la Biblioteca di via Senato mensile, anno iii Milano Miti e chimere: la marca tipografica nel ’500 italiano n.1 – gennaio 2011 ARCHIVIO DE MICHELI Scosse di “Corrente” tra poesia e arti visive ILLUSTRATI Le tre facce del bestiario di Apollinaire EMEROTECA Beardsley, “The Yellow Book” e “The Savoy” RARITÀ Cinque secoli di “nuptialia” in “principes” UTOPIA INDAGANDO IL MISTERO DEL “POLIFILO” la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO III – N.1/19 – MILANO, GENNAIO 2011 Sommario 4 BvS: Utopia, prìncipi e princìpi IL MISTERO CHE AVVOLGE L’UTOPIA DEL “POLIFILO” di Gianluca Montinaro 12 BvS: l’Archivio De Micheli SCOSSE DI “CORRENTE” TRA POESIA E ARTI VISIVE di Matteo Noja 18 BvS: “Dante e l’Islam” PARLO ARABO? SÌ, DALLA SCIENZA AGLI SCACCHI di Monica Colombo 24 BvS: Fondo Antico LA MARCA TIPOGRAFICA NEL ’500 ITALIANO di Annette Popel Pozzo 29 IN SEDICESIMO - Le rubriche “DANTE E L’ISLAM”, DANTE IN CAMPANELLA, ASTE, RECENSIONI, CATALOGHI, L’INTERVISTA D’AUTORE, LE MOSTRE 45 BvS: libri illustrati/1 IL BESTIARIO DI APOLLINAIRE IN TRE DIVERSE INTERPRETAZIONI di Chiara Bonfatti 50 BvS: dall’Emeroteca IL FUGACE GENIO DI BEARDSLEY, “THE YELLOW BOOK” & “THE SAVOY” di Arianna Calò 54 BvS: rarità per bibliofili CINQUE SECOLI DI “NUPTIALIA” E ALCUNE PRESTIGIOSE PRINCIPES di Beatrice Porchera 58 BvS: libri illustrati/2 LE “FAVOLOSE” EDIZIONI RIZZARDI TRA VOLGARE E DIALETTO di Margherita Dell’Utri 62 Da l’Erasmo: pagine scelte DA SHAKESPEARE A JOYCE: ACROBATI AL LIMITE ESTREMO di Sergio Perosa * 68 BvS: nuove schede RECENTI ACQUISIZIONI DELLA BIBLIOTECA DI VIA SENATO di Arianna Calò, Giacomo Corvaglia, Margherita Dell’Utri, Annette Popel Pozzo e Beatrice Porchera 72 La pagina dei lettori BIBLIOFILIA A CHIARE LETTERE * tratto da L’Erasmo n.20 Marzo-Aprile 2004 Acrobazie Letterarie Consiglio di amministrazione della Fondazione Biblioteca di via Senato Marcello Dell’Utri (presidente) Giuliano Adreani, Carlo Carena, Fedele Confalonieri, Maurizio Costa, Carlo De Simone, Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel, Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli, Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo De Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Achille Frattini (presidente) Gianfranco Polerani, Francesco Antonio Giampaolo Fondazione Biblioteca di via Senato Elena Bellini segreteria mostre Arianna Calò sala consultazione Sonia Corain segreteria teatro Giacomo Corvaglia sala consultazione Marcello Dell’Utri conservatore Margherita Dell’Utri sala consultazione Claudio Ferri direttore Luciano Ghirelli servizi generali Laura Mariani Conti archivio Malaparte Matteo Noja responsabile dell’archivio e del fondo moderno Donatella Oggioni responsabile teatro e ufficio stampa Annette Popel Pozzo responsabile del fondo antico Beatrice Porchera sala Campanella Gaudio Saracino servizi generali Stampato in Italia © 2011 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Direttore responsabile Angelo Crespi Ufficio di redazione Matteo Tosi Progetto grafico e impaginazione Elena Buffa Coordinamento pubblicità Margherita Savarese Direzione e redazione Via Senato, 14 – 20121 Milano Tel. 02 76215318 Fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Bollettino mensile della Biblioteca di via Senato Milano distribuito gratuitamente Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagini d’Arte Snc, Milano L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Immagine in copertina: La “marca” degli editori veneziani Somasco: il centauro è raffigurato con arco e faretra e un serpente attorno al braccio destro Organizzazione Eventi: Mostra del Libro Antico e del Salone del Libro Usato Ines Lattuada Margherita Savarese Alessia Villa Ufficio Stampa Eventi Ex Libris Comunicazione Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale nizia un altro anno che, a causa dei crescenti problemi economici, appare sempre più impegnativo. Tutte le manifestazioni di questa Biblioteca sono gratuite; possiamo offrirle al pubblico grazie al generoso contributo di Publitalia’80, seguito da Mondadori e Mediolanum (tutte Aziende del Gruppo Fininvest). Facciamo affidamento anche su erogazioni minori, quali quelle della Fondazione Cariplo, della Regione Lombardia e del Comune di Milano in occasione di particolari eventi da noi organizzati (come la mostra in corso “Dante e l’Islam” o il VI Salone del Libro Usato dello scorso dicembre). Anche questo “bollettino” è distribuito gratuitamente, grazie alla pubblicità delle Aziende che ci sostengono con simpatia. La partecipazione del pubblico è soddisfacente: tantissime persone visitano le Mostre, affollano il Teatro di Verdura, ascoltano le conferenze, esauriscono questo “bollettino”! I A tal proposito, abbiamo chiesto ai lettori che non risiedono a Milano o che non possono passare presso la nostra sede a ritirarlo, di contribuire con il versamento di venti euro alle spese di spedizione per ricevere la pubblicazione al loro domicilio; non si tratta quindi nè di un contributo nè di una quota di abbonamento. Chi volesse invece aiutare la Fondazione può farlo iscrivendosi con una modesta cifra (da trenta a cento euro) agli “Amici della Biblioteca” e ricevere allo stesso tempo alcuni vantaggi incluso lo sconto del 50% su tutti i Cataloghi e pubblicazioni. Cari amici lettori, vorremmo esser incoraggiati un pò di più in un lavoro che è possibile svolgere solo col contributo privato, giacchè dal pubblico non possiamo sperare un granchè! È possibile invece sperare in un nuovo anno proficuo per noi e per Voi? gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 BvS: l’Utopia, prìncipi e princìpi IL MISTERO CHE AVVOLGE L’UTOPIA DEL “POLIFILO” L’Hypnerotomachia Poliphili e il suo ricercatissimo autore GIANLUCA MONTINARO n sogno non sempre è assimilabile a un’utopia. Attraverso sommaria generalizzazione si può però dire che i liberi divertimenti della mente diventano paradigma utopico quando al viaggio e alla divagazione si uniscono penetrazione e approfondimento. Quando, al di là del semplice gioco, si riscontrano riflessione culturale e tensione al miglioramento. Nelle vaste raccolte della Biblioteca di via Senato, diverse opere spiccano per importanza, rarità e bellezza. Fra queste un posto d’onore spetta al testo che ogni bibliofilo sogna di possedere: la magnifica e misteriosa Hypnerotomachia Poliphili (Venezia, Aldo Manuzio, 1499), uno fra i libri più belli mai stampati. Nell’ambito del progetto “La Biblioteca dell’Utopia” quest’opera riveste grande valore. È a tutti gli effetti, un testo utopico, uno dei più importanti mai scritti. Un paradigma del viaggio oltre la morte, nella conoscenza, e della tensione alla crescita individuale, il sogno-rinascita di un mondo migliore perché antico e sapienziale, il vagheggiamento di una vita in “ameni giardini” allietata dalla presenza della donna amata, metafora di sapere e spiritualità. Riflessioni sull’Hypnerotomachia Poliphili (o semplicemente Polifilo) sono più che mai suscitate dalla particolare bellezza dell’esemplare presente presso la BvS. Questa copia, un in-folio (309x201 mm.), è perfetta: contiene tutte le 234 carte che compongono il volume, tutto l’apparato iconografico e la carta di errata finale. Conservato entro un prezioso cofanetto, il volume è rilegato in perga- U La famosa incisione cosiddetta del “fallo” nell’Hypnerotomachia Poliphili, Venezia, Aldo Manuzio il Vecchio, 1499 mena rigida (XVII secolo), dorso a cinque nervi con filetti in oro e tassello, con lettere in oro e tagli a spruzzo blu e rosa. La sua provenienza è prestigiosa. Questo esemplare del Polifilo è infatti appartenuto al conte Carlo Archinto di Tainate (1669-1732), per poi passare nelle mani di Charles Fairfax Murray (1849-1919). Membro di una ricca famiglia di banchieri milanesi, Carlo Archinto, è noto (oltre che per le numerose opere edilizie) per aver fondato, nel 1702, a Milano, l’Accademia dei Cavalieri. Da cui prese vita la Société palatine, un’associazione di nobili amanti delle lettere che si incontravano fra loro per discutere di cultura e filosofia. Altrettanto importante e complessa è la figura di Charles Fairfax Murray. Pittore e disegnatore, protetto e incoraggiato nei suoi primi passi da John Ruskin, Murray divenne presto un grande esperto di arte e cultura italiana del Rinascimento. Passò buona parte della sua vita in Italia, iniziando a lavorare anche come antiquario e agente (fra gli altri per conto della National Gallery). La sua passione per la cultura italiana lo portò a raccogliere un vasto patrimonio di testi antichi (fra cui appunto questo Polifilo, segnalato anche in un catalogo del 1899) e quindi a progettare, a Firenze, una apposita biblioteca. Solo la morte, avvenuta a ridosso del primo conflitto mondiale, ne fece naufragare la completa realizzazione, aprendo la strada alla dispersione della collezione. Sull’Hypnerotomachia Poliphili sono stati scritti oceani d’inchiostro, è stato detto tutto e il suo contrario. Ripercorrere alcune tappe di questi studi può quindi essere utile per tentare di fornire alcune possibili spiegazioni (e una nuova ipotesi) ai tanti misteri che aleggiano attorno a quest’opera che, a tutt’oggi, è un giallo irrisolto, il 6 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 libro degli enigmi, l’esemplificazione massima dell’eterno gioco a nascondino fra autore e lettore, parafrasando le parole di Jacques Derrida. Che cos’è il Polifilo? Un viaggio alla ricerca della donna amata. Un’immersione in un altro mondo, secondo un paradigma analogo a quello di Orfeo ed Euridice. Una narrazione che unisce al sapere aristotelico e scolastico i fantasiosi concetti del neo-platonismo fiorentino; un viaggio dell’anima attraverso le rovine dell’antico, fra enigmi geroglifici e misteriose epigrafi; una preziosa edizione illustrata da numerose xilografie; un labirinto di citazioni mitologiche, con scarsi riferimenti alla fede cristiana, pur accennata sullo sfondo; un percorso che attraversa strani riti, reinventati allo scopo di offrire al lettore un compendio delle metamorfosi dell’esistenza; un museo d’inchiostro in cui si affastellano gemme, piante, materiali, animali, nozioni architettoniche e geometriche; una processione di figure allegoriche che rinviano alle virtù e alle debolezze dello spirito; una descrizione ardita del legame erotico fra un uomo e una donna; un sogno che si conclude con una separazione definitiva.1 Ma in realtà, senza fare una sinossi, di cosa stiamo parlando? Il titolo dell’opera, La battaglia di amore in sonno di Polifilo, cioè colui che ama Polia. Il protagonista, Polifilo appunto, dopo una notte insonne, turbato da pensieri d’amore nei confronti di Polia, si addormenta e si ritrova in sogno (come Dante) in una selva oscura che quasi sembra la «vastissima Hercynia silva». Lì è preso da paura: Et quivi altro non essere che latibuli de nocente fere e cavernicole de noxii animali e de seviente belue. Et perciò cum maximo terriculo dubitava di essere sencia alcuna defensa e sencia avederme dilaniato da setoso e dentato apro, quale Charidemo, overo da furente e famato uro, o vero da sibillante serpe e da fremendi lupi, incursanti miseramente dimembrabondo lurcare vedesse le carni mie. Di ciò dubitando, ispagurito, ivi proposi (damnata qualunque pigredine) più non dimorare e trovare exito e evadere gli occorrenti pericoli e de solicitare gli già sospesi e disordinati passi.2 vemente, anche perché sarebbe troppo complesso seguire tutto il viaggio onirico di Polifilo, il protagonista vede una piramide e numerose altre opere di architettura (obelischi, templi, terme, fontane…) e scultura, sparse tra rovine archeologiche, in giardini lussureggianti, in un affastellarsi continuo di segni, simboli, geroglifici, riti magici. (Eugenio Battisti nel suo L’antirinascimento assimila i paesaggi descritti al parco di Bomarzo).3 Infine raggiunge l’amata Polia (come Dante Beatrice). Con lei visita il palazzo di Venere, dove è la fonte della dea e il sepolcro di Adone; invitata dalle Ninfe a parlare di sé, Polia racconta l’origine di Treviso e la storia del suo amore per Polifilo. I due amanti si confermano reciprocamente i loro sentimenti e mentre Polia sta abbracciando Polifilo, cessa il sogno e la donna scompare (cito il pezzo dalla “traduzione” in italiano moderno approntata da Adelphi, a cura di Marco Ariani e Mino Gabriele). Sospirava quella celeste immagine divina, come un ramoscello esalante un profumo fragrantissimo di muschio e ambra che si innalzi al firmamento, con non lieve godimento degli spiriti celesti. Mentre l’inaudita profumata fragranza di quel filo di fumo si dissolveva nell’aria, con il dilettoso sonno subitanea si sottrasse ai miei occhi sfuggendo veloce e dicendo: «Mio caro Polifilo, amami, addio». Involatosi tanto indescrivibile piacere, rapito ai miei occhi quello spirito angelico, sottratta alle membra dormienti la dolcezza del soave sonno, mi risvegliai, proprio nel momento in cui, ahimè misero, o amorosi lettori, tutto indolenzito dalla forte stretta di quella immagine beata, […] se ne fuggì quel dilettosissimo sogno nel dissolversi di quell’ombra divina, mistica apparizione che si infranse e svanì: per essa fui guidato e innalzato a così alti, sublimi, profondi pensieri. […] Sospirando riemersi sciolto dal dolce sonno, all’improvviso ritornai in me e dissi: «Addio dunque, Polia». Abbiamo poi altre informazioni nell’explicit: una presunta data di termine di composizione e un’informazione importantissima che ci mancava: Polia era morta. Treviso, quando il misero Polifilo è stato sciolto dagli splendidi lacci amorosi di Polia. Il primo di maggio del 1467. Epitaffio di Polia Presto fuori dai pericoli dell’oscuro bosco, Polifilo si ritrova in un luogo ameno, accanto a una fonte, e si addormenta di nuovo. Qui prende avvio la storia: siamo quindi di fronte al racconto di un sogno in un sogno. Bre- Felice Polia che sepolta vivi, Polifilo, acquietando dopo la dura battaglia, Fece sì che tu dormendo vegliassi. gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 7 Scena trionfale con elefanti e stendardi Epitaffio dove parla Polia Ti prego, viandante, sosta un attimo, questo è il miropolio della ninfa Polia. Vuoi sapere chi fosse Polia? Quel meraviglioso fiore profumato di ogni virtù che, per l’aridità del luogo, non può rigermogliare nemmeno se Polifilo versasse più lacrime. Ma se tu vedessi rifiorire la mia stupenda immagine, ti accorgeresti che ho superato tutte in bellezza e diresti: «O Febo, chi risparmiasti dal fuoco dei tuoi raggi, a sera inaridì». Ahi, Polifilo, basta: un fiore appassito così non rinasce mai più. Addio.4 Le domande senza risposta Sostanzialmente sono quattro i quesiti ai quali, da tempo immemore, si tenta di fornire risposta. 1 -Chi è l’autore del Polifilo? 2 -Che senso ha la lingua utilizzata per scrivere l’opera? Un idioma inesistente, con parole volgari latinizzate e latine volgarizzate, alterato da etimologie greche e da suoni onomatopeici. 3 -Chi è l’autore (o gli autori) delle magnifiche 172 illustrazioni incise su legno che in così stretto contatto di 8 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 Da sinistra: secondo titolo sul recto della carta a1 ; recto della prima carta contenente il primo titolo; testo di Andrea Marone. Nella pagina accanto in basso un’altra illustrazione dal Polifilo significato adornano il testo? Si sono fatti i nomi di Mantegna, Pinturicchio, Bellini ma anche si è evocata la presenza inquietante di Giorgione. In ogni caso la mano dell’artista è stata probabilmente guidata dall’autore stesso per le strette relazioni fra testo e immagine. 4 -Infine, che significato ha il Polifilo? Pochi gli indizi chiari a disposizione. Due date: 1467, l’anno in cui Polifilo dichiara sia avvenuta la vicenda narrata; 1499 l’anno effettivo di stampa del volume. Uno stampatore, l’eccelso Aldo Manuzio di Venezia, che però (stranamente) non firma apertamente l’opera ma compare solo in ultima pagina, a conclusione di un lungo errata-corrige, quasi a voler prender le distanze dal volume, stampato per conto terzi. Una dedica, molto significativa, del veronese Leonardo Grassi (cofinanziatore della stampa, probabilmente insieme all’autore stesso) al duca Guidobaldo da Montefeltro. Un acrostico, formato dai capilettera ornati dei 38 capitoli che recita: «Poliam frater franciscus columna peramavit» («Frate Francesco Colonna amò moltissimo Polia» secondo la traduzione usuale, ma forse non la più corretta). Partiamo dalla dedica. Pare che il Polifilo sia stato stampato in alcune centinaia di copie (per essere poi ripubblicato solo un’altra volta, nel 1545). Una stampa molto onerosa, anche per Manuzio. Interviene Leonardo Grassi che, dichiarandosi debitore assieme ai suoi fratelli di Guidobaldo da Montefeltro, gliela dedica finanzian- done (in tutto o in parte) la stampa. Or non molto mi è capitata fra le mani questa insolita e mirabile opera di Polifilo (è questo infatti il nome dato al libro). Invero affinché questo libro privo di padre non sembrasse orfano eleggiamo te come protettore perché possa uscire in tuo nome. […] Una cosa su tutte vi è da ammirare che, per quanto parli la nostra lingua, sono necessari per comprenderlo il greco e il latino, non meno del toscano e della sua lingua materna. Penso infatti che quest’uomo sapientissimo che, se avesse parlato così, una sola sarebbe stata la via e la ragione per le quali nessuno, che voglia apprendere qualcosa, possa pretendere comprensione per la propria negligenza. Tuttavia si regolò in modo che non solo chi fosse dottissimo potesse penetrare nel sacrario della sua sapienza, ma anche l’ignorante, pur non potendovi entrare, comunque non cadesse in disperazione. Ne consegue che se anche alcune cose, per loro natura, fossero difficili, sono comunque esposte e svelate in prosa piacevole e con una certa grazia e, come un giardino disseminato di ogni genere di fiori, sono dischiuse e messe dinanzi agli occhi con immagini e simboli. Qui non ci sono cose da divulgare alla gente comune, da decantare nei trivi: sono state tratte dal santuario della Filosofia e attinte alle fonti delle Muse, in un linguaggio nuovo e squisito che gli meritano l’apprezzamento di tutti gli uomini di ingegno. Segue poi una ulteriore prefazione: un’elegia scritta da un anonimo (Chi? L’autore stesso?) ai lettori. Ascolta, candido lettore, Polifilo che narra sogni, sogni ispirati dal sommo cielo. […] Qui vi sono piramidi, terme, immani co- gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano lossi e vi si ostenta l’antico profilo degli obelischi. Qui rifulgono i piedistalli più diversi, le colonne multiformi e i loro archi, zofori, epistili, capitelli, architravi, cornici squadrate simmetricamente e tutto quanto rende superbi gli edifici. Qui vedrai gli ornati palazzi dei re, i costumi ninfali, le fontane e i sontuosi banchetti. Qui c’è la danza a scacchiera dei ladroni e tutta la vita umana vi è figurata come un labirinto di tenebre. Infine alcune righe di Andrea Marone, un letterato bresciano amico di Piero Valeriano, intellettuale con spiccati interessi esoterici (celebre il suo testo sui geroglifici), a lungo protetto dal cardinale Egidio da Viterbo (fra i massimi esperti dell’epoca di cabbala ed esoterismo). Dimmi, Musa, di chi è quest’opera? – È mia e delle mie otto sorelle. – Vostra? E allora perché è intitolata a Polifilo? – Certo, lo meritò da noi come nostro discepolo. – Ma scusa, qual è il vero nome di Polifilo? – Non vogliamo che sia noto. – Perché? – È la ferma volontà di vedere prima se l’invidia rabbiosa non divori anche le cose divine. – Se ne sarà risparmiato, che avverrà? – Si saprà. – Altrimenti? – In nessun modo vi degneremo del vero nome di Polifilo.5 Se si può legittimamente pensare che Grassi (persona al di fuori dei più alti circoli intellettuali) non conoscesse l’autore del libro e che la stampa gli venisse proposta da Manuzio, risultano più sibilline le parole di Andrea Marone che pare, o almeno sembra millantare, la conoscenza del nome dell’autore. L’autore Come visto nella dedica il suo nome deve rimanere sconosciuto. Ma fin dall’inizio si è tentato di dare un volto, un nome, a quest’uomo dalla immensa cultura. Aggrappandosi all’acrostico in molti hanno pensato che l’autore fosse questo fantomatico frate Francesco Colonna. E che l’anonimato fosse dovuto, per prudenza, alla licenziosità del testo, al suo contenuto paganeggiante e ai numerosi dettagli erotici. Nel XIX secolo Giuseppe Biadego (direttore degli archivi storici 9 di Verona, grande amico di Carducci) si domanda, nel saggio Intorno al sogno di Polifilo (1900-1901), come mai «questo mostro d’erudizione non abbia lasciato alcuna traccia nel mondo delle lettere e delle arti, non uno scritto di lui, non una lettera di lui o a lui diretta nei numerosissimi carteggi, non una memoria negli scrittori del tempo…». Domenico Gnoli ne Il sogno di Polifilo (1900) scrive che «nonostante l’acrostico e quantunque nessuno ne abbia mai dubitato, non so liberarmi dal dubbio che un qualche illustre umanista si nasconda dietro la tonaca di frate Francesco». La questione è riassumibile in questi termini: o si è davvero davanti a un solitario, un uomo che ha condensato in un’opera sola tutte le sue conoscenze e le sue letture. Oppure si è davanti una persona nota, un umanista famoso, che per evitare scontri (di contenuto, di lingua, di religione, ecc. ) sulla sua opera ha scelto la strada di celarsi dietro verità dette a mezza bocca. Terza ipotesi: che si sia in presenza di più autori. Nel 1935 la studiosa russa Al Khomentovskaia ritiene di identificare nel veronese Felice Feliciano (scrittore e alchimista) l’autore dell’Hypnerotomachia, sulla base di alcuni elementi: l’interesse per l’antico, la conoscenza di Mantegna, considerato fra i possibili ispiratori dell’iconologia, le sue relazioni con il mondo umanistico veneto. Ma data di morte, 1479, e mancanza di legami con Manuzio e con Grassi depongono contro questa ipotesi. Altra ipotesi, un po’ più fantasiosa ma di gran fascino, la propone Emanuela Kretzulesco-Quaranta ne Les jardins du songe (1976). La studiosa ritiene che il Polifilo sia un’opera a più mani, iniziata da Leon Battista Alberti e quindi passata a Francesco Colonna principe di Palestrina e infine alla cerchia di Lorenzo il Magnifico (con Poliziano e Pico che affidano il testo a Manuzio per la stampa). Il tutto, nel bel mezzo di uno scontro fra le mire di papa Alessandro VI Borgia e la purezza religiosa dei veri sapienti. Ma la tesi si scontra con una evidente omogeneità del testo che pare escludere il lavoro a più mani.6 Sulla linea dell’opera a più mani, ma in chiave riduttiva, si pone an- 10 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 che Gianfranco Contini che consiphiana (curata da Marco Ariani e Midera l’opera una specie di grande no Gabriele), conduce invece a un fraburla, scritta in una lingua paradoste domenicano (nato a Venezia nel salmente comica. L’autore del testo 1433 e qui morto nel 1527, legato a iniziale sarebbe stato Leon Battista Treviso), Francesco Colonna, al quale Alberti. Sarebbero poi subentrati gli ben calza l’acrostico. Di lui poco si sa amici di Aldo Manuzio che, una volta tranne il fatto che sia stato coinvolto in morto l’Alberti, si divertirono ad amfatti poco edificanti tanto da essere, pliarlo e arricchirlo. Anche qui però per un certo periodo, espulso dall’ornon si tiene conto dell’unità stilistica dine. Gli indizi a suo favore sono tre: il dell’opera e del tono, che non fa per letterato settecentesco Apostolo Zenulla pensare a uno scherzo. L’ipoteno sostiene (1723) di aver letto all’insi che l’opera sia invece del tutto delterno di un esemplare scomparso del l’Alberti cozza con la sua data di morPolifiloun’annotazione manoscritta in te (1476) e col fatto che Alberti non cui si afferma che l’autore è appunto aveva bisogno dell’anonimato, visto Francesco Colonna, del convento dei che era autore di testi altrettanto Santissimi Giovanni e Paolo; nel 1501 Errata-corrige e colophon “mordaci”, come il Momus. il maestro generale dei domenicani Alessandro Parronchi e poi, nel ordina che venga imposto al Colonna 1983, Piero Scapecchi propongono come autore del Polidi pagare le spese sostenute dal padre provinciale per un lifilo un frate servita, Eliseo da Treviso, un religioso morto bro a stampa; Leandro Alberti, domenicano e futuro inquinel 1505 che aveva avuto molti contatti con Firenze. Tale sitore scrive nel De viris illustribus ordinis praedicatorum ipotesi poggia sulla testimonianza di Arcangelo Giani; co(1517) che un certo Francesco Colonna aveva dato prova di stui, nei suoi Annali - ultimati intorno al 1618 - parla di un grande abilità letteraria e di ingegno in un libro in volgare. Eliseo che tutto sapeva e che avrebbe scritto la misteriosa Per contro non risultano altre opere a firma di questo frate opera riversando in essa ogni scienza. dalla cultura sterminata. Così come non sono attestati rapGiovanni Pasetti propone invece Giovanni Pico porti con Manuzio e Andrea Marone. della Mirandola (1463-1494). Possedeva un’immane culUn altro Francesco Colonna, principe di Palestrina, tura. Buoni i suoi rapporti con Aldo Manuzio. Padronegnato intorno al 1460, è proposto da Maurizio Calvesi.7 A giava sia l’aristotelismo che il neo-platonismo. Era padasostegno di questa tesi Calvesi porta numerosi indizi fra no di nascita. Era interessato ai più diversi idiomi, conocui l’acrostico, la somiglianza fra il santuario descritto nel sceva il latino, il greco, l’aramaico e l’arabo. Era suo coPolifilo e il tempio della Fortuna a Palestrina (dove sorge il stume usare la citazione come metodo di pensiero. Ma palazzo dei Colonna), i molti riferimenti a Venere (da cui, era troppo giovane per aver conosciuto Alberti e, dopo la secondo leggenda, discendono i Colonna). Per contro di sua morte, non c’erano ragioni per continuare a nasconquesto Francesco non si conoscono altre opere. Né si derne l’identità. Infine più che alla tradizione cabbalisticomprende perché avrebbe dovuto intervenire Grassi a ca, pure presente, l’opera sembra riportare al neoplatonifinanziare la stampa, né perché i discendenti avrebbero smo, a Marsilio Ficino e a Francesco Cattani da Diacceto. continuato a celare l’identità di un autore “leggendario”. Lo studio compiuto da Giovanni Pozzi, Maria Terefine prima parte sa Casella e Lucia Ciapponi, ribadito dall’edizione adella seconda e ultima nel prossimo numero NOTE 1 G. Pasetti, Il Sogno di Pico, 1999 (rintracciabile in www.giovannipasetti.it). 2 F. Colonna, Hypnerotomachia Poliphilii, a c. di M. Ariani e M. Gabriele, Milano, Adelphi, 2004, vol. I, p. 14. 3 Cfr. E. Battisti, L’antirinascimento, Torino, Nino Aragno, 2005, pp. 153-164. 4 F. Colonna, Hypnerotomachia Poliphilii, cit., vol. II, pp. 478-481. Ibidem, pp. 5-11. Cfr. G. Pasetti, Il Sogno di Pico, cit. 7 Cfr. M. Calvesi, Il sogno di Polifilo prenestino, Roma, Officina, 1980; ead., La pugna di amore in sogno, Roma, Lithos, 1996. 5 6 gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 11 gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 BvS: l’Archivio De Micheli SCOSSE DI “CORRENTE”, TRA POESIA E ARTI VISIVE Vicende, non solo editoriali, di una rivista diventata “movimento” MATTEO NOJA «Se la cultura è un’espressione dell’intelligenza, la politica – ovviamente non intesa in senso partitico – è la morale che deve presiedere all’intelligenza». Mario De Micheli Guttuso ricorda in uno scritto più tardo: «Corrente fu soprattutto un luogo di incontro e di scontri tra alcuni giovani che avevano idee originali e anche il coraggio delle loro idee. Niente era pacifico in Corrente…». ella biblioteca di Mario De Micheli sono presenti alcuni volumi editi sotto l’egida della rivista “Corrente”. La rivista “Corrente di Vita giovanile” nasce il 1º gennaio 1938 con la testata “Vita giovanile – Fondatore Ernesto Treccani”. Il primo numero è mensile ma dal secondo passa a una frequenza quindicinale. Redattore è Antonio Bruni; viene affiancato da un gruppo di giovani intellettuali composto da Dino Del Bo, Raffaele De Grada, Vittorio Sereni. Dal numero 16, la testata diviene “Corrente di Vita giovanile” e con il numero 4 del 1939 assume il titolo definitivo di “Corrente” con la dicitura “di Vita giovanile” scritto sotto in un corpo più piccolo. In redazione si alterneranno vari personaggi: Del Bo viene arrestato e dopo un’assenza di qualche numero riprende la collaborazione dal carcere di San Vittore, per poi abbandonare definitivamente la rivista con il numero 8 del 1940; dopo alcuni primi numeri, nel ’38, entra a farne parte Alberto Lattuada; Sereni lascia il posto a Giansiro Ferrata; infine, nel 1940, Duilio Morosini è il segretario di redazione. La rivista cessa le sue pubblicazioni con il numero 10 del 31 maggio 1940. Stupefacente l’elenco delle firme che si avvicendano sulle sue colonne e che, giovani di anni allora, sono diventati i protagonisti indiscussi di molti decenni della cultura italiana: Luciano Anceschi, Giulio Carlo Argan, Antonio Banfi, Piero Bigongiari, Luigi Comencini, Carlo Emilio Gadda, Alfonso Gatto, Alberto Lattuada, Enzo Paci, Vasco Pratolini, Salvatore Quasimodo, Luigi Rognoni, Umberto Saba, Giancarlo Vigorelli, Elio Vittorini [scorrendo questi nomi ci piace sottolineare, quanti di questi, quasi tutti, collaborano in quegli anni anche con “Prospettive” di Curzio Malaparte]. Nel 1939, in un corsivo dal titolo “Anticipi”, Treccani, constatando orgogliosamente la crescita della rivista, dichiara l’intenzione di far diventare la stessa sempre più un luogo di elaborazione di una «estesa attività culturale» e preannuncia per l’anno successivo una serie di iniziative, mostre d’arte e «audizioni di musica contemporanea» e soprattutto, la pubblicazione di «quaderni di politica e letteratura, monografie di artisti, scelti nei limiti di una stretta e precisa necessità». Nell’ambito delle arti figurative il gruppo organizza nel 1939 due mostre a Milano: una a marzo, nelle sale della Permanente di via Principe Umberto, odierna via Turati, e una per inaugurare la Galleria Grande in via Dante. A queste mostre partecipano i pittori legati storicamente alla rivista come Renato Birolli, Italo Va- N Copertina de La luna nel corso: pagine milanesi…, 1941 14 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 Copertina e disegno da Lucio Fontana 20 disegni…, 1941 lenti, Arnaldo Badodi, Giuseppe Migneco, Sandro Cherchi, Dino Lanaro, Bruno Cassinari, Giuseppe Mantica, Luigi Grosso; a loro si aggiungono alcuni nuovi “compagni di strada” come Giacomo Manzù, Gabriele Mucchi, Domenico Cantatore, Fiorenzo Tomea, Genni, Filippo Tallone e Gastone Panciera; e poi, ancora, Fontana, Paganin, Sassu, Vaccarini. In una nota redazionale del numero del 15 dicembre 1939, la rivista chiarisce la natura della propria arte e la sua tensione verso un nuovo “realismo”: «[il realismo], questo sì, era un problema che soprattutto preoccupava noi giovani, perché condizione delle nostre certezze spirituali era un libero esame di quella realtà che si andava creando intorno a noi, “realtà” che noi dovevamo conquistare con le nostre forze per sentirla veramente nostra, senza incertezze». Prima delle ragioni delle arti figurative, sulla rivista si dichiarano quelle della letteratura. Il numero 11 del 15 giugno 1938 è infatti un monografico dal titolo Testimonianza alla poesia, nel quale si possono leggere poesie dei cosiddetti “ermetici” fiorentini, legati a “Letteratura” di Bonsanti e i milanesi di “Corrente”. Contiene versi di Betocchi, Bigongiari, Fallacara, Gatto, Luzi, Parronchi, Quasimodo, oltre al poco etichettabile Bertolucci; articoli di Bo e Contini, traduzioni di Macrì, Vittorini, Quasimodo e Giaime Pintor (da Rilke). La dichiarazione di poetica che sottende al numero e alla scelta dei poeti è scritta dal maestro di tutti, Antonio Banfi, autore di un vero e proprio «manifesto programmatico di poetica contemporanea non crociana» [Gioia Sebastiani, I libri di Corrente, Bologna, Edizioni Pendragon 1998]. Quando il giovane critico Mario de Micheli giunge a Milano dalla natìa Genova, la rivista è già stata chiusa dalle autorità e non fa in tempo a collaborarvi. Ma è proprio lui, tra gli altri, a sostenere l’utilità di pubblicare dei libri con la sigla di “Corrente”. Nella prefazione a una mostra dedicata al gruppo nel 1985, Raffaele De Grada scrive: «Si deve al critico Duilio Morosini tanto appassionato nella intuizione dei valori quanto gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 Copertina e disegno da Guttuso, 24 disegni e 1 tavola a colori. Prefazione di Duilio Morosini, 1942 scontroso nella valorizzazione di se stesso, a Beniamino Joppolo, eretico di lucida follia, poi a Mario De Micheli, che portò un carisma ideologico al movimento, l’aver capito che bisognava dare una struttura di Galleria e di Edizioni al movimento, senza affidarlo alla sola rivista che sarebbe stata inevitabilmente spazzata». Nonostante gli annunci delle prossime pubblicazioni riguardino una sorta di almanacco dedicato a Milano e ai Lirici greci tradotti da Quasimodo, il primo libro delle Edizioni di Corrente è Lucio Fontana. 20 disegni con una prefazione di Duilio Morosini1. Dopo qualche mese, «con un certo ritardo sul piano editoriale» esce Lirici greci 2. Nonostante la messe feconda di libri di poesia in quel 1940, quello di Quasimodo è il libro di gran lunga più importante per “risonanza critica”. Luciano Anceschi, in una lettera del novembre 1940, scrive a Vittorio Sereni ricordando gli anni dell’Università e del gruppo di amici che si era raccolto in- torno ad Antonio Banfi; lo informa che il gruppo esiste ancora e che con Treccani si sta pensando a una collezione di poesia che, secondo loro, doveva essere inaugurata proprio da un suo libro, e conclude: «Raccogli, infine, coraggiosamente, un numero – anche esiguo – di composizioni […] Ebbene lascia – di quel tempo che fu tuo, che noi ti invidiammo, e che a noi, a tanti, è caro – la giusta traccia per chi non lo ha vissuto e per chi vuol ricordarlo». Nasce così, da questa accorata richiesta, uno dei più bei libri di poesia di quegli anni e forse di tutto il Novecento italiano: Frontiera3 di Sereni. La luna nel Corso 4 (il corso è il Garibaldi, ma il titolo vuol ricordare l’almanacco settecentesco del Vestaverde, La luna in corso), uscita nell’aprile del 1941, è un’antologia di pagine meneghine, uno dei più riusciti omaggi che siano stati tributati alla nostra città. Ideata da Giansiro Ferrata, e realizzata da Treccani, Anceschi e Giorgio Labò (studente di architettura, critico d’arte, attivista dei GAP, viene fucilato dai fascisti nel 1943, a Roma, a Forte Bavetta). 16 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 Copertine di Lirici greci, Birolli 30 tavole in nero…, Frontiera (tutti del 1941) Divisa per mesi, come un almanacco, raccoglie poesie, racconti e memorie di un gran numero di scrittori che sono rimasti colpiti da Milano. Da Bernardino Corio a Emilio De Marchi, da Dickens a Leopardi, da Stendhal a Giovanni Verga, si susseguono le pagine più belle dedicate alla città durante i secoli, intervallate da un ricco corredo iconografico, di stampe, riproduzioni di quadri e disegni, fotografie. Ma le fotografie più belle sono quelle del regista milanese Alberto Lattuada in un altro libro presente nel Fondo De Micheli, Occhio quadrato 1: il titolo gli viene suggerito da Mario Soldati, durante le riprese di Piccolo mondo antico. Si tratta di un ritratto fotografico impietoso ma vero di come sono le città in quegli anni, città che mostrano una realtà antica, persistente negli angoli, nelle case, negli uomini, a dispetto della guerra. Il libretto è una sorta di manifesto ante litteram per il cinema neorealista che si affermerà negli anni del dopoguerra. NOTE 1 Occhio quadrato. 26 tavole fotografiche. [Milano], Corrente, 1941. XIX p., 26 c. di tav., 23 cm. [M.D.779.LAT.1]. 2 Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo. Con un saggio di Luciano Anceschi. Milano, Edizioni di Corrente, 1940. 240 p., 21 cm. Testo greco a fronte. [M.D.883.01.LIR] Per i pittori e i letterati che si raccolgono intorno alle pagine di Corrente è molto presente la vicenda storica e intellettuale della Spagna. L’aggressione alla Repubblica e le vicende della guerra civile vengono vissute con grande partecipazione. Dalla Spagna arrivano notizie su Lorca che, amato dai giovani per le sue liriche appassionate, viene considerato un martire; le prime immagini di Guernica [1937], il celebre dipinto di Picasso, vengono passate di mano in mano. Guttuso6 ricorda l’importanza simbolica che il grande quadro rivestì per tutto il gruppo di Corrente: «Nel 1938 Brandi mi inviò una cartolina con la riproduzione di Guernica. La tenni nel mio portafoglio sino al ’43, come una tessera ideale di un ideale partito» e, altrove, «A Guernica ci ispirammo, a Guernica domandammo le parole più forti, l’impeto più deciso». L’influenza della poesia spagnola è testimoniata dalla antologia curata da Carlo Bo dal titolo Lirici spagnoli7. Il celebre critico aveva già tradotto le poesie di 3 Vittorio Sereni, Frontiera (1935-1940), Milano, Corrente, 1941. 60 p., 19 cm. Edizione di 300 copie numerate. [M.D.851.912.SER.1]. 4 La luna nel corso: pagine milanesi raccolte da Luciano Anceschi ... (et al.). Milano, Corrente, 1941. 465 p., 21 cm. [M.D.945.211.LUN.1]. 5 Occhio quadrato. 26 tavole fotografiche. [Milano], Corrente, 1941. XIX p., 26 c. di tav., 23 cm. [M.D.779.LAT.1]. 6 Mestiere di pittore. Scritti sull’arte e la società. Bari, De Donato, 1972, p. 62 7 Milano, Corrente, 1941. 374 p., 19 cm. 8 Milano, Corrente, 1941. 129 p., 20 cm. Edizione di 500 copie numerate + 5 esemplari f.c. (esempl. n. 57) [M.D.759.5.BIR.5]. gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano García Lorca per l’editore Guanda due anni prima, e nel 1941 allestisce questa antologia che cerca di far conoscere meglio la giovane poesia spagnola. Machado, Jimenez, Salinas, Guillén, Alberti, tra gli altri, oltre a Lorca, sono così messi a disposizione della cultura italiana per la prima volta. Tra i pittori di Corrente, Renato Birolli fu uno dei più assidui, anche se De Micheli ricorda in un’intervista che «i miei rapporti con il gruppo di Corrente, soprattutto con Morlotti, Cassinari e Treccani, erano intensissimi: condividevo profondamente gli intenti morali e culturali del gruppo. Al suo interno, la mia posizione era “antibirolliana”: mi riconoscevo nella sinistra di Corrente, realista e picassiana, con Guttuso». La presenza di Birolli all’interno del movimento è sempre oltremodo significativa, avvalorata dal suo lavoro teorico che egli antepone a quello pittorico. La sua riflessione sull’impegno dell’artista nella società, impegno morale e civile, e del suo essere calato nella storia, è in quegli anni emblematica di tutta una generazione. Non era solo «il pittore più autorevole del gruppo di amici che figurava in testa al programma della galleria», come scrive Treccani, ma anche il teorico capace di renTre fotografie di Alberto Lattuada da Occhio quadrato, 1941 17 dere espliciti molti dei temi e dei problemi che venivano sentiti, in maniera quasi inconscia, da molti altri giovani. Uno dei pochi a mettere a punto una estetica nuova, «non più asetticamente autonoma, ma modulata sulla realtà della storia». De Micheli che ciò aveva ben presente ne conserva nella sua biblioteca il volumetto Renato Birolli. Trenta tavole in nero, una a colori e cinque disegni conscritti dell’autore e un testo critico di Sandro Bini8. Tra gli ultimi libri a essere pubblicati, la prima prova di un narratore che conoscerà grande popolarità nel Dopoguerra, Mario Tobinocon Il figlio del farmacista, che, elogiato da Contini, sarà uno dei più convincenti libri usciti in quel 1942. «[…] è una sorta di diario romanzato che racconta l’educazione sentimentale di un giovane borghese della provincia “marina” della Toscana […] una storia di pensieri ed emozioni più che di eventi, tutta dispiegata nella convinzione che solo attraverso la letteratura, la “poesia”, è possibile la “conoscenza dell’anima delle cose”» [Gioia Sebastiani, op. cit.]. Ed è in queste ultime parole, nella convinzione che solo attraverso l’arte, si possa conoscere la vita, conoscerla per trasformarla, che si può racchiudere l’esperienza contingente di Corrente e dei suoi artisti e intellettuali, contingente nel tempo, ma duratura nella cultura italiana, come Mario De Micheli. gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 19 BvS: “Dante e l’Islam” PARLO ARABO? SÌ, DALLA SCIENZA AGLI SCACCHI Accanto alla mostra, una prova filologica dell’incontro di civiltà MONICA COLOMBO* econdo un celebre paradosso del grande storico francese Jacques Le Goff “…l’unico frutto che l’Occidente ha riportato dalle crociate è stato l’albicocca…”; voglio partire dalla lettera di questa affermazione per evocare la fitta rete di rapporti che il mondo cristiano medievale ha intrecciato con il mondo islamico e che hanno lasciato un indissolubile segno nel lessico di alcune lingue europee, nello specifico in quella italiana. Non è mio compito oggi analizzare l’origine e la natura di tali rapporti, se violenti o pacifici, se sterili o costruttivi, ma evidenziare – come poc’anzi ricordato - la traccia che hanno lasciato e, attraverso di essa, cogliere alcune peculiarità della civiltà islamica medievale. S Per capire in che momento del suo lungo sviluppo la civiltà islamica incontra l’occidente cristiano lasciando un segno ancor oggi tangibile, o meglio “pronunciabile” , sarebbe necessario analizzare con accuratezza ogni di- verso paese, periodo storico e ambito semantico; essendo obbligata ad una sintesi mi piace ricorrere ad un’altra celebre citazione, questa volta non di un illustre storico ma tratta da un’opera cinematografica, precisamente dal film Lawrence d’Arabia. In questo celebre kolossal, che deriva a sua volta dall’opera I sette pilastri della saggezza di T. E. Lawrence il personaggio di re Faysal, amareggiato dal senso di superiorità inglese di fonte ai “beduini” dice a Lawrence: “…Nella città araba di Cordova c’erano due miglia di illuminazione pubblica quando Londra era ancora un piccolo villaggio…” Questo sarà il mio punto di partenza, quello di una civiltà in piena espansione, aggressiva militarmente e culturalmente, che darà un apporto fondamentale al risveglio della civiltà occidentale, ancora esitante dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente; partirò quindi dai secoli precedenti l’anno mille per leggere secondo questa prospettiva alcuni aspetti del medioevo europeo. Cominciamo dalla geografia: nel 711, quando CONFERENZA IN BVS LUNEDÌ 7 FEBBRAIO 2011 h.18.00 “IDDIO È BELLEZZA E AMA CIÒ CHE È BELLO” A cura della Dott.ssa Monica Colombo Opera d’Arte Ingresso libero senza prenotazione fino a esaurimento posti ueste parole compaiono in un Hadith del Profeta dell’Islam, ovvero in un detto attribuito a Maometto, e questa affermazione ci accompagnerà in un percorso di introduzione all’arte islamica che intende proporre alcune chiavi interpretative delle due forme di espressione artistica predilette Q dal mondo islamico: l’architettura e le arti decorative, in special modo la miniatura e la calligrafia. La proiezione di immagini digitali ci condurrà in un viaggio attraverso le meraviglie dell’arte medievale islamica che rapporteremo e metteremo a confronto con l’estetica occidentale. 20 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 Nella pagina precedente: collezione privata, rappresentazione del mi’raj (viaggio oltremondano) del Profeta (Maometto), acquerello opaco e oro su carta, Iran, seconda metà del XVI secolo. Sopra a sinistra: Genova, Società Ligure di Storia Patria, Ahmad B. Bâş o, Astrolabio, secolo XIV, ottone inciso Thariq ibn Ziyad al-Laythi, condottiero berbero al soldo del califfo ommayade, oltrepassa con i suoi soldati lo stretto braccio di mare che separa l’attuale Marocco dalla Spagna non sa ancora che sarà all’origine della splendida civiltà andalusa e che il suo nome diverrà un toponimo universalmente noto: Gibilterra, da Jabal al-Thariq, il monte di Thariq, lo sperone di roccia presso sui si fermò vittorioso. I toponimi sono spesso conseguenza di conquiste, pertanto anche in Sicilia, terra islamica per quasi due secoli, non solo splendide opere d’arte e prelibatezze gastronomiche hanno origine araba ma i nomi di paesi come Gibellina (ancora la parola monte), Caltabellotta, Calatafimi (in cui compare il termine Qal’at: castello, fortezza) e molti altri luoghi ancora. Gli arabi, popolo di mercanti, divennero in pochi decenni un grande popolo di viaggiatori che, in armi o per semplici motivi commerciali, cominciò ad esplorare il mondo allora conosciuto e ad allargarne i confini, da qui l’ovvio impulso agli studi astronomici e geografici e la redazione di mappe, portolani, diari di viaggio e strumenti scientifici per la misurazione dello spazio e per l’orientamento; del resto il profeta Maometto aveva detto : “cercate la scienza finanche in Cina” e questa grande apertura nei confronti dell’altro da sé permise lo straordinario sviluppo che ebbe la civiltà islamica dei primi se- coli, capace di assorbire il meglio dai popoli con cui veniva a contatto e assolutamente lontana dall’oscurantismo culturale purtroppo presente in epoche successive. Il più grande testo di geografia astronomica dell’antichità, la Megále syntaxis o Megiste (grande trattato o summa) di Tolomeo, redatto nel II sec. a.C. è restituito alla conoscenza dell’occidente grazie ai sapienti arabi, che lo tradussero in arabo già nel IX d.C. Nell’Europa medievale l’opera è conosciuta come Almagesto, nome che testimonia il “passaggio” arabo, che aveva trasformato il nome greco in al-Magis-ti , aggiungendo al sostantivo l’articolo “il” (al in arabo), che nel ductus arabo si scrive legato alla parola che segue, generando poi il fraintendimento, nelle lingue occidentali, di considerare i due termini come un’unica parola. Molte parole sono nate così, dall’albicocca (Al-barquq) all’almanacco (al-manakh). Ma per restare in ambito scientifico non possiamo dimenticare alcol, alcalino, alchimia, alambicco o addirittura algebra e algoritmo. Bisognerebbe tuttavia analizzare ogni singolo termine per evidenziare che la “versione” in italiano è stata talora mediata da un precedente passaggio attraverso un’altra lingua (azimut, dallo spagnolo acimut, dall’arabo al-sumut, plurale di al-samt: direzione) o che il termine arabo o persiano ha a sua volta un’origine greca o indoeuropea (fondaco, dall’arabo funduq, dal greco pandocheion: locanda). Tra gli esem- gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano pi citati precedentemente voglio soffermarmi su algoritmo, che ha un’origine ancora diversa; deriva infatti da un nome proprio, quello del grande matematico persiano Abu Ja’far Muhammad ibn Musa Khwarizmi, detto al-Khwarizmi, dal toponimo della sua origine, la regione del Khwarizm, nell’attuale Uzbekistan. AlKhwÇrizmi scrisse il Al-Kitab al-mukhtasar fi hisab aljabr wa’l-muqabala, grosso modo “compendio sul calcolo per completamento e bilanciamento”, dal cui titolo deriviamo anche la parola algebra (al-jabr), completamento, aggiustamento, unione. Al-Khwarizmi fu una delle personalità più eminenti della corte di Bagdad al tempo del califfo al-Ma’mun (IX sec. d.C.), che a lui affidò la direzione della Bayt al-Hikma, la “casa della sapienza”, una straordinaria istituzione culturale che ospitava scienziati, filosofi, letterati che con il loro talento e le loro ricerche portarono il califfato di Bagdad al suo apogeo culturale. Libri, miniature, strumenti scientifici e opere d’arte sono testimonianza perenne dei secoli d’oro dell’impero arabo-islamico che si espande dalla Spagna all’India assorbendo lingue, tradizioni, culture differenti rielaborandole in maniera originale e ponendosi come straordinario trait d’union tra le lonta- 21 ne civiltà dell’estremo oriente e il mondo europeo. Dalla Cina, paese portatore di mille invenzioni, la carta inizia il suo viaggio verso l’Europa dove sostituirà la pesante pergamena grazie al massiccio utilizzo e produzione che se ne farà in terra dell’Islam, in cui la parola scritta ha un valore incommensurabile, tanto che la rivelazione divina si è fatta Libro, il sacro Corano (ricordiamo che nel credo musulmano il Corano non è un testo di ispirazione divina, è direttamente e originalmente parola di Dio). Dall’India nasce invece il sistema di numerazione che noi occidentali chiamiamo arabo, composto da nove cifre e uno zero: “cifra” e “zero” derivano entrambe dall’arabo sifr, vuoto. Sempre dall’India deriva uno dei giochi più nobili e diffusi in tutto il mondo, il gioco degli scacchi. Attraverso la Persia e poi il vicino oriente arabo questo gioco si diffonde nelle corti d’Europa ed è chiamato il “gioco dei re”. Nel bellissimo codice miniato conosciuto come “libro dei giochi” redatto nel 1283 presso la corte spagnola di Alfonso X il Saggio, compaiono delle straordinarie immagini di coppie di giocatori di scacchi, Tappeto da preghiera cosiddetto “Bellini”. Sul campo rosso cupo si trova una nicchia da preghiera (mihrab) dalla forma semplicissima determinata, nella parte superiore, da due linee oblique e nella parte inferiore da una rientranza ottogonale detta “toppa di serratura”. Dalla sommità del mihrab pende una lampada geometrizzata. Il centro del campo ospita una stella stilizzata sotto la quale trovano posto anche sette sfere policrome. L’ampia cornice è caratterizzata da un motivo ad arabeschi rossi su fondo avorio. Le frange non sono originali. 22 uomini e donne, sempre un “moro” e un “cristiano”, che sublimano in questa raffinata competizione ogni possibile “scontro di civiltà”. Ma ci siamo mai chiesti perché le diverse pedine hanno i particolari nomi che tutti conosciamo, e perché l’ultima mossa della partita viene indicata dal termine “scacco matto” che in lingua italiana non vuol dire nulla di sensato? La parola “scacco” deriva dal persiano shah, ovvero re, e le diverse pedine in origine avevano in parte altri nomi e altra forma. L’alfiere, ad esempio, pedina che viene stilizzata come un piccolo soldato, pensando al significato di alfiere come “portabandiera”, in realtà deriva dall’arabo al-fil, elefante. Se in un ideale esercito indiano l’elefante poteva avere un ruolo, questo si perde via via che ci si sposta in occidente, per cui, perso il senso di al-fil se ne evoca il suono latinizzandolo in alfiere, e cambiandone l’iconografia. Lo “scacco matto” ritrova poi il suo senso se uniamo la parola persiana shah e la parola araba mat: “il re è morto”, e questa è la minaccia pronunciata del giocatore che sta sferrando la mossa vincente. Nomina sunt consequentia rerum: “i nomi sono corri- la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 spondenti alle cose” scriveva Giustiniano nelle sue “Istituzioni”, e sarebbe possibile continuare ancora per molto questo affascinante viaggio nel mondo arabo-islamico attraverso le etimologie, viaggio che ci permette di scoprire il vero significato di tante parole che usiamo abitualmente, e la loro corrispondenza al “contenuto” che di fatto designano. Non potendo esaurire qui la trattazione dell’argomento propongo tuttavia un breve – e arbitrario – glossario con alcune parole comuni di origine araba o persiana, per sottolineare un’ultima volta quanto il “frutto delle crociate” o meglio delle differenti modalità di incontro e scontro col mondo islamico sia stato comunque estremamente “succulento”. N.B.: per facilitare la comprensibilità del testo, si è adottata una traslitterazione semplificata dei termini arabi, senza alcun segno diacritico * Monica Colombo, storica dell'arte, si è laureata in lingua e letteratura araba all'Università Cattolica di Milano ed è uno dei fondatori della società “Opera d'arte” gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 GLOSSARIO • “a bizzeffe” dal dialetto maghrebino bizzef • albicocca, vedi articolo • “alcali” da al-qali sostanza in grado di comportarsi da base in soluzione acquosa, da cui anche: “alcalino”, “alcool” • “algoritmo e algebra: vedi articolo • “Ammiraglio” dall’arabo amir-al-rahl dove amir significa principe, nel senso di capo e al-rahl o ar-rahl viaggio, navigazione, quindi è il primo responsabile del viaggio o della navigazione; • “arancio, arancia”, dal persiano naranj, introdotto dagli arabi in Sicilia • “assassino” da hashishiyyun, fumatore di hashish. Così vennero denominati gli adepti della setta dei Nizariti di Alamut in Persia, seguaci del “vecchio della Montagna”, noti per la violenza del loro agire, da cui il successivo travisamento del significato • “avaria” da ‘awr , danno, difetto • “azimut”: vedi articolo • “bazar” emporio, direttamente dal persiano con lo stesso significato • “caraffa” dal dialetto maghrebino jarrafah, vaso cilindrico di terracotta con due manici • “carciofo” dal persiano kharshuf • “carrubo, carruba” dal persiano kharrub • “cifra/zero”, entrambi derivano dall’arabo khifr, nulla, vuoto • “darsena” e “arsenale” in italiano; allotropi da dar-as-sina’a dove dar significa edificio e sina’a lavoro quindi “casa del lavoro”, nei porti luogo per il riparo e il ripristino delle navi. •“dogana” dal persiano attraverso attraverso l’arabo diwan, registro e ufficio per estensione anche ministero • “gabbana” “cappa” da qaba’, mantella • “gazzella” da gazal • “giara” da jarrah, recipiente • “giraffa” da zarafah • “giubba” da gubbah, sottoveste, veste di cotone • “intarsiare, intarsiato, tarsia” dalla radice verbale rass’a che significa decorare un oggetto con incastri di pietre, marmi preziosi, avorio, lamine d’argento e d’oro etc. • “limone” termine di origine persiana o indiana, in arabo. laimun; • “liuto” da al-‘ud (letteralmente legno), strumento musicale a cinque corde • “macabro” da maqbara, cimitero, la radice è qbr seppellire; • “magazzino” da makhazin; il verbo khazana significa mettere da parte, conservare • “materasso” da matrakha ,telo trapunto che si mette in terra sui cui ci si sdraia • “melanzana” dal persiano badinjan • “meschino” da meskin, povero, poverino • “nababbo” da na’ib, reggente, governatore, per estensione persona ricca e potente • “nacchera” da naqara , schioccare la lingua e le dita, battere, percuotere, suonare • “nadir” da nazir, opposto (allo zenit) • “racchetta” da rahat, termine anatomico indicante il palmo della mano • “ricamo”, da raqam: punteggiare, tracciare linee, per estensione marchiare anche con cifre un tessuto • “risma” da rizmah, “fascio” o “pacco di fogli/carta” • “safena” viene dal Canone di Avicenna dove è chiamata al-safin cioè vena nascosta o profonda • “scacchi” e relativa terminologia: vedi articolo • “sceriffo” da sharif, nobile, onorevole, onesto ecc. • “sciroppo” dalla radice sharaba, bere, quindi bevanda • “scialle” direttamente dal persiano shal, con lo stesso significato • “sensale” simsar, a sua volta dal persiano, mediatore • “tamarindo” da tamr e hindi, dattero indiano; • “zafferano” da asfar, giallo e safrani, giallognolo • “zecca” “zecchino” da saka coniare • “zenit” ancora da samt, direzione: l’intersezione della verticale passante per il punto di osservazione con la sfera celeste: è opposto al nadir 1 gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 BvS: Fondo Antico LA MARCA TIPOGRAFICA NEL ’500 ITALIANO Figure mitologiche e chimeriche presso la Biblioteca di via Senato ANNETTE POPEL POZZO a storia della marca tipografica è legata inseparabilmente allo sviluppo del libro a stampa. Importante non era in primis la forma (un segno semplice o più elaborato con motto), ma la funzione della marca. Serviva come contrassegno commerciale; e doveva garantire l’autenticità e la proprietà tipografico-editoriale della nuova pubblicazione. Senza ancora includere alcun diritto d’autore esplicito, designava la paternità dell’opera contro le numerose falsificazioni o contraffazioni a fronte di una concorrenza editoriale notevole e in veloce crescita. La marca tipografica di oggi, che pur deriva dalla marca classica e viene ripresa in allusione, ha solo un aspetto puramente decorativo, al pari di ciò che oggi chiamiamo “loghi”; pensiamo ad esempio al globo sormontato dalla croce di Olschki, alla rosa di Mondadori o allo struzzo di Einaudi. L I primi esempi quattrocenteschi di marche tipografiche consistevano spesso in semplici scudi araldici, talvolta affiancati da animali. Meritatamente famosa la prima marca apparsa in un libro a stampa, nel Psalterium impresso nel 1457 a Magonza da Johann Fust e Peter Schöffer, raffigurante due scudi araldici appesi a un ramo. In Italia erano frequenti i sigilli formati da un cerchio, sor- Il drago che alita fiamme verso una colomba in volo nella marca di Rampazetto montato qualche volta da una croce singola o doppia, e affiancato da monogrammi. L’aspetto schematico e pragmatico quattrocentesco lascia posto nel Cinquecento alla percezione del mondo rinascimentale con tutte le sue sfaccettature e varietà: «marche parlanti e allusive, figure simboliche e allegoriche, classiche e mitologiche, emblemi religiosi e 5 santi patroni, oggetti comuni e persino strumenti scientifici: è tutto il complesso mondo rinascimentale filtrato attraverso la sensibilità di alcuni tra i suoi interpreti più singolari, calato in figure e immagini che traducono icasticamente il pensiero, gli interessi, il gusto di quell’epoca»1. Particolarmente interessante, anche se non sempre di facile lettura, il recupero del mondo classico e mitologico per la filosofia umanistica e rinascimentale. Attraverso alcuni esempi di edizioni cinquecentesche conservate presso il Fondo antico della Biblioteca di via Senato, cercherò di spiegare come l’uso di figure mitologiche e chimeriche nelle marche tipografiche sia da intendersi non solo come recupero, ma anche come reinterpretazione del sapere classico. Sottolineando soprattutto come alle figure mitologiche e chimeriche vengano spesso attribuiti poteri magici, incarnati nelle simbologie scelte per rappresentare i mestieri del libraio, tipografo ed editore. In qualche caso si tratta di una semplice marca parlante con chiaro riferimento al cognome; pensiamo al drago con volto d’uomo con barba, usato dal tipografo lucchese Vincenzo Busdraghi (attivo tra 1549 e 1605). 26 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 3 2 La fenice sempre rinascente nella marca dei tipografi Giolito de Ferrari, e (a destra) la salamandra che vive nel fuoco, usata da Damiano Zenaro Anche il veneziano Giovanni Antonio Rampazetto (attivo tra 1582 e 1607) fa uso della creatura mitico-leggendaria, un drago che alita fiamme verso una colomba in volo (foto 1). Normalmente d’aspetto serpentino con quattro zampe e ali, il drago – già usato dai babilonesi (basta pensare alle creature vigilanti della porta d’Ishtar del Museo Pergamon a Berlino) – può avere numerose interpretazioni. Mentre il pensiero cristiano sottolinea l’aspetto del male che va eliminato e sconfitto (nell’apocalisse biblica e in san Giorgio che vince il drago), per i greci e i romani prevale l’aspetto della bestia non nemica, ma simbolo della propria forza. Giulio Cesare Capaccio in Delle imprese indica che è «Ieroglifico di questa vigilanza»2 e «Simbolo di premio immortale che dopò difficile impresa, o dopò molte honorate attioni si acquista»3. Il motto aggiunto al drago nella marca di Rampazetto, “Terrena coelestibus obsunt” (i beni terreni ostacolano i beni divini), indica un’ulteriore interpretazione. Il male (il drago) ostacola il bene (la colomba in volo). Chi cerca la realizzazione di un progetto elevato (in questo caso sarebbe anche il tipografo che cerca di portare a termine il libro) incontra difficoltà. Per molti aspetti simile al drago, ma di diversa inter- pretazione simbolica è la salamandra. Plinio la descrive nella Naturalis Historia «tanto fredda» che può vivere nel fuoco, anzi ne ravviva l’ardore, e sempre Capaccio indica «Nutrisco et Estinguo, per dimostrarsi ardente, co i virtuosi, e di animo indomito contra gli empiti di Fortuna»4. Alla resistenza fisica corrisponde una resistenza morale sottolineata dal motto “Virtuti sic cedit invidia” (così l’invidia cede alla virtù). Il tipografo veneziano Damiano Zenaro (attivo tra 1563 e 1603) con la sua bottega a S. Bartolomeo al segno della Salamandra, la usa come marca parlante (foto 2), forse implicando anche un significato più complesso, legato al libro. Così come la salamandra è immortale e sopravvive al fuoco, il libro, soprattutto il sapere custodito nel libro, sopravvive senza danno nei secoli. Del tutto analogo l’uso della fenice, che secondo la mitologia rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte. «La fenice sempre rinascente, come la salamandra che resiste al fuoco anzi lo alimenta, bene dunque si prestava a rappresentare quella aspirazione alla gloria e all’immortalità che animò numerose imprese tipografiche»5. La fenice su fiamme, universalmente nota grazie alla marca tipografia dei Giolito de Ferrari (foto 3), affiancata spesso da motti come “Semper eadem”, “De la mia morte eterna vita io vivo”, “Ut perpetuo vivam”, “Con la mia morte sol al mondo vivo”, nella sua veste immortale, esprime il desiderio del tipografo di rendere immortale l’attività edito- gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano riale trasvolata nei secoli. Un altro esempio tratto dalla mitologia greca è l’Idra di Lerna. Mentre alcuni tipografi e editori cinquecenteschi come Francesco e Vincenzo Conti, Anselmo Giaccarelli & Pellegrino Bonardo di Bologna e lo stampatore ducale ferrarese Vittorio Baldini la illustrano nelle loro marche proprio nel momento nel quale viene uccisa da Ercole (raffigurato nel dipinto rinascimentale di Antonio del Pollaiolo), gli eredi di Girolamo Bartoli mettono in scena la sola Idra con sei teste e la settima mozzata che giace a terra (foto 4). Le sette teste rappresentano ovviamente i sette peccati capitali (interpretazione d’uso controriformistico confermato anche da Cesare Ripa)6, Gelli suggerisce – nel caso della marca di Bartoli arricchita dal motto “Virescit vulnere virtus” (dalla ferita la virtù acquista la forza) – che la simbologia si rovescia nel suo contrario «per inferire che morto il capo, gli eredi, che erano parecchi, avrebbero perseverato nelle virtù dello scomparso, facendole rifiorire in essi»7. Altre figure chimeriche molto apprezzate dai tipografi ed editori cinquecenteschi sono l’ippogrifo e il grifone. Mentre la marca raffigurante Astolfo a cavallo dell’ippogrifo (in chiara allusione alla cavalcatura di Astolfo nel viaggio alla luna nell’Orlando Furioso di Ariosto) dell’omonimo tipografo veronese Astolfo Grandi (attivo tra 1559 e 1579) va intesa come marca parlante: il grifone – metà aquila e metà leone – viene usato da numerosi tipografi per via delle sue caratteristiche positive di custodia e vigilanza. Amati per la loro doppia natura sono invece il pegaso, il centauro e il liocorno. Il pegaso, figura ibrida, raffigurante un cavallo alato, diventa simbolo della fama e dell’ispirazione poetica. Integrato nella marca tipografica, viene usato tra l’altro dai romani Valerio e Luigi Dorico, dai ve- 27 A sinistra: Dama con liocorno di Raffaello, e sotto Pallade e il Centauro di Sandro Botticelli neziani Sessa, da Bartolomeo Cavallo (come marca parlante) e da Domenico Gigliotti. Il motivo del centauro si trova esclusivamente nella marca dei tipografi ed editori veneziani Somasco (attivi nella seconda metà del ’500). La figura mitologica ibrida appare fornita di arco nella mano sinistra, faretra a tracolla e serpente attorno al braccio destro (foto 5). Metà 9 bestia e metà uomo, rappresenta nell’iconografica la doppia natura ferina e umana. Accompagnato dal motto “Viribus iungenda sapientia” (la sapienza deve essere unita alla forza), il centauro indica che la forza, per avere fortuna, va guidata dall’intelligenza. Non a caso questo concetto rinascimentale lo si ritrova nel dipinto Pallade e il centauro di Sandro Botticelli. Certo, il quadro permette più livelli di letture, ma una sua interpretazione – supportata anche dagli scritti di Marsilio Ficino – suggerisce l’allegoria della ragione (foto 6). È la ragione (Pallade) che domina la forza (il centauro). L’idea di unire in sé nature diverse caratterizza anche il liocorno. All’animale immaginario con la forma del cavallo bianco, il mento barbuto della capra, gli zoccoli di bue, la coda del leone e il corno in fronte vengono attribuiti poteri magici. Secondo la leggenda, aveva la proprietà di purificare dal veleno un corso d’acqua con la semplice immersione del corno. I tipografi parmensi Seth e Erasmo Viotti (padre e figlio, attivi tra 1545 e 1611) sintetizzano nella loro marca tipografica proprio questo momento dell’immersione (foto 7). Accompagnato dal motto “Virtus securitatem parit” (virtù genera sicurezza), l’animale fantastico diviene simbolo della virtù stessa. Inoltre era «ritenuto amantissimo della castità»8, simbo6 leggiata attraverso la compagnia di 28 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 7 4 rante una dama con un grazioso piccolo liocorno in braccio (15051506 circa, foto 9). Sopra da sinistra: le marche tipografiche di Seth e Erasmo Viotti; marca degli eredi di Girolamo Bartoli; la vignetta del Liocorno, usata da Giustiniano da Rubiera La complessità dei livelli interpretativi rintracciabili nelle diverse marche tipografiche, spesso arricchite e illustrate da motti dotti ed emblematici, è eloquente testimonianza dello spirito e della profonda cultura umanistico-rinascimentale dei tipografi e degli editori. Oltre alla funzione tipografico-editoriale, la marca cinqucentesca è dunque anche strumento di validità per la scientificità e l’erudizione del tipografo. donne virtuose e vergini. La vignetta o marca raffigurante il liocorno in grembo a una donna seduta (foto 8) nell’opera Laude delle donne bolognese di Claudio Tolomei, stampata a Bologna nel 1514 da Giustiniano da Rubiera, indica la glorificazione del testo poetico. L’allegoria della virtù e della purezza verginale trova parallelamente manifestazione nel celebre dipinto di Raffaello raffigu8 NOTE 1 Giuseppina Zappella, Le marche dei tipografi e degli editori italiani del Cinquecento. Repertorio di figure, simboli e soggetti e dei relativi motti, Milano, Editrice Bibliografica, 1986, vol. 1, p. 5. Alla Zappella si deve anche una dettagliata divisione e analisi delle varie marche tipografiche cinquecentesche. Giulio Cesare Capaccio, Delle imprese trattato di Giulio Cesare Capaccio, In tre libri diviso, Napoli, Orazio Salviani, Giovanni Giacomo Carlino & Antonio Pace, 1592, libro secondo, c. 49v. 3 Capaccio, libro primo, c. 64r/v. 4 Capaccio, libro primo, c. 26v. 5 Zappella, p. 172. 6 Cesare Ripa, Iconologia del cavaliere 2 Cesare Ripa perugino notabilmente accresciuta d’immagini, di annotazioni, e di fatti dall’abate Cesare Orlandi, Perugia, Pietro Giovanni Costantini, 1764-1767, 5 volumi. 7 Jacopo Gelli, Divise, motti e imprese di famiglie e personaggi italiani, Milano, Ulrico Hoepli, 1928, n. 1792, p. 521. 8 Gelli, n. 1354, p. 381. gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 inSEDICESIMO DANTE E L’ISLAM, LA MOSTRA IN CAMPANELLA, ASTE, CATALOGHI L’INTERVISTA D’AUTORE, RECENSIONI, SPIGOLATURE, MOSTRE NON FERMATEVI A GUARDARE, METTETECI IL NASO! Visite guidate, conferenze, incontri, reading, laboratori per studenti: la mostra BvS racconta il ricco dialogo tra Europa e Vicino Oriente 4 novembre 2010 - 27 marzo 2011 DANTE E L’ISLAM Incontri di Civiltà a mostra DANTE E L’ISLAM. Incontri di civiltà è organizzata dalla Fondazione Biblioteca di via Senato in concomitanza con l’esposizione promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune di Milano, al-Fann. Arte della civiltà islamica, che si tiene a Palazzo Reale fino al 30 gennaio 2011. L’accostamento del nome del Poeta fiorentino alla civiltà islamica è sempre stato oggetto di incomprensioni, dibattiti e discussioni. Partendo dalle analogie presenti nella Divina Commedia con le leggende della tradizione islamica sui viaggi oltremondani di Maometto, si riscontra quanto l’epoca di Dante fosse permeata del pensiero, della cultura e delle scoperte scientifiche provenienti dal mondo arabo, e sia stata feconda per il pensiero e la cultura occidentale. All’inizio della mostra, un breve preambolo introduce alla situazione storica e politica del tempo, mettendo in luce le sorprendenti analogie del Poema con alcuni esempi della letteratura mistica islamica riguardanti il mi‘raj, ovvero l’ascensione mistica di Maometto narrata nel Corano. Il percorso espositivo prevede Fondazione Biblioteca di via Senato via Senato 14, Milano da martedì a domenica orario continuato 10-18 lunedì chiuso Ingresso libero Per informazioni tel. 02 76215323-314 fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Biblioteca di via Senato F O N DA Z I O N E Incontri di civiltà L Con il patrocinio di In collaborazione con Si ringrazia Sponsorizzazione tecnica PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI Fondazione Biblioteca di via Senato Tel. 02/76215323-314-318 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Tutti i GRUPPI (gruppi scolastici e pubblico adulto), che intendano visitare la mostra liberamente o con una propria guida, hanno comunque l’obbligo di prenotare anticipatamente l’ingresso. La prenotazione e l’ingresso alla mostra sono gratuiti. la suddivisione degli spazi e delle opere secondo le tre Cantiche dell’Opera dantesca – Inferno, Purgatorio, Paradiso – e offre al visitatore 35 preziose edizioni della Divina Commedia presenti nella Biblioteca di via Senato, a testimonianza della fortuna di Dante attraverso i secoli: dalla seconda edizione illustrata di Bonino Bonini [1487] all’edizione illustrata da Salvador Dalí [1963-64], fino a quella recentemente illustrata da Monika Beisner [2005]. Sono, inoltre, esposti pregiati reperti islamici provenienti dalle Raccolte Extraeuropee del Comune di Milano, dal Museo d’Arte Orientale di Torino, da altri musei e da collezioni private, che testimoniano l’importanza dell’artigianato e delle arti minori, della filosofia e delle scienze musulmane. Negli spazi espositivi esterni è possibile visitare la sezione multimediale con la versione in 3D della Divina Commedia per iPad®, curata da Carraro Multimedia e IlSole24ORE. La struttura è allestita in modo da riproporre ai visitatori le figure e i brani più importanti del Poema dantesco. DANTE E L’ISLAM. Incontri di civiltà, curata dalla Biblioteca di via Senato, si è avvalsa della collaborazione di Giovanni Curatola – docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano 30 e l’Università di Udine, esperto di arte islamica, curatore della mostra di Palazzo Reale; Tullio Gregory – Professore Emerito di Storia della Filosofia presso l’Università La Sapienza di Roma, Accademico dei Lincei, Direttore dell’Enciclopedia Italiana; Francesca Flores D’Arcais – docente di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Annette Popel Pozzo, conservatrice dei Fondi Antichi, e Matteo Noja, conservatore dei Fondi Moderni, della Fondazione Biblioteca di via Senato. La costruzione dell’identità europea inizia dalla cultura, disse Jean Monnet, primo segretario della Società delle Nazioni. E questa cultura si è sempre e ovunque basata su un confronto incessante a più voci. Il dialogo culturale, che rappresenta le radici della nostra civiltà, si è formato certamente nel cristianesimo, potentemente rafforzato dalla tradizione della razionalità greca e romana, ma è stato attraversato e stimolato dalle correnti di pensiero del Vicino Oriente, ebraico e arabo. Per capire la nostra identità, non si può fare a meno di nessuna di queste voci. Di alcune di esse, meno percepite nel passato per motivi ideologici, politici e religiosi, solo la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 ora l’Europa comincia a prendere coscienza; tra queste, sicuramente, quelle dell’Islam. In un’epoca come quella attuale, nella quale si assiste a una contrapposizione sempre più drammatica tra il mondo occidentale e quello islamico, è bene ricordare come il periodo in cui visse Dante sia stato fecondo per la nostra storia, anche perché i rapporti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano furono molto più stretti, in tutta l’area mediterranea, a dispetto delle feroci guerre di religione che lo insanguinarono. Scopo della mostra della BvS è offrire un punto di vista particolare ma privilegiato che, partendo dalla “Commedia” e seguendo la sua prospettiva, suggerisca i temi e le circostanze della vicinanza tra le due culture. Nel Duecento, due uomini incarnarono sopra tutti questa felice contaminazione culturale: Federico II di Svevia, lo “Stupor Mundi”, che in Sicilia costruì attorno a sé una corte di grande livello intellettuale sul modello di quelle arabe, favorendo, tra l’altro, la nascita della poesia italiana; e Alfonso X, il saggio re di Castiglia e León, che istituì una scuola di traduzione a Toledo, e la cui corte fu la via maestra, il principale centro di assimilazione, traduzione e ritrasmissione della filosofia e della scienza dei Mori. Ma fu proprio Dante che trasfuse ogni conoscenza a lui contemporanea nella Divina Commedia, compilando, in un supremo testo, una sorta di enciclopedia del tempo. La mostra vuole quindi suggerire come la cultura islamica fosse diffusa in tutta l’Europa medievale e come ciò sia, volutamente o no, anche testimoniato nella “Divina Commedia”. Il percorso espositivo, lungi dal volersi presentare esaustivo della sterminata materia che riguarda la Divina Commedia, ne illustra la natura e la struttura, cercando di richiamare alla mente quei personaggi e quelle teorie che Dante ha ricordato nei suoi versi e che testimoniano quanto detto sopra. Molti dei personaggi citati direttamente da Dante nel Poema sono legati al mondo musulmano: Maometto, il sultano Salah ad’Din [Saladino], Avicenna, Averroè, Brunetto Latini, Pietro Ispano, tra gli altri; oltre a quelli non citati direttamente, ma di cui il Poeta aveva ben presente l’importanza, se non altro attraverso gli insegnamenti del suo “maestro” Brunetto Latini, di cui mostra di conoscere le opere e il pensiero. DANTE E L’ISLAM Le edizioni Il successo della Commedia, nonostante la presenza di numerosissimi manoscritti, si amplificò con l’avvento della stampa. La prima edizione, ancora priva di commento, uscita dai torchi di Johann gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Sono previste inoltre diverse proposte di approfondimento: • letture sceniche • laboratori sul testo della “Divina Commedia”. • spettacoli teatrali e recital • visite teatralizzate in mostra • incontri speciali per famiglie una comunicazione via internet a tutti coloro che hanno comunicato la propria e-mail. Le informazioni sono consultabili anche sul sito della Fondazione: ww.bibliotecadiviasenato.it o rivolgendosi alla segreteria: telefono 02.76215318 Il calendario di questi appuntamenti è in fase di definizione. Per ogni dettaglio e informazione sarà inviata (è possibile richiedere l’inserimento del proprio indirizzo e-mail, scrivendo a: [email protected]) Neumeister di Magonza (alcuni studiosi lo credono allievo di Gutenberg) ed Evangelista Angelini fu quella di Foligno del 1472. A questa editio princeps fanno seguito ancora nel 1472 due altri incunaboli: quello di Mantova stampato da Georg di Augusta e Paul Butzbach e l’altro, probabilmente stampato a Venezia o Jesi, da Federico de’ Conti. Il termine tecnico “incunabolo” viene usato per i libri stampati sino al 1500 e indica letteralmente le fasce, la culla della stampa, mentre la denominazione latina “incunabula typographiae” deriva dal titolo della prima bibliografia dedicata agli incunaboli a cura di van Beughem del 1688. La prima edizione commentata della Commedia, ancora priva di illustrazioni, fu stampata nel 1477 da Vindelino da Spira a Venezia. Il commento attribuito a Benvenuto da Imola, ma in realtà opera di Jacopo della Lana, fu ripreso nell’edizione milanese del 1477-1478 promossa dall’umanista Martino Paolo Nidobeato (da cui l’edizione Nidobeatina), ma successivamente abbandonato a favore del commento di Cristoforo Landino che si trova per la prima volta nell’edizione di Niccolò Lorenzo della Magna, stampata nel 1481 a Firenze. 31 L’edizione è famosa soprattutto per essere la prima illustrata con le incisioni che accompagnano i primi 19 canti dell’Inferno, attribuite a Baccio Baldini su disegno di Sandro Botticelli. Una seconda edizione, contenente più illustrazioni, viene stampata dal dalmata Bonino Bonini nel 1487 a Brescia. Il successo della “Commedia” si consolida nel XVI secolo con più di 35 edizioni (tra cui la prima volgare di Aldo Manuzio del 1502, una prima in lingua straniera del 1515 stampata a Burgos, e quella di Giolito de Ferrari del 1555, dove compare per la prima volta l’aggettivo “Divina” accanto a Commedia). Dopo un declino nel XVII secolo con soltanto tre edizioni (due a Venezia e una a Padova), dal XVIII secolo si nota un rinnovato interesse per il Poema sacro con numerose edizioni, spesso riccamente illustrate; un fatto che attraverso la consacrazione del Poema nel XIX secolo (ricordiamo la Commedia di Flaxman e Doré) raggiunge il XX secolo, nel quale, tra le numerose edizioni, si distinguono per l’accuratezza del commento i testi critici a cura di Natalino Sapegno e Giorgio Petrocchi. 32 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 IL ’900 E L’ARTE DELLA COMMEDIA Accanto a “Dante e l’Islam”, una preziosa esposizione di “Commedie” contemporanee di arianna calò, margherita dell’utri e beatrice porchera ell’ambito della mostra Dante e l’Islam. Incontri di civiltà, nella attigua Sala Tommaso Campanella si propone un breve percorso attraverso esempi illustrati della Divina Commedia del Novecento, selezionati da esemplari esclusivi posseduti dalla nostra Biblioteca. Ripercorrendo il filone dell’autonomia iconografica sul testo, già ben evidenziata in mostra con gli apporti di Flaxman, Doré e Dalí, sino ai più recenti Antony De Witt e De Chirico, i testi qui esposti presentano l’approccio di artisti contemporanei ad alcuni canti del Poema, all’interno di una cornice editoriale esclusiva. Suddivise a illustrare le tre cantiche, saranno presenti infatti le edizioni a tiratura limitata stampate negli anni Novanta per Silvio Berlusconi Editore, affiancate da sperimentali N progetti inediti dell’artista greco Petros e da un esemplare unico di libro d’artista. I volumi proposti, stampati su carta pregiata (Japon e Alcantara), presentano i canti XII, XIII e XXVI dell’Inferno e il XXVIII del Purgatorio, per i quali alla cura della composizione tipografica del testo si affiancano le interpretazioni grafiche e pittoriche di Ruggero Savinio, Piero Leddi, Carla Tolomeo e Pino Di Silvestro, ciascuno dei quali si cimenta con il proprio linguaggio stilistico nell’interpretazione dei temi cardine del canto. Il Paradiso è rappresentato dalla trasposizione artistica del canto XXI a opera di Petros, tre versioni complementari di progetti editoriali mai realizzati. Le origini greche dell’artista si manifestano nella scelta di proporre il testo tradotto nella propria lingua; seguono tavole incise ed elaborati disegni. L’esemplare pensato per Scheiwiller integra i precedenti progetti, e li completa con l’aggiunta di tavole a colori. Chiude l’esposizione il libro d’artista di Nino Baldessari, una rivisitazione personale del canto XXXI del Paradiso con la trascrizione autografa del testo e decorazioni in foglia d’oro, esemplare unico con dedica ad personam. A far da cornice all’esposizione, una selezione di 92 curiose illustrazioni di un autore sconosciuto e probabilmente rimaste inedite. In tempera su cartoncino, le immagini dalla forte carica espressiva abbracciano la quasi totalità dei canti della Commedia dantesca. I personaggi, rivisitati in chiave moderna, si stagliano su sfondi dai colori accesi, che spaziano dal rosso predominante e violento dell’Inferno al rasserenante azzurro del Paradiso. L’iniziativa arricchisce la mostra in corso Dante e l’Islam, e offre l’occasione di esporre per la prima volta al pubblico opere di pregio custodite nella nostra Biblioteca. L’esposizione, inaugurata il primo dicembre, rimarrà aperta fino al 27 marzo, dal lunedì al venerdì (orario: 9.3013.00/14.00-18.00, ingresso libero). gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO I primi incanti dell’anno, “appuntamenti” che si inseguono dall’Europa agli Stati Uniti di annette popel pozzo IL 27 GENNAIO, LONDRA Asta – Antiquarian Books & Modern First Editions www.bloomsburyauctions.com/index L’asta con 209 lotti contiene tra l’altro una copia di J.K. Rowling, Harry Potter and the Philosopher’s Stone. Il primo romanzo, stampato appena tredici anni fa, nel 1997, viene offerto da Bloomsbury Auctions in una prima edizione, prima tiratura e in uno dei pochissimi esemplari in legatura “hardback” (lotto 49, stima £4.000-6.000). DAL 28 AL 30 GENNAIO, STOCCARDA Mostra mercato – 50. Stuttgarter Antiquariatsmesse www.antiquare.de Per questa edizione si riuniscono a Stoccarda 80 espositori, provenienti da tutta Europa e dagli Stati Uniti. Tra gli espositori italiani Lex Antiqua, Goriziana Libreria Editrice, Perini Libreria Antiquaria e la Libreria Galleria Solmi. È disponibile un dettagliato catalogo on-line: tra i libri offerti dall’Antiquariat Wolfgang Braecklein di Berlino, una copia del mitico Sogno di Polifilo nella traduzione francese a cura di Beroaldo (Le tableau des riches inventions), stampata a Parigi nel 1600, ma 1610 (€6.500). Va ricordato che parallelamente viene anche organizzata la 25° Antiquaria nella vicina città di Ludwigsburg, che riunisce una cinquantina di librai antiquari. IL 31 GENNAIO, PARIGI Asta – Livres Anciens et Modernes www.kahn.auction.fr/FR/index.php Un’asta soprattutto dedicata al libro francese dell’Otto e Novecento. Segnaliamo una bella copia della prima edizione di Madame Bovary di Gustave Flaubert (Paris, Michel Levy Frères, 1857, typographie de Madame Vve. DondeyDupré, lotto 198, stima €2.500-3.000). IL 6 FEBBRAIO, LOS ANGELES Asta – Books and Manuscripts www.bonhams.com DALL’11 AL 13 FEBBRAIO, SAN FRANCISCO Mostra mercato - 44th California International Antiquarian Book Fair www.sfbookfair.com IL 13 FEBBRAIO, MILANO Mostra mercato – Vecchi Libri in Piazza www.piazzadiaz.com/ Da quindici anni l’appuntamento mensile per libri antichi, usati e fuori commercio sotto i Portici di piazza Diaz. IL 13 FEBBRAIO, SAN FRANCISCO Asta – Fine Books and Manuscripts www.bonhams.com In asta la prima edizione di Elementa geometriae di Euclide (Venezia, Erhard Ratdolt, 1482, lotto 2004, stima $50.000-70.000, 136 su 138 carte senza la prima carta a1 e l’ultima carta bianca r8 in legatura remboitage di pergamena antica). Il lotto 2086 contiene una copia dell’edizione limitata a soltanto 225 esemplari di Some German Woodcuts of the Fifteenth Century, stampata nel 1897 per Sidney Cockerell e William Morris nella Kelmscott Press (stima $3.000-5.000). Presso Bonhams, anche la prima edizione in prima tiratura (1/500 copie) dell’importante opera di Edward Gibbon, The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, Londra, Strahan & Cadell, 1776-1788, in 6 volumi (lotto 2141, stima $6.000-9.000). IL 15 FEBBRAIO, PARIGI Asta - Vente Bibliothèque d’un Amateur - 3ème Vacation - Éditions Originales sur Grand Papier www.alde.fr/FR/index.php Il catalogo on-line sarà disponibile circa quindici giorni prima dell’asta. 34 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 IL CATALOGO DEGLI ANTICHI a raccogliere i fascicoli singoli (n. 77, prezzo a richiesta). Libreria Antiquaria Mediolanum Via del Carmine 1 – 20121 Milano www.libreriamediolanum.com Libri da leggere per comprare libri RARI “MANUALI” PER ESSERE DEGLI OTTIMI COLLEZIONISTI di annette popel pozzo SQUISITE RARITÀ SUL ’800 ITALIANO IN PROSA E POESIA Libreria Antiquaria Mediolanum Catalogo 36: Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni Pensando alla scarsità di materiale secondario - soprattutto recente - sul libro italiano ottocentesco, l’ultimo catalogo della Libreria Antiquaria Mediolanum, dedicato esclusivamente ai maggiori poeti e prosatori italiani dell’Ottocento, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni, si rivela utile strumento di consultazione unendo 86 titoli con dettagliate descrizioni. Molti dei volumi nel catalogo sono di grande rarità e appaiono difficilmente sul mercato: troviamo per esempio la rara edizione a sé di La guerra dei topi e delle rane del giovanissimo Giacomo Leopardi, stampata a Milano da Antonio Fortunato Stella dai torchi di Pirotta nel 1816. La traduzione in sesta rima della Batracomiomachia fu pubblicata nel numero 65 dello Spettatore italiano e straniero, e solo pochi estratti con paginazione propria e copertine editoriali furono stampati per l’uso dell’autore (n. 42, €6.200 con copertine editoriali). Anche i primi versi a stampa di Ugo Foscolo furono pubblicati in un periodico: nel catalogo troviamo un raro set dei primi cinque volumi della rivista letteraria veneziana Anno poetico, ossia raccolta annuale di poesie inedite di autori viventi, 1793-1797, che nel quarto e quinto volume contiene contributi in prima edizione di Foscolo (l’ode La verità sulle pp. 249-254 del quarto volume è il primo testo poetico a stampa; n. 1, €8.000). Set completi della rivista vengono censiti in meno di dieci biblioteche italiane. Da segnalare anche la prima edizione definitiva de I Promessi Sposi del 1840. La copia offerta è una delle pochissime censite a dispense contenente le copertine editoriali e la grande copertina editoriale destinata Bernard Quaritch LTD List 2011/1 Collecting Private and Public Volumi dedicati ai vari tipi e metodi di collezionismo si trovano uniti nel recente catalogo della libreria antiquaria londinese. Die geöffnete Raritäten- und Naturalien-Kammer di Paul Jacob Marperger (Amburgo, 1704, £1.750) è uno dei primi manuali contenenti precise indicazioni per la creazione e manutenzione di gabinetti di curiosità o Wunderkammer. Interessante e censita in poche biblioteche italiane l’orazione funebre Delle lodi di Anton Magliabechi a cura di Anton Maria Salvini (Firenze, Guiducci e Franchi, 1715, £1.000) che contiene anche considerazioni biografiche sul famoso bibliotecario e raffinato bibliofilo alla corte dei Medici. Per testamento lasciò la sua enorme biblioteca personale, costituita da circa 28.000 volumi al pubblico con lo scopo di «promuovere gli studi, le virtù, le scienze, e con quelle la pietà e il bene universale, a beneficio universale della città e specialmente ai poveri, chierici sacerdoti e secolari che non hanno modo di comprar libri e di poter studiare». Bernard Quaritch LTD 40 South Audley Street, London W1K2PR [email protected] gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano IL CATALOGO DEI MODERNI Libri da leggere per comprare libri di matteo noja ALLA SCOPERTA DI ROMA, CAPITALE DELL’EDITORIA Libreria Ardengo Roma 1940-1960. Catalogo nove, dicembre 2010 Hans Tuzzi nella conclusione di un libro uscito per Sylvestre Bonnard nel 2003 [Gli strumenti del bibliofilo. Variazioni su come leggere cataloghi e bibliografie] si chiedeva che senso ha collezionare oggi e diceva che la maggior parte dei collezionisti si muove tra due poli di attrazione che sono il valore strumentale del libro, ciò che si riferisce ai suoi contenuti, e a quello amatoriale, «quando, per una ragione qualsiasi, un libro si può considerare in sostanza un cimelio». Ma quali sono gli aiuti che può avere un collezionista nella sua ricerca? Senza dubbio, le bibliografie e le riviste storiche, ma se sono fatti come si deve i cataloghi di vendita dei librai specializzati sono un aiuto insostituibile. In questo caso bisogna lodare il lavoro della libreria Ardengo che ha voluto raccogliere in questo suo catalogo le edizioni romane di un ventennio, dal 1940 al 1960, periodo che fu molto fecondo per l’editoria della capitale, ma poco studiato e sempre a segmenti e non nella sua interezza. Molti debiti si contraggono sfogliandone le pagine, perché questo catalogo sa parlare di un’editoria, povera perché il periodo non consentiva ostentazioni di inesistenti ricchezze e ricca perché tutti i protagonisti, dagli autori agli illustratori ai tipografi e editori, mettevano tutta la loro opera al servizio di un libro che doveva uscire nel miglior modo possibile. E parla di tutti gli editori, piccoli e grandi, che hanno stampato a Roma; non si ferma ai casi importanti, agli editori che per motivi bellici si trovavano a Roma a lavorare, come Rizzoli, Mondadori, Longanesi ed Einaudi, che comunque alla fine della guerra riuscirono a stampare libri importanti. Tra tutti basta citare Giulio Einaudi che ricordava le continue e petulanti lamentazioni del bibliofilo ed esperto antiquario Umberto Saba di fronte alla carta usata per il suo Canzoniere (1900-1945) uscito dallo stabilimento tipografico di Aristide Staderini, su una carta grigina ben distante da quella che aveva immaginato il poeta triestino abituato alle croccanti carte di incunaboli e cinquecentine. Dicevamo che il catalogo permette di conoscere sigle e nomi che adesso poco ci dicono, ma che pure hanno avuto una loro importanza e una ragione per fregiarsi del titolo di editori: A.V.E., L’Ape, Il Canzoniere, La Capitale, Catapulta, La Vita, Il Pozzo, Edizioni della Bussola, Edizioni delle Catacombe, Il Maglio, La Sibilla, Stella, Tapra e altri. Per molti di loro, un libro, due al massimo meritano la citazione, ma tanto basta per darsi l’obiettivo di salvarne la memoria. Al di là del fenomeno di costume, vi è un’epoca e un modo di intendere la cultura che oggi si è perso e che andrebbe rivalutato. 35 Per esempio, spicca negli anni della guerra la figura di Federigo Valli e della sua rivista “Documento”, intorno cui crebbe e si sviluppò un’attività editoriale di grande livello. Per questa casa editrice basterebbe citare la collana, diretta proprio da Valli, La Margherita, nella quale comparvero, in edizioni per pochi fortunati, nel 1944 La Cetonia di Alberto Moravia [55 copie con acquaforte di Luigi Bartolini], Forte come un leone di Gianna Manzini [300 copie con 6 disegni inediti di Scipione], La nostra anima di Alberto Savinio [300 copie con 2 litografie dello stesso autore] e infine, sempre di Moravia, Agostino [500 copie con due litografie di Guttuso]. Altro editore che pubblica in quegli anni, Polin che diventerà famoso per aver stampato la prima edizione [introvabile, ma che in questo catalogo è in vendita a €2.600] di Ladri di biciclette. Romanzo umoristico del furto e del ritrovamento d'una bicicletta per tre volte! Di Luigi Bartolini. Semisconosciuto, Polin, grazie a questo catalogo, lo scopriamo editore anche di altri libri, come Piccola città dell’Ohio di Sherwood Anderson [trad. Orsola Nemi], o come Giovanna la Pazza di Michael Prawdin [trad. Francesco Glaentzer] e pochi altri ancora. Infine le edizioni La Margherita animate da Irene Brin [al secolo, prima di incontrare Leo Longanesi che le cambierà nome, Maria Vittoria Rossi] e dal marito, il gallerista, Gaspero del Corso. Edizioni votate all’arte e ai libri d’artista, sono presenti nel catalogo con due libri rari e ricercati: Cronache romane di Orfeo Tamburi [uscito nel 1944 con 12 sue litografie] e Gott mit Uns [uscito nel 1945 con 24 tavole dell’artista siciliano e uno scritto di Antonello Trombadori]. Libreria Ardengo Via del Pellegrino, 77 - 00186 Roma tel. 06.68210315 - 334.3759937 www.ardengo.com 38 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 L’intervista d’autore VITTORIO SGARBI E QUELLE MIGLIAIA DI LIBRI ACCATASTATI O “DISPERSI” ffetto da una dromomania nevrotico-ossessiva che lo rende incapace di fermarsi in una città per più di qualche giorno, se non appena qualche ora, Vittorio Sgarbi ha assegnato alle sue collezioni lo stesso destino che ha deciso di infliggere a se stesso. Quello della dispersione. I libri e le opere d’arte di Vittorio Sgarbi sono disseminati in diversi luoghi: le sue abitazioni temporanee, quella dei genitori, le case di rappresentanza nei paesi di cui è - o è stato - sindaco, gli uffici in cui di volta in volta ricopre la carica di sottosegretario, assessore o sovrintendente, gli appartamenti delle sue amanti e compagne, e poi depositi, capannoni, soffitte… Il nucleo principale, però - almeno per ora - è accatastato nella grande casa di famiglia a Ro Ferrarese, un massiccio edificio ottocentesco, con annessa la farmacia di famiglia in stile Art Nouveau, che Vittorio Sgarbi ha trasformato in una gigantesca, caotica, straordinaria libreria-quadreria sparpagliata in una dozzina di stanze, soltanto un paio delle quali riservate alla cucina e alla camera da letto dei genitori. Per il resto casa Sgarbi è una indescrivibile biblioteca-pinacoteca la cui visita – come sanno tutti coloro che sono stati trascinati in un tour guidato, spesso nottetempo – non dura meno di tre-quattro ore. Il percorso del museo Sgarbi in realtà è un labirinto, fuori e dentro sale traboccanti quadri, statue, incisioni e tutto quanto è arte, “piccole” opere A di luigi mascheroni e grandi capolavori, dal primo Rinascimento ai giorni nostri, sovrapposte e affastellate sopra, sotto, davanti o dietro parenti e mobili a loro volta zeppi di saggi, romanzi, cataloghi, plaquette, cinquecentine, atlanti, dizionari... Un dipinto di epoca manierista accanto al ritratto di Bernardo Strozzi, sovrastanti uno scaffale di volumi di architettura, lungo una parete tappezzata di polaroid e ritratti sgarbiani che conduce a una sala da pranzo trasformata in gipsoteca, accanto a una camera da letto affollata di artisti di scuola emiliana come Alessandro Tiarini, o genovese come Giocacchino Assereto, una piantana a muro di poesia francese nascosta da una Madonna del Guercino o una tela di Artemisia Gentileschi sopra un mobiletto di saggi di critica letteraria, mentre il corridoio è occupato dai classici del Novecento italiano e lungo le scale, sotto uno splendido Mattia Preti, sono impilati i volumi dello storico Dizionario della pittura e dei pittori dell’Einaudi e, prospiciente il letto matrimoniale di mamma e papà, un pezzo unico come il busto di San Domenico dell’artista quattrocentesco Niccolò dell’Arca, dietro il quale è infilata una rarissima monografia dell’artista… E si potrebbero enumerare quasi quattromila opere e qualche decina di migliaia di libri... Come fa, se le serve un libro, a orientarsi in questo caos? I libri che ho me li ricordo tutti, ma non riesco mai a trovarli. Nella casa di Ro ne ho 50-60mila sparsi in diverse stanze. La maggior parte, però, è inaccessibile: sono coperti dai quadri, ammucchiati davanti agli scaffali. So esattamente che titoli ci sono dietro le tele, ma non posso prenderli, dovrei spostare mezza quadreria. E poi, davanti ai quadri e alle statue, adesso si sono accumulati altri libri. Un ordine in fondo c’è, ma sovrastato dalla quantità di volumi che si accumulano… è per questo che nel giardino ho da poco fatto costruire un capannone nello stesso stile architettonico della casa e che diventerà un’ordinatissima biblioteca.. Prima o poi…. E quella di Ro non è l’unico posto dove tiene i libri... A Roma ho un’altra piccola biblioteca, più rapsodica, con poche migliaia di volumi: cataloghi, romanzi, ma anche bozze, manoscritti… gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Mi ricordo un’accesa discussione in cui sosteneva che la sua collezione è più bella di quella di Federico Zeri… Forse Zeri aveva più libri, ma la mia è più importante. Possiedo la quasi totalità delle fonti di arte antica, dal De Sculptura di Pomponio Gaurico del 1504 fino alle opere fondamentali dell’Ottocento. Si figuri che qualche anno fa il direttore della National Library di Washington mi offrì un milione di dollari solo per questa sezione della mia collezione. E cos’ha fatto? Ci ho pensato un po’, ho calcolato che con quei soldi azzeravo tutte le querele che avevo sulle spalle, e me ne sarebbero rimasti ancora parecchi. E, dopo tutto, avrei sempre potuto ricomprarmi le anastatiche. Poi però mi sono detto: “Le anastatiche? No, troppo triste”. E così ho lasciato perdere. Il suo libro più prezioso? L’Idea dé Pittori, Scultori et Architetti di Federico Zuccari stampato a Torino nel 1607. Anche perché dietro c’è la storia di un acquisto fortunoso. Ma gliela risparmio… Piuttosto, le regalo un consiglio: mai lasciarsi scappare l’occasione davanti a un libro. Questa storia invece gliela racconto: una volta, dopo anni di ricerche, sono riuscito a trovare un’opera bellissima, Ascoli in prospettiva colle sue più singolari Pitture, Sculture, e Architetture di Tullio Lazzari, un interessantissimo poligrafo settecentesco. Un volume da sogno che non avevo mai avuto in mano in vita mia. Vengo a sapere che lo battono all’asta, e io ci vado di corsa. Arrivo e trovo lì, in sala, una ragazza bellissima, Melania. Insomma, mi distraggo, e quando la battono non me ne accorgo…. Perso, per sempre. 39 Forse valeva più la ragazza… Ma cosa dice? Valeva molto di più il Lazzari. Peccato… E continua ancora ad andare alle aste di libri? No, ho smesso quando mi sono accorto che costavano più dei quadri. Lei, però, non si definisce un bibliofilo... che rapporto ha col libro? Un rapporto molto rarefatto: sono strumenti di lavoro, prima di tutto, e ne accumulo moltissimi perché ogni libro può avere qualcosa di utile, anche una foto. Il libro a cui è più affezionato? Anche se non sono rari, i libretti tascabili della mitica collana “grigia” della Bur. E poi ho amato molto, per la curiosità e la praticità, i libretti d’arte in sedicesimo di Scheiwiller. Piccolissimi e bellissimi. 40 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI Il grande archivio letterario della Statale di Milano per un vero amante della città di matteo noja MARIO SOLDATI A MILANO, ATTI DAL CONVEGNO ‘APICE’ Sulle colonne del Corriere della Sera, negli ultimi giorni del 2010 viene data notizia dell’acquisizione da parte di Apice di un mannello di lettere indirizzate a Riccardo Ricciardi. Apice è un acronimo che vuol dire “Archivi della Parola dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale”; emanazione dell’Università Statale di Milano, in una sede decentrata ma molto funzionale raccoglie, conserva e valorizza archivi e carte di importanti case editrici, intellettuali e scrittori, collezionisti privati, per facilitare e arricchire gli studi sulla cultura e l’editoria italiana soprattutto del secolo scorso. Nata nel 2002 ora è composta dagli archivi di numerosi personaggi come Valentino Bompiani, Antonio Porta, Giovanni e Vanni Scheiwiller, Giovanni Giudici, Alberto Vigevano e molti altri. Tra questi archivi anche quello dell’editore napoletano Riccardo Ricciardi [1879-1973], che lavorò da giovane per la libreria internazionale Marghieri di Napoli e conobbe numerosi intellettuali partenopei come il bibliofilo Tammaro De Marinis, il poeta Salvatore Di Giacomo e il filosofo Benedetto Croce. Su consiglio e con l’aiuto di Croce, nel 1907 Ricciardi aprì la sua casa editrice. Nel 1938 la proprietà venne assunta dal banchiere Raffaele Mattioli e fu trasferita a Milano. Nel 2003 la casa editrice fu acquisita dall’Istituto della Enciclopedia Italiana. Nell’archivio, pressoché integro, i documenti inerenti all’attività della casa editrice dall’inizio della collaborazione tra Ricciardi e Mattioli, ma anche i volumi della casa editrice. Apice comunque non si limita a conservare gli archivi ma si occupa di promuovere convegni e dibattiti intorno ai personaggi e alle carte ospitati nei suoi scaffali. Poi ne pubblica gli atti presso le Edizioni di Storia e Letteratura di Roma in una collana dal titolo “Archivi del Libro”. Ne sono usciti quattro titoli dal 2008 a oggi e l’ultimo volume, La scrittura tra arte e vita, Mario Soldati a Milano, nasce dalla giornata di studio “Mario Soldati a Milano. Narrativa, editoria, giornalismo, teatro, cinema” svoltasi il 22 maggio 2007 all’Università degli Studi di Milano, per testimoniare la presenza del suo archivio presso Apice e per ricordare il centenario dello scrittore torinese. Il volume raccoglie vari interventi che riguardano la scelta di Soldati alla fine degli anni cinquanta di trasferirsi a Milano nel tentativo di ridare alla scrittura il posto principale nella sua molteplice attività, rispetto al cinema che aveva privilegiato negli anni precedenti. Milano era stata sempre per Soldati un luogo amico, spostato rispetto al tragitto Torino-Roma che aveva intrapreso per avvicinarsi al mondo del cinema nel quale voleva lavorare, ma voluto, fortemente cercato per scelta. Come lo scrittore ricorda in un’intervista, gravitava su Milano e ci veniva in vari modi, in treno, in bicicletta o, addirittura, a piedi, per scommessa e ci arrivava sempre affamato, ai tempi in cui cercava un editore per il suo libro America primo amore: «A Milano non lo trovai. Ma trovai cibo e amicizia». A conquistarlo deve avere contribuito questo aspetto della metropoli meneghina, la socialità, la bontà. Della città e della sua forma diceva: «è affettuosa, umana. Lo è nel disegno urbano, con le strade a raggiera che si dipartono dal centro e altre concentriche che la sezionano in spicchi e anelli. Questa struttura rappresenta un’organizzazione autonoma, autosufficiente. Nel suo centro ha un simbolo religioso e un pensiero astratto, cioè l’autonomia della religione dei rioni, degli individui che si identifica con un altro concetto: la dignità degli uomini liberi. L’ho sempre pensato, è bella Milano, per il suo carattere di piena umanità». Gli interventi pubblicati investigano sui vari aspetti dell’attività e della presenza di Soldati a Milano, sia a partire dal suo definitivo trasferimento, sia anche nei suoi primi passi nel cinema: fu infatti a Milano che presso l’editore Corticelli stampò nel 1935, sotto lo pseudonimo di Franco Pallavera, 24 ore in uno studio cinematografico. Soprattutto, anche sulla scorta di quanto emerso dall’archivio, i vari saggi raccolti cercano di ricostruire il laboratorio in cui lo scrittore fa nascere le sue opere, sia narrative o giornalistiche, sia cinematografiche. Uno di questi saggi poi cerca di spiegare perché Soldati non divenne un autore teatrale. Bruno Falcetto (a cura di), “Mario Soldati a Milano. Narrativa, editoria, giornalismo, teatro, cinema.” Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2010, pagg.156, €28.00 gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano ET AB HIC ET AB HOC A spasso tra gli scaffali della BvS 1911–2011. Cento anni di... UN PESSIMO CARATTERE. «Sono tre volte senza casa: come boemo in Austria, come austriaco tra i tedeschi e come ebreo in tutto il mondo. Ovunque un intruso, mai bene accetto». Così diceva di sé Gustav Mahler morto a Vienna nel 1911, a cinquantuno anni. La moglie Alma Schindler, nella sua autobiografia [D.M. 927.8.MAH], riporta al servizio degli studiosi, con una forte e specifica vocazione nei settori della letteratura italiana, francese e spagnola moderna e contemporanea, destinata a crescere e ad arricchirsi nel tempo. FANTASCIENZA ITALIANA. di laura mariani conti e matteo noja LA TENTAZIONE DI ESISTERE. Molti i nati, molti i morti un secolo fa, quasi la bilancia del mondo volesse stare in pari. Tra i tanti muore Antonio Fogazzaro, cantore dei laghi e delle buone intenzioni, di vicende toccanti con lacrime e disastri; tra quelli che non ci si ricorda, nati in quell’anno, a parte un presidente americano (Ronald Reagan) e un paio di scarpette da ballerina in attesa di un compagno (Ginger Rogers); a parte un futuro premio nobel per la letteratura (William Golding) autore di uno dei più bei libri per la gioventù (Il signore delle mosche); a parte un grande pittore italiano come Renato Guttuso; a parte una grande casa editrice francese come Gallimard, rimane per qualcuno l’inconveniente di essere nati. Sicuramente per il grande pensatore rumeno, Emil Cioran, nato a Sibiu in Transilvania l’8 aprile 1911 e morto il 20 giugno 1995 a Parigi (città dove si era recato nel 1937, unica nel mondo «dove si poteva essere poveri senza vergogna, senza complicazioni, senza drammi… la città ideale per essere un fallito»), autore di una disperata e impietosa analisi del mondo contemporaneo, uscita per frammenti nei suoi libri. 41 alcune frasi del marito a proposito del suo pessimo carattere: «Uno deve proprio essere morto, perché la gente lo lasci vivere?» o «Mi piacciono le persone che esagerano. Quelli che minimizzano non mi interessano». UNITÀ D’ITALIA.. L’unificazione del nostro Paese passa anche attraverso le pagine dei libri. Oltre a Pinocchio, anche La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene, ha contribuito a rendere più vicine regioni che per anni erano state “nazioni” distinte. Scritto in bello stile, è tra le prime raccolte moderne di ricette tradizionali italiane. Lo scrisse nel 1881 Pellegrino Artusi, nato a Forlimpopoli, in provincia di Forlì, nel 1820. Figlio di un mercante, divenne anch’egli mercante; arricchitosi, si diede alla letteratura. Scarsa fama gli procurarono i saggi letterari che dedicò al Foscolo e al Giusti, mentre il libro di cucina lo fece conoscere in tutto il mondo. Morì a Firenze il 30 marzo 1911. LETTERATURA COME GUIDA. «In un mondo minacciato, la letteratura dovrebbe essere una guida, non un rifugio» [Riflessioni critiche, Firenze, Sansoni, 1953] [Master.Vigo.0508]. E così fu per Carlo Bo (Sestri Levante, 25 gennaio 1911 – 21 luglio 2001), critico e letterato, fondatore dello IULM. Seguendo questo pensiero e i suoi vastissimi interessi, nella sua lunga vita raccolse quasi 100.000 pubblicazioni. Il suo desiderio era quello di farne una biblioteca di ricerca in campo umanistico, “Per terra e per mare. Avventure e viaggi illustrati. Scienza popolare e letture amene diretto dal capitano Emilio Salgàri”. Agli inizi del Novecento, all’apice della carriera, il sedentario scrittore torinese (nato a Verona nel 1862) – che non si mosse mai dall’Italia – dirige per l’editore Donath di Genova questa rivista che, nei racconti fantastici che propone, anticipa i temi che saranno alla base della fantascienza italiana fra le due guerre. Muore suicida nel 1911 a soli 49 anni, lasciando in povertà la famiglia e un commiato ai suoi editori, dove li accusa di essersi arricchiti alle sue spalle e che si conclude con: «Vi saluto spezzando la penna». “CITTÀ SOSPESA NEL SORRISO”. Attilio Bertolucci nasce il 18 novembre 1911 a San Prospero, vicino Parma, città alla quale rimane profondamente legato per tutta la vita. Ancora giovane, dirige la collana di poesia “La Fenice” dell’editore Guanda, che anche grazie alle sue scelte e alla sua cura, proponendo sempre il testo originale a fronte di prestigiose traduzioni, diviene in poco tempo un modello che seguiranno anche altri editori. Nel 1939, pubblica le poesie di García Lorca nella traduzione di Carlo Bo. Sempre a Parma, nasce il 17 marzo del ’41 il figlio, Bernardo, che diventerà il grande regista che tutti conoscono. Seppur morto a Roma, il grande poeta è sepolto a Parma, «città che chiude la mia vita» [“Il poeta e la sua città” in La capanna indiana, Firenze, Sansoni, 1951][D.M. 851.91.BER]. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 ANDANDO PER MOSTRE Il fascino di una raccolta privata, esotici talenti da scoprire e maestri di ogni età di matteo tosi GLI ANNI ’8O “IN PITTURA” SCELTI DA ALESSANDRO GRASSI i chiama “Collezioni alle Stelline”, ed è il nuovo ciclo espositivo pensato dall’omonima fondazione milanese per far dialogare sontuose collezioni private d’arte contemporanea e nobili istituzioni pubbliche, in un rinnovato circolo virtuoso che sappia “premiare” e mettere in luce S PITTURA EUROPEA DAGLI ANNI OTTANTA A OGGI - OPERE DALLA COLLEZIONE ALESSANDRO GRASSI MILANO, FONDAZIONE STELLINE, FINO AL 13 GENNAIO 2012 Info: tel. 02.45462411 www.stelline.it Qui sopra: Enzo Cucchi, Gesù, 1994 A sinistra: Sandro Chia, Sant’Ambrogio, 1997 Sotto: Marco Cingolani, Attentato al Papa, 1989 le insostituibili funzioni mecenatistiche dei grandi appassionati di arte. «Il suo scrive infatti Pasquale Leccese, curatore della Collezione, a proposito di Grassi non era un semplice atto di possesso ma il più delle volte era anche la voglia di sostenere gli artisti nel loro lavoro. Prima all’appello, la Collezione Alessandro Grassi (che, a due anni dalla scomparsa del suo “creatore” è accolta in deposito temporaneo fino al 2012 proprio negli spazi dello storico palazzo milanese), di cui si espone un nucleo di 25 capolavori selezionati sul suggestivo tema della pittura europea dagli anni Ottanta a oggi. Contemporaneità schietta, quindi, se non addirittura “sperimentazione”, con opere di Stefano Arienti, John Armleder, Pierpaolo Calzolari, Sandro Chia, Marco Cingolani, Enzo Cucchi, Walter Dahn, Marta Dell'Angelo, Marlene Dumas, Rainer Fetting, Markus Lupertz, Margherita Manzelli, Luca Pancrazzi, A.R. Penck e altri ancora. Una mostra sorpendentemente “classica” (nel senso di prettamente pittorica), ma vivacemente anni Ottanta, anche vista l’immutabile passione di Alessandro Grassi per il colore, soprattutto, acceso, squillante, infuocato. Tema caratterizzante, quindi, quello del colore, ma tra le venticinque opere in questione esiste anche un comune quanto insospettabile ritorno all’arte sacra o comunque ispirata all’agiografia cristiana e alle storie del Vangelo. Sandro Chia, Enzo Cucchi, Marco Cingolani e Mimmo Germanà su tutti, ma quantomeno il ritorno a una certa spiritualità del gesto e del messaggio al tempo stesso riesce a far dialogare artisti anche molto diversi tra loro. Con una sottile linea rossa formata dal gusto del collezionista, così come dovrebbe sempre essere. gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 43 GLI “ARTISTI-SCIAMANI” ALLA TERZA BIENNALE DI MALINDI “GARIBALDI A PALERMO”. IL CAPOLAVORO DI FATTORI AL CENTRO DEL 150° DI VIAREGGIO è sempre più Italia nell’ormai consueto appuntamento di Malindi con l’arte contemporanea africana e non solo. A curare questa terza edizione, infatti, il “nostro” Achille Bonito Oliva, e “italiano” è anche l’omaggio rivolto dalla manifestazione a Pietro Calabrese. “Safari: artisti e sciamani” è il tema scelto quest’anno e proposto come fonte al 22 gennaio al 13 marzo, il Centro Matteucci per l’Arte Moderna organizza nella propria sede di Viareggio (Info: tel. 0584 430614; www.centromatteucciartemoderna.it) una grande mostra costruita attorno a un solo C’ D capolavoro: il celebrato “Garibaldi a Palermo” dipinto da Giovanni Fattori intono al 1860, quindi quasi in presa diretta con l’evento. Il Garibaldi è affiancato in mostra da una serie di opere di Borrani, Buonamici, Bechi e dello stesso Fattori, scaturite di ispirazione a oltre una quarantina di artisti, giovani e meno giovani, provenienti da tutta l’Africa, ma anche dal resto del mondo. La mostra (fino al 28 febbraio 2011, all’African Dada Resort Casuarina) è quindi un avvincente itinerario all’interno di diverse realtà creative dei giorni nostri, cercando di tracciare al contempo una sorta di summa su tutte le energie più fresche e innovative del continente nero. Partendo proprio dal significato della parola “safari” - in arabo spostamento, da una comune cultura figurativa, nonostante la varietà degli approcci e delle istanze degli artisti di quella generazione. movimento - il curatore pone l’accento sul comportamento delle cosiddette “tribù artistiche” contemporanee, caratterizzate da una prospettiva transnazionale e multimediale, e costituite da soggetti il cui processo creativo si basa su un costante confronto culturale. “Qui - scrive Achille Bonito Oliva nel suo saggio in catalogo - sono raccolti artisti di molte generazioni che a livello internazionale hanno inciso non soltanto sul linguaggio ma anche sulla mentalità degli altri artisti (...) veri e propri modelli comportamentali REGGIO EMILIA - UN ECCEZIONALE LIBRO D’ARTISTA IMPREZIOSISCE I DIPINTI E LE SCULTURE DI THOMAS SCHEIBITZ a Collezione Maramotti di Reggio Emilia dal 6 febbraio al 10 aprile presenta “Il fiume e le sue fonti”, una mostra di dipinti e sculture di Thomas Scheibitz, senza dubbio uno dei più significativi artisti tedeschi contemporanei. Il suo eclettico e mai scontato talento questa volta si racconta anche attraverso un prezioso libro d’artista (con L un regesto di immagini e disegni selezionati dall’artista dal proprio archivio iconografico che costituisce la base sempre in evoluzione del suo lavoro), ma il fulcro del percorso espositivo è costituito da tre grandi tele e da una scultura, dove né la scultura è un’estensione tridimensionale dell’iconografia del quadro, né i dipinti ripetono bidimensionalmente la tipologia d’immagini della scultura. Info: tel. 0522.382484 - www. collezionemaramotti.org di adesione critica al proprio contesto». Come degli sciamani, insomma, che attraverso una ritualità fatta di gesti, segni, suoni e colori, svolgono un ruolo fondamentale nell'evoluzione della società di cui fanno parte. Al di là delle elucubrazioni, comunque, l’evento è un’ottima occasione per chi volesse investire su nuovi volti e nuove realtà d’arte. 44 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 OMAGGIO A FABIO MAURI, UN SOGNATORE RAZIONALE MEDHAT SHAFIK ALLE STELLINE: RITORNO ALLA PITTURA E ALLA MAGIA DELLA CARTA comparso meno di due anni fa, Fabio Mauri si impone alla nostra attenzione di “utopisti” per il suo costante dialogo artistico con il mondo e le idee della metafisica. Non a caso, il grande omaggio che oggi riceve dalla città di Trieste è inserito nel ciclo di esposizioni “Dalla Metafisica all’Arte” che comprende anche una raffinata retrospettiva dedicata alla visionaria razionalità di Giorgio de Chirico, anch’essa alle Scuderie del Castello di Miramare. L’arte di Mauri e quella di De Chirico, in realtà, ono soprattutto due i motivi di interesse che ci fanno sottolineare “ArchetipiLe origini del futuro”, la prima grande personale milanese di Medhat Shafik, artista egiziano che vive in Italia da oltre trent’anni. La sua funzio- S S ne di “ponte” tra la nostra cultura e quella nordafricana da una parte e il suo rinnovato interesse per la carta dall’altro. Dopo un periodo quasi solo installativo, Shafik torna infatti alla pittura e in particolare a una grande opera in carta di oltre 20 metri, un esprimono simili concetti e istanze, ma si differenziano profondamente per linguaggi e scelte stilistiche, tanto da poter apparire addirittura antitetici a un occhio inesperto. Tutta la poetica di Mauri, infatti, di altissimo valore etico ed estetico, si muove come in un flusso ininterrotto di immagini che dallo “schermo” della storia avvolgono lo spettatore. Anche per questo, le sue prime opere, verso la fine degli anni ’50, sono tele monocrome, per lo più bianche, a volte increspate, chiamate appunto “Schermi”. importante sfondo scenografico per i suoi tipici segni rupestri. Alla Fondazione Stelline, fino al 27 febbraio. Info: tel. 02.45462.411 Poi arrivò il periodo delle grandi installazioni, qui splendidamente rappresentato dalla recente Rebibbia (2006), da due opere storiche come Linguaggio è guerra del 1975, I numeri malefici del 1978, e dalla elaboratissima Cina ASIA Nuova, del 1996. La mostra - Fabio Mauri. Un sognatore della ragione; fino al 27 febbraio; info: tel. 02.36568129 assume un ulteriore significato simbolico, tenendosi nella città in cui si trovava la Risiera di San Sabba, l’unico lager in Italia ad avere un forno A BOLOGNA, JUAN CARLOS CECI E FULVIO DI PIAZZA RIBALTANO LA POETICA DELL’ARCIMBOLDO: LA NATURA CON FORME ANIMALI Musei di Zoologia e Anatomia comparata dell’Università di Bologna si aprono all’arte contemporanea per ospitare l’inedita ricognizione sul rapporto tra I pittura e mondo animale portata avanti da Juan Carlos Ceci e Fulvio di Piazza. La mostra (“Fisiologia del paesaggio”, fino al 27 marzo, info: tel. 051.2094248) otografa fin da quando era ragazzina (prima ritrattista e poi interessata alle architetture e agli spazi abitati), infatti, guarda alla più schietta “corporeità” della natura in tutti i suoi aspetti, fino a creare evidenti parallelismi tra la fisiologia animale (che diventa “misura” di tutte le cose) e le forme del paesaggio, quasi una sorta di “contrappasso” rispetto alla pittura dell’Arcimboldo, prossimamente da non perdere a Milano. Tele, tavole di legno e grandi fogli di carta ruvida i supporti preferiti dei due giovani artisti. crematorio, utilizzato prevalentemente contro prigionieri politici. La giovinezza di Mauri, infatti, è stata profondamente segnata dalle vicende del Fascismo e della Seconda guerra mondiale, in un Paese dilaniato, dove molti amici e compagni scomparvero nel gorgo del conflitto e dei campi di sterminio. gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 45 BvS: libri illustrati/1 Il “Bestiario” di Apollinaire in tre diverse interpretazioni Le differenti letture grafiche di Dufy, Notton e Fabrizio Clerici CHIARA BONFATTI G uillaume Apollinaire nacque nel 1880 a Roma da Angelica - figlia di Apollinaire Kostrowitzky, ex ufficiale russo divenuto poi dignitario pontificio - e da Francesco Flugi di Aspermont, ufficiale borbonico. All’età di sette anni Guillaume seguì la madre nel principato di Monaco e due anni dopo giunse in quella che divenne la patria della sua movimentata esistenza, arricchita da preziose amicizie nel mondo artistico e letterario. Tra le tante spiccherà quella con Pablo Picasso che sarà il primo artista a cui Apollinaire penserà per il suo Bestiaire, di cui iniziò a contemplare l’idea nel 1906. L’intento letterario era quello della creazione di un divertissement per il semplice desiderio di riesumare con spirito moderno un genere poetico, didattico e morale, che trovò origine nella letteratura medievale e protrasse la propria fortuna fino al Rinascimento. L’interesse di Pablo Picasso per il progetto del Bestiaire svanì purtroppo assai rapidamente e di tale collaborazione rimase come unica testimonianza un legno in cui Picasso aveva inciso un pulcino e un’aquila. Apollinaire, dal canto suo, non abbandonò il progetto e il primo nu- Xilografia raffigurante il Leone (e nella pagina successiva Orfeo) incise da Raoul Dufy e tratte da Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée (Parigi, éditions de la Sirène, 1919) cleo del suo bestiario, costituito da 18 composizioni poetiche, uscì sulla rivista La Phalange diretta da Jean Royère, precisamente nel numero 24 del 15 giugno 1908. Il titolo che diede il nome a questa prima versione dell’opera fu La Marchande de quatre saisons ou Le bestiaire mondain e vi erano raccolti i poemi: La Marchande, La Tortue, Le Cheval, La Chèvre du Thibet, Le Chat, Le Lion, Le Lièvre, Le Lapin, Le Dromadaire, La Marchande, La Chenille, La Mouche, La Pouce, La Marchande, Le Paon, Le Hibou, Ibis,Le Bœuf. Essi erano poi accompagnati da quattro note. Dopo una breve interruzione del progetto, inframmezzato dalla pubblicazione di L’Enchanteur pourrissant illustrato da xilografie di André Derain, Apollinaire riprese le redini del suo bestiario e convocò Raoul Dufy e l’editore Deplanche per portare a termine la propria impresa. Fortuna volle che Dufy riuscisse a coinvolgere il titubante editore per poi ritirarsi a Orgeville in Normandia, nella casa del presidente Beaujon (caro amico dei fauves) e dedicarsi all’incisione dei legni per le xilografie; al contempo Apollinaire si abbandonò alla stesura di ulteriori dodici componimenti per il suo bestiario, aggiungendo Le Serpent, Le Souris, L’Eléphant, La Sauterelle, Le Dauphin, Le Poulpe, La Mèduse, L’Écrevisse, La Carpe, Orphée, Les Sirènes, La Colombe e nuove note. Le precedenti intitolazioni de La Marchande comparse su La Phalange vennero trasformate in Orphée. Apollinaire concluse la propria opera il 29 agosto 1910, data che compare sulla lettera accompagnatoria agli gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano ultimi versi inviati a Dufy, perché completasse così le incisioni per la pubblicazione dell’opera che vide la luce per la prima volta a Parigi, impressa dai torchi di Deplanche nel 1911, con 39 incisioni, in una tiratura di soli 122 esemplari tutti firmati dall’Artista. Pittore e poeta collaborarono in osmosi alla stesura dell’edizione e Dufy si preoccupò di armonizzare l’intensità dei neri con i caratteri tipografici. Nella monografia su Raoul Dufy a cura di Dora PerezTibi (Rizzoli, 1989) la curatrice parla così delle tavole xilografiche: «Dufy si attiene nelle sue tavole a questa perfetta unità cromatica dei neri e dei bianchi; attento a una ripartizione equilibrata e armoniosa dei contrasti, attribuisce ai bianchi un valore primordiale: generare spazi luminosi esaltati da neri profondi. […] Così il corpo nudo del personaggio eretto di Orfeo, prima tavola fuori testo con la quale il Bestiaire si apre, viene colpito al centro dalla luce, e la plasticità di questa anatomia giovanile si staglia nitidamente sulla massa nera striata di bianco, vigorosamente eseguita, del drappeggio affibbiato al suo collo, dalle larghe pieghe gonfiate dal vento» (p. 58-59). La Fondazione Biblioteca di via Senato nel proprio fondo di libri illustrati di pregio del Novecento raccoglie tre importanti edizioni del Bestiaire di Guillaume Apollinaire, testimonianza di tre interpretazioni iconografiche dei componimenti del poeta francese. La prima è la seconda edizione dell’opera illustrata da Raoul Dufy: si tratta infatti di Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée edito a Parigi nel 1919, éditions de la Sirène, Bulino raffigurante la tartaruga nella tiratura in nero inciso da Tavy Notton e tratto da Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée illustré de burins originaux par Tavy Notton (Parigi, aux dépens de l’Artiste, 1962) di formato ridotto (mm.190x140) rispetto alla prima edizione, composto da 41 carte non numerate e contenente 32 xilografie dell’Artista (ridotte di 2/3 rispetto a quelle della prima edizione), di cui 30 a piena pagina con breve didascalia, una testatina e un finalino (Monod 335). L’esemplare posseduto, con barbe, è conservato nella propria brossura editoriale in carta gialla con titoli in nero. Molti anni dopo, nel 1931, fu pubblicata una suite, limitata a soli 29 esemplari su carta del Giappone, con due poemi precedentemente rifiutati perché troppo licenziosi; tale suite contiene 5 xilografie originali in prima tiratura. Del contributo artistico di Dufy si parla in una delle altre due edizioni del Bestiaire, ovvero quella illustrata da Fabrizio Clerici dove vengono citate le parole dello stesso Apollinaire 47 provenienti da L’intransigent del 28 dicembre 1910 e in cui commenta le xilografie dell’artista: «Ces bois qui témoignent d’une grande sûreté de métier sont traités d’une manière large où les détails qui ne sont jamais évités ne deviennent point des minuties. Il faut signaler la curieuse interprétation que Dufy a donnée de la fabuleuse figure des Sirènes. Comme elles ont disparu en même temps que le gouffre de Scylla, lors de l’inoubliable catastrophe qui ruina Messine, on serait en peine de savoir quelle était, en réalité, leur figure. Les Grecs en faisaient des oiseaux à visage et poitrine de femme, pour les Latins les monstres charmants se terminaient en queue de poisson, desinit in piscem; Dufy s’est souvenu de ces deux conceptions, ses Sirènes sont ailées, et leurs corps s’achèvent vifs, ronds et fermes comme ceux des thons» (Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée, Firenze, edizioni della Bezuga, 1977). La seconda edizione del Bestiaire qui descritta fu data alle stampe il 25 dicembre 1918 per i torchi di Franzier-Soye e una nota dell’Artista a pagina 7 giustifica questa nuova edizione postuma affermando: «La rareté de l’édition originale du Bestiaire motive cette réproduction réduite». Ne esiste una tiratura di 50 esemplari su vieux Japon numerati da 1 a 50 e 1200 esemplari su papier bouffant numerati da 51 a 1250. La BvS possiede l’esemplare 708 dei 1200 su papier bouffant. Raoul Dufy trasse la sua inclinazione per le arti decorative nell’emulazione dell’arte primitiva di Paul Gauguin, le cui xilografie erano dominate da forti contrasti di bianchi e neri e da una consistente stilizzazione; Dufy incideva a rilievo su legno 48 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 Da sinistra: Xilografia raffigurante La Sirena incisa da Raoul Dufy; Litografia della brossura anteriore e litografia raffigurante i rinoceronti incise da Fabrizio Clerici per l’edizione Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée (Firenze, edizioni della Bezuga, 1977) di filo con sgorbia e coltello, traendo ispirazione dalla xilografia medievale e dall’iconografia popolare. Un’altra edizione di pregio presente in Biblioteca è quella edita a Parigi nel 1962 a spese dell’Artista che ne realizzò le tavole, ovvero Tavy Notton. Di questa edizione si possiedono due esemplari in diverse tirature. I volumi di 385x285 mm e di pagine 142, [14] sono corredati da 33 splendide incisioni al bulino tirate a mano da Manuel Robbe a Parigi: un frontespizio a doppia pagina con titolo impresso in rosso, 8 illustrazioni a doppia pagina, 22 a piena pagina e 2 nel testo. Ciascuna acquaforte a doppia pagina è preceduta, al recto della prima carta, da un ornamento figurativo in beige. L’edizione presenta inoltre ampie ed eleganti iniziali impresse in rosso. La composizione e la stampa tipografica furono interamente realizzate nell’atelier Daragnès a Montmartre e completate il 19 novembre 1961. Mise en page e presentazione sono responsabilità delle edizioni d’arte Les Heures Claires. La tiratura complessiva dell’edizione è composta da: 1 esemplare unico su Japon nacré comprendente i rami e i disegni originali di 2 illustrazioni a doppia pagina, i rami e i disegni originali di 2 illustrazioni a piena pagina, una suite in bistro e una in nero, entrambe su Japon nacré, una suite completa in seta, una suite completa di tutti gli ornamenti su Japon nacré, una suite completa di tutti i buoni per la stampa, una suite completa di tutti i calchi su cellophane e infine tutti i disegni, bozzetti e le prove documentarie servite per la realizzazione degli originali dell’opera; 7 esemplari (numerati 1-7) su Japon nacré che comprendono invece un rame e un disegno originale di un’illustrazione a doppia pagina, una suite in bistro e una in nero su vélin d’Arches e una prova su seta di tre illustrazioni a doppia pagina e 6 a piena pagina; 23 esemplari (8-30) su Japon nacré che includono un rame, un disegno originale, una suite in bistro e una in nero su vélin d’Arches e una prova su seta di tre illustrazioni a doppia pagina e sei a piena pagina; 33 esemplari (31-63) su vélin d’Arches comprendenti una suite su vélin d’Arches e una prova su seta di due illustrazioni a doppia pagina e quattro a piena pagina; infine 136 esemplari su vélin d’Arches numerati 64-199. Tutti gli esemplari sono stati firmati in calce al colophon dall’Artista. Dei due esemplari posseduti di Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée illustré de burins originaux par Tavy Notton, il primo fa parte della tiratura più modesta di 136 esemplari su vélin d’Arches e i fogli sciolti con barbe di cui si compone sono custoditi entro brossura avorio con titolo impresso in rosso, a sua volta racchiusa in chemise e custodia cartonate rivestite in percallina grigia. Il secondo esemplare ha come particolarità quella di non fare parte della tiratura descritta nel colophon poiché si tratta nella fattispecie dell’esemplare dell’Artista su vélin d’Arches accompagnato da una suite delle 33 tavole in nero, una suite in gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 49 Bulini raffiguranti l’elefante nella tiratura in sanguigna, il dromedario nella tiratura impressa su seta e il leone nella tiratura in sanguigna, incisi da Tavy Notton e tratti da Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée illustré de burins originaux par Tavy Notton bistro delle stesse tavole, una tavola esclusa dall’edizione (che raffigura un topo), una suite di 9 tavole impresse su seta che consistono nelle tavole 12 (le dromadaire), 16 (la chenille), 22 (le poulpe), 23 (la méduse), 24 (l’écrevisse), 28 (la colombe), 29 (le paon), 30 (le hibou) e 31 (ibis). I fogli sciolti con barbe sono raccolti entro brossura avorio con titolo impresso in rosso e poi custoditi entro chemise e custodia cartonate e rivestite in seta grigio con tassello in pelle bordeaux e titolo in oro. Ultima, ma solo per ordine cronologico, è l’edizione del bestiario di Apollinaire secondo l’interpretazione grafica di Fabrizio Clerici accompagnata da un’introduzione di Alberto Savinio. Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée (Firenze, edizioni della Bezuga & topolitografia STIAV, 1977) è un’edizione di grande formato (753 mm di altezza) di 55 [3] pagine e contiene un ritratto litografico di Orfeo in antiporta con la firma di Fabrizio Clerici e 19 litografie in bianco e nero e a colori delle quali una raffigurante dei cavalli estesa su due pagine. Le incisioni, incluse le testate e i finalini, sono litografie originali dell’artista e le 5 tavole sciolte sono state ottenute con diretti interventi su matrici precedenti. Le 16 litografie a piena pagina sono state firmate dall’artista. L’intero corpo delle litografie è stato stampato a mano da Franco Pistelli. Siamo dunque di fronte a un’altra edizione di pregio a tiratura limitata di cui furono stampati complessivamente 120 esemplari dei quali 70 (1-70) riservati al commercio e 50 numerati in cifre romane. La Biblioteca di via Senato possiede un esemplare non numerato e impresso su carta Magnani appositamente fabbricata per l’edizione con la dedica manoscritta dell’Artista al dottor Marcello Dell’Utri. L’edizione è custodita in una chemise e in una cartella editoriali; entrambi i piatti della chemise ospitano illustrazioni di Fabrizio Clerici. Gli animali di questo bestiario realizzati da Clerici sono nell’ordine: rospi, cavalli, pitone, aquile, ariete, civetta, struzzi, cavallette, leone, mantide religiosa e granchi, rinoceronti, chimera, cammelli, gamberi, toro, cobra, tartaruga e gufo e infine altre tartarughe. Nell’apparato editoriale, la traduzione artistica di Clerici del Bestiaire viene definita «coalescenza misterica di molteplici antecedenti», quasi una predestinazione, un’operazione predisposta dalla provvidenza. È vero, infatti, che il 1° giugno del 1914 Guillaume Apollinaire testimoniò il suo entusiasmo nei confronti di chi molti anni dopo avrebbe redatto l’introduzione a questa sopraddetta edizione, ovvero Alberto Savinio, che così ci arriva attraverso le parole di Apollinaire impresse sul numero 407 del Mercure de France: «J’ai été invité par un jeune musicien à entendre de sa musique. C’est un homme bien élevé et plein de talent. Il s’appelle Albert Savinio et j’ai idée que l’on entendra de nouveau parler de lui». E così si chiude il cerchio. 50 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 BvS: dall’Emeroteca Il fugace genio di Beardsley: The Yellow Book & The Savoy Morì giovanissimo, ma riuscì a scandalizzare mezza Inghilterra ARIANNA CALÒ The yellow book. An illustrated quarterly. Londra; Boston (Londra & Edinburgo); Elkin Mathews & John Lane [poi] John Lane: The Bodley Head; Copeland & Day (Ballantyne Press); 1894-1897. 13 volumi. The Savoy. An illustrated quarterly. Londra; W. C. Leonard Smithers, Effingham House Arundel Street, Strand.; 1896. 8 fascicoli in 3 volumi. «Y ellow always possesses the power to shock»1. E di fatto, The Yellow Book fu la pubblicazione che rivestì di clamore gli anni Novanta dell’Ottocento, e che contribuì a far ricordare l’intero periodo come “il decennio giallo”. Nel cupo conformismo e nell’austera moralità della società vittoriana, il giallo vistoso ed acceso scelto per le copertine fece breccia immediata: giallo era stato il colore delle vesti delle prostitute veneziane e il colore ricorrente in Toulouse-Lautrec, gialla la copertina del libro che corrompe Dorian Gray e di molti romanzi francesi, e come qualsiasi cosa provenisse d’oltrema- nica, considerato trasgressivo e pruriginoso. Il Punch, altro pungente settimanale di costume del tempo, salutò l’uscita del primo volume dello Yellow Book non trascurando di citare il colore della rivista e di mettere alla berlina i contributi del direttore artistico Aubrey Beardsley, ma nella deformazione retorica del componimento satirico il giallo diventava senape, l’intera rivista dipinta come colpita da itterizia e i disegni infamie assurde e senza alcun senso. Preceduta e accolta da chiacchiere e stupore, la scandalosa rivista riscosse un immediato successo, rendendo ne- cessario all’editore John Lane aumentare le tirature già solo all'uscita del primo numero. Oltre alle copertine giallo brillante, la più che adeguata stampa di Ballantyne, gli ampi margini e gli scritti di Max Beerbohm e Baron Corvo aggiunsero un tocco di novità e uno strappo rispetto al consueto panorama delle pubblicazioni periodiche coeve: “These books in some way capture the imagination and are, at least to our eyes, very much of their time”2. Eppure, sembrava che le critiche intorno alla “piccola rivista quadrata color limone” non dovessero cessare: per quanto non mancasse dei rispettabili e sobri contributi di autori come Henry James e Arnold Bennet, le poesie, gli articoli di costume e i brillanti saggi vennero presi di mira e caricaturati perché riverbero dell’allora dilagante dandismo (“A Defense of Cosmetics” di Max Beerbohm ne è un ottimo esempio); tuttavia furono certamente le sfumature viziose e sofisticate delle illustrazioni del giovanissimo Aubrey Beardsley a galvanizzare lo sdegno dei critici. Beardsley si era imposto pochi anni prima all’impreparata attenzione del pubblico con le illustrazioni gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Copertine a confronto per i primi due numeri di The Yellow Book, 1894 (pagina precedente) e The Savoy, 1896 per Le Morte Darthur di Sir Thomas Malory, quattrocentesca opera del ciclo arturiano ripensata per J. M. Dent nel 1892, e soprattutto con il set di immagini a corredo della Salomè di Oscar Wilde, pubblicata in Inghilterra nel febbraio 1894. Senza alcun precedente riconoscibile, l’iconografia del giovane illustratore condensava la pittura preraffaellita di Edward Burne-Jones, il classicismo cinquecentesco, il decorativismo di William Morris, la spiritualità delle stampe giapponesi, risolti nel contrasto cromatico e spaziale tra bianco e nero. Ora, al servizio della nuova rivista, tralasciava le atmosfere bibliche e medievali per riprendere la vita del proprio tempo, soprattutto quella del brulicare notturno intorno ai teatri, ai cafés bohémiens, ai club del West End londinese (tra tutti, il Café Royal in Regent Street e l’Empire Theatre in Leicester Square), facendo dei suoi disegni lo specchio deformato della società vittoriana. Impossibili da ricondurre a una solida scuola o a una tecnica riconosciuta nell’arte, i lavori di Beardsley scatenarono una congerie di reazioni non sempre favorevoli: alcune vignette vennero considerate oscene a causa di qualche perturbante nudità e la Westminster Gazette, dopo aver notato le sue illustrazioni sul primo numero dello Yellow Book, auspicò un atto del Parlamento che ne rendesse illegale la pubblicazione. Ma l’accusa di immoralità non scalfì l’impassibilità dell’illustratore e al risentimento si sostituì la burla: sul terzo numero della rivista apparvero altre due opere di artisti fino ad allora sconosciuti, un busto di Mantegna di Philip Broughton e un ritratto di una dama francese di Albert Foschter. Lontani dallo stile di Beardsley, i due disegni impressionarono favorevolmente i recensori, che, come raccontava Max Beerbohm al New Yorker,3 consigliarono a Beardsley di studiarli a fondo e trarne insegnamento; Beardsley “was greatly amused and delighted”, avendo lui stesso realizzato entrambi i ritratti, nonché inventato i nomi dei due artisti inesistenti. Gli anni allo Yellow Book segnano l’apice nella carriera di Beardsley: divenuto ben presto ricco, scelse un’elegante casa decorata in nero e arancione a Pimlico e assunse sempre più i tratti del dandy, vestendo con eleganza ricercata e non rinunciando al vezzo del bastone. Fino a quando un evento fortuito segnò la rapida discesa della china: il 5 aprile del 1895 Oscar Wilde venne arrestato per oltraggio alla 51 morale e condannato a due anni di lavori forzati. I giornali titolarono che, al momento dell’arresto, Wilde aveva raccolto dal tavolo i suoi preziosi guanti scamosciati e una piccola rivista gialla, certamente lo Yellow Book; in realtà si trattava di un romanzo francese con la brossura dello stesso colore, ma il fatto diventava un ottimo pretesto per legare le due figure dell’oltraggio antivittoriano di quegli anni. Il clamore dei giornali coinvolse anche la gente comune, come un segnale per liberare un’ondata di rancore conformista. Gli uffici della Bodley Head, in cui si preparava e si stampava la rivista, furono presi a sassate e l’immediata conseguenza fu l’espulsione di Aubrey Beardsley, sostituito poi da Patten Wilson. Tuttavia, dopo il quarto numero lo Yellow Book decadde: privato dell’innovazione del suo direttore artistico e sotto la costante minaccia di ritorsioni popolari, il periodico cambiò linea editoriale, fino a rasentare l’indifferenza dei critici e del pubblico. Beardsley ne era stato la principale risorsa; la fine della sua collaborazione spense certo i clamori ma anche il riverbero della rivista, per quanto continuasse ad essere pubblicata, pur debole, sino al tredicesimo numero. Beardsley fu costretto a lasciare Londra; vendette la sua casa di Pimlico e trascorse un lungo periodo all’estero. Ma una volta rientrato a Londra venne ingaggiato da un nuovo editore, Leonard Smithers, figura al contempo bizzarra e ambigua, ben noto per la pubblicazione di erotica e letteratura d’avanguardia. Con Beardsley, e con l’appoggio del poeta Arthur Symons, lanciò una nuova rivista, The Savoy, che già nel manifesto si presentava molto più radicale e 52 antiborghese rispetto agli Yellow Book; tra i collaboratori spiccavano, oltre a William B. Yeats e Max Beerbohm, giovani illustratori (Charles Conder, Charles Shannon), e poeti e scrittori del calibro di Bernard Shaw e Joseph Conrad. The Savoy apparve nel 1896 contando soli otto numeri (gennaio – dicembre), e fu lo stesso Beardsley a sceglierne il nome – preso dall’omonimo albergo di lusso la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 londinese – come marca di modernità e opulenza. Di formato più ampio (in 4to), era venduta per poco più di due scellini, la metà del prezzo degli Yellow Book. Se Beardsley considerava l’ampollosa direzione di John Lane agli Yellow Book forse un po’ restrittiva, Leonard Smithers spianava la strada per una più completa maturazione stilistica dell’illustratore. Le coper- tine di Beardsley, inizialmente stampate su carta rosa, manifestano ora una notevole riscoperta del rococò francese del ’700 e in particolar modo della leggerezza bucolica di JeanAntoine Watteau, che l’artista conobbe attraverso superbe riproduzioni di incisori francesi del tempo. Nel primo numero dell’effimera rivista apparve The Abbè, tradizionalmente considerato l’autori- gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Sopra da sinistra: immagine per la traduzione del Carmen CI di Catullo e frontespizio per The Comedy of The Rhinegold dal Savoy; the Comedy Ballet of Marionettes dallo Yellow Book. Nella pagina accanto: “il taglio del ricciolo”, The Abbè Fanfreluche e una scena da Venere and Tannhäuser tratto ironico di Beardsley nel suo ruolo di dandy (“abbé” in francese è l’omofono delle iniziali dell’artista); in realtà l’illustrazione rientra nella serie predisposta come corredo a Venere and Tannhäuser, romanzo romantico scritto di suo pugno e pubblicato a puntate sulla rivista. Nel suo immaginario, la letteratura scavalcava paradossalmente in importanza l’illustrazione: il suo racconto, pubblicato solo nel 1907 e in pochissime copie con titolo Under the Hill, è di fatto la scommessa dell’artista per l’immortalità letteraria, ottenuta ricavandosi una piccola nicchia nella storia della letteratura tardo-ottocentesca. Nel solco dell’ossessione verso il diciottesimo secolo, Beardsley illustra The Rape of the Lock (Il rapimento del ricciolo), satira rococò di Alexander Pope del 1712, continuando la propria ricerca sul chiaroscuro e il tratteggio finemente sfumato, fornendone un saggio nelle pagine del Savoy. Ma nella rivista trovarono spazio anche altri progetti sperimentali di Beardsley, tra cui i disegni per The Comedy of the Rhinegold, rimasta inedita, riadattamenti, altri scritti e traduzioni. Eppure, era ancora il pensiero del lavoro per gli Yellow Book a tormentare in quegli anni l’illustratore; e di fatto, è proprio la rivista gialla a rimanere incastonata nell’immaginario decadente. Il giallo ha il potere di scioccare, si diceva, e probabilmente lo ha fatto molto più NOTE 1 Lewis, The 20th Century Book, New York, Van Nostrand Reinhold Company, 1967. 2 Ibidem. Behrman, Conversation with Max, in The New Yorker, 13 febbraio 1960. 4 Bourdon, Beardsley back in bloom again, in Life, 24 febbraio 1967. 3 53 del polveroso rosa cosmetico delle prime copertine del Savoy. Pochi mesi dopo, nel maggio 1896, una forte emorragia polmonare: Beardsley soffriva sin da piccolo “il mal sottile”, e questo attacco avrebbe segnato la fase finale dell’avanzata della tubercolosi. Ciò nonostante, resistette eroicamente alla malattia, portando a termine un altro grande lavoro: le illustrazioni per la Lysistrata di Aristofane. Incapace di disegnare, nel 1897 intraprese il suo ultimo viaggio verso Mentone, dove morì, a 25 anni. «Lavorava con una specie di coraggio furioso, e un grado di forza ed entusiasmo che è dato solo all’uomo disperato. Sapeva di non avere tempo da perdere. All’età in cui un comune genio annaspa ancora nella ricerca del metodo, egli era l’infallibile maestro del proprio».4 Altri riferimenti - www. noveporte.it/ildandy - Duccio Dogheria in Charta n.94, 2007 - Simon Wilson in Illustration Magazine n.14, 2007 54 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 BvS: rarità per bibliofili Cinque secoli di nuptialia e alcune prestigiose principes Scritti “per nozze”, edizioni di pregio come dono agli sposi BEATRICE PORCHERA C on il termine nuptialia si identifica un vero e proprio genere letterario, purtroppo ancora poco conosciuto e studiato,1 che nel corso dei secoli ha assunto svariate forme ed è stato caratterizzato dai più diversi contenuti. Si tratta di testi pubblicati in occasione di nozze, doni da offrire in omaggio agli sposi o ai loro parenti e amici. Gli scritti “per nozze” affondano le loro radici nell’antichità classica, greca e latina, dove si distinguevano due tipi di canti: l’epitalamio, serenata tenuta presso la stanza nuziale la sera della festa di nozze o la mattina dopo, e l’imeneo, carme che si cantava in coro durante il corteo di accompagnamento della sposa alla casa del futuro marito. Scrissero testi per nozze anche autori cristiani come Sidonio Apollinare (430 ca.-486), vescovo di Alvernia, e Teodolfo (760-821), vescovo di Orléans, che, pur nel rispetto degli schemi propri del genere, operarono una cristianizzazione dei contenuti. Per buona parte del Medioevo, però, questo interessante modo di celebrare l’unione di due sposi sembrò cadere nell’oblio e fu solo con l’avvento della stampa che il genere trovò nuovo vigore. Il più antico incunabolo per nozze conosciuto venne stampato a Padova da Matthaeus Cerdonis nel 1484, in occasione del matrimonio di Sigismondo d’Asburgo e Caterina di Sassonia. A partire da questa data la produzione di nuptialia cominciò via via a intensificarsi, costituendosi come un fenomeno quasi esclusivaRitratto calcografico degli sposi Giovanni Lambertini e Lucrezia Savorgnan mente italiano. Nel corso dei secoli variarono però sia i contenuti, sia le tipologie, sia i destinatari di questi scritti. Nel Cinquecento i testi, redatti spesso in latino, traevano la propria fonte d’ispirazione direttamente dagli sposi o dall’evento nuziale. Nel Sei-Settecento, soprattutto in occasione di matrimoni principeschi, ci si orientò verso la descrizione della festa nuziale, affiancando al testo splendide incisioni, oppure si offrirono in dono agli sposi raccolte poetiche di vari autori, talvolta voluminose e oggetto di accese polemiche. Tra i nuptialia settecenteschi conservati presso la Biblioteca di via Senato ricordiamo ad esempio I riti nuziali degli antichi romani, per le nozze di Sua Eccellenza Don Giovanni Lambertini con Sua Eccellenza Donna Lucrezia Savorgnan, editi a Bologna da Lelio dalla Volpe nel 1762; i Componimenti poetici per le faustissime nozze di sue eccellenze il sig. Ridolfo del S.R.I. Co. Colloredo […] e la signora Claudia Contessa Maniago, pubblicati a Venezia da Antonio Zatta nel 1765; gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Le feste d’Apollo, celebrate sul teatro di corte nell’agosto del 1769 per le auguste seguite nozze tra il Reale Infante Don Ferdinando e la R. Arciduchessa Infanta Maria Amalia, stampate a Parma da Giambattista Bodoni nel 1769; le Rime festive in applauso delle faustissime nozze di sue eccellenze il N.H. signor conte Antonio Savorgnano e la nobil donna la signora Marina Tiepolo, uscite dai torchi della stamperia Albrizziana di Venezia nel 1777. A partire dall’Ottocento quest’usanza, che fino ad allora aveva rappresentato una tradizione per lo più aristocratica, cominciò ad attirare l’emergente borghesia, che poco a poco se ne impossessò. Gli scritti contenuti nei libretti per nozze presentarono sempre meno legami con l’evento nuziale in sé, spesso trasformato in semplice pretesto per una nuova pubblicazione. Nei nuptialia ottocenteschi, infatti, oltre alle tradizionali offerte poetiche, troviamo testi classici, traduzioni letterarie, dissertazioni accademiche, saggi scientifici, studi storici e artistici. Opuscoli per nozze continuarono a essere stampati anche nel Novecento, ma si trasformarono sempre più in un fenomeno di nicchia legato a quegli ambienti che ancora consideravano una pubblicazione un dono prezioso, degno ricordo tangibile di un giorno memorabile. Numerosi sono i nuptialia che trovano posto sugli scaffali della nostra Biblioteca, libri il cui valore risiede di volta in volta nei nomi dei dedicatarii dell’opera, nelle raffinate incisioni, nella tiratura estremamente limitata oppure nel testo che è in essi custodito. Tra questi ultimi si annoverano quegli opuscoli che, a di- Frontespizio delle Lettere di L. Annèo Seneca (...), Venezia, Carlo Palese, 1802 spetto della loro spesso esile apparenza, sono delle vere e proprie editiones principes. A Venezia venne pubblicato da Giovanni Battista Bonfadino alla fine del 1589, recante però la data del 1590, Il pastor fido tragicomedia pastorale di Battista Guarini, dedicata al ser.mo d. Carlo Emanuele duca di Savoia [...] nelle reali nozze di S.A. con la ser.ma infante d. Caterina d’Austria. Battista Guarini (1538-1612) iniziò la stesura dell’opera, destinata a una straordinaria fortuna critica e letteraria, nel 1580. Fallite nel 1584 le trattative per l’allestimento di una messinscena del Pastor fido in occasione delle nozze del duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga con Eleonora de’ Medici a causa dell’incompiutezza dell’opera stessa, l’autore decise di dedicare il proprio lavoro a Carlo Emanuele I, duca di Savoia, in occasione del suo matrimonio con Caterina d’Austria. Con il probabile scopo di ingraziarsi il principe, Guarini presentò lo scritto come destina- 55 to al Savoia fin dall’origine. Le nozze vennero celebrate l’11 marzo 1585, mentre la princeps dell’opera a esse consacrata fu stampata solo cinque anni più tardi. Nel 1792 uscì dai torchi della Stamperia Penada di Padova il Legato di un padre a sue figlie del sig. Gregory tradotto dall’inglese in occasione delle faustissime nozze del N.H.f. Lorenzo Sangiantoffetti e della N.D. Lucrezia Nani. Questa pubblicazione, curata da Francesco Fanzago (1764-1836), nobile e illustre medico padovano, e tirata in poche copie, rappresenta con tutta probabilità la prima traduzione italiana del noto testo inglese Father’s legacy to his daughters di John Gregory (1724-1773). A Venezia Carlo Palese stampò nel 1802 le Lettere di L. Annéo Seneca recate in italiano dal commendatore Annibal Caro e per la prima volta pubblicate nelle nozze Michiel e Pisani. L’edizione, curata da Angelo Dalmistro (1754-1839) che sottoscrive la dedica, contiene 11 lettere dell’autore latino tradotte da Annibal Caro (1507-1566) e fino ad allora rimaste inedite. Al recto della carta bianca aggiunta prima del frontespizio nella copia conservata presso la nostra Biblioteca si legge l’annotazione manoscritta: «Uno dei pochi esemplari in anglica carta azzurrognola fatti imprimere con vignette dall’Ab. Daniele Francesconi, da cui l’abbiamo avuto in dono. Rarissimo è perciò, non trovandosi per danari nemmeno in carta comune». Le vignette calcografiche furono incise da Raphael Morghen (1758-1833) e Francesco Novelli (1767-1836), alcune su disegno di Francesco Algarotti (1712- 56 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 Motera. Nel 1840 dai torchi romani di Salviucci uscirono Le rime di Vittoria Colonna corrette su i testi a penna e pubblicate con la vita della medesima dal cavaliere Pietro Ercole Visconti. Prima edizione critica dell’opera della poetessa, contenente 26 componimenti inediti, il volume venne distribuito agli invitati alle nozze di Alessandro Torlonia con Teresa Colonna, tenutesi il 16 luglio 1840. Il dono fu stampato su una carta speciale la cui filigrana riproduceva gli stemmi delle due famiglie, i nomi degli sposi e la data del matrimonio. Nelle bene augurate nozze del signor Giorgio Mori colla egregia donzella Ida Milani è invece il titolo dato all’opuscolo stampato dalla Tipografia Nistri di Pisa nel 1874 contenente una rara prima edizione di una lettera di Giacomo Leopardi (1798-1837) al fratello Carlo, datata 11 febbraio 1823, «la sera di Carnevale». 1764). Nel 1812 Giambattista Bodoni pubblicò a Parma i Versi inediti di Torquato Tasso. Il curatore Bartolomeo Borghesi (1781-1860), epigrafista noto soprattutto per aver posto le basi scientifiche della disciplina numismatica, dedicò l’edizione a Giulio Perticari (1779-1822) in occasione delle sue nozze con Costanza Monti (1792-1840), figlia di Vincenzo. L’opuscolo contiene un’egloga e tre sonetti, l’ultimo e il penultimo dei quali sarebbero stati scritti, in ba- se a quanto affermato da Borghesi nella dedicatoria, non da Torquato, al quale alcuni studiosi li attribuivano, ma dal padre Bernardo Tasso. In questo caso il dono di nozze divenne addirittura spunto per una disamina filologica. Nel 1836 Giuseppe Fodratti stampò a Torino le Lettere di Ugo Foscolo a Giuseppe Grassi pubblicate per la prima volta in occasione delle felici nozze dell’ill.mo signor Cavaliere Giuseppe Viarana di Monasterolo con la nobile damigella Enrichetta Valfrè di Bonzo e Per le nozze di Umberto II di Savoia e Maria del Belgio, celebrate l’8 gennaio 1930, la Bottega Danesi di Roma pubblicò, originariamente a fogli sciolti, l’Adunata del Costume Nazionale, VII gennaio, Roma. L’opera contiene una xilografia a piena pagina di Giulio Aristide Sartorio (1860-1932), un’appassionata introduzione futurista di Filippo Tommaso Marinetti (18791954), «Italia, donna bellissima uscita dalla vasca caldazzurra del Mediterraneo […]», una partitura musicale di Pietro Mascagni (18631945), Fanfara delle diciotto Regioni d’Italia, e il Corteo dei costumi d’Italia, descrizione del corteo dei co- gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 Nella pagina accanto: frontespizio xilografico inciso da Tullio Aristide Sartorio per l’Adunata del Costume Nazionale, Roma, Bottega Danesi, 1930. Sopra da sinistra: incipit delle Rime di Vittoria Colonna (...), Roma, Salviucci, 1840, con ritratto della poetessa. Frontespizio del libretto per nozze Satura di Eugenio Montale, Verona, Officina Bodoni, 1962. Stemma Torlonia-Colonna impresso al piatto anteriore della legatura delle Rime di Vittoria Colonna (...) stumi regionali italiani che sfilò per le vie di Roma. Anche in questo caso si tratta di un esemplare davvero molto raro. Presso l’Officina Bodoni di Verona uscì nel 1962 Satura di Eugenio Montale (1896-1981), libretto tirato in 150 esemplari per le nozze di Gabriele Crespi e Alessandra Fagiuoli, celebrate a Formia il 22 dicembre dello stesso anno. La nota posta a chiusura del volume spiega: «All’infuori di Minstrels, che fu pubblicata con altro titolo nella prima edizione degli Ossi di seppia e sparve nelle stampe successive, queste vecchie e nuove poesie [A galla, Nel vuoto, Botta e risposta e Ventaglio per S. F.] erano finora inedite». L’opera montaliana intitolata Satura, che riprese quindi il titolo dato all’opuscolo per nozze, ven- NOTE 1 Tra i principali repertori ricordiamo: O. PINTO, Nuptialia. Saggio di bibliografia di scritti italiani pubblicati per nozze dal 1484 al 1799, Firenze, Olschki, 1971 e Per le faustissime nozze. Nuptialia della Biblioteca Braidense, 1494-1850, a cura di L. Di Dome- nico, Cremona, Linograf, 2003. Segnalo inoltre il catalogo informatico dei nuptialia posseduti dalla Biblioteca Statale Isontina, redatto da Eva Mosenghini e consultabile on line al sito www.isontina.librari.beniculturali.it. ne pubblicata presso Mondadori solo nove anni più tardi, nel 1971. I testi fin qui trattati rappresentano solo una piccola parte degli scritti “per nozze” conservati presso la Biblioteca di via Senato. Tra questi meriterebbero in modo particolare un ulteriore approfondimento i raffinati nuptialia illustrati settecenteschi, alcuni dei quali stampati dal noto tipografo Giambattista Bodoni. 58 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 BvS: libri illustrati/2 Le “favolose” edizioni Rizzardi tra volgare e dialetto Incisioni contemporanee per antiche favole in infinite traduzioni MARGHERITA DELL’UTRI N el 1971 Rizzardo e Loredana Rizzardi trasformano la loro bottega in una galleria d’arte particolare: disegni e spesso sculture d’arte contemporanea di grandi artisti venivano accostati a pezzi d’antiquariato di alta qualità. Nel 1986 vengono inaugurate le “Edizioni Rizzardi arte e cultura (1986-1996)”. Le prime plaquettes sono state stampate in piccole stamperie artigianali. I primi libri, in particolare, sono stati licenziati dai tor- chi di Luigi Maestri, uno dei più grandi tipografi milanesi, e successivamente da quelli di Alessandro Zanella di Verona. I caratteri principali delle Edizioni Rizzardi sono una rigorosa ricerca letteraria e testuale; l’opera grafica, numerata e firmata da un importante artista contemporaneo; il rigore tipografico; la stampa in torchio e l’impiego di carte di puro cotone. Oggi i “libri d’artista” editi da Sotto da sinistra: acquaforte di Mimmo Paladino; acquaforte di Luigi Ontani Rizzardi, si trovano in numerose importanti collezioni pubbliche e private, italiane e straniere, e sono stati esposti in diverse mostre, come al Moma di New York nel 1992-93. Nel dicembre 1997, però, i coniugi Rizzardi decidono di mettere la parola “fine” al loro lavoro. Nel fondo di edizioni moderne di pregio nella Sala Campanella della Biblioteca di Via Senato, si trovano i cinque volumi, in 4°, della collezione “Le favole esopiane nei gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano testi della tradizione”, composti in carattere Bembo e impressi al torchio da Alessandro Zanella su carta Hahnemühle in 150 esemplari numerati; tranne il quinto volume che non supera le 100 copie, di cui 85 in numeri arabi e 15 in numeri romani. In alto da sinistra: acquaforte di Ernesto Tatafiore, acquaforte di Enzo Cucchi. A sinistra: acquaforte di Mario Schifano AESOPUS (ca 620-560 a. C.) I. “Il lupo e l’agnello”. Acquaforte di Mimmo Paladino e prefazione di Alberto Moravia, 1987. Pp. 48. Esemplare N. 69. II. “La cicala e la formica & La mosca e la formica”. Acquaforte di Luigi Ontani e prefazione di Dario Del Corno, 1988. Pp. 58. Esemplare N. 79. III. “Il topo di campagna e il topo di città”. Acquaforte di Ernesto Tatafiore e prefazione di Giuseppe Pontiggia, 1991. Pp. 56. Esemplare N. 68. IV. “Il lupo e la gru”. Acquaforte di Enzo Cucchi e prefazione di Francesco Leonetti, 1992. Pp. 52. Esemplare N. 94. V. “Il leone e il topo”. 59 Acquaforte di Mario Schifano e prefazione di Tomaso Kemeny, 1995. Pp. 52. Esemplare N. XI/XV. Ciascun volume contiene gli originali greci e latini della favola e una serie scelta di traduzioni e rielaborazioni in varie lingue di altri paesi (inglese, francese, tedesco, portoghese..). Vi sono anche alcune versioni in dialetti italiani. Questa collana nasce appunto dall’idea di mettere a confronto le diverse traduzioni e versioni dei principali testi di lingua tratti da manoscritti medievali italiani dei secoli XVIII e XIX. Si tratta di un itinerario letterario che permette di cogliere l’evoluzione e le trasformazioni delle favole da Esopo a Fedro a Francesco Del Tuppo a La Fontaine a Trilussa. Il percorso continua fino a giungere a una nuova scrittura di un autore contemporaneo, come ad esempio nel secondo volume “La cicala e la formica & La mosca e la formica” dove troviamo due nuove versioni di Antonio Porta e Francesco Leonetti. Scrittori a cui è stata chiesta una traduzione inventiva. L’intento è quindi di ripresentare la grande tradizione delle favole esopiane in forma adatta al lettore di oggi. Di particolare fascino sono le illustrazioni che adornano le pagine, eseguite dai più importanti artisti contemporanei che completano il testo con l’armonia della composizione grafica. Infine, arricchiscono l’edizione i vari commenti che l’editore ha affidato a scrittori come Moravia e Pontiggia o a storici della letteratura greca come Dario Del Corno, recentemente scomparso. L’impegno di Med 6.000 spot gr iaset per il sociale atuiti all’anno 6.000 i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale. Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività. 250 i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa. Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno, utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale. 3 società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione, realizzazione e promozione di eventi per la raccolta fondi da destinare a progetti di interesse collettivo. 62 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 Da l’Erasmo: pagine scelte Da Shakespeare a Joyce: acrobati al limite estremo Cosa non avrebbero fatto con un computer SERGIO PEROSA L’ acrobazia della parola c’è già nello Shakespeare maturo, col suo linguaggio come percorso da una corrente elettrica che manda in corto circuito e brucia il verso. «O, my oblivion is a very Antony», il mio oblio è tale e quale Antonio, lamenta Cleopatra, che rievoca i suoi «salad days, / When I was green in judgment», i suoi verdi anni – si può solo dire in italiano – quand’era acerba di giudizio, e alla fine, immaginandosi messa in scena dagli elisabettiani, dovrà vedere «Some squeaking Cleopatra boy my greatness», un ragazzo squittente svilirne la grandezza: attori imberbi, si sa, recitavano le parti di donna, ma Shakespeare del comune sostantivo boy fa un verbo, e l’acrobazia non è da poco (Antony and Cleopatra, I, iii, 90, v, 73-75; V, ii, 219). Altrove lo fa intensificando la semplicità dell’enunciato e lo scarto fra alto e basso: il «Never, never, never, never, never» – cinque ripetizioni per un perfetto pentametro giamLewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Silvio Berlusconi Editore, Milano 1993: illustrazione di Giovanni Grasso Fravega bico – dello straziato Re Lear, seguito dal celebre «Ti prego, slacciami il bottone» (V, iii, 310; analogamente il «Domani, e domani, e domani / Che a piccoli passi di giorno in giorno striscia / Verso l’ultima sillaba del tempo stabilito» dello sconfitto Macbeth, V, v, 19-21). Shakespeare scrive quando l’inglese moderno, grazie e attorno a lui, è in prorompente formazione e crescita. Quando la lingua è ormai al culmine della maturità, al suo più roboante e stipato, quasi sfatta, ossia nel tardo Ottocento vittoriano, l’acrobazia verbale si fa cosciente e ricercata, quasi per negare l’ordine verbale costituito, per rompere la troppa logica o sicurezza e sicumera. SERGIO PEROSA, professore emerito di Letteratura angloamericana all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha iniziato la sua “carriera pubblicistica” con alcuni saggi dedicati a F.S. Fitzgerald. Appassionato di lirica e dei relativi “libretti”, ne curò molti, oltre a un’infinita serie di antologie poetiche (di cui, spesso, fu anche traduttore) e saggi critici o brevi novelle. Gli esempi più probanti sono nel nonsense, e aprono la via ai ‘tightrope walkers’, agli equilibristi e ai funamboli che nel Modernismo si eserciteranno senza rete sul filo teso della parola: ma distinguendo bene. Il maestro, Edward Lear, gioca col senso, col doppio senso e la mancanza di senso delle situazioni, ma in riferimento o contro-riferimento al reale. Il ritornello di “The Jumblies”: «In mare sono andati in un setaccio», ha una sua contro-logica; «Tutto il mondo lo sa, mi concedi, / Che i Ciottli [Pobbles, per Pebbles] son più felici senza dita dei piedi» (Nonsense Songs) prelude a Lewis Carroll, nel quale però l’acrobazia della parola tende a creare un proprio senso autonomo, totalmente scisso dal riferimento al reale. In Alice nel paese delle meraviglie siamo a mezza strada. La PseudoTartaruga (Mock-Turtle: capitolo 9) spiega che a scuola s’insegna Reeling and Writhing (per ‘Leggere e Scrivere’), Aritmetica – con le quattro operazioni: Ambizione, Distrazione, Stoltificazione e Derisione –, Scoria, Mareografia, Disdegno, Frattura su Tela, Laughing and Grief (per Latin and Greek), e così via; tant’è 64 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 Lewis Carroll, Nel Paese delle Meraviglie illustrato da Arturo Rackham, ediz. itaIiana, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, Bergamo [1907]: frontespizio; e “La finta tartaruga e la sua storia”, p. 117 che «si chiamano lezioni perché di giorno in giorno si lesionano» (la traduzione delle ‘storpiature’ ammette svariate possibilità). Ma poi Carroll inventa l’uso protratto delle portmanteau words, delle parole-baule – due in una, una infilata o incastrata nell’altra, come nel caso del celebre Snark, fatto di snake (o snail: serpe o chiocciola) + shark (squalo) – per trarne un significato al quadrato, secondo la formula matematica, potremmo dire, del (a + b)2 che dà come risultato a2 + b2 ma anche un ulteriore, inaspettato 2ab. Nei libri canonici ce ne sono esempi isolati; esse dominano invece nelle parodie e nelle filastrocche inventate, dove Carroll si sbizzarrisce nella creazione puramente verbale. All’inizio di Attraverso lo specchio, il celebre “Jabberwocky”: “Ciarlestroniana”, traduce Masolino D’Amico (a sinistra), “Il Lanciavicchio”, traduce Guido Almansi (a destra): Era brillosto e i tospi agiluti Facean girelli nella civa: Tutti i paprussi erano mélacri, Ed il trugòn strinava. Era la brilla, e i fanghilosi tavi Ghiravano e ghimblavano nel biava. Mensi e procervi erano i borogavi, E il momico rattio superiava1. Qui si direbbe che l’acrobazia mira non tanto alla creazione di un nonsense (che pur c’è, eccome), quanto ad esprimere un ultrasenso – ultrasenso, come si parla di ultrasuoni. Quanto al poemetto The Hunting of the Snark, come si può dar la caccia a questo Squallo o Snualo, comunque lo si voglia rendere? «Lo cerchi coi ditali – e lo cerchi con cura; / Lo insegui con speranza e forchetta; / Con azioni ferroviarie gli metti paura; / Lo lusinghi con sorrisi e saponetta» (Terzo Spasimo: strofa gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 65 Lewis Carroll, Aventures d’Alice au Pays des merveilles, Macmillan and Co, Londra 1869, prima ediz. francese: frontespizio, e illustrazione di Henri Bué variamente ripresa altrove). La caccia sarà però inconcludente, perché occorre dire che lo snark non è quel che è, e com’è venuto svanisce, nel bel mezzo delle parole? Carroll scherzava, o restava a metà fra serio e faceto. Ma su quella strada, James Joyce fa sul serio. Con lui si ha il compimento assoluto dell’acrobazia della parola: il funambolo non cammina neppure sulla corda tesa, si libra nel vuoto senza rete, sostenendosi solo e soltanto sulla parola che evoca, crea, determina il proprio significato e il proprio mondo sospesi. In Ulysses, scritto in tutti i modi e le forme possibili di scrittura, l’episodio 14 (“Le mandrie del sole”) rifà e ripercorre tutti gli stili attraverso cui si è sviluppata la letteratura inglese, esaurendone il cammino: ma più che acrobazia, è virtuosismo. In Finnegans Wake si ha invece l’acrobazia della parola al limite estremo – come si parla di sci o alpinismo estremo. Il testo diventa un vero e proprio viaggio al termine della parola: «Je suis au bout de l’anglais», aveva detto Joyce. Le parole-baule diventano struttura portante e sostanza continua del libro: rimboccamaniche e scilinguagnolo, mascherattore e lucciolanterna, messerscalzone e alfabettegolo, e sono migliaia e migliaia, usate come aveva anticipato Carroll, ma per creare un idioma totalmente inventato, una miscela di quasi ogni lingua conosciuta, basato sull’inglese. In questo meandertale, un racconto per meandri che risale al Neanderthal, ciascuna di esse ingloba una gamma estesa e riverberante di significati, scatena un’infilata di echi, riflessi, richiami, riferimenti, potenzialità di discorso, caricandosi d’un compito onnicomprensivo e onnipotente: ma alla fine puramente auto-referenziale. Quando Joyce ne tradusse in 66 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 James Joyce, in Pomes Penyeach (Poemetto da un soldo), Castiglioni e Corubolo, Verona 1991: illustrazione di Valerio Adami. Milano, Biblioteca di via Senato. italiano con Nino Frank alcuni frammenti, sorprendentemente semplificò di molto i riferimenti locali e culturali: oggi si recuperano e si mantengono. Ecco come suonano in due soli spizzichi di versioni queste acrobazie al limite estremo della parola («Latinami ciò, laureata di Cuneo, da ling ua aveta in gargarigliano», aveva previsto Joyce). L’inizio: filafiume, dopo da Eva e Adamo, da giro di riva a curva di baia, ci riconduci per un vico giambattistamente comodo di ricirculazione al Chestello di Howth e dintorni [versione di Anthony Burgess, 1975]; fluidofiume, passato Eva e Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante, conduci con un più commodus vicus di ricircolo di nuovo a Howth Castle Edintorni [versione di Luigi Schenoni, 1982]. NOTE 1 Devo dare il testo inglese di questa prima strofa, scritta esclusivamente con parolebaule: «’Twas brillig, and the slithy toves / Did gyre and gimble in the wabe: / All mimsy were the borogoves, / And the mome raths outgrabe”. Carroll spiegava che brillig è da to bryl o broil (arrostire), slithy da slimy (viscoso) e lithe (liscio), gyre da giaour (cane), gimble da gimlet (succhiello), wabe da to swab (strofinare) o soak (inzuppare), mimsy equivarrebbe a mimserable o miserable, borogove al nome d’un pappagallo estinto, mome a solemn, rath a una tartaruga, outgrabe sarebbe dall’antico to grike ecc. Spiegazioni analoghe dà Humpty Dumpty nel capitolo 6, dove risulta evidente il tentativo di mirare a un ‘significato’ che crea se stesso. – La traduzione di D’Amico è del 1978; molto diversa era quella del 1971, “Il Ciarlestrone”. Quanto alle cavalline di Napoleone (jinnies) che si trasformano in tentatrici nel parco, così Schenoni: «Le ginnette si stanno smaltubando le unghie e le ginnette si stanno raccorviando i capelli e al Willindone gli è venuto l’orazione» (con quel che segue). Gianni Celati si era a sua volta scatenato nel 1972 in una travolgente ricreazione in dialetto-gergo: «Le pute gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 Si scosse e con un lungo sospiro: «Questa è veramente curiosa!» esclamò; acquerello di Arthur Rackham, in Lewis Carroll, Nel Paese delle Meraviglie ecc., Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, Bergamo [1907]: p. 124 one se fraschegia la manega otra se strapegia cavei ch’al allontan sedreza il bandon» (con quel che segue). Si capisce di che si tratta – ma anche che lo scrivere è diventato il proprio stesso oggetto, anzi, è diventato la cosa stessa. Il fatto è che di questo passo o di questo modo si va avanti e indietro (come vuole Joyce) per 628 fitte pagine. Questo tipo di acrobazia della parola, allora, vale ed esalta per brevi tratti il frammento, l’illuminazione improvvisa, il salto, il gioco mentale o verbale che provoca. Ma sotto tale tensione auto-indotta il linguaggio implode ed esplode. È come se l’acrobazia fosse infinita; come quei saltimbanchi che fanno piroette e saltano sempre più su verso l’alto, non si fermano più, sempre più su, piroetta su piroetta, verso il cielo, l’infinito, il vuoto – fino ad esplodere dove non li vediamo più. Vengono i brividi a pensare cosa avrebbe fatto Joyce con un computer. Bibliografia È incredibile il numero di versioni e rifacimenti di questi testi, in quasi ogni lingua (compreso il latino), e più volte al loro interno, quasi provocassero emulazione, e a conferma che mentre l’originale è fissato nel tempo, caratteristica della traduzione è proprio la sua continua – ma non infinita – variabilità. Per il lettore italiano, fra le tante versioni di Alice: Masolino D’Amico (Longanesi, 1971, l’utilissima Annotated Alice), Tommaso Giglio (BUR, 1978), Ranieri Carano, Giuliana Pozzo, Guido Almansi e Camillo Pennati (Einaudi, 1978), Aldo Busi (Mondadori, 1982), Alessandro Serpieri (Marsilio, 2002); Humpty Dumpty nella traduzione di Antonin Artaud, Guido Almansi e Giuliana Pozzo (Einaudi, 1993, Serie trilingue); La caccia allo Snark di Roberto Sanesi (SE, 1989), di Lucio Mazzi (Moby Dick, 1992), e La caccia allo Snualo di Milli Graff (Studio Tesi, 1985). Per Joyce, Finnegans Wake, H.C.E. (Mondadori, 1982) e Finnegans Wake. Libro Primo, V-VII, versione di Luigi Schenoni; Anna Livia Plurabelle, nella traduzione franc. di Samuel Beckett e altri, versione italiana di James Joyce e Nino Frank, versione integrale di Luigi Schenoni, con un saggio di M.R. Bollettieri Bosinelli, introduzione di Umberto Eco (Einaudi, 1966, Serie trilingue). 68 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 BvS: nuove schede Recenti acquisizioni della Biblioteca di via Senato Dalla Storia del Guicciardini alla “bibbia” dell’architettura veneta Arianna Calò, Giacomo Corvaglia, Margherita Dell’Utri, Annette Popel Pozzo e Beatrice Porchera [Anonimo]. Riforma del carnevale. Novella giapponese. Venezia nel secolo XVIII per il Graziosi. Venezia, Graziosi, nel secolo XVIII [ca. 1750]. Prima e unica edizione di questa divertente satira sulla Filosofia dell’Illuminismo, in cui si immagina d’introdurre in Giappone riforme politiche durante la festa del Carnevale, qui diffuso dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Quest’ultima viene posta a capo di un lungo corteo carnascialesco, seguita da numerosi scrittori illuminati e filosofi, incluse due matrone travestite da “filosofia morale” e “religione rivelata”. L’Illuminismo italiano è ben rappresentato, così come le altre scuole del tempo: deisti, naturalisti, idealisti e materialisti. Tra le personalità di spicco: Spinoza, Newton, Hobbes, Voltaire, Hume, d’Alembert, Helvetius e Diderot. Matematici e scienziati, armati di telescopi e microscopi, affiancano medici, storici, teologi e massoni, folleggiando per tre giorni. L’opera si conclude con il sonetto sui piaceri del letto dopo gli eccessi del carnevale. Alighieri, Dante (1265-1321). La Divina Commedia di Dante Alighieri già ridotta a miglior lezione dagli Accademici della Crusca ed ora accuratamente emendata, ed accresciuta di varie lezioni tratte da un antichissimo codice. 4 voll. Livorno, Tommaso Masi e Comp.°, 1806-1807; 1813. Edizione dedicata a sua Maestà Maria Luisa, Infanta di Spagna e Regina Reggente d’Etruria. Curata da Gaetano Poggiali (1753-1814), bibliofilo ed editore livornese, che si servì delle lezioni tratte da un antico codice in suo possesso per completare il testo approvato dagli Accademici della Crusca nel 1595. Questo codice, noto come Il codice dei Commenti alla Commedia, denominato Poggiali-Vernon e in seguito GinoriConti, è oggi conservato presso la Biblioteca Centrale di Firenze. Fiske, I, p. 13-14; Berio, 93; Mambelli, 94; Colomb de Batines, I, pp. 128-129; Brunet, II, 506. Gamba, 400. Argelati, Filippo (1685-1755). Biblioteca degli volgarizzatori, o sia Notizia dall’opere volgarizzate d’autori, che scrissero in lingue morte prima del secolo XV. Opera postuma del segretario Filippo Argelati bolognese tomi IV. coll’addizioni, e correzioni di Angel Teodoro Villa milanese, comprese nella parte II. del tomo IV. 5 voll. Milano, Federico Agnelli, 1767. Prima edizione, pubblicata postuma, a cura di Angelo Teodoro Villa (1723-1794) di questa imponente bibliografia. Assieme a Paitoni la bibliografia più importante di testi greci e latini in volgare, ancora di consultazione e rara. Doni, Anton Francesco (15131574). Attavanta. Villa di M. Anton Francesco Doni fiorentino. Tratta dall’autografo conservato nel Museo Correr di Venezia. Firenze, Felice Le Monnier, 1857. Prima edizione della rarissima operetta del Doni sulla maniera di progettare le ville antiche, pubblicata in occasione delle nozze di Ferdinando Rosada e Marina Giacomuzzi. Il soggetto dello scritto è il modo che si conviene tenere nel fabbricare, disporre e ornare le ville, ed è di- gennaio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano viso in cinque capi, cioè: Villa civile, da signore; di spasso, da cittadino; di ricreazione, da mercante; di risparmio, da artegiano; e dell’utile, da contadino. Du Chesne, André (15841640); Historiae Normannorum scriptores antiqui, res ab illis per Galliam, Angliam, Apuliam, Capuae principatum, Siciliam, & Orientem gestas explicantes, ab anno Christi 838. Ad annum 1220. Insertae sunt monasteriorum fundationes variae, series episcoporum ac abbatum: genealogiae regum, ducum, comitum, & nobilium: plurima denique alia vetera, tam ad profanam quam ad sacram illorum temporum historiam pertinentia. Ex mss. codd. omnia fere nunc primum edidit Andreas Duchesnius Turonensis. Parigi, Sébastien Cramoisy & Nicolas Buon & Robert Foüet, 1619. Prima edizione. Storia dei Normanni e delle loro conquiste in Europa, elaborata da un eminente storico e geografo francese (soprannominato “father of French history”); Du Chesne studiò prima a Loudun e poi a Parigi, dedicandosi alla geografia e alla storia. La sua prima opera fu Egregiarum seu Selectarum Lectionum et Antiquitatum Liber (1602). Successivamente, attraverso l’influenza del Cardinale Richelieu, fu nominato storiografo e geografo del Re. Nonostante la prefazione descriva una pubblicazione prevista in tre volumi, solamente questo primo fu realmente stampato; il quale comprende, tra le altre, l’edizione delle Historiae ecclesiasticae di Orderico Vitale e le Gesta Stephani Regis anglorum, et ducis normanno rum. Goussault, Jacques, (1679-94). I consigli di un padre a suoi figliuoli sopra diversi stati della vita del signor abate Goussault consigliere del parlamento tradotti dal franzese con aggiunta in fine di cento massime morali, e cristiane. Bologna, Lelio dalla Volpe, 1739. I “Consigli” di Goussault furono molto apprezzati tra la nobiltà nell’Europa preilluministica che, dal Cortegiano di Castiglione in poi, impartiva ai propri rampolli l’arte di soggiornare a corte compiacendo il Principe. La presente edizione, non censita da ICCU, presenta rispetto a quella del 1722, un’aggiunta di “cento massime morali e cristiane”. Guicciardini, Francesco (1483-1540). I quattro ultimi libri dell’historie d’Italia di M. Francesco Guicciardini gentil’huomo fiorentino. Nuovamente con somma diligenza ristampati, & ricorretti, con l’aggiunta de’ sommarij a ciascadun libro, & di molte annotationi in margine delle cose più notabili; di M. Papirio Picedi. Con una nuova tavola copiosissima del medesimo, per maggiore comodità de’ lettori. Parma, Seth Viotti, 1564. Prima edizione degli ultimi quattro libri a cura di Papirio Picedi (1528-1614). La prima edizione dei venti libri, fu pubblicata da Giolito De Ferrari a Venezia nel 1567. Lombroso, Cesare (18361909); Bianchi, Leonardo (18481927). Misdea e la nuova scuola penale. Con 4 figure nel testo. L’ignoranza dei fenomeni epilettici, sì frequente nel foro, è causa di molti omicidi giudiziari. Krafft-Ebing. Roma-Torino-Firenze, Fratelli Bocca (Tip. e Lit. Camilla e Bertolero), 1884. 69 Prima edizione rara e ricercata che segna una tappa importante nella storia dell’antropologia criminale: Lombroso per primo comprende la necessità dell’istituzione del manicomio criminale. Con la nuova scuola penale si è voluto «porre a dimostrazione che esiste una classe di uomini chiamati delinquenti-nati, che riproduce, grazie a malattie congenite, i caratteri anatomici e psichici dell’uomo primitivo, dell’uomo selvaggio». Narra di Salvatore Misdea, militare calabrese che in un raptus epilettico aveva ucciso otto commilitoni in una caserma napoletana. Machiavelli, Niccolò (14691527). I sette libri dell’arte della guerra di Niccolò Macchiavelli cittadino e secretario fiorentino. Cosmopoli [i.e. Venezia], [s.n.] [i.e. Giambattista Pasquali], 1769. Copia appartenuta al conte comasco Giambattista Giovio del sesto tomo su otto delle Opere di Niccolò Machiavelli edite a Venezia da Giovambattista Pasquali. Bertelli-Innocenti, Bibliografia machiavelliana, pp. CX e 167: «Il 1768 è l’anno dell’ingresso nelle edizioni machiavelliane del celebre libraio veneziano Giovambattista Pasquali (l’editore di Muratori, di Giannone, di Goldoni). Primo ad apparire per i suoi tipi fu Il principe, con le note di Amelot de la Houssaye e la confutazione di Federico il Grande. Ma l’anno seguente il piano editoriale divenne più ambizioso: tutto Machiavelli, in una serie di otto volumi in ottavo, con frontespizi distinti. A chiusura dell’impresa, evidentemente come ultimo volume, anche se in nessuno è presente una numerazione di serie, veniva ricomposto con caratteri e fregi iden- 70 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 tici agli altri sette volumi del 1769, ma differenti dalla stampa dell’anno avanti, Il principe. Solo la presenza, in esso, del piano generale dell’edizione, legava tra loro gli otto volumi». Machiavelli, Niccolò (14691527). Tutte le opere di Nicolo Machiavelli cittadino et secretario fiorentino, divise in V. parti, et di nuovo con somma accuratezza ristampate. 1550. 5 parti in 1 volume. sl [i.e. Ginevra], [nessun editore] [i.e. Aubert, Pietro o Chouet, Pietro], 1550 [i.e. 1635-1636]. Questa edizione è una delle edizioni dette “della Testina”, clandestine e antidatate fittiziamente al 1550 per via della messa all’indice dell’opera di Machiavelli da parte di Paolo IV Carafa nel 1559. Sono dovute al libraio londinese John Wolfe (tra il 1584 e il 1588), oppure realizzate a Ginevra nella prima metà del ’600. Bertelli-Innocenti 205a. Mascardi, Agostino (15911640); Cantini, Angelo (sec. XVII); Cebes Thebanus. Discorsi morali di Agostino Mascardi su la tavola di Cebete Tebano. Venezia, Girolamo Pelagallo, e Antonio Pinelli, 1627. Prima edizione contenente un frontespizio inciso su rame con una scena di carattere mitologico. Il nome del correttore, Angelo Cantini, figura in fine. La “Tavola di Cebete” è «une allégorie, dont le but est de préconiser la Moderation et la Patience, car le Mal est inévitable dans la vie» (cfr. Caillet, I, 330). L’opera, dedicata dall’autore al cardinale Maurizio di Savoia, contiene 40 discorsi, divisi in quattro parti. Mazarin, Jules (1602-1661; an- che Mazzarino, Giulio); Panzirolo, Giovanni Giacomo, cardinale; Saint-Bonnet, Jean de, comte de Toiras (1585-1636); Servien, monsieur de; Galasso, barone di. Ricevimento de gli ostaggi che fa la Santità di nostro signore Urbano VIII. per l’essecutione della pace d’Italia. Roma, Stamperia Camerale, 1631. Il testo contenente lo stemma di papa Urbano VIII sul frontespizio, riguarda il trattato di pace di Cherasco, siglato il 7 aprile 1631 da parte di Vittorio Amedeo I di Savoia, Giulio Mazzarino (legato papale) e dai rappresentanti del Sacro Romano Impero, di Mantova e di Spagna. La pace poneva fine alla guerra per la successione nel ducato di Mantova, cui era annesso anche il Monferrato, riconoscendo a Carlo di Nevers e Rethel la signoria sul ducato di Mantova e al duca di Savoia le località monferrine di Trino e Alba, con relativi territori e pertinenze. Münter, Friedrich (1761-1830) Viaggio in Sicilia di Federico Münter tradotto dal tedesco con note ed illustrazioni dal tenente colonnello d’artiglieria Cav. D. Francesco Peranni. Prima versione italiana coll’aggiunta del Viaggio all’Etna fatto da Lazzaro Spallanzani. Milano, Lorenzo Sonzogno, 1831. Prima edizione italiana a cura di Francesco Peranni (1767-1833), di quest’opera originariamente pubblicata in dialetto danese (Kopenaghen, 1790). L’autore, massone di una loggia dell’Ordine della Stretta Osservanza, si era trattenuto in Sicilia a cavallo degli anni 1785 e 1786 per estendere la struttura segreta di cui faceva parte. In fine al secondo tomo, il Viaggio all’Etna fatto da Lazzaro Spallanzani nel 1788. Romagnosi, Gian Domenico (1761-1835). Discorso di Giandomenico Romagnosi professore di Diritto Civile nella Reale Università di Pavia sulla questione Quale sia il governo più adatto a perfezionare la legislazione civile. Milano, Agnello Nobile, 1807. Prima rara edizione, censita in poche biblioteche italiane. Importante saggio di Romagnosi che sollevò un vivace dibattito tra gli intellettuali italiani: riprendendo le idee di Vico, il giurista ipotizza che la monarchia illuminata sia la forma di governo più consona alla produzione di un codice di leggi eque e moderne. Temanza, Tommaso (1705-89) Vite dei più celebri architetti, e scultori veneziani che fiorirono nel secolo decimosesto, scritte da Tommaso Temanza architetto ed ingegnere della Sereniss. Repubblica di Venezia. Venezia, Carlo Palese, 1778. Prima edizione con notizie biografiche di 22 artisti veneziani, noti e minori, tra cui Francesco Colonna, Frà Giocondo, i Lombardo, Bartolomeo Buono, Guglielmo Bergamasco, Giovan Maria Falconetto, i Sanmicheli, Jacopo Sansovino, Andrea Palladio, Vincenzo Scamozzi, e Antonio da Ponte. Il testo è un indispensabile fonte per gli studiosi di storia dell’architettura veneta. Dedica grande spazio al Polifilo considerandolo uno dei più grandi architetti rinascimentali alla stregua del Palladio, e testimonia di aver utilizzato l’Hypnerotomachia per il progetto della Chiesa della Maddalena (1763). Si può ricordare che la Chiesa della Maddalena, a pianta centrale, costituisce il massimo esempio dell’architettura neo-classica a Venezia, tutta costruita su rapporti “armonici”. la Biblioteca di via Senato la Biblioteca di via Senato Milano mensile Milano anno II n.3 – marzo 2010 Pasolini: l’affaire “Petrolio”, e una mostra di scatti e libri Luigi Mascheroni e Matteo Tosi Dopo 30 anni , una nuova bio di Malaparte? Giordano Bruno Guerri I furti di Napoleone esposti al Louvre Chiara Bonfatti Questo “bollettino” mensile è distribuito gratuitamente presso la sede della Biblioteca in via Senato 14 a Milano. Chi volesse riceverlo al proprio domicilio, può farne richiesta rimborsando solamente le spese postali di 20 euro per l’invio dei 10 numeri. Versamento a mezzo bonifico intestato a “Fondazione Biblioteca di via Senato - via Senato 14 - Milano” presso Monte dei Paschi di Siena, agenzia di Segrate IBAN: IT 60 K 01030 20600 000001941807 Nome Cognome indirizzo a cui si intende ricevere la rivista Milano la Biblioteca di via Senato Inviare la scheda di abbonamento unitamente a copia del bonifico effettuato al numero di fax 02.782387. Per l’attivazione dell’abbonamento farà fede la ricezione del fax compilato secondo le modalità descritte telefono mail CF / Partita IVA firma consento che i miei dati personali siano trasmessi ad altre aziende di vostra fiducia per inviarmi vantaggiose offerte commerciali (Legge 675/96) Barri la casella se intende rinunciare a queste opportunità 72 la Biblioteca di via Senato Milano – gennaio 2011 La pagina dei lettori Bibliofilia a chiare lettere “Dante e l’Islam”, tanti apprezzamenti e un lecito dubbio di cultura e la capacità di fondere armoniosamente tradizioni e saperi diversi. Omaggio che crediamo si trasferisca di rimando anche alla nostra cultura tutta, che è sempre stata “vincente” proprio perché non ha mai avuto paura di confrontarsi con l’altro né di valutarne realmente valori e valore. Senza, per questo, farsene “schiacciare”. Ho visto che nella rivista c’è una pagina in cui si chiede di versare 20 euro per riceverla tutto l’anno a casa. Non mi sembra una grande cifra, ma pur volendo aderire trovo che il sistema per farlo sia davvero complicato! Non potreste trovare una maniera più semplice? Gianni Rocchitelli Lei ha perfettamente ragione. Ne parliamo infatti nell’Editoriale. Per il prossimo numero speriamo di indicare un’altra formula più accessibile. Oltre a visitare la mostra “Dante e l’Islam”, ho avuto Ho scoperto questa rivista durante le ultime vacanze, venendo a Milano e passando a visitare la mostra “Dante e l’Islam”. Vi faccio i complimenti per entrambe, la mostra è autorevole, ma non noiosa; bella l’idea degli schermi. Ma mi chiedo se, in un certo senso, questo non significhi deprezzare un po’ Dante e la nostra tradizione, in favore di una cultura che, ancora, si dimostra ostile all’Occidente. Gennaro De Vecchi Grazie per i complimenti, intanto. E per il riconoscere la bontà del lavoro fatto nel pensare e organizzare la mostra, pur dichiarandosi non convinto della sua “opportunità”. Detto che il tema del progetto era proprio quello di mettere in luce Se volete scrivere: [email protected] Tutti i numeri sono scaricabili in formato pdf dal sito www.bibliotecadiviasenato.it la possibilità di fruttuosi rapporti culturali, anche durante conflitti più o meno palese tra la nostra civiltà e quella islamica, questa “rilettura” della Commedia non intende sminuire in nessun modo né il genio né l’ispirazione danteschi. Anzi, semmai, celebrare ancora una volta il Poeta e la grandezza del suo stile, sottolineandone l’alto grado il piacere di assistere alla conferenza della professoressa D’Arcais sugli influssi islamici riscontrabili nell’arte del nostro Medioevo. Tema di cui ero più che a conoscenza, vista la manifesta evidenza riscontrabile in infiniti edifici del nostro sud. Ma l’approfondimento sulla pittura di alcuni maestri italiani fino al ’400 è stato davvero sorprendente. Su tutto, quei dettagli di Gentile da Fabriano, con i mantelli ornati da ricami sinuosi che, in realtà, erano frasi in arabo, scritte correttamente. Che mercanti, missionari e viaggiatori lo sapessero parlare è scontato, ma il fatto che un pittore “di corte” sapesse scriverlo - quando quasi nessuno scriveva nemmeno la propria lingua -, manifesta un’inopinabile vicinanza dei due “ambienti culturali”. 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