Il Tabor Foglio di spiritualità dei Padri Passionisti del Santuario “Madonna d’Itria” di Cirò Marina (Kr) tel. 0962-31104 - ANNO 6, n. 68 - giugno 2009 19 giugno 2009 - 19 giugno 2010 A N N O S A C E R D O TA L E IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL SANTO CURATO D’ARS, BENEDETTO XVI INDICE UN ANNO DEDICATO AI SACERDOTI Cari fratelli nel Sacerdozio, nella prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, venerdì 19 giugno 2009 – giornata tradizionalmente dedicata alla preghiera per la santificazione del clero –, ho pensato di indire ufficialmente un “Anno Sacerdotale” in occasione del 150° anniversario del “dies natalis” di Giovanni Maria Vianney, il Santo Patrono di tutti i parroci del mondo. Tale anno, che vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi, si concluderà nella stessa solennità del 2010. “Il Sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù”, soleva dire il Santo Curato d’Ars. Questa toccante espressione ci permette anzitutto di evocare con tenerezza e riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità... A questo proposito, gli insegnamenti e gli esempi di san Giovanni Maria Vianney possono offrire a tutti un significativo punto di riferimento: il Curato d’Ars era umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente: “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina”. Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: “Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia...”. E spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Tolto il sacramento dell'Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l'ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest'anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote... Dopo Dio, il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo”. Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: “Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore... Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra... Che ci gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni... Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie... Il prete non è prete per sé, lo è per voi”. Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c'è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Era, di conseguenza, pienamente consapevole che doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza salvifica: “[Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!”, fu con questa preghiera che iniziò la sua missione. Alla conversione della sua parrocchia il Santo Curato si dedicò con tutte le sue energie, ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana del popolo a lui affidato... Il Curato d’Ars iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora... Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia... Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegnava soprattutto con la testimonianza della vita. Dal suo esempio i fedeli imparavano a pregare, sostando volentieri davanti al tabernacolo per una visita a Gesù Eucaristia. “Non c’è bisogno di parlar molto per ben pregare” – spiegava loro il Curato - “Si sa che Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera”. Ed esortava: “Venite alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere di Lui per poter vivere con Lui... “È vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno!”. Tale educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione acquistava un’efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio della Messa... “Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio”, diceva. Era convinto che dalla Messa dipendesse tutto il fervore della vita di un prete: «La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!”. Ed aveva preso l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio della propria vita: “Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine!”. ... Al tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa. Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica... In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno. Si diceva allora che Ars era diventata “il grande ospedale delle anime”... Egli diceva: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui”... Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, trovava in lui l’incoraggiamento ad immergersi nel “torrente della divina misericordia” che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: “Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci!”. A chi, invece, si accusava in maniera tiepida e quasi indifferente, offriva, attraverso le sue stesse lacrime, la seria e sofferta evidenza di quanto quell’atteggiamento fosse “abominevole”: “Piango perché voi non piangete”, diceva... A chi, invece, si presentava già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale, spalancava le profondità dell’amore, spiegando l’indicibile bellezza di poter vivere uniti a Dio e alla sua presenza: “Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio... Com’è bello!”. E insegnava loro a pregare: “Mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto quanto è possibile che io t’ami”... E non rifuggiva dal mortificare se stesso a bene delle anime che gli erano affidate e per contribuire all’espiazione dei tanti peccati ascoltati in confessione. Spiegava ad un confratello sacerdote: “Vi dirò qual è la mia ricetta: dò ai peccatori una penitenza piccola e il resto lo faccio io al loro posto”... Cari sacerdoti, la celebrazione del 150.mo anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney (1859) segue immediatamente le celebrazioni appena concluse del 150.mo anniversario delle apparizioni di Lourdes (1858)... Egli stesso aveva per l'Immacolata Concezione della Santissima Vergine una vivissima devozione, lui che nel 1836 aveva consacrato la sua parrocchia a Maria concepita senza peccato, e doveva accogliere con tanta fede e gioia la definizione dogmatica del 1854”.[50] Il Santo Curato ricordava sempre ai suoi fedeli che “Gesù Cristo dopo averci dato tutto quello che ci poteva dare, vuole ancora farci eredi di quanto egli ha di più prezioso, vale a dire della sua Santa Madre”. Alla Vergine Santissima affido questo Anno Sacerdotale, chiedendole di suscitare nell’animo di ogni presbitero un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo ed alla Chiesa che ispirarono il pensiero e l’azione del Santo Curato d’Ars... Nonostante il male che vi è nel mondo, risuona sempre attuale la parola di Cristo ai suoi Apostoli nel Cenacolo: “Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). La fede nel Maestro divino ci dà la forza per guardare con fiducia al futuro. Cari sacerdoti, Cristo conta su di voi. Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace! Con la mia benedizione. Dal Vaticano, 16 giugno 2009 BENEDICTUS PP. XVI 1 - pag. 2 - La Direzione spirituale del Servo di Dio Mons. Eugenio R. Faggiano Vescovo di Cariati (1936-1956) Passionista La Preghiera e l’unione con Dio. tante preghiere vocali...ti è necessario il riposo contemplativo, che ti ristora e non ti stanca ". Il Vescovo Faggiano conosceva per esperienza personale e di governo quanto sia difficile accettare con gioia la volontà di Dio nei momenti di desolazione, di sofferenza, di contrarietà. Avvertiva perciò la necessità dell'unione col Signore, che dà la forza, e che si realizza nella preghiera, non limitata ad alcuni momenti della giornata, ma prolungata senza interruzione col raccoglimento interiore. L'esperto Direttore vuole che, prima di ogni cosa, si comprenda bene in che consista l'unione con Dio: "Basta il riposo in Dio che l'anima gode e si sente inebriata, perchè attratta da tale Bene Infinito e non occorrono certi voli sensibili, che neppure io ho goduto mai, benchè mi pare di non perdere di vista abitualmente Dio e ciò per grazia speciale". Vuole perciò che la figlia spirituale cammini sulla stessa strada sicura del Padre. Ma il Vescovo Faggiano, ex-Maestro dei Novizi Passionisti, sa che nella direzione spirituale è necessario proporre metodi concreti di vita; per questo scrive: "Basta un pensiero a Gesù, alla Mamma Celeste, uno sguardo, una giaculatoria breve, un sospiro, un desiderio ecc... è il segno dell'amore attivo e passivo, ami e sei amata nello stesso tempo ". E, sempre mosso a questo senso pratico, previene le tentazioni di scoraggiamento e di delusione nei periodi di aridità: "Le tenebre dell'aridità non sono altro che scherzo dello Sposo divino: Egli si nasconde per vedere che fai e che dici. Allora l'orazione deve essere di contemplazione: tutte le potenze dell'anima devono stare tranquille, perchè ciò che cercavano è vicino. Da qui viene proprio quella gioia, che si può chiamare ebbrezza dell'anima nel patire o nel desiderare patimenti per uniformarsi a Gesù Crocifisso. Senza dubbio ciò è migliore e più meritorio. Restando in silenzio contemplativo si soddisfa a tutto, cioè soddisfi a tutto, anche alle preghiere vocali ". L'esperto Direttore ritorna spesso su questo argomento, perchè è consapevole della sua importanza ed estrema delicatezza: "Non preoccuparti se non puoi meditare e ingolfarti nelle pene dell'Amato Sposo: sei venuta meno a causa di aver compatito e pianto per il Martire Divino; ora te ne devi stare tranquilla nel contemplare l'amore immenso per noi. Pazienza se non ti riesce recitare Nonostante queste chiare indicazioni, sembra che la figlia spirituale non abbia ancora le idee chiare sulla natura della meditazione e della contemplazione; il buon Padre, sempre sollecito, interviene precisando: "Mi dimandi se è meditazione la tua quando ti metti alla Divina presenza.... e lo domandi a te stessa e non credi che veramente sia meditazione. Gesù stava nell'orto degli ulivi...e passava la notte nell'orazione di Dio. Meditava Gesù? No! stava in orazione; vuol dire: stava in unione col suo Divin Padre. La meditazione è specialmente pei principianti; ma quando l'anima si è inoltrata, sempre con la grazia del Signore, allora non medita più: trova subito ciò che vuole, nè è capace di dire molte orazioni vocali, perchè si stanca subito....lascia pure che il cuore, gli affetti si espandano quando fai orazione e non badare se sono slanci sconnessi, perchè la connessione è nell'amor puro; anzi non vi può esistere, perchè non è meditazione, cioè non è discorso con l'intelletto, ma getti amorosi della volontà ". La buona discepola espone un altro problema: le distrazioni durante la preghiera. Il paziente Maestro illumina e incoraggia: "Se vi è qualche distrazione involontaria... non ti devi impressionare: per i ciechi e i sonnolenti gli scogli e i rialzi sono d'inciampo; per coloro che sono svegli e hanno occhi per vedere, servono per innalzarsi di più salendo sopra di loro e calpestandoli ". Mons. Faggiano completa il suo pensiero con un'ultima precisazione: "Il Maestro Divino parla in tanti modi alle anime a Sè care: parla con le sante ispirazioni, con gli impulsi al cuore, con i lumi alla mente, con l'orrore al peccato, con l'amore alla virtù. Così ordinariamente, anzi sempre io ascolto la voce di Gesù" . E' una preziosa confidenza, che, del resto, la discepola aveva intuito da tempo. E sempre per amore di completezza Egli ricorda quale è il clima adatto per ascoltare la voce di Dio: "Ovunque ci troviamo per volontà del Signore possiamo sempre custodire il nostro cuore unito a Lui, anche in mezzo ai rumori e alle occupazioni; che se per qualche momento lo vediamo sbandare, dobbiamo subito richiamarlo a Dio". - pag. 3 - P. Ireneo Martedomini, passionista PICCOLE STORIELLE PER L’ANIMA I DUE SPECCHI Un giorno Satana scoprì un modo per divertirsi. Inventò uno specchio diabolico che aveva una magica proprietà: faceva vedere meschino e raggrinzito tutto ciò che era bello e buono, mentre faceva vedere grande e dettagliato tutto ciò che era brutto e cattivo. Satana se ne andava in giro dappertutto con il suo terribile specchio. E tutti quelli che ci guardavano dentro rabbrividivano: ogni cosa appariva deformata e mostruosa. Il maligno si divertiva moltissimo con il suo specchio: più le cose erano ripugnanti più gli piacevano. Un giorno, lo spettacolo che lo specchio gli offriva era così piacevole ai suoi occhi che scoppiò a ridere in modo scomposto: lo specchio gli sfuggì dalle mani e si frantumò in milioni di pezzi. Un uragano potente e maligno fece volare i frammenti dello specchio in tutto il mondo. Alcuni frammenti erano più piccoli di granelli di sabbia ed entrarono negli occhi di molte persone. Queste persone cominciarono a vedere tutto alla rovescia: si accorgevano solo più di ciò che era cattivo e vedevano cattiveria dappertutto. Altre schegge diventarono lenti per occhiali. La gente che si metteva questi occhiali non riusciva più a vedere ciò che era giusto e a giudicare rettamente. Non avete, per caso, già incontrato degli uomini così? Qualche pezzo di specchio era così grosso, che venne usato come vetro da finestra. I poveretti che guardavano attraverso quelle finestre vedevano solo vicini antipatici, che passavano il tempo a combinare cattiverie. Quando Dio si accorse di quello che era successo si rattristò. Decise di aiutarli. Disse: «Manderò nel mondo mio Figlio. E Lui la mia immagine, il mio specchio. Rispecchia la mia bontà, la mia giustizia, il mio amore. Riflette l'uomo come io l'ho pensato e voluto». Gesù venne come uno specchio per gli uomini. Chi si specchiava in Lui, riscopriva la bontà e la bellezza e imparava a distinguerle dall'egoismo e dalla menzogna, dall'ingiustizia e dal disprezzo. I malati ritrovavano il coraggio di vivere, i disperati riscoprivano la speranza. Consolava gli afflitti e aiutava gli uomini a vincere la paura della morte. Molti uomini amavano lo specchio di Dio e seguirono Gesù. Si sentivano infiammati da Lui. Altri invece ribollivano di rabbia: decisero di rompere lo specchio di Dio. Gesù fu ucciso. Ma ben presto si levò un nuovo possente uragano: lo Spirito Santo. Sollevò i milioni di frammenti dello specchio di Dio e li soffiò in tutto il mondo. Chi riceve anche una piccolissima scintilla di questo specchio nei suoi occhi comincia a vedere il mondo e le persone come li vedeva Gesù: si riflettono negli occhi prima di tutto le cose belle e buone, la giustizia e la generosità, la gioia e la speranza; le cattiverie e le ingiustizie invece appaiono modificabili e vincibili. TRE RANOCCHI Tre ranocchi curiosi si avventurarono un giorno fuori dello stagno dove erano sempre vissuti e cominciarono ad esplorare il mondo. Nei pressi dello stagno sorgeva una prospera fattoria. I tre ranocchi cominciarono la loro esplorazione dall'aia. Ma due galline li scorsero e, felici di variare il menù, si avventarono su di loro con i becchi affilati e l'acquolina in bocca. I tre ranocchi però erano svelti e arditi. Proprio in quel momento, il fattore posò davanti alla porta della stalla il bidone del latte. Con due prodigiosi balzi, i tre ranocchi si tuffarono nel bidone. Si trovarono a nuotare nel latte. Sulle prime la nuova sensazione li rese allegri ed euforici. Poi cominciarono a preoccuparsi. Dovevano assolutamente uscire di là al più presto! Un fattore arrabbiato era peggio delle galline. . . Provarono e riprovarono, ma l'imboccatura del bidone era stretta e le pareti d'acciaio lisce e scivolose. Il primo ranocchio era un fatalista. Annaspò un po' e poi disse: «Non usciremo mai di qui. E la fine». Si lasciò andare ed annegò. Il secondo ranocchio era un intellettuale, con una grande preparazione teorica sui liquidi, il salto e le loro leggi fisiche. Eseguì rapidamente tutti i calcoli che riguardavano la distanza dalla bocca del bidone, il suo diametro, la spinta occorrente, la parabola, il peso, la gravità terrestre, l'accelerazione. Trovò la formula giusta e spiccò il salto con gran vigore. Ma. .. non aveva calcolato il manico del bidone. Sbatté una tremenda capocciata, svenne e finì miseramente in fondo al bidone. Il terzo ranocchio non smise un attimo di nuotare e darsi da fare con tutte le sue forze. Il latte si trasformò in burro, scivoloso ma solido, e il ranocchio riuscì a saltare fuori facilmente. Non perdere mai la speranza, comunque ti vadano le cose. E datti da fare. - pag. 4 - che prega. Ma, per indicare il luogo dal quale sgorga la preghiera, le Scritture parlano talvolta dell'anima o dello spirito, più spesso del cuore (più di mille volte). E' il cuore che prega. Se esso è lontano da Dio, l'espressione della preghiera è vana. LA PREGHIERA NELLA VITA CRISTIANA Il cuore è la dimora dove sto, dove abito (secondo l'espressione semitica o biblica: dove «discendo»). E' il nostro centro nascosto, irraggiungibile dalla nostra ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo e conoscerlo. E' il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. E' il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. E' il luogo dell'incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell'Alleanza. La preghiera cristiana è una relazione di Alleanza tra Dio e l'uomo in Cristo. E' azione di Dio e dell'uomo; sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con la volontà umana del Figlio di Dio fatto uomo. CHE COS'E' LA PREGHIERA? La preghiera come Comunione “Per me la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia” (S. Teresa di Gesù Bambino). La preghiera come dono di Dio «La preghiera è l'elevazione dell'anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti» (S. Giovanni Damasceno). Da dove noi partiamo pregando? Dall'altezza del nostro orgoglio e della nostra volontà o «dal profondo» (Sal 130,1) di un cuore umile e contrito? E' colui che si umilia ad essere esaltato. L'umiltà è il fonmento della preghiera. «Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare» (Rm 8,26). L'umiltà è la disposizione necessaria per ricevere gratuitamente il dono della preghiera: «L'uomo è un mendicante di Dio» (S. Agostino). «Se tu conoscessi il dono di Dio!» (Gv 4,10). La meraviglia della preghiera si rivela proprio là, presso i pozzi dove andiamo a cercare la nostra acqua: là Cristo viene ad incontrare ogni essere umano; egli ci cerca per primo ed è lui che ci chiede da bere. Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o no, la preghiera è l'incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui. «Tu gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10). La nostra preghiera di domanda è paradossalmente una risposta. Risposta al lamento del Dio vivente: «Essi hanno abbandonato me, sorgente d'acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate» (Ger 2,13), risposta di fede alla promessa gratuita della salvezza, risposta d'amore alla sete del Figlio unigenito. La preghiera come Alleanza Da dove viene la preghiera dell'uomo? Qualunque sia il linguaggio della preghiera (gesti e parole), è tutto l'uomo Nella Nuova Alleanza la preghiera è la relazione vivente dei figli di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo. La grazia del Regno è «l'unione della Santa Trinità tutta intera con lo spirito tutto intero» (S. Gregorio Nazianzeno). La vita di preghiera consiste quindi nell'essere abitualmente alla presenza del Dio tre volte Santo e in comunione con lui. Tale comunione di vita è sempre possibile, perché, mediante il Battesimo, siamo diventati un medesimo essere con Cristo. La preghiera è cristiana in quanto è comunione con Cristo e si dilata nella Chiesa, che è il suo Corpo. Le sue dimensioni sono quelle dell'Amore di Cristo. La chiamata universale alla preghiera L'uomo è alla ricerca di Dio. Mediante la creazione Dio chiama ogni essere dal nulla all'esistenza. Coronato «di gloria e di splendore» (Sal 8,6), l'uomo, dopo gli angeli, è capace di riconoscere che il Nome del Signore «è grande... su tutta la terra» (Sal 8,2). Anche dopo aver perduto la somiglianza con Dio a causa del peccato, l'uomo rimane ad immagine del suo Creatore. Egli conserva il desiderio di colui che lo chiama all'esistenza. Tutte le religioni testimoniano questa essenziale ricerca da parte degli uomini. Dio, per primo, chiama l'uomo. Sia che l'uomo dimentichi il suo Creatore oppure si nasconda lontano dal suo Volto, sia che corra dietro ai propri idoli o accusi la divinità di averlo abbandonato, il Dio vivo e vero chiama incessantemente ogni persona al misterioso incontro della preghiera. Questo passo d'amore del Dio fedele viene sempre per primo nella preghiera; il passo dell'uomo è sempre una risposta. Man mano che Dio si rivela e rivela l'uomo a se stesso, la preghiera appare come un appello reciproco, un evento di Alleanza. Attraverso parole e atti, questo evento impegna il cuore. Si svela lungo tutta la storia della salvezza. (dal Catechismo Chiesa Cattolica nn. 2559-2567) - pag. 5 - V I TA D E L S A N T U A R I O - V I TA D E L S A N T U A R I O - V I TA D E L S A N T U A R I O - V I TA D E L S A N T U A R I O - V I TA D E L e fession 1a con i z z a g iro ra ichele 09 - Rit hia s. M 31/5/20 iati - Parrocc Car rretta di di To n a im s iro Cre 09 - Rit 24/5/20 elissa ndi - M a im s e o Cr 9 - Ritir 8/6/200 sione confes riati a 1 i z z a zie - C iro raga 09 - Rit nna delle Gra o 26/4/20 ad chia M Parroc 20-24 aprile 2009 - Corso per fidanzati - pag. 6 - “Guai a me se non predicassi il vangelo” (1 Corinzi 9,16) Successivamente, dal 14 al 21 giugno, ha guidato un altro Corso, presso le Monache passioniste di Vignanello (Viterbo). - pag. 7 - A P O S T O L ATO - A P O S T O L AT O - A P O S T O L AT O - A P O S T O L AT O - A P O S T O L AT O - A P O S T O L ATO - A P O S T O L A P. Piero Greco, rettore del Santuario di Madonna d’Itria, ha tenuto dal 7 al 13 giugno 2009 un Corso di Esercizi Spirituali per Suore nella Casa Generalizia dei Santi Giovanni e Paolo a Roma, su san Paolo Apostolo. Benedetto XVI ricorda il servo di Dio Alcide De Gasperi "Dirittura morale", "fede salda" e "autonomia nelle scelte politiche", sono queste le qualità auspicabili in un uomo di Stato che si professi cristiano: qualità che incarnò appieno Alcide De Gasperi, lui è uno dei grandi del XX secolo, in Italia e in Europa, ma fu anche un personaggio “scomodo”, uno di quegli uomini politici tutti di un pezzo, cui si fa ricorso nei momenti difficili, salvo magari dimenticarli, nel momento in cui vengono consegnati alla storia. Le sue radici religiose furono “la sorgente che ha dato linfa al suo impegno politico e al suo prodigarsi per la costruzione del bene comune”, così il prefetto della Congregazione per i Vescovi, cardinale Giovanni Battista Re dice di lui: “La fede fu l’ossatura della sua vita”; “una fede dovuta non soltanto alla formazione che aveva ricevuto, ma frutto di una profonda maturazione personale”, che gli consentì di “dare prova del suo spessore umano e della sua fedeltà agli ideali”. E’ solo ripercorrendo le tappe fondamentali della sua esistenza che si può capire la grandezza di questo “servo di Dio”. Iniziando dal 1919, quando aderì al Partito Popolare Italiano promosso da don Luigi Sturzo, (nel 1925 ne assunse la segreteria), la sua opposizione all'avvento del fascismo, il suo arresto insieme alla moglie alla stazione di Firenze, l'11 marzo 1927, mentre si stava recando in treno a Trieste. Nel processo che seguì venne condannato a 4 anni di carcere e ad una forte multa. Dopo la scarcerazione, alla fine del luglio 1928, venne continuamente sorvegliato e dovette trascorrere un periodo di grandi difficoltà economiche e di isolamento morale e politico. Nel 1942-43, durante la Seconda guerra mondiale, compose, insieme ad altri, l'opuscolo Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana in cui esprimeva le idee alla base del futuro partito della Democrazia Cristiana di cui sarebbe stato cofondatore. Nel 1945 fu nominato Presidente del Consiglio dei Ministri, l'ultimo del Regno d'Italia. Durante tale governo fu proclamata la Repubblica! Le elezioni del 18 aprile del 1948 furono le più accese della storia repubblicana, visto lo scontro tra la DC ed il Fronte Popolare, composto da socialisti e comunisti. Nel 1952, per il timore di una affermazione in Italia delle posizioni marxiste, il Vaticano suggeriva un'alleanza elettorale ad ampia portata per affrontare le votazioni amministrative del comune di Roma. La Santa Sede non avrebbe accettato che la "Città Eterna", in quanto sede della Cristianità, potesse essere amministrata da un sindaco socialista. De Gasperi si oppose decisamente, attenendosi alla sua moralità e al suo passato di antifascista, ad una coalizione con le destre, e resistette sino a che il Papa si arrese di fronte all'impraticabilità della proposta. L'incidente diplomatico con il Vaticano turbò profondamente l'animo di De Gasperi; ai suoi collaboratori scrisse: « Proprio a me, un povero cattolico della Valsugana, è toccato dire di no al Papa » È in corso a Trento la fase diocesana del processo di canonizzazione, che è stata aperta nel 1993, per cui la Chiesa cattolica ha assegnato ad Alcide De Gasperi il titolo di “Servo di Dio”. Papa Benedetto XVI, ricevendo sabato 20 giugno il Consiglio della Fondazione De Gasperi, ha dedicato allo statista di Trento parole vive e toccanti: “formato alla scuola del Vangelo, De Gasperi fu capace di tradurre in atti concreti e coerenti la fede che professava”, il Papa ha riconosciuto che “in qualche momento non mancarono - pag. 8 - difficoltà e, forse, anche incomprensioni da parte del mondo ecclesiastico, con prudente lungimiranza guidò la ricostruzione dell'Italia uscita dal fascismo e dalla seconda guerra mondiale, e ne tracciò con coraggio il cammino verso il futuro; ne difese la libertà e la democrazia; ne rilanciò l'immagine in ambito internazionale; ne promosse la ripresa economica aprendosi alla collaborazione di tutte le persone di buona volontà. […] Docile ed obbediente alla Chiesa, fu dunque autonomo e responsabile nelle sue scelte politiche, senza servirsi della Chiesa per fini politici e senza mai scendere a compromessi con la sua retta coscienza”. Papa Benedetto XVI ha concluso il suo discorso riportando una citazione da un libro scritto da De Gasperi: "Non sono bigotto - scriveva alla sua futura sposa Francesca - e forse nemmeno religioso come dovrei essere; ma la personalità del Cristo vivente mi trascina; mi soggioga, mi solleva come un fanciullo. Vieni, io ti voglio con me e che mi segua nella stessa attrazione, come verso un abisso di luce" (A. De Gasperi, Cara Francesca, Lettere, a cura di M.R. De Gasperi, Morcelliana, Brescia 1999, pp. 4041). Non si resta allora sorpresi quando si apprende che nella sua giornata, oberata di impegni istituzionali, conservarono sempre largo spazio la preghiera e il rapporto con Dio, iniziando ogni giorno, quando gli era possibile, con il partecipare alla Santa Messa. Anzi i momenti più caotici e movimentati segnarono il vertice della sua spiritualità! Quando, ad esempio, conobbe l'esperienza del carcere, volle con sé come primo libro la Bibbia ed in seguito conservò l'abitudine di annotare i riferimenti biblici su foglietti per alimentare costantemente il suo spirito. Verso la fine della sua attività governativa, dopo un duro confronto parlamentare, ad un collega del governo che gli chiedeva quale fosse il segreto della sua azione politica rispose: " Che vuoi, è il Signore!". Dott.ssa Agnoni Maria SALMO 4 [2]Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato; pietà di me, ascolta la mia preghiera. [3]Fino a quando, o uomini, sarete duri di cuore? Perché amate cose vane e cercate la menzogna? [4]Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele: il Signore mi ascolta quando lo invoco. [5]Tremate e non peccate, sul vostro giaciglio riflettete e placatevi. [6]Offrite sacrifici di giustizia e confidate nel Signore. [7]Molti dicono: "Chi ci farà vedere il bene?". Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto. [8]Hai messo più gioia nel mio cuore di quando abbondano vino e frumento. [9]In pace mi corico e subito mi addormento: tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare. PREGARE CON I SALMI Salmo 4 - La preghiera della sera Il salmo è una preghiera di lamentazione individuale ed esprime una fondamentale fiducia in Dio. L’autore è un giusto, da identificarsi con un sacerdote o un profeta cultuale. v. 2:Il salmista, accusato ingiustamente, apre la preghiera chiedendo a Dio che non si separi da lui, ma che risponda alla sua invocazione, come già è intervenuto nel passato liberandolo dalle angosce. v. 3:L’orante si rivolge quindi ai nemici che lo insultano. Chiede loro che smettano di accusarlo, di mantenere il cuore indurito, di amare le cose vane e di cercare la menzogna, che si manifesta specialmente nell’abbandonarsi ad atteggiamenti idolatri. v. 4:Egli ricorda loro la sua esperienza: “Sappiate che il Signore fa prodigi... il Signore mi ascolta”. vv. 5-6: Essi debbono arrendersi, cambiare atteggiamento, abbandonando il peccato che suscita l’amarezza del rimorso e tiene desti durante la notte. Offrano comunitariamente a Dio sacrifici di giustizia. vv. 7-8: Rispondendo a questa domanda, lanciata da molti sfiduciati: “Chi ci farà vedere il bene?”, l’orante afferma che è la luce della rivelazione divina a far vedere il bene. Egli ha cercato il bene in Dio, lo ha trovato e ne ha provato una gioia superiore a quella che ha sperimentato al momento della mietitura e della vendemmia. Per lui mangiare ed bere non sono più preoccupazioni primarie. v. 9: L’orante conclude la preghiera con una professione di fede nella potenza salvifica di Dio. Afferma infatti che alla sera si corica e si addormenta subito, senza provare alcun incubo, perché sa che il Signore lo protegge sempre, anche durante il sonno notturno. Lettura cristiana Gesù è il giusto incompreso ed insultato, è il testimone ed il garante delle grandi opere di Dio. Egli ci ammonisce, chiedendoci di abbandonare il peccato e di convertirci al suo vangelo di salvezza. La sua persona ed il suo annuncio ci rivelano il vero, il buono ed il giusto; ci fanno vedere il bene, a cui dobbiamo tendere ogni giorno, per adempiere la nostra vocazione e missione. Nell’ora della prova decisiva Gesù si addormenta in pace, attendendo l’alba della gloriosa risurrezione. Dalla vita celeste egli ci libera da ogni male; ci dona gioia, pace, luce e tranquillità. Questa preghiera è per noi un messaggio di speranza ed è particolarmente adatta al termine della giornata, quando il desiderio di conversione e di comunione con il Signore si fa più impellente. - pag. 9 - Riscopriamo il Concilio Vaticano II DIGNITATIS HUMANAE Decreto sulla libertà religiosa IL DIRITTO DELLA PERSONA UMANA E DELLE COMUNITÀ ALLA LIBERTÀ SOCIALE E CIVILE IN MATERIA DI RELIGIONE PROEMIO 1. Nell'età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone e cresce il numero di coloro che esigono di agire di loro iniziativa, esercitando la propria responsabile libertà, mossi dalla coscienza del dovere e non pressati da misure coercitive. Parimenti, gli stessi esseri umani postulano una giuridica delimitazione del potere delle autorità pubbliche, affinché non siano troppo circoscritti i confini alla onesta libertà, tanto delle singole persone, quanto delle associazioni. Questa esigenza di libertà nella convivenza umana riguarda soprattutto i valori dello spirito, e in primo luogo il libero esercizio della religione nella società. Considerando diligentemente tali aspirazioni, e proponendosi di dichiarare quanto e come siano conformi alla verità e alla giustizia, questo Concilio Vaticano rimedita la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa, dalle quali trae nuovi elementi in costante armonia con quelli già posseduti. Anzitutto, il sacro Concilio professa che Dio stesso ha fatto conoscere al genere umano la via attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo trovare salvezza e pervenire alla beatitudine. Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini, dicendo agli apostoli: “ Andate dunque, istruite tutte le genti battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quello che io vi ho comandato ” (Mt 28,19-20). E tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli. Il sacro Concilio professa pure che questi doveri attingono e vincolano la coscienza degli uomini, e che la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore. E poiché la libertà religiosa, che gli esseri umani esigono nell'adempiere il dovere di onorare Iddio, riguarda l'immunità dalla coercizione nella - pag. 10 - società civile, essa lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l'unica Chiesa di Cristo. Inoltre il sacro Concilio, trattando di questa libertà religiosa, si propone di sviluppare la dottrina dei sommi Pontefici più recenti intorno ai diritti inviolabili della persona umana e all'ordinamento giuridico della società. I. ASPETTI GENERALI DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA Oggetto e fondamento della libertà religiosa 2. Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l'hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell'ordinamento giuridico della società. A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze. Ad un tale obbligo, però, gli esseri umani non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell'immunità dalla coercizione esterna. Il diritto alla libertà religiosa non si fonda quindi su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l'obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito. Libertà religiosa e rapporto dell'uomo con Dio 3. Quanto sopra esposto appare con maggiore chiarezza qualora si consideri che norma suprema della vita umana è la legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Dio con sapienza e amore ordina, dirige e governa l'universo e le vie della comunità umana. E Dio rende partecipe l'essere umano della sua legge, cosicché l'uomo, sotto la sua guida soavemente provvida, possa sempre meglio conoscere l'immutabile verità. Perciò ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa, utilizzando mezzi idonei per formarsi giudizi di coscienza retti e veri secondo prudenza. La verità, però, va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l'aiuto dell'insegnamento o dell'educazione, per mezzo dello scambio e del dialogo con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di avere scoperta; inoltre, una volta conosciuta la verità, occorre aderirvi fermamente con assenso personale. L'uomo coglie e riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza. E non si deve neppure impedirgli di agire in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso. Infatti l'esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l'essere umano si dirige immediatamente verso Dio: e tali atti da un'autorità meramente umana non possono essere né comandati, né proibiti. Però la stessa natura sociale dell'essere umano esige che egli esprima esternamente gli atti interni di religione, comunichi con altri in materia religiosa e professi la propria religione in modo comunitario. Si fa quindi ingiuria alla persona umana e allo stesso ordine stabilito da Dio per gli esseri umani, quando si nega ad essi il libero esercizio della religione nella società, una volta rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia. Inoltre gli atti religiosi, con i quali in forma privata e pubblica gli esseri umani con decisione interiore si dirigono a Dio, trascendono per loro natura l'ordine terrestre e temporale delle cose. Quindi la potestà civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale, deve certamente rispettare e favorire la vita religiosa dei cittadini, però evade dal campo della sua competenza se presume di dirigere o di impedire gli atti religiosi. La libertà dei gruppi religiosi 4. La libertà religiosa che compete alle singole persone, compete ovviamente ad esse anche quando agiscono in forma comunitaria. I gruppi religiosi, infatti, sono postulati dalla natura sociale tanto degli esseri umani, quanto della stessa religione. A tali gruppi, pertanto, posto che le giuste esigenze dell'ordine pubblico non siano violate, deve essere riconosciuto il diritto di essere immuni da ogni misura coercitiva nel reggersi secondo norme proprie, nel prestare alla suprema divinità il culto pubblico, nell'aiutare i propri membri ad esercitare la vita religiosa, nel sostenerli con il proprio insegnamento e nel promuovere quelle istituzioni nelle quali i loro membri cooperino gli uni con gli altri ad informare la vita secondo i principi della propria religione. Parimenti ai gruppi religiosi compete il diritto di non essere impediti con leggi o con atti amministrativi del potere civile di scegliere, edu- - pag. 11 - care, nominare e trasferire i propri ministri, di comunicare con le autorità e con le comunità religiose che vivono in altre regioni della terra, di costruire edifici religiosi, di acquistare e di godere di beni adeguati. I gruppi religiosi hanno anche il diritto di non essere impediti di insegnare e di testimoniare pubblicamente la propria fede, a voce e per scritto. Però, nel diffondere la fede religiosa e nell'introdurre pratiche religiose, si deve evitare ogni modo di procedere in cui ci siano spinte coercitive o sollecitazioni disoneste o stimoli meno retti, specialmente nei confronti di persone prive di cultura o senza risorse: un tale modo di agire va considerato come abuso del proprio diritto e come lesione del diritto altrui. Inoltre la libertà religiosa comporta pure che i gruppi religiosi non siano impediti di manifestare liberamente la virtù singolare della propria dottrina nell'ordinare la società e nel vivificare ogni umana attività. Infine, nel carattere sociale della natura umana e della stessa religione si fonda il diritto in virtù del quale gli esseri umani, mossi dalla propria convinzione religiosa, possano liberamente riunirsi e dar vita ad associazioni educative, culturali, caritative e sociali. La libertà religiosa della famiglia 5. Ad ogni famiglia - società che gode di un diritto proprio e primordiale - compete il diritto di ordinare liberamente la propria vita religiosa domestica sotto la direzione dei genitori. A questi spetta il diritto di determinare l'educazione religiosa da impartire ai propri figli secondo la propria persuasione religiosa. Quindi deve essere dalla potestà civile riconosciuto ai genitori il diritto di scegliere, con vera libertà, le scuole e gli altri mezzi di educazione, e per una tale libertà di scelta non debbono essere gravati, né direttamente né indirettamente, da oneri ingiusti. Inoltre i diritti dei genitori sono violati se i figli sono costretti a frequentare lezioni scolastiche che non corrispondono alla persuasione religiosa dei genitori, o se viene imposta un'unica forma di educazione dalla quale sia esclusa ogni formazione religiosa. (parte I) Sono diventato piccolo fratello di Gesù perché Dio l'ha voluto. Mai ho dubitato della chiamata; anche perché, se non fosse stata la volontà di Dio a mettermi su questa strada, non avrei potuto resistere a lungo. Il dormire all'addiaccio, il vivere in climi estenuanti, il frequentare tribù veramente povere e il sopportarne il fetore, è ancora piccola cosa in confronto allo svuotamento della personalità, al taglio col passato, all'accettazione radicale di civiltà e patrie diverse dalle nostre. E mi spiego. Come sapete, il piccolo fratello non può avere opere sue. Non può fare scuola, organizzare ospedali, creare dispensari, distribuire aiuti. Deve venire qui, scegliere un villaggio, una bidonville, una tribù nomade, installarsi in essa e vivere come vivono tutti gli altri, specie i più poveri. «L’ultimo posto» di Carlo Carretto, “Lettere dal deserto”. È il capovolgimento totale del sistema europeo in vigore fino a ieri. Qui l'europeo che arrivava: militare, missionario, tecnico o funzionario, si costruiva una casa all'europea e viveva da europeo tra indigeni. Il suo standard di vita non era quello del luogo, ma quello del paese di origine... Miracoli di amore e di eroismo furono scritti in terre d'Africa e d'Asia: chiese, ospedali, dispensari, scuole, opere sociali furono create per recare sollievo, allontanare la morte, accelerare il processo di evoluzione dei popoli sottosviluppati... Ciò che c'interessa è il constatare che in pochi anni tutto è cambiato... In questa luce e più ancora dinanzi alle future attività della Chiesa in terra di missione va vista come profetica l'opera di Charles de Foucauld. Questo uomo di Dio, ignaro di tutti i problemi, spinto solo dalla forza e dalla luce dello Spirito, va in Africa in pieno tempo di colonizzazione. Nell'aria non c'è ancora il minimo sentore di ciò che avverrà su così vasta scala. Preoccupato solo di portare il Vangelo ai Berberi o ai Tuareg, capisce ciò che gli altri non capiscono e lavora come se il processo di decolonizzazione fosse già avvenuto. Non doni, non ospedali, non dispensari, non scuole, non denaro. Si presenta solo, indifeso, povero. Ha capito che la potenza dell'europeo, anche se espressa in ospedali, scuole, non dice quasi più nulla su un piano religioso al povero africano; non è più una testimonianza come una volta... Occorre battere un'altra strada; ed è quella di sempre, perché è scritta nel Vangelo, ma con una purezza e forza nuova: è la strada della piccolezza, del sacrificio, della povertà, del nascondimento, della testimonianza. È un fatto indiscutibile, e non solo per i paesi poveri: si ha paura della potenza. Una Chiesa potente, ricca, dominatrice, oggi spaventa... Sta proprio qui il segreto della popolarità acquistata da Charles de Foucauld... Questo presentarsi povero, questo vestire "come loro", questo accettare la loro lingua, i loro costumi, di colpo ha fatto cadere il muro e ha permesso il dialogo, l'autentico dialogo: quello tra uguali. Percorrevo a cammello la pista tra Geriville e El Abiod, ed ero diretto ad una zona desertica, per qualche giornata di solitudine. Ad un certo punto della pista m'imbatto in un cantiere di lavoro. Una cinquantina di indigeni, guidati da un sottufficiale del genio, faticava a sistemare la strada rovinata dalle piogge invernali. Sotto il sole sahariano, non macchine, non tecnica: solo la fatica dell'uomo nel caldo e nella polvere a maneggiare per tutta la giornata la pala e il piccone. Rimonto la fila del manovali disseminati sulla pista, rispondo al loro saluto, offro la mia "gherba" di 30 litri di acqua alla loro sete. Ad un certo punto, tra le bocche che si avvicinano al collo della "gherba" per bere, vedo schiudersi un sorriso che non dimenticherò più. Povero, stracciato, sudato, sporco: è frère Paul, un piccolo fratello che ha scelto quel cantiere per vivere il suo calvario e mescolarsi a quella pasta come lievito evangelico... Io conoscevo bene frère Paul, perché avevo fatto il noviziato assieme. Ingegnere parigino, lavorava in una di quelle commissioni destinate a preparare la bomba atomica di Reganne, quando sentì la chiamata del Signore. Lasciò ogni cosa e fu piccolo fratello. Ora era lì; e nessuno sapeva che era un ingegnere: era un povero come gli altri. Ricordo sua madre quando venne in occasione dei voti al noviziato. "Mi aiuti, fratel Carlo, a capire la vocazione di mio figlio. Io l'ho fatto ingegnere, voi l'avete fatto manovale. Ma perché? O almeno vi serviste di mio figlio per quel che vale! No: dev'essere un manovale. Ma dite, alla Chiesa non ne verrebbe più decoro, più efficacia a farlo agire come intellettuale?". "Signora, rispondevo io, ci sono cose che non si possono capire con l'intelligenza e il senso comune. Solo la fede ci può illuminare. Perché Gesù volle essere Lui povero? Perché volle nascondere la sua divinità e la sua potenza e vivere tra noi come ultimo? Perché, signora, la sconfitta della croce, lo scandalo del Calvario, l'ignominia della morte per Lui che era la Vita? No, signora; la Chiesa non ha bisogno di un ingegnere di più, ma ha bisogno di un chicco di grano di più da far morire nei suoi solchi. E più questo chicco è turgido di vita e sapido di cielo e di sole, e più sarà gradito alla terra che lo deve accogliere per la futura messe"... Quanti direbbero: peccato! una sì bella intelligenza, finire in un solco della pista sahariana. Avrebbe potuto costruire una rotativa per diffondere la buona stampa... E avrebbero anche ragione... A Paul non interessava "avere influenza" sugli uomini; gli bastava "pagare", "scomparire". Altri cercheranno altre vie e realizzeranno la loro santità in modo differente... È l'amore che giustifica le nostre azioni, a volte così contrastanti. È l'amore la perfezione della legge. Se è per amore che frère Paul ha scelto di morire su una pista del deserto, da questo è giustificato. Se è per amore che Don Bosco e il Cottolengo costruirono scuole e ospedali, da questo sono giustificati. Se è per amore che S. Tommaso passò la sua vita sui libri, da questo è giustificato. - pag. 12 -