Girolamo Tiraboschi Storia della letteratura italiana del cav. abate Girolamo Tiraboschi Tomo VIII – Parte II. Dall'anno MDC. fino all'anno MDCC. www.liberliber.it Questo e-book è stato realizzato anche grazie al sostegno di: E-text Web design, Editoria, Multimedia (pubblica il tuo libro, o crea il tuo sito con E-text!) http://www. e-text. it/ QUESTO E-BOOK: TITOLO: Storia della letteratura italiana del cav. Abate Girolamo Tiraboschi – Tomo 8. – Parte 2: Dall'anno 1600. fino al 1700. AUTORE: Tiraboschi, Girolamo TRADUTTORE: CURATORE: NOTE: Il testo è presente in formato immagine sul sito The Internet Archive (http://www.archive.org/). Alcuni errori sono stati verificati e corretti sulla base dell'edizione di Milano, Società tipografica de' classici italiani, 1823, presente sul sito OPAL dell'Università di Torino (http://www.opal.unito.it/psixsite/default.aspx). CODICE ISBN E-BOOK: n. d. DIRITTI D'AUTORE: no LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/online/opere/libri/licenze/ TRATTO DA: Storia della letteratura italiana del cav. abate Girolamo Tiraboschi... Tomo 1. [-9. ]: 8: Dall'anno 1600. fino al 1700. 2. - Firenze: presso Molini, Landi, e C. o, 1812. - xviii, [1] p., p. 370-668 CODICE ISBN FONTE: n. d. 1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 1 ottobre 2015 INDICE DI AFFIDABILITA': 1 0: affidabilità bassa 1: affidabilità media 2: affidabilità buona 3: affidabilità ottima DIGITALIZZAZIONE: Ferdinando Chiodo, f. chiodo@tiscali. it REVISIONE: Claudio Paganelli, [email protected] IMPAGINAZIONE: Ferdinando Chiodo, f. chiodo@tiscali. it PUBBLICAZIONE: Claudio Paganelli, [email protected] Informazioni sul "progetto Manuzio" Il "progetto Manuzio" è una iniziativa dell'associazione culturale Liber Liber. 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Indice generale PREFAZIONE AL TOMO IX DELLA PRIMA EDIZIONE .......7 AVVISO A CHI LEGGE.............................................................20 INDICE, E SOMMARIO DEL TOMO OTTAVO PARTE SECONDA..................................................................................24 STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA DALL'ANNO MDC. FINO AL MDCC..............................................................28 LIBRO TERZO. Belle Lettere ed Arti....................................28 CAPO I. Storia...................................................................28 CAPO II. Lingue straniere...............................................128 CAPO III. Poesia italiana.................................................142 CAPO IV. Poesia Latina...................................................227 CAPO V. Gramatica, Rettorica, Eloquenza......................239 CAPO VI. Arti liberali.....................................................263 LETTERA DELL'ABATE GIROLAMO TIRABOSCHI BIBLIOTECARIO DEL SERENISSIMO DUCA DI MODENA AL SIGNOR ABATE NN. Intorno al Saggio storico-apologetico della Letteratura spagnuola dell'ab. D. Saverio Lampillas........282 RISPOSTA DEL SIG. ABATE D. SAVERIO LAMPILLAS ALLE ACCUSE COMPILATE DAL SIG. AB. GIROLAMO TIRABOSCHI Nella sua Lettera al Sig. Abate N. N. intorno al Saggio Storico-Apologetico della Letteratura Spagnuola, con alcune brevi annotazioni............................................................313 PRIMA ACCUSA. L'Ab. Lampillas attribuisce all'Ab. Tiraboschi ree intenzioni, ch'egli giammai non ha avute......317 SECONDA ACCUSA. L'Abate Lampillas fa dir all'Abate Tiraboschi cose ch'egli non ha dette......................................325 TERZA ACCUSA. L'Ab. Lampillas fa dissimulare all'Ab. Tirab. cose, ch'egli non ha in alcun modo dissimulate..........343 QUARTA ACCUSA. L'Ab. Lampillas dissimula più cose, che fanno in favore dell'Ab. Tiraboschi, e distruggon le accuse ch'ei gli ha intentate..............................................................372 Giudizio dell'Ab. Tiraboschi intorno al Saggio Apologetico dell'Ab. Lampillas.................................................................384 LETTERA AL REVERENDISSIMO P. N. N. AUTORE DELLE ANNOTAZIONI AGGIUNTE ALLA EDIZIONE ROMANA DELLA STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA.........401 PREFAZIONE AL TOMO IX DELLA PRIMA EDIZIONE 1. Quali ragioni mi abbiano determinato a non entrar nella Storia della Letteratura del nostro corrente secolo, già si è per me accennato nella prefazione al tomo VIII di questa mia opera, nè fa bisogno di qui ripeterle, o di svolgerle più lungamente. Ampio e luminoso argomento sarà al certo, per chi vorrà a tempo opportuno trattarlo, lo stato della letteratura italiana ne' primi cinquant'anni di questo secolo, per accennar questi soltanto, senza innoltrarsi negli altri a noi troppo vicini. Se altri nel corso di quegli anni non avesse ad additare l'Italia che un Muratori e un Maffei, non potrebb'ella di essi soli andar lieta e superba? Se la storia di tante città italiane ha cominciato ad uscir dalle tenebre, fra le quali era stata in addietro involta, per mezzo di antiche Cronache rozze quanto allo stile, ma schiette e veridiche ne' lor racconti, disotterrate dalla polvere in cui giaceano; se una innumerabil serie di autentici documenti, racchiusi prima inutilmente e condannati a imputridir negli archivj, ha veduta la luce; se le rivoluzioni, i costumi, le leggi de' bassi tempi si son finalmente conosciuti per modo che poco più resta a scoprirne; se la Storia della più antica fra le famiglie regnanti d'Italia, libera dalle 1 Il tomo IX della prima edizione, a cui questa Prefazione fu premessa, conteneva le Giunte e le Correzioni a tutti i tomi precedenti. Queste insieme con più altre sono state ora inserite a' loro luoghi opportuni; e per ciò si dà qui questa Prefazione, perchè nulla manchi a questa edizione di ciò ch'era nella prima. favole da cui l'ignoranza e la credulità de' secoli precedenti l'avea ingombrata, è stata posta nel vero suo lume, per tacere di tante altre opere di tanti diversi argomenti da lui pubblicate, non ne siam noi, e non ne saranno i nostri posteri debitori all'immortal Muratori? E se tanti pregevoli monumenti d'antichità, ritolti alle tenebre sono stati dottamente illustrati; se Verona ha avuto un rischiaratore della sua storia degno della sua grandezza e del suo nome, e se ha veduto nelle sue mura raccolto uno de' più ricchi musei che si offrano all'occhio di un erudito ricercatore; se l'Italia può agli stranieri additare una tragedia che dalle stesse critiche ad essa fatte trae argomento a provare l'invidia che in essi ha destata; e se possiamo vantarci di avere in un uom solo avuto un antiquario, uno storico, un filosofo, un poeta, un bibliografo, in ciascheduno di questi generi di erudizione superiore a molti, a pochi inferiore, non deesene per avventura la gloria al march. Maffei, degno perciò della statua che a lui ancor vivo la riconoscente sua patria volle innalzare? Ho detto che questi due uomini soli basterebbono a render gloriosa l'Italia di averli prodotti. Ma aggiungo ancora, che, quando ella pur non gli avesse, potrebbe tanti altri additarne che non avesse che invidiare ad alcun'altra nazione. E a qual sorta infatti di studj si potranno rivolgere i nostri posteri, di cui non trovino egregi coltivatori ne' lor maggiori che nel detto tempo fiorirono? Qual era lo stato della storia letteraria prima che Apostolo Zeno si accingesse ad illustrarla? Quante favole nelle Vite de' dotti! Qual superficiale ampollosità negli Elogi ad essi tessuti! Quanta negligenza nell'indicare l'epoche della lor vita, l'edizioni delle lor opere, le contese per esse insorte! E qual sorgente inesausta di notizie in tal genere pregevolissime sono e le Lettere, e le Dissertazioni vossiane, e le Note alla Biblioteca di monsig. Fontanini, e il Giornale de' Letterati d'Italia, in cui egli ebbe sì gran parte, e più altre opere di quell'indefesso scrittore, a cui non so se debbasi maggior lode per la vastissima erudizione di cui fu adorno, o per le amabili e dolci maniere, e per le belle virtù che ne renderon più ammirabile l'erudizione. E a lui ancora deesi il vanto di aver riformata la drammatica poesia, tanto corrotta dal reo gusto del secolo precedente, riconducendola alla gravità e al decoro che debb'esserle proprio, e, aprendo così la via al più felice e più tenero suo successore, per sollevarla a tal perfezione, che omai si debba temere di vederla decader nuovamente. E poichè si è qui fatta menzione della poesia, essa può certo gloriarsi di aver riparato interamente il torto che il capriccio e l'irregolar fantasia di molti poeti del secolo precedente le avean recato. E quando si ricorderanno i nomi de' Manfredi, de' Rolli, degli Ercolani, de' Zanotti, de' Ceva, de' Lazzarini, de' Martelli, de' Lorenzini, de' Conti, de' Frugoni, si dovrà confessare per avventura che, se questa età non può contrapporre un numero di poeti uguali a quello che fiorì nel secolo XVI, essa ne ha avuti non pochi che in vivacità d'immagini, in forza di sentimenti e in robustezza di stile non soffrono di rimanersi addietro ad alcuno. Lo studio della lingua greca, quello delle antichità, e quel della storia, e tutte le parti dell'amena letteratura, quanto hanno acquistato di ornamento e di luce dalle opere di Anton Maria Salvini, uomo nella lingua e nell'erudizion greca dottissimo, del p. Odoardo Corsini, uno de' più benemeriti e de' più giudiziosi illustratori delle antichità greche e delle latine, di monsig. Filippo della Torre, a cui pur tanto dee questa classe d'erudizione, di monsig. Gianvincenzo Lucchesini elegante Scrittore di storia latina e non meno elegante traduttor di Demostene, dei card. Corradini e del p. Rocco Giuseppe Volpi, da' quali abbiamo avuta la tanto pregiata opera sulle Antichità del Lazio, di monsignor Fontanini, dei can. Giovanni Checcozzi, di Giammario Crescimbeni, dell'arcipr. Baruffaldi, del march. Orsini e di tanti altri scrittori, i cui nomi soli potrebbonci occupare non poco. Che se da questi piacevoli studj facciam passeggio ai più gravi, qual nuovo e vasto campo ci si aprirebbe a correre, e quali oggetti gloriosi all'Italia ci si offrirebbero agli occhi! I due pontefici che hanno aperta e chiusa la prima metà del secolo, Clemente XI io dico e Benedetto XIV, con quali elogi dovrebbon esser esaltati! Il primo uomo dottissimo nella lingua greca, coltivatore indefesso degli studj d'ogni maniera, anche fra le gravissime occupazioni de' ministeri prima del pontificato affidatigli, autore di un gran numero di trattati e di opere, poche delle quali si hanno alla luce, le altre si conservano presso la nobilissima sua famiglia, ristoratore di quella sacra, grave e maestosa eloquenza che rendette una volta sì celebri i Grisostomi e i Leoni, splendido e magnifico protettore delle belle arti e delle scienze d'ogni maniera; il secondo dotto per modo nella scienza de' sacri canoni, nella storia ecclesiastica, nella liturgia e in tutti quanti sono i rami della sacra erudizione, che pochi a lui si possono paragonare, e le cui opere, finché la Religione avrà coltivatori e seguaci, saranno sempre considerate come feconde pure sorgenti a cui attinger la più profonda dottrina. Nè poco ci occuperebbono le opere del card. Angelo Quirini, che tanti e sì diversi generi d'erudizione sacra e profana abbracciò nelle sue opere, del card. Gotti uno de' più valorosi apologisti della Chiesa cattolica, di monsig. Alessandro Borgia arcivescovo di Ferrara uno dei più dotti prelati di questo secolo, e che ha in certo modo segnata la via al vivente card. Stefano suo nipote, a cui tanto dee ogni genere di erudizione, di monsig. Francesco Bianchini illustrator benemerito della cronologia, dell'antichità, della storia, del p. Gio: Lorenzo Lucchesini, del dott. Giuseppantonio Sassi e di più altri scrittori, da cui tanti punti di storia ecclesiastica e di sacro e di profana erudizione sono stati sì dottamente illustrati. Quai nomi poi dovremmo noi rammentare, quando dovessimo far passaggio allo studio della fisica e della matematica, o a quelli della storia naturale, della medicina, dell'anatomia! Un marchese Poleni, un co. Jacopo Riccati a cui rimarrà incerta la posterità se debba esser più grata o per le opere date alla luce, o pe' figli da lui lasciatici, un p. Grandi, un Zendrini ne' primi: un Lancisi, un Lanzoni, un Valsalva, un Morgagni, un Vallisnieri, un Torri, un Pacchioni, un Tilli, un Micheli ne' secondi, e l'Istituto di Bologna col suo autore e padre il celebre co. Marsigli, di quali elogi sarebbon degni, e quanto ornamento riceverebbe da essi la storia! Questi e più altri illustri scrittori, che potrebbonsi con ugual ragione qui ricordare, e ch'io non pretendo di posporre ai sinor nominati col non farne menzione, daranno un giorno a qualche penna miglior della mia copioso argomento di scrivere. Io frattanto, pago di aver condotto il mio qualunque lavoro fino al termine che mi sono prefisso, prendo ora a ritoccarlo e a toglierne quegli errori e quelle mancanze che in parte vi ho io stesso scoperte, in parte mi sono state additate da' cortesi e dotti amici. Una Storia di sì vasto argomento, qual è quella ch'io ho presa a tessere, avesse ella pure avuta la sorte di cader sotto la penna del più erudito e del più esatto scrittore che mai sia vissuto, non avrebbe potuto andare esente da molti difetti. In quanto più gravi errori dovea cader io troppo lontano dall'aver quel corredo di erudizione, che sarebbe a ciò necessario! Io ho sempre temuto di me medesimo; confesso che più volte, dopo avere messo la mano al lavoro, mi ha atterrito la immensa estensione del campo ch'io dovea correre, e la incredibile moltitudine degli oggetti che mi si offrivano ad esaminare. Perciò e nelle Prefazioni a' primi tomi della mia storia, e con replicate mie lettere ha implorato l'aiuto di dottissimi uomini, perchè coll'esattezza delle loro ricerche riparassero i falli ne' quali io ben conosceva di dover necessariamente cadere. Le mie preghiere non sono state inutili; e io ho avuto il piacere di veder molti de' più eruditi uomini che abbia ora l'Italia, adoperarsi con non lieve loro fatica nel suggerirmi i passi ne' quali la mia Storia abbisognava di correzioni e di supplementi. Essi possono fare testimonianza con qual riconoscenza io abbia ricevuti i loro avvisi, e come me ne sia lor dichiarato tenuto non altrimente che di un singolar beneficio. Io gli anderò indicando di mano in mano che se, ne offrirà l'occasione. Ma mi si permetta il ricordare fin d'ora i nomi di alcuni, a' quali singolarmente mi protesto perciò debitore; cioè di monsignor Giuseppe Garampi nunzio apostolico alla corte di Vienna (poi cardinale), di monsig. Onorato Gaetani de' duchi di Sermoneta, del sig. ab. Pierantonio Serassi, del sig. ab. Francesco Cancellieri, del p. Lettor Tommaso Verani agostiniano della Congregazione di Lombardia, del sig. Annibale degli Abati Olivieri, del n. n. Sig. Roberto Pappafava, del sig. ab. Jacopo Morelli custode della libreria di s. Marco, del sig. co. Giovanni Fantuzzi, del p. ab. d. Giovanni Grisostomo Trombelli can. reg. del Salvatore, del p. ab. d. Andrea Mazza monaco casinese, del p. Ireneo Affò, minor osservante regio bibliotecario in Parma, di monsig. Rambaldo degli Azzoni conte Avogaro e di monsig. Giovanni conte Trieste amendue canonici in Trevigi, di monsig. Francesco Scipione Dondi dall'Orologio canonico di Padova, del sig. march. Carlo Valenti Gonzaga, del sig. ab. Saverio Bettinelli, del sig. ab. d. Giovanni Andres, del p. Eustachio Michele d'Afflitto dell'Ord. dei Predicatori, del sig. d. Domenico Diodati, del signor d. Baldassare Popadia, del sig. Giuseppe Bencivenni già Pelli custode della real galleria in Firenze, del sig. d. Baldassare Oltrocchi prefetto della biblioteca ambrosiana, del sig. ab. Giuseppe Antonio Cantova, di monsiglior Mario Lupi primicerio della cattedrale di Bergamo, del sig. barone Giuseppe Vernazza segretario di Stato di s. m. il re di Sardegna, e fuor dell'Italia del sig. Pierantonio Crevenna d'Amsterdam, del sig. ab. Mercier abate di S. Leger, del sig. Cristoforo Teofilo de Murr patrizio, di Norimberga, oltre più altri che a suo luogo dovrem rammentare 2. Qual sorte per me, anzi qual sorte per l'italiana letteratura, è stata che tanti valentuomini siensi uniti in correggere que' difetti de' quali io avea sparsa questa mia Storia! L'uso che io ho fatto delle erudite lor riflessioni, darà, io spero, a conoscere quanto io sia lungi dall'ostinarmi in ciò che una volta ho asserito, e quanto volentieri io cambi opinione, quando mi si recan monumenti e ragioni che mi persuadono. Parrà forse ad alcuno che da questa legge mi sia dispensato solo in riguardo al Saggio del sig. ab. d. Saverio Lampillas che ne' quattro tomi di esso da me finora veduti si è impiegato singolarmente in ribattere le calunnie colle quali egli pretende ch'io abbia cercato di oscurare la fama della 2 Dopo la prima edizione, molti altri mi hanno gentilmente comunicati i lor lumi; e tra essi debbo rammentare singolarmente il sig. ab. Gaetano Marini archivista vaticano, il sig. Vincenzo Malacarne professore nella reale università di Pavia, il p. ab. d. Angelo Fumagalli cistercense, il sig. ab. Giuseppe Gennari, il sig. Giuseppe Beltramelli ad altri che in più luoghi sono stati nominati. letteratura spagnuola. Ho creduto di dover rispondere a diversi capi d'accusa, co' quali ei mi ha voluto spacciare come dichiarato nimico della sua nazione; e confesso che nel rispondere ho forse secondata alquanto quella vivacità da cui guardasi difficilmente chi si sente oltraggiato in ciò di che dee esser più sollecito, cioè nell'onore. Perchè non ha egli il sig. ab. Lampillas, uomo, com'egli è certamente, di acuto ingegno, di molto studio, di vasta erudizione, tenuta una via alquanto diversa nell'illustrare la gloria della sua Spagna? Perchè invece di fingersi in me un nemico de' suoi concittadini, e invece di credere, o almen di affermare ch'io avea diretta, per quanto pareva, la mia Storia a disonorar gli Spagnuoli, non ha egli impiegato il suo felice talento a far conoscere all'Italia quanto la sua nazione sia degna della stima de' dotti, e quanti uomini in ogni genere di sapere chiarissimi abbia prodotti? Io sarei stato il primo a far plauso al suo amor patriottico, e mi sarei unito con lui a celebrare que' celebri geni che la Spagna ci ha dati. Quelli che ho l'onore di avere per corrispondenti ed amici, sanno quale stima io faccia della Biblioteca spagnuola di Niccolò Antonio, ch'io soglio rimirare come una delle più belle opere in genere di storia letteraria, che abbia veduta la luce. Sanno che io ha proccurato che a questa ducal biblioteca non mancassero i Cataloghi de' MSS. arabici e greci delle regie Biblioteche pieni di esatte e profonde ricerche per opera de' signori Casiri ed Iriarte, che con somma diligenza gli han compilati, la bellissima edizione del Sallustio spagnuolo, a cui aggiungono sì gran pregio e la eccelsa mano impiegatasi nel tradurlo, e le dottissime Dissertazioni del sig. can. Bayero, a cui pochi si uguagliano nella cognizione delle antichità fenicie e greche, la continuazione della España Sacrada, e della Raccolta delle Medaglie spagnuole, la Raccolta delle Poesie spagnuole anteriori al secolo XV, dottamente illustrate da don Tommaso Sanchez, ed altre opere piene di recondita erudizione, che in questi ultimi anni singolarmente ci ha date la Spagna. Sanno finalmente in qual pregio io abbia le opere de' Perpiniani, degli Agostini, de' Mariana, de' Martini, de' Majansi e di più altri colti ed eleganti scrittori spagnuoli, ai quali renderò sempre quella giustizia che al loro raro talento è dovuta. Ma che io non dovessi perciò parlare di Seneca, di Lucano, e di Marziale, come han finora parlato quanti hanno avuta idea del buon gusto; che non dovessi dire ciò che tanti anche fra gli stranieri hanno detto, che dall'Italia si è sparso nelle altre provincie d'Europa quel germe della buona letteratura, il quale sì copiosi frutti ha prodotto; che dovessi intorno alla patria di alcuni scrittori seguir quella opinione che a me paresse o falsa, o dubbiosa; che mi si dovesse imputare di delitto se io ripetessi ciò che della decadenza della letteratura e della corruzion del buon gusto avean prima di me affermato cent'altri scrittori; ch'io dovessi nella Storia della Letteratura italiana far l'elogio del card. Torquemada, del Tostato e del p. Cassafages; come potea io crederlo, come potea sospettare che io dovessi perciò essere tratto quasi in giudizio innanzi al tribunale della nazione spagnuola, ed accusato come autore di un'opera diretta principalmente a screditarla? Io però ho avuto un troppo dolce e onorevol conforto al dispiacere che mi ha recato il soverchio amor patriottico del sig. ab. Lampillas, e ne' sentimenti co' quali alcuni de' più dotti spagnuoli si son dichiarati intorno al merito di questa contesa, e nella per me troppo onorevole accoglienza che la reale Accademia di Storia di Madrid si è degnata di fare alla mia Storia da me trasmessale, perchè in ciò ella avesse una testimonianza della mia stima per quella sì illustre adunanza, e per tutta quella nazione, della cui letteratura essa è in certo modo arbitra e legislatrice. Io desidero adunque che nel leggere le risposte ch'io anderò di mano in mano facendo alle accuse del sig. ab. Lampillas, si abbian sempre presenti que' sentimenti di stima ch'io mi son protestato di avere per la nazione spagnuola, e che si troveranno ancor ripetuti nel decorso di queste Giunte. Che sia per giudicare di esse l'ab. Lampillas, chi può saperlo? Forse ei ne trarrà materia di più volumi: forse troverà in esse altri delitti di cui accusarmi, e prendendo le mie parole in quel senso che più gli tornerà in grado, mi rimprovererà infedeltà, alterazioni, troncamenti, ec., e io mi aspetto, fra l'altre cose, ch'ei meni un alto rumore perchè al principio delle Giunte ho asserito che dopo la pubblicazione della mia lettera, nella quale mi protestava di non aver mai avute le ree intenzioni da lui attribuitemi, egli ha voluto sostenere ch'io aveale avute veramente, e che a lui più che a me in ciò doveasi fede; e che citerà contro di me la sua stessa risposta, nella quale vorrebbe far credere che non mi avesse mai attribuite cotali intenzioni. Ma chi leggerà la risposta medesima, vedrà che significhino tali parole, e come in esse ancora ei continuamente mi rimprovera le arti da me usate e gli occulti miei fini da lui accortamente scoperti. Qualunque cosa però egli dica, con qualunque numero di volumi mi assalti, sia egli pur certo ch'io non riprendo la penna in mano per fargli altra risposta. Io sono sempre stato nimico delle battaglie; e mi sarei volentieri da questa ancora astenuto, s'ei non mi avesse assalito da tal fianco, che mi rendesse necessario il difendermi, per isfuggir quei disgusti che dal mio silenzio potean nascere, ove esso si considerasse come una confession del reato da lui appostomi. Or tornando alle Giunte, io le ho distribuite secondo l'ordine de' volumi della mia Storia. Ma mi è avvenuto ciò che in tai lavori suole spesso accadere. Mentre le Giunte si andavano stampando, altre osservazioni o mi venivano da' miei amici comunicate, o per esse medesime mi si offrivano. Quindi alle prime Giunte mi è convenuto l'aggiugnere le seconde, e alle seconde le terze. Nelle opere di questo genere ogni giorno si vanno scoprendo monumenti e notizie che giovano a correggerle, o a migliorarle. Fra qualche anno, ove a Dio piaccia di concedermi tanto di vita, io penso di fare una nuova edizione della mia Storia, in cui queste Giunte saranno a' loro luoghi più opportunamente inserite. E quando frattanto, com'è probabile, si vengano a trovar altre cose da aggiugnersi, o da cambiarsi, ad esse ancora si darà luogo, coll'avvertenza però di stamparle anche a parte ad uso di quelli che hanno questa edizione 3. Un pregevole monumento della letteratura italiana del secolo XVI ho pubblicato in questo tomo. Il celebre Paolo Giovio, allor quando dopo il famoso sacco di Roma nel 1527 ritirossi per qualche tempo nell'isola d'Ischia, detta latinamente Aenaria, scrisse a sollievo delle disgrazie da lui sofferte tre dialoghi, uno su' famosi generali, l'altro su gli uomini dotti, il terzo sulle matrone più celebri de' suoi tempi. Questi insieme con altre opere di esso conservansi in Como presso il sig. co. Giambattista Giovio, che in età giovanile ha già fatto in più opere conoscere al mondo il suo ingegno e la sua erudizione. Egli mi ha cortesemente trasmessa copia del secondo, benchè mancante del suo principio, come cosa adattato all'argomento di questa mia Storia. E io ho creduto di far cosa grata agli amanti della letteratura col renderlo pubblico per le belle notizie che in esso s'incontrano di molti di quegli uomini dotti, de' quali nel decorso della Storia si è favellato 4. Io avea per ultimo disegnato di unire alle Giunte l'Indice generale formandone un sol volume. Ma le prime sono a tal segno cresciute, e il secondo è di tale estensione, ch'è stato necessario il formarne due tomi ciaschedun de' quali sarà uguale a un di presso di mole ai precedenti. 3 Così si è fatto in questa nuova edizione. 4 Questo frammento in questa nuova edizione è stato aggiunto alla fine della Storia del secolo XVI, a cui appartiene. AVVISO A CHI LEGGE Per compimento dell'opera mi è sembrato opportuno l'aggiugnere al fine di questo tomo alcuni opuscoli che ad essa appartengono. Essi sono: I. La Lettera da me pubblicata nel 1778 in risposta al Sig. ab. d. Saverio Lampillas, il quale nel suo Saggio storico apologetico della Letteratura spagnuola avea intrapreso non tanto a difender le glorie della sua nazione, nel che io gli avrei fatto plauso, quanto a rappresentarmi come nimico della nazione medesima, e a cercar di persuadere che nella mia Storia io avessi singolarmente pensato a screditarla. Quali ragioni m'obbligassero a pubblicarla, si vedrà dalla lettera stessa. II. La Risposta che il sig. ab. Lampillas fece alla mia Lettera, con alcune brevi annotazioni ad essa da me aggiunte, le quali possono, se mal non avviso, tener luogo di Replica a mostrare da qual parte sia la ragione. III. La Lettera al reverendissimo padre N. N. autore delle Annotazioni aggiunte alla edizione romana di questa Storia. L'an. 1782. s'intraprese in Roma una nuova edizione della mia Storia, e mi fu scritto che chi soprastava allora alla censura de' Libri, andava correggendone a suo capriccio quà e là qualche passo. Ciò mi costrinse a far qui pubblicare dalla Società tipografica il seguente manifesto. Agli eruditi italiani la Società tipografica di Modena. Mentre sta per uscire l'ultimo tomo della Storia della Letteratura italiana, che comprende l'indice generale con alcune altre Giunte e Correzioni all'opera tutta, veggiamo annunciarsi una nuova edizione della Storia medesima, che dopo le ristampe di Firenze e di Napoli intraprendesi nella stamperia Salvioni in Roma. La nostra Società si compiacerebbe nel vedere onorata dal favore de' dotti un'opera uscita la prima volta dai suoi torchi, se potesse lusingarsi che l'edizione romana non si discostasse dall'originale se non nell'aggiugnere in piè di pagina a' luoghi loro le Correzioni e le Giunte che l'autore in questa prima edizione ha dovute necessariamente collocare insieme unite al fin dell'opera. Ma ci vien fatto sapere che taluno, abusando dell'autorità conferitagli, ha il coraggio di cambiare, di correggere, di troncare a capriccio ciò che gli sembra meglio. Questo, a dir vero, è un nuovo genere di dispotismo non più veduto. La legittima autorità può e dee provvedere che non si pubblichin libri, i quali contengano massime pericolose ed erronee in ciò che appartiene alla Religione, al governo, al costume. Se si soggetta alla revisione un libro che contenga alcuna di tali massime, deesi avvertire l'autore, acciocchè la tolga, o la corregga. S'ei ricusa di fare alcun cambiamento, si può vietarne la stampa. Se non ostante il divieto, si stampa il libro, si può proibirne la. lettura e lo smercio. Ma niuno ha mai pensato che sia lecito ad alcuno, senza consultar prima l'autore, il correggere e il cambiare ciò ch'egli ha scritto, e il fargli dire ciò ch'egli non ha mai avuta intenzione di dire. Se si fosse fatto sapere all'autor della Storia della Letteratura italiana, che bramavasi da lui la correzione di tale e di tal altro passo, egli, quando avesse trovata la correzion ragionevole, ben volentieri l'avrebbe fatto. Che se non gli fosse sembrata tale, avrebbe esposte le sue ragioni; e quando queste non fosser creduto abbastanza valevoli, non avrebbe avuta difficoltà a permettere che si aggiugnesse qualche nota in piè di pagina, con cui si confutasse il preteso suo errore. Poiché dunque si è voluto usar con lui di questo nuovo genere di dispotismo, ei protesta e ci ordina di far sapere a tutti in suo nome, ch'egli non riconosce, nè riconoscerà mai come sua l'edizione romana, che anzi la disappruova e condanna; e prega chiunque onora di un cortese compatimento la sua Storia ad usare di qualunque altra edizione, fuorché di quella della stamperia Salvioni. Egli frattanto, quando abbia condotta a fine qualche altra opera che ora ha tra le mani, penserà egli stesso a una nuova edizione; in cui oltre l'inserire a' lor proprj luoghi le Correzioni e le Giunte, ritoccherà. e migliorerà in gran parte la Storia. E questa nostra edizione, che supererà in bellezza la prima, e non sarà inferiore a quella che da' torchi del Salvioni si va promulgando, speriamo che sarà di buon animo preferita a una edizione alterata e guasta, e dall'autor medesimo solennemente riprovata. 25 Maggio 1782. Questo manifesto sparso per Roma, destò gran rumore. Molti degli associati ritirarono le loro sottoscrizioni, e lo stampatore si vide al pericolo di restare abbandonato. Quindi, o fosse, come taluno credette, per superiore comando, o fosse per qualunque altra ragione, il severo aristarco piegossi, e permise che l'opera si stampasse qual era uscita dalle mani del suo autore. Ma parendogli che in più luoghi io avessi gravemente errato in punti che alla Religione appartengono, e temendo che grave scandalo potesse nascerne e grande danno, aggiunse alla Storia alcune note, nelle quali ei prese a riprendermi e a correggermi dolcemente. Perciò allor quando vidi l'edizion romana condotta al suo compimento, mi credetti in obbligo di rendere all'amorevol mio correttore i dovuti ringraziamenti, e il feci colla detta Lettera, la quale può ancor giovare a rischiarare qualche passo della Storia medesima. INDICE, E SOMMARIO DEL TOMO OTTAVO PARTE SECONDA. LIBRO TERZO (p. 369). Belle Lettere ed Arti. CAPO I. Storia. Moltitudine e caratteri degli storici di questo secolo. II. Scrittori di cronologia. III. Scrittori di geografia. IV. Scrittori intorno alle antichità. V. Raccoglitori e illustratori di medaglie. VI Illustratori delle antichità siciliane. VII. Raccoglitori e illustratori di antiche iscrizioni. VIII. Elogio di Raffaello Fabretti. IX. Altri antiquarj. X. Continuazion de' medesimi. XI. Elogio di Ottavio Ferrari. XII. Scrittori della Storia de' tempi loro. XIII. Scrittori della Storia generale d'Italia. XIV. Scrittori della Storia d'Italia di questo secolo. XV. Storici delle città particolari dallo Stato pontificio. XVI. Del regno di Napoli. XVII. Della Toscana. XVIII. Della Repubblica di Venezia. XIX. Delle città dello Stato veneto. XX. Storici milanesi: elogio del Puricelli. XXI. Delle altre città dello Stato di Milano e di Mantova. XXII. Delle altre provincie d'Italia. XXIII. Italiani scrittori della Storia di Allemagna. XXIV. Della Storia di Francia: elogio del Davila. XXV. Delle Guerre di Fiandra; notizie del card. Bentivoglio e del p. Strada. XXVI. Loro Storie e loro carattere. XXVII. Altri scrittori di Storia straniera. XXVIII. Scrittori della Storia generale delle Belle Arti. XXIX. Storie particolari degli artisti. XXX. Scrittori di Storta letteraria. XXXI. Notizie di Gianvittorio Rossi. XXXII. Del dott. Giovanni Cinelli. XXXIII. Cominciamento de' Giornali letterarj. XXXIV. Scrittori genealogici. XXXV. Notizie di Traiano Boccalini. XXXVI. Scrittori dell'Arte storica. CAPO II. (p. 439). Lingue straniere. I. Studio delle lingue orientalifomentatoda'papi. II. Dal card. Federigo Borromeo. III. E dal card. Barbarigo. IV. Coltivatori di tale studio. V. Lo studio della lingua greca illanguidisce alquanto in Italia: notizie di alcuni grecisti. VI. Se ne annoverano alcuni altri. VII. Studio di altre lingue. CAPO III. (p. 448 ). Poesia italiana. I. Cattivo gusto comunemente in essa introdotto. II. Notizie di Gabriello Chiabrera. III. Sue Poesie e loro carattere. IV. Notizie di Giambattista Marini e delle sue Poesie. V. Di Tommaso Stigliani: sue contese col Marini. VI. Decisione ridicola di un Francese sulla poesia italiana. VII. Notizie di Claudio Achillini e di Girolamo Preti. VIII. S'indicano altri poeti migliori: Fulvio Testi. IX. Si nominano più altri poeti. X. Continuazion de' medesimi. XI. I Toscani sono comunemente i migliori poeti di questo secolo. XII. Elogio del senator Filicaia. XIII. Di Benedetto Menzini. XIV. Poeti protetti dalla reina Cristina: Alessandro Guidi. XV. L'avvocato Zeppi. XVI. Poeti in Lombardia. XVII. Elogio di alcune Poetesse. XVII. Poeti satirici: due bifolchi divenuti poeti. XIX. Scrittori di poemi eroici. XX. Notizie di Alessandro Tassoni. XXI. Continuazione delle medesime. XXII. Suo poema eroico-comico, e contesa per esso col Bracciolini. XXIII. Notizie del Bracciolini. XXIV. Altri scrittori di poemi burleschi. XXV. Scrittori di poesie tragiche. XXVI. Se ne annoverano alcuni tra' migliori. XXVII. Scrittori di commedie. XXVIII. Scrittori di drammi pastorali. XXIX. Scrittori di drammi per musica. XXX. Monologo da chi prima ideato. XXXI. Gio. Ambrogio Marini scrittor di romanzi. CAPO IV. (p. 508). Poesia latina. I. Il cattivo gusto si sparge anche nella poesia latina. II. Si nominano alcuni de' migliori poeti: Antonio Querengo. III. Virginio Cesarini. IV. Altri poeti. V. Alcuni Gesuiti eleganti poeti. VI. Scrittori di Satire. VII. Scrittori dell'Arte poetica. CAPO V. (p. 516). Gramatica, Retorica, Eloquenza. I. Gramatiche latine in questo secolo usate. II. Gramatiche italiane: Benedetto Buommattei. III. Celso Cittadini. IV. PP. Mambelli e Bertoli. V. Carlo Dati. VI. Raccolta di autori del ben parlare. VII. Vocabolario della Crusca. VIII. Carattere dell'eloquenza di questo secolo. IX. Carattere degli oratori sacri. X. Notizie del p. Giulio Mazzarino. XI. Riforma dell'eloquenza sacra fatta dal p. Segneri. XII. Notizie del card. Casini. CAPO VI. (p.533). Arti liberali. I. Decadimento dell'architettura: notizie d'alcuni più celebri architetti. II. Si annoverano alcuni più illustri scultori. III. Incisori in rame. IV. Pittori della scuola bolognese: elogio de' Caracci. V. Loro discepoli. VI. Pittori dalle altre scuole italiane. STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA DALL'ANNO MDC. FINO AL MDCC. LIBRO TERZO. Belle Lettere ed Arti. CAPO I. Storia. I. Se il numero degli scrittori è pruova del fiorir che faccian gli studj presso una nazione, in niun secolo e in niun paese direbbesi che fosse mai tanto coltivata la storia, quanto in Italia nel secolo XVII, sì grande è il numero degli storici che da ogni parte ci si offre. Appena v'ha alcuna delle nostre città che non abbia lo scrittore della sua origine e delle sue vicende, e molte ancora ne han molti. Nè minore la copia di scrittori di Storie generali, o particolari di diversi argomenti. Ma, a dir vero, al lor numero non è uguale in tutti il valore. Le Storie di questo secolo si risentono quasi tutte del reo gusto che infettò la maggior parte Moltitudine e carattere degli storici di questo secolo. d'Italia, e il guasto e ampolloso loro stile non ce ne rende sofferibile la lettura. La critica e l'esattezza non è per lo più miglior dello stile; e le favole Anniane e le popolari tradizioni vi si veggono a piena mano sparse pressochè ad ogni pagina. Nondimeno di mezzo a molti cattivi storici, alcuni si offriranno degni di molta lode, e anche dalla letteratura de' più infelici si trae talvolta non lieve vantaggio, perciocchè alcune notizie invano si cercherebbono altrove, e anche fra le sozzure nascondesi talor qualche gemma. Noi dunque andremo scorrendo su' diversi capi di Storia, in cui gl'Italiani in questo secolo s'esercitarono, e passando di volo su quelli a' quali rendesi un onore forse non meritato col nominarli, ci tratterremo in ragionare di quelli al cui merito deesi maggior riguardo. E nel farlo noi seguiremo quell'ordine stesso che nella Storia del secolo precedente si è tenuto ragionando prima di quegli scrittori che illustraron le scienze, le quali servon di guida, o di fondamento alla storia, e poscia di quelli che direttamente presero a rischiararla. II. La cronologia non ebbe in Italia nè un Petavio nè uno Scaligero; e noi confesseremo sinceramente che non abbiamo autore che possa contrapporsi a tai nomi. Nondimeno l'opera di Leone Allacci, Italiano se non di nascita, almen di lungo soggiorno, De mensura temporum antiquorum, la Cronologia riformata del p. Riccioli, di cui si è detto altrove, e l'opera De anno Scrittori di cronologia. primitivo di Girolamo Vecchietti, del qual si è parlato tra' viaggiatori, si possono annoverare tra quelle che a questa scienza han recato qualche vantaggio. Maggior lume arrecarono a questa scienza alcune opere del dottissimo card. Noris, come i Fasti consolari tratti dalla Biblioteca di Vienna, le Dissertazioni del Ciclo pasquale de' Latini, e su quel di Ravenna, l'Epistole consolari, e alcuni altri opuscoli pieni di sceltissima erudizione. Ma di lui abbiamo parlato altrove. E noi potremo ancora con nostro onore indicare la Storia Universale provata con monumenti, stampata nel 1697, le Dissertazioni sul Calendario e sul Ciclo di Cesare, e atre opere dell'eruditissimo monsig. Francesco Bianchini veronese, se questo illustre prelato, vissuto fino al 1729, non avesse più diritto ad entrare nella Storia del secol presente, che in quella del trapassato. III. Maggior numero e più scelta serie di scrittori ebbe tra noi la geografia. Già abbiamo accennata l'opera su questo argomento del poc'anzi nominato p. Riccioli, ch'è assai più pregiata della Cronologia, per la molta erudizione con cui è scritta. La guida allo studio geografico di Giambattista Niccolosi stampata in Roma nel 1662, e gli Elementi della Geografia scritti in latino dal p. Niccolò Partenio Giannetasio gesuita, e stampati in Napoli nel 1692, sono opere nel lor genere elementare pregevoli, e utili al tempo in cui furono scritte. Il Dizionario geografico latino del p. Filippo Ferrari dell'Ordine de' Scrittori di geografia. Servi di Maria, la cui prima edizione fu fatta in Milano nel 1627, un anno dopo la morte dell'autore, fu ricevuto con molto applauso; e benchè, come doveva avvenire, vi si notassero mancanze ed errori, fu nondimeno creduto degno di essere accresciuto e perfezionato, anzi che intraprendere una nuova fatica, e quindi venne la nuova edizione, ripetuta poscia più volte, che ne diede in Parigi il Boudrand. Io veggo ancora citarsi il Portolano del mare mediterraneo di Sebastiano Gorgoglione genovese, stampato in Napoli nel 1682, e certe Riflessioni geografiche sopra le terre incognite del p. Vitale Terrarossa parmigiano e monaco casinese, e già maestro del principe e poi duca di Modena Rinaldo I (V. Armellin. Bibl. Casinens.), pubblicate in Padova nel 1686, delle quali non posso dare più minuta contezza. Ma niuno tanto adoperossi nel rischiarare la Geografia, quanto il p. Vincenzo Coronelli minor conventuale, di patria veneziano, che dopo essere stato nominato cosmografo della Repubblica veneta nel 1685, e indi pubblico professore di geografia, fu anche eletto nel 1702 general del suo Ordine, e finì di vivere in Venezia nel dicembre del 1718. Non vi è mai forse stato scrittore sì fecondo nè sì veloce. Ei componeva un gran tomo in foglio con quella facilità con cui altri scriverebbe una pagina. Ma egli ancora era uomo; e perciò avveniva che scrivendo in gran fretta, e abbracciando mille cose ad un tempo, non conduceva a perfezion le sue opere, le quali perciò sono ora comunemente dimenticate. Avea egli intrapresa fra le altre cose una Biblioteca universale, la quale, come scrive egli medesimo nel 1700 al Magliabecchi (Epist. Ci. Venet. ad Magliab. t. 1, p. 337), dovea giungere a 40 tomi in foglio, anzi ei dice d'averla fin d'allora finita. Ma sette tomi soli ne uscirono, co' quali non compiesi pure la terza lettera dell'alfabeto, e veramente questo saggio non ci rende troppo spiacevole la perdita del rimanente, perciocchè essa è un miscuglio di cose buone e cattive ammucchiato insieme alla rinfusa e senza molto discernimento, e che pruova che l'autore aveva una infinita lettura, ma che mancavagli quel buon criterio, senza cui la letteratura invece di ornare confonde lo spirito. Moltissime ancora sono le carte geografiche da lui disegnate, moltissimi i tomi ad illustrazione di esse pubblicati, e fra gli altri son celebri pel lor numero e per lor mole l'atlante veneto e il Teatro della Guerra. Ma più che ogni altra cosa rendetter famoso il p. Coronelli i molti globi da lui medesimo lavorati, fra' quali risvegliarono l'ammirazione i due più grandi che mai si fosser veduti, da lui fabbricati per ordine del cardinal d'Etrées, e donati da questo al re Luigi XIV, i quali or sono nella biblioteca del re in Parigi. Per lavorarli, fu chiamato egli stesso colà, e condusse a fine il lavoro nel 1683. La vaghezza di essi, gli ornamenti e le iscrizioni ch'egli v'aggiunse allusive all'imprese di quel monarca, renderonli oggetto di maraviglia alla corte e a tutta la Francia. M. de la Hire ne pubblicò la descrizione nel 1704, e da essa apprendiamo che il lor diametro è di undici piedi, undici pollici e sei linee, e dee perciò rimirarsi come un'iperbole gigantesca quella del p. Franchini, ove afferma (Bibliosof di Scritt. Convent. p. 564) che ognun di que' globi era capace di ben sessanta persone. IV. Niuno però tra gli studj che servono di fondamento e di pruova alla storia, fu tra noi coltivato con tanto ardore, quanto quello delle antichità, o si riguardino le raccolte e le dichiarazioni delle medaglie e di altri antichi monumenti, ovver si riguardino le dissertazioni dirette a rischiarare i costumi e le leggi della romana Repubblica, e di altre antiche nazioni. E per cominciare dalle medaglie, Francesco Angeloni da Terni segretario del card. Ippolito Aldobrandini, protonotario apostolico, e morto in Roma nel 1652, oltre alcune opere di diversi argomenti, che annoverano dal co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 1, p. 768, ec.), diè in luce nel 1641 l'Istoria Augusta da Giulio Cesare a Costantino il Magno illustrata con la verità delle antiche medaglie. Il Tristano antiquario francese, in una sua vasta ed erudita opera sullo stesso argomento, scrisse più volte con molto disprezzo dell'Angeloni, biasimandone principalmente l'infelicità nelle spiegazioni de' rovesci. Nè può negarsi che in molte cose nol cogliesse in errore. Parve nondimeno a Giampiero Bellori romano, nipote per madre dell'Angeloni, che troppo oltre il giusto fosse stato criticato suo zio, e perciò, oltre a una nuova edizione che ei diede dell'opera stessa nel 1685 colle annotazioni postume dell'Angeloni e co' suoi proprj supplementi, pubblicò molti anni prima, cioè nel 1649, Scrittori intorno alle antichità. un libro intitolato il Bonino, ovvero Avvertimenti storici al Tristano, ove difende il zio contro le accuse dell'antiquario francese, opera da alcuni attribuita all'Angeloni medesimo, ma che dal co. Mazzucchelli si pruova esser del Bellori (l. c. t. 2, par. 2, p. 703). Questi in fatti fu uno de' più dotti e de' più faticosi antiquarj che avesse in questo secolo Roma, ov'egli, dopo essere stato alcuni anni col zio in corte del card. Aldobrandini, fu poi bibliotecario e antiquario della reina Cristina, e fu anche dal pontef. Clemente X fatto antiquario di Roma, e morì in età di 80 anni nel 1696. Dell'ardente amore che per le antichità ei nutriva, è pruova la bella raccolta che di esse e di disegni e di vaghissimi rami egli avea fatta, la qual poscia con poco onor dell'Italia passò nel Museo dell'Elettore di Brandeburgo. Ma più certa pruova ancora ne sono le molte ed erudite opere da lui pubblicate, delle quali si ha il catalogo presso il soprallodato co. Mazzucchelli. Altre di esse appartengono allo studio delle medaglie come le Annotazioni sulle medaglie di Efeso e di altri paesi, in cui veggonsi scolpite le api, la Dissertazione su due Medaglie degli Antonini, la Scelta de' Medaglioni più rari del card. Carpegna, e le Note sulle Medaglie de' Cesari di Enea Vico. Altre versano su diversi argomenti d'antichità, e tali sono le Note sull'Arco di Tito e la Descrizione di tutti gli Archi degli Imperatori romani, che si son conservati a Roma, le Note sulle gemme antiche figurate di Leonardo Agostini sanese 5, 5 A Leonardo Agostini si dee la lode di essere stato uno de' primi ad illustrare le antiche gemme figurate; e non è perciò maraviglia che l'opera Antiquario valoroso esso pure, i frammenti di alcune antichità romane illustrati, le Giunte alla Spiegazione della Colonna traiana, fatta già dal Ciacconio, le Pitture antiche del sepolcro de' Nasoni, le Immagini de' Filosofi, de' Poeti, e d'altri dotti dell'antichità tratte da monumenti, la Spiegazione di una statua della dea Siria, le antiche Lucerne sepolcrali, gli antichi Sepolcri o Mausolei romani ed etruschi, ed altre somiglianti opere. Altre finalmente appartengono ad altri argomenti, e fra esse dovrem rammentare in questo capo medesimo le Vite de' Pittori, Scultori ed Architetti moderni. Le quali presso che tutte furono più volte stampate, anche oltremonti, e rimirate come utilissime allo studio delle antichità e onorate perciò d'elogi da molti eruditi, le testimonianze de' quali si posson vedere presso il suddetto scrittore. V. Una seguita serie di Medaglie imperiali da Pompeo fino all'imp. Eraclio avea pubblicata in Augusta nel 1600 Adolfo Occone. Parve nondimeno al co. Francesco Mezzabarba pavese, fiscale imperiale in Milano ch'essa abbisognasse di giunte e di spiegazioni. Egli intraprese quest'opera e coll'aiuto di una assai copiosa serie di Raccoglitori e illustratori di medaglie. di esso fosse più volte stampata, e fosse poi anche notabilmente accresciuta dal cavaliere Paolo Alessandro Maffei, che in quattro tomi divisa ripublicolla in Roma l'an 1707. Intorno a quest'opera veggansi le Istruzioni glittografiche del ch. sig. avv. Gioseffantonio Aldini, stampate in Cesena l'anno 1785. medaglie, e di una scelta biblioteca da lui formata la condusse a fine, e la pubblicò in Milano nel 1683. E forse più altre pruove ci avrebbe egli date di questo suo studio, se la morte non l'avesse sorpreso in Milano nell'età di soli 52 anni nel 1697. Di lui e di qualche altra opera di esso parla l'Argelati (Bibl. Script. mediol. t. 2, pars 2, p. 2127, ec.). Pare che alcune giunte pensasse di farvi il p. Giannantonio Mezzabarba somasco di lui figliuolo che nel più bel fior dell'età, e nelle più liete speranze che dava de' più felici successi nella letteratura e nell'antiquaria singolarmente, fu rapito dalla morte in Milano in età di 35 anni nel 1705 (V. ib. t. 2, pars 1, p. 912). L'Argelati parla di qualche opuscolo che se ne ha alle stampe, e il ch. sig. Crevenna ha pubblicate alcune lettere a lui scritte dal Muratori, le quali pruovan la stima in cui egli lo avea (Catal. rais. t. 6, p. 223, ec.). Una di esse però ci muove qualche sospetto che l'opera sopraccitata dal co. Francesco, in ciò che appartiene alla cronologia ed ad altre osservazioni, sia in gran parte fatica del card. Noris, il quale in fatti anche nelle antichità era versatissimo, e ce ne fanno fede le sue Dissertazioni su due Medaglie di Diocleziano e di Licinio, i Cenotafj pisani da lui illustrati 6, l'Epoche de' Siro-Macedoni, i Fasti consolari, la Confutazione di alcune opinioni del p. Arduino, ed altre opere somiglianti alle quali poche altre di scrittori si possono 6 Negli Elogi degl'illustri Pisani (t. 3, p. 357) si è mostrato insussistente il sospetto, che il cardinale si fosse in quest'opera giovato di quella che poco prima avea scritta sullo stesso argomento Giovanni Pagni pisano, ch'è inedita. paragonare 7. Checchè sia di ciò, l'opera del co. Mezzabarba fu sempre in somma stima fra i dotti, e perciò ottimo è stato il consiglio del sopraddetto Argelati che una nuova edizione ne ha data nel 1730. Alla serie pure de' Cesari appartiene la troppo voluminosa opera del museo farnesiano de' pp. Pedrusi e Piovene gesuiti, della quale si è fatta altrove menzione. Una Raccolta di Medaglie imperiali da sè per privato genio formata pubblicò in Modena nel 1677 Pellegrino Ascani pittor modenese, la quale è assai pregiata dagli eruditi. Benchè non fosse che disegnatore, o incisore, vuolsi però qui nominare con lode Pietro Sante Bartoli romano, perchè all'esattezza di esso nell'osservare e nel rappresentare le antichità dobbiamo la bella Descrizione del Museo della reina Cristina dell'Havercamp, migliore di quella che fin dal 1692 avea pubblicata Francesco Camelli, e a lui inoltre dobbiam le figure pressochè tutte aggiunte alle opere del Bellori da noi mentovare poc'anzi. Abbiam già accennate le Medaglie de' romani Pontefici illustrate dal p. Buonanni, e non fa perciò d'uopo il dirne qui 7 Egli è verissimo che il card. Noris giovò co' i suoi lumi al co. Mezzabarba per formar la sua opera sulle antiche medaglie, come spesso accade tra gli stessi uomini più eruditi, che a vicenda si comunicano le lor cognizioni. Ma lungi dal potersi per ciò apporre alcuna taccia al detto conte, deesegli anzi non piccola lode per la sincerità colla quale e nella prefazione al suo Occone, e assai più diffusamente nell'indice de' fonti da' quali avea tratte le sue illustrazioni, rende al Noris la dovuta giustizia: sincerità che suol essere più frequente e maggiore negli uomini veramente dotti, che negli scioli e negli impostori, i quali volentieri, ma occultamente, si adornano delle altrui penne. nuovamente. VI. Mentre questi valorosi antiquarj prendevano ad illustrare le antiche medaglie generalmente, e quelle in particolar modo de' Cesari, altri volgevansi a esaminar quelle che alla storia della lor patria potean recar giovamento. E la prima a darne esempio fu la Sicilia; ove Filippo Paruta nobile palermitano segretario del senato della sua patria e in essa morto nel 1629, diè alla luce nella stessa città l'anno 1612 la parte prima della Sicilia descritta con Medaglie, la quale poscia ancor più accresciuta per opera di Leonardo Agostini, poc'anzi da noi nominato, fu stampata di nuovo in Roma nel 1649 poscia in Lion nel 1697, e finalmente nel 1723 opera dell'Havercamp. Poteansi nondimeno far molte giunte a quest'opera, e fin dal principio del nostro secolo il p. Giovanni Amato gesuita siciliano più di 300 medaglie siciliane inedite avea in pronto per pubblicarle (Racc. d'Opusc. sicil. t. 8, p. 191), la quale idea è poi stata di fresco felicemente eseguita dall'eruditissimo principe di Torremuzza, a cui tanto debbono le antichità di quell'isola (ivi. t. 11, 12, 13, 14, 15, 16). Di più altre opere del Paruta si ha il catalogo presso il Mongitore (Bibl. sicula t. 2, p. 173, ec.). Quasi al tempo medesimo le medaglie della città di Siracusa furono pubblicate e dottamente illustrate da Vincenzo Mirabella nobile siracusano morto nel 1624 nella sua opera intitolata Dichiarazione della pianta delle antiche Siracuse, stampata in Napoli nel 1613 (ib. p. 290), per tacer di altre opere nelle quali altri scrittori siciliani incidentemente trattarono lo stesso argomento. Le Illustratori delle antichità siciliane. provincie del regno di Napoli comprese già sotto il nome di Magna Grecia erano state la sede di popoli in guerra e in pace troppo famosi, perchè le loro medaglie non dovessero attentamente cercarsi e illustrarsi. E questo fu l'argomento dell'opera di Prospero Parisio, stampata in Napoli nel 1683 intitolata Rariora Magnae Graeciae Numismata, ec. nella quale egli raccolse e spiegò tutte quelle che gli venne fatto di osservare. VII. Le raccolte di antiche iscrizioni non furono in Italia meno frequenti, nè men copiose di quelle delle antiche medaglie. Già abbiamo altrove parlato della bella Collezione di esse fatta dal dottissimo Giambattista Doni, ma pubblicata solo nel corso del nostro secolo; abbiam pure accennate le opere del card. Noris, di Giampietro Bellori e di altri che qua possono appartenere. Alcuni presero a raccogliere e ad illustrar con comenti le iscrizioni della lor patria. Tra essi il co. Sertorio Orsato nobile padovano, nato nel 1617, e nel 1670 dichiarato professore delle meteore nell'università della sua patria, e ivi morto otto anni appresso, due opere ci diede su questo argomento, la prima intitolata Monumenta patavina, la seconda scritta in italiano e pubblicata più anni dopo la sua morte dal p. d. Giannantonio Orsato monaco casinese di lui nipote col titolo Marmi eruditi, innanzi alla quale il ch. sig. Giannantonio Volpi ha premessa la Vita del dotto autore Raccoglitori e illustratori di antiche iscrizioni. 8 . Ambedue sono opere le quali, benchè non sieno senza errori, spargon però molto lume sull'antica storia. È ancor pi pregevole l'opera dello stesso scrittore De Notis Romanorum, che dal Grevio è stata inserita nella sua gran Raccolta de' Trattati sull'Antichità romane (t. 11). Una Apologia delle Opere dell'Orsato contro le accuse ad esse date dal march. Maffei ha pubblicata nel 1752 il signor Giandomenico Polcastro pronipote dell'autore. Prima ancor dell'Orsato, avea pubblicata una Raccolta delle Iscrizioni della città e del territorio di Padova sacre e profane Jacopo Filippo Tommasini canonico di s. Giorgio in Alga, e poscia vescovo di Cittanuova dell'Istria, ove finì di vivere nel 1654, di cui e di più altri libri da esso dati alla luce si posson vedere il Papadopoli (Hist. Gymn. patav. t. 2, p. 134) il p. Niceron (Mém. t. 29) e una breve Dissertazione inserita nelle Nuove Miscellanee di Lipsia (t. 1, p. 148). L'opera del Tommasini fu pubblicata nel 1649, e fu indi assai accresciuta dal p. Jacopo Salomoni domenicano, di patria candiotto, ma vissuto lungamente in Padova. La stessa fatica riguardo alle iscrizioni della sua patria intraprese Ottavio Rossi nelle sue Memorie bresciane, stampate in Brescia nel 1616. Bologna dovette la pubblicazione delle sue iscrizioni al co. Carlo Malvasia, che fu poi canonico della metropolitana, e finì di vivere in età di 77 anni nel 1693. L'opera da lui data alla luce nel 1690 col titolo Marmora felsinea abbraccia tutte le 8 Il co. Sertorio Orsato pubblicò egli stesso nel 1699 il primo tomo de' Marmi eruditi, la qual opera fu poi continuata con un altro tomo dal p. d. Giannantonio di lui nipote. iscrizioni finallora scoperte in quella città, e l'autore nell'illustrarla fa pompa di molta erudizione. Giulio Cesare Capacio segretario della città di Napoli, e scrittor fecondissimo di molte opere di diversi argomenti, morto nel 1631 9, ci diede le Antichità e la Storia di Napoli, della Campagna felice di Pozzuoli. In questa però e nella maggior parte delle altre opere da noi indicate vedesi il difetto del secolo, in cui per una parte la critica e la scienza delle antichità non era ancora stata condotta a quella perfezione che poscia colle fatiche di tanti valentuomini ella ha ottenuta; e per altra una coral ambizione di mostrarsi uom dotto traeva spesso fuor di sentiero gli eruditi scrittori e gli occupava in lunghe e per lo più inutili digressioni. VIII. Nome ancor più illustre in questo genere di erudizione è quello di Rafaello Fabretti di cui abbiamo la Vita scritta dal già lodato ab. Giuseppe Mariotti, e da monsig. Fabbroni tra le sue inserita (dec. 3, p. 149, ec.). Era egli nato in Urbino nel 1619, e dopo essere stato istruito negli studj dell'amena letteratura in Cagli, e nella giurisprudenza in patria, ove anche in età di diciotto anni n'ebbe la laurea, passò a Roma. Ivi egli presto rivolse a sè gli occhi di tutti non solo pel felice ingegno e per la molteplice erudizione che in lui si vide, Elogio di Rafaello Fabretti. 9 Del Capacio e delle molte opere da lui composte si posson vedere copiose notizie negli Storici napolitani del Soria (t. 1, p. 128, ec.) il qual crede ch'ei morisse almeno due anni dopo. ma anche per la prudenza e per la destrezza nel maneggio de' pubblici affari. Perciò mandato in Ispagna per trattare a quella corte di negozj assai rilevanti, adempiè sì bene l'ufficio impostogli, che da Alessandro VII fu nominato primo tesoriere, poscia assessore della nunziatura di Spagna, e tornato dopo 13 anni a Roma, ebbe l'impiego di giudice delle appellazioni da lui sostenuto con tal integrità e con tal vigilanza, che non ebbe chi di lui si dolesse. Fu indi uditore della legazione di Urbino per tre anni, e poichè da essa fu rimesso a Roma, ebbe successivamente gl'impieghi e le dignità di esaminatore del clero, di segretario de' memoriali, di canonico della basilica vaticana, di prefetto de' sacri cimiteri di Roma e dell'archivio di Castel S. Angelo. Fra le occupazioni che questi suoi impieghi gli davano, ei trovò tempo di coltivare per modo lo studio dell'antichità, che non v'era forse in quel tempo chi gli si potesse paragonare; e lo studio da lui posto su' greci e su' latini scrittori, e le diligenti osservazioni su tutto ciò ch'erane meritevole, da lui fatte in Roma e ne' diversi suoi viaggi, lo arricchirono di quelle cognizioni ch'erano a ciò opportune. Si accinse fra le altre cose a esaminare e a raccogliere tutte le iscrizioni e tutti gli antichi monumenti sparsi nel Lazio, e tutta perciò corse quella provincia solo a cavallo, internandosi fino nelle spelonche, e salendo sulle più erte cime de' monti, per non lasciarne inosservata alcuna benchè picciola parte. Ed avea egli per tal modo avvezzo il cavallo ad arrestarsi, ove incontravasi cosa degna di osservazione, che divenuto esso pure antiquario, si fermava talvolta benchè dal padrone avvisato, e lo avvertiva così ch'era ivi cosa che doveasi esaminare. Ma il frutto di tante fatiche rimase inedito; e solo una Dissertazione ne fu poi pubblicata, in cui egli emenda alcuni errori ne' quali è caduto il p. Kircher nella sua descrizione del Lazio (Diss. dell'Accad. di Cortona. t. 3, p. 221). L'insigne opera del Fabretti De Aquis et Aquaeductibus veteris Romae, stampata la prima volta nel 1680, fu essa pur frutto delle ricerche da lui fatte nel Lazio; e perchè fu la prima ch'ei dasse in luce ne fece tosto rimirar da tutti l'autore come un de' più dotti antiquarj che allor vivessero. Il solo Jacopo Gronovio veggendosi in qualche passo dal Fabretti impugnato, scrisse e pubblicò contro di esso una poco rispettosa risposta; ma anche il Fabretti sotto il nome di Jasiteo gli replicò con un libro intitolato Apologema ad Grunovium, in cui sarebbe a bramare alla molta erudizione con cui confuta il suo avversario, avesse congiunta una maggior moderazione nell'impugnarlo. La colonna di Traiano diede essa pure al Fabretti l'argomento di una dottissima Dissertazione, in cui delle navi degli antichi, della milizia, de' sacrifizj e di altre somiglianti materie ci dà rare e pellegrine notizie. L'ultima opera, colla quale il Fabretti segnalò il suo nome, fu la gran Raccolta delle Iscrizioni da lui pubblicata, cioè di quelle ch'egli avea adunate in sua casa, e di quelle assai più ch'egli avea altronde copiate: raccolta che e per l'esattezza con cui sono espresse, e per l'eruditissime dichiarazioni con cui egli le accompagna, fu da tutti accolta come la migliore che si fosse veduta, e che è la prima, come osserva il march. Maffei (De Arte crit. lapid.), che non sia piena d'iscrizioni finte e supposte, benchè pure alcune pochissime vi siano corse. Egli finì di vivere in Roma a' 19 di gennaio del 1700, in età di 81 anni, e fu pianto da tutti i dotti, da' quali egli era non meno stimato che amato. Il bel tesoro di antichi monumenti da lui raccolti, che fu poi trasportato ad Urbino, dal card. Gianfrancesco Stoppani nel 1756 insieme con altri monumenti d'antichità in quel ducato raccolti fu posto ed ordinato nell'antico palazzo de' duchi. IX. Ebbe innoltre fama di dotto antiquario Ottavio Falconieri prelato romano di cui si hanno alle stampe diverse Dissertazioni appartenenti alle antichità nelle Raccolte del Grevio e del Gronovio (Rom. Antiq. t. 4; Graec. Antiq. t. 8), e a cui dobbiamo ancora la pubblicazione della Roma antica di Famiano Nardini fatta con qualche sua giunta in Roma nel 1666. Avverte però Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 2, p. 252) che un grave errore egli prese nell'interpretare una medaglia degli Apameesi, in cui gli parve di raffigurare l'arca e l'universale diluvio col nome di Noè, mentre altro non vi era che le tre ultime lettere della greca voce Apameon, che da lui lette all'orientale indicavano appunto Noè. Monsig. Fabbroni ne ha pubblicate due lettere al principe Leopoldo de' Medici (Lett. ined. t. 1, p. 248), nella prima delle quali, ch'è assai lunga ed eloquente, a istanza del card. Pallavicino lo prega a fare che le Opere di Torquato Tasso sien Altri antiquarj. citate nel Vocabolario della Crusca, nella seconda gli spone il riconciliar ch'egli avea fatto l'animo dell'ab. Michelangiolo Ricci, che fu poi cardinale con Alfonso Borelli. Molte altre lettere del Falconieri si trovano sparse tra le lettere famigliari del co. Magalotti, di cui era amicissimo, e da una di quelle del Magalotti raccogliesi ch'ei può aver diritto ad essere annoverato tra gli Accademici del Cimento. "È intenzione del Serenissimo Principe, scriv'egli a Michelangiolo Ricci (Lett. famigl. t. 2, p. 4), che il Sig. Ottavio Falconieri, come nostro Accademico, sia anch'egli a parte d'ogni speculazione, purchè si mantenga in fede, senza più ritornare, come suol dirsi, al vomito del Peripateticismo, dopo esserne così felicemente risanato per sua testimonianza, mercè dei frequenti discorsi avuti con esso lei nell'ultima villeggiatura di Frascati". Un altro illustre Antiquario produsse il Friuli in Filippo del Torre nato in Cividale di antica e nobil famiglia nel 1657, di cui ha scritta lungamente la Vita Girolamo Lioni (Giorn. de' Letter. d'Ital. t. 28, par. 1, p. 309, ec.). Egli dopo essere stato in Padova scolaro del famoso Ottavio Ferrari, e dopo essersi ben istruito non solo nell'amena letteratura, ma ancora nella giurisprudenza, nella matematica e nell'anatomia, passò a Roma nel 1687, e ammesso nel collegio detto de Propaganda, tutto si diè agli studj sacri, e si rendette in essi sì noto, che il card. Giuseppe Renato Imperiali andando legato a Ferrara seco il condusse suo uditore. Tornato dopo sei anni a Roma, si applicò a scrivere la sua grand'opera sulle antichità di Anzio, e la pubblicò nel 1700 col titolo Monumenta veteris Antii, ec., ed ebbe il piacer di vederla ricevuta con sommo applauso dagli eruditi e onorata di quegli elogi che ben le eran dovuti. Clemente XI nel 1702 il nominò vescovo d'Adria, ed egli trasferitosi alla sua chiesa, la resse con sommo zelo, senza però intermettere gli usati suoi studj, fino all'an. 1717 che fu l'ultimo della sua vita. Più altre dissertazioni e più altri opuscoli appartenenti all'antichità, alla storia naturale e ad altre materie diede egli alle stampe, e più altri rimasero inediti, de' quali si può vedere il catalogo nelle sue sopraccitate Vite, ove anche ragionasi delle contese che per alcuni di essi ei sostenne. Io aggiungerò qui ancora Girolamo Aleandro il giovane, pronipote dell'altro Girolamo di cui abbiamo parlato nella Storia del secolo precedente, perciocchè tra le opere di esso abbiamo la spiegazione di un'antica tavola di marmo, in cui vedesi scolpito il Sole con altri simboli, e la spiegazione de' sigilli di una zona che cinge un'antica statua, opera di molta e rara erudizione, la qual pur si vede nella confutazion da lui fatta dell'opinione di Jacopo Goffredo sulle Regioni suburbicarie. Ma di lui e delle altre opere da lui pubblicate io non dirò più oltre, perchè a lungo ne han ragionato il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 1, p. 414, ec.), e più ampiamente ancora il sig. Giangiuseppe Liruti (Notizie dei Letter. del Friuli t. 1, p. 198, ec.). Delle opere di monsig. Giovanni Ciampini che a questo luogo appartengono, si è già detto nel ragionare degli scrittori sacri, ove anche si è parlato di alcuni altri, da' quali l'ecclesiastiche antichità furono illustrate. E io perciò aggiungerò sol un cenno sui famosi Frammenti delle Antichità etrusche, pubblicati nel 1637 da Curzio Inghirami, che affermò di avergli dissotterrati presso Volterra sua patria. Negli Elogi degl'illustri Toscani, ove è stato inserito quello di questo scrittore morto nella fresca età di 31 anni nel 1655, si confessa (t. 3) ciò che da niuno mediocremente erudito si osa ormai di negare, che tai monumenti su' quali da alcuni menossi allora tanto rumore, sono falsi e supposti; ma si adducono insieme diverse ragioni per dimostrare che all'Inghirami non deesi perciò la taccia d'impostore, ma che anzi dee credersi ch'ei veramente li ritrovasse, e che fosse ingannato dall'impostura altrui chiunque questi si fosse. Il più forte argomento sembra a prima vista quello che si fecer processi per riconoscer la verità degli scavamenti ch'ei diceva di aver fatti che si trovarono di fatto alcuni di cotai monumenti nascosti profondamente sotterra. Ma poichè si confessa ch'essi sono supposti, convien confessare che alcuno ivi a bella posta gli ascose, poichè certo essi non vi nacquero come funghi, nè germogliarono dalle radici. Or perchè non poteva avergli ivi occultati lo stesso Inghirami? Se alcun altro fu l'autor dell'inganno, perchè non si accinse egli allo scavo? Gli autori di cotai burle non hanno altro fine che di godere il piacere di veder molti delusi; e io non so se vi sia mai stato uno che dopo aver sostenuta la pena di fingere monumenti, e occultarli sotterra, non siasi curato di veder l'effetto di cotale impostura. Nè io perciò voglio dare all'Inghirami la taccia d'impostore. Fors'egli volle soltanto prendersi giuoco d'altrui. Ma ei non l'ottenne se non presso quelli cui poca gloria era l'ingannare. X. Tanti e sì pregevoli monumenti scoperti e dottamente illustrati giovaron non poco a rischiarar l'altro ramo delle antichità, cioè gli usi e i costumi delle antiche nazioni e de' Romani singolarmente. E io nominerò dapprima la raccolta di dissertazioni di diversi autori su diversi punti di antichità singolarmente romane col titolo di Miscellanea italica erudita, pubblicata dal p. Gaudenzio Roberti carmelitano in Parma in quattro tomi nel 1960, in cui contengono molti trattati su tale argomento, benchè non tutti di ugual valore. Le fabbriche e la forma dell'antica Roma, benchè avessero occupate le penne di molti valorosi scrittori del secolo precedente, furono nondimeno l'oggetto delle ricerche di più altri autori a' tempi di cui scriviamo; e abbiam su ciò molte opere di Giannangelo Ruffinelli, di Jacopo Lauro, di Giovanni Maggi, di Filippo Rossi, di Giambattista Casali, di Jacopo Marucci, di Fioravante Martinelli e di più altri scrittori. Ma in questo genere le più pregiate sono la Roma in ogni stato di Gasparo Alveri pubblicata nel 1654 10 e nel 1664 in due tomi in folio, la Roma antica di Famiano Nardini, che, come si è detto poc'anzi, fu Continuazion de' medesimi. 10 Benchè nel Catalogo della Capponiana dicasi il primo tomo dell'Alveri stampato nel 1654, par veramente ch'esso pure fosse stampato nel 1664, col qual anno veggonsi segnate le copie che se ne hanno in diverse biblioteche. data in luce dal Falconieri, e la Roma vetus et recens del p. Alessandro Donati gesuita sanese, più volte stampata, e inserita ancora nel Grevio nel suo Tesoro (t. 3). Le opere del Bellori, del Fabretti, del Falconieri, e di altri che a questo argomento appartengono, sono state già da noi accennate poc'anzi. Lorenzo Pignoria padovano fu uno dei più faticosi illustratori di ogni genere d'antichità, e tanto più ammirabile ne fu l'erudizione, quanto pareva essa men propria del genere di vita da lui intrapreso. Perciocchè dopo fatti i primi studi alle scuole dei Gesuiti di Padova, e poscia quelle dell'università, e dopo essersi ordinato sacerdote, andò a Roma col vescovo di Padova Marco Cornaro, e vi stette due anni, e tornato poi a Padova, fu confessore di monache, e parroco della chiesa di s. Lorenzo, e finì di vivere nel 1631 in età di 60 anni 11. Nondimeno le monache e i suoi parrocchiani gli permisero non solo di radunarsi in casa un bel museo d'antichità, ma ancor di scrivere molti trattati. Quello de' Servi è un de' migliori in tal genere, benchè secondo il costume del secolo sia molto diffuso. Le antichità egiziane ancor furono da lui rischiarate così nella sua opera su' Geroglifici, come nella spiegazione della famosa Tavola isiaca. Nè egli trascurò quelle della sua patria, delle quali trattò in tre lettere latine al senator Domenico Molino, nelle sue Origini di Padova, e nel suo Antenore, opere nelle quali ei diede a conoscere la buona critica di cui era fornito, rigettando come 11 Il Pignoria quando finì di vivere, non era più parroco di s. Lorenzo in Padova, ma canonico e penitenziere di Trevigi, onore ottenutogli dal card. Francesco Barberini il vecchio, splendido protettor de' dotti. supposti e favolosi parecchi scrittori, e confutando certe tradizioni popolari prive di fondamento. Ma la sua critica diè occasione, come spesso avviene, al Pignoria di sostener lunga contesa, singolarmente per cagion della patria di Giulio Paolo celebre giureconsulto, di cui egli ardì di porre in dubbio se fosse padovano, com'erasi finallora creduto; e il principale dei suoi nemici fu il Portenari, di cui diremo più sotto. La serie degli opuscoli dell'una parte e dell'altra pubblicati per tal contesa, si può vedere presso Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 2, p. 133). Il catalogo di più altre opere del Pignoria si ha presso il Tomasini (Athen. Patav.), il Papadopoli (Histor. Gymn. Patav. t. 2, p. 286) e presso il p. Niceron (Mém. des Homm. ill. t. 2), presso i quali scrittori più minute notizie si potran ritrovare di questo scrittore. Ad essi però deesi agiugnere che molte lettere del Pignoria sono state poi pubblicate nella Raccolta di Lettere inedite, stampato in Venezia nel 1744, le quali a chi volesse scrivere diffusamente la Vita di questo dotto scrittore potrebbon dar molto lume. Il trattato De Lege regia di Giambattista Castelli padovano, e professore in quella università, stampato nel 1685, quelli sulla Toga e sul Lato Clavo de' Romani, e sul Sistro egiziano di Girolamo Bossi pavese, professore nell'università di Pavia, di cui e delle cui opere copiose notizie ci somministra il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 3, p. 1856), il trattato De Caligis veterum del p. Giulio Negroni gesuita genovese, e quel di Fortunio Liceto sugli anelli degli antichi, la Dissertazione del p. Bacchini su' Sistri, l'opera di Vincenzo Contarini De frumentario Romanorum largitione, et de militari Romanorum stipendio, alcune delle opere sì stampate che inedite di Giambattista Capponi bolognese, che si annoverano nell'elogio di esso inserito nelle Memorie de' Gelati (p. 256, ec.), sono opere che allo studio della antichità recarono molta luce, benchè in esse comunemente manchi una certa precisione e un certo ordine che ne renda utile insieme e piacevole la lettura. Uomo ancora dottissimo nelle antichità sacre e profane e insieme nella giurisprudenza, nella filosofia, nella matematica, nell'architettura militare e nelle lingue orientali fu Domenico Aulisio napoletano, che per molti anni sostenne in Napoli la cattedra del Diritto civile, e ivi morì nel 1717, in età di 78, o, secondo altri, 68 ani. Oltre alcune opere legali e filosofiche, ne abbiamo i due libri delle Scuole sacre, stampati dopo la sua morte nel 1729, opera molto erudita, ma non ugualmente felice nel metodo e nello stile, e ne abbiamo ancora alcune Dissertazioni latine sulla costruzion del Ginnasio, sull'architettura de' Mausolei, ec., delle quali ci dà il catalogo insieme colle notizie dell'autore il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 2, p. 1261, ec.) 12. 12 Dell'Aulisio parlano più lungamente il p. d'Afflitto (Mem. degli Scritt. napol. t. 1, p. 474) e il Giustiniani (Scritt. legali napol. t. 1, p. 91). A lui può congiungersi Pietro Lasena, oriondo dalla Normandia, ma nato in Napoli nel 1590, e morto in Roma nel 1636. Egli veggendo che alcuni scrittori napoletani eransi, secondo la critica di que' tempi, impegnati a sostenere che fin da' tempi di Ulisse erano in Napoli pubbliche scuole, e che Ulisse medesimo, dopo avere distrutta Troia, era stato in esse scolaro, prese a impugnare sì sciocca opinione, e il fece col suo trattato XI. Fra tutti però gli scrittori d'antichità, se non il più dotto, certo il più felice Ottavio Ferrari milanese, e nipote di quel Francesco Bernardino Ferrari, di cui altrove si è fatta menzione. L'opera da lui pubblicata De re vestiaria, a cui aggiunse poi l'Analecta sullo stesso argomento contro Alberto Rubenio, e le dissertazioni De Lucernis sepulchralibus Veterum, De Pantomimis et Mimis, De Balneis et Gladiatoribus, i due libri intitolati Electorum, furono più volte stampate anche oltremonti, e ammirate come piene di erudizione. Nacque però presso alcuni sospetto che Ottavio le avesse trovate tra gli scritti del suddetto suo zio, che nelle antichità era uomo dottissimo, e che come sue le avesse francamente spacciate. Ottavio era nato in Milano nel 1607, e aveva dati sì presto saggi di vivo e fertile ingegno, che in età poco oltre i 20 anni fu dal card. Federigo Borromeo destinato professor d'eloquenza nel suo collegio ambrosiano. Nel 1634 fu chiamato all'università di Padova ad occupare la stessa cattedra, e vi si aggiunse poscia ancor quella della lingua greca. Gli storici di Elogio Ottavio Ferrari. di Dell'antico Ginnasio napoletano, stampato in Roma nel 1641, e poi ristampato nel 1688 nel quale ei mostra che gli antichi ginnasj non erano istituiti che agli esercizj del corpo, e combatte singolarmente Francesco de Petris, che nella sua infelice Storia di Napoli, stampata nel 1634, avea voluto sostenere quella popolar tradizione. Ma anche l'opera del Lasena pel disordine con cui è scritta, e pe' molti errori di cui è ingombra, non è in molto pregio presso degli eruditi. Di lui e di altre opere da lui pubblicate veggasi il Soria (Degli Stor. napol. t. 2, p. 339, ec.). quella università confessano (Papad. t. 1, pag. 374; Facciol. pars 1, p. 60) che parve ch'essa per opera del Ferrari risorgesse all'antica sua fama; tanto era l'applauso, e sì numeroso il concorso con cui egli leggeva. Lo stipendio ch'ei giunse ad avere, ne è chiara pruova; perciocchè, con esempio per tal cattedra non mai veduto, egli ebbe fino a duemila annui fiorini. E inoltre, avendo agli recitato un Panegirico in lode della reina Cristina, n'ebbe da lei in premio, come altrove si è detto, una collana d'oro del valor di mille ducati, e un altro Panegirico pubblicato avendo in onore del re Luigi XIV, questi per cinque anni, secondo il Papadopoli (l. c.), per sette, secondo l'Argelati (Bibl. Script. mediol. t. 1, pars 2, p. 612), gli fece annualmente pagare 500 scudi. La città di Milano ancora, dopo la morte di Ripamonti, dichiarollo suo storiografico coll'annuo stipendio di 300 scudi, ed egli avea già composti otto libri di Storia; ma veggendo che non gli venivano somministrati i documenti perciò necessarj, e temendo innoltre di offender con essi o la Casa di Austria, di cui era suddito, o il re di Francia, da cui era stato beneficiato, cessò dal lavoro, e vietò che ciò che avea scritto, venisse mai pubblicato. Nè io credo che molto abbiano in ciò perduto le lettere; perciocchè gli onori e i premj conceduti al Ferrari ci mostran più il reo gusto del secolo, che il merito dello scrittore. Se le opere di esso, che spettano alle antichità, sono erudite, quelle che appartengono all'amena letteratura, hanno in sommo grado tutti i difetti del tempo a cui egli vivea. Il lor catalogo si può vedere presso l'Argelati. Ad esse però se ne possono aggiugner più altre che, come mi ha avvertito l'eruditissimo sig. d. Jacopo Morelli, si conservan originali nella libreria di s. Giustina in Padova; e sono De funere Christianorum libri IV, opera non finita, le Lezioni da lui fatte dalla sua cattedra su Apuleio, su Tacito, su Giovenale. su Virgilio, alcune Dissertazioni su Tertulliano, e un'opera in sette libri intitolata Gymnastica sacra, seu duriores veterum Christianorum ad corpus edomandum artes 13. 13 Il Ferrari scrisse anche una Centuria di elogi d'uomini illustri per lettere, e se ne conserva l'originale ms. presso il suddetto ab. Morelli. L'opera è scritta in istile più semplice e più elegante; e io ne recherò qui un saggio da lui trasmessomi, anche perchè ci dà notizia di erudito Tedesco vissuto lungamente fra noi, e di cui io non so che altri abbia fatta menzione. Quirinus Cnoglerus Austriacus. Ingrati amici nota piane sabeunda esset, si eruditissimum virum hisce honoris ac gloria fastis non adscriberem, a quo ingenii cultum accepimus, cujusque monitis ab hac vulgari ingrataque discendi consuetudine ad plenam solidamque studioram rationem excitati sumus.Jactatus diu incertis sedibus per Poloniam ac Germaniam tandem in atque cum arte medica, quam ad miraculum callebat. Graecas litteras omneque antiquitatis studium conjunxerat. Erat illi mite ingenium, nisi illud naturale gentis suspicacissimæ vitium senecta et peregrinatio tum cruris debilitas asperasset; ut semper suspicionibus indulgens, anxie trepidus, sibique mele metuens, nonnisi rixat et jurgia cum doctis et quandoque amicissimis sereret. Quæ illi causa potissima peregrinatiorum fuit, cum vel fastidiret ipse, vel taedio hospitibus esset, quorum patientissimi morosum ferre ingenium non possent; atque ita Scytharum more vagus et exul mutare subinde loca cogeretur. Cum Mediolanum venisset, quo famem propulsaret, devovit Cenobio operam, variasque disciplinas inter Monachos professus est, sola cibariorum mercede; neque est passus diutius latere inglorium Cardinalis Federicus, liberalique Scrittori della Storia de' tempi loro. XII. Or venendo più da vicino agli scrittori di Storia, pochi ne abbiamo che a tutti i tempi e a tutte le nazioni stendessero le loro ricerche. E oltre i Compendj storici del co. stipendio attributo, in Mediolanensi Seminario constituit, ut Græcas Litteras profiteretur. sub quo nos etiam primis Græcæ eruditionis stipendiis meruimus. Cum assuetis uni velalteri Codici adolescentibus Latinos Græcosque Scriptores proponeret, viamque ad sapientiam studentibus aperiret, tenerisque animis instillaret mirificos eruditionis amores, vir, cum bilis subsidisset, festivissimus, ac memoriæ prodigiosæ, qua fere latinos omnes Poetas rara felicitate redderet. Neque tam ingenio, quod non ita ut Italis vividum profitebatur, quam labore improbo, jungendoque noctes diebus profecerat. Inibi eum quoque domesticus morbus invasit, et quicquid a studiis vacabat, altercando semper et mussando, et cum vilissimæ familiæ parte transigebat. Nec tulere querulum senem ae cura erat, sed data venia dimisere; cui prorsus quicquid apud nos Litteraraturæ politiori est debemus. Cum illum revocare non multo post et condonare tantæ virtuti molestos magis quam noxios mores precibus nostris animum induxisset Princeps, nusquam reperiri potuit; donec nuncius venit, eum Parmæ cum medicam factitaret, populari morbo extinctum; idque majori detrimento, quod nullus scripta ejus perlegere possit: tam rudi et confuso charactere utebatur. Libri, quos non editos, sed absolutos legimus de Sacris Eleusiniis, ac de Talis et Tesseris; tum Loci Ethici et Politici, Græcam Latinamque eruditionem in unum mirabili ordine contraxerant. Jam qui Gaspari Aselii nomine circumfertur, licet lactearum venarum inventum ejusdem sit, liber ipse sub oculis nostris ad verbum a Quirino conscriptus est. In altra maniera si volse ad illustrare le antichità uno scrittore poco finor conosciuto, e degno nondimeno di andar del pari co' più rinomati, cioè Giacomo Grimaldi, bolognese di nascita, ma vissuto quasi sempre in Roma, ove fu cherico beneficato di s. Pietro, e ove morì nel 1623. Il sig. co. Fantuzzi è stato il primo a rischiararne la memoria, valendosi de' documenti trasmessigli Alfonso Loschi, che non sono in gran pregio, appena v'ha libro che qui possa essere mentovato; perciocchè il Mappamondo storico del p. Antonio Foresti della Compagnia di Gesù carpigiano di patria non venne a luce che sul principio del nostro secolo. Molti bensì furono gli scrittori delle cose memorabili de' tempi loro, e abbiam tra essi Giorgio Piloni, Giambattista Birago, Alessandro Ziliolo, Vincenzo Forti, il co. Maiolino Biscaccioni più celebre per le sue avventure che per le sue, benchè moltissime, opere (V. Mazzucch. Scritt. it. t. 2, par. 2, p. 1264), Pietro Gazzotti, Girolamo Brusoni da Legnago, le cui vicende pure potrebbon qui occuparci, se il co. Mazzucchelli non ci avesse già dato intorno a questo scrittore un bellissimo articolo (ivi par. 4, p. 2241, ec.). E lo stesso io dirò di Ferrante Pallavicino, tra le cui opere, che presso alcuni hanno il merito d'esser ricercate per la loro oscenità e per la lor maledicenza, abbiamo ancora la Storia delle cose avvenute nel 1636. Il Bayle, il Chaufepiè, il Marchand ne' lor Dizionarj hanno a gara parlato di questo scrittore, che fu decapitato nel fior degli anni in Avignone nel 1644 per dal sig. ab. Marini (Scritt. bologn. t. 4, p. 306, ec.). Con immensa fatica ei trascrisse e transuntò tutti i documenti del copiosissimo ed antico archivio de' Canonici di s. Pietro di Roma, e lo rendette ancora più utili con opportuni ed esattissimi Indici. Formò diligenti cataloghi di tutti gli arcipreti, e canonici e beneficiati della stessa basilica. Copiò tutti i papiri da Paolo V acquistati per la biblioteca vaticana, aggiungendovi gli argomenti, le note, e le spiegazioni delle abbreviature; la qual opera fu poi dal Doni copiata, senza renderne al Grimaldi tutta quella giustizia che gli era dovuta, e pubblicata dal Gori senza pur nominare il Grimaldi. Di queste e di altre opere dello scrittore, niuna però delle quali ha veduta la luce, veggasi il soprallodato co. Fantuzzi. gli scritti satirici da lui pubblicati contro il pontef. Urbano VIII in occasion della guerra di Parma, e in generale contro la chiesa. Ma le opere di esso non son tali, che possano rammentarsi con lode dell'italiana letteratura 14. Molte pure son le opere storiche su gli avvenimenti di questi tempi del co. Galeazzo Gualdo vicentino. Ma esse ancora non sono or molto curate; e chi pur voglia vederne un esatto catalogo può consultarne la Vita scritta da Michelangiolo Zorzi (Calog. Racc. d'Opusc. t. 1) e dal p. Angiolgabriello da S. Maria (Scritt. vicent. t. 6, p. 175, ec.). In maggior credito sono le Storie di Pier Giovanni Capriata, di cui egli pubblicò le due prime parti dal 1613 fino al 1644, e la terza, che giunge al 1660, fu pubblicata da Giambattista figliuol dell'autore, e dedicata a Francesco Maria Imperiali Lercari patrizio genovese a que' tempi splendido protettore de letterati. Ma il più celebre fra tutti gli scrittori della Storia di questi tempi fu Vittorio Seri, su cui perciò ci conviene trattenerci alquanto più a lungo. Egli era parmigiano di patria, e agli 8 dicembre del 1625, in età di circa 18 anni, avea preso l'abito di s. Benedetto in quel monastero di s. Giovanni. Così narra il p. Armellini (Bibl. casin. t. 2), il quale per altro scarse notizie ci dà della vita da lui condotta nel chiostro; e accenna solo, senza indicarne il tempo precisamente, che avendo egli co' primi tomi del suo Mercurio ottenuta fama d'illustre storico, il re Luigi XIV 14 Delle vicende di questo infelice scrittore ha parlato a lungo ed esattamente il ch. sig. proposto Poggiali nelle sue Memorie per la Storia letteraria di Piacenza (t. 2, p. 170, ec.). chiamollo a Parigi, ov'egli poscia passò i suoi giorni; anzi dalla testimonianza di Andrea Raineri, da lui addotta, raccogliesi che avendo il Siri avuta in Francia dal re una badia secolare, depose l'abito religioso, e cambiollo in quello di ecclesiastico, cui tenne fino all'anno 1685, nel qual anno, contandone egli 78 di età, a' 6 di ottobre chiuse i suoi giorni. In fatti egli nelle ultime sue opere si intitola D. Vittorio Siri Consigliere, Elemosinario, et Historiografo della Maestà Christianissima. Il Mercurio politico fu la prima opera che ne rendette celebre il nome. È diviso in quindici tomi, i quali abbraccian la Storia dal 1635 al 1655 15. Ed egli poscia vi aggiunse le Memorie recondite in otto tomi, colle quali ripigliando la Storia più addietro, la conduce dal 1601 al 1640. L'idea del Siri in quest'opera non è solamente di narrare i fatti avvenuti, ma d'indagarne le origini e di raccontare perciò le negoziazioni de' gabinetti e le lor conseguenze, e di pubblicare i documenti che comprovano i suoi racconti. Gran copia di essi in fatti si vede nella Storia del Siri, ch'egli ebbe da alcuni nunzj del papa e da altri ambasciadori di diverse corone, e dai ministri del re Luigi XIV, da cui per opera del card. Mazzarino avea avuti i suddetti titoli con una onorevol pensione; e per esser meglio informato de' fatti, avea egli un vasto carteggio co' ministri di molte corti, come ben raccogliesi e dalla gran copia di lettere ad esso scritte, 15 Due altri tomi inediti del Mercurio del Siri conservansi nella Magliabecchiana, come mi ha avvertito il ch. p. ab. d. Andrea Mazza, a cui debbo molte notizie di questo scrittore. che si conserva nel monastero di s. Giovanni in Parma, e da molte scritte da lui medesimo a questa corte di Modena, da cui fu molto favorito a' tempi del duca Francesco I, le quali si conservano in questo ducale archivio segreto. Quindi è che le dette Storie non sono a leggersi molto piacevoli, perchè sono anzi un tessuto di documenti che un seguito racconto; e l'autore su molti fatti passa assai leggermente, ove non ne ha distinte memorie; e su molti altri è estremamente diffuso. M. le Clerc, che ci ha dato un breve estratto di queste opere del Siri (Bibl. choisie t. 4, p. 138, ec.), avverte ch'essendo egli italiano, e scrivendo tomi voluminosi che poco leggevansi in Francia, ha parlato di Luigi XIII e del duca d'Orleans di lui fratello e de' loro ministri più liberamente che non abbian fatto gli scrittori francesi. Non è però egli ancora esente dall'ordinario difetto degli scrittori pensionati, cioè di ricompensare gli stipendj e i donativi cogli elogi de' lor mecenati, e coll'esporre in aspetto favorevole e glorioso le loro azioni. Benchè queste Storie pel soverchio numero de' volumi e per la loro prolissità siano or poco lette, ne è stata però intrapresa di fresco una traduzione francese col titolo: Mémories secrets des Archives des Souverains d'Europe. Qualche altro opuscolo del Seri, scritto in occasion delle guerre del Monferrato si ha alle stampe, ma sotto finti nomi, cioè Il Politico Soldato Monferrino, e lo Scudo e l'Asta del Soldato Monferrino, il qual secondo libro fu da lui scritto contro il sopraccennato Giambattista Birago che avea pubblicato Il Soldato Politico Indifferente, e contro lo stesso Birago ei diè in luce un altro libro che ha per titolo Il Bollo del Mercurio veridico del Birago. Il p. abate Armellini avverte che nel suddetto monastero di s. Giovanni in Parma conservansi diciotto tomi mss. del Siri, che contengono una raccolta di scritture, di racconti, di discorsi politici, ch'erano probabilmente i materiali da lui raccolti per le sue Storie, e che fra essi vi ha un'altr'opera contro il Birago intitolata: Mitridate di D. Vittorio Siri per l'Istoria di Portogallo, e Mercurio veridico del Dottor Birago. XIII. Anche la Storia generale d'Italia non ha nè tal numero nè tal celebrità di scrittori, che possa farne gran vanto. E niuno ne abbiamo che si accingesse a scriverne una compita Storia delle più antiche memorie fino a' suoi giorni, trattone Girolamo Briani modenese, che nel 1623 pubblicò in Venezia la sua Istoria d'Italia dalla venuta di Annibale sino all'anno di Cristo 1527, in due tomi in 4°, ne' quali vuolsi che avesse parte anche Giovanni di lui fratello (Mazzucch. Scritt. it. t. 2, par. 4, p. 2082, ec.), opera la quale, per riguardo a' tempi ne' quali fu scritta, può annoverarsi tra quelle cui non è inutile la lettura 16. Alcuni, seguendo le vestigie del gran Sigonio, presero a rischiarne la Storia de' bassi tempi, l'origine de' diversi dominj, e le vicende de' popoli che se ne impadronirono. Io veggo citarsi un'opera di Scrittori della Storia generale d'Italia. 16 Il Briani scrisse ancora la Storia di Modena, che non è mai stata stampata. Di esso ho parlato più a lungo nella biblioteca modenese (t. 1, p. 345). Lodovico Rodolfini di Sabbioneta De origine, dignitate, ac protestate Ducum Italia, stampata in Argentina nel 1624 (Mèth. pour. l'Hist. t. 40, p. 403); ma non avendola veduta, non posso darne più esatta contezza. Il co. Emanuel Tesauro patrizio torinese e cavalier gran croce dell'ordine de' ss. Maurizio e Lazzaro, fra le moltissime opere di ogni argomento, che circa la metà del secolo diè alla luce, pubblicò ancora in Torino nel 1664 Il Regno d'Italia sotto i Barbari, opera in cui, come in tutte le altre, si scorge un autore dotato di vivo ingegno, e che avrebbe potuto avere nella repubblica delle lettere onorevol luogo, se non si fosse del tutto abbandonato a' pregiudizj del secolo. Il p. Tommaso Mazza domenicano, sotto il nome di Didimo Rapaligero, pubblicò in Verona nel 1683 una Storia de' Goti, ma a fine principalmente di farvi l'apologia di Annio da Viterbo. Ma Francesco Sparavieri veronese ne scrisse un'erudita confutazione, di cui ragiona a lungo Apostolo Zeno (Diss. voss. t. 2, p. 191). Molto ancor siam tenuti a Felice Osio milanese e professore nell'università di Padova, il quale si accinse a dare in luce le Storie di Albertino Mussato, di Rolandino de' Cortusi e di altri storici de' bassi tempi, e a illustrarle con note. La morte non gli permise di compire il suo lavoro, togliendol dal mondo nella sua peste del 1631, quando egli non era giunto colle sue note che alla metà del libro primo della Storia del Mussato. E per vero dire fu buona sorte delle borse degli eruditi ch'ei non potesse compiere un tal lavoro, che, se ciò accadeva, la Storia sola del Mussato, che pur non è lunghissima, avrebbe occupati più tomi in folio, tanto è fecondo questo commentatore, e tante cose va egli unendo insieme sotto il pretesto di far note al Mussato, e tanto si perde in lunghissime e per lo più inutili digressioni. In questo lavoro ebbe a compagno Lorenzo Pignoria (V. sopra il n. X), e così furono quegli storici pubblicati in Padova nel 1636, e poscia inseriti nel Muratori nella sua Raccolta degli Storici italiani (t. 6). Avea già l'Osio nel 1629 pubblicata ancora la Storia di Lodi di Ottone e di Acerbo Morena, da lui pure illustrata con note, ma più discrete, e questa pure, dopo altre edizioni, è stata di nuovo pubblicata dal Muratori. Utili parimente alla storia dei bassi tempi furon le fatiche e le opere di Camillo Pellegrini, uomo degnissimo di esser posto nel numero de' più benemeriti di questi studj, e il cui nome nondimeno non è sì celebre, come esser dovrebbe tra' dotti. Perciocchè egli fu il primo che, non pago di ricercare gli archivi e le biblioteche, come altri aveano già fatto, per trarne lumi alle loro Storie opportuni, prendesse ancora a far pubblica una bella raccolta di antiche Cronache, e a dar con ciò la prima idea della grand'opera eseguita poi dall'immortal Muratori colla sua collezione degli Scrittori delle cose italiane. Era egli nato in Capova nel 1598, e dopo i primi studj dell'età fanciullesca, mandato a Napoli alle scuole dei Gesuiti, vi apprese la filosofia, la matematica, la lingua greca, e arrolatosi poscia nel clero, aggiunse a questi studj que' della civile e dell'ecclesiastica giurisprudenza e della teologia; e formatasi in casa una privata accademia, venivasi spesso co' suoi accademici esercitando nel ragionare or di uno, or di altro argomento. Fu poscia inviato a Roma, ove conversando co' dotti che ivi erano, e visitando diligentemente gli archivj e le biblioteche, formò l'idea di raccoglier quante più potesse Cronache e monumenti, che concernessero la storia de' bassi tempi, e quella singolarmente della sua patria e di tutto il Regno di Napoli. Grandi furono le fatiche che perciò il Pellegrini sostenne ne' molti viaggi ch'ei fece, e grandi spese ancora convennegli fare per copiare cotai monumenti, e per formarsi innoltre, com'egli fece nella propria sua casa, una pregevol raccolta di antichità d'ogni genere, che poscia, lui morto, andarono miseramente disperse. Frutto di tante fatiche del Pellegrini fu primieramente l'Apparato alle antichità di Capua da lui dato alle stampe nel 1651, in cui minutamente ed eruditamente descrive le parti della Campagna Felice, e ne ricerca la storia e le più antiche vicende. Con quest'opera mostrò egli il suo affetto per la sua patria. Ma maggior vantaggio ei rendette all'Italia coll'altra intitolata Historia Principum Longobardorum, nella quale ei pubblicò la Cronaca dell'anonimo salernitano e parecchi altri monumenti storici che non avevano ancor veduta la luce, illustrò con erudite annotazioni, con dissertazioni, con giunte, quattro agli antichi cronologi pubblicati alcuni anni avanti dal p. d. Antonio Caraccioli teatino, e sparse con ciò gran luce non solo sulla storia delle provincie del regno di Napoli, già da que' principi signoreggiate, ma ancor su quella di tutta l'Italia. Quindi l'opera del Pellegrini, dopo essere stata pubblicata di nuovo e inserita nelle lor collezioni dal Burmanno e dal Muratori, è stata poscia un'altra volta prodotta al pubblico, e con più altre giunte e con diverse Dissertazioni accresciuta e illustrata nel 1749 in Napoli per opera del sig. Francesco Maria Pratilli, a cui parimente dobbiamo la Vita del Pellegrini, ch'ei vi ha premessa. In essa ei ci ragguaglia d'alcune altre opere di diversi argomenti da questo dotto scrittor pubblicate, e ci narra insieme in quai modi la gran copia de' manoscritti da lui raccolti, e delle opere da lui o cominciate, o anche finite, con gran danno della storia venisse a perire. Perciocchè egli veggendosi assai mal condotto di sanità, ordinò a una sua serva che quando ei fosse vicino a morte gittasse alle fiamme tutto quel gran fascio di carte; ed ella udendo un giorno che i medici prediceano sol poche ore di vita, eseguì troppo fedelmente il ricevuto comando con gran dolore del Pellegrini, che essendosi allora alquanto ristabilito, si dolse di avere una serva più del dovere ubbidiente. Poco però ei sopravvisse al fatale incendio, ed essendosi trasferito a Napoli, per cercar da quel clima qualche vantaggio, ivi a' 9 di novembre del 1663 finì di vivere 17. 17 Merita ancor di esser letto ciò che del Pellegrini e delle opere da lui composte ha scritto più recentemente il sig. Francescantonio Soria (Storici napol. t. 2, p. 477, ec.). Il sig. Cammillo Pellegrini da lui discendente, a render più durevole la memoria di questo grand'uomo, ha fatta ristorare e abbellire la casa da lui abitata, e vi ha posto la seguente iscrizione, che è opera del celebre sig. d. Fracesco Daniele: Quas. Aedes. CAMlLLUS. PEREGRINUS. Alexandri. Filius. Illud. Sæculi. Sui. Lumen. Ut. Ab. Urbano. Strepita. Procul. Animo. Quandoque. Vocaret. Ab. Inchoato. Excitaverat. Et. Prisci. Aevi. Monumentis. Vudique. Conquisitis. Ornaverat. Temporum. Iniquitate. Situ et Squalore. Obsitas. XIV. Per ciò che appartiene alla Storia particolare d'Italia di questo secolo, abbiam la storia delle Guerre d'Italia dal 1613 al 1630 di Luca Assarino genovese, ma nato in Siviglia, di cui di più altre opere poco felici da lui pubblicate ragiona il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 2, p. 1170), la Storia d'Italia di Girolamo Brusoni da noi nominato poc'anzi, che fu aspramente criticata, come opera di scrittor mercenario e bugiardo (V. Mazzucch. l. c. t. 2, par. 4, p. 2243), le Memorie istoriche delle Guerre d'Italia di Gianfrancesco Fossati, che poi fu vescovo di Tortona, e morì nel 1653 (Angel. Bibl. Script. mediol. t. 1, pars 2, p. 643), e due scrittori latini, Giuseppe Ricci, che scrisse le cose avvenute in Italia dal 1613 al 1653, oltre un'altra Storia delle Guerre germaniche dal 1618 al 1648, e Paolo Maccio modenese che si ristrinse alle vicende del 1635. Ma l'autore più celebre che a questo luogo appartiene, e di cui quasi ad ogni passo di questo capo potremmo fare menzione se ne venisse onore all'Italia, è Gregorio Leti, fra le cui infinite opere, quasi tutte in genere storico, abbiamo ancora l'Italia regnante, in cui egli ci dà l'idea dello stato di queste provincie ne' tempi in cui egli scrivea. Pochi autori sono stati fecondi di opere al par di lui. Quaranta ne annovera l'Argelati (ib. t. 2, pars 1, p. 800, ec.), e la maggior parte di esse divise in più tomi, che tutti insieme giungono quasi a cento. Oltre l'Italia, la Scrittori della Storia d'Italia di questo secolo. Camillus. Peregrinus. Gasparis. Filius. In. Elegantiorem. Formam. Restituendas. Aere. Suo. Curavit. Anno MDCCLXXXIX. Francia ancora, la Fiandra, la gran Brettagna, l'Impero, la città di Ginevra, le reali case di Brandeburgo e di Sassonia, ebber da esso le loro Storie, e nondimeno non crederono di esser molto onorate da un tale scrittore, il quale volendo scriver moltissimo dovea necessariamente scrivere con gran fretta, e volendo piacere a quelli a onor de' quali scriveva, poco curavasi di dire il vero, ma sol ciò che potesse renderlo ad essi caro e gradito. Quindi in vano si cerca nelle Storie del Leti la sincerità e l'esattezza; e oltre ciò lo stile ne è sì prolisso e diffuso, che non vi ha più efficace rimedio a conciliare il sonno. La mordacità e la satira singolarmente contro la corte di Roma e contro la Religione cattolica è il solo pregio che ne rende care ad alcuni le opere, le quali senza questo bell'ornamento rimarrebbero affatto dimenticate. Vuolsi ch'ei medesimo si vantasse di scrivere ciò che gli parea più opportuno a ricreare i lettori, e che avesse l'impudenza di dire alla delfina di Francia, la quale chiedevagli se vero fosse tutto ciò che egli avea scritto nella Vita di Sisto V, che una cosa ben immaginaria era migliore e più piacevole che la verità. Egli era nato in Milano di famiglia per origine bolognese nel 1630; e nel 1657, avendo fatta in Genova conoscenza con un Calvinista, si lasciò da esso sedurre, e passato a Losanna, e presavi in sua moglie la figlia di un medico calvinista, passò nel 1660 a Ginevra, e vi soggiornò per 20 anni. Navigò poscia in Inghilterra, ove dal re Carlo II fu dapprima onorevolmente accolto e splendidamente premiato. Ma il Teatro britannico da lui pubblicato, avendo irritato lo sdegno di quel monarca, ebbe comando d'uscir dall'isola, e ritiratosi in Amsterdam, vi visse fino al 1701, nel quale anno, a' 9 di giugno, un colpo d'apoplessia il tolse di vita. XV. Assai più spazioso è il campo che ci si offre, se prendiamo a ricercare partitamente gli scrittori della Storia di ciascheduna delle città italiane. Ma debbo io affaticare chi legge aggirandolo dall'una all'altra, e additandogli gli storici di ognuna? Noi ne abbiam già molti cataloghi, e i più copiosi tra essi sono quelli dell'Haim (t. 1, p. 48, ec.) quanto a quelli che scrissero in lingua italiana, della recente edizion di Milano, e quello più generale di m. Drouet nella nuova edizione Del metodo della Storia di m. Lenglet (t. 11, p. 439, ec.), e i più recenti del Coleti e del balì Farsetti. Poco utile e molta noia recherei io dunque con un distinto novero di tutti questi storici; e molto più che molti di essi e per le favole di cui hanno ripiene le loro opere, e per l'infelice stile con cui sono scritte, appena hanno alcun merito per esser ricordati ne' fasti della letteratura. Basterà quindi il nominare alcuni de' più illustri, e il dare solo una generale idea del gran numero degli scrittori di tale argomento, ch'ebbe in questo secol l'Italia. Lo Stato ecclesiastico ne fu forse il più copioso fra le altre provincie. Non parlo degli scrittori della Storia di Roma, perchè essendo essa connessa colla Storia de' Papi, noi ne abbiamo altrove detto quel poco che era a dirsene. Ma delle altre città, compresa ancor le castella, appena Storici delle città particolari dello Stato pontificio. alcuna ve n'ebbe che non avesse il suo storico. Tivoli, Terracina, Sezze, Terni, Rieti, Todi, Nocera nell'Umbria, Ascoli, Foligno, Camerino, Recanati, Cingoli, Fermo, Ancona, Urbino, Cesena, Osimo, Ravenna, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, e anche Monte Alboddo, Verucchio, Spello, e Carbognano, e Cesi, ed altri luoghi ancora parvero gareggiare tra loro nell'avere le proprie loro Storie, e alcune anche n'ebber più d'una. Fra esse però sono singolarmente pregiate il Racconto istorico della fondazione di Rimino, e dell'origine e Vite de' Malatesti di Cesare Clementini, l'Istoria tiburtina di Francesco Marzio, la Storia di Spoleti di Bernardino Campelli, quella di Perugia di Pompeo Pellini, quella di Faenza di Giulio Cesare Tonducci illustrata da Pier Maria Cavina, di cui pure abbiamo un'altr'opera assai erudita intitolata Faventia rediviva. Molti storici ebbe Bologna, e per lasciare in disparte le molte operette di Gianniccolò Pasquali Alidosi, che sono anzi Cataloghi e Indici, che vere Storie, io nominerò solo la Storia di Gaspero Bombaci nobile bolognese che contiene parecchie notizie che invano si cercano presso altri scrittori. Di questo storico e di più altre opere da lui composte, molte delle quali sono parimente dirette a rischiarare la storia della sua patria, ragiona esattamente il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t.2, par. 3, p. 1504) 18. 18 Tra gli storici bolognesi deve anche nominarsi con lode monsignor Giambattista Agocchi bolognese, il quale, dopo diverse onorevoli commissioni avute da' romani pontefici, nel 1624 mandato nuncio apostolico a Venezia, e fatto arcivescovo di Amasia, in quella carica finì di vivere l'anno 1632 alla Motta nel Friuli, ov'egli erasi ritirato per Ferrara, divenuta pure essa città dello Stato ecclesiastico, non ebbe più nè un Giraldi, nè un Pigna. Pregevole è nondimeno, per le notizie che ci somministra, il Compendio istorico delle Chiese di Ferrara di Marcantonio Guarini; nè sono inutili le Memorie degli Eroi di Casa d'Este del co. Francesco Berni, del quale autore e di molte altre opere da lui pubblicate ragiona il suddetto co. Mazzucchelli (l. c. par. 2, p. 995. ec.), e la Cronologia e l'Istoria de' Savi di Ferrara di Alfonso Maresti, autore però molto sospetto, ove si tratta di notizie genealogiche. XVI. Anche i regni di Napoli e di Sicilia ebber non iscarsa copia di storici. Ma pochi ve ne ha che possan proporsi a modello degno d'imitazione. Già abbiamo accennate le opere di questo argomento pubblicate da Giulio Cesare Capaccio. Le due Storie di Napoli di Giannantonio Summonte e di Francesco Capecelatro furono accolte Del regno di Napoli. sottrarsi alla peste. Egli è degno d'elogio singolarmente, perchè in un tempo in cui quasi tutti gli storici andavano follemente perduti dietro gli scrittori di Annio da Viterbo, egli ardì di mostrarne l'impostura nella sua lettera sull'antica fondazione e dominio della Città di Bologna, stampata in quella città e poi tradotta in latino, e inserita nella collezione del Burmanno (Thesaur. Antiq. t. 7). Ei fu ancora coltivatore dell'astronomia e della fisica, come ci mostrano alcune sue opere inedite sulle Comete e sulle Meteore; e come ancora meglio raccogliesi da alcune Lettere da lui scritte al Galilei, pubblicate dal dott. Gio. Targioni Tozzetti (Aggrandim. t. 2, par. 1, p. 87). Del Bombace e dell'Agocchi si posson vedere più distinte notizie negli Scrittori bolognesi del co. Fantuzzi. con plauso, e la prima ebbe l'onore di molte edizioni. L'eleganza dello stile latino rendette pregevole quella che ne pubblicò il p. Giannetasio da noi nominato al principio di questo capo. Il p. d. Antonio Caraccioli teatino da noi nominato poc'anzi, oltre la pubblicazione delle antiche Cronache già accennate, raccolse ancora con molta erudizione i Monumenti sacri della chiesa di Napoli, e ne formò un'ampia opera in latino, che però non fu pubblicata che nel 1645 dopo la morte dell'autore 19 . Riguardo alle altre città del regno, le Antichità di Capova di Cammillo Pellegrino da noi già mentovato 19 A questo argomento appartiene ancora la Napoli sacra di Cesare Eugenio, dal cognome della madre detto anche Caracciolo, stampata in Napoli nel 1623, e in cui tratta dell'origine delle chiese, degli spedali, ec. di quella città. Carlo de Lellis vi aggiunse la parte II, stampata ivi nel 1654. di lui parla più volte lodato Soria (Degli Stor. napol. par. 1, p. 225). Presso lui si potranno vedere più diffuse notizie intorno a tutti gli storici che illustrarono le vicende del medesimo regno. E belle singolarmente son quelle ch'egli ci ha date intorno al Summonte (t. 2, p. 570). Il pover'uomo, appena pubblicati i primi due tomi della sua Storia nel 1601, si vide arrestato e chiuso in prigione, o perchè i magistrati vi avesser trovato di che punirlo, o perchè le private passioni si coprissero coll'autorità de' magistrati. Tutte le copie del primo tomo furon date alle fiamme, benchè pur dicasi che alcune ne fosser sottratte; ed ei dovette, stando in prigione, rifarlo a talento de' revisori; e fu costretto a diffondere il secondo con frapporre qua e là diverse cartucce. Allora ei riebbe la libertà; ma morì poco appresso a' 29 di marzo del 1602. Ei lasciò due altri tomi della sua Storia, che furono poscia stampati non senza molte contraddizioni nel 1640 e nel 1643. Ne fu poscia fatta una nuova edizione nel 1675. Benchè quest'opera superi per molti riguardi le altre che l'avevano preceduta, egli ancora però vi ha inserite favole e novelle in buon numero. con qualche altra dissertazione dello stesso dotto scrittore, le Memorie di Biseglia, e la Cronologia de' Vescovi di Siponto di Pompeo Sarnelli vescovo della prima città e ancor più noto per le sue Lettere ecclesiastiche, son le migliori che si possano rammentare, benchè moltissime sieno le Storie delle altre particolari città di quel regno. Più felice, a mio credere, nella sceltezza e nel valor de' suoi storici fu in questo secolo la Sicilia. Rocco Pirro natio di Neto, che, dopo essere stato onorato con diversi cospicui impieghi ecclesiastici, morì in Palermo nel 1651 in età di 74 anni, gran luce sparse sulla storia ecclesiastica di quell'isola colla sua Sicilia sacra, in cui pubblicò tanti pregevoli monumenti raccolti dalle chiese tutte del regno, e da lui eruditamente illustrati (V. Mongit. Bibl. sicula t. 2, p. 201). E circa il tempo medesimo il p. Ottavio Gaetano siracusano gesuita, che alla nobiltà congiunse lo splendore delle più rare virtù, andava raccogliendo dagli archivj e da' codici antichi le più sicure memorie per gli Atti de' Santi di quest'isola. Egli però non ebbe tempo di pubblicarli, ed essi non vennero a luce che nel 1657 in due tomi in foglio, cioè trentasette anni dappoichè egli era morto; e assai più tardi ancora, cioè nel 1707, ne fu dato al pubblico un'erudita introduzione, da lui intitolata Isagoge, alla Storia ecclesiastica dell'isola stessa. Di questo autore e di altre opere da lui composte più distinte notizie somministrerà a chi le brami il suddetto Mongitore (ib. p. 110, ec.). Riguardo alla Storia profana dell'isola abbiamo quella di Giuseppe Buonfigli Costanzo divisa in tre parti, che da' tempi più antichi scende fino alla morte di Filippo II, e che fu stampata nel 1613 in Messina, patria dell'autore che di essa ancora ci diede la descrizione in otto libri (ib. t. 1, p. 375; Mazzucch. Scritt. it. t. 2, par. 4, p. 2383). Sono anche in pregio tra gli eruditi gli Annali di Palermo di Agostino Inveges sacerdote siciliano, morto nel 1677, e autore di più altre opere quasi tutte dirette a illustrar la storia della Sicilia, molte delle quali però sono inedite (Mongit. l. c. p. 87). Il Discorso dell'origine ed antichità di Palermo, e de' primi abitatori della Sicilia e dell'Italia di d. Mariano Valguarnera nobilissimo palermitano, stampato in Palermo nel 1614, è uno de' più eruditi libri che su questo argomento in quel secolo pubblicassero. E fu veramente il Valguarnera uomo e nelle scienze e nelle lingue dottissimo, e avuto perciò in altissima stima così dalla corte di Spagna, ove fu per alcuni anni, come dal pontef. Urbano VIII, e da più eruditi uomini di quell'età (ib. t. 2, p. 44, ec.). Anche le Memorie istoriche di Catania di d. Pietro Carrera, L'antica Siracusa illustrata di d. Giacomo Buonanni duca di Montalbano, le Notizie istoriche di Messina di Placido Reina, e altre particolari Storie delle città di quell'isola, per gli antichi monumenti che in esse s'illustrano, possono aver luogo tra le opere utili alla storia. E forse non vi ebbe regno e provincia, in cui tanto s'impegnassero i dotti in ricercare e in illustrare le loro antichità e le Storie quanto in quell'isola. XVII. La Toscana, sede in questo secolo e centro della grave non meno che della piacevole letteratura pare che della storia sola non fosse molto sollecita; e forse ciò avvenne, perchè tanto si erano in ciò adoperati gli scrittori del secolo precedente, che poco avean lasciato a' lor posteri in che occuparsi. Abbiam nondimeno le Serie degli antichi Duchi di Toscana di Cosimo della Rena, uomo nelle antichità e nelle etrusche singolarmente assai dotto, di cui si posson veder notizie ne' Fasti dell'Accademia fiorentina (p. 624), della quale fu console nel 1673, e la Firenze illustrata di Ferdinando Leopoldo del Migliore, di cui però vuolsi da alcuni che il vero autore fosse Pietro Antonio dell'Ancisa, che molto si adoperò nel raccogliere dagli archivj scritture e documenti per la Storia delle Famiglie fiorentine (V. Mazzucch. Scritt. it. t. 1, par. 2, p. 682). Nel che pure affaticossi molto Bernardo Benvenuti natio di Empoli, maestro de' principi figli del gran duca Cosimo II, priore di s. Felicita nella sua patria, e morto l'ultimo giorno del 1699, in età di 66 anni. Avendo egli fatte grandi ricerche negli archivj di Firenze, compilò l'opera intitolata il Priorista, divisa in più tomi, in cui delle più illustri famiglie di quella città dà minute ed esatte notizie. Ma essa non ha mai veduta la luce (ivi t. 2, par. 2, p. 885, ec.). Il Discorso cronologico dell'origine di Livorno del p. Niccolò Magri agostiniano, le Pompe sanesi del p. Isidoro Ugurgieri domenicano, le Memorie di Pisa di Paolo Tronci, le Storie di Pistoia di Michelangelo Salvi, son le migliori tra le opere che appartengono alla storia delle altre città della Toscana; benchè niuna di esse sia Della Toscana. tale che non abbisogni di correzioni e di giunte in bon numero. XVIII. Più felice nel numero e nel valor de' suoi storici fu la Repubblica di Venezia, e il costume di commettere un tal lavoro per pubblica autorità a chi si credesse a ciò più opportuno, giovò non poco a mantenere e ad avviar questo studio fra' Veneziani. Dopo il Paruta, di cui abbiam detto nella Storia del secolo precedente, fu trascelto all'incarico di scriver la Storia veneta Andrea Morosini, uomo, dice il ch. Foscarini (Letterat. venez. p. 257), di lunga esperienza nel governo, e consumato negli studi della più colta erudizione. Egli volle scriverla in lingua latina, e prese perciò a continuare quella del Bembo, e colla fatica di oltre a vent'anni la condusse dal 1521 fino al 1615. Non potè però darle l'ultima mano; ed essendo venuto a morte nel 1618, fu dato l'incarico a Lorenzo Pignoria di porla in istato di uscire alla pubblica luce; ma egli ancora si duole di non aver potuto prestarle quell'opera di cui avrebbe abbisognato. Qual ella uscì nondimeno nel 1623, fu ricevuta con grande applauso, e la sincerità, l'eloquenza e l'eleganza con cui è scritta, la fecero annoverare tra le migliori che questo secol vedesse. Tre altri furon poi destinati al medesimo impiego, Niccolò Contarini, eletto indi doge nel 1630, e morto l'anno seguente, Paolo Morosini fratello dell'Andrea, e Jacopo Marcello. Ma la Storia del primo si giace tuttora inedita, il secondo Della Repubblica di Venezia. invece di proseguire l'altrui lavoro, volle scrivere una Storia generale della città dalla fondazione di essa fino al 1487 in cui si desidera una maggior esattezza nell'indicare i fonti e le pruove delle sue asserzioni, ed il terzo gittò al fuoco ciò che avea scritto (ivi p. 259, 277, ec.). Succedette ad essi Giambattista Nani chiarissimo senator veneziano impiegato dalla repubblica nelle più onorevoli ambasciate, e morto in età di 63 anni nel 1678. La Storia della Repubblica da lui scritta in lingua italiana, e divisa in due parti, che abbraccia lo spazio corso tra 'l 1613 e 'l 1671, si ha in concetto di opera per la veracità de' racconti e per la sodezza delle politiche riflessioni pregevolissima, a cui manchi solo uno stile alquanto più semplice e più elegante. E del plauso con cui fu accolta, son pruova le traduzione fattene nelle lingue francese ed inglese. Innanzi alla nuova edizione fattane in Venezia nella Raccolta degli Storici veneziani, si è premessa la Vita di questo celebre storico, scritta dal p. d. Pier Caterino Zeno somasco. L'ultimo che in questo secolo si accingesse per pubblica autorità alla stessa fatica, fu Michel Foscarini, la cui Storia, stampata nel 1696, non ebbe plauso uguale a quello che avuto avea quella del Nani, e ch'ebbe poi quella di Pietro Garzoni, stampata sul principio di questo secolo, di cui non è di questo luogo parlarne. Io lascio in disparte altre men celebri Storie della stessa Repubblica, di Giambattista Contarini, di Francesco Verdizzotti, di Giacomo Carusio, di Giambattista Veri scrittor latino elegante. Di Alessandro Maria Vianoli, e di quelle delle guerre da' Veneziani avute co' Turchi di Andrea Valiero, di Girolamo Brusoni, e di Alessandro Locatelli, e i libri scritti all'occasione del famoso Squittinio della libertà veneta, e diverse opere sul dominio del Mare adriatico, perchè non vi ha cosa che meriti grandi elogi. XIX. Alcune fra le città suddite alla Repubblica venete ebbero storici, se non molto eleganti, almen diligenti abbastanza, riguardo al secolo in cui viveano. Le opere già da noi mentovate sulle antichità di Padova dell'Orsato, del Tommasini, del Salomoni, del Pignoria, illustrarono molto la storia di quella città; il che pure studiossi da fare, come meglio potè, Angelo Portenari religioso agostiniano ne' suoi nove libri Della felicità di Padova, stampati nel 1623. La Storia di Vicenza di Jacopo Marzari, e la Storia ecclesiastica della stessa città di f. Francesco Barbarano de' Mironi cappuccino, posson giovare a dar qualche lume finchè non se ne abbia una migliore 20. Quella di Verona scritta dal co. Lodovico Moscardo è lodata dal march. Maffei (Ver. illustr. par. 2, p. 471); ed ei si rendette ancora utile alla patria per l'insigne museo da lui raccolto e da noi altrove citato. Già abbiam parlato delle Memorie bresciane di Ottavio Rossi, di cui abbiamo gli Elogi storici de' Delle città dello Stato veneto. 20 Miglior di queste è l'opera di Silvestro Castellini, che circa il 1620 scrisse gli annali della sua patria, e li corredò di diplomi e di altri autentici monumenti. Quest'opera non ha veduta la luce che pochi anni addietro. Del Marzari e del Barbarano veggansi gli Scrittori vicentini del p. Angiolgabriello da S. Maria (t. 5, p. 215; t. 6, p. 135). Bresciani illustri, e si può ad essi aggiugnere il Ristretto della Storia bresciana di Leonardo Cozzando. L'Istoria quadripartita di Bergamo di f. Celestino cappuccino, e l'Efemeride sacro-profana del p. Donato Calvi agostiniano mostrano il desiderio ch'ebbero questi scrittori di illustrare la loro patria, e al primo deesi anche lode maggiore pel pubblicar ch'ei fece parecchie carte de' bassi tempi. Due buoni storici ebbe Trivigi in Bartolommeo Burchellati e in Giovanni Bonifacio. Per le notizie della vita di questi due storici io rimanderò i lettori a' diligenti articoli che ce ne ha dati il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 4, p. 2426, ec.; par. 3, p. 1652, ec.), il quale ancora annovera minutamente tutte le opere da essi composte, poichè questi due scrittori parevano gareggiare tra loro a chi fosse più fecondo ne' parti del loro ingegno. Il Burchellati scrisse in latino, e avendo radunata gran copia di monumenti e di notizie concernenti la storia della patria, pubblicò nel 1616 col titolo Commentariorum Memorabilium multiplicis Historiae tarvisinae locuples Promptuarium, titolo che corrisponde appunto all'opera che si può considerare come un magazzino pieno di merci, non tutte però di ugual valore, e a sceglier le quali fa d'uopo di fino discernimento. Il Bonifacio, ch'era natio di Rovigo, e che visse fino al 1635, scrisse in italiano una seguita ed esatta Storia di Trevigi, e fin dal 1591 la diè in luce. Quindi rifacendosi sul suo lavoro, l'ampliò, la corresse e la continuò fino al 1623, valendosi anche dell'opera pubblicata frattanto dal Burchellati. Ma questa Storia così migliorata, fu da lui lasciata inedita, e non venne a luce che nel 1744, ed è degna di aver luogo tra le migliori Storie delle città italiane. L'antica Storia del Friuli, scritta in latino da Arrigo Palladio di lui nipote. Non ugualmente pregiate son quelle di Feltre di Girolamo Bertondelli, di Belluno di Giorgio Piloni 21 e l'Udine illustrata di Giangiuseppe Capodagli. Io aggiugnerò qui per ultimo, benchè questa città sia di dominio austriaco, la Storia di Trieste del p. Ireneo dalla Croce carmelitano scalzo, stampata in Venezia nel 1698, che per le antichità in essa pubblicate fu onorata di molti encomi, e leggesi tuttora con frutto. XX. Molte ancora sono le opere colle quali fu in questo secolo illustrata la città di Milano. Io però non farò che accennare quelle di d. Placido Puccinelli monaco casinese, di Girolamo Borsieri, di Carlo Torre, per tacer d'altri anche men buoni scrittori. Le Storie latine di Giuseppe Ripamonti canonico della Scala furono applaudite finchè lo stil gonfio e ampolloso ebbe plauso. Ma al risorgere del buon gusto, se ne sminuì di molto il pregio; e a' lumi della critica innoltre vi si scoprirono molti errori. Bella ed erudita è Storici milanesi: elogio del Puricelli. 21 La città di Feltre ebbe un altro storico nel p. Benedetto Bovio domenicano natio di nobil famiglia nella stessa città, che nel 1682 pubblicò in Trevigi un'opera intitolata: La Città di Feltre compendiosamente descritta quanto alla sua antichità, ec. Di lui e delle molte altre opere da lui pubblicate, e di tre altri uomini illustri della famiglia medesima, si può vedere un'erudita Dissertazione del sig. co. Giovanni Trieste canonico della cattedral di Trevigi (Nuova Racc. d'Opusc. t. 17, p. 15, ec.). la dissertazione De metropoli mediolanensi del p. Eustachio da S. Ubaldo agostiniano scalzo per le diligenti ricerche che vi s'incontrano sull'ecclesiastiche antichità. Giannantonio Castiglione sacerdote milanese, morto in occasion della peste del 1630, fu attento ricercatore degli antichi monumenti ecclesiastici della sua patria, e oltre più altre opere sì stampate che inedite, le quali si annoverano dall'Argelati (Bibl. Script. mediol. t.1, pars 2, p. 370, ec.), molte egli ne pubblicò nella sua opera stampata in Milano nel 1625, e intitolata Mediolanenses Antiquitates, libro che rappresenta l'immagine e dà la descrizione di molti cotai monumenti da lui veduti in diverse chiese di Milano, e in quella singolarmente di s. Vincenzo, all'occasion dei quali egli dottamente ragiona su molti punti d'ecclesiastica erudizione. A niuno però tanto debbon le storie e le antichità milanesi quanto a Giampietro Puricelli, uomo veramente dottissimo, e dotato di una critica a que' tempi maravigliosa. Nato in Gallarate nella diocesi di Milano a' 23 di novembre del 1589, prima alle scuole de' Gesuiti nella detta città, poscia in quel seminario, coltivò non solo gli studj proprj dell'età giovanile, ma anche i più gravi, applicandosi fra le altre cose allo studio delle lingue greca ed ebraica, e dando segni di vivo ingegno e di una instancabile avidità di apprendere cose nuove. Un uomo tale non poteva fuggire agli sguardi del gran cardinale Federigo Borromeo. Ei gli fu infatti carissimo, e venne da lui adoperato ne' più onorevoli impieghi che affidar si possano ad un ecclesiastico, e dopo altre dignità, fu sollevato a quella di arciprete nella basilica di s. Lorenzo nel 1629. L'anno seguente, mentre in Milano infieriva la peste, consecrossi con sommo zelo al servigio degl'infermi, e fu il solo tra' canonici di quella chiesa, che ne campasse. E io mi ricordo di aver letto tra' codici della biblioteca ambrosiana il lagrimevol Diario da lui scritto di giorno in giorno delle stragi che la peste menava nel suo capitolo. In mezzo alle fatiche del sacro suo mistero, ei trovò tempo di occuparsi in dotte ricerche, quanto potesse fare l'uomo più libero ed ozioso. Ei diessi principalmente a ricercare gli antichi diplomi e le carte che si stavano dimenticate ne' polverosi archivj, e fu un de' primi a far saggio uso dei lumi che la diplomatica ci somministra. L'archivio singolarmente dell'imperial basilica di s. Ambrogio fu da lui esaminato diligentemente, e raccoltene moltissime carte, se ne valse a scrivere la sua opera intitolata Ambrosianae Basilicae Monumenta, una delle più dotte e delle più critiche che in questo secolo si vedessero, in cui la storia ecclesiastica generale, e quella in particolare della chiesa di Milano, vengon mirabilmente illustrate. Le Dissertazioni su' ss. martiri Gervaso e Protaso, Nazzario e Celso, Arialdo ed Erembaldo, e quella su' sepolcri de' ss. Ambrogio, Satiro e Marcellina loro sorella, e la Vita dell'arcivescovo Lorenzo primo di questo nome, son piene anch'esse di scelta erudizione, benchè non sieno esenti da qualche errore. Ma le opere stampate del Puricelli sono la menoma parte di quelle che da lui furon composte. Si vegga il lungo e minuto catalogo datocene dall'Argelati (ib. t. 2, pars 1, p. 1135), e si faranno le maraviglie com'ei potesse scrivere su tanti e sì diversi argomenti, principalmente di storie ecclesiastiche. Io ho avuta la sorte più anni addietro, per singolar gentilezza del ch. sig. dottore Baldassarre Oltrocchi prefetto della biblioteca ambrosiana, di vederne e di leggerne un gran numero, e confesso ch'io non finiva allora di ammirare e l'instancabile pazienza del Puricelli nel raccogliere sì gran copia di monumenti, e l'erudizione vastissima nel farne uso. Ei si era applicato principalmente a radunare gli antichi monumenti degli Umiliati, dei quali anzi si dice comunemente, e affermalo ancor l'Argelati, ch'egli scrivesse la Storia. Ma, a dir vero, ei non la scrisse. Egli adunò bensì una rara copia di pergamene, e ne fece copia, e non solo dagli archivj milanesi, ma li trasse ancora da molte altre città d'Italia per mezzo di eruditi amici; e raccolse quante potè trovare notizie su questo argomento, le quali veggonsi sparse in diversi codici dell'Ambrosiana. Scrisse ancor qualche cosa sugli uomini di quell'Ordine celebri per santità, e sull'estinzion del medesimo. Ma o non ebbe agio a compir l'opera meditata, o gli parve di non avere ancora raccolta bastevol copia di monumenti. Delle fatiche di questo grand'uomo io mi son poscia giovato nel comporre la mia opera sullo stesso argomento, e benchè le moltissime carte da lui non vedute, e da me fortunatamente scoperte, mi abbian recato gran lume, io però forse non l'avrei potuta condurre a fine, se il Puricelli non mi avesse aperta e segnata la via. Egli finì di vivere nel 1659 in età di 70 anni; e il nome ne rimarrà immortale e glorioso presso i saggi estimatori della vera erudizione. XXI. Qualche storico ci additano ancora le altre città che or compongono lo Stato di Milano. Alcune opere di Giuseppe Bresciani, le quali però son Cataloghi anzi che Storie, e che si annoverano dal co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 4, p. 2075, ec.), dan qualche lume per la storia di Cremona, la qual città meriterebbe per altro di avere una migliore Storia. Pavia che alcune Storie avea avute nel secolo precedente, niuna n'ebbe in questo. Ad essa però è utile l'opera del p. Romoaldo da S. Maria agostiniano scalzo intitolata Flavia Papia sacra, per le notizie, benchè non tutte sicure nè sempre esatte, che vi si trovano sparse entro. Miglior sorte ebbe Como, perciocchè, oltre il Compendio delle Cronache di quella città di Francesco Ballerini, che non è cosa di molto pregio, abbiamo gli Annali sacri di essa, scritti dal p. d. Primo Luigi Tatti cherico regolare somasco, che le prime due decadi ne stampò nel 1675 e nel 1683, e ne fu poi pubblicata la terza deca con alcune giunte in due tomi dal p. d. Giuseppe Maria Stampa dell'Ordine stesso nel 1734 e nel seguente; ed è opera che, benchè forse più del dovere diffuso, pe' documenti però, che vi si contengono, è assai utile alla storia. Anche la città di Lodi, oltre la Storia scrittane da Giambattista Villanova, ha i Discorsi istorici di Difendente Lodi, in cui si Delle altre città dello Stato di Milano e di Mantova. trovano su varj punti della storia de' bassi secoli assai erudite ricerche. Io non parlo delle Storie di alcune particolari castella, o borghi, come di Treviglio, di Meda, di Campione, di Castellone, perchè esse non possono sollecitar molto la curiosità degli eruditi. Alle Storie dello Stato di Milano voglionsi aggiugnere quelle di Mantova, che tre storici di qualche nome ebbe in questo secol medesimo. Il primo è il p. Ippolito Donesmondi minor osservante, che ce ne diede la Storia ecclesiastica; il secondo è Antonio Possevino il giovane, nipote del celebre gesuita, che in latino scrisse la Storia de' Gonzaghi signori di quella città, e innoltre quella della guerra del Monferrato dal 1612 al 1618; il terzo è Scipione Agnelli Maffei vescovo di Casale, che una voluminosa Storia di quella città pubblicò nel 1675. Ma niuna di queste Storie è tale che corrisponda al merito di quella città, e soddisfaccia alle brame de' dotti. XXII. Più scarse furono di storici le altre provincie d'Italia. Modena ebbe dal suo Lodovico Vedriani due tomi di Storia, e parecchi altri volumi di Vite de' suoi Vescovi, de' suoi Cardinali, de' suoi Santi, de' suoi Artisti, de' suoi Dottori; ed essa gli debb'esser grata del buon desiderio ch'egli ebbe d'illustrar la sua patria, e delle molte fatiche che perciò sostenne. Ma dee ancora bramare che venga un giorno chi con ordin migliore e con maggior esattezza ne scriva la Storia. Il Compendio storico di Reggio di Fulvio Azzari è troppo picciola Delle altre provincie d'Italia. cosa per esser qui rammentata, e la Storia diffusa ch'egli ne scrisse, si giace inedita, e ne ha copia l'Estense 22. Qualche opera di Ranuccio Pico intorno alla Storia di Parma non ha pregio molto maggiore. Assai più dotto scrittore ebbe Piacenza, che nella Storia ecclesiastica di essa, scritta dal can. Pier Maria Campi, e stampata in tre tomi nel 1659 e negli anni seguenti, ci mostra un'opera piena di autentici e finallora inediti monumenti, e in cui solo sarebbe talvolta a bramare che l'autore di più rigorosa critica avesse usato nel discernere i veri da' falsi, e nel dedurne le conseguenze. Genova, paga di aver avuto nel secolo precedente un Foglietta e un Bonfadio, parve che si sdegnasse di avere altri storici 23. 22 Il Compendio della Storia di Reggio non è opera dello stesso Fulvio Azzari, di cui è l'ampia Storia ms., come qui sembra indicarsi, ma di Ottavio di lui fratello (Bibl. moden. t. 1, p. 113). 23 Un altro storico ebbe Genova, il quale però, più che per opere storiche, debb'esser rammentato per un nuovo genere di componimento che ideò egli il primo, e che poscia è stato da tanti altri eseguito e perfezionato. Parlo di Giampaolo Marana nobile genovese, il quale essendosi lasciato avvolgere nella trama ordita, ma inutilmente, l'anno 1672 da Rafaello della Torre per far cadere Savona nelle mani del duca di Savoia, è costretto perciò a fuggire, ritirossi a Monaco, e indi a Lione, ove nel 1682 pubblicò la Storia di quella congiura. Passato indi a Parigi, compose ivi nel 1684 l'altra opera, per cui è meritevole di maggior nome, intitolata l'Espion Turc in sei volumi, in cui finge che una spia mandata perciò dal sultano in Francia, faccia la relazione di ciò che vi è accaduto dopo il 1637, libro che per la novità dell'idea, e per l'arte del racconto, fu assai applaudito, almeno ne' primi tre volumi, e fu perciò imitato poscia da molti. Egli pubblicò ancora nel 1690 un Compendio de' più memorabili avvenimenti del regno di Luigi XIV. Dicesi ch'egli tornato poscia in Italia, Non così il Piemonte, che molti ne ebbe; e lasciando in disparte la grand'opera del Guichenon, che non appartiene all'Italia, due indefessi ricercatori delle notizie storiche del Piemonte diede in questo secolo la nobilissima famiglia Della Chiesa di Saluzzo, Lodovico senatore e consigliere del duca Carlo Emanuele I, e Francesco Agostino di lui nipote vescovo di Saluzzo 24. Del primo abbiamo la Storia del Piemonte, quella dell'origine del real Casato di Savoia, e quella della sua patria Saluzzo, scritta in italiano; e in latino le Vite de' Marchesi di Saluzzo, e alcune osservazioni storiche, oltre altre opere che non sono di questo luogo. Del secondo abbiamo la Serie de' Cardinali, de' Vescovi, degli Abati del Piemonte, la Corona reale di Savoia, il Catalogo degli Scrittori piemontesi e savoiardi, oltre moltissime altre opere in gran parte inedite, delle quali si può vedere il catalogo presso il Rossotti (Syllab. Script. Pedem. p. 199). Anche il co. Emanuel Tesauro, da noi nominato poc'anzi, ci diè le Storie del Piemonte e della città di Torino. Ma tutte queste opere sanno troppo il gusto del secolo de' loro autori, e oltre i difetti dello stile, manca loro quell'esattezza e quel giusto discernimento, senza il quale le opere storiche, in vece e rinchiusosi in una solitudine, vi morisse l'anno 1693 (Dict. des Homm. Ill. ed. de Caen, 1779, t. 4, p. 346). 24 Di Lodovico e di Francesco Agostino Della Chiesa e delle opere loro, e di più altri di questa nobil famiglia, si troveranno più distinte notizie nell'Elogio ad essi tessuto dal sig. collaterale Gaetano Giacinto Loya (Piemontesi ill. t. 4, p. 19, ec.), ove anche molti altri lumi s'incontrano alla storia letteraria del Piemonte opportuni. di recar lume alle vicende de' secoli trapassati, le confondono e oscurano maggiormente. Il che pure vuol dirsi di alcune Storie delle città del Piemonte e degli altri Stati soggetti ora alla real casa di Savoia, come degli Annali d'Alessandria di Girolamo Ghilini, della Storia di Tortona di Niccolò Montemerlo, di quella d'Asti del co. Guid'Antonio Malabaila, dell'opera del p. ab. Malabaila cisterciense, intitolata Clypeus Civitatis Astensis, delle opere intorno alla Storia di Vercelli di Carlo Amedeo Bellini, del p. Aurelio Corbellini agostiniano, e del can. Marco Aurelio Cusano, e delle Storie di alcune altre città di quelle provincie, di cui non giova il far distinta menzione 25. 25 Uno de' migliori storici che in questo secolo avessero i dominj della real corte di Savoia, fu Pietro Gioffredo nato in Nizza a' 16 d'agosto del 1629. Nel 1663 ebbe il titolo d'istorico di Savoia, e a' titoli si aggiunser presto le sovrane beneficenze, perciocchè, oltre l'esser stato nominato nel 1665 rettore della parrocchia di s. Eusebio in Torino, e oltre alcuni altri beneficj ecclesiastici poscia ottenuti, nel 1673 fu nominato limosiniere, precettore e consigliere del principe del Piemonte, che fu il re Vittorio Amedeo, coll'annuo trattenimento di lire 2250 oltre lire 500 di stipendio e la tavola per lui e per un servidore; l'anno seguente fu ancor nominato bibliotecario collo stipendio di lire 300. Nel 1677 fu ascritto alla cittadinanza, e nel 1679 fu fatto cavaliere dell'Ordine de' ss. Maurizio e Lazzaro. Egli finì di vivere in Nizza agli 11 di dicembre del 1692. Il Rossotti (Syllab. Script. Pedemont p. 489) ne accenna le opere sì stampate che inedite. Fra le prime, la più pregevole è quella che per titolo Nicæa Civitas sacris monumentis illustrata, stampata in Torino nel 1658, e inserita poi dal Burmanno nella sua raccolta (Thes Hist. Ital. t. 9, pars 6). Fra le inedite son degne di particolar menzione la Corografia e Storia delle Alpi marittime, il cui originale conservasi in Torino negli archivj di corte, e la XXIII. Come ne' secoli precedenti, così in questo ancora, oltre gli scrittori delle cose d'Italia, molti altri n'ebbe, che si occuparono nella Storia degli altri regni. Anzi dobbiam confessare che i più illustri storici che produsse in questo secol l'Italia, più che delle vicende della lor patria, furon solleciti di tramandare a' posteri la memoria delle straniere, forse perchè parve loro che più luminoso argomento di storia esse somministrassero. Ciò però non dee intendersi riguardo all'Impero germanico, i cui avvenimenti ebber tra noi alcuni storici, ma non di molto valore. Se la magnificenza della edizione fosse pruova dell'eccellenza di un'opera, appena vi sarebbe storico che potesse paragonarsi a Giovanni Palazzi veneziano, di cui abbiamo otto gran tomi, co' titoli Aquila inter Lilia, Aquila Saxonica, ec., e un altro italiano intitolato Aquila romana, stampati in Venezia dal 1671 al 1679, ne' quali abbraccia la Storia di tutti gl'Imperadori da Carlo Magno fino ai suoi tempi, stampati con lusso non ordinario. Ma benchè egli fosse dall'imp. Leopoldo onorato di regali, di onori e di carica di suo istoriografo (Cl. Venet. Epist. ad Maliab. t. 2, p. 179), Italiani scrittori della Storia d'Allemagna. Storia dell'Ordine de' ss. Maurizio e Lazzaro, il cui originale è parimente in Torino. Tutte queste opere per la esatta critica, per la chiarezza dell'ordine, per la sobrietà dello stile e per l'ampiezza dell'erudizione, son tanto più degni di stima, quanto più rari erano allora tai pregi negli scrittori di storia. Di queste notizie io son debitore al ch. sig. baron Giuseppe Vernazza. essi però si giacciono ora dimenticati, e non va a chi spiaccia di esserne privo. Migliore è la Storia della guerra dal re Gustavo Adolfo fatta nell'Allemagna, scritta in latino da Pier Battista Borgo genovese (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1761), sul qual argomento abbiamo ancora un'altra Storia parimente in latino di Giuseppe Ricci, e in italiano di Maiolino Bisaccioni e del co. Galeazzo Gualdo, autori già da noi rammentati, e de' quali abbiam veduto qual conto si debba fare. Anche le Vite dell'imp. Leopoldo, scritte da Giambattista Comazzi e da Carlo Giuseppe Reina, non sono tali che il mentovarle torni a grande onor dell'Italia 26 . XXIV. Alcuni degli autori più volte in questo capo già mentovati, presero anche ad argomento delle lor opere la Storia di Francia, come il Gualdo, il Leti ed altri. Ad essi si può aggiugnere il co. Alessandro Roncoveri piacentino che ci ha data una Storia del regno di Luigi XIII, e Beniamino Priuli, che in latino descrisse le turbolenze di quel regno dopo la morte del detto monarca, del qual storico si posson vedere esatte notizie presso il ch. Foscarini (Letterat. venez. p. 401) e presso Della Storia di Francia: elogio del Davila. 26 A questo luogo appartiene parimente una pregevole operetta di monsig. Carlo Caraffa vescovo di Aversa, e già nuncio del papa all'imperador Federico II, intitolata: Commentaria de Germania Sacra restaurata sub Summis Pontificibus Gregorio XV et Urbano VIII regnante Ferdinando II, stampata in Colonia nel 1639 in 8, in cui s'espone tutto ciò che di più memorabile era in quelle provincie avvenuto dal 1620 sino al 1629. il p. Niceron (Mém. t. 39, p. 298). Sopra tutto però le guerre civili che nel secolo precedente aveano sconvolto quel regno, diedero argomento di storia a molti scrittori italiani. Ci basti accennare quelle del p. Stefano Cosmi somasco e generale della sua religione, di Omero Tortora pesarese, e di Alessandro Campiglia; le quali non mancano de' loro pregi, ma che cedon molto a quella di Arrigo Caterino Davila, uno de' più illustri storici che questo secolo abbia prodotti. Il diligentissimo Apostolo Zeno innanzi alla magnifica edizione di questa Storia, fatta in Venezia nel 1733, ha premessa la Vita di questo rinomato scrittore, ripurgandola dalle favole di cui molti e il Papadopoli singolarmente (Hist. Gymn. patav. t. 2, p. 126), l'aveano ingombra. Il p. Niceron ce ne ha poi dato un compendio (Mém. des Homm. ill. t. 39, p. 126), un più breve epilogo ne darem qui noi pure. La Pieve del Sacco nel territorio di Padova fu la patria del Davila che ivi nacque a' 30 di ottobre del 1576 da Antonio Davila, già contestabile del regno di Cipro, che, perduti in quell'isola tutti i suoi beni, quando i Turchi la presero nel 1570, fu costretto a partirne. Gli furon posti i nomi di Arrigo Caterino in grazia di Arrigo III re di Francia e della reina Caterina de' Medici, da' quali era stato il padre beneficato nel soggiorno che per alcuni anni avea fatto in quel regno. Quindi volendo egli porre il figlio sotto la lor protezione, prima ch'ei giungesse al settimo anno, il condusse in Francia, ove in Villars nella Normandia fu allevato presso il maresciallo Giovanni d'Hemery, marito di una sorella di suo padre. Passò poi a Parigi, e fu per qualche tempo alla corte, forse come paggio del re, o della reina madre. Indi giunto all'età di 18 anni, entrò nelle truppe, e per lo spazio di circa quattro anni vi diè molte pruove del suo valore, e fu più volte in pericolo di vita. Nel 1599 tornò a Padova, richiamatovi dal padre, che dopo la morte della reina, accaduta nel 1589, avea lasciata la Francia; ma appena giuntovi, perdette sventuratamente il padre che gittossi da un'alta finestra, poche ore dopo morì. Entrò allora al servigio della repubblica, e fu da essa impiegato in onorevoli cariche militari. Trovandosi egli in Parma nel 1606, prese a frequentare l'Accademia degl'Innominati, ove Tommaso Stigliani, uomo gonfio quant'altri mai fosse del suo sapere, che pur non era grandissimo, pretendeva di avere il primato. Una disputa letteraria che tra essi si accese, per poco non fu fatale allo Stigliani, perciocchè il Davila, da lui offeso con parole, sfidollo, e colla spada il passò da parte a parte, riportandone egli solo una ferita in una gamba. La ferita nondimeno non fu mortale, e lo Stigliani ne guarì. Il Zeno annovera i diversi impieghi militari e i diversi governi che affidati furono al Davila in Candia, nel Friuli, nella Dalmazia e altrove e, rammenta l'onorevole guiderdone dei suoi servigi ch'ebbe dalla repubblica, non solo colle pensioni che gli furono assegnate, ma con un decreto ancora con cui si ordinò che, quando egli intervenisse al senato, stesse presso il doge, come avean fatto i suoi antenati, quando eran contestabili del regno di Cipro. Così egli visse fino al 1631, quando un impensato accidente il tolse miseramente di vita. Andava egli da Venezia a Crema, per avere il comodo di quella guarigione, e la repubblica avea ordinato che gli fossero in ogni luogo somministrati i carriaggi al suo viaggio opportuni. Ma giunto a un luogo sul veronese detto s. Michele, un uom brutale ricusando di dargli ciò che il Davila richiedeva, contro di lui avventossi, e con un colpo di pistola gittollo morto a terra in presenza dalla moglie e de' figli dell'infelice storico, uno de' quali poco appresso uccise l'uccisore del padre, e in quel tumulto altri ancora furon feriti, e il cappellano del Davila rimase morto. Solo l'anno innanzi avea egli pubblicata la sua Storia delle Guerre civili di Francia, la qual poscia fu tante e tante volte di nuovo stampata e tradotta in quasi tutte le lingue straniere, fra le quali edizioni, le più magnifiche sono quelle della stamperia reale di Parigi nel 1644 e l'accennata veneta del 1733. In fatti, per confessione degli stessi francesi, essa è una delle migliori Storie che quelle guerre abbiano avuto. Il lungo soggiorno da lui fatto in Francia, le amicizie da lui ivi formate, la cognizione de' luoghi da lui stesso veduti, e de' fatti a' quali si era trovato presente, l'avean posto in istato di scrivere comunemente con sicuri ed ottimi fondamenti. Lo stil facile e chiaro, l'ordine e la connessione degli avvenimenti, le riflessioni sull'origine e sulle conseguenze delle rivoluzioni, l'esattezza delle descrizioni e la verità de' racconti rendono la letteratura di questa Storia non solo utile ma dilettevole ancora. S'egli ha voluto talvolta penetrar troppo avanti nel cuor de' principi e d'altri gran personaggi, e indovinarne gli affetti e i pensieri, se ha inserite nella sua Storia orazioni da lui stesso immaginate e composte, se ha errato talvolta nella geografia, o se ha travisati i nomi francesi (nel che però egli ha peccato meno, che non facciano comunemente i Francesi ne' nomi italiani), se in alcune circostanze de' fatti ha preso errore, ciò pruova che la Storia del Davila non è in ogni parte perfetta; ma ella non lascia perciò di esser tale che poche tra le italiane e tra le francesi ancor di que' tempi le possano stare al confronto. Cinque lettere latine, ma in uno stile poco felice, scritte dal Davila a Luigi Lollino vescovo di Belluno si leggon tra quelle di questo vescovo, e un'italiana è inserita ne' Discorsi morali di Flavio Querenghi (p. 347). XXV. Nulla meno delle guerre civili di Francia furon famose in Europa quelle di Fiandra, che diedero occasione ed origine alla nuova Repubblica delle Provincie unite, e in cui tanti celebri condottieri d'armata dall'una e dall'altra parte segnalarono il loro valore e il lor senno. Esse perciò ebbero molti scrittori in Italia; e alcuni ne abbiamo accennati fin dal secolo precedente. In questo io non farò menzione di quelle di Pompeo Giustiniani, di Gabriello Niccoletti, di Pier Francesco Pieri e di alcuni altri meno illustri scrittori. Due sono quelli che quasi a gara l'uno dell'altro avendo preso a trattare questo argomento, l'han maneggiato per modo, che le lor Storie, dopo replicate edizioni, sono ancora avidamente cercate, e ancor si leggon con frutto, il card. Guido Bentivoglio e il p. Famiano Strada della Compagnia di Gesù. Facciam Delle Guerre di Fiandra: notizie del card. Bentivoglio e del p. Strada. prima conoscere questi due scrittori, e direm poscia delle Storie da essi composte. Il primo ha parlato abbastanza di se medesimo nelle sue Memorie o Diario e nelle sue Lettere, perchè ci sia necessario di molta fatica per raccoglierne le notizie. Egli era figlio del march. Cornelio Bentivoglio e d'Elisabetta Bendedei, ed era nato in Ferrara nel 1579. Fatti in patria i primi studj, passò nell'an. 1593 a Padova per coltivare le scienze; e fece conoscere quanto felice ingegno avesse per ciò sortito. Dopo la morte del duca Alfonso II, seguita nell'anno 1597, egli ripatriò, e molto colla sua destrezza adoperossi, sì per riconciliare col card. Aldobrandini il march. Ippolito suo fratello, che si era mostrato favorevole al duca Cesare, sì per conchiuder la pace tra questo sovrano e il pontef. Clemente VIII. Venuto questi a Ferrara, diè al Bentivoglio molti contrassegni di stima, e il nominò suo cameriere segreto, permettendogli però di tornarsene pel compimento de' suoi studj a Padova, ove poi ebbe la laurea. Passato a Roma, vi strinse amicizia co' dotti che ivi erano, e de' quali egli parla nelle sue Memorie e fu poi adoperato nella nunziatura delle Fiandre dal 1607 fino al 1616, e indi in quella di Francia fino al 1621, nel qual anno sollevato all'onor della porpora, fu ancora dal re Luigi XIII nominato protettor della Francia in Roma. Egli ottenne poi di deporre questo onorevole incarico, e nel 1641 fu fatto vescovo di Terracina. La stima in cui egli era presso ogni ordine di persone, faceva credere a molti ch'ei fosse per succedere al pontef. Urbano VIII a cui era stato carissimo, morto nel 1644. Ma appena ei fu entrato in conclave, fu sorpreso da mortal malattia, che il condusse al fin de' suoi giorni a' 7 settembre dell'anno stesso. Le Relazioni da lui distese in tempo delle sue nunziature di Fiandra e di Francia, e le Memorie ossia Diario della sua Vita, sono, oltre la Storia delle Guerre di Fiandra, di cui poscia diremo, i monumenti non tanto del suo sapere, quanto della sua prudenza e del suo saggio discernimento, che il card. Bentivoglio ci ha lasciati. E se altre pruove non ne avessimo, le molte edizioni e le traduzioni in più altre lingue, che ne sono state fatte, ci mostrano abbastanza quanto le prime due opere singolarmente fossero e sien tuttora applaudite. Egli di fatto si scuopre in esse uomo di maturo ingegno, osservator diligente, avveduto politico, e fornito di tutti que' pregi che proprj son di un ministro; e l'onor ch'egli ebbe di essere accettissimo a que' sovrani da' quali fu impiegato, o presso i quali egli visse ci fa vedere che, quale il mostran le sue opere, tale era veramente. Più tranquilla, come ad un uom religioso si conveniva, fu la vita dell'altro storico delle Guerre di Fiandra, cioè del p. Famiano Strada romano, nato nel 1572 e entrato nella Compagnia di Gesù nel 1591. Il collegio romano ne fu l'ordinario soggiorno, e l'impiego di professor d'eloquenza fu quello in cui esercitossi comunemente, finchè a' 6 di settembre del 1649, in età di 58 anni finì di vivere, lasciando di se stesso onorevol memoria presso i suoi non meno che presso gli stranieri non solo pel suo sapere, ma anche per le religiose virtù che in lui risplendevano mirabilmente (V. Sotuell. Bibl. Script. S. J. p. 200). Benchè la Storia di cuiora diremo, sia quella che lo ha renduto più celebre, io credo che nondimeno che uguale, o forse anche maggior lode egli meriti per le sue prolusioni accademiche su diversi argomenti dell'amena Letteratura, nelle quali e le riflessioni ch'egli propone, e lo stile con cui egli scrive, mi sembra proprio di un uomo di ottimo gusto. E quella fra le altre in cui egli ci offre diversi componimenti poetici da sè composti a imitazion dello stile de' più celebri poeti latini eroici, cioè di Lucano, di Lucrezio, di Claudiano, di Ovidio, di Stazio, di Virgilio, a me per tale che niuno abbia mai sì felicemente eseguito una varia e sì difficile imitazione di sì diverse maniere di stile. Ma vegniam ormai alle due Storie. XXVI. Esse cominciarono ad uscir in pubblico quasi al tempo medesimo, perciocchè la prima decade del p. Strada, con cui conduce la Storia dalla morte di Carlo V fino all'anno 1575, fu stampata in Roma nel 1632, ma la seconda, con cui arriva sino al 1590, non venne a luce che nel 1647, nè più oltre ei si avanzò; e il lavoro di esso fu poscia continuato, ma con successo non ugualmente felice, dal p. Guglielmo Dondini bolognese e dal p. Angiolo Galluzzi maceratese, ambedue gesuiti, il primo de' quali descrisse le imprese di Alessandro Farnese fatte in Francia, il secondo la continuazione della guerra di Fiandra dalla morte del Farnese fino al 1609. La parte I di quella del card. Bentivoglio, che dal 1559 si avanza fino al 1578, fu Loro Storie e loro carattere. pubblicata nello stesso anno 1632. Quattro anni appresso uscì la seconda che al 1593, e poscia nel 1639 la terza, con cui s'innoltra sino alla tregua del 1609. Frattanto tra 'l pubblicarsi della prima e della seconda decade del p. Strada, il card. Bentivoglio nel 1642 prese a scrivere le sue Memorie, facendo in esse menzione degli uomini dotti da sè conosciuti in Roma, ricorda il p. Strada (l. 1, c. 9) e la Storia della guerra di Fiandra da esso composta, ed entra a farne lungo e minuto esame; nè può negarsi che il cardinale non si mostri in questo passo non del tutto libero dalle umane passioni; e il pregiudizio che ei dà della Storia del suo emulo, benchè per lo più sia giusto, piacerebbe più nondimeno, se fosse opera altrui: Dopo un'affettazione lunghissima, dic'egli, ch'è giunta ormai a trent'anni, non si è veduto uscire se non la prima Deca di quest'opera sino al presente, e confesso, che se bene l'Autore è mio amico, e da me viene grandemente stimato, non posso far di meno ch'io non concorra sopra di ciò nel comune giudizio delle più erudite, dalle quali vien giudicato, che un tal componimento serva alle scuole molto più di quello che insegni, e che in tutto il resto eziandio l'Autore di gran lunga non osservi, come dovrebbe i precetti storici. E veramente sopra questa materia toccante i precetti move maraviglia anche al vedersi, che prima l'Autore nelle sue Prolusioni ricevute con tanto applauso gli abbia così bene insegnati, e che poi nella sua istoria gli abbia così imperfettamente eseguiti. Passa indi il cardinale a fare una minuta analisi de' difetti del p. Strada. Quanto all'arte storica, riprende le frequenti e lunghe digressioni con cui interrompe la serie de' fatti, e gli elogi e le quasi distinte vite de' grandi personaggi ch'ei v'inserisce; biasima ancora le minutezze a cui talvolta discende, la soverchia brevità con cui si spedisce da alcuni più memorabili avvenimenti, la parzialità ch'egli mostra per la Casa Farnese, per ordine della quale di fatto egli scrisse la sua Storia, il troppo frequente uso delle comparazioni e delle sentenze, e le scarse e superficiali notizie ch'ei dà delle negoziazioni de' gabinetti, le quali nelle vicende della guerra sogliono aver sì gran parte. Venendo poi allo stile, ei confessa, che in questa parte può meritar lodi così vantaggiose lo Strada, che gli servano come per un contraccambio delle soprannotate opposizioni, che alla sua Istoria si fanno. E siegue annoverandone i pregi, ma aggiunge insieme, e con ragione, che più terso è lo stile delle sue Prolusioni che quello della sua Storia. Fa poscia un confronto fra lo stil dello Strada e quello del p. Giampietro Maffei, e, com'era giusto, antipone il secondo al primo, benchè anche dello stile del p. Strada faccia di nuovo grandi elogi, e così conchiude per ultimo il suo esame: "Nè io sono così vano, che avendo composta la mia (Storia di Fiandra) nel tempo stesso che lo Strada va seguendo la sua, mi possa credere pensiero, che non soggiaccia forse a maggiori difetti. Ma si deve considerare fra lui e me questa differenza, ch'egli ha scritto per professione, ed io per trattenimento; egli alla Casa Farnese, ed io a me medesimo; egli con ogni comodità e di tempo e di luogo e di quiete; laddove io quasi sempre ho scritto di furto, essendomi bisognato rubare me stesso continuamente alla violenza, che a tutte l'ore mi hanno fatta nel divertirmi dall'intrapreso lavoro e le cure private, e gli affari pubblici, e lo strepito inquietissimo della Corte, e l'impedimento della mia languida sanità, che è stato il maggiore e più modesto di tutti gli altri". S'io debbo dire liberamente ciò che a me sembra di questo giudizio del card. Bentivoglio, io stimo ch'egli abbia troppo biasimato insieme e troppo lodato. I difetti ch'egli appone allo Strada quanto all'arte storica, mi sembrano esagerati, benchè pur sia vero che questo scrittore non sia talvolta esente da quelli che il cardinale in lui biasima. Ma esagerate ancor mi sembran le lodi con cui n'esalta lo stile, il quale a me par non poco lontano da quella facile eleganza che forma il pregio principal di uno storico, e da quella purezza che si ammira in un Bonfadio, in un Maffei e in altri scrittori del secolo precedente. Nè io dirò che perciò il p. Strada si meritasse di essere villanamente ripreso dallo Scioppio, il quale prese a criticarne, per così dire, ogni sillaba, con un libro intitolato Infamia Famiani, titolo che basta esso solo a mostrare il buon gusto di sì severo censore. Anzi a me sembra che, malgrado i difetti che incontrasi in questa Storia, essa meriti in distinto luogo tra le più celebri che sono uscite in Italia. Quella del card. Bentivoglio non è stata essa pure senza accusatori e senza critica; e il famoso Gravina fra gli altri lo dice "Scrittor leggiadro, ma povero di sentimenti e parco nel palesare gli ascosi consigli da lui forse più per prudenza taciuti, che per imperizia tralasciati" (Calogerà Racc. d'Opusc. t. 20, p. 158). Io confesso che al legger questo giudizio mi è nato dubbio che il Gravina non avesse letta la Storia del Bentivoglio, e che troppo si fidasse dell'altrui relazione. A me par certo ch'ei sia ben lungi dall'esser povero di sentimenti; e che anzi il difetto di questo celebre storico sia quello di affettare ingegno scrivendo, e l'usare troppo frequentemente le antitesi e i contrapposti, senza però cadere in quella gonfiezza di stile sì comune agli scrittori di que' tempi. Riguardo poi agli ascosi consigli, a me par che ne dica quanto a un saggio storico si conviene, e che nulla egli ommetta di ciò che a conoscere le segrete origini de' più memorabili avvenimenti può essere opportuno. Rimarrebbe ora a decidere quali di queste Storie sia più da pregiarsi; decisione malagevole, ove si tratta di cosa che dipende dal gusto, e di opere che hanno amendue molti pregi, benchè non sieno senza difetti. Io credo però, che sarà sempre letta più volentieri quella del card. Bentivoglio che quella del p. Strada, perchè il primo scorre più velocemente sulla serie dei fatti nè troppo si arresta in certe descrizioni più oratorie che storiche. E benchè egli pure talvolta, come già ho osservato, voglia parer ingegnoso, è però assai meno prodigo di sentenze, le quali nel p. Strada son troppo frequenti, e molte volte si veggon venir da lungi, e avvertir quasi chi legge che si disponga a riceverle. Finalmente la cognizione de' luoghi, che avea il card. Bentivoglio, vissuto più anni nelle Fiandre, dà alle sue Storie una certa evidenza e chiarezza che le rende più interessanti e piacevoli a leggersi. XXVII. Dopo aver ragionato del Davila, del card. Bentivoglio, del p. Strada, io non oso di ragionare di alcuni altri storici di minor nome, che qualche opera non molto pregevole ci diedero sulla storia di altre provincie, come della Storia delle sollevazioni e delle guerre civili della Polonia di Alessandro Cilli e di Alberto Vimina, della Storia del Regno de' Goti in Ispagna del p. Bartolommeo de Rogatis gesuita, della Monarchia di Spagna di Giampietro Crescenzi, della Storia d'Inghilterra di Gianfrancesco Bondi, e d'altre opere somiglianti, delle quali senza suo gran danno avrebbe potuto rimaner priva l'Italia. Migliore quanto allo stile, benchè pure abbia alquanto del gonfio, è il Compendio della Storia di Spagna del p. Paolo Bombino cosentino, prima gesuita, poi chierico regolare somasco, scrittore di molte altre opere, quasi tutte in latino, delle quali e della Vita del loro autore si hanno diffuse notizie presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1511) e degli altri scrittori da lui citati. Passerò in vece più volentieri alla storia delle arti, dico sol delle arti, perchè le scienze non ebbero ancor tra noi storico alcuni di qualche nome, se se ne tragga la musica, la quale, oltre le opere di Giambattista Doni, che colle sue dottissime dissertazioni ne rischiarò molto l'origine e lo stato antico, ebbe ancora la Storia della Musica di Giovanni Andrea Angelini Buontempi perugino, stampata in Perugia nel 1695, la qual però non è tale che possa bastare a chi vuole esser su questo Altri scrittori di storia straniera. argomento ben istruito. Di questo autore, e di altre opere da lui pubblicate, ragiona il co. Mazzucchelli (ivi t. 2, p. 2417). Ma le belle arti, e la pittura principalmente ebber molti tra gl'Italiani, che seguendo le vestigia segnate già dal Vasari e da altri scrittori da noi rammentati nella Storia del secolo precedente, tramandarono a' posteri la memoria de' più celebri professori. XXVIII. Il primo a darci una continuazion del Vasari fu Giovani Baglioni romano, che a' tempi di Sisto V, di Clemente VIII e di Paolo V esercitò la pittura in Roma, e da quest'ultimo papa ebbe in dono una collana d'oro e la divisa dell'Ordin di Cristo (ivi t. 2, par. 1, p. 47). Di lui abbiamo le Vite de' Pittori, Scultori, ed Architetti dal 1572 fino al 1642, stampata in Roma nello stesso anno 1642. Ma quest'opera non ebbe la sorte di quella del Vasari, e non è ugualmente pregiata dagl'intendenti dell'arte. Migliore è quella che sulle Vite de' Pittori moderni fino al 1665 pubblicò in Roma nel 1672 Giampiero Bellori, autore già da noi rammentato al principio di questo capo. Noi però non ne abbiamo che la prima parte; e la seconda, ch'ei lasciò manoscritta, non ha mai veduta la luce (ivi par. 3, p. 704). A quattro soli pittori antichi, cioè a Zeusi, a Parrasio, ad Apelle e a Protogene, ristrinse le sue ricerche Carlo Dati, di cui sarà d'altro luogo il parlare più a lungo. Opera di più vasto argomento intraprese circa il tempo medesimo Filippo Baldinucci fiorentino che, benchè non fosse professore delle belle arti, ne fu Scrittori della Storia generale delle Belle Arti. nondimeno intendentissimo, e perciò dal card. Leopoldo de' Medici fu inviato in Lombardia ad osservare la maniera e lo stile dei più illustri pittori di queste provincie, e da lui e da Cosimo III di lui nipote fu adoperato in commissioni e in affari ad esse spettanti. La reina Cristina a lui diede l'incarico di scriver la Vita del celebre cav. Bernino, ed egli perciò nel 1681 andossene a Roma per rendergliene grazie; e pubblicò poi l'anno seguente la detta Vita. Egli dunque, parendogli, e non senza ragione, che il Vasari avesse nella sua opera commessi non pochi falli, e ommesse più cose che non erano da tacersi, volle rifarne il lavoro, e darci una nuova Storia de' più valorosi Professori del disegno da' tempi di Cimabue fino a' suoi. Sei tomi egli ne scrisse, dividendo la Storia in secoli, e ogni secolo in più decennali. I primi due e il quarto furono da lui medesimo pubblicati. Il terzo e gli ultimi due dopo la morte di esso, avvenuta nel 1696 in età di 72 anni, rimasti in mano dell'avv. Francesco di lui figliuolo, furon poi da questo in diversi anni dati alla luce, e in questi ultimi anni due altre edizioni se ne son fatte, una in Firenze, l'altra, che non è ancor compita, in Torino con copiose note e giunte del sig. ingegnere Piacenza. E veramente quest'opera oltre l'essere scritta in uno stil colto e corretto, contiene molte notizie sfuggite al Vasari, il quale innoltre spesso è emendato dal Baldinucci. Questi ancora però non è esente da errori, e noi ne abbiamo rilevati talvolta alcuni; e innoltre ci sembra a molti troppo diffuso, talchè le cose da lui narrate si potesser ristringere in assai minor numero di volumi. Oltre quest'opera pubblicò il Baldinucci il Vocabolario del Disegno, per cui egli meritò di essere ascritto all'Accademia della Crusca, e che è opera in fatti utilissima per l'insegnarci che fa ad esprimere co' proprj vocaboli le cose tutte dell'arte. Il Cominciamento e progresso dell'Arte d'intagliatore in rame è libro esso pure ripieno di pregevoli cognizioni su questo argomento, che da lui prima che da niun altro fu rischiarato. Di altre minori opere da lui date alla luce, e dell'ingiusta e fiera guerra che per alcune di esse gli mosse il Cinelli, si posson veder le notizie che colla consueta sua esattezza ci dà il co. Mazzucchelli (l. c. t. 2, par. 1, p. 142, ec.). XXIX. Altri al tempo medesimo si diedero a illustrar le memorie de' celebri artisti di alcune particolari città, e a darci la descrizion delle opere che di essi ci son rimaste. Io non farò qui il catalogo di quegli scrittori de' quali abbiam il ragguaglio delle pitture, delle sculture e delle architetture di qualche città d'Italia, nè quelli che di qualche pittore scrissero separatamente la Vita. Ma accennerò quelli soltanto che scrisser le Vite e le Storie de' Professori di alcune di esse. Al qual lavoro furon essi singolarmente indotti dall'osservare che il Vasari, quasi unicamente sollecita della gloria de' suoi Toscani, poco avea scritto degli stranieri. Venezia fu la prima a darne l'esempio coll'opera di Carlo Ridolfi vicentino intitolata, Le Maraviglie dell'Arte, ovvero le Vite Storie particolari degli artisti. degl'illustri Pittori veneti e dello Stato, stampata in due tomi nel 1648. Il Vedriani tra le opere che divolgò a onor di Modena sua patria, ci diè ancora la Raccolta de' Pittori, Scultori ed Architetti modenesi, stampata nel 1662. Nell'anno 1674 si videro uscire in luce le Vite de' Pittori napoletani e de' genovesi, scritte le prime da Giambattista Bongiovanni, le seconde da Raffaello Soprani. Tutti questi libri però, se contengon notizie alla storia dell'arte assai utili, sono scritti con sì infelice stile, con sì poco ordine, e spesso ancora con sì poca esattezza, che perciò si è creduto opportuno o il far nuove e più corrette edizioni della maggior parte di tali opere, o lo scrivere altre opere più esatte e più erudite sullo stesso argomento. Lo stesse dee dirsi della Felsina pittrice del co. Carlo Cesare Malvasia, divisa in due tomi, e stampata in Bologna nel 1678. Fu questi il più dichiarato impugnator del Vasari, contro del quale spesso si volge pel conto che a lui sembra ch'egli abbia fatto de' pittori bolognesi. Ma il Vasari trovò difensori nella sua patria, e il Baldinucci principalmente sì nelle sue Notizie de' Professori, come nel Dialogo intitolato la Veglia si studiò di difenderlo, rilevando insieme agli errori del Malvasia, che certo non ne è esente. Nè sol da Firenze, ma ancor da Roma levossi un avversario contro questo scrittore, quando però egli era già morto. Fu questi d. Vincenzo Vittoria patrizio veneziano che in Roma nel 1703 pubblicò alcune lettere col titolo: Osservazioni sopra il libro della Felsina pittrice per difesa di Rafaello da Urbino; de' Caracci, e della loro Scuola, a cui fece risposta nel 1705 Giampietro Cavazzoni Zannotti colle Lettere famigliari scritte ad un amico in difesa del co. Carlo Malvasia autore della Felsina pittrice. Fra le altre accuse che al co. Malvasia si opposero, una fu quella di avere con intollerabil disprezzo dato al divino Rafaello l'ingiurioso soprannome di boccalaio urbinate. Il Zanotti difeselo coll'osservare che il Malvasia, pentito del suo grave trascorso, a quante copie potè aver nelle mani fece toglier quel foglio, e un altro ne sostituì, sicchè pochi esemplari rimasero guasti da quella pittoresca bestemmia. Venne poi fatto al Zanotti di aver tra le mani la copia della sua opera, che il Malvasia avea presso di sè riserbata, e tutta avea postillata di sua mano, e in essa nel t. 1, p. 471 ove è quel passo, trovò inserita questa cartuccia: "Io non so mai, come mi sia uscito dalla penna arditezza ed insolenza tale di chiamar boccalaio Rafaello, da me tanto riverito e stimato. Io giurerei, che nell'originale non è così, o sarà cassato o corretto. Come poss'io averlo detto boccalaio, se so di certo essere una falsità, ch'ei disegnasse mai vasi in Urbino, e s'io so di certo, che Gio. suo padre fu ben Pittore mediocre, ma non mai boccalaio?". Questo passo vien riferito dal suddetto Zannotti in una sua lettera a monsig. Bottari (Lettere pittor. t. 3, p. 370), ove poscia aggiugne: "Io tengo presso di me il primo manoscritto della Felsina, e questo boccalaio urbinate non v'è. Come andasse la faccenda, io non so dire, nè so credere intorno a questo, se non se, ch'egli vi diede, quanto prima potè, debito e pronto rimedio, ed ha lasciato segno di esserne stato molto fra sè dolente". La copia che della Felsina pittrice ha la biblioteca estense, è una delle poche in cui l'autor non fu a tempo a togliere lo scandaloso foglio. L'ultima opera di questo argomento, che vuolsi qui rammentare, sono le Vite de' Pittori, Scultori ed Architetti, che hanno lavorato in Roma morti dal 1641 fino al 1673, scritte da Giambattista Passeri morto in Roma nel 1679 in età di circa 70 anni, le quali e per lo stile meno incolto e per la copia e l'esattezza delle notizie sono la miglior opera di tal natura, che allor si scrivesse, e che nondimeno non sono state pubblicate che nel 1772. XXX. Alla Storia de' Professori delle Belle Arti succede la Storia de' Letterati, a cui pure molti si volsero tra gli Italiani, ma pochi il fecero in modo che le lor opere possan servire a modello di tali Storie. Il Teatro d'Uomini letterati di Girolamo Ghilini, di cui due tomi si hanno alle stampe, gli originali degli altri due inediti si conservano in Venezia presso il ch. sig. Jacopo Morelli, e un'altra opera ms. intitolata Tempio di Letterati e Letterate per santità illustri si conserva in Alessandria presso il sig. d. Giuseppe Bolla da me nominato altre volte, gli Elogi d'Uomini letterati di Lorenzo Crasso, di cui abbiamo ancora la Storia de' Poeti greci, e gli Elogi de' Capitani illustri; e gli Elogi degli Uomini e delle Donne celebri per sapere di Giulio Cesare Capaccio, sono opere, le quali deludono comunemente l'erudita curiosità; perciocchè, ove si spera di trovare presso loro sicure ed esatte notizie de' Scrittori di Storia letteraria. dotti a' loro tempi vissuti, altro non vi si legge che voti e pomposi elogi che invece d'istruire stancano e annoiano i leggitori. Lo stesso difetto vedesi in quegli scrittori che ci diedero le Biblioteche degli Autori della lor patria, de' quali parimente abbiamo non picciol numero. Ma essi paghi d'indicare i nomi di tali autori, di dar qualche superficiale notizia delle lor vite, e di accennare con poca esattezza le loro opere credon di aver soddisfatto abbastanza al dovere di storico. Perciò invano presso loro si cercano il carattere e l'indole degli scrittori, il metodo da essi tenuto ne' loro studj, le contese letterarie da essi sostenute, le diverse edizioni delle opere loro, ed altre somiglianti notizie, che renderebbono più interessante e più utile la lettura di tali libri. Le opere di Jacopo Alberici e di Pietro Angelo Zeno intorno agli scrittori veneziani, quelle di Agostino Superbi e di Antonio Libanori pe' ferraresi, quelle del Vedriani, del Rossi, del Pico, del Calvi, del Porta, del Piccinelli, di Prospero Mandosio per gli scrittori modenesi, bresciani, parmigiani, bergamaschi, alessandrini, milanesi, romani; le Biblioteche degli Scrittori genovesi di Michele Giustiniani, di Rafaello Soprani, del p. Oldoini, gesuita di cui pure si ha quella degli Scrittori perugini, quella degli Scrittori Papi e Cardinali, e le Biblioteche degli Scrittori piemontesi di monsig. Dalla Chiesa e del Rossotti, la Storia de' Poeti siciliani di Giovanni Ventimiglia, le Glorie degl'incogniti di Venezia, e le Memorie de' Gelati di Bologna, son tutte opere di tal natura, che abbisognerebbono di esser rifatte, o almeno corrette di molto e condotte a maggior perfezione. E lo stesso potrebbe dirsi della Biblioteca napolitana del Toppi, stampata nel 1678, se cinque anni appresso Lionardo Nicodemo 27 colle copiose ed erudite giunte ad essa fatte non l'avesse resa molto migliore 28. La Storia de' Poeti di Alessandro Zilioli, di cui si hanno copie in diverse biblioteche non è mai uscita alla luce; nè sarebbe bene che uscisse se non purgata da molte favole ch'ei v'ha inserite. Del Zilioli e della sua Storia si posson vedere buone notizie nel Catalogo de' mss. della Libreria Farsetti (p. 365). Anche gli Ordini religiosi non ci possono additare in questo secolo Biblioteche molto esatte de' loro scrittori, perciocchè nè quella de' Domenicani del p. Ambrogio Altamura, e molto men quella della lor provincia di Lombardia del p. Andrea Rovetta, nè quella dei Canonici Lateranensi del p. d. 27 Vuolsi da alcuni, che le giunte al Toppi siano non di Lionardo, ma di Giovanni Nicodemo di lui fratello e a lui premorto. Intorno a ciò e al pregio di queste giunte veggasi la più volte citata opera del Soria (Storici napol. t. 2, p. 421). 28 Prima del Toppi del Niccodemo avea scritta in latino un'opera somigliante Bartolommeo Chioccarelli napoletano morto circa la metà dello scorso secolo e intitolata: De' Illustribus Scriptoribus, qui in Civitate et regno Neapolis ab Orbe condito ad annum usque 1646. floruerunt. L'opera era giaciuta sinora inedita, e solo nel 1780 ne fu pubblicato il primo tomo dal ch. signor abate D. Gianvincenzo Meola che vi premise un'elegante ed esatta Vita dell'autore. Il secondo tomo non si è finor pubblicato. Questa Biblioteca non è spregevole attesa l'età in cui fu scritta, ma è molto lungi da quella esattezza che ora in tali opere si richiede. Dell'autore di questa e di altre opere da lui composte parlano anche copiosamente i più volte lodati Soria (Storici napol. t. 1, p. 162, ec. ) e Giustiniani (Scritt. legali, t. 1, p. 245, ec.). Celso Rosini, nè la Bibliosofia de' Minori Conventuali del p. Giovanni Franchini modenese, nè alcune altre che abbiamo accennato nel ragionare degli scrittori di storia ecclesiastica, sono tali che corrispondano al merito di quelle religioni, a onor delle quali furon dirette. La miglior opera di questo genere, che si vedesse sulla fine del secolo, fu quella che venne a luce nell'ultimo anno di esso, cioè le Notizie degli Uomini illustri dell'Accademia fiorentina, pubblicata da Jacopo Rilli che ne era console in quell'anno, il qual nella prefazione dice che quell'opera era lavoro di Lorenzo Gherardini canonico della metropolitana di Firenze, dell'ab. Ferdinando Baliotti, di Neri Scarlatti e di Roberto Marucelli; ma vuolsi che gran parte vi avesse il celebre Magliabecchi, e ce lo rende probabile la minutezza con cui quelle notizie sono distese, ove trattasi singolarmente di piccoli opuscoli, di diverse edizioni e delle testimonianze di altri scrittori, nel che consisteva la forza dell'erudizione del Magliabecchi. Di qualche pregio sono ancora le Osservazioni della Letteratura de' Turchi di Giambattista Donato, stato già bailo in Costantinopoli, stampate in Venezia nel 1688, e il Leibnizio, scrivendo al Magliabecchi da Venezia nel 1690, dice ch'era quello l'unico libro nuovo degno d'esser letto, che egli avesse trovato in Venezia (Cl. German. Epist. ad Magliab. t. 1, p. 10) 29. 29 Agli scrittori di Storia letteraria deesi aggiugnere Jacopo Gaddi fiorentino, di cui abbiamo l'opere De Scriptoribus non Ecclesiasticis, Græcis, Latinis, Italcis in due tomi in folio, stampati il primo in Firenze nel 1648, il secondo nell'anno seguente in Lione, che è una delle migliori che in XXXI. Fra tanti scrittori di Storia letteraria, ch'io ho accennati, e che potrei ancora nominare, se a più minute particolarità volessi discendere, di due soli dirò alquanto più stesamente, perchè il numero e la natura delle loro opere mi sembra richiedere più distinta menzione. Il primo è Gian Vittorio Rossi, che latinamente volle dirsi Janus Nicius Erythraeus. Gian Cristiano Fischer ne ha scritta diligentemente la Vita, e l'ha premessa per la nuova edizione che delle Lettere di esse ci ha data in Colonia nel 1739, e noi non avremo perciò ad affaticarci molto in rintracciarne le notizie. Ei nacque in Roma nel 1577, e mandato alle scuole de' Gesuiti del collegio romano, vi ebbe a maestri tre dottissimi uomini, i pp. Francesco Benzi e Orazio Torselino, da noi nominati nella Storia del secolo precedente, e il p. Girolamo Brunelli professore delle lingue greca ed ebraica, e di cui abbiamo alcune traduzioni dal greco (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 4, p. 2171), a' quali egli si mostrò poscia sempre gratissimo. Ne' primi anni però ei non fu troppo sollecito di avanzar negli studj. Ma mortogli poscia il padre, e trovandosi assai ristretto di beni di fortuna, si volse a coltivarli con più ardore, e agli studj dell'amena letteratura congiunse quelli della filosofia e della giurisprudenza. I primi però piacevano sopra tutti gli altri al Rossi, e poichè vide venirgli meno qualche Notizie di Gianvittorio Rossi. questo secolo si pubblicassero. speranza che nello studio delle leggi avea risposta, tutto ad essi si dedicò. Entrò nell'Accademia degli Umoristi, di cui si è detto a suo luogo, e ne fu uno de' più fervidi promotori. In essa ei diede tali pruove d'ingegno, che Marcello Vestri, uno degli scrittori delle lettere pontificie a' tempi di Paolo V, già avea disegnato di farlo scegliere a suo collega e successore, e venivalo perciò istruendo. Ma morto frattanto il Vestri, anche in questa speranza fu il Rossi deluso. Nel 1608 il card. Mellini avealo scelto a suo segretario nella legazion d'Allemagna, ma appena uscito di Roma, fu il Rossi sorpreso da febbre che il costrinse a tornarvi. Trovò finalmente stabile impiego presso il card. Andrea Peretti, di cui per lo spazio di 20 anni fu segretario. Ma poichè questi fu morto nel 1538, ritirossi in una solitaria villa sul colle di Sant'Onofrio, ove lungi dallo strepito degli affari visse tranquillamente a se stesso e a' suoi studj, finchè in età di 70 anni, a' 13 di novembre del 1647, venne a morte, pianto da' dotti che ne amavano gli aurei costumi non meno che il molto sapere, e da' grandi ancora, a molti dei quali fu accettissimo, e singolarmente al card. Fabio Chigi, che fu poi papa Alessandro VII. Le opere da lui composte sono non poche e di diversi argomenti. Una graziosa satira in prosa latina contro i costumi de' suoi tempi, intitolata Eudemia, fu la prima ch'ei pubblicasse, o che anzi senza saputa di esso venisse a luce. Ne abbiamo ancora due tometti di Lettere a Tirreno, sotto il qual nome egli intende il suddetto card. Chigi, due altri a diversi, parecchi Dialoghi per lo più su materie morali, alcuni Opuscoli ascetici, libri tutti scritti in latino. Se ne hanno ancora alle stampe alcune Rime spirituali, oltre più opere inedite che si annoverano dall'autor della Vita. Ma noi dobbiamo esaminare singolarmente la Pinacotheca, opera divisa in tre parti, nella quale egli fa gli elogi di molti uomini dotti vissuti a' suoi tempi. L'uso che di quest'opera abbiam fatto sovente nel decorso di questa Storia, può bastare a provarne l'utilità, ed è certo che di molte notizie siamo ad assai tenuti, le quali invano si cercherebbono altrove. Ella è nondimeno assai lungi dal potersi dire perfetta. Perciocchè scarseggia assai nelle date, e si trattiene spesso in troppo generali espressioni che dopo molte parole non dicon nulla. Le opere degli scrittori vi sono semplicemente accennate, e non si distinguon sovente le inedite da quelle che han veduta la luce. Pare innoltre che troppo abbia egli conceduto all'amicizia, esaltando con somme lodi alcuni suoi amici, a cui forse doveansi più moderate. Con altri al contrario ei si dimostra troppo severo; e si può dire del Rossi ciò che abbiam detto del Giovio, che alcuni non son già elogi, ma satire. Nel che però ei non è ugualmente degno di riprensione, perciocchè egli propriamente non si prefisse di scrivere elogi, come il Giovo, ma di fare ritratti, così indicando la voce Pinacotheca. Lo stile del Rossi da alcuni è sollevato fino alle stelle; e il Fischer reca il detto di certi scrittori che affermano essere lui stato il più felice imitatore di Cicerone, che vivesse a que' tempi. La quale lode però sembrerà esagerata non poco, a chi essendo capace di rilevare i pregi e i difetti dello stile, si ponga a leggere e ad esaminare le opere di questo scrittore. XXXII. L'altro scrittore di Storia Letteraria, che vuolsi qui nominare, è il dott. Giovanni Cinelli Calvoli fiorentino, nato a' 26 di febbraio del 1625, di cui abbiamo la Vita scritta dal dott. Dionigi Sancassiani sassolese, che gli fu amicissimo. Ei fece i suoi studj all'università di Pisa, ove anche nel 1659 fu laureato in medicina. Fra i dotti uomini co' quali egli potè ivi conversare, uno fu il celebre scrittor di satire Salvator Rosa, da cui per suo danno apprese quel costume di mordere gli altrui difetti, che gli fu più volte fatale. Fu prima medico in Porto Longone, indi in Borgo S. Sepolcro, e di là passò a Firenze, ove si strinse in grande amicizia col celebre Magliabecchi, per mezzo del quale ebbe facile accesso alla biblioteca palatina. Ivi formò egli il disegno della sua Biblioteca volante, cioè di un catalogo di piccioli opuscoli, che facilmente sfuggono all'occhio anche de' più diligenti ricercatori. Ei prese a distenderla a parte a parte, secondo l'ordine con cui essi gli venivano alle mani, e dividendola in molte scansie, cominciò a pubblicarne in Firenze la prima e la seconda nel 1677. Quattro anni appresso fu pubblicata la terza, e poscia l'anno seguente 1682 la quarta in Napoli. Ma quest'ultima fu origine al Cinelli di gravi sciagure. Avea già egli date più pruove della sua soverchia inclinazione alla satira in una prefazione premessa al Malmantile da lui pubblicato nel 1672, che poi dovette sopprimere, e Del dott. Giovanni Cinelli. sostituirne un'altra, e nelle giunte da lui fatte alle Bellezze di Firenze di Francesco Bocchi l'anno 1677. Ma nella detta quarta scansia avendo egli distesamente narrata la controversia da noi pure a suo lungo indicata, ch'era insorta tra 'l dott. Ramazzini e 'l dott. Giannandrea Moneglia, e essendosi mostrato tutto favorevole al primo, e poco rispettoso verso il secondo, questi, che presso il gran duca Cosimo III di cui era medico, poteva assai, ne menò tal rumore che il Cinelli lo stesso anno 1682, come autore di un libello infamatorio, fu chiuso in carcere, e costretto a promettere di ritirare tutte le copie della quarta scansia, che fu anche bruciata per man del carnefice, e di stampare un'altra relazione di quella contesa colla ritrattazione di tutto ciò che avesse scritto d'ingiurioso contro al Moneglia. Poichè tutto ciò ebbe promesso Cinelli, fu tratto di carcere, ma a patto che non potesse uscir di Firenze. Egli però, che ardeva di voglia di dir sue ragioni, e che non voleva mantener le promesse, amò meglio di prendersi un volontario esilio; e ritiratosi nel 1683 a Venezia, ivi colla data di Cracovia pubblicò le sue Giustificazioni, in cui ognuno può immaginarsi come fosse trattato il Moneglia. Ma poscia, poichè fu morto il Moneglia, le ritoccò e ne tolse le ingiurie e le troppo mordaci punture, e così corrette si leggono innanzi al tomo II della nuova edizione della Biblioteca volante. Da Venezia passò il Cinelli nello stesso anno a Bologna, ove dagli Accademici Gelati ebbe onorevoli distinzioni. Indi per opera del suo amico dott. Ramazzini venne a Modena a occupare una cattedra in grazia di esso in questa università istituita, cioè quella della toscana favella; e nel 1684 diè qui alle stampe una introduzione a questo studio, dedicata al duca Francesco II. Ma la tenuità dello stipendio, e fors'anche i maneggi de' suoi avversarj, il costrinsero a lasciare la cattedra, e a darsi all'esercizio della medicina. Fu dunque medico condotto prima in Gualtieri, poscia a Fanano sull'Alpi di Modena, indi a Montese, e lasciate poi le montagne modenesi, passò nella Marca. Uscì frattanto alla luce la Vita del Cinelli e del Magliabecchi, libello infame, di cui abbiamo parlato nel ragionare del Magliabecchi, e il Cinelli che non meno di lui risentissene, non lasciò in vari passi delle sue nuove scansie ch'ei continuava a pubblicare, di rispondere alle ingiurie e alle accuse in essa veniagli date. Anzi egli all'occasion che credette, ma forse a torto, di esser stato preso di mira in certe sue Satire dal Menzini, risolvette di scriver la sua propria Vita, e la scrisse di fatto, ma con tale mordacità contro i suoi avversarj, che avendola mandata a suo figlio monaco vallombrosano, questi si credette obbligato a gittarla, come fece, alle fiamme. Il Cinelli frattanto andavasi aggirando in diverse castella e città della Marca, esercitando la medicina, e continuando a pubblicare altre scansìe della sua Biblioteca. Ei fu in S. Ginesio, in S. Anatolia, in Osimo, in Ancona, ove fu medico del card. Antonio Bichi, donde morto quel cardinale, passò medico dalla S. Casa a Loreto, ove in età di 81 anni, dopo aver date più pruove di pentimento de' suoi trasporti nelle lettere contese, a' 16 di agosto del 1706 finì di vivere. Il dott. Sancassiani alla Vita del Cinelli, da noi finor compendiata, aggiugne il catalogo delle opere di esso da lui medesimo scritto, molte delle quali sono anzi opere altrui pubblicate, che fatiche dello stesso Cinelli, molte altre son rimaste inedite. Fra queste è la Biblioteca degli Scrittori fiorentini, per la quale egli avea raccolta gran copia di materiali, che poi passarono alle mani del can. Antonmaria Biscioni, il quale vi fece non poche giunte, e la ridusse a XII tomi in foglio. Essi or si conservano nella libreria magliabecchiana, e aspettano qualche mano benefica e saggia che, troncando ciò ch'esser vi possa d'inutile e riducendoli a quella esattezza che il buon gusto richiede, li dia in luce. Della sua Biblioteca volante ei pubblicò sedici scansie, e lasciò i materiali per quattro altre che furon poi pubblicate dal dott. Sancassiani; e poscia nel 1734 una nuova più opportuna edizione se ne fece in Venezia, ove tutte le opere nelle venti scansie indicate furon disposte in ordine alfabetico. Ella è questa opera alla storia letteraria non poco utile pe' molti libri di cui ci ha serbata la notizia e pe' lumi che su diversi punti ci somministra. Ed ella sarebbe ancora migliore, se l'autore ne' suoi elogi e nelle sue critiche non avesse seguita più la sua passione, che un giusto discernimento. XXXIII. Un altro nuovo genere di opere concernenti la storia letteraria ebbe cominciamento nel secolo di cui scriviamo, cioè i Giornali letterarj, ne' quali si dà l'avviso e l'estratto de' nuovi libri che vanno Cominciament o de' Giornali letterarj. uscendo alla luce; opere che quando sieno affidate a persone in ogni genere di erudizione versate, libere dallo spirito di partito, nè facili a soggettarsi alle lusinghe del favore e dell'oro, sono di tal vantaggio alla letteraria repubblica, che poche altre possono loro paragonarsi. L'Italia non può, a dir vero, arrogarsi il vanto di averne dato alle altre nazioni l'esempio; perciocchè nè la Libreria del Doni, nè certe Gazzette politiche pubblicate fin dal secolo XVI non possono aversi in conto di giornali. La Francia fu la prima ad averlo; e il Journal des Savans, cominciato nel 1665 da Dionigi de Sallo, continuato poscia dall'ab. Gallois e da altri, è veramente il primo Giornale che uscisse alla luce, e a cui questo nome conviene con più rigore che alle Transazioni filosofiche cominciatesi a pubblicare in Londra lo stesso anno 1665. Non fu però lenta l'Italia a imitare sì bell'esempio. L'ab. Francesco Nazzari bergamasco colla direzione e col consiglio dell'ab. Michelangelo Ricci poi cardinale, cominciò nel 1668 a dare alle stampe in Roma un Giornale, e continuollo felicemente fino al marzo del 1675, nel qual tempo avendo egli voluto cambiare lo stampatore Tinassi nel libraio Benedetto Carrara, il primo per non perdere l'usato guadagno raccomandossi a monsig. Ciampini, col cui aiuto potè continuare il Giornale fino al marzo del 1681, mentre frattanto il Nazzari proseguiva a stampare separatamente il suo, che però non giunse che a tutto il 1679. Un altro, ma infelice e scipito, Giornale cominciossi in Venezia nel 1671 e durò fino al 1689. In Ferrara ancora uno se ne intraprese che non durò che due anni cioè l'88 e l'89, e un altro che ivi ricominciò nel 1691, ebbe esso pure fine assai presto. Assai migliore fu quello che nel 1686 prese a pubblicare in Parma il celebre p. ab. Bacchini a istanza e coll'aiuto del p. Gaudenzio Roberti carmelitano che il provvedeva de' libri perciò necessarj. Egli continuò con cinque tomi fino a tutto il 1690. Nel 1691 fu interrotto, e ripigliato poscia ne' due anni seguenti in Modena. Nel 1692 il p. Bacchini si associò alcuni altri per render migliore e più universale il suo lavoro, cioè il Guglielmini per la matematica, il Ramazzini per la fisica, la medicina, l'anatomia e la botanica, il padre Giovanni Franchini conventuale per la teologia, Jacopo Cantelli (non Cancelli, come ivi si legge) per la geografia e pe' viaggi; e per qualche parte il provinciale de' Minori Osservanti. Nel 94 e nel 95 fu di nuovo interrotto il Giornale, e fu ripigliato di nuovo nel 96, in cui ne uscì un altro tomo, e un altro l'anno seguente, in cui fu del tutto sospeso. Finalmente nel 1696 ebbe principio in Venezia la Galleria di Minerva, ne' cui primi tomi ebbe qualche parte Apostolo Zeno, e che venne poscia continuandosi per alcuni anni del nostro secolo, finchè all'apparire nel 1710 del Giornale de' Letterati essa e qualunque altro Giornale cadder di pregio, e furon dimenticati. La storia di questi Giornali da me in breve accennata si può vedere più a lungo esposta nella prefazione del suddetto Giornale de' Letterati. Nè io negherò già che queste prime opere periodiche non siano assai lungi da quella perfezione a cui poscia sono state condotte. Ma ella è questa la sorte di tutte le nuove intraprese, singolarmente nel genere letterario, che non possano al principio andare esenti da difetti e da errori. E lo stesso Journal des Savans non fu esso ancora ne' suoi cominciamenti troppo diverso da quello che poscia veggiamo? Basta leggere le riflessioni e le critiche su alcuni de' primi tomi di quel Giornale fa il ch. Magalotti (Lettere famigl. t. 1, p. 74, 127, 167), per riconoscere quanto esso fosse ne' suoi principj mancante. XXXIV. Gli scrittori genealogici forman l'ultima classe degli scrittori di storia, de' quali dobbiam qui ragionare. Io accennerò prima il trattato di Celso Cittadini Dell'antichità dell'armi gentilizie, del qual autore dovrem ad altro luogo trattar più a lungo, e l'opera del p. Silvestro Pietrasanta gesuita, che ha per titolo Tesserae gentilitiae, della quale abbiam fatta altrove menzione. Quindi tra quelli che scrissero propriamente Genealogie lasciando in disparte per amore di brevità coloro che scrisser la Storia di qualche particolare famiglia 30, Scrittori genealogici. 30 Fra gli scrittori di particolari genealogie io accennerò quella soltanto della nobile e antica famiglia Taccoli di Reggio, formata dal celeb. ab. Bacchini, perchè nè il co. Mazzucchelli, nè monsig. Fabbroni, nè alcon altro di quelli che di lui hanno scritto, ne ha fatta menzione: essa ha per titolo: Pruove del Giuspatronato della Chiesa Parrocchiale o Priorato di S. Giacomo Maggiore della Città di Reggio spettante alla Casa Taccoli, e della discendenza de' Compadroni della medesima Chiesa, disposte e digerite dal fu Reverendissimo Padre D. Benedetto Bacchini, ec. in Modena pel Soliani, 1725, fol. Non è però che tutto questo voluminoso tomo sia opera del p. Bacchini, perciocchè più cose vi aggiunse il co. indicherò solo alcuni di quelli che o a più grande, o a più vasto argomento rivolsero le loro fatiche. Nè io proporrò, come opera scritta con buona critica, l'Austria Anicia di d. Cipriano de' Conti Boselli monaco olivetano (Mazzucch. Scritt. it. t. 2, par. 3, p. 1828), nè alcune opere che generalmente trattano delle famiglie nobili italiane, e che non sono comunemente nè molto esatte, nè molto erudite, quali son quelle di Flaminio Rossi, di Lattanzio Bianchi, di Francesco Zazzera, di Giampietro de' Crescenzi. Migliori sono le Storie genealogiche delle famiglie di alcune particolari città. Quelle della città e del regno di Napoli furono assai bene illustrate da Carlo de Lellis, la cui opera in tre tomi fu stampata nella stessa città dal 1654 al 1671. E benchè in essa si veggan talvolta adottate alcune di quelle antichissime genealogie che ora eccitan le risa de' critici, l'uso nondimeno ch'ei fa de' privati e de' pubblici documenti, molti de' quali ancora egli ha dati in luce, rende quest'opera pregevolissima. Più compendiosa e meno ricca di cotai documenti è quella di Biagio Aldimari, o Altomare, che ha per titolo: Memorie istoriche di diverse famiglie nobili così napoletane, come forestiere, stampata in Napoli nel 1691, ma egli in vece parlando di ciascheduna famiglia indica più altri scrittori, che di essa ragionano. Più celebre e più piena di erudizion diplomatica è la Storia genealogica della famiglia Carrafa, da lui pubblicata nell'anno stesso in Niccolò Taccoli, da cui l'opera fu poscia continuata. Ma egli ne raccolse in gran parte i documenti, e ne formò gli aberi, come si raccoglie da alcune sue lettere premesse all'opera stessa. tre tomi, e stampata con molta magnificenza, opera che fu perciò altamente applaudita, come ci mostran gli elogi ad essa fatti da molti che si accennano dal co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 1, p. 542), il quale parla a lungo di questo scrittore, che fu insieme celebre giureconsulto, autor di molte opere legali, e impiegato in più cariche luminose 31. Intorno alle famiglie del medesimo regno abbiamo più altre opere di Ferrante della Marca duca delle Guardie, di Filiberto Campanile, di Francesco Elio Marchesi, di Carlo Borello, di Giuseppe Recco e di altri, di cui non giova il far distinta menzione. Le opere di Pompeo Scipione Dolfi sulle famiglie nobili di Bologna, del Libanori e del Maresti su quelle di Ferrara, di Eugenio Gamurrini su quelle della Toscana e dell'Umbria, benchè contengano molte pregevoli notizie non sono però tali, alla cui autorità convenga ciecamente fidarsi. Intorno alle famiglie di Genova, io non trovo notizia che dell'Armi delle Casate nobili di essa di Agostino Franzone. Moltissime opere genealogiche e singolarmente intorno alle famiglie di Padova e di Venezia, pubblicò il co. Jacopo Zabarella nobile padovano, delle quali diffusamente ragiona Gregorio Leti (Italia regn. par. 3, p. 265). Ma troppo sono esse sprovvedute di buona critica, perchè possano 31 Intorno all'Aldimari veggasi anche l'opera più volte citata del p. di Afflitto, che ce ne dà più minute e più esatte notizie (Scritt. napol. t. 1, p. 32, ec.), e osserva che alla magnificenza dell'edizione nella Storia della famiglia Carrafa non corrisponde l'esattezza e la critica delle ricerche. Di lui parla ancora, e ne dà un giudizio ugualmente svantaggioso il sig. d. Lorenzo Giustiniani. ora piacere agli eruditi. Delle famiglie fiorentine abbiam già accennato qualche scrittore parlando della Storia di quella città. Niuno n'ebbe Milano, che venisse alla luce. Ma un'opera assai vasta sulle famiglie di quella città, e corredata di gran copia di autentici documenti scrisse Rafaello Fagnani, morto nel 1627, la qual conservasi manoscritta in otto gran tomi in folio nell'archivio del collegio de' nobili giureconsulti della stessa città (V. Argel. Bibl. Script. mediol. t. 1, pars 2, p. 589, ec.). E certo a quegli scrittori che nel tesser le genealogie delle famiglie fecer molto uso de' monumenti conservati negli archivj, e gli trassero alla pubblica luce, noi dobbiamo esser molto tenuti, perchè in tal modo non solo alla Storia di quelle famiglie, ma anche delle città e delle provincie recarono molto vantaggio; poichè questo studio non ha più sodo e più autorevole fondamento di quelle carte, e da esse principalmente si dee riconoscere lo scoprimento di tante interessanti notizie che i moderni scrittori ci han date, e la confutazione ch'essi hanno fatta di tanti errori per l'addietro incautamente adottati. XXXV. Io darò l'ultimo luogo fra gli scrittori di Storia al celebre Traiano Boccalini, perchè comunque egli niun'opera veramente ci desse, a cui convenga il nome di Storia, tutte però quelle da lui pubblicate spargon non poco lume su' tempi a' quali egli visse. Di esse e del loro autore ha parlato sì esattamente il co. Mazzucchelli Notizie di Traiano Boccalini. (Scritt. it. t. 2, par. 3, p. 1375, ec.), che invano io mi sforzerei di dir cose nuove. Solo intorno alla patria del Boccalini parmi di poter dir qualche cosa da altri non osservata. Il suddetto autore dice ch'ei fu di patria romano, ma nativo di Loreto, e che suo padre era di professione architetto. Ma io aggiungo che il Boccalini, benchè nato in Loreto, fu di origine carpigiano, della qual città era natio Giovanni di lui padre, che fu architetto della S. Casa di Loreto. Noi ne abbiamo la testimonianza primieramente di Silvio Serragli, il qual parlando della cupola di quella chiesa la dice non poco illustrata da Giovanni Boccalini da Carpi Architetto di essa Casa sedente Pio IV (La S. Casa abbellita, Ancona 1675, par. 2, c. 4). Innoltre l'ornatissimo sig. avv. Eustachio Cabassi da me altre volte lodato, e a cui io debbo questa scoperta, mi ha avvertito che in Carpi nell'archivio della nobilissima famiglia de' Pii in una carta del 1501 trovasi nominato Giovanni Boccalini habitante nel Borgo di S. Antonio. E lo stesso Traiano, benchè chiami Loreto sua patria (Bilancia polit. l. 4, p. 360), dice nondimeno che suo padre era stato al servigio di Rodolfo Pio (ivi l. 2, p. 193). Par dunque indubitabile ch'ei fosse di origine carpigiano, ma nato in Loreto ov'ei venne a luce nel 1556 32. Visse molto in Roma, ove il suo ingegno pronto e vivace rendettelo caro a molti de' più illustri personaggi di quella città, ove fu maestro di geografia al card. Bentivoglio che ne lasciò ne' suoi scritti grata memoria (Mem. l. 1, c. 9). Per opera di essi 32 Posson vedersi anche più manifeste pruove della patria del Boccalini nella Biblioteca modenese (t. 1, p. 282). fu impiegato in diversi governi nello Stato ecclesiastico, e in quello tra gli altri di Benevento. Ma ei fece conoscere che egli era più abile a dar buoni precetti di sana politica, che a porgli in esecuzione, e Roma ebbe non poche doglianze della condotta dal Boccalini in que' governi tenuta. Forse la poca speranza di avanzarsi più oltre, ma più probabilmente la brama di stampar le sue opere in paese libero, il trasse nel 1612 da Roma a Venezia, ove l'anno medesimo pubblicò la prima centuria de' suoi Ragguagli di Parnaso, a cui l'anno seguente fece succedere la seconda. Ma non potè lungo tempo goder degli applausi con cui quell'opera fu ricevuta, perciocchè a' 16 di novembre del 1613 finì di vivere. La comune opinione, fondata principalmente sul detto dell'Eritreo (Pinacoth. pars 1, p. 272; pars 3, n. 59), è ch'egli avendo colle sue opere incorso lo sdegno di alcuni potenti, assalito una notte in casa nel suo proprio letto da alcuni armati, fosse così fieramente battuto e pesto con sacchetti pieni d'arena, che poco appresso se ne morisse. Ma le ragioni per dubitar di tal fatto, prodotte prima da Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 2, p. 139), e poi dal co. Mazzucchelli, mi sembrano di tal peso, ch'esso debba considerarsi almeno come molto incerto. Vuolsi però avvertire che agli scrittori da' quali si narra tal cosa, accennati dal co. Mazzucchelli, deesi aggiungere ancora il suddetto card. Bentivoglio, il qual però ne parla soltanto come di opinione ricevuta comunemente. E potè forse avvenire che il Boccalini avesse veramente quell'efficace avviso di scrivere più cautamente, ma che non dovesse ad esso la morte. La più celebre opera del Boccalini sono i sopraccennati Ragguagli di Parnaso, ne' quali egli fingendo che innanzi ad Apolline si rechino relazioni, doglianze ed accuse, acciocchè egli ne giudichi, prende occasione or di lodare, or di biasimar più persone, e le azioni e le opere loro. Essi non avrebbero forse avuto quel grande applauso che ebbero, se i tratti mordaci e satirici che l'autore vi ha sparsi, non ne rendessero a molti piacevole la lettura. Certo i giudizj che il Boccalini dà in questi racconti, non sono sempre i più esatti e i più conformi al vero. Delle molte edizioni, delle traduzioni, delle giunte fatte ad essi ragiona a lungo il suddetto co. Mazzucchelli, e io temerei di annoiare i lettori ripetendo di nuovo le minute osservazioni ch'ei fa sopra esse 33. Egli parimente ci dà piene ed esatte notizie della Pietra del Paragone politico, ch'è come una continuazione de' Ragguagli, ma diretta principalmente contro la Spagna, delle Lettere politiche ed istoriche, le quali servono di continuazione alla Bilancia politica, ma che in gran 33 Il co. Mazzucchelli accenna la voce da alcuni, ma senza fondamento, adottata, che il card. Bonifacio Gaetani, più che il Boccalini, fosse l'autore de' Ragguagli di Parnaso, e aggiugne che questa voce nacque per avventura dal risapersi che quel cardinale approvava i Ragguagli medesimi. È certo però ancora ch'egli non solo approvava i Ragguagli, ma ne favoriva l'autore con buone somme di denaro. Il ch. monsig. Onorato Gaetani mi ha trasmessa copia di tre lettere da Pier Capponi scritte al cardinal medesimo da Ravenna; la prima a' 10 di aprile; la seconda a' 30 di ottobre; la terza a' 21 di dicembre del 1613, nelle quali si parla di alcune somme di denaro, che in nome del cardinale avea fatte pagare al Boccalini, e nell'ultima si dice ch'era piaciuto alla Maestà Divina di chiamarlo a sé questi giorni passati in Venezia. parte non sono opera del Boccalini, de' Comentarj sopra Cornelio Tacito, i quali, anzi che un comento su quello storico, sono osservazioni politiche sopra diversi fatti della storia de' suoi tempi; e di alcune altre cose al Boccalini attribuite, delle quali non giova il ragionare distintamente. XXXVI. Rimane finalmente a parlare di alcuni che dieder precetti a scrivere lodevolmente la Storia, argomento in cui il secolo precedente ci ha dati molti scrittori, e quello, di cui trattiamo, non ci offre che Agostino Mascardi. Egli era nato in Sarzana nella riviera orientale di Genova nel 1591; ed entrato in età giovanile tra' gesuiti, ne uscì poscia, e da Urbano VIII, a cui pel suo ingegno ei si rendette assai caro, fu fatto suo cameriere d'onore e dichiarato professor d'eloquenza nella Sapienza di Roma l'anno 1628 collo stipendio di 500 scudi (Carrafa de Gymn. rom. t. 2, p. 321). L'Eritreo quanto ne loda l'ingegno, altrettanto ne biasima la poca saggia condotta (Pinacoth. pars 1, p. 112, ec.), per cui visse sempre oppresso dai debiti, e forse il suo tenore di vivere gli accorciò i giorni; perciocchè divenuto etico e ritiratosi a Sarzana, ivi in età di 49 anni venne a morte nel 1640. L'arte istorica da lui pubblicata in Roma nel 1636, e accresciuta poscia in una nuova edizione nel 1646 da Paolo Pirani, fu l'opera che maggior fama gli conciliasse, e con ragione, poichè esso è libro ottimo, e un de' migliori che in questo genere abbiamo. E basti Scrittori dell'Arte storica. recarne il giudizio del card. Bentivoglio, che ben potea conoscerne il pregio: "Con mirabile erudizione, dic'egli (Mem. l. 1, c. 9), ed insieme con singolare eloquenza fra i più moderni compose un pieno volume sopra l'Arte Istorica ultimamente in particolare Agostino Mascardi, uno de' primi Letterati d'Italia, e mio strettissimo amico. E certo gli deve restare grandemente obbligata l'Istoria, poichè egli nell'accennato componimento non poteva più al vivo effigiarne la vera e perfetta Istoria". Egli avea già pubblicata fin dal 1629 la Storia della famosa congiura del Fieschi. Ma questo saggio, dice Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 2, p. 110), che questo maestro dell'Arte ha divulgato, ha fatto dire, ch'egli fosse più abile ad insegnarla, che a praticarla. Lo stesso Zeno ha rilevati alcuni errori che nel parlar del Mascardi han commesso il p. Niceron e il p. Riccardo Simon. Le altre opere del Mascardi non sono ugualmente celebri, e se ne può vedere 'l catalogo presso il p. Niceron (Mém. des Homm. ill. t. 27). CAPO II. Lingue straniere. Studio delle lingue orientali fomentato da' papi. I. Lo studio delle lingue orientali fu uno di quelli che in questo secolo vennero con più ardore coltivati in Italia, e se ne dee la gloria principalmente a' romani pontefici, e a que' gran cardinali Federigo Borromeo e b. Gregorio Barbarigo. E quanto a' romani pontefici, Paolo V studiossi di eccitare i Regolari al coltivamento delle lingue, ordinando con una sua Bolla de' 28 di settembre del 1610 che in qualunque Studio de' Regolari fosse un maestro delle lingue ebraica, greca e latina, e negli Studj maggiori si aggiugnesse quello ancor dell'arabica (Murat. Ann. d'Ital ad h. a.). ma questo provvedimento non ebbe un successo corrispondente al zelo e al desiderio del pontefice. Più ampio e più stabil frutto raccolse Gregorio XV, di lui successore, dalla fondazion ch'egli fece nel 1622 della Congregazione detta de Propaganda Fide, di cui fosse pensiero il formare zelanti operai che spargendosi fin nelle più lontane provincie del mondo si affaticassero o in propagare, o in promuovere la Religione. Era perciò necessario ch'essi fossero istruiti nelle lingue de' popoli a' quali dovevano recarsi, e faceva bisogno di libri scritti in que' medesimi idiomi, affinchè più facilmente si diffondesse fra essi il lume del Vangelo. A tal fine per opera singolarmente di monsig. Francesco Ingoli, che ne fu il primo segretario, fu ad essa aggiunta una magnifica stamperia, in cui fin dal 1627 contavasi di quindici caratteri di diverse lingue che crebber poscia fino a ventitrè, e che sono poi stati fino a' dì nostri successivamente accresciuti. Non è perciò a stupire se in Roma singolarmente questo studio fiorisse, e se tante opere dotte nelle lingue orientali si vedessero ivi uscire alla pubblica luce. Ivi il p. Ilarione Rancati monaco cistercense, di patria milanese, dottissimo nelle lingue orientali, arabica, e siriaca, fu ammesso in una congregazione destinata da Paolo V all'esame di certi libri sacri siriaci, e fu un de' trascelti da Urbano VII a tradurre la Volgata latina nella lingua arabica, e dopo aver sostenuti più ragguardevoli impieghi, finì di vivere in età di 69 anni nel 1663, senza aver mai pubblicata opera alcuna, ma lasciandone un grandissimo numero scritte a mano, che or si conservano nel monastero di s. Ambrogio in Milano e in quello di Caravaggio, e che si annoverano dall'Argelati 34 (Bibl. Script. mediol. t. 2, pars 1, p. 1175, ec.). Ivi il p. d. Giulio Bartolocci dello stesso Ordine, ma della Congregazion riformata di s. Bernardo, nato nel 1613 in Cellano nella diocesi di Montefiascone, che per 36 anni fu professore di lingua ebraica nel collegio de' neofiti, e scrittore della medesima lingua nella Vaticana, e che morì nel 1687, diè alla luce nella stamperia della Congregazione de Propaganda la Biblioteca magna rabinica, in cui per ordine alfabetico si dà notizia di tutti gli autori e di tutti gli scritti rabbinici (Mazzucch. Scritt. it. t. 2, par. 1, p. 468). Ivi il p. d. Carlo Giuseppe Imbonati di patria milanese, scolaro e correligioso del Bartolocci, oltre il compiere il quarto tomo della Biblioteca rabbinica dal suo maestro scritto sol per metà, pubblicò ancora nel 1696 la Biblioteca latino ebraica, ossia la notizia di tutti 34 La Vita del p. d. Ilarione Rancati è stata con molta diligenza ed erudizione illustrata dal ch. p. ab. d. Angelo Fumagalli cisterciense, e stampata in Brescia nel 1762. E si potranno in essa vedere non solo più ampiamente spiegate le circostanze della vita di questo dottissimo religioso, ma messo ancor in miglior luce tutto ciò da lui fu operato per promuover lo studio delle lingue orientali, e di tutte le scienze sacre. gli scrittori latini che scritto aveano o contro gli Ebrei, o di cose a Religione, o a' costumi loro attinenti (Argel. l. c. t. 1, pars 2, p. 737). Ivi il p. d. Clemente Galani teatino, dopo aver per più anni soggiornato in Armenia, tornato a Roma, diè alle stampe nel 1650 in due tomi una pregevol raccolta di Atti scritti in quella lingua, e da lui tradotti il latino, e illustrati con osservazioni teologiche e storiche intitolata Conciliazione della Chiesa d'Armenia colla latina sulle testimonianze de' Padri e de' Dotti Armeni. Ivi Filippo Guadagnolli divolgò nel 1642 la Gramatica della lingua arabica, e Tommaso Obizzino da Novara minor riformato il Tesoro siro-arabico-latino nel 1636, e prima una Gramatica arabica nel 1631. I tre maroniti, Vittorio Scialac, Abramo Echellense e Fausto Nairone, furono da' romani pontefici mantenuti e premiati, perchè tenessero scuola di lingua orientali; e tutti corrisposero a benefizj di cui vedeansi onorati, col pubblicare più dotte opere, fra le quali abbiamo de' due primi le Gramatiche della lingua arabica e della siriaca. Ivi il p. Giambattista Ferrarari sanese di patria gesuita, da noi altrove già nominato, diè in luce nel 1622 un dizionario della siriaca intitolato Nomenclator syriacus. Ivi il f. Mario da Calasio (luogo nel regno di Napoli) minore osservante pubblicò nel 1621 la grand'opera delle Concordanze ebraiche, avuta sì in gran pregio, che una nuova edizione se n'è fatta in Londra nel 1749, e di lui abbiamo ancora un Dizionario ebraico-latino stampato in Roma nel 1617. Ivi finalmente nel 1671, dopo le fatiche e gli studj di ben 46 anni in ciò impiegati da' più dotti uomini che fossero in tutta l'Europa, uscì alla luce la famosa edizione della Biblia arabica in tre tomi in folio. I nomi di tutti quelli che in ciò furono adoperati, e la serie delle fatiche da essi perciò sostenute, si posson vedere nel Giornale romano dell'ab. Nazzari (Giorn. de' Letter.; Roma 1672, 29 genn.). II. Colle grandi e magnifiche idee de' romani pontefici pare che gareggiar volesse il card. Federigo Borromeo. Noi abbiam già veduto che questo gran cardinale nel fondare la biblioteca ambrosiana vi aggiunse una stamperia di lingue orientali, che condusse a Milano maestri delle lingue ebraica, persiana ed armena, e che cercò ancora, ma inutilmente, un maestro della lingua abissina. Benchè le premure del card. Federigo non avessero tutto quell'ampio effetto che alla grandezza del suo animo era corrispondente, non rimaser però senza frutto, e due degli alunni da lui formati, amendue milanesi, promosser non poco lo studio delle lingue orientali. Il primo fu Antonio Giggeo della Congregazione degli Obblati, e uno de' dottori del Collegio ambrosiano. Fin dal 1620 avea ei pubblicati da sè tradotti in latino i Comeni del rabbin Salomone, di Aben Esra, e di Levi Gersom su' proverbj di Salomone. Ma opera assai più gloriosa al suo autore fu il gran Vocabolario arabico in quattro tomi, stampato in Milano nel 1632, ch'è il più ampio che abbiasi in quella lingua, e che ben mostra quanto in essa fosse venerato il Del card. Federigo Borromeo. Giggeo. Egli scrisse ancora una Gramatica delle lingue caldaica e targumica, che conservasi ms. in Milano (V. Argel. Bibl. Script. mediol. t. 1, pars 2, p. 685). La fama sparsa del molto saper del Giggeo nelle lingue orientali, giunse al pontefice Urbano VIII che bramò di avere un uomo sì dotto in Roma per illustrarne il Collegio de Propaganda; e il Giggeo chiamato dal papa, già era sul partir da Milano, quando fu dalla morte rapito nel 1632. L'altro dottor del collegio ambrosiano illustrator delle lingue orientali, fu Francesco Rivola, il quale rivoltosi singolarmente alla lingua armena, ne scrisse il Dizionario che fu stampato in Milano nel 1613, e poscia ancor la Gramatica ivi pubblicata nel 1624, e nella nuova edizione del Dizionario fatta in Parigi nel 1633 ad esso unita. III. Emulatore delle virtù e della munificenza del card. Federigo Borromeo fu il b. card. Gregorio Barbarigo vescovo di Padova, il quale, come parlando delle biblioteche abbiamo già osservato, nel suo seminario fondò una stamperia di lingue orientali, e ne promosse tra quegli alunni lo studio. Quanto ne fosse egli sollecito, cel mostrano alcune delle lettere da lui scritte al celebre Magliabecchi: "Io non so come, gli scriv'egli nel 1681 (Cl. Venet. Epist. ad Magliab. t. 2, p. 8), mi sono posto in pensiere di mettere le lingue Orientali nel Clero, e vado avanzando, onde quando odo tali libri, convengo soddisfare alla curiosità, e però pregola farmi parte della E dal card. Barbarigo. materia, che trattano i libri venuti dal parente del Turco a S. Altezza: intendo, che vi siano in Costantinopoli libri Arabi di cose anco morali molto ben aggiustati. Intendo esser stati in cotesta Stamperia impressi Avicena ed Averroe. Mi sarebbe grazia sapere, se sono soli Arabi, o pure anco tradotti, e quanti tomi". E in un'altra dell'anno stesso (ib. p. 9): "Per le cose Arabiche veramente io presi l'esemplare dal Sig. Card. Borromeo, e mi dispiace che i suoi successori non l'abbian seguito, e sarà per me grazia singolare l'averne una copia di questi stampati in Roma dal Gran Duca Ferdinando". Il card. Giorgio Cornaro successore del Barbarigo ne imitò ancora gli esempj, e ne promosse i disegni riguardo a questi studj; e frutto delle sollecitudini di questi due cardinali fu la bella edizione dell'Arcolano in lingua arabica con traduzione latina, e colla dotta confutazione del p. Lodovico Marracci della Congregazione della Madre di Dio da quella stamperia uscita nel 1698. Ma i lor disegni ancor non ebber la sorte di esser poscia avvivati e promosi, com'essi avrebber bramato. IV. Benchè i gran duchi di Toscana di questo secolo non fosser tanto solleciti di questo studio, quanto Ferdinando I, non trascuraron per modo, che ad esso ancora non rivolgesser talvolta pensiero. Ferdinando II e il principe Leopoldo fecer venire a Firenze quell'Abramo Echellense da noi nominato poc'anzi, acciocchè esaminasse i codici orientali ch'erano nel palazzo de' Coltivatori di tale studio. Pitti (Bianchini Ragionam. p. 107) 35, e poscia il gran duca Cosimo III trasse a Firenze il celebre p. Pietro Benedetti di nazion maronita: "Un Regalo, scrivea nel 1698 il co. Magalotti al priore del Bene (Magai. Lett. famigl. t. 2, p. 141), pel mio Sig. Priore, e un regalo non piccolo; ma ci vuole un po' di mancia. Il regalo è tutta l'amicizia e la confidenze del P. Benedetti Maronita onorato dal Gran Duca nostro Signore della lettura delle lingue Orientali in codesta Università. Saranno intorno a sett'anni, che S. A. cavò questo degnissimo soggetto di Roma per riordinare l'orribil caos, in cui eran ridotti i caratteri non so se di dieci lingue Orientali fatti gettare con centotrentamila scudi di spesa dal Gran Duca Ferdinando I. allora Cardinale e Protettore del Collegio de propaganda Fide. Finito questo laborioso riassortimento S. A. non l'ha mai licenziato, mirando verissimilmente, e come ne tengo qualche riscontro, infin d'allora a valersene in questo nuovo impiego. Si trova egli in necessità di procacciarsi un quartiere costì, ec.". Alcuni altri Italiani che furon dotti nelle lingue orientali, abbiamo ad altre occasioni accennati nel decorso di questo tomo; e alcuni altri potremmo qui rammentare, e fra gli altri quel Filippo d'Aquino, da ebreo divenuto cristiano, e professore per molti anni di lingua ebraica in Parigi, di cui si hanno alle stampe non poche opere (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 912). Ma benchè egli fosse originario d'Aquino nel regno di Napoli, nacque nondimeno in Carpentras, e 35 Questi codici orientali sono stati essi ancora per comando del gran duca poi imperatore Pietro Leopoldo uniti alla Laurenziana. visse sempre in Francia; e noi non possiamo perciò, senza esporci alla taccia di usurpatori delle altrui glorie, annoverarlo tra' nostri. Io farò più volentieri menzion di Leon da Modena rabbino veneto, ebreo assai dotto nella lingua e nelle antichità della sua nazione, e autore di alcune opere sui Riti ebraici, che anche oltramonti furono accolte con applauso, e più volte stampate (V. Le Long. Bibl. sacra t. 2, p. 593, 806) 36. 36 Ai coltivatori della lingua ebraica deesi aggiugnere il p. Eliseo Pesenti cappuccino, morto in Bergamo sua patria, nel 1634, che per trent'anni tenne in quel suo convento pubblica scuola di quella lingua. Oltre alcune opere da lui pubblicate, delle quali si fa menzione nella Biblioteca de' Cappuccini del p. Bernardo da Bologna, conservansi nella libreria del suo convento un ampio Dizionario ebraico manoscritto, in quattro tomi in folio, e una Gramatica ebraica in un altro tomo. Il sig. ab. Maffeo Maria Rocchi, a cui debbo questa notizia, mi avverte ancora che pochi anni sono anni sono alcuni dei Cappuccini francesi, che in Parigi coltivano con molto applauso la detta lingua, venuti in Italia, e veduto quel Lessico, volea seco recarlo in Francia per pubblicarlo, ma che gli antichi possessori non vollero restarne privi. V. Al fervore degl'Italiani nel coltivar le lingue orientali per che avrebbe dovuto esser uguale l'impegno riguardo alla greca. E nondimeno la cosa andò tutto altrimente. L'universale entusiasmo con cui abbiamo veduti gl'Italiani del secolo precedente volgersi allo studio di questa lingua, talchè allora sembrava anzi disonor l'ignorarla che onore di saperla, si andò scemando e illanguidendo per modo, che veggiam gli eruditi di questa età altamente lagnarsi ch'essa fosse quasi dimenticata. E forse ne fu cagione lo stesso ardore dell'età precedente nel fomentar questo studio. Appena vi fu oratore, o poeta greco che da' nostri non fosse allora tradotto o in latino, o in italiano. Quindi potendosi leggere Omero e Demostene anche da chi ignorava il greco, si credette da molti inutile la fatica necessaria ad apprenderlo, e quella lingua perciò non fu più molto curata. Luca Olstenio scrivendo da Roma nel 1649 al principe Leopoldo de' Medici, e proponendogli per la cattedra d'eloquenza e di lingua greca, vacante in Pisa per la morte di Paganino Gaudenzi, il dotto Leone Allacci: "Altro soggetto, dice (Lettere ined. t. 1, p. 81), che meriti d'esser messo in considerazione a V. A. io non vedo in Italia, e si sa quanto male sieno provviste le Cattedre di Padova e di Bologna in questo genere, dove le Lettere Greche, e in conseguenza ogni vero fondamento di sapere, sono bandite affatto in modo, che di qua non si possa sperare che cosa debole e ordinarissima 37". Veggiamo infatti Lo studio della lingua greca illanguidisc e alquanto in Italia: notizie di alcuni grecisti. 37 Per nondimeno che in Roma, donde così scriveva nel 1646 l'Olstenio, che per occupar quella cattedra fu per qualche tempo trascelto un non so quale Ibernese, che ivi era nel 1673. In Firenze fu quella cattedra sostenuta da un uomo nella lingua greca dottissimo, cioè da Giambattista Doni, di cui abbiamo altrove fatta menzione. E quando questi morì nel 1646, fu proposto a succedergli Valerio Chimentelli, del cui sapere abbiamo un'onorevole dovesser trovarsi non pochi nella lingua greca ben istruiti. Perciocchè, come ha osservato il ch. can. Bandini (Vita J. B. Donii p. 82), conservasi in Roma nella Biblioteca barberina un codice in cui si contengono i Fasti di un'Accademia detta Basiliana eretta nell'an. 1635 nel monastero de' Basialiani di rito greco, in quella città per opera del card. Francesco Barberino il vecchio, scritti da Giuseppe Carpano, ch'era uno degli accademici. Erane protettore il suddetto card. Barberino, e principe il card. Francesco Maria Brancacci, e segretario il celebre Giambattista Doni. Nelle loro adunanze solevano gli accademici recitar prima un ragionamento su qualche materia sacra, o morale; indi passavano allo scioglimento di qualche dubbio intorno alla lingua greca, tratto singolarmente dalla liturgia di quella nazione. Quest'accademia non ebbe però lunga durata, e come pruova il suddetto scrittore con una lettera dell'Olstenio de' 15 di febbraio del 1642, al partir che il Doni fece da Roma, si sciolse quasi interamente. Nondimeno circa il tempo medesimo abbiamo un altro documento a provare ch'era in Italia un sufficiente numero di coltivatori della lingua greca. Esso è un catalogo d'uomini dotti scritto a' tempi di Urbano VIII di mano di Gasparo Scioppio, e pubblicato dallo stesso canonico Bandini (l. c. p. 21, ec.). Tra essi veggiam molti da lui lodati, come dotti nel greco, e sono Girolamo Aleandro, Paolo Bombino gesuita, Ignazio Bracci, Agostino Oreggio (poi cardinale), Giambattista Lauro, Niccolò Villani, Niccolò Alamanni, Giuseppe Ripamonti dotto ancor nell'ebraico, Pietro Strozzi, Giambattista Doni e Lorenzo Pignoria, di molti de' quali abbiam parlato in diversi passi di questo tomo. testimonianza nella lettera perciò scritta dal p. Michelini al principe Leopoldo (ivi p. 266). Ma egli passò poi alla medesima cattedra nella università di Pisa, ove pubblicò la sua erudita dissertazione intitolata Marmor Pisanum de honore Biselii. Ma il più celebre professore di lingua greca, che quell'università in questo secolo avesse, fu Benedetto Averani. Più di cinque Vite di questo professor valoroso annovera il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 1235), e possiamo ad esse aggiugnerne un'altra che di più fresco ci ha data il ch. monsig. Fabroni (Vitae Italor. doctr. Excell. dec. a. p. 6). Debbo io dunque occuparmi di formarne una nuova? A me basterà l'accennare ch'ei fu di patria fiorentina, e che nacque nel 1645; che fin dal tempo in cui cominciò a frequentare le scuole de' Gesuiti, diè saggi di non ordinario ingegno e di maturità superiore agli anni; che a tutte le più nobili scienze rivolger volle il suo studio, e in tutte fece lieti progressi; che avvertito dal card. Leopoldo a disporsi ad occupare la cattedra di belle lettere in Pisa, solo e senza la scorta d'alcun maestro studiò la lingua greca, e ne ottenne pienissima cognizione; che nel 1676 fu nominato professore di lingua greca, dalla qual cattedra passò poscia a quella d'umanità; che ricusò premurosi inviti a lui fatti dall'università di Padova e dal pontefice Innocenzo XI, nè mai volle lasciare il servigio del natural suo sovrano, finchè in età di 52 anni nel 1707 a' 28 di dicembre, passò a miglior vita. Egli fu veramente uom dotto, e insieme colto ed elegante scrittore, e viene annoverato tra quelli che più contribuirono a richiamare in Italia il buon gusto. Le Dissertazioni latine da lui dette nell'università di Pisa, e che raccolte dopo la sua morte furono in tre tomi in folio stampate in Firenze, contengono spiegazioni e dissertazioni sull'Antologia greca, su Tucidide, su Euripide, su Livio, su Cicerone, su Virgilio, e più altre Orazioni, Poesie, e Lettere dell'Averani, il quale in esse discuopre e il profondo studio che fatto avea sugli antichi scrittori e il profondo studio che fatto avea sugli antichi scrittori, e l'ampio frutto che aveane raccolto. Di altre opere di esso o stampate, o inedite, o smarrite si veggano i cataloghi che ne han dato i suddetti scrittori. Fratello di Benedetto fu Giuseppe Averani professore egli ancora in Pisa, e autor parimente di molte opere. Ma egli visse fino al 1738, e non è perciò di questo luogo il ragionarne. VI. Io non verrò annoverando gli altri professori di lingua greca, che nelle altre università italiane ne tennero scuola; perciocchè, se vi ebbe tra essi qualche uomo di chiara fama, egli è più noto per opere di erudizione, che per saggi dati di grande perizia in questa lingua, come furono Felice Osio e Ottavio Ferrari nell'università di Padova già da noi mentovati, a' quali si può aggiugnere Vincenzo Contarini autore di alcuni trattati su diversi punti di romana antichità e di altri argomenti, di cui più copiose notizie ci dà il Papadopoli (Hist. Gymn. patav. t. 1, p. 348). Ma non deesi tacere una nuova cattedra di lingua greca aperta in Napoli Se ne annoverano alcuni altri. verso la fine del secolo dall'amor patriottico e dalla munificenza di Giuseppe Valletta, del quale abbiam fatta in altro luogo menzione. Di ciò ne ha lasciata memoria il p. Mabillon, che fu a Napoli nel 1686, e che racconta che quel benemerito cittadino avea col suo proprio denaro assegnato stipendio a Gregorio Masserio sacerdote di Brindisi, perchè v'insegnasse pubblicamente la lingua greca. Più altri Italiani che sepper di greco, abbiamo indicati ne' capi precedenti, e più altri ne indicheremo in quelli che verranno appresso. E qui ancora se ne potrebbono rammentare alcuni, come il p. Giambattista Gattini gesuita palermitano, morto in Roma nel 1672, uomo non sol nella greca, ma ancora nelle orientali lingue versato, e a cui dobbiamo il quinto e il sesto libro de' Comenti di s. Cirillo alessandrino da lui trovati in Chio, benchè altri gli togliesse la gloria di pubblicarli (Sotuell. Script. S. J. p. 412), e Simone Porzio autore di un Dizionario latino, greco-barbaro, e letterale, e più altri, de' quali però, per quanto minutamente noi andassimo in cerca, non potremmo raccoglier tal numero, è indicare tali opere che la fama da' nostri in questo secolo ottenuta non fosse di molto inferiore a quella del secolo precedente. VII. Io potrei qui ancora aggiugnere una non breve serie di scrittori italiani che ci diedero Gramatiche, o Vocabolarj, o altri libri che giovano a conoscere la lingua turchesca, la cinese, la giapponese, la messicana e quella di più altre nazioni dell'Indie orientali e delle occidentali; opere Studio di altre lingue. comunemente dei missionarj vissuti lungamente in quelle provincie. Ma poichè esse furon singolarmente dirette al vantaggio delle anime di que' popoli, più che alla letteraria loro istruzione, perciò io mi astengo dal farne un minuto catalogo, di cui sarebbe la noia maggior che il frutto. CAPO III. Poesia italiana. I. Eccoci a un argomento di cui par che l'Italia debba anzi andar vergognosa, che lieta e superba. Se alcuni degli scrittori da noi addietro accennati usano d'uno stil tronfio e vizioso, essi almen c'istruiscono co' lumi che spargono o sul regno della natura, o sulle vicende de' secoli. Ma ora dobbiam parlar di scrittori a' quali se mancan le grazie dello stile, manca il migliore e quasi l'unico pregio de' lor lavori. Un teologo, un filosofo, un matematico, un medico, uno storico che scriva male, si legge con dispiacere e con noia, ma pur si legge con frutto. Ma un poeta incolto e rozzo a che giova egli mai? E nondimeno pur troppo dobbiam confessare che fra' poeti di questo secolo il maggior numero è di quelli, le cui Poesie or non possono aver altr'uso che di servir di pascolo alle fiamme, o alle tignuole, o d'esser destinate anche a più ignobil uffizio. Ma dovrò io rinnovare in certo modo la piaga che il reo Cattivo gusto comunemente in essa introdotto. gusto fece allora all'Italia, col far menzione di tanti inutili poetastri da' quali ella fu innondata ed oppressa? Nè io ho coraggio a farlo, nè ove pure l'avessi, potrei sperarne lode ed applauso da' lettori di questa Storia. Si giaccian essi dunque dimenticati fra quella polvere a cui son or condennati. Io invece mi studierò di mostrare che, benchè quasi tutta l'Italia andasse follemente perduta dietro a quel falso lume che tanti e tanti sedusse, il numero però di coloro che non si lasciaron travolgere dalla corrente, non fu sì scarso, come da molti si crede, e che anche nel secolo XVII non fu del tutto priva l'Italia di leggiadri ed eleganti poeti. Solo perchè le infelici vicende della letteratura ugualmente che le gloriose da un sincero e imparziale storico debbono essere rammentate, io parlerò de' primi e dei più celebri corrompitori del buon gusto in Italia, acciocchè si conosca a chi debba essa imputare le sue sciagure. II. Prima però di essi dobbiam dire di un valoroso poeta, il quale tanto toccò del buon secolo, che potè raccoglierne in sè tutti i pregi, e tanto s'innoltrò nel cattivo, che per poco non ne contrasse alquanto i difetti. Parlo del celebre Gabriello Chiabrera, onor di Savona sua patria, ove nacque agli 8 di giugno del 1552. Ha scritta egli stesso la sua Vita, e di essa noi ci varremo nel ragionarne, finchè una più ampia non ne abbiamo; e noi speriamo di averla nella nuova edizione delle Opere di questo valoroso poeta già da qualche anno promessa da Notizie di Gabriello Chiabrera. alcuni letterati savonesi, ma che non vedesi ancora venire a luce. Gabriello, rimasto presto privo del padre, fu in età di nove anni inviato a Roma, ove sotto la direzione di un suo zio paterno cominciò gli studj e fu poscia inviato alle scuole del collegio romano. L'amicizia da lui ivi contratta con Paolo Manuzio e poi col celebre Sperone Speroni, e le lezioni udite dal famoso Mureto, giovaron non poco a porlo sul buon sentiero. Fu per qualche tempo in corte del card. Cornaro camerlingo; ma un incontro da lui avuto con un gentiluomo romano, il costrinse ad uscire da Roma e a tornare alla patria, ove in tranquillo riposo tutto si diè agli studj e a quello singolarmente della poesia italiana. E par veramente che il Chiabrera in età giovanile fosse d'indole vivace e risentita oltre il dovere, poichè confessa egli stesso che in patria incontrò, senza sua colpa, brighe, e rimase ferito: la sua mano fece sue vendette, e molti mesi ebbe a stare in bando: quietossi poi ogni nimistà, ed ei si godette lungo riposo. Ei visse quasi sempre in patria, ove ancora in età di 50 anni prese a moglie Lelia pavese, da cui però non ebbe figli. Solo nel trasser talvolta il desiderio di viaggiar per l'Italia, e gli onorevoli inviti fattigli da alcuni principi. Fra essi Ferdinando I gran duca di Toscana, avendo saputo che il Chiabrera era venuto a Firenze, chiamollo a sè, e accoltolo con molto onore, gli commise alcuni versi per servire sulla scena ad alcune macchine ch'ei volea mandare in dono al principe di Spagna; ed avutili, gli fece dono di una catena d'oro con una medaglia in cui era impressa la sua immagine e quella della gran duchessa, e di una cassetta di acque stillate e odorose. Indi in occasione delle feste che si celebrarono per le nozze della principessa Maria, che fu poi reina di Francia, gli comandò che avesse cura delle poesie che doveansi rappresentar sulla scena, e nella pruova che se ne faceva innanzi al gran duca e ad altri gran personaggi, avendo egli veduto che il Chiabrera, come gli altri, stavasi in piedi e a testa scoperta, il fè scoprire e sedere; e ordinò poscia ch'ei fosse notato tra' gentiluomini dalla sua corte con onorevole provvisione e senza obbligo alcuno. Abbiam parimente veduto com'ei fosse ivi onorato da Cosimo II, che in somigliante occasione chiamatolo, sel fece sedere a lato. Nè meno fu egli accetto a Carlo Emanuello duca di Savoia, il quale sapendo ch'egli scriveva l'Amadeide, chiamollo a Torino, l'invitò a fermarsi alla sua corte, e poichè egli non accettò l'invito, gli fè dono di una catena d'oro, e volle che nel partire fosse servito d'una carrozza e di quattro cavalli di corte, e ogni qual volta ei fu a Torino, il duca fecegli contar pel viaggio 300 lire, benchè esso non fosse che di 50 miglia. Anche il duca di Mantova Vincenzo Gonzaga lo ebbe assai caro; volle ch'egli ordinasse le macchine, e componesse i versi per gl'intermedj nelle feste per le nozze del principe suo figliuolo, lo alloggiò in corte, e seco il volle in carrozza, in barca, alla mensa, e gli assegnò un'annua pensione. Urbano VIII gli diè parimente gran contrassegni di onore e di stima, e fra le altre cose l'ammise una volta ad udire il predicatore apostolico nella sua bussola stessa, e con un Breve pieno di encomj lo invitò a fissare il suo soggiorno in Roma al che però non condiscese il Chiabrera. Finalmente la Repubblica di Genova, di cui era suddito, lo ricolmò essa pure di onori e di privilegi, permettendogli fra le altre cose di scoprirsi, quando ragionava a' serenissimi collegi. Così onorato da tutti, visse il Chiabrera fino all'estrema vecchiezza, finchè in età di 86 anni nel 1637 diè fine in Savona a' suoi giorni. III. A dare un'idea del poetare del Chiabrera, niuna imagine è più opportuna di quella ch'ei medesimo ci somministra nella sua Vita, dicendo ch'ei seguia l'esempio di Cristoforo Colombo suo cittadino, ch'egli voleva trovar mondo, o affogare. In fatti, benchè Luigi Alamanni, Bernardo Tasso e alcuni altri poeti del secolo XVI avesser felicemente tentato di ornare la poesia italiana colle leggiadre grazie di Anacreonte, e cogli arditi voli di Pindaro, niuno però sì vivamente espresse la greca poesia, quanto il Chiabrera. O egli scherzi nelle Canzonette anacreontiche, o si sollevi al cielo colle pindariche, vedesi in lui quella fervida fantasia e quel vivace estro di cui i Greci ci furono sì gran maestri, e senza cui non v'ha poesia nè poeta. Se l'espressione non è sempre coltissima, se ne' traslati e nelle metafore è forse talvolta ardito oltre il dovere, sicchè sembri non del tutto esente da' difetti del secolo, la nobiltà de' pensieri, la vivacità delle immagini, i voli lirici, appena ci lasciano ravvisare cotai piccioli nei; e la molteplice Sue Poesie e loro carattere. varietà de' metri da lui nella poesia introdotti dà un nuovo pregio alle sue Rime. Non v'ebbe genere di poesia italiana, a cui egli non si volgesse 38. Ma alle canzoni principalmente ei dee la celebrità del suo nome. Ne' sonetti egli è vivo e immaginoso; ma al leggerli ci spiace quasi ch'egli abbia esposti que' sentimenti in un sonetto più tosto che in una canzone. Niun poeta ci ha lasciato sì gran numero di poemi, quanto il Chiabrera. L'Italia liberata, la Firenze, la Gotiade, o delle Guerre de' Goti, l'Amadeide, il Ruggiero, son tutti di lungo lavoro, oltre molti altri poemetti di minor molte; e in tutti si riconosce il Chiabrera, cioè un poeta versatissimo nella mitologia e nella erudizion greca e latina, maestoso, fecondo, eloquente. Ciò non ostante i poemi del Chiabrera non hanno avuta la sorte di essere annoverati tra' più perfetti che abbia l'italiana poesia; e forse sarebbe avvenuto al gran Pindaro, s'ei si fosse accinto a scriver poemi epici. Gl'ingegni fervidi e arditi sembran meno opportuni a quei generi di poesia, che richieggono regolare condotta e fatica di lungo tempo. Noi abbiamo altrove accennata la bella e giudiziosa critica che dell'Amadeide fece il celebre Onorato d'Urfè, e in cui ebbe parte anche il duca di Savoia Carlo Emanuello I, in cui si rilevano, e, per quanto a me ne è sembrato, assai giustamente, parecchi difetti di quel 38 Il cav. Vannetti nelle sue auree Osservazioni intorno ad Orazio prima di tutti ha analizzate le rare bellezze e la felice imitazion oraziana de' trenta Sermoni del Chiabrera, ne' quali egli ha di gran lunga superato tutto ciò che di Sermoni e di Satire erasi fino a' suoi tempi avuto in poesia italiana (t. 2, p. 35, ec.). poema, nel quale per altro confessa il censore che ben si vede l'ingegno e lo studio del valoroso poeta. Lo stesso dee dirsi dei Drammi per musica e delle Favole boscherecce e dell'Erminia tragedia, tutte opere non indegne del loro autore, ma per le quali egli non avea dalla natura sortita quella felice disposizione che avea per la lirica poesia. Non son molti anni che ne sono state pubblicate le Lettere familiari, scritte con quella naturale eleganza che ne è il maggior pregio. È nella nuova promessa edizione da noi poc'anzi accennata, molte altre opere finora inedite ci si fanno sperare di questo illustre scrittore. IV. Mentre tanti e sì ben meritati onori rendevansi in ogni parte al Chiabrera, non eran minori quelli che tributavansi a Giambattista Marini, che si dee a ragione considerare come il più contagioso corrompitor del buon gusto in Italia; e di cui perciò dobbiamo or farci a parlare. Giambattista Baiacca comasco ne ha scritta la Vita, stampata lo stesso anno 1625 in cui il Marini morì e poscia ristampata più altre volte, e di lui innoltre favellano tanti altri scrittori, che non ci è d'uopo di gran fatica a raccoglierne le notizie. Ei fu di patria napoletano, ed ivi nacque nel 1569 da padre di professione giureconsulto, il quale perciò avrebbe voluto che il figlio battesse la carriera medesima. E forse sarebbe stato spediente all'italiana poesia che così fosse accaduto. Ma il Marini fu uno de' Notizie di Giambattista Marini e delle sue Poesie. molti che volsero dispettosamente le spalle alla giurisprudenza, per seguire le Muse. Sdegnato il padre, cacciossel di casa, negandogli perfino il pane. Il duca di Bovino, e poscia il principe di Conca, che ne ammiravano il raro talento, gli dieder ricovero, finchè un delitto giovanile da lui commesso il fece imprigionare, e poichè ebbe riavuta la libertà, lo persuase per timore di peggio a lasciare il Regno, e a trasportarsi a Roma, ove prima presso Melchiorre Crescenzi, indi presso il card. Pietro Aldobrandini visse alcuni anni, e col secondo fu ancora a Ravenna e a Torino. In questa città rendettesi celebre il Marini non solo pel suo talento, ma ancora per le ostinate e più che letterarie contese che vi sostenne. La prima fu quasi una battaglia da giuoco in confronto delle altre, e nacque all'occasion di un sonetto dal Marini composto in lode di un poemetto di Rafaello Rabbia sopra s. Maria egiziaca, in cui egli prese un solenne granchio confondendo il leone da Ercole ucciso coll'Idra lernea; oggetto, a dir vero, di troppo lieve momento, perchè si dovesser per esso pubblicar tanti libri, quanti allora ne uscirono, altri contro, altri a favor del Marini, il cui principal difensore fu il co. Lodovico Tesauro da noi nominato nella Storia del secolo precedente. La serie de' libri in tal occasion pubblicati si può vedere presso il Crescimbeni (Stor. della volg. poes. p. 354 ed. rom. 1698) e presso il Quadrio (Stor. della Poesia t. 2, p. 283). Assai più aspra fu la contesa ch'egli ebbe in Torino con Gasparo Murtola genovese, segretario del duca Carlo Emanuele. Il Marini recatosi, come si è detto, a Torino col card. Aldobrandini, ottenne tal grazia presso quel principe, singolarmente col Panegirico in onor di esso da lui composto, che questi lo ascrisse all'Ordine dei ss. Maurizio e Lazzaro, e fermollo alla sua corte collo stesso carattere di segretario. Il Murtola che credeva di non aver pari nel poetare, e che allora stava per pubblicare il suo poema del Mondo creato, che infatti uscì alla luce in Venezia nel 1608, non potè veder con buon occhio il favor del Marini. Quindi motti satirici e poscia sonetti dell'uno contro dell'altro, e la Murtoleide e la Marineide, e altri infami libelli dati alle stampe, con cui questi due poeti si vennero arrabbiatamente mordendo per lungo tempo nel 1608 e nel 1609, libelli ne' qual non solo la carità cristiana, ma l'onestà ancora e la decenza vedesi del tutto dimenticata. Alcuni autorevoli personaggi ottennero colla lor mediazione che cessassero sì indegne contese. Ma il Murtola, a cui parve di non esser sicuro finchè il suo rivale vivesse, attesolo un giorno a Torino, gli scaricò contro un'archibugiata. Essa invece del Marini colpì un favorito del duca, che stavagli al fianco, e il Murtola fatto prigione, era già condannato a morte, e s'ei ne campò, ne fu debitore al suo rivale medesimo, che con atto assai generoso gli ottenne la grazia del duca; ma parve che il Murtola si sdegnasse di dover la vita al Marini; perciocchè è troppo probabile che o a lui, o a' protettori di esso si dovesse la calunnia con cui egli fu al duca accusato di avere sparlato di lui in un suo giovanile poema intitolato la Cuccagna. Tanto poteron le voci degli emuli del Marini nell'animo di quel per altro sì saggio principe, che il fece chiudere in carcere, e vel tenne, finchè la testimonianza inviatagli dal march Maso, che il Marini fin da quando era in Napoli, e ancor non conosceva il duca, composto avea quel poema, e l'intercessione di ragguardevoli personaggi, non l'indussero a rendergli la libertà. Passò allora il Marini in Francia nel 1615, ove la reina Margherita avealo premurosamente invitato. Trovò morta la sua protettrice, ma un'altra n'ebbe nella reina Maria, da cui ebbe un'annua pensione di 1500 scudi, cresciuta poi fino a duemila. In Francia ei pubblicò il suo troppo celebre Adone, che fu ivi stampato la prima volta nel 1623, e che diede occasione a una altra contesa più lunga ancora e più ostinata che le altre finor mentovate. V. Tommaso Stigliani natio di Matera nella Basilicata, nel 1603 era passato al servigio del duca di Parma, come io raccolgo da due lettere inedite, una da lui in quell'anno scritta a Ferrante II Gonzaga duca di Guastalla, e l'altra a lui inviata in risposta dal duca stesso. Fu poscia in corte del card. Scipione Borghesi e di Giannantonio Orsini duca di Bracciano, presso il quale morì dopo il 1625, in età di 80 anni (Crescimbeni l. c. p. 153, ec.). Or questi avea nel 1601 pubblicate a Venezia alcune sue rime, che paren conformi al buon gusto. Ma l'applauso ch'ei vide farsi alle Poesie del Marini, lo invogliò d'imitarne lo stile, e gli accese in seno un'ardente brama di superarne la gloria. Nel 1617 Di Tommaso Stigliani: sue contese col Marini. ei diede in luce la prima parte del suo poema eroico intitolato Mondo nuovo, che or non si legge da alcuno; e descrivendo in esso quel pesce che dicesi uom marino, si fece a descrivere e a mettere in burla lo stesso Marini. Questi, dopo aver avuto a suo rivale il Murtola, non era uomo che potesse temer lo Stigliani. Gli rispose adunque con alcuni pungenti sonetti intitolati Le Smorfie, e in alcune sue lettere ancora il malmenò per modo, che lo Stigliani impauritone, gli scrisse a Parigi nel 1619, assicurandolo che in quelle stanze non avea mai avuta intenzione di prenderlo di mira. Vi ha chi dubita che questa lettera fosse dallo Stigliani finta solo, poichè il Marini fu morto. E certo questi non tralasciò mai di mordere lo Stigliani, perciocchè nel canto IX del suo Adone inserì alcune stanze, in cui quegli veniva beffato e deriso sotto l'allegoria di un gufo. Lo Stigliani non ebbe coraggio di assaltar di nuovo il Marini; ma scrisse la critica dell'Adone, a cui diè il titolo di Occhiale; e quando il suo avversario, morto nel 1625, non potea più rispondere, ne pubblicò il quarto libro, sopprimendo i tre primi che forse non avea mai composti. L'Occhiale fu come il segno di una generale battaglia che si accese contro l'infelice Stigliani, il quale fu da una parte assalito. Girolamo Aleandro, Niccola Villani, Scipione Errico, Agostino Lampugnani, Giovanni Capponi, Andrea Barbazza, il p. Angelico Aprosio ed altri, tutti si volsero contro quel misero occhiale, e contro il fabbricator di esso, il quale però non perdendosi d'animo, si apparecchiava a rispondere. Ma egli non ebbe o coraggio per uscire in campo colla risposta, o tempo per terminarla. Il grande impegno di tanti nel difender l'Adone, è pruova del gusto che allor dominava in Italia. Perciocchè, comunque in esso si leggano tratti degni di gran poeta, è certo però, che non solo per l'oscenità, di cui l'autor l'ha macchiato, e di cui il card. Bentivoglio avealo caldamente pregato a purgarlo, prima che il pubblicasse (Mem. e Lett. del card. Bentiv. p. 243 ed. ven. 1668), ma anche pel tronfio stile e per le strane metafore con cui è scritto, non era degno d'esser sì caldamente difeso. Frattanto il Marini invitato dal card. Ludovisio nipote di Gregorio XV, era tornato in Italia sulla fine del 1622, e benchè molti in Roma volessero aver l'onor di alloggiarlo, egli antipose a tutti il fratello del suo antico benefattore, cioè Crescenzio Crescenzi. Fu ivi eletto principe dell'Accademia degli Umoristi. Ma poco appresso, morto il detto pontefice, ed eletto a succedergli Urbano VIII, fece ritorno a Napoli, ove fu amorevolmente accolto dal vicerè duca d'Alba. Pensava ei nondimeno di ritornare a Roma, ov'era istantemente richiesto, quando sorpreso da mortal malattia, in età di 56 anni, venne a morte a' 25 di marzo del 1625. Quando si vide vicino al fin de' suoi giorni, pianse e detestò le oscenità delle quali avea imbrattate le sue Poesie, e pregò che si usasse ogni possibile diligenza affin di sopprimerle. Ma il gusto del secolo e il plauso con cui da alcuni si accoglie tutto ciò che è favorevole al libertinaggio, aveale già troppo moltiplicati, perchè ei potesse ottenere ciò che bramava. Io non farò il catalogo delle Poesie del Marini, nè mi tratterrò a formarne il carattere. Inutile sarebbe il primo, che già trovasi presso molti scrittori, nè è molto glorioso all'Italia il serbarne memoria. Il secondo è noto abbastanza a chi ha buon gusto nell'italiana poesia, e tutti ormai confessano concordemente che pochi ebbero sì felice disposizione dalla natura ad esser poeta, e più pochi tanto abusarono di questa felice disposizione quanto il Marini, che volendo levarsi in alto assai più che non avesser mai fatto gli altri poeti, rinnovò i voli d'Icaro, e per farsi più grande, divenne mostruoso. E l'esempio di lui fu anche più dannoso all'Italia, perchè quasi tutti i poeti il vollero imitare; e non avendo l'ingegno e la fantasia di cui egli era dotato, ne ritrassero tutti i difetti, senza ritrarne que' pregi che in qualche modo rendon minori. VI. Ma io non posso dissimulare a questo luogo la ridicola riflessione di un recente scrittor francese che, volendo giudicare generalmente della poesia italiana, crede di dovere prendere esempio dal Marini: "Per avere una giusta idea, dic'egli (Melanges de m. Michault, Paris 1770, t. 1, p. 214, ec.), dell'arditezza de' poeti italiani, basta leggere una traduzione letterale del quarto Idillio della Sampogna del cav. Marini, intitolato Europa. Il delirio che in esso regna, si rende, è vero, più ridicolo nella nostra lingua; ma esso è almeno un saggio della poesia italiana, da cui si può conoscere il genio di questa nazione. Qual entusiasmo, qual focosa immaginazione, qual affettazione avranno i loro grandi Decisione ridicola di Francese sulla poesia italiana. poemi, se l'Idillio fra essi può ammettere stravaganze sì grandi?". Quindi prima di darci la traduzione in prosa francese di questo Idillio, aggiugne in una nota gl'Italiani non osano di difendere il Marini riguardo a' concetti, ma che pretendono che il cattivo gusto di questo poeta è un frutto del soggiorno che ei fece in Francia, quando le arguzie vi erano in favore. Ma coloro, ecco l'irrevocabil sentenza del nostro Minosse, che conoscono il genio e le opere poetiche degl'Italiani, troveranno ben ridicola la lor pretensione. Per vero dire se m. Michault avvocato usa nel trattare le cause lo stesso metodo che nell'accusare poeti italiani, io compiango la sorte de' suoi clienti. Dunque perchè il Marini è un pazzo, tutti i poeti italiani son pazzi? Che direbbe egli di grazia, se io prendessi in mano il poema intitolato La Semaine, ou les sept Jours de la Creation di Guglielmo du Bartas francese, morto in età giovanile nel 1590, in cui il sole vien detto il duca delle candele, il vento il postiglione d'Eolo, il tuono il tamburo degl'Iddii (V. Les Trois Siecles de la Litterat. franc. t. 1, p. 96), e dicessi: Ecco il genio della poesia francese; ecco lo studio di cui i lor poeti si piacciono: non avrei io le fischiata non sol da' Francesi, ma anche dagl'Italiani? E io potrei aggiugnere nondimeno che questo poema fu tanto applaudito in Francia, che in sei anni se ne fecero trenta edizioni (ib.), cosa non certo accaduto al Marini. Ma che genere d'argomento sarebbe questo? Du Bartas ha usate le più strane metafore: du Bartas ha avuto sì gran numero di edizioni. Dunque coteste metafore son proprie del genio e della lingua francese. E questo argomento che sarebbe sì ridicolo riguardo alla Francia potrà avere altra forza riguardo all'Italia se non dimostrare che chi ha voluto farsene bello, avrebbe meglio provveduto al suo onore tacendolo? Ma forse m. Michault è degno di scusa. Fors'egli non sa (nè egli è obbligato a sapere tanto) che l'Italia prima del Marini avea avuto un Bembo, un Ariosto, un Casa, un Sannazzaro, un Moiza, un Alamanni, un Tasso, un Costanzo, mentre la Francia avea un Ronsard, un Marot, un du Bartas, e che dopo il Marini ha avuto un Redi, un Marchetti, un Magalotti, un Guidi, un Menzini, un Filicaia, un Manfredi, un Zanotti, un Frugoni, per tacer de' viventi. Fors'egli ha creduto che noi non avessimo altri poeti fuorchè il Marini, o che tutti gli altri poeti fosser somiglianti al Marini. E s'egli ha creduto così, poteva egli scriver altrimente? Quanto poi all'effetto che il soggiorno in Francia produsse in questo poeta, io non dirò che apprendesse il Marini il vizioso suo stile, perciocchè egli l'avea formato prima di andarvi; ma dirò solo che le pensioni e gli onori che ivi ottenne non solo egli, ma ancor l'Achillini, come tra poco vedremo, ci pruovano chiaramente che le metafore e i concetti non erano men pregiati in Francia che in Italia. Ma basti così di questa non inutile digressione, e torniamo alla Storia. VII. Si rendevano nello stesso tempo in Italia onori ed applausi al Chiabrera, si rendevano onori ed applausi al Marini. E ciò non ostante pochi seguaci ebbe il primo, molti n'ebbe il secondo. Io penso che ciò avvenisse per la stessa ragione, per cui più facil riesce a un pittore il ritrarre una ridicola caricatura, che una esatta e proporzionata bellezza. A imitare il Chiabrera richiedevasi vivo ingegno, fervida fantasia, ampia erudizione, forza di sentimenti, maestà d'espressione, sceltezza di voci. A imitare in qualche modo il Marini bastava abbandonare le redini alla fantasia, e senza studiar la natura, lasciarsi trasportare dalla immaginazione, ovunque ella sconsigliatamente guidasse. La turba ignorante, ch'è sempre il maggior numero, tanto più leva alte le voci di applauso, quanto è più gigantesco l'oggetto che l'è vien posto innanzi; nè molto si cura che vi manchi ogni verosimiglianza e ogni esatta proporzione. Ecco per qual ragione s'io non m'inganno, tanti si lasciaron sedurre dallo stil marinesco, sì pochi presero a imitare il Chiabrera. Ma fra coloro che il seguirono più d'appresso, e quasi gareggiaron con lui nel farsi capi di nuova scuola, di due soli che furono allor rinomati singolarmente, io dirò qui in breve, di Claudio Achillini e di Girolamo Preti 39. Amendue bolognesi di patria, amendue furon giureconsulti, e il primo per lungo tempo, anzi per quasi tutta la vita, tenne scuola di questa scienza in Bologna, in Ferrara, in Parma, nella qual ultima città giunse ad avere 1500 scudi d'annuo stipendio, e in ogni luogo ebbe concorso affollatissimo di scolari. Fu caro al card. Alessandro Ludovisi, e il seguì con carattere d'auditore Notizie di Claudio Achillini e di Girolamo Preti. 39 Notizie ancora più esatte della vita delle opere dell'Achillini e del Preti, ci ha poi date il sig. co. Giovanni Fantuzzi ne' suoi Scrittori bolognesi. in Piemonte, e poichè quegli fu eletto pontefice nel 1621 col nome di Gregorio XV, volò a Roma sperandone grandi cose. Ma le sue speranza venner deluse, ed egli tornossene colle mani vuote a Bologna. Miglior fortuna trovò egli alla corte di Francia. Perciocchè avendo mandato al card. di Richelieu, non già, come scrivono alcuni, il famoso sonetto che incomincia: Sudate, o fuochi, a preparar metalli, ma una canzone sulla nascita del delfino, come pruova il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 1, p. 104, ec.) che un esatto articolo ci ha dato intorno a questo poeta, quel cardinale gl'inviò in dono una collana d'oro del valor, come dicesi, di mille scudi 40 . Gli ultimi anni della sua vita passò l'Achillini in una sua villa detta il Sasso, e ivi in età di 66 anni finì di vivere al 1 di ottobre del 1640. Le lodi con cui il veggiamo onorato da quasi tutti gli scrittori di que' tempi, son pruova del gusto che allor regnava; e mi spiace di vedere tra gli ammiratori dell'Achillini anche il card. Bentivoglio, che il fu ancor del Marini. Ma gli elogi allor ricevuti son ben compensati dall'abbandono in cui or se ne giacciono le opere. Di queste ci dà il catalogo il suddetto scrittore, e quasi tutte appartengono 40 Poco esatto è stato il sig. ab. Arteaga nel ragionar di questo fatto, perciocchè, parlando di Luigi XIV, dice: la munificenza di un Sovrano, che pagava in quattordici mila scudi un pessimo Sonetto di Claudio Achillini (Rivoluz. del teatro music. ital. t. 2, p. 16). Non fu Luigi XIV ma il card. di Richelieu a nome di Luigi XIII, che premiò l'Achillini. Non fu un sonetto, ma la canzone da me qui accennata, che gli ottenne quel premio. E il premio non fu del valore di quattordicimila, ma solo, dicesi comunemente, di mille scudi. alla poesia italiana, niuna ve n'ha in cui tratti della giurisprudenza, per cui anche fu applauditissimo. Girolamo Preti, di cui abbiamo l'elogio nelle Memorie de' Gelati (p. 193), e in quelle degl'Incogniti (p. 227), figliuol di Alessandro cavaliere di s. Stefano, fu, ancor fanciullo, inviato paggio a Ferrara nella corte del duca Alfonso II, e coltivò singolarmente lo studio della giurisprudenza. Fu poscia in Genova presso il principe Doria, di cui suo padre era cavallerizzo, tornato indi a Bologna, e annoiatosi presto del severo studio delle leggi, tutto si diè alla volgar poesia e all'imitazione del Marini e dell'Achillini. Fu per qualche tempo in corte del card. Pio Emanuele di Savoia, e passò poscia a quella del card. Francesco Barberini, con cui mentre viaggia per mare in Ispagna, sorpreso da febbre, in età ancor fresca, morì in Barcellona a' 6 di aprile del 1626. Non molte sono le Poesie che se ne hanno alle stampe, perchè non molti furon gli anni ch'ei visse. Ma nulla avrebbe perduto la poesia italiana, se niuna ne fosse fino a noi giunta, così son esse scipite, e piene solo di quelle metafore e que' ghiribizzi che allora si rimiravano come portenti d'ingegno. VIII. Benchè la maggior parte degl'italiani poeti andasse follemente perduta dietro lo stil del Marini e de' suoi ampollosi seguaci, alcuni nondimeno possiamo indicarne che tenendosi sul buon sentiero, non vollero traviarne, e se non ebber coraggio di opporsi all'uso e S'indicano altri poeti migliori: Fulvio Testi. allo stile comune, il seguiron però assai più parcamente, e si sforzarono di compensare con nuovi pregi quegli stessi difetti ne' quali quasi lor malgrado cadevano. Fra essi è degno di distinta menzione il co. Fulvio Testi, celebre non men per gli onori a cui giunse, che per le sventure dalle quali essi furon seguiti. Io non mi tratterò qui a esporre le diverse vicende, delle quali io dovrei dare o un troppo inesatto compendio, o una troppo ampia relazione, trattandosi di un uomo che quanto più merita d'essere conosciuto, tanto più sembra che la memoria ne sia stata finora dimenticata e negletta. Nella biblioteca modenese ne parlerò a lungo, e la gran copia de' bei monumenti che mi è riuscito di raccoglierne, spero che renderà quell'articolo curioso e interessante sopra tutti gli altri 41. Qui basti il dire ch'egli, nato in Ferrara nel 1593 in mediocre fortuna, e trasportato a Modena ancor fanciullo nel 1598, andò passo passo salendo alle più cospicue cariche di questa corte, e fu ancora onorato degli ordini equestri de' ss. Maurizio e Lazzero e di s. Jago; che la vita del Testi, fu un continuo alternare di prospera e di avversa fortuna, e che finalmente la sua ambizione e la sua incostanza medesima il fece cadere in disgrazia al duca Francesco I, per cui comando, fatto prigione in questa cittadella di Modena a' 27 di gennaio del 1646, ivi finì di vivere a' 28 d'agosto dell'anno stesso. Egli ne' primi anni e nel 41 Non solo nella Biblioteca modenese ho parlato più a lungo del co. Fulvio Testi (t. 5, p. 245, ec.), ma ne ho anche pubblicata a parte la Vita stampata nel 1780, in cui le cose che a questo celebre poeta e infelice ministro appartengono, sono più ampiamente spiegate. bollore della fervida gioventù si lasciò trasportar dal torrente; e le Poesie da lui allor pubblicate sanno non poco de' difetti del secolo. Conobbe ei poscia di aver traviato dal buon sentiero, e si studiò di tornarvi. Ma parve che non avesse coraggio di opporsi egli solo al gusto che allor dominava, e che poche sono le sue canzoni in cui qualche traccia non se ne veda. Alcune di esse però, per elevatezza di pensieri e per leggiadria d'immagini, possono stare al confronto di quelle de' migliori poeti. E nelle altre ancora, s'egli non è del tutto esente da' difetti del secolo, ha però comunemente un'energia e una forza talmente poetica, che, se ad esse fossero uguali quelle di molti altri poeti, essi non giacerebbero ora del tutto dimenticati. Ei volle, provarsi ancora nello stil tragico coll'Arsinda e coll'Isola d'Alcina; ma pare ch'ei non sapesse dimenticare lo stil lirico anche scrivendo tragedie, che pur vogliono avere il lor proprio. IX. Guido Casoni natio di Serravalle nella Marca Trivigiana, e uno de' fondatori della seconda accademia veneziana, da noi mentovata nella Storia del secolo precedente, Lelio Guidiccioni lucchese di cui abbiamo ancora la traduzione dell'Eneide di Virgilio in versi sciolti, e di cui un non breve elogio ci ha lasciato l'Eritreo (Pinacoth. pars 2, n. 11), Porfirio Feliciano da Gualdo di Nocera, lodato dallo stesso scrittore (ib. pars 1, p. 133), sono poeti che, benchè non Si nominano più altri poeti. poco contraessero delle macchie de' loro tempi, mostrarono nondimeno che in età più felice sarebbono stati tra' più felici. Tra' più illustri ancora avrebbe potuto aver luogo monsig. Giovanni Ciampoli nato in Toscana di bassa famiglia, e pel suo raro ingegno giunto a ragguardevoli dignità in Roma. Ma un'intollerabil superbia che gli faceva rimirar con disprezzo quanti erano stati innanzi a lui valorosi poeti, senza far grazia nè a Virgilio, nè ad Orazio, nè al Petrarca, e per cui gonfio degli applausi che gli veniano fatti, giunse a sdegnarsi di rendere saluto a che gli pareva non degno di esser da lui rimirato, come gli fece poi perder la grazia di Urbano VIII, e il costrinse ad uscire di Roma, e ad appagarsi di Jesi, ove morì nel 1643, così gli fece talmente gonfiar lo stile, che non v'ebbe mai simbolo che più al vivo esprimesse la rana emulatrice del bue. Di lui parlano più a lungo il suddetto Eritreo (ib. pars 3, n. 19) e il card. Bentivoglio (Mem. l. 1, c. 7) 42. Miglior uso del suo ingegno fece Alessandro Adimari fiorentino, morto in età di 70 anni nel 1649, perciocchè, comunque egli ancora nelle molte sue opere, che si annoverano dal co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 1, p. 139, ec.), seguisse l'esempio della maggior parte degli altri poeti, nella traduzion di Pindaro nondimeno usò di uno stile molto migliore, e se non potè adeguare perfettamente l'energia e la forza di quel gran poeta, l'espresse 42 Altre più minute notizie intorno a monsig. Ciampoli, a cui lode non dee tacersi che fu in Roma uno de' difensori del Galileo, si posson vedere nell'opera altre volte citata del dottor Giovanni Targioni Tozzetti (Aggradimenti, ec. t. 1, p. 81, ec.; t. 2, par. 1, p. 102). nondimeno con lodevole felicità, e ne illustrò ancora le Poesie con dotte annotazioni, frutto del molto ch'ei sapea nella lingua greca. Anche Lodovico Adimari, che visse alquanto più tardi fino la 1691, fu colto ed elegante poeta, e ne è pregio singolarmente, oltre più alle poesie, la traduzione de' Salmi penitenziali (ivi p. 142). Il gran Galileo non isdegnossi di toccare la cetra, come a suo luogo si è detto, e toccolla felicemente, e buon poeta ancora fu Vincenzo figliuol di lui naturale (V. Salvini Fasti consol. p. 436; Codici mss. della Libr. Nani p. 142). La Sicilia ancora produsse un leggiadro scrittore di canzonette anacreontiche, cioè Francesco Balducci palermitano, il quale, se negli altri generi di Poesia non fu punto meno vizioso de' suoi coetanei, in questo li superò di modo, che il Crescimbeni afferma (Stor. della volg. Poes. p. 161) ch'ei non cede ad alcuno de' più accreditati poeti. Le sue diverse vicende concorsero a renderlo ancora più rinomato. Da varie sventure costretto ad abbandonare la patria, passò in Italia, indi arrolatosi nelle truppe, in Allemagna. Quindi tornato a Roma, ebbe ivi quasi sempre stabil soggiorno, nè gli mancaron onori e premj. Ma egli uomo di umor bisbetico e facile all'ira, oltre ciò prodigo scialacquatore, cambiò spesso padrone; nè mai trovò con chi fosse pienamente contento; si rendette famoso per l'intrudersi che facea alle mense de' gran signori; e di esse ancora annoiato, si diè per compagno di tavola ad un barbiere che non soffrendone la petulanza, cacciossel di casa; fu prigione pe' debiti, e fu più volte malconcio di bastonate per modo, che a gran pena salvonne la vita. Finalmente prese gli ordini sacri, e finì di vivere nello spedale della basilica lateranense nel 1642. Intorno alle quali vicende di questo non men capriccioso che ingegnoso poeta, veggansi il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 1, p. 159) e gli altri scrittori da lui citati. Tre valorosi poeti ebbe anche il regno di Napoli. Il primo fu Salvador Pasqualoni, detto per errore Baldassarre dal Crescimbeni (comment. della volg. Poes. t. 2, par. 2, p. 292) e dal Quadrio di lui copiatore. Egli era nato in Acumulo città del regno di Napoli nella provincia dell'Aquila, e venuto a Roma nel 1602, vi ebbe la cittadinanza romana, e nel diploma perciò speditogli egli è detto dottor di leggi. Le Rime da lui pubblicate in Napoli nel 1620 (nel qual tempo non è possibile ch'egli avesse soli 30 anni, come ha detto il Crescimbeni, poichè nel 1602 era già dottore) son tali che si possono paragonare con quelle de' più leggiadri scrittori del secolo XVI, ed egli stesso protestasi nella prefazione di aver presi a sua guida i migliori maestri, e non già quelli che a suo tempo tanto si celebravano. Egli è annoverato dal march. Manso tra gli amici ch'ebbe in Napoli il Tasso, e detto da lui intendentissimo della Poesia non meno che delle Leggi. Delle quali notizie intorno a questo illustre poeta e de' monumenti qui accennati, io son debitore all'ornatissimo sig. Pietro Pasqualoni che cortesemente da Roma me le ha trasmesse. Il secondo fu natio di Castel d'Abrigliano presso Cosenza, cioè Pirro Schettini canonico della detta città, e morto nel 1678 in età di 48 anni, il quale, benchè al principio traviasse seguendo il Marini, si rimise poscia felicemente sul buon sentiero (Spiriti Scritt. cosent. p. 157). Il terzo era nato in Alghiera nell'isola di Sardegna, ma visse lungamente in Napoli, ove anche chiuse i suoi giorni nel 1670 in età di 49 anni, cioè Carlo Buragna, a cui principalmente si attribuisce il tornar che fece in quel regno la volgar poesia all'antica eleganza, da cui gli adoratori del Marini tanto l'aveano allontanata (Mazzucch. l. c. t. 2, par. 4, p. 2422) 43. X. Tra' poeti che furono più ritenuti nel seguire il reo gusto dell'età loro, si annovera dal Crescimbeni (Comment. t. 2, par. 2, p. 306) e dal Quadrio (t. 2, p. 309) Giambattista Lalli nato in Norcia nel 1572. Benchè la poesia italiana ne fosse la più dilettevole occupazione, non lasciò nondimeno di coltivare i più gravi studj, e quello della giurisprudenza principalmente, e perciò fu adoperato in diversi governi dalla corte di Parma e da quella di Roma; e in essi egli ottenne non solo la stima di tutti pel suo sapere, ma ancor l'amore per le sue dolci maniere e per l'amabile tratto. Ritirossi poscia in patria, Continuazione de' medesimi. 43 A' valorosi poeti usciti dal regno di Napoli nel secolo XVII, dee aggiugnersi Bartolommeo Nappini calabrese, autor poco noto in addietro, perchè avendo egli in Roma, ove vivea, voluto sostenere l'Accademia degl'Infecondi contro la nascente Arcadia, il Crescimbeni perciò sdegnato non volle farne menzione alcuna nella sua Storia; e quindi anche il Quadrio non ne ha parlato. Le poesie ne furono stampate in Guastalla negli anni 1769 e 1770, e poi riprodotte in Londra dal sig. Baretti nel 1780, ed esse sono in istil pedantesco, nel quale egli ha molta grazia e felicità. L'autore morì in Roma in età di oltre ad 80 anni nel 1717. ove venne a morte nel 1637. Le Poesie serie da lui composte, fra le quali abbiamo un poema sulla distruzione di Gerusalemme, gli han dato luogo tra' buoni poeti di questo secolo. Ma più felice disposizione avea egli sortita dalla natura alla scherzevole poesia, e le sue Pistole giocose, i suoi burleschi poemi intitolati la Moscheide e la Franceide son tra' migliori di questo genere. Egli volle ancora ridurre in istile burlesco alcune rime del Petrarca e l'Eneide di Virgilio; e se è possibile che serj e gravi componimenti piacciano ancor travestiti in tal modo, niuno poteva ottenerlo meglio del Lalli, a cui non mancava nè quella scherzevole fantasia, nè quella facilità di verseggiare che a ciò principalmente richiedesi, e sol si vorrebbe che alquanto più colta ne fosse la locuzione. Del Lalli abbiamo un onorevole elogio presso l'Eritreo (Pinacoth. pars 1, p. 130). Un'altra traduzion dell'Eneide in ottava rima, e in uno stile più confacente alla dignità dell'argomento, pubblicò nel 1680 in Lucca sua patria il p. Bartolommeo Beverini della congregazione della Madre di Dio, uomo assai dotto, e uno de' più colti scrittori così nell'italiana poesia, come nella latina, che avesse il secolo di cui parliamo e che sarebbe degno che qui ne parlassimo distesamente, se il co. Mazzucchelli, col darci un esatto articolo della vita di esso e un minuto catalogo di tutte le opere da lui composte (l. c. t. 2, par.2, p. 1103), non ci avesse già prevenuti. E lo stesso poema ci dieder tradotto il p. Ignazio Angelucci da Belforte gesuita, sotto il nome del suo parente Teodoro 44, e Pier Antonio 44 Nella Biblioteca Picena (t. 1, p. 152) si nega che la version di Virgilio sia Carrara bergamasco 45. Nè deesi qui tacere la traduzione di Orazio di Loreto Mattei natio di Rieti, uno de' primi Arcadi, e morto in Roma in età di 83 anni nel 1705. Se ne ha la Vita tra quelle degli Arcadi illustri, ed egli è ancor noto per la sua versione de' Salmi e per altre Poesie, nelle quali avrebbe anche ottenuto più chiara fama, se più colto e purgato ne fosse lo stile. Anche Claudiano ebbe un traduttore in ottava rima, per questi tempi non dispregevole, in Niccolò Biffi nobile bergamasco, la cui traduzione, insieme co' comenti latini ch'egli vi aggiunse, fu stampata in Milano nel 1684. Di lui, e di altre cose che se ne hanno alle stampe, parla il del p. Ignazio Angelucci, e si dice che l'originale che ne avea il Zeno, mostra ch'essa fu veramente opera di Teodoro. Ma il Zeno (Note al Fontan. t. 1, p. 277) riporta il detto del Sotuello che fa autore della versione il p. Ignazio, e non dice parola per impugnarlo. 45 Il Carrara, ch'è anche autore di un poema ms. in ottava rima intitolato La maschera dell'odio, e dell'amore, e di cui più copie conservansi in Bergamo, era natio di Nese terra poco distante da quella città. Mi si permetta aver rilevato questa minutezza per osservare che non sol le città, ma anche alcune delle piccole terre del loro distretto esistevano fin da' tempi della Repubblica o dell'Impero romano. Così ci mostra la seguente benchè guasta, l'iscrizione, ch'era già incastrata nel campanile di quella terra, e che or conservansi pressi il sig. Giuseppe Beltramelli, e in cui si nominano gli Anesiati, cioè gli abitanti di Anese o Nese. Le parole che ce ne son rimaste, son queste: – RAE COI ————— QVI VICANIS B. O... ANESIATIBVS PRATV.. NVM. LOSCIAN. VIVV.. DEDIT EX CVIVS. ED. co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 2, p. 1216). Il più celebre tra' traduttori degli antichi poeti fu Alessandro Marchetti, che in età giovanile avea intrapresa un'altra version dell'Eneide in ottava rima, la quale avrebbe probabilmente fatto dimenticare quella del Beverini, ma egli non si avanzò oltre al quarto libro, e questa parte ancora non è mai stata stampata trattine alcuni frammenti inseriti nel Giornale de' Letterati d'Italia (t. 21). Più che a questa versione, dee il Marchetti la fama di cui ora gode, e goderà sempre fra' dotti, alla bella sua traduzione in versi sciolti del poema di Lucrezio, per cui assai più che per le sue opere filosofiche e matematiche egli è rinomato. Di questo illustre scrittore, dopo più altri, ci ha data di fresco la Vita il ch. monsig. Fabbroni (Vita Italor. doct. excell. dec. 4, p. 421), dalla quale trarremo in breve le più importanti notizie. Pontormo, castello celebre nel territorio fiorentino per altri dotti uomini che ne sono usciti, fu la patria di Alessandro, che ivi nacque nel 1632. Fu prima applicato alla mercatura, indi alla giurisprudenza, ma nè l'una nè l'altra piacevano al giovane Marchetti, che tutto sentivasi trasportar verso la poesia. Inviato all'università di Pisa, congiunse agli studj poetici i filosofici e i matematici sotto la direzione principalmente del famoso Borelli, che facea grande stima dell'ingegno di questo suo scolaro. Fu ivi promosso alla cattedra della logica e della filosofia, e giovò non poco a sbandire da quelle scuole gli avanzi della barbarie peripatetica che tuttora vi dominava. Nel 1669 pubblicò la sua opera De' resistentia solidorum, e parlando del Viviani, abbiamo accennati i contrasti che perciò sorser tra essi. Avverte monsig. Fabbroni che nacque allora sospetto che quell'opera, almeno in gran parte, fosse del Borelli; ma aggiugne che il Marchetti avea abbastanza di sapere e d'ingegno per esserne egli stesso l'autore, e che non mancano monumenti a provare ch'egli il fu veramente. E tanto solo mi basti aver detto su questa contesa, su cui più ancora che non bisognava si è scritto negli anni addietro; e perciò anche io lascerò di parlare delle altre opere matematiche del Marchetti, che non gli ottennero ugual nome; e delle altre contese ch'egli ebbe collo stesso Viviani, e poi col p. abate Grandi, e le quali più utili sarebbono riuscite alla repubblica letteraria, se fossero state più pacifiche e più modeste. Mentre il Marchetti occupavasi in questi serj argomenti, quasi a sollievo delle sue gravi fatiche, si diè a tradurre Lucrezio e condusse felicemente a termine il suo lavoro. Ei volle farne la dedica al gran duca Cosimo III, ma quel pio sovrano, avendo in orrore le empie massime di quel poeta epicureo, e mal volentieri veggendo che il Marchetti invece di confutarle, sembrasse anzi che le avesse poste in più chiara luce, nè volle accettarne la dedica, nè mai permise che quella traduzion si stampasse. Corse ella dunque manoscritta per le mani di molti; finchè per opera di Paolo Rolli, fu stampata la prima volta in Londra nel 1717. Chiunque ha l'idea del buon gusto, non può negare che poche opere abbia la volgar poesia, e niuna forse tra le traduzioni degli antichi poeti latini, che a questa possa paragonarsi; tale ne è la chiarezza, la maestà, l'eleganza, e così bene riunisce in sè tutti i pregi che a render perfetti cotai lavori richieggonsi. Abbiamo altrove accennata (t. 1, p. 163, ec.) la severa critica che inutilmente ne ha fatta l'ab. Lazzarini, il quale invano ha preteso di combattere il comun sentimento de' dotti. Il Marchetti, forse per far conoscere ch'egli era ben lungi dall'adottare come suoi i principj e le massimi di Lucrezio, si accinse a scrivere un altro poema filosofico di più sana morale, ma presto se ne stancò; e solo qualche frammento ce n'è rimasto nell'accennato Giornale. Ne abbiamo ancora molte altre poesie italiane, e fra esse la traduzione di Anacreonte, che, benchè da lui fatta in età avanzata, è la migliore che in quel secolo venisse a luce. Sul finir della vita ritirossi a Pontormo, e ivi venne a' morte a' 6 di settembre del 1714. XI. Benchè molti de' poeti da noi finor nominati non fosser toscani, convien confessare nondimeno, che quella fu la provincia in cui l'universale contagio, che sì grande strage menò nelle altre parti d'Italia, più lentamente si sparse, e vi fece men funesti progressi. Oltre quelli da noi già indicati, ivi fra gli altri fiorirono il Redi e il Magalotti, dei quali già abbiam parlato trattando de' più gravi studj in cui essi occuparonsi principalmente. Le poesie del Redi son per grazia e per eleganza vaghissime, ma sopra ogni cosa è stimato il suo Bacco in Toscana, ditirambo a cui non si era ancora veduto l'uguale, e forse non sì è poscia I Toscani sono comunemente i migliori poeti di questo secolo. ancora veduto 46. Il Magalotti seguì dapprima egli pure il più battuto sentiero; ma poscia se ne ritrasse; e benchè a quando a quando si vegga in lui qualche avanzo dell'antico costume, egli è poeta nondimeno, singolarmente in ciò che è immaginazione ed energia, da stare a confronto co' più illustri. Nè è perciò a stupire ch'ei tanto pregiasse e lodasse Dante, come fa sovente nelle sue Lettere, dalle quali anzi raccogliesi ch'egli avea preso a illustrarlo con un nuovo Comento, di cui già avea compiti i primi cinque capi dell'Inferno, come egli scrive a' 12 di gennaio del 1665 a Ottavio Falconieri (Lettere famigl. t. 1, p. 107). In esse fa ancor menzione di un altro grande ammiratore di Dante, cioè di Francesco Ridolfi, di cui di fatto tra quelle del Magalotti è una bellissima lettera in lode di quel sommo poeta. Anche Lorenzo Bellini, da noi già lodato per le sue celebri opere anatomiche e mediche coltivò con felice successo la poesia, e, oltre più altre Rime, la sua Bucchereide dimostra che se alle Muse ei si fosse interamente rivolto avrebbe avuto luogo tra' più illustri loro seguaci. Francesco Baldovini sacerdote fiorentino, morto nel 1716 in età di 82 anni, pubblicò nel 1694 il Lamento di Cecco da Varlungo, riprodotto poscia nel 1755 colle note di Orazio Marrini, componimento giocoso contadinesco, e uno de' migliori in tal genere, che abbia la volgar nostra lingua. Di altre sue Poesie, 46 Negli Elogi degl'illustri Pisani si è riprodotto il Ditirambo di Bonavita Capezzali, pubblicato un anno prima della nascita del Redi, e si è osservato che questi si è in più luoghi giovato delle espressioni e delle Immagini del poeta pisano (Monum. d'ill. Pisani t. 3, p. 313, ec.). altre stampate, altre inedite si può vedere il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 1, p. 157, ec.), e la Vita che del Baldovini ha scritta il sig. Domenico Maria Manni, e che è premessa alla sopraccitata seconda edizione. Anche Girolamo Leopardi fiorentino fin dal principio del secolo fu non infelice scrittore di poesie giocose. Antonio Malatesti fiorentino, morto nel 1672, oltre diverse rime, fu autore De' Brindisi de' Ciclopi, componimenti in quel genere pregiatissimi; e leggiadri ancor ne sono gli Enimmi, che volgarmente diconsi indovinelli. Ne' sonetti anacreontici esercitossi con molta felicità fin dagli ultimi anni del secolo precedente il p. Antonio Tommasi della Congregazione della Madre di Dio, che continuò poscia ancor per più anni a darci pruove de' poetici suoi talenti. XII. Ma fra molti Toscani a' quali la poesia italiana dee o l'aver conservata la sua natia eleganza, o l'averla presto ricuperata, due principalmente son degni di onorata menzione, il senator Vincenzo da Filicaia, e il can. Benedetto Menzini, de' quali amendue abbiam le vite tra quelle degli Arcadi illustri, e tra quelle scritte da monsig. Fabbroni (Vita Italor. t. 7, p. 264, ec., 293, ec.). Vincenzo nato in Firenze a' 30 di dicembre del 1642 dal senator Braccio e da Caterina Spini, fino da' primi anni e alle pubbliche scuole della patria e all'università di Pisa diè grandi pruove di un raro talento, di un'insaziabile avidità di studiare, e insieme di una Elogio del senator Filicaia. fervente pietà, che accompagnollo poscia nel decorso tutto della sua vita. In età di 31 anni prese a sua moglie Anna Capponi, e continuò ciò non ostante a vivere lungamente in un tranquillo ritiro, dividendo il tempo tra gli studj della poesia, tra' doveri del padre di famiglia, e tra gli esercizj della Religione. Lontano da ogni jattanza, appena ardiva di mostrare le sue poesie ad alcuni pochi amici, perchè essi le disaminassero severamente. Ma le belle canzoni da lui composte in occasion dell'assedio di Vienna, quasi suo malgrado il renderono famoso al mondo, e le lettere a lui scritte dall'imp. Leopoldo, dal re di Polonia, e dal duca di Lorena fanno conoscere qual esse destassero maraviglia in ogni parte d'Europa. La reina di Svezia ne fu ella ancora così rapita, che ne scrisse al Filicaia, congratulandosi, e avendo poscia da lui avuta la magnifica canzone in sua lode, il ricolmò di onori, lo ascrisse, benchè assente, alla sua Accademia, e volle incaricarsi di mantenerne i figli, come fossero suoi, e il fece, finchè ebbe vita, comandando però a Vincenzo di non palesare questo suo beneficio, perchè, dicea ella, sarebbesi vergognata se si fosse saputo che sì poco ella poco facea per un uomo sì grande. Dal gran duca onorato della carica di senatore, fu anche impiegato ne' governi di Volterra e di Pisa, nell'impiego di segretario delle tratte, e in altri cospicui magistrati, e in tutti ei soddisfece sì esattamente a' suoi doveri, che insiem colla grazia del principe ottenne non solo la stima, ma l'amore ancora e la tenerezza de' popoli che il rimiravano come lor padre, e che nell'amore della giustizia, nella soavità del tratto, nella compassione verso gl'infelici, e in tutte le altre amabili doti, di cui il senator Vincenzo era mirabilmente adorno, trovavano il più dolce sollievo ne' lor bisogni. Così amato e stimato da' grandi non men che da' piccioli, e caro a Dio ugualmente che agli uomini, visse il senatore da Filicaia fino all'anno 65 della età sua, e a' 25 di settembre del 1707 chiuse co' più sinceri contrassegni di una fervente pietà i suoi giorni, pianto non solo da' suoi concittadini, ma da quanti erano allora in Europa amanti delle buone lettere e della toscana poesia. E ne fu egli infatti uno de' principali ornamenti. Nelle canzoni non meno che ne' sonetti egli è sublime, vivace, energico, maestoso, e in ciò che è forza di sentimenti e gravità di stile, non ha forse chi il superi. Se ne hanno ancora alle stampe Poesie latine, scritte esse ancora con eleganza, e qualche Orazione, e alcune Lettere inserite nelle Prose fiorentine. XIII. Il Menzini ancora ebbe per patria Firenze, e vi nacque di poveri genitori a' 29 di marzo del 1646. A dispetto della sua povertà, volle coltivare gli studj, e sì nelle pubbliche scuole, come nelle letterarie adunanze, alle quali presto cominciò a intervenire, fece concepir di se stesso sì liete speranze, che il march. Gianvincenzo Salviati sel prese amorevolmente in casa, e gli diè agio di coltivare i suoi talenti. Fu poi destinato in età ancor giovanile ad essere pubblico professore d'eloquenza in Di Benedetto Menzini. Firenze e in Prato, e in più occasioni ei fece conoscere quanto bene ei possedesse quell'arte che agli altri insegnava. Bramò egli di esser promosso a qualche cattedra nell'università di Pisa; ma poichè vide, non ostante la protezione e l'amore di molti ragguardevoli personaggi, di cui godea, deluse le sue speranze, sdegnato, abbandonò la patria, e sovvenuto di denaro dalla gran duchessa Vittoria dalla Rovere, nel 1685 andossene a Roma, ove, per opera del card. Decio Azolini, la reina di Svezia il prese al suo servigio, e lo ammise alla celebre sua Accademia. Lieto il Menzini della sua sorte, attese più tranquillamente a' suoi studj e furono questi gli anni ne' quali scrisse la maggior parte delle sue poesie. Ma non durò molto la sua fortuna, e morta nel 1689 quella gran protettrice de' dotti, il Menzini trovossi povero e disagiato. Paolo Falconieri splendido cavaliere, che ivi vivea, il card. Corsini e monsig. Alessandro Falconieri, poi cardinale, furono i soli da' quali ebbe allora il Manzini qualche soccorso, ed ei fu costretto per vivere a prestare il suo ingegno e le sue fatiche ad altri, componendo ciò che gli veniva richiesto; e volsi che giugnesse a dettare un intero Quaresimale ad uno che volendo comparire eloquente oratore, non avea altro mezzo per ottenerlo che la sua borsa. Nel 1691 il card. Ragotzchi primate della Polonia invitollo ad andar seco in quel regno col carattere di suo segretario; ma non avendo ei voluto lasciar l'Italia, trovò finalmente nel card. Gianfrancesco Albani, che fu poi Clemente XI, un amorevole protettore che gli ottenne dal pontef. Innocenzo XII un luogo tra' suoi famigliari e un canonicato nella chiesa di s. Angelo in Pescheria, e oltre ciò nel 1701 fu nominato coadiutore nella cattedra d'eloquenza nella Sapienza di Roma del can. Michele Brugueres, a cui le sue malattie non permettevano più di sostener quell'impiego. Ma poco tempo il sostenne anche il Menzini; che a' 7 di settembre del 1708, in età di 59 anni, finì di vivere. Appena vi ebbe genere di poesia italiana, in cui Menzini non si esercitasse. Le sue Canzoni pindariche non hanno quella elevatezza d'idee, nè quella rapidità di voli che si ammira nel Chiabrera e nel Filicaia, ma hanno esse nondimeno e condotta ed estro ed eleganza che le rende degne di aver luogo tra le migliori. Nelle Canzoni anacreontiche, ne' Sonetti pastorali, nelle Elegie, negl'Inni sacri, egli ha pochi che il pareggino, forse niuno che il superi: così vedesi in questi componimenti tutto il gusto e tutta le delicatezza de' Greci. La sua Poetica in terza rima, e per l'eleganza dello stile e per l'utilità de' precetti, è una delle più pregevoli che abbia la nostra lingua. Nelle Satire italiane ei non ha chi li possa stare a confronto; e solo ad esse si accostano quelle di Lodovico Adimari, da noi nominato poc'anzi, e più da lungi quelle di Salvator Rosa poeta e pittore napoletano, e più celebre per la pittura che per la poesia, morto in Roma nel 1675. Ei volle ancora provarsi nel genere epico, e intraprese un poema sul Paradiso terrestre; ma ne scrisse tre libri soli, i quali, benchè abbian più tratti degni del loro autore, ci mostran però, ch'egli era più felice ne' brevi componimenti, e in que' che richieggono lungo lavoro. La sua Accademia tuscolana è un'imitazion dell'Arcadia del Sannazzaro, tale però, ch'è appunto come una copia, per altro di molto pregio, in confronto al suo originale. Ei fu per ultimo scrittore elegante anche in latino, come ci scuoprono le molte cose da lui in quella lingua scritte sì in prosa che in verso. Tutte le opere di questo valoroso poeta sono state insieme riunite, e in quattro tomi stampate in Firenze nel 1731. XIV. Mentre il Menzini faceva ammirare a Roma i poetici suoi talenti, più altri valorosi poeti erano ivi raccolti, che sotto la protezione della reina Cristina, e poscia del pontef. Clemente XI, faceano risorgere all'antico suo vanto la volgar poesia, e la vendicavano dagli oltraggi che il reo gusto di più altri poeti le avea recato. Molti potrei io qui indicarne, ma perchè non debbo ragionar di coloro che vissero ancora non pochi anni nel nostro secolo, a soli due mi ristringo, cioè ad Alessandro Guidi, e all'avv. Giambattista Felice Zappi. Del primo, oltre agli scrittori, ci ha data la Vita il più volte lodato monsig. Fabbroni (Vit. Italor. ec. dec. 3, p. 223, ec.). Nato in Pavia nel 1650, passò in età ancor fresca a Parma, ove dal duca Ranuccio II fu amorevolmente accolto e onorato, e ove egli, giovane di 31 anni, pubblicò alcune sue Poesie liriche e un dramma intitolato Amalasunta in Italia. I quali componimenti però eran nello stile conformi al gusto comune. Ma poichè da Parma passò a Roma, e dalla reina Cristina col consenso del duca Ranuccio fu alla sua corte Poeti protetti dalla reina Cristina: Alessandro Guidi. fermato nel 1685, egli unitosi con alcuni altri valorosi poeti, cospirò con essi a fare la rivoluzione e il cambiamento totale del gusto nella volgar poesia; e tutto diessi all'imitazione di Pindaro. Parve a lui che il numero determinato de' versi di ciascheduna stanza nelle canzoni e la stabile collocazion delle rime fosse troppo importuno legame a' voli di un ardito poeta; e perciò ebbe coraggio di scuotere il giogo, e di non astringersi ad altre leggi, se non a quelle che il suo estro gli suggeriva, facendo or più brevi or più lunghe le stanze, e cambiando, come parevagli, l'ordine delle rime. Questa novità, come suole accadere, ebbe approvatori e contraddittori; ma i secondi furono in numero maggior che i primi, e avvenne perciò, che l'esempio del Guidi non avesse seguaci. E forse egli avrebbe in ciò avuto sorte migliore, se una certa alterigia pindarica, con cui egli parlava e scriveva di se medesimo, e che appariva ancor più spiacevole in un uomo, qual egli era di aspetto deforme, non l'avesse renduto odioso e oggetto degli scherzi e delle satire di molti, e fra gli altri del famoso Settano. Ciò non ostante, è certo che le Poesie del Guidi son piene di entusiasmo e di forza, e ch'egli è uno de' pochi che felicemente han saputo trasfondere nell'italiana poesia l'estro e 'l fuoco di Pindaro. Per comando della reina egli scrisse ancor l'Endimione, dramma pastorale, in cui la stessa Cristina non si sdegnò d'inserire alcuni suoi versi. Volle ancora scrivere una tragedia, prendendone l'argomento dalle vicende di Sofonisba, ma dissuaso dagli amici a continuar quel lavoro, per cui non parve disposto dalla natura, si volse invece a tradurre i Salmi. Ma anche questa fatica dovette interrompere, richiamato a Pavia sua patria, e destinato a trattare presso il principe Eugenio governatore della Lombardia la diminuzione de' pubblici aggravj. Nel che egli fu sì felice, che n'ebbe in ricompensa l'onore di esser posto nel numero de' patrizj pavesi. Tornato a Roma, diessi a compire la traduzione già cominciata delle Omelie di Clemente XI. Questa traduzione però non solo non ottenne al Guidi quel frutto che ne sperava, ma gli fu anche fatale; perciocchè essendo essa stampata e volendone egli offrir copia al pontefice che allora villeggiava in Castel Gandolfo, per viaggio leggendo il suo libro, vi trovò qualche errore di stampa; di che fu oltremodo afflitto; e giunto a Frascati, mentre ivi si trattiene, fu sorpreso da un colpo d'apoplesa, che a' 12 di giugno del 1712 il tolse di vita. XV. Il secondo de' due poeti or mentovati, cioè l'avv. Zappi, ebbe a sua patria Imola, ove quella famiglia ha luogo tra le nobili, e fu allevato in Bologna nel collegio Montalto, ove nelle lettere e nelle scienze fece sì rapidi e sì maravigliosi progressi, che in età di soli 13 anni vi ricevette la laurea. Passò indi a Roma, per esercitarvi la profession di avvocato, in cui si occupò, finchè ebbe vita, ed ebbe in premio del suo molto saper nelle leggi le cariche di assessore nel tribunale dell'agricoltura, e di fiscale in quello delle strade. Ma lo studio prediletto del Zappi era L'avvocato Zappi. quello della volgar poesia; nella quale sì felicemente scriveva, che i componimenti di esso erano altamente ammirati e applauditi nelle letterarie adunanze, alle quali egli interveniva. Fu uno de' fondatori dell'Arcadia, la quale non poco dovette a lui della fama che presto ottenne. Frequentò ancora l'Accademia de' Concilj fondata nel collegio de Propaganda, e vi lesse più volte erudite dissertazioni su diversi argomenti di storia e disciplina ecclesiastica. Prese a sua moglie Faustina figlia del celebre cav. Maratti, la quale, come nelle virtù, così ancor nel talento di poetare, gareggiò col marito, e più anni poscia gli sopravvisse. Caro ai più ragguardevol personaggi, e singolarmente al pontef. Clemente XI, e amato da tutti i dotti non sol di Roma e dell'Italia, ma dagli stranieri ancora, che il conoscevan per fama, godeva il più dolce frutto che da' suoi studj bramar potesse, quando un'immatura morte il venne a rapire in età di soli 52 anni, a' 30 di luglio del 1719. Non molte sono le Poesie dell'avv. Zappi, che han veduta luce; ma esse son tali che lo agguagliano a' più illustri poeti. O egli s'innalzi collo stile a' più grandi e a' più sublimi oggetti, o scherzi in argomenti piacevoli ed amorosi, egli è ugualmente felice; e come ne' primi egli è pien d'estro e di fuoco, così ne' secondi tutto è venustà, grazia e naturalezza. Le stesse critiche fatte ad alcuni de' suoi più famosi sonetti, son pruova della loro bellezza, poichè eccellente convien dire che sia un componimento ch'esaminato con tutto il rigore, trovasi avere solo qualche sì picciola macchia, che rimane ancor dubbioso se essa sia neo, ovvero ornamento. XVI. Benchè quasi tutti i poeti finor nominati fiorissero o nella Toscana, o nello Stato pontificio, la Lombardia non ne fu priva del tutto, e due singolarmente n'ebbe sul fine di questo secolo, da' quali in gran parte ella dee riconoscere il risorgimento del buon gusto da molti anni dimenticato. Il primo è il celebre Carlo Maria Maggi segretario del Senato di Milano sua patria, professore di lingua greca nelle scuole palatine, e morto nel 1699 in età di 69 anni. Il Muratori, che gli fu amicissimo, ne ha scritta la Vita, la qual si legge innanzi al primo de' cinque tomi delle Poesie di esso, stampate in Milano nel 1700. E nella sua opera ancora della Perfetta Poesia ne parla spesso con molta lode, e spesso reca, come ottimi esemplari, i sonetti e le canzoni di questo poeta. Ma pare che l'amicizia abbia avuta non picciola parte in tali elogi; perciocchè, comunque sia vero che non manchi loro comunemente comunità di sentimenti e regolarità di condotta, è certo ancora, e lo stesso Muratori il confessa (Perf Poes. t. 1, p. 31), che lo stile non è abbastanza sublime, nè figurato, nè così vivace la fantasia, come si converrebbe. Più pregevoli nel loro genere sono le Commedie nel dialetto milanese da lui composte, nelle quali vedesi una naturalezza e una grazia non ordinaria, e quella piacevol satira de' costumi, che diletta insieme e istruisce. L'altro fu il co. Francesco de Lemene natio di Lodi, e ivi passato a miglior vita in età di 70 anni, a' 24 di luglio del 1704, uomo che per amabilità di maniere, per probità di Poeti in Lombardia. costumi, per felicità di talento ebbe pochi pari a suo tempo. Le Memorie d'alcune virtù del Sig. Conte Francesco de Lemene con alcune riflessioni sulle sue Poesie del p. Tommaso Ceva gesuita, stampate in Milano nel 1706, sono al tempo medesimo un de' più begli elogi che ad un poeta si possan fare, e uno de' libri intorno all'arte poetica più vantaggiosi che abbian veduta la luce. Il p. Ceva, che si può dir con ragione il poeta della natura, perchè niuno più felicemente di lui l'ha condotta ed espressa nelle sue Poesie latine, e singolarmente nelle sue leggiadrissime Selve, nel rilevare i pregi delle Rime di questo valoroso poeta, vien facendo riflessioni sì fine, e tratte sì bene dall'indole del cuore umano, che questo libretto è, a mio parere, assai più utile di molte Poetiche, le quali altro non contengono che innutili speculazioni. Il co. De Lemene ardì il primo di esporre in sonetti e in canzoni i più augusti e i più profondi misteri della Religione rivelata, e benchè lo stile non ne sia sempre coltissimo, e vi si possa bramare un estro più vivo, nondimeno non pochi sono i pregi di queste Rime, attesa singolarmente la difficoltà dell'argomento. Ma alcuni madrigali da lui in esse inseriti, e altri somiglianti brevi componimenti, ove descrivonsi piacevoli scherzi di fanciulli, di pastori, di ninfe, sono di una tal grazia e di una tale veramente greca eleganza, ch'io non so se la poesia italiana ne abbia altri che a lor si possano contrapporre. XVII. Come il numero de' poeti non fu in questo secolo inferiore a quello del precedente, ma di molto minore ne fu l'eccellenza, così ancora non mancò a questi tempi all'Italia copioso numero di poetesse, ma tra esse più non veggiamo una Colonna, una Gambara, una Stampa. Molte ne annovera il Quadrio (t. 2, p. 286), come Lucrezia Marinella nata in Venezia di padre modenese 47 , Lucchesia Sbarra natia di Conegliano, Veneranda Bragadina Cavalli gentildonna veneta, Chiara Fontanella Zoboli dama reggiana, Margherita Costa, Caterina Costanza napoletana, Marta Marchina parimente napoletana con ampio elogio lodata dall'Eritreo (Pinacoth. pars 3, n. 64), Leonora Gonzaga principessa di Mantova, e poi moglie dell'imp. Ferdinando III, Maria Antonia Scalera Stellini da Acquaviva nella Puglia, Francesca e Isabella Farnesi romane, Giovanna Geltrude Rubino palermitana, Maria Porzia Vignoli romana e monaca domenicana, Veronica Maleguzzi Valeri dama reggiana, che oltre la poesia coltivò ancora le scienze più gravi, e innanzi a più principi ne sostenne solenni dispute in Reggio, ma poscia rinunciando alle pompe e agli onori, si rendette monaca in questo monastero della Visitazione di Modena (V. Guasco Stor. letter. di Regg. p. 353), Maria Elena Lusignani genovese, dotta ancor in greco e in Elogio di alcune poetesse. 47 Veggasi nella Biblioteca modenese l'articolo della Marinella (t. 3, p. 159) e così pure quello in cui si è a lungo trattato di Veronica Maleguzzi poco appresso nominata (ivi p. 128), che fu un prodigio d'ingegno, finchè visse al secolo, e che poi venne a nascondere i suoi talenti e a vivere santamente in questo monastero della Visitazione. latino, e che meritò gli elogi del p. Montfaucon (Diar. italic. p. 25), Margherita Sarrocchi napoletana, di cui non troppo onorevolmente, quanto a' costumi, ragiona l'Eritreo (Pinacoth. pars 1, p. 259), e che volendo gareggiar col Marini, si accinse a scrivere un poema epico, intitolato la Scanderbeide, stampato in Roma nel 1623, e moltissime altre, le Rime delle quali si leggono nella Raccolta che delle illustri Rimatrici d'ogni secolo ha pubblicata nel 1726 una di esse, cioè Lovisa Bergalli. Niuna però fra le donne di questo secolo fu tanto onorata di elogi e d'applausi, quanto Elena Cornaro Piscopia gentildonna nobilissima veneziana, figlia di Giambattista procurator di s. Marco, e nata in Venezia a' 5 di giugno del 1646. La Vita che ne hanno scritta il p. Massimiliano Dezza della Congregazione della Madre di Dio e il p. ab. Bacchini, le Poesie stampate nella morte di essa, le testimonianze che del sapere e delle virtù della medesima si leggono presso mille autori sì italiani che stranieri, ci dispensano dal dirne qui lungamente. E certo era cosa ammirabile il vedere una giovane damigella possedere non solo le lingue italiana, spagnuola, francese e latina, ma la greca ancora e l'ebraica, e avere innoltre qualche cognizion dell'arabica, comporre poesie, e cantarle ella stessa, accompagnando maestrevolmente il canto col suono, parlar dottamente delle più astruse questioni della filosofia, della matematica, dell'astronomia, della musica e della teologia, e perciò onorata della laurea con solennissima pompa nel duomo di Padova nel 1678. Questa in una donna sì rara e sì ammirabile erudizione riceveva in Elena un più illustre ornamento da una non meno rara ed ammirabil pietà, per cui avendo in età di soli undici anni fatto voto di castità, ricusò poscia costantemente ogni più onorevol partito che vennele offerto, nè volle valersi della dispensa suo malgrado ottenutale dal suo voto; anzi bramò di rendersi religiosa, ed avendo finalmente ceduto alle preghiere dell'amantissimo suo genitore, volle almeno nella paterna sua casa vestir l'abito delle monache dell'Ordine di s. Benedetto, e osservarne, come meglio poteva, le leggi. Sparsa perciò la fama del sapere e delle virtù di Elena in ogni parte d'Europa, non v'era gran personaggio che venisse in Italia, e non cercasse di conoscerla di presenza e grandi furono singolarmente i contrassegni di onore di stima ch'ella ricevette nel 1680 dal card. d'Estrèes che volle far pruova se veri erano i pregi che ad essa si attribuivano, e ne partì altamente maravigliato. Ella venne a morte nel fior degli anni, cioè a' 26 di luglio del 1648, quando contavane soli 38 di età; e come la morte ne fu conforme alla santa vita da lei condotta, così ancora le esequie e gli onori rendutigli furon corrispondenti alla fama di cui essa godeva. Il suddetto p. abate Bacchini ne raccolse e ne pubblicò le opere, che sono alcuni Discorsi accademici italiani, gli Elogi latini di alcuni uomini illustri, poche Lettere latine, e la traduzione italiana di un'opera del certosino Laspergio a cui deesi aggiugnere qualche componimento poetico inserito nell'accennata Raccolta della Bergalli. Queste opere nondimeno a me non sembra che adeguin la fama di cui ella godè vivendo, e forse la troppa premura di darle alla luce, ha fatto che questa illustre damigella non sembri or così degna degli onori che le furono conceduti, quanto parve a coloro ch'ebber la sorte di viver con lei, e di ammirarne le virtù e i talenti. XVIII. Nella Storia del secolo precedente noi abbiamo distintamente trattato degli scrittori di satire, di egloghe pastorali, di poesie bernesche, e d'altri diversi generi di componimenti, perciò in ciascheduno di essi ci si offrivano nomi illustri, e pregevoli opere a rammentare. Or che più scarsa e men lodevole serie ci si presenta, non ci tratterremo a parlarne segnatamente, e sarem paghi dell'accennar che abbiam fatto poc'anzi i migliori poeti che anche in questi generi s'esercitarono. Solo per ciò che appartiene alla poesia satirica, faremo un cenno della famosa Cicceide, di cui fu autore Gianfrancesco Lazzarelli natio di Gubbio, il quale dopo aver sostenute diverse cariche di governo nello Stato pontificio, passò ad essere auditore del principe Alessandro Pico duca della Mirandola nel 1661 e nel 1682 fu nominato proposto di quella chiesa, e finì poscia di vivere nel 1694. Ei fu un de' pochi poeti che non seguirono il reo gusto del secolo, ma presero a batter la via segnata già da' più eleganti scrittori, e sarebbe stato a bramare ch'egli avesse esercitato il suo stile in migliore argomento, e non avesse preso a mordere e a dileggiare l'infelice don Ciccio, cioè Buonaventura Arrighini, già suo collega nella ruota di Poeti satirici: due bifolchi divenuti poeti. Macerata. La Vita di questo valoroso poeta è stata di fresco scritta con molta esattezza e con uguale erudizione dal ch. sig. ab. Sebastiano Ranghiasci, che si apparecchia a darci altre Vite degli uomini illustri della sua patria. Ma passiamo ormai a dire degli scrittori de' poemi, qui ancora però ristringendosi a que' soli, la menzione de' quali è all'italiana poesia onorevole e gloriosa. Con molto applauso fu accolto lo Stato rustico, poema in versi sciolti di Gianvincenzo Imperiali nobile genovese, stampato la prima volta in Genova nel 1611, il qual però non può stare al confronto colla Coltivazione dell'Alamanni. Di questo poeta, che morì circa il 1645, e di alcune altre opere da esso composte, parlano gli scrittori delle Biblioteche genovesi. Maggior rumore destarono co' lor poemi due contadini, che sbucati fuora improvvisamente, uno dalle campagne dell'Abbruzzo, l'altro dalle montagne sanesi, comparvero tutto in un colpo poeti, e volsero a loro l'ammirazione di Roma e di Firenze. Il primo fu Benedetto di Virgilio nato nel 1602 in Villa Barbarea nell'Abbruzzo, prima pastore, poscia bifolco nelle tenute che nella Puglia aveano i Gesuiti del collegio romano. Avendo appreso a leggere e a scrivere, nell'ore che gli rimanevano libere da' suoi lavori, cominciò a prendere tra le mani l'Ariosto, il Sannazzaro, il Tasso ed altri poeti. Al leggerli gli parve che potesse esser poeta egli pure. Cominciò a far versi all'improvviso, e i versi sì felicemente gli venivano fatti, che non pago di brindisi, o di canzonette, si accinse a scrivere un poema. Avea dai suoi padroni appresa la Vita di s. Ignazio, ed ei la prese a soggetto del suo lavoro. Questo poema fu pubblicato la prima volta in Trani nel 1647, ed egli poscia il ritoccò e corresse più volte, e rifattolo quasi di nuovo, il ridusse a XI canti, e così il diè in luce nel 1660. Il padre Vincenzo Carrafa generale dei Gesuiti il trasse a Roma, perchè avesse più agio di coltivare gli studj; e il pontef. Alessandro VII, conosciutone il raro talento, gli assegnò onorevole provvisione, gli diè stanza nel Vaticano, e creollo ancora cavaliere di Cristo. Più altri poemi scrisse e pubblicò egli poscia, cioè il Saverio apostolo delle Indie in XXI canti, la Vita del beato Luigi Gonzaga in 207 stanze in sesta rima, e La Grazia trionfante, o l'Immacolata Concezione. Anzi l'Eritreo, a cui dobbiamo in gran parte queste notizie (Epist. ad Eutych. t. 2, p. 104; Pinacoth. pars 3, p. 298), accenna ancora la Vita di Gesù Cristo, e quella di s. Bruno fondatore de' Certosini, che forse non furon date alle stampe, oltre alcuni Panegirici in versi, che si annoveran dal Quadrio (t. 2, p. 509) e dal Cinelli (Bibl. volante t. 4, p. 362). Uno di questi fu da lui composto nel 1666, e perciò dee correggersi lo stesso Quadrio, ove dice (t. 6, p. 280) ch'ei morì poco dopo il 1660. Lo stile di questo poeta non è certo quello del Petrarca o del Tasso; anzi manca di eleganza, ed è languido e diffuso. Nobili però ne sono i sentimenti; e ciò che li rende più ammirabili, si è che un contadino ha in essi saputo svolgere e spiegare con felicità insieme e con esattezza maravigliosa i più difficili misteri della nostra Religione. Quindi se lo stile di questi poemi fosse più colto (benchè pur esso non abbia i difetti del secolo) e più conforme alle regole ne fosse la tessitura, il loro autore non avrebbe l'ultimo luogo tra gli scrittori de' poemi; e dee ciò non ostante tra i poeti italiani essere annoverato con lode. Il secondo fu Giandomenico Peri nato in Arcidosso nelle montagne di Siena, di cui pure ci ha data la Vita il sopraccitato Eritreo (Pinacoth. pars 2, n. 27). Da' suoi genitori, benchè bifolchi, mandato il fanciullo Giandomenico a una vicina terra alla scuola di un pedante, un giorno ch'ei vide un suo condiscepolo posto dal maestro sulle spalle di un altro, e crudelmente battuto, e udì minacciare lo stesso poco onorevol gastigo, prese in tal orrore il maestro e la scuola, che tornato a casa, e presi segretamente alcuni tozzi di pane, se ne fuggì, e per tre anni andò aggirandosi per solitarie montagne in compagnia delle bestie e de' loro pastori. Un di questi, che dovea esser uom dotto, perchè sapea leggere, godeva talvolta di portar seco l'Ariosto, e di farne udir qualche tratto a' suoi colleghi. Il Peri provava a quella lettura incredibil piacere, e più ancora all'udir che fece talvolta la Gerusalemme del Tasso. Frattanto, trovato da suo padre, fu ricondotto a casa, e allora che sarebbe stato opportuno mandarlo alla scuola, fu destinato ad aver cura dei buoi. Ma mentre questi fendevano i solchi, il Peri, provvedutosi ingegnosamente de' mezzi a scrivere, facea versi, e di nascosto scriveali. Il talento del Peri non potea star lungamente nascosto. Cominciò a comporre drammi pastorali, e godeva di recitarli egli stesso co' suoi compagni; e ognuno può immaginare quanto quel teatro fosse magnifico. Si accinse poscia a scriver poemi, e avendone composto uno sulla caduta degli Angioli, il fè recitare innanzi al gran duca, che venne a passare per quelle montagne nel 1613. Così fattosi conoscere il Peri, fu quasi a forza tratto a Firenze, e da Giambattista Strozzi nel suo abito contadinesco presentato al gran duca, il quale si prese maraviglioso trastullo della semplicità insieme e del talento di quel rozzo bifolco. Interrogato qual grazia volesse, rimase prima sorpreso a tal nome; poscia, preso coraggio, pregò il gran duca a fargli dare ogni anno tanto frumento, quanto alla sua famiglia bastasse, e l'ottenne. Tornato poi alla patria, porse uno scherzevole memoriale in versi a un cavaliere, pregandolo che, poichè il gran duca aveagli dato il pane, si compiacesse egli di dargli il vino; e il memoriale ebbe l'effetto ch'egli bramava. Si tentò ogni via per fermarlo in Firenze e fargli cambiar abito e tenore di vita; ma tutto fu inutile; anzi avendolo monsignor Ciampoli fatto andare a Roma, e a grande stento avendo ottenuto che a un solenne pranzo venisse in abito alquanto migliore, appena ei vide il lauto apparecchio di quella mensa, e le dilicate vivande di cui fu essa coperta, che, sdegnato, fuggissene dispettosamente, e lasciata subito Roma, tornossene alle sue montagne, ove poscia continuò a vivere fino alla morte. Oltre una favola cacciatoria, intitolata il Siringo, ne abbiam due poemi in ottava rima, uno intitolato Fiesole distrutta, l'altro il Mondo desolato: i quali, se si considerano come opera di un rozzo bifolco, non posson non rimirarsi come ammirabili; ma se si considerano come parto di un poeta, non posson aver luogo che tra' mediocri. E poichè siamo sul parlar di prodigi, a' due contadini poeti aggiugniamo un fanciullo figliuol di un facchino, filosofo, teologo, medico, giureconsulto, e in tutte le scienze maravigliosamente istruito. Ei fu Jacopo Martino modenese, nato agli 11 di novembre del 1639 in Racano nella diocesi d'Adria, di padre oriondo modenese, che poi venuto, per guadagnarsi il pane, a Budrio, colà condusse anche il figlio. Il p. Giambattista Meietti dell'Ordine de' Servi di Maria, avendo ivi scorto in lui quasi ancora bambino un raro talento, prese ad istruirlo a dispetto del padre, il qual diceva di voler formare di suo figlio un facchino, non un letterato; e il venne in tal modo istruendo, che in età di sette anni, condottolo a Roma nel 1647, gli fece ivi sostenere in pubblico molte proposizioni su tutte le scienze, le quali furono allora stampate, con tal concorso di cardinali, di prelati e d'altri personaggi d'ogni ordine, e con tal plauso all'ammirabile felicità con cui il fanciullo parlava delle più difficili materie, che Roma non vide mai forse il più strano spettacolo, e l'Eritreo, pieno perciò di stupore, ce ne lasciò onorevol memoria (Pinacoth. pars 3, n. 75). Tornò poi il fanciullo col suo maestro a Budrio, e parve che quell'ammirabile ingegno andasse svanendo, e molto più dopo la morte del suo maestro avvenuta nel 1648. Fu allora per opera del card. Giambattista Palotta inviato al collegio di Caldarola nella Marca, ove circa il 1650 finì di vivere. Più ampie e più curiose notizie di questo portentoso fanciullo si posson leggere nell'Apologia del p. Meietti, scritta dal p. Paolo Maria Cardi reggiano dello stesso Ordine in risposta a chi volea far credere che fossero state opere del Demonio e frutto di stregherie i prodigi d'ingegno dal Modenese mostrati (Miscell. di varie Operette t. p. ed. ven. 1743) 48. XIX. I poemi finor mentovati, appena possono aver questo nome, perchè le leggi ad essi prescritte non vi si veggono esattamente osservate. E se noi andiamo in cerca di poemi epici, o ancor romanzeschi, che per una parte sieno scritti secondo le regole, e abbian per l'altra quella nobiltà di stile, che lor si conviene, peneremo a trovarne nel corso di questo secolo. Que' del Chiabrera da noi accennati, e la Croce racquistata di Francesco Bracciolini, di cui diremo tra poco, sono i migliori che in questo secolo si vedessero; ma pure sono ben lungi dal potere uguagliarsi a que' dell'Ariosto e del Tasso. Dell'Adone del Marini, del Mondo nuovo dello Stigliani, e del Mondo creato del Murtola si è già detto poc'anzi. Ansaldo Ceba genovese, nato nel 1565, e morto nel 1623, fu poeta fecondo di molte rime, e anche due poemi eroici divolgò intitolati l'Ester e il Furio Camillo. Ma come osserva il Crescimbeni (Stor. della volg. Poes. p. 152, ec.), ei fu più felice nel dare i precetti del poema epico in un trattato che su ciò scrisse, che nell'eseguirli. Scrittori di poemi eroici. 48 Di Jacopo Martino modenese si è parlato più a lungo nella Biblioteca modenese (t. 3, p. 225), ove anche si son recate probabili congetture che ci posson far credere ch'ei fosse oriondo da Fossoli villa del carpigiano nel ducato di Modena. Di lui si può vedere il non breve elogio fattone dall'Eritreo (Pinacotech. pars 3, n. 30) 49. Questo autore parla ancora a lungo (ib. pars 1, p. 19, ec.) dell'umor incostante e della intollerabil superbia di Belmonte Cagnoli, che colla sua Aquileia distrutta, stampata nel 1628, pretese di aver fatto un poema miglior di quello del Tasso, ma fu il solo che se ne mostrasse persuaso. Niccolò Villani pistoiese, grande difensor del Marini, autore di alcune Satire latine scritte con molta eleganza e di un pregevole Ragionamento sulla poesia giocosa, pubblicato sotto il nome dell'accademico Aldeano, volle provarsi ancora nel genere epico, e prese a scrivere un poema intitolato la Fiorenza difesa; ma egli nol potè finire e avrebbe probabilmente disapprovato il consiglio di chi dopo sua morte lo diede alla luce. Il co. Girolamo Graziani, natio della Pergola, ma vissuto quasi sempre 49 Fra le opere del Ceba merita di essere rammentata la traduzione dei Caratteri morali di Teofrasto, da lui ancora con copiose note illustrati, stampata in Genova nel 1620. Di essa ragiona singolarmente il ch. sig. ab. Gio. Cristofano Amaduzzi nella erudita prefazione premessa a' due Capi anecdoti di Teofrasto da lui pubblicati, e dal celebre sig. Bodoni con edizione magnifica stampati in Parma nel 1786, ove anche osserva che il Ceba sospettò a ragione che qualche cosa mancasse all'opera di Teofrasto appunto ove si son poi trovati i due suddetti Capi. Il Ceba è uno de' più colti scrittori che vivessero al principio del secolo XVII. E vuolsi che nel suo Dialogo del poema epico, ch'ei finge tenuto prima che si pubblicasse la Gerusalemme del Tasso, prendesse di mira, benchè senza nominarlo, questo poema, mostrando che in più luoghi ei non segue i precetti della Poetica d'Aristotele, i quali ei si vantava di aver seguiti a rigore nella sua Esterre. Ma questa non trova ormai più chi la legga; e il Tasso, finchè il buon gusto non perirà, avrà sempre lodatori e ammiratori. in luminosi impieghi alla corte di Modena a' tempi del duca Francesco I e de' suoi successori, oltre molte altre poesie di diversi generi, due poemi ancora ci diede, uno in XXVI canti, intitolato il Conquisto di Granata, l'altro in XIII, intitolato la Cleopatra; il primo de' quali si registra dal Quadrio (t. 6, p. 688) tra' migliori che questo secol vedesse 50, e la stessa lode egli dà pure al Boemondo o l'Antiochia difesa di Giovan Leone Semproni da Urbino. Sigismondo Boldoni di patria milanese, e morto in età di 33 anni in Pavia nel 1630, della cui vita ci ha date esatte notizie il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1455, ec.), fra i molti saggi che del suo felice ingegno diede alle stampe, scrisse ancora un poema sulla Caduta de' Longobardi in venti canti, che fu poi finito e pubblicato dal p. Gianniccolò di lui fratello barnabita nel 1636. Alcune opere di questo valoroso poeta sono state di fresco ristampate in Avignone per opera di s. e. il sig. card. Angelo Maria Durini, coll'aggiunta di più cose inedite (V. Gazzetta letter. di Mil. 1776, p. 324). Finalmente il barone Antonio Caraccio sul finire del secolo pubblicò il suo Imperio vendicato che, benchè da molti onorato con somme lodi, non ha però avuta sorte migliore di tanti altri poemi di cui questo secolo fu fecondo, e de' quali basta l'avere accennati alcuni, lasciando che i titoli de' moltissimi altri, che sono ancora meno conosciuti, si 50 Del co. Girolamo Graziani, de' diversi impieghi ch'egli ebbe alla corte di Modena, delle vicende alle quali fu esposto, della pensione che ottenne da Luigi XIV, e delle sue opere si è lungamente parlato nella Biblioteca modenese (t. 3, p. 12, ec.). leggano, da chi ne brama notizia, presso il Quadrio 51. XX. Il genere di poema, in cui l'Italia ci può in questo secolo additare eccellenti scrittori, è l'eroico-comico. Qualche saggio erasene già veduto nel secolo precedente in alcune opere di Betto Arrighi, di Girolamo Amelunghi, di Antonfrancesco Grazzini e di altri che si accennan dal Quadrio (l. c. p. 724) le cui opere nondimeno non posson veramente dirsi poemi di questo genere. La gloria di condurli a quella perfezione di cui sono capaci, o più veramente di esserne i primi inventori, era riserbata a due leggiadri e vivaci ingegni di questo secolo, cioè ad Alessandro Tassoni modenese e a Francesco Bracciolini pistoiese, i quali conteser tra loro del primato di questa invenzione. La Vita del primo è stata sì ampiamente e sì esattamente illustrata dal Muratori, ch'io posso spedirmene in breve, accennando solo le più importanti notizie da lui comprovate con autorevoli testimonianze e con autentici documenti 52. In Notizie di Alessandro Tassoni. 51 Questi però ha ommesso d'indicare un poema ch'io pure posso solo accennare, non avendone altronde notizia, che dalle Opere del Redi stampate in Napoli nel 1778 (t. 6, p. 191), ove s'indica la Buda liberata poema eroico di Federigo Nomi (di cui rammenteremo altrove le Satire), dedicato all'ill. sig. balì Gregorio Redi, in Venezia: presso Girolamo Albrizzi 1703, in 12. 52 Nella biblioteca modenese ho avuta la sorte di dar più altre notizie intorno alla vita e alle opere del Tassoni, che finora si erano ignorate, e di pubblicarne ancora parecchie Lettere inedite (t. 5, p. 180, ec.). Modena di antica e nobil famiglia nacque a' 28 di settembre del 1565 Alessandro Tassoni, figlio di Bernardino e di Gismonda Pelliciari. Privo de' genitori in età fanciullesca, fu ancor travagliato da infermità, da disgrazie, da nimicizie pericolose; le quali però non gl'impedirono il coltivare gli studj delle lingue greca e latina sotto la direzione di Lazzaro Labadini allora celebre maestro in Modena. Circa il 1585 passò a Bologna a istruirsi nelle più gravi scienze, ov'ebbe fra gli altri maestri Claudio Betti e Ulisse Aldrovandi. Fu anche all'università di Ferrara, ove attese principalmente alla giurisprudenza. Così impiegò nello studio parecchi anni, finchè circa il principio del 1597, recatosi a Roma, entrò al servigio del card. Ascanio Colonna, e con lui nel 1600 navigò in Ispagna, e da lui nel 1602 fu spedito in Italia, per procurargli la facoltà dal pontef. Clemente VIII di accettare la carica di vicerè d'Aragona da quella corte profertagli, e di nuovo nel 1603 perchè in Roma avesse cura di tutti i suoi beni, nella qual occasione il cardinal gli assegnò 600 annui scudi pel suo mantenimento. In occasione di uno di questi viaggi, egli scrisse le celebri sue Considerazioni sopra il Petrarca, che furono poscia stampate alcuni anni appresso. Frattanto egli in Roma fu ascritto alla famosa Accademia degli Umoristi. Frutto del frequentar ch'ei faceva le romane adunanze, furono i dieci libri de' suoi Pensieri diversi, de' quali un saggio avea egli stampato sotto il titolo di Quesiti fin dal 1608, e che poi di molto accresciuti vider la luce de' letterati che allor viveano, i quali veggendo in essa riprendersi passi di Omero, censurarsi più volte Aristotele, e mettersi in dubbio se utili fossero, o dannose le lettere, menarono gran rumore, come se il Tassoni a tutte le scienze e a tutti i dotti movesse guerra. E certo molte delle cose che in quell'opera leggonsi, sono anzi ingegnosi e scherzevoli paradossi, che fondate opinioni. Era l'ingegno del Tassoni somigliante a quello del Castelvetro, nimico de' pregiudizj e di quello singolarmente che nasce dalla venerazione per gli antichi scrittori, acuto e sottile in conoscere i più leggeri difetti, e franco nel palesarli; se non che, dove il Castelvetro è uno scrittor secco e digiuno, benchè elegante, che sempre ragiona con autorità magistrale, il Tassoni è autor faceto e leggiadro che sa volgere in giuoco i più serj argomenti, e che con una pungente, ma graziosa critica, trattiene piacevolmente i lettori. E probabilmente non era persuaso egli stesso di ciò ch'egli talvolta scrivea. Ma il desiderio di dir cose nuove e di farsi nome coll'impugnare i più rinomati scrittori, lo introdusse a sostenere alcune strane e poco probabili opinioni, fra mezzo alle quali però s'incontrano riflessioni e lumi utilissimi per leggere con frutto gli antichi e moderni autori. Maggior rumore ancora destarono le sue Considerazioni sopra il Petrarca, stampate la prima volta nel 1609. Parve al Tassoni, e forse non senza ragione, che alcuni fossero sì idolatri di quel gran poeta, che qualunque cose gli fosse uscita dalla penna, si raccogliesse da loro come gemma d'inestimabil valore; e che perciò avvenisse che alle Rime di esso si rendesse onor troppo maggiore che non era loro dovuto. Ma il Tassoni cadde nell'eccesso contrario; e per opporsi alla soverchia ammirazione che alcuni aveano pel Petrarca, il depresse di troppo, e non pago di rilevare i difetti che i critici spassionati osservano nelle Rime di quel famoso poeta, volle ancora, come si dice, vedere il pelo nell'uovo, e trovare errori, ove niun altro li trova. Levossi dunque in difesa del Petrarca Giuseppe Aromatari da Assisi, giovane allora di 25 anni, che ritrovavasi in Padova; e nel 1611 pubblicò le sue Risposte alle Considerazioni del Tassoni, nelle quali però non passa oltre a' primi dieci sonetti, rispondendo alle accuse colle quali il Tassoni aveali criticati. Il Tassoni nell'anno stesso replicò all'Aromatari co' suoi Avvertimenti, pubblicati sotto il nome di Crescenzio Pepe, e perchè due anni appresso replicò ad essi l'Aromatari co' suoi dialoghi sotto il nome di Falcidio Melampodio, il Tassoni sotto quello di Girolamo Nomisenti gli controrispose colla sua Tenda rossa; libretto pieno di fiele contro il suo avversario, e che non dee prendersi a modello dello stile da tenersi nelle dispute tra' letterari. E con esso finì la contesa, della quale, oltre ciò che narrane il Muratori, si può vedere il racconto presso il co. Mazzucchelli, ove dell'Aromatari e di queste e di altre opere da lui pubblicate ci dà esatta contezza (Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 1115, ec.). Continuazione delle medesime. XXI. Il Tassoni frattanto, che già da alcuni anni, e forse dopo la morte del card. Colonna avvenuta nel 1608, non avea avuto altro padrone, e a cui le anguste sue fortune facean bramare il servigio di qualche principe, nel 1613 cominciò a introdursi nella servitù del duca di Savoia Carlo Emanuele. Il Muratori racconta a lungo le diverse vicende che in tal servigio ebbe il Tassoni presso quel duca e presso il principe cardinale di lui figliuolo, gli onorevoli assegnamenti che più volte gli furon fatti, ma de' quali appena potè egli mai aver parte, il viaggio da lui fatto a Torino, e i raggiri co' quali gli fu impedito di avanzarsi nella grazia del duca, il vario contegno con lui tenuto dal principe cardinale, da cui or venne amorevolmente raccolto, or costretto perfino ad uscir di Roma. I diversi maneggi di quella corte con quella di Spagna, di cui il duca Carlo Emanuele spesso ebbe guerra, e spesso conchiuse la pace, furon probabilmente origine di tali vicende, perciocchè essendo il Tassoni rimirato come nimico della monarchia spagnuola non poteva esser veduto collo stesso occhio in tempo di guerra e in tempo di pace. Nè senza fondamento credevasi ch'ei fosse di animo mal disposto contro la corte di Spagna, perciocchè a lui furono attribuite alcune Filippiche contro gli Spagnuoli, e un libello intitolato Le Esequie della Monarchia di Spagna. Il Muratori non parla delle Filippiche come di opera uscita alle stampe; ma esse son veramente stampate, benchè sieno per avventura un de' più rari libri che esistano; ed io ne ho pochi anni addietro acquistata copia per questa biblioteca estense. Le esequie non so che sieno stampate. Il Tassoni protestò di non essere autore nè dell'uno, nè dell'altro libro; e delle Filippiche, o almeno delle due prime, afferma che è autore quel Fulvio Savojano, che ha composte altre Scritture ancora più pungenti di quelle contra gli stessi Spagnuoli, e dell'Esequie dice che fu libro composto da quel Padre Francescano... che fece poi per altri rispetti quella bella riuscita (V. Murat. Vita del Tassoni p. 28). Nondimeno lo stesso Muratori confessa di aver vedute due di queste Filippiche presso il co. Alfonso Sassi, che sembrano scritte di man del Tassoni, e così ne sembra a me ancora, che pur le ho vedute, e lo stile piccante con cui sono stese, può far sospettare ch'ei ne fosse autore. In fatti tra le sette Filippiche che stampate si trovano in questa ducal biblioteca, le due prime, come ho detto, mi sembrano opera del Tassoni. Ma lo stile delle altre cinque è diverso, e si ravvolgono per lo più sulle cose de' Veneziani, co' quali non avea relazione alcuna il Tassoni. Innanzi alle stesse Filippiche precede un altro opuscolo di somigliante argomento, intitolato Caducatoria prima, a cui leggesi sottoscritto l'Innominato Accademico libero, il qual nome medesimo si legge a' piedi della quarta e della settima filippica; nè io so chi abbia voluto ascondersi sotto a quel nome. Dopo le Filippiche, segue la Risposta alle Scritture intitolate Filippiche stampata collo stesso carattere e nella forma medesima, in cui si difende la corte di Spagna, e si fanno sanguinose invettive contro il duca Carlo Emanuele I. In questi opuscoli non vi ha indicio del luogo ove sieno stampati, o del nome dello stampatore, e solo al fine della filippica III si legge segnato l'anno 1615. Le quali minute riflessioni ho io voluto qui fare, trattandosi di un libro da pochissimi conosciuto. Ma ritorniamo al Tassoni. Nell'anno 1623 lasciò di essere al servigio del detto cardinale e visse tre anni tranquillamente, attendendo insieme a' suoi studj e alla coltura de' fiori, della quale molto si dilettava. E questo fu il tempo probabilmente nel quale si affaticò a finire il Compendio del Baronio da lui cominciato più anni addietro, e di cui esistono alcune copie a penna in quattro tomi, una delle quali conservasi in questa biblioteca estense. Avea gli cominciata quest'opera in latino; ma poscia la stese in italiano, e il Muratori muove qualche sospetto che il Compendio latino de' medesimi Annali, pubblicato nel 1635 da Lodovico Aureli perugino, fosse quel desso che già scritto avea il Tassoni; il qual sospetto però non sembra abbastanza fondato. Nel 1626 cominciò egli a provare sorte alquanto più lieta. Dal card. Lodovisio nipote di Gregorio XV fu preso al servigio coll'annuo stipendio di 400 scudi romani e colla stanza nel suo palazzo. Dopo la morte di quel cardinale, avvenuta nel 1632, passò il Tassoni alla corte del duca Francesco I, suo natural sovrano, e n'ebbe il titolo di gentiluomo trattenuto e di consigliero con onorevole stipendio e abitazione in corte. Ma tre anni soli godette del nuovo suo stato, e venuto a morte a' 25 d'aprile del 1635, fu sepolto in s. Pietro. XXII. Io ho accennato la più parte delle opere del Tassoni composte, lasciando di parlare di alcune altre di minor importanza, e per lo più inedite, delle quali fa menzione il Muratori, e differendo ad altro luogo il trattare delle Annotazioni sul Vocabolario della Crusca a lui attribuite. Ma ora dobbiam dire di quella per cui egli è celebre singolarmente, cioè della Secchia rapita. Oltre ciò che intorno alla storia di questo poema racconta il Muratori nella Vita del poeta, più minute notizie ancora ne abbiamo nella prefazione dal ch. dott. Giannandrea Barotti premessa alla magnifica edizione fattane in Modena nel 1744, ove diligentemente espone quando il Tassoni si accingesse a comporlo, come per più anni se ne tentasse più volte inutilmente la stampa in Modena, in Padova e altrove; come finalmente fosse esso la prima volta stampato in Parigi nel 1622, e ristampato colla medesima data nell'anno stesso a Venezia; come per ordine del pontefice dovesse il Tassoni toglierne e cambiarne qualche espressione, e così corretto il poema uscisse di nuovo a luce in Roma nel 1624 colla data di Ronciglione; e come poscia se ne facessero più altre edizioni. Tutto ciò si può vedere nella suddetta prefazione esattamente narrato. Io mi arresterò solo alquanto sulla gara di precedenza tra La secchia rapita e Lo Scherno degli Dei del Bracciolini. Questo fu pubblicato la prima volta in Firenze nel 1618, cioè quattro anni prima di quello del Tassoni; ma il Tassoni già da molti anni prima l'avea composto. Gasparo Salviani, che è nome supposto dello stesso Tassoni, in una lettera da lui scritta a quei tempi, ma pubblicata solo innanzi all'accennata edizion modenese, afferma ch'egli Suo poema eroicocomico, e contesa per esso col Bracciolini. lo scrisse tra l'aprile e l'ottobre del 1611, e aggiugne che alcuni cavalieri e prelati, che allor viveano, ne posson far fede. Anzi lo stesso Tassoni, in una lettera premessa all'edizione di Ronciglione, dice di averlo composto una state nella sua gioventù, il che vorrebbe dire prima nel 1611, nel qual anno ei contava 46 di età. Ma il dottor Barotti crede che così affermasse il Tassoni, perchè temeva che gli si potesse fare un rimprovero di avere in età avanzata scritto un sì scherzevol poema, e crede ancora che nella lettera del Salviani, in vece del 1611 debba leggersi il 1614. Checchessia di ciò, è certo che fin dal 1615 avea il Tassoni compiuto il suo poema, benchè poscia vi aggiugnesse due canti; che nel 1616 cominciò a trattarsi di darlo alle stampe, benchè ciò non si eseguisse che nel 1622, e che frattanto ne correano per le mani di molti copie a penna. Tutto ciò compruovasi dal Barotti con autentici documenti, e colle lettere del Tassoni medesimo e di altri a lui scritte. E una fra le altre ne abbiam del Tassoni, scritta a' 28 di aprile del 1618, in cui mostra la sua premura che La secchia rapita venisse presto alla luce, perchè avea udito che 'l Bracciolini da Pistoja s'era messo a fare anch'egli un Poema a concorrenza, il qual di fatto, come si è detto, in quell'anno medesimo fu stampato. È certo dunque che il poema del Bracciolini fu stampato quattro anni prima di quel del Tassoni; ma è certo ancora che il Tassoni avea compiuto il suo nove anni prima che si pubblicasse, e quattro anni prima che Lo Scherno degli Dei vedesse la luce. È certo che le copie della Secchia rapita corsero manoscritte per le mani di molti, e che il Bracciolini potè vederla e prenderne esempio; e non è improbabile che così fosse. Al contrario non si è ancora prodotta pruova la qual ci mostri che il Bracciolini assai prima del 1618 avesse intrapreso il suo lavoro; e perciò finora il vanto dell'invenzione di questo genere di poema sembra che sia dovuto al Tassoni. Il co. Mazzucchelli, che lascia indecisa questa quistione (Scritt. ital. t. 2, par. 4, pag. 1960, not. 30), dice che Lo Scherno degli Dei, se non ha la gloria del primato, quanto al tempo in cui fu composto, lo ha quanto a quello della stampa, e che può certamente nel merito andar del pari colla Secchia rapita. Io però temo che quest'ultima decisione non sia per essere molto approvata. A me certo sembra che o si riguardi la condotta e l'intreccio, o la leggiadria e la varietà delle immagini, o la facilità del verso, il poema del Tassoni sia di molto superiore a quello del Bracciolini. E pare ancora, che il comune consenso sia favorevole alla mia opinione, perciocchè, ove dello Scherno degli Dei non si hanno che sei edizioni 53, e niuna posteriore al 1628, della Secchia rapita se ne hanno poco meno di trenta, ed essa è stata stampata anche in Francia e in Inghilterra, e recata ancora nelle lingue francese ed inglese, e anche dopo la bella edizione di Modena del 1744, un'altra vaghissima se n'è fatta in Parigi nel 1766. Alla maggior parte delle edizioni di questo poema va aggiunto il primo canto di 53 Una nuova edizione dello Scherno degli Dei del Bracciolini fu fatta in Firenze nel 1772 per opera del ch. sig. Giuseppe Pelli direttore di quella real galleria delle antichità. un poema eroico sulla scoperta dell'America, dal Tassoni incominciato, e che se fosse stato da lui finito, non sarebbe forse divenuto sì celebre come l'altro. Ma è tempo che facciam conoscere il poeta rival del Tassoni, e il faremo facilmente, valendoci dell'esatte notizie che ne ha raccolte il sopraccitato co. Mazzucchelli. XXIII. Pistoia fu la patria di Francesco Bracciolini, che ivi nacque a' 26 di novembre del 1566. Fu prima in Firenze ove venne ascritto all'Accademia fiorentina. Indi passato a Roma, entrò al servigio di monsig. Maffeo Barberini, che fu poi cardinale, e finalmente pontefice col nome di Urbano VIII, e con lui andossene in Francia. Dopo la morte di Clemente VIII, il Bracciolini lasciò il servigio del Barberini e la Francia, e tornato alla patria, attese tranquillamente per più anni a' suoi studj. Ma poichè udì l'elezione a pontefice del suo antico padrone, volò a Roma, e da Urbano VIII amorevolmente accolto fu dato per segretario al card. Antonio Barberini suo fratello. Visse in Roma tutto il tempo del pontificato di Urbano, vi frequentò le più illustri accademie, vi fu udito con plauso, e solo fu in lui notata una sordida avarizia. Dopo la morte di quel pontefice, tornò in Pistoia, e ivi egli ancora non molto dopo, cioè a' 31 agosto nel 1645, chiuse i suoi giorni. Oltre il poema eroico-comico da noi già rammentato, quattro altri poemi eroici egli compose, fra' quali il più celebre è quello che ha per titolo La Croce racquistata, a cui da alcuni si dà il terzo luogo Notizie del Bracciolini. tra' poemi italiani dopo quelli dell'Ariosto e del Tasso; nè io il contrasterò, purchè il Bracciolini sia pago di stare non pochi passi addietro a quei sì valorosi poeti. L'elezione di Urbano VIII è un altro de' poemi del Bracciolini, ed ei n'ebbe per premio da quel pontefice l'inserire nelle sue armi gentilizie le api de' Barberini, e di prendere da esse il soprannome, con cui di fatto egli si nomina: tenue premio, a dir vero, ma forse adattato al merito del poema. Di alcune postille che il Tassoni fece a questo poema, mi riserbo a parlare nella Biblioteca modenese 54. L'amoroso sdegno, favola pastorale dello stesso autore, vien annoverata tra le migliori che questo secol vedesse, e non sono senza i lor pregi alcune tragedie da lui parimente composte, e singolarmente l'Evandro. Nelle poesie liriche ei non è ugualmente felice; e si risente non poco de' difetti del secolo. Di queste e di altre opere del Bracciolini si potranno leggere, da chi le brami, più minute notizie presso il soprallodato scrittore. Altri Scrittori di poemi burleschi. 54 XXIV. L'esempio del Tassoni e del Bracciolini, e il plauso con cui i lor poemi furono accolti, invogliò molti altri a seguirne le orme, e a coltivare questo nuovo Son queste alcune scherzevoli riflessioni su quel poema trovate in una copia che ora se ne conserva presso monsig. Onorato Gaetani, e delle quali io ho pubblicato qualche saggio (Bibl. mod. t. 5, p. 215), avendomene mandata copia il celebre ab. Serassi di gloriosa memoria, da cui quel codice era stato trovato. genere di poesia. Ma, come suole avvenire, fra molti che il tentarono, pochi vi riuscirono felicemente. I più famosi tra tali poemi sono il Malmantile racquistato e il Torracchione desolato. Del primo, che fu pubblicato la prima volta in Finaro nel 1676 sotto nome di Perlone Zipoli, fu autore Lorenzo Lippi fiorentino, pittore di professione, morto in età di 58 anni nel 1664, il cui poema però non si può leggere con piacere, se non da chi intende i proverbj e i riboboli fiorentini, di cui tutto è pieno, e che perciò ha avuto bisogno di essere comentato prima da Paolo Minucci sotto il nome di Puccio Lamoni, poscia dal can. Antonmaria Biscioni e dall'abate Antonmaria Salvini. Del secondo fu autore Bartolommeo Corsini natio di Barberino in Mugello, e autore ancora di una traduzion d'Anacreonte. Ma esso non è stato stampato che l'anno 1768 in Parigi colla data di Londra, aggiuntevi alcune poche notizie della vita dell'autore. A questi possiamo aggiugnere un altro poema che, benchè non mai pubblicato, corre nondimeno per le mani di molti, ed è riputato un de' più felici in tal genere, cioè il Capitolo de' Frati del p. Sebastiano Chiesa della Compagnia di Gesù, di patria reggiano e morto in Novellara verso la fine del secolo, di cui più altre opere, singolarmente drammatiche, accenna il Quadrio (t. 2, p. 328; t. 4, p. 91; t. 5, p. 106; t. 6, p. 723), che parimente si giacciono inedite. XXV. Ci resta a dire per ultimo degli scrittori di poesie teatrali. E di queste pure noi potremmo qui dare un lungo catalogo, se volessimo aver riguardo più al numero che alla sceltezza. Ma pur troppo ci convien confessare che fra molte centinaia di tali poesie, che questo secol produsse, non molte son quelle che si possano rammentare con lode. E qui è singolarmente dove gli stranieri c'insultano, e rimproverandoci le irregolari tragedie e le sciapite commedie italiane, ci van ripetendo fastosamente i gran nomi de' Cornelj, de' Racine, de' Moliere. E non negheremo già noi che questi illustri scrittori sieno stati i primi a condurre alla lor perfezione la tragedia e la commedia, e che noi non avevamo ancora avuto alcuno che fosse giunto tant'oltre. Ma se i nostri rivali vorranno usare di un'eguale sincerità, dovrann'essi ancor confessare che noi nel secolo precedente avevamo avuti scrittori di tragedie e di commedie, se non eccellenti e perfette, come quelle de' mentovati scrittori, certo molto pregevoli, mentre in Francia appena si conoscevan di nome tali componimenti; che le Tragedie dell'Alamanni, del Rucellai, del Trissino, del Martelli, dello Speroni, del Giraldi, dell'Anguillara, del Tasso, del co. di Cammerano, del co. Torelli, del Cavallerini; che le commedie del Macchiavelli, dell'Ariosto, del cardin. Bibbiena, del Cecchi, del Gelli; che i Drammi pastorali del Beccari, del Tasso, del Guarini, dell'Ongaro, furono i primi esempj di tal genere di poesie, che dopo il risorgimento delle lettere si vedessero; che i tre gran lumi della teatral poesia francese nominati poc'anzi non si sdegnarono di valersi più volte delle loro fatiche, e di Scrittori di poesie tragiche. recare nella lor lingua diversi passi de' tragici e de' comici italiani; e che il Moliere principalmente ne fece tal uso, che se a lui si togliesse tutto ciò ch'egli ha tolto ad altri, si verrebbono a impicciolire di molto i tomi delle sue Commedie; che finalmente se essi ci andarono innanzi, il fecer seguendo le orme de' nostri maggiori, i quali aveano spianato e agevolato il sentiero. Intorno a ciò è degno d'esser letto il Paragone della Poesia tragica d'Italia con quella di Francia del sig. co. Pietro de' Conti di Calepio eruditissimo cavalier bergamasco, morto nel 1762, in cui si pongono a confronto le migliori tragedie francesi colle migliori italiane; e collo scoprire i difetti che son nelle prime, senza dissimulare que' delle seconde, si mostra che gli scrittori italiani hanno servito in più cose di guida a' francesi, e che questi sarebbon più degni di lode, se non si fosser più volte discostati da' primi. Nella qual opera, benchè possa sembrare che l'autore sia forse alquanto prevenuto in favor dell'Italia, contengonsi nondimeno riflessioni molto utili e critiche assai giudiziose. XXVI. Benchè però il gusto degl'Italiani di questo secolo fosse comunemente infelice, possiamo additare alcune tragedie che anche al presente non meritan di essere dimenticate. Fra esse sono degne di onorevol menzione quattro tragedie di Melchiorre Zoppio bolognese, fondatore dell'Accademia de' Gelati, e morto in Bologna in età di 80 anni nel 1634, uomo di Se ne annoverano alcuni tra' migliori. molteplice erudizione, e autore di molte altre opere, di cui ci danno più ampie notizie le Memorie della detta Accademia (p. 323, ec.) e il Crescimbeni (Comment. t. 2, par. 2, p. 273) e più esattamente di tutti il co. Gio. Fantuzzi (Scritt. bol. t. 8, p. 303, ec.). L'Acripanda di Antonio Decio si nomina dal medesimo Crescimbeni tra quelle che furono men soggette alla critica e alle riprensioni de' dotti (l. c. t. 1, p. 249). Quelle di Giambattista Andreini, figliuolo di Isabella da noi mentovata nella Storia del secolo precedente, comico di professione, e ch'ebbe gran nome anche in Francia a' tempi di Luigi XIII, non sono ugualmente pregevoli; ma ei debb'esser qui ricordato, perchè vuolsi che colla sua rappresentazione sacra intitolata l'Adamo desse occasione al celebre Milton, che udilla recitare in Milano, a comporre il suo Paradiso perduto (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 708, ec.) 55. Il co. 55 L'eruditissimo sig. co. Carli (Op. t. 17, p. 42) osserva assai giustamente che il Milton nato nel 1608, non potè assistere di presenza all'Adamo dell'Andreini, rappresentato circa il 1613, e stampato nel 1617. Ma ciò non basta a provare che da esso non traesse l'idea del suo poema, perciocchè ei potè ben averlo alle mani, essendo singolarmente quel libro stampato con molta magnificenza, e ornato con quaranta rami disegnati dal celebre Procaccino, e dedicato alla reina di Francia. È certo, benchè l'Adamo dell'Andreini sia in confronto del Paradiso perduto ciò che è il poema di Ennio in confronto a quel di Virgilio, nondimeno non può negarsi che l'idee gigantesche, delle quali l'autore inglese ha abbellito il suo poema, di Satana ch'entra nel Paradiso terrestre e arde d'invidia al vedere la felicità dell'uomo, del congresso de' Demonj, della battaglia degli angioli contro Lucifero, e più altre somiglianti immagini veggonsi nell'Adamo adombrate per modo, che a me sembra molto credibile che anche il Milton Ridolfo Campeggi bolognese, morto in età di 59 anni nel 1624 fra molte opere, parecchie delle qauli appartengono al genere drammatico (V. Orlandi Scritt. bologn. p. 241), ci diè il Tancredi tragedia che può aver luogo tra le migliori di questo secolo. Alcune tragedie abbiamo ancora, che non son prive di qualche pregio, di Bartolommeo Tortoletti veronese, di cui si posson veder le notizie presso il march. Maffei (Ver. illustr. par. 2, p. 459, ec.) e presso il Crescimbeni (l. c. p. 304). Più celebre è il Solimano del co. Prospero Bonarelli gentiluomo anconitano stampato la prima volta in Venezia nel 1619, e poscia più altre volte. Questa tragedia in fatti, se troppo non avesse dello stil lirico, e se gli episodj fossero al genere tragico più adattati, avrebbe poche che le potessero stare al confronto. L'autore visse fino al 1659, e giunse all'età di circa 70 anni, aggregato a molte accademie, e caro a più principi, a' quali ebbe l'onor di servire, e fra gli altri all'arciduca, poi imperador, Leopoldo, per cui comando avendo composti alcuni drammi, n'ebbe in dono il ritratto gioiellato con un sonetto dallo stesso arciduca composto e scritto (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1554, dall'immondezze, se così è lecito dire, dell'Andreini raccogliesse l'oro, di cui adornò il suo poema; come abbiamo altrove veduto ch'è probabile ch'ei pur facesse riguardo all'Angeleide del Valvasone. Per altro l'Adamo dell'Andreini, benchè abbia alcuni tratti di pessimo gusto, ne ha altri ancora che si posson proporre come modello di eccellente poesia. Veggasi l'analisi di questo dramma fatta con ingegno e con esattezza dal ch. sig. co. Gianfrancesco Napione Galeani Cocconato di Passerano (Dell'uso e de' pregi della lingua ital. t. 2, p. 274, ec.). ec.). Oltre la detta tragedia, più altre opere ce ne son pervenute, delle quali non giova il dire distintamente. Si possono ancor ricordare non senza lode alcune tragedie di Ansaldo Ceba, di cui abbiam detto poc'anzi, e singolarmente le Gemelle Capoane e l'Alcippo. Ma niuno scrittore fu sì fecondo nel comporre tragedie, quando il p. Ortensio Scamacca gesuita di Lentini in Sicilia, morto in Palermo nel 1648, di cui ne abbiamo oltre a cinquanta, altre sacre, altre profane; intorno alle quali si possono vedere gli onorevoli giudizj che ne danno il Crescimbeni (Coment. t. 2, par. 2, p. 308), il Quadrio (t. 4, p. 87) e gli altri autori da essi citati. Molto pure ne abbiamo di Girolamo Bartolommei Smeducci gentiluom fiorentino autore innoltre di diversi drammi musicali, di un poema in XL canti, intitolato l'America, e di altre opere che si annoverano dal co. Mazzucchelli (l. c. t. 2, par. 1, p. 470). Egli fiorì verso la metà del secolo, e finì di vivere nel 1662. Due Cardinali ci vengono ancora innanzi fra gli scrittori di tragedie. Il primo è il card. Sforza Pallavicino, noto per la sua Storia del Concilio di Trento, che, essendo tuttor gesuita, nel 1644 diè alla luce l'Ermenegildo, e poscia di nuovo nel 1655 con un Discorso, in cui difende la sua tragedia da alcune accuse che le venivano date. Il Discorso, per le ottime riflessioni che in esso contengonsi, è forse più pregevole della tragedia; ma invano egli in esso si è affaticato a provare che le tragedie vogliono essere scritte, com'egli avea fatto, in versi rimati. L'altro è il card. Giovanni Delfino, che dopo aver sostenuti onorevoli impieghi nella repubblica, nominato nel 1656 da Girolamo Gradenigo suo coadiutore nel patriarcato di Aquileia, gli succedette tra poco, da Alessandro VII nel 1667 fu sollevato all'onor della porpora, e passò a miglior vita nel 1699. Quattro tragedie egli scrisse, la Cleopatra, la Lucrezia, il Medoro e il Creso, le quali, benchè non sieno del tutto esenti da' difetti del secolo, per la nobiltà dello stile nondimeno e per la condotta possono andar del pari colle migliori dell'età precedente. Ma egli non volle mai che si pubblicassero. La Cleopatra fu la prima volta stampata nel Teatro italiano (t. 3). Quindi tutte quattro vennero a luce, ma assai guaste e malconcie, in Utrecht nel 1730, finchè una assai più corretta e magnifica edizione se ne fece dal Comino in Padova nel 1733 insieme con un Discorso apologetico del cardinal medesimo in difesa delle sue Tragedie. Sei Dialoghi in versi di questo dottissimo cardinale sono poi stampati (Miscell. di varie Op., Ven. 1740, t. 1), ne' quali ei si mostra molto versato nella moderna filosofia di que' tempi, senza però abbandonare del tutto i pregiudizj dell'antica. Ma il loro stile non è sì nobile e sostenuto come nelle tragedie. L'Aristodemo del co. Carlo de' Dottori padovano, stampato nel 1657, sarebbe una delle più illustri tragedie italiane, se l'autore, seguendo l'uso di quell'età, non l'avesse scritta con uno stile troppo lirico, che mal conviene a tal genere di poesia. Egli è ancora autore di altre rime, e di un poema eroicocomico intitolato L'asino, stampato in Venezia nel 1652, e diviso in dieci canti 56. Finalmente Antonio Muscettola 56 Il co. Carlo de' Dottori fu amicissimo e corrispondente del Redi, e molte napoletano ci diede la Rosminda e la Belisa, e della seconda di queste tragedie prese a considerare i pregi il celebre Angelico Aprosio in un suo libro sotto il nome di Oldauro Scioppio stampato nel 1664. E queste tragedie ci basti l'avere accennate fra mille altre che pur potrebbonsi nominare se tale fosse il lor pregio che l'Italia potesse a ragione andarne lieta e gloriosa. XXVII. Ma se la tragedia italiana nel corso di questo secolo non fece que' felici progressi che dallo stato a cui essa era giunta nel secolo precedente, poteansi aspettare, più infelice ancora fu la sorte della commedia, la quale venne talmente degenerando ch'essa comunemente non fu più che un tessuto di ridevoli buffonerie, senza regolarità e senza verosimiglianza d'intreccio e senza ornamento alcuno di stile, e spesso ancora ripiena di oscenità e di lordure, per ottenere dalla vil plebaglia quel plauso che dalle colte persone non poteasi sperare. Quindi fra molte commedie che pur vennero a luce nel corso di questo secolo, io non oso di far menzione che della Tancia di Michelangelo Buonarroti il giovane, nobile fiorentino e nipote del gran Buonarroti, in cui egli vivamente seppe descrivere il linguaggio non meno che le maniere e i costumi de' contadini fiorentini, e si Scrittori di commedie. delle lettere che questi gli scrisse (Op. t. 4, n. 1, ec. ed. napol. 1778) fanno conoscere in quanta stima ne avesse il talento e le poesie; e certo il Redi era uomo, quant'altri mai fosse, sperto a conoscere il vero merito, e a discernere il buon gusto dal reo. mostrò imitatore felice di Terenzio e di Plauto. La Vita di questo colto scrittore è stata dopo altri esattamente descritta dal co. Mazzucchelli (l. c. t. 2, par. 4, p. 2352); ma com'essa altro non contiene che la serie degl'impieghi ne' quali egli fu adoperato da' suoi sovrani, e delle cariche che sostenne in diverse accademie della sua patria, io non mi arresterò in farne un compendio. Solo non vuolsi tacere che fu il Buonarroti uno splendido promotore delle belle arti e de' buoni studj, sì col formare colla spesa di ventiduemila scudi una magnifica galleria, come coll'adunare in sua casa i più dotti uomini ch'erano allora in Firenze, e coll'animarli a investigare le memorie della comune lor patria; e frutto di queste assemblee fu l'opera da Francesco Segaloni intrapresa per illustrare le famiglie fiorentine, intitolata Il Priorista, che fu poi corretta e ampliata da Bernardo Benvenuti altrove da noi nominato. Egli cessò di vivere agli 11 di gennaio del 1646, dopo aver pubblicate diverse altre operette, come Orazioni, Cicalate, Poesie, Lezioni, e scritta un'altra commedia, intitolata La Fiera, che non fu stampata che nel 1726. XXVIII. Non picciolo parimente è il numero de' drammi pastorali che in questo secolo produsse l'Italia. Ma in essi ancora in vece di seguir le vestigia de' primi autori di tal genere di componimento e di toglierne que' difetti che sogliono accompagnare le nuove invenzioni, nuovi Scrittori di drammi pastorali. e peggiori difetti si vennero introducendo singolarmente quanto allo stile, che quasi in tutti si vede vizioso per soverchio raffinamento e per lo smoderato uso di fredde metafore e di ricercati concetti. Forse eran migliori delle altre due Favole pastorali inedite di d. Cesare II, duca di Guastalla, che ad imitazione di d. Ferrante II, suo padre, esercitossi in tali studj de' quali compiacevasi assai; e alcune lettere da lui scritte, le quali si conservano nell'archivio di Guastalla, e dal ch. p. Affò mi sono state comunicate, ci mostrano che avea in essi buon gusto. Una è intitolata la Procri, che leggesi al fine della Storia ms. di Guastalla del can. Giuseppe Negri, l'altra La Piaga felice, il cui originale è presso il medesimo p. Affò. E forse maggior saggi ci avrebbe egli lasciati del suo talento poetico, se la morte non l'avesse in età giovanile rapito l'an. 1632 in Vienna, ove d. Ferrante suo padre, poco prima di morire, l'avea mandato per l'affare della successione al ducato di Mantova. Fra le pastorali stampate, io ne accennerò una soltanto che sopra tutte ebbe plauso, cioè la Filli di Sciro di Guidubaldo Bonarelli della Rovere, fratello del co. Prospero da noi nominato poc'anzi. Egli era nato in Urbino nel 1563, ove allora era in molta grazia del duca Guidubaldo II il co. Pietro di lui padre. Dopo la morte del detto duca, parendo al giovane Bonarelli di non essere ugualmente caro al successore Francesco Maria II, passò col padre alla corte del co. Cammillo Gonzaga in Novellara; e indi fu invitato a studiare in Francia, ove diede tai saggi d'ingegno, che in età di 19 anni gli venne esibita dal collegio della Sorbona una cattedra di filosofia. Ma richiamato dal padre in Italia, fu qualche tempo presso il card. Federigo Borromeo, indi al servigio di Alfonso II, duca di Ferrara, e poi di Cesare duca di Modena, onorato da essi di ragguardevoli cariche e di cospicue legazioni. Il cardinale d'Este chiamollo a Roma all'impiego di suo primo maggiordomo; ma nel viaggio, sorpreso in Fano da mortal malattia in casa di Federigo da Montevecchio suo zio, finì di vivere agli 8 di gennaio del 1608 in età di 45 anni, lasciando una sola figlia avuta da Laura Coccapani sua moglie. Queste sono le principali circostanze della vita del co. Guidubaldo, che ci narran gli autori citati dal co. Mazzucchelli (l. c. t. 2, par. 3, p. 1549). Ma altre diverse ne ho io trovate in una Cronaca ms. di Modena dal 1600 al 1637, scritta da Giambattista Spaccini modenese che allora vivea, e che conservasi nell'archivio di questa città. Ivi ai 22 di agosto del 1600 si legge così: Questa sera l'Imola (Segretario di Stato del duca Cesare) a hore 22 fece commissione al Sig. Conte Guidubaldo Bonarelli Anconitano, Cameriero secreto di S. A., che in termini d'hore 24 si debba levare di su il suo Stato: la causa non si sà. Quindi soggiugne che il dì seguente a 12 ore gli partì, rimanendo in Modena i conti Antonio e Prospero di lui fratelli con una loro zia. Aggiugne che si diceva che la cagione di questa sua disgrazia fosse il matrimonio da lui contratto colla suddetta Laura in modo e con circostanze tali, che avevano irritato l'animo del duca, sicchè invece di mandarlo, come avea destinato, suo ministro in Francia, mandollo in esilio. Lo stesso storico fa qui un breve compendio della storia di questa famiglia, e oltre le cose da noi notate, dice che il conte Pietro padre di Guidubaldo si era renduto odioso nel ducato di Urbino per le gravezze che avea fatte imporre a que' popoli; che fu poi costretto a fuggire, perchè fu accusato di avere avuta parte in una congiura contro il duca Francesco Maria, e che tutti i beni gli furono confiscati; che in Novellara avendo egli tentato di unire un de' suoi figli in matrimonio con una nipote del co. Cammillo Gonzaga, questi gli ordinò di partire nel termine di 24 ore; che allora tutti vennero a Modena, ove poscia il co. Pietro morì; e i figli passarono a Ferrara al servigio del duca Alfonso II, e quindi col duca Cesare si erano trasferiti a Modena; e conchiude ch'era gran danno che il co. Guidubaldo fosse caduto in tal fallo, per essere giovane dottissimo et bellissimo dicitore, portando però con lui la sua parte dell'ambizione. Indi sotto a' 30 del detto mese racconta che il co. Guidubaldo erasi ritirato a Ferrara, e narra più stesamente l'accennata origine della sua disgrazia; e a' 26 di aprile del 1601 racconta che il Bonarelli avea ottenuto di venire a Modena a baciar la mano al duca prima di ritirarsi a' suoi castelli. Il suddetto dramma fu da lui pubblicato in Ferrara nel 1607, e fu allor fatto solennemente rappresentare dagli Accademici Interpreti di quella città, de' quali egli era stato uno de' primi fondatori. L'applauso con cui esso fu ricevuto, ne fece poscia moltiplicar l'edizioni, e alcune ne ha vedute, il nostro secolo ancora e in Italia e oltremonti, ed è anche stato tradotto in francese e in inglese. Ed è sentimento comune de' dotti, che dopo l'Aminta del Tasso e Il Pastor Fido del Guarini debbasi a questo il primo luogo. Ma se que' primi due drammi venner da alcuni ripresi, perchè i pastori vi s'introducessero a ragionare con sentimenti e con espressioni troppo raffinate, molto più deesi questa critica alla Filli di Sciro, in cui, oltre un raffinamento anche maggiore, si veggon non pochi saggi del guasto stile che allor tanto piaceva. Ne fu ancora in qualche parte biasimato l'intreccio, e singolarmente il doppio amore, di cui egli fa compresa la sua Celia; e questa accusa diede occasione a' discorsi ch'ei pubblicò in sua difesa. Intorno alle quali, e a più altre notizie che ce ne somministra il co. Mazzucchelli. XXIX. Ma a niun genere di poesia teatrale fu in questo secolo l'Italia sì ardentemente rivolta come a' drammi per musica, i cui cominciamenti abbiam veduti nella Storia del secolo precedente. Questi però invece di ricevere dal generale entusiasmo, che per essi si accese, maggior perfezione, furono anzi da esso condotti a una total decadenza. Pareva che tutto lo studio de' poeti drammatici s'impiegasse nel sorprendere e riempire di stupor gli ascoltanti con solenni maravigliose comparse, e purchè l'occhio fosse appagato, sacrificavasi ad esso ogni altra cosa 57. La magnificenza de' principi e de' Scrittori di drammi per musica. 57 Il sig. ab. Arteaga, parlando del reo gusto che ne' drammi musicali di questo secolo s'introdusse, dice (Rivoluz. del Teatro music. Ital. t. 1, p. 268, ec.): Ma donde sia venuta in mente a' poeti siffatta idea, per qual privati in queste decorazioni contribuì essa ancora a fare ch'esse fossero il principale oggetto dell'attenzion de' poeti. Celebre per questo genere fu singolarmente il teatro del proccurator Marco Contarini eretto in Piazzola, dieci miglia lungi da Padova, ove nel 1680 e nel 1681 si videro girar sulla scena tirate da superbi istrano cangiamento una nazione sì colta se ne sia compiacciuta a tal segno, che abbia nel Teatro antiposta la mostruosità alla decenza, il dubbio alla verità, l'esclusione d'ogni buon senso alle regole inalterabili di critica lasciateci dagli antichi, se il male sia venuto dalla poesia ovver dalla musica, o se tutto debba ripetersi dalle circostanze dei tempi, ecco ciò che niuno Autore Italiano ha finora preso ad investigare, e quello che mi veggo in necessità di dover eseguire. Veggiamo dunque ciò che questo valoroso autore osserva. Egli avverte che l'uomo naturalmente ama il maraviglioso, e gode di tutto ciò che ha dello strano e del sorprendente, che quindi nacquero le favole mitologiche, gl'incantesimi, i romanzi, ec. Osserva poscia ch'essendo lo stil poetico diverso assai dal prosaico, e il poetico musicale essendo ancora assai più difficile del poetico ordinario, e riuscendo esso perciò men gradito al popolo, i poeti si rivolsero a supplire a questa difficoltà coll'introdurre il maraviglioso, e disperando di soddisfare il buon senso, s'ingegnarono di piacere all'immaginazione. Tutto ciò vedesi lungamente ed eloquentemente svolto dall'ingegnoso scrittore. Ma è ella sciolta con ciò la proposta quistione? Le suddette ragioni concorrevano ugualmente a' cominciamenti del dramma musicale verso la fine del sec. XVI e al secol seguente, in cui il dramma medesimo, che avea avuto sì felice principio, decadde sì miseramente, e a' tempi nostri, in cui esso sembra decader nuovamente. Il maraviglioso e il mitologico erasi introdotto anche dal Rinuccini, ma egli ne usò saggiamente; que' che vennero appresso, ne abusaron di troppo. Ecco dunque ciò che noi vorremmo sapere, e che non è ancora spiegato; per qual ragione nel secolo scoso, e non prima, e non dopo, siasi un sì reo gusto introdotto nel dramma musicale. Veggasi intorno a questo destrieri fino a cinque ricchissime carrozze e carri trionfali, e cento Amazzoni e cento Mori, e cinquanta altri a cavallo, e cacce, ed altri solenni spettacoli (V. Quadrio t. 5, p. 455). Le corti di Modena e di Mantova fecero pompa in ciò verso la fine del secolo, quasi a gara l'una dell'altra, di un lusso veramente reale: "La Musica, dice il Muratori (Ann. d'Ital. ad an. 1690), e quella particolarmente de' Teatri, era salita in alto pregio, attendendosi dappertutto a suntuose opere in Musica, con essersi trasferito a decorare i Musici e le Musichesse l'adulterato titolo di Virtuosi e Virtuose. Gareggiavano più dell'altre fra loro le Corti di Mantova e di Modena, dove i Duchi, Ferdinando Carlo Gonzaga e Francesco II d'Este, si studiavano di tenere al loro stipendio i più accreditati Cantanti, e le più rinomate Cantatrici, e i Sonatori più cospicui di varii musicali strumenti. Invalse in questi tempi l'uso di pagare le ducento, trecento, ed anche più doble a cadauno de' più melodiosi Attori ne' Teatri, oltre al dispendio grande dell'Orchestra, del Vestiario, delle Scene, delle illuminazioni. Spezialmente Venezia colla sontuosità delle sue opere in Musica, e con altri divertimenti tirava a sè nel Carnevale un incredibil numero di gente straniera, tutta vogliosa di piaceri, e disposta allo spendere. Roma stessa, essendo cessato il rigido contegno di papa Innocenzo XI, cominciò ad assaporare i pubblici solazzi, ne' quali nondimeno mai non mancò la modestia; e videsi poscia Pippo Acciajuoli nobile argomento il Giornale di Modena, ove si parla della prima edizione dell'opera dell'ab. Arteaga (t. 28, p. 276, ec.). Cavaliere, con tanto ingegno architettar invenzioni di macchine in un privato Teatro, che si trassero dietro l'ammirazione d'ognuno, e meritavano ben di passare alla memoria de' posteri". Poco dunque importava che i drammi fossero regolari, verisimili gli avvenimenti, ben ideato l'intreccio, purchè magnifica fosse la scena e varie e ammirabili le comparse. E i poeti avendo nel lor comporre riguardo al genio de' lor padroni non meno che degli spettatori, di altro non eran solleciti che di piacere a' loro occhi. Questo è il carattere di quasi tutti i drammi di questo secolo; nè può esser perciò glorioso all'Italia il far menzione di tanti che nello scriverli si occuparono. Tra essi i più rinomati, se non per l'eccellenza, pel numero almeno de' loro drammi, furono Andrea Salvadori fiorentino 58, Ottavio Tronsarelli da noi già nominato altrove, Benedetto Ferrari di patria reggiano, e soprannomato dalla Tiorba, perchè era celebre sonatore dello stromento di questo nome 59, 58 Il suddetto sig. ab. Arteaga rende giustizia al Salvadori annoverandolo tra un di que' pochi poeti che sepper seguire le vestigia del Rinuccini (Rivoluz. del Teatro music. Ital. t. 1, p. 341 sec. ed.), della qual lode si concede ancor qualche parte ad alcuni de' drammi del co. Prospero Bonarelli, dell'Adimari, del Moniglia e di Girolamo Preti, e osserva innoltre che nelle opere buffe il contagio fu minore che nelle serie, e ne reca in pruova il transunto della Verità raminga di Francesco Sbarra, che è certamente piacevole e grazioso. 59 Di Benedetto Ferrari, che fu insieme scrittor de' drammi, e compositore della lor musica, celebre ai suoi tempi, e che fu il primo a far rappresentare pubblicamente in Venezia i drammi musicali, si è parlato a lungo nella Biblioteca modenese (t. 2, p. 265; t. 6, p. 110). Giovanni Faustini veneziano, Giacinto Andrea Cicognini fiorentino, di cui dicesi che fosse il primo che introducesse le ariette ne' drammi, usadole la prima volta nel suo Giasone (V. Planelli dell'Op. in mus. p. 14) 60, Niccolò Minato bergamasco, poeta della corte imperiale di Vienna 61, Giacomo Castoreo veneziano, 60 Abbiamo nel precedente tomo osservato che si è ingannato il sig. ab. Arteaga, nel volere additarsi un'aria assai anteriore al Cicognini nella Euridice del Rinuccini, giacchè quella nè per riguardo alla musica, nè per riguardo alla poesia, non può avere il nome di aria. Il sig. Napoli Signorelli, che troppo docilmente avea in ciò seguita l'opinione dell'Arteaga, avea anche additata un'altr'aria assai più antica dell'Euridice in una farsa drammatica del Notturno, stampata nel 1518 (Vicende della Coltura nelle Sicil. t. 3, p. 376). Ma come si è ivi osservato, e come ha provato il signor Giambattista dall'Olio nella lettera ivi indicata, non si può nè quella, nè alcun'altr'aria di quel secolo annoverare tra quelle che or diconsi arie drammatiche. Ad assicurar nondimeno meglio il Cicognini la gloria di esserne stato il primo inventore, converrebbe esaminare attentamente la musica di altre azioni drammatiche circa quel tempo pubblicate, in cui veggonsi alcune che per riguardo alla poesia debbon certamente dirsi arie. 61 Il teatro di Vienna fu il primo, a mio parere, fuori d'Italia, in cui s'introducesse il dramma per musica; e io credo che la prima idea ne portasse seco da Mantova l'arciduca Leopoldo figlio dell'imp. Ferdinando II, il quale l'anno 1626 venuto a Mantova, vi vide rappresentare per musica nell'Accademia degl'Invaghiti l'Europa di Baldovino di Monte Simoncelli. I primi poeti cesarei veggonsi alla corte dell'imp. Leopoldo di lui nipote; ed essi furono Niccolò Minato bergamasco e Francesco Sbarra lucchese (Quadrio t. 5, p. 462, 468, 469). Fu anche alla corte medesima col titolo di poeta cesareo, benchè non sappiamo che scrivesse drammi per musica, Giovanni Pierelli da Trasilico nella Garfagnana, il quale era Francesco Sbarra lucchese, Aurelio Aureli veneziano, il co. Francesco Berni ferrarese, Giulio Cesare Corradi parmigiano, autore di moltissimi drammi, e di quello fra gli altri intitolato La Divisione del Mondo, la cui rappresentazione fatta in Venezia, fu una delle più splendide che mai si vedessero, Adriano Morselli e Francesco Silvani veneziani, Pietro d'Averara bergamasco, per tacere di mille altri che al par di questi si potrebbono nominare 62. Solo verso la fine del secolo e ne' primi anni del nostro cominciarono i drammi a prender migliore aspetto, e tra quelli a' quali se ne dee la lode, voglionsi annoverare Silvio Stampiglia romano, che visse fino al 1725, e di cui si ha l'elogio nel Giornale dei Letterati d'Italia (t. 38, par. 2), Pietro Antonio Bernardoni natio di Vignola nel ducato di Modena, lodato come valoroso poeta da Apostolo Zeno, anche segretario del celebre principe Raimondo Montecuccoli. Una memoria di mano del Vallisnieri conservasi presso il ch. sig. Vincenzo Malacarne, in cui curiose notizie contengonsi intorno all'incostante e capriccioso carattere del Pierelli, ch'era tanto amato dall'imp. Leopoldo, che questi fu veduto stare con lui alla finestra per ben mezz'ora tenendogli il braccio al collo. Ma il Pierelli invaghitosi di una Olandese, lasciò la corte, e, dopo varie vicende, morì assai povero nella sua patria. 62 Al genere drammatico ridur si possono gli oratorj per musica, genere di componimento che a questo secolo dee la sua origine. Il sig. co. commendator Carli ne addita il primo scrittore in Domenico Giberto Giberti, di cui in un libro stampato in Monaco nel 1672, e intitolato Urania Poesie celesti, si hanno nove Oratori per musica (Carli Op. t. 17, p. 26). Ma il Quadrio ne accenna alcuni più antichi esempj (Stor. e Ragione d'ogni Poes. t. 3, par. 2, p. 495) e quelli singolarmente di Francesco Balducci morto nel 1642. e intorno al quale più copiose notizie si posson vedere presso il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 2, p. 977, ec.), e Giannandrea Moneglia, quel desso di cui abbiamo altrove narrate le controversie ch'ebbe col Magliabecchi, col Cinelli e col Ramazzini. Al suddetto Zeno era riserbata la gloria di ricondurre il dramma alla maestà e al decoro che gli conviene, e al gran Metastasio quella tanto maggiore di riunire in esso tutti que' pregi che posson rendere amabile e bella la drammatica poesia. Ma queste glorie appartengono al nostro secolo di cui non è questo il luogo di ragionare. XXX. Nello stesso secolo di cui parliamo, diede l'Italia, come già si è avvertito nella nuova edizione della Drammaturgia dell'Allacci, il primo esempio di un nuovo genere di dramma, che, condotto poscia alla sua perfezione dal celebre Gio. Giacomo Rousseau, si è creduto e credesi comunemente da lui trovato. Esso è il monologo, ossia il dramma a un sol personaggio, e tale è il Rodrigo di d. Giuseppe Malatesta Garuffi riminese, stampato prima in Roma nel 1677, poi ristampato in Parma. In esso s'introduce il suddetto re ch'entra in una sotterranea spelonca creduta opera d'arte magica, e i pericoli che v'incontra, i mostri che gli si fanno vedere, i prodigi ch'egli vi osserva, fanno tutto l'intreccio di questo dramma, che quanto allo stile ha tutti i difetti del secolo, e quanto alla condotta ancora non ha cosa che lo renda pregevole; e solo merita d'essere rammentato, per Monologo, da chi prima ideato. essere il primo, benchè informe, saggio di un tale componimento. Nè io credo perciò, che da esso ne prendesse l'idea il Rousseau; perchè troppo è difficile che questo libercolo passasse le Alpi. XXXI. Cominciò anche in questo secol l'Italia ad essere innondata da infiniti romanzi, ma tutti scritti secondo l'infelice gusto che allor regnava. Io perciò non gitterò il tempo nel ragionare, e solo dirò di uno nulla miglior degli altri, e che nondimeno tra gli stranieri che talvolta insultano al reo gusto degl'Italiani, fu accolto con plauso, e anche nel nostro secolo è stato più volte tradotto. Esso è il Caloandro fedele di Giannambrogio Marini nobile genovese. Egli stampollo dapprima col titolo di Caloandro, sotto il nome di Giovanni Mara Indres boemo, fingendolo tradotto dal tedesco, colla data di Bracciano nel 1640, e vi aggiunse poi la parte II, stampata in Venezia nel 1641. Ristampollo poscia più volte or col titolo di Endimiro creduto Uranio, or con quello di Caloandro sconosciuto, e finalmente con quello di Caloandro fedele. Or questo romanzo fu prima tradotto in francese da Giorgio Scudery, e stampato nel 1668. Ma ciò non basta. Il celebre conte di Caylus non isdegnossi di nuovamente tradurlo, e questa traduzione fu stampata in Parigi nel 1760, e poi di nuovo in Lion nel 1788 coll'aggiunta dell'altro romanzo del Marini intitolato Le Gare de' Disperati. E nella prefazione a questi romanzi, Gio. Ambrogio Marini scrittor di romanzi. premessa da m. Delandine, essi si esaltano con somme lodi, e si dice che Tommaso Cornelio ha preso dal Caloandro l'argomento del suo Timocrate, e che il Calprenede nella sua Cleopatra da esso ha tratto l'episodio di Alcamene. Così l'Italia si può vantare che gli autori da lei or riprovati, veggonsi nondimeno con piacere e con onore accolti da altre nazioni. Anche un certo Vulpius tedesco ha tradotto il Caloandro, cambiandolo però in gran parte, e l'ha pubblicato nel 1787. CAPO IV. Poesia Latina. I. Quell'infelice e pessimo gusto che sì miseramente infettò la poesia italiana del secolo XVII, si sparse ugualmente sulla latina. I rimatori del secolo precedente parvero voti e freddi, e si credette che a render perfetta la poesia italiana convenisse avvivarla con ingegnosi raffinamenti e con ardite metafore, e perciò la più parte de' nostri poeti si diè a seguire il Marini, e a battere la nuova via seguita poscia da tanti. Alla stessa maniera la poesie latine del Flaminio, del Navagero, del Castiglione, del Bembo e di tanti valorosi poeti del secolo XVI parver languire troppo; e si giudicò che ne fosse in colpa l'aver essi voluto imitare Catullo, Tibullo, Virgilio, e che fossero Il cattivo gusto si sparge anche nella poesia latina. migliori guide Marziale, Lucano, Claudiano. Le acutezze del primo, benchè spesso freddissime e contrarie al senso comune, e la gonfiezza de' due secondi, parvero a molti migliori, che la schietta e semplice eleganza e la non affettata maestà de' poeti del secolo d'Augusto. Anzi il Ciampoli, uno de' più arditi novatori nello stile e nel gusto, parlava con alto disprezzo, come narrasi dall'Eritreo (Pinacoh. pars. 2, n. 19), di tutti gli antichi poeti, non eccettuandone forse che il solo Claudiano, a cui di fatto egli studiavasi di rassomigliare. Quindi ne venne quella sì gran copia di insulsi e scipiti epigrammi, ne' quali tutto lo sforzo dell'ingegnoso poeta era di chiuderli con qualche punta, cioè con qualche freddo equivoco e scherzo ridicolo di parole, senza curarsi se giusto fosse il sentimento, e fondato sul vero. Cotai poeti si giaccian pur fra le tenebre, a cui il risorgimento del buon gusto gli ha condannati. Noi più volentieri andremo in traccia d'alcuni pochi che fra l'universal corruzione si mantennero puri, e lasciando gracchiare al vento i seguaci del comun gusto, si tenner su quella via che da' migliori poeti e della stessa ragione veniva loro additata. Si nominano alcuni dei migliori poeti. Antonio Querenghi. II. Il primo di cui dobbiamo qui ragionare, non è maraviglia se fosse colto poeta; perciocchè egli era nato fino dal 1546, e appartiene a questo secolo, sol perchè seppe viverci lungamente, cioè fino al 1633. Ei fu Antonio Querenghi padovano, scolaro del celebre Sperone Speroni, e che visse gran tempo in Roma nell'impiego di segretario del collegio de' cardinali, e di referendario delle due segnature, caro a' pontefici sotto i quali visse, e a' cardinali e a' dotti che con lui conversavano, e onorato ancora di un canonicato in Padova, ove però egli fece breve soggiorno 63. La fama ch'egli godea, di colto scrittor latino, fece che a lui fosse dato dapprima l'incarico di scriver la Storia di Alessandro Farnese. Ma o egli non finisse mai quel lavoro, o qualunque altra ragione se ne fosse, essa non vide la luce; e quest'opera fu poi commessa al p. Famiano Strada. Il Papadopoli, che del Querenghi ragiona a lungo (Hist. Gymn. patav. t. 2, p. 291, ec.), aggiugne che Arrigo IV, re di Francia, chiamollo a Parigi, perchè scrivesse la Storia del suo regno; e che il Querenghi sì felicemente soddisfece a' desiderj del re, che fu dagli eruditi considerato come un altro Livio. Ma 63 Antonio Querenghi qui nominato, fu al principio del XVII secolo per qualche tempo in Modena alla corte del card. Alessandro d'Este fratello del duca Cesare. Ridolfo Arlotti in una delle sue Lettere mss. che in questa ducal biblioteca conservansi, scrive senza data al sig. Baldassarre Paolucci: Mons. Querengo sin qui aspettato di giorno in giorno hormai d'hora in hora si aspetta. Ho quattrocento scudi di pensione (dal card. Alessandro) fondati sopra la Propositura di Pomposa con l'assenso di S. A. S., la tavola, la parte per quattro Servitori, appartamento nobile e nobilmente apparato, caroccia e cavalli, adito libero al Padrone senza riserva di luogo e di tempo, e la spesa di tutto il viaggio. Il medesimo Monsignore è posto in Prelatura per godersi con più decoro l'honor della mensa. Un tomo ms. di Lettere originali del Querenghi conservasi in questa ducal biblioteca. Di lui parla ancora con lode l'Allacci nel suo opuscolo intitolato Apes Urbanæ. io dubito che questo racconto sia uno dei molti sogni che nella sua Storia ha inserito il mentovato scrittore, il quale di fatto tra le molte opere del Querenghi stampate e inedite che annovera, niuna ne produce che a questa materia appartenga; e l'Eritreo, che un bell'elogio ci ha dato dello stesso Querenghi (Pinacoth. Pars. 1, p. 63, ec.), nulla dice di questo viaggio, nè di questo incarico addossatogli. Fu egli uomo di molta e varia letteratura, e stretto amico del Tassoni, che perciò leggiadramente lo introduce nella sua Secchia rapita, e così ne dice: Questi era in varie lingue uom principale, Poeta singolar, Tosco, e Latino, Grand'Orator, Filosofo, Morale, E tutto a mente avea Sant'Agostino (canto 5, st. 26). Ed ei veramente oltre le gravi scienze, su cui pure scrisse più opere, coltivò ancora la latina e l'italiana poesia, e molte ne abbiamo alle stampe nell'una e nell'altra lingua; delle quali Poesie parlando il card. Sforza Pallavicino, che del Querenghi ragiona con molta lode, dice (Del Bene l. 1, c. 7) ch'esse sono colte e purgate, ma non molto vivaci, e che in esse non vi ha che riprendere, molto vi ha da lodare, ma assai poco da ammirare. E somigliante è il giudizio che ne dà il card. Bentivoglio, il qual pure della erudizione e del saper del Querenghi fa grandi elogi (Mem. l. 1, c. 4). Virginio Cesarini. III. Uguale e forse ancora maggior gloria poteva la poesia latina aspettarsi da Virginio Cesarini di nobilissima famiglia romana, se un'immatura morte non l'avesse rapito nel 1624, in età di non ancora 30 anni. Magnifici elogi ci han di esso lasciati l'Eritreo (l. c. p. 59) e il Mandosio (Bibl. rom. t. 1, p. 69), i quali a gara ne lodano la vastissima erudizione nella fresca sua età ammirabile, perciocchè egli era dotto in greco e in latino, vastissimo nella filosofia, nella astronomia, nella geografia, nella medicina, nella giurisprudenza, oratore al tempo stesso e poeta, e in ogni genere di letteratura ben istruito, paragonato perciò dal card. Bellarmino e da Lelio Guidiccioni al famoso Giovanni Pico della Mirandola, e onorato di una medaglia, in cui il volto di amendue vedesi insieme scolpito (Mus. mazzucchell. t. 2, p. 7). Egli fu uno de' più illustri Accademici Lincei, e amicissimo del principe Federigo Cesi fondatore di quella celebre adunanza. A persuasione del suddetto card. Bellarmino avea preso a scrivere un ampio trattato, per dimostrare l'immortalità dell'anima umana. Ma la morte gl'impedì il compiere e questa e altre opere, alle quali gli erasi accinto. Solo alcune Poesie sì italiane che latine ne furono pubblicate; e nelle latine singolarmente vedesi eleganza e grazia non ordinaria, tanto maggiormente lodevole, quanto meno egli ebbe di tempo a perfezionare il suo stile. Il Mandosio riferisce l'onorevole ma ampollosa iscrizione che gli fu posta nel Campidoglio, ove ne fu scolpita in marmo l'effigie. La Vita del Cesarini fu scritta e data in luce da Agostino Favoriti, prelato assai erudito, morto in Roma in età di 58 anni nel 1682 (Fontan. Bibl. colle Note del Zeno t. 1, p. 463), lodato da monsignor Buonamici come poeta latino assai celebre (De cl. Pontif. Epist. Script. p. 284, ed. 1770), ma di cui non ho veduta poesia alcuna 64. IV. Nell'Accademia degli Umoristi in Roma, di cui a suo luogo abbiam fatta menzione, fu con molto ardor coltivata la poesia latina; e l'Eritreo ne annovera alcuni che in ciò ottennero maggior lode, come Fabio Leonida (Pinacoth. pars. 1, p. 49), Arrigo Falconio (ib. p. 53), Gianfrancesco Paoli (ib. p. 54 e Giorgio Porzio (ib. pars. 3, n. 32), che frequentò quella del card. Deti. Ma questi non son tai nomi che vaglia la pena di parlarne distintamente. Delle Poesie de' due sommi pontefici Urbano VIII e Alessandro VII si è già parlato nel ragionar del favore di cui essi onoraron gli studj. Tra' poeti di questo secolo, che non debbon del tutto essere trascurati, possiamo accennare Giammarco Fagnani nobile milanese, autore di un poema latino intitolato De Bello ariano, in cui descrive la guerra che, secondo la popolar tradizione, mosse l'arcivescovo s. Ambrogio agli Ariani in Milano. Egli per altro appartiene con più ragione al secolo precedente, che a questo, perciocchè egli era nato fin dal 1524. Così io raccolgo da una lettera a lui Altri poeti. 64 Le poesie latine del Favoriti, che sono fra le migliori di questo secolo, sono inserite in una raccolta che ha per titolo Poemata septem illustrium Virorum, stampata in Anversa nel 1662, ove se ne leggono ancora altre del Cesarini or nominato, di Stefano Gradi, di cui altrove abbiam fatta menzione, e di Natal Rondinino segretario delle lettere e principi di Alessandro VII, e canonico della basilica vaticana, morto nella fresca età di soli 30 anni (Buonam. de cl. Pontif. Epist. Script. p. 283). scritta da Aquilino Coppini a' 10 d'agosto del 1608, in cui afferma ch'egli ha 84 anni, nella quale ancor fa menzione di alcune altre poesie del Fagnani, che non han veduta la luce (Coppini Epist. p. 70). Ma il suddetto poema non fu da lui pubblicato che nel 1604. L'Argelati, che accenna la lettera del Coppini da me pure accennata (Bibl. Script. mediol. t. 1, pars 2, p. 589), un'altra ne indica dal medesimo scritta al Fagnani nel 1612, da cui raccoglie che fino a quell'anno egli visse. Ma essa è scritta non a Giammarco, ma a Girolamo Fagnani (l. c. p. 189). Ben un'altra ve n'ha scritta a' 17 di febbraio del 1609 a Francesco Pozzobonelli, in cui il Coppini gli dice che dovea allor rivedere e correggere l'Orazione fatta dal fratello del detto Francesco nella morte di questo poeta: Fratis tuo Oratio, quam in obitu Jo. Marci Fanniani scriptis, videnda et corrigenda, ut habeat (l. c. p. 82). Ed è certo perciò, ch'egli era allor morto di fresco. V. Molti tra' Gesuiti di questo secolo furono autori di poesie latine, e benchè nella maggior parte di essi non veggasi il gusto sì depravato, come alcuni altri, per lo più nondimeno si mostrano amatori e seguaci più della soverchia facilità d'Ovidio, e de' concetti spesso troppo ingegnosi e sottili di Marziale, che della elegante semplicità di Tibullo, o di Catullo, o della erudita maestà di Properzio. Tali sono le Poesie del p. Tarquinio Galluzzi e del p. Bernardino Stefonio, di cui Alcuni Gesuiti eleganti poeti. un luminoso elogio ci ha lasciato l'Eritreo che gli fu scolaro (Pinacoth. pars 1, p. 158), del p. Vincenzo Guinigi lucchese, del p. Mario Bettini. Di gusto alquanto migliore son quelle del p. Gianlorenzo Lucchesini lucchese che, essendo vissuto fin verso la fine del secolo, toccò il tempo in cui si ricominciò a battere il buon sentiero. E perciò ancor più pregevoli son quelle del p. Tommaso Strozzi napoletano, di cui abbiamo un elegante poema in tre libri sulla Cioccolata, la traduzione de' Treni di Geremia, con alcune altre Poesie stampate in Napoli nel 1689. Ma degno singolarmente di applausi e di lodi dovea essere un poema del p. Rodolfo Acquaviva sul rimedio della trasfusione del sangue, ch'ei dedicò al co. Lorenzo Magalotti. Esso, per quanto io ne sappia, non è mai stato stampato, nè il co. Mazzucchelli fa menzione alcuna di questo scrittore. Noi ne dobbiam la notizia a una lettera del senator Vincenzo da Filicaia, scritta nel 1687 al Magalotti, che gli avea mandato quel poemetto. E poichè non sappiamo che sia avvenuto di esso, rechiam qui le parole di questa lettera, ove se ne fa insieme l'elogio, e se ne dà l'idea. "Per ubbidirvi, dic'egli (Magalotti Lett. famigl. t. 2, p. 42), ho letto attentamente il Poemetto del P. Acquaviva. E quanto alla materia non avendo se non una superficial cognizione, dirò solo, ch'ella mi pare assai bene spiegata, supposta la realtà dell'operazione, intorno alla quale mi rimetto etc. Quanto allo stile vi so ben dire ch'egli è terso, puro, e proprio della materia, di cui si tratta, e giurerei, che Lucrezio medesimo lo riconoscerebbe per suo; nè in questo genere mi par mai d'aver letto cosa simile. Molti e molti sono i luoghi osservabili; ma quello del bracco, a mio giudizio, è maraviglioso: Qui latebras latrare, et praedam primus acuta Nare solebat odorari, raptareque morsu. Il modo poi della trasfusione del sangue del becco, mediante il canal di vetro, con tutte l'altre circostanze, e col rigettamento dei modi tenui, e praticati da altri, non mi par che possa essere nè più felicemente, nè più latinamente espresso. Bella e gentile espressione, che è mai questa! Sint justi calami, et pertraetetur canis ante Molli saepe manu, seseque agnoscat amari. Tutto è bello in somma de primo ad ultimum, e credo che tutto sia chiaro, perchè l'intendo tutto quantunque a me, o per lo corto mio intendimento, o per l'amor grande, ch'io porto alla chiarezza, le cose per altro chiare sogliono parere il più delle volte oscure. Voletene voi più? Coi versi del P. Strozzi e con questi del P. Acquaviva mi avete rimesso in grazia i Gesuiti, ec.". Più noto è il nome del p. Niccolò Giannetasio napoletano, morto nel 1715, fecondo al pari che elegante poeta, di cui molti poemi si hanno alle stampe sulla Pescagione, sulla Nautica, sull'Arte della guerra, sulla Vita di s. Francesco Saverio, e su diversi altri argomenti profani e sacri, oltre più altre opere in prosa, fra le quali abbiamo altrove accennata la Storia di Napoli. Nel Giornale de' Letterati d'Italia si parla di lui più volte con somma lode (t. 6, p. 519; t. 12, p. 422; t. 23, p. 463), e un bell'elogio se ne può ancora vedere nelle Memorie di Trevoux (1723, Juin p. 1100, ec.). Io farei qui volentieri ancore menzione delle Poesie del p. Tommaso Ceva, che per una certa sua propria innarrivabile espressione della natura, e per la maravigliosa facilità di esprimere qualunque cosa gli piaccia, dee aver luogo tra' più illustri poeti. Ma, benchè parte delle sue Poesie venisse alla luce fin dagli ultimi anni del secolo, di cui scriviamo, egli però s'inoltrò di troppo nel nostro, perchè se ne possa qui ragionare, senza uscire da' limiti che ci siamo prefissi. VI. Per la stessa ragione io non farò qui che accennare in ultimo luogo le troppo famose Satire di monsig. Lodovico Sergardi sanese sotto il nome di Q. Settano, pubblicate contro il Gravina. Egli ancora visse fino al 1726, e perciò non è qui luogo a parlarne. E innoltre ne ha di fresco scritta la Vita colla consueta sua eleganza monsig. Fabbroni (Vitæ Italor dec. 2, p. 365), ove tuttociò che appartiene agl'impieghi e agli studj di questo scrittore, diligentemente si espone, e si narra insieme l'origine dell'odio da lui conceputo contro il Gravina. Ed è certo che dopo il risorgimento delle lettere non si erano ancor vedute Satire scritte con tale eleganza e con tal forza, e solo sarebbe stato a bramare che il Sergardi le avesse rivolte a biasimare generalmente i vizj degli uomini, non a mordere e lasciare la fama di un uomo che, Scrittori di satire. benchè non fosse del tutto innocente de' vizj oppostigli, pel suo ingegno nondimeno e pel suo molto sapere dovea essere rispettato. Deesi però qui aggiugnere che alcuni fecero autore di Satire di Settano l'ab. Gennaro Cappellari napoletano, autore di un elegantissimo componimento poetico latino sulle Comete del 1664 e del 1665, stampato in Venezia nel 1665, di cui io ho avuta copia per favore dell'ornatissimo monsig. Onorato Gaetani. Ma le pruove che monsig. Fabbroni apporta, per dimostrarne autore il Sergardi, sembra che non ammetta risposta 65. VII. Qui dobbiam rammentare per ultimo, come si è fatto nel secolo precedente, gli scrittori dell'Arte poetica. Ma in questo genere ancora non abbiamo di che molto occuparci. L'Arte del verso italiano di Tommaso Stigliani è una semplice introduzione più adatta a' fanciulli, che ai poeti. Giuseppe Battista natio del regno di Napoli, di cui ci ha date copiose ed esatte il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 1, p. 552, ec.), fu cattivo poeta, che tutti riunì in se stesso i vizi del secolo, ma fu buon precettore; e la sua Poetica, pubblicata l'anno 1676, cioè l'anno seguente alla sua morte è lodata da molti come opera utile e scritta con Scrittori dell'Arte poetica. 65 Un altro men conosciuto scrittor di satire ebbe in questo secol l'Italia, cioè Federigo Nomi d'Anghiari, sedici Satire del quale furono stampate in Lione nel 1603. In ciò però ch'è eleganza di stile, egli è inferior di molto al Settano. brevità e con chiarezza. In molta stima è ancora la Didascalia cioè Dottrina comica di Girolamo Bartolommei da noi nominato già tra' poeti, in cui assai saggiamente ragiona della commedia, e prescrive il modo e le leggi per richiamarla all'antico e lodevole suo fine, e purgarla da' vizj che vi si erano introdotti. Delle opere che su questo argomento ci ha date il poc'anzi nominato Gianvincenzo Gravina si è già trattato nel ragionar di questo illustre scrittore. Di alcuni altri libri di minor conto non giova il cercare distintamente. E noi perciò ci tratterremo solo alquanto nel dire de' Proginnasmi poetici di Udendo Nisieli, ossia di Benedetto Fioretti, che sotto quel nome si volle nascondere. L'elogio fattone dall'Eritreo (Pinacoth. pars 2, n. 31), e la Vita che ne ha scritta Francesco Cionacci la qual va innanzi alle Osservazioni di creanze dello stesso Fioretti, abbastanza c'istruiscono di ciò che a lui appartiene. Egli era nato in Mercatale, luogo della contea di Vernio nella diocesi di Pistoja, a' 18 di ottobre nel 1579, e solo in età di 30 anni cominciò a conversar colle lettere. Tentò la poesia, ma presto conobbe di non aver per essa il talento opportuno. Si diè dunque in vece ad insegnare agli altri la via ch'ei non potea correre; e con un lungo e diligente studio su tutti gli antichi e moderni poeti, riflettendo su ogni cosa, e notando tutto ciò che degno pareagli d'osservazione, venne a compilare i suoi Proginnasmi poetici, che nella prima edizione del 1620 formarono due tomi, poi colle giunte da lui e da altri fattevi crebbero a tre e a quattro, e finalmente a cinque. Apostolo Zeno ha in due parole ottimamente espresso il carattere di questo scrittore, dicendo ch'egli era gramatico assai più che filosofo (Note al Fontan. t. 2, p. 129). Egli parla con molto disprezzo della Poetica d'Aristotele, affermando ch'essa è una matassa tanto scompigliata, che par fatta da un arcolaio (t. 5, proginn. 2). E benchè la critica sia un po' troppo rigorosa, essa ci farebbe sperar nondimeno, che il Fioretti, nemico de' pregiudizj dell'antichità, fosse per darci una Poetica tutta conforme alla ragione. Ma egli è spesso scrittor sofistico che perdendosi in minutezze, trascura i più nobili pregi della poesia, e la critica ch'ei fa sovente dell'Ariosto e di altri più illustri poeti, il rende degno d'essere annoverato tra quegli scrittori che volendo ristriger l'ingegno fra' molestissimi ceppi delle gramaticali e pedantesche osservazioni, lor vietano il levarsi in alto, e lo spiegare que' voli che vaglion ben più che tutte le scolastiche sottigliezze. Il Fioretti sul finir degli anni, lasciati gli studj della poesia, tutto si volse a' più gravi, e a quello principalmente della religione e della morale, e frutto ne furono le Osservazioni di creanze e gli Esercizj morali, de' quali pubblicò il primo tomo nel 1633, e due altri lascionne inediti, quando venne a morte in Firenze a' 30 di giugno del 1642. CAPO V. Gramatica, Rettorica, Eloquenza. I. Quanto più ampio argomento di storia ci hanno offerto ne' secoli addietro gli scrittori di gramatica e di rettorica, tanto più scarso è quello che ci offrono ora, anzi null'altro dir ne possiamo in ciò che appartiene alla lingua latina, se non che non vi ha cosa che meriti di essere rammentata. E veramente erasi già scritto tanto ne' due secoli addietro intorno al modo di parlare e di scrivere latinamente, e intorno a' precetti dell'eloquenza, che doveasi piuttosto bramare di sminuire, che di accrescere il numero de' libri di questo argomento. Fra tutte le Gramatiche della lingua latina finallor pubblicate, quella del gesuita Alvaro fu creduta allor la migliore; ed ella era tal certamente in confronto a quelle del Despauterio e d'altri gramatici più antichi. Io non voglio qui disputare s'essa sia veramente degna dell'universal favore di cui per lungo tempo ha goduto; sì perchè invano mi affaticherei a persuadere chi fosse già imbevuto di opinione contraria alla mia; sì perchè io penso che assai più che la gramatica, qualunque ella sia (purchè i precetti sien giusti), giovi a formare un elegante scrittor latino la viva voce del maestro, e le riflessioni che opportunamente egli faccia sugli antichi autori che spiegansi nelle scuole, e soprattutto una certa maniera d'insinuarsi nell'animo de' giovinetti, per cui lo studio si faccia lor rimirare come oggetto non già odioso e spiacevole, ma dolce e giocondo, e si avvezzino essi medesimi a legger per tal maniera i modelli del colto stile e della vera eloquenza, che senza quasi avvedersene ne divengano imitatori. Che se pure Gramatiche latine in questo secolo usate. si voglia che il maggiore, o il minor profitto de' giovani debbasi principalmente attribuire alla gramatica, io amerei che invece di disputare qual sia miglior fra le tante che ne ha ora il mondo, ognuno di quelli che ne han data alcuna, comparisse pubblicamente in iscena seguito da tutti coloro che colla scorta della sua gramatica son divenuti colti ed eleganti scrittor latini; e che dal loro numero e dal loro valore si decidesse a chi debbasi la preferenza. Chi crederemo noi che in tal caso dovesse riportare la palma? II. Diverso era lo stile della lingua italiana. Benchè nel secolo precedente si fosse cominciato a fissarne le leggi, e molti si fossero intorno a ciò affaticati colle opere loro, non era essa stata ancora ridotta a certi generali principj, nè aveasene ancora una gramatica che si potesse dire distesa con metodo e con esattezza. N'era riserbata la gloria a Benedetto Buonmattei sacerdote fiorentino, nato nel 1581. Dopo più altri scrittori, ci ha date di lui minute ed esatte notizie il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 4, p. 2404), le quali però ci offrono tal varietà di vicende, che possa esser dilettevole il ripeterne, o il compendiarne qui il racconto. Così in Firenze, ove visse la maggior parte degli anni suoi, come in Roma e in Padova, ove pure per qualche tempo fece soggiorno, ei si occupò ugualmente negli esercizj proprj di un zelante ecclesiastico e negli studi dell'amena letteratura, a' quali Gramatiche italiane. Benedetto Buonmattei. la sua inclinazione traevalo. Le più illustri accademie della sua patria, e quelle singolarmente della Crusca e degli Apatisti e la fiorentina lo ebbero tra' loro socj, ed ei fu uno de' più fervidi promotori di quelle erudite adunanze, nelle quali fu spesse volte udito recitare lezioni, cicalate, o altri somiglianti discorsi. Molti sono infatti gli opuscoli di tal natura, che ne hanno alle stampe, e più grande è ancora il numero degl'inediti, o degli smarriti, de' quali si può vedere il catalogo presso il suddetto scrittore. Ma io dirò solamente de' suoi due libri della Lingua toscana. Quest'opera si può rimirare come la prima a cui veramente convenga il titolo di Gramatica della lingua toscana, o italiana che vogliam dirla, perchè in essa non si ammucchiano già alla rinfusa e senza ordine, come per lo più erasi fatto nel secolo precedente, i precetti a scrivere in questa lingua correttamente; ma son disposti con ordine e con buon metodo; e l'autore avanzandosi di passo in passo, conduce saggiamente i lettori per ogni parte, e tutta svolge l'economia e il sistema del nostro linguaggio. Quindi è che ne sono poi state replicate diverse edizioni, e che quest'opera è sempre stata tenuta in conto di una delle più utili che in questo genere abbiamo. Pensava egli di farne una nuova edizione colla giunta di molti altri trattati, ma la morte, da cui fu preso in Firenze a' 27 di gennaio del 1647, non gliel permise. Celso Cittadini. III. Molto ancor dee la lingua toscana a Celso Cittadini gentiluomo sanese, uno de' più dotti uomini della sua età, e la cui erudizione sarebbe assai più conosciuta, se molte altre fatiche non se ne fosser perdute. L'Eritreo ne ha fatto l'elogio (Pinacoth. pars 2, n. 58), e il celebre Girolamo Gigli ne ha scritta ampiamente la Vita, ch'è premessa alla nuova edizione dell'Opere di esso fatta in Roma nel 1621. Contiene essa il Trattato della vera origine e del processo e nome della nostra lingua e le Origini della Toscana favella, che erano già state stampate e innoltre alcuni opuscoli non mai pubblicati, cioè un Trattato degl'idiomi toscani, le Note alle giunte del Castelveltro, e le Note sopra le Prose del Bembo; nelle quali opere tutte il Cittadini dimostra quanto sapesse e della storia e dell'indole della volgar nostra lingua. Diverso genere d'erudizione è quello, di cui egli si mostra adorno nel suo Discorso dell'antichità dell'Armi delle famiglie, che illustrato con dotte note dal sig. Gian Girolamo Carli, uscì alle stampe in Lucca nel 1741. Avea egli a tal fine, come narrasi dall'Eritreo, fatto un indefesso studio negli archivj tutti di Siena, traendone quelle notizie ch'erano al suo disegno opportune. Nè in ciò solamente, ma nello studio ancora delle medaglie greche e latine e delle antiche iscrizioni era, quanto immaginar si possa, profondamente istruito, nè veniagli esibita medaglia di cui tosto non indicasse il soggetto, l'età e il pregio. Al qual fine non solo avea egli studiate le lingue greca e latina, ma l'ebraica ancora. Molto avea egli scritto, o piuttosto abbozzato, sulle antichità romane da lui diligentemente osservate; e Ottavio Falconieri, in una sua lettera al Magalotti, racconta (Magalotti Lett. famigl. t. 2, p. 97) che il pontef. Alessandro VII, concittadino e scolare del Cittadini, aveagli narrato di aver tentato ogni mezzo per avere in mano le note ch'egli avea stese senz'ordine su molte carte: ma che avendole volute il gran duca, non avea potuto soddisfare al suo desiderio. Nella storia ancora, nella geografia, nella cosmografia, nella botanica era versatissimo il Cittadini, a cui niuna cosa mancava di quelle che formano un uomo dotto e insieme amabile e degno di rispetto e di stima. Egli era nato in Roma nel 1553; ed ivi ancora era vissuto molti anni; ma finì poscia di vivere in Siena nel 1627. Oltre le opere da me accennate, alcune altre ci sono rimaste di questo erudito scrittore, delle quali ci dà notizia il poc'anzi nominato autore della sua Vita. IV. Non fu la sola Toscana che produsse scrittori utili alla lingua italiana. Uno ne diede Forlì nel padre Marcantonio Mambelli della Compagnia di Gesù, morto in Ferrara nel 1644 in età di 62 anni, intorno al quale alcune particolari notizie si hanno nel Giornale de' Letterati d'Italia (t. 1, p. 569). Di lui abbiamo le Osservazioni della lingua italiana in due tomi e in due parti divise, la prima delle quali contiene il Trattato de' Verbi, la seconda quello delle Particelle, opera essa ancor pregiatissima, e di cui si son poscia fatte altre più copiose edizioni, e il cui autore dal celebre monsig. Bottari, che in ciò non può essere sospetto d'adulazione, PP. Mambelli e Bartoli. è detto accuratissimo e savio gramatico (Note alle Lett. di f. Guitt. p. 241). La seconda parte fu molti anni innanzi alla prima stampata in Ferrara l'anno stesso, in cui il p. Mambelli finì di vivere. Il p. Daniello Bartoli, che gli era stato compagno nel formare quell'opera, proccurò poscia l'edizione della prima parte, e ne avea preso l'incarico Carlo Dati, il quale fin dal 1661 ne avea fatta cominciar la stampa in Firenze. Ma perchè il Bartoli, che non era troppo amico degli Accademici della Crusca, entrò in sospetto, ma probabilmente non ben fondato, che il Dati volesse pubblicarla come opera sua, e ne fece doglianze, il Dati si ne risentì, come ci mostra una lettera da lui scritta ad Ottavio Falconieri nel 1665, e interruppe la cominciata edizione, finchè avendo il cav. Alessandro Baldraccani a nome dell'Accademia de' Filergiti di Forlì chiesta l'opera del Mambelli, affin di stamparla nella patria dell'autore, ei prontamente gliela trasmise, e in tal modo la prima parte fu finalmente ivi stampata nel 1685 (V. Zeno Note al Fontan. t. 1, p. 25, ec.). Ho detto che il p. Bartoli non era molto amico degli Accademici della Crusca; e vuolsi che ciò nascesse dall'aver lui saputo ch'essi avean criticate molte parole e molte espressioni da lui usate; e che questa fosse l'origine della celebre operetta da lui pubblicata col titolo: il Torto e il Diritto del non si può. Il co. Mazzucchelli però accenna alcune ragioni per dubitar di tal fatto (Scritt. it. t. 1, par.. 1, p. 438). Ma qualunque fosse la ragione per cui egli prese a scriver il libro, per certo ch'ei lo scrivesse singolarmente per combattere la franchezza con cui alcuni degli Accademici rigettavano e condannavano le maniere di dire da altrui usate. Ei mostra adunque che cotali giudizj erano spesse volte mal appoggiati, e recando gli esempj di que' medesimi autori che dagli Accademici si adottano come classici e originali, pruova ch'essi hanno usate maniere stesse di dire, che si riprendono in altri. Ella è perciò opera assai utile agli studiosi della lingua toscana, ma di cui convien usar saggiamente, per non avvezzarsi a scrivere secondo il proprio capriccio, sulla lusinga che non v'abbia voce che da qualche approvato scrittore non sia stata usata, e che non possa perciò da ogni altro usarsi. Del p. Bartoli abbiamo ancora l'Ortografia italiana, stampata per la prima volta nel 1670, e poscia più altre volte; e ad essa si possono aggiugnere gli Avvertimenti grammaticali del card. Sforza Pallavicino da lui pubblicati sotto il nome del p. Francesco Rainaldi; picciola operetta, ma utile assai pe' precetti e per le riflessioni che suggerisce a scrivere esattamente. V. Fra gli scrittori più benemeriti della lingua toscana, dee aver luogo il poc'anzi nominato Carlo Dati fiorentino; della cui vita e delle cui opere si hanno copiose notizie nei Fasti consolari dell'Accademia fiorentina (p. 536, ec.) e negli Elogi degl'illustri toscani (t. 3). Oltre il Discorso dell'obbligo di ben parlare la propria lingua. Da lui composto, ei fu il raccoglitore e l'editore delle Prose fiorentine, colle quali si studiò di proporre quegli esemplari di toscana Carlo Dati. eloquenza, che gli parver migliori. E i migliori vi son certamente, ma misti ad altri che forse non erano degni di tanto. Egli innoltre insieme col Redi affaticavasi in ricercare le origini e l'etimologie della lingua toscana, e benchè egli nulla su ciò pubblicasse, il Menagio però, nell'opera da lui divulgata su questo argomento, confessa di dover molto al Dati. Nè solo in questi più lievi studj, ma ancor più gravi fu egli uomo assai dotto. Già abbiamo altrove accennata la Lettera a Filalete sotto il nome di Timauro Anziate, da lui data alla luce in difesa delle scoperte del Torricelli, nella quale ei fa ben vedere quanto valesse nelle scienze fisiche e nelle matematiche. Di un Discorso astronomico sopra Saturno da lui composto si fa menzione in alcune lettere del card. Michelangelo Ricci (Lettere ined. t. 2, p. 93, 104); e nel catalogo delle opere inedite di esso, che ci vien dato nelle accennate Notizie, si può osservare a quante e quanto diverse materie si stendessero l'erudite ricerche del Dati. Delle Vite de' Pittori antichi da lui pubblicate, si è detto altrove. Ei somministrò ancora al Baluzio alcuni frammenti del Capitolare di Lottario. Io non parlo delle Orazioni, delle Lettere, e di altri Ragionamenti accademici di esso, ne' quali sempre ei si mostra colto ed erudito scrittore. Il Panegirico da lui composto in onore del re Luigi XIV, e la fama d'uom dotto, di cui egli godeva, gli ottenne da quel gran monarca l'annua pensione di cento luigi, ed egli non meno che la reina Cristina di Svezia cercò di averlo alla sua corte; ma il Dati non volle abbandonare la sua Toscana, e visse ivi continuamente onorato della cattedra di lingua greca in quello Studio, e dell'impiego di bibliotecario del card. Gian Carlo de' Medici, e encomiato da tutti i dotti italiani e stranieri, le cui onorevoli testimonianze si recano nelle accennate Notizie. E saggi anche maggiori della sua erudizione ci avrebbe egli lasciati, se la morte non lo avesse troppo presto rapito in Firenze nel 1675, mentr'ei non contava che 56 anni di età. VI. Più altri autori di precetti e di riflessioni sull'arte di scrivere con eleganza nella volgar nostra lingua potrebbonsi qui indicare. Ma ci basti aver detto de' più famosi. Solo non deesi omettere la Raccolta degli Autori del ben parlare pubblicata in più tomi in Venezia nel 1643 da Giuseppe Aromatari sotto il nome di Nebusiano, del quale parlano distintamente Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 1, p. 50, ec.) e il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 2, p. 1117). In essa contengonsi la maggior parte degli scrittori che su questo argomento aveano finallora data alla luce qualche opera, aggiuntovi ancora alcuni di quelli che non sol della lingua, ma ragionano ancora dell'eloquenza. E l'Aromatari v'inserì ancora qualche suo tranello. Ei nondimeno avrebbe meglio provveduto agli studiosi di questa lingua, se restringendo la sua opera a minor numero di volumi, avesse fatta una scelta più giudiziosa, e raccolti quegli scrittori soltanto, la lettura de' quali può essere veramente utile a chi vuole Raccolta di autori del ben parlare. scrivere con eleganza. VII. Frattanto fin dal 1612 erasi fatta in Firenze la prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, di cui avea avuta la principal direzione quel Bastiano de' Rossi, che sotto il nome dello 'nferigno erasi segnalato nelle controversie col Tasso, delle quali nel precedente tomo si è detto. Voleasi da alcuni che questo Vocabolario fosse non altrimente che il codice della lingua italiana, talchè dovessero aversi in conto di legittime ed approvate le voci che in esso erano registrate; e rimirarsi come proscritte quelle che non vi aveano luogo. Avvenne perciò, che molti si fecero a esaminarlo minutamente, e sulle copie, che ne ebbero tra le mani, fecer diverse postille, segnando o le poco esatte definizioni, o le omissioni, o gli errori in cui gli Accademici eran caduti. I nomi di questi postillatori si posson vedere presso il Fontanini e lo Zeno (Bibl. t. 1, p. 81, ec.), e veggiam che tra essi furon alcuni Toscani, come il Cittadini, il Nisieli ossia il Fioretti, e Giambattista Doni. La maggior parte di esse però non furon date alle stampe, ma solo quelle che vennero attribuite al celebre Alessandro Tassoni, le quali per opera di Apostolo Zeno furon pubblicate in Venezia nel 1698. Il Muratori, nella Vita dello stesso Tassoni, ha con evidenti pruove mostrato che non fu già egli l'autore di quelle annotazioni, ma bensì Giulio Ottonelli natio di Fanano nelle alpi modenesi, e che sulla fine del Vocabolario della Crusca. secolo precedente era per alcuni anni vissuto alla corte di Toscana in onorevoli impieghi 66. Egli è vero però, che il Tassoni avea di sua man postillata la prima edizione di quel Vocabolario, e il Muratori cita la copia così da lui postillata, che possedevasi in Modena da' nipoti del celebre dottor Ramazzini. Ma egli non ha veduta la copia della seconda edizione dello stesso Vocabolario del 1623, postillata pure di mano dello stesso Tassoni, che è in questa estense biblioteca; e forse essa non ne ha fatta acquisto che dopo il tempo in cui il Muratori scrivea la Vita del Tassoni. Al fine della prefazione si leggono queste parole: Resta ad avvertire, che 'l padrone di questo presente Volume non è soddisfatto delle voci, ch'egli ha segnate con la croce, o con altra nota nel margine, e però prega gli Autori che 'l voglino avere per inscusato, se le croci-segnate non accetta per buone, e le altre per ben dichiarate. Io Alessandro Tassoni. Le postille son tutte di man del Tassoni, e quelle che il Muratori reca per saggio, si trovano per lo più anche in questa seconda. Paolo Beni ancora mosse un'ostinata guerra al detto Vocabolario colla sua Anti Crusca stampata nello stesso anno 1612, e che fu poscia seguita da più altri libri, altri a difesa del Vocabolario, altri in favor del Beni, che perciò ebbe cogli Accademici lunga contesa, la serie della quale si 66 Dell'Ottonelli, uomo degno d'esser conosciuto più che non fosse finora, si è parlato diffusamente nella Biblioteca modenese, ove si è esposta tutta la serie di contese da lui avute coll'Accademia della Crusca, e si son date copiose notizie degl'impieghi da lui sostenuti, e degli studj ne' quali esercitassi (t. 3, p. 365, ec.). può vedere presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 2, p. 846, ec.) 67. Erano troppo saggi gli Accademici della Crusca per non conoscere che non era possibile che il Vocabolario non avesse bisogno di giunte e di correzioni. Perciò lo stesso Bastiano de' Rossi si accinse a farne una nuova e più ampia edizione, la quale vide la luce nel 1623. Amendue queste edizioni non occupano che un tomo in folio, e anche dopo la seconda si vide che molto ancora mancava alla perfezione di questo Vocabolario. Determinaronsi dunque quegli Accademici a rinnovar sopra esso le loro fatiche; e la principal direzione ne fu affidata da Alessandro Segni fiorentino, autore di alcune altre opere che insieme colle notizie della sua vita si accennan dal can. Salvini (Fasti consol. p. 584). Nel 1691 fu pubblicata questa terza edizione, che crebbe a tre tomi. Ma essa ancora fu poscia quasi eclissata dalla quarta magnificamente stampate in sei tomi, il primo de' quali venne a luce nel 1729, l'ultimo nel 1738. E forse rimane ancora che aggiugnere che 67 Un altro avversario credette di aver la Crusca in Adriano Politi sanese. Questi nel 1614 fece pubblicare in Roma il suo Dizionario toscano, al quale titolo lo stampatore aggiunse di suo capriccio quello di Compendio della Crusca. Al veder questo titolo il ferocissimo cruscante Bastian de' Rossi gridò all'armi, e menò tal rumore contro l'innocente Politi, che corse voce, ma falsa, ch'ei fosse stato racchiuso in carcere, nè si potè calmare il furor de' Cruscanti, se non togliendo dalle posteriori edizioni quella esecrabil bestemmia. Di questa contesa parla colla consueta sua esattezza Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 1, p. 64). Del Politi, oltre qualche altra operetta, abbiamo ancora la traduzion di Tacito, stampata la prima volta in Roma nel 1603 e poscia altre volte, la quale comunemente è antiposta a quella del Davanzati. emendare, come han proccurato di persuadere alcuni che ci han dati cataloghi di molte voci che in quel Vocabolario non leggonsi, benchè pur sembri che dovessero avervi luogo 68. VIII. Le fatiche di questi illustri accademici e degli altri scrittori da noi nominati, pareva che dovessero render comune in Italia l'eleganza dello scrivere. E nondimeno, se se ne traggono i Toscani e alcuni altri in assai scarso numero, non fu mai così trascurata la nostra lingua, come in quel secolo. Appena si può ora soffrir la lettura della maggior parte de' libri che allora vennero a luce, così nè è incolto e rozzo lo stile e pieno di barbarismi. Tutto l'ingegno della maggior parte degli scrittori era rivolto a' concetti e alle metafore, e purchè sapessero spargerle a piena mano nelle loro opere, nulla curavansi della scelta delle parole, e dell'osservanza delle leggi grammaticali, e Carattere dell'eloquenza di questo secolo. 68 Diverse ristampe si son poscia fatte del Vocabolario della Crusca coll'aggiunta di molte voci raccolte dagli autori medesimi dell'Accademia approvati, ma ommesse nel Vocabolario fiorentino; le quali, benchè dall'Accademia stessa non sieno state approvate, non lascian perciò di recar molto vantaggio agli studiosi della lingua italiana. Fra esse e per la copia e la scieltezza delle voci aggiunte, deesi ricordar singolarmente quella fatta in Napoli per opera di Pasquale Tommasi, e stampata nel 1746 in sei tomi in foglio. Intorno al Vocabolario della Crusca, e alle accuse che contro di esso si muovono, veggasi la bell'opera del sig. co. Gianfrancesco Napione di Cocconato altre volte da me nominato con lode (De' Pregi della lingua Ital. t. 2, p. 78, ec.). quindi venne che l'eloquenza ancora fu trascurata, e che gli oratori, vaghi soltanto di riscuotere l'ammirazione e l'applauso de' loro uditori, pareano avere dimenticato che il primario fine dell'arte loro era quello di persuadere e di muovere. E veramente noi non possiamo senza qualche vergogna ragionare dell'eloquenza del secolo XVII. Le Orazioni latine, e quelle principalmente dette da' professori d'eloquenza nell'aprimento delle pubbliche scuole, o in altre solenni occasioni, sono la miglior cosa che abbiamo. Ed esse nondimeno poste in confronto con quelle degli oratori del secolo precedente compaion di molto inferiori, e non vi si vede nè quell'eleganza di stile, nè quella forza di raziocinio, ch'è il miglior pregio di tali componimenti. L'Eritreo, scrivendo nel 1646 al suo Tirreno, cioè a monsig. Fabio Chigi, che fu poi papa Alessandro VII, e narrandogli il piacere con cui avea pochi giorni innanzi ascoltate alcune Orazioni dette da' maestri gesuiti del collegio romano nel riaprimento delle loro scuole, e quelle principalmente del p. Ignazio Bompiani, di cui se ne hanno molte alla stampa (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1513,ec.), insieme colle lor lodi congiunge la critica di alcune altre che negli anni addietro si erano udite, scritte secondo il gusto del secolo: "Atque gavisus sum, dic'egli (Epist. ad Tyrrem. tom. 2, p. 75), Magistros illos orationem suam ad veterum, hoc est Ciceronis, Caesaris, aliorumque ejus notae Scriptorum similitudinem, a qua se abstraxerant, conformasse. Nam superiores Magistri contra veterem merem in fracto, conciso, obsuroque quodam genere dicendi versabantur, ut quid dicerent, quidve non dicerent, mihi, qui tardo hebetique sum ingenio, perspicuum esse non posset, atque oratio, quae lumen debet rebus afferre, obscura easdem caligine ac tenebris involveret". Le orazioni italiane non sono comunemente molto migliori delle latine, anzi i Discorsi accademici e altre simili dicerie della maggior parte degli scrittori di que' tempi sono così sciapite, che non può sostenersene la lettura. La Toscana fu presso che la sola provincia d'Italia, in cui il reo gusto non penetrasse; e nelle Orazioni dette in Firenze, o in altre città de' dominj medicei, e che veggonsi in gran parte unite nelle Prose fiorentine, non si leggono nè quelle strane metafore, nè que' rafinati concetti che facean allor le delizie degli oratori. Ma se esse sono scritte con eleganza o con purezza di stile, questo è comunemente il solo lor pregio; e invano nella maggior parte di esse si cerca quella robusta eloquenza che forma il vero oratore. Le migliori fra esse sono, a mio credere, quelle del Dati; e si pregiano singolarmente quelle in morte del commendator Cassiano dal Pozzo, e il Panegirico di Luigi XIV. Ma benchè esse sien certo molto pregevoli, io non so se dette a' dì nostri otterrebbon quel plauso che ottennero allora. Carattere degli oratori sacri. IX. Più infelice ancora fu la condizione dell'eloquenza sacra. E io confesso che non so intendere come le Prediche e i Panegirici di tanti oratori, che or non si leggono, se non talvolta per prendersi trastullo e giuoco, e per conoscer fin dove può arrivare l'abuso dell'umano ingegno, si udissero allora con tanto plauso. E molto meno so intendere come da tali ragionamenti, in cui altro per lo più non facevano che ostentare inutilmente una importuna acutezza nelle metafore e ne' contrapposti, sperassero gli oratori di raccogliere quel frutto che debb'essere l'unico fine del sacro lor ministero. Ma tale era il reo gusto del secolo, che appena potea sperar di piacere chi non seguisse la via comunemente battuta; e perciò noi veggiam che quei medesimi oratori, i quali per altro sarebbono in altro secolo divenuti modello di cristiana eloquenza, per secondare il genio de' loro uditori, si diedero a scrivere in una maniera che forse essi medesimi disapprovavano. Io ne veggo la pruova in uno degli oratori di questo secolo, di cui non v'ha forse chi sia ito più oltre nell'uso delle più stravaganti metafore e de' più raffinati concetti, dico del p. Giuglaris gesuita. Egli oltre le Prediche e i Panegirici, che sono, si può ben dire, la quintessenza del secentismo, ha tra le altre sue opere quella che ha per titolo la Scuola della verità aperta a' Principi, da lui scritta ad istruzione del real principe di Piemonte. In essa appena si riconosce l'autor delle Prediche: così ne è diverso lo stile, e così essa appena ha un'ombra assai lieve de' vizj del secolo, ma è stesa in uno stil grave, serio, conscio, e non senza eleganza. Ma egli in quest'opera intendeva sol di parlare a quel principe e ai grandi; nelle Prediche ragionava ad ogni genere di persone, e perciò secondo le diverse occasioni usava diverso stile come alle circostanze gli sembrava opportuno. I più dotti e i più saggi mal volentieri vedevano questo abuso dell'ingegno e dell'eloquenza; ma il lor numero era, come sempre avviene, troppo scarso per poter fare argine al torrente. Così narra l'Eritreo che accadeva, quando predicava in Roma f. Niccolò Riccardi domenicano, genovese di patria, ma allevato in Ispagna, e che ivi cominciato avea a esercitarsi nell'apostolico ministero con tale applauso, che il re Filippo III soleva, a spiegar la grandezza dell'ingegno che in lui scorgeva, chiamarlo un mostro. Venne egli poi in Italia e il detto scrittore racconta (Pinacoth. pars 1, p. 43, ec.) che, quando egli saliva in pergamo, accorreva in folla tutta Roma ad udirlo, e che veniva ascoltato con silenzio e con ammirazione grandissima da giovani principalmente, a' quali egli piaceva per l'arditezza delle metafore e de' pensieri, co' quali volendo mostrarsi ingegnoso, pareva che talvolta s'accostasse a' confini dell'eresia, benchè poscia cercasse di ridurre al senso cattolico le sue espressioni. Egli aggiunge che i dotti disapprovavano altamente quel metodo di predicare, e che ciò non ostante non si scemava punto l'affollato concorso; ma che quando egli pubblicò le sue Prediche, l'applauso fu molto minore, il che pure avvenne delle altre opere date in luce dal Ricciardi, che morì, essendo maestro del sacro palazzo, nel 1639 in età di 54 anni (Script. Ord. Praed. t. 2, p. 503, ec.). Lo stesso dice il medesimo Eritreo (l. c. p. 135, ec.) essere avvenuto a f. Girolamo da Narni cappuccino, che fu per più anni predicatore del palazzo apostolico ai tempi di Urbano VIII, le cui Prediche, quando vennero al pubblico nel 1632, non parver degne di quell'altissimo applauso ch'egli nel dirle avea riscosso, e che si conobbe che esso era in gran parte dovuto alla viva voce e all'esterior talento dell'oratore. Esse però ebber l'onore di esser tradotte in francese (V. Zeno Note al Fontan. t. 1, p. 146), il che ci mostra che non eran poi allora i Francesi cotanto lontani dal gusto italiano, che le Prediche de' nostri oratori non fossero anche tra essi accolte con plauso. X. Non mi tratterrò io dunque ad annoverare i sacri oratori di questo secolo, di cui abbiamo alle stampe Quaresimali, Sermoni, Panegirici, o altri somiglianti ragionamenti, de' quali è grande il numero, ma sì piccolo il pregio, che meglio è lasciarne andare in dimenticanza la memoria e il nome. Io nominerò un solo che appartiene con più ragione al secolo XVI, che al XVII, benchè solo in questo ne fossero pubblicati i molti tomi che ne abbiamo di Prediche. Ei fu il p. Giulio Mazzarini della Compagnia di Gesù di patria palermitano, e zio del celebre card. Mazzarini, il quale dopo avere in molte città d'Italia predicato con sommo applauso, e in Bologna singolarmente, ove nel tempio di s. Petronio si fece udire per 16 anni, in questa città medesima a' 22 di dicembre del 1622, in età di 78 anni, finì di vivere (Mongit. Bibl. sicula t. 1, p. 414, ec.). Lo stile del Mazzarini, e il metodo ch'ei tien nelle prediche, Notizie del p. Giulio Mazzarini. è conforme a quello che usavasi nel secolo XVI, ed ei può essere unito col Panigarola, col Fiamma e con altri illustri oratori di quell'età, i quali però non sono or rimirati come perfetti modelli della cristiana eloquenza. Son note le controversie ch'egli ebbe in Milano col santo cardinal Carlo Borromeo, nate all'occasione di quelle che questi avea allora co' regj ministri intorno all'immunità ecclesiastica. Nè può negarsi che il p. Mazzarini, il quale mostravasi favorevole a' detti ministri, non usasse sempre verso quel gran cardinale quel riverente rispetto che per ogni riguardo gli era dovuto; frutto ordinario di tali dispute, quando esse si agitano con calore, e non si scuopre ancora abbastanza, per chi sia il diritto. Ma se il p. Mazzarini fu degno di biasimo pel soverchio calore con cui difese la sua opinione, egli ebbe almeno la sorte di vedersi, dopo un formale processo, dichiarato innocente riguardo a' sospetti che intorno alla sua Fede si eran formati. Intorno al qual punto ci basti l'aver dato un cenno, per non ritoccare questioni pericolose al pari che inutili, sulle quali più ancora che non conveniva si è scritto alcuni anni addietro. XI. Come verso al finir del secolo la poesia italiana cominciò a risorgere all'antica sua maestà e bellezza, così lo stesso avvenne dell'eloquenza e la gloria di aver avuto il coraggio prima di ogni altro di lasciare il sentiero per tanti anni battuto, e di Riforma dell'eloquenza sacra fatta dal p. Segneri. tornare su quello a cui la ragione e il buon senso richiamava i sacri oratori, si dà per comune consentimento al p. Paolo Segneri gesuita, soprannomato il vecchio, a distinzione del giovane dello stesso nome, che sul principio del nostro secolo fu famoso in Italia per l'esercizio delle sacre missioni. La Vita del p. Segneri va innanzi alla bella edizione delle Opere di esso fatta in Parma nel 1720, ed è stampata ancora separatamente 69, e io perciò non farò molte parole nel ragionarne; e molto più che la maggior parte de' suoi anni impiegò egli nelle fatiche dell'apostolico ministero sì nelle prediche, come nelle missioni, nelle quali fece ammirare non meno la sua eloquenza, che un ardente zelo e un'ammirabile austerità. Il pontef. Innocenzo XII fermollo sugli ultimi anni in Roma, e l'onorò dell'impiego di predicatore apostolico e di teologo penitenziere. Ma tre anni soli ei lo sostenne, e a' 9 di dicembre del 1694, in età di 70 anni, con una morte corrispondente alla santa vita da lui condotta, chiuse i suoi giorni. Io non parlerò delle molte opere ascetiche ch'ei ci ha lasciate, le quali per altro sono scritte con tal purezza di stile, che per la maggior parte sono state credute degne di essere annoverate tra quelle che fanno testo di lingua, benchè l'autore non fosse di patria toscana, ma di famiglia originaria di Roma, e nato in Nettuno. Noi dobbiam solo fermarci nell'esaminare il genere d'eloquenza, a cui egli si appigliò nelle sue prediche e ne' suoi panegirici. Gli oratori de' secoli 69 Del p. Segneri ha scritta la Vita anche monsig. Fabbroni (Vit. Ita. lor. doctr. excell. tom. 15, pag. 8). precedenti ci avean date omelie piuttosto che prediche; perciocchè essi si occupavano comunemente in dichiarare il testo del sacro Vangelo, e in cavarne le riflessioni adattate al frutto de' loro uditori e se essi erano eloquenti, il dimostravano più coll'inveire con energia, che colla forza delle ragioni. Quelli del secolo XVII voller fare maggior uso del raziocinio, ma essi invece ne abusarono; perciocchè per far mostra d'ingegno, stabilivano proposizioni che a primo aspetto parevano, e talvolta di fatto erano paradossi; e conveniva poi contorcersi, per così dire, e dimenarsi per ridurle a un senso vero e cattolico. E innoltre pareva che gli oratori fosser più solleciti di ottener l'applauso degl'uditori colla novità de' concetti e coll'arditezza delle immagini, che di convincerli colla forza degli argomenti, e di commoverne con una robusta eloquenza gli affetti. Il p. Segneri conobbe che non era quello di modo di maneggiare con decoro e con frutto la divina parola e saggiamente credette che quel genere d'eloquenza, che effetti sì prodigiosi avea già prodotti al tempo dei greci e de' romani oratori, non dovesse essere meno opportuno, quando fosse rivolto agli argomenti della cristiana Religione. Ei proccurò dunque di conformarsi a quei primi modelli; e si conosce chiaramente che prese in ispecial modo a imitar Cicerone. Ei non ama molto le divisioni, come non le amavano gli antichi oratori; ma stabilita la sua proposizione si accinge a provarla; e con tale ordine dispone gli argomenti, e con tal metodo li va incatenando fra loro; e stringendo con essi sempre più l'uditore, che questi alfin si trova convinto, e forza è che si arrenda, persuaso dalle ragioni, e mosso dall'eloquenza, con cui l'orator le promuove e le incalza. Egli sbandì dalla sacra eloquenza que' profani ornamenti che l'ignoranza de' secoli precedenti vi avea introdotti, e che il reo gusto di quell'età avea smodatamente accresciuti, e la abellì invece colla varietà delle figure e colla vivacità delle immagini. È vero che qualche avanzo dell'infelice gusto del secolo vedesi nel p. Segneri, e forse egli non ardì di fare una intera riforma dell'eloquenza, temendo che non si potesse ciò eseguire tutto in un colpo, e che convenisse dar qualche cosa all'universale entusiasmo con cui l'Italia correva perduta dietro alle metafore e a' contrapposti. Anzi da una lettera del card. Noris, scritta al Migliabecchi da Pisa nel 1677, mentre egli era in quell'università professore, e vi predicava il p. Segneri, si raccoglie che questi ne' primi anni erasi mostrato anche più indulgente a' vizj del suo tempo; e che poi erasene egli stesso emendato: Il Serenissimo Gran Duca, scriv'egli (Cl. Venet. Epist. ad Magliab. t. 1, p. 102) , "è sempre stato a sentire il P. Segneri, e nel ritorno si dice siasi per lo stesso effetto per fermarsi qui qualche giorno. Predica tutta roba sacra con stringere con argomenti, ma senza amplificazioni o abbellimenti da esso usati, quando lo sentii predicare in Roma". È fama che non ostante l'applauso con cui veniva udito da' dotti, egli avesse comunemente scarso numero di uditori; e ciò per la ragione stessa, per cui abbiamo poc'anzi veduto che non ostante la disapprovazione de' saggi, alcuni de' più cattivi oratori aveano sempre un sterminato concorso. Benchè, riguardo al p. Segneri, dovea probabilmente concorrere a sminuirgli gli uditori il suo poco infelice talento esteriore, cagionato principalmente dalla sordità, da cui in età ancor fresca cominciò ad essere travagliato. Un moderno scrittore ha voluto trovar difetti, nello stile del p. Segneri; ed ha avuto il coraggio di riformarne qualche tratto, ritenendone la sostanza, ma sponendola in quello stile spossato e languido di cui molto si compiaceva. Ma egli non ne ha tratto altro frutto, che di vedersi solennemente deriso, ed esortato a formar se medesimo su quel modello cui egli ardiva di biasimare (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 1, p. 211). XII. L'esempio del p. Segneri non ebbe molti seguaci, e tardò molti anni l'Italia ad aver oratori di cui ella potesse giustamente gloriarsi. Un altro però ne produsse ella circa il tempo medesimo, che, benchè non fosse interamente esente da' difetti della sua età, fu però assai più degli altri moderato in seguirli, e li compensò innoltre con molti pregi. Ei fu il card. Francesco Maria Casini, di cui, oltre qualche altra, abbiam avuta non ha molto la Vita elegantemente descritta da monsig. Fabbroni (Vit. Italor. doctr. excell. dec. 1, p. 1). Egli ebbe Arezzo a sua patria, e vi nacque di nobili genitori l'an. 1648. Entrò nell'Ordine dei Cappuccini, e vi si distinse col suo sapere ugualmente che colle sue religiose virtù, e vi Notizie del card. Casini. ottenne perciò le più ragguardevoli cariche. Predicò con grande applauso nelle principali città d'Italia, e si fece anche udire con somma sua lode in Parigi e a diverse corti dell'Allemagna, avendo colà accompagnato nelle visite il suo generale. Innocenzo XII lo nominò nel 1698 predicatore apostolico, e continuò in quell'impiego più anni, anche sotto il pontef. Clemente XI, il quale nel 1712 lo sollevò all'onor della porpora. Nella nuova sua dignità non dimenticò il card. Casini l'antico suo stato, e mantenne costantemente l'esercizio delle religiose virtù che nel chiostro avea professate, e finalmente, carico di anni e di meriti, cessò di vivere a' 14 di febbraio del 1719. Le Prediche da lui dette nel palazzo apostolico, e che furon stampate in Roma nel 1713 in tre tomi in foglio, son quelle che maggior nome gli hanno ottenuto. La libertà con cui egli in esse inveisce contro de' vizj a' quali possono soggiacere le persone che lo ascoltavano, è degna di un ministro evangelico, e nelle Prediche di esso si scorge molta facondia e perizia non ordinaria della sacra Scrittura. Ma, come ho accennato, lo stile ne è spesso tronfio e infetto de' vizj della sua età, in modo però, che sarebbe stata a bramare che gli altri oratori de' suoi tempi ne avesser contratto sol quanto ne contrasse questo illustre scrittore. CAPO VI. Arti liberali. I. Quel decadimento a cui vennero in Italia le belle lettere, si sparse ancora in qualche parte sulle arti liberali e sull'architettura singolarmente; e vi si sparse per la stessa ragione. La nobile e maestosa semplicità de' Palladj, de' Vignola, de' Sansovini, non parve vaga abbastanza. Si vollero aggiugnere nuovi ornamenti, e introdurre ancor nelle fabbriche le metafore e i concetti. Già abbiamo osservato che Vincenzo Scamozzi fu uno de' primi a introdurre nell'architettura quel tritume e quel raffinamento che da que' primi lumi di questa scienza si era sempre fuggito. Ma quegli da cui principalmente riconosce l'architettura questo deterioramento di gusto, è il celebre Francesco Borromini, il cui esempio fu ancor perciò più fatale, perchè egli era uomo di valor grandissimo in quest'arte, se avesse voluto usare più saggiamente del suo ingegno. Era egli nato, come si narra da Giambattista Passeri, autor di que' tempi, che ne scrisse la Vita (Vite de' Pitt. ec., Roma 1772, p. 373), a' 25 di settembre del 1599 in Bissone luogo della diocesi di Como. In età di 15 anni passò a Milano per apprendervi l'arte d'intagliare il marmo, e indi nel 1624 si trasferì a Roma, ove da Carlo Maderni suo compatriota e parente, ch'era allora architetto della basilica vaticana, e che conobbe l'abilità che il Borromino avea nel disegno, fu in esso istruito e esercitato. Piacque perciò anche al cav. Gian Lorenzo Bernini, che succedette in quell'impiego al Maderni. Ma poscia il Borromino di lui disgustato, perchè non Decadimento dell'architettura notizie di alcuni più celebri architetti. vedeva mai eseguirsi alcuna delle belle promesse che fatte gli avea, lo abbandonò e diessi a esercitare la professione d'architetto. Molte furono le chiese e le fabbriche ch'ei disegnò in Roma, e quella ch'è forse fra tutte la più famosa, è la chiesa e il convento di s. Carlo alle quattro fontane, e la chiesa nuova di s. Maria in Valicella, della quale seconda opera di Borromino si compiacque per modo, che volle egli stesso scriverne la Relazione, la qual poi fu stampata magnificamente in italiano e in latino in Roma nel 1725, aggiuntivi tutti i disegni, e quelli ancora della Sapienza, che fu un'altra delle più rinomate fabbriche del Borromino. Questi e più altri edificj da lui disegnati sono vaghissimi, e mostran l'ingegno del loro inventore. Ma vi si scorge il difetto a lui ordinario di ammucchiare gli ornamenti gli unì sopra gli altri, e di spezzar troppo e sminuzzare le parti, scostandosi da quella semplicità che tanto era piaciuta a' più valorosi architetti. Ei visse fino al 1667, nel qual anno infermatosi, la violenza del male il trasse a sì furioso delirio, che balzando dal letto e presa in mano una spada, se l'immerse nel seno, e pochi giorni appresso, a' 2 di agosto, finì di vivere. Degli altri valorosi architetti di questo secolo, come Girolamo Rinaldi, di Martino Lunghi, di Gherardo Silvani, di Giovanni e di Sigismondo Coccapani fratelli di patria fiorentina, ma oriondi da Carpi e più d'altri che si potrebbono nominare, io non ragionerò stesamente, perciocchè l'opera poc'anzi accennata del Passeri, e quella del Baldinucci, del Baglioni, del Bellori altrove da noi indicate, abbastanza han ragionato di esse, perchè sia necessario il dirne di nuovo. Alle dette opere nondimeno, che per lo più si raggirano intorno a' professori d'architettura, che fiorirono in Roma, o nella Toscana, debbonsi aggiugnere più altre, nelle quali si tratta de' professori che vissero in altra città d'Italia; e delle quali pure abbiam detto a suo luogo; perciocchè più altri architetti si vedranno ivi nominati con lode, de' quali que' primi scrittori non fanno menzione. E fra essi io nominerò solamente Gaspare Vigarani modenese, del cui valore oltre le belle fabbriche da lui disegnate in Modena e altrove, è pruova l'andar ch'egli fece nel 1660 a Parigi, chiamatovi dal re Luigi XIV, per disegnar le macchine e i teatrali spettacoli da celebrarsi in occasione delle sue nozze (Murat. Ann. d'Ital. an. 1660) 70 . II. Per la stessa ragione fra molti valorosi scultori che questo secolo ebbe, due soli ne indicherò io, che forse in fama andarono innanzi a tutti, Alessandro Algardi e Gianlorenzo Bernini. Del primo abbiamo la Vita scritta dal Passeri (l. c. p. 196), e ne favellano innoltre gli scrittori quasi tutti di questo argomento. Ei Si annoverano alcuni più illustri scultori. 70 Del Vigarani si è parlato più stesamente nella Biblioteca modenese (t. 6, p. 572, ec.). Dallo stesso re fu alla sua corte chiamato Jacopo Torelli nobile francese e cavalier dell'Ordine di s. Stefano; e nel formar macchine, singolarmente all'occasione che vi si rappresentò l'Andromeda del Cornelio, ottenne gran nome. Tornato poscia in Italia, morì in Fano, ove avea fabbricato il teatro, l'anno 1678 (N. Dict. histor., Caen 1779, t. 6, p. 572; Milizia Mem. degli Archit. t. 2, p. 163). fu di patria bolognese, ed ebbe nell'arte del disegnare a maestro il celebre Lodovico Carracci. Dopo avere per qualche tempo servito il duca di Mantova, passò a Roma, ove visse alcuni anni occupandosi semplicemente in modellare statue, senza ottener perciò molto nome. Cresciuto nondimeno a poco a poco in fama l'Algardi, egli si adoperò perchè gli venisse commesso il lavoro della statua di bronzo del pontef. Innocenzo X, ch'era stato prima affidato a Francesco Mochi, ma che da lui non era stato ancora eseguito. Egli l'ottenne; ma il piacere di questo onor conferitogli, venne rubato dall'infelice successo; perciocchè la fusione riuscì malissimo, e ogni cosa fu rovinata. Non si smarrì nondimeno l'Algardi, e ritornato al lavoro, lo compiè finalmente con molta sua gloria, e oltre la paga dovutagli, n'ebbe dallo stesso pontefice in premio una catena d'oro del valore di circa 200 scudi, e le divise di cavaliere di Cristo. Il deposito di Leone XI, e il basso rilievo nella basilica vaticana, che esprime la storia di Attila, finirono di stabilire la reputazione dell'Algardi, che fu poi rimirato come uno de' più rinomati scultori; e fu anche con larghe promesse invitato in Francia dal cardinal Mazzarini. Ma la grazia e il favore cui godeva presso il pontef. Innocenzo XI, il tennero in Roma, ove dopo aver date più altre pruove del suo valore nella scultura, chiuse i suoi giorni in età di circa 55 anni nel 1654. Il Bernini, oltre più altri che ne ragionano, ha avuto a scrittore della sua Vita Filippo Baldinucci, che per ordine della reina Cristina la stese e la pubblicò, e ne inserì poi anche un compendio nelle sue Notizie (t. 14, p. 3, ec. ed. fir. 1772). Fu egli figlio di Pietro Bernini pittore e scultore esso ancor rinomato, di patria fiorentino, ma che vivea in Napoli, ove nacque Gianlorenzo. Questi passato poscia col padre a Roma, mentre non contava che dieci anni di età, lavorò una testa di marmo con tal destrezza, che il pontef. Paolo V ne rimase sorpreso; e fatte altre sperienze nel raro talento di questo ammirabil fanciullo, e regalatigli dodici medaglioni d'oro, raccomandollo al card. Maffeo Barberini, perchè ne avesse cura, e gli desse il mezzo di far sempre maggiori progressi. Corrispose in fatti il Bernini alla grande aspettazione che di lui si era formata, e nel lunghissimo corso di vita, che ebbe, fece sì gran copia di lavori in marmo e in bronzo, che Roma ne è in ogni parte fregiata, oltre i moltissimi che da lui furono mandati in diverse altre parti. Tutti i romani pontefici, a' cui tempi egli visse, profusero sopra lui a piena mano le grazie e i doni; e appena vi ebbe sovrano in Europa, che non volesse aver qualche opera del Bernini. La reina d'Inghilterra Enrichetta Maria volle da lui il busto del suo marito Carlo I. Il re Luigi XIV nel 1644 il fece invitare dal card. Mazzarini alla sua corte colla promessa di dodicimila scudi di provvisione; ma egli non volle abbandonare il pontef. Urbano VIII a cui era carissimo. E solo nel 1665 fece un viaggio a Parigi, chiamatovi dallo stesso monarca, perchè esaminasse i diversi disegni fatti pel Louvre (perciocchè anche dell'architettura era il Bernini intendentissimo), e nel soggiorno che ivi fece, non v'ebbe onore e ricompensa che da quel gran sovrano non ottenesse. Francesco I, duca di Modena, volle dal Bernini il suo ritratto in marmo, che tuttor conservasi in questa ducal galleria, e gliene diede ricompensa di tremila scudi, oltre dugento Ungheri donati a chi portollo da Roma. Un gran Crocifisso di bronzo ei lavorò pel re di Spagna Filippo IV. La reina Cristina lo ebbe oltre modo caro, e gli commise molti lavori, per cui egli ne fu splendidamente rimunerato. Egli ebbe anche l'impiego d'architetto della fabbrica di s. Pietro; e più altre fabbriche in Roma e altrove furon da lui disegnate, come si può vedere dal lungo catalogo che il Baldinucci ha aggiunto alla Vita di questo celebre professore, ove si annoverano i busti e le statue di marmo e di metallo da lui lavorate, e le altre opere d'architettura da lui disegnate. Ei visse fin quasi agli 82 anni, a compiere i quali mancavangli nove giorni soli, quando una lenta febbre, e poscia un colpo d'apoplesia, il tolse la vita a' 28 di novembre del 1680. III. L'arte dell'intaglio in rame ebbe parimente in Italia alcuni celebri professori, e di tre fra essi fa il Baldinucci distinta menzione. Il primo di essi è Antonio Tempesta (Cominciam. e progr. dell'arte d'intagliare p. 68 ed. fir. 1767) di patria fiorentino, e scolaro di Santi di Tito. Ei fu valoroso non meno nell'intagliare che nel dipingere; ma nella prima di queste arti fu in singolar modo stimato, e la cacce e le fiere singolarmente da lui intagliate ad acqua forte sono tuttora famose. Ei visse lungamente in Roma, ove si era recato fin da' tempi di Incisori in rame. Gregorio XIII; ed ivi ancora morì in età di circa 75 anni, a' 5 d'agosto del 1630. Stefano della Bella fiorentino, nato nel 1610, è il secondo tra' celebri intagliatori, le Vite de' quali dal Baldinucci sono state descritte (ivi p. 139). Egli ancora fu qualche tempo in Roma, ma poscia per desiderio di miglior sorte passò in Francia, ove fra le carte che disegnò ed incise, furon celebri quella dell'assedio di Arras e di quello di S. Omer. Grande perciò fu la fama, e non ordinarj gli onori che ivi ebbe Stefano, il quale avrebbe potuto fissare a quella corte il soggiorno. Ma dopo undici anni volle tornare in Italia, e si diè al servizio de' Medici suoi sovrani, ove continuò a dar molte pruove del suo valore in quest'arte fino al 1664 che fu l'ultimo di sua vita. Il terzo è Pietro Testa pittore e intagliatore lucchese (ivi p. 171), scolaro di Pietro da Cortona, che visse per lo più in Roma, ove disegnò in cinque tomi le antichità raccolte dal commendator Cassiano dal Pozzo, e datosi poscia ad intagliare in acqua forte, ottenne tal fama, che i suoi rami si videro avidamente cercati e raccolti dagli strnieri. Ei finì di vivere in età di soli 40 anni, annegato nel Tevere, o perchè incautamente vi cadesse, mentre stava alle sponde disegnando qualche cosa, o perchè, come altri crederono, spontaneamente vi si gittasse, tratto dalla disperazione pel poco frutto che pareagli raccogliere dalle sue fatiche. IV. La Pittura però più che tutte le altre arti ebbe in questo secolo in Italia una copiosa e illustre serie di professori, i quali benchè niun di essi giugnesse a uguagliare la fama de' Tiziani, de' Correggi, de' Raffaelli, furon nondimeno di tal valore, che noi potremmo riputarci felici, se avessimo parecchi che lor si potessero paragonare. La scuola bolognese singolarmente giunse a una tale celebrità, che parve eclissar tutte le altre, ed ella ne fu debitrice ai tre Carracci, cioè a Lodovico e a' fratelli Annibale e Agostino di lui cugini, e agl'illustri lor discepoli. De' tre Carracci tanto hanno già scritto il co. Malvasia, il Baldinucci, il Bellori, l'autor francese del Compendio delle Vite dei più rinomati Pittori, e più altri, che non giova il parlarne di nuovo a lungo. Lodovico fu il fondator della nuova scuola, che fu detta perciò carraccesca, e che si prefisse di unire insieme le diverse bellezze e i diversi pregi de' più eccellenti pittori, e di formare così un nuovo genere di pittura, che fosse da tutti gli altri diverso. Egli era nato in Bologna nel 1555 da un padre macellaio di professione, che avealo destinato allo stesso impiego. Ma il suo genio lo traeva al disegno, e diessi perciò a scolaro a Prospero Fontana, indi a Domenico Passignani in Firenze, e aggirandosi per molte città d'Italia, prese a esaminare con attenzione le opere de' più famosi pittori. Animò allo studio medesimo i due suoi cugini Agostino ed Annibale figliuoli di Antonio, nato nel territorio di Cremona, ma passato a Bologna per esercitare la professione di sarto. Erano ivi nati amendue, il primo circa il 1559 il secondo nel 1560. Agostino avea un ingegno Pittori della scuola bolognese: elogio dei Carracci. mirabilmente disposto ad ogni sorta di scienza, ed ei si distinse ugualmente nella poesia, nella filosofia e nella matematica. Annibale non curossi molto di studio di sorta alcuna, ma a questa mancanza suppliva in lui un genio mirabilmente fecondo di nuove e graziose invenzioni. Così uniti insieme questi tre grandi uomini, presero a gareggiare tra loro nel dare le più belle pruove del lor valore. Tra' due fratelli sorgeva spesso una cotal gelosia, che avrebbe potuto in pericolose nimicizie; ma Lodovico si sforzava di tenerli amichevolmente uniti tra loro, e di renderli e non rivali. Fondò con essi un'accademia in Bologna, da cui uscirono poscia que' tanti e sì valorosi pittori che renderono quella scuola sì rinomata. Bramoso egli stesso di ottener nome a' suoi cugini, inviò Annibale a Roma a dipingere la celebre Galleria Farnese; per cui era egli stato richiesto. Andovvi poi egli medesimo per veder l'opera di Annibale, di cui fu molto contento, e vi aggiunse egli stesso qualche figura. Fra le più rinomate opere di Lodovico, son le pitture del chiostro di s. Michele in Bosco in Bologna, incise non ha molto, e date alla luce nella stessa città, parte delle quali furono opera di esso, parte di altri egregi pittori scolari, o imitatori de' Carracci. Egli morì in Bologna nel 1619, e vuolsi che gli fosse affrettata la morte dal dispiacere per una pittura a fresco, la quale a cagione della sua vista ormai indebolita non gli riuscì felicemente. Agostino era già morto nel 1602 a Parma in età di 43 anni, e Annibale a Roma nel 1609 in età di 49. Amendue aveano dato un gran saggio della loro eccellenza nel dipingere la Galleria Farnese in Roma, ove Agostino uomo di molta erudizione somministrava i pensieri, che poscia si eseguivan da Annibale, e talvolta da lui medesimo. La gelosia che, come si è detto, sorgeva spesso fra loro, fu cagione che Agostino se ne patì, e andossene a Parma, ove fu impiegato al servigio del duca, e ove fece più opere assai pregiate, ma assai invidiate ancora da quelli che mal volentieri il vedevano sollevarsi tanto sull'ignobil turba degli altri mediocri pittori. Ne sono singolarmente in molta stima i disegni; perciocchè egli fu abilissimo nel disegnare sì colla penna che col bulino; e spesse volte ei correggeva ne' suoi rami le inesattezze de' più famosi pittori. Annibale, oltre la Galleria Farnese, che basta a renderlo immortale, molte altre pitture lasciò in Roma, in Bologna, in Napoli; e moltissimi quadri se ne veggono sparsi nelle più celebri gallerie, ne' quali non si può agevolmente decidere se più debba ammirarsi l'ingegno e la vaghezza dell'invenzione, o l'esattezza del disegno, o la vivacità e la forza del colorito. Egli ancora fu disegnatore e intagliatore eccellente, e molte stampe ne vanno per le mani degl'intendenti, che da essi son pregiatissime. Ma ei non ebbe quel frutto che dalle sue fatiche poteva sperare, perciocchè si racconta che per opera di un cortigiano, ignorante al pari che avaro, per premio della grand'opera della Galleria Farnese, in cui avea impiegato otto anni, non avesse dal card. Odoardo Farnese che il dono di 500 scudi d'oro. V. Ma ciò che rendette principalmente illustre il nome de' Carracci, fu il numero e il valore de' loro discepoli, molti de' quali sarebber degni di distinta menzione, se in questo argomento io non dovessi più che negli altri esser breve, e se le opere mantovate poc'anzi non ce ne dessero le più copiose notizie. Antonio Carracci, figliuol naturale di Agostino, avrebbe uguagliati, o superati forse anche il padre e i zii, se una immatura morte in età di soli 33 anni non l'avesse rapito. Guido Reni, nome sì celebre tra' pittori, ed uno de' più chiari ornamenti di Bologna sua patria, ov'era nato nel 1575, dalla scuola di Dionigi Calvart fiammingo, che ivi godeva di qualche nome, passò per sua buona sorte a quella de' Carracci, e s'egli non giunse ad uguagliarne l'energia e l'espressione, li superò nella nobiltà e nella grazia, e alle teste singolarmente seppe dare un'aria sì leggiadra e sì viva, che in ciò non ebbe forse chi 'l pareggiasse. Dipinse molto in Bologna, e molto ancora in Roma, e perciò il Passeri ne ha scritta la Vita tra quelle de' celebri dipintori che fiorirono in quella città (p. 57, ec.); e tornato poscia a Bologna, chiuse ivi i suoi giorni a' 18 d'agosto del 1642. Scolaro pure e concittadino de' Carracci fu Domenico Zampieri, detto comunemente il Domenichino, nato nel 1581, di cui ha scritto distesamente la Vita il medesimo Passeri (p. 1, ec.), perchè egli ancora fu molto occupato in Roma. L'espressione e il colorito furono i pregi ne' quali ei segnalossi principalmente; e alcuni valorosi pittori son giunti a paragonare la Comunione di s. Girolamo da lui Loro discepoli. dipinta nelle chiesa della Carità alla famosa Trasfigurazione di Raffaello, e il Passeri fra tutti i quadri di Roma a questo sol lo propose. E nondimeno non ne ebbe che il prezzo di 50 scudi. Fu chiamato a Napoli nel 1629 per dipinger la cappella di s. Gennaro, che, quanto è ora ammirata da' più saggi conoscitori, altrettanto fu allora soggetta alla critica e al biasimo de' pittori di quella città, che mal volentieri vedevano anteporsi loro uno straniero. E tali furono le persecuzioni che il Domenichino vi sostenne, che ei risolvette di partirsene segretamente, come infatti eseguì, e tornato poscia per replicate istanze a Napoli, oppresso da nuovi disgusti, e non senza qualche sospetto di veleno, morì nel 1641. Giovanni Lanfranco pittor parmigiano, nato nel 1581, di cui parimente il Passeri scrisse la Vita (p. 295, ec.), fu scolaro di Agostino e poscia di Annibale; ma si studiò singolarmente di imitare il Correggio. Dipinse molto in Roma e in Napoli, e in questa seconda città fu più felice che il Domenichino, e seppe meglio ottenere l'amore e la stima degli abitanti, e finì poi di vivere in Roma a' 29 di novembre del 1647. Lo stesso scrittore ci ha data la Vita di Gianfrancesco Barbieri, detto il Guercino da Cento (p. 369, ec.), perchè era guercio, e nato nella detta città nel 1590. Ei dovette a' Carracci il primo indirizzo alla pittura; perciocchè seguendo spesso il povero suo padre a Bologna, che vi conduceva carri di legna, avvenutosi talvolta a entrare nelle loro stanze, rimaneva sì estatico in vedere i loro lavori, ch'essi, scoprendo in lui uno straordinario genio a quell'arte, cominciarono a dargli qualche cosa a copiare. Egli poscia da se medesimo s'innoltrò in questo studio, e prese a dipingere con una forza di colorito e con un lavoro di chiaroscuri sì ammirabile, che in ciò parve lasciarsi addietro anche i più rinomati pittori, benchè nelle altre parti fosse ad essi inferiore. Visse per lo più in Cento; ma portossi più volte a Bologna; fu anche in Roma, ove lasciò diverse opere del suo pennello. Nè v'ebbe forse pittore che tanto dipingesse quanto il Guercino, perciocchè egli avea una singolare velocità nel disegnare e nel colorire i suoi quadri. Dopo la morte di Guido Reni, passò a soggiornare stabilmente in Bologna, ove anche morì nel 1666. Avea egli, dopo essersi stabilito in Bologna, cambiata maniera e stile, lasciando l'energico e il forte, e prendendo un modo più delicato e soave; nel che però ei non fu ugualmente felice. Scolare de' Carracci furono inoltre Bartolommeo Schedone modenese, uno de' più valorosi imitatori del Correggio, che fu più anni al servigio della corte di Parma, ed ivi morì nel 1615, in età di circa 56 anni, afflitto come dicesi, dal dolore di una gran perdita fatta al giuoco. Francesco Albani bolognese, nato nel 1578, condiscepolo, e poi rivale di Guido, che visse fino al 1660, e in Bologna, in Roma, in Firenze lasciò molte celebri opere del suo pennello, e dal Passeri, il quale ne ha scritta la Vita, vien difeso contro le taccie che da alcuni gli si oppongono, e annoverato per ogni riguardo tra' più illustri pittori (p. 295, ec.), Leonello Spada, Gianfrancesco Grimaldi soprannomato il bolognese, Jacopo Cavedone da Sassolo, che fu dapprima sì illustre pittore che alcuni de' suoi quadri furon creduti opera di Annibale Carracci, ma poscia o per lacune domestiche sventure, o per una infermità che ne consumò gli spiriti, cadde talmente di pregio, che fu ridotto a dipingere tavolette votive, e a vivere in limosina, e in una estrema miseria chiuse i suoi giorni in Bologna nel 1660, e alcuni altri, de' quali non giova di far distinta menzione 71 . Dalla scuola medesima uscirono Agostino Mitelli e Angiolo Michele Colonna 72 amendue bolognesi, che uniti insieme, e dotati di non ordinaria abilità, uno negli ornamenti e nell'architettura, l'altro nelle figure, dipinser molto in Bologna e altrove, e fra le altre cose la celebre galleria di questa ducale villeggiatura di Sassolo. Passarono poi a Madrid chiamati dal re Filippo IV, e ivi pure diedero illustri saggi del lor valore. Il Mitelli vi morì in età di 51 anni nel 1660. Il Colonna tornò in Italia, e dopo essere stato alcuni anni in Firenze e in Bologna, fu dal re Luigi XIV chiamato a Parigi nel 1671, ove ancora ammirate furono le sue pitture. Tornò poscia due anni appresso in Italia, e finì di vivere in Bologna nel 1687, in età di 87 anni (Passeri p. 269, ec.; Abregé de la Vie des Peintres t. 1, p. 59; t. 2, p. 163, ec.). Carlo Cicagni bolognese uscì egli ancora dalla scuola dei Carracci, benchè non fosse loro discepolo, 71 Così dello Schedoni come del Cavedone si son date più distinte notizie nella Biblioteca modenese (t. 6, p 358 527). 72 Angelo Michele Colonna non fu bolognese, ma di Rovenna tre miglia lungi da Como. Egli innoltre e il Mitelli dipinser la galleria di Sassolo in ciò solo che appartiene all'architettura. Le figure furono opera di m. Boulanger francese scolaro di Guido Reni, e stipendiato da questa corte. essendo nato solo nel 1628, e fu in concetto di uno de' più valorosi pittori che allora vivessero, in ciò singolarmente che appartiene alla facilità e alla grazia e all'espressione delle passioni dell'animo, impiegato perciò da molti principi italiani e oltramontani, e da essi a gara onorato. Egli ebbe l'onore di esser principe della celebre Accademia clementina di Bologna, fondata al principio del nostro secolo, e morì in Forlì nel 1719. Tra i seguaci della scuola carraccesca si annovera ancora Michelangiolo da Caravaggio di cognome Amerighi. Egli, dice il Passeri (p. 62, ec.), fece qualche giovamento al gusto di quella nuova scuola promossa da' fratelli Carracci, da' loro scolari; perchè essendo uscito fuora con tanto impeto con quella sua maniera gagliarda fece prendere fiato al gusto buono, ed al naturale, il quale era allora sbandito dal mondo, che solo andava perduto dietro a un dipingere ideale e fantastico...... Ben vero, ch'egli non abbellì il nuovo suo gusto con quelle vaghezze, colle quali la scuola Carraccesca lo ha portata all'estrema, cioè rendendolo pieno di piacevolezza e di delizie, ricco nelli componimenti, adorno di accompagnature, e discreto in tutto il portamento. Tuttavia aperse una strada, per la quale fece tornare in vista la verità ch'erasi ad un certo modo da lunghi anni smarrita. Di questo capriccioso pittore, un de' più strani umori che mai si vedessero, e che morì in Porto Ercole in età di soli 40 anni nel 1609, si può vedere la Vita presso il citato scrittor francese (Abregé, ec. tom. 2, p. 81). VI. Le altre scuole italiane non furono in questo secolo sì feconde di eccellenti pittori come la bolognese. Domenico Feti, Andrea Stecchi, Michelagnolo Cerquozzi soprannomato dalle battaglie, perchè nel dipingerle valeva singolarmente, Francesco Romanelli, Giacinto Brandi, Ciro Ferri, Pier Francesco Mola milanese, furono tra' più rinnomati pittori della scuola romana; ma in essa sopra tutti si segnalò Carlo Maratti nato in Camerino nella Marca d'Ancona nel 1625, e morto in Roma nel 1713, pittore che nelle grazie e nella nobiltà delle teste, nella bellezza delle mani e de' piedi, nella forza dell'espressione, nella vivacità de' colori ebbe pochi che gli potessero stare al confronto. Nella scuola fiorentina il più celebre pittore di questo secolo fu Pietro Berettini, dalla sua patria detto comunemente Pietro da Cortona, ov'egli era nato nel 1596. Di lui ha scritta la Vita, benchè imperfetta, il più volte citato Passeri (p. 1398, ec.), il quale rileva i diversi e rari pregi di questo illustre pittore, e conchiude dicendo che s'egli non può paragonarsi nel disegno a Michelangelo, egli ha avuto però un ottimo universale, e merita essere annoverato tra' più insigni valentuomini del nostro secolo. Egli morì in Roma nel 1669. Nella scuola veneziana ebbe gran nome Alessandro Turchi soprannomato l'Orbetto, morto in Roma nel 1648, le cui pitture, come afferma il march: Maffei (Ver. illustr. par. 3, p. 302), da' professori di grido si sono udite esaltare niente meno che quelle dei Carracci, del Correggio e di Guido Reni. L'autor francese delle Vite de' Pittori Pittori delle altre scuole italiane. annovera tra quelli della scuola veneziana il fratel Andrea Pozzo gesuita, di cui abbiamo altrove parlato, ma ei dovrebbe anzi aver luogo nella lombarda, che suole unirsi colla bolognese, perciocchè in Milano, come si è detto, egli apprese gli elementi dell'arte. E non mancavano in fatti a quella città nel corso di questo secolo insigni Pittori, come Pierfrancesco Mazzucchelli, detto il cav. Morazzone, il cav. Francesco Cairo, e prima di essi Cammillo e Giulio Cesare Procaccini, ed altri di questa famiglia colà trasportata da Bologna, ov'erano stati discepoli de' Carracci, de' quali e di altri pittori che in Milano fecer conoscere il lor valore, molte belle notizie ci somministra il ch. p. abate Gallarati olivetano, nella sua Istruzione sulle opere di pittura, di scultura e d'architettura, che in quella città si conservano, e più ancora il sig. ab. Carlo Bianconi nella sua Nuova Guida di Milano. Nè deesi tra' pittori lombardi tacere Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo dalla sua patria, luogo del territorio di Casale in Monferrato, che in Milano e più ancora in Pavia lasciò molte pruove dell'eccellenza del suo pennello, ed ebbe perciò l'onore di esser scritto nel 1610 alla cittadinanza di Pavia. Egli ebbe numerosa figliuolanza, e quattro figlie singolarmente che si rendettero monache, una delle quali detta Orsola Maddalena fu in quest'arte medesima imitatrice e seguace del padre. Questi morì in Moncalvo circa il principio del 1626, come raccogliesi da' monumenti intorno a questo pittore trasmessimi dal ch. sig. baron Giuseppe Vernazza, de' quali mi spiace che la brevità che in questo capo mi son prefissa, non mi permetta di usar più ampiamente. Io non mi tratterrò parimente in ragionare stesamente de' pittori napoletani, tra' quali si distinsero Giuseppe Ribera spagnuolo di nascita, ma passato in età giovanile a Napoli, Mario Nuzzi soprannomato de' Fiori, Mattia Preti, Salvator Rosa da noi nominato già tra' poeti, Luca Giordano; nè dei genovesi, tra' quali furono celebri Bernardo Castelli e Valerio di lui figliuolo, Giovanni Carlone, Benedetto Castiglione, i Borzoni e Giambattista Gauli soprannomato il Bacicia, perciocchè ciò che ad essi appartiene, si può vedere nelle opere altre volte citate del Domenici e del Soprani. E io porrò fine a questo capo coll'accennare un fatto assai glorioso all'Italia, che narrasi dal Baldinucci nella Vita di Costantino de' Servi celebre ingegnere, architetto e pittore, cioè che il sofi di Persia per mezzo di un suo ambasciatore mandato al gran duca Cosimo II, pregollo ad inviargli eccellenti professori italiani delle tre arti, de' quali egli volea usare ad abbellire la sua corte e la sua capitale; e che il gran duca gl'inviò a tal fine il suddetto Costantino, di cui erasi egli stesso per più anni con sua soddisfazione servito. Così il nome degli artisti italiani non giungeva soltanto alle altre provincie d'Europa, ma stendevasi ancora a' più lontani regni dell'Asia, e moveva i più potenti monarchi a desiderar di valersi dell'opera loro 73. 73 Non dee passarsi sotto silenzio un nuovo genere di pittura trovato in Italia nel secolo XVII, cioè quello che dicesi a scagliola, o, come altri l'appellano, a mischia; con cui per mezzo della pietra speculare, o selenite cotta al fornello, sottilmente stritolata, indi stemprata in un glutine formato di ritagli di pelli conciate, e aggiuntevi i colori che si vogliono LETTERA DELL'ABATE GIROLAMO TIRABOSCHI BIBLIOTECARIO DEL SERENISSIMO DUCA DI MODENA AL SIGNOR ABATE NN. Intorno al Saggio storico-apologetico della Letteratura spagnuola dell'ab. D. Saverio Lampillas. Ho letto il primo tomo diviso in due parti del Saggio storico-apologetico della Letteratura spagnuola del sig. ab. D. Saverio Lampillas, stampato in Genova nel corrente anno 1778, che voi mi avete trasmesso, perchè io ve ne dica il mio sentimento 74. Voi sapete che non vi ha cosa alcuna ch'io vi soglia tener nascosta; tanta è l'amichevole confidenza che sempre è stata tra noi. Ma questa volta, ancorchè voi non mi foste quell'intimo amico che pur mi siete, vi scoprireri l'animo mio, perchè usare, sul muro non meno che sulle tavole si imitano i marmi e le pietre preziose, e vi si dipingono paesaggi, fabbriche e figure d'ogni maniera. Nella Biblioteca modenese (t. 6, p. 398, ec.) ho provato con sicuri argomenti che questa invenzione, lungi dall'esser nata in Toscana nel nostro secolo, come taluno ha asserito, tutta deesi a Guido dal Conte Fassi carpigiano, e che i primi lavori ne furono ivi eseguiti circa il 1615. 74 Il sig. ab. Lampillas ha poi pubblicati due altri tomi del suo Saggio, ciascheduno diviso in due parti; e ad alcuni passi, ne' quali egli combatte la mia Storia, si è data a suo luogo risposta. desidero che i miei sentimenti si faccian palesi, affinchè tutti conoscano quanto sian diversi da quelli che il sig. ab. Lampillas mi attribuisce. Non vi è ignota la costante mia risoluzione di non fare alcuna risposta alle critiche che contro la mia Storia della Letteratura italiana vengano a luce. La bontà, con cui il pubblico l'ha accolta, ha fatto che pochi avversarj e in cose di poco momento ha ella avuti finora. Io non ho replicato alle loro censure, e ho lasciato che i saggi e gli eruditi decidessero tra me e loro. A quelli che mi hanno amichevolmente avvertito di qualche fallo in cui io era caduto, ho attestata la mia riconoscenza, e le Giunte e le Correzioni che pubblicherò al fin della Storia, faranno conoscere quanto io sia facile a ritrattare e a correggere ciò che ho scritto. Lo stesso metodo avrei io volentieri tenuto col sig. abate Lampillas; e s'ei non avesse fatto altro che confutare le mie opinioni, io o avrei cambiato parere, s'ei mi avesse convinto, o, se avessi creduto di aver per me la ragione, pago di ciò, avrei lasciato che il pubblico ne decidesse. Nè a farmi rompere il mio silenzio avrebbero avuta forza bastante le maniere non troppo amichevoli e dolci colle quali egli mi ha assalito. Ma il sig. ab. Lampillas non contento di combattere le mie opinioni, combatte ancora la mia riputazione e il mio buon nome. Egli mi rappresenta come un dichiarato nimico della letteratura spagnuola; che altro non cerca che di screditarla; che raccoglie studiosamente tutto ciò che possa render ridicoli gli autori spagnuoli; che dissimula tutto ciò che torna in loro gloria; che pare in somma che abbia preso a scriver la Storia della Letteratura italiana solo per biasimar la spagnuola. Eccovi alcuni tratti dell'opera del sig. ab. Lampillas. Leggeteli, e decidete s'io poteva esser dipinto con più neri colori. "Il Sig. Ab. Tiraboschi, dic'egli (par. 1, p. 64), ha loro dato luogo, parla degli autori spagnuoli, nella Storia Letteraria d'Italia per aprirsi la strada a biasimarli. E poco appresso (p. 65). Adottata dall'Ab. Tiraboschi la sfavorevole prevenzione contro i celebri Spagnuoli, che fiorirono in Roma dopo la morte d'Augusto, bisognava far comparire nel più orrido aspetto la decadenza della Letteratura Romana in quel secolo. Vedo ben io (p. 89) quanto premeva all'Abate Tiraboschi il trovar alcuno della famiglia de' Seneca accennato tra' corruttori dell'Eloquenza. Così quest'Autore (parla di me, p. 129) trova facilmente ragioni per iscusare gli Autori Italiani: non così ei si contiene, allorchè vuol esporre alla vista i difetti degli Scrittori Spagnuoli. Egli allora non trova espressioni, che sieno forti a sufficienza. Nulla perdona, nulla scusa, nulla dissimula, anzi all'opposto si prevale de' più neri colori per formar più orrido quel ritratto, che ha nelle mani. Io mi persuado (par. 2, p. 30) che se Balbo fosse vissuto nel secolo dopo Augusto, avrebbe avuto luogo in detta Storia, come altri Spagnuoli, conciosiacchè venendo dal detto Autore dipinto quel secolo, come corruttore della Romana Letteratura, bisognava frammischiarvi Spagnuoli, a' quali addossare la causa di tal corruttela. Ma nel secol d'oro, nel secol del buon gusto introdurvi uno Spagnuolo di merito! Ciò non poteva ottenersi che da un Autore, il qual fosse prima spogliato affatto de' pregiudizj antispagnuoli, e tale certamente non era l'Abate Tiraboschi, mentre scrisse la Storia di quel secolo. — Il solo titolo (p. 40) di Spagnuolo ha privato Igino del meritato posto tra i celebri Scrittori del secol d'oro. — Premeva troppo al detto Autore (parla di me, p. 41, e vedete con qual gentilezza!) che non comparisse in Roma nel secol d'oro uno Spagnuolo, il quale fra i Letterati Romani fosse stato prescelto da Augusto, a cui affidar la cura dell'Imperial Biblioteca; temendo forse non fosse per perdere molto nella comune estimazione il posto, che egli degnamente occupa, se si sapesse, che fin nel secol d'Augusto fu ottenuto da uno Spagnuolo. — Tutti quei Spagnuoli (p. 62), i quali ha stimato il suddetto Storico di doversi lodare meritevolmente, vengono da lui pretesi Italiani, quasicchè non potesse combinarsi insieme l'essere Spagnuolo, e l'esser Letterato di merito. — Ciò ben sapeva l'Abate Tiraboschi (p. 63) e credeva troppo ingiusto il non entrar anch'egli nel numero de' Panegiristi di Quintilliano.... Dover però confessare, che Spagnuolo fu l'Autore d'una delle più pregevoli opere di tutta l'antichità: ....era questo un imbarazzo, dal quale non credette potersene sbrigare, se non col mettere in dubbio, che Quintilliano fosse Spagnuolo. — Non così l'autore della Storia Letteria d'Italia (p. 78), anzi dissimulando, che detti Principi (Traiano, Adriano e Teodosio) fossero Spagnuoli, priva la nostra nazione di quella stima, che ispirerebbe ne' suoi leggitori il sapere, che fu la Spagna madre di così illustri Sovrani. In questa guisa (p. 93) pensa il suddetto Storico di trovare fin dove non v'è, quello che può recar poco onore agli Spagnuoli, e non trova ciò che trovano altri men pregiudicati a loro vantaggio. — A vista (p. 193) di quanto abbiam detto in questo §. parrà incredibile, che il Bettinelli e il Tiraboschi passino per quest'Epoca, discorrendo minutamente della Poesia Provenzale, senza che scuoprano il menomo vestigio di Spagna, o di Governo Spagnuolo. Anzi per iscancellarne vieppiù ogni memoria, sfigurano stranamente il cognome de' nostri Principi, senza che mai da loro vengano chiamati Conti di Barcellona, titolo che gli darebbe a conoscere per Ispagnuoli. — L'Abate Tiraboschi (p. 208) ha stimato di aver ragione di poter condannare l'intiera Nazione Spagnuola ad esser per una fatal forza di clima portata al cattivo gusto". Questi sono i leggiadri colori co' quali mi dipinge l'ab. Lampillas non sol ne' passi da me allegati, ma in moltissimi altri ch'io tralascio per brevità, e non contento di questi tratti qua e là sparsi, sul fine della sua opera fa un epilogo della mia Storia, e pretende di dimostrare che tutto lo studio io abbia posto nell'oscurare la gloria spagnuola e nello screditare gli autori di quella nazione. Questo è ciò che io dolgomi col sig. ab. Lampillas, e me ne dolgo in faccia a tutti gli uomini letterati, cioè che io voglia attribuirmi una rea intenzione, indegna d'uom saggio ed onesto, qual è quella di screditare, riguardo alla letteratura, la nazione spagnuola, per la quale io serbo, e in diversi passi della mia Storia ho mostrato, quel sincero rispetto di cui ella è meritevole. Io mi appello alla testimonianza vostra, e di tutti quelli da' quali ho l'onore di essere conosciuto. Voi sapete, e sanno essi pure, se sia questa la maniera mia di pensare, e se io soglia prescrivere alle letterarie mie fatiche fini sì bassi e sì sconvenienti, quali il sig. ab. Lampillas suppone. Io confesso che ho creduto ed ho scritto che gli Spagnuoli abbiano avuta non poca parte nella corruzione del gusto così ne' tempi della decadenza della romana letteratura, come nella decadenza che soffriron tra noi le lettere nel secolo precedente. Ed eccovi tutto il passo in cui ho proposta e spiegata la mia opinione; passo che meglio avrebbe fatto il sig. ab. Lampillas a recar per intero, invece di recarne or un membro, or un altro, e ripeterlo più e più volte e in diverse maniere, talchè sembra ch'io altro non faccia nella mia Storia, che declamar contro la Spagna. "A ciò concorse, dico io parlando del secolo XVII (t. 2, p. 26), ancora come osserva un colto e ingegnoso moderno scrittore, il dominio che gli Spagnuoli aveano allora in Italia. Questa ingegnosa nazione che sembra, direi quasi, per effetto di clima portata naturalmente alle sottigliezze, e che perciò ha avuti tanti famosi scolastici, e sì pochi celebri oratori e poeti, signoreggiavane allora una gran parte; i loro libri si spargevano facilmente; il loro gusto si comunicava; e come sembra che i sudditi facilmente si vestano delle inclinazioni e de' costumi de' loro signori, gl'Italiani divennero, per così dire, spagnuoli. A confermare un tal sentimento io aggiugnerò una riflessione che parrà forse aver alquanto di sottigliezza; ma ch'è certamente fondata su un vero fatto. La Toscana, ch'era più lontana dagli Stati e di Napoli e di Lombardia da essi dominati, fu la men soggetta a queste alterazioni; come se il contagio andasse perdendo la sua forza, quanto più allontanavasi dalla sorgente onde traeva l'origine. Non potrebbesi egli ancor dire che ciò concorresse non meno al primo dicadimento delle lettere dopo la morte d'Augusto? Marziale, Lucano e i Seneca furon certamente quelli che all'eloquenza e alla poesia recarono maggior danno; ed essi ancora erano spagnuoli; e il clima sotto cui eran nati, congiunto alle cagioni morali che abbiamo recate, potè contribuire assai a condurgli al cattivo gusto che in essi veggiamo". In otto tomi della mia Storia, quanti a quest'ora ne son venuti a luce, questo è il sol passo in cui io parli generalmente dell'influenza che, a mio parere, gli Spagnuoli hanno avuta nella corruzione del buon gusto; e io prego il sig. ab. Lampillas a citare, se può, solo un'altra parola in tutta la mia Storia, che a ciò si riferisca. Ed ei nondimeno parla in tal modo, come se altro io non facessi in tutto il decorso di essa che screditare la sua nazione. Non è qui tempo di tornar sull'esame di questa opinione, nè di ricercare se il sig. ab. Lampillas labbia a ragion combattuta. Lo scopo di questa mia lettera non è il difender ciò ch'io ho scritto, ma di ribatter le accuse e, mi sia lecito il dirlo, le ree calunnie ch'egli mi ha apposte. Io chieggo in primo luogo a chiunque non è del tutto sfornito del senso comune, se questa mia opinione poteva esporsi con maggior modestia e riserbo di quel ch'io ho fatto. Io non dico, come mi accusa di aver detto l'ab. Lampillas, che la decadenza della letteratura debbasi al dominio spagnuolo, dico che a ciò concorse, dico che il clima sotto cui nacquero Lucano, Marziale, ec. potè contribuire a condurgli al cattivo gusto, espressione, come ognun vede, assai moderata, e molto più che vi si aggiugne il clima congiunto alle cagioni morali. Io riferisco ancora questa opinione, come già sostenuta da altri, e infatti da non pochi ella è stata sostenuta: confesso che la ragione ch'io reco per confermarla, parrà forse aver alquanto di sottigliezza. Se io dico che la nazione spagnuola ha avuti pochi celebri oratori e poeti, dico ancora che ha avuti tanti famosi scolastici. In somma io espongo il mio sentimento, quale esso è veramente, ma lo espongo in quel modo in cui vorrei che il sig. ab. Lampillas avesse esposto il suo. S'egli non avesse fatto altro che impugnare la mia opinione, io farei plauso al suo ingegno e al suo amor patriottico. Ma ch'egli mi attribuisca intenzioni ch'io non ho avute giammai, questo è ciò ch'egli non potrà mai nè giustificar, nè scusare. E veramente qual maniera di scrivere è mai questa? Se io dico che i Seneca hanno recato gran danno alla romana eloquenza, ciò è perchè i Seneca sono spagnuoli. Se accuso Seneca il filosofo di empietà e d'ipocrisia, il fo perchè egli è di nazione spagnuolo. Perciò sono spagnuoli, io affermo che Lucano e Marziale hanno corrotto la poesia latina. Io non parlo di Cornelio Balbo, nè d'Igino perchè sono spagnuoli. Perchè Quintiliano è un uomo di raro merito, io muovo dubbio intorno alla sua patria, e vorrei farlo credere nato in Italia. Io antipongo nel carattere morale Plinio a Seneca, perchè Plinio è italiano, Seneca, è spagnuolo. Traiano, Adriano e Teodosio furono imperadori degni di molta lode, e perciò io dissimulo ch'essi fossero spagnuoli. Ma di grazia sig. ab. Lampillas, come sa ella che io abbia operato per questi fini? È ella un Dio che vede l'interno de' cuori? O è ella un profeta che dal Cielo è scorto a conoscer le cose più occulte? Io nego solennemente di aver avuto un sì basso motivo nel mio scrivere, e protesto in faccia a tutto il mondo, che non è mai stata questa la mia intenzione. O ella pruovi ch'io l'ho avuta, o io ho diritto di esigere soddisfazione del torto che mi vien fatto. Io posso bensì affermare con più ragione che il sig. ab. Lampillas non ha usata nel suo scrivere quella buona fede che dagli uomini onesti non deesi mai dimenticare: 1. Perchè egli mi fa dir cose ch'io non ho dette; 2. Perchè mi accusa di aver dissimulate cose ch'io non ho in alcun modo dissimulare; 3. Perchè dissimula egli stesso più cose che fanno in mio favore, e che distruggon le accuse ch'ei mi ha intentate. Dico in primo luogo ch'egli mi fa dir cose ch'io non ho dette. Egli reca (par. 1, p. 15) come da me scritte le seguenti parole: La dominante nazione Spagnuola porta seco il contagio di cattivo gusto in genere di Letteratura; e cita la Dissertazione preliminare innanzi al tomo II della mia Storia, cioè il passo da me recato poc'anzi. Ma dove sono elleno cotai parole? Legga e rilegga il sig. ab. Lampillas quel passo, e ve le truovi, s'egli è da tanto. È vero che da ciò che ivi dico, sembra potersi raccogliere ciò ch'egli mi attribuisce. Ma quanto diversamente e quanto più dolcemente ho io esposto il mio sentimento, con qual cautela e qual mitigazione! E egli lecito dunque il cambiar le parole di uno scrittore, e l'alterarne in qualche modo il senso; e citare come precise parole da lui usate, quelle ch'egli mai non ha usate? Poco appresso egli altera ancora e travolge un'altra mia proposizione. Io dico: Marziale, Lucano e Seneca furono certamente quelli che all'eloquenza e alla poesia recarono maggior danno; ed essi ancora erano spagnuoli. Ed ei cita come da me scritte queste parole: Dopo la morte d'Augusto furono gli Spagnuoli quei che recarono maggior danno all'Eloquenza ed alla Poesia; e con ciò rendendo universale la proposizione, che io ho ristretta a que' tre solamente, la rende ancora più odiosa, e non pago di ciò, un'altra volte ripete (p. 36) questa proposizione, e di nuovo l'altera e la travisa attribuendomi queste parole: Spagnuoli certamente furono quelli, che condotti al cattivo gusto dalla forza del clima, sotto di cui eran nati, recarono in questi tempi maggior danno all'Eloquenza e alla Poesia, ov'ei mi fa dir francamente quelle parole condotti dalla forza del clima, mentre io ho detto solo che il clima sotto cui eran nati, congiunto alle cagioni morali, potè contribuire, ec. È ella dunque questa la fedeltà e la scrupolosa esattezza con cui si debbon recar le parole degli autori, quando si vogliono impugnare? Un'altra ancor più grave infedeltà io debbo rimproverare il sig. ab. Lampillas. Ecco le parole ch'egli in altro luogo mi attribuisce (par. 1, p. 219): Lucano e Marziale, come chiaramente si vede, vogliono andare innanzi a Catullo e Virgilio, e il loro esempio fu ciecamente seguito; e dice che ciò io ho scritto per conservare all'Italia il privilegio di non corromper la Poesia; e per mostrare chi furono gli Autori del fatale cangiamento nella Romana Poesia. Or leggasi quel tratto nella mia Dissertazione preliminare (p. 26). Io mi studio di provare in quel luogo, che la decadenza dell'amena letteratura nasce dal voler superare coloro che l'hanno condotta alla sua perfezione. Io lo dimostro con rammentare ciò che accadde dopo la morte di Cicerone, e nell'età susseguente al secol detto d'Augusto. Dico che Asinio Pollione, e poi i due Seneca, con raffinar l'eloquenza affine di superar Cicerone, la renderon peggiore; che Velleio Patercolo e Tacito caddero in molti difetti, perchè vollero superare Livio, Cesare e Sallustio, e venendo poi a' poeti, Lucano, io dico, Seneca il tragico, Marziale, Stazio, Perseo e Giovenale, vogliono, come chiaramente si vede da' loro versi, andare innanzi a Virgilio, a Catullo, ad Orazio, ec. Ove è qui, sig. abate mio stimatissimo, la buona fede? Io unisco insieme senza alcuna diversità Spagnuoli e Italiani, e con Lucano e con il Marziale nomino Stazio, Persio e Giovenale. Ed ella troncando il testo mi fa nominar solamente due poeti spagnuoli, per persuadere a' lettori, che tutta io attribuisco agli Spagnuoli la colpa della corruzion del buon gusto. E a questa infedeltà è somigliante quell'altra in cui ella citando quel mio passo medesimo, dice ch'io confesso che Lucano e Marziale furono i migliori Poeti del suo tempo; cosa ch'io ho detto generalmente di tutti i già nominati poeti, e non de' due soli spagnuoli. Più ancor mi ha commosso un'altra infedeltà che a mio riguardo ha usata il sig. ab. Lampillas (par. 1, p. 147). Dopo aver lungamente impugnato (nè è qui luogo a cercare con qual sorta di pruove) il carattere ch'io ho formato di Seneca il filosofo, dice ch'io passando da esso a Plinio il vecchio, uso queste parole: assai diverso fu il carattere e il tenore di vita di Caio Plinio Secondo, detto il Vecchio. E queste son veramente mie parole. Ma che? Il sig. ab. Lampillas sdegnasi per esse meco, e quasi quasi mi accusa al tribunale dell'Inquisizione. "Dimando io, dic'egli può dirsi utile ed opportuno a' tempi nostri il cercar tutte le congetture, per far credere che fu un uomo bruttato di tutti i vizj un Filosofo, che scrisse altamente della Divinità e della Provvidenza, qual fu Seneca; e in confronto suo voler far credere di un carattere onestissimo e virtuoso un derisore della Divina Provvidenza, un combattitore dell'immortalità dell'anima, qual fu C. Plinio"? Ma di grazia, ove mai ho io scritto che Plinio il vecchio fosse un uomo di carattere onestissimo e virtuoso? Legga e rilegga il sig. ab. Lampillas tutto il passo in cui io ne ragiono; e s'ei vi trova queste, o somiglianti parole, io mi do vinto. Io dico, è vero, che Plinio fu di carattere, ed ebbe un tenor di vita assai diverso da quel di Seneca; ed è vero ch'io ho creduto, e credo tuttora, che Seneca fosse un uomo vizioso, e un solenne ipocrita. Ma ne siegue egli perciò, che se Plinio fu di carattere assai diverso da Seneca fosse un uom di carattere onestissimo e virtuoso? Non posson forse trovarsi due, o più uomini tutti viziosi, e tutti di carattere l'un dall'altro diverso? Se Seneca fu un ipocrita, se Plinio fu un ateo libertino, non furon essi di carattere assai diverso? E il carattere non abbraccia forse ugualmente e l'indole naturale, e il tenor di vita, e il talento e lo studio e i costumi e più altre relazioni? Con qual fondamento dunque afferma come uomo di carattere onestissimo e virtuoso? Dico in secondo luogo che il sig. ab. Lampillas mi accusa di aver dissimulate cose ch'io non ho in alcun modo dissimulate. Udire com'ei mi rimprovera di aver aspramente trattato Lucano (par. 1, p. 264): "Se Lucano avesse avuta la sorte di nascer sotto il Cielo privilegiato d'Italia, trovato avrebbe l'Abate Tiraboschi nella giovine età, in cui compose la Farsalia, ragion potentissima, onde scusare i difetti, che si scuoprono in questo Poema, ed ammirare le molte bellezze, che gl'imparziali vi ammirano". Voi crederete ch'io non abbia punto accennata la giovanile età di Lucano, e i pregi di cui questo poeta fu adorno. Ma aprite di grazia la mia Storia (t. 2, p. 70) e leggete: "Nè voglio già io negare che Lucano fosse poeta di grande ingegno; che anzi ne' difetti che noi veggiamo in lui, non cade, se non chi abbia ingegno vivace e fervida fantasia. Ma oltrechè egli era in età giovanile troppo e immatura per ordire e condurre felicemente un poema, avvenne a lui prima che ad ogni altro (in ciò ch'è poema epico) quello che avvenir suole a' poeti, ec.". Poteva io toccare più chiaramente ciò che il sig. ab. Lampillas si duole ch'io non abbia toccato? E qui di passaggio osservate ch'egli mena un gran rumore, perciò io ho detto che Lucano fu il primo a distogliersi dal buon sentiero, e non bada, o finge di non aver badato alla spiegazione che di queste parole ho data nel passo sopra recato, cioè in ciò ch'è poema epico. Mi accusa innoltre il sig. ab. Lampillas, perchè io non ho dato luogo nella mia Storia ad alcuni dotti Spagnuoli che vissero lungamente in Roma a' tempi di Augusto, e nelle età susseguenti. E primieramente ei si duole ch'io non abbia nominato Cornelio Balbo (par. 2, p. 29); ed è vero ch'io non ho fatta menzione, come pure tanti altri anche Italiani ho passati sotto silenzio, perchè non ci è rimasta alcuna loro opera. Ma non così mi può egli rimproverare ch'io abbia dimenticato Igino. Al leggere ciò che ne dice il sig. ab. Lampillas, par ch'io non abbialo pur nominato. "Dovea certamente, dic'egli (par 2, p. 38), sperar tutt'altro un Bibliotecario d'Augusto, che vedersi dimenticato in una Storia de' Letterati di quel secolo.... Privollo però di questo onore il paese in cui nacque, come già aveva reso indegno il gran Cornelio Balbo.... il detto Autore crede non dover nemmeno far menzione d'Igino, perchè ei fu Spagnuolo...... come mai non crede, che sia a lui lecito il far menzione d'Igino?" E così segue ripetendo più volte stucchevolmente la stessa cosa. Ma non ne ho io forse parlato, e non in un solo, ma in due passi della mia Storia? Vidersi anche, così io dico parlando de' gramatici (t. 1, p. 340), "alcuni di essi sollevati a onorevoli impieghi, come Caio Giulio Igino e Caio Melisso, a' quali fu da Augusto data la cura delle sue biblioteche. Ove vuolsi di passaggio riflettere che le opere che abbiam sotto il nome d'Igino, gli son supposte, come comunemente si crede". E altrove parlando de' bibliotecarj d'Augusto (p. 362): "Il secondo è Caio Giulio Igino liberto d'Augusto, uomo nelle antichità versatissimo, di cui pur dice Svetonio che fu prefetto della palatina biblioteca". È vero che dopo le parole del primo tratto, poc'anzi recate, io soggiungo: "ancorchè fossero da lui scritte, e non è qui a farne menzione, poichè secondo alcuni ei fu spagnuolo, secondo altri alessandrino". Ma ciò è conforme al metodo da me prescrittomi; cioè di non ragionare se non di passaggio degli stranieri che vissero in Roma, trattine alcuni pochi de' quali è più chiara la fama. Perchè dunque menar tanto rumore, come se io per odio alla nazione spagnuola avessi taciuto il nome d'Igino? Piacevole poi l'accusa che mi dà il sig. ab. Lampillas (par. 2, p. 77, ec.), rimproverandomi ch'io non dico che fossero spagnuoli gl'imperatori Traiano, Adriano e Teodosio, e dissimulo con ciò la gloria che alla Spagna verrebbe dall'essere stata madre di così illustri Sovrani. Che dite, amico mio, di una tale fanciullaggine? che con altro nome non saprei io chiamarla. Io sto a vedere che gli abitanti dell'antica Pannonia si dorranno di me, perchè io non ho detto che delle lor contrade fosse natio l'imp. Valentino I, di cui pure ho parlato con lode. Il più leggiadro si è ch'ei passa poscia a difendere Adriano da alcune tacce ch'io gli ho date, e a mostrare che Teodosio fu più benemerito delle belle lettere, ch'io non ho detto. Ma almeno perchè non sapermi grado, se non volendo io lodar molto quegl'imperadori, ho dissimulato per gloria della nazione ch'essi fossero spagnuoli? Se però è ridicola l'accusa ch'egli mi dà di aver io dissimulata la patria di que' tre imperadori, almeno ella è vera. Ma ch'egli poscia soggiunga: L'istessa condotta si osserva dal detto Autore, dove parla del grande Alfonso Re di Napoli: come può egli scusarlo? Lo stesso nome di Alfonso d'Aragona, con cui io l'appello (t. 6, par. 1), non pruova abbastanza ch'egli era spagnuolo? E non l'ho io detto altrove (ivi) anche più chiaramente Alfonso re d'Aragona? E i grandi encomj che io ho fatti di quel illustre sovrano, non bastano essi a mostrare ch'io sono ben lungi da que' puerili pregiudizj che il sig. ab. Lampillas mi attribuisce? Quanto più si avanza nella sua opera il sig. ab. Lampillas, tanto più sembra che gli si annebbino gli occhi, per non vedere nella mia Storia ciò che pur vi si legge da chiunque sa leggere. Egli dopo aver confutate le pruove colle quali io ho procurato di dimostrare che Gherando filosofo del secolo XII fu italiano, e non già spagnuolo (nè è qui luogo di esaminare s'ei le confuti a ragione) arreca diversi tratti ne' quali io ragiono del sapere di esso, e quindi conchiude (par. 2, p. 165): "chi non crederà leggendo questi bei tratti della Storia Letteraria, che il gran Gherardo fosse un celebre Filosofo Italiano che arricchito in Italia con ogni genere di Filosofiche cognizioni, passò in Ispagna a far conoscere il suo valore, e che spargendo copiosi lumi di dottrina dissipò le tenebre, che per molti secoli aveano ingombrato quel Regno? Eppure bisogna sapere, che Gherardo nel caso, che sia stato Cremonese, fu un Italiano, che sul principio del secolo XII desideroso di coltivare gli studi Filosofici e vedendo che questi giacevano dimenticati in Italia per la mancanza de' libri degli antichi Filosofi, e sapendo, che fra gli Arabi di Spagna già da tre secoli fiorivano felicemente la Filosofia, la Matematica, la Medicina, che là trovavansi in gran copia i libri più pregevoli di queste scienze, recossi a Toledo, dove fatto discepolo de' maestri Spagnuoli, ed appresa la lingua Arabica che in que' tempi era la lingua Filosofica, recò in Latino molti libri degli Spagnuoli, ed altri de' Greci, che gli Spagnuoli recato aveano nella lor lingua. Tutto il valore di Gherardo si fè conoscere in queste traduzioni, senza che composta egli abbia opera alcuna appartenente a dette Scienze". Chi non crederà, dirò io pure, leggendo questo tratto del sig. ab. Lampillas, ch'io nulla abbia detto di tutto ciò ch'ei va qui raccontando in lode della sua Spagna? Eppure bisogna sapere ch'io l'ho scritto e stampato quasi colle stesse parole che qui egli usa. "I primi studj nondimeno, io dico (t. 3), furon da Gherardo fatti in Italia, come abbiamo udito affermarsi da Francesco Pipino; ma avendo egli osservato che assai rari erano in queste provincie i libri degli antichi filosofi e matematici, e sapendo che presso gli Arabi delle Spagne ve n'avea gran copia, recossi a Toledo e appresa la lingua arabica, si accinse al faticoso esercizio di recare da quella lingua nella latina, ec.". E poco prima io aveva affermato che Gherardo dovette verisimilmente in gran parte a Toledo i suoi studj e il suo sapere. Poteva io dire più chiaramente ciò ch'ei mi accusa di avere dissimulato? Nè solo egli non vede ciò che vede ognuno nella mia Storia, ma dimenticandosi di ciò che ha letto, dopo aver affermato ch'io dissimulo in essa qualche gloria degli Spagnuoli, reca egli stesso le mie parole con cui loro volentieri l'attribuisco. Udite di grazia: "Per quanto, ei dice (par. 2, p. 162), si mostri prevenuto contro la Spagnuola Letteratura il Sig. Abate Bettinelli, non perciò dissimula qualunque vantaggio recato dalla Spagna alla Letteratura Italiana, come fa il Sig. Abate Tiraboschi. In fatti dove si tratti degli studj di Filosofia, di Matematica, di Medicina dopo il mille, confessa l'Abate Bettinelli, doverli l'Italia agli Spagnuoli; non così l'Ab. Tiraboschi, anzi dispone in maniera la sua Storia, che comparisca l'Italia la ristoratrice di tali studj in Europa, ed anche illuminatrice della Spagna". Quindi passa a ragionar lungamente degli studj e delle Opere degli Arabi spagnuoli, per dimostrare quanto tutto il mondo debba a quella nazione. Ma il credereste voi mai? Per dimostrarlo, oltre i passi dell'ab. Bettinelli, ei reca ancora diversi passi di quell'ab. Tiraboschi che "dissimula qualunque vantaggio recato dalla Spagna alla Letteratura Italiana, e che dispone in maniera la sua Storia, che comparisca l'Italia illuminatrice della Spagna". E cita le parole (p. 169) nelle quali io confesso che a que' tempi era tra noi sconosciuta e dimenticata la filosofia, e ch'ella fioriva felicemente tra gli Arabi della Spagna. Se io affermo tai cose, come chiaramente le affermo per testimonianza del sig. abate Lampillas, come può egli accusarmi ch'io abbia in questo punto medesimo dissimulate le glorie letterarie de' suoi Arabi spagnuoli? Io lascio in disparte la ridicola accusa ch'egli mi dà (par. 2, p. 196) di non aver detto che s. Domenico fosse spagnuolo. Chi v'ha che nol sappia? Oltre di che io ho fatto un breve elogio, ma tale di cui spero ch'essi non sieno mal soddisfatti de' due Ordini de' Predicatori e de' Minori (t. 4), e l'elogio degli Ordini ridonda in lode de' lor fondatori. Io non dico che s. Domenico fosse spagnuolo; ma dico forse s. Francesco fosse italiano? Anzi ivi io non nomino pure que' due santi, perchè parlo di cosa nota perfino alla più ignobile plebe. Chi mai avrebbe creduto che dovesse trovarsi un ab. Lampillas che di ciò mi facesse un reato? Ma questa non è finalmente che una puerilità in cui mi vergogno di trattenermi. Non così un'altra accusa ch'egli mi dà, di non aver fatta menzione nella mia Storia del celebre card. Albornoz spagnuolo, e del molto che a lui dee l'Italia; perciocchè qui di nuovo io debbo lamentarmi della mala fede del sig. ab. Lampillas, e farne solenne doglianza in faccia a tutto il mondo: "In questo luogo, dice (par. 2, p. 202), non posso non fare un amorevol lamento con l'Ab. Tiraboschi, e molto più coll'Ab. Bettinelli; imperciocchè dove ci dipingono lo stato dell'Italia nel secolo 14, oppresso e tiranneggiato da tanti prepotenti, non si degnano nemmeno di nominare il gran Cardinale Egidio d'Albornoz, che a costo d'immense fatiche liberò gran parte d'essa dall'oppressione di quei Tiranni, ed assicurò alla Romana Chiesa l'antico Patrimonio". Quindi dopo avere rammentate le grandi imprese di quel celebre cardinale, e ripetuto più volte ch'io dovea pure farne menzione, e dopo aver detto che da me è stata "dimenticata la memoria del celebre Albornoz, conchiude (p. 206): Questa disgrazia però è comune al nostro Cardinale con tant'altri celebri Spagnuoli benemeriti dell'italiana Letteratura, i quali come abbiam visto vengono dimenticati dall'Autore della Storia Letteraria, mentre aveano tutto il diritto alla più onorevol memoria". S'io qui levassi alto la voce, e chiedessi soddisfazione contro la calunnia che mi si appone, non ne avrei io tutto il diritto? Come? Io non mi son degnato di nominare il card. Albornoz? Io ne ho dimenticata la memoria? Ma non ho io impiegata quasi una pagina (t. 5) in ragionarne? Non ho io detto che "ad accrescer la fama dell'università di Bologna dovette giovar non poco la fondazione del collegio degli Spagnuoli, che in quella città tuttavia sussiste, ordinata nel suo testamento dal card. Egidio Albornoz"? Non ho io poi narrata più a lungo la fondazione di quel collegio, e la magnificenza con cui essa fu fatta? Non ho io recitato il bellissimo elogio che di quel gran cardinale ci ha lasciato l'antica Cronaca di Bologna col dire: "Fece comunemente ad ogni uomo di Bologna gran male della sua morte, imperciocchè esso era stato un grande e prudente uomo, savio e grande amico degli uomini di Bologna, e fu quegli, che ci cavò dalle mani di quello di Milano con gran sudore e fatica. E per certo non si potrebbe scrivere a pieno quello che meriterebbe l'onor suo"? Non ho io concluso il passo, in cui ragiono del collegio da lui fondato con questo elogio della nazione spagnuola: "Così alla nazione spagnuola, che fin dal secolo precedente avea a questa università inviati alunni e professori di non ordinaria fama, si agevolò sempre meglio la via per frequentare queste celebri scuole"? E dopo ciò, poteva io aspettarmi di vedermi citato in giudizio per avere dimenticato il card. Albornoz? Dico in un terzo luogo, che il sig. ab. Lampillas dissimula più cose che fanno in mio favore, e distruggon l'accusa che ei mi ha intentata, sì perchè egli tutto intento a raccogliere ciò ch'io ho scritto contro alcuni autori spagnuoli, non riflette che colla medesima libertà io ho scritto contro alcuni autori italiani, sì perchè ei non si compiace di rilevare non pochi tratti della mia Storia, che alla Spagna e agli scrittori spagnuoli sono assai onorevoli. Ho biasimato lo stil di Lucano, e ciò, secondo l'ab. Lampillas, perchè Lucano fu spagnuolo, e per lo stesso fine io ho parlato mal di Marziale. Ma son essi forse i soli poeti de' quali io abbia ripreso lo stile? Io ho pur detto, parlando di Valerio Flacco italiano (t. 2), "che a chiunque dalla lettura di Virgilio passa a quella di Valerio Flacco, sembra di passare da un colto e ameno giardino a uno sterile e arenoso deserto"; anzi io ho antiposto Lucano allo stesso Valerio Flacco, soggiungendo: "Nè io penso che questo poeta debba aver luogo tra quelli che per volersi spinger troppo oltre, abusarno del loro disegno, come Lucano, ma sì tra quelli che a dispetto della natura vollero esser poeti". Io ho pur detto di Stazio, che (ivi) "giganteggia egli pure, e di ogni picciola arena forma, per così dire, un altissimo monte. Affetto, soavità dolcezza son pregi a lui ignoti; tutto è sovragrande presso di lui e mostruoso, oltre il difetto di aver seguito il metodo di narratore anzichè di poeta". Io ho pur detto (ivi) che in Silio (il quale dal sig. ab. Lampillas si dice francamente spagnuolo (par. 1, p. 245), senza ch'ei neppure si degni di accennar le contrarie ragioni per le quali l'ho creduto italiano) vedesi una languidezza spossata, e un continuo, ma impotente sforzo a levarsi in alto. Io ho pur detto (ivi) che Persio è viziosamente oscuro. Perchè dunque accusarmi di avere per forza di pregiudizj ripreso lo stile di Lucano e di Marziale, perchè furono spagnuoli, mentre colla medesima libertà ho biasimato lo stile di quegli Italiani che mi son sembrati degni di biasimo? Non ho parlato nella mia Storia di alcuni scrittori spagnuoli che vissero per alcun tempo in Italia. Ma ho anche lasciato di parlare per la stessa ragione di molti francesi e di altre nazioni. Ho procurato di dimostrare che alcuni scrittori, i quali dagli Spagnuoli sono annoverati tra' loro furon veramente italiani. Io non voglio ora rientrare in disputa, nè esaminare se le mie ragioni sien più forti delle contrarie che adduce il sig. ab. Lampillas. Ma perchè mi accusa egli di aver fatto quasi per odio contro la Spagna? S'ei dicesse ch'io mostro in ciò troppo parzial per l'Italia, direbbe cosa di cui io non potrei offendermi ragionevolmente. Ma con qual fondamento mi accusa egli di avversione al nome spagnuolo? Non son io venuto a contesa cogli scrittori francesi, e singolarmente co' dotti Maurini, e coll'ab. Longchamps, assai più spesso che cogli spagnuoli, per rivendicare all'Italia molti uomini dotti ch'essi cercato aveano di rapirle? Non ho io mostrato che Plozio Gallo (t. 1, pref.), Cornelio Gallo, Giulio Montano e Senzio Angurino, Germanico, Frontone Cornelio, Giulio Tiziano, il retore Palladio e più altri sono stati senza buona ragione annoverati da' Francesi tra' loro scrittori? Perchè adunque attribuirmi uno sfavorevole pregiudizio a riguardo degli Spagnuoli, ove tutta la condotta e la serie della mia Storia chiaramente dimostra ch'io non ho altro fine che di sostenere la gloria del nome italiano contro coloro, chiunque e di qualunque nazione essi siano, che se ne mostrano invidiosi, o nimici? Ma che dirò io del dissimulare che fa il sig. Lampillas le molte cose ch'io ho scritte in lode di alcuni autori spagnuoli? Io son certo che un saggio ed imparzial giudice si stupirà come abbia egli potuto accusarmi qual dichiarato nimico della letteraria gloria della sua nazione. Io ho ripreso lo stil di Seneca, io l'ho annoverato tra' più dannosi corrompitori dell'eloquenza, io l'ho anche descritto come un ipocrita e un impostore. Ma non ho io ancor detto che "qualunque fosse (t. 2) l'animo e il costume di Seneca, egli è certo che le Opere morali che di lui abbiamo, son piene di savissimi ed utilissimi ammaestramenti, e tali in gran parte, che anche a cristiano scrittore non mal converrebbono"? E non ho io fatto un magnifico elogio del molto saper di Seneca nelle quistioni di fisica? Permettetemi ch'io vi rechi qui questo passo, perchè veggiate quanto io mi sia steso nelle lodi questo filosofo: "Nè la morale soltanto", così io dico poco dopo le citate parole, "ma la fisica ancora dee molto a Seneca. In molte occasioni veggiamo ch'egli col penetrante ingegno, di cui fu certamente dotato, e col lungo studio era giunto a vedere, direi quasi, da lungi quelle verità medesime che i moderni filosofi hanno poscia più chiaramente scoperte, e confermate colle sperienze. Così egli ragiona della gravità dell'aria, e della forza, che noi or diciamo elastica, con cui essa or si addensa, ed or si dirada: "Ex his gravitatem æris fieri... habet ergo aliquam vim talem aer, et ideo modo spissat se, modo expandit et purgat, alias contrahit, alias diducit, ac differt." Così parimente egli recò la cagion vera de' tremuoti, cioè i fuochi sotterranei che accendonsi, e facendo forza a dilatarsi, se trovan contrasto urtano impetuosamente e scuotono ogni cosa. Così ancora egli spiega per qual maniera l'acqua del mare insinuandosi per occulte vie sotterra si purga e si raddolcisce, e forma i fonti ed i fiumi. Così molte altre quistioni di fisica e di astronomia si veggon da Seneca, se non rischiarate, adombrate almeno per tal maniera, che si conosce ch'egli fin d'allora in più cose o conobbe, o fu poco lungi dal conoscer il vero. Ma bello è singolarmente l'udir Seneca, ove ragiona delle comete, e stabilisce chiaramente ch'esse hanno un certo e determinato corso, e che a tempi fissi si fanno vedere in cielo e svaniscono, e ritornan poscia con infallibili leggi; e predire insieme che verrà un tempo, in cui queste cose medesime ch'egli non può che oscuramente accennare, si porranno in più chiara luce; e che i posteri si stupiranno che i lor maggiori non abbian conosciute cose tanto evidenti. Sulle quali fisiche cognizioni di Seneca veggasi singolarmente l'opera da noi altre volte lodata di m. Dutens". Or ditemi per vostra fede, anzi mi dica lo stesso abate Lampillas, se vi è scrittore spagnuolo che tanto abbia esaltato l'erudizione di Seneca in questa materia, quanto ho fatto io, nimico, secondo lui, delle glorie letterarie di quella nazione. s'io fossi quel malizioso oscuratore della letteratura spagnuola, qual mi finge il sig. ab. Lampillas, mi sarei io steso tanto in queste lodi di Seneca? E non è ella questa una pruova evidente ch'io sono scrittor sincero; che lodo e biasimo in chiunque ciò che mi par degno d'essere lodato e biasimato; e che forse in tali giudizj caderò in errore per mancanza di buon gusto e di fino discernimento, ma non certo per alcuna rea premeditata intenzione? Scorrete, di grazia, i tomi della mia Storia, e vedete con quanta lode io parli di altri Spagnuoli, de' quali ho creduto che dovessi fare in essa menzione. Vedrete che parlando di Pomponio Mela (t. 2), dico che lo stile di esso è terso ed elegante forse sopra tutti gli altri scrittori di questo secolo. Vedrete ch'io parlo assai lungamente e con molta lode di Antonio Giuliano retore spagnuolo famoso in Roma (ivi). Vedrete che di Claudio vescovo di Torino, e spagnuolo di nascita, ho parlato non brevemente (t. 3), e se ne ho biasimati, com'era dovere, gli errori, ne ho lodata l'erudizione. Vedrete ch'io ho attribuito agli Arabi lo scoprimento della proprietà dell'ago calamitato di volgersi al polo (t. 4); e che a quell'occasione ho altamente lodati gli studj de' filosofi arabo-ispani. Vedrete che ho mentovata (ivi) la raccolta de' Canoni fatta da Bernardo di Compostella. Vedrete ch'io fo grandi elogi del sapere e degli studj di s. Raimondo da Pennafort (ivi); e piacciavi qui di riflettere all'ingegnosa censura che fa l'ab. Lampillas di questo passo. Io dico che tra noi, cioè nell'università di Bologna, ei si fornì di quel sapere, ec. Or che risponde il nostro censore? Sebben sia certo (par. 2, p. 197) che il nostro Raimondo fece i suoi studi del Diritto in Bologna, non è però certo, che agli Italiani debba il suo sapere, giacchè, come dice il Sarti, non sappiamo, chi fosse il suo maestro. E chi ha detto ch'egli il debba agl'Italiani? Io ho detto ch'egli tra noi, cioè nell'università di Bologna, si fornì del sapere; non ho mai detto ch'ei fosse scolaro di alcun Italiano. Ma torniamo al nostro argomento. Vedrete che tra' professori della detta università di Bologna io ho nominati Lorenzo (t. 4), Vincenzo, Giovanni di Dio, Garzia e Martino, tutti spagnuoli, com'io medesimo ivi affermo. Vedrete che al re Alfonso X ho dato il nome di splendido protettore de' dotti (ivi). Aggiugnete a tutto ciò le cose poc'anzi accennate, cioè l'onorevol menzione ch'io ho fatto d'Igino, le lodi da me date agli studj degli Arabi, l'elogio ch'io ho formato del card. Seneca e di Alfonso d'Aragona re di Napoli, e quello ancora che l'ab. Lampillas non ha potuto vedere prima di stampare il suo libro, ch'io ho fatto del marchese del Vasto (t. 7, par. 1), la cui famiglia ho espressamente notato ch'era orionda dalla Spagna; e poi ditemi se questi sieno indicj di animo per prevenzione avverso al nome spagnuolo. Io credo anzi di certo che chiunque leggerà attentamente la mia Storia della Letteratura Italiana, dovrà confessare che tra le nazioni straniere all'Italia non ve n'ha alcuna a cui lode tante cose io abbia in essa inserite, quante alla spagnuola; e che se la mia storia desse ragionevol motivo a qualche doglianza, il che per altro io mi lusingo che non sia, assai maggior diritto a farla avrebbono i Francesi, che gli Spagnuoli; perciocchè la rivalità ch'è sempre stata tra la nostra e la lor nazione, e il disprezzo con cui alcuni Francesi parlano degl'Italiani, mi ha talvolta animato a prendere con qualche calore le nostre difese. Ma non avrei mai creduto che potessi esser preso di mira come nimico del nome e della gloria spagnuola. Meglio dunque avrebbe fatto il sig. ab. Lampillas, se avesse seguito l'esempio di un altro valoroso Spagnuolo, cioè del sig. ab. D. Giovanni Andres. Spiacque a lui pure ciò ch'io avea scritto intorno alla parte che gli Spagnuoli aveano avuta nel corrompimento del gusto in Italia, e ciò che prima di me avea scritto sullo stesso argomento il celebre sig. ab. Bettinelli. Prese egli dunque la penna in difesa della sua nazione, e fin dal 1776 pubblicò su ciò in Cremona una sua lettera al sig. commendatore Valente. Voi certo l'avrete letta; e avrete veduto con qual forza insieme e con quale modestia ribatte l'accusa data ai letterati spagnuoli, con qual rispetto parla de' suoi avversarj, con qual sobria erudizione va rammentando le glorie della letteratura spagnuola. Egli non ha mai sognato ch'io potessi avere nella mia Storia quelle ree e basse intenzioni di cui mi ha creduto capace l'ab. Lampillas. Egli ha mostrato il buon gusto, di cui è fornito, col non accingersi a fare ridicole apologie di certi antichi scrittori spagnuoli che non si posson difendere, se non da chi è lor somigliante; egli non ha già avanzate quelle gigantesche proposizioni dell'ab. Lampillas. A nessuna delle straniere nazioni (toltane la Greca) debbe tanto l'antica Letteratura Romana, quanto alla Nazione Spagnuola (par. 2, p. 3); in Ispagna furono coltivate le arti e le Scienze prima che in Italia (ivi p. 5). In nessun tempo potè Roma chiamar barbara la Spagna; potè bensì questa per molti secoli chiamar barbara Roma (ivi p. 12). La lingua Latina debbe agli Spagnuoli l'essersi conservata men rozza nel secolo dopo Augusto (ivi p. 47). L'ab. Andres era troppo saggio e prudente, per lasciarsi trasportare a tai paradossi. Ei difende la sua nazione con armi molto migliori; e ne è pruova la stessa modestia con cui egli scrive, che suol esser tanto maggiore nelle letterarie contese, quanto più dotto è il combattente. Io non vo' dire con ciò che l'ab. Andres mi abbia convinto; dico che la causa degli Spagnuoli non potea difendersi meglio di quel ch'egli ha fatto, e che Si Pergama dextra Defendi possent.... hac defensa fuissent. Dico che vale assai più la lettera dell'ab. Andres, che tutti i due tomi dell'ab. Lampillas. Dico che s'io allora avessi avuto agio a rispondere, l'avrei fatto volentieri, perchè non vi è cosa che più giovi a rischiarare le scienze e le lettere, quanto una onesta e amichevol contesa con un dotto e ragionevole avversario. Ma io avea allor risoluto di non distogliermi in alcun modo dalla continuazion della mia Storia, e a questo mio proponimento io debbo il piacere che or provo, di vedermene ormai giunto al fine. Se il sig. ab. Lampillas avesse tenuto lo stesso metodo, io farei volentieri applauso al suo talento e al suo amor per la patria. E forse, or che la mia Storia comincia ad accordarmi qualche riposo, impiegherei di buon animo alcuni giorni in rispondergli. Ma come posso io risolvermi ad entrare in battaglia con uno scrittore che legge nella mia Storia cio ch'io non ho mai scritto; che non vi trova ciò che pure da ognuno che abbia occhi in fronte, vi si può trovare e leggere facilmente; che mi attribuisce intenzioni e fini ch'io non ho avuti giammai; che si mostra in somma prevenuto per tal maniera, che non è sperabile che possa mai esser convinto? Per altra parte il saggio ch'io vi ho dato finora della buona fede con cui egli procede meco in questa sua opera, vi può mostrare abbastanza di qual peso e di qual valore essa sia. Chiunque ha tra le mani una buona causa, non ha bisogno di alterare, di troncare, di travolgere, di dissimulare le parole e i sentimenti del suo avversario, come io ho dimostrato che ha fatto il sig. ab. Lampillas. Chi usa di tali artificj, dà a veder con ciò solo che gli mancan buone ragioni a difendersi. Ma è tempo ch'io ponga fine a questa mia lunga lettera, e cessi ormai d'annoiarvi. A voi che conoscete la mia indole naturalmente pacifica, parrà forse che io v'abbia scritto con calore e con forza maggior dell'usata. Nè io il nego; anzi vi prego a volermene per questa volta accordare il perdono. Già vel dissi, e il ripeto: se il sig. ab. Lampillas mi avesse additati i miei errori, io gliene saprei grado. Ma al vedere ingiustamente attaccato il mio buon nome, e al vedermi prestate intenzioni e fini ad uomo onesto mal convenienti, i quali io so di non avere avuti giammai, non ho saputo contenermi entro gli usati confini, e spero che voi mi perdonerete questo innocente sfogo, o anzi questa giusta e ragionevol difesa del mio onore. Continuate ad amarmi, ec. Modena, 23 luglio 1778. P.S. Io non credo che il sig. ab. Lampillas farà alcuna risposta a questa mia lettera, e che può egli rispondere? Io cito le sue precise parole senza punto alterarle, come egli ha alterate le mie. Alle sue parole io oppongo le mie totalmente diverse da ciò ch'egli afferma. L'unica risposta ch'egli può fare, si è il confessare che il soverchio amor della patria lo ha acciecato, e che gli ha fatto leggere nella mia Storia, ciò che niun altro vi ha letto, e non gli ha permesso di leggervi ciò che gli altri tutti vi leggono. Che se nondimeno a forza di cavillazioni e di stiracchiature ei si sforzasse di farmi qualche risposta, o colle solite arti ei facesse inserire in qualche prezzolato foglio periodico riflessioni e critiche su questa mia lettera, io vi prevengo che non aspettiate da me alcuna replica. Io mi appello al giudizio imparziale de' dotti e de' saggi. Se essi mi condannano, io cedo e mi do vinto. Se essi mi son favorevoli, io mi rido di qualunque risposta mi venga fatta. RISPOSTA DEL SIG. ABATE D. SAVERIO LAMPILLAS ALLE ACCUSE COMPILATE DAL SIG. AB. GIROLAMO TIRABOSCHI Nella sua Lettera al Sig. Abate N. N. intorno al Saggio Storico-Apologetico della Letteratura Spagnuola, con alcune brevi annotazioni. Appena pubblicato il mio Saggio Apologetico intorno alla Letteratura di Spagna, mi trovai amichevolmente minacciato in una gentilissima lettera, che mi sarebbe risposto con una forza, che io non aspettava. A dir il vero non credei, che potesse giammai avverarsi questo vaticinio, giacchè per quanto grand'ella si fosse la forza, con cui mi venisse risposto, non sarebb'ella certamente superiore a quella, ch'io m'aspettava dal singolar valore dei miei Avversarj. Bisogna però confessare che chi mi scrisse così, la indovinò da Profeta; imperciocchè una forza tutta ingiusti lamenti, declamazioni ed ingiurie, una forza che si perde dietro a tutt'altro, che allo scioglimento delle proposte obbiezioni, non era certamente da aspettarsi dal Sig. abate Tiraboschi degnissimo Bibliotecario del Serenissimo Duca di Modena. Aspettava io bensì, e meco aspettava impaziente il Pubblico, una non men erudita che efficace risposta, in cui con sodi argomenti e scelta erudizione venissero valorosamente ribattute le ragioni, con cui io pretesi convincere di falsità le pregiudicate opinioni del detto Sig. Ab. contro la letteratura Spagnuola. Questa forza però invano si cerca nella sua lettera ultimamente pubblicata in Modena. La controversia letteraria proposta da me nel Saggio Apologetico vedesi in essa lettera ridotta ad un litigio personale, in cui pretende difendersi il sig. ab. col ricolmarmi di strane accuse, le quali, eziandio se vere fossero, non sarebbero atte a giustificarlo: quanto meno lo saranno essendo false del tutto? Lascio da parte le ingiuriose, dispregianti ed insultanti maniere 75 con cui vengo onorato dal Sig. Abate, le quali quanto più son sicuro di non essermi meritato, tanto più saranno riguardate dal pubblico come un effetto della bontà e della gentilezza di lui singolare. Non aspetti però, che da me resa gli venga la pariglia. Siamo noi Spagnuoli, direi quasi per effetto di clima, scarsi assai di siffatti complimenti, de' quali per quanto scrive il Sig. Ab. (tom. 1, Pref p. XXVI) gl'Italiani sono forse non ingiustamente ripresi di esserne troppo liberali co' suoi avversarj. Io stimerei di mancar ai più sacri doveri della giustizia e della gratitudine, se mi sottoscrivessi ad una opinione cotanto ingiuriosa alla nazione Italiana, la quale ho sempre provata verso di me piena d'urbanità e cortesia, e in particolar maniera dopo che per mia sorte soggiorno in Genova. Io dunque nel mio Saggio Apologetico non ebbi altra mira, che il vendicare i diritti, che ha la Spagna di essere annoverata fra le nazioni più benemerite della 75 La mia lettera e l'opera del sig. ab. Lampillas son nelle mani di tutti. Si esaminino, e si decida chi sia stato più moderato. Letteratura, e difendere i nostri Scrittori dalle ingiuste accuse con cui viene offuscato non poco il loro merito. Pretesi altresì, che i due moderni Scrittori Italiani avessero co' loro scritti violati questi diritti della nostra nazione, e oscurata la gloria de' nostri Autori. Questa condotta di tali Scrittori l'ho chiamata sempre pregiudizi, preoccupazioni, pregiudicate opinioni, osservando in tutta la mia Opera la conveniente urbanità, e riguardo dovuto al loro carattere. Mi era questo tanto a cuore, che per assicurarmene prima di pubblicarlo mostrai il mio Saggio a parecchie persone dotte e prudenti, tra le quali ve n'erano anzichè no delle parziali al Sig. Ab. Tiraboschi, e tutte unitamente rilevarono nel mio Saggio questa dote di moderazione e di urbanità. Conforme al giudizio di dette persone è stato il sentimento di moltissimi altri dotti e ragguardevoli soggetti sì Spagnuoli, come Italiani, i quali nelle loro graziosissime lettere di congratulazione della mia Opera, senza eccettuarne pur uno, determinatamente, e con magnifiche espressioni la mia Apologia di moderata e modesta hanno lodata 76, lode, che certamente non gli avrebbero mai data, se trovata l'avessero (quale veramente vuol farsi comparire in detta lettera) un indegno libello infamatorio. Non si è conformato col giudizio di tanti savi e prudenti uomini quello del Sig. Ab. Tiraboschi; anzi credendola un ingiurioso e 76 Se il sig. ab. Lampillas desidera di vedere molte altre lettere che servano di supplemento a quelle ch'egli ha ricevute, posso agevolmente compiacerlo. calunnioso scritto contro del suo buon nome e riputazione, ha intrapreso a difendersi con una lettera sì poco propria di quel grand'uomo ch'egli è, che io la considero scagliata piuttosto da qualche anticipata opinione 77 che da un attento intelletto meditata. A quattro capi di accusa contro di me si riduce la lettera. Nel I. mi accusa di avergli attribuito ree intenzioni, ch'egli giammai non ha avute; nel II. che io gli fo dir cose, ch'egli non ha dette; nel III. che io l'accuso di aver dissimulate cose, ch'egli non ha in alcun modo dissimulate; nel IV. che io dissimulo più cose, che fanno in di lui favore, e che distruggon le accuse, ch'io gli ho intentate. E che può rispondere il Sig. Ab. Lampillas? Egli risponde, che tutte quattro queste dette accuse sono falsissime, e che ciò spera provarlo con sì sode ragioni, che se l'istesso Sig. Ab. Tiraboschi si degnerà considerarle con animo sgombro di qualsivoglia preoccupazione, e con tranquillo cuore, si persuade, che il suo amore per la verità gliele farà confessar per tali. Aggiunge ancora di più l'Ab. Lampillas, che dissiperà queste accuse in maniera, che dalle sue pruove resti il Sig. Ab. Tiraboschi convinto di aver esso nella sua lettera: I. fatto dire all'Ab. Lampillas più cose, ch'egli non ha dette; II. accusatolo di aver dissimulate cose, ch'egli non ha dissimulate; III. di aver dissimulate più cose che fanno in di lui favore, e che distruggon le accuse ch'ei gli ha intentate. 77 Si vorrebbe sapere cosa sia una lettera scagliata da anticipata opinione. La causa si tratta innanzi il Tribunale de' Saggi e dei Dotti, dove non può aver luogo nè parzialità nè subornamento. La difesa si presenta non in qualche foglio prezzolato, ma in uno scritto autenticato col proprio nome. La sentenza, che da Tribunale cotanto rispettabile venga fulminata, protesto, che dal canto mio sarà riguardata, come senza appellazione, nè stancherò la sofferenza de' giusti ed imparziali giudici con nuovi ricorsi. PRIMA ACCUSA. L'Ab. Lampillas attribuisce all'Ab. Tiraboschi ree intenzioni, ch'egli giammai non ha avute. In primo luogo mi accusa d'avergli falsamente attribuite ree intenzioni, rappresentandolo come "un dichiarato nemico della Letteratura Spagnuola, ch'altro non cerca che di screditarla, che raccoglie tutto ciò, che possa render ridicoli gli Autori Spagnuoli, che dissimula tutto ciò, che torna in lor gloria, che pare in somma ch'abbia preso a scrivere la Storia della Letteratura Italiana solo per biasimar la Spagnuola" (lett. p. 4, 5), aggiungendo poi per ben tre pagine tutto quanto ho io detto in manifestazione di queste pretese ree intenzioni. E questo è a parer suo un intaccare il suo buon nome, e vulnerar la sua riputazione; in maniera che non possa egli a meno di non perder la pace, e si veda costretto ad interrompere i gravi suoi studj cotanto utili al pubblico per iscrivere una sanguinosa lettera; e tralasciando per un poco lo Storico farla da Declamatore. Convien però dire, che tutto il male sia, o per averlo scritto io, o per averlo scritto in Italiano. Due anni prima della pubblicazione del mio Saggio Apologetico fu già dal Sig. Ab. Serrano scoperta questa condotta del Tiraboschi. "Jam (scrive il Serrano p. 28) ubi Cla. Historicus (Tiraboschi) hoc Hispaniae omni aevo litterarii gustus corruptricis quasi sistema animo informasset, et illud Historiae suae praemittere decrevisset; necesse ei erat, ut omnia, quae in hac parte scriberet, sistemati suo conformaret; cum autem essent ben multa quae, salva historiae veritate, in hujusmodi sistema non convenirent, arte erat opus, ut ea ipsa, vel invita et reluctantia, et obtorto, ut dicunt, collo in illud traherentur". Spiega poi il Serrano quest'arte adoprata dal Tirab. con espressioni niente più dolci di quelle che nel mio Saggio tanto hanno commosso il dotto Sig. Ab. Questo stesso gli avea già rinfacciato il Serrano nella p. 21, dove manifesta la poco giusta maniera usata dal dotto Storico nel parlare che fa degli Autori Spagnuoli col fine di non oscurare la gloria degl'Italiani. "Hinc (scrive il Serrano) quam mirus est in illorum (degli Spagnuoli) vitiis detegendis, et exagerandis, in virtutibus minuendis, et extenuandis ut ego saepe dicere soleam, qui Hispanorum vitia velit addiscere, Cl. Tiraboschi Historiam legat, qui vero eorumdem virtutes nosse desideret, alibi eas quaerat". E perchè mai dunque a vista di queste accuse non ha stimato necessario il Sig. Ab. Tirab. il pubblicar egli una vigorosa difesa per salvare la sua riputazione e buon nome? Credette forse, che abbisognasse volgarizzare gli scritti latini, perchè fossero letti nel tribunale degli uomini dotti, o che a quei saggi giudici dovessero far maggior impressione le mie ridicole Apologie, che le elegantissime lettere del Serrano 78? Chi legge nella lettera del Sig. Ab. Tirab. la presente accusa contro di me, resterà senz'altro persuaso, che opposta affatto sia la condotta da lui tenuta nella sua Storia Letteraria. Ma legga, e giudichi. Parla nel tom. III del Ch. Uezio, e dice di questo eruditissimo Scrittore, che si è lasciato ciecamente condurre o dalla brama di esaltare la gloria della sua nazione, o da una troppo sfavorevole prevenzione contro l'Italia. Dimando io adesso al Sig. Ab. Tirab. il lasciarsi un Autore ciecamente condurre da una prevenzione ingiusta, o da una brama immoderata, è forse argomento di qualche rea intenzione e di mal nata passione, o può tuttociò aver la sorgente in qualche innocente pregiudizio? Se al primo s'attiene, dunque non è men lamenato il Ch. Uezio dal Sig. Ab. Tirab. nella sua Storia di quello ch'egli pretende esserlo stato da me nel mio Saggio. In me è un irremissibile delitto: sarà nel Sig. Ab. un tratto innocente? Se già non gode lo Storico della Italiana Letteratura qualche particolar privilegio di trattar a sua fantasia gli Autori, o che Monsig. D'Auranges abbia 78 Al sig. ab. Serrano avean già altri risposto, e mi avean con ciò risparmiato l'incomodo di confutarne le opinioni. minor diritto alla sua riputazione e buon nome. Che se poi tutta quella troppo sfavorevole prevenzione, tutta quella eccessiva brama, tutta quella cieca condotta niente intaccano le intenzioni, come può egli mai accusarmi d'averlo ingiuriato attribuendoli ree intenzioni, quando io non altro pretesi dire, se non che (e così lo scrissi tom. 1, p. 17) si lasciò ciecamente condurre o dalla brama di esaltare la sua nazione, o da una troppo sfavorevole prevenzione contro la Spagna 79. Più forti ancora sono le espressioni con cui parla l'Abate Tiraboschi contro il Sig. de S. Marc. Scrive egli parlando di questo Autore, "che è un uomo che ha talvolta abusato del suo ingegno per oscurare la fama de' più celebri personaggi con gettar dubbi, o risvegliar sospetti, ch'altro fondamento non hanno (mi si permetta di dirlo) che un animo mal prevenuto e troppo facile a credere il male ove avrebbe piacer di trovarlo (tom. 3)". Se a questo passo il Sig. di S. Marc alzasse la voce contro l'Ab. Tiraboschi, e con tuono patetico gli dicesse: "È ella un Dio, che vede l'interno de' cuori? O è ella un Profeta che dal cielo è scorto a conoscere le cose più occulte? Io nego solennemente di aver avuto un sì basso motivo nello scrivere, qual è l'oscurar la fama de' più celebri personaggi. Io nego solennemente, che abbia piacere di trovare il male dove mi credo non senza fondamento di trovarlo; prova evidente ne sia il dire che 79 Ognun vede quanto sia stringente questo e il seguente confronto della maniera da me tenuta con monsig. Huet, e con m. di S. Marc, e di quella che meco ha usata l'ab. Lampillas. fo parlando della morte di Amalasunta: che mi fa pena una cotal nuvola sulla vita di Cassiodoro. O ella dunque, Sig. Abate Tiraboschi, provi, ch'io ho avuta siffatta intenzione, e che ho provato un sì reo piacere; o io ho diritto di esigere soddisfazione del torto che mi vien fatto". Se così parlasse il Sig. di S. Marc, cosa mai risponderebbe l'Abate Tiraboschi? Ben vede egli, su quanto più giusto motivo sieno fondati questi lamenti, che non quelli, che egli fa contro di me. Ma valga il vero; nè il Sig. Abate Tiraboschi può giustamente dirsi reo di aver intaccata la riputazione, e buon nome dell'illustrissimo Uezio, o del Sig. di S. Marc, nè io di aver pregiudicata quella del detto Sig. Abate, poichè non v'è chi non sappia, che cosa significhino somiglianti espressioni negli Scrittori, e di esse pieni sono i libri, massimamente apologetici. Apransi, e troveansi anche nei più moderati espressioni molto più forti che non sono le mie. Il Ch. March. Orsi ha creduto fosse mancare all'onestà ed urbanità del commendevole suo carattere mettendo in bocca di Gelaste (Dial. 6, n. 1.) che la parzialità verso la propria Nazione spinge (Rapin) a cercar di deprimere con suo gran piacere gli Autori italiani? E poi in bocca di Filalete: questa sua prevenzione, siasi solamente in favor de' suoi nazionali, o siasi estesa a pregiudizio degli stranieri Autori, è stata cagione unicamente, che quel, per altro sapiente, critico non si è più che tanto appagato del Tasso. Bastava l'esempio di tanti Autori, e dell'istesso Ab. Tirab. a dimostrar l'insussistenza di questa accusa. Ma vi è ancora qualche cosa di più a mia giustificazione; e tale, che al considerarla, non posso non istupirmi, che il sig. Ab. Tiraboschi abbia avuto il coraggio d'intentarmi questa accusa. Se quest'onesto Scrittore, in vece di empir la sua lettera con ingiusti lamenti contro di me, quasi ch'io con detestabile infedeltà dissimulate avessi più cose, che fanno in di lui favore, non avesse egli stessa dissimulate tant'altre, che distruggon quest'accusa, ch'ei mi ha intentata, vedrebbe forse più a coperto la sua riputazione ed onore di quello che possa lusingarsi di aver conseguito colla pretesa difesa. Io nella mia opera mi sono dimostrato sommamente premuroso di salvar la retta intenzione di lui in tutto ciò ch'egli contro la letteratura Spagnuola scrive nella sua Storia e sin dal bel principio io stesso ho preventivamente addotti argomenti in suo favore tant'opportuni ed efficaci che, quando questi non bastino a riparare il suo buon nome, non potrà egli certamente colla sua lettera ripararlo. Già nella stessa prefazione del primo tomo (p. 5) 80 80 Quanto bene il sig. ab. Lampillas abbia salvata la mia buona intenzione, e come abbia semplicemente attribuita la mia maniera di scrivere a opinione pregiudicata, si può conoscere rileggendo espressioni da esso usate, e da me esposte al principio della mia lettera. Il dire che mi premeva di trovare alcuno della famiglia de' Seneca tra i Corruttori dell'Eloquenza; che parlandosi de' difetti de' scrittori Spagnuoli, io nulla perdono, nulla scuso, nulla dissimulo, anzi all'opposto mi prevalgo de' più neri colori per formar più orrido quel ritratto, che ho nelle mani; che mi premeva troppo che non comparisse in Roma nel secol d'oro uno Spagnuolo, il parlando de' Sigg. Tirab. e Bettinelli scrivo: "per fare giustizia all'onestissima lor indole posso ben dire, che sono questi Scrittori lontani assai da ogni avversione alla nazione Spaguola, nè vorranno mai contrastarle quella gloria, che troveranno appoggiata a sodi argomenti e ragioni; quindi mi figuro di essi, che siano per dire con Tullio: tantum abest, ut scribi contra nos nolimus, ut id etiam maxime optemus. In altro luogo poi (pag. 16): non è dunque da maravigliarsi, se tanti letterati Spagnuoli, come oggidì sono in Italia, e non hanno avuto il vantaggio ch'ebb'io di conoscere dappresso la nobile indole onesta di codesti Autori, non possono senza stomacarsi leggere somiglianti opere, e credono affettata ignoranza quelle, ch'io chiamo pregiudicate opinioni". Nè contentandomi di aver formalmente dichiarata la mia giusta opinione intorno all'onestissima indole de' due eruditi Scrittori da me impugnati, rivolsi seriamente il pensiero a rintracciar le sorgenti, onde trassero l'origine siffatti pregiudizi antispagnuoli, e ciò col fine di trarre allo stesso mio sentimento i miei leggitori, e di dissipare dalle loro menti ogni sospetto, che potesse in essi nascere intorno alla condotta degli accennati Spagnuoli verso la letteratura della Spagna e suoi letterati, condotta che doveva da me necessariamente quale fra i Letterati Romani fosse stato prescelto da Augusto, ec.; che per iscancellarne vieppiù ogni memoria io sfiguro stranamente il cognome deì Principi Spagnuoli, ec., queste dico, e altre siffatte espressioni mostrano certamente la premura del sig. ab. Lampillas nello scusare la mia intenzione. manifestarsi. Ma vengono forse tra le annoverate sorgenti prodotte da me le ree intenzioni, il livore, lo sdegno contro la Nazione Spagnuola? La prima sorgente io la trovo nell'esempio d'altri Autori, che hanno scritto svantaggiosamente della Spagna. "So ben io, dico, che non soli questi Italiani scrivono così della Spagnuola letteratura, anzi non è difficile a credersi, che abbian succhiati questi pregiudizj dalle opere d'altri stranieri (p. 31)". L'altra sorgente da me divisata è la colpevole ignoranza delle notizie letterarie di Spagna; dove distesamente affermo, che non avrebbero giammai questi dotti Scrittori parlato così svantaggiosamente della nostra letteratura, se avute avessero quelle notizie, che su questo punto potevano illuminarli. Aggiungasi, che i loro detti poco onorevoli alla letteratura Spagnuola vengono sempre mai dichiarati da me pregiudizi e pregiudicate opinioni, senza che nemmen una volta siano da me qualificati con altre odiose espressioni, colle quali nella sua lettera dipinge costantemente il Sig. Abate Tiraboschi i miei sentimenti. Possono addursi più valevoli scuse a salvare la riputazione ed onore di questi Scrittori? In fatti con queste sole non ha stimato il Sig. Abate Bettinelli mettersi a coperto di qualunque svantaggiosa idea, che formar si potesse contro la sua onest'indole, mentre all'istesso tempo manifesta il sommo piacere, che prova nel vedere illustrare le nostre lettere; mostrando con ciò non meno la giusta stima, che ha della letteratura Spagnuola, che l'amor sincero della verità. Il Sig. Ab. Tiraboschi pare, che non abbia stimato degno di sè il seguir questo esempio; e per giustificarsi ha creduto più opportuno il distendere una lettera niente più onorevole al buon nome della nostra letteratura di quello, che lo sia la sua Storia. Se sia poi pregiudiziale anche alla propria riputazione del Sig. Ab. Tiraboschi, lo decidano gli uomini imparziali e modesti. Quello, che io assicuro, è, che essa nulla serva a cancellare l'impressione, che nel Pubblico ha fatto il mio Saggio Apologetico, poichè essa non è contro il di lui carattere morale, ma bensì forse non poco contro il di lui carattere letterario, cioè di pregiudizi mal fondati, di critica poco esatta in alcuni punti, e di mancanza di buon ordine in qualche parte della Storia letteraria. Su questi punti aspetta impaziente il pubblico la risposta, mentre riguarda come inutile ed importuna la pubblicata. SECONDA ACCUSA. L'Abate Lampillas fa dir all'Abate Tiraboschi cose ch'egli non ha dette. Ecco la prima di quelle tre gravissime accuse, con cui il Sig. Ab. Tiraboschi con buonissima intenzione pretende far credere al pubblico, che l'Ab. Lampillas non ha usata nel suo scrivere quella buona fede che dagli uomini onesti non deesi mai dimenticare (lett. p. 6). L'Ab. Lampillas, egli dice, mi fa dir cose ch'io non ho dette, e ne reca pruova le seguenti parole da me scritte (tom. 1). La dominante Nazione Spagnuola porta seco il contagio del cattivo gusto in genere di letteratura, le quali pretende, che siano da me recate come formali e precise parole del Sig. Abate Tiraboschi. A vista di questa pretesa infedeltà non può a meno di non perder la pace il Sig. Abate, e d'esclamare: ma dove sono elleno cotai parole? Legga, e rilegga il Sig. Abate Lampillas quel passo, e ve lo trovi, s'egli è da tanto. L'Abate Lampillas senza punto perder la sua pace, risponde: legga, e rilegga il sig. abate Tiraboschi il precisato passo del Saggio Apologetico, e trovi, s'egli è da tanto, che siansi citate le dette parole come formali parole del Tiraboschi, e come precise parole da lui usate. Troverà bensì, che in quel luogo sono da me recate quelle parole, come uno de' pregiudizi antispagnuoli, de' quali prendo ad abbozzare il ritratto, e che metto come tante tesi, che poi nel decorso dell'Opera debbono da me conbattersi, e servono come titoli alle dissertazioni e paragrafi 81. 81 Noi Italiani quando vediam citare in caratteri diversi da quei del testo le parole di qualche scrittore, e indicandone il luogo da cui son tratte, crediamo che ivi si rechino le precise parole del detto scrittore. Ma il sig. ab. Lampillas pretende che, ancorchè egli abbia ivi recate in carattere corsivo quelle parole: la dominante nazione Spagnuola, ec., e benchè abbia citata la mia Dissertazione preliminare, come la fonte da cui son tratte, non ha nondimeno voluto recarle come mie precise parole. La preghiam dunque a indicarci come potrem conoscere quando egli riferisca, o no le precise parole di qualche scrittore. Quanto poi diversa cosa sia lo spiegare in una semplice proposizione un pregiudizio, che credo di trovare in qualche passo d'un Autore, dal dire, che tale proposizione sia con formali parole scritta dall'Autore, ognun lo vede. E che maggior pruova di ciò che il vedere, che di quanti pregiudizi sono da me in quel passo raccolti, appena ve n'è uno espresso con precise e formali parole d'alcuno di questi scrittori? Il primo pregiudizio da me accennato è del sig. Ab. Bettinelli, e vien da me divisato con queste parole: Il Carattere universale degli Autori Spagnuoli è il sottilizzare, o cianciare: parole non mai scritte dall'Ab. Bettinelli. Ma forse questo saggio e prudente Scrittore stimò difendersi con accusarmi d'infedeltà? Era egli troppo perspicace per non avvedersi della insussistenza di tale accusa. Sapeva ben egli, che nel luogo del suo Risorgimento da me citato, dov'egli divisa i diversi caratteri degli Scrittori, e si protesta parlare universalmente delle singole Nazioni, avea scritto lo Spagnuolo sottilizza, ovver ciancia. A vista di ciò non poteva a meno di distinguere, ch'io con la maggior fedeltà avea ricavato da quel suo passo, essere un pregiudizio del Bettinelli, che il carattere universale degli Autori Spagnuoli è il sottilizzare, o cianciare. Ma perchè, replica l'Ab. Tiraboschi, citare il passo dell'Autore, e poi non recarne le sua formali parole? Cito il passo, perchè ognun possa da se certificarsi, se da quello venga da me giustamente ricavato in tal pregiudizio: non reco le formali parole, perchè non mi sono prefisso, come pretende far credere il Sig. Ab. Tiraboschi, di recare le precise proposizioni degli Autori, ma di abbozzare soltanto i loro pregiudizi, come scrivo in detto luogo (pag. 15). Che poi in ciò sia io lontanissimo da qualunque sospetto d'infedeltà, ne resterebbero tutti persuasi, se il Sig. Ab. Tiraboschi nella sua lettera non avesse dissimulato ciò che distrugge questa accusa. Non sapeva questo perspicace autore, che dove prendo ad impugnare in particolare alcuno di questi pregiudizi, non mi contento d'esprimerlo colle parole, con cui venne prima da me disegnato; ma reco altresì con fedeltà ed esattezza le precise parole dell'autore, dalle quali ho ricavato tal pregiudizio. Così a cagion d'esempio, dove impugno (tom. 2, p. 229) il pregiudizio del Bettinelli contro il carattere degli Autori Spagnuoli reco formalmente l'espressione di questo dotto autore, con cui egli spiega il suo sentimento; e così negli altri. E potrà pretendere il Sig. Ab. Tiraboschi, che ciò non possa farsi senza taccia d'infedeltà? Rilegga egli la pag. 4 della sua lettera. "Io confesso, dico, che ho creduto, ed ho scritto, che gli Spagnuoli abbiano avuta non poca parte nella corruzione del gusto così ne' tempi della Romana letteratura, come nella decadenza che soffrirono tra noi le Lettere nel secolo antecedente 82". E dove mai sono 82 Io qui ho compendiato ciò che ho scritto e non ho riferito le mie parole in caratteri diversi, nè ho citato il luogo ove le ho usate; e perciò bastava ch'io riferissi il mio sentimento, senza usar le stesse parole. Ma il sig. ab. Lampillas, dopo aver alterata la mia proposizione, la riporta con tutti i contrassegni che fin ora si son creduti i più autentici per indicare le precise parole dello scrittore. state scritte dal Sig. Ab. cotai parole? Legga, e rilegga gli otto tomi della sua Storia letteraria, e ve le trovi, s'egli è da tanto. Se io così declamassi, non alzerebbe la voce il Sig. Ab. stimatissimo, e griderebbe: puerilità, fanciullaggini, stiracciature, cavillazioni? Eppure il Sig. Abate dice, ho scritto; io però non dico hanno scritto. Più giusta sarebbe l'accusa, che m'intenta, se io, come egli pretende, spiegati avessi i suoi pregiudizj, alterandone in qualche modo il senso, e rendendogli ancora più odiosi. Così pretende, ch'egli abbia esposto il suo sentimento intorno alla corruzione del buon gusto Italiano diversamente, più dolcemente, con maggior cautela, e con maggior mitigazione di quello che sia stato da me sposto con queste parole; la dominante Nazione Spagnuola porta seco il contagio di cattivo gusto in genere di letteratura. E potrà lusingarsi di ciò persuadere ai suoi leggitori, mentre egli espone la sua riflessione? "La Toscana (dice egli), ch'era più lontana degli Stati e di Napoli e di Lombardia da essi dominati, fu la men soggetta a queste alterazioni, come se il contagio andasse perdendo la sua forza quanto più allontanavasi dalla sorgente, onde traeva l'oridine". Io domando: ognuno, che abbia occhi in fronte, non vede la dominazione Spagnuola in tali espressioni vien detta la sorgente, onde traeva l'origine il contagio del cattivo gusto? Ed è questa la maniera di esporre più dolcemente, con maggior cautela, e mitigazione il suo sentimento? Non è molto più odioso al dominio Spagnuolo il dipingerlo qual sorgente del cattivo gusto, che il dire, che porta il cattivo gusto? Chiunque viene accusato di portare il contagio, può almeno discolparsi col dire, che a lui è stato comunicato da altri: all'opposto esserne la sorgente è lo stesso, che averlo da se. Or trattandosi della corruzione del buon gusto non è secondo molto più odioso? Non negano nè il Tiraboschi nè il Bettinelli, che l'Italia non fosse nel seicento infetta di questo contagio: fanno bensì tutti gli sforzi per pruovare, che non l'ebbe da se, ma comunicato dagli Spagnuoli: sforzi, che mai non farebbero, se già non fossero ben persuasi, essere molto più odioso al buon nome dell'Italia il corrompere da se il buon gusto, e diciamo essere la sorgente, onde tragga l'origine questa corruzione, che non sia il portar questo contagio loro comunicato dagli Spagnuoli. Chi dunque di noi due, Sig. Abate stimatissimo, espone il di lei sentimento intorno alla dominazione Spagnuola con maggior dolcezza, con maggior mitigazione, con maggior cautela 83 ? Non è men graziosa l'altra alterazione, di cui mi accusa. Egli dice: Marziale, Lucano e Seneca furono certamente quelli, che all'eloquenza ed alla poesia recarono maggior danno, ed essi ancora erano Spagnuoli. Io sponendo i suoi pregiudizi antispagnuoli (non già citando le parole precise del Sig. Ab. Tiraboschi) 84 dico; dopo la morte di Augusto furono gli 83 Qui ancora il sig. ab. Lampillas reca un sol passo della mia Dissertazione, e omette il restante. Leggasi ciò ch'io ne ho scritto nella mia lettera. 84 Anche qui l'ab. Lampillas ha citate in caratteri corsivi le mie parole, ed ora poi dice che non ha citate le mie precise parole. In tal maniera come Spagnuoli quei, che recarono maggior danno alla eloquenza ed alla poesia. Eccovi (esclama il Sig. Ab. Tiraboschi) che il Sig. Ab. Lampillas rendendo universale la proposizione, ch'io ho ristretto a quei tre solamente, la rende ancora più odiosa. E dovremo qui entrare in una disputa di dialettica, spiegando la vera notizia delle proporzioni universali, e di quelle, che dalla scuola si chiamano indefinite? Basta dire, che non è più universale quella mia proposizione intorno agli Spagnuoli, di quello che sia universale quest'altra del Sig. Ab. (Stor. lett. pref pag. 26) Noi Italiani siamo forse non ingiustamente ripresi d'esserne troppo liberali (d'ingiurie e villanie) coi nostri avversari. Non mi persuado, che con quella espressione noi Italiani abbia egli preteso d'intaccare universalmente tutti quanti sono gli Apologisti in Italia. Ma che giova voler gettare la polvere sugli occhi del Pubblico? Non hanno forse l'istessa università tutte quante sono le proposizioni da lui scritte in quel luogo? Il recare come cagioni del corrotto gusto d'Italia il dominio che gli Spagnuoli ci aveano allora = che i loro libri si spargevano facilmente = che gl'Italiani divennero, per così dire Spagnuoli! Di più, come argomenta egli per provare, che la stessa cagione (cioè gli Spagnuoli in Italia) che corruppe il gusto Italiano nel seicento, lo corruppe ancora dopo Augusto. Ecco le due premesse: Marziale e Lucano e i Seneca furono certamente quelli, che alla eloquenza ed alla Poesia mai potrà uno scrittore essere convinto d'infedeltà? recarono maggior danno = essi ancora erano Spagnuoli: dunque.... Qual è, caro Sig. Ab. la conseguenza, che balza agli occhi di tutti, e ch'ella colla solita dolcezza, mitigazione, e cautela lascia che la ricavi il lettore anche men avveduto? Non altra certamente, che quella da me proposta come suo sentimento, cioè: dopo la morte d'Augusto furono gli Spagnuoli quelli, che all'eloquenza, e Poesia recarono maggior danno. Sarebbe un far torto al pubblico il distendermi di vantaggio in dileguar questa accusa: sebbene non ne troverà di più sode e gravi in tutto questo processo. E che? Forse più grave è quest'altra che si legge nella pag. 5 dove pretende, che sia da me stato sposto con maggior odiosità quanto egli dice intorno all'influsso del dominio di Spagna, e di quel clima al cattivo gusto? Il Sig. Ab. Lampillas, dic'egli (pag. 5.), accusa l'Abate Tiraboschi di aver detto, che la decadenza della letteratura debbasi al dominio Spagnuolo: (non so perchè non cita il luogo dove si leggano queste mie precise parole) mentre l'Ab. Tiraboschi solamente ha detto, che a ciò concorse. Ma è ciò solo quello, che ha detto l'Abate Tiraboschi? Rileggasi, quanto sopra abbiamo esposto intorno ai sentimenti del Tiraboschi. Così pure pretende il Sig. Ab. che intorno all'influsso del clima di Spagna solamente abbia detto: "che il clima, sotto cui nacquero Marziale, Lucano ec. potè contribuire a condurli al cattivo gusto" aggiungendo "espressione, come ognun vede, assai moderata" (pag. 5). Quello avverbio assai, Sig. Ab. stimatissimo, è saltato dal suo luogo. Lo metta ella dopo il verbo contribuire, e così recherà con fedeltà la sua espressione, cioè potè contribuire assai al cattivo gusto. Così collocato quell'avverbio ella vedrà che non manca dove lo ha messo, cioè prima della parola moderata; anzi non sarà poco, se il pubblico crederà, che possa restar il moderata anche senza l'avverbio assai. Trovasi di nuovo questo sbaglio nella pag. 7 dove il Sig. Ab. ristampando quel suo detto intorno al clima di Spagna, dopo il potè contribuire ha messo con troppa fretta l'ec. prima di scrivere l'assai. Nondimeno in quell'istesso luogo sclama contro di me: "è ella dunque questa la fedeltà e la scrupolosa esattezza con cui si debbon recare le parole degli Autori, quando si vogliono impugnare"? Io domando se sia lecito il mancare alla fedeltà e alla scrupolosa esattezza nel recare le parole degli Autori, quando si vogliono difendere 85. 85 Eccomi dunque accusato di infedeltà dal sig. ab. Lampillas, perchè riferendo le mie parole ho detto che il clima, sotto cui erano nati Lucano e Marziale, potè contribuire a condurli al cattivo gusto, e ho ommesso l'avverbio assai che tanto aggrava la mia proposizione. Si conosce pur chiaramente ch'io non son molto felice nell'impostura. Io ommetto qui maliziosamente, come vuole l'ab. Lampillas, l'avverbio assai, e non mi ricordo che poco prima recando nella mia lettera tutto quel mio passo, vi ho posto bello e chiaro quel terribile assai, ch'io qui voglio toglier dalla vista del mio avversario. Chi riflette a ciò, dirà certamente che l'ommissione nel secondo luogo è stata incolpevole, e nata da corso di penna, poichè se fosse stata volontaria, l'avrei usata anche nel primo luogo. Ma l'Ab. Lampillas è troppo avveduto per lasciarsi sedurre da una tal riflessione. Ora in questo stesso passo si osservi, ch'egli mi accusa di aver dissimulate quelle parole: congiunto alle cagioni morali; ma a convincere il Sig. Ab. che io sono lontanissimo di voler dissimulare in questo luogo dette parole, quasi che distruggano la taccia data da lui al nostro clima, mi basta presentare a' suoi occhi la pag. 209 del Tom. 2. del mio Saggio, ove a bella posta intraprendo l'impugnazione del suo pregiudizio intorno al clima di Spagna, e reco le sue parole colla bramata lor precisione, cioè: "il clima sotto cui eran nati (Lucano e i Seneca) congiunto alle cagioni morali, che abbiam recato, potè contribuire assai ec.". Ma venghiamo ad un'altra pretesa infedeltà, creduta dal Sig. Ab. più grave delle precedenti, ed esposta da lui in questa guisa (let. pag. 7). "Ecco le parole, ch'egli in altro luogo m'attribuisce (Tom. I): Lucano e Marziale, come chiaramente si vede, vogliono andare innanzi a Catullo e Virgilio, e il loro esempio fu ciecamente seguito, e dice, che ciò io ho scritto, per conservare all'Italia il privilegio di non corrompere la Poesia, e per mostrare, chi furono gli Autori del fatale cangiamento nella Romana Poesia". Or io pretendo, che in questo luogo il Sig. Ab. Tiraboschi mi fa dire quello ch'io non ho detto, e dissimula ciò, che distrugge la pretesa infedeltà nell'essere stati ommessi da me i nomi di Stazio, Persio, e Giovenale. E valga il vero: s'egli non avesse dissimulato, qual sia il punto, ch'io in quel luogo prendo a provare, vedrebbe certamente il Pubblico, quanto il Sig. Ab. mi rimproveri a torto la pretesa mancanza di fede. Io dunque in quel paragrafo, che è il primo della quarta Dissertazione, prendo a dimostrare, che Lucano e Marziale non furono i primi corruttori della Romana Poesia; ond'è, ch'io mi studio a dimostrare, che fin dal tempo d'Augusto perdette non poco del suo lustro il Catulliano e Virgiliano candore. Pretendo altresì, che l'Ab. Tiraboschi fa un salto da Catullo a Marziale, da Virgilio a Lucano: e che ne siegue da questo salto? Che non incontrandosi che Persio anteriore a Lucano e Marziale, compariscano questi due Spagnuoli come i primi corruttori della Romana Poesia. In prova di ciò reco (p. 229) quelle parole del Tiraboschi: "Lucano è il primo che noi vediamo distogliersi dal dritto sentiero, e poi quelle altre, Lucano e Marziale, come chiaramente si vede dai loro versi, vogliono andare innanzi a Catullo e Virgilio, e il loro esempio fu ciecamente seguito". Tralascio di nominare Stazio, Persio e Giovenale, perchè in quel luogo non vengono rappresentati dall'Ab. Tiraboschi come i primi corruttori; mentr'egli concede gentilissimamente quel primo posto ai tre Spagnuoli, benchè Persio sia stato anteriore a Lucano e Marziale. Ciò si sarebbe visto più chiaramente, se l'Ab. Tiraboschi recate avesse con fedeltà le mie precise parole. Egli mi fa dire che il Tiraboschi ha scritto così per conservare all'Italia il privilegio di non corrompere la poesia; io però dico: "ch'egli ha abbracciato il partito di saltare da Catullo a Marziale, da Virgilio a Lucano, come necessario per conservare all'Italia il privilegio di non corromper da se la poesia"; immediatamente soggiungo: Lucano scrive questo Autore, è il primo, che noi vediamo distogliersi dal dritto sentiero, e poi Lucano e Marziale, come chiaramente ec. Trovi qui, Sig. Ab., ch'io abbia detto aver lui scritto queste ultime parole per conservare all'Italia il privilegio di non corrompere la poesia. Quelle parole sono dette da me prima di citare il suo testimonio, e sono relative al salto da lui fatto dall'Epoca d'Augusto a quella di Lucano e Marziale: e il Sig. Ab. con somma fedeltà me le fa dire dopo recato il suo testimonio, aggiungendovi, che io dico, essersi da lui scritte tali parole per conservare all'Italia il privilegio di non corromper la poesia, pervertendo così intieramente tutto quel passo, secondo che a lui torna più in acconcio. Ma almeno non avesse dissimulato in quelle mie parole ciò che più mostra ad evidenza il vero mio sentimento. Non dissi, ch'egli abbracciato avesse quel partito, per conservare all'Italia il privilegio di non corromper la poesia; ma di non corrompere DA SE, cioè di non essere stati gli Italiani i primi corruttori, e ciò egli lo salvava nominando fra i corruttori, in primo luogo i tre Spagnuoli, benchè dietro a costoro contro l'ordine cronologico nominasse tre Italiani. Ciò scrissi espressamente nella pag. 221 dove dico "che egli pretende che Lucano e Marziale siano i primi, i quali volendo essere superiori a Virgilio e Catullo, abbandonarono il dritto sentiero"; non dico, ch'egli pretenda che furono i soli, ma che furono i primi. Così pure nella pag. 240, scrive che: "l'Ab. Tiraboschi trova in Persio il difetto di voler avvantaggiarsi sopra i Poeti del secol d'oro, come il primo, (notisi ben quel primo) che recasse questo danno alla Poesia, aggiungendo, che il suo esempio fu ciecamente seguito da Lucano? E conchiudo col dire: ma non lo ha fatto, perchè Lucano dovea essere il primo a distogliersi dal dritto sentiero, volendo andare innanzi a Virgilio". In vista di ciò, come mai ha avuto ella coraggio di scrivere, ch'io "troncando il testo gli fo nominar solamente due Poeti Spagnuoli per persuadere a' Lettori, che tutta ella attribuisce agli Spagnuoli la colpa della corruzione del buon gusto"? E non avrò forse io maggior ragione di sclamare: ove è qui, Sig. Ab. stimatissimo, la buona fede? E vi sarebbe, chi credesse giammai, che in un passo, dov'egli pretende convincermi di una grava infedeltà, se ne dovesse trovar un gruppo intiero da canto suo, ora dissimulando ciò, ch'io in quel passo prendo a provare; ora troncando i miei periodi, levandone ciò, che dimostra la mia buona fede; ora trasportando a diverso luogo le mie parole; e finalmente mettendomi in bocca ciò ch'egli non troverà giammai, benchè legga, e rilegga il citato passo, e tutti gli altri del mio Saggio 86? 86 Al divincolarsi che qui fa l'ab. Lampillas, ricorrendo per iscusare la sua infedeltà a miseri sutterfugi, io non farò altra risposta che col pregare i saggi lettori a confrontare insieme la mia Dissertazione, il suo Saggio, la mia lettera, e la sua risposta; e a decidere, a qual parte sia favorevole la ragione. Dirò solo ch'io non veggo com'ei mi possa rimproverare, perchè riferendo quelle sue parole per conservare all'Italia il privilegio di non "A questa infedeltà (siegue l'Ab. Tiraboschi pag. 8.) è somigliante quell'altra, in cui egli citando quel mio passo medesimo dice, ch'io confesso che Lucano e Marziale furono i migliori poeti del suo tempo, cosa ch'io ho detto generalmente di tutti i già nominati Poeti, e non dei due soli Spagnuoli". Ben potevo io contentarmi di questo suo giudizio, ed accordare al Sig. Ab., che questa infedeltà è somigliante all'altra, dimostrata da me falsa, ed insussistente. Io però pretendo difendermi con sode ragioni, non già con stiracchiature e cavillazioni. Confesso che quella lode, come vien da me esposta, è alquanto più espressiva di quello che sia nell'opera del Signor Abate, e perciò prego i leggitori del mio Saggio, che a quelle parole i migliori Poeti sostituiscano queste de' migliori Poeti. Eccovi l'unico sbaglio intorno ai detti del Sig. Ab. Tiraboschi di cui egli possa convincer l'Ab. Lampillas: e quale mai è questa mancanza di fede? È forse l'aver fatto dire all'Ab. Tirab. qualche cosa, ch'ei non ha detto contro la letteratura Spagnuola? È aver dissimulato ciò che distrugge l'accusa di essere troppo prevenuto contro i nostri Autori? Signori no. Questa gran mancanza di fede consiste nel aver io messo in bocca al Signor Abate una lode dei due autori Spagnuoli alquanto più corrompere la Poesia, io abbia ommesse le parole da me, giacchè io non veggo, qual differenza s'introduca nel testo con tale ommissione. Chi dice che l'Italia non corrompe la Poesia, vuol dire, a mio credere, che se fosse stata al mondo l'Italia sola, la poesia non si sarebbe guasta, che è poi lo stesso che dire ch'ella non la corrompe da se, ma solo è in essa corrotta per opera altrui. eccedente di quella che egli avea pronunziata. Ecco quell'Abate Lampillas, che in tutta la sua opera sempre mai si studia di far comparire l'Abate Tiraboschi dichiarato nemico degli Autori Spagnuoli. Ma passiamo ad un'altra pretesa infedeltà, che ha commosso il pacato animo del Sig. Ab. Siamo nell'apologia del carattere morale di Seneca, dove io lo difendo dalle ingiuste accuse di questo imparziale Scrittore, il quale aggiunge gentilmente: Nè è qui luogo a cercare con qual sorta di pruove: ma se ciò cercar volesse il Signor Abate, non troverebbe certamente, ch'io mi protesti di difenderlo coi testimoni di Tacito, e poi neppure una sola pruova ne appoggi al testimonio di quest'Autore. Or dove pretende mai il Sig. ab. trovare in questo passo la mia infedeltà? Eccolo. Dopo aver il Sig. Ab. Tiraboschi dipinto il carattere morale di Seneca come d'un uomo macchiato di tutti i vizi, impiegando in questo bel passo parecchie pagine della sua immortale Storia, passa a discorrere di Cajo Plinio Secondo con questa transizione: Assai diverso fu il carattere e il tenore di vita di Cajo Plinio il Secondo detto il vecchio: e queste parole confessa il Sig. Ab. Tiraboschi, che veramente sono sue. Fin qui dunque non v'è infedeltà. Or io a vista di queste parole, e osservando, che il Tiraboschi senza spiegar, quale fosse questa diversità di carattere e di tenore di vita, passava a parlar di tutt'altro, dissi, che una tal maniera di scrivere in quelle circostanze era un dar ad intendere, che C. Plinio il vecchio fosse stato un uomo onestissimo; e soggiungo poi: "Domando io: può dirsi utile, ed opportuno a' tempi nostri il cercar tutte le congetture, per far credere, che fu un uomo bruttato di tutti i vizj un Filosofo, che scrisse altamente della Provvidenza, qual fu Seneca; ed in confronto suo voler far credere d'un carattere onestissimo e virtuoso un derisore della Divina Provvidenza, un combattitore dell'immortalità dell'anima, qual fu C. Plinio"? Avrebbe mai sognato nessuno, che dopo aver recate queste mie parole dovesse sclamare il Tiraboschi: "Ma di grazia, ove mai ho io scritto, che Plinio il vecchio fosse uomo di carattere onestissimo e virtuoso? Legga, e rilegga il Signor Abate Lampillas tutto il passo etc. (lettera pagina 8)". Ma dove siamo, replico io, caro Sig. Abate? E quale mai si cred'ella che sia il Pubblico d'Italia, a cui presenta questa sua difesa, col fingerlo sbalordito a segno di non vedere, che io nelle mie parole da lui ristampate, dico bensì, che il Sig. Abate in confronto di Seneca vuol far credere d'un carattere onestissimo e virtuoso C. Plinio secondo: non però dico, che il Sig. Ab. Tiraboschi scrive, che Plinio il vecchio fosse un uomo di carattere onestissimo e virtuoso. Legga, e rilegga il Sig. Ab. tutto il passo, in cui io di ciò ragiono; e s'ei ritrova queste, o somiglianti parole, io mi do vinto. Quando il Sig. Abate avesse provato, che da quella sua proposizione malamente s'argomentava, ch'egli volesse far credere di carattere onestissimo C. Plinio, avrebbe avuto tutto il diritto d'accusarmi di cattivo ragionatore, non giammai d'uomo mancante di fede. Calzerebbe contro me quest'accusa, se io avessi scritto ciò, che con iscrupolosa fede e buonissima intenzione ei mi fa dire. Ma a dir il vero, in questo passo non troverà il Pubblico men buona della mia dialettica la mia fede. In fatti, quando il Sig. Ab. Tiraboschi non pretenda d'esser inteso contro il senso comune, non otterrà egli giammai, che le suddette parole sue poste nel luogo e nelle circostanze, in cui da lui s'adoperano, non abbiano quella forza e quel senso, che da me viene loro dato. Non possono forse trovarsi, dice l'Ab. Tiraboschi (pag. 8) due o più uomini tutti viziosi, e tutti di carattere l'un dall'altro diverso? Ma, Sig. Abate stimatissimo, si ricoda ella, che siamo davanti al Tribunale degli uomini saggi e dotti? E non si fa ella coscienza di far loro perdere i preziosi momenti de' loro studi in ascoltare cotai difese? Meglio sarà, che lasciati in pace questi eruditi uomini ci presentiamo al Tribunale di chiunque non è sfornito di senso comune, e s'ella trova un solo, il quale non volendo tradire il proprio intimo senso, resti pago di questa sua difesa, io mi do vinto. Pretendo dunque, che se taluno dopo aver parlato di Tizio dipingendolo di un carattere morale mancante d'ogni onestà, con individuare lungamente i più neri vizi, de' quali fu macchiato tutto il tenore della vita di costui, immediatamente aggiunga: assai diverso fu il carattere e il tenore di vita di Cajo, senza dir altro: quel tale, io pretendo, che voglia dar ad intendere, che il carattere e tenor di vita di Cajo fu onesto contrapposto a quello di Tizio. È vero, che il carattere abbraccia forse ugualmente l'indole naturale, il tenor di vita, lo studio, i costumi, e più altre relazioni; ma è vero altresì, che dal luogo e circostanze, in cui vien messo, resta determinata questa parola carattere a significare una di tali cose in particolare. Ciò posto io dico, che in quel luogo e circostanze, in cui vien da lui messa quella parola carattere con le altre tenor di vita, non può secondo il senso naturale significar altro, se non che Plinio fu un uom onesto. Finiamola con un altro esempio. S'ella, Sig. ab., sentisse taluno, che dopo pubblicata la sua lettera discorresse così: "Il Sig. Ab. Tiraboschi risponde all'Ab. Lampillas con maniera dispregiante ed ingiuriosa; manca alla convenienza, e alla urbanità, manifesta un carattere poco degno d'uomo letterato: assai diversa è la maniera ed il carattere dell'Abate Lampillas". Mi dica di grazia: Sarebbe ella mai così buona di darsi ad intendere, che quel tale non pretenda dire, che la maniera e il carattere dell'Ab. Lampillas sieno una maniera piena d'urbanità, e convenienza, e un carattere onesto 87? 87 In poche parole io rispondo a questo lunghissimo tratto dell'ab. Lampillas. Egli crede di salvarsi abbastanza dicendo ch'ei non ha mai detto ch'io scrivo, ma sol che voglio far credere che Plinio il vecchio fosse uomo di onestissimo carattere. Ma come mai voglio io far credere ciò che in niuna maniera nè affermo, nè accenno? Io parlo lungamente di Plinio, e non dico una parola in lode del suo carattere morale. Dunque nè io scrivo, nè voglio far credere ch'ei fosse uomo virtuoso. Ma come dunque affermo io che il carattere e il tenor di vita di Plinio fosse assai diverso da quello di Seneca? Si legga ciò ch'io dico di questi due scrittori, e senza punto TERZA ACCUSA. L'Ab. Lampillas fa dissimulare all'Ab. Tirab. cose, ch'egli non ha in alcun modo dissimulate. Dice in terzo luogo l'Abate Tiraboschi, ch'io l'accuso d'aver dissimulate cose, ch'egli non ha in alcun modo dissimulate. (lett. pag. 9). In pruova di questa pretesa infedeltà reca queste mie parole del tom. I, pag. 264. "Se Lucano avesse avuto la sorte di nascere sotto il cielo privilegiato d'Italia, trovata avrebbe l'Ab. Tiraboschi nella giovine età, in cui compose la Farsalia, ragion potentissima, onde scusare i difetti, che si scuoprono in questo Poema, ed ammirare le molte bellezze, che gli imparziali vi ammirano". Aggiugne poi parlando col suo corrispondente: "Voi credete, ch'io non abbia punto accennata la giovenile età di Lucano, e i pregi di cui questo Poeta fu adorno". Io non so cosa sia per credersi il detto Sig. corrispondente. So per altro, che se vorrà fondarsi sulle riferite mie parole, non sarà obbligato a credere, che il Sig. Ab. Tiraboschi non abbia punto accennata la giovanile età di Lucano: ma crederà bensì, ch'egli non abbia trovata nell'età giovanile di Lucano ragion potentissima, onde scusare i difetti, che si scuoprono ricorrere al carattere morale, si vedrà qual differenza passi tra essi. nella Farsalia, ed ammirare le molte bellezze, che gl'imparziali vi ammirano. Nè altro crederà il lodato Sig. Abate, benchè apra la Storia dell'Ab. Tiraboschi, ed in essa legga (T. II): "Nè voglio già io negare, che Lucano fosse Poeta di grande ingegno, che anzi ne' difetti, che noi veggiamo in lui, non cade se non chi abbia ingegno vivace, e fervida fantasia. Ma oltrecchè egli era in età giovanile troppo ed immatura per ordire e condurre felicemente un Poema, avvenne a lui prima che ad ogn'altro (in ciò ch'è Poema Epico) quello che avvenir suole a' Poeti, ec.". Dopo queste parole con invidiabile franchezza, quasichè dimostrata avesse la mia infedeltà, aggiunge: Poteva io toccare più chiaramente ciò, che il Sig. Ab. Lampillas si duole ch'io non abbia toccato? (pag. 9). Ov'è qui Sig. Ab. quella buona fede di cui ella mi accusava mancante? Dovè ch'io mi dolga, ch'ella toccata non abbia l'età giovanile di Lucano? Mi dolgo bensì nelle parole da lei recate, ch'ella non trovi nell'età giovanile di questo Poeta ragion potentissima, onde scusare i difetti, e ammirarne le molte bellezze, che li imparziali vi ammirano nella Farsalia; e questa è una verità, ch'ella viene a confessare colle parole istesse, con cui pretende offuscarle. E valga il vero: il trovare nell'età giovanile di Lucano ragion potentissima, onde dichiararlo incapace ad ordire, e condurre felicemente un Poema, sarà mai trovare nell'età giovanile di Lucano ragion potentissima, onde scusare i difetti, e ammirare le molte bellezze, ch'altri vi ammirano? Tanto si mostra lontano da ciò pretendere l'Ab. Tiraboschi, che anzi quasi si sdegna contro coloro, che dalla età giovanile di Lucano prendono motivo ad ammirare le sue poetiche virtù. Mr. Marmontel pretende, che nella Farsalia debba ammirarsi il più grande dei politici avvenimenti rappresentato da un giovane con una maestà che impone, e con un coraggio che confonde. A vista di questo testimonio l'Ab. Tiraboschi soggiunge: altri forse direbbe, con una gonfiezza che annoja, e con una presunzione che ributta (T. II, p. 55). Questa è la leggiadra maniera, con cui questo preteso encomiatore di Lucano trova nell'età di lui giovanile ragion potentissima per iscusarne i difetti, ed ammirarne la virtù 88. Non è men graziosa la maniera, con cui egli pretende, che il suo Sig. corrispondente trovi nella Storia letteraria accennati i pregi, di cui è adorno Lucano. In prova di ciò reca queste sue parole: Nè voglio già io negare, che Lucano fosse poeta di grand'ingegno, che anzi ne' difetti, che noi veggiamo in lui, non cade, se non chi abbia ingegno vivace, e fervida fantasia. Ma non vede il Sig. Abate, che se il suo corrispondente apre la Storia, troverà, ch'ei scrive, che in Lucano quasi ogni cosa è mostruosa, e sformata – che non sa parlare se non declama – non sa descrivere se non esagera – che si 88 Dicendo io che Lucano era in età giovanile troppo e immatura per ordine e condurre felicemente un poema, non trovo io nell'età giovanile di esso la scusa de' suoi difetti? Ognuno ne giudichi. Ma l'ab. Lampillas avrebbe voluto ch'io esaltassi Lucano con più ampie lodi; e io amo troppo la mia riputazione per farlo. trova una gonfiezza che annoja, e una presunzione che ributta – che vien comparato Lucano ad un inesperto Scultore, che a vista d'una statua greca forma un colosso, ma senza proporzione. A vista di questi bei pregi decantati dal Sig. Abate, e replicati (egli di me direbbe) stucchevolmente, potrà lusingarsi, che il Sig. Abate suo corrispondente resti persuaso della sua imparzialità nel trattare di questo Poeta col trovare accennati da lui e il grande ingegno, e la fervida fantasia? In questo luogo fa osservare il Sig. Ab. Tiraboschi, ch'io non ho badato, o finto di non badare a quella parentesi (in ciò ch'è Poema Epico) pretendendo trovarsi qui la spiegazione di quel suo detto: Lucano fu il primo a distogliersi dal buon sentiero, scritto da lui molto prima. Aprasi il Tom. II. della Storia letteraria nella pag. 5, dove si comincia a trattare della Poesia dopo il secolo d'Augusto, e si vedrà, che ivi comincia col parlare di Germanico. Tutte le Poesie, che si accennano di quest'illustre Poeta, sono commedie greche, epigrammi latini, e greci, e la traduzione de' fenomeni, e de' pronostici di Arato. Nessuna di queste, come ognun vede, è componimento Epico. Aggiunge poi il Sig. Ab. Tiraboschi: "Nelle poesie di Germanico non vedesi ancora quella vota gonfiezza, e quel sottile raffinamento, che comincia poscia a scoprirsi nei seguenti Poeti, e perciò da molti egli è posto tra gli Scrittori dell'età d'oro, benchè toccasse ancora il Regno di Tiberio. Lucano è il primo, che noi veggiamo distogliersi dal buon sentiero, e lusingarsi di andar innanzi ancora a Virgilio". Entra poi a parlare di Lucano, cominciando dalla patria ec., senza che in un lungo tratto si trovi quella sua pretesa spiegazione. Io domando: chiunque legga questo passo della Storia Letteraria, crederà mai, che Lucano sia stato il primo a distogliersi dal buon sentiero, per soli quei difetti, che riguardano il poema Epico, e non piuttosto in generale per quelli, che non vedonsi nelle poesie (non epiche) di Germanico, e si scuoprono ne' seguenti Poeti? Forse la vuota gonfiezza, e il sottile raffinamento sono difetti soltanto nelle composizioni epiche, e non anzi in qualunque altro poetico componimento? Non sono certamente epici i componimenti di Persio, ripresi dal Rapin per la gonfiezza nelle espressioni. Se dunque ov'egli parla di questi difetti, ivi è, che dice: Lucano fu il primo a distogliersi dal buon sentiero; come mai pretende, ch'io avverra, ch'egli restringeva quest'accusa a' soli difetti in ciò ch'è poeta epico? Questa è la maniera, Sig. Abate, di metter in chiaro la verità? Pretende poi il Sig. Abate Tiraboschi, che gli venga da me rimproverato l'aver dimenticato Igino. E in questo luogo, come in molti altri, dà alle mie parole un senso diverso da quello, che tutti intendono, e così fa comparire quasi false accuse e puerili lamenti le mie vere e sode doglianze. Così, dov'io dolgo del Sig. Abate, perch'egli non dà luogo, perchè da lui vien dimenticato nella sua Storia, perch'egli non parla, non favella d'alcun autore Spagnuolo, pretende ch'io mi dolga, ch'egli non abbia nominato il tale, o il tal altro autore, e si crede pienamente giustificato dalla mia accusa col dire, che lo ha nominato sino a due volte: e non potrà dirsi esser queste di quelle ch'egli chiama stiracchiature? Se io stesso, dove mi lamento, ch'egli non abbia dato luogo ad Igino, e Prudenzio, dico, ch'egli si scusa dal dar loro luogo nella sua Storia, perch'essi furono Spagnuoli, non dico in ciò chiaramente, che da lui vengono nominati? Nomina egli per ben due volte Prudenzio, e nondimeno dice che: non debbe favellare di Prudenzio perchè fu Spagnuolo: dunque non basta nominar qualche autore nella sua Storia per dir che di lui in essa ne favella 89. Ma ciò è perdere il tempo in giuochi di parole. Venghiamo al vero senso della mia accusa. Io mi dolgo, che nella Storia Letteraria venga dimenticato Igino in confronto di Terenzio; che non si dia ad Igino distinto posto, come si è dato a Terenzio, e pretendo, che vi siano tutte le ragioni, perchè il Sig. Ab., dove nomina Igino, dica ciò che dice dove nomina Terenzio; cioè: non vuolsi alla fuggita nominare Terenzio. E crederà di aver risposto con solidità a questa obbiezione col dire, ch'egli ha nominato per ben due volte Igino così alla sfuggita, che se ne sbriga in due righe, mentre impiega più pagine in parlar di Terenzio? Pretendo altresì, che le erudite opere d'Igino, di cui egli tralascia di far menzione, perchè fu Spagnuolo, erano molto più opportune a manifestare lo stato della letteratura del 89 Sappian dunque i lettori dell'opera dell'ab. Lampillas, che quando egli dice ch'io non do luogo nella mia Storia, che dimentico, che non parlo, che non favello, vuol dire ch'io gli do luogo, ch'io non me ne dimentico, che ne parlo, ec. Egli ha fatto saggiamente coll'avvertircene. secolo d'Augusto, che non le commedie di Terenzio; come ne' tempi venturi lo saranno le erudite fatiche de' Bibliotecarii Estensi a manifestare lo stato della Letteratura in Italia in questo secolo molto più che i componimenti teatrali dei migliori Poeti. Nè punto meno opportuna sarebbe stata e propria della Storia Letteraria la critica ricerca intorno alle vere o supposte opere d'Igino; nè certo minor utilità recata avrebbe alla Repubblica delle Lettere di quella, che recar possano le molte pagine da lui impiegate in formare il processo contro il carattere morale di Seneca, e nell'investire lunghissimamente il vero motivo dell'esilio d'Ovidio, ed altre tai cose, delle quali, benchè meno opportune in una Storia letteraria, ne ragiona il Signor Abate non alla sfuggita, ma distesamente. E qui di passaggio può osservarsi, che avendo io similmente rimproverato al Sig. Ab. Tiraboschi il non aver favellato di Prudenzio, sembra, che non abbia egli stimata ingiusta questa mia doglianza, poichè non si scusa col dire, che per ben due volte viene da lui nominato. Passa egli di poi al luogo, ove io mi dolgo del dissimulare che ha fatto la patria degli Imperatori Trajano, Adriano, Teodosio, e di Alfonso d'Aragona Re di Napoli. Eccovi un altro passo, dove quest'onestissimo accusatore dissimulando il vero motivo della mia doglianza, la fa comparire, e la chiama una fanciullaggine (pag. 10). Io dunque nel suddetto luogo mi lamento dell'Abate Tiraboschi; imperciocchè dov'egli crede d'aver ragione di dire, che la nazione Spagnuola fu la corruttrice della Letteratura Italiana, non dissimula, anzi replicatamente nomina gli Spagnuoli; all'opposto giunto a qualch'epoca, in cui gli Spagnuoli recarono sommi vantaggi alle Italiane Lettere, non fa grazia di nominare la nostra nazione. Ecco la mia riflessione: dove il Tiraboschi esamina le cagioni della corruzione del gusto nel seicento, e crede trovarne una nel dominio Spagnuolo in Italia, non si contenta di dire, che a ciò concorse il dominio, che gli Spagnuoli aveano allora in Italia; ma aggiunge a maggior spiegazione, che i loro libri (degli Spagnuoli) si spargevano facilmente; che il loro gusto si comunicava; che gli Italiani divennero per così dire Spagnuoli; che la Toscana più lontana dagli stati da essi dominati fu la men soggetta a queste alterazioni; come se il contagio andasse perdendo la sua forza quanto più allontanatasi dalla sorgente, onde traeva l'origine. Quanto però è diversa la condotta di questo Storico, dove giunge alle gloriose epoche del governo Spagnuolo sotto Trajano, Adriano, Teodosio, e Alfonso d'Aragona! In vano si cercherà nella Storia Letteraria del Tiraboschi, dove si tratta di questi Principi, il nome di Spagna, Spagnuoli, di dominio Spagnuolo. Questa è la mia doglianza. Domandi adesso il Sig. Ab. Tiraboschi al suo corrispondente: Che dite amico mio d'una tal fanciullaggine? Ci dica adesso il Sig. Abate, se gli abitanti dell'antica Pannonia hanno motivo a tai lamenti. Di più. È forse men noto all'Italia, che Seneca, Lucano e Marziale furono Spagnuoli, di quello che sia noto, che Spagnuoli furono i suddetti Principi? e perchè dunque dove si tratta della Eloquenza e Poesia corrotte dopo Augusto, non si contenta con solo nominar Marziale, Lucano, e Seneca? Ma vi soggunge: ed essi erano ancora Spagnuoli. È forse più noto all'Italia che Trajano, Adriano, Teodosio fossero Spagnuoli, di ciò che noto sia che fosse Francese Carlo Magno? Ora perchè mai nell'epoca di questo Imperatore non si contenta il Sig. Ab. col raccontare i vantaggi recati da Carlo Magno alle lettere? Ma soggiunge: Se l'Italia ebbe allora la sorte di avere un Principe, che si adoperasse a farvi risorgere gli studi, ella dee confessare sinceramente, che n'è debitrice alla Francia. (T. III.) Si contenta bensì di nominare quei Principi Spagnuoli, che sorpassarono tutti gli altri in farvi risorgere le arti e le scienze senza confessar sinceramente, che di tai vantaggi ne sia l'Italia debitrice alla Spagna. Questa è, Sig. Ab. Tiraboschi, quella grave e giusta mia doglianza, ch'ella non sa chiamar con altro nome, se non con quello di fanciullaggine. A tutte queste mie riflessioni vede bene il Sig. Abate, che non può soddisfarsi col dire, che da lui vien chiamato Alfonso d'Aragona. Sapeva ben egli, ch'essendo rimasto in Italia questo Regio cognome, ad illustrare alcune nobilissime famiglie, non era già questo a' tempi nostri un non equivoco contrassegno, con cui manifestare, che Alfonso fosse Spagnuolo. Anzi non manca Autore Italiano ben noto al Sig. Abate Tiraboschi, il quale in una sua opera stampata nel 1775, dove discorre dei Principi Italiani, che favorirono gli studi in Italia nel sec. XV nomina Alfonso Re di Napoli insieme coi Galeazzi, Medici, Estensi, Gonzaghi ec., e poi passa a discorrere dei Principi forastieri, che favorirono i dotti Italiani. Ma di ciò parleremo più distintamente nella seconda parte del Saggio Apologetico 90. Andiamo avanti. Dice gentilmente il Sig. Ab. Tiraboschi (p. 11) che quanto più s'avanza nella sua opera il Sig. Ab. Lampillas, tanto più sembra che gli si annebbino gli occhi ec. L'abate Lampillas dice, che sono cose così fosche le nuvole, con cui il Sig. Ab. Tiraboschi si è studiato nella sua lettera di offuscare la verità, che non senza fondamento ha temuto qualche volta di avere annebbiati gli occhi, provando non poca fatica per mettere nel vero lume i passi del suo Saggio trasformati nella lettera del Sig. Abate, affinchè chiunque sa leggere, possa leggerli quali da lui furono stampati; mentre ciò solo basta ad una piena difesa. In questo luogo dunque l'Ab. Tiraboschi scrive: "Ch'io dopo aver confutate le pruove, con cui egli ha procurato di dimostrare, che Gherardo fu Italiano, e non già Spagnuolo, arreco diversi tratti, ne' quali egli ragiona del sapere di esso, e quindi conchiudo: chi non crederà leggendo questi bei tratti della Storia Letteraria, che il gran Gherardo fosse un celebre 90 Di tutti questi raziocinj dell'ab. Lampillas io lascio l'esame e la decisione agl'imparziali lettori. Filosofo Italiano, che arricchito in Italia d'ogni genere di cognizione, passò in Ispagna a far conoscere il suo valore, e che spargendo copiosi lumi di dottrina dissipò le tenebre, che per molti secoli avevano ingombrato quel Regno ec.". In qual diverso aspetto vien rappresentato questo tratto del mio Saggio da quello ch'io scrissi! Aprasi il secondo mio Tomo nella pag. 147, e vedrassi, che per tutto quel paragrafo quinto si tratta della patria di Gherardo senza far motto di ciò di cui ragiona l'Ab. Tiraboschi in questo passo della sua lettera. Nella p. 162 comincia il paragrafo sesto, il cui titolo è: Il risorgimento degli studi di Filosofia ec. dopo il mille lo dovette l'Italia agli Spagnuoli. Qui rimprovero all'Ab. Tiraboschi il disporre ch'ei fa la sua Storia in maniera, che in tutte l'epoche comparisca l'Italia maestra, ed illuminatrice delle altre nazioni, e parlando del risorgimento degli studi di Filosofia dopo il mille la discorro così (p. 164). "A disvelare maggiormente la singolar arte di quest'Autore in esaltare la patria letteratura, servirà non poco il riflettere la maniera, con cui entra a parlare di Gherardo preteso Italiano. Dopo aver detto, che gl'Italiani fecero risorgere la Filosofia in Francia, e che in Costantinopoli le recarono nuovo lume, disse: che più? anche alle Spagne si fece conoscere il valore degl'Italiani nel coltivamento dei Filosofici studi per opera del celebre Gherardo Cremonese (T. III); quindi termina così la Storia di Gherardo: In tal maniera gl'Italiani quasi ad ogni parte del mondo davano in questo tempo luminose pruove del loro sapere, e giovavano a dissipare le tenebre, che lo avevano da tanti secoli ingombrato (ivi)". In seguito a questo passo del mio Saggio viene quel tratto, che ristampa l'Ab. Tiraboschi nelle pag. 11 e seg., e comincia: Chi non crederà leggendo questi bei tratti della Storia Letteraria ec. Qui può osservarsi la fedeltà, con cui asserisce l'Abate Tiraboschi, che io dopo arrecati diversi tratti, ne' quali egli ragiona del sapere di Gherardo, conchiudo: chi non crederà ec. qui ripiglia egli, e dice: chi non crederà, dirò io pure, leggendo questo tratto del Sig. Ab Lampillas, ch'io nulla abbia detto di tutto ciò, ch'ei va qui raccontando in lode della sua Spagna (p. 11). Io rispondo, che ciò crederà chiunque non crede, com'io non credevo, che il bravo e vivace Storico della Letteratura Italiana, potesse tessere la Storia di qualche letterato in guisa, che ciò che narra nel mezzo contraddice a ciò che dà ad intendere sul principio, ed a ciò che conchiude sul fine. Legga chiunque l'esordio da me recato, con cui comincia il Tiraboschi a parlare di Gherardo, e le parole con cui conchiude la sua Storia, e mi dica, se creduto avrebbe giammai, che parlasse il Tiraboschi d'un Italiano, che andò in Ispagna a coltivare la Filosofia, che giaceva dimenticata in Italia, e che colà s'impiegò nella traduzione d'alcune opere Filosofiche? Eppure, come io stesso scrivo, non può dir altro di Gherardo il Tiraboschi. Io non pretesi, che non avesse detto il Gherardo tutto ciò ch'egli ha scritto; pretesi bensì, che dovendo lui ciò confessare, ch'era di non poco onore alla Letteratura Spagnuola di quei tempi, e che dovea chiaramente mostrare, che furono gli Spagnuoli i maestri degl'Italiani nei filosofi studi; egli a fine d'annebbiare gli occhi de' suoi leggitori, e far loro credere tutt'altro cominciò con quel bell'esordio: "Che più? Anche alle Spagne si fece conoscere il valore degli Italiani nel coltivamento dei filosofici studi, aggiungendovi la non men bella chiusa: in tal maniera gl'Italiani quasi ad ogni parte del mondo davano in questi tempi luminose pruove del loro sapere, e giovavano a dissipare le tenebre, che l'aveano da tanti secoli ingombrato". Questo è, Sig. Ab. stimatissimo, ciò ch'io leggo in questi suoi bei tratti, e ciò legge chiunque sa leggere. Dopo ciò arreca l'Ab. Tiraboschi le parole, con cui egli nella sua Storia asserisce, che Gherardo recossi a Toledo, e là si accinse alla traduzione di parecchi libri, e che dovette in gran parte i suoi studi a Toledo. Finisce poi col domandare: poteva io dire più chiaramente, ciò ch'ei mi accusa di avere dissimulato (p. 12)? Rispondo, ch'egli nè chiaramente, nè confusamente ha detto ciò, ch'io l'accuso di aver dissimulato. Egli ha detto chiaramente, che Gherardo dovette verisimilmente in gran parte a Toledo i suoi studi, e il suo sapere: io però non l'accuso di aver ciò dissimulato, anzi al T. II. p. 154 arreco queste stesse sue parole. Io lo accuso di aver disposto in maniera questo tratto della sua Storia, che comparisca l'Italia la ristoratrice dei filosofi studi in Europa; gloria, ch'io pretendo dovuta alla Spagna, e dissimulata dal Sig. Abate; e potrà egli dire, che ha detto chiaramente che si debba alla Spagna questo vanto? Questa però è la condotta osservata dal Sig. Abate in tutto questo processo: fingere strane accuse, che io non l'intendo, e dissimulare le sode, e vere, a cui non si trova in grado di rispondere. Prosiegue egli nella pag. 12, e pretende ch'io stesso mi contraddica, dove mentre l'accuso di aver dissimulata qualche gloria Letteraria degli Spagnuoli, ivi medesimo reco le sue parole, dalle quali chiaro si scorge il contrario. Non posso se non che di nuovo ammirare il coraggio di questo mio accusatore; giacchè in tutto questo tratto del mio Saggio pretende, che il Pubblico legga tutt'altro, che ciò ch'io ho scritto, trasformando tutto l'ordine del mio ragionare. Io dunque, come ho detto sopra, in tutto quel paragrafo sesto, che comincia alla p. 162. mi lamento, che l'Ab. Tiraboschi abbia disposta la sua Storia in maniera che comparisce doversi all'Italia la gloria di ristoratrice degli studi dopo il mille, gloria, che a ragion si debbe alla Spagna. Questa, e non altra è quella qualche gloria letteraria degli Spagnuoli, ch'io pretendo dissimulata dal Tiraboschi. Dopo proposto così l'argomento che prendo a trattare, dice l'Ab. Tiraboschi (p. 12) che io passo a ragionare lungamente degli studi, e delle opere degli Arabi Spagnuoli, per dimostrare quanto tutto il mondo debba a quella Nazione; e pure per molte pagine immediate alla suddetta mia proposta niente affatto discorro nè degli studi degli Arabi, nè di quanto tutto il Mondo debba a quella nazione. Impiego bensì quelle pagine in dimostrare la maniera, con cui il Tiraboschi fa comparire l'Italia ristoratrice degli studi in Europa. Arreco in primo luogo le parole, con cui egli comincia a trattare della Filosofia, e Matematica dopo il mille (T. III. lib. 4, c. 5). "Ne' tempi più antichi, scrive egli, col divolgare i libri di Aristotele, e col recare nelle loro lingue le opinioni, ed i sistemi de' più illustri Filosofi, aveanle accresciuto nuovo ornamento. Or nel decadimento, in cui ella era, gl'Italiani parimente furono i primi, che per così dire la richiamassero a vita, ed aprissero la via non solo a' lor nazionali, ma ad altre Nazioni ancora". Quindi arreco l'esordio, con cui il Tiraboschi entra a discorrere della Medicina nel seguente capo: "Come la Filosofia, e la Matematica, dice, dopo l'essere state parecchi secoli quasi interamente neglette, cominciarono a questi tempi a risorgere in Italia, e da essa si sparsero poscia nelle vicine non meno, che nelle lontane Provincie, così pure la Medicina nell'epoca, di cui parliamo, venne per opera degl'Italiani singolarmente a nuova luce". Dopo di ciò osserva la maniera, con cui comincia a parlare di Gherardo, cioè: Che più? Anche alle Spagne ec. In vista di quest'ordine del mio ragionare, che ognun, che ha gli occhi in fronte, legge nel mio Saggio, chi crederebbe giammai, che un uomo, che mi accusa di mala fede, dopo recate quelle mie parole, dove lo incolpo di voler far comparire l'Italia ristoratrice degli studi in Europa, soggiungesse (p. 12) quindi passa a ragionar lungamente degli studj, e delle opere degli Arabi Spagnuoli, per dimostrare quanto tutto il mondo debba a quella Nazione. Se la verità filosofica fosse stata la condottiera della sua penna, in questo luogo doveva piuttosto dire: "quindi arreca parecchi tratti della mia Storia, co' quali dimostra ad evidenza, ch'io mi sono studiato di far comparire l'Italia la prima ristoratrice della Filosofia, Matematica e Medicina, e la fortunata sorgente, onde si diffusero per l'Europa". Dimostrata così questa condotta del Tiraboschi passo a far vedere, quanto fosse lontana l'Italia in quei secoli da poter ristorare tai studi, e dissipare le tenebre, che ingombrano l'Europa; e quanto all'opposto fosse la Spagna in istato di poter recare questi vantaggi alle giacenti lettere. Ciò provo coi testimoni e del Bettinelli, e del Tirab., i quali confessano e la somma ignoranza, in cui giacea sepolta l'Italia a quei tempi, e all'opposto il florido stato, in cui erano in Spagna gli studj. Questo era il luogo, dove il Sig. Ab. doveva dire al suo Corrispondente: ma il credereste voi mai? "L'Abate Lampillas per dimostrare, che l'Italia non potè essere la ristoratrice della giacente Filosofia, arreca parecchi testimoni di quell'Abate Tiraboschi, che, come voi leggete nella sua Storia medesima, francamente ci assicura, che gl'Italiani furono i primi a richiamar a vita la filosofia, ad aprire la via anche ad altre Nazioni, e che dall'Italia si sparse sino alle lontane Provincie". Poteva aggiugnerli ancora: "Voi crederete, che l'Abate Lampillas abbia trovati quei testimoni, con cui io confesso, che a questi tempi era tra gl'Italiani sconosciuta, e dimenticata la Filosofia, e che ella fioriva felicemenre tra gli Arabi, crederete, dico, che gli abbia trovati dove io discorro del risorgimento di siffatti studi dopo il mille: ma v'ingannate, caro Amico. Niente di tuttociò si trova nei capi della mia Storia, cioè nel 5 e nel 6 del libro 4 del mio 3 tomo. Ma all'Ab. Lampillas, sebben se gli annebbiano gli occhi, gli è riuscito di scuoprire nel to. 4, dove io discorro dello stato di questi studi nel secolo decimoterzo, altri passi, che mal si confanno, anzi distruggono tutta quella pretesa gloria dell'Italia, ch'io m'affaticai ad istabilire nel tom. 3, sebben egli per sua bontà non mi ha rinfacciata questa contraddizione. E credereste voi mai, che io potessi pretendere d'accusarlo di contraddizione, dov'egli poteva conconvincermi d'una delle più manifeste"? In fatti non è tale il dipingerci l'Italia dopo il mille come ristoratrice della Filosofia, e illuminatrice anche della Spagna; e poi nel seguente tomo, dove si tratta della scoperta dell'Ago calamitato scrivere: questa scoperta dovette farsi probabilmente nel decimo o nell'undicesimo secolo, quando la Filosofia fra noi appena si conosceva di nome, e fra gli Arabi all'opposto era assai coltivata; e confessare, che fra gli Arabi di Spagna si coltivavano con grande ardore nei bassi secoli gli studi d'ogni maniera (tomo quarto)? Ecco, Signor Abate, il fondamento della mia giusta doglianza, cioè la maniera, con cui ella, dove si tratta del risorgimento degli studi dopo il mille, fa comparire gl'Italiani i primi ristoratori, dissimulando il doversi a ragione questo vanto alla Spagna; e poi in altro tomo, dove si tratta di tutt'altro, che di questo risorgimento, confessa l'ignoranza dell'Italia dopo il mille, e l'ardore, con cui in Ispagna si coltivavano gli studi d'ogni maniera. Ecco come può con tutta ragione l'Abate Lampillas accusarlo, ch'egli abbia in questo punto medesimo dissimulate le glorie de' suoi Arabi Spagnuoli (pag. 12.) 91. Or prego il Pubblico a riflettere, che il Tirab. per dar qualche colore di verità alle accuse, ch'egli ingiustamente m'intenta, non ha trovata altra maniera che il troncare, e trasformare i più ben ordinati tratti del mio Saggio. Io all'opposto a difendermi, non mi studio che a riordinarli, e metterli davanti quali in esso si leggono. Io lascio in disparte, prosiegue il Tirab. (pag. 12) la ridicola accusa, ch'egli mi dà, di non aver detto, che S. Domenico fosse Spagnuolo; e cita il mio tom. II p. 196. Meglio avrebbe fatto il Sig. Ab. Tirab. di tralasciar de 91 Ecco dieci pagine (della prima edizione) impiegate dall'ab. Lampillas a difendersi dall'accusa da me datagli a ciò ch'ei dice di Gherardo cremonese. Ei si duole che io non abbia affermato che l'Italia dovette alla Spagna il risorgimento de' buoni studj. Io non l'ho detto, nè 'l dirò mai. Ho detto che Gherardo dovette verisimilmente in gran parte a Toledo i suoi studj e il suo sapere; e col dir ciò ho detto quanto io sapeva delle glorie letterarie della Spagna riguardo all'Italia in quel secolo; e mi son doluto e mi dolgo tuttora che l'ab. Lampillas abbia a questo luogo dissimulata questa mia espressione onorevole alla Spagna. Ho confessato che gli studj filosofici giacevano dimenticati in Italia; dunque non ho certo detto che la Spagna li ricevette dall'Italia. Ho detto che gl'Italiani in ogni parte del mondo facean il lor talento, e ciò è verissimo anche riguardo alla Spagna. tutto quest'accusa, e così si sarebbe risparmiato il rossore di sentirsi rinfacciare la più vergognosa falsità: leggasi la p. 196 del mio II. tom.; leggasi pure tutto quel § 8, dove io parlo di S. Domenico, e vedasi se in esso si trova una tale accusa; e non potranno se non che maravigliarsi i leggitori, che un uomo, il quale, non pago di troncare e travisare i miei detti, finge in oltre accuse del tutto ideali, abbia nondimeno il coraggio di dire: che può egli rispondere? Io cito le sue precise parole senza punto alterarle, com'egli ha alterato le mie (pag. 20). Nè potranno guardare senza sdegno, che su questo falso fondamento venga io da lui trattato con la dispregiante espressione: Chi mai avrebbe creduto, che dovesse trovarsi un Abate Lampillas ec. espressione che il solo sentirsi rinfacciare dovea tingere di rossore chiunque non affatto ignori i doveri dell'urbanità. Ecco la mia doglianza contro il Tiraboschi in tutto quel passo. Io prendo a dimostrare, che i sacri studi furono in quel secolo promossi, ed illustrati in Italia dagli Spagnuoli. Cominciò con uno degli avvenimenti più vantaggiosi alle scienze sacre, quale fu la fondazione dell'illustre Ordine de' Predicatori. Affermo, che l'Italia sperimentò bene questi vantaggi, e ne reco in pruova le parole stesse del Tirab. Tutto ciò si trova nella pag. 195 del mio secondo tomo. Quindi ripiglio pag. 196 "Di tutti questi vantaggi, io chieggo, non è debitrice l'Italia al gran S. Domenico, gloria, ed ornamento della nazione Spagnuola? Eppure nemmen si vede nominato, dove si tratta della nascita di quest'Ordine. Io penso, che sarebbe qui più opportuna quella sincera confessione fatta dal Tirab. in occasione della venuta di Carlo Magno in Italia, giacchè con giusta ragion potrebbe dire: Se l'Italia ebbe a questi tempi la sorte di aver un Eroe santissimo, che con la fondazione d'un nuovo ordine si adoprò a farvi risorgere i sacri studi, e le assicurò un perpetuo seminario di grandi uomini, ella dee confessar sinceramente, che ne è debitrice alla Spagna". Dov'è qui, Sig. Ab. stimatissimo, ch'io l'accusi di non aver detto che S. Domenico fu Spagnuolo? Dove sono le mie precise parole citate sena punto alterarle? In questa guisa ella si studia di sfigurare le mie giuste accuse per farle credere ridicole; mentre l'accusa da me intentatale in questo luogo solo può chiamarsi ridicola da chi acciecato da qualche prevenzione pretenda, che furono maggiori i vantaggi recati da Carlo Magno agl'Italiani studi, di quelli, dei quali è debitrice l'Italia a tanti dottissimi Domenicani, che l'hanno illustrata, e la illustrano per quasi sei secoli 92. Qui si vede con quanta ragion poteva dire il Tirab. che si vergognava di trattenersi su questo punto. Non men però dovea vergognarsi dell'altra accusa, ch'egli 92 Questo è un puro giuoco di parole. Io ho lodato l'Ordine dei Predicatori, e ho detto che molto ad esso dovetter le scienze, e col lodar l'Ordine domenicano ho lodato s. Domenico fondator dell'Ordine, giacchè niuno, credo, vorrà sospettare che il detto Ordine sia fondato da s. Benedetto. È dunque una puerilità il dire ch'io lodando l'Ordine domenicano non ho nominato s. Domenico; e tutta l'accusa non può ridursi ad altro che al dire ch'io non ho detto che s. Domenico fosse spagnuolo, e perciò a tale accusa ho fatta la risposta che si conveniva. m'intenta intorno al celebre Cardinale Albornoz. Scriv'egli a questo proposito (p. 13) ch'io l'accuso di non aver fatta menzione nella sua Storia del celebre Card. Albornoz Spagnuolo; e che qui di nuovo deve lamentarsi del Signor Abate Lampillas, e farne solenni doglianze in faccia a tutto il mondo. Anche in questo luogo, caro Sig. Ab., poteva ella interpellare il suo Corrispondente, e dirgli "ma il credereste voi mai? L'Ab. Lampillas non mi ha fatta mai una tale accusa. Io con buonissima fede assicuro a tutto il mondo, ch'egli dice, ch'io nella mia Storia non ho fatta menzione del Cardinal Albornoz. Io so bene, ch'egli ciò non ha detto; e nondimeno colla solita franchezza mi lamento di lui in faccia a tutto il mondo non per ciò ch'egli abbia detto, ma per ciò ch'io gli fo dire". In fatti vedasi il tomo secondo del mio Saggio dalla pag. 201. fino alla pag. 206. dove io parlo di questo celebre Card., e se si trova, ch'io mi dolga assolutamente del Tirab. di non aver fatta nella sua Storia menzione del Card. Albornoz, mi confesso uomo mancante di buona fede; se ciò non si trova, lascio al mondo intero il giudizio, che deesi farsi intorno alla fede del Tiraboschi. Mettiamo nella vera luce questo fatto, che tanto basta a giustificarmi. Nel paragrafo 8 della Dissertazion 6, prend'io a dimostrare, di quanto sia debitrice l'Italia al Card. Albornoz: ciò comincio a fare in fondo alla p. 201, dove in poche righe manifesto lo splendore recato dal sì insigne Cardinale all'Università di Bologna colla fondazione del magnifico Collegio di S. Clemente degli Spagnuoli. Quindi passo a spiegare gli altri meriti del nostro Cardinale verso gran parte dell'Italia, e comincio così: "In questo luogo non posso non fare un amorevol lamento coll'Ab. Tirab. e molto più coll'Ab. Bettinelli; imperciocchè dove ci dipingono lo stato dell'Italia nel secolo XIV oppressa e tiranneggiata da tanti prepotenti, non si degnano nemmen di nominare il grand'Egidio d'Albornoz, che a costo di immense fatiche liberò gran parte di essa dall'oppressione di quei tiranni, ed assicurò alla Romana Chiesa l'antico patrimonio". Dov'è ch'io qui accusi l'Ab. Tirab. di non aver fatta menzione nella sua Storia del celebre Card. Albornoz? Il lamentarmi, ch'io giustamente fo, che il Tirab. dove ci dipinge lo stato dell'Italia del secolo XIV oppressa e tiranneggiata da prepotenti non sì degni nemmen di nominare il grand'Egidio di Albornoz, è lamentarmi che nella Storia non abbia fatta menzione il detto Cardinale? Qui poteva io a ragion rinfacciare al sig. Ab. Tirab. ch'egli fa universale a tutta la sua Storia la proposizione da me ristretta ad un determinato passo di essa, vedeva egli però, che recata la mia accusa quale da me venne scritta, non poteva giammai convincerla di falsità. Ciò all'opposto gli riusciva sfigurandola come ha fatto. Aprasi il tomo 5 della Storia Letteraria del Tiraboschi, leggasi tutto il cap. I del lib. I. che ha per titolo, Idea generale dello stato civile d'Italia in questo secolo, e vedasi, se in verun luogo delle dieci pagine, che compongono quel Capo, venga nominato il Card. Albornoz; eppure ciò vi voleva a convincermi di mala fede. In fatti l'unica maniera, con cui doveva egli farla palese a tutt'il mondo, era questa; "L'ab. Lampillas si lamenta che dov'io dipingo lo stato dell'Italia nel secolo XIV oppressa, e tiranneggiata da' prepotenti, non abbia io nominato Egidio d'Albornoz. Leggasi il capo I del lib. I del mio tom. 5, dov'io descrivo lo stato dell'Italia nel secolo XIV, e là troverassi nominato da me il Card. Albornoz. L'ab. Lampillas si lamenta, ch'io non fo menzione delle immense fatiche, con cui l'Albornoz liberò gran parte dell'Italia dall'oppressione de' Tiranni, le assicurò la felicità con savie leggi, e fece in essa rifiorire gli abbandonati studi. Leggasi il predetto capo (o almen qualchedun altro) della mia Storia, ch'io non ho dissimulati questi singolari meriti dell'Albornoz". Questa sarebbe, Sig. Ab., la maniera di manifestare a tutt'il mondo la mia mancanza di fede; allora potrebbe a ragion dirsi, che la sola verità filosofica è la condottiera della sua penna, e che risponde all'Ab. Lampillas coi fatti alla mano. Ma come mai può lusingarsi di ciò ottenere rispondendo a tutt'altro, che a ciò di cui vien accusato? Io mi lamento, che da lei vengano dimenticati quei meriti del Card. Albornoz, che esigono dall'Italia un'eterna gratitudine, e che doveano occupare distinto posto nel primo capo del suo 5 tomo: quei meriti con cui egli assicurò la tranquillità all'Italia, e la quiete agli studi; quei meriti, che gli acquistarono la più tenera e distinta stima de' Papi, e quel singolare, e pregiatissimo titolo di Padre della Chiesa; quel merito di doversi a lui singolarmente il ritorno di Urbano V in Italia, come scrive il Sepulveda e che nondimeno dal Sig. Ab. in quel capo I si attribuisce ad Aldovrandino III Sig. di Modena; quei meriti finalmente, che pare impossibile l'esser dimenticati da uno Storico, dove tratta dello stato civile dell'Italia in quei tempi. E che risponde, il Sig. Ab. Tirab. a questi miei giusti lamenti? Egli risponde, che nel cap. 3 dove tratta dell'Università ha impiegata quasi una pagina in parlare della fondazione del Collegio degli Spagnuoli fatta dall'Albornoz, e che ha recato l'elogio, che si fa di detto Card. In un'antica Cronaca di Bologna, dove si spiega il dolore provato da quei cittadini nella morte dell'Albornoz, per essersi esso manifestato grand'amico degli uomini di Bologna, e avergli cavati dalle mani di quello di Milano con gran fatica (pag. 13. 14). Mi dica di grazia il Sig. Ab. Tirab.: questo capo 3 nel suo quinto tomo è forse quel luogo della sua Storia, dove ella ci dipinge lo stato civile dell'Italia nel secolo XIV? La fondazione del Collegio di Bologna, che non ebbe pieno effetto se non che dopo la morte d'Albornoz, sono quei singolari meriti, che resero in vita questo celebre Cardinale uno de' più rinomati personaggi del suo tempo, e dei più benemeriti dell'Italia? E come dunque può pretendere di convincermi di mala fede in faccia al mondo tutto col dire, che ha nominato l'Albornoz dove io non gli rimprovero, che di lui non abbia fatto menzione; e col dire che ha parlato lungamente della fondazione del Collegio di Bologna, che io non mi lamento, che sia stata da lui dimenticata? Vedrà ben il mondo tutto la buona fede, con cui il Sig. Abate mette davanti gli occhi de' suoi leggitori in corsivo come detto da fine, ch'ella non si è degnato di nominare il Card. Albornoz; che ella ne ha dimenticata la memoria (pag. 13 lett.) senza esprimere, dov'io mi lagno, ch'ella non abbia nominato, e qual sia la memoria dell'Albornoz, ch'io desidero nella sua Storia. Più chiaramente si vedrà questa buona fede del Tiraboschi, se esaminando quanto egli intorno a ciò scrive sul principio della pag. 13 della sua lettera. Qui dunque dopo recate quelle mie parole in questo luogo non posso non fare un amichevol lamento ec. soggiugne parlando di me: Quindi dopo aver rammentate le grandi imprese di quel celebre Cardinale (tra le quali non si vede la fondazione del Collegio di Bologna) e ripetuto più volte, che io doveva farne menzione (dopo il passo da lui recato non lo dico neppure una volta) e dopo aver detto che da me è stata dimenticata la memoria del celebre Albornoz (ciò dico parlando dell'Ab. Bettinelli, non già dell'Ab. Tirab.) conchiude: questa disgrazia però ec. Ora aprasi in faccia a tutto il mondo il mio Saggio, e leggansi le pag. 202 fino a' 206 del secondo tomo, e giudichi tutto il mondo della buona fede del mio accusatore. Ivi vedrassi, che nemmen una sol volta vien da me rimproverato al Tiraboschi ch'egli non abbia fatta menzione dell'Albornoz, senza individuare e il luogo dove dovea nominarlo, e in cui certamente non lo nomina; e i meriti, di cui far dovea menzione, i quali certamente vengono da lui dimenticati. Vedrassi, che in fondo alla pag. 204 comincio a discorrerla del sig. Ab. Bettinelli; non meno, io dico, avea tutto il diritto questo gran Cardinale d'essere nominato nell'elegante Storia del Risorgimento dell'Italia ec., senza che per quasi due pag. vengano più nominati nè il Tiraboschi, nè la sua Storia Letteraria. Termino poi il ragionamento col Bettinelli; e dico parlando di lui: come mai nondimeno, mentre onora tanto la memoria di quelli, che promossero le belle Arti, ed empirono di versi l'Italia, viene all'istesso tempo da lui dimenticata la memoria del celebre Albornoz? Eccovi quel dimenticata la memoria del celebre Albornoz, ch'io rimprovero all'Ab. Bettinelli, e che quel Sig. Abate Tiraboschi che cita le precise parole dell'Ab. Lampillas senza punto alterarle, scrive ch'io ho detto parlando di lui. Dopo aver detto (egli scrive parlando di me) che da me è stata dimenticata la memoria del celebre Albornoz conchiude: questa disgrazia però ec.: e in questa guisa fa comparire relativa all'aver egli dimenticata la memoria dell'Albornoz quella disgrazia, che da me viene scritta come relativa all'avere il Bettinelli, dimenticata la memoria del celebre Albornoz. Sì, fedelissimo Sig. Ab., questa è la buona fede, con cui ella cita le mie precise parole senza punto alterarle; questa è la leggiadra maniera, con cui ella mi fa dire ciò, che io non ho detto, e poi leva alto la voce contro di me in faccia a tutto il mondo. Ma credeva ella forse, che in tutto il mondo non dovesse trovarsi chi avesse in mano il mio Saggio, e in esso esaminasse le accuse, ch'ella m'intenta? Vede in esso chiunque ha occhi in fronte, che dove io conchiudo il ragionamento contro l'Ab. Bettinelli con questo periodo: "Questa disgrazia però è comune al nostro cardinale con tanti altri celebri Spagnuoli benemeriti dell'Italiana letteratura, i quali, come abbiam visto, vengono dimenticati dall'Autore della Storia letteraria"; vede, io dico, che quella espressione questa disgrazia non può giammai riferirsi ad un'assoluta dimenticanza dell'Albornoz nella Storia letteraria, quale non si vede da me additata in tutto quel passo; ma bensì all'assoluta dimenticanza dell'Albornoz nell'opera del Bettinelli, di cui io in quel luogo ragiono; e all'avere il Tirab. dimenticati tanti meriti di quel Cardinale, che meritavano distinto posto nella sua Storia. Vede, che nel mio Saggio è tutt'altra l'accusa, ch'io intento all'Ab. Tirab. di quella ch'egli si studia di far comparire nella sua lettera. A vista di tutto ciò non può se non che stupoirsi, che un uomo ben consapevole di questa sua condotta pretenda levar alto la voce, e chiedere soddisfazione contro la calunnia, che se gli appone; quasi che col rumore delle sue grida impedir potesse, che si udisse la voce della verità, che mi dà tutto il diritto a domandarla. Almeno, può replicare l'Ab. Tirab., l'Ab. Lampillas ha dissimulato quant'io ho detto in lode del celebre Albornoz, e perciò è reo d'una di quelle infedeltà, di cui io lo accuso in quarto luogo; cioè, d'aver dissimulate più cose, che fanno in mio favore, e che distruggon le accuse, ch'ei mi ha intentate. All'opposto l'Ab. Lampillas pretende aver in questo passo dissimulata una ben ovvia riflessione, la quale vieppiù confermerebbe la sfavorevole prevenzione del Tirab. contro il merito della Nazione Spagnuola. Il Sig. Ab. Tirab. ha stimato bene il trattar questo punto in faccia a tutto il mondo, e levar ancora alto la voce; io però, per quanto mi preme di non farlo comparire un nemico, com'egli dice, della gloria letteraria di Spagna, vorrei poterla con lui discorrere bocca a bocca, o almeno dove non ci sentisse Spagnuolo alcuno. Ecco dunque la riflessione, ch'io dissimulai nel mio Saggio. Il Card. Albornoz avea diritto ad esser nominato con onore ne' tre primi capi del tom. 5 della Storia letteraria d'Italia nel secolo XIV, poichè egli rendette quieto, e tranquillo quello Stato, che trovato avea messo sossopra dalle guerre civile, ed oppresso da' Tiranni; nel secondo, dove si fa memoria dei Principi, che favoriron le lettere nell'Italia, giacchè i letterati trovarono sempre mai nell'Albornoz un benefico protettore; e gli abbandonati studi si videro rifiorire massimamente in Bologna mercè le savie provvidenze di questo Cardinale; nel III. dove si parla dell'Università, per l'erezione che in Bologna fece dell'illustre Collegio di S. Clemente, dove potessero fare i loro studi 24 giovani Spagnuoli. L'Ab. Tirab. dimenticata la memoria del Card. Nel primo e secondo capo (che, come abbiam detto, è quel solo, ch'io gli rimprovero nel mio Saggio) si è degnato di parlarne soltanto nel terzo; e perchè mai? Oh! Adagio. Non la vogliam fare da qualche Dio, entrando nell'intenzione. Lasciamo dunque a lui il saper lo perchè. Venghiamo al risultato di questa sua condanna. Da questo dunque segue, che ciò, da cui ne vien gloria all'Italia, ed è men favorevole alla letteratura Spagnuola si racconta dallo Storico; ma si dissimula affatto nella sua Storia ciò ch'essendo di sommo onore alla Spagna, è all'Italia poco onorevole. In fatti, sebbene il Collegio di S. Clemente di Bologna abbia recato sommo onore alla letteratura Spagnuola per gl'illustri letterati, di cui sempre mai è stato fecondo; nondimeno il fondare l'Albornoz un Collegio in Bologna per agevolar sempre meglio agli Spagnuoli la via per frequentare quelle celebri Scuole, quanto maggior onor reca alla letteratura Italiana, tanto è meno onorevole alla Spagnuola; imperciocchè in detta fondazione l'Italia fa la luminosa figura di maestra degli Spagnuoli, mentre questi compariscono qual gente, che abbisogna di venire in Italia ad esser illuminata nelle scienze; e così si dà luogo agl'Italiani di dire: noi possiam vantarci, che tra noi si forniscono gli Spagnuoli di quel sapere, che alle loro opere è richiesto, come scrive il Tirab. parlando del Pennafort. Ecco ciò, che dell'Albornoz non dissimula il Tiraboschi. All'opposto il venire l'Albornoz in Italia co' suoi valorosi Nepoti, ed altri celebri Spagnuoli a pacificarla a costo d'immense fatiche, a riacquistare alla Chiesa il suo Patrimonio, sino a presentare al Papa un carro pieno di chiavi della Città, e fortezze conquistate; il dire che fece Urbano V di non si voler valere dell'opere d'altri, che dei fratelli dell'Albornoz per difendere e governare l'Italia (Sepul. De Reb. Gest. Albornoz); il poter vantarsi la nazione Spagnuola di aver date savie leggi all'Italia nelle Costituzioni Egidiane; e d'aver promosse in Italia le Scienze e le Arti; tuttociò, io dico, quanto è gloriosissimo al nome di Spagna, tanto è men onorevole all'Italia. Ed ecco quanto dell'Albornoz vien dissimulato dal Tirab. Dica adesso il Sig. Ab., se l'aver io dissimulata questa riflessione nel mio Saggio sia aver dissimulato qualche cosa che distrugga l'accusa, che gli vien intentata di essere troppo prevenuto contro la gloria della nostra Nazione 93. QUARTA ACCUSA. L'Ab. Lampillas dissimula più cose, che fanno in favore dell'Ab. Tiraboschi, e distruggon le accuse ch'ei gli ha intentate. Non è più giusta, nè men graziosa quest'altra accusa, 93 A questa lunghissima dissertazione sul card. Albornoz rispondo assai brevemente. Se il sig. ab. Lampillas è così sincero, com'egli si vanta, perchè non ha indicato il passo in cui io ragiono di quel gran cardinale? Poteva al più rimproverarmi, benchè ingiustamente, di averne parlato fuor di luogo. Ma perchè tacerlo affatto? Io sfido chiunque legge quel passo del saggio dell'ab. Lampillas a dire se esso non sembra indicare ch'io l'abbia affatto dimenticato, e se non è perciò giustissima la mia doglianza. con cui l'Ab. Tirab. si presenta al Tribunale de' Saggi. L'Ab. Lampillas (egli dice lett. p. 14) dissimula più cose, che fanno in mio favore, e distruggon le accuse, ch'ei mi ha intentate. Io all'opposto pretendo, che il Sig. Ab. Tirab. con questa sua lettera distrugga tutto ciò, ch'io avea detto a favore di lui, e che bastava a dissipare tutte le pretese accuse. Io avea lodata la sua onestissima indole lontana assai da ogni avversione alla Nazione Spagnuola. Io aveva assicurato il Pubblico, che non vorrebbe mai l'Ab. Tirab. contrastar alla Spagna quella gloria, che trovasse appoggiata a sodi fondamenti e ragioni; mentre il Sig. Ab. colla sua lettera mostra non solo di voler contrastare, ma ci dipinge come disperata quella gloria letteraria della nostra Nazione, che il Pubblico per altro trova appoggiata a sode ragioni e fondamenti. La prima ragione, su cui fonda l'Ab. Tirab. la quarta accusa, è, perchè io dissimulo, ch'egli con la medesima libertà, con cui ha scritto contro alcuni Autori Spagnuoli, ha scritto ancora contro alcuni Italiani. In primo luogo nè io, nè gli Spagnuoli ci lamentiamo, che il Sig. Ab. abbia scritto contro alcuni Autori Spagnuoli; anzi io stesso scrivo (tom. I. pag. 16): "Qualora si fossero contentati questi moderni Scrittori di trovar dei difetti in alcuni Scrittori Spagnuoli del secolo posteriore ad Augusto, e avessero di più preteso preferire Catullo a Marziale, Virgilio a Lucano, Cicerone a Seneca, avrebbero ancor trovato fra gli Spagnuoli appoggio alla loro censura". Aggiungo, che quando non avesse stimato l'Ab. Tirab. il farsi panegirista del carattere morale di Seneca, nessun Spagnuolo ne avrebbe fatto lamento. Ciò di cui ci dogliamo del Sig. Ab. Tirab. è la maniera con cui egli oscura la fama di Lucano, Marziale e Seneca, impiegando molte pagine in biasimarli; cercando tutte le strade di screditarli, dissimulando, o pretendendo di nessun valore quanto in favor di questi illustri Spagnuoli hanno scritto uomini di somma critica, ed erudizione. Mostri, se può il Sig. Ab. Tirab., ch'egli negli otto tomi della sua Storia usata abbia simil condotta con alcun Autore Italiano, o almeno con alcuno straniero. Come mai potrà egli scusare il lungo processo fatto contro il carattere morale di Seneca (torno a dire fuora di luogo, e tempo), mentre non ha stimato il farlo a nessun altro, benchè non gli mancassero più sodi fondamenti per accusarli di quelli, che siano i testimoni, su i quali fonda le accuse di Seneca? Come mai potrà scusare l'adoprar che ha fatto tutte le arti per far comparir Seneca reo della morte d'Agrippina; mentre con tato calore pende a difendere Cassiodoro accusato forse con maggior fondamento reo d'un simile delitto 94? È questa la maniera di mostrarsi imparziale nel trattare la causa degli Spagnuoli, e degl'Italiani? Di più: può egli negare, a qual segno fosse corrotto il gusto dell'Eloquenza prima dei Seneca; come quello della Poesia prima di Lucano e Marziale? E perchè dunque, giacchè tanto si vanta d'imparziale, dissimula nondimeno tanti Italiani corruttori 94 Io amo meglio lasciar che i lettori giudichino da loro stessi di questo poco prudente confronto che fa qui il sig. ab. Lampillas tra Seneca e Cassiodoro. dell'Eloquenza prima dei Seneca; e tanti altri corruttori della Poesia prima di Lucano e Marziale, e fa comparir questi Spagnuoli come i primi a distogliersi dal buon sentiero? E crede il Sig. Ab. Tirab. che potessi io distruggere queste gravissime accuse col recare la critica, ch'egli fa dello stile di Valerio Flacco, di Stazio, di Silio e di Persio? Ci vuol altro, Sig. Ab. stimatissimo, per farlo comparire men prevenuto contro i letterati Spagnuoli, e men parziale verso gl'Italiani; nè mi persuado, che il Pubblico voglia crederlo tale, dopo ch'ella in questa sua lettera ha pubblicato tutto ciò, che pretende dissimulato da me in suo favore. So io bene, che dal Sig. Ab. Tirab. vengono dimenticati ancora alcuni Francesi; ma non proverà giammai egli, ch'avessero quei Francesi tutto quel diritto ad occupar un distinto posto nella Storia letteraria, quale si trova negli Spagnuoli da lei dimenticati. Io trovo bensì il Francese Claudio Rutilio Numaziano nominato con onore nella sua Storia; mentre nello stesso tempo vedo dimenticato Prudenzio di merito molto superiore a quel Poeta Francese. È venuto egli, è vero, a contesa con alcuni Francesi assai più spesso, che con gli Spagnuoli; non dobbiam però di ciò ringraziar la bontà del Sig. Ab., nè qualche sua parzialità verso la Spagna, ma bensì la moderazione degli Spagnuoli, e la stima, che sempre mai hanno questi manifestata degli Autori Italiani; mentre all'opposto dai Francesi vengono e criticati con rigore, e trattati con dispregio non pochi italiani. Questa modestissima condotta degli Spagnuoli in vece di procacciarli, com'era giusto, la stima degl'Italiani, è stata forse la cagione del dispregio, con cui vengono trattati e dal Tirab. e da altri suoi simili. Vedono questi (osservazione, che intesi fare da un dotto, e critico Italiano) che i Francesi non si lasciano strapazzare impunemente, e che sanno rendere la pariglia a chi dispregia la lor Nazione; e ciò lo fanno in una lingua, ch'essendosi resa di moda vien intesa da tutta l'Europa. Vedono allo stesso tempo, che se mai gli Spagnuoli credono necessario il difendere la loro gloria, e manifestare le imposture e calunnie, con cui gli Stranieri oscurano la loro fama, sono costretti a ciò fare, o scrivendo in latino, e non sono letti, o in Spagnuolo, e non sono intesi. Non nego, che il Sig. Ab. Tirab. abbia preteso di rivendicare all'Italia molti uomini dotti, che (com'egli scrive) sono stati senza buona ragione annoverati da' Francesi tra loro Scrittori (lett. p. 15). Ma potrà egli dire, che i celebri uomini, che ha preteso rapir alla Spagna fossero da noi annoverati tra i nostri senza buona ragione? Non sarà dunque buona ragione per dire Spagnuolo Quintiliano l'autorità di quattro gravissimi antichi Scrittori, e saranno buona ragione per farlo comparir Romano le deboli congetture arrecate dal Sig. Ab.? non sarà buona ragione per dire Spagnuolo S. Damaso il chiaro testimonio degli Autori e monumenti antichi, e il quasi universale consenso de' moderni; e sarà non solamente buona ragione per dirlo Romano, ma evidente dimostrazione quel poco e del tutto insussistente, che ne dice il Tillemont? Lo stesso dico intorno a Teodolfo e a Gherardo. Quando il Sig. Ab. Tiraboschi ci mostri, che le ragioni, con cui da' Francesi vengono annoverati tra i loro Scrittori quelli che il Sig. Ab. pretende Italiani, sono ugualmente forti e convincenti, quali sono quelle degli Spagnuoli; e ch'egli argomenta contro i Francesi con ragioni non men deboli di quelle con cui argomenta contro noi; allora confesseremo, che su questo punto hanno i Francesi non men che gli Spagnuoli tutta la ragion di lamentarsi del Sig. Ab. Tiraboschi. Ma che dirò io, scrive l'Ab. Tiraboschi (lett. pag. 15) del dissimulare che fa il Sig. Ab. Lampillas le molte cose, che io ho scritte in lode di alcuni Autori Spagnuoli? Io rispondo, che può dire, che mostrandosi egli sempre mai liberale in iscreditare e biasimare i nostri Autori, ed assai scarso in lodarli, può esser certo, che un saggio ed imparzial giudice si stupirà, come abbia egli potuto pretendere di non comparire nemico della gloria dei nostri Autori per quelle scarse lodi, di cui in questo luogo si vanta; quasi che, a cagion d'esempio, il gran Filosofo Seneca sommamente lodato da gravissimi e dottissimi Uomini dovesse confessarsi molto obbligato al Sig. Ab. Tiraboschi per qualche piccola lode, ch'egli si è degnato di dargli, mentre allo stesso tempo si vede da lui screditato e biasimato al sommo. Ma molto più stupirà qualunque giudice imparziale di vedere, che il Sig. Ab. Tiraboschi, nell'accusarmi che fa di aver io dissimulate molte cose ch'egli ha scritte in lode di alcuni Spagnuoli, cominci colla lode data da lui a Seneca, dove dice, che le Opere Morali, che di lui abbiamo, sono piene di savissimi ed utilissimi ammaestramenti; quasi che io dissimulata avessi questa lode data da lui a Seneca; eppure nel tomo I, pag. 144 parlando dell'Ab. Tiraboschi, dico: Non confessa egli stesso che le Opere Morali di Seneca sono piene di savissimi ed utilissimi ammaestramenti? Così pure nel tomo 2. pag. 55 dove parlo della Filosofia naturale di Seneca, nella quale pretendo che forse si avvantaggiò sopra tutti gli antichi filosofi, e singolarmente nello scoprire la natura delle comete, aggiungo esser questa osservazione fatta dal Sig. Ab. Tiraboschi. Nondimeno egli francamente asserisce, che da me vengono dissimulate queste lodi date da lui a Seneca. Così pure non ho dissimulato quel poco di buono che ha detto il Sig. Abate di Lucano e di Marziale; anzi egli si lamenta, che io abbia messa in bocca qualche lode di questi due Spagnuoli più espressiva di quello che abbia stimato dar loro il nostro Sig. Abate. Nemmeno son da me dissimulate le lodi, con cui egli parla degli Arabi di Spagna, ai quali attribuisce lo scoprimento della proprietà dell'ago calamitato. Vedasi la pag. 169 del mio 2° tomo, e troverassi distesa questa lode col testimonio dell'Ab. Tiraboschi. Ugualmente vengono a me accennate le lodi date a S. Domenico ed a S. Raimondo di Pennafort; mentre assicuro nella pag. 197 che i meriti di questi due grandi uomini non sono stati dimenticati nella Storia letteraria d'Italia. Che se poi non rammento gli elogi, che il Sig. Abate fa di Alfonso di Aragona, non è già perchè pretenda dissimularli, ma perchè non appartengono a questa prima Parte del mio Saggio: troveransi bensì nella seconda Parte. Eccovi il mio accusatore, che mi fa dissimulare ciò, che io chiaramente ho detto, e che quando dissimulato l'avessi non proverebbe egli giammai, che ciò fosse dissimular qualche cosa che basti ad iscusarlo della troppo sfavorevole prevenzione contro la nostra letteratura. E valga il vero: come mai ha creduto il Sig. Abate con queste scarsissime lodi date ad alcuni Spagnuoli gettar la polvere agli occhi della nostra intiera Nazione, acciocchè non vegga quella continuata condotta da lui tenuta nella sua Storia, con cui la fa comparire corruttrice della letteratura Italiana, mentre esigeva la giustizia, che da lui venisse dipinta come quella, a cui sono debitrici le Italiane lettere de' maggiori vantaggi. E potrà ella pretendere, che chiunque legge attentamente la sua Storia, debba confessare, che tra le nazioni straniere all'Italia non ve n'è alcuna, a cui lode tante cose egli abbia in essa inserite, quante alla Spagnuola? E che quando mai ci fosse motivo a doglianza l'avrebbero piuttosto i Francesi che gli Spagnuoli? In primo luogo quando si fosse adoperato così a favore della nostra Spagna, non avrebb'egli fatto altro che quello che da lui esigevano e la gratitudine, e la giustizia. E ciò possiam affermare francamente in faccia al mondo tutto, mentre che il Sig. Ab. Tiraboschi non mostri, che l'antica Italiana letteratura non dovette più alla nazione Spagnuola, che a verun'altra delle straniere nazioni. In secondo luogo: e dove mai troverà il Sig. Abate in tutta la sua Storia date alla nostra nazione quelle lodi, ch'egli con minor ragion non nega alla Francia? Confessa egli giammai, che gl'Italiani sieno obbligati agli Spagnuoli per essersi adoperati in ammaestrarli, come confessa de' Francesi? Eppure quando mai, sia negli antichi, sia ne' moderni tempi, mandò la Francia tanti e sì gravi Maestri all'Italia, quanti ne vennero dalla Spagna? Confessa egli giammai, che l'Italia sia debitrice al dominio Spagnuolo de' sommi vantaggi recati agli studi, come confessa, che ne fu debitrice alla Francia? Eppure non men le antiche che le moderne Italiane lettere furono con maggior ardore promosse dal dominio Spagnuolo in Italia, di quello che sieno giammai state dal dominio Francese. All'opposto si vede giammai in tutta la Storia letteraria d'Italia intaccata la nazione Francese colla nera macchia di corruttrice dell'Italiana letteratura, come per ben due volte si vede la Spagnuola? Eppure dalla corruzione del seicento poteva con qualche maggior cagione venirne incolpata la Francese, come mostreremo nella seconda Parte del Saggio. Ha detto mai il Sig. Ab. che il clima di Francia congiunto a qualunque siano le cause morali possa contribuire assai al cattivo gusto, come senza fondamento alcuno ha detto di quello di Spagna? E dopo tutto ciò potrà dir con tutta franchezza, che non avrebbe mai creduto che potesse essere preso di mira come nemico del nome e della gloria Spagnuola? (lett. pag. 18). A far ciò veder più chiaramente, mi permetta il Sig. Abate Tiraboschi, che per quel piacer che trovo in sentirli lodar la nostra letterature, io ripeta in bocca sua, parlando col suo Sig. Corrispondente, que' grandi elogi fatti da lui a' nostri Autori, facendovi anche in bocca sua alcune aggiunte, che servano a farli spiccare sempre più. "Scorrete di grazia, (dice il Sig. Ab. Tiraboschi al suo Sig. Corrispondente) i tomi della mia Istoria, e vedrete con quante lodi io parli degli Spagnuoli. Vedrete ch'io dico, che le opere morali di Seneca sono piene di savissimi ed utilissimi ammaestramenti; ma vedrete all'istesso tempo, che io scrivo, che ne' sentimenti di Seneca altro non si trova sovente, che un'ombra, ed un'ingannevole apparenza (Tomo secondo); vedrete, ch'io lo rappresento nella persona d'un impostore giojelliere, che fra poche merci vere ne presenta molte false, delle quali solo può invaghirsene un semplice fanciullo, o un uomo rozzo (Tomo secondo). Aggiungete tutto quanto io scrivo contro il suo stile, tutto il lungo processo contro il suo carattere morale, tutte le amare ironie, con cui sempre mai vien da me deriso; e confessate, che questo illustre Spagnuolo dee restar obbligatissimo al Sig. Ab. Tiraboschi. Vedrete, ch'io dico, che lo stile di Pomponio Mela è terso, ed elegante forse sopra tutti gli altri Scrittori di questo secolo, ma vedrete altresì, che non trovando io in questo Spagnuolo se non molto che lodare, me ne sbrigo in due righe, laddove impiego molte pagine in parlar d'altri Spagnuoli, dove trovo qualch'apparenza per iscreditarli e biasimarli. Vedrete, che di Claudio Vescovo di Torino, e Spagnuolo di nascita ho parlato non brevemente; ma vedrete che ne ho parlato lungamente per poter recare distesi i testimoni di Dungalo, e di Giona, coi quali viene screditata al sommo tutta la letteratura di Claudio. È vero, ch'io (di genio, come sapete, moderatissimo) aggiungo: Dungalo, e Giona sarebbero meritevoli di maggior lode, se contro il loro avversario avessero scritto con maggior moderazione (tom. 3); ma è vero altresì, che poi soggiungo con somma moderazione: Ma egli è certo che Claudio era quale essi appunto il descrivono, non già autore, ma semplice, e non sempre esatto compilatore (ivi). Vedrete ch'io lodo gli Arabi, e gli studi dei Filosofi Arabo-Spani, ma vedrete ch'io fo questo elogio dove non mi può incommodare ad assicurare agl'Italiani la gloria di ristoratori della filosofia dopo il mille, e dove non può già servire ad assicurarla agli Arabi, ai quali pure si deve. Vedrete, ch'io fo grandi elogi del sapere, e degli studi di S. Raimondo di Pennafort; ma vedrete, che sebben sia assai probabile, che questo dotto Spagnuolo (come mostra l'Ab. Lampillas nel suo Saggio) si provvedesse dai maestri Spagnuoli di quel sapere, che a condurre a fine un'opera sì importante era richiesto; io nondimeno mi studiai di dar ad intendere, che dovette agl'Italiani il suo sapere; non già affermandolo espressamente, come nemmen me lo rinfaccia l'Ab. Lampillas, ma scrivendo: noi ben possiamo vantarci, che tra noi, cioè nell'Università di Bologna ei si fornì di quel sapere ec. E piacciavi qui di riflettere sulla mia buona fede, con cui reco nella mia lettera questo mio detto, levandone quel noi ben possiamo vantarci, per poter così insultare al nostro censore (lett. p. 17). Vedrete, che tra i Professori dell'Università di Bologna nomino parecchi Spagnuoli; ma non vedrete, che perciò io confessi che gl'Italiani siano obbligati agli Spagnuoli per avergli ammaestrati. Aggiungete, che io dico, che gli Spagnuoli hanno avuto famosi Scolastici (trattenete, vi prego, le risa, non sia che se ne accorga qualche Spagnuolo); ma osservate ch'io dico, che hanno avuti questi famosi Scolastici in forza di quelle sottigliezze, a cui sono portati quasi per effetto di clima. Aggiungete, aggiungete.... Ma queste aggiunte potrete farle dopo pubblicata la seconda parte del Saggio dell'Ab. Lampillas, dove troverete nuove ragioni, che vieppiù vi assicureranno della mia parzialità verso la letteratura Spagnuola". Giudichi adesso il Pubblico imparziale, se questa ultima accusa, ch'ei m'intenta, sia più soda e ben fondata di quello che trovate abbia le precedenti. In essa può osservare, che il Sig. Abate Tiraboschi vuol farsi un gran merito verso la nazione Spagnuola per le piccole lodi date ad alcuni de' nostri Autori, mentre dissimula l'ingiusta ed esorbitante critica, con cui da lui vengono screditati. Può osservare la franchezza, con cui il Sig. Abate vuol fargli credere, ch'egli si sia mostrato profuso, anzi che scarso in lodare la nostra letteratura; e con ciò dargli ad intendere, che poteva egli bene, senza mancare alla giustizia, e meno lodarla, e biasimarla di più. Può finalmente osservare, che da me non sono state dissimulate nel mio Saggio queste magnifiche lodi, di cui egli si vanta 95. Giudizio dell'Ab. Tiraboschi intorno al Saggio Apologetico dell'Ab. Lampillas. Dopo aver il Sig. Ab. Tiraboschi sostenuta degnamente la persona di mio accusatore, con tutta quella sodezza, buona fede, moderazione e dolcezza, che ha visto il Pubblico, passa a farla da mio Consigliere e censore. Meglio avrebbe fatto il Sig. Ab. Lampillas, egli scrive, se avesse seguito l'esempio d'altro valoroso Spagnuolo, cioè del Sig. Ab. D. Giovanni Andres (lett. p. 18). Mi permetta il Sig. Ab. Tiraboschi che io ancora per un atto di gratitudine mi prenda la libertà di consigliarlo. Meglio avrebbe fatto, io dico, il Sig. ab. Tiraboschi, se avesse seguito l'esempio di un altro valoroso Italiano, cioè del Sig. Abate Saverio Bettinelli, il quale ha manifestato di godere nel veder illustrata, e difesa la letteratura Spagnuola; meglio avrebbe fatto il Sig. ab. Tiraboschi, se in vece di perder il tempo a farlo perdere al Pubblico con una lettera del tutto importuna alla contesa letteraria, che si tratta, lo avesse impiegato in una soda ed efficace risposta alle ragioni, con che vien 95 Io non fo altra risposta a questa lunga diceria dell'ab. Lampillas, riguardo alla quarta accusa da me datagli, se non col pregare chi legge, a osservare e confrontare ciò che io ho detto, con ciò ch'ei mi ha risposto; e a decidere se meglio sia fondata la mia accusa, e la sua apologia. impugnato; meglio avrebbe fatto il Sig. Ab. Tiraboschi, se in vece di accusare come mancante di buona fede un avversario, con cui non ha se non che tutti i motivi di usar convenienza, si fosse studiato con più scrupolosa esattezza di non manifestarsi reo di que' delitti, co' quali pretende intaccare l'altrui riputazione; meglio avrebbe fatto il Sig. Ab. Tiraboschi, se avesse anch'egli seguito l'esempio del Sig. Ab. D. Giovanni Andres, ribattendo con modestia le ragioni contro di lui arrecate, e parlando con rispetto de' suoi avversari; e non avesse imitati quegl'Italiani che (per quanto egli ci assicura) hanno dato motivo a non pochi di accusare forse non ingiustamente questa nazione di trattare con poco degne maniere i suoi avversari. Entra poi il Sig. Ab. Tiraboschi a far i giusti e dovuti elogi della lettera del Sig. Ab. Andres; ed eccovi uno di que' pochi passi, che si trovano in questa lettera, dove la verità filosofica sia stata la condottiera della penna di questo Scrittore. Quando però il Sig. Ab. Andres non avesse ben assicurato il suo credito col giusto applauso, che hanno fatto al suo talento ed erudizione i più dotti, non avrebbe gran motivo di esser contento delle lodi dategli in questa lettera dal Sig. ab. Tiraboschi non men per le circostanze in cui vengono profuse, che per quel tanto ch'elleno sono. E a dir il vero, che cosa mai dice del Sig. Ab. Andre il Tiraboschi? Egli in buon Toscano vien a dirgli: "Ella, Sig. Ab. Andres, è un uomo che scrive con gran modestia, con sobria erudizione, tratta con gran rispetto i suoi avversari, non fa ridicole apologie di certi antichi Scrittori Spagnuoli; ma o ella ha intrapreso a difender una causa disperata, ed è un Avvocato imprudente; o non ha saputo difendere una buona causa, ed è un cattivo Apologista". Tanto appunto vien a dirgli, coll'assicurarci che l'Ab Andres non lo ha convinto, e col dichiarare disperata la causa della nostra letteratura. Ma torniamo al nostro Saggio. In esso desidera l'Ab. Tiraboschi quella modestia e quel rispetto cogli avversari, che tanto risplendono nella lettera del Sig. Ab. Andres. Io rispondo, che uomini forse più saggi, e prudenti del Sig. Ab. Tiraboschi, sebben ammirate abbiano nella lettera del Sig. Ab. Andres e la erudizione, e la forza, e l'eleganza dello stile, non ci trovano però maggior rispetto co' suoi avversari di quello che trovino nel mio Saggio; trovano bensì nella lettera dell'Ab. Tiraboschi avverato ciò ch'io scrissi (t. 1, p. 85): vediamo ogni giorno, che basta ad un letterato il sentirsi rinfacciar alcuni errori, per impugnar la penna, e vendicare talvolta con ingiurie la pretesa mancanza di riguardo al suo nome. Veggono altresì, che ad onta di tutta quella modestia propria della nobilissima indole di quello illustre Spagnuolo, non potè esso a meno, in vista di quanto scrive il Tiraboschi contro la nostra letteratura, di non esclamare: Misera fatalità della Spagna destinata sempre a depravare la letteratura Italiana! Se gli Spagnuoli vengono in Italia col comando, la depravano; e la depravano pure se vengono sotto il comando degli Italiani; sudditi o Sovrani, servi, o padroni che siano ec. (Andres lett. p. 6, 7). Non è certo la maggior prova, che recar si possa a favore della dolcezza, e moderazione, con cui questi moderni Italiani trattano la nostra causa, il veder costretto a tai lamenti un uomo pien di modestia e rispetto verso i nostri avversari. Pretende di più il Sig. Ab. Tiraboschi argomentare il buon gusto del Sig. Ab. Andres, e insieme il mio cattivo gusto, dal non aver difeso l'Ab. Andres quegli antichi Scrittori, che vengono da me difesi; quasi che credesse l'Ab. Tiraboschi essere stato Poeta di miglior gusto il Lope di Vega difeso dall'Ab. Andres, che Lucano e Marziale da me difesi. Manco male però, che lo squisito gusto che manifesta il Sig. Ab. Tiraboschi nella sua lettera, non lo costituisce degno Giudice del buono o cattivo gusto degli Autori. Dovea però non dimenticare, ch'egli stesso avea dichiarato uomo di finissimo gusto in Poesia uno de' più bravi stimatori e difenditori di Lucano, qual è M.r Marmontel. Presenta poi il Sig. Ab. Tiraboschi agli occhi del Pubblico in gigantesco aspetto quattro mie proposizioni, le quali per altro sono state trovate da' Saggi sodamente appoggiate a non volgari ragioni. Ma potrà egli lusingarsi che basti il solo suo coraggioso detto ad atterrare questi giganti? Si provi il Sig. Ab. di attaccarli in campo aperto, e darà un grato spettacolo al Pubblico. Ma si ricordi di combattere quelle proposizioni, che sono veramente da me scritte, non già quelle, ch'egli con buonissima fede m'attribuisce. Ecco la quarta delle mie proposizioni chiamate gigantesche, che si legge nel T. II. p. 47. La lingua Latina deve agli Spagnuoli l'essersi conservata men rozza nel secolo dopo Augusto. Parve al Tiraboschi troppo moderata questa proposizione per essere chiamata gigantesca; e perciò la trasformò facendola diventar uno stravagante paradosso. Eccola quale me l'attribuisce nella pag. 19. La lingua Latina deve agli Spagnuoli l'essersi conservata men rozza nel secolo d'Augusto. Vantisi adesso quest'onestissimo Scrittore d'aver citate le mie precise parole senza punto alterarle 96. Levi alto la voce contro l'Ab. Lampillas, e lo accusi mancante di buona fede. In tutti i passi della mia opera, in cui egli pretende trovar qualche mia infedeltà, non troverà giammai una sì enorme trasformazione, quale egli ha fatto in questa mia proposizione. Non trovò egli altra strada per accusarmi di men saggio e prudente, a segno di lasciarmi trasportare a tai paradossi. Io stesso all'avanzare che feci quelle proposizioni, premisi, ben m'avvedevo, ch'elle parrebbero tanti paradossi a chiunque avesso letto la Storia Letteraria d'Italia. Pregai perciò i miei Leggitori a voler sospendere il loro giudizio sin tanto che lette e pesate avessero le ragioni, su cui esse erano fondate, giacchè io non era uomo, che pretendessi esser creduto sulla mia semplice parola (tom. 2. pag. 3. 4). La fretta e la sfavorevole prevenzione, con cui pur troppo manifesta il Sig. Abate Tiraboschi di aver letta la mia opera, non gli 96 Confesso che per errore, non so se di penna, o di stampa, qui è sfuggito un errore, e che doveasi scrivere nel secolo dopo Augusto non nel secolo d'Augusto. Correggasi dunque, come ho corretto in questa seconda edizione; e non perciò la proposizione lascierà d'esser gigantesca. hanno dato luogo a pesare le mie ben fondate ragioni; e perciò pretende che sulla sua semplice parola tutto il mondo creda stravaganti paradossi quelle per altro probabili assai prudenti proposizioni. Ognun sa, che tutte le colte Nazioni pretendono aver diritto a quella gloria, che loro viene dall'antichità della loro coltura nelle arti, e nelle scienze; e queste pretensioni incoraggiscono gli eruditi a far utili ricerche intorno all'antica patria letteratura: fatiche, che anzichè biasimate, e derise, meritano d'esser lodate da chiunque voglia essere annoverato fra gli amatori de' sodi, ed utili studj. In fatti chi non dee lodare le erudite, ed utili scoperte, con cui tanti celebri Toscani hanno illustrata l'antica Etrusca letteratura? E sebben questi dotti uomini pretendano e con sode ragioni, e con autentici monumenti d'assicurare alla letteratura Etrusca la precedenza in confronto ad altre nazioni d'Europa; non perciò stimeranno ridicole le mie proposizioni, con cui io mi studio di manifestare al Pubblico alcune delle sode ragioni, ed autentici documenti, con cui noi Spagnuoli possiamo fondare le nostre giuste pretenzioni a quell'antica letteraria gloria. Pare, che non così la pensi il Sig. Abate Tiraboschi; anzi facendola da Dittatore vuol prevenire il giudizio dell'Europa letterata intorno al merito del mio Saggio. Ma pazienza: si fosse almeno di ciò contentato, e non avesse con tuono decisivo, ed imperioso fulminata contro la letteratura Spagnuola una sentenza molto più fatale, e decisiva di quante pronunciate ne avea nella sua Storia letteraria. Egli dunque ci fa sapere, che la causa della gloria letteraria di Spagna è non men disperata di quello che fosse la salute di Troja nella notte del fatale incendio. Tanto ei viene a dire con quell'espressione (lett. p. 19). Si pergama dextra Defendi possent.... hac defensa fuissent. Ma potrà egli lusingarsi di averla ridotta a cotal misero stato, ed intimoriti i di lei difenditori a segno, che abbandonato il campo, gli lascino in man la preda, ed il vanto della vittoria? sappia dunque, bravissimo Sig. Ab., che restano ancora alla nazione Spagnuola molti prodi campioni, che difenderanno in campo aperto quest'attaccata Troja, e non saranno mai per impallidire in faccia a codesto valoroso Achille. Speriamo altresì, che i nostri avversari non saranno mai per adoperare quelle arti, con cui i Greci trionfarono di Troja; mentre noi non crederemo lecita ed onesta nelle guerre letterarie quella massima: Dolus, an virtus, quis in hoste requirat? E potrà lusingarsi il Sig. Ab. Tirab. di comparire in questa lettera men prevenuto contro la nostra letteratura di quello che sia stato da me dipinto nel Saggio Apologetico? Mentre non solo si vanta di non esser convinto dalle sode ragioni, con cui ella è stata difesa, ed alle quali per altro egli non risponde; ma pretende di più, che il Pubblico creda, che non è in grado di potersi difendere la nostra nazione dalla nera taccia di corruttrice del buon gusto letterario d'Italia. Aggiugne poi il Sig. Ab., che se io avessi tenuto metodo del Sig. Ab. Andres, egli farebbe plauso volentieri al mio talento, ed al mio amore per la patria. Non posso a meno di non riangraziarla, Sig. Ab. gentilissimo, di questa sua amorevole disposizione verso di me; ma stia pur sicuro, che io vivo contento, e tranquillo senza questo suo applauso. Si persuada, che quando io intrapresi la difesa della letteratura Spagnuola, tutt'altro pretesi, che il procacciarmi gli applausi del Sig. Abate Tirab. Io godo ben ricompensate le mie deboli fatiche col benignissimo accoglimento, che ha trovata la mia opera, e presso l'intera nazione Spagnuola, e presso i dotti ed imparziali Italiani. Nè saprei accertare, se fosse stata per aver la stessa sorte, se io mai avesse scritto in maniera da esser lodato dal Sig. Ab. Tiraboschi. Nè men obbligato debbo confessarmi al Sig. Abate per quella sincerità, con cui ci assicura, che impiegherebbe di buon animo alcuni giorni in rispondermi, ma che non può risolversi, ad entrare in battaglia con uno scrittore, che legge nella sua Storia ciò ch'egli non ha mai scritto, che non vi trova ciò che pure da ognuno, che abbia occhi in fronte, vi si può trovare (p. 19). Quanto più s'avanza nella sua lettera il Sig. Abate Tiraboschi, tanto più manifesta d'aver letto il mio Saggio senza quella pace, e tranquillità d'animo, che si richiede per non vedere ne' libri tutt'altro di quello, che in essi è scritto. Prenda in mano il Sig. Abate i due tomi del mio Saggio senza dimenticarsi di quella sua indole naturalmente pacifica, e vi troverà impugnato tutto ciò ch'egli ha detto nella sua Storia di poco onore alla letteratura Spagnuola; e che in essa può leggere ogn'uno ch'abbia occhi in fronte. Per risparmiargli però quel grave disgusto, che pur troppo manifesta di provare nella lettura del mio Saggio, legga qui il compendio di ciò, che non può negare di aver detto nella sua Storia, e ciò che non può negare di aver dissimulato. Egli dunque ha detto che la nazione Spagnuola concorse alla corruzione della letteratura Italiana non meno nel secolo dopo Augusto, che nel 600. – che i Seneca, Lucano, e Marziale furono certamente quelli, che all'Eloquenza, e Poesia recarono maggior danno – che Lucio Seneca ebbe parte nella morte d'Agrippina, che fu un sordido adulatore, un avaro, un ipocrita, un millantatore – che Lucano è il primo, che vediamo distogliersi dal buon sentiero – che in Lucano ogni cosa è mostruosa, e sformata – che un Poeta de' giorni nostri si vergognerebbe se fosse sorpreso col Marziale fra le mani – che gli Spagnuoli sono portati quasi per effetto di clima alle sottigliezze, e che perciò hanno avuto famosi Scolastici, ma pochi celebri Oratori, e Poeti – che il clima di Spagna congiunto ad alcune cause morali può contribuire assai al cattivo gusto – che ad onta de' più gravi antichi testimoni che dicono Spagnuolo Quintiliano, potrebbe dirsi, ch'esso nacque in Roma – che gli stranieri, che frequentarono Roma dopo Augusto, e fra essi gli Spagnuoli furono altra delle cagioni della corruzione della lingua Latina – che il Tillemont fa vedere chiaramente, che in nessun modo può dubitarsi, che S. Damaso nacque in Roma – che Teodosio è Italiano, non già Spagnuolo, e che Italiano lo dice la Cronaca citata dal Duchese – che dopo la Cronaca di Fr. Pipino è evidente, che Gherardo fosse Cremonese – che gl'Italiani furono i primi, che dopo il mille richiamassero a vita la Filosofia, Matematica, e Medicina. Tutto ciò dice chiaramente il Signor Abate nella sua Storia, ciò leggo io, e ciò vi legge ognuno, che ha occhi in fronte. All'opposto io non vi trovo, nè può trovarne l'uomo più perspicace, che il Sig. Ab. confessi sinceramente, che l'Italia debba alla Spagna i vantaggi recati alle arti, e scienze, già sia dagl'Imperatori, e Principi Spagnuoli, già sia dai celebri Maestri Spagnuoli, che ammaestrarono gl'Italiani – né io, nè altro trova nel secolo d'oro della sua Storia, che vi occupino il meritato posto Corn. Balbo, Igino, Porzio Latrone; come nemmen ne' secoli Cristiani Osio, Flavio Destro, Prudenzio – Non può trovarsi nel risorgimento delle scienze dopo il mille data la dovuta gloria di ristoratori agli Spagnuoli – Non si vedono nominati gli Spagnuoli, dove il Sig. Abate discorre della lingua e Poesia Provenzale – Non si trova nominata la Spagna nella gloriosa epoca della fondazione dell'Ordine de' Predicatori – Nessuno finalmente può trovare nella sua Storia, dove si tratta dello Stato Civile dell'Italia nel secolo XVI nominato il celebre Card. Albornoz; nè in altra parte di detta Storia si leggono utilissime fatiche, e gloriose gesta di questo Principe, con cui assicurò la pace all'Italia, e vi fece rifiorire gli studj. Ecco in breve Sig. Ab. quanto ella certamente ha scritto contro l'onore della Spagna, e quanto ha dissimulato di ciò che poteva recarle non picciola gloria,. Tuttocciò vien da me impugnato nel mio Saggio, e dà a lei ampio campo di entrar in battaglia sempre ch'ella di buon animo voglia impiegar alcuni giorni in rispondere. Nè si creda, che su questi punti possa il Pubblico restar persuaso, ch'ella abbia dal canto suo la ragione, per quanto si sforzi a levar alto la voce, e gridare infedeltà, puerilità, fanciullaggine, paradossi, gigantesche proposizioni, stiracchiature, cavillazioni, ed altre simili leggiadrie, che solo possono far illusione presso il volgo de' saputi, che non sono in grado, o che non si prendon pena di esaminare a fondo le materie, di cui si tratta; non già presso i saggi, e perspicaci Letterati, che non aman d'esser prevenuti nel giudizio, che sono in grado di formare da sè intorno alle opere pubblicate, e che soffrono mal volentieri chiunque pretenda farla da Dittatore nella Rep. Letteraria. Fin qui la lettera dell'Abate Tirab. Non è però men leggiadra la sua P. S. In essa fa sapere al Sig. Ab. suo Corrispondente, ch'egli non crede, che il Sig. Ab. Lampillas farà alcuna risposta alla sua lettera. E che può egli rispondere (Lett. p. 20) ? L'Abate Lampillas risponde, che il Sig. Abate Tirab. ha pur troppo manifestato nella sua lettera, che non conosce l'Ab. Lampillas; ma che molto più chiaramente lo fa vedere col credere, che esso non dovesse dare alcuna risposta. Dice di più l'Ab. Lampillas, ch'egli crede, che l'Ab. Tirab. non avessa gran voglia, che gli fosse da lui risposto. Fonda egli questa credenza nella cautela, con cui ha procurato l'Ab. Tirab. che non arrivasse se non che tardi la sua lettera in mano dell'Ab. Lampillas. Erano passati ben quindici giorni, da che essa girava per varie Città d'Italia fra le mani degli amici del Tirab., mentre in Genova non si sapeva ancora, che fosse stata pubblicata. E se l'Ab. Lampillas con somma premura non se l'avesse procacciata, resterebbe a quest'ora privo ancora di quel piacere che ha provato nel leggerla. Non dovea certamente aspettarsi simile condotta da un uomo, che pretende far credere d'essersi ad evidenza pienamente giustificato in detta lettera. Non dovea egli privar di questa consolazione que' suoi appassionati, che sospiravano il momento di veder vittoriosamente atterrato dal valore del Sig. Abate Tirab. il Saggio Apologetico della letteratura di Spagna. Ma l'Abate Tiraboschi meglio che nessun altro conosceva, che non era la sua lettera opportuna per consolarli; giacchè tutt'altro eglino s'aspettava, che il vederlo impegnato in farsi credere parziale verso la letteratura Spagnuola 97. Checchè sia di ciò, questa cautela ha ritardata per ben quindici giorni la mia risposta. In essa non troverà il Tirab. quella confessione, ch'egli dice essere l'unica, che da me possa farsi: cioè, che il soverchio amor della 97 Questo è il più grazioso sogno che mai siasi fatto. Appena fu pubblicata la mia lettera, io cercai occasioni per inviarne copia a Genova; e potrei nominare più persone in Modena, alle quali mi raccomandai a tal fine. Le occasioni tardarono ad offrirsi, e perciò più tardi ne giunser colà le copie. Procurerò che ora l'ab. Lampillas non abbia a dolersi di tal tardanza, nè ad interpretare secondo il suo costume, le mie intenzioni. patria m'abbia acciecato, e m'abbia fatto leggere nella sua Storia ciò, che niun altro vi ha letto, e non mi ha permesso di leggervi ciò, che altri tutti vi leggono (lett. p. 20). Mi persuado, che chiunque letta abbia con attenzione questa risposta, non può a meno di vedere quanto sarebbe non men falsa, che importuna una cotal confessione. Io so bene, che l'amor della Patria può acciecarci in maniera, che ci crediamo di trovar lodi dove non ci sono, e non vediamo i biasimi dove ci sono chiaramente; e non già all'opposto. Non posso in questo luogo dissimulare il gravissimo torto fattomi dal detto Ab. col dire, che forse colle solite arti farò inserire in qualche prezzolato foglio periodico riflessioni, e critiche sulla sua lettera (pag. 20). Queste arti, Sig. Ab. stimatissimo, non sono solite usarsi nè da me, nè da nessun altro degli Spagnuoli; e n'è buon testimonio l'Italia. Sono già undici anni che in essa soggiorna una numerosa colonia di Spagnuoli; i quali con non poca loro mortificazione leggono nella Storia letteraria d'Italia le più ingiuste censure contro i celebri Autori Spagnuoli, e i pregiudizi più ingiuriosi contro la nostra letterata nazione; sentono nelle conversazioni spacciarsi come vere le più false e stravaganti opinioni contro la coltura di nazione cotanto rispettabile; e chi non vede, quanta parte tocchi loro di questa svantaggiose idee? Mostri, se gli basta l'animo il Sig. Abate Tiraboschi un sol foglio de' prezzolati d'Italia, ove alcuno degli Spagnuoli abbia preteso con anonime critiche, o riflessioni difendere la Spagna o ribattere i suoi avversari. Possono bensì gli Spagnuoli mostrare non pochi di questi fogli, ne' quali alcuni Italiani con arrabbiato furore si avventano contro i difenditori della nostra letteratura. In uno di questi il Sig. abate Andres, ad onta di avere scritto colla più scrupolosa moderazione, e prudenza contro la taccia, che appongono alla Spagna due Italiani Scrittori (Tiraboschi, e Bettinelli) di essere stata la corruttrice del gusto Italiano, si vede onorato col gentil titolo di cervello riscaldato, e d'ignorante nella materia che tratta, e per fino insultato a segno di voler obbligarlo a confessare, che lui stesso meglio degl'Italiani conosce la meschinità de' saputi di Spagna. Dopo l'Ab. Andres impugnò la penna in difesa de' nostri Autori il Sig. Ab. Serrano, e tosto trovossi inserita nel giornale di Modena sotto pretesto di difesa il Signor Ab. Tirab. la più arrabbiata Satira non men ingiuriosa al buon neme di questo Spagnuolo, che indegna di uomo ben educato 98. Queste sono state fino adesso le solite arti degli Apologisti de' due moderni Scrittori, e probabilmente non saranno diverse in appresso; non già degli Apologisti di Spagna. Questi, sicuri di avere da canto loro la ragione hanno sfidato in campo aperto a faccia scoperta i loro avversarj: e così faranno, sempre che crederanno necessario l'impugnare qualche Scrittore in difesa della Patria. Nè basteranno le più nere 98 Ognun può leggere questa arrabbiata Satira nel t. 12 di questo giornale di Modena, e se v'ha uomo di buon senso, che la giudichi tale, io mi do vinto. Basti il sapere che ella è opera dell'ab. Alessandro Zorzi uomo del più dolce e più amabil carattere che mai si vedesse, e incapace di usare di quello stile che qui gli viene attribuito. calunnie, ed ingiurie, con cui si vedono assaliti ad intimorirli, e fargli ammutolire, come si prenderebbe con tali indegni scritti. Il fin qui detto mi lusingo che dovrà pienamente giustificarmi presso il Tribunale dei Dotti e Saggi, al giudizio de' quali per mia buona sorte s'appella l'Ab. Tiraboschi sul fine della sua lettera. Essi hanno fra le mani la Storia letteraria d'Italia, il mio Saggio Apologetico, la lettera del Tirab., e questa mia risposta. Con questi documenti sono pienamente illuminati per pronunziare una giusta sentenza. Essi nel mio Saggio troveranno impugnati i veri, e legittimi sentimenti del Sig. Abate Tiraboschi intorno la nostra letteratura, senza che nemmen una sola volta venga da me impugnato quell'Autore in forza di qualcheduna di quelle, ch'egli ha stimato chiamare infedeltà. Non troveranno giammai troncati i testimonj del Tirab. in maniera di dar loro un senso diverso di quello, ch'egli ha preteso. Non troveranno trasformati i passi della Storia letteraria nè sconvolto l'ordine, con cui son scritti. Vedranno i miei argomenti fondati non in giuochi di parole, ma in sode ragioni. Troveranno finalmente in tutto il mio Saggio trattati con somma urbanità e moderazione gli Autori, che prendo ad impugnare, e citate sempre mai con lode le loro opere. Prendano poi in mano la lettera dell'Ab. Tirab. e in essa vedranno, che nemmen una sol volta vengono fedelmente recati i miei veri sentimenti. Troveranno accuse come da me inventate al Tirab. che pure non si trovano nel mio Saggio, e dissimulate quelle, ch'io veramente gli intento. Vedranno che francamente mi accusa di aver dette cose, che non sono state mai da me scritte, e di aver dissimulate altre, ch'io ho dette chiaramente. A vista di questa condotta non potranno non stupirsi del coraggio di questo Autore in presentarsi con sifatte pruove al Tribunale de' Saggi, e Dotti ad accusarmi mancante di buona fede, e di onestà; e vantarsi ancora di avermi convinto tale. Se poi sia da desiderarsi nella suddetta lettera quella convenienza, e modestia, che non debbesi mai dimenticare tra persone ben educate, ne lascio a loro il giudizio; essi potranno decidere, se tornerebbero a conto al Sig. Ab. Tirab. che si misurasse il sapere di lui secondo quella saggia regola, ch'egli stesso ci addita (pag. 19): La modestia suol essere tanto maggiore nelle letterarie contese quanto più dotto è il combattente. Sul fine della sua lettera ci previene il Sig. Ab. Tirab. che non s'aspetti da canto suo altra risposta. Io non posso se non che lodare la sua saggia determinazione, mentre non si trovi in grado di pubblicarne altra, che possa fargli maggior onore, recar maggior gloria all'Italia, e maggior utilità al Pubblico. Anch'io mi protesto dal canto mio di non fare nuove repliche intorno alle accuse, ch'egli m'intenta nella sua lettera. Mi protesto altresì di esser disposto a rispondere al Tirab., ed a chiunque altro, che a faccia sorpresa pretenda con nuove imposture intaccare la mia riputazione, e buon nome; come altresì assicuro, che non mi prenderò la pena di leggere, non che di rispondere a nessuno scritto anonimo, nè foglio prezzolato, in cui colle solite arti si facesse mai inserire qualche sanguinosa critica contro di me, o contro le mie opere. LETTERA AL REVERENDISSIMO P. N. N. AUTORE DELLE ANNOTAZIONI AGGIUNTE ALLA EDIZIONE ROMANA DELLA STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA Reverendissimo Padre. La gentilezza con cui V. P. reverendissima si è degnata di legger tutta la mia Storia della Letteratura italiana, e con cui, invece di correggere a quando a quando il mio testo, come avea cominciato, si è compiaciuta di aggiugnere soltanto alcune opportune annotazioni, che l'apostolico suo zelo nel serbare incorrotto il deposito della Fede le ha fatto credere necessarie, affin d'impedire i danni che dal leggere la mia opera poteansi derivar ne' Fedeli, esige da me la più viva riconoscenza e i più ossequiosi ringraziamenti. Della qual compiacenza a mio riguardo usata, tanto maggiore obbligazione debbo io professarle, quanto più io sono intimamente persuaso ch'essa non abbia già avuta origine nè da un certo Manifesto pubblicato qui dal mio stampatore, con cui cotesta edizione, nel modo in cui le era stato dato principio, veniva solennemente in nome mio riprovata, nè da un superiore comando che alcuni han voluto far credere ch'Ella avesse ricevuto, di non alterare il testo dell'opera; ma che sia stata frutto soltanto di quell'animo sì cortese e gentile, e di quelle sì obbliganti maniere che tutta Roma ammira già da gran tempo in V. P. reverendissima. Nè sono io solo che me le debba perciò protestare sommamente tenuto, ma tutti quelli che han fatto acquisto di cotesta edizione della mia Storia, le debbono essere riconoscenti e grati, così per averli sottratti al pericolo di cadere in quegli errori in cui avrebbe essa potuto condurli, se nelle sue annotazioni non gli avesse Ella indicati e corretti, come pe' tanti lumi e per le sì rare e pellegrine notizie che nelle annotazioni medesime si incontrano, delle quali senza esse sarebbono rimasti privi. Mi permetta dunque V. P. reverendissima che, poichè in altro modo non mi è possibile, col pubblicare questa mia lettera io faccia conoscere a tutti, quanto io le debba, e che perciò io venga qui riunendo ed epilogando gli errori che l'acutezza del suo intendimento ha nella mia opera ravvisati, e i nuovi monumenti di storia letteraria, de' quali con vastissima erudizione ha corredate le sue note. Che se, come è opinione di alcuni, qualche altro ha diritto di entrare con V. P. reverendissima a parte di questa lode, io la prego a volerla con lui dividere; ed in ciò mi riposo tranquillamente nella illibatezza della sua coscienza, che ben lontana dall'usurparsi l'altrui, saprà e vorrà certamente che ognun ritengasi ciò che di ragion gli conviene. Ne' primi due tomi due note sole ho trovate da V. P. reverendissima aggiunte. La prima è al t. I, p. 35, ove avendo io detto che il sistema copernicano, adombrato già dai Pittagorici, è stato poi a' dì nostri evidentemente confermato e dimostrato, V. P. reverendissima, piena di zelo per la sana dottrina, avverte che non solo presso chi non adotta il sistema, ma anche presso molti copernicani questo non passa per dimostrato. Riflessione ingegnosa, e che in avvenire renderà più cautii filosofi copernicani nel sostenere il loro sistema, e che ricorderà loro che le voci dimostrato e dimostrazione non si possono usare nemmeno da uno storico, se non ove si tratta di rigorosa dimostrazion geometrica. Ma perchè questa nota le è sembrata per avventura non abbastanza diffusa, un'altra più lunga e piena di buon senso e di profondo raziocinio ne ha poi premessa al t. VIII, quasi ad antidoto di ciò che ivi più a lungo ho scritto sul sistema copernicano. In essa si compiace V. P. reverendissima di assicurare i lettori che io non ho mai avuta intenzione di contraddire a' decreti di Paolo V e di Urbano VIII; della qual carità nell'intraprendere favorevolmente la mia intenzione me le protesto al maggior segno tenuto. Sul sistema copernicano poi non ancor dimostrato Ella ci dice sì belle cose con s. Agostino alla mano, che niun certo ardirà in avvenire di usare quella espressione ch'io sì impropriamente ho usata. L'altra delle note aggiunte a' due primi tomi è nel t. II, p. 361, ove avendo io asserito che il p. Papebrochio ha dimostrato (ed eccomi di nuovo caduto nel grave fallo di usare impropriamente questa parola) che Lucifero vescovo di Cagliari non fu colpevole dello scisma de' Luciferiani, e che non mai separossi dalla comunione della cattolica Chiesa, V. P. reverendissima ricorda a' lettori l'opera di Benedetto XIV De Servorum Dei Beatificatione, in cui si producono due pontificj decreti che vietano il disputare della controversia santità e del culto di Lucifero. Io veramente non ne ho disputato, poichè Lucifero poteva esser sempre unito alla Chiesa cattolica (che è la sola cosa da me asserita), e ciò non ostante esser ben lungi dal meritare il titol di santo. Nè io credo certo che se io avessi affermato che V. P. reverendissima non si è mai separata dalla cattolica Chiesa, niuno avrebbe perciò creduto ch'io volessi sollevarla all'onor degli altari. Ma nondimeno i lettori della mia Storia le debbono saper grado di questa nota per riprodurre che in essa ha fatto que' due decreti, che per la storia della letteratura italiana tanto sono interessanti. Più vasto campo ha aperto al zelo di V. P. reverendissima il tomo III, ove a p. 88 e 90 si trovan dapprima due lunghissime note, le quali forse avran data occasione a qualche avaro associato di lamentarsi, che per esse gli sia convenuto pagare qualche baiocco di più, non riflettendo che troppo bene sarebbe stata impiegata anche assai maggior somma, per fornirsi delle notizie che esse ci somministrano. Io osservando che s. Gregorio papa scrive al vescovo Eterio di avere in Roma cercate sollecitamente le Opere di s. Ireneo da lui richiestegli, ma di non averle potute trovare, e che risponde ad Eulogio di Alessandria, il quale aveagli chiesta la Raccolta degli Atti de' Martiri fatta da Eusebio di Cesarea, ch'ei non sapeva che Eusebio avesse fatta cotal Raccolta, e che di tal argomento, trattone ciò che nelle altre sue opere avea Eusebio inserito, solo qualche picciola cosa trovavasi unita in un sol volume; io dico, osservando ciò, ne avea dedotto per conseguenza che mal provvedute di libri fossero allora le biblioteche romane. ma V. P. reverendissima ingegnosamente mi fa osservare che se que' vescovi avean chiesti al papa que' libri, dunque essi credevano che le biblioteche romane fosser ben provvedute, e con ciò Ella ha dimostrato che di fatto n'eran ricchissime, giacchè non può mai accadere che si creda una cosa, la qual non sia vera. Mi fa anche riflettere che ben vi erano le altre opere di Eusebio e che l'avere il pontefice sollecitamente cercate le Opere di s. Ireneo, ci dà a conoscere che grande era la copia dei libri ch'erano allora in Roma; pruova a dir vero, convincentissima; giacchè chi non vede che il cercare sollecitamente non vuol già dire cercare in molti luoghi, o da molte persone, ma che necessariamente significa cercare fra una gran copia di libri? Io innoltre, non ben intendendo il latino, avea creduto, che dove il pontefice s. Martino I scrive al vescovo s. Amando scusandosi, se non poteva mandargli richiesti codici, e allegandone per cagione che Codices jam exinaniti sunt a nostra Biblioteca, volesse dire che scarso era il numero de' libri nella biblioteca della Chiesa romana. Ma V. P. reverendissima mi fa intendere che il senso delle arrecate parole non è già quale io l'avea creduto; ma che significa che delle Opere da s. Amando richieste non v'era che una copia sola, e che perciò il pontefice aggiugne che il messo del s. vescovo non avea avuto tempo di trarne copia per la fretta che avea di partire da Roma. Dunque, ne riferisce Ella con ingegnoso raziocinio; eravi pure, ma solo una copia, di quelle nella Biblioteca della Chiesa romana, giacchè come avrebbe potuto il pontefice permettere di copiarle, se niuna ve n'era nella Biblioteca della Chiesa romana? Qualche uom sofisticato ripiglierà forse che potevan quelle opere essere in qualche altra biblioteca di Roma, non in quella della Chiesa romana, di cui io parlo. Ma dovea forse V. P. reverendissima gittare il tempo in rispondere a tai sofismi? Ella ha fatto che Codices exinaniti sunt vuol dire non v'è più che una copia del tal libro? Egli è pur vero che quando ci lasciamo occupar la mente da un pregiudizio, appena mai avviene che c'induciamo a deporlo. L'idea che io mi era fitta in capo dell'universale ignoranza nel VII e nell'VIII secolo, me ne ha fatto vedere in ogni parte le pruove che ora attesi i lumi da V. P. reverendissima comunicati al pubblico, svaniscono e si dileguano interamente. Una lettera di papa Paolo I al re Pipino dell'anno 757, in cui gli scrive che mandagli quanti libri ha potuto raccogliere, e ne soggiugne poscia il catalogo, il qual riducesi a un Antifonale e ad un Responsabile, a una supposta Gramatica d'Aristotele, a' libri attribuiti a Dionigi areopagita, e a una Geometria, a una Ortografia, e ad una Gramatica, libri tutti scritti in greco, questa lettera, dice mi avea fatto credere che grande veramente allor fosse la scarsezza de' libri. Ma quanto son io ito lungi dal vero! Pipino avea a cuore i libri attribuiti a S. Dionisio per la divozione che professava a quel S. Martire, e li volea scritti in Greco, come anche volea altre opere composte in quella lingua. Così mi avverte V. P. reverendissima, che certamente avrà trovata la lettera dal re scritta al pontefice a noi volgari uomini sconosciuta, e che ne avrà quindi raccolto quai libri ei bramasse. Si corregga dunque quel passo della mia Storia; vi s'inseriscano le parole di V. P. reverendissima da me or riportate, e poi si aggiunga: e perciò il pontefice che avea una copiosissima biblioteca ne trasse, oltre le Opere di s. Dionigi, un Antifonale e una Responsabile, tre libri di Geometria, di Ortografia e di Gramatica, e un'altra Gramatica di Aristotele, e inviolli a Pipino scrivendogli che gli mandava tutto qullo che avea potuto raccogliere. Assai più grave è l'errore in cui sono poco appresso caduto, e che V. P. reverendissima corregge in questa nota medesima. Il pontef. Agatone, ho io affermato, scrivendo nell'anno 680 agl'imperadori greci in occasione del sesto general concilio, dice che manda ad esso i suoi Legati uomini di probità e di zelo, e che alla mediocrità della loro scienza supplivano col conservare intatta e pura la tradizion de' maggiori. Ma come mai ho io potuto scriver tal cosa, se anzi il pontefice riconosce ne' suoi legati, come mi fa osservare V. P. reverendissima, una abbondante Scienza την περισσευουσην ἐις αὐτους ἔιδησιν abundantem in eis scientiam? Io ho voluto esaminare qual origine potesse aver avuta il mio errore; e ho presa perciò tra le mani la Collezione de' Concilj; e ho di fatti conosciuto in qual modo io mi sia ingannato. Nel testo greco si legge così: ουκ ἔνεκεν παῥῥεσίας τὴν εἰς αὐτσὺς περισσευούσης εἰδησιως. Delle quali parole V. P. reverendissima, per amore di brevità, ha ommesse le prime. Io che non son greco di nascita, e che nel greco non son dottissimo, ho creduto che οὐκ significasse non, e che perciò quelle parole si dovesser così tradurre: non pro confidentia eorum superabundantis scientiae, e dovessero intendersi in questo senso che il papa non si confidava già nella loro scienza, come se essa fosse soprabbondante e vastissima, ma nella sincerità della loro Fede e nel loro zelo nel custodire le antiche tradizioni, e tutto il contesto parevami che richiedesse una tale spiegazione: perciocchè il papa soggiugne: Nam apud homines, qui sunt in medio gentium, et ex labore corporis cum magna dubitatione victum quærunt, quomodo plene inveniri poterit scientia Scripturarum? Ove io credeva che scientia Scripturarum volesse dire scienza della sacra Scrittura. Ma V. P. reverendissima, che nell'erudizion greca mi può essere maestra, avrà forse scoperto che οὐκ non è particola negativa, come noi ignoranti crediamo, ma affermativa e che scientia Scripturarum non vuol già dire ciò ch'io avea immaginato, la scienza delle sacre Scritture; ma che significa, com'ella dice, la teologia congiunta coll'eloquenza. Come poteva io mai da me stesso arrivare a spiegazioni cotanto sublimi? E come poteva io mai immaginarmi che ad intendere il vero senso di un testo, convenisse ommetterne le prime parole? Due noterelle aggiunte da V. P. reverendissima alla pag. 169 e 174, ov'io accenno i pontefici che nel X secolo coi lor costumi mostraronsi indegni di quella sede che occupavano, non fanno che citare il card. Baronio, e come questi narra più a lungo ciò ch'io non ho che brevemente accennato, così io debbo renderle grazie che colla testimonianza di sì illustre scrittore abbia voluto confermare il mio detto. V. P. reverendissima mossa dall'ardente suo zelo per la Chiesa romana, di cui ha sempre date sì chiare pruove, si sente penetrar da giusto dolore ogni qual volta si fa menzione dell'ignoranza che anche in Roma trovavasi nel X secolo. E perchè io tanto meno zelante di V. P. reverendissima nell'accennare le invettive di un concilio di Rheims contro una tale ignoranza, ho detto che sembra ch'esse fossero suggerite dall'astio contro la Chiesa romana, quel sembra le par troppo modesto, e vuol che si dica che scorgesi manifestamente. E ognuno ben vede di qual importanza sia un tal cambiamento. Rimangono due altre note da osservarsi in questo terzo tomo a pag. 232 e 233. Nella prima avendo io detto che Ottone III fece innalzare Gerberto alla sede arcivescovil di Ravenna, V. P. reverendissima mi corregge amorevolmente, e mi avverte che il pontef. Gregorio V fu quegli che innalzò Gerberto, dopo che questi si pentì de' suoi trascorsi, all'arcivescovato di Ravenna. Io la prego a render compite le sue beneficenze in mio favore, e a spiegarmi se il dire che Ottone fece innalzare Gerberto a quell'arcivescovado sia contrario al dire che Gregorio ve lo innalzò. E così pure la prego a indicarmi per qual ragione abbia Ella nella seguente nota avvertito che il card. Bennone era scismatico, e che fu calunniosa l'accusa della magia da lui apposta a Silvestro II. A me pareva di aver detto lo stesso. Ma V. P. reverendissima ha occhi troppo più penetranti de' miei, per iscorger l'errore ove io non giungo a ravvisarlo, e mi lusingo perciò che vorrà compiacersi di farmi conoscere la gravità del mio fallo, acciocchè io possa piangerlo e detestarlo sinceramente. Passiamo al tomo IV, sul cui principio V. P. reverendissima si degna di ammaestrarmi nelle leggi della buona critica. Io ho riferito (p. 7) l'elogio che di Federigo II fa l'ab. Denina, perchè a me era sembrato ch'ei ne avesse in breve adombrati i pregi insieme e i difetti. Ella perciò mi ricorda che voglionsi all'ab. Denina preferire i contemporanei che ne formarono un carattere affatto diverso. Il canone di critica non può esser più giusto. Io ne profitterò dunque, e in un'altra edizione della mia Storia io trarrò il caratter di Federigo da ciò che ne hanno scritto i suoi contemporanei Pier delle Vigne e Niccolò di Jamsilla. Ma non parmi che sian questi gli autori de' quali Ella vuol che mi giovi, ed è verisimile ch'Ella gli rigetti come troppo parziali, benchè contemporanei di Federigo. Veggo di fatto che V. P. reverendissima mi suggerisce di ricavare il carattere di Federigo da uno scrittore imparziale, cioè da una lettera di Gregorio IX scritta al medesimo imperadore, e pubblicata dal Lami. Ho ubbidito a' suoi comandi, e l'ho letta; ma le confesso che, oltre qualche dubbio che mi è nato sulla legittimità di quel documento, io non vi ho trovata cosa che si opponga a ciò che ne ha detto l'ab. Denina, e ai pregi ch'egli ha in lui ravvisati, che sono la politica, il valor militare, l'attività, l'accortezza, la severità negli ordini della giustizia. Ma forse mi sarà sfuggito qualche passo di quella lettera, in cui il pontefice gli avrà provato ch'ei non era nè politico, nè valoroso, nè attivo, nè severo negli ordini della giustizia. Il zelo di V. P. reverendissima non si contiene solo nella difesa de' dommi della cattolica Religione, ma si stende ancora, come da Lei richiede l'eminente carica a cui è sollevata, a mantenere intatti i diritti del temporal principato. Quindi avendo io detto a p. 11, che gli Estensi signoreggiavano in Ferrara, Ella avverte ch'essi la tenevano in feudo dalla s. Sede. E poco appresso, ove io accenno a p. 13 che i romani pontefici aveano il lor proprio Stato per le donazioni de' Cesari, Ella ci dà l'importante notizia che il card. Orsi ha spiegato quali parti dello Stato pontificio avessero i papi per donazione de' principi, e quali no. Così pure al t. V, p. 3, ripete nuovamente la dipendenza degli Estensi da' papi riguardo a Ferrara, e accenna che da essi pure aveano ricevuto il loro dominio i Polentani, gli Ordelaffi, i Malatesti, co' quali però io non arrivo ad intendere come V. P. reverendissima congiunga i Correggeschi, de' quali io non avea finor saputo che fosser vassalli della Sede apostolica. E tanto si compiace Ella nel ricordare che gli Estensi avean Ferrara dal papa, che ne fa di nuovo menzione nello stesso t. V a p. 8. Nè ciò ancora le basta: al t. VII, par. I, p. 7, accenna i giusti motivi ch'ebbero Giulio II, Leon X e Clemente VII di esser poco favorevoli ad Alfonso I, duca di Ferrara, e cita il Rinaldi, forse come scrittore contemporaneo ed imparziale, all'anno 1510, e finalmente a p. 8 prende a giustificare Clemente VIII che privò il duca Cesare del ducato di Ferrara; e a provare quanto fosse in ciò ragionevole e giusto, ne porta le più convincenti pruove che portar si potessero, cioè le Bolle dello stesso Clemente, le quali non può negarsi che sieno contemporanee. Se il mio antecessor Muratori invece di avere a suo avversario monsig. Fontanini avesse avuta la V. P. reverendissima, Ella certo con quelle Bolle alla mano l'avrebbe presto ridotto al silenzio. Perciò in una nuova edizione della mia Storia (se pure l'avarizia dello stampatore mi permetterà di aggiugnervi le eruditissime sue annotazioni), a quest'ultima, ove Ella accenna le Bolle di Clemente VIII, io acciocchè il trionfo sia più solenne collo scoprire la debolezza degli argomenti contrarj, aggiugnerò un'altra citazione, cioè: V. anche Muratori Antichità Estensi par. 11, c. 14. Ma torniamo al t. IV, da cui ci siamo per poco allontanati. Parlando di Pier delle Vigne a p. 20, ho riferito un passo dello storico Rolandino che il dice uomo fornito di molta letteratura sacra e profana. Benchè questi sia uno storico contemporaneo, V. P. reverendissima non ne vuol questa volta ammettere la testimonianza; e ben con ragione, perchè Ella, con un apparato maraviglioso di teologica erudizione, mostra che Pier delle Vigne sapeva poco di teologia, avendo egli avuto ardire di sostenere che non doveasi far conto alcuno di una ingiusta scomunica. E come è possibile che sia uomo fornito di sacra letteratura chi sostiene sì mostruosa opinione? Io sono così persuaso delle ragioni di V. P. reverendissima, che al primo corriere che parta per l'altro mondo voglio consegnare una lettera pel buon Rolandino, avvertendolo a cancellare dalla sua Storia quel passo che V. P. reverendissima ha riprovato, e a non credere che Pier delle Vigne fosse uomo versato nella sacra letteratura. Ma io che voglio indurre altri a correggere le opere loro, debbo prima pensare a corregger le mie. Fra le cose che ci mostran la barbarie de' bassi secoli, io ho accennato a p. 38 l'uso allor frequente in Italia d'imporre per gastigo la cessazione de' pubblici Studj, e di sottoporre le scuole, non altrimente che se fossero cose sacre, all'ecclesiastico interdetto. In ciò io ho mancato, come V. P. reverendissima mi fa conoscere, per ignoranza di storia e per ignoranza di Diritto canonico. Di storia, perchè il silenzio alle università fu imposto per le ree dottrine che sostenevano: di Diritto canonico, perchè anche a un corpo non sacro si può stendere l'interdetto. Io dunque in un'altra edizione correggerò questo passo, e recherò i fatti medesimi a mostrare il buon gusto che allor regnava; dirò che le università, costrette a tacere, erano infette di ereticali dottrine (ma converrà ch'Ella si compiaccia di somministrarmene le pruove che a me non è stato possibile il rinvenirle), e dirò che quando si fulmina l'interdetto sopra una città, anche le scuole si debbono chiudere, e che sono in ciò d'accordo, come Ella mi insegna, tutti i Teologi e i Canonisti anche di questo secolo, che si spaccia per illuminato. Quel giusto sdegno che ha animato poc'anzi V. P. reverendissima contro Federigo II, la accende poco appresso contro l'illegittimo di lui figlio Manfredi, e perchè io a p. 60 ho scritto ch'egli ebbe sempre contraria la corte di Roma, Ella fa osservare che non l'ebbe contraria in quel che conveniva, e con ciò distrugge del tutto ciò ch'io ho affermato, e previene le ree conseguenze che dal mio detto si potrebbon dedurre. Le ultime due note di questo tomo, a p. 224 e 227, son dirette a giustificar la memoria di f. Giovanni da Vicenza da me imprudentemente accusato di essersi lasciato sedurre alquanto dall'ambizione nel cercare, o nell'accettare la carica di podestà in Verona, e vuole che in questo luogo non si creda agli storici contemporanei, ma a' Brevi dei romani pontefici, che lo suppongono esente da ogni macchia. E io ben mi lusingo che niuno sarà più in avvenire, che in faccia a tali testimonianze ardisca di dubitare dell'umiltà e dell'innocenza di f. Giovanni. Non son molte le note che V. P. reverendissima si è degnata di aggiugnere al t. V della mia Storia, ma esse sono sì importanti (se traggasene quella a pag. 15, ove parlando io del funesto scisma d'Occidente, Ella rimanda i miei lettori a s. Antonino e al Rinaldi), che meritano che io, per attestarle la sincera mia riconoscenza, sopra esse trattengami alquanto. Parlando di Cecco d'Ascoli a pag. 180, ho detto che la vera ragione della infelice morte di esso furon gli errori ch'egli nella sua Opera astrologica avea insegnati, benchè probabilmente l'invidia di Dino del Garbo vi avesse non picciola parte; e poco appresso ho aggiunto che l'invidia ebbe non picciola parte nella condanna di quell'infelice astrologo, e ch'egli non sarebbe sì miseramente perito, se non avesse avuti potenti nemici che congiurarono a' suoi danni. A questi miei detti, io non veggo, esclama il zelo di V. P. reverendissima, per qual motivo si abbia ad attribuire all'astio e all'invidia ciò, che può ragionevolmente essere riputato effetto di zelo; e poscia: non so, come senza far ingiuria a' giudici Ecclesiastici si possa pretendere, ch'eglino condannando Cecco si sieno lasciati trasportare piuttosto dall'impegno de' di lui nemici, che dall'amore del giusto e del vero. E ripete quindi ciò che degli errori di Cecco ho detto io pure. Io debbo qui confessare la mia irriflessione. Se io avessi avuto presente all'animo il sincero e costante impegno di V. P. reverendissima nella difesa della cattolica Religione, se mi fossi ricordato quanto retti sieno sempre stati i suoi giudizj, quanto uniforme e non mai variata dalle circostanze de' tempi la sua dottrina, quanto scevro ed esente da ogni privata ed umana passione il suo cuore, quanto per ogni parte irriprensibile la sua condotta, ne avrei tratto per conseguenza che, quale Ella è, tali pur fossero a' tempi di Cecco i giudici della Fede. Ma io non vi ho posta mente, e ho buonamente creduto che gl'inquisitori potessero essi ancora, essendo pur uomini come gli altri, lasciarsi ingannare da ben ordite calunnie. Ciò che in questo mio errore mi è di qualche conforto, si è che ho in esso compagno un papa, e, ciò ch'è più, un papa domenicano, e un papa sollevato agli onori de' beati. I Padovani e i Vicentini, dice il ch. sig. ab. Marini in un'opera che porta in fronte l'approvazione del p. maestro del s. Palazzo, ricorsero a Benedetto XI dolendosi della facilità di dannar come eretiche persone, che non lo erano se non nella malignità degli accusatori. Per la qual cosa scrisse il Pontefice agli 11 di marzo del 1304 agl'Inquisitori di que' Popoli, che annullassero alcuni Processi iniqui, punissero la menzogna, et officium sic exercere studeant, ut ad Nos de talibus clamor ulterius non ascendat (Degli Archiatri pontif. t. 1, p. 30, ec.). Piena d'erudizione è un'altra nota a p. 412, ov'Ella osserva primieramente che il Cantico del b. Jacopone da Todi, che incomincia Piange la Chiesa, non pare che sia stato composto contro il pontef. Bonifacio VIII, perchè nol nomina; della quale osservazione molto le saranno tenuti i lettori della mia Storia; e poi si fa seriamente a mostrare la falsità di un racconto ch'io non avea accennato che come una semplice popolar tradizione. Io potrei proporle qualche dubbio su ciò, e pregarla a vedere gli antichi scrittori citati dal Muratori, che affermano che Bonifacio morì in carcere, ossia chiuso come prigione nelle sue camere. Ma poichè io non ho fatto su tal circostanza alcun fondamento, non voglio con una inutile discussione toglierle parte del tempo ch'Ella a comun vantaggio impiega tanto lodevolmente. Io sono stato finora sì docile alle correzioni e agli avvisi di V. P. reverendissima, che mi lusingo di avere colla mia sommisione intenerito il pietoso suo cuore. Ma verso la fine di questo tomo io mi veggo due volte toccato in un punto, per cui le confesso che sono un po' facile a risentirmi. Il Petrarca è il mio eroe, e, direi quasi, se non temessi che V. P. reverendissima ne inorridisse, il mio idolo, come Ella avrà ben conosciuto leggendo ciò ch'io ne ho scritto. Io veggo ch'Ella ne sente diversamente; e non me ne maraviglio, perchè il carattere di V. P. reverendissima è troppo diverso da quel del Petrarca. Prestando fede allo stesso Petrarca (Senil. l. 1, ep. 3), io ho scritto a pag. 465 che Innocenzo VI si era lasciato persuadere che essendo egli poeta, dovess'essere sospetto di magia, e che perciò su' principj del suo pontificato mostrossi poco a lui favorevole. Ella che delle cose del secolo XIV ci può istruire meglio assai del Petrarca, ci assicura che Innocenzo VI non era poi uomo sì rozzo a confondere la poesia colla magia; e ne porta una convincentissima pruova, cioè ch'egli era stato professor di leggi in Tolosa, e che avea sostenute altre onorevoli cariche. Anzi penetrando nella mente di quel pontefice, Ella ci addita due forti motivi, pe' quali Innocenzo non amava ne' primi anni il Petrarca. E il primo si è il sonetto da lui fatto in lode di Cecco d'Ascoli, mentovato poc'anzi. Ma sa Ella V. P. reverendissima, che Innocenzo VI, francese di nascita, giureconsulto di professione, avesse mai letto quel sonetto? Sa Ella che cosa dicesse in esso il Petrarca? Esso non è stampato, e non ne è noto che il primo verso, cioè: Tu se' il grande Ascolan, che il mondo allumi, parole che potevansi intendere della dottrina di Cecco, prescindendo dagli errori in cui era caduto. Certo non è possibile che il Petrarca volesse con esso lodare la astrologia giudiciaria, di cui egli fu il più dichiarato nimico 99. Come dunque può ella affermare che per quel sonetto Innocenzo VI non credesse degno della sua protezione il Petrarca? Più forte è l'altro motivo, cioè la scostumatezza in cui il Petrarca era vissuto. Ma di grazia, Padre reverendissimo, un po' di pietà per l'infelice Petrarca. Un uomo che amò certo con assai caldo e non lodevole amor la sua Laura, ma con cui non si sa che s'innoltrasse mai ad azione che ad onest'uom non convenga, un uomo che cadde qualche volta con altre donne in gravi trascorsi, ma che non mai ingolfossi nel vizio, e pianse subito i suoi errori, e ne fece a se stesso un continuo amaro rimprovero, e usò d'ogni mezzo per emendarsi, merita egli di esser tacciato di scostumatezza? Aggiunga che Clemente VI, antecessor d'Innocenzo, avea favorito molto il Petrarca. Dunque o Clemente VI fu degno di biasimo (e guai a me se l'avessi affermato) coll'onorarlo della sua protezione, o non ebbe bastevol motivo Innocenzo VI per privarnelo nei primi anni del suo pontificato. E quali son le pruove che V. P. reverendissima arreca della scostumatezza del Petrarca? La lettera da lui scritta al Boccaccio da me poco appresso riferita, in cui egli ricorda con sentimenti di pietà e di compunzione 99 Veggasi intorno a ciò il t. 5, p. 209 della presente edizione. sinceramente cristiana i trascorsi suoi giovanili. E dovea Ella dunque volgere a disonor del Petrarca ciò che ne forma l'elogio? L'Ab. di Sade, soggiugne Ella, proccura di provare il contrario; ma come contro la confession del Petrarca può egli riuscirne? Non è però da maravigliarsene. Egli pare, che abbia composte le sue Memorie per iscreditare i buoni, e per iscusare gli erranti e i malviventi. L'Ab. de Sade proccura di provare il contrario? Ma chi ha pubblicata prima di ogni altro la lettera del Petrarca da V. P. reverendissima accennata? Chi ha scoperto che il Petrarca, oltre una figlia, ebbe un figlio, amendue illegittimi? Non debbonsi forse all'ab. di Sade queste notizie? Chi legge la mia Storia, può di leggieri osservare che io non sono adoratore di quello scrittor francese. Ma per quanto io abbia lette e rilette le sue Memorie sul Petrarca, e per quanto le abbia, si può dire, analizzate, io non vi ho mai trovata cosa che provi in quell'autore il reo disegno di screditare i buoni e di scusare i malviventi, ch'Ella gli attribuisce. Più leggiadro è ciò che segue, ov'Ella per farci conoscere il carattere del Petrarca, ci rimette al Fleury (Hist. eccl. l. 97, n. 33, 34); il che Ella pure ripete nell'ultima nota aggiunta a questo tomo a pag. 525, ove ne riporta queste parole: Dopo di ciò si può egli allegare il Petrarca come autor serio, e dire, che le sue lettere sono piene di gravità e di zelo e di dottrina? Questo nuovo canone di critica, con cui V. P. reverendissima ci comanda che il carattere del Petrarca si prenda dalla Storia ecclesiastica del Fleury (dopo avere asserito altrove che il carattere degli uomini si dee prendere dagli autori contemporanei), sarà in avvenire aggiunto ai nuovi trattati dell'arte critica, che si andran pubblicando. Ma finchè essi non sono stampati, mi permetta ch'io mi attenga a' canoni antichi, e ch'io tragga il carattere di quel grand'uomo dalle Opere di lui stesso. Esaminiamo nondimeno di grazia qual sia il carattere che del Petrarca ci ha fatto il Fleury, per cui egli lo reputa autore da non aversi in conto alcuno; e veggiamo quanto autorevole storico in questa parte egli sia. Comincia dal dire che il Petrarca abbracciò lo stato chericale, e che ciò non ostante nell'età sua giovanile ei visse nella dissolutezza, e di ciò si è già detto poc'anzi. Siegue a dire il grande storico da V. P. reverendissima citato per modello di critica, che Benedetto XII volle persuadere al Petrarca di sposar Laura, promettendogli di accordargli dispensa per ritenere i suoi beneficj; ma che il Petrarca risposegli che se la prendeva per moglie, ciò ch'ei pensava ancora di dirne, non sarebbe più stato a proposito; e che Laura allora maritossi ad un altro. E V. P. reverendissima, che ci vuol far credere di aver lette con attenzione le Memorie dell'ab. di Sade, può seriamente rimetterci al Fleury in ciò che appartiene al Petrarca? Non ha Ella dunque veduto provarsi dal detto ab. di Sade con autentici e incontrastabili documenti, che Laura era maritata con Ugo di Sade fin dal 1325, cioè due anni prima che il Petrarca la vedesse, e che morì, vivente ancora il marito, nel 1348? Ed Ella vuole che crediamo al Fleury, che si è trangugiato buonamente un sì solenne farfallone? Ma altra accusa più grave ha il Fleury apposta al Petrarca, e da essa ha tratto per conseguenza ciò che V. P. reverendissima ne ha riferito. Mais ce qui montre, le plus son peu de sens, et la légèreté de ses pensées (povero Petrarca dopo quasi quattro secoli dichiarato un imbecille dal Fleury, e poi da V. P. reverendissima che c'invita a credergli!) c'est qu'il se declara hautement pur Nicolas Laurent, cet extravagant, ec. Ecco il gran delitto del Petrarca, ed eccolo scoperto uomo senza senno, e che non merita fede. Egli credette che il celebre Cola di Rienzo fosse veramente destinato a ricondurre e Roma e l'Italia all'antica grandezza, e lo esortò a compier l'impresa felicemente da lui cominciata. Ciò è verissimo. Ma in primo luogo, qual maraviglia che il Petrarca standosi in Avignone, e sorpreso dalle grandi cose che si narravano di Cola da Rienzo fatte in Roma, credesse egli pure ciò che allora credettero quasi tutti? Non si videro forse ambasciate a quel fanatico impostore spedite da molti principi? E finalmente non si ravvide egli presto il Petrarca del suo errore, nol confessò egli stesso sinceramente? Di grazia, P. reverendissimo, non citi più il Fleury, ove trattasi del Petrarca, e si assicuri che, trattone il Fleury e V. P. reverendissima, tutti gli uomini di buon senso continueranno a dire che le Lettere del Petrarca son piene di gravità, di zelo e di dottrina; ch'egli è stato uno de' più grand'uomini del suo secolo, uno de' più rari genj che abbia avuti l'Italia; e che se i giovanili trascorsi non debbono impedire che alcuni papi non si annoverino tra' più saggi successori di s. Pietro, che abbia avuti la Chiesa, non debbon parimente impedire che il Petrarca, il quale sì sinceramente li pianse, non debba esser l'oggetto dell'ammirazione degli uomini dotti e degli uomini onesti. Io pregola ancora a fidarsi nel giudicar del Petrarca più ad un pontefice di lui contemporaneo, cioè a Gregorio XI, che all'ab. Fleury. Si compiaccia di grazia di leggere il Breve che ne ha di fresco pubblicato con licenza del p. maestro del s. Palazzo il sig. ab. Marini (Degli Archiatri pontif. t. 2, p. 21), scritto poco dopo la morte dello stesso Petrarca al card. Guglielmo Novelletti legato in Italia. In esso ei lo nomina tam praeclarum moralis scientiae lumen; e gli comanda che tutte raccolga le opere da lui scritte, tra le quali nomina espressamente le Lettere, e gliele mandi in Avignone. Io spero che V. P. reverendissima posta in mezzo tra un papa e l'ab. Fleury, e interrogata di chi voglia seguire il giudizio, volgerà tosto le spalle al secondo, e si farà seguace del primo. Mi perdoni di grazia V. P. reverendissima, se il mio trasporto pel Petrarca mi ha fatto deviare alquanto dal buon sentiero, e dimenticare per poco la mia docilità e la mia sommissione ai caritatevoli suoi avvertimenti. Ritorno all'usato mio stile, e con un vivo desiderio di giovarmi de' lumi della sua vasta ed inesausta dottrina, passo all'esame delle annotazioni ch'Ella ha avuta la degnazione di aggiugnere al tomo VI della mia Storia; e mi spiace il vedere che poche esse sieno, e che scarso frutto perciò sia io per raccoglierne. Perciocchè una sola ne ha Ella posta alla prima, e due alla seconda parte di questo tomo. M'insegna dunque V. P. reverendissima a pag. 4 della parte I del tomo VI, ciò ch'io non sapeva, cioè che il concilio di Basilea, dopo il trasporto fattone a Ferrara e poi a Firenze, non fu un vero concilio. E ch'io nol sapessi, che avessi perciò bisogno di esserne da V. P. reverendissima amorevolmente istruito, raccogliesi ad evidenza dal modo con cui io ragiono di quel concilio, singolarmente ove annovero Felice V tra gli antipapi, e ove dico che lo scisma non cessò interamente finchè visse Eugenio IV: parole che mostrano chiaramente ch'io riconosco per vero papa Felice V e il concilio di Basilea dopo la traslazione non come scismatico, ma come vero e canonico. Una lunga nota ha aggiunta V. P. reverendissima alla p. 349 della parte II, ove io parlo di Lorenzo Valla, e si compiace di stendere con eloquente amplificazione ciò ch'io avea con troppa brevità accennato, che degli stessi pontefici ei parla con poco rispetto. Qual onore è il mio avere a parafraste V. P. reverendissima! Di ciò però non si appaga il suo zelo. Io ho affermato che il Valla fu tratto in giudizio innanzi all'Inquisizione, perchè avea negato che ciascheduno apostolo avesse separatamente composto il suo articolo del Simbolo. Le sembra che sia questo un deridere quei santissimi giudici; e dice che non perciò solo fu egli accusato, ma anche perchè avea affermato che gli Apostoli non abbiano alla posterità tramandata per tradizione quella formola della nostra credenza. Io le rendo grazie di questa notizia. Ma perchè ella sa bene che siamo in un secolo malizioso, in cui di ogni cosa si pretende arditamente la pruova, la prego in grazia a indicarmi, onde abbia Ella saputo che per ciò fosse il Valla accusato, acciocchè io possa con coraggio difendere la correzione che farò della mia Storia. Nella sua apologia, dirà forse alcuno, il Valla afferma che la proposizione per cui fu accusato, fu questa: Symbolum non factum, esse ab Apostolis per particulas. Aggiugne il Valla ch'ei chiese al predicatore f. Antonio da Bitonto, con quale autorità affermasse il contrario; e io il chieggo di nuovo, ei dice, e a lui e a tutti: nec modo id, quod in quaestione proposui, verum etiam, quis omnino tradat ab Apostolis Symbolum conditum. Nel che è evidente, continuerà a dire qualche importuno critico, che questa seconda interrogazione, indegna certamente d'uom cristiano, si fa or solamente nella sua apologia del Valla, dopo che il processo era già ultimato e conchiuso, e che perciò per essa ei non fu processato. Di fatto siegue il Valla dicendo che taluno aveagli obbiettata l'autorità di Graziano, che cita s. Isidoro; e risponde: Quaero te: ait ne, per particulas conditum? Minime. Jam liberatus sum. Dunque conchiuderà costui, il Valla fu accusato all'Inquisizione solo perchè avea negato che ciascheduno apostolo avesse steso il suo articolo e l'altra proposizione non fu da lui avanzata che dopo il processo. Io le confesso che a chi mi faccia una tale obbiezione, i miei scarsi lumi non mi somministrano una giusta risposta. E prego perciò V. P. reverendissima, che tanto è verso di me pietosa e cortese, a volermi indicare come possa io confondere chiunque osi di contraddire. Di tali obbiezioni io non temo riguardo alla seconda ed ultima nota che vedesi alla pag. 431 di questo tomo medesimo. Non piace a V. P. reverendissima, ch'io parlando del P. Savonarola (e spero ch'ella avrà gradita la moderazione con cui ne ho ragionato), e rammentando la pruova del fuoco, che pel fanatismo a favore e contro di lui eccitato fu più volte, ma sempre inutilmente, proposta, l'abbia appellata antica e barbara superstizione; e mi ricorda parecchi fatti ne' quali cotali pruove furono con celesti prodigj approvate. Io dunque in una nuova edizione della mia Storia, a quelle parole da me incautamente usate, sostituirò queste altre: l'antica e lodevole costumanza della pruova del fuoco. E chi sarà che ardisca di riprovarle? Il tomo VII della mia Storia, come abbraccia un più ampio campo, qual fu per l'italiana letteratura il secolo XVI, così più frequente occasione somministra a V. P. reverendissima a far pompa della sua vastissima erudizione. E la prima nota a pag. 3 è diretta a giustificare Giulio II di cui temerariamente io ho detto che diede a vedere un animo più guerriero che non si potesse aspettare dal vicario di Cristo. A questa mia proposizione Ella ingegnosamente oppone l'autorità del Ciaconio, che loda Giulio II, appunto perchè pontefice bellicoso. Ed ecco così invincibilmente confutato il mio detto. E non men convincente è l'apologia ch'Ella fa dello stesso pontefice, ove avendo io scritto che pare ch'egli non si curasse di mantener la promessa data di radunare un concilio generale, reca un lungo passo di Giulio II, in cui a sua discolpa afferma fra le altre cose, che non gliel'avea permesso la necessità in cui si era trovato di ricuperare le terre della Chiesa. Ed ecco qui pure il pontefice pienamente assoluto dall'ingiusta taccia da me, o piuttosto da' cardinali raccolti in Pisa, appostagli, di aver colle guerre turbata la tranquillità della Chiesa e di tutta l'Italia. Di somigliante robustezza sono tutte le altre note da V. P. reverendissima a questo tomo aggiunte a difender la memoria de' romani pontefici, che le sembra da me oltraggiata. Della rara magnificenza di Leon X nel fomentare gli studj, parevami d'aver detto non poco singolarmente col produrre un bel passo di Raffaello Brandolini, in cui ne fa un magnifico elogio, e dice fra le altre cose, che chiamava alla sua corte anche i più dotti teologi, i più profondi filofosi, i giureconsulti, ec. Ma ho poscia aggiunto che il vedere il pontefice dilettarsi tanto di poesie e di commedie non troppo oneste, avvilì non poco la gravità pontificia, e risveglio ancora sospetti a lui poco onorevoli; e che innoltre la preferenza da lui data agli ameni studj sopra le gravi scienze, fece che queste non fosser molto curate. Perciò Ella prende a pag. 19 a difendere la rara illibatezza e la pietà di Leon X, lodata anche da Erasmo, e imitata, com'io mi lusingo, anche da V. P. reverendissima; e osserva (ciò ch'io non aveva osservato) che anche i teologi furon da lui favoriti; e pruova in tal modo esser falsissimo che gli ameni studj a lui piacessero più che i sacri. Più a lungo si stende l'amorevole zelo di V. P. reverendissima nel difendere Adriano VI, perchè più gravi sono le accuse che io gli ho apposte. Ho osato di affermare a p. 20, che il pontificato di Adriano VI fu come una passeggiera ma folta nube che oscurò l'amena letteratura, e a p. 198 ho detto ch'ei rimirava come gentilesche profanità tutti i libri non sacri, a p. 274 che rimirava come idolatri gl'imitatori di Cicerone. Io non posso non ammirare l'eroica mansuetudine di V. P. reverendissima nel sofferire cotali bestemmie, e nel correggermi con paterna piacevolezza. Mi ricorda dunque dapprima, ch'è vero ch'ei non amava i poeti, perchè molti si abusavano del loro estro (e io m'immagino che non avrà pure amati i teologi, perchè molti facevano reo uso del loro sapere); ma ch'ei favoriva i dotti (i quali forse non ne abusavano mai), e che cercò segretarj i quali elegantemente scrivessero. Io aggiugnerò questa nuova notizia in una nuova edizione della mia Storia; e ne recherò in pruova, che lasciò partire il Sadoleto e il Bembo, i quali aveano sì mal servito Leon X in quell'impiego, e che a parer di Adriano dovean essere tali che non sapessero scrivere con eleganza, e che in lor vece trascelse Teodorico Ezio, e Paolo Cistirelli, i quali furono i soli segretarj nominati e scelti da Adriano, e della eleganza dei quali nello scrivere non ci lascia dubitar punto il giudizio di quel pontefice e di V. P. reverendissima. Quindi a p. 198, per dimostrare in modo che non ammetta risposta, che Adriano VI teneva presso di sè uomini versatissimi anche nella Letteratura non sacra, osserva che uno di essi fu il vescovo di Chieti, che fu poi Paolo IV, il quale sarà stato, io m'immagino, o poeta, o oratore, o matematico. Finalmente a p. 274, per provare non esser vero che Adriano per poco non rimirasse come idolatri gl'imitatori di Cicerone, osserva che nè Girolamo Negri, nè il Sadoleto nol dicono, con che è dimostrata la falsità della mia asserzione; e seguendo a parlare del Sadoleto, riflette ch'egli non ritirossi già da Roma, perchè fosse mal soddisfatto del pontificato di Adriano, ma perchè gli correva l'obbligo di assistere personalmente alla sua Chiesa di Carpentras; obbligo, sperava io, ch'Ella dovesse aggiugnere per render compita la pruova, il quale non gli correva sotto il pontificato di Leon X, di Clemente VII, duranti i quali stette molto in Roma, ma solo sotto quel di Adriano. Ad Adriano VI succedette Clemente VII, e io mi lusingava che ciò che ne ho detto, avesse avuta la sorte di non dispiacere a V. P. reverendissima, perciocchè non ho veduta alcuna annotazione a p. 22, ove io ho accennate le guerre, nelle quali egli lasciossi avvolgere, e che furon poscia cagione dell'orribil sacco di Roma. Ma convien dire che sia qui accaduto ciò che V. P. reverendissima in una nota a p. 519 modestamente confessa che avviene talvolta, cioè che per inavvertenza o per negligenza de' Revisori si stampano libri in Roma che non dovrebbon vedere la pubblica luce, e che perciò quelle parole siano sfuggite al severo suo sguardo. Di fatto a p. 198 ov'io ripeto che Clemente VII, avviluppatosi nelle guerre dei principi, espose Roma all'orribile sacco, ec., Ella, che in quel giorno in cui lesse queste parole, dovea esser compresa da più diligente zelo, si compiace di darmi una graziosa mentita, dicendo che non fu Clemente, ma l'astio del calvinista Borbone, ch'espose Roma al Sacco. Nel che, oltre il convincermi di grave errore, Ella, benchè senza darsene vanto, ci dà prima di ogni altro una notizia sfuggita finora a quanti sono stati scrittori di teologia e di storia, cioè che fin dal 1527, quando Calvino non contava che 18 anni di età, e cinque anni prima ch'ei si scoprisse eretico, vi erano già Calvinisti, e che tale era il Borbone. Così gli uomini grandi, quasi senza volerlo, illuminano gl'ignoranti, e segnano le loro vie di sempre nuovi raggi di luce. A difesa dello stesso pontefice è diretta la nota a p. 275. Ivi ho scritto che "Non era eguale alla stima la deferenza del papa a' consigli del Sadoleto, il qual veggendolo esporsi a manifesta rovina, si sforzava di tenerlo lontano dall'imminente pericolo, finchè veggendo che il pontefice erasi ormai tanto innoltrato, che più non v'era luogo a consiglio, chiesto ed ottenuto il congedo, venti giorni prima del sacco di Roma, partissene, e fece ritorno alla sua chiesa". V. P. reverendissima mi avverte qui che non fu questa la ragione della partenza del Sadoleto, ma il patto da lui stabilito col papa di servirlo sol per tre anni, e poi di tornare alla sua chiesa; e mi comanda di veder su ciò la Vita pel Sadoleto scritta dal Fiordibello. Nello scriver la mia Storia, io avea prevenuto il suo comando, e leggendo quella Vita, parevami di avervi trovato appunto ciò ch'io ho scritto. Io credeva che il Fiordibello ove dice che il papa cum salutaribus Sadoleti consiliis sæpe usurus esse videretur, flectebatur postea aliorum quorumdam, qui longe plurimum apud eum poterant, oratione, volesse dire che uguale alla stima non era la deferenza del papa ai consigli del Sadoleto, e ch'egli seguiva più facilmente gli altrui consigli; e che ove dice del Sadoleto: Qui quidem cum rem in eum locum adductam intelligeret, ut nihil bene monendo et suadendo proficere amplius posset, statuit, quando Reipublicæ prodesse jam nihil posset, suæ saltem Ecclesiæ prospicere atque consulere, volesse dire che veggendo che il Pontefice erasi ormai tanto inoltrato, che più non v'era luogo a consiglio, chiese il congedo, e tornò alla sua chiesa. Perdoni di grazia V. P. reverendissima, se io son poco felice nell'intendere il latino, e continui ad istruirmi anche in ciò col consueto suo zelo, e mi mostri che non è quello che io ho creduto, il senso delle parole del Fiordibello. Convien dire che V. P. reverendissima sia stata soddisfatta del modo con cui ho parlato di Paolo III, poichè una sola breve annotazione veggo aggiunta a p. 25, ove io ragionandone, dico ch'ei fu calunniato come seguace dell'astrologia giudiciaria, e a questa occasione dico che non sarebbe a stupire, che in quel tempo fosser alcuni anche tra' dotti che credesser le stelle presaghe dell'avvenire; che riputavansi dotti, nota gravemente V. P. reverendissima, ma in realtà non lo erano, come con evidenti ragioni dimostrar si potrebbe. Riflessione giustissima e necessarissima, e senza la quale tutti avrebbon creduto che io ancora fossi fautore dell'astrologia giudiciaria. Quanto debbo io essere riconoscente alla paterna premura ch'Ella ha pel mio buon nome! Ma Ella non è ugualmente contenta di ciò ch'io ho scritto di Giulio III e di Paolo IV. E quanto al primo, Ella a p. 32 mi rimette al continuatore del Fleury, perchè io vi osservi le lodi ch'ei dà a quel pontefice. Ma mi permetta V. P. reverendissima, ch'io le proponga un dubbio. Se uno il qual facesse una nuova edizione di quella Continuazione, al luogo ove si parla di Giulio III, ponesse una nota in cui rimettesse i lettore a ciò che io dico di quel pontefice, che direbbe Ella di una tal nota? Io non credo, a dir vero, di peccar di superbia, ponendomi al confronto del continuator del Fleury, e credendo che possa rimanere incerto, se egli, o io abbiamo esaminate meglio le cose. Aspetterò da V. P. reverendissima la risposta a questo mio dubbio, che stendesi ancora a ciò che appartiene a Paolo IV, giacchè per esso ancora mi rimette Ella a ciò che ne ha scritto il medesimo continuatore, e vi aggiugne anche il p. Carrara teatino, che recentemente ne ha scritta la Vita. I pregi di questo pontefice sono da V. P. reverendissima ricordati anche a p. 14. E io mi lusingo di non averli dissimulati: e solo ne ho ripreso la troppo sospettosa severità, per cui si videro chiusi in Castel S. Angelo, per mal fondate accuse contro la Fede, il Morone e il Foscarari; e ho aggiunto che sotto il pontificato di esso, si vide riaccesa la guerra tra la s. Sede e la corona di Spagna. E io prego perciò la V. P. reverendissima a indicarmi le ragioni che provin giusta la carcerazione di que' due sì dotti e sì virtuosi prelati, e provin falsa la guerra che la imprudente condotta de' nipoti di Paolo trasse sopra lo Stato pontificio. Un altro dubbio io debbo proporre a V. P. reverendissima riguardo alla nota ch'Ella ha posta a p. 115 ov'io parlo delle scuole de' Gesuiti e degli elogi che di esse si fecero da molti uomini illustri del secolo XVI, e del favore con cui furono allora da molti principi onorate. Per quel che riguarda a questa Compagnia, dic'Ella, noi ci rimettiamo intieramente al Breve del Pontefice Clemente XIV de' 21 Luglio del 1773, che incomincia: Dominus et Redemptor noster etc. La mia docilità a' suggerimenti di V. P. reverendissima mi ha fatto ricorrer subito a questo Breve, sperando di trovarvi qualche cosa che giovar potesse a comprovare, o a confutare ciò ch'io detto. Ma qual è stata la mia sorpresa, quando delle scuole de' Gesuiti del secolo XVI, delle quali sole io ragiono, appena vi ho trovato un cenno? Io temo ch'Ella abbia preso, come anche a' più grand'uomini accade talvolta, un picciolo equivoco, e che invece del Breve di Clemente XIV, ch'io venero e rispetto, ma che non ha alcuna relazione con questo passo della mia Storia. Ella dovesse indicare qualche Bolla di Paolo III, o di Giulio III, o di Paolo IV, o de' due Pii IV, e V, o de' due Gregorj XIII e XIV (per non uscire dal secolo XVI di cui si tratta), che potrebbono con più ragione citarsi, ove ragionasi delle scuole allora aperte da' Gesuiti. Io la prego per quell'interesse ch'Ella si compiace di aver per me e per la mia Storia, a leggere quelle Bolle, le quali essendo Bolle di romani pontefici, otterranno da V. P. reverendissima quel rispetto medesimo almeno, ch'Ella ha pel Breve di Clemente XIV, e a decidere poscia, se sia ragionevole il sospettar ch'io ho fatto di qualche equivoco, in cui Ella sia inavvertitamente caduta. Più cose abbraccia e comprende un'altra eruditissima nota posta alla pag. 253. Io avea affermato a pag. 244, che quando sorse l'eresia di Lutero, non era l'Italia troppo feconda di tai telogi, quali a que' tempi si convenivano, e che l'erudizione sacra non che la profana, la cognizion delle lingue, la critica erano escluse dalla teologia. Questa mia erronea proposizione si combatte qui dapprima da V. P. reverendissima, e per mostrarmi che i teologi di quel tempo aveano comunemente il corredo di erudizione, ch'io ho osato di negar loro, mi ricorda Sante Pagnini, Sante Marmocchini, Zenobio Acciaiuoli, Agostino Giustiniano, Pietro Galatino e Agostino Steuco. Ma le occupazioni di V. P. reverendissima le han fatto qui dimenticare le pruove necessarie a mostrare che questi fosser teologi, come a confutare la mia proposizione era richiesto; giacchè del molto loro sapere nelle lingue orientali ho ragionato io pure; ma ch'essi si possano annoverar tra' teologi, io l'ho finora ignorato, se traggasene il Galatino che scrisse contro gli Ebrei, e lo Steuco, il quale è il solo de' qui nominati, che impugnasse le recenti eresie, e che non fu il migliore tra' loro impugnatori. Io desidero dunque ch'Ella abbia più agio che non ha avuto finora, per potermi convincere ch'erano in Italia al principio del XVI secolo molti teologi forniti di vasta e molteplice erudizione. Non giova ch'io mi trattenga a parlare di ciò ch'Ella riflette in questa nota medesima intorno all'agostiniano Girolamo Negri, giacchè in somma altro non fa che onorarmi col ripetere ciò ch'io stesso ne ho detto. Più grato io debbo esserle pel comando ch'Ella si compiace di farmi a questo luogo medesimo, ch'io vegga ciò che del card. Gaetano dicono Melchior Cano e i pp. Quetif ed Echard. Io avea affermato che molte proposizioni da lui sostenute furono condennate dall'università di Parigi, e ch'ei diede qualche occasione alle accuse sì per alcune sue nuove opinioni, sì perchè ignorando la lingua ebraica, ed essendo, perciò costretto a valersi di altri, faceva loro tradurre di parola in parola il testo originale, e la versione ne riusciva perciò intralciata ed oscurissima. Io non veggo che nè il Cano, nè i pp. Quetif ed Echard provino il contrario. Anzi non credo ch'Ella abbia provveduto all'onore del Gaetano, rimandando i lettori a ciò che ne dice il primo di questi scrittori, il quale ne' passi da Lei allegati non ne parla con molto onore. Ecco ciò ch'ei ne dice nel l. 2, c. 11, che è forse anco il più moderato de' passi in cui ne ragiona: Cajentanus vir cum primis eruditus et pius, sed qui in Libris Sacris constituendis Erasmi novitates ingeniumque secutus, dum alienis vestigiis voluit insistere, propriam gloriam maculavit. Ma in niun luogo campeggia meglio il saper teologico di V. P. reverendissima, che nelle due annotazioni a pag. 278 e 280. Parlando de' Comenti del Sadoleto sull'Epistola di s. Paolo a' Romani, io ho detto che quell'opera fu dapprima proibita, perchè parve ad alcuni che in essa ei si accostasse all'errore de' semipelagiani intorno alla grazia, e gli fu ancora imputato a fallo il distaccarsi in parte dalle opinioni di s. Agostino. Quella parola alcuni sta male, secondo V. P. reverendissima, e deesi dir molti; e credo certo ch'Ella gli avrà computati sulle magistrali sue dita, per accettarne il numero. Aggiugne Ella con molto zelo, che non sa per qual cagione non si avesse a imputare a fallo al Sadoleto il discostarsi dalla dottrina di S. Agostino; la qual riflessione saprà bene V. P. reverendissima contro chi sia diretta; perciocchè, quanto a me, io non ho mai scritto che ciò non gli si dovesse imputare a fallo. Ben contro di me è diretto ciò che segue, cioè ch'Ella non vede come si possano da un Teologo annoverare tra le semplici opinioni quelle sentenze, che per tutissima et inconcussa dogmata sono state riconosciute dalla S. Sede. Perdono, pietà, P. reverendissimo. Sono vent'anni dacchè io ho lasciata da parte la teologia, e perciò merita qualche indulgenza un non teologo, se ha chiamate opinioni le sentenze di s. Agostino. Un'altra volta sarò più cauto, e mi guarderò bene dal confondere le opinioni colle sentenze ricevute dalla Chiesa quai dommi, e lascerò poi V. P. reverendissima il provare che tali fossero quelle nelle quali il Sadoleto discostossi da s. Agostino. L'altra nota è dirette a difendere il Badia maestro del sacro palazzo, da cui l'opera del Sadoleto fu proibita. Ed era ben conveniente che V. P. reverendissima lo difendesse, benchè io non l'abbia in alcun modo nè con alcuna parola accusato e ripreso. Solo io la prego a indicarmi su qual fondamento Ella abbia autorevolmente affermato: Non nego, che sia poi stata permessa la lettura del libro medesimo (del Sadoleto). Ma non ammetto, che sia stata permessa senza le dovute correzioni e dichiarazioni. Io non vorrei sembrarle ardito di troppo. Ma finchè V. P. reverendissima non mi pruova il contrario, io son costretto ad ammettere ciò ch'Ella non ammette. Egli è bensì vero che al Sadoleto fu imposto di fare una nuova edizione dell'opera in cui alcuni passi ne fosser corretti. Ma questa seconda edizione non si fece che nel 1536, e fin dall'anno precedente era stata rivocata la proibizione dell'opera, come io ho provato colla testimonianza del Negri familiare del card. Contarini. Difatto non trovasi nell'Indice de' libri proibiti menzione alcuna di quella edizione, che vi sarebbe rimasta inserita, se la proibizione non fosse stata rivocata; ed è perciò evidente che il Badia, forse meno zelante di V. P. reverendissima, fu pago della promessa fatta dal Sadoleto di correggere in una nuova edizione que' passi che potean sembrare o pericolosi, o sospetti; e che in virtù di questa promessa, la proibizione del libro fu rivocata. Per difendere Isidoro Clario dalla taccia di plagiario da alcuni appostagli, perchè spesso nel comentar la sacra Scrittura si vale delle opinioni del protestante Munstero, senza mai nominarlo, ho detto che forse ei così fece, perchè allora il citare un autor protestante sarebbe stato imperdonabil delitto. Non piace questa ragione a V. P. reverendissima, la quale ingegnosamente osserva che il Cano, l'Arias, il Pidio ed altri citarono i Protestanti impunemente. Io ho dunque errato, e converrà annoverare il Clario tra' plagiarj per decisione del V. P. reverendissima; se pur Ella non vuol menargli buona un'altra scusa; cioè che il Clario non volle esporsi a veder le sue opere imbrattate dall'inchiostro di alcuni, che per ordine, dicevano essi, di un rispettabile tribunale visitavano le biblioteche, ed ove ne' libri trovavano nominato qualche autor protestante, benchè non fosse delitto il nominarlo, inesorabilmente lo cancellavano, della quale carneficina veggonsi spesso pur troppo compassionevoli documenti. Le annotazioni di V. P. reverendissima sono comunemente dirette a ridurmi sul buon sentiero, da cui spesso Ella mi scorge infelicemente traviare. Ma in una a pag. 315. Ella mi onora troppo più ch'io non avrei osato sperare. Io avea accennate le eroiche virtù del card. Bellarmino. L'Autore, dic'Ella, qui espone i privati suoi sentimenti intorno alla eroicità delle virtù del V. Bellarmino. E chi sono io mai che ardisca di esporre su un tale argomento i privati miei sentimenti? No, P. reverendissimo, non sono i miei, ma sono i sentimenti di que' quattordici cardinali con lui vissuti e da me qui accennati, sono le deposizioni di tanti testimonj, sono gli Atti per la causa introdotta della sua beatificazione; questi sono, e non il privato mio sentimento, ch'io ho citati per pruova delle virtù del Bellarmino. E poichè Ella aggiugne che del rimanente si rimette a' Decreti di Urbano VIII e a ciò che sarà circa le virtù medesime dichiarato dalla sacra Congregazione de' Riti e dalla S. Sede apostolica, mi compiaccio di farle sapere che due volte già la Congregazione de' Riti ha deciso in favore dell'eroicità delle virtù del Bellarmino; la prima con pienezza di voti nel 1675; la seconda non con pienezza, ma con pluralità di voti nel 1677, come potrà vedere nell'ultima Relazione del card. Cavalchini, benchè la s. Sede per altre ragioni estrinseche, non abbia creduto opportuno il pronunciar sopra esse un formale decreto. V. P. reverendissima mi onora nuovamente a pag. 378, ove coll'autorità del suo prediletto continuator del Fleury conferma ciò ch'io avea detto, che il maestro del sacro palazzo, a' tempi di Leon X, non giudicò degno di condanna il libro del Pomponazzi sull'immortalità dell'anima; e perchè forse ha creduto che non mi si dovesse dar fede, quando ho affermato che le Opere del Pomponazzi son piene di assurde ed empie proposizioni, aggiugne che esse furono poi proibite. Le ultime tre note di questo tomo, che è stato con particolar bontà rimirato da V. P. reverendissima, appartengono a fr. Paolo, e trovansi alle pagg. 440, 449, 450. Ivi io parlo del valore di quel celebre uomo negli studi filosofici; e perciò era ben giusto ch'Ella avvertisse i lettori, come fa in queste note, ch'egli era amico de' Protestanti e favorevole alle loro opinioni. Anzi mi fa maraviglia che ne' primi tomi della mia Storia, ov'io ho ragionato di tanti autori idolatri, non abbia Ella prevenuti i lettori, che coloro furon tutti imbevuti delle gentilesche superstizioni. Nè solo Ella avverte chi legge, ma con paterna amorevolezza dolcemente mi sferza, perciocchè avendo io accennato il zelo del Sarpi, quale sia stato un tale zelo, dice Ella, si può agevolmente raccorre da ciò, che scrive il Courrayer nella di lui Vita. Io la prego nondimeno a riflettere ch'io parlo del zelo del Sarpi nel servigio della repubblica: fu da essa impiegato, io dico, ne' più difficili affari, e in premio della sua attività e del suo zelo distintamente onorato; e la debolezza del mio intendimento non mi lascia arrivare ad intendere, come ci entri qui la Vita che del Sarpi ha scritta il Courrayer. Ed eccoci finalmente giunti al fine della parte I del t. VII, in cui tante cose ha trovate il zelo il V. P. reverendissima, sulle quali occuparsi. Passiamo alla parte II che più scarso numero ci somministra di erudite annotazioni. Anzi due sole esse sono, perciocchè quella a pag. 162 non è che una semplice citazione, che pruova solo la profonda sua dottrina. Non così la lunga nota a pag. 164 e segg., la quale ben merita tutta la riconoscenza mia e de' lettori della mia Storia. Spiacque a molti, io ho detto parlando della correzione del Corpo del diritto canonico, fatta per ordine di Gregorio XIII, che i correttori romani avesser cambiato talvolta o le intitolazioni, o le citazioni di Graziano, o ancora i Canoni stessi e i decreti da lui citati.... più ancora spiacque che i correttori medesimi non avessero avvertito che molte opere da Graziano attribuite ad alcuni santi Padri erano ad essi supposte; ch'essi avessero continuato a citare le false Decretali raccolte da Isidoro, senza muovere dubbio alcuno sulla loro autenticità, benchè alcuni avesser cominciato a dubitarne. Questo passo ben meritava di essere da V. P. reverendissima severamente corretto. È falso che i correttori abbiano citate molte opere supposte a' santi Padri, e la prova del mio errore è evidente; perciocchè, dic'Ella, moltissimi passi attribuiti da Graziano o da' Copisti a Scrittori, che non se n'erano neppure sognati, sono stati da' Correttori Romani restituiti ai veri loro Autori; e perciò non può esser vero che molte altre opere supposte sieno state da essi citate. Almeno io dovea dire ciò che V. P. reverendissima ha detto; che i correttori romani emendarono molti errori. È vero ch'io ho detto che da essi non si perdonò a diligenza, o a fatica per eseguire la correzion loro ingiunta, e quindi moltissimi furon gli errori da essi emendati, e il Decreto per opera loro si ebbe infinitamente migliore che non era in addietro. Ma ciò che importa? Io ho errato: e felice il mio errore, che ha data occasione all'ingegnosa ed erudita sua annotazione! In essa prende ancora V. P. reverendissima a difendere i correttori, perchè continuarono a far uso delle false Decretali, e fa un grande onore al saggio loro discernimento, dicendo, ch'essi credettero di aver de' gravi motivi per vieppiù confermarsi nell'opinione ch'era allora la più comune, cioè dell'autenticità di quelle Decretali. La quale giustificazione ognun vede che non ammette risposta e che distrugge perciò ch'io ho scritto, che spiacque a molti il veder quelle Decretali citate dopo che si era cominciato a dubitare della loro supposizione. E per confermar sempre più che ciò non dovea spiacere, aggiugne un eloquentissima enumerazione di molti altri uomini illustri che ammisero come genuine alcune opere che poi furon riconosciute come supposte. E perchè io annoverando gli uomini dotti che da Pio IV, da s. Pio V e da Gregorio XIII furono in quel lavoro impiegati, ho citato il Boemero che gli annovera distintamente, V. P. reverendissima osserva che costui si è lasciato ingannare da un'impostura del troppo celebre avvocato Macchiavelli, il quale ha finto un Breve di Eugenio III in approvazione del Decreto di Graziano. Ed ecco con ciò convinta la mia imprudenza e la mal avveduta mia critica nel copiare dal Boemero i nomi di que' che composero la congregazione alla correzione del Diritto canonico deputata, giacchè egli è manifesto che chi si è lasciato ingannare da un falso documento del secolo XII, non può averci dato un esatto catalogo de' correttori del decreto nel secolo XVI. L'altra nota è alla pag. 261, ove io ho affermato che Adriano VI diede un canonicato a Paolo Giovio con patto che di lui parlasse onorevolmente nelle sue Storie. Osserva qui dapprima V. P. reverendissima che Adriano VI non era capace di procacciarsi le umane lodi, specialmente con tanto discapito della coscienza. Di fatto non sarebbe Ella stata una vergognosissima simonia, se nell'atto di dargli il canonicato, Adriano avesse detto sorridendo al Giovio: ma di grazia il mio M. Paolo, fatemi far buona figura nelle vostre Storie? Osserva innoltre che Benedetto Giovio, da cui raccontasi questo fatto, non nomina mai patto o condizione. E a dir vero le parole di Benedetto riportate anche da V. P. reverendissima, son queste: Ei Canonicatum.... libentissime contulit, ITA TAMEN UT in ejus Historia honorificum locum haberet. Or quelle parole ita tamen ut posson mai significare patto o condizione? Quindi fra le molte obbligazioni ch'io le professo, deesi annoverare ancor questa di avermi fatto conoscere ch'io assai poco so di latino; e che non debbo ardir di tradurre da quella nella volgar nostra lingua, giacchè ita tamen ut, ec. non vuol già dire a patto però che, ec., ma significa qualche altra cosa che V. P. reverendissima ci dirà poi in altra opera che cosa sia. Finalmente Ella aggiugne bisogna poi vedere da chi abbia avuto una tal notizia Benedetto. Non è verisimile di fatto che l'abbia avuta dallo stesso Paolo suo fratello, ed è assai più probabile che gli sia stata scritta dall'Inghilterra, o forse ancor dall'America, e perciò un tal racconto non merita fede alcuna. Vegniamo alla parte III del tomo VII, ch'essendo tutta impiegata nel ragionare degli studj dell'amena letteratura, io mi lusingava che appena potesse contener cosa che agli occhi di un severo teologo sembrasse degna di correzione. Ma è troppo illuminato il zelo di V. P. reverendissima per non trovare difetti, ove un occhio men fino non sapprebbeli ravvisare. Parlando a pag. 53 di Ersilia Cortese, tanto favorita e onorata da Giulio III, ho riportato il passo del Ruscelli, in cui oscuramente accenna le persecuzioni da essa sofferte dopo la morte di quel pontefice, per le quali ella si vide spogliata de' suoi castelli e delle sue entrate, e ho detto che le espressioni del Ruscelli a me sembra che indichino certamente il pontef. Paolo IV, i Caraffi di lui nipoti, che tanto abusarono del lor potere, e i loro ministri; ma che intorno a ciò non mi è avvenuto di ritrovare più distinte notizie. Qui V. P. reverendissima facendo, per dirlo alla francese, un eruditissimo galimatias sulle notizie più distinte, men distinte, e confuse, mi biasima, perchè senza fondamento ho interpretate nel detto modo le parole del Ruscelli, le quali a lei sembra che non indichino Paolo IV. perchè non ha V. P. reverendissima spinte più oltre le sue ricerche, e non ci ha più chiaramente spiegato il senso di quello scrittore? Io, i cui occhi son tanto meno penetranti, ho creduto che non si potessero rovinar castelli, nè togliere le entrate nello Stato pontificio senza comando del papa, e avendo osservato che il Ruscelli morì nel 1566, appena cominciato il pontificato di s. Pio V, che perciò le persecuzioni dell'Ersilia dopo la morte di Giulio III, debbono appartenere al pontificato o di Paolo IV, o di Pio IV, e veggendo dal Ruscelli indicarsi la molta vecchiezza, persone che potevano in supremo grado, ec., ho creduto che, s'indicassero i tempi di Paolo IV. Se V. P. reverendissima, a spese di Pio IV, vuol giustificar Paolo IV, Ella ne saprà i motivi. Ma spero che converrà meco, che senza abusare dell'autorità di un pontefice, non potevasi maltrattare Ersilia nel modo dal Ruscelli indicato. Felici i papi, se avesser sempre difensori zelanti al pari di V. P. reverendissima! Quante calunnie si vedrebbono dileguate e smentite! Io ho riferito a pag. 101 ciò che dell'Ariosto si narra; cioè che papa Giulio II sdegnato contro di esso, perchè difendeva la causa del duca Alfonso I suo signore, lo volle far trarre in mare, come narra Virginio di lui figliuolo. Quanto è robusta la difesa ch'ella qui fa del pontefice! La testimonianza di Virginio, dic'Ella, e lo stesso dovrà dirsi delle testimonianze di più altri scrittori di que' tempi, citati dal Dott. Barotti nella Vita dell'Ariosto, è fondata sulle ciarle, che pur troppo da' malevoli si andavano spargendo contro Giulio II. E non basta egli che V. P. reverendissima lo affermi, perchè senza più gliel crediamo? Un'altra nota piena di teologica erudizione io trovo a pag. 155, ove avendo io osservato a qual impudenza fosse giunto il teatro italiano al principio del secolo XVI, Ella ci schiera innanzi un gran numero di papi e di concilj che divietarono severamente cotali spettacoli, notizia nuova e interessante, che in niun modo doveasi da me ommettere. Il zelo di V. P. reverendissima pel buon nome de' romani pontefici torna in campo a pag. 162, ove riportando io un passo del Giovio, in cui narra che Leon X si prendeva trastullo degli uomini sciocchi e prosontuosi, Ella gravemente decide che il Giovio al suo solito esagera secondando la sua passione, ed eccedendo i limiti del vero e del giusto. Taluno pretenderebbe per avventura, che di questa taccia data al Giovio, Ella avesse recato qualche autorevole fondamento. Ma è Ella forse tenuta a render ragione del suo pensare? L'ultima delle note a questo tomo aggiunte, più ancor di altre, richiede la mia riconoscenza, perciocchè avendo io biasimata a p. 419 la soverchia libertà con cui d. Callisto piacentino parlò in una sua predica di Leon X, Ella si compiace di far eco a' miei detti, e di aggiugnere che la morte di quel pontefice fu pianta dagli uomini più dotti e più pii di que' tempi, e specialmente da f. Sante Pagnino. Ed eccomi finalmente giunto al tomo VIII, in cui la mia Storia si chiude. Io mi lusingava che qui ancora dovesse il zelo di V. P. reverendissima avere ampio campo in cui esercitarsi. Ma io temo che a danno mio e de' lettori della mia Storia esso siasi illanguidito. Perciocchè, oltre la nota sul sistema copernicano già da me indicata, un'altra sola notarella vi ho io trovata a pag. 419. Ivi ho accennate le controversie che il p. Mazzarini ebbe con s. Carlo in Milano, nate all'occasione di quelle che questi avea allora in Milano co' regj ministri intorno all'immunità ecclesiastica; ho confessato che il p. Mazzarini fu degno di biasimo, perchè mancò al rispetto al s. cardinale dovuto, ma ho aggiunto che dopo un formale processo ei fu dichiarato innocente riguardo a' sospetti che intorno alla sua Fede si eran formati: e ho conchiuso che mi bastava l'aver di ciò dato un cenno per non ritoccare questioni pericolose al pari che inutili, più ancora che non conveniva, si è scritto alcuni anni addietro. Or ecco la bella nota che V. P. reverendissima a questo passo ha aggiunta: Non veggo, come si abbiano a rappresentare come inutili quelle quistioni, che da gran luminari del Cristianesimo furono gloriosamente trattate, come da S. Atanasio, da Osio di Cordova, da S. Ilario, da S. Ambrogio, da S. Gio. Grisostomo, e da vari altri che lungo sarebbe il numerare. Ma di grazia, P. reverendissimo, che è mai ciò? S. Atanasio, Osio, S. Ilario, S. Ambrogio, S. Gio. Grisostomo hanno dunque trattato delle controversie che il p. Mazzarini ebbe con s. Carlo? Certo son queste le controversie di cui io ragiono, e ciò è evidente da tutto il contesto, in cui non tratto che dell'imprudenza di quel focoso predicatore, del processo fattogli per opera di s. Carlo, della sua assoluzione, ec., e le controversie sull'immunità ecclesiastica non son nominate che di passaggio, per l'occasion che diedero a quelle tra 'l p. Mazzarini e s. Carlo; ed è ancor più evidente che le quistioni pericolose al pari che inutili, delle quali io ragiono, son quelle del mentovato processo, quando si rifletta ch'io aggiungo: sulle quali, più ancora che non conveniva, si è scritto alcuni anni addietro; espressione che sarebbe ridicola parlando delle quistioni sull'immunità ecclesiastica, delle quali si è scritto non alcuni anni addietro, ma già da molti secoli, e si scrive tuttora, e si scriverà ancora probabilmente per lungo tempo, ma che è ben adattata alle controversie di s. Carlo col p. Mazzarini, sulle quali si aggirano molti libri stampati alcuni anni addietro, cioè le Lettere di s. Carlo stampate in Lugano, l'Esame di dette Lettere, e più altri libri in quell'occasion pubblicati, e ne' quali dell'immunità ecclesiastica si parla tanto quanto dell'elettricità e del magnetismo. Ma comunque sia evidente che in quest'ultima nota, come anche a' più grand'uomini accade talvolta, V. P. reverendissima non ha troppo felicemente rilevato il senso delle mie parole, io non lascio perciò di protestarmi sommamente tenuto alla pietosa intenzione ch'Ella ha avuto di correggermi e d'illuminarmi. E io la prego perciò, quando mai qualche altra mia opera venisse a ristamparsi costì, a voler aggiugnere ad essa ancora le erudite sue annotazioni, ch'io le rinnoverò allora i miei più sinceri ringraziamenti, e avrò una nuova occasione di attestarle quella viva riconoscenza, e quel riverente ossequio con cui mi protesto Di V. P. Reverendissima Modena 18 agosto 1785. Divotiss. obbligatiss. servidore Girolamo Tiraboschi.