la Biblioteca di via Senato
mensile, anno iii
Milano
Miti e chimere:
la marca tipografica
nel ’500 italiano
n.1 – gennaio 2011
ARCHIVIO
DE MICHELI
Scosse di
“Corrente”
tra poesia
e arti visive
ILLUSTRATI
Le tre facce
del bestiario
di Apollinaire
EMEROTECA
Beardsley, “The
Yellow Book”
e “The Savoy”
RARITÀ
Cinque secoli
di “nuptialia”
in “principes”
UTOPIA INDAGANDO IL MISTERO DEL “POLIFILO”
la Biblioteca di via Senato - Milano
MENSILE
DI
BIBLIOFILIA
–
ANNO
III
–
N.1/19
–
MILANO,
GENNAIO
2011
Sommario
4 BvS: Utopia, prìncipi e princìpi
IL MISTERO CHE AVVOLGE
L’UTOPIA DEL “POLIFILO”
di Gianluca Montinaro
12 BvS: l’Archivio De Micheli
SCOSSE DI “CORRENTE”
TRA POESIA E ARTI VISIVE
di Matteo Noja
18 BvS: “Dante e l’Islam”
PARLO ARABO? SÌ, DALLA
SCIENZA AGLI SCACCHI
di Monica Colombo
24 BvS: Fondo Antico
LA MARCA TIPOGRAFICA
NEL ’500 ITALIANO
di Annette Popel Pozzo
29 IN SEDICESIMO - Le rubriche
“DANTE E L’ISLAM”, DANTE
IN CAMPANELLA, ASTE,
RECENSIONI, CATALOGHI,
L’INTERVISTA D’AUTORE,
LE MOSTRE
45 BvS: libri illustrati/1
IL BESTIARIO
DI APOLLINAIRE
IN TRE DIVERSE
INTERPRETAZIONI
di Chiara Bonfatti
50 BvS: dall’Emeroteca
IL FUGACE GENIO DI
BEARDSLEY, “THE YELLOW
BOOK” & “THE SAVOY”
di Arianna Calò
54 BvS: rarità per bibliofili
CINQUE SECOLI
DI “NUPTIALIA” E ALCUNE
PRESTIGIOSE PRINCIPES
di Beatrice Porchera
58 BvS: libri illustrati/2
LE “FAVOLOSE” EDIZIONI
RIZZARDI TRA VOLGARE
E DIALETTO
di Margherita Dell’Utri
62 Da l’Erasmo: pagine scelte
DA SHAKESPEARE
A JOYCE: ACROBATI
AL LIMITE ESTREMO
di Sergio Perosa *
68 BvS: nuove schede
RECENTI ACQUISIZIONI
DELLA BIBLIOTECA
DI VIA SENATO
di Arianna Calò, Giacomo
Corvaglia, Margherita Dell’Utri,
Annette Popel Pozzo e Beatrice
Porchera
72 La pagina dei lettori
BIBLIOFILIA
A CHIARE LETTERE
* tratto da L’Erasmo n.20
Marzo-Aprile 2004
Acrobazie Letterarie
Consiglio di amministrazione della
Fondazione Biblioteca di via Senato
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Giuliano Adreani, Carlo Carena,
Fedele Confalonieri, Maurizio Costa,
Carlo De Simone, Ennio Doris, Paolo
Andrea Mettel, Fabio Perotti Cei,
Fulvio Pravadelli, Carlo Tognoli
Segretario Generale
Angelo De Tomasi
Collegio dei Revisori dei conti
Achille Frattini (presidente)
Gianfranco Polerani,
Francesco Antonio Giampaolo
Fondazione Biblioteca di via Senato
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Arianna Calò sala consultazione
Sonia Corain segreteria teatro
Giacomo Corvaglia sala consultazione
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Margherita Dell’Utri sala consultazione
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e ufficio stampa
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del fondo antico
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a regolare eventuali diritti per
immagini o testi di cui non sia stato
possibile reperire la fonte
Immagine in copertina:
La “marca” degli editori veneziani
Somasco: il centauro è raffigurato
con arco e faretra e un serpente
attorno al braccio destro
Organizzazione Eventi: Mostra del Libro
Antico e del Salone del Libro Usato
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Margherita Savarese
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Unione Stampa Periodica Italiana
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Editoriale
nizia un altro anno che, a causa dei crescenti
problemi economici, appare sempre più
impegnativo. Tutte le manifestazioni di questa
Biblioteca sono gratuite; possiamo offrirle
al pubblico grazie al generoso contributo
di Publitalia’80, seguito da Mondadori
e Mediolanum (tutte Aziende del Gruppo
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Cariplo, della Regione Lombardia e del Comune
di Milano in occasione di particolari eventi
da noi organizzati (come la mostra in corso
“Dante e l’Islam” o il VI Salone del Libro Usato
dello scorso dicembre). Anche questo “bollettino”
è distribuito gratuitamente, grazie alla pubblicità
delle Aziende che ci sostengono con simpatia.
La partecipazione del pubblico
è soddisfacente: tantissime persone visitano
le Mostre, affollano il Teatro di Verdura, ascoltano
le conferenze, esauriscono questo “bollettino”!
I
A tal proposito, abbiamo chiesto ai lettori
che non risiedono a Milano o che non possono
passare presso la nostra sede a ritirarlo,
di contribuire con il versamento di venti euro alle
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al loro domicilio; non si tratta quindi nè
di un contributo nè di una quota di abbonamento.
Chi volesse invece aiutare la Fondazione
può farlo iscrivendosi con una modesta cifra
(da trenta a cento euro) agli “Amici della
Biblioteca” e ricevere allo stesso tempo alcuni
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Cari amici lettori, vorremmo esser
incoraggiati un pò di più in un lavoro che
è possibile svolgere solo col contributo privato,
giacchè dal pubblico non possiamo sperare
un granchè!
È possibile invece sperare in un nuovo anno
proficuo per noi e per Voi?
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
BvS: l’Utopia, prìncipi e princìpi
IL MISTERO CHE AVVOLGE
L’UTOPIA DEL “POLIFILO”
L’Hypnerotomachia Poliphili e il suo ricercatissimo autore
GIANLUCA MONTINARO
n sogno non sempre è assimilabile a un’utopia.
Attraverso sommaria generalizzazione si può
però dire che i liberi divertimenti della mente diventano paradigma utopico quando al viaggio e alla divagazione si uniscono penetrazione e approfondimento.
Quando, al di là del semplice gioco, si riscontrano riflessione culturale e tensione al miglioramento.
Nelle vaste raccolte della Biblioteca di via Senato,
diverse opere spiccano per importanza, rarità e bellezza.
Fra queste un posto d’onore spetta al testo che ogni bibliofilo sogna di possedere: la magnifica e misteriosa
Hypnerotomachia Poliphili (Venezia, Aldo Manuzio,
1499), uno fra i libri più belli mai stampati. Nell’ambito
del progetto “La Biblioteca dell’Utopia” quest’opera riveste grande valore. È a tutti gli effetti, un testo utopico,
uno dei più importanti mai scritti. Un paradigma del
viaggio oltre la morte, nella conoscenza, e della tensione
alla crescita individuale, il sogno-rinascita di un mondo
migliore perché antico e sapienziale, il vagheggiamento
di una vita in “ameni giardini” allietata dalla presenza della donna amata, metafora di sapere e spiritualità.
Riflessioni sull’Hypnerotomachia Poliphili (o semplicemente Polifilo) sono più che mai suscitate dalla particolare bellezza dell’esemplare presente presso la BvS. Questa copia, un in-folio (309x201 mm.), è perfetta: contiene
tutte le 234 carte che compongono il volume, tutto l’apparato iconografico e la carta di errata finale. Conservato
entro un prezioso cofanetto, il volume è rilegato in perga-
U
La famosa incisione cosiddetta del “fallo”
nell’Hypnerotomachia Poliphili, Venezia,
Aldo Manuzio il Vecchio, 1499
mena rigida (XVII secolo), dorso a cinque nervi con filetti in oro e tassello, con lettere in oro e tagli a spruzzo blu e
rosa. La sua provenienza è prestigiosa. Questo esemplare
del Polifilo è infatti appartenuto al conte Carlo Archinto
di Tainate (1669-1732), per poi passare nelle mani di
Charles Fairfax Murray (1849-1919).
Membro di una ricca famiglia di banchieri milanesi,
Carlo Archinto, è noto (oltre che per le numerose opere
edilizie) per aver fondato, nel 1702, a Milano, l’Accademia
dei Cavalieri. Da cui prese vita la Société palatine, un’associazione di nobili amanti delle lettere che si incontravano
fra loro per discutere di cultura e filosofia.
Altrettanto importante e complessa è la figura di
Charles Fairfax Murray. Pittore e disegnatore, protetto e
incoraggiato nei suoi primi passi da John Ruskin, Murray
divenne presto un grande esperto di arte e cultura italiana
del Rinascimento. Passò buona parte della sua vita in Italia, iniziando a lavorare anche come antiquario e agente
(fra gli altri per conto della National Gallery). La sua passione per la cultura italiana lo portò a raccogliere un vasto
patrimonio di testi antichi (fra cui appunto questo Polifilo,
segnalato anche in un catalogo del 1899) e quindi a progettare, a Firenze, una apposita biblioteca. Solo la morte,
avvenuta a ridosso del primo conflitto mondiale, ne fece
naufragare la completa realizzazione, aprendo la strada
alla dispersione della collezione.
Sull’Hypnerotomachia Poliphili sono stati scritti
oceani d’inchiostro, è stato detto tutto e il suo contrario.
Ripercorrere alcune tappe di questi studi può quindi essere utile per tentare di fornire alcune possibili spiegazioni (e una nuova ipotesi) ai tanti misteri che aleggiano attorno a quest’opera che, a tutt’oggi, è un giallo irrisolto, il
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la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
libro degli enigmi, l’esemplificazione massima dell’eterno gioco a nascondino fra autore e lettore, parafrasando
le parole di Jacques Derrida.
Che cos’è il Polifilo?
Un viaggio alla ricerca della donna amata. Un’immersione in un altro mondo, secondo un paradigma analogo a quello di Orfeo ed Euridice.
Una narrazione che unisce al sapere aristotelico e scolastico i
fantasiosi concetti del neo-platonismo fiorentino; un viaggio
dell’anima attraverso le rovine dell’antico, fra enigmi geroglifici e misteriose epigrafi; una preziosa edizione illustrata da
numerose xilografie; un labirinto di citazioni mitologiche, con
scarsi riferimenti alla fede cristiana, pur accennata sullo sfondo; un percorso che attraversa strani riti, reinventati allo scopo
di offrire al lettore un compendio delle metamorfosi dell’esistenza; un museo d’inchiostro in cui si affastellano gemme, piante,
materiali, animali, nozioni architettoniche e geometriche; una
processione di figure allegoriche che rinviano alle virtù e alle debolezze dello spirito; una descrizione ardita del legame erotico
fra un uomo e una donna; un sogno che si conclude con una separazione definitiva.1
Ma in realtà, senza fare una sinossi, di cosa stiamo
parlando? Il titolo dell’opera, La battaglia di amore in sonno
di Polifilo, cioè colui che ama Polia. Il protagonista, Polifilo appunto, dopo una notte insonne, turbato da pensieri
d’amore nei confronti di Polia, si addormenta e si ritrova
in sogno (come Dante) in una selva oscura che quasi sembra la «vastissima Hercynia silva». Lì è preso da paura:
Et quivi altro non essere che latibuli de nocente fere e cavernicole de noxii animali e de seviente belue. Et perciò cum maximo
terriculo dubitava di essere sencia alcuna defensa e sencia avederme dilaniato da setoso e dentato apro, quale Charidemo,
overo da furente e famato uro, o vero da sibillante serpe e da fremendi lupi, incursanti miseramente dimembrabondo lurcare
vedesse le carni mie. Di ciò dubitando, ispagurito, ivi proposi
(damnata qualunque pigredine) più non dimorare e trovare
exito e evadere gli occorrenti pericoli e de solicitare gli già sospesi
e disordinati passi.2
vemente, anche perché sarebbe troppo complesso seguire tutto il viaggio onirico di Polifilo, il protagonista vede
una piramide e numerose altre opere di architettura (obelischi, templi, terme, fontane…) e scultura, sparse tra rovine archeologiche, in giardini lussureggianti, in un affastellarsi continuo di segni, simboli, geroglifici, riti magici. (Eugenio Battisti nel suo L’antirinascimento assimila i
paesaggi descritti al parco di Bomarzo).3 Infine raggiunge
l’amata Polia (come Dante Beatrice). Con lei visita il palazzo di Venere, dove è la fonte della dea e il sepolcro di
Adone; invitata dalle Ninfe a parlare di sé, Polia racconta
l’origine di Treviso e la storia del suo amore per Polifilo. I
due amanti si confermano reciprocamente i loro sentimenti e mentre Polia sta abbracciando Polifilo, cessa il
sogno e la donna scompare (cito il pezzo dalla “traduzione” in italiano moderno approntata da Adelphi, a cura di
Marco Ariani e Mino Gabriele).
Sospirava quella celeste immagine divina, come un ramoscello
esalante un profumo fragrantissimo di muschio e ambra che si
innalzi al firmamento, con non lieve godimento degli spiriti celesti. Mentre l’inaudita profumata fragranza di quel filo di fumo si dissolveva nell’aria, con il dilettoso sonno subitanea si sottrasse ai miei occhi sfuggendo veloce e dicendo: «Mio caro Polifilo, amami, addio». Involatosi tanto indescrivibile piacere, rapito ai miei occhi quello spirito angelico, sottratta alle membra
dormienti la dolcezza del soave sonno, mi risvegliai, proprio nel
momento in cui, ahimè misero, o amorosi lettori, tutto indolenzito dalla forte stretta di quella immagine beata, […] se ne fuggì quel dilettosissimo sogno nel dissolversi di quell’ombra divina, mistica apparizione che si infranse e svanì: per essa fui guidato e innalzato a così alti, sublimi, profondi pensieri. […] Sospirando riemersi sciolto dal dolce sonno, all’improvviso ritornai in me e dissi: «Addio dunque, Polia».
Abbiamo poi altre informazioni nell’explicit: una
presunta data di termine di composizione e un’informazione importantissima che ci mancava: Polia era morta.
Treviso, quando il misero Polifilo è stato sciolto dagli splendidi
lacci amorosi di Polia. Il primo di maggio del 1467.
Epitaffio di Polia
Presto fuori dai pericoli dell’oscuro bosco, Polifilo
si ritrova in un luogo ameno, accanto a una fonte, e si addormenta di nuovo. Qui prende avvio la storia: siamo
quindi di fronte al racconto di un sogno in un sogno. Bre-
Felice Polia che sepolta vivi,
Polifilo, acquietando dopo la dura battaglia,
Fece sì che tu dormendo vegliassi.
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
7
Scena trionfale con elefanti e stendardi
Epitaffio dove parla Polia
Ti prego, viandante, sosta un attimo,
questo è il miropolio
della ninfa Polia.
Vuoi sapere chi fosse Polia? Quel meraviglioso
fiore profumato di ogni virtù
che, per l’aridità del luogo,
non può rigermogliare
nemmeno se Polifilo versasse più lacrime.
Ma se tu vedessi rifiorire la mia stupenda immagine,
ti accorgeresti che ho superato tutte in bellezza
e diresti: «O Febo, chi risparmiasti dal fuoco
dei tuoi raggi, a sera inaridì».
Ahi, Polifilo, basta:
un fiore appassito così non rinasce mai più.
Addio.4
Le domande senza risposta
Sostanzialmente sono quattro i quesiti ai quali, da
tempo immemore, si tenta di fornire risposta.
1 -Chi è l’autore del Polifilo?
2 -Che senso ha la lingua utilizzata per scrivere l’opera? Un idioma inesistente, con parole volgari latinizzate e latine volgarizzate, alterato da etimologie greche e da
suoni onomatopeici.
3 -Chi è l’autore (o gli autori) delle magnifiche 172
illustrazioni incise su legno che in così stretto contatto di
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la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
Da sinistra: secondo titolo sul recto della carta a1 ; recto della prima carta contenente il primo titolo; testo di Andrea
Marone. Nella pagina accanto in basso un’altra illustrazione dal Polifilo
significato adornano il testo? Si sono fatti i nomi di Mantegna, Pinturicchio, Bellini ma anche si è evocata la presenza inquietante di Giorgione. In ogni caso la mano dell’artista è stata probabilmente guidata dall’autore stesso
per le strette relazioni fra testo e immagine.
4 -Infine, che significato ha il Polifilo?
Pochi gli indizi chiari a disposizione. Due date:
1467, l’anno in cui Polifilo dichiara sia avvenuta la vicenda narrata; 1499 l’anno effettivo di stampa del volume.
Uno stampatore, l’eccelso Aldo Manuzio di Venezia, che
però (stranamente) non firma apertamente l’opera ma
compare solo in ultima pagina, a conclusione di un lungo
errata-corrige, quasi a voler prender le distanze dal volume, stampato per conto terzi. Una dedica, molto significativa, del veronese Leonardo Grassi (cofinanziatore della stampa, probabilmente insieme all’autore stesso) al duca Guidobaldo da Montefeltro. Un acrostico, formato
dai capilettera ornati dei 38 capitoli che recita: «Poliam
frater franciscus columna peramavit» («Frate Francesco
Colonna amò moltissimo Polia» secondo la traduzione
usuale, ma forse non la più corretta).
Partiamo dalla dedica. Pare che il Polifilo sia stato
stampato in alcune centinaia di copie (per essere poi ripubblicato solo un’altra volta, nel 1545). Una stampa
molto onerosa, anche per Manuzio. Interviene Leonardo
Grassi che, dichiarandosi debitore assieme ai suoi fratelli
di Guidobaldo da Montefeltro, gliela dedica finanzian-
done (in tutto o in parte) la stampa.
Or non molto mi è capitata fra le mani questa insolita e mirabile opera di Polifilo (è questo infatti il nome dato al libro). Invero
affinché questo libro privo di padre non sembrasse orfano eleggiamo te come protettore perché possa uscire in tuo nome. […]
Una cosa su tutte vi è da ammirare che, per quanto parli la nostra lingua, sono necessari per comprenderlo il greco e il latino,
non meno del toscano e della sua lingua materna. Penso infatti
che quest’uomo sapientissimo che, se avesse parlato così, una sola
sarebbe stata la via e la ragione per le quali nessuno, che voglia
apprendere qualcosa, possa pretendere comprensione per la propria negligenza. Tuttavia si regolò in modo che non solo chi fosse
dottissimo potesse penetrare nel sacrario della sua sapienza, ma
anche l’ignorante, pur non potendovi entrare, comunque non
cadesse in disperazione. Ne consegue che se anche alcune cose, per
loro natura, fossero difficili, sono comunque esposte e svelate in
prosa piacevole e con una certa grazia e, come un giardino disseminato di ogni genere di fiori, sono dischiuse e messe dinanzi
agli occhi con immagini e simboli. Qui non ci sono cose da divulgare alla gente comune, da decantare nei trivi: sono state tratte
dal santuario della Filosofia e attinte alle fonti delle Muse, in un
linguaggio nuovo e squisito che gli meritano l’apprezzamento
di tutti gli uomini di ingegno.
Segue poi una ulteriore prefazione: un’elegia scritta
da un anonimo (Chi? L’autore stesso?) ai lettori.
Ascolta, candido lettore, Polifilo che narra sogni, sogni ispirati
dal sommo cielo. […] Qui vi sono piramidi, terme, immani co-
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
lossi e vi si ostenta l’antico profilo degli obelischi. Qui rifulgono i
piedistalli più diversi, le colonne multiformi e i loro archi, zofori, epistili, capitelli, architravi, cornici squadrate simmetricamente e tutto quanto rende superbi gli edifici. Qui vedrai gli ornati palazzi dei re, i costumi ninfali, le fontane e i sontuosi banchetti. Qui c’è la danza a scacchiera dei ladroni e tutta la vita
umana vi è figurata come un labirinto di tenebre.
Infine alcune righe di Andrea Marone, un letterato
bresciano amico di Piero Valeriano, intellettuale con
spiccati interessi esoterici (celebre il suo testo sui geroglifici), a lungo protetto dal cardinale Egidio da Viterbo (fra
i massimi esperti dell’epoca di cabbala ed esoterismo).
Dimmi, Musa, di chi è quest’opera? – È mia e delle mie otto sorelle. – Vostra? E allora perché è intitolata a Polifilo? – Certo, lo
meritò da noi come nostro discepolo. – Ma scusa, qual è il vero
nome di Polifilo? – Non vogliamo che sia noto. – Perché? – È la
ferma volontà di vedere prima se l’invidia rabbiosa non divori
anche le cose divine. – Se ne sarà risparmiato, che avverrà? – Si
saprà. – Altrimenti? – In nessun modo vi degneremo del vero
nome di Polifilo.5
Se si può legittimamente pensare che Grassi (persona al di fuori dei più alti circoli intellettuali) non conoscesse l’autore del
libro e che la stampa gli venisse proposta da Manuzio, risultano più sibilline le parole di Andrea Marone che
pare, o almeno sembra millantare, la
conoscenza del nome dell’autore.
L’autore
Come visto nella dedica il suo
nome deve rimanere sconosciuto.
Ma fin dall’inizio si è tentato di dare
un volto, un nome, a quest’uomo dalla immensa cultura. Aggrappandosi
all’acrostico in molti hanno pensato
che l’autore fosse questo fantomatico frate Francesco Colonna. E che
l’anonimato fosse dovuto, per prudenza, alla licenziosità del testo, al
suo contenuto paganeggiante e ai
numerosi dettagli erotici.
Nel XIX secolo Giuseppe Biadego (direttore degli archivi storici
9
di Verona, grande amico di Carducci) si domanda, nel
saggio Intorno al sogno di Polifilo (1900-1901), come mai
«questo mostro d’erudizione non abbia lasciato alcuna
traccia nel mondo delle lettere e delle arti, non uno scritto
di lui, non una lettera di lui o a lui diretta nei numerosissimi carteggi, non una memoria negli scrittori del tempo…». Domenico Gnoli ne Il sogno di Polifilo (1900) scrive
che «nonostante l’acrostico e quantunque nessuno ne abbia mai dubitato, non so liberarmi dal dubbio che un
qualche illustre umanista si nasconda dietro la tonaca di
frate Francesco». La questione è riassumibile in questi
termini: o si è davvero davanti a un solitario, un uomo che
ha condensato in un’opera sola tutte le sue conoscenze e
le sue letture. Oppure si è davanti una persona nota, un
umanista famoso, che per evitare scontri (di contenuto, di
lingua, di religione, ecc. ) sulla sua opera ha scelto la strada
di celarsi dietro verità dette a mezza bocca. Terza ipotesi:
che si sia in presenza di più autori.
Nel 1935 la studiosa russa Al Khomentovskaia ritiene di identificare nel veronese Felice Feliciano (scrittore e alchimista) l’autore dell’Hypnerotomachia, sulla base di alcuni elementi: l’interesse per l’antico, la conoscenza di Mantegna, considerato fra i possibili ispiratori dell’iconologia, le sue relazioni con il mondo umanistico veneto. Ma data di morte, 1479, e mancanza di legami con Manuzio e con
Grassi depongono contro questa
ipotesi.
Altra ipotesi, un po’ più fantasiosa ma di gran fascino, la propone
Emanuela Kretzulesco-Quaranta ne
Les jardins du songe (1976). La studiosa ritiene che il Polifilo sia un’opera a
più mani, iniziata da Leon Battista
Alberti e quindi passata a Francesco
Colonna principe di Palestrina e infine alla cerchia di Lorenzo il Magnifico (con Poliziano e Pico che affidano
il testo a Manuzio per la stampa). Il
tutto, nel bel mezzo di uno scontro
fra le mire di papa Alessandro VI
Borgia e la purezza religiosa dei veri
sapienti. Ma la tesi si scontra con una
evidente omogeneità del testo che
pare escludere il lavoro a più mani.6
Sulla linea dell’opera a più mani, ma in chiave riduttiva, si pone an-
10
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
che Gianfranco Contini che consiphiana (curata da Marco Ariani e Midera l’opera una specie di grande
no Gabriele), conduce invece a un fraburla, scritta in una lingua paradoste domenicano (nato a Venezia nel
salmente comica. L’autore del testo
1433 e qui morto nel 1527, legato a
iniziale sarebbe stato Leon Battista
Treviso), Francesco Colonna, al quale
Alberti. Sarebbero poi subentrati gli
ben calza l’acrostico. Di lui poco si sa
amici di Aldo Manuzio che, una volta
tranne il fatto che sia stato coinvolto in
morto l’Alberti, si divertirono ad amfatti poco edificanti tanto da essere,
pliarlo e arricchirlo. Anche qui però
per un certo periodo, espulso dall’ornon si tiene conto dell’unità stilistica
dine. Gli indizi a suo favore sono tre: il
dell’opera e del tono, che non fa per
letterato settecentesco Apostolo Zenulla pensare a uno scherzo. L’ipoteno sostiene (1723) di aver letto all’insi che l’opera sia invece del tutto delterno di un esemplare scomparso del
l’Alberti cozza con la sua data di morPolifiloun’annotazione manoscritta in
te (1476) e col fatto che Alberti non
cui si afferma che l’autore è appunto
aveva bisogno dell’anonimato, visto
Francesco Colonna, del convento dei
che era autore di testi altrettanto
Santissimi Giovanni e Paolo; nel 1501
Errata-corrige e colophon
“mordaci”, come il Momus.
il maestro generale dei domenicani
Alessandro Parronchi e poi, nel
ordina che venga imposto al Colonna
1983, Piero Scapecchi propongono come autore del Polidi pagare le spese sostenute dal padre provinciale per un lifilo un frate servita, Eliseo da Treviso, un religioso morto
bro a stampa; Leandro Alberti, domenicano e futuro inquinel 1505 che aveva avuto molti contatti con Firenze. Tale
sitore scrive nel De viris illustribus ordinis praedicatorum
ipotesi poggia sulla testimonianza di Arcangelo Giani; co(1517) che un certo Francesco Colonna aveva dato prova di
stui, nei suoi Annali - ultimati intorno al 1618 - parla di un
grande abilità letteraria e di ingegno in un libro in volgare.
Eliseo che tutto sapeva e che avrebbe scritto la misteriosa
Per contro non risultano altre opere a firma di questo frate
opera riversando in essa ogni scienza.
dalla cultura sterminata. Così come non sono attestati rapGiovanni Pasetti propone invece Giovanni Pico
porti con Manuzio e Andrea Marone.
della Mirandola (1463-1494). Possedeva un’immane culUn altro Francesco Colonna, principe di Palestrina,
tura. Buoni i suoi rapporti con Aldo Manuzio. Padronegnato intorno al 1460, è proposto da Maurizio Calvesi.7 A
giava sia l’aristotelismo che il neo-platonismo. Era padasostegno di questa tesi Calvesi porta numerosi indizi fra
no di nascita. Era interessato ai più diversi idiomi, conocui l’acrostico, la somiglianza fra il santuario descritto nel
sceva il latino, il greco, l’aramaico e l’arabo. Era suo coPolifilo e il tempio della Fortuna a Palestrina (dove sorge il
stume usare la citazione come metodo di pensiero. Ma
palazzo dei Colonna), i molti riferimenti a Venere (da cui,
era troppo giovane per aver conosciuto Alberti e, dopo la
secondo leggenda, discendono i Colonna). Per contro di
sua morte, non c’erano ragioni per continuare a nasconquesto Francesco non si conoscono altre opere. Né si
derne l’identità. Infine più che alla tradizione cabbalisticomprende perché avrebbe dovuto intervenire Grassi a
ca, pure presente, l’opera sembra riportare al neoplatonifinanziare la stampa, né perché i discendenti avrebbero
smo, a Marsilio Ficino e a Francesco Cattani da Diacceto.
continuato a celare l’identità di un autore “leggendario”.
Lo studio compiuto da Giovanni Pozzi, Maria Terefine prima parte
sa Casella e Lucia Ciapponi, ribadito dall’edizione adella seconda e ultima nel prossimo numero
NOTE
1
G. Pasetti, Il Sogno di Pico, 1999 (rintracciabile in www.giovannipasetti.it).
2
F. Colonna, Hypnerotomachia Poliphilii, a c. di M. Ariani e M. Gabriele, Milano,
Adelphi, 2004, vol. I, p. 14.
3
Cfr. E. Battisti, L’antirinascimento, Torino, Nino Aragno, 2005, pp. 153-164.
4
F. Colonna, Hypnerotomachia Poliphilii, cit., vol. II, pp. 478-481.
Ibidem, pp. 5-11.
Cfr. G. Pasetti, Il Sogno di Pico, cit.
7
Cfr. M. Calvesi, Il sogno di Polifilo prenestino, Roma, Officina, 1980; ead., La pugna di amore in sogno, Roma, Lithos, 1996.
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BvS: l’Archivio De Micheli
SCOSSE DI “CORRENTE”,
TRA POESIA E ARTI VISIVE
Vicende, non solo editoriali, di una rivista diventata “movimento”
MATTEO NOJA
«Se la cultura è un’espressione dell’intelligenza,
la politica – ovviamente non intesa in senso partitico
– è la morale che deve presiedere all’intelligenza».
Mario De Micheli
Guttuso ricorda in uno scritto più tardo: «Corrente fu soprattutto un luogo di incontro e di scontri tra alcuni giovani che avevano idee originali e anche il coraggio delle loro idee. Niente era pacifico in Corrente…».
ella biblioteca di Mario De Micheli sono presenti alcuni volumi editi sotto l’egida della rivista “Corrente”.
La rivista “Corrente di Vita giovanile” nasce il 1º
gennaio 1938 con la testata “Vita giovanile – Fondatore
Ernesto Treccani”. Il primo numero è mensile ma dal
secondo passa a una frequenza quindicinale. Redattore
è Antonio Bruni; viene affiancato da un gruppo di giovani intellettuali composto da Dino Del Bo, Raffaele
De Grada, Vittorio Sereni. Dal numero 16, la testata diviene “Corrente di Vita giovanile” e con il numero 4 del
1939 assume il titolo definitivo di “Corrente” con la dicitura “di Vita giovanile” scritto sotto in un corpo più
piccolo. In redazione si alterneranno vari personaggi:
Del Bo viene arrestato e dopo un’assenza di qualche numero riprende la collaborazione dal carcere di San Vittore, per poi abbandonare definitivamente la rivista con
il numero 8 del 1940; dopo alcuni primi numeri, nel ’38,
entra a farne parte Alberto Lattuada; Sereni lascia il posto a Giansiro Ferrata; infine, nel 1940, Duilio Morosini è il segretario di redazione. La rivista cessa le sue pubblicazioni con il numero 10 del 31 maggio 1940.
Stupefacente l’elenco delle firme che si avvicendano sulle sue colonne e che, giovani di anni allora, sono diventati i protagonisti indiscussi di molti decenni
della cultura italiana: Luciano Anceschi, Giulio Carlo
Argan, Antonio Banfi, Piero Bigongiari, Luigi Comencini, Carlo Emilio Gadda, Alfonso Gatto, Alberto Lattuada, Enzo Paci, Vasco Pratolini, Salvatore Quasimodo, Luigi Rognoni, Umberto Saba, Giancarlo Vigorelli, Elio Vittorini [scorrendo questi nomi ci piace sottolineare, quanti di questi, quasi tutti, collaborano in quegli anni anche con “Prospettive” di Curzio Malaparte].
Nel 1939, in un corsivo dal titolo “Anticipi”, Treccani, constatando orgogliosamente la crescita della rivista, dichiara l’intenzione di far diventare la stessa
sempre più un luogo di elaborazione di una «estesa attività culturale» e preannuncia per l’anno successivo una
serie di iniziative, mostre d’arte e «audizioni di musica
contemporanea» e soprattutto, la pubblicazione di
«quaderni di politica e letteratura, monografie di artisti, scelti nei limiti di una stretta e precisa necessità».
Nell’ambito delle arti figurative il gruppo organizza nel 1939 due mostre a Milano: una a marzo, nelle
sale della Permanente di via Principe Umberto, odierna
via Turati, e una per inaugurare la Galleria Grande in
via Dante. A queste mostre partecipano i pittori legati
storicamente alla rivista come Renato Birolli, Italo Va-
N
Copertina de La luna nel corso: pagine milanesi…, 1941
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Copertina e disegno da Lucio Fontana 20 disegni…, 1941
lenti, Arnaldo Badodi, Giuseppe Migneco, Sandro
Cherchi, Dino Lanaro, Bruno Cassinari, Giuseppe
Mantica, Luigi Grosso; a loro si aggiungono alcuni
nuovi “compagni di strada” come Giacomo Manzù,
Gabriele Mucchi, Domenico Cantatore, Fiorenzo Tomea, Genni, Filippo Tallone e Gastone Panciera; e poi,
ancora, Fontana, Paganin, Sassu, Vaccarini.
In una nota redazionale del numero del 15 dicembre 1939, la rivista chiarisce la natura della propria arte
e la sua tensione verso un nuovo “realismo”: «[il realismo], questo sì, era un problema che soprattutto preoccupava noi giovani, perché condizione delle nostre certezze spirituali era un libero esame di quella realtà che si
andava creando intorno a noi, “realtà” che noi dovevamo conquistare con le nostre forze per sentirla veramente nostra, senza incertezze».
Prima delle ragioni delle arti figurative, sulla rivista si dichiarano quelle della letteratura. Il numero 11
del 15 giugno 1938 è infatti un monografico dal titolo
Testimonianza alla poesia, nel quale si possono leggere
poesie dei cosiddetti “ermetici” fiorentini, legati a
“Letteratura” di Bonsanti e i milanesi di “Corrente”.
Contiene versi di Betocchi, Bigongiari, Fallacara, Gatto, Luzi, Parronchi, Quasimodo, oltre al poco etichettabile Bertolucci; articoli di Bo e Contini, traduzioni di
Macrì, Vittorini, Quasimodo e Giaime Pintor (da Rilke). La dichiarazione di poetica che sottende al numero
e alla scelta dei poeti è scritta dal maestro di tutti, Antonio Banfi, autore di un vero e proprio «manifesto programmatico di poetica contemporanea non crociana»
[Gioia Sebastiani, I libri di Corrente, Bologna, Edizioni
Pendragon 1998].
Quando il giovane critico Mario de Micheli giunge a Milano dalla natìa Genova, la rivista è già stata
chiusa dalle autorità e non fa in tempo a collaborarvi.
Ma è proprio lui, tra gli altri, a sostenere l’utilità di pubblicare dei libri con la sigla di “Corrente”. Nella prefazione a una mostra dedicata al gruppo nel 1985, Raffaele De Grada scrive: «Si deve al critico Duilio Morosini
tanto appassionato nella intuizione dei valori quanto
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Copertina e disegno da Guttuso, 24 disegni e 1 tavola a colori. Prefazione di Duilio Morosini, 1942
scontroso nella valorizzazione di se stesso, a Beniamino
Joppolo, eretico di lucida follia, poi a Mario De Micheli, che portò un carisma ideologico al movimento, l’aver
capito che bisognava dare una struttura di Galleria e di
Edizioni al movimento, senza affidarlo alla sola rivista
che sarebbe stata inevitabilmente spazzata».
Nonostante gli annunci delle prossime pubblicazioni riguardino una sorta di almanacco dedicato a Milano e ai Lirici greci tradotti da Quasimodo, il primo libro delle Edizioni di Corrente è Lucio Fontana. 20 disegni con una prefazione di Duilio Morosini1. Dopo qualche
mese, «con un certo ritardo sul piano editoriale» esce
Lirici greci 2. Nonostante la messe feconda di libri di
poesia in quel 1940, quello di Quasimodo è il libro di
gran lunga più importante per “risonanza critica”.
Luciano Anceschi, in una lettera del novembre
1940, scrive a Vittorio Sereni ricordando gli anni dell’Università e del gruppo di amici che si era raccolto in-
torno ad Antonio Banfi; lo informa che il gruppo esiste
ancora e che con Treccani si sta pensando a una collezione di poesia che, secondo loro, doveva essere inaugurata proprio da un suo libro, e conclude: «Raccogli,
infine, coraggiosamente, un numero – anche esiguo – di
composizioni […] Ebbene lascia – di quel tempo che fu
tuo, che noi ti invidiammo, e che a noi, a tanti, è caro – la
giusta traccia per chi non lo ha vissuto e per chi vuol ricordarlo». Nasce così, da questa accorata richiesta, uno
dei più bei libri di poesia di quegli anni e forse di tutto il
Novecento italiano: Frontiera3 di Sereni.
La luna nel Corso 4 (il corso è il Garibaldi, ma il titolo vuol ricordare l’almanacco settecentesco del Vestaverde, La luna in corso), uscita nell’aprile del 1941, è
un’antologia di pagine meneghine, uno dei più riusciti
omaggi che siano stati tributati alla nostra città. Ideata
da Giansiro Ferrata, e realizzata da Treccani, Anceschi
e Giorgio Labò (studente di architettura, critico d’arte,
attivista dei GAP, viene fucilato dai fascisti nel 1943, a
Roma, a Forte Bavetta).
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Copertine di Lirici greci, Birolli 30 tavole in nero…, Frontiera (tutti del 1941)
Divisa per mesi, come un almanacco, raccoglie
poesie, racconti e memorie di un gran numero di scrittori che sono rimasti colpiti da Milano. Da Bernardino
Corio a Emilio De Marchi, da Dickens a Leopardi, da
Stendhal a Giovanni Verga, si susseguono le pagine più
belle dedicate alla città durante i secoli, intervallate da
un ricco corredo iconografico, di stampe, riproduzioni
di quadri e disegni, fotografie.
Ma le fotografie più belle sono quelle del regista
milanese Alberto Lattuada in un altro libro presente nel
Fondo De Micheli, Occhio quadrato 1: il titolo gli viene
suggerito da Mario Soldati, durante le riprese di Piccolo
mondo antico. Si tratta di un ritratto fotografico impietoso ma vero di come sono le città in quegli anni, città che
mostrano una realtà antica, persistente negli angoli,
nelle case, negli uomini, a dispetto della guerra. Il libretto è una sorta di manifesto ante litteram per il cinema neorealista che si affermerà negli anni del dopoguerra.
NOTE
1
Occhio quadrato. 26 tavole fotografiche. [Milano], Corrente, 1941. XIX p., 26 c. di
tav., 23 cm. [M.D.779.LAT.1].
2
Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo. Con un saggio di Luciano Anceschi. Milano, Edizioni di Corrente, 1940. 240 p., 21 cm.
Testo greco a fronte. [M.D.883.01.LIR]
Per i pittori e i letterati che si raccolgono intorno
alle pagine di Corrente è molto presente la vicenda storica e intellettuale della Spagna. L’aggressione alla Repubblica e le vicende della guerra civile vengono vissute
con grande partecipazione. Dalla Spagna arrivano notizie su Lorca che, amato dai giovani per le sue liriche appassionate, viene considerato un martire; le prime immagini di Guernica [1937], il celebre dipinto di Picasso,
vengono passate di mano in mano. Guttuso6 ricorda
l’importanza simbolica che il grande quadro rivestì per
tutto il gruppo di Corrente: «Nel 1938 Brandi mi inviò
una cartolina con la riproduzione di Guernica. La tenni
nel mio portafoglio sino al ’43, come una tessera ideale
di un ideale partito» e, altrove, «A Guernica ci ispirammo, a Guernica domandammo le parole più forti, l’impeto più deciso».
L’influenza della poesia spagnola è testimoniata
dalla antologia curata da Carlo Bo dal titolo Lirici spagnoli7. Il celebre critico aveva già tradotto le poesie di
3
Vittorio Sereni, Frontiera (1935-1940),
Milano, Corrente, 1941. 60 p., 19 cm. Edizione
di 300 copie numerate. [M.D.851.912.SER.1].
4
La luna nel corso: pagine milanesi raccolte da Luciano Anceschi ... (et al.). Milano,
Corrente, 1941. 465 p., 21 cm.
[M.D.945.211.LUN.1].
5
Occhio quadrato. 26 tavole fotografiche.
[Milano], Corrente, 1941. XIX p., 26 c. di tav., 23
cm. [M.D.779.LAT.1].
6
Mestiere di pittore. Scritti sull’arte e la
società. Bari, De Donato, 1972, p. 62
7
Milano, Corrente, 1941. 374 p., 19 cm.
8
Milano, Corrente, 1941. 129 p., 20 cm.
Edizione di 500 copie numerate + 5 esemplari
f.c. (esempl. n. 57) [M.D.759.5.BIR.5].
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García Lorca per l’editore Guanda due anni prima, e
nel 1941 allestisce questa antologia che cerca di far conoscere meglio la giovane poesia spagnola. Machado,
Jimenez, Salinas, Guillén, Alberti, tra gli altri, oltre a
Lorca, sono così messi a disposizione della cultura italiana per la prima volta.
Tra i pittori di Corrente, Renato Birolli fu uno dei
più assidui, anche se De Micheli ricorda in un’intervista
che «i miei rapporti con il gruppo di Corrente, soprattutto con Morlotti, Cassinari e Treccani, erano intensissimi: condividevo profondamente gli intenti morali e
culturali del gruppo. Al suo interno, la mia posizione
era “antibirolliana”: mi riconoscevo nella sinistra di
Corrente, realista e picassiana, con Guttuso».
La presenza di Birolli all’interno del movimento è
sempre oltremodo significativa, avvalorata dal suo lavoro teorico che egli antepone a quello pittorico. La sua
riflessione sull’impegno dell’artista nella società, impegno morale e civile, e del suo essere calato nella storia, è
in quegli anni emblematica di tutta una generazione.
Non era solo «il pittore più autorevole del gruppo di
amici che figurava in testa al programma della galleria»,
come scrive Treccani, ma anche il teorico capace di renTre fotografie di Alberto Lattuada da Occhio quadrato, 1941
17
dere espliciti molti dei temi e dei problemi che venivano
sentiti, in maniera quasi inconscia, da molti altri giovani. Uno dei pochi a mettere a punto una estetica nuova,
«non più asetticamente autonoma, ma modulata sulla
realtà della storia». De Micheli che ciò aveva ben presente ne conserva nella sua biblioteca il volumetto Renato Birolli. Trenta tavole in nero, una a colori e cinque disegni conscritti dell’autore e un testo critico di Sandro Bini8.
Tra gli ultimi libri a essere pubblicati, la prima prova di un narratore che conoscerà grande popolarità nel
Dopoguerra, Mario Tobinocon Il figlio del farmacista,
che, elogiato da Contini, sarà uno dei più convincenti libri usciti in quel 1942. «[…] è una sorta di diario romanzato che racconta l’educazione sentimentale di un giovane borghese della provincia “marina” della Toscana […]
una storia di pensieri ed emozioni più che di eventi, tutta
dispiegata nella convinzione che solo attraverso la letteratura, la “poesia”, è possibile la “conoscenza dell’anima
delle cose”» [Gioia Sebastiani, op. cit.].
Ed è in queste ultime parole, nella convinzione
che solo attraverso l’arte, si possa conoscere la vita, conoscerla per trasformarla, che si può racchiudere l’esperienza contingente di Corrente e dei suoi artisti e intellettuali, contingente nel tempo, ma duratura nella
cultura italiana, come Mario De Micheli.
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: “Dante e l’Islam”
PARLO ARABO? SÌ, DALLA
SCIENZA AGLI SCACCHI
Accanto alla mostra, una prova filologica dell’incontro di civiltà
MONICA COLOMBO*
econdo un celebre paradosso del grande storico
francese Jacques Le Goff “…l’unico frutto che
l’Occidente ha riportato dalle crociate è stato l’albicocca…”; voglio partire dalla lettera di questa affermazione per evocare la fitta rete di rapporti che il mondo
cristiano medievale ha intrecciato con il mondo islamico
e che hanno lasciato un indissolubile segno nel lessico di
alcune lingue europee, nello specifico in quella italiana.
Non è mio compito oggi analizzare l’origine e la natura
di tali rapporti, se violenti o pacifici, se sterili o costruttivi, ma evidenziare – come poc’anzi ricordato - la traccia
che hanno lasciato e, attraverso di essa, cogliere alcune
peculiarità della civiltà islamica medievale.
S
Per capire in che momento del suo lungo sviluppo
la civiltà islamica incontra l’occidente cristiano lasciando
un segno ancor oggi tangibile, o meglio “pronunciabile” ,
sarebbe necessario analizzare con accuratezza ogni di-
verso paese, periodo storico e ambito semantico; essendo
obbligata ad una sintesi mi piace ricorrere ad un’altra celebre citazione, questa volta non di un illustre storico ma
tratta da un’opera cinematografica, precisamente dal
film Lawrence d’Arabia. In questo celebre kolossal, che
deriva a sua volta dall’opera I sette pilastri della saggezza di
T. E. Lawrence il personaggio di re Faysal, amareggiato
dal senso di superiorità inglese di fonte ai “beduini” dice a
Lawrence: “…Nella città araba di Cordova c’erano due
miglia di illuminazione pubblica quando Londra era ancora un piccolo villaggio…” Questo sarà il mio punto di
partenza, quello di una civiltà in piena espansione, aggressiva militarmente e culturalmente, che darà un apporto fondamentale al risveglio della civiltà occidentale,
ancora esitante dopo il crollo dell’Impero Romano
d’Occidente; partirò quindi dai secoli precedenti l’anno
mille per leggere secondo questa prospettiva alcuni
aspetti del medioevo europeo.
Cominciamo dalla geografia: nel 711, quando
CONFERENZA IN BVS
LUNEDÌ 7 FEBBRAIO 2011
h.18.00
“IDDIO È BELLEZZA E AMA
CIÒ CHE È BELLO”
A cura
della Dott.ssa Monica Colombo
Opera d’Arte
Ingresso libero senza prenotazione
fino a esaurimento posti
ueste parole compaiono in un
Hadith del Profeta dell’Islam,
ovvero in un detto attribuito
a Maometto, e questa affermazione
ci accompagnerà in un percorso
di introduzione all’arte islamica
che intende proporre alcune chiavi
interpretative delle due forme
di espressione artistica predilette
Q
dal mondo islamico: l’architettura
e le arti decorative, in special modo
la miniatura e la calligrafia.
La proiezione di immagini digitali
ci condurrà in un viaggio attraverso
le meraviglie dell’arte medievale
islamica che rapporteremo
e metteremo a confronto
con l’estetica occidentale.
20
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
Nella pagina precedente: collezione privata, rappresentazione del mi’raj (viaggio oltremondano) del Profeta (Maometto),
acquerello opaco e oro su carta, Iran, seconda metà del XVI secolo. Sopra a sinistra: Genova, Società Ligure di Storia
Patria, Ahmad B. Bâş o, Astrolabio, secolo XIV, ottone inciso
Thariq ibn Ziyad al-Laythi, condottiero berbero al soldo
del califfo ommayade, oltrepassa con i suoi soldati lo
stretto braccio di mare che separa l’attuale Marocco dalla
Spagna non sa ancora che sarà all’origine della splendida
civiltà andalusa e che il suo nome diverrà un toponimo
universalmente noto: Gibilterra, da Jabal al-Thariq, il
monte di Thariq, lo sperone di roccia presso sui si fermò
vittorioso. I toponimi sono spesso conseguenza di conquiste, pertanto anche in Sicilia, terra islamica per quasi
due secoli, non solo splendide opere d’arte e prelibatezze
gastronomiche hanno origine araba ma i nomi di paesi
come Gibellina (ancora la parola monte), Caltabellotta,
Calatafimi (in cui compare il termine Qal’at: castello,
fortezza) e molti altri luoghi ancora.
Gli arabi, popolo di mercanti, divennero in pochi
decenni un grande popolo di viaggiatori che, in armi o
per semplici motivi commerciali, cominciò ad esplorare
il mondo allora conosciuto e ad allargarne i confini, da
qui l’ovvio impulso agli studi astronomici e geografici e la
redazione di mappe, portolani, diari di viaggio e strumenti scientifici per la misurazione dello spazio e per l’orientamento; del resto il profeta Maometto aveva detto :
“cercate la scienza finanche in Cina” e questa grande
apertura nei confronti dell’altro da sé permise lo straordinario sviluppo che ebbe la civiltà islamica dei primi se-
coli, capace di assorbire il meglio dai popoli con cui veniva a contatto e assolutamente lontana dall’oscurantismo
culturale purtroppo presente in epoche successive.
Il più grande testo di geografia astronomica dell’antichità, la Megále syntaxis o Megiste (grande trattato o
summa) di Tolomeo, redatto nel II sec. a.C. è restituito
alla conoscenza dell’occidente grazie ai sapienti arabi,
che lo tradussero in arabo già nel IX d.C. Nell’Europa
medievale l’opera è conosciuta come Almagesto, nome
che testimonia il “passaggio” arabo, che aveva trasformato il nome greco in al-Magis-ti , aggiungendo al sostantivo l’articolo “il” (al in arabo), che nel ductus arabo
si scrive legato alla parola che segue, generando poi il
fraintendimento, nelle lingue occidentali, di considerare i due termini come un’unica parola. Molte parole sono nate così, dall’albicocca (Al-barquq) all’almanacco
(al-manakh).
Ma per restare in ambito scientifico non possiamo
dimenticare alcol, alcalino, alchimia, alambicco o addirittura algebra e algoritmo. Bisognerebbe tuttavia analizzare ogni singolo termine per evidenziare che la “versione” in italiano è stata talora mediata da un precedente
passaggio attraverso un’altra lingua (azimut, dallo spagnolo acimut, dall’arabo al-sumut, plurale di al-samt:
direzione) o che il termine arabo o persiano ha a sua volta un’origine greca o indoeuropea (fondaco, dall’arabo
funduq, dal greco pandocheion: locanda). Tra gli esem-
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
pi citati precedentemente voglio soffermarmi su algoritmo, che ha un’origine ancora diversa; deriva infatti da
un nome proprio, quello del grande matematico persiano Abu Ja’far Muhammad ibn Musa Khwarizmi, detto
al-Khwarizmi, dal toponimo della sua origine, la regione del Khwarizm, nell’attuale Uzbekistan. AlKhwÇrizmi scrisse il Al-Kitab al-mukhtasar fi hisab aljabr wa’l-muqabala, grosso modo “compendio sul calcolo per completamento e bilanciamento”, dal cui titolo
deriviamo anche la parola algebra (al-jabr), completamento, aggiustamento, unione. Al-Khwarizmi fu una
delle personalità più eminenti della corte di Bagdad al
tempo del califfo al-Ma’mun (IX sec. d.C.), che a lui affidò la direzione della Bayt al-Hikma, la “casa della sapienza”, una straordinaria istituzione culturale che
ospitava scienziati, filosofi, letterati che con il loro talento e le loro ricerche portarono il califfato di Bagdad al
suo apogeo culturale. Libri, miniature, strumenti scientifici e opere d’arte sono testimonianza perenne dei secoli d’oro dell’impero arabo-islamico che si espande
dalla Spagna all’India assorbendo lingue, tradizioni,
culture differenti rielaborandole in maniera originale e
ponendosi come straordinario trait d’union tra le lonta-
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ne civiltà dell’estremo oriente e il mondo europeo. Dalla Cina, paese portatore di mille invenzioni, la carta inizia il suo viaggio verso l’Europa dove sostituirà la pesante pergamena grazie al massiccio utilizzo e produzione
che se ne farà in terra dell’Islam, in cui la parola scritta
ha un valore incommensurabile, tanto che la rivelazione
divina si è fatta Libro, il sacro Corano (ricordiamo che
nel credo musulmano il Corano non è un testo di ispirazione divina, è direttamente e originalmente parola di
Dio).
Dall’India nasce invece il sistema di numerazione
che noi occidentali chiamiamo arabo, composto da nove
cifre e uno zero: “cifra” e “zero” derivano entrambe dall’arabo sifr, vuoto. Sempre dall’India deriva uno dei giochi più nobili e diffusi in tutto il mondo, il gioco degli
scacchi. Attraverso la Persia e poi il vicino oriente arabo
questo gioco si diffonde nelle corti d’Europa ed è chiamato il “gioco dei re”. Nel bellissimo codice miniato conosciuto come “libro dei giochi” redatto nel 1283 presso
la corte spagnola di Alfonso X il Saggio, compaiono delle
straordinarie immagini di coppie di giocatori di scacchi,
Tappeto da preghiera cosiddetto “Bellini”. Sul campo rosso cupo si trova una nicchia da preghiera (mihrab) dalla forma
semplicissima determinata, nella parte superiore, da due linee oblique e nella parte inferiore da una rientranza ottogonale
detta “toppa di serratura”. Dalla sommità del mihrab pende una lampada geometrizzata. Il centro del campo ospita una stella
stilizzata sotto la quale trovano posto anche sette sfere policrome. L’ampia cornice è caratterizzata da un motivo ad arabeschi
rossi su fondo avorio. Le frange non sono originali.
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uomini e donne, sempre un “moro” e un “cristiano”, che
sublimano in questa raffinata competizione ogni possibile “scontro di civiltà”. Ma ci siamo mai chiesti perché le
diverse pedine hanno i particolari nomi che tutti conosciamo, e perché l’ultima mossa della partita viene indicata dal termine “scacco matto” che in lingua italiana non
vuol dire nulla di sensato? La parola “scacco” deriva dal
persiano shah, ovvero re, e le diverse pedine in origine
avevano in parte altri nomi e altra forma. L’alfiere, ad
esempio, pedina che viene stilizzata come un piccolo soldato, pensando al significato di alfiere come “portabandiera”, in realtà deriva dall’arabo al-fil, elefante. Se in un
ideale esercito indiano l’elefante poteva avere un ruolo,
questo si perde via via che ci si sposta in occidente, per
cui, perso il senso di al-fil se ne evoca il suono latinizzandolo in alfiere, e cambiandone l’iconografia. Lo “scacco
matto” ritrova poi il suo senso se uniamo la parola persiana shah e la parola araba mat: “il re è morto”, e questa è la
minaccia pronunciata del giocatore che sta sferrando la
mossa vincente.
Nomina sunt consequentia rerum: “i nomi sono corri-
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spondenti alle cose” scriveva Giustiniano nelle sue “Istituzioni”, e sarebbe possibile continuare ancora per molto questo affascinante viaggio nel mondo arabo-islamico
attraverso le etimologie, viaggio che ci permette di scoprire il vero significato di tante parole che usiamo abitualmente, e la loro corrispondenza al “contenuto” che di
fatto designano. Non potendo esaurire qui la trattazione
dell’argomento propongo tuttavia un breve – e arbitrario
– glossario con alcune parole comuni di origine araba o
persiana, per sottolineare un’ultima volta quanto il “frutto delle crociate” o meglio delle differenti modalità di incontro e scontro col mondo islamico sia stato comunque
estremamente “succulento”.
N.B.: per facilitare la comprensibilità del testo,
si è adottata una traslitterazione semplificata dei
termini arabi, senza alcun segno diacritico
* Monica Colombo, storica dell'arte, si è laureata in lingua e
letteratura araba all'Università Cattolica di Milano ed è uno
dei fondatori della società “Opera d'arte”
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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GLOSSARIO
• “a bizzeffe” dal dialetto
maghrebino bizzef
• albicocca, vedi articolo
• “alcali” da al-qali sostanza in
grado di comportarsi da base in
soluzione acquosa, da cui anche:
“alcalino”, “alcool”
• “algoritmo e algebra: vedi
articolo
• “Ammiraglio” dall’arabo
amir-al-rahl dove amir significa
principe, nel senso di capo
e al-rahl o ar-rahl viaggio,
navigazione, quindi è il primo
responsabile del viaggio o della
navigazione;
• “arancio, arancia”, dal persiano
naranj, introdotto dagli arabi
in Sicilia
• “assassino” da hashishiyyun,
fumatore di hashish. Così
vennero denominati gli adepti
della setta dei Nizariti di Alamut
in Persia, seguaci del “vecchio
della Montagna”, noti per
la violenza del loro agire,
da cui il successivo travisamento
del significato
• “avaria” da ‘awr , danno, difetto
• “azimut”: vedi articolo
• “bazar” emporio, direttamente
dal persiano con lo stesso
significato
• “caraffa” dal dialetto
maghrebino jarrafah, vaso
cilindrico di terracotta
con due manici
• “carciofo” dal persiano kharshuf
• “carrubo, carruba” dal persiano
kharrub
• “cifra/zero”, entrambi derivano
dall’arabo khifr, nulla, vuoto
• “darsena” e “arsenale”
in italiano; allotropi da
dar-as-sina’a dove dar significa
edificio e sina’a lavoro quindi
“casa del lavoro”, nei porti luogo
per il riparo e il ripristino delle
navi.
•“dogana” dal persiano attraverso
attraverso l’arabo diwan, registro
e ufficio per estensione anche
ministero
• “gabbana” “cappa” da qaba’,
mantella
• “gazzella” da gazal
• “giara” da jarrah, recipiente
• “giraffa” da zarafah
• “giubba” da gubbah, sottoveste,
veste di cotone
• “intarsiare, intarsiato, tarsia”
dalla radice verbale rass’a che
significa decorare un oggetto
con incastri di pietre, marmi
preziosi, avorio, lamine d’argento
e d’oro etc.
• “limone” termine di origine
persiana o indiana, in arabo.
laimun;
• “liuto” da al-‘ud (letteralmente
legno), strumento musicale
a cinque corde
• “macabro” da maqbara, cimitero,
la radice è qbr seppellire;
• “magazzino” da makhazin; il
verbo khazana significa mettere
da parte, conservare
• “materasso” da matrakha ,telo
trapunto che si mette in terra sui
cui ci si sdraia
• “melanzana” dal persiano
badinjan
• “meschino” da meskin, povero,
poverino
• “nababbo” da na’ib, reggente,
governatore, per estensione
persona ricca e potente
• “nacchera” da naqara ,
schioccare la lingua e le dita,
battere, percuotere, suonare
• “nadir” da nazir, opposto
(allo zenit)
• “racchetta” da rahat,
termine anatomico indicante
il palmo della mano
• “ricamo”, da raqam:
punteggiare, tracciare linee,
per estensione marchiare
anche con cifre un tessuto
• “risma” da rizmah, “fascio”
o “pacco di fogli/carta”
• “safena” viene dal Canone
di Avicenna dove è chiamata
al-safin cioè vena nascosta
o profonda
• “scacchi” e relativa
terminologia: vedi articolo
• “sceriffo” da sharif, nobile,
onorevole, onesto ecc.
• “sciroppo” dalla radice sharaba,
bere, quindi bevanda
• “scialle” direttamente dal persiano
shal, con lo stesso significato
• “sensale” simsar, a sua volta
dal persiano, mediatore
• “tamarindo” da tamr e hindi,
dattero indiano;
• “zafferano” da asfar, giallo
e safrani, giallognolo
• “zecca” “zecchino” da saka
coniare
• “zenit” ancora da samt,
direzione: l’intersezione della
verticale passante per il punto di
osservazione con la sfera celeste:
è opposto al nadir
1
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
25
BvS: Fondo Antico
LA MARCA TIPOGRAFICA
NEL ’500 ITALIANO
Figure mitologiche e chimeriche presso la Biblioteca di via Senato
ANNETTE POPEL POZZO
a storia della marca tipografica è legata inseparabilmente
allo sviluppo del libro a stampa. Importante non era in primis la
forma (un segno semplice o più elaborato con motto), ma la funzione
della marca. Serviva come contrassegno commerciale; e doveva garantire
l’autenticità e la proprietà tipografico-editoriale della nuova pubblicazione. Senza ancora includere alcun
diritto d’autore esplicito, designava la paternità dell’opera contro le numerose falsificazioni o contraffazioni a
fronte di una concorrenza editoriale notevole e in veloce
crescita. La marca tipografica di oggi, che pur deriva dalla
marca classica e viene ripresa in allusione, ha solo un
aspetto puramente decorativo, al pari di ciò che oggi chiamiamo “loghi”; pensiamo ad esempio al globo sormontato dalla croce di Olschki, alla rosa di Mondadori o allo
struzzo di Einaudi.
L
I primi esempi quattrocenteschi di marche tipografiche consistevano spesso in semplici scudi araldici, talvolta affiancati da animali. Meritatamente famosa la prima marca apparsa in un libro a stampa, nel Psalterium impresso nel 1457 a Magonza da Johann Fust e Peter Schöffer, raffigurante due scudi araldici appesi a un ramo. In
Italia erano frequenti i sigilli formati da un cerchio, sor-
Il drago che alita fiamme verso una colomba in volo nella
marca di Rampazetto
montato qualche volta da una croce
singola o doppia, e affiancato da monogrammi. L’aspetto schematico e
pragmatico quattrocentesco lascia
posto nel Cinquecento alla percezione del mondo rinascimentale con
tutte le sue sfaccettature e varietà:
«marche parlanti e allusive, figure
simboliche e allegoriche, classiche e
mitologiche, emblemi religiosi e
5
santi patroni, oggetti comuni e persino strumenti scientifici: è tutto il complesso mondo rinascimentale filtrato attraverso la sensibilità di alcuni tra i
suoi interpreti più singolari, calato in figure e immagini
che traducono icasticamente il pensiero, gli interessi, il
gusto di quell’epoca»1.
Particolarmente interessante, anche se non sempre
di facile lettura, il recupero del mondo classico e mitologico per la filosofia umanistica e rinascimentale. Attraverso alcuni esempi di edizioni cinquecentesche conservate presso il Fondo antico della Biblioteca di via Senato,
cercherò di spiegare come l’uso di figure mitologiche e
chimeriche nelle marche tipografiche sia da intendersi
non solo come recupero, ma anche come reinterpretazione del sapere classico. Sottolineando soprattutto come alle figure mitologiche e chimeriche vengano spesso
attribuiti poteri magici, incarnati nelle simbologie scelte
per rappresentare i mestieri del libraio, tipografo ed editore.
In qualche caso si tratta di una semplice marca parlante con chiaro riferimento al cognome; pensiamo al
drago con volto d’uomo con barba, usato dal tipografo
lucchese Vincenzo Busdraghi (attivo tra 1549 e 1605).
26
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
3
2
La fenice sempre rinascente nella marca dei tipografi Giolito de Ferrari, e (a destra) la salamandra che vive nel fuoco,
usata da Damiano Zenaro
Anche il veneziano Giovanni Antonio Rampazetto (attivo tra 1582 e 1607) fa uso della creatura mitico-leggendaria, un drago che alita fiamme verso una colomba in volo
(foto 1).
Normalmente d’aspetto serpentino con quattro
zampe e ali, il drago – già usato dai babilonesi (basta pensare alle creature vigilanti della porta d’Ishtar del Museo
Pergamon a Berlino) – può avere numerose interpretazioni. Mentre il pensiero cristiano sottolinea l’aspetto del
male che va eliminato e sconfitto (nell’apocalisse biblica e
in san Giorgio che vince il drago), per i greci e i romani
prevale l’aspetto della bestia non nemica, ma simbolo
della propria forza. Giulio Cesare Capaccio in Delle imprese indica che è «Ieroglifico di questa vigilanza»2 e
«Simbolo di premio immortale che dopò difficile impresa, o dopò molte honorate attioni si acquista»3.
Il motto aggiunto al drago nella marca di Rampazetto, “Terrena coelestibus obsunt” (i beni terreni ostacolano i beni divini), indica un’ulteriore interpretazione.
Il male (il drago) ostacola il bene (la colomba in volo). Chi
cerca la realizzazione di un progetto elevato (in questo caso sarebbe anche il tipografo che cerca di portare a termine il libro) incontra difficoltà.
Per molti aspetti simile al drago, ma di diversa inter-
pretazione simbolica è la salamandra. Plinio la descrive
nella Naturalis Historia «tanto fredda» che può vivere nel
fuoco, anzi ne ravviva l’ardore, e sempre Capaccio indica
«Nutrisco et Estinguo, per dimostrarsi ardente, co i virtuosi, e di animo indomito contra gli empiti di Fortuna»4.
Alla resistenza fisica corrisponde una resistenza morale
sottolineata dal motto “Virtuti sic cedit invidia” (così l’invidia cede alla virtù). Il tipografo veneziano Damiano Zenaro (attivo tra 1563 e 1603) con la sua bottega a S. Bartolomeo al segno della Salamandra, la usa come marca parlante (foto 2), forse implicando anche un significato più
complesso, legato al libro. Così come la salamandra è immortale e sopravvive al fuoco, il libro, soprattutto il sapere custodito nel libro, sopravvive senza danno nei secoli.
Del tutto analogo l’uso della fenice, che secondo la
mitologia rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte. «La
fenice sempre rinascente, come la salamandra che resiste
al fuoco anzi lo alimenta, bene dunque si prestava a rappresentare quella aspirazione alla gloria e all’immortalità
che animò numerose imprese tipografiche»5. La fenice su
fiamme, universalmente nota grazie alla marca tipografia
dei Giolito de Ferrari (foto 3), affiancata spesso da motti
come “Semper eadem”, “De la mia morte eterna vita io
vivo”, “Ut perpetuo vivam”, “Con la mia morte sol al
mondo vivo”, nella sua veste immortale, esprime il desiderio del tipografo di rendere immortale l’attività edito-
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
riale trasvolata nei secoli.
Un altro esempio tratto dalla
mitologia greca è l’Idra di Lerna.
Mentre alcuni tipografi e editori cinquecenteschi come Francesco e Vincenzo Conti, Anselmo Giaccarelli &
Pellegrino Bonardo di Bologna e lo
stampatore ducale ferrarese Vittorio
Baldini la illustrano nelle loro marche proprio nel momento nel quale
viene uccisa da Ercole (raffigurato
nel dipinto rinascimentale di Antonio del Pollaiolo), gli eredi di Girolamo Bartoli mettono in scena la sola
Idra con sei teste e la settima mozzata
che giace a terra (foto 4). Le sette teste rappresentano ovviamente i sette peccati capitali (interpretazione d’uso
controriformistico confermato anche da Cesare Ripa)6,
Gelli suggerisce – nel caso della marca di Bartoli arricchita dal motto “Virescit vulnere virtus” (dalla ferita la virtù
acquista la forza) – che la simbologia si rovescia nel suo
contrario «per inferire che morto il capo, gli eredi, che
erano parecchi, avrebbero perseverato nelle virtù dello
scomparso, facendole rifiorire in essi»7.
Altre figure chimeriche molto apprezzate dai tipografi ed editori cinquecenteschi sono l’ippogrifo e il grifone. Mentre la marca raffigurante Astolfo a cavallo dell’ippogrifo (in chiara allusione alla
cavalcatura di Astolfo nel viaggio alla
luna nell’Orlando Furioso di Ariosto)
dell’omonimo tipografo veronese
Astolfo Grandi (attivo tra 1559 e
1579) va intesa come marca parlante:
il grifone – metà aquila e metà leone –
viene usato da numerosi tipografi per
via delle sue caratteristiche positive
di custodia e vigilanza.
Amati per la loro doppia natura
sono invece il pegaso, il centauro e il
liocorno. Il pegaso, figura ibrida, raffigurante un cavallo alato, diventa
simbolo della fama e dell’ispirazione
poetica. Integrato nella marca tipografica, viene usato tra l’altro dai romani Valerio e Luigi Dorico, dai ve-
27
A sinistra: Dama con liocorno di
Raffaello, e sotto Pallade e il Centauro
di Sandro Botticelli
neziani Sessa, da Bartolomeo Cavallo (come marca parlante) e da Domenico Gigliotti. Il motivo del centauro
si trova esclusivamente nella marca
dei tipografi ed editori veneziani Somasco (attivi nella seconda metà del
’500). La figura mitologica ibrida appare fornita di arco nella mano sinistra, faretra a tracolla e serpente attorno al braccio destro (foto 5). Metà
9
bestia e metà uomo, rappresenta nell’iconografica la doppia natura ferina
e umana. Accompagnato dal motto “Viribus iungenda sapientia” (la sapienza deve essere unita alla forza), il centauro indica che la forza, per avere fortuna, va guidata dall’intelligenza.
Non a caso questo concetto rinascimentale lo si ritrova nel dipinto Pallade e il centauro di Sandro Botticelli.
Certo, il quadro permette più livelli di letture, ma una sua
interpretazione – supportata anche dagli scritti di Marsilio Ficino – suggerisce l’allegoria della ragione (foto 6). È
la ragione (Pallade) che domina la forza (il centauro). L’idea di unire in sé nature diverse caratterizza anche il liocorno. All’animale immaginario con la forma del cavallo
bianco, il mento barbuto della capra,
gli zoccoli di bue, la coda del leone e il
corno in fronte vengono attribuiti
poteri magici. Secondo la leggenda,
aveva la proprietà di purificare dal
veleno un corso d’acqua con la semplice immersione del corno. I tipografi parmensi Seth e Erasmo Viotti
(padre e figlio, attivi tra 1545 e 1611)
sintetizzano nella loro marca tipografica proprio questo momento
dell’immersione (foto 7). Accompagnato dal motto “Virtus securitatem
parit” (virtù genera sicurezza), l’animale fantastico diviene simbolo della
virtù stessa. Inoltre era «ritenuto
amantissimo della castità»8, simbo6
leggiata attraverso la compagnia di
28
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
7
4
rante una dama con un grazioso piccolo liocorno in braccio (15051506 circa, foto 9).
Sopra da sinistra: le marche
tipografiche di Seth e Erasmo Viotti;
marca degli eredi di Girolamo
Bartoli; la vignetta del Liocorno,
usata da Giustiniano da Rubiera
La complessità dei livelli interpretativi rintracciabili nelle diverse
marche tipografiche, spesso arricchite e illustrate da motti dotti ed emblematici, è eloquente testimonianza
dello spirito e della profonda cultura
umanistico-rinascimentale dei tipografi e degli editori. Oltre alla funzione tipografico-editoriale, la marca
cinqucentesca è dunque anche strumento di validità per la scientificità e
l’erudizione del tipografo.
donne virtuose e vergini. La vignetta o marca raffigurante il liocorno
in grembo a una donna seduta (foto
8) nell’opera Laude delle donne bolognese di Claudio Tolomei, stampata
a Bologna nel 1514 da Giustiniano
da Rubiera, indica la glorificazione
del testo poetico. L’allegoria della
virtù e della purezza verginale trova
parallelamente manifestazione nel
celebre dipinto di Raffaello raffigu8
NOTE
1
Giuseppina Zappella, Le marche dei tipografi e degli editori italiani del Cinquecento. Repertorio di figure, simboli e soggetti e dei relativi motti, Milano, Editrice Bibliografica, 1986, vol. 1, p. 5. Alla Zappella si deve anche una dettagliata divisione e analisi
delle varie marche tipografiche cinquecentesche.
Giulio Cesare Capaccio, Delle imprese
trattato di Giulio Cesare Capaccio, In tre libri
diviso, Napoli, Orazio Salviani, Giovanni
Giacomo Carlino & Antonio Pace, 1592, libro
secondo, c. 49v.
3
Capaccio, libro primo, c. 64r/v.
4
Capaccio, libro primo, c. 26v.
5
Zappella, p. 172.
6
Cesare Ripa, Iconologia del cavaliere
2
Cesare Ripa perugino notabilmente accresciuta d’immagini, di annotazioni, e di fatti
dall’abate Cesare Orlandi, Perugia, Pietro
Giovanni Costantini, 1764-1767, 5 volumi.
7
Jacopo Gelli, Divise, motti e imprese di
famiglie e personaggi italiani, Milano, Ulrico Hoepli, 1928, n. 1792, p. 521.
8
Gelli, n. 1354, p. 381.
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
29
inSEDICESIMO
DANTE E L’ISLAM, LA MOSTRA IN CAMPANELLA, ASTE, CATALOGHI
L’INTERVISTA D’AUTORE, RECENSIONI, SPIGOLATURE, MOSTRE
NON FERMATEVI A GUARDARE, METTETECI IL NASO!
Visite guidate, conferenze, incontri, reading, laboratori per studenti:
la mostra BvS racconta il ricco dialogo tra Europa e Vicino Oriente
4 novembre 2010 - 27 marzo 2011
DANTE E L’ISLAM
Incontri di Civiltà
a mostra DANTE E L’ISLAM. Incontri
di civiltà è organizzata dalla
Fondazione Biblioteca di via Senato
in concomitanza con l’esposizione
promossa dall’assessorato alla Cultura
del Comune di Milano, al-Fann. Arte
della civiltà islamica, che si tiene a
Palazzo Reale fino al 30 gennaio 2011.
L’accostamento del nome del Poeta
fiorentino alla civiltà islamica è sempre
stato oggetto di incomprensioni, dibattiti
e discussioni.
Partendo dalle analogie presenti
nella Divina Commedia con le leggende
della tradizione islamica sui viaggi
oltremondani di Maometto, si riscontra
quanto l’epoca di Dante fosse permeata
del pensiero, della cultura e delle scoperte
scientifiche provenienti dal mondo arabo,
e sia stata feconda per il pensiero
e la cultura occidentale.
All’inizio della mostra, un breve
preambolo introduce alla situazione
storica e politica del tempo, mettendo
in luce le sorprendenti analogie
del Poema con alcuni esempi
della letteratura mistica islamica
riguardanti il mi‘raj, ovvero l’ascensione
mistica di Maometto narrata nel Corano.
Il percorso espositivo prevede
Fondazione
Biblioteca di via Senato
via Senato 14, Milano
da martedì a domenica
orario continuato 10-18
lunedì chiuso
Ingresso libero
Per informazioni
tel. 02 76215323-314
fax 02 782387
[email protected]
www.bibliotecadiviasenato.it
Biblioteca
di via Senato
F O N DA Z I O N E
Incontri di civiltà
L
Con il patrocinio di
In collaborazione con
Si ringrazia
Sponsorizzazione tecnica
PER INFORMAZIONI
E PRENOTAZIONI
Fondazione Biblioteca di via Senato
Tel. 02/76215323-314-318
[email protected]
www.bibliotecadiviasenato.it
Tutti i GRUPPI (gruppi scolastici
e pubblico adulto), che intendano
visitare la mostra liberamente
o con una propria guida, hanno
comunque l’obbligo di prenotare
anticipatamente l’ingresso.
La prenotazione e l’ingresso
alla mostra sono gratuiti.
la suddivisione degli spazi e delle opere
secondo le tre Cantiche dell’Opera
dantesca – Inferno, Purgatorio, Paradiso –
e offre al visitatore 35 preziose edizioni
della Divina Commedia presenti nella
Biblioteca di via Senato, a testimonianza
della fortuna di Dante attraverso i secoli:
dalla seconda edizione illustrata
di Bonino Bonini [1487] all’edizione
illustrata da Salvador Dalí [1963-64], fino
a quella recentemente illustrata
da Monika Beisner [2005].
Sono, inoltre, esposti pregiati
reperti islamici provenienti dalle Raccolte
Extraeuropee del Comune di Milano,
dal Museo d’Arte Orientale di Torino,
da altri musei e da collezioni private, che
testimoniano l’importanza dell’artigianato
e delle arti minori, della filosofia
e delle scienze musulmane.
Negli spazi espositivi esterni
è possibile visitare la sezione
multimediale con la versione in 3D della
Divina Commedia per iPad®, curata da
Carraro Multimedia e IlSole24ORE.
La struttura è allestita in modo da
riproporre ai visitatori le figure e i brani
più importanti del Poema dantesco.
DANTE E L’ISLAM. Incontri di civiltà,
curata dalla Biblioteca di via Senato, si è
avvalsa della collaborazione di Giovanni
Curatola – docente presso l’Università
Cattolica del Sacro Cuore di Milano
30
e l’Università di Udine, esperto di arte
islamica, curatore della mostra di Palazzo
Reale; Tullio Gregory – Professore Emerito
di Storia della Filosofia presso l’Università
La Sapienza di Roma, Accademico dei
Lincei, Direttore dell’Enciclopedia Italiana;
Francesca Flores D’Arcais – docente
di Storia dell’Arte Medievale presso
l’Università Cattolica del Sacro Cuore
di Milano; Annette Popel Pozzo,
conservatrice dei Fondi Antichi, e Matteo
Noja, conservatore dei Fondi Moderni,
della Fondazione Biblioteca di via Senato.
La costruzione dell’identità europea
inizia dalla cultura, disse Jean Monnet,
primo segretario della Società delle Nazioni.
E questa cultura si è sempre e ovunque
basata su un confronto incessante a più
voci. Il dialogo culturale, che rappresenta
le radici della nostra civiltà, si è formato
certamente nel cristianesimo, potentemente
rafforzato dalla tradizione della razionalità
greca e romana, ma è stato attraversato
e stimolato dalle correnti di pensiero
del Vicino Oriente, ebraico e arabo.
Per capire la nostra identità, non si può fare
a meno di nessuna di queste voci. Di alcune
di esse, meno percepite nel passato
per motivi ideologici, politici e religiosi, solo
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
ora l’Europa comincia a prendere coscienza;
tra queste, sicuramente, quelle dell’Islam.
In un’epoca come quella attuale,
nella quale si assiste a una contrapposizione
sempre più drammatica tra il mondo
occidentale e quello islamico, è bene
ricordare come il periodo in cui visse Dante
sia stato fecondo per la nostra storia, anche
perché i rapporti fra il mondo cristiano
e il mondo musulmano furono molto più
stretti, in tutta l’area mediterranea,
a dispetto delle feroci guerre di religione
che lo insanguinarono.
Scopo della mostra della BvS
è offrire un punto di vista particolare
ma privilegiato che, partendo
dalla “Commedia” e seguendo la sua
prospettiva, suggerisca i temi
e le circostanze della vicinanza
tra le due culture.
Nel Duecento, due uomini
incarnarono sopra tutti questa felice
contaminazione culturale: Federico II
di Svevia, lo “Stupor Mundi”, che in Sicilia
costruì attorno a sé una corte di grande
livello intellettuale sul modello di quelle
arabe, favorendo, tra l’altro, la nascita della
poesia italiana; e Alfonso X, il saggio re
di Castiglia e León, che istituì una scuola
di traduzione a Toledo, e la cui corte fu
la via maestra, il principale centro
di assimilazione, traduzione e ritrasmissione
della filosofia e della scienza dei Mori.
Ma fu proprio Dante che trasfuse
ogni conoscenza a lui contemporanea nella
Divina Commedia, compilando,
in un supremo testo, una sorta
di enciclopedia del tempo.
La mostra vuole quindi suggerire
come la cultura islamica fosse diffusa
in tutta l’Europa medievale e come ciò
sia, volutamente o no, anche
testimoniato nella “Divina Commedia”.
Il percorso espositivo, lungi dal
volersi presentare esaustivo della sterminata
materia che riguarda la Divina Commedia,
ne illustra la natura e la struttura, cercando
di richiamare alla mente quei personaggi
e quelle teorie che Dante ha ricordato
nei suoi versi e che testimoniano quanto
detto sopra.
Molti dei personaggi citati
direttamente da Dante nel Poema sono
legati al mondo musulmano: Maometto,
il sultano Salah ad’Din [Saladino], Avicenna,
Averroè, Brunetto Latini, Pietro Ispano,
tra gli altri; oltre a quelli non citati
direttamente, ma di cui il Poeta aveva
ben presente l’importanza, se non altro
attraverso gli insegnamenti del suo
“maestro” Brunetto Latini, di cui mostra
di conoscere le opere e il pensiero.
DANTE E L’ISLAM
Le edizioni
Il successo della Commedia,
nonostante la presenza di numerosissimi
manoscritti, si amplificò con l’avvento della
stampa. La prima edizione, ancora priva di
commento, uscita dai torchi di Johann
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Sono previste inoltre diverse proposte
di approfondimento:
• letture sceniche
• laboratori sul testo
della “Divina Commedia”.
• spettacoli teatrali e recital
• visite teatralizzate in mostra
• incontri speciali per famiglie
una comunicazione via internet
a tutti coloro che hanno comunicato
la propria e-mail. Le informazioni
sono consultabili anche sul sito della
Fondazione:
ww.bibliotecadiviasenato.it
o rivolgendosi alla segreteria:
telefono 02.76215318
Il calendario di questi appuntamenti
è in fase di definizione. Per ogni
dettaglio e informazione sarà inviata
(è possibile richiedere l’inserimento
del proprio indirizzo e-mail, scrivendo
a: [email protected])
Neumeister di Magonza (alcuni studiosi lo
credono allievo di Gutenberg) ed Evangelista
Angelini fu quella di Foligno del 1472.
A questa editio princeps fanno seguito
ancora nel 1472 due altri incunaboli: quello
di Mantova stampato da Georg di Augusta
e Paul Butzbach e l’altro, probabilmente
stampato a Venezia o Jesi, da Federico
de’ Conti. Il termine tecnico “incunabolo”
viene usato per i libri stampati sino al 1500
e indica letteralmente le fasce, la culla della
stampa, mentre la denominazione latina
“incunabula typographiae” deriva dal titolo
della prima bibliografia dedicata agli
incunaboli a cura di van Beughem del 1688.
La prima edizione commentata della
Commedia, ancora priva di illustrazioni, fu
stampata nel 1477 da Vindelino da Spira a
Venezia. Il commento attribuito a Benvenuto
da Imola, ma in realtà opera di Jacopo della
Lana, fu ripreso nell’edizione milanese del
1477-1478 promossa dall’umanista Martino
Paolo Nidobeato (da cui l’edizione
Nidobeatina), ma successivamente
abbandonato a favore del commento
di Cristoforo Landino che si trova per la
prima volta nell’edizione di Niccolò Lorenzo
della Magna, stampata nel 1481 a Firenze.
31
L’edizione è famosa soprattutto
per essere la prima illustrata con le
incisioni che accompagnano i primi 19
canti dell’Inferno, attribuite a Baccio Baldini
su disegno di Sandro Botticelli. Una seconda
edizione, contenente più illustrazioni, viene
stampata dal dalmata Bonino Bonini
nel 1487 a Brescia.
Il successo della “Commedia”
si consolida nel XVI secolo con più di 35
edizioni (tra cui la prima volgare di Aldo
Manuzio del 1502, una prima in lingua
straniera del 1515 stampata a Burgos,
e quella di Giolito de Ferrari del 1555, dove
compare per la prima volta l’aggettivo
“Divina” accanto a Commedia). Dopo
un declino nel XVII secolo con soltanto tre
edizioni (due a Venezia e una a Padova),
dal XVIII secolo si nota un rinnovato
interesse per il Poema sacro con numerose
edizioni, spesso riccamente illustrate;
un fatto che attraverso la consacrazione
del Poema nel XIX secolo (ricordiamo
la Commedia di Flaxman e Doré) raggiunge
il XX secolo, nel quale, tra le numerose
edizioni, si distinguono per l’accuratezza
del commento i testi critici a cura
di Natalino Sapegno e Giorgio Petrocchi.
32
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
IL ’900 E L’ARTE DELLA COMMEDIA
Accanto a “Dante e l’Islam”, una preziosa
esposizione di “Commedie” contemporanee
di arianna calò, margherita dell’utri e beatrice porchera
ell’ambito della mostra Dante
e l’Islam. Incontri di civiltà, nella
attigua Sala Tommaso
Campanella si propone un breve percorso
attraverso esempi illustrati della Divina
Commedia del Novecento, selezionati
da esemplari esclusivi posseduti dalla
nostra Biblioteca.
Ripercorrendo il filone dell’autonomia
iconografica sul testo, già ben evidenziata
in mostra con gli apporti di Flaxman,
Doré e Dalí, sino ai più recenti Antony
De Witt e De Chirico, i testi qui esposti
presentano l’approccio di artisti
contemporanei ad alcuni canti del Poema,
all’interno di una cornice editoriale
esclusiva. Suddivise a illustrare
le tre cantiche, saranno presenti infatti
le edizioni a tiratura limitata stampate
negli anni Novanta per Silvio Berlusconi
Editore, affiancate da sperimentali
N
progetti inediti dell’artista greco Petros
e da un esemplare unico di libro d’artista.
I volumi proposti, stampati su carta
pregiata (Japon e Alcantara), presentano
i canti XII, XIII e XXVI dell’Inferno
e il XXVIII del Purgatorio, per i quali
alla cura della composizione tipografica
del testo si affiancano le interpretazioni
grafiche e pittoriche di Ruggero Savinio,
Piero Leddi, Carla Tolomeo e Pino
Di Silvestro, ciascuno dei quali si cimenta
con il proprio linguaggio stilistico
nell’interpretazione dei temi cardine
del canto.
Il Paradiso è rappresentato
dalla trasposizione artistica del canto XXI
a opera di Petros, tre versioni
complementari di progetti editoriali
mai realizzati. Le origini greche dell’artista
si manifestano nella scelta di proporre
il testo tradotto nella propria lingua;
seguono tavole incise ed elaborati disegni.
L’esemplare pensato per Scheiwiller
integra i precedenti progetti, e li completa
con l’aggiunta di tavole a colori. Chiude
l’esposizione il libro d’artista di Nino
Baldessari, una rivisitazione personale
del canto XXXI del Paradiso
con la trascrizione autografa del testo
e decorazioni in foglia d’oro, esemplare
unico con dedica ad personam.
A far da cornice all’esposizione,
una selezione di 92 curiose illustrazioni
di un autore sconosciuto e probabilmente
rimaste inedite. In tempera su cartoncino,
le immagini dalla forte carica espressiva
abbracciano la quasi totalità dei canti
della Commedia dantesca. I personaggi,
rivisitati in chiave moderna, si stagliano
su sfondi dai colori accesi, che spaziano
dal rosso predominante e violento
dell’Inferno al rasserenante azzurro
del Paradiso.
L’iniziativa arricchisce la mostra
in corso Dante e l’Islam, e offre
l’occasione di esporre per la prima volta
al pubblico opere di pregio custodite nella
nostra Biblioteca.
L’esposizione, inaugurata il primo
dicembre, rimarrà aperta fino al 27 marzo,
dal lunedì al venerdì (orario: 9.3013.00/14.00-18.00, ingresso libero).
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO
I primi incanti dell’anno, “appuntamenti”
che si inseguono dall’Europa agli Stati Uniti
di annette popel pozzo
IL 27 GENNAIO, LONDRA
Asta – Antiquarian Books & Modern
First Editions
www.bloomsburyauctions.com/index
L’asta con 209 lotti contiene tra
l’altro una copia di J.K. Rowling, Harry
Potter and the Philosopher’s Stone.
Il primo romanzo, stampato appena
tredici anni fa, nel 1997, viene offerto
da Bloomsbury Auctions in una prima
edizione, prima tiratura e in
uno dei pochissimi
esemplari in legatura
“hardback” (lotto 49,
stima £4.000-6.000).
DAL 28 AL 30
GENNAIO,
STOCCARDA
Mostra mercato – 50.
Stuttgarter
Antiquariatsmesse
www.antiquare.de
Per questa edizione si riuniscono
a Stoccarda 80 espositori, provenienti
da tutta Europa e dagli Stati Uniti. Tra
gli espositori italiani Lex Antiqua,
Goriziana Libreria Editrice, Perini Libreria
Antiquaria e la Libreria Galleria Solmi.
È disponibile un dettagliato catalogo
on-line: tra i libri offerti dall’Antiquariat
Wolfgang Braecklein di Berlino, una
copia del mitico Sogno di Polifilo nella
traduzione francese a cura di Beroaldo
(Le tableau des riches inventions),
stampata a Parigi nel 1600, ma 1610
(€6.500). Va ricordato che
parallelamente viene anche organizzata
la 25° Antiquaria nella vicina città
di Ludwigsburg, che riunisce una
cinquantina di librai antiquari.
IL 31 GENNAIO, PARIGI
Asta – Livres Anciens et Modernes
www.kahn.auction.fr/FR/index.php
Un’asta soprattutto dedicata
al libro francese dell’Otto e Novecento.
Segnaliamo una bella copia della prima
edizione di Madame Bovary di Gustave
Flaubert (Paris, Michel Levy
Frères, 1857, typographie de
Madame Vve. DondeyDupré, lotto 198, stima
€2.500-3.000).
IL 6 FEBBRAIO,
LOS ANGELES
Asta – Books and
Manuscripts
www.bonhams.com
DALL’11 AL 13
FEBBRAIO, SAN FRANCISCO
Mostra mercato - 44th California
International Antiquarian Book Fair
www.sfbookfair.com
IL 13 FEBBRAIO, MILANO
Mostra mercato – Vecchi Libri in Piazza
www.piazzadiaz.com/
Da quindici anni l’appuntamento
mensile per libri antichi, usati e fuori
commercio sotto i Portici di piazza Diaz.
IL 13 FEBBRAIO,
SAN FRANCISCO
Asta – Fine Books and Manuscripts
www.bonhams.com
In asta la prima edizione
di Elementa geometriae di Euclide
(Venezia, Erhard Ratdolt, 1482, lotto
2004, stima $50.000-70.000, 136 su 138
carte senza la prima carta a1 e l’ultima
carta bianca r8 in legatura remboitage
di pergamena antica). Il lotto 2086
contiene una copia dell’edizione limitata
a soltanto 225 esemplari di Some
German Woodcuts of the Fifteenth
Century, stampata nel 1897 per Sidney
Cockerell e William Morris nella
Kelmscott Press (stima $3.000-5.000).
Presso Bonhams, anche la prima
edizione in prima tiratura (1/500 copie)
dell’importante opera di Edward Gibbon,
The History of the Decline and Fall of the
Roman Empire, Londra, Strahan &
Cadell, 1776-1788, in 6 volumi (lotto
2141, stima $6.000-9.000).
IL 15 FEBBRAIO, PARIGI
Asta - Vente Bibliothèque d’un Amateur
- 3ème Vacation - Éditions Originales
sur Grand Papier
www.alde.fr/FR/index.php
Il catalogo on-line sarà disponibile
circa quindici giorni prima dell’asta.
34
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
IL CATALOGO
DEGLI ANTICHI
a raccogliere i fascicoli singoli (n. 77,
prezzo a richiesta).
Libreria Antiquaria Mediolanum
Via del Carmine 1 – 20121 Milano
www.libreriamediolanum.com
Libri da leggere
per comprare libri
RARI “MANUALI” PER ESSERE
DEGLI OTTIMI COLLEZIONISTI
di annette popel pozzo
SQUISITE RARITÀ SUL ’800
ITALIANO IN PROSA E POESIA
Libreria Antiquaria Mediolanum
Catalogo 36: Ugo Foscolo, Giacomo
Leopardi, Alessandro Manzoni
Pensando alla scarsità
di materiale secondario - soprattutto
recente - sul libro italiano ottocentesco,
l’ultimo catalogo della Libreria
Antiquaria Mediolanum, dedicato
esclusivamente ai maggiori poeti
e prosatori italiani dell’Ottocento, Ugo
Foscolo, Giacomo Leopardi e Alessandro
Manzoni, si rivela utile strumento
di consultazione unendo 86 titoli con
dettagliate descrizioni. Molti dei volumi
nel catalogo sono di grande rarità
e appaiono difficilmente sul mercato:
troviamo per esempio la rara edizione
a sé di La guerra dei topi e delle rane
del giovanissimo Giacomo Leopardi,
stampata a Milano da Antonio
Fortunato Stella dai torchi di Pirotta nel
1816. La traduzione in sesta rima della
Batracomiomachia fu pubblicata
nel numero 65 dello
Spettatore italiano
e straniero, e solo
pochi estratti con
paginazione propria
e copertine
editoriali furono
stampati per l’uso
dell’autore (n. 42,
€6.200 con copertine
editoriali). Anche i primi
versi a stampa di Ugo
Foscolo furono pubblicati
in un periodico: nel catalogo troviamo
un raro set dei primi cinque volumi
della rivista letteraria veneziana Anno
poetico, ossia raccolta annuale di poesie
inedite di autori viventi, 1793-1797, che
nel quarto e quinto volume contiene
contributi in prima edizione di Foscolo
(l’ode La verità sulle pp. 249-254 del
quarto volume è il primo testo poetico
a stampa; n. 1, €8.000). Set completi
della rivista vengono censiti in meno
di dieci biblioteche italiane.
Da segnalare anche la prima edizione
definitiva de I Promessi Sposi del 1840.
La copia offerta è una delle pochissime
censite a dispense contenente
le copertine editoriali e la grande
copertina editoriale destinata
Bernard Quaritch LTD
List 2011/1 Collecting Private and Public
Volumi dedicati ai vari tipi
e metodi di collezionismo si trovano uniti
nel recente catalogo della libreria
antiquaria londinese. Die geöffnete
Raritäten- und Naturalien-Kammer
di Paul Jacob Marperger
(Amburgo, 1704, £1.750)
è uno dei primi
manuali contenenti
precise indicazioni
per la creazione
e manutenzione di
gabinetti di curiosità
o Wunderkammer.
Interessante e censita
in poche biblioteche
italiane l’orazione funebre
Delle lodi di Anton Magliabechi
a cura di Anton Maria Salvini (Firenze,
Guiducci e Franchi, 1715, £1.000)
che contiene anche considerazioni
biografiche sul famoso bibliotecario
e raffinato bibliofilo alla corte dei Medici.
Per testamento lasciò la sua enorme
biblioteca personale, costituita da circa
28.000 volumi al pubblico con lo scopo
di «promuovere gli studi, le virtù, le
scienze, e con quelle la pietà e il bene
universale, a beneficio universale della
città e specialmente ai poveri, chierici
sacerdoti e secolari che non hanno modo
di comprar libri e di poter studiare».
Bernard Quaritch LTD
40 South Audley Street, London W1K2PR
[email protected]
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
IL CATALOGO
DEI MODERNI
Libri da leggere
per comprare libri
di matteo noja
ALLA SCOPERTA DI ROMA,
CAPITALE DELL’EDITORIA
Libreria Ardengo
Roma 1940-1960. Catalogo nove,
dicembre 2010
Hans Tuzzi nella conclusione
di un libro uscito per Sylvestre Bonnard
nel 2003 [Gli strumenti del bibliofilo.
Variazioni su come leggere cataloghi
e bibliografie] si chiedeva che senso ha
collezionare oggi e diceva che la maggior
parte dei collezionisti si muove tra due
poli di attrazione che sono il valore
strumentale del libro, ciò che si riferisce
ai suoi contenuti, e a quello amatoriale,
«quando, per una ragione qualsiasi,
un libro si può considerare in sostanza
un cimelio».
Ma quali sono gli aiuti che può
avere un collezionista nella sua ricerca?
Senza dubbio, le bibliografie e le riviste
storiche, ma se sono fatti come si deve
i cataloghi di vendita dei librai
specializzati sono un aiuto insostituibile.
In questo caso bisogna lodare
il lavoro della libreria Ardengo che ha
voluto raccogliere in questo suo catalogo
le edizioni romane di un ventennio,
dal 1940 al 1960, periodo che fu molto
fecondo per l’editoria della capitale,
ma poco studiato e sempre a segmenti
e non nella sua interezza.
Molti debiti si contraggono
sfogliandone le pagine, perché questo
catalogo sa parlare di un’editoria, povera
perché il periodo non consentiva
ostentazioni di inesistenti ricchezze
e ricca perché tutti i protagonisti, dagli
autori agli illustratori ai tipografi
e editori, mettevano tutta la loro opera
al servizio di un libro che doveva uscire
nel miglior modo possibile. E parla di tutti
gli editori, piccoli e grandi, che hanno
stampato a Roma; non si ferma ai casi
importanti, agli editori che per motivi
bellici si trovavano a Roma a lavorare,
come Rizzoli, Mondadori, Longanesi
ed Einaudi, che comunque alla fine della
guerra riuscirono a stampare libri
importanti. Tra tutti basta citare Giulio
Einaudi che ricordava le continue
e petulanti lamentazioni del bibliofilo
ed esperto antiquario Umberto Saba
di fronte alla carta usata per il suo
Canzoniere (1900-1945) uscito dallo
stabilimento tipografico di Aristide
Staderini, su una carta grigina ben
distante da quella che aveva immaginato
il poeta triestino abituato alle croccanti
carte di incunaboli e cinquecentine.
Dicevamo che il catalogo permette
di conoscere sigle e nomi che adesso poco
ci dicono, ma che pure hanno avuto una
loro importanza e una ragione per
fregiarsi del titolo di editori: A.V.E., L’Ape,
Il Canzoniere, La Capitale, Catapulta,
La Vita, Il Pozzo, Edizioni della Bussola,
Edizioni delle Catacombe, Il Maglio,
La Sibilla, Stella, Tapra e altri. Per molti
di loro, un libro, due al massimo meritano
la citazione, ma tanto basta per darsi
l’obiettivo di salvarne la memoria. Al di là
del fenomeno di costume, vi è un’epoca
e un modo di intendere la cultura che
oggi si è perso e che andrebbe rivalutato.
35
Per esempio, spicca negli anni della
guerra la figura di Federigo Valli e della
sua rivista “Documento”, intorno cui
crebbe e si sviluppò un’attività editoriale
di grande livello. Per questa casa editrice
basterebbe citare la collana, diretta
proprio da Valli, La Margherita, nella
quale comparvero, in edizioni per pochi
fortunati, nel 1944 La Cetonia di Alberto
Moravia [55 copie con acquaforte di Luigi
Bartolini], Forte come un leone di Gianna
Manzini [300 copie con 6 disegni inediti
di Scipione], La nostra anima di Alberto
Savinio [300 copie con 2 litografie dello
stesso autore] e infine, sempre di
Moravia, Agostino [500 copie con due
litografie di Guttuso].
Altro editore che pubblica in quegli
anni, Polin che diventerà famoso per aver
stampato la prima edizione [introvabile,
ma che in questo catalogo è in vendita
a €2.600] di Ladri di biciclette. Romanzo
umoristico del furto e del ritrovamento
d'una bicicletta per tre volte! Di Luigi
Bartolini. Semisconosciuto, Polin, grazie
a questo catalogo, lo scopriamo editore
anche di altri libri, come Piccola città
dell’Ohio di Sherwood Anderson [trad.
Orsola Nemi], o come Giovanna la Pazza
di Michael Prawdin [trad. Francesco
Glaentzer] e pochi altri ancora.
Infine le edizioni La Margherita
animate da Irene Brin [al secolo, prima di
incontrare Leo Longanesi che le cambierà
nome, Maria Vittoria Rossi] e dal marito,
il gallerista, Gaspero del Corso. Edizioni
votate all’arte e ai libri d’artista, sono
presenti nel catalogo con due libri rari e
ricercati: Cronache romane di Orfeo
Tamburi [uscito nel 1944 con 12 sue
litografie] e Gott mit Uns [uscito nel 1945
con 24 tavole dell’artista siciliano e uno
scritto di Antonello Trombadori].
Libreria Ardengo
Via del Pellegrino, 77 - 00186 Roma
tel. 06.68210315 - 334.3759937
www.ardengo.com
38
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
L’intervista d’autore
VITTORIO SGARBI E QUELLE MIGLIAIA
DI LIBRI ACCATASTATI O “DISPERSI”
ffetto da una dromomania
nevrotico-ossessiva che lo rende
incapace di fermarsi in una città
per più di qualche giorno, se non appena
qualche ora, Vittorio Sgarbi
ha assegnato alle sue collezioni lo stesso
destino che ha deciso di infliggere a se
stesso. Quello della dispersione.
I libri e le opere d’arte di Vittorio
Sgarbi sono disseminati in diversi luoghi:
le sue abitazioni temporanee, quella
dei genitori, le case di rappresentanza
nei paesi di cui è - o è stato - sindaco,
gli uffici in cui di volta in volta ricopre
la carica di sottosegretario, assessore
o sovrintendente, gli appartamenti delle
sue amanti e compagne, e poi depositi,
capannoni, soffitte…
Il nucleo principale, però - almeno
per ora - è accatastato nella grande casa
di famiglia a Ro Ferrarese, un massiccio
edificio ottocentesco, con annessa
la farmacia di famiglia in stile
Art Nouveau, che Vittorio Sgarbi
ha trasformato in una gigantesca,
caotica, straordinaria libreria-quadreria
sparpagliata in una dozzina di stanze,
soltanto un paio delle quali riservate alla
cucina e alla camera da letto
dei genitori. Per il resto casa Sgarbi
è una indescrivibile biblioteca-pinacoteca
la cui visita – come sanno tutti coloro
che sono stati trascinati in un tour
guidato, spesso nottetempo – non dura
meno di tre-quattro ore.
Il percorso del museo Sgarbi
in realtà è un labirinto, fuori e dentro sale
traboccanti quadri, statue, incisioni e
tutto quanto è arte, “piccole” opere
A
di luigi mascheroni
e grandi capolavori, dal primo
Rinascimento ai giorni nostri, sovrapposte
e affastellate sopra, sotto, davanti o
dietro parenti e mobili a loro volta zeppi
di saggi, romanzi, cataloghi, plaquette,
cinquecentine, atlanti, dizionari...
Un dipinto di epoca manierista
accanto al ritratto di Bernardo Strozzi,
sovrastanti uno scaffale di volumi
di architettura, lungo una parete
tappezzata di polaroid e ritratti sgarbiani
che conduce a una sala da pranzo
trasformata in gipsoteca, accanto
a una camera da letto affollata di artisti
di scuola emiliana come Alessandro
Tiarini, o genovese come Giocacchino
Assereto, una piantana a muro di poesia
francese nascosta da una Madonna
del Guercino o una tela di Artemisia
Gentileschi sopra un mobiletto di saggi
di critica letteraria, mentre il corridoio
è occupato dai classici del Novecento
italiano e lungo le scale, sotto uno
splendido Mattia Preti, sono impilati
i volumi dello storico Dizionario della
pittura e dei pittori dell’Einaudi
e, prospiciente il letto matrimoniale
di mamma e papà, un pezzo unico come
il busto di San Domenico dell’artista
quattrocentesco Niccolò dell’Arca, dietro
il quale è infilata una rarissima
monografia dell’artista… E si potrebbero
enumerare quasi quattromila opere
e qualche decina di migliaia di libri...
Come fa, se le serve un libro,
a orientarsi in questo caos?
I libri che ho me li ricordo tutti,
ma non riesco mai a trovarli. Nella casa
di Ro ne ho 50-60mila sparsi in diverse
stanze. La maggior parte, però,
è inaccessibile: sono coperti dai quadri,
ammucchiati davanti agli scaffali.
So esattamente che titoli ci sono
dietro le tele, ma non posso prenderli,
dovrei spostare mezza quadreria.
E poi, davanti ai quadri e alle statue,
adesso si sono accumulati altri libri.
Un ordine in fondo c’è,
ma sovrastato dalla quantità di volumi
che si accumulano… è per questo
che nel giardino ho da poco fatto costruire
un capannone nello stesso stile
architettonico della casa e che diventerà
un’ordinatissima biblioteca..
Prima o poi….
E quella di Ro non è l’unico
posto dove tiene i libri...
A Roma ho un’altra piccola
biblioteca, più rapsodica, con poche
migliaia di volumi: cataloghi, romanzi,
ma anche bozze, manoscritti…
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Mi ricordo un’accesa discussione
in cui sosteneva che la sua collezione è
più bella di quella di Federico Zeri…
Forse Zeri aveva più libri, ma la mia
è più importante. Possiedo la quasi
totalità delle fonti di arte antica,
dal De Sculptura di Pomponio Gaurico
del 1504 fino alle opere fondamentali
dell’Ottocento. Si figuri che qualche anno
fa il direttore della National Library
di Washington mi offrì un milione
di dollari solo per questa sezione
della mia collezione.
E cos’ha fatto?
Ci ho pensato un po’, ho calcolato
che con quei soldi azzeravo tutte
le querele che avevo sulle spalle, e me ne
sarebbero rimasti ancora parecchi.
E, dopo tutto, avrei sempre potuto
ricomprarmi le anastatiche. Poi però
mi sono detto: “Le anastatiche? No,
troppo triste”. E così ho lasciato perdere.
Il suo libro più prezioso?
L’Idea dé Pittori, Scultori
et Architetti di Federico Zuccari stampato
a Torino nel 1607. Anche perché dietro
c’è la storia di un acquisto fortunoso.
Ma gliela risparmio… Piuttosto, le regalo
un consiglio: mai lasciarsi scappare
l’occasione davanti a un libro. Questa
storia invece gliela racconto: una volta,
dopo anni di ricerche, sono riuscito
a trovare un’opera bellissima, Ascoli
in prospettiva colle sue più singolari
Pitture, Sculture, e Architetture di Tullio
Lazzari, un interessantissimo poligrafo
settecentesco.
Un volume da sogno
che non avevo mai avuto in mano in vita
mia. Vengo a sapere che lo battono
all’asta, e io ci vado di corsa. Arrivo
e trovo lì, in sala, una ragazza bellissima,
Melania. Insomma, mi distraggo,
e quando la battono non me ne accorgo….
Perso, per sempre.
39
Forse valeva più la ragazza…
Ma cosa dice? Valeva molto di più il
Lazzari. Peccato…
E continua ancora ad andare
alle aste di libri?
No, ho smesso quando mi sono
accorto che costavano più dei quadri.
Lei, però, non si definisce un
bibliofilo... che rapporto ha col libro?
Un rapporto molto rarefatto: sono
strumenti di lavoro, prima di tutto, e ne
accumulo moltissimi perché ogni libro può
avere qualcosa di utile, anche una foto.
Il libro a cui è più affezionato?
Anche se non sono rari, i libretti
tascabili della mitica collana “grigia”
della Bur. E poi ho amato molto,
per la curiosità e la praticità, i libretti
d’arte in sedicesimo di Scheiwiller.
Piccolissimi e bellissimi.
40
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI
Il grande archivio letterario della Statale
di Milano per un vero amante della città
di matteo noja
MARIO SOLDATI A MILANO,
ATTI DAL CONVEGNO ‘APICE’
Sulle colonne del Corriere della
Sera, negli ultimi giorni del 2010 viene
data notizia dell’acquisizione da parte
di Apice di un mannello di lettere
indirizzate a Riccardo Ricciardi.
Apice è un acronimo che vuol dire
“Archivi della Parola dell’Immagine e della
Comunicazione Editoriale”; emanazione
dell’Università Statale di Milano, in una
sede decentrata ma molto funzionale
raccoglie, conserva e valorizza archivi
e carte di importanti case editrici,
intellettuali e scrittori, collezionisti privati,
per facilitare e arricchire gli studi sulla
cultura e l’editoria italiana soprattutto
del secolo scorso. Nata nel 2002 ora
è composta dagli archivi di numerosi
personaggi come Valentino Bompiani,
Antonio Porta, Giovanni e Vanni
Scheiwiller, Giovanni Giudici, Alberto
Vigevano e molti altri.
Tra questi archivi anche quello
dell’editore napoletano Riccardo Ricciardi
[1879-1973], che lavorò da giovane per la
libreria internazionale Marghieri di Napoli
e conobbe numerosi intellettuali
partenopei come il bibliofilo Tammaro
De Marinis, il poeta Salvatore Di Giacomo
e il filosofo Benedetto Croce. Su consiglio
e con l’aiuto di Croce, nel 1907 Ricciardi
aprì la sua casa editrice. Nel 1938
la proprietà venne assunta dal banchiere
Raffaele Mattioli e fu trasferita a Milano.
Nel 2003 la casa editrice fu acquisita
dall’Istituto della Enciclopedia Italiana.
Nell’archivio, pressoché integro,
i documenti inerenti all’attività della casa
editrice dall’inizio della collaborazione tra
Ricciardi e Mattioli, ma anche i volumi
della casa editrice.
Apice comunque non si limita
a conservare gli archivi ma si occupa di
promuovere convegni e dibattiti intorno
ai personaggi e alle carte ospitati nei suoi
scaffali. Poi ne pubblica gli atti presso
le Edizioni di Storia e Letteratura di Roma
in una collana dal titolo “Archivi del
Libro”. Ne sono usciti quattro titoli dal
2008 a oggi e l’ultimo volume,
La scrittura tra arte e vita, Mario Soldati
a Milano, nasce dalla giornata di studio
“Mario Soldati a Milano. Narrativa,
editoria, giornalismo, teatro, cinema”
svoltasi il 22 maggio 2007 all’Università
degli Studi di Milano, per testimoniare
la presenza del suo archivio presso Apice
e per ricordare il centenario dello scrittore
torinese. Il volume raccoglie vari
interventi che riguardano la scelta
di Soldati alla fine degli anni cinquanta
di trasferirsi a Milano nel tentativo
di ridare alla scrittura il posto principale
nella sua molteplice attività, rispetto
al cinema che aveva privilegiato negli
anni precedenti. Milano era stata sempre
per Soldati un luogo amico, spostato
rispetto al tragitto Torino-Roma che
aveva intrapreso per avvicinarsi al mondo
del cinema nel quale voleva lavorare,
ma voluto, fortemente cercato per scelta.
Come lo scrittore ricorda in un’intervista,
gravitava su Milano e ci veniva in vari
modi, in treno, in bicicletta o, addirittura,
a piedi, per scommessa e ci arrivava
sempre affamato, ai tempi in cui cercava
un editore per il suo libro America primo
amore: «A Milano non lo trovai. Ma trovai
cibo e amicizia».
A conquistarlo deve avere
contribuito questo aspetto della
metropoli meneghina, la socialità,
la bontà. Della città e della sua forma
diceva: «è affettuosa, umana. Lo è nel
disegno urbano, con le strade a raggiera
che si dipartono dal centro e altre
concentriche che la sezionano in spicchi
e anelli. Questa struttura rappresenta
un’organizzazione autonoma,
autosufficiente. Nel suo centro ha un
simbolo religioso e un pensiero astratto,
cioè l’autonomia della religione dei rioni,
degli individui che si identifica con un
altro concetto: la dignità degli uomini
liberi. L’ho sempre pensato, è bella Milano,
per il suo carattere di piena umanità».
Gli interventi pubblicati investigano
sui vari aspetti dell’attività e della
presenza di Soldati a Milano, sia a partire
dal suo definitivo trasferimento,
sia anche nei suoi primi passi nel cinema:
fu infatti a Milano che presso l’editore
Corticelli stampò nel 1935, sotto lo
pseudonimo di Franco Pallavera, 24 ore in
uno studio cinematografico. Soprattutto,
anche sulla scorta di quanto emerso
dall’archivio, i vari saggi raccolti cercano
di ricostruire il laboratorio in cui
lo scrittore fa nascere le sue opere,
sia narrative o giornalistiche,
sia cinematografiche. Uno di questi saggi
poi cerca di spiegare perché Soldati
non divenne un autore teatrale.
Bruno Falcetto (a cura di), “Mario
Soldati a Milano. Narrativa, editoria,
giornalismo, teatro, cinema.” Roma,
Edizioni di Storia e Letteratura, 2010,
pagg.156, €28.00
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
ET AB HIC ET AB HOC
A spasso tra gli scaffali della BvS
1911–2011. Cento anni di...
UN PESSIMO CARATTERE.
«Sono tre volte senza casa: come
boemo in Austria, come austriaco tra
i tedeschi e come ebreo in tutto il mondo.
Ovunque un intruso, mai bene accetto».
Così diceva di sé Gustav Mahler morto a
Vienna nel 1911, a cinquantuno anni.
La moglie Alma Schindler, nella sua
autobiografia [D.M. 927.8.MAH], riporta
al servizio degli studiosi, con una forte
e specifica vocazione nei settori della
letteratura italiana, francese e spagnola
moderna e contemporanea, destinata
a crescere e ad arricchirsi nel tempo.
FANTASCIENZA ITALIANA.
di laura mariani conti e matteo noja
LA TENTAZIONE DI ESISTERE.
Molti i nati, molti i morti un secolo
fa, quasi la bilancia del mondo volesse
stare in pari. Tra i tanti muore Antonio
Fogazzaro, cantore dei laghi e delle buone
intenzioni, di vicende toccanti con lacrime
e disastri; tra quelli che non ci si ricorda,
nati in quell’anno, a parte un presidente
americano (Ronald Reagan) e un paio
di scarpette da ballerina in attesa di
un compagno (Ginger Rogers); a parte
un futuro premio nobel per la letteratura
(William Golding) autore di uno dei più
bei libri per la gioventù (Il signore delle
mosche); a parte un grande pittore
italiano come Renato Guttuso; a parte
una grande casa editrice francese come
Gallimard, rimane per qualcuno
l’inconveniente di essere nati. Sicuramente
per il grande pensatore rumeno, Emil
Cioran, nato a Sibiu in Transilvania l’8
aprile 1911 e morto il 20 giugno 1995 a
Parigi (città dove si era recato nel 1937,
unica nel mondo «dove si poteva essere
poveri senza vergogna, senza
complicazioni, senza drammi…
la città ideale per essere un fallito»),
autore di una disperata e impietosa
analisi del mondo contemporaneo,
uscita per frammenti nei suoi libri.
41
alcune frasi del marito a proposito
del suo pessimo carattere: «Uno deve
proprio essere morto, perché la gente
lo lasci vivere?» o «Mi piacciono
le persone che esagerano. Quelli
che minimizzano non mi interessano».
UNITÀ D’ITALIA..
L’unificazione del nostro Paese passa
anche attraverso le pagine dei libri. Oltre
a Pinocchio, anche La scienza in cucina
e l’arte di mangiare bene, ha contribuito
a rendere più vicine regioni che per anni
erano state “nazioni” distinte. Scritto in
bello stile, è tra le prime raccolte moderne
di ricette tradizionali italiane. Lo scrisse
nel 1881 Pellegrino Artusi, nato
a Forlimpopoli, in provincia di Forlì,
nel 1820. Figlio di un mercante, divenne
anch’egli mercante; arricchitosi, si diede
alla letteratura. Scarsa fama
gli procurarono i saggi letterari che
dedicò al Foscolo e al Giusti, mentre
il libro di cucina lo fece conoscere in tutto
il mondo. Morì a Firenze il 30 marzo 1911.
LETTERATURA COME GUIDA.
«In un mondo minacciato, la
letteratura dovrebbe essere una guida,
non un rifugio» [Riflessioni critiche,
Firenze, Sansoni, 1953]
[Master.Vigo.0508]. E così fu per Carlo Bo
(Sestri Levante, 25 gennaio 1911 – 21
luglio 2001), critico e letterato, fondatore
dello IULM.
Seguendo questo pensiero e i suoi
vastissimi interessi, nella sua lunga vita
raccolse quasi 100.000 pubblicazioni.
Il suo desiderio era quello di farne una
biblioteca di ricerca in campo umanistico,
“Per terra e per mare. Avventure
e viaggi illustrati. Scienza popolare e
letture amene diretto dal capitano Emilio
Salgàri”. Agli inizi del Novecento, all’apice
della carriera, il sedentario scrittore
torinese (nato a Verona nel 1862) –
che non si mosse mai dall’Italia – dirige
per l’editore Donath di Genova questa
rivista che, nei racconti fantastici
che propone, anticipa i temi che saranno
alla base della fantascienza italiana
fra le due guerre.
Muore suicida nel 1911 a soli 49 anni,
lasciando in povertà la famiglia
e un commiato ai suoi editori, dove
li accusa di essersi arricchiti alle sue spalle
e che si conclude con: «Vi saluto
spezzando la penna».
“CITTÀ SOSPESA NEL SORRISO”.
Attilio Bertolucci nasce il 18
novembre 1911 a San Prospero, vicino
Parma, città alla quale rimane
profondamente legato per tutta la vita.
Ancora giovane, dirige la collana di poesia
“La Fenice” dell’editore Guanda, che anche
grazie alle sue scelte e alla sua cura,
proponendo sempre il testo originale
a fronte di prestigiose traduzioni, diviene
in poco tempo un modello
che seguiranno anche altri editori.
Nel 1939, pubblica le poesie di García
Lorca nella traduzione di Carlo Bo.
Sempre a Parma, nasce il 17 marzo
del ’41 il figlio, Bernardo, che diventerà
il grande regista che tutti conoscono.
Seppur morto a Roma, il grande
poeta è sepolto a Parma, «città che chiude
la mia vita» [“Il poeta e la sua città”
in La capanna indiana, Firenze, Sansoni,
1951][D.M. 851.91.BER].
42
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
ANDANDO PER MOSTRE
Il fascino di una raccolta privata, esotici
talenti da scoprire e maestri di ogni età
di matteo tosi
GLI ANNI ’8O “IN PITTURA”
SCELTI DA ALESSANDRO GRASSI
i chiama “Collezioni alle Stelline”,
ed è il nuovo ciclo espositivo
pensato dall’omonima fondazione
milanese per far dialogare sontuose
collezioni private d’arte contemporanea
e nobili istituzioni pubbliche, in un
rinnovato circolo virtuoso che sappia
“premiare” e mettere in luce
S
PITTURA EUROPEA
DAGLI ANNI OTTANTA
A OGGI - OPERE
DALLA COLLEZIONE
ALESSANDRO GRASSI
MILANO,
FONDAZIONE STELLINE,
FINO AL 13 GENNAIO 2012
Info: tel. 02.45462411
www.stelline.it
Qui sopra: Enzo Cucchi, Gesù, 1994 A sinistra: Sandro Chia, Sant’Ambrogio, 1997
Sotto: Marco Cingolani, Attentato al Papa, 1989
le insostituibili funzioni mecenatistiche
dei grandi appassionati di arte. «Il suo scrive infatti Pasquale Leccese, curatore
della Collezione, a proposito di Grassi non era un semplice atto di possesso
ma il più delle volte era anche la voglia
di sostenere gli artisti nel loro lavoro.
Prima all’appello, la Collezione
Alessandro Grassi (che, a due anni dalla
scomparsa del suo “creatore” è accolta
in deposito temporaneo fino al 2012
proprio negli spazi dello storico palazzo
milanese), di cui si espone un nucleo di
25 capolavori selezionati sul suggestivo
tema della pittura europea dagli anni
Ottanta a oggi. Contemporaneità
schietta, quindi, se non addirittura
“sperimentazione”, con opere di Stefano
Arienti, John Armleder, Pierpaolo
Calzolari, Sandro Chia, Marco Cingolani,
Enzo Cucchi, Walter Dahn, Marta
Dell'Angelo, Marlene Dumas, Rainer
Fetting, Markus Lupertz, Margherita
Manzelli, Luca Pancrazzi, A.R. Penck
e altri ancora.
Una mostra sorpendentemente
“classica” (nel senso di prettamente
pittorica), ma vivacemente anni Ottanta,
anche vista l’immutabile passione di
Alessandro Grassi per il colore,
soprattutto, acceso, squillante, infuocato.
Tema caratterizzante, quindi, quello
del colore, ma tra le venticinque opere
in questione esiste anche un comune
quanto insospettabile ritorno all’arte
sacra o comunque ispirata all’agiografia
cristiana e alle storie del Vangelo.
Sandro Chia, Enzo Cucchi, Marco
Cingolani e Mimmo Germanà su tutti,
ma quantomeno il ritorno a una certa
spiritualità del gesto e del messaggio al
tempo stesso riesce a far dialogare artisti
anche molto diversi tra loro. Con una
sottile linea rossa formata dal gusto
del collezionista, così come dovrebbe
sempre essere.
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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GLI “ARTISTI-SCIAMANI” ALLA
TERZA BIENNALE DI MALINDI
“GARIBALDI A PALERMO”. IL CAPOLAVORO DI
FATTORI AL CENTRO DEL 150° DI VIAREGGIO
è sempre più Italia nell’ormai
consueto appuntamento
di Malindi con l’arte
contemporanea africana e non solo.
A curare questa terza edizione, infatti,
il “nostro” Achille Bonito Oliva,
e “italiano” è anche l’omaggio rivolto
dalla manifestazione a Pietro Calabrese.
“Safari: artisti e sciamani” è il tema
scelto quest’anno e proposto come fonte
al 22 gennaio al
13 marzo, il Centro Matteucci per
l’Arte Moderna organizza
nella propria sede di Viareggio (Info: tel. 0584
430614; www.centromatteucciartemoderna.it)
una grande mostra costruita attorno a un solo
C’
D
capolavoro: il celebrato
“Garibaldi a Palermo” dipinto da Giovanni Fattori
intono al 1860, quindi
quasi in presa diretta con
l’evento. Il Garibaldi è affiancato in mostra da una
serie di opere di Borrani,
Buonamici, Bechi e dello
stesso Fattori, scaturite
di ispirazione a oltre una quarantina di
artisti, giovani e meno giovani,
provenienti da tutta l’Africa, ma anche
dal resto del mondo.
La mostra (fino al 28 febbraio 2011,
all’African Dada Resort Casuarina)
è quindi un avvincente itinerario
all’interno di diverse realtà creative
dei giorni nostri, cercando di tracciare
al contempo una sorta di summa su
tutte le energie più fresche e innovative
del continente nero.
Partendo proprio dal significato della
parola “safari” - in arabo spostamento,
da una comune cultura
figurativa, nonostante la
varietà degli approcci e
delle istanze degli artisti
di quella generazione.
movimento - il curatore pone l’accento
sul comportamento delle cosiddette
“tribù artistiche” contemporanee,
caratterizzate da una prospettiva transnazionale e multimediale, e costituite da
soggetti il cui processo creativo si basa
su un costante confronto culturale.
“Qui - scrive Achille Bonito Oliva
nel suo saggio in catalogo - sono
raccolti artisti di molte generazioni
che a livello internazionale hanno inciso
non soltanto sul linguaggio ma anche
sulla mentalità degli altri artisti (...) veri
e propri modelli comportamentali
REGGIO EMILIA - UN ECCEZIONALE LIBRO D’ARTISTA
IMPREZIOSISCE I DIPINTI E LE SCULTURE DI THOMAS SCHEIBITZ
a Collezione Maramotti di Reggio
Emilia dal 6 febbraio al 10 aprile presenta
“Il fiume e le sue fonti”,
una mostra di dipinti e
sculture di Thomas
Scheibitz, senza dubbio
uno dei più significativi
artisti tedeschi contemporanei. Il suo eclettico e
mai scontato talento
questa volta si racconta
anche attraverso un prezioso libro d’artista (con
L
un regesto di immagini e
disegni selezionati dall’artista dal proprio archivio iconografico che
costituisce la base sempre
in evoluzione del suo lavoro), ma il fulcro del
percorso espositivo è costituito da tre grandi tele
e da una scultura, dove né
la scultura è un’estensione tridimensionale dell’iconografia del quadro, né
i dipinti ripetono bidimensionalmente la tipologia d’immagini della
scultura.
Info: tel.
0522.382484 - www.
collezionemaramotti.org
di adesione critica al proprio contesto».
Come degli sciamani, insomma, che
attraverso una ritualità fatta di gesti,
segni, suoni e colori, svolgono un ruolo
fondamentale nell'evoluzione della
società di cui fanno parte.
Al di là delle elucubrazioni,
comunque, l’evento è un’ottima
occasione per chi volesse investire
su nuovi volti e nuove realtà d’arte.
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la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
OMAGGIO A FABIO MAURI,
UN SOGNATORE RAZIONALE
MEDHAT SHAFIK ALLE STELLINE: RITORNO
ALLA PITTURA E ALLA MAGIA DELLA CARTA
comparso meno di due anni fa,
Fabio Mauri si impone alla nostra
attenzione di “utopisti” per il suo
costante dialogo artistico con
il mondo e le idee della metafisica.
Non a caso, il grande omaggio che
oggi riceve dalla città di Trieste è inserito
nel ciclo di esposizioni “Dalla Metafisica
all’Arte” che comprende anche
una raffinata retrospettiva dedicata
alla visionaria razionalità di Giorgio
de Chirico, anch’essa alle Scuderie
del Castello di Miramare. L’arte di Mauri
e quella di De Chirico, in realtà,
ono soprattutto
due i motivi di interesse che ci fanno
sottolineare “ArchetipiLe origini del futuro”, la
prima grande personale
milanese di Medhat Shafik, artista egiziano che
vive in Italia da oltre
trent’anni. La sua funzio-
S
S
ne di “ponte” tra la nostra
cultura e quella nordafricana da una parte e il suo
rinnovato interesse per la
carta dall’altro. Dopo un
periodo quasi solo installativo, Shafik torna infatti alla pittura e in particolare a una grande opera in
carta di oltre 20 metri, un
esprimono simili concetti e istanze,
ma si differenziano profondamente
per linguaggi e scelte stilistiche, tanto
da poter apparire addirittura antitetici
a un occhio inesperto.
Tutta la poetica di Mauri, infatti,
di altissimo valore etico ed estetico,
si muove come in un flusso ininterrotto
di immagini che dallo “schermo” della
storia avvolgono lo spettatore. Anche
per questo, le sue prime opere, verso la
fine degli anni ’50, sono tele
monocrome, per lo più bianche, a volte
increspate, chiamate appunto “Schermi”.
importante sfondo scenografico per i suoi tipici
segni rupestri. Alla Fondazione Stelline, fino al
27 febbraio. Info: tel.
02.45462.411
Poi arrivò il periodo delle grandi
installazioni, qui splendidamente
rappresentato dalla recente Rebibbia
(2006), da due opere storiche come
Linguaggio è guerra del 1975, I numeri
malefici del 1978, e dalla elaboratissima
Cina ASIA Nuova, del 1996.
La mostra - Fabio Mauri. Un
sognatore della ragione; fino al 27
febbraio; info: tel. 02.36568129 assume un ulteriore significato
simbolico, tenendosi nella città in cui
si trovava la Risiera di San Sabba, l’unico
lager in Italia ad avere un forno
A BOLOGNA, JUAN CARLOS CECI E FULVIO DI PIAZZA RIBALTANO
LA POETICA DELL’ARCIMBOLDO: LA NATURA CON FORME ANIMALI
Musei di Zoologia e
Anatomia comparata
dell’Università di Bologna si aprono all’arte
contemporanea
per
ospitare l’inedita ricognizione sul rapporto tra
I
pittura e mondo animale
portata avanti da Juan
Carlos Ceci e Fulvio di
Piazza. La mostra (“Fisiologia del paesaggio”,
fino al 27 marzo, info:
tel. 051.2094248) otografa fin da quando era
ragazzina (prima ritrattista e poi interessata alle architetture e agli
spazi abitati), infatti,
guarda alla più schietta
“corporeità” della natura in tutti i suoi aspetti,
fino a creare evidenti
parallelismi tra la fisiologia animale (che diventa “misura” di tutte
le cose) e le forme del
paesaggio, quasi una
sorta di “contrappasso”
rispetto alla pittura dell’Arcimboldo, prossimamente da non perdere a
Milano. Tele, tavole di
legno e grandi fogli di
carta ruvida i supporti
preferiti dei due giovani
artisti.
crematorio, utilizzato prevalentemente
contro prigionieri politici.
La giovinezza di Mauri, infatti,
è stata profondamente segnata dalle
vicende del Fascismo e della Seconda
guerra mondiale, in un Paese dilaniato,
dove molti amici e compagni
scomparvero nel gorgo del conflitto e
dei campi di sterminio.
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: libri illustrati/1
Il “Bestiario” di Apollinaire
in tre diverse interpretazioni
Le differenti letture grafiche di Dufy, Notton e Fabrizio Clerici
CHIARA BONFATTI
G
uillaume Apollinaire nacque nel 1880 a Roma da Angelica - figlia di Apollinaire
Kostrowitzky, ex ufficiale russo divenuto poi dignitario pontificio - e
da Francesco Flugi di Aspermont,
ufficiale borbonico. All’età di sette
anni Guillaume seguì la madre nel
principato di Monaco e due anni dopo giunse in quella che divenne la
patria della sua movimentata esistenza, arricchita da preziose amicizie nel mondo artistico e letterario.
Tra le tante spiccherà quella
con Pablo Picasso che sarà il primo
artista a cui Apollinaire penserà per
il suo Bestiaire, di cui iniziò a contemplare l’idea nel 1906. L’intento
letterario era quello della creazione
di un divertissement per il semplice
desiderio di riesumare con spirito
moderno un genere poetico, didattico e morale, che trovò origine nella
letteratura medievale e protrasse la
propria fortuna fino al Rinascimento. L’interesse di Pablo Picasso per il
progetto del Bestiaire svanì purtroppo assai rapidamente e di tale collaborazione rimase come unica testimonianza un legno in cui Picasso
aveva inciso un pulcino e un’aquila.
Apollinaire, dal canto suo, non
abbandonò il progetto e il primo nu-
Xilografia raffigurante il Leone
(e nella pagina successiva Orfeo)
incise da Raoul Dufy e tratte
da Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée
(Parigi, éditions de la Sirène, 1919)
cleo del suo bestiario, costituito da
18 composizioni poetiche, uscì sulla
rivista La Phalange diretta da Jean
Royère, precisamente nel numero
24 del 15 giugno 1908. Il titolo che
diede il nome a questa prima versione dell’opera fu La Marchande de
quatre saisons ou Le bestiaire mondain e
vi erano raccolti i poemi: La Marchande, La Tortue, Le Cheval, La Chèvre du Thibet, Le Chat, Le Lion, Le
Lièvre, Le Lapin, Le Dromadaire, La
Marchande, La Chenille, La Mouche,
La Pouce, La Marchande, Le Paon, Le
Hibou, Ibis,Le Bœuf. Essi erano poi
accompagnati da quattro note.
Dopo una breve interruzione
del progetto, inframmezzato dalla
pubblicazione di L’Enchanteur pourrissant illustrato da xilografie di André Derain, Apollinaire riprese le redini del suo bestiario e convocò
Raoul Dufy e l’editore Deplanche
per portare a termine la propria impresa. Fortuna volle che Dufy riuscisse a coinvolgere il titubante
editore per poi ritirarsi a Orgeville
in Normandia, nella casa del presidente Beaujon (caro amico dei fauves) e dedicarsi all’incisione dei legni
per le xilografie; al contempo Apollinaire si abbandonò alla stesura di
ulteriori dodici componimenti per il
suo bestiario, aggiungendo Le Serpent, Le Souris, L’Eléphant, La Sauterelle, Le Dauphin, Le Poulpe, La Mèduse, L’Écrevisse, La Carpe, Orphée,
Les Sirènes, La Colombe e nuove note.
Le precedenti intitolazioni de
La Marchande comparse su La Phalange vennero trasformate in Orphée.
Apollinaire concluse la propria opera il 29 agosto 1910, data che compare sulla lettera accompagnatoria agli
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
ultimi versi inviati a Dufy, perché
completasse così le incisioni per la
pubblicazione dell’opera che vide la
luce per la prima volta a Parigi, impressa dai torchi di Deplanche nel
1911, con 39 incisioni, in una tiratura di soli 122 esemplari tutti firmati
dall’Artista.
Pittore e poeta collaborarono
in osmosi alla stesura dell’edizione e
Dufy si preoccupò di armonizzare
l’intensità dei neri con i caratteri tipografici. Nella monografia su
Raoul Dufy a cura di Dora PerezTibi (Rizzoli, 1989) la curatrice parla così delle tavole xilografiche:
«Dufy si attiene nelle sue tavole a
questa perfetta unità cromatica dei
neri e dei bianchi; attento a una ripartizione equilibrata e armoniosa
dei contrasti, attribuisce ai bianchi
un valore primordiale: generare spazi luminosi esaltati da neri profondi.
[…] Così il corpo nudo del personaggio eretto di Orfeo, prima tavola
fuori testo con la quale il Bestiaire si
apre, viene colpito al centro dalla luce, e la plasticità di questa anatomia
giovanile si staglia nitidamente sulla
massa nera striata di bianco, vigorosamente eseguita, del drappeggio affibbiato al suo collo, dalle larghe pieghe gonfiate dal vento» (p. 58-59).
La Fondazione Biblioteca di
via Senato nel proprio fondo di libri
illustrati di pregio del Novecento
raccoglie tre importanti edizioni del
Bestiaire di Guillaume Apollinaire,
testimonianza di tre interpretazioni
iconografiche dei componimenti
del poeta francese. La prima è la seconda edizione dell’opera illustrata
da Raoul Dufy: si tratta infatti di Le
Bestiaire ou Cortège d’Orphée edito a
Parigi nel 1919, éditions de la Sirène,
Bulino raffigurante la tartaruga nella
tiratura in nero inciso da Tavy
Notton e tratto da Le Bestiaire ou
Cortège d’Orphée illustré de burins
originaux par Tavy Notton (Parigi, aux
dépens de l’Artiste, 1962)
di formato ridotto (mm.190x140) rispetto alla prima edizione, composto da 41 carte non numerate e contenente 32 xilografie dell’Artista (ridotte di 2/3 rispetto a quelle della
prima edizione), di cui 30 a piena pagina con breve didascalia, una testatina e un finalino (Monod 335).
L’esemplare posseduto, con
barbe, è conservato nella propria
brossura editoriale in carta gialla
con titoli in nero. Molti anni dopo,
nel 1931, fu pubblicata una suite, limitata a soli 29 esemplari su carta del
Giappone, con due poemi precedentemente rifiutati perché troppo
licenziosi; tale suite contiene 5 xilografie originali in prima tiratura.
Del contributo artistico di Dufy si
parla in una delle altre due edizioni
del Bestiaire, ovvero quella illustrata
da Fabrizio Clerici dove vengono citate le parole dello stesso Apollinaire
47
provenienti da L’intransigent del 28
dicembre 1910 e in cui commenta le
xilografie dell’artista: «Ces bois qui
témoignent d’une grande sûreté de
métier sont traités d’une manière
large où les détails qui ne sont jamais
évités ne deviennent point des minuties. Il faut signaler la curieuse interprétation que Dufy a donnée de la
fabuleuse figure des Sirènes. Comme elles ont disparu en même temps
que le gouffre de Scylla, lors de l’inoubliable catastrophe qui ruina
Messine, on serait en peine de savoir
quelle était, en réalité, leur figure.
Les Grecs en faisaient des oiseaux à
visage et poitrine de femme, pour les
Latins les monstres charmants se
terminaient en queue de poisson,
desinit in piscem; Dufy s’est souvenu de ces deux conceptions, ses Sirènes sont ailées, et leurs corps s’achèvent vifs, ronds et fermes comme
ceux des thons» (Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée, Firenze, edizioni della
Bezuga, 1977).
La seconda edizione del Bestiaire qui descritta fu data alle stampe il 25 dicembre 1918 per i torchi di
Franzier-Soye e una nota dell’Artista a pagina 7 giustifica questa nuova
edizione postuma affermando: «La
rareté de l’édition originale du Bestiaire motive cette réproduction réduite». Ne esiste una tiratura di 50
esemplari su vieux Japon numerati
da 1 a 50 e 1200 esemplari su papier
bouffant numerati da 51 a 1250. La
BvS possiede l’esemplare 708 dei
1200 su papier bouffant.
Raoul Dufy trasse la sua inclinazione per le arti decorative nell’emulazione dell’arte primitiva di Paul
Gauguin, le cui xilografie erano dominate da forti contrasti di bianchi e
neri e da una consistente stilizzazione; Dufy incideva a rilievo su legno
48
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
Da sinistra: Xilografia raffigurante La Sirena incisa da Raoul Dufy; Litografia della brossura anteriore e litografia raffigurante
i rinoceronti incise da Fabrizio Clerici per l’edizione Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée (Firenze, edizioni della Bezuga, 1977)
di filo con sgorbia e coltello, traendo
ispirazione dalla xilografia medievale e dall’iconografia popolare.
Un’altra edizione di pregio
presente in Biblioteca è quella edita
a Parigi nel 1962 a spese dell’Artista
che ne realizzò le tavole, ovvero
Tavy Notton. Di questa edizione si
possiedono due esemplari in diverse
tirature. I volumi di 385x285 mm e
di pagine 142, [14] sono corredati da
33 splendide incisioni al bulino tirate a mano da Manuel Robbe a Parigi:
un frontespizio a doppia pagina con
titolo impresso in rosso, 8 illustrazioni a doppia pagina, 22 a piena pagina e 2 nel testo. Ciascuna acquaforte a doppia pagina è preceduta, al
recto della prima carta, da un ornamento figurativo in beige.
L’edizione presenta inoltre
ampie ed eleganti iniziali impresse
in rosso. La composizione e la stampa tipografica furono interamente
realizzate nell’atelier Daragnès a
Montmartre e completate il 19 novembre 1961. Mise en page e presentazione sono responsabilità delle
edizioni d’arte Les Heures Claires.
La tiratura complessiva dell’edizione è composta da: 1 esemplare
unico su Japon nacré comprendente i
rami e i disegni originali di 2 illustrazioni a doppia pagina, i rami e i disegni originali di 2 illustrazioni a piena
pagina, una suite in bistro e una in
nero, entrambe su Japon nacré, una
suite completa in seta, una suite
completa di tutti gli ornamenti su
Japon nacré, una suite completa di
tutti i buoni per la stampa, una suite
completa di tutti i calchi su cellophane e infine tutti i disegni, bozzetti e le
prove documentarie servite per la
realizzazione degli originali dell’opera; 7 esemplari (numerati 1-7) su
Japon nacré che comprendono invece un rame e un disegno originale di
un’illustrazione a doppia pagina,
una suite in bistro e una in nero su vélin d’Arches e una prova su seta di tre
illustrazioni a doppia pagina e 6 a
piena pagina; 23 esemplari (8-30) su
Japon nacré che includono un rame,
un disegno originale, una suite in bistro e una in nero su vélin d’Arches e
una prova su seta di tre illustrazioni a
doppia pagina e sei a piena pagina;
33 esemplari (31-63) su vélin d’Arches comprendenti una suite su vélin
d’Arches e una prova su seta di due illustrazioni a doppia pagina e quattro
a piena pagina; infine 136 esemplari
su vélin d’Arches numerati 64-199.
Tutti gli esemplari sono stati firmati
in calce al colophon dall’Artista.
Dei due esemplari posseduti di
Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée illustré de burins originaux par Tavy Notton, il primo fa parte della tiratura
più modesta di 136 esemplari su vélin
d’Arches e i fogli sciolti con barbe di
cui si compone sono custoditi entro
brossura avorio con titolo impresso
in rosso, a sua volta racchiusa in chemise e custodia cartonate rivestite in
percallina grigia.
Il secondo esemplare ha come
particolarità quella di non fare parte
della tiratura descritta nel colophon
poiché si tratta nella fattispecie dell’esemplare dell’Artista su vélin
d’Arches accompagnato da una suite
delle 33 tavole in nero, una suite in
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
49
Bulini raffiguranti l’elefante nella tiratura in sanguigna, il dromedario nella tiratura impressa su seta e il leone nella tiratura in
sanguigna, incisi da Tavy Notton e tratti da Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée illustré de burins originaux par Tavy Notton
bistro delle stesse tavole, una tavola
esclusa dall’edizione (che raffigura
un topo), una suite di 9 tavole impresse su seta che consistono nelle
tavole 12 (le dromadaire), 16 (la chenille), 22 (le poulpe), 23 (la méduse),
24 (l’écrevisse), 28 (la colombe), 29
(le paon), 30 (le hibou) e 31 (ibis). I
fogli sciolti con barbe sono raccolti
entro brossura avorio con titolo impresso in rosso e poi custoditi entro
chemise e custodia cartonate e rivestite in seta grigio con tassello in pelle bordeaux e titolo in oro.
Ultima, ma solo per ordine
cronologico, è l’edizione del bestiario di Apollinaire secondo l’interpretazione grafica di Fabrizio Clerici accompagnata da un’introduzione di Alberto Savinio. Le Bestiaire ou
Cortège d’Orphée (Firenze, edizioni
della Bezuga & topolitografia
STIAV, 1977) è un’edizione di grande formato (753 mm di altezza) di 55
[3] pagine e contiene un ritratto litografico di Orfeo in antiporta con la
firma di Fabrizio Clerici e 19 litografie in bianco e nero e a colori delle
quali una raffigurante dei cavalli
estesa su due pagine. Le incisioni,
incluse le testate e i finalini, sono litografie originali dell’artista e le 5
tavole sciolte sono state ottenute
con diretti interventi su matrici precedenti. Le 16 litografie a piena pagina sono state firmate dall’artista.
L’intero corpo delle litografie
è stato stampato a mano da Franco
Pistelli. Siamo dunque di fronte a
un’altra edizione di pregio a tiratura
limitata di cui furono stampati complessivamente 120 esemplari dei
quali 70 (1-70) riservati al commercio e 50 numerati in cifre romane. La
Biblioteca di via Senato possiede un
esemplare non numerato e impresso
su carta Magnani appositamente
fabbricata per l’edizione con la dedica manoscritta dell’Artista al dottor
Marcello Dell’Utri. L’edizione è custodita in una chemise e in una cartella editoriali; entrambi i piatti della
chemise ospitano illustrazioni di Fabrizio Clerici. Gli animali di questo
bestiario realizzati da Clerici sono
nell’ordine: rospi, cavalli, pitone,
aquile, ariete, civetta, struzzi, cavallette, leone, mantide religiosa e
granchi, rinoceronti, chimera, cammelli, gamberi, toro, cobra, tartaruga e gufo e infine altre tartarughe.
Nell’apparato editoriale, la traduzione artistica di Clerici del Bestiaire viene definita «coalescenza
misterica di molteplici antecedenti»,
quasi una predestinazione, un’operazione predisposta dalla provvidenza.
È vero, infatti, che il 1° giugno del
1914 Guillaume Apollinaire testimoniò il suo entusiasmo nei confronti di chi molti anni dopo avrebbe redatto l’introduzione a questa sopraddetta edizione, ovvero Alberto Savinio, che così ci arriva attraverso le parole di Apollinaire impresse sul numero 407 del Mercure de France: «J’ai
été invité par un jeune musicien à entendre de sa musique. C’est un homme bien élevé et plein de talent. Il
s’appelle Albert Savinio et j’ai idée
que l’on entendra de nouveau parler
de lui». E così si chiude il cerchio.
50
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
BvS: dall’Emeroteca
Il fugace genio di Beardsley:
The Yellow Book & The Savoy
Morì giovanissimo, ma riuscì a scandalizzare mezza Inghilterra
ARIANNA CALÒ
The yellow book.
An illustrated quarterly.
Londra; Boston (Londra
& Edinburgo); Elkin Mathews
& John Lane [poi] John Lane:
The Bodley Head; Copeland
& Day (Ballantyne Press);
1894-1897. 13 volumi.
The Savoy. An illustrated
quarterly.
Londra; W. C. Leonard
Smithers, Effingham House
Arundel Street, Strand.; 1896.
8 fascicoli in 3 volumi.
«Y
ellow always possesses
the power to shock»1.
E di fatto, The Yellow
Book fu la pubblicazione che rivestì
di clamore gli anni Novanta dell’Ottocento, e che contribuì a far ricordare l’intero periodo come “il decennio giallo”. Nel cupo conformismo e nell’austera moralità della società vittoriana, il giallo vistoso ed
acceso scelto per le copertine fece
breccia immediata: giallo era stato il
colore delle vesti delle prostitute veneziane e il colore ricorrente in Toulouse-Lautrec, gialla la copertina
del libro che corrompe Dorian Gray
e di molti romanzi francesi, e come
qualsiasi cosa provenisse d’oltrema-
nica, considerato trasgressivo e pruriginoso. Il Punch, altro pungente
settimanale di costume del tempo,
salutò l’uscita del primo volume dello Yellow Book non trascurando di citare il colore della rivista e di mettere
alla berlina i contributi del direttore
artistico Aubrey Beardsley, ma nella
deformazione retorica del componimento satirico il giallo diventava senape, l’intera rivista dipinta come
colpita da itterizia e i disegni infamie
assurde e senza alcun senso. Preceduta e accolta da chiacchiere e stupore, la scandalosa rivista riscosse un
immediato successo, rendendo ne-
cessario all’editore John Lane aumentare le tirature già solo all'uscita
del primo numero. Oltre alle copertine giallo brillante, la più che adeguata stampa di Ballantyne, gli ampi
margini e gli scritti di Max Beerbohm e Baron Corvo aggiunsero un
tocco di novità e uno strappo rispetto
al consueto panorama delle pubblicazioni periodiche coeve: “These
books in some way capture the imagination and are, at least to our eyes,
very much of their time”2.
Eppure, sembrava che le critiche intorno alla “piccola rivista quadrata color limone” non dovessero
cessare: per quanto non mancasse
dei rispettabili e sobri contributi di
autori come Henry James e Arnold
Bennet, le poesie, gli articoli di costume e i brillanti saggi vennero presi di mira e caricaturati perché riverbero dell’allora dilagante dandismo
(“A Defense of Cosmetics” di Max
Beerbohm ne è un ottimo esempio);
tuttavia furono certamente le sfumature viziose e sofisticate delle illustrazioni del giovanissimo Aubrey
Beardsley a galvanizzare lo sdegno
dei critici.
Beardsley si era imposto pochi
anni prima all’impreparata attenzione del pubblico con le illustrazioni
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Copertine a confronto per i primi due
numeri di The Yellow Book, 1894
(pagina precedente) e The Savoy, 1896
per Le Morte Darthur di Sir Thomas
Malory, quattrocentesca opera del
ciclo arturiano ripensata per J. M.
Dent nel 1892, e soprattutto con il
set di immagini a corredo della Salomè di Oscar Wilde, pubblicata in Inghilterra nel febbraio 1894.
Senza alcun precedente riconoscibile, l’iconografia del giovane
illustratore condensava la pittura
preraffaellita di Edward Burne-Jones, il classicismo cinquecentesco, il
decorativismo di William Morris, la
spiritualità delle stampe giapponesi,
risolti nel contrasto cromatico e spaziale tra bianco e nero. Ora, al servizio della nuova rivista, tralasciava le
atmosfere bibliche e medievali per
riprendere la vita del proprio tempo,
soprattutto quella del brulicare notturno intorno ai teatri, ai cafés bohémiens, ai club del West End londinese (tra tutti, il Café Royal in Regent
Street e l’Empire Theatre in Leicester Square), facendo dei suoi disegni lo specchio deformato della società vittoriana.
Impossibili da ricondurre a
una solida scuola o a una tecnica riconosciuta nell’arte, i lavori di
Beardsley scatenarono una congerie
di reazioni non sempre favorevoli:
alcune vignette vennero considerate
oscene a causa di qualche perturbante nudità e la Westminster Gazette,
dopo aver notato le sue illustrazioni
sul primo numero dello Yellow Book,
auspicò un atto del Parlamento che
ne rendesse illegale la pubblicazione. Ma l’accusa di immoralità non
scalfì l’impassibilità dell’illustratore
e al risentimento si sostituì la burla:
sul terzo numero della rivista apparvero altre due opere di artisti fino ad
allora sconosciuti, un busto di Mantegna di Philip Broughton e un ritratto di una dama francese di Albert
Foschter.
Lontani dallo stile di Beardsley, i due disegni impressionarono
favorevolmente i recensori, che, come raccontava Max Beerbohm al
New Yorker,3 consigliarono a Beardsley di studiarli a fondo e trarne insegnamento; Beardsley “was greatly
amused and delighted”, avendo lui
stesso realizzato entrambi i ritratti,
nonché inventato i nomi dei due artisti inesistenti.
Gli anni allo Yellow Book segnano l’apice nella carriera di Beardsley:
divenuto ben presto ricco, scelse
un’elegante casa decorata in nero e
arancione a Pimlico e assunse sempre più i tratti del dandy, vestendo
con eleganza ricercata e non rinunciando al vezzo del bastone.
Fino a quando un evento fortuito segnò la rapida discesa della
china: il 5 aprile del 1895 Oscar Wilde venne arrestato per oltraggio alla
51
morale e condannato a due anni di
lavori forzati. I giornali titolarono
che, al momento dell’arresto, Wilde
aveva raccolto dal tavolo i suoi preziosi guanti scamosciati e una piccola
rivista gialla, certamente lo Yellow
Book; in realtà si trattava di un romanzo francese con la brossura dello
stesso colore, ma il fatto diventava
un ottimo pretesto per legare le due
figure dell’oltraggio antivittoriano
di quegli anni.
Il clamore dei giornali coinvolse anche la gente comune, come un
segnale per liberare un’ondata di
rancore conformista. Gli uffici della
Bodley Head, in cui si preparava e si
stampava la rivista, furono presi a
sassate e l’immediata conseguenza fu
l’espulsione di Aubrey Beardsley, sostituito poi da Patten Wilson. Tuttavia, dopo il quarto numero lo Yellow
Book decadde: privato dell’innovazione del suo direttore artistico e sotto la costante minaccia di ritorsioni
popolari, il periodico cambiò linea
editoriale, fino a rasentare l’indifferenza dei critici e del pubblico.
Beardsley ne era stato la principale risorsa; la fine della sua collaborazione spense certo i clamori ma anche il riverbero della rivista, per
quanto continuasse ad essere pubblicata, pur debole, sino al tredicesimo
numero. Beardsley fu costretto a lasciare Londra; vendette la sua casa di
Pimlico e trascorse un lungo periodo
all’estero. Ma una volta rientrato a
Londra venne ingaggiato da un nuovo editore, Leonard Smithers, figura
al contempo bizzarra e ambigua, ben
noto per la pubblicazione di erotica e
letteratura d’avanguardia. Con
Beardsley, e con l’appoggio del poeta
Arthur Symons, lanciò una nuova rivista, The Savoy, che già nel manifesto si presentava molto più radicale e
52
antiborghese rispetto agli Yellow
Book; tra i collaboratori spiccavano,
oltre a William B. Yeats e Max Beerbohm, giovani illustratori (Charles
Conder, Charles Shannon), e poeti e
scrittori del calibro di Bernard Shaw
e Joseph Conrad. The Savoy apparve
nel 1896 contando soli otto numeri
(gennaio – dicembre), e fu lo stesso
Beardsley a sceglierne il nome – preso dall’omonimo albergo di lusso
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
londinese – come marca di modernità e opulenza. Di formato più ampio
(in 4to), era venduta per poco più di
due scellini, la metà del prezzo degli
Yellow Book.
Se Beardsley considerava l’ampollosa direzione di John Lane agli
Yellow Book forse un po’ restrittiva,
Leonard Smithers spianava la strada
per una più completa maturazione
stilistica dell’illustratore. Le coper-
tine di Beardsley, inizialmente stampate su carta rosa, manifestano ora
una notevole riscoperta del rococò
francese del ’700 e in particolar modo della leggerezza bucolica di JeanAntoine Watteau, che l’artista conobbe attraverso superbe riproduzioni di incisori francesi del tempo.
Nel primo numero dell’effimera rivista apparve The Abbè, tradizionalmente considerato l’autori-
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Sopra da sinistra: immagine per la traduzione del Carmen CI di Catullo e
frontespizio per The Comedy of The Rhinegold dal Savoy; the Comedy Ballet of
Marionettes dallo Yellow Book. Nella pagina accanto: “il taglio del ricciolo”, The
Abbè Fanfreluche e una scena da Venere and Tannhäuser
tratto ironico di Beardsley nel suo
ruolo di dandy (“abbé” in francese è
l’omofono delle iniziali dell’artista);
in realtà l’illustrazione rientra nella
serie predisposta come corredo a Venere and Tannhäuser, romanzo romantico scritto di suo pugno e pubblicato a puntate sulla rivista.
Nel suo immaginario, la letteratura scavalcava paradossalmente
in importanza l’illustrazione: il suo
racconto, pubblicato solo nel 1907 e
in pochissime copie con titolo Under
the Hill, è di fatto la scommessa dell’artista per l’immortalità letteraria,
ottenuta ricavandosi una piccola nicchia nella storia della letteratura tardo-ottocentesca. Nel solco dell’ossessione verso il diciottesimo secolo,
Beardsley illustra The Rape of the Lock
(Il rapimento del ricciolo), satira rococò di Alexander Pope del 1712, continuando la propria ricerca sul chiaroscuro e il tratteggio finemente sfumato, fornendone un saggio nelle
pagine del Savoy. Ma nella rivista
trovarono spazio anche altri progetti
sperimentali di Beardsley, tra cui i disegni per The Comedy of the Rhinegold,
rimasta inedita, riadattamenti, altri
scritti e traduzioni. Eppure, era ancora il pensiero del lavoro per gli Yellow Book a tormentare in quegli anni
l’illustratore; e di fatto, è proprio la
rivista gialla a rimanere incastonata
nell’immaginario decadente. Il giallo ha il potere di scioccare, si diceva, e
probabilmente lo ha fatto molto più
NOTE
1
Lewis, The 20th Century Book, New
York, Van Nostrand Reinhold Company,
1967.
2
Ibidem.
Behrman, Conversation with Max,
in The New Yorker, 13 febbraio 1960.
4
Bourdon, Beardsley back in bloom
again, in Life, 24 febbraio 1967.
3
53
del polveroso rosa cosmetico delle
prime copertine del Savoy.
Pochi mesi dopo, nel maggio
1896, una forte emorragia polmonare: Beardsley soffriva sin da piccolo
“il mal sottile”, e questo attacco
avrebbe segnato la fase finale dell’avanzata della tubercolosi. Ciò nonostante, resistette eroicamente alla
malattia, portando a termine un altro grande lavoro: le illustrazioni per
la Lysistrata di Aristofane.
Incapace di disegnare, nel
1897 intraprese il suo ultimo viaggio
verso Mentone, dove morì, a 25 anni. «Lavorava con una specie di coraggio furioso, e un grado di forza ed
entusiasmo che è dato solo all’uomo
disperato. Sapeva di non avere tempo da perdere. All’età in cui un comune genio annaspa ancora nella ricerca del metodo, egli era l’infallibile
maestro del proprio».4
Altri riferimenti
- www. noveporte.it/ildandy
- Duccio Dogheria in Charta n.94,
2007
- Simon Wilson in Illustration
Magazine n.14, 2007
54
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
BvS: rarità per bibliofili
Cinque secoli di nuptialia
e alcune prestigiose principes
Scritti “per nozze”, edizioni di pregio come dono agli sposi
BEATRICE PORCHERA
C
on il termine nuptialia si
identifica un vero e proprio
genere letterario, purtroppo
ancora poco conosciuto e studiato,1
che nel corso dei secoli ha assunto
svariate forme ed è stato caratterizzato dai più diversi contenuti. Si tratta di testi pubblicati in occasione di
nozze, doni da offrire in omaggio
agli sposi o ai loro parenti e amici.
Gli scritti “per nozze” affondano le loro radici nell’antichità classica, greca e latina, dove si distinguevano due tipi di canti: l’epitalamio,
serenata tenuta presso la stanza nuziale la sera della festa di nozze o la
mattina dopo, e l’imeneo, carme che
si cantava in coro durante il corteo di
accompagnamento della sposa alla
casa del futuro marito.
Scrissero testi per nozze anche
autori cristiani come Sidonio Apollinare (430 ca.-486), vescovo di Alvernia, e Teodolfo (760-821), vescovo di
Orléans, che, pur nel rispetto degli
schemi propri del genere, operarono
una cristianizzazione dei contenuti.
Per buona parte del Medioevo,
però, questo interessante modo di
celebrare l’unione di due sposi sembrò cadere nell’oblio e fu solo con
l’avvento della stampa che il genere
trovò nuovo vigore.
Il più antico incunabolo per
nozze conosciuto venne stampato a
Padova da Matthaeus Cerdonis nel
1484, in occasione del matrimonio
di Sigismondo d’Asburgo e Caterina
di Sassonia. A partire da questa data
la produzione di nuptialia cominciò
via via a intensificarsi, costituendosi
come un fenomeno quasi esclusivaRitratto calcografico degli sposi
Giovanni Lambertini e Lucrezia
Savorgnan
mente italiano. Nel corso dei secoli
variarono però sia i contenuti, sia le
tipologie, sia i destinatari di questi
scritti.
Nel Cinquecento i testi, redatti spesso in latino, traevano la propria fonte d’ispirazione direttamente dagli sposi o dall’evento nuziale.
Nel Sei-Settecento, soprattutto in occasione di matrimoni principeschi, ci si orientò verso la descrizione della festa nuziale, affiancando
al testo splendide incisioni, oppure si
offrirono in dono agli sposi raccolte
poetiche di vari autori, talvolta voluminose e oggetto di accese polemiche.
Tra i nuptialia settecenteschi
conservati presso la Biblioteca di via
Senato ricordiamo ad esempio I riti
nuziali degli antichi romani, per le nozze di Sua Eccellenza Don Giovanni
Lambertini con Sua Eccellenza Donna
Lucrezia Savorgnan, editi a Bologna
da Lelio dalla Volpe nel 1762; i Componimenti poetici per le faustissime nozze di sue eccellenze il sig. Ridolfo del
S.R.I. Co. Colloredo […] e la signora
Claudia Contessa Maniago, pubblicati
a Venezia da Antonio Zatta nel 1765;
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Le feste d’Apollo, celebrate sul teatro di
corte nell’agosto del 1769 per le auguste
seguite nozze tra il Reale Infante Don
Ferdinando e la R. Arciduchessa Infanta
Maria Amalia, stampate a Parma da
Giambattista Bodoni nel 1769; le Rime festive in applauso delle faustissime
nozze di sue eccellenze il N.H. signor
conte Antonio Savorgnano e la nobil
donna la signora Marina Tiepolo, uscite dai torchi della stamperia Albrizziana di Venezia nel 1777.
A partire dall’Ottocento quest’usanza, che fino ad allora aveva
rappresentato una tradizione per lo
più aristocratica, cominciò ad attirare l’emergente borghesia, che poco a
poco se ne impossessò. Gli scritti
contenuti nei libretti per nozze presentarono sempre meno legami con
l’evento nuziale in sé, spesso trasformato in semplice pretesto per una
nuova pubblicazione. Nei nuptialia
ottocenteschi, infatti, oltre alle tradizionali offerte poetiche, troviamo
testi classici, traduzioni letterarie,
dissertazioni accademiche, saggi
scientifici, studi storici e artistici.
Opuscoli per nozze continuarono a essere stampati anche nel Novecento, ma si trasformarono sempre più in un fenomeno di nicchia legato a quegli ambienti che ancora
consideravano una pubblicazione un
dono prezioso, degno ricordo tangibile di un giorno memorabile.
Numerosi sono i nuptialia che
trovano posto sugli scaffali della nostra Biblioteca, libri il cui valore risiede di volta in volta nei nomi dei
dedicatarii dell’opera, nelle raffinate
incisioni, nella tiratura estremamente limitata oppure nel testo che è in
essi custodito. Tra questi ultimi si annoverano quegli opuscoli che, a di-
Frontespizio delle Lettere di L. Annèo
Seneca (...), Venezia, Carlo Palese, 1802
spetto della loro spesso esile apparenza, sono delle vere e proprie editiones principes.
A Venezia venne pubblicato da
Giovanni Battista Bonfadino alla fine del 1589, recante però la data del
1590, Il pastor fido tragicomedia pastorale di Battista Guarini, dedicata al
ser.mo d. Carlo Emanuele duca di Savoia [...] nelle reali nozze di S.A. con la
ser.ma infante d. Caterina d’Austria.
Battista Guarini (1538-1612) iniziò
la stesura dell’opera, destinata a una
straordinaria fortuna critica e letteraria, nel 1580. Fallite nel 1584 le
trattative per l’allestimento di una
messinscena del Pastor fido in occasione delle nozze del duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga con Eleonora de’ Medici a causa dell’incompiutezza dell’opera stessa, l’autore decise di dedicare il proprio lavoro a Carlo Emanuele I, duca di Savoia, in occasione del suo matrimonio con Caterina d’Austria. Con il probabile
scopo di ingraziarsi il principe, Guarini presentò lo scritto come destina-
55
to al Savoia fin dall’origine. Le nozze
vennero celebrate l’11 marzo 1585,
mentre la princeps dell’opera a esse
consacrata fu stampata solo cinque
anni più tardi.
Nel 1792 uscì dai torchi della
Stamperia Penada di Padova il Legato di un padre a sue figlie del sig. Gregory
tradotto dall’inglese in occasione delle
faustissime nozze del N.H.f. Lorenzo
Sangiantoffetti e della N.D. Lucrezia
Nani. Questa pubblicazione, curata
da Francesco Fanzago (1764-1836),
nobile e illustre medico padovano, e
tirata in poche copie, rappresenta
con tutta probabilità la prima traduzione italiana del noto testo inglese
Father’s legacy to his daughters di John
Gregory (1724-1773).
A Venezia Carlo Palese stampò nel 1802 le Lettere di L. Annéo Seneca recate in italiano dal commendatore Annibal Caro e per la prima volta
pubblicate nelle nozze Michiel e
Pisani. L’edizione, curata da Angelo
Dalmistro (1754-1839) che sottoscrive la dedica, contiene 11 lettere
dell’autore latino tradotte da Annibal Caro (1507-1566) e fino ad allora rimaste inedite. Al recto della carta bianca aggiunta prima del frontespizio nella copia conservata
presso la nostra Biblioteca si legge
l’annotazione manoscritta: «Uno
dei pochi esemplari in anglica carta
azzurrognola fatti imprimere con
vignette dall’Ab. Daniele Francesconi, da cui l’abbiamo avuto in dono. Rarissimo è perciò, non trovandosi per danari nemmeno in carta
comune». Le vignette calcografiche furono incise da Raphael Morghen (1758-1833) e Francesco Novelli (1767-1836), alcune su disegno di Francesco Algarotti (1712-
56
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
Motera.
Nel 1840 dai torchi romani di
Salviucci uscirono Le rime di Vittoria Colonna corrette su i testi a penna e
pubblicate con la vita della medesima
dal cavaliere Pietro Ercole Visconti.
Prima edizione critica dell’opera
della poetessa, contenente 26 componimenti inediti, il volume venne
distribuito agli invitati alle nozze di
Alessandro Torlonia con Teresa
Colonna, tenutesi il 16 luglio 1840.
Il dono fu stampato su una carta
speciale la cui filigrana riproduceva
gli stemmi delle due famiglie, i nomi degli sposi e la data del matrimonio.
Nelle bene augurate nozze del signor Giorgio Mori colla egregia donzella Ida Milani è invece il titolo dato all’opuscolo stampato dalla Tipografia Nistri di Pisa nel 1874
contenente una rara prima edizione di una lettera di Giacomo Leopardi (1798-1837) al fratello Carlo,
datata 11 febbraio 1823, «la sera di
Carnevale».
1764).
Nel 1812 Giambattista Bodoni
pubblicò a Parma i Versi inediti di Torquato Tasso. Il curatore Bartolomeo
Borghesi (1781-1860), epigrafista
noto soprattutto per aver posto le
basi scientifiche della disciplina numismatica, dedicò l’edizione a Giulio Perticari (1779-1822) in occasione delle sue nozze con Costanza
Monti (1792-1840), figlia di Vincenzo. L’opuscolo contiene un’egloga e
tre sonetti, l’ultimo e il penultimo
dei quali sarebbero stati scritti, in ba-
se a quanto affermato da Borghesi
nella dedicatoria, non da Torquato,
al quale alcuni studiosi li attribuivano, ma dal padre Bernardo Tasso. In
questo caso il dono di nozze divenne
addirittura spunto per una disamina
filologica.
Nel 1836 Giuseppe Fodratti
stampò a Torino le Lettere di Ugo Foscolo a Giuseppe Grassi pubblicate per la
prima volta in occasione delle felici nozze
dell’ill.mo signor Cavaliere Giuseppe
Viarana di Monasterolo con la nobile
damigella Enrichetta Valfrè di Bonzo e
Per le nozze di Umberto II di
Savoia e Maria del Belgio, celebrate l’8 gennaio 1930, la Bottega Danesi di Roma pubblicò, originariamente a fogli sciolti, l’Adunata del
Costume Nazionale, VII gennaio, Roma. L’opera contiene una xilografia
a piena pagina di Giulio Aristide
Sartorio (1860-1932), un’appassionata introduzione futurista di Filippo Tommaso Marinetti (18791954), «Italia, donna bellissima
uscita dalla vasca caldazzurra del
Mediterraneo […]», una partitura
musicale di Pietro Mascagni (18631945), Fanfara delle diciotto Regioni
d’Italia, e il Corteo dei costumi d’Italia, descrizione del corteo dei co-
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
57
Nella pagina accanto: frontespizio xilografico inciso da Tullio Aristide Sartorio
per l’Adunata del Costume Nazionale, Roma, Bottega Danesi, 1930.
Sopra da sinistra: incipit delle Rime di Vittoria Colonna (...), Roma, Salviucci,
1840, con ritratto della poetessa. Frontespizio del libretto per nozze Satura di
Eugenio Montale, Verona, Officina Bodoni, 1962. Stemma Torlonia-Colonna
impresso al piatto anteriore della legatura delle Rime di Vittoria Colonna (...)
stumi regionali italiani che sfilò per
le vie di Roma. Anche in questo caso si tratta di un esemplare davvero
molto raro.
Presso l’Officina Bodoni di
Verona uscì nel 1962 Satura di Eugenio Montale (1896-1981), libretto tirato in 150 esemplari per le
nozze di Gabriele Crespi e Alessandra Fagiuoli, celebrate a Formia il
22 dicembre dello stesso anno. La
nota posta a chiusura del volume
spiega: «All’infuori di Minstrels,
che fu pubblicata con altro titolo
nella prima edizione degli Ossi di
seppia e sparve nelle stampe successive, queste vecchie e nuove poesie
[A galla, Nel vuoto, Botta e risposta e
Ventaglio per S. F.] erano finora inedite». L’opera montaliana intitolata Satura, che riprese quindi il titolo dato all’opuscolo per nozze, ven-
NOTE
1
Tra i principali repertori ricordiamo: O.
PINTO, Nuptialia. Saggio di bibliografia di
scritti italiani pubblicati per nozze dal 1484
al 1799, Firenze, Olschki, 1971 e Per le faustissime nozze. Nuptialia della Biblioteca
Braidense, 1494-1850, a cura di L. Di Dome-
nico, Cremona, Linograf, 2003. Segnalo
inoltre il catalogo informatico dei nuptialia
posseduti dalla Biblioteca Statale Isontina,
redatto da Eva Mosenghini e consultabile
on line al sito www.isontina.librari.beniculturali.it.
ne pubblicata presso Mondadori
solo nove anni più tardi, nel 1971.
I testi fin qui trattati rappresentano solo una piccola parte degli
scritti “per nozze” conservati presso la Biblioteca di via Senato. Tra
questi meriterebbero in modo particolare un ulteriore approfondimento i raffinati nuptialia illustrati
settecenteschi, alcuni dei quali
stampati dal noto tipografo Giambattista Bodoni.
58
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
BvS: libri illustrati/2
Le “favolose” edizioni Rizzardi
tra volgare e dialetto
Incisioni contemporanee per antiche favole in infinite traduzioni
MARGHERITA DELL’UTRI
N
el 1971 Rizzardo e Loredana Rizzardi trasformano la
loro bottega in una galleria
d’arte particolare: disegni e spesso
sculture d’arte contemporanea di
grandi artisti venivano accostati a
pezzi d’antiquariato di alta qualità.
Nel 1986 vengono inaugurate
le “Edizioni Rizzardi arte e cultura
(1986-1996)”. Le prime plaquettes
sono state stampate in piccole stamperie artigianali. I primi libri, in particolare, sono stati licenziati dai tor-
chi di Luigi Maestri, uno dei più
grandi tipografi milanesi, e successivamente da quelli di Alessandro Zanella di Verona.
I caratteri principali delle
Edizioni Rizzardi sono una rigorosa ricerca letteraria e testuale; l’opera grafica, numerata e firmata da
un importante artista contemporaneo; il rigore tipografico; la stampa
in torchio e l’impiego di carte di
puro cotone.
Oggi i “libri d’artista” editi da
Sotto da sinistra: acquaforte di Mimmo Paladino; acquaforte di Luigi Ontani
Rizzardi, si trovano in numerose importanti collezioni pubbliche e private, italiane e straniere, e sono stati
esposti in diverse mostre, come al
Moma di New York nel 1992-93.
Nel dicembre 1997, però, i coniugi Rizzardi decidono di mettere la
parola “fine” al loro lavoro.
Nel fondo di edizioni moderne di pregio nella Sala Campanella
della Biblioteca di Via Senato, si trovano i cinque volumi, in 4°, della
collezione “Le favole esopiane nei
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
testi della tradizione”, composti in
carattere Bembo e impressi al torchio da Alessandro Zanella su carta
Hahnemühle in 150 esemplari numerati; tranne il quinto volume che
non supera le 100 copie, di cui 85 in
numeri arabi e 15 in numeri romani.
In alto da sinistra: acquaforte di
Ernesto Tatafiore, acquaforte di
Enzo Cucchi. A sinistra: acquaforte
di Mario Schifano
AESOPUS (ca 620-560 a. C.)
I. “Il lupo e l’agnello”.
Acquaforte di Mimmo Paladino e
prefazione di Alberto Moravia, 1987.
Pp. 48. Esemplare N. 69.
II. “La cicala e la formica
& La mosca e la formica”.
Acquaforte di Luigi Ontani
e prefazione di Dario Del Corno,
1988.
Pp. 58. Esemplare N. 79.
III. “Il topo di campagna
e il topo di città”.
Acquaforte di Ernesto Tatafiore
e prefazione di Giuseppe Pontiggia,
1991.
Pp. 56. Esemplare N. 68.
IV. “Il lupo e la gru”.
Acquaforte di Enzo Cucchi
e prefazione di Francesco Leonetti,
1992.
Pp. 52. Esemplare N. 94.
V. “Il leone e il topo”.
59
Acquaforte di Mario Schifano
e prefazione di Tomaso Kemeny,
1995.
Pp. 52. Esemplare N. XI/XV.
Ciascun volume contiene gli
originali greci e latini della favola e
una serie scelta di traduzioni e rielaborazioni in varie lingue di altri paesi
(inglese, francese, tedesco, portoghese..). Vi sono anche alcune versioni in dialetti italiani.
Questa collana nasce appunto
dall’idea di mettere a confronto le diverse traduzioni e versioni dei principali testi di lingua tratti da manoscritti medievali italiani dei secoli XVIII e
XIX. Si tratta di un itinerario letterario che permette di cogliere l’evoluzione e le trasformazioni delle favole
da Esopo a Fedro a Francesco Del
Tuppo a La Fontaine a Trilussa. Il
percorso continua fino a giungere a
una nuova scrittura di un autore contemporaneo, come ad esempio nel
secondo volume “La cicala e la formica & La mosca e la formica” dove troviamo due nuove versioni di Antonio
Porta e Francesco Leonetti.
Scrittori a cui è stata chiesta una
traduzione inventiva. L’intento è
quindi di ripresentare la grande tradizione delle favole esopiane in forma adatta al lettore di oggi.
Di particolare fascino sono le
illustrazioni che adornano le pagine,
eseguite dai più importanti artisti
contemporanei che completano il
testo con l’armonia della composizione grafica.
Infine, arricchiscono l’edizione i vari commenti che l’editore ha
affidato a scrittori come Moravia e
Pontiggia o a storici della letteratura
greca come Dario Del Corno, recentemente scomparso.
L’impegno di Med
6.000 spot gr
iaset per il sociale
atuiti all’anno
6.000
i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con
Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale.
Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti
no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività.
250
i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa.
Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno,
utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare
l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale.
3
società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite
nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione,
realizzazione e promozione di eventi per la raccolta
fondi da destinare a progetti di interesse collettivo.
62
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
63
Da l’Erasmo: pagine scelte
Da Shakespeare a Joyce:
acrobati al limite estremo
Cosa non avrebbero fatto con un computer
SERGIO PEROSA
L’
acrobazia della parola c’è
già nello Shakespeare maturo, col suo linguaggio come percorso da una corrente elettrica che manda in corto circuito e brucia il verso. «O, my oblivion is a very
Antony», il mio oblio è tale e quale
Antonio, lamenta Cleopatra, che rievoca i suoi «salad days, / When I
was green in judgment», i suoi verdi
anni – si può solo dire in italiano –
quand’era acerba di giudizio, e alla
fine, immaginandosi messa in scena
dagli elisabettiani, dovrà vedere
«Some squeaking Cleopatra boy my
greatness», un ragazzo squittente
svilirne la grandezza: attori imberbi,
si sa, recitavano le parti di donna, ma
Shakespeare del comune sostantivo
boy fa un verbo, e l’acrobazia non è da
poco (Antony and Cleopatra, I, iii, 90,
v, 73-75; V, ii, 219).
Altrove lo fa intensificando la
semplicità dell’enunciato e lo scarto
fra alto e basso: il «Never, never, never, never, never» – cinque ripetizioni per un perfetto pentametro giamLewis Carroll, Alice nel paese delle
meraviglie, Silvio Berlusconi Editore,
Milano 1993: illustrazione di
Giovanni Grasso Fravega
bico – dello straziato Re Lear, seguito dal celebre «Ti prego, slacciami il
bottone» (V, iii, 310; analogamente
il «Domani, e domani, e domani /
Che a piccoli passi di giorno in giorno striscia / Verso l’ultima sillaba del
tempo stabilito» dello sconfitto
Macbeth, V, v, 19-21).
Shakespeare scrive quando
l’inglese moderno, grazie e attorno a
lui, è in prorompente formazione e
crescita. Quando la lingua è ormai al
culmine della maturità, al suo più roboante e stipato, quasi sfatta, ossia
nel tardo Ottocento vittoriano, l’acrobazia verbale si fa cosciente e ricercata, quasi per negare l’ordine
verbale costituito, per rompere la
troppa logica o sicurezza e sicumera.
SERGIO PEROSA, professore emerito
di Letteratura angloamericana
all’Università Ca’ Foscari di Venezia,
ha iniziato la sua “carriera
pubblicistica” con alcuni saggi
dedicati a F.S. Fitzgerald.
Appassionato di lirica e dei relativi
“libretti”, ne curò molti, oltre a
un’infinita serie di antologie poetiche
(di cui, spesso, fu anche traduttore) e
saggi critici o brevi novelle.
Gli esempi più probanti sono
nel nonsense, e aprono la via ai ‘tightrope walkers’, agli equilibristi e ai
funamboli che nel Modernismo si
eserciteranno senza rete sul filo teso
della parola: ma distinguendo bene.
Il maestro, Edward Lear, gioca col
senso, col doppio senso e la mancanza di senso delle situazioni, ma in riferimento o contro-riferimento al
reale. Il ritornello di “The Jumblies”: «In mare sono andati in un setaccio», ha una sua contro-logica;
«Tutto il mondo lo sa, mi concedi, /
Che i Ciottli [Pobbles, per Pebbles] son
più felici senza dita dei piedi» (Nonsense Songs) prelude a Lewis Carroll,
nel quale però l’acrobazia della parola tende a creare un proprio senso
autonomo, totalmente scisso dal riferimento al reale.
In Alice nel paese delle meraviglie
siamo a mezza strada. La PseudoTartaruga (Mock-Turtle: capitolo 9)
spiega che a scuola s’insegna Reeling
and Writhing (per ‘Leggere e Scrivere’), Aritmetica – con le quattro operazioni: Ambizione, Distrazione,
Stoltificazione e Derisione –, Scoria, Mareografia, Disdegno, Frattura su Tela, Laughing and Grief (per
Latin and Greek), e così via; tant’è
64
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
Lewis Carroll, Nel Paese delle Meraviglie illustrato da Arturo Rackham, ediz. itaIiana, Istituto Italiano d’Arti Grafiche
Editore, Bergamo [1907]: frontespizio; e “La finta tartaruga e la sua storia”, p. 117
che «si chiamano lezioni perché di
giorno in giorno si lesionano» (la
traduzione delle ‘storpiature’ ammette svariate possibilità).
Ma poi Carroll inventa l’uso
protratto delle portmanteau words,
delle parole-baule – due in una, una
infilata o incastrata nell’altra, come
nel caso del celebre Snark, fatto di
snake (o snail: serpe o chiocciola) +
shark (squalo) – per trarne un significato al quadrato, secondo la formula
matematica, potremmo dire, del (a +
b)2 che dà come risultato a2 + b2 ma
anche un ulteriore, inaspettato 2ab.
Nei libri canonici ce ne sono esempi
isolati; esse dominano invece nelle
parodie e nelle filastrocche inventate, dove Carroll si sbizzarrisce nella
creazione puramente verbale.
All’inizio di Attraverso lo specchio, il celebre “Jabberwocky”:
“Ciarlestroniana”, traduce Masolino D’Amico (a sinistra), “Il Lanciavicchio”, traduce Guido Almansi (a
destra):
Era brillosto e i tospi agiluti
Facean girelli nella civa:
Tutti i paprussi erano mélacri,
Ed il trugòn strinava.
Era la brilla, e i fanghilosi tavi
Ghiravano e ghimblavano nel biava.
Mensi e procervi erano i borogavi,
E il momico rattio superiava1.
Qui si direbbe che l’acrobazia
mira non tanto alla creazione di un
nonsense (che pur c’è, eccome), quanto ad esprimere un ultrasenso – ultrasenso, come si parla di ultrasuoni.
Quanto al poemetto The Hunting of the Snark, come si può dar la
caccia a questo Squallo o Snualo, comunque lo si voglia rendere? «Lo
cerchi coi ditali – e lo cerchi con cura; / Lo insegui con speranza e forchetta; / Con azioni ferroviarie gli
metti paura; / Lo lusinghi con sorrisi
e saponetta» (Terzo Spasimo: strofa
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Lewis Carroll, Aventures d’Alice au Pays des merveilles, Macmillan and Co, Londra 1869, prima ediz. francese:
frontespizio, e illustrazione di Henri Bué
variamente ripresa altrove). La caccia sarà però inconcludente, perché
occorre dire che lo snark non è quel
che è, e com’è venuto svanisce, nel
bel mezzo delle parole?
Carroll scherzava, o restava a
metà fra serio e faceto. Ma su quella
strada, James Joyce fa sul serio. Con
lui si ha il compimento assoluto dell’acrobazia della parola: il funambolo non cammina neppure sulla corda
tesa, si libra nel vuoto senza rete, sostenendosi solo e soltanto sulla parola che evoca, crea, determina il
proprio significato e il proprio mondo sospesi.
In Ulysses, scritto in tutti i modi
e le forme possibili di scrittura, l’episodio 14 (“Le mandrie del sole”) rifà
e ripercorre tutti gli stili attraverso
cui si è sviluppata la letteratura inglese, esaurendone il cammino: ma
più che acrobazia, è virtuosismo. In
Finnegans Wake si ha invece l’acrobazia della parola al limite estremo –
come si parla di sci o alpinismo estremo. Il testo diventa un vero e proprio viaggio al termine della parola:
«Je suis au bout de l’anglais», aveva
detto Joyce.
Le parole-baule diventano
struttura portante e sostanza continua del libro: rimboccamaniche e
scilinguagnolo, mascherattore e
lucciolanterna, messerscalzone e alfabettegolo, e sono migliaia e migliaia, usate come aveva anticipato
Carroll, ma per creare un idioma totalmente inventato, una miscela di
quasi ogni lingua conosciuta, basato
sull’inglese. In questo meandertale,
un racconto per meandri che risale
al Neanderthal, ciascuna di esse ingloba una gamma estesa e riverberante di significati, scatena un’infilata di echi, riflessi, richiami, riferimenti, potenzialità di discorso, caricandosi d’un compito onnicomprensivo e onnipotente: ma alla fine
puramente auto-referenziale.
Quando Joyce ne tradusse in
66
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
James Joyce, in Pomes Penyeach
(Poemetto da un soldo),
Castiglioni e Corubolo,
Verona 1991: illustrazione di Valerio
Adami. Milano, Biblioteca
di via Senato.
italiano con Nino Frank alcuni
frammenti,
sorprendentemente
semplificò di molto i riferimenti locali e culturali: oggi si recuperano e si
mantengono. Ecco come suonano in
due soli spizzichi di versioni queste
acrobazie al limite estremo della parola («Latinami ciò, laureata di Cuneo, da ling ua aveta in gargarigliano», aveva previsto Joyce). L’inizio:
filafiume, dopo da Eva e
Adamo, da giro di riva a curva
di baia, ci riconduci per un
vico giambattistamente
comodo di ricirculazione al
Chestello di Howth e
dintorni [versione di Anthony
Burgess, 1975];
fluidofiume, passato Eva e
Adamo, da spiaggia sinuosa a
baia biancheggiante, conduci
con un più commodus vicus
di ricircolo di nuovo a Howth
Castle Edintorni [versione di
Luigi Schenoni, 1982].
NOTE
1
Devo dare il testo inglese di questa prima
strofa, scritta esclusivamente con parolebaule: «’Twas brillig, and the slithy toves / Did
gyre and gimble in the wabe: / All mimsy were
the borogoves, / And the mome raths outgrabe”. Carroll spiegava che brillig è da to bryl o
broil (arrostire), slithy da slimy (viscoso) e lithe
(liscio), gyre da giaour (cane), gimble da gimlet
(succhiello), wabe da to swab (strofinare) o
soak (inzuppare), mimsy equivarrebbe a mimserable o miserable, borogove al nome d’un
pappagallo estinto, mome a solemn, rath a
una tartaruga, outgrabe sarebbe dall’antico
to grike ecc. Spiegazioni analoghe dà Humpty
Dumpty nel capitolo 6, dove risulta evidente il
tentativo di mirare a un ‘significato’ che crea
se stesso. – La traduzione di D’Amico è del
1978; molto diversa era quella del 1971, “Il
Ciarlestrone”.
Quanto alle cavalline di Napoleone (jinnies) che si trasformano
in tentatrici nel parco, così Schenoni: «Le ginnette si stanno smaltubando le unghie e le ginnette si
stanno raccorviando i capelli e al
Willindone gli è venuto l’orazione» (con quel che segue). Gianni
Celati si era a sua volta scatenato
nel 1972 in una travolgente ricreazione in dialetto-gergo: «Le pute
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
67
Si scosse e con un lungo sospiro: «Questa è
veramente curiosa!» esclamò; acquerello
di Arthur Rackham, in Lewis Carroll,
Nel Paese delle Meraviglie ecc., Istituto
Italiano d’Arti Grafiche Editore,
Bergamo [1907]: p. 124
one se fraschegia la manega otra se
strapegia cavei ch’al allontan sedreza il bandon» (con quel che segue). Si capisce di che si tratta – ma
anche che lo scrivere è diventato il
proprio stesso oggetto, anzi, è diventato la cosa stessa.
Il fatto è che di questo passo o
di questo modo si va avanti e indietro (come vuole Joyce) per 628 fitte
pagine. Questo tipo di acrobazia
della parola, allora, vale ed esalta
per brevi tratti il frammento, l’illuminazione improvvisa, il salto, il
gioco mentale o verbale che provoca. Ma sotto tale tensione auto-indotta il linguaggio implode ed
esplode. È come se l’acrobazia fosse infinita; come quei saltimbanchi
che fanno piroette e saltano sempre
più su verso l’alto, non si fermano
più, sempre più su, piroetta su piroetta, verso il cielo, l’infinito, il
vuoto – fino ad esplodere dove non
li vediamo più. Vengono i brividi a
pensare cosa avrebbe fatto Joyce
con un computer.
Bibliografia
È incredibile il numero di versioni e rifacimenti di questi testi, in quasi ogni lingua
(compreso il latino), e più volte al loro interno, quasi provocassero emulazione, e a conferma che mentre l’originale è fissato nel
tempo, caratteristica della traduzione è proprio la sua continua – ma non infinita – variabilità. Per il lettore italiano, fra le tante versioni di Alice: Masolino D’Amico (Longanesi,
1971, l’utilissima Annotated Alice), Tommaso
Giglio (BUR, 1978), Ranieri Carano, Giuliana
Pozzo, Guido Almansi e Camillo Pennati (Einaudi, 1978), Aldo Busi (Mondadori, 1982),
Alessandro Serpieri (Marsilio, 2002); Humpty
Dumpty nella traduzione di Antonin Artaud,
Guido Almansi e Giuliana Pozzo (Einaudi,
1993, Serie trilingue); La caccia allo Snark di
Roberto Sanesi (SE, 1989), di Lucio Mazzi
(Moby Dick, 1992), e La caccia allo Snualo di
Milli Graff (Studio Tesi, 1985). Per Joyce, Finnegans Wake, H.C.E. (Mondadori, 1982) e Finnegans Wake. Libro Primo, V-VII, versione di
Luigi Schenoni; Anna Livia Plurabelle, nella
traduzione franc. di Samuel Beckett e altri,
versione italiana di James Joyce e Nino Frank,
versione integrale di Luigi Schenoni, con un
saggio di M.R. Bollettieri Bosinelli, introduzione di Umberto Eco (Einaudi, 1966, Serie
trilingue).
68
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
BvS: nuove schede
Recenti acquisizioni della
Biblioteca di via Senato
Dalla Storia del Guicciardini alla “bibbia” dell’architettura veneta
Arianna Calò, Giacomo
Corvaglia, Margherita Dell’Utri,
Annette Popel Pozzo
e Beatrice Porchera
[Anonimo].
Riforma del carnevale. Novella
giapponese. Venezia nel secolo XVIII per
il Graziosi. Venezia, Graziosi, nel secolo XVIII [ca. 1750].
Prima e unica edizione di questa divertente satira sulla Filosofia
dell’Illuminismo, in cui si immagina
d’introdurre in Giappone riforme
politiche durante la festa del Carnevale, qui diffuso dalla Compagnia
Olandese delle Indie Orientali.
Quest’ultima viene posta a capo di
un lungo corteo carnascialesco, seguita da numerosi scrittori illuminati e filosofi, incluse due matrone travestite da “filosofia morale” e “religione rivelata”. L’Illuminismo italiano è ben rappresentato, così come le
altre scuole del tempo: deisti, naturalisti, idealisti e materialisti. Tra le
personalità di spicco: Spinoza, Newton, Hobbes, Voltaire, Hume, d’Alembert, Helvetius e Diderot. Matematici e scienziati, armati di telescopi e microscopi, affiancano medici,
storici, teologi e massoni, folleggiando per tre giorni. L’opera si conclude con il sonetto sui piaceri del
letto dopo gli eccessi del carnevale.
Alighieri, Dante (1265-1321).
La Divina Commedia di Dante
Alighieri già ridotta a miglior lezione
dagli Accademici della Crusca ed ora accuratamente emendata, ed accresciuta
di varie lezioni tratte da un antichissimo
codice. 4 voll. Livorno, Tommaso
Masi e Comp.°, 1806-1807; 1813.
Edizione dedicata a sua Maestà
Maria Luisa, Infanta di Spagna e Regina Reggente d’Etruria. Curata da
Gaetano Poggiali (1753-1814), bibliofilo ed editore livornese, che si
servì delle lezioni tratte da un antico
codice in suo possesso per completare il testo approvato dagli Accademici della Crusca nel 1595. Questo codice, noto come Il codice dei Commenti alla Commedia, denominato Poggiali-Vernon e in seguito GinoriConti, è oggi conservato presso la
Biblioteca Centrale di Firenze.
Fiske, I, p. 13-14; Berio, 93;
Mambelli, 94; Colomb de Batines, I,
pp. 128-129; Brunet, II, 506. Gamba, 400.
Argelati, Filippo (1685-1755).
Biblioteca degli volgarizzatori, o
sia Notizia dall’opere volgarizzate
d’autori, che scrissero in lingue morte
prima del secolo XV. Opera postuma del
segretario Filippo Argelati bolognese tomi IV. coll’addizioni, e correzioni di Angel Teodoro Villa milanese, comprese
nella parte II. del tomo IV. 5 voll. Milano, Federico Agnelli, 1767.
Prima edizione, pubblicata postuma, a cura di Angelo Teodoro Villa (1723-1794) di questa imponente
bibliografia. Assieme a Paitoni la bibliografia più importante di testi
greci e latini in volgare, ancora di
consultazione e rara.
Doni, Anton Francesco (15131574).
Attavanta. Villa di M. Anton
Francesco Doni fiorentino. Tratta dall’autografo conservato nel Museo Correr di Venezia. Firenze, Felice Le
Monnier, 1857.
Prima edizione della rarissima
operetta del Doni sulla maniera di
progettare le ville antiche, pubblicata in occasione delle nozze di Ferdinando Rosada e Marina Giacomuzzi. Il soggetto dello scritto è il modo
che si conviene tenere nel fabbricare, disporre e ornare le ville, ed è di-
gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
viso in cinque capi, cioè: Villa civile,
da signore; di spasso, da cittadino;
di ricreazione, da mercante; di risparmio, da artegiano; e dell’utile, da
contadino.
Du Chesne, André (15841640);
Historiae Normannorum scriptores antiqui, res ab illis per Galliam,
Angliam, Apuliam, Capuae principatum, Siciliam, & Orientem gestas explicantes, ab anno Christi 838. Ad annum
1220. Insertae sunt monasteriorum
fundationes variae, series episcoporum
ac abbatum: genealogiae regum, ducum, comitum, & nobilium: plurima
denique alia vetera, tam ad profanam
quam ad sacram illorum temporum historiam pertinentia. Ex mss. codd. omnia fere nunc primum edidit Andreas
Duchesnius Turonensis. Parigi, Sébastien Cramoisy & Nicolas Buon &
Robert Foüet, 1619.
Prima edizione. Storia dei
Normanni e delle loro conquiste in
Europa, elaborata da un eminente
storico e geografo francese (soprannominato “father of French history”); Du Chesne studiò prima a Loudun e poi a Parigi, dedicandosi alla
geografia e alla storia. La sua prima
opera fu Egregiarum seu Selectarum
Lectionum et Antiquitatum Liber
(1602). Successivamente, attraverso
l’influenza del Cardinale Richelieu,
fu nominato storiografo e geografo
del Re. Nonostante la prefazione descriva una pubblicazione prevista in
tre volumi, solamente questo primo
fu realmente stampato; il quale comprende, tra le altre, l’edizione delle
Historiae ecclesiasticae di Orderico Vitale e le Gesta Stephani Regis anglorum, et ducis normanno rum.
Goussault, Jacques, (1679-94).
I consigli di un padre a suoi figliuoli sopra diversi stati della vita del signor abate Goussault consigliere del
parlamento tradotti dal franzese con aggiunta in fine di cento massime morali, e
cristiane. Bologna, Lelio dalla Volpe,
1739.
I “Consigli” di Goussault furono molto apprezzati tra la nobiltà
nell’Europa preilluministica che, dal
Cortegiano di Castiglione in poi, impartiva ai propri rampolli l’arte di
soggiornare a corte compiacendo il
Principe. La presente edizione, non
censita da ICCU, presenta rispetto a
quella del 1722, un’aggiunta di “cento massime morali e cristiane”.
Guicciardini,
Francesco
(1483-1540).
I quattro ultimi libri dell’historie
d’Italia di M. Francesco Guicciardini
gentil’huomo fiorentino. Nuovamente
con somma diligenza ristampati, & ricorretti, con l’aggiunta de’ sommarij a
ciascadun libro, & di molte annotationi
in margine delle cose più notabili; di M.
Papirio Picedi. Con una nuova tavola
copiosissima del medesimo, per maggiore
comodità de’ lettori. Parma, Seth Viotti, 1564.
Prima edizione degli ultimi
quattro libri a cura di Papirio Picedi
(1528-1614). La prima edizione dei
venti libri, fu pubblicata da Giolito
De Ferrari a Venezia nel 1567.
Lombroso, Cesare (18361909); Bianchi, Leonardo (18481927).
Misdea e la nuova scuola penale.
Con 4 figure nel testo. L’ignoranza dei
fenomeni epilettici, sì frequente nel foro,
è causa di molti omicidi giudiziari.
Krafft-Ebing. Roma-Torino-Firenze, Fratelli Bocca (Tip. e Lit. Camilla e Bertolero), 1884.
69
Prima edizione rara e ricercata
che segna una tappa importante nella storia dell’antropologia criminale:
Lombroso per primo comprende la
necessità dell’istituzione del manicomio criminale. Con la nuova scuola penale si è voluto «porre a dimostrazione che esiste una classe di uomini chiamati delinquenti-nati, che
riproduce, grazie a malattie congenite, i caratteri anatomici e psichici
dell’uomo primitivo, dell’uomo selvaggio». Narra di Salvatore Misdea,
militare calabrese che in un raptus
epilettico aveva ucciso otto commilitoni in una caserma napoletana.
Machiavelli, Niccolò (14691527).
I sette libri dell’arte della guerra
di Niccolò Macchiavelli cittadino e secretario fiorentino. Cosmopoli [i.e. Venezia], [s.n.] [i.e. Giambattista Pasquali], 1769.
Copia appartenuta al conte comasco Giambattista Giovio del sesto
tomo su otto delle Opere di Niccolò
Machiavelli edite a Venezia da Giovambattista Pasquali. Bertelli-Innocenti, Bibliografia machiavelliana, pp.
CX e 167: «Il 1768 è l’anno dell’ingresso nelle edizioni machiavelliane
del celebre libraio veneziano Giovambattista Pasquali (l’editore di
Muratori, di Giannone, di Goldoni).
Primo ad apparire per i suoi tipi fu Il
principe, con le note di Amelot de la
Houssaye e la confutazione di Federico il Grande. Ma l’anno seguente il
piano editoriale divenne più ambizioso: tutto Machiavelli, in una serie
di otto volumi in ottavo, con frontespizi distinti. A chiusura dell’impresa, evidentemente come ultimo volume, anche se in nessuno è presente
una numerazione di serie, veniva ricomposto con caratteri e fregi iden-
70
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
tici agli altri sette volumi del 1769,
ma differenti dalla stampa dell’anno
avanti, Il principe. Solo la presenza, in
esso, del piano generale dell’edizione, legava tra loro gli otto volumi».
Machiavelli, Niccolò (14691527).
Tutte le opere di Nicolo Machiavelli cittadino et secretario fiorentino, divise in V. parti, et di nuovo con somma accuratezza ristampate. 1550. 5 parti in 1
volume. sl [i.e. Ginevra], [nessun editore] [i.e. Aubert, Pietro o Chouet,
Pietro], 1550 [i.e. 1635-1636].
Questa edizione è una delle
edizioni dette “della Testina”, clandestine e antidatate fittiziamente al
1550 per via della messa all’indice
dell’opera di Machiavelli da parte di
Paolo IV Carafa nel 1559. Sono dovute al libraio londinese John Wolfe
(tra il 1584 e il 1588), oppure realizzate a Ginevra nella prima metà del
’600. Bertelli-Innocenti 205a.
Mascardi, Agostino (15911640); Cantini, Angelo (sec. XVII);
Cebes Thebanus.
Discorsi morali di Agostino Mascardi su la tavola di Cebete Tebano. Venezia, Girolamo Pelagallo, e Antonio Pinelli, 1627.
Prima edizione contenente un
frontespizio inciso su rame con una
scena di carattere mitologico. Il nome del correttore, Angelo Cantini,
figura in fine. La “Tavola di Cebete”
è «une allégorie, dont le but est de
préconiser la Moderation et la Patience, car le Mal est inévitable dans
la vie» (cfr. Caillet, I, 330). L’opera,
dedicata dall’autore al cardinale
Maurizio di Savoia, contiene 40 discorsi, divisi in quattro parti.
Mazarin, Jules (1602-1661; an-
che Mazzarino, Giulio); Panzirolo,
Giovanni Giacomo, cardinale;
Saint-Bonnet, Jean de, comte de Toiras (1585-1636); Servien, monsieur
de; Galasso, barone di.
Ricevimento de gli ostaggi che fa la
Santità di nostro signore Urbano VIII.
per l’essecutione della pace d’Italia. Roma, Stamperia Camerale, 1631.
Il testo contenente lo stemma
di papa Urbano VIII sul frontespizio,
riguarda il trattato di pace di Cherasco, siglato il 7 aprile 1631 da parte di
Vittorio Amedeo I di Savoia, Giulio
Mazzarino (legato papale) e dai rappresentanti del Sacro Romano Impero, di Mantova e di Spagna. La pace poneva fine alla guerra per la successione nel ducato di Mantova, cui
era annesso anche il Monferrato, riconoscendo a Carlo di Nevers e Rethel la signoria sul ducato di Mantova
e al duca di Savoia le località monferrine di Trino e Alba, con relativi territori e pertinenze.
Münter, Friedrich (1761-1830)
Viaggio in Sicilia di Federico
Münter tradotto dal tedesco con note ed
illustrazioni dal tenente colonnello d’artiglieria Cav. D. Francesco Peranni.
Prima versione italiana coll’aggiunta
del Viaggio all’Etna fatto da Lazzaro
Spallanzani. Milano, Lorenzo Sonzogno, 1831.
Prima edizione italiana a cura
di Francesco Peranni (1767-1833),
di quest’opera originariamente pubblicata in dialetto danese (Kopenaghen, 1790). L’autore, massone di
una loggia dell’Ordine della Stretta
Osservanza, si era trattenuto in Sicilia a cavallo degli anni 1785 e 1786
per estendere la struttura segreta di
cui faceva parte. In fine al secondo tomo, il Viaggio all’Etna fatto da Lazzaro
Spallanzani nel 1788.
Romagnosi, Gian Domenico
(1761-1835).
Discorso di Giandomenico Romagnosi professore di Diritto Civile nella
Reale Università di Pavia sulla questione Quale sia il governo più adatto a perfezionare la legislazione civile. Milano,
Agnello Nobile, 1807.
Prima rara edizione, censita in
poche biblioteche italiane. Importante saggio di Romagnosi che sollevò un vivace dibattito tra gli intellettuali italiani: riprendendo le idee di
Vico, il giurista ipotizza che la monarchia illuminata sia la forma di governo più consona alla produzione di
un codice di leggi eque e moderne.
Temanza, Tommaso (1705-89)
Vite dei più celebri architetti, e
scultori veneziani che fiorirono nel secolo
decimosesto, scritte da Tommaso Temanza architetto ed ingegnere della Sereniss.
Repubblica di Venezia. Venezia, Carlo
Palese, 1778.
Prima edizione con notizie
biografiche di 22 artisti veneziani,
noti e minori, tra cui Francesco Colonna, Frà Giocondo, i Lombardo,
Bartolomeo Buono, Guglielmo Bergamasco, Giovan Maria Falconetto, i
Sanmicheli, Jacopo Sansovino, Andrea Palladio, Vincenzo Scamozzi, e
Antonio da Ponte. Il testo è un indispensabile fonte per gli studiosi di
storia dell’architettura veneta. Dedica grande spazio al Polifilo considerandolo uno dei più grandi architetti
rinascimentali alla stregua del Palladio, e testimonia di aver utilizzato
l’Hypnerotomachia per il progetto
della Chiesa della Maddalena (1763).
Si può ricordare che la Chiesa della
Maddalena, a pianta centrale, costituisce il massimo esempio dell’architettura neo-classica a Venezia, tutta
costruita su rapporti “armonici”.
la Biblioteca di via Senato
la Biblioteca di via Senato
Milano
mensile
Milano
anno II
n.3 – marzo 2010
Pasolini: l’affaire
“Petrolio”,
e una mostra
di scatti e libri
Luigi Mascheroni
e Matteo Tosi
Dopo 30 anni ,
una nuova bio
di Malaparte?
Giordano Bruno Guerri
I furti di
Napoleone
esposti al Louvre
Chiara Bonfatti
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Barri la casella se intende rinunciare a queste opportunità
72
la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011
La pagina dei lettori
Bibliofilia a chiare lettere
“Dante e l’Islam”, tanti apprezzamenti e un lecito dubbio
di cultura e la capacità di fondere
armoniosamente tradizioni
e saperi diversi. Omaggio che
crediamo si trasferisca di rimando
anche alla nostra cultura tutta,
che è sempre stata “vincente”
proprio perché non ha mai avuto
paura di confrontarsi con l’altro
né di valutarne realmente valori
e valore. Senza, per questo,
farsene “schiacciare”.
Ho visto che nella rivista c’è
una pagina in cui si chiede di versare
20 euro per riceverla tutto l’anno
a casa. Non mi sembra una grande
cifra, ma pur volendo aderire trovo
che il sistema per farlo sia davvero
complicato! Non potreste trovare una
maniera più semplice?
Gianni Rocchitelli
Lei ha perfettamente ragione.
Ne parliamo infatti
nell’Editoriale. Per il prossimo
numero speriamo di indicare
un’altra formula più accessibile.
Oltre a visitare la mostra
“Dante e l’Islam”, ho avuto
Ho scoperto questa rivista
durante le ultime vacanze, venendo
a Milano e passando a visitare
la mostra “Dante e l’Islam”.
Vi faccio i complimenti per entrambe,
la mostra è autorevole, ma non
noiosa; bella l’idea degli schermi.
Ma mi chiedo se, in un certo senso,
questo non significhi deprezzare
un po’ Dante e la nostra tradizione,
in favore di una cultura che, ancora,
si dimostra ostile all’Occidente.
Gennaro De Vecchi
Grazie per i complimenti,
intanto. E per il riconoscere la
bontà del lavoro fatto nel pensare
e organizzare la mostra, pur
dichiarandosi non convinto
della sua “opportunità”. Detto
che il tema del progetto era
proprio quello di mettere in luce
Se volete scrivere:
[email protected]
Tutti i numeri sono scaricabili
in formato pdf dal sito
www.bibliotecadiviasenato.it
la possibilità di fruttuosi rapporti
culturali, anche durante conflitti
più o meno palese tra la nostra
civiltà e quella islamica, questa
“rilettura” della Commedia non
intende sminuire in nessun modo
né il genio né l’ispirazione
danteschi. Anzi, semmai,
celebrare ancora una volta il
Poeta e la grandezza del suo stile,
sottolineandone l’alto grado
il piacere di assistere alla conferenza
della professoressa D’Arcais sugli
influssi islamici riscontrabili
nell’arte del nostro Medioevo. Tema
di cui ero più che a conoscenza, vista
la manifesta evidenza riscontrabile
in infiniti edifici del nostro sud.
Ma l’approfondimento sulla pittura
di alcuni maestri italiani fino al
’400 è stato davvero sorprendente.
Su tutto, quei dettagli di Gentile
da Fabriano, con i mantelli ornati
da ricami sinuosi che, in realtà,
erano frasi in arabo, scritte
correttamente. Che mercanti,
missionari e viaggiatori lo sapessero
parlare è scontato, ma il fatto
che un pittore “di corte” sapesse
scriverlo - quando quasi nessuno
scriveva nemmeno la propria lingua
-, manifesta un’inopinabile
vicinanza dei due “ambienti
culturali”.
Angiolina Castiglioni
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