Rivista di temi di Critica e Letteratura artistica
numero 3 - 20 maggio 2011
Direttore responsabile: Giovanni La Barbera
Direttore scientifico: Simonetta La Barbera
Comitato Scientifico: Claire Barbillon, Franco Bernabei, Silvia Bordini,
Claudia Cieri Via, Rosanna Cioffi, Maria Concetta Di Natale,
Antonio Iacobini, César García Álvarez, Simonetta La Barbera,
Donata Levi, François-René Martin, Emilio J. Morais Vallejo,
Massimiliano Rossi, Gianni Carlo Sciolla, Philippe Sénéchal.
Redazione: Carmelo Bajamonte, Francesco Paolo Campione,
Roberta Cinà, Nicoletta Di Bella, Roberta Priori, Roberta Santoro.
Progetto graf i c o , e d i t i n g e d e l a b o r a z i o n e d e l l e i m m a g i n i :
Nicoletta Di B e l l a e R o b e r t a P r i o r i .
Università degli Studi di Palermo
Facoltà di Lettere e Filosofia
Dipartimento di Studi culturali
Società Italiana di Storia della Critica d’Arte
ISSN: 2038-6133 - DOI: 10.4413/RIVISTA
Copyright © 2010 teCLa – Tribunale di Palermo – Autorizzazione n. 23
del 06-10-2010
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© 2010 Università degli Studi di Palermo
Rivista di temi di Critica e Letteratura artistica
numero 3 - 20 maggio 2011
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a mezzo di fotoriproduzione, Legge 22 maggio 1993, n. 159.
48
Simonetta La Barbera
Presentazione
12
Carmelo Bajamonte
L’iter editoriale del “Mercurio siculo o sia collezione enciclopedica di materie,
e argomenti relativi alle arti, scienze, e belle lettere” (1818)
26
Nicoletta Di Bella
Musica nel “Poliorama pittoresco”
50
Jolanda Di Natale
La modernità raggiunta: il rinnovamento della vita musicale a Palermo
tra Otto e Novecento attraverso la nuova stampa periodica specializzata
(“La Sicilia musicale” 1894-1910; “L’arte musicale” 1898; la “Rassegna
d’arte e teatri” 1922-1936)
86
Marcella Marrocco
Stefano Bottari direttore di “Arte antica e moderna”
(1958-1966). Note sull’arte meridionale
108
Monica Preti-Hamard
“Collage”: un’esperienza di esoeditoria d’avanguardia nella Palermo degli
anni Sessanta
180
Roberta Priori
“Collage”: un’esperienza di esoeditoria d’avanguardia nella Palermo degli
anni Sessanta
Rivista di temi di Critica e Letteratura artistica
L’
idea di fondo da cui nasce questo progetto editoriale è chiaramente dichiarata nella home page. Essa è rivolta, in modo particolare,
ai giovani studiosi che non sempre hanno la possibilità di dare la giusta
diffusione ai loro studi.
Infine, un affettuoso ringraziamento ai miei allievi, Carmelo Bajamonte, Francesco Paolo Campione, Roberta Cinà, oggi giovani e validi studiosi, che hanno
collaborato con entusiasmo ad ogni fase di realizzazione e che continueranno a farlo anche nel loro ruolo di componenti della segreteria scientifica. Una citazione particolare per Nicoletta Di Bella che con intelligenza e passione ha praticamente realizzato
la mia idea di teCLa, e per Roberta Santoro, sempre pronta e disponibile con intelligenza
nel suo ruolo di content writer.
Infine, un affettuoso ringraziamento ai miei allievi, Carmelo Bajamonte, Francesco Paolo Campione,
Roberta Cinà, oggi giovani e validi studiosi, che hanno collaborato con entusiasmo ad ogni fase di realizzazione e che continueranno a farlo anche nel loro ruolo di om-
Rivista di temi di Critica e Letteratura artistica
ponenti della segreteria scientifica. Una citazione particolare per Nicoletta Di Bella che con intelligenza e passione ha praticamente realizzato
la mia idea di teCLa, e per Roberta Santoro, sempre pronta e disponibile
con intelligenza nel suo ruolo di content writer.
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L’
idea di fondo da cui nasce questo progetto editoriale è chiaramente dichiarata nella home page. Essa è rivolta, in modo particolare,
ai giovani studiosi che non sempre hanno la possibilità di dare la giusta
diffusione ai loro studi.
Infine, un affettuoso ringraziamento ai miei allievi, Carmelo Bajamonte, Francesco Paolo Campione, Roberta Cinà, oggi giovani e validi studiosi, che hanno
collaborato con entusiasmo ad ogni fase di realizzazione e che continueranno a farlo anche nel loro ruolo di componenti della segreteria scientifica. Una citazione particolare per Nicoletta Di Bella che con intelligenza e passione ha praticamente realizzato
la mia idea di teCLa, e per Roberta Santoro, sempre pronta e disponibile con intelligenza
nel suo ruolo di content writer.
Infine, un affettuoso ringraziamento ai miei allievi, Carmelo Bajamonte, Francesco Paolo Campione,
Roberta Cinà, oggi giovani e validi studiosi, che hanno collaborato con entusiasmo ad ogni fase di realizzazione e che continueranno a farlo anche nel loro ruolo di om-
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ponenti della segreteria scientifica. Una citazione particolare per Nicoletta Di Bella che con intelligenza e passione ha praticamente realizzato
la mia idea di teCLa, e per Roberta Santoro, sempre pronta e disponibile
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Appunti su uno scritto
poco noto di Agostino Gallo
di Carmelo Bajamonte
tecniche come negli articoli del canonico Cesare Pasca, su cui
avremo occasione di tornare nell’apparato critico5. Sembra restituire,
invece, una sensibilità diversa, e in un’inedita ottica nazionalistica,
uno scritto compilato nel giro di anni successivi all’Unità da uno dei
maggiori intellettuali siciliani del periodo.
È da assegnare infatti ad Agostino Gallo6 il merito di aver posto
I
l panorama della letteratura artistica siciliana
dell’Ottocento riguardo alle arti decorative presenta esiti di natura
mistilinea. Sull’argomento disponiamo di una nutrita produzione
letteraria1, sebbene si tratti per la più parte di studi municipalistici di
computisti eruditi, spesso approntati con un armamentario teorico
spuntato: nella prima metà del XIX secolo, è facile scorgere tali
declinazioni nelle pagine di padre Benigno da Santa Caterina2, di
Giuseppe Maria Fogalli3 o di Giuseppe Maria Di Ferro4, le cui
notazioni sulle arti sono sparse in testi di varia natura (biografie,
guide, panegirici, testi confessionali). Anche nella stampa periodica
si trovano affrontati alcuni aspetti della produzione delle arti
in congruo rilievo, in un libretto singolare quanto negletto7,
un’area distinta di attività artistiche indagata nelle sue vicende e
contestualizzata nei livelli più vari. Lo studio, coscienziosamente
preparato con la volontà di individuare le caratteristiche distintive
della cultura isolana in seno a quella italiana, è rimasto a oggi in
una sorta di limbo, escluso sia dalla letteratura del XVIII secolo –
che possiamo ritenere di mediocre gittata perché occupatasi di arte
in maniera episodica e disaccentata – sia dal sistema storiografico
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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numero 3 - maggio 2011
del secolo seguente, quando con il fiat di Gioacchino Di Marzo la
critica d’arte in Sicilia fu8.
Agostino Gallo – è forse il caso di rammentarlo – è un poliedrico
esponente della Repubblica delle lettere, organico alle istituzioni
culturali (fu socio di accademie italiane, Deputato della R.
Università, Segretario Archeologo della Commissione di Antichità
e Belle Arti di Palermo), pubblicista e ben provveduto divulgatore
con le chiavi di un’ampia comunicazione. ‘Giano bifronte’ fra
enciclopedismo settecentesco
e nuovi approcci alla storia
dell’arte, si darà a più imprese
spezzettate lasciando una
congerie di appunti, rimasti
in gran parte manoscritti
per troppa abbondanza di
propositi9. In questo articolato apparato bibliografico,
quanto andremo a leggere
rappresenta una messa in
ordine di appunti e interventi
Giuseppe Patania, Agostino Gallo,
pubblicati
su
periodici 1826, Biblioteca Comunale,
delle Due Sicilie, dedicati Palermo.
all’intaglio ligneo10 o ad artefici
poco noti al grande pubblico
quali Michele Laudicina11 o
Girolamo Bagnasco12.
Apparso prima sul quindicinale “Diogene” di Palermo
– un giornale scientifico e
letterario diretto dall’amico
e biografo Paolo Sansone,
che si avvaleva di Gallo in
veste di redattore – l’apografo
viene poi girato al “GiornaA. Gallo, Sull’influenza ch’esercitarono gli artisti
le Arcadico” di Roma13,
italiani in varii regni d’Europa, Palermo 1863
diretto dall’archeologo e
Commissario alle antichità dello Stato Pontificio Pietro Ercole
Visconti14, nipote di Ennio Quirino, al quale erano giunti da
Palermo anche altri lavori fra cui la Necrologia di Giuseppe Patania15
e una Vita di Angelo Marini16. Il lavoro sarà infine pubblicato come
estratto, sempre nel 1863, con i tipi dello stabilimento Barcellona
di Palermo.
Dedicata all’«insigne scultore italiano che nelle forme corrette ed
eleganti e nella grazia ingenua elevò l’arte a maggior gloria» – cioè
Carmelo Bajamonte
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
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numero 3 - maggio 2010
a Pietro Tenerani, uno dei segnatari del Manifesto del Purismo
(1843), forse l’artista (in Sicilia nel 183817) che più di ogni altro in
nostri monumenti, ed esortarli che prima di scrivere dell’universa
Italia vengano qui e veggano, e non ci appartino dalla gran famiglia
degli stati italiani»21.
Ora l’aspetto da porre in rilievo è la modalità con la quale Gallo
tenta di risolvere un complesso d’inferiorità, ingaggiando il
confronto su un terreno secondo lui propizio, quello delle arti
decorative, riconosciute di pari dignità estetiche e creative rispetto
alle maggiori. In un discorso che lo scrittore riteneva suscettibile di
approfondimenti22, l’attenzione si appunta in prima battuta su tale
ambito, nell’intento di rivendicarne la preminenza nello scenario
italiano, poiché nella «sede natia di Cerere» una tradizione artistica
che affondava radici in un passato antico aveva visto prosperare la
glittica, la ceroplastica, il commesso marmoreo, l’arte dello smalto,
i capolavori di argenteria e oreficeria, la maiolica, tutte arti non
secondarie per l’incommensurabile estro inventivo e la perfezione
tecnica che le significava.
Aggiunti al commentario i testi di due autori di solida preparazione
– Andrea Pietro Giulianelli23 e Aubin-Louis Millin24 – Agostino
Gallo produce in apertura un elenco d’intagliatori dell’antichità,
tralasciando ex professo – e rimarca con intonazione sarcastica – i
nomi degli incisori siciliani di gemme e di medaglie, «per annunziarli
esporli innanzi alla rapacità di qualche pirata [scil. Gioacchino Di
quel momento incarnava gli ideali estetici dello scrittore – l’operetta
riprende il disegno del Saggio su’ pittori del 184218, di cui ricalca sia
le motivazioni ideologiche – nell’esercizio di una critica militante
versata soprattutto negli artisti contemporanei – sia il modo
di organizzare la materia, basato con gesto di riepilogo su una
rassegna di personalità e indirizzi che ancorché stringata testimonia
nel numero la vivacità del caleidoscopio siciliano.
Gallo compendia in una ventina di pagine un profilo storico-artistico
ideologizzato e mirato a riabilitare la regione nel novero delle scuole
artistiche italiane. Nel contesto di un Ottocento nazionalistico19, è
dunque messa a punto una strategia tendente a costituire in unità
le singole realtà locali secondo precise priorità: fare l’Italia artistica
sulla base di una convergente proposta storiografica; compensare il
ritardo accumulato nei confronti degli ‘esteri’; e, nel caso specifico
della Sicilia, legittimare l’appartenenza a pieno titolo a tale sistema
sopraregionale non senza partigianeria e un pervasivo spirito di
revanche20. Un’urgenza di cui si farà interprete anche un giovanissimo
Gioacchino Di Marzo che nel primo volume Delle Belle Arti esibiva
il manifesto «di far noto ai siciliani i vanti eccelsi di questa terra
[…]; mostrare altresì agli stranieri che non è vano lo studio dei
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temi di Critica e Letteratura artistica
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Marzo] che scrivacchia sullo stesso argomento»25.
Non credo sia necessario uno sforzo interpretativo per riconoscere
Lo scrittore dimostra di aver letto anche Angelo Mazzoldi26 dal quale
la piena continuità con la tradizione filo-rinascimentale, giocata su
fa discendere uno schema di periodizzazione
un’idea conservatrice del disegno, padre delle arti e
delle arti, nate etrusche, sul suolo italico,
fondamento del bello. Ma Gallo, in maniera ancor
anziché greche, che incontra l’ascendente della
più radicale, e quasi ribaltando lo schema evolutivo
sua parabola nel Rinascimento. «Che in Italia
e le dinamiche cicliche di progresso e decadenza
risorgesse prima che altrove il disegno figurativo
dell’arte, trovava già nella Sicilia dell’età classica il
dopo il rinascimento delle arti è stato provato da
principio di una perfezione, sboccata poi nel XII
tutti gli scrittori anche stranieri. Ed essendo esso
secolo e rifiorita nel Cinquecento. La Sicilia, dove
base ed elemento indispensabile dell’intaglio
la gliptica era già diffusa nelle colonie greche,
in pietre dure e della incisione o cesellatura in
produsse «infiniti lavori di tal genere della più
metalli, certo è che l’Italia dovea precedere in
bella invenzione, del più elegante disegno, e della
questi rami tutte le altre nazioni»27. Chiosa poi:
più diligente e graziosa esecuzione»29; oggetti
«l’arte di incidere in pietre dure piccolissime figure
piccoli e facilmente trasportabili, «divenuti preda
ed ornati offre maggiori difficoltà che quella di
degli avidi viaggiatori» e portati nei loro musei,
scolpire in grande nel marmo, ed è per sé stessa
che «hanno dovuto incitare i loro artisti o a
oggetto di massimo lusso reale o principesco, e di
imprenderne simili, o a migliorare il loro bulino,
gran costo per il tempo indispensabile a condurre Aubin Louis Millin, Introduzione allo stu- e certo a propagarvi l’amore di quest’arte»30.
gli oggetti a perfezione, così non poteva salire al dio delle pietre intagliate, Palermo 1807. L’esaltazione del primato italiano, cui si giunge
attraverso scorciatoie idealistiche e letterariamente retoriche,
massimo grado di essa che nel secolo del più squisito gusto e più
induce Gallo a confutare la «strana opinione» di Cesare Cantù31 sul
fastoso lusso e di maggior ricchezza in Italia, che fu tutto il corso
del XVI secolo»28.
primato della Francia nell’arte dello smalto: egli fa così osservare
Carmelo Bajamonte
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
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che in Sicilia sin dall’epoca normanna e aragonese si realizzarono
mirabilia di arte suntuaria quali la Corona di Costanza32, il «calice di
forma greca, fregiato di antiche miniature
e smalti»33 custodito nella chiesa di S. Maria
pesantissimi per la porcellana […] goffi per le ridicole figure di
quegli stupidi cinesi, da stupidi artisti effigiati e dipinti»39. Qui
Gallo spara a zero, malevolo e con un
tono pontificale, espressione di quel
classicismo che ne aveva irreggimentato
il gusto, orientandone le direttrici della
ricerca storiografica nonché molte
scelte collezionistiche fra cui, appunto, i
“bianchi” Malvica40.
di Randazzo34, il Paliotto Carandolet del
Tesoro della Cattedrale di Palermo35. Qui
è opportuno rilevare la piena sintonia con
un clima culturale sensibile alla riscoperta
etico-estetica del medioevo normannosvevo, anche in termini di tutela e restauro
Preso l’abbrivo dagli elenchi di intagliatori
architettonico36, in anni che videro a guida
scrutati da Vasari e Baldinucci (i.e. Matteo
del dicastero della Istruzione Pubblica
del Nassaro, Giovanni Jacopo Caraglio,
Michele Amari storico islamista37.
Valerio Vicentino, Alessandro Cesari,
Nel paragrafo successivo è toccato il tema
Jacopo da Trezzo, Annibale Fontana e gli
della «porcellana ben dipinta con figure ed
altri), Gallo fa splendere, in un’ideale linea
ornati» e Gallo trova idoneo lodare – dopo
di continuità, la pleiade dei comprimari
Faenza, Ginori e la Real Fabbrica di Napoli
siciliani. Apre un artista di prim’ordine,
– i «buoni lavori» delle officine Malvica
Valerio Villareale41 scultore-restauratore
alla Rocca38 per la raffinata eleganza dei
del Real Museo Borbonico, direttore
Vincenzo Riolo, Ritratto di Valerio Villareale, Biblioteca Comotivi ornamentali neoclassici; allunga munale, Palermo.
degli scavi di Pompei, e dal 1815, anno
invece una fitta ombra sulle cineserie e con accenti energici ne
del suo rientro a Palermo, professore di Scultura e direttore dello
stigmatizza il brutto nei «vasoni dipinti della Cina e del Giappone,
Stabilimento di Belle Arti della R. Università degli Studj42, il quale
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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numero 3 - maggio 2011
svolse un’importante funzione di educazione al gusto antico48.
Queste classi di oggetti concorsero a orientare il fare artistico
verso l’imitazione dei classici anche nella didattica accademica;
furono argomento d’illustrazioni49 corredate da tavole con effigi
gemmali o monetali costituenti l’enorme congegno mnemotecnico
di un museo cartaceo, che rivela – lo ha notato Pomian50 – l’interesse
essenzialmente iconografico verso le immagini incise su tali manufatti
(al di là della qualità della pietra). Saremmo dunque in errore se
sottovalutassimo il ruolo-guida dell’antiquaria, in Sicilia vicaria della
«più per diletto e per picca di
emulare l’antico volle ancora
incider cammei e gemme, e
vi riuscì egregiamente, come
nella scultura in marmo [con
opere che] son modello di
elegante stile e contestano
che ancor vive tra’ siciliani
l’antico genio ellenico»43.
È arcinoto che negli anni
dell’apprendistato
romano
l’artista, introdotto nel circuito
antiquario
grazie
anche
alla mezza parentela con lo
Raffaello Politi, Un cammeo in onice,
scultore incisore e medaglista in “Poliorama Pittoresco”, Napoli
Benedetto Pistrucci44, era 1843.
molto concentrato nella realizzazione di gemme incise benvolute
all’emporio d’arte della capitale in fibrillazione per l’antico45.
Il mercato di monete e medaglie celebrative, placchette e bassorilievi
su pietre dure – tramite cui si erano incrementate le collezioni
archeologiche di musei locali quali il Salnitriano46 o il Martiniano47 –
toccò l’apice con la cultura neoclassica e, dalla fine del ’700 all’800,
Melchiorre Di Bella, Giuseppe Garofalo, Tavola
numismatica, in Opuscoli siciliani, XIII, 1772.
Carmelo Bajamonte
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
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critica d’arte fino ai primi tre decenni
del XIX secolo, o il gran fermento
della coeva stampa periodica51 di cui i
tanti articoli apparsi nel “Giornale di
Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia”
di Palermo reggono un’esauriente
campionatura52. Al di là del redditizio
commercio dell’antico – anche a prezzi
stracciati stando alla testimonianza di
un fine collezionista, l’erudito danese
Frederik Münter, che fu tra nell’Isola
sullo scorcio del XVIII secolo53 – non
dovrebbero esser trascurati i buoni
esiti di un mercato parallelo di oggetti
moderni venduti per autentici. Perché
«anche falsificare poteva essere un
gioco, ma era soprattutto una sfida:
nei confronti dell’antico che si imitava,
nei confronti degli esperti cui si
sottoponeva l’opera»54, come ricorda
Gallo in quell’aneddoto55 su un ‘falso
antico’ acquistato da un grand-tourist,
Michele Laudicina (attr.), Cammeo con Giove e Ganimede, Museo regionale Pepoli, Trapani.
realizzato proprio da Villareale, abilissimo nel modellare anche statuette fittili à la grecque56.
Objets d’art per amatori facoltosi decisi a procacciarsi cammei – spesso adeguati alle funzioni
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temi di Critica e Letteratura artistica
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decorative dell’oreficeria e montati in gioielli e parures – o incisioni su
conchiglia, un materiale più economico della pietra dura e anche più
facile da scolpire visto che per incidere le valve non era necessario il
banco con castelletto57. Opere spesso premiate pubblicamente con
Ferdinando I a cavallo lasciò un tale scontento nell’entourage reale
che all’artista non fu corrisposto nemmeno il pattuito64. Laudicina
– epigono di Villareale come i fratelli Giuseppe e Raffaele65 – istruì
nell’arte di intagliare cammei e incidere conchiglie i due nipoti
Michele jr. – scomparso nel 1837 – e Giuseppe, ancora attivo nel
1863 «con riputazione di valoroso artista»66.
Salutato da Gallo come uno dei migliori artisti contemporanei,
Tommaso Aloysio Juvara, allievo di Vincenzo Camuccini a Roma e
di Paolo Toschi a Parma e «fra i primi incisori italiani moderni pel
corretto disegno, per la morbidezza delle carni, la grazia e la varietà
del bulino, imitativa degli oggetti»67. La storia dell’incisione, oltre
Vincenzo Catenacci o Filippo Rega, non può prescindere da altri
nomi eccellenti, primi fra tutti i fratelli Bartolomeo e Luca Costanzo
da Sambuca68, principali artefici della produzione medaglistica dei
Borbone69, «che seppero imitar sì bene le più rare monete grecosicule, fra le quali la Sicheliotan, da illudere i più esperti conoscitori
stranieri che le compravano come antiche»70. Laudator temporis acti,
Gallo pratica ancora il luogo winckelmanniano della superiorità
degli antichi cui i moderni fanno bene a tendere – «il genio eccitato
dal clima e da’ grandi modelli»71 – e svela un debole verso oggetti
simili, amati anche sotto forma di impronte, che amava mostrare
nella casa-museo all’Olivella summa delle sue esperienze e luogo di
medaglie d’oro o d’argento58 nelle mostre periodiche organizzate
dal Reale Istituto d’Incoraggiamento di arti e manifatture, da
Ferdinando II di Borbone «con tanta sapienza al bene di questo regno
stabilito»59. Di più: l’ambiente orafo trova sponda negli interventi sui
periodici (si leggano per esempio gli encomi sull’orafo palermitano
Giovanni Fecarotta60) e, su scala nazionale, in pubblicazioni come
il saggio di “oreficeria archeologica” licenziato a Firenze nel 1862
dall’orafo e antiquario romano Augusto Castellani61.
V
olevo continuare questo ragionamento e notare come, non a
caso, l’altra figura menzionata sia il già ricordato Michele Laudicina,
professore di Gliptica a Trapani62, che «diessi di proposito alla
incisione de’ cammei e gemme che copiava dagli antichi, e per tali
li vendeva a gran prezzo agli stranieri»63. Artista prolifico «molto
esperto e risoluto nel maneggio del bulino», bravo sì, ma con un
talento più imitativo che originale, non riuscendo altrettanto ispirato
nei lavori d’invenzione, se una sua agata orientale raffigurante
Carmelo Bajamonte
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
15
numero 3 - maggio 2010
incontro per artisti, dotti, visitatori72.
Non meno interessanti mi sembrano le glosse sul medaglista
Giuseppe Barone73, su Ignazio Melazzo – «valente e franco incisor
di medaglie» ma scaltro contraffattore di conî, al fresco già dal
182774 –; sull’orafo Marco Di Chiara, allievo di Giuseppe Patania
e Valerio Villareale, del quale Gallo aveva scritto nel 1839 su
“L’Oreteo” di Palermo75; su Paolo Cataldi, infine, altro «abilissimo
orafo, che speculò un metodo e una macchina per riprodurre
medaglie antiche»76. In particolare, l’attività di quest’ultimo artista,
originario di Buccheri e attivo nel Val di Noto, risulta documentata
in alcune carte d’archivio inedite da cui vien fatto di supporre che
il problema delle falsificazioni fosse tenuto in un certo conto dalla
politica culturale borbonica77.
Del resto già Domenico Sestini, regio antiquario di S.A.R. il
Granduca di Toscana, ricorda come nel XVIII secolo a Catania, città
in cui prestava servizio come bibliotecario presso Ignazio Paternò
Castello V principe di Biscari, godesse largo successo un’officina di
falsificatori esperta nell’imitazione degli esemplari più rari78.
Detto questo occorre aggiungere che non solo l’anticomania
caratterizzava la cultura artistica isolana, ma tutta una produzione
di cui Gallo arguisce il pregio intrinseco dai materiali trattati con
un raffinamento creativo di straordinaria sottigliezza e vivacità.
Ma lasciamolo dire: «In Sicilia diverse produzioni naturali, come le
agate, i diaspri, e altre pietre a diversi colori, l’ambra, il corallo, le
madriperle, le conchiglie, hanno apprestato agli artisti nell’intaglio
i materiali più belli e svariati, onde effigiarvi graziose figurine.
Talché fu promosso un commercio attivissimo con gli stranieri da
più secoli, principalmente sostenuto da Trapani, città addetta a tali
incisioni, e feconda di vivaci e industriosi ingegni»79.
Oltre alla silografia impiegata per i libri illustrati nell’editoria sin
dal XV secolo80, la Sicilia poteva vantare a parere dello scrittore
il primato assoluto nell’uso delle «gemme fittizie», le paste vitree
colorate e dorate. Invenzione per consuetudine ascritta al francese
Homberg agli inizi del XVIII secolo, ma qui già attestata in epoca
fenicio-punica81, ricomparsa con l’arte musiva in età normanna e
N
on è l’unico riferimento all’attività di falsari, su cui sono
riuscito a recuperare una casistica eterogenea testimoniante non
solo l’esistenza di un mercato di copie e contraffazioni nei conî –
che automaticamente consentiva alle richieste di un collezionismo
competitivo disposto a tutto pur di completare le serie mancanti
– ma un largo orizzonte che intriga storia economica e storia del
gusto, argomento che rinvio volentieri a una prossima occasione.
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
16
numero 3 - maggio 2011
le proprie tinte, fiori, piante e ornati che risultano di grande effetto
e bellezza»84. Un giudizio molto positivo che potrebbe spendersi
sia per l’ornamentazione barocca sia per lavorazioni del XIX
secolo, come i pavimenti e i rivestimenti in marmo e mosaico della
neogotica casa Forcella, citati a non finire dalla contemporanea
letteratura artistica come non plus ultra di bello artificio85.
Maestranze siciliane, Paliotto (part.), Chiesa del Collegio dei Gesuiti, Caltanissetta, XVII sec.
tornata in voga nell’Ottocento con Angelo e Luigi Gallo82, fratelli di
Agostino, tramite molteplici impieghi anche nel campo del restauro
«per riparare i guasti degli antichi musaici»83.
Suscita attenzione anche il passo sul fantasioso artificio dei marmi
policromi al quale Gallo affida tutta la sua soddisfazione per il
genio siciliano: «Il talento speculativo de’ siciliani si valse di questi
marmi per imitar la natura nel comporre con vari pezzetti, secondo
Carmelo Bajamonte
Gallo scandaglia la cattivante peculiarità del mischio siciliano – cui,
a differenza del mosaico fiorentino impiegato negli opifici medicei
solo per «mobili e tavolini», è tributato «l’onore di anteriorità e
d’invenzione […] laonde Palermo può andare fastosa per questo
riguardo più che la bella ed elegante Firenze e la magnifica Roma» –
con cui dal XVII secolo si approntò il rutilante addobbo permanente
per chiese e cappelle. Nell’iperbole di queste righe – più che
sottolinearvi la scarsa conoscenza di un’opera quale la Cappella dei
Principi, mausoleo di Ferdinando I de’ Medici (1604), e dei relativi
studi monografici86, a dimostrazione del fatto che nella città toscana
non si producessero soltanto arredi lapidei – può essere applaudita
la maturità di giudizio sul valore delle decorazioni a marmo mischio
che a quella data non doveva essere così pacifica, se l’autore biasima
in una nota la dismissione degli apparati marmorei e la demolizione
della parrocchia di S. Giacomo la Marina di Palermo87, avvenute
proprio nel 1863 quando il suo scritto odorava ancora di inchiostro.
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
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numero 3 - maggio 2011
Fra le «sotto-specie» della
scultura è annoverata l’argenteria depauperata lungo
i secoli da alienazioni
consumate «con pietosa
fraude». È il caso di annotare
che l’arte degli argentieri
del XVII secolo, fucina
di “macchine” barocche
come l’Urna di S. Rosalia
(1631) della Cattedrale di
Palermo88, si ritrova affiliata
A. Fecarotta (Dis. e Lit.), Cinquemani & Marotta (Lit.), Urna di S. Rosalia.
Non mancano cenni alla
ceroplastica, «ch’è pure de’
tempi greci e romani in Sicilia,
non indietreggiò nell’epoca
mo-derna, particolarmente in
Palermo»92, e a un’artista ricca
di intuizioni, Anna Fortino,
allieva di Rosalia Novelli e
Giacomo Serpotta93, alle cui
«opere squisite» Agostino
Gallo aveva fatto assumere
un rilievo di primo piano
già nell’articolo uscito su
“Passatempo per le Dame”94.
stilisticamente alla blasonata
scuola
gaginiana
tardo
rinascimentale, giacché sono «gli ultimi scolari degli
scolari di Antonio Gagini»89,
Affine all’arte della cera è R. Politi, Giacomo Bongiovanni e Giuseppe
Vaccaro, in “Poliorama Pittoresco”,
la coroplastica «madre del Napoli 1843.
cisello e dell’incisione», in cui
si distinsero in epoca classica Demofilo, Gorgaso e il pittore Zeusi,
il cui luogo natale (Eraclea Minoa) era stato prima reclamato alla
Sicilia95. Sono trascorsi pochi anni dal 1858, quando Raffaello Politi,
corrispondente di Gallo, pubblica i Cenni biografici su’ valentissimi
plasticisti da Caltagirone Bongiovanni e Vaccaro96, già passati sul
e soprattutto Nibilio90 – confuso con Niccolò, figlio di Giacomo,
stando alla lezione tràdita da Vincenzo Auria nel Gagino redivivo
(1698) –, a essersi distinti per le loro belle fatiche, fra cui ricorda
il paliotto di seta ricamata con placche d’argento per i benedettini
di S. Martino delle Scale91.
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
18
numero 3 - maggio 2011
“Poliorama Pittoresco”
di Napoli nel 184397.
Il palermitano sembra
guardare
all’excursus
storico della ceramica
tratteggiato dall’amico
siracusano, con cui
scambiava idee, libri,
quadri98: è comparabile
che è forse uno
dei più significativi
nel suo opuscolo,
da decifrare come
pieno convincimento
di un alto standard
qualitativo e di un
possibile allargamento
imprenditoriale
per
l’impostazione diacroalcune officine di
nica culminante proprio
industria
artistica100,
nei gruppi di terracotta
che avevano ottedei Bongiovanni di
nuto
incoraggianti
Caltagirone,
«addetti
riconoscimenti anche
a modellare in argilla i
nell’International
costumi villaneschi delle
Exhibition di Londra
nostre contrade con tal
del 1862101. È facile
Giovanni Antonio Matera (e bottega), Presepe, Collezione privata, Palermo.
accorgersene
anche
verità ed espressione
quando il palermitano illustra i presepi in legno, tela e colla di
da recar sorpresa e diletto. Laonde sono avidamente ricercati e
«un certo Matera», elogiato per la «insuperabile semplicità, verità
comprati dagli stranieri»99.
Mi occorre spendere qualche parola in merito a una certa insistenza
ed espressioni ne’ pastori»102. L’occhio da conoscitore ne coglie
di Gallo sulla commerciabilità di queste manifatture, elemento
le specificità del linguaggio con i richiami al naturalismo pittorico
Carmelo Bajamonte
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
19
numero 3 - maggio 2011
seicentesco e alle sculture di Bernini – come era stato già notato da
Jacob Burckhardt103 – e l’attitudine per una messa in scena atipica
rispetto alla tradizione napoletana, i cui scarabattoli «senza l’artificio
d’un paesaggio artistico, non producevano il bell’effetto di quelli di
Palermo»104.
che si rifletta sulla fondazione del Museo Artistico Industriale diretto
dallo scultore Vincenzo Ragusa (1884)107, sulla vivace diffusione di
periodici specialistici108, e sull’Esposizione Nazionale di Palermo
del 1891-’92, con numerose divisioni dedicate alle arti industriali109.
Prima di finire un’ultima osservazione: con questi brevi accenni Gallo
arma la prora verso ulteriori studi che cadono ai primissimi anni del
Novecento, in un’ottica riferibile, grosso modo, alla museologia e alla
storia del collezionismo – si prenda come esempio il tentativo di
approfondimento svolto da Salvatore Romano proprio sulle opere di
Giovanni Matera105 – o al problematico aspetto dell’attribuzionismo
e alla fortuna critica di artefici di difficile identificazione, come i
Nolfo scultori trapanesi, sulle cui tracce doveva muovere, con
risultati non sempre illuminanti, il canonico trapanese Fortunato
Mondello106.
Ho idea, dunque, che la proposta d’interpretazione affacciata
da Agostino Gallo – un autore che anche in anni recenti non ha
smesso di appassionare la critica – si ponga principalmente come
un superamento del divario fra arti alte e applicate in una nuova
prospettiva nazionale. Un primo apporto, non senza distorsioni
campanilistiche e tratti inconferenti, ma però apprezzabile nell’attesa
del riconoscimento che le seconde vivranno presto in Sicilia, solo
________________________
1 Sul tema cfr. S. La Barbera, Le arti decorative nelle fonti e nella letteratura artistica
siciliana, in Splendori di Sicilia. Arti Decorative dal Rinascimento al Barocco, catalogo
della mostra a cura di M.C. Di Natale, Charta, Milano 2001, pp. 260-277.
2 Benigno da Santa Caterina, Trapani nello stato presente, profana e sacra, mss.
del 1810-1812, custoditi ai ss. 199-200 presso la Biblioteca Fardelliana di Trapani.
3 G.M. Fogalli, Memorie biografiche degl’illustri trapanesi per santità, nobiltà, dottrina
ed arte, ms. della I metà del XIX secolo, custodito ai ss. 14 C 8 presso la Biblioteca
del Museo regionale “A. Pepoli” di Trapani.
4 Per il trapanese Giuseppe Maria Berardo Di Ferro e Ferro cfr. S. La Barbera,
Giuseppe Maria Di Ferro teorico e storico d’arte, in Miscellanea Pepoli. Ricerche sulla cultura
artistica a Trapani e nel suo territorio, a cura di V. Abbate, Trapani 1997, pp. 147-166.
5 C. Pasca, Cenno di Cesare Pasca beneficiale della real cappella Palatina di Palermo.
Delle pietre dure e dell’arte di lavorarle – Dell’uso e commercio dei marmi – Su gli smalti e
l’arte del mosaico – Sulle crete e l’arte di lavorar la terra cotta – Delle terre che si possono
usare nella pittura e dell’asfalto, in “La Lira. Giornale artistico-letterario-teatrale” [poi
“La Lira”], a. I, n. 26, 27 marzo 1852, pp. 101-102: «Ho voluto qui brevemente
parlare dello stato attuale di alcune arti in Sicilia, e delle materie indigene che
servono all’esercizio di esse, per essere un soggetto poco trattato dagli altri. Mi
sono prefisso in questo un doppio scopo: di promuovere dai privati imprenditori
il miglioramento di esse arti, e l’introduzione dei materiali proprî del nostro suolo,
e quando l’opera de’ privati non bastasse chiedere la protezione della pubblica
autorità». Ivi, p. 101.
6 Per il profilo di Agostino Gallo (1790-1872) cfr. F.P. Campione, Agostino Gallo:
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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numero 3 - maggio 2011
16 Id., Vita di Angelo Marini siciliano insigne scultore ed architetto del secolo XVI per la
prima volta messo in luce da Agostino Gallo da Palermo, in “GASLA”, t. CLXXIII, n.s.
XXVII, giugno, luglio e agosto 1861,1862, pp. 327-356.
17 Allo scultore carrarese il Decurionato messinese commissionò la statua
in bronzo di Ferdinando II. Cfr. L. Paladino, Situazione della scultura a Messina
nell’Ottocento, in La scultura a Messina nell’Ottocento, catalogo della mostra a cura di
L. Paladino, Assessorato regionale BB.CC.AA. e P.I., Messina 1997, pp. 19-25.
18 A. Gallo, Saggio di Agostino Gallo su’ pittori siciliani vissuti dal 1800 al 1842,
in G. Capozzo, Memorie su la Sicilia tratte dalle più celebri accademie e da distinti libri
di società letterarie e di valent’uomini nazionali e stranieri con aggiunte e note per Guglielmo
Capozzo socio di varie accademie, vol. III, Virzì, Palermo 1842, pp. 123-147. Per il
Saggio cfr. S. La Barbera, Il «Saggio sui pittori siciliani vissuti dal 1800 al 1842» di
Agostino Gallo, in Le parole dei giorni. Scritti per Nino Buttitta, vol. I, a cura di M.C.
Ruta, Sellerio, Palermo 2005, pp. 358-377.
19 Vedi F. Bologna, La coscienza storica dell’arte d’Italia, Garzanti, Milano 1992,
in part. pp. 165 e ss. Per la situazione siciliana cfr. S. La Barbera, Dall’erudizione
alla connoisseurship alla critica d’arte in Sicilia. Metodologia degli studi sull’arte dalla fine del
secolo XVIII ai primi decenni del XX secolo, in Metodo della ricerca e Ricerca del metodo.
Storia, arte, musica a confronto, atti del convegno di studi (Lecce, 21-23 maggio 2007)
a cura di B. Vetere con la collaborazione di D. Caracciolo, Congedo, Galatina
2009, pp. 283-310.
20 «Si comprendeva ormai che la migliore aureola glorificante da offrire alla
Sicilia consisteva nell’esaltarne il valore, per cosi dire, materno nei confronti della
cultura italiana: la Trinacria, erede incorrotta e continuatrice di greci e di latini,
ponte tra la classicità e i tempi nuovi dell’Italia moderna». G.C. Marino, L’ideologia
sicilianista. Dall’età dei «lumi» al Risorgimento, Flaccovio, Palermo 1971, p. 199.
21 G. Di Marzo, Delle Belle Arti in Sicilia dai Normanni sino alla fine del secolo XIV,
vol. I, Salvatore Di Marzo, Palermo 1858, pp. 67-68.
22 «[…] in altri miei saggi proverò del pari che ciò avvenne anche per
l’architettura, per la scultura in marmo, la pittura e la musica e per molte
invenzioni utili al consorzio civile». A. Gallo, Sull’influenza…, p. 19. Un’urgenza
evidentemente molto sentita da Agostino Gallo che nel 1863 aveva fondato
insieme con alcuni studiosi siciliani anche l’Assemblea di Storia Patria, con lo scopo
di far conoscere il contributo dato dalla Sicilia all’Unità italiana e al progresso
un enciclopedista dell’arte siciliana, in La critica d’arte in Sicilia nell’Ottocento. Palermo, a
cura di S. La Barbera, Flaccovio, Palermo 2003, pp. 107-127.
7 A. Gallo, Sull’influenza ch’esercitarono gli artisti italiani in varii regni d’Europa ad
introdurvi, diffondervi o migliorar l’arte d’intagliar cammei in pietre dure e tenere, incidere in
rame, cesellare e smaltare in argento e in oro, Tipografia Barcellona, Palermo 1863.
8 Per la figura e l’opera di Gioacchino Di Marzo cfr. S. La Barbera, Gioacchino
Di Marzo critico d’arte dell’Ottocento, in Sul Carro di Tespi. Studi di storia dell’arte per
Maurizio Calvesi, a cura di S. Valeri, Bagatto Libri, Roma 2004, pp. 211-228.
9 G.M. Mira, Bibliografia Siciliana ovvero Gran Dizionario Bibliografico delle opere
edite e inedite, antiche e moderne di autori siciliani o di argomento siciliano stampate in Sicilia
e fuori, vol. I, Gaudiano, Palermo 1875, pp. 387-394; A. Gallo, Autobiografia (ms.
XV. H. 20.1.), ed. a cura di A. Mazzè, Biblioteca centrale della Regione siciliana di
Palermo, Palermo 2002, in particolare pp. 100-132.
10 A. Gallo, Notizia intorno all’arte dell’intaglio in legno dell’epoca Sveva in Sicilia, in
“Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia” [poi “ESLS”], t. V, a. II, 1833,
pp. 94-96.
11 Id., Necrologia, in “ESLS”, t. V, a. II, 1833, pp. 104-105, in cui tra i lavori di
«tutto finimento» del Laudicina sono menzionati gli oggetti della collezione del
principe di Trabia.
12 Ibid., pp. 105-107.
13 A. Gallo, Sull’arte dell’intaglio in pietre dure o tenere in Italia. Saggio di Agostino
Gallo da Palermo, in “Giornale Arcadico di Scienze, Lettere ed Arti” [poi “GASLA”],
t. CLXXXI, n.s. XXXVI, gennaio-febbraio 1863, 1864, pp. 50-85.
14 Per il quale cfr. D. Pacchiani, Un archeologo al servizio di Pio IX: Pietro Ercole
Visconti (1802-1880), in “Bollettino dei Monumenti, Musei e Gallerie Pontificie”,
XIX, 1999, pp. 113-127. In anni precedenti il rapporto fra Agostino Gallo e Pietro
Ercole Visconti era stato animato dalla polemica letteraria su Angelo Costanzo
e Vittoria Colonna, come ricordato da A. Gallo, Risposta alle osservazioni critiche
del chiar. cav. Pietro Ercole Visconti sulla vita di Angelo di Costanzo scritta da Agostino
Gallo, in Poesie italiane e latine e prose di Angelo di Costanzo or per la prima volta ordinate
e illustrate con la giunta di molte rime inedite tratte da un antico codice la versione poetica de’
carmi latini e la vita dell’autore per opera di Agostino Gallo siciliano, Lao, Palermo 1843.
15 A. Gallo, Necrologia di Giuseppe Patania, in “GASLA”, t. CXXIV, gennaiofebbraio-marzo, Roma 1852, pp. 344-354
Carmelo Bajamonte
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
21
numero 3 - maggio 2011
all’Egitto, alla Fenicia, alla Grecia e a tutte le nazioni asiatiche poste sul Mediterraneo,
Guglielmini e Redaelli, Milano 1840.
27 A. Gallo, Sull’influenza…, pp. 5-6.
28 Ivi, p. 6.
29 Ibid.
30 Ibid.
31 Ibid. Con molta probabilità con riferimento alla lettera Sugli smalti pubblicata
dal briviese a Milano nel 1833.
32 Ibid. Sull’opera, custodita nel Tesoro della Cattedrale di Palermo, cfr. C.
Guastella, in Federico e la Sicilia dalla terra alla corona, vol. II, arti figurative e suntuarie,
catalogo della mostra a cura di M. Andaloro, Ediprint, Siracusa 1995, scheda 6,
pp. 63-74; M.C. Di Natale, Ori e argenti del Tesoro della Cattedrale di Palermo, in M.C.
Di Natale, M. Vitella, Il Tesoro della Cattedrale di Palermo, Flaccovio, Palermo 2010,
pp. 39-52.
33 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 20.
34 E. Mauceri, Monumenti di Randazzo, in “L’Arte”, IX, 1906, pp. 185-192, fig.
3, p. 186; S. Bottari, Le oreficerie di Randazzo, in “Bollettino d’Arte”, a. VII, s. II,
n. I – luglio, 1927, pp. 301-309, fig. 1; M. Accascina, Oreficeria di Sicilia dal XII al
XIX secolo, Flaccovio, Palermo 1974, p. 127.
35 A. Gallo, Vita di Angelo Marini…, p. 348, nota 1. Per l’opera cfr. C.
Guastella, in Federico e la Sicilia…, vol. II, scheda 21, pp. 123-133; M. Vitella, I
manufatti tessili della Cattedrale di Palermo, in M.C. Di Natale, M. Vitella, Il Tesoro…,
pp. 112-114.
36 F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni. Protagonisti ed interpreti del restauro dei
monumenti a Palermo nella seconda metà dell’Ottocento, Officina, Roma 1994, pp. 55 e ss.
Sul mito del medioevo nel XIX secolo cfr. I. Porciani, Il Medioevo nella costruzione
dell’Italia unita: la proposta di un mito, in Italia e Germania. Immagini, modelli, miti fra due
popoli nell’Ottocento: il Medioevo, a cura di R. Elze, P. Schiera, Il Mulino - Duncker &
Humblot, Bologna-Berlin 1988, pp. 163-191.
37 Senatore del Regno unitario dal 1861 per volere di Cavour, Michele Amari
(1806-1889) resse il dicastero dal dicembre del 1862 al settembre del 1864.
38 R. Daidone, Le officine palermitane di maiolica della seconda metà del Settecento.
Testimonianze e documenti, in Terzo fuoco a Palermo 1760-1825. Ceramiche di Sperlinga e
Malvica, catalogo della mostra a cura di L. Arbace, R. Daidone, Arnaldo Lombardi,
della civiltà. Cfr. V. Di Giovanni, La prima Società di Storia Patria in Palermo (17771803), in “Archivio Storico Siciliano”, n.s., a. VIII, 1883, pp. 497 e ss.
23 A.P. Giulianelli, Memorie degli Intagliatori moderni in pietre dure, cammei, e gioje,
dal Secolo XV fino al Secolo XVIII, Fantechi e Compagni, Livorno 1753.
24 Introduzione allo studio delle pietre intagliate del Sig. A.L. Millin. Conservatore
degli antichi monumenti nella Biblioteca di Parigi, e Professore d’istoria e delle antichità nella
medesima. Dal francese nell’idioma italiano ridotta, Solli, Palermo 1807. Il nome di
Aubin-Louis Millin de Grandmaison circola moltissimo in Sicilia sia attraverso il
Dizionario portatile delle favole (Bassano 1804) che con questa Introduzione allo studio
delle pietre intagliate, pubblicata in prima edizione a Parigi nel 1796, tradotta a spese
di Francesco Abate e stampata nel 1807 per i tipi Solli. L’edizione previde un
apparato di «poche note, che riguardano alcuni articoli dell’arte d’intagliare in
Sicilia» e su artisti dello scolpire in piccolo, come i fratelli trapanesi Andrea e
Alberto Tipa. In aggiunta alla descrizione delle pietre e della «parte meccanica
della gliptica», di tipologie e collezioni italiane e europee, una parte dello scritto
è dedicata alla «critica delle pietre intagliate» cioè a dire «l’arte di formare un
giudizio, sia intorno alla bellezza, ovvero all’antichità delle medesime», nella
consapevolezza che «il saper distinguere le pietre antiche da quelle moderne è
cosa assai difficile, e si sono da se stessi ingannati i più abili conoscitori», p. 43.
Per Aubin-Louis Millin (Parigi 1759-1818) cfr. M. Preti-Hamard, infra.
25 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 5, nota 2. Le notizie manoscritte sono ora A.
Gallo, Lavoro di Agostino Gallo sopra l’arte dell’incisione delle monete in Sicilia dall’epoca
araba sino alla castigliana (ms. XV. H. 15, cc. 1r-45v) Notizie de’ figularj degli scultori e
fonditori e cisellatori siciliani ed esteri che son fioriti in Sicilia da più antichi tempi fino al 1846
raccolte con diligenza da Agostino Gallo da Palermo (ms. XV. H. 16, cc. 1r-25r; ms. XV.
H. 15, cc. 62r-884r), ed. a cura di A. Anselmo, M.C. Zimmardi, Biblioteca centrale
della Regione siciliana di Palermo, Palermo 2004. Sulle polemiche fra Gallo e Di
Marzo cfr. A. Mazzè, L’incompiuta Storia delle Belle Arti: progetti e polemiche, in A.
Gallo, Notizie intorno agli architetti siciliani e agli esteri soggiornanti in Sicilia da’ tempi più
antichi fino al corrente anno 1838. Raccolte diligentemente da Agostino Gallo palermitano per
formar parte della sua Storia delle belle Arti in Sicilia (ms. XV. H. 14), ed. a cura di A.
Mazzè, Biblioteca centrale della Regione siciliana di Palermo, Palermo 2000, pp.
V-XXIII.
26 A. Mazzoldi, Delle origini italiche e della diffusione dell’incivilimento italiano
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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Roma 1806, p. 124. Si veda pure Sgadari di Lo Monaco, Pittori e scultori siciliani
dal Seicento al primo Ottocento, Agate, Palermo 1940, p. 151.
45 S. Costanzo, Valerio Villareale, in “Passatempo per le Dame” [poi “PpD”], a.
4, n. 38, 17 settembre 1836, pp. 301-305 scrive che l’artista «anche in questo ramo
[la gliptica] seppe trarsi l’altrui ammirazione facendo de’ non pochi squisiti lavori
che gli procacciaron fama perché di un’attitudine originalissima, e con quei tagli
assoluti di che i Greci usavano per dar finimento ad opere di cotal natura» p. 303.
Per la situazione romana vedi L. Pirzio Biroli Stefanelli, Glittica, medaglistica,
oreficeria. Artisti-artigiani per l’Europa, in Maestà di Roma da Napoleone all’Unità d’Italia.
Universale ed Eterna Capitale delle Arti, catalogo della mostra, Electa, Milano 2003,
pp. 517-520; A. Pinelli, Il Neoclassicismo nell’arte del Settecento, Carocci, Roma 2005,
pp. 69-77. Imprescindibile F. Haskell, N. Penny, L’antico nella storia del gusto. La
seduzione della scultura classica 1500-1900, Einaudi, Torino 1984.
46 Per il museo, istituito dal gesuita Ignazio Salnitro nel 1730 nei locali del
Collegio Massimo dei Gesuiti di Palermo, cfr. R. Graditi, Il museo ritrovato. Il
Salnitriano e le origini della museologia a Palermo, Assessorato regionale BB.CC.AA. e
P.I., Palermo 2003.
47 Sul museo dell’antica abbazia benedettina di San Martino delle Scale la cui
origine (1744) si deve all’iniziativa del priore Giuseppe Antonio Requesens e di
don Salvadore Maria Di Blasi, cfr. V. Abbate, «Ut mei gazophilacii … nova incrementa
pernosceres»: Salvadore Maria Di Blasi e il Museo Martiniano, in Wunderkammer siciliana
alle origini del museo perduto, catalogo della mostra a cura di V. Abbate, Electa,
Napoli 2001, pp. 165-176; R. Equizzi, Palermo San Martino delle Scale. La collezione
archeologica: storia delle collezione e catalogo delle ceramiche, «L’Erma» di Bretschneider,
Roma 2006.
48 Per gli aspetti più generali di questo fenomeno cfr. E. Paul, Falsificazioni
di antichità in Italia dal Rinascimento alla fine del XVIII secolo, in Memoria dell’antico
nell’arte italiana. I generi e i temi ritrovati, t. II, a cura di S. Settis, Einaudi, Torino 1985,
pp. 413-439; K. Pomian, Collezionisti, Amatori e Curiosi. Parigi-Venezia XVI-XVIII
secolo [1987], il Saggiatore, ed cons. Milano 2007, pp. 306 e ss.; Le gemme incise nel
Settecento e Ottocento. Continuità della tradizione classica, atti del convegno di studio
(Udine, 26 settembre 1998) a cura di M. Buora, «L’Erma» di Bretschneider, Roma
2006.
49 R. Politi, Un cammeo in onice, in “Poliorama Pittoresco. Opera periodica
Palermo 1997, pp. 17-29.
39 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 9. Per le cineserie cfr. H. Honour, L’arte
della cineseria. Immagine del Catai, Sansoni, Firenze 1963. Per le ricadute locali
P. Palazzotto, Riflessi del gusto per la cineseria e gli esotismi a Palermo tra Rococò e
Neoclassicismo: collezionismo, apparati decorativi e architetture, in Argenti e cultura Rococò
nella Sicilia centro-occidentale 1735-1789, catalogo della mostra a cura di S. Grasso,
M.C. Gulisano, Flaccovio, Palermo 2008, pp. 535-561.
40 Gallo ci informa che nella sua collezione erano: «due statuette, una
sacerdotessa, ed una Melpomene, che son pregevoli». A. Gallo, Intorno ad un
lavoro di maiolica in Palermo, rappresentante la Beata Vergine col Bambino, modellato da
Luca della Robbia fiorentino, in “GASLA”, t. CLIX, n.s. XIII, gennaio-febbraio,
1859, pp. 59-73. L’articolo, dedicato a una robbiana con la Madonna col Bambino del
convento di S. Domenico di Palermo, anticipa alcuni temi dell’opuscolo sulle arti
applicate siciliane di cui noi. Per la robbiana con la Madonna del cuscino cfr. F. Negri
Arnoldi, Due esempi di terracotta in Sicilia, in Splendori di Sicilia…, pp. 108-113.
41 Per Valerio Villareale (1773-1854) cfr. D. Malignaggi, Valerio Villareale,
catalogo a cura di D. Favatella, “Quaderni dell’A.F.R.A.S. Scultura”, 1, Palermo
1976. Si veda anche I. Bruno, Valerio Villareale un Canova meridionale, allegato
a “Kalós – arte in Sicilia”, a. XII, n. 1, Gennaio-Marzo 2000. Per l’attività di
restauratore cfr. V. Chiaramonte, Valerio Villareale, scultore e conoscitore, tra cultura
antiquaria e restauro, in Gli uomini e le cose. I. Figure di restauratori e casi di restauro in
Italia tra XVIII e XX secolo, atti del convegno nazionale di studi (Napoli, 18-20
aprile 2007) a cura di P. D’Alconzo, ClioPress, Napoli 2007, pp. 25-57.
42 F. Meli, La Regia Accademia di Belle Arti di Palermo, Le Monnier, Firenze 1939,
nota 1, p. 27. Villareale v’insegnò anche Glittica e Osteologia dal 1827 al 1837.
43 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 12. Qui Gallo riprende un topos della letteratura
su Villareale come artista neoclassico che «ha più diritto alla nostra gratitudine
per aver preso la scultura da mani di Ignazio Marabitti che immegliandola bensì
non poté però rialzarla alle vere sue forme di bellezza per le capricciose e sconce
maniere invalse verso la metà del secolo XVIIo». E. Amato, La Psiche del sig. Valerio
Villareale, in “Il Contemporaneo. Giornale periodico di Scienze e Lettere, di Arti
e Mestieri”, a. I, n. 4, 15 febbraio 1846, p. 32.
44 Nel 1802 Villareale sposò Teresa Lucchi cugina del Pistrucci. Cfr. G.A.
Guattani, Memorie enciclopediche romane sulle Belle arti, antichità etc., vol. I, Salomoni,
Carmelo Bajamonte
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
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numero 3 - maggio 2011
Palermo 1969, pp. 76-107; vol. III (Palermo 1827), pp. 117-141. Per gli studi di
numismatica nel XIX secolo cfr. R. Macaluso, Storia degli studi di numismatica antica
in Sicilia: F. Ferrara, G. Alessi, C. Gemmellaro, G. Romano, in “Sicilia Archeologica.
Rassegna periodica di studi, notizie e documentazione edita dall’Ente Provinciale
per il Turismo di Trapani”, a. XI, n. 38, dicembre 1978, pp. 59-65.
53 «Le dette monete son vendute per un certo discreto prezzo […] in guisachè
senza molta spesa se ne può acquistare una mediocre raccolta». F. Münter, Viaggio
in Sicilia di Federico Munter tradotto dal tedesco dal tenente d’artiglieria cav. D. Francesco
Peranni con note e aggiunte del medesimo. Prima versione italiana, vol. I, Abbate, Palermo
1823, p. 149. Cfr. E. Di Carlo, Dai Diarî di Federico Münter (il suo soggiorno a Palermo),
in “Archivio Storico per la Sicilia”, a. IV-V, 1938-1939, pp. 471-481; T. FischerHansen, Frederik Münter in Syracuse and Catania in 1786: antiquarian leglislation and
connoisseurship in 18th century Sicily, in Oggetti, uomini, idee. Percorsi multidisciplinari per la
storia del collezionismo, atti della tavola rotonda (Catania, 4 dicembre 2006) a cura di
G. Giarrizzo, S. Pafumi, Fabrizio Serra, Pisa-Roma 2009, pp. 117-137.
54 C. Savettieri, Dal Neoclassicismo al Romanticismo, Le fonti per la Storia
dell’arte, 6, Carocci, Roma 2006, p. 131.
55 «[…] fu presentato da un rivenditore ad un viaggiatore un bel cammeo
imitante l’antico, inciso dal nostro artista, e quegli volendosi accertare di esser
greco, ne chiese il suo parere. Il Villareale si tolse scaltramente d’imbarazzo
con indicargli un antiquario che dicea di aver maggior conoscenza di lui in quel
genere; e confermato dal medesimo di essere antico, il viaggiatore lo comprò a
gran prezzo». A. Gallo, Sull’influenza…, p. 12.
56 «Lo egregio scultore palermitano Valerio Villareale modellò con questa
creta [un particolare tipo di argilla proveniente dal feudo Misercannone presso
Monreale] come per saggio dei gruppi di figure diverse, e riuscirono così belle da
imitare le statuette greche». C. Pasca, Sulle crete e l’arte di lavorare la terra cotta, in “La
Lira”, a. I, n. 33, 15 maggio 1852, pp. 129-130. Durante il XIX secolo con questa
stessa argilla rossa furono realizzati dalla R. Fabbrica di Napoli anche vasi figurati
del tutto simili ai classici. [J.J. Haus], Dei vasi greci comunemente chiamati etruschi
delle lor forme e dipinture dei nomi ed usi loro in generale colla giunta di due ragionamenti
sui fondamentali principj dei Greci nell’arte del disegno e sulla pittura all’encausto, Reale
Stamperia, Palermo 1823, p. 16; cfr. pure G. Galbo Paternò, Sull’arte ceramografica
in Sicilia e su gli esperimenti che si sono ai nostri giorni eseguiti. Pochi ricordi di Giovanni
diretta a diffondere in tutte la classi della società utili conoscenze di ogni genere,
e a rendere gradevoli e proficue le letture in famiglia”, a. VII, sem. II (11 Febbrajo
– 5 Agosto 1843), n. 51, 29 luglio 1843, pp. 401-403; Id., Due cammei e due intagli
in onice descritti dall’artista Raffaello Politi, Stamperia dell’Intendenza, Noto 1847.
L’articolo è corredato dalla litografia di G. Riccio del cammeo appartenente alla
variegata collezione di Politi; il secondo contributo, dedicato a Nicola Santangelo,
ministro segretario di stato di Francesco I, è una succinta descrizione di quattro
gemme antiche della medesima collezione. Su Politi cfr. C. Bajamonte, Raffaello
Politi (1783-1870). Fra antiquaria e critica d’arte, tesi di Dottorato di Ricerca in Storia
dell’arte medievale, moderna e contemporanea in Sicilia (ciclo XVIII - 2004/2007),
Università degli Studi di Palermo, Tutor Prof.ssa Simonetta La Barbera. Per il
periodico napoletano cfr. N. Barrella, Il dibattito sui metodi e gli obiettivi dello studio
sull’arte a Napoli negli anni quaranta dell’Ottocento e il ruolo di «Poliorama Pittoresco», in
Percorsi di Critica. Un archivio per le riviste d’arte in Italia dell’Ottocento e del Novecento, atti
del convegno (Milano, 30 novembre – 1 dicembre 2006) a cura di R. Cioffi, A.
Rovetta, Vita e Pensiero, Milano 2007, pp. 21-34.
50 K. Pomian, Dalle sacre reliquie all’arte moderna. Venezia-Chicago dal XIII al XX
secolo, il Saggiatore, Milano 2004, in part. pp. 192 e ss.
51 F. Minolfi, Intorno ai giornali e all’odierna cultura siciliana cenno di Filippo Minolfi,
Gabinetto Tipografico all’insegna di Meli, Palermo 1837; E. Rocco, Giornali
siciliani, in “Il Progresso delle Scienze, delle Lettere e delle Arti. Opera periodica
compilata per cura di G.R.”, vol. IX, a. III, Napoli 1834, pp. 262-268. Il periodico
napoletano, fondato nel 1832 e diretto da Giuseppe Ricciardi, si occupò anche di
periodici “al di là del Faro”. Sul ruolo della stampa periodica cfr. S. La Barbera,
Linee e temi della stampa periodica palermitana dell’Ottocento, in Percorsi di Critica…, pp.
87-121.
52 Vedi per esempio N. Maggiore, Ricerche su di alcune medaglie di Camarina
antica città della Sicilia, in “Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia” [poi
“GSLA”], t. 28, fasc. 84, 1829, pp. 269-288; G. Politi, Invito a’ dotti Archeologi per
la interpretazione d’un antico Cammeo di Giuseppe Politi siracusano, in “GSLA”, t. 49,
fasc. 146, 1835, pp. 127-134; O. Abbate, Lettera al chiarissimo P. Vito Cavallo. Per
un cammeo, in “L’Oreteo. Nuovo Giornale”, a. II, n. 23, 1840, pp. 182-183. Per
i lineamenti dell’antiquaria in Sicilia cfr. D. Scinà, Prospetto della storia letteraria di
Sicilia nel secolo decimottavo, vol. II (Palermo 1825), Edizioni della Regione Siciliana,
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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numero 3 - maggio 2011
l’aspetto artistico, uno dei rarissimi contributi lo offre D. Malignaggi, Accademie
e promozioni delle arti nei primi anni dell’Ottocento siciliano, in La formazione professionale
dell’artista. Neoclassicismo e aspetti accademici, a cura di D. Malignaggi, Palermo 2002,
pp. 7-27. Per il quadro italiano S. Pinto, La promozione delle arti negli Stati Italiani
dall’età della riforma all’Unità, in Storia dell’arte italiana. Parte seconda. Dal Medioevo
al Novecento, Vol. II, Dal Cinquecento all’Ottocento. II Settecento e Ottocento, Einaudi,
Torino 1982, in part. pp. 791-1079; Arti Tecnologia Progetto. Le esposizioni d’industria
in Italia prima dell’Unità, a cura di G. Bigatti, S. Onger, Franco Angeli, Milano 2007.
60 Cfr. K., Di un ostensorio, in “Il Buon Gusto. Giornale istruttivo e dilettevole
per la Sicilia”, a. I, n. 17, 1 aprile 1852, p. 66-67; Y., Belle Arti. Un grande ostensorio,
in “La Lira”, a. I, n. 29, 17 aprile 1852, p. 115. Si veda anche Sul grande ostensorio
dei RR. PP. Benedettini di S. Martino lavoro di Giovanni Fecarotta incisore e giojelliere di
Palermo. Parole di un amico ed ammiratore di lui, Palermo 1854. Gli scritti trattano
della «più bella opera di oreficeria, che ai nostri giorni si fosse mai veduta […]
in argento dorato; pezzi d’oro e gemme», realizzata per i pp. Benedettini di San
Martino delle Scale da Giovanni Fecarotta. Per l’ostensorio oggi perduto cfr. S.
Barraja, Un episodio di conservazione della suppellettile ecclesiastica, in L’eredità di Angelo
Sinisio. L’Abbazia di San Martino delle Scale dal XIV al XX secolo, catalogo della
mostra a cura di M.C. Di Natale, F. Messina Cicchetti, Palermo 1997, fig. 3, p. 321.
Gli appunti manoscritti di Gallo sull’orafo, risalenti al quarto decennio del XIX
secolo, sono ora A. Gallo, Notizie degli incisori siciliani, a cura di D. Malignaggi,
Palermo 1994, pp. 123-124. Per gli aspetti tecnico-innovativi dell’oreficeria
siciliana cfr. R. Vadalà, Nuove forme dell’oreficeria europea nella Sicilia dell’Ottocento, in
Storia, critica e tutela dell’arte nel Novecento. Un’esperienza siciliana a confronto con il dibattito
nazionale, atti del convegno internazionale di studi in onore di Maria Accascina
(Palermo-Erice, 14-17 giugno 2006) a cura di M.C. Di Natale, Salvatore Sciascia,
Caltanissetta 2007, pp. 466-474.
61 A. Castellani, Dell’oreficeria antica. Discorso di Augusto Castellani, Le Monnier,
Firenze 1862. Su Augusto Castellani (1829-1914) cfr. I Castellani e l’oreficeria
archeologica italiana, catalogo della mostra, «L’Erma» di Bretschneider, Roma 2005.
Cfr. anche G. Pucci, Antichità e manifatture: un itinerario, in Memoria dell’antico nell’arte
italiana. Dalla tradizione all’archeologia, t. III, a cura di S. Settis, Einaudi, Torino
1986, pp. 251-292; P. Giusti, Gioielli e «bisciuttieri» a Napoli nell’Ottocento, in Civiltà
dell’Ottocento. Le arti a Napoli dai Borbone ai Savoia. Le arti figurative, catalogo della
Galbo-Paternò Baronello di Montenero, Virzì, Palermo 1847.
57 C. Pasca, Cenno di Cesare Pasca…, p. 102. Nell’articolo oltre a Michele
Laudicina e ai Tipa è ricordato il trapanese Giovanni Anselmo, intagliatore di
conchiglie attivo intorno alla metà del XVIII secolo.
58 M.S.G. [Stefano Mira e Sirignano Marchesino di San Giacinto], Reale
Istituto d’Incoraggiamento, in “PpD”, a. II, n. 23, 7 giugno 1834, pp. 180-181.
Nella premiazione del 1834, tenutasi come quella di Napoli il 30 maggio giorno
onomastico di Ferdinando II, fra le tante furono conferite medaglie d’argento
a Gioachino Bongiovanni di Caltagirone per le manifatture di terracotta, ad
Alberto di Giorgio da Trapani per manifatture di coralli, agli argentieri Antonino
Pampillonia e Giovanni Ficarrotta (o Fecarotta). Quest’ultimo fu insignito
della medaglia d’argento anche nel 1836, «per diversi perfetti lavori in oro e
argento a smalto e cesellatura», e nel 1846. Nel 1838 ottenne la medaglia d’oro.
Nell’esposizione del 1836 fu premiata con medaglia d’argento anche Teresa
Gargotta e Salinas (madre di Antonino) «per lavori di conchiglie indigene
maestrevolmente eseguiti». S. Costanzo, Reale Istituto d’Incoraggiamento, in ivi, a.
4, n. 24, 11 giugno 1836, pp. 192-195. Su questi temi cfr. C. Bajamonte, I “musei
effimeri” dell’Ottocento. L’origine delle esposizioni d’arte in Sicilia, in c.d.s.
59 Proemio, in “Effemeridi scientifiche e letterarie e lavori del R. Istituto
d’Incoraggiamento per la Sicilia”, a. III, t. IX, Gennaio Febbrajo e Marzo, 1834, p.
IV. Il Reale Istituto – fondato il 9 novembre 1831 da Ferdinando II su modello del
precedente istituito a Napoli che aveva avviato la consuetudine delle premiazioni
periodiche per le migliori manifatture del Regno (1826) – mirava a promuovere
le attività legate all’agricoltura, al commercio e alle manifatture. Mediante
l’organizzazione delle esposizioni di belle arti, con modalità simili a quelle di
altre città italiane, risultò uno dei cardini del sistema dell’arte del XIX secolo.
L’istituto fu sottoposto alla Commissione di Pubblica Istruzione ed Educazione
e dotato di una sorta di bollettino d’informazione intitolato “Novello Giornale
del Reale Istituto d’Incoraggiamento”. Negli anni 1834-1838 le “Effemeridi”
di Palermo pubblicheranno i resoconti dei lavori a firma dell’abate Emmanuele
Vaccaro segretario del R. Istituto. Gli elenchi di belle arti e dei premi conferiti
furono continuati nella forma di opuscoli fino al periodo postunitario. Cfr. R.
Busacca, Sullo Istituto d’incoraggiamento e sulla industria siciliana. Ragionamento economico
di Raffaele Busacca, Gabinetto Tipografico all’insegna di Meli, Palermo 1835. Sotto
Carmelo Bajamonte
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
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numero 3 - maggio 2011
mostra, Electa Napoli, Napoli 1997, pp. 221-225.
62 F. Mondello, Bozzetti biografici di artisti trapanesi de’ sec. XVII, XVIII e
XIX, Tip. Modica-Romano, Trapani 1883, pp. 40-44; F. Pipitone, La graduale
trasformazione dalla bottega artigiana all’accademia nella prima metà dell’Ottocento in Sicilia,
in La formazione professionale dell’artista. Neoclassicismo e aspetti accademici, a cura di
D. Malignaggi, Università degli Studi di Palermo, Palermo 2002, in part. pp. 5574; R. Vadalà, Corallari e scultori attivi a Trapani e nella Sicilia occidentale dal XV al
XIX secolo, in Materiali preziosi dalla terra e dal mare nell’arte trapanese e della Sicilia
occidentale tra il XVIII e XIX secolo, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale,
Assessorato regionale BB.CC.AA. e P.I., Palermo 2003, ad vocem, pp. 382-383.
63 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 12. Cfr. pure Id., Notizie degli incisori…, pp.
131-134; M.C. Di Natale, Gioielli di Sicilia, Flaccovio, Palermo 2000, pp. 255-260.
64 A. Gallo, Necrologia…, p. 105; Id., Notizie de’ figularj degli scultori e fonditori…,
pp. 255-256.
65 Id., Sulla scuola di scultura fondata in Palermo dal sig. Valerio Villareale, in “PpD”,
a. 5, n. 19, 13 maggio 1837, pp. 145-148.
66 Id., Sull’influenza…, p. 13.
67 Ibid. Si veda inoltre Litografia, in “PpD”, a. 4, n. 28, 9 luglio 1836, pp. 125126 [ma 225-226]; A. Gallo, Lettera di Agostino Gallo all’egregio incisore Tommaso
Aloisio Messinese professore d’intaglio in Napoli, in “La Lira”, a. I, n. 51, 6 novembre
1852, pp. 203-204; Id., Notizie degli incisori…, pp. 125-128. T. Aloysio-Juvara,
Della storia e dello stato odierno dell’arte dell’incisione, in “Nuove Effemeridi Siciliane di
Scienze, Lettere ed Arti”, a. I, dispense IX-X, dicembre 1869 – gennaio 1870, pp.
404-416. Sul rapporto fra Agostino Gallo e l’artista cfr. Lettere di Tommaso Aloysio
Juvara ad Agostino Gallo, a cura di G. Molonia, in “Messenion d’oro. Trimestrale di
cultura e informazione”, n.s., n. 20, aprile-giugno 2009.
68 A. Gallo, Notizie degli incisori…, pp. 116-117; D. Malignaggi, L’Acquaforte.
Vincenzo Riolo, Francesco La Farina, Bartolomeo e Luca Costanzo Incisori, Palermo 2008.
Si veda pure P. Sgadari di Lo Monaco, Pittori e scultori…, p. 35 che definisce
Luca «abilissimo contraffattore di quadri antichi di cui fece poco scrupoloso
commercio».
69 Cfr. E. Ricciardi, Medaglie del Regno delle Due Sicilie 1735-1861, I.T.E.A. Edit.
Tip., Napoli 1930.
70 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 14, nota 1. Sulla moneta cfr. Esame della celebre
medaglia antica battuta in nome di tutti i siciliani coll’epigrafe
del signor
marchese G. Haus, in “GSLA”, t. 18, fasc. 52, 1827, pp. 71-97. Fra i contributi più
segnalo E.
recenti al problema delle monete con la leggenda
Sjoqvist, Numismatic notes from Morgantina. 1. The Sikeliotan Coinage, in “Museum
Notes”, American Numismatic Society, n. 9, 1960.
71 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 18.
72 G. Raymondo Granata, Duecentosessanta giorni in Palermo nel 1861 ovvero
biografia e gabinetto scientifico-artistico dell’archeologo signor Agostino Gallo, Stamperia del
Commercio, Messina 1863, p. 51 ricorda infatti «dodici grandi e mezzani quadri
formante un’accolta di circa 1500 medaglie in gesso, in gran parte cavate da camei
e gemme antiche».
73 Un elenco delle sue medaglie è in A. Gallo, Lavoro di Agostino Gallo sopra
l’arte dell’incisione..., pp. 39-40.
74 «Ignazio Milazzo, come imputato di contraffazione di moneta, fu rinchiuso
nella casa di correzione di Palermo al 26. Dicembre 1827. A 2. Marzo 1830
fu condannato all’Ergastolo». Archivio di Stato di Palermo [poi A.S. Pa.], Real
Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale in Sicilia. Polizia, filza 222,
fasc. 20/2, doc. 908, verbale in data in data 13 agosto 1835. Per le notizie sull’orafo
cfr. A. Gallo, Notizie degli incisori…, pp. 129-130.
75 A. Gallo, Sopra una medaglia di Tiziano incisa in metallo da Marco di Chiara, in
“L’Oreteo. Nuovo Giornale”, a. I, n. 1, 1839, pp. 5-6.
76 Id., Sull’influenza…, p. 14, nota 2.
77 A.S. Pa., Real Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale in Sicilia,
Ripartimento Interno, Busta 18, Relazione di Gabriele Judica Regio Custode delle
antichità di Noto al ministro Marchese Ferreri, in data 16 novembre 1818, cc.
23-24.
78 D. Sestini, Sopra i moderni falsificatori di medaglie greche antiche nei tre metalli e
Descrizione di tutte quelle prodotte dai medesimi nello spazio di pochi anni, Tofani, Firenze
1826, per il quale cfr. S. Pafumi, Museum Biscarianum. Materiali per lo studio delle
collezioni di Ignazio Paternò Castello di Biscari (1719-1786), Alma, Catania 2006, p. 113.
79 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 15. Gallo accenna in nota alla collezione del
conte Corrado Ventimiglia che contava 400 varietà di pietre dure. Su una raccolta
del XVIII cfr. il Catalogo di una raccolta di pietre dure native di Sicilia esistente presso l’abate
D. Domenico Tata, Raimondi, Napoli 1772. Su questi temi cfr. soprattutto M.C. Di
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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numero 3 - maggio 2011
87 Sulla chiesa cfr. A. Mazzè (a cura di), Le parrocchie, Flaccovio, Palermo 1979,
pp. 73-153.
88 Per l’arca cfr. M.C. Di Natale, S. Rosaliae Patriae Servatrici, Palermo 1994,
pp. 11-80.
89 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 18.
90 Le prime precisazioni sull’argentiere Nibilio Gagini, nipote di Antonello, si
devono a G. Di Marzo, I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI. Memorie
storiche e documenti, 2 voll., Tipografia del Giornale di Sicilia, Palermo 1880 e 1883.
Cfr. M.C. Di Natale, Gioacchino Di Marzo e le arti decorative, in Gioacchino Di Marzo
e la Critica d’Arte…, pp. 157-167.
91 Cfr. M.C. Di Natale, Paliotto, scheda II.37, in Ori e Argenti di Sicilia dal
Quattrocento al Settecento, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale, Electa,
Milano 1989, pp. 211-212.
92 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 19.
93 Cfr. A. Turrisi Colonna, Sopra Anna Fortino. Lettera di Annetta Turrisi Colonna
a Nicolò suo fratello, in “ESLS”, a. VI, t. XXIII, 1838, pp. 36-42. Sulla Fortino
scriverà anche S. Mira e Sirignano, Biografie e cose varie, Tipografia del Giornale di
Sicilia, Palermo 1873, pp. 76-84.
94 A. Gallo, Lavori artistici in cera di Anna Fortino palermitana, in “PpD”, a. 4, n.
33, 13 agosto 1836, pp. 261-264.
95 Id., Sulla vera patria di Zeusi pittore dell’epoca greca e cenni biografici dello stesso per
Agostino Gallo, Palermo 1861. Lo studio fu ripubblicato in “GASLA”, t. CLXXV,
n.s. XXX, gennaio-febbraio, Roma 1863, pp. 81-148.
96 R. Politi, Cenni biografici su’ valentissimi plasticisti da Caltagirone Bongiovanni e
Vaccaro riprodotti con aggiunte e parte istorica dell’arte di modellare in creta, Tipografia
Blandaleone, Girgenti 1858. Si veda inoltre A. Ragona, I figurinai di Caltagirone
nell’Ottocento, Sellerio, Palermo 1996.
97 R. Politi, Giacomo Bongiovanni e Giuseppe Vaccaro, in “Poliorama Pittoresco”,
a. VII, sem. II (11 Febbrajo – 5 Agosto 1843), n. 32, Napoli 18 Marzo 1843,
pp. 249-250. L’articolo è accompagnato da uno «schizzo litografico» raffigurante
il gruppo con il Ciabattino. Anche nella stampa periodica locale sono segnalati
contributi sui due maestri calatini. Cfr. P. Palazzotto, Cronache d’arte ne «La
Cerere» di Palermo, in Percorsi di Critica…, pp. 123-142.
98 Cinquantuno lettere autografe ad Agostino Gallo (7 Maggio 1826 – 12 Settembre
Natale, I maestri corallari trapanesi dal XVI al XIX secolo, in Materiali preziosi…, pp.
23-56.
80 Cfr. Immagine e testo. Mostra storica dell’editoria siciliana dal Quattrocento agli inizi
dell’Ottocento, a cura di D. Malignaggi, Assessorato regionale BB.CC.AA. e P.I.,
Palermo 1988.
81 «Perocché in alcuni sepolcri greci e cartaginesi, apertisi in diverse città di
Sicilia e in quelli di Palermo nella strada di Mezzomonreale [l’area della necropoli
punica di corso Calatafimi] de’ tempi Fenici e Cartaginesi, si sono rinvenute fiale,
vasettini e gingilli di ragazzi in vetri colorati». A. Gallo, Sull’influenza…, p. 16.
Su questi aspetti si veda A. Spanò Giammellaro, I vetri della Sicilia punica, Unione
Accademica Nazionale, Corpus delle Antichità Fenicie e Puniche, Bonsignori,
Roma 2008.
82 Per le attività dei fratelli Gallo cfr. A. Rotolo, La cultura meccanica siciliana
dal XVII al XIX secolo, Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo 2009, pp. 118-120.
83 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 16. Si veda anche C. Pasca, Su gli Smalti e l’Arte
del Mosaico, in “La Lira”, a. I, n. 31, 1 maggio 1852, pp. 122-123, in cui, oltre a
Angelo Gallo, è ricordato Sebastiano Zerbo, che a seguito dell’incendio scoppiato
nel 1811 all’interno del Duomo di Monreale nel 1817 ne restaurò i mosaici con
l’impiego di paste vitree. Sulle pratiche del restauro musivo cfr. M. Guttilla, Un
interprete del restauro musivo dell’Ottocento: Rosario Riolo e il suo ambiente, in Gioacchino
Di Marzo e la Critica d’Arte nell’Ottocento in Italia, atti del convegno di studi nazionali
(Palermo, 15-17 aprile 2003) a cura di S. La Barbera, Palermo 2004, pp. 246-262.
84 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 16.
85 Cfr. C. Pasca, Cenno di Cesare Pasca…, p. 102; Sull’interno della casa del Sig.r
Marchese Forcella in Palermo. Cenno di Angelo Osnato da Caronia, Messina 1845. Si
tratta di Palazzo Forcella-de Seta, riconfigurato dal 1833 per volere del marchese
Enrico Carlo Forcella secondo un eclettismo revivalistico che qui trova forme
compiute e originali. Cfr. G. Di Benedetto, Palazzo Forcella-de Seta, in “Kalós –
arte in Sicilia”, a. 10, n. 2, Marzo-Aprile 1998, pp. 24-31. P. Palazzotto, Teoria e
prassi dell’architettura neogotica a Palermo nella prima metà del XIX secolo, in Gioacchino
Di Marzo e la Critica d’Arte…, pp. 228-230.
86 Mi riferisco in particolare a A. Zobi, Notizie storiche riguardanti l’Imperiale e
Reale stabilimento dei lavori di commesso in pietre dure di Firenze raccolte e compilate da
Antonio Zobi, Le Monnier, Firenze 1841.
Carmelo Bajamonte
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
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numero 3 - maggio 2011
105 S. Romano, Di alcune eccellenti figure in legno scolpite dal trapanese Matera verso
il 1700 e che ora trovansi a Monaco nel Museo Nazionale bavarese, in “Archivio Storico
Siciliano”, n.s., a. XXVII, 1902, pp. 241-255. Puntualizza quanto scritto da
Salvatore Romano F.A. Belgiorno, I presepi di Matera a Monaco tra storia e leggenda,
in “Kalós – arte in Sicilia”, a. 14, n. 3, Giugno-Settembre 2002, pp. 6-9.
106 F. Mondello, L’Arte nel Presepio per le piccole figure degli scultori Nolfo di
Trapani, con 4 illustrazioni, ms. del 1905, custodito ai ss. 190 presso la Biblioteca
Fardelliana di Trapani. Per il canonico trapanese (1834-1908) cfr. M. Vitella,
Fonti del XIX secolo per la Storia dell’arte in Sicilia: il canonico Fortunato Mondello, in
Metodo della ricerca…, pp. 407-420.
107 Cfr. V. Crisafulli, 1884 Vincenzo Ragusa e il Museo Artistico industriale Scuole
Officine, in 1884 Vincenzo Ragusa e l’Istituto d’Arte di Palermo, a cura di V. Crisafulli,
Kalós, Palermo 2004, pp. 13-41.
108 Si veda per esempio R. Cinà, Arte e gusto sulle pagine de “L’Arte Decorativa
Illustrata”, in “teCLa-Effemeride”, 2010, www.unipa.it/tecla/effemeride/1_
effemeride.php, DOI 10.4413/EFFEMERIDE. Sulla rivalutazione delle arti
decorative rimando a G.C. Sciolla, La riscoperta delle arti decorative in Italia nella prima
metà del Novecento. Brevi considerazioni, in Storia, critica e tutela dell’arte nel Novecento…,
pp. 51-58; F. Bologna, Dalle arti minori all’industrial design. Storia di una ideologia,
Laterza, Bari 1972.
109 Esposizione Nazionale 1891-92 in Palermo. Catalogo generale, Stabilimento
Tipografico Virzì, Palermo s.d. [ma 1891]; “Palermo e l’Esposizione nazionale
del 1891-92. Cronaca illustrata”, Treves, Milano 1892; “L’Esposizione Nazionale
illustrata di Palermo. 1891-92”, Sonzogno, Milano 1892. Cfr. A.M. Fundarò,
Le arti industriali siciliane nell’Esposizione di Palermo, in Dall’artigiano all’industria.
L’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892, a cura di M. Ganci, M. Giuffrè,
Società Siciliana per la Storia Patria, Palermo 1994, pp. 237-264.
1866), ms. del sec. XIX, custodito ai ss. 2 Qq G 113, n. 36 presso la Biblioteca
comunale di Palermo.
99 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 18. Altre notizie su Giacomo e Giuseppe
Vaccaro Bongiovanni sono in Id., Notizie de’ figularj degli scultori e fonditori…, pp.
269-272.
100 Anche Francesco di Paola Avolio esprime l’idea di rilanciare economicamente
il settore dell’arte dei figulini e di «svegliare l’addormentate braccia ad opere
migliori». F. Avolio, Delle antiche fatture di argilla che si ritrovano in Sicilia, Lorenzo
Dato, Palermo 1829, pp. xlii-xliii. Gioacchino Di Marzo ricorda, piuttosto,
l’importanza delle officine trapanesi: «Da più di un secolo gli artisti trapanesi
si rivolsero a cavar profitto dall’abbondanza degli alabastri del patrio territorio,
e dalla pesca del corallo e delle conchiglie», nominando fra gli artisti Giovanni
Anselmo, Andrea e Alberto Tipa, Michele Laudicina e Pietro Bordino «di cui si
sono venduti eccellenti lavori a fondo ed a rilievo sopra agate orientali». Dizionario
topografico della Sicilia di Vito Amico. Tradotto dal latino ed annotato da Gioacchino Di
Marzo chierico distinto della Real Cappella Palatina, vol. II, Pietro Morvillo, Palermo
1856, p. 624.
101 Nel catalogo dell’Esposizione di Londra – classi 33 (Works in precious Metals
and their imitations and Jewellery) e 35 (Pottery) – figurano fra gli altri Giuseppe Laodicini
(!) per i cammei su conchiglia, il corallaro trapanese Carlo Guida, Gaetano Armao
di Santo Stefano di Camastra per riproduzioni di vasi etruschi, Giuseppe Vaccaro
Bongiovanni. Questi artisti parteciparono anche all’Esposizione Nazionale di
prodotti agricoli e industriali e di belle arti di Firenze del 1861.
102 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 19. Per Giovanni Matera (1653-1718) cfr. G.
Bongiovanni, Giovanni Antonio Matera un grande scultore di figure “in piccolo”, allegato
a “Kalós – arte in Sicilia”, a. III, n. 6 Novembre-Dicembre 1991. Si veda pure G.
Cocchiara, I pastori del Matera, in “Sicilia”, n. 36, 1962, nn.
103 J. Burckhardt, Il Cicerone. Guida al godimento delle opere d’arte in Italia [1855],
vol. I, Sansoni, Firenze 1992, p. 784.
104 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 19. Sul presepe napoletano si veda almeno
L. Correra, Il Presepe a Napoli, in “L’Arte”, II, 1899, pp. 325-346; F. Mancini, Il
Presepe napoletano. Scritti e testimonianze dal secolo XVIII al 1955, SEN, Napoli 1983;
M. Piccoli Catello (a cura di), Il Presepe Napoletano. The Neapolitan Crib, Guida,
Napoli 2005.
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
28
numero 3 - maggio 2011
Carmelo Bajamonte
Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo
29
S critti d’arte di
C armelo L a F arina
(1786 - 1852)
di Nicoletta Di Bella
Davvero lungo l’elenco delle società scientifiche2 delle quali il
Nostro fu membro; socio promotore dell’Accademia Peloritana
dei Pericolanti3 , vi fu accolto come socio ordinario col nome di
“Accertato”, a soli sedici anni, il 20 marzo 1802 e dal 1830 ricoprì il
ruolo di Segretario Generale.
Il primo discorso4 letto nella prestigiosa istituzione nel luglio 1806,
C
armelo La Farina, una delle figure più interessanti nel
panorama della cultura messinese dei primi decenni del secolo
XIX, fu uomo politico, archeologo, erudito e conoscitore, di grande
apertura mentale e dotato di una propensione all’indagine filologica
di notevole modernità.
Nato a Messina nel 1786, studiò Lettere classiche all’Accademia
Carolina. Nel 1815 sostituì Andrea Gallo in qualità di professore
di Matematica nella stessa istituzione (divenuta poi Università di
Messina), all’età di soli diciassette anni. In seguitò si laureò a Catania
in Giurisprudenza e dal 1839 insegnò Geometria Trigonometria e
Sezioni Coniche nella neonata Regia Università degli Studi1.
a soli vent’anni, in cui si proponeva di «descrivere le Antichità della
nostra Messina, mostrarne le reliquie, ed additarne i mezzi per
conservarle»5, fu proprio a sostegno della necessità dell’istituzione
a Messina di una Cattedra di Belle Arti e di un Museo Civico6,
inteso con una impostazione e uno spessore culturale ben diversi
rispetto a quelli delle più famose quadrerie di Ruffo, Arenaprimo o
Brunaccini7, delle ricche wunderkammern e delle raccolte di mirabilia,
anche se frutto della stessa molteplicità di interessi. In Sicilia infatti,
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
30
numero3 - maggio 2011
i primi esiti degli orientamenti più attuali rivolgono la propria
attenzione agli ‘strati medi’ della popolazione, un pubblico di dotti,
scrittori, eruditi e anche artisti, fino a quel momento non ammessi
alle grandi collezioni, che con la diffusione dell’istruzione richiedono
e ottengono l’accesso agli oggetti e alle fonti8. Le raccolte, le
Antonino Mongitore14,
Gaetano Grano15 e
Jakob Philipp Hackert16,
Fedele da San Biagio17,
aveva sottolineato l’importanza del recupero
delle fisionomie cittadine
attraverso la ricostruzione del panorama
artistico locale18.
Il proposito di realizzare
un Museo Civico entro
le mura del Palazzo
Senatorio aveva riscosso
T. Alojsio Juvara, Ritratto di Carmelo La Farina, notevole successo tra
Messina, Biblioteca Universitaria Regionale.
gli Accademici19 che,
spro-nati dall’abate Cassinese D. Gregorio Cianciolo20 – strenuo
sostenitore insieme a La Farina e in quegli anni alla loro guida –
collaborarono fattivamente mediante la donazione di pregiate opere
d’arte21. Queste prime collezioni, in seguito, furono ulteriormente
implementate grazie alla partecipazione del Senato messinese che
intervenne sia assegnando alcuni locali, sia tramite finanziamenti,
biblioteche, insieme alle accademie, diventano i principali strumenti
di formazione intellettuale dei nuovi ceti borghesi9. Non mancano
a livello locale dimostrazioni concrete di organi di propulsione
culturale e didattica quali il ‘museo’, con annessa biblioteca e sede
dell’Accademia degli Etnei, del principe di Biscari Ignazio Paternò
di Castello, «inaugurato a Catania nel 1758 per “l’utilità degli studiosi
e il decoro della patria” ammirato dal Riedsel e da Goethe»10.
Il discorso di Carmelo La Farina può intendersi un vero e proprio
manifesto ideologico della sua attività futura: «descrivere le
antichità di Messina»11 – sia quelle ritrovate casualmente tra le
macerie scampate ai terremoti sia i manufatti archeologici esito delle
campagne di scavo –, recuperandole, mostrando e conservando gli
originali nei musei, valutando i danni dell’incuria del tempo e degli
uomini e i rischi ancora incombenti, eventualmente sostituendo gli
originali con delle copie esposte alle intemperie, come confermerà
anche in anni più maturi12, agganciandosi alla tradizione storiografica
precedente, che, già con figure di eruditi quali Francesco Susinno13,
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
31
numero3 - maggio 2011
scambi e acquisti, tra i quali i cinque pezzi superstiti del Polittico di
San Gregorio di Antonello da Messina22.
Intanto La Farina, cui era stata conferita da parte del Senato cittadino
la nomina a Prefetto onorario23 del neonato Museo Civico sito
più aggiornati32. L’attenzione alla formazione degli artisti è pari
all’apprezzamento senza riserve nei confronti dei grandi nomi del
momento: tra tutti Antonio Canova, Bertel Thorvaldsen, Pietro
Tenerani33, esponenti di quella cultura neoclassica che ebbe in La
Farina uno degli animatori nel contesto messinese e di cui ennesimo
riflesso è la passione per l’archeologia.
Ancora nell’Ottocento il pensiero predominante in Sicilia è
caratterizzato da riflessioni di impronta winckelmanniana, che
avevano consolidato nella coscienza intellettuale locale – grazie
anche alla pratica, ancora in voga, da parte di visitatori stranieri,
di compiere il viaggio in Sicilia allo scopo di indagare i reperti
dell’antichità – l’idea di un retaggio da riscattare, in un contesto
di rifiorita attenzione nei confronti dell’archeologia sostenuta
anche da molteplici iniziative, quale ad esempio, l’istituzione della
“Commissione di Antichità e Belle Arti” ad opera del governo
Borbonico nel 182734.
Non è semplice delineare brevemente le idee sull’arte dominanti
a Messina nella prima metà dell’Ottocento. Sin da un primo
sguardo, infatti, risulta evidente come le correnti culturali della città
peloritana siano frutto di contraddizioni e integrazioni derivate
da un’estrema varietà di situazioni che si concretizzano nell’opera
degli artisti e negli scritti degli esponenti della letteratura critica.
presso i locali dell’ex Archivio degli Atti Notarili, veniva inviato in
vari posti dell’Isola per acquistarvi monete24, ceramiche, marmi ed
altri oggetti che andavano ad ampliare le collezioni25, ulteriormente
accresciute a seguito della soppressione delle Corporazioni religiose
nel 1866 e al trasferimento nei locali dell’antico monastero di San
Gregorio26.
L’interesse per l’istituzione di borse di studio e la grande attenzione
per le arti figurative compaiono spesso quali tematiche ricorrenti in
molti dei dibattimenti cui egli prese parte all’Accademia Peloritana27.
Il supporto ai giovani artisti è difatti una delle costanti che traspaiono
negli scritti dell’erudito messinese28, sebbene l’apprezzamento
per l’arte contemporanea, nel momento in cui vengono meno la
committenza religiosa e quella laica tradizionale, sia subordinato
alle capacità di emulare l’antico e di esaltare le patrie glorie29.
Strenuo sostenitore di giovani promesse locali30, La Farina
propugnava presso il Municipio lo stanziamento di borse di
studio31 al fine di consentire alle nuove leve di completare la propria
formazione all’estero, perfezionandosi in contesti culturalmente
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
32
numero3 - maggio 2011
Il più disaminato
dei
dibattiti
del
periodo, la polemica
tra Neoclassici e
Romantici, vede il
Nostro tra i suoi
interpreti messinesi35.
L’aspetto più evidente si ebbe in un’accezione classicistica di
derivazione accademica sulla scorta della coeva trattatistica
francese39 che ribadiva i seicenteschi principi di “nobiltà” e
“decoro”40 e gli ormai abusati assunti di supremazia del disegno
sul colore e di “Bello” connaturato all’arte classica già ampiamente
permeati in ambito locale41, ma che sfociò in un rinato amore per
le arti, esplicitato da molteplici iniziative. L’apporto di alcuni spunti
prettamente romantici, maggiormente evidenti dopo gli anni ’30,
non venne disdegnato, ma incontrò difficoltà ancor maggiori
a causa della poderosa matrice culturale borbonica saldamente
ancorata in Sicilia42 e che all’indomani dell’Unità tornerà a farsi
sentire, seppur in senso più eclettico e con diverse implicazioni
ideologiche43. Nel primo quarantennio del secolo, si affacciavano
in Sicilia i primi tentativi di affermare le nuove istanze romantiche,
fortemente osteggiate dagli spiriti più conservatori, in una sorta di
istinto di protezione del clima intellettuale locale.
Soprattutto tra i membri più giovani dell’Accademia Peloritana
emerge qualche tentativo di approccio a posizioni che in ambito
extra-isolano appaiono già consolidate, per quanto timidamente
difese. Tra i dibattiti discussi in quegli anni all’Accademia, quello
del 1832 intitolato Del Romanticismo44 di Felice Bisazza45, autore
appena ventitreenne, che esponeva la sua testimonianza «con un
Sebbene la posizione
provinciale dei protagonisti della vicenda
culturale non consenta di definire quale
vera e propria querelle
l’atteggiamento conflittuale e le vistose
P. Tenerani, Monumento a Ferdinando II di contraddizioni tra le
Borbone, Messina, giardino di via Garibaldi. due
tendenze di
gusto36, l’attenzione ad estenuati modelli di cultura neoclassica, e
l’attrazione verso suggestioni romantiche ancora accademizzanti,
mancò di forti tensioni, nonostante il moltiplicarsi di periodici
tematici37, il contributo apportato da studi di stampo europeo38 e i
molteplici saggi di eruditi di cultura illuministico-borghese.
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
33
numero3 - maggio 2011
sostanziale fraintendimento dello spirito romantico. La posizione
di “equilibrista” che molta critica gli imputò, il tentare una
conciliazione tra due schieramenti che nell’Isola vedevano i classici
in netta preponderanza sullo sparuto gruppo romantico, rivela non
solo la difficoltà (o forse meglio, la paura dettata anche da un abito
spirituale irresoluto) di assumere atteggiamenti netti, ma anche
la fatica a comprendere fino in fondo la portata della sua stessa
proposta»46.
l pungolo liberale portato dai moti del ’48 caldeggerà il pensiero
romantico tra i teorici siciliani e i custodi del patrimonio artistico
isolano, talvolta incarnati in figure di spicco del movimento
risorgimentale47. Fino ad allora era mancata in Sicilia una vera e
propria speculazione teorica – ad esclusione di generiche indicazioni
sui manufatti architettonici48 – benché una prima manifestazione
delle nuove tendenze si fosse palesata sulla stampa periodica49 –
Questa volontà di ricostruzione si orientò in senso estremamente
eclettico, in un mix di neomanierismo, revival gotico, riesumazioni
rococò e espedienti neopalladiani sulla scia della presenza inglese
nella Sicilia di quegli anni51, in un momento in cui era fortemente
sentita l’esigenza di ricostituire un senso di continuità con i fasti
del passato seppur adeguandosi nella forma alle richieste della
committenza, mentre le nuove spinte romantiche si mantenevano a
livello epidermico, insufficienti per modificare in modo profondo la
‘formazione intellettuale’ nel suo complesso, ogni aspetto dell’arte,
ma anche la moda, il costume e le arti decorative.
Il tentativo di superamento della percezione di decadenza causata
della perdita di modelli culturali per la generazione degli artisti di
quegli anni52, in bilico tra la memoria di una produzione artistica
classicheggiante e i nuovi contenuti ‘spirituali’, riscattava appieno,
nella portata degli interessi, la qualità non sempre eccelsa53,
innestandosi perfettamente con la nascita di iniziative quali
l’istituzione del Museo Civico e la promozione dei giovani artisti da
parte dell’Accademia Peloritana54.
soprattutto in dispute ancora lontane dalla ricerca di vere e proprie
nuove articolazioni formali – per progetti e resta-uri della città,
sull’impeto dello slancio architet-tonico nato succes-sivamente al
sisma del 178350.
Tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’30 alcune memorie
archeologiche55 - ma anche un studio di natura scientifica56 - a firma
di La Farina appaiono anche tra le pagine del palermitano “Giornale
di Scienze, Lettere ed Arti per la Sicilia”, di cui è collaboratore
I
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
34
numero3 - maggio 2011
ordinario57, già dal 1823,
per esplicita richiesta del
Marchese delle Favare,
Direttore Generale di
Polizia e Luogotenente
Generale di Sicilia. La
partecipazione al “Giornale”, diretto da Giuseppe
Bertini, si conclude nel
’33 con la pubblicazione
delle prime notizie su
un
giovane
incisore
messinese,
nell’articolo
intitolato Messina. Biografia T. Alojsio Juvara, Ritratto di Carmelo La
Farina, Messina, Biblioteca Universidi Tommaso Aloisio58.
taria Regionale.
Il Nostro affronta questioni
connesse all’archeologia in diversi saggi. Del 1822 è il volume Su di
un antico sarcofago nella chiesa de’ PP. Conventuali di Messina59, corredato
da un’incisione in rame. Ancora nel ’32 ribadisce il suo interesse
verso temi di natura archeologica pubblicando nella città dello
Stretto un interessante contributo relativo al rinvenimento di un
sepolcreto romano60 a seguito degli scavi della piazza S. Giovanni
Gerosolimitano, da lui diretti su incarico del marchese della Cerda.
Nel 1844 pubblica per i tipi di Giuseppe Fiumara una memoria
intitolata Sopra un anello segnatorio. Considerazioni61. Fu anche recensore
per la “Sentinella del Peloro”62, un periodico di idee liberali e
progressiste che ebbe però breve vita63.
P
er quanto gli scritti di La Farina risentano della sua formazione
classicistica, l’attenzione alle opere dell’antichità si palesa anche
nell’interesse per il recupero, la conservazione e la tutela di prodotti
medievali64 e l’esposizione nei musei di «opere vetustissime, […]
monumenti rimasti dell’età di mezzo e de’ secoli bassi», oltre che di
reperti di storia naturale e di “macchine” moderne65. Un’attenzione
che, va sottolineato, è un’esigenza di tutela che sebbene arrivi a
sfiorare tendenze di gusto romantico66, è in realtà una necessità
di natura conservativa connessa alla volontà di incrementare
continuativamente le collezioni museali67. Anche in questo caso
si tratta di un fenomeno tutt’altro che provinciale, prodotto della
cultura illuministica e delle manifestazioni più floride dell’erudizione
locale, non legato esclusivamente a rivendicazioni campaniliste
nemmeno in quei casi in cui l’apertura critica ed estetica furono
meno accentuate68, bensì diffuso a livello europeo: opere d’arte
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
35
numero3 - maggio 2011
e vestigia dell’antichità acquistano nuovi significati alla luce dello
studio delle fonti e si trasformano a loro volta in «semiofori»69.
I manufatti di epoca medievale, considerati emblemi di un periodo
di magnificenza e autonomia politica dell’Isola, ben si prestavano
al ruolo di portavoce del messaggio di «memoria di antiche glorie
italiane»70 e pertanto
Frontespizio intorno le belle arti
tesche arrivando talvolta a sconcertanti
restauri di ripristino e ad
integrazioni, sebbene a
Messina in modo meno
invasivo che a Palermo72.
La ricchezza e la varietà
delle
problematiche
affrontate dal poliedrico
studioso raggiunge il
suo apice nelle lettere
pubblicate
sui
più
prestigiosi
periodici
isolani, in cui rettifica
molte notizie errate73,
Frontespizio intorno le belle arti
dà notizia di acquisti
effettuati per la «pubblica galleria, in cui come bello sacrario si sono
ricolti i dipinti della scuola messinese»74, oltre che a segnalare la
divennero oggetto delle
«cure pressoché esclusive
di quanti operavano
nel campo della tutela
degli edifici storici»71,
dando le mosse ad
un’azione di salvaguardia
metodologicamente
fondata alla ricerca delle
origini,
promuovendo
massicce campagne di
interventi, e soprattutto
nella seconda metà del
secolo, ad operazioni
di liberazione dalle
superfetazioni settecen-
presenza di opere credute perdute – sia a Messina che nelle zone
limitrofe – e a suggerire attribuzioni, sempre fornendo un’accurata
documentazione in proposito75. E ancora ricorda acquisizioni di
manoscritti e documenti da parte dell’Accademia Peloritana dei
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
36
numero3 - maggio 2011
Pericolanti76, a dimostrazione della modernità
tra Napoli, Roma e Venezia, grazie ad un
documento ritrovato nella Sagrestia della
chiesa di S. Paolo delle Monache, che fissa
a quella data anche l’esecuzione del Martirio
di S. Placido del Marolì87, suo concittadino e
compagno durante i nove anni del periodo
veneziano, di cui Lanzi dà un giudizio molto
poco lusinghiero88.
del suo atteggiamento di grande apertura verso
l’indagine filologica che lo porta al voler sempre
trascrivere personalmente le notizie d’archivio,
riportando con estrema accuratezza date,
firme, iscrizioni di fondamentale importanza
per la ricostruzione documentaria,
iconografica e iconologica di opere ormai
perdute e ad una costante verifica delle fonti
(Giuseppe Buonfiglio77, Placido Samperi78,
ra le comunicazioni più interessanti
Caio Domenico Gallo79) e non solo locali,
fornite da La Farina, le notizie relative ad
ma anche Vasari80 e Lanzi81 cui corregge non
Antonio Catalano89 nella quarta lettera,
poche sviste, dimostrando un atteggiamento
indirizzata a Giuseppe Grosso Cacopardo90, in
estremamente aggiornato, che trovava illustri
cui espunge dal catalogo dell’artista la Madonna
riscontri nell’ambito della critica filologica
del Rosario per la chiesa dell’Annunziata “alla
internazionale82. È il caso della biografia di
Ciaera”, firmata «minchello cardili fec»,
Onofrio Gabrieli83 della quale emenda alcuni
recuperata dopo il terremoto del 1908 e oggi
errori84, pubblicando tra le altre notizie,
il documento di Battesimo che consente A. Catalano “il Vecchio”, Sacra Famiglia in deposito al Museo regionale di Messina91
con S. Anna, Cefalù (PA), Chiesa dei
aggiungendo un altro nome alla famiglia dei
di anticipare di tre anni, al 1619, la data di Cappuccini.
pittori Cardillo e la S. Anna nella chiesa di
nascita fino a quel momento tramandata dalle
S. Giovanni nel villaggio Castanea92, chiaramente firmata e datata
fonti85. Anticipa anche al 165086 il ritorno in patria dal soggiorno
T
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
37
numero3 - maggio 2011
«gaspar camarda pingebat 1612», estendendo l’arco temporale
entro cui collocare l’attività dell’artista93, cui assegna anche la
Madonna del Rosario di Venetico, firmata e datata 160694.
Giuseppe Arifò109, Carlo Gemmellaro110, Salvatore Betti111, Lorenzo
Majsano112, Carmelo Allegra113, tratte da periodici quali “Lo
Spettatore Zancleo”, “il Faro”, “Scilla e Cariddi”114. La Corte non
Le Lettere Artistiche, dedicate ai più autorevoli membri della cultura
isolana – in ordine di successione a Agostino Gallo95, Pietro Lanza96,
Lazzaro Di Giovanni97, Giuseppe Grosso Cacopardo98, Placido
Vasta99, Nicolò Americo Fasani100, Giuseppe Alessi101, Gaetano
Grano102, Francesco Arrosto103, Tommaso Aloysio Juvara104–
vennero raccolte da La Farina nel 1835 in un volume intitolato
Intorno Le Belle Arti, e gli Artisti fioriti in varie epoche in Messina – Ricerche
di Carmelo La Farina ordinate in più lettere105. Edito a Messina dalla
Stamperia Fiumara, la stessa dello “Spettatore Zancleo”, consta
di 94 pagine comprendenti l’indice delle lettere e le errata corrige.
Ricevette lusinghiere recensioni in ambito locale106, ma anche su
seguì l’elenco115 redatto originariamente da La Farina, ma ne ricopiò
le note autografe e fornì copie dattiloscritte degli originali116, nelle
quali, in una chiosa, fornisce la spiegazione del metodo seguito per la
redazione di postille e annotazioni117. La Corte Cailler precisa anche
l’intenzione di La Farina di ripubblicare un volume comprensivo di
tutte le lettere, probabilmente ventiquattro118 e fornisce un lungo
elenco degli artisti e degli argomenti che il Nostro aveva trattato o
aveva intenzione di trattare119.
Le lettere impostate secondo una formula stilistica convenzionale,
un preambolo dedicato al destinatario, il vero e proprio articolo
denso di notizie storiche e documentarie già accennate nel titolo e
la conclusione con un breve commiato, come già osservato, furono,
inizialmente in gran parte pubblicate sullo “Spettatore Zancleo120”
e si ponevano in modo speculare agli scritti di Giuseppe Grosso
Cacopardo apparsi sul periodico “Maurolico”121 – della cui
Commissione deputata alla compilazione egli fece parte – negli
stessi anni.
Anche nei saggi più brevi La Farina mostra la sua obbiettività
e competenza nel ricostruire cronologie di artisti ignorati, nel
riviste non isolane, ad esempio il “Giornale Arcadico” di Roma, la
“Gazzetta Privilegiata” di Bologna.
U
na Seconda Parte delle lettere, raccolta da Gaetano La
Corte Cailler107 e da lui intitolata Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti
in varie epoche in Messina – Ricerche ordinate in più lettere, Parte II, Messina
1835-1845, consta di sette lettere indirizzate ad Anastasio Cocco108,
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
38
numero3 - maggio 2011
rinnovare il catalogo di quelli già
parzialmente noti e nel documentare
personalità fino a quel momento
sconosciute, sempre con precisa analisi
filologica e riscontro dei documenti
d’archivio, manifestando lo sguardo
attento dell’esperto conoscitore122.
Nella quinta lettera123, la figura di
Francesco Laganà, artista pressoché
ignoto, viene arricchita da interessanti
attribuzioni dell’erudito messinese
che gli riconferma la paternità della
Madonna del Rosario della chiesa dei
PP. basiliani di Mili Superiore (Me)124
irridendo
l’ignoranza
dell’artista
che si firma francesco. laganà. §
pingebat. 1B38, scambiando la B col
il 6. Riconducendo i modi dell’artista
a quelli di Andrea Quagliata, passa
a segnalare due dipinti non ricordati
dalle fonti, il San Liberale Vescovo, nella
chiesa di S. Liberale a Messina, firmato
G. P. Fonduli, Andata al Calvario, Castelvetrano (TP),
chiesa di S. Domenico.
Nicoletta Di Bella
e datato 1625 e l’Angelo Custode, per il
convento di S. Agostino a Taormina,
firmato e datato 1627, che considera
opere giovanili125.
È la competenza dettata dall’esperienza
e dall’uso di un occhio attento ed
allenato che lo spinge ad confutare,
nella terza lettera, datata 20 gennaio
1834126 e diretta a Lazzaro Di
Giovanni, la permanenza a Messina
dell’artista cremonese Giovan Paolo
Fonduli127, affermando che la tavola
firmata io. paulus funduli cremonen.
pingebat 1593 e rappresentante San
Diego, realizzata per il convento degli
osservanti di S. Maria di Gesù inferiore
e successivamente passata al Museo
Nazionale, non fosse stata eseguita
nella città del Peloro, come affermato
da Grosso Cacopardo128, ma che si
trattasse di una copia di quella dipinta
per la chiesa degli Osservanti di
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
39
numero3 - maggio 2011
L’acume nella ricerca d’archivio e l’attenzione nello studio delle fonti, si palesano
ancora una volta nella seconda lettera, indirizzata a Pietro Lanza, intitolata Sull’anno
di morte di Polidoro Caldara da Caravaggio129, artista che ebbe grande fortuna nelle
pagine della letteratura artistica isolana, nella quale il Nostro, inizia con una lunga
annotazione biografica tratta dalle pagine di Vasari130 e precisa subito: «benché
[questo racconto] paja sottile e minuto, m’induce ad alcune osservazioni, da che
può torsi argomento di varie inesattezze»131, dimostrando con acuti ragionamenti
come la data del 1543, indicata come anno di morte dell’artista lombardo, fosse
errata, anche se sino a quel momento accettata anche dalla trattatistica locale132
che aveva contestato quanto sostenuto in merito al luogo di sepoltura. Il brano di
Vasari viene contestato punto per punto da La Farina che ne demolisce le ipotesi
di fondatezza dimostrando la superficialità con cui nelle pagine dell’aretino erano
esposti numerosi avvenimenti, quali la realizzazione degli apparati trionfali133 in
occasione della venuta di Carlo V nel 1535, e collocati cronologicamente dal toscano
prima dell’esecuzione della celebre Andata al Calvario di Polidoro, oggi al Museo di
Capodimonte, di cui si hanno notizie certe134. Uno degli argomenti che La Farina
Polidoro da Caravaggio, S. Giordano, Adorazione
dei Pastori, Messina, Museo Regionale (già Messina, chiesa
di S. Maria dell’Altobasso).
Palermo nel 1589 e passata successivamente in casa
del Principe di Palagonia.
porta a sostegno della propria tesi è la data di consegna del dipinto dell’Adorazione
dei Pastori, commissionato al Caldara dai confrati di S. Maria dell’Alto (Me),
portato a termine, secondo le fonti, dal Guinaccia135. Il dipinto, ipotizza La Farina
citando Samperi, rimase incompiuto a causa della morte improvvisa dell’artista,
da fissarsi dunque poco oltre il 1534136; in realtà la data di consegna dell’agosto
del ’34 è nota solo dal documento di commissione stipulato il 5 febbraio 1533137.
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temi di Critica e Letteratura artistica
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numero3 - maggio 2011
Il Nostro sottolinea ancora che dal
1535 cessa ogni notizia sul pittore
lombardo; inoltre, nessuna menzione
ai fatti criminosi che portarono alla
morte Polidoro è accennata nei registri
della Confraternita degli Azzurri,
fondata nel 1541 con la funzione di
assistere i condannati a morte, né si
trovano memorie di eventuali spese
processuali nell’archivio della Corte
Stratigozionale o nei libri della Tavola
Pecuniaria138. Questi elementi, lo
portarono dunque a sostenere la tesi
di un possibile scambio di cifre nella
datazione proposta da Vasari139.
Ancora una volta, sono le puntuali
indagini documentarie che con-sentono
a La Farina di rilevare, nella lettera
indirizzata a Francesco Arrosto140,
notevoli incongruenze nella cronologia Polidoro da Caravaggio, Andata al Calvario. Napoli, museo e
relativa a Giovanni Simone Comandè Gallerie Nazionali di Capodimonte (già Messina, chiesa
dell’Annunziata dei Catalani).
tramandate dalla storiografia artistica,
Nicoletta Di Bella
consentendo di anticipare la tradizionale
data di nascita del 1580 al 1558141.
Lo stesso dicasi per le correzioni
apportate alla biografia di Filippo
Tancredi142, figura di spicco nella
produzione pittorica non solamente
isolana del secolo XVII, di cui anticipa
la data di morte dal 1725143 al 13 ottobre
1722, nella sesta lettera rivolta a Felice
Bisazza, in cui, ricostruendo il profilo
del pittore puntualizza la genealogia
materna dell’artista, concludendo con
parole taglienti: «[…] quali cose, mio
caro Felice, ho voluto sporti, perché tu
ti facessi accorto della poca o nissuna
diligenza di alcuni scrittori che a
furia lanciata ti dicono le più curiose
novelle di questo mondo»144. Rettifiche
a datazioni proposte dalle fonti sono
presenti anche nella dodicesima lettera
intitolata Si fissa l’anno del ritorno in patria
del famoso dipintore Antonino Barbalonga
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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da Messina145, dedicata
a Tommaso Aloisio
Juvara,
possessore
di un bozzetto del
Barbalonga per il
dipinto raffigurante il
San Filippo Neri146.
Le riflessioni dello
studioso messinese
avevano fornito un
ricco apporto alla
critica a lui più
prossima e a quella
successiva, ad esempio
nella
ricostruzione
F. Cardillo, Madonna col Bambino, S. Anna e
della figura di artisti S. Venera, Novara di Sicilia (ME), chiesa
poco conosciuti, quali madre.
Francesco Laganà, o Andrea Quagliata, o dei pittori Francesco
e Stefano Cardillo. Questi ultimi, padre e figlio, furono oggetto
della prima lettera indirizzata ad Agostino Gallo147, in cui La Farina
esordisce evidenziando subito la vaghezza di informazioni sicure
relative alla figura dei due artisti, ribadendo ancora una volta la
necessità di valutare
senza leggere «a
spento lume le altrui
opinioni intorno alla
cronologia degli artisti,
elemento necessariissimo per la storia
critica delle belle arti»
attingendo «a buone
sorgive, dopo non
poche operose ricerche,
e disamine»148.
Nella piena applicazione del “metodo”
proposto, lo studioso
F. Cardillo, Pietà, Castroreale (ME),
prosegue con una breve
chiesa madre.
analisi delle notizie
sui due artisti messinesi pervenute fino alla redazione della Memorie
di Hackert-Grano149 che include il pittore “Cardillo” nella scuola di
Polidoro, citando Samperi150, Buonfiglio151 – che prendeva in esame
esclusivamente la figura di Francesco – ma anche Caio Domenico
Gallo152, che a sua volta citava il manoscritto di Francesco Susinno153.
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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numero3 - maggio 2011
dei Mercanti, citando il brano in cui l’autore delle Memorie messinesi
descrive il dipinto quale opera di «Francesco Cardillo messinese di
tanta perfezione che i nostri lo rapportano come opera di Rubens»163.
Contesta a Grosso Cacopardo di aver anche affermato, riferendo
l’opinione di Caio Domenico Gallo, che Cardillo dipingeva con
“grazia” e “tenerezza” tali da farlo confondere col Correggio164 e
sottolinea come la sua opinione fosse condivisa da autorevoli firme,
quale ad esempio Giuseppe Bertini, che già alla precoce data del ’23
scriveva «chi non darebbe, per figura, in grandi scrosci di risa all’udire
lo storico Gallo che credè di Rubens il quadro di S. Francesco fra le
spine di Stefano Cardillo? Né ha maggior peso quanto dello stesso
scrive il N. A. Questa pittura a chi non conosce il Cardillo, sembra un’opera
del Coreggio: tale e tanta è la grazia e la tenerezza colla quale è dipinta» 165.
È interessante notare come La Farina avesse infatti superato il topos
della storiografia siciliana del XIX secolo che tendeva a ricordare
acriticamente la produzione artistica isolana del ‘600 nell’ambito del
classicismo di derivazione raffaellesca. Il Nostro prosegue l’aspra
critica al suo conterraneo osservando come questi perseverava
nell’errore, scambiando volutamente padre e figlio «senza quel fior
di critica, di cui è usato far tesoro nelle sue filologiche ed artistiche
disamine»166, pur di non ricusare l’attribuzione della Madonna di
Monserrato167 a Stefano, alla luce delle evidenti affinità stilistiche con
Nella lettera è presente solo un breve accenno154 all’attività di
ritrattista per cui l’artista era celebre, ma fornisce notizie più attuali
citando Grosso Cacopardo155 che, rifacendosi a sua volta a quanto
affermato da Gallo, aveva confutato l’attribuzione a Francesco
dei due quadri del Monastero dell’Alto raffiguranti S. Benedetto e S.
Bernardo, perduto, e la Visitazione156, gravemente danneggiata durante
il terremoto del 1908 e oggi al Museo Regionale di Messina, mentre
gli riferisce la tela firmata «Cardillus me fecit» in un piccolo cartiglio
retto nel becco da un cardellino157, raffigurante la Madonna del Soccorso
col Bambino incoronata da angeli tra San Michele e San Francesco della
chiesa Madre del comune di Soccorso158, riportando erroneamente
il titolo di Natività.
Anche la Strage degli Innocenti nel chiostro del Carmine, perduta
durante il terremoto del 1783159, è citata da La Farina come opera
di Francesco sulla scorta di quanto scritto dal Grosso Cacopardo160,
mentre Susinno la dice opera di Stefano e Gallo la legge inizialmente
quale frutto di una collaborazione tra i due, ipotesi che La Farina
smentisce decisamente affermando che i pittori non lavorarono
mai insieme dato che il padre morì quando Stefano era appena
dodicenne161. Segnala, ancora, la Madonna di Monserrato per la
cappella del castello di “Consaga” (Gonzaga), commissionata da
Francesco Beltrandes e datata 1600162 e il San Francesco per l’Oratorio
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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la Pietà rinvenuta a Castroreale168,
datata 1603 e firmata Francesco169.
La Farina espunge dunque dal
catalogo di Stefano tutte le opere
note, perdute e non, seppur
lasciando una possibilità per la
distrutta Strage degli Innocenti, ipotesi
con la quale concorda la critica
più recente170. Si limita a segnalare
alcuni dati biografici reperiti nel
corso delle sue ricerche: l’anno di
nascita, 1585, il matrimonio con
Flavia Cuttuni appena diciottenne,
Il fa per tutti, o sia calendario e notizie il 27 gennaio 1613, e la data di
per l’anno 1814, copertina, 1814.
morte, l’1 febbraio 1635171.
di apportare alcuni
importanti ma preziosi contributi, segno
di un’attenzione che
gli consentirà di
effettuare in anni
più maturi attribuzioni
inedite,
supportate
dalle sempre più
puntuali ricerche in
archivio
e
dalla
minuziosa
analisi
delle opere. È il
caso, solo per citare
un esempio, della D. Guinaccia, Annunciazione, Messina, Museo
perduta Annunciazione Regionale (già Messina, chiesa di S. Maria delle Grazie).
per la chiesa degli
Agostiniani “alla Ciaera” del 1585174, che per primo La Farina
assegna a Deodato Guinaccia175 sulla scorta del confronto stilistico
col dipinto di medesimo soggetto realizzato dall’artista per i
Carmelitani di S. Teresa a Portareale nel 1551 e oggi al Museo di
Messina, già ricordato anzitempo in un piccolo cameo176.
A
lcuni dei temi affrontati nelle lettere erano stati oggetto
della rubrica Notizie sui pittori messinesi172 pubblicata nella “Strenna (o
Calendario Astronomico) Il fa per tutti”173 edita per dieci anni, tra il
1812 e il 1822. Già alla precoce data del 1812, infatti, Carmelo La Farina
fornisce alcune brevi notazioni di carattere artistico, non mancando
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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O
pre-venturiano – che ha di certo avuto un ruolo rilevante nello
studio delle vicende artistiche isolane, autore di acute osservazioni
e scopritore di utilissime notizie documentarie fondamentali per
l’avvio di molte moderne ricerche su artisti siciliani.
ltre ai numerosi scritti
per gli atti delle varie istituzioni
di cui era membro, gli articoli di
tema artistico e le monografie177,
decisamente corposo è anche
il numero delle riviste alle quali
La Farina apportò contributi di
stampo scientifico e letterario.
Per lo “spettatore Zancleo” e per
“Il Faro”, scrisse altri interessanti
contributi, quali Congettura sul sito
dell’antico Nauloco178 e la Biografia
dell’astronomo messinese Antonio
Maria Jaci179, oltre che alcuni
prospetti statistici sulla cittadina
S. Zagari, Carmelo La Farina,
dello Stretto180, che vennero poi
Messina, Museo Regionale.
continuati sul “Giornale degli
Atti dell’Intendenza del Valle di Messina” 181.
Appare dunque evidente la versatilità e l’eclettismo di una figura
di intellettuale con aperture e interessi che sembrano presagire
la figura del moderno storico dell’arte – con un orizzonte quasi
________________________
1 Carmelo La Farina fu titolare del prestigioso titolo di Cancelliere Archiviario
del Comune. Nel 1811, fu nominato membro e geometra esaminatore della
Deputazione metrica di Messina, dove propugnò l’adozione del sistema metrico
decimale, sebbene fortemente osteggiato dai più. Nel 1828 venne incarcerato
ingiustamente, e tradotto nelle Prigioni Centrali di Palermo, con le accuse di “falsità
in pubblica scrittura” riscontrate su alcuni atti durante le ispezioni delle Imperiali
Reali Truppe Austriache. La sua innocenza fu accertata dopo un anno di carcere
nel forte di Castellammare, a seguito di un ricorso richiesto dal La Farina stesso.
Dopo il reintegro alle mansioni, e ripresa la propria attività di erudito, Carmelo
La Farina ebbe modo di mostrare la molteplicità dei suoi interessi in con una
notevole e diversificata mole di pubblicazioni. Fu anche effettivo al Congresso
degli Scienziati nel 1846 e membro della Società Economica della Provincia di
Messina e di quella della Calabria Ulteriore seconda. Nel 1845-46 ricoprì il ruolo di
Giudice di Gran Corte Criminale a Catanzaro. In merito all’attività politica del La
Farina – padre del patriota Giuseppe – , egli va menzionato anche quale membro
del Parlamento siciliano durante la rivoluzione del ’48 in quanto rappresentante
dell’Università di Messina. A seguito della restaurazione borbonica fu rimosso dai
numerosi incarichi civili e scientifici che ricopriva, compresi quelli universitari,
quando il suo nome risultò tra quelli dei professori implicati nelle vicende legate
ai moti. Morì a Messina il 28 ottobre 1852. Cfr. G. Molonia, Premessa, in C.
La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, pp. 11-39; per il ruolo di esaminatore
della Deputazione metrica di Messina e gli scritti in proposito, Cfr. C. La Farina,
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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Relazione del rapporto tra i pesi e le misure usate in Messina pria di gennaio 1811, ed i pesi e
le misure della nuova Legge, in cui vi sono inserite la Tavola di riduzione delle due corde abolite
alla generale di Canne 16 per uso de’ Notaj; e le cinque Tavole del nuovo sistema metrico della
Sicilia, Letterio Fiumara e Giuseppe Nobolo socj, Messina 1811, pubblicata anche
in “Il fa per tutti o sia Calendario, e notizie per l’anno 1813”, 1812, p.98. Cfr.
anche A. Narbone, Bibliografia sicola sistematica o apparato metodico alla storia letteraria
della Sicilia, vol. III, G. Pedone, Palermo 1854, p. 30; G. Oliva, Annali della città di
Messina continuazione all’opera storica di C. D. Gallo, con cenni biografici dei cittadini illustri
della seconda metà del secolo 19, vol. VIII, Società messinese di storia patria, Messina
1954, p. 264.
2 La Farina era membro delle siciliane Accademia delle Scienze Lettere
ed Arti (Palermo), Zelanti (Acireale), Civetta (Trapani), Lilibetana (Marsala),
Floriomontana (Monteleone), e fuori dai confini isolani la Società libera di
emulazione (Rouen), l’Istituto di Corrispondenza Archeologica (Roma),
l’Etrusca Accademia (Cortona), l’Istituto e Reale Accademia (Firenze, Arezzo),
la Valdarnese (Montevarchi), gli Incamminati (Modigliana), e infine gli Eutoliti
(San Miniato), Cosentina (Cosenza). Già dal XVII secolo nell’Isola le Accademie
assolvono, insieme alle Biblioteche pubbliche e ai Circoli e alle adunanze letterarie,
al ruolo di cassa di risonanza della cultura erudita locale. Vi si discettava dei temi
più svariati, dando ampio spazio anche a tematiche di respiro europeo, quali il
progresso delle Scienze e delle Arti. Cfr. A. Mongitore, Le Accademie di Sicilia,
ms. del secolo xviii ai segni QqE32, Biblioteca Comunale di Palermo; D. Schiavo,
Saggio sopra la storia letteraria e le antiche Accademie della città di Palermo, E spezialmente
dell’origine, Istituto e Pregresso dell’Accademia del Buon Gusto del Sac. Dott. Domenico
Schiavo direttore di essa Accademia socio Colombario di Firenze ed Accademico Augusto di
Perugia, in “Saggi di dissertazione dell’accademia palermitana del Buon Gusto”,
Palermo 1755, vol. I, pp. III-LI; G. Palermo, Sull’utilità delle pubbliche Accademie, S.
Sciascia, Palermo 1971, M. Guttilla, Orientamenti estetici e ambiti culturali del restauro
tra Settecento e Ottocento nella storiografia artistica: i Dialoghi palermitani di Fedele Tirrito,
in Padre Fedele da San Biagio fra letteratura artistica e pittura, catalogo della mostra
a cura di G. Costantino, S. Sciascia, Caltanissetta 2002, pp. 73-96; per ulteriore
bibliografia si veda Ead., Pittura e incisione del Settecento, in Storia della Sicilia, vol. x,
Editalia – Domenico Sanfilippo Editore Roma 2000, pp. 287-364.
3 Fondata nel 1728, l’Accademia rivestiva un ruolo di enorme importanza
nella vita culturale della Messina del tempo. Basti ricordare che l’Università fu nel
1679 abolita, per essere riaperta solo nel 1838 e che dal luglio 1829 all’Accademia
fu concessa la facoltà di conferire lauree. Cfr. G. Oliva, storiche e letterarie della Reale
Accademia Peloritana di Messina, in “Atti della R. Accademia Peloritana”, a. V-VI
(1884-1888), pp. 1-254.
4 C. La Farina, Discorso Accademico di D. Carmelo La Farina recitato a 2. Luglio
dell’anno 1806, in Discorsi Accademici inediti, ms. sec. XIX della Biblioteca del Museo
regionale di Messina ai segni MS 32 2, pp. 431-449, ripubblicato in M.P. Pavone,
Aggiunte alla storiografia artistica messinese del primo Ottocento. I “Discorsi” di due soci
dell’Accademia Peloritana: Domenico Bottaro e Carmelo La Farina, in Miscellanea di studi e
ricerche, a cura di G. Barbera, “Quaderni dell’attività didattica del Museo Regionale
di Messina”, 12, La Grafica Editoriale-Edizioni Di Nicolò, Messina 2002, pp. 77101 e in part. 92-101. Cfr. G. Oliva, Memorie storiche e letterarie…, a. CLXXXVIIXLXXXVIII, vol. XXVII, Messina 1916, pp. 168-169.
5 C. La Farina, Discorso Accademico di D. Carmelo La Farina…, sec. XIX, p.
431 [2002, p 92].
6 Ibid., p. 447 [2002, pp. 99-100].
7 G. Grosso Cacopardo, Saggio storico delli varij Musei che in diversi tempi ànno
esistito a Messina, Messina 1853, in Opere, vol. I, scritti minori (1832-1857), a cura di
G. Molonia, Società messinese di storia patria, Messina 1994, pp. 434-475; G. La
Corte Cailler, Pitture già in casa Arenaprimo, in “Archivio Storico Messinese”, a. III,
1903, pp. 203-207; V. Ruffo, Galleria Ruffo nel secolo XVII in Messina, in “Archivio
Storico Siciliano, n.s., a. XXXIX, 1914, ff. 3-4, pp. 329-349; Id., Galleria Ruffo
nel secolo XVII in Messina (con lettere di pittori ed altri documenti inediti), in “Bollettino
d’Arte, a. X, 1916, ff. 1-2, pp. 21-64; ff. 3-4, pp. 95-128; ff. 5-6, pp. 165-192; ff.
7-8, pp. 237-256; ff. 9-10, pp. 284-320; ff. 11-12, pp. 369-388; O. Moschella, Il
collezionismo a Messina nel secolo XVII, EDAS, Messina 1977; Ead., Il depauperamento
del patrimonio artistico messinese dopo la rivolta, in La rivolta di Messina (1674 – 1678) e
il mondo mediterraneo nella seconda metà del Seicento, atti del convegno (Messina, 10-12
ottobre 1975), a cura di S. Di Bella, L. Pellegrini, Cosenza 1979, pp. 595-604; S. Di
Bella, Collezioni messinesi del ‘600: quadri dispersi di pittori siciliani e non, A. Sfameni
Editore, Messina 1984; Id., Collezioni messinesi della prima metà del ‘700, A. Sfameni,
Messina 1985; Id., Mercato antiquario messinese del ‘700: una vendita di quadri e monete,
in Moant IIa Mostra di Antiquariato, catalogo della mostra (Messina, 6-21 maggio
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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numero3 - maggio 2011
1989), Messina 1989, s.p.; Id. Il collezionismo a Messina nei secoli XVII e XVIII,
in “Archivio Storico Messinese” 74, 1997, pp. 5-90; T. Pugliatti, Antiquariato e
collezionismo. Fonti di recupero di un patrimonio disperso, in Moant IIa Mostra…, 1989,
s.p.; Ead., Collezionismo e antiquariato a Messina dal Cinquecento al Novecento, in Aspetti
del collezionismo in Italia da Federico II al primo Novecento, in “Quaderni del Museo
Regionale Pepoli”, Trapani 1993, pp. 95-124; Wunderkammer siciliana, alle origini
del museo perduto, catalogo della mostra (Palermo, 4 novembre 2001 - 31 marzo
2002), a cura di V. Abbate, Electa Napoli, Palermo 2001; D. Ligresti, Sicilia aperta
(secoli XCV-XVII). Mobilità di uomini e idee, in “Quaderni – Mediterranea. Ricerche
storiche”, Palermo 2006, 3, pp. 300-302.
K. Pomian, Collezionisti, amatori e curiosi. Parigi – Venezia xvi – xviii secolo,
8 Il Saggiatore, Milano 2007, pp. 54-55.
9 C. De Benedictis, Per la storia del collezionismo italiano, Ponte alle Grazie,
Firenze 1991, p. 135.
10 Ibid., Per la storia…, 1991, p. 124. In ambito palermitano si ricordano
alcune donazioni che portarono all’istituzione di una pubblica galleria accorpata
alla Regia Università degli Studi, quale quelle del principe di Belmonte ma anche
il legato testamentario autografo di Enrico Pirajno barone di Mandralisca, datato
26 ottobre 1853, in cui annunciava la volontà di costituire un «Liceo coi suoi
Gabinetti e Biblioteca» nei locali del proprio palazzo. V. Abbate, Per Mandralisca
collezionista e studioso, in Giovanni Antonio Sogliani (1492-1544), a cura di V. Abbate,
Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2009, pp. 15-16.
11 C. La Farina, Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in Messina.
Ricerche di C. La Farina ordinate in più lettere, parte I, Stamperia Fiumara, Messina
1835, p. 84: «…descrivere le antichità della nostra Messina, mostrare le reliquie ed
additare i mezzi come conservarle […] molto si è perduto per incuria del tempo
e degli uomini […] e quei pochi [monumenti] che ci rimangono forse anche essi
si perderanno coll’andare degli anni, se una giusta provvidenza non darà riparo a
questo sconcerto». Cfr. M.P. Pavone, Aggiunte alla storiografia artistica…, 2002, p. 100.
12 Cfr. C. La Farina, Su di un antico sarcofago nella chiesa de’ PP. Conventuali di
Messina. Pochi cenni del Dottore in ambe le leggi Carmelo La Farina, Professore di Matematica
nella R. Accademia Carolina de’ Pubblici Studj, Prefetto del pub. Museo Peloritano ec. Socio
corrispondente dell’Accademia del buon gusto, ed attual Promotore in quella de’ Pericolanti,
ov’è detto l’Accertato, Antonino d’Amico Arena, Messina 1822, p. 26: «…le antiche
iscrizioni, e le medaglie, [...] sono i principali, ed i più irrefrenabili documenti da
tramandare alla posterità la storia civile, e religiosa dei popoli».
13 Storiografo e sacerdote, Francesco Susinno (1660/1670 - 1739 circa)
fu anche pittore. I molti viaggi di studio, prima a Napoli e poi nel 1700 a Roma,
dove conobbe Carlo Maratta, sono evidenti nei frequenti richiami ad opere viste
a Messina e provincia, a Catania, a Palermo, a Siracusa e nella vicina Calabria. La
sua opera manoscritta Le Vite dei Pittori Messinesi, completata nel 1724 è stato edita
nel 1960, a cura di Valentino Martinelli; in esso Susinno dimostra capacità critica
e attributiva davvero inusuali per la sua epoca, e grande attenzione alle nuove
istanze storiografiche. Cfr. F. Susinno, Le Vite de’ Pittori Messinesi, (Messina 1724),
a cura di V. Martinelli, Le Monnier, Firenze 1960.
14 Antonino Mongitore (Palermo, 1663-1743), canonico del capitolo della
Cattedrale di Palermo, consultore e qualificatore del Sant’Uffizio, ebbe una
prolifica produzione letteraria principalmente orientata ad argomenti riguardanti
l’ambito siciliano in genere, con un’attenzione particolare alle attività delle
numerose accademie dell’epoca. La sua opera Memorie dei pittori, scultori, architetti e
artefici in cera siciliani (1740 ca., ed. a cura di E. Natoli, Palermo 1977) fu la principale
fonte per il Villabianca (G.M. Emmanuele e Gaetani di Villabianca, Le divine
arti della pittura e della scultura, a cura di D. Malignaggi, Giada, Palermo 1988) e per
Gaspare Palermo (G. Palermo, Guida istruttiva per potersi conoscere con facilità tanto
dal siciliano, che dal forestiere tutte le magnificenze e gli oggetti degni di osservazione della città
di Palermo capitale di questa parte dei R. Dominj, Reale Stamperia, Palermo 1816). Alla
morte venne sepolto nella chiesa di San Domenico a Palermo.
15 Gaetano Grano (Messina, 21 novembre 1754 – Messina, 13 marzo 1828),
laureato in medicina, fu precettore di retorica nella Reale Accademia Carolina,
presso cui esercitò la carica di bibliotecario dal 1780 al 1828, anno della morte.
Nel 1806 figura tra i fondatori del Museo Civico Peloritano. Membro di numerose
accademie, tra le quali quella degli Zelanti ad Acireale, fu ripetutamente eletto
Presidente dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti. Tra le numerose cariche
che ricoprì, quella di Priore di S. Maria della Latina nel 1786, quella di Giudice
ecclesiastico della Regia Udienza nel 1789 e quella di Giudice delegato della Regia
Monarchia in Messina nel 1791. Nel 1814 venne accettato quale membro della
commissione per la compilazione dei codici del Regno delle Due Sicilie. Fu infine
Giudice Interno del Regio Tribunale di Monarchia in Sicilia nel 1817 e, nello stesso
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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numero3 - maggio 2011
anno, Abate-Regio Priore di S. Andrea di Piazza. Infine, fu Vescovo in Partibus della
Santissima Basilica di Terra Santa, Consigliere del Re delle Due Sicilie Ferdinando
IV di Borbone. Nel 1821 rifiutò la carica di Luogotenente Generale in Sicilia.
Quale corrispondente di Scinà, Landolina e Gregorio, collaborò con J.F. Hackert
alla redazione delle Memorie de’ Pittori Messinesi edito a Messina nel 1792. Nel 1797
contribuì alla realizzazione dei Viaggi alle due Sicilie e in alcune parti dell’Appennino
dell’abate Spallanzani e nel 1841 pubblicò la Guida alla Città di Messina.
16 Jakob Philipp Hackert (Prenzlau, 15 settembre 1737 - San Pietro di
Careggi, 28 aprile 1807), artista tedesco, lavorò molto in Italia. Si stabilì a Roma
nel 1768 e fu pittore di corte per il re di Napoli. Nel 1792 pubblicò le Memorie
de’ Pittori Messinesi, redatto con il notevole apporto di Gaetano Grano che non
aveva voluto comparire come autore. Si veda: Memorie de’ Pittori Messinesi di J.F.
Hackert e G. Grano, con introduzione note e appendice bibliografica di S. Bottari,
in “Archivio Storico Messinese”, XXVIII-XXXV, n.s., 1934, pp. 1-53.
17 Matteo Sebastiano Palermo Tirrito (San Biagio Platani, 18 gennaio 1717
- Palermo, 9 agosto 1801) fu frate cappuccino, pittore di buon livello e letterato;
nell’ambiente agrigentino e palermitano ebbe la sua prima formazione, che
completò con diversi viaggi a Roma dove fu anche alle dirette dipendenze del
papa, che gli commissionò alcuni affreschi. Membro Accademia dell’Arcadia in
Roma, dell’Accademia del Buon Gusto a Palermo e dell’Accademia degli Ereini
pure a Palermo, frequentò quella rinomatissima di S. Luca presso la cui Scuola
del Nudo ebbe occasione di studiare con Sebastiano Conca e Marco Benefial.
Fu autore di molteplici componimenti, sebbene in questa sede prema ricordare
principalmente i Dialoghi familiari sopra la pittura difesa ed esaltata dal P. Fedele da S.
Biagio pittore cappuccino col Sig. Avvocato D. Pio Onorato palermitano alla presenza de’ suoi
Allievi nella Bell’Arte, disposti in quindici giornate (Palermo 1788, ed. cons. a cura e con
introduzione di D. Malignaggi, Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e
ambientali e della pubblica istruzione, Dipartimento dei beni culturali ed ambientali
ed educazione permanente, Palermo 2002) in cui affronta, con evidente intento
didascalico ma non senza una moderna apertura, la ricostruzione del percorso
artistico degli artefici, siciliani e non, che maggiormente contribuirono alla
formazione della cultura figurativa della Sicilia, tentando una sintesi di concetti
generali e nozioni particolari della coeva teoria sull’arte. R. Cinà, Conoscitori nella
Sicilia del Settecento. Padre Fedele da San Biagio, in La critica d’arte in Sicilia nell’Ottocento,
a cura di S. La Barbera, Flaccovio, Palermo 2003, pp. 84-86.
18 S. La Barbera, Giuseppe Maria Di Ferro teorico e storico dell’arte, in Miscellanea
Pepoli. Ricerche sulla cultura artistica a Trapani e nel suo territorio, a cura di V. Abbate,
Museo regionale Pepoli, Trapani 1997, pp. 147-166.
19 I dibattiti in merito alla sistemazione del neonato museo impegnarono i
nomi più illustri dell’élite culturale messinese anche in anni successivi. Si veda ad
esempio: G. La Corte Cailler, Sistemazione della Pinacoteca, in “Archivio Storico
Messinese”, a. II, ff. 1-2, 1901-1902, p. 134; Id., Museo Civico, in “Archivio Storico
Messinese”, a. II, ff. 3-4, 1901-1902, pp. 153-155; G. Oliva, Museo Civico, in
“Archivio Storico Messinese”, a. IV, ff. 1-2, 1903, pp. 230-232; Id., Pel riordinamento
del Museo, in “Archivio Storico Messinese”, a. VIII, ff. 1-2, 1907, pp. 147-148;
S.A., Per Istituzione di un Museo Nazionale e di un Ufficio dei Monumenti a Messina, in
“Archivio Storico Messinese”, a. XVIII, f. unico, 1917, pp. 135-137.
20 Per la figura di Gregorio Cianciolo, il cui nome è ricordato sull’iscrizione
marmorea apposta sulla porta del neonato museo Civico, si vedano: G. Grosso
Cacopardo, Biografia del P. D. Gregorio Cianciolo, in “Il Maurolico, Giornale di
Scienze, Lettere e Arti”, a. II, vol. 3, n. 7, settembre 1838; G. Coglitore, Storia
monumentale-artistica di Messina, Tipografia del Commercio, Messina 1864.
21 Tra le prime eterogenee collezioni che andarono a costituire il nucleo
iniziale delle raccolte del Museo Civico Peloritano ci si avvalse di quelle di
Tommaso Alojsio Juvara, Giuseppe Arenaprimo, Gregorio Cianciolo, Giuseppe
Grosso-Cacopardo e Giuseppe Carmisino. Facevano parte delle collezioni molti
dipinti di scuola messinese, «marmi delle epoche greche, romane e saracene» ma
anche oggetti di storia naturale, armi e armature da guerra risalenti alle epoche
più svariate. G. Oliva, Memorie storiche e letterarie…, a.a. CLXXXVII-XLXXXVIII,
vol. XXVII, Messina 1916, p. 169; cfr. G. La Farina, Messina e i suoi monumenti,
Stamperia di G. Fiumara, Messina 1840: «[nel Museo Civico] si trovava una
ragguardevole galleria di quadri […] il ricco Presepe di Polidoro di Caravaggio,
quadro ricco di figure, e di stupenda composizione; la strage degli Innocenti,
ardito lavoro del Rodriguez; la vedova di Naim, sterminato quadro del Menniti;
un S. Diego di Gio. Paolo Funduli cremonese; la trasfigurazione di Gesù Cristo
di Antonio Catalano; il martirio di S. Placido del Vanoubracken; Giacobbe al
pozzo, Saulle e Davidde, Ester, Giacobbe e i suoi figliuoli, Assalonne, Davidde e
l’Amalechita, composizioni a mezza figura dello Scilla, ed altri non pochi, per lo
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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più della rinomata scuola messinese»; S. La Farina, Sul Museo Peloritano, Tip. del
Commercio, Messina 1860; G. La Corte Cailler, Il Museo Civico di Messina, ms.
1901, ed. a cura di N. Falcone, Pungitopo, Marina di Patti 1981.
22 F. Campagna Cicala, Dal collezionismo privato alle pubbliche raccolte recenti
acquisizioni del Museo regionale di Messina, in Acquisizioni e documenti sul patrimonio storicoartistico del Museo regionale di Messina, a cura di G. Barbera, “Quaderni dell’attività
didattica del Museo Regionale di Messina”, 9, La Grafica Editoriale-Edizioni Di
Nicolò, Messina 1999, p.13.
23 La Farina ottenne la carica di Prefetto del Museo dal 1813 e per questo
incarico gli venne anche attribuito un vitalizio, come sappiamo dalla lettera che
scrisse al suo corrispondente Agostino Gallo per essere agevolato in alcune
lungaggini burocratiche, legate ai mancati pagamenti. Nella lettera datata 8
maggio 1823 Carmelo La Farina lamenta al suo corrispondente palermitano la
lentezza del procedimento di nomina a Prefetto e i molti impedimenti per la
consegna delle iniziali 24 onze – poi aumentate a 30 nel 1821 – che avrebbe
dovuto ricevere come corrispettivo. Preme perché Gallo si adoperi in suo favore
riguardo al ricorso avanzato al Luogotenente Generale di Napoli. Cfr. ms. sec.
XIX ai segni Qq 10 110, della Biblioteca Comunale di Palermo; Stato discusso per
l’esercizio dell’anno 1822 (Da aver vigore anche pel 1823), opera a stampa conservata
presso la Biblioteca del Museo Regionale di Messina. Cfr. anche G. Molonia,
Premessa, in C. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, pp. 11-12.
24 Nell’articolo intitolato Congettura del prof. C. La Farina sul sito dell’antico
Nauloco (estratto dal “Il Faro che siegue lo Spettatore Zancleo. Giornale di
Scienze Lettere e Arti”, a. IV, vol. I, f.3, Marzo 1836, p. 165-168, nota 2) riguardo
al ritrovamento in contrada Bagni, nei pressi dell’attuale Spadafora (Me) di antichi
resti murari, di vasche, e di un «vaso di grossa argilla» contenente 200 monete di
bronzo coniate dalla zecca di Roma in un arco di tempo che va dall’81 d.C. al
175 d. C. per gli imperatori Domiziano, Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio
e Faustina “minore” moglie di Marco Aurelio, La Farina scrive: «Non poche di
queste medaglie furono da me acquistate, ed altre vennero in potere al culto e
diligente Grosso Cacopardo».
25 In merito al dipinto raffigurante la Madonna in trono col Bambino tra due
Santi di Battista Dalliotta, La Farina scrive: «[…] la quale pittura esistea (nell’anno
1821) nella chiesa di S. Giorgio, nel villaggio di Briga. Al qual villaggio che sta
a undeci miglia dalla città io mi recai nel 1832; e chiesi di presente ivi giunto
di quel quadro: che vidi in miseranda condizione e tramestato colla polvere e
quasi vile oggetto calcato. Me ne venne dolore: che veder così volti in bassi gli
egregi dipinti, o quei che servono a fermare, o rischiarare le nostre memorie, non
può che con generoso fremito patirsi. E quindi curai, come meglio potei, farne
acquisto. E nella quadreria diedi non indecoroso loco a quella pittura». Cfr. C. La
Farina, Lettera VII. Si adducono…, 1835 pp. 101-102. Gioacchino Di Marzo è tra
i primi studiosi ad accogliere questa attribuzione, cfr. Delle Belle arti in Sicilia dal
sorgere del secolo XV alla fine del XVI, vol. iii, libro vii, Palermo 1862, p. 301.
26 Cfr. G. La Corte Cailler, Museo Civico, in “Archivio Storico messinese”,
1902, II, 3-4, pp. 153-155; Id., Per riordinamento del Museo, in “Archivio Storico
messinese”, 1907, VIII, 1-2, pp. 147-148; Id., Per l’istituzione di un Museo Nazionale
e di un Ufficio dei Monumenti a Messina, in “Archivio Storico messinese”, 1917
XVIII, , pp. 153-155; F. Campagna Cicala, Dal collezionismo…, 1999, p. 13. Per
la costituzione di Musei Pubblici e Gallerie e l’acquisizione di opere e strutture
sia tramite donazioni volontarie sulla base di modelli «evergetici» che tramite
sequestri da parte delle istituzioni, si veda K. Pomian, Collezionisti, amatori…,
2007, pp. 352-354. Sui problemi e le scelte effettuate dal nuovo stato nazionale in
relazione al patrimonio artistico acquisito con la soppressione delle Corporazioni
religiose cfr. P. Picardi, Il patrimonio artistico romano delle corporazioni religiose soppresse,
protagonisti e comprimari (1870-1885), De Luca Editori D’Arte, Roma 2008.
27 Miscellanea in due volumi di manoscritti relativi a trattazioni e discorsi
declamati dai soci dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti, raccolte tra il 1737 e
il 1803 e il 1803 e il 1808, ai segni Ms. 32 2 della Biblioteca Regionale del Museo
di Messina.
28 C. La Farina, Messina. Biografia di Tommaso Aloisio, in “Giornale di Scienze,
Lettere ed Arti”, t. 42, n. 53, f. 125, Palermo 1833, pp. 197-200.
29 M.P. Pavone, Aggiunte alla storiografia…, 2002, pp. 77-101.
30 Tra i molti artisti, lo scultore Giuseppe Arifò, l’incisore Tommaso Alojsio
Juvara, il pittore Michele Panebianco, ma anche gli scienziati Carmelo Pugliatti e
Natale Catanoso.
31 C. La Farina, Belle arti, in “Lo Spettatore Zancleo”, III, n. 32, 1835, pp.
254-255; Id., Belle Arti, in “Lo Spettatore Zancleo”, III, n. 33, 7 ottobre 1835,
pp. 263-264.
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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la passava a far riviste, a dare e soffrire ingiurie», che il “Maurolico” «appariva
come il sole di febbraio»; riguardo a “L’amico delle donne”: «un nuovo giornale
usciva con l’anno 1835 in Messina tutto croci, tutto sepolcri, tutto romantico,
e moriva in sul nascere»; per “L’Innominato”: «un secondo ne appariva e con
qual nome? Voi chiederete, non so io, non sa lui, non ebbe battesimo». La
polemica, iniziata dai compilatori dello “Spettatore Zancleo” (1836, a. V, nn. 4,
5, 17) e fomentata successivamente sulla “Trinacria” (1836, n. 17) con accuse
di parzialità che nascondevano in un malcelato campanilismo, ragioni politiche,
raggiunse il suo apice con attacchi personali ai redattori del “Vapore” – che
ribatterono (1836, vol. III, n. 24, pp. 193-194) a loro volta sostenuti dai redattori
palermitani de “Il Telegrafo” (1836, n. 48), della “Cerere, giornale officiale di
Sicilia” (1836, nn. 19, 148, 184 e 189), dell’“Imparziale” (1836, nn. 39, 42 e 47)
– causando la sospensione da parte delle autorità dello “Spettatore Zancleo”.
Le offensive si acuirono ulteriormente tra le pagine de “Il Faro” (1836, n. 7), al
punto da giungere ad una sfida a duello tra due redattori delle testate, impedita
in extremis dal duca di Cumia, direttore generale della polizia siciliana. Alcune
firme messinesi comparse in questa controversia andarono a formare il nucleo
costitutivo della seconda edizione del “Maurolico”, col sostegno del “Gabinetto
Letterario”, stampata, ancora una volta, dai torchi di Tommaso Capra nel 1841.
Cfr. G. Arenaprimo, La stampa periodica in Messina dal 1675 al 1860. Saggio storico
e bibliografico, in “Atti della R. Accademia Peloritana”, VIII, 1892-1893, p. 89; G.
Oliva, Annali della città di Messina…, 1893, pp. 271-272, 290-291; Una lezione ai
Signori fratelli Linares, compilatori del «Vapore», Malta, Nuova tip. Italiana, 1836, 4°
(irreperibile già ai tempi di Oliva che lo precisa in Annali…, pp. 271-272); A. e V.
Linares, Alla gioventù messinese i fratelli Linares sulla lezione pubblicata colla data apocrifa
di Malta in risposta all’articolo di polemica del «Vapore», diretto ai compilatori del «Faro»,
Palermo, Lao, 1836, 4°; G. Pitrè, ad vocem Felice Bisazza, in Nuovi profili biografici
contemporanei italiani, Palermo 1868, p. 191; N. D. Evola, Polemiche giornalistiche e
albori di italianità in Sicilia, estratto da “La Sicilia nel risorgimento italiano”, a. III, f.
I, pp. 3-18; M.I. Palazzolo, Intellettuali e giornalismo nella Sicilia preunitaria, Società
di Storia patria per la Sicilia Orientale, Catania 1975; S. La Barbera, Linee e temi
della stampa periodica palermitana dell’Ottocento, in Percorsi di critica. Un archivio per le
riviste d’arte in Italia dell’Ottocento e del Novecento, a cura di R. Cioffi, A. Rovetta, Vita
e Pensiero, Milano 2007, pp. 87-121.
32 Si veda ad esempio, su Giuseppe Arifò, pensionato messinese a Roma
per studiare scultura presso lo studio di Pietro Tenerani: Ibid.
33 Fu dietro pressioni di Carmelo La Farina che il Senato messinese assegnò
al Tenerani la commissione per il monumento bronzeo a Ferdinando II di
Borbone che fu eseguito a Monaco di Baviera nel 1839 e che venne fusa durante
i moti insurrezionali del 1848. Per Tenerani (Torano (Rt), 1789 – Roma 1869) e
le vicende relative alla realizzazione del monumento a Ferdinando di Borbone si
veda O. Raggi, della vita e delle opere di Pietro Tenerani, del suo tempo e della sua scuola
nella scuola, Firenze 1880; S. Susinno, Premesse romane alla scultura purista dell’Ottocento
messinese, in La scultura a Messina nell’Ottocento, catalogo della mostra a cura di L.
Paladino, (21 agosto - 31 ottobre 1997), Assessorato regionale dei Beni Culturali,
ambientali e della Pubblica Istruzione, Messina 1997, p. 51; S. Grandesso, Pietro
Tenerani (1789-1869), Silvana, Cinisello Balsamo 2003.
34 F.P. Campione, La nascita dell’estetica in Sicilia, in “Aestethica Preprint”, 76,
aprile 2006, pp. 27-48.
35 Per la figura di La Farina e un utile spaccato sull’entourage culturale in cui
gravitava, si veda F. Bisazza, Della presente civiltà messinese. Lettera di Felice Bisazza al
suo degno amico Gaetano Grano, in “Lo Spettatore Zancleo”, II, n. 44, 31 dicembre
1834, pp. 340-350. La Farina è citato insieme a Giuseppe Grosso Cacopardo «per
l’amore per le patrie cose». Cfr. G. Molonia, Premessa, in C. La Farina, Intorno alle
Belle Arti…, 2004, p. 17.
36 Per l’apertura italiana verso la cultura europea e tedesca sulla stampa
periodica sulla scorta degli scritti di Madame Amia Luisa de Staël-Holstein, che,
come è ben noto, diede l’avvio della discussione fra classicisti e romantici con la
pubblicazione nel gennaio 1816 dell’articolo intitolato Sulla maniera e l’utilità delle
traduzioni sul periodico «La Biblioteca italiana», cfr. C. Carmassi, La letteratura tedesca
nei periodici italiani del primo Ottocento (1800-1847), Jacques e i suoi quaderni editore,
Pisa 1984. A Messina un acceso dibattito si ebbe a seguito della pubblicazione
dell’articolo dei fratelli Antonino e Vincenzo Linares Un colpo d’occhio sulla
letteratura siciliana nel 1835 tra le pagine del palermitano “Il Vapore. Giornale
istruttivo e dilettevole accompagnato dal figurino di moda” (1836, a. III, t. III, n.
19, pp. 249-251), diretto dagli stessi Linares. Lo scritto non dava sufficiente risalto
al ruolo dei letterati messinesi nella vicenda culturale del tempo; riferendosi
all’attività giornalistica dello “Spettatore Zancleo”, il compilatore asseriva che «se
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temi di Critica e Letteratura artistica
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pp. 3-18; M.I. Palazzolo, Intellettuali e giornalismo nella Sicilia preunitaria, Società
di Storia patria per la Sicilia Orientale, Catania 1975; Percorsi di critica…, 2007, e
in part. i saggi di C. Bajamonte, F.P. Campione, S. La Barbera. Per la figura di G.
Bertini si veda ad vocem Bertini Giuseppe, in Dizionario Biografico degli Italiani (da
questo momento D.B.I.), vol. IX, Roma 1967, pp. 546-547; ad vocem in Enciclopedia
della Sicilia, a cura di C. Napoleone, Franco Maria Ricci, Parma 2006, p. 162.
38 K.F. von Rumohr, Italienische Forschumgen, 3 voll., Berlin-Stettin 18271831, Schlosser, Frankfurt am Main 1920; A. Thiers, Salon de 1822 et collection
des artiche insérés an Constitutionnel, sur L’Exposition de cette année, Maradan, Paris
1833; Id., Salon de 1824, in “Le Constitutionell”, 30 agosto 1824, pp. 3-4; J.D.
Passavant, Rafael von Urbino un sein Vater Giovanni Santi, Brockhaus, Leipzig 18391858; E.J. Delécluze, Louis David, son école et son temps, Didier Libraire-editeur,
Paris, 1855; G.B. Cavalcaselle – J.A. Crowe, The early flemish painters. Notices of
their lives and works, J. Murray, London 1857 (ed. it. Storia dell’antica pittura fiamminga,
Le Monnier, Firenze 1899); Id., A history of Painting in North Italy : Venice, Padua,
Vicenza, Verona, Ferrara, milan, Friuli, Brescia, from the fourtheenth to sixteenth century, 2
voll, J. Murray, London 1871; Id., Storia della pittura in Italia dal secolo ii al secolo xvi,
Le Monnier, Firenze 1886-1908 (ed. it. A cura di A. Mazza, voll xi, Le Monnier,
Firenze 1908); G. Morelli (I. Liermolieff), Kunstkritische Studien uber italienische
Malerei: Die Galerien Borghese und Doria Pamphli in Roma, F. A. Brockhaus, Leipzig
1890, (ed. it. Della pittura italiana: le gallerie Borghese e Doria Pamphili in Roma, studii
storico critici, Treves, Milano 1897); Id., Die Galerien zu München und Deìresden, F.
A. Brockhaus, Leipzig 1891; Id., Die Galerie zu Berlin, F. A. Brockhaus, Leipzig
1893; Giovanni Morelli e la cultura dei conoscitori, Atti del Convegno Internazionale
(Bergamo 4-7 giugno 1987) a cura di G. Agosti, M. E. Manca, M. Panzeri, con il
coordinamento scientifico di M. Dalai Emiliani, 3 voll. Pierluigi Lubrina Editore,
Bergamo 1993.
39 A.C. Quatremère de Quincy, Essai sur la nature, le but et les moyens de l’imitation
dans les beaux arts. Par m. Quatremère de Quincy, Jules Didot, Paris 1823, giustifica
l’arte proprio in quanto apparenza, l’imitazione in quanto atto creativo ‘altro’,
preparando la giustificazione del Romanticismo. Cfr. R. Schneider, L’esthétique
classique chez Quatremére de Quincy, Hachette, Paris 1910; P.H. Valenciennes,
Eléments de perspective pratique à l’usage des artistes suives de réflexion et de conseils à un élève
sur la peinture et particulièrment sûr le genre de paysage, Desenne, Duprat, Paris 1800;
37 Tra i primi periodici che diffusero le idee romantiche, il già citato la
“Biblioteca italiana. Giornale di Letteratura Scienze ed Arti” (Milano 1818161859), l’“Antologia. Giornale di Scienze, Lettere e Arti” (Firenze 1821-1832)”,
quasi a continuazione del “Conciliatore”, il “Giornale Euganeo” del “Gondoliere”
in veneto, il “Progresso delle scienze, delle lettere e delle arti” (1832-1834) e
“Il Vesuvio” (1835) a Napoli. Cfr. Storia letteraria d’Italia, a cura di A. Balduino,
L’Ottocento, a cura di A. Balduino, tomo 2, ed. cons. Piccin nuova libraria, Padova
1990, p. 879. F. Bernabei, C. Marin, Critica d’arte nelle riviste lombardo-venete. 18201860, Canova Edidioni, Treviso 2007; D. Levi, Cavalcaselle. Il pioniere della conservazione
dell’arte italiana, Giulio Einaudi Editore, Torino 1988, Ead., Storiografia artistica e
politica di tutela: due memorie di G.B. Cavalcaselle sulla conservazione dei monumenti (1862),
in Gioacchino Di Marzo e la Critica d’Arte nell’Ottocento in Italia, atti del convegno
(Palermo 15-17 aprile 2003), a cura di S. La Barbera, Officine Tipografiche Ajello
e Provenzano, Bagheria 2004, pp. 53-76 ; A.C. Tomasi, Giovanni Battista Cavalcaselle
conoscitore e conservatore, Marsilio Editore, Venezia 1998. In ambito isolano va
evidenziata la fitta rete di rapporti con gli intellettuali del continente, che avveniva
tramite una serrata corrispondenza, con lo scambio e la collaborazione tra testate,
ove non mancarono vivaci dibattiti e polemiche, la circolazione della produzione
letteraria. Tra i periodici siciliani, il “Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la
Sicilia”, pubblicato a Palermo da 1823, diretto dall’abate Giuseppe Bertini fino
al 1833 quando vi subentrò Vincenzo Mortillaro di Villarena. Fu a causa delle
tendenze indipendentiste del Mortillaro che la pubblicazione fu soppressa nel
’42 per poi riprendere nel ’48 col titolo di “Giornale di Scienze Lettere ed Arti
per la Sicilia. Nuova Serie”, di cui furono editi solo quattro fascicoli; “Il Mercurio
siculo” (1818; 1823-1831); “La Cerere, giornale officiale di Sicilia” (1823-1847);
“Lo Stesicoro, Giornale catanese” che comincia le sue pubblicazioni il primo
aprile del 1835 durante la provvisoria sospensione del “Giornale del gabinetto
letterario dell’Accademia Gioenia” (1834, 1839-43, 1850-51) e prosegue la stampa
fino al luglio del 1836; “La Specola”, che cessa la sua attività, dopo un solo anno
di pubblicazioni, iniziate il primo febbraio del 1840 e terminate il 15 giugno del
1841; i messinesi “il Maurolico”, pubblicato dal 5 ottobre 1833 all’aprile del 1840,
“lo Spettatore Zancleo” (Messina 1831-1836, 1839-1847) e “il Faro” (Messina
1836-1839). Cfr. N. D. Evola, Polemiche giornalistiche e albori di italianità in Sicilia,
estratto da “La Sicilia nel risorgimento italiano”, a. III, f. I, gennaio-giugno 1933,
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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di Felice Bisazza, in F. Bisazza, Opere di Felice Bisazza da Messina pubblicate per cura
del Municipio, 3 voll., Tipografia Ribera, Messina 1874; M. Tosti, Felice Bisazza e il
movimento intellettuale in Messina nella prima metà del XIX secolo, Prem. Off. Graf. La
Sicilia, Messina 1921; I. Stellino, Felice Bisazza, in La cultura estetica in Sicilia fra
Ottocento e Novecento, a cura di L. Russo, “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università degli Studi di Palermo – Studi e Ricerche”, 18, 1990, pp. 13-29; S.
Correnti, La cultura siciliana agli albori del XIX secolo, in “Studi e ricerche di Sicilia”,
CEDAM, Padova 1963, pp. 65-110.
46 F.P. Campione, La nascita dell’estetica…, p. 60.
47 Tra i protagonisti dei moti risorgimentali che si occuparono di Belle Arti,
risaltano i nomi, oltre che di Carmelo La Farina, anche dei più accesi difensori
del pensiero romantico in Sicilia, quali il figlio di quest’ultimo, Giuseppe, di
Felice Bisazza, Francesco Paolo Perez, Lionardo Vigo, Domenico Ventimiglia e
Gaetano Daita.
48 Va notato, a tale proposito, la varietà di argomentazioni relative alla
rivalutazione dell’architettura medievale, evidenziando come il fenomeno sia
strettamente connesso al recupero delle tradizioni nazionali e in particolare alle
istanze patriottico-risorgimentali. Cfr. F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni –
protagonisti ed interpreti del restauro dei monumenti a Palermo nella seconda metà dell’Ottocento,
Officina, Roma 1994, p. 44; P. Palazzotto, Teoria e prassi dell’architettura neogotica
a Palermo nella prima metà del XIX secolo, in Gioacchino Di Marzo…, 2004, pp. 225237.
49 A tale proposito Pavone menziona l’articolo di Enrico De Sangro ne
«Il Tremacoldo», a. I, n. 28, 1856; cfr. M.P. Pavone, Storiografia artistica a Messina
nell’Ottocento: Carmelo La Farina, Giuseppe Grosso Cacopardo, Carlo Falconieri e Giuseppe
La Farina, in “Archivio Storico Messinese”, 52, 1988, p. 28.
50 Per la bibliografia relativa si veda: G. Molonia, La stampa periodica a
Messina (1808-1863) – Dalla «Gazzetta Britannica» alla «Gazzetta di Messina», Di
Nicolò, Messina 2004; cfr. anche La produzione bibliografica. Premessa all’esposizione
bibliografica in Mostra sulla cultura…, 1989, pp. 44-53.
51 Per la bibliografia relativa cfr. M. Accascina, Profilo dell’architettura a
Messina dal 1600 al 1800, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1964, cap. VI e relative
note, pp. 228-229; F. Basile, Lineamenti della storia artistica di Messina. La città
dell’Ottocento, Edizioni Leonardo, Roma 1960, con esauriente bibliografia in nota.
L. Venturi, Storia della critica d’Arte, Einaudi, Torino 1964, p. 251; L. Gallo,
“Sentimento del colore” e “Colore del sentimento”: la riscoperta di Pierre-Henri de Valenciennes
nell’opera di Lionello Venturi, in Lionello Venturi e i nuovi orizzonti di ricerca della storia
dell’arte, Atti del convegno internazionale di studi (Roma 10-11-12 marzo 1999,
Accademia Nazionale dei Lincei, Università “La Sapienza”, Facoltà di Lettere e
Filosofia, Istituto di Storia dell’arte Università “La Sapienza”, Museo Laboratorio
di Arte Contemporanea), a cura di S. Valeri, in “Storia dell’Arte” n. 101 (n.s. 1)
Nuova Serie - Gennaio - Aprile 2002, Anno XXXIII, diretta da M. Calvesi e O.
Ferrari, CAM Editrice, Roma 2002, pp. 118-129.
40 M.P. Pavone, Storiografia artistica, in Mostra sulla cultura e le ipotesi di
ricostruzione della Messina del terremoto. La trama culturale, a cura di F. Campagna
Cicala, G. Campo, (Messina 18 febbraio - 18 marzo 1989), Assessorato regionale
dei beni culturali ambientali e della p.i. (Palermo), Amministrazione provinciale,
Amministrazione comunale, Facoltà di scienze politiche, Messina 1989, pp. 40-43.
41 P. Fedele da San Biagio, Dialoghi sopra la pittura…, 1788, ed. cons. 2002.
42 M.P. Pavone, Storiografia artistica a Messina nell’Ottocento: Carmelo La Farina,
Giuseppe Grosso Cacopardo, Carlo Falconieri e Giuseppe La Farina, in “Archivio Storico
Messinese”, 52, 1988, pp. 23-60 e in part. 23, 24; G. Molonia, Arte cultura e società
a Messina nell’Ottocento, in La scultura a Messina…, 1998.
43 M.P. Pavone, Aggiunte alla storiografia…, 2002, p. 78.
44 F. Bisazza, Del Romanticismo, Memoria letta da Felice Bisazza nella ordinaria
ragunata del 27 settembre 1832 della Classe di Belle Arti della Regia Accademia Peloritana,
Pappalardo, Messina 1833 (poi in F. Bisazza, Opere…, vol. III). Cfr. anche G.
Oliva, Memorie storiche e letterarie…, a.a. CLXXXVII-XLXXXVIII, vol. XXVII,
Messina 1916, pp. 208-210.
45 Felice Bisazza (Messina, 1809-1867), poeta, traduttore e teorico della
poesia romantica, collabora a molti periodici, specie messinesi: “L’Osservatore
Peloritano”, “Il Maurolico”, “Lo Spettatore Zancleo”, “L’Innominato”, “Il Faro”,
“La Sentinella del Peloro”, “Il Nuovo Faro”, “La Rivista Periodica”, “L’Amico
delle Donne”, “La Trinacria”, “Aristocle”, “Il Giornale del Gabinetto Letterario”,
“La Farfalletta”, “Scilla e Cariddi”, “La Lanterna”, “Empedocle”, “La Lucciola”,
“Il Tremacoldo”, “Il Caduceo”, “L’Eco Peloritano”, “L’Estro”, “L’Interprete”,
“Gazzetta di Messina”, “La Parola Cattolica”, “Il Dicearco”, “Il Veridico”. Per
Bisazza cfr. ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 167; S. Ribera, Biografia
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
52
numero3 - maggio 2011
Sebbene fossero previsti 36 uscite annue la pubblicazione fu molto irregolare:
tra gennaio e luglio 1840 furono pubblicati solo 10 numeri. Tra il 1839 e il 1841
ospitò numerosi saggi di storia dell’arte di Giuseppe La Farina, tra i quali (Messina
e i suoi…, 1840) che fu gravemente censurato. Cfr. G. Molonia, La stampa
periodica…, 2004, p. 116-117.
64 I “monumenti di antichità del medioevo” per cui la Commissione di
Antichità e Belle Arti “promuoverà e regolerà i ristauri; imprenderà e regolerà gli
scavamenti di antichità di pubblica appartenenza”, ponendoli per la prima volta
sullo stesso piano di quelli “di archeologia”, solo dopo il maggio 1863, quando
l’allora Ministro per la pubblica Istruzione Michele Amari emanò un rivoluzionario
regolamento specifico per la Sicilia per la tutela del patrimonio culturale che
comprendeva anche l’introduzione di un moderno sistema di catalogazione
degli oggetti d’arte. La Commissione provinciale di Messina fu istituita col Regio
Decreto n. 2885 del 23 dicembre 1875. Si veda anche Regio decreto 3 maggio 1863
n. 772 che approva il regolamento della Commissione di Antichità e Belle Arti della Sicilia,
Archivio Centrale dello Stato, Direzione Generale di Antichità e Belle Arti, Roma,
I vers., b. 501; cfr. F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni…, 1994, pp. 57-58.
65 C. La Farina, Discorso Accademico…, sec. XIX, p. 449 [2002, pp. 100-101].
66 Tra le pagine dello “Spettatore Zancleo” Giuseppe La Farina esplicita
in un articolo intitolato Il romanticismo dello spettatore, ciò che «intendiamo noi
per romanticismo […] quel sistema che pone il bene per fine di ogni scienza ed
arte, il bello per mezzo, l’inspirazione per principio […] Il nostro romanticismo è
quello che si addice ad un uomo che non degrada se stesso, è quel sistema che mira
a perfezionamento, che tende a progresso, che (come li appella il compagno
Silvio Pellico)[Silvio Pellico fu prigioniero nel carcere dello Spielberg insieme
a Giorgio Guido Pallavicino Trivulzio, che fu presidente della Società nazionale
italiana fondata da Giuseppe La Farina insieme a Daniele Manin. L’associazione
si poneva come obiettivo l’unificazione e l’azione popolare, ribadendo il principio
dell’indipendenza italiana, promuovendo la posizione moderata di Cavour
a discapito dei metodi insurrezionali mazziniani; disponeva di un suo organo
periodico: “Il Piccolo corriere d’Italia”.] dominerà l’Europa, perché nasce dal
presente stato di civiltà e non vi è forza umana che possa far gire retrogrado un
popolo quando una forza morale a perfezionamento lo sospinge». G. La Farina, Il
romanticismo dello spettatore, in “Spettatore Zancleo”, 1835, a. III, n. 10, pp. 75-76; P.
52 V. Saccà, La Cattedra di Belle Arti nella Università di Messina, Tipografia
D’Amico, Messina 1900, p. 96.
53 M.P. Pavone, Storiografia artistica in Mostra sulla cultura…, 1989, pp. 40-43.
54 Ibid.
55 Del 1829 una memoria archeologica in una lettera indirizzata al Direttore
del “Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia” Giuseppe Bertini intitolata Su
una antica iscrizione scoperta in Messina e che oggidì si conserva nel Museo Peloritano. Lettera
del Dott. Carmelo La Farina Prefetto dello stesso all’Ab. Giuseppe Bertini, in “Giornale
di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia”, 1829, t. 25, f. 73, pp. 76-78 (estratto dal
“Giornale Letterario di Sicilia”, n. LXXIII, Palermo MDCCCXXIX, ristampato
con aggiunte nel 1832); cfr. E. Braun, Archeologia. Scavi taorminesi, in “Il Faro che
siegue lo Spettatore Zancleo. Giornale di Scienze Lettere e Arti”, a. IV, vol. I,
Messina 1836, pp. 251-253; G. La Farina, Messina e i suoi…, 1840, p. 75; G. Rizzo,
Iscrizioni tauromenitane, in “Archivio Storico Messinese”, IV, 1903, ff. 1-2, p. 108.
56 C. La Farina, Sopra una scaturigine di acqua sulfurea in Messina ed analisi di
essa acqua, in “Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia”, 1823, tomo 2, n.
53, fasc. 4, pp. 82-83.
57 I periodici siciliani dell’Ottocento. Periodici di Palermo, vol. I, a cura di P.
Travagliante, C.u.e.c.m., Catania 1995, p. 24.
58 C. La Farina, Messina. Biografia di Tommaso…, pp. 197-200.
59 C. La Farina, Su di un antico sarcofago…, 1822.
60 C. La Farina, Sposizione di alcune lapidi sepolcrali rinvenute in Messina nel
largo di S. Giovanni Gerosoliminitano di Carmelo La Farina, Segretario Generale della
Reale Accademia de’ Pericolanti, Prefetto del Museo Peloritano e Corrispondente della
Commissione di Antichità e Belle Arti, per A. D’Amico Arena, Messina 1832. Cfr.
I. Bitto, Le iscrizioni greche e latine di Messina, vol. I, Di.Sc.A.M, Messina 2001, pp.
87-94, nn. 29-32.
61 C. La Farina, Sopra un anello segnatorio. Considerazioni, Stamperia G.
Fiumara, Messina 1844.
62 C. La Farina, Rassegna critica. Antichità ternitane. Esposte da Baldassarre
Romano, Palermo un vol. in ­­8° di pag. 175 con 2 tavole, in “Sentinella del Peloro. Foglio
Periodico”, a. I, 2° sem., n. 29, Messina 15 Aprile 1841, pp. 229-231.
63 Edita per i tipi di Michelangelo Nobolo, la “Sentinella del Peloro. Foglio
Periodico” con il motto “Avanti”, dal 1 ottobre 1839 al n. 30 del 30 aprile 1841.
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
53
numero3 - maggio 2011
Barocchi, Testimonianze e polemiche figurative in Italia, G. D’Anna, Messina, Firenze
1972, pp. 71 ess.; Ead., Storia moderna dell’arte in Italia. Manifesti polemiche documenti.
Dai neoclassici ai puristi 1780-1861, vol. I, Giulio Einaudi Editore, Torino 1998; S.
Bordini, L’Ottocento 1815-1880, Carocci, Roma 2002, pp. 41-47; C. Savettieri,
Dal neoclassicismo al Romanticismo, Carocci, Roma 2006, pp. 132-153. Giuseppe La
Farina, patriota, figlio di Carmelo, nacque a Messina nel 1815. Nel 1835 si laureò
in giurisprudenza nell’Università di Catania. Partecipò attivamente al dibattito tra
classicisti e romantici e curò tra le pagine de “Lo Spettatore Zancleo” le recensioni
di opere letterarie, storiche, musicali, teatrali, i resoconti di avvenimenti artistici e
culturali ed una rubrica fissa intitolata “Rassegna di giornali siciliani”. Partecipò al
movimento insurrezionale antiborbonico del 1837, a seguito del quale fu costretto
a lasciare Messina e a stabilirsi a Firenze. Nel marzo 1838 tornò a Messina, ma nel
1841 nuovamente accusato di cospirazione, fu costretto a tornare a Firenze dove
rimase fino al febbraio del 1848. Tornato in Sicilia fu chiamato a far parte, come
deputato messinese, del nuovo Parlamento di Palermo. Assunse il ministero della
Pubblica Istruzione e fece anche parte della missione diplomatica inviata in alcune
capitali della penisola per raccogliere consensi verso il governo siciliano. Fu, per
un anno, alla direzione del ministero della Guerra. Per cinque anni fu esule prima
a Marsiglia, poi a Parigi e infine a Tours. Nel 1854 si trasferì a Torino. Dopo
l’ingresso di Garibaldi a Palermo nel 1860, Cavour gli diede il delicato incarico
di rappresentare in Sicilia il governo, dal quale fu cacciato. Nel 1861 fu eletto
deputato e poi vice presidente della Camera. Morì a Torino il 5 settembre 1863.
Le sue ceneri furono portate a Messina nel 1872 in occasione dell’inaugurazione
del Gran Camposanto. Per G. La Farina si veda Giuseppe La Farina, “Atti del
convegno di Studi” (Messina, 21-22 maggio 1987), a cura di P. Crupi, Pungitopo,
Marina di Patti 1989.
67 «Mi conforta il riflettere non esser nuovo in Italia il pensiero di raccogliere
ogni documento storico o notizia riguardante l’arte del disegno, […] sia di una
città o provincia che, dell’intera nazione». Cfr. C. La Farina, Discorso Accademico…,
2002, p. 86, nota 16.
68 C. De Benedictis, Per la storia…, 1991, p. 133.
69 K. Pomian, Collezionisti, amatori…, 2007, pp. 47.
70 F. Di Stefano, Storia della Sicilia dall’XI al XIX secolo, Bari 1977, p. 263.
71 F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni…, 1994, p. 45.
72 Nella seconda metà del secolo si avrà un’intensificazione delle operazioni
volte alla tutela, ma anche al ripristino, degli edifici di epoca medioevale, molto
trasformati da interventi seguiti al terremoto del 1783. Con Giuseppe Patricolo
(Palermo, 1834-1905) alla guida dell’Ufficio Regionale per la Conservazione dei
Monumenti dal 1884 si assistette a Messina al compimento di numerose campagne
di restauro «con la stimolante prospettiva di poter finalmente porre a confronto
l’architettura normanna palermitana con gli esempi più tardi della città peloritana».
Tra gli esempi più pregnanti a Messina, si citano i restauri del Duomo ad opera di
G. Patricolo; cfr. G. La Monica, Giuseppe Patricolo restauratore, ILA Palma, Palermo
1985, di San Francesco, di Santa Maria degli Alemanni, di Santa Maria della Scala,
dell’Annunziata dei Catalani. Cfr. M.A. Oteri, La cultura neomedievalista a Messina
nell’Ottocento e i restauri della chiesa di S. Francesco d’Assisi, in Francescanesimo e Cultura
nella provincia di Messina, atti del Convegno di studio (Messina 6-8 novembre 2008),
Biblioteca francescana – Officina di studi medievali, Palermo 2009, p. 219 e pp.
213-224.
73 Cfr. C. La Farina, Intorno le Belle Arti…, 1835 e in part. Lettera VI. Si
purga di talune mende la biografia di Filippo Tancredi. Al chiaro e gentile Felice Bisazza,
pp. 47-56; Lettera IX. Si stabilisce l’epoca della morte di Antonio Catalano, ed altra pittura
si produce di Gaspare Camarda. Al chiarissimo Giuseppe Grosso Cacopardo pp. 72-74;
Lettera XI. Si producono alcuni dipinti di G. Simone Comandè, del Van-Houbracken,
del Bova, del Menniti. Al Chiarissimo Dr. Francesco Arrosto, pp. 81-83; Lettera XII.
Si fissa l’anno del ritorno in patria del famoso dipintore Antonino Barbalonga da Messina.
Al Valoroso Artista Tommaso Aloisio, pp. 84-90; Id., Lettera XIV. Si producono per la
prima volta talune statue di Gio. Battista Mazzolo, scultore messinese, e si corregge un
trascorso del Vasari nella vita del Frate Montorsoli. All’alacre ingegno di Giuseppe Arifò, in
“Lo Spettatore Zancleo. Giornale Periodico”, a. III, n. 29, Stamperia Fiumara,
Messina 29 luglio 1835, pp. 228-231; Id., Lettera XV. Si corregge da talune mende
la biografia di Onofrio Gabriele, pittore da Messina. Al Chiarissimo Dr. Carlo Gemellaro
Professore di Storia Naturale nella R. Università degli Studi in Catania, in “Il Faro che
siegue lo Spettatore Zancleo. Giornale di Scienze Lettere ed Arti”, a. IV, vol. I,
Stamperia Fiumara, Messina 1936, pp. 37-49); Id., Lettera XVI. Memorie del dipintor
da Firenze Filippo Paladini. Al chiarissimo professore Salvatore Betti Segretario perpetuo
dell’Accademia Pontificia di S. Luca, in “Il Faro. Giornale di Scienze, Lettere ed Arti”,
a. IV, t. II, n. VIII, Stamperia di Tommaso Capra, 1836, pp. 65-77.
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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pittori, scultori e architetti scritte da Giorgio Vasari pittore e architetto aretino illustrate con
note di Mons. Giovanni Gaetano Bottari e P. Della Valle. Con la Vita dell’autore scritta
da lui medesimo e l’introd. Alle tre arti del disegno, architettura, scultura e pittura, 16 voll.
Milano 1807-1811, t. 13, pp. 580. Dalle ricerche documentarie (Registri senatori
del 1534 e 1535, vol. 28, fol. 42; cfr. C. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004,
pp. 155-156, nota 9) La Farina desume inoltre che nel 1534 il Mazzolo realizzò
tre delle quattordici statue marmoree per la porta maggiore del Duomo; in “Lo
Spettatore Zancleo”, a. III, n. 29, Messina 29 luglio 1835, pp. 228-231; cfr. anche
F. Caglioti, Due opere di Giovambattista Mazzolo nel Museo regionale di Messina (ed una
d’Antonello Freri a Montebello Jonico) in Aspetti della scultura a Messina dal XV al XX
secolo, a cura di G. Barbera, “Quaderni dell’attività didattica del Museo Regionale
di Messina”, 13, 2003, pp. 37-60; S. Di Bella, Scultori ed opere da alcuni documenti
d’archivio, ibid., pp. 155-164; S. La Barbera, La scultura della Maniera a Messina. Note
di letteratura artistica, ibid., pp. 135-154; Ead, La scultura della Maniera nella letteratura
artistica messinese, in AA.VV., Fontane d’acqua a Messina, Catalogo della mostra a cura
di G. Barbera, Regione Siciliana, Assessorato Beni Culturali, Messina 2004, pp.
133-152. Confuta anche le imprecisioni riguardo alle note biografiche di Filippo
Paladini, e in particolare Lanzi che riferendo Gregorio (Discorsi intorno alla Sicilia
di Rosario di Gregorio abbate di S. Maria di Roccadia e Professore del diritto publico siciliano
della R. Università di Palermo. Con discorsi inediti, Pedone e Muratori, Palermo, t. I,
p. 210) gli attribuisce il San Giuseppe di Casteltermini, opera del trapanese Andrea
Carreca, per il quale chiede un parere ad Agostino Gallo: «Mi occorre pregarvi
per una nota delle dipinture così esistenti di F. Paladini, e s’è possibile con la
indicazione degli anni della loro esecuzione, dovendomi valere in un articolo che
vado a scrivere su quest’artista, di cui la biografia scritta dal Grosso contiene a mio
avviso diverse lagune, ed inesattezze». Cfr. Lettera di Carmelo La Farina ad Agostino
Gallo, 20 agosto 1835, ms. sec. XIX, QqG 10 110 della Biblioteca Comunale di
Palermo. Cfr. Lettera XVI. Su Filippo Paladino, in “Il Faro. Giornale di Scienze,
Lettere ed Arti”, a. IV t. II, n. VIIII, Messina 1836, pp. 65-77.
81 La Farina consultò l’opera di Lanzi nella sesta edizione: L. Lanzi, Storia
Pittorica della Italia, 6 voll., Milano, G. Silvestri, 1823. Cfr. C. Gauna, La Storia
Pittorica di Luigi Lanzi. Arti Storia e Musei nel Settecento, Firenze 2003. Nella Lettera I.
Su i pittori Francesco e Stefano Cardillo da Messina La Farina è estremamente polemico
nei confronti del Lanzi. Scrive infatti: «Non è a dirsi quanta diligenza, ed amore
74 C. La Farina, Intorno le Belle Arti…, 1835, p. 64 e in part. Lettera VII. Si
adducono…, pp. 57-65.
75 Cfr. C. La Farina, Intorno le Belle Arti…, 1835 e in part. Lettera IV. Di
alcuni dipinti di Antonio Catalano finor sconosciuti, e di altri a lui non direttamente attribuiti.
Al culto e gentile Giuseppe Grosso Cacopardo, pp. 37-42; Lettera V. Si aggiunge Francesco
Laganà al novero dei pittori messinesi, e si annunciano altri dipinti di Andrea Quagliata.
All’Onorando Ab. Placido Vasta, pp. 43-46; Id., Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti in
varie epoche in Messina. Ricerche di C. La Farina ordinate in più lettere, parte II, Messina
1835-1845 e in part Lettera XIII. Si tiene parola del messinese dipintore Stefano Giordano,
e della Cena del Signore dallo stesso condotta. Al Chiarissimo Dr. Anastasio Cocco, in “Lo
Spettatore Zancleo. Giornale Periodico”, a. III, n. 24, Stamperia Fiumara, Messina
17 giugno 1835, pp. 190-191.
76 Pavone precisa che Carmelo La Farina manifesta una notevole
soddisfazione in occasione dell’acquisto del manoscritto degli Annali del Gallo
da parte dell’Accademia Peloritana. Cfr. M.P. Pavone, Aggiunte alla storiografia…,
2002, p. 86, nota 13.
77 G. Buonfiglio e Costanzo, Messina, Città Nobilissima descritta in viii libri,
(Venezia1606), rist. anast., a cura di P. Bruno, Messina 1985.
78 P. Samperi, Iconologia della gloriosa Vergine Madre di Dio protettrice di Messina,
Messina 1644. Cfr. la rist. anast. in 2 voll. con introduzioni di G. Lipari, E.
Pispisa, G. Molonia, Messina 1990 e Id., Messana S.P.Q.R. Rerumq. Decreto Nobilis
Exemplaris et Regni Siciliae Caput Duodecim titulis illustrata. Opus posthumum r. p. Placidi
Samperii Messanensis Societatis Jesu in duo volumina distributum…2 voll. Messina 1742.
79 C.D. Gallo, Annali della Città di Messina Capitale del Regno di Sicilia, vol. I,
Messina 1756 (contiene l’Apparato agli Annali…, vol. II, 1758; vol. III, 1804; vol.
IV 1875. Cfr. Annali della Città di Messina 1877-1882.
80 A differenza di Grosso Cacopardo, nella Lettera XIV. Si producono per
la prima volta…, La Farina è critico nei confronti dello storiografo toscano, cui
accusa un’imprecisione relativamente alla vita del Montorsoli, quando scrive
«avendo trovato [i messinesi] un uomo secondo il gusto loro, diedero, finite le
fonti, principio alla facciata del Duomo, tirandola alquanto innanzi». Lo studioso
precisa che sull’architrave della porta a sud ovest è riportato l’anno di costruzione,
1518, e che il 1528 è indicato sull’architrave della porta laterale, ricordando che
il Montorsoli giunse a Messina solo nel 1547; cfr. G. Vasari, Vite de’ più eccellenti
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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numero3 - maggio 2011
ci vogliono in questi benedetti studî, quanto lieto ozio, e sorriso di fortuna; ma
quanta più pacatezza, e meno slancio, e meno impeto nel giudicare: nel giudicare
quindi in siffatte cose ci vuol fermezza, e non interrotte ricerche, e studio i vecchi
archivî, che mal si adattano ad occhi infermi, come quelli ad esempio, che invece
di compilare delle opere le copiano, e non le san copiare, e certi altri di cui giova
far silenzio.» (Intorno alle Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in Messina – Ricerche
di Carmelo La Farina ordinate in più lettere, Messina 1835, p. 3). Per Lanzi si veda
L. Lanzi, Storia Pittorica della Italia dal Risorgimento delle Belle Arti fin presso la fine
del XVIII secolo, 6 voll. (Bassano 1795-1809), ed. a cura di M. Capucci, 3 voll.
Firenze 1968-1974; G. Perini, Luigi Lanzi: questioni di stile, questioni di metodo, in Gli
Uffizi: quattro secoli di una galleria. Fonti e documenti, atti del convegno internazionale
di studi, (Firenze 20-24 settembre 1982), a cura di P. Barocchi e g. Ragionieri,
Bonechi Editoriale, Firenze 1982, pp. 215-265; Sulle diverse edizioni della Storia
Pittorica cfr. P. Barocchi, Sulla edizione lanziana della Storia pittorica dell’Italia, 17951796, in “Annali della Scuola Normale Superiore. Classe di lettere e filosofia”, s.
IV, quaderni nn. 1-2, (Giornate di studi in onore di Giovanni Previtali, a cura di
F. Cagliotti), 2000, pp. 293-319; Ead., Sulla edizione del 1809 della “Storia pittorica
dell’Italia” di Luigi Lanzi, in “Saggi e Memorie di storia dell’arte”, n. 25, 2001, pp.
297-307; M. Rossi, Le fila del tempo. Il sistema storico di Luigi Lanzi, Quaderni della
Fondazione Carlo Marchi, n. 31, Città di Castello (PG) 2006, pp. 57-92.
82 Per la critica delle fonti, l’originalità dell’opera d’arte contrapposta alla
copia, l’osservazione di opere d’arte tra spiritualità e tecnica nella letteratura
critica del tempo si veda, ad esempio, K.F. von Rumohr, Italienische…, 1920.
83 Onofrio Gabrieli (Gesso (Me) 1619 – 1706). Si veda Onofrio Gabrieli 16191706, catalogo della mostra a cura di G. Barbera e F. Campagna Cicala (Gesso
(Me), 27 Agosto-29 Ottobre 1983), Industria Poligrafica della Sicilia, Messina
1983; ad vocem in D.B.I., 51, Catanzaro 1998, pp. 68-70; ad vocem in Enciclopedia della
Sicilia…, 2006, p. 429.
84 Lionardo Vigo nelle Lettere di L.V. a Ferdinando Malvica sopra una gita da
Catania a Randazzo, in “Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia”, t. X,
f. 29 (Palermo maggio 1934), pp. 196-218) scambia il San Michele arcangelo con
l’angelo Custode.
85 C. La Farina, Lettera XV. Si corregge da talune mende…, 1836, pp. 37-49.
Sulle lettere artistiche di Carmelo La Farina, cfr. infra.
86 Confuta Grosso Cacopardo (Memorie de’ pittori messinesi e degli esteri che in
Messina fiorirono dal secolo XII sino al secolo XIX, Messina 1821, p. 134) che data il
rientro a Messina al 1662.
87 Domenico Marolì (Messina 1612 – Scaletta Zanclea [Me]). Allievo di
Antonello Riccio, studiò anche a Venezia presso il Veronese. Operò a Bologna.
Ridotto in schiavitù dai turchi che assalirono la nave che lo riportava in patria,
riuscì a tornare a Palermo, dove realizzò numerosi dipinti. Rientrato a Messina fu
coinvolto negli avvenimenti politici del 1674 e dovette emigrare. Ritornò prima
a Venezia e morì in Spagna durante i moti del 1676. Per la bibliografia a lui
relativa si veda ad vocem in Dizionario artistico dei siciliani. Pittura, a cura di L. Sarullo,
Novecento, Palermo 1993, pp. 334-335; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…,
2006, p. 547.
88 L. Lanzi, Storia Pittorica della Italia…, 1968, vol. I, p. 468, nota 2.
89 Antonio Catalano detto “l’Antico” (1560 – 1630). Per la bibliografia a lui
relativa si veda ad vocem in Dizionario artistico..., 1993, pp.87-88; T. Pugliatti, La
pittura del Cinquecento in Sicilia. La Sicilia orientale, Messina 1993, pp. 256-269, 337,
note. 4-5; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 251.
90 C. La Farina, Lettera IX. Si stabilisce l’epoca…, 1835, pp. 72-74.
91 Domenico Cardillo, ad vocem in Dizionario artistico..., 1993, p. 74. L’opera
è certamente databile alla seconda metà del XVI secolo, data la presenza nel
paesaggio di sfondo della lanterna del porto nel braccio di S. Raineri, costruita su
disegno del Montorsoli nel 1555. Oggi la firma citata da La Farina è illeggibile,
essendo andata distrutta la parte inferiore della tavola. Cfr. Cardillo, ad vocem in
D.B.I., 19, Roma 1976, pp. 770-772.
92 Il dipinto, citato in Messina e dintorni. Guida a cura del Municipio, Prem. stab.
G. Crupi, Messina 1902, pp. 383, risulta disperso. T. Pugliatti, Arte e storia nella
provincia di Messina, Samperi, Messina 1986, pp. 56, 72, precisa che nella chiesa
esiste ancora il dipinto attribuito al Camarda raffigurante l’Immacolata e Santi,
attribuito con certezza da G. La Farina, Messina e i suoi…, 1840, p. 154.
93 Gaspare Camarda (1570 ca. – 1655), allievo di Antonio Catalano,
quando scrive La Farina era documentato solo fino al 1606. Per la sua figura e la
bibliografia a lui correlata si veda ad vocem in Dizionario artistico…, 1993, pp.65-66;
T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, pp. 264-266.
94 C. La Farina, Lettera IX. Si stabilisce l’epoca…, 1835, pp. 72-74.
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temi di Critica e Letteratura artistica
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Pietro Lanza e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei
siciliani…, 1939, p. 287.
97 Lazzaro Di Giovanni (Palermo 1769 – 5 novembre 1856), intellettuale e
conoscitore del patrimonio artistico cittadino, fu “custode e intendente di Belle
Arti della collezione d’arte dell’Università di Palermo, nucleo iniziale del futuro
Museo Nazionale insieme alla raccolta di Giuseppe Ventimiglia e Cottone, principe
di Belmonte, di cui il Di Giovanni fu fidecommissario. Redasse l’inventario della
collezione e curò l’allestimento nei locali dell’università adibiti a pinacoteca,
riordinò la raccolta di disegni. Ufficiale della Regia Segreteria di Stato della
Sicilia dal 1815 fino alla morte, sospese l’incarico nel 1820, probabilmente per
la partecipazione ai moti rivoluzionari palermitani. Membro della Commissione
di Antichità e Belle Arti, curò il restauro del Paradiso di Pietro Novelli. Scrisse un
circostanziato inventario delle opere d’arte esitenti nelle chiese di Palermo, che
lasciò manoscritto. Per la figura di Lazzaro Di Giovanni e per la bibliografia a lui
relativa si veda ad vocem in D.B.I., XV, Roma 1991, p. 43; L. Di Giovanni, Le opere
d’arte nelle chiese di Palermo, trascrizione e commento critico a cura di S. La Barbera,
Palermo 2000.
98 Giuseppe Grosso Cacopardo (Messina 2 settembre 1789 – 18 dicembre
1878), fu storico dell’arte, erudito, archeologo. Continuatore dell’opera del Grano
Memorie de’ pittori messinesi (1821), fu anche autore della prima Guida per la città di
Messina (1841). Fondatore e redattore del “Maurolico”. Per la figura di Giuseppe
Grosso Cacopardo e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario
dei siciliani…, 1939, pp. 259-260; ad vocem in D.B.I., LX, Roma 2003, pp.11-13.
99 Per la figura di Placido Vasta, si veda G. Oliva, Annali della città di
Messina…, vol. VIII, 1954, pp. 351-352.
100 Nicolò Americo Fasani, fu «Uffiziale di carico nella real Segreteria
e Ministero di Stato dell’Interno di Napoli». Cfr. G. Molonia, Intorno alle Belle
Arti…, 2004, p. 101, nota 1.
101 Giuseppe Alessi (Enna 1 febbraio 1774 – Catania 31 agosto 1837),
sacerdote e canonista, fu geologo, archeologo e numismatico. Iscritto a numerose
accademie italiane e straniere, insegnò Diritto Canonico all’Università di Catania.
Lasciò la sua collezione geologica all’Accademia Gioenia di Catania e la biblioteca
e la raccolta di reperti archeologici alla Chiesa Madre di Enna. Tra i suoi scritti
ricordiamo la Storia Critica della Sicilia dai tempi favolosi alla caduta dell’Impero Romano,
95 Agostino Gallo (Palermo 7 febbraio 1790 – 16 maggio 1872) collezionista
di quadri, libri, cimeli di ogni tipo relativi alla storia, alla cultura e all’arte siciliana.
Raccolse di 152 ritratti ad olio di siciliani illustri che donò alla Biblioteca comunale
di Palermo. La sua collezione di 103 quadri fu invece donata al Museo nazionale
e oggi è conservata presso la Galleria regionale di Palazzo Abatellis. Fra le molte
sue opere riguardanti la letteratura, la storia, l’archeologia, l’arte, le poesie, le
liriche, le biografie, i saggi di critica d’arte, ricordiamo il Saggio su pittori siciliani
vissuti dal 1800 al 1842 del 1842, e la manoscritta Storia delle Belle Arti in Sicilia
dall’epoca greca sino al secolo XIX, oggi edita a stampa (a cura di A. Mazzè, Regione
siciliana, Assessorato dei beni culturali ambientali e della pubblica istruzione,
Palermo 2000). Membro di moltissime accademie e associazioni culturali, italiane
e straniere, collaborò a numerose pubblicazioni periodiche, fra le quali “L’Ape.
Gazzetta letteraria di Sicilia” (1822), il “Giornale di scienze, lettere e arti per
la Sicilia (1832-1840) e “L’Indagatore siciliano”. Promosse la realizzazione di
un Pantheon di glorie siciliane nella chiesa di S. Domenico, in cui fossero eretti
monumenti commemorativi ai siciliani più illustri e oggi è lì sepolto, ricordato da
un mezzobusto opera di Benedetto Civiletti. Per la figura di Agostino Gallo e per
la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem Dizionario dei siciliani illustri, F. Ciuni,
Palermo 1939, pp. 236-237; ad vocem in D.B.I., 51, Catanzaro 1998, pp. 697-699;
ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, pp. 433-434; F.P. Campione, Agostino
Gallo: un enciclopedista dell’arte siciliana, in La critica d’arte dell’Ottocento, a cura di S. La
Barbera, Flaccovio, Palermo 2003.
96 Pietro Lanza Branciforti, Principe di Scordia, di Trabia e di Butera
(Palermo 19 agosto 1807 – Parigi 27 giugno 1855). Letterato, politico patriota,
fu, giovanissimo, direttore della sezione Lettere ed arti nell’Accademia di
Scienze, Lettere ed Arti e della Commissione Antichità e Belle Arti. Dal 1835
al 1837 fu Pretore di Palermo ed in seguito, dal 1841 al 1848, ministro degli
Affari ecclesiastici per il Regno delle due Sicilie. Attivo durante i moti del 1848,
durante il governo provvisorio assunse la presidenza del Quarto comitato
(amministrazione civile, istruzione pubblica e commercio). Costretto all’esilio
dopo la restaurazione borbonica, morì a Parigi. Numerosi i suoi scritti di natura
storica e letteraria; si ricordano in particolare Degli Arabi e del loro soggiorno in
Sicilia del 1832, apprezzato da Michele Amari, e Considerazioni sulla storia di Sicilia
dal 1532 al 1789 da servir d’aggiunte e di chiose al Botta del 1836. Per la figura di
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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Cumbo”. Fu membro della Labronica di Livorno e socio benemerito della Reale
Accademia peloritana in cui, dal 1829, ricoprì la carica di segretario per la classe
di scienze fisiche e matematiche. Per la figura di Francesco Arrosto e per la
bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, pp. 4849; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 130.
104 Tommaso Alojsio Juvara (Messina 13 gennaio 1809 – 30 maggio 1875),
incisore, formatosi alla scuola del Camuccini, fu presidente della Calcografia
Camerale. Insegnò calcografia a Messina nel ’46, a Napoli nel ’50 e a Roma nel
’72, condividendo la carica di Direttore con Paolo Mercuri. Tra le sue opere più
celebri, la Madonna alla Reggia di Napoli e il San Carlo Borromeo, di fronte alle quali
si suicidò nel 1875. Per la figura di Tommaso Alojsio Juvara e per la bibliografia
a lui relativa si veda Litografia, in “Passatempo per le Dame”, a. 4, n. 28, 9 luglio
1836, pp. 125-126 [ma 225-226]; A. Gallo, Lettera di Agostino Gallo all’egregio incisore
Tommaso Aloisio Messinese professore d’intaglio in Napoli, in “La Lira”, a. I, n. 51, 6
novembre 1852, pp. 203-204; A. Gallo, Sull’influenza ch’esercitarono gli artisti italiani
in varii regni d’Europa ad introdurvi, diffondervi o migliorar l’arte d’intagliar cammei in
pietre dure e tenere, incidere in rame, cesellare e smaltare in argento e in oro, Tipografia
Barcellona, Palermo 1863, p. 13; A. Gallo, Notizie degli incisori siciliani, a cura di
D. Malignaggi, Palermo 1994, pp. 125-128. T. Aloysio-Juvara, Della storia e dello
stato odierno dell’arte dell’incisione, in “Nuove Effemeridi Siciliane di Scienze, Lettere
ed Arti”, a. I, dispense IX-X, dicembre 1869 – gennaio 1870, pp. 404-416; ad
vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, p. 276; ad vocem, in Allgemeines Lexikon der
bildender Kunstler, a cura di U. Thieme - F. Becker XIX, F. Ullmann, Leipzig 1926,
pp. 357-358; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 511; Neoclassicismo e
aspetti accademici. Disegnatori e incisori siciliani, a cura di D. Malignaggi, Università
degli studi, Palermo 2004.
105 La prima raccolta riporta in copertina Ricerche di Carmelo La Farina ordinate
in più lettere, mentre sul frontespizio appare la dicitura Intorno Le Belle Arti, e gli
Artisti fioriti in varie epoche in Messina – Ricerche di Carmelo La Farina ordinate in più
lettere. Stampata a Messina nel 1835 dai torchi dei Fiumara, fu annunciata da Felice
Bisazza tra le pagine dello “Spettatore Zancleo” nella rubrica Rivista Letteraria
(“Lo Spettatore Zancleo”, III, n. 25, 1 luglio 1835, p. 93), e fu recensita da molte
riviste dell’epoca. Una Seconda Parte fu raccolta da Gaetano La Corte Cailler
che la intitolò Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in Messina – Ricerche
2 voll., Catania 1834-1843. Per la figura di Giuseppe Alessi e per la bibliografia
a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, p. 27; ad vocem in
Enciclopedia della Sicilia…, 2006, pp. 101-102.
102 Gaetano Grano, (Messina, 21 novembre 1754 – 13 marzo 1828) medico,
ma anche latinista, letterato, storico, antiquario, studioso di numismatica e
paleografia, di storia naturale, fisica, filosofia e legge. Fu precettore di retorica
nella Reale Accademia Carolina, della quale, nel 1780, gli fu conferita la carica
di bibliotecario, che mantenne fino alla morte nel 1828. Fu più volte Presidente
dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti e Socio dell’Accademia degli Zelanti di
Acireale. Nel 1806 contribuì alla fondazione del Museo Civico Peloritano. Ricoprì
numerosi incarichi istituzionali e non: Priore di S. Maria della Latina (1786),
Giudice ecclesiastico della Regia Udienza (1789) , Giudice delegato della Regia
Monarchia in Messina (1791), Membro della commissione per la compilazione
dei codici del Regno delle Due Sicilie e Giudice Interno del Regio Tribunale di
Monarchia in Sicilia (1814), Abate-Regio Priore di S. Andrea di Piazza, Vescovo
in Partibus della Santissima Basilica di Terra Santa, Consigliere del Re delle Due
Sicilie Ferdinando IV di Borbone (1817). Nel 1821 Luogotenente Generale in
Sicilia, carica da lui rifiutata. In contatto con numerosi personaggi di rilievo
della cultura del tempo come Domenico Scinà, Saverio Landolina ed il Rosario
Gregorio. Coadiuvò Jakob Philipp Hackert nella stesura delle Memorie De’ Pittori
Messinesi (Messina 1792), anche se non volle figurarvi. Collaborò anche con
l’Abate Lazzaro Spallanzani alla redazione dei Viaggi alle due Sicilie e in alcune parti
dell’Appennino”. Da segnalare la Guida alla Città di Messina, anche questa pubblicata
anonima nel 1826. Possessore di una pregiatissima collezione naturalistica e di
una ricca pinacoteca purtroppo dispersa. Cfr. ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…,
2006, p. 466; V. Scarcella, Cenni biografici di mons. Gaetano Grano, estratto da “Il
Maurolico, Giornale del Gabinetto Letterario di Messina”, n.s., a. I, f. 7, Stamperia
di Tommaso Capra, Messina 1842; G. Noto, Elogio del dotto prelato monsignore don
Gaetano Grano, Firenze, co’ tipi di G. Marenich, 1828; G. Oliva, Annali della città di
Messina…, 1893, p. 240-243.
103 Francesco Arrosto (Messina 2 luglio 1798 – marzo 1840), successe al
padre Gioacchino alla cattedra di chimica della reale Accademia Carolina che gli
fu tolta a seguito della sua partecipazione ai moti del 1837. Fu membro effettivo
della Società economica della valle di Messina che gli assegnò il premio “Paolo
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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108 Anastasio Cocco (Messina 29 agosto 1799 – 26 febbraio 1854) fu
farmacologo e naturalista. Nel 1819, a vent’anni, fu ammesso all’Accademia
Peloritana dove lesse il suo primo discorso Sull’origine, progressi ed utilità della
botanica. Dal 1827 professore di Materia medica alla Reale Accademia Carolina,
appena elevata al rango di Università, professò la necessità di basare lo studio e
l’applicazione delle scienze mediche sul metodo dell’osservazione, dell’analisi e
della sperimentazione. Dal 1851 fu segretario della Reale accademia Peloritana.
Per la figura di Anastasio Cocco e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem
in Dizionario dei siciliani…, 1939, p. 127; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…,
2006, p. 287.
109 Giuseppe Arifò (Messina 1803-1842), scultore. Studiò a Roma presso
l’Accademia di S. Luca con il Tenerani insieme ad Antonio Gangeri, Giuseppe
Prinzi e Saro Zagari. Le sue opere, menzionate tra gli altri anche da Gaetano La
Corte Cailler (Il Museo Civico di Messina…, 1981, p. 173), sono ad oggi scomparse.
Per la biografia di Giuseppe Arifò e la bibliografia a lui relativa si veda ad
vocem in Dizionario artistico dei siciliani. Scultura, a cura di L. Sarullo, Novecento,
Palermo 1994, p. 10.
110 Carlo Gemmellaro (Catania 4 novembre 1787 – 21 ottobre 1866) fu
medico chirurgo, zoologo, botanico e archeologo. Prese parte alla battaglia
di Waterloo. Dal 1831 fu nominato professore di Storia Naturale prima e di
Geologia e Mineralogia poi, all’Università di Catania. Noto soprattutto per i suoi
studi di vulcanologia, creò una fiorente scuola di geologi tra le fila dei membri
della catanese Accademia Gioenia. Per la figura di Carlo Gemmellaro e per la
bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, p. 243; R.
Cristofolini, Carlo Gemmellaro, geologo e vulcanologo, in L’Accademia Gioenia. 180 anni
di cultura scientifica (1824-2004). Protagonisti, luoghi e vicende di un circolo di dotti, a cura
di Mario Alberghina, Giuseppe Maimone Editore, Catania 2005, pp. 131-135.
111 Salvatore Betti (Orciano di Pesaro 1792 – Roma 1882) fu professore di
Storia dell’arte, Mitologia e Costumi presso l’Accademia Pontificia di San Luca
in cui subentrò a Guattani, nel 1830, nel ruolo di segretario perpetuo. Strenuo
difensore del classicismo, assunse posizioni palesemente antiromantiche nei suoi
scritti tra le pagine del “Giornale Arcadico di Scienze, Lettere ed Arti” che diresse
dal 1819. Per la figura di Salvatore Betti e per la bibliografia a lui relativa si veda ad
vocem in D.B.I., vol. IX, Roma 1967, pp. 724-726; A. Cerutti Fusco, Gaspare Salvi
ordinate in più lettere, Parte II, Messina 1835-1845 che però non fu mai pubblicata.
106 Recensione di S. Betti, Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche
in Messina; ricerche di Carmelo La Farina ordinate in più lettere – Messina 1835 dalla
Stamperia Fiumara, in “Il Faro. Giornale di Scienze, Lettere ed Arti”, a. IV, t.
II, Messina 1836, pp. 98-99; pubblicato anche in C. La Farina, Intorno alle Belle
Arti…, 2004, pp. 229-230; Recensione di G. Di Lorenzo, Intorno le Belle Arti, e gli
artisti fioriti in varie epoche in Messina; ricerche di Carmelo La Farina ordinate in più lettere
– Messina 1835 dalla Stamperia Fiumara, in -8° di pag. 93, in “Giornale di scienze,
letteratura ed arti per la Sicilia”, a. XIII, vol. 50, t. II, aprile - maggio - giugno
1835, pp. 207-210.
107 Gaetano La Corte Cailler (Messina 1 agosto 1874 – 26 gennaio 1933)
inizia giovanissimo a collaborare con alcuni giornali locali, scrivendo di storia ed
arte messinese e nel 1898 ottiene un impiego come copista presso la Cancelleria
del Tribunale di Messina. Nel 1899 è nominato socio ordinario della Reale
Accademia Peloritana ed è socio fondatore e firmatario del primo Statuto sociale
della Società Messinese di Storia Patria. Nel 1901 viene immesso in servizio come
guardasala al Civico Museo Peloritano, allora ospitato nel soppresso monastero
di S. Gregorio, di cui compila una guida. Diviene direttore nel 1904. Nel 1902 il
Municipio pubblica la Guida di Messina e dintorni del quale La Corte Cailler è uno
dei maggiori estensori. Strenuo ricercatore di documenti d’archivio riguardanti
la storia e la cultura artistica di Messina, dopo il terremoto del 1908, la famiglia
si trasferisce a Palermo per pochi anni. Ritornato a Messina, il 2 giugno 1910
ricostituisce, con i pochi amici sopravvissuti, la Società Messinese di Storia Patria.
Ricopre numerosi ruoli: ispettore onorario comunale di Antichità e Belle Arti,
componente della Commissione conservatrice dei monumenti, degli scavi ed
oggetti di antichità ed arte della Provincia di Messina, ispettore bibliografico
onorario. Per G. La Corte Cailler si veda “Archivio Storico Messinese”, III
serie, XXXII, 41, Messina 1983, volume interamente dedicato alla sua figura, e
in particolare: G. Molonia, Gaetano La Corte Cailler: note biografiche, in “Archivio
Storico...”, pp. 17-27; G. La Corte Cailler, Il mio Diario, a cura di G. Molonia, 3
voll.., Messina 1998-2003; S. La Barbera, Dalla coinnosseurship alla nascita della
Storia dell’arte in Sicilia: il ruolo di Adolfo Venturi, Adolfo Venturi e la Storia dell’arte
oggi, Atti del Convegno (Sapienza Università di Roma, 25-28 ottobre 2006) a cura
di M. D’Onofrio, Franco cosimo Editore, Modena 2008, pp. 309-328.
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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argomenti annunciati per le lettere XIX e XX, anch’esse mancanti. G. La Corte
Cailler, Intorno le Belle Arti, e …, p. 82 bis. La lettera inizialmente numerata dal
La Farina come XVII e intitolata Si riconosce per opera di Luca Villamaci la statua
di S. Vittorio Angelica fu pubblicata col numero XVIII tra le pagine del “Il Faro.
Giornale di Scienze, Lettere e Arti”, a. VI, t. IV, fasc. 15, Messina 1838.
116 Solo per le lettere XIII, XIV, XV e XVIII. La lettera XVI fu ritagliata
dal giornale.
117 La Corte Cailler aggiunge delle integrazioni, e riporta, oltre alle glosse di
La Farina, anche gli emendamenti apportati dall’Arenaprimo che aveva posseduto
il manoscritto autografo dopo Grosso Cacopardo, cui era pervenuto dopo la
morte dell’autore.
118 «In breve anderò a pubblicare la seconda parte delle mie lettere, che
non sono meno di altre dodici…», ancora «Io vado nel parere, completando la
pubblicazione di circa altre 12 lettere, ristampate tutte in un volume con qualche
addizione alle prime…». Cfr. Lettera di Carmelo La Farina ad Agostino Gallo datata
11 giugno 1835 e Lettera di Carmelo La Farina ad Agostino Gallo datata 20 agosto
1835, ms. della Biblioteca Comunale di Palermo, XIX sec., ai segni 2 QqG10 110.
119 Francesco e Stefano Cardillo, Polidoro Caldara, Deodato Guinaccia, Gio.
Paolo Funduli, Antonio Catalano, Francesco Laganà e Franco Bonajuto, Gio.
e Nicolino Van Houbracken, Filippo Tancredi, Dalliotta, Giannotto, Giovanni
Fulco, Antonello Resaliba, Animali del presepe, Gaspare Camarda, Salvatore
Mittica, Ignazio Brugnani, Comandè, Antonino Bova, Mariano Menniti, Antonino
Barbalonga, Stefano Giordano, Gio. Battista Mazzolo, Onofrio Gabrieli, Filippo
Paladino, Domenico Campolo, Andrea Quagliata, Michele Maffei.
120 Il periodico, di chiara connotazione nazionalistica e taglio
antimunicipalistico, di dichiarato intento politico letterario, foggiato sul modello
del “Giornale di Scienze Lettere e Arti” di Bertini e vicino ideologicamente alla
“Antologia” del Gabinetto Vieusseux, fu pubblicato a partire dal 1831 per i tipi
d Giuseppe Fiumara. Nel 1836 il giornale sempre guidato dal La Farina, dovette
cambiare il suo titolo in “Il Faro” a causa delle polemiche politico-letterarie
sostenute contro il palermitano “Il Vapore” dei fratelli Linares, appoggiati dalla
polizia. I compilatori, spinti da «l’amore per la bella patria» manifestarono,
immediatamente dopo la sospensione, la volontà di riprendere le pubblicazioni
con l’intento di «condurre al vero per mezzo del bello […] per svegliare gli spiriti
(1786 – 1849) Architetto e professore di architettura teorica nell’Accademia di San Luca e
il dibattito architettonico del tempo, in La cultura architettonica nell’età della restaurazione, a
cura di G. Ricci, G. D’Amia, Milano 2002, p. 281.
112 Lorenzo Maisano (S. Lucia del Mela (Me) 1791 – Messina 1847),
medico, insegnò Medicina Pratica all’Università di Messina. Membro fondatore
della Società Cuveriana di Parigi, fu anche socio ordinario della Commissione
Provinciale di Vaccinazione, socio ordinario prima e vicedirettore poi della Prima
Classe di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali dell’Accademia Peloritana dei
Pericolanti e socio corrispondente di quella di Scienze Mediche di Palermo, della
Gioenia di Catania e di quella degli Zelanti di Acireale. Per la figura di Lorenzo
Majsano si veda R. Lombardo, Biografia del fu Lorenzo Majsano, professore di Clinica
Medica scritta da Raffaele Lombardo, professore di Fisiologia, Tip. di Commercio,
Messina 1847.
113 Carmelo Allegra (Messina 1810 – 1880), sacerdote, insegnante di
francese. Fondatore del giornale “Scilla e Cariddi”, periodico di carattere politico.
A causa della sua attività antiborbonica fu diffidato dalla Questura ed incarcerato
nel 1847. Durante la rivoluzione del 1848 diresse “L’aquila siciliana”, in seguito
rinominata “Trinacria”. Sospeso dall’insegnamento al tempo della restaurazione
borbonica, scrisse Prose di vario genere (Messina 1846) e collaborò a numerose
testate. Per la figura di Carmelo Allegra e per la bibliografia a lui relativa si veda
ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, pp. 28-29.
114 Diretta da Carmelo Allegra, fu pubblicata bimestralmente dal 1843 al
1846 per i tipi di Michelangelo Nobolo. Tra i collaboratori, oltre Carmelo La
Farina, Giovanni Giamboj, Marino Zuccarello Patti, Remigio Bisignani, Leonardo
Antonio Forleo, Saverio D’Amico, Nicolò Camarda, Giovanni Minà Morici,
Domenico Ragona Scinà, Antonio Fulci, Ercole Tedeschi Amato, Lodovico
Fulci Gordone, Andrea Di Gregorio, Silvestro La Farina, Antonio Minà La Grua,
Felice e Domenico Bisazza, Luigi Pellegrino, Giovan Battista Calapai, Riccardo
Mitchell, Lorenzo Maisano, Francesco Bertolami, Carlo Gemmellaro, Giuseppe
De Spuches, il barone Pasquale Galluppi. G. Arenaprimo, La stampa periodica…,
1892-1893, pp. 84-85.
115 La numerazione è fedele da XIII a XVI. La Corte Cailler ipotizza che la
lettera XVII, da “Scilla Cariddi”, che non riuscì a reperire, possa non essere mai
esistita, o al più che potesse trattare di Giuseppe Camarda o di Letterio Paladino,
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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divenuti ormai neghittosi per un sonno troppo lungo per causa del quale troppo
à sofferto l’amor nostro nazionale» con l’obbiettivo di «portare nella ognor massa
crescente dell’umano sapere quell’unità che manca e senza della quale non avran
pace gli animi, né i popoli vera quiete» (“L’Indagatore”, 1834, I, pp. 61-35). “Il
Faro” aveva in copertina una epigrafe (Felix quem faciunt alien pericola cautum) e
un verso (La verità nulla menzogna frodi). Dal 1839 il giornale riacquistò il nome
di “Spettatore Zancleo” e il proprio stampo prettamente politico e continuò le
sue pubblicazioni settimanali in modo regolare fino al 1847. (S. La Barbera,
La stampa periodica palermitana…, 2007, p. 87-121). Qualche sporadico numero
di natura letteraria uscì con scarso successo, con contributi di autori minori.
Cfr. G. Arenaprimo, La stampa periodica…, 1892-1893, pp. 158-160, 162-166; G.
Oliva, Annali della città di Messina…, 1893, estratto da “La Sicilia nel risorgimento
italiano”, a. III, f. I, pp. 3-18.
121 Pubblicato dal 5 ottobre 1833 all’aprile del 1840. Tra i principali
corrispondenti i nomi dell’intellighenzia siciliana del periodo: oltre al citato
Grosso Cacopardo, Francesco Arrosto, Felice Bisazza, Antonio Catara Lettieri,
Anastasio Cocco, Agostino Gallo, Carlo Gemelli, Alojsio Juvara, Agatino Longo,
Lorenzo Maisano, Raffaello Politi, Carmelo Prestigiovanni, Giovanni Saccano,
Antonio Sarao, Domenico Ventimiglia, Lionardo Vigo. Dal maggio 1841 la
nuova serie del giornale in cui La Farina figura tra i corrispondenti, fu edita per
i tipi di Tommaso Capra col titolo di “Il Maurolico. Giornale del Gabinetto
Letterario di Messina”. Intitolato solo Giornale del Gabinetto Letterario di Messina
dal 1842 al 1 settembre 1874, quando fu chiuso per ordine del Governo. Cfr. G.
Arenaprimo, La stampa periodica…, 1892-1893, pp. 166-169; G. Oliva, Annali
della città di Messina…, 1893, pp. 263, 270-271.
122 Relativamente alle attribuzioni ai pittori messinesi Francesco e Stefano
Cardillo, nella prima lettera indirizzata ad Agostino Gallo, La Farina manifesta i
sui dubbi precisando la propria appartenenza a quella schiera di «eletti, che non
leggono a spento lume le altrui opinioni intorno alla cronologia degli artisti,
elemento necessariissimo per la storia critica delle arti belle». Cfr. C. La Farina,
Lettera I. Su i pittori Francesco e Stefano Cardillo da Messina, in Intorno alle Belle
Arti…, 1835, p.3.
123 Cfr. C. L a F arina , Lettera V. Si aggiunge Francesco Laganà…, 1835,
pp. 43-46.
124 V.M. Amico, Dizionario topografico della Sicilia. Tradotto dal latino ed annotato
da Gioacchino Di Marzo, t. I, Tipografia di Pietro Morvillo, Palermo 1855, p. 119.
Il dipinto è oggi conservato presso la parrocchia dei SS. Pietro e Paolo.
125 Per Andrea Quagliata (Messina 1594 – 2 giugno 1660), si veda ad vocem
in Dizionario artistico..., 1993, p. 431; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006,
p. 809. Per i dipinti citati cfr. G. La Corte Cailler, Sicilia monumentale. Alcune
opere d’arte osservate in Taormina, in “Atti della R. Accademia Peloritana”, a. XVII,
1902-1903, p. 92.
126 C. La Farina, Lettera III. Se il Pittor Gio: Paolo Fondoli Cremonese possa noverarsi
tra gli esteri, che in Messina fiorirono, in Intorno alle Belle Arti…, 1835, pp. 31-36.
127 Cfr. G. Biffi, Memorie per servire alla storia degli artisti cremonesi, ed. critica a
cura di L. Bandera Gregori, in “Annali della Biblioteca Statale e Libreria Civica di
Cremona”, a. XXXIX, n. 2, Cremona 1989.
128 G. Grosso Cacopardo, Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, pp. 88-89.
129 C. La Farina, Lettera II. Sull’anno di morte di Polidoro Caldara da Caravaggio,
in Intorno alle Belle Arti…, 1835, pp. 17-30.
130 G. Vasari, Vite de’ più eccellenti pittori…, 1807-1811, t. 9, pp. 248 e sgg.
131 C. La Farina, Lettera II. Sull’anno di…, 1835, p. 21.
132 Vasari lo vuole nella chiesa Cattedrale, mentre Buonfiglio e Gallo
asseriscono che sia tumulato nella chiesa del Carmine. J.F. Hackert, G. Grano,
Memorie de’ Pittori Messinesi, Messina 1792, p. 22; G. Grosso Cacopardo, Memorie
de’ pittori messinesi…, 1821, rist anast. Bologna 1972, p. 47; C.D. Gallo, Annali della
Città di Messina…, vol. I, 1756, p. 98. Alle opere citate da Grosso Cacopardo, La
Farina aggiunge al catalogo dell’artista lombardo due opere di piccole dimensioni,
che curiosamente comprendevano entrambe un piccolo autoritratto del pittore. Si
tratta di un Martirio di S. Placido, che ricorda in casa del «fu Presidente Finocchiaro»
e poi passato in collezione Geraci, già citato da G. Bertini (estratti di opere di autori
siciliani. Memorie de’ pittori Messinesi, ecc. Sei Lettere MSS. di Giuseppe Grosso Cacopardi.
Continuazione dell’Estratto, in “Giornale di Scienze, letteratura e Arti per la Sicilia”,
a. I, t. IV, 1823, pp. 101-102) e una Deposizione dalla croce, nello studio dei fratelli
Giuseppe, Letterio e Pietro Subba, passata successivamente in mano al La Farina
stesso. Le attribuzioni sono accettate anche dalla critica successiva, cfr. G. Di
Marzo, Delle Belle arti…, 1862, p. 231; T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…,
1993, p. 132. Infine segnala anche un S. Giacomo apostolo, perduto nel terremoto
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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numero3 - maggio 2011
tomi furono rubati e venduti come carata dopo il terremoto del 1783; cfr. C. La
Farina, Lettera II. Sull’anno di morte…, 1835, pp. 28-29, nota p.
139 La tesi di La Farina fu accolta da Gioacchino Di Marzo (Delle Belle
arti in Sicilia…, 1862, pp. 233-237); tra gli studiosi moderni è accettata solo
da Lanfranco Ravelli (Polidoro Caldara da Caravaggio, Bergamo 1978). Per la
bibliografia aggiornata su Polidoro da Caravaggio si vedano: P. Leone De
Castris, Polidoro da Caravaggio, l’opera completa, Electa Napoli, Napoli 2001;
Polidoro, the way to Calvary, (Catalogo della Mostra 12 settembre - 7 dicembre
2003), National Gallery, London 2003; M. Marini, Polidoro Caldara da Caravaggio,
l’invidia e la fortuna, Marsilio, Venezia 2005; Polidoro da Caravaggio, a cura di D.
Cordellier, Musee du Louvre - Departement des arts graphiques, Milano,
Paris 2007; C. Pidatella, Polidoro da Caravaggio, L’Eco di Bergamo - Museo
Bernareggi, Bergamo 2009.
140 C. La Farina, Lettera XI. Si producono alcuni dipinti…, 1835, pp. 81-83.
141 Gaetano La Corte Cailler è concorde: «Non è possibile che Comandè,
nato nel 1580, assistesse alla scuola di Paolo Veronese, morto nel 1588». Cfr.
le annotazioni autografe, ripubblicate in C. La Farina, Intorno alle Belle Arti…,
2004, p. 130, n. 4. Già Susinno ne Le Vite de’ pittori messinesi (ms. 1742, ed a cura
di V. Martinelli, Firenze 1960, pp. 121-125) e Mongitore nelle Memorie dei pittori,
scultori, architetti e artefici in cera siciliani (1740 ca., ed. a cura di E. Natoli, Palermo
1977, p. 100), datano la nascita dell’artista al 1558.
142 Filippo Tancredi (Messina 1655 – 1722). Per la sua figura e la
bibliografia a lui relativa si veda, G. Guttilla, Filippo Tancredi, in “Quaderni
dell’ “A.F.R.A.S.”, n. 3, Palermo 1974; ad vocem in Dizionario artistico..., 1993,
pp. 518-519; M. Guttilla, Pittura e incisione nel Settecento, in Storia della Sicilia,
2, Roma 1999, pp. 290-297; Ead., Gli studi pioneristici di Maria Accascina sulla
pittura del Settecento. Sviluppi, conferme e piccole novità, in Storia, critica e tutela dell’arte
nel Novecento. Un’esperienza siciliana a confronto con il dibattito nazionale, Atti del
Convegno Internazionale di Studi in onore di Maria Accascina (Palermo –
Erice 14-17 giugno 2006), a cura di M.C. Di Natale, Salvatore Sciascia Editore,
Caltanissetta 2007, pp. 300-315 e in part. 309; ad vocem in Enciclopedia della
Sicilia…, 2006, p. 946; Ead., Cantieri decorativi a Palermo dal tardo Barocco alle soglie
del Neoclassicismo, in Il Settecento e il suo doppio, Rococò e Neoclassicismo, stili e tendenze
europee nella Sicilia dei viceré, atti del convegno internazionale di studi (Palermo
del 1693, per la chiesa dei Conventuali di Catania nella cappella dei Principi della
Torre (F. Cagliola, Almae siciliensis Provincaie Ordinis Minorum Canventualium S.
Francisci manifestationes novissimae, sex explorationibus camplexae, Venezia 1644, p. 73,
[ed. a cura di F. Rotolo, 73, [ed. a cura di F. Rotolo, Palermo, Officina di Studi
Medievali, 1984]).
133 Ci rimangono svariati disegni e schizzi oltre che una testimonianza
diretta e particolareggiata scritto il 1 settembre1534 un libretto in versi da
Colagiacomo d’Alibrando, e dedicato al nobile Pietro Ansalone committente del
dipinto; C. d’Alibrando, Il Triompho il qual fece Messina nella Intrata del Imperator
Carlo V e Molte altre cose Degne di notizia…, Messina 1535, pubblicato anche in
C.D. Gallo 1758, t. II, libro VII, pp. 499-516; cfr. A. Marabottini, Polidoro da
Caravaggio, Edizioni dell’Elefante, Roma 1969, pp. 176, 215, 333-334; P. Leone
de Castris, Polidoro da Caravaggio fra Napoli e Messina, Roma 1988-1989, pp. 130132.
134 Tutte le notizie relative al dipinto si evincono dal libretto di Colagiacomo
d’Alibrando, dedicato a Pietro Ansalone. Cfr. T. Pugliatti, La pittura del
Cinquecento…, 1993, p. 121; P. Leone de Castris, Polidoro da Caravaggio…,
1988-1989, pp. 130-131.
135 Per l’opera, Marabottini (Polidoro…, 1969) ipotizza il nome di Stefano
Giordano. Pugliatti considera l’ipotesi attributiva al Guinaccia «improponibile
per ragioni cronologiche» (La pittura del Cinquecento…, 1993, p. 124).
136 In ambito isolano solo G. Di Marzo (Delle Belle arti in Sicilia…, 1862,
p. 235) concorda con La Farina nel correggere la data di morte proposta da
Vasari, anticipandola al ’34.
137 E. Mauceri, Polidoro da Caravaggio a Messina, in “Sicilia”, 1928, gennaio,
pp. 3-5. È stato suggerito (T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, pp.
123-125) che dato l’alto numero di richieste, l’esecuzione della pala dell’Alto
fosse stata rimandata, ipotesi confortata dalla presenza nello stesso gruppo di
schizzi e di studi sia del gruppo di angeli avvinghiato al tempietto dell’Adorazione
dei Pastori che di apparati per i “Trionfi” per Carlo v. Cfr. Disegno conservato al
Kupferstichkabinett, Staatliche Museen di Berlino, inv. K.d.Z. 26458, 79.D.34;
cfr. A. Marabottini, Polidoro…, 1969, pp. 176, 215, 333-334.
138 Lo stesso La Farina precisa che i libri del Banco iniziano dal 1837,
sebbene Gallo negli Annali li dati a partire dal 1586. Ci informa che molti dei
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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del dipintore. Il quale così innanzi si mostra in quell’opera, per singolar progresso
dell’arte nel comporre con grande sviluppo le figure, nel disegnare e colorire
con somma energia e con profonda scienza, e nel trattar con molta abilità la
prospettiva, ch’è degno di appartener veramente alla scuola del cinquecento; e
forse fiorì al di là dell’epoca, che il Gallo stabilì per lui nel cadere del decimo
quinto secolo». La segnalazione è ripresa successivamente da Brunelli che però
non concorda con Di Marzo in merito all’ipotetica datazione. Lo studioso
riscontra i modi del Giuffrè nello stile dell’artista che nel dipinto raffigurante la
Visitazione «pose e non pose la sua firma. Non scrisse il nome ma in un angolo
pose un cardellino…» sulla base del raffronto con un dipinto di analogo soggetto
realizzato per la chiesa del Varò a Taormina (E. Brunelli, Note antonelliane, in
“L’Arte”, 1908, pp. 300-304 e in part. 300-301; cfr. ad vocem Cardillo in Allgemeines
Lexikon der bildender Kunstler, a curadi U. Thieme – F. Becker, V, F. Ullmann,
Leipzig 1911, p. 585, E. Brunelli, Antonino Giuffrè, il vecchio Cardillo, Alfonso Franco,
in «Giornale di Sicilia», 21 maggio 1931, p. 3). Per le ipotesi sulla figura di un
‘maestro Cardillo’ si vedano anche G. Columba, Terremoto di Messina. Opere d’arte
recuperate dalle R. Soprintendenze dei Monumenti, dei Musei e delle Gallerie di Palermo,
Stabilimento tipografico Virzì, Palermo 1915, p. 42, che riferisce l’attribuzione
di Carmelo La Farina; E. Mauceri, Dipinti inediti dei sec. XV e XVI nel Museo
Nazionale di Messina, in “Bollettino d’Arte”, a. XIII, ff. 5-6-7-8, maggio-agosto
1919, pp. 77-79; Id., Il Museo Nazionale di Messina, La Libreria dello Stato, Roma
1929, p. 39; S. Bottari, Ricerche intorno agli Antonelliani, in “Bollettino d’Arte”, s.
II, a. X, f. VII, gennaio 1931 (a. IX), pp. 291-316 e in part. 315-316, nota 24; Id.,
Introduzione, in F. Hackert-G, Grano, Memorie di Pittori Messinesi, Stamperia Reale,
Napoli 1792, ed. con introduzione, note e appendice bibliografica a cura di S.
Bottari, in “Archivio Storico Messinese”, n.s., a. XXVIII-XXXV, 1934, p. 19.
156 La critica più recente è concorde nel ritenere che il dipinto non possa
essere assegnato a Francesco. Cfr. Cardillo, ad vocem in D.B.I., 19, Roma 1976, pp.
770-772; ad vocem in Dizionario artistico..., 1993, pp. 74-75; ad vocem in Enciclopedia
della Sicilia…, 2006, p. 228.
157 G. Rosini, Storia della pittura italiana esposta coi monumenti, Pisa 1845, vol. v,
p. 43; T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, pp. 168-170.
158 Frazione di Gualtieri Sicaminò (Me). Per i Cardillo si veda, ad vocem in
D.B.I., XIX, Roma 1976, pp.780-782.
10-12 novembre 2005), a cura di M. Guttilla, Kalòs, Palermo 2008, pp. 177-207
e in part. 185.
143 J.F. Hackert, G. Grano, Memorie de’…, 1792, p. 64; G. Grosso Cacopardo,
Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, p. 207.
144 C. La Farina, Lettera VI. Si purga di talune…, 1835, pp. 47-56.
145 C. La Farina, Si fissa l’anno del ritorno in patria del famoso dipintore Antonino
Barbalonga da Messina. Al Valoroso Artista Tommaso Aloisio, in Intorno alle Belle Arti…,
1835, pp. 84-90.
146 Alojsio Juvara rispose a La Farina con una lettera intitolata Intorno a taluni
dipinti di Antonino Barbalonga, pubblicata nel 1837 ne “Il Faro. Giornale di Scienze,
Lettere ed Arti”, a. V, v. III, n. 13, pp. 69-76; la lettera è ripubblicata in Appendice,
II – Belle Arti, in G. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, pp. 221-229.
147 Datata “Messina, 9 dicembre 1833”, cfr. C. La Farina, Lettera I. Su i
pittori..., 1835, pp. 3-16.
148 Ibid., p. 3.
149 J.F. Hackert, G. Grano, Memorie de’…, 1792, p. 19.
150 P. Samperi, Messana S.P.Q.R. Rerumq. Decreto Nobilis Exemplaris et Regni
Siciliae Caput Duodecim titulis illustrata. Opus posthumum r. p. Placidi Samperii Messanensis
Societatis Jesu in duo volumina distributum…, 2 voll. Messina 1742, p. 614, n. 267; Id.,
Iconologia della gloriosa…,1644 ed. cons. rist. anast. in 2 voll. con introduzioni di G.
Lipari, E. Pispisa, G. Molonia, Messina 1990, p. 601.
151 G. Buonfiglio e Costanzo, Messina, Città Nobilissima…, 1985, 18r.
152 C. D. Gallo, Annali della Città di Messina …, vol. III, Messina 1804, pp.
107, nota 21, 183.
153 F. Susinno, Le Vite…, 1960, p. 168.
154 C. La Farina, Lettera I. Su i pittori..., 1835, p. 4. La Farina aveva già
accennato ai dipinti dell’Alto in Notizie di alcuni Pittori Messinesi, in “Il fa per
tutti …”, p. 127
155 G. Grosso Cacopardo, Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, pp. 26, 64,
ascrive a «un Cardillo da Messina» fiorito «verso gli ultimi del 1400» i due dipinti.
Anche G. La Farina (Messina e i suoi…, 1840, pp. 57-58) concorda con questa
ipotesi. Gallo è citato anche da Di Marzo (Delle Belle arti in Sicilia…, 1862, p. 171)
che ricorda i due dipinti e in merito alla Visitazione precisa, che «in un angolo si
scorge con tutta leggiadria dipinto un cardellino, siccome emblema del cognome
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
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numero3 - maggio 2011
saranno ulteriormente indagati metodologicamente nello scritto degli ultimi anni
dedicato al pittore anversate Guglielmo Borremans (Guglielmo Borremans di Anversa,
pittore fiammingo in Sicilia nel secolo XVIII (1715-1744), Virzì, Palermo 1912).
164 G. Grosso Cacopardo, Guida per la città di Messina…, 1826, rist. anast.
Bologna 1989, p. 120.
165 G. Bertini, Saggio sulle Memorie de’ Pittori Messinesi, ed Esteri, che in Messina
fiorirono: Messina 1821, n. 8 Fasc. I e II, in “L’Iride. Giornale di Scienze, Lettere ed
arti per la Sicilia”, a. I, t. II, Palermo 1822, pp. 100-118 e in part. Parte II. Estratti
di autori siciliani…, in “Giornale di Scienze, Letteratura ed Arti per la Sicilia”, a. I,
t. IV, 1823, p. 87.
166 C. La Farina, Lettera I. Su i pittori..., 1835, p. 9.
167 Nel volume posseduto da La Corte Cailler, appartenuto a Grosso
Cacopardo prima e all’Arenaprimo poi, è presente una postilla apposta nel 1903
ricopiata dagli originali autografi di La Farina, in cui si precisa che «Il quadro della
Madonna di Monserrato, nella cappella del forte Gonzaga “venne sotto i nostri
occhi, da chi lo aveva in serbo, audacemente trafugato”». Cfr. Premessa, in C. La
Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, p. 50, nota 20.
168 G. Grosso Cacopardo, Belle Arti. Continuazione delle Lettere sulla pittura
dell’Autore delle Memorie dei Pittori Messinesi. Lettera III, “Maurolico. Foglio periodico”,
s. I, n. 6 (Messina 9 novembre 1833), pp. 42-43; cfr. G. Grosso Cacopardo,
Opere…, 1994, pp. 30-31.
169 Queste ultime due opere, insieme alla tela con la Madonna col Bambino,
Sant’Anna e Santa Venera della chiesa madre di Novara di Sicilia, firmata “Ego
feci” entro un piccolo cartiglio portato dal solito cardellino, datato 1607 e dunque
probabilmente sua ultima opera, sono le uniche sopravvissute. Dal Registro dei
Morti della chiesa del convento di S. Girolamo dei Domenicani di Messina, al
foglio 194, si evince che Francesco Cardillo morì il 29 ottobre 1607, come lo
stesso La Farina informa. Cfr. G. Borghese, Condizioni di Novara sotto l’aspetto
della civiltà e dell’arte, in “Archivio Storico Messinese”, 1905, a. VI, ff. III-IV, pp.
223-262; Id., Novara di Sicilia e le sue opere d’arte (da documenti inediti), in “Archivio
Storico Messinese”, 1906, a. VII, ff. III-IV, pp. 223-262; Cardillo, ad vocem in D.B.I.,
XIX, Roma 1976, pp.780-782, osserva che Sia la Pietà che la Madonna e Santi di
Novara rivelano l’adesione a modi manieristico-controriformati e una spiccata
attenzione verso effetti naturalistici e cromatici vicini ai modi di Antonio Catalano
159 C.D. Gallo, Apparato agli Annali…, 1755, p. 183.
160 G. Grosso Cacopardo, Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, p. 64; F.
Susinno, Le Vite…, 1960, p. 168; C. D. Gallo, Annali della Città di Messina…, vol.
III, 1804, p. 183; C. La Farina, Lettera I. Su i pittori…, 1835, p. 13
161 G. Grosso Cacopardo, Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, p. 64; F.
Susinno, Le Vite…, 1960, p. 168; C. D. Gallo, Annali della Città di Messina…, vol.
III, 1804, p. 183; C. La Farina, Lettera I. Su i pittori…, 1835, p. 13.
162 Questo dipinto era citato da Grosso Cacopardo come opera del solo
Stefano. Riporta Samperi che la definisce «opera a meraviglia bella» P. Samperi,
Iconologia della gloriosa Vergine…, 1644. Cfr. la rist. anast. in 2 voll. con introduzioni
di G. Lipari, E. Pispisa, G. Molonia, Messina 1990, p. 601. Cfr. Memorie de’ pittori
messinesi…, 1821, pp. 102-103.
163 G. Grosso Cacopardo, Guida per la città di Messina scritta dall’Autore delle
Memorie de’ pittori Messinesi, Siracusa (Messina) 1826, rist. anast. Bologna 1989, p.
29. Giuseppe La Farina cita il documento parzialmente pubblicato dal padre (C.
La Farina, Lettera I. Su i pittori..., 1835, p. 14) ribadendo che «questa pittura dava
il Gallo al Rubens, ed il Grosso a Francesco Cardillo; ma non è d’attribuirsi né
all’uno né all’altro. Nel catalogo de’ confrati, che ha cominciamento col 1588,
sta scritto “Agostino Massena genovese entrò li 11 marzo 1629; regalò l’egregio
quadro, che si conserva nel nostro Oratorio di quando il P. S. Francesco si gettò
nudo tra le spine: opera di eccellente pittore fatta venire dal medesimo dalle
Fiandre. Il prezzo è costato duecento scudi di nostra moneta.” Or dunque è a
dirsi che al Cardillo non partiene, né tantomeno al Rubens, il quale nel 1629 era
già da un decennio passato da questa vita», Messina ed i suoi monumenti, Messina
1840, p. 71; parimenti Salvatore Lanza descrive il dipinto informando che «si
attribuisce a Rubens o a Francesco Cardillo, ma pare non possa essere né dell’uno
né dell’altro, avuto riguardo all’anno in cui fu eseguito», cfr. Guida del viaggiatore
in Sicilia, Palermo 1859, p. 134. In questi anni l’attenzione alla penetrazione della
cultura fiamminga in Sicilia si ha anche da parte di Gioacchino Di Marzo che ne
La Pittura in Palermo nel Rinascimento, del 1899, segnala alcuni esempi di opere ed
artisti provenienti dalle Fiandre evidenziandone il forte impatto in ambito locale.
Questi studi saranno approfonditi dallo studioso anche nel saggio intitolato Di
Antonello da Messina e dei suoi congiunti (in Documenti per servire alla Storia di Sicilia,
pubblicati a cura della Società Siciliana per la Storia Patria, s. IV, v. IX, Palermo 1903 e
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numero3 - maggio 2011
periodica…, 1892-1893, p. 147, nota 1; Id., Almanacchi e Strenne di altri tempi, in
“Eros. Rivista artistica letteraria”, I, 1900, f. I, pp. 9-12.
174 L’opera era stata riferita in precedenza alla “scuola di Polidoro”, o più
genericamente definita “di stile raffaellesco”. Cfr. C.D. Gallo, Apparato agli
Annali…, 1755, p. 172; G. Grosso Cacopardo, Guida per la città di Messina…,
1826, p. 2; Id., Guida per la…, 1841, p. 2.
175 C. La Farina, Lettera VII. Si adducono varie notizie..., 1835, pp. 60-61.
L’attribuzione è accettata con qualche riserva da G. La Farina (Messina e i suoi…,
1840, pp. 38-39), e successivamente da G. Di Marzo (Delle Belle arti in Sicilia…,
1862, p. 309), s.a., Messina e dintorni, guida a cura del Municipio, Prem. stab. G.
Crupi, Messina 1902) e A. Salinas e G.M. Columba (Terremoto di Messina (28
dicembre 1908). Opere d’arte recuperate dalle RR. Soprintendenze dei Monumenti, dei Musei
e delle Gallerie di Palermo, Palermo 1915, p. 25), che lo dicono «recuperato nel
museo», sebbene non figuri tra le opere esistenti. Cfr. T. Pugliatti, La pittura del
Cinquecento…, 1993, p. 332, nota 8.
176 Id., Notizie di alcuni Pittori Messinesi, in “Il fa per tutti…”, 1812, p. 125.
177 Si ricordano tra le altre: C. La Farina, Elogio funebre per Sua maestà Ferdinando
I Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie, nella straordinaria tornata della reale Accademia
de’ Pericolanti del dì 8. Febbraio 1825. Letto dal Socio Carmelo La Farina Dottore in ambe
le leggi, professore di matematica nella reale Accademia Carolina, deputato, ed esaminatore
geometra per l’equazione de’ pesi, e delle misure, prefetto del pub. Museo, ed Accademico del
Buon Gusto, Giuseppe Fiumara, Messina 1825; Id., Inno da cantarsi nel Real Teatro
della Munizione della Città di Messina la sera de’ 29 luglio 1828 nella sempre lieta occasione di
essere ornato dall’Eccellentissimo Signore Marchese della Favara, brigadiere de’ reali Eserciti,
Gentiluomo di Camera con esercizio, Cavaliere degl’insigni Reali Ordini di S. Gennaro, e di
S. Ferdinando, e del Merito, cavaliere di 1.ma Classe dell’ordine Imper. Austriaco della Corona
di Ferro, Cavaliere di Giustizia del Real Ordine Militare di S. Stefano P. e M. Consigliere
di Stato Ministro Luogotenente Generale di S. M. (D. G.) in questa parte de’ Reali Dominj
ec. ec. ec. Parole di Carmelo La Farina, Antonino d’Amico arena, Messina 1828; Id.,
Pell’assunzione alla Sacra porpora di D. Francesco di Paola Villadicani, Cardinale del titolo
di S. Alessio, Arcivescovo di Messina ec.ec., Discorso pronunziato nella Reale Accademia
Peloritana il dì 12 ottobre 1843 dal suo Segretario Generale Professore Carmelo La Farina
giudice di tribunale civile, Stamperia di G. Fiumara, Messina 1843; Id., Cenni biografici
dell’eminentissimo principe D. Francesco di Paola Villadicani, patrizio messinese dei principi
l’Antico, discordando in modo piuttosto evidente dalle espressioni della Madonna
di Soccorso, in cui evidenti caratteri polidoreschi spiccano nel registro inferiore,
specie nella figura del demone; P. Leone de Castris, Polidoro da Caravaggio…,
1988-1989, p. 178, 184; T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, pp. 169-170.
170 Cfr. Cardillo Francesco, ad vocem in Dizionario artistico..., 1993, pp. 74-75; ad
vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 228.
171 Reg. dei Matrimoni, fol. 41, retro, num. 173. Pubblica anche notizie
riguardo ai fratelli di Stefano, figli di Francesco, formatosi alla scuola di Antonello
Rizzo, del quale sposò la figlia Giovannella da cui ebbe quattro figli: Stefano (21
febbraio 1595), Vincenzio (29 agosto 1596) morto a soli ventotto anni, Flavia (30
novembre 1600), Anna Maria (5 febbraio 1603). Cfr. Reg. dei Morti, fol. 33, num.
910; Reg. dei Matrimoni, della Parrocchiale Chiesa di S. Nicolò dell’Arcivescovado
del 1593, fol. 98, retro; Morto il 6 gennaio 1625, Reg. dei Morti, fol. 6, num.
144; Reg. dei Natali, della Parrocchiale Chiesa di S. Nicolò dell’Arcivescovado
sotto i giorni indicati. G. Molonia fa notare che C.D. Gallo, erroneamente segnala
Stefano come l’ultimo dei figli e non il primo quale è effettivamente (Annali della
Città di Messina…, t. III, Messina 1803, p. 107, nota 21).
172 Nel 1812 riporta notizie relative a Pietro Oliva, Polidoro, Guinaccia,
Mariano e Antonio Riccio (C. La Farina, Notizie di alcuni Pittori Messinesi, in “Il
fa per tutti o sia Calendario, e notizie per l’anno bisestile 1812”, pp. 121-127)
e segnala notizie Su un antico sarcofago esistente a Messina (in “Il fa per tutti o sia
Calendario, e notizie per l’anno 1812”, pp. 41-43). In nota menziona anche un
breve saggio sulla famiglia degli «Antonii» in riferimento alle Memorie degli artisti
messinesi di Grosso Cacopardo, «dottissimo anonimo concittadino», pubblicate
l’anno precedente in un articolo intitolato “Strenna Galante dell’Animoso
Accademico Peloritano», cfr. C. La Farina, Notizie di alcuni Pittori Messinesi, in
“Il fa per tutti o sia…”, pp. 121, nota 1. Nel 1813 riferisce di G. S. Comandè,
A. Catalano, A. Rodriguez (C. La Farina, Continuazione delle notizie su alcuni Pittori
Messinesi, in “Il fa per tutti o sia…”, 1812, pp. 139-144); nel 1814 cita M. Minniti,
A. Socino, F. Giannitti, D. Marolì, A. Quagliata (C. La Farina, Continuazione delle
notizie su alcuni Pittori Messinesi, “Il fa per tutti o sia …”, 1814, pp. XX-XXIV).
173 “Il fa per tutti o sia Calendario, e notizie per l’anno bisestile 1812” (1813,
1814, 1815, 1816, 1817, 1818, 1819, 1820, 1821, 1822) fu pubblicato dal 1812
per dieci anni, dai torchi di Giovanni del Nobolo. Cfr. G. Arenaprimo, La stampa
Nicoletta Di Bella
Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852)
65
numero3 - maggio 2011
di Mola, dei marchesi di Condagusta, dei baroni Lando, Pirago, e Cartolano, Cardinale
Presbitero si S. R. C., del titolo di S. Alessio, già Vescovo di Ortosia, Arcivescovo di Messina,
Conte di Regalbuto, Barone di Bolo, Signore di Alcara, ec. ec. ec., per Carmelo La Farina,
Giudice di Gran Corte Criminale, Professore di Geometria e Trigonometria nell’Università
Messinese, prefetto del Pubblico Museo, Membro effettivo del VII Congresso degli Scienziati
Italiani, Membro dell’istituto di corrispondenza Archeologica di Roma, della Società libera di
emulazione di Roano, e dell’Etrusca della Valdarnese di Montevarchi, degl’Incamminati di
Modigliana, degli Entoleti di S. Miniato, dell’Accademia di Scienze e Lettere di Palermo, degli
Zelanti di Aci-Reale, della Civetta di Trapani, della Lilibetana di Marsala, dell’Accademia
Cosentina, della Florimontana di Monteleone, Membro della Società Economica della Provincia
di Messina, e di quella della Calabria Ulteriore Seconda, segretario Generale della Reale
Accademia Peloritana, Stamperia di Tommaso Capra, Messina 1846.
178 C. La Farina, Congettura del prof. C. La Farina…, Marzo 1836, p. 165168. Cfr. F. Bisazza, Archeologia. Congettura del professore Carmelo La Farina, sul sito
dell’antico Nauloco. Messina (estratto dal Faro, fascicolo III, Marzo 1836) 8. Di pag. 6, in
“Il Faro che siegue lo Spettatore Zancleo. Giornale di Scienze Lettere e Arti”, a.
IV, vol. II, f. 9, Settembre 1836, pp. 190-191.
179 C. La Farina, Congettura del prof. C. La Farina sul sito dell’antico Nauloco,
estratto dal “Il Faro che siegue lo Spettatore Zancleo. Giornale di Scienze Lettere
e Arti”, a. IV, vol. I, f. 4, Aprile 1836, p. 253-260.
180 C. La Farina, Statistica della Città di Messina, in “Lo Spettatore
Zancleo”, a. II, n. 22, Messina 28 Maggio 1834, p. 176; ivi, a. II, n. 22,
Messina 3 Giugno 1835, p. 173-175; Id., Statistica della Città di Messina in “Il
Faro. Giornale di Scienze Lettere e Arti”, a. IV, vol. I, Messina 1836, p. 311314; ivi, a. V, vol. III, “da Gennaro a Giugno”, Messina 1837, pp. 81-85.
181 C. La Farina, Statistica della Città di Messina, in “Giornale degli Atti
per l’Intendenza del Valle di Messina”, a. 1835, f. III, pp. 62-63. Edito dal 3
maggio 1818, giorno dell’insediamento nel palazzo municipale del Barone di
Mandrascate, Intendente del Vallo di Messina, il periodico fu pubblicato con
regolarità, inizialmente ogni decade, poi dal 1822 divenne mensile e nel ’37 se
ne pubblicò un solo numero di appena 8 pagine, a causa della epidemia di colera
che aveva colpito la città. Dal numero 4 del 1838 mutò il suo nome in “Giornale
dell’Intendenza della Provincia di Messina e le pubblicazioni durarono fino al
1859. G. Molonia, La stampa periodica…, 2004, p. 68.
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
66
Il Museo negli scritti di
Giulio carlo argan
di Marcella Marrocco
delle arti fondato sulla prospettiva, e di un valore metaforico
dell’immagine urbana, Argan assegnerà un ruolo centrale
proprio ai musei, che come luogo di incontro tra istanze
storiche e istanze estetiche; ma anche dell’autenticità dell’opera,
si pongono a suo parere come spazio didattico privilegiato in
cui il cittadino ha la possibilità di educarsi all’esercizio del
giudizio di valore che, come sottolinea lo studioso, è atto
critico, esercizio di libere scelte, in ultima analisi “atto politico”.
Musei scuola certo, ma anche nuova scena urbana, nuova piazza,
luogo di incontro e di scambio culturale, metafora dei valori della
società, nuovo “centro” capace di esercitare sulla città e sulla civitas
un forte potere seduttivo, assumendo all’interno dello spazio
urbano il ruolo un tempo svolto dal tempio, dalla cattedrale, dal
palazzo comunale.
I
musei, il loro allestimento, la loro funzione sociale sono oggetto di studio e di interesse da parte di Giulio Carlo Argan sin dai
primi anni della sua attività di critico e di funzionario delle Belle
Arti, impegnato, sotto il ministero Bottai, nella tutela del patrimonio artistico1, ma avranno un ruolo centrale anche negli anni
più maturi della sua riflessione critica, quando l’attività di studioso prima, e di politico poi, lo porterà ad occuparsi della città Gesammtkunstwerk come oggetto estetico e come soggetto politico.
Nella definizione della sua imago urbis, di un’estetica urbana che
ha i suoi assi portanti nell’identificazione tra storia dell’arte e
storia della città, nel riconoscimento di un “sistema urbano”
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
68
numero 3 - Maggio 2011
Già nel 1938, in occasione di una recensione sul nuovo ordinamento
che le varie penalizzazioni cui l’opera è sottoposta all’interno dei
della Galleria e del Museo della Ceramica di Pesaro, Argan individua
musei, soprattutto l’allontanamento dal luogo per essa pensato e
nella funzione educativa il fine principale del museo, osservando che
immaginato dall’artista, con la conseguente perdita della funzione
l’allestimento museografico, mai mero intervento tecnico, si configura
sociale originaria, sono una sorta di male necessario in nome della
come frutto di giudizio di valore, di
salvaguardia e della tutela.
atto critico. Il museo è il luogo in
Sin da questa prima fase della
cui l’opera viene ricondotta al suo
sua attività di critico e di storico
originale valore e torna ad essere
dell’arte Argan dunque riconosce
testimonianza storica «dei rapporti
ai musei il ruolo fondamentale di
che possono e devono esserci tra
luoghi promotori di cultura, in
l’arte del passato e l’odierna»2.
quanto «luogo di ricerca scientifica
Alla base delle sue considerazioni
e di attività didattiche organizzate»6,
museografiche espresse tra gli anni
luogo di educazione collettiva7
Trenta e Cinquanta3 è dunque la
e centro nevralgico della città
ferma convinzione della funzione
moderna, terreno di incontro tra
pedagogica del museo, concepito
l’arte e la civitas, luogo di crescita
Parigi, Louvre, veduta esterna.
non solo come luogo in cui si
culturale e civile, naturalmente
conservano le opere, ma nel quale soprattutto lo storico, secondo il
deputato alla formazione di tutti coloro che, a vari livelli, si occupano
suo metodo4, mette in atto giudizi critici, opera una selezione, che è
della progettazione della città.
atto critico, non di manufatti ma appunto di valori.
Alla base di quest’idea del museo come scuola8, certamente derivata
Pur riconoscendo validità teorica all’analisi di Benjamin5, Argan
dal pensiero di Read9 e da suggestioni che rimandano ad una lettura
si discosta dalle conclusioni del filosofo tedesco, evidenziando
dell’opera di Dewey, Art as experience, tra gli anni Quaranta e Cinquanta,
Marcella Marrocco
Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan
69
numero 3 - Maggio 2011
c’è il riconoscimento della
validità di un’educazione
basata
sull’esperienza
diretta dell’opera d’arte,
ovvero sul ripercorrere
in maniera attiva la storia
dell’esperienza estetica10.
Il museo allora non può più essere concepito come luogo della
contemplazione estatica, ma come organismo vivo, vitale, attivo,
capace di coinvolgere il visitatore, di farlo diventare attore, non
più solo spettatore, di un processo comunicativo; esso diviene lo
spazio della presa di coscienza e della memoria dei valori sui quali si
riconosce una determinata civiltà e all’interno del quale il cittadino
può ancora cercare la propria identità politica e culturale. Spazio
essenziale all’interno della città contemporanea, contribuisce al
costituirsi della polis, può influenzarne le scelte etiche e le strategie
di sviluppo13. Esiste però un divario profondo tra la funzione che
L’arte in tal modo si
configura come foriera di
un processo educativo di
tipo formale ed estetico
che, non più passivo ma
basato sull’esperienza, è
il solo che possa portare
l’uomo, e il cittadino, ad una
matura consapevolezza del
Intervista sulla fabbrica dell’arte proprio agire nello spazio
di Giulio Carlo Argan, a cura di
e nel tempo, quindi del
T. Trini, Laterza, Bari 1980.
proprio agire storico11. Da
qui la funzione sociale dell’arte e del museo, sottolinea Argan, e la
consapevolezza che si possa non solo «educare attraverso l’arte» ma
anche – e qui la differenza con Read – «educare all’arte»12.
i musei sono chiamati ad assolvere e lo stato dei musei italiani.
Nell’esercizio
del suo ruolo di
Ispettore centrale,
Argan ne denuncia la crisi, la
loro
incapacità
di portare avanti
il compito educativo e la funzione
socio-politica cui
Roma, Centrale Montemartini, veduta esterna.
sono
chiamati.
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
70
numero 3 - Maggio2011
Una delle cause
è da rintracciarsi,
secondo il critico,
nella stessa natura
delle
istituzioni
museali italiane,
spesso
ospitate
in edifici storici
all’interno
dei
quali ragioni conRovereto, MART, ingresso.
servative e di salvaguardia finiscono per limitare fortemente la flessibilità dello
spazio interno e la sua strutturazione funzionale14.
Già alla fine degli anni Quaranta, in un documento dal titolo I
Musei d’arte moderna e il loro moderno ordinamento15, rimasto inedito e
recentemente pubblicato in un saggio di Valentina Russo, Argan
insiste sulla necessità di costruire nuovi musei come atto necessario alla
valorizzazione delle opere, non più per la loro salvaguardia e tutela ma
come riconoscimento critico della capacità che le opere stesse hanno
di farsi foriere di valori ancora attuali e moderni, della loro capacità di
collocarsi, anche spazialmente e temporalmente, all’interno di strutture
moderne, realizzate secondo codici comunicativi contemporanei.
Da qui la necessità, accanto alle sale espositive, di laboratori per la
ricerca e il restauro, biblioteche, fototeche, sale di consultazione e
di studio, ovvero di tutte quelle strutture indispensabili allo studio
dell’opera come complesso documento storico. Poiché la ricerca
storica è per definizione continuamente in fieri, anche le strutture
museali dovranno allora essere pronte ad accogliere, attraverso
un’organizzazione funzionale e variabile degli spazi, i risultati
dell’attività scientifica, mettere in atto un’esposizione flessibile,
da modificare ed aggiornare coerentemente con gli sviluppi della
ricerca16.
In occasione della II Conferenza generale dell’International Council
of Museums, tenutasi a Londra dal 17 al 22 luglio 1950, Argan
afferma con
forza questo
concetto: «È
certo che il
carattere monumentale
dell’edificio
rappresenta
sempre
un
Palermo, Galleria Regionale della Sicilia, Palazzo Abatellis,
impedimento cortile interno.eduta esterna.
Marcella Marrocco
Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan
71
numero 3 - Maggio 2011
allo sviluppo di un museo secondo un razionale programma
scientifico e museografico. È perciò necessario stabilire i limiti
entro i quali la simbiosi di un monumento e museo deve essere
accettata come un’esigenza o un mezzo per la protezione del
patrimonio artistico, e al di là dei quali deve essere respinta
come un’assurda mortificazione dell’attuale coscienza dei valori
artistici. In altri termini si tratta di distinguere i casi in cui l’unità di
monumento e museo, nelle sue varie gradazioni, costituisce un vero
e proprio documento storico, e i casi in cui è affatto occasionale
o ricercata artificiosamente in forza del decaduto e deprecabile
criterio
museografico
dell’ambientamento storico dell’opera d’arte»17.
Argan ovviamente distingue tra edifici il cui
apparato
decorativo
costituisce
già
esso
stesso un museo (la
cui efficacia educativa
risulta alquanto limitata,
ma per i quali risulta
Roma, MAXXI, interno.
prevalente, nell’interesse
dei curatori, la
conser vazione
dell’integrità del
documento») 18,
e quelli le cui
collezioni sono
ab antiquo legate
ad un edificio
monumentale,
New York, MOMA, interno.
per i quali va
rispettato l’ordinamento originario (ma solo laddove esso si è
mantenuto perfettamente integro), perché testimonianza storica
del «gusto raffinatissimo» del tempo19, pur riconoscendo però
la possibilità di migliorare, senza stravolgere, gli allestimenti
museografici di grandi musei, come per esempio il Louvre o gli
Uffizi, attraverso nuovi sistemi di illuminazione e sempre mirando
alla costituzione di un «ambiente neutro»20. La terza tipologia è
quella di musei recentemente allocati in edifici storici, senza che
vi sia alcuna relazione tra le collezioni e il contesto nel quale sono
ambientate, collocazione giustificabile solo se si voglia sottrarre gli
edifici al degrado e all’abbandono, e che può risultare comunque
un’operazione di grande rilievo scientifico, se eseguita con metodo
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
72
numero 3 - Maggio 2011
Piccola eccezione per tanti anni, nell’arretrato panorama italiano, la
critico e con rigore filologico. Apprezza, ad esempio, la sistemazione
Galleria Nazionale d’Arte Moderna, grazie al personale impegno e
di Palazzo Abatellis, nell’antico quartiere palermitano della Kalsa,
alla trentennale direzione di Palma Bucarelli23.
sede dell’allora Museo Nazionale, oggi Galleria Regionale della
La vitalità della Galleria ha avuto per
Sicilia, ad opera dell’architetto Carlo
tanti anni un effetto coinvolgente
Scarpa21.
e trainante sulla vita culturale di
Diverso il discorso per i nuovi musei
Roma24. Un impegno, quello della
che dovrebbero essere ospitati
Bucarelli per la GNAM, che in non
invece in architetture appositamente
poche occasioni, denuncia Argan,
realizzate secondo i più moderni
si è dovuto scontrare però con
criteri, tenendo presenti le principali
l’ostruzionismo non solo della politica
funzioni, quella scientifica e quella
ma anche di tanti esponenti del
didattica, che sono chiamati ad
mondo della cultura che non hanno
assolvere22.
compreso come, per realizzare un
Nella maggior parte dei casi i grandi
grande museo d’arte contemporanea,
musei italiani, lamenta Argan, sono
fosse indispensabile una coraggiosa
rimasti fermi nella rigida custodia di
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, esterno.
e impegnativa strategia culturale,
determinati valori estetici, non hanno
sostenuta da ingenti investimenti25.
aperto le porte alla cultura novecentesca, non hanno messo in atto
Lo stesso ostruzionismo alcuni anni più tardi avrebbe incontrato
una politica mirata all’acquisizione di opere di artisti contemporanei,
Argan, divenuto sindaco di Roma, nel promuovere il progetto di
come è accaduto invece nelle principali istituzioni museali straniere,
ampliamento della GNAM, che avrebbe reso il museo «moderno
sono rimasti volutamente chiusi alle nuove tendenze della cultura
anche nel disegno e nella funzione»26. Argan fu accusato in
mondiale, e non per mancanza di fondi, ma per «difetto di cultura».
Marcella Marrocco
Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan
73
numero 3 - Maggio 2011
quell’occasione di voler realizzare un Beauborg romano. Come
lui stesso ribadisce, non si trattava di avversione «contro l’arte
moderna ma contro l’ipotesi di un museo moderno. In realtà,
fin dal primo disegno, l’ingrandimento della Galleria non era
pensato come la semplice aggiunta di un certo numero di stanze
ma come un organismo strutturalmente nuovo, in cui l’apparato
informativo, didattico, sociale di animazione sarebbe stato anche
quantitativamente prevalente rispetto alla zona espositiva»27.
scientifica stessa, nel comune rigore delle diverse metodologie»29.
Dunque un museo che non teme di «utilizzare» la cultura e l’arte,
che non considera le opere come venerabili reliquie, ma che aspira a
diventare esso stesso propulsore di vita30.
I
n tal senso apprezza anche i musei americani (una particolare
menzione va al Museum of Modern Art di New York, definito
«esemplare»31 e ad Alfred Barr che ne fu il direttore negli anni
precedenti la seconda guerra mondiale32), i quali, pur essendo
strutturati su modelli distanti da quelli europei, si rivelano organismi
funzionanti, «centri vivi di cultura, scuole di educazione estetica,
fortemente legati alla vita della comunità»33.
Argan sostiene a gran voce l’idea di aprire i musei alle città,
di farli divenire luogo di incontro e di crescita, di studio e di
confronto, arricchendoli di strutture adeguate alle nuove funzioni34,
privilegiando in particolare un apparato comunicativo non rigido e
statico, ma problematizzato e interattivo, strutturato secondo criteri
simili a quelli seguiti nelle mostre, che risultano più coinvolgenti nei
confronti del pubblico.
La validità di una mostra sta, a suo avviso, proprio nel suo essere
costantemente supportata da un serio lavoro di ricerca; la sua
Come sottolinea nell’intervista rilasciata ad Achille Bonito Oliva,
il progetto rimase per tanti anni bloccato e l’attività della Galleria
penalizzata.
La vicenda della Galleria Nazionale d’Arte Moderna è esemplare
per comprendere l’orientamento ideologico - culturale di quegli
anni sui musei. Se il museo moderno, ribadisce Argan, deve essere
un luogo dove si fa esperienza diretta dell’arte, esso non può essere
estraneo ai fermenti culturali della modernità né può trascurare
l’importanza metodologica del confronto. Da qui la necessità di
una politica museale che incentivi i lasciti, le donazioni di privati,
gli investimenti nell’acquisizione di opere d’arte straniere28, nella
precisa convinzione che «al museo sacrario e al museo forziere non
deve succedere il museo-collettore, ma il museo laboratorio che
documenterà l’arte come oggetto di ricerca scientifica e la ricerca
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
74
numero 3 - Maggio 2011
funzione è quella di porre dei quesiti, dei problemi, di far parlare
allo stesso tempo scientificamente pertinente, lo spazio espositivo
l’opera d’arte, di farla dialogare con altre opere d’arte, ma anche
museale35.
con il pubblico e con gli studiosi. La mostra dovrebbe essere il
Si comprende facilmente a questo punto perché Argan avversi,
luogo in cui si cerca di dare delle
seppure con accenti meno drastici
risposte ai quesiti che le opere
del suo collega ed amico Cesare
hanno già posto e ove si pongono
Brandi36, o del francese André
altre domande (come avviene in un
Chastel37, tutte quelle mostre che
sistema comunicativo che funzioni
non siano supportate da un serio
realmente e che abbia come fine
lavoro scientifico e che non abbiano
l’accrescimento
generale
delle
come fine ultimo il progresso degli
conoscenze). La sua validità, come
studi e l’avanzamento della ricerca38.
tale, secondo Argan, sta tutta nella
Proprio perché il fine del museo
capacità che essa ha di funzionare
deve essere quello di promuovere
come ulteriore laboratorio di ricerca
la crescita culturale della comunità,
e di sperimentazione, oltre che come
Argan sottolinea l’importanza di
spazio educativo.
uno stretto collegamento tra museo
Londra, Tate Modern, Turbine Hall.
Anche a livello espositivo, l’allee università, luogo privilegiato
stimento di una mostra può avere
della ricerca, da un lato, museo
utili ricadute sulla sistemazione stabile del museo, nel momento
e tessuto produttivo della città dall’altro. Il riconoscimento del
in cui il lavoro preparatorio e le strategie espositive sperimentate
museo anche come istituzione capace di determinare importanti
per le esposizioni temporanee fungano da laboratorio di ricerca
ricadute sulla vita produttiva della città potrà, secondo Argan, non
museografica, in modo tale da rendere sempre più coinvolgente, e
solo sottrarre alla crisi i musei italiani, ma riconoscere il loro ruolo
Marcella Marrocco
Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan
75
numero 3 - Maggio 2011
attivo nella valorizzazione dell’immagine urbana39, come egli stesso
chiarisce nel corso di una celebre intervista rilasciata nel 1980.
In questa attribuisce al museo la possibilità di essere, all’interno
della città intesa come opera d’arte totale, un centro propulsore
di crescita per l’intera comunità, luogo dell’educazione estetica
nel quale è possibile ripercorrere criticamente la storia delle forme
attraverso le quali l’uomo ha organizzato la sua esistenza civile e
storicizzata40.
Il museo in tal senso esercita una precisa funzione “politica”,
collabora cioè alla costruzione di una polis moderna e funzionale
nella quale è ancora possibile l’incontro tra il cittadino e i valori
estetici e civici sui quali si fonda il divenire storico di una comunità.
Perché questo possa avvenire è però necessario che i musei si
adeguino all’altezza del loro compito, rendano possibile al loro
pubblico l’esercizio alla comparazione e al confronto, senza i quali
non possono esserci né critica né giudizio di valore, che sono i
fondamenti di una cultura libera e socialmente consapevole, è
inoltre indispensabile che si aprano alla cultura contemporanea e
compiano una necessaria trasformazione da «musei patrimoniali» a
«musei funzionali»41.
Il museo patrimoniale, basato sull’accrescimento delle collezioni,
aveva una sua ragion d’essere all’interno di un sistema capitalistico
che guardava all’opera d’arte da un lato come importante e sicura
forma d’investimento, dall’altro come ad uno strumento di
promozione, da parte delle società imprenditoriali, della propria
immagine, vera e propria operazione di marketing. Entrato in crisi
quel tipo di organizzazione sociale, non avrebbe più senso un
museo, specie se d’arte contemporanea, basato su un valore, quello
della proprietà dell’oggetto, non più attuale.
Inevitabilmente il nuovo museo deve rispecchiare le nuove dinamiche
della società, che investono tutti i settori della cultura, e in primo
luogo puntare sulla capacità di comunicazione e sull’attivazione di
servizi.
Ad Argan è perfettamente chiaro come il potere del futuro non stia
più nel possesso materiale di beni, ma nella capacità di controllare
e guidare l’informazione e la comunicazione. Il museo, può ancora
educare alle libere scelte, al confronto, all’esercizio della critica
come strumento di libertà. Il problema, avverte, non è quello di
educare dall’alto le masse ai valori della cultura e dell’arte contro
l’impoverimento spirituale dilagante e contro la mercificazione
della cultura stessa. Il compito del museo moderno non è quello
di fornire delle alternative di gusto ma di educare all’esercizio della
critica, di porsi come attivatore di crescita e di sviluppo culturale nei
confronti della città. Esso sarà strutturato come una «attrezzatura
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
76
numero 3 - Maggio2011
scientifica specializzata per la ricerca estetica»42 e come uno spazio
la proprietà pubblica del patrimonio culturale, tende a svincolare
in cui si possa ancora realizzare un incontro reale tra l’artista e il
l’istituzione museale da un rigido controllo statale, e a prevedere un
suo pubblico, una nuova scena urbana che consenta di utilizzare le
sistema di musei collegati tra loro e con più avanzati istituti e centri di
moderne tecnologie per fare esperienza viva della storia, spazio nel
cultura. Un luogo di incontro, sperimentazione e ricerca. La nuova
quale il visitatore «è costretto
scena urbana dell’incontro tra
a sperimentare, a compiere
l’artista e il suo pubblico, tra
atti percettivi predisposti e
l’opera e il suo fruitore, ma
controllati da quel tecnico
anche e soprattutto, luogo di
della percezione che è, oggi
incontro della civitas, nuova
l’artista»43. E ancora: «Il museo
piazza, centro di una polis
deve elaborare la metodologia,
moderna e funzionale, che
mettere a punto l’attrezzatura
recupera all’interno del museo
della sperimentazione estetica,
il suo rapporto con le radici
ma deve anche fissare i
storiche e umanistiche della
precedenti storici della ricerca;
propria cultura.
Londra, Tate Modern
dimostrare che non da oggi gli
Ciò da cui il museo moderno
artisti contestano il sistema,
non può prescindere, tanto
anzi hanno sviluppato entro il sistema (prima che fosse il sistema a
più nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, è il
metterli fuori) una critica del sistema»44.
rapporto con gli originali. Il museo deve rimanere il luogo in cui
Da questo punto di vista Argan è certamente un precursore.
si fa esperienza dell’originale, dell’autenticità come valore, il luogo
Giunge addirittura a preconizzare un museo nel quale non vi sia
in cui l’unicum che è l’opera continua a intercettare nel presente la
alcuna esposizione permanente45 e, senza mettere in discussione
nostra coscienza46.
Marcella Marrocco
Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan
77
numero 3 - Maggio 2011
Perché
il
museo d’arte
contemporanea
possa
assolvere il
suo difficile
compito e diventare però
realmente un
centro propulsore
di
Roma, MAXXI , interno.
vita, cioè non
soltanto un contenitore di opere ma un organismo dinamico,
capace di attivare spinte culturali forti sul tessuto urbano, e dotato
come tale di una sua precisa azione urbanistica, fondamentale è la
sua «localizzazione»47. Argan non ha dubbi sul fatto che il museo
difficile, la cui riuscita non sempre è proporzionale agli investimenti,
sia economici che organizzativi. Anche musei imponenti per il
progetto che li sosteneva e per gli investimenti che vi sono stati
destinati, hanno spesso fallito questo fondamentale obiettivo.
Non a caso egli cita, come esempio significativo, il Beaubourg.
Per molti anni il Centre George Pompidou, perché corsivo? con
la sua natura volutamente irriverente, provocatoria, capace di
segnare una cesura profonda con un certo monumentalismo tipico
dell’architettura museale48, è stato l’icona del museo contemporaneo,
tappa fondamentale, come sottolinea Franco Purini, del passaggio
dal museo tradizio-nale, patrimoniale e conservatore, all’odierno
mu-seo dell’iperconsumo49.
E, come ogni
icona, è divenuto
oggetto di un
acceso dibattito
culturale.
Argan considera il
Centre Pompidou
una grande macParigi, Centre George Poumpidou, esterno.
china organizza-
funzionale, contrariamente al museo d’arte antica, tradizionalmente
collocato nei centri storici, possa assolvere al meglio la sua funzione
se collocato in zone periferiche della città. Il museo può divenire
allora non solo luogo di crescita e di formazione, ma una struttura
capace di attivare sul territorio un’intensa attività culturale e di
contrastare l’isolamento delle periferie. Si tratta di un compito
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
78
numero 3 - Maggio 2011
tiva, un luogo in cui si fa un’importante e meritoria operazione
comunque benemerita, a «direttrice urbana»50; è risultato incapace
di divulgazione culturale, ma dove l’arte viene «consumata», non
di porsi come «centro» urbano, come «faro che irradia»51 la città
«prodotta». Il museo parigino cioè, secondo il critico, a dispetto
circostante52.
della sua struttura poliAngelo Trimarco ha
funzionale e della sua
sottolineato a tal proposito
immagine aperta alla
come Argan sia stato poco
multiculturalità, non è
favorevole a quei musei
riuscito a proporsi come
definiti «archisculture»
spazio critico in cui l’arte
che si impongono sul
«si fa», non è riuscito a
tessuto urbano con la
trasformarsi in luogo
forza imponente della
della creatività in atto.
loro immagine, finendo
A partire dalla sua
per offuscare, con la
collocazione
urbana,
loro capacità seduttiva,
nel centro storico di
la percezione delle opere
Parigi,
assolutamente
che vi si conservano53.
dissonante con la sua
Negli
ultimi
venti
struttura in acciaio e
anni l’immagine e la
Guggenheim, Bilbao.
cemento, secondo Argan,
funzione del museo
il Beaubourg non interagisce veramente con la natura del
nel
contesto
urbano
sono
radicalmente
mutate.
quartiere parigino, non attivando un dialogo costruttivo con lo
Oggi l’idea di una localizzazione decentrata dei musei
spazio urbano, non ha compiuto il salto da istituzione culturale,
d’arte contemporanea è considerata in parte superata.
Marcella Marrocco
Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan
79
L
numero 3 - Maggio 2011
Qualunque sia l’idea di museo che si voglia portare avanti oggi,
asettico contenitore architettonico, laboratorio scientifico e di ricerca
o archiscultura che si impone come “logo urbano”, è indubbio che
il museo rappresenti attualmente una delle poche istituzioni capaci
ancora di far valere la propria forza simbolica positiva. Come scrive
Angelo Trimarco sulla scia delle tesi arganiane, il museo come luogo
d’incontro e di crescita civile ma anche di svago e di divertimento,
ha preso il posto un tempo occupato dalle cattedrali o dai palazzi
del potere ed è divenuto il luogo a partire dal quale è stata spesso
ripensata la forma di una città; agisce così da “catalizzatore”, capace
di attivare una ricostruzione dell’identità cittadina59.
In alcune circostanze l’intervento, non stravolgendo e non
modificando completamente la percezione dell’immagine urbana, è
riuscito a porsi come un elemento aggregante e risignificante60. In
’architettura dei nuovi musei, o gli interventi di
ammodernamento e ristrutturazione degli antichi, sono quasi tutti
volti al recupero, anche urbanistico, della centralità della funzione
museale54.
La tendenza più diffusa è quella della costruzione di vere sculture
urbane, architetture che si impongono per l’originalità delle loro
forme, per la forza comunicativa della loro immagine e talvolta
sembrano ingaggiare una sfida con le opere che sono chiamate
ad esporre, quasi volessero divenire musei di se stesse55. Proprio
il contrario di quella essenzialità, di quella discrezione formale più
volte invocata da Argan. Dunque nel momento in cui si celebra il
centenario della nascita del grande critico torinese viene spontaneo
interrogarsi sull’attualità della concezione arganiana dei musei.
In attesa di leggere gli atti dei numerosi convegni che si sono
succeduti su questi temi56, ritengo che l’attualità delle tesi arganiane
molti casi poi la nuova architettura museale è divenuta l’occasione
per attuare un’opera di risanamento del tessuto urbano, recuperando
architetture industriali dismesse e attivando un processo
d’interazione con il territorio circostante, creando all’interno delle
città nuovi percorsi culturali, alternativi rispetto a quelli storici e
tradizionali. Esempio tra i più riusciti di questa nuova tipologia di
architettura museale la Tate Modern di Londra61. Oggetto di analogo
intervento di riuso, anche se di proporzioni più limitate è stata in
stia tutta proprio nel riconoscimento di una funzione “urbanistica”
del museo quale possibile «attivatore» di crescita morale e civile
della città, idee forse attuali proprio in quanto allora erano «troppo
avanti», utopistiche57. Lo dimostra lo spazio sempre più ampio che
alla questione del rapporto museo-città viene riservato nell’ambito
del dibattito culturale contemporaneo58.
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
80
numero 3 - Maggio 2011
Italia la Centrale Montemartini, oggi polo decentrato dei Musei
che Argan considerava l’unico ruolo possibile per l’Urbs, quello
Capitolini, realizzato nei locali della prima centrale termoelettrica di
di capitale culturale, con l’apertura di due nuovi grandi musei, il
Roma. Scelto nel 1997 come sede per un’esposizione temporanea
MAXXI e l’ampliamento del MACRO.
dal titolo Le macchine e gli dei, è poi divenuto, a
La struttura architettonica del MAXXI,
partire dal 2005, sede espositiva permanente
aperto al pubblico nel maggio 2010, ma già
delle nuove acquisizioni dell’istituzione
da anni fruibile come work in progress, primo
capitolina e si pone, insieme alla vicina sede
museo in Italia destinato all’architettura e
universitaria di Roma Tre, come importante
alle arti del XXI secolo, va ad innestarsi
centro di sviluppo e di rivalutazione del
sul preesistente complesso militare dell’ex
quartiere Ostiense.
caserma Montello e va ad inserirsi in un
Dopo anni di stasi, durante i quali l’appello
quartiere di Roma, il Flaminio, oggetto
di studiosi come Argan era rimasto
negli ultimi anni di una forte opera di
inascoltato, anche l’Italia ha visto il nascere
risemantizzazione62. Non opera isolata
di nuovi spazi museali destinati all’arte
il MAXXI, ma inserita all’interno di una
contemporanea (dal MART di Rovereto
riqualificazione dell’area, che coinvolge
al MADRE di Napoli, dal Museo d’Arte
anche gli importanti impianti sportivi che
Contemporanea del Castello di Rivoli
vi sorgono, può contare soprattutto sulla
Giulio Carlo Argan in un’immagine degli
all’ampliamento della GNAM, più volte anni’50.
forte attrazione esercitata dall’Auditorium
auspicato, come si è già detto, dallo stesso
di Renzo Piano. Il Parco della Musica,
Argan, e per il quale si era battuto da storico dell’arte e da sindaco).
sede della prestigiosa Orchestra Santa Cecilia, infatti, con le sue tre
Negli ultimi mesi Roma, proprio mentre le veniva riconosciuto il
sale, vere casse di risonanza che si aprono nel cielo della capitale,
nuovo status giuridico di Roma Capitale, è tornata a ricoprire quello
affiancate da biblioteche, spazi multimediali, spazi espositivi, ma
Marcella Marrocco
Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan
81
numero 3 - Maggio 2011
anche bar, ristoranti, bookshop, tende a porsi oggi come uno dei
principali poli culturali della città, luogo di incontro tra la cultura
tradizionale e nuove forme di sperimentazione e di ricerca e sempre
più connotato come spazio ove si attua una continua fusione tra le
varie forme d’arte. In questo contesto, la realizzazione del MAXXI si
inserisce come polo dialettico, capace di dialogare con la prestigiosa
istituzione, come spazio fluido, di passaggio e interconnessione,
capace di determinare insieme ad essa, una forte concentrazione di
funzioni culturali aperte al contemporaneo, in un’area storica della
città63.
che emoziona. Uno spazio che, grazie all’incontro con la cultura,
spinge a farsi delle domande. Non un luogo morto»64 ha dichiarato
l’architetto francese. Nell’intento della progettista c’era l’intenzione
di creare un luogo di svago e di divertimento, che fosse allo
stesso tempo luogo di crescita culturale per i cittadini, offrendo
loro un’alternativa concreta e possibile ai “non luoghi” dei centri
commerciali. Il museo, che non teme di utilizzare materiali moderni
come l’acciaio e il vetro e colori come il rosso, vuole tuttavia
dialogare con la città, creare con essa un continuum, a partire dall’uso
del basalto per la pavimentazione delle terrazze, lo stesso materiale
con cui sono realizzati i marciapiedi di Roma, e dalla presenza
sul tetto di fontane a sfioro, con un richiamo evidente ad “altre”
fontane che da secoli segnano fortemente l’imago urbis.
Ma se musei come la Tate Modern, il British, la nuova sede del
MACRO e per certi versi lo stesso MAXXI, hanno mantenuto,
nonostante la modernità dell’architettura, un rapporto di dialogo
con la storia e il contesto urbano nel quale sono inseriti, diversa
è la valutazione che si può fare a proposito delle cosiddette
«archisculture», architetture museali che tendono invece a rompere,
almeno sul piano architettonico, e quindi visivo, un legame con la
struttura dei vecchi centri urbani e a imporsi con la forza dirompente
del loro impatto estetico.
A
ltro grande evento per Roma l’ampliamento del MACRO,
il Museo dell’Arte Contemporanea di Roma, già inaugurato, ma la
cui apertura definitiva al pubblico è avvenuta il 4 dicembre 2010.
Il nuovo museo progettato da Odile Decq, un parallelepipedo
trasparente dal “cuore rosso”, ha il suo punto di forza nelle terrazze,
concepite, come ha lei stessa dichiarato, come delle piazze-giardini,
come luogo di incontro aperto ai cittadini della capitale.
«Ho voluto regalare loro un modo di star bene e d’incontrarsi.
Una nuova forma di piazza, che ricorda le terrazze romane e
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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dimensione “mondo”. Si tratta di un processo che, come sottolinea
Certamente il museo che più di tutti ha fatto e fa discutere in tal
Pippo Ciorra, ha avuto inizio proprio con il Beaubourg, di cui Argan
senso è il Guggenheim di Bilbao. Simbolo del museo-logo, opera
aveva evidenziato l’incapacità di interazione con il contesto urbano
architettonica che certamente è riuscita ad imporsi nell’immaginario
e del quale Ciorra sottolinea il carattere autoreferenziale, processo
collettivo con una forza dirompente, esso è stato tuttavia oggetto
che ha raggiunto il livello massimo
di accesissimi dibattiti e di critiche
con il Guggheneim di Ghery 66.
infiammate. Secondo Joseph
Non a caso il Beaubourg di Renzo
Rykwert, è riuscito a costituirsi
Piano e Richard Rogers, il Nuovo
non solo come luogo di attrazione
Louvre, ripensato da Ieoh Ming
turistica ma addirittura ha avuto
Pei, e naturalmente il Guggheneim
un effetto altamente positivo nel
di Bilbao sono considerati da
controllo del separatismo basco65.
Franco Purini emblemi dei musei
Eppure il “caso Bilbao” viene
dell’iperconsumo.
considerato da molti studiosi
Un museo, quello dell’iper-consumo,
come punto di arrivo di una
nel quale l’arte viene «consumata»67,
crisi d’identità della tradizionale
al pari di una merce qualunque, in
funzione museale, e di conseguenza
qualche modo opacizzata dalla stessa
della stessa istituzione museo,
architettura museale: quest’ultima
sempre più avviata da un lato verso
tende a porsi come «edificio logo»,
operazioni di marketing turistico
Giulio Carlo Argan in un’immagine degli anni’80.
immagine seduttiva ma al tempo
e di utilizzazione commerciale,
stesso scarnificata della città, incapace di intessere un osmotico scambio,
dall’altro ormai scollegata dalla realtà urbana e dal contesto di
una vera comunicazione e interazione con il tessuto urbano68.
riferimento logico, sempre più preoccupata di interagire con la
Marcella Marrocco
Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan
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costruzione di un’identità culturale della civitas moderna71. Rapporto
con la città che è cosa diversissima dalla musealizzazione della città.
Argan, già negli anni ’70, era contrario a mettere in atto un processo
di questo tipo, convinto che l’unico modo per mantenere in vita i
centri storici non fosse quello di relegarli a funzioni turistiche ma
di riportarvi dentro la vita, di potenziarne le funzioni culturali, di
farvi tornare gli abitanti.
Nella riflessione di Settis sembrano riecheggiare, aggiornati alla
situazione contemporanea, gli interrogativi di Argan non solo sulla
funzione, ma addirittura sulla reale capacità di sopravvivenza dei
musei, almeno nella loro forma tradizionale. L’intervento di Settis
sembra muoversi su una sorta di continuum ideale con il percorso
tracciato da Argan. Richiama infatti l’attenzione sul fondamentale
rapporto tra il museo e la città, sostenendo con forza la tesi secondo
cui il museo, quasi come una nuova piazza urbana, si pone come luogo
dell’identità civica, luogo in cui è possibile fare esperienza del senso
di appartenenza ad una comunità politica e ai suoi valori storici72.
Colpisce, quasi a sottolineare questo senso di continuità con
l’idea arganiana di museo e di città, il riferimento ad un «sistema
di relazioni» che è uno dei fondamenti su cui Argan costruisce
l’intera teoria sulla città ma soprattutto l’insistenza sulla necessità
di fare esperienza diretta, attraverso l’arte, dei valori della civitas e
Questi contenitori accostano generi artistici assolutamente differenti e secondo nessun criterio scientifico o storico. Il rischio
più forte, avverte Purini, per questi musei, che somigliano molto
ai grandi centri commerciali, è quello della perdita dell’identità
spaziale e temporale; essi non dialogano più con il contesto urbano,
non lo caratterizzano ma lo dominano, divengono icone di una città
metropolitana ma rimangono incapaci, come del resto sosteneva a
gran voce Argan per il Beaubourg, di vivificarlo e di far sì che si attui
quella che è una delle prime funzioni del museo, cioè la costituzione
di uno spazio critico, luogo in cui si fa esperienza “critica” dell’arte.
Viene da chiedersi a questo punto, insieme a Salvatore Settis69,
quale possa essere, nel contesto molteplice del contemporaneo,
che oscilla tra musei-archisculture, macchine dell’iperconsumo
dove la cultura diviene un gadget dal valore aggiunto70 e tendenza
ad una musealizzazione diffusa, che si estende al territorio e agli
spazi urbani e che in nome di una politica conservativa, sottrae,
talvolta con eccessiva facilità l’opera al contesto, de-storicizzandola,
quale possa essere la formula che consente di mediare esigenze
conservative e di tutela, istanze estetiche e funzione educativa.
L’unica risposta possibile sembra essere proprio quel rapporto con
la città, che è rapporto storico, ed è rapporto osmotico e dialettico,
incontro tra il futuro e il preesistente, sul quale può costituirsi la
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
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sull’importanza del recupero di una coscienza storica dell’essere
cittadini, certamente favorita dalla fruizione critica, e ovviamente
libera, del patrimonio artistico, all’interno e fuori dai musei, come
possibilità di salvezza dell’arte e della città.
Già nel 1968 Argan scriveva: «La sola possibilità che rimane all’arte
di non essere assorbita e atomizzata dall’apparato tecnologico è di
non perdere, di conservare attraverso il museo il contatto con la
propria storia: proprio perché sia più chiara e portante la sua azione
politica (nel senso di Baudelaire) nel presente. L’arte non deve porsi
come recupero della perduta libertà degli istinti, ma come aspro
processo di liberazione, che ha i suoi precedenti storici ed è ancora
molto lontano dal suo compimento. Non vogliamo la libertà dalla
civiltà-repressione, ma la liberazione della civiltà tecnocratica. Non
vogliamo fermare il progresso, vogliamo che il suo ritmo batta con
il ritmo storico della civiltà»73.
Intervista sul Novecento, rilasciata a M. Perelman e A. Jaubert, Graffiti editore, Roma
2005, pp. 11-22; Giulio Carlo Argan. Progetto e destino dell’arte, Atti del Convegno
(Roma, 26-28 febbraio 2003) a cura di S. Valeri, in “Storia dell’Arte”, supplemento
al n. 112, settembre-dicembre 2005; Giulio Carlo Argan (1909-1992). Storico dell’arte,
critico militante, sindaco di Roma, Catalogo della Mostra documentaria (Roma, 28
febbraio - 30 aprile 2003), a cura di C. Gamba, Bagatto Libri, Roma, 2003, pp.
31-36; V. Russo, Giulio Carlo Argan. Restauro, critica, scienza, Nardini, Firenze 2009;
M. Serio, Al centro delle strutture di tutela: il rapporto con Bottai, in Giulio Carlo Argan.
Storia dell’arte e politica dei beni culturali, a cura di G. Chiarante, Graffiti, Roma 2002,
pp. 21-27; O. Ferrari, Dalle riforme del ’39 agli anni del dopoguerra, ibid., pp. 28-38.
2 G.C. Argan, L’ordinamento della Galleria e del Museo della Ceramica di Pesaro
(1938) ripubblicato in Id., Promozione delle arti, critica delle forme, tutela delle opere.
Scritti militanti e rari (1930-1942), a cura di C. Gamba, Christian Marinotti
Edizioni, Milano 2009, pp. 226-230: p. 226. In particolare, del nuovo allestimento
della Galleria Argan apprezza la scelta del curatore di esporre solo le opere più
significative sul piano artistico, riservando delle sale didattiche a quelle aventi
puro carattere documentario; loda poi le tinte neutre delle pareti che esaltano
i valori cromatici delle ceramiche esposte, e ancora apprezza l’uso di materiali
moderni per la realizzazione delle teche, attraverso cui si realizza l’attualizzazione
delle opere. Ibid., pp. 228-230.
3 Id., Progetto di Riordinamento della Real Galleria Estense di Modena, (1935), in
“Annali dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli”, 12, 2002, pp. 147-161;
Id., Le mostre degli antichi capolavori italiani a Chicago e a New York: la mostra di Chicago,
(1940), in V. Russo Promozione delle arti…, pp. 258-261. Si veda su questi argomenti
anche V. Russo, Museografia e restauro, in Ead., Giulio Carlo Argan. Restauro, critica,
scienza…, pp. 63-70.
4 In merito alla possibilità di applicare all’arte il metodo storico, fondamentale
è il saggio La Storia dell’arte che Argan pubblicherà nel 1969 (Cfr. G. C. Argan,
La storia dell’arte, in “Storia dell’arte”, I, nn. 1-2, 1969, pp. 5-37, ripubblicato in
Id., Storia dell’arte come Storia della città, a cura di B. Contardi, Editori Riuniti, Roma
1984, pp. 19-81), vero e proprio manifesto programmatico del suo pensiero
critico, dedicato «alla venerata memoria di Lionello Venturi ed Erwin Panofsky».
Da Panofsky Argan trae l’assunto secondo cui lo studio dell’arte si pone come
disciplina umanistica, fondata sulle categorie storiche di spazio e tempo (Cfr.
______________________
1 La carriera di Argan come conservatore inizia nel 1933 con la nomina ad
ispettore alle Belle Arti, ruolo svolto in primis presso la Soprintendenza all’Arte
Medievale e Moderna di Torino, poi, dall’agosto del 1934, presso la Regia Galleria
Estense di Modena; nel 1935 è trasferito alla Soprintendenza alle Gallerie di
Roma, presso la Direzione Generale Antichità e Belle Arti e, nominato nel 1936
Soprintendente di II classe, viene comandato al Ministero, dove svolgerà la sua
attività fino al 1956, anno della nomina a Professore Straordinario di Storia
dell’Arte Medievale e Moderna presso l’Università di Palermo. Cfr. G.C. Argan,
Marcella Marrocco
Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan
85
numero 3 - Maggio 2011
E. Panofsky, La storia dell’arte come disciplina umanistica, in Id., Il significato nelle
arti visive, Einaudi, Torino 1999. Cfr. E. Panofsky, Il problema dello stile nelle arti
decorative, in Id., La prospettiva come forma simbolica. E altri scritti, Feltrinelli, Milano
1999, pp. 151-154: p. 153. Per un approfondimento su questo tema si veda S.
Tedesco, Panofsky: la scienza dell’arte e il problema del tempo storico, in Id., Il metodo e la
storia, Aesthetica Preprint, Supplementa, Centro internazionale Studi di Estetica,
Palermo 2006, p. 15). «La storia dell’arte è la sola possibile scienza dell’arte» scrive
Argan nel 1969 (G.C. Argan, La storia dell’arte…, p. 21). Sulla scia di Panofsky,
anche per Argan giudicare storicamente un fatto, e l’opera d’arte si pone come il
più elevato esito del fare umano, significa in primo luogo analizzarne la capacità
di funzionare all’interno di un determinato contesto culturale, cogliere il rapporto
tra quel fatto che è l’opera, e innumerevoli altri fatti, evidenziare il rapporto di
necessità intercorrente tra l’opera e la dimensione spazio-temporale di cui è
espressione, riconoscere l’opera d’arte come una struttura complessa, nella quale
interagiscono, con pari efficacia, una parte iconica e una semantica, entrambe
inserite in un rapporto relazionale con la storia della cultura (riconoscere quindi
a pieno titolo la Kulturgeshichte come componente essenziale della storia dell’arte),
accertare se essa è ancora in grado di parlare alle coscienze, di interagire con la
società. Significa quindi porre l’opera non come fatto isolato e casuale, opera
del genio avulsa dal contesto, ma al contrario valutarla come esito complesso e
articolato di un agire finalizzato, che, in quanto tale, si pone come agire storico,
l’espressione più elevata di un complesso sistema relazionale. Il valore aggiunto
dell’opera d’arte, ciò che la rende un unicum, è proprio il bagaglio di esperienze e
conoscenze che è insito nel fare umano, che è un fare storico. «La materia supera
così la propria inerzia, il proprio limite fisico originario; entra in rapporto col
mondo, diventa portatrice di esperienza storica», scrive Argan in Progetto e destino, Il
Saggiatore, Milano 1968, p. 21. Mentre però Panofsky, come sottolinea Salvatore
Tedesco, riconosce all’opera d’arte una doppia natura, che è insieme storica, e
quindi come tale condizionata dal tempo storico, e al tempo stesso sovrastorica,
ovvero proiettata idealmente verso la ricerca di universali e incondizionate
condizioni di validità (Cfr. S. Tedesco, Panofsky: la scienza dell’arte…, p. 18), l’analisi
metodologica di Argan sembrerebbe restringere il proprio campo e limitarsi a
considerare la dimensione storica, spazialmente e temporalmente determinata,
dell’opera d’arte. Mentre quindi Panofsky mira alla costruzione di una teoria
dell’arte che coincida idealmente con la storia dell’arte, il metodo di analisi
proposto da Argan si muove esclusivamente sul piano dell’analisi storica. Scopo
del giudizio storico, scrive Argan, non è l’accertamento dell’artisticità dell’arte,
ma della sua capacità di funzionare all’interno di un dato sistema culturale, che è
un sistema relazionale, della capacità di farsi portatrice di valori che sono valori
culturali di un dato luogo e di un dato tempo, e di verificare la validità o meno
di quei valori ogni qual volta l’opera si sottopone al giudizio della coscienza,
ovvero pretende di costituirsi come ‹‹assoluto presente››. In tal senso, avverte
Argan, la storia dell’arte è una storia speciale in quanto a differenza della storia
politica essa non si compie in assenza bensì in presenza dell’evento. L’Hic et nunc
dell’opera d’arte, il suo esserci e il suo attualizzarsi, il suo divenire sempre presente
al presente della coscienza che la giudica, il suo ‹‹flagrante accadere›› costituiscono
gli elementi che differenziano la storia dell’arte dalla storia in generale (Cfr. G.C.
Argan, La storia dell’arte…, p. 30).
5 Benjamin sosteneva che l’esponibilità cui l’opera era sottoposta nella cultura
contemporanea, anche all’interno dei musei, aveva agevolato il processo di
allontanamento del pubblico dall’opera reale in cambio di una sempre maggiore
diffusione del suo valore iconico. Cfr. W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua
riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000, pp. 27-29. Sulla stessa linea si muove E.
Migliorini, L’arte e la città, Fiorino, Firenze 1975, pp. 27-30, per il quale il museo
sancisce definitivamente la separazione non più sanabile tra l’opera d’arte e la
città.
6 G.C. Argan, L’arte nel quadro della cultura moderna, in Id., Storia dell’arte come
storia della città…, p. 96.
7 Sulla funzione educativa dei musei nel pensiero di Argan si veda pure C. De
Carli, Argan: L’arte di educare, in Rileggere Argan. L’uomo. Lo storico dell’arte. Il didatta.
Il politico, Atti del Convegno (Bergamo, 19-20 Aprile 2002), a cura di M. Lorandi
e O. Pinessi, Moretti & Vitale, Bergamo 2003, pp. 94-110.
8 G.C. Argan, Il Museo come scuola, in “Comunità”, n. 3, 1949, pp. 64-66; Id.,
La funzione educativa dei musei, s.d. [ma 1951-1954], ACS, Min. Pubbl. Istr., Dir.
Gen. AA.BB.AA., III Div., 1929-1960, b-307, in V. Russo, Giulio Carlo Argan.
Restauro, critica, scienza…. Anche Lionello Venturi era stato un convinto assertore
della finalità strettamente didattica del museo e dell’importanza di un’intensa
collaborazione scuola-museo. Si veda in proposito L. Venturi, I nostri musei d’arte
teCLa - Rivista
temi di Critica e Letteratura artistica
86
numero 3 - Maggio 2011
strumenti didattici, sale destinate a convegni, impedisce ai musei storici italiani di
assolvere alla loro funzione educativa.
15 G.C. Argan, I Musei d’arte e il loro moderno ordinamento, in V. Russo, Giulio
Carlo Argan. Restauro, critica, scienza…, p. 141, osserva che: «Proprio in quanto si
ripropone continuamente come un problema che esige una soluzione nel presente
della nostra coscienza, l’opera d’arte è veramente assoluta, universale, eterna».
16 Secondo Argan le esposizioni dovranno avere tutte le caratteristiche
necessarie alla corretta visione delle opere esposte: dalla neutralità architettonica
e tonale dello spazio espositivo alla presenza di pareti divisorie mobili, dalla
corretta illuminazione, da adattare caso per caso alle opere, alla realizzazione di
intere pareti in vetro, caratteristiche che solo «un’architettura modernissima» e
progettata per tale scopo può avere.
17 G.C. Argan, I musei allestiti in edifici storici, (1950), in V. Russo, Giulio Carlo
Argan. Restauro, critica, scienza…, pp. 151-157: p. 151. Cfr. sullo stesso tema Id.,
L’architettura del museo, in “Casabella - Continuità”, XVIII, 202, agosto-settembre
1954, p. V; Id., Problemi di museografia, ivi, XIX, 207, settembre-ottobre 1955, pp.
64-67.
18 Argan ritiene validi questi criteri soprattutto per i musei d’arte decorativa,
perché la salvaguardia dell’unità documentaria ed estetica tra suppellettili e
struttura architettonica contribuisce a sottolineare la continuità tra arti maggiori
e minori; cita come esempio virtuoso il Museo di S. Martino della Certosa di
Napoli, dove il mantenimento dell’unità armonica tra arti decorative e struttura
del museo non risulta minimamente intaccato dall’applicazione di moderni
criteri di allestimento. A tal proposito non manca di sottolineare l’importanza di
incentivare la nascita e il potenziamento di musei di arte decorativa e applicata, che
potrebbero trovare degno contesto in ville e palazzi di valore artistico sparsi per il
territorio italiano, anch’essi esposti ad un altissimo rischio sul piano conservativo,
e che costituirebbero tra l’altro, un documento importante delle varie tradizioni
artistiche locali. Ibid., p. 153.
19 Ibid., p. 154.
20 Ibid., p. 155.
21 «Per un antico edificio» scrive Argan «non v’è miglior riuso che farne un museo
moderno, è giusto che il lascito storico di una città stia nei vecchi centri. Per Scarpa
era questione di principio, pensava che il restauro rigorosamente filologico di un
moderna, in “Ulisse”, anno XI, fasc. XXVII, 1957, p. 1372-1374.
9 Il pensiero di Argan è sostanziato dalla condivisione delle tesi di Herbert
Read, oltre che da una neppure troppo velata accettazione dell’impostazione
didattica del Bauhaus, al cui interno l’artista, come nel caso di Klee, è esso stesso
un educatore, proiettato verso la tensione ideale della ricerca, della continua
innovazione, e per il quale l’ educazione artistica non può disgiungersi dalla
continua ricerca di valori, formali ma anche sociali. Cfr. G.C. Argan, Arte, scuola
e città, in “Metro”, n. 15, 1968, pp. 4-12; Id., Il museo d’arte moderna, in “Metro”, n.
14 (1968), pp. 5-11. Argan fu traduttore e curatore dell’opera di H. Read, Educare
con l’arte, a cura di G.C. Argan, Edizioni di Comunità, Roma 1954.
10 Tanto per Argan quanto per Read l’arte contribuisce a sviluppare e potenziare
le capacità espressive dell’uomo, facilitando quel processo di integrazione fra
l’individualità del singolo e la comunità che è caratteristica, e al tempo stesso
condicio sine qua non, di una società democratica. Sulla relazione tra la concezione
educativa del museo e il rapporto con le teorie di Read e Dewey si veda pure
E. Bonfanti, M. Porta, Città, museo e architettura. Il gruppo BBPR nella cultura
architettonica italiana 1932-1970, Vallecchi, Firenze 1973, pp. 150-151.
11 G.C. Argan, Il Museo come scuola…, p. 65.
12 Id., Prefazione a H. Read, Educare con l’arte…, pp. 9-17.
13 Si confrontino su questo punto le tesi arganiane con gli attuali studi di
museologia e si potrà constatare come la posizione del critico torinese sia ancora
oggi di grande attualità. Cfr. G. Pinna, Una storia recente dei musei, in A. Lugli,
G. Pinna, V. Vercelloni, Tre idee di museo, Jaca Book, Milano 2005, p. 10. Sulla
funzione sociale e politica dei musei concorda pure Adalgisa Lugli, che riconosce
al museo del Novecento lo status di «simbolo», «punto di riferimento culturale di
prima grandezza»; cfr. Ead., Museologia, in A. Lugli, G. Pinna, V. Vercelloni, Tre
idee di museo…, p. 48; A. Mottola Molfino, Il libro dei musei, Allemandi, Torino
1991, pp. 147-166.
14 Argan osserva che la monumentalità degli edifici storici che ospitano
importanti collezioni, quando non costituisce essa stessa un unicum, sul piano
storico-documentario, con le opere che vi si conservano, finisce per essere
fortemente limitante nella lettura e nell’interpretazione critica delle opere. Infatti,
l’impossibilità di intervenire sulla distribuzione degli spazi, la loro mancata
organizzazione in chiave funzionale, l’assenza frequente di laboratori, biblioteche,
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Matisse, di Picasso, e non solo per colpa dello stato ma per la responsabilità
di tanti studiosi che non avevano fatto propria la battaglia per l’arte moderna,
che non avevano aperto le porte del museo alle donazioni private dei grandi
industriali del Nord.
26 Ibid., p. 41.
27 Ibid.
28 Argan osserva che un museo d’arte contemporanea che non sia in grado di
offrire al suo visitatore, occasionale o abituale, un quadro rappresentativo della
cultura contemporanea che è, per se stessa internazionale e multiculturale, è un
museo che ha fallito la sua primaria funzione, quella educativa e formativa.
29 G.C. Argan, Un Museo non è un deserto, in “L’espresso”, XXI, n. 10, 9 marzo
1975, ripubblicato col titolo Musei Italiani in Id., Occasioni di critica, a cura di B.
Contardi, Editori Riuniti, Roma 1981, pp. 48-49. Su questo tema si veda A.
Mottola Molfino, Il libro dei musei…, pp. 147-166. La studiosa cita più volte le
opinioni di Argan (ibid., p. 157; p. 162) in merito all’indebolimento delle funzioni
culturali del museo, determinato dalle sempre più pressanti esigenze turistiche, e
alla necessità di potenziarne la «funzione scientifico - culturale - didattica». Non
condivide però l’idea arganiana del museo come scuola. Cfr. ibid., p. 129.
30 Id., La crisi dei musei italiani, in “Ulisse”, anno XI; fasc. XXVII (1957), pp.
1397-1410, p. 1398.
31 Id., I musei d’arte e il loro moderno ordinamento…, p. 144.
32 Id., Musei d’arte moderna, in Museo perché, museo come…, p. 39.
33 Id., La crisi dei musei italiani…, p. 1399.
34 Argan avanza anche l’ipotesi di dotare i musei di mense, luoghi di ristoro,
librerie che possano rendere più confortevole la permanenza degli studiosi
all’interno dei musei, precorrendo per certi aspetti la Legge Ronchey sui servizi
aggiuntivi. Si veda in proposito G.C. Argan, Il museo come problema architettonico e
urbanistico, s.d., in V. Russo, Giulio Carlo Argan. Restauro, critica, scienza…, pp. 158161.
35 Id., Musei d’arte moderna…, p. 45. Cfr. Id., La crisi dei musei italiani…, pp.
1400-1401: «Ma è certamente possibile avvicinare la struttura interna del museo
a quella della mostra: evitare le sistemazioni fisse e monumentali, gli ordinamenti
rigidi, le presentazioni solenni e immutabili».
36 C. Brandi, Il problema delle esposizioni, in “Ulisse”, anno XI; fasc. XXVII,
monumento e la sistemazione modernissima di un museo potessero benissimo
coesistere e collimare, il principio di metodo dell’operazione era il medesimo: si
trattava sempre di riportare dei testi antichi alla condizione di perfetta attualità
che era anche recupero della loro autenticità. La galleria palermitana, come dello
stesso Scarpa il museo veronese di Castelvecchio, è un esempio di quella che
potrebbe parere, ma non è, una coincidenza di contrari: l’antico e il moderno,
Scarpa sapeva fare della puntuale critica dei testi un’invenzione artistica». Cfr.
G.C. Argan, Introduzione, in G.C. Argan, V. Abbate, E. Battisti, Palazzo Abatellis,
Novecento, Palermo 1991, p. 8.
22 Argan, in qualità di Ispettore Centrale al Ministero della Pubblica istruzione
sottolinea la necessità di associare alla struttura conservativa dei musei italiani
la funzione didattica, di dotare i musei di un direttore tecnico-scientifico con
competenze didattiche, di potenziare le mostre, di collegare l’attività del museo
alla produzione industriale e alle scuole d’arte, di dotare i musei italiani, sulla falsa
riga di quelli americani, di uno staff tecnico specializzato nell’allestimento delle
esposizioni. Cfr. Id., La funzione educativa dei musei (ACS, Ministero della Pubblica
Istruzione, Dir. Gen. AA.BB.AA., III Div., 1929-1960, b. 307), s.d. [ma 19511954], in V. Russo, Giulio Carlo Argan, Restauro, critica, scienza…, pp. 145-148.
23 Alla direttrice Argan riconosce il merito di avere colto l’importanza della
trasformazione del museo in uno spazio funzionale, di aver dato voce, nei limiti
del possibile, e pur nel rispetto dell’italianità dell’istituzione, ad una prospettiva
internazionale, l’unica possibile per un museo che aspiri a essere espressione di
una cultura moderna, mondiale e globalizzata, e ancora di aver aperto le porte alle
donazioni di artisti come Burri, Capogrossi, Fontana e di aver esposto Pollock,
Rothko, Mondrian, Picasso, Klee e tanti altri. Per l’ attività di Palma Bucarelli cfr.
Palma Bucarelli: il museo come avanguardia, catalogo della mostra (Roma, 26 giugno
2009 - 17 gennaio 2010), a cura di M. Margozzi, Electa, Milano 2009.
24 A. Bonito Oliva, Care istituzioni. Intervista a Giulio Carlo Argan, in “Figure”,
fasc. 2-3, 1982 pp. 19-25.
25 G.C. Argan, Musei d’arte moderna, in Museo perché, museo come, De Luca, Roma
1980, pp. 39-40, osserva che non era stata compresa l’importante funzione di un
museo d’arte contemporanea per la crescita culturale della Capitale. L’Italia era
rimasta per decenni indifferente davanti alle opere dei grandi maestri dell’arte
contemporanea e si era lasciata spesso sfuggire opere di Manet, di Cézanne, di
teCLa - Rivista
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42 Id., Il museo d’arte moderna…, p. 9.
43 Ibid., p. 10: «Il museo di domani, il museo di massa, non sarà più una mostra
permanente di oggetti riscattati dal piano della merce a quello di modello di valore,
dalla proprietà del privato a quella della comunità; e proposti ad un’amministrazione
che, in ultima analisi, sarà soltanto la sublimazione del compiacimento della
comproprietà. Sarà un luogo attrezzato per la sperimentazione ad alto livello sui
processi della comunicazione; dotato di apparecchiature scientifiche moderne,
di un’estrema adattabilità, di una grande disponibilità di spazio e di mezzi. Sarà
manovrato da una numerosa equipe di specialisti e di ricercatori. Sarà in rapporto
con tutti i rami della ricerca scientifica e tecnologica. Sarà, infine, un centro di
ricerca al cui funzionamento (e non gestione, come vorrebbero alcuni artisti
ragionieri) dovranno partecipare, come nella scuola, tutte le “componenti”:
artisti, critici, tecnici, consumatori. Sarà dunque una struttura capace di rinnovarsi
continuamente, col proprio movimento stesso».
44 Ibid.
45 Id., Un’idea di Roma…, pp. 75-76.
46 Id., Musei d’arte moderna…, p. 43. Cfr. Id., La Storia dell’arte…, p. 30.
47 Id., Musei d’arte moderna…, p. 43.
48 Sul valore urbanistico del Beaubourg si veda R. Piano, Giornale di bordo,
Passigli Editore, Firenze 2005, p. 28.
49 F. Purini, I musei dell’iperconsumo, in Museums. Next generation. Il futuro dei musei,
Catalogo della Mostra (Roma 21 settembre 2006 - 29 ottobre 2007), a cura di P.
Ciorra, D. Tchou, Electa, Milano 2006, pp. 51-55: p. 5; un’interpretazione analoga
del Beaubourg è quella che si può leggere in S. Suma, Nuovi musei tra iperconsumo e
ipertrofia, in Il museo all’opera. Trasformazioni e prospettive del museo d’arte contemporanea,
a cura di S. Zuliani, Bruno Mondadori, Milano 2006, pp. 103-109.
50 Diversa è l’opinione di A. Mottola Molfino, Il libro dei musei…, p. 239.
51 G.C. Argan, Musei d’arte moderna…, p. 39.
52 Laddove invece la vocazione urbanistica è fortemente rivendicata da Renzo
Piano: l’architetto ne sottolinea la capacità incisiva sul territorio e, al contrario di
Argan, considera la collocazione del museo al centro della città indispensabile allo
svolgimento della sua funzione urbana. Cfr. R. Piano, Giornale di bordo…, p. 30.
53 «Agli inizi degli anni Ottanta dell’altro secolo – e dunque sul limitare dei
due millenni – ad Argan il nesso arte- architettura-città è sembrato ineludibile a
(1957), pp. 1383-1391.
37 A. Chastel, L’uso della storia dell’arte, Laterza, Roma - Bari 1982, pp. 94-102.
38 Lo studioso condivide con Brandi la convinzione che, in ogni caso,
l’organizzazione di una mostra debba essere subordinata alla messa in stato di
sicurezza e alle ragioni di conservazione dell’opera. Cfr. G.C. Argan, La crisi dei
musei italiani…, pp. 1397-1410, in particolare pp. 1400-1401.
39 Ibid., pp. 1406-1407. Sul ruolo riconosciuto da Argan ai musei scrive M.
Calvesi, Giulio Carlo Argan, in Giulio Carlo Argan. 1909-1992. Storico dell’arte,
critico militante…, p. 14: «Al vertice della visione estetica di Argan si collocava
l’idea (utopica se confrontata al presente, ma storicamente incarnata nei grandi
modelli del Rinascimento) della città dell’uomo. Non una città-museo, ma una
città dove i musei-scuola fossero il documento della pregnanza storica e civile
dell’arte, e dell’arte mostrassero l’organico sistema, ovvero un sistema-guida
della produzione, dal dipinto o dalla scultura all’oggetto di arredo e delle arti
minori, e da queste matrici formali all’organizzazione dello spazio architettonico
e urbanistico, e cioè appunto della città».
40 «[I musei] non devono servire a ricoverare opere d’arte sfrattate o costrette
a battere il marciapiede del mercato. Non avrebbero spazio bastante e non è
questo il loro compito. Dovrebbero essere istituti scientifici o di ricerca, con una
funzione didattica aggiunta; ed essere i grandi e i piccoli nodi della rete disciplinare
dell’archeologia e della storia dell’arte. Poche opere esposte permanentemente,
anche nessuna; molto personale scientifico, ma studiosi aperti e non «conservatori»;
molte mostre piccole e grandi, a rotazione, con il materiale dei musei integrato
da prestiti. Nessuna dipendenza da ministeri e direzioni generali: gestione diretta
da parte di uno scelto personale tecnico-scientifico. Modello per l’uso di quella
veramente Gesamtkunstwerk che è la città. In altre parole il museo non dovrebbe
essere il ritiro o il collocamento a riposo delle opere d’arte ma il loro passaggio
allo stato laicale, cioè allo stato di bene della comunità: il luogo in cui davanti
alle opere non si prende una posizione di estasi ammirativa, ma di critica o di
attribuzione di valore». G.C. Argan, Intervista sulla fabbrica dell’arte, a cura di T.
Trini, Laterza, Roma-Bari 1980, pp. 124-125.
41 Id., Musei d’arte moderna…, p. 43. Cfr. Id., Il museo d’arte moderna, in “Metro”,
n. 14 (1968), pp. 5-11; Id., Un’idea di Roma, intervista di Mino Monicelli, Editori
Riuniti, Roma 1979, p. 76.
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museo e architettura…, p. 151 e nota 154; A. Trimarco, Post-storia…, p. 67.
58 Si ricordino, fra le numerose iniziative, registrate negli ultimi anni, la mostra
Musei per un nuovo millennio. Idee, progetti edifici (Cfr. Musei per un nuovo millennio, Idee,
Progetti Edifici, a cura di V. Magnago Lampugnani, A. Sachsa, Monaco - Londra
- New York 2001); la ricerca e il convegno su I musei dell’iperconsumo, promosso
nel 2002 dall’Accademia Nazionale di S. Luca in collaborazione con la DARC
e la Triennale di Milano e coordinata da Franco Purini (si vedano I musei
dell’iperconsumo. Materiali di studio, Atti del Convegno Internazionale (Roma, 21
marzo 2002), a cura di P. Ciorra, S. Suma, Accademia Nazionale di San Luca,
Roma 2003); il convegno Il museo all’opera. Trasformazioni e prospettive del museo d’arte
contemporanea, tenutosi a Salerno il 25-26 novembre 2005, promosso dalla Cattedra
di Museologia dell’Università degli Studi di Salerno e dalla Fondazione Filiberto
Menna; il convegno Il Futuro dei Musei tenutosi a San Pietroburgo il 30 giugno
2006; la mostra tenutasi dal 21 settembre al 29 ottobre 2006 al MAXXI di Roma
dal titolo Musei nel XXI secolo. Idee, progetti, edifici (su quest’ultima si veda Museums.
Next generation…).
59 Cfr. A. Trimarco, Post-storia…, pp. 64-65.
60 Si pensi alla cupola di vetro e acciaio del British Museum, realizzata nel 2000
da Norman Foster, che mentre realizza all’interno del celebre museo londinese
spazi destinati ai cosiddetti servizi aggiuntivi, crea al contempo una forma
architettonica che, attraverso la trasparenza del vetro, pone in comunicazione le
rovine greche con il cielo della metropoli contemporanea e realizza una sorta di
agorà interna al museo, luogo di incontro e di comunicazione.
61 La Tate Modern, a Londra, realizzata nel 2000 da Herzog e de Meuron
recuperando la struttura della dismessa centrale elettrica di Bankside, è riuscita
ad attivare una ri-segnificazione del territorio – la realizzazione è parte di un più
ampio progetto di riqualificazione del Waterfront fluviale della città, ai margini dei
Docklands – sottolineata pure dalla contemporanea costruzione del Millennium Bridge,
opera di Norman Foster, ponte che collega fisicamente e prospetticamente la Tate
alla cattedrale di St. Paul, ma anche il tempio londinese dell’arte contemporanea
alla City, cuore produttivo e finanziario di Londra, istituendo così un ponte ideale
tra passato e futuro, tradizione e modernità, cultura ed economia. Sulla specificità
dell’intervento architettonico si veda K. Powell, Tate Modern, in Id., New London
architecture…, pp. 76-77; Id., Millennium Bridge, ibid., pp. 40-41; Millennium Bridge, in
condizione appunto che il museo diventi scena urbana, uno spazio vitale della
città. Essenziale diviene perciò, nella sua riflessione la scelta del luogo. La sua
speranza – è anche utopia – è che il museo della nostra contemporaneità, che
distingue da quello d’arte antica, ospitato nei palazzi antichi del centro storico,
nato dal farsi del lavoro quotidiano degli artisti, deve abitare una zona residenziale
di massa, prossima alla città, un’area ampia e disseminata nel sociale. Per Argan è
dunque più importante la collocazione urbanistica che l’immagine architettonica
del museo, da pensarsi invece come «effimera, labile, volumetrica», in grado di
accogliere funzioni e servizi informativi sempre più complessi». Cfr. A. Trimarco,
Il museo. Arte e decostruzione, in Id., Post-storia. Il sistema dell’arte, Editori Riuniti,
Roma 2004, p. 67.
54 M.C. Taylor, Dalla semplicità alla complessità: come cambia l’architettura museale,
in Capolavori del Guggenheim. Il grande collezionismo da Renoir a Warhol, Catalogo della
Mostra (Roma, 4 marzo - 5 giugno 2005), a cura di E. Siciliano, L. Dennison,
Skira, Milano 2005, pp. 33-41; F. Dal Co, Il Guggenheim Museum: da tempio dell’arte
non-oggettiva a museo globale, ibid., pp. 43-51.
55 Si veda in proposito anche A. Trimarco, Post-storia…, p. 64: «Così il
Guggenheim Bilbao Museoa, oltre ad essere un’archiscultura, in antagonismo, si è
detto riduttivamente, con l’arte – espone in maniera flagrante se stesso piuttosto
che rispettosamente, il lavoro dell’arte – si pone anche, al culmine di una parabola
inaugurata negli anni Settanta dal Centre Pompidou, come «catalizzatore delle
trasformazioni urbane».
56 Si fa riferimento alle iniziative e ai convegni promossi dal Comitato
Nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Giulio Carlo Argan e
in particolare al Convegno in onore di Giulio Carlo Argan, promosso dall’Accademia
Nazionale dei Lincei, tenutosi a Roma il 19 novembre 2009 (con interventi di
Salvatore Settis e Marisa Dalai Emiliani su Argan, il museo e la conservazione
dei Beni Culturali); il Convegno Arte, Città, Politica. La battaglia per la cultura di
Giulio Carlo Argan, Roma, 16 giugno 2010, promosso dall’associazione Bianchi
Bandinelli; il Convegno internazionale promosso sempre dal Comitato Nazionale
per le celebrazioni del centenario e dalla Fondazione Bruno Zevi sul tema:
Progettare per non essere progettati: Giulio Carlo Argan, Bruno Zevi e l’architettura, tenutosi
a Roma il 28 settembre 2010 presso l’Auditorium del MAXXI.
57 Cfr. M. Calvesi, Giulio Carlo Argan…, p. 14; E. Bonfanti, M. Porta, Città,
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e restaurato per l’occasione da Alvaro Siza, che ha curato un intervento discreto,
quasi invisibile, dettato, come sottolinea Gravagnuolo (L’architettura dei musei
d’arte…, p. 34) «dalla volontà di cancellare piuttosto che di aggiungere», riuscendo
a realizzare uno spazio che dialoga con il centro della città, senza lacerarne il
tessuto storico.
72 S. Settis, Ma il museo ha un futuro?..., p. 53.
73 G.C. Argan, Il museo d’arte moderna…, p. 10.
N. Foster, Catalogue. Foster and Partners…, pp. 204-205. Anche F. Purini, I musei
dell’iperconsumo…, p. 55, riconosce alla Tate Modern la capacità di costituirsi come
spazio capace di creare un dialogo significativo tra passato e contemporaneità
all’interno del tessuto urbano londinese, un museo attivatore di cultura, «che non
consuma la città».
62 A. Vittorini, Il contesto urbano, il concorso, l’avvio dei lavori, in MAXXI. Museo
Nazionale Delle Arti Del XXI Secolo, a cura di P. Baldi, Electa, Milano 2006; Ead.,
Una nuova centralità per l’area flaminia, ibid., pp. 66-69.
63 Cfr. S. Settis, Roma al futuro, in MAXXI…, pp. 28-31; P. Baldi, La missione
istituzionale, ibid., pp. 33-35.
64 L’incontro-Odile Decq, contro l’archistar system, a cura di F. Giuliani, in “La
Repubblica”, 26 ottobre 2010.
65 Cfr. J. Rykwert, La seduzione del luogo. Storia e futuro della città…, pp. 295297. Sulla funzione svolta dal Guggenheim di Bilbao concorda pure M. Carta,
Bilbao: rinnovamento urbano ad Abaidoibarra, in Id., Next city: culture city, Meltemi,
Roma 2004, pp. 89-91, che considera l’edificazione del Guggenheim di Gehry come
«l’azione pilota» di un piano di intervento volto al recupero delle aree urbane
dismesse e al potenziamento della cultura urbana come risorsa per lo sviluppo
e la crescita economica e sociale della città, a partire dalla riscoperta dell’identità
geografica del luogo, in particolare dalla valorizzazione del waterfront.
66 P. Ciorra, No Building no party? La prossima generazione di musei, in Museums.
Next generation…, pp. 10-15.
67 Cfr. A. Bonito Oliva, Musei. I supergadget nella città del 2000, in “la Repubblica”,
16 ottobre 2006.
68 F. Purini, I musei dell’iperconsumo, in Museums. Next generation…, pp. 51-55: p. 51.
69 S. Settis, Ma il museo ha un futuro?, estratto dall’intervento al convegno Il
futuro dei musei tenutosi a San Pietroburgo il 30 giugno 2006, in “La Repubblica”,
30 giugno 2006, p. 53.
70 Si veda in proposito A. Bonito Oliva, Musei. I supergadget…, pp. 34-35.
71 Esempio interessante in Italia è quello del Museo MADRE di Napoli. La
scelta fortemente voluta di concepire uno spazio per l’arte contemporanea come
«museo aperto» nel cuore pulsante e vivo di una città storica come Napoli si è
tradotta in un intervento dal forte significato urbanistico. Il museo infatti sorge
all’interno dell’antico Palazzo Donnaregina, in pieno centro storico, ristrutturato
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