Anno VII - Numero 3 - Marzo 2011
IN ABBINAMENTO AL
Orticaria, malattia
sempre più frequente
Imputati: alimenti,
agenti chimici, fatica
Calvizie? Spesso
è fonte di stress
Diverse le cause
che la provocano
Noccioline, patatine,
biscotti…
Rischio soffocamento
del bambino
Ipoacusia, quella
debolezza d’udito
che rischia di isolarci
dal mondo
La Medicina Predittiva
è un bene?
Non sono poche
le perplessità
www.azsalute.it
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A Z Sa timo
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ogni duì del mese
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AZ SALUTE
Anno VII - Numero 3
MARZO 2011
Mensile in abbinamento gratuito
al “Giornale di Sicilia”
In questo numero
4
Gastrite, talora è colpa di un batterio.
Stanarlo un’impresa non semplice
di Cinzia Testa
19
Tennis, gomito e spalla messi
a dura prova. Per le tendinopatie
un nuovo laser fai-da-te
di Roberto Urso
Anno VII - Numero 3 - Marzo 2011
IN ABBINAMENTO AL
Orticaria, malattia
sempre più frequente
Imputati: alimenti,
agenti chimici, fatica
6
Calvizie? Spesso
è fonte di stress
Diverse le cause
che la provocano
Noccioline, patatine,
biscotti…
Rischio soffocamento
del bambino
Ipoacusia, quella
debolezza d’udito
che rischia di isolarci
dal mondo
La Medicina Predittiva
è un bene?
Non sono poche
le perplessità
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ogni ultim
del mese
mercoledì gratuito
ato di Sicilia
ale
in alleg
Giorn
con il edilo al tuo
Richi lante!
edico
Calvizie? Spesso fonte di stress.
Come si può ricorrere al trapianto
di Marco Strambi
20
Ipoacusia, quella debolezza d’udito
che rischia di isolarci dal mondo
di Manuela Campanelli
www.azsalute.it
Storie di copertina di Giovanni Pepi
Direttore Responsabile
Carmelo Nicolosi
Rubriche
Adelfio Elio Cardinale
Minnie Luongo
Giuseppe Montalbano
Luciano Sterpellone
Arianna Zito
Hanno collaborato a questo numero
Manuela Campanelli
Antonino Carolina
Rossana Marcianò
Paola Mariano
Giuseppe Pizzo
Marco Strambi
Cinzia Testa
Roberto Urso
Coordinamento redazionale
Monica Diliberti
Giulio Francese
Editrice
Az Salute s.r.l.
Registrazione del Tribunale
di Palermo n. 22 del 14/09/2004
Redazione
Via XX Settembre, 62 - 90141 Palermo
Tel. 091-6255628
Fax 091-7826385
[email protected]
Redazione di Milano
Responsabile
Cinzia Testa
Sala Stampa Nazionale
Via Cordusio, 4 - 20123 Milano
Tel. 02-865052
Fax 02-86452996
Redazione grafica e coordinamento advertising
Officinae s.r.l.
Art director: Vincenzo Corona
Pubblicità
AZ Salute s.r.l.
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Concessionaria per la stampa
Promo Offset s.r.l.
via A. De Gasperi, 17
93100 - Caltanissetta
Tipografia
AGEM San Cataldo (CL)
Fotografie: foto di stock, AAVV,
ICPOnline www.icponline.it
(un ringraziamento particolare a Clara Bovio
per la cortese disponibilità)
www.azsalute.it
8
Ansia, depressione
e stress da trauma.
Trovata la “chiave”
per i farmaci del futuro
di Paola Mariano
10
Frutta nelle scuole.
Per la salute dei bambini
di Arianna Zito
12
I nostri bambini
Casa dolce casa, ma quanti incidenti.
Tutte le cautele per il bene dei figli
di Giuseppe Montalbano
13
Osservatorio
Medicina predittiva. È davvero
un bene conoscere in anticipo
la propria sorte?
di Adelfio Elio Cardinale
14
Bocca in salute, attenti agli stili
di vita. Dieta e igiene orale
binomio vincente
di Giuseppe Pizzo
22
Cancro al seno, la sfida delle donne
per vincere la paura e andare avanti
di Monica Diliberti
23
Rischio soffocamento nei bambini.
Necessaria la massima attenzione
di Antonino Carolina
24
Se la pancia è una camera a gas
c’è bisogno di più batteri-amici
di Luciano Sterpellone
25
Orticaria, patologia sempre
più frequente. Attenti a non
sottovalutare alcuni segnali
di Giulio Francese
26
Se gruppi farmaceutici e pazienti
diventano “Alleati per la salute”
15
28
16
29
Perché si verifica un infarto?
Gli scienziati vogliono capirlo
di Rossana Marcianò
Roche, leader mondiale
in oncologia. Presentati a Basilea
i risultati del Gruppo
18
Check-up per un Vip
Charles De Gaulle.
L’eroe della Grandeur
nascondeva gli acciacchi
di Luciano Sterpellone
Focus Associazioni
Trombosi e malattie cardiovascolari:
Alt, un impegno per rilanciare la lotta
di Minnie Luongo
Salute da sfogliare
Medici nella storia
di Arianna Zito
30
Pillole di salute
AZ SALUTE È IN EDICOLA IN ALLEGATO GRATUITO CON IL GIORNALE DI SICILIA
L’ULTIMO MERCOLEDì DI OGNI MESE. RICHIEDILO AL TUO EDICOLANTE
SALUTE AZ
EDITORIALE
Festeggiamo l’Italia unita
ma non certo nella Sanità
I
l 17 marzo scorso, gli italiani hanno festeggiato
l’unità della Nazione. E il tricolore, per una giornata, è stato nel cuore di tutti. No, per la verità non di tutti, visto il comportamento della Lega
Nord. Ma sorvoliamo. E da più parti si è, giustamente, inneggiato all’unità del Paese. Purtroppo, è sotto gli occhi di tutti che l’unità è solo geografica. Politiche diverse nelle regioni, criteri di gestione della
cosa pubblica diversi, litigiosità diversa, condizione
finanziaria diversa, tasso occupazionale diverso, sanità diversa.
Nel Meridione, la salute dei cittadini non ha di certo
la stessa considerazione che ha in altre parti della
Penisola, soprattutto al Nord. In Sicilia, per fare un
esempio di una realtà a noi vicina, si sta tentando di
tamponare al meglio le falle create negli anni trascorsi, di lavorare ad un modo razionale di gestire la
spesa sanitaria, di formare punti di eccellenza.
Ma a ben guardare alcuni dei nostri ospedali, a sentire i commenti della gente che ogni giorno giungono immancabilmente in redazione, non ci pare che
ancora il paziente siciliano possa trovare nell’Isola
il conforto medico che gli spetta di diritto.
Chi vuol farsi un’idea reale della situazione, vada
a farsi un giro per i Pronto Soccorso. La vita gli
sembrerà veramente brutta. Di certo, per trovare
soluzioni è necessario un forte impegno. Spesso,
scordiamo che della medicina in urgenza possiamo
avere bisogno tutti, senza esclusione e in qualsiasi momento: l’ictus, l’infarto, non guardano se sei
ricco o povero, se sei un politico o un mendicante. Colpiscono e basta. Allora? Vogliamo chiederci
perché siamo ridotti in maniera così precaria? Non
ditemi perché mancano i soldi. Non lo accetto.
Tutto dipende dalla volontà di fare, dall’organizzazione, dalla preparazione di certi medici e infermieri, dall’educazione personale. In altre parole,
dall’uomo.
È vero che il personale addetto al Pronto Soccorso
è a volte insufficiente. Talora, in turno c’è personale medico giovane, specializzando, con non molta
esperienza. Il lavoro, lo si sa, è massacrante e, di
conseguenza, l’errore è sempre dietro l’angolo. Ma
chi crea queste situazioni? Vogliamo una volta per
tutte capire cosa c’è dietro a queste insufficienze
e trovare rimedi? Mi racconta un amico che per un
problema della figlia è entrato in un Pronto Soccorso di Palermo nelle prime ore della sera e ne
è uscito alle sei del mattino del giorno dopo. E di
aver visto di tutto!
Per il mio lavoro, vado parecchio in giro per l’Italia
e altre nazioni. A Barcellona, una mia collega, durante un congresso medico al quale partecipavamo,
si è fratturata un piede. Se sei in una città straniera
qualche momento di affanno lo vivi. Tutto accade
così in fretta che vai in confusione, non sai a chi
rivolgerti. Eppure, è bastata una telefonata ad un
ospedale perché – e non volevamo crederci – all’ingresso della struttura d’emergenza c’era già una
barella e il personale che attendeva il nostro arrivo,
per non dire della celerità e della professionalità riscontrata…
Sì, l’Italia è unita, lo scopriamo per i 150 anni della
sua nascita. Peccato che in questa grande Penisola,
non vi sia, tra tutte le sue regioni, la stessa possibilità
e diritto alla salvaguardia della salute e della vita.
Le mie non sono parole che emergono da concetti
astratti, ma dalla vita reale, dall’esperienza professionale e personale. Molti malati siciliani si rifugiano
al Nord o all’estero. E non posso non capire il disagio, il dolore, lo stress, il dissanguamento finanziario
di intere famiglie. E la rabbia. Sì, la rabbia di essere
costretti alla migrazione sanitaria, a lasciare la loro
terra, la loro casa.
Per carità, non vogliamo fare di tutta la proverbiale
erba un fascio. Anche in Sicilia ci sono delle buone
professionalità, purtroppo non in tutte le discipline
mediche. Esistono anche delle buone realtà sanitarie, ma non tutto il sistema è all’altezza della migliore assistenza.
Continuano a persistere problemi irrisolti da tempo, resistenze al cambiamento, ad una nuova mentalità. Di certo, occorre intervenire con forza e in
fretta. È necessario individuare le sacche carenti e
affondare il bisturi, avere il coraggio di intervenire
pesantemente, senza tentennamenti e senza guardare in faccia a nessuno. Per il bene dei cittadini, se
questo bene lo si vuole davvero.
di Carmelo Nicolosi
Nel Meridione,
la salute dei
cittadini non
ha la stessa
considerazione
che ha in altre
parti della
Penisola
AZ SALUTE
Se lo stomaco fa i capricci può esserci il suo zampino
Gastrite, talora è colpa di un batterio
Stanarlo un’impresa non semplice
S
di Cinzia Testa
Agisce in silenzio
per anni, prima di
colpire. Diagnosi:
non c’è solo la
gastroscopia.
Miscela di
antibiotici nelle
nuove cure
oprattutto nel cambio di stagione, la primavera
può fare “brutti scherzi” allo stomaco. Il passaggio da un clima freddo a una temperatura calda
e il maggior numero di ore di luce, comportano una
fatica in più per tutti noi che, in genere, arriviamo in
questi mesi dell’anno già stanchi fisicamente e psicologicamente. Questo stato di stress si ripercuote sulla
parte del corpo più sensibile che, per molti, è proprio
l’apparato digerente.
Quando lo stomaco “fa i capricci”, può capitare che si
tratti di gastrite. In questo caso, la colpa non è sempre
dello stress o della cattiva alimentazione. In campo
può entrare l’Helicobacter pylori, un batterio che “lavora” in silenzio, per anni, tra le pieghe della mucosa
gastrica, cioè della pellicola che riveste lo stomaco. E
possono trascorrere anche 10-15 anni prima che inizi a
dar segno di sé, proprio con una dolorosa gastrite. Non
è ancora ben chiaro come riesca a “entrare” nel nostro
stomaco. È certa, però, la sua cattivissima fama, perché se non viene eliminato, aumenta il rischio di ammalarsi, nel tempo, di tumore dello stomaco. In caso
di disturbi che non passano, meglio parlarne con il
proprio medico. «Con grande sollievo di molti pazienti, non viene più effettuata di routine la gastroscopia»,
chiarisce il professore Dino Vaira, del dipartimento di
gastroenterologia e medicina interna dell’università di
Bologna. «Se il medico lo ritiene opportuno – aggiun-
ge Vaira – questo esame viene sostituito dall’analisi
delle feci o dal test del respiro che hanno ormai un’affidabilità certa, provata da numerosi studi».
La scelta va fatta, quindi, dal punto di vista pratico.
L’esame delle feci viene “passato” dal Servizio sanitario
e si paga solamente il ticket. Si consegna al laboratorio
di analisi il campione di feci prelevato la mattina, dopo
otto ore di digiuno e, nell’arco di un paio di giorni, si ha
il risultato. L’analisi identifica la presenza dell’antigene
dell’Helicobacter pylori, cioè la “traccia” che il batterio
lascia nelle feci.
Il test del respiro, invece, è a pagamento e viene eseguito nei Centri diagnostici e in alcune farmacie specializzate. Consiste nell’esame dell’anidride carbonica
che viene espirata dai polmoni. Prima dell’esame si
deve bere una bevanda a base di urea e di una sostanza chiamata carbonio 13 o 14. Dopo mezz’ora si soffia
in una provetta: se il batterio è presente, scatta una
particolare reazione chimica, che si può vedere proprio dall’analisi dell’anidride carbonica contenuta nel
respiro. Il risultato di questo esame è variabile. È immediato se nel Centro è disponibile lo spettrometro,
cioè il macchinario che analizza l’anidride carbonica,
mentre ci vogliono circa sette giorni se nel laboratorio
non c’è questa attrezzatura.
La gastroscopia, invece, viene prescritta a chi ha più di
55 anni e a chi ha avuto in famiglia dei casi di tumore
SALUTE AZ
gastrico. «In questi casi, oltre a scoprire la presenza del
batterio, è utile osservare bene le pareti dello stomaco
per escludere la presenza di una forma pre-tumorale
– spiega il professor Vaira – . Per questo, durante l’esame, viene fatta anche una biopsia, cioè viene prelevato un piccolo campione di mucosa dello stomaco».
Chi è particolarmente agitato può chiedere al medico
un tranquillante: va preso almeno mezz’ora prima. Durante l’esame si è sdraiati su un lato e non si sente pressoché nulla, perché viene spruzzato in gola un farmaco
anestetico. A volte, si può avere la sensazione di un
raschiamento in gola: a provocarlo è il sottile tubicino
con la microtelecamera che viene fatto scorrere fino
allo stomaco. L’importante è non farsi prendere dal
panico, ma iniziare a respirare profondamente e pensare a qualcosa di piacevole. L’esame dura circa cinque
minuti e deve essere affrontato a digiuno, da almeno
sei ore. Nelle ore successive si può mangiare: meglio
però cibi freddi e liquidi.
«Per eliminare l’Helicobacter Pilori, la cura più recente è composta da più farmaci che agiscono insieme»,
dice il professor Vaira. E aggiunge: «Anche la cura
cosiddetta “standard”, cioè la tradizionale, è con più
farmaci. A fare la differenza è la “miscela” di antibiotici
usati. In pratica, anziché due antibiotici da prendere
insieme per una settimana, come nella cura standard,
se ne assumono tre, con azioni differenti, nell’arco di
dieci giorni». I risultati parlano da soli. La nuova procedura curativa è efficace nel 92 per cento dei casi e
riesce a debellare anche le forme di batterio più resistenti. Inoltre, è ben tollerata dall’organismo e questo
fa sì che venga seguita da tutti i pazienti fino all’ultimo
giorno di prescrizione.
Durante la terapia, però, bisogna prestare attenzione
anche al menù. «Per dieci giorni – spiega l’esperto – occorre far lavorare il meno possibile il sistema gastrico. È
la regola base per agevolare la “battaglia” dei farmaci».
Non c’è bisogno di mangiare in bianco. Qualche esempio di piatti amici dello stomaco? Bocconcini di petto di
pollo cucinati con due cucchiai di acqua e il succo di un
limone e completati con qualche goccia di aceto balsamico. Oppure fettine di pesce al vapore insaporite con
erba cipollina. Sì anche al risotto con zucchine e piselli
e alla pasta con i broccoletti. Niente zafferano e peperoncino, però, perché irritano lo stomaco. Meglio fare
una pausa di due settimane per quanto riguarda tutte
le bevande alcoliche e il caffè.
I segnali che devono
mettere sul “chi vive”
Sintomi classici
Come si fa a capire che si tratti veramente di gastrite? Il primo controllo si può fare da soli. Ecco i sintomi che devono mettere sul “chi vive”.
• Dolore allo stomaco. In genere, è persistente e si attenua mangiando.
• Nausea. È lieve, ma costante e presente tutto il giorno.
• Bruciore. È simile a un lieve calore nello stomaco che peggiora dopo
aver bevuto anche un bicchiere d’acqua.
• Digestione difficile. Sembra di dover digerire dei sassi, anche se si è
mangiata solo un’insalata.
• Vomito. Sono vere e proprie crisi che si bloccano solo con un farmaco
antivomito.
Sintomi che confondono
• Meteorismo. La pancia è gonfia e dura, perché è piena d’aria.
• Senso di vuoto allo stomaco. È simile a quello che si prova in macchina su un dosso inaspettato, oppure sulle montagne russe all’inizio della
brusca discesa.
• Reflusso gastroesofageo. È la sensazione di acidità sgradevole in bocca, causata dal ritorno dallo stomaco verso l’esofago di cibo già “attaccato” dalle sostanze che permettono la digestione.
• Cuore in gola. I battiti del cuore diventano veloci dopo aver mangiato
qualsiasi cosa, anche una semplice caramella.
• Dolore allo stomaco quando si ha fame. Non sono i crampi che a
volte si possono avere, oppure il brontolio, ma fitte dolorose che passano mangiando anche solo un paio di cracker.
Come regolarsi a tavola
Vi sembra che i sintomi peggiorino a tavola? Alcuni alimenti attivano
in modo diverso la secrezione e la motilità gastriche, a seconda delle
loro caratteristiche, peggiorando i disturbi della gastrite, mentre altri
cibi danno addirittura sollievo.
I cibi da evitare: vino e alcolici in genere. Rallentano lo svuotamento
gastrico: maggiore è la durata della digestione e più intensi sono i disturbi
della gastrite. Menta, caffè e cioccolato: hanno un’azione irritativa a
livello della mucosa gastrica. Aumentano i disturbi di reflusso gastroesofageo, cioè il ritorno dell’acido dallo stomaco alla bocca. Pomodori
e agrumi: contengono sostanze che innalzano l’acidità dello stomaco,
facendo peggiorare i sintomi di acidità e bruciore.
AZ SALUTE
Oggi è superato l’“effetto-bambola”
Calvizie? Spesso fonte di stress
Come si può ricorrere al trapianto
di Marco Strambi
G
Col microinnesto di
singole unità
follicolari,
prelevate da
una zonadonatrice,
eliminati i limiti
delle tecniche
tradizionali
uardarsi allo specchio la mattina e accorgersi che i propri capelli si stanno diradando
mette in allarme molti uomini e donne. Per
diverse persone essere un po’ stempiate non rappresenta un problema, ma per altre la calvizie può essere
una fonte di stress e di perdita di autostima. In questi
casi, si può prendere in considerazione il ricorso a un
trapianto.
Come gran parte delle patologie, anche la calvizie
è influenzata da cause ereditarie. È stato osservato
che i figli di persone calve hanno una maggiore predisposizione alla perdita dei capelli. Inoltre, esistono
cause occasionali e transitorie come stress, cattiva
alimentazione, fumo, bevande alcoliche, uso di alcuni
farmaci, gravidanza e allattamento, shampoo aggressivi, troppo mare, eccessiva esposizione al sole, inquinamento atmosferico.
«In Italia, a soffrire di perdita di capelli sarebbe ben
l’80 per cento degli uomini e il 35 delle donne, percentuale, questa, destinata a salire fino al 50 per cento
dopo la menopausa» spiega il dottor Carlo Alberto
Pallaoro, specialista in chirurgia estetica plastica a
Padova.
«Il trapianto di capelli – aggiunge Pallaoro – rappresenta oggi l’unico trattamento efficace nel lungo periodo per ripristinare i capelli nelle zone dove ormai i
bulbi non sono più attivi e dove la calvizie ha avuto la
meglio, un fenomeno comune a uomini e donne, ma
difficilmente accettato con serenità, perché alla chio-
ma sono legati significati simbolici che richiamano
giovinezza, benessere e sex appeal».
Per lo specialista, il trapianto è indicato in coloro che
desiderano ripristinare una chioma omogenea, distribuendo capelli in aree circoscritte dove si nota un
antiestetico diradamento o alopecia. «Trapiantare i
capelli – sottolinea il dottore Pallaoro – non significa
bloccare la calvizie, né creare dal nulla nuovi capelli.
Semplicemente, con questa procedura chirurgica, i
capelli già presenti vengono distribuiti secondo una
nuova densità, ricreando otticamente un rinfoltimento. In altre parole, si prelevano dalla nuca i follicoli attivi (zona da cui geneticamente i capelli non cadono)
e si trapiantano dove c’è necessità».
Come si esegue un trapianto di capelli? Inizia con un
prelievo, mediante il quale i bulbi vengono prelevati
da una zona “donatrice”, ricca di capelli, generalmente la nuca (regione occipitale), per essere poi impiantati nelle zone povere o prive di capelli. Due sono le
alternative previste per questa fase: è possibile prelevare le singole “unità follicolari” o una “losanga” di
cuoio capelluto.
Le unità follicolari, una volta prelevate, grazie a microbisturi circolari che permettono l’asportazione di
piccolissime zone del cuoio capelluto, vengono reimpiantate direttamente, così come prelevate, senza
essere oggetto di fasi intermedie di lavorazione. Il
prelievo follicolare, ossia il prelievo della singola unità
follicolare pronta per essere reimpiantata, presenta il
SALUTE AZ
IL COSTO DELL’INTERVENTO
vantaggio di essere meno invasivo, ma presenta anche lo
svantaggio di essere poco utilizzabile per calvizie di grosse entità. Nonostante questo, il microtrapianto di singole
unità follicolari ha fatto superare i limiti delle tradizionali
tecniche, tra cui l’effetto “bambola”. Inoltre, ben si presta
per realizzare, in modo “naturale”, il reimpianto dei capelli
nella zona frontale, quella particolarmente impegnativa
dal punto di vista estetico.
La losanga, invece, una volta prelevata, necessita di essere ridotta in tante unità follicolari pronte per essere reinnestate. Il lembo prelevato, generalmente, è costituito
da una striscia allungata la cui altezza si avvicina al centimetro. Il numero delle unità follicolari contenute in un
centimetro quadrato del cuoio capelluto varia da soggetto
a soggetto e dipende da diversi fattori, quali capelli più o
meno folti, più o meno sottili, lisci, ricci.
Alcuni degli operatori dividono il lembo cutaneo prelevato
in parti che possono contenere fino a 5-6 capelli e quindi
più follicoli. Questa operazione richiede tanta pazienza e
precisione.
«Il problema principale – sostiene Pallaoro – è sempre
stato l’esito estetico del trapianto: in molti casi la nuova
disposizione dei capelli risulta fortemente artificiale, causando imbarazzi nel paziente. Questo è dovuto, principalmente, alla tecnica impiegata, che prevede il prelievo di un
lembo di cuoio capelluto, poi frazionato in piccole porzioni
che vengono distribuite per ricreare la presenza dei capelli
nelle zone calve. Con la ricrescita dei capelli si evidenziano così le zolle, cioè veri e propri ciuffetti, con un effetto
“bambola”, molto antiestetico. La soluzione di recente
concezione, il trapianto delle singole unità follicolari, rappresenta l’ulteriore evoluzione».
Quale che sia la tecnica utilizzata, va valutato il costo dell’intervento, che non è trascurabile. «Determinare il costo del trapianto
di capelli è piuttosto difficile, in quanto è strettamente legato alla
durata dell’operazione, che non dipende necessariamente dal numero dei capelli trapiantati, ma anche dal tipo di calvizie e diradamento presente e quindi dal “disegno” dell’intervento necessario»
avverte il chirurgo estetico Carlo Alberto Pallaoro. «Il prezzo del
trapianto di capelli, inoltre, deve essere sommato alle eventuali
sedute successive di ritocco, quindi viene determinato solo al
momento del colloquio e dell’analisi da parte del chirurgo. Solo in
seguito ad una visita preoperatoria si potrà valutare economicamente il singolo intervento».
Altra preoccupazione sono i risultati dopo il trapianto. «Non bisogna avere fretta di vedere il risultato dell’intervento: i capelli sono
organi asincroni, ovvero hanno dei cicli sfasati di crescita» avverte
il dottor Piero Tesauro, responsabile del servizio di Chirurgia
della Calvizie dell’Istituto Dermatologico Europeo a Milano. «Così,
anche nel paziente trapiantato la crescita può iniziare ordinatamente allo scoccare delle dieci settimane, ma a volte copre un
periodo compreso tra le 10 e le 16 settimane. Per cui, prima del
sesto mese i giudizi sull’efficacia del trapianto dovrebbero essere
rinviati e l’ansia contenuta con fiducia». I risultati migliorano ulteriormente sia per densità sia per qualità sino a un anno di distanza
dall’intervento. «Oggi – continua Tesauro – la maggioranza dei
pazienti diradati può tranquillamente riprendere la propria vita
normale, senza che qualcuno si accorga dell’intervento eseguito;
per i soggetti dalla calvizie più avanzata, l’intervento può essere
confuso con una dermatite. Nel periodo post-operatorio, bisogna
attendere con pazienza che le piccole crosticine si distacchino senza traumi, shampoo dopo shampoo, e sopportare il lieve prurito
del terzo-quarto giorno dopo l’intervento».
Due, infine, le precauzioni da osservare nel periodo post-operatorio, che riguardano l’esposizione al sole e alle polveri. «Il sole
determina l’abbronzatura del cuoio capelluto come di ogni altra
parte del corpo.Nel caso ciò avvenga durante la fase di guarigione delle incisioni o del loro moderato rossore nei due mesi
successivi, queste ultime possono intrappolare nel loro interno
del pigmento, rimanendo leggermente più scure ad abbronzatura passata» conclude Tesauro. Le polveri è bene che non raggiungano un tessuto in fase di guarigione; pertanto, per almeno
due settimane, bisogna evitare di rimanere scoperti in ambienti
polverosi. Un cappellino da baseball rappresenta la soluzione
ideale per entrambi i problemi. Le visite di controllo si eseguono
il giorno dopo l’intervento, dopo due settimane, dopo 2-3 mesi,
dopo 5-6 mesi e dopo un anno».
AZ SALUTE
La scoperta di un italiano negli Usa
Ansia, depressione e stress da trauma
Trovata la “chiave” per i farmaci del futuro
S
di Paola Mariano
Alla base dei
disturbi uno
squilibrio nella
produzione
di ormoni del
cervello
tress post-traumatico, traumi difficili da dimenticare e tanta ansia: oggi si cominciano
a comprendere meglio le radici profonde di
questi disturbi. Alla base potrebbe esserci uno squilibrio molecolare nella produzione di “neuro-ormoni”
(gli ormoni del cervello). Uno scienziato italiano che
lavora in Usa, Graziano Pinna, professore associato
del Dipartimento di Psichiatria presso l’Università dell’Illinois a Chicago, ha scoperto che la riduzione della concentrazione di una famiglia di molecole, dette
neurosteroidi, derivanti dal colesterolo, è legata ad
ansia e disturbi da stress. In collaborazione con colleghi della Yale University, lo scienziato ha pure scopero
che i livelli di una di queste molecole, l’allopregnanolone, risultano ridotti nei pazienti con disturbo da stress
post-traumatico (PTSD). Ora da queste scoperte potrebbero presto sortire nuove terapie: sono già in fase
di sperimentazione, in molti laboratori del mondo,
farmaci che contrastano il deficit di neurosteroidi e
che potrebbero rappresentare la prossima frontiera
terapeutica contro ansia, stress e depressione, agendo su “tasti” diversi da quelli dei farmaci oggi in uso,
non sempre efficaci e scevri da effetti collaterali.
A Torino, in occasione del “6th International Meeting–
Steroids and Nervous System”, i massimi esperti del
settore hanno discusso di queste nuove strategie terapeutiche per il trattamento dell’ansia e del PTSD.
«L’incidenza della sindrome da stress post-traumatico, che fa parte del complesso dei disturbi d’ansia, sta
aumentando, per diversi motivi, nei paesi occidenta-
li», ha spiegato Pinna ad “AZ Salute”, complici molti
eventi della vita quotidiana che possono riguardarci
direttamente o indirettamente (incidenti stradali, atti
di violenza psicologica, fisica o sessuale, o catastrofi
come un terremoto).
«La frequenza del PTSD – aggiunge il professore – va
aumentando soprattutto nei grossi centri urbani anche per via dei ritmi sempre più sostenuti e stressanti. Inoltre, l’ansia generalizzata è in aumento come
effetto dell’isolamento sociale che molto spesso si
vive, paradossalmente, proprio nelle grandi città e
dello stress della vita moderna».
I dati di prevalenza dei disturbi mentali nella popolazione adulta italiana – forniti dalla “World Mental
Health (WMH) Survey Iniziative “dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità – mostrano che le donne hanno una probabilità tripla, rispetto agli uomini, di sviluppare un disturbo d’ansia. Circa l’11 per cento degli
italiani ha sofferto di un disturbo d’ansia nella propria
vita, il 6 per cento di fobie. Abbastanza comuni, in
ordine di prevalenza, sono anche i disturbi da stress
traumatico, la fobia sociale, l’ansia generalizzata.
La maggior parte degli studi epidemiologici evidenzia che circa un terzo della popolazione ha avuto o
avrà nel corso della sua vita un disturbo psichico. Tra
questi, i più diffusi sono proprio i disturbi d’ansia e
quelli di tipo depressivo. Il 60 per cento degli uomini
e il 50 per cento delle donne vive l’esperienza di un
evento traumatico durante la propria vita e può sviluppare il PTSD. Di fatto, l’8 per cento degli uomini e
SALUTE AZ
Graziano Pinna
il 20 per cento delle donne reduci da un’esperienza traumatica sviluppano il disturbo, con gravi ripercussioni sulla qualità
della vita.
L’ansia non trattata o trattata inadeguatamente, ha conseguenze fisiche e psicologiche: problemi cardiovascolari,
come ictus, infarto miocardico, oppure emicrania, asma,
artrite, ma può portare anche a mancanza di autonomia,
difficoltà lavorativa e nelle relazioni sociali, scarso rendimento scolastico, vita povera di stimoli e di soddisfazioni,
nonché a un incremento del rischio di sviluppare altri disturbi psichiatrici.
Oltre a un percorso di psicoterapia, che può primariamente
essere risolutivo, i farmaci oggi più utilizzati per il trattamento dell’ansia sono le benzodiazepine, con azione sedativa e
ansiolitica. Esse controllano l’azione di un messaggero chimico del cervello, il neurotrasmettitore “GABA”, “sedativo” naturale, il più abbondante a livello cerebrale. Ma l’uso di questi
farmaci è limitato dai loro effetti collaterali, in quanto inducono problemi di assuefazione, sedazione e dipendenza.
Si avverte, perciò, un gran bisogno di nuovi farmaci. Nella
conferenza torinese sono emerse nuove strategie terapeutiche per il trattamento dell’ansia e della sindrome da stress
post-traumatico. «Nelle nostre ultime ricerche – spiega
Pinna – è emersa l’importanza giocata dai neurosteroidi nei
meccanismi che nel cervello sono alla base dell’insorgenza
dei disturbi d’ansia, dello stress post-traumatico e anche della depressione. I neurosteroidi risultano essere in concentrazione bassa nel cervello – come si vede dalla loro riduzione
nel liquido cerebro-spinale – dei pazienti affetti da PTSD e
depressione e questa diminuzione è strettamente associata
ai disturbi comportamentali nei pazienti».
Nei suoi ultimi studi, pubblicati sulle riviste Proceeding of the
National Academy of Science of the USA e Behavioral Pharmacology, Pinna e i suoi colleghi hanno utilizzato topolini precedentemente sottoposti allo stress di isolamento sociale per
mimare le risposte comportamentali osservate nei pazienti
con stress post-traumatico. Hanno poi somministrato alle
cavie farmaci che aumentano i livelli di neurosteroidi nel cervello. Per tutta risposta, gli animali hanno mostrato una riduzione della paura e del comportamento “ansioso”. I farmaci
hanno ripristinato in loro i comportamenti normali.
A ulteriore dimostrazione dell’importanza dei neurosteroidi
nei disturbi d’ansia, Pinna ha svolto anche un altro esperimento: inibendo la produzione di allopregnanolone nel cervello dei topolini, si è osservato che questi animali sviluppano sintomi simili al disturbo da stress post-traumatico. Per
lo scienziato italiano impegnato in questi studi a Chicago, «i
nuovi farmaci che hanno la capacità di aumentare in maniera
selettiva i livelli dei neurosteroidi nelle aree del cervello che
controllano il tono dell’umore, quali l’ippocampo e l’amigdala, rappresentano la terapia del futuro per i disturbi d’ansia e
la depressione». Con dei vantaggi rispetto alle terapie oggi
in uso: lo psichiatra tedesco Rainer Rupprecht, del dipartimento di psichiatria dell’Università Ludwig-Maximilians e
del Max Plank Institute di Monaco, ha dimostrato, per ora su
modelli animali in una ricerca pubblicata sulla rivista Nature
Reviews Drug Discovery, che i nuovi farmaci che stimolano
la produzione di neurosteroidi, al contrario delle benzodiazepine, sono esenti da effetti collaterali quali assuefazione,
sedazione e dipendenza.
Ansia, non solo farmaci
Per ansia e stress post-traumatico non ci sono solo i farmaci,
come primo approccio terapeutico si deve tentare la psicoterapia, per esempio le terapie cognitivo-comportamentali.
Queste sono efficaci contro i sintomi da stress post-traumatico e anche quelli ansiosi e depressivi. Prevedono varie tecniche di trattamento.
Esposizione. Il terapeuta aiuta i pazienti a confrontare i ricordi traumatici con le specifiche situazioni che risvegliano il trauma. Lo scopo è quello di dimostrare che la risposta fisica ed
emotivamente intensa che viene generata automaticamente
di fronte a queste situazioni, è eccessiva e che dette situazioni
non sono pericolose.
Terapia cognitiva. Il terapeuta aiuta il paziente a identificare
e modificare le cognizioni eccessivamente negative che generano emozioni. L’obiettivo è la modificazione delle interpretazioni erronee che inducono il paziente a sopravvalutare le
minacce per giungere a conclusioni maggiormente adattive.
Gestione dello stress. Si insegnano una serie di strategie utili
per fronteggiare lo stress (tecniche di rilassamento, training
autogeno, pensiero positivo e dialogo con se stessi, training di
assertività, blocco del pensiero).
AZ SALUTE
Coinvolge oltre 150 mila studenti siciliani
di Arianna Zito
Frutta nelle scuole
Per la salute dei bambini
S
econdo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono cinque le porzioni di frutta e verdura che si dovrebbero consumare quotidianamente. Ma, a detta degli esperti di alimentazione,
frutta e verdura, forse per l’effetto del carovita, o
per la mancanza di tempo – ormai cronica – delle
donne, divise tra lavoro-casa-figli, arrivano,
in particolare la verdura, troppo di rado
sulle nostre tavole. La frutta e la verdura,
poi, non sono quasi mai in cima alla classifica degli alimenti preferiti dai bambini.
Le istituzioni scolastiche della regione che hanno aderito al programma
Province
Agrigento
Caltanissetta
Catania
Enna
Messina
Palermo
Ragusa
Siracusa
Trapani
Scuole
54
29
104
20
57
106
28
44
38
Plessi
101
57
211
40
172
201
46
71
92
Alunni
16.321
10.108
36.107
5.691
15.494
38.633
7.508
13.240
12.983
Totale
480
991
156.085
Nell’Isola,
l’iniziativa
europea attuata
dall’assessorato
alle Risorse
Agricole ed
Alimentari
10
Lo sanno bene le mamme che lavorando di fantasia, aggiungono un po’ di verdura al sugo di pomodoro, oppure tagliano carote o finocchi a strisce
sottili affinché i bambini possano piluccare, quasi
senza accorgersene. O, nel caso della frutta, cercano di renderla più invitante offrendola sotto forma
di frullato o di macedonia.
Anche quest’anno nella nostra Isola verrà attuato il
Programma europeo, realizzato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, “Frutta
nelle scuole” attraverso l’assessorato regionale alle
Risorse Agricole ed Alimentari. «È un’iniziativa – ha
affermato l’assessore, Elio D’Antrassi – che vede
coinvolti, in tutto il territorio siciliano, più di 156 mila
alunni della scuola primaria. Abbiamo scelto di presentarla all’interno di una fattoria didattica, cosa che
permette di rafforzare non solo il legame tra luogo
di produzione e consumo di frutta, ma evidenzia la
fruibilità dell’azienda didattica, come disposto dalle
misure di accompagnamento alla distribuzione di
frutta nelle scuole».
Frutta e verdura, sono considerati dagli esperti dei
veri e propri salvavita, essendo un concentrato di di
sostanze nutritive davvero preziose per la salute di
tutti. Agli inizi degli anni ‘90, negli Stati Uniti, venne
avviata dal National Cancer Institute la campagna “5a-day” che, secondo una ricerca dello stesso Istituto,
ha fatto registrare un primo importante risultato: il
calo dell’incidenza del cancro intestinale, la seconda
forma tumorale per numero di decessi nei paesi industrializzati.
Le iniziative, come “Frutta nelle scuole”, servono
non solo a incentivare i bambini ad un consumo
maggiore e regolare di frutta e verdura, ma anche a
sensibilizzarli al fatto che non basta mangiare un po’
di frutta o verdura ogni tanto, ma è necessario farne
uso quotidiano e più volte al giorno.
«Quando abbiamo presentato questa iniziativa ai
ragazzi di Ragusa – ha detto D’Antrassi – è stato facile constatare il loro interesse e l’apprezzamento
per il valore della dieta mediterranea, intesa come
sistema povero di grassi e ricco di verdura e di frutta, un sistema salutistico che rappresenta il vivere
italiano anzi, a maggior ragione, il vivere siciliano,
perché noi siamo la culla della dieta mediterranea».
Gli obiettivi del Programma Comunitario “Frutta
nelle scuole” sono quelli di incentivare il consumo
di frutta e verdura tra i bambini compresi tra i 6 e
gli 11 anni; realizzare un più stretto rapporto tra il
“produttore-fornitore” e il consumatore, indirizzando i criteri di scelta e le singole azioni affinché si affermi una conoscenza e una consapevolezza nuova
tra “chi produce” e “chi consuma”; offrire ai bambini
più occasioni, ripetute nel tempo, per conoscere e
“verificare concretamente” prodotti naturali diversi
in varietà e tipologia, quali opzioni di scelta alternativa, per potersi orientare fra le continue pressioni
della pubblicità e sviluppare una capacità di scelta
consapevole.
Le informazioni ai piccoli saranno finalizzate e rese
con metodologie pertinenti e relative al loro sistema di apprendimento. Ci saranno, ad esempio, la
creazione di orti scolastici, attività di giardinaggio
e l’allestimento di laboratori sensoriali. I prodotti
ortofrutticoli distribuiti saranno, naturalmente, di
stagione e del territorio.
Oggi, il mondo di domani
Oggi il mondo di domani è l’impegno ad agire per un presente responsabile ed un futuro sostenibile.
Per Bristol-Myers Squibb significa scoprire, sviluppare e offrire terapie innovative per aiutare i pazienti
a sconfiggere malattie gravi. Ma significa anche avere la piena consapevolezza degli obblighi verso la
comunità locale e globale, trasformandoli in impegno concreto. Il nostro impegno guarda al futuro e
www.bms.it
alle realtà più lontane ma inizia nel presente e dai luoghi a noi più vicini. Oggi per il domani.
AZ SALUTE
I NOSTRI BAMBINI
Casa dolce casa, ma quanti incidenti
Tutte le cautele per il bene dei figli
di Giuseppe Montalbano Pediatra di famiglia, consigliere dell’Ordine dei Medici di Palermo
C
asa dolce casa! recita una
famosa frase, ma, evidentemente, chi l’ha scritta
non pensava minimamente
che l’ambito domestico potesse rappresentare il luogo dove i bambini subiscono gli incidenti più gravi, determinando una delle prime cause di morte
e di disabilità nell’infanzia.
In Italia ogni anno gli incidenti domestici causano almeno 4.500 decessi, 130.000 ricoveri ospedalieri e
1.300.000 arrivi al pronto soccorso.
Inoltre, un bambino con meno di 5 anni
d’età ha un rischio almeno 5 volte maggiore di un adulto di finire in ospedale
in seguito ad un incidente domestico.
Per un anziano oltre i 75 anni tale rischio sale ad almeno dieci volte.
Nonostante la frequenza e la gravità
degli incidenti che avvengono tra le
mura amiche rappresentino un vero
e proprio problema sociale, sia per i
costi in vite umane, sia per i costi degli interventi sanitari post-incidente, il
problema viene ancora sottovalutato,
a cominciare dalle famiglie.
Mai, come in questo campo, la
conoscenza dei potenziali pericoli e la loro prevenzione, rappresenta la vera ed unica arma di
cui possiamo disporre.
Quasi sempre nel leggere notizie di cronaca che riportano casi
di incidenti domestici, si parla di
tragiche fatalità, ma quante di
queste sono da attribuire a tragiche “disattenzioni” di noi adulti,
che siamo preposti a vigilare e
tutelare sulla incolumità dei nostri figli?
Le nostre case sono costruite a
misura di adulto, per cui tutto ciò
che è posto ad una altezza che
per noi “grandi” è totalmente visibile, per il bambino rappresenta
12
un momento di curiosità e di scoperta,
prima tappa di un percorso irto di incognite e di pericoli.
Inizieremo a parlare dei pericoli per
così dire generici, per poi passare (in
un articolo successivo), ambiente per
ambiente, ai pericoli specifici.
Elettricità
Non aspettate l’imposizione di una legge per mettere in sicurezza l’impianto
elettrico della vostra abitazione: il così
detto “salvavita” (come dice il suo stesso nome) a fronte di una spesa alquanto modesta, può rappresentare il confine tra la vita e la morte. Vale la pena
di rischiare la vita dei nostri figli per
così poco? Copriamo le prese con gli
appositi tappi copripresa e non lasciamo in giro prolunghe varie o grovigli
di fili che, a partire da prese multiple,
alimentano più elettrodomestici.
Oggetti pericolosi
I bambini più piccoli portano istintivamente, come momento di conoscenza, tutto ciò che vedono o toccano
in bocca, con gravissimi rischi per la
propria incolumità. Basti pensare ad
oggetti piccoli, ma sufficienti a provocare soffocamento, oppure a farmaci o
ancora a detersivi. I bambini più grandicelli sono attratti dal fuoco e da tutto
ciò che lo può provocare: non lasciate
incustoditi fiammiferi, accendini e tutto ciò che può essere infiammabile;
anche una sigaretta spenta male può
rappresentare una tentazione per il
piccolo “Nerone”. Per non parlare del
fascino maligno che emanano le armi,
sia da taglio, sia da fuoco: quante volte leggiamo di ragazzini che uccidono
familiari o coetanei per far vedere loro
la pistola che il papà tiene nel cassetto
del comò, come se fosse un oggetto
qualunque e non un dispensatore di
lutti? Chiudere a chiave i cassetti non
è mancanza di fiducia, ma atto di prudenza: ricordo un episodio accaduto
ad un mio piccolo paziente di poco più
di due anni, il quale aprendo i cassetti di un vecchio comò, piuttosto alto,
a mò di piramide, si creò una scaletta
sufficiente a farlo salire su quel mobile,
per poi cadere rovinosamente a terra,
provocandosi un forte trauma contusivo e parecchi punti di sutura.
Spigoli e tappeti
Possono rappresentare delle
vere e proprie trappole: copriamo gli spigoli con i paraspigoli e
mettiamo sotto i tappeti quegli
adesivi che ne impediscono lo
scivolamento o l’accartocciamento.
Piante
Molte piante ornamentali contengono sostanze tossiche, per
cui sarebbe opportuno che di
ognuna si conoscesse il nome:
nel malaugurato caso di ingestione di qualche foglia, il centro
antiveleni consultato sarebbe in
grado, in pochissimo tempo, di
fornire adeguati rimedi.
SALUTE AZ
OSSERVATORIO
Medicina predittiva. è davvero un bene
conoscere in anticipo la propria sorte?
di Adelfio Elio Cardinale Direttore Scientifico Policlinico Universitario di Palermo
P
izia, nell’antica Grecia, era la
vergine sacerdotessa che a
Delfi, ricevute le richieste degli interroganti, entrava nell’adito del tempio e recitava i responsi
dell’oracolo di Apollo. Agli inizi, l’oracolo profetava una sola volta all’anno,
in primavera. Poi, per la quantità di
quesiti da parte di privati cittadini e di
re, provenienti da tutto il mondo, ogni
giorno ben tre Pizie furono messe a disposizione dei consultanti.
Un recente accadimento fa riemergere alla memoria le antiche storie su
oracoli e predizioni. Una donna di 45
anni – con una predisposizione familiare al cancro del seno – dopo i risultati
dell’esame genetico (gene BRCA1 e
BRCA2 mutati e, quindi, con un rischio
di malattia pari a oltre il 50 per cento) si
è sottoposta, in un ospedale di Pavia,
preventivamente all’asportazione chirurgica bilaterale delle mammelle e alla
loro ricostruzione, non per curare, ma
per prevenire l’eventuale insorgere di
tumore maligno. Tale comportamento
e l’instaurarsi di una “chirurgia preven-
tiva” ha creato polemiche e dispareri.
Inoltre, la rivista americana Science
– una delle più autorevoli al mondo
– ha pubblicato uno studio, secondo il
quale si può prevedere geneticamente
la morte di un uomo con il 77 per cento
di accuratezza.
Gli avanzamenti della ricerca biomedica sugli elementi e parametri per allungare la vita risale agli anni ’70 del secolo
scorso, con studi su telomeri, gene che
controlla l’apoliproteina E, gene p63,
proteina p66 5hc, ecc.
Tutto ciò è un passo avanti nella medicina o una predizione che può destare
paura od orrore nella persona interessata? In relazione alla predittività del
tumore della mammella, gli oncologi
sono divisi, anche se la grande maggioranza invita alla prudenza. Monitorare
il caso o mutilare la donna per cancellare la sola ipotesi di malattia? Chirurgia
profilattica o diagnosi precoce?
La seconda opzione è di gran lunga preferibile. Preliminarmente occorre ricordare che anche chi non è portatrice di
gene mutato, corre il rischio di svilup-
pare un tumore mammario. Per contro, nella fase affatto iniziale – quando
il focolaio neoplastico non è palpabile,
ma rilevabile solo con i raggi X – si prospetta una guarigione della neoplasia
nel 98 per cento dei casi. Eventualità
che è bene tenere presente, senza terrore o drammi ansiogeni.
Pertanto screening e controlli accurati e
periodici sono la soluzione più ragionevole: mammografia ogni anno, ecografia anche due volte l’anno, risonanza
magnetica nei casi incerti o dubbi.
Controlli continui e precisi sono, ad
avviso della maggioranza degli specialisti, in grado di assicurare vita serena
e tranquilla, anche in chi è portatore
di una mutazione genetica. A fronte
di terapie brutali, è dovere del medico
garantire prestazioni con minima invasività del corpo, mediante trattamento
efficace, quanto più ridotto possibile.
In relazione alla possibile eventualità
di conoscere anticipatamente la durata della propria vita, l’uomo oscilla tra
due sentimenti opposti: l’istinto di voler sapere tutto del futuro; la tendenza,
come gli struzzi, a nascondere la testa
nella sabbia per non vedere nulla.
Il passo avanti nella genomica personalizzata e nella medicina predittiva
è certamente un importante avanzamento nella scienza biomedica. Ma
non aggiunge un solo grano di felicità.
Anzi, può essere causa di una devastante tempesta psicologica. A qualunque età è forte in noi la necessità teorica e ideale di una prospettiva infinita
di futuro.
Non cercare di sapere quel che avverrà
domani, scriveva Orazio. Infatti il futuro è come il paradiso: tutti lo esaltano,
ma nessuno ci vuole andare adesso. Se
vogliamo giocare con l’avvenire, affidiamoci a maghi e cartomanti. Con ironica leggerezza.
13
AZ SALUTE
Nuova frontiera dell’odontoiatria
Bocca in salute, attenti agli stili di vita
Dieta e igiene orale binomio vincente
L
di Giuseppe Pizzo
Parodontologia
Odontoiatria Preventiva
e di Comunità
Policlinico Universitario
di Palermo
Le buone
abitudini da
seguire ogni
giorno per
prevenire
carie, erosioni
dello smalto,
parodontite e
cancro orale
14
a prevenzione rappresenta un’arma straordinaria per battere sul tempo e con successo
malattie diffuse e gravi, come le patologie
cardiovascolari associate ad aterosclerosi (infarto,
ictus, trombosi, embolia) e i tumori (mammella,
utero, prostata, colon). Si basa soprattutto sulla
capacità di compiere scelte “salutari” (smettere di
fumare, mangiare meno e meglio, aumentare l’attività fisica quotidiana) e di mantenerle nel tempo.
L’adozione di stili di vita corretti, pertanto, rappresenta oggi un obiettivo primario per ogni individuo
che voglia mantenersi sano a lungo. Anche la salute
della bocca e dei denti va costruita giorno per giorno, fin dalla più tenera età, attraverso l’adozione di
stili di vita adeguati a prevenire le più importanti
malattie del cavo orale (carie, erosioni dello smalto,
parodontite cronica, cancro orale).
Fumo e alcol abitudini ad alto rischio
Il consumo di tabacco e di alcol rappresentano comportamenti individuali che mettono in serio pericolo la salute orale. Il fumo è l’unico fattore di rischio
conosciuto per il cancro orale, temibile neoplasia
maligna, che insorge più frequentemente nel fumatore di mezz’età e che, negli ultimi decenni, colpisce
sempre di più anche le donne. L’associazione fumo
e alcol, inoltre, fa crescere vertiginosamente il rischio di cancro orale.
Il fumo rappresenta un importante fattore di rischio
anche per la parodontite cronica, malattia infiammatoria che colpisce le gengive e l’osso di sostegno
dei denti, causata dai batteri della placca dentale.
Il consumo di tabacco è in grado di influire sia sulla progressione della parodontite, accelerandone il
decorso, sia sulla risposta alla terapia, rendendola
meno efficace.
Recenti ricerche hanno altresì evidenziato che anche il consumo di alcol, così come uno stile di vita
caratterizzato da stress, obesità e sedentarietà,
possono aumentare il rischio di ammalarsi di parodontite.
L’importanza di dieta e igiene orale
L’adozione di abitudini alimentari adeguate e una
corretta igiene orale, sono elementi fondamentali
di uno stile di vita che assicuri il mantenimento della salute orale. Una dieta non bilanciata, povera in
frutta e verdura, sembra favorire l’insorgenza del
cancro orale, specie in giovani consumatori di alcol e fumatori. Un’alimentazione ricca in zuccheri
semplici (saccarosio, glucosio) e caratterizzata da
frequenti spuntini nel corso della giornata, specie
a base di prodotti industriali zuccherati e morbidi
(per esempio merendine), predispone all’insorgenza della carie dentaria (progressiva distruzione del
dente ad opera dei batteri della placca).
Oltre alla riduzione degli zuccheri e della frequenza della loro assunzione, la corretta rimozione della placca batterica, mediante l’uso dello spazzolino dopo ogni pasto, è un’abitudine da coltivare fin
dall’infanzia per prevenire le malattie dento-parodontali. Il consumo eccessivo di bevande e cibi
acidi (soft drinks, agrumi, integratori salini, vino)
rappresenta una pericolosa minaccia per l’integrità dello smalto, il rivestimento esterno dei denti,
che va incontro a fenomeni di erosione (progressiva distruzione dello smalto con conseguenti problemi estetici e di ipersensibilità).
Prevenzione odontoiatrica e stili di vita
Gli stretti legami esistenti tra malattie dento-parodontali e stili di vita, implicano che gli operatori
sanitari odontoiatrici (dentisti e igienisti dentali)
possono promuovere la salute orale non soltanto curando tali malattie, ma anche attraverso un
approccio mirato a modificare gli stili di vita che
influenzano la salute di denti e gengive. Questo
approccio è particolarmente importante se si considera che gli odontoiatri sono gli specialisti più
consultati dagli italiani e che, pertanto, tali professionisti si trovano nella condizione ideale per
correggere gli stili di vita non salutari in una quota
rilevante della popolazione.
SALUTE AZ
Presentato a Firenze lo studio “Opposites”
Perché si verifica un infarto?
Gli scienziati vogliono capirlo
A
ncora oggi, le malattie cardiovascolari rappresentano nel nostro Paese la principale
causa di morte, essendo responsabili del 44
per cento di tutti i decessi.
Non vi è dubbio che l’avere individuato negli anni ’50
molti fattori di rischio cardiovascolare, rappresenta
un importante traguardo per la cardiologia.
Sappiamo da tempo che chi fuma ha un rischio di
sviluppare ictus cerebrali, infarti, di gran lunga superiore a chi si tiene alla larga dalle sigarette, così
come chi soffre di ipercolesterolemia, ipertensione
o diabete.
Se si può affermare che la coesistenza di più fattori di rischio, aumenta ulteriormente la possibilità di
andare incontro ad infarti, non si può negare che la
completa assenza degli stessi, purtroppo, non ne
elimina del tutto il rischio.
L’infarto del miocardio può infatti colpire tutti. I fattori di rischio indicano soltanto la probabilità statistica del verificarsi degli eventi. Va ricordato, che il 30
per cento degli individui che ha un infarto presenta un solo fattore di rischio, il 20 non ne ha alcuno,
mentre il 70 per cento dei soggetti che presentano
3 o più fattori di rischio muore spesso per cause non
cardiache.
Tra i fattori di rischio emergenti, sicuramente la predisposizione genetica è uno di quelli maggiormente
indagati e la possibilità di utilizzare test genetici che
predicano la suscettibilità alle malattie cardiovascolari potrebbe avere un enorme impatto in termini di
prevenzione. Riuscire a capire perché alcune persone
a rischio vengono effettivamente colpite da infarto,
mentre in altre persone, ugualmente a rischio, l’attacco non avviene, potrà contribuire a ridurre la mortalità cardiovascolare. È questa la linea di partenza dello
studio Opposites, ideato dalla Fondazione Centro
per la Lotta contro l’Infarto, insieme all’Associazione
Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO)
e la Fondazione per il Tuo Cuore, che si pone l’ambizioso obiettivo di chiarire meglio in che modo e per
quale motivo si verifica un attacco di cuore.
Francesco Prati, direttore della Struttura Complessa di Cardiologia Interventistica dell’Ospedale San
Giovanni Addolorata di Roma e Presidente della
Fondazione Centro per la Lotta contro l’Infarto, nel
corso della XXVIII edizione del Congresso di Cardiologia “Conoscere e curare il cuore” ha spiegato che,
sebbene i fattori di rischio-infarto siano facilmente
identificabili, questi non possono, in alcun modo
farci capire se e quando l’attacco al cuore potrà verificarsi, poiché non sono ancora stati riconosciuti
gli stimoli che fanno precipitare la situazione. Le
cause che possono determinare un improvviso passaggio da una situazione di stabilità della malattia
coronarica verso l’instabilità, e quindi l’infarto, sono
verosimilmente molteplici e la loro individuazione
rappresenta attualmente un obiettivo di ricerca strategica cruciale per lo sviluppo dei nuovi strumenti di
prevenzione e terapia.
Lo studio Opposites, valuterà in pazienti colpiti da un
primo infarto, le caratteristiche delle placche aterosclerotiche e grazie a questo studio, in futuro, saremo in grado di identificare le caratteristiche specifiche, distintive delle lesioni che diventeranno instabili
e che potrebbero non essere uguali in tutti i casi. La
nuova sfida consiste quindi nella prevenzione degli
stimoli trombogenici occasionali.
La ricerca utilizza una tecnica morfologica innovativa, l’optical coherence tomography, che apre un
nuovo capitolo della ricerca cardiologica. L’OCT
studia le arterie del cuore con una precisione che si
avvicina alle immagini che solo l’anatomo patologo
può ottenere al tavolo antoptico. La differenza è che
le informazioni vengono ottenute durante una semplice coronarografia, inserendo una piccola sonda
all’interno delle coronarie. Questa tecnica consente
di studiare le placche aterosclerotiche delle coronarie e correlare gli aspetti con gli eventi clinici negli
anni successivi. Grazie a queste tecniche innovative,
probabilmente, in un futuro prossimo, sarà più facile
identificare i soggetti a rischio di infarto.
di Rossana Marcianò
I fattori
di rischio
indicano
soltanto la
probabilità
statistica che
si verifichi
l’evento
15
AZ SALUTE
quasi cinquanta miliardi di franchi svizzeri il fatturato del 2010
Roche, leader mondiale in oncologia
Presentati a Basilea i risultati del Gruppo
P
In crescita
la divisione
diagnostica in
Italia con un
fatturato, lo
scorso anno,
di 440 milioni
di euro
16
resentati recentemente a Basilea i risultati 2010
del Gruppo Roche. Leader mondiale in oncologia
e nel biotech, l’azienda svizzera ha chiuso l’anno
con un fatturato di 47,5 miliardi di franchi svizzeri, in linea con le previsioni: «Risultati solidi – ha commentato
il numero uno del Gruppo Roche, Severin Schwan – nonostante un contesto di mercato sempre più difficile».
Roche conta oltre 80.000 dipendenti nel mondo e
lo scorso anno ha investito più di 9 miliardi di franchi
svizzeri in ricerca e sviluppo. Roche è proprietaria di
Genentech, negli Usa, ed ha interessi di maggioranza
nella giapponese Chugoi Pharmaceutical.
In Italia, Roche S.p.A., la divisione farmaceutica del
Gruppo, ha registrato un fatturato complessivo di
993,9 milioni di euro, in lieve calo rispetto al 2009, confermandosi la terza azienda italiana nel settore farmaceutico e la prima in quello ospedaliero. Commentando
i risultati, l’Amministratore Delegato di Roche S.p.A. e
Vicepresidente di Farmindustria Maurizio de Cicco,
ha sottolineato che “in presenza di un quadro non favorevole a investimenti e innovazione, ulteriormente
complicato dalle battute d’arresto nello sviluppo di alcuni importanti prodotti della nostra pipeline, nel 2010
Roche ha contenuto la flessione attesa”.
In crescita la divisione diagnostica del Gruppo in Italia,
che chiude l’anno a 440 milioni di euro (+4,4 per cento)
anche grazie alla nuova divisione Tissue Diagnostics
senza la quale il segno positivo sarebbe stato più con-
tenuto. «Un risultato – ha commentato Jean Claude
Gottraux, Amministratore delegato di Roche Diagnostics S.p.A. – che conferma la posizione leader di Roche
Diagnostics nel settore della diagnostica istologica e il
riconoscimento dell’elevato contenuto tecnologico ed
innovativo dei suoi prodotti».
Nel 2011 Roche punterà a consolidare la propria leadership in oncologia ed ematologia, aree cui appartengono alcune delle terapie di riferimento nel tumore alla
mammella, al colon retto, al polmone e nel linfoma
non Hodgkin, nonché a potenziare la sua presenza in
reumatologia e virologia.
La novità dell’anno riguarda proprio l’oncologia, con
la recente indicazione di trastuzumab nel trattamento
del tumore dello stomaco, patologia, che ogni anno, in
Italia, colpisce più di 12.500 persone e causa oltre 7.000
decessi. Il 16 per cento circa dei casi di tumore gastrico,
sono di tipo HER2 positivo e chi ne è colpito può beneficiare del trattamento con trastuzumab in aggiunta alla
chemioterapia. Un risultato importante, frutto dell’impegno costante in innovazione di Roche.
Già terapia di riferimento per il tumore al seno HER2
positivo, di cui ne ha cambiato la storia naturale, trastuzumab potrà rivoluzionare ora, in modo analogo, il
trattamento del carcinoma gastrico avanzato, grazie ai
benefici sulla sopravvivenza.
«Trastuzumab, nelle sue due indicazioni – aggiunge il
dottore de Cicco – rappresenta un esempio concreto
SALUTE AZ
di medicina personalizzata,
di target therapy, la prima
approvata da EMEA ed
FDA, in combinazione con
la chemioterapia per i pazienti con tumore gastrico
metastatico HER2 positivo,
ed è frutto del lungo lavoro
di ricerca del Gruppo che,
proprio in queste aree di
grandissima specializzazione, sta concentrando il suo
Severin Schwan
impegno, per offrire ai pazienti trattamenti “su misura”».
Sono ben sei le nuove molecole target therapy, tra
quelle giunte nelle fasi finali di sviluppo, a cominciare
dal nuovo farmaco RG7204 per il trattamento di una
delle forme di tumore cutaneo più aggressive e mortali, il melanoma in stadio avanzato positivo alla mutazione del gene BRAF V600. «Grazie ai suoi straordinari
risultati preliminari – sottolinea il dottore Maurizio de
Cicco – lo sviluppo della molecola sta procedendo in
maniera estremamente rapida e potrebbe essere disponibile per i pazienti prima della fine del 2012».
Nel caso della RG7204, un farmaco Roche è, per la
prima volta, in co-sviluppo con un test diagnostico
sperimentale: un ulteriore esempio di approccio personalizzato alla cura perseguito dal Gruppo Roche,
attraverso le sue due componenti, diagnostica e farmaceutica. L’utilizzo di biomarcatori e di strumenti
diagnostici altamente specializzati permette di orientare lo sviluppo del farmaco fin dalle sue fasi iniziali,
verso l’individuazione della terapia mirata per uno
specifico gruppo di pazienti.
Intanto, nei laboratori Roche, non si arresta lo sviluppo clinico di bevacizumab, capostipite dei farmaci
antiangiogenesi, che ha rivoluzionato il trattamento
delle patologie oncologiche, tanto che il suo inventore, il catanese Napoleone Ferrara, è stato premiato
con il Nobel americano, il “Lasker Award”. Nel 2012 è
attesa la nuova importante indicazione terapeutica
per il trattamento del tumore ovarico, patologia grave
per la quale non esistono, al momento, terapie di riferimento. Il cancro ovarico in Italia colpisce, ogni anno,
circa 5.000 donne. Una buona notizia per le pazienti
italiane, considerato che una novità terapeutica nel
settore era attesa da ben 15 anni.
L’intervista
a Maurizio de Cicco, Amministratore Delegato
di Roche S.p.A. e Vicepresidente di Farmindustria
Quali problemi vive in Italia un’industria farmaceutica?
«In una situazione generale di difficoltà, la nostra affiliata sta vivendo
tutte le contraddizioni di un “Sistema Paese” che offre poche certezze
al comparto e continua a investire con poca convinzione in innovazione.
Accanto a problemi noti, quali la burocrazia, i ritardi e l’assenza di una
politica industriale chiara e stabile nel farmaceutico, si percepiscono i rischi, che potrebbero derivare al Paese, da un’applicazione non corretta
del federalismo fiscale».
Teme delle disparità tra regioni?
«Sarà importante che le istituzioni lavorino sul chiarimento delle norme
in grado di scongiurare l’accentuarsi delle disparità, tra le diverse aree
d’Italia, nell’accesso ai farmaci innovativi. Ed è proprio sul concetto di
“innovatività” dei farmaci che sarà importante concentrarsi».
Un passo importante è l’accordo siglato nell’ambito della
“Conferenza Stato-Regioni”…
«Il recente accordo siglato in “Conferenza Stato-Regioni”, grazie al
Ministro della Salute Ferruccio Fazio, per l’immediata disponibilità
delle terapie innovative su tutto il territorio nazionale, dopo l’approvazione dell’Aifa, pur rappresentando un passo avanti importante nell’assicurare omogeneità d’accesso alle cure a tutti i cittadini, non chiarisce
e non riconosce il contributo
dei farmaci oncologici al miglioramento della sopravvivenza e della qualità di vita
dei pazienti. Al momento,
infatti, nessun farmaco oncologico sembra possedere i
cosiddetti criteri di innovatività terapeutica stabiliti dalla
Commissione tecnico-scientifica dell’Aifa. Un’assenza
che appare certamente
un’anomalia, considerate
le conquiste più recenti delMaurizio de Cicco
la ricerca scientifica. Ecco
perché la condivisione dei
criteri alla base della definizione di innovatività appare
la necessaria premessa perché ai pazienti siano garantite le stesse opportunità di
trattamento, ovunque essi
risiedano».
Un nuovo farmaco sperimentale contro il cancro della pelle
Tra le novità di maggior rilievo attese dalla ricerca Roche, il nuovo farmaco sperimentale
RG7204 per la terapia di una delle forme più
aggressive e mortali di cancro della pelle, il
melanoma in stadio avanzato positivo alla
mutazione del gene BRAF V600. I pazienti
arruolati in un ampio studio Internazionale
di fase III, ai quali è stato somministrato
RG7204, sono vissuti più a lungo e senza
progressione di malattia, rispetto ai pazienti
ai quali è stato somministrato l’attuale standard terapeutico. I dati completi dello studio
saranno presentati entro il 2011. RG7204
rappresenta un esempio dell’approccio personalizzato adottato da Roche nelle terapie
mediche, attraverso l’utilizzo di biomarcatori e strumenti diagnostici per l’individuazione del farmaco giusto per ogni paziente.
17
AZ SALUTE
CHECK-UP PER UN VIP
Charles De Gaulle
L’eroe della Grandeur nascondeva gli acciacchi
N
di Luciano Sterpellone
onostante la sua altezza
che si stagliava di un palmo al di sopra delle teste
della folla, anche il generale francese Charles De Gaulle, uno
degli eroi della II guerra mondiale, aveva problemi di salute come ogni essere
umano. Così nel 1959, poco dopo essere
stato eletto presidente della Repubblica
francese, cominciò a soffrire di disturbi
urinari procuratigli da un’ipertrofia della prostata: l’aumento di volume della
ghiandola impediva il libero passaggio
di urina verso l’esterno, per cui fu necessario applicare un “catetere a permanenza”, che consentiva lo svuotamento
periodico della vescica.
Il giovamento fu immediato, a tal punto che il Generale, sapendo che quel
tipo di catetere era stato inventato di
recente, chiese di potersi congratulare con l’inventore. Ma
con suo grande dispiacere venne a sapere che non si trattava
di un’invenzione francese, bensì
americana. E, poiché, nonostante la sua posizione di livello internazionale, continuasse ad essere
un viscerale e irriducibile antiamericano, sulle prime rifiutò di
servirsi ancora di quel catetere.
Ma i medici insistevano sulla sua
assoluta necessità e, pertanto,
acconsentì a portarlo, a condizione – però – che il fatto fosse
considerato “segreto di Stato” e
non fosse reso pubblico.
Oltre all’ipertrofia della prostata, Charles De Gaulle soffriva di
ipertensione arteriosa e di arteriosclerosi. Un brutto momento
fu quando gli venne riscontrato
un aneurisma dell’aorta, di dimensioni allarmanti, con il pericolo di un’emorragia mortale
per un’improvvisa rottura.
18
Chiunque, in condizioni del genere,
avrebbe abbandonato fisime e antipatie
personali. Ma l’avversione di De Gaulle
per tutto ciò che non era francese, si manifestò nuovamente quando, avendogli
i medici diagnosticato anche un diabete
mellito e prescritto una serie di iniezioni
di insulina, egli cercava di saltarne qualcuna, essendo venuto a sapere che anche l’insulina non era una scoperta francese, ma canadese. Il tutto, ovviamente,
a proprio rischio e pericolo. E nemmeno
quando il suo medico Lichtwitz scoprì
un grave difetto di irrorazione degli arti
inferiori (complicazione vascolare del
diabete) si mostrò disposto a seguire le
cure prescritte e a smettere di fumare le
sue sessanta sigarette quotidiane.
La scarsa attenzione che De Gaulle rivolgeva ai propri mali non mancò, quindi,
di comportare varie complicazioni, che
portarono dapprima all’asportazione
chirurgica della prostata (un’operazione, allora, molto cruenta e dolorosa),
indi – a causa del diabete e dell’ipertensione non controllati nel modo dovuto
– a gravi alterazioni dei vasi sanguigni
degli arti e degli occhi, in particolare a
una cataratta diabetica bilaterale.
Si dovette allora ricorrere all’asportazione del cristallino, operazione anche
questa, a quel tempo, molto dolorosa.
Non essendo stato risolutivo l’intervento alla cataratta, gli era stato prescritto un paio di occhiali: ciononostante, pur non riuscendo più a vedere
chiaramente gli oggetti, né a distinguere la fisionomia degli interlocutori,
il Generale gli occhiali li portava solo in
privato, mai in pubblico o alle cerimonie ufficiali.
Le sue condizioni di salute erano ormai divenute così precarie, che all’Eliseo (ove risiedeva) venne approntato un ben
attrezzato Centro di pronto
soccorso, con tanto di sala
operatoria per affrontare ogni
evenienza. Ma non ci fu nulla
da fare quando, il 9 novembre
1970, l’aneurisma dell’aorta
si ruppe improvvisamente:
l’emorragia, implacabile, lo fulminò all’istante.
Così anche la carriera di un generale come Charles De Gaulle,
che era stato il Comandante
supremo della Resistenza francese e che aveva personalmente partecipato alla riconquista
della Francia dopo l’invasione
nazista, fu stroncata da quelle malattie che egli aveva, con
troppa disinvoltura, trascurato
sistematicamente in nome della Grandeur francese.
SALUTE AZ
Ne ha parlato a Palermo uno dei massimi esperti
Tennis, gomito e spalla messi a dura prova
Per le tendinopatie un nuovo laser fai-da-te
T
ra le patologie più comuni nel mondo del
tennis, sia dilettantistico che professionistico, l’epicondilite (il classico gomito del tennista) e oggi, ancor più, le tendinopatie alla spalla,
rivestono un ruolo di primo piano. Sono, infatti, i
disturbi più ricorrenti accusati dai tennisti.
Dell’argomento si è parlato a Palermo con Pierfrancesco Parra, medico chirurgo di Grosseto, responsabile dello staff medico delle squadre nazionali di
tennis di Coppa Davis e di Federation Cup e del centro tecnico della Federtennis a Tirrenia.
Parra ha illustrato la sua lunga esperienza di trattamenti laser su tanti campioni dello sport, da Gelindo
Bordin ad Alberto Tomba, a tanti professionisti della racchetta (Djokovic, Mauresmo, Liubjcic, Schiavone, Pennetta…) con il suo metodo Fp3 System,
nel corso di un convegno, organizzato nella sede
del Country club dalla “Polisportiva club service” del
presidente Giovanni Natoli, in collaborazione con
la Libertas, il Dismot, la facoltà di Scienze Motorie e
la Federazione medico sportiva della Sicilia.
Il medico toscano ha anche anticipato una innovazione nel campo delle apparecchiature laser da lui
ideate: il “doc laser”, che a maggio verrà presentato
ufficialmente a Milano. Si tratta di un apparecchio
di formato ridotto, poco più grande di un telefonino
cellulare programmato per un uso personale terapeutico di un atleta.
«Il tennis negli ultimi decenni – ha spiegato Parra
– ha modificato totalmente la sua espressione e la
sua natura. Dalla tecnica pura, fino agli anni ‘70, via
via si è passati ad una violenza dei colpi e ad una velocità dei movimenti, impressionanti. Tutto questo
comporta, però, un forte logorio e una usura di alcune parti del corpo, tendini, legamenti e muscoli,
più soggetti a fenomeni degenerativi. Con questo
tennis super esasperato, sia tra i professionisti, sia
tra i dilettanti che imitano i grandi campioni, sono
aumentati soprattutto le tendinopatie prima al gomito ed ora, da più recente, alla spalla, per via dei
movimenti estremi nell’eseguire il servizio».
«Infiammazioni tendinee al gomito, ma ancora più
alla spalla – aggiunge Parra – sono oggi riscontrabili anche tra i ragazzini. In gran parte di questi casi,
però, sono la conseguenza di movimenti tecnici o di
impugnature di racchetta non corretti. E in questo
è importante che i maestri si accorgano subito di
questi errori dei ragazzi e provvedano a correggere
le anomalie».
I tennisti alle prese con questi problemi possono
trarre benefici con il trattamento laser. «In questi
di Roberto Urso
Pierfrancesco Parra
ultimi dieci anni – sottolinea Parra – ho riscontrato
che su mille sportivi che si sono sottoposti a terapie
con Fp3 System, il 97 per cento ha risolto il problema. Dal 1997 ho abbandonato il primo apparecchio
con il quale ho cominciato le terapie riabilitative: il
Neodimio Yag focalizzato, capace di penetrare sino
ad 8 centimetri. Una terapia a metà strada tra la
chirurgia e il classico soft laser a bassa potenza. Era
troppo pesante e intrasportabile. Così ho brevettato il più pratico e maneggevole Fp3 System, un apparecchio di poco più di tre chili e quindi portatile,
per essere vicino agli atleti. Produce una miscela
di cinque laser a tre diverse lunghezze d’onda. La
novità di questa metodologia sta nella multifrequenza e nella simultaneità di emissioni di tre lunghezze d’onda ad alte potenze. Ogni trattamento
dura 23 secondi per tre volte al giorno. Un effetto
anti-infiammatorio e rigenerativo dei tessuti. Così
si risolvono tendiniti, borsiti, strappi muscolari,
microfratture da stress, distorsioni. Incidenti tipici
dello sportivo».
Oggi un altro passo avanti, forse rivoluzionario. Il
“doc-laser” che ogni sportivo può portare nel borsone. Un piccolo apparecchio di pronto intervento
di grande utilità soprattutto per gli sportivi professionistici. Ma attenzione, dice Parra: «È una sorta di
fai-da-te che però non può fare a meno di indicazioni, consigli ed un corretto uso da parte del medico
che segue l’atleta».
Pierfrancesco
Parra, responsabile
dello staff medico
azzurro, ha ideato
il doc laser: si porta
nel borsone per
un uso terapeutico
personale
19
AZ SALUTE
Non sentire significa anche comunicare poco
Ipoacusia, quella debolezza d’udito
che rischia di isolarci dal mondo
di Manuela Campanelli
U
Colpisce un
bambino su
mille nuovi
nati, ma anche
gli adulti,
a tutte le età.
Dai geni
al rumore,
le cause
20
dire poco significa anche comunicare poco.
Un udito fragile non permette, infatti, di
avere relazioni ottimali con le altre persone
e interferisce con la propria qualità di vita. Se poi insorge in tenera età, non consente neppure di imparare a parlare come si deve. La Federazione Logopedisti
Italiani (FLI), insieme al Coordinamento dei Logopedisti Europei (CPLOL), ha riportato l’attenzione sui suoi
danni con la Giornata Europea della Logopedia.
La diminuzione d’udito, detta ipoacusia, colpisce un
bambino su mille nuovi nati, l’1 per cento dei piccoli
sotto i 3 anni, il 2 tra i 4 e i 12 anni, il 4 tra i 13 e i 45
anni, il 10 tra i 46 e i 60 anni, il 25 tra i 61 e gli 80 anni e
il 50 per cento degli ultra ottantenni. «I bambini sordi
con età compresa tra 0 e 14 anni, sono circa 100 mila
nel nostro Paese, dove ogni anno nascono oltre mille
piccoli con sordità congenita», precisa Tiziana Rossetto, presidente FLI.
La Rete Udito
A questi numeri preoccupanti, che devono far riflettere, si affiancano tuttavia diversi aiuti per arginare il
problema. La regione Lombardia si è mossa per prima
e ha già istituito un network regionale, costituito da
strutture ospedaliere pubbliche e private che garantiscono un’assistenza di elevato livello a chi non sente
bene. «Qui, le persone affette da sordità di vario grado
possono contare su figure specializzate, su percorsi
diagnostici appropriati e su cure ad hoc per non aggravare il proprio udito e per non farlo diventare un
handicap», spiega Eleonora
Carravieri, presidente dell’Associazione Logopedisti
Lombardi. E aggiunge che
«molto si fa anche per la prevenzione. S’informano, per
esempio, le future mamme
sull’importanza di vaccinarsi contro rosolia, morbillo
Tiziana Rossetto
e parotite che, se contratte
durante la gravidanza, possono alterare il normale sviluppo dell’apparato uditivo del feto. E si cerca di fare il
possibile per evitare un abbassamento dell’udito dovuto a ittero neonatale, incompatibilità Rh, ototossicità da farmaci e alcune malattie infettive nei neonati e
nei bambini molto piccoli».
Sempre in Lombardia, dove ogni anno ben 250 piccoli
nascono ipoacusici, è attiva anche una “Rete Udito”
per lo screening neonatale, che coinvolge le province
di Milano, Bergamo, Como, Lecco, Pavia e Mantova.
Il bambino appena nato può essere sottoposto a una
verifica dell’udito con una frequenza maggiore che
in passato. Circa metà delle regioni hanno uno o più
centri che eseguono screening neonatali universali,
cioè su tutti i nuovi nati, o a “target”, vale a dire solo
su bambini a rischio, partoriti prima del termine o che
sono sottopeso, figli di genitori con problemi uditivi o
venuti alla luce con un parto difficile, o in cui si sospetta
una infezione virale o batterica durante la vita fetale.
Screening neonatali
I neonati vengono, di solito, sottoposti al test delle
otoemissioni acustiche. Consiste nel sollecitare il
loro apparato uditivo con alcuni suoni e nel rilevare
e registrare le risposte sonore emesse dal loro orecchio interno, in risposta agli stimoli acustici ricevuti,
con un piccolo microfono appoggiato sul condotto
uditivo del piccolo.
Gli apparecchi moderni, molto semplici da maneggiare, si avvalgono di segnali luminosi per verificare
la capacità di sentire di un neonato: una luce verde
segnala che l’udito del bambino è nella norma, mentre una luce rossa mette in evidenza che il suo udito
non è perfetto. In quest’ultimo caso, il piccolo deve
essere inviato in un centro audiologico di II o III livello
nell’arco di 6 mesi, affinché possa avere una corretta
diagnosi del suo deficit uditivo.
I neonati possono essere sottoposti anche a un’altra
indagine uditiva: si utilizzano un piccolo altoparlante, che convoglia alcuni suoni nell’orecchio e due o
tre elettrodi da appoggiare sulla testa e sull’orecchio
del piccolo, per raccogliere le risposte sonore provenienti dall’orecchio interno e dai centri nervosi dell’udito, in risposta agli stimoli acustici ricevuti.
Perché si diventa ipoacusici
A determinare una riduzione dell’udito è, molto
spesso, una lesione della coclea o chiocciola, vale
a dire di una piccola struttura dell’orecchio interno,
tappezzata da 40 mila cellule cigliate, responsabili di
tramutare i suoni in impulsi elettrici che, percorrendo
le sottili fibre del nervo acustico, arrivano al cervello,
determinando la percezione del segnale sonoro.
«In più di un terzo dei casi, l’ipoacusia insorge per colpa dei geni, o meglio di un gene chiamato connexina
26, alterato sin dalla nascita. Ma l’età fa anch’essa
la sua parte: la nostra capacità uditiva peggiora dai
30-40 anni in poi», sottolinea Tiziana Rossetto. «Il
rumore eccessivo sui luoghi di lavoro – aggiunge la
presidente FLI – è, inoltre, la causa primaria della
perdita d’udito per 2 milioni di lavoratori nel nostro
Paese. Quello ambientale non è, tuttavia, da meno:
lo sperimentano le persone che vivono nelle grandi
città e anche i giovani che vanno in discoteca: quelli
con problemi uditivi sono passati dal 6 per cento negli anni Ottanta, agli attuali 18 per cento. Secondo
l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 41 milioni di
italiani sono interessati all’inquinamento acustico,
dovuto per il 60 per cento al traffico».
Anche il fumo non va d’accordo con il buon udito. Chi
non ne può fare a meno corre un rischio doppio di andare incontro a problemi uditivi, che aumentano con
il numero di sigarette consumate. Allo stesso modo,
chi vive assieme a un fumatore può andare incontro
a ipoacusia: il fumo passivo è anch’esso nocivo per
le cellule cigliate della coclea. Infezioni batteriche o
virali, quali scarlattina, rosolia, parotite o meningite,
possono danneggiare l’orecchio interno, come pure
l’otite, che se trascurata può provocare forme irreversibili di sordità.
Come accorgersi che qualcosa non va
La sordità prima di diventare manifesta, quando è a
circa metà del suo percorso evolutivo, non dà segni
particolari di sé. Solo più tardi, quando la lesione è
ormai avvenuta, si ha difficoltà a capire le parole o a
sentire il suono del telefono. Nel caso dei bambini,
la mamma può accorgersi, prima del pediatra, che
il proprio figlio non sente bene. Può sospettare un
deficit uditivo se il piccolo non volta la testa quando lo si chiama per nome, quando sbatte la porta o
quando cade un oggetto metallico per terra. Se non
ammicca e non chiude gli occhietti quando si battono le mani.
Imbavagliare il rumore è possibile
Ognuno di noi può, tuttavia, fare qualcosa per proteggere il proprio udito. Per attutire il rumore si possono installare i doppi vetri alle finestre o rivestire di
sughero o di materiale isolante le pareti, il soffitto e
il pavimento; abbassare il volume della radio o del
walkman di due unità e di una quello del televisore;
evitare le discoteche, gli stadi e i ristoranti troppo
rumorosi. Prima di acquistare un elettrodomestico,
è bene chiedere che abbia il requisito di “non rumoroso” e prima di comprare un’auto, è consigliabile
domandare il livello di rumorosità che procura.
È buona abitudine utilizzare le cuffie o i tappi fonoassorbenti, se si lavora in luoghi rumorosi o se si
abita in strade trafficate: permetteranno di diminuire i tempi di esposizione al rumore. Il nostro udito,
per essere in salute, necessita di lunghe pause di
silenzio. Si capisce di essere in un ambiente poco
rumoroso quando si sente un buon confort acustico,
quando si può mantenere un tono di voce normale
con la persone con cui si vuole comunicare senza
doversi sforzare.
21
AZ SALUTE
Un progetto a supporto di chi affronta la malattia
Cancro al seno, la sfida delle donne
per vincere la paura e andare avanti
S
di Monica Diliberti
Sei opuscoli di
informazione
e consigli.
L’importanza
di confrontarsi
in famiglia e
di riscoprire
la propria
femminilità
22
ono oltre 37.000 le italiane che, ogni anno,
ricevono una diagnosi di tumore al seno.
L’incidenza della malattia è in continua
crescita, anche se, parallelamente, aumentano le
possibilità di guarigione. Oggi sono più di 450.000
le donne che convivono con la malattia. Talora, il
percorso terapeutico può essere lungo e complesso, con conseguenze sia sulla sfera fisica, sia su
quella psicologica, sociale, familiare. Si sperimentano cambiamenti importanti nel corpo e nell’anima e può essere facile cedere alla depressione e
allo sconforto. Un supporto adeguato può però
essere di grande aiuto.
Nasce proprio con l’obiettivo di sostenere gli oncologi e le pazienti l’iniziativa “Io vado avanti”, di
AstraZeneca. Il progetto consiste nella realizzazione, da parte di sei esperti, di sei opuscoli ricchi di
informazioni e consigli sugli aspetti più importanti
dopo la diagnosi e durante il trattamento. Si tratta,
in pratica, di un’utile guida per ritrovare il benessere
e la serenità. Gli opuscoli sono distribuiti agli oncologi e le pazienti possono richiederli a loro.
«Ci auguriamo di poter contribuire ad offrire, anche
con questo progetto, un supporto allo specialista
ed un concreto aiuto alle donne, facendo sì che si
sentano sostenute nella loro sfida contro questa
importante malattia», dice il dottore Raffaele Sabia, vice presidente di AstraZeneca Italia.
In “Conosci la malattia e vai avanti”, il dottore Luca
Tondulli, specialista in oncologia medica, dà informazioni e consigli pratici per aiutare a capire ed
affrontare la cura del tumore. Ma non solo. Molta
importanza viene data alla prevenzione, ricordando
alcune semplici regole per ridurre il rischio di ammalarsi.
L’opuscolo “Parlane in famiglia”, curato dalla psicoterapeuta Daniela Ferriani, vuole essere un incoraggiamento alla donna-paziente a parlare apertamente delle sue sensazioni, dei suoi pensieri ed
emozioni. Per poter andare avanti occorre affrontare la paura e lo smarrimento, gestire lo stress con
coraggio e determinazione e cercare il supporto
nelle relazioni su cui ci si sente di poter contare.
In “Mangia bene”, la dottoressa Diana Scatozza,
specialista in Scienza dell’Alimentazione, indirizzo
dietologico-dietoterapico, offre consigli su come
nutrirsi e su cosa evitare per prevenire le temibili recidive del tumore. Meglio dare la precedenza
agli alimenti vegetali, ai cereali integrali, al pesce e
all’acqua; variare i colori degli alimenti, della frutta
e verdura, dei pasti principali; ridurre il consumo di
alimenti contenenti grassi saturi.
Un aspetto molto importante per riprendere in
mano la propria vita durante e dopo la malattia
è sentirsi nuovamente donna. In “Riscopri la tua
femminilità”, la dottoressa Riccarda Serri, specialista in Dermatologia, ricorda che curare la pelle e
l’estetica nel modo giusto aiuta a sentirsi meglio,
a superare gli inconvenienti che le terapie antitumorali possono portare e a continuare a sentirsi
donne, belle e attraenti.
Il dottore Giuseppe Draetta, specialista in Medicina Legale, con “Non sei sola”, fa conoscere le
misure assistenziali a disposizione delle malate.
Le leggi del nostro ordinamento contemplano una
serie di aiuti socio-economici in favore del paziente, come ad esempio l’assistenza psicologica presente in molti centri, lo stato di invalidità almeno
per il periodo di trattamento, permessi e congedo
straordinario retribuiti per i familiari che assistono
una donna con invalidità.
L’attività fisica svela nel tempo i suoi effetti benefici
nell’affrontare le terapie e nel successivo recupero.
Questo il messaggio del sesto libretto, “Riconoscersi e riapprendere”, realizzato dalla dottoressa
Fulvia Gariboldi, specialista in Medicina Fisica e
Riabilitazione. Dopo l’intervento chirurgico, l’esercizio fisico può aiutare la riabilitazione e proseguirlo, quando possibile, durante la chemioterapia e la
radioterapia, è un ottimo antidoto per combattere
la fatica, mantenere il peso forma e svolgere le proprie attività quotidiane.
SALUTE AZ
Spesso è connesso a giocattoli e alimenti
Rischio soffocamento nei bambini
Necessaria la massima attenzione
I
rischi domestici cui va incontro il bambino
nei primi periodi della vita sono di vario tipo
ed in genere i genitori ne sono a conoscenza
e vi prestano la massima attenzione; ma ve ne
sono alcuni che la maggior parte della popolazione abitualmente non sospetta e per ciò molto
pericolosi. Tra questi, il pericolo di soffocamento
accidentale connesso con i giochi e l’alimentazione. Nel bambino molto piccolo, la correlazione deglutizione-inalazione, oltre ad essere
del tutto inconsapevole, è molto insidiata dalla
abituale realtà comportamentale dell’infanzia:
avventatezza dei movimenti, frequente e repentino cambio di umore, imprevedibile e spesso
continua variazione dell’attenzione, con conseguenti alterazioni emotive, improvviso pianto,
tosse, starnuti ed altro.
Se qualcuno di tali eventi si verifica mentre il
bambino sta mangiando qualcosa di molto piccolo o che può frantumarsi minutamente, oppure mentre si diverte con giocattoli dai quali possono staccarsi minicomponenti, ecco che può
accadere l’immissione del corpo estraneo anziché nelle vie digestive, in quelle respiratorie,
ove può andare ad occupare uno o più bronchi
di varie dimensioni di uno o entrambi i polmoni.
In questi casi, si scatena subito una crisi di soffocamento con caratteristiche, spesso, di grande
drammaticità: tosse, cianosi, deliquio, aspetto
di “morte imminente”, circostanze che stravolgono improvvisamente la vita familiare inducendo peraltro i genitori a manovre empiriche
quasi sempre incongrue come l’introduzione di
dita in gola, con rischio di provocare vomito e
peggioramento della situazione. Il consiglio è
invece quello di dare dei colpi sulla schiena e, se
possibile, porre il bambino per alcuni momenti a
testa in giù; ove queste manovre non sortissero
alcun effetto si raccomanda di condurre il piccolo immediatamente in ospedale avendo cura di
tenerlo in posizione semiseduta.
Presso l’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica
dell’Ospedale dei Bambini di Palermo ci si trova ad
affrontare tali evenienze con relativa frequenza;
le età più interessate vanno dai pochi mesi di vita
fino a circa i quattro anni. Il percorso diagnostico,
scandito dai tempi che caratterizzano l’urgenza,
è costituito, se l’urgenza stessa lo consente, dalle
indagini radiologiche per la conferma diagnosti-
ca e la eventuale localizzazione dei frammenti inalati (quando radio-opachi) e degli esami
ematochimici, al fine di preparare il bimbo alla
rapida esecuzione, in anestesia generale, di una
broncoscopia (immissione di uno strumento nei
bronchi) onde rimuovere il corpo o i corpi estranei che si sono annidati in uno o più punti dell’albero bronchiale, pratica questa che richiede dei
tempi abbastanza contenuti, ancorché di grande e tribolata attenzione.
La soluzione del problema che così si ottiene, nella quasi totalità dei casi, non deve tuttavia portare
minimamente a sminuire la gravità dell’evenienza
clinica, poiché il piccolo ha realmente corso rischio
di vita e perché la procedura terapeutica, altamente specialistica, è molto delicata e rischiosa e praticata in Sicilia solo nel nostro Centro, che potrebbe
risultare distante dal luogo dell’evento.
Stante l’alto numero di casi da noi trattati, diventa
fortemente importante il messaggio di attenzione
da trasmettere a quanti hanno bambini, perlomeno fino ai 4 anni: evitare di dar loro da mangiare
alimenti molto piccoli o sbriciolabili (pastina, biscotti, patatine fritte, noccioline, frutta secca in
genere, eccetera) se non in condizioni di assoluta
serenità ambientale e sotto stretto controllo degli adulti, nonché bandire del tutto quei balocchi
dai quali, prevedibilmente, possono staccarsi piccoli componenti o particelle. A tal proposito, non
si raccomanderà mai a sufficienza l’opportunità di
offrire ai bambini giocattoli che abbiano dei marchi ufficiali di sicurezza, allo scopo di minimizzare
al massimo ogni rischio.
di Antonino Carolina
Direttore Unità Operativa
di Chirurgia Pediatrica
Ospedale dei Bambini
“G. Di Cristina”, Palermo
Le età più a
rischio: da
pochi mesi a
quattro anni
23
AZ SALUTE
Il problema del gonfiore addominale
Se la pancia è una camera a gas
c’è bisogno di più batteri-amici
di Luciano Sterpellone
L’uso per
via orale di
microrganismi,
detti probiotici,
aiuta a
riequilibrare la
flora batterica
e a eliminare
i disagi
24
L
a “pancia”, si sa, non è solo dovuta a un eccesso di grasso, ma spesso anche a un gonfiore
che proviene dall’intestino. Difatti, se questo
produce una quantità eccessiva di gas, la tensione
che ne deriva si manifesta esternamente con un rigonfiamento piuttosto antiestetico dell’addome.
Ne consegue che per evitare che l’addome si gonfi,
occorre confrontarsi seriamente con la produzione
di gas intestinali.
Pochi lo sanno, ma sulla parete interna del nostro
intestino è distesa normalmente una sottilissima
pellicola (un bio-film) che assolve a vari scopi. Un
film formato da una sterminata popolazione di miliardi di batteri, la cui presenza è garanzia continua
del nostro benessere. Questi batteri appartengono
a oltre quattrocento specie diverse, alcune delle
quali essenziali per la vita e per la buona salute, altre che possono invece diventare nocive. I microrganismi (buoni e cattivi) si trovano normalmente
“in equilibrio” tra di loro; ma se intervengono cause
varie come le diete non adeguate o povere di fibre,
il consumo eccessivo di carne, l’assunzione di certi
farmaci, gli stress, i “cattivi” possono prevalere. In
tal caso, nell’intestino si produce una quantità eccessiva di gas, l’addome si gonfia, si prova un senso
locale di pesantezza non di rado accompagnato da
stitichezza o diarrea, colite e altri disturbi.
Per evitare un tale inconveniente, già da tempo la
ricerca scientifica è riuscita a utilizzare certi tipi di
microrganismi (la cui scoperta fruttò il Premio Nobel 1908 allo scienziato russo Ilja Metchnikoff), che
secondo la denominazione ufficiale dell’ONU e della FAO vengono detti probiotici (favorenti la vita).
Possono essere assunti per via orale e sono a base
di batteri “buoni”, vivi, di diversa specie, dotati del
potere di attenuare e limitare lo sviluppo e la viru-
lenza della flora batterica avversa, nonché di potenziare la proliferazione di quella... amica. Tra di essi
emerge, per la sua efficacia, il Lactobacillus reuteri
(dal nome del ricercatore tedesco Reuter che lo scoprì negli anni 1960), batterio che l’esperienza clinica
ha poi dimostrato essere capace di migliorare o addirittura di ripristinare la normale flora intestinale,
nonché di controllare eventuali disturbi, tra i quali
appunto, la formazione di gas.
Si ricorda che il Lactobacillus reuteri agisce con un
meccanismo alquanto semplice, ma peculiare: difatti, diversamente da vari altri bacilli lattici che
vengono distrutti dal succo gastrico, esso sopravvive all’ambiente acido dello stomaco e può, quindi,
colonizzare l’intestino, regolarizzando la normale
flora batterica, contrastando l’azione dell’enorme
schiera di microrganismi potenzialmente nocivi e
causa dei disturbi. Produce, infatti, una sostanza,
la reuterina, dotata di attività antimicrobica e di
stimolo del sistema immunitario che agisce come
arma preventiva e terapeutica contro gli stati infiammatori e allergici.
Una nutrita serie di lavori clinici comparsi negli ultimi anni nella letteratura scientifica, convalida nettamente tutti i dati precedenti, confermando ancora
una volta che il Lactobacillus reuteri ha la proprietà
di colonizzare il tratto gastrointestinale umano (e
altre strutture) a scapito dei batteri potenzialmente nocivi e di integrare la normale flora batterica,
consolidando, oltretutto, il naturale “biofilm” intestinale di difesa contro le sostanze tossiche e infiammatorie, causa dell’antiestetica e imbarazzante “crescita” della pancia. Un meccanismo d’azione
quantomai ideale e mirato che si esplica, oltretutto,
con il vantaggio di non comportare effetti collaterali di alcun genere.
SALUTE AZ
Il clamoroso caso Sculli in Lazio-Palermo
Orticaria, patologia sempre più frequente
Attenti a non sottovalutare alcuni segnali
L
uci accese sull’orticaria, una patologia sempre più frequente e che è salita, di recente,
alla ribalta delle cronache sportive in occasione della sfida di calcio Lazio-Palermo, allo stadio
Olimpico. A inizio del secondo tempo, l’attaccante
di casa, Beppe Sculli, autore di una doppietta ai rosanero, è stato costretto a lasciare il campo, perché
era diventato “rosso come un peperone”. Orticaria
gigante, è stata la diagnosi.
Ma che cos’è l’orticaria, come si manifesta e, soprattutto, cosa fare? «Si parla di orticaria – dicono
il professore Sergio Bonini, docente di Medicina
Interna alla II Università di Napoli e la dottoressa
Elena Galli, responsabile dell’Unità operativa di
Immunoallergologia pediatrica dell’Ospedale San
Pietro a Roma e Allergologa della Clinica Paideia
– quando la reazione è prevalentemente a livello
cutaneo. Si parla invece di orticaria angioedema
quando la reazione, oltre che a livello epidermico,
è anche più profonda e, quindi, si manifesta con
gonfiore, tumefazione del volto, eccetera.
«Il meccanismo che provoca l’orticaria – spiegano
i due esperti – consiste nella rottura di alcune cellule, con conseguente liberazione di istamina, sostanza che provoca vasodilatazione (rossore sulla
pelle) e fuoriuscita di plasma dai vasi sanguigni
(gonfiore, bolle, prurito). Nei soggetti predisposti, le cellule sono particolarmente fragili e quindi
la loro rottura avviene con più facilità. A differenza delle allergie, dove la rottura delle cellule
avviene quando l’organismo viene a contatto con
una specifica sostanza verso la quale ha formato
anticorpi. Nel caso dell’orticaria, non c’è una vera
e propria sostanza alla quale il soggetto è allergico, ma piuttosto la rottura è legata ad un’iperattività dell’organismo».
Vediamo allora di capire cosa la scatena. «Più che
una singola causa scatenante – precisano Bonini e
Galli – esistono delle situazioni d’insorgenza che,
in soggetti predisposti all’orticaria, portano all’episodio acuto. Fatica fisica, stress, sbalzi di temperatura, sostanze irritanti, farmaci (soprattutto antinfiammatori e aspirina), conservanti e coloranti,
alcuni alimenti: tutti questi fattori, nei soggetti
predisposti, possono essere alla base della reazione. Nei bambini, le orticarie acute sono prevalentemente innescate da infezioni, sia virali, sia infettive.
Proprio per la mancanza di una specifica causa alla
base dell’orticaria, è difficile una corretta diagnosi
eziologica, che porti a identificare le ragioni scatenanti specifiche per quel singolo individuo, in quel
singolo momento».
Ci sono, però, alcuni segnali che, nei soggetti predisposti, possono manifestarsi. Per esempio, un’esagerata reazione ad una puntura d’insetto. Oppure,
un dermatografismo (la pelle si arrossa e si gonfia
alla semplice pressione), o il gonfiore dopo essersi
esposti al sole. Sono tutte reazioni, tuttavia, a cui
si tende a non dare troppa importanza. Poi, all’improvviso, può comparire un attacco di orticaria.
Ma cosa fare quando si manifesta? «La scarsa conoscenza dei meccanismi immunologici dell’orticaria
– continuano i due esperti – consente, attualmente, solo trattamenti sintomatici rivolti a bloccare
l’azione dell’istamina (istaminici) o a combattere
l’infiammazione (cortisonici). Nelle forme più gravi
la liberazione dell’istamina può provocare un gonfiore a livello della glottide che rende difficile la
respirazione, oppure a livello di tutto l’organismo,
provocando uno shock anafilattico. In questi casi è
necessario ricorrere all’uso dell’adrenalina».
di Giulio Francese
Imputati diversi
fattori: stress, fatica,
agenti chimici,
alimenti. Ma c’è una
grande differenza
con le allergie
25
AZ SALUTE
Workshop di Novartis con le associazioni
Se gruppi farmaceutici e pazienti
diventano “Alleati per la salute”
U
Confronto stretto
su accesso ai
farmaci innovativi
e coinvolgimento
dei rappresentanti
dei malati negli
studi clinici
26
n dialogo sempre più intenso tra pazienti
e aziende farmaceutiche, informazione
chiara e trasparente sulle terapie innovative, la possibilità di garantire, su questo versante,
l’accesso alle migliori cure disponibili. Su questi
temi, i rappresentanti di oltre 35 associazioni italiane di pazienti si sono confrontati a Milano, nel corso
del workshop di due giorni “Alleati per la salute”,
organizzato per il secondo anno consecutivo da Novartis, che con questa esperienza vuole dare spazio
alle esigenze e alle proposte delle Onlus con le quali
il Gruppo farmaceutico svizzero collabora abitualmente.
«Abbiamo voluto dare continuità ai risultati positivi
ottenuti lo scorso anno, potenziando gli strumenti
dell’ascolto reciproco e della partnership», sottolinea Mark Never, Country President di Novartis
«La centralità del paziente è nel Dna del nostro modus operandi», aggiunge Luigi Boano, Oncology
General Manager di Novartis Farma. Una scelta non
da poco e in linea con i tempi. Fino a non molti anni
fa, le aziende si rivolgevano quasi esclusivamente ai
medici, perché è il medico che gestisce i pazienti.
Oggi cercano, come fa Novartis, il dialogo diretto
con i pazienti, attraverso le associazioni che li rap-
presentano e che costituiscono, in tutto il mondo,
una grande realtà. Così come in Europa, dove opera
il 51 per cento di tutti i patient groups del mondo,
anche in Italia l’universo dei pazienti associati è
consistente, attivo e in costante avanzata: sono più
di 6mila le associazioni impegnate nel campo della
salute e coinvolgono oltre 3 milioni e mezzo di persone affette da patologie molto diverse tra loro.
«La nostra sfida attuale – sottolinea Boano – è coinvolgere le associazioni dei pazienti, per informarle
su tutte le nuove molecole innovative su cui stiamo
lavorando, in modo tale che esse possano essere
sempre aggiornate su ciò che l’azienda sta portando avanti rispetto a certe patologie. Così, quando
si rendono disponibili nuovi dati che comprovano
l’efficacia di queste molecole, questi devono essere
condivisi con le associazioni pazienti. Altro aspetto
sul quale stiamo lavorando è la stesura dei consensi
informati, per il coinvolgimento dei pazienti negli
studi clinici, affinché siano sempre più chiari e comprensibili, aiutando così il medico a dare, a quanti
sono colpiti da patologie e ai familiari, tutte le informazioni per fare le scelte opportune».
“Alleati per la salute” rappresenta una tappa di
questo percorso di avvicinamento tracciato da
SALUTE AZ
La sfida delle terapie mirate
Luigi Boano e Klaus Leisinger
Novartis. Per Klaus Leisinger, Presidente della
Fondazione Novartis per lo sviluppo sostenibile, «il
problema del diritto alla salute coinvolge milioni di
persone e tutti devono sentirsi coinvolti a incrementare l’accesso alle cure ed ai farmaci».
Nella due giorni milanese si sono voluti condividere, con le associazioni dei pazienti, metodologie
operative e mettere a punto strategie in grado di
rendere più incisiva ed efficace l’attività di tutela
dei diritti delle persone colpite da patologie. In primo piano la questione dell’accesso ai farmaci, specialmente quelli innovativi, argomento particolarmente sentito dai pazienti italiani, anche alla luce
delle nuove politiche regionali, strette tra le istanze
del federalismo sanitario e i vincoli di spesa.
Altro tema comune e di primario interesse, è quello
del coinvolgimento dei pazienti negli studi clinici,
attraverso la messa a punto di protocolli condivisi,
che tengano conto delle loro specifiche esigenze:
un aspetto sul quale, fin dall’inizio, Novartis ha lavorato – come sottolinea una nota dell’azienda – a
fianco delle associazioni, «consapevole che l’accesso alle sperimentazioni sui farmaci innovativi sia
una declinazione importante del diritto alla cura,
così come quello dell’accesso alle terapie».
Il workshop è stato anche l’occasione per identificare temi e interessi comuni tra le associazioni,
pur nelle differenze legate al diverso impatto delle
patologie di riferimento. Si è posto, in particolare,
l’accento sulla necessità di un maggiore collegamento, anche attraverso la ricerca di un linguaggio
comune e procedure operative condivise, per superare l’eccessiva frammentarietà delle richieste,
che indebolisce la posizione delle associazioni nei
confronti degli interlocutori istituzionali.
Da circa dieci anni Novartis Oncology è impegnata nello sviluppo di target
therapy, cioè di farmaci rivolti a un paziente con precise caratteristiche,
ovvero quel paziente con una determinata alterazione biologica che può
essere colpita in modo specifico dal farmaco. «È stata una svolta radicale – spiega Luigi Boano, Oncology General Manager di Novartis Farma
– rispetto all’approccio della chemioterapia: i farmaci chemioterapici, tuttora fondamentali, distruggono le cellule, indipendentemente dal fatto che
vengano assunti da un paziente o da una persona sana. La terapia mirata,
invece, colpisce solo le cellule che presentano una specifica alterazione e
quindi funziona solo in un certo tipo di pazienti. Il passaggio fondamentale è l’identificazione del paziente adatto. A questo proposito – aggiunge
Boano – parallelamente allo sviluppo delle terapie mirate, siamo impegnati
nella messa a punto di metodologie diagnostiche che consentano di identificare con maggior precisione i pazienti che possono trarre beneficio da
una terapia».
Quali benefici comporta la personalizzazione della diagnosi e della
terapia?
«L’accurata selezione dei pazienti assicura una percentuale di risposta
più alta perché il farmaco viene utilizzato solo per coloro che possono
effettivamente trarne utilità, senza esporre inutilmente alla terapia tutta
la popolazione dei pazienti. Tutto questo assicura, oltre ad una maggior
efficacia, anche una migliore tollerabilità delle terapie. Siamo su questa
strada da circa 10 anni e anche oggi continuiamo a cercare farmaci mirati,
che abbiano un preciso bersaglio molecolare e quindi siano destinati a un
gruppo scelto di pazienti. Parallelamente, sviluppiamo mezzi diagnostici
che ci permettono di identificare al meglio questi pazienti».
«Così – continua Boano – si riducono i tempi di sperimentazione, si accelera lo sviluppo dei farmaci innovativi e, a fronte di risultati positivi, si
riesce a rendere i farmaci disponibili più rapidamente per il malato. Anche
in questo modo si afferma la centralità del paziente e la completa finalizzazione delle nostre attività. L’obiettivo che ci proponiamo è quello di dare
a ciascun paziente la specifica terapia di cui ha bisogno, nel minor tempo
possibile».
I progetti per aiutare i pazienti dei Paesi poveri
Novartis ha una Fondazione per lo sviluppo sostenibile, impegnata in
attività e progetti di educazione e assistenza sanitaria nei Paesi in via di
sviluppo, con l’obiettivo di estendere il diritto alla salute in tutto il mondo.
Collabora con governi, istituzioni mondiali, ONG, per rendere accessibili
i servizi sanitari alle fasce più deboli della popolazione. Dalla donazione di
farmaci, a programmi di ricerca per la lotta a malattie trascurate come la
malaria, la tubercolosi e la lebbra nei Paesi in via di sviluppo, sono numerosi i progetti portati avanti. Di recente, la Fondazione Novartis ha avviato
in Ghana un progetto di telemedicina imperniato sulla telefonia mobile,
che ha l’obiettivo di consolidare le comunità locali e assicurare loro servizi
sanitari primari di qualità, riducendo la necessità di lunghi spostamenti per
i medici e i pazienti. Il progetto prevede l’attivazione di competenze ad hoc
per gestire, tramite telefonia mobile, la valutazione dei referti medici. Il
personale sanitario è incoraggiato a utilizzare tecnologie mobili e teleconsulto per la salute. Infine, è previsto un sistema per monitorare e valutare
prestazioni e qualità dei servizi e di misurare in modo tempestivo gli effetti
delle consultazioni di telemedicina mobile.
27
AZ SALUTE
Focus sulle associazioni di pazienti
Trombosi e malattie cardiovascolari
Alt, un impegno per rilanciare la lotta
I
di Minnie Luongo
nfarto, ictus, trombosi ed embolia sono ancora oggi la prima
causa di morte e d’invalidità
grave nel nostro Paese. Più
probabili negli uomini sopra i
50 anni, queste malattie stanno diventando sempre più frequenti anche nelle
donne sopra i 60, ma colpiscono anche
giovani e perfino bambini. Eppure, tutte le patologie cardiovascolari possono
essere riconosciute, curate e guarite
e, soprattutto, evitate. In primo luogo,
con uno stile di vita sano. Ne parliamo
con la dottoressa Lidia Rota Vender,
presidente di ALT, Associazione per
la Lotta alla Trombosi.
Presidente, cominciamo proprio
dallo stile di vita.
«La scienza ha ormai confermato che,
da soli, possiamo fare molto per evitare le malattie da trombosi. Queste le
indicazioni: fare attività fisica almeno 40
minuti tutti i giorni; non fumare; ridurre il
peso in eccesso e tenerlo sotto controllo;
verificare periodicamente la pressione del
sangue. Per quanto riguarda le “buone” abitudini da seguire a tavola: ridurre il consumo di sale (non più di un cucchiaio da tè al
giorno); limitare anche il consumo di grassi
(non superare due cucchiai di olio d’oliva
crudo al giorno); mangiare pesce almeno
due volte la settimana; aumentare il consumo di verdura e frutta (almeno cinque
porzioni quotidiane); ridurre il consumo di
carni rosse e preferire quelle bianche; evitare cotture ricche di grassi animali cotti.
E ancora: governare lo stress; misurare la
glicemia e controllare il diabete; non esagerare con caffè e bevande eccitanti».
monito per le donne di fare attenzione,
perché trombosi, infarto e ictus non
sono più prerogative maschili, come
rivelano gli ultimi dati europei. Stress e
stili di vita errati costituiscono le principali cause di questa “ascesa” della popolazione femminile, cui si aggiunge un
altro fattore: il vantaggio di cui il sesso
femminile godeva, soprattutto per la
protezione degli ormoni nel periodo
fertile, si sta via via assottigliando».
Lidia Rota Vender
Quando è nata ALT?
«L’Associazione per la Lotta alla Trombosi
e alle malattie cardiovascolari (oggi Onlus)
si è costituita a Milano nel 1987. Tre le finalità principali: promuovere la prevenzione
con campagne d’informazione e di sensibilizzazione sulla relazione tra stile di vita e
salute cardiovascolare; finanziare la ricerca
scientifica interdisciplinare sulle malattie
cardiovascolari da trombosi; sostenere la
formazione e la specializzazione di giovani
medici e infermieri».
Dottoressa Vender, ricordiamo un suo
recente libro, firmato assieme al giornalista Mario Pappagallo.
«S’intitola “Cuore di donna (Le scelte intelligenti per mantenerlo in forma)”. Non vuole
essere un libro di medicina, piuttosto un
Si può parlare di allarme rosso per
il cuore delle donne?
«Esattamente. Dirò di più: gli studi clinici e i protocolli sviluppati negli ultimi
20 anni nella diagnosi e nella cura delle
malattie cardiovascolari mancano di
un’adeguata differenziazione di genere e le donne continuano a morire più
degli uomini per tali malattie. Eppure, prevenire le malattie da trombosi
è così semplice, che la maggioranza della
gente non ascolta i consigli».
L’ipertensione è un problema che riguarda anche i bambini.
«Spesso la diagnosi nei giovani e, soprattutto, nei bambini viene posta in ritardo
poiché il medico fatica a capire di trovarsi
di fronte a un ictus o ad un’embolia arteriosa periferica in un neonato. Per offrire
un contributo a risolvere questo enorme
problema, ALT ha finanziato la creazione
di un Registro Italiano Trombosi Infantile
(R.I.T.I.), che permette a tutti i medici di
condividere le proprie conoscenze e i casi
di trombosi nei bimbi, in modo da arrivare
ad una migliore definizione delle possibilità
di diagnosi e di cura».
Saperne di più
ALT - ASSOCIAZIONE PER LA LOTTA ALLA TROMBOSI E ALLE MALATTIE CARDIOVASCOLARI
Via Ludovico da Viadana, 5 - 20122 Milano
Telefono 02-5832.5028 Fax 02-5831.5856
[email protected] www.trombosi.org
28
SALUTE AZ
SALUTE DA SFOGLIARE
MEDICI NELLA STORIA
di Arianna Zito
H
arvey, Koch,
Fleming, Sabin,
Barnard,
Montalcini... Le
loro biografie
compaiono in ogni biblioteca
e chiunque, anche se non è
medico, ma solo appassionato di
Medicina, ne ha letta qualcuna.
Il nuovo libro di Luciano
Sterpellone, “Medici nella
storia” (Red@azione, pagg.
218, € 20,00), potrebbe quindi
apparire superfluo se non
fosse per la spiccata peculiarità
(che lo differenzia dagli altri) di
“umanizzare” l’opera di oltre
cinquanta scienziati che con le
loro scoperte hanno, nei secoli,
rivoluzionato il sapere medico.
Leggendo qui la storia delle
grandi scoperte e invenzioni
in Medicina, ci si rende infatti
conto, ad ogni riga, che i grandi
scienziati sono esseri umani come
ciascuno di noi, a parte la particolare
forma mentis e l’eccezionale
preparazione. Prima di scoprire il
bacillo della tubercolosi, Robert
Koch era uno sconosciuto medico
dello sperduto paesino di Wollstein,
nella Prussia Orientale. Per il suo
trentacinquesimo compleanno, la
moglie Emma, vedendolo depresso
e annoiato, gli donò un piccolo
microscopio. Koch cominciò a
prendervi confidenza, finché, dopo una
serie di esperimenti riuscì a scoprire
il bacillo responsabile di una delle più
terribili malattie per l’Umanità. E,
probabilmente, Rita Levi-Montalcini
(Premio Nobel 1986) non avrebbe
mai scoperto l’importante “fattore
di crescita nervosa (GNF)”, se le
turbolente vicende della sua vita (fu
perseguitata dalle leggi antiebraiche
del fascismo), non l’avessero portata
dapprima a S. Louis, indi a Rio
de Janeiro, dandole le possibilità
– anche tecniche – di portare
avanti le sue importanti ricerche.
Da parte sua Christiaan Barnard,
giovane chirurgo di Città del Capo,
riuscì a legare il proprio nome al
primo trapianto di cuore per un
evento quasi fortuito. Già nel mondo
alcuni cardiochirurghi erano pronti
– dopo una faticosa preparazione – al
grande evento: ma il destino volle che
proprio a Città del Capo, la sera del 3
dicembre 1967 una ragazza di ventisei
anni – per la storia Denise Durvall
– venisse travolta da un’automobile.
Il suo cuore – per poche ore ancora
palpitante – risultò perfettamente
compatibile per essere trapiantato
nel torace di Louis Washkansky, un
oriundo polacco in attesa del trapianto.
Questi (e tanti altri) eventi “quotidiani”,
comuni a qualsiasi essere umano,
se coinvolgono uno studioso
possono quindi condizionare
in modo, anche determinante,
la riuscita o meno di una
ricerca o di una scoperta.
L’avvincente nuovo libro di
Sterpellone (alcuni dei suoi
centoventi sono stati tradotti
all’estero), patologo clinico e
storico della Medicina, è una
fonte inesauribile di notizie,
spesso sorprendenti e inedite,
che restituiscono ai protagonisti
della Medicina un’immagine assai
più vicina alla realtà, purtroppo
distante da quella radicata
nell’immaginario collettivo.
E, soprattutto, sottolinea i
profondi cambiamenti subìti
nell’atteggiamento degli stessi
medici nei riguardi dei grandi
progressi della Medicina: oggi
– si sa – ogni nuova acquisizione,
scoperta o invenzione – dopo una
drastica verifica – viene immediatamente
condivisa e adottata su scala universale:
ma almeno sino ai primi decenni
dell’Ottocento (!) esse venivano
sistematicamente recepite con diffidenza
e, nel migliore dei casi, accettate solo
dopo decenni o secoli di diatribe,
principalmente perché turbavano
un “ordine delle cose” prestabilito
e immutabile: si pensi che ben una
cinquantina di anni dopo la rivoluzionaria
scoperta della circolazione del sangue
da parte di William Harvey (1628), molti
medici della Corte del Re Sole (quindi tra
i migliori di Francia) erano increduli sulla
validità della scoperta e si sollazzavano
a denigrarla con ironici pamphlet.
Un’occasione irrinunciabile – questo
nuovo libro – per apprendere le
vicende talora sorprendenti, ma
spesso misconosciute, che hanno
contrassegnato l’evoluzione verso la
Medicina del Terzo Millennio.
29
AZ SALUTE
pillole di salute
supportare la popolazione giapponese
colpita dal devastante terremoto e dallo
tsunami. La donazione verrà effettuata
alla Croce Rossa giapponese, tramite la
Croce Rossa Americana.
«Il nostro pensiero va a tutti coloro che
in Giappone sono stati colpiti dal terremoto e dallo tsunami – afferma Miles D.
White, Presidente e CEO di Abbott –.
Con Abbott e Abbott Fund stiamo fornendo questo sostegno come contributo
a portare avanti gli aiuti umanitari».
Roche, per il cancro al seno
sì dall’UE al bevacizumab
La Commissione Europea ha confermato – sottolinea con una nota la Roche
– l’utilizzo di un farmaco anticancro, il
bevacizumab, in combinazione con paclitaxel, come trattamento per le donne
affette da tumore alla mammella con
metastasi. Il farmaco ha dimostrato di
aiutare le pazienti a vivere più a lungo,
senza che la malattia peggiori. Paclitaxel
è la chemioterapia d’elezione in Europa
e rappresenta il farmaco maggiormente
utilizzato in combinazione con bevacizumab per il trattamento di prima linea del
tumore mammario metastatico.
«Siamo lieti che la Commissione Europea continui a supportare l’uso di bevacizumab in combinazione con paclitaxel – ha affermato Hal Barron, Chief
Medical Officer e Head Global Product
Development di Roche – è una notizia
importante per le migliaia di donne affette da un tumore della mammella HER-2
negativo avanzato che vivono nell’Unione Europea».
Giappone, Abbott stanzia
fondi per I TERREMOTATI
Abbott, tramite la sua fondazione filantropica Abbott Fund, ha stanziato 3
milioni di dollari (245 milioni di yen) per
30
Clikkiamo… in viaggio
foto a concorso per affetti
da sclerosi multipla
Clikkiamo… in viaggio è il concorso
destinato a persone affette da sclerosi
multipla e a chi li accudisce, organizzato
dalla Fondazione Cesare Serono. Premierà gli scatti dei più belli ed evocativi
angoli del nostro Paese per veicolare il
messaggio che si può “vivere oltre” la
sclerosi multipla. I sentimenti verso la
vita non devono mutare con la malattia. “Il concorso fotografico vuole offrire
l’opportunità alle persone colpite dalla
malattia e ai propri cari di comunicare le
proprie emozioni attraverso le immagini”, spiega Giovanni Scacchi, presidente
della Fondazione Serono.
Il concorso scade alle ore 12 del 28 giugno di quest’anno. Tutte le istruzioni per
parteciparvi su www.clikkiamo.org.
“LipoForm”, nuovo laser
efficace contro la cellulite
Con l’approssimarsi dell’estate si ripropone per le donne il problema dei
cuscinetti e della cellulite. Per il loro
trattamento arriva, ora, un laser di ultima generazione, “LipoForm”.
«È una delle tecnologie laser più efficaci e
delicate per la liposcultura e la definizione del contorno del corpo e garantisce
un intervento minimamente invasivo»,
spiega il professore Marco Floriani, chirurgo del Policlinico di Milano e responsabile del centro di Chirurgia Vascolare
e Laser all’Istituto Medico Quadronno
del capoluogo lombardo. «L’alto assorbimento in acqua – aggiunge – fa sì che
nei vasi sanguigni l’emoglobina coaguli
immediatamente, cosa che si traduce
in minor sanguinamento, gonfiore e lividi nella fase post-operatoria». Semplice
da utilizzare anche per i medici, il nuovo
laser fornisce eccezionali risultati estetici
per il paziente, praticamente senza dolore e ridotti tempi di recupero. Il laser
di ultimissima generazione e le fibre ottiche utilizzate consentono una emissione ottimale dell’energia, che si traduce
nella lisi delle membrane cellulari e nella
liquefazione del grasso. Quest’ultimo,
attraverso il sistema integrato di irrigazione e cannule di aspirazione, può essere estratto con facilità.
Ricerca oncologica,
al via la campagna
«adotta un cervello»
Prende il via la campagna di raccolta
fondi «Adotta un… cervello», a sostegno della ricerca scientifica oncologica
italiana. Nata da un’idea del Lions Club
Nervesa della Battaglia, in provincia
di Treviso, con la collaborazione della
Fondazione Istituto Sacra Famiglia
Onlus, che gestirà la raccolta fondi e
sostenuta da Teva Italia, azienda leader
mondiale nel settore dei farmaci equivalenti, ha lo scopo di finanziare borse
di studio da destinare ai ricercatori italiani impegnati nella ricerca sul tumore
del seno. I fondi raccolti, quest’anno,
andranno alla ricercatrice Claudia Casarsa, del gruppo di ricerca del professor Saro Oriana, responsabile del
Centro di Senologia della Casa di Cura
Ambrosiana di Cesano Boscone e direttore scientifico del progetto di ricerca
ministeriale “Dalla cellula normale alla
lesione neoplastica: identificazione delle
caratteristiche bio-molecolari associate
alla trasformazione in senso neoplastico
dell’epitelio mammario in relazione al
microambiente circostante”.
Possiamo sperare?
LA VITA PONE
DOMANDE.
NOI CERCHIAMO
LE RISPOSTE.
L’innovazione è la nostra risposta alle continue
sfide della salute. Lavoriamo ogni giorno per salvare
le vite dei pazienti e per aiutare milioni di persone
in tutto il mondo. Leader mondiali nelle biotecnologie:
diagnostica in vitro, oncologia, trapiantologia, anemia,
virologia, nefrologia e reumatologia sono le nostre
aree di eccellenza. Focalizziamo il nostro impegno
in ricerca e sviluppo sulla scoperta di nuovi farmaci
e tecnologie diagnostiche in grado di combattere
il cancro, l’AIDS, l’epatite, l’Alzheimer, l’artrite
reumatoide ed il diabete. Grazie ai grandi progressi
nella ricerca e alla sinergia tra diagnosi e terapia,
siamo pionieri nello sviluppo di test diagnostici
e farmaci personalizzati in base alle caratteristiche
genetiche di gruppi di pazienti.
Ci sono tante risposte quante sono le persone.
Noi continuiamo a cercare soluzioni individuali.
We Innovate Healthcare
www.roche.it
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Calvizie? Spesso è fonte di stress Noccioline, patatine, biscotti