1/2007
on-line
UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA
DIPARTIMENTO DI SOCIOLOGIA E
DI SCIENZA POLITICA
DAEDALUS
Quaderni di Storia e Scienze Sociali
Direzione scientifica
Vittorio Cappelli, Ercole Giap Parini, Osvaldo Pieroni
Redattori e collaboratori
Luca Addante, Olimpia Affuso, Rosa Maria Cappelli, Renata Ciaccio,
Bernardino Cozza (†), Barbara Curli, Francesco Di Vasto, Loredana
Donnici, Aurelio Garofalo, Teresa Grande, Salvatore Inglese, Francesco
Mainieri, Matteo Marini, Patrizia Nardi, Saverio Napolitano, Tiziana Noce, Giuseppina Pellegrino, Maria Perri, Luigi Piccioni, Antonella Salomoni, Pia Tucci
Direzione e redazione
Dipartimento di Sociologia e di Scienza Politica dell'Università della Calabria
87036 Arcavacata di Rende (Cosenza).
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DAEDALUS - Laboratorio di Storia
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La rivista è stata fondata nel 1988
dal Laboratorio di Storia Daedalus
Presidente: Vittorio Cappelli
Numero 1/2007 on-line
Numero 20/2007 seguendo la numerazione della precedente edizione cartacea
Pubblicato on line nel DICEMBRE 2007
ISSN 1970-2175
Daedalus 2007
RICERCHE/MATERIALI
ANGELINA MARCELLI
“ILLUMINATE MENTI” AL SERVIZIO DEL PROGRESSO:
GABRIELE SILVAGNI (1774-1834) E LA SOCIETÀ
ECONOMICA DI CALABRIA CITRA
Introduzione: classi dirigenti nel Mezzogiorno preunitario
Limiti e punti di forza delle innovazioni istituzionali introdotte dai Francesi nell’Italia meridionale sono al vaglio degli storici da più tempo1. Semplificando, da una parte è stata posta l’attenzione su un modello di cambiamento
di portata ridotta in termini di modernizzazione, anche per via dell’esigua
permanenza dei Francesi nel Mezzogiorno, così come d’altra parte è stata sottolineata l’importanza delle riforme introdotte da Giuseppe Bonaparte e da
Gioacchino Murat, capaci di scuotere gli equilibri economici e sociali tipici
dell’antico regime.
Nell’ambito della ristrutturazione dell’apparato burocratico statale si inserisce la creazione di istituzioni che rispondevano all’esigenza di regolamentare i rapporti tra centro e periferia2, strutture organizzative che, pur mantenendo la loro originale fisionomia, furono poi messe a profitto durante la Restaurazione. Un paradigmatico esempio è rappresentato dalle Società economiche
che, sorte nel 18103 come Società di agricoltura e mantenute in vita con un
1
Sui termini della questione si veda ad esempio il recente saggio di A. SPAGNOLETTI, La
storiografia meridionale sul Decennio tra Ottocento e Novecento, in S. RUSSO (a cura di),
All’ombra di Murat. Studi e ricerche sul Decennio francese, Bari, Edipuglia, 2007.
2
Il territorio, oltre alla Capitale, si suddivideva in province, ciascuna delle quali si scomponeva in distretti e questi in circondari. Cfr. A. FILANGIERI, Territorio e popolazione nell’Italia
meridionale. Evoluzione storica, Milano, Franco Angeli, 1980, pp. 34-37.
3
Il provvedimento istitutivo delle Società d’agricoltura e i decreti di trasformazione in società economiche sono in Bullettino delle leggi del Regno di Napoli, 2, I, Napoli 1812, pp. 92-93,
130-36, 162-63.
3
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decreto del 18174, rimasero in attività fino a dopo l’Unità d’Italia5, la cui missione era quella di favorire lo sviluppo economico locale evidenziando le potenzialità regionali.
L’associazionismo economico in generale, sia esso volontario o istituzionalizzato, e le Società economiche meridionali in particolare, hanno animato
un ormai nutrito dibattito storiografico6, che ha messo in discussione la capacità di questi consessi di riuscire a rappresentare la cultura locale, ad esternare un proprio pensiero economico e a favorire il progresso.
Una parte del dibattito storiografico ha riguardato in particolare la sociabilità. È stato notato come la realtà napoletana fu contrassegnata da un sistema di reclutamento gestito con diffidenza dallo Stato attraverso il meccanismo della cooptazione, che creò di fatto una forma di “associazionismo settario”7. Posizioni più sfumate hanno sottolineato come istituzioni quali le Società economiche godevano di un certo margine di autonomia operativa e inoltre che i soci designati erano comunque liberi di accettare o rifiutare la carica8. Ulteriori riflessioni hanno condotto a ritenere che non vi fosse molta
4
Collezione delle leggi e decreti reali del Regno delle Due Sicilie, 2 ed., vol. I, Napoli
1812, pp. 410 ss.
5
Sebbene alcune rimanessero attive anche dopo l’Unità, si ritiene che il decreto del 23 dicembre 1866, che istituì i Comizi agrari nei capoluoghi di circondario, abrogò tacitamente le
Società economiche. Cfr. R. DE LORENZO, Gruppi dirigenti e associazionismo borbonico
nell’Appennino Centro-Meridionale: le Società economiche, estratto da, E. NARCISO (a cura di),
Dal comunitarismo pastorale all’individualismo agrario nell’appennino dei tratturi. Atti del
Convegno promosso dal Comune di Santa Croce del Sannio dall’istituto Storico “Giuseppe
Maria Galanti” e dalla Comunità Montana “Alto Tammaro”, Santa croce del Sannio, Istituto
Storico Giuseppe Maria Galanti, 1993, p. 43.
6
Sebbene gli studi sull’associazionismo siano ormai molteplici, il dibattito storiografico ha
avuto alcuni importanti momenti di riflessione, spesso in occasione di convegni. Il primo, risalente al 1991, è incentrato prevalentemente sull’analisi comparata di realtà associative a livello
europeo. Gli atti sono stati pubblicati nel 1996 in Le Società Economiche alla prova della storia
(secoli XVII-XIX). Atti del convegno internazionale di studi di Chiavari, Rapallo, Busco, 1996.
Nel 1994, secondo importante momento per la storiografia delle organizzazioni economiche
europee, diverse relazioni a riguardo sono state presentate all’11° congresso internazionale di
Storia Economica e successivamente pubblicate nel numero monografico della rivista «Histoire,
économie et société», aprile-giugno 1997. Per il più recente filone di indagine, che riguarda prevalentemente la capacità delle accademie ottocentesche di divenire sede di elaborazione del pensiero economico, cfr. M.M. AUGELLO e M. E.L. GUIDI (a cura di), Associazionismo economico e
diffusione dell’economia politica nell’Italia dell’Ottocento. Dalle società economico-agrarie alle
associazioni di economisti, vol. I, Milano, Franco Angeli, 2000.
7
D. L. CAGLIOTI, “Circoli, società e accademie nella Napoli postunitaria”, in Meridiana,
22-23, 1995, pp. 20-21.
8
R. DE LORENZO, Gruppi dirigenti, cit., p. 49.
4
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differenza tra le Società economiche e le associazioni volontarie, in quanto le
prime, al dovere di informare lo Stato sull’andamento economico delle province, unirono, al pari delle seconde, l’attuazione di iniziative private9.
Un secondo ambito del dibattito ha coinvolto gli storici del pensiero economico, che si sono interrogati sui motivi che indussero a istituire le Società
economiche. Alcuni hanno individuato nell’Illuminismo la matrice culturale
da cui scaturirono tali organizzazioni ottocentesche10, anche se vi è chi ha sostenuto che, in quanto espressione diretta della volontà del potere pubblico, in
esse non sia riscontrabile alcun retroterra settecentesco11.
Una terza e corposa porzione del dibattito storiografico sulle associazioni
economiche ha avuto ad oggetto la fattività, ovvero la capacità delle Società
economiche di incidere significativamente nelle realtà economiche provinciali. Nella maggior parte degli studi compiuti in proposito è emerso, infatti, che
tali associazioni ebbero uno scarso impatto sul territorio, anche se le motivazioni variano a seconda dei casi. La valutazione sull’operato delle Società
economiche non può certamente prescindere dal contesto territoriale, dai vincoli culturali e dai mezzi che avevano a disposizione per poter attuare i loro
progetti. Addirittura, secondo alcuni, le Società meridionali non possono essere considerate come organi di sviluppo nel senso contemporaneo del termine e i progressi dell'economia riscontrati nella prima metà dell'Ottocento non
sono ricollegabili all'attività di queste organizzazioni, ma devono essere ascritti alle congiunture12. Altri temi di discussione sono stati la missione divulgativa13 e i limiti delle economie locali nel recepire innovazioni proposte
dalle Società14. Non mancano, tuttavia, gli studi nei quali l’operato delle Società economiche è stato interpretato positivamente15.
9
M. PETRUSEWICZ, Agromania: innovatori agrari nelle periferie europee dell’Ottocento,
in PIERO BEVILACQUA (a cura di), Storia dell’agricoltura italiana. Mercati e istituzioni, vol. III,
Venezia, Marsilio, 1991, pp. 305-306.
10
F. DI BATTISTA, Origini e involuzione dell’Istituto di incoraggiamento di Napoli, in Augello e Guidi, op. cit., p. 261.
11
W. PALMIERI, Il dibattito economico nelle società di Campania e basilicata, in Augello –
Guidi, op. cit., p. 343.
12
Ibidem, p. 248.
13
R. DE LORENZO, “Associazionismo e gruppi dirigenti nell’Ottocento borbonico”, in Annali dell’Istituto storico italo-germanico, XVIII, 1992, p. 191.
14
Cfr. I. ZILLI, Le Società Economiche abruzzesi dalla loro origine all’Unità, in Le Società
Economiche, cit., p. 217.
15
D. DEMARCO, “Qualche aspetto dell’opera delle “Società economiche” meridionali”, in
Rassegna storica salernitana, n. 1-2, 1952, p. 24. Giudizi particolarmente positivi sono stati espressi da E. PENNETTA, L’azione delle Società Economiche ella vita delle province pugliesi du5
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L’analisi di queste associazioni economiche si presta anche ad ulteriori
spunti di riflessione sulla classe dirigente chiamata ad affrontare i risvolti
pratici del dibattito sullo sviluppo economico16. In generale, è stato affermato
come durante l’Ottocento le élites di proprietari terrieri e professionisti abbiano teso ad occupare cariche istituzionali per poter gestire risorse e consensi17. Sono numerosi i casi accertati di fortune economiche costruite sul controllo del potere politico e finanziario locale (soprattutto comunale) associato
ad una rete di clientela18. Tuttavia è anche stato asserito come lo sviluppo del
tessuto economico e sociale fosse stato frutto della classe borghese sorta dalle
vicende politico–amministrative del primo trentennio del secolo, considerata
essa stessa come uno dei risultati più rilevanti della Restaurazione19.
Guardando poi alle Società economiche nello specifico, il dibattito storiografico si è arricchito costantemente di contributi che hanno esaltato il ruolo
della dirigenza nell’elaborazione di strategie di intervento sul territorio. Ad
esempio, Allocati ha sostenuto che bisogna dare alle Società economiche calabresi il merito di aver contribuito allo sviluppo economico con attività significative – non sempre solerti ed efficaci – riconducibili all’impegno di singoli uomini, aperti al nuovo e consapevoli del pericolo dell’arretratezza economica e sociale del paese20.
rante il regno borbonico, Bari, Società Editrice Tipografica, 1954. Secondo Maria Ottolino, tale
giudizio deve essere ridimensionato alla luce della mancanza di finanziamenti e dell’assenteismo
dei proprietari che non erano quindi in condizione di valutare l’importanza e l’efficacia dei suggerimenti tecnici proposti dalle Società. Cfr. M. OTTOLINO, Le Società Economiche in Puglia, in
Le Società Economiche, cit., p. 189.
16
Per avere un’idea del dibattito ottocentesco sullo sviluppo economico si veda G.
CINGARI, “Il dibattito sullo sviluppo economico del mezzogiorno dal 1825 al 1840”, in Problemi
del Risorgimento meridionale, Messina-Firenze, G. D’Anna, 1965.
17
P. MACRY, Le élites urbane:stratificazione e mobilità sociale, le forme del potere locale
e la cultura dei ceti emergenti, in A. MASSAFRA (a cura di), Il Mezzogiorno preunitario. Economia, società e istituzioni, Bari, Dedalo, 1988, p. 807
18
Cfr. J. DAVIS, Società e imprenditori nel Regno borbonico 1815-1860, Bari, Laterza,
1979.
19
G. GIARRIZZO, Borghesia e “provincia” nel Mezzogiorno durante la Restaurazione, in Atti del 3° convegno di studi sul Risorgimento in Puglia. L’età della Restaurazione (1815-1830), Bari, Bracciodieta, 1983, p. 30. L. ADDANTE, Cosenza e i cosentini.
Un volo lungo tre millenni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001, p. 27, specifica che durante il
Decennio francese si compì la scalata al potere della borghesia, grazie ai diritti politici concessi a
possidenti, intellettuali e commercianti. Tuttavia, durante la Restaurazione rimase il potere della
nobiltà e la borghesia completò il suo trionfo solo con l’Unità d’Italia.
20
A. ALLOCATI, Le Società economiche in Calabria, in Atti del II Congresso storico calabrese, Napoli, Deputazione di Storia Patria per la Calabria, 1961, pp. 413-15.
6
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Tra questi uomini proiettati verso il progresso rientrano prevalentemente i
segretari perpetui21, figure centrali per le Società, che garantivano continuità
ai lavori, appunto perché avevano un incarico vitalizio, ed erano chiamati a
svolgere compiti ritenuti essenziali. Oltre a redigere i registri e i verbali delle
adunanze, ad analizzare i lavori svolti dai soci, a mantenere i contatti con le
altre Società del Regno e con gli organi di controllo centrali, il segretario
tracciava l’indirizzo complessivo, fissava i programmi di lavoro annuali,
compendiava le analisi svolte e ne ricavava gli elementi più rilevanti ai fini
della pianificazione di interventi concreti22.
Obiettivo principale di questo lavoro è quello di interpretare il profilo
biografico di Gabriele Silvagni, segretario perpetuo della Società economica
della Calabria Citeriore23 tra il 1812 e il 1834, al fine di fornire un contributo
al dibattito sulla classe dirigente meridionale. Si vuole mettere in risalto la
sua esperienza di amministratore pubblico, evidenziare le sue capacità propositive e organizzative e rendere conto della sua “personalità innovatrice”24,
qualità considerata necessaria per favorire l’avvio di un processo di sviluppo.
Aggiungendosi ad altri studi, questo saggio vuole mettere in discussione la
21
A Cosenza, a partire dal periodo francese, furono in quattro ad avvicendarsi nella carica
di segretario perpetuo: Giuseppe Golia (1810-1812), Gabriele Silvagni (1812-1834), Raffaele
Valentini (1835-1849) e Vincenzo Maria Greco (1849-1865), cfr. A. MARCELLI, Sviluppo economico nella Cosenza ottocentesca attraverso gli atti della Società Economica di Calabria Citra, Roma, Aracne editrice, 2006.
22
Sulla centralità della figura del segretario perpetuo si veda De Lorenzo, Gruppi dirigenti,
cit., p. 56.
23
Il territorio calabrese fino al 1816 si articolava nelle province di Calabria Citeriore (Cosenza) e Calabria Ulteriore. Successivamente, quest’ultima si scompose in Calabria Ulteriore
Prima (Reggio Calabria) e Ulteriore Seconda (Catanzaro). Riferimenti e cronistoria in L. IZZO,
La popolazione calabrese nel secolo XIX, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1965, pp. 20-28.
24
Secondo E.E. HAGEN, On the Theory of Social Change: How Economic Growth Begins,
Londra, Tavistock Publications, 1964, il cambiamento economico è strettamente collegato al
capitale umano. Questi, interrogandosi su quale potesse essere l’elemento chiave dal quale scaturisse il cambiamento individuò la “personalità innovatrice”, cioè una persona aperta alle idee del
progresso in grado di elaborare e attuare progetti pertinenti alla realtà in cui vive. Si veda anche il
commento di A. GERSCHENKRON, La continuità storica. Teoria e storia economica, Torino, Einaudi, 1976, pp. 393-399. Sull’importanza del legame tra struttura economica e fattore umano si
consulti C. M. CIPOLLA, La storia economica, Bologna, il Mulino, 2003, p. 93. Riguardo al metodo, si deve segnalare che l’uso della biografia ha ricevuto nel corso del tempo favori e ostilità.
Per il dibattito si veda ad esempio A. RIOSA (a cura di), Biografia e storiografia, Milano, Franco
Angeli, 1983; G. LEVI, “Les usages de la biographie”, in Annales, 6, 1999; S. ROMANO, “Biografie” del sistema economico italiano”, in Storia contemporanea, 5, 1984; V. SGAMBATI, “Le
lusinghe della biografia”, in Studi storici, 2, 1995.
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validità della tradizione storiografica, che ha ritratto, non senza motivi,
un’immagine negativa della classe dirigente meridionale25.
Bisogna tener presente che il contributo culturale e operativo di Silvagni
per lo sviluppo economico calabrese si dispiegò nella fase istitutiva della Società. Fu quello un momento storico avvertito con grande responsabilità da
parte di coloro che erano stati designati a dare avvio ad un processo economico evolutivo. La ricostruzione critica delle attività cognitive, decisionali e
operative compiute da Gabriele Silvagni vuole rispondere anche all’esigenza
di comprendere le dinamiche di intervento del potere politico in questioni economiche e a quella di analizzare successi ed insuccessi della pianificazione
delle società economiche.
La figura di Gabriele Silvagni, non del tutto sconosciuta dalla storiografia, non ha ricevuto il giusto risalto neanche nella letteratura coeva. La pubblicistica ottocentesca, anche postunitaria, tendeva a mettere in risalto
l’inefficacia dell’operato delle Società economiche, considerate salotti di intellettuali che tuttavia non furono in grado di produrre risultati significativi26.
Anche nell’opera di Luigi Accattatis, in cui furono raccolte le linee biografiche di personaggi calabresi che “per ingegno, per virtù, per filantropismo si
resero degni di stima e di ricordo”27, si fa riferimento a Silvagni evidenziando
però maggiormente il suo impegno in campo medico e veterinario che non
quello, eppure notevole, in campo economico.
Silvagni venne ricordato anche per l’appartenenza a numerose associazioni scientifiche e culturali. Già socio ordinario della Accademia Cosentina28, nel 1818 divenne socio corrispondente della Reale Accademia delle
25
G. DE LUCIA, Ignazio Rozzi e le società economiche meridionali, Atti del congresso “Ignazio Rossi e la Storia dell’Agricoltura meridionale”, Teramo, Edigrafital, 1971; W. PALMIERI,
“Tra agronomia e amministrazione: Federico Cassetto”, in Meridiana, 33, 1998, pp. 125-161;
26
Si veda V. PADULA, “Condizione dell’industria nelle provincie napoletane e segnatamente nella nostra”. II, in Il Bruzio, n° 18 del 30. 04. 1864, p. 2.
27
L. ACCATTATIS, Biografie degli uomini illustri delle Calabrie raccolte a cura di Luigi
accattatis socio di varie accademie e società italiane ed estere, vol. IV, Cosenza, Migliaccio,
1877, p. VI.
28
Nello stesso periodo in cui fu istituita la Società d’agricoltura, l’Accademia riprese i suoi
lavori, interrotti nel 1794. Rappresentativa ancora oggi degli ingegni più illuminati della società
calabrese, è possibile verificare nel corso dell’Ottocento la presenza degli stessi personaggi
nell’una e nell’altra associazione. Cfr. ACCATTATIS, L’Accademia cosentina nei tre secoli e mezzo della sua esistenza, Cosenza, Tipografia del giornale La Lotta, 1891; F.M. AMANTEA,
L’accademia cosentina nella sua storia secolare e nell’oggi, Venezia, Tip. Successori Fusi,
1954; N. SERRA, L’Accademia cosentina nel passato e nel presente. Discorso letto nella I. tornata generale del 1929, Cosenza, Tip. Cronaca di Calabria, 1929; R. VALENTINI, Discorso storico
sull’Accademia cosentina, Napoli, Stamperia Reale, 1812.
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scienze, e più tardi dei Georgofili di Firenze, del Reale Istituto di incoraggiamento di Napoli e di molte Società economiche del Regno (Abruzzo Ultra
II, Basilicata, Catanzaro, Lecce, Bari, Terra di Lavoro, Principato Ultra). La
fama della sua ecletticità arrivò anche all'estero, dove pare che Silvagni fosse
apprezzato per le sue doti letterarie. Fu coinvolto anche in progetti scolastici
come giurì e come insegnante di matematica29.
L'attivismo di Silvagni in seno alla Società economica non passò inosservato in ambienti politici. In molte circostanze il Ministro degli Affari Interni
gli inviò lettere di lusinga e nel 1815 gli conferì una medaglia onorifica. Ricevette elogi anche per gli studi agrari, per la redazione di modelli statistici e
per i suoi studi sulle malattie dei bovini, presi in considerazione in tutte le
province30.
All’interno della Società, Silvagni godeva della stima dei colleghi che riconoscevano in lui il “centro ove riunivansi tutt’i raggi delle illuminate menti
dei […] consoci”31, anche se non fu esentato da critiche principalmente rivolte ad una gestione individualistica dei lavori societari32.
Più recentemente, chi si è occupato, a vario titolo, delle Società economiche calabresi, non ha potuto fare a meno di prendere in considerazione i numerosi scritti di Silvagni, a partire dalle relazioni che fanno parte della Statistica murattiana33. È stato indicato da Renata De Lorenzo come esempio di
“intellettuale periferico” in grado di fornire una manualistica attenta agli usi
locali34, e da Antonio Allocati come un personaggio meritevole di aver reso
29
V. COLOSIMO, Biografia del fu dottor Gabriele Silvagni professore in medicina e chirurgia, socio ordinario dell’Accademia cosentina e Segretario perpetuo della Società Economica
della Calabria Citeriore, Cosenza, Migliaccio, 1839.
30
Ivi
31
R. VALENTINI, “Rapporto del Segretario Perpetuo della Società Economica della
Provincia di Calabria Citra, nell’Adunanza Generale del 30 Maggio 1836; ricorrendo il
giorno Onomastico di S. M. il Re Nostro Signore”, in Atti della Società Economica di Calabria Citra, 1836, p. 79.
32
Ivi e V. COLOSIMO, Biografia, cit.
33
Per la provincia di Calabria Citra, la Statistica si avvalse di tre redazioni delle relazioni.
Gabriele Silvagni subentrò nella fase finale, insieme a Vincenzo Le Piane, dopo che l’impegno
di Francesco De Roberto, primo redattore statistico, manifestò difficoltà a rispondere con sollecitudine alle richieste ministeriali, Cfr. DEMARCO (a cura di), La “Statistica” del Regno di Napoli
nel 1811, Tomo I, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1988, pp. LXII, LIX e LXXIV; U.
CALDORA, Calabria napoleonica (1806-1815), Napoli, Fausto Fiorentino Editore, 1960; ID., La
Calabria nel 1811. Le relazioni della statistica murattiana, a cura di Vittorio Cappelli, Rende,
Centro Editoriale e Librario dell’Università della Calabria, 1995.
34
R. DE LORENZO, Società economiche e istruzione agraria nell’ottocento meridionale,
Milano, Franco Angeli, 1998, p. 142. Erroneamente la De Lorenzo attribuisce la paternità del
9
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rilevante l’azione della Società economica35. Tuttavia, sia Maurizio Gangemi
che Aldo Montaudo hanno richiamato un documento che proietta ombre sulla
figura del Segretario. Si tratta di una lettera del 181336 nella quale l’Intendete
riferì al Ministero dell’interno come l’inattività della Società economica di
Cosenza fosse da imputare ai risultati insoddisfacenti raggiunti da Silvagni,
ottimo chirurgo, ma poco istruito “nelle scienze naturali e nell’economia
pubblica”37. Poi però, proseguendo nella trattazione, lo stesso Montaudo ha
citato in più occasioni i suoi scritti, evidentemente valutati come attendibili, e
ha annotato come Silvagni non figurò fra le rimozioni compiute dal Ministero
nel 1813 volte ad allontanare dalla Società i membri inoperosi. Anche Giuseppe Barbera Cardillo, pur non menzionandolo espressamente, ha utilizzato
i resoconti del Segretario come testimonianza credibile delle attività economiche svolte in provincia38.
Gabriele Silvagni: dagli ospedali militari alla Società economica
Nato a Grimaldi nel 1774, Silvagni si recò a Salerno per frequentare gli
studi conseguendo la laurea in medicina nel 1790 e quella in chirurgia nel
181239. La sua carriera professionale, specialmente agli inizi, si presentò alquanto difficile. Nel 1790 venne nominato chirurgo di terza classe per il
Reggimento di Lancieri Regina; e dopo sette anni, per meriti straordinari, diventò chirurgo di prima classe prestando servizio presso il Reggimento di cavalleria Principe Leopoldo. Sempre al seguito delle truppe militari francesi, si
spostò a Pescara, dove l'esercito doveva sedare una rivolta per i moti del
1799. In quella occasione fu fatto prigioniero e, una volta scarcerato, andò a
Napoli40 in cerca di lavoro. Per le medesime ragioni tornò a Grimaldi e successivamente si stabilì a Cosenza, dove nel 1802 ricevette l’incarico di “chiCatechismo agrario a Francesco Silvagni, nipote di Gabriele. Il documento originale autografo è
in ASN, MI, Inv. II, B. 2576, f. 1; riprodotto anche in ASCS, SE, B. 10.
35
ALLOCATI, op. cit., p. 413.
36
In ASN, MI, app. II, f. 1870, lettera 224/4 div.
37
Cfr. M. GANGEMI, Progetto illuministico e realtà ottocentesca: le società economiche
calabresi, in Augello e Guidi (a cura di), op. cit., p. 380, A. MONTAUDO, Le Società Economiche
calabresi, in Le Società Economiche, cit., p. 115.
38
G. BARBERA CARDILLO, La Calabria industriale preunitaria 1815-1860, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1999.
39
ACCATTATIS, Le biografie, cit., pp. 73-74.
40
Ibidem.
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rurgo fiscale” a servizio del Tribunale. Nonostante avesse dimostrato di eccellere nella chirurgia, il mandato ebbe breve durata e così, a partire dall'anno
successivo, ritornò a lavorare negli ospedali militari41.
Non si conosce esattamente per quali meriti Silvagni fu chiamato ad intervenire nei lavori della Società economica, intraprendendo un tipo di attività molto distante dai suoi interessi professionali.
Appena istituita la Società d’agricoltura (1810) fu nominato segretario
Giuseppe Golia42, magistrato e proprietario terriero originario di Marzi43. Pur
rimanendo tra le fila della Società come membro ordinario, Golia si dimise
ufficialmente dal suo incarico direzionale per dedicarsi a tempo pieno alla
sua nuova carriera di giudice di pace di Rogliano. Tuttavia, pare che ad incidere sulla decisione furono soprattutto le pressioni esercitate dal governo centrale, che non lo riteneva adatto alla carica che rivestiva44.
La nomina di Silvagni, due anni dopo, coincise con la trasformazione delle Società d’agricoltura in Società economiche grazie ad un provvedimento
che intendeva ampliare la sfera d’azione alle manifatture e al commercio, oltre che, ovviamente, all’agricoltura. Insieme al vertice, il governo murattiano
intese anche rinnovare e arricchire le fila della Società, accordando la sua
preferenza a personaggi di spicco della provincia – medici, avvocati, alti prelati – e a impiegati statali45. Anche in epoca successiva, con la Restaurazione,
la Società economica continuò ad essere rappresentativa prevalentemente della classe borghese, escludendo le famiglie signorili e coinvolgendo maggiormente anche rappresentanti delle aree più periferiche. In questo periodo aumentarono anche le adesioni ed infatti nel 1817 erano presenti ben 106 soci
(18 ordinari, 21 onorari e 67 corrispondenti), che resero la Società cosentina
un esempio di particolare attivismo46. Filofrancese e conservatore, Silvagni
41
V. COLOSIMO, Biografia, cit.
Informazioni biografiche su Accattatis, Le biografie, cit., pp. 230-31 e G. GOLIA, Discorso del I° novembre 1810, in Atti delle istallazioni delle Società di Agricoltura in tutte le provincie
del Regno celebrate nel dì primo novembre 1810, Napoli, A. Trani, 1811, p. 243.
43
Nei brevi anni del suo mandato di segretario, ma anche successivamente, Golia si occupò prevalentemente di viticoltura, fornendo informazioni sull’impianto degli astoni, sulla scelta
delle diverse qualità in rapporto alle caratteristiche del terreno e sulle diverse tecniche di fermentazione delle uve Cfr. ASN, MI, Inv II, B. 3812 (verbale della seduta del 7 marzo 1811).
44
Golia era ritenuto responsabile dell’inattività della Società e dotato di scarse conoscenze
economiche. Cfr. MONTAUDO, op. cit., p. 115.
45
Ivi, p. 117.
46
R. PORTO, Uomini e istituzioni in provincia: “La Real Società economica di Calabria
Citra” (1812-1866), tesi di laurea, Università degli Studi della Calabria, Facoltà di Lettere e Filosofia, relatore prof. R. DE LORENZO, A.A. 1992-93, p. 51.
42
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impresse da subito ai lavori della Società economica una particolare dinamismo, nonostante fosse evidente un forte accentramento di competenze. Di lui
Vincenzo Colosimo47 disse che “amava primeggiare” e che “superbo delle sue
cognizioni”, tendeva a disapprovare tutto ciò “che da lui non si proponeva”48.
Appena nominato, Silvagni dovette fare i conti con l’obiettivo prioritario
previsto dallo statuto delle Società. La legge istitutiva postulava un intervento
generico a favore della crescita economica di ciascuna provincia, ma non
chiariva esattamente cosa e come fare. Si trattava di un programma omnicomprensivo, sistematico, globale, che puntava all’ottenimento di miglioramenti in agricoltura, industria, commercio e infrastrutture e che implicava
anche un mutamento del contesto sociale ed economico. In realtà, la progettazione di iniziative concrete era quasi interamente delegata alle Società periferiche, le quali avrebbero potuto, e forse dovuto, selezionare progetti circoscritti, di minor effetto, ma praticabili49.
Il punto di partenza delle attività societarie era l’acquisizione delle informazioni, finalizzata alla formulazione di un’analisi. Ciascun membro era
chiamato ad approfondire temi generali di rilevanza economica e ad indagare
la realtà che meglio conosceva compendiando i tratti più importanti in una
relazione, definita memoria. Sia l’oggetto che la finalità di tali studi analitici
potevano essere eterogenei. In essi si includevano informazioni sulle attività
economiche svolte nella provincia, sui diversi metodi usati in agricoltura o
sugli esiti di sperimentazioni condotte dai soci stessi, con tanto di notizie statistiche, geologiche, mineralogiche e agronomiche. Sebbene si trattasse di
approfondimenti riconducibili ad un singolo esponente, la Società forniva dei
programmi annuali contenenti indicazioni di massima sugli argomenti da privilegiare, spesso prescelti sulla scorta delle direttive impartite dall’Istituto di
Incoraggiamento di Napoli.
Silvagni, più dei suoi successori, tendeva a racchiudere tutti i lavori della
Società nel suo rapporto introduttivo, che riceveva la massima diffusione. In
esso faceva rientrare il dibattito riguardante lo sfruttamento delle potenzialità
47
Vincenzo Colosimo (1781-1870), medico esperto in matematica e fisica nonché presidente della Società Economica cosentina ed esponente della carboneria, fu considerato come un
diretto antagonista di Silvagni. In più di un'occasione i due si scontrarono sul piano scientifico.
Cfr. ACCATTATIS, Le biografie, cit., p. 74.
48
V. COLOSIMO, Biografia, cit.
49
A conclusioni di questo tipo giunse M. ROSSI-DORIA (Dieci anni di politica agraria nel
Mezzogiorno, Bari, Laterza, 1958, p. XIX), a proposito degli interventi della Cassa del Mezzogiorno. Questi, teorizzando la distinzione tra “osso” e “polpa”, propose di abbandonare un progetto omnicomprensivo e difficilmente attuabile a favore di interventi mirati.
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economiche della provincia, trascurando le valutazioni individuali degli autori delle memorie che analizzava. Tuttavia pare che durante questo primo periodo, nonostante vi fosse stata scarsa partecipazione da parte dei soci ordinari, le descrizioni fossero quelle più realistiche, ma soprattutto i lavori propositivi fossero molto dettagliati e impreziositi da un approccio pragmatico.
Istruzione e divulgazione in agricoltura
La prima memoria redatta da Silvagni nel 1812 riguardò le condizioni
dell’agricoltura nella Calabria Citeriore50. Prima di addentrarsi su questioni
tecniche, rilevò come alcune delle riforme attuate dai francesi avrebbero potuto arrecare vantaggi all’economia provinciale, alludendo all’abolizione della feudalità, alla ripartizione dei beni demaniali, alla costruzione di strade rotabili, alla libertà di commercio e all’uguaglianza dei diritti tra cittadini. Oltre
a queste riflessioni, ebbe modo di annotare anche importanti considerazioni
di metodo. Espresse chiaramente il concetto che, per poter effettuare una
programmazione coerente di interventi a favore dello sviluppo locale, sarebbe
stato necessario compiere un’attenta analisi delle condizioni e delle potenzialità dell’economia provinciale.
Applicando questi precetti all’agricoltura, l’analisi di Silvagni prese spunto dalla relazione tra risorse disponibili e popolazione. Egli stesso notò come
il territorio provinciale51, “tre valli e due coste”, fosse sfruttato in modo inadeguato. Tale giudizio dipendeva dalla constatazione della sproporzione tra i
diversi distretti in termini di densità di popolazione, ma soprattutto
dall’evidenza che i distretti più fertili (Cosenza e Rossano) fossero quelli che
registravano la minore concentrazione di nuclei abitati52.
50
Memoria sullo stato dell’Agricoltura della Calabria Citeriore letta nella seduta generale
del dì 6 gennaio [1812] dal Segretario Perpetuo Gabriele Silvagni. In ASN, MI, Inv. II, B. 3812,
f. III.
51
Con decreto 8 dicembre 1806, i Francesi provvidero a riformare l’amministrazione civile
del Regno. La Calabria Citeriore fu suddivisa nei distretti di Cosenza, Castrovillari, Rossano e
Amantea. Con un ulteriore provvedimento del 1811, il capoluogo della costa tirrenica fu trasferito da Amantea a Paola. Cfr. CALDORA, op. cit., pp. 35-38.
52
Con il passare del tempo, la popolazione prese a concentrarsi maggiormente nel distretto
di Cosenza. Infatti, se in base al censimento del 1816 il 37,97% della popolazione della provincia
di Cosenza risiedeva nel distretto del capoluogo, la percentuale arrivò nel 1861 al 39,72% e nel
1901 al 41,49%. Nel distretto di Castrovillari si concentrò il 25,69% della popolazione provinciale nel 1816, il 25,28% nel 1861 e il 23. 92% nel 1901. Nelle stesse date, le percentuali del distretto di Rossano variarono dal 12,96, al 13,51 e infine al 13,19. A Paola le proporzioni variarono
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Alla conclusione che il progresso dell’agricoltura fosse frenato dalla inadeguata distribuzione della popolazione, aggiunse anche quella della mancanza di adeguate cognizioni tecniche. Si riferì, in particolare, alla scarsa conoscenza dei prati artificiali e alla inappropriata destinazione d’uso dei terreni. Per porre un riparo a tali problematiche suggerì, ad esempio, di urbanizzare la Sila, di ripristinare i boschi e di destinare un’altra area alle coltivazioni
e, ancora, di incanalare il fiume Crati per evitare inondazioni, di far dissodare
e coltivare tutti i terreni della costa ionica e di indirizzare alla pastorizia quella tirrenica53.
Oltre che per l’analisi, l’operato di Silvagni si distinse per il pragmatismo
con cui tentò di portare a compimento i suoi programmi. Rimanendo per il
momento in campo agricolo, sebbene molti progetti di ammodernamento rimasero lettera morta a causa della mancanza di investimenti, la Società sperimentò percorsi alternativi che, seppure di prospettive applicative comunque
limitate, costituiscono testimonianza di un impegno apprezzabile.
Un primo tentativo di intervenire sulle questioni tecniche si realizzò nel
1816, anno in cui Gabriele Silvagni redasse un catechismo agrario54,
sull’esempio della Società economica di Abruzzo Citra55. Il documento fu
elaborato in forma dialogica, la più semplice possibile, in quanto si propose
di costituire lo strumento base per l’istruzione agraria. Secondo il disegno
originario, il lavoro si sarebbe dovuto articolare in tre parti, una di agricoltura
teorica – l’unica di cui rimane traccia –, una di agricoltura pratica e una di
economia campestre. Destinatari del catechismo erano i proprietari terrieri e i
maestri elementari, che avrebbero dovuto adoperarlo per istruire gli scolari.
Silvagni stesso propose che lo studio fosse pubblicato nel giornale
dell’Intendenza e distribuito a tutti gli insegnanti, anche se non vi sono notizie che confermano l’effettiva divulgazione dello scritto56.
Si deve evidenziare come fin dall’istituzione delle Società d’agricoltura,
fu proprio il governo a conferire notevole importanza all’istruzione pratica e
poco: 23,39% nel 1816, 21,49% nel 1861 e 21,40% nel 1901. Cfr. ASCS, Coscrizione della
Provincia della Calabria Citeriore, rilevata dalla legge 1 maggio 1816 (manifesto a stampa esposto nella sede dell’Archivio); Censimento generale (31 dicembre 1861) per cura del Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio, Torino, Tip. Letteraria, 1864 e MINISTERO
DELL’AGRICOLTURA, INDUSTRIA E COMMERCIO, Censimento della popolazione del Regno
d’Italia al 10 febbraio 1901, vol. I, Roma, Tip. nazionale G. Bertero, 1902.
53
ASN, MI, Inv. II, B. 3812, f. III.
54
ASN, MI, Inv. II, B. 2576, f. 1.
55 Cfr. Zilli, Le Società Economiche abruzzesi, cit., p. 204. Sui catechismi agrari cfr. M.
AGULHON, La Repubblica nel villaggio, Bologna, il Mulino, 1991, p. 15.
56
ASN, MI, Inv. II, B. 2576, f. 1.
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sperimentale, nella convinzione che una innovazione colturale, per evitare
che si rivelasse fallimentare, dovesse essere preventivamente testata e insegnata nei luoghi dove si voleva applicarla57. Gli orti agrari, concepiti come
testimonianza tangibile dell’interessamento governativo allo sviluppo agricolo, rispondevano proprio all’esigenza di poter praticare esercitazioni e divulgare le innovazioni. L’istruzione pratica parve la via immediata da percorrere
per fare presa sui proprietari, per conferire maggiore dignità alle attività agricole e per rivalutare il mestiere del contadino, e gli orti agrari furono riconosciuti come strumenti privilegiati per il raggiungimento di queste finalità58.
L’importanza dell’istruzione agraria fu un motivo conduttore che accompagnò la Società per tutto il periodo in cui fu attiva e fu proprio Silvagni a
sostenere con maggior vigore l’opportunità che anche a Cosenza sorgesse un
orto agrario59, un luogo pubblico dove riuscire a formare i contadini attraverso delle esemplificazioni pratiche, piuttosto che con pubblicazioni difficilmente fruibili da una popolazione quasi totalmente analfabeta60. Il principale
dei problemi del mondo contadino, infatti, si riteneva fosse la ritrosia ad applicare nuove tecniche, oppure ad utilizzare seminativi diversi o ancora ad
avvalersi di strumenti sconosciuti. Così Gabriele Silvagni evidenziò la necessità di avere delle strutture idonee a tal fine, ovvero di poter disporre di un
orto e di una scuola di agricoltura, sull’esempio del modello di Hofwyl61.
57
R. DE LORENZO, Sperimentazione e istruzione agraria nel Mezzogiorno preunitario, in
G. BIAGIOLI e R. PAZZAGLI (a cura di), Agricoltura come manifattura. Istruzione agraria, professionalizzazione e sviluppo agricolo nell’ottocento, vol. II, Firenze, Leo S. Olschki, 2004, p.
539. Anche oggi il metodo sperimentale è particolarmente indicato nei progetti di sviluppo in
agricoltura. Il principio si basa sul fatto che se nelle fasi iniziali di attuazione emergono difficoltà
di produzione o di commercializzazione, il progetto sarà subito abbandonato e dichiarato fallito.
Cfr. A.O. HIRSCHMAN, I progetti di sviluppo. Un’analisi critica di progetti realizzati nel Meridione e in Paesi del Terzo Mondo, Milano, Franco Angeli, 1975, p. 30.
58
PETRUSEWICZ, op. cit., p. 312.
59
G. SILVAGNI, “Rapporto de’ travagli eseguiti dalla Società Economica Cosentina nel corso del caduto anno agronomico”, in Atti della Società Economica di Calabria Citra, f. 2, 1818, p.
16.
60
Al 31 dicembre 1881, nella provincia di Cosenza si contavano ben 86,36 analfabeti su
100 abitanti al di sopra dei 6 anni. Cfr. MINISTERO DELL’AGRICOLTURA, INDUSTRIA E
COMMERCIO, Annali di Statistica. Statistica industriale. Notizie sulle condizioni industriali delle
Provincie di Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria, fasc. LI, Roma, G. Bertero, 1894, p. 61.
61
G. SILVAGNI, “Del Segretario perpetuo della Società Economica della Calabria Citeriore.
Rapporto dell’anno 1822”, in Atti della Società Economica di Calabria Citra, vol. II, 1822, p.
11. Circa il modello divulgativo applicato nel cantone di Berna, a cui, tra l’altro, si ispirò anche il
toscano Cosimo Ridolfi inaugurando il suo podere modello, cfr. M. L. BETRI, La giovinezza di
Stefano Jacini, Milano, Franco Angeli, 1998, pp. 81 e ss.; Id., Un’istruzione per la «carriera
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Accolto da un coro unanime di approvazione, anche da parte del potere
politico locale e centrale, si avviò dunque l’iter per procedere all’esproprio di
un terreno da destinare ad orto agrario e per la fondazione di una scuola pratica62. Nel 1819 a Cosenza fu effettivamente istituita una scuola secondaria di
agricoltura pratica comunale63, mentre per la realizzazione dell’orto si continuò invano a confidare nell’intervento pubblico.
Al fine di comprendere le frequenti tensioni che si crearono tra la Società
economica e l’Intendenza è opportuno spiegare sommariamente quale dovesse
essere l’iter da seguire affinché un progetto potesse essere finanziato e attuato.
Dopo che le Società economiche giungevano ad una programmazione di
interventi concreti, i progetti dovevano superare il vaglio dell’Istituto d’incoraggiamento, organo di coordinamento e controllo, e ottenere l’approvazione
governativa. Successivamente si doveva cercare un’adeguata copertura finanziaria, di competenza delle Intendenze, non senza aver percorso un ulteriore
procedimento farraginoso, di natura contabile–finanziaria.
L’amministrazione economica del Regno era ripartita in due principali
branche, una definita civile o degli affari interni e un’altra delle finanze. Al
Ministero dell’Interno facevano capo molte funzioni, tra cui quelle riguardanti opere provinciali e comunali. Tuttavia, a fronte delle molteplici esigenze da
soddisfare ricorrendo alla spesa pubblica, quelle locali venivano spesso accantonate con scelte largamente discrezionali. A partire dal 1806, il Ministero
dell’Interno cominciò a vincolare i fondi da assegnare alle Intendenze affinché fossero utilizzati per “spese particolari”, quali costruzione e manutenzione di stabilimenti pubblici e di strade, sussidi per le biblioteche, acquisto di
suppellettili ed in generale “per ogni altro istituto che [avesse avuto] in mira
il vantaggio particolare di ciascuna provincia”, tra cui le Società economiche64. Oltre ai fondi ministeriali vincolati, le Intendenze, qualora avessero
avvertito l’esigenza di ulteriore liquidità, avrebbero potuto finanziare le opere
provinciali attraverso un’addizionale sull’imposta fondiaria65. Così, sebbene
dell’agricoltura e del commercio»: gli Jacini ad Hofwyl, in Biagioli-Pazzagli, op. cit., vol. II, pp.
258-59.
62
G. SILVAGNI, Del Segretario perpetuo …1822, cit., p. 10.
63
Decreto n. 1681 del 10 agosto 1819, consultato in G. VALENTE, La Calabria nella legislazione borbonica, Chiaravalle Centrale, Effe Emme, 1977, p. 67. (n. 1681 – Napoli, 10 agosto
1819).
64
L. BIANCHINI, Storia delle finanze del Regno delle due Sicilie. Governo dal 1806 al
1815, e dal ritorno de’ Borboni da questa epoca insino al 1857, libro VII, Napoli, Stamperia
Reale, 1859, p. 476.
65
ALLOCATI, op. cit., p. 431, nota 15.
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il ruolo del governo rimanesse quello di fissare le linee guida della politica
economica, per ciò che riguardava lo sviluppo locale l’ultima parola spettava
sempre alle Intendenze, che avevano ampia facoltà di gestire le proprie risorse
in base alle esigenze ritenute prioritarie per la provincia, anche disattendendo
alcune direttive centrali, per le quali non vi era sufficiente copertura finanziaria.
L’Intendenza di Cosenza, pur stanziando annualmente delle somme per la
realizzazione dei progetti proposti dalla Società, non li erogava fino a che
non vi fosse stata l’approvazione del Consiglio di Intendenza, il quale sovente stornava le somme a vantaggio di altre opere66.
Così, ritornando al progetto di creare un orto agrario proposto dalla Società economica e approvato dal governo, il Consiglio di Intendenza, anche per
le continue pressioni ministeriali, deliberò affinché venisse effettuato un contratto di censuazione per un fondo di proprietà delle suore del monastero di
Santa Chiara a Cosenza, le quali, consultate, si opposero sostenendo che la
proprietà in oggetto non era adatta per orto agrario. L’Intendenza, allora, incaricò una commissione composta da membri della Società economica e da
ingegneri, per effettuare una perizia del fondo, che dopo un attento esame fu
giudicato idoneo. Tuttavia a bloccare la procedura intervenne l’Arcivescovo
di Cosenza invocando il rispetto del trattato, che prevedeva appunto che “la
proprietà della Chiesa [era] sacra ed inviolabile”67.
Il progetto fu quindi accantonato, malgrado le rimostranze di Silvagni, fu
poi ripreso in più circostanze dopo la sua morte , ma mai attuato68.
Mentre si seguiva la trafila per ottenere l’orto agrario, Silvagni tentò di intraprendere iniziative alternative, utili alle medesime finalità, ovvero la sperimentazione privata.
A tal proposito, alcuni interventi si rivelarono particolarmente proficui,
come ad esempio quello dell’introduzione in Sila della coltura della patata
come succedanea ai cereali69. Silvagni, che aveva inutilmente proposto che
fossero elargiti premi di incoraggiamento, pubblicò un’istruzione pratica che,
66
Cfr. ASN, MI, Inv. II, B. 2576.
ASCS, SE, B. 10, f. 6.
68
Cfr. MARCELLI, op. cit., p. 62.
69
V. COLOSIMO, “Memoria sulla coltura, ed usi delle patate”, in Atti della Società Economica di Calabria Citra, f. 2, 1818, pp. 23-27 e ASN, MAC, B. 214. A partire dalle carestie del
1816-17, l’esigenza di favorire succedanei dei cereali era particolarmente avvertita anche dal
governo. Cfr. F. ASSANTE, Rapporti di produzione e trasformazioni colturali in Basilicata e Calabria nel secolo XIX, in MASSAFRA (a cura di), op. cit., pp. 60 e ss. L’oscillazione dei prezzi del
grano è stata anche analizzata da A. LEPRE, Produzione e mercato dei prodotti agricoli: vecchio
e nuovo nelle crisi della prima metà dell’Ottocento, in MASSAFRA, op. cit., p. 127.
67
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oltre a chiarire le diverse qualità e le tecniche di coltivazione, servì a rendere
noti i diversi usi della patata, dalla panificazione all’alimentazione suina70.
Bisogna però rilevare che il successo dell’introduzione della coltivazione dei
tuberi è da ascrivere, più che all’opuscolo divulgativo, alla sperimentazione
privata di Tommaso Cosentini e Gaetano Spiriti, entrambi membri della Società economica. Il primo la coltivò nei suoi possedimenti in Sila, il secondo
a Cerisano, Morano e Castelfranco; da lì la patata si diffuse in molte zone,
anche nei distretti di Paola e Rossano71.
Un’altra iniziativa di sperimentazione agraria fu quella di Sertorio Guarasci, che mise a disposizione della Società un fondo di sua proprietà, dove poter coltivare piante esotiche e riprodurre alcune specie di semi72; ancora,
Francesco Silvagni, direttore della scuola comunale e nipote di Gabriele, in
attesa di poter disporre di un podere dove poter effettuare esercitazioni per gli
scolari, prese in fitto un giardino, addirittura anticipando le spese (che non gli
furono mai rimborsate)73.
Progetti industriali e interferenze politiche
La modernizzazione dell’agricoltura e l’implementazione delle industrie
costituirono per le Società economiche obiettivi fondanti. A Cosenza, la
maggior parte dei lavori societari si indirizzò verso studi sulla realtà rurale,
sebbene non mancassero attenzioni, anche abbastanza rilevanti, verso le manifatture. Tuttavia, si giunse ad una considerazione positiva delle industrie
solo dopo lenta evoluzione culturale.
70
G. SILVAGNI, Istruzione pratica sulla coltura, ed usi dé pomi di terra dal segretario perpetuo della Società Economica di Calabria Citeriore per ordine di S.E. il Segretario di Stato e
Ministro dell’Interno del Regno delle Due Sicilie, Cosenza, F. Migliaccio, 1817.
71
ASN, MI, Inv. II, B. 2576.
72
G. SILVAGNI, “Del Signor Gabriele Silvagni, Segretario perpetuo della Società Economica Cosentina, Socio Corrispondente dell’Accademia delle Scienze, dell’Istituto d’incoraggiamento di Napoli, e della Reale imperiale Accademia de’ Georgofili di Firenze, rapporto
dell’anno”, in Atti della Società Economica di Calabria Citra, f. 5, 1820, p. 17.
73
Non solo Francesco Silvagni pagò personalmente il canone, ma, sempre “in proprio conto”, iniziò a migliorare il fondo per adeguarlo agli usi specifici delle sperimentazioni. Cfr. ASCS,
SE, B. 10, f. 5 e Ivi, B. 6, f. 33.
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Andrea Lombardi74, in un Discorso divenuto celebre, pronunciato
nell’assemblea del 1817, rivolgendosi ad un pubblico assuefatto all’idea che
la Calabria dovesse rispettare la sua vocazione rurale, introdusse il concetto
di “non incompatibilità” tra agricoltura e industria. Lombardi motivò questa
sua intuizione “rivoluzionaria” sostenendo che lo sviluppo del settore industriale avrebbe arrecato il vantaggio di assorbire manodopera femminile e infantile, altrimenti destinata a rimanere inutilizzata75.
Il passaggio dalla “non incompatibilità” alla “necessità” di trasformare
l’economia della provincia da prevalentemente agricola in manifatturiera divenne tuttavia patrimonio comune soltanto a distanza di circa 15 anni da quel
Discorso. Solo nel 1832 Gabriele Silvagni si spinse a sostenere che il processo di industrializzazione europea stava ridisegnando la geografia dei mercati.
Ciascuna nazione industrializzata o in via di sviluppo, sottolineò il Segretario, oltre alla competizione per i mercati di sbocco, puntava alla ricerca di
nuovi mercati di approvvigionamento dove poter reperire materie prime e beni di prima necessità a prezzi bassi. Di conseguenza, a causa dell’aumento
della concorrenza, il Mezzogiorno correva non solo il rischio di perdere il suo
tradizionale ruolo nei mercati internazionali, ma anche quello di asservire i
consumi della Regione alle industrie estere76.
Silvagni ipotizzò che per intraprendere un percorso all’insegna di una
svolta industriale, soprattutto all’inizio, vi sarebbero stati ostacoli difficili da
superare in quanto radicati nella struttura sociale esistente. Bisognava, infatti,
che una quota di popolazione abbandonasse le occupazioni rurali per dedicarsi ad impieghi manifatturieri, magari anche cambiando residenza. Una volta
innescato il processo di cambiamento, ne sarebbero potuti tuttavia derivare
vantaggi economici e sociali a catena. Difatti l’industria avrebbe dato luogo
ad una maggiore circolazione della ricchezza e da questa sarebbero scaturiti
anche l’incremento demografico, il miglioramento delle condizioni igienico–
sanitarie ed il contenimento dell’ondata migratoria che caratterizzava la so74
Andrea Lombardi fu considerato uno dei maggiori intellettuali del tempo. Iniziò la sua
carriera al fianco dell’intendente Flack. Nel 1820 fu eletto consigliere d’Intendenza in Basilicata;
nel 1833 rivestì la carica di sottointendente del distretto di Palmi e nel 1837 quello di segretario
generale d’Intendenza. Cfr. «Atti dell’Accademia Cosentina», IV, 1865, pp. 61-84.
75
A. LOMBARDI, Discorso sulle manifatture della Calabria Citeriore letto alla Società Economica nella sessione generale del dì 30 maggio 1817, Cosenza, s.e., 1817, pp. 88-89.
76
G. SILVAGNI, “Del Segretario perpetuo della Società Economica della Calabria Citeriore,
Socio della Reale Accademia Borbonica, dell’Istituto di Incoraggiamento di Napoli,
dell’Accademia de’ Georgofili di Firenze, della Cosentina, e di quasi tutte le Società Economiche del Regno. Rapporto dell’anno 1832”, in Atti della Società Economica di Calabria Citra,
1832, pp. 136-37.
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cietà di quel tempo77. Apparve, quindi, evidente l’opportunità di una puntuale
programmazione economica, al fine di individuare, in prima istanza almeno
teoricamente, quali fossero le industrie o le manifatture più adatte ai diversi
comuni della provincia in base alle risorse disponibili.
Il primo problema che venne affrontato dalla Società economica fu quello
della localizzazione delle industrie. Si pensò che i luoghi più adatti ad accogliere stabilimenti industriali fossero le alture, in quanto vi era una sovrabbondanza di manodopera. La popolazione, che si era insediata prevalentemente nelle zone montane, non riusciva a far fronte ai bisogni di prima necessità, cosicché si cimentava in pericolosi dissodamenti con conseguenti
frane e alluvioni a danno delle sottostanti pianure78.
Quanto all’oggetto delle produzioni manifatturiere, le indicazioni prendevano le mosse dalla constatazione che il territorio non poteva contare né su
investimenti cospicui, né su manodopera qualificata. Di conseguenza, era necessario avviare un processo di meccanizzazione dei processi produttivi, importando le necessarie conoscenze specifiche. Per far ciò, si consigliava di
invitare “forestieri”, ovvero abili artigiani che avrebbero gestito la fabbrica
formando nel contempo tecnici locali specializzati79.
In considerazione della disponibilità di materie prime, ma anche al fine di
ridurre il rischio di impresa, Silvagni suggerì di implementare attività già praticate, ad esempio rafforzando il settore tessile. In particolare auspicò la creazione di fabbriche di seta a Cosenza e di cotone a Cassano, zone rinomate per
la produzione di tele di ottima qualità; per Corigliano, invece, raccomandò la
produzione di sapone, data la quantità e la qualità dell’olio che vi si produceva.
Per far fronte alla mancanza di capitali – non assenti, ma certamente non
adusi a essere impiegati in attività altamente rischiose – Silvagni invocò
l’assistenza dello Stato. Ad esempio, ricordò che Ferdinando I per assecondare lo sviluppo dell’industria nel Napoletano e nel Salernitano aveva accordato
protezione e concesso sovvenzioni a imprenditori, talvolta stranieri, come ad
esempio le industrie di Egg, Mayer e Sava80; in Calabria stessa, a Reggio, la
77
Ivi, p. 137.
Ivi, p. 145.
79
Ibidem.
80
Sulla fabbrica tessile di Piedimonte d’Alife, sorta per l’iniziativa dello svizzero Jacques
Egg, oppure al lanificio di Raffaele Sava, sorto nei sobborghi di Napoli cfr. JOHN DAVIS, op. cit.,
pp. 114 e 118.
78
20
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prima fabbrica di seta organzina era sorta per iniziativa governativa e solo in
un secondo momento fu ceduta ai fratelli Caracciolo81.
La Società economica stessa, in quanto espressione del potere politico, ritenne di poter agire in prima persona. Silvagni lanciò l’iniziativa di fondare
una fabbrica di seta “a cucire”, una di lino ed un’altra di lana nell’orfanotrofio femminile di Cosenza82. Quest’ultimo era stato fondato alla fine del
Settecento grazie alle rendite di un monastero soppresso. Inizialmente
l’istituto fu diretto da Vincenzo Telesio, appartenente al casato del più noto
Bernardino, che realizzò l’idea di dare alle fanciulle una formazione completa. Pensò di “educarle” all’arte del tessere, inviandone alcune a Catona, vicino Reggio Calabria, zona nota per la produzione di seta molto pregiata83.
Ideatore del progetto di sfruttare l’orfanotrofio per creare un polo tessile,
in verità, era stato il socio ordinario Vincenzo Mollo, che già nel 1820 meditava sulle opportunità che se ne potevano cogliere. Contando sull’ampiezza
dei locali che accoglievano le ragazze e sulla disponibilità di mano d’opera
gratuita e già abile nel lavorare tessuti, Mollo pensò che sarebbe stato possibile minimizzare i costi e al contempo creare un modello da imitare84.
Nel riprendere il progetto a distanza di anni, Silvagni si trovò a dover affrontare alcuni problemi concreti, il più rilevante dei quali era il reperimento
dei capitali necessari per gli investimenti iniziali, stimati in 10.000 ducati85.
Anche in questo caso, a causa del meccanismo dei finanziamenti già descritto, i finanziamenti pubblici non arrivarono. Non potendo confidare nel denaro
pubblico, Silvagni presentò un progetto alternativo di costituzione di una società ad azionariato diffuso con la partecipazione del Consiglio provinciale86.
Il rapporto del segretario Silvagni, apprezzato da tutti i membri della Società economica, venne portato all’attenzione del Reale Istituto d’incoraggiamento, che, oltre a reputare le proposte in esso contenute “opportunissime
al bene della Calabria Citeriore”, propose al Ministero dell’Interno di emette81
G. SILVAGNI, Del Segretario perpetuo …1832, cit., p. 149. Sulla storia della sericoltura a
Reggio Calabria cfr. P. GRECO, Sullo stato dell'industria della seta nella Calabria Ultra Prima,
s.l., [1845].
82
G. SILVAGNI, Del Segretario perpetuo …1832, cit., p. 146.
83
Cfr. L. ACCATTATIS, Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie raccolte a cura di
Luigi Accattatis socio di varie accademie e società italiane ed estere, vol. III, Cosenza, Tipografia della Redenzione, 1877, pp. 118-21.
84
V. MOLLO, “Dell’agricoltura di questa provincia, e degli ostacoli, che si oppongono a
migliorarla”, in Atti della Società Economica di Calabria Citra, f. 5, 1820, p. 36.
85
Cfr. ASCS, SE, B. 7, f. 43.
86
G. SILVAGNI, “Del Segretario perpetuo della Società Economica di Calabria Citra. Rapporto dell’anno 1833”, in Atti della Società Economica di Calabria Citra, 1833, pp. 194-98.
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re un’ordinanza nei confronti dell’Intendenza affinché questa si impegnasse
alla realizzazione del progetto.
Dopo aver chiesto ulteriori delucidazioni87, il Consiglio provinciale si riunì per trattare la proposta, ma, tradendo le aspettative della Società, deliberò
di non attuare il programma. L’Intendenza, infatti, sostenne di non essere in
grado di fronteggiare le spese di impianto. Inoltre, valutò inopportuno che un
ente pubblico finanziasse integralmente un’attività industriale, ritenendo
maggiormente indicato che si costituisse una società di azionisti privati e che
l’intervento pubblico si limitasse all’eventualità che i capitali raccolti non
fossero stati sufficienti88.
Iniziò allora una vera e propria disputa tra Società e Intendenza. La prima
accusò la seconda di mala fede e di incauta gestione di fondi, alludendo ad
alcune spese ritenute secondarie. Ad esempio, erano stati erogati 100.000 ducati per costruire una piccola strada, 60.000 ducati per iniziare il progetto di
realizzazione di una caserma e ancora 30.000 ducati per edificare un teatro89.
Da parte sua, l’Intendenza, equivocando l’istanza, rimproverò la Società
di voler gestire fondi provinciali e quindi di disattendere il proprio ruolo di
“corpo scientifico ed istruttivo”, trasformandosi in “amministrazione finanzi[aria]”. A seguito di tale accusa, il Ministero competente si espresse a favore del governo provinciale, invitando la Società a limitare le proprie attività
alla distribuzione di premi di incoraggiamento90.
Sottesa alla riluttanza da parte dell’Intendenza nell’attuazione del progetto vi era, secondo Silvagni, la tutela di interessi privati. A quanto pare, fiutato
l’affare, alcuni facoltosi consiglieri avevano promosso la costituzione di una
“compagnia d’azionarj”, pronta a mettere a frutto i vantaggi derivanti dalla
strumentalizzazione dell’orfanotrofio91.
L’ultimo rapporto pronunciato da Silvagni fu quello del 30 maggio 1834,
in cui ripercorse le tappe del progetto di creare un opificio tessile nell’orfanotrofio di Cosenza ed in cui espresse tutte le sue riserve nei confronti
87
ASCS, SE, B. 7, f. 43.
G. SILVAGNI, Del Segretario …1833, cit., pp. 194-98.
89
R. VALENTINI, “Discorso pronunziato nella seduta generale della Società Economica di
C.C. il di’ 30 Maggio 1833, ricorrendo il giorno onomastico di S.M. Ferdinando II nostro Augusto Monarca dal socio ordinario Avvocato Raffaele Valentini”, in Atti della Società Economica
di Calabria Citra, 1833, p. 234.
90
G. SILVAGNI, “Del Segretario perpetuo rapporto dell’anno 1834”, in Atti della Società
Economica di Calabria Citra, 1834, p. 12.
91
Ibidem.
88
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dell’Intendenza. Quello stesso anno, a dicembre, morì assassinato92. Insieme
a lui venne meno la veemenza con cui era stata portata avanti il progetto, ma
non l’iniziativa stessa.
A distanza di due anni, fu lo stesso Ministero dell’Interno, preso atto che
a Cosenza non erano ancora sorte industrie, ad esortare l’Intendenza a realizzare un polo tessile nell’orfanotrofio e la Società economica a redigere proposte utili a tale scopo93. Quest’ultima suggerì di ridimensionare il progetto
preferendo la sola manifattura della seta e riducendo l’importo di ciascuna
azione, ma ancora una volta non vi furono finanziamenti pubblici94.
Nacque, invece, la tanto contestata “compagnia d’azionarj”95. Nel 1842, infatti, si costituì una società di capitali, che ottenne anche l’approvazione sovrana per stabilirsi proprio all’interno dell’orfanotrofio. Questo fu dotato di 22 telai a tecnologia avanzata, ovvero quelli a spola volante, e a dirigere i lavori fu
chiamato lo svizzero Giorgio Schrepfer96. Così, a Cosenza prese avvio una rilevante iniziativa privata, che, sfruttando la manodopera delle giovani orfane,
rappresentava una tra le più importanti realtà manifatturiere della provincia.
Si realizzava così un progetto, forse l’unico direttamente correlato
all’iniziativa della Società economica. Anche se la Società non gestì l’impresa, né direttamente né indirettamente, tuttavia il legame con la sua intuizione
appare evidente. Ne fu in qualche misura agevolata l’iniziativa privata e nacque un opificio moderno, finanziato attraverso capitali conferiti da piccoli
azionisti (non piccoli risparmiatori, ma cittadini facoltosi con bassa propensione al rischio); ma soprattutto l’impresa costituì oggetto di emulazione, così
come il segretario Silvagni aveva auspicato.
La gestione dell’opificio sorto nell’orfanotrofio, a ben vedere, fu tuttavia
discutibile. La produzione serica era stata infatti abbandonata, proprio in un
periodo in cui la produzione a Cosenza si era molto intensificata, e al suo posto era stata favorita quella cotoniera e liniera97. Così, mentre fu trascurato il
settore in cui le allieve avevano maggiore preparazione tecnica, la materia
prima era facilmente reperibile, il mercato internazionale era in congiuntura
favorevole, la direzione dell’orfanotrofio decise paradossalmente di intra92
COLOSIMO, Biografia, cit.
ASCS, SE, B. 7, f. 43.
94
Ibidem.
95
ASN, MAC, B. 211, f. 7.
96
Giornale Economico Scientifico della Real Società Economica di Calabria Citra, 1840.
La Società di azionisti divenne effettivamente operativa nel 1843. Sull’argomento cfr. B.
CARDILLO, op. cit., pp. 89-90 e 95-96.
97
ASCS, SE, B. 8, f. 55.
93
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prendere la lavorazione di tessuti per i quali era necessario importare la materia prima98. Al contempo però, tra gli anni ’40 e ’50, a Cosenza sorsero numerosi opifici serici in concorrenza tra loro, testimonianza se non altro
dell’avvio di un processo di cambiamento99.
Dopo la morte di Silvagni la Società economica di Cosenza iniziò a perdere smalto, riducendo notevolmente le attività propositive e confinando i
lavori in attività puramente descrittive. Tale tendenza, tuttavia, non rappresentò un fenomeno isolato e non costituì solo la conseguenza della scomparsa
di quel Segretario che tanto aveva dato lustro all’associazione. Dipese in parte anche da avvenimenti politici. In occasione dei moti rivoluzionari del ’48,
infatti, aumentò la diffidenza della Monarchia nei confronti delle associazioni, in seno alle quali spesso si fomentavano congiure. L’indirizzo politico,
quindi, fu quello di sciogliere le Società che si riteneva avessero cospirato
contro il Re, di allontanare i soci rivoluzionari e di sostituirli con personaggi
per così dire più “allineati”. Tale tendenza si realizzò anche a Cosenza. Raffaele Valentini, succeduto a Silvagni nella carica di segretario il 1835 in occasione dei moti rivoluzionari, si dichiarò apertamente contro la Monarchia e
ciò gli costò la condanna a morte100.
Con la nomina di Greco alla guida della Società economica, il rinnovamento si avvertì soprattutto nella rappresentanza dei nuovi soci, scelti tra i
magistrati che avevano caratterizzato la fase repressiva seguita ai moti del
1848 e tra i funzionari amministrativi. Nonostante le numerose e qualificate
nomine, che riguardarono soprattutto gli onorari e i corrispondenti, l’organico
della Società economica andò sempre più sfoltendosi101.
Il difficile momento politico e l’intervento repressivo del governo contribuirono ad un diradamento delle attività, testimoniato dall’esiguo numero di
memorie comparse nei resoconti del segretario, che sul finire degli anni Cinquanta si trovò a perdere alcuni tra i soci più competenti102.
98
Ivi, B. 7, f. 44. Le materie prime provenivano da altre province del Regno e dalla Gran
Bretagna.
99
MARCELLI, Sviluppo economico, cit., pp. 106-107.
100
ACCATTATIS, Le biografie, cit., vol. IV, p. 113. La pena di morte gli venne poi commutata in ergastolo. Trascorse il resto della sua vita nel Castello di Cosenza, dove morì nel 1858. Per
maggiori informazioni sul ruolo di Valentini nei moti rivoluzionari del 1848, cfr. D. ANDREOTTI,
Storia dei cosentini illustri, vol. III, Cosenza, Pellegrini Editore, 1987, pp. 349-60.
101
Cfr. ASCS, SE, B. 1, f. 1.
102
«Reddiconto della Reale Società Economica della Provincia di Calabria Citra», 1865,
pp. 28-29.
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Incisivo ed essenziale, Greco preferì impostare la gestione dei lavori della
Società sulla discussione collegiale in chiave descrittiva di argomenti di carattere generale, sull’analisi dei settori dell’economia provinciale, trascurando, però, il compito propositivo, interamente assolto dall’Istituto di Incoraggiamento. Il risultato ottenuto fu quello di riuscire a tracciare una mappa cognitiva analitica, dalla quale poter ricavare preziose informazioni sulle principali coltivazioni o sui più rilevanti opifici presenti nei diversi distretti, ma
nulla di più.
Conclusioni
Stabilire con esattezza se vi sia un rapporto causa–effetto tra cambiamento economico e azioni delle Società economiche è pressoché impossibile e
probabilmente non è il solo aspetto da considerare per esprimere un giudizio
storiografico su queste organizzazioni o sulle persone che si dedicarono ad
essa. Bisogna considerare che queste si ponevano un obiettivo molto ambizioso, lo sviluppo economico, che implica la trasformazione delle regole
formali e informali che guidano una società, cambiamento questo lento e
quasi impercettibile, se non in una prospettiva storica103. E’ stato già evidenziato come l’esperienza di alcune Società economiche meridionali abbia messo in evidenza la capacità di queste organizzazioni di rappresentare validi osservatori e centri di promozione per lo sviluppo, istituzioni in grado di tracciare con relativa precisione una mappa cognitiva delle realtà locali104.
Proprio questo è stato uno degli elementi presi in considerazione in questo
saggio, che, grazie alla ricostruzione critica della vita professionale di Gabriele Silvagni, ha potuto analizzare le attività svolte in seno alla Società economica di Calabria Citeriore, miranti a generare progetti di sviluppo e la
capacità di portarli ad esecuzione, evidenziandone limiti, difficoltà e successi.
Le restrizioni poste alle attività della Società dal potere politico, sia nazionale che provinciale, e alcune decisioni operative possono essere considerate alla base della scarsa considerazione che la gente aveva di questa istituzione. Tra le prime vanno ascritte la mancanza di finanziamenti e i vincoli
organizzativi. Tra le seconde la preferenza accordata in seno all’associazione
103
D.C. NORTH, Istituzioni, cambiamento istituzionale, evoluzione dell’economia, Bologna, il Mulino, 1994, p. 27.
104
MARCELLI, op. cit., cap. 4. Cfr. A. MARRA, La Società economica di Terra di Lavoro.
Le condizioni economiche e sociali nell’Ottocento borbonico. La conversione unitaria, Milano,
Franco Angeli, 2006.
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alla borghesia terriera e la scarsa attenzione prestata nei confronti della classe
contadina.
Analizzata con la lente dello storico, la particolare esperienza di Gabriele
Silvagni sembra possa essere valutata positivamente, per la dedizione manifestata verso la riconversione dell’economia agricola in funzione delle nuove
esigenze di industrializzazione105, ma soprattutto per la capacità di promuovere un dibattito con intenti pedagogici non solo astratti, ma spesso anche
pratici106. Si aggiunga che il messaggio divulgativo, sebbene non sia riuscito
ad arrivare al ceto contadino, è certo che sia stato accolto dai proprietari terrieri, soprattutto quelli di nuova formazione, molti dei quali sedevano tra le
fila della Società stessa.
In generale, si può concludere che l’esperienza di Gabriele Silvagni offre
l’immagine di un personaggio ben consapevole delle proprie finalità istituzionali. Si sentiva partecipe di una missione civilizzatrice e contribuiva ad
essa dedicandovi i propri studi e le proprie conoscenze, sopperendo in diverse
occasioni alle “disattenzioni” degli organi di governo. Nel periodo in cui Silvagni guidò la Società, è riscontrabile un interessamento concreto verso lo
sviluppo economico della provincia, una progettazione in grado di allontanarsi da previsioni irrealistiche e indirizzata verso obiettivi accuratamente scelti.
Ogni iniziativa propositiva scaturiva da una puntuale analisi delle risorse disponibili e del capitale umano di riferimento; i progetti presentati tenevano
conto delle differenziazioni territoriali, della disponibilità di manodopera e
della competenza imprenditoriale, non trascurando di appurare ogni questione concreta necessaria per l’attuazione. Nonostante il costante rifiuto da parte
del potere politico di finanziare le proprie iniziative, Silvagni cercò in ogni
modo di raggiungere qualche risultato tangibile e proprio per questo fu accusato di protagonismo nella gestione della Società.
Particolarmente interessante è stato il progetto di creazione di un’industria
tessile all’interno dell’orfanotrofio femminile. Dalla ricostruzione dei vari
passaggi è stato anche possibile evidenziare le ricorrenti difficoltà cui può
andare incontro la realizzazione di un progetto: pianificazione di un preventivo di spesa e reperimento dei capitali da investire, scarso coinvolgimento iniziale da parte dei privati, interferenze con la politica. A dispetto, però, delle
resistenze iniziali, proprio l’esecuzione di tale progetto sembra si possa ascrivere tra i principali meriti di Silvagni. Se è vero che l’impresa prese avvio
con modalità diverse da quelle pianificate, tuttavia la Società riuscì a mettere
105
106
MONTAUDO, op. cit., p. 119.
GANGEMI, op. cit., pp. 369-93.
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a fuoco le difficoltà pratiche riscontrate nella fase di attuazione dei vari progetti, seppe individuare con puntualità l’oggetto e la localizzazione delle attività, dimostrò la necessità di innovare tecnologicamente il settore tessile e
soprattutto diede vita ad un’iniziativa degna d’essere imitata; tutto ciò rese
l’iniziativa una “frazione privilegiata del processo di sviluppo” 107.
107
HIRSCHMAN, I progetti di sviluppo, cit., p. 13.
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