si possono
paragonare con quelle de' più leggiadri scrittori del
secolo XVI, ed egli stesso protestasi nella prefazione di
aver presi a sua guida i migliori maestri, e non già quelli
che a suo tempo tanto si celebravano. Egli è annoverato
dal march. Manso tra gli amici ch'ebbe in Napoli il
Tasso, e detto da lui intendentissimo della Poesia non
meno che delle Leggi. Delle quali notizie intorno a
questo illustre poeta e de' monumenti qui accennati, io
son debitore all'ornatissimo sig. Pietro Pasqualoni che
cortesemente da Roma me le ha trasmesse. Il secondo fu
natio di Castel d'Abrigliano presso Cosenza, cioè Pirro
Schettini canonico della detta città, e morto nel 1678 in
età di 48 anni, il quale, benchè al principio traviasse
seguendo il Marini, si rimise poscia felicemente sul
buon sentiero (Spiriti Scritt. cosent. p. 157). Il terzo era
nato in Alghiera nell'isola di Sardegna, ma visse
lungamente in Napoli, ove anche chiuse i suoi giorni nel
1670 in età di 49 anni, cioè Carlo Buragna, a cui
principalmente si attribuisce il tornar che fece in quel
regno la volgar poesia all'antica eleganza, da cui gli
adoratori del Marini tanto l'aveano allontanata
(Mazzucch. l. c. t. 2, par. 4, p. 2422) 43.
X. Tra' poeti che furono più ritenuti nel
seguire il reo gusto dell'età loro, si
annovera dal Crescimbeni (Comment. t.
2, par. 2, p. 306) e dal Quadrio (t. 2, p. 309)
Giambattista Lalli nato in Norcia nel 1572. Benchè la
poesia italiana ne fosse la più dilettevole occupazione,
non lasciò nondimeno di coltivare i più gravi studj, e
quello della giurisprudenza principalmente, e perciò fu
adoperato in diversi governi dalla corte di Parma e da
quella di Roma; e in essi egli ottenne non solo la stima
di tutti pel suo sapere, ma ancor l'amore per le sue dolci
maniere e per l'amabile tratto. Ritirossi poscia in patria,
Continuazione
de' medesimi.
43
A' valorosi poeti usciti dal regno di Napoli nel secolo XVII, dee
aggiugnersi Bartolommeo Nappini calabrese, autor poco noto in addietro,
perchè avendo egli in Roma, ove vivea, voluto sostenere l'Accademia
degl'Infecondi contro la nascente Arcadia, il Crescimbeni perciò sdegnato
non volle farne menzione alcuna nella sua Storia; e quindi anche il
Quadrio non ne ha parlato. Le poesie ne furono stampate in Guastalla
negli anni 1769 e 1770, e poi riprodotte in Londra dal sig. Baretti nel
1780, ed esse sono in istil pedantesco, nel quale egli ha molta grazia e
felicità. L'autore morì in Roma in età di oltre ad 80 anni nel 1717.
ove venne a morte nel 1637. Le Poesie serie da lui
composte, fra le quali abbiamo un poema sulla
distruzione di Gerusalemme, gli han dato luogo tra'
buoni poeti di questo secolo. Ma più felice disposizione
avea egli sortita dalla natura alla scherzevole poesia, e le
sue Pistole giocose, i suoi burleschi poemi intitolati la
Moscheide e la Franceide son tra' migliori di questo
genere. Egli volle ancora ridurre in istile burlesco
alcune rime del Petrarca e l'Eneide di Virgilio; e se è
possibile che serj e gravi componimenti piacciano ancor
travestiti in tal modo, niuno poteva ottenerlo meglio del
Lalli, a cui non mancava nè quella scherzevole fantasia,
nè quella facilità di verseggiare che a ciò principalmente
richiedesi, e sol si vorrebbe che alquanto più colta ne
fosse la locuzione. Del Lalli abbiamo un onorevole
elogio presso l'Eritreo (Pinacoth. pars 1, p. 130).
Un'altra traduzion dell'Eneide in ottava rima, e in uno
stile più confacente alla dignità dell'argomento,
pubblicò nel 1680 in Lucca sua patria il p. Bartolommeo
Beverini della congregazione della Madre di Dio, uomo
assai dotto, e uno de' più colti scrittori così nell'italiana
poesia, come nella latina, che avesse il secolo di cui
parliamo e che sarebbe degno che qui ne parlassimo
distesamente, se il co. Mazzucchelli, col darci un esatto
articolo della vita di esso e un minuto catalogo di tutte
le opere da lui composte (l. c. t. 2, par.2, p. 1103), non ci
avesse già prevenuti. E lo stesso poema ci dieder
tradotto il p. Ignazio Angelucci da Belforte gesuita,
sotto il nome del suo parente Teodoro 44, e Pier Antonio
44
Nella Biblioteca Picena (t. 1, p. 152) si nega che la version di Virgilio sia
Carrara bergamasco 45. Nè deesi qui tacere la traduzione
di Orazio di Loreto Mattei natio di Rieti, uno de' primi
Arcadi, e morto in Roma in età di 83 anni nel 1705. Se
ne ha la Vita tra quelle degli Arcadi illustri, ed egli è
ancor noto per la sua versione de' Salmi e per altre
Poesie, nelle quali avrebbe anche ottenuto più chiara
fama, se più colto e purgato ne fosse lo stile. Anche
Claudiano ebbe un traduttore in ottava rima, per questi
tempi non dispregevole, in Niccolò Biffi nobile
bergamasco, la cui traduzione, insieme co' comenti latini
ch'egli vi aggiunse, fu stampata in Milano nel 1684. Di
lui, e di altre cose che se ne hanno alle stampe, parla il
del p. Ignazio Angelucci, e si dice che l'originale che ne avea il Zeno,
mostra ch'essa fu veramente opera di Teodoro. Ma il Zeno (Note al
Fontan. t. 1, p. 277) riporta il detto del Sotuello che fa autore della
versione il p. Ignazio, e non dice parola per impugnarlo.
45
Il Carrara, ch'è anche autore di un poema ms. in ottava rima intitolato La
maschera dell'odio, e dell'amore, e di cui più copie conservansi in
Bergamo, era natio di Nese terra poco distante da quella città. Mi si
permetta aver rilevato questa minutezza per osservare che non sol le città,
ma anche alcune delle piccole terre del loro distretto esistevano fin da'
tempi della Repubblica o dell'Impero romano. Così ci mostra la seguente
benchè guasta, l'iscrizione, ch'era già incastrata nel campanile di quella
terra, e che or conservansi pressi il sig. Giuseppe Beltramelli, e in cui si
nominano gli Anesiati, cioè gli abitanti di Anese o Nese. Le parole che ce
ne son rimaste, son queste:
– RAE COI —————
QVI VICANIS B. O...
ANESIATIBVS PRATV..
NVM. LOSCIAN. VIVV..
DEDIT EX CVIVS. ED.
co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 2, p. 1216). Il più
celebre tra' traduttori degli antichi poeti fu Alessandro
Marchetti, che in età giovanile avea intrapresa un'altra
version dell'Eneide in ottava rima, la quale avrebbe
probabilmente fatto dimenticare quella del Beverini, ma
egli non si avanzò oltre al quarto libro, e questa parte
ancora non è mai stata stampata trattine alcuni
frammenti inseriti nel Giornale de' Letterati d'Italia (t.
21). Più che a questa versione, dee il Marchetti la fama
di cui ora gode, e goderà sempre fra' dotti, alla bella sua
traduzione in versi sciolti del poema di Lucrezio, per cui
assai più che per le sue opere filosofiche e matematiche
egli è rinomato. Di questo illustre scrittore, dopo più
altri, ci ha data di fresco la Vita il ch. monsig. Fabbroni
(Vita Italor. doct. excell. dec. 4, p. 421), dalla quale
trarremo in breve le più importanti notizie. Pontormo,
castello celebre nel territorio fiorentino per altri dotti
uomini che ne sono usciti, fu la patria di Alessandro,
che ivi nacque nel 1632. Fu prima applicato alla
mercatura, indi alla giurisprudenza, ma nè l'una nè
l'altra piacevano al giovane Marchetti, che tutto
sentivasi trasportar verso la poesia. Inviato all'università
di Pisa, congiunse agli studj poetici i filosofici e i
matematici sotto la direzione principalmente del famoso
Borelli, che facea grande stima dell'ingegno di questo
suo scolaro. Fu ivi promosso alla cattedra della logica e
della filosofia, e giovò non poco a sbandire da quelle
scuole gli avanzi della barbarie peripatetica che tuttora
vi dominava. Nel 1669 pubblicò la sua opera De'
resistentia solidorum, e parlando del Viviani, abbiamo
accennati i contrasti che perciò sorser tra essi. Avverte
monsig. Fabbroni che nacque allora sospetto che
quell'opera, almeno in gran parte, fosse del Borelli; ma
aggiugne che il Marchetti avea abbastanza di sapere e
d'ingegno per esserne egli stesso l'autore, e che non
mancano monumenti a provare ch'egli il fu veramente.
E tanto solo mi basti aver detto su questa contesa, su cui
più ancora che non bisognava si è scritto negli anni
addietro; e perciò anche io lascerò di parlare delle altre
opere matematiche del Marchetti, che non gli ottennero
ugual nome; e delle altre contese ch'egli ebbe collo
stesso Viviani, e poi col p. abate Grandi, e le quali più
utili sarebbono riuscite alla repubblica letteraria, se
fossero state più pacifiche e più modeste. Mentre il
Marchetti occupavasi in questi serj argomenti, quasi a
sollievo delle sue gravi fatiche, si diè a tradurre
Lucrezio e condusse felicemente a termine il suo lavoro.
Ei volle farne la dedica al gran duca Cosimo III, ma
quel pio sovrano, avendo in orrore le empie massime di
quel poeta epicureo, e mal volentieri veggendo che il
Marchetti invece di confutarle, sembrasse anzi che le
avesse poste in più chiara luce, nè volle accettarne la
dedica, nè mai permise che quella traduzion si
stampasse. Corse ella dunque manoscritta per le mani di
molti; finchè per opera di Paolo Rolli, fu stampata la
prima volta in Londra nel 1717. Chiunque ha l'idea del
buon gusto, non può negare che poche opere abbia la
volgar poesia, e niuna forse tra le traduzioni degli
antichi poeti latini, che a questa possa paragonarsi; tale
ne è la chiarezza, la maestà, l'eleganza, e così bene
riunisce in sè tutti i pregi che a render perfetti cotai
lavori richieggonsi. Abbiamo altrove accennata (t. 1, p.
163, ec.) la severa critica che inutilmente ne ha fatta
l'ab. Lazzarini, il quale invano ha preteso di combattere
il comun sentimento de' dotti. Il Marchetti, forse per far
conoscere ch'egli era ben lungi dall'adottare come suoi i
principj e le massimi di Lucrezio, si accinse a scrivere
un altro poema filosofico di più sana morale, ma presto
se ne stancò; e solo qualche frammento ce n'è rimasto
nell'accennato Giornale. Ne abbiamo ancora molte altre
poesie italiane, e fra esse la traduzione di Anacreonte,
che, benchè da lui fatta in età avanzata, è la migliore che
in quel secolo venisse a luce. Sul finir della vita ritirossi
a Pontormo, e ivi venne a' morte a' 6 di settembre del
1714.
XI. Benchè molti de' poeti da noi finor
nominati non fosser toscani, convien
confessare nondimeno, che quella fu la
provincia in cui l'universale contagio, che
sì grande strage menò nelle altre parti
d'Italia, più lentamente si sparse, e vi fece
men funesti progressi. Oltre quelli da noi già indicati,
ivi fra gli altri fiorirono il Redi e il Magalotti, dei quali
già abbiam parlato trattando de' più gravi studj in cui
essi occuparonsi principalmente. Le poesie del Redi son
per grazia e per eleganza vaghissime, ma sopra ogni
cosa è stimato il suo Bacco in Toscana, ditirambo a cui
non si era ancora veduto l'uguale, e forse non sì è poscia
I Toscani
sono
comunemente
i migliori
poeti di
questo secolo.
ancora veduto 46. Il Magalotti seguì dapprima egli pure
il più battuto sentiero; ma poscia se ne ritrasse; e benchè
a quando a quando si vegga in lui qualche avanzo
dell'antico costume, egli è poeta nondimeno,
singolarmente in ciò che è immaginazione ed energia,
da stare a confronto co' più illustri. Nè è perciò a stupire
ch'ei tanto pregiasse e lodasse Dante, come fa sovente
nelle sue Lettere, dalle quali anzi raccogliesi ch'egli
avea preso a illustrarlo con un nuovo Comento, di cui
già avea compiti i primi cinque capi dell'Inferno, come
egli scrive a' 12 di gennaio del 1665 a Ottavio Falconieri
(Lettere famigl. t. 1, p. 107). In esse fa ancor menzione
di un altro grande ammiratore di Dante, cioè di
Francesco Ridolfi, di cui di fatto tra quelle del Magalotti
è una bellissima lettera in lode di quel sommo poeta.
Anche Lorenzo Bellini, da noi già lodato per le sue
celebri opere anatomiche e mediche coltivò con felice
successo la poesia, e, oltre più altre Rime, la sua
Bucchereide dimostra che se alle Muse ei si fosse
interamente rivolto avrebbe avuto luogo tra' più illustri
loro seguaci. Francesco Baldovini sacerdote fiorentino,
morto nel 1716 in età di 82 anni, pubblicò nel 1694 il
Lamento di Cecco da Varlungo, riprodotto poscia nel
1755 colle note di Orazio Marrini, componimento
giocoso contadinesco, e uno de' migliori in tal genere,
che abbia la volgar nostra lingua. Di altre sue Poesie,
46
Negli Elogi degl'illustri Pisani si è riprodotto il Ditirambo di Bonavita
Capezzali, pubblicato un anno prima della nascita del Redi, e si è
osservato che questi si è in più luoghi giovato delle espressioni e delle
Immagini del poeta pisano (Monum. d'ill. Pisani t. 3, p. 313, ec.).
altre stampate, altre inedite si può vedere il co.
Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 1, p. 157, ec.), e la Vita
che del Baldovini ha scritta il sig. Domenico Maria
Manni, e che è premessa alla sopraccitata seconda
edizione. Anche Girolamo Leopardi fiorentino fin dal
principio del secolo fu non infelice scrittore di poesie
giocose. Antonio Malatesti fiorentino, morto nel 1672,
oltre diverse rime, fu autore De' Brindisi de' Ciclopi,
componimenti in quel genere pregiatissimi; e leggiadri
ancor ne sono gli Enimmi, che volgarmente diconsi
indovinelli. Ne' sonetti anacreontici esercitossi con
molta felicità fin dagli ultimi anni del secolo precedente
il p. Antonio Tommasi della Congregazione della Madre
di Dio, che continuò poscia ancor per più anni a darci
pruove de' poetici suoi talenti.
XII. Ma fra molti Toscani a' quali la poesia
italiana dee o l'aver conservata la sua natia
eleganza, o l'averla presto ricuperata, due
principalmente son degni di onorata
menzione, il senator Vincenzo da Filicaia, e il can.
Benedetto Menzini, de' quali amendue abbiam le vite tra
quelle degli Arcadi illustri, e tra quelle scritte da
monsig. Fabbroni (Vita Italor. t. 7, p. 264, ec., 293, ec.).
Vincenzo nato in Firenze a' 30 di dicembre del 1642 dal
senator Braccio e da Caterina Spini, fino da' primi anni
e alle pubbliche scuole della patria e all'università di
Pisa diè grandi pruove di un raro talento, di
un'insaziabile avidità di studiare, e insieme di una
Elogio del
senator
Filicaia.
fervente pietà, che accompagnollo poscia nel decorso
tutto della sua vita. In età di 31 anni prese a sua moglie
Anna Capponi, e continuò ciò non ostante a vivere
lungamente in un tranquillo ritiro, dividendo il tempo
tra gli studj della poesia, tra' doveri del padre di
famiglia, e tra gli esercizj della Religione. Lontano da
ogni jattanza, appena ardiva di mostrare le sue poesie ad
alcuni pochi amici, perchè essi le disaminassero
severamente. Ma le belle canzoni da lui composte in
occasion dell'assedio di Vienna, quasi suo malgrado il
renderono famoso al mondo, e le lettere a lui scritte
dall'imp. Leopoldo, dal re di Polonia, e dal duca di
Lorena fanno conoscere qual esse destassero maraviglia
in ogni parte d'Europa. La reina di Svezia ne fu ella
ancora così rapita, che ne scrisse al Filicaia,
congratulandosi, e avendo poscia da lui avuta la
magnifica canzone in sua lode, il ricolmò di onori, lo
ascrisse, benchè assente, alla sua Accademia, e volle
incaricarsi di mantenerne i figli, come fossero suoi, e il
fece, finchè ebbe vita, comandando però a Vincenzo di
non palesare questo suo beneficio, perchè, dicea ella,
sarebbesi vergognata se si fosse saputo che sì poco ella
poco facea per un uomo sì grande. Dal gran duca
onorato della carica di senatore, fu anche impiegato ne'
governi di Volterra e di Pisa, nell'impiego di segretario
delle tratte, e in altri cospicui magistrati, e in tutti ei
soddisfece sì esattamente a' suoi doveri, che insiem
colla grazia del principe ottenne non solo la stima, ma
l'amore ancora e la tenerezza de' popoli che il
rimiravano come lor padre, e che nell'amore della
giustizia, nella soavità del tratto, nella compassione
verso gl'infelici, e in tutte le altre amabili doti, di cui il
senator Vincenzo era mirabilmente adorno, trovavano il
più dolce sollievo ne' lor bisogni. Così amato e stimato
da' grandi non men che da' piccioli, e caro a Dio
ugualmente che agli uomini, visse il senatore da Filicaia
fino all'anno 65 della età sua, e a' 25 di settembre del
1707 chiuse co' più sinceri contrassegni di una fervente
pietà i suoi giorni, pianto non solo da' suoi concittadini,
ma da quanti erano allora in Europa amanti delle buone
lettere e della toscana poesia. E ne fu egli infatti uno de'
principali ornamenti. Nelle canzoni non meno che ne'
sonetti egli è sublime, vivace, energico, maestoso, e in
ciò che è forza di sentimenti e gravità di stile, non ha
forse chi il superi. Se ne hanno ancora alle stampe
Poesie latine, scritte esse ancora con eleganza, e qualche
Orazione, e alcune Lettere inserite nelle Prose
fiorentine.
XIII. Il Menzini ancora ebbe per patria
Firenze, e vi nacque di poveri genitori a' 29
di marzo del 1646. A dispetto della sua
povertà, volle coltivare gli studj, e sì nelle
pubbliche scuole, come nelle letterarie adunanze, alle
quali presto cominciò a intervenire, fece concepir di se
stesso sì liete speranze, che il march. Gianvincenzo
Salviati sel prese amorevolmente in casa, e gli diè agio
di coltivare i suoi talenti. Fu poi destinato in età ancor
giovanile ad essere pubblico professore d'eloquenza in
Di
Benedetto
Menzini.
Firenze e in Prato, e in più occasioni ei fece conoscere
quanto bene ei possedesse quell'arte che agli altri
insegnava. Bramò egli di esser promosso a qualche
cattedra nell'università di Pisa; ma poichè vide, non
ostante la protezione e l'amore di molti ragguardevoli
personaggi, di cui godea, deluse le sue speranze,
sdegnato, abbandonò la patria, e sovvenuto di denaro
dalla gran duchessa Vittoria dalla Rovere, nel 1685
andossene a Roma, ove, per opera del card. Decio
Azolini, la reina di Svezia il prese al suo servigio, e lo
ammise alla celebre sua Accademia. Lieto il Menzini
della sua sorte, attese più tranquillamente a' suoi studj e
furono questi gli anni ne' quali scrisse la maggior parte
delle sue poesie. Ma non durò molto la sua fortuna, e
morta nel 1689 quella gran protettrice de' dotti, il
Menzini trovossi povero e disagiato. Paolo Falconieri
splendido cavaliere, che ivi vivea, il card. Corsini e
monsig. Alessandro Falconieri, poi cardinale, furono i
soli da' quali ebbe allora il Manzini qualche soccorso, ed
ei fu costretto per vivere a prestare il suo ingegno e le
sue fatiche ad altri, componendo ciò che gli veniva
richiesto; e volsi che giugnesse a dettare un intero
Quaresimale ad uno che volendo comparire eloquente
oratore, non avea altro mezzo per ottenerlo che la sua
borsa. Nel 1691 il card. Ragotzchi primate della Polonia
invitollo ad andar seco in quel regno col carattere di suo
segretario; ma non avendo ei voluto lasciar l'Italia, trovò
finalmente nel card. Gianfrancesco Albani, che fu poi
Clemente XI, un amorevole protettore che gli ottenne
dal pontef. Innocenzo XII un luogo tra' suoi famigliari e
un canonicato nella chiesa di s. Angelo in Pescheria, e
oltre ciò nel 1701 fu nominato coadiutore nella cattedra
d'eloquenza nella Sapienza di Roma del can. Michele
Brugueres, a cui le sue malattie non permettevano più di
sostener quell'impiego. Ma poco tempo il sostenne
anche il Menzini; che a' 7 di settembre del 1708, in età
di 59 anni, finì di vivere. Appena vi ebbe genere di
poesia italiana, in cui Menzini non si esercitasse. Le sue
Canzoni pindariche non hanno quella elevatezza d'idee,
nè quella rapidità di voli che si ammira nel Chiabrera e
nel Filicaia, ma hanno esse nondimeno e condotta ed
estro ed eleganza che le rende degne di aver luogo tra le
migliori. Nelle Canzoni anacreontiche, ne' Sonetti
pastorali, nelle Elegie, negl'Inni sacri, egli ha pochi che
il pareggino, forse niuno che il superi: così vedesi in
questi componimenti tutto il gusto e tutta le delicatezza
de' Greci. La sua Poetica in terza rima, e per l'eleganza
dello stile e per l'utilità de' precetti, è una delle più
pregevoli che abbia la nostra lingua. Nelle Satire
italiane ei non ha chi li possa stare a confronto; e solo ad
esse si accostano quelle di Lodovico Adimari, da noi
nominato poc'anzi, e più da lungi quelle di Salvator
Rosa poeta e pittore napoletano, e più celebre per la
pittura che per la poesia, morto in Roma nel 1675. Ei
volle ancora provarsi nel genere epico, e intraprese un
poema sul Paradiso terrestre; ma ne scrisse tre libri soli,
i quali, benchè abbian più tratti degni del loro autore, ci
mostran però, ch'egli era più felice ne' brevi
componimenti, e in que' che richieggono lungo lavoro.
La sua Accademia tuscolana è un'imitazion dell'Arcadia
del Sannazzaro, tale però, ch'è appunto come una copia,
per altro di molto pregio, in confronto al suo originale.
Ei fu per ultimo scrittore elegante anche in latino, come
ci scuoprono le molte cose da lui in quella lingua scritte
sì in prosa che in verso. Tutte le opere di questo
valoroso poeta sono state insieme riunite, e in quattro
tomi stampate in Firenze nel 1731.
XIV. Mentre il Menzini faceva ammirare a
Roma i poetici suoi talenti, più altri valorosi
poeti erano ivi raccolti, che sotto la
protezione della reina Cristina, e poscia del
pontef. Clemente XI, faceano risorgere
all'antico suo vanto la volgar poesia, e la
vendicavano dagli oltraggi che il reo gusto di più altri
poeti le avea recato. Molti potrei io qui indicarne, ma
perchè non debbo ragionar di coloro che vissero ancora
non pochi anni nel nostro secolo, a soli due mi ristringo,
cioè ad Alessandro Guidi, e all'avv. Giambattista Felice
Zappi. Del primo, oltre agli scrittori, ci ha data la Vita il
più volte lodato monsig. Fabbroni (Vit. Italor. ec. dec. 3,
p. 223, ec.). Nato in Pavia nel 1650, passò in età ancor
fresca a Parma, ove dal duca Ranuccio II fu
amorevolmente accolto e onorato, e ove egli, giovane di
31 anni, pubblicò alcune sue Poesie liriche e un dramma
intitolato Amalasunta in Italia. I quali componimenti
però eran nello stile conformi al gusto comune. Ma
poichè da Parma passò a Roma, e dalla reina Cristina
col consenso del duca Ranuccio fu alla sua corte
Poeti
protetti
dalla reina
Cristina:
Alessandro
Guidi.
fermato nel 1685, egli unitosi con alcuni altri valorosi
poeti, cospirò con essi a fare la rivoluzione e il
cambiamento totale del gusto nella volgar poesia; e tutto
diessi all'imitazione di Pindaro. Parve a lui che il
numero determinato de' versi di ciascheduna stanza
nelle canzoni e la stabile collocazion delle rime fosse
troppo importuno legame a' voli di un ardito poeta; e
perciò ebbe coraggio di scuotere il giogo, e di non
astringersi ad altre leggi, se non a quelle che il suo estro
gli suggeriva, facendo or più brevi or più lunghe le
stanze, e cambiando, come parevagli, l'ordine delle
rime. Questa novità, come suole accadere, ebbe
approvatori e contraddittori; ma i secondi furono in
numero maggior che i primi, e avvenne perciò, che
l'esempio del Guidi non avesse seguaci. E forse egli
avrebbe in ciò avuto sorte migliore, se una certa
alterigia pindarica, con cui egli parlava e scriveva di se
medesimo, e che appariva ancor più spiacevole in un
uomo, qual egli era di aspetto deforme, non l'avesse
renduto odioso e oggetto degli scherzi e delle satire di
molti, e fra gli altri del famoso Settano. Ciò non ostante,
è certo che le Poesie del Guidi son piene di entusiasmo
e di forza, e ch'egli è uno de' pochi che felicemente han
saputo trasfondere nell'italiana poesia l'estro e 'l fuoco di
Pindaro. Per comando della reina egli scrisse ancor
l'Endimione, dramma pastorale, in cui la stessa Cristina
non si sdegnò d'inserire alcuni suoi versi. Volle ancora
scrivere una tragedia, prendendone l'argomento dalle
vicende di Sofonisba, ma dissuaso dagli amici a
continuar quel lavoro, per cui non parve disposto dalla
natura, si volse invece a tradurre i Salmi. Ma anche
questa fatica dovette interrompere, richiamato a Pavia
sua patria, e destinato a trattare presso il principe
Eugenio governatore della Lombardia la diminuzione
de' pubblici aggravj. Nel che egli fu sì felice, che n'ebbe
in ricompensa l'onore di esser posto nel numero de'
patrizj pavesi. Tornato a Roma, diessi a compire la
traduzione già cominciata delle Omelie di Clemente XI.
Questa traduzione però non solo non ottenne al Guidi
quel frutto che ne sperava, ma gli fu anche fatale;
perciocchè essendo essa stampata e volendone egli offrir
copia al pontefice che allora villeggiava in Castel
Gandolfo, per viaggio leggendo il suo libro, vi trovò
qualche errore di stampa; di che fu oltremodo afflitto; e
giunto a Frascati, mentre ivi si trattiene, fu sorpreso da
un colpo d'apoplesa, che a' 12 di giugno del 1712 il tolse
di vita.
XV. Il secondo de' due poeti or mentovati,
cioè l'avv. Zappi, ebbe a sua patria Imola,
ove quella famiglia ha luogo tra le nobili, e
fu allevato in Bologna nel collegio Montalto, ove nelle
lettere e nelle scienze fece sì rapidi e sì maravigliosi
progressi, che in età di soli 13 anni vi ricevette la laurea.
Passò indi a Roma, per esercitarvi la profession di
avvocato, in cui si occupò, finchè ebbe vita, ed ebbe in
premio del suo molto saper nelle leggi le cariche di
assessore nel tribunale dell'agricoltura, e di fiscale in
quello delle strade. Ma lo studio prediletto del Zappi era
L'avvocato
Zappi.
quello della volgar poesia; nella quale sì felicemente
scriveva, che i componimenti di esso erano altamente
ammirati e applauditi nelle letterarie adunanze, alle
quali egli interveniva. Fu uno de' fondatori dell'Arcadia,
la quale non poco dovette a lui della fama che presto
ottenne. Frequentò ancora l'Accademia de' Concilj
fondata nel collegio de Propaganda, e vi lesse più volte
erudite dissertazioni su diversi argomenti di storia e
disciplina ecclesiastica. Prese a sua moglie Faustina
figlia del celebre cav. Maratti, la quale, come nelle virtù,
così ancor nel talento di poetare, gareggiò col marito, e
più anni poscia gli sopravvisse. Caro ai più
ragguardevol personaggi, e singolarmente al pontef.
Clemente XI, e amato da tutti i dotti non sol di Roma e
dell'Italia, ma dagli stranieri ancora, che il conoscevan
per fama, godeva il più dolce frutto che da' suoi studj
bramar potesse, quando un'immatura morte il venne a
rapire in età di soli 52 anni, a' 30 di luglio del 1719. Non
molte sono le Poesie dell'avv. Zappi, che han veduta
luce; ma esse son tali che lo agguagliano a' più illustri
poeti. O egli s'innalzi collo stile a' più grandi e a' più
sublimi oggetti, o scherzi in argomenti piacevoli ed
amorosi, egli è ugualmente felice; e come ne' primi egli
è pien d'estro e di fuoco, così ne' secondi tutto è venustà,
grazia e naturalezza. Le stesse critiche fatte ad alcuni de'
suoi più famosi sonetti, son pruova della loro bellezza,
poichè eccellente convien dire che sia un componimento
ch'esaminato con tutto il rigore, trovasi avere solo
qualche sì picciola macchia, che rimane ancor dubbioso
se essa sia neo, ovvero ornamento.
XVI. Benchè quasi tutti i poeti finor
nominati fiorissero o nella Toscana, o nello
Stato pontificio, la Lombardia non ne fu
priva del tutto, e due singolarmente n'ebbe sul fine di
questo secolo, da' quali in gran parte ella dee
riconoscere il risorgimento del buon gusto da molti anni
dimenticato. Il primo è il celebre Carlo Maria Maggi
segretario del Senato di Milano sua patria, professore di
lingua greca nelle scuole palatine, e morto nel 1699 in
età di 69 anni. Il Muratori, che gli fu amicissimo, ne ha
scritta la Vita, la qual si legge innanzi al primo de'
cinque tomi delle Poesie di esso, stampate in Milano nel
1700. E nella sua opera ancora della Perfetta Poesia ne
parla spesso con molta lode, e spesso reca, come ottimi
esemplari, i sonetti e le canzoni di questo poeta. Ma
pare che l'amicizia abbia avuta non picciola parte in tali
elogi; perciocchè, comunque sia vero che non manchi
loro comunemente comunità di sentimenti e regolarità
di condotta, è certo ancora, e lo stesso Muratori il
confessa (Perf Poes. t. 1, p. 31), che lo stile non è
abbastanza sublime, nè figurato, nè così vivace la
fantasia, come si converrebbe. Più pregevoli nel loro
genere sono le Commedie nel dialetto milanese da lui
composte, nelle quali vedesi una naturalezza e una
grazia non ordinaria, e quella piacevol satira de'
costumi, che diletta insieme e istruisce. L'altro fu il co.
Francesco de Lemene natio di Lodi, e ivi passato a
miglior vita in età di 70 anni, a' 24 di luglio del 1704,
uomo che per amabilità di maniere, per probità di
Poeti in
Lombardia.
costumi, per felicità di talento ebbe pochi pari a suo
tempo. Le Memorie d'alcune virtù del Sig. Conte
Francesco de Lemene con alcune riflessioni sulle sue
Poesie del p. Tommaso Ceva gesuita, stampate in
Milano nel 1706, sono al tempo medesimo un de' più
begli elogi che ad un poeta si possan fare, e uno de' libri
intorno all'arte poetica più vantaggiosi che abbian
veduta la luce. Il p. Ceva, che si può dir con ragione il
poeta della natura, perchè niuno più felicemente di lui
l'ha condotta ed espressa nelle sue Poesie latine, e
singolarmente nelle sue leggiadrissime Selve, nel
rilevare i pregi delle Rime di questo valoroso poeta,
vien facendo riflessioni sì fine, e tratte sì bene
dall'indole del cuore umano, che questo libretto è, a mio
parere, assai più utile di molte Poetiche, le quali altro
non contengono che innutili speculazioni. Il co. De
Lemene ardì il primo di esporre in sonetti e in canzoni i
più augusti e i più profondi misteri della Religione
rivelata, e benchè lo stile non ne sia sempre coltissimo,
e vi si possa bramare un estro più vivo, nondimeno non
pochi sono i pregi di queste Rime, attesa singolarmente
la difficoltà dell'argomento. Ma alcuni madrigali da lui
in esse inseriti, e altri somiglianti brevi componimenti,
ove descrivonsi piacevoli scherzi di fanciulli, di pastori,
di ninfe, sono di una tal grazia e di una tale veramente
greca eleganza, ch'io non so se la poesia italiana ne
abbia altri che a lor si possano contrapporre.
XVII. Come il numero de' poeti non fu in questo secolo
inferiore a quello del precedente, ma di
molto minore ne fu l'eccellenza, così ancora
non mancò a questi tempi all'Italia copioso
numero di poetesse, ma tra esse più non
veggiamo una Colonna, una Gambara, una Stampa.
Molte ne annovera il Quadrio (t. 2, p. 286), come
Lucrezia Marinella nata in Venezia di padre modenese
47
, Lucchesia Sbarra natia di Conegliano, Veneranda
Bragadina Cavalli gentildonna veneta, Chiara
Fontanella Zoboli dama reggiana, Margherita Costa,
Caterina Costanza napoletana, Marta Marchina
parimente napoletana con ampio elogio lodata
dall'Eritreo (Pinacoth. pars 3, n. 64), Leonora Gonzaga
principessa di Mantova, e poi moglie dell'imp.
Ferdinando III, Maria Antonia Scalera Stellini da
Acquaviva nella Puglia, Francesca e Isabella Farnesi
romane, Giovanna Geltrude Rubino palermitana, Maria
Porzia Vignoli romana e monaca domenicana, Veronica
Maleguzzi Valeri dama reggiana, che oltre la poesia
coltivò ancora le scienze più gravi, e innanzi a più
principi ne sostenne solenni dispute in Reggio, ma
poscia rinunciando alle pompe e agli onori, si rendette
monaca in questo monastero della Visitazione di
Modena (V. Guasco Stor. letter. di Regg. p. 353), Maria
Elena Lusignani genovese, dotta ancor in greco e in
Elogio di
alcune
poetesse.
47
Veggasi nella Biblioteca modenese l'articolo della Marinella (t. 3, p. 159)
e così pure quello in cui si è a lungo trattato di Veronica Maleguzzi poco
appresso nominata (ivi p. 128), che fu un prodigio d'ingegno, finchè visse
al secolo, e che poi venne a nascondere i suoi talenti e a vivere
santamente in questo monastero della Visitazione.
latino, e che meritò gli elogi del p. Montfaucon (Diar.
italic. p. 25), Margherita Sarrocchi napoletana, di cui
non troppo onorevolmente, quanto a' costumi, ragiona
l'Eritreo (Pinacoth. pars 1, p. 259), e che volendo
gareggiar col Marini, si accinse a scrivere un poema
epico, intitolato la Scanderbeide, stampato in Roma nel
1623, e moltissime altre, le Rime delle quali si leggono
nella Raccolta che delle illustri Rimatrici d'ogni secolo
ha pubblicata nel 1726 una di esse, cioè Lovisa Bergalli.
Niuna però fra le donne di questo secolo fu tanto
onorata di elogi e d'applausi, quanto Elena Cornaro
Piscopia gentildonna nobilissima veneziana, figlia di
Giambattista procurator di s. Marco, e nata in Venezia a'
5 di giugno del 1646. La Vita che ne hanno scritta il p.
Massimiliano Dezza della Congregazione della Madre
di Dio e il p. ab. Bacchini, le Poesie stampate nella
morte di essa, le testimonianze che del sapere e delle
virtù della medesima si leggono presso mille autori sì
italiani che stranieri, ci dispensano dal dirne qui
lungamente. E certo era cosa ammirabile il vedere una
giovane damigella possedere non solo le lingue italiana,
spagnuola, francese e latina, ma la greca ancora e
l'ebraica, e avere innoltre qualche cognizion dell'arabica,
comporre poesie, e cantarle ella stessa, accompagnando
maestrevolmente il canto col suono, parlar dottamente
delle più astruse questioni della filosofia, della
matematica, dell'astronomia, della musica e della
teologia, e perciò onorata della laurea con solennissima
pompa nel duomo di Padova nel 1678. Questa in una
donna sì rara e sì ammirabile erudizione riceveva in
Elena un più illustre ornamento da una non meno rara
ed ammirabil pietà, per cui avendo in età di soli undici
anni fatto voto di castità, ricusò poscia costantemente
ogni più onorevol partito che vennele offerto, nè volle
valersi della dispensa suo malgrado ottenutale dal suo
voto; anzi bramò di rendersi religiosa, ed avendo
finalmente ceduto alle preghiere dell'amantissimo suo
genitore, volle almeno nella paterna sua casa vestir
l'abito delle monache dell'Ordine di s. Benedetto, e
osservarne, come meglio poteva, le leggi. Sparsa perciò
la fama del sapere e delle virtù di Elena in ogni parte
d'Europa, non v'era gran personaggio che venisse in
Italia, e non cercasse di conoscerla di presenza e grandi
furono singolarmente i contrassegni di onore di stima
ch'ella ricevette nel 1680 dal card. d'Estrèes che volle
far pruova se veri erano i pregi che ad essa si
attribuivano, e ne partì altamente maravigliato. Ella
venne a morte nel fior degli anni, cioè a' 26 di luglio del
1648, quando contavane soli 38 di età; e come la morte
ne fu conforme alla santa vita da lei condotta, così
ancora le esequie e gli onori rendutigli furon
corrispondenti alla fama di cui essa godeva. Il suddetto
p. abate Bacchini ne raccolse e ne pubblicò le opere, che
sono alcuni Discorsi accademici italiani, gli Elogi latini
di alcuni uomini illustri, poche Lettere latine, e la
traduzione italiana di un'opera del certosino Laspergio a
cui deesi aggiugnere qualche componimento poetico
inserito nell'accennata Raccolta della Bergalli. Queste
opere nondimeno a me non sembra che adeguin la fama
di cui ella godè vivendo, e forse la troppa premura di
darle alla luce, ha fatto che questa illustre damigella non
sembri or così degna degli onori che le furono
conceduti, quanto parve a coloro ch'ebber la sorte di
viver con lei, e di ammirarne le virtù e i talenti.
XVIII. Nella Storia del secolo precedente
noi abbiamo distintamente trattato degli
scrittori di satire, di egloghe pastorali, di
poesie bernesche, e d'altri diversi generi di
componimenti, perciò in ciascheduno di essi
ci si offrivano nomi illustri, e pregevoli opere a
rammentare. Or che più scarsa e men lodevole serie ci si
presenta, non ci tratterremo a parlarne segnatamente, e
sarem paghi dell'accennar che abbiam fatto poc'anzi i
migliori poeti che anche in questi generi s'esercitarono.
Solo per ciò che appartiene alla poesia satirica, faremo
un cenno della famosa Cicceide, di cui fu autore
Gianfrancesco Lazzarelli natio di Gubbio, il quale dopo
aver sostenute diverse cariche di governo nello Stato
pontificio, passò ad essere auditore del principe
Alessandro Pico duca della Mirandola nel 1661 e nel
1682 fu nominato proposto di quella chiesa, e finì
poscia di vivere nel 1694. Ei fu un de' pochi poeti che
non seguirono il reo gusto del secolo, ma presero a
batter la via segnata già da' più eleganti scrittori, e
sarebbe stato a bramare ch'egli avesse esercitato il suo
stile in migliore argomento, e non avesse preso a
mordere e a dileggiare l'infelice don Ciccio, cioè
Buonaventura Arrighini, già suo collega nella ruota di
Poeti
satirici: due
bifolchi
divenuti
poeti.
Macerata. La Vita di questo valoroso poeta è stata di
fresco scritta con molta esattezza e con uguale
erudizione dal ch. sig. ab. Sebastiano Ranghiasci, che si
apparecchia a darci altre Vite degli uomini illustri della
sua patria. Ma passiamo ormai a dire degli scrittori de'
poemi, qui ancora però ristringendosi a que' soli, la
menzione de' quali è all'italiana poesia onorevole e
gloriosa. Con molto applauso fu accolto lo Stato rustico,
poema in versi sciolti di Gianvincenzo Imperiali nobile
genovese, stampato la prima volta in Genova nel 1611,
il qual però non può stare al confronto colla
Coltivazione dell'Alamanni. Di questo poeta, che morì
circa il 1645, e di alcune altre opere da esso composte,
parlano gli scrittori delle Biblioteche genovesi. Maggior
rumore destarono co' lor poemi due contadini, che
sbucati fuora improvvisamente, uno dalle campagne
dell'Abbruzzo, l'altro dalle montagne sanesi,
comparvero tutto in un colpo poeti, e volsero a loro
l'ammirazione di Roma e di Firenze. Il primo fu
Benedetto di Virgilio nato nel 1602 in Villa Barbarea
nell'Abbruzzo, prima pastore, poscia bifolco nelle tenute
che nella Puglia aveano i Gesuiti del collegio romano.
Avendo appreso a leggere e a scrivere, nell'ore che gli
rimanevano libere da' suoi lavori, cominciò a prendere
tra le mani l'Ariosto, il Sannazzaro, il Tasso ed altri
poeti. Al leggerli gli parve che potesse esser poeta egli
pure. Cominciò a far versi all'improvviso, e i versi sì
felicemente gli venivano fatti, che non pago di brindisi,
o di canzonette, si accinse a scrivere un poema. Avea
dai suoi padroni appresa la Vita di s. Ignazio, ed ei la
prese a soggetto del suo lavoro. Questo poema fu
pubblicato la prima volta in Trani nel 1647, ed egli
poscia il ritoccò e corresse più volte, e rifattolo quasi di
nuovo, il ridusse a XI canti, e così il diè in luce nel
1660. Il padre Vincenzo Carrafa generale dei Gesuiti il
trasse a Roma, perchè avesse più agio di coltivare gli
studj; e il pontef. Alessandro VII, conosciutone il raro
talento, gli assegnò onorevole provvisione, gli diè
stanza nel Vaticano, e creollo ancora cavaliere di Cristo.
Più altri poemi scrisse e pubblicò egli poscia, cioè il
Saverio apostolo delle Indie in XXI canti, la Vita del
beato Luigi Gonzaga in 207 stanze in sesta rima, e La
Grazia trionfante, o l'Immacolata Concezione. Anzi
l'Eritreo, a cui dobbiamo in gran parte queste notizie
(Epist. ad Eutych. t. 2, p. 104; Pinacoth. pars 3, p. 298),
accenna ancora la Vita di Gesù Cristo, e quella di s.
Bruno fondatore de' Certosini, che forse non furon date
alle stampe, oltre alcuni Panegirici in versi, che si
annoveran dal Quadrio (t. 2, p. 509) e dal Cinelli (Bibl.
volante t. 4, p. 362). Uno di questi fu da lui composto
nel 1666, e perciò dee correggersi lo stesso Quadrio,
ove dice (t. 6, p. 280) ch'ei morì poco dopo il 1660. Lo
stile di questo poeta non è certo quello del Petrarca o del
Tasso; anzi manca di eleganza, ed è languido e diffuso.
Nobili però ne sono i sentimenti; e ciò che li rende più
ammirabili, si è che un contadino ha in essi saputo
svolgere e spiegare con felicità insieme e con esattezza
maravigliosa i più difficili misteri della nostra
Religione. Quindi se lo stile di questi poemi fosse più
colto (benchè pur esso non abbia i difetti del secolo) e
più conforme alle regole ne fosse la tessitura, il loro
autore non avrebbe l'ultimo luogo tra gli scrittori de'
poemi; e dee ciò non ostante tra i poeti italiani essere
annoverato con lode. Il secondo fu Giandomenico Peri
nato in Arcidosso nelle montagne di Siena, di cui pure
ci ha data la Vita il sopraccitato Eritreo (Pinacoth. pars
2, n. 27). Da' suoi genitori, benchè bifolchi, mandato il
fanciullo Giandomenico a una vicina terra alla scuola di
un pedante, un giorno ch'ei vide un suo condiscepolo
posto dal maestro sulle spalle di un altro, e crudelmente
battuto, e udì minacciare lo stesso poco onorevol
gastigo, prese in tal orrore il maestro e la scuola, che
tornato a casa, e presi segretamente alcuni tozzi di pane,
se ne fuggì, e per tre anni andò aggirandosi per solitarie
montagne in compagnia delle bestie e de' loro pastori.
Un di questi, che dovea esser uom dotto, perchè sapea
leggere, godeva talvolta di portar seco l'Ariosto, e di
farne udir qualche tratto a' suoi colleghi. Il Peri provava
a quella lettura incredibil piacere, e più ancora all'udir
che fece talvolta la Gerusalemme del Tasso. Frattanto,
trovato da suo padre, fu ricondotto a casa, e allora che
sarebbe stato opportuno mandarlo alla scuola, fu
destinato ad aver cura dei buoi. Ma mentre questi
fendevano
i
solchi,
il
Peri,
provvedutosi
ingegnosamente de' mezzi a scrivere, facea versi, e di
nascosto scriveali. Il talento del Peri non potea star
lungamente nascosto. Cominciò a comporre drammi
pastorali, e godeva di recitarli egli stesso co' suoi
compagni; e ognuno può immaginare quanto quel teatro
fosse magnifico. Si accinse poscia a scriver poemi, e
avendone composto uno sulla caduta degli Angioli, il fè
recitare innanzi al gran duca, che venne a passare per
quelle montagne nel 1613. Così fattosi conoscere il Peri,
fu quasi a forza tratto a Firenze, e da Giambattista
Strozzi nel suo abito contadinesco presentato al gran
duca, il quale si prese maraviglioso trastullo della
semplicità insieme e del talento di quel rozzo bifolco.
Interrogato qual grazia volesse, rimase prima sorpreso a
tal nome; poscia, preso coraggio, pregò il gran duca a
fargli dare ogni anno tanto frumento, quanto alla sua
famiglia bastasse, e l'ottenne. Tornato poi alla patria,
porse uno scherzevole memoriale in versi a un
cavaliere, pregandolo che, poichè il gran duca aveagli
dato il pane, si compiacesse egli di dargli il vino; e il
memoriale ebbe l'effetto ch'egli bramava. Si tentò ogni
via per fermarlo in Firenze e fargli cambiar abito e
tenore di vita; ma tutto fu inutile; anzi avendolo
monsignor Ciampoli fatto andare a Roma, e a grande
stento avendo ottenuto che a un solenne pranzo venisse
in abito alquanto migliore, appena ei vide il lauto
apparecchio di quella mensa, e le dilicate vivande di cui
fu essa coperta, che, sdegnato, fuggissene
dispettosamente, e lasciata subito Roma, tornossene alle
sue montagne, ove poscia continuò a vivere fino alla
morte. Oltre una favola cacciatoria, intitolata il Siringo,
ne abbiam due poemi in ottava rima, uno intitolato
Fiesole distrutta, l'altro il Mondo desolato: i quali, se si
considerano come opera di un rozzo bifolco, non posson
non rimirarsi come ammirabili; ma se si considerano
come parto di un poeta, non posson aver luogo che tra'
mediocri. E poichè siamo sul parlar di prodigi, a' due
contadini poeti aggiugniamo un fanciullo figliuol di un
facchino, filosofo, teologo, medico, giureconsulto, e in
tutte le scienze maravigliosamente istruito. Ei fu Jacopo
Martino modenese, nato agli 11 di novembre del 1639 in
Racano nella diocesi d'Adria, di padre oriondo
modenese, che poi venuto, per guadagnarsi il pane, a
Budrio, colà condusse anche il figlio. Il p. Giambattista
Meietti dell'Ordine de' Servi di Maria, avendo ivi scorto
in lui quasi ancora bambino un raro talento, prese ad
istruirlo a dispetto del padre, il qual diceva di voler
formare di suo figlio un facchino, non un letterato; e il
venne in tal modo istruendo, che in età di sette anni,
condottolo a Roma nel 1647, gli fece ivi sostenere in
pubblico molte proposizioni su tutte le scienze, le quali
furono allora stampate, con tal concorso di cardinali, di
prelati e d'altri personaggi d'ogni ordine, e con tal
plauso all'ammirabile felicità con cui il fanciullo parlava
delle più difficili materie, che Roma non vide mai forse
il più strano spettacolo, e l'Eritreo, pieno perciò di
stupore, ce ne lasciò onorevol memoria (Pinacoth. pars
3, n. 75). Tornò poi il fanciullo col suo maestro a
Budrio, e parve che quell'ammirabile ingegno andasse
svanendo, e molto più dopo la morte del suo maestro
avvenuta nel 1648. Fu allora per opera del card.
Giambattista Palotta inviato al collegio di Caldarola
nella Marca, ove circa il 1650 finì di vivere. Più ampie e
più curiose notizie di questo portentoso fanciullo si
posson leggere nell'Apologia del p. Meietti, scritta dal p.
Paolo Maria Cardi reggiano dello stesso Ordine in
risposta a chi volea far credere che fossero state opere
del Demonio e frutto di stregherie i prodigi d'ingegno
dal Modenese mostrati (Miscell. di varie Operette t. p.
ed. ven. 1743) 48.
XIX. I poemi finor mentovati, appena
possono aver questo nome, perchè le leggi
ad essi prescritte non vi si veggono
esattamente osservate. E se noi andiamo in
cerca di poemi epici, o ancor romanzeschi, che per una
parte sieno scritti secondo le regole, e abbian per l'altra
quella nobiltà di stile, che lor si conviene, peneremo a
trovarne nel corso di questo secolo. Que' del Chiabrera
da noi accennati, e la Croce racquistata di Francesco
Bracciolini, di cui diremo tra poco, sono i migliori che
in questo secolo si vedessero; ma pure sono ben lungi
dal potere uguagliarsi a que' dell'Ariosto e del Tasso.
Dell'Adone del Marini, del Mondo nuovo dello Stigliani,
e del Mondo creato del Murtola si è già detto poc'anzi.
Ansaldo Ceba genovese, nato nel 1565, e morto nel
1623, fu poeta fecondo di molte rime, e anche due
poemi eroici divolgò intitolati l'Ester e il Furio Camillo.
Ma come osserva il Crescimbeni (Stor. della volg. Poes.
p. 152, ec.), ei fu più felice nel dare i precetti del poema
epico in un trattato che su ciò scrisse, che nell'eseguirli.
Scrittori di
poemi
eroici.
48
Di Jacopo Martino modenese si è parlato più a lungo nella Biblioteca
modenese (t. 3, p. 225), ove anche si son recate probabili congetture che
ci posson far credere ch'ei fosse oriondo da Fossoli villa del carpigiano
nel ducato di Modena.
Di lui si può vedere il non breve elogio fattone
dall'Eritreo (Pinacotech. pars 3, n. 30) 49. Questo autore
parla ancora a lungo (ib. pars 1, p. 19, ec.) dell'umor
incostante e della intollerabil superbia di Belmonte
Cagnoli, che colla sua Aquileia distrutta, stampata nel
1628, pretese di aver fatto un poema miglior di quello
del Tasso, ma fu il solo che se ne mostrasse persuaso.
Niccolò Villani pistoiese, grande difensor del Marini,
autore di alcune Satire latine scritte con molta eleganza
e di un pregevole Ragionamento sulla poesia giocosa,
pubblicato sotto il nome dell'accademico Aldeano, volle
provarsi ancora nel genere epico, e prese a scrivere un
poema intitolato la Fiorenza difesa; ma egli nol potè
finire e avrebbe probabilmente disapprovato il consiglio
di chi dopo sua morte lo diede alla luce. Il co. Girolamo
Graziani, natio della Pergola, ma vissuto quasi sempre
49
Fra le opere del Ceba merita di essere rammentata la traduzione dei
Caratteri morali di Teofrasto, da lui ancora con copiose note illustrati,
stampata in Genova nel 1620. Di essa ragiona singolarmente il ch. sig. ab.
Gio. Cristofano Amaduzzi nella erudita prefazione premessa a' due Capi
anecdoti di Teofrasto da lui pubblicati, e dal celebre sig. Bodoni con
edizione magnifica stampati in Parma nel 1786, ove anche osserva che il
Ceba sospettò a ragione che qualche cosa mancasse all'opera di Teofrasto
appunto ove si son poi trovati i due suddetti Capi. Il Ceba è uno de' più
colti scrittori che vivessero al principio del secolo XVII. E vuolsi che nel
suo Dialogo del poema epico, ch'ei finge tenuto prima che si pubblicasse
la Gerusalemme del Tasso, prendesse di mira, benchè senza nominarlo,
questo poema, mostrando che in più luoghi ei non segue i precetti della
Poetica d'Aristotele, i quali ei si vantava di aver seguiti a rigore nella sua
Esterre. Ma questa non trova ormai più chi la legga; e il Tasso, finchè il
buon gusto non perirà, avrà sempre lodatori e ammiratori.
in luminosi impieghi alla corte di Modena a' tempi del
duca Francesco I e de' suoi successori, oltre molte altre
poesie di diversi generi, due poemi ancora ci diede, uno
in XXVI canti, intitolato il Conquisto di Granata, l'altro
in XIII, intitolato la Cleopatra; il primo de' quali si
registra dal Quadrio (t. 6, p. 688) tra' migliori che questo
secol vedesse 50, e la stessa lode egli dà pure al
Boemondo o l'Antiochia difesa di Giovan Leone
Semproni da Urbino. Sigismondo Boldoni di patria
milanese, e morto in età di 33 anni in Pavia nel 1630,
della cui vita ci ha date esatte notizie il co. Mazzucchelli
(Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1455, ec.), fra i molti saggi
che del suo felice ingegno diede alle stampe, scrisse
ancora un poema sulla Caduta de' Longobardi in venti
canti, che fu poi finito e pubblicato dal p. Gianniccolò di
lui fratello barnabita nel 1636. Alcune opere di questo
valoroso poeta sono state di fresco ristampate in
Avignone per opera di s. e. il sig. card. Angelo Maria
Durini, coll'aggiunta di più cose inedite (V. Gazzetta
letter. di Mil. 1776, p. 324). Finalmente il barone
Antonio Caraccio sul finire del secolo pubblicò il suo
Imperio vendicato che, benchè da molti onorato con
somme lodi, non ha però avuta sorte migliore di tanti
altri poemi di cui questo secolo fu fecondo, e de' quali
basta l'avere accennati alcuni, lasciando che i titoli de'
moltissimi altri, che sono ancora meno conosciuti, si
50
Del co. Girolamo Graziani, de' diversi impieghi ch'egli ebbe alla corte di
Modena, delle vicende alle quali fu esposto, della pensione che ottenne da
Luigi XIV, e delle sue opere si è lungamente parlato nella Biblioteca
modenese (t. 3, p. 12, ec.).
leggano, da chi ne brama notizia, presso il Quadrio 51.
XX. Il genere di poema, in cui l'Italia ci può
in questo secolo additare eccellenti scrittori,
è l'eroico-comico. Qualche saggio erasene
già veduto nel secolo precedente in alcune
opere di Betto Arrighi, di Girolamo Amelunghi, di
Antonfrancesco Grazzini e di altri che si accennan dal
Quadrio (l. c. p. 724) le cui opere nondimeno non
posson veramente dirsi poemi di questo genere. La
gloria di condurli a quella perfezione di cui sono capaci,
o più veramente di esserne i primi inventori, era
riserbata a due leggiadri e vivaci ingegni di questo
secolo, cioè ad Alessandro Tassoni modenese e a
Francesco Bracciolini pistoiese, i quali conteser tra loro
del primato di questa invenzione. La Vita del primo è
stata sì ampiamente e sì esattamente illustrata dal
Muratori, ch'io posso spedirmene in breve, accennando
solo le più importanti notizie da lui comprovate con
autorevoli testimonianze e con autentici documenti 52. In
Notizie di
Alessandro
Tassoni.
51
Questi però ha ommesso d'indicare un poema ch'io pure posso solo
accennare, non avendone altronde notizia, che dalle Opere del Redi
stampate in Napoli nel 1778 (t. 6, p. 191), ove s'indica la Buda liberata
poema eroico di Federigo Nomi (di cui rammenteremo altrove le Satire),
dedicato all'ill. sig. balì Gregorio Redi, in Venezia: presso Girolamo
Albrizzi 1703, in 12.
52
Nella biblioteca modenese ho avuta la sorte di dar più altre notizie intorno
alla vita e alle opere del Tassoni, che finora si erano ignorate, e di
pubblicarne ancora parecchie Lettere inedite (t. 5, p. 180, ec.).
Modena di antica e nobil famiglia nacque a' 28 di
settembre del 1565 Alessandro Tassoni, figlio di
Bernardino e di Gismonda Pelliciari. Privo de' genitori
in età fanciullesca, fu ancor travagliato da infermità, da
disgrazie, da nimicizie pericolose; le quali però non
gl'impedirono il coltivare gli studj delle lingue greca e
latina sotto la direzione di Lazzaro Labadini allora
celebre maestro in Modena. Circa il 1585 passò a
Bologna a istruirsi nelle più gravi scienze, ov'ebbe fra
gli altri maestri Claudio Betti e Ulisse Aldrovandi. Fu
anche all'università di Ferrara, ove attese principalmente
alla giurisprudenza. Così impiegò nello studio parecchi
anni, finchè circa il principio del 1597, recatosi a Roma,
entrò al servigio del card. Ascanio Colonna, e con lui
nel 1600 navigò in Ispagna, e da lui nel 1602 fu spedito
in Italia, per procurargli la facoltà dal pontef. Clemente
VIII di accettare la carica di vicerè d'Aragona da quella
corte profertagli, e di nuovo nel 1603 perchè in Roma
avesse cura di tutti i suoi beni, nella qual occasione il
cardinal gli assegnò 600 annui scudi pel suo
mantenimento. In occasione di uno di questi viaggi, egli
scrisse le celebri sue Considerazioni sopra il Petrarca,
che furono poscia stampate alcuni anni appresso.
Frattanto egli in Roma fu ascritto alla famosa
Accademia degli Umoristi. Frutto del frequentar ch'ei
faceva le romane adunanze, furono i dieci libri de' suoi
Pensieri diversi, de' quali un saggio avea egli stampato
sotto il titolo di Quesiti fin dal 1608, e che poi di molto
accresciuti vider la luce de' letterati che allor viveano, i
quali veggendo in essa riprendersi passi di Omero,
censurarsi più volte Aristotele, e mettersi in dubbio se
utili fossero, o dannose le lettere, menarono gran
rumore, come se il Tassoni a tutte le scienze e a tutti i
dotti movesse guerra. E certo molte delle cose che in
quell'opera leggonsi, sono anzi ingegnosi e scherzevoli
paradossi, che fondate opinioni. Era l'ingegno del
Tassoni somigliante a quello del Castelvetro, nimico de'
pregiudizj e di quello singolarmente che nasce dalla
venerazione per gli antichi scrittori, acuto e sottile in
conoscere i più leggeri difetti, e franco nel palesarli; se
non che, dove il Castelvetro è uno scrittor secco e
digiuno, benchè elegante, che sempre ragiona con
autorità magistrale, il Tassoni è autor faceto e leggiadro
che sa volgere in giuoco i più serj argomenti, e che con
una pungente, ma graziosa critica, trattiene
piacevolmente i lettori. E probabilmente non era
persuaso egli stesso di ciò ch'egli talvolta scrivea. Ma il
desiderio di dir cose nuove e di farsi nome
coll'impugnare i più rinomati scrittori, lo introdusse a
sostenere alcune strane e poco probabili opinioni, fra
mezzo alle quali però s'incontrano riflessioni e lumi
utilissimi per leggere con frutto gli antichi e moderni
autori. Maggior rumore ancora destarono le sue
Considerazioni sopra il Petrarca, stampate la prima volta
nel 1609. Parve al Tassoni, e forse non senza ragione,
che alcuni fossero sì idolatri di quel gran poeta, che
qualunque cose gli fosse uscita dalla penna, si
raccogliesse da loro come gemma d'inestimabil valore; e
che perciò avvenisse che alle Rime di esso si rendesse
onor troppo maggiore che non era loro dovuto. Ma il
Tassoni cadde nell'eccesso contrario; e per opporsi alla
soverchia ammirazione che alcuni aveano pel Petrarca,
il depresse di troppo, e non pago di rilevare i difetti che
i critici spassionati osservano nelle Rime di quel famoso
poeta, volle ancora, come si dice, vedere il pelo
nell'uovo, e trovare errori, ove niun altro li trova.
Levossi dunque in difesa del Petrarca Giuseppe
Aromatari da Assisi, giovane allora di 25 anni, che
ritrovavasi in Padova; e nel 1611 pubblicò le sue
Risposte alle Considerazioni del Tassoni, nelle quali
però non passa oltre a' primi dieci sonetti, rispondendo
alle accuse colle quali il Tassoni aveali criticati. Il
Tassoni nell'anno stesso replicò all'Aromatari co' suoi
Avvertimenti, pubblicati sotto il nome di Crescenzio
Pepe, e perchè due anni appresso replicò ad essi
l'Aromatari co' suoi dialoghi sotto il nome di Falcidio
Melampodio, il Tassoni sotto quello di Girolamo
Nomisenti gli controrispose colla sua Tenda rossa;
libretto pieno di fiele contro il suo avversario, e che non
dee prendersi a modello dello stile da tenersi nelle
dispute tra' letterari. E con esso finì la contesa, della
quale, oltre ciò che narrane il Muratori, si può vedere il
racconto presso il co. Mazzucchelli, ove dell'Aromatari
e di queste e di altre opere da lui pubblicate ci dà esatta
contezza (Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 1115, ec.).
Continuazione
delle medesime.
XXI. Il Tassoni frattanto, che già da
alcuni anni, e forse dopo la morte del
card. Colonna avvenuta nel 1608, non
avea avuto altro padrone, e a cui le anguste sue fortune
facean bramare il servigio di qualche principe, nel 1613
cominciò a introdursi nella servitù del duca di Savoia
Carlo Emanuele. Il Muratori racconta a lungo le diverse
vicende che in tal servigio ebbe il Tassoni presso quel
duca e presso il principe cardinale di lui figliuolo, gli
onorevoli assegnamenti che più volte gli furon fatti, ma
de' quali appena potè egli mai aver parte, il viaggio da
lui fatto a Torino, e i raggiri co' quali gli fu impedito di
avanzarsi nella grazia del duca, il vario contegno con lui
tenuto dal principe cardinale, da cui or venne
amorevolmente raccolto, or costretto perfino ad uscir di
Roma. I diversi maneggi di quella corte con quella di
Spagna, di cui il duca Carlo Emanuele spesso ebbe
guerra, e spesso conchiuse la pace, furon probabilmente
origine di tali vicende, perciocchè essendo il Tassoni
rimirato come nimico della monarchia spagnuola non
poteva esser veduto collo stesso occhio in tempo di
guerra e in tempo di pace. Nè senza fondamento
credevasi ch'ei fosse di animo mal disposto contro la
corte di Spagna, perciocchè a lui furono attribuite
alcune Filippiche contro gli Spagnuoli, e un libello
intitolato Le Esequie della Monarchia di Spagna. Il
Muratori non parla delle Filippiche come di opera uscita
alle stampe; ma esse son veramente stampate, benchè
sieno per avventura un de' più rari libri che esistano; ed
io ne ho pochi anni addietro acquistata copia per questa
biblioteca estense. Le esequie non so che sieno
stampate. Il Tassoni protestò di non essere autore nè
dell'uno, nè dell'altro libro; e delle Filippiche, o almeno
delle due prime, afferma che è autore quel Fulvio
Savojano, che ha composte altre Scritture ancora più
pungenti di quelle contra gli stessi Spagnuoli, e
dell'Esequie dice che fu libro composto da quel Padre
Francescano... che fece poi per altri rispetti quella
bella riuscita (V. Murat. Vita del Tassoni p. 28).
Nondimeno lo stesso Muratori confessa di aver vedute
due di queste Filippiche presso il co. Alfonso Sassi, che
sembrano scritte di man del Tassoni, e così ne sembra a
me ancora, che pur le ho vedute, e lo stile piccante con
cui sono stese, può far sospettare ch'ei ne fosse autore.
In fatti tra le sette Filippiche che stampate si trovano in
questa ducal biblioteca, le due prime, come ho detto, mi
sembrano opera del Tassoni. Ma lo stile delle altre
cinque è diverso, e si ravvolgono per lo più sulle cose
de' Veneziani, co' quali non avea relazione alcuna il
Tassoni. Innanzi alle stesse Filippiche precede un altro
opuscolo di somigliante argomento, intitolato
Caducatoria prima, a cui leggesi sottoscritto
l'Innominato Accademico libero, il qual nome
medesimo si legge a' piedi della quarta e della settima
filippica; nè io so chi abbia voluto ascondersi sotto a
quel nome. Dopo le Filippiche, segue la Risposta alle
Scritture intitolate Filippiche stampata collo stesso
carattere e nella forma medesima, in cui si difende la
corte di Spagna, e si fanno sanguinose invettive contro il
duca Carlo Emanuele I. In questi opuscoli non vi ha
indicio del luogo ove sieno stampati, o del nome dello
stampatore, e solo al fine della filippica III si legge
segnato l'anno 1615. Le quali minute riflessioni ho io
voluto qui fare, trattandosi di un libro da pochissimi
conosciuto. Ma ritorniamo al Tassoni. Nell'anno 1623
lasciò di essere al servigio del detto cardinale e visse tre
anni tranquillamente, attendendo insieme a' suoi studj e
alla coltura de' fiori, della quale molto si dilettava. E
questo fu il tempo probabilmente nel quale si affaticò a
finire il Compendio del Baronio da lui cominciato più
anni addietro, e di cui esistono alcune copie a penna in
quattro tomi, una delle quali conservasi in questa
biblioteca estense. Avea gli cominciata quest'opera in
latino; ma poscia la stese in italiano, e il Muratori
muove qualche sospetto che il Compendio latino de'
medesimi Annali, pubblicato nel 1635 da Lodovico
Aureli perugino, fosse quel desso che già scritto avea il
Tassoni; il qual sospetto però non sembra abbastanza
fondato. Nel 1626 cominciò egli a provare sorte
alquanto più lieta. Dal card. Lodovisio nipote di
Gregorio XV fu preso al servigio coll'annuo stipendio di
400 scudi romani e colla stanza nel suo palazzo. Dopo
la morte di quel cardinale, avvenuta nel 1632, passò il
Tassoni alla corte del duca Francesco I, suo natural
sovrano, e n'ebbe il titolo di gentiluomo trattenuto e di
consigliero con onorevole stipendio e abitazione in
corte. Ma tre anni soli godette del nuovo suo stato, e
venuto a morte a' 25 d'aprile del 1635, fu sepolto in s.
Pietro.
XXII. Io ho accennato la più parte delle opere del
Tassoni composte, lasciando di parlare di alcune altre di
minor importanza, e per lo più inedite, delle
quali fa menzione il Muratori, e differendo
ad altro luogo il trattare delle Annotazioni
sul Vocabolario della Crusca a lui attribuite.
Ma ora dobbiam dire di quella per cui egli è
celebre singolarmente, cioè della Secchia
rapita. Oltre ciò che intorno alla storia di questo poema
racconta il Muratori nella Vita del poeta, più minute
notizie ancora ne abbiamo nella prefazione dal ch. dott.
Giannandrea Barotti premessa alla magnifica edizione
fattane in Modena nel 1744, ove diligentemente espone
quando il Tassoni si accingesse a comporlo, come per
più anni se ne tentasse più volte inutilmente la stampa in
Modena, in Padova e altrove; come finalmente fosse
esso la prima volta stampato in Parigi nel 1622, e
ristampato colla medesima data nell'anno stesso a
Venezia; come per ordine del pontefice dovesse il
Tassoni toglierne e cambiarne qualche espressione, e
così corretto il poema uscisse di nuovo a luce in Roma
nel 1624 colla data di Ronciglione; e come poscia se ne
facessero più altre edizioni. Tutto ciò si può vedere nella
suddetta prefazione esattamente narrato. Io mi arresterò
solo alquanto sulla gara di precedenza tra La secchia
rapita e Lo Scherno degli Dei del Bracciolini. Questo fu
pubblicato la prima volta in Firenze nel 1618, cioè
quattro anni prima di quello del Tassoni; ma il Tassoni
già da molti anni prima l'avea composto. Gasparo
Salviani, che è nome supposto dello stesso Tassoni, in
una lettera da lui scritta a quei tempi, ma pubblicata solo
innanzi all'accennata edizion modenese, afferma ch'egli
Suo poema
eroicocomico, e
contesa per
esso col
Bracciolini.
lo scrisse tra l'aprile e l'ottobre del 1611, e aggiugne che
alcuni cavalieri e prelati, che allor viveano, ne posson
far fede. Anzi lo stesso Tassoni, in una lettera premessa
all'edizione di Ronciglione, dice di averlo composto una
state nella sua gioventù, il che vorrebbe dire prima nel
1611, nel qual anno ei contava 46 di età. Ma il dottor
Barotti crede che così affermasse il Tassoni, perchè
temeva che gli si potesse fare un rimprovero di avere in
età avanzata scritto un sì scherzevol poema, e crede
ancora che nella lettera del Salviani, in vece del 1611
debba leggersi il 1614. Checchessia di ciò, è certo che
fin dal 1615 avea il Tassoni compiuto il suo poema,
benchè poscia vi aggiugnesse due canti; che nel 1616
cominciò a trattarsi di darlo alle stampe, benchè ciò non
si eseguisse che nel 1622, e che frattanto ne correano
per le mani di molti copie a penna. Tutto ciò
compruovasi dal Barotti con autentici documenti, e colle
lettere del Tassoni medesimo e di altri a lui scritte. E
una fra le altre ne abbiam del Tassoni, scritta a' 28 di
aprile del 1618, in cui mostra la sua premura che La
secchia rapita venisse presto alla luce, perchè avea
udito che 'l Bracciolini da Pistoja s'era messo a fare
anch'egli un Poema a concorrenza, il qual di fatto,
come si è detto, in quell'anno medesimo fu stampato. È
certo dunque che il poema del Bracciolini fu stampato
quattro anni prima di quel del Tassoni; ma è certo
ancora che il Tassoni avea compiuto il suo nove anni
prima che si pubblicasse, e quattro anni prima che Lo
Scherno degli Dei vedesse la luce. È certo che le copie
della Secchia rapita corsero manoscritte per le mani di
molti, e che il Bracciolini potè vederla e prenderne
esempio; e non è improbabile che così fosse. Al
contrario non si è ancora prodotta pruova la qual ci
mostri che il Bracciolini assai prima del 1618 avesse
intrapreso il suo lavoro; e perciò finora il vanto
dell'invenzione di questo genere di poema sembra che
sia dovuto al Tassoni. Il co. Mazzucchelli, che lascia
indecisa questa quistione (Scritt. ital. t. 2, par. 4, pag.
1960, not. 30), dice che Lo Scherno degli Dei, se non ha
la gloria del primato, quanto al tempo in cui fu
composto, lo ha quanto a quello della stampa, e che può
certamente nel merito andar del pari colla Secchia
rapita. Io però temo che quest'ultima decisione non sia
per essere molto approvata. A me certo sembra che o si
riguardi la condotta e l'intreccio, o la leggiadria e la
varietà delle immagini, o la facilità del verso, il poema
del Tassoni sia di molto superiore a quello del
Bracciolini. E pare ancora, che il comune consenso sia
favorevole alla mia opinione, perciocchè, ove dello
Scherno degli Dei non si hanno che sei edizioni 53, e
niuna posteriore al 1628, della Secchia rapita se ne
hanno poco meno di trenta, ed essa è stata stampata
anche in Francia e in Inghilterra, e recata ancora nelle
lingue francese ed inglese, e anche dopo la bella
edizione di Modena del 1744, un'altra vaghissima se n'è
fatta in Parigi nel 1766. Alla maggior parte delle
edizioni di questo poema va aggiunto il primo canto di
53
Una nuova edizione dello Scherno degli Dei del Bracciolini fu fatta in
Firenze nel 1772 per opera del ch. sig. Giuseppe Pelli direttore di quella
real galleria delle antichità.
un poema eroico sulla scoperta dell'America, dal
Tassoni incominciato, e che se fosse stato da lui finito,
non sarebbe forse divenuto sì celebre come l'altro. Ma è
tempo che facciam conoscere il poeta rival del Tassoni,
e il faremo facilmente, valendoci dell'esatte notizie che
ne ha raccolte il sopraccitato co. Mazzucchelli.
XXIII. Pistoia fu la patria di Francesco
Bracciolini, che ivi nacque a' 26 di
novembre del 1566. Fu prima in Firenze
ove venne ascritto all'Accademia fiorentina. Indi passato
a Roma, entrò al servigio di monsig. Maffeo Barberini,
che fu poi cardinale, e finalmente pontefice col nome di
Urbano VIII, e con lui andossene in Francia. Dopo la
morte di Clemente VIII, il Bracciolini lasciò il servigio
del Barberini e la Francia, e tornato alla patria, attese
tranquillamente per più anni a' suoi studj. Ma poichè udì
l'elezione a pontefice del suo antico padrone, volò a
Roma, e da Urbano VIII amorevolmente accolto fu dato
per segretario al card. Antonio Barberini suo fratello.
Visse in Roma tutto il tempo del pontificato di Urbano,
vi frequentò le più illustri accademie, vi fu udito con
plauso, e solo fu in lui notata una sordida avarizia. Dopo
la morte di quel pontefice, tornò in Pistoia, e ivi egli
ancora non molto dopo, cioè a' 31 agosto nel 1645,
chiuse i suoi giorni. Oltre il poema eroico-comico da noi
già rammentato, quattro altri poemi eroici egli compose,
fra' quali il più celebre è quello che ha per titolo La
Croce racquistata, a cui da alcuni si dà il terzo luogo
Notizie del
Bracciolini.
tra' poemi italiani dopo quelli dell'Ariosto e del Tasso;
nè io il contrasterò, purchè il Bracciolini sia pago di
stare non pochi passi addietro a quei sì valorosi poeti.
L'elezione di Urbano VIII è un altro de' poemi del
Bracciolini, ed ei n'ebbe per premio da quel pontefice
l'inserire nelle sue armi gentilizie le api de' Barberini, e
di prendere da esse il soprannome, con cui di fatto egli
si nomina: tenue premio, a dir vero, ma forse adattato al
merito del poema. Di alcune postille che il Tassoni fece
a questo poema, mi riserbo a parlare nella Biblioteca
modenese 54. L'amoroso sdegno, favola pastorale dello
stesso autore, vien annoverata tra le migliori che questo
secol vedesse, e non sono senza i lor pregi alcune
tragedie da lui parimente composte, e singolarmente
l'Evandro. Nelle poesie liriche ei non è ugualmente
felice; e si risente non poco de' difetti del secolo. Di
queste e di altre opere del Bracciolini si potranno
leggere, da chi le brami, più minute notizie presso il
soprallodato scrittore.
Altri
Scrittori di
poemi
burleschi.
54
XXIV. L'esempio del Tassoni e del
Bracciolini, e il plauso con cui i lor poemi
furono accolti, invogliò molti altri a
seguirne le orme, e a coltivare questo nuovo
Son queste alcune scherzevoli riflessioni su quel poema trovate in una
copia che ora se ne conserva presso monsig. Onorato Gaetani, e delle quali
io ho pubblicato qualche saggio (Bibl. mod. t. 5, p. 215), avendomene
mandata copia il celebre ab. Serassi di gloriosa memoria, da cui quel
codice era stato trovato.
genere di poesia. Ma, come suole avvenire, fra molti che
il tentarono, pochi vi riuscirono felicemente. I più
famosi tra tali poemi sono il Malmantile racquistato e il
Torracchione desolato. Del primo, che fu pubblicato la
prima volta in Finaro nel 1676 sotto nome di Perlone
Zipoli, fu autore Lorenzo Lippi fiorentino, pittore di
professione, morto in età di 58 anni nel 1664, il cui
poema però non si può leggere con piacere, se non da
chi intende i proverbj e i riboboli fiorentini, di cui tutto
è pieno, e che perciò ha avuto bisogno di essere
comentato prima da Paolo Minucci sotto il nome di
Puccio Lamoni, poscia dal can. Antonmaria Biscioni e
dall'abate Antonmaria Salvini. Del secondo fu autore
Bartolommeo Corsini natio di Barberino in Mugello, e
autore ancora di una traduzion d'Anacreonte. Ma esso
non è stato stampato che l'anno 1768 in Parigi colla data
di Londra, aggiuntevi alcune poche notizie della vita
dell'autore. A questi possiamo aggiugnere un altro
poema che, benchè non mai pubblicato, corre
nondimeno per le mani di molti, ed è riputato un de' più
felici in tal genere, cioè il Capitolo de' Frati del p.
Sebastiano Chiesa della Compagnia di Gesù, di patria
reggiano e morto in Novellara verso la fine del secolo,
di cui più altre opere, singolarmente drammatiche,
accenna il Quadrio (t. 2, p. 328; t. 4, p. 91; t. 5, p. 106; t.
6, p. 723), che parimente si giacciono inedite.
XXV. Ci resta a dire per ultimo degli scrittori di poesie
teatrali. E di queste pure noi potremmo qui dare un
lungo catalogo, se volessimo aver riguardo
più al numero che alla sceltezza. Ma pur
troppo ci convien confessare che fra molte
centinaia di tali poesie, che questo secol
produsse, non molte son quelle che si possano
rammentare con lode. E qui è singolarmente dove gli
stranieri c'insultano, e rimproverandoci le irregolari
tragedie e le sciapite commedie italiane, ci van
ripetendo fastosamente i gran nomi de' Cornelj, de'
Racine, de' Moliere. E non negheremo già noi che questi
illustri scrittori sieno stati i primi a condurre alla lor
perfezione la tragedia e la commedia, e che noi non
avevamo ancora avuto alcuno che fosse giunto tant'oltre.
Ma se i nostri rivali vorranno usare di un'eguale
sincerità, dovrann'essi ancor confessare che noi nel
secolo precedente avevamo avuti scrittori di tragedie e
di commedie, se non eccellenti e perfette, come quelle
de' mentovati scrittori, certo molto pregevoli, mentre in
Francia appena si conoscevan di nome tali
componimenti; che le Tragedie dell'Alamanni, del
Rucellai, del Trissino, del Martelli, dello Speroni, del
Giraldi, dell'Anguillara, del Tasso, del co. di
Cammerano, del co. Torelli, del Cavallerini; che le
commedie del Macchiavelli, dell'Ariosto, del cardin.
Bibbiena, del Cecchi, del Gelli; che i Drammi pastorali
del Beccari, del Tasso, del Guarini, dell'Ongaro, furono i
primi esempj di tal genere di poesie, che dopo il
risorgimento delle lettere si vedessero; che i tre gran
lumi della teatral poesia francese nominati poc'anzi non
si sdegnarono di valersi più volte delle loro fatiche, e di
Scrittori di
poesie
tragiche.
recare nella lor lingua diversi passi de' tragici e de'
comici italiani; e che il Moliere principalmente ne fece
tal uso, che se a lui si togliesse tutto ciò ch'egli ha tolto
ad altri, si verrebbono a impicciolire di molto i tomi
delle sue Commedie; che finalmente se essi ci andarono
innanzi, il fecer seguendo le orme de' nostri maggiori, i
quali aveano spianato e agevolato il sentiero. Intorno a
ciò è degno d'esser letto il Paragone della Poesia
tragica d'Italia con quella di Francia del sig. co. Pietro
de' Conti di Calepio eruditissimo cavalier bergamasco,
morto nel 1762, in cui si pongono a confronto le
migliori tragedie francesi colle migliori italiane; e collo
scoprire i difetti che son nelle prime, senza dissimulare
que' delle seconde, si mostra che gli scrittori italiani
hanno servito in più cose di guida a' francesi, e che
questi sarebbon più degni di lode, se non si fosser più
volte discostati da' primi. Nella qual opera, benchè
possa sembrare che l'autore sia forse alquanto prevenuto
in favor dell'Italia, contengonsi nondimeno riflessioni
molto utili e critiche assai giudiziose.
XXVI. Benchè però il gusto degl'Italiani di
questo secolo fosse comunemente infelice,
possiamo additare alcune tragedie che anche
al presente non meritan di essere
dimenticate. Fra esse sono degne di
onorevol menzione quattro tragedie di Melchiorre
Zoppio bolognese, fondatore dell'Accademia de' Gelati,
e morto in Bologna in età di 80 anni nel 1634, uomo di
Se ne
annoverano
alcuni tra'
migliori.
molteplice erudizione, e autore di molte altre opere, di
cui ci danno più ampie notizie le Memorie della detta
Accademia (p. 323, ec.) e il Crescimbeni (Comment. t.
2, par. 2, p. 273) e più esattamente di tutti il co. Gio.
Fantuzzi (Scritt. bol. t. 8, p. 303, ec.). L'Acripanda di
Antonio Decio si nomina dal medesimo Crescimbeni tra
quelle che furono men soggette alla critica e alle
riprensioni de' dotti (l. c. t. 1, p. 249). Quelle di
Giambattista Andreini, figliuolo di Isabella da noi
mentovata nella Storia del secolo precedente, comico di
professione, e ch'ebbe gran nome anche in Francia a'
tempi di Luigi XIII, non sono ugualmente pregevoli; ma
ei debb'esser qui ricordato, perchè vuolsi che colla sua
rappresentazione sacra intitolata l'Adamo desse
occasione al celebre Milton, che udilla recitare in
Milano, a comporre il suo Paradiso perduto (V.
Mazzucch. Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 708, ec.) 55. Il co.
55
L'eruditissimo sig. co. Carli (Op. t. 17, p. 42) osserva assai giustamente
che il Milton nato nel 1608, non potè assistere di presenza all'Adamo
dell'Andreini, rappresentato circa il 1613, e stampato nel 1617. Ma ciò non
basta a provare che da esso non traesse l'idea del suo poema, perciocchè ei
potè ben averlo alle mani, essendo singolarmente quel libro stampato con
molta magnificenza, e ornato con quaranta rami disegnati dal celebre
Procaccino, e dedicato alla reina di Francia. È certo, benchè l'Adamo
dell'Andreini sia in confronto del Paradiso perduto ciò che è il poema di
Ennio in confronto a quel di Virgilio, nondimeno non può negarsi che
l'idee gigantesche, delle quali l'autore inglese ha abbellito il suo poema, di
Satana ch'entra nel Paradiso terrestre e arde d'invidia al vedere la felicità
dell'uomo, del congresso de' Demonj, della battaglia degli angioli contro
Lucifero, e più altre somiglianti immagini veggonsi nell'Adamo adombrate
per modo, che a me sembra molto credibile che anche il Milton
Ridolfo Campeggi bolognese, morto in età di 59 anni
nel 1624 fra molte opere, parecchie delle qauli
appartengono al genere drammatico (V. Orlandi Scritt.
bologn. p. 241), ci diè il Tancredi tragedia che può aver
luogo tra le migliori di questo secolo. Alcune tragedie
abbiamo ancora, che non son prive di qualche pregio, di
Bartolommeo Tortoletti veronese, di cui si posson veder
le notizie presso il march. Maffei (Ver. illustr. par. 2, p.
459, ec.) e presso il Crescimbeni (l. c. p. 304). Più
celebre è il Solimano del co. Prospero Bonarelli
gentiluomo anconitano stampato la prima volta in
Venezia nel 1619, e poscia più altre volte. Questa
tragedia in fatti, se troppo non avesse dello stil lirico, e
se gli episodj fossero al genere tragico più adattati,
avrebbe poche che le potessero stare al confronto.
L'autore visse fino al 1659, e giunse all'età di circa 70
anni, aggregato a molte accademie, e caro a più principi,
a' quali ebbe l'onor di servire, e fra gli altri all'arciduca,
poi imperador, Leopoldo, per cui comando avendo
composti alcuni drammi, n'ebbe in dono il ritratto
gioiellato con un sonetto dallo stesso arciduca composto
e scritto (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1554,
dall'immondezze, se così è lecito dire, dell'Andreini raccogliesse l'oro, di
cui adornò il suo poema; come abbiamo altrove veduto ch'è probabile ch'ei
pur facesse riguardo all'Angeleide del Valvasone. Per altro l'Adamo
dell'Andreini, benchè abbia alcuni tratti di pessimo gusto, ne ha altri
ancora che si posson proporre come modello di eccellente poesia. Veggasi
l'analisi di questo dramma fatta con ingegno e con esattezza dal ch. sig. co.
Gianfrancesco Napione Galeani Cocconato di Passerano (Dell'uso e de'
pregi della lingua ital. t. 2, p. 274, ec.).
ec.). Oltre la detta tragedia, più altre opere ce ne son
pervenute, delle quali non giova il dire distintamente. Si
possono ancor ricordare non senza lode alcune tragedie
di Ansaldo Ceba, di cui abbiam detto poc'anzi, e
singolarmente le Gemelle Capoane e l'Alcippo. Ma
niuno scrittore fu sì fecondo nel comporre tragedie,
quando il p. Ortensio Scamacca gesuita di Lentini in
Sicilia, morto in Palermo nel 1648, di cui ne abbiamo
oltre a cinquanta, altre sacre, altre profane; intorno alle
quali si possono vedere gli onorevoli giudizj che ne
danno il Crescimbeni (Coment. t. 2, par. 2, p. 308), il
Quadrio (t. 4, p. 87) e gli altri autori da essi citati. Molto
pure ne abbiamo di Girolamo Bartolommei Smeducci
gentiluom fiorentino autore innoltre di diversi drammi
musicali, di un poema in XL canti, intitolato l'America,
e di altre opere che si annoverano dal co. Mazzucchelli
(l. c. t. 2, par. 1, p. 470). Egli fiorì verso la metà del
secolo, e finì di vivere nel 1662. Due Cardinali ci
vengono ancora innanzi fra gli scrittori di tragedie. Il
primo è il card. Sforza Pallavicino, noto per la sua
Storia del Concilio di Trento, che, essendo tuttor
gesuita, nel 1644 diè alla luce l'Ermenegildo, e poscia di
nuovo nel 1655 con un Discorso, in cui difende la sua
tragedia da alcune accuse che le venivano date. Il
Discorso, per le ottime riflessioni che in esso
contengonsi, è forse più pregevole della tragedia; ma
invano egli in esso si è affaticato a provare che le
tragedie vogliono essere scritte, com'egli avea fatto, in
versi rimati. L'altro è il card. Giovanni Delfino, che
dopo aver sostenuti onorevoli impieghi nella repubblica,
nominato nel 1656 da Girolamo Gradenigo suo
coadiutore nel patriarcato di Aquileia, gli succedette tra
poco, da Alessandro VII nel 1667 fu sollevato all'onor
della porpora, e passò a miglior vita nel 1699. Quattro
tragedie egli scrisse, la Cleopatra, la Lucrezia, il
Medoro e il Creso, le quali, benchè non sieno del tutto
esenti da' difetti del secolo, per la nobiltà dello stile
nondimeno e per la condotta possono andar del pari
colle migliori dell'età precedente. Ma egli non volle mai
che si pubblicassero. La Cleopatra fu la prima volta
stampata nel Teatro italiano (t. 3). Quindi tutte quattro
vennero a luce, ma assai guaste e malconcie, in Utrecht
nel 1730, finchè una assai più corretta e magnifica
edizione se ne fece dal Comino in Padova nel 1733
insieme con un Discorso apologetico del cardinal
medesimo in difesa delle sue Tragedie. Sei Dialoghi in
versi di questo dottissimo cardinale sono poi stampati
(Miscell. di varie Op., Ven. 1740, t. 1), ne' quali ei si
mostra molto versato nella moderna filosofia di que'
tempi, senza però abbandonare del tutto i pregiudizj
dell'antica. Ma il loro stile non è sì nobile e sostenuto
come nelle tragedie. L'Aristodemo del co. Carlo de'
Dottori padovano, stampato nel 1657, sarebbe una delle
più illustri tragedie italiane, se l'autore, seguendo l'uso
di quell'età, non l'avesse scritta con uno stile troppo
lirico, che mal conviene a tal genere di poesia. Egli è
ancora autore di altre rime, e di un poema eroicocomico intitolato L'asino, stampato in Venezia nel 1652,
e diviso in dieci canti 56. Finalmente Antonio Muscettola
56
Il co. Carlo de' Dottori fu amicissimo e corrispondente del Redi, e molte
napoletano ci diede la Rosminda e la Belisa, e della
seconda di queste tragedie prese a considerare i pregi il
celebre Angelico Aprosio in un suo libro sotto il nome
di Oldauro Scioppio stampato nel 1664. E queste
tragedie ci basti l'avere accennate fra mille altre che pur
potrebbonsi nominare se tale fosse il lor pregio che
l'Italia potesse a ragione andarne lieta e gloriosa.
XXVII. Ma se la tragedia italiana nel corso
di questo secolo non fece que' felici
progressi che dallo stato a cui essa era
giunta nel secolo precedente, poteansi aspettare, più
infelice ancora fu la sorte della commedia, la quale
venne talmente degenerando ch'essa comunemente non
fu più che un tessuto di ridevoli buffonerie, senza
regolarità e senza verosimiglianza d'intreccio e senza
ornamento alcuno di stile, e spesso ancora ripiena di
oscenità e di lordure, per ottenere dalla vil plebaglia
quel plauso che dalle colte persone non poteasi sperare.
Quindi fra molte commedie che pur vennero a luce nel
corso di questo secolo, io non oso di far menzione che
della Tancia di Michelangelo Buonarroti il giovane,
nobile fiorentino e nipote del gran Buonarroti, in cui
egli vivamente seppe descrivere il linguaggio non meno
che le maniere e i costumi de' contadini fiorentini, e si
Scrittori di
commedie.
delle lettere che questi gli scrisse (Op. t. 4, n. 1, ec. ed. napol. 1778) fanno
conoscere in quanta stima ne avesse il talento e le poesie; e certo il Redi
era uomo, quant'altri mai fosse, sperto a conoscere il vero merito, e a
discernere il buon gusto dal reo.
mostrò imitatore felice di Terenzio e di Plauto. La Vita
di questo colto scrittore è stata dopo altri esattamente
descritta dal co. Mazzucchelli (l. c. t. 2, par. 4, p. 2352);
ma com'essa altro non contiene che la serie
degl'impieghi ne' quali egli fu adoperato da' suoi
sovrani, e delle cariche che sostenne in diverse
accademie della sua patria, io non mi arresterò in farne
un compendio. Solo non vuolsi tacere che fu il
Buonarroti uno splendido promotore delle belle arti e de'
buoni studj, sì col formare colla spesa di ventiduemila
scudi una magnifica galleria, come coll'adunare in sua
casa i più dotti uomini ch'erano allora in Firenze, e
coll'animarli a investigare le memorie della comune lor
patria; e frutto di queste assemblee fu l'opera da
Francesco Segaloni intrapresa per illustrare le famiglie
fiorentine, intitolata Il Priorista, che fu poi corretta e
ampliata da Bernardo Benvenuti altrove da noi
nominato. Egli cessò di vivere agli 11 di gennaio del
1646, dopo aver pubblicate diverse altre operette, come
Orazioni, Cicalate, Poesie, Lezioni, e scritta un'altra
commedia, intitolata La Fiera, che non fu stampata che
nel 1726.
XXVIII. Non picciolo parimente è il
numero de' drammi pastorali che in questo
secolo produsse l'Italia. Ma in essi ancora in
vece di seguir le vestigia de' primi autori di
tal genere di componimento e di toglierne que' difetti
che sogliono accompagnare le nuove invenzioni, nuovi
Scrittori di
drammi
pastorali.
e peggiori difetti si vennero introducendo singolarmente
quanto allo stile, che quasi in tutti si vede vizioso per
soverchio raffinamento e per lo smoderato uso di fredde
metafore e di ricercati concetti. Forse eran migliori delle
altre due Favole pastorali inedite di d. Cesare II, duca di
Guastalla, che ad imitazione di d. Ferrante II, suo padre,
esercitossi in tali studj de' quali compiacevasi assai; e
alcune lettere da lui scritte, le quali si conservano
nell'archivio di Guastalla, e dal ch. p. Affò mi sono state
comunicate, ci mostrano che avea in essi buon gusto.
Una è intitolata la Procri, che leggesi al fine della Storia
ms. di Guastalla del can. Giuseppe Negri, l'altra La
Piaga felice, il cui originale è presso il medesimo p.
Affò. E forse maggior saggi ci avrebbe egli lasciati del
suo talento poetico, se la morte non l'avesse in età
giovanile rapito l'an. 1632 in Vienna, ove d. Ferrante
suo padre, poco prima di morire, l'avea mandato per
l'affare della successione al ducato di Mantova. Fra le
pastorali stampate, io ne accennerò una soltanto che
sopra tutte ebbe plauso, cioè la Filli di Sciro di
Guidubaldo Bonarelli della Rovere, fratello del co.
Prospero da noi nominato poc'anzi. Egli era nato in
Urbino nel 1563, ove allora era in molta grazia del duca
Guidubaldo II il co. Pietro di lui padre. Dopo la morte
del detto duca, parendo al giovane Bonarelli di non
essere ugualmente caro al successore Francesco Maria
II, passò col padre alla corte del co. Cammillo Gonzaga
in Novellara; e indi fu invitato a studiare in Francia, ove
diede tai saggi d'ingegno, che in età di 19 anni gli venne
esibita dal collegio della Sorbona una cattedra di
filosofia. Ma richiamato dal padre in Italia, fu qualche
tempo presso il card. Federigo Borromeo, indi al
servigio di Alfonso II, duca di Ferrara, e poi di Cesare
duca di Modena, onorato da essi di ragguardevoli
cariche e di cospicue legazioni. Il cardinale d'Este
chiamollo a Roma all'impiego di suo primo
maggiordomo; ma nel viaggio, sorpreso in Fano da
mortal malattia in casa di Federigo da Montevecchio
suo zio, finì di vivere agli 8 di gennaio del 1608 in età di
45 anni, lasciando una sola figlia avuta da Laura
Coccapani sua moglie. Queste sono le principali
circostanze della vita del co. Guidubaldo, che ci narran
gli autori citati dal co. Mazzucchelli (l. c. t. 2, par. 3, p.
1549). Ma altre diverse ne ho io trovate in una Cronaca
ms. di Modena dal 1600 al 1637, scritta da Giambattista
Spaccini modenese che allora vivea, e che conservasi
nell'archivio di questa città. Ivi ai 22 di agosto del 1600
si legge così: Questa sera l'Imola (Segretario di Stato
del duca Cesare) a hore 22 fece commissione al Sig.
Conte Guidubaldo Bonarelli Anconitano, Cameriero
secreto di S. A., che in termini d'hore 24 si debba levare
di su il suo Stato: la causa non si sà. Quindi soggiugne
che il dì seguente a 12 ore gli partì, rimanendo in
Modena i conti Antonio e Prospero di lui fratelli con
una loro zia. Aggiugne che si diceva che la cagione di
questa sua disgrazia fosse il matrimonio da lui contratto
colla suddetta Laura in modo e con circostanze tali, che
avevano irritato l'animo del duca, sicchè invece di
mandarlo, come avea destinato, suo ministro in Francia,
mandollo in esilio. Lo stesso storico fa qui un breve
compendio della storia di questa famiglia, e oltre le cose
da noi notate, dice che il conte Pietro padre di
Guidubaldo si era renduto odioso nel ducato di Urbino
per le gravezze che avea fatte imporre a que' popoli; che
fu poi costretto a fuggire, perchè fu accusato di avere
avuta parte in una congiura contro il duca Francesco
Maria, e che tutti i beni gli furono confiscati; che in
Novellara avendo egli tentato di unire un de' suoi figli in
matrimonio con una nipote del co. Cammillo Gonzaga,
questi gli ordinò di partire nel termine di 24 ore; che
allora tutti vennero a Modena, ove poscia il co. Pietro
morì; e i figli passarono a Ferrara al servigio del duca
Alfonso II, e quindi col duca Cesare si erano trasferiti a
Modena; e conchiude ch'era gran danno che il co.
Guidubaldo fosse caduto in tal fallo, per essere giovane
dottissimo et bellissimo dicitore, portando però con lui
la sua parte dell'ambizione. Indi sotto a' 30 del detto
mese racconta che il co. Guidubaldo erasi ritirato a
Ferrara, e narra più stesamente l'accennata origine della
sua disgrazia; e a' 26 di aprile del 1601 racconta che il
Bonarelli avea ottenuto di venire a Modena a baciar la
mano al duca prima di ritirarsi a' suoi castelli. Il
suddetto dramma fu da lui pubblicato in Ferrara nel
1607, e fu allor fatto solennemente rappresentare dagli
Accademici Interpreti di quella città, de' quali egli era
stato uno de' primi fondatori. L'applauso con cui esso fu
ricevuto, ne fece poscia moltiplicar l'edizioni, e alcune
ne ha vedute, il nostro secolo ancora e in Italia e
oltremonti, ed è anche stato tradotto in francese e in
inglese. Ed è sentimento comune de' dotti, che dopo
l'Aminta del Tasso e Il Pastor Fido del Guarini debbasi
a questo il primo luogo. Ma se que' primi due drammi
venner da alcuni ripresi, perchè i pastori vi
s'introducessero a ragionare con sentimenti e con
espressioni troppo raffinate, molto più deesi questa
critica alla Filli di Sciro, in cui, oltre un raffinamento
anche maggiore, si veggon non pochi saggi del guasto
stile che allor tanto piaceva. Ne fu ancora in qualche
parte biasimato l'intreccio, e singolarmente il doppio
amore, di cui egli fa compresa la sua Celia; e questa
accusa diede occasione a' discorsi ch'ei pubblicò in sua
difesa. Intorno alle quali, e a più altre notizie che ce ne
somministra il co. Mazzucchelli.
XXIX. Ma a niun genere di poesia teatrale
fu in questo secolo l'Italia sì ardentemente
rivolta come a' drammi per musica, i cui
cominciamenti abbiam veduti nella Storia
del secolo precedente. Questi però invece di ricevere dal
generale entusiasmo, che per essi si accese, maggior
perfezione, furono anzi da esso condotti a una total
decadenza. Pareva che tutto lo studio de' poeti
drammatici s'impiegasse nel sorprendere e riempire di
stupor gli ascoltanti con solenni maravigliose comparse,
e purchè l'occhio fosse appagato, sacrificavasi ad esso
ogni altra cosa 57. La magnificenza de' principi e de'
Scrittori di
drammi per
musica.
57
Il sig. ab. Arteaga, parlando del reo gusto che ne' drammi musicali di
questo secolo s'introdusse, dice (Rivoluz. del Teatro music. Ital. t. 1, p.
268, ec.): Ma donde sia venuta in mente a' poeti siffatta idea, per qual
privati in queste decorazioni contribuì essa ancora a fare
ch'esse fossero il principale oggetto dell'attenzion de'
poeti. Celebre per questo genere fu singolarmente il
teatro del proccurator Marco Contarini eretto in
Piazzola, dieci miglia lungi da Padova, ove nel 1680 e
nel 1681 si videro girar sulla scena tirate da superbi
istrano cangiamento una nazione sì colta se ne sia compiacciuta a tal
segno, che abbia nel Teatro antiposta la mostruosità alla decenza, il
dubbio alla verità, l'esclusione d'ogni buon senso alle regole inalterabili
di critica lasciateci dagli antichi, se il male sia venuto dalla poesia ovver
dalla musica, o se tutto debba ripetersi dalle circostanze dei tempi, ecco
ciò che niuno Autore Italiano ha finora preso ad investigare, e quello che
mi veggo in necessità di dover eseguire. Veggiamo dunque ciò che questo
valoroso autore osserva. Egli avverte che l'uomo naturalmente ama il
maraviglioso, e gode di tutto ciò che ha dello strano e del sorprendente,
che quindi nacquero le favole mitologiche, gl'incantesimi, i romanzi, ec.
Osserva poscia ch'essendo lo stil poetico diverso assai dal prosaico, e il
poetico musicale essendo ancora assai più difficile del poetico ordinario, e
riuscendo esso perciò men gradito al popolo, i poeti si rivolsero a supplire
a questa difficoltà coll'introdurre il maraviglioso, e disperando di
soddisfare il buon senso, s'ingegnarono di piacere all'immaginazione.
Tutto ciò vedesi lungamente ed eloquentemente svolto dall'ingegnoso
scrittore. Ma è ella sciolta con ciò la proposta quistione? Le suddette
ragioni concorrevano ugualmente a' cominciamenti del dramma musicale
verso la fine del sec. XVI e al secol seguente, in cui il dramma medesimo,
che avea avuto sì felice principio, decadde sì miseramente, e a' tempi
nostri, in cui esso sembra decader nuovamente. Il maraviglioso e il
mitologico erasi introdotto anche dal Rinuccini, ma egli ne usò
saggiamente; que' che vennero appresso, ne abusaron di troppo. Ecco
dunque ciò che noi vorremmo sapere, e che non è ancora spiegato; per
qual ragione nel secolo scoso, e non prima, e non dopo, siasi un sì reo
gusto introdotto nel dramma musicale. Veggasi intorno a questo
destrieri fino a cinque ricchissime carrozze e carri
trionfali, e cento Amazzoni e cento Mori, e cinquanta
altri a cavallo, e cacce, ed altri solenni spettacoli (V.
Quadrio t. 5, p. 455). Le corti di Modena e di Mantova
fecero pompa in ciò verso la fine del secolo, quasi a
gara l'una dell'altra, di un lusso veramente reale: "La
Musica, dice il Muratori (Ann. d'Ital. ad an. 1690), e
quella particolarmente de' Teatri, era salita in alto
pregio, attendendosi dappertutto a suntuose opere in
Musica, con essersi trasferito a decorare i Musici e le
Musichesse l'adulterato titolo di Virtuosi e Virtuose.
Gareggiavano più dell'altre fra loro le Corti di Mantova
e di Modena, dove i Duchi, Ferdinando Carlo Gonzaga
e Francesco II d'Este, si studiavano di tenere al loro
stipendio i più accreditati Cantanti, e le più rinomate
Cantatrici, e i Sonatori più cospicui di varii musicali
strumenti. Invalse in questi tempi l'uso di pagare le
ducento, trecento, ed anche più doble a cadauno de' più
melodiosi Attori ne' Teatri, oltre al dispendio grande
dell'Orchestra, del Vestiario, delle Scene, delle
illuminazioni. Spezialmente Venezia colla sontuosità
delle sue opere in Musica, e con altri divertimenti tirava
a sè nel Carnevale un incredibil numero di gente
straniera, tutta vogliosa di piaceri, e disposta allo
spendere. Roma stessa, essendo cessato il rigido
contegno di papa Innocenzo XI, cominciò ad assaporare
i pubblici solazzi, ne' quali nondimeno mai non mancò
la modestia; e videsi poscia Pippo Acciajuoli nobile
argomento il Giornale di Modena, ove si parla della prima edizione
dell'opera dell'ab. Arteaga (t. 28, p. 276, ec.).
Cavaliere, con tanto ingegno architettar invenzioni di
macchine in un privato Teatro, che si trassero dietro
l'ammirazione d'ognuno, e meritavano ben di passare
alla memoria de' posteri". Poco dunque importava che i
drammi fossero regolari, verisimili gli avvenimenti, ben
ideato l'intreccio, purchè magnifica fosse la scena e
varie e ammirabili le comparse. E i poeti avendo nel lor
comporre riguardo al genio de' lor padroni non meno
che degli spettatori, di altro non eran solleciti che di
piacere a' loro occhi. Questo è il carattere di quasi tutti i
drammi di questo secolo; nè può esser perciò glorioso
all'Italia il far menzione di tanti che nello scriverli si
occuparono. Tra essi i più rinomati, se non per
l'eccellenza, pel numero almeno de' loro drammi, furono
Andrea Salvadori fiorentino 58, Ottavio Tronsarelli da
noi già nominato altrove, Benedetto Ferrari di patria
reggiano, e soprannomato dalla Tiorba, perchè era
celebre sonatore dello stromento di questo nome 59,
58
Il suddetto sig. ab. Arteaga rende giustizia al Salvadori annoverandolo tra
un di que' pochi poeti che sepper seguire le vestigia del Rinuccini
(Rivoluz. del Teatro music. Ital. t. 1, p. 341 sec. ed.), della qual lode si
concede ancor qualche parte ad alcuni de' drammi del co. Prospero
Bonarelli, dell'Adimari, del Moniglia e di Girolamo Preti, e osserva
innoltre che nelle opere buffe il contagio fu minore che nelle serie, e ne
reca in pruova il transunto della Verità raminga di Francesco Sbarra, che è
certamente piacevole e grazioso.
59
Di Benedetto Ferrari, che fu insieme scrittor de' drammi, e compositore
della lor musica, celebre ai suoi tempi, e che fu il primo a far
rappresentare pubblicamente in Venezia i drammi musicali, si è parlato a
lungo nella Biblioteca modenese (t. 2, p. 265; t. 6, p. 110).
Giovanni Faustini veneziano, Giacinto Andrea
Cicognini fiorentino, di cui dicesi che fosse il primo che
introducesse le ariette ne' drammi, usadole la prima
volta nel suo Giasone (V. Planelli dell'Op. in mus. p.
14) 60, Niccolò Minato bergamasco, poeta della corte
imperiale di Vienna 61, Giacomo Castoreo veneziano,
60
Abbiamo nel precedente tomo osservato che si è ingannato il sig. ab.
Arteaga, nel volere additarsi un'aria assai anteriore al Cicognini nella
Euridice del Rinuccini, giacchè quella nè per riguardo alla musica, nè per
riguardo alla poesia, non può avere il nome di aria. Il sig. Napoli
Signorelli, che troppo docilmente avea in ciò seguita l'opinione
dell'Arteaga, avea anche additata un'altr'aria assai più antica dell'Euridice
in una farsa drammatica del Notturno, stampata nel 1518 (Vicende della
Coltura nelle Sicil. t. 3, p. 376). Ma come si è ivi osservato, e come ha
provato il signor Giambattista dall'Olio nella lettera ivi indicata, non si
può nè quella, nè alcun'altr'aria di quel secolo annoverare tra quelle che or
diconsi arie drammatiche. Ad assicurar nondimeno meglio il Cicognini la
gloria di esserne stato il primo inventore, converrebbe esaminare
attentamente la musica di altre azioni drammatiche circa quel tempo
pubblicate, in cui veggonsi alcune che per riguardo alla poesia debbon
certamente dirsi arie.
61
Il teatro di Vienna fu il primo, a mio parere, fuori d'Italia, in cui
s'introducesse il dramma per musica; e io credo che la prima idea ne
portasse seco da Mantova l'arciduca Leopoldo figlio dell'imp. Ferdinando
II, il quale l'anno 1626 venuto a Mantova, vi vide rappresentare per
musica nell'Accademia degl'Invaghiti l'Europa di Baldovino di Monte
Simoncelli. I primi poeti cesarei veggonsi alla corte dell'imp. Leopoldo di
lui nipote; ed essi furono Niccolò Minato bergamasco e Francesco Sbarra
lucchese (Quadrio t. 5, p. 462, 468, 469). Fu anche alla corte medesima
col titolo di poeta cesareo, benchè non sappiamo che scrivesse drammi
per musica, Giovanni Pierelli da Trasilico nella Garfagnana, il quale era
Francesco Sbarra lucchese, Aurelio Aureli veneziano, il
co. Francesco Berni ferrarese, Giulio Cesare Corradi
parmigiano, autore di moltissimi drammi, e di quello fra
gli altri intitolato La Divisione del Mondo, la cui
rappresentazione fatta in Venezia, fu una delle più
splendide che mai si vedessero, Adriano Morselli e
Francesco Silvani veneziani, Pietro d'Averara
bergamasco, per tacere di mille altri che al par di questi
si potrebbono nominare 62. Solo verso la fine del secolo
e ne' primi anni del nostro cominciarono i drammi a
prender migliore aspetto, e tra quelli a' quali se ne dee la
lode, voglionsi annoverare Silvio Stampiglia romano,
che visse fino al 1725, e di cui si ha l'elogio nel
Giornale dei Letterati d'Italia (t. 38, par. 2), Pietro
Antonio Bernardoni natio di Vignola nel ducato di
Modena, lodato come valoroso poeta da Apostolo Zeno,
anche segretario del celebre principe Raimondo Montecuccoli. Una
memoria di mano del Vallisnieri conservasi presso il ch. sig. Vincenzo
Malacarne, in cui curiose notizie contengonsi intorno all'incostante e
capriccioso carattere del Pierelli, ch'era tanto amato dall'imp. Leopoldo,
che questi fu veduto stare con lui alla finestra per ben mezz'ora tenendogli
il braccio al collo. Ma il Pierelli invaghitosi di una Olandese, lasciò la
corte, e, dopo varie vicende, morì assai povero nella sua patria.
62
Al genere drammatico ridur si possono gli oratorj per musica, genere di
componimento che a questo secolo dee la sua origine. Il sig. co.
commendator Carli ne addita il primo scrittore in Domenico Giberto
Giberti, di cui in un libro stampato in Monaco nel 1672, e intitolato
Urania Poesie celesti, si hanno nove Oratori per musica (Carli Op. t. 17,
p. 26). Ma il Quadrio ne accenna alcuni più antichi esempj (Stor. e
Ragione d'ogni Poes. t. 3, par. 2, p. 495) e quelli singolarmente di
Francesco Balducci morto nel 1642.
e intorno al quale più copiose notizie si posson vedere
presso il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 2, p. 977,
ec.), e Giannandrea Moneglia, quel desso di cui
abbiamo altrove narrate le controversie ch'ebbe col
Magliabecchi, col Cinelli e col Ramazzini. Al suddetto
Zeno era riserbata la gloria di ricondurre il dramma alla
maestà e al decoro che gli conviene, e al gran
Metastasio quella tanto maggiore di riunire in esso tutti
que' pregi che posson rendere amabile e bella la
drammatica poesia. Ma queste glorie appartengono al
nostro secolo di cui non è questo il luogo di ragionare.
XXX. Nello stesso secolo di cui parliamo,
diede l'Italia, come già si è avvertito nella
nuova edizione della Drammaturgia
dell'Allacci, il primo esempio di un nuovo
genere di dramma, che, condotto poscia alla
sua perfezione dal celebre Gio. Giacomo Rousseau, si è
creduto e credesi comunemente da lui trovato. Esso è il
monologo, ossia il dramma a un sol personaggio, e tale
è il Rodrigo di d. Giuseppe Malatesta Garuffi riminese,
stampato prima in Roma nel 1677, poi ristampato in
Parma. In esso s'introduce il suddetto re ch'entra in una
sotterranea spelonca creduta opera d'arte magica, e i
pericoli che v'incontra, i mostri che gli si fanno vedere, i
prodigi ch'egli vi osserva, fanno tutto l'intreccio di
questo dramma, che quanto allo stile ha tutti i difetti del
secolo, e quanto alla condotta ancora non ha cosa che lo
renda pregevole; e solo merita d'essere rammentato, per
Monologo,
da chi
prima
ideato.
essere il primo, benchè informe, saggio di un tale
componimento. Nè io credo perciò, che da esso ne
prendesse l'idea il Rousseau; perchè troppo è difficile
che questo libercolo passasse le Alpi.
XXXI. Cominciò anche in questo secol
l'Italia ad essere innondata da infiniti
romanzi, ma tutti scritti secondo l'infelice
gusto che allor regnava. Io perciò non
gitterò il tempo nel ragionare, e solo dirò di
uno nulla miglior degli altri, e che nondimeno tra gli
stranieri che talvolta insultano al reo gusto degl'Italiani,
fu accolto con plauso, e anche nel nostro secolo è stato
più volte tradotto. Esso è il Caloandro fedele di
Giannambrogio Marini nobile genovese. Egli stampollo
dapprima col titolo di Caloandro, sotto il nome di
Giovanni Mara Indres boemo, fingendolo tradotto dal
tedesco, colla data di Bracciano nel 1640, e vi aggiunse
poi la parte II, stampata in Venezia nel 1641.
Ristampollo poscia più volte or col titolo di Endimiro
creduto Uranio, or con quello di Caloandro
sconosciuto, e finalmente con quello di Caloandro
fedele. Or questo romanzo fu prima tradotto in francese
da Giorgio Scudery, e stampato nel 1668. Ma ciò non
basta. Il celebre conte di Caylus non isdegnossi di
nuovamente tradurlo, e questa traduzione fu stampata in
Parigi nel 1760, e poi di nuovo in Lion nel 1788
coll'aggiunta dell'altro romanzo del Marini intitolato Le
Gare de' Disperati. E nella prefazione a questi romanzi,
Gio.
Ambrogio
Marini
scrittor di
romanzi.
premessa da m. Delandine, essi si esaltano con somme
lodi, e si dice che Tommaso Cornelio ha preso dal
Caloandro l'argomento del suo Timocrate, e che il
Calprenede nella sua Cleopatra da esso ha tratto
l'episodio di Alcamene. Così l'Italia si può vantare che
gli autori da lei or riprovati, veggonsi nondimeno con
piacere e con onore accolti da altre nazioni. Anche un
certo Vulpius tedesco ha tradotto il Caloandro,
cambiandolo però in gran parte, e l'ha pubblicato nel
1787.
CAPO IV.
Poesia Latina.
I. Quell'infelice e pessimo gusto che sì
miseramente infettò la poesia italiana del
secolo XVII, si sparse ugualmente sulla
latina. I rimatori del secolo precedente
parvero voti e freddi, e si credette che a
render perfetta la poesia italiana convenisse
avvivarla con ingegnosi raffinamenti e con ardite
metafore, e perciò la più parte de' nostri poeti si diè a
seguire il Marini, e a battere la nuova via seguita poscia
da tanti. Alla stessa maniera la poesie latine del
Flaminio, del Navagero, del Castiglione, del Bembo e di
tanti valorosi poeti del secolo XVI parver languire
troppo; e si giudicò che ne fosse in colpa l'aver essi
voluto imitare Catullo, Tibullo, Virgilio, e che fossero
Il cattivo
gusto si
sparge
anche nella
poesia
latina.
migliori guide Marziale, Lucano, Claudiano. Le
acutezze del primo, benchè spesso freddissime e
contrarie al senso comune, e la gonfiezza de' due
secondi, parvero a molti migliori, che la schietta e
semplice eleganza e la non affettata maestà de' poeti del
secolo d'Augusto. Anzi il Ciampoli, uno de' più arditi
novatori nello stile e nel gusto, parlava con alto
disprezzo, come narrasi dall'Eritreo (Pinacoh. pars. 2, n.
19), di tutti gli antichi poeti, non eccettuandone forse
che il solo Claudiano, a cui di fatto egli studiavasi di
rassomigliare. Quindi ne venne quella sì gran copia di
insulsi e scipiti epigrammi, ne' quali tutto lo sforzo
dell'ingegnoso poeta era di chiuderli con qualche punta,
cioè con qualche freddo equivoco e scherzo ridicolo di
parole, senza curarsi se giusto fosse il sentimento, e
fondato sul vero. Cotai poeti si giaccian pur fra le
tenebre, a cui il risorgimento del buon gusto gli ha
condannati. Noi più volentieri andremo in traccia
d'alcuni pochi che fra l'universal corruzione si
mantennero puri, e lasciando gracchiare al vento i
seguaci del comun gusto, si tenner su quella via che da'
migliori poeti e della stessa ragione veniva loro additata.
Si
nominano
alcuni dei
migliori
poeti.
Antonio
Querenghi.
II. Il primo di cui dobbiamo qui ragionare,
non è maraviglia se fosse colto poeta;
perciocchè egli era nato fino dal 1546, e
appartiene a questo secolo, sol perchè seppe
viverci lungamente, cioè fino al 1633. Ei fu
Antonio Querenghi padovano, scolaro del
celebre Sperone Speroni, e che visse gran tempo in
Roma nell'impiego di segretario del collegio de'
cardinali, e di referendario delle due segnature, caro a'
pontefici sotto i quali visse, e a' cardinali e a' dotti che
con lui conversavano, e onorato ancora di un canonicato
in Padova, ove però egli fece breve soggiorno 63. La
fama ch'egli godea, di colto scrittor latino, fece che a lui
fosse dato dapprima l'incarico di scriver la Storia di
Alessandro Farnese. Ma o egli non finisse mai quel
lavoro, o qualunque altra ragione se ne fosse, essa non
vide la luce; e quest'opera fu poi commessa al p.
Famiano Strada. Il Papadopoli, che del Querenghi
ragiona a lungo (Hist. Gymn. patav. t. 2, p. 291, ec.),
aggiugne che Arrigo IV, re di Francia, chiamollo a
Parigi, perchè scrivesse la Storia del suo regno; e che il
Querenghi sì felicemente soddisfece a' desiderj del re,
che fu dagli eruditi considerato come un altro Livio. Ma
63
Antonio Querenghi qui nominato, fu al principio del XVII secolo per
qualche tempo in Modena alla corte del card. Alessandro d'Este fratello
del duca Cesare. Ridolfo Arlotti in una delle sue Lettere mss. che in
questa ducal biblioteca conservansi, scrive senza data al sig. Baldassarre
Paolucci: Mons. Querengo sin qui aspettato di giorno in giorno hormai
d'hora in hora si aspetta. Ho quattrocento scudi di pensione (dal card.
Alessandro) fondati sopra la Propositura di Pomposa con l'assenso di S.
A. S., la tavola, la parte per quattro Servitori, appartamento nobile e
nobilmente apparato, caroccia e cavalli, adito libero al Padrone senza
riserva di luogo e di tempo, e la spesa di tutto il viaggio. Il medesimo
Monsignore è posto in Prelatura per godersi con più decoro l'honor della
mensa. Un tomo ms. di Lettere originali del Querenghi conservasi in
questa ducal biblioteca. Di lui parla ancora con lode l'Allacci nel suo
opuscolo intitolato Apes Urbanæ.
io dubito che questo racconto sia uno dei molti sogni
che nella sua Storia ha inserito il mentovato scrittore, il
quale di fatto tra le molte opere del Querenghi stampate
e inedite che annovera, niuna ne produce che a questa
materia appartenga; e l'Eritreo, che un bell'elogio ci ha
dato dello stesso Querenghi (Pinacoth. Pars. 1, p. 63,
ec.), nulla dice di questo viaggio, nè di questo incarico
addossatogli. Fu egli uomo di molta e varia letteratura, e
stretto amico del Tassoni, che perciò leggiadramente lo
introduce nella sua Secchia rapita, e così ne dice:
Questi era in varie lingue uom principale,
Poeta singolar, Tosco, e Latino,
Grand'Orator, Filosofo, Morale,
E tutto a mente avea Sant'Agostino (canto 5, st. 26).
Ed ei veramente oltre le gravi scienze, su cui pure
scrisse più opere, coltivò ancora la latina e l'italiana
poesia, e molte ne abbiamo alle stampe nell'una e
nell'altra lingua; delle quali Poesie parlando il card.
Sforza Pallavicino, che del Querenghi ragiona con molta
lode, dice (Del Bene l. 1, c. 7) ch'esse sono colte e
purgate, ma non molto vivaci, e che in esse non vi ha
che riprendere, molto vi ha da lodare, ma assai poco da
ammirare. E somigliante è il giudizio che ne dà il card.
Bentivoglio, il qual pure della erudizione e del saper del
Querenghi fa grandi elogi (Mem. l. 1, c. 4).
Virginio
Cesarini.
III. Uguale e forse ancora maggior gloria
poteva la poesia latina aspettarsi da
Virginio Cesarini di nobilissima famiglia
romana, se un'immatura morte non l'avesse rapito nel
1624, in età di non ancora 30 anni. Magnifici elogi ci
han di esso lasciati l'Eritreo (l. c. p. 59) e il Mandosio
(Bibl. rom. t. 1, p. 69), i quali a gara ne lodano la
vastissima erudizione nella fresca sua età ammirabile,
perciocchè egli era dotto in greco e in latino, vastissimo
nella filosofia, nella astronomia, nella geografia, nella
medicina, nella giurisprudenza, oratore al tempo stesso
e poeta, e in ogni genere di letteratura ben istruito,
paragonato perciò dal card. Bellarmino e da Lelio
Guidiccioni al famoso Giovanni Pico della Mirandola, e
onorato di una medaglia, in cui il volto di amendue
vedesi insieme scolpito (Mus. mazzucchell. t. 2, p. 7).
Egli fu uno de' più illustri Accademici Lincei, e
amicissimo del principe Federigo Cesi fondatore di
quella celebre adunanza. A persuasione del suddetto
card. Bellarmino avea preso a scrivere un ampio
trattato, per dimostrare l'immortalità dell'anima umana.
Ma la morte gl'impedì il compiere e questa e altre
opere, alle quali gli erasi accinto. Solo alcune Poesie sì
italiane che latine ne furono pubblicate; e nelle latine
singolarmente vedesi eleganza e grazia non ordinaria,
tanto maggiormente lodevole, quanto meno egli ebbe di
tempo a perfezionare il suo stile. Il Mandosio riferisce
l'onorevole ma ampollosa iscrizione che gli fu posta nel
Campidoglio, ove ne fu scolpita in marmo l'effigie. La
Vita del Cesarini fu scritta e data in luce da Agostino
Favoriti, prelato assai erudito, morto in Roma in età di
58 anni nel 1682 (Fontan. Bibl. colle Note del Zeno t. 1,
p. 463), lodato da monsignor Buonamici come poeta
latino assai celebre (De cl. Pontif. Epist. Script. p. 284,
ed. 1770), ma di cui non ho veduta poesia alcuna 64.
IV. Nell'Accademia degli Umoristi in
Roma, di cui a suo luogo abbiam fatta
menzione, fu con molto ardor coltivata la poesia latina;
e l'Eritreo ne annovera alcuni che in ciò ottennero
maggior lode, come Fabio Leonida (Pinacoth. pars. 1,
p. 49), Arrigo Falconio (ib. p. 53), Gianfrancesco Paoli
(ib. p. 54 e Giorgio Porzio (ib. pars. 3, n. 32), che
frequentò quella del card. Deti. Ma questi non son tai
nomi che vaglia la pena di parlarne distintamente. Delle
Poesie de' due sommi pontefici Urbano VIII e
Alessandro VII si è già parlato nel ragionar del favore
di cui essi onoraron gli studj. Tra' poeti di questo
secolo, che non debbon del tutto essere trascurati,
possiamo accennare Giammarco Fagnani nobile
milanese, autore di un poema latino intitolato De Bello
ariano, in cui descrive la guerra che, secondo la popolar
tradizione, mosse l'arcivescovo s. Ambrogio agli Ariani
in Milano. Egli per altro appartiene con più ragione al
secolo precedente, che a questo, perciocchè egli era
nato fin dal 1524. Così io raccolgo da una lettera a lui
Altri poeti.
64
Le poesie latine del Favoriti, che sono fra le migliori di questo secolo,
sono inserite in una raccolta che ha per titolo Poemata septem illustrium
Virorum, stampata in Anversa nel 1662, ove se ne leggono ancora altre del
Cesarini or nominato, di Stefano Gradi, di cui altrove abbiam fatta
menzione, e di Natal Rondinino segretario delle lettere e principi di
Alessandro VII, e canonico della basilica vaticana, morto nella fresca età
di soli 30 anni (Buonam. de cl. Pontif. Epist. Script. p. 283).
scritta da Aquilino Coppini a' 10 d'agosto del 1608, in
cui afferma ch'egli ha 84 anni, nella quale ancor fa
menzione di alcune altre poesie del Fagnani, che non
han veduta la luce (Coppini Epist. p. 70). Ma il suddetto
poema non fu da lui pubblicato che nel 1604.
L'Argelati, che accenna la lettera del Coppini da me
pure accennata (Bibl. Script. mediol. t. 1, pars 2, p.
589), un'altra ne indica dal medesimo scritta al Fagnani
nel 1612, da cui raccoglie che fino a quell'anno egli
visse. Ma essa è scritta non a Giammarco, ma a
Girolamo Fagnani (l. c. p. 189). Ben un'altra ve n'ha
scritta a' 17 di febbraio del 1609 a Francesco
Pozzobonelli, in cui il Coppini gli dice che dovea allor
rivedere e correggere l'Orazione fatta dal fratello del
detto Francesco nella morte di questo poeta: Fratis tuo
Oratio, quam in obitu Jo. Marci Fanniani scriptis,
videnda et corrigenda, ut habeat (l. c. p. 82). Ed è certo
perciò, ch'egli era allor morto di fresco.
V. Molti tra' Gesuiti di questo secolo furono
autori di poesie latine, e benchè nella
maggior parte di essi non veggasi il gusto sì
depravato, come alcuni altri, per lo più
nondimeno si mostrano amatori e seguaci
più della soverchia facilità d'Ovidio, e de' concetti
spesso troppo ingegnosi e sottili di Marziale, che della
elegante semplicità di Tibullo, o di Catullo, o della
erudita maestà di Properzio. Tali sono le Poesie del p.
Tarquinio Galluzzi e del p. Bernardino Stefonio, di cui
Alcuni
Gesuiti
eleganti
poeti.
un luminoso elogio ci ha lasciato l'Eritreo che gli fu
scolaro (Pinacoth. pars 1, p. 158), del p. Vincenzo
Guinigi lucchese, del p. Mario Bettini. Di gusto
alquanto migliore son quelle del p. Gianlorenzo
Lucchesini lucchese che, essendo vissuto fin verso la
fine del secolo, toccò il tempo in cui si ricominciò a
battere il buon sentiero. E perciò ancor più pregevoli
son quelle del p. Tommaso Strozzi napoletano, di cui
abbiamo un elegante poema in tre libri sulla Cioccolata,
la traduzione de' Treni di Geremia, con alcune altre
Poesie stampate in Napoli nel 1689. Ma degno
singolarmente di applausi e di lodi dovea essere un
poema del p. Rodolfo Acquaviva sul rimedio della
trasfusione del sangue, ch'ei dedicò al co. Lorenzo
Magalotti. Esso, per quanto io ne sappia, non è mai
stato stampato, nè il co. Mazzucchelli fa menzione
alcuna di questo scrittore. Noi ne dobbiam la notizia a
una lettera del senator Vincenzo da Filicaia, scritta nel
1687 al Magalotti, che gli avea mandato quel poemetto.
E poichè non sappiamo che sia avvenuto di esso,
rechiam qui le parole di questa lettera, ove se ne fa
insieme l'elogio, e se ne dà l'idea. "Per ubbidirvi,
dic'egli (Magalotti Lett. famigl. t. 2, p. 42), ho letto
attentamente il Poemetto del P. Acquaviva. E quanto
alla materia non avendo se non una superficial
cognizione, dirò solo, ch'ella mi pare assai bene
spiegata, supposta la realtà dell'operazione, intorno alla
quale mi rimetto etc. Quanto allo stile vi so ben dire
ch'egli è terso, puro, e proprio della materia, di cui si
tratta, e giurerei, che Lucrezio medesimo lo
riconoscerebbe per suo; nè in questo genere mi par mai
d'aver letto cosa simile. Molti e molti sono i luoghi
osservabili; ma quello del bracco, a mio giudizio, è
maraviglioso:
Qui latebras latrare, et praedam primus acuta
Nare solebat odorari, raptareque morsu.
Il modo poi della trasfusione del sangue del becco,
mediante il canal di vetro, con tutte l'altre circostanze, e
col rigettamento dei modi tenui, e praticati da altri, non
mi par che possa essere nè più felicemente, nè più
latinamente espresso. Bella e gentile espressione, che è
mai questa!
Sint justi calami, et pertraetetur canis ante
Molli saepe manu, seseque agnoscat amari.
Tutto è bello in somma de primo ad ultimum, e credo
che tutto sia chiaro, perchè l'intendo tutto quantunque a
me, o per lo corto mio intendimento, o per l'amor
grande, ch'io porto alla chiarezza, le cose per altro
chiare sogliono parere il più delle volte oscure. Voletene
voi più? Coi versi del P. Strozzi e con questi del P.
Acquaviva mi avete rimesso in grazia i Gesuiti, ec.".
Più noto è il nome del p. Niccolò Giannetasio
napoletano, morto nel 1715, fecondo al pari che
elegante poeta, di cui molti poemi si hanno alle stampe
sulla Pescagione, sulla Nautica, sull'Arte della guerra,
sulla Vita di s. Francesco Saverio, e su diversi altri
argomenti profani e sacri, oltre più altre opere in prosa,
fra le quali abbiamo altrove accennata la Storia di
Napoli. Nel Giornale de' Letterati d'Italia si parla di lui
più volte con somma lode (t. 6, p. 519; t. 12, p. 422; t.
23, p. 463), e un bell'elogio se ne può ancora vedere
nelle Memorie di Trevoux (1723, Juin p. 1100, ec.). Io
farei qui volentieri ancore menzione delle Poesie del p.
Tommaso Ceva, che per una certa sua propria
innarrivabile espressione della natura, e per la
maravigliosa facilità di esprimere qualunque cosa gli
piaccia, dee aver luogo tra' più illustri poeti. Ma, benchè
parte delle sue Poesie venisse alla luce fin dagli ultimi
anni del secolo, di cui scriviamo, egli però s'inoltrò di
troppo nel nostro, perchè se ne possa qui ragionare,
senza uscire da' limiti che ci siamo prefissi.
VI. Per la stessa ragione io non farò qui che
accennare in ultimo luogo le troppo famose
Satire di monsig. Lodovico Sergardi sanese
sotto il nome di Q. Settano, pubblicate contro il
Gravina. Egli ancora visse fino al 1726, e perciò non è
qui luogo a parlarne. E innoltre ne ha di fresco scritta la
Vita colla consueta sua eleganza monsig. Fabbroni
(Vitæ Italor dec. 2, p. 365), ove tuttociò che appartiene
agl'impieghi e agli studj di questo scrittore,
diligentemente si espone, e si narra insieme l'origine
dell'odio da lui conceputo contro il Gravina. Ed è certo
che dopo il risorgimento delle lettere non si erano ancor
vedute Satire scritte con tale eleganza e con tal forza, e
solo sarebbe stato a bramare che il Sergardi le avesse
rivolte a biasimare generalmente i vizj degli uomini,
non a mordere e lasciare la fama di un uomo che,
Scrittori di
satire.
benchè non fosse del tutto innocente de' vizj oppostigli,
pel suo ingegno nondimeno e pel suo molto sapere
dovea essere rispettato. Deesi però qui aggiugnere che
alcuni fecero autore di Satire di Settano l'ab. Gennaro
Cappellari napoletano, autore di un elegantissimo
componimento poetico latino sulle Comete del 1664 e
del 1665, stampato in Venezia nel 1665, di cui io ho
avuta copia per favore dell'ornatissimo monsig. Onorato
Gaetani. Ma le pruove che monsig. Fabbroni apporta,
per dimostrarne autore il Sergardi, sembra che non
ammetta risposta 65.
VII. Qui dobbiam rammentare per ultimo,
come si è fatto nel secolo precedente, gli
scrittori dell'Arte poetica. Ma in questo
genere ancora non abbiamo di che molto
occuparci. L'Arte del verso italiano di Tommaso
Stigliani è una semplice introduzione più adatta a'
fanciulli, che ai poeti. Giuseppe Battista natio del regno
di Napoli, di cui ci ha date copiose ed esatte il co.
Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 1, p. 552, ec.), fu
cattivo poeta, che tutti riunì in se stesso i vizi del
secolo, ma fu buon precettore; e la sua Poetica,
pubblicata l'anno 1676, cioè l'anno seguente alla sua
morte è lodata da molti come opera utile e scritta con
Scrittori
dell'Arte
poetica.
65
Un altro men conosciuto scrittor di satire ebbe in questo secol l'Italia, cioè
Federigo Nomi d'Anghiari, sedici Satire del quale furono stampate in
Lione nel 1603. In ciò però ch'è eleganza di stile, egli è inferior di molto
al Settano.
brevità e con chiarezza. In molta stima è ancora la
Didascalia cioè Dottrina comica di Girolamo
Bartolommei da noi nominato già tra' poeti, in cui assai
saggiamente ragiona della commedia, e prescrive il
modo e le leggi per richiamarla all'antico e lodevole suo
fine, e purgarla da' vizj che vi si erano introdotti. Delle
opere che su questo argomento ci ha date il poc'anzi
nominato Gianvincenzo Gravina si è già trattato nel
ragionar di questo illustre scrittore. Di alcuni altri libri
di minor conto non giova il cercare distintamente. E noi
perciò ci tratterremo solo alquanto nel dire de'
Proginnasmi poetici di Udendo Nisieli, ossia di
Benedetto Fioretti, che sotto quel nome si volle
nascondere. L'elogio fattone dall'Eritreo (Pinacoth.
pars 2, n. 31), e la Vita che ne ha scritta Francesco
Cionacci la qual va innanzi alle Osservazioni di creanze
dello stesso Fioretti, abbastanza c'istruiscono di ciò che
a lui appartiene. Egli era nato in Mercatale, luogo della
contea di Vernio nella diocesi di Pistoja, a' 18 di ottobre
nel 1579, e solo in età di 30 anni cominciò a conversar
colle lettere. Tentò la poesia, ma presto conobbe di non
aver per essa il talento opportuno. Si diè dunque in vece
ad insegnare agli altri la via ch'ei non potea correre; e
con un lungo e diligente studio su tutti gli antichi e
moderni poeti, riflettendo su ogni cosa, e notando tutto
ciò che degno pareagli d'osservazione, venne a
compilare i suoi Proginnasmi poetici, che nella prima
edizione del 1620 formarono due tomi, poi colle giunte
da lui e da altri fattevi crebbero a tre e a quattro, e
finalmente a cinque. Apostolo Zeno ha in due parole
ottimamente espresso il carattere di questo scrittore,
dicendo ch'egli era gramatico assai più che filosofo
(Note al Fontan. t. 2, p. 129). Egli parla con molto
disprezzo della Poetica d'Aristotele, affermando ch'essa
è una matassa tanto scompigliata, che par fatta da un
arcolaio (t. 5, proginn. 2). E benchè la critica sia un po'
troppo rigorosa, essa ci farebbe sperar nondimeno, che
il Fioretti, nemico de' pregiudizj dell'antichità, fosse per
darci una Poetica tutta conforme alla ragione. Ma egli è
spesso scrittor sofistico che perdendosi in minutezze,
trascura i più nobili pregi della poesia, e la critica ch'ei
fa sovente dell'Ariosto e di altri più illustri poeti, il
rende degno d'essere annoverato tra quegli scrittori che
volendo ristriger l'ingegno fra' molestissimi ceppi delle
gramaticali e pedantesche osservazioni, lor vietano il
levarsi in alto, e lo spiegare que' voli che vaglion ben
più che tutte le scolastiche sottigliezze. Il Fioretti sul
finir degli anni, lasciati gli studj della poesia, tutto si
volse a' più gravi, e a quello principalmente della
religione e della morale, e frutto ne furono le
Osservazioni di creanze e gli Esercizj morali, de' quali
pubblicò il primo tomo nel 1633, e due altri lascionne
inediti, quando venne a morte in Firenze a' 30 di giugno
del 1642.
CAPO V.
Gramatica, Rettorica, Eloquenza.
I. Quanto più ampio argomento di storia ci
hanno offerto ne' secoli addietro gli scrittori
di gramatica e di rettorica, tanto più scarso
è quello che ci offrono ora, anzi null'altro
dir ne possiamo in ciò che appartiene alla
lingua latina, se non che non vi ha cosa che meriti di
essere rammentata. E veramente erasi già scritto tanto
ne' due secoli addietro intorno al modo di parlare e di
scrivere latinamente, e intorno a' precetti dell'eloquenza,
che doveasi piuttosto bramare di sminuire, che di
accrescere il numero de' libri di questo argomento. Fra
tutte le Gramatiche della lingua latina finallor
pubblicate, quella del gesuita Alvaro fu creduta allor la
migliore; ed ella era tal certamente in confronto a quelle
del Despauterio e d'altri gramatici più antichi. Io non
voglio qui disputare s'essa sia veramente degna
dell'universal favore di cui per lungo tempo ha goduto;
sì perchè invano mi affaticherei a persuadere chi fosse
già imbevuto di opinione contraria alla mia; sì perchè io
penso che assai più che la gramatica, qualunque ella sia
(purchè i precetti sien giusti), giovi a formare un
elegante scrittor latino la viva voce del maestro, e le
riflessioni che opportunamente egli faccia sugli antichi
autori che spiegansi nelle scuole, e soprattutto una certa
maniera d'insinuarsi nell'animo de' giovinetti, per cui lo
studio si faccia lor rimirare come oggetto non già
odioso e spiacevole, ma dolce e giocondo, e si
avvezzino essi medesimi a legger per tal maniera i
modelli del colto stile e della vera eloquenza, che senza
quasi avvedersene ne divengano imitatori. Che se pure
Gramatiche
latine in
questo
secolo
usate.
si voglia che il maggiore, o il minor profitto de' giovani
debbasi principalmente attribuire alla gramatica, io
amerei che invece di disputare qual sia miglior fra le
tante che ne ha ora il mondo, ognuno di quelli che ne
han data alcuna, comparisse pubblicamente in iscena
seguito da tutti coloro che colla scorta della sua
gramatica son divenuti colti ed eleganti scrittor latini; e
che dal loro numero e dal loro valore si decidesse a chi
debbasi la preferenza. Chi crederemo noi che in tal caso
dovesse riportare la palma?
II. Diverso era lo stile della lingua italiana.
Benchè nel secolo precedente si fosse
cominciato a fissarne le leggi, e molti si
fossero intorno a ciò affaticati colle opere
loro, non era essa stata ancora ridotta a
certi generali principj, nè aveasene ancora una
gramatica che si potesse dire distesa con metodo e con
esattezza. N'era riserbata la gloria a Benedetto
Buonmattei sacerdote fiorentino, nato nel 1581. Dopo
più altri scrittori, ci ha date di lui minute ed esatte
notizie il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 4, p.
2404), le quali però ci offrono tal varietà di vicende, che
possa esser dilettevole il ripeterne, o il compendiarne
qui il racconto. Così in Firenze, ove visse la maggior
parte degli anni suoi, come in Roma e in Padova, ove
pure per qualche tempo fece soggiorno, ei si occupò
ugualmente negli esercizj proprj di un zelante
ecclesiastico e negli studi dell'amena letteratura, a' quali
Gramatiche
italiane.
Benedetto
Buonmattei.
la sua inclinazione traevalo. Le più illustri accademie
della sua patria, e quelle singolarmente della Crusca e
degli Apatisti e la fiorentina lo ebbero tra' loro socj, ed
ei fu uno de' più fervidi promotori di quelle erudite
adunanze, nelle quali fu spesse volte udito recitare
lezioni, cicalate, o altri somiglianti discorsi. Molti sono
infatti gli opuscoli di tal natura, che ne hanno alle
stampe, e più grande è ancora il numero degl'inediti, o
degli smarriti, de' quali si può vedere il catalogo presso
il suddetto scrittore. Ma io dirò solamente de' suoi due
libri della Lingua toscana. Quest'opera si può rimirare
come la prima a cui veramente convenga il titolo di
Gramatica della lingua toscana, o italiana che vogliam
dirla, perchè in essa non si ammucchiano già alla
rinfusa e senza ordine, come per lo più erasi fatto nel
secolo precedente, i precetti a scrivere in questa lingua
correttamente; ma son disposti con ordine e con buon
metodo; e l'autore avanzandosi di passo in passo,
conduce saggiamente i lettori per ogni parte, e tutta
svolge l'economia e il sistema del nostro linguaggio.
Quindi è che ne sono poi state replicate diverse
edizioni, e che quest'opera è sempre stata tenuta in
conto di una delle più utili che in questo genere
abbiamo. Pensava egli di farne una nuova edizione colla
giunta di molti altri trattati, ma la morte, da cui fu preso
in Firenze a' 27 di gennaio del 1647, non gliel permise.
Celso
Cittadini.
III. Molto ancor dee la lingua toscana a
Celso Cittadini gentiluomo sanese, uno de'
più dotti uomini della sua età, e la cui erudizione
sarebbe assai più conosciuta, se molte altre fatiche non
se ne fosser perdute. L'Eritreo ne ha fatto l'elogio
(Pinacoth. pars 2, n. 58), e il celebre Girolamo Gigli ne
ha scritta ampiamente la Vita, ch'è premessa alla nuova
edizione dell'Opere di esso fatta in Roma nel 1621.
Contiene essa il Trattato della vera origine e del
processo e nome della nostra lingua e le Origini della
Toscana favella, che erano già state stampate e innoltre
alcuni opuscoli non mai pubblicati, cioè un Trattato
degl'idiomi toscani, le Note alle giunte del Castelveltro,
e le Note sopra le Prose del Bembo; nelle quali opere
tutte il Cittadini dimostra quanto sapesse e della storia e
dell'indole della volgar nostra lingua. Diverso genere
d'erudizione è quello, di cui egli si mostra adorno nel
suo Discorso dell'antichità dell'Armi delle famiglie, che
illustrato con dotte note dal sig. Gian Girolamo Carli,
uscì alle stampe in Lucca nel 1741. Avea egli a tal fine,
come narrasi dall'Eritreo, fatto un indefesso studio negli
archivj tutti di Siena, traendone quelle notizie ch'erano
al suo disegno opportune. Nè in ciò solamente, ma nello
studio ancora delle medaglie greche e latine e delle
antiche iscrizioni era, quanto immaginar si possa,
profondamente istruito, nè veniagli esibita medaglia di
cui tosto non indicasse il soggetto, l'età e il pregio. Al
qual fine non solo avea egli studiate le lingue greca e
latina, ma l'ebraica ancora. Molto avea egli scritto, o
piuttosto abbozzato, sulle antichità romane da lui
diligentemente osservate; e Ottavio Falconieri, in una
sua lettera al Magalotti, racconta (Magalotti Lett.
famigl. t. 2, p. 97) che il pontef. Alessandro VII,
concittadino e scolare del Cittadini, aveagli narrato di
aver tentato ogni mezzo per avere in mano le note
ch'egli avea stese senz'ordine su molte carte: ma che
avendole volute il gran duca, non avea potuto
soddisfare al suo desiderio. Nella storia ancora, nella
geografia, nella cosmografia, nella botanica era
versatissimo il Cittadini, a cui niuna cosa mancava di
quelle che formano un uomo dotto e insieme amabile e
degno di rispetto e di stima. Egli era nato in Roma nel
1553; ed ivi ancora era vissuto molti anni; ma finì
poscia di vivere in Siena nel 1627. Oltre le opere da me
accennate, alcune altre ci sono rimaste di questo erudito
scrittore, delle quali ci dà notizia il poc'anzi nominato
autore della sua Vita.
IV. Non fu la sola Toscana che produsse
scrittori utili alla lingua italiana. Uno ne
diede Forlì nel padre Marcantonio
Mambelli della Compagnia di Gesù, morto
in Ferrara nel 1644 in età di 62 anni, intorno al quale
alcune particolari notizie si hanno nel Giornale de'
Letterati d'Italia (t. 1, p. 569). Di lui abbiamo le
Osservazioni della lingua italiana in due tomi e in due
parti divise, la prima delle quali contiene il Trattato de'
Verbi, la seconda quello delle Particelle, opera essa
ancor pregiatissima, e di cui si son poscia fatte altre più
copiose edizioni, e il cui autore dal celebre monsig.
Bottari, che in ciò non può essere sospetto d'adulazione,
PP.
Mambelli e
Bartoli.
è detto accuratissimo e savio gramatico (Note alle Lett.
di f. Guitt. p. 241). La seconda parte fu molti anni
innanzi alla prima stampata in Ferrara l'anno stesso, in
cui il p. Mambelli finì di vivere. Il p. Daniello Bartoli,
che gli era stato compagno nel formare quell'opera,
proccurò poscia l'edizione della prima parte, e ne avea
preso l'incarico Carlo Dati, il quale fin dal 1661 ne avea
fatta cominciar la stampa in Firenze. Ma perchè il
Bartoli, che non era troppo amico degli Accademici
della Crusca, entrò in sospetto, ma probabilmente non
ben fondato, che il Dati volesse pubblicarla come opera
sua, e ne fece doglianze, il Dati si ne risentì, come ci
mostra una lettera da lui scritta ad Ottavio Falconieri
nel 1665, e interruppe la cominciata edizione, finchè
avendo il cav. Alessandro Baldraccani a nome
dell'Accademia de' Filergiti di Forlì chiesta l'opera del
Mambelli, affin di stamparla nella patria dell'autore, ei
prontamente gliela trasmise, e in tal modo la prima
parte fu finalmente ivi stampata nel 1685 (V. Zeno Note
al Fontan. t. 1, p. 25, ec.). Ho detto che il p. Bartoli non
era molto amico degli Accademici della Crusca; e
vuolsi che ciò nascesse dall'aver lui saputo ch'essi avean
criticate molte parole e molte espressioni da lui usate; e
che questa fosse l'origine della celebre operetta da lui
pubblicata col titolo: il Torto e il Diritto del non si può.
Il co. Mazzucchelli però accenna alcune ragioni per
dubitar di tal fatto (Scritt. it. t. 1, par.. 1, p. 438). Ma
qualunque fosse la ragione per cui egli prese a scriver il
libro, per certo ch'ei lo scrivesse singolarmente per
combattere la franchezza con cui alcuni degli
Accademici rigettavano e condannavano le maniere di
dire da altrui usate. Ei mostra adunque che cotali
giudizj erano spesse volte mal appoggiati, e recando gli
esempj di que' medesimi autori che dagli Accademici si
adottano come classici e originali, pruova ch'essi hanno
usate maniere stesse di dire, che si riprendono in altri.
Ella è perciò opera assai utile agli studiosi della lingua
toscana, ma di cui convien usar saggiamente, per non
avvezzarsi a scrivere secondo il proprio capriccio, sulla
lusinga che non v'abbia voce che da qualche approvato
scrittore non sia stata usata, e che non possa perciò da
ogni altro usarsi. Del p. Bartoli abbiamo ancora
l'Ortografia italiana, stampata per la prima volta nel
1670, e poscia più altre volte; e ad essa si possono
aggiugnere gli Avvertimenti grammaticali del card.
Sforza Pallavicino da lui pubblicati sotto il nome del p.
Francesco Rainaldi; picciola operetta, ma utile assai pe'
precetti e per le riflessioni che suggerisce a scrivere
esattamente.
V. Fra gli scrittori più benemeriti della
lingua toscana, dee aver luogo il poc'anzi
nominato Carlo Dati fiorentino; della cui vita e delle cui
opere si hanno copiose notizie nei Fasti consolari
dell'Accademia fiorentina (p. 536, ec.) e negli Elogi
degl'illustri toscani (t. 3). Oltre il Discorso dell'obbligo
di ben parlare la propria lingua. Da lui composto, ei fu
il raccoglitore e l'editore delle Prose fiorentine, colle
quali si studiò di proporre quegli esemplari di toscana
Carlo Dati.
eloquenza, che gli parver migliori. E i migliori vi son
certamente, ma misti ad altri che forse non erano degni
di tanto. Egli innoltre insieme col Redi affaticavasi in
ricercare le origini e l'etimologie della lingua toscana, e
benchè egli nulla su ciò pubblicasse, il Menagio però,
nell'opera da lui divulgata su questo argomento,
confessa di dover molto al Dati. Nè solo in questi più
lievi studj, ma ancor più gravi fu egli uomo assai dotto.
Già abbiamo altrove accennata la Lettera a Filalete
sotto il nome di Timauro Anziate, da lui data alla luce in
difesa delle scoperte del Torricelli, nella quale ei fa ben
vedere quanto valesse nelle scienze fisiche e nelle
matematiche. Di un Discorso astronomico sopra
Saturno da lui composto si fa menzione in alcune lettere
del card. Michelangelo Ricci (Lettere ined. t. 2, p. 93,
104); e nel catalogo delle opere inedite di esso, che ci
vien dato nelle accennate Notizie, si può osservare a
quante e quanto diverse materie si stendessero l'erudite
ricerche del Dati. Delle Vite de' Pittori antichi da lui
pubblicate, si è detto altrove. Ei somministrò ancora al
Baluzio alcuni frammenti del Capitolare di Lottario. Io
non parlo delle Orazioni, delle Lettere, e di altri
Ragionamenti accademici di esso, ne' quali sempre ei si
mostra colto ed erudito scrittore. Il Panegirico da lui
composto in onore del re Luigi XIV, e la fama d'uom
dotto, di cui egli godeva, gli ottenne da quel gran
monarca l'annua pensione di cento luigi, ed egli non
meno che la reina Cristina di Svezia cercò di averlo alla
sua corte; ma il Dati non volle abbandonare la sua
Toscana, e visse ivi continuamente onorato della
cattedra di lingua greca in quello Studio, e dell'impiego
di bibliotecario del card. Gian Carlo de' Medici, e
encomiato da tutti i dotti italiani e stranieri, le cui
onorevoli testimonianze si recano nelle accennate
Notizie. E saggi anche maggiori della sua erudizione ci
avrebbe egli lasciati, se la morte non lo avesse troppo
presto rapito in Firenze nel 1675, mentr'ei non contava
che 56 anni di età.
VI. Più altri autori di precetti e di riflessioni
sull'arte di scrivere con eleganza nella
volgar nostra lingua potrebbonsi qui
indicare. Ma ci basti aver detto de' più
famosi. Solo non deesi omettere la Raccolta degli
Autori del ben parlare pubblicata in più tomi in Venezia
nel 1643 da Giuseppe Aromatari sotto il nome di
Nebusiano, del quale parlano distintamente Apostolo
Zeno (Note al Fontan. t. 1, p. 50, ec.) e il co.
Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 2, p. 1117). In essa
contengonsi la maggior parte degli scrittori che su
questo argomento aveano finallora data alla luce
qualche opera, aggiuntovi ancora alcuni di quelli che
non sol della lingua, ma ragionano ancora
dell'eloquenza. E l'Aromatari v'inserì ancora qualche
suo tranello. Ei nondimeno avrebbe meglio provveduto
agli studiosi di questa lingua, se restringendo la sua
opera a minor numero di volumi, avesse fatta una scelta
più giudiziosa, e raccolti quegli scrittori soltanto, la
lettura de' quali può essere veramente utile a chi vuole
Raccolta di
autori del
ben parlare.
scrivere con eleganza.
VII. Frattanto fin dal 1612 erasi fatta in
Firenze la prima edizione del Vocabolario
degli Accademici della Crusca, di cui avea
avuta la principal direzione quel Bastiano de' Rossi, che
sotto il nome dello 'nferigno erasi segnalato nelle
controversie col Tasso, delle quali nel precedente tomo
si è detto. Voleasi da alcuni che questo Vocabolario
fosse non altrimente che il codice della lingua italiana,
talchè dovessero aversi in conto di legittime ed
approvate le voci che in esso erano registrate; e
rimirarsi come proscritte quelle che non vi aveano
luogo. Avvenne perciò, che molti si fecero a esaminarlo
minutamente, e sulle copie, che ne ebbero tra le mani,
fecer diverse postille, segnando o le poco esatte
definizioni, o le omissioni, o gli errori in cui gli
Accademici eran caduti. I nomi di questi postillatori si
posson vedere presso il Fontanini e lo Zeno (Bibl. t. 1,
p. 81, ec.), e veggiam che tra essi furon alcuni Toscani,
come il Cittadini, il Nisieli ossia il Fioretti, e
Giambattista Doni. La maggior parte di esse però non
furon date alle stampe, ma solo quelle che vennero
attribuite al celebre Alessandro Tassoni, le quali per
opera di Apostolo Zeno furon pubblicate in Venezia nel
1698. Il Muratori, nella Vita dello stesso Tassoni, ha
con evidenti pruove mostrato che non fu già egli
l'autore di quelle annotazioni, ma bensì Giulio Ottonelli
natio di Fanano nelle alpi modenesi, e che sulla fine del
Vocabolario
della Crusca.
secolo precedente era per alcuni anni vissuto alla corte
di Toscana in onorevoli impieghi 66. Egli è vero però,
che il Tassoni avea di sua man postillata la prima
edizione di quel Vocabolario, e il Muratori cita la copia
così da lui postillata, che possedevasi in Modena da'
nipoti del celebre dottor Ramazzini. Ma egli non ha
veduta la copia della seconda edizione dello stesso
Vocabolario del 1623, postillata pure di mano dello
stesso Tassoni, che è in questa estense biblioteca; e
forse essa non ne ha fatta acquisto che dopo il tempo in
cui il Muratori scrivea la Vita del Tassoni. Al fine della
prefazione si leggono queste parole: Resta ad avvertire,
che 'l padrone di questo presente Volume non è
soddisfatto delle voci, ch'egli ha segnate con la croce, o
con altra nota nel margine, e però prega gli Autori che
'l voglino avere per inscusato, se le croci-segnate non
accetta per buone, e le altre per ben dichiarate. Io
Alessandro Tassoni. Le postille son tutte di man del
Tassoni, e quelle che il Muratori reca per saggio, si
trovano per lo più anche in questa seconda. Paolo Beni
ancora mosse un'ostinata guerra al detto Vocabolario
colla sua Anti Crusca stampata nello stesso anno 1612,
e che fu poscia seguita da più altri libri, altri a difesa del
Vocabolario, altri in favor del Beni, che perciò ebbe
cogli Accademici lunga contesa, la serie della quale si
66
Dell'Ottonelli, uomo degno d'esser conosciuto più che non fosse finora, si
è parlato diffusamente nella Biblioteca modenese, ove si è esposta tutta la
serie di contese da lui avute coll'Accademia della Crusca, e si son date
copiose notizie degl'impieghi da lui sostenuti, e degli studj ne' quali
esercitassi (t. 3, p. 365, ec.).
può vedere presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2,
par. 2, p. 846, ec.) 67. Erano troppo saggi gli Accademici
della Crusca per non conoscere che non era possibile
che il Vocabolario non avesse bisogno di giunte e di
correzioni. Perciò lo stesso Bastiano de' Rossi si accinse
a farne una nuova e più ampia edizione, la quale vide la
luce nel 1623. Amendue queste edizioni non occupano
che un tomo in folio, e anche dopo la seconda si vide
che molto ancora mancava alla perfezione di questo
Vocabolario. Determinaronsi dunque quegli Accademici
a rinnovar sopra esso le loro fatiche; e la principal
direzione ne fu affidata da Alessandro Segni fiorentino,
autore di alcune altre opere che insieme colle notizie
della sua vita si accennan dal can. Salvini (Fasti consol.
p. 584). Nel 1691 fu pubblicata questa terza edizione,
che crebbe a tre tomi. Ma essa ancora fu poscia quasi
eclissata dalla quarta magnificamente stampate in sei
tomi, il primo de' quali venne a luce nel 1729, l'ultimo
nel 1738. E forse rimane ancora che aggiugnere che
67
Un altro avversario credette di aver la Crusca in Adriano Politi sanese.
Questi nel 1614 fece pubblicare in Roma il suo Dizionario toscano, al
quale titolo lo stampatore aggiunse di suo capriccio quello di Compendio
della Crusca. Al veder questo titolo il ferocissimo cruscante Bastian de'
Rossi gridò all'armi, e menò tal rumore contro l'innocente Politi, che corse
voce, ma falsa, ch'ei fosse stato racchiuso in carcere, nè si potè calmare il
furor de' Cruscanti, se non togliendo dalle posteriori edizioni quella
esecrabil bestemmia. Di questa contesa parla colla consueta sua esattezza
Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 1, p. 64). Del Politi, oltre qualche altra
operetta, abbiamo ancora la traduzion di Tacito, stampata la prima volta in
Roma nel 1603 e poscia altre volte, la quale comunemente è antiposta a
quella del Davanzati.
emendare, come han proccurato di persuadere alcuni
che ci han dati cataloghi di molte voci che in quel
Vocabolario non leggonsi, benchè pur sembri che
dovessero avervi luogo 68.
VIII. Le fatiche di questi illustri
accademici e degli altri scrittori da noi
nominati, pareva che dovessero render
comune in Italia l'eleganza dello scrivere.
E nondimeno, se se ne traggono i Toscani
e alcuni altri in assai scarso numero, non fu mai così
trascurata la nostra lingua, come in quel secolo. Appena
si può ora soffrir la lettura della maggior parte de' libri
che allora vennero a luce, così nè è incolto e rozzo lo
stile e pieno di barbarismi. Tutto l'ingegno della
maggior parte degli scrittori era rivolto a' concetti e alle
metafore, e purchè sapessero spargerle a piena mano
nelle loro opere, nulla curavansi della scelta delle
parole, e dell'osservanza delle leggi grammaticali, e
Carattere
dell'eloquenza
di questo
secolo.
68
Diverse ristampe si son poscia fatte del Vocabolario della Crusca
coll'aggiunta di molte voci raccolte dagli autori medesimi dell'Accademia
approvati, ma ommesse nel Vocabolario fiorentino; le quali, benchè
dall'Accademia stessa non sieno state approvate, non lascian perciò di
recar molto vantaggio agli studiosi della lingua italiana. Fra esse e per la
copia e la scieltezza delle voci aggiunte, deesi ricordar singolarmente
quella fatta in Napoli per opera di Pasquale Tommasi, e stampata nel 1746
in sei tomi in foglio. Intorno al Vocabolario della Crusca, e alle accuse
che contro di esso si muovono, veggasi la bell'opera del sig. co.
Gianfrancesco Napione di Cocconato altre volte da me nominato con lode
(De' Pregi della lingua Ital. t. 2, p. 78, ec.).
quindi venne che l'eloquenza ancora fu trascurata, e che
gli oratori, vaghi soltanto di riscuotere l'ammirazione e
l'applauso de' loro uditori, pareano avere dimenticato
che il primario fine dell'arte loro era quello di
persuadere e di muovere. E veramente noi non
possiamo senza qualche vergogna ragionare
dell'eloquenza del secolo XVII. Le Orazioni latine, e
quelle principalmente dette da' professori d'eloquenza
nell'aprimento delle pubbliche scuole, o in altre solenni
occasioni, sono la miglior cosa che abbiamo. Ed esse
nondimeno poste in confronto con quelle degli oratori
del secolo precedente compaion di molto inferiori, e
non vi si vede nè quell'eleganza di stile, nè quella forza
di raziocinio, ch'è il miglior pregio di tali
componimenti. L'Eritreo, scrivendo nel 1646 al suo
Tirreno, cioè a monsig. Fabio Chigi, che fu poi papa
Alessandro VII, e narrandogli il piacere con cui avea
pochi giorni innanzi ascoltate alcune Orazioni dette da'
maestri gesuiti del collegio romano nel riaprimento
delle loro scuole, e quelle principalmente del p. Ignazio
Bompiani, di cui se ne hanno molte alla stampa (V.
Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1513,ec.), insieme
colle lor lodi congiunge la critica di alcune altre che
negli anni addietro si erano udite, scritte secondo il
gusto del secolo: "Atque gavisus sum, dic'egli (Epist.
ad Tyrrem. tom. 2, p. 75), Magistros illos orationem
suam ad veterum, hoc est Ciceronis, Caesaris,
aliorumque ejus notae Scriptorum similitudinem, a qua
se abstraxerant, conformasse. Nam superiores Magistri
contra veterem merem in fracto, conciso, obsuroque
quodam genere dicendi versabantur, ut quid dicerent,
quidve non dicerent, mihi, qui tardo hebetique sum
ingenio, perspicuum esse non posset, atque oratio, quae
lumen debet rebus afferre, obscura easdem caligine ac
tenebris involveret". Le orazioni italiane non sono
comunemente molto migliori delle latine, anzi i
Discorsi accademici e altre simili dicerie della maggior
parte degli scrittori di que' tempi sono così sciapite, che
non può sostenersene la lettura. La Toscana fu presso
che la sola provincia d'Italia, in cui il reo gusto non
penetrasse; e nelle Orazioni dette in Firenze, o in altre
città de' dominj medicei, e che veggonsi in gran parte
unite nelle Prose fiorentine, non si leggono nè quelle
strane metafore, nè que' rafinati concetti che facean
allor le delizie degli oratori. Ma se esse sono scritte con
eleganza o con purezza di stile, questo è comunemente
il solo lor pregio; e invano nella maggior parte di esse si
cerca quella robusta eloquenza che forma il vero
oratore. Le migliori fra esse sono, a mio credere, quelle
del Dati; e si pregiano singolarmente quelle in morte del
commendator Cassiano dal Pozzo, e il Panegirico di
Luigi XIV. Ma benchè esse sien certo molto pregevoli,
io non so se dette a' dì nostri otterrebbon quel plauso
che ottennero allora.
Carattere
degli
oratori
sacri.
IX. Più infelice ancora fu la condizione
dell'eloquenza sacra. E io confesso che non
so intendere come le Prediche e i Panegirici
di tanti oratori, che or non si leggono, se
non talvolta per prendersi trastullo e giuoco, e per
conoscer fin dove può arrivare l'abuso dell'umano
ingegno, si udissero allora con tanto plauso. E molto
meno so intendere come da tali ragionamenti, in cui
altro per lo più non facevano che ostentare inutilmente
una importuna acutezza nelle metafore e ne'
contrapposti, sperassero gli oratori di raccogliere quel
frutto che debb'essere l'unico fine del sacro lor
ministero. Ma tale era il reo gusto del secolo, che
appena potea sperar di piacere chi non seguisse la via
comunemente battuta; e perciò noi veggiam che quei
medesimi oratori, i quali per altro sarebbono in altro
secolo divenuti modello di cristiana eloquenza, per
secondare il genio de' loro uditori, si diedero a scrivere
in una maniera che forse essi medesimi
disapprovavano. Io ne veggo la pruova in uno degli
oratori di questo secolo, di cui non v'ha forse chi sia ito
più oltre nell'uso delle più stravaganti metafore e de' più
raffinati concetti, dico del p. Giuglaris gesuita. Egli
oltre le Prediche e i Panegirici, che sono, si può ben
dire, la quintessenza del secentismo, ha tra le altre sue
opere quella che ha per titolo la Scuola della verità
aperta a' Principi, da lui scritta ad istruzione del real
principe di Piemonte. In essa appena si riconosce l'autor
delle Prediche: così ne è diverso lo stile, e così essa
appena ha un'ombra assai lieve de' vizj del secolo, ma è
stesa in uno stil grave, serio, conscio, e non senza
eleganza. Ma egli in quest'opera intendeva sol di parlare
a quel principe e ai grandi; nelle Prediche ragionava ad
ogni genere di persone, e perciò secondo le diverse
occasioni usava diverso stile come alle circostanze gli
sembrava opportuno. I più dotti e i più saggi mal
volentieri vedevano questo abuso dell'ingegno e
dell'eloquenza; ma il lor numero era, come sempre
avviene, troppo scarso per poter fare argine al torrente.
Così narra l'Eritreo che accadeva, quando predicava in
Roma f. Niccolò Riccardi domenicano, genovese di
patria, ma allevato in Ispagna, e che ivi cominciato avea
a esercitarsi nell'apostolico ministero con tale applauso,
che il re Filippo III soleva, a spiegar la grandezza
dell'ingegno che in lui scorgeva, chiamarlo un mostro.
Venne egli poi in Italia e il detto scrittore racconta
(Pinacoth. pars 1, p. 43, ec.) che, quando egli saliva in
pergamo, accorreva in folla tutta Roma ad udirlo, e che
veniva ascoltato con silenzio e con ammirazione
grandissima da giovani principalmente, a' quali egli
piaceva per l'arditezza delle metafore e de' pensieri, co'
quali volendo mostrarsi ingegnoso, pareva che talvolta
s'accostasse a' confini dell'eresia, benchè poscia
cercasse di ridurre al senso cattolico le sue espressioni.
Egli aggiunge che i dotti disapprovavano altamente quel
metodo di predicare, e che ciò non ostante non si
scemava punto l'affollato concorso; ma che quando egli
pubblicò le sue Prediche, l'applauso fu molto minore, il
che pure avvenne delle altre opere date in luce dal
Ricciardi, che morì, essendo maestro del sacro palazzo,
nel 1639 in età di 54 anni (Script. Ord. Praed. t. 2, p.
503, ec.). Lo stesso dice il medesimo Eritreo (l. c. p.
135, ec.) essere avvenuto a f. Girolamo da Narni
cappuccino, che fu per più anni predicatore del palazzo
apostolico ai tempi di Urbano VIII, le cui Prediche,
quando vennero al pubblico nel 1632, non parver degne
di quell'altissimo applauso ch'egli nel dirle avea
riscosso, e che si conobbe che esso era in gran parte
dovuto alla viva voce e all'esterior talento dell'oratore.
Esse però ebber l'onore di esser tradotte in francese (V.
Zeno Note al Fontan. t. 1, p. 146), il che ci mostra che
non eran poi allora i Francesi cotanto lontani dal gusto
italiano, che le Prediche de' nostri oratori non fossero
anche tra essi accolte con plauso.
X. Non mi tratterrò io dunque ad
annoverare i sacri oratori di questo secolo,
di cui abbiamo alle stampe Quaresimali,
Sermoni, Panegirici, o altri somiglianti
ragionamenti, de' quali è grande il numero, ma sì
piccolo il pregio, che meglio è lasciarne andare in
dimenticanza la memoria e il nome. Io nominerò un
solo che appartiene con più ragione al secolo XVI, che
al XVII, benchè solo in questo ne fossero pubblicati i
molti tomi che ne abbiamo di Prediche. Ei fu il p.
Giulio Mazzarini della Compagnia di Gesù di patria
palermitano, e zio del celebre card. Mazzarini, il quale
dopo avere in molte città d'Italia predicato con sommo
applauso, e in Bologna singolarmente, ove nel tempio
di s. Petronio si fece udire per 16 anni, in questa città
medesima a' 22 di dicembre del 1622, in età di 78 anni,
finì di vivere (Mongit. Bibl. sicula t. 1, p. 414, ec.). Lo
stile del Mazzarini, e il metodo ch'ei tien nelle prediche,
Notizie del
p. Giulio
Mazzarini.
è conforme a quello che usavasi nel secolo XVI, ed ei
può essere unito col Panigarola, col Fiamma e con altri
illustri oratori di quell'età, i quali però non sono or
rimirati come perfetti modelli della cristiana eloquenza.
Son note le controversie ch'egli ebbe in Milano col
santo cardinal Carlo Borromeo, nate all'occasione di
quelle che questi avea allora co' regj ministri intorno
all'immunità ecclesiastica. Nè può negarsi che il p.
Mazzarini, il quale mostravasi favorevole a' detti
ministri, non usasse sempre verso quel gran cardinale
quel riverente rispetto che per ogni riguardo gli era
dovuto; frutto ordinario di tali dispute, quando esse si
agitano con calore, e non si scuopre ancora abbastanza,
per chi sia il diritto. Ma se il p. Mazzarini fu degno di
biasimo pel soverchio calore con cui difese la sua
opinione, egli ebbe almeno la sorte di vedersi, dopo un
formale processo, dichiarato innocente riguardo a'
sospetti che intorno alla sua Fede si eran formati.
Intorno al qual punto ci basti l'aver dato un cenno, per
non ritoccare questioni pericolose al pari che inutili,
sulle quali più ancora che non conveniva si è scritto
alcuni anni addietro.
XI. Come verso al finir del secolo la
poesia italiana cominciò a risorgere
all'antica sua maestà e bellezza, così lo
stesso avvenne dell'eloquenza e la gloria
di aver avuto il coraggio prima di ogni
altro di lasciare il sentiero per tanti anni battuto, e di
Riforma
dell'eloquenza
sacra fatta dal
p. Segneri.
tornare su quello a cui la ragione e il buon senso
richiamava i sacri oratori, si dà per comune
consentimento al p. Paolo Segneri gesuita,
soprannomato il vecchio, a distinzione del giovane
dello stesso nome, che sul principio del nostro secolo fu
famoso in Italia per l'esercizio delle sacre missioni. La
Vita del p. Segneri va innanzi alla bella edizione delle
Opere di esso fatta in Parma nel 1720, ed è stampata
ancora separatamente 69, e io perciò non farò molte
parole nel ragionarne; e molto più che la maggior parte
de' suoi anni impiegò egli nelle fatiche dell'apostolico
ministero sì nelle prediche, come nelle missioni, nelle
quali fece ammirare non meno la sua eloquenza, che un
ardente zelo e un'ammirabile austerità. Il pontef.
Innocenzo XII fermollo sugli ultimi anni in Roma, e
l'onorò dell'impiego di predicatore apostolico e di
teologo penitenziere. Ma tre anni soli ei lo sostenne, e a'
9 di dicembre del 1694, in età di 70 anni, con una morte
corrispondente alla santa vita da lui condotta, chiuse i
suoi giorni. Io non parlerò delle molte opere ascetiche
ch'ei ci ha lasciate, le quali per altro sono scritte con tal
purezza di stile, che per la maggior parte sono state
credute degne di essere annoverate tra quelle che fanno
testo di lingua, benchè l'autore non fosse di patria
toscana, ma di famiglia originaria di Roma, e nato in
Nettuno. Noi dobbiam solo fermarci nell'esaminare il
genere d'eloquenza, a cui egli si appigliò nelle sue
prediche e ne' suoi panegirici. Gli oratori de' secoli
69
Del p. Segneri ha scritta la Vita anche monsig. Fabbroni (Vit. Ita. lor.
doctr. excell. tom. 15, pag. 8).
precedenti ci avean date omelie piuttosto che prediche;
perciocchè essi si occupavano comunemente in
dichiarare il testo del sacro Vangelo, e in cavarne le
riflessioni adattate al frutto de' loro uditori e se essi
erano eloquenti, il dimostravano più coll'inveire con
energia, che colla forza delle ragioni. Quelli del secolo
XVII voller fare maggior uso del raziocinio, ma essi
invece ne abusarono; perciocchè per far mostra
d'ingegno, stabilivano proposizioni che a primo aspetto
parevano, e talvolta di fatto erano paradossi; e
conveniva poi contorcersi, per così dire, e dimenarsi per
ridurle a un senso vero e cattolico. E innoltre pareva che
gli oratori fosser più solleciti di ottener l'applauso
degl'uditori colla novità de' concetti e coll'arditezza
delle immagini, che di convincerli colla forza degli
argomenti, e di commoverne con una robusta eloquenza
gli affetti. Il p. Segneri conobbe che non era quello di
modo di maneggiare con decoro e con frutto la divina
parola e saggiamente credette che quel genere
d'eloquenza, che effetti sì prodigiosi avea già prodotti al
tempo dei greci e de' romani oratori, non dovesse essere
meno opportuno, quando fosse rivolto agli argomenti
della cristiana Religione. Ei proccurò dunque di
conformarsi a quei primi modelli; e si conosce
chiaramente che prese in ispecial modo a imitar
Cicerone. Ei non ama molto le divisioni, come non le
amavano gli antichi oratori; ma stabilita la sua
proposizione si accinge a provarla; e con tale ordine
dispone gli argomenti, e con tal metodo li va
incatenando fra loro; e stringendo con essi sempre più
l'uditore, che questi alfin si trova convinto, e forza è che
si arrenda, persuaso dalle ragioni, e mosso
dall'eloquenza, con cui l'orator le promuove e le incalza.
Egli sbandì dalla sacra eloquenza que' profani
ornamenti che l'ignoranza de' secoli precedenti vi avea
introdotti, e che il reo gusto di quell'età avea
smodatamente accresciuti, e la abellì invece colla
varietà delle figure e colla vivacità delle immagini. È
vero che qualche avanzo dell'infelice gusto del secolo
vedesi nel p. Segneri, e forse egli non ardì di fare una
intera riforma dell'eloquenza, temendo che non si
potesse ciò eseguire tutto in un colpo, e che convenisse
dar qualche cosa all'universale entusiasmo con cui
l'Italia correva perduta dietro alle metafore e a'
contrapposti. Anzi da una lettera del card. Noris, scritta
al Migliabecchi da Pisa nel 1677, mentre egli era in
quell'università professore, e vi predicava il p. Segneri,
si raccoglie che questi ne' primi anni erasi mostrato
anche più indulgente a' vizj del suo tempo; e che poi
erasene egli stesso emendato: Il Serenissimo Gran
Duca, scriv'egli (Cl. Venet. Epist. ad Magliab. t. 1, p.
102) , "è sempre stato a sentire il P. Segneri, e nel
ritorno si dice siasi per lo stesso effetto per fermarsi qui
qualche giorno. Predica tutta roba sacra con stringere
con argomenti, ma senza amplificazioni o abbellimenti
da esso usati, quando lo sentii predicare in Roma". È
fama che non ostante l'applauso con cui veniva udito da'
dotti, egli avesse comunemente scarso numero di
uditori; e ciò per la ragione stessa, per cui abbiamo
poc'anzi veduto che non ostante la disapprovazione de'
saggi, alcuni de' più cattivi oratori aveano sempre un
sterminato concorso. Benchè, riguardo al p. Segneri,
dovea probabilmente concorrere a sminuirgli gli uditori
il suo poco infelice talento esteriore, cagionato
principalmente dalla sordità, da cui in età ancor fresca
cominciò ad essere travagliato. Un moderno scrittore ha
voluto trovar difetti, nello stile del p. Segneri; ed ha
avuto il coraggio di riformarne qualche tratto,
ritenendone la sostanza, ma sponendola in quello stile
spossato e languido di cui molto si compiaceva. Ma egli
non ne ha tratto altro frutto, che di vedersi
solennemente deriso, ed esortato a formar se medesimo
su quel modello cui egli ardiva di biasimare (V.
Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 1, p. 211).
XII. L'esempio del p. Segneri non ebbe
molti seguaci, e tardò molti anni l'Italia ad
aver oratori di cui ella potesse giustamente
gloriarsi. Un altro però ne produsse ella circa il tempo
medesimo, che, benchè non fosse interamente esente da'
difetti della sua età, fu però assai più degli altri
moderato in seguirli, e li compensò innoltre con molti
pregi. Ei fu il card. Francesco Maria Casini, di cui, oltre
qualche altra, abbiam avuta non ha molto la Vita
elegantemente descritta da monsig. Fabbroni (Vit.
Italor. doctr. excell. dec. 1, p. 1). Egli ebbe Arezzo a sua
patria, e vi nacque di nobili genitori l'an. 1648. Entrò
nell'Ordine dei Cappuccini, e vi si distinse col suo
sapere ugualmente che colle sue religiose virtù, e vi
Notizie del
card. Casini.
ottenne perciò le più ragguardevoli cariche. Predicò con
grande applauso nelle principali città d'Italia, e si fece
anche udire con somma sua lode in Parigi e a diverse
corti dell'Allemagna, avendo colà accompagnato nelle
visite il suo generale. Innocenzo XII lo nominò nel
1698 predicatore apostolico, e continuò in quell'impiego
più anni, anche sotto il pontef. Clemente XI, il quale nel
1712 lo sollevò all'onor della porpora. Nella nuova sua
dignità non dimenticò il card. Casini l'antico suo stato, e
mantenne costantemente l'esercizio delle religiose virtù
che nel chiostro avea professate, e finalmente, carico di
anni e di meriti, cessò di vivere a' 14 di febbraio del
1719. Le Prediche da lui dette nel palazzo apostolico, e
che furon stampate in Roma nel 1713 in tre tomi in
foglio, son quelle che maggior nome gli hanno ottenuto.
La libertà con cui egli in esse inveisce contro de' vizj a'
quali possono soggiacere le persone che lo ascoltavano,
è degna di un ministro evangelico, e nelle Prediche di
esso si scorge molta facondia e perizia non ordinaria
della sacra Scrittura. Ma, come ho accennato, lo stile ne
è spesso tronfio e infetto de' vizj della sua età, in modo
però, che sarebbe stata a bramare che gli altri oratori de'
suoi tempi ne avesser contratto sol quanto ne contrasse
questo illustre scrittore.
CAPO VI.
Arti liberali.
I. Quel decadimento a cui vennero in
Italia le belle lettere, si sparse ancora in
qualche parte sulle arti liberali e
sull'architettura singolarmente; e vi si
sparse per la stessa ragione. La nobile e
maestosa semplicità de' Palladj, de'
Vignola, de' Sansovini, non parve vaga abbastanza. Si
vollero aggiugnere nuovi ornamenti, e introdurre ancor
nelle fabbriche le metafore e i concetti. Già abbiamo
osservato che Vincenzo Scamozzi fu uno de' primi a
introdurre nell'architettura quel tritume e quel
raffinamento che da que' primi lumi di questa scienza si
era sempre fuggito. Ma quegli da cui principalmente
riconosce l'architettura questo deterioramento di gusto,
è il celebre Francesco Borromini, il cui esempio fu
ancor perciò più fatale, perchè egli era uomo di valor
grandissimo in quest'arte, se avesse voluto usare più
saggiamente del suo ingegno. Era egli nato, come si
narra da Giambattista Passeri, autor di que' tempi, che
ne scrisse la Vita (Vite de' Pitt. ec., Roma 1772, p. 373),
a' 25 di settembre del 1599 in Bissone luogo della
diocesi di Como. In età di 15 anni passò a Milano per
apprendervi l'arte d'intagliare il marmo, e indi nel 1624
si trasferì a Roma, ove da Carlo Maderni suo
compatriota e parente, ch'era allora architetto della
basilica vaticana, e che conobbe l'abilità che il
Borromino avea nel disegno, fu in esso istruito e
esercitato. Piacque perciò anche al cav. Gian Lorenzo
Bernini, che succedette in quell'impiego al Maderni. Ma
poscia il Borromino di lui disgustato, perchè non
Decadimento
dell'architettura
notizie di
alcuni più
celebri
architetti.
vedeva mai eseguirsi alcuna delle belle promesse che
fatte gli avea, lo abbandonò e diessi a esercitare la
professione d'architetto. Molte furono le chiese e le
fabbriche ch'ei disegnò in Roma, e quella ch'è forse fra
tutte la più famosa, è la chiesa e il convento di s. Carlo
alle quattro fontane, e la chiesa nuova di s. Maria in
Valicella, della quale seconda opera di Borromino si
compiacque per modo, che volle egli stesso scriverne la
Relazione, la qual poi fu stampata magnificamente in
italiano e in latino in Roma nel 1725, aggiuntivi tutti i
disegni, e quelli ancora della Sapienza, che fu un'altra
delle più rinomate fabbriche del Borromino. Questi e
più altri edificj da lui disegnati sono vaghissimi, e
mostran l'ingegno del loro inventore. Ma vi si scorge il
difetto a lui ordinario di ammucchiare gli ornamenti gli
unì sopra gli altri, e di spezzar troppo e sminuzzare le
parti, scostandosi da quella semplicità che tanto era
piaciuta a' più valorosi architetti. Ei visse fino al 1667,
nel qual anno infermatosi, la violenza del male il trasse
a sì furioso delirio, che balzando dal letto e presa in
mano una spada, se l'immerse nel seno, e pochi giorni
appresso, a' 2 di agosto, finì di vivere. Degli altri
valorosi architetti di questo secolo, come Girolamo
Rinaldi, di Martino Lunghi, di Gherardo Silvani, di
Giovanni e di Sigismondo Coccapani fratelli di patria
fiorentina, ma oriondi da Carpi e più d'altri che si
potrebbono nominare, io non ragionerò stesamente,
perciocchè l'opera poc'anzi accennata del Passeri, e
quella del Baldinucci, del Baglioni, del Bellori altrove
da noi indicate, abbastanza han ragionato di esse,
perchè sia necessario il dirne di nuovo. Alle dette opere
nondimeno, che per lo più si raggirano intorno a'
professori d'architettura, che fiorirono in Roma, o nella
Toscana, debbonsi aggiugnere più altre, nelle quali si
tratta de' professori che vissero in altra città d'Italia; e
delle quali pure abbiam detto a suo luogo; perciocchè
più altri architetti si vedranno ivi nominati con lode, de'
quali que' primi scrittori non fanno menzione. E fra essi
io nominerò solamente Gaspare Vigarani modenese, del
cui valore oltre le belle fabbriche da lui disegnate in
Modena e altrove, è pruova l'andar ch'egli fece nel 1660
a Parigi, chiamatovi dal re Luigi XIV, per disegnar le
macchine e i teatrali spettacoli da celebrarsi in
occasione delle sue nozze (Murat. Ann. d'Ital. an. 1660)
70
.
II. Per la stessa ragione fra molti valorosi
scultori che questo secolo ebbe, due soli ne
indicherò io, che forse in fama andarono
innanzi a tutti, Alessandro Algardi e
Gianlorenzo Bernini. Del primo abbiamo la
Vita scritta dal Passeri (l. c. p. 196), e ne favellano
innoltre gli scrittori quasi tutti di questo argomento. Ei
Si
annoverano
alcuni più
illustri
scultori.
70
Del Vigarani si è parlato più stesamente nella Biblioteca modenese (t. 6,
p. 572, ec.). Dallo stesso re fu alla sua corte chiamato Jacopo Torelli
nobile francese e cavalier dell'Ordine di s. Stefano; e nel formar
macchine, singolarmente all'occasione che vi si rappresentò l'Andromeda
del Cornelio, ottenne gran nome. Tornato poscia in Italia, morì in Fano,
ove avea fabbricato il teatro, l'anno 1678 (N. Dict. histor., Caen 1779, t. 6,
p. 572; Milizia Mem. degli Archit. t. 2, p. 163).
fu di patria bolognese, ed ebbe nell'arte del disegnare a
maestro il celebre Lodovico Carracci. Dopo avere per
qualche tempo servito il duca di Mantova, passò a
Roma, ove visse alcuni anni occupandosi
semplicemente in modellare statue, senza ottener perciò
molto nome. Cresciuto nondimeno a poco a poco in
fama l'Algardi, egli si adoperò perchè gli venisse
commesso il lavoro della statua di bronzo del pontef.
Innocenzo X, ch'era stato prima affidato a Francesco
Mochi, ma che da lui non era stato ancora eseguito. Egli
l'ottenne; ma il piacere di questo onor conferitogli,
venne rubato dall'infelice successo; perciocchè la
fusione riuscì malissimo, e ogni cosa fu rovinata. Non si
smarrì nondimeno l'Algardi, e ritornato al lavoro, lo
compiè finalmente con molta sua gloria, e oltre la paga
dovutagli, n'ebbe dallo stesso pontefice in premio una
catena d'oro del valore di circa 200 scudi, e le divise di
cavaliere di Cristo. Il deposito di Leone XI, e il basso
rilievo nella basilica vaticana, che esprime la storia di
Attila, finirono di stabilire la reputazione dell'Algardi,
che fu poi rimirato come uno de' più rinomati scultori; e
fu anche con larghe promesse invitato in Francia dal
cardinal Mazzarini. Ma la grazia e il favore cui godeva
presso il pontef. Innocenzo XI, il tennero in Roma, ove
dopo aver date più altre pruove del suo valore nella
scultura, chiuse i suoi giorni in età di circa 55 anni nel
1654. Il Bernini, oltre più altri che ne ragionano, ha
avuto a scrittore della sua Vita Filippo Baldinucci, che
per ordine della reina Cristina la stese e la pubblicò, e
ne inserì poi anche un compendio nelle sue Notizie (t.
14, p. 3, ec. ed. fir. 1772). Fu egli figlio di Pietro
Bernini pittore e scultore esso ancor rinomato, di patria
fiorentino, ma che vivea in Napoli, ove nacque
Gianlorenzo. Questi passato poscia col padre a Roma,
mentre non contava che dieci anni di età, lavorò una
testa di marmo con tal destrezza, che il pontef. Paolo V
ne rimase sorpreso; e fatte altre sperienze nel raro
talento di questo ammirabil fanciullo, e regalatigli
dodici medaglioni d'oro, raccomandollo al card. Maffeo
Barberini, perchè ne avesse cura, e gli desse il mezzo di
far sempre maggiori progressi. Corrispose in fatti il
Bernini alla grande aspettazione che di lui si era
formata, e nel lunghissimo corso di vita, che ebbe, fece
sì gran copia di lavori in marmo e in bronzo, che Roma
ne è in ogni parte fregiata, oltre i moltissimi che da lui
furono mandati in diverse altre parti. Tutti i romani
pontefici, a' cui tempi egli visse, profusero sopra lui a
piena mano le grazie e i doni; e appena vi ebbe sovrano
in Europa, che non volesse aver qualche opera del
Bernini. La reina d'Inghilterra Enrichetta Maria volle da
lui il busto del suo marito Carlo I. Il re Luigi XIV nel
1644 il fece invitare dal card. Mazzarini alla sua corte
colla promessa di dodicimila scudi di provvisione; ma
egli non volle abbandonare il pontef. Urbano VIII a cui
era carissimo. E solo nel 1665 fece un viaggio a Parigi,
chiamatovi dallo stesso monarca, perchè esaminasse i
diversi disegni fatti pel Louvre (perciocchè anche
dell'architettura era il Bernini intendentissimo), e nel
soggiorno che ivi fece, non v'ebbe onore e ricompensa
che da quel gran sovrano non ottenesse. Francesco I,
duca di Modena, volle dal Bernini il suo ritratto in
marmo, che tuttor conservasi in questa ducal galleria, e
gliene diede ricompensa di tremila scudi, oltre dugento
Ungheri donati a chi portollo da Roma. Un gran
Crocifisso di bronzo ei lavorò pel re di Spagna Filippo
IV. La reina Cristina lo ebbe oltre modo caro, e gli
commise molti lavori, per cui egli ne fu splendidamente
rimunerato. Egli ebbe anche l'impiego d'architetto della
fabbrica di s. Pietro; e più altre fabbriche in Roma e
altrove furon da lui disegnate, come si può vedere dal
lungo catalogo che il Baldinucci ha aggiunto alla Vita di
questo celebre professore, ove si annoverano i busti e le
statue di marmo e di metallo da lui lavorate, e le altre
opere d'architettura da lui disegnate. Ei visse fin quasi
agli 82 anni, a compiere i quali mancavangli nove
giorni soli, quando una lenta febbre, e poscia un colpo
d'apoplesia, il tolse la vita a' 28 di novembre del 1680.
III. L'arte dell'intaglio in rame ebbe
parimente in Italia alcuni celebri professori,
e di tre fra essi fa il Baldinucci distinta
menzione. Il primo di essi è Antonio Tempesta
(Cominciam. e progr. dell'arte d'intagliare p. 68 ed. fir.
1767) di patria fiorentino, e scolaro di Santi di Tito. Ei
fu valoroso non meno nell'intagliare che nel dipingere;
ma nella prima di queste arti fu in singolar modo
stimato, e la cacce e le fiere singolarmente da lui
intagliate ad acqua forte sono tuttora famose. Ei visse
lungamente in Roma, ove si era recato fin da' tempi di
Incisori in
rame.
Gregorio XIII; ed ivi ancora morì in età di circa 75
anni, a' 5 d'agosto del 1630. Stefano della Bella
fiorentino, nato nel 1610, è il secondo tra' celebri
intagliatori, le Vite de' quali dal Baldinucci sono state
descritte (ivi p. 139). Egli ancora fu qualche tempo in
Roma, ma poscia per desiderio di miglior sorte passò in
Francia, ove fra le carte che disegnò ed incise, furon
celebri quella dell'assedio di Arras e di quello di S.
Omer. Grande perciò fu la fama, e non ordinarj gli onori
che ivi ebbe Stefano, il quale avrebbe potuto fissare a
quella corte il soggiorno. Ma dopo undici anni volle
tornare in Italia, e si diè al servizio de' Medici suoi
sovrani, ove continuò a dar molte pruove del suo valore
in quest'arte fino al 1664 che fu l'ultimo di sua vita. Il
terzo è Pietro Testa pittore e intagliatore lucchese (ivi p.
171), scolaro di Pietro da Cortona, che visse per lo più
in Roma, ove disegnò in cinque tomi le antichità
raccolte dal commendator Cassiano dal Pozzo, e datosi
poscia ad intagliare in acqua forte, ottenne tal fama, che
i suoi rami si videro avidamente cercati e raccolti dagli
strnieri. Ei finì di vivere in età di soli 40 anni, annegato
nel Tevere, o perchè incautamente vi cadesse, mentre
stava alle sponde disegnando qualche cosa, o perchè,
come altri crederono, spontaneamente vi si gittasse,
tratto dalla disperazione pel poco frutto che pareagli
raccogliere dalle sue fatiche.
IV. La Pittura però più che tutte le altre arti ebbe in
questo secolo in Italia una copiosa e illustre serie di
professori, i quali benchè niun di essi
giugnesse a uguagliare la fama de'
Tiziani, de' Correggi, de' Raffaelli,
furon nondimeno di tal valore, che noi
potremmo riputarci felici, se avessimo parecchi che lor
si potessero paragonare. La scuola bolognese
singolarmente giunse a una tale celebrità, che parve
eclissar tutte le altre, ed ella ne fu debitrice ai tre
Carracci, cioè a Lodovico e a' fratelli Annibale e
Agostino di lui cugini, e agl'illustri lor discepoli. De' tre
Carracci tanto hanno già scritto il co. Malvasia, il
Baldinucci, il Bellori, l'autor francese del Compendio
delle Vite dei più rinomati Pittori, e più altri, che non
giova il parlarne di nuovo a lungo. Lodovico fu il
fondator della nuova scuola, che fu detta perciò
carraccesca, e che si prefisse di unire insieme le diverse
bellezze e i diversi pregi de' più eccellenti pittori, e di
formare così un nuovo genere di pittura, che fosse da
tutti gli altri diverso. Egli era nato in Bologna nel 1555
da un padre macellaio di professione, che avealo
destinato allo stesso impiego. Ma il suo genio lo traeva
al disegno, e diessi perciò a scolaro a Prospero Fontana,
indi a Domenico Passignani in Firenze, e aggirandosi
per molte città d'Italia, prese a esaminare con attenzione
le opere de' più famosi pittori. Animò allo studio
medesimo i due suoi cugini Agostino ed Annibale
figliuoli di Antonio, nato nel territorio di Cremona, ma
passato a Bologna per esercitare la professione di sarto.
Erano ivi nati amendue, il primo circa il 1559 il
secondo nel 1560. Agostino avea un ingegno
Pittori della scuola
bolognese: elogio
dei Carracci.
mirabilmente disposto ad ogni sorta di scienza, ed ei si
distinse ugualmente nella poesia, nella filosofia e nella
matematica. Annibale non curossi molto di studio di
sorta alcuna, ma a questa mancanza suppliva in lui un
genio mirabilmente fecondo di nuove e graziose
invenzioni. Così uniti insieme questi tre grandi uomini,
presero a gareggiare tra loro nel dare le più belle pruove
del lor valore. Tra' due fratelli sorgeva spesso una cotal
gelosia, che avrebbe potuto in pericolose nimicizie; ma
Lodovico si sforzava di tenerli amichevolmente uniti tra
loro, e di renderli e non rivali. Fondò con essi
un'accademia in Bologna, da cui uscirono poscia que'
tanti e sì valorosi pittori che renderono quella scuola sì
rinomata. Bramoso egli stesso di ottener nome a' suoi
cugini, inviò Annibale a Roma a dipingere la celebre
Galleria Farnese; per cui era egli stato richiesto.
Andovvi poi egli medesimo per veder l'opera di
Annibale, di cui fu molto contento, e vi aggiunse egli
stesso qualche figura. Fra le più rinomate opere di
Lodovico, son le pitture del chiostro di s. Michele in
Bosco in Bologna, incise non ha molto, e date alla luce
nella stessa città, parte delle quali furono opera di esso,
parte di altri egregi pittori scolari, o imitatori de'
Carracci. Egli morì in Bologna nel 1619, e vuolsi che
gli fosse affrettata la morte dal dispiacere per una
pittura a fresco, la quale a cagione della sua vista ormai
indebolita non gli riuscì felicemente. Agostino era già
morto nel 1602 a Parma in età di 43 anni, e Annibale a
Roma nel 1609 in età di 49. Amendue aveano dato un
gran saggio della loro eccellenza nel dipingere la
Galleria Farnese in Roma, ove Agostino uomo di molta
erudizione somministrava i pensieri, che poscia si
eseguivan da Annibale, e talvolta da lui medesimo. La
gelosia che, come si è detto, sorgeva spesso fra loro, fu
cagione che Agostino se ne patì, e andossene a Parma,
ove fu impiegato al servigio del duca, e ove fece più
opere assai pregiate, ma assai invidiate ancora da quelli
che mal volentieri il vedevano sollevarsi tanto
sull'ignobil turba degli altri mediocri pittori. Ne sono
singolarmente in molta stima i disegni; perciocchè egli
fu abilissimo nel disegnare sì colla penna che col
bulino; e spesse volte ei correggeva ne' suoi rami le
inesattezze de' più famosi pittori. Annibale, oltre la
Galleria Farnese, che basta a renderlo immortale, molte
altre pitture lasciò in Roma, in Bologna, in Napoli; e
moltissimi quadri se ne veggono sparsi nelle più celebri
gallerie, ne' quali non si può agevolmente decidere se
più debba ammirarsi l'ingegno e la vaghezza
dell'invenzione, o l'esattezza del disegno, o la vivacità e
la forza del colorito. Egli ancora fu disegnatore e
intagliatore eccellente, e molte stampe ne vanno per le
mani degl'intendenti, che da essi son pregiatissime. Ma
ei non ebbe quel frutto che dalle sue fatiche poteva
sperare, perciocchè si racconta che per opera di un
cortigiano, ignorante al pari che avaro, per premio della
grand'opera della Galleria Farnese, in cui avea
impiegato otto anni, non avesse dal card. Odoardo
Farnese che il dono di 500 scudi d'oro.
V. Ma ciò che rendette principalmente
illustre il nome de' Carracci, fu il numero e
il valore de' loro discepoli, molti de' quali
sarebber degni di distinta menzione, se in questo
argomento io non dovessi più che negli altri esser breve,
e se le opere mantovate poc'anzi non ce ne dessero le
più copiose notizie. Antonio Carracci, figliuol naturale
di Agostino, avrebbe uguagliati, o superati forse anche
il padre e i zii, se una immatura morte in età di soli 33
anni non l'avesse rapito. Guido Reni, nome sì celebre
tra' pittori, ed uno de' più chiari ornamenti di Bologna
sua patria, ov'era nato nel 1575, dalla scuola di Dionigi
Calvart fiammingo, che ivi godeva di qualche nome,
passò per sua buona sorte a quella de' Carracci, e s'egli
non giunse ad uguagliarne l'energia e l'espressione, li
superò nella nobiltà e nella grazia, e alle teste
singolarmente seppe dare un'aria sì leggiadra e sì viva,
che in ciò non ebbe forse chi 'l pareggiasse. Dipinse
molto in Bologna, e molto ancora in Roma, e perciò il
Passeri ne ha scritta la Vita tra quelle de' celebri
dipintori che fiorirono in quella città (p. 57, ec.); e
tornato poscia a Bologna, chiuse ivi i suoi giorni a' 18
d'agosto del 1642. Scolaro pure e concittadino de'
Carracci fu Domenico Zampieri, detto comunemente il
Domenichino, nato nel 1581, di cui ha scritto
distesamente la Vita il medesimo Passeri (p. 1, ec.),
perchè egli ancora fu molto occupato in Roma.
L'espressione e il colorito furono i pregi ne' quali ei
segnalossi principalmente; e alcuni valorosi pittori son
giunti a paragonare la Comunione di s. Girolamo da lui
Loro
discepoli.
dipinta nelle chiesa della Carità alla famosa
Trasfigurazione di Raffaello, e il Passeri fra tutti i
quadri di Roma a questo sol lo propose. E nondimeno
non ne ebbe che il prezzo di 50 scudi. Fu chiamato a
Napoli nel 1629 per dipinger la cappella di s. Gennaro,
che, quanto è ora ammirata da' più saggi conoscitori,
altrettanto fu allora soggetta alla critica e al biasimo de'
pittori di quella città, che mal volentieri vedevano
anteporsi loro uno straniero. E tali furono le
persecuzioni che il Domenichino vi sostenne, che ei
risolvette di partirsene segretamente, come infatti
eseguì, e tornato poscia per replicate istanze a Napoli,
oppresso da nuovi disgusti, e non senza qualche
sospetto di veleno, morì nel 1641. Giovanni Lanfranco
pittor parmigiano, nato nel 1581, di cui parimente il
Passeri scrisse la Vita (p. 295, ec.), fu scolaro di
Agostino e poscia di Annibale; ma si studiò
singolarmente di imitare il Correggio. Dipinse molto in
Roma e in Napoli, e in questa seconda città fu più felice
che il Domenichino, e seppe meglio ottenere l'amore e
la stima degli abitanti, e finì poi di vivere in Roma a' 29
di novembre del 1647. Lo stesso scrittore ci ha data la
Vita di Gianfrancesco Barbieri, detto il Guercino da
Cento (p. 369, ec.), perchè era guercio, e nato nella
detta città nel 1590. Ei dovette a' Carracci il primo
indirizzo alla pittura; perciocchè seguendo spesso il
povero suo padre a Bologna, che vi conduceva carri di
legna, avvenutosi talvolta a entrare nelle loro stanze,
rimaneva sì estatico in vedere i loro lavori, ch'essi,
scoprendo in lui uno straordinario genio a quell'arte,
cominciarono a dargli qualche cosa a copiare. Egli
poscia da se medesimo s'innoltrò in questo studio, e
prese a dipingere con una forza di colorito e con un
lavoro di chiaroscuri sì ammirabile, che in ciò parve
lasciarsi addietro anche i più rinomati pittori, benchè
nelle altre parti fosse ad essi inferiore. Visse per lo più
in Cento; ma portossi più volte a Bologna; fu anche in
Roma, ove lasciò diverse opere del suo pennello. Nè
v'ebbe forse pittore che tanto dipingesse quanto il
Guercino, perciocchè egli avea una singolare velocità
nel disegnare e nel colorire i suoi quadri. Dopo la morte
di Guido Reni, passò a soggiornare stabilmente in
Bologna, ove anche morì nel 1666. Avea egli, dopo
essersi stabilito in Bologna, cambiata maniera e stile,
lasciando l'energico e il forte, e prendendo un modo più
delicato e soave; nel che però ei non fu ugualmente
felice. Scolare de' Carracci furono inoltre Bartolommeo
Schedone modenese, uno de' più valorosi imitatori del
Correggio, che fu più anni al servigio della corte di
Parma, ed ivi morì nel 1615, in età di circa 56 anni,
afflitto come dicesi, dal dolore di una gran perdita fatta
al giuoco. Francesco Albani bolognese, nato nel 1578,
condiscepolo, e poi rivale di Guido, che visse fino al
1660, e in Bologna, in Roma, in Firenze lasciò molte
celebri opere del suo pennello, e dal Passeri, il quale ne
ha scritta la Vita, vien difeso contro le taccie che da
alcuni gli si oppongono, e annoverato per ogni riguardo
tra' più illustri pittori (p. 295, ec.), Leonello Spada,
Gianfrancesco Grimaldi soprannomato il bolognese,
Jacopo Cavedone da Sassolo, che fu dapprima sì illustre
pittore che alcuni de' suoi quadri furon creduti opera di
Annibale Carracci, ma poscia o per lacune domestiche
sventure, o per una infermità che ne consumò gli spiriti,
cadde talmente di pregio, che fu ridotto a dipingere
tavolette votive, e a vivere in limosina, e in una estrema
miseria chiuse i suoi giorni in Bologna nel 1660, e
alcuni altri, de' quali non giova di far distinta menzione
71
. Dalla scuola medesima uscirono Agostino Mitelli e
Angiolo Michele Colonna 72 amendue bolognesi, che
uniti insieme, e dotati di non ordinaria abilità, uno negli
ornamenti e nell'architettura, l'altro nelle figure,
dipinser molto in Bologna e altrove, e fra le altre cose la
celebre galleria di questa ducale villeggiatura di
Sassolo. Passarono poi a Madrid chiamati dal re Filippo
IV, e ivi pure diedero illustri saggi del lor valore. Il
Mitelli vi morì in età di 51 anni nel 1660. Il Colonna
tornò in Italia, e dopo essere stato alcuni anni in Firenze
e in Bologna, fu dal re Luigi XIV chiamato a Parigi nel
1671, ove ancora ammirate furono le sue pitture. Tornò
poscia due anni appresso in Italia, e finì di vivere in
Bologna nel 1687, in età di 87 anni (Passeri p. 269, ec.;
Abregé de la Vie des Peintres t. 1, p. 59; t. 2, p. 163,
ec.). Carlo Cicagni bolognese uscì egli ancora dalla
scuola dei Carracci, benchè non fosse loro discepolo,
71
Così dello Schedoni come del Cavedone si son date più distinte notizie
nella Biblioteca modenese (t. 6, p 358 527).
72
Angelo Michele Colonna non fu bolognese, ma di Rovenna tre miglia
lungi da Como. Egli innoltre e il Mitelli dipinser la galleria di Sassolo in
ciò solo che appartiene all'architettura. Le figure furono opera di m.
Boulanger francese scolaro di Guido Reni, e stipendiato da questa corte.
essendo nato solo nel 1628, e fu in concetto di uno de'
più valorosi pittori che allora vivessero, in ciò
singolarmente che appartiene alla facilità e alla grazia e
all'espressione delle passioni dell'animo, impiegato
perciò da molti principi italiani e oltramontani, e da essi
a gara onorato. Egli ebbe l'onore di esser principe della
celebre Accademia clementina di Bologna, fondata al
principio del nostro secolo, e morì in Forlì nel 1719. Tra
i seguaci della scuola carraccesca si annovera ancora
Michelangiolo da Caravaggio di cognome Amerighi.
Egli, dice il Passeri (p. 62, ec.), fece qualche
giovamento al gusto di quella nuova scuola promossa
da' fratelli Carracci, da' loro scolari; perchè essendo
uscito fuora con tanto impeto con quella sua maniera
gagliarda fece prendere fiato al gusto buono, ed al
naturale, il quale era allora sbandito dal mondo, che
solo andava perduto dietro a un dipingere ideale e
fantastico...... Ben vero, ch'egli non abbellì il nuovo suo
gusto con quelle vaghezze, colle quali la scuola
Carraccesca lo ha portata all'estrema, cioè rendendolo
pieno di piacevolezza e di delizie, ricco nelli
componimenti, adorno di accompagnature, e discreto in
tutto il portamento. Tuttavia aperse una strada, per la
quale fece tornare in vista la verità ch'erasi ad un certo
modo da lunghi anni smarrita. Di questo capriccioso
pittore, un de' più strani umori che mai si vedessero, e
che morì in Porto Ercole in età di soli 40 anni nel 1609,
si può vedere la Vita presso il citato scrittor francese
(Abregé, ec. tom. 2, p. 81).
VI. Le altre scuole italiane non furono in
questo secolo sì feconde di eccellenti pittori
come la bolognese. Domenico Feti, Andrea
Stecchi,
Michelagnolo
Cerquozzi
soprannomato dalle battaglie, perchè nel dipingerle
valeva singolarmente, Francesco Romanelli, Giacinto
Brandi, Ciro Ferri, Pier Francesco Mola milanese,
furono tra' più rinnomati pittori della scuola romana; ma
in essa sopra tutti si segnalò Carlo Maratti nato in
Camerino nella Marca d'Ancona nel 1625, e morto in
Roma nel 1713, pittore che nelle grazie e nella nobiltà
delle teste, nella bellezza delle mani e de' piedi, nella
forza dell'espressione, nella vivacità de' colori ebbe
pochi che gli potessero stare al confronto. Nella scuola
fiorentina il più celebre pittore di questo secolo fu
Pietro Berettini, dalla sua patria detto comunemente
Pietro da Cortona, ov'egli era nato nel 1596. Di lui ha
scritta la Vita, benchè imperfetta, il più volte citato
Passeri (p. 1398, ec.), il quale rileva i diversi e rari pregi
di questo illustre pittore, e conchiude dicendo che s'egli
non può paragonarsi nel disegno a Michelangelo, egli
ha avuto però un ottimo universale, e merita essere
annoverato tra' più insigni valentuomini del nostro
secolo. Egli morì in Roma nel 1669. Nella scuola
veneziana ebbe gran nome Alessandro Turchi
soprannomato l'Orbetto, morto in Roma nel 1648, le cui
pitture, come afferma il march: Maffei (Ver. illustr. par.
3, p. 302), da' professori di grido si sono udite esaltare
niente meno che quelle dei Carracci, del Correggio e di
Guido Reni. L'autor francese delle Vite de' Pittori
Pittori delle
altre scuole
italiane.
annovera tra quelli della scuola veneziana il fratel
Andrea Pozzo gesuita, di cui abbiamo altrove parlato,
ma ei dovrebbe anzi aver luogo nella lombarda, che
suole unirsi colla bolognese, perciocchè in Milano,
come si è detto, egli apprese gli elementi dell'arte. E
non mancavano in fatti a quella città nel corso di questo
secolo insigni Pittori, come Pierfrancesco Mazzucchelli,
detto il cav. Morazzone, il cav. Francesco Cairo, e
prima di essi Cammillo e Giulio Cesare Procaccini, ed
altri di questa famiglia colà trasportata da Bologna,
ov'erano stati discepoli de' Carracci, de' quali e di altri
pittori che in Milano fecer conoscere il lor valore, molte
belle notizie ci somministra il ch. p. abate Gallarati
olivetano, nella sua Istruzione sulle opere di pittura, di
scultura e d'architettura, che in quella città si
conservano, e più ancora il sig. ab. Carlo Bianconi nella
sua Nuova Guida di Milano. Nè deesi tra' pittori
lombardi tacere Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo
dalla sua patria, luogo del territorio di Casale in
Monferrato, che in Milano e più ancora in Pavia lasciò
molte pruove dell'eccellenza del suo pennello, ed ebbe
perciò l'onore di esser scritto nel 1610 alla cittadinanza
di Pavia. Egli ebbe numerosa figliuolanza, e quattro
figlie singolarmente che si rendettero monache, una
delle quali detta Orsola Maddalena fu in quest'arte
medesima imitatrice e seguace del padre. Questi morì in
Moncalvo circa il principio del 1626, come raccogliesi
da' monumenti intorno a questo pittore trasmessimi dal
ch. sig. baron Giuseppe Vernazza, de' quali mi spiace
che la brevità che in questo capo mi son prefissa, non
mi permetta di usar più ampiamente. Io non mi tratterrò
parimente in ragionare stesamente de' pittori napoletani,
tra' quali si distinsero Giuseppe Ribera spagnuolo di
nascita, ma passato in età giovanile a Napoli, Mario
Nuzzi soprannomato de' Fiori, Mattia Preti, Salvator
Rosa da noi nominato già tra' poeti, Luca Giordano; nè
dei genovesi, tra' quali furono celebri Bernardo Castelli
e Valerio di lui figliuolo, Giovanni Carlone, Benedetto
Castiglione, i Borzoni e Giambattista Gauli
soprannomato il Bacicia, perciocchè ciò che ad essi
appartiene, si può vedere nelle opere altre volte citate
del Domenici e del Soprani. E io porrò fine a questo
capo coll'accennare un fatto assai glorioso all'Italia, che
narrasi dal Baldinucci nella Vita di Costantino de' Servi
celebre ingegnere, architetto e pittore, cioè che il sofi di
Persia per mezzo di un suo ambasciatore mandato al
gran duca Cosimo II, pregollo ad inviargli eccellenti
professori italiani delle tre arti, de' quali egli volea usare
ad abbellire la sua corte e la sua capitale; e che il gran
duca gl'inviò a tal fine il suddetto Costantino, di cui
erasi egli stesso per più anni con sua soddisfazione
servito. Così il nome degli artisti italiani non giungeva
soltanto alle altre provincie d'Europa, ma stendevasi
ancora a' più lontani regni dell'Asia, e moveva i più
potenti monarchi a desiderar di valersi dell'opera loro 73.
73
Non dee passarsi sotto silenzio un nuovo genere di pittura trovato in Italia
nel secolo XVII, cioè quello che dicesi a scagliola, o, come altri
l'appellano, a mischia; con cui per mezzo della pietra speculare, o selenite
cotta al fornello, sottilmente stritolata, indi stemprata in un glutine
formato di ritagli di pelli conciate, e aggiuntevi i colori che si vogliono
LETTERA
DELL'ABATE GIROLAMO TIRABOSCHI
BIBLIOTECARIO DEL SERENISSIMO DUCA DI
MODENA
AL SIGNOR ABATE NN.
Intorno al Saggio storico-apologetico della
Letteratura spagnuola dell'ab. D. Saverio
Lampillas.
Ho letto il primo tomo diviso in due parti del Saggio
storico-apologetico della Letteratura spagnuola del sig.
ab. D. Saverio Lampillas, stampato in Genova nel
corrente anno 1778, che voi mi avete trasmesso, perchè
io ve ne dica il mio sentimento 74. Voi sapete che non vi
ha cosa alcuna ch'io vi soglia tener nascosta; tanta è
l'amichevole confidenza che sempre è stata tra noi. Ma
questa volta, ancorchè voi non mi foste quell'intimo
amico che pur mi siete, vi scoprireri l'animo mio, perchè
usare, sul muro non meno che sulle tavole si imitano i marmi e le pietre
preziose, e vi si dipingono paesaggi, fabbriche e figure d'ogni maniera.
Nella Biblioteca modenese (t. 6, p. 398, ec.) ho provato con sicuri
argomenti che questa invenzione, lungi dall'esser nata in Toscana nel
nostro secolo, come taluno ha asserito, tutta deesi a Guido dal Conte Fassi
carpigiano, e che i primi lavori ne furono ivi eseguiti circa il 1615.
74 Il sig. ab. Lampillas ha poi pubblicati due altri tomi del suo Saggio,
ciascheduno diviso in due parti; e ad alcuni passi, ne' quali egli combatte
la mia Storia, si è data a suo luogo risposta.
desidero che i miei sentimenti si faccian palesi, affinchè
tutti conoscano quanto sian diversi da quelli che il sig.
ab. Lampillas mi attribuisce.
Non vi è ignota la costante mia risoluzione di non
fare alcuna risposta alle critiche che contro la mia Storia
della Letteratura italiana vengano a luce. La bontà, con
cui il pubblico l'ha accolta, ha fatto che pochi avversarj
e in cose di poco momento ha ella avuti finora. Io non
ho replicato alle loro censure, e ho lasciato che i saggi e
gli eruditi decidessero tra me e loro. A quelli che mi
hanno amichevolmente avvertito di qualche fallo in cui
io era caduto, ho attestata la mia riconoscenza, e le
Giunte e le Correzioni che pubblicherò al fin della
Storia, faranno conoscere quanto io sia facile a ritrattare
e a correggere ciò che ho scritto.
Lo stesso metodo avrei io volentieri tenuto col sig.
abate Lampillas; e s'ei non avesse fatto altro che
confutare le mie opinioni, io o avrei cambiato parere,
s'ei mi avesse convinto, o, se avessi creduto di aver per
me la ragione, pago di ciò, avrei lasciato che il pubblico
ne decidesse. Nè a farmi rompere il mio silenzio
avrebbero avuta forza bastante le maniere non troppo
amichevoli e dolci colle quali egli mi ha assalito.
Ma il sig. ab. Lampillas non contento di combattere le
mie opinioni, combatte ancora la mia riputazione e il
mio buon nome. Egli mi rappresenta come un dichiarato
nimico della letteratura spagnuola; che altro non cerca
che di screditarla; che raccoglie studiosamente tutto ciò
che possa render ridicoli gli autori spagnuoli; che
dissimula tutto ciò che torna in loro gloria; che pare in
somma che abbia preso a scriver la Storia della
Letteratura italiana solo per biasimar la spagnuola.
Eccovi alcuni tratti dell'opera del sig. ab. Lampillas.
Leggeteli, e decidete s'io poteva esser dipinto con più
neri colori.
"Il Sig. Ab. Tiraboschi, dic'egli (par. 1, p. 64), ha loro
dato luogo, parla degli autori spagnuoli, nella Storia
Letteraria d'Italia per aprirsi la strada a biasimarli. E
poco appresso (p. 65). Adottata dall'Ab. Tiraboschi la
sfavorevole prevenzione contro i celebri Spagnuoli, che
fiorirono in Roma dopo la morte d'Augusto, bisognava
far comparire nel più orrido aspetto la decadenza della
Letteratura Romana in quel secolo. Vedo ben io (p. 89)
quanto premeva all'Abate Tiraboschi il trovar alcuno
della famiglia de' Seneca accennato tra' corruttori
dell'Eloquenza. Così quest'Autore (parla di me, p. 129)
trova facilmente ragioni per iscusare gli Autori Italiani:
non così ei si contiene, allorchè vuol esporre alla vista i
difetti degli Scrittori Spagnuoli. Egli allora non trova
espressioni, che sieno forti a sufficienza. Nulla perdona,
nulla scusa, nulla dissimula, anzi all'opposto si prevale
de' più neri colori per formar più orrido quel ritratto, che
ha nelle mani. Io mi persuado (par. 2, p. 30) che se
Balbo fosse vissuto nel secolo dopo Augusto, avrebbe
avuto luogo in detta Storia, come altri Spagnuoli,
conciosiacchè venendo dal detto Autore dipinto quel
secolo, come corruttore della Romana Letteratura,
bisognava frammischiarvi Spagnuoli, a' quali addossare
la causa di tal corruttela. Ma nel secol d'oro, nel secol
del buon gusto introdurvi uno Spagnuolo di merito! Ciò
non poteva ottenersi che da un Autore, il qual fosse
prima spogliato affatto de' pregiudizj antispagnuoli, e
tale certamente non era l'Abate Tiraboschi, mentre
scrisse la Storia di quel secolo. — Il solo titolo (p. 40) di
Spagnuolo ha privato Igino del meritato posto tra i
celebri Scrittori del secol d'oro. — Premeva troppo al
detto Autore (parla di me, p. 41, e vedete con qual
gentilezza!) che non comparisse in Roma nel secol d'oro
uno Spagnuolo, il quale fra i Letterati Romani fosse
stato prescelto da Augusto, a cui affidar la cura
dell'Imperial Biblioteca; temendo forse non fosse per
perdere molto nella comune estimazione il posto, che
egli degnamente occupa, se si sapesse, che fin nel secol
d'Augusto fu ottenuto da uno Spagnuolo. — Tutti quei
Spagnuoli (p. 62), i quali ha stimato il suddetto Storico
di doversi lodare meritevolmente, vengono da lui pretesi
Italiani, quasicchè non potesse combinarsi insieme
l'essere Spagnuolo, e l'esser Letterato di merito. — Ciò
ben sapeva l'Abate Tiraboschi (p. 63) e credeva troppo
ingiusto il non entrar anch'egli nel numero de'
Panegiristi di Quintilliano.... Dover però confessare, che
Spagnuolo fu l'Autore d'una delle più pregevoli opere di
tutta l'antichità: ....era questo un imbarazzo, dal quale
non credette potersene sbrigare, se non col mettere in
dubbio, che Quintilliano fosse Spagnuolo. — Non così
l'autore della Storia Letteria d'Italia (p. 78), anzi
dissimulando, che detti Principi (Traiano, Adriano e
Teodosio) fossero Spagnuoli, priva la nostra nazione di
quella stima, che ispirerebbe ne' suoi leggitori il sapere,
che fu la Spagna madre di così illustri Sovrani. In questa
guisa (p. 93) pensa il suddetto Storico di trovare fin
dove non v'è, quello che può recar poco onore agli
Spagnuoli, e non trova ciò che trovano altri men
pregiudicati a loro vantaggio. — A vista (p. 193) di
quanto abbiam detto in questo §. parrà incredibile, che il
Bettinelli e il Tiraboschi passino per quest'Epoca,
discorrendo minutamente della Poesia Provenzale, senza
che scuoprano il menomo vestigio di Spagna, o di
Governo Spagnuolo. Anzi per iscancellarne vieppiù
ogni memoria, sfigurano stranamente il cognome de'
nostri Principi, senza che mai da loro vengano chiamati
Conti di Barcellona, titolo che gli darebbe a conoscere
per Ispagnuoli. — L'Abate Tiraboschi (p. 208) ha
stimato di aver ragione di poter condannare l'intiera
Nazione Spagnuola ad esser per una fatal forza di clima
portata al cattivo gusto".
Questi sono i leggiadri colori co' quali mi dipinge
l'ab. Lampillas non sol ne' passi da me allegati, ma in
moltissimi altri ch'io tralascio per brevità, e non
contento di questi tratti qua e là sparsi, sul fine della sua
opera fa un epilogo della mia Storia, e pretende di
dimostrare che tutto lo studio io abbia posto
nell'oscurare la gloria spagnuola e nello screditare gli
autori di quella nazione.
Questo è ciò che io dolgomi col sig. ab. Lampillas, e
me ne dolgo in faccia a tutti gli uomini letterati, cioè che
io voglia attribuirmi una rea intenzione, indegna d'uom
saggio ed onesto, qual è quella di screditare, riguardo
alla letteratura, la nazione spagnuola, per la quale io
serbo, e in diversi passi della mia Storia ho mostrato,
quel sincero rispetto di cui ella è meritevole. Io mi
appello alla testimonianza vostra, e di tutti quelli da'
quali ho l'onore di essere conosciuto. Voi sapete, e sanno
essi pure, se sia questa la maniera mia di pensare, e se io
soglia prescrivere alle letterarie mie fatiche fini sì bassi
e sì sconvenienti, quali il sig. ab. Lampillas suppone.
Io confesso che ho creduto ed ho scritto che gli
Spagnuoli abbiano avuta non poca parte nella
corruzione del gusto così ne' tempi della decadenza
della romana letteratura, come nella decadenza che
soffriron tra noi le lettere nel secolo precedente. Ed
eccovi tutto il passo in cui ho proposta e spiegata la mia
opinione; passo che meglio avrebbe fatto il sig. ab.
Lampillas a recar per intero, invece di recarne or un
membro, or un altro, e ripeterlo più e più volte e in
diverse maniere, talchè sembra ch'io altro non faccia
nella mia Storia, che declamar contro la Spagna. "A ciò
concorse, dico io parlando del secolo XVII (t. 2, p. 26),
ancora come osserva un colto e ingegnoso moderno
scrittore, il dominio che gli Spagnuoli aveano allora in
Italia. Questa ingegnosa nazione che sembra, direi
quasi, per effetto di clima portata naturalmente alle
sottigliezze, e che perciò ha avuti tanti famosi scolastici,
e sì pochi celebri oratori e poeti, signoreggiavane allora
una gran parte; i loro libri si spargevano facilmente; il
loro gusto si comunicava; e come sembra che i sudditi
facilmente si vestano delle inclinazioni e de' costumi de'
loro signori, gl'Italiani divennero, per così dire,
spagnuoli. A confermare un tal sentimento io
aggiugnerò una riflessione che parrà forse aver alquanto
di sottigliezza; ma ch'è certamente fondata su un vero
fatto. La Toscana, ch'era più lontana dagli Stati e di
Napoli e di Lombardia da essi dominati, fu la men
soggetta a queste alterazioni; come se il contagio
andasse perdendo la sua forza, quanto più allontanavasi
dalla sorgente onde traeva l'origine. Non potrebbesi egli
ancor dire che ciò concorresse non meno al primo
dicadimento delle lettere dopo la morte d'Augusto?
Marziale, Lucano e i Seneca furon certamente quelli che
all'eloquenza e alla poesia recarono maggior danno; ed
essi ancora erano spagnuoli; e il clima sotto cui eran
nati, congiunto alle cagioni morali che abbiamo recate,
potè contribuire assai a condurgli al cattivo gusto che in
essi veggiamo". In otto tomi della mia Storia, quanti a
quest'ora ne son venuti a luce, questo è il sol passo in
cui io parli generalmente dell'influenza che, a mio
parere, gli Spagnuoli hanno avuta nella corruzione del
buon gusto; e io prego il sig. ab. Lampillas a citare, se
può, solo un'altra parola in tutta la mia Storia, che a ciò
si riferisca. Ed ei nondimeno parla in tal modo, come se
altro io non facessi in tutto il decorso di essa che
screditare la sua nazione.
Non è qui tempo di tornar sull'esame di questa
opinione, nè di ricercare se il sig. ab. Lampillas labbia a
ragion combattuta. Lo scopo di questa mia lettera non è
il difender ciò ch'io ho scritto, ma di ribatter le accuse e,
mi sia lecito il dirlo, le ree calunnie ch'egli mi ha
apposte.
Io chieggo in primo luogo a chiunque non è del tutto
sfornito del senso comune, se questa mia opinione
poteva esporsi con maggior modestia e riserbo di quel
ch'io ho fatto. Io non dico, come mi accusa di aver detto
l'ab. Lampillas, che la decadenza della letteratura
debbasi al dominio spagnuolo, dico che a ciò concorse,
dico che il clima sotto cui nacquero Lucano, Marziale,
ec. potè contribuire a condurgli al cattivo gusto,
espressione, come ognun vede, assai moderata, e molto
più che vi si aggiugne il clima congiunto alle cagioni
morali. Io riferisco ancora questa opinione, come già
sostenuta da altri, e infatti da non pochi ella è stata
sostenuta: confesso che la ragione ch'io reco per
confermarla, parrà forse aver alquanto di sottigliezza.
Se io dico che la nazione spagnuola ha avuti pochi
celebri oratori e poeti, dico ancora che ha avuti tanti
famosi scolastici. In somma io espongo il mio
sentimento, quale esso è veramente, ma lo espongo in
quel modo in cui vorrei che il sig. ab. Lampillas avesse
esposto il suo.
S'egli non avesse fatto altro che impugnare la mia
opinione, io farei plauso al suo ingegno e al suo amor
patriottico. Ma ch'egli mi attribuisca intenzioni ch'io
non ho avute giammai, questo è ciò ch'egli non potrà
mai nè giustificar, nè scusare.
E veramente qual maniera di scrivere è mai questa?
Se io dico che i Seneca hanno recato gran danno alla
romana eloquenza, ciò è perchè i Seneca sono
spagnuoli. Se accuso Seneca il filosofo di empietà e
d'ipocrisia, il fo perchè egli è di nazione spagnuolo.
Perciò sono spagnuoli, io affermo che Lucano e
Marziale hanno corrotto la poesia latina. Io non parlo di
Cornelio Balbo, nè d'Igino perchè sono spagnuoli.
Perchè Quintiliano è un uomo di raro merito, io muovo
dubbio intorno alla sua patria, e vorrei farlo credere nato
in Italia. Io antipongo nel carattere morale Plinio a
Seneca, perchè Plinio è italiano, Seneca, è spagnuolo.
Traiano, Adriano e Teodosio furono imperadori degni di
molta lode, e perciò io dissimulo ch'essi fossero
spagnuoli. Ma di grazia sig. ab. Lampillas, come sa ella
che io abbia operato per questi fini? È ella un Dio che
vede l'interno de' cuori? O è ella un profeta che dal
Cielo è scorto a conoscer le cose più occulte? Io nego
solennemente di aver avuto un sì basso motivo nel mio
scrivere, e protesto in faccia a tutto il mondo, che non è
mai stata questa la mia intenzione. O ella pruovi ch'io
l'ho avuta, o io ho diritto di esigere soddisfazione del
torto che mi vien fatto.
Io posso bensì affermare con più ragione che il sig.
ab. Lampillas non ha usata nel suo scrivere quella buona
fede che dagli uomini onesti non deesi mai dimenticare:
1. Perchè egli mi fa dir cose ch'io non ho dette; 2.
Perchè mi accusa di aver dissimulate cose ch'io non ho
in alcun modo dissimulare; 3. Perchè dissimula egli
stesso più cose che fanno in mio favore, e che
distruggon le accuse ch'ei mi ha intentate.
Dico in primo luogo ch'egli mi fa dir cose ch'io non
ho dette. Egli reca (par. 1, p. 15) come da me scritte le
seguenti parole: La dominante nazione Spagnuola porta
seco il contagio di cattivo gusto in genere di
Letteratura; e cita la Dissertazione preliminare innanzi
al tomo II della mia Storia, cioè il passo da me recato
poc'anzi. Ma dove sono elleno cotai parole? Legga e
rilegga il sig. ab. Lampillas quel passo, e ve le truovi,
s'egli è da tanto. È vero che da ciò che ivi dico, sembra
potersi raccogliere ciò ch'egli mi attribuisce. Ma quanto
diversamente e quanto più dolcemente ho io esposto il
mio sentimento, con qual cautela e qual mitigazione! E
egli lecito dunque il cambiar le parole di uno scrittore, e
l'alterarne in qualche modo il senso; e citare come
precise parole da lui usate, quelle ch'egli mai non ha
usate? Poco appresso egli altera ancora e travolge
un'altra mia proposizione. Io dico: Marziale, Lucano e
Seneca furono certamente quelli che all'eloquenza e
alla poesia recarono maggior danno; ed essi ancora
erano spagnuoli. Ed ei cita come da me scritte queste
parole: Dopo la morte d'Augusto furono gli Spagnuoli
quei che recarono maggior danno all'Eloquenza ed alla
Poesia; e con ciò rendendo universale la proposizione,
che io ho ristretta a que' tre solamente, la rende ancora
più odiosa, e non pago di ciò, un'altra volte ripete (p. 36)
questa proposizione, e di nuovo l'altera e la travisa
attribuendomi queste parole: Spagnuoli certamente
furono quelli, che condotti al cattivo gusto dalla forza
del clima, sotto di cui eran nati, recarono in questi
tempi maggior danno all'Eloquenza e alla Poesia, ov'ei
mi fa dir francamente quelle parole condotti dalla forza
del clima, mentre io ho detto solo che il clima sotto cui
eran nati, congiunto alle cagioni morali, potè
contribuire, ec. È ella dunque questa la fedeltà e la
scrupolosa esattezza con cui si debbon recar le parole
degli autori, quando si vogliono impugnare?
Un'altra ancor più grave infedeltà io debbo
rimproverare il sig. ab. Lampillas. Ecco le parole ch'egli
in altro luogo mi attribuisce (par. 1, p. 219): Lucano e
Marziale, come chiaramente si vede, vogliono andare
innanzi a Catullo e Virgilio, e il loro esempio fu
ciecamente seguito; e dice che ciò io ho scritto per
conservare all'Italia il privilegio di non corromper la
Poesia; e per mostrare chi furono gli Autori del fatale
cangiamento nella Romana Poesia. Or leggasi quel
tratto nella mia Dissertazione preliminare (p. 26). Io mi
studio di provare in quel luogo, che la decadenza
dell'amena letteratura nasce dal voler superare coloro
che l'hanno condotta alla sua perfezione. Io lo dimostro
con rammentare ciò che accadde dopo la morte di
Cicerone, e nell'età susseguente al secol detto
d'Augusto. Dico che Asinio Pollione, e poi i due Seneca,
con raffinar l'eloquenza affine di superar Cicerone, la
renderon peggiore; che Velleio Patercolo e Tacito
caddero in molti difetti, perchè vollero superare Livio,
Cesare e Sallustio, e venendo poi a' poeti, Lucano, io
dico, Seneca il tragico, Marziale, Stazio, Perseo e
Giovenale, vogliono, come chiaramente si vede da' loro
versi, andare innanzi a Virgilio, a Catullo, ad Orazio,
ec. Ove è qui, sig. abate mio stimatissimo, la buona
fede? Io unisco insieme senza alcuna diversità
Spagnuoli e Italiani, e con Lucano e con il Marziale
nomino Stazio, Persio e Giovenale. Ed ella troncando il
testo mi fa nominar solamente due poeti spagnuoli, per
persuadere a' lettori, che tutta io attribuisco agli
Spagnuoli la colpa della corruzion del buon gusto. E a
questa infedeltà è somigliante quell'altra in cui ella
citando quel mio passo medesimo, dice ch'io confesso
che Lucano e Marziale furono i migliori Poeti del suo
tempo; cosa ch'io ho detto generalmente di tutti i già
nominati poeti, e non de' due soli spagnuoli.
Più ancor mi ha commosso un'altra infedeltà che a
mio riguardo ha usata il sig. ab. Lampillas (par. 1, p.
147). Dopo aver lungamente impugnato (nè è qui luogo
a cercare con qual sorta di pruove) il carattere ch'io ho
formato di Seneca il filosofo, dice ch'io passando da
esso a Plinio il vecchio, uso queste parole: assai diverso
fu il carattere e il tenore di vita di Caio Plinio Secondo,
detto il Vecchio. E queste son veramente mie parole. Ma
che? Il sig. ab. Lampillas sdegnasi per esse meco, e
quasi quasi mi accusa al tribunale dell'Inquisizione.
"Dimando io, dic'egli può dirsi utile ed opportuno a'
tempi nostri il cercar tutte le congetture, per far credere
che fu un uomo bruttato di tutti i vizj un Filosofo, che
scrisse altamente della Divinità e della Provvidenza,
qual fu Seneca; e in confronto suo voler far credere di
un carattere onestissimo e virtuoso un derisore della
Divina Provvidenza, un combattitore dell'immortalità
dell'anima, qual fu C. Plinio"? Ma di grazia, ove mai ho
io scritto che Plinio il vecchio fosse un uomo di
carattere onestissimo e virtuoso? Legga e rilegga il sig.
ab. Lampillas tutto il passo in cui io ne ragiono; e s'ei vi
trova queste, o somiglianti parole, io mi do vinto. Io
dico, è vero, che Plinio fu di carattere, ed ebbe un tenor
di vita assai diverso da quel di Seneca; ed è vero ch'io
ho creduto, e credo tuttora, che Seneca fosse un uomo
vizioso, e un solenne ipocrita. Ma ne siegue egli perciò,
che se Plinio fu di carattere assai diverso da Seneca
fosse un uom di carattere onestissimo e virtuoso? Non
posson forse trovarsi due, o più uomini tutti viziosi, e
tutti di carattere l'un dall'altro diverso? Se Seneca fu un
ipocrita, se Plinio fu un ateo libertino, non furon essi di
carattere assai diverso? E il carattere non abbraccia
forse ugualmente e l'indole naturale, e il tenor di vita, e
il talento e lo studio e i costumi e più altre relazioni?
Con qual fondamento dunque afferma come uomo di
carattere onestissimo e virtuoso?
Dico in secondo luogo che il sig. ab. Lampillas mi
accusa di aver dissimulate cose ch'io non ho in alcun
modo dissimulate. Udire com'ei mi rimprovera di aver
aspramente trattato Lucano (par. 1, p. 264): "Se Lucano
avesse avuta la sorte di nascer sotto il Cielo privilegiato
d'Italia, trovato avrebbe l'Abate Tiraboschi nella giovine
età, in cui compose la Farsalia, ragion potentissima,
onde scusare i difetti, che si scuoprono in questo Poema,
ed ammirare le molte bellezze, che gl'imparziali vi
ammirano". Voi crederete ch'io non abbia punto
accennata la giovanile età di Lucano, e i pregi di cui
questo poeta fu adorno. Ma aprite di grazia la mia Storia
(t. 2, p. 70) e leggete: "Nè voglio già io negare che
Lucano fosse poeta di grande ingegno; che anzi ne'
difetti che noi veggiamo in lui, non cade, se non chi
abbia ingegno vivace e fervida fantasia. Ma oltrechè egli
era in età giovanile troppo e immatura per ordire e
condurre felicemente un poema, avvenne a lui prima che
ad ogni altro (in ciò ch'è poema epico) quello che
avvenir suole a' poeti, ec.". Poteva io toccare più
chiaramente ciò che il sig. ab. Lampillas si duole ch'io
non abbia toccato? E qui di passaggio osservate ch'egli
mena un gran rumore, perciò io ho detto che Lucano fu
il primo a distogliersi dal buon sentiero, e non bada, o
finge di non aver badato alla spiegazione che di queste
parole ho data nel passo sopra recato, cioè in ciò ch'è
poema epico.
Mi accusa innoltre il sig. ab. Lampillas, perchè io non
ho dato luogo nella mia Storia ad alcuni dotti Spagnuoli
che vissero lungamente in Roma a' tempi di Augusto, e
nelle età susseguenti. E primieramente ei si duole ch'io
non abbia nominato Cornelio Balbo (par. 2, p. 29); ed è
vero ch'io non ho fatta menzione, come pure tanti altri
anche Italiani ho passati sotto silenzio, perchè non ci è
rimasta alcuna loro opera. Ma non così mi può egli
rimproverare ch'io abbia dimenticato Igino. Al leggere
ciò che ne dice il sig. ab. Lampillas, par ch'io non
abbialo pur nominato. "Dovea certamente, dic'egli (par
2, p. 38), sperar tutt'altro un Bibliotecario d'Augusto,
che vedersi dimenticato in una Storia de' Letterati di
quel secolo.... Privollo però di questo onore il paese in
cui nacque, come già aveva reso indegno il gran
Cornelio Balbo.... il detto Autore crede non dover
nemmeno far menzione d'Igino, perchè ei fu
Spagnuolo...... come mai non crede, che sia a lui lecito il
far menzione d'Igino?" E così segue ripetendo più volte
stucchevolmente la stessa cosa. Ma non ne ho io forse
parlato, e non in un solo, ma in due passi della mia
Storia? Vidersi anche, così io dico parlando de'
gramatici (t. 1, p. 340), "alcuni di essi sollevati a
onorevoli impieghi, come Caio Giulio Igino e Caio
Melisso, a' quali fu da Augusto data la cura delle sue
biblioteche. Ove vuolsi di passaggio riflettere che le
opere che abbiam sotto il nome d'Igino, gli son
supposte, come comunemente si crede". E altrove
parlando de' bibliotecarj d'Augusto (p. 362): "Il secondo
è Caio Giulio Igino liberto d'Augusto, uomo nelle
antichità versatissimo, di cui pur dice Svetonio che fu
prefetto della palatina biblioteca". È vero che dopo le
parole del primo tratto, poc'anzi recate, io soggiungo:
"ancorchè fossero da lui scritte, e non è qui a farne
menzione, poichè secondo alcuni ei fu spagnuolo,
secondo altri alessandrino". Ma ciò è conforme al
metodo da me prescrittomi; cioè di non ragionare se non
di passaggio degli stranieri che vissero in Roma, trattine
alcuni pochi de' quali è più chiara la fama. Perchè
dunque menar tanto rumore, come se io per odio alla
nazione spagnuola avessi taciuto il nome d'Igino?
Piacevole poi l'accusa che mi dà il sig. ab. Lampillas
(par. 2, p. 77, ec.), rimproverandomi ch'io non dico che
fossero spagnuoli gl'imperatori Traiano, Adriano e
Teodosio, e dissimulo con ciò la gloria che alla Spagna
verrebbe dall'essere stata madre di così illustri Sovrani.
Che dite, amico mio, di una tale fanciullaggine? che con
altro nome non saprei io chiamarla. Io sto a vedere che
gli abitanti dell'antica Pannonia si dorranno di me,
perchè io non ho detto che delle lor contrade fosse natio
l'imp. Valentino I, di cui pure ho parlato con lode. Il più
leggiadro si è ch'ei passa poscia a difendere Adriano da
alcune tacce ch'io gli ho date, e a mostrare che Teodosio
fu più benemerito delle belle lettere, ch'io non ho detto.
Ma almeno perchè non sapermi grado, se non volendo
io lodar molto quegl'imperadori, ho dissimulato per
gloria della nazione ch'essi fossero spagnuoli? Se però è
ridicola l'accusa ch'egli mi dà di aver io dissimulata la
patria di que' tre imperadori, almeno ella è vera. Ma
ch'egli poscia soggiunga: L'istessa condotta si osserva
dal detto Autore, dove parla del grande Alfonso Re di
Napoli: come può egli scusarlo? Lo stesso nome di
Alfonso d'Aragona, con cui io l'appello (t. 6, par. 1), non
pruova abbastanza ch'egli era spagnuolo? E non l'ho io
detto altrove (ivi) anche più chiaramente Alfonso re
d'Aragona? E i grandi encomj che io ho fatti di quel
illustre sovrano, non bastano essi a mostrare ch'io sono
ben lungi da que' puerili pregiudizj che il sig. ab.
Lampillas mi attribuisce?
Quanto più si avanza nella sua opera il sig. ab.
Lampillas, tanto più sembra che gli si annebbino gli
occhi, per non vedere nella mia Storia ciò che pur vi si
legge da chiunque sa leggere. Egli dopo aver confutate
le pruove colle quali io ho procurato di dimostrare che
Gherando filosofo del secolo XII fu italiano, e non già
spagnuolo (nè è qui luogo di esaminare s'ei le confuti a
ragione) arreca diversi tratti ne' quali io ragiono del
sapere di esso, e quindi conchiude (par. 2, p. 165): "chi
non crederà leggendo questi bei tratti della Storia
Letteraria, che il gran Gherardo fosse un celebre
Filosofo Italiano che arricchito in Italia con ogni genere
di Filosofiche cognizioni, passò in Ispagna a far
conoscere il suo valore, e che spargendo copiosi lumi di
dottrina dissipò le tenebre, che per molti secoli aveano
ingombrato quel Regno? Eppure bisogna sapere, che
Gherardo nel caso, che sia stato Cremonese, fu un
Italiano, che sul principio del secolo XII desideroso di
coltivare gli studi Filosofici e vedendo che questi
giacevano dimenticati in Italia per la mancanza de' libri
degli antichi Filosofi, e sapendo, che fra gli Arabi di
Spagna già da tre secoli fiorivano felicemente la
Filosofia, la Matematica, la Medicina, che là trovavansi
in gran copia i libri più pregevoli di queste scienze,
recossi a Toledo, dove fatto discepolo de' maestri
Spagnuoli, ed appresa la lingua Arabica che in que'
tempi era la lingua Filosofica, recò in Latino molti libri
degli Spagnuoli, ed altri de' Greci, che gli Spagnuoli
recato aveano nella lor lingua. Tutto il valore di
Gherardo si fè conoscere in queste traduzioni, senza che
composta egli abbia opera alcuna appartenente a dette
Scienze". Chi non crederà, dirò io pure, leggendo questo
tratto del sig. ab. Lampillas, ch'io nulla abbia detto di
tutto ciò ch'ei va qui raccontando in lode della sua
Spagna? Eppure bisogna sapere ch'io l'ho scritto e
stampato quasi colle stesse parole che qui egli usa. "I
primi studj nondimeno, io dico (t. 3), furon da Gherardo
fatti in Italia, come abbiamo udito affermarsi da
Francesco Pipino; ma avendo egli osservato che assai
rari erano in queste provincie i libri degli antichi filosofi
e matematici, e sapendo che presso gli Arabi delle
Spagne ve n'avea gran copia, recossi a Toledo e appresa
la lingua arabica, si accinse al faticoso esercizio di
recare da quella lingua nella latina, ec.". E poco prima
io aveva affermato che Gherardo dovette verisimilmente
in gran parte a Toledo i suoi studj e il suo sapere.
Poteva io dire più chiaramente ciò ch'ei mi accusa di
avere dissimulato?
Nè solo egli non vede ciò che vede ognuno nella mia
Storia, ma dimenticandosi di ciò che ha letto, dopo aver
affermato ch'io dissimulo in essa qualche gloria degli
Spagnuoli, reca egli stesso le mie parole con cui loro
volentieri l'attribuisco. Udite di grazia: "Per quanto, ei
dice (par. 2, p. 162), si mostri prevenuto contro la
Spagnuola Letteratura il Sig. Abate Bettinelli, non
perciò dissimula qualunque vantaggio recato dalla
Spagna alla Letteratura Italiana, come fa il Sig. Abate
Tiraboschi. In fatti dove si tratti degli studj di Filosofia,
di Matematica, di Medicina dopo il mille, confessa
l'Abate Bettinelli, doverli l'Italia agli Spagnuoli; non
così l'Ab. Tiraboschi, anzi dispone in maniera la sua
Storia, che comparisca l'Italia la ristoratrice di tali studj
in Europa, ed anche illuminatrice della Spagna". Quindi
passa a ragionar lungamente degli studj e delle Opere
degli Arabi spagnuoli, per dimostrare quanto tutto il
mondo debba a quella nazione. Ma il credereste voi
mai? Per dimostrarlo, oltre i passi dell'ab. Bettinelli, ei
reca ancora diversi passi di quell'ab. Tiraboschi che
"dissimula qualunque vantaggio recato dalla Spagna alla
Letteratura Italiana, e che dispone in maniera la sua
Storia, che comparisca l'Italia illuminatrice della
Spagna". E cita le parole (p. 169) nelle quali io confesso
che a que' tempi era tra noi sconosciuta e dimenticata la
filosofia, e ch'ella fioriva felicemente tra gli Arabi della
Spagna. Se io affermo tai cose, come chiaramente le
affermo per testimonianza del sig. abate Lampillas,
come può egli accusarmi ch'io abbia in questo punto
medesimo dissimulate le glorie letterarie de' suoi Arabi
spagnuoli?
Io lascio in disparte la ridicola accusa ch'egli mi dà
(par. 2, p. 196) di non aver detto che s. Domenico fosse
spagnuolo. Chi v'ha che nol sappia? Oltre di che io ho
fatto un breve elogio, ma tale di cui spero ch'essi non
sieno mal soddisfatti de' due Ordini de' Predicatori e de'
Minori (t. 4), e l'elogio degli Ordini ridonda in lode de'
lor fondatori. Io non dico che s. Domenico fosse
spagnuolo; ma dico forse s. Francesco fosse italiano?
Anzi ivi io non nomino pure que' due santi, perchè parlo
di cosa nota perfino alla più ignobile plebe. Chi mai
avrebbe creduto che dovesse trovarsi un ab. Lampillas
che di ciò mi facesse un reato?
Ma questa non è finalmente che una puerilità in cui
mi vergogno di trattenermi. Non così un'altra accusa
ch'egli mi dà, di non aver fatta menzione nella mia
Storia del celebre card. Albornoz spagnuolo, e del molto
che a lui dee l'Italia; perciocchè qui di nuovo io debbo
lamentarmi della mala fede del sig. ab. Lampillas, e
farne solenne doglianza in faccia a tutto il mondo: "In
questo luogo, dice (par. 2, p. 202), non posso non fare
un amorevol lamento con l'Ab. Tiraboschi, e molto più
coll'Ab. Bettinelli; imperciocchè dove ci dipingono lo
stato dell'Italia nel secolo 14, oppresso e tiranneggiato
da tanti prepotenti, non si degnano nemmeno di
nominare il gran Cardinale Egidio d'Albornoz, che a
costo d'immense fatiche liberò gran parte d'essa
dall'oppressione di quei Tiranni, ed assicurò alla
Romana Chiesa l'antico Patrimonio". Quindi dopo avere
rammentate le grandi imprese di quel celebre cardinale,
e ripetuto più volte ch'io dovea pure farne menzione, e
dopo aver detto che da me è stata "dimenticata la
memoria del celebre Albornoz, conchiude (p. 206):
Questa disgrazia però è comune al nostro Cardinale con
tant'altri celebri Spagnuoli benemeriti dell'italiana
Letteratura, i quali come abbiam visto vengono
dimenticati dall'Autore della Storia Letteraria, mentre
aveano tutto il diritto alla più onorevol memoria". S'io
qui levassi alto la voce, e chiedessi soddisfazione contro
la calunnia che mi si appone, non ne avrei io tutto il
diritto? Come? Io non mi son degnato di nominare il
card. Albornoz? Io ne ho dimenticata la memoria? Ma
non ho io impiegata quasi una pagina (t. 5) in
ragionarne? Non ho io detto che "ad accrescer la fama
dell'università di Bologna dovette giovar non poco la
fondazione del collegio degli Spagnuoli, che in quella
città tuttavia sussiste, ordinata nel suo testamento dal
card. Egidio Albornoz"? Non ho io poi narrata più a
lungo la fondazione di quel collegio, e la magnificenza
con cui essa fu fatta? Non ho io recitato il bellissimo
elogio che di quel gran cardinale ci ha lasciato l'antica
Cronaca di Bologna col dire: "Fece comunemente ad
ogni uomo di Bologna gran male della sua morte,
imperciocchè esso era stato un grande e prudente uomo,
savio e grande amico degli uomini di Bologna, e fu
quegli, che ci cavò dalle mani di quello di Milano con
gran sudore e fatica. E per certo non si potrebbe scrivere
a pieno quello che meriterebbe l'onor suo"? Non ho io
concluso il passo, in cui ragiono del collegio da lui
fondato con questo elogio della nazione spagnuola:
"Così alla nazione spagnuola, che fin dal secolo
precedente avea a questa università inviati alunni e
professori di non ordinaria fama, si agevolò sempre
meglio la via per frequentare queste celebri scuole"? E
dopo ciò, poteva io aspettarmi di vedermi citato in
giudizio per avere dimenticato il card. Albornoz?
Dico in un terzo luogo, che il sig. ab. Lampillas
dissimula più cose che fanno in mio favore, e distruggon
l'accusa che ei mi ha intentata, sì perchè egli tutto
intento a raccogliere ciò ch'io ho scritto contro alcuni
autori spagnuoli, non riflette che colla medesima libertà
io ho scritto contro alcuni autori italiani, sì perchè ei
non si compiace di rilevare non pochi tratti della mia
Storia, che alla Spagna e agli scrittori spagnuoli sono
assai onorevoli.
Ho biasimato lo stil di Lucano, e ciò, secondo l'ab.
Lampillas, perchè Lucano fu spagnuolo, e per lo stesso
fine io ho parlato mal di Marziale. Ma son essi forse i
soli poeti de' quali io abbia ripreso lo stile? Io ho pur
detto, parlando di Valerio Flacco italiano (t. 2), "che a
chiunque dalla lettura di Virgilio passa a quella di
Valerio Flacco, sembra di passare da un colto e ameno
giardino a uno sterile e arenoso deserto"; anzi io ho
antiposto Lucano allo stesso Valerio Flacco,
soggiungendo: "Nè io penso che questo poeta debba
aver luogo tra quelli che per volersi spinger troppo oltre,
abusarno del loro disegno, come Lucano, ma sì tra
quelli che a dispetto della natura vollero esser poeti". Io
ho pur detto di Stazio, che (ivi) "giganteggia egli pure, e
di ogni picciola arena forma, per così dire, un altissimo
monte. Affetto, soavità dolcezza son pregi a lui ignoti;
tutto è sovragrande presso di lui e mostruoso, oltre il
difetto di aver seguito il metodo di narratore anzichè di
poeta". Io ho pur detto (ivi) che in Silio (il quale dal sig.
ab. Lampillas si dice francamente spagnuolo (par. 1, p.
245), senza ch'ei neppure si degni di accennar le
contrarie ragioni per le quali l'ho creduto italiano)
vedesi una languidezza spossata, e un continuo, ma
impotente sforzo a levarsi in alto. Io ho pur detto (ivi)
che Persio è viziosamente oscuro. Perchè dunque
accusarmi di avere per forza di pregiudizj ripreso lo stile
di Lucano e di Marziale, perchè furono spagnuoli,
mentre colla medesima libertà ho biasimato lo stile di
quegli Italiani che mi son sembrati degni di biasimo?
Non ho parlato nella mia Storia di alcuni scrittori
spagnuoli che vissero per alcun tempo in Italia. Ma ho
anche lasciato di parlare per la stessa ragione di molti
francesi e di altre nazioni. Ho procurato di dimostrare
che alcuni scrittori, i quali dagli Spagnuoli sono
annoverati tra' loro furon veramente italiani. Io non
voglio ora rientrare in disputa, nè esaminare se le mie
ragioni sien più forti delle contrarie che adduce il sig.
ab. Lampillas. Ma perchè mi accusa egli di aver fatto
quasi per odio contro la Spagna? S'ei dicesse ch'io
mostro in ciò troppo parzial per l'Italia, direbbe cosa di
cui io non potrei offendermi ragionevolmente. Ma con
qual fondamento mi accusa egli di avversione al nome
spagnuolo? Non son io venuto a contesa cogli scrittori
francesi, e singolarmente co' dotti Maurini, e coll'ab.
Longchamps, assai più spesso che cogli spagnuoli, per
rivendicare all'Italia molti uomini dotti ch'essi cercato
aveano di rapirle? Non ho io mostrato che Plozio Gallo
(t. 1, pref.), Cornelio Gallo, Giulio Montano e Senzio
Angurino, Germanico, Frontone Cornelio, Giulio
Tiziano, il retore Palladio e più altri sono stati senza
buona ragione annoverati da' Francesi tra' loro scrittori?
Perchè adunque attribuirmi uno sfavorevole pregiudizio
a riguardo degli Spagnuoli, ove tutta la condotta e la
serie della mia Storia chiaramente dimostra ch'io non ho
altro fine che di sostenere la gloria del nome italiano
contro coloro, chiunque e di qualunque nazione essi
siano, che se ne mostrano invidiosi, o nimici?
Ma che dirò io del dissimulare che fa il sig. Lampillas
le molte cose ch'io ho scritte in lode di alcuni autori
spagnuoli? Io son certo che un saggio ed imparzial
giudice si stupirà come abbia egli potuto accusarmi qual
dichiarato nimico della letteraria gloria della sua
nazione. Io ho ripreso lo stil di Seneca, io l'ho
annoverato tra' più dannosi corrompitori dell'eloquenza,
io l'ho anche descritto come un ipocrita e un impostore.
Ma non ho io ancor detto che "qualunque fosse (t. 2)
l'animo e il costume di Seneca, egli è certo che le Opere
morali che di lui abbiamo, son piene di savissimi ed
utilissimi ammaestramenti, e tali in gran parte, che
anche a cristiano scrittore non mal converrebbono"? E
non ho io fatto un magnifico elogio del molto saper di
Seneca nelle quistioni di fisica? Permettetemi ch'io vi
rechi qui questo passo, perchè veggiate quanto io mi sia
steso nelle lodi questo filosofo: "Nè la morale soltanto",
così io dico poco dopo le citate parole, "ma la fisica
ancora dee molto a Seneca. In molte occasioni
veggiamo ch'egli col penetrante ingegno, di cui fu
certamente dotato, e col lungo studio era giunto a
vedere, direi quasi, da lungi quelle verità medesime che
i moderni filosofi hanno poscia più chiaramente
scoperte, e confermate colle sperienze. Così egli ragiona
della gravità dell'aria, e della forza, che noi or diciamo
elastica, con cui essa or si addensa, ed or si dirada: "Ex
his gravitatem æris fieri... habet ergo aliquam vim
talem aer, et ideo modo spissat se, modo expandit et
purgat, alias contrahit, alias diducit, ac differt." Così
parimente egli recò la cagion vera de' tremuoti, cioè i
fuochi sotterranei che accendonsi, e facendo forza a
dilatarsi, se trovan contrasto urtano impetuosamente e
scuotono ogni cosa. Così ancora egli spiega per qual
maniera l'acqua del mare insinuandosi per occulte vie
sotterra si purga e si raddolcisce, e forma i fonti ed i
fiumi. Così molte altre quistioni di fisica e di astronomia
si veggon da Seneca, se non rischiarate, adombrate
almeno per tal maniera, che si conosce ch'egli fin
d'allora in più cose o conobbe, o fu poco lungi dal
conoscer il vero. Ma bello è singolarmente l'udir
Seneca, ove ragiona delle comete, e stabilisce
chiaramente ch'esse hanno un certo e determinato corso,
e che a tempi fissi si fanno vedere in cielo e svaniscono,
e ritornan poscia con infallibili leggi; e predire insieme
che verrà un tempo, in cui queste cose medesime ch'egli
non può che oscuramente accennare, si porranno in più
chiara luce; e che i posteri si stupiranno che i lor
maggiori non abbian conosciute cose tanto evidenti.
Sulle quali fisiche cognizioni di Seneca veggasi
singolarmente l'opera da noi altre volte lodata di m.
Dutens". Or ditemi per vostra fede, anzi mi dica lo
stesso abate Lampillas, se vi è scrittore spagnuolo che
tanto abbia esaltato l'erudizione di Seneca in questa
materia, quanto ho fatto io, nimico, secondo lui, delle
glorie letterarie di quella nazione. s'io fossi quel
malizioso oscuratore della letteratura spagnuola, qual mi
finge il sig. ab. Lampillas, mi sarei io steso tanto in
queste lodi di Seneca? E non è ella questa una pruova
evidente ch'io sono scrittor sincero; che lodo e biasimo
in chiunque ciò che mi par degno d'essere lodato e
biasimato; e che forse in tali giudizj caderò in errore per
mancanza di buon gusto e di fino discernimento, ma non
certo per alcuna rea premeditata intenzione?
Scorrete, di grazia, i tomi della mia Storia, e vedete
con quanta lode io parli di altri Spagnuoli, de' quali ho
creduto che dovessi fare in essa menzione. Vedrete che
parlando di Pomponio Mela (t. 2), dico che lo stile di
esso è terso ed elegante forse sopra tutti gli altri
scrittori di questo secolo. Vedrete ch'io parlo assai
lungamente e con molta lode di Antonio Giuliano retore
spagnuolo famoso in Roma (ivi). Vedrete che di Claudio
vescovo di Torino, e spagnuolo di nascita, ho parlato
non brevemente (t. 3), e se ne ho biasimati, com'era
dovere, gli errori, ne ho lodata l'erudizione. Vedrete
ch'io ho attribuito agli Arabi lo scoprimento della
proprietà dell'ago calamitato di volgersi al polo (t. 4); e
che a quell'occasione ho altamente lodati gli studj de'
filosofi arabo-ispani. Vedrete che ho mentovata (ivi) la
raccolta de' Canoni fatta da Bernardo di Compostella.
Vedrete ch'io fo grandi elogi del sapere e degli studj di s.
Raimondo da Pennafort (ivi); e piacciavi qui di riflettere
all'ingegnosa censura che fa l'ab. Lampillas di questo
passo. Io dico che tra noi, cioè nell'università di
Bologna, ei si fornì di quel sapere, ec. Or che risponde il
nostro censore? Sebben sia certo (par. 2, p. 197) che il
nostro Raimondo fece i suoi studi del Diritto in
Bologna, non è però certo, che agli Italiani debba il suo
sapere, giacchè, come dice il Sarti, non sappiamo, chi
fosse il suo maestro. E chi ha detto ch'egli il debba
agl'Italiani? Io ho detto ch'egli tra noi, cioè
nell'università di Bologna, si fornì del sapere; non ho
mai detto ch'ei fosse scolaro di alcun Italiano. Ma
torniamo al nostro argomento. Vedrete che tra'
professori della detta università di Bologna io ho
nominati Lorenzo (t. 4), Vincenzo, Giovanni di Dio,
Garzia e Martino, tutti spagnuoli, com'io medesimo ivi
affermo. Vedrete che al re Alfonso X ho dato il nome di
splendido protettore de' dotti (ivi). Aggiugnete a tutto
ciò le cose poc'anzi accennate, cioè l'onorevol menzione
ch'io ho fatto d'Igino, le lodi da me date agli studj degli
Arabi, l'elogio ch'io ho formato del card. Seneca e di
Alfonso d'Aragona re di Napoli, e quello ancora che
l'ab. Lampillas non ha potuto vedere prima di stampare
il suo libro, ch'io ho fatto del marchese del Vasto (t. 7,
par. 1), la cui famiglia ho espressamente notato ch'era
orionda dalla Spagna; e poi ditemi se questi sieno indicj
di animo per prevenzione avverso al nome spagnuolo.
Io credo anzi di certo che chiunque leggerà
attentamente la mia Storia della Letteratura Italiana,
dovrà confessare che tra le nazioni straniere all'Italia
non ve n'ha alcuna a cui lode tante cose io abbia in essa
inserite, quante alla spagnuola; e che se la mia storia
desse ragionevol motivo a qualche doglianza, il che per
altro io mi lusingo che non sia, assai maggior diritto a
farla avrebbono i Francesi, che gli Spagnuoli;
perciocchè la rivalità ch'è sempre stata tra la nostra e la
lor nazione, e il disprezzo con cui alcuni Francesi
parlano degl'Italiani, mi ha talvolta animato a prendere
con qualche calore le nostre difese. Ma non avrei mai
creduto che potessi esser preso di mira come nimico del
nome e della gloria spagnuola.
Meglio dunque avrebbe fatto il sig. ab. Lampillas, se
avesse seguito l'esempio di un altro valoroso Spagnuolo,
cioè del sig. ab. D. Giovanni Andres. Spiacque a lui
pure ciò ch'io avea scritto intorno alla parte che gli
Spagnuoli aveano avuta nel corrompimento del gusto in
Italia, e ciò che prima di me avea scritto sullo stesso
argomento il celebre sig. ab. Bettinelli. Prese egli
dunque la penna in difesa della sua nazione, e fin dal
1776 pubblicò su ciò in Cremona una sua lettera al sig.
commendatore Valente. Voi certo l'avrete letta; e avrete
veduto con qual forza insieme e con quale modestia
ribatte l'accusa data ai letterati spagnuoli, con qual
rispetto parla de' suoi avversarj, con qual sobria
erudizione va rammentando le glorie della letteratura
spagnuola. Egli non ha mai sognato ch'io potessi avere
nella mia Storia quelle ree e basse intenzioni di cui mi
ha creduto capace l'ab. Lampillas. Egli ha mostrato il
buon gusto, di cui è fornito, col non accingersi a fare
ridicole apologie di certi antichi scrittori spagnuoli che
non si posson difendere, se non da chi è lor somigliante;
egli non ha già avanzate quelle gigantesche proposizioni
dell'ab. Lampillas. A nessuna delle straniere nazioni
(toltane la Greca) debbe tanto l'antica Letteratura
Romana, quanto alla Nazione Spagnuola (par. 2, p. 3);
in Ispagna furono coltivate le arti e le Scienze prima
che in Italia (ivi p. 5). In nessun tempo potè Roma
chiamar barbara la Spagna; potè bensì questa per molti
secoli chiamar barbara Roma (ivi p. 12). La lingua
Latina debbe agli Spagnuoli l'essersi conservata men
rozza nel secolo dopo Augusto (ivi p. 47). L'ab. Andres
era troppo saggio e prudente, per lasciarsi trasportare a
tai paradossi. Ei difende la sua nazione con armi molto
migliori; e ne è pruova la stessa modestia con cui egli
scrive, che suol esser tanto maggiore nelle letterarie
contese, quanto più dotto è il combattente. Io non vo'
dire con ciò che l'ab. Andres mi abbia convinto; dico
che la causa degli Spagnuoli non potea difendersi
meglio di quel ch'egli ha fatto, e che
Si Pergama dextra
Defendi possent.... hac defensa fuissent.
Dico che vale assai più la lettera dell'ab. Andres, che
tutti i due tomi dell'ab. Lampillas. Dico che s'io allora
avessi avuto agio a rispondere, l'avrei fatto volentieri,
perchè non vi è cosa che più giovi a rischiarare le
scienze e le lettere, quanto una onesta e amichevol
contesa con un dotto e ragionevole avversario. Ma io
avea allor risoluto di non distogliermi in alcun modo
dalla continuazion della mia Storia, e a questo mio
proponimento io debbo il piacere che or provo, di
vedermene ormai giunto al fine.
Se il sig. ab. Lampillas avesse tenuto lo stesso
metodo, io farei volentieri applauso al suo talento e al
suo amor per la patria. E forse, or che la mia Storia
comincia ad accordarmi qualche riposo, impiegherei di
buon animo alcuni giorni in rispondergli. Ma come
posso io risolvermi ad entrare in battaglia con uno
scrittore che legge nella mia Storia cio ch'io non ho mai
scritto; che non vi trova ciò che pure da ognuno che
abbia occhi in fronte, vi si può trovare e leggere
facilmente; che mi attribuisce intenzioni e fini ch'io non
ho avuti giammai; che si mostra in somma prevenuto
per tal maniera, che non è sperabile che possa mai esser
convinto?
Per altra parte il saggio ch'io vi ho dato finora della
buona fede con cui egli procede meco in questa sua
opera, vi può mostrare abbastanza di qual peso e di qual
valore essa sia. Chiunque ha tra le mani una buona
causa, non ha bisogno di alterare, di troncare, di
travolgere, di dissimulare le parole e i sentimenti del suo
avversario, come io ho dimostrato che ha fatto il sig. ab.
Lampillas. Chi usa di tali artificj, dà a veder con ciò
solo che gli mancan buone ragioni a difendersi.
Ma è tempo ch'io ponga fine a questa mia lunga
lettera, e cessi ormai d'annoiarvi. A voi che conoscete la
mia indole naturalmente pacifica, parrà forse che io
v'abbia scritto con calore e con forza maggior dell'usata.
Nè io il nego; anzi vi prego a volermene per questa
volta accordare il perdono. Già vel dissi, e il ripeto: se il
sig. ab. Lampillas mi avesse additati i miei errori, io
gliene saprei grado. Ma al vedere ingiustamente
attaccato il mio buon nome, e al vedermi prestate
intenzioni e fini ad uomo onesto mal convenienti, i quali
io so di non avere avuti giammai, non ho saputo
contenermi entro gli usati confini, e spero che voi mi
perdonerete questo innocente sfogo, o anzi questa giusta
e ragionevol difesa del mio onore. Continuate ad
amarmi, ec.
Modena, 23 luglio 1778.
P.S. Io non credo che il sig. ab. Lampillas farà alcuna
risposta a questa mia lettera, e che può egli rispondere?
Io cito le sue precise parole senza punto alterarle, come
egli ha alterate le mie. Alle sue parole io oppongo le mie
totalmente diverse da ciò ch'egli afferma. L'unica
risposta ch'egli può fare, si è il confessare che il
soverchio amor della patria lo ha acciecato, e che gli ha
fatto leggere nella mia Storia, ciò che niun altro vi ha
letto, e non gli ha permesso di leggervi ciò che gli altri
tutti vi leggono. Che se nondimeno a forza di
cavillazioni e di stiracchiature ei si sforzasse di farmi
qualche risposta, o colle solite arti ei facesse inserire in
qualche prezzolato foglio periodico riflessioni e critiche
su questa mia lettera, io vi prevengo che non aspettiate
da me alcuna replica. Io mi appello al giudizio
imparziale de' dotti e de' saggi. Se essi mi condannano,
io cedo e mi do vinto. Se essi mi son favorevoli, io mi
rido di qualunque risposta mi venga fatta.
RISPOSTA
DEL SIG. ABATE D. SAVERIO LAMPILLAS
ALLE ACCUSE COMPILATE
DAL SIG. AB. GIROLAMO TIRABOSCHI
Nella sua Lettera al Sig. Abate N. N. intorno al
Saggio Storico-Apologetico della Letteratura
Spagnuola, con alcune brevi annotazioni.
Appena pubblicato il mio Saggio Apologetico intorno
alla Letteratura di Spagna, mi trovai amichevolmente
minacciato in una gentilissima lettera, che mi sarebbe
risposto con una forza, che io non aspettava. A dir il
vero non credei, che potesse giammai avverarsi questo
vaticinio, giacchè per quanto grand'ella si fosse la forza,
con cui mi venisse risposto, non sarebb'ella certamente
superiore a quella, ch'io m'aspettava dal singolar valore
dei miei Avversarj. Bisogna però confessare che chi mi
scrisse così, la indovinò da Profeta; imperciocchè una
forza tutta ingiusti lamenti, declamazioni ed ingiurie,
una forza che si perde dietro a tutt'altro, che allo
scioglimento delle proposte obbiezioni, non era
certamente da aspettarsi dal Sig. abate Tiraboschi
degnissimo Bibliotecario del Serenissimo Duca di
Modena. Aspettava io bensì, e meco aspettava
impaziente il Pubblico, una non men erudita che
efficace risposta, in cui con sodi argomenti e scelta
erudizione venissero valorosamente ribattute le ragioni,
con cui io pretesi convincere di falsità le pregiudicate
opinioni del detto Sig. Ab. contro la letteratura
Spagnuola. Questa forza però invano si cerca nella sua
lettera ultimamente pubblicata in Modena.
La controversia letteraria proposta da me nel Saggio
Apologetico vedesi in essa lettera ridotta ad un litigio
personale, in cui pretende difendersi il sig. ab. col
ricolmarmi di strane accuse, le quali, eziandio se vere
fossero, non sarebbero atte a giustificarlo: quanto meno
lo saranno essendo false del tutto? Lascio da parte le
ingiuriose, dispregianti ed insultanti maniere 75 con cui
vengo onorato dal Sig. Abate, le quali quanto più son
sicuro di non essermi meritato, tanto più saranno
riguardate dal pubblico come un effetto della bontà e
della gentilezza di lui singolare. Non aspetti però, che
da me resa gli venga la pariglia. Siamo noi Spagnuoli,
direi quasi per effetto di clima, scarsi assai di siffatti
complimenti, de' quali per quanto scrive il Sig. Ab.
(tom. 1, Pref p. XXVI) gl'Italiani sono forse non
ingiustamente ripresi di esserne troppo liberali co' suoi
avversarj. Io stimerei di mancar ai più sacri doveri della
giustizia e della gratitudine, se mi sottoscrivessi ad una
opinione cotanto ingiuriosa alla nazione Italiana, la
quale ho sempre provata verso di me piena d'urbanità e
cortesia, e in particolar maniera dopo che per mia sorte
soggiorno in Genova.
Io dunque nel mio Saggio Apologetico non ebbi altra
mira, che il vendicare i diritti, che ha la Spagna di essere
annoverata fra le nazioni più benemerite della
75
La mia lettera e l'opera del sig. ab. Lampillas son nelle mani di tutti. Si
esaminino, e si decida chi sia stato più moderato.
Letteratura, e difendere i nostri Scrittori dalle ingiuste
accuse con cui viene offuscato non poco il loro merito.
Pretesi altresì, che i due moderni Scrittori Italiani
avessero co' loro scritti violati questi diritti della nostra
nazione, e oscurata la gloria de' nostri Autori. Questa
condotta di tali Scrittori l'ho chiamata sempre
pregiudizi, preoccupazioni, pregiudicate opinioni,
osservando in tutta la mia Opera la conveniente
urbanità, e riguardo dovuto al loro carattere. Mi era
questo tanto a cuore, che per assicurarmene prima di
pubblicarlo mostrai il mio Saggio a parecchie persone
dotte e prudenti, tra le quali ve n'erano anzichè no delle
parziali al Sig. Ab. Tiraboschi, e tutte unitamente
rilevarono nel mio Saggio questa dote di moderazione e
di urbanità.
Conforme al giudizio di dette persone è stato il
sentimento di moltissimi altri dotti e ragguardevoli
soggetti sì Spagnuoli, come Italiani, i quali nelle loro
graziosissime lettere di congratulazione della mia
Opera, senza eccettuarne pur uno, determinatamente, e
con magnifiche espressioni la mia Apologia di moderata
e modesta hanno lodata 76, lode, che certamente non gli
avrebbero mai data, se trovata l'avessero (quale
veramente vuol farsi comparire in detta lettera) un
indegno libello infamatorio. Non si è conformato col
giudizio di tanti savi e prudenti uomini quello del Sig.
Ab. Tiraboschi; anzi credendola un ingiurioso e
76
Se il sig. ab. Lampillas desidera di vedere molte altre lettere che servano
di supplemento a quelle ch'egli ha ricevute, posso agevolmente
compiacerlo.
calunnioso scritto contro del suo buon nome e
riputazione, ha intrapreso a difendersi con una lettera sì
poco propria di quel grand'uomo ch'egli è, che io la
considero scagliata piuttosto da qualche anticipata
opinione 77 che da un attento intelletto meditata.
A quattro capi di accusa contro di me si riduce la
lettera. Nel I. mi accusa di avergli attribuito ree
intenzioni, ch'egli giammai non ha avute; nel II. che io
gli fo dir cose, ch'egli non ha dette; nel III. che io
l'accuso di aver dissimulate cose, ch'egli non ha in alcun
modo dissimulate; nel IV. che io dissimulo più cose, che
fanno in di lui favore, e che distruggon le accuse, ch'io
gli ho intentate.
E che può rispondere il Sig. Ab. Lampillas? Egli
risponde, che tutte quattro queste dette accuse sono
falsissime, e che ciò spera provarlo con sì sode ragioni,
che se l'istesso Sig. Ab. Tiraboschi si degnerà
considerarle con animo sgombro di qualsivoglia
preoccupazione, e con tranquillo cuore, si persuade, che
il suo amore per la verità gliele farà confessar per tali.
Aggiunge ancora di più l'Ab. Lampillas, che dissiperà
queste accuse in maniera, che dalle sue pruove resti il
Sig. Ab. Tiraboschi convinto di aver esso nella sua
lettera: I. fatto dire all'Ab. Lampillas più cose, ch'egli
non ha dette; II. accusatolo di aver dissimulate cose,
ch'egli non ha dissimulate; III. di aver dissimulate più
cose che fanno in di lui favore, e che distruggon le
accuse ch'ei gli ha intentate.
77
Si vorrebbe sapere cosa sia una lettera scagliata da anticipata opinione.
La causa si tratta innanzi il Tribunale de' Saggi e dei
Dotti, dove non può aver luogo nè parzialità nè
subornamento. La difesa si presenta non in qualche
foglio prezzolato, ma in uno scritto autenticato col
proprio nome. La sentenza, che da Tribunale cotanto
rispettabile venga fulminata, protesto, che dal canto mio
sarà riguardata, come senza appellazione, nè stancherò
la sofferenza de' giusti ed imparziali giudici con nuovi
ricorsi.
PRIMA ACCUSA.
L'Ab. Lampillas attribuisce all'Ab. Tiraboschi ree
intenzioni, ch'egli giammai non ha avute.
In primo luogo mi accusa d'avergli falsamente attribuite
ree intenzioni, rappresentandolo come "un dichiarato
nemico della Letteratura Spagnuola, ch'altro non cerca
che di screditarla, che raccoglie tutto ciò, che possa
render ridicoli gli Autori Spagnuoli, che dissimula tutto
ciò, che torna in lor gloria, che pare in somma ch'abbia
preso a scrivere la Storia della Letteratura Italiana solo
per biasimar la Spagnuola" (lett. p. 4, 5), aggiungendo
poi per ben tre pagine tutto quanto ho io detto in
manifestazione di queste pretese ree intenzioni. E questo
è a parer suo un intaccare il suo buon nome, e vulnerar
la sua riputazione; in maniera che non possa egli a meno
di non perder la pace, e si veda costretto ad interrompere
i gravi suoi studj cotanto utili al pubblico per iscrivere
una sanguinosa lettera; e tralasciando per un poco lo
Storico farla da Declamatore.
Convien però dire, che tutto il male sia, o per averlo
scritto io, o per averlo scritto in Italiano. Due anni prima
della pubblicazione del mio Saggio Apologetico fu già
dal Sig. Ab. Serrano scoperta questa condotta del
Tiraboschi. "Jam (scrive il Serrano p. 28) ubi Cla.
Historicus (Tiraboschi) hoc Hispaniae omni aevo
litterarii gustus corruptricis quasi sistema animo
informasset, et illud Historiae suae praemittere
decrevisset; necesse ei erat, ut omnia, quae in hac parte
scriberet, sistemati suo conformaret; cum autem essent
ben multa quae, salva historiae veritate, in hujusmodi
sistema non convenirent, arte erat opus, ut ea ipsa, vel
invita et reluctantia, et obtorto, ut dicunt, collo in illud
traherentur". Spiega poi il Serrano quest'arte adoprata
dal Tirab. con espressioni niente più dolci di quelle che
nel mio Saggio tanto hanno commosso il dotto Sig. Ab.
Questo stesso gli avea già rinfacciato il Serrano nella
p. 21, dove manifesta la poco giusta maniera usata dal
dotto Storico nel parlare che fa degli Autori Spagnuoli
col fine di non oscurare la gloria degl'Italiani. "Hinc
(scrive il Serrano) quam mirus est in illorum (degli
Spagnuoli) vitiis detegendis, et exagerandis, in
virtutibus minuendis, et extenuandis ut ego saepe dicere
soleam, qui Hispanorum vitia velit addiscere, Cl.
Tiraboschi Historiam legat, qui vero eorumdem virtutes
nosse desideret, alibi eas quaerat". E perchè mai dunque
a vista di queste accuse non ha stimato necessario il Sig.
Ab. Tirab. il pubblicar egli una vigorosa difesa per
salvare la sua riputazione e buon nome? Credette forse,
che abbisognasse volgarizzare gli scritti latini, perchè
fossero letti nel tribunale degli uomini dotti, o che a
quei saggi giudici dovessero far maggior impressione le
mie ridicole Apologie, che le elegantissime lettere del
Serrano 78?
Chi legge nella lettera del Sig. Ab. Tirab. la presente
accusa contro di me, resterà senz'altro persuaso, che
opposta affatto sia la condotta da lui tenuta nella sua
Storia Letteraria. Ma legga, e giudichi. Parla nel tom. III
del Ch. Uezio, e dice di questo eruditissimo Scrittore,
che si è lasciato ciecamente condurre o dalla brama di
esaltare la gloria della sua nazione, o da una troppo
sfavorevole prevenzione contro l'Italia. Dimando io
adesso al Sig. Ab. Tirab. il lasciarsi un Autore
ciecamente condurre da una prevenzione ingiusta, o da
una brama immoderata, è forse argomento di qualche
rea intenzione e di mal nata passione, o può tuttociò
aver la sorgente in qualche innocente pregiudizio? Se al
primo s'attiene, dunque non è men lamenato il Ch.
Uezio dal Sig. Ab. Tirab. nella sua Storia di quello
ch'egli pretende esserlo stato da me nel mio Saggio. In
me è un irremissibile delitto: sarà nel Sig. Ab. un tratto
innocente? Se già non gode lo Storico della Italiana
Letteratura qualche particolar privilegio di trattar a sua
fantasia gli Autori, o che Monsig. D'Auranges abbia
78
Al sig. ab. Serrano avean già altri risposto, e mi avean con ciò risparmiato
l'incomodo di confutarne le opinioni.
minor diritto alla sua riputazione e buon nome. Che se
poi tutta quella troppo sfavorevole prevenzione, tutta
quella eccessiva brama, tutta quella cieca condotta
niente intaccano le intenzioni, come può egli mai
accusarmi d'averlo ingiuriato attribuendoli ree
intenzioni, quando io non altro pretesi dire, se non che
(e così lo scrissi tom. 1, p. 17) si lasciò ciecamente
condurre o dalla brama di esaltare la sua nazione, o da
una troppo sfavorevole prevenzione contro la Spagna 79.
Più forti ancora sono le espressioni con cui parla
l'Abate Tiraboschi contro il Sig. de S. Marc. Scrive egli
parlando di questo Autore, "che è un uomo che ha
talvolta abusato del suo ingegno per oscurare la fama de'
più celebri personaggi con gettar dubbi, o risvegliar
sospetti, ch'altro fondamento non hanno (mi si permetta
di dirlo) che un animo mal prevenuto e troppo facile a
credere il male ove avrebbe piacer di trovarlo (tom. 3)".
Se a questo passo il Sig. di S. Marc alzasse la voce
contro l'Ab. Tiraboschi, e con tuono patetico gli dicesse:
"È ella un Dio, che vede l'interno de' cuori? O è ella un
Profeta che dal cielo è scorto a conoscere le cose più
occulte? Io nego solennemente di aver avuto un sì basso
motivo nello scrivere, qual è l'oscurar la fama de' più
celebri personaggi. Io nego solennemente, che abbia
piacere di trovare il male dove mi credo non senza
fondamento di trovarlo; prova evidente ne sia il dire che
79
Ognun vede quanto sia stringente questo e il seguente confronto della
maniera da me tenuta con monsig. Huet, e con m. di S. Marc, e di quella
che meco ha usata l'ab. Lampillas.
fo parlando della morte di Amalasunta: che mi fa pena
una cotal nuvola sulla vita di Cassiodoro. O ella
dunque, Sig. Abate Tiraboschi, provi, ch'io ho avuta
siffatta intenzione, e che ho provato un sì reo piacere; o
io ho diritto di esigere soddisfazione del torto che mi
vien fatto". Se così parlasse il Sig. di S. Marc, cosa mai
risponderebbe l'Abate Tiraboschi? Ben vede egli, su
quanto più giusto motivo sieno fondati questi lamenti,
che non quelli, che egli fa contro di me.
Ma valga il vero; nè il Sig. Abate Tiraboschi può
giustamente dirsi reo di aver intaccata la riputazione, e
buon nome dell'illustrissimo Uezio, o del Sig. di S.
Marc, nè io di aver pregiudicata quella del detto Sig.
Abate, poichè non v'è chi non sappia, che cosa
significhino somiglianti espressioni negli Scrittori, e di
esse pieni sono i libri, massimamente apologetici.
Apransi, e troveansi anche nei più moderati espressioni
molto più forti che non sono le mie. Il Ch. March. Orsi
ha creduto fosse mancare all'onestà ed urbanità del
commendevole suo carattere mettendo in bocca di
Gelaste (Dial. 6, n. 1.) che la parzialità verso la propria
Nazione spinge (Rapin) a cercar di deprimere con suo
gran piacere gli Autori italiani? E poi in bocca di
Filalete: questa sua prevenzione, siasi solamente in
favor de' suoi nazionali, o siasi estesa a pregiudizio
degli stranieri Autori, è stata cagione unicamente, che
quel, per altro sapiente, critico non si è più che tanto
appagato del Tasso.
Bastava l'esempio di tanti Autori, e dell'istesso Ab.
Tirab. a dimostrar l'insussistenza di questa accusa. Ma
vi è ancora qualche cosa di più a mia giustificazione; e
tale, che al considerarla, non posso non istupirmi, che il
sig. Ab. Tiraboschi abbia avuto il coraggio d'intentarmi
questa accusa. Se quest'onesto Scrittore, in vece di
empir la sua lettera con ingiusti lamenti contro di me,
quasi ch'io con detestabile infedeltà dissimulate avessi
più cose, che fanno in di lui favore, non avesse egli
stessa
dissimulate
tant'altre,
che
distruggon
quest'accusa, ch'ei mi ha intentata, vedrebbe forse più a
coperto la sua riputazione ed onore di quello che possa
lusingarsi di aver conseguito colla pretesa difesa.
Io nella mia opera mi sono dimostrato sommamente
premuroso di salvar la retta intenzione di lui in tutto ciò
ch'egli contro la letteratura Spagnuola scrive nella sua
Storia e sin dal bel principio io stesso ho
preventivamente addotti argomenti in suo favore
tant'opportuni ed efficaci che, quando questi non bastino
a riparare il suo buon nome, non potrà egli certamente
colla sua lettera ripararlo.
Già nella stessa prefazione del primo tomo (p. 5)
80
80
Quanto bene il sig. ab. Lampillas abbia salvata la mia buona intenzione, e
come abbia semplicemente attribuita la mia maniera di scrivere a opinione
pregiudicata, si può conoscere rileggendo espressioni da esso usate, e da
me esposte al principio della mia lettera. Il dire che mi premeva di trovare
alcuno della famiglia de' Seneca tra i Corruttori dell'Eloquenza; che
parlandosi de' difetti de' scrittori Spagnuoli, io nulla perdono, nulla
scuso, nulla dissimulo, anzi all'opposto mi prevalgo de' più neri colori
per formar più orrido quel ritratto, che ho nelle mani; che mi premeva
troppo che non comparisse in Roma nel secol d'oro uno Spagnuolo, il
parlando de' Sigg. Tirab. e Bettinelli scrivo: "per fare
giustizia all'onestissima lor indole posso ben dire, che
sono questi Scrittori lontani assai da ogni avversione
alla nazione Spaguola, nè vorranno mai contrastarle
quella gloria, che troveranno appoggiata a sodi
argomenti e ragioni; quindi mi figuro di essi, che siano
per dire con Tullio: tantum abest, ut scribi contra nos
nolimus, ut id etiam maxime optemus. In altro luogo
poi (pag. 16): non è dunque da maravigliarsi, se tanti
letterati Spagnuoli, come oggidì sono in Italia, e non
hanno avuto il vantaggio ch'ebb'io di conoscere
dappresso la nobile indole onesta di codesti Autori, non
possono senza stomacarsi leggere somiglianti opere, e
credono affettata ignoranza quelle, ch'io chiamo
pregiudicate opinioni".
Nè contentandomi di aver formalmente dichiarata la
mia giusta opinione intorno all'onestissima indole de'
due eruditi Scrittori da me impugnati, rivolsi seriamente
il pensiero a rintracciar le sorgenti, onde trassero
l'origine siffatti pregiudizi antispagnuoli, e ciò col fine
di trarre allo stesso mio sentimento i miei leggitori, e di
dissipare dalle loro menti ogni sospetto, che potesse in
essi nascere intorno alla condotta degli accennati
Spagnuoli verso la letteratura della Spagna e suoi
letterati, condotta che doveva da me necessariamente
quale fra i Letterati Romani fosse stato prescelto da Augusto, ec.; che per
iscancellarne vieppiù ogni memoria io sfiguro stranamente il cognome
deì Principi Spagnuoli, ec., queste dico, e altre siffatte espressioni
mostrano certamente la premura del sig. ab. Lampillas nello scusare la
mia intenzione.
manifestarsi. Ma vengono forse tra le annoverate
sorgenti prodotte da me le ree intenzioni, il livore, lo
sdegno contro la Nazione Spagnuola?
La prima sorgente io la trovo nell'esempio d'altri
Autori, che hanno scritto svantaggiosamente della
Spagna. "So ben io, dico, che non soli questi Italiani
scrivono così della Spagnuola letteratura, anzi non è
difficile a credersi, che abbian succhiati questi
pregiudizj dalle opere d'altri stranieri (p. 31)".
L'altra sorgente da me divisata è la colpevole
ignoranza delle notizie letterarie di Spagna; dove
distesamente affermo, che non avrebbero giammai
questi dotti Scrittori parlato così svantaggiosamente
della nostra letteratura, se avute avessero quelle notizie,
che su questo punto potevano illuminarli.
Aggiungasi, che i loro detti poco onorevoli alla
letteratura Spagnuola vengono sempre mai dichiarati da
me pregiudizi e pregiudicate opinioni, senza che
nemmen una volta siano da me qualificati con altre
odiose espressioni, colle quali nella sua lettera dipinge
costantemente il Sig. Abate Tiraboschi i miei
sentimenti. Possono addursi più valevoli scuse a salvare
la riputazione ed onore di questi Scrittori?
In fatti con queste sole non ha stimato il Sig. Abate
Bettinelli mettersi a coperto di qualunque svantaggiosa
idea, che formar si potesse contro la sua onest'indole,
mentre all'istesso tempo manifesta il sommo piacere,
che prova nel vedere illustrare le nostre lettere;
mostrando con ciò non meno la giusta stima, che ha
della letteratura Spagnuola, che l'amor sincero della
verità. Il Sig. Ab. Tiraboschi pare, che non abbia stimato
degno di sè il seguir questo esempio; e per giustificarsi
ha creduto più opportuno il distendere una lettera niente
più onorevole al buon nome della nostra letteratura di
quello, che lo sia la sua Storia.
Se sia poi pregiudiziale anche alla propria riputazione
del Sig. Ab. Tiraboschi, lo decidano gli uomini
imparziali e modesti. Quello, che io assicuro, è, che essa
nulla serva a cancellare l'impressione, che nel Pubblico
ha fatto il mio Saggio Apologetico, poichè essa non è
contro il di lui carattere morale, ma bensì forse non
poco contro il di lui carattere letterario, cioè di
pregiudizi mal fondati, di critica poco esatta in alcuni
punti, e di mancanza di buon ordine in qualche parte
della Storia letteraria. Su questi punti aspetta impaziente
il pubblico la risposta, mentre riguarda come inutile ed
importuna la pubblicata.
SECONDA ACCUSA.
L'Abate Lampillas fa dir all'Abate Tiraboschi cose
ch'egli non ha dette.
Ecco la prima di quelle tre gravissime accuse, con cui il
Sig. Ab. Tiraboschi con buonissima intenzione pretende
far credere al pubblico, che l'Ab. Lampillas non ha
usata nel suo scrivere quella buona fede che dagli
uomini onesti non deesi mai dimenticare (lett. p. 6).
L'Ab. Lampillas, egli dice, mi fa dir cose ch'io non ho
dette, e ne reca pruova le seguenti parole da me scritte
(tom. 1). La dominante Nazione Spagnuola porta seco il
contagio del cattivo gusto in genere di letteratura, le
quali pretende, che siano da me recate come formali e
precise parole del Sig. Abate Tiraboschi. A vista di
questa pretesa infedeltà non può a meno di non perder la
pace il Sig. Abate, e d'esclamare: ma dove sono elleno
cotai parole? Legga, e rilegga il Sig. Abate Lampillas
quel passo, e ve lo trovi, s'egli è da tanto. L'Abate
Lampillas senza punto perder la sua pace, risponde:
legga, e rilegga il sig. abate Tiraboschi il precisato passo
del Saggio Apologetico, e trovi, s'egli è da tanto, che
siansi citate le dette parole come formali parole del
Tiraboschi, e come precise parole da lui usate. Troverà
bensì, che in quel luogo sono da me recate quelle parole,
come uno de' pregiudizi antispagnuoli, de' quali prendo
ad abbozzare il ritratto, e che metto come tante tesi, che
poi nel decorso dell'Opera debbono da me conbattersi, e
servono come titoli alle dissertazioni e paragrafi 81.
81
Noi Italiani quando vediam citare in caratteri diversi da quei del testo le
parole di qualche scrittore, e indicandone il luogo da cui son tratte,
crediamo che ivi si rechino le precise parole del detto scrittore. Ma il sig.
ab. Lampillas pretende che, ancorchè egli abbia ivi recate in carattere
corsivo quelle parole: la dominante nazione Spagnuola, ec., e benchè
abbia citata la mia Dissertazione preliminare, come la fonte da cui son
tratte, non ha nondimeno voluto recarle come mie precise parole. La
preghiam dunque a indicarci come potrem conoscere quando egli
riferisca, o no le precise parole di qualche scrittore.
Quanto poi diversa cosa sia lo spiegare in una
semplice proposizione un pregiudizio, che credo di
trovare in qualche passo d'un Autore, dal dire, che tale
proposizione sia con formali parole scritta dall'Autore,
ognun lo vede. E che maggior pruova di ciò che il
vedere, che di quanti pregiudizi sono da me in quel
passo raccolti, appena ve n'è uno espresso con precise e
formali parole d'alcuno di questi scrittori? Il primo
pregiudizio da me accennato è del sig. Ab. Bettinelli, e
vien da me divisato con queste parole: Il Carattere
universale degli Autori Spagnuoli è il sottilizzare, o
cianciare: parole non mai scritte dall'Ab. Bettinelli. Ma
forse questo saggio e prudente Scrittore stimò difendersi
con accusarmi d'infedeltà? Era egli troppo perspicace
per non avvedersi della insussistenza di tale accusa.
Sapeva ben egli, che nel luogo del suo Risorgimento da
me citato, dov'egli divisa i diversi caratteri degli
Scrittori, e si protesta parlare universalmente delle
singole Nazioni, avea scritto lo Spagnuolo sottilizza,
ovver ciancia. A vista di ciò non poteva a meno di
distinguere, ch'io con la maggior fedeltà avea ricavato
da quel suo passo, essere un pregiudizio del Bettinelli,
che il carattere universale degli Autori Spagnuoli è il
sottilizzare, o cianciare.
Ma perchè, replica l'Ab. Tiraboschi, citare il passo
dell'Autore, e poi non recarne le sua formali parole?
Cito il passo, perchè ognun possa da se certificarsi, se
da quello venga da me giustamente ricavato in tal
pregiudizio: non reco le formali parole, perchè non mi
sono prefisso, come pretende far credere il Sig. Ab.
Tiraboschi, di recare le precise proposizioni degli
Autori, ma di abbozzare soltanto i loro pregiudizi, come
scrivo in detto luogo (pag. 15).
Che poi in ciò sia io lontanissimo da qualunque
sospetto d'infedeltà, ne resterebbero tutti persuasi, se il
Sig. Ab. Tiraboschi nella sua lettera non avesse
dissimulato ciò che distrugge questa accusa. Non sapeva
questo perspicace autore, che dove prendo ad impugnare
in particolare alcuno di questi pregiudizi, non mi
contento d'esprimerlo colle parole, con cui venne prima
da me disegnato; ma reco altresì con fedeltà ed esattezza
le precise parole dell'autore, dalle quali ho ricavato tal
pregiudizio. Così a cagion d'esempio, dove impugno
(tom. 2, p. 229) il pregiudizio del Bettinelli contro il
carattere degli Autori Spagnuoli reco formalmente
l'espressione di questo dotto autore, con cui egli spiega
il suo sentimento; e così negli altri. E potrà pretendere il
Sig. Ab. Tiraboschi, che ciò non possa farsi senza taccia
d'infedeltà? Rilegga egli la pag. 4 della sua lettera. "Io
confesso, dico, che ho creduto, ed ho scritto, che gli
Spagnuoli abbiano avuta non poca parte nella
corruzione del gusto così ne' tempi della Romana
letteratura, come nella decadenza che soffrirono tra noi
le Lettere nel secolo antecedente 82". E dove mai sono
82
Io qui ho compendiato ciò che ho scritto e non ho riferito le mie parole in
caratteri diversi, nè ho citato il luogo ove le ho usate; e perciò bastava
ch'io riferissi il mio sentimento, senza usar le stesse parole. Ma il sig. ab.
Lampillas, dopo aver alterata la mia proposizione, la riporta con tutti i
contrassegni che fin ora si son creduti i più autentici per indicare le
precise parole dello scrittore.
state scritte dal Sig. Ab. cotai parole? Legga, e rilegga
gli otto tomi della sua Storia letteraria, e ve le trovi,
s'egli è da tanto. Se io così declamassi, non alzerebbe la
voce il Sig. Ab. stimatissimo, e griderebbe: puerilità,
fanciullaggini, stiracciature, cavillazioni? Eppure il Sig.
Abate dice, ho scritto; io però non dico hanno scritto.
Più giusta sarebbe l'accusa, che m'intenta, se io, come
egli pretende, spiegati avessi i suoi pregiudizj,
alterandone in qualche modo il senso, e rendendogli
ancora più odiosi. Così pretende, ch'egli abbia esposto il
suo sentimento intorno alla corruzione del buon gusto
Italiano diversamente, più dolcemente, con maggior
cautela, e con maggior mitigazione di quello che sia
stato da me sposto con queste parole; la dominante
Nazione Spagnuola porta seco il contagio di cattivo
gusto in genere di letteratura. E potrà lusingarsi di ciò
persuadere ai suoi leggitori, mentre egli espone la sua
riflessione? "La Toscana (dice egli), ch'era più lontana
degli Stati e di Napoli e di Lombardia da essi dominati,
fu la men soggetta a queste alterazioni, come se il
contagio andasse perdendo la sua forza quanto più
allontanavasi dalla sorgente, onde traeva l'oridine". Io
domando: ognuno, che abbia occhi in fronte, non vede
la dominazione Spagnuola in tali espressioni vien detta
la sorgente, onde traeva l'origine il contagio del cattivo
gusto? Ed è questa la maniera di esporre più
dolcemente, con maggior cautela, e mitigazione il suo
sentimento? Non è molto più odioso al dominio
Spagnuolo il dipingerlo qual sorgente del cattivo gusto,
che il dire, che porta il cattivo gusto? Chiunque viene
accusato di portare il contagio, può almeno discolparsi
col dire, che a lui è stato comunicato da altri: all'opposto
esserne la sorgente è lo stesso, che averlo da se. Or
trattandosi della corruzione del buon gusto non è
secondo molto più odioso? Non negano nè il Tiraboschi
nè il Bettinelli, che l'Italia non fosse nel seicento infetta
di questo contagio: fanno bensì tutti gli sforzi per
pruovare, che non l'ebbe da se, ma comunicato dagli
Spagnuoli: sforzi, che mai non farebbero, se già non
fossero ben persuasi, essere molto più odioso al buon
nome dell'Italia il corrompere da se il buon gusto, e
diciamo essere la sorgente, onde tragga l'origine questa
corruzione, che non sia il portar questo contagio loro
comunicato dagli Spagnuoli. Chi dunque di noi due,
Sig. Abate stimatissimo, espone il di lei sentimento
intorno alla dominazione Spagnuola con maggior
dolcezza, con maggior mitigazione, con maggior cautela
83
?
Non è men graziosa l'altra alterazione, di cui mi
accusa. Egli dice: Marziale, Lucano e Seneca furono
certamente quelli, che all'eloquenza ed alla poesia
recarono maggior danno, ed essi ancora erano
Spagnuoli. Io sponendo i suoi pregiudizi antispagnuoli
(non già citando le parole precise del Sig. Ab.
Tiraboschi) 84 dico; dopo la morte di Augusto furono gli
83
Qui ancora il sig. ab. Lampillas reca un sol passo della mia Dissertazione,
e omette il restante. Leggasi ciò ch'io ne ho scritto nella mia lettera.
84
Anche qui l'ab. Lampillas ha citate in caratteri corsivi le mie parole, ed
ora poi dice che non ha citate le mie precise parole. In tal maniera come
Spagnuoli quei, che recarono maggior danno alla
eloquenza ed alla poesia. Eccovi (esclama il Sig. Ab.
Tiraboschi) che il Sig. Ab. Lampillas rendendo
universale la proposizione, ch'io ho ristretto a quei tre
solamente, la rende ancora più odiosa. E dovremo qui
entrare in una disputa di dialettica, spiegando la vera
notizia delle proporzioni universali, e di quelle, che
dalla scuola si chiamano indefinite?
Basta dire, che non è più universale quella mia
proposizione intorno agli Spagnuoli, di quello che sia
universale quest'altra del Sig. Ab. (Stor. lett. pref pag.
26) Noi Italiani siamo forse non ingiustamente ripresi
d'esserne troppo liberali (d'ingiurie e villanie) coi nostri
avversari. Non mi persuado, che con quella espressione
noi Italiani abbia egli preteso d'intaccare universalmente
tutti quanti sono gli Apologisti in Italia.
Ma che giova voler gettare la polvere sugli occhi del
Pubblico? Non hanno forse l'istessa università tutte
quante sono le proposizioni da lui scritte in quel luogo?
Il recare come cagioni del corrotto gusto d'Italia il
dominio che gli Spagnuoli ci aveano allora = che i loro
libri si spargevano facilmente = che gl'Italiani
divennero, per così dire Spagnuoli! Di più, come
argomenta egli per provare, che la stessa cagione (cioè
gli Spagnuoli in Italia) che corruppe il gusto Italiano nel
seicento, lo corruppe ancora dopo Augusto. Ecco le due
premesse: Marziale e Lucano e i Seneca furono
certamente quelli, che alla eloquenza ed alla Poesia
mai potrà uno scrittore essere convinto d'infedeltà?
recarono maggior danno = essi ancora erano
Spagnuoli: dunque.... Qual è, caro Sig. Ab. la
conseguenza, che balza agli occhi di tutti, e ch'ella colla
solita dolcezza, mitigazione, e cautela lascia che la
ricavi il lettore anche men avveduto? Non altra
certamente, che quella da me proposta come suo
sentimento, cioè: dopo la morte d'Augusto furono gli
Spagnuoli quelli, che all'eloquenza, e Poesia recarono
maggior danno. Sarebbe un far torto al pubblico il
distendermi di vantaggio in dileguar questa accusa:
sebbene non ne troverà di più sode e gravi in tutto
questo processo.
E che? Forse più grave è quest'altra che si legge nella
pag. 5 dove pretende, che sia da me stato sposto con
maggior odiosità quanto egli dice intorno all'influsso del
dominio di Spagna, e di quel clima al cattivo gusto? Il
Sig. Ab. Lampillas, dic'egli (pag. 5.), accusa l'Abate
Tiraboschi di aver detto, che la decadenza della
letteratura debbasi al dominio Spagnuolo: (non so
perchè non cita il luogo dove si leggano queste mie
precise parole) mentre l'Ab. Tiraboschi solamente ha
detto, che a ciò concorse. Ma è ciò solo quello, che ha
detto l'Abate Tiraboschi? Rileggasi, quanto sopra
abbiamo esposto intorno ai sentimenti del Tiraboschi.
Così pure pretende il Sig. Ab. che intorno all'influsso
del clima di Spagna solamente abbia detto: "che il
clima, sotto cui nacquero Marziale, Lucano ec. potè
contribuire a condurli al cattivo gusto" aggiungendo
"espressione, come ognun vede, assai moderata" (pag.
5). Quello avverbio assai, Sig. Ab. stimatissimo, è
saltato dal suo luogo. Lo metta ella dopo il verbo
contribuire, e così recherà con fedeltà la sua
espressione, cioè potè contribuire assai al cattivo gusto.
Così collocato quell'avverbio ella vedrà che non manca
dove lo ha messo, cioè prima della parola moderata;
anzi non sarà poco, se il pubblico crederà, che possa
restar il moderata anche senza l'avverbio assai. Trovasi
di nuovo questo sbaglio nella pag. 7 dove il Sig. Ab.
ristampando quel suo detto intorno al clima di Spagna,
dopo il potè contribuire ha messo con troppa fretta l'ec.
prima di scrivere l'assai. Nondimeno in quell'istesso
luogo sclama contro di me: "è ella dunque questa la
fedeltà e la scrupolosa esattezza con cui si debbon
recare le parole degli Autori, quando si vogliono
impugnare"? Io domando se sia lecito il mancare alla
fedeltà e alla scrupolosa esattezza nel recare le parole
degli Autori, quando si vogliono difendere 85.
85
Eccomi dunque accusato di infedeltà dal sig. ab. Lampillas, perchè
riferendo le mie parole ho detto che il clima, sotto cui erano nati Lucano e
Marziale, potè contribuire a condurli al cattivo gusto, e ho ommesso
l'avverbio assai che tanto aggrava la mia proposizione. Si conosce pur
chiaramente ch'io non son molto felice nell'impostura. Io ommetto qui
maliziosamente, come vuole l'ab. Lampillas, l'avverbio assai, e non mi
ricordo che poco prima recando nella mia lettera tutto quel mio passo, vi
ho posto bello e chiaro quel terribile assai, ch'io qui voglio toglier dalla
vista del mio avversario. Chi riflette a ciò, dirà certamente che
l'ommissione nel secondo luogo è stata incolpevole, e nata da corso di
penna, poichè se fosse stata volontaria, l'avrei usata anche nel primo
luogo. Ma l'Ab. Lampillas è troppo avveduto per lasciarsi sedurre da una
tal riflessione.
Ora in questo stesso passo si osservi, ch'egli mi accusa
di aver dissimulate quelle parole: congiunto alle cagioni
morali; ma a convincere il Sig. Ab. che io sono
lontanissimo di voler dissimulare in questo luogo dette
parole, quasi che distruggano la taccia data da lui al
nostro clima, mi basta presentare a' suoi occhi la pag.
209 del Tom. 2. del mio Saggio, ove a bella posta
intraprendo l'impugnazione del suo pregiudizio intorno
al clima di Spagna, e reco le sue parole colla bramata lor
precisione, cioè: "il clima sotto cui eran nati (Lucano e i
Seneca) congiunto alle cagioni morali, che abbiam
recato, potè contribuire assai ec.".
Ma venghiamo ad un'altra pretesa infedeltà, creduta
dal Sig. Ab. più grave delle precedenti, ed esposta da lui
in questa guisa (let. pag. 7). "Ecco le parole, ch'egli in
altro luogo m'attribuisce (Tom. I): Lucano e Marziale,
come chiaramente si vede, vogliono andare innanzi a
Catullo e Virgilio, e il loro esempio fu ciecamente
seguito, e dice, che ciò io ho scritto, per conservare
all'Italia il privilegio di non corrompere la Poesia, e per
mostrare, chi furono gli Autori del fatale cangiamento
nella Romana Poesia". Or io pretendo, che in questo
luogo il Sig. Ab. Tiraboschi mi fa dire quello ch'io non
ho detto, e dissimula ciò, che distrugge la pretesa
infedeltà nell'essere stati ommessi da me i nomi di
Stazio, Persio, e Giovenale.
E valga il vero: s'egli non avesse dissimulato, qual sia
il punto, ch'io in quel luogo prendo a provare, vedrebbe
certamente il Pubblico, quanto il Sig. Ab. mi rimproveri
a torto la pretesa mancanza di fede. Io dunque in quel
paragrafo, che è il primo della quarta Dissertazione,
prendo a dimostrare, che Lucano e Marziale non furono
i primi corruttori della Romana Poesia; ond'è, ch'io mi
studio a dimostrare, che fin dal tempo d'Augusto
perdette non poco del suo lustro il Catulliano e
Virgiliano candore. Pretendo altresì, che l'Ab.
Tiraboschi fa un salto da Catullo a Marziale, da Virgilio
a Lucano: e che ne siegue da questo salto? Che non
incontrandosi che Persio anteriore a Lucano e Marziale,
compariscano questi due Spagnuoli come i primi
corruttori della Romana Poesia. In prova di ciò reco (p.
229) quelle parole del Tiraboschi: "Lucano è il primo
che noi vediamo distogliersi dal dritto sentiero, e poi
quelle altre, Lucano e Marziale, come chiaramente si
vede dai loro versi, vogliono andare innanzi a Catullo e
Virgilio, e il loro esempio fu ciecamente seguito".
Tralascio di nominare Stazio, Persio e Giovenale,
perchè in quel luogo non vengono rappresentati dall'Ab.
Tiraboschi come i primi corruttori; mentr'egli concede
gentilissimamente quel primo posto ai tre Spagnuoli,
benchè Persio sia stato anteriore a Lucano e Marziale.
Ciò si sarebbe visto più chiaramente, se l'Ab.
Tiraboschi recate avesse con fedeltà le mie precise
parole. Egli mi fa dire che il Tiraboschi ha scritto così
per conservare all'Italia il privilegio di non corrompere
la poesia; io però dico: "ch'egli ha abbracciato il
partito di saltare da Catullo a Marziale, da Virgilio a
Lucano, come necessario per conservare all'Italia il
privilegio di non corromper da se la poesia";
immediatamente soggiungo: Lucano scrive questo
Autore, è il primo, che noi vediamo distogliersi dal
dritto sentiero, e poi Lucano e Marziale, come
chiaramente ec.
Trovi qui, Sig. Ab., ch'io abbia detto aver lui scritto
queste ultime parole per conservare all'Italia il
privilegio di non corrompere la poesia. Quelle parole
sono dette da me prima di citare il suo testimonio, e
sono relative al salto da lui fatto dall'Epoca d'Augusto a
quella di Lucano e Marziale: e il Sig. Ab. con somma
fedeltà me le fa dire dopo recato il suo testimonio,
aggiungendovi, che io dico, essersi da lui scritte tali
parole per conservare all'Italia il privilegio di non
corromper la poesia, pervertendo così intieramente tutto
quel passo, secondo che a lui torna più in acconcio.
Ma almeno non avesse dissimulato in quelle mie
parole ciò che più mostra ad evidenza il vero mio
sentimento. Non dissi, ch'egli abbracciato avesse quel
partito, per conservare all'Italia il privilegio di non
corromper la poesia; ma di non corrompere DA SE, cioè
di non essere stati gli Italiani i primi corruttori, e ciò egli
lo salvava nominando fra i corruttori, in primo luogo i
tre Spagnuoli, benchè dietro a costoro contro l'ordine
cronologico nominasse tre Italiani. Ciò scrissi
espressamente nella pag. 221 dove dico "che egli
pretende che Lucano e Marziale siano i primi, i quali
volendo essere superiori a Virgilio e Catullo,
abbandonarono il dritto sentiero"; non dico, ch'egli
pretenda che furono i soli, ma che furono i primi. Così
pure nella pag. 240, scrive che: "l'Ab. Tiraboschi trova
in Persio il difetto di voler avvantaggiarsi sopra i Poeti
del secol d'oro, come il primo, (notisi ben quel primo)
che recasse questo danno alla Poesia, aggiungendo, che
il suo esempio fu ciecamente seguito da Lucano? E
conchiudo col dire: ma non lo ha fatto, perchè Lucano
dovea essere il primo a distogliersi dal dritto sentiero,
volendo andare innanzi a Virgilio".
In vista di ciò, come mai ha avuto ella coraggio di
scrivere, ch'io "troncando il testo gli fo nominar
solamente due Poeti Spagnuoli per persuadere a'
Lettori, che tutta ella attribuisce agli Spagnuoli la colpa
della corruzione del buon gusto"? E non avrò forse io
maggior ragione di sclamare: ove è qui, Sig. Ab.
stimatissimo, la buona fede? E vi sarebbe, chi credesse
giammai, che in un passo, dov'egli pretende
convincermi di una grava infedeltà, se ne dovesse trovar
un gruppo intiero da canto suo, ora dissimulando ciò,
ch'io in quel passo prendo a provare; ora troncando i
miei periodi, levandone ciò, che dimostra la mia buona
fede; ora trasportando a diverso luogo le mie parole; e
finalmente mettendomi in bocca ciò ch'egli non troverà
giammai, benchè legga, e rilegga il citato passo, e tutti
gli altri del mio Saggio 86?
86
Al divincolarsi che qui fa l'ab. Lampillas, ricorrendo per iscusare la sua
infedeltà a miseri sutterfugi, io non farò altra risposta che col pregare i
saggi lettori a confrontare insieme la mia Dissertazione, il suo Saggio, la
mia lettera, e la sua risposta; e a decidere, a qual parte sia favorevole la
ragione. Dirò solo ch'io non veggo com'ei mi possa rimproverare, perchè
riferendo quelle sue parole per conservare all'Italia il privilegio di non
"A questa infedeltà (siegue l'Ab. Tiraboschi pag. 8.) è
somigliante quell'altra, in cui egli citando quel mio
passo medesimo dice, ch'io confesso che Lucano e
Marziale furono i migliori poeti del suo tempo, cosa
ch'io ho detto generalmente di tutti i già nominati Poeti,
e non dei due soli Spagnuoli". Ben potevo io
contentarmi di questo suo giudizio, ed accordare al Sig.
Ab., che questa infedeltà è somigliante all'altra,
dimostrata da me falsa, ed insussistente. Io però
pretendo difendermi con sode ragioni, non già con
stiracchiature e cavillazioni. Confesso che quella lode,
come vien da me esposta, è alquanto più espressiva di
quello che sia nell'opera del Signor Abate, e perciò
prego i leggitori del mio Saggio, che a quelle parole i
migliori Poeti sostituiscano queste de' migliori Poeti.
Eccovi l'unico sbaglio intorno ai detti del Sig. Ab.
Tiraboschi di cui egli possa convincer l'Ab. Lampillas: e
quale mai è questa mancanza di fede? È forse l'aver
fatto dire all'Ab. Tirab. qualche cosa, ch'ei non ha detto
contro la letteratura Spagnuola? È aver dissimulato ciò
che distrugge l'accusa di essere troppo prevenuto contro
i nostri Autori? Signori no. Questa gran mancanza di
fede consiste nel aver io messo in bocca al Signor Abate
una lode dei due autori Spagnuoli alquanto più
corrompere la Poesia, io abbia ommesse le parole da me, giacchè io non
veggo, qual differenza s'introduca nel testo con tale ommissione. Chi dice
che l'Italia non corrompe la Poesia, vuol dire, a mio credere, che se fosse
stata al mondo l'Italia sola, la poesia non si sarebbe guasta, che è poi lo
stesso che dire ch'ella non la corrompe da se, ma solo è in essa corrotta
per opera altrui.
eccedente di quella che egli avea pronunziata. Ecco
quell'Abate Lampillas, che in tutta la sua opera sempre
mai si studia di far comparire l'Abate Tiraboschi
dichiarato nemico degli Autori Spagnuoli.
Ma passiamo ad un'altra pretesa infedeltà, che ha
commosso il pacato animo del Sig. Ab. Siamo
nell'apologia del carattere morale di Seneca, dove io lo
difendo dalle ingiuste accuse di questo imparziale
Scrittore, il quale aggiunge gentilmente: Nè è qui luogo
a cercare con qual sorta di pruove: ma se ciò cercar
volesse il Signor Abate, non troverebbe certamente,
ch'io mi protesti di difenderlo coi testimoni di Tacito, e
poi neppure una sola pruova ne appoggi al testimonio di
quest'Autore. Or dove pretende mai il Sig. ab. trovare in
questo passo la mia infedeltà? Eccolo. Dopo aver il Sig.
Ab. Tiraboschi dipinto il carattere morale di Seneca
come d'un uomo macchiato di tutti i vizi, impiegando in
questo bel passo parecchie pagine della sua immortale
Storia, passa a discorrere di Cajo Plinio Secondo con
questa transizione: Assai diverso fu il carattere e il
tenore di vita di Cajo Plinio il Secondo detto il vecchio:
e queste parole confessa il Sig. Ab. Tiraboschi, che
veramente sono sue. Fin qui dunque non v'è infedeltà.
Or io a vista di queste parole, e osservando, che il
Tiraboschi senza spiegar, quale fosse questa diversità di
carattere e di tenore di vita, passava a parlar di tutt'altro,
dissi, che una tal maniera di scrivere in quelle
circostanze era un dar ad intendere, che C. Plinio il
vecchio fosse stato un uomo onestissimo; e soggiungo
poi: "Domando io: può dirsi utile, ed opportuno a'
tempi nostri il cercar tutte le congetture, per far credere,
che fu un uomo bruttato di tutti i vizj un Filosofo, che
scrisse altamente della Provvidenza, qual fu Seneca; ed
in confronto suo voler far credere d'un carattere
onestissimo e virtuoso un derisore della Divina
Provvidenza,
un
combattitore
dell'immortalità
dell'anima, qual fu C. Plinio"? Avrebbe mai sognato
nessuno, che dopo aver recate queste mie parole
dovesse sclamare il Tiraboschi: "Ma di grazia, ove mai
ho io scritto, che Plinio il vecchio fosse uomo di
carattere onestissimo e virtuoso? Legga, e rilegga il
Signor Abate Lampillas tutto il passo etc. (lettera pagina
8)".
Ma dove siamo, replico io, caro Sig. Abate? E quale
mai si cred'ella che sia il Pubblico d'Italia, a cui presenta
questa sua difesa, col fingerlo sbalordito a segno di non
vedere, che io nelle mie parole da lui ristampate, dico
bensì, che il Sig. Abate in confronto di Seneca vuol far
credere d'un carattere onestissimo e virtuoso C. Plinio
secondo: non però dico, che il Sig. Ab. Tiraboschi
scrive, che Plinio il vecchio fosse un uomo di carattere
onestissimo e virtuoso. Legga, e rilegga il Sig. Ab. tutto
il passo, in cui io di ciò ragiono; e s'ei ritrova queste, o
somiglianti parole, io mi do vinto. Quando il Sig. Abate
avesse provato, che da quella sua proposizione
malamente s'argomentava, ch'egli volesse far credere di
carattere onestissimo C. Plinio, avrebbe avuto tutto il
diritto d'accusarmi di cattivo ragionatore, non giammai
d'uomo mancante di fede.
Calzerebbe contro me quest'accusa, se io avessi
scritto ciò, che con iscrupolosa fede e buonissima
intenzione ei mi fa dire. Ma a dir il vero, in questo passo
non troverà il Pubblico men buona della mia dialettica
la mia fede. In fatti, quando il Sig. Ab. Tiraboschi non
pretenda d'esser inteso contro il senso comune, non
otterrà egli giammai, che le suddette parole sue poste
nel luogo e nelle circostanze, in cui da lui s'adoperano,
non abbiano quella forza e quel senso, che da me viene
loro dato.
Non possono forse trovarsi, dice l'Ab. Tiraboschi
(pag. 8) due o più uomini tutti viziosi, e tutti di carattere
l'un dall'altro diverso? Ma, Sig. Abate stimatissimo, si
ricoda ella, che siamo davanti al Tribunale degli uomini
saggi e dotti? E non si fa ella coscienza di far loro
perdere i preziosi momenti de' loro studi in ascoltare
cotai difese? Meglio sarà, che lasciati in pace questi
eruditi uomini ci presentiamo al Tribunale di chiunque
non è sfornito di senso comune, e s'ella trova un solo, il
quale non volendo tradire il proprio intimo senso, resti
pago di questa sua difesa, io mi do vinto. Pretendo
dunque, che se taluno dopo aver parlato di Tizio
dipingendolo di un carattere morale mancante d'ogni
onestà, con individuare lungamente i più neri vizi, de'
quali fu macchiato tutto il tenore della vita di costui,
immediatamente aggiunga: assai diverso fu il carattere
e il tenore di vita di Cajo, senza dir altro: quel tale, io
pretendo, che voglia dar ad intendere, che il carattere e
tenor di vita di Cajo fu onesto contrapposto a quello di
Tizio. È vero, che il carattere abbraccia forse
ugualmente l'indole naturale, il tenor di vita, lo studio, i
costumi, e più altre relazioni; ma è vero altresì, che dal
luogo e circostanze, in cui vien messo, resta determinata
questa parola carattere a significare una di tali cose in
particolare. Ciò posto io dico, che in quel luogo e
circostanze, in cui vien da lui messa quella parola
carattere con le altre tenor di vita, non può secondo il
senso naturale significar altro, se non che Plinio fu un
uom onesto.
Finiamola con un altro esempio. S'ella, Sig. ab.,
sentisse taluno, che dopo pubblicata la sua lettera
discorresse così: "Il Sig. Ab. Tiraboschi risponde all'Ab.
Lampillas con maniera dispregiante ed ingiuriosa;
manca alla convenienza, e alla urbanità, manifesta un
carattere poco degno d'uomo letterato: assai diversa è la
maniera ed il carattere dell'Abate Lampillas". Mi dica di
grazia: Sarebbe ella mai così buona di darsi ad
intendere, che quel tale non pretenda dire, che la
maniera e il carattere dell'Ab. Lampillas sieno una
maniera piena d'urbanità, e convenienza, e un carattere
onesto 87?
87
In poche parole io rispondo a questo lunghissimo tratto dell'ab. Lampillas.
Egli crede di salvarsi abbastanza dicendo ch'ei non ha mai detto ch'io
scrivo, ma sol che voglio far credere che Plinio il vecchio fosse uomo di
onestissimo carattere. Ma come mai voglio io far credere ciò che in niuna
maniera nè affermo, nè accenno? Io parlo lungamente di Plinio, e non
dico una parola in lode del suo carattere morale. Dunque nè io scrivo, nè
voglio far credere ch'ei fosse uomo virtuoso. Ma come dunque affermo io
che il carattere e il tenor di vita di Plinio fosse assai diverso da quello di
Seneca? Si legga ciò ch'io dico di questi due scrittori, e senza punto
TERZA ACCUSA.
L'Ab. Lampillas fa dissimulare all'Ab. Tirab. cose,
ch'egli non ha in alcun modo dissimulate.
Dice in terzo luogo l'Abate Tiraboschi, ch'io l'accuso
d'aver dissimulate cose, ch'egli non ha in alcun modo
dissimulate. (lett. pag. 9).
In pruova di questa pretesa infedeltà reca queste mie
parole del tom. I, pag. 264. "Se Lucano avesse avuto la
sorte di nascere sotto il cielo privilegiato d'Italia, trovata
avrebbe l'Ab. Tiraboschi nella giovine età, in cui
compose la Farsalia, ragion potentissima, onde scusare i
difetti, che si scuoprono in questo Poema, ed ammirare
le molte bellezze, che gli imparziali vi ammirano".
Aggiugne poi parlando col suo corrispondente: "Voi
credete, ch'io non abbia punto accennata la giovenile età
di Lucano, e i pregi di cui questo Poeta fu adorno".
Io non so cosa sia per credersi il detto Sig.
corrispondente. So per altro, che se vorrà fondarsi sulle
riferite mie parole, non sarà obbligato a credere, che il
Sig. Ab. Tiraboschi non abbia punto accennata la
giovanile età di Lucano: ma crederà bensì, ch'egli non
abbia trovata nell'età giovanile di Lucano ragion
potentissima, onde scusare i difetti, che si scuoprono
ricorrere al carattere morale, si vedrà qual differenza passi tra essi.
nella Farsalia, ed ammirare le molte bellezze, che
gl'imparziali vi ammirano. Nè altro crederà il lodato
Sig. Abate, benchè apra la Storia dell'Ab. Tiraboschi, ed
in essa legga (T. II): "Nè voglio già io negare, che
Lucano fosse Poeta di grande ingegno, che anzi ne'
difetti, che noi veggiamo in lui, non cade se non chi
abbia ingegno vivace, e fervida fantasia. Ma oltrecchè
egli era in età giovanile troppo ed immatura per ordire e
condurre felicemente un Poema, avvenne a lui prima
che ad ogn'altro (in ciò ch'è Poema Epico) quello che
avvenir suole a' Poeti, ec.". Dopo queste parole con
invidiabile franchezza, quasichè dimostrata avesse la
mia infedeltà, aggiunge: Poteva io toccare più
chiaramente ciò, che il Sig. Ab. Lampillas si duole ch'io
non abbia toccato? (pag. 9). Ov'è qui Sig. Ab. quella
buona fede di cui ella mi accusava mancante? Dovè
ch'io mi dolga, ch'ella toccata non abbia l'età giovanile
di Lucano? Mi dolgo bensì nelle parole da lei recate,
ch'ella non trovi nell'età giovanile di questo Poeta
ragion potentissima, onde scusare i difetti, e ammirarne
le molte bellezze, che li imparziali vi ammirano nella
Farsalia; e questa è una verità, ch'ella viene a
confessare colle parole istesse, con cui pretende
offuscarle.
E valga il vero: il trovare nell'età giovanile di Lucano
ragion potentissima, onde dichiararlo incapace ad
ordire, e condurre felicemente un Poema, sarà mai
trovare nell'età giovanile di Lucano ragion potentissima,
onde scusare i difetti, e ammirare le molte bellezze,
ch'altri vi ammirano? Tanto si mostra lontano da ciò
pretendere l'Ab. Tiraboschi, che anzi quasi si sdegna
contro coloro, che dalla età giovanile di Lucano
prendono motivo ad ammirare le sue poetiche virtù. Mr.
Marmontel pretende, che nella Farsalia debba
ammirarsi il più grande dei politici avvenimenti
rappresentato da un giovane con una maestà che
impone, e con un coraggio che confonde. A vista di
questo testimonio l'Ab. Tiraboschi soggiunge: altri
forse direbbe, con una gonfiezza che annoja, e con una
presunzione che ributta (T. II, p. 55). Questa è la
leggiadra maniera, con cui questo preteso encomiatore
di Lucano trova nell'età di lui giovanile ragion
potentissima per iscusarne i difetti, ed ammirarne la
virtù 88.
Non è men graziosa la maniera, con cui egli pretende,
che il suo Sig. corrispondente trovi nella Storia letteraria
accennati i pregi, di cui è adorno Lucano. In prova di
ciò reca queste sue parole: Nè voglio già io negare, che
Lucano fosse poeta di grand'ingegno, che anzi ne'
difetti, che noi veggiamo in lui, non cade, se non chi
abbia ingegno vivace, e fervida fantasia. Ma non vede il
Sig. Abate, che se il suo corrispondente apre la Storia,
troverà, ch'ei scrive, che in Lucano quasi ogni cosa è
mostruosa, e sformata – che non sa parlare se non
declama – non sa descrivere se non esagera – che si
88
Dicendo io che Lucano era in età giovanile troppo e immatura per ordine
e condurre felicemente un poema, non trovo io nell'età giovanile di esso la
scusa de' suoi difetti? Ognuno ne giudichi. Ma l'ab. Lampillas avrebbe
voluto ch'io esaltassi Lucano con più ampie lodi; e io amo troppo la mia
riputazione per farlo.
trova una gonfiezza che annoja, e una presunzione che
ributta – che vien comparato Lucano ad un inesperto
Scultore, che a vista d'una statua greca forma un
colosso, ma senza proporzione. A vista di questi bei
pregi decantati dal Sig. Abate, e replicati (egli di me
direbbe) stucchevolmente, potrà lusingarsi, che il Sig.
Abate suo corrispondente resti persuaso della sua
imparzialità nel trattare di questo Poeta col trovare
accennati da lui e il grande ingegno, e la fervida
fantasia?
In questo luogo fa osservare il Sig. Ab. Tiraboschi,
ch'io non ho badato, o finto di non badare a quella
parentesi (in ciò ch'è Poema Epico) pretendendo
trovarsi qui la spiegazione di quel suo detto: Lucano fu
il primo a distogliersi dal buon sentiero, scritto da lui
molto prima. Aprasi il Tom. II. della Storia letteraria
nella pag. 5, dove si comincia a trattare della Poesia
dopo il secolo d'Augusto, e si vedrà, che ivi comincia
col parlare di Germanico. Tutte le Poesie, che si
accennano di quest'illustre Poeta, sono commedie
greche, epigrammi latini, e greci, e la traduzione de'
fenomeni, e de' pronostici di Arato. Nessuna di queste,
come ognun vede, è componimento Epico. Aggiunge
poi il Sig. Ab. Tiraboschi: "Nelle poesie di Germanico
non vedesi ancora quella vota gonfiezza, e quel sottile
raffinamento, che comincia poscia a scoprirsi nei
seguenti Poeti, e perciò da molti egli è posto tra gli
Scrittori dell'età d'oro, benchè toccasse ancora il Regno
di Tiberio. Lucano è il primo, che noi veggiamo
distogliersi dal buon sentiero, e lusingarsi di andar
innanzi ancora a Virgilio". Entra poi a parlare di
Lucano, cominciando dalla patria ec., senza che in un
lungo tratto si trovi quella sua pretesa spiegazione. Io
domando: chiunque legga questo passo della Storia
Letteraria, crederà mai, che Lucano sia stato il primo a
distogliersi dal buon sentiero, per soli quei difetti, che
riguardano il poema Epico, e non piuttosto in generale
per quelli, che non vedonsi nelle poesie (non epiche) di
Germanico, e si scuoprono ne' seguenti Poeti? Forse la
vuota gonfiezza, e il sottile raffinamento sono difetti
soltanto nelle composizioni epiche, e non anzi in
qualunque altro poetico componimento? Non sono
certamente epici i componimenti di Persio, ripresi dal
Rapin per la gonfiezza nelle espressioni. Se dunque
ov'egli parla di questi difetti, ivi è, che dice: Lucano fu
il primo a distogliersi dal buon sentiero; come mai
pretende, ch'io avverra, ch'egli restringeva quest'accusa
a' soli difetti in ciò ch'è poeta epico? Questa è la
maniera, Sig. Abate, di metter in chiaro la verità?
Pretende poi il Sig. Abate Tiraboschi, che gli venga
da me rimproverato l'aver dimenticato Igino. E in questo
luogo, come in molti altri, dà alle mie parole un senso
diverso da quello, che tutti intendono, e così fa
comparire quasi false accuse e puerili lamenti le mie
vere e sode doglianze. Così, dov'io dolgo del Sig. Abate,
perch'egli non dà luogo, perchè da lui vien dimenticato
nella sua Storia, perch'egli non parla, non favella
d'alcun autore Spagnuolo, pretende ch'io mi dolga,
ch'egli non abbia nominato il tale, o il tal altro autore, e
si crede pienamente giustificato dalla mia accusa col
dire, che lo ha nominato sino a due volte: e non potrà
dirsi esser queste di quelle ch'egli chiama
stiracchiature? Se io stesso, dove mi lamento, ch'egli
non abbia dato luogo ad Igino, e Prudenzio, dico, ch'egli
si scusa dal dar loro luogo nella sua Storia, perch'essi
furono Spagnuoli, non dico in ciò chiaramente, che da
lui vengono nominati? Nomina egli per ben due volte
Prudenzio, e nondimeno dice che: non debbe favellare
di Prudenzio perchè fu Spagnuolo: dunque non basta
nominar qualche autore nella sua Storia per dir che di
lui in essa ne favella 89.
Ma ciò è perdere il tempo in giuochi di parole.
Venghiamo al vero senso della mia accusa. Io mi dolgo,
che nella Storia Letteraria venga dimenticato Igino in
confronto di Terenzio; che non si dia ad Igino distinto
posto, come si è dato a Terenzio, e pretendo, che vi
siano tutte le ragioni, perchè il Sig. Ab., dove nomina
Igino, dica ciò che dice dove nomina Terenzio; cioè:
non vuolsi alla fuggita nominare Terenzio. E crederà di
aver risposto con solidità a questa obbiezione col dire,
ch'egli ha nominato per ben due volte Igino così alla
sfuggita, che se ne sbriga in due righe, mentre impiega
più pagine in parlar di Terenzio? Pretendo altresì, che le
erudite opere d'Igino, di cui egli tralascia di far
menzione, perchè fu Spagnuolo, erano molto più
opportune a manifestare lo stato della letteratura del
89
Sappian dunque i lettori dell'opera dell'ab. Lampillas, che quando egli
dice ch'io non do luogo nella mia Storia, che dimentico, che non parlo,
che non favello, vuol dire ch'io gli do luogo, ch'io non me ne dimentico,
che ne parlo, ec. Egli ha fatto saggiamente coll'avvertircene.
secolo d'Augusto, che non le commedie di Terenzio;
come ne' tempi venturi lo saranno le erudite fatiche de'
Bibliotecarii Estensi a manifestare lo stato della
Letteratura in Italia in questo secolo molto più che i
componimenti teatrali dei migliori Poeti.
Nè punto meno opportuna sarebbe stata e propria
della Storia Letteraria la critica ricerca intorno alle vere
o supposte opere d'Igino; nè certo minor utilità recata
avrebbe alla Repubblica delle Lettere di quella, che
recar possano le molte pagine da lui impiegate in
formare il processo contro il carattere morale di Seneca,
e nell'investire lunghissimamente il vero motivo
dell'esilio d'Ovidio, ed altre tai cose, delle quali, benchè
meno opportune in una Storia letteraria, ne ragiona il
Signor Abate non alla sfuggita, ma distesamente. E qui
di passaggio può osservarsi, che avendo io similmente
rimproverato al Sig. Ab. Tiraboschi il non aver favellato
di Prudenzio, sembra, che non abbia egli stimata
ingiusta questa mia doglianza, poichè non si scusa col
dire, che per ben due volte viene da lui nominato.
Passa egli di poi al luogo, ove io mi dolgo del
dissimulare che ha fatto la patria degli Imperatori
Trajano, Adriano, Teodosio, e di Alfonso d'Aragona Re
di Napoli. Eccovi un altro passo, dove quest'onestissimo
accusatore dissimulando il vero motivo della mia
doglianza, la fa comparire, e la chiama una
fanciullaggine (pag. 10). Io dunque nel suddetto luogo
mi lamento dell'Abate Tiraboschi; imperciocchè dov'egli
crede d'aver ragione di dire, che la nazione Spagnuola fu
la corruttrice della Letteratura Italiana, non dissimula,
anzi replicatamente nomina gli Spagnuoli; all'opposto
giunto a qualch'epoca, in cui gli Spagnuoli recarono
sommi vantaggi alle Italiane Lettere, non fa grazia di
nominare la nostra nazione.
Ecco la mia riflessione: dove il Tiraboschi esamina le
cagioni della corruzione del gusto nel seicento, e crede
trovarne una nel dominio Spagnuolo in Italia, non si
contenta di dire, che a ciò concorse il dominio, che gli
Spagnuoli aveano allora in Italia; ma aggiunge a
maggior spiegazione, che i loro libri (degli Spagnuoli)
si spargevano facilmente; che il loro gusto si
comunicava; che gli Italiani divennero per così dire
Spagnuoli; che la Toscana più lontana dagli stati da
essi dominati fu la men soggetta a queste alterazioni;
come se il contagio andasse perdendo la sua forza
quanto più allontanatasi dalla sorgente, onde traeva
l'origine. Quanto però è diversa la condotta di questo
Storico, dove giunge alle gloriose epoche del governo
Spagnuolo sotto Trajano, Adriano, Teodosio, e Alfonso
d'Aragona! In vano si cercherà nella Storia Letteraria
del Tiraboschi, dove si tratta di questi Principi, il nome
di Spagna, Spagnuoli, di dominio Spagnuolo. Questa è
la mia doglianza.
Domandi adesso il Sig. Ab. Tiraboschi al suo
corrispondente: Che dite amico mio d'una tal
fanciullaggine? Ci dica adesso il Sig. Abate, se gli
abitanti dell'antica Pannonia hanno motivo a tai
lamenti.
Di più. È forse men noto all'Italia, che Seneca,
Lucano e Marziale furono Spagnuoli, di quello che sia
noto, che Spagnuoli furono i suddetti Principi? e perchè
dunque dove si tratta della Eloquenza e Poesia corrotte
dopo Augusto, non si contenta con solo nominar
Marziale, Lucano, e Seneca? Ma vi soggunge: ed essi
erano ancora Spagnuoli. È forse più noto all'Italia che
Trajano, Adriano, Teodosio fossero Spagnuoli, di ciò
che noto sia che fosse Francese Carlo Magno? Ora
perchè mai nell'epoca di questo Imperatore non si
contenta il Sig. Ab. col raccontare i vantaggi recati da
Carlo Magno alle lettere? Ma soggiunge: Se l'Italia
ebbe allora la sorte di avere un Principe, che si
adoperasse a farvi risorgere gli studi, ella dee
confessare sinceramente, che n'è debitrice alla Francia.
(T. III.) Si contenta bensì di nominare quei Principi
Spagnuoli, che sorpassarono tutti gli altri in farvi
risorgere le arti e le scienze senza confessar
sinceramente, che di tai vantaggi ne sia l'Italia debitrice
alla Spagna. Questa è, Sig. Ab. Tiraboschi, quella grave
e giusta mia doglianza, ch'ella non sa chiamar con altro
nome, se non con quello di fanciullaggine.
A tutte queste mie riflessioni vede bene il Sig. Abate,
che non può soddisfarsi col dire, che da lui vien
chiamato Alfonso d'Aragona. Sapeva ben egli,
ch'essendo rimasto in Italia questo Regio cognome, ad
illustrare alcune nobilissime famiglie, non era già questo
a' tempi nostri un non equivoco contrassegno, con cui
manifestare, che Alfonso fosse Spagnuolo. Anzi non
manca Autore Italiano ben noto al Sig. Abate
Tiraboschi, il quale in una sua opera stampata nel 1775,
dove discorre dei Principi Italiani, che favorirono gli
studi in Italia nel sec. XV nomina Alfonso Re di Napoli
insieme coi Galeazzi, Medici, Estensi, Gonzaghi ec., e
poi passa a discorrere dei Principi forastieri, che
favorirono i dotti Italiani. Ma di ciò parleremo più
distintamente nella seconda parte del Saggio
Apologetico 90.
Andiamo avanti. Dice gentilmente il Sig. Ab.
Tiraboschi (p. 11) che quanto più s'avanza nella sua
opera il Sig. Ab. Lampillas, tanto più sembra che gli si
annebbino gli occhi ec. L'abate Lampillas dice, che sono
cose così fosche le nuvole, con cui il Sig. Ab.
Tiraboschi si è studiato nella sua lettera di offuscare la
verità, che non senza fondamento ha temuto qualche
volta di avere annebbiati gli occhi, provando non poca
fatica per mettere nel vero lume i passi del suo Saggio
trasformati nella lettera del Sig. Abate, affinchè
chiunque sa leggere, possa leggerli quali da lui furono
stampati; mentre ciò solo basta ad una piena difesa.
In questo luogo dunque l'Ab. Tiraboschi scrive:
"Ch'io dopo aver confutate le pruove, con cui egli ha
procurato di dimostrare, che Gherardo fu Italiano, e non
già Spagnuolo, arreco diversi tratti, ne' quali egli
ragiona del sapere di esso, e quindi conchiudo: chi non
crederà leggendo questi bei tratti della Storia
Letteraria, che il gran Gherardo fosse un celebre
90
Di tutti questi raziocinj dell'ab. Lampillas io lascio l'esame e la decisione
agl'imparziali lettori.
Filosofo Italiano, che arricchito in Italia d'ogni genere
di cognizione, passò in Ispagna a far conoscere il suo
valore, e che spargendo copiosi lumi di dottrina dissipò
le tenebre, che per molti secoli avevano ingombrato
quel Regno ec.".
In qual diverso aspetto vien rappresentato questo
tratto del mio Saggio da quello ch'io scrissi! Aprasi il
secondo mio Tomo nella pag. 147, e vedrassi, che per
tutto quel paragrafo quinto si tratta della patria di
Gherardo senza far motto di ciò di cui ragiona l'Ab.
Tiraboschi in questo passo della sua lettera. Nella p. 162
comincia il paragrafo sesto, il cui titolo è: Il
risorgimento degli studi di Filosofia ec. dopo il mille lo
dovette l'Italia agli Spagnuoli. Qui rimprovero all'Ab.
Tiraboschi il disporre ch'ei fa la sua Storia in maniera,
che in tutte l'epoche comparisca l'Italia maestra, ed
illuminatrice delle altre nazioni, e parlando del
risorgimento degli studi di Filosofia dopo il mille la
discorro così (p. 164). "A disvelare maggiormente la
singolar arte di quest'Autore in esaltare la patria
letteratura, servirà non poco il riflettere la maniera, con
cui entra a parlare di Gherardo preteso Italiano. Dopo
aver detto, che gl'Italiani fecero risorgere la Filosofia in
Francia, e che in Costantinopoli le recarono nuovo
lume, disse: che più? anche alle Spagne si fece
conoscere il valore degl'Italiani nel coltivamento dei
Filosofici studi per opera del celebre Gherardo
Cremonese (T. III); quindi termina così la Storia di
Gherardo: In tal maniera gl'Italiani quasi ad ogni parte
del mondo davano in questo tempo luminose pruove del
loro sapere, e giovavano a dissipare le tenebre, che lo
avevano da tanti secoli ingombrato (ivi)".
In seguito a questo passo del mio Saggio viene quel
tratto, che ristampa l'Ab. Tiraboschi nelle pag. 11 e seg.,
e comincia: Chi non crederà leggendo questi bei tratti
della Storia Letteraria ec. Qui può osservarsi la fedeltà,
con cui asserisce l'Abate Tiraboschi, che io dopo
arrecati diversi tratti, ne' quali egli ragiona del sapere di
Gherardo, conchiudo: chi non crederà ec. qui ripiglia
egli, e dice: chi non crederà, dirò io pure, leggendo
questo tratto del Sig. Ab Lampillas, ch'io nulla abbia
detto di tutto ciò, ch'ei va qui raccontando in lode della
sua Spagna (p. 11). Io rispondo, che ciò crederà
chiunque non crede, com'io non credevo, che il bravo e
vivace Storico della Letteratura Italiana, potesse tessere
la Storia di qualche letterato in guisa, che ciò che narra
nel mezzo contraddice a ciò che dà ad intendere sul
principio, ed a ciò che conchiude sul fine. Legga
chiunque l'esordio da me recato, con cui comincia il
Tiraboschi a parlare di Gherardo, e le parole con cui
conchiude la sua Storia, e mi dica, se creduto avrebbe
giammai, che parlasse il Tiraboschi d'un Italiano, che
andò in Ispagna a coltivare la Filosofia, che giaceva
dimenticata in Italia, e che colà s'impiegò nella
traduzione d'alcune opere Filosofiche? Eppure, come io
stesso scrivo, non può dir altro di Gherardo il
Tiraboschi.
Io non pretesi, che non avesse detto il Gherardo tutto
ciò ch'egli ha scritto; pretesi bensì, che dovendo lui ciò
confessare, ch'era di non poco onore alla Letteratura
Spagnuola di quei tempi, e che dovea chiaramente
mostrare, che furono gli Spagnuoli i maestri degl'Italiani
nei filosofi studi; egli a fine d'annebbiare gli occhi de'
suoi leggitori, e far loro credere tutt'altro cominciò con
quel bell'esordio: "Che più? Anche alle Spagne si fece
conoscere il valore degli Italiani nel coltivamento dei
filosofici studi, aggiungendovi la non men bella chiusa:
in tal maniera gl'Italiani quasi ad ogni parte del mondo
davano in questi tempi luminose pruove del loro sapere,
e giovavano a dissipare le tenebre, che l'aveano da tanti
secoli ingombrato". Questo è, Sig. Ab. stimatissimo, ciò
ch'io leggo in questi suoi bei tratti, e ciò legge chiunque
sa leggere.
Dopo ciò arreca l'Ab. Tiraboschi le parole, con cui
egli nella sua Storia asserisce, che Gherardo recossi a
Toledo, e là si accinse alla traduzione di parecchi libri, e
che dovette in gran parte i suoi studi a Toledo. Finisce
poi col domandare: poteva io dire più chiaramente, ciò
ch'ei mi accusa di avere dissimulato (p. 12)? Rispondo,
ch'egli nè chiaramente, nè confusamente ha detto ciò,
ch'io l'accuso di aver dissimulato. Egli ha detto
chiaramente, che Gherardo dovette verisimilmente in
gran parte a Toledo i suoi studi, e il suo sapere: io però
non l'accuso di aver ciò dissimulato, anzi al T. II. p. 154
arreco queste stesse sue parole. Io lo accuso di aver
disposto in maniera questo tratto della sua Storia, che
comparisca l'Italia la ristoratrice dei filosofi studi in
Europa; gloria, ch'io pretendo dovuta alla Spagna, e
dissimulata dal Sig. Abate; e potrà egli dire, che ha
detto chiaramente che si debba alla Spagna questo
vanto? Questa però è la condotta osservata dal Sig.
Abate in tutto questo processo: fingere strane accuse,
che io non l'intendo, e dissimulare le sode, e vere, a cui
non si trova in grado di rispondere.
Prosiegue egli nella pag. 12, e pretende ch'io stesso
mi contraddica, dove mentre l'accuso di aver dissimulata
qualche gloria Letteraria degli Spagnuoli, ivi medesimo
reco le sue parole, dalle quali chiaro si scorge il
contrario. Non posso se non che di nuovo ammirare il
coraggio di questo mio accusatore; giacchè in tutto
questo tratto del mio Saggio pretende, che il Pubblico
legga tutt'altro, che ciò ch'io ho scritto, trasformando
tutto l'ordine del mio ragionare. Io dunque, come ho
detto sopra, in tutto quel paragrafo sesto, che comincia
alla p. 162. mi lamento, che l'Ab. Tiraboschi abbia
disposta la sua Storia in maniera che comparisce doversi
all'Italia la gloria di ristoratrice degli studi dopo il mille,
gloria, che a ragion si debbe alla Spagna. Questa, e non
altra è quella qualche gloria letteraria degli Spagnuoli,
ch'io pretendo dissimulata dal Tiraboschi. Dopo
proposto così l'argomento che prendo a trattare, dice
l'Ab. Tiraboschi (p. 12) che io passo a ragionare
lungamente degli studi, e delle opere degli Arabi
Spagnuoli, per dimostrare quanto tutto il mondo debba
a quella Nazione; e pure per molte pagine immediate
alla suddetta mia proposta niente affatto discorro nè
degli studi degli Arabi, nè di quanto tutto il Mondo
debba a quella nazione. Impiego bensì quelle pagine in
dimostrare la maniera, con cui il Tiraboschi fa
comparire l'Italia ristoratrice degli studi in Europa.
Arreco in primo luogo le parole, con cui egli comincia a
trattare della Filosofia, e Matematica dopo il mille (T.
III. lib. 4, c. 5). "Ne' tempi più antichi, scrive egli, col
divolgare i libri di Aristotele, e col recare nelle loro
lingue le opinioni, ed i sistemi de' più illustri Filosofi,
aveanle accresciuto nuovo ornamento. Or nel
decadimento, in cui ella era, gl'Italiani parimente furono
i primi, che per così dire la richiamassero a vita, ed
aprissero la via non solo a' lor nazionali, ma ad altre
Nazioni ancora".
Quindi arreco l'esordio, con cui il Tiraboschi entra a
discorrere della Medicina nel seguente capo: "Come la
Filosofia, e la Matematica, dice, dopo l'essere state
parecchi
secoli
quasi
interamente
neglette,
cominciarono a questi tempi a risorgere in Italia, e da
essa si sparsero poscia nelle vicine non meno, che nelle
lontane Provincie, così pure la Medicina nell'epoca, di
cui parliamo, venne per opera degl'Italiani
singolarmente a nuova luce". Dopo di ciò osserva la
maniera, con cui comincia a parlare di Gherardo, cioè:
Che più? Anche alle Spagne ec.
In vista di quest'ordine del mio ragionare, che ognun,
che ha gli occhi in fronte, legge nel mio Saggio, chi
crederebbe giammai, che un uomo, che mi accusa di
mala fede, dopo recate quelle mie parole, dove lo
incolpo di voler far comparire l'Italia ristoratrice degli
studi in Europa, soggiungesse (p. 12) quindi passa a
ragionar lungamente degli studj, e delle opere degli
Arabi Spagnuoli, per dimostrare quanto tutto il mondo
debba a quella Nazione. Se la verità filosofica fosse
stata la condottiera della sua penna, in questo luogo
doveva piuttosto dire: "quindi arreca parecchi tratti della
mia Storia, co' quali dimostra ad evidenza, ch'io mi sono
studiato di far comparire l'Italia la prima ristoratrice
della Filosofia, Matematica e Medicina, e la fortunata
sorgente, onde si diffusero per l'Europa".
Dimostrata così questa condotta del Tiraboschi passo
a far vedere, quanto fosse lontana l'Italia in quei secoli
da poter ristorare tai studi, e dissipare le tenebre, che
ingombrano l'Europa; e quanto all'opposto fosse la
Spagna in istato di poter recare questi vantaggi alle
giacenti lettere. Ciò provo coi testimoni e del Bettinelli,
e del Tirab., i quali confessano e la somma ignoranza, in
cui giacea sepolta l'Italia a quei tempi, e all'opposto il
florido stato, in cui erano in Spagna gli studj.
Questo era il luogo, dove il Sig. Ab. doveva dire al
suo Corrispondente: ma il credereste voi mai? "L'Abate
Lampillas per dimostrare, che l'Italia non potè essere la
ristoratrice della giacente Filosofia, arreca parecchi
testimoni di quell'Abate Tiraboschi, che, come voi
leggete nella sua Storia medesima, francamente ci
assicura, che gl'Italiani furono i primi a richiamar a vita
la filosofia, ad aprire la via anche ad altre Nazioni, e che
dall'Italia si sparse sino alle lontane Provincie".
Poteva aggiugnerli ancora: "Voi crederete, che l'Abate
Lampillas abbia trovati quei testimoni, con cui io
confesso, che a questi tempi era tra gl'Italiani
sconosciuta, e dimenticata la Filosofia, e che ella fioriva
felicemenre tra gli Arabi, crederete, dico, che gli abbia
trovati dove io discorro del risorgimento di siffatti studi
dopo il mille: ma v'ingannate, caro Amico. Niente di
tuttociò si trova nei capi della mia Storia, cioè nel 5 e
nel 6 del libro 4 del mio 3 tomo. Ma all'Ab. Lampillas,
sebben se gli annebbiano gli occhi, gli è riuscito di
scuoprire nel to. 4, dove io discorro dello stato di questi
studi nel secolo decimoterzo, altri passi, che mal si
confanno, anzi distruggono tutta quella pretesa gloria
dell'Italia, ch'io m'affaticai ad istabilire nel tom. 3,
sebben egli per sua bontà non mi ha rinfacciata questa
contraddizione. E credereste voi mai, che io potessi
pretendere d'accusarlo di contraddizione, dov'egli
poteva conconvincermi d'una delle più manifeste"?
In fatti non è tale il dipingerci l'Italia dopo il mille
come ristoratrice della Filosofia, e illuminatrice anche
della Spagna; e poi nel seguente tomo, dove si tratta
della scoperta dell'Ago calamitato scrivere: questa
scoperta dovette farsi probabilmente nel decimo o
nell'undicesimo secolo, quando la Filosofia fra noi
appena si conosceva di nome, e fra gli Arabi
all'opposto era assai coltivata; e confessare, che fra gli
Arabi di Spagna si coltivavano con grande ardore nei
bassi secoli gli studi d'ogni maniera (tomo quarto)?
Ecco, Signor Abate, il fondamento della mia giusta
doglianza, cioè la maniera, con cui ella, dove si tratta
del risorgimento degli studi dopo il mille, fa comparire
gl'Italiani i primi ristoratori, dissimulando il doversi a
ragione questo vanto alla Spagna; e poi in altro tomo,
dove si tratta di tutt'altro, che di questo risorgimento,
confessa l'ignoranza dell'Italia dopo il mille, e l'ardore,
con cui in Ispagna si coltivavano gli studi d'ogni
maniera. Ecco come può con tutta ragione l'Abate
Lampillas accusarlo, ch'egli abbia in questo punto
medesimo dissimulate le glorie de' suoi Arabi Spagnuoli
(pag. 12.) 91.
Or prego il Pubblico a riflettere, che il Tirab. per dar
qualche colore di verità alle accuse, ch'egli
ingiustamente m'intenta, non ha trovata altra maniera
che il troncare, e trasformare i più ben ordinati tratti del
mio Saggio. Io all'opposto a difendermi, non mi studio
che a riordinarli, e metterli davanti quali in esso si
leggono.
Io lascio in disparte, prosiegue il Tirab. (pag. 12) la
ridicola accusa, ch'egli mi dà, di non aver detto, che S.
Domenico fosse Spagnuolo; e cita il mio tom. II p. 196.
Meglio avrebbe fatto il Sig. Ab. Tirab. di tralasciar de
91
Ecco dieci pagine (della prima edizione) impiegate dall'ab. Lampillas a
difendersi dall'accusa da me datagli a ciò ch'ei dice di Gherardo
cremonese. Ei si duole che io non abbia affermato che l'Italia dovette alla
Spagna il risorgimento de' buoni studj. Io non l'ho detto, nè 'l dirò mai. Ho
detto che Gherardo dovette verisimilmente in gran parte a Toledo i suoi
studj e il suo sapere; e col dir ciò ho detto quanto io sapeva delle glorie
letterarie della Spagna riguardo all'Italia in quel secolo; e mi son doluto e
mi dolgo tuttora che l'ab. Lampillas abbia a questo luogo dissimulata
questa mia espressione onorevole alla Spagna. Ho confessato che gli studj
filosofici giacevano dimenticati in Italia; dunque non ho certo detto che la
Spagna li ricevette dall'Italia. Ho detto che gl'Italiani in ogni parte del
mondo facean il lor talento, e ciò è verissimo anche riguardo alla Spagna.
tutto quest'accusa, e così si sarebbe risparmiato il
rossore di sentirsi rinfacciare la più vergognosa falsità:
leggasi la p. 196 del mio II. tom.; leggasi pure tutto quel
§ 8, dove io parlo di S. Domenico, e vedasi se in esso si
trova una tale accusa; e non potranno se non che
maravigliarsi i leggitori, che un uomo, il quale, non
pago di troncare e travisare i miei detti, finge in oltre
accuse del tutto ideali, abbia nondimeno il coraggio di
dire: che può egli rispondere? Io cito le sue precise
parole senza punto alterarle, com'egli ha alterato le mie
(pag. 20). Nè potranno guardare senza sdegno, che su
questo falso fondamento venga io da lui trattato con la
dispregiante espressione: Chi mai avrebbe creduto, che
dovesse trovarsi un Abate Lampillas ec. espressione che
il solo sentirsi rinfacciare dovea tingere di rossore
chiunque non affatto ignori i doveri dell'urbanità.
Ecco la mia doglianza contro il Tiraboschi in tutto
quel passo. Io prendo a dimostrare, che i sacri studi
furono in quel secolo promossi, ed illustrati in Italia
dagli Spagnuoli. Cominciò con uno degli avvenimenti
più vantaggiosi alle scienze sacre, quale fu la
fondazione dell'illustre Ordine de' Predicatori. Affermo,
che l'Italia sperimentò bene questi vantaggi, e ne reco in
pruova le parole stesse del Tirab. Tutto ciò si trova nella
pag. 195 del mio secondo tomo. Quindi ripiglio pag.
196 "Di tutti questi vantaggi, io chieggo, non è debitrice
l'Italia al gran S. Domenico, gloria, ed ornamento della
nazione Spagnuola? Eppure nemmen si vede nominato,
dove si tratta della nascita di quest'Ordine. Io penso, che
sarebbe qui più opportuna quella sincera confessione
fatta dal Tirab. in occasione della venuta di Carlo
Magno in Italia, giacchè con giusta ragion potrebbe
dire: Se l'Italia ebbe a questi tempi la sorte di aver un
Eroe santissimo, che con la fondazione d'un nuovo
ordine si adoprò a farvi risorgere i sacri studi, e le
assicurò un perpetuo seminario di grandi uomini, ella
dee confessar sinceramente, che ne è debitrice alla
Spagna".
Dov'è qui, Sig. Ab. stimatissimo, ch'io l'accusi di non
aver detto che S. Domenico fu Spagnuolo? Dove sono le
mie precise parole citate sena punto alterarle? In questa
guisa ella si studia di sfigurare le mie giuste accuse per
farle credere ridicole; mentre l'accusa da me intentatale
in questo luogo solo può chiamarsi ridicola da chi
acciecato da qualche prevenzione pretenda, che furono
maggiori i vantaggi recati da Carlo Magno agl'Italiani
studi, di quelli, dei quali è debitrice l'Italia a tanti
dottissimi Domenicani, che l'hanno illustrata, e la
illustrano per quasi sei secoli 92.
Qui si vede con quanta ragion poteva dire il Tirab.
che si vergognava di trattenersi su questo punto. Non
men però dovea vergognarsi dell'altra accusa, ch'egli
92
Questo è un puro giuoco di parole. Io ho lodato l'Ordine dei Predicatori, e
ho detto che molto ad esso dovetter le scienze, e col lodar l'Ordine
domenicano ho lodato s. Domenico fondator dell'Ordine, giacchè niuno,
credo, vorrà sospettare che il detto Ordine sia fondato da s. Benedetto. È
dunque una puerilità il dire ch'io lodando l'Ordine domenicano non ho
nominato s. Domenico; e tutta l'accusa non può ridursi ad altro che al dire
ch'io non ho detto che s. Domenico fosse spagnuolo, e perciò a tale accusa
ho fatta la risposta che si conveniva.
m'intenta intorno al celebre Cardinale Albornoz.
Scriv'egli a questo proposito (p. 13) ch'io l'accuso di
non aver fatta menzione nella sua Storia del celebre
Card. Albornoz Spagnuolo; e che qui di nuovo deve
lamentarsi del Signor Abate Lampillas, e farne solenni
doglianze in faccia a tutto il mondo.
Anche in questo luogo, caro Sig. Ab., poteva ella
interpellare il suo Corrispondente, e dirgli "ma il
credereste voi mai? L'Ab. Lampillas non mi ha fatta mai
una tale accusa. Io con buonissima fede assicuro a tutto
il mondo, ch'egli dice, ch'io nella mia Storia non ho
fatta menzione del Cardinal Albornoz. Io so bene,
ch'egli ciò non ha detto; e nondimeno colla solita
franchezza mi lamento di lui in faccia a tutto il mondo
non per ciò ch'egli abbia detto, ma per ciò ch'io gli fo
dire".
In fatti vedasi il tomo secondo del mio Saggio dalla
pag. 201. fino alla pag. 206. dove io parlo di questo
celebre Card., e se si trova, ch'io mi dolga assolutamente
del Tirab. di non aver fatta nella sua Storia menzione
del Card. Albornoz, mi confesso uomo mancante di
buona fede; se ciò non si trova, lascio al mondo intero il
giudizio, che deesi farsi intorno alla fede del Tiraboschi.
Mettiamo nella vera luce questo fatto, che tanto basta
a giustificarmi. Nel paragrafo 8 della Dissertazion 6,
prend'io a dimostrare, di quanto sia debitrice l'Italia al
Card. Albornoz: ciò comincio a fare in fondo alla p.
201, dove in poche righe manifesto lo splendore recato
dal sì insigne Cardinale all'Università di Bologna colla
fondazione del magnifico Collegio di S. Clemente degli
Spagnuoli. Quindi passo a spiegare gli altri meriti del
nostro Cardinale verso gran parte dell'Italia, e comincio
così: "In questo luogo non posso non fare un amorevol
lamento coll'Ab. Tirab. e molto più coll'Ab. Bettinelli;
imperciocchè dove ci dipingono lo stato dell'Italia nel
secolo XIV oppressa e tiranneggiata da tanti prepotenti,
non si degnano nemmen di nominare il grand'Egidio
d'Albornoz, che a costo di immense fatiche liberò gran
parte di essa dall'oppressione di quei tiranni, ed assicurò
alla Romana Chiesa l'antico patrimonio".
Dov'è ch'io qui accusi l'Ab. Tirab. di non aver fatta
menzione nella sua Storia del celebre Card. Albornoz?
Il lamentarmi, ch'io giustamente fo, che il Tirab. dove ci
dipinge lo stato dell'Italia del secolo XIV oppressa e
tiranneggiata da prepotenti non sì degni nemmen di
nominare il grand'Egidio di Albornoz, è lamentarmi che
nella Storia non abbia fatta menzione il detto
Cardinale? Qui poteva io a ragion rinfacciare al sig. Ab.
Tirab. ch'egli fa universale a tutta la sua Storia la
proposizione da me ristretta ad un determinato passo di
essa, vedeva egli però, che recata la mia accusa quale da
me venne scritta, non poteva giammai convincerla di
falsità. Ciò all'opposto gli riusciva sfigurandola come ha
fatto.
Aprasi il tomo 5 della Storia Letteraria del
Tiraboschi, leggasi tutto il cap. I del lib. I. che ha per
titolo, Idea generale dello stato civile d'Italia in questo
secolo, e vedasi, se in verun luogo delle dieci pagine,
che compongono quel Capo, venga nominato il Card.
Albornoz; eppure ciò vi voleva a convincermi di mala
fede. In fatti l'unica maniera, con cui doveva egli farla
palese a tutt'il mondo, era questa; "L'ab. Lampillas si
lamenta che dov'io dipingo lo stato dell'Italia nel secolo
XIV oppressa, e tiranneggiata da' prepotenti, non abbia
io nominato Egidio d'Albornoz. Leggasi il capo I del
lib. I del mio tom. 5, dov'io descrivo lo stato dell'Italia
nel secolo XIV, e là troverassi nominato da me il Card.
Albornoz. L'ab. Lampillas si lamenta, ch'io non fo
menzione delle immense fatiche, con cui l'Albornoz
liberò gran parte dell'Italia dall'oppressione de' Tiranni,
le assicurò la felicità con savie leggi, e fece in essa
rifiorire gli abbandonati studi. Leggasi il predetto capo
(o almen qualchedun altro) della mia Storia, ch'io non
ho dissimulati questi singolari meriti dell'Albornoz".
Questa sarebbe, Sig. Ab., la maniera di manifestare a
tutt'il mondo la mia mancanza di fede; allora potrebbe a
ragion dirsi, che la sola verità filosofica è la condottiera
della sua penna, e che risponde all'Ab. Lampillas coi
fatti alla mano. Ma come mai può lusingarsi di ciò
ottenere rispondendo a tutt'altro, che a ciò di cui vien
accusato? Io mi lamento, che da lei vengano dimenticati
quei meriti del Card. Albornoz, che esigono dall'Italia
un'eterna gratitudine, e che doveano occupare distinto
posto nel primo capo del suo 5 tomo: quei meriti con cui
egli assicurò la tranquillità all'Italia, e la quiete agli
studi; quei meriti, che gli acquistarono la più tenera e
distinta stima de' Papi, e quel singolare, e pregiatissimo
titolo di Padre della Chiesa; quel merito di doversi a lui
singolarmente il ritorno di Urbano V in Italia, come
scrive il Sepulveda e che nondimeno dal Sig. Ab. in
quel capo I si attribuisce ad Aldovrandino III Sig. di
Modena; quei meriti finalmente, che pare impossibile
l'esser dimenticati da uno Storico, dove tratta dello stato
civile dell'Italia in quei tempi.
E che risponde, il Sig. Ab. Tirab. a questi miei giusti
lamenti? Egli risponde, che nel cap. 3 dove tratta
dell'Università ha impiegata quasi una pagina in parlare
della fondazione del Collegio degli Spagnuoli fatta
dall'Albornoz, e che ha recato l'elogio, che si fa di detto
Card. In un'antica Cronaca di Bologna, dove si spiega il
dolore provato da quei cittadini nella morte
dell'Albornoz, per essersi esso manifestato grand'amico
degli uomini di Bologna, e avergli cavati dalle mani di
quello di Milano con gran fatica (pag. 13. 14).
Mi dica di grazia il Sig. Ab. Tirab.: questo capo 3 nel
suo quinto tomo è forse quel luogo della sua Storia,
dove ella ci dipinge lo stato civile dell'Italia nel secolo
XIV? La fondazione del Collegio di Bologna, che non
ebbe pieno effetto se non che dopo la morte d'Albornoz,
sono quei singolari meriti, che resero in vita questo
celebre Cardinale uno de' più rinomati personaggi del
suo tempo, e dei più benemeriti dell'Italia? E come
dunque può pretendere di convincermi di mala fede in
faccia al mondo tutto col dire, che ha nominato
l'Albornoz dove io non gli rimprovero, che di lui non
abbia fatto menzione; e col dire che ha parlato
lungamente della fondazione del Collegio di Bologna,
che io non mi lamento, che sia stata da lui dimenticata?
Vedrà ben il mondo tutto la buona fede, con cui il Sig.
Abate mette davanti gli occhi de' suoi leggitori in
corsivo come detto da fine, ch'ella non si è degnato di
nominare il Card. Albornoz; che ella ne ha dimenticata
la memoria (pag. 13 lett.) senza esprimere, dov'io mi
lagno, ch'ella non abbia nominato, e qual sia la memoria
dell'Albornoz, ch'io desidero nella sua Storia.
Più chiaramente si vedrà questa buona fede del
Tiraboschi, se esaminando quanto egli intorno a ciò
scrive sul principio della pag. 13 della sua lettera. Qui
dunque dopo recate quelle mie parole in questo luogo
non posso non fare un amichevol lamento ec. soggiugne
parlando di me: Quindi dopo aver rammentate le grandi
imprese di quel celebre Cardinale (tra le quali non si
vede la fondazione del Collegio di Bologna) e ripetuto
più volte, che io doveva farne menzione (dopo il passo
da lui recato non lo dico neppure una volta) e dopo aver
detto che da me è stata dimenticata la memoria del
celebre Albornoz (ciò dico parlando dell'Ab. Bettinelli,
non già dell'Ab. Tirab.) conchiude: questa disgrazia
però ec.
Ora aprasi in faccia a tutto il mondo il mio Saggio, e
leggansi le pag. 202 fino a' 206 del secondo tomo, e
giudichi tutto il mondo della buona fede del mio
accusatore. Ivi vedrassi, che nemmen una sol volta vien
da me rimproverato al Tiraboschi ch'egli non abbia fatta
menzione dell'Albornoz, senza individuare e il luogo
dove dovea nominarlo, e in cui certamente non lo
nomina; e i meriti, di cui far dovea menzione, i quali
certamente vengono da lui dimenticati. Vedrassi, che in
fondo alla pag. 204 comincio a discorrerla del sig. Ab.
Bettinelli; non meno, io dico, avea tutto il diritto questo
gran Cardinale d'essere nominato nell'elegante Storia
del Risorgimento dell'Italia ec., senza che per quasi due
pag. vengano più nominati nè il Tiraboschi, nè la sua
Storia Letteraria. Termino poi il ragionamento col
Bettinelli; e dico parlando di lui: come mai nondimeno,
mentre onora tanto la memoria di quelli, che
promossero le belle Arti, ed empirono di versi l'Italia,
viene all'istesso tempo da lui dimenticata la memoria
del celebre Albornoz? Eccovi quel dimenticata la
memoria del celebre Albornoz, ch'io rimprovero all'Ab.
Bettinelli, e che quel Sig. Abate Tiraboschi che cita le
precise parole dell'Ab. Lampillas senza punto alterarle,
scrive ch'io ho detto parlando di lui. Dopo aver detto
(egli scrive parlando di me) che da me è stata
dimenticata la memoria del celebre Albornoz
conchiude: questa disgrazia però ec.: e in questa guisa
fa comparire relativa all'aver egli dimenticata la
memoria dell'Albornoz quella disgrazia, che da me
viene scritta come relativa all'avere il Bettinelli,
dimenticata la memoria del celebre Albornoz.
Sì, fedelissimo Sig. Ab., questa è la buona fede, con
cui ella cita le mie precise parole senza punto alterarle;
questa è la leggiadra maniera, con cui ella mi fa dire ciò,
che io non ho detto, e poi leva alto la voce contro di me
in faccia a tutto il mondo. Ma credeva ella forse, che in
tutto il mondo non dovesse trovarsi chi avesse in mano
il mio Saggio, e in esso esaminasse le accuse, ch'ella
m'intenta? Vede in esso chiunque ha occhi in fronte, che
dove io conchiudo il ragionamento contro l'Ab.
Bettinelli con questo periodo: "Questa disgrazia però è
comune al nostro cardinale con tanti altri celebri
Spagnuoli benemeriti dell'Italiana letteratura, i quali,
come abbiam visto, vengono dimenticati dall'Autore
della Storia letteraria"; vede, io dico, che quella
espressione questa disgrazia non può giammai riferirsi
ad un'assoluta dimenticanza dell'Albornoz nella Storia
letteraria, quale non si vede da me additata in tutto quel
passo; ma bensì all'assoluta dimenticanza dell'Albornoz
nell'opera del Bettinelli, di cui io in quel luogo ragiono;
e all'avere il Tirab. dimenticati tanti meriti di quel
Cardinale, che meritavano distinto posto nella sua
Storia. Vede, che nel mio Saggio è tutt'altra l'accusa,
ch'io intento all'Ab. Tirab. di quella ch'egli si studia di
far comparire nella sua lettera. A vista di tutto ciò non
può se non che stupoirsi, che un uomo ben consapevole
di questa sua condotta pretenda levar alto la voce, e
chiedere soddisfazione contro la calunnia, che se gli
appone; quasi che col rumore delle sue grida impedir
potesse, che si udisse la voce della verità, che mi dà
tutto il diritto a domandarla.
Almeno, può replicare l'Ab. Tirab., l'Ab. Lampillas ha
dissimulato quant'io ho detto in lode del celebre
Albornoz, e perciò è reo d'una di quelle infedeltà, di cui
io lo accuso in quarto luogo; cioè, d'aver dissimulate più
cose, che fanno in mio favore, e che distruggon le
accuse, ch'ei mi ha intentate. All'opposto l'Ab.
Lampillas pretende aver in questo passo dissimulata una
ben ovvia riflessione, la quale vieppiù confermerebbe la
sfavorevole prevenzione del Tirab. contro il merito della
Nazione Spagnuola. Il Sig. Ab. Tirab. ha stimato bene il
trattar questo punto in faccia a tutto il mondo, e levar
ancora alto la voce; io però, per quanto mi preme di non
farlo comparire un nemico, com'egli dice, della gloria
letteraria di Spagna, vorrei poterla con lui discorrere
bocca a bocca, o almeno dove non ci sentisse Spagnuolo
alcuno.
Ecco dunque la riflessione, ch'io dissimulai nel mio
Saggio. Il Card. Albornoz avea diritto ad esser nominato
con onore ne' tre primi capi del tom. 5 della Storia
letteraria d'Italia nel secolo XIV, poichè egli rendette
quieto, e tranquillo quello Stato, che trovato avea messo
sossopra dalle guerre civile, ed oppresso da' Tiranni; nel
secondo, dove si fa memoria dei Principi, che favoriron
le lettere nell'Italia, giacchè i letterati trovarono sempre
mai nell'Albornoz un benefico protettore; e gli
abbandonati studi si videro rifiorire massimamente in
Bologna mercè le savie provvidenze di questo
Cardinale; nel III. dove si parla dell'Università, per
l'erezione che in Bologna fece dell'illustre Collegio di S.
Clemente, dove potessero fare i loro studi 24 giovani
Spagnuoli.
L'Ab. Tirab. dimenticata la memoria del Card. Nel
primo e secondo capo (che, come abbiam detto, è quel
solo, ch'io gli rimprovero nel mio Saggio) si è degnato
di parlarne soltanto nel terzo; e perchè mai? Oh!
Adagio. Non la vogliam fare da qualche Dio, entrando
nell'intenzione. Lasciamo dunque a lui il saper lo
perchè. Venghiamo al risultato di questa sua condanna.
Da questo dunque segue, che ciò, da cui ne vien gloria
all'Italia, ed è men favorevole alla letteratura Spagnuola
si racconta dallo Storico; ma si dissimula affatto nella
sua Storia ciò ch'essendo di sommo onore alla Spagna, è
all'Italia poco onorevole.
In fatti, sebbene il Collegio di S. Clemente di
Bologna abbia recato sommo onore alla letteratura
Spagnuola per gl'illustri letterati, di cui sempre mai è
stato fecondo; nondimeno il fondare l'Albornoz un
Collegio in Bologna per agevolar sempre meglio agli
Spagnuoli la via per frequentare quelle celebri Scuole,
quanto maggior onor reca alla letteratura Italiana, tanto
è meno onorevole alla Spagnuola; imperciocchè in detta
fondazione l'Italia fa la luminosa figura di maestra degli
Spagnuoli, mentre questi compariscono qual gente, che
abbisogna di venire in Italia ad esser illuminata nelle
scienze; e così si dà luogo agl'Italiani di dire: noi
possiam vantarci, che tra noi si forniscono gli
Spagnuoli di quel sapere, che alle loro opere è
richiesto, come scrive il Tirab. parlando del Pennafort.
Ecco ciò, che dell'Albornoz non dissimula il Tiraboschi.
All'opposto il venire l'Albornoz in Italia co' suoi
valorosi Nepoti, ed altri celebri Spagnuoli a pacificarla a
costo d'immense fatiche, a riacquistare alla Chiesa il suo
Patrimonio, sino a presentare al Papa un carro pieno di
chiavi della Città, e fortezze conquistate; il dire che fece
Urbano V di non si voler valere dell'opere d'altri, che
dei fratelli dell'Albornoz per difendere e governare
l'Italia (Sepul. De Reb. Gest. Albornoz); il poter
vantarsi la nazione Spagnuola di aver date savie leggi
all'Italia nelle Costituzioni Egidiane; e d'aver promosse
in Italia le Scienze e le Arti; tuttociò, io dico, quanto è
gloriosissimo al nome di Spagna, tanto è men onorevole
all'Italia. Ed ecco quanto dell'Albornoz vien dissimulato
dal Tirab. Dica adesso il Sig. Ab., se l'aver io
dissimulata questa riflessione nel mio Saggio sia aver
dissimulato qualche cosa che distrugga l'accusa, che gli
vien intentata di essere troppo prevenuto contro la gloria
della nostra Nazione 93.
QUARTA ACCUSA.
L'Ab. Lampillas dissimula più cose, che fanno in
favore dell'Ab. Tiraboschi, e distruggon le accuse
ch'ei gli ha intentate.
Non è più giusta, nè men graziosa quest'altra accusa,
93
A questa lunghissima dissertazione sul card. Albornoz rispondo assai
brevemente. Se il sig. ab. Lampillas è così sincero, com'egli si vanta,
perchè non ha indicato il passo in cui io ragiono di quel gran cardinale?
Poteva al più rimproverarmi, benchè ingiustamente, di averne parlato fuor
di luogo. Ma perchè tacerlo affatto? Io sfido chiunque legge quel passo
del saggio dell'ab. Lampillas a dire se esso non sembra indicare ch'io
l'abbia affatto dimenticato, e se non è perciò giustissima la mia doglianza.
con cui l'Ab. Tirab. si presenta al Tribunale de' Saggi.
L'Ab. Lampillas (egli dice lett. p. 14) dissimula più
cose, che fanno in mio favore, e distruggon le accuse,
ch'ei mi ha intentate. Io all'opposto pretendo, che il Sig.
Ab. Tirab. con questa sua lettera distrugga tutto ciò,
ch'io avea detto a favore di lui, e che bastava a dissipare
tutte le pretese accuse. Io avea lodata la sua onestissima
indole lontana assai da ogni avversione alla Nazione
Spagnuola. Io aveva assicurato il Pubblico, che non
vorrebbe mai l'Ab. Tirab. contrastar alla Spagna quella
gloria, che trovasse appoggiata a sodi fondamenti e
ragioni; mentre il Sig. Ab. colla sua lettera mostra non
solo di voler contrastare, ma ci dipinge come disperata
quella gloria letteraria della nostra Nazione, che il
Pubblico per altro trova appoggiata a sode ragioni e
fondamenti.
La prima ragione, su cui fonda l'Ab. Tirab. la quarta
accusa, è, perchè io dissimulo, ch'egli con la medesima
libertà, con cui ha scritto contro alcuni Autori
Spagnuoli, ha scritto ancora contro alcuni Italiani. In
primo luogo nè io, nè gli Spagnuoli ci lamentiamo, che
il Sig. Ab. abbia scritto contro alcuni Autori Spagnuoli;
anzi io stesso scrivo (tom. I. pag. 16): "Qualora si
fossero contentati questi moderni Scrittori di trovar dei
difetti in alcuni Scrittori Spagnuoli del secolo posteriore
ad Augusto, e avessero di più preteso preferire Catullo a
Marziale, Virgilio a Lucano, Cicerone a Seneca,
avrebbero ancor trovato fra gli Spagnuoli appoggio alla
loro censura". Aggiungo, che quando non avesse
stimato l'Ab. Tirab. il farsi panegirista del carattere
morale di Seneca, nessun Spagnuolo ne avrebbe fatto
lamento. Ciò di cui ci dogliamo del Sig. Ab. Tirab. è la
maniera con cui egli oscura la fama di Lucano, Marziale
e Seneca, impiegando molte pagine in biasimarli;
cercando tutte le strade di screditarli, dissimulando, o
pretendendo di nessun valore quanto in favor di questi
illustri Spagnuoli hanno scritto uomini di somma critica,
ed erudizione. Mostri, se può il Sig. Ab. Tirab., ch'egli
negli otto tomi della sua Storia usata abbia simil
condotta con alcun Autore Italiano, o almeno con
alcuno straniero. Come mai potrà egli scusare il lungo
processo fatto contro il carattere morale di Seneca
(torno a dire fuora di luogo, e tempo), mentre non ha
stimato il farlo a nessun altro, benchè non gli
mancassero più sodi fondamenti per accusarli di quelli,
che siano i testimoni, su i quali fonda le accuse di
Seneca? Come mai potrà scusare l'adoprar che ha fatto
tutte le arti per far comparir Seneca reo della morte
d'Agrippina; mentre con tato calore pende a difendere
Cassiodoro accusato forse con maggior fondamento reo
d'un simile delitto 94? È questa la maniera di mostrarsi
imparziale nel trattare la causa degli Spagnuoli, e
degl'Italiani? Di più: può egli negare, a qual segno fosse
corrotto il gusto dell'Eloquenza prima dei Seneca; come
quello della Poesia prima di Lucano e Marziale? E
perchè dunque, giacchè tanto si vanta d'imparziale,
dissimula nondimeno tanti Italiani corruttori
94
Io amo meglio lasciar che i lettori giudichino da loro stessi di questo poco
prudente confronto che fa qui il sig. ab. Lampillas tra Seneca e
Cassiodoro.
dell'Eloquenza prima dei Seneca; e tanti altri corruttori
della Poesia prima di Lucano e Marziale, e fa comparir
questi Spagnuoli come i primi a distogliersi dal buon
sentiero?
E crede il Sig. Ab. Tirab. che potessi io distruggere
queste gravissime accuse col recare la critica, ch'egli fa
dello stile di Valerio Flacco, di Stazio, di Silio e di
Persio? Ci vuol altro, Sig. Ab. stimatissimo, per farlo
comparire men prevenuto contro i letterati Spagnuoli, e
men parziale verso gl'Italiani; nè mi persuado, che il
Pubblico voglia crederlo tale, dopo ch'ella in questa sua
lettera ha pubblicato tutto ciò, che pretende dissimulato
da me in suo favore.
So io bene, che dal Sig. Ab. Tirab. vengono
dimenticati ancora alcuni Francesi; ma non proverà
giammai egli, ch'avessero quei Francesi tutto quel diritto
ad occupar un distinto posto nella Storia letteraria, quale
si trova negli Spagnuoli da lei dimenticati. Io trovo
bensì il Francese Claudio Rutilio Numaziano nominato
con onore nella sua Storia; mentre nello stesso tempo
vedo dimenticato Prudenzio di merito molto superiore a
quel Poeta Francese. È venuto egli, è vero, a contesa
con alcuni Francesi assai più spesso, che con gli
Spagnuoli; non dobbiam però di ciò ringraziar la bontà
del Sig. Ab., nè qualche sua parzialità verso la Spagna,
ma bensì la moderazione degli Spagnuoli, e la stima,
che sempre mai hanno questi manifestata degli Autori
Italiani; mentre all'opposto dai Francesi vengono e
criticati con rigore, e trattati con dispregio non pochi
italiani. Questa modestissima condotta degli Spagnuoli
in vece di procacciarli, com'era giusto, la stima
degl'Italiani, è stata forse la cagione del dispregio, con
cui vengono trattati e dal Tirab. e da altri suoi simili.
Vedono questi (osservazione, che intesi fare da un dotto,
e critico Italiano) che i Francesi non si lasciano
strapazzare impunemente, e che sanno rendere la
pariglia a chi dispregia la lor Nazione; e ciò lo fanno in
una lingua, ch'essendosi resa di moda vien intesa da
tutta l'Europa. Vedono allo stesso tempo, che se mai gli
Spagnuoli credono necessario il difendere la loro gloria,
e manifestare le imposture e calunnie, con cui gli
Stranieri oscurano la loro fama, sono costretti a ciò fare,
o scrivendo in latino, e non sono letti, o in Spagnuolo, e
non sono intesi.
Non nego, che il Sig. Ab. Tirab. abbia preteso di
rivendicare all'Italia molti uomini dotti, che (com'egli
scrive) sono stati senza buona ragione annoverati da'
Francesi tra loro Scrittori (lett. p. 15). Ma potrà egli
dire, che i celebri uomini, che ha preteso rapir alla
Spagna fossero da noi annoverati tra i nostri senza
buona ragione? Non sarà dunque buona ragione per
dire Spagnuolo Quintiliano l'autorità di quattro
gravissimi antichi Scrittori, e saranno buona ragione per
farlo comparir Romano le deboli congetture arrecate dal
Sig. Ab.? non sarà buona ragione per dire Spagnuolo S.
Damaso il chiaro testimonio degli Autori e monumenti
antichi, e il quasi universale consenso de' moderni; e
sarà non solamente buona ragione per dirlo Romano,
ma evidente dimostrazione quel poco e del tutto
insussistente, che ne dice il Tillemont? Lo stesso dico
intorno a Teodolfo e a Gherardo. Quando il Sig. Ab.
Tiraboschi ci mostri, che le ragioni, con cui da' Francesi
vengono annoverati tra i loro Scrittori quelli che il Sig.
Ab. pretende Italiani, sono ugualmente forti e
convincenti, quali sono quelle degli Spagnuoli; e ch'egli
argomenta contro i Francesi con ragioni non men deboli
di quelle con cui argomenta contro noi; allora
confesseremo, che su questo punto hanno i Francesi non
men che gli Spagnuoli tutta la ragion di lamentarsi del
Sig. Ab. Tiraboschi.
Ma che dirò io, scrive l'Ab. Tiraboschi (lett. pag. 15)
del dissimulare che fa il Sig. Ab. Lampillas le molte
cose, che io ho scritte in lode di alcuni Autori
Spagnuoli? Io rispondo, che può dire, che mostrandosi
egli sempre mai liberale in iscreditare e biasimare i
nostri Autori, ed assai scarso in lodarli, può esser certo,
che un saggio ed imparzial giudice si stupirà, come
abbia egli potuto pretendere di non comparire nemico
della gloria dei nostri Autori per quelle scarse lodi, di
cui in questo luogo si vanta; quasi che, a cagion
d'esempio, il gran Filosofo Seneca sommamente lodato
da gravissimi e dottissimi Uomini dovesse confessarsi
molto obbligato al Sig. Ab. Tiraboschi per qualche
piccola lode, ch'egli si è degnato di dargli, mentre allo
stesso tempo si vede da lui screditato e biasimato al
sommo.
Ma molto più stupirà qualunque giudice imparziale di
vedere, che il Sig. Ab. Tiraboschi, nell'accusarmi che fa
di aver io dissimulate molte cose ch'egli ha scritte in
lode di alcuni Spagnuoli, cominci colla lode data da lui
a Seneca, dove dice, che le Opere Morali, che di lui
abbiamo, sono piene di savissimi ed utilissimi
ammaestramenti; quasi che io dissimulata avessi questa
lode data da lui a Seneca; eppure nel tomo I, pag. 144
parlando dell'Ab. Tiraboschi, dico: Non confessa egli
stesso che le Opere Morali di Seneca sono piene di
savissimi ed utilissimi ammaestramenti? Così pure nel
tomo 2. pag. 55 dove parlo della Filosofia naturale di
Seneca, nella quale pretendo che forse si avvantaggiò
sopra tutti gli antichi filosofi, e singolarmente nello
scoprire la natura delle comete, aggiungo esser questa
osservazione fatta dal Sig. Ab. Tiraboschi. Nondimeno
egli francamente asserisce, che da me vengono
dissimulate queste lodi date da lui a Seneca.
Così pure non ho dissimulato quel poco di buono che
ha detto il Sig. Abate di Lucano e di Marziale; anzi egli
si lamenta, che io abbia messa in bocca qualche lode di
questi due Spagnuoli più espressiva di quello che abbia
stimato dar loro il nostro Sig. Abate. Nemmeno son da
me dissimulate le lodi, con cui egli parla degli Arabi di
Spagna, ai quali attribuisce lo scoprimento della
proprietà dell'ago calamitato. Vedasi la pag. 169 del mio
2° tomo, e troverassi distesa questa lode col testimonio
dell'Ab. Tiraboschi. Ugualmente vengono a me
accennate le lodi date a S. Domenico ed a S. Raimondo
di Pennafort; mentre assicuro nella pag. 197 che i meriti
di questi due grandi uomini non sono stati dimenticati
nella Storia letteraria d'Italia. Che se poi non rammento
gli elogi, che il Sig. Abate fa di Alfonso di Aragona,
non è già perchè pretenda dissimularli, ma perchè non
appartengono a questa prima Parte del mio Saggio:
troveransi bensì nella seconda Parte.
Eccovi il mio accusatore, che mi fa dissimulare ciò,
che io chiaramente ho detto, e che quando dissimulato
l'avessi non proverebbe egli giammai, che ciò fosse
dissimular qualche cosa che basti ad iscusarlo della
troppo sfavorevole prevenzione contro la nostra
letteratura. E valga il vero: come mai ha creduto il Sig.
Abate con queste scarsissime lodi date ad alcuni
Spagnuoli gettar la polvere agli occhi della nostra intiera
Nazione, acciocchè non vegga quella continuata
condotta da lui tenuta nella sua Storia, con cui la fa
comparire corruttrice della letteratura Italiana, mentre
esigeva la giustizia, che da lui venisse dipinta come
quella, a cui sono debitrici le Italiane lettere de'
maggiori vantaggi.
E potrà ella pretendere, che chiunque legge
attentamente la sua Storia, debba confessare, che tra le
nazioni straniere all'Italia non ve n'è alcuna, a cui lode
tante cose egli abbia in essa inserite, quante alla
Spagnuola? E che quando mai ci fosse motivo a
doglianza l'avrebbero piuttosto i Francesi che gli
Spagnuoli? In primo luogo quando si fosse adoperato
così a favore della nostra Spagna, non avrebb'egli fatto
altro che quello che da lui esigevano e la gratitudine, e
la giustizia. E ciò possiam affermare francamente in
faccia al mondo tutto, mentre che il Sig. Ab. Tiraboschi
non mostri, che l'antica Italiana letteratura non dovette
più alla nazione Spagnuola, che a verun'altra delle
straniere nazioni. In secondo luogo: e dove mai troverà
il Sig. Abate in tutta la sua Storia date alla nostra
nazione quelle lodi, ch'egli con minor ragion non nega
alla Francia? Confessa egli giammai, che gl'Italiani
sieno obbligati agli Spagnuoli per essersi adoperati in
ammaestrarli, come confessa de' Francesi? Eppure
quando mai, sia negli antichi, sia ne' moderni tempi,
mandò la Francia tanti e sì gravi Maestri all'Italia, quanti
ne vennero dalla Spagna? Confessa egli giammai, che
l'Italia sia debitrice al dominio Spagnuolo de' sommi
vantaggi recati agli studi, come confessa, che ne fu
debitrice alla Francia? Eppure non men le antiche che le
moderne Italiane lettere furono con maggior ardore
promosse dal dominio Spagnuolo in Italia, di quello che
sieno giammai state dal dominio Francese. All'opposto
si vede giammai in tutta la Storia letteraria d'Italia
intaccata la nazione Francese colla nera macchia di
corruttrice dell'Italiana letteratura, come per ben due
volte si vede la Spagnuola? Eppure dalla corruzione del
seicento poteva con qualche maggior cagione venirne
incolpata la Francese, come mostreremo nella seconda
Parte del Saggio. Ha detto mai il Sig. Ab. che il clima di
Francia congiunto a qualunque siano le cause morali
possa contribuire assai al cattivo gusto, come senza
fondamento alcuno ha detto di quello di Spagna? E
dopo tutto ciò potrà dir con tutta franchezza, che non
avrebbe mai creduto che potesse essere preso di mira
come nemico del nome e della gloria Spagnuola? (lett.
pag. 18).
A far ciò veder più chiaramente, mi permetta il Sig.
Abate Tiraboschi, che per quel piacer che trovo in
sentirli lodar la nostra letterature, io ripeta in bocca sua,
parlando col suo Sig. Corrispondente, que' grandi elogi
fatti da lui a' nostri Autori, facendovi anche in bocca sua
alcune aggiunte, che servano a farli spiccare sempre più.
"Scorrete di grazia, (dice il Sig. Ab. Tiraboschi al suo
Sig. Corrispondente) i tomi della mia Istoria, e vedrete
con quante lodi io parli degli Spagnuoli. Vedrete ch'io
dico, che le opere morali di Seneca sono piene di
savissimi ed utilissimi ammaestramenti; ma vedrete
all'istesso tempo, che io scrivo, che ne' sentimenti di
Seneca altro non si trova sovente, che un'ombra, ed
un'ingannevole apparenza (Tomo secondo); vedrete,
ch'io lo rappresento nella persona d'un impostore
giojelliere, che fra poche merci vere ne presenta molte
false, delle quali solo può invaghirsene un semplice
fanciullo, o un uomo rozzo (Tomo secondo).
Aggiungete tutto quanto io scrivo contro il suo stile,
tutto il lungo processo contro il suo carattere morale,
tutte le amare ironie, con cui sempre mai vien da me
deriso; e confessate, che questo illustre Spagnuolo dee
restar obbligatissimo al Sig. Ab. Tiraboschi. Vedrete,
ch'io dico, che lo stile di Pomponio Mela è terso, ed
elegante forse sopra tutti gli altri Scrittori di questo
secolo, ma vedrete altresì, che non trovando io in questo
Spagnuolo se non molto che lodare, me ne sbrigo in due
righe, laddove impiego molte pagine in parlar d'altri
Spagnuoli, dove trovo qualch'apparenza per iscreditarli
e biasimarli. Vedrete, che di Claudio Vescovo di Torino,
e Spagnuolo di nascita ho parlato non brevemente; ma
vedrete che ne ho parlato lungamente per poter recare
distesi i testimoni di Dungalo, e di Giona, coi quali
viene screditata al sommo tutta la letteratura di Claudio.
È vero, ch'io (di genio, come sapete, moderatissimo)
aggiungo: Dungalo, e Giona sarebbero meritevoli di
maggior lode, se contro il loro avversario avessero
scritto con maggior moderazione (tom. 3); ma è vero
altresì, che poi soggiungo con somma moderazione: Ma
egli è certo che Claudio era quale essi appunto il
descrivono, non già autore, ma semplice, e non sempre
esatto compilatore (ivi). Vedrete ch'io lodo gli Arabi, e
gli studi dei Filosofi Arabo-Spani, ma vedrete ch'io fo
questo elogio dove non mi può incommodare ad
assicurare agl'Italiani la gloria di ristoratori della
filosofia dopo il mille, e dove non può già servire ad
assicurarla agli Arabi, ai quali pure si deve. Vedrete,
ch'io fo grandi elogi del sapere, e degli studi di S.
Raimondo di Pennafort; ma vedrete, che sebben sia
assai probabile, che questo dotto Spagnuolo (come
mostra l'Ab. Lampillas nel suo Saggio) si provvedesse
dai maestri Spagnuoli di quel sapere, che a condurre a
fine un'opera sì importante era richiesto; io nondimeno
mi studiai di dar ad intendere, che dovette agl'Italiani il
suo sapere; non già affermandolo espressamente, come
nemmen me lo rinfaccia l'Ab. Lampillas, ma scrivendo:
noi ben possiamo vantarci, che tra noi, cioè
nell'Università di Bologna ei si fornì di quel sapere ec.
E piacciavi qui di riflettere sulla mia buona fede, con
cui reco nella mia lettera questo mio detto, levandone
quel noi ben possiamo vantarci, per poter così insultare
al nostro censore (lett. p. 17). Vedrete, che tra i
Professori dell'Università di Bologna nomino parecchi
Spagnuoli; ma non vedrete, che perciò io confessi che
gl'Italiani siano obbligati agli Spagnuoli per avergli
ammaestrati. Aggiungete, che io dico, che gli Spagnuoli
hanno avuto famosi Scolastici (trattenete, vi prego, le
risa, non sia che se ne accorga qualche Spagnuolo); ma
osservate ch'io dico, che hanno avuti questi famosi
Scolastici in forza di quelle sottigliezze, a cui sono
portati quasi per effetto di clima. Aggiungete,
aggiungete.... Ma queste aggiunte potrete farle dopo
pubblicata la seconda parte del Saggio dell'Ab.
Lampillas, dove troverete nuove ragioni, che vieppiù vi
assicureranno della mia parzialità verso la letteratura
Spagnuola".
Giudichi adesso il Pubblico imparziale, se questa
ultima accusa, ch'ei m'intenta, sia più soda e ben fondata
di quello che trovate abbia le precedenti. In essa può
osservare, che il Sig. Abate Tiraboschi vuol farsi un
gran merito verso la nazione Spagnuola per le piccole
lodi date ad alcuni de' nostri Autori, mentre dissimula
l'ingiusta ed esorbitante critica, con cui da lui vengono
screditati. Può osservare la franchezza, con cui il Sig.
Abate vuol fargli credere, ch'egli si sia mostrato
profuso, anzi che scarso in lodare la nostra letteratura; e
con ciò dargli ad intendere, che poteva egli bene, senza
mancare alla giustizia, e meno lodarla, e biasimarla di
più. Può finalmente osservare, che da me non sono state
dissimulate nel mio Saggio queste magnifiche lodi, di
cui egli si vanta 95.
Giudizio dell'Ab. Tiraboschi intorno al Saggio
Apologetico dell'Ab. Lampillas.
Dopo aver il Sig. Ab. Tiraboschi sostenuta degnamente
la persona di mio accusatore, con tutta quella sodezza,
buona fede, moderazione e dolcezza, che ha visto il
Pubblico, passa a farla da mio Consigliere e censore.
Meglio avrebbe fatto il Sig. Ab. Lampillas, egli scrive,
se avesse seguito l'esempio d'altro valoroso Spagnuolo,
cioè del Sig. Ab. D. Giovanni Andres (lett. p. 18). Mi
permetta il Sig. Ab. Tiraboschi che io ancora per un atto
di gratitudine mi prenda la libertà di consigliarlo.
Meglio avrebbe fatto, io dico, il Sig. ab. Tiraboschi, se
avesse seguito l'esempio di un altro valoroso Italiano,
cioè del Sig. Abate Saverio Bettinelli, il quale ha
manifestato di godere nel veder illustrata, e difesa la
letteratura Spagnuola; meglio avrebbe fatto il Sig. ab.
Tiraboschi, se in vece di perder il tempo a farlo perdere
al Pubblico con una lettera del tutto importuna alla
contesa letteraria, che si tratta, lo avesse impiegato in
una soda ed efficace risposta alle ragioni, con che vien
95
Io non fo altra risposta a questa lunga diceria dell'ab. Lampillas, riguardo
alla quarta accusa da me datagli, se non col pregare chi legge, a osservare
e confrontare ciò che io ho detto, con ciò ch'ei mi ha risposto; e a decidere
se meglio sia fondata la mia accusa, e la sua apologia.
impugnato; meglio avrebbe fatto il Sig. Ab. Tiraboschi,
se in vece di accusare come mancante di buona fede un
avversario, con cui non ha se non che tutti i motivi di
usar convenienza, si fosse studiato con più scrupolosa
esattezza di non manifestarsi reo di que' delitti, co' quali
pretende intaccare l'altrui riputazione; meglio avrebbe
fatto il Sig. Ab. Tiraboschi, se avesse anch'egli seguito
l'esempio del Sig. Ab. D. Giovanni Andres, ribattendo
con modestia le ragioni contro di lui arrecate, e parlando
con rispetto de' suoi avversari; e non avesse imitati
quegl'Italiani che (per quanto egli ci assicura) hanno
dato motivo a non pochi di accusare forse non
ingiustamente questa nazione di trattare con poco degne
maniere i suoi avversari.
Entra poi il Sig. Ab. Tiraboschi a far i giusti e dovuti
elogi della lettera del Sig. Ab. Andres; ed eccovi uno di
que' pochi passi, che si trovano in questa lettera, dove la
verità filosofica sia stata la condottiera della penna di
questo Scrittore. Quando però il Sig. Ab. Andres non
avesse ben assicurato il suo credito col giusto applauso,
che hanno fatto al suo talento ed erudizione i più dotti,
non avrebbe gran motivo di esser contento delle lodi
dategli in questa lettera dal Sig. ab. Tiraboschi non men
per le circostanze in cui vengono profuse, che per quel
tanto ch'elleno sono. E a dir il vero, che cosa mai dice
del Sig. Ab. Andre il Tiraboschi? Egli in buon Toscano
vien a dirgli: "Ella, Sig. Ab. Andres, è un uomo che
scrive con gran modestia, con sobria erudizione, tratta
con gran rispetto i suoi avversari, non fa ridicole
apologie di certi antichi Scrittori Spagnuoli; ma o ella
ha intrapreso a difender una causa disperata, ed è un
Avvocato imprudente; o non ha saputo difendere una
buona causa, ed è un cattivo Apologista". Tanto appunto
vien a dirgli, coll'assicurarci che l'Ab Andres non lo ha
convinto, e col dichiarare disperata la causa della nostra
letteratura.
Ma torniamo al nostro Saggio. In esso desidera l'Ab.
Tiraboschi quella modestia e quel rispetto cogli
avversari, che tanto risplendono nella lettera del Sig.
Ab. Andres. Io rispondo, che uomini forse più saggi, e
prudenti del Sig. Ab. Tiraboschi, sebben ammirate
abbiano nella lettera del Sig. Ab. Andres e la erudizione,
e la forza, e l'eleganza dello stile, non ci trovano però
maggior rispetto co' suoi avversari di quello che trovino
nel mio Saggio; trovano bensì nella lettera dell'Ab.
Tiraboschi avverato ciò ch'io scrissi (t. 1, p. 85):
vediamo ogni giorno, che basta ad un letterato il
sentirsi rinfacciar alcuni errori, per impugnar la penna,
e vendicare talvolta con ingiurie la pretesa mancanza di
riguardo al suo nome. Veggono altresì, che ad onta di
tutta quella modestia propria della nobilissima indole di
quello illustre Spagnuolo, non potè esso a meno, in vista
di quanto scrive il Tiraboschi contro la nostra
letteratura, di non esclamare: Misera fatalità della
Spagna destinata sempre a depravare la letteratura
Italiana! Se gli Spagnuoli vengono in Italia col
comando, la depravano; e la depravano pure se
vengono sotto il comando degli Italiani; sudditi o
Sovrani, servi, o padroni che siano ec. (Andres lett. p. 6,
7). Non è certo la maggior prova, che recar si possa a
favore della dolcezza, e moderazione, con cui questi
moderni Italiani trattano la nostra causa, il veder
costretto a tai lamenti un uomo pien di modestia e
rispetto verso i nostri avversari.
Pretende di più il Sig. Ab. Tiraboschi argomentare il
buon gusto del Sig. Ab. Andres, e insieme il mio cattivo
gusto, dal non aver difeso l'Ab. Andres quegli antichi
Scrittori, che vengono da me difesi; quasi che credesse
l'Ab. Tiraboschi essere stato Poeta di miglior gusto il
Lope di Vega difeso dall'Ab. Andres, che Lucano e
Marziale da me difesi. Manco male però, che lo squisito
gusto che manifesta il Sig. Ab. Tiraboschi nella sua
lettera, non lo costituisce degno Giudice del buono o
cattivo gusto degli Autori. Dovea però non dimenticare,
ch'egli stesso avea dichiarato uomo di finissimo gusto in
Poesia uno de' più bravi stimatori e difenditori di
Lucano, qual è M.r Marmontel.
Presenta poi il Sig. Ab. Tiraboschi agli occhi del
Pubblico in gigantesco aspetto quattro mie proposizioni,
le quali per altro sono state trovate da' Saggi sodamente
appoggiate a non volgari ragioni. Ma potrà egli
lusingarsi che basti il solo suo coraggioso detto ad
atterrare questi giganti? Si provi il Sig. Ab. di attaccarli
in campo aperto, e darà un grato spettacolo al Pubblico.
Ma si ricordi di combattere quelle proposizioni, che
sono veramente da me scritte, non già quelle, ch'egli con
buonissima fede m'attribuisce. Ecco la quarta delle mie
proposizioni chiamate gigantesche, che si legge nel T.
II. p. 47. La lingua Latina deve agli Spagnuoli l'essersi
conservata men rozza nel secolo dopo Augusto. Parve al
Tiraboschi troppo moderata questa proposizione per
essere chiamata gigantesca; e perciò la trasformò
facendola diventar uno stravagante paradosso. Eccola
quale me l'attribuisce nella pag. 19. La lingua Latina
deve agli Spagnuoli l'essersi conservata men rozza nel
secolo d'Augusto. Vantisi adesso quest'onestissimo
Scrittore d'aver citate le mie precise parole senza punto
alterarle 96. Levi alto la voce contro l'Ab. Lampillas, e
lo accusi mancante di buona fede. In tutti i passi della
mia opera, in cui egli pretende trovar qualche mia
infedeltà, non troverà giammai una sì enorme
trasformazione, quale egli ha fatto in questa mia
proposizione. Non trovò egli altra strada per accusarmi
di men saggio e prudente, a segno di lasciarmi
trasportare a tai paradossi.
Io stesso all'avanzare che feci quelle proposizioni,
premisi, ben m'avvedevo, ch'elle parrebbero tanti
paradossi a chiunque avesso letto la Storia Letteraria
d'Italia. Pregai perciò i miei Leggitori a voler
sospendere il loro giudizio sin tanto che lette e pesate
avessero le ragioni, su cui esse erano fondate, giacchè io
non era uomo, che pretendessi esser creduto sulla mia
semplice parola (tom. 2. pag. 3. 4). La fretta e la
sfavorevole prevenzione, con cui pur troppo manifesta il
Sig. Abate Tiraboschi di aver letta la mia opera, non gli
96
Confesso che per errore, non so se di penna, o di stampa, qui è sfuggito
un errore, e che doveasi scrivere nel secolo dopo Augusto non nel secolo
d'Augusto. Correggasi dunque, come ho corretto in questa seconda
edizione; e non perciò la proposizione lascierà d'esser gigantesca.
hanno dato luogo a pesare le mie ben fondate ragioni; e
perciò pretende che sulla sua semplice parola tutto il
mondo creda stravaganti paradossi quelle per altro
probabili assai prudenti proposizioni.
Ognun sa, che tutte le colte Nazioni pretendono aver
diritto a quella gloria, che loro viene dall'antichità della
loro coltura nelle arti, e nelle scienze; e queste
pretensioni incoraggiscono gli eruditi a far utili ricerche
intorno all'antica patria letteratura: fatiche, che anzichè
biasimate, e derise, meritano d'esser lodate da chiunque
voglia essere annoverato fra gli amatori de' sodi, ed utili
studj. In fatti chi non dee lodare le erudite, ed utili
scoperte, con cui tanti celebri Toscani hanno illustrata
l'antica Etrusca letteratura? E sebben questi dotti uomini
pretendano e con sode ragioni, e con autentici
monumenti d'assicurare alla letteratura Etrusca la
precedenza in confronto ad altre nazioni d'Europa; non
perciò stimeranno ridicole le mie proposizioni, con cui
io mi studio di manifestare al Pubblico alcune delle sode
ragioni, ed autentici documenti, con cui noi Spagnuoli
possiamo fondare le nostre giuste pretenzioni a
quell'antica letteraria gloria.
Pare, che non così la pensi il Sig. Abate Tiraboschi;
anzi facendola da Dittatore vuol prevenire il giudizio
dell'Europa letterata intorno al merito del mio Saggio.
Ma pazienza: si fosse almeno di ciò contentato, e non
avesse con tuono decisivo, ed imperioso fulminata
contro la letteratura Spagnuola una sentenza molto più
fatale, e decisiva di quante pronunciate ne avea nella sua
Storia letteraria. Egli dunque ci fa sapere, che la causa
della gloria letteraria di Spagna è non men disperata di
quello che fosse la salute di Troja nella notte del fatale
incendio. Tanto ei viene a dire con quell'espressione
(lett. p. 19).
Si pergama dextra
Defendi possent.... hac defensa fuissent.
Ma potrà egli lusingarsi di averla ridotta a cotal misero
stato, ed intimoriti i di lei difenditori a segno, che
abbandonato il campo, gli lascino in man la preda, ed il
vanto della vittoria? sappia dunque, bravissimo Sig.
Ab., che restano ancora alla nazione Spagnuola molti
prodi campioni, che difenderanno in campo aperto
quest'attaccata Troja, e non saranno mai per impallidire
in faccia a codesto valoroso Achille. Speriamo altresì,
che i nostri avversari non saranno mai per adoperare
quelle arti, con cui i Greci trionfarono di Troja; mentre
noi non crederemo lecita ed onesta nelle guerre
letterarie quella massima:
Dolus, an virtus, quis in hoste requirat?
E potrà lusingarsi il Sig. Ab. Tirab. di comparire in
questa lettera men prevenuto contro la nostra letteratura
di quello che sia stato da me dipinto nel Saggio
Apologetico? Mentre non solo si vanta di non esser
convinto dalle sode ragioni, con cui ella è stata difesa,
ed alle quali per altro egli non risponde; ma pretende di
più, che il Pubblico creda, che non è in grado di potersi
difendere la nostra nazione dalla nera taccia di
corruttrice del buon gusto letterario d'Italia.
Aggiugne poi il Sig. Ab., che se io avessi tenuto
metodo del Sig. Ab. Andres, egli farebbe plauso
volentieri al mio talento, ed al mio amore per la patria.
Non posso a meno di non riangraziarla, Sig. Ab.
gentilissimo, di questa sua amorevole disposizione
verso di me; ma stia pur sicuro, che io vivo contento, e
tranquillo senza questo suo applauso. Si persuada, che
quando io intrapresi la difesa della letteratura
Spagnuola, tutt'altro pretesi, che il procacciarmi gli
applausi del Sig. Abate Tirab. Io godo ben ricompensate
le mie deboli fatiche col benignissimo accoglimento,
che ha trovata la mia opera, e presso l'intera nazione
Spagnuola, e presso i dotti ed imparziali Italiani. Nè
saprei accertare, se fosse stata per aver la stessa sorte, se
io mai avesse scritto in maniera da esser lodato dal Sig.
Ab. Tiraboschi.
Nè men obbligato debbo confessarmi al Sig. Abate
per quella sincerità, con cui ci assicura, che
impiegherebbe di buon animo alcuni giorni in
rispondermi, ma che non può risolversi, ad entrare in
battaglia con uno scrittore, che legge nella sua Storia
ciò ch'egli non ha mai scritto, che non vi trova ciò che
pure da ognuno, che abbia occhi in fronte, vi si può
trovare (p. 19). Quanto più s'avanza nella sua lettera il
Sig. Abate Tiraboschi, tanto più manifesta d'aver letto il
mio Saggio senza quella pace, e tranquillità d'animo,
che si richiede per non vedere ne' libri tutt'altro di
quello, che in essi è scritto. Prenda in mano il Sig. Abate
i due tomi del mio Saggio senza dimenticarsi di quella
sua indole naturalmente pacifica, e vi troverà
impugnato tutto ciò ch'egli ha detto nella sua Storia di
poco onore alla letteratura Spagnuola; e che in essa può
leggere ogn'uno ch'abbia occhi in fronte. Per
risparmiargli però quel grave disgusto, che pur troppo
manifesta di provare nella lettura del mio Saggio, legga
qui il compendio di ciò, che non può negare di aver
detto nella sua Storia, e ciò che non può negare di aver
dissimulato.
Egli dunque ha detto che la nazione Spagnuola
concorse alla corruzione della letteratura Italiana non
meno nel secolo dopo Augusto, che nel 600. – che i
Seneca, Lucano, e Marziale furono certamente quelli,
che all'Eloquenza, e Poesia recarono maggior danno –
che Lucio Seneca ebbe parte nella morte d'Agrippina,
che fu un sordido adulatore, un avaro, un ipocrita, un
millantatore – che Lucano è il primo, che vediamo
distogliersi dal buon sentiero – che in Lucano ogni cosa
è mostruosa, e sformata – che un Poeta de' giorni nostri
si vergognerebbe se fosse sorpreso col Marziale fra le
mani – che gli Spagnuoli sono portati quasi per effetto
di clima alle sottigliezze, e che perciò hanno avuto
famosi Scolastici, ma pochi celebri Oratori, e Poeti –
che il clima di Spagna congiunto ad alcune cause morali
può contribuire assai al cattivo gusto – che ad onta de'
più gravi antichi testimoni che dicono Spagnuolo
Quintiliano, potrebbe dirsi, ch'esso nacque in Roma –
che gli stranieri, che frequentarono Roma dopo
Augusto, e fra essi gli Spagnuoli furono altra delle
cagioni della corruzione della lingua Latina – che il
Tillemont fa vedere chiaramente, che in nessun modo
può dubitarsi, che S. Damaso nacque in Roma – che
Teodosio è Italiano, non già Spagnuolo, e che Italiano lo
dice la Cronaca citata dal Duchese – che dopo la
Cronaca di Fr. Pipino è evidente, che Gherardo fosse
Cremonese – che gl'Italiani furono i primi, che dopo il
mille richiamassero a vita la Filosofia, Matematica, e
Medicina. Tutto ciò dice chiaramente il Signor Abate
nella sua Storia, ciò leggo io, e ciò vi legge ognuno, che
ha occhi in fronte.
All'opposto io non vi trovo, nè può trovarne l'uomo
più perspicace, che il Sig. Ab. confessi sinceramente,
che l'Italia debba alla Spagna i vantaggi recati alle arti, e
scienze, già sia dagl'Imperatori, e Principi Spagnuoli,
già sia dai celebri Maestri Spagnuoli, che
ammaestrarono gl'Italiani – né io, nè altro trova nel
secolo d'oro della sua Storia, che vi occupino il meritato
posto Corn. Balbo, Igino, Porzio Latrone; come
nemmen ne' secoli Cristiani Osio, Flavio Destro,
Prudenzio – Non può trovarsi nel risorgimento delle
scienze dopo il mille data la dovuta gloria di ristoratori
agli Spagnuoli – Non si vedono nominati gli Spagnuoli,
dove il Sig. Abate discorre della lingua e Poesia
Provenzale – Non si trova nominata la Spagna nella
gloriosa epoca della fondazione dell'Ordine de'
Predicatori – Nessuno finalmente può trovare nella sua
Storia, dove si tratta dello Stato Civile dell'Italia nel
secolo XVI nominato il celebre Card. Albornoz; nè in
altra parte di detta Storia si leggono utilissime fatiche, e
gloriose gesta di questo Principe, con cui assicurò la
pace all'Italia, e vi fece rifiorire gli studj.
Ecco in breve Sig. Ab. quanto ella certamente ha
scritto contro l'onore della Spagna, e quanto ha
dissimulato di ciò che poteva recarle non picciola
gloria,. Tuttocciò vien da me impugnato nel mio Saggio,
e dà a lei ampio campo di entrar in battaglia sempre
ch'ella di buon animo voglia impiegar alcuni giorni in
rispondere. Nè si creda, che su questi punti possa il
Pubblico restar persuaso, ch'ella abbia dal canto suo la
ragione, per quanto si sforzi a levar alto la voce, e
gridare infedeltà, puerilità, fanciullaggine, paradossi,
gigantesche proposizioni, stiracchiature, cavillazioni, ed
altre simili leggiadrie, che solo possono far illusione
presso il volgo de' saputi, che non sono in grado, o che
non si prendon pena di esaminare a fondo le materie, di
cui si tratta; non già presso i saggi, e perspicaci
Letterati, che non aman d'esser prevenuti nel giudizio,
che sono in grado di formare da sè intorno alle opere
pubblicate, e che soffrono mal volentieri chiunque
pretenda farla da Dittatore nella Rep. Letteraria.
Fin qui la lettera dell'Abate Tirab. Non è però men
leggiadra la sua P. S. In essa fa sapere al Sig. Ab. suo
Corrispondente, ch'egli non crede, che il Sig. Ab.
Lampillas farà alcuna risposta alla sua lettera. E che
può egli rispondere (Lett. p. 20) ? L'Abate Lampillas
risponde, che il Sig. Abate Tirab. ha pur troppo
manifestato nella sua lettera, che non conosce l'Ab.
Lampillas; ma che molto più chiaramente lo fa vedere
col credere, che esso non dovesse dare alcuna risposta.
Dice di più l'Ab. Lampillas, ch'egli crede, che l'Ab.
Tirab. non avessa gran voglia, che gli fosse da lui
risposto. Fonda egli questa credenza nella cautela, con
cui ha procurato l'Ab. Tirab. che non arrivasse se non
che tardi la sua lettera in mano dell'Ab. Lampillas.
Erano passati ben quindici giorni, da che essa girava per
varie Città d'Italia fra le mani degli amici del Tirab.,
mentre in Genova non si sapeva ancora, che fosse stata
pubblicata. E se l'Ab. Lampillas con somma premura
non se l'avesse procacciata, resterebbe a quest'ora privo
ancora di quel piacere che ha provato nel leggerla. Non
dovea certamente aspettarsi simile condotta da un uomo,
che pretende far credere d'essersi ad evidenza
pienamente giustificato in detta lettera. Non dovea egli
privar di questa consolazione que' suoi appassionati, che
sospiravano il momento di veder vittoriosamente
atterrato dal valore del Sig. Abate Tirab. il Saggio
Apologetico della letteratura di Spagna. Ma l'Abate
Tiraboschi meglio che nessun altro conosceva, che non
era la sua lettera opportuna per consolarli; giacchè
tutt'altro eglino s'aspettava, che il vederlo impegnato in
farsi credere parziale verso la letteratura Spagnuola 97.
Checchè sia di ciò, questa cautela ha ritardata per ben
quindici giorni la mia risposta. In essa non troverà il
Tirab. quella confessione, ch'egli dice essere l'unica, che
da me possa farsi: cioè, che il soverchio amor della
97
Questo è il più grazioso sogno che mai siasi fatto. Appena fu pubblicata la
mia lettera, io cercai occasioni per inviarne copia a Genova; e potrei
nominare più persone in Modena, alle quali mi raccomandai a tal fine. Le
occasioni tardarono ad offrirsi, e perciò più tardi ne giunser colà le copie.
Procurerò che ora l'ab. Lampillas non abbia a dolersi di tal tardanza, nè ad
interpretare secondo il suo costume, le mie intenzioni.
patria m'abbia acciecato, e m'abbia fatto leggere nella
sua Storia ciò, che niun altro vi ha letto, e non mi ha
permesso di leggervi ciò, che altri tutti vi leggono (lett.
p. 20). Mi persuado, che chiunque letta abbia con
attenzione questa risposta, non può a meno di vedere
quanto sarebbe non men falsa, che importuna una cotal
confessione. Io so bene, che l'amor della Patria può
acciecarci in maniera, che ci crediamo di trovar lodi
dove non ci sono, e non vediamo i biasimi dove ci sono
chiaramente; e non già all'opposto.
Non posso in questo luogo dissimulare il gravissimo
torto fattomi dal detto Ab. col dire, che forse colle solite
arti farò inserire in qualche prezzolato foglio periodico
riflessioni, e critiche sulla sua lettera (pag. 20). Queste
arti, Sig. Ab. stimatissimo, non sono solite usarsi nè da
me, nè da nessun altro degli Spagnuoli; e n'è buon
testimonio l'Italia. Sono già undici anni che in essa
soggiorna una numerosa colonia di Spagnuoli; i quali
con non poca loro mortificazione leggono nella Storia
letteraria d'Italia le più ingiuste censure contro i celebri
Autori Spagnuoli, e i pregiudizi più ingiuriosi contro la
nostra letterata nazione; sentono nelle conversazioni
spacciarsi come vere le più false e stravaganti opinioni
contro la coltura di nazione cotanto rispettabile; e chi
non vede, quanta parte tocchi loro di questa
svantaggiose idee? Mostri, se gli basta l'animo il Sig.
Abate Tiraboschi un sol foglio de' prezzolati d'Italia, ove
alcuno degli Spagnuoli abbia preteso con anonime
critiche, o riflessioni difendere la Spagna o ribattere i
suoi avversari. Possono bensì gli Spagnuoli mostrare
non pochi di questi fogli, ne' quali alcuni Italiani con
arrabbiato furore si avventano contro i difenditori della
nostra letteratura. In uno di questi il Sig. abate Andres,
ad onta di avere scritto colla più scrupolosa
moderazione, e prudenza contro la taccia, che
appongono alla Spagna due Italiani Scrittori
(Tiraboschi, e Bettinelli) di essere stata la corruttrice del
gusto Italiano, si vede onorato col gentil titolo di
cervello riscaldato, e d'ignorante nella materia che
tratta, e per fino insultato a segno di voler obbligarlo a
confessare, che lui stesso meglio degl'Italiani conosce la
meschinità de' saputi di Spagna.
Dopo l'Ab. Andres impugnò la penna in difesa de'
nostri Autori il Sig. Ab. Serrano, e tosto trovossi inserita
nel giornale di Modena sotto pretesto di difesa il Signor
Ab. Tirab. la più arrabbiata Satira non men ingiuriosa al
buon neme di questo Spagnuolo, che indegna di uomo
ben educato 98. Queste sono state fino adesso le solite
arti degli Apologisti de' due moderni Scrittori, e
probabilmente non saranno diverse in appresso; non già
degli Apologisti di Spagna. Questi, sicuri di avere da
canto loro la ragione hanno sfidato in campo aperto a
faccia scoperta i loro avversarj: e così faranno, sempre
che crederanno necessario l'impugnare qualche Scrittore
in difesa della Patria. Nè basteranno le più nere
98
Ognun può leggere questa arrabbiata Satira nel t. 12 di questo giornale di
Modena, e se v'ha uomo di buon senso, che la giudichi tale, io mi do
vinto. Basti il sapere che ella è opera dell'ab. Alessandro Zorzi uomo del
più dolce e più amabil carattere che mai si vedesse, e incapace di usare di
quello stile che qui gli viene attribuito.
calunnie, ed ingiurie, con cui si vedono assaliti ad
intimorirli, e fargli ammutolire, come si prenderebbe
con tali indegni scritti.
Il fin qui detto mi lusingo che dovrà pienamente
giustificarmi presso il Tribunale dei Dotti e Saggi, al
giudizio de' quali per mia buona sorte s'appella l'Ab.
Tiraboschi sul fine della sua lettera. Essi hanno fra le
mani la Storia letteraria d'Italia, il mio Saggio
Apologetico, la lettera del Tirab., e questa mia risposta.
Con questi documenti sono pienamente illuminati per
pronunziare una giusta sentenza. Essi nel mio Saggio
troveranno impugnati i veri, e legittimi sentimenti del
Sig. Abate Tiraboschi intorno la nostra letteratura, senza
che nemmen una sola volta venga da me impugnato
quell'Autore in forza di qualcheduna di quelle, ch'egli ha
stimato chiamare infedeltà. Non troveranno giammai
troncati i testimonj del Tirab. in maniera di dar loro un
senso diverso di quello, ch'egli ha preteso. Non
troveranno trasformati i passi della Storia letteraria nè
sconvolto l'ordine, con cui son scritti. Vedranno i miei
argomenti fondati non in giuochi di parole, ma in sode
ragioni. Troveranno finalmente in tutto il mio Saggio
trattati con somma urbanità e moderazione gli Autori,
che prendo ad impugnare, e citate sempre mai con lode
le loro opere.
Prendano poi in mano la lettera dell'Ab. Tirab. e in
essa vedranno, che nemmen una sol volta vengono
fedelmente recati i miei veri sentimenti. Troveranno
accuse come da me inventate al Tirab. che pure non si
trovano nel mio Saggio, e dissimulate quelle, ch'io
veramente gli intento. Vedranno che francamente mi
accusa di aver dette cose, che non sono state mai da me
scritte, e di aver dissimulate altre, ch'io ho dette
chiaramente. A vista di questa condotta non potranno
non stupirsi del coraggio di questo Autore in presentarsi
con sifatte pruove al Tribunale de' Saggi, e Dotti ad
accusarmi mancante di buona fede, e di onestà; e
vantarsi ancora di avermi convinto tale. Se poi sia da
desiderarsi nella suddetta lettera quella convenienza, e
modestia, che non debbesi mai dimenticare tra persone
ben educate, ne lascio a loro il giudizio; essi potranno
decidere, se tornerebbero a conto al Sig. Ab. Tirab. che
si misurasse il sapere di lui secondo quella saggia
regola, ch'egli stesso ci addita (pag. 19): La modestia
suol essere tanto maggiore nelle letterarie contese
quanto più dotto è il combattente.
Sul fine della sua lettera ci previene il Sig. Ab. Tirab.
che non s'aspetti da canto suo altra risposta. Io non
posso se non che lodare la sua saggia determinazione,
mentre non si trovi in grado di pubblicarne altra, che
possa fargli maggior onore, recar maggior gloria
all'Italia, e maggior utilità al Pubblico. Anch'io mi
protesto dal canto mio di non fare nuove repliche
intorno alle accuse, ch'egli m'intenta nella sua lettera.
Mi protesto altresì di esser disposto a rispondere al
Tirab., ed a chiunque altro, che a faccia sorpresa
pretenda con nuove imposture intaccare la mia
riputazione, e buon nome; come altresì assicuro, che
non mi prenderò la pena di leggere, non che di
rispondere a nessuno scritto anonimo, nè foglio
prezzolato, in cui colle solite arti si facesse mai inserire
qualche sanguinosa critica contro di me, o contro le mie
opere.
LETTERA
AL
REVERENDISSIMO P. N. N.
AUTORE DELLE ANNOTAZIONI
AGGIUNTE ALLA EDIZIONE ROMANA DELLA
STORIA
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
Reverendissimo Padre.
La gentilezza con cui V. P. reverendissima si è degnata
di legger tutta la mia Storia della Letteratura italiana, e
con cui, invece di correggere a quando a quando il mio
testo, come avea cominciato, si è compiaciuta di
aggiugnere soltanto alcune opportune annotazioni, che
l'apostolico suo zelo nel serbare incorrotto il deposito
della Fede le ha fatto credere necessarie, affin
d'impedire i danni che dal leggere la mia opera poteansi
derivar ne' Fedeli, esige da me la più viva riconoscenza
e i più ossequiosi ringraziamenti. Della qual
compiacenza a mio riguardo usata, tanto maggiore
obbligazione debbo io professarle, quanto più io sono
intimamente persuaso ch'essa non abbia già avuta
origine nè da un certo Manifesto pubblicato qui dal mio
stampatore, con cui cotesta edizione, nel modo in cui le
era stato dato principio, veniva solennemente in nome
mio riprovata, nè da un superiore comando che alcuni
han voluto far credere ch'Ella avesse ricevuto, di non
alterare il testo dell'opera; ma che sia stata frutto
soltanto di quell'animo sì cortese e gentile, e di quelle sì
obbliganti maniere che tutta Roma ammira già da gran
tempo in V. P. reverendissima. Nè sono io solo che me
le debba perciò protestare sommamente tenuto, ma tutti
quelli che han fatto acquisto di cotesta edizione della
mia Storia, le debbono essere riconoscenti e grati, così
per averli sottratti al pericolo di cadere in quegli errori
in cui avrebbe essa potuto condurli, se nelle sue
annotazioni non gli avesse Ella indicati e corretti, come
pe' tanti lumi e per le sì rare e pellegrine notizie che
nelle annotazioni medesime si incontrano, delle quali
senza esse sarebbono rimasti privi. Mi permetta dunque
V. P. reverendissima che, poichè in altro modo non mi è
possibile, col pubblicare questa mia lettera io faccia
conoscere a tutti, quanto io le debba, e che perciò io
venga qui riunendo ed epilogando gli errori che
l'acutezza del suo intendimento ha nella mia opera
ravvisati, e i nuovi monumenti di storia letteraria, de'
quali con vastissima erudizione ha corredate le sue note.
Che se, come è opinione di alcuni, qualche altro ha
diritto di entrare con V. P. reverendissima a parte di
questa lode, io la prego a volerla con lui dividere; ed in
ciò mi riposo tranquillamente nella illibatezza della sua
coscienza, che ben lontana dall'usurparsi l'altrui, saprà e
vorrà certamente che ognun ritengasi ciò che di ragion
gli conviene.
Ne' primi due tomi due note sole ho trovate da V. P.
reverendissima aggiunte. La prima è al t. I, p. 35, ove
avendo io detto che il sistema copernicano, adombrato
già dai Pittagorici, è stato poi a' dì nostri evidentemente
confermato e dimostrato, V. P. reverendissima, piena di
zelo per la sana dottrina, avverte che non solo presso
chi non adotta il sistema, ma anche presso molti
copernicani questo non passa per dimostrato.
Riflessione ingegnosa, e che in avvenire renderà più
cautii filosofi copernicani nel sostenere il loro sistema, e
che ricorderà loro che le voci dimostrato e
dimostrazione non si possono usare nemmeno da uno
storico, se non ove si tratta di rigorosa dimostrazion
geometrica. Ma perchè questa nota le è sembrata per
avventura non abbastanza diffusa, un'altra più lunga e
piena di buon senso e di profondo raziocinio ne ha poi
premessa al t. VIII, quasi ad antidoto di ciò che ivi più a
lungo ho scritto sul sistema copernicano. In essa si
compiace V. P. reverendissima di assicurare i lettori che
io non ho mai avuta intenzione di contraddire a' decreti
di Paolo V e di Urbano VIII; della qual carità
nell'intraprendere favorevolmente la mia intenzione me
le protesto al maggior segno tenuto. Sul sistema
copernicano poi non ancor dimostrato Ella ci dice sì
belle cose con s. Agostino alla mano, che niun certo
ardirà in avvenire di usare quella espressione ch'io sì
impropriamente ho usata.
L'altra delle note aggiunte a' due primi tomi è nel t. II,
p. 361, ove avendo io asserito che il p. Papebrochio ha
dimostrato (ed eccomi di nuovo caduto nel grave fallo
di usare impropriamente questa parola) che Lucifero
vescovo di Cagliari non fu colpevole dello scisma de'
Luciferiani, e che non mai separossi dalla comunione
della cattolica Chiesa, V. P. reverendissima ricorda a'
lettori l'opera di Benedetto XIV De Servorum Dei
Beatificatione, in cui si producono due pontificj decreti
che vietano il disputare della controversia santità e del
culto di Lucifero. Io veramente non ne ho disputato,
poichè Lucifero poteva esser sempre unito alla Chiesa
cattolica (che è la sola cosa da me asserita), e ciò non
ostante esser ben lungi dal meritare il titol di santo. Nè
io credo certo che se io avessi affermato che V. P.
reverendissima non si è mai separata dalla cattolica
Chiesa, niuno avrebbe perciò creduto ch'io volessi
sollevarla all'onor degli altari. Ma nondimeno i lettori
della mia Storia le debbono saper grado di questa nota
per riprodurre che in essa ha fatto que' due decreti, che
per la storia della letteratura italiana tanto sono
interessanti.
Più vasto campo ha aperto al zelo di V. P.
reverendissima il tomo III, ove a p. 88 e 90 si trovan
dapprima due lunghissime note, le quali forse avran data
occasione a qualche avaro associato di lamentarsi, che
per esse gli sia convenuto pagare qualche baiocco di
più, non riflettendo che troppo bene sarebbe stata
impiegata anche assai maggior somma, per fornirsi delle
notizie che esse ci somministrano. Io osservando che s.
Gregorio papa scrive al vescovo Eterio di avere in
Roma cercate sollecitamente le Opere di s. Ireneo da lui
richiestegli, ma di non averle potute trovare, e che
risponde ad Eulogio di Alessandria, il quale aveagli
chiesta la Raccolta degli Atti de' Martiri fatta da
Eusebio di Cesarea, ch'ei non sapeva che Eusebio
avesse fatta cotal Raccolta, e che di tal argomento,
trattone ciò che nelle altre sue opere avea Eusebio
inserito, solo qualche picciola cosa trovavasi unita in un
sol volume; io dico, osservando ciò, ne avea dedotto per
conseguenza che mal provvedute di libri fossero allora
le biblioteche romane. ma V. P. reverendissima
ingegnosamente mi fa osservare che se que' vescovi
avean chiesti al papa que' libri, dunque essi credevano
che le biblioteche romane fosser ben provvedute, e con
ciò Ella ha dimostrato che di fatto n'eran ricchissime,
giacchè non può mai accadere che si creda una cosa, la
qual non sia vera. Mi fa anche riflettere che ben vi erano
le altre opere di Eusebio e che l'avere il pontefice
sollecitamente cercate le Opere di s. Ireneo, ci dà a
conoscere che grande era la copia dei libri ch'erano
allora in Roma; pruova a dir vero, convincentissima;
giacchè chi non vede che il cercare sollecitamente non
vuol già dire cercare in molti luoghi, o da molte
persone, ma che necessariamente significa cercare fra
una gran copia di libri?
Io innoltre, non ben intendendo il latino, avea
creduto, che dove il pontefice s. Martino I scrive al
vescovo s. Amando scusandosi, se non poteva
mandargli richiesti codici, e allegandone per cagione
che Codices jam exinaniti sunt a nostra Biblioteca,
volesse dire che scarso era il numero de' libri nella
biblioteca della Chiesa romana. Ma V. P. reverendissima
mi fa intendere che il senso delle arrecate parole non è
già quale io l'avea creduto; ma che significa che delle
Opere da s. Amando richieste non v'era che una copia
sola, e che perciò il pontefice aggiugne che il messo del
s. vescovo non avea avuto tempo di trarne copia per la
fretta che avea di partire da Roma. Dunque, ne riferisce
Ella con ingegnoso raziocinio; eravi pure, ma solo una
copia, di quelle nella Biblioteca della Chiesa romana,
giacchè come avrebbe potuto il pontefice permettere di
copiarle, se niuna ve n'era nella Biblioteca della Chiesa
romana? Qualche uom sofisticato ripiglierà forse che
potevan quelle opere essere in qualche altra biblioteca di
Roma, non in quella della Chiesa romana, di cui io
parlo. Ma dovea forse V. P. reverendissima gittare il
tempo in rispondere a tai sofismi? Ella ha fatto che
Codices exinaniti sunt vuol dire non v'è più che una
copia del tal libro?
Egli è pur vero che quando ci lasciamo occupar la
mente da un pregiudizio, appena mai avviene che
c'induciamo a deporlo. L'idea che io mi era fitta in capo
dell'universale ignoranza nel VII e nell'VIII secolo, me
ne ha fatto vedere in ogni parte le pruove che ora attesi i
lumi da V. P. reverendissima comunicati al pubblico,
svaniscono e si dileguano interamente. Una lettera di
papa Paolo I al re Pipino dell'anno 757, in cui gli scrive
che mandagli quanti libri ha potuto raccogliere, e ne
soggiugne poscia il catalogo, il qual riducesi a un
Antifonale e ad un Responsabile, a una supposta
Gramatica d'Aristotele, a' libri attribuiti a Dionigi
areopagita, e a una Geometria, a una Ortografia, e ad
una Gramatica, libri tutti scritti in greco, questa lettera,
dice mi avea fatto credere che grande veramente allor
fosse la scarsezza de' libri. Ma quanto son io ito lungi
dal vero! Pipino avea a cuore i libri attribuiti a S.
Dionisio per la divozione che professava a quel S.
Martire, e li volea scritti in Greco, come anche volea
altre opere composte in quella lingua. Così mi avverte
V. P. reverendissima, che certamente avrà trovata la
lettera dal re scritta al pontefice a noi volgari uomini
sconosciuta, e che ne avrà quindi raccolto quai libri ei
bramasse. Si corregga dunque quel passo della mia
Storia; vi s'inseriscano le parole di V. P. reverendissima
da me or riportate, e poi si aggiunga: e perciò il
pontefice che avea una copiosissima biblioteca ne
trasse, oltre le Opere di s. Dionigi, un Antifonale e una
Responsabile, tre libri di Geometria, di Ortografia e di
Gramatica, e un'altra Gramatica di Aristotele, e inviolli
a Pipino scrivendogli che gli mandava tutto qullo che
avea potuto raccogliere.
Assai più grave è l'errore in cui sono poco appresso
caduto, e che V. P. reverendissima corregge in questa
nota medesima. Il pontef. Agatone, ho io affermato,
scrivendo nell'anno 680 agl'imperadori greci in
occasione del sesto general concilio, dice che manda ad
esso i suoi Legati uomini di probità e di zelo, e che alla
mediocrità della loro scienza supplivano col conservare
intatta e pura la tradizion de' maggiori. Ma come mai
ho io potuto scriver tal cosa, se anzi il pontefice
riconosce ne' suoi legati, come mi fa osservare V. P.
reverendissima, una abbondante Scienza την
περισσευουσην ἐις αὐτους ἔιδησιν abundantem in eis
scientiam? Io ho voluto esaminare qual origine potesse
aver avuta il mio errore; e ho presa perciò tra le mani la
Collezione de' Concilj; e ho di fatti conosciuto in qual
modo io mi sia ingannato. Nel testo greco si legge così:
ουκ ἔνεκεν παῥῥεσίας τὴν εἰς αὐτσὺς περισσευούσης
εἰδησιως. Delle quali parole V. P. reverendissima, per
amore di brevità, ha ommesse le prime. Io che non son
greco di nascita, e che nel greco non son dottissimo, ho
creduto che οὐκ significasse non, e che perciò quelle
parole si dovesser così tradurre: non pro confidentia
eorum superabundantis scientiae, e dovessero intendersi
in questo senso che il papa non si confidava già nella
loro scienza, come se essa fosse soprabbondante e
vastissima, ma nella sincerità della loro Fede e nel loro
zelo nel custodire le antiche tradizioni, e tutto il contesto
parevami che richiedesse una tale spiegazione:
perciocchè il papa soggiugne: Nam apud homines, qui
sunt in medio gentium, et ex labore corporis cum magna
dubitatione victum quærunt, quomodo plene inveniri
poterit scientia Scripturarum? Ove io credeva che
scientia Scripturarum volesse dire scienza della sacra
Scrittura. Ma V. P. reverendissima, che nell'erudizion
greca mi può essere maestra, avrà forse scoperto che
οὐκ non è particola negativa, come noi ignoranti
crediamo, ma affermativa e che scientia Scripturarum
non vuol già dire ciò ch'io avea immaginato, la scienza
delle sacre Scritture; ma che significa, com'ella dice, la
teologia congiunta coll'eloquenza. Come poteva io mai
da me stesso arrivare a spiegazioni cotanto sublimi? E
come poteva io mai immaginarmi che ad intendere il
vero senso di un testo, convenisse ommetterne le prime
parole?
Due noterelle aggiunte da V. P. reverendissima alla
pag. 169 e 174, ov'io accenno i pontefici che nel X
secolo coi lor costumi mostraronsi indegni di quella
sede che occupavano, non fanno che citare il card.
Baronio, e come questi narra più a lungo ciò ch'io non
ho che brevemente accennato, così io debbo renderle
grazie che colla testimonianza di sì illustre scrittore
abbia voluto confermare il mio detto.
V. P. reverendissima mossa dall'ardente suo zelo per
la Chiesa romana, di cui ha sempre date sì chiare
pruove, si sente penetrar da giusto dolore ogni qual
volta si fa menzione dell'ignoranza che anche in Roma
trovavasi nel X secolo. E perchè io tanto meno zelante
di V. P. reverendissima nell'accennare le invettive di un
concilio di Rheims contro una tale ignoranza, ho detto
che sembra ch'esse fossero suggerite dall'astio contro la
Chiesa romana, quel sembra le par troppo modesto, e
vuol che si dica che scorgesi manifestamente. E ognuno
ben vede di qual importanza sia un tal cambiamento.
Rimangono due altre note da osservarsi in questo
terzo tomo a pag. 232 e 233. Nella prima avendo io
detto che Ottone III fece innalzare Gerberto alla sede
arcivescovil di Ravenna, V. P. reverendissima mi
corregge amorevolmente, e mi avverte che il pontef.
Gregorio V fu quegli che innalzò Gerberto, dopo che
questi si pentì de' suoi trascorsi, all'arcivescovato di
Ravenna. Io la prego a render compite le sue
beneficenze in mio favore, e a spiegarmi se il dire che
Ottone fece innalzare Gerberto a quell'arcivescovado sia
contrario al dire che Gregorio ve lo innalzò. E così pure
la prego a indicarmi per qual ragione abbia Ella nella
seguente nota avvertito che il card. Bennone era
scismatico, e che fu calunniosa l'accusa della magia da
lui apposta a Silvestro II. A me pareva di aver detto lo
stesso. Ma V. P. reverendissima ha occhi troppo più
penetranti de' miei, per iscorger l'errore ove io non
giungo a ravvisarlo, e mi lusingo perciò che vorrà
compiacersi di farmi conoscere la gravità del mio fallo,
acciocchè io possa piangerlo e detestarlo sinceramente.
Passiamo al tomo IV, sul cui principio V. P.
reverendissima si degna di ammaestrarmi nelle leggi
della buona critica. Io ho riferito (p. 7) l'elogio che di
Federigo II fa l'ab. Denina, perchè a me era sembrato
ch'ei ne avesse in breve adombrati i pregi insieme e i
difetti. Ella perciò mi ricorda che voglionsi all'ab.
Denina preferire i contemporanei che ne formarono un
carattere affatto diverso. Il canone di critica non può
esser più giusto. Io ne profitterò dunque, e in un'altra
edizione della mia Storia io trarrò il caratter di Federigo
da ciò che ne hanno scritto i suoi contemporanei Pier
delle Vigne e Niccolò di Jamsilla. Ma non parmi che
sian questi gli autori de' quali Ella vuol che mi giovi, ed
è verisimile ch'Ella gli rigetti come troppo parziali,
benchè contemporanei di Federigo. Veggo di fatto che
V. P. reverendissima mi suggerisce di ricavare il
carattere di Federigo da uno scrittore imparziale, cioè da
una lettera di Gregorio IX scritta al medesimo
imperadore, e pubblicata dal Lami. Ho ubbidito a' suoi
comandi, e l'ho letta; ma le confesso che, oltre qualche
dubbio che mi è nato sulla legittimità di quel
documento, io non vi ho trovata cosa che si opponga a
ciò che ne ha detto l'ab. Denina, e ai pregi ch'egli ha in
lui ravvisati, che sono la politica, il valor militare,
l'attività, l'accortezza, la severità negli ordini della
giustizia. Ma forse mi sarà sfuggito qualche passo di
quella lettera, in cui il pontefice gli avrà provato ch'ei
non era nè politico, nè valoroso, nè attivo, nè severo
negli ordini della giustizia.
Il zelo di V. P. reverendissima non si contiene solo
nella difesa de' dommi della cattolica Religione, ma si
stende ancora, come da Lei richiede l'eminente carica a
cui è sollevata, a mantenere intatti i diritti del temporal
principato. Quindi avendo io detto a p. 11, che gli
Estensi signoreggiavano in Ferrara, Ella avverte ch'essi
la tenevano in feudo dalla s. Sede. E poco appresso, ove
io accenno a p. 13 che i romani pontefici aveano il lor
proprio Stato per le donazioni de' Cesari, Ella ci dà
l'importante notizia che il card. Orsi ha spiegato quali
parti dello Stato pontificio avessero i papi per donazione
de' principi, e quali no. Così pure al t. V, p. 3, ripete
nuovamente la dipendenza degli Estensi da' papi
riguardo a Ferrara, e accenna che da essi pure aveano
ricevuto il loro dominio i Polentani, gli Ordelaffi, i
Malatesti, co' quali però io non arrivo ad intendere come
V. P. reverendissima congiunga i Correggeschi, de' quali
io non avea finor saputo che fosser vassalli della Sede
apostolica. E tanto si compiace Ella nel ricordare che gli
Estensi avean Ferrara dal papa, che ne fa di nuovo
menzione nello stesso t. V a p. 8. Nè ciò ancora le basta:
al t. VII, par. I, p. 7, accenna i giusti motivi ch'ebbero
Giulio II, Leon X e Clemente VII di esser poco
favorevoli ad Alfonso I, duca di Ferrara, e cita il
Rinaldi, forse come scrittore contemporaneo ed
imparziale, all'anno 1510, e finalmente a p. 8 prende a
giustificare Clemente VIII che privò il duca Cesare del
ducato di Ferrara; e a provare quanto fosse in ciò
ragionevole e giusto, ne porta le più convincenti pruove
che portar si potessero, cioè le Bolle dello stesso
Clemente, le quali non può negarsi che sieno
contemporanee. Se il mio antecessor Muratori invece di
avere a suo avversario monsig. Fontanini avesse avuta
la V. P. reverendissima, Ella certo con quelle Bolle alla
mano l'avrebbe presto ridotto al silenzio. Perciò in una
nuova edizione della mia Storia (se pure l'avarizia dello
stampatore mi permetterà di aggiugnervi le eruditissime
sue annotazioni), a quest'ultima, ove Ella accenna le
Bolle di Clemente VIII, io acciocchè il trionfo sia più
solenne collo scoprire la debolezza degli argomenti
contrarj, aggiugnerò un'altra citazione, cioè: V. anche
Muratori Antichità Estensi par. 11, c. 14. Ma torniamo
al t. IV, da cui ci siamo per poco allontanati.
Parlando di Pier delle Vigne a p. 20, ho riferito un
passo dello storico Rolandino che il dice uomo fornito
di molta letteratura sacra e profana. Benchè questi sia
uno storico contemporaneo, V. P. reverendissima non ne
vuol questa volta ammettere la testimonianza; e ben con
ragione, perchè Ella, con un apparato maraviglioso di
teologica erudizione, mostra che Pier delle Vigne sapeva
poco di teologia, avendo egli avuto ardire di sostenere
che non doveasi far conto alcuno di una ingiusta
scomunica. E come è possibile che sia uomo fornito di
sacra letteratura chi sostiene sì mostruosa opinione? Io
sono così persuaso delle ragioni di V. P. reverendissima,
che al primo corriere che parta per l'altro mondo voglio
consegnare una lettera pel buon Rolandino,
avvertendolo a cancellare dalla sua Storia quel passo
che V. P. reverendissima ha riprovato, e a non credere
che Pier delle Vigne fosse uomo versato nella sacra
letteratura.
Ma io che voglio indurre altri a correggere le opere
loro, debbo prima pensare a corregger le mie. Fra le
cose che ci mostran la barbarie de' bassi secoli, io ho
accennato a p. 38 l'uso allor frequente in Italia d'imporre
per gastigo la cessazione de' pubblici Studj, e di
sottoporre le scuole, non altrimente che se fossero cose
sacre, all'ecclesiastico interdetto. In ciò io ho mancato,
come V. P. reverendissima mi fa conoscere, per
ignoranza di storia e per ignoranza di Diritto canonico.
Di storia, perchè il silenzio alle università fu imposto
per le ree dottrine che sostenevano: di Diritto canonico,
perchè anche a un corpo non sacro si può stendere
l'interdetto. Io dunque in un'altra edizione correggerò
questo passo, e recherò i fatti medesimi a mostrare il
buon gusto che allor regnava; dirò che le università,
costrette a tacere, erano infette di ereticali dottrine (ma
converrà ch'Ella si compiaccia di somministrarmene le
pruove che a me non è stato possibile il rinvenirle), e
dirò che quando si fulmina l'interdetto sopra una città,
anche le scuole si debbono chiudere, e che sono in ciò
d'accordo, come Ella mi insegna, tutti i Teologi e i
Canonisti anche di questo secolo, che si spaccia per
illuminato.
Quel giusto sdegno che ha animato poc'anzi V. P.
reverendissima contro Federigo II, la accende poco
appresso contro l'illegittimo di lui figlio Manfredi, e
perchè io a p. 60 ho scritto ch'egli ebbe sempre
contraria la corte di Roma, Ella fa osservare che non
l'ebbe contraria in quel che conveniva, e con ciò
distrugge del tutto ciò ch'io ho affermato, e previene le
ree conseguenze che dal mio detto si potrebbon dedurre.
Le ultime due note di questo tomo, a p. 224 e 227,
son dirette a giustificar la memoria di f. Giovanni da
Vicenza da me imprudentemente accusato di essersi
lasciato sedurre alquanto dall'ambizione nel cercare, o
nell'accettare la carica di podestà in Verona, e vuole che
in questo luogo non si creda agli storici contemporanei,
ma a' Brevi dei romani pontefici, che lo suppongono
esente da ogni macchia. E io ben mi lusingo che niuno
sarà più in avvenire, che in faccia a tali testimonianze
ardisca di dubitare dell'umiltà e dell'innocenza di f.
Giovanni.
Non son molte le note che V. P. reverendissima si è
degnata di aggiugnere al t. V della mia Storia, ma esse
sono sì importanti (se traggasene quella a pag. 15, ove
parlando io del funesto scisma d'Occidente, Ella
rimanda i miei lettori a s. Antonino e al Rinaldi), che
meritano che io, per attestarle la sincera mia
riconoscenza, sopra esse trattengami alquanto.
Parlando di Cecco d'Ascoli a pag. 180, ho detto che la
vera ragione della infelice morte di esso furon gli errori
ch'egli nella sua Opera astrologica avea insegnati,
benchè probabilmente l'invidia di Dino del Garbo vi
avesse non picciola parte; e poco appresso ho aggiunto
che l'invidia ebbe non picciola parte nella condanna di
quell'infelice astrologo, e ch'egli non sarebbe sì
miseramente perito, se non avesse avuti potenti nemici
che congiurarono a' suoi danni. A questi miei detti, io
non veggo, esclama il zelo di V. P. reverendissima, per
qual motivo si abbia ad attribuire all'astio e all'invidia
ciò, che può ragionevolmente essere riputato effetto di
zelo; e poscia: non so, come senza far ingiuria a' giudici
Ecclesiastici
si
possa
pretendere,
ch'eglino
condannando Cecco si sieno lasciati trasportare
piuttosto dall'impegno de' di lui nemici, che dall'amore
del giusto e del vero. E ripete quindi ciò che degli errori
di Cecco ho detto io pure. Io debbo qui confessare la
mia irriflessione. Se io avessi avuto presente all'animo il
sincero e costante impegno di V. P. reverendissima nella
difesa della cattolica Religione, se mi fossi ricordato
quanto retti sieno sempre stati i suoi giudizj, quanto
uniforme e non mai variata dalle circostanze de' tempi la
sua dottrina, quanto scevro ed esente da ogni privata ed
umana passione il suo cuore, quanto per ogni parte
irriprensibile la sua condotta, ne avrei tratto per
conseguenza che, quale Ella è, tali pur fossero a' tempi
di Cecco i giudici della Fede. Ma io non vi ho posta
mente, e ho buonamente creduto che gl'inquisitori
potessero essi ancora, essendo pur uomini come gli altri,
lasciarsi ingannare da ben ordite calunnie. Ciò che in
questo mio errore mi è di qualche conforto, si è che ho
in esso compagno un papa, e, ciò ch'è più, un papa
domenicano, e un papa sollevato agli onori de' beati. I
Padovani e i Vicentini, dice il ch. sig. ab. Marini in
un'opera che porta in fronte l'approvazione del p.
maestro del s. Palazzo, ricorsero a Benedetto XI
dolendosi della facilità di dannar come eretiche
persone, che non lo erano se non nella malignità degli
accusatori. Per la qual cosa scrisse il Pontefice agli 11
di marzo del 1304 agl'Inquisitori di que' Popoli, che
annullassero alcuni Processi iniqui, punissero la
menzogna, et officium sic exercere studeant, ut ad Nos
de talibus clamor ulterius non ascendat (Degli Archiatri
pontif. t. 1, p. 30, ec.).
Piena d'erudizione è un'altra nota a p. 412, ov'Ella
osserva primieramente che il Cantico del b. Jacopone da
Todi, che incomincia Piange la Chiesa, non pare che sia
stato composto contro il pontef. Bonifacio VIII, perchè
nol nomina; della quale osservazione molto le saranno
tenuti i lettori della mia Storia; e poi si fa seriamente a
mostrare la falsità di un racconto ch'io non avea
accennato che come una semplice popolar tradizione. Io
potrei proporle qualche dubbio su ciò, e pregarla a
vedere gli antichi scrittori citati dal Muratori, che
affermano che Bonifacio morì in carcere, ossia chiuso
come prigione nelle sue camere. Ma poichè io non ho
fatto su tal circostanza alcun fondamento, non voglio
con una inutile discussione toglierle parte del tempo
ch'Ella a comun vantaggio impiega tanto lodevolmente.
Io sono stato finora sì docile alle correzioni e agli
avvisi di V. P. reverendissima, che mi lusingo di avere
colla mia sommisione intenerito il pietoso suo cuore.
Ma verso la fine di questo tomo io mi veggo due volte
toccato in un punto, per cui le confesso che sono un po'
facile a risentirmi. Il Petrarca è il mio eroe, e, direi
quasi, se non temessi che V. P. reverendissima ne
inorridisse, il mio idolo, come Ella avrà ben conosciuto
leggendo ciò ch'io ne ho scritto. Io veggo ch'Ella ne
sente diversamente; e non me ne maraviglio, perchè il
carattere di V. P. reverendissima è troppo diverso da
quel del Petrarca. Prestando fede allo stesso Petrarca
(Senil. l. 1, ep. 3), io ho scritto a pag. 465 che Innocenzo
VI si era lasciato persuadere che essendo egli poeta,
dovess'essere sospetto di magia, e che perciò su' principj
del suo pontificato mostrossi poco a lui favorevole. Ella
che delle cose del secolo XIV ci può istruire meglio
assai del Petrarca, ci assicura che Innocenzo VI non era
poi uomo sì rozzo a confondere la poesia colla magia; e
ne porta una convincentissima pruova, cioè ch'egli era
stato professor di leggi in Tolosa, e che avea sostenute
altre onorevoli cariche. Anzi penetrando nella mente di
quel pontefice, Ella ci addita due forti motivi, pe' quali
Innocenzo non amava ne' primi anni il Petrarca. E il
primo si è il sonetto da lui fatto in lode di Cecco
d'Ascoli, mentovato poc'anzi. Ma sa Ella V. P.
reverendissima, che Innocenzo VI, francese di nascita,
giureconsulto di professione, avesse mai letto quel
sonetto? Sa Ella che cosa dicesse in esso il Petrarca?
Esso non è stampato, e non ne è noto che il primo verso,
cioè: Tu se' il grande Ascolan, che il mondo allumi,
parole che potevansi intendere della dottrina di Cecco,
prescindendo dagli errori in cui era caduto. Certo non è
possibile che il Petrarca volesse con esso lodare la
astrologia giudiciaria, di cui egli fu il più dichiarato
nimico 99. Come dunque può ella affermare che per quel
sonetto Innocenzo VI non credesse degno della sua
protezione il Petrarca? Più forte è l'altro motivo, cioè la
scostumatezza in cui il Petrarca era vissuto. Ma di
grazia, Padre reverendissimo, un po' di pietà per
l'infelice Petrarca. Un uomo che amò certo con assai
caldo e non lodevole amor la sua Laura, ma con cui non
si sa che s'innoltrasse mai ad azione che ad onest'uom
non convenga, un uomo che cadde qualche volta con
altre donne in gravi trascorsi, ma che non mai ingolfossi
nel vizio, e pianse subito i suoi errori, e ne fece a se
stesso un continuo amaro rimprovero, e usò d'ogni
mezzo per emendarsi, merita egli di esser tacciato di
scostumatezza? Aggiunga che Clemente VI, antecessor
d'Innocenzo, avea favorito molto il Petrarca. Dunque o
Clemente VI fu degno di biasimo (e guai a me se
l'avessi affermato) coll'onorarlo della sua protezione, o
non ebbe bastevol motivo Innocenzo VI per privarnelo
nei primi anni del suo pontificato.
E quali son le pruove che V. P. reverendissima arreca
della scostumatezza del Petrarca? La lettera da lui scritta
al Boccaccio da me poco appresso riferita, in cui egli
ricorda con sentimenti di pietà e di compunzione
99
Veggasi intorno a ciò il t. 5, p. 209 della presente edizione.
sinceramente cristiana i trascorsi suoi giovanili. E dovea
Ella dunque volgere a disonor del Petrarca ciò che ne
forma l'elogio? L'Ab. di Sade, soggiugne Ella, proccura
di provare il contrario; ma come contro la confession
del Petrarca può egli riuscirne? Non è però da
maravigliarsene. Egli pare, che abbia composte le sue
Memorie per iscreditare i buoni, e per iscusare gli
erranti e i malviventi. L'Ab. de Sade proccura di provare
il contrario? Ma chi ha pubblicata prima di ogni altro la
lettera del Petrarca da V. P. reverendissima accennata?
Chi ha scoperto che il Petrarca, oltre una figlia, ebbe un
figlio, amendue illegittimi? Non debbonsi forse all'ab. di
Sade queste notizie? Chi legge la mia Storia, può di
leggieri osservare che io non sono adoratore di quello
scrittor francese. Ma per quanto io abbia lette e rilette le
sue Memorie sul Petrarca, e per quanto le abbia, si può
dire, analizzate, io non vi ho mai trovata cosa che provi
in quell'autore il reo disegno di screditare i buoni e di
scusare i malviventi, ch'Ella gli attribuisce.
Più leggiadro è ciò che segue, ov'Ella per farci
conoscere il carattere del Petrarca, ci rimette al Fleury
(Hist. eccl. l. 97, n. 33, 34); il che Ella pure ripete
nell'ultima nota aggiunta a questo tomo a pag. 525, ove
ne riporta queste parole: Dopo di ciò si può egli
allegare il Petrarca come autor serio, e dire, che le sue
lettere sono piene di gravità e di zelo e di dottrina?
Questo nuovo canone di critica, con cui V. P.
reverendissima ci comanda che il carattere del Petrarca
si prenda dalla Storia ecclesiastica del Fleury (dopo
avere asserito altrove che il carattere degli uomini si dee
prendere dagli autori contemporanei), sarà in avvenire
aggiunto ai nuovi trattati dell'arte critica, che si andran
pubblicando. Ma finchè essi non sono stampati, mi
permetta ch'io mi attenga a' canoni antichi, e ch'io
tragga il carattere di quel grand'uomo dalle Opere di lui
stesso.
Esaminiamo nondimeno di grazia qual sia il carattere
che del Petrarca ci ha fatto il Fleury, per cui egli lo
reputa autore da non aversi in conto alcuno; e veggiamo
quanto autorevole storico in questa parte egli sia.
Comincia dal dire che il Petrarca abbracciò lo stato
chericale, e che ciò non ostante nell'età sua giovanile ei
visse nella dissolutezza, e di ciò si è già detto poc'anzi.
Siegue a dire il grande storico da V. P. reverendissima
citato per modello di critica, che Benedetto XII volle
persuadere al Petrarca di sposar Laura, promettendogli
di accordargli dispensa per ritenere i suoi beneficj; ma
che il Petrarca risposegli che se la prendeva per moglie,
ciò ch'ei pensava ancora di dirne, non sarebbe più stato
a proposito; e che Laura allora maritossi ad un altro. E
V. P. reverendissima, che ci vuol far credere di aver lette
con attenzione le Memorie dell'ab. di Sade, può
seriamente rimetterci al Fleury in ciò che appartiene al
Petrarca? Non ha Ella dunque veduto provarsi dal detto
ab. di Sade con autentici e incontrastabili documenti,
che Laura era maritata con Ugo di Sade fin dal 1325,
cioè due anni prima che il Petrarca la vedesse, e che
morì, vivente ancora il marito, nel 1348? Ed Ella vuole
che crediamo al Fleury, che si è trangugiato buonamente
un sì solenne farfallone?
Ma altra accusa più grave ha il Fleury apposta al
Petrarca, e da essa ha tratto per conseguenza ciò che V.
P. reverendissima ne ha riferito. Mais ce qui montre, le
plus son peu de sens, et la légèreté de ses pensées
(povero Petrarca dopo quasi quattro secoli dichiarato un
imbecille dal Fleury, e poi da V. P. reverendissima che
c'invita a credergli!) c'est qu'il se declara hautement pur
Nicolas Laurent, cet extravagant, ec. Ecco il gran delitto
del Petrarca, ed eccolo scoperto uomo senza senno, e
che non merita fede. Egli credette che il celebre Cola di
Rienzo fosse veramente destinato a ricondurre e Roma e
l'Italia all'antica grandezza, e lo esortò a compier
l'impresa felicemente da lui cominciata. Ciò è
verissimo. Ma in primo luogo, qual maraviglia che il
Petrarca standosi in Avignone, e sorpreso dalle grandi
cose che si narravano di Cola da Rienzo fatte in Roma,
credesse egli pure ciò che allora credettero quasi tutti?
Non si videro forse ambasciate a quel fanatico
impostore spedite da molti principi? E finalmente non si
ravvide egli presto il Petrarca del suo errore, nol
confessò egli stesso sinceramente? Di grazia, P.
reverendissimo, non citi più il Fleury, ove trattasi del
Petrarca, e si assicuri che, trattone il Fleury e V. P.
reverendissima, tutti gli uomini di buon senso
continueranno a dire che le Lettere del Petrarca son
piene di gravità, di zelo e di dottrina; ch'egli è stato uno
de' più grand'uomini del suo secolo, uno de' più rari genj
che abbia avuti l'Italia; e che se i giovanili trascorsi non
debbono impedire che alcuni papi non si annoverino tra'
più saggi successori di s. Pietro, che abbia avuti la
Chiesa, non debbon parimente impedire che il Petrarca,
il quale sì sinceramente li pianse, non debba esser
l'oggetto dell'ammirazione degli uomini dotti e degli
uomini onesti. Io pregola ancora a fidarsi nel giudicar
del Petrarca più ad un pontefice di lui contemporaneo,
cioè a Gregorio XI, che all'ab. Fleury. Si compiaccia di
grazia di leggere il Breve che ne ha di fresco pubblicato
con licenza del p. maestro del s. Palazzo il sig. ab.
Marini (Degli Archiatri pontif. t. 2, p. 21), scritto poco
dopo la morte dello stesso Petrarca al card. Guglielmo
Novelletti legato in Italia. In esso ei lo nomina tam
praeclarum moralis scientiae lumen; e gli comanda che
tutte raccolga le opere da lui scritte, tra le quali nomina
espressamente le Lettere, e gliele mandi in Avignone. Io
spero che V. P. reverendissima posta in mezzo tra un
papa e l'ab. Fleury, e interrogata di chi voglia seguire il
giudizio, volgerà tosto le spalle al secondo, e si farà
seguace del primo.
Mi perdoni di grazia V. P. reverendissima, se il mio
trasporto pel Petrarca mi ha fatto deviare alquanto dal
buon sentiero, e dimenticare per poco la mia docilità e
la mia sommissione ai caritatevoli suoi avvertimenti.
Ritorno all'usato mio stile, e con un vivo desiderio di
giovarmi de' lumi della sua vasta ed inesausta dottrina,
passo all'esame delle annotazioni ch'Ella ha avuta la
degnazione di aggiugnere al tomo VI della mia Storia; e
mi spiace il vedere che poche esse sieno, e che scarso
frutto perciò sia io per raccoglierne. Perciocchè una sola
ne ha Ella posta alla prima, e due alla seconda parte di
questo tomo.
M'insegna dunque V. P. reverendissima a pag. 4 della
parte I del tomo VI, ciò ch'io non sapeva, cioè che il
concilio di Basilea, dopo il trasporto fattone a Ferrara e
poi a Firenze, non fu un vero concilio. E ch'io nol
sapessi, che avessi perciò bisogno di esserne da V. P.
reverendissima amorevolmente istruito, raccogliesi ad
evidenza dal modo con cui io ragiono di quel concilio,
singolarmente ove annovero Felice V tra gli antipapi, e
ove dico che lo scisma non cessò interamente finchè
visse Eugenio IV: parole che mostrano chiaramente
ch'io riconosco per vero papa Felice V e il concilio di
Basilea dopo la traslazione non come scismatico, ma
come vero e canonico.
Una lunga nota ha aggiunta V. P. reverendissima alla
p. 349 della parte II, ove io parlo di Lorenzo Valla, e si
compiace di stendere con eloquente amplificazione ciò
ch'io avea con troppa brevità accennato, che degli stessi
pontefici ei parla con poco rispetto. Qual onore è il mio
avere a parafraste V. P. reverendissima! Di ciò però non
si appaga il suo zelo. Io ho affermato che il Valla fu
tratto in giudizio innanzi all'Inquisizione, perchè avea
negato che ciascheduno apostolo avesse separatamente
composto il suo articolo del Simbolo. Le sembra che sia
questo un deridere quei santissimi giudici; e dice che
non perciò solo fu egli accusato, ma anche perchè avea
affermato che gli Apostoli non abbiano alla posterità
tramandata per tradizione quella formola della nostra
credenza. Io le rendo grazie di questa notizia. Ma perchè
ella sa bene che siamo in un secolo malizioso, in cui di
ogni cosa si pretende arditamente la pruova, la prego in
grazia a indicarmi, onde abbia Ella saputo che per ciò
fosse il Valla accusato, acciocchè io possa con coraggio
difendere la correzione che farò della mia Storia. Nella
sua apologia, dirà forse alcuno, il Valla afferma che la
proposizione per cui fu accusato, fu questa: Symbolum
non factum, esse ab Apostolis per particulas. Aggiugne
il Valla ch'ei chiese al predicatore f. Antonio da Bitonto,
con quale autorità affermasse il contrario; e io il chieggo
di nuovo, ei dice, e a lui e a tutti: nec modo id, quod in
quaestione proposui, verum etiam, quis omnino tradat
ab Apostolis Symbolum conditum. Nel che è evidente,
continuerà a dire qualche importuno critico, che questa
seconda interrogazione, indegna certamente d'uom
cristiano, si fa or solamente nella sua apologia del Valla,
dopo che il processo era già ultimato e conchiuso, e che
perciò per essa ei non fu processato. Di fatto siegue il
Valla dicendo che taluno aveagli obbiettata l'autorità di
Graziano, che cita s. Isidoro; e risponde: Quaero te: ait
ne, per particulas conditum? Minime. Jam liberatus
sum. Dunque conchiuderà costui, il Valla fu accusato
all'Inquisizione solo perchè avea negato che
ciascheduno apostolo avesse steso il suo articolo e l'altra
proposizione non fu da lui avanzata che dopo il
processo. Io le confesso che a chi mi faccia una tale
obbiezione, i miei scarsi lumi non mi somministrano
una giusta risposta. E prego perciò V. P. reverendissima,
che tanto è verso di me pietosa e cortese, a volermi
indicare come possa io confondere chiunque osi di
contraddire.
Di tali obbiezioni io non temo riguardo alla seconda
ed ultima nota che vedesi alla pag. 431 di questo tomo
medesimo. Non piace a V. P. reverendissima, ch'io
parlando del P. Savonarola (e spero ch'ella avrà gradita
la moderazione con cui ne ho ragionato), e
rammentando la pruova del fuoco, che pel fanatismo a
favore e contro di lui eccitato fu più volte, ma sempre
inutilmente, proposta, l'abbia appellata antica e barbara
superstizione; e mi ricorda parecchi fatti ne' quali cotali
pruove furono con celesti prodigj approvate. Io dunque
in una nuova edizione della mia Storia, a quelle parole
da me incautamente usate, sostituirò queste altre:
l'antica e lodevole costumanza della pruova del fuoco. E
chi sarà che ardisca di riprovarle?
Il tomo VII della mia Storia, come abbraccia un più
ampio campo, qual fu per l'italiana letteratura il secolo
XVI, così più frequente occasione somministra a V. P.
reverendissima a far pompa della sua vastissima
erudizione. E la prima nota a pag. 3 è diretta a
giustificare Giulio II di cui temerariamente io ho detto
che diede a vedere un animo più guerriero che non si
potesse aspettare dal vicario di Cristo. A questa mia
proposizione Ella ingegnosamente oppone l'autorità del
Ciaconio, che loda Giulio II, appunto perchè pontefice
bellicoso. Ed ecco così invincibilmente confutato il mio
detto. E non men convincente è l'apologia ch'Ella fa
dello stesso pontefice, ove avendo io scritto che pare
ch'egli non si curasse di mantener la promessa data di
radunare un concilio generale, reca un lungo passo di
Giulio II, in cui a sua discolpa afferma fra le altre cose,
che non gliel'avea permesso la necessità in cui si era
trovato di ricuperare le terre della Chiesa. Ed ecco qui
pure il pontefice pienamente assoluto dall'ingiusta taccia
da me, o piuttosto da' cardinali raccolti in Pisa,
appostagli, di aver colle guerre turbata la tranquillità
della Chiesa e di tutta l'Italia.
Di somigliante robustezza sono tutte le altre note da
V. P. reverendissima a questo tomo aggiunte a difender
la memoria de' romani pontefici, che le sembra da me
oltraggiata. Della rara magnificenza di Leon X nel
fomentare gli studj, parevami d'aver detto non poco
singolarmente col produrre un bel passo di Raffaello
Brandolini, in cui ne fa un magnifico elogio, e dice fra
le altre cose, che chiamava alla sua corte anche i più
dotti teologi, i più profondi filofosi, i giureconsulti, ec.
Ma ho poscia aggiunto che il vedere il pontefice
dilettarsi tanto di poesie e di commedie non troppo
oneste, avvilì non poco la gravità pontificia, e risveglio
ancora sospetti a lui poco onorevoli; e che innoltre la
preferenza da lui data agli ameni studj sopra le gravi
scienze, fece che queste non fosser molto curate. Perciò
Ella prende a pag. 19 a difendere la rara illibatezza e la
pietà di Leon X, lodata anche da Erasmo, e imitata,
com'io mi lusingo, anche da V. P. reverendissima; e
osserva (ciò ch'io non aveva osservato) che anche i
teologi furon da lui favoriti; e pruova in tal modo esser
falsissimo che gli ameni studj a lui piacessero più che i
sacri.
Più a lungo si stende l'amorevole zelo di V. P.
reverendissima nel difendere Adriano VI, perchè più
gravi sono le accuse che io gli ho apposte. Ho osato di
affermare a p. 20, che il pontificato di Adriano VI fu
come una passeggiera ma folta nube che oscurò l'amena
letteratura, e a p. 198 ho detto ch'ei rimirava come
gentilesche profanità tutti i libri non sacri, a p. 274 che
rimirava come idolatri gl'imitatori di Cicerone. Io non
posso non ammirare l'eroica mansuetudine di V. P.
reverendissima nel sofferire cotali bestemmie, e nel
correggermi con paterna piacevolezza. Mi ricorda
dunque dapprima, ch'è vero ch'ei non amava i poeti,
perchè molti si abusavano del loro estro (e io
m'immagino che non avrà pure amati i teologi, perchè
molti facevano reo uso del loro sapere); ma ch'ei
favoriva i dotti (i quali forse non ne abusavano mai), e
che cercò segretarj i quali elegantemente scrivessero. Io
aggiugnerò questa nuova notizia in una nuova edizione
della mia Storia; e ne recherò in pruova, che lasciò
partire il Sadoleto e il Bembo, i quali aveano sì mal
servito Leon X in quell'impiego, e che a parer di
Adriano dovean essere tali che non sapessero scrivere
con eleganza, e che in lor vece trascelse Teodorico Ezio,
e Paolo Cistirelli, i quali furono i soli segretarj nominati
e scelti da Adriano, e della eleganza dei quali nello
scrivere non ci lascia dubitar punto il giudizio di quel
pontefice e di V. P. reverendissima.
Quindi a p. 198, per dimostrare in modo che non
ammetta risposta, che Adriano VI teneva presso di sè
uomini versatissimi anche nella Letteratura non sacra,
osserva che uno di essi fu il vescovo di Chieti, che fu
poi Paolo IV, il quale sarà stato, io m'immagino, o poeta,
o oratore, o matematico. Finalmente a p. 274, per
provare non esser vero che Adriano per poco non
rimirasse come idolatri gl'imitatori di Cicerone, osserva
che nè Girolamo Negri, nè il Sadoleto nol dicono, con
che è dimostrata la falsità della mia asserzione; e
seguendo a parlare del Sadoleto, riflette ch'egli non
ritirossi già da Roma, perchè fosse mal soddisfatto del
pontificato di Adriano, ma perchè gli correva l'obbligo
di assistere personalmente alla sua Chiesa di Carpentras;
obbligo, sperava io, ch'Ella dovesse aggiugnere per
render compita la pruova, il quale non gli correva sotto
il pontificato di Leon X, di Clemente VII, duranti i quali
stette molto in Roma, ma solo sotto quel di Adriano.
Ad Adriano VI succedette Clemente VII, e io mi
lusingava che ciò che ne ho detto, avesse avuta la sorte
di non dispiacere a V. P. reverendissima, perciocchè non
ho veduta alcuna annotazione a p. 22, ove io ho
accennate le guerre, nelle quali egli lasciossi avvolgere,
e che furon poscia cagione dell'orribil sacco di Roma.
Ma convien dire che sia qui accaduto ciò che V. P.
reverendissima in una nota a p. 519 modestamente
confessa che avviene talvolta, cioè che per inavvertenza
o per negligenza de' Revisori si stampano libri in Roma
che non dovrebbon vedere la pubblica luce, e che perciò
quelle parole siano sfuggite al severo suo sguardo. Di
fatto a p. 198 ov'io ripeto che Clemente VII,
avviluppatosi nelle guerre dei principi, espose Roma
all'orribile sacco, ec., Ella, che in quel giorno in cui
lesse queste parole, dovea esser compresa da più
diligente zelo, si compiace di darmi una graziosa
mentita, dicendo che non fu Clemente, ma l'astio del
calvinista Borbone, ch'espose Roma al Sacco. Nel che,
oltre il convincermi di grave errore, Ella, benchè senza
darsene vanto, ci dà prima di ogni altro una notizia
sfuggita finora a quanti sono stati scrittori di teologia e
di storia, cioè che fin dal 1527, quando Calvino non
contava che 18 anni di età, e cinque anni prima ch'ei si
scoprisse eretico, vi erano già Calvinisti, e che tale era il
Borbone. Così gli uomini grandi, quasi senza volerlo,
illuminano gl'ignoranti, e segnano le loro vie di sempre
nuovi raggi di luce.
A difesa dello stesso pontefice è diretta la nota a p.
275. Ivi ho scritto che "Non era eguale alla stima la
deferenza del papa a' consigli del Sadoleto, il qual
veggendolo esporsi a manifesta rovina, si sforzava di
tenerlo lontano dall'imminente pericolo, finchè
veggendo che il pontefice erasi ormai tanto innoltrato,
che più non v'era luogo a consiglio, chiesto ed ottenuto
il congedo, venti giorni prima del sacco di Roma,
partissene, e fece ritorno alla sua chiesa". V. P.
reverendissima mi avverte qui che non fu questa la
ragione della partenza del Sadoleto, ma il patto da lui
stabilito col papa di servirlo sol per tre anni, e poi di
tornare alla sua chiesa; e mi comanda di veder su ciò la
Vita pel Sadoleto scritta dal Fiordibello. Nello scriver la
mia Storia, io avea prevenuto il suo comando, e
leggendo quella Vita, parevami di avervi trovato
appunto ciò ch'io ho scritto. Io credeva che il Fiordibello
ove dice che il papa cum salutaribus Sadoleti consiliis
sæpe usurus esse videretur, flectebatur postea aliorum
quorumdam, qui longe plurimum apud eum poterant,
oratione, volesse dire che uguale alla stima non era la
deferenza del papa ai consigli del Sadoleto, e ch'egli
seguiva più facilmente gli altrui consigli; e che ove dice
del Sadoleto: Qui quidem cum rem in eum locum
adductam intelligeret, ut nihil bene monendo et
suadendo proficere amplius posset, statuit, quando
Reipublicæ prodesse jam nihil posset, suæ saltem
Ecclesiæ prospicere atque consulere, volesse dire che
veggendo che il Pontefice erasi ormai tanto inoltrato,
che più non v'era luogo a consiglio, chiese il congedo, e
tornò alla sua chiesa. Perdoni di grazia V. P.
reverendissima, se io son poco felice nell'intendere il
latino, e continui ad istruirmi anche in ciò col consueto
suo zelo, e mi mostri che non è quello che io ho creduto,
il senso delle parole del Fiordibello.
Convien dire che V. P. reverendissima sia stata
soddisfatta del modo con cui ho parlato di Paolo III,
poichè una sola breve annotazione veggo aggiunta a p.
25, ove io ragionandone, dico ch'ei fu calunniato come
seguace dell'astrologia giudiciaria, e a questa occasione
dico che non sarebbe a stupire, che in quel tempo fosser
alcuni anche tra' dotti che credesser le stelle presaghe
dell'avvenire; che riputavansi dotti, nota gravemente V.
P. reverendissima, ma in realtà non lo erano, come con
evidenti ragioni dimostrar si potrebbe. Riflessione
giustissima e necessarissima, e senza la quale tutti
avrebbon creduto che io ancora fossi fautore
dell'astrologia giudiciaria. Quanto debbo io essere
riconoscente alla paterna premura ch'Ella ha pel mio
buon nome!
Ma Ella non è ugualmente contenta di ciò ch'io ho
scritto di Giulio III e di Paolo IV. E quanto al primo,
Ella a p. 32 mi rimette al continuatore del Fleury, perchè
io vi osservi le lodi ch'ei dà a quel pontefice. Ma mi
permetta V. P. reverendissima, ch'io le proponga un
dubbio. Se uno il qual facesse una nuova edizione di
quella Continuazione, al luogo ove si parla di Giulio III,
ponesse una nota in cui rimettesse i lettore a ciò che io
dico di quel pontefice, che direbbe Ella di una tal nota?
Io non credo, a dir vero, di peccar di superbia,
ponendomi al confronto del continuator del Fleury, e
credendo che possa rimanere incerto, se egli, o io
abbiamo esaminate meglio le cose. Aspetterò da V. P.
reverendissima la risposta a questo mio dubbio, che
stendesi ancora a ciò che appartiene a Paolo IV, giacchè
per esso ancora mi rimette Ella a ciò che ne ha scritto il
medesimo continuatore, e vi aggiugne anche il p.
Carrara teatino, che recentemente ne ha scritta la Vita. I
pregi di questo pontefice sono da V. P. reverendissima
ricordati anche a p. 14. E io mi lusingo di non averli
dissimulati: e solo ne ho ripreso la troppo sospettosa
severità, per cui si videro chiusi in Castel S. Angelo, per
mal fondate accuse contro la Fede, il Morone e il
Foscarari; e ho aggiunto che sotto il pontificato di esso,
si vide riaccesa la guerra tra la s. Sede e la corona di
Spagna. E io prego perciò la V. P. reverendissima a
indicarmi le ragioni che provin giusta la carcerazione di
que' due sì dotti e sì virtuosi prelati, e provin falsa la
guerra che la imprudente condotta de' nipoti di Paolo
trasse sopra lo Stato pontificio.
Un altro dubbio io debbo proporre a V. P.
reverendissima riguardo alla nota ch'Ella ha posta a p.
115 ov'io parlo delle scuole de' Gesuiti e degli elogi che
di esse si fecero da molti uomini illustri del secolo XVI,
e del favore con cui furono allora da molti principi
onorate. Per quel che riguarda a questa Compagnia,
dic'Ella, noi ci rimettiamo intieramente al Breve del
Pontefice Clemente XIV de' 21 Luglio del 1773, che
incomincia: Dominus et Redemptor noster etc. La mia
docilità a' suggerimenti di V. P. reverendissima mi ha
fatto ricorrer subito a questo Breve, sperando di trovarvi
qualche cosa che giovar potesse a comprovare, o a
confutare ciò ch'io detto. Ma qual è stata la mia
sorpresa, quando delle scuole de' Gesuiti del secolo
XVI, delle quali sole io ragiono, appena vi ho trovato un
cenno? Io temo ch'Ella abbia preso, come anche a' più
grand'uomini accade talvolta, un picciolo equivoco, e
che invece del Breve di Clemente XIV, ch'io venero e
rispetto, ma che non ha alcuna relazione con questo
passo della mia Storia. Ella dovesse indicare qualche
Bolla di Paolo III, o di Giulio III, o di Paolo IV, o de'
due Pii IV, e V, o de' due Gregorj XIII e XIV (per non
uscire dal secolo XVI di cui si tratta), che potrebbono
con più ragione citarsi, ove ragionasi delle scuole allora
aperte da' Gesuiti. Io la prego per quell'interesse ch'Ella
si compiace di aver per me e per la mia Storia, a leggere
quelle Bolle, le quali essendo Bolle di romani pontefici,
otterranno da V. P. reverendissima quel rispetto
medesimo almeno, ch'Ella ha pel Breve di Clemente
XIV, e a decidere poscia, se sia ragionevole il sospettar
ch'io ho fatto di qualche equivoco, in cui Ella sia
inavvertitamente caduta.
Più cose abbraccia e comprende un'altra eruditissima
nota posta alla pag. 253. Io avea affermato a pag. 244,
che quando sorse l'eresia di Lutero, non era l'Italia
troppo feconda di tai telogi, quali a que' tempi si
convenivano, e che l'erudizione sacra non che la
profana, la cognizion delle lingue, la critica erano
escluse dalla teologia. Questa mia erronea proposizione
si combatte qui dapprima da V. P. reverendissima, e per
mostrarmi che i teologi di quel tempo aveano
comunemente il corredo di erudizione, ch'io ho osato di
negar loro, mi ricorda Sante Pagnini, Sante
Marmocchini,
Zenobio
Acciaiuoli,
Agostino
Giustiniano, Pietro Galatino e Agostino Steuco. Ma le
occupazioni di V. P. reverendissima le han fatto qui
dimenticare le pruove necessarie a mostrare che questi
fosser teologi, come a confutare la mia proposizione era
richiesto; giacchè del molto loro sapere nelle lingue
orientali ho ragionato io pure; ma ch'essi si possano
annoverar tra' teologi, io l'ho finora ignorato, se
traggasene il Galatino che scrisse contro gli Ebrei, e lo
Steuco, il quale è il solo de' qui nominati, che
impugnasse le recenti eresie, e che non fu il migliore tra'
loro impugnatori. Io desidero dunque ch'Ella abbia più
agio che non ha avuto finora, per potermi convincere
ch'erano in Italia al principio del XVI secolo molti
teologi forniti di vasta e molteplice erudizione.
Non giova ch'io mi trattenga a parlare di ciò ch'Ella
riflette in questa nota medesima intorno all'agostiniano
Girolamo Negri, giacchè in somma altro non fa che
onorarmi col ripetere ciò ch'io stesso ne ho detto. Più
grato io debbo esserle pel comando ch'Ella si compiace
di farmi a questo luogo medesimo, ch'io vegga ciò che
del card. Gaetano dicono Melchior Cano e i pp. Quetif
ed Echard. Io avea affermato che molte proposizioni da
lui sostenute furono condennate dall'università di Parigi,
e ch'ei diede qualche occasione alle accuse sì per alcune
sue nuove opinioni, sì perchè ignorando la lingua
ebraica, ed essendo, perciò costretto a valersi di altri,
faceva loro tradurre di parola in parola il testo originale,
e la versione ne riusciva perciò intralciata ed
oscurissima. Io non veggo che nè il Cano, nè i pp.
Quetif ed Echard provino il contrario. Anzi non credo
ch'Ella abbia provveduto all'onore del Gaetano,
rimandando i lettori a ciò che ne dice il primo di questi
scrittori, il quale ne' passi da Lei allegati non ne parla
con molto onore. Ecco ciò ch'ei ne dice nel l. 2, c. 11,
che è forse anco il più moderato de' passi in cui ne
ragiona: Cajentanus vir cum primis eruditus et pius, sed
qui in Libris Sacris constituendis Erasmi novitates
ingeniumque secutus, dum alienis vestigiis voluit
insistere, propriam gloriam maculavit.
Ma in niun luogo campeggia meglio il saper
teologico di V. P. reverendissima, che nelle due
annotazioni a pag. 278 e 280. Parlando de' Comenti del
Sadoleto sull'Epistola di s. Paolo a' Romani, io ho detto
che quell'opera fu dapprima proibita, perchè parve ad
alcuni che in essa ei si accostasse all'errore de'
semipelagiani intorno alla grazia, e gli fu ancora
imputato a fallo il distaccarsi in parte dalle opinioni di
s. Agostino. Quella parola alcuni sta male, secondo V. P.
reverendissima, e deesi dir molti; e credo certo ch'Ella
gli avrà computati sulle magistrali sue dita, per
accettarne il numero. Aggiugne Ella con molto zelo, che
non sa per qual cagione non si avesse a imputare a
fallo al Sadoleto il discostarsi dalla dottrina di S.
Agostino; la qual riflessione saprà bene V. P.
reverendissima contro chi sia diretta; perciocchè, quanto
a me, io non ho mai scritto che ciò non gli si dovesse
imputare a fallo. Ben contro di me è diretto ciò che
segue, cioè ch'Ella non vede come si possano da un
Teologo annoverare tra le semplici opinioni quelle
sentenze, che per tutissima et inconcussa dogmata sono
state riconosciute dalla S. Sede. Perdono, pietà, P.
reverendissimo. Sono vent'anni dacchè io ho lasciata da
parte la teologia, e perciò merita qualche indulgenza un
non teologo, se ha chiamate opinioni le sentenze di s.
Agostino. Un'altra volta sarò più cauto, e mi guarderò
bene dal confondere le opinioni colle sentenze ricevute
dalla Chiesa quai dommi, e lascerò poi V. P.
reverendissima il provare che tali fossero quelle nelle
quali il Sadoleto discostossi da s. Agostino.
L'altra nota è dirette a difendere il Badia maestro del
sacro palazzo, da cui l'opera del Sadoleto fu proibita. Ed
era ben conveniente che V. P. reverendissima lo
difendesse, benchè io non l'abbia in alcun modo nè con
alcuna parola accusato e ripreso. Solo io la prego a
indicarmi
su
qual
fondamento
Ella
abbia
autorevolmente affermato: Non nego, che sia poi stata
permessa la lettura del libro medesimo (del Sadoleto).
Ma non ammetto, che sia stata permessa senza le
dovute correzioni e dichiarazioni. Io non vorrei
sembrarle ardito di troppo. Ma finchè V. P.
reverendissima non mi pruova il contrario, io son
costretto ad ammettere ciò ch'Ella non ammette. Egli è
bensì vero che al Sadoleto fu imposto di fare una nuova
edizione dell'opera in cui alcuni passi ne fosser corretti.
Ma questa seconda edizione non si fece che nel 1536, e
fin dall'anno precedente era stata rivocata la proibizione
dell'opera, come io ho provato colla testimonianza del
Negri familiare del card. Contarini. Difatto non trovasi
nell'Indice de' libri proibiti menzione alcuna di quella
edizione, che vi sarebbe rimasta inserita, se la
proibizione non fosse stata rivocata; ed è perciò
evidente che il Badia, forse meno zelante di V. P.
reverendissima, fu pago della promessa fatta dal
Sadoleto di correggere in una nuova edizione que' passi
che potean sembrare o pericolosi, o sospetti; e che in
virtù di questa promessa, la proibizione del libro fu
rivocata.
Per difendere Isidoro Clario dalla taccia di plagiario
da alcuni appostagli, perchè spesso nel comentar la
sacra Scrittura si vale delle opinioni del protestante
Munstero, senza mai nominarlo, ho detto che forse ei
così fece, perchè allora il citare un autor protestante
sarebbe stato imperdonabil delitto. Non piace questa
ragione a V. P. reverendissima, la quale ingegnosamente
osserva che il Cano, l'Arias, il Pidio ed altri citarono i
Protestanti impunemente. Io ho dunque errato, e
converrà annoverare il Clario tra' plagiarj per decisione
del V. P. reverendissima; se pur Ella non vuol menargli
buona un'altra scusa; cioè che il Clario non volle esporsi
a veder le sue opere imbrattate dall'inchiostro di alcuni,
che per ordine, dicevano essi, di un rispettabile tribunale
visitavano le biblioteche, ed ove ne' libri trovavano
nominato qualche autor protestante, benchè non fosse
delitto il nominarlo, inesorabilmente lo cancellavano,
della quale carneficina veggonsi spesso pur troppo
compassionevoli documenti.
Le annotazioni di V. P. reverendissima sono
comunemente dirette a ridurmi sul buon sentiero, da cui
spesso Ella mi scorge infelicemente traviare. Ma in una
a pag. 315. Ella mi onora troppo più ch'io non avrei
osato sperare. Io avea accennate le eroiche virtù del
card. Bellarmino. L'Autore, dic'Ella, qui espone i privati
suoi sentimenti intorno alla eroicità delle virtù del V.
Bellarmino. E chi sono io mai che ardisca di esporre su
un tale argomento i privati miei sentimenti? No, P.
reverendissimo, non sono i miei, ma sono i sentimenti di
que' quattordici cardinali con lui vissuti e da me qui
accennati, sono le deposizioni di tanti testimonj, sono
gli Atti per la causa introdotta della sua beatificazione;
questi sono, e non il privato mio sentimento, ch'io ho
citati per pruova delle virtù del Bellarmino. E poichè
Ella aggiugne che del rimanente si rimette a' Decreti di
Urbano VIII e a ciò che sarà circa le virtù medesime
dichiarato dalla sacra Congregazione de' Riti e dalla S.
Sede apostolica, mi compiaccio di farle sapere che due
volte già la Congregazione de' Riti ha deciso in favore
dell'eroicità delle virtù del Bellarmino; la prima con
pienezza di voti nel 1675; la seconda non con pienezza,
ma con pluralità di voti nel 1677, come potrà vedere
nell'ultima Relazione del card. Cavalchini, benchè la s.
Sede per altre ragioni estrinseche, non abbia creduto
opportuno il pronunciar sopra esse un formale decreto.
V. P. reverendissima mi onora nuovamente a pag.
378, ove coll'autorità del suo prediletto continuator del
Fleury conferma ciò ch'io avea detto, che il maestro del
sacro palazzo, a' tempi di Leon X, non giudicò degno di
condanna il libro del Pomponazzi sull'immortalità
dell'anima; e perchè forse ha creduto che non mi si
dovesse dar fede, quando ho affermato che le Opere del
Pomponazzi son piene di assurde ed empie proposizioni,
aggiugne che esse furono poi proibite.
Le ultime tre note di questo tomo, che è stato con
particolar bontà rimirato da V. P. reverendissima,
appartengono a fr. Paolo, e trovansi alle pagg. 440, 449,
450. Ivi io parlo del valore di quel celebre uomo negli
studi filosofici; e perciò era ben giusto ch'Ella avvertisse
i lettori, come fa in queste note, ch'egli era amico de'
Protestanti e favorevole alle loro opinioni. Anzi mi fa
maraviglia che ne' primi tomi della mia Storia, ov'io ho
ragionato di tanti autori idolatri, non abbia Ella
prevenuti i lettori, che coloro furon tutti imbevuti delle
gentilesche superstizioni. Nè solo Ella avverte chi legge,
ma con paterna amorevolezza dolcemente mi sferza,
perciocchè avendo io accennato il zelo del Sarpi, quale
sia stato un tale zelo, dice Ella, si può agevolmente
raccorre da ciò, che scrive il Courrayer nella di lui
Vita. Io la prego nondimeno a riflettere ch'io parlo del
zelo del Sarpi nel servigio della repubblica: fu da essa
impiegato, io dico, ne' più difficili affari, e in premio
della sua attività e del suo zelo distintamente onorato; e
la debolezza del mio intendimento non mi lascia
arrivare ad intendere, come ci entri qui la Vita che del
Sarpi ha scritta il Courrayer.
Ed eccoci finalmente giunti al fine della parte I del t.
VII, in cui tante cose ha trovate il zelo il V. P.
reverendissima, sulle quali occuparsi. Passiamo alla
parte II che più scarso numero ci somministra di erudite
annotazioni. Anzi due sole esse sono, perciocchè quella
a pag. 162 non è che una semplice citazione, che pruova
solo la profonda sua dottrina. Non così la lunga nota a
pag. 164 e segg., la quale ben merita tutta la
riconoscenza mia e de' lettori della mia Storia.
Spiacque a molti, io ho detto parlando della
correzione del Corpo del diritto canonico, fatta per
ordine di Gregorio XIII, che i correttori romani avesser
cambiato talvolta o le intitolazioni, o le citazioni di
Graziano, o ancora i Canoni stessi e i decreti da lui
citati.... più ancora spiacque che i correttori medesimi
non avessero avvertito che molte opere da Graziano
attribuite ad alcuni santi Padri erano ad essi supposte;
ch'essi avessero continuato a citare le false Decretali
raccolte da Isidoro, senza muovere dubbio alcuno sulla
loro autenticità, benchè alcuni avesser cominciato a
dubitarne. Questo passo ben meritava di essere da V. P.
reverendissima severamente corretto. È falso che i
correttori abbiano citate molte opere supposte a' santi
Padri, e la prova del mio errore è evidente; perciocchè,
dic'Ella, moltissimi passi attribuiti da Graziano o da'
Copisti a Scrittori, che non se n'erano neppure sognati,
sono stati da' Correttori Romani restituiti ai veri loro
Autori; e perciò non può esser vero che molte altre
opere supposte sieno state da essi citate. Almeno io
dovea dire ciò che V. P. reverendissima ha detto; che i
correttori romani emendarono molti errori. È vero ch'io
ho detto che da essi non si perdonò a diligenza, o a
fatica per eseguire la correzion loro ingiunta, e quindi
moltissimi furon gli errori da essi emendati, e il Decreto
per opera loro si ebbe infinitamente migliore che non
era in addietro. Ma ciò che importa? Io ho errato: e
felice il mio errore, che ha data occasione all'ingegnosa
ed erudita sua annotazione!
In essa prende ancora V. P. reverendissima a
difendere i correttori, perchè continuarono a far uso
delle false Decretali, e fa un grande onore al saggio loro
discernimento, dicendo, ch'essi credettero di aver de'
gravi motivi per vieppiù confermarsi nell'opinione
ch'era allora la più comune, cioè dell'autenticità di
quelle Decretali. La quale giustificazione ognun vede
che non ammette risposta e che distrugge perciò ch'io ho
scritto, che spiacque a molti il veder quelle Decretali
citate dopo che si era cominciato a dubitare della loro
supposizione. E per confermar sempre più che ciò non
dovea
spiacere,
aggiugne
un
eloquentissima
enumerazione di molti altri uomini illustri che ammisero
come genuine alcune opere che poi furon riconosciute
come supposte.
E perchè io annoverando gli uomini dotti che da Pio
IV, da s. Pio V e da Gregorio XIII furono in quel lavoro
impiegati, ho citato il Boemero che gli annovera
distintamente, V. P. reverendissima osserva che costui si
è lasciato ingannare da un'impostura del troppo celebre
avvocato Macchiavelli, il quale ha finto un Breve di
Eugenio III in approvazione del Decreto di Graziano.
Ed ecco con ciò convinta la mia imprudenza e la mal
avveduta mia critica nel copiare dal Boemero i nomi di
que' che composero la congregazione alla correzione del
Diritto canonico deputata, giacchè egli è manifesto che
chi si è lasciato ingannare da un falso documento del
secolo XII, non può averci dato un esatto catalogo de'
correttori del decreto nel secolo XVI.
L'altra nota è alla pag. 261, ove io ho affermato che
Adriano VI diede un canonicato a Paolo Giovio con
patto che di lui parlasse onorevolmente nelle sue Storie.
Osserva qui dapprima V. P. reverendissima che Adriano
VI non era capace di procacciarsi le umane lodi,
specialmente con tanto discapito della coscienza. Di
fatto non sarebbe Ella stata una vergognosissima
simonia, se nell'atto di dargli il canonicato, Adriano
avesse detto sorridendo al Giovio: ma di grazia il mio
M. Paolo, fatemi far buona figura nelle vostre Storie?
Osserva innoltre che Benedetto Giovio, da cui
raccontasi questo fatto, non nomina mai patto o
condizione. E a dir vero le parole di Benedetto riportate
anche da V. P. reverendissima, son queste: Ei
Canonicatum.... libentissime contulit, ITA TAMEN UT
in ejus Historia honorificum locum haberet. Or quelle
parole ita tamen ut posson mai significare patto o
condizione? Quindi fra le molte obbligazioni ch'io le
professo, deesi annoverare ancor questa di avermi fatto
conoscere ch'io assai poco so di latino; e che non debbo
ardir di tradurre da quella nella volgar nostra lingua,
giacchè ita tamen ut, ec. non vuol già dire a patto però
che, ec., ma significa qualche altra cosa che V. P.
reverendissima ci dirà poi in altra opera che cosa sia.
Finalmente Ella aggiugne bisogna poi vedere da chi
abbia avuto una tal notizia Benedetto. Non è verisimile
di fatto che l'abbia avuta dallo stesso Paolo suo fratello,
ed è assai più probabile che gli sia stata scritta
dall'Inghilterra, o forse ancor dall'America, e perciò un
tal racconto non merita fede alcuna.
Vegniamo alla parte III del tomo VII, ch'essendo tutta
impiegata nel ragionare degli studj dell'amena
letteratura, io mi lusingava che appena potesse contener
cosa che agli occhi di un severo teologo sembrasse
degna di correzione. Ma è troppo illuminato il zelo di V.
P. reverendissima per non trovare difetti, ove un occhio
men fino non sapprebbeli ravvisare. Parlando a pag. 53
di Ersilia Cortese, tanto favorita e onorata da Giulio III,
ho riportato il passo del Ruscelli, in cui oscuramente
accenna le persecuzioni da essa sofferte dopo la morte
di quel pontefice, per le quali ella si vide spogliata de'
suoi castelli e delle sue entrate, e ho detto che le
espressioni del Ruscelli a me sembra che indichino
certamente il pontef. Paolo IV, i Caraffi di lui nipoti,
che tanto abusarono del lor potere, e i loro ministri; ma
che intorno a ciò non mi è avvenuto di ritrovare più
distinte notizie. Qui V. P. reverendissima facendo, per
dirlo alla francese, un eruditissimo galimatias sulle
notizie più distinte, men distinte, e confuse, mi biasima,
perchè senza fondamento ho interpretate nel detto modo
le parole del Ruscelli, le quali a lei sembra che non
indichino Paolo IV. perchè non ha V. P. reverendissima
spinte più oltre le sue ricerche, e non ci ha più
chiaramente spiegato il senso di quello scrittore? Io, i
cui occhi son tanto meno penetranti, ho creduto che non
si potessero rovinar castelli, nè togliere le entrate nello
Stato pontificio senza comando del papa, e avendo
osservato che il Ruscelli morì nel 1566, appena
cominciato il pontificato di s. Pio V, che perciò le
persecuzioni dell'Ersilia dopo la morte di Giulio III,
debbono appartenere al pontificato o di Paolo IV, o di
Pio IV, e veggendo dal Ruscelli indicarsi la molta
vecchiezza, persone che potevano in supremo grado, ec.,
ho creduto che, s'indicassero i tempi di Paolo IV. Se V.
P. reverendissima, a spese di Pio IV, vuol giustificar
Paolo IV, Ella ne saprà i motivi. Ma spero che converrà
meco, che senza abusare dell'autorità di un pontefice,
non potevasi maltrattare Ersilia nel modo dal Ruscelli
indicato.
Felici i papi, se avesser sempre difensori zelanti al
pari di V. P. reverendissima! Quante calunnie si
vedrebbono dileguate e smentite! Io ho riferito a pag.
101 ciò che dell'Ariosto si narra; cioè che papa Giulio II
sdegnato contro di esso, perchè difendeva la causa del
duca Alfonso I suo signore, lo volle far trarre in mare,
come narra Virginio di lui figliuolo. Quanto è robusta la
difesa ch'ella qui fa del pontefice! La testimonianza di
Virginio, dic'Ella, e lo stesso dovrà dirsi delle
testimonianze di più altri scrittori di que' tempi, citati
dal Dott. Barotti nella Vita dell'Ariosto, è fondata sulle
ciarle, che pur troppo da' malevoli si andavano
spargendo contro Giulio II. E non basta egli che V. P.
reverendissima lo affermi, perchè senza più gliel
crediamo?
Un'altra nota piena di teologica erudizione io trovo a
pag. 155, ove avendo io osservato a qual impudenza
fosse giunto il teatro italiano al principio del secolo
XVI, Ella ci schiera innanzi un gran numero di papi e di
concilj che divietarono severamente cotali spettacoli,
notizia nuova e interessante, che in niun modo doveasi
da me ommettere.
Il zelo di V. P. reverendissima pel buon nome de'
romani pontefici torna in campo a pag. 162, ove
riportando io un passo del Giovio, in cui narra che Leon
X si prendeva trastullo degli uomini sciocchi e
prosontuosi, Ella gravemente decide che il Giovio al
suo solito esagera secondando la sua passione, ed
eccedendo i limiti del vero e del giusto. Taluno
pretenderebbe per avventura, che di questa taccia data al
Giovio, Ella avesse recato qualche autorevole
fondamento. Ma è Ella forse tenuta a render ragione del
suo pensare?
L'ultima delle note a questo tomo aggiunte, più ancor
di altre, richiede la mia riconoscenza, perciocchè
avendo io biasimata a p. 419 la soverchia libertà con cui
d. Callisto piacentino parlò in una sua predica di Leon
X, Ella si compiace di far eco a' miei detti, e di
aggiugnere che la morte di quel pontefice fu pianta dagli
uomini più dotti e più pii di que' tempi, e specialmente
da f. Sante Pagnino.
Ed eccomi finalmente giunto al tomo VIII, in cui la
mia Storia si chiude. Io mi lusingava che qui ancora
dovesse il zelo di V. P. reverendissima avere ampio
campo in cui esercitarsi. Ma io temo che a danno mio e
de' lettori della mia Storia esso siasi illanguidito.
Perciocchè, oltre la nota sul sistema copernicano già da
me indicata, un'altra sola notarella vi ho io trovata a pag.
419. Ivi ho accennate le controversie che il p. Mazzarini
ebbe con s. Carlo in Milano, nate all'occasione di quelle
che questi avea allora in Milano co' regj ministri
intorno all'immunità ecclesiastica; ho confessato che il
p. Mazzarini fu degno di biasimo, perchè mancò al
rispetto al s. cardinale dovuto, ma ho aggiunto che dopo
un formale processo ei fu dichiarato innocente riguardo
a' sospetti che intorno alla sua Fede si eran formati: e ho
conchiuso che mi bastava l'aver di ciò dato un cenno
per non ritoccare questioni pericolose al pari che
inutili, più ancora che non conveniva, si è scritto alcuni
anni addietro. Or ecco la bella nota che V. P.
reverendissima a questo passo ha aggiunta: Non veggo,
come si abbiano a rappresentare come inutili quelle
quistioni, che da gran luminari del Cristianesimo
furono gloriosamente trattate, come da S. Atanasio, da
Osio di Cordova, da S. Ilario, da S. Ambrogio, da S.
Gio. Grisostomo, e da vari altri che lungo sarebbe il
numerare. Ma di grazia, P. reverendissimo, che è mai
ciò? S. Atanasio, Osio, S. Ilario, S. Ambrogio, S. Gio.
Grisostomo hanno dunque trattato delle controversie che
il p. Mazzarini ebbe con s. Carlo? Certo son queste le
controversie di cui io ragiono, e ciò è evidente da tutto il
contesto, in cui non tratto che dell'imprudenza di quel
focoso predicatore, del processo fattogli per opera di s.
Carlo, della sua assoluzione, ec., e le controversie
sull'immunità ecclesiastica non son nominate che di
passaggio, per l'occasion che diedero a quelle tra 'l p.
Mazzarini e s. Carlo; ed è ancor più evidente che le
quistioni pericolose al pari che inutili, delle quali io
ragiono, son quelle del mentovato processo, quando si
rifletta ch'io aggiungo: sulle quali, più ancora che non
conveniva, si è scritto alcuni anni addietro; espressione
che sarebbe ridicola parlando delle quistioni
sull'immunità ecclesiastica, delle quali si è scritto non
alcuni anni addietro, ma già da molti secoli, e si scrive
tuttora, e si scriverà ancora probabilmente per lungo
tempo, ma che è ben adattata alle controversie di s.
Carlo col p. Mazzarini, sulle quali si aggirano molti libri
stampati alcuni anni addietro, cioè le Lettere di s. Carlo
stampate in Lugano, l'Esame di dette Lettere, e più altri
libri in quell'occasion pubblicati, e ne' quali
dell'immunità ecclesiastica si parla tanto quanto
dell'elettricità e del magnetismo.
Ma comunque sia evidente che in quest'ultima nota,
come anche a' più grand'uomini accade talvolta, V. P.
reverendissima non ha troppo felicemente rilevato il
senso delle mie parole, io non lascio perciò di
protestarmi sommamente tenuto alla pietosa intenzione
ch'Ella ha avuto di correggermi e d'illuminarmi. E io la
prego perciò, quando mai qualche altra mia opera
venisse a ristamparsi costì, a voler aggiugnere ad essa
ancora le erudite sue annotazioni, ch'io le rinnoverò
allora i miei più sinceri ringraziamenti, e avrò una
nuova occasione di attestarle quella viva riconoscenza, e
quel riverente ossequio con cui mi protesto
Di V. P. Reverendissima
Modena 18 agosto 1785.
Divotiss. obbligatiss. servidore
Girolamo Tiraboschi.
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Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana