Il Tabor
Foglio di spiritualità dei Padri Passionisti del Santuario “Madonna d’Itria” di Cirò Marina (Kr) tel. 0962-31104 - ANNO 6, n. 68 - giugno 2009
19 giugno 2009 - 19 giugno 2010
A N N O S A C E R D O TA L E
IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL SANTO CURATO
D’ARS, BENEDETTO XVI INDICE UN ANNO DEDICATO AI SACERDOTI
Cari fratelli nel Sacerdozio,
nella prossima solennità del Sacratissimo Cuore di
Gesù, venerdì 19 giugno 2009 – giornata tradizionalmente dedicata alla preghiera per la santificazione del
clero –, ho pensato di indire ufficialmente un “Anno
Sacerdotale” in occasione del 150° anniversario del
“dies natalis” di Giovanni Maria Vianney, il Santo
Patrono di tutti i parroci del mondo. Tale anno, che
vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore
rinnovamento di tutti i sacerdoti per una
loro più forte ed incisiva testimonianza
evangelica nel mondo di oggi, si concluderà nella stessa solennità del 2010. “Il
Sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù”,
soleva dire il Santo Curato d’Ars. Questa
toccante espressione ci permette anzitutto
di evocare con tenerezza e riconoscenza
l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la
stessa umanità...
A questo proposito, gli insegnamenti e gli
esempi di san Giovanni Maria Vianney
possono offrire a tutti un significativo punto di riferimento: il Curato d’Ars era umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la
sua gente: “Un buon pastore, un pastore secondo
il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon
Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei
doni più preziosi della misericordia divina”.
Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati
ad una creatura umana: “Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli
obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro
Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia...”. E spiegando ai suoi
fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Tolto il
sacramento dell'Ordine, noi non avremmo il
Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo?
Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al
primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre
per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire
innanzi a Dio, lavandola per l'ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest'anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e
la pace? Ancora il sacerdote... Dopo Dio,
il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si
capirà bene che in cielo”.
Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire
eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il
sacramento del sacerdozio. Sembrava
sopraffatto da uno sconfinato senso di
responsabilità: “Se comprendessimo
bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore...
Senza il prete la morte e la passione di
Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della
Redenzione sulla terra... Che ci gioverebbe una
casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce
ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei
tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi
beni... Lasciate una parrocchia, per vent’anni,
senza prete, vi si adoreranno le bestie... Il prete
non è prete per sé, lo è per voi”.
Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti,
preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una
situazione religiosamente precaria: “Non c'è molto
amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”.
Era, di conseguenza, pienamente consapevole che
doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo,
testimoniandone la tenerezza salvifica: “[Mio Dio],
accordatemi la conversione della mia parrocchia;
accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto
il tempo della mia vita!”, fu con questa preghiera che
iniziò la sua missione. Alla conversione della sua parrocchia il Santo Curato si dedicò con tutte le sue energie, ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana del popolo a lui affidato... Il Curato d’Ars
iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora... Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus
della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge
nella prima biografia...
Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegnava soprattutto con la testimonianza
della vita. Dal suo esempio i fedeli imparavano a pregare, sostando volentieri
davanti al tabernacolo per una visita a
Gesù Eucaristia. “Non c’è bisogno di
parlar molto per ben pregare” – spiegava loro il Curato - “Si sa che Gesù è là,
nel santo tabernacolo: apriamogli il nostro cuore,
rallegriamoci della sua santa presenza. È questa la
migliore preghiera”. Ed esortava: “Venite alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere
di Lui per poter vivere con Lui... “È vero che non ne
siete degni, ma ne avete bisogno!”. Tale educazione
dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione
acquistava un’efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio della
Messa... “Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono
opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di
Dio”, diceva. Era convinto che dalla Messa dipendesse tutto il fervore della vita di un prete: «La causa della
rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione
alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un
prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!”. Ed aveva preso l’abitudine di offrire sempre,
celebrando, anche il sacrificio della propria vita: “Come
fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte
le mattine!”.
... Al tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri
giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa. Ma egli cercò in ogni
modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la
bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola
come un’esigenza intima della Presenza eucaristica...
In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno. Si diceva allora che Ars era
diventata “il grande ospedale delle anime”... Egli diceva: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al
peccatore e lo fa tornare a Lui”... Chi veniva al suo
confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del
perdono di Dio, trovava in lui l’incoraggiamento ad
immergersi nel “torrente della divina misericordia” che
trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era
afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il
segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza:
“Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi
perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio
che si spinge fino a dimenticare volontariamente
l’avvenire, pur di perdonarci!”. A chi, invece, si accusava in maniera tiepida e quasi indifferente, offriva,
attraverso le sue stesse lacrime, la seria e sofferta evidenza di quanto quell’atteggiamento fosse “abominevole”: “Piango perché voi non piangete”,
diceva...
A chi, invece, si presentava già desideroso e
capace di una più profonda vita spirituale,
spalancava le profondità dell’amore, spiegando l’indicibile bellezza di poter vivere uniti a
Dio e alla sua presenza: “Tutto sotto gli
occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio... Com’è bello!”. E insegnava loro
a pregare: “Mio Dio, fammi la grazia di
amarti tanto quanto è possibile che io
t’ami”...
E non rifuggiva dal mortificare se stesso a
bene delle anime che gli erano affidate e per
contribuire all’espiazione dei tanti peccati ascoltati in
confessione. Spiegava ad un confratello sacerdote: “Vi
dirò qual è la mia ricetta: dò ai peccatori una penitenza piccola e il resto lo faccio io al loro posto”...
Cari sacerdoti, la celebrazione del 150.mo anniversario
della morte di san Giovanni Maria Vianney (1859)
segue immediatamente le celebrazioni appena concluse del 150.mo anniversario delle apparizioni di Lourdes
(1858)... Egli stesso aveva per l'Immacolata
Concezione della Santissima Vergine una vivissima
devozione, lui che nel 1836 aveva consacrato la sua
parrocchia a Maria concepita senza peccato, e doveva
accogliere con tanta fede e gioia la definizione dogmatica del 1854”.[50] Il Santo Curato ricordava sempre ai
suoi fedeli che “Gesù Cristo dopo averci dato tutto
quello che ci poteva dare, vuole ancora farci eredi
di quanto egli ha di più prezioso, vale a dire della
sua Santa Madre”.
Alla Vergine Santissima affido questo Anno
Sacerdotale, chiedendole di suscitare nell’animo di
ogni presbitero un generoso rilancio di quegli ideali di
totale donazione a Cristo ed alla Chiesa che ispirarono
il pensiero e l’azione del Santo Curato d’Ars...
Nonostante il male che vi è nel mondo, risuona sempre
attuale la parola di Cristo ai suoi Apostoli nel Cenacolo:
“Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io
ho vinto il mondo” (Gv 16,33). La fede nel Maestro divino ci dà la forza per guardare con fiducia al futuro. Cari
sacerdoti, Cristo conta su di voi. Sull’esempio del
Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Lui e
sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di
speranza, di riconciliazione, di pace! Con la mia benedizione.
Dal Vaticano, 16 giugno 2009
BENEDICTUS PP. XVI 1
- pag. 2 -
La Direzione spirituale
del Servo di Dio
Mons. Eugenio R. Faggiano
Vescovo di Cariati (1936-1956)
Passionista
La Preghiera e l’unione con Dio.
tante preghiere vocali...ti è necessario il riposo contemplativo, che ti ristora e non ti stanca ".
Il Vescovo Faggiano conosceva per esperienza personale e di governo quanto sia difficile accettare con
gioia la volontà di Dio nei momenti di desolazione, di
sofferenza, di contrarietà. Avvertiva perciò la necessità
dell'unione col Signore, che dà la forza, e che si realizza nella preghiera, non limitata ad alcuni momenti della
giornata, ma prolungata senza interruzione col raccoglimento interiore.
L'esperto Direttore vuole che, prima di ogni cosa, si
comprenda bene in che consista l'unione con Dio:
"Basta il riposo in Dio che l'anima gode e si sente inebriata, perchè attratta da tale Bene Infinito e non occorrono certi voli sensibili, che neppure io ho goduto mai,
benchè mi pare di non perdere di vista abitualmente
Dio e ciò per grazia speciale".
Vuole perciò che la figlia spirituale cammini sulla stessa strada sicura del Padre. Ma il Vescovo Faggiano,
ex-Maestro dei Novizi Passionisti, sa che nella direzione spirituale è necessario proporre metodi concreti di
vita; per questo scrive:
"Basta un pensiero a Gesù, alla Mamma Celeste, uno
sguardo, una giaculatoria breve, un sospiro, un desiderio ecc... è il segno dell'amore attivo e passivo, ami
e sei amata nello stesso tempo ".
E, sempre mosso a questo senso pratico, previene le
tentazioni di scoraggiamento e di delusione nei periodi
di aridità:
"Le tenebre dell'aridità non sono altro che scherzo
dello Sposo divino: Egli si nasconde per vedere che fai
e che dici. Allora l'orazione deve essere di contemplazione: tutte le potenze dell'anima devono stare tranquille, perchè ciò che cercavano è vicino. Da qui viene
proprio quella gioia, che si può chiamare ebbrezza dell'anima nel patire o nel desiderare patimenti per uniformarsi a Gesù Crocifisso. Senza dubbio ciò è migliore e più meritorio. Restando in silenzio contemplativo
si soddisfa a tutto, cioè soddisfi a tutto, anche alle preghiere vocali ".
L'esperto Direttore ritorna spesso su questo argomento, perchè è consapevole della sua importanza ed
estrema delicatezza:
"Non preoccuparti se non puoi meditare e ingolfarti
nelle pene dell'Amato Sposo: sei venuta meno a causa
di aver compatito e pianto per il Martire Divino; ora te
ne devi stare tranquilla nel contemplare l'amore
immenso per noi. Pazienza se non ti riesce recitare
Nonostante queste chiare indicazioni, sembra che la
figlia spirituale non abbia ancora le idee chiare sulla
natura della meditazione e della contemplazione; il
buon Padre, sempre sollecito, interviene precisando:
"Mi dimandi se è meditazione la tua quando ti metti alla
Divina presenza.... e lo domandi a te stessa e non
credi che veramente sia meditazione. Gesù stava nell'orto degli ulivi...e passava la notte nell'orazione di
Dio. Meditava Gesù? No! stava in orazione; vuol dire:
stava in unione col suo Divin Padre. La meditazione è
specialmente pei principianti; ma quando l'anima si è
inoltrata, sempre con la grazia del Signore, allora non
medita più: trova subito ciò che vuole, nè è capace di
dire molte orazioni vocali, perchè si stanca
subito....lascia pure che il cuore, gli affetti si espandano quando fai orazione e non badare se sono slanci
sconnessi, perchè la connessione è nell'amor puro;
anzi non vi può esistere, perchè non è meditazione,
cioè non è discorso con l'intelletto, ma getti amorosi
della volontà ".
La buona discepola espone un altro problema: le distrazioni durante la preghiera. Il paziente Maestro illumina e incoraggia:
"Se vi è qualche distrazione involontaria... non ti devi
impressionare: per i ciechi e i sonnolenti gli scogli e i
rialzi sono d'inciampo; per coloro che sono svegli e
hanno occhi per vedere, servono per innalzarsi di più
salendo sopra di loro e calpestandoli ".
Mons. Faggiano completa il suo pensiero con un'ultima
precisazione: "Il Maestro Divino parla in tanti modi alle
anime a Sè care: parla con le sante ispirazioni, con gli
impulsi al cuore, con i lumi alla mente, con l'orrore al
peccato, con l'amore alla virtù. Così ordinariamente,
anzi sempre io ascolto la voce di Gesù" .
E' una preziosa confidenza, che, del resto, la discepola aveva intuito da tempo. E sempre per amore di completezza Egli ricorda quale è il clima adatto per ascoltare la voce di Dio:
"Ovunque ci troviamo per volontà del Signore possiamo sempre custodire il nostro cuore unito a Lui, anche
in mezzo ai rumori e alle occupazioni; che se per qualche momento lo vediamo sbandare, dobbiamo subito
richiamarlo a Dio".
- pag. 3 -
P. Ireneo Martedomini, passionista
PICCOLE STORIELLE PER L’ANIMA
I DUE SPECCHI
Un giorno Satana scoprì un modo per divertirsi.
Inventò uno specchio diabolico che aveva una magica
proprietà: faceva vedere meschino e raggrinzito
tutto ciò che era bello e buono, mentre faceva vedere
grande e dettagliato tutto ciò che era brutto e cattivo.
Satana se ne andava in giro dappertutto con il suo
terribile specchio. E tutti quelli che ci guardavano dentro rabbrividivano: ogni cosa appariva deformata e
mostruosa.
Il maligno si divertiva moltissimo con il suo specchio:
più le cose erano ripugnanti più gli piacevano.
Un giorno, lo spettacolo che lo specchio gli offriva era
così piacevole ai suoi occhi che scoppiò a ridere
in modo scomposto: lo specchio gli sfuggì dalle mani
e si frantumò in milioni di pezzi.
Un uragano potente e maligno fece volare i frammenti
dello specchio in tutto il mondo.
Alcuni frammenti erano più piccoli di granelli di
sabbia ed entrarono negli occhi
di molte persone. Queste persone cominciarono a vedere
tutto alla rovescia: si accorgevano solo più di ciò che era cattivo e vedevano cattiveria dappertutto.
Altre schegge diventarono lenti per occhiali. La
gente che si metteva questi occhiali non riusciva più
a vedere ciò che era giusto e a giudicare rettamente.
Non avete, per caso, già incontrato degli uomini
così?
Qualche pezzo di specchio era così grosso, che
venne usato come vetro da finestra. I poveretti che
guardavano attraverso quelle finestre vedevano solo
vicini antipatici, che passavano il tempo a combinare
cattiverie.
Quando Dio si accorse di quello che era successo
si rattristò. Decise di aiutarli.
Disse: «Manderò nel mondo mio Figlio. E Lui la
mia immagine, il mio specchio. Rispecchia la mia
bontà, la mia giustizia, il mio amore. Riflette l'uomo
come io l'ho pensato e voluto».
Gesù venne come uno specchio per gli uomini.
Chi si specchiava in Lui, riscopriva la bontà e la
bellezza e imparava a distinguerle dall'egoismo e dalla
menzogna, dall'ingiustizia e dal disprezzo.
I malati ritrovavano il coraggio di vivere, i disperati
riscoprivano la speranza.
Consolava gli afflitti e aiutava gli uomini a vincere la
paura della morte.
Molti uomini amavano lo specchio di Dio e seguirono
Gesù. Si sentivano infiammati da Lui.
Altri invece ribollivano di rabbia: decisero di rompere
lo specchio di Dio. Gesù fu ucciso. Ma ben presto si
levò un nuovo possente uragano: lo Spirito Santo.
Sollevò i milioni di frammenti dello specchio di Dio e li
soffiò in tutto il mondo.
Chi riceve anche una piccolissima scintilla di questo
specchio nei suoi occhi comincia a vedere il mondo
e le persone come li vedeva Gesù: si riflettono negli
occhi prima di tutto le cose belle e buone, la giustizia
e la generosità, la gioia e la speranza; le cattiverie e
le ingiustizie invece appaiono modificabili e vincibili.
TRE RANOCCHI
Tre ranocchi curiosi si avventurarono un giorno
fuori dello stagno dove erano sempre vissuti e cominciarono ad esplorare il mondo. Nei pressi dello stagno
sorgeva una prospera fattoria.
I tre ranocchi cominciarono la loro esplorazione
dall'aia. Ma due galline li scorsero e, felici di variare il
menù, si avventarono su di loro con i becchi affilati e
l'acquolina in bocca.
I tre ranocchi però erano svelti e arditi. Proprio
in quel momento, il fattore posò davanti alla porta
della stalla il bidone del latte. Con due prodigiosi
balzi, i tre ranocchi si tuffarono nel bidone. Si trovarono a nuotare nel latte. Sulle prime la nuova sensazione li rese allegri ed euforici. Poi cominciarono a
preoccuparsi. Dovevano assolutamente uscire di là
al più presto! Un fattore arrabbiato era peggio delle
galline. . .
Provarono e riprovarono, ma l'imboccatura del
bidone era stretta e le pareti d'acciaio lisce e scivolose.
Il primo ranocchio era un fatalista. Annaspò un
po' e poi disse: «Non usciremo mai di qui. E la fine».
Si lasciò andare ed annegò.
Il secondo ranocchio era un
intellettuale, con una
grande preparazione teorica
sui liquidi, il salto e le
loro leggi fisiche. Eseguì
rapidamente tutti i calcoli
che riguardavano la distanza
dalla bocca del bidone,
il suo diametro, la spinta
occorrente, la parabola, il
peso, la gravità terrestre, l'accelerazione. Trovò la
formula giusta e spiccò il salto con gran vigore. Ma. ..
non aveva calcolato il manico del bidone. Sbatté una
tremenda capocciata, svenne e finì miseramente in
fondo al bidone.
Il terzo ranocchio non smise un attimo di nuotare
e darsi da fare con tutte le sue forze. Il latte si trasformò in burro, scivoloso ma solido, e il ranocchio
riuscì a saltare fuori facilmente.
Non perdere mai la speranza, comunque ti vadano le cose. E datti da fare.
- pag. 4 -
che prega. Ma, per indicare il luogo dal quale sgorga la
preghiera, le Scritture parlano talvolta dell'anima o dello
spirito, più spesso del cuore (più di mille volte). E' il cuore
che prega. Se esso è lontano da Dio, l'espressione della
preghiera è vana.
LA
PREGHIERA
NELLA
VITA
CRISTIANA
Il cuore è la dimora dove sto, dove abito (secondo l'espressione semitica o biblica: dove «discendo»). E' il
nostro centro nascosto, irraggiungibile dalla nostra
ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo e
conoscerlo. E' il luogo della decisione, che sta nel più
profondo delle nostre facoltà psichiche. E' il luogo della
verità, là dove scegliamo la vita o la morte. E' il luogo
dell'incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell'Alleanza.
La preghiera cristiana è una relazione di Alleanza tra Dio
e l'uomo in Cristo. E' azione di Dio e dell'uomo; sgorga
dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre,
in unione con la volontà umana del Figlio di Dio fatto
uomo.
CHE COS'E' LA PREGHIERA?
La preghiera come Comunione
“Per me la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e
di amore nella prova come nella gioia” (S. Teresa di
Gesù Bambino).
La preghiera come dono di Dio
«La preghiera è l'elevazione dell'anima a Dio o la
domanda a Dio di beni convenienti» (S. Giovanni
Damasceno). Da dove noi partiamo pregando?
Dall'altezza del nostro orgoglio e della nostra
volontà o «dal profondo» (Sal 130,1) di un
cuore umile e contrito? E' colui che si
umilia ad essere esaltato. L'umiltà è il
fonmento della preghiera. «Nemmeno
sappiamo che cosa sia conveniente
domandare» (Rm 8,26). L'umiltà è la
disposizione necessaria per ricevere
gratuitamente il dono della preghiera:
«L'uomo è un mendicante di Dio» (S.
Agostino).
«Se tu conoscessi il dono di Dio!» (Gv
4,10). La meraviglia della preghiera si rivela
proprio là, presso i pozzi dove andiamo a cercare
la nostra acqua: là Cristo viene ad incontrare ogni essere umano; egli ci cerca per primo ed è lui che ci chiede
da bere. Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o no, la
preghiera è l'incontro della sete di Dio con la nostra sete.
Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui.
«Tu gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua
viva» (Gv 4,10). La nostra preghiera di domanda è paradossalmente una risposta. Risposta al lamento del Dio
vivente: «Essi hanno abbandonato me, sorgente d'acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate»
(Ger 2,13), risposta di fede alla promessa gratuita della
salvezza, risposta d'amore alla sete del Figlio unigenito.
La preghiera come Alleanza
Da dove viene la preghiera dell'uomo? Qualunque sia il
linguaggio della preghiera (gesti e parole), è tutto l'uomo
Nella Nuova Alleanza la preghiera è la relazione vivente
dei figli di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con
il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo. La grazia
del Regno è «l'unione della Santa Trinità tutta intera con
lo spirito tutto intero» (S. Gregorio Nazianzeno). La vita
di preghiera consiste quindi nell'essere abitualmente alla
presenza del Dio tre volte Santo e in comunione con lui.
Tale comunione di vita è sempre possibile, perché,
mediante il Battesimo, siamo diventati un medesimo
essere con Cristo. La preghiera è cristiana in quanto è comunione con Cristo e si dilata nella
Chiesa, che è il suo Corpo. Le sue dimensioni sono quelle dell'Amore di Cristo.
La chiamata universale alla preghiera
L'uomo è alla ricerca di Dio. Mediante
la creazione Dio chiama ogni essere dal
nulla all'esistenza. Coronato «di gloria e
di splendore» (Sal 8,6), l'uomo, dopo gli
angeli, è capace di riconoscere che il
Nome del Signore «è grande... su tutta la
terra» (Sal 8,2). Anche dopo aver perduto la
somiglianza con Dio a causa del peccato, l'uomo rimane ad immagine del suo Creatore. Egli conserva il desiderio di colui che lo chiama all'esistenza.
Tutte le religioni testimoniano questa essenziale ricerca
da parte degli uomini.
Dio, per primo, chiama l'uomo. Sia che l'uomo dimentichi il suo Creatore oppure si nasconda lontano dal suo
Volto, sia che corra dietro ai propri idoli o accusi la divinità di averlo abbandonato, il Dio vivo e vero chiama
incessantemente ogni persona al misterioso incontro
della preghiera. Questo passo d'amore del Dio fedele
viene sempre per primo nella preghiera; il passo dell'uomo è sempre una risposta. Man mano che Dio si rivela e
rivela l'uomo a se stesso, la preghiera appare come un
appello reciproco, un evento di Alleanza. Attraverso
parole e atti, questo evento impegna il cuore. Si svela
lungo tutta la storia della salvezza.
(dal Catechismo Chiesa Cattolica nn. 2559-2567)
- pag. 5 -
V I TA D E L S A N T U A R I O - V I TA D E L S A N T U A R I O - V I TA D E L S A N T U A R I O - V I TA D E L S A N T U A R I O - V I TA D E L
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20-24 aprile 2009 - Corso per fidanzati
- pag. 6 -
“Guai a me se non predicassi il vangelo”
(1 Corinzi 9,16)
Successivamente, dal
14 al 21 giugno, ha
guidato un altro
Corso, presso le
Monache passioniste
di Vignanello (Viterbo).
- pag. 7 -
A P O S T O L ATO - A P O S T O L AT O - A P O S T O L AT O - A P O S T O L AT O - A P O S T O L AT O - A P O S T O L ATO - A P O S T O L A
P. Piero Greco, rettore del
Santuario di
Madonna d’Itria,
ha tenuto dal 7
al 13 giugno
2009 un Corso di
Esercizi Spirituali
per Suore nella
Casa Generalizia dei
Santi Giovanni e
Paolo a Roma, su san
Paolo Apostolo.
Benedetto XVI
ricorda
il servo di Dio
Alcide De Gasperi
"Dirittura morale", "fede salda" e
"autonomia nelle scelte politiche",
sono queste le qualità auspicabili in
un uomo di Stato che si professi cristiano: qualità che incarnò appieno
Alcide De Gasperi, lui è uno dei
grandi del XX secolo, in Italia e in
Europa, ma fu anche un personaggio “scomodo”, uno di quegli uomini politici tutti di un pezzo, cui si fa
ricorso nei momenti difficili, salvo
magari dimenticarli, nel momento in
cui vengono consegnati alla storia.
Le sue radici religiose furono “la
sorgente che ha dato linfa al suo
impegno politico e al suo prodigarsi
per la costruzione del bene comune”, così il prefetto della
Congregazione per i Vescovi, cardinale Giovanni Battista Re dice di lui:
“La fede fu l’ossatura della sua
vita”; “una fede dovuta non soltanto
alla formazione che aveva ricevuto,
ma frutto di una profonda maturazione personale”, che gli consentì di
“dare prova del suo spessore
umano e della sua fedeltà agli ideali”.
E’ solo ripercorrendo le tappe fondamentali della sua esistenza che
si può capire la grandezza di questo
“servo di Dio”. Iniziando dal 1919,
quando aderì al Partito Popolare
Italiano promosso da don Luigi
Sturzo, (nel 1925 ne assunse la
segreteria), la sua opposizione
all'avvento del fascismo, il suo arresto insieme alla moglie alla stazione
di Firenze, l'11 marzo 1927, mentre
si stava recando in treno a Trieste.
Nel processo che seguì venne condannato a 4 anni di carcere e ad
una forte multa. Dopo la scarcerazione, alla fine del luglio 1928,
venne continuamente sorvegliato e
dovette trascorrere un periodo di
grandi difficoltà economiche e di
isolamento morale e politico.
Nel 1942-43, durante la Seconda
guerra mondiale, compose, insieme
ad altri, l'opuscolo Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana in
cui esprimeva le idee alla base del
futuro partito della Democrazia
Cristiana di cui sarebbe stato cofondatore.
Nel 1945 fu nominato Presidente
del Consiglio dei Ministri, l'ultimo
del Regno d'Italia. Durante tale
governo
fu
proclamata
la
Repubblica!
Le elezioni del 18 aprile del 1948
furono le più accese della storia
repubblicana, visto lo scontro tra la
DC ed il Fronte Popolare, composto
da socialisti e comunisti.
Nel 1952, per il timore di una affermazione in Italia
delle posizioni marxiste, il Vaticano
suggeriva
un'alleanza elettorale ad
ampia portata per
affrontare le votazioni amministrative
del comune di
Roma. La Santa
Sede non avrebbe
accettato che la
"Città Eterna", in
quanto sede della
Cristianità, potesse essere amministrata da un sindaco socialista. De
Gasperi si oppose decisamente,
attenendosi alla sua moralità e al
suo passato di antifascista, ad una
coalizione con le destre, e resistette
sino a che il Papa si arrese di fronte all'impraticabilità della proposta.
L'incidente diplomatico con il
Vaticano turbò profondamente l'animo di De Gasperi; ai suoi collaboratori scrisse: « Proprio a me, un
povero cattolico della Valsugana, è
toccato dire di no al Papa »
È in corso a Trento la fase diocesana del processo di canonizzazione, che è stata aperta nel 1993, per
cui la Chiesa cattolica ha assegnato ad Alcide De Gasperi il titolo di
“Servo di Dio”.
Papa Benedetto XVI, ricevendo
sabato 20 giugno il Consiglio della
Fondazione De Gasperi, ha dedicato allo statista di Trento parole
vive e toccanti: “formato alla scuola del Vangelo, De Gasperi fu
capace di tradurre in atti concreti
e coerenti la fede che professava”, il Papa ha riconosciuto che “in
qualche momento non mancarono
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difficoltà e, forse, anche incomprensioni da parte del mondo ecclesiastico, con prudente lungimiranza
guidò la ricostruzione dell'Italia
uscita dal fascismo e dalla seconda
guerra mondiale, e ne tracciò con
coraggio il cammino verso il futuro;
ne difese la libertà e la democrazia;
ne rilanciò l'immagine in ambito
internazionale; ne promosse la
ripresa economica aprendosi alla
collaborazione di tutte le persone di
buona volontà. […] Docile ed obbediente alla Chiesa, fu dunque autonomo e responsabile nelle sue scelte politiche, senza servirsi della
Chiesa per fini politici e senza
mai scendere a compromessi
con la sua retta coscienza”. Papa
Benedetto XVI ha concluso il suo
discorso riportando una citazione
da un libro scritto da De Gasperi:
"Non sono bigotto - scriveva alla
sua futura sposa Francesca - e
forse
nemmeno
religioso
come
dovrei essere; ma
la personalità del
Cristo vivente mi
trascina; mi soggioga, mi solleva
come un fanciullo.
Vieni, io ti voglio
con me e che mi
segua nella stessa
attrazione, come
verso un abisso di
luce"
(A.
De
Gasperi, Cara Francesca, Lettere, a
cura di M.R. De Gasperi,
Morcelliana, Brescia 1999, pp. 4041).
Non si resta allora sorpresi quando
si apprende che nella sua giornata,
oberata di impegni istituzionali, conservarono sempre largo spazio la
preghiera e il rapporto con Dio,
iniziando ogni giorno, quando gli
era possibile, con il partecipare alla
Santa Messa. Anzi i momenti più
caotici e movimentati segnarono il
vertice della sua spiritualità!
Quando, ad esempio, conobbe l'esperienza del carcere, volle con sé
come primo libro la Bibbia ed in
seguito conservò l'abitudine di
annotare i riferimenti biblici su
foglietti per alimentare costantemente il suo spirito. Verso la fine
della sua attività governativa, dopo
un duro confronto parlamentare, ad
un collega del governo che gli chiedeva quale fosse il segreto della
sua azione politica rispose: " Che vuoi, è il Signore!".
Dott.ssa Agnoni Maria
SALMO 4
[2]Quando ti invoco,
rispondimi, Dio,
mia giustizia:
dalle angosce
mi hai liberato;
pietà di me, ascolta
la mia preghiera.
[3]Fino a quando,
o uomini,
sarete duri di cuore?
Perché amate cose vane
e cercate la menzogna?
[4]Sappiate che il Signore
fa prodigi
per il suo fedele:
il Signore mi ascolta
quando lo invoco.
[5]Tremate e non peccate,
sul vostro giaciglio
riflettete e placatevi.
[6]Offrite sacrifici
di giustizia
e confidate nel Signore.
[7]Molti dicono:
"Chi ci farà vedere
il bene?".
Risplenda su di noi,
Signore, la luce
del tuo volto.
[8]Hai messo più gioia
nel mio cuore
di quando abbondano
vino e frumento.
[9]In pace mi corico e
subito mi addormento:
tu solo, Signore,
al sicuro
mi fai riposare.
PREGARE CON I SALMI
Salmo 4 - La preghiera della sera
Il salmo è una preghiera di lamentazione individuale ed
esprime una fondamentale fiducia in Dio. L’autore è un giusto,
da identificarsi con un sacerdote o un profeta cultuale.
v. 2:Il salmista, accusato ingiustamente, apre la preghiera
chiedendo a Dio che non si separi da lui, ma che risponda alla
sua invocazione, come già è intervenuto nel passato liberandolo dalle angosce.
v. 3:L’orante si rivolge quindi ai nemici che lo insultano.
Chiede loro che smettano di accusarlo, di mantenere il cuore
indurito, di amare le cose vane e di cercare la menzogna, che
si manifesta specialmente nell’abbandonarsi ad atteggiamenti
idolatri.
v. 4:Egli ricorda loro la sua esperienza: “Sappiate che il
Signore fa prodigi... il Signore mi ascolta”.
vv. 5-6: Essi debbono arrendersi, cambiare atteggiamento,
abbandonando il peccato che suscita l’amarezza del rimorso e
tiene desti durante la notte. Offrano comunitariamente a Dio
sacrifici di giustizia.
vv. 7-8: Rispondendo a questa domanda, lanciata da molti
sfiduciati: “Chi ci farà vedere il bene?”, l’orante afferma che è la
luce della rivelazione divina a far vedere il bene. Egli ha cercato il bene in Dio, lo ha trovato e ne ha provato una gioia superiore a quella che ha sperimentato al momento della mietitura e
della vendemmia. Per lui mangiare ed bere non sono più preoccupazioni primarie.
v. 9: L’orante conclude la preghiera con una professione di
fede nella potenza salvifica di Dio. Afferma infatti che alla sera
si corica e si addormenta subito, senza provare alcun incubo,
perché sa che il Signore lo protegge sempre, anche durante il
sonno notturno.
Lettura cristiana
Gesù è il giusto incompreso ed insultato, è il testimone ed il
garante delle grandi opere di Dio. Egli ci ammonisce, chiedendoci di abbandonare il peccato e di convertirci al suo vangelo di
salvezza. La sua persona ed il suo annuncio ci rivelano il vero,
il buono ed il giusto; ci fanno vedere il bene, a cui dobbiamo tendere ogni giorno, per adempiere la nostra vocazione e missione.
Nell’ora della prova decisiva Gesù si addormenta in pace,
attendendo l’alba della gloriosa risurrezione. Dalla vita celeste
egli ci libera da ogni male; ci dona gioia, pace, luce e tranquillità.
Questa preghiera è per noi un messaggio di speranza ed è
particolarmente adatta al termine della giornata, quando il desiderio di conversione e di comunione con il Signore si fa più
impellente.
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Riscopriamo
il Concilio Vaticano II
DIGNITATIS
HUMANAE
Decreto sulla libertà religiosa
IL DIRITTO DELLA PERSONA
UMANA E DELLE COMUNITÀ
ALLA LIBERTÀ SOCIALE
E CIVILE IN MATERIA
DI RELIGIONE
PROEMIO
1. Nell'età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più
consapevoli della propria dignità di
persone e cresce il numero di coloro che esigono di agire di loro iniziativa, esercitando la propria
responsabile libertà, mossi dalla
coscienza del dovere e non pressati
da
misure
coercitive.
Parimenti, gli stessi esseri umani
postulano una giuridica delimitazione del potere delle autorità pubbliche, affinché non siano troppo circoscritti i confini alla onesta libertà,
tanto delle singole persone, quanto
delle associazioni. Questa esigenza di libertà nella convivenza
umana riguarda soprattutto i
valori dello spirito, e in primo
luogo il libero esercizio della
religione
nella
società.
Considerando diligentemente tali
aspirazioni, e proponendosi di
dichiarare quanto e come siano
conformi alla verità e alla giustizia,
questo Concilio Vaticano rimedita
la tradizione sacra e la dottrina
della Chiesa, dalle quali trae nuovi
elementi in costante armonia con
quelli già posseduti.
Anzitutto, il sacro Concilio professa
che Dio stesso ha fatto conoscere
al genere umano la via attraverso
la quale gli uomini, servendolo,
possono in Cristo trovare salvezza
e pervenire alla beatitudine.
Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa
cattolica e apostolica, alla quale il
Signore Gesù ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini,
dicendo agli apostoli: “ Andate dunque, istruite tutte le genti battezzandole nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quello che io vi ho comandato ” (Mt
28,19-20). E tutti gli esseri umani
sono tenuti a cercare la verità,
specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono
tenuti ad aderire alla verità man
mano che la conoscono e a rimanerle fedeli.
Il sacro Concilio professa pure che
questi doveri attingono e vincolano
la coscienza degli uomini, e che la
verità non si impone che per la
forza della verità stessa, la quale
si diffonde nelle menti soavemente
e insieme con vigore. E poiché la
libertà religiosa, che gli esseri
umani esigono nell'adempiere il
dovere di onorare Iddio, riguarda
l'immunità dalla coercizione nella
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società civile, essa lascia intatta la
dottrina tradizionale cattolica sul
dovere morale dei singoli e delle
società verso la vera religione e l'unica Chiesa di Cristo. Inoltre il
sacro Concilio, trattando di questa
libertà religiosa, si propone di sviluppare la dottrina dei sommi
Pontefici più recenti intorno ai diritti inviolabili della persona umana e
all'ordinamento giuridico della
società.
I. ASPETTI GENERALI DELLA
LIBERTÀ RELIGIOSA
Oggetto e fondamento
della libertà religiosa
2. Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli
esseri umani devono essere
immuni dalla coercizione da
parte dei singoli individui, di gruppi
sociali e di qualsivoglia potere
umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad
agire contro la sua coscienza né
sia impedito, entro debiti limiti,
di agire in conformità ad essa:
privatamente o pubblicamente, in
forma individuale o associata.
Inoltre dichiara che il diritto alla
libertà religiosa si fonda realmente
sulla stessa dignità della persona
umana quale l'hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la
stessa ragione. Questo diritto della
persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell'ordinamento giuridico della società.
A motivo della loro dignità, tutti gli
esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di
libera volontà e perciò investiti di
personale responsabilità, sono
dalla loro stessa natura e per
obbligo morale tenuti a cercare
la verità, in primo luogo quella
concernente la religione. E sono
pure tenuti ad aderire alla verità
una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue
esigenze. Ad un tale obbligo, però,
gli esseri umani non sono in grado
di soddisfare, in modo rispondente
alla loro natura, se non godono
della libertà psicologica e nello
stesso tempo dell'immunità dalla
coercizione esterna. Il diritto alla
libertà religiosa non si fonda quindi
su una disposizione soggettiva
della persona, ma sulla sua stessa
natura. Per cui il diritto ad una tale
immunità perdura anche in coloro
che non soddisfano l'obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa,
e il suo esercizio, qualora sia
rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia, non può essere
impedito.
Libertà religiosa e rapporto
dell'uomo con Dio
3. Quanto sopra esposto appare
con maggiore chiarezza qualora si
consideri che norma suprema della
vita umana è la legge divina, eterna, oggettiva e universale,
per mezzo della quale
Dio con sapienza e
amore ordina, dirige e
governa l'universo e le
vie della comunità
umana. E Dio rende
partecipe
l'essere
umano della sua
legge, cosicché l'uomo, sotto la sua
guida soavemente
provvida,
possa
sempre
meglio
conoscere l'immutabile verità. Perciò ognuno ha il
dovere e quindi il diritto di cercare
la verità in materia religiosa, utilizzando mezzi idonei per formarsi
giudizi di coscienza retti e veri
secondo prudenza.
La verità, però, va cercata in modo
rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura
sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l'aiuto dell'insegnamento o dell'educazione,
per mezzo dello scambio e del dialogo con cui, allo scopo di aiutarsi
vicendevolmente nella ricerca, gli
uni rivelano agli altri la verità che
hanno scoperta o che ritengono di
avere scoperta; inoltre, una volta
conosciuta la verità, occorre aderirvi fermamente con assenso personale.
L'uomo coglie e riconosce gli
imperativi della legge divina
attraverso la sua coscienza, che
è tenuto a seguire fedelmente in
ogni sua attività per raggiungere il
suo fine che è Dio. Non si deve
quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza. E non si
deve neppure impedirgli di agire
in conformità ad essa, soprattutto
in campo religioso. Infatti l'esercizio della religione, per sua stessa
natura, consiste anzitutto in atti
interni volontari e liberi, con i quali
l'essere umano si dirige immediatamente verso Dio: e tali atti da
un'autorità meramente umana non
possono essere né comandati, né
proibiti. Però la stessa natura
sociale dell'essere umano esige
che egli esprima esternamente gli
atti interni di religione, comunichi
con altri in materia religiosa e professi la propria religione in modo
comunitario.
Si fa quindi ingiuria alla persona
umana e allo stesso ordine stabilito da Dio per gli esseri umani,
quando si nega ad essi il
libero esercizio della religione nella società, una
volta rispettato l'ordine
pubblico informato a giustizia.
Inoltre gli atti religiosi, con
i quali in forma privata e
pubblica gli esseri umani
con decisione interiore
si dirigono a Dio, trascendono per loro
natura l'ordine terrestre e temporale delle
cose. Quindi la potestà civile, il cui fine
proprio è di attuare il bene comune
temporale, deve certamente rispettare e favorire la vita religiosa dei
cittadini, però evade dal campo
della sua competenza se presume
di dirigere o di impedire gli atti religiosi.
La libertà dei gruppi religiosi
4. La libertà religiosa che compete
alle singole persone, compete
ovviamente ad esse anche quando
agiscono in forma comunitaria. I
gruppi religiosi, infatti, sono postulati dalla natura sociale tanto degli
esseri umani, quanto della stessa
religione.
A tali gruppi, pertanto, posto che le
giuste esigenze dell'ordine pubblico non siano violate, deve essere
riconosciuto il diritto di essere
immuni da ogni misura coercitiva
nel reggersi secondo norme proprie, nel prestare alla suprema divinità il culto pubblico, nell'aiutare i
propri membri ad esercitare la vita
religiosa, nel sostenerli con il proprio insegnamento e nel promuovere quelle istituzioni nelle quali i
loro membri cooperino gli uni con
gli altri ad informare la vita secondo
i principi della propria religione.
Parimenti ai gruppi religiosi compete il diritto di non essere impediti
con leggi o con atti amministrativi
del potere civile di scegliere, edu-
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care, nominare e trasferire i propri
ministri, di comunicare con le autorità e con le comunità religiose che
vivono in altre regioni della terra, di
costruire edifici religiosi, di acquistare e di godere di beni adeguati.
I gruppi religiosi hanno anche il
diritto di non essere impediti di
insegnare e di testimoniare pubblicamente la propria fede, a
voce e per scritto. Però, nel diffondere la fede religiosa e nell'introdurre pratiche religiose, si deve
evitare ogni modo di procedere in
cui ci siano spinte coercitive o sollecitazioni disoneste o stimoli meno
retti, specialmente nei confronti di
persone prive di cultura o senza
risorse: un tale modo di agire va
considerato come abuso del proprio diritto e come lesione del diritto altrui.
Inoltre la libertà religiosa comporta
pure che i gruppi religiosi non siano
impediti di manifestare liberamente
la virtù singolare della propria dottrina nell'ordinare la società e nel
vivificare ogni umana attività.
Infine, nel carattere sociale della
natura umana e della stessa religione si fonda il diritto in virtù del
quale gli esseri umani, mossi dalla
propria convinzione religiosa, possano liberamente riunirsi e dar vita
ad associazioni educative, culturali, caritative e sociali.
La libertà religiosa
della famiglia
5. Ad ogni famiglia - società che
gode di un diritto proprio e primordiale - compete il diritto di ordinare
liberamente la propria vita religiosa
domestica sotto la direzione dei
genitori. A questi spetta il diritto
di determinare l'educazione religiosa da impartire ai propri figli
secondo la propria persuasione
religiosa. Quindi deve essere dalla
potestà civile riconosciuto ai genitori il diritto di scegliere, con vera
libertà, le scuole e gli altri mezzi di
educazione, e per una tale libertà
di scelta non debbono essere gravati, né direttamente né indirettamente, da oneri ingiusti. Inoltre i
diritti dei genitori sono violati se
i figli sono costretti a frequentare lezioni scolastiche che non
corrispondono alla persuasione
religiosa dei genitori, o se viene
imposta un'unica forma di educazione dalla quale sia esclusa
ogni formazione religiosa.
(parte I)
Sono diventato piccolo fratello di Gesù perché Dio l'ha
voluto. Mai ho dubitato della chiamata; anche perché,
se non fosse stata la volontà di Dio a mettermi su questa strada, non avrei potuto resistere a lungo.
Il dormire all'addiaccio, il vivere in climi estenuanti, il
frequentare tribù veramente povere e il sopportarne il
fetore, è ancora piccola cosa in confronto allo svuotamento della personalità, al taglio col passato, all'accettazione radicale di civiltà e patrie diverse dalle nostre.
E mi spiego.
Come sapete, il piccolo fratello non può avere opere
sue. Non può fare scuola, organizzare ospedali, creare dispensari, distribuire aiuti. Deve venire qui, scegliere un villaggio, una bidonville, una tribù nomade,
installarsi in essa e vivere come vivono tutti gli altri,
specie i più poveri.
«L’ultimo posto»
di Carlo Carretto, “Lettere dal deserto”.
È il capovolgimento totale del sistema europeo in vigore fino a ieri. Qui l'europeo che arrivava: militare, missionario, tecnico o funzionario, si costruiva una casa
all'europea e viveva da europeo tra indigeni. Il suo
standard di vita non era quello del luogo, ma quello
del paese di origine... Miracoli di amore e di eroismo
furono scritti in terre d'Africa e d'Asia: chiese, ospedali, dispensari, scuole, opere sociali furono create per
recare sollievo, allontanare la morte, accelerare il processo di evoluzione dei popoli sottosviluppati... Ciò
che c'interessa è il constatare che in pochi anni tutto è
cambiato...
In questa luce e più ancora dinanzi alle future attività
della Chiesa in terra di missione va vista come profetica l'opera di Charles de Foucauld.
Questo uomo di Dio, ignaro di tutti i problemi, spinto
solo dalla forza e dalla luce dello Spirito, va in Africa in
pieno tempo di colonizzazione. Nell'aria non c'è ancora il minimo sentore di ciò che avverrà su così vasta
scala. Preoccupato solo di portare il Vangelo ai
Berberi o ai Tuareg, capisce ciò che gli altri non capiscono e lavora come se il processo di decolonizzazione fosse già avvenuto.
Non doni, non ospedali, non dispensari, non scuole,
non denaro. Si presenta solo, indifeso, povero.
Ha capito che la potenza dell'europeo, anche se
espressa in ospedali, scuole, non dice quasi più nulla
su un piano religioso al povero africano; non è più una
testimonianza come una volta... Occorre battere un'altra strada; ed è quella di sempre, perché è scritta nel
Vangelo, ma con una purezza e forza nuova: è la strada della piccolezza, del sacrificio, della povertà, del
nascondimento, della testimonianza.
È un fatto indiscutibile, e non solo per i paesi poveri:
si ha paura della potenza. Una Chiesa potente, ricca,
dominatrice, oggi spaventa...
Sta proprio qui il segreto della popolarità acquistata
da Charles de Foucauld... Questo presentarsi povero,
questo vestire "come loro", questo accettare la loro lingua, i loro costumi, di colpo ha fatto cadere il muro e
ha permesso il dialogo, l'autentico dialogo: quello tra
uguali.
Percorrevo a cammello la pista
tra Geriville e El Abiod, ed ero
diretto ad una zona desertica,
per qualche giornata di solitudine. Ad un certo punto della pista
m'imbatto in un cantiere di lavoro. Una cinquantina di indigeni,
guidati da un sottufficiale del
genio, faticava a sistemare la
strada rovinata dalle piogge
invernali. Sotto il sole sahariano,
non macchine, non tecnica: solo la fatica dell'uomo nel
caldo e nella polvere a maneggiare per tutta la giornata la pala e il piccone.
Rimonto la fila del manovali disseminati sulla pista,
rispondo al loro saluto, offro la mia "gherba" di 30 litri
di acqua alla loro sete. Ad un certo punto, tra le bocche che si avvicinano al collo della "gherba" per bere,
vedo schiudersi un sorriso che non dimenticherò più.
Povero, stracciato, sudato, sporco: è frère Paul, un
piccolo fratello che ha scelto quel cantiere per vivere il
suo calvario e mescolarsi a quella pasta come lievito
evangelico... Io conoscevo bene frère Paul, perché
avevo fatto il noviziato assieme.
Ingegnere parigino, lavorava in una di quelle commissioni destinate a preparare la bomba atomica di
Reganne, quando sentì la chiamata del Signore.
Lasciò ogni cosa e fu piccolo fratello.
Ora era lì; e nessuno sapeva che era un ingegnere:
era un povero come gli altri.
Ricordo sua madre quando venne in occasione dei
voti al noviziato.
"Mi aiuti, fratel Carlo, a capire la vocazione di mio
figlio. Io l'ho fatto ingegnere, voi l'avete fatto manovale. Ma perché? O almeno vi serviste di mio figlio per
quel che vale! No: dev'essere un manovale. Ma dite,
alla Chiesa non ne verrebbe più decoro, più efficacia a
farlo agire come intellettuale?".
"Signora, rispondevo io, ci sono cose che non si possono capire con l'intelligenza e il senso comune. Solo
la fede ci può illuminare. Perché Gesù volle essere
Lui povero? Perché volle nascondere la sua divinità e la sua potenza e vivere tra noi come ultimo?
Perché, signora, la sconfitta della croce, lo scandalo
del Calvario, l'ignominia della morte per Lui che era la
Vita? No, signora; la Chiesa non ha bisogno di un
ingegnere di più, ma ha bisogno di un chicco di grano
di più da far morire nei suoi solchi. E più questo chicco
è turgido di vita e sapido di cielo e di sole, e più sarà
gradito alla terra che lo deve accogliere per la futura
messe"...
Quanti direbbero: peccato! una sì bella intelligenza,
finire in un solco della pista sahariana. Avrebbe potuto
costruire una rotativa per diffondere la buona stampa... E avrebbero anche ragione...
A Paul non interessava "avere influenza" sugli
uomini; gli bastava "pagare", "scomparire". Altri cercheranno altre vie e realizzeranno la loro santità in
modo differente...
È l'amore che giustifica le nostre azioni, a volte così
contrastanti. È l'amore la perfezione della legge.
Se è per amore che frère Paul ha scelto di morire su
una pista del deserto, da questo è giustificato.
Se è per amore che Don Bosco e il Cottolengo
costruirono scuole e ospedali, da questo sono giustificati. Se è per amore che S. Tommaso passò la sua
vita sui libri, da questo è giustificato.
- pag. 12 -
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