Rivista di temi di Critica e Letteratura artistica numero 3 - 20 maggio 2011 Direttore responsabile: Giovanni La Barbera Direttore scientifico: Simonetta La Barbera Comitato Scientifico: Claire Barbillon, Franco Bernabei, Silvia Bordini, Claudia Cieri Via, Rosanna Cioffi, Maria Concetta Di Natale, Antonio Iacobini, César García Álvarez, Simonetta La Barbera, Donata Levi, François-René Martin, Emilio J. Morais Vallejo, Massimiliano Rossi, Gianni Carlo Sciolla, Philippe Sénéchal. Redazione: Carmelo Bajamonte, Francesco Paolo Campione, Roberta Cinà, Nicoletta Di Bella, Roberta Priori, Roberta Santoro. Progetto graf i c o , e d i t i n g e d e l a b o r a z i o n e d e l l e i m m a g i n i : Nicoletta Di B e l l a e R o b e r t a P r i o r i . Università degli Studi di Palermo Facoltà di Lettere e Filosofia Dipartimento di Studi culturali Società Italiana di Storia della Critica d’Arte ISSN: 2038-6133 - DOI: 10.4413/RIVISTA Copyright © 2010 teCLa – Tribunale di Palermo – Autorizzazione n. 23 del 06-10-2010 http://www.unipa.it/tecla __________________________________________________________ © 2010 Università degli Studi di Palermo Rivista di temi di Critica e Letteratura artistica numero 3 - 20 maggio 2011 Proprietà artistica e letteraria riservata all’Editore a norma della Legge 22 aprile 1941, n. 663. Gli articoli pubblicati impegnano unicamente la responsabilità degli autori. La proprietà letteraria è riservata alla rivista. I testi pubblicati non possono essere riprodotti senza l’autorizzazione scritta dell’Editore. Gli autori debbono ottenere l’autorizzazione scritta per la riproduzione di qualsiasi materiale protetto da copyright. 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È vietata qualsiasi riproduzione totale o parziale anche a mezzo di fotoriproduzione, Legge 22 maggio 1993, n. 159. 48 Simonetta La Barbera Presentazione 12 Carmelo Bajamonte L’iter editoriale del “Mercurio siculo o sia collezione enciclopedica di materie, e argomenti relativi alle arti, scienze, e belle lettere” (1818) 26 Nicoletta Di Bella Musica nel “Poliorama pittoresco” 50 Jolanda Di Natale La modernità raggiunta: il rinnovamento della vita musicale a Palermo tra Otto e Novecento attraverso la nuova stampa periodica specializzata (“La Sicilia musicale” 1894-1910; “L’arte musicale” 1898; la “Rassegna d’arte e teatri” 1922-1936) 86 Marcella Marrocco Stefano Bottari direttore di “Arte antica e moderna” (1958-1966). Note sull’arte meridionale 108 Monica Preti-Hamard “Collage”: un’esperienza di esoeditoria d’avanguardia nella Palermo degli anni Sessanta 180 Roberta Priori “Collage”: un’esperienza di esoeditoria d’avanguardia nella Palermo degli anni Sessanta Rivista di temi di Critica e Letteratura artistica L’ idea di fondo da cui nasce questo progetto editoriale è chiaramente dichiarata nella home page. Essa è rivolta, in modo particolare, ai giovani studiosi che non sempre hanno la possibilità di dare la giusta diffusione ai loro studi. Infine, un affettuoso ringraziamento ai miei allievi, Carmelo Bajamonte, Francesco Paolo Campione, Roberta Cinà, oggi giovani e validi studiosi, che hanno collaborato con entusiasmo ad ogni fase di realizzazione e che continueranno a farlo anche nel loro ruolo di componenti della segreteria scientifica. Una citazione particolare per Nicoletta Di Bella che con intelligenza e passione ha praticamente realizzato la mia idea di teCLa, e per Roberta Santoro, sempre pronta e disponibile con intelligenza nel suo ruolo di content writer. Infine, un affettuoso ringraziamento ai miei allievi, Carmelo Bajamonte, Francesco Paolo Campione, Roberta Cinà, oggi giovani e validi studiosi, che hanno collaborato con entusiasmo ad ogni fase di realizzazione e che continueranno a farlo anche nel loro ruolo di om- Rivista di temi di Critica e Letteratura artistica ponenti della segreteria scientifica. Una citazione particolare per Nicoletta Di Bella che con intelligenza e passione ha praticamente realizzato la mia idea di teCLa, e per Roberta Santoro, sempre pronta e disponibile con intelligenza nel suo ruolo di content writer. Rivista di temi di Critica e Letteratura artistica L’ idea di fondo da cui nasce questo progetto editoriale è chiaramente dichiarata nella home page. Essa è rivolta, in modo particolare, ai giovani studiosi che non sempre hanno la possibilità di dare la giusta diffusione ai loro studi. Infine, un affettuoso ringraziamento ai miei allievi, Carmelo Bajamonte, Francesco Paolo Campione, Roberta Cinà, oggi giovani e validi studiosi, che hanno collaborato con entusiasmo ad ogni fase di realizzazione e che continueranno a farlo anche nel loro ruolo di componenti della segreteria scientifica. Una citazione particolare per Nicoletta Di Bella che con intelligenza e passione ha praticamente realizzato la mia idea di teCLa, e per Roberta Santoro, sempre pronta e disponibile con intelligenza nel suo ruolo di content writer. Infine, un affettuoso ringraziamento ai miei allievi, Carmelo Bajamonte, Francesco Paolo Campione, Roberta Cinà, oggi giovani e validi studiosi, che hanno collaborato con entusiasmo ad ogni fase di realizzazione e che continueranno a farlo anche nel loro ruolo di om- Rivista di temi di Critica e Letteratura artistica ponenti della segreteria scientifica. Una citazione particolare per Nicoletta Di Bella che con intelligenza e passione ha praticamente realizzato la mia idea di teCLa, e per Roberta Santoro, sempre pronta e disponibile con intelligenza nel suo ruolo di content writer. Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo di Carmelo Bajamonte tecniche come negli articoli del canonico Cesare Pasca, su cui avremo occasione di tornare nell’apparato critico5. Sembra restituire, invece, una sensibilità diversa, e in un’inedita ottica nazionalistica, uno scritto compilato nel giro di anni successivi all’Unità da uno dei maggiori intellettuali siciliani del periodo. È da assegnare infatti ad Agostino Gallo6 il merito di aver posto I l panorama della letteratura artistica siciliana dell’Ottocento riguardo alle arti decorative presenta esiti di natura mistilinea. Sull’argomento disponiamo di una nutrita produzione letteraria1, sebbene si tratti per la più parte di studi municipalistici di computisti eruditi, spesso approntati con un armamentario teorico spuntato: nella prima metà del XIX secolo, è facile scorgere tali declinazioni nelle pagine di padre Benigno da Santa Caterina2, di Giuseppe Maria Fogalli3 o di Giuseppe Maria Di Ferro4, le cui notazioni sulle arti sono sparse in testi di varia natura (biografie, guide, panegirici, testi confessionali). Anche nella stampa periodica si trovano affrontati alcuni aspetti della produzione delle arti in congruo rilievo, in un libretto singolare quanto negletto7, un’area distinta di attività artistiche indagata nelle sue vicende e contestualizzata nei livelli più vari. Lo studio, coscienziosamente preparato con la volontà di individuare le caratteristiche distintive della cultura isolana in seno a quella italiana, è rimasto a oggi in una sorta di limbo, escluso sia dalla letteratura del XVIII secolo – che possiamo ritenere di mediocre gittata perché occupatasi di arte in maniera episodica e disaccentata – sia dal sistema storiografico teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 8 numero 3 - maggio 2011 del secolo seguente, quando con il fiat di Gioacchino Di Marzo la critica d’arte in Sicilia fu8. Agostino Gallo – è forse il caso di rammentarlo – è un poliedrico esponente della Repubblica delle lettere, organico alle istituzioni culturali (fu socio di accademie italiane, Deputato della R. Università, Segretario Archeologo della Commissione di Antichità e Belle Arti di Palermo), pubblicista e ben provveduto divulgatore con le chiavi di un’ampia comunicazione. ‘Giano bifronte’ fra enciclopedismo settecentesco e nuovi approcci alla storia dell’arte, si darà a più imprese spezzettate lasciando una congerie di appunti, rimasti in gran parte manoscritti per troppa abbondanza di propositi9. In questo articolato apparato bibliografico, quanto andremo a leggere rappresenta una messa in ordine di appunti e interventi Giuseppe Patania, Agostino Gallo, pubblicati su periodici 1826, Biblioteca Comunale, delle Due Sicilie, dedicati Palermo. all’intaglio ligneo10 o ad artefici poco noti al grande pubblico quali Michele Laudicina11 o Girolamo Bagnasco12. Apparso prima sul quindicinale “Diogene” di Palermo – un giornale scientifico e letterario diretto dall’amico e biografo Paolo Sansone, che si avvaleva di Gallo in veste di redattore – l’apografo viene poi girato al “GiornaA. Gallo, Sull’influenza ch’esercitarono gli artisti le Arcadico” di Roma13, italiani in varii regni d’Europa, Palermo 1863 diretto dall’archeologo e Commissario alle antichità dello Stato Pontificio Pietro Ercole Visconti14, nipote di Ennio Quirino, al quale erano giunti da Palermo anche altri lavori fra cui la Necrologia di Giuseppe Patania15 e una Vita di Angelo Marini16. Il lavoro sarà infine pubblicato come estratto, sempre nel 1863, con i tipi dello stabilimento Barcellona di Palermo. Dedicata all’«insigne scultore italiano che nelle forme corrette ed eleganti e nella grazia ingenua elevò l’arte a maggior gloria» – cioè Carmelo Bajamonte Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 9 numero 3 - maggio 2010 a Pietro Tenerani, uno dei segnatari del Manifesto del Purismo (1843), forse l’artista (in Sicilia nel 183817) che più di ogni altro in nostri monumenti, ed esortarli che prima di scrivere dell’universa Italia vengano qui e veggano, e non ci appartino dalla gran famiglia degli stati italiani»21. Ora l’aspetto da porre in rilievo è la modalità con la quale Gallo tenta di risolvere un complesso d’inferiorità, ingaggiando il confronto su un terreno secondo lui propizio, quello delle arti decorative, riconosciute di pari dignità estetiche e creative rispetto alle maggiori. In un discorso che lo scrittore riteneva suscettibile di approfondimenti22, l’attenzione si appunta in prima battuta su tale ambito, nell’intento di rivendicarne la preminenza nello scenario italiano, poiché nella «sede natia di Cerere» una tradizione artistica che affondava radici in un passato antico aveva visto prosperare la glittica, la ceroplastica, il commesso marmoreo, l’arte dello smalto, i capolavori di argenteria e oreficeria, la maiolica, tutte arti non secondarie per l’incommensurabile estro inventivo e la perfezione tecnica che le significava. Aggiunti al commentario i testi di due autori di solida preparazione – Andrea Pietro Giulianelli23 e Aubin-Louis Millin24 – Agostino Gallo produce in apertura un elenco d’intagliatori dell’antichità, tralasciando ex professo – e rimarca con intonazione sarcastica – i nomi degli incisori siciliani di gemme e di medaglie, «per annunziarli esporli innanzi alla rapacità di qualche pirata [scil. Gioacchino Di quel momento incarnava gli ideali estetici dello scrittore – l’operetta riprende il disegno del Saggio su’ pittori del 184218, di cui ricalca sia le motivazioni ideologiche – nell’esercizio di una critica militante versata soprattutto negli artisti contemporanei – sia il modo di organizzare la materia, basato con gesto di riepilogo su una rassegna di personalità e indirizzi che ancorché stringata testimonia nel numero la vivacità del caleidoscopio siciliano. Gallo compendia in una ventina di pagine un profilo storico-artistico ideologizzato e mirato a riabilitare la regione nel novero delle scuole artistiche italiane. Nel contesto di un Ottocento nazionalistico19, è dunque messa a punto una strategia tendente a costituire in unità le singole realtà locali secondo precise priorità: fare l’Italia artistica sulla base di una convergente proposta storiografica; compensare il ritardo accumulato nei confronti degli ‘esteri’; e, nel caso specifico della Sicilia, legittimare l’appartenenza a pieno titolo a tale sistema sopraregionale non senza partigianeria e un pervasivo spirito di revanche20. Un’urgenza di cui si farà interprete anche un giovanissimo Gioacchino Di Marzo che nel primo volume Delle Belle Arti esibiva il manifesto «di far noto ai siciliani i vanti eccelsi di questa terra […]; mostrare altresì agli stranieri che non è vano lo studio dei teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 10 numero 3 - maggio 2011 Marzo] che scrivacchia sullo stesso argomento»25. Non credo sia necessario uno sforzo interpretativo per riconoscere Lo scrittore dimostra di aver letto anche Angelo Mazzoldi26 dal quale la piena continuità con la tradizione filo-rinascimentale, giocata su fa discendere uno schema di periodizzazione un’idea conservatrice del disegno, padre delle arti e delle arti, nate etrusche, sul suolo italico, fondamento del bello. Ma Gallo, in maniera ancor anziché greche, che incontra l’ascendente della più radicale, e quasi ribaltando lo schema evolutivo sua parabola nel Rinascimento. «Che in Italia e le dinamiche cicliche di progresso e decadenza risorgesse prima che altrove il disegno figurativo dell’arte, trovava già nella Sicilia dell’età classica il dopo il rinascimento delle arti è stato provato da principio di una perfezione, sboccata poi nel XII tutti gli scrittori anche stranieri. Ed essendo esso secolo e rifiorita nel Cinquecento. La Sicilia, dove base ed elemento indispensabile dell’intaglio la gliptica era già diffusa nelle colonie greche, in pietre dure e della incisione o cesellatura in produsse «infiniti lavori di tal genere della più metalli, certo è che l’Italia dovea precedere in bella invenzione, del più elegante disegno, e della questi rami tutte le altre nazioni»27. Chiosa poi: più diligente e graziosa esecuzione»29; oggetti «l’arte di incidere in pietre dure piccolissime figure piccoli e facilmente trasportabili, «divenuti preda ed ornati offre maggiori difficoltà che quella di degli avidi viaggiatori» e portati nei loro musei, scolpire in grande nel marmo, ed è per sé stessa che «hanno dovuto incitare i loro artisti o a oggetto di massimo lusso reale o principesco, e di imprenderne simili, o a migliorare il loro bulino, gran costo per il tempo indispensabile a condurre Aubin Louis Millin, Introduzione allo stu- e certo a propagarvi l’amore di quest’arte»30. gli oggetti a perfezione, così non poteva salire al dio delle pietre intagliate, Palermo 1807. L’esaltazione del primato italiano, cui si giunge attraverso scorciatoie idealistiche e letterariamente retoriche, massimo grado di essa che nel secolo del più squisito gusto e più induce Gallo a confutare la «strana opinione» di Cesare Cantù31 sul fastoso lusso e di maggior ricchezza in Italia, che fu tutto il corso del XVI secolo»28. primato della Francia nell’arte dello smalto: egli fa così osservare Carmelo Bajamonte Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 11 numero 3 - maggio 2011 che in Sicilia sin dall’epoca normanna e aragonese si realizzarono mirabilia di arte suntuaria quali la Corona di Costanza32, il «calice di forma greca, fregiato di antiche miniature e smalti»33 custodito nella chiesa di S. Maria pesantissimi per la porcellana […] goffi per le ridicole figure di quegli stupidi cinesi, da stupidi artisti effigiati e dipinti»39. Qui Gallo spara a zero, malevolo e con un tono pontificale, espressione di quel classicismo che ne aveva irreggimentato il gusto, orientandone le direttrici della ricerca storiografica nonché molte scelte collezionistiche fra cui, appunto, i “bianchi” Malvica40. di Randazzo34, il Paliotto Carandolet del Tesoro della Cattedrale di Palermo35. Qui è opportuno rilevare la piena sintonia con un clima culturale sensibile alla riscoperta etico-estetica del medioevo normannosvevo, anche in termini di tutela e restauro Preso l’abbrivo dagli elenchi di intagliatori architettonico36, in anni che videro a guida scrutati da Vasari e Baldinucci (i.e. Matteo del dicastero della Istruzione Pubblica del Nassaro, Giovanni Jacopo Caraglio, Michele Amari storico islamista37. Valerio Vicentino, Alessandro Cesari, Nel paragrafo successivo è toccato il tema Jacopo da Trezzo, Annibale Fontana e gli della «porcellana ben dipinta con figure ed altri), Gallo fa splendere, in un’ideale linea ornati» e Gallo trova idoneo lodare – dopo di continuità, la pleiade dei comprimari Faenza, Ginori e la Real Fabbrica di Napoli siciliani. Apre un artista di prim’ordine, – i «buoni lavori» delle officine Malvica Valerio Villareale41 scultore-restauratore alla Rocca38 per la raffinata eleganza dei del Real Museo Borbonico, direttore Vincenzo Riolo, Ritratto di Valerio Villareale, Biblioteca Comotivi ornamentali neoclassici; allunga munale, Palermo. degli scavi di Pompei, e dal 1815, anno invece una fitta ombra sulle cineserie e con accenti energici ne del suo rientro a Palermo, professore di Scultura e direttore dello stigmatizza il brutto nei «vasoni dipinti della Cina e del Giappone, Stabilimento di Belle Arti della R. Università degli Studj42, il quale teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 12 numero 3 - maggio 2011 svolse un’importante funzione di educazione al gusto antico48. Queste classi di oggetti concorsero a orientare il fare artistico verso l’imitazione dei classici anche nella didattica accademica; furono argomento d’illustrazioni49 corredate da tavole con effigi gemmali o monetali costituenti l’enorme congegno mnemotecnico di un museo cartaceo, che rivela – lo ha notato Pomian50 – l’interesse essenzialmente iconografico verso le immagini incise su tali manufatti (al di là della qualità della pietra). Saremmo dunque in errore se sottovalutassimo il ruolo-guida dell’antiquaria, in Sicilia vicaria della «più per diletto e per picca di emulare l’antico volle ancora incider cammei e gemme, e vi riuscì egregiamente, come nella scultura in marmo [con opere che] son modello di elegante stile e contestano che ancor vive tra’ siciliani l’antico genio ellenico»43. È arcinoto che negli anni dell’apprendistato romano l’artista, introdotto nel circuito antiquario grazie anche alla mezza parentela con lo Raffaello Politi, Un cammeo in onice, scultore incisore e medaglista in “Poliorama Pittoresco”, Napoli Benedetto Pistrucci44, era 1843. molto concentrato nella realizzazione di gemme incise benvolute all’emporio d’arte della capitale in fibrillazione per l’antico45. Il mercato di monete e medaglie celebrative, placchette e bassorilievi su pietre dure – tramite cui si erano incrementate le collezioni archeologiche di musei locali quali il Salnitriano46 o il Martiniano47 – toccò l’apice con la cultura neoclassica e, dalla fine del ’700 all’800, Melchiorre Di Bella, Giuseppe Garofalo, Tavola numismatica, in Opuscoli siciliani, XIII, 1772. Carmelo Bajamonte Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 13 numero 3 - maggio 2011 critica d’arte fino ai primi tre decenni del XIX secolo, o il gran fermento della coeva stampa periodica51 di cui i tanti articoli apparsi nel “Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia” di Palermo reggono un’esauriente campionatura52. Al di là del redditizio commercio dell’antico – anche a prezzi stracciati stando alla testimonianza di un fine collezionista, l’erudito danese Frederik Münter, che fu tra nell’Isola sullo scorcio del XVIII secolo53 – non dovrebbero esser trascurati i buoni esiti di un mercato parallelo di oggetti moderni venduti per autentici. Perché «anche falsificare poteva essere un gioco, ma era soprattutto una sfida: nei confronti dell’antico che si imitava, nei confronti degli esperti cui si sottoponeva l’opera»54, come ricorda Gallo in quell’aneddoto55 su un ‘falso antico’ acquistato da un grand-tourist, Michele Laudicina (attr.), Cammeo con Giove e Ganimede, Museo regionale Pepoli, Trapani. realizzato proprio da Villareale, abilissimo nel modellare anche statuette fittili à la grecque56. Objets d’art per amatori facoltosi decisi a procacciarsi cammei – spesso adeguati alle funzioni teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 14 numero 3 - maggio 2011 decorative dell’oreficeria e montati in gioielli e parures – o incisioni su conchiglia, un materiale più economico della pietra dura e anche più facile da scolpire visto che per incidere le valve non era necessario il banco con castelletto57. Opere spesso premiate pubblicamente con Ferdinando I a cavallo lasciò un tale scontento nell’entourage reale che all’artista non fu corrisposto nemmeno il pattuito64. Laudicina – epigono di Villareale come i fratelli Giuseppe e Raffaele65 – istruì nell’arte di intagliare cammei e incidere conchiglie i due nipoti Michele jr. – scomparso nel 1837 – e Giuseppe, ancora attivo nel 1863 «con riputazione di valoroso artista»66. Salutato da Gallo come uno dei migliori artisti contemporanei, Tommaso Aloysio Juvara, allievo di Vincenzo Camuccini a Roma e di Paolo Toschi a Parma e «fra i primi incisori italiani moderni pel corretto disegno, per la morbidezza delle carni, la grazia e la varietà del bulino, imitativa degli oggetti»67. La storia dell’incisione, oltre Vincenzo Catenacci o Filippo Rega, non può prescindere da altri nomi eccellenti, primi fra tutti i fratelli Bartolomeo e Luca Costanzo da Sambuca68, principali artefici della produzione medaglistica dei Borbone69, «che seppero imitar sì bene le più rare monete grecosicule, fra le quali la Sicheliotan, da illudere i più esperti conoscitori stranieri che le compravano come antiche»70. Laudator temporis acti, Gallo pratica ancora il luogo winckelmanniano della superiorità degli antichi cui i moderni fanno bene a tendere – «il genio eccitato dal clima e da’ grandi modelli»71 – e svela un debole verso oggetti simili, amati anche sotto forma di impronte, che amava mostrare nella casa-museo all’Olivella summa delle sue esperienze e luogo di medaglie d’oro o d’argento58 nelle mostre periodiche organizzate dal Reale Istituto d’Incoraggiamento di arti e manifatture, da Ferdinando II di Borbone «con tanta sapienza al bene di questo regno stabilito»59. Di più: l’ambiente orafo trova sponda negli interventi sui periodici (si leggano per esempio gli encomi sull’orafo palermitano Giovanni Fecarotta60) e, su scala nazionale, in pubblicazioni come il saggio di “oreficeria archeologica” licenziato a Firenze nel 1862 dall’orafo e antiquario romano Augusto Castellani61. V olevo continuare questo ragionamento e notare come, non a caso, l’altra figura menzionata sia il già ricordato Michele Laudicina, professore di Gliptica a Trapani62, che «diessi di proposito alla incisione de’ cammei e gemme che copiava dagli antichi, e per tali li vendeva a gran prezzo agli stranieri»63. Artista prolifico «molto esperto e risoluto nel maneggio del bulino», bravo sì, ma con un talento più imitativo che originale, non riuscendo altrettanto ispirato nei lavori d’invenzione, se una sua agata orientale raffigurante Carmelo Bajamonte Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 15 numero 3 - maggio 2010 incontro per artisti, dotti, visitatori72. Non meno interessanti mi sembrano le glosse sul medaglista Giuseppe Barone73, su Ignazio Melazzo – «valente e franco incisor di medaglie» ma scaltro contraffattore di conî, al fresco già dal 182774 –; sull’orafo Marco Di Chiara, allievo di Giuseppe Patania e Valerio Villareale, del quale Gallo aveva scritto nel 1839 su “L’Oreteo” di Palermo75; su Paolo Cataldi, infine, altro «abilissimo orafo, che speculò un metodo e una macchina per riprodurre medaglie antiche»76. In particolare, l’attività di quest’ultimo artista, originario di Buccheri e attivo nel Val di Noto, risulta documentata in alcune carte d’archivio inedite da cui vien fatto di supporre che il problema delle falsificazioni fosse tenuto in un certo conto dalla politica culturale borbonica77. Del resto già Domenico Sestini, regio antiquario di S.A.R. il Granduca di Toscana, ricorda come nel XVIII secolo a Catania, città in cui prestava servizio come bibliotecario presso Ignazio Paternò Castello V principe di Biscari, godesse largo successo un’officina di falsificatori esperta nell’imitazione degli esemplari più rari78. Detto questo occorre aggiungere che non solo l’anticomania caratterizzava la cultura artistica isolana, ma tutta una produzione di cui Gallo arguisce il pregio intrinseco dai materiali trattati con un raffinamento creativo di straordinaria sottigliezza e vivacità. Ma lasciamolo dire: «In Sicilia diverse produzioni naturali, come le agate, i diaspri, e altre pietre a diversi colori, l’ambra, il corallo, le madriperle, le conchiglie, hanno apprestato agli artisti nell’intaglio i materiali più belli e svariati, onde effigiarvi graziose figurine. Talché fu promosso un commercio attivissimo con gli stranieri da più secoli, principalmente sostenuto da Trapani, città addetta a tali incisioni, e feconda di vivaci e industriosi ingegni»79. Oltre alla silografia impiegata per i libri illustrati nell’editoria sin dal XV secolo80, la Sicilia poteva vantare a parere dello scrittore il primato assoluto nell’uso delle «gemme fittizie», le paste vitree colorate e dorate. Invenzione per consuetudine ascritta al francese Homberg agli inizi del XVIII secolo, ma qui già attestata in epoca fenicio-punica81, ricomparsa con l’arte musiva in età normanna e N on è l’unico riferimento all’attività di falsari, su cui sono riuscito a recuperare una casistica eterogenea testimoniante non solo l’esistenza di un mercato di copie e contraffazioni nei conî – che automaticamente consentiva alle richieste di un collezionismo competitivo disposto a tutto pur di completare le serie mancanti – ma un largo orizzonte che intriga storia economica e storia del gusto, argomento che rinvio volentieri a una prossima occasione. teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 16 numero 3 - maggio 2011 le proprie tinte, fiori, piante e ornati che risultano di grande effetto e bellezza»84. Un giudizio molto positivo che potrebbe spendersi sia per l’ornamentazione barocca sia per lavorazioni del XIX secolo, come i pavimenti e i rivestimenti in marmo e mosaico della neogotica casa Forcella, citati a non finire dalla contemporanea letteratura artistica come non plus ultra di bello artificio85. Maestranze siciliane, Paliotto (part.), Chiesa del Collegio dei Gesuiti, Caltanissetta, XVII sec. tornata in voga nell’Ottocento con Angelo e Luigi Gallo82, fratelli di Agostino, tramite molteplici impieghi anche nel campo del restauro «per riparare i guasti degli antichi musaici»83. Suscita attenzione anche il passo sul fantasioso artificio dei marmi policromi al quale Gallo affida tutta la sua soddisfazione per il genio siciliano: «Il talento speculativo de’ siciliani si valse di questi marmi per imitar la natura nel comporre con vari pezzetti, secondo Carmelo Bajamonte Gallo scandaglia la cattivante peculiarità del mischio siciliano – cui, a differenza del mosaico fiorentino impiegato negli opifici medicei solo per «mobili e tavolini», è tributato «l’onore di anteriorità e d’invenzione […] laonde Palermo può andare fastosa per questo riguardo più che la bella ed elegante Firenze e la magnifica Roma» – con cui dal XVII secolo si approntò il rutilante addobbo permanente per chiese e cappelle. Nell’iperbole di queste righe – più che sottolinearvi la scarsa conoscenza di un’opera quale la Cappella dei Principi, mausoleo di Ferdinando I de’ Medici (1604), e dei relativi studi monografici86, a dimostrazione del fatto che nella città toscana non si producessero soltanto arredi lapidei – può essere applaudita la maturità di giudizio sul valore delle decorazioni a marmo mischio che a quella data non doveva essere così pacifica, se l’autore biasima in una nota la dismissione degli apparati marmorei e la demolizione della parrocchia di S. Giacomo la Marina di Palermo87, avvenute proprio nel 1863 quando il suo scritto odorava ancora di inchiostro. Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 17 numero 3 - maggio 2011 Fra le «sotto-specie» della scultura è annoverata l’argenteria depauperata lungo i secoli da alienazioni consumate «con pietosa fraude». È il caso di annotare che l’arte degli argentieri del XVII secolo, fucina di “macchine” barocche come l’Urna di S. Rosalia (1631) della Cattedrale di Palermo88, si ritrova affiliata A. Fecarotta (Dis. e Lit.), Cinquemani & Marotta (Lit.), Urna di S. Rosalia. Non mancano cenni alla ceroplastica, «ch’è pure de’ tempi greci e romani in Sicilia, non indietreggiò nell’epoca mo-derna, particolarmente in Palermo»92, e a un’artista ricca di intuizioni, Anna Fortino, allieva di Rosalia Novelli e Giacomo Serpotta93, alle cui «opere squisite» Agostino Gallo aveva fatto assumere un rilievo di primo piano già nell’articolo uscito su “Passatempo per le Dame”94. stilisticamente alla blasonata scuola gaginiana tardo rinascimentale, giacché sono «gli ultimi scolari degli scolari di Antonio Gagini»89, Affine all’arte della cera è R. Politi, Giacomo Bongiovanni e Giuseppe Vaccaro, in “Poliorama Pittoresco”, la coroplastica «madre del Napoli 1843. cisello e dell’incisione», in cui si distinsero in epoca classica Demofilo, Gorgaso e il pittore Zeusi, il cui luogo natale (Eraclea Minoa) era stato prima reclamato alla Sicilia95. Sono trascorsi pochi anni dal 1858, quando Raffaello Politi, corrispondente di Gallo, pubblica i Cenni biografici su’ valentissimi plasticisti da Caltagirone Bongiovanni e Vaccaro96, già passati sul e soprattutto Nibilio90 – confuso con Niccolò, figlio di Giacomo, stando alla lezione tràdita da Vincenzo Auria nel Gagino redivivo (1698) –, a essersi distinti per le loro belle fatiche, fra cui ricorda il paliotto di seta ricamata con placche d’argento per i benedettini di S. Martino delle Scale91. teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 18 numero 3 - maggio 2011 “Poliorama Pittoresco” di Napoli nel 184397. Il palermitano sembra guardare all’excursus storico della ceramica tratteggiato dall’amico siracusano, con cui scambiava idee, libri, quadri98: è comparabile che è forse uno dei più significativi nel suo opuscolo, da decifrare come pieno convincimento di un alto standard qualitativo e di un possibile allargamento imprenditoriale per l’impostazione diacroalcune officine di nica culminante proprio industria artistica100, nei gruppi di terracotta che avevano ottedei Bongiovanni di nuto incoraggianti Caltagirone, «addetti riconoscimenti anche a modellare in argilla i nell’International costumi villaneschi delle Exhibition di Londra nostre contrade con tal del 1862101. È facile Giovanni Antonio Matera (e bottega), Presepe, Collezione privata, Palermo. accorgersene anche verità ed espressione quando il palermitano illustra i presepi in legno, tela e colla di da recar sorpresa e diletto. Laonde sono avidamente ricercati e «un certo Matera», elogiato per la «insuperabile semplicità, verità comprati dagli stranieri»99. Mi occorre spendere qualche parola in merito a una certa insistenza ed espressioni ne’ pastori»102. L’occhio da conoscitore ne coglie di Gallo sulla commerciabilità di queste manifatture, elemento le specificità del linguaggio con i richiami al naturalismo pittorico Carmelo Bajamonte Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 19 numero 3 - maggio 2011 seicentesco e alle sculture di Bernini – come era stato già notato da Jacob Burckhardt103 – e l’attitudine per una messa in scena atipica rispetto alla tradizione napoletana, i cui scarabattoli «senza l’artificio d’un paesaggio artistico, non producevano il bell’effetto di quelli di Palermo»104. che si rifletta sulla fondazione del Museo Artistico Industriale diretto dallo scultore Vincenzo Ragusa (1884)107, sulla vivace diffusione di periodici specialistici108, e sull’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-’92, con numerose divisioni dedicate alle arti industriali109. Prima di finire un’ultima osservazione: con questi brevi accenni Gallo arma la prora verso ulteriori studi che cadono ai primissimi anni del Novecento, in un’ottica riferibile, grosso modo, alla museologia e alla storia del collezionismo – si prenda come esempio il tentativo di approfondimento svolto da Salvatore Romano proprio sulle opere di Giovanni Matera105 – o al problematico aspetto dell’attribuzionismo e alla fortuna critica di artefici di difficile identificazione, come i Nolfo scultori trapanesi, sulle cui tracce doveva muovere, con risultati non sempre illuminanti, il canonico trapanese Fortunato Mondello106. Ho idea, dunque, che la proposta d’interpretazione affacciata da Agostino Gallo – un autore che anche in anni recenti non ha smesso di appassionare la critica – si ponga principalmente come un superamento del divario fra arti alte e applicate in una nuova prospettiva nazionale. Un primo apporto, non senza distorsioni campanilistiche e tratti inconferenti, ma però apprezzabile nell’attesa del riconoscimento che le seconde vivranno presto in Sicilia, solo ________________________ 1 Sul tema cfr. S. La Barbera, Le arti decorative nelle fonti e nella letteratura artistica siciliana, in Splendori di Sicilia. Arti Decorative dal Rinascimento al Barocco, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale, Charta, Milano 2001, pp. 260-277. 2 Benigno da Santa Caterina, Trapani nello stato presente, profana e sacra, mss. del 1810-1812, custoditi ai ss. 199-200 presso la Biblioteca Fardelliana di Trapani. 3 G.M. Fogalli, Memorie biografiche degl’illustri trapanesi per santità, nobiltà, dottrina ed arte, ms. della I metà del XIX secolo, custodito ai ss. 14 C 8 presso la Biblioteca del Museo regionale “A. Pepoli” di Trapani. 4 Per il trapanese Giuseppe Maria Berardo Di Ferro e Ferro cfr. S. La Barbera, Giuseppe Maria Di Ferro teorico e storico d’arte, in Miscellanea Pepoli. Ricerche sulla cultura artistica a Trapani e nel suo territorio, a cura di V. Abbate, Trapani 1997, pp. 147-166. 5 C. Pasca, Cenno di Cesare Pasca beneficiale della real cappella Palatina di Palermo. Delle pietre dure e dell’arte di lavorarle – Dell’uso e commercio dei marmi – Su gli smalti e l’arte del mosaico – Sulle crete e l’arte di lavorar la terra cotta – Delle terre che si possono usare nella pittura e dell’asfalto, in “La Lira. Giornale artistico-letterario-teatrale” [poi “La Lira”], a. I, n. 26, 27 marzo 1852, pp. 101-102: «Ho voluto qui brevemente parlare dello stato attuale di alcune arti in Sicilia, e delle materie indigene che servono all’esercizio di esse, per essere un soggetto poco trattato dagli altri. Mi sono prefisso in questo un doppio scopo: di promuovere dai privati imprenditori il miglioramento di esse arti, e l’introduzione dei materiali proprî del nostro suolo, e quando l’opera de’ privati non bastasse chiedere la protezione della pubblica autorità». Ivi, p. 101. 6 Per il profilo di Agostino Gallo (1790-1872) cfr. F.P. Campione, Agostino Gallo: teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 20 numero 3 - maggio 2011 16 Id., Vita di Angelo Marini siciliano insigne scultore ed architetto del secolo XVI per la prima volta messo in luce da Agostino Gallo da Palermo, in “GASLA”, t. CLXXIII, n.s. XXVII, giugno, luglio e agosto 1861,1862, pp. 327-356. 17 Allo scultore carrarese il Decurionato messinese commissionò la statua in bronzo di Ferdinando II. Cfr. L. Paladino, Situazione della scultura a Messina nell’Ottocento, in La scultura a Messina nell’Ottocento, catalogo della mostra a cura di L. Paladino, Assessorato regionale BB.CC.AA. e P.I., Messina 1997, pp. 19-25. 18 A. Gallo, Saggio di Agostino Gallo su’ pittori siciliani vissuti dal 1800 al 1842, in G. Capozzo, Memorie su la Sicilia tratte dalle più celebri accademie e da distinti libri di società letterarie e di valent’uomini nazionali e stranieri con aggiunte e note per Guglielmo Capozzo socio di varie accademie, vol. III, Virzì, Palermo 1842, pp. 123-147. Per il Saggio cfr. S. La Barbera, Il «Saggio sui pittori siciliani vissuti dal 1800 al 1842» di Agostino Gallo, in Le parole dei giorni. Scritti per Nino Buttitta, vol. I, a cura di M.C. Ruta, Sellerio, Palermo 2005, pp. 358-377. 19 Vedi F. Bologna, La coscienza storica dell’arte d’Italia, Garzanti, Milano 1992, in part. pp. 165 e ss. Per la situazione siciliana cfr. S. La Barbera, Dall’erudizione alla connoisseurship alla critica d’arte in Sicilia. Metodologia degli studi sull’arte dalla fine del secolo XVIII ai primi decenni del XX secolo, in Metodo della ricerca e Ricerca del metodo. Storia, arte, musica a confronto, atti del convegno di studi (Lecce, 21-23 maggio 2007) a cura di B. Vetere con la collaborazione di D. Caracciolo, Congedo, Galatina 2009, pp. 283-310. 20 «Si comprendeva ormai che la migliore aureola glorificante da offrire alla Sicilia consisteva nell’esaltarne il valore, per cosi dire, materno nei confronti della cultura italiana: la Trinacria, erede incorrotta e continuatrice di greci e di latini, ponte tra la classicità e i tempi nuovi dell’Italia moderna». G.C. Marino, L’ideologia sicilianista. Dall’età dei «lumi» al Risorgimento, Flaccovio, Palermo 1971, p. 199. 21 G. Di Marzo, Delle Belle Arti in Sicilia dai Normanni sino alla fine del secolo XIV, vol. I, Salvatore Di Marzo, Palermo 1858, pp. 67-68. 22 «[…] in altri miei saggi proverò del pari che ciò avvenne anche per l’architettura, per la scultura in marmo, la pittura e la musica e per molte invenzioni utili al consorzio civile». A. Gallo, Sull’influenza…, p. 19. Un’urgenza evidentemente molto sentita da Agostino Gallo che nel 1863 aveva fondato insieme con alcuni studiosi siciliani anche l’Assemblea di Storia Patria, con lo scopo di far conoscere il contributo dato dalla Sicilia all’Unità italiana e al progresso un enciclopedista dell’arte siciliana, in La critica d’arte in Sicilia nell’Ottocento. Palermo, a cura di S. La Barbera, Flaccovio, Palermo 2003, pp. 107-127. 7 A. Gallo, Sull’influenza ch’esercitarono gli artisti italiani in varii regni d’Europa ad introdurvi, diffondervi o migliorar l’arte d’intagliar cammei in pietre dure e tenere, incidere in rame, cesellare e smaltare in argento e in oro, Tipografia Barcellona, Palermo 1863. 8 Per la figura e l’opera di Gioacchino Di Marzo cfr. S. La Barbera, Gioacchino Di Marzo critico d’arte dell’Ottocento, in Sul Carro di Tespi. Studi di storia dell’arte per Maurizio Calvesi, a cura di S. Valeri, Bagatto Libri, Roma 2004, pp. 211-228. 9 G.M. Mira, Bibliografia Siciliana ovvero Gran Dizionario Bibliografico delle opere edite e inedite, antiche e moderne di autori siciliani o di argomento siciliano stampate in Sicilia e fuori, vol. I, Gaudiano, Palermo 1875, pp. 387-394; A. Gallo, Autobiografia (ms. XV. H. 20.1.), ed. a cura di A. Mazzè, Biblioteca centrale della Regione siciliana di Palermo, Palermo 2002, in particolare pp. 100-132. 10 A. Gallo, Notizia intorno all’arte dell’intaglio in legno dell’epoca Sveva in Sicilia, in “Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia” [poi “ESLS”], t. V, a. II, 1833, pp. 94-96. 11 Id., Necrologia, in “ESLS”, t. V, a. II, 1833, pp. 104-105, in cui tra i lavori di «tutto finimento» del Laudicina sono menzionati gli oggetti della collezione del principe di Trabia. 12 Ibid., pp. 105-107. 13 A. Gallo, Sull’arte dell’intaglio in pietre dure o tenere in Italia. Saggio di Agostino Gallo da Palermo, in “Giornale Arcadico di Scienze, Lettere ed Arti” [poi “GASLA”], t. CLXXXI, n.s. XXXVI, gennaio-febbraio 1863, 1864, pp. 50-85. 14 Per il quale cfr. D. Pacchiani, Un archeologo al servizio di Pio IX: Pietro Ercole Visconti (1802-1880), in “Bollettino dei Monumenti, Musei e Gallerie Pontificie”, XIX, 1999, pp. 113-127. In anni precedenti il rapporto fra Agostino Gallo e Pietro Ercole Visconti era stato animato dalla polemica letteraria su Angelo Costanzo e Vittoria Colonna, come ricordato da A. Gallo, Risposta alle osservazioni critiche del chiar. cav. Pietro Ercole Visconti sulla vita di Angelo di Costanzo scritta da Agostino Gallo, in Poesie italiane e latine e prose di Angelo di Costanzo or per la prima volta ordinate e illustrate con la giunta di molte rime inedite tratte da un antico codice la versione poetica de’ carmi latini e la vita dell’autore per opera di Agostino Gallo siciliano, Lao, Palermo 1843. 15 A. Gallo, Necrologia di Giuseppe Patania, in “GASLA”, t. CXXIV, gennaiofebbraio-marzo, Roma 1852, pp. 344-354 Carmelo Bajamonte Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 21 numero 3 - maggio 2011 all’Egitto, alla Fenicia, alla Grecia e a tutte le nazioni asiatiche poste sul Mediterraneo, Guglielmini e Redaelli, Milano 1840. 27 A. Gallo, Sull’influenza…, pp. 5-6. 28 Ivi, p. 6. 29 Ibid. 30 Ibid. 31 Ibid. Con molta probabilità con riferimento alla lettera Sugli smalti pubblicata dal briviese a Milano nel 1833. 32 Ibid. Sull’opera, custodita nel Tesoro della Cattedrale di Palermo, cfr. C. Guastella, in Federico e la Sicilia dalla terra alla corona, vol. II, arti figurative e suntuarie, catalogo della mostra a cura di M. Andaloro, Ediprint, Siracusa 1995, scheda 6, pp. 63-74; M.C. Di Natale, Ori e argenti del Tesoro della Cattedrale di Palermo, in M.C. Di Natale, M. Vitella, Il Tesoro della Cattedrale di Palermo, Flaccovio, Palermo 2010, pp. 39-52. 33 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 20. 34 E. Mauceri, Monumenti di Randazzo, in “L’Arte”, IX, 1906, pp. 185-192, fig. 3, p. 186; S. Bottari, Le oreficerie di Randazzo, in “Bollettino d’Arte”, a. VII, s. II, n. I – luglio, 1927, pp. 301-309, fig. 1; M. Accascina, Oreficeria di Sicilia dal XII al XIX secolo, Flaccovio, Palermo 1974, p. 127. 35 A. Gallo, Vita di Angelo Marini…, p. 348, nota 1. Per l’opera cfr. C. Guastella, in Federico e la Sicilia…, vol. II, scheda 21, pp. 123-133; M. Vitella, I manufatti tessili della Cattedrale di Palermo, in M.C. Di Natale, M. Vitella, Il Tesoro…, pp. 112-114. 36 F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni. Protagonisti ed interpreti del restauro dei monumenti a Palermo nella seconda metà dell’Ottocento, Officina, Roma 1994, pp. 55 e ss. Sul mito del medioevo nel XIX secolo cfr. I. Porciani, Il Medioevo nella costruzione dell’Italia unita: la proposta di un mito, in Italia e Germania. Immagini, modelli, miti fra due popoli nell’Ottocento: il Medioevo, a cura di R. Elze, P. Schiera, Il Mulino - Duncker & Humblot, Bologna-Berlin 1988, pp. 163-191. 37 Senatore del Regno unitario dal 1861 per volere di Cavour, Michele Amari (1806-1889) resse il dicastero dal dicembre del 1862 al settembre del 1864. 38 R. Daidone, Le officine palermitane di maiolica della seconda metà del Settecento. Testimonianze e documenti, in Terzo fuoco a Palermo 1760-1825. Ceramiche di Sperlinga e Malvica, catalogo della mostra a cura di L. Arbace, R. Daidone, Arnaldo Lombardi, della civiltà. Cfr. V. Di Giovanni, La prima Società di Storia Patria in Palermo (17771803), in “Archivio Storico Siciliano”, n.s., a. VIII, 1883, pp. 497 e ss. 23 A.P. Giulianelli, Memorie degli Intagliatori moderni in pietre dure, cammei, e gioje, dal Secolo XV fino al Secolo XVIII, Fantechi e Compagni, Livorno 1753. 24 Introduzione allo studio delle pietre intagliate del Sig. A.L. Millin. Conservatore degli antichi monumenti nella Biblioteca di Parigi, e Professore d’istoria e delle antichità nella medesima. Dal francese nell’idioma italiano ridotta, Solli, Palermo 1807. Il nome di Aubin-Louis Millin de Grandmaison circola moltissimo in Sicilia sia attraverso il Dizionario portatile delle favole (Bassano 1804) che con questa Introduzione allo studio delle pietre intagliate, pubblicata in prima edizione a Parigi nel 1796, tradotta a spese di Francesco Abate e stampata nel 1807 per i tipi Solli. L’edizione previde un apparato di «poche note, che riguardano alcuni articoli dell’arte d’intagliare in Sicilia» e su artisti dello scolpire in piccolo, come i fratelli trapanesi Andrea e Alberto Tipa. In aggiunta alla descrizione delle pietre e della «parte meccanica della gliptica», di tipologie e collezioni italiane e europee, una parte dello scritto è dedicata alla «critica delle pietre intagliate» cioè a dire «l’arte di formare un giudizio, sia intorno alla bellezza, ovvero all’antichità delle medesime», nella consapevolezza che «il saper distinguere le pietre antiche da quelle moderne è cosa assai difficile, e si sono da se stessi ingannati i più abili conoscitori», p. 43. Per Aubin-Louis Millin (Parigi 1759-1818) cfr. M. Preti-Hamard, infra. 25 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 5, nota 2. Le notizie manoscritte sono ora A. Gallo, Lavoro di Agostino Gallo sopra l’arte dell’incisione delle monete in Sicilia dall’epoca araba sino alla castigliana (ms. XV. H. 15, cc. 1r-45v) Notizie de’ figularj degli scultori e fonditori e cisellatori siciliani ed esteri che son fioriti in Sicilia da più antichi tempi fino al 1846 raccolte con diligenza da Agostino Gallo da Palermo (ms. XV. H. 16, cc. 1r-25r; ms. XV. H. 15, cc. 62r-884r), ed. a cura di A. Anselmo, M.C. Zimmardi, Biblioteca centrale della Regione siciliana di Palermo, Palermo 2004. Sulle polemiche fra Gallo e Di Marzo cfr. A. Mazzè, L’incompiuta Storia delle Belle Arti: progetti e polemiche, in A. Gallo, Notizie intorno agli architetti siciliani e agli esteri soggiornanti in Sicilia da’ tempi più antichi fino al corrente anno 1838. Raccolte diligentemente da Agostino Gallo palermitano per formar parte della sua Storia delle belle Arti in Sicilia (ms. XV. H. 14), ed. a cura di A. Mazzè, Biblioteca centrale della Regione siciliana di Palermo, Palermo 2000, pp. V-XXIII. 26 A. Mazzoldi, Delle origini italiche e della diffusione dell’incivilimento italiano teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 22 numero 3 - maggio 2011 Roma 1806, p. 124. Si veda pure Sgadari di Lo Monaco, Pittori e scultori siciliani dal Seicento al primo Ottocento, Agate, Palermo 1940, p. 151. 45 S. Costanzo, Valerio Villareale, in “Passatempo per le Dame” [poi “PpD”], a. 4, n. 38, 17 settembre 1836, pp. 301-305 scrive che l’artista «anche in questo ramo [la gliptica] seppe trarsi l’altrui ammirazione facendo de’ non pochi squisiti lavori che gli procacciaron fama perché di un’attitudine originalissima, e con quei tagli assoluti di che i Greci usavano per dar finimento ad opere di cotal natura» p. 303. Per la situazione romana vedi L. Pirzio Biroli Stefanelli, Glittica, medaglistica, oreficeria. Artisti-artigiani per l’Europa, in Maestà di Roma da Napoleone all’Unità d’Italia. Universale ed Eterna Capitale delle Arti, catalogo della mostra, Electa, Milano 2003, pp. 517-520; A. Pinelli, Il Neoclassicismo nell’arte del Settecento, Carocci, Roma 2005, pp. 69-77. Imprescindibile F. Haskell, N. Penny, L’antico nella storia del gusto. La seduzione della scultura classica 1500-1900, Einaudi, Torino 1984. 46 Per il museo, istituito dal gesuita Ignazio Salnitro nel 1730 nei locali del Collegio Massimo dei Gesuiti di Palermo, cfr. R. Graditi, Il museo ritrovato. Il Salnitriano e le origini della museologia a Palermo, Assessorato regionale BB.CC.AA. e P.I., Palermo 2003. 47 Sul museo dell’antica abbazia benedettina di San Martino delle Scale la cui origine (1744) si deve all’iniziativa del priore Giuseppe Antonio Requesens e di don Salvadore Maria Di Blasi, cfr. V. Abbate, «Ut mei gazophilacii … nova incrementa pernosceres»: Salvadore Maria Di Blasi e il Museo Martiniano, in Wunderkammer siciliana alle origini del museo perduto, catalogo della mostra a cura di V. Abbate, Electa, Napoli 2001, pp. 165-176; R. Equizzi, Palermo San Martino delle Scale. La collezione archeologica: storia delle collezione e catalogo delle ceramiche, «L’Erma» di Bretschneider, Roma 2006. 48 Per gli aspetti più generali di questo fenomeno cfr. E. Paul, Falsificazioni di antichità in Italia dal Rinascimento alla fine del XVIII secolo, in Memoria dell’antico nell’arte italiana. I generi e i temi ritrovati, t. II, a cura di S. Settis, Einaudi, Torino 1985, pp. 413-439; K. Pomian, Collezionisti, Amatori e Curiosi. Parigi-Venezia XVI-XVIII secolo [1987], il Saggiatore, ed cons. Milano 2007, pp. 306 e ss.; Le gemme incise nel Settecento e Ottocento. Continuità della tradizione classica, atti del convegno di studio (Udine, 26 settembre 1998) a cura di M. Buora, «L’Erma» di Bretschneider, Roma 2006. 49 R. Politi, Un cammeo in onice, in “Poliorama Pittoresco. Opera periodica Palermo 1997, pp. 17-29. 39 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 9. Per le cineserie cfr. H. Honour, L’arte della cineseria. Immagine del Catai, Sansoni, Firenze 1963. Per le ricadute locali P. Palazzotto, Riflessi del gusto per la cineseria e gli esotismi a Palermo tra Rococò e Neoclassicismo: collezionismo, apparati decorativi e architetture, in Argenti e cultura Rococò nella Sicilia centro-occidentale 1735-1789, catalogo della mostra a cura di S. Grasso, M.C. Gulisano, Flaccovio, Palermo 2008, pp. 535-561. 40 Gallo ci informa che nella sua collezione erano: «due statuette, una sacerdotessa, ed una Melpomene, che son pregevoli». A. Gallo, Intorno ad un lavoro di maiolica in Palermo, rappresentante la Beata Vergine col Bambino, modellato da Luca della Robbia fiorentino, in “GASLA”, t. CLIX, n.s. XIII, gennaio-febbraio, 1859, pp. 59-73. L’articolo, dedicato a una robbiana con la Madonna col Bambino del convento di S. Domenico di Palermo, anticipa alcuni temi dell’opuscolo sulle arti applicate siciliane di cui noi. Per la robbiana con la Madonna del cuscino cfr. F. Negri Arnoldi, Due esempi di terracotta in Sicilia, in Splendori di Sicilia…, pp. 108-113. 41 Per Valerio Villareale (1773-1854) cfr. D. Malignaggi, Valerio Villareale, catalogo a cura di D. Favatella, “Quaderni dell’A.F.R.A.S. Scultura”, 1, Palermo 1976. Si veda anche I. Bruno, Valerio Villareale un Canova meridionale, allegato a “Kalós – arte in Sicilia”, a. XII, n. 1, Gennaio-Marzo 2000. Per l’attività di restauratore cfr. V. Chiaramonte, Valerio Villareale, scultore e conoscitore, tra cultura antiquaria e restauro, in Gli uomini e le cose. I. Figure di restauratori e casi di restauro in Italia tra XVIII e XX secolo, atti del convegno nazionale di studi (Napoli, 18-20 aprile 2007) a cura di P. D’Alconzo, ClioPress, Napoli 2007, pp. 25-57. 42 F. Meli, La Regia Accademia di Belle Arti di Palermo, Le Monnier, Firenze 1939, nota 1, p. 27. Villareale v’insegnò anche Glittica e Osteologia dal 1827 al 1837. 43 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 12. Qui Gallo riprende un topos della letteratura su Villareale come artista neoclassico che «ha più diritto alla nostra gratitudine per aver preso la scultura da mani di Ignazio Marabitti che immegliandola bensì non poté però rialzarla alle vere sue forme di bellezza per le capricciose e sconce maniere invalse verso la metà del secolo XVIIo». E. Amato, La Psiche del sig. Valerio Villareale, in “Il Contemporaneo. Giornale periodico di Scienze e Lettere, di Arti e Mestieri”, a. I, n. 4, 15 febbraio 1846, p. 32. 44 Nel 1802 Villareale sposò Teresa Lucchi cugina del Pistrucci. Cfr. G.A. Guattani, Memorie enciclopediche romane sulle Belle arti, antichità etc., vol. I, Salomoni, Carmelo Bajamonte Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 23 numero 3 - maggio 2011 Palermo 1969, pp. 76-107; vol. III (Palermo 1827), pp. 117-141. Per gli studi di numismatica nel XIX secolo cfr. R. Macaluso, Storia degli studi di numismatica antica in Sicilia: F. Ferrara, G. Alessi, C. Gemmellaro, G. Romano, in “Sicilia Archeologica. Rassegna periodica di studi, notizie e documentazione edita dall’Ente Provinciale per il Turismo di Trapani”, a. XI, n. 38, dicembre 1978, pp. 59-65. 53 «Le dette monete son vendute per un certo discreto prezzo […] in guisachè senza molta spesa se ne può acquistare una mediocre raccolta». F. Münter, Viaggio in Sicilia di Federico Munter tradotto dal tedesco dal tenente d’artiglieria cav. D. Francesco Peranni con note e aggiunte del medesimo. Prima versione italiana, vol. I, Abbate, Palermo 1823, p. 149. Cfr. E. Di Carlo, Dai Diarî di Federico Münter (il suo soggiorno a Palermo), in “Archivio Storico per la Sicilia”, a. IV-V, 1938-1939, pp. 471-481; T. FischerHansen, Frederik Münter in Syracuse and Catania in 1786: antiquarian leglislation and connoisseurship in 18th century Sicily, in Oggetti, uomini, idee. Percorsi multidisciplinari per la storia del collezionismo, atti della tavola rotonda (Catania, 4 dicembre 2006) a cura di G. Giarrizzo, S. Pafumi, Fabrizio Serra, Pisa-Roma 2009, pp. 117-137. 54 C. Savettieri, Dal Neoclassicismo al Romanticismo, Le fonti per la Storia dell’arte, 6, Carocci, Roma 2006, p. 131. 55 «[…] fu presentato da un rivenditore ad un viaggiatore un bel cammeo imitante l’antico, inciso dal nostro artista, e quegli volendosi accertare di esser greco, ne chiese il suo parere. Il Villareale si tolse scaltramente d’imbarazzo con indicargli un antiquario che dicea di aver maggior conoscenza di lui in quel genere; e confermato dal medesimo di essere antico, il viaggiatore lo comprò a gran prezzo». A. Gallo, Sull’influenza…, p. 12. 56 «Lo egregio scultore palermitano Valerio Villareale modellò con questa creta [un particolare tipo di argilla proveniente dal feudo Misercannone presso Monreale] come per saggio dei gruppi di figure diverse, e riuscirono così belle da imitare le statuette greche». C. Pasca, Sulle crete e l’arte di lavorare la terra cotta, in “La Lira”, a. I, n. 33, 15 maggio 1852, pp. 129-130. Durante il XIX secolo con questa stessa argilla rossa furono realizzati dalla R. Fabbrica di Napoli anche vasi figurati del tutto simili ai classici. [J.J. Haus], Dei vasi greci comunemente chiamati etruschi delle lor forme e dipinture dei nomi ed usi loro in generale colla giunta di due ragionamenti sui fondamentali principj dei Greci nell’arte del disegno e sulla pittura all’encausto, Reale Stamperia, Palermo 1823, p. 16; cfr. pure G. Galbo Paternò, Sull’arte ceramografica in Sicilia e su gli esperimenti che si sono ai nostri giorni eseguiti. Pochi ricordi di Giovanni diretta a diffondere in tutte la classi della società utili conoscenze di ogni genere, e a rendere gradevoli e proficue le letture in famiglia”, a. VII, sem. II (11 Febbrajo – 5 Agosto 1843), n. 51, 29 luglio 1843, pp. 401-403; Id., Due cammei e due intagli in onice descritti dall’artista Raffaello Politi, Stamperia dell’Intendenza, Noto 1847. L’articolo è corredato dalla litografia di G. Riccio del cammeo appartenente alla variegata collezione di Politi; il secondo contributo, dedicato a Nicola Santangelo, ministro segretario di stato di Francesco I, è una succinta descrizione di quattro gemme antiche della medesima collezione. Su Politi cfr. C. Bajamonte, Raffaello Politi (1783-1870). Fra antiquaria e critica d’arte, tesi di Dottorato di Ricerca in Storia dell’arte medievale, moderna e contemporanea in Sicilia (ciclo XVIII - 2004/2007), Università degli Studi di Palermo, Tutor Prof.ssa Simonetta La Barbera. Per il periodico napoletano cfr. N. Barrella, Il dibattito sui metodi e gli obiettivi dello studio sull’arte a Napoli negli anni quaranta dell’Ottocento e il ruolo di «Poliorama Pittoresco», in Percorsi di Critica. Un archivio per le riviste d’arte in Italia dell’Ottocento e del Novecento, atti del convegno (Milano, 30 novembre – 1 dicembre 2006) a cura di R. Cioffi, A. Rovetta, Vita e Pensiero, Milano 2007, pp. 21-34. 50 K. Pomian, Dalle sacre reliquie all’arte moderna. Venezia-Chicago dal XIII al XX secolo, il Saggiatore, Milano 2004, in part. pp. 192 e ss. 51 F. Minolfi, Intorno ai giornali e all’odierna cultura siciliana cenno di Filippo Minolfi, Gabinetto Tipografico all’insegna di Meli, Palermo 1837; E. Rocco, Giornali siciliani, in “Il Progresso delle Scienze, delle Lettere e delle Arti. Opera periodica compilata per cura di G.R.”, vol. IX, a. III, Napoli 1834, pp. 262-268. Il periodico napoletano, fondato nel 1832 e diretto da Giuseppe Ricciardi, si occupò anche di periodici “al di là del Faro”. Sul ruolo della stampa periodica cfr. S. La Barbera, Linee e temi della stampa periodica palermitana dell’Ottocento, in Percorsi di Critica…, pp. 87-121. 52 Vedi per esempio N. Maggiore, Ricerche su di alcune medaglie di Camarina antica città della Sicilia, in “Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia” [poi “GSLA”], t. 28, fasc. 84, 1829, pp. 269-288; G. Politi, Invito a’ dotti Archeologi per la interpretazione d’un antico Cammeo di Giuseppe Politi siracusano, in “GSLA”, t. 49, fasc. 146, 1835, pp. 127-134; O. Abbate, Lettera al chiarissimo P. Vito Cavallo. Per un cammeo, in “L’Oreteo. Nuovo Giornale”, a. II, n. 23, 1840, pp. 182-183. Per i lineamenti dell’antiquaria in Sicilia cfr. D. Scinà, Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo decimottavo, vol. II (Palermo 1825), Edizioni della Regione Siciliana, teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 24 numero 3 - maggio 2011 l’aspetto artistico, uno dei rarissimi contributi lo offre D. Malignaggi, Accademie e promozioni delle arti nei primi anni dell’Ottocento siciliano, in La formazione professionale dell’artista. Neoclassicismo e aspetti accademici, a cura di D. Malignaggi, Palermo 2002, pp. 7-27. Per il quadro italiano S. Pinto, La promozione delle arti negli Stati Italiani dall’età della riforma all’Unità, in Storia dell’arte italiana. Parte seconda. Dal Medioevo al Novecento, Vol. II, Dal Cinquecento all’Ottocento. II Settecento e Ottocento, Einaudi, Torino 1982, in part. pp. 791-1079; Arti Tecnologia Progetto. Le esposizioni d’industria in Italia prima dell’Unità, a cura di G. Bigatti, S. Onger, Franco Angeli, Milano 2007. 60 Cfr. K., Di un ostensorio, in “Il Buon Gusto. Giornale istruttivo e dilettevole per la Sicilia”, a. I, n. 17, 1 aprile 1852, p. 66-67; Y., Belle Arti. Un grande ostensorio, in “La Lira”, a. I, n. 29, 17 aprile 1852, p. 115. Si veda anche Sul grande ostensorio dei RR. PP. Benedettini di S. Martino lavoro di Giovanni Fecarotta incisore e giojelliere di Palermo. Parole di un amico ed ammiratore di lui, Palermo 1854. Gli scritti trattano della «più bella opera di oreficeria, che ai nostri giorni si fosse mai veduta […] in argento dorato; pezzi d’oro e gemme», realizzata per i pp. Benedettini di San Martino delle Scale da Giovanni Fecarotta. Per l’ostensorio oggi perduto cfr. S. Barraja, Un episodio di conservazione della suppellettile ecclesiastica, in L’eredità di Angelo Sinisio. L’Abbazia di San Martino delle Scale dal XIV al XX secolo, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale, F. Messina Cicchetti, Palermo 1997, fig. 3, p. 321. Gli appunti manoscritti di Gallo sull’orafo, risalenti al quarto decennio del XIX secolo, sono ora A. Gallo, Notizie degli incisori siciliani, a cura di D. Malignaggi, Palermo 1994, pp. 123-124. Per gli aspetti tecnico-innovativi dell’oreficeria siciliana cfr. R. Vadalà, Nuove forme dell’oreficeria europea nella Sicilia dell’Ottocento, in Storia, critica e tutela dell’arte nel Novecento. Un’esperienza siciliana a confronto con il dibattito nazionale, atti del convegno internazionale di studi in onore di Maria Accascina (Palermo-Erice, 14-17 giugno 2006) a cura di M.C. Di Natale, Salvatore Sciascia, Caltanissetta 2007, pp. 466-474. 61 A. Castellani, Dell’oreficeria antica. Discorso di Augusto Castellani, Le Monnier, Firenze 1862. Su Augusto Castellani (1829-1914) cfr. I Castellani e l’oreficeria archeologica italiana, catalogo della mostra, «L’Erma» di Bretschneider, Roma 2005. Cfr. anche G. Pucci, Antichità e manifatture: un itinerario, in Memoria dell’antico nell’arte italiana. Dalla tradizione all’archeologia, t. III, a cura di S. Settis, Einaudi, Torino 1986, pp. 251-292; P. Giusti, Gioielli e «bisciuttieri» a Napoli nell’Ottocento, in Civiltà dell’Ottocento. Le arti a Napoli dai Borbone ai Savoia. Le arti figurative, catalogo della Galbo-Paternò Baronello di Montenero, Virzì, Palermo 1847. 57 C. Pasca, Cenno di Cesare Pasca…, p. 102. Nell’articolo oltre a Michele Laudicina e ai Tipa è ricordato il trapanese Giovanni Anselmo, intagliatore di conchiglie attivo intorno alla metà del XVIII secolo. 58 M.S.G. [Stefano Mira e Sirignano Marchesino di San Giacinto], Reale Istituto d’Incoraggiamento, in “PpD”, a. II, n. 23, 7 giugno 1834, pp. 180-181. Nella premiazione del 1834, tenutasi come quella di Napoli il 30 maggio giorno onomastico di Ferdinando II, fra le tante furono conferite medaglie d’argento a Gioachino Bongiovanni di Caltagirone per le manifatture di terracotta, ad Alberto di Giorgio da Trapani per manifatture di coralli, agli argentieri Antonino Pampillonia e Giovanni Ficarrotta (o Fecarotta). Quest’ultimo fu insignito della medaglia d’argento anche nel 1836, «per diversi perfetti lavori in oro e argento a smalto e cesellatura», e nel 1846. Nel 1838 ottenne la medaglia d’oro. Nell’esposizione del 1836 fu premiata con medaglia d’argento anche Teresa Gargotta e Salinas (madre di Antonino) «per lavori di conchiglie indigene maestrevolmente eseguiti». S. Costanzo, Reale Istituto d’Incoraggiamento, in ivi, a. 4, n. 24, 11 giugno 1836, pp. 192-195. Su questi temi cfr. C. Bajamonte, I “musei effimeri” dell’Ottocento. L’origine delle esposizioni d’arte in Sicilia, in c.d.s. 59 Proemio, in “Effemeridi scientifiche e letterarie e lavori del R. Istituto d’Incoraggiamento per la Sicilia”, a. III, t. IX, Gennaio Febbrajo e Marzo, 1834, p. IV. Il Reale Istituto – fondato il 9 novembre 1831 da Ferdinando II su modello del precedente istituito a Napoli che aveva avviato la consuetudine delle premiazioni periodiche per le migliori manifatture del Regno (1826) – mirava a promuovere le attività legate all’agricoltura, al commercio e alle manifatture. Mediante l’organizzazione delle esposizioni di belle arti, con modalità simili a quelle di altre città italiane, risultò uno dei cardini del sistema dell’arte del XIX secolo. L’istituto fu sottoposto alla Commissione di Pubblica Istruzione ed Educazione e dotato di una sorta di bollettino d’informazione intitolato “Novello Giornale del Reale Istituto d’Incoraggiamento”. Negli anni 1834-1838 le “Effemeridi” di Palermo pubblicheranno i resoconti dei lavori a firma dell’abate Emmanuele Vaccaro segretario del R. Istituto. Gli elenchi di belle arti e dei premi conferiti furono continuati nella forma di opuscoli fino al periodo postunitario. Cfr. R. Busacca, Sullo Istituto d’incoraggiamento e sulla industria siciliana. Ragionamento economico di Raffaele Busacca, Gabinetto Tipografico all’insegna di Meli, Palermo 1835. Sotto Carmelo Bajamonte Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 25 numero 3 - maggio 2011 mostra, Electa Napoli, Napoli 1997, pp. 221-225. 62 F. Mondello, Bozzetti biografici di artisti trapanesi de’ sec. XVII, XVIII e XIX, Tip. Modica-Romano, Trapani 1883, pp. 40-44; F. Pipitone, La graduale trasformazione dalla bottega artigiana all’accademia nella prima metà dell’Ottocento in Sicilia, in La formazione professionale dell’artista. Neoclassicismo e aspetti accademici, a cura di D. Malignaggi, Università degli Studi di Palermo, Palermo 2002, in part. pp. 5574; R. Vadalà, Corallari e scultori attivi a Trapani e nella Sicilia occidentale dal XV al XIX secolo, in Materiali preziosi dalla terra e dal mare nell’arte trapanese e della Sicilia occidentale tra il XVIII e XIX secolo, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale, Assessorato regionale BB.CC.AA. e P.I., Palermo 2003, ad vocem, pp. 382-383. 63 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 12. Cfr. pure Id., Notizie degli incisori…, pp. 131-134; M.C. Di Natale, Gioielli di Sicilia, Flaccovio, Palermo 2000, pp. 255-260. 64 A. Gallo, Necrologia…, p. 105; Id., Notizie de’ figularj degli scultori e fonditori…, pp. 255-256. 65 Id., Sulla scuola di scultura fondata in Palermo dal sig. Valerio Villareale, in “PpD”, a. 5, n. 19, 13 maggio 1837, pp. 145-148. 66 Id., Sull’influenza…, p. 13. 67 Ibid. Si veda inoltre Litografia, in “PpD”, a. 4, n. 28, 9 luglio 1836, pp. 125126 [ma 225-226]; A. Gallo, Lettera di Agostino Gallo all’egregio incisore Tommaso Aloisio Messinese professore d’intaglio in Napoli, in “La Lira”, a. I, n. 51, 6 novembre 1852, pp. 203-204; Id., Notizie degli incisori…, pp. 125-128. T. Aloysio-Juvara, Della storia e dello stato odierno dell’arte dell’incisione, in “Nuove Effemeridi Siciliane di Scienze, Lettere ed Arti”, a. I, dispense IX-X, dicembre 1869 – gennaio 1870, pp. 404-416. Sul rapporto fra Agostino Gallo e l’artista cfr. Lettere di Tommaso Aloysio Juvara ad Agostino Gallo, a cura di G. Molonia, in “Messenion d’oro. Trimestrale di cultura e informazione”, n.s., n. 20, aprile-giugno 2009. 68 A. Gallo, Notizie degli incisori…, pp. 116-117; D. Malignaggi, L’Acquaforte. Vincenzo Riolo, Francesco La Farina, Bartolomeo e Luca Costanzo Incisori, Palermo 2008. Si veda pure P. Sgadari di Lo Monaco, Pittori e scultori…, p. 35 che definisce Luca «abilissimo contraffattore di quadri antichi di cui fece poco scrupoloso commercio». 69 Cfr. E. Ricciardi, Medaglie del Regno delle Due Sicilie 1735-1861, I.T.E.A. Edit. Tip., Napoli 1930. 70 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 14, nota 1. Sulla moneta cfr. Esame della celebre medaglia antica battuta in nome di tutti i siciliani coll’epigrafe del signor marchese G. Haus, in “GSLA”, t. 18, fasc. 52, 1827, pp. 71-97. Fra i contributi più segnalo E. recenti al problema delle monete con la leggenda Sjoqvist, Numismatic notes from Morgantina. 1. The Sikeliotan Coinage, in “Museum Notes”, American Numismatic Society, n. 9, 1960. 71 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 18. 72 G. Raymondo Granata, Duecentosessanta giorni in Palermo nel 1861 ovvero biografia e gabinetto scientifico-artistico dell’archeologo signor Agostino Gallo, Stamperia del Commercio, Messina 1863, p. 51 ricorda infatti «dodici grandi e mezzani quadri formante un’accolta di circa 1500 medaglie in gesso, in gran parte cavate da camei e gemme antiche». 73 Un elenco delle sue medaglie è in A. Gallo, Lavoro di Agostino Gallo sopra l’arte dell’incisione..., pp. 39-40. 74 «Ignazio Milazzo, come imputato di contraffazione di moneta, fu rinchiuso nella casa di correzione di Palermo al 26. Dicembre 1827. A 2. Marzo 1830 fu condannato all’Ergastolo». Archivio di Stato di Palermo [poi A.S. Pa.], Real Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale in Sicilia. Polizia, filza 222, fasc. 20/2, doc. 908, verbale in data in data 13 agosto 1835. Per le notizie sull’orafo cfr. A. Gallo, Notizie degli incisori…, pp. 129-130. 75 A. Gallo, Sopra una medaglia di Tiziano incisa in metallo da Marco di Chiara, in “L’Oreteo. Nuovo Giornale”, a. I, n. 1, 1839, pp. 5-6. 76 Id., Sull’influenza…, p. 14, nota 2. 77 A.S. Pa., Real Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale in Sicilia, Ripartimento Interno, Busta 18, Relazione di Gabriele Judica Regio Custode delle antichità di Noto al ministro Marchese Ferreri, in data 16 novembre 1818, cc. 23-24. 78 D. Sestini, Sopra i moderni falsificatori di medaglie greche antiche nei tre metalli e Descrizione di tutte quelle prodotte dai medesimi nello spazio di pochi anni, Tofani, Firenze 1826, per il quale cfr. S. Pafumi, Museum Biscarianum. Materiali per lo studio delle collezioni di Ignazio Paternò Castello di Biscari (1719-1786), Alma, Catania 2006, p. 113. 79 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 15. Gallo accenna in nota alla collezione del conte Corrado Ventimiglia che contava 400 varietà di pietre dure. Su una raccolta del XVIII cfr. il Catalogo di una raccolta di pietre dure native di Sicilia esistente presso l’abate D. Domenico Tata, Raimondi, Napoli 1772. Su questi temi cfr. soprattutto M.C. Di teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 26 numero 3 - maggio 2011 87 Sulla chiesa cfr. A. Mazzè (a cura di), Le parrocchie, Flaccovio, Palermo 1979, pp. 73-153. 88 Per l’arca cfr. M.C. Di Natale, S. Rosaliae Patriae Servatrici, Palermo 1994, pp. 11-80. 89 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 18. 90 Le prime precisazioni sull’argentiere Nibilio Gagini, nipote di Antonello, si devono a G. Di Marzo, I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI. Memorie storiche e documenti, 2 voll., Tipografia del Giornale di Sicilia, Palermo 1880 e 1883. Cfr. M.C. Di Natale, Gioacchino Di Marzo e le arti decorative, in Gioacchino Di Marzo e la Critica d’Arte…, pp. 157-167. 91 Cfr. M.C. Di Natale, Paliotto, scheda II.37, in Ori e Argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale, Electa, Milano 1989, pp. 211-212. 92 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 19. 93 Cfr. A. Turrisi Colonna, Sopra Anna Fortino. Lettera di Annetta Turrisi Colonna a Nicolò suo fratello, in “ESLS”, a. VI, t. XXIII, 1838, pp. 36-42. Sulla Fortino scriverà anche S. Mira e Sirignano, Biografie e cose varie, Tipografia del Giornale di Sicilia, Palermo 1873, pp. 76-84. 94 A. Gallo, Lavori artistici in cera di Anna Fortino palermitana, in “PpD”, a. 4, n. 33, 13 agosto 1836, pp. 261-264. 95 Id., Sulla vera patria di Zeusi pittore dell’epoca greca e cenni biografici dello stesso per Agostino Gallo, Palermo 1861. Lo studio fu ripubblicato in “GASLA”, t. CLXXV, n.s. XXX, gennaio-febbraio, Roma 1863, pp. 81-148. 96 R. Politi, Cenni biografici su’ valentissimi plasticisti da Caltagirone Bongiovanni e Vaccaro riprodotti con aggiunte e parte istorica dell’arte di modellare in creta, Tipografia Blandaleone, Girgenti 1858. Si veda inoltre A. Ragona, I figurinai di Caltagirone nell’Ottocento, Sellerio, Palermo 1996. 97 R. Politi, Giacomo Bongiovanni e Giuseppe Vaccaro, in “Poliorama Pittoresco”, a. VII, sem. II (11 Febbrajo – 5 Agosto 1843), n. 32, Napoli 18 Marzo 1843, pp. 249-250. L’articolo è accompagnato da uno «schizzo litografico» raffigurante il gruppo con il Ciabattino. Anche nella stampa periodica locale sono segnalati contributi sui due maestri calatini. Cfr. P. Palazzotto, Cronache d’arte ne «La Cerere» di Palermo, in Percorsi di Critica…, pp. 123-142. 98 Cinquantuno lettere autografe ad Agostino Gallo (7 Maggio 1826 – 12 Settembre Natale, I maestri corallari trapanesi dal XVI al XIX secolo, in Materiali preziosi…, pp. 23-56. 80 Cfr. Immagine e testo. Mostra storica dell’editoria siciliana dal Quattrocento agli inizi dell’Ottocento, a cura di D. Malignaggi, Assessorato regionale BB.CC.AA. e P.I., Palermo 1988. 81 «Perocché in alcuni sepolcri greci e cartaginesi, apertisi in diverse città di Sicilia e in quelli di Palermo nella strada di Mezzomonreale [l’area della necropoli punica di corso Calatafimi] de’ tempi Fenici e Cartaginesi, si sono rinvenute fiale, vasettini e gingilli di ragazzi in vetri colorati». A. Gallo, Sull’influenza…, p. 16. Su questi aspetti si veda A. Spanò Giammellaro, I vetri della Sicilia punica, Unione Accademica Nazionale, Corpus delle Antichità Fenicie e Puniche, Bonsignori, Roma 2008. 82 Per le attività dei fratelli Gallo cfr. A. Rotolo, La cultura meccanica siciliana dal XVII al XIX secolo, Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo 2009, pp. 118-120. 83 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 16. Si veda anche C. Pasca, Su gli Smalti e l’Arte del Mosaico, in “La Lira”, a. I, n. 31, 1 maggio 1852, pp. 122-123, in cui, oltre a Angelo Gallo, è ricordato Sebastiano Zerbo, che a seguito dell’incendio scoppiato nel 1811 all’interno del Duomo di Monreale nel 1817 ne restaurò i mosaici con l’impiego di paste vitree. Sulle pratiche del restauro musivo cfr. M. Guttilla, Un interprete del restauro musivo dell’Ottocento: Rosario Riolo e il suo ambiente, in Gioacchino Di Marzo e la Critica d’Arte nell’Ottocento in Italia, atti del convegno di studi nazionali (Palermo, 15-17 aprile 2003) a cura di S. La Barbera, Palermo 2004, pp. 246-262. 84 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 16. 85 Cfr. C. Pasca, Cenno di Cesare Pasca…, p. 102; Sull’interno della casa del Sig.r Marchese Forcella in Palermo. Cenno di Angelo Osnato da Caronia, Messina 1845. Si tratta di Palazzo Forcella-de Seta, riconfigurato dal 1833 per volere del marchese Enrico Carlo Forcella secondo un eclettismo revivalistico che qui trova forme compiute e originali. Cfr. G. Di Benedetto, Palazzo Forcella-de Seta, in “Kalós – arte in Sicilia”, a. 10, n. 2, Marzo-Aprile 1998, pp. 24-31. P. Palazzotto, Teoria e prassi dell’architettura neogotica a Palermo nella prima metà del XIX secolo, in Gioacchino Di Marzo e la Critica d’Arte…, pp. 228-230. 86 Mi riferisco in particolare a A. Zobi, Notizie storiche riguardanti l’Imperiale e Reale stabilimento dei lavori di commesso in pietre dure di Firenze raccolte e compilate da Antonio Zobi, Le Monnier, Firenze 1841. Carmelo Bajamonte Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 27 numero 3 - maggio 2011 105 S. Romano, Di alcune eccellenti figure in legno scolpite dal trapanese Matera verso il 1700 e che ora trovansi a Monaco nel Museo Nazionale bavarese, in “Archivio Storico Siciliano”, n.s., a. XXVII, 1902, pp. 241-255. Puntualizza quanto scritto da Salvatore Romano F.A. Belgiorno, I presepi di Matera a Monaco tra storia e leggenda, in “Kalós – arte in Sicilia”, a. 14, n. 3, Giugno-Settembre 2002, pp. 6-9. 106 F. Mondello, L’Arte nel Presepio per le piccole figure degli scultori Nolfo di Trapani, con 4 illustrazioni, ms. del 1905, custodito ai ss. 190 presso la Biblioteca Fardelliana di Trapani. Per il canonico trapanese (1834-1908) cfr. M. Vitella, Fonti del XIX secolo per la Storia dell’arte in Sicilia: il canonico Fortunato Mondello, in Metodo della ricerca…, pp. 407-420. 107 Cfr. V. Crisafulli, 1884 Vincenzo Ragusa e il Museo Artistico industriale Scuole Officine, in 1884 Vincenzo Ragusa e l’Istituto d’Arte di Palermo, a cura di V. Crisafulli, Kalós, Palermo 2004, pp. 13-41. 108 Si veda per esempio R. Cinà, Arte e gusto sulle pagine de “L’Arte Decorativa Illustrata”, in “teCLa-Effemeride”, 2010, www.unipa.it/tecla/effemeride/1_ effemeride.php, DOI 10.4413/EFFEMERIDE. Sulla rivalutazione delle arti decorative rimando a G.C. Sciolla, La riscoperta delle arti decorative in Italia nella prima metà del Novecento. Brevi considerazioni, in Storia, critica e tutela dell’arte nel Novecento…, pp. 51-58; F. Bologna, Dalle arti minori all’industrial design. Storia di una ideologia, Laterza, Bari 1972. 109 Esposizione Nazionale 1891-92 in Palermo. Catalogo generale, Stabilimento Tipografico Virzì, Palermo s.d. [ma 1891]; “Palermo e l’Esposizione nazionale del 1891-92. Cronaca illustrata”, Treves, Milano 1892; “L’Esposizione Nazionale illustrata di Palermo. 1891-92”, Sonzogno, Milano 1892. Cfr. A.M. Fundarò, Le arti industriali siciliane nell’Esposizione di Palermo, in Dall’artigiano all’industria. L’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892, a cura di M. Ganci, M. Giuffrè, Società Siciliana per la Storia Patria, Palermo 1994, pp. 237-264. 1866), ms. del sec. XIX, custodito ai ss. 2 Qq G 113, n. 36 presso la Biblioteca comunale di Palermo. 99 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 18. Altre notizie su Giacomo e Giuseppe Vaccaro Bongiovanni sono in Id., Notizie de’ figularj degli scultori e fonditori…, pp. 269-272. 100 Anche Francesco di Paola Avolio esprime l’idea di rilanciare economicamente il settore dell’arte dei figulini e di «svegliare l’addormentate braccia ad opere migliori». F. Avolio, Delle antiche fatture di argilla che si ritrovano in Sicilia, Lorenzo Dato, Palermo 1829, pp. xlii-xliii. Gioacchino Di Marzo ricorda, piuttosto, l’importanza delle officine trapanesi: «Da più di un secolo gli artisti trapanesi si rivolsero a cavar profitto dall’abbondanza degli alabastri del patrio territorio, e dalla pesca del corallo e delle conchiglie», nominando fra gli artisti Giovanni Anselmo, Andrea e Alberto Tipa, Michele Laudicina e Pietro Bordino «di cui si sono venduti eccellenti lavori a fondo ed a rilievo sopra agate orientali». Dizionario topografico della Sicilia di Vito Amico. Tradotto dal latino ed annotato da Gioacchino Di Marzo chierico distinto della Real Cappella Palatina, vol. II, Pietro Morvillo, Palermo 1856, p. 624. 101 Nel catalogo dell’Esposizione di Londra – classi 33 (Works in precious Metals and their imitations and Jewellery) e 35 (Pottery) – figurano fra gli altri Giuseppe Laodicini (!) per i cammei su conchiglia, il corallaro trapanese Carlo Guida, Gaetano Armao di Santo Stefano di Camastra per riproduzioni di vasi etruschi, Giuseppe Vaccaro Bongiovanni. Questi artisti parteciparono anche all’Esposizione Nazionale di prodotti agricoli e industriali e di belle arti di Firenze del 1861. 102 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 19. Per Giovanni Matera (1653-1718) cfr. G. Bongiovanni, Giovanni Antonio Matera un grande scultore di figure “in piccolo”, allegato a “Kalós – arte in Sicilia”, a. III, n. 6 Novembre-Dicembre 1991. Si veda pure G. Cocchiara, I pastori del Matera, in “Sicilia”, n. 36, 1962, nn. 103 J. Burckhardt, Il Cicerone. Guida al godimento delle opere d’arte in Italia [1855], vol. I, Sansoni, Firenze 1992, p. 784. 104 A. Gallo, Sull’influenza…, p. 19. Sul presepe napoletano si veda almeno L. Correra, Il Presepe a Napoli, in “L’Arte”, II, 1899, pp. 325-346; F. Mancini, Il Presepe napoletano. Scritti e testimonianze dal secolo XVIII al 1955, SEN, Napoli 1983; M. Piccoli Catello (a cura di), Il Presepe Napoletano. The Neapolitan Crib, Guida, Napoli 2005. teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 28 numero 3 - maggio 2011 Carmelo Bajamonte Appunti su uno scritto poco noto di Agostino Gallo 29 S critti d’arte di C armelo L a F arina (1786 - 1852) di Nicoletta Di Bella Davvero lungo l’elenco delle società scientifiche2 delle quali il Nostro fu membro; socio promotore dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti3 , vi fu accolto come socio ordinario col nome di “Accertato”, a soli sedici anni, il 20 marzo 1802 e dal 1830 ricoprì il ruolo di Segretario Generale. Il primo discorso4 letto nella prestigiosa istituzione nel luglio 1806, C armelo La Farina, una delle figure più interessanti nel panorama della cultura messinese dei primi decenni del secolo XIX, fu uomo politico, archeologo, erudito e conoscitore, di grande apertura mentale e dotato di una propensione all’indagine filologica di notevole modernità. Nato a Messina nel 1786, studiò Lettere classiche all’Accademia Carolina. Nel 1815 sostituì Andrea Gallo in qualità di professore di Matematica nella stessa istituzione (divenuta poi Università di Messina), all’età di soli diciassette anni. In seguitò si laureò a Catania in Giurisprudenza e dal 1839 insegnò Geometria Trigonometria e Sezioni Coniche nella neonata Regia Università degli Studi1. a soli vent’anni, in cui si proponeva di «descrivere le Antichità della nostra Messina, mostrarne le reliquie, ed additarne i mezzi per conservarle»5, fu proprio a sostegno della necessità dell’istituzione a Messina di una Cattedra di Belle Arti e di un Museo Civico6, inteso con una impostazione e uno spessore culturale ben diversi rispetto a quelli delle più famose quadrerie di Ruffo, Arenaprimo o Brunaccini7, delle ricche wunderkammern e delle raccolte di mirabilia, anche se frutto della stessa molteplicità di interessi. In Sicilia infatti, teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 30 numero3 - maggio 2011 i primi esiti degli orientamenti più attuali rivolgono la propria attenzione agli ‘strati medi’ della popolazione, un pubblico di dotti, scrittori, eruditi e anche artisti, fino a quel momento non ammessi alle grandi collezioni, che con la diffusione dell’istruzione richiedono e ottengono l’accesso agli oggetti e alle fonti8. Le raccolte, le Antonino Mongitore14, Gaetano Grano15 e Jakob Philipp Hackert16, Fedele da San Biagio17, aveva sottolineato l’importanza del recupero delle fisionomie cittadine attraverso la ricostruzione del panorama artistico locale18. Il proposito di realizzare un Museo Civico entro le mura del Palazzo Senatorio aveva riscosso T. Alojsio Juvara, Ritratto di Carmelo La Farina, notevole successo tra Messina, Biblioteca Universitaria Regionale. gli Accademici19 che, spro-nati dall’abate Cassinese D. Gregorio Cianciolo20 – strenuo sostenitore insieme a La Farina e in quegli anni alla loro guida – collaborarono fattivamente mediante la donazione di pregiate opere d’arte21. Queste prime collezioni, in seguito, furono ulteriormente implementate grazie alla partecipazione del Senato messinese che intervenne sia assegnando alcuni locali, sia tramite finanziamenti, biblioteche, insieme alle accademie, diventano i principali strumenti di formazione intellettuale dei nuovi ceti borghesi9. Non mancano a livello locale dimostrazioni concrete di organi di propulsione culturale e didattica quali il ‘museo’, con annessa biblioteca e sede dell’Accademia degli Etnei, del principe di Biscari Ignazio Paternò di Castello, «inaugurato a Catania nel 1758 per “l’utilità degli studiosi e il decoro della patria” ammirato dal Riedsel e da Goethe»10. Il discorso di Carmelo La Farina può intendersi un vero e proprio manifesto ideologico della sua attività futura: «descrivere le antichità di Messina»11 – sia quelle ritrovate casualmente tra le macerie scampate ai terremoti sia i manufatti archeologici esito delle campagne di scavo –, recuperandole, mostrando e conservando gli originali nei musei, valutando i danni dell’incuria del tempo e degli uomini e i rischi ancora incombenti, eventualmente sostituendo gli originali con delle copie esposte alle intemperie, come confermerà anche in anni più maturi12, agganciandosi alla tradizione storiografica precedente, che, già con figure di eruditi quali Francesco Susinno13, Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 31 numero3 - maggio 2011 scambi e acquisti, tra i quali i cinque pezzi superstiti del Polittico di San Gregorio di Antonello da Messina22. Intanto La Farina, cui era stata conferita da parte del Senato cittadino la nomina a Prefetto onorario23 del neonato Museo Civico sito più aggiornati32. L’attenzione alla formazione degli artisti è pari all’apprezzamento senza riserve nei confronti dei grandi nomi del momento: tra tutti Antonio Canova, Bertel Thorvaldsen, Pietro Tenerani33, esponenti di quella cultura neoclassica che ebbe in La Farina uno degli animatori nel contesto messinese e di cui ennesimo riflesso è la passione per l’archeologia. Ancora nell’Ottocento il pensiero predominante in Sicilia è caratterizzato da riflessioni di impronta winckelmanniana, che avevano consolidato nella coscienza intellettuale locale – grazie anche alla pratica, ancora in voga, da parte di visitatori stranieri, di compiere il viaggio in Sicilia allo scopo di indagare i reperti dell’antichità – l’idea di un retaggio da riscattare, in un contesto di rifiorita attenzione nei confronti dell’archeologia sostenuta anche da molteplici iniziative, quale ad esempio, l’istituzione della “Commissione di Antichità e Belle Arti” ad opera del governo Borbonico nel 182734. Non è semplice delineare brevemente le idee sull’arte dominanti a Messina nella prima metà dell’Ottocento. Sin da un primo sguardo, infatti, risulta evidente come le correnti culturali della città peloritana siano frutto di contraddizioni e integrazioni derivate da un’estrema varietà di situazioni che si concretizzano nell’opera degli artisti e negli scritti degli esponenti della letteratura critica. presso i locali dell’ex Archivio degli Atti Notarili, veniva inviato in vari posti dell’Isola per acquistarvi monete24, ceramiche, marmi ed altri oggetti che andavano ad ampliare le collezioni25, ulteriormente accresciute a seguito della soppressione delle Corporazioni religiose nel 1866 e al trasferimento nei locali dell’antico monastero di San Gregorio26. L’interesse per l’istituzione di borse di studio e la grande attenzione per le arti figurative compaiono spesso quali tematiche ricorrenti in molti dei dibattimenti cui egli prese parte all’Accademia Peloritana27. Il supporto ai giovani artisti è difatti una delle costanti che traspaiono negli scritti dell’erudito messinese28, sebbene l’apprezzamento per l’arte contemporanea, nel momento in cui vengono meno la committenza religiosa e quella laica tradizionale, sia subordinato alle capacità di emulare l’antico e di esaltare le patrie glorie29. Strenuo sostenitore di giovani promesse locali30, La Farina propugnava presso il Municipio lo stanziamento di borse di studio31 al fine di consentire alle nuove leve di completare la propria formazione all’estero, perfezionandosi in contesti culturalmente teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 32 numero3 - maggio 2011 Il più disaminato dei dibattiti del periodo, la polemica tra Neoclassici e Romantici, vede il Nostro tra i suoi interpreti messinesi35. L’aspetto più evidente si ebbe in un’accezione classicistica di derivazione accademica sulla scorta della coeva trattatistica francese39 che ribadiva i seicenteschi principi di “nobiltà” e “decoro”40 e gli ormai abusati assunti di supremazia del disegno sul colore e di “Bello” connaturato all’arte classica già ampiamente permeati in ambito locale41, ma che sfociò in un rinato amore per le arti, esplicitato da molteplici iniziative. L’apporto di alcuni spunti prettamente romantici, maggiormente evidenti dopo gli anni ’30, non venne disdegnato, ma incontrò difficoltà ancor maggiori a causa della poderosa matrice culturale borbonica saldamente ancorata in Sicilia42 e che all’indomani dell’Unità tornerà a farsi sentire, seppur in senso più eclettico e con diverse implicazioni ideologiche43. Nel primo quarantennio del secolo, si affacciavano in Sicilia i primi tentativi di affermare le nuove istanze romantiche, fortemente osteggiate dagli spiriti più conservatori, in una sorta di istinto di protezione del clima intellettuale locale. Soprattutto tra i membri più giovani dell’Accademia Peloritana emerge qualche tentativo di approccio a posizioni che in ambito extra-isolano appaiono già consolidate, per quanto timidamente difese. Tra i dibattiti discussi in quegli anni all’Accademia, quello del 1832 intitolato Del Romanticismo44 di Felice Bisazza45, autore appena ventitreenne, che esponeva la sua testimonianza «con un Sebbene la posizione provinciale dei protagonisti della vicenda culturale non consenta di definire quale vera e propria querelle l’atteggiamento conflittuale e le vistose P. Tenerani, Monumento a Ferdinando II di contraddizioni tra le Borbone, Messina, giardino di via Garibaldi. due tendenze di gusto36, l’attenzione ad estenuati modelli di cultura neoclassica, e l’attrazione verso suggestioni romantiche ancora accademizzanti, mancò di forti tensioni, nonostante il moltiplicarsi di periodici tematici37, il contributo apportato da studi di stampo europeo38 e i molteplici saggi di eruditi di cultura illuministico-borghese. Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 33 numero3 - maggio 2011 sostanziale fraintendimento dello spirito romantico. La posizione di “equilibrista” che molta critica gli imputò, il tentare una conciliazione tra due schieramenti che nell’Isola vedevano i classici in netta preponderanza sullo sparuto gruppo romantico, rivela non solo la difficoltà (o forse meglio, la paura dettata anche da un abito spirituale irresoluto) di assumere atteggiamenti netti, ma anche la fatica a comprendere fino in fondo la portata della sua stessa proposta»46. l pungolo liberale portato dai moti del ’48 caldeggerà il pensiero romantico tra i teorici siciliani e i custodi del patrimonio artistico isolano, talvolta incarnati in figure di spicco del movimento risorgimentale47. Fino ad allora era mancata in Sicilia una vera e propria speculazione teorica – ad esclusione di generiche indicazioni sui manufatti architettonici48 – benché una prima manifestazione delle nuove tendenze si fosse palesata sulla stampa periodica49 – Questa volontà di ricostruzione si orientò in senso estremamente eclettico, in un mix di neomanierismo, revival gotico, riesumazioni rococò e espedienti neopalladiani sulla scia della presenza inglese nella Sicilia di quegli anni51, in un momento in cui era fortemente sentita l’esigenza di ricostituire un senso di continuità con i fasti del passato seppur adeguandosi nella forma alle richieste della committenza, mentre le nuove spinte romantiche si mantenevano a livello epidermico, insufficienti per modificare in modo profondo la ‘formazione intellettuale’ nel suo complesso, ogni aspetto dell’arte, ma anche la moda, il costume e le arti decorative. Il tentativo di superamento della percezione di decadenza causata della perdita di modelli culturali per la generazione degli artisti di quegli anni52, in bilico tra la memoria di una produzione artistica classicheggiante e i nuovi contenuti ‘spirituali’, riscattava appieno, nella portata degli interessi, la qualità non sempre eccelsa53, innestandosi perfettamente con la nascita di iniziative quali l’istituzione del Museo Civico e la promozione dei giovani artisti da parte dell’Accademia Peloritana54. soprattutto in dispute ancora lontane dalla ricerca di vere e proprie nuove articolazioni formali – per progetti e resta-uri della città, sull’impeto dello slancio architet-tonico nato succes-sivamente al sisma del 178350. Tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’30 alcune memorie archeologiche55 - ma anche un studio di natura scientifica56 - a firma di La Farina appaiono anche tra le pagine del palermitano “Giornale di Scienze, Lettere ed Arti per la Sicilia”, di cui è collaboratore I teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 34 numero3 - maggio 2011 ordinario57, già dal 1823, per esplicita richiesta del Marchese delle Favare, Direttore Generale di Polizia e Luogotenente Generale di Sicilia. La partecipazione al “Giornale”, diretto da Giuseppe Bertini, si conclude nel ’33 con la pubblicazione delle prime notizie su un giovane incisore messinese, nell’articolo intitolato Messina. Biografia T. Alojsio Juvara, Ritratto di Carmelo La Farina, Messina, Biblioteca Universidi Tommaso Aloisio58. taria Regionale. Il Nostro affronta questioni connesse all’archeologia in diversi saggi. Del 1822 è il volume Su di un antico sarcofago nella chiesa de’ PP. Conventuali di Messina59, corredato da un’incisione in rame. Ancora nel ’32 ribadisce il suo interesse verso temi di natura archeologica pubblicando nella città dello Stretto un interessante contributo relativo al rinvenimento di un sepolcreto romano60 a seguito degli scavi della piazza S. Giovanni Gerosolimitano, da lui diretti su incarico del marchese della Cerda. Nel 1844 pubblica per i tipi di Giuseppe Fiumara una memoria intitolata Sopra un anello segnatorio. Considerazioni61. Fu anche recensore per la “Sentinella del Peloro”62, un periodico di idee liberali e progressiste che ebbe però breve vita63. P er quanto gli scritti di La Farina risentano della sua formazione classicistica, l’attenzione alle opere dell’antichità si palesa anche nell’interesse per il recupero, la conservazione e la tutela di prodotti medievali64 e l’esposizione nei musei di «opere vetustissime, […] monumenti rimasti dell’età di mezzo e de’ secoli bassi», oltre che di reperti di storia naturale e di “macchine” moderne65. Un’attenzione che, va sottolineato, è un’esigenza di tutela che sebbene arrivi a sfiorare tendenze di gusto romantico66, è in realtà una necessità di natura conservativa connessa alla volontà di incrementare continuativamente le collezioni museali67. Anche in questo caso si tratta di un fenomeno tutt’altro che provinciale, prodotto della cultura illuministica e delle manifestazioni più floride dell’erudizione locale, non legato esclusivamente a rivendicazioni campaniliste nemmeno in quei casi in cui l’apertura critica ed estetica furono meno accentuate68, bensì diffuso a livello europeo: opere d’arte Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 35 numero3 - maggio 2011 e vestigia dell’antichità acquistano nuovi significati alla luce dello studio delle fonti e si trasformano a loro volta in «semiofori»69. I manufatti di epoca medievale, considerati emblemi di un periodo di magnificenza e autonomia politica dell’Isola, ben si prestavano al ruolo di portavoce del messaggio di «memoria di antiche glorie italiane»70 e pertanto Frontespizio intorno le belle arti tesche arrivando talvolta a sconcertanti restauri di ripristino e ad integrazioni, sebbene a Messina in modo meno invasivo che a Palermo72. La ricchezza e la varietà delle problematiche affrontate dal poliedrico studioso raggiunge il suo apice nelle lettere pubblicate sui più prestigiosi periodici isolani, in cui rettifica molte notizie errate73, Frontespizio intorno le belle arti dà notizia di acquisti effettuati per la «pubblica galleria, in cui come bello sacrario si sono ricolti i dipinti della scuola messinese»74, oltre che a segnalare la divennero oggetto delle «cure pressoché esclusive di quanti operavano nel campo della tutela degli edifici storici»71, dando le mosse ad un’azione di salvaguardia metodologicamente fondata alla ricerca delle origini, promuovendo massicce campagne di interventi, e soprattutto nella seconda metà del secolo, ad operazioni di liberazione dalle superfetazioni settecen- presenza di opere credute perdute – sia a Messina che nelle zone limitrofe – e a suggerire attribuzioni, sempre fornendo un’accurata documentazione in proposito75. E ancora ricorda acquisizioni di manoscritti e documenti da parte dell’Accademia Peloritana dei teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 36 numero3 - maggio 2011 Pericolanti76, a dimostrazione della modernità tra Napoli, Roma e Venezia, grazie ad un documento ritrovato nella Sagrestia della chiesa di S. Paolo delle Monache, che fissa a quella data anche l’esecuzione del Martirio di S. Placido del Marolì87, suo concittadino e compagno durante i nove anni del periodo veneziano, di cui Lanzi dà un giudizio molto poco lusinghiero88. del suo atteggiamento di grande apertura verso l’indagine filologica che lo porta al voler sempre trascrivere personalmente le notizie d’archivio, riportando con estrema accuratezza date, firme, iscrizioni di fondamentale importanza per la ricostruzione documentaria, iconografica e iconologica di opere ormai perdute e ad una costante verifica delle fonti (Giuseppe Buonfiglio77, Placido Samperi78, ra le comunicazioni più interessanti Caio Domenico Gallo79) e non solo locali, fornite da La Farina, le notizie relative ad ma anche Vasari80 e Lanzi81 cui corregge non Antonio Catalano89 nella quarta lettera, poche sviste, dimostrando un atteggiamento indirizzata a Giuseppe Grosso Cacopardo90, in estremamente aggiornato, che trovava illustri cui espunge dal catalogo dell’artista la Madonna riscontri nell’ambito della critica filologica del Rosario per la chiesa dell’Annunziata “alla internazionale82. È il caso della biografia di Ciaera”, firmata «minchello cardili fec», Onofrio Gabrieli83 della quale emenda alcuni recuperata dopo il terremoto del 1908 e oggi errori84, pubblicando tra le altre notizie, il documento di Battesimo che consente A. Catalano “il Vecchio”, Sacra Famiglia in deposito al Museo regionale di Messina91 con S. Anna, Cefalù (PA), Chiesa dei aggiungendo un altro nome alla famiglia dei di anticipare di tre anni, al 1619, la data di Cappuccini. pittori Cardillo e la S. Anna nella chiesa di nascita fino a quel momento tramandata dalle S. Giovanni nel villaggio Castanea92, chiaramente firmata e datata fonti85. Anticipa anche al 165086 il ritorno in patria dal soggiorno T Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 37 numero3 - maggio 2011 «gaspar camarda pingebat 1612», estendendo l’arco temporale entro cui collocare l’attività dell’artista93, cui assegna anche la Madonna del Rosario di Venetico, firmata e datata 160694. Giuseppe Arifò109, Carlo Gemmellaro110, Salvatore Betti111, Lorenzo Majsano112, Carmelo Allegra113, tratte da periodici quali “Lo Spettatore Zancleo”, “il Faro”, “Scilla e Cariddi”114. La Corte non Le Lettere Artistiche, dedicate ai più autorevoli membri della cultura isolana – in ordine di successione a Agostino Gallo95, Pietro Lanza96, Lazzaro Di Giovanni97, Giuseppe Grosso Cacopardo98, Placido Vasta99, Nicolò Americo Fasani100, Giuseppe Alessi101, Gaetano Grano102, Francesco Arrosto103, Tommaso Aloysio Juvara104– vennero raccolte da La Farina nel 1835 in un volume intitolato Intorno Le Belle Arti, e gli Artisti fioriti in varie epoche in Messina – Ricerche di Carmelo La Farina ordinate in più lettere105. Edito a Messina dalla Stamperia Fiumara, la stessa dello “Spettatore Zancleo”, consta di 94 pagine comprendenti l’indice delle lettere e le errata corrige. Ricevette lusinghiere recensioni in ambito locale106, ma anche su seguì l’elenco115 redatto originariamente da La Farina, ma ne ricopiò le note autografe e fornì copie dattiloscritte degli originali116, nelle quali, in una chiosa, fornisce la spiegazione del metodo seguito per la redazione di postille e annotazioni117. La Corte Cailler precisa anche l’intenzione di La Farina di ripubblicare un volume comprensivo di tutte le lettere, probabilmente ventiquattro118 e fornisce un lungo elenco degli artisti e degli argomenti che il Nostro aveva trattato o aveva intenzione di trattare119. Le lettere impostate secondo una formula stilistica convenzionale, un preambolo dedicato al destinatario, il vero e proprio articolo denso di notizie storiche e documentarie già accennate nel titolo e la conclusione con un breve commiato, come già osservato, furono, inizialmente in gran parte pubblicate sullo “Spettatore Zancleo120” e si ponevano in modo speculare agli scritti di Giuseppe Grosso Cacopardo apparsi sul periodico “Maurolico”121 – della cui Commissione deputata alla compilazione egli fece parte – negli stessi anni. Anche nei saggi più brevi La Farina mostra la sua obbiettività e competenza nel ricostruire cronologie di artisti ignorati, nel riviste non isolane, ad esempio il “Giornale Arcadico” di Roma, la “Gazzetta Privilegiata” di Bologna. U na Seconda Parte delle lettere, raccolta da Gaetano La Corte Cailler107 e da lui intitolata Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in Messina – Ricerche ordinate in più lettere, Parte II, Messina 1835-1845, consta di sette lettere indirizzate ad Anastasio Cocco108, teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 38 numero3 - maggio 2011 rinnovare il catalogo di quelli già parzialmente noti e nel documentare personalità fino a quel momento sconosciute, sempre con precisa analisi filologica e riscontro dei documenti d’archivio, manifestando lo sguardo attento dell’esperto conoscitore122. Nella quinta lettera123, la figura di Francesco Laganà, artista pressoché ignoto, viene arricchita da interessanti attribuzioni dell’erudito messinese che gli riconferma la paternità della Madonna del Rosario della chiesa dei PP. basiliani di Mili Superiore (Me)124 irridendo l’ignoranza dell’artista che si firma francesco. laganà. § pingebat. 1B38, scambiando la B col il 6. Riconducendo i modi dell’artista a quelli di Andrea Quagliata, passa a segnalare due dipinti non ricordati dalle fonti, il San Liberale Vescovo, nella chiesa di S. Liberale a Messina, firmato G. P. Fonduli, Andata al Calvario, Castelvetrano (TP), chiesa di S. Domenico. Nicoletta Di Bella e datato 1625 e l’Angelo Custode, per il convento di S. Agostino a Taormina, firmato e datato 1627, che considera opere giovanili125. È la competenza dettata dall’esperienza e dall’uso di un occhio attento ed allenato che lo spinge ad confutare, nella terza lettera, datata 20 gennaio 1834126 e diretta a Lazzaro Di Giovanni, la permanenza a Messina dell’artista cremonese Giovan Paolo Fonduli127, affermando che la tavola firmata io. paulus funduli cremonen. pingebat 1593 e rappresentante San Diego, realizzata per il convento degli osservanti di S. Maria di Gesù inferiore e successivamente passata al Museo Nazionale, non fosse stata eseguita nella città del Peloro, come affermato da Grosso Cacopardo128, ma che si trattasse di una copia di quella dipinta per la chiesa degli Osservanti di Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 39 numero3 - maggio 2011 L’acume nella ricerca d’archivio e l’attenzione nello studio delle fonti, si palesano ancora una volta nella seconda lettera, indirizzata a Pietro Lanza, intitolata Sull’anno di morte di Polidoro Caldara da Caravaggio129, artista che ebbe grande fortuna nelle pagine della letteratura artistica isolana, nella quale il Nostro, inizia con una lunga annotazione biografica tratta dalle pagine di Vasari130 e precisa subito: «benché [questo racconto] paja sottile e minuto, m’induce ad alcune osservazioni, da che può torsi argomento di varie inesattezze»131, dimostrando con acuti ragionamenti come la data del 1543, indicata come anno di morte dell’artista lombardo, fosse errata, anche se sino a quel momento accettata anche dalla trattatistica locale132 che aveva contestato quanto sostenuto in merito al luogo di sepoltura. Il brano di Vasari viene contestato punto per punto da La Farina che ne demolisce le ipotesi di fondatezza dimostrando la superficialità con cui nelle pagine dell’aretino erano esposti numerosi avvenimenti, quali la realizzazione degli apparati trionfali133 in occasione della venuta di Carlo V nel 1535, e collocati cronologicamente dal toscano prima dell’esecuzione della celebre Andata al Calvario di Polidoro, oggi al Museo di Capodimonte, di cui si hanno notizie certe134. Uno degli argomenti che La Farina Polidoro da Caravaggio, S. Giordano, Adorazione dei Pastori, Messina, Museo Regionale (già Messina, chiesa di S. Maria dell’Altobasso). Palermo nel 1589 e passata successivamente in casa del Principe di Palagonia. porta a sostegno della propria tesi è la data di consegna del dipinto dell’Adorazione dei Pastori, commissionato al Caldara dai confrati di S. Maria dell’Alto (Me), portato a termine, secondo le fonti, dal Guinaccia135. Il dipinto, ipotizza La Farina citando Samperi, rimase incompiuto a causa della morte improvvisa dell’artista, da fissarsi dunque poco oltre il 1534136; in realtà la data di consegna dell’agosto del ’34 è nota solo dal documento di commissione stipulato il 5 febbraio 1533137. teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 40 numero3 - maggio 2011 Il Nostro sottolinea ancora che dal 1535 cessa ogni notizia sul pittore lombardo; inoltre, nessuna menzione ai fatti criminosi che portarono alla morte Polidoro è accennata nei registri della Confraternita degli Azzurri, fondata nel 1541 con la funzione di assistere i condannati a morte, né si trovano memorie di eventuali spese processuali nell’archivio della Corte Stratigozionale o nei libri della Tavola Pecuniaria138. Questi elementi, lo portarono dunque a sostenere la tesi di un possibile scambio di cifre nella datazione proposta da Vasari139. Ancora una volta, sono le puntuali indagini documentarie che con-sentono a La Farina di rilevare, nella lettera indirizzata a Francesco Arrosto140, notevoli incongruenze nella cronologia Polidoro da Caravaggio, Andata al Calvario. Napoli, museo e relativa a Giovanni Simone Comandè Gallerie Nazionali di Capodimonte (già Messina, chiesa dell’Annunziata dei Catalani). tramandate dalla storiografia artistica, Nicoletta Di Bella consentendo di anticipare la tradizionale data di nascita del 1580 al 1558141. Lo stesso dicasi per le correzioni apportate alla biografia di Filippo Tancredi142, figura di spicco nella produzione pittorica non solamente isolana del secolo XVII, di cui anticipa la data di morte dal 1725143 al 13 ottobre 1722, nella sesta lettera rivolta a Felice Bisazza, in cui, ricostruendo il profilo del pittore puntualizza la genealogia materna dell’artista, concludendo con parole taglienti: «[…] quali cose, mio caro Felice, ho voluto sporti, perché tu ti facessi accorto della poca o nissuna diligenza di alcuni scrittori che a furia lanciata ti dicono le più curiose novelle di questo mondo»144. Rettifiche a datazioni proposte dalle fonti sono presenti anche nella dodicesima lettera intitolata Si fissa l’anno del ritorno in patria del famoso dipintore Antonino Barbalonga Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 41 numero3 - maggio 2011 da Messina145, dedicata a Tommaso Aloisio Juvara, possessore di un bozzetto del Barbalonga per il dipinto raffigurante il San Filippo Neri146. Le riflessioni dello studioso messinese avevano fornito un ricco apporto alla critica a lui più prossima e a quella successiva, ad esempio nella ricostruzione F. Cardillo, Madonna col Bambino, S. Anna e della figura di artisti S. Venera, Novara di Sicilia (ME), chiesa poco conosciuti, quali madre. Francesco Laganà, o Andrea Quagliata, o dei pittori Francesco e Stefano Cardillo. Questi ultimi, padre e figlio, furono oggetto della prima lettera indirizzata ad Agostino Gallo147, in cui La Farina esordisce evidenziando subito la vaghezza di informazioni sicure relative alla figura dei due artisti, ribadendo ancora una volta la necessità di valutare senza leggere «a spento lume le altrui opinioni intorno alla cronologia degli artisti, elemento necessariissimo per la storia critica delle belle arti» attingendo «a buone sorgive, dopo non poche operose ricerche, e disamine»148. Nella piena applicazione del “metodo” proposto, lo studioso F. Cardillo, Pietà, Castroreale (ME), prosegue con una breve chiesa madre. analisi delle notizie sui due artisti messinesi pervenute fino alla redazione della Memorie di Hackert-Grano149 che include il pittore “Cardillo” nella scuola di Polidoro, citando Samperi150, Buonfiglio151 – che prendeva in esame esclusivamente la figura di Francesco – ma anche Caio Domenico Gallo152, che a sua volta citava il manoscritto di Francesco Susinno153. teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 42 numero3 - maggio 2011 dei Mercanti, citando il brano in cui l’autore delle Memorie messinesi descrive il dipinto quale opera di «Francesco Cardillo messinese di tanta perfezione che i nostri lo rapportano come opera di Rubens»163. Contesta a Grosso Cacopardo di aver anche affermato, riferendo l’opinione di Caio Domenico Gallo, che Cardillo dipingeva con “grazia” e “tenerezza” tali da farlo confondere col Correggio164 e sottolinea come la sua opinione fosse condivisa da autorevoli firme, quale ad esempio Giuseppe Bertini, che già alla precoce data del ’23 scriveva «chi non darebbe, per figura, in grandi scrosci di risa all’udire lo storico Gallo che credè di Rubens il quadro di S. Francesco fra le spine di Stefano Cardillo? Né ha maggior peso quanto dello stesso scrive il N. A. Questa pittura a chi non conosce il Cardillo, sembra un’opera del Coreggio: tale e tanta è la grazia e la tenerezza colla quale è dipinta» 165. È interessante notare come La Farina avesse infatti superato il topos della storiografia siciliana del XIX secolo che tendeva a ricordare acriticamente la produzione artistica isolana del ‘600 nell’ambito del classicismo di derivazione raffaellesca. Il Nostro prosegue l’aspra critica al suo conterraneo osservando come questi perseverava nell’errore, scambiando volutamente padre e figlio «senza quel fior di critica, di cui è usato far tesoro nelle sue filologiche ed artistiche disamine»166, pur di non ricusare l’attribuzione della Madonna di Monserrato167 a Stefano, alla luce delle evidenti affinità stilistiche con Nella lettera è presente solo un breve accenno154 all’attività di ritrattista per cui l’artista era celebre, ma fornisce notizie più attuali citando Grosso Cacopardo155 che, rifacendosi a sua volta a quanto affermato da Gallo, aveva confutato l’attribuzione a Francesco dei due quadri del Monastero dell’Alto raffiguranti S. Benedetto e S. Bernardo, perduto, e la Visitazione156, gravemente danneggiata durante il terremoto del 1908 e oggi al Museo Regionale di Messina, mentre gli riferisce la tela firmata «Cardillus me fecit» in un piccolo cartiglio retto nel becco da un cardellino157, raffigurante la Madonna del Soccorso col Bambino incoronata da angeli tra San Michele e San Francesco della chiesa Madre del comune di Soccorso158, riportando erroneamente il titolo di Natività. Anche la Strage degli Innocenti nel chiostro del Carmine, perduta durante il terremoto del 1783159, è citata da La Farina come opera di Francesco sulla scorta di quanto scritto dal Grosso Cacopardo160, mentre Susinno la dice opera di Stefano e Gallo la legge inizialmente quale frutto di una collaborazione tra i due, ipotesi che La Farina smentisce decisamente affermando che i pittori non lavorarono mai insieme dato che il padre morì quando Stefano era appena dodicenne161. Segnala, ancora, la Madonna di Monserrato per la cappella del castello di “Consaga” (Gonzaga), commissionata da Francesco Beltrandes e datata 1600162 e il San Francesco per l’Oratorio Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 43 numero3 - maggio 2011 la Pietà rinvenuta a Castroreale168, datata 1603 e firmata Francesco169. La Farina espunge dunque dal catalogo di Stefano tutte le opere note, perdute e non, seppur lasciando una possibilità per la distrutta Strage degli Innocenti, ipotesi con la quale concorda la critica più recente170. Si limita a segnalare alcuni dati biografici reperiti nel corso delle sue ricerche: l’anno di nascita, 1585, il matrimonio con Flavia Cuttuni appena diciottenne, Il fa per tutti, o sia calendario e notizie il 27 gennaio 1613, e la data di per l’anno 1814, copertina, 1814. morte, l’1 febbraio 1635171. di apportare alcuni importanti ma preziosi contributi, segno di un’attenzione che gli consentirà di effettuare in anni più maturi attribuzioni inedite, supportate dalle sempre più puntuali ricerche in archivio e dalla minuziosa analisi delle opere. È il caso, solo per citare un esempio, della D. Guinaccia, Annunciazione, Messina, Museo perduta Annunciazione Regionale (già Messina, chiesa di S. Maria delle Grazie). per la chiesa degli Agostiniani “alla Ciaera” del 1585174, che per primo La Farina assegna a Deodato Guinaccia175 sulla scorta del confronto stilistico col dipinto di medesimo soggetto realizzato dall’artista per i Carmelitani di S. Teresa a Portareale nel 1551 e oggi al Museo di Messina, già ricordato anzitempo in un piccolo cameo176. A lcuni dei temi affrontati nelle lettere erano stati oggetto della rubrica Notizie sui pittori messinesi172 pubblicata nella “Strenna (o Calendario Astronomico) Il fa per tutti”173 edita per dieci anni, tra il 1812 e il 1822. Già alla precoce data del 1812, infatti, Carmelo La Farina fornisce alcune brevi notazioni di carattere artistico, non mancando teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 44 numero3 - maggio 2011 O pre-venturiano – che ha di certo avuto un ruolo rilevante nello studio delle vicende artistiche isolane, autore di acute osservazioni e scopritore di utilissime notizie documentarie fondamentali per l’avvio di molte moderne ricerche su artisti siciliani. ltre ai numerosi scritti per gli atti delle varie istituzioni di cui era membro, gli articoli di tema artistico e le monografie177, decisamente corposo è anche il numero delle riviste alle quali La Farina apportò contributi di stampo scientifico e letterario. Per lo “spettatore Zancleo” e per “Il Faro”, scrisse altri interessanti contributi, quali Congettura sul sito dell’antico Nauloco178 e la Biografia dell’astronomo messinese Antonio Maria Jaci179, oltre che alcuni prospetti statistici sulla cittadina S. Zagari, Carmelo La Farina, dello Stretto180, che vennero poi Messina, Museo Regionale. continuati sul “Giornale degli Atti dell’Intendenza del Valle di Messina” 181. Appare dunque evidente la versatilità e l’eclettismo di una figura di intellettuale con aperture e interessi che sembrano presagire la figura del moderno storico dell’arte – con un orizzonte quasi ________________________ 1 Carmelo La Farina fu titolare del prestigioso titolo di Cancelliere Archiviario del Comune. Nel 1811, fu nominato membro e geometra esaminatore della Deputazione metrica di Messina, dove propugnò l’adozione del sistema metrico decimale, sebbene fortemente osteggiato dai più. Nel 1828 venne incarcerato ingiustamente, e tradotto nelle Prigioni Centrali di Palermo, con le accuse di “falsità in pubblica scrittura” riscontrate su alcuni atti durante le ispezioni delle Imperiali Reali Truppe Austriache. La sua innocenza fu accertata dopo un anno di carcere nel forte di Castellammare, a seguito di un ricorso richiesto dal La Farina stesso. Dopo il reintegro alle mansioni, e ripresa la propria attività di erudito, Carmelo La Farina ebbe modo di mostrare la molteplicità dei suoi interessi in con una notevole e diversificata mole di pubblicazioni. Fu anche effettivo al Congresso degli Scienziati nel 1846 e membro della Società Economica della Provincia di Messina e di quella della Calabria Ulteriore seconda. Nel 1845-46 ricoprì il ruolo di Giudice di Gran Corte Criminale a Catanzaro. In merito all’attività politica del La Farina – padre del patriota Giuseppe – , egli va menzionato anche quale membro del Parlamento siciliano durante la rivoluzione del ’48 in quanto rappresentante dell’Università di Messina. A seguito della restaurazione borbonica fu rimosso dai numerosi incarichi civili e scientifici che ricopriva, compresi quelli universitari, quando il suo nome risultò tra quelli dei professori implicati nelle vicende legate ai moti. Morì a Messina il 28 ottobre 1852. Cfr. G. Molonia, Premessa, in C. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, pp. 11-39; per il ruolo di esaminatore della Deputazione metrica di Messina e gli scritti in proposito, Cfr. C. La Farina, Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 45 numero3 - maggio 2011 Relazione del rapporto tra i pesi e le misure usate in Messina pria di gennaio 1811, ed i pesi e le misure della nuova Legge, in cui vi sono inserite la Tavola di riduzione delle due corde abolite alla generale di Canne 16 per uso de’ Notaj; e le cinque Tavole del nuovo sistema metrico della Sicilia, Letterio Fiumara e Giuseppe Nobolo socj, Messina 1811, pubblicata anche in “Il fa per tutti o sia Calendario, e notizie per l’anno 1813”, 1812, p.98. Cfr. anche A. Narbone, Bibliografia sicola sistematica o apparato metodico alla storia letteraria della Sicilia, vol. III, G. Pedone, Palermo 1854, p. 30; G. Oliva, Annali della città di Messina continuazione all’opera storica di C. D. Gallo, con cenni biografici dei cittadini illustri della seconda metà del secolo 19, vol. VIII, Società messinese di storia patria, Messina 1954, p. 264. 2 La Farina era membro delle siciliane Accademia delle Scienze Lettere ed Arti (Palermo), Zelanti (Acireale), Civetta (Trapani), Lilibetana (Marsala), Floriomontana (Monteleone), e fuori dai confini isolani la Società libera di emulazione (Rouen), l’Istituto di Corrispondenza Archeologica (Roma), l’Etrusca Accademia (Cortona), l’Istituto e Reale Accademia (Firenze, Arezzo), la Valdarnese (Montevarchi), gli Incamminati (Modigliana), e infine gli Eutoliti (San Miniato), Cosentina (Cosenza). Già dal XVII secolo nell’Isola le Accademie assolvono, insieme alle Biblioteche pubbliche e ai Circoli e alle adunanze letterarie, al ruolo di cassa di risonanza della cultura erudita locale. Vi si discettava dei temi più svariati, dando ampio spazio anche a tematiche di respiro europeo, quali il progresso delle Scienze e delle Arti. Cfr. A. Mongitore, Le Accademie di Sicilia, ms. del secolo xviii ai segni QqE32, Biblioteca Comunale di Palermo; D. Schiavo, Saggio sopra la storia letteraria e le antiche Accademie della città di Palermo, E spezialmente dell’origine, Istituto e Pregresso dell’Accademia del Buon Gusto del Sac. Dott. Domenico Schiavo direttore di essa Accademia socio Colombario di Firenze ed Accademico Augusto di Perugia, in “Saggi di dissertazione dell’accademia palermitana del Buon Gusto”, Palermo 1755, vol. I, pp. III-LI; G. Palermo, Sull’utilità delle pubbliche Accademie, S. Sciascia, Palermo 1971, M. Guttilla, Orientamenti estetici e ambiti culturali del restauro tra Settecento e Ottocento nella storiografia artistica: i Dialoghi palermitani di Fedele Tirrito, in Padre Fedele da San Biagio fra letteratura artistica e pittura, catalogo della mostra a cura di G. Costantino, S. Sciascia, Caltanissetta 2002, pp. 73-96; per ulteriore bibliografia si veda Ead., Pittura e incisione del Settecento, in Storia della Sicilia, vol. x, Editalia – Domenico Sanfilippo Editore Roma 2000, pp. 287-364. 3 Fondata nel 1728, l’Accademia rivestiva un ruolo di enorme importanza nella vita culturale della Messina del tempo. Basti ricordare che l’Università fu nel 1679 abolita, per essere riaperta solo nel 1838 e che dal luglio 1829 all’Accademia fu concessa la facoltà di conferire lauree. Cfr. G. Oliva, storiche e letterarie della Reale Accademia Peloritana di Messina, in “Atti della R. Accademia Peloritana”, a. V-VI (1884-1888), pp. 1-254. 4 C. La Farina, Discorso Accademico di D. Carmelo La Farina recitato a 2. Luglio dell’anno 1806, in Discorsi Accademici inediti, ms. sec. XIX della Biblioteca del Museo regionale di Messina ai segni MS 32 2, pp. 431-449, ripubblicato in M.P. Pavone, Aggiunte alla storiografia artistica messinese del primo Ottocento. I “Discorsi” di due soci dell’Accademia Peloritana: Domenico Bottaro e Carmelo La Farina, in Miscellanea di studi e ricerche, a cura di G. Barbera, “Quaderni dell’attività didattica del Museo Regionale di Messina”, 12, La Grafica Editoriale-Edizioni Di Nicolò, Messina 2002, pp. 77101 e in part. 92-101. Cfr. G. Oliva, Memorie storiche e letterarie…, a. CLXXXVIIXLXXXVIII, vol. XXVII, Messina 1916, pp. 168-169. 5 C. La Farina, Discorso Accademico di D. Carmelo La Farina…, sec. XIX, p. 431 [2002, p 92]. 6 Ibid., p. 447 [2002, pp. 99-100]. 7 G. Grosso Cacopardo, Saggio storico delli varij Musei che in diversi tempi ànno esistito a Messina, Messina 1853, in Opere, vol. I, scritti minori (1832-1857), a cura di G. Molonia, Società messinese di storia patria, Messina 1994, pp. 434-475; G. La Corte Cailler, Pitture già in casa Arenaprimo, in “Archivio Storico Messinese”, a. III, 1903, pp. 203-207; V. Ruffo, Galleria Ruffo nel secolo XVII in Messina, in “Archivio Storico Siciliano, n.s., a. XXXIX, 1914, ff. 3-4, pp. 329-349; Id., Galleria Ruffo nel secolo XVII in Messina (con lettere di pittori ed altri documenti inediti), in “Bollettino d’Arte, a. X, 1916, ff. 1-2, pp. 21-64; ff. 3-4, pp. 95-128; ff. 5-6, pp. 165-192; ff. 7-8, pp. 237-256; ff. 9-10, pp. 284-320; ff. 11-12, pp. 369-388; O. Moschella, Il collezionismo a Messina nel secolo XVII, EDAS, Messina 1977; Ead., Il depauperamento del patrimonio artistico messinese dopo la rivolta, in La rivolta di Messina (1674 – 1678) e il mondo mediterraneo nella seconda metà del Seicento, atti del convegno (Messina, 10-12 ottobre 1975), a cura di S. Di Bella, L. Pellegrini, Cosenza 1979, pp. 595-604; S. Di Bella, Collezioni messinesi del ‘600: quadri dispersi di pittori siciliani e non, A. Sfameni Editore, Messina 1984; Id., Collezioni messinesi della prima metà del ‘700, A. Sfameni, Messina 1985; Id., Mercato antiquario messinese del ‘700: una vendita di quadri e monete, in Moant IIa Mostra di Antiquariato, catalogo della mostra (Messina, 6-21 maggio teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 46 numero3 - maggio 2011 1989), Messina 1989, s.p.; Id. Il collezionismo a Messina nei secoli XVII e XVIII, in “Archivio Storico Messinese” 74, 1997, pp. 5-90; T. Pugliatti, Antiquariato e collezionismo. Fonti di recupero di un patrimonio disperso, in Moant IIa Mostra…, 1989, s.p.; Ead., Collezionismo e antiquariato a Messina dal Cinquecento al Novecento, in Aspetti del collezionismo in Italia da Federico II al primo Novecento, in “Quaderni del Museo Regionale Pepoli”, Trapani 1993, pp. 95-124; Wunderkammer siciliana, alle origini del museo perduto, catalogo della mostra (Palermo, 4 novembre 2001 - 31 marzo 2002), a cura di V. Abbate, Electa Napoli, Palermo 2001; D. Ligresti, Sicilia aperta (secoli XCV-XVII). Mobilità di uomini e idee, in “Quaderni – Mediterranea. Ricerche storiche”, Palermo 2006, 3, pp. 300-302. K. Pomian, Collezionisti, amatori e curiosi. Parigi – Venezia xvi – xviii secolo, 8 Il Saggiatore, Milano 2007, pp. 54-55. 9 C. De Benedictis, Per la storia del collezionismo italiano, Ponte alle Grazie, Firenze 1991, p. 135. 10 Ibid., Per la storia…, 1991, p. 124. In ambito palermitano si ricordano alcune donazioni che portarono all’istituzione di una pubblica galleria accorpata alla Regia Università degli Studi, quale quelle del principe di Belmonte ma anche il legato testamentario autografo di Enrico Pirajno barone di Mandralisca, datato 26 ottobre 1853, in cui annunciava la volontà di costituire un «Liceo coi suoi Gabinetti e Biblioteca» nei locali del proprio palazzo. V. Abbate, Per Mandralisca collezionista e studioso, in Giovanni Antonio Sogliani (1492-1544), a cura di V. Abbate, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2009, pp. 15-16. 11 C. La Farina, Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in Messina. Ricerche di C. La Farina ordinate in più lettere, parte I, Stamperia Fiumara, Messina 1835, p. 84: «…descrivere le antichità della nostra Messina, mostrare le reliquie ed additare i mezzi come conservarle […] molto si è perduto per incuria del tempo e degli uomini […] e quei pochi [monumenti] che ci rimangono forse anche essi si perderanno coll’andare degli anni, se una giusta provvidenza non darà riparo a questo sconcerto». Cfr. M.P. Pavone, Aggiunte alla storiografia artistica…, 2002, p. 100. 12 Cfr. C. La Farina, Su di un antico sarcofago nella chiesa de’ PP. Conventuali di Messina. Pochi cenni del Dottore in ambe le leggi Carmelo La Farina, Professore di Matematica nella R. Accademia Carolina de’ Pubblici Studj, Prefetto del pub. Museo Peloritano ec. Socio corrispondente dell’Accademia del buon gusto, ed attual Promotore in quella de’ Pericolanti, ov’è detto l’Accertato, Antonino d’Amico Arena, Messina 1822, p. 26: «…le antiche iscrizioni, e le medaglie, [...] sono i principali, ed i più irrefrenabili documenti da tramandare alla posterità la storia civile, e religiosa dei popoli». 13 Storiografo e sacerdote, Francesco Susinno (1660/1670 - 1739 circa) fu anche pittore. I molti viaggi di studio, prima a Napoli e poi nel 1700 a Roma, dove conobbe Carlo Maratta, sono evidenti nei frequenti richiami ad opere viste a Messina e provincia, a Catania, a Palermo, a Siracusa e nella vicina Calabria. La sua opera manoscritta Le Vite dei Pittori Messinesi, completata nel 1724 è stato edita nel 1960, a cura di Valentino Martinelli; in esso Susinno dimostra capacità critica e attributiva davvero inusuali per la sua epoca, e grande attenzione alle nuove istanze storiografiche. Cfr. F. Susinno, Le Vite de’ Pittori Messinesi, (Messina 1724), a cura di V. Martinelli, Le Monnier, Firenze 1960. 14 Antonino Mongitore (Palermo, 1663-1743), canonico del capitolo della Cattedrale di Palermo, consultore e qualificatore del Sant’Uffizio, ebbe una prolifica produzione letteraria principalmente orientata ad argomenti riguardanti l’ambito siciliano in genere, con un’attenzione particolare alle attività delle numerose accademie dell’epoca. La sua opera Memorie dei pittori, scultori, architetti e artefici in cera siciliani (1740 ca., ed. a cura di E. Natoli, Palermo 1977) fu la principale fonte per il Villabianca (G.M. Emmanuele e Gaetani di Villabianca, Le divine arti della pittura e della scultura, a cura di D. Malignaggi, Giada, Palermo 1988) e per Gaspare Palermo (G. Palermo, Guida istruttiva per potersi conoscere con facilità tanto dal siciliano, che dal forestiere tutte le magnificenze e gli oggetti degni di osservazione della città di Palermo capitale di questa parte dei R. Dominj, Reale Stamperia, Palermo 1816). Alla morte venne sepolto nella chiesa di San Domenico a Palermo. 15 Gaetano Grano (Messina, 21 novembre 1754 – Messina, 13 marzo 1828), laureato in medicina, fu precettore di retorica nella Reale Accademia Carolina, presso cui esercitò la carica di bibliotecario dal 1780 al 1828, anno della morte. Nel 1806 figura tra i fondatori del Museo Civico Peloritano. Membro di numerose accademie, tra le quali quella degli Zelanti ad Acireale, fu ripetutamente eletto Presidente dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti. Tra le numerose cariche che ricoprì, quella di Priore di S. Maria della Latina nel 1786, quella di Giudice ecclesiastico della Regia Udienza nel 1789 e quella di Giudice delegato della Regia Monarchia in Messina nel 1791. Nel 1814 venne accettato quale membro della commissione per la compilazione dei codici del Regno delle Due Sicilie. Fu infine Giudice Interno del Regio Tribunale di Monarchia in Sicilia nel 1817 e, nello stesso Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 47 numero3 - maggio 2011 anno, Abate-Regio Priore di S. Andrea di Piazza. Infine, fu Vescovo in Partibus della Santissima Basilica di Terra Santa, Consigliere del Re delle Due Sicilie Ferdinando IV di Borbone. Nel 1821 rifiutò la carica di Luogotenente Generale in Sicilia. Quale corrispondente di Scinà, Landolina e Gregorio, collaborò con J.F. Hackert alla redazione delle Memorie de’ Pittori Messinesi edito a Messina nel 1792. Nel 1797 contribuì alla realizzazione dei Viaggi alle due Sicilie e in alcune parti dell’Appennino dell’abate Spallanzani e nel 1841 pubblicò la Guida alla Città di Messina. 16 Jakob Philipp Hackert (Prenzlau, 15 settembre 1737 - San Pietro di Careggi, 28 aprile 1807), artista tedesco, lavorò molto in Italia. Si stabilì a Roma nel 1768 e fu pittore di corte per il re di Napoli. Nel 1792 pubblicò le Memorie de’ Pittori Messinesi, redatto con il notevole apporto di Gaetano Grano che non aveva voluto comparire come autore. Si veda: Memorie de’ Pittori Messinesi di J.F. Hackert e G. Grano, con introduzione note e appendice bibliografica di S. Bottari, in “Archivio Storico Messinese”, XXVIII-XXXV, n.s., 1934, pp. 1-53. 17 Matteo Sebastiano Palermo Tirrito (San Biagio Platani, 18 gennaio 1717 - Palermo, 9 agosto 1801) fu frate cappuccino, pittore di buon livello e letterato; nell’ambiente agrigentino e palermitano ebbe la sua prima formazione, che completò con diversi viaggi a Roma dove fu anche alle dirette dipendenze del papa, che gli commissionò alcuni affreschi. Membro Accademia dell’Arcadia in Roma, dell’Accademia del Buon Gusto a Palermo e dell’Accademia degli Ereini pure a Palermo, frequentò quella rinomatissima di S. Luca presso la cui Scuola del Nudo ebbe occasione di studiare con Sebastiano Conca e Marco Benefial. Fu autore di molteplici componimenti, sebbene in questa sede prema ricordare principalmente i Dialoghi familiari sopra la pittura difesa ed esaltata dal P. Fedele da S. Biagio pittore cappuccino col Sig. Avvocato D. Pio Onorato palermitano alla presenza de’ suoi Allievi nella Bell’Arte, disposti in quindici giornate (Palermo 1788, ed. cons. a cura e con introduzione di D. Malignaggi, Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e ambientali e della pubblica istruzione, Dipartimento dei beni culturali ed ambientali ed educazione permanente, Palermo 2002) in cui affronta, con evidente intento didascalico ma non senza una moderna apertura, la ricostruzione del percorso artistico degli artefici, siciliani e non, che maggiormente contribuirono alla formazione della cultura figurativa della Sicilia, tentando una sintesi di concetti generali e nozioni particolari della coeva teoria sull’arte. R. Cinà, Conoscitori nella Sicilia del Settecento. Padre Fedele da San Biagio, in La critica d’arte in Sicilia nell’Ottocento, a cura di S. La Barbera, Flaccovio, Palermo 2003, pp. 84-86. 18 S. La Barbera, Giuseppe Maria Di Ferro teorico e storico dell’arte, in Miscellanea Pepoli. Ricerche sulla cultura artistica a Trapani e nel suo territorio, a cura di V. Abbate, Museo regionale Pepoli, Trapani 1997, pp. 147-166. 19 I dibattiti in merito alla sistemazione del neonato museo impegnarono i nomi più illustri dell’élite culturale messinese anche in anni successivi. Si veda ad esempio: G. La Corte Cailler, Sistemazione della Pinacoteca, in “Archivio Storico Messinese”, a. II, ff. 1-2, 1901-1902, p. 134; Id., Museo Civico, in “Archivio Storico Messinese”, a. II, ff. 3-4, 1901-1902, pp. 153-155; G. Oliva, Museo Civico, in “Archivio Storico Messinese”, a. IV, ff. 1-2, 1903, pp. 230-232; Id., Pel riordinamento del Museo, in “Archivio Storico Messinese”, a. VIII, ff. 1-2, 1907, pp. 147-148; S.A., Per Istituzione di un Museo Nazionale e di un Ufficio dei Monumenti a Messina, in “Archivio Storico Messinese”, a. XVIII, f. unico, 1917, pp. 135-137. 20 Per la figura di Gregorio Cianciolo, il cui nome è ricordato sull’iscrizione marmorea apposta sulla porta del neonato museo Civico, si vedano: G. Grosso Cacopardo, Biografia del P. D. Gregorio Cianciolo, in “Il Maurolico, Giornale di Scienze, Lettere e Arti”, a. II, vol. 3, n. 7, settembre 1838; G. Coglitore, Storia monumentale-artistica di Messina, Tipografia del Commercio, Messina 1864. 21 Tra le prime eterogenee collezioni che andarono a costituire il nucleo iniziale delle raccolte del Museo Civico Peloritano ci si avvalse di quelle di Tommaso Alojsio Juvara, Giuseppe Arenaprimo, Gregorio Cianciolo, Giuseppe Grosso-Cacopardo e Giuseppe Carmisino. Facevano parte delle collezioni molti dipinti di scuola messinese, «marmi delle epoche greche, romane e saracene» ma anche oggetti di storia naturale, armi e armature da guerra risalenti alle epoche più svariate. G. Oliva, Memorie storiche e letterarie…, a.a. CLXXXVII-XLXXXVIII, vol. XXVII, Messina 1916, p. 169; cfr. G. La Farina, Messina e i suoi monumenti, Stamperia di G. Fiumara, Messina 1840: «[nel Museo Civico] si trovava una ragguardevole galleria di quadri […] il ricco Presepe di Polidoro di Caravaggio, quadro ricco di figure, e di stupenda composizione; la strage degli Innocenti, ardito lavoro del Rodriguez; la vedova di Naim, sterminato quadro del Menniti; un S. Diego di Gio. Paolo Funduli cremonese; la trasfigurazione di Gesù Cristo di Antonio Catalano; il martirio di S. Placido del Vanoubracken; Giacobbe al pozzo, Saulle e Davidde, Ester, Giacobbe e i suoi figliuoli, Assalonne, Davidde e l’Amalechita, composizioni a mezza figura dello Scilla, ed altri non pochi, per lo teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 48 numero3 - maggio 2011 più della rinomata scuola messinese»; S. La Farina, Sul Museo Peloritano, Tip. del Commercio, Messina 1860; G. La Corte Cailler, Il Museo Civico di Messina, ms. 1901, ed. a cura di N. Falcone, Pungitopo, Marina di Patti 1981. 22 F. Campagna Cicala, Dal collezionismo privato alle pubbliche raccolte recenti acquisizioni del Museo regionale di Messina, in Acquisizioni e documenti sul patrimonio storicoartistico del Museo regionale di Messina, a cura di G. Barbera, “Quaderni dell’attività didattica del Museo Regionale di Messina”, 9, La Grafica Editoriale-Edizioni Di Nicolò, Messina 1999, p.13. 23 La Farina ottenne la carica di Prefetto del Museo dal 1813 e per questo incarico gli venne anche attribuito un vitalizio, come sappiamo dalla lettera che scrisse al suo corrispondente Agostino Gallo per essere agevolato in alcune lungaggini burocratiche, legate ai mancati pagamenti. Nella lettera datata 8 maggio 1823 Carmelo La Farina lamenta al suo corrispondente palermitano la lentezza del procedimento di nomina a Prefetto e i molti impedimenti per la consegna delle iniziali 24 onze – poi aumentate a 30 nel 1821 – che avrebbe dovuto ricevere come corrispettivo. Preme perché Gallo si adoperi in suo favore riguardo al ricorso avanzato al Luogotenente Generale di Napoli. Cfr. ms. sec. XIX ai segni Qq 10 110, della Biblioteca Comunale di Palermo; Stato discusso per l’esercizio dell’anno 1822 (Da aver vigore anche pel 1823), opera a stampa conservata presso la Biblioteca del Museo Regionale di Messina. Cfr. anche G. Molonia, Premessa, in C. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, pp. 11-12. 24 Nell’articolo intitolato Congettura del prof. C. La Farina sul sito dell’antico Nauloco (estratto dal “Il Faro che siegue lo Spettatore Zancleo. Giornale di Scienze Lettere e Arti”, a. IV, vol. I, f.3, Marzo 1836, p. 165-168, nota 2) riguardo al ritrovamento in contrada Bagni, nei pressi dell’attuale Spadafora (Me) di antichi resti murari, di vasche, e di un «vaso di grossa argilla» contenente 200 monete di bronzo coniate dalla zecca di Roma in un arco di tempo che va dall’81 d.C. al 175 d. C. per gli imperatori Domiziano, Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Faustina “minore” moglie di Marco Aurelio, La Farina scrive: «Non poche di queste medaglie furono da me acquistate, ed altre vennero in potere al culto e diligente Grosso Cacopardo». 25 In merito al dipinto raffigurante la Madonna in trono col Bambino tra due Santi di Battista Dalliotta, La Farina scrive: «[…] la quale pittura esistea (nell’anno 1821) nella chiesa di S. Giorgio, nel villaggio di Briga. Al qual villaggio che sta a undeci miglia dalla città io mi recai nel 1832; e chiesi di presente ivi giunto di quel quadro: che vidi in miseranda condizione e tramestato colla polvere e quasi vile oggetto calcato. Me ne venne dolore: che veder così volti in bassi gli egregi dipinti, o quei che servono a fermare, o rischiarare le nostre memorie, non può che con generoso fremito patirsi. E quindi curai, come meglio potei, farne acquisto. E nella quadreria diedi non indecoroso loco a quella pittura». Cfr. C. La Farina, Lettera VII. Si adducono…, 1835 pp. 101-102. Gioacchino Di Marzo è tra i primi studiosi ad accogliere questa attribuzione, cfr. Delle Belle arti in Sicilia dal sorgere del secolo XV alla fine del XVI, vol. iii, libro vii, Palermo 1862, p. 301. 26 Cfr. G. La Corte Cailler, Museo Civico, in “Archivio Storico messinese”, 1902, II, 3-4, pp. 153-155; Id., Per riordinamento del Museo, in “Archivio Storico messinese”, 1907, VIII, 1-2, pp. 147-148; Id., Per l’istituzione di un Museo Nazionale e di un Ufficio dei Monumenti a Messina, in “Archivio Storico messinese”, 1917 XVIII, , pp. 153-155; F. Campagna Cicala, Dal collezionismo…, 1999, p. 13. Per la costituzione di Musei Pubblici e Gallerie e l’acquisizione di opere e strutture sia tramite donazioni volontarie sulla base di modelli «evergetici» che tramite sequestri da parte delle istituzioni, si veda K. Pomian, Collezionisti, amatori…, 2007, pp. 352-354. Sui problemi e le scelte effettuate dal nuovo stato nazionale in relazione al patrimonio artistico acquisito con la soppressione delle Corporazioni religiose cfr. P. Picardi, Il patrimonio artistico romano delle corporazioni religiose soppresse, protagonisti e comprimari (1870-1885), De Luca Editori D’Arte, Roma 2008. 27 Miscellanea in due volumi di manoscritti relativi a trattazioni e discorsi declamati dai soci dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti, raccolte tra il 1737 e il 1803 e il 1803 e il 1808, ai segni Ms. 32 2 della Biblioteca Regionale del Museo di Messina. 28 C. La Farina, Messina. Biografia di Tommaso Aloisio, in “Giornale di Scienze, Lettere ed Arti”, t. 42, n. 53, f. 125, Palermo 1833, pp. 197-200. 29 M.P. Pavone, Aggiunte alla storiografia…, 2002, pp. 77-101. 30 Tra i molti artisti, lo scultore Giuseppe Arifò, l’incisore Tommaso Alojsio Juvara, il pittore Michele Panebianco, ma anche gli scienziati Carmelo Pugliatti e Natale Catanoso. 31 C. La Farina, Belle arti, in “Lo Spettatore Zancleo”, III, n. 32, 1835, pp. 254-255; Id., Belle Arti, in “Lo Spettatore Zancleo”, III, n. 33, 7 ottobre 1835, pp. 263-264. Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 49 numero3 - maggio 2011 la passava a far riviste, a dare e soffrire ingiurie», che il “Maurolico” «appariva come il sole di febbraio»; riguardo a “L’amico delle donne”: «un nuovo giornale usciva con l’anno 1835 in Messina tutto croci, tutto sepolcri, tutto romantico, e moriva in sul nascere»; per “L’Innominato”: «un secondo ne appariva e con qual nome? Voi chiederete, non so io, non sa lui, non ebbe battesimo». La polemica, iniziata dai compilatori dello “Spettatore Zancleo” (1836, a. V, nn. 4, 5, 17) e fomentata successivamente sulla “Trinacria” (1836, n. 17) con accuse di parzialità che nascondevano in un malcelato campanilismo, ragioni politiche, raggiunse il suo apice con attacchi personali ai redattori del “Vapore” – che ribatterono (1836, vol. III, n. 24, pp. 193-194) a loro volta sostenuti dai redattori palermitani de “Il Telegrafo” (1836, n. 48), della “Cerere, giornale officiale di Sicilia” (1836, nn. 19, 148, 184 e 189), dell’“Imparziale” (1836, nn. 39, 42 e 47) – causando la sospensione da parte delle autorità dello “Spettatore Zancleo”. Le offensive si acuirono ulteriormente tra le pagine de “Il Faro” (1836, n. 7), al punto da giungere ad una sfida a duello tra due redattori delle testate, impedita in extremis dal duca di Cumia, direttore generale della polizia siciliana. Alcune firme messinesi comparse in questa controversia andarono a formare il nucleo costitutivo della seconda edizione del “Maurolico”, col sostegno del “Gabinetto Letterario”, stampata, ancora una volta, dai torchi di Tommaso Capra nel 1841. Cfr. G. Arenaprimo, La stampa periodica in Messina dal 1675 al 1860. Saggio storico e bibliografico, in “Atti della R. Accademia Peloritana”, VIII, 1892-1893, p. 89; G. Oliva, Annali della città di Messina…, 1893, pp. 271-272, 290-291; Una lezione ai Signori fratelli Linares, compilatori del «Vapore», Malta, Nuova tip. Italiana, 1836, 4° (irreperibile già ai tempi di Oliva che lo precisa in Annali…, pp. 271-272); A. e V. Linares, Alla gioventù messinese i fratelli Linares sulla lezione pubblicata colla data apocrifa di Malta in risposta all’articolo di polemica del «Vapore», diretto ai compilatori del «Faro», Palermo, Lao, 1836, 4°; G. Pitrè, ad vocem Felice Bisazza, in Nuovi profili biografici contemporanei italiani, Palermo 1868, p. 191; N. D. Evola, Polemiche giornalistiche e albori di italianità in Sicilia, estratto da “La Sicilia nel risorgimento italiano”, a. III, f. I, pp. 3-18; M.I. Palazzolo, Intellettuali e giornalismo nella Sicilia preunitaria, Società di Storia patria per la Sicilia Orientale, Catania 1975; S. La Barbera, Linee e temi della stampa periodica palermitana dell’Ottocento, in Percorsi di critica. Un archivio per le riviste d’arte in Italia dell’Ottocento e del Novecento, a cura di R. Cioffi, A. Rovetta, Vita e Pensiero, Milano 2007, pp. 87-121. 32 Si veda ad esempio, su Giuseppe Arifò, pensionato messinese a Roma per studiare scultura presso lo studio di Pietro Tenerani: Ibid. 33 Fu dietro pressioni di Carmelo La Farina che il Senato messinese assegnò al Tenerani la commissione per il monumento bronzeo a Ferdinando II di Borbone che fu eseguito a Monaco di Baviera nel 1839 e che venne fusa durante i moti insurrezionali del 1848. Per Tenerani (Torano (Rt), 1789 – Roma 1869) e le vicende relative alla realizzazione del monumento a Ferdinando di Borbone si veda O. Raggi, della vita e delle opere di Pietro Tenerani, del suo tempo e della sua scuola nella scuola, Firenze 1880; S. Susinno, Premesse romane alla scultura purista dell’Ottocento messinese, in La scultura a Messina nell’Ottocento, catalogo della mostra a cura di L. Paladino, (21 agosto - 31 ottobre 1997), Assessorato regionale dei Beni Culturali, ambientali e della Pubblica Istruzione, Messina 1997, p. 51; S. Grandesso, Pietro Tenerani (1789-1869), Silvana, Cinisello Balsamo 2003. 34 F.P. Campione, La nascita dell’estetica in Sicilia, in “Aestethica Preprint”, 76, aprile 2006, pp. 27-48. 35 Per la figura di La Farina e un utile spaccato sull’entourage culturale in cui gravitava, si veda F. Bisazza, Della presente civiltà messinese. Lettera di Felice Bisazza al suo degno amico Gaetano Grano, in “Lo Spettatore Zancleo”, II, n. 44, 31 dicembre 1834, pp. 340-350. La Farina è citato insieme a Giuseppe Grosso Cacopardo «per l’amore per le patrie cose». Cfr. G. Molonia, Premessa, in C. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, p. 17. 36 Per l’apertura italiana verso la cultura europea e tedesca sulla stampa periodica sulla scorta degli scritti di Madame Amia Luisa de Staël-Holstein, che, come è ben noto, diede l’avvio della discussione fra classicisti e romantici con la pubblicazione nel gennaio 1816 dell’articolo intitolato Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni sul periodico «La Biblioteca italiana», cfr. C. Carmassi, La letteratura tedesca nei periodici italiani del primo Ottocento (1800-1847), Jacques e i suoi quaderni editore, Pisa 1984. A Messina un acceso dibattito si ebbe a seguito della pubblicazione dell’articolo dei fratelli Antonino e Vincenzo Linares Un colpo d’occhio sulla letteratura siciliana nel 1835 tra le pagine del palermitano “Il Vapore. Giornale istruttivo e dilettevole accompagnato dal figurino di moda” (1836, a. III, t. III, n. 19, pp. 249-251), diretto dagli stessi Linares. Lo scritto non dava sufficiente risalto al ruolo dei letterati messinesi nella vicenda culturale del tempo; riferendosi all’attività giornalistica dello “Spettatore Zancleo”, il compilatore asseriva che «se teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 50 numero3 - maggio 2011 pp. 3-18; M.I. Palazzolo, Intellettuali e giornalismo nella Sicilia preunitaria, Società di Storia patria per la Sicilia Orientale, Catania 1975; Percorsi di critica…, 2007, e in part. i saggi di C. Bajamonte, F.P. Campione, S. La Barbera. Per la figura di G. Bertini si veda ad vocem Bertini Giuseppe, in Dizionario Biografico degli Italiani (da questo momento D.B.I.), vol. IX, Roma 1967, pp. 546-547; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia, a cura di C. Napoleone, Franco Maria Ricci, Parma 2006, p. 162. 38 K.F. von Rumohr, Italienische Forschumgen, 3 voll., Berlin-Stettin 18271831, Schlosser, Frankfurt am Main 1920; A. Thiers, Salon de 1822 et collection des artiche insérés an Constitutionnel, sur L’Exposition de cette année, Maradan, Paris 1833; Id., Salon de 1824, in “Le Constitutionell”, 30 agosto 1824, pp. 3-4; J.D. Passavant, Rafael von Urbino un sein Vater Giovanni Santi, Brockhaus, Leipzig 18391858; E.J. Delécluze, Louis David, son école et son temps, Didier Libraire-editeur, Paris, 1855; G.B. Cavalcaselle – J.A. Crowe, The early flemish painters. Notices of their lives and works, J. Murray, London 1857 (ed. it. Storia dell’antica pittura fiamminga, Le Monnier, Firenze 1899); Id., A history of Painting in North Italy : Venice, Padua, Vicenza, Verona, Ferrara, milan, Friuli, Brescia, from the fourtheenth to sixteenth century, 2 voll, J. Murray, London 1871; Id., Storia della pittura in Italia dal secolo ii al secolo xvi, Le Monnier, Firenze 1886-1908 (ed. it. A cura di A. Mazza, voll xi, Le Monnier, Firenze 1908); G. Morelli (I. Liermolieff), Kunstkritische Studien uber italienische Malerei: Die Galerien Borghese und Doria Pamphli in Roma, F. A. Brockhaus, Leipzig 1890, (ed. it. Della pittura italiana: le gallerie Borghese e Doria Pamphili in Roma, studii storico critici, Treves, Milano 1897); Id., Die Galerien zu München und Deìresden, F. A. Brockhaus, Leipzig 1891; Id., Die Galerie zu Berlin, F. A. Brockhaus, Leipzig 1893; Giovanni Morelli e la cultura dei conoscitori, Atti del Convegno Internazionale (Bergamo 4-7 giugno 1987) a cura di G. Agosti, M. E. Manca, M. Panzeri, con il coordinamento scientifico di M. Dalai Emiliani, 3 voll. Pierluigi Lubrina Editore, Bergamo 1993. 39 A.C. Quatremère de Quincy, Essai sur la nature, le but et les moyens de l’imitation dans les beaux arts. Par m. Quatremère de Quincy, Jules Didot, Paris 1823, giustifica l’arte proprio in quanto apparenza, l’imitazione in quanto atto creativo ‘altro’, preparando la giustificazione del Romanticismo. Cfr. R. Schneider, L’esthétique classique chez Quatremére de Quincy, Hachette, Paris 1910; P.H. Valenciennes, Eléments de perspective pratique à l’usage des artistes suives de réflexion et de conseils à un élève sur la peinture et particulièrment sûr le genre de paysage, Desenne, Duprat, Paris 1800; 37 Tra i primi periodici che diffusero le idee romantiche, il già citato la “Biblioteca italiana. Giornale di Letteratura Scienze ed Arti” (Milano 1818161859), l’“Antologia. Giornale di Scienze, Lettere e Arti” (Firenze 1821-1832)”, quasi a continuazione del “Conciliatore”, il “Giornale Euganeo” del “Gondoliere” in veneto, il “Progresso delle scienze, delle lettere e delle arti” (1832-1834) e “Il Vesuvio” (1835) a Napoli. Cfr. Storia letteraria d’Italia, a cura di A. Balduino, L’Ottocento, a cura di A. Balduino, tomo 2, ed. cons. Piccin nuova libraria, Padova 1990, p. 879. F. Bernabei, C. Marin, Critica d’arte nelle riviste lombardo-venete. 18201860, Canova Edidioni, Treviso 2007; D. Levi, Cavalcaselle. Il pioniere della conservazione dell’arte italiana, Giulio Einaudi Editore, Torino 1988, Ead., Storiografia artistica e politica di tutela: due memorie di G.B. Cavalcaselle sulla conservazione dei monumenti (1862), in Gioacchino Di Marzo e la Critica d’Arte nell’Ottocento in Italia, atti del convegno (Palermo 15-17 aprile 2003), a cura di S. La Barbera, Officine Tipografiche Ajello e Provenzano, Bagheria 2004, pp. 53-76 ; A.C. Tomasi, Giovanni Battista Cavalcaselle conoscitore e conservatore, Marsilio Editore, Venezia 1998. In ambito isolano va evidenziata la fitta rete di rapporti con gli intellettuali del continente, che avveniva tramite una serrata corrispondenza, con lo scambio e la collaborazione tra testate, ove non mancarono vivaci dibattiti e polemiche, la circolazione della produzione letteraria. Tra i periodici siciliani, il “Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia”, pubblicato a Palermo da 1823, diretto dall’abate Giuseppe Bertini fino al 1833 quando vi subentrò Vincenzo Mortillaro di Villarena. Fu a causa delle tendenze indipendentiste del Mortillaro che la pubblicazione fu soppressa nel ’42 per poi riprendere nel ’48 col titolo di “Giornale di Scienze Lettere ed Arti per la Sicilia. Nuova Serie”, di cui furono editi solo quattro fascicoli; “Il Mercurio siculo” (1818; 1823-1831); “La Cerere, giornale officiale di Sicilia” (1823-1847); “Lo Stesicoro, Giornale catanese” che comincia le sue pubblicazioni il primo aprile del 1835 durante la provvisoria sospensione del “Giornale del gabinetto letterario dell’Accademia Gioenia” (1834, 1839-43, 1850-51) e prosegue la stampa fino al luglio del 1836; “La Specola”, che cessa la sua attività, dopo un solo anno di pubblicazioni, iniziate il primo febbraio del 1840 e terminate il 15 giugno del 1841; i messinesi “il Maurolico”, pubblicato dal 5 ottobre 1833 all’aprile del 1840, “lo Spettatore Zancleo” (Messina 1831-1836, 1839-1847) e “il Faro” (Messina 1836-1839). Cfr. N. D. Evola, Polemiche giornalistiche e albori di italianità in Sicilia, estratto da “La Sicilia nel risorgimento italiano”, a. III, f. I, gennaio-giugno 1933, Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 51 numero3 - maggio 2011 di Felice Bisazza, in F. Bisazza, Opere di Felice Bisazza da Messina pubblicate per cura del Municipio, 3 voll., Tipografia Ribera, Messina 1874; M. Tosti, Felice Bisazza e il movimento intellettuale in Messina nella prima metà del XIX secolo, Prem. Off. Graf. La Sicilia, Messina 1921; I. Stellino, Felice Bisazza, in La cultura estetica in Sicilia fra Ottocento e Novecento, a cura di L. Russo, “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo – Studi e Ricerche”, 18, 1990, pp. 13-29; S. Correnti, La cultura siciliana agli albori del XIX secolo, in “Studi e ricerche di Sicilia”, CEDAM, Padova 1963, pp. 65-110. 46 F.P. Campione, La nascita dell’estetica…, p. 60. 47 Tra i protagonisti dei moti risorgimentali che si occuparono di Belle Arti, risaltano i nomi, oltre che di Carmelo La Farina, anche dei più accesi difensori del pensiero romantico in Sicilia, quali il figlio di quest’ultimo, Giuseppe, di Felice Bisazza, Francesco Paolo Perez, Lionardo Vigo, Domenico Ventimiglia e Gaetano Daita. 48 Va notato, a tale proposito, la varietà di argomentazioni relative alla rivalutazione dell’architettura medievale, evidenziando come il fenomeno sia strettamente connesso al recupero delle tradizioni nazionali e in particolare alle istanze patriottico-risorgimentali. Cfr. F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni – protagonisti ed interpreti del restauro dei monumenti a Palermo nella seconda metà dell’Ottocento, Officina, Roma 1994, p. 44; P. Palazzotto, Teoria e prassi dell’architettura neogotica a Palermo nella prima metà del XIX secolo, in Gioacchino Di Marzo…, 2004, pp. 225237. 49 A tale proposito Pavone menziona l’articolo di Enrico De Sangro ne «Il Tremacoldo», a. I, n. 28, 1856; cfr. M.P. Pavone, Storiografia artistica a Messina nell’Ottocento: Carmelo La Farina, Giuseppe Grosso Cacopardo, Carlo Falconieri e Giuseppe La Farina, in “Archivio Storico Messinese”, 52, 1988, p. 28. 50 Per la bibliografia relativa si veda: G. Molonia, La stampa periodica a Messina (1808-1863) – Dalla «Gazzetta Britannica» alla «Gazzetta di Messina», Di Nicolò, Messina 2004; cfr. anche La produzione bibliografica. Premessa all’esposizione bibliografica in Mostra sulla cultura…, 1989, pp. 44-53. 51 Per la bibliografia relativa cfr. M. Accascina, Profilo dell’architettura a Messina dal 1600 al 1800, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1964, cap. VI e relative note, pp. 228-229; F. Basile, Lineamenti della storia artistica di Messina. La città dell’Ottocento, Edizioni Leonardo, Roma 1960, con esauriente bibliografia in nota. L. Venturi, Storia della critica d’Arte, Einaudi, Torino 1964, p. 251; L. Gallo, “Sentimento del colore” e “Colore del sentimento”: la riscoperta di Pierre-Henri de Valenciennes nell’opera di Lionello Venturi, in Lionello Venturi e i nuovi orizzonti di ricerca della storia dell’arte, Atti del convegno internazionale di studi (Roma 10-11-12 marzo 1999, Accademia Nazionale dei Lincei, Università “La Sapienza”, Facoltà di Lettere e Filosofia, Istituto di Storia dell’arte Università “La Sapienza”, Museo Laboratorio di Arte Contemporanea), a cura di S. Valeri, in “Storia dell’Arte” n. 101 (n.s. 1) Nuova Serie - Gennaio - Aprile 2002, Anno XXXIII, diretta da M. Calvesi e O. Ferrari, CAM Editrice, Roma 2002, pp. 118-129. 40 M.P. Pavone, Storiografia artistica, in Mostra sulla cultura e le ipotesi di ricostruzione della Messina del terremoto. La trama culturale, a cura di F. Campagna Cicala, G. Campo, (Messina 18 febbraio - 18 marzo 1989), Assessorato regionale dei beni culturali ambientali e della p.i. (Palermo), Amministrazione provinciale, Amministrazione comunale, Facoltà di scienze politiche, Messina 1989, pp. 40-43. 41 P. Fedele da San Biagio, Dialoghi sopra la pittura…, 1788, ed. cons. 2002. 42 M.P. Pavone, Storiografia artistica a Messina nell’Ottocento: Carmelo La Farina, Giuseppe Grosso Cacopardo, Carlo Falconieri e Giuseppe La Farina, in “Archivio Storico Messinese”, 52, 1988, pp. 23-60 e in part. 23, 24; G. Molonia, Arte cultura e società a Messina nell’Ottocento, in La scultura a Messina…, 1998. 43 M.P. Pavone, Aggiunte alla storiografia…, 2002, p. 78. 44 F. Bisazza, Del Romanticismo, Memoria letta da Felice Bisazza nella ordinaria ragunata del 27 settembre 1832 della Classe di Belle Arti della Regia Accademia Peloritana, Pappalardo, Messina 1833 (poi in F. Bisazza, Opere…, vol. III). Cfr. anche G. Oliva, Memorie storiche e letterarie…, a.a. CLXXXVII-XLXXXVIII, vol. XXVII, Messina 1916, pp. 208-210. 45 Felice Bisazza (Messina, 1809-1867), poeta, traduttore e teorico della poesia romantica, collabora a molti periodici, specie messinesi: “L’Osservatore Peloritano”, “Il Maurolico”, “Lo Spettatore Zancleo”, “L’Innominato”, “Il Faro”, “La Sentinella del Peloro”, “Il Nuovo Faro”, “La Rivista Periodica”, “L’Amico delle Donne”, “La Trinacria”, “Aristocle”, “Il Giornale del Gabinetto Letterario”, “La Farfalletta”, “Scilla e Cariddi”, “La Lanterna”, “Empedocle”, “La Lucciola”, “Il Tremacoldo”, “Il Caduceo”, “L’Eco Peloritano”, “L’Estro”, “L’Interprete”, “Gazzetta di Messina”, “La Parola Cattolica”, “Il Dicearco”, “Il Veridico”. Per Bisazza cfr. ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 167; S. Ribera, Biografia teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 52 numero3 - maggio 2011 Sebbene fossero previsti 36 uscite annue la pubblicazione fu molto irregolare: tra gennaio e luglio 1840 furono pubblicati solo 10 numeri. Tra il 1839 e il 1841 ospitò numerosi saggi di storia dell’arte di Giuseppe La Farina, tra i quali (Messina e i suoi…, 1840) che fu gravemente censurato. Cfr. G. Molonia, La stampa periodica…, 2004, p. 116-117. 64 I “monumenti di antichità del medioevo” per cui la Commissione di Antichità e Belle Arti “promuoverà e regolerà i ristauri; imprenderà e regolerà gli scavamenti di antichità di pubblica appartenenza”, ponendoli per la prima volta sullo stesso piano di quelli “di archeologia”, solo dopo il maggio 1863, quando l’allora Ministro per la pubblica Istruzione Michele Amari emanò un rivoluzionario regolamento specifico per la Sicilia per la tutela del patrimonio culturale che comprendeva anche l’introduzione di un moderno sistema di catalogazione degli oggetti d’arte. La Commissione provinciale di Messina fu istituita col Regio Decreto n. 2885 del 23 dicembre 1875. Si veda anche Regio decreto 3 maggio 1863 n. 772 che approva il regolamento della Commissione di Antichità e Belle Arti della Sicilia, Archivio Centrale dello Stato, Direzione Generale di Antichità e Belle Arti, Roma, I vers., b. 501; cfr. F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni…, 1994, pp. 57-58. 65 C. La Farina, Discorso Accademico…, sec. XIX, p. 449 [2002, pp. 100-101]. 66 Tra le pagine dello “Spettatore Zancleo” Giuseppe La Farina esplicita in un articolo intitolato Il romanticismo dello spettatore, ciò che «intendiamo noi per romanticismo […] quel sistema che pone il bene per fine di ogni scienza ed arte, il bello per mezzo, l’inspirazione per principio […] Il nostro romanticismo è quello che si addice ad un uomo che non degrada se stesso, è quel sistema che mira a perfezionamento, che tende a progresso, che (come li appella il compagno Silvio Pellico)[Silvio Pellico fu prigioniero nel carcere dello Spielberg insieme a Giorgio Guido Pallavicino Trivulzio, che fu presidente della Società nazionale italiana fondata da Giuseppe La Farina insieme a Daniele Manin. L’associazione si poneva come obiettivo l’unificazione e l’azione popolare, ribadendo il principio dell’indipendenza italiana, promuovendo la posizione moderata di Cavour a discapito dei metodi insurrezionali mazziniani; disponeva di un suo organo periodico: “Il Piccolo corriere d’Italia”.] dominerà l’Europa, perché nasce dal presente stato di civiltà e non vi è forza umana che possa far gire retrogrado un popolo quando una forza morale a perfezionamento lo sospinge». G. La Farina, Il romanticismo dello spettatore, in “Spettatore Zancleo”, 1835, a. III, n. 10, pp. 75-76; P. 52 V. Saccà, La Cattedra di Belle Arti nella Università di Messina, Tipografia D’Amico, Messina 1900, p. 96. 53 M.P. Pavone, Storiografia artistica in Mostra sulla cultura…, 1989, pp. 40-43. 54 Ibid. 55 Del 1829 una memoria archeologica in una lettera indirizzata al Direttore del “Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia” Giuseppe Bertini intitolata Su una antica iscrizione scoperta in Messina e che oggidì si conserva nel Museo Peloritano. Lettera del Dott. Carmelo La Farina Prefetto dello stesso all’Ab. Giuseppe Bertini, in “Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia”, 1829, t. 25, f. 73, pp. 76-78 (estratto dal “Giornale Letterario di Sicilia”, n. LXXIII, Palermo MDCCCXXIX, ristampato con aggiunte nel 1832); cfr. E. Braun, Archeologia. Scavi taorminesi, in “Il Faro che siegue lo Spettatore Zancleo. Giornale di Scienze Lettere e Arti”, a. IV, vol. I, Messina 1836, pp. 251-253; G. La Farina, Messina e i suoi…, 1840, p. 75; G. Rizzo, Iscrizioni tauromenitane, in “Archivio Storico Messinese”, IV, 1903, ff. 1-2, p. 108. 56 C. La Farina, Sopra una scaturigine di acqua sulfurea in Messina ed analisi di essa acqua, in “Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia”, 1823, tomo 2, n. 53, fasc. 4, pp. 82-83. 57 I periodici siciliani dell’Ottocento. Periodici di Palermo, vol. I, a cura di P. Travagliante, C.u.e.c.m., Catania 1995, p. 24. 58 C. La Farina, Messina. Biografia di Tommaso…, pp. 197-200. 59 C. La Farina, Su di un antico sarcofago…, 1822. 60 C. La Farina, Sposizione di alcune lapidi sepolcrali rinvenute in Messina nel largo di S. Giovanni Gerosoliminitano di Carmelo La Farina, Segretario Generale della Reale Accademia de’ Pericolanti, Prefetto del Museo Peloritano e Corrispondente della Commissione di Antichità e Belle Arti, per A. D’Amico Arena, Messina 1832. Cfr. I. Bitto, Le iscrizioni greche e latine di Messina, vol. I, Di.Sc.A.M, Messina 2001, pp. 87-94, nn. 29-32. 61 C. La Farina, Sopra un anello segnatorio. Considerazioni, Stamperia G. Fiumara, Messina 1844. 62 C. La Farina, Rassegna critica. Antichità ternitane. Esposte da Baldassarre Romano, Palermo un vol. in 8° di pag. 175 con 2 tavole, in “Sentinella del Peloro. Foglio Periodico”, a. I, 2° sem., n. 29, Messina 15 Aprile 1841, pp. 229-231. 63 Edita per i tipi di Michelangelo Nobolo, la “Sentinella del Peloro. Foglio Periodico” con il motto “Avanti”, dal 1 ottobre 1839 al n. 30 del 30 aprile 1841. Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 53 numero3 - maggio 2011 Barocchi, Testimonianze e polemiche figurative in Italia, G. D’Anna, Messina, Firenze 1972, pp. 71 ess.; Ead., Storia moderna dell’arte in Italia. Manifesti polemiche documenti. Dai neoclassici ai puristi 1780-1861, vol. I, Giulio Einaudi Editore, Torino 1998; S. Bordini, L’Ottocento 1815-1880, Carocci, Roma 2002, pp. 41-47; C. Savettieri, Dal neoclassicismo al Romanticismo, Carocci, Roma 2006, pp. 132-153. Giuseppe La Farina, patriota, figlio di Carmelo, nacque a Messina nel 1815. Nel 1835 si laureò in giurisprudenza nell’Università di Catania. Partecipò attivamente al dibattito tra classicisti e romantici e curò tra le pagine de “Lo Spettatore Zancleo” le recensioni di opere letterarie, storiche, musicali, teatrali, i resoconti di avvenimenti artistici e culturali ed una rubrica fissa intitolata “Rassegna di giornali siciliani”. Partecipò al movimento insurrezionale antiborbonico del 1837, a seguito del quale fu costretto a lasciare Messina e a stabilirsi a Firenze. Nel marzo 1838 tornò a Messina, ma nel 1841 nuovamente accusato di cospirazione, fu costretto a tornare a Firenze dove rimase fino al febbraio del 1848. Tornato in Sicilia fu chiamato a far parte, come deputato messinese, del nuovo Parlamento di Palermo. Assunse il ministero della Pubblica Istruzione e fece anche parte della missione diplomatica inviata in alcune capitali della penisola per raccogliere consensi verso il governo siciliano. Fu, per un anno, alla direzione del ministero della Guerra. Per cinque anni fu esule prima a Marsiglia, poi a Parigi e infine a Tours. Nel 1854 si trasferì a Torino. Dopo l’ingresso di Garibaldi a Palermo nel 1860, Cavour gli diede il delicato incarico di rappresentare in Sicilia il governo, dal quale fu cacciato. Nel 1861 fu eletto deputato e poi vice presidente della Camera. Morì a Torino il 5 settembre 1863. Le sue ceneri furono portate a Messina nel 1872 in occasione dell’inaugurazione del Gran Camposanto. Per G. La Farina si veda Giuseppe La Farina, “Atti del convegno di Studi” (Messina, 21-22 maggio 1987), a cura di P. Crupi, Pungitopo, Marina di Patti 1989. 67 «Mi conforta il riflettere non esser nuovo in Italia il pensiero di raccogliere ogni documento storico o notizia riguardante l’arte del disegno, […] sia di una città o provincia che, dell’intera nazione». Cfr. C. La Farina, Discorso Accademico…, 2002, p. 86, nota 16. 68 C. De Benedictis, Per la storia…, 1991, p. 133. 69 K. Pomian, Collezionisti, amatori…, 2007, pp. 47. 70 F. Di Stefano, Storia della Sicilia dall’XI al XIX secolo, Bari 1977, p. 263. 71 F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni…, 1994, p. 45. 72 Nella seconda metà del secolo si avrà un’intensificazione delle operazioni volte alla tutela, ma anche al ripristino, degli edifici di epoca medioevale, molto trasformati da interventi seguiti al terremoto del 1783. Con Giuseppe Patricolo (Palermo, 1834-1905) alla guida dell’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti dal 1884 si assistette a Messina al compimento di numerose campagne di restauro «con la stimolante prospettiva di poter finalmente porre a confronto l’architettura normanna palermitana con gli esempi più tardi della città peloritana». Tra gli esempi più pregnanti a Messina, si citano i restauri del Duomo ad opera di G. Patricolo; cfr. G. La Monica, Giuseppe Patricolo restauratore, ILA Palma, Palermo 1985, di San Francesco, di Santa Maria degli Alemanni, di Santa Maria della Scala, dell’Annunziata dei Catalani. Cfr. M.A. Oteri, La cultura neomedievalista a Messina nell’Ottocento e i restauri della chiesa di S. Francesco d’Assisi, in Francescanesimo e Cultura nella provincia di Messina, atti del Convegno di studio (Messina 6-8 novembre 2008), Biblioteca francescana – Officina di studi medievali, Palermo 2009, p. 219 e pp. 213-224. 73 Cfr. C. La Farina, Intorno le Belle Arti…, 1835 e in part. Lettera VI. Si purga di talune mende la biografia di Filippo Tancredi. Al chiaro e gentile Felice Bisazza, pp. 47-56; Lettera IX. Si stabilisce l’epoca della morte di Antonio Catalano, ed altra pittura si produce di Gaspare Camarda. Al chiarissimo Giuseppe Grosso Cacopardo pp. 72-74; Lettera XI. Si producono alcuni dipinti di G. Simone Comandè, del Van-Houbracken, del Bova, del Menniti. Al Chiarissimo Dr. Francesco Arrosto, pp. 81-83; Lettera XII. Si fissa l’anno del ritorno in patria del famoso dipintore Antonino Barbalonga da Messina. Al Valoroso Artista Tommaso Aloisio, pp. 84-90; Id., Lettera XIV. Si producono per la prima volta talune statue di Gio. Battista Mazzolo, scultore messinese, e si corregge un trascorso del Vasari nella vita del Frate Montorsoli. All’alacre ingegno di Giuseppe Arifò, in “Lo Spettatore Zancleo. Giornale Periodico”, a. III, n. 29, Stamperia Fiumara, Messina 29 luglio 1835, pp. 228-231; Id., Lettera XV. Si corregge da talune mende la biografia di Onofrio Gabriele, pittore da Messina. Al Chiarissimo Dr. Carlo Gemellaro Professore di Storia Naturale nella R. Università degli Studi in Catania, in “Il Faro che siegue lo Spettatore Zancleo. Giornale di Scienze Lettere ed Arti”, a. IV, vol. I, Stamperia Fiumara, Messina 1936, pp. 37-49); Id., Lettera XVI. Memorie del dipintor da Firenze Filippo Paladini. Al chiarissimo professore Salvatore Betti Segretario perpetuo dell’Accademia Pontificia di S. Luca, in “Il Faro. Giornale di Scienze, Lettere ed Arti”, a. IV, t. II, n. VIII, Stamperia di Tommaso Capra, 1836, pp. 65-77. teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 54 numero3 - maggio 2011 pittori, scultori e architetti scritte da Giorgio Vasari pittore e architetto aretino illustrate con note di Mons. Giovanni Gaetano Bottari e P. Della Valle. Con la Vita dell’autore scritta da lui medesimo e l’introd. Alle tre arti del disegno, architettura, scultura e pittura, 16 voll. Milano 1807-1811, t. 13, pp. 580. Dalle ricerche documentarie (Registri senatori del 1534 e 1535, vol. 28, fol. 42; cfr. C. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, pp. 155-156, nota 9) La Farina desume inoltre che nel 1534 il Mazzolo realizzò tre delle quattordici statue marmoree per la porta maggiore del Duomo; in “Lo Spettatore Zancleo”, a. III, n. 29, Messina 29 luglio 1835, pp. 228-231; cfr. anche F. Caglioti, Due opere di Giovambattista Mazzolo nel Museo regionale di Messina (ed una d’Antonello Freri a Montebello Jonico) in Aspetti della scultura a Messina dal XV al XX secolo, a cura di G. Barbera, “Quaderni dell’attività didattica del Museo Regionale di Messina”, 13, 2003, pp. 37-60; S. Di Bella, Scultori ed opere da alcuni documenti d’archivio, ibid., pp. 155-164; S. La Barbera, La scultura della Maniera a Messina. Note di letteratura artistica, ibid., pp. 135-154; Ead, La scultura della Maniera nella letteratura artistica messinese, in AA.VV., Fontane d’acqua a Messina, Catalogo della mostra a cura di G. Barbera, Regione Siciliana, Assessorato Beni Culturali, Messina 2004, pp. 133-152. Confuta anche le imprecisioni riguardo alle note biografiche di Filippo Paladini, e in particolare Lanzi che riferendo Gregorio (Discorsi intorno alla Sicilia di Rosario di Gregorio abbate di S. Maria di Roccadia e Professore del diritto publico siciliano della R. Università di Palermo. Con discorsi inediti, Pedone e Muratori, Palermo, t. I, p. 210) gli attribuisce il San Giuseppe di Casteltermini, opera del trapanese Andrea Carreca, per il quale chiede un parere ad Agostino Gallo: «Mi occorre pregarvi per una nota delle dipinture così esistenti di F. Paladini, e s’è possibile con la indicazione degli anni della loro esecuzione, dovendomi valere in un articolo che vado a scrivere su quest’artista, di cui la biografia scritta dal Grosso contiene a mio avviso diverse lagune, ed inesattezze». Cfr. Lettera di Carmelo La Farina ad Agostino Gallo, 20 agosto 1835, ms. sec. XIX, QqG 10 110 della Biblioteca Comunale di Palermo. Cfr. Lettera XVI. Su Filippo Paladino, in “Il Faro. Giornale di Scienze, Lettere ed Arti”, a. IV t. II, n. VIIII, Messina 1836, pp. 65-77. 81 La Farina consultò l’opera di Lanzi nella sesta edizione: L. Lanzi, Storia Pittorica della Italia, 6 voll., Milano, G. Silvestri, 1823. Cfr. C. Gauna, La Storia Pittorica di Luigi Lanzi. Arti Storia e Musei nel Settecento, Firenze 2003. Nella Lettera I. Su i pittori Francesco e Stefano Cardillo da Messina La Farina è estremamente polemico nei confronti del Lanzi. Scrive infatti: «Non è a dirsi quanta diligenza, ed amore 74 C. La Farina, Intorno le Belle Arti…, 1835, p. 64 e in part. Lettera VII. Si adducono…, pp. 57-65. 75 Cfr. C. La Farina, Intorno le Belle Arti…, 1835 e in part. Lettera IV. Di alcuni dipinti di Antonio Catalano finor sconosciuti, e di altri a lui non direttamente attribuiti. Al culto e gentile Giuseppe Grosso Cacopardo, pp. 37-42; Lettera V. Si aggiunge Francesco Laganà al novero dei pittori messinesi, e si annunciano altri dipinti di Andrea Quagliata. All’Onorando Ab. Placido Vasta, pp. 43-46; Id., Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in Messina. Ricerche di C. La Farina ordinate in più lettere, parte II, Messina 1835-1845 e in part Lettera XIII. Si tiene parola del messinese dipintore Stefano Giordano, e della Cena del Signore dallo stesso condotta. Al Chiarissimo Dr. Anastasio Cocco, in “Lo Spettatore Zancleo. Giornale Periodico”, a. III, n. 24, Stamperia Fiumara, Messina 17 giugno 1835, pp. 190-191. 76 Pavone precisa che Carmelo La Farina manifesta una notevole soddisfazione in occasione dell’acquisto del manoscritto degli Annali del Gallo da parte dell’Accademia Peloritana. Cfr. M.P. Pavone, Aggiunte alla storiografia…, 2002, p. 86, nota 13. 77 G. Buonfiglio e Costanzo, Messina, Città Nobilissima descritta in viii libri, (Venezia1606), rist. anast., a cura di P. Bruno, Messina 1985. 78 P. Samperi, Iconologia della gloriosa Vergine Madre di Dio protettrice di Messina, Messina 1644. Cfr. la rist. anast. in 2 voll. con introduzioni di G. Lipari, E. Pispisa, G. Molonia, Messina 1990 e Id., Messana S.P.Q.R. Rerumq. Decreto Nobilis Exemplaris et Regni Siciliae Caput Duodecim titulis illustrata. Opus posthumum r. p. Placidi Samperii Messanensis Societatis Jesu in duo volumina distributum…2 voll. Messina 1742. 79 C.D. Gallo, Annali della Città di Messina Capitale del Regno di Sicilia, vol. I, Messina 1756 (contiene l’Apparato agli Annali…, vol. II, 1758; vol. III, 1804; vol. IV 1875. Cfr. Annali della Città di Messina 1877-1882. 80 A differenza di Grosso Cacopardo, nella Lettera XIV. Si producono per la prima volta…, La Farina è critico nei confronti dello storiografo toscano, cui accusa un’imprecisione relativamente alla vita del Montorsoli, quando scrive «avendo trovato [i messinesi] un uomo secondo il gusto loro, diedero, finite le fonti, principio alla facciata del Duomo, tirandola alquanto innanzi». Lo studioso precisa che sull’architrave della porta a sud ovest è riportato l’anno di costruzione, 1518, e che il 1528 è indicato sull’architrave della porta laterale, ricordando che il Montorsoli giunse a Messina solo nel 1547; cfr. G. Vasari, Vite de’ più eccellenti Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 55 numero3 - maggio 2011 ci vogliono in questi benedetti studî, quanto lieto ozio, e sorriso di fortuna; ma quanta più pacatezza, e meno slancio, e meno impeto nel giudicare: nel giudicare quindi in siffatte cose ci vuol fermezza, e non interrotte ricerche, e studio i vecchi archivî, che mal si adattano ad occhi infermi, come quelli ad esempio, che invece di compilare delle opere le copiano, e non le san copiare, e certi altri di cui giova far silenzio.» (Intorno alle Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in Messina – Ricerche di Carmelo La Farina ordinate in più lettere, Messina 1835, p. 3). Per Lanzi si veda L. Lanzi, Storia Pittorica della Italia dal Risorgimento delle Belle Arti fin presso la fine del XVIII secolo, 6 voll. (Bassano 1795-1809), ed. a cura di M. Capucci, 3 voll. Firenze 1968-1974; G. Perini, Luigi Lanzi: questioni di stile, questioni di metodo, in Gli Uffizi: quattro secoli di una galleria. Fonti e documenti, atti del convegno internazionale di studi, (Firenze 20-24 settembre 1982), a cura di P. Barocchi e g. Ragionieri, Bonechi Editoriale, Firenze 1982, pp. 215-265; Sulle diverse edizioni della Storia Pittorica cfr. P. Barocchi, Sulla edizione lanziana della Storia pittorica dell’Italia, 17951796, in “Annali della Scuola Normale Superiore. Classe di lettere e filosofia”, s. IV, quaderni nn. 1-2, (Giornate di studi in onore di Giovanni Previtali, a cura di F. Cagliotti), 2000, pp. 293-319; Ead., Sulla edizione del 1809 della “Storia pittorica dell’Italia” di Luigi Lanzi, in “Saggi e Memorie di storia dell’arte”, n. 25, 2001, pp. 297-307; M. Rossi, Le fila del tempo. Il sistema storico di Luigi Lanzi, Quaderni della Fondazione Carlo Marchi, n. 31, Città di Castello (PG) 2006, pp. 57-92. 82 Per la critica delle fonti, l’originalità dell’opera d’arte contrapposta alla copia, l’osservazione di opere d’arte tra spiritualità e tecnica nella letteratura critica del tempo si veda, ad esempio, K.F. von Rumohr, Italienische…, 1920. 83 Onofrio Gabrieli (Gesso (Me) 1619 – 1706). Si veda Onofrio Gabrieli 16191706, catalogo della mostra a cura di G. Barbera e F. Campagna Cicala (Gesso (Me), 27 Agosto-29 Ottobre 1983), Industria Poligrafica della Sicilia, Messina 1983; ad vocem in D.B.I., 51, Catanzaro 1998, pp. 68-70; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 429. 84 Lionardo Vigo nelle Lettere di L.V. a Ferdinando Malvica sopra una gita da Catania a Randazzo, in “Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia”, t. X, f. 29 (Palermo maggio 1934), pp. 196-218) scambia il San Michele arcangelo con l’angelo Custode. 85 C. La Farina, Lettera XV. Si corregge da talune mende…, 1836, pp. 37-49. Sulle lettere artistiche di Carmelo La Farina, cfr. infra. 86 Confuta Grosso Cacopardo (Memorie de’ pittori messinesi e degli esteri che in Messina fiorirono dal secolo XII sino al secolo XIX, Messina 1821, p. 134) che data il rientro a Messina al 1662. 87 Domenico Marolì (Messina 1612 – Scaletta Zanclea [Me]). Allievo di Antonello Riccio, studiò anche a Venezia presso il Veronese. Operò a Bologna. Ridotto in schiavitù dai turchi che assalirono la nave che lo riportava in patria, riuscì a tornare a Palermo, dove realizzò numerosi dipinti. Rientrato a Messina fu coinvolto negli avvenimenti politici del 1674 e dovette emigrare. Ritornò prima a Venezia e morì in Spagna durante i moti del 1676. Per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario artistico dei siciliani. Pittura, a cura di L. Sarullo, Novecento, Palermo 1993, pp. 334-335; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 547. 88 L. Lanzi, Storia Pittorica della Italia…, 1968, vol. I, p. 468, nota 2. 89 Antonio Catalano detto “l’Antico” (1560 – 1630). Per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario artistico..., 1993, pp.87-88; T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento in Sicilia. La Sicilia orientale, Messina 1993, pp. 256-269, 337, note. 4-5; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 251. 90 C. La Farina, Lettera IX. Si stabilisce l’epoca…, 1835, pp. 72-74. 91 Domenico Cardillo, ad vocem in Dizionario artistico..., 1993, p. 74. L’opera è certamente databile alla seconda metà del XVI secolo, data la presenza nel paesaggio di sfondo della lanterna del porto nel braccio di S. Raineri, costruita su disegno del Montorsoli nel 1555. Oggi la firma citata da La Farina è illeggibile, essendo andata distrutta la parte inferiore della tavola. Cfr. Cardillo, ad vocem in D.B.I., 19, Roma 1976, pp. 770-772. 92 Il dipinto, citato in Messina e dintorni. Guida a cura del Municipio, Prem. stab. G. Crupi, Messina 1902, pp. 383, risulta disperso. T. Pugliatti, Arte e storia nella provincia di Messina, Samperi, Messina 1986, pp. 56, 72, precisa che nella chiesa esiste ancora il dipinto attribuito al Camarda raffigurante l’Immacolata e Santi, attribuito con certezza da G. La Farina, Messina e i suoi…, 1840, p. 154. 93 Gaspare Camarda (1570 ca. – 1655), allievo di Antonio Catalano, quando scrive La Farina era documentato solo fino al 1606. Per la sua figura e la bibliografia a lui correlata si veda ad vocem in Dizionario artistico…, 1993, pp.65-66; T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, pp. 264-266. 94 C. La Farina, Lettera IX. Si stabilisce l’epoca…, 1835, pp. 72-74. teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 56 numero3 - maggio 2011 Pietro Lanza e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, p. 287. 97 Lazzaro Di Giovanni (Palermo 1769 – 5 novembre 1856), intellettuale e conoscitore del patrimonio artistico cittadino, fu “custode e intendente di Belle Arti della collezione d’arte dell’Università di Palermo, nucleo iniziale del futuro Museo Nazionale insieme alla raccolta di Giuseppe Ventimiglia e Cottone, principe di Belmonte, di cui il Di Giovanni fu fidecommissario. Redasse l’inventario della collezione e curò l’allestimento nei locali dell’università adibiti a pinacoteca, riordinò la raccolta di disegni. Ufficiale della Regia Segreteria di Stato della Sicilia dal 1815 fino alla morte, sospese l’incarico nel 1820, probabilmente per la partecipazione ai moti rivoluzionari palermitani. Membro della Commissione di Antichità e Belle Arti, curò il restauro del Paradiso di Pietro Novelli. Scrisse un circostanziato inventario delle opere d’arte esitenti nelle chiese di Palermo, che lasciò manoscritto. Per la figura di Lazzaro Di Giovanni e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in D.B.I., XV, Roma 1991, p. 43; L. Di Giovanni, Le opere d’arte nelle chiese di Palermo, trascrizione e commento critico a cura di S. La Barbera, Palermo 2000. 98 Giuseppe Grosso Cacopardo (Messina 2 settembre 1789 – 18 dicembre 1878), fu storico dell’arte, erudito, archeologo. Continuatore dell’opera del Grano Memorie de’ pittori messinesi (1821), fu anche autore della prima Guida per la città di Messina (1841). Fondatore e redattore del “Maurolico”. Per la figura di Giuseppe Grosso Cacopardo e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, pp. 259-260; ad vocem in D.B.I., LX, Roma 2003, pp.11-13. 99 Per la figura di Placido Vasta, si veda G. Oliva, Annali della città di Messina…, vol. VIII, 1954, pp. 351-352. 100 Nicolò Americo Fasani, fu «Uffiziale di carico nella real Segreteria e Ministero di Stato dell’Interno di Napoli». Cfr. G. Molonia, Intorno alle Belle Arti…, 2004, p. 101, nota 1. 101 Giuseppe Alessi (Enna 1 febbraio 1774 – Catania 31 agosto 1837), sacerdote e canonista, fu geologo, archeologo e numismatico. Iscritto a numerose accademie italiane e straniere, insegnò Diritto Canonico all’Università di Catania. Lasciò la sua collezione geologica all’Accademia Gioenia di Catania e la biblioteca e la raccolta di reperti archeologici alla Chiesa Madre di Enna. Tra i suoi scritti ricordiamo la Storia Critica della Sicilia dai tempi favolosi alla caduta dell’Impero Romano, 95 Agostino Gallo (Palermo 7 febbraio 1790 – 16 maggio 1872) collezionista di quadri, libri, cimeli di ogni tipo relativi alla storia, alla cultura e all’arte siciliana. Raccolse di 152 ritratti ad olio di siciliani illustri che donò alla Biblioteca comunale di Palermo. La sua collezione di 103 quadri fu invece donata al Museo nazionale e oggi è conservata presso la Galleria regionale di Palazzo Abatellis. Fra le molte sue opere riguardanti la letteratura, la storia, l’archeologia, l’arte, le poesie, le liriche, le biografie, i saggi di critica d’arte, ricordiamo il Saggio su pittori siciliani vissuti dal 1800 al 1842 del 1842, e la manoscritta Storia delle Belle Arti in Sicilia dall’epoca greca sino al secolo XIX, oggi edita a stampa (a cura di A. Mazzè, Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali ambientali e della pubblica istruzione, Palermo 2000). Membro di moltissime accademie e associazioni culturali, italiane e straniere, collaborò a numerose pubblicazioni periodiche, fra le quali “L’Ape. Gazzetta letteraria di Sicilia” (1822), il “Giornale di scienze, lettere e arti per la Sicilia (1832-1840) e “L’Indagatore siciliano”. Promosse la realizzazione di un Pantheon di glorie siciliane nella chiesa di S. Domenico, in cui fossero eretti monumenti commemorativi ai siciliani più illustri e oggi è lì sepolto, ricordato da un mezzobusto opera di Benedetto Civiletti. Per la figura di Agostino Gallo e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem Dizionario dei siciliani illustri, F. Ciuni, Palermo 1939, pp. 236-237; ad vocem in D.B.I., 51, Catanzaro 1998, pp. 697-699; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, pp. 433-434; F.P. Campione, Agostino Gallo: un enciclopedista dell’arte siciliana, in La critica d’arte dell’Ottocento, a cura di S. La Barbera, Flaccovio, Palermo 2003. 96 Pietro Lanza Branciforti, Principe di Scordia, di Trabia e di Butera (Palermo 19 agosto 1807 – Parigi 27 giugno 1855). Letterato, politico patriota, fu, giovanissimo, direttore della sezione Lettere ed arti nell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti e della Commissione Antichità e Belle Arti. Dal 1835 al 1837 fu Pretore di Palermo ed in seguito, dal 1841 al 1848, ministro degli Affari ecclesiastici per il Regno delle due Sicilie. Attivo durante i moti del 1848, durante il governo provvisorio assunse la presidenza del Quarto comitato (amministrazione civile, istruzione pubblica e commercio). Costretto all’esilio dopo la restaurazione borbonica, morì a Parigi. Numerosi i suoi scritti di natura storica e letteraria; si ricordano in particolare Degli Arabi e del loro soggiorno in Sicilia del 1832, apprezzato da Michele Amari, e Considerazioni sulla storia di Sicilia dal 1532 al 1789 da servir d’aggiunte e di chiose al Botta del 1836. Per la figura di Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 57 numero3 - maggio 2011 Cumbo”. Fu membro della Labronica di Livorno e socio benemerito della Reale Accademia peloritana in cui, dal 1829, ricoprì la carica di segretario per la classe di scienze fisiche e matematiche. Per la figura di Francesco Arrosto e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, pp. 4849; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 130. 104 Tommaso Alojsio Juvara (Messina 13 gennaio 1809 – 30 maggio 1875), incisore, formatosi alla scuola del Camuccini, fu presidente della Calcografia Camerale. Insegnò calcografia a Messina nel ’46, a Napoli nel ’50 e a Roma nel ’72, condividendo la carica di Direttore con Paolo Mercuri. Tra le sue opere più celebri, la Madonna alla Reggia di Napoli e il San Carlo Borromeo, di fronte alle quali si suicidò nel 1875. Per la figura di Tommaso Alojsio Juvara e per la bibliografia a lui relativa si veda Litografia, in “Passatempo per le Dame”, a. 4, n. 28, 9 luglio 1836, pp. 125-126 [ma 225-226]; A. Gallo, Lettera di Agostino Gallo all’egregio incisore Tommaso Aloisio Messinese professore d’intaglio in Napoli, in “La Lira”, a. I, n. 51, 6 novembre 1852, pp. 203-204; A. Gallo, Sull’influenza ch’esercitarono gli artisti italiani in varii regni d’Europa ad introdurvi, diffondervi o migliorar l’arte d’intagliar cammei in pietre dure e tenere, incidere in rame, cesellare e smaltare in argento e in oro, Tipografia Barcellona, Palermo 1863, p. 13; A. Gallo, Notizie degli incisori siciliani, a cura di D. Malignaggi, Palermo 1994, pp. 125-128. T. Aloysio-Juvara, Della storia e dello stato odierno dell’arte dell’incisione, in “Nuove Effemeridi Siciliane di Scienze, Lettere ed Arti”, a. I, dispense IX-X, dicembre 1869 – gennaio 1870, pp. 404-416; ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, p. 276; ad vocem, in Allgemeines Lexikon der bildender Kunstler, a cura di U. Thieme - F. Becker XIX, F. Ullmann, Leipzig 1926, pp. 357-358; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 511; Neoclassicismo e aspetti accademici. Disegnatori e incisori siciliani, a cura di D. Malignaggi, Università degli studi, Palermo 2004. 105 La prima raccolta riporta in copertina Ricerche di Carmelo La Farina ordinate in più lettere, mentre sul frontespizio appare la dicitura Intorno Le Belle Arti, e gli Artisti fioriti in varie epoche in Messina – Ricerche di Carmelo La Farina ordinate in più lettere. Stampata a Messina nel 1835 dai torchi dei Fiumara, fu annunciata da Felice Bisazza tra le pagine dello “Spettatore Zancleo” nella rubrica Rivista Letteraria (“Lo Spettatore Zancleo”, III, n. 25, 1 luglio 1835, p. 93), e fu recensita da molte riviste dell’epoca. Una Seconda Parte fu raccolta da Gaetano La Corte Cailler che la intitolò Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in Messina – Ricerche 2 voll., Catania 1834-1843. Per la figura di Giuseppe Alessi e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, p. 27; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, pp. 101-102. 102 Gaetano Grano, (Messina, 21 novembre 1754 – 13 marzo 1828) medico, ma anche latinista, letterato, storico, antiquario, studioso di numismatica e paleografia, di storia naturale, fisica, filosofia e legge. Fu precettore di retorica nella Reale Accademia Carolina, della quale, nel 1780, gli fu conferita la carica di bibliotecario, che mantenne fino alla morte nel 1828. Fu più volte Presidente dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti e Socio dell’Accademia degli Zelanti di Acireale. Nel 1806 contribuì alla fondazione del Museo Civico Peloritano. Ricoprì numerosi incarichi istituzionali e non: Priore di S. Maria della Latina (1786), Giudice ecclesiastico della Regia Udienza (1789) , Giudice delegato della Regia Monarchia in Messina (1791), Membro della commissione per la compilazione dei codici del Regno delle Due Sicilie e Giudice Interno del Regio Tribunale di Monarchia in Sicilia (1814), Abate-Regio Priore di S. Andrea di Piazza, Vescovo in Partibus della Santissima Basilica di Terra Santa, Consigliere del Re delle Due Sicilie Ferdinando IV di Borbone (1817). Nel 1821 Luogotenente Generale in Sicilia, carica da lui rifiutata. In contatto con numerosi personaggi di rilievo della cultura del tempo come Domenico Scinà, Saverio Landolina ed il Rosario Gregorio. Coadiuvò Jakob Philipp Hackert nella stesura delle Memorie De’ Pittori Messinesi (Messina 1792), anche se non volle figurarvi. Collaborò anche con l’Abate Lazzaro Spallanzani alla redazione dei Viaggi alle due Sicilie e in alcune parti dell’Appennino”. Da segnalare la Guida alla Città di Messina, anche questa pubblicata anonima nel 1826. Possessore di una pregiatissima collezione naturalistica e di una ricca pinacoteca purtroppo dispersa. Cfr. ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 466; V. Scarcella, Cenni biografici di mons. Gaetano Grano, estratto da “Il Maurolico, Giornale del Gabinetto Letterario di Messina”, n.s., a. I, f. 7, Stamperia di Tommaso Capra, Messina 1842; G. Noto, Elogio del dotto prelato monsignore don Gaetano Grano, Firenze, co’ tipi di G. Marenich, 1828; G. Oliva, Annali della città di Messina…, 1893, p. 240-243. 103 Francesco Arrosto (Messina 2 luglio 1798 – marzo 1840), successe al padre Gioacchino alla cattedra di chimica della reale Accademia Carolina che gli fu tolta a seguito della sua partecipazione ai moti del 1837. Fu membro effettivo della Società economica della valle di Messina che gli assegnò il premio “Paolo teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 58 numero3 - maggio 2011 108 Anastasio Cocco (Messina 29 agosto 1799 – 26 febbraio 1854) fu farmacologo e naturalista. Nel 1819, a vent’anni, fu ammesso all’Accademia Peloritana dove lesse il suo primo discorso Sull’origine, progressi ed utilità della botanica. Dal 1827 professore di Materia medica alla Reale Accademia Carolina, appena elevata al rango di Università, professò la necessità di basare lo studio e l’applicazione delle scienze mediche sul metodo dell’osservazione, dell’analisi e della sperimentazione. Dal 1851 fu segretario della Reale accademia Peloritana. Per la figura di Anastasio Cocco e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, p. 127; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 287. 109 Giuseppe Arifò (Messina 1803-1842), scultore. Studiò a Roma presso l’Accademia di S. Luca con il Tenerani insieme ad Antonio Gangeri, Giuseppe Prinzi e Saro Zagari. Le sue opere, menzionate tra gli altri anche da Gaetano La Corte Cailler (Il Museo Civico di Messina…, 1981, p. 173), sono ad oggi scomparse. Per la biografia di Giuseppe Arifò e la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario artistico dei siciliani. Scultura, a cura di L. Sarullo, Novecento, Palermo 1994, p. 10. 110 Carlo Gemmellaro (Catania 4 novembre 1787 – 21 ottobre 1866) fu medico chirurgo, zoologo, botanico e archeologo. Prese parte alla battaglia di Waterloo. Dal 1831 fu nominato professore di Storia Naturale prima e di Geologia e Mineralogia poi, all’Università di Catania. Noto soprattutto per i suoi studi di vulcanologia, creò una fiorente scuola di geologi tra le fila dei membri della catanese Accademia Gioenia. Per la figura di Carlo Gemmellaro e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, p. 243; R. Cristofolini, Carlo Gemmellaro, geologo e vulcanologo, in L’Accademia Gioenia. 180 anni di cultura scientifica (1824-2004). Protagonisti, luoghi e vicende di un circolo di dotti, a cura di Mario Alberghina, Giuseppe Maimone Editore, Catania 2005, pp. 131-135. 111 Salvatore Betti (Orciano di Pesaro 1792 – Roma 1882) fu professore di Storia dell’arte, Mitologia e Costumi presso l’Accademia Pontificia di San Luca in cui subentrò a Guattani, nel 1830, nel ruolo di segretario perpetuo. Strenuo difensore del classicismo, assunse posizioni palesemente antiromantiche nei suoi scritti tra le pagine del “Giornale Arcadico di Scienze, Lettere ed Arti” che diresse dal 1819. Per la figura di Salvatore Betti e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in D.B.I., vol. IX, Roma 1967, pp. 724-726; A. Cerutti Fusco, Gaspare Salvi ordinate in più lettere, Parte II, Messina 1835-1845 che però non fu mai pubblicata. 106 Recensione di S. Betti, Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in Messina; ricerche di Carmelo La Farina ordinate in più lettere – Messina 1835 dalla Stamperia Fiumara, in “Il Faro. Giornale di Scienze, Lettere ed Arti”, a. IV, t. II, Messina 1836, pp. 98-99; pubblicato anche in C. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, pp. 229-230; Recensione di G. Di Lorenzo, Intorno le Belle Arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in Messina; ricerche di Carmelo La Farina ordinate in più lettere – Messina 1835 dalla Stamperia Fiumara, in -8° di pag. 93, in “Giornale di scienze, letteratura ed arti per la Sicilia”, a. XIII, vol. 50, t. II, aprile - maggio - giugno 1835, pp. 207-210. 107 Gaetano La Corte Cailler (Messina 1 agosto 1874 – 26 gennaio 1933) inizia giovanissimo a collaborare con alcuni giornali locali, scrivendo di storia ed arte messinese e nel 1898 ottiene un impiego come copista presso la Cancelleria del Tribunale di Messina. Nel 1899 è nominato socio ordinario della Reale Accademia Peloritana ed è socio fondatore e firmatario del primo Statuto sociale della Società Messinese di Storia Patria. Nel 1901 viene immesso in servizio come guardasala al Civico Museo Peloritano, allora ospitato nel soppresso monastero di S. Gregorio, di cui compila una guida. Diviene direttore nel 1904. Nel 1902 il Municipio pubblica la Guida di Messina e dintorni del quale La Corte Cailler è uno dei maggiori estensori. Strenuo ricercatore di documenti d’archivio riguardanti la storia e la cultura artistica di Messina, dopo il terremoto del 1908, la famiglia si trasferisce a Palermo per pochi anni. Ritornato a Messina, il 2 giugno 1910 ricostituisce, con i pochi amici sopravvissuti, la Società Messinese di Storia Patria. Ricopre numerosi ruoli: ispettore onorario comunale di Antichità e Belle Arti, componente della Commissione conservatrice dei monumenti, degli scavi ed oggetti di antichità ed arte della Provincia di Messina, ispettore bibliografico onorario. Per G. La Corte Cailler si veda “Archivio Storico Messinese”, III serie, XXXII, 41, Messina 1983, volume interamente dedicato alla sua figura, e in particolare: G. Molonia, Gaetano La Corte Cailler: note biografiche, in “Archivio Storico...”, pp. 17-27; G. La Corte Cailler, Il mio Diario, a cura di G. Molonia, 3 voll.., Messina 1998-2003; S. La Barbera, Dalla coinnosseurship alla nascita della Storia dell’arte in Sicilia: il ruolo di Adolfo Venturi, Adolfo Venturi e la Storia dell’arte oggi, Atti del Convegno (Sapienza Università di Roma, 25-28 ottobre 2006) a cura di M. D’Onofrio, Franco cosimo Editore, Modena 2008, pp. 309-328. Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 59 numero3 - maggio 2011 argomenti annunciati per le lettere XIX e XX, anch’esse mancanti. G. La Corte Cailler, Intorno le Belle Arti, e …, p. 82 bis. La lettera inizialmente numerata dal La Farina come XVII e intitolata Si riconosce per opera di Luca Villamaci la statua di S. Vittorio Angelica fu pubblicata col numero XVIII tra le pagine del “Il Faro. Giornale di Scienze, Lettere e Arti”, a. VI, t. IV, fasc. 15, Messina 1838. 116 Solo per le lettere XIII, XIV, XV e XVIII. La lettera XVI fu ritagliata dal giornale. 117 La Corte Cailler aggiunge delle integrazioni, e riporta, oltre alle glosse di La Farina, anche gli emendamenti apportati dall’Arenaprimo che aveva posseduto il manoscritto autografo dopo Grosso Cacopardo, cui era pervenuto dopo la morte dell’autore. 118 «In breve anderò a pubblicare la seconda parte delle mie lettere, che non sono meno di altre dodici…», ancora «Io vado nel parere, completando la pubblicazione di circa altre 12 lettere, ristampate tutte in un volume con qualche addizione alle prime…». Cfr. Lettera di Carmelo La Farina ad Agostino Gallo datata 11 giugno 1835 e Lettera di Carmelo La Farina ad Agostino Gallo datata 20 agosto 1835, ms. della Biblioteca Comunale di Palermo, XIX sec., ai segni 2 QqG10 110. 119 Francesco e Stefano Cardillo, Polidoro Caldara, Deodato Guinaccia, Gio. Paolo Funduli, Antonio Catalano, Francesco Laganà e Franco Bonajuto, Gio. e Nicolino Van Houbracken, Filippo Tancredi, Dalliotta, Giannotto, Giovanni Fulco, Antonello Resaliba, Animali del presepe, Gaspare Camarda, Salvatore Mittica, Ignazio Brugnani, Comandè, Antonino Bova, Mariano Menniti, Antonino Barbalonga, Stefano Giordano, Gio. Battista Mazzolo, Onofrio Gabrieli, Filippo Paladino, Domenico Campolo, Andrea Quagliata, Michele Maffei. 120 Il periodico, di chiara connotazione nazionalistica e taglio antimunicipalistico, di dichiarato intento politico letterario, foggiato sul modello del “Giornale di Scienze Lettere e Arti” di Bertini e vicino ideologicamente alla “Antologia” del Gabinetto Vieusseux, fu pubblicato a partire dal 1831 per i tipi d Giuseppe Fiumara. Nel 1836 il giornale sempre guidato dal La Farina, dovette cambiare il suo titolo in “Il Faro” a causa delle polemiche politico-letterarie sostenute contro il palermitano “Il Vapore” dei fratelli Linares, appoggiati dalla polizia. I compilatori, spinti da «l’amore per la bella patria» manifestarono, immediatamente dopo la sospensione, la volontà di riprendere le pubblicazioni con l’intento di «condurre al vero per mezzo del bello […] per svegliare gli spiriti (1786 – 1849) Architetto e professore di architettura teorica nell’Accademia di San Luca e il dibattito architettonico del tempo, in La cultura architettonica nell’età della restaurazione, a cura di G. Ricci, G. D’Amia, Milano 2002, p. 281. 112 Lorenzo Maisano (S. Lucia del Mela (Me) 1791 – Messina 1847), medico, insegnò Medicina Pratica all’Università di Messina. Membro fondatore della Società Cuveriana di Parigi, fu anche socio ordinario della Commissione Provinciale di Vaccinazione, socio ordinario prima e vicedirettore poi della Prima Classe di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti e socio corrispondente di quella di Scienze Mediche di Palermo, della Gioenia di Catania e di quella degli Zelanti di Acireale. Per la figura di Lorenzo Majsano si veda R. Lombardo, Biografia del fu Lorenzo Majsano, professore di Clinica Medica scritta da Raffaele Lombardo, professore di Fisiologia, Tip. di Commercio, Messina 1847. 113 Carmelo Allegra (Messina 1810 – 1880), sacerdote, insegnante di francese. Fondatore del giornale “Scilla e Cariddi”, periodico di carattere politico. A causa della sua attività antiborbonica fu diffidato dalla Questura ed incarcerato nel 1847. Durante la rivoluzione del 1848 diresse “L’aquila siciliana”, in seguito rinominata “Trinacria”. Sospeso dall’insegnamento al tempo della restaurazione borbonica, scrisse Prose di vario genere (Messina 1846) e collaborò a numerose testate. Per la figura di Carmelo Allegra e per la bibliografia a lui relativa si veda ad vocem in Dizionario dei siciliani…, 1939, pp. 28-29. 114 Diretta da Carmelo Allegra, fu pubblicata bimestralmente dal 1843 al 1846 per i tipi di Michelangelo Nobolo. Tra i collaboratori, oltre Carmelo La Farina, Giovanni Giamboj, Marino Zuccarello Patti, Remigio Bisignani, Leonardo Antonio Forleo, Saverio D’Amico, Nicolò Camarda, Giovanni Minà Morici, Domenico Ragona Scinà, Antonio Fulci, Ercole Tedeschi Amato, Lodovico Fulci Gordone, Andrea Di Gregorio, Silvestro La Farina, Antonio Minà La Grua, Felice e Domenico Bisazza, Luigi Pellegrino, Giovan Battista Calapai, Riccardo Mitchell, Lorenzo Maisano, Francesco Bertolami, Carlo Gemmellaro, Giuseppe De Spuches, il barone Pasquale Galluppi. G. Arenaprimo, La stampa periodica…, 1892-1893, pp. 84-85. 115 La numerazione è fedele da XIII a XVI. La Corte Cailler ipotizza che la lettera XVII, da “Scilla Cariddi”, che non riuscì a reperire, possa non essere mai esistita, o al più che potesse trattare di Giuseppe Camarda o di Letterio Paladino, teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 60 numero3 - maggio 2011 divenuti ormai neghittosi per un sonno troppo lungo per causa del quale troppo à sofferto l’amor nostro nazionale» con l’obbiettivo di «portare nella ognor massa crescente dell’umano sapere quell’unità che manca e senza della quale non avran pace gli animi, né i popoli vera quiete» (“L’Indagatore”, 1834, I, pp. 61-35). “Il Faro” aveva in copertina una epigrafe (Felix quem faciunt alien pericola cautum) e un verso (La verità nulla menzogna frodi). Dal 1839 il giornale riacquistò il nome di “Spettatore Zancleo” e il proprio stampo prettamente politico e continuò le sue pubblicazioni settimanali in modo regolare fino al 1847. (S. La Barbera, La stampa periodica palermitana…, 2007, p. 87-121). Qualche sporadico numero di natura letteraria uscì con scarso successo, con contributi di autori minori. Cfr. G. Arenaprimo, La stampa periodica…, 1892-1893, pp. 158-160, 162-166; G. Oliva, Annali della città di Messina…, 1893, estratto da “La Sicilia nel risorgimento italiano”, a. III, f. I, pp. 3-18. 121 Pubblicato dal 5 ottobre 1833 all’aprile del 1840. Tra i principali corrispondenti i nomi dell’intellighenzia siciliana del periodo: oltre al citato Grosso Cacopardo, Francesco Arrosto, Felice Bisazza, Antonio Catara Lettieri, Anastasio Cocco, Agostino Gallo, Carlo Gemelli, Alojsio Juvara, Agatino Longo, Lorenzo Maisano, Raffaello Politi, Carmelo Prestigiovanni, Giovanni Saccano, Antonio Sarao, Domenico Ventimiglia, Lionardo Vigo. Dal maggio 1841 la nuova serie del giornale in cui La Farina figura tra i corrispondenti, fu edita per i tipi di Tommaso Capra col titolo di “Il Maurolico. Giornale del Gabinetto Letterario di Messina”. Intitolato solo Giornale del Gabinetto Letterario di Messina dal 1842 al 1 settembre 1874, quando fu chiuso per ordine del Governo. Cfr. G. Arenaprimo, La stampa periodica…, 1892-1893, pp. 166-169; G. Oliva, Annali della città di Messina…, 1893, pp. 263, 270-271. 122 Relativamente alle attribuzioni ai pittori messinesi Francesco e Stefano Cardillo, nella prima lettera indirizzata ad Agostino Gallo, La Farina manifesta i sui dubbi precisando la propria appartenenza a quella schiera di «eletti, che non leggono a spento lume le altrui opinioni intorno alla cronologia degli artisti, elemento necessariissimo per la storia critica delle arti belle». Cfr. C. La Farina, Lettera I. Su i pittori Francesco e Stefano Cardillo da Messina, in Intorno alle Belle Arti…, 1835, p.3. 123 Cfr. C. L a F arina , Lettera V. Si aggiunge Francesco Laganà…, 1835, pp. 43-46. 124 V.M. Amico, Dizionario topografico della Sicilia. Tradotto dal latino ed annotato da Gioacchino Di Marzo, t. I, Tipografia di Pietro Morvillo, Palermo 1855, p. 119. Il dipinto è oggi conservato presso la parrocchia dei SS. Pietro e Paolo. 125 Per Andrea Quagliata (Messina 1594 – 2 giugno 1660), si veda ad vocem in Dizionario artistico..., 1993, p. 431; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 809. Per i dipinti citati cfr. G. La Corte Cailler, Sicilia monumentale. Alcune opere d’arte osservate in Taormina, in “Atti della R. Accademia Peloritana”, a. XVII, 1902-1903, p. 92. 126 C. La Farina, Lettera III. Se il Pittor Gio: Paolo Fondoli Cremonese possa noverarsi tra gli esteri, che in Messina fiorirono, in Intorno alle Belle Arti…, 1835, pp. 31-36. 127 Cfr. G. Biffi, Memorie per servire alla storia degli artisti cremonesi, ed. critica a cura di L. Bandera Gregori, in “Annali della Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona”, a. XXXIX, n. 2, Cremona 1989. 128 G. Grosso Cacopardo, Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, pp. 88-89. 129 C. La Farina, Lettera II. Sull’anno di morte di Polidoro Caldara da Caravaggio, in Intorno alle Belle Arti…, 1835, pp. 17-30. 130 G. Vasari, Vite de’ più eccellenti pittori…, 1807-1811, t. 9, pp. 248 e sgg. 131 C. La Farina, Lettera II. Sull’anno di…, 1835, p. 21. 132 Vasari lo vuole nella chiesa Cattedrale, mentre Buonfiglio e Gallo asseriscono che sia tumulato nella chiesa del Carmine. J.F. Hackert, G. Grano, Memorie de’ Pittori Messinesi, Messina 1792, p. 22; G. Grosso Cacopardo, Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, rist anast. Bologna 1972, p. 47; C.D. Gallo, Annali della Città di Messina…, vol. I, 1756, p. 98. Alle opere citate da Grosso Cacopardo, La Farina aggiunge al catalogo dell’artista lombardo due opere di piccole dimensioni, che curiosamente comprendevano entrambe un piccolo autoritratto del pittore. Si tratta di un Martirio di S. Placido, che ricorda in casa del «fu Presidente Finocchiaro» e poi passato in collezione Geraci, già citato da G. Bertini (estratti di opere di autori siciliani. Memorie de’ pittori Messinesi, ecc. Sei Lettere MSS. di Giuseppe Grosso Cacopardi. Continuazione dell’Estratto, in “Giornale di Scienze, letteratura e Arti per la Sicilia”, a. I, t. IV, 1823, pp. 101-102) e una Deposizione dalla croce, nello studio dei fratelli Giuseppe, Letterio e Pietro Subba, passata successivamente in mano al La Farina stesso. Le attribuzioni sono accettate anche dalla critica successiva, cfr. G. Di Marzo, Delle Belle arti…, 1862, p. 231; T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, p. 132. Infine segnala anche un S. Giacomo apostolo, perduto nel terremoto Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 61 numero3 - maggio 2011 tomi furono rubati e venduti come carata dopo il terremoto del 1783; cfr. C. La Farina, Lettera II. Sull’anno di morte…, 1835, pp. 28-29, nota p. 139 La tesi di La Farina fu accolta da Gioacchino Di Marzo (Delle Belle arti in Sicilia…, 1862, pp. 233-237); tra gli studiosi moderni è accettata solo da Lanfranco Ravelli (Polidoro Caldara da Caravaggio, Bergamo 1978). Per la bibliografia aggiornata su Polidoro da Caravaggio si vedano: P. Leone De Castris, Polidoro da Caravaggio, l’opera completa, Electa Napoli, Napoli 2001; Polidoro, the way to Calvary, (Catalogo della Mostra 12 settembre - 7 dicembre 2003), National Gallery, London 2003; M. Marini, Polidoro Caldara da Caravaggio, l’invidia e la fortuna, Marsilio, Venezia 2005; Polidoro da Caravaggio, a cura di D. Cordellier, Musee du Louvre - Departement des arts graphiques, Milano, Paris 2007; C. Pidatella, Polidoro da Caravaggio, L’Eco di Bergamo - Museo Bernareggi, Bergamo 2009. 140 C. La Farina, Lettera XI. Si producono alcuni dipinti…, 1835, pp. 81-83. 141 Gaetano La Corte Cailler è concorde: «Non è possibile che Comandè, nato nel 1580, assistesse alla scuola di Paolo Veronese, morto nel 1588». Cfr. le annotazioni autografe, ripubblicate in C. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, p. 130, n. 4. Già Susinno ne Le Vite de’ pittori messinesi (ms. 1742, ed a cura di V. Martinelli, Firenze 1960, pp. 121-125) e Mongitore nelle Memorie dei pittori, scultori, architetti e artefici in cera siciliani (1740 ca., ed. a cura di E. Natoli, Palermo 1977, p. 100), datano la nascita dell’artista al 1558. 142 Filippo Tancredi (Messina 1655 – 1722). Per la sua figura e la bibliografia a lui relativa si veda, G. Guttilla, Filippo Tancredi, in “Quaderni dell’ “A.F.R.A.S.”, n. 3, Palermo 1974; ad vocem in Dizionario artistico..., 1993, pp. 518-519; M. Guttilla, Pittura e incisione nel Settecento, in Storia della Sicilia, 2, Roma 1999, pp. 290-297; Ead., Gli studi pioneristici di Maria Accascina sulla pittura del Settecento. Sviluppi, conferme e piccole novità, in Storia, critica e tutela dell’arte nel Novecento. Un’esperienza siciliana a confronto con il dibattito nazionale, Atti del Convegno Internazionale di Studi in onore di Maria Accascina (Palermo – Erice 14-17 giugno 2006), a cura di M.C. Di Natale, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta 2007, pp. 300-315 e in part. 309; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 946; Ead., Cantieri decorativi a Palermo dal tardo Barocco alle soglie del Neoclassicismo, in Il Settecento e il suo doppio, Rococò e Neoclassicismo, stili e tendenze europee nella Sicilia dei viceré, atti del convegno internazionale di studi (Palermo del 1693, per la chiesa dei Conventuali di Catania nella cappella dei Principi della Torre (F. Cagliola, Almae siciliensis Provincaie Ordinis Minorum Canventualium S. Francisci manifestationes novissimae, sex explorationibus camplexae, Venezia 1644, p. 73, [ed. a cura di F. Rotolo, 73, [ed. a cura di F. Rotolo, Palermo, Officina di Studi Medievali, 1984]). 133 Ci rimangono svariati disegni e schizzi oltre che una testimonianza diretta e particolareggiata scritto il 1 settembre1534 un libretto in versi da Colagiacomo d’Alibrando, e dedicato al nobile Pietro Ansalone committente del dipinto; C. d’Alibrando, Il Triompho il qual fece Messina nella Intrata del Imperator Carlo V e Molte altre cose Degne di notizia…, Messina 1535, pubblicato anche in C.D. Gallo 1758, t. II, libro VII, pp. 499-516; cfr. A. Marabottini, Polidoro da Caravaggio, Edizioni dell’Elefante, Roma 1969, pp. 176, 215, 333-334; P. Leone de Castris, Polidoro da Caravaggio fra Napoli e Messina, Roma 1988-1989, pp. 130132. 134 Tutte le notizie relative al dipinto si evincono dal libretto di Colagiacomo d’Alibrando, dedicato a Pietro Ansalone. Cfr. T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, p. 121; P. Leone de Castris, Polidoro da Caravaggio…, 1988-1989, pp. 130-131. 135 Per l’opera, Marabottini (Polidoro…, 1969) ipotizza il nome di Stefano Giordano. Pugliatti considera l’ipotesi attributiva al Guinaccia «improponibile per ragioni cronologiche» (La pittura del Cinquecento…, 1993, p. 124). 136 In ambito isolano solo G. Di Marzo (Delle Belle arti in Sicilia…, 1862, p. 235) concorda con La Farina nel correggere la data di morte proposta da Vasari, anticipandola al ’34. 137 E. Mauceri, Polidoro da Caravaggio a Messina, in “Sicilia”, 1928, gennaio, pp. 3-5. È stato suggerito (T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, pp. 123-125) che dato l’alto numero di richieste, l’esecuzione della pala dell’Alto fosse stata rimandata, ipotesi confortata dalla presenza nello stesso gruppo di schizzi e di studi sia del gruppo di angeli avvinghiato al tempietto dell’Adorazione dei Pastori che di apparati per i “Trionfi” per Carlo v. Cfr. Disegno conservato al Kupferstichkabinett, Staatliche Museen di Berlino, inv. K.d.Z. 26458, 79.D.34; cfr. A. Marabottini, Polidoro…, 1969, pp. 176, 215, 333-334. 138 Lo stesso La Farina precisa che i libri del Banco iniziano dal 1837, sebbene Gallo negli Annali li dati a partire dal 1586. Ci informa che molti dei teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 62 numero3 - maggio 2011 del dipintore. Il quale così innanzi si mostra in quell’opera, per singolar progresso dell’arte nel comporre con grande sviluppo le figure, nel disegnare e colorire con somma energia e con profonda scienza, e nel trattar con molta abilità la prospettiva, ch’è degno di appartener veramente alla scuola del cinquecento; e forse fiorì al di là dell’epoca, che il Gallo stabilì per lui nel cadere del decimo quinto secolo». La segnalazione è ripresa successivamente da Brunelli che però non concorda con Di Marzo in merito all’ipotetica datazione. Lo studioso riscontra i modi del Giuffrè nello stile dell’artista che nel dipinto raffigurante la Visitazione «pose e non pose la sua firma. Non scrisse il nome ma in un angolo pose un cardellino…» sulla base del raffronto con un dipinto di analogo soggetto realizzato per la chiesa del Varò a Taormina (E. Brunelli, Note antonelliane, in “L’Arte”, 1908, pp. 300-304 e in part. 300-301; cfr. ad vocem Cardillo in Allgemeines Lexikon der bildender Kunstler, a curadi U. Thieme – F. Becker, V, F. Ullmann, Leipzig 1911, p. 585, E. Brunelli, Antonino Giuffrè, il vecchio Cardillo, Alfonso Franco, in «Giornale di Sicilia», 21 maggio 1931, p. 3). Per le ipotesi sulla figura di un ‘maestro Cardillo’ si vedano anche G. Columba, Terremoto di Messina. Opere d’arte recuperate dalle R. Soprintendenze dei Monumenti, dei Musei e delle Gallerie di Palermo, Stabilimento tipografico Virzì, Palermo 1915, p. 42, che riferisce l’attribuzione di Carmelo La Farina; E. Mauceri, Dipinti inediti dei sec. XV e XVI nel Museo Nazionale di Messina, in “Bollettino d’Arte”, a. XIII, ff. 5-6-7-8, maggio-agosto 1919, pp. 77-79; Id., Il Museo Nazionale di Messina, La Libreria dello Stato, Roma 1929, p. 39; S. Bottari, Ricerche intorno agli Antonelliani, in “Bollettino d’Arte”, s. II, a. X, f. VII, gennaio 1931 (a. IX), pp. 291-316 e in part. 315-316, nota 24; Id., Introduzione, in F. Hackert-G, Grano, Memorie di Pittori Messinesi, Stamperia Reale, Napoli 1792, ed. con introduzione, note e appendice bibliografica a cura di S. Bottari, in “Archivio Storico Messinese”, n.s., a. XXVIII-XXXV, 1934, p. 19. 156 La critica più recente è concorde nel ritenere che il dipinto non possa essere assegnato a Francesco. Cfr. Cardillo, ad vocem in D.B.I., 19, Roma 1976, pp. 770-772; ad vocem in Dizionario artistico..., 1993, pp. 74-75; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 228. 157 G. Rosini, Storia della pittura italiana esposta coi monumenti, Pisa 1845, vol. v, p. 43; T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, pp. 168-170. 158 Frazione di Gualtieri Sicaminò (Me). Per i Cardillo si veda, ad vocem in D.B.I., XIX, Roma 1976, pp.780-782. 10-12 novembre 2005), a cura di M. Guttilla, Kalòs, Palermo 2008, pp. 177-207 e in part. 185. 143 J.F. Hackert, G. Grano, Memorie de’…, 1792, p. 64; G. Grosso Cacopardo, Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, p. 207. 144 C. La Farina, Lettera VI. Si purga di talune…, 1835, pp. 47-56. 145 C. La Farina, Si fissa l’anno del ritorno in patria del famoso dipintore Antonino Barbalonga da Messina. Al Valoroso Artista Tommaso Aloisio, in Intorno alle Belle Arti…, 1835, pp. 84-90. 146 Alojsio Juvara rispose a La Farina con una lettera intitolata Intorno a taluni dipinti di Antonino Barbalonga, pubblicata nel 1837 ne “Il Faro. Giornale di Scienze, Lettere ed Arti”, a. V, v. III, n. 13, pp. 69-76; la lettera è ripubblicata in Appendice, II – Belle Arti, in G. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, pp. 221-229. 147 Datata “Messina, 9 dicembre 1833”, cfr. C. La Farina, Lettera I. Su i pittori..., 1835, pp. 3-16. 148 Ibid., p. 3. 149 J.F. Hackert, G. Grano, Memorie de’…, 1792, p. 19. 150 P. Samperi, Messana S.P.Q.R. Rerumq. Decreto Nobilis Exemplaris et Regni Siciliae Caput Duodecim titulis illustrata. Opus posthumum r. p. Placidi Samperii Messanensis Societatis Jesu in duo volumina distributum…, 2 voll. Messina 1742, p. 614, n. 267; Id., Iconologia della gloriosa…,1644 ed. cons. rist. anast. in 2 voll. con introduzioni di G. Lipari, E. Pispisa, G. Molonia, Messina 1990, p. 601. 151 G. Buonfiglio e Costanzo, Messina, Città Nobilissima…, 1985, 18r. 152 C. D. Gallo, Annali della Città di Messina …, vol. III, Messina 1804, pp. 107, nota 21, 183. 153 F. Susinno, Le Vite…, 1960, p. 168. 154 C. La Farina, Lettera I. Su i pittori..., 1835, p. 4. La Farina aveva già accennato ai dipinti dell’Alto in Notizie di alcuni Pittori Messinesi, in “Il fa per tutti …”, p. 127 155 G. Grosso Cacopardo, Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, pp. 26, 64, ascrive a «un Cardillo da Messina» fiorito «verso gli ultimi del 1400» i due dipinti. Anche G. La Farina (Messina e i suoi…, 1840, pp. 57-58) concorda con questa ipotesi. Gallo è citato anche da Di Marzo (Delle Belle arti in Sicilia…, 1862, p. 171) che ricorda i due dipinti e in merito alla Visitazione precisa, che «in un angolo si scorge con tutta leggiadria dipinto un cardellino, siccome emblema del cognome Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 63 numero3 - maggio 2011 saranno ulteriormente indagati metodologicamente nello scritto degli ultimi anni dedicato al pittore anversate Guglielmo Borremans (Guglielmo Borremans di Anversa, pittore fiammingo in Sicilia nel secolo XVIII (1715-1744), Virzì, Palermo 1912). 164 G. Grosso Cacopardo, Guida per la città di Messina…, 1826, rist. anast. Bologna 1989, p. 120. 165 G. Bertini, Saggio sulle Memorie de’ Pittori Messinesi, ed Esteri, che in Messina fiorirono: Messina 1821, n. 8 Fasc. I e II, in “L’Iride. Giornale di Scienze, Lettere ed arti per la Sicilia”, a. I, t. II, Palermo 1822, pp. 100-118 e in part. Parte II. Estratti di autori siciliani…, in “Giornale di Scienze, Letteratura ed Arti per la Sicilia”, a. I, t. IV, 1823, p. 87. 166 C. La Farina, Lettera I. Su i pittori..., 1835, p. 9. 167 Nel volume posseduto da La Corte Cailler, appartenuto a Grosso Cacopardo prima e all’Arenaprimo poi, è presente una postilla apposta nel 1903 ricopiata dagli originali autografi di La Farina, in cui si precisa che «Il quadro della Madonna di Monserrato, nella cappella del forte Gonzaga “venne sotto i nostri occhi, da chi lo aveva in serbo, audacemente trafugato”». Cfr. Premessa, in C. La Farina, Intorno alle Belle Arti…, 2004, p. 50, nota 20. 168 G. Grosso Cacopardo, Belle Arti. Continuazione delle Lettere sulla pittura dell’Autore delle Memorie dei Pittori Messinesi. Lettera III, “Maurolico. Foglio periodico”, s. I, n. 6 (Messina 9 novembre 1833), pp. 42-43; cfr. G. Grosso Cacopardo, Opere…, 1994, pp. 30-31. 169 Queste ultime due opere, insieme alla tela con la Madonna col Bambino, Sant’Anna e Santa Venera della chiesa madre di Novara di Sicilia, firmata “Ego feci” entro un piccolo cartiglio portato dal solito cardellino, datato 1607 e dunque probabilmente sua ultima opera, sono le uniche sopravvissute. Dal Registro dei Morti della chiesa del convento di S. Girolamo dei Domenicani di Messina, al foglio 194, si evince che Francesco Cardillo morì il 29 ottobre 1607, come lo stesso La Farina informa. Cfr. G. Borghese, Condizioni di Novara sotto l’aspetto della civiltà e dell’arte, in “Archivio Storico Messinese”, 1905, a. VI, ff. III-IV, pp. 223-262; Id., Novara di Sicilia e le sue opere d’arte (da documenti inediti), in “Archivio Storico Messinese”, 1906, a. VII, ff. III-IV, pp. 223-262; Cardillo, ad vocem in D.B.I., XIX, Roma 1976, pp.780-782, osserva che Sia la Pietà che la Madonna e Santi di Novara rivelano l’adesione a modi manieristico-controriformati e una spiccata attenzione verso effetti naturalistici e cromatici vicini ai modi di Antonio Catalano 159 C.D. Gallo, Apparato agli Annali…, 1755, p. 183. 160 G. Grosso Cacopardo, Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, p. 64; F. Susinno, Le Vite…, 1960, p. 168; C. D. Gallo, Annali della Città di Messina…, vol. III, 1804, p. 183; C. La Farina, Lettera I. Su i pittori…, 1835, p. 13 161 G. Grosso Cacopardo, Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, p. 64; F. Susinno, Le Vite…, 1960, p. 168; C. D. Gallo, Annali della Città di Messina…, vol. III, 1804, p. 183; C. La Farina, Lettera I. Su i pittori…, 1835, p. 13. 162 Questo dipinto era citato da Grosso Cacopardo come opera del solo Stefano. Riporta Samperi che la definisce «opera a meraviglia bella» P. Samperi, Iconologia della gloriosa Vergine…, 1644. Cfr. la rist. anast. in 2 voll. con introduzioni di G. Lipari, E. Pispisa, G. Molonia, Messina 1990, p. 601. Cfr. Memorie de’ pittori messinesi…, 1821, pp. 102-103. 163 G. Grosso Cacopardo, Guida per la città di Messina scritta dall’Autore delle Memorie de’ pittori Messinesi, Siracusa (Messina) 1826, rist. anast. Bologna 1989, p. 29. Giuseppe La Farina cita il documento parzialmente pubblicato dal padre (C. La Farina, Lettera I. Su i pittori..., 1835, p. 14) ribadendo che «questa pittura dava il Gallo al Rubens, ed il Grosso a Francesco Cardillo; ma non è d’attribuirsi né all’uno né all’altro. Nel catalogo de’ confrati, che ha cominciamento col 1588, sta scritto “Agostino Massena genovese entrò li 11 marzo 1629; regalò l’egregio quadro, che si conserva nel nostro Oratorio di quando il P. S. Francesco si gettò nudo tra le spine: opera di eccellente pittore fatta venire dal medesimo dalle Fiandre. Il prezzo è costato duecento scudi di nostra moneta.” Or dunque è a dirsi che al Cardillo non partiene, né tantomeno al Rubens, il quale nel 1629 era già da un decennio passato da questa vita», Messina ed i suoi monumenti, Messina 1840, p. 71; parimenti Salvatore Lanza descrive il dipinto informando che «si attribuisce a Rubens o a Francesco Cardillo, ma pare non possa essere né dell’uno né dell’altro, avuto riguardo all’anno in cui fu eseguito», cfr. Guida del viaggiatore in Sicilia, Palermo 1859, p. 134. In questi anni l’attenzione alla penetrazione della cultura fiamminga in Sicilia si ha anche da parte di Gioacchino Di Marzo che ne La Pittura in Palermo nel Rinascimento, del 1899, segnala alcuni esempi di opere ed artisti provenienti dalle Fiandre evidenziandone il forte impatto in ambito locale. Questi studi saranno approfonditi dallo studioso anche nel saggio intitolato Di Antonello da Messina e dei suoi congiunti (in Documenti per servire alla Storia di Sicilia, pubblicati a cura della Società Siciliana per la Storia Patria, s. IV, v. IX, Palermo 1903 e teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 64 numero3 - maggio 2011 periodica…, 1892-1893, p. 147, nota 1; Id., Almanacchi e Strenne di altri tempi, in “Eros. Rivista artistica letteraria”, I, 1900, f. I, pp. 9-12. 174 L’opera era stata riferita in precedenza alla “scuola di Polidoro”, o più genericamente definita “di stile raffaellesco”. Cfr. C.D. Gallo, Apparato agli Annali…, 1755, p. 172; G. Grosso Cacopardo, Guida per la città di Messina…, 1826, p. 2; Id., Guida per la…, 1841, p. 2. 175 C. La Farina, Lettera VII. Si adducono varie notizie..., 1835, pp. 60-61. L’attribuzione è accettata con qualche riserva da G. La Farina (Messina e i suoi…, 1840, pp. 38-39), e successivamente da G. Di Marzo (Delle Belle arti in Sicilia…, 1862, p. 309), s.a., Messina e dintorni, guida a cura del Municipio, Prem. stab. G. Crupi, Messina 1902) e A. Salinas e G.M. Columba (Terremoto di Messina (28 dicembre 1908). Opere d’arte recuperate dalle RR. Soprintendenze dei Monumenti, dei Musei e delle Gallerie di Palermo, Palermo 1915, p. 25), che lo dicono «recuperato nel museo», sebbene non figuri tra le opere esistenti. Cfr. T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, p. 332, nota 8. 176 Id., Notizie di alcuni Pittori Messinesi, in “Il fa per tutti…”, 1812, p. 125. 177 Si ricordano tra le altre: C. La Farina, Elogio funebre per Sua maestà Ferdinando I Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie, nella straordinaria tornata della reale Accademia de’ Pericolanti del dì 8. Febbraio 1825. Letto dal Socio Carmelo La Farina Dottore in ambe le leggi, professore di matematica nella reale Accademia Carolina, deputato, ed esaminatore geometra per l’equazione de’ pesi, e delle misure, prefetto del pub. Museo, ed Accademico del Buon Gusto, Giuseppe Fiumara, Messina 1825; Id., Inno da cantarsi nel Real Teatro della Munizione della Città di Messina la sera de’ 29 luglio 1828 nella sempre lieta occasione di essere ornato dall’Eccellentissimo Signore Marchese della Favara, brigadiere de’ reali Eserciti, Gentiluomo di Camera con esercizio, Cavaliere degl’insigni Reali Ordini di S. Gennaro, e di S. Ferdinando, e del Merito, cavaliere di 1.ma Classe dell’ordine Imper. Austriaco della Corona di Ferro, Cavaliere di Giustizia del Real Ordine Militare di S. Stefano P. e M. Consigliere di Stato Ministro Luogotenente Generale di S. M. (D. G.) in questa parte de’ Reali Dominj ec. ec. ec. Parole di Carmelo La Farina, Antonino d’Amico arena, Messina 1828; Id., Pell’assunzione alla Sacra porpora di D. Francesco di Paola Villadicani, Cardinale del titolo di S. Alessio, Arcivescovo di Messina ec.ec., Discorso pronunziato nella Reale Accademia Peloritana il dì 12 ottobre 1843 dal suo Segretario Generale Professore Carmelo La Farina giudice di tribunale civile, Stamperia di G. Fiumara, Messina 1843; Id., Cenni biografici dell’eminentissimo principe D. Francesco di Paola Villadicani, patrizio messinese dei principi l’Antico, discordando in modo piuttosto evidente dalle espressioni della Madonna di Soccorso, in cui evidenti caratteri polidoreschi spiccano nel registro inferiore, specie nella figura del demone; P. Leone de Castris, Polidoro da Caravaggio…, 1988-1989, p. 178, 184; T. Pugliatti, La pittura del Cinquecento…, 1993, pp. 169-170. 170 Cfr. Cardillo Francesco, ad vocem in Dizionario artistico..., 1993, pp. 74-75; ad vocem in Enciclopedia della Sicilia…, 2006, p. 228. 171 Reg. dei Matrimoni, fol. 41, retro, num. 173. Pubblica anche notizie riguardo ai fratelli di Stefano, figli di Francesco, formatosi alla scuola di Antonello Rizzo, del quale sposò la figlia Giovannella da cui ebbe quattro figli: Stefano (21 febbraio 1595), Vincenzio (29 agosto 1596) morto a soli ventotto anni, Flavia (30 novembre 1600), Anna Maria (5 febbraio 1603). Cfr. Reg. dei Morti, fol. 33, num. 910; Reg. dei Matrimoni, della Parrocchiale Chiesa di S. Nicolò dell’Arcivescovado del 1593, fol. 98, retro; Morto il 6 gennaio 1625, Reg. dei Morti, fol. 6, num. 144; Reg. dei Natali, della Parrocchiale Chiesa di S. Nicolò dell’Arcivescovado sotto i giorni indicati. G. Molonia fa notare che C.D. Gallo, erroneamente segnala Stefano come l’ultimo dei figli e non il primo quale è effettivamente (Annali della Città di Messina…, t. III, Messina 1803, p. 107, nota 21). 172 Nel 1812 riporta notizie relative a Pietro Oliva, Polidoro, Guinaccia, Mariano e Antonio Riccio (C. La Farina, Notizie di alcuni Pittori Messinesi, in “Il fa per tutti o sia Calendario, e notizie per l’anno bisestile 1812”, pp. 121-127) e segnala notizie Su un antico sarcofago esistente a Messina (in “Il fa per tutti o sia Calendario, e notizie per l’anno 1812”, pp. 41-43). In nota menziona anche un breve saggio sulla famiglia degli «Antonii» in riferimento alle Memorie degli artisti messinesi di Grosso Cacopardo, «dottissimo anonimo concittadino», pubblicate l’anno precedente in un articolo intitolato “Strenna Galante dell’Animoso Accademico Peloritano», cfr. C. La Farina, Notizie di alcuni Pittori Messinesi, in “Il fa per tutti o sia…”, pp. 121, nota 1. Nel 1813 riferisce di G. S. Comandè, A. Catalano, A. Rodriguez (C. La Farina, Continuazione delle notizie su alcuni Pittori Messinesi, in “Il fa per tutti o sia…”, 1812, pp. 139-144); nel 1814 cita M. Minniti, A. Socino, F. Giannitti, D. Marolì, A. Quagliata (C. La Farina, Continuazione delle notizie su alcuni Pittori Messinesi, “Il fa per tutti o sia …”, 1814, pp. XX-XXIV). 173 “Il fa per tutti o sia Calendario, e notizie per l’anno bisestile 1812” (1813, 1814, 1815, 1816, 1817, 1818, 1819, 1820, 1821, 1822) fu pubblicato dal 1812 per dieci anni, dai torchi di Giovanni del Nobolo. Cfr. G. Arenaprimo, La stampa Nicoletta Di Bella Scritti d’arte di Carmelo La Farina (1786 - 1852) 65 numero3 - maggio 2011 di Mola, dei marchesi di Condagusta, dei baroni Lando, Pirago, e Cartolano, Cardinale Presbitero si S. R. C., del titolo di S. Alessio, già Vescovo di Ortosia, Arcivescovo di Messina, Conte di Regalbuto, Barone di Bolo, Signore di Alcara, ec. ec. ec., per Carmelo La Farina, Giudice di Gran Corte Criminale, Professore di Geometria e Trigonometria nell’Università Messinese, prefetto del Pubblico Museo, Membro effettivo del VII Congresso degli Scienziati Italiani, Membro dell’istituto di corrispondenza Archeologica di Roma, della Società libera di emulazione di Roano, e dell’Etrusca della Valdarnese di Montevarchi, degl’Incamminati di Modigliana, degli Entoleti di S. Miniato, dell’Accademia di Scienze e Lettere di Palermo, degli Zelanti di Aci-Reale, della Civetta di Trapani, della Lilibetana di Marsala, dell’Accademia Cosentina, della Florimontana di Monteleone, Membro della Società Economica della Provincia di Messina, e di quella della Calabria Ulteriore Seconda, segretario Generale della Reale Accademia Peloritana, Stamperia di Tommaso Capra, Messina 1846. 178 C. La Farina, Congettura del prof. C. La Farina…, Marzo 1836, p. 165168. Cfr. F. Bisazza, Archeologia. Congettura del professore Carmelo La Farina, sul sito dell’antico Nauloco. Messina (estratto dal Faro, fascicolo III, Marzo 1836) 8. Di pag. 6, in “Il Faro che siegue lo Spettatore Zancleo. Giornale di Scienze Lettere e Arti”, a. IV, vol. II, f. 9, Settembre 1836, pp. 190-191. 179 C. La Farina, Congettura del prof. C. La Farina sul sito dell’antico Nauloco, estratto dal “Il Faro che siegue lo Spettatore Zancleo. Giornale di Scienze Lettere e Arti”, a. IV, vol. I, f. 4, Aprile 1836, p. 253-260. 180 C. La Farina, Statistica della Città di Messina, in “Lo Spettatore Zancleo”, a. II, n. 22, Messina 28 Maggio 1834, p. 176; ivi, a. II, n. 22, Messina 3 Giugno 1835, p. 173-175; Id., Statistica della Città di Messina in “Il Faro. Giornale di Scienze Lettere e Arti”, a. IV, vol. I, Messina 1836, p. 311314; ivi, a. V, vol. III, “da Gennaro a Giugno”, Messina 1837, pp. 81-85. 181 C. La Farina, Statistica della Città di Messina, in “Giornale degli Atti per l’Intendenza del Valle di Messina”, a. 1835, f. III, pp. 62-63. Edito dal 3 maggio 1818, giorno dell’insediamento nel palazzo municipale del Barone di Mandrascate, Intendente del Vallo di Messina, il periodico fu pubblicato con regolarità, inizialmente ogni decade, poi dal 1822 divenne mensile e nel ’37 se ne pubblicò un solo numero di appena 8 pagine, a causa della epidemia di colera che aveva colpito la città. Dal numero 4 del 1838 mutò il suo nome in “Giornale dell’Intendenza della Provincia di Messina e le pubblicazioni durarono fino al 1859. G. Molonia, La stampa periodica…, 2004, p. 68. teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 66 Il Museo negli scritti di Giulio carlo argan di Marcella Marrocco delle arti fondato sulla prospettiva, e di un valore metaforico dell’immagine urbana, Argan assegnerà un ruolo centrale proprio ai musei, che come luogo di incontro tra istanze storiche e istanze estetiche; ma anche dell’autenticità dell’opera, si pongono a suo parere come spazio didattico privilegiato in cui il cittadino ha la possibilità di educarsi all’esercizio del giudizio di valore che, come sottolinea lo studioso, è atto critico, esercizio di libere scelte, in ultima analisi “atto politico”. Musei scuola certo, ma anche nuova scena urbana, nuova piazza, luogo di incontro e di scambio culturale, metafora dei valori della società, nuovo “centro” capace di esercitare sulla città e sulla civitas un forte potere seduttivo, assumendo all’interno dello spazio urbano il ruolo un tempo svolto dal tempio, dalla cattedrale, dal palazzo comunale. I musei, il loro allestimento, la loro funzione sociale sono oggetto di studio e di interesse da parte di Giulio Carlo Argan sin dai primi anni della sua attività di critico e di funzionario delle Belle Arti, impegnato, sotto il ministero Bottai, nella tutela del patrimonio artistico1, ma avranno un ruolo centrale anche negli anni più maturi della sua riflessione critica, quando l’attività di studioso prima, e di politico poi, lo porterà ad occuparsi della città Gesammtkunstwerk come oggetto estetico e come soggetto politico. Nella definizione della sua imago urbis, di un’estetica urbana che ha i suoi assi portanti nell’identificazione tra storia dell’arte e storia della città, nel riconoscimento di un “sistema urbano” teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 68 numero 3 - Maggio 2011 Già nel 1938, in occasione di una recensione sul nuovo ordinamento che le varie penalizzazioni cui l’opera è sottoposta all’interno dei della Galleria e del Museo della Ceramica di Pesaro, Argan individua musei, soprattutto l’allontanamento dal luogo per essa pensato e nella funzione educativa il fine principale del museo, osservando che immaginato dall’artista, con la conseguente perdita della funzione l’allestimento museografico, mai mero intervento tecnico, si configura sociale originaria, sono una sorta di male necessario in nome della come frutto di giudizio di valore, di salvaguardia e della tutela. atto critico. Il museo è il luogo in Sin da questa prima fase della cui l’opera viene ricondotta al suo sua attività di critico e di storico originale valore e torna ad essere dell’arte Argan dunque riconosce testimonianza storica «dei rapporti ai musei il ruolo fondamentale di che possono e devono esserci tra luoghi promotori di cultura, in l’arte del passato e l’odierna»2. quanto «luogo di ricerca scientifica Alla base delle sue considerazioni e di attività didattiche organizzate»6, museografiche espresse tra gli anni luogo di educazione collettiva7 Trenta e Cinquanta3 è dunque la e centro nevralgico della città ferma convinzione della funzione moderna, terreno di incontro tra pedagogica del museo, concepito l’arte e la civitas, luogo di crescita Parigi, Louvre, veduta esterna. non solo come luogo in cui si culturale e civile, naturalmente conservano le opere, ma nel quale soprattutto lo storico, secondo il deputato alla formazione di tutti coloro che, a vari livelli, si occupano suo metodo4, mette in atto giudizi critici, opera una selezione, che è della progettazione della città. atto critico, non di manufatti ma appunto di valori. Alla base di quest’idea del museo come scuola8, certamente derivata Pur riconoscendo validità teorica all’analisi di Benjamin5, Argan dal pensiero di Read9 e da suggestioni che rimandano ad una lettura si discosta dalle conclusioni del filosofo tedesco, evidenziando dell’opera di Dewey, Art as experience, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 69 numero 3 - Maggio 2011 c’è il riconoscimento della validità di un’educazione basata sull’esperienza diretta dell’opera d’arte, ovvero sul ripercorrere in maniera attiva la storia dell’esperienza estetica10. Il museo allora non può più essere concepito come luogo della contemplazione estatica, ma come organismo vivo, vitale, attivo, capace di coinvolgere il visitatore, di farlo diventare attore, non più solo spettatore, di un processo comunicativo; esso diviene lo spazio della presa di coscienza e della memoria dei valori sui quali si riconosce una determinata civiltà e all’interno del quale il cittadino può ancora cercare la propria identità politica e culturale. Spazio essenziale all’interno della città contemporanea, contribuisce al costituirsi della polis, può influenzarne le scelte etiche e le strategie di sviluppo13. Esiste però un divario profondo tra la funzione che L’arte in tal modo si configura come foriera di un processo educativo di tipo formale ed estetico che, non più passivo ma basato sull’esperienza, è il solo che possa portare l’uomo, e il cittadino, ad una matura consapevolezza del Intervista sulla fabbrica dell’arte proprio agire nello spazio di Giulio Carlo Argan, a cura di e nel tempo, quindi del T. Trini, Laterza, Bari 1980. proprio agire storico11. Da qui la funzione sociale dell’arte e del museo, sottolinea Argan, e la consapevolezza che si possa non solo «educare attraverso l’arte» ma anche – e qui la differenza con Read – «educare all’arte»12. i musei sono chiamati ad assolvere e lo stato dei musei italiani. Nell’esercizio del suo ruolo di Ispettore centrale, Argan ne denuncia la crisi, la loro incapacità di portare avanti il compito educativo e la funzione socio-politica cui Roma, Centrale Montemartini, veduta esterna. sono chiamati. teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 70 numero 3 - Maggio2011 Una delle cause è da rintracciarsi, secondo il critico, nella stessa natura delle istituzioni museali italiane, spesso ospitate in edifici storici all’interno dei quali ragioni conRovereto, MART, ingresso. servative e di salvaguardia finiscono per limitare fortemente la flessibilità dello spazio interno e la sua strutturazione funzionale14. Già alla fine degli anni Quaranta, in un documento dal titolo I Musei d’arte moderna e il loro moderno ordinamento15, rimasto inedito e recentemente pubblicato in un saggio di Valentina Russo, Argan insiste sulla necessità di costruire nuovi musei come atto necessario alla valorizzazione delle opere, non più per la loro salvaguardia e tutela ma come riconoscimento critico della capacità che le opere stesse hanno di farsi foriere di valori ancora attuali e moderni, della loro capacità di collocarsi, anche spazialmente e temporalmente, all’interno di strutture moderne, realizzate secondo codici comunicativi contemporanei. Da qui la necessità, accanto alle sale espositive, di laboratori per la ricerca e il restauro, biblioteche, fototeche, sale di consultazione e di studio, ovvero di tutte quelle strutture indispensabili allo studio dell’opera come complesso documento storico. Poiché la ricerca storica è per definizione continuamente in fieri, anche le strutture museali dovranno allora essere pronte ad accogliere, attraverso un’organizzazione funzionale e variabile degli spazi, i risultati dell’attività scientifica, mettere in atto un’esposizione flessibile, da modificare ed aggiornare coerentemente con gli sviluppi della ricerca16. In occasione della II Conferenza generale dell’International Council of Museums, tenutasi a Londra dal 17 al 22 luglio 1950, Argan afferma con forza questo concetto: «È certo che il carattere monumentale dell’edificio rappresenta sempre un Palermo, Galleria Regionale della Sicilia, Palazzo Abatellis, impedimento cortile interno.eduta esterna. Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 71 numero 3 - Maggio 2011 allo sviluppo di un museo secondo un razionale programma scientifico e museografico. È perciò necessario stabilire i limiti entro i quali la simbiosi di un monumento e museo deve essere accettata come un’esigenza o un mezzo per la protezione del patrimonio artistico, e al di là dei quali deve essere respinta come un’assurda mortificazione dell’attuale coscienza dei valori artistici. In altri termini si tratta di distinguere i casi in cui l’unità di monumento e museo, nelle sue varie gradazioni, costituisce un vero e proprio documento storico, e i casi in cui è affatto occasionale o ricercata artificiosamente in forza del decaduto e deprecabile criterio museografico dell’ambientamento storico dell’opera d’arte»17. Argan ovviamente distingue tra edifici il cui apparato decorativo costituisce già esso stesso un museo (la cui efficacia educativa risulta alquanto limitata, ma per i quali risulta Roma, MAXXI, interno. prevalente, nell’interesse dei curatori, la conser vazione dell’integrità del documento») 18, e quelli le cui collezioni sono ab antiquo legate ad un edificio monumentale, New York, MOMA, interno. per i quali va rispettato l’ordinamento originario (ma solo laddove esso si è mantenuto perfettamente integro), perché testimonianza storica del «gusto raffinatissimo» del tempo19, pur riconoscendo però la possibilità di migliorare, senza stravolgere, gli allestimenti museografici di grandi musei, come per esempio il Louvre o gli Uffizi, attraverso nuovi sistemi di illuminazione e sempre mirando alla costituzione di un «ambiente neutro»20. La terza tipologia è quella di musei recentemente allocati in edifici storici, senza che vi sia alcuna relazione tra le collezioni e il contesto nel quale sono ambientate, collocazione giustificabile solo se si voglia sottrarre gli edifici al degrado e all’abbandono, e che può risultare comunque un’operazione di grande rilievo scientifico, se eseguita con metodo teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 72 numero 3 - Maggio 2011 Piccola eccezione per tanti anni, nell’arretrato panorama italiano, la critico e con rigore filologico. Apprezza, ad esempio, la sistemazione Galleria Nazionale d’Arte Moderna, grazie al personale impegno e di Palazzo Abatellis, nell’antico quartiere palermitano della Kalsa, alla trentennale direzione di Palma Bucarelli23. sede dell’allora Museo Nazionale, oggi Galleria Regionale della La vitalità della Galleria ha avuto per Sicilia, ad opera dell’architetto Carlo tanti anni un effetto coinvolgente Scarpa21. e trainante sulla vita culturale di Diverso il discorso per i nuovi musei Roma24. Un impegno, quello della che dovrebbero essere ospitati Bucarelli per la GNAM, che in non invece in architetture appositamente poche occasioni, denuncia Argan, realizzate secondo i più moderni si è dovuto scontrare però con criteri, tenendo presenti le principali l’ostruzionismo non solo della politica funzioni, quella scientifica e quella ma anche di tanti esponenti del didattica, che sono chiamati ad mondo della cultura che non hanno assolvere22. compreso come, per realizzare un Nella maggior parte dei casi i grandi grande museo d’arte contemporanea, musei italiani, lamenta Argan, sono fosse indispensabile una coraggiosa rimasti fermi nella rigida custodia di Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, esterno. e impegnativa strategia culturale, determinati valori estetici, non hanno sostenuta da ingenti investimenti25. aperto le porte alla cultura novecentesca, non hanno messo in atto Lo stesso ostruzionismo alcuni anni più tardi avrebbe incontrato una politica mirata all’acquisizione di opere di artisti contemporanei, Argan, divenuto sindaco di Roma, nel promuovere il progetto di come è accaduto invece nelle principali istituzioni museali straniere, ampliamento della GNAM, che avrebbe reso il museo «moderno sono rimasti volutamente chiusi alle nuove tendenze della cultura anche nel disegno e nella funzione»26. Argan fu accusato in mondiale, e non per mancanza di fondi, ma per «difetto di cultura». Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 73 numero 3 - Maggio 2011 quell’occasione di voler realizzare un Beauborg romano. Come lui stesso ribadisce, non si trattava di avversione «contro l’arte moderna ma contro l’ipotesi di un museo moderno. In realtà, fin dal primo disegno, l’ingrandimento della Galleria non era pensato come la semplice aggiunta di un certo numero di stanze ma come un organismo strutturalmente nuovo, in cui l’apparato informativo, didattico, sociale di animazione sarebbe stato anche quantitativamente prevalente rispetto alla zona espositiva»27. scientifica stessa, nel comune rigore delle diverse metodologie»29. Dunque un museo che non teme di «utilizzare» la cultura e l’arte, che non considera le opere come venerabili reliquie, ma che aspira a diventare esso stesso propulsore di vita30. I n tal senso apprezza anche i musei americani (una particolare menzione va al Museum of Modern Art di New York, definito «esemplare»31 e ad Alfred Barr che ne fu il direttore negli anni precedenti la seconda guerra mondiale32), i quali, pur essendo strutturati su modelli distanti da quelli europei, si rivelano organismi funzionanti, «centri vivi di cultura, scuole di educazione estetica, fortemente legati alla vita della comunità»33. Argan sostiene a gran voce l’idea di aprire i musei alle città, di farli divenire luogo di incontro e di crescita, di studio e di confronto, arricchendoli di strutture adeguate alle nuove funzioni34, privilegiando in particolare un apparato comunicativo non rigido e statico, ma problematizzato e interattivo, strutturato secondo criteri simili a quelli seguiti nelle mostre, che risultano più coinvolgenti nei confronti del pubblico. La validità di una mostra sta, a suo avviso, proprio nel suo essere costantemente supportata da un serio lavoro di ricerca; la sua Come sottolinea nell’intervista rilasciata ad Achille Bonito Oliva, il progetto rimase per tanti anni bloccato e l’attività della Galleria penalizzata. La vicenda della Galleria Nazionale d’Arte Moderna è esemplare per comprendere l’orientamento ideologico - culturale di quegli anni sui musei. Se il museo moderno, ribadisce Argan, deve essere un luogo dove si fa esperienza diretta dell’arte, esso non può essere estraneo ai fermenti culturali della modernità né può trascurare l’importanza metodologica del confronto. Da qui la necessità di una politica museale che incentivi i lasciti, le donazioni di privati, gli investimenti nell’acquisizione di opere d’arte straniere28, nella precisa convinzione che «al museo sacrario e al museo forziere non deve succedere il museo-collettore, ma il museo laboratorio che documenterà l’arte come oggetto di ricerca scientifica e la ricerca teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 74 numero 3 - Maggio 2011 funzione è quella di porre dei quesiti, dei problemi, di far parlare allo stesso tempo scientificamente pertinente, lo spazio espositivo l’opera d’arte, di farla dialogare con altre opere d’arte, ma anche museale35. con il pubblico e con gli studiosi. La mostra dovrebbe essere il Si comprende facilmente a questo punto perché Argan avversi, luogo in cui si cerca di dare delle seppure con accenti meno drastici risposte ai quesiti che le opere del suo collega ed amico Cesare hanno già posto e ove si pongono Brandi36, o del francese André altre domande (come avviene in un Chastel37, tutte quelle mostre che sistema comunicativo che funzioni non siano supportate da un serio realmente e che abbia come fine lavoro scientifico e che non abbiano l’accrescimento generale delle come fine ultimo il progresso degli conoscenze). La sua validità, come studi e l’avanzamento della ricerca38. tale, secondo Argan, sta tutta nella Proprio perché il fine del museo capacità che essa ha di funzionare deve essere quello di promuovere come ulteriore laboratorio di ricerca la crescita culturale della comunità, e di sperimentazione, oltre che come Argan sottolinea l’importanza di spazio educativo. uno stretto collegamento tra museo Londra, Tate Modern, Turbine Hall. Anche a livello espositivo, l’allee università, luogo privilegiato stimento di una mostra può avere della ricerca, da un lato, museo utili ricadute sulla sistemazione stabile del museo, nel momento e tessuto produttivo della città dall’altro. Il riconoscimento del in cui il lavoro preparatorio e le strategie espositive sperimentate museo anche come istituzione capace di determinare importanti per le esposizioni temporanee fungano da laboratorio di ricerca ricadute sulla vita produttiva della città potrà, secondo Argan, non museografica, in modo tale da rendere sempre più coinvolgente, e solo sottrarre alla crisi i musei italiani, ma riconoscere il loro ruolo Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 75 numero 3 - Maggio 2011 attivo nella valorizzazione dell’immagine urbana39, come egli stesso chiarisce nel corso di una celebre intervista rilasciata nel 1980. In questa attribuisce al museo la possibilità di essere, all’interno della città intesa come opera d’arte totale, un centro propulsore di crescita per l’intera comunità, luogo dell’educazione estetica nel quale è possibile ripercorrere criticamente la storia delle forme attraverso le quali l’uomo ha organizzato la sua esistenza civile e storicizzata40. Il museo in tal senso esercita una precisa funzione “politica”, collabora cioè alla costruzione di una polis moderna e funzionale nella quale è ancora possibile l’incontro tra il cittadino e i valori estetici e civici sui quali si fonda il divenire storico di una comunità. Perché questo possa avvenire è però necessario che i musei si adeguino all’altezza del loro compito, rendano possibile al loro pubblico l’esercizio alla comparazione e al confronto, senza i quali non possono esserci né critica né giudizio di valore, che sono i fondamenti di una cultura libera e socialmente consapevole, è inoltre indispensabile che si aprano alla cultura contemporanea e compiano una necessaria trasformazione da «musei patrimoniali» a «musei funzionali»41. Il museo patrimoniale, basato sull’accrescimento delle collezioni, aveva una sua ragion d’essere all’interno di un sistema capitalistico che guardava all’opera d’arte da un lato come importante e sicura forma d’investimento, dall’altro come ad uno strumento di promozione, da parte delle società imprenditoriali, della propria immagine, vera e propria operazione di marketing. Entrato in crisi quel tipo di organizzazione sociale, non avrebbe più senso un museo, specie se d’arte contemporanea, basato su un valore, quello della proprietà dell’oggetto, non più attuale. Inevitabilmente il nuovo museo deve rispecchiare le nuove dinamiche della società, che investono tutti i settori della cultura, e in primo luogo puntare sulla capacità di comunicazione e sull’attivazione di servizi. Ad Argan è perfettamente chiaro come il potere del futuro non stia più nel possesso materiale di beni, ma nella capacità di controllare e guidare l’informazione e la comunicazione. Il museo, può ancora educare alle libere scelte, al confronto, all’esercizio della critica come strumento di libertà. Il problema, avverte, non è quello di educare dall’alto le masse ai valori della cultura e dell’arte contro l’impoverimento spirituale dilagante e contro la mercificazione della cultura stessa. Il compito del museo moderno non è quello di fornire delle alternative di gusto ma di educare all’esercizio della critica, di porsi come attivatore di crescita e di sviluppo culturale nei confronti della città. Esso sarà strutturato come una «attrezzatura teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 76 numero 3 - Maggio2011 scientifica specializzata per la ricerca estetica»42 e come uno spazio la proprietà pubblica del patrimonio culturale, tende a svincolare in cui si possa ancora realizzare un incontro reale tra l’artista e il l’istituzione museale da un rigido controllo statale, e a prevedere un suo pubblico, una nuova scena urbana che consenta di utilizzare le sistema di musei collegati tra loro e con più avanzati istituti e centri di moderne tecnologie per fare esperienza viva della storia, spazio nel cultura. Un luogo di incontro, sperimentazione e ricerca. La nuova quale il visitatore «è costretto scena urbana dell’incontro tra a sperimentare, a compiere l’artista e il suo pubblico, tra atti percettivi predisposti e l’opera e il suo fruitore, ma controllati da quel tecnico anche e soprattutto, luogo di della percezione che è, oggi incontro della civitas, nuova l’artista»43. E ancora: «Il museo piazza, centro di una polis deve elaborare la metodologia, moderna e funzionale, che mettere a punto l’attrezzatura recupera all’interno del museo della sperimentazione estetica, il suo rapporto con le radici ma deve anche fissare i storiche e umanistiche della precedenti storici della ricerca; propria cultura. Londra, Tate Modern dimostrare che non da oggi gli Ciò da cui il museo moderno artisti contestano il sistema, non può prescindere, tanto anzi hanno sviluppato entro il sistema (prima che fosse il sistema a più nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, è il metterli fuori) una critica del sistema»44. rapporto con gli originali. Il museo deve rimanere il luogo in cui Da questo punto di vista Argan è certamente un precursore. si fa esperienza dell’originale, dell’autenticità come valore, il luogo Giunge addirittura a preconizzare un museo nel quale non vi sia in cui l’unicum che è l’opera continua a intercettare nel presente la alcuna esposizione permanente45 e, senza mettere in discussione nostra coscienza46. Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 77 numero 3 - Maggio 2011 Perché il museo d’arte contemporanea possa assolvere il suo difficile compito e diventare però realmente un centro propulsore di Roma, MAXXI , interno. vita, cioè non soltanto un contenitore di opere ma un organismo dinamico, capace di attivare spinte culturali forti sul tessuto urbano, e dotato come tale di una sua precisa azione urbanistica, fondamentale è la sua «localizzazione»47. Argan non ha dubbi sul fatto che il museo difficile, la cui riuscita non sempre è proporzionale agli investimenti, sia economici che organizzativi. Anche musei imponenti per il progetto che li sosteneva e per gli investimenti che vi sono stati destinati, hanno spesso fallito questo fondamentale obiettivo. Non a caso egli cita, come esempio significativo, il Beaubourg. Per molti anni il Centre George Pompidou, perché corsivo? con la sua natura volutamente irriverente, provocatoria, capace di segnare una cesura profonda con un certo monumentalismo tipico dell’architettura museale48, è stato l’icona del museo contemporaneo, tappa fondamentale, come sottolinea Franco Purini, del passaggio dal museo tradizio-nale, patrimoniale e conservatore, all’odierno mu-seo dell’iperconsumo49. E, come ogni icona, è divenuto oggetto di un acceso dibattito culturale. Argan considera il Centre Pompidou una grande macParigi, Centre George Poumpidou, esterno. china organizza- funzionale, contrariamente al museo d’arte antica, tradizionalmente collocato nei centri storici, possa assolvere al meglio la sua funzione se collocato in zone periferiche della città. Il museo può divenire allora non solo luogo di crescita e di formazione, ma una struttura capace di attivare sul territorio un’intensa attività culturale e di contrastare l’isolamento delle periferie. Si tratta di un compito teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 78 numero 3 - Maggio 2011 tiva, un luogo in cui si fa un’importante e meritoria operazione comunque benemerita, a «direttrice urbana»50; è risultato incapace di divulgazione culturale, ma dove l’arte viene «consumata», non di porsi come «centro» urbano, come «faro che irradia»51 la città «prodotta». Il museo parigino cioè, secondo il critico, a dispetto circostante52. della sua struttura poliAngelo Trimarco ha funzionale e della sua sottolineato a tal proposito immagine aperta alla come Argan sia stato poco multiculturalità, non è favorevole a quei musei riuscito a proporsi come definiti «archisculture» spazio critico in cui l’arte che si impongono sul «si fa», non è riuscito a tessuto urbano con la trasformarsi in luogo forza imponente della della creatività in atto. loro immagine, finendo A partire dalla sua per offuscare, con la collocazione urbana, loro capacità seduttiva, nel centro storico di la percezione delle opere Parigi, assolutamente che vi si conservano53. dissonante con la sua Negli ultimi venti struttura in acciaio e anni l’immagine e la Guggenheim, Bilbao. cemento, secondo Argan, funzione del museo il Beaubourg non interagisce veramente con la natura del nel contesto urbano sono radicalmente mutate. quartiere parigino, non attivando un dialogo costruttivo con lo Oggi l’idea di una localizzazione decentrata dei musei spazio urbano, non ha compiuto il salto da istituzione culturale, d’arte contemporanea è considerata in parte superata. Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 79 L numero 3 - Maggio 2011 Qualunque sia l’idea di museo che si voglia portare avanti oggi, asettico contenitore architettonico, laboratorio scientifico e di ricerca o archiscultura che si impone come “logo urbano”, è indubbio che il museo rappresenti attualmente una delle poche istituzioni capaci ancora di far valere la propria forza simbolica positiva. Come scrive Angelo Trimarco sulla scia delle tesi arganiane, il museo come luogo d’incontro e di crescita civile ma anche di svago e di divertimento, ha preso il posto un tempo occupato dalle cattedrali o dai palazzi del potere ed è divenuto il luogo a partire dal quale è stata spesso ripensata la forma di una città; agisce così da “catalizzatore”, capace di attivare una ricostruzione dell’identità cittadina59. In alcune circostanze l’intervento, non stravolgendo e non modificando completamente la percezione dell’immagine urbana, è riuscito a porsi come un elemento aggregante e risignificante60. In ’architettura dei nuovi musei, o gli interventi di ammodernamento e ristrutturazione degli antichi, sono quasi tutti volti al recupero, anche urbanistico, della centralità della funzione museale54. La tendenza più diffusa è quella della costruzione di vere sculture urbane, architetture che si impongono per l’originalità delle loro forme, per la forza comunicativa della loro immagine e talvolta sembrano ingaggiare una sfida con le opere che sono chiamate ad esporre, quasi volessero divenire musei di se stesse55. Proprio il contrario di quella essenzialità, di quella discrezione formale più volte invocata da Argan. Dunque nel momento in cui si celebra il centenario della nascita del grande critico torinese viene spontaneo interrogarsi sull’attualità della concezione arganiana dei musei. In attesa di leggere gli atti dei numerosi convegni che si sono succeduti su questi temi56, ritengo che l’attualità delle tesi arganiane molti casi poi la nuova architettura museale è divenuta l’occasione per attuare un’opera di risanamento del tessuto urbano, recuperando architetture industriali dismesse e attivando un processo d’interazione con il territorio circostante, creando all’interno delle città nuovi percorsi culturali, alternativi rispetto a quelli storici e tradizionali. Esempio tra i più riusciti di questa nuova tipologia di architettura museale la Tate Modern di Londra61. Oggetto di analogo intervento di riuso, anche se di proporzioni più limitate è stata in stia tutta proprio nel riconoscimento di una funzione “urbanistica” del museo quale possibile «attivatore» di crescita morale e civile della città, idee forse attuali proprio in quanto allora erano «troppo avanti», utopistiche57. Lo dimostra lo spazio sempre più ampio che alla questione del rapporto museo-città viene riservato nell’ambito del dibattito culturale contemporaneo58. teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 80 numero 3 - Maggio 2011 Italia la Centrale Montemartini, oggi polo decentrato dei Musei che Argan considerava l’unico ruolo possibile per l’Urbs, quello Capitolini, realizzato nei locali della prima centrale termoelettrica di di capitale culturale, con l’apertura di due nuovi grandi musei, il Roma. Scelto nel 1997 come sede per un’esposizione temporanea MAXXI e l’ampliamento del MACRO. dal titolo Le macchine e gli dei, è poi divenuto, a La struttura architettonica del MAXXI, partire dal 2005, sede espositiva permanente aperto al pubblico nel maggio 2010, ma già delle nuove acquisizioni dell’istituzione da anni fruibile come work in progress, primo capitolina e si pone, insieme alla vicina sede museo in Italia destinato all’architettura e universitaria di Roma Tre, come importante alle arti del XXI secolo, va ad innestarsi centro di sviluppo e di rivalutazione del sul preesistente complesso militare dell’ex quartiere Ostiense. caserma Montello e va ad inserirsi in un Dopo anni di stasi, durante i quali l’appello quartiere di Roma, il Flaminio, oggetto di studiosi come Argan era rimasto negli ultimi anni di una forte opera di inascoltato, anche l’Italia ha visto il nascere risemantizzazione62. Non opera isolata di nuovi spazi museali destinati all’arte il MAXXI, ma inserita all’interno di una contemporanea (dal MART di Rovereto riqualificazione dell’area, che coinvolge al MADRE di Napoli, dal Museo d’Arte anche gli importanti impianti sportivi che Contemporanea del Castello di Rivoli vi sorgono, può contare soprattutto sulla Giulio Carlo Argan in un’immagine degli all’ampliamento della GNAM, più volte anni’50. forte attrazione esercitata dall’Auditorium auspicato, come si è già detto, dallo stesso di Renzo Piano. Il Parco della Musica, Argan, e per il quale si era battuto da storico dell’arte e da sindaco). sede della prestigiosa Orchestra Santa Cecilia, infatti, con le sue tre Negli ultimi mesi Roma, proprio mentre le veniva riconosciuto il sale, vere casse di risonanza che si aprono nel cielo della capitale, nuovo status giuridico di Roma Capitale, è tornata a ricoprire quello affiancate da biblioteche, spazi multimediali, spazi espositivi, ma Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 81 numero 3 - Maggio 2011 anche bar, ristoranti, bookshop, tende a porsi oggi come uno dei principali poli culturali della città, luogo di incontro tra la cultura tradizionale e nuove forme di sperimentazione e di ricerca e sempre più connotato come spazio ove si attua una continua fusione tra le varie forme d’arte. In questo contesto, la realizzazione del MAXXI si inserisce come polo dialettico, capace di dialogare con la prestigiosa istituzione, come spazio fluido, di passaggio e interconnessione, capace di determinare insieme ad essa, una forte concentrazione di funzioni culturali aperte al contemporaneo, in un’area storica della città63. che emoziona. Uno spazio che, grazie all’incontro con la cultura, spinge a farsi delle domande. Non un luogo morto»64 ha dichiarato l’architetto francese. Nell’intento della progettista c’era l’intenzione di creare un luogo di svago e di divertimento, che fosse allo stesso tempo luogo di crescita culturale per i cittadini, offrendo loro un’alternativa concreta e possibile ai “non luoghi” dei centri commerciali. Il museo, che non teme di utilizzare materiali moderni come l’acciaio e il vetro e colori come il rosso, vuole tuttavia dialogare con la città, creare con essa un continuum, a partire dall’uso del basalto per la pavimentazione delle terrazze, lo stesso materiale con cui sono realizzati i marciapiedi di Roma, e dalla presenza sul tetto di fontane a sfioro, con un richiamo evidente ad “altre” fontane che da secoli segnano fortemente l’imago urbis. Ma se musei come la Tate Modern, il British, la nuova sede del MACRO e per certi versi lo stesso MAXXI, hanno mantenuto, nonostante la modernità dell’architettura, un rapporto di dialogo con la storia e il contesto urbano nel quale sono inseriti, diversa è la valutazione che si può fare a proposito delle cosiddette «archisculture», architetture museali che tendono invece a rompere, almeno sul piano architettonico, e quindi visivo, un legame con la struttura dei vecchi centri urbani e a imporsi con la forza dirompente del loro impatto estetico. A ltro grande evento per Roma l’ampliamento del MACRO, il Museo dell’Arte Contemporanea di Roma, già inaugurato, ma la cui apertura definitiva al pubblico è avvenuta il 4 dicembre 2010. Il nuovo museo progettato da Odile Decq, un parallelepipedo trasparente dal “cuore rosso”, ha il suo punto di forza nelle terrazze, concepite, come ha lei stessa dichiarato, come delle piazze-giardini, come luogo di incontro aperto ai cittadini della capitale. «Ho voluto regalare loro un modo di star bene e d’incontrarsi. Una nuova forma di piazza, che ricorda le terrazze romane e teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 82 numero 3 - Maggio 2011 dimensione “mondo”. Si tratta di un processo che, come sottolinea Certamente il museo che più di tutti ha fatto e fa discutere in tal Pippo Ciorra, ha avuto inizio proprio con il Beaubourg, di cui Argan senso è il Guggenheim di Bilbao. Simbolo del museo-logo, opera aveva evidenziato l’incapacità di interazione con il contesto urbano architettonica che certamente è riuscita ad imporsi nell’immaginario e del quale Ciorra sottolinea il carattere autoreferenziale, processo collettivo con una forza dirompente, esso è stato tuttavia oggetto che ha raggiunto il livello massimo di accesissimi dibattiti e di critiche con il Guggheneim di Ghery 66. infiammate. Secondo Joseph Non a caso il Beaubourg di Renzo Rykwert, è riuscito a costituirsi Piano e Richard Rogers, il Nuovo non solo come luogo di attrazione Louvre, ripensato da Ieoh Ming turistica ma addirittura ha avuto Pei, e naturalmente il Guggheneim un effetto altamente positivo nel di Bilbao sono considerati da controllo del separatismo basco65. Franco Purini emblemi dei musei Eppure il “caso Bilbao” viene dell’iperconsumo. considerato da molti studiosi Un museo, quello dell’iper-consumo, come punto di arrivo di una nel quale l’arte viene «consumata»67, crisi d’identità della tradizionale al pari di una merce qualunque, in funzione museale, e di conseguenza qualche modo opacizzata dalla stessa della stessa istituzione museo, architettura museale: quest’ultima sempre più avviata da un lato verso tende a porsi come «edificio logo», operazioni di marketing turistico Giulio Carlo Argan in un’immagine degli anni’80. immagine seduttiva ma al tempo e di utilizzazione commerciale, stesso scarnificata della città, incapace di intessere un osmotico scambio, dall’altro ormai scollegata dalla realtà urbana e dal contesto di una vera comunicazione e interazione con il tessuto urbano68. riferimento logico, sempre più preoccupata di interagire con la Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 83 numero 3 - Maggio 2011 costruzione di un’identità culturale della civitas moderna71. Rapporto con la città che è cosa diversissima dalla musealizzazione della città. Argan, già negli anni ’70, era contrario a mettere in atto un processo di questo tipo, convinto che l’unico modo per mantenere in vita i centri storici non fosse quello di relegarli a funzioni turistiche ma di riportarvi dentro la vita, di potenziarne le funzioni culturali, di farvi tornare gli abitanti. Nella riflessione di Settis sembrano riecheggiare, aggiornati alla situazione contemporanea, gli interrogativi di Argan non solo sulla funzione, ma addirittura sulla reale capacità di sopravvivenza dei musei, almeno nella loro forma tradizionale. L’intervento di Settis sembra muoversi su una sorta di continuum ideale con il percorso tracciato da Argan. Richiama infatti l’attenzione sul fondamentale rapporto tra il museo e la città, sostenendo con forza la tesi secondo cui il museo, quasi come una nuova piazza urbana, si pone come luogo dell’identità civica, luogo in cui è possibile fare esperienza del senso di appartenenza ad una comunità politica e ai suoi valori storici72. Colpisce, quasi a sottolineare questo senso di continuità con l’idea arganiana di museo e di città, il riferimento ad un «sistema di relazioni» che è uno dei fondamenti su cui Argan costruisce l’intera teoria sulla città ma soprattutto l’insistenza sulla necessità di fare esperienza diretta, attraverso l’arte, dei valori della civitas e Questi contenitori accostano generi artistici assolutamente differenti e secondo nessun criterio scientifico o storico. Il rischio più forte, avverte Purini, per questi musei, che somigliano molto ai grandi centri commerciali, è quello della perdita dell’identità spaziale e temporale; essi non dialogano più con il contesto urbano, non lo caratterizzano ma lo dominano, divengono icone di una città metropolitana ma rimangono incapaci, come del resto sosteneva a gran voce Argan per il Beaubourg, di vivificarlo e di far sì che si attui quella che è una delle prime funzioni del museo, cioè la costituzione di uno spazio critico, luogo in cui si fa esperienza “critica” dell’arte. Viene da chiedersi a questo punto, insieme a Salvatore Settis69, quale possa essere, nel contesto molteplice del contemporaneo, che oscilla tra musei-archisculture, macchine dell’iperconsumo dove la cultura diviene un gadget dal valore aggiunto70 e tendenza ad una musealizzazione diffusa, che si estende al territorio e agli spazi urbani e che in nome di una politica conservativa, sottrae, talvolta con eccessiva facilità l’opera al contesto, de-storicizzandola, quale possa essere la formula che consente di mediare esigenze conservative e di tutela, istanze estetiche e funzione educativa. L’unica risposta possibile sembra essere proprio quel rapporto con la città, che è rapporto storico, ed è rapporto osmotico e dialettico, incontro tra il futuro e il preesistente, sul quale può costituirsi la teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 84 numero 3 - Maggio 2011 sull’importanza del recupero di una coscienza storica dell’essere cittadini, certamente favorita dalla fruizione critica, e ovviamente libera, del patrimonio artistico, all’interno e fuori dai musei, come possibilità di salvezza dell’arte e della città. Già nel 1968 Argan scriveva: «La sola possibilità che rimane all’arte di non essere assorbita e atomizzata dall’apparato tecnologico è di non perdere, di conservare attraverso il museo il contatto con la propria storia: proprio perché sia più chiara e portante la sua azione politica (nel senso di Baudelaire) nel presente. L’arte non deve porsi come recupero della perduta libertà degli istinti, ma come aspro processo di liberazione, che ha i suoi precedenti storici ed è ancora molto lontano dal suo compimento. Non vogliamo la libertà dalla civiltà-repressione, ma la liberazione della civiltà tecnocratica. Non vogliamo fermare il progresso, vogliamo che il suo ritmo batta con il ritmo storico della civiltà»73. Intervista sul Novecento, rilasciata a M. Perelman e A. Jaubert, Graffiti editore, Roma 2005, pp. 11-22; Giulio Carlo Argan. Progetto e destino dell’arte, Atti del Convegno (Roma, 26-28 febbraio 2003) a cura di S. Valeri, in “Storia dell’Arte”, supplemento al n. 112, settembre-dicembre 2005; Giulio Carlo Argan (1909-1992). Storico dell’arte, critico militante, sindaco di Roma, Catalogo della Mostra documentaria (Roma, 28 febbraio - 30 aprile 2003), a cura di C. Gamba, Bagatto Libri, Roma, 2003, pp. 31-36; V. Russo, Giulio Carlo Argan. Restauro, critica, scienza, Nardini, Firenze 2009; M. Serio, Al centro delle strutture di tutela: il rapporto con Bottai, in Giulio Carlo Argan. Storia dell’arte e politica dei beni culturali, a cura di G. Chiarante, Graffiti, Roma 2002, pp. 21-27; O. Ferrari, Dalle riforme del ’39 agli anni del dopoguerra, ibid., pp. 28-38. 2 G.C. Argan, L’ordinamento della Galleria e del Museo della Ceramica di Pesaro (1938) ripubblicato in Id., Promozione delle arti, critica delle forme, tutela delle opere. Scritti militanti e rari (1930-1942), a cura di C. Gamba, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2009, pp. 226-230: p. 226. In particolare, del nuovo allestimento della Galleria Argan apprezza la scelta del curatore di esporre solo le opere più significative sul piano artistico, riservando delle sale didattiche a quelle aventi puro carattere documentario; loda poi le tinte neutre delle pareti che esaltano i valori cromatici delle ceramiche esposte, e ancora apprezza l’uso di materiali moderni per la realizzazione delle teche, attraverso cui si realizza l’attualizzazione delle opere. Ibid., pp. 228-230. 3 Id., Progetto di Riordinamento della Real Galleria Estense di Modena, (1935), in “Annali dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli”, 12, 2002, pp. 147-161; Id., Le mostre degli antichi capolavori italiani a Chicago e a New York: la mostra di Chicago, (1940), in V. Russo Promozione delle arti…, pp. 258-261. Si veda su questi argomenti anche V. Russo, Museografia e restauro, in Ead., Giulio Carlo Argan. Restauro, critica, scienza…, pp. 63-70. 4 In merito alla possibilità di applicare all’arte il metodo storico, fondamentale è il saggio La Storia dell’arte che Argan pubblicherà nel 1969 (Cfr. G. C. Argan, La storia dell’arte, in “Storia dell’arte”, I, nn. 1-2, 1969, pp. 5-37, ripubblicato in Id., Storia dell’arte come Storia della città, a cura di B. Contardi, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 19-81), vero e proprio manifesto programmatico del suo pensiero critico, dedicato «alla venerata memoria di Lionello Venturi ed Erwin Panofsky». Da Panofsky Argan trae l’assunto secondo cui lo studio dell’arte si pone come disciplina umanistica, fondata sulle categorie storiche di spazio e tempo (Cfr. ______________________ 1 La carriera di Argan come conservatore inizia nel 1933 con la nomina ad ispettore alle Belle Arti, ruolo svolto in primis presso la Soprintendenza all’Arte Medievale e Moderna di Torino, poi, dall’agosto del 1934, presso la Regia Galleria Estense di Modena; nel 1935 è trasferito alla Soprintendenza alle Gallerie di Roma, presso la Direzione Generale Antichità e Belle Arti e, nominato nel 1936 Soprintendente di II classe, viene comandato al Ministero, dove svolgerà la sua attività fino al 1956, anno della nomina a Professore Straordinario di Storia dell’Arte Medievale e Moderna presso l’Università di Palermo. Cfr. G.C. Argan, Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 85 numero 3 - Maggio 2011 E. Panofsky, La storia dell’arte come disciplina umanistica, in Id., Il significato nelle arti visive, Einaudi, Torino 1999. Cfr. E. Panofsky, Il problema dello stile nelle arti decorative, in Id., La prospettiva come forma simbolica. E altri scritti, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 151-154: p. 153. Per un approfondimento su questo tema si veda S. Tedesco, Panofsky: la scienza dell’arte e il problema del tempo storico, in Id., Il metodo e la storia, Aesthetica Preprint, Supplementa, Centro internazionale Studi di Estetica, Palermo 2006, p. 15). «La storia dell’arte è la sola possibile scienza dell’arte» scrive Argan nel 1969 (G.C. Argan, La storia dell’arte…, p. 21). Sulla scia di Panofsky, anche per Argan giudicare storicamente un fatto, e l’opera d’arte si pone come il più elevato esito del fare umano, significa in primo luogo analizzarne la capacità di funzionare all’interno di un determinato contesto culturale, cogliere il rapporto tra quel fatto che è l’opera, e innumerevoli altri fatti, evidenziare il rapporto di necessità intercorrente tra l’opera e la dimensione spazio-temporale di cui è espressione, riconoscere l’opera d’arte come una struttura complessa, nella quale interagiscono, con pari efficacia, una parte iconica e una semantica, entrambe inserite in un rapporto relazionale con la storia della cultura (riconoscere quindi a pieno titolo la Kulturgeshichte come componente essenziale della storia dell’arte), accertare se essa è ancora in grado di parlare alle coscienze, di interagire con la società. Significa quindi porre l’opera non come fatto isolato e casuale, opera del genio avulsa dal contesto, ma al contrario valutarla come esito complesso e articolato di un agire finalizzato, che, in quanto tale, si pone come agire storico, l’espressione più elevata di un complesso sistema relazionale. Il valore aggiunto dell’opera d’arte, ciò che la rende un unicum, è proprio il bagaglio di esperienze e conoscenze che è insito nel fare umano, che è un fare storico. «La materia supera così la propria inerzia, il proprio limite fisico originario; entra in rapporto col mondo, diventa portatrice di esperienza storica», scrive Argan in Progetto e destino, Il Saggiatore, Milano 1968, p. 21. Mentre però Panofsky, come sottolinea Salvatore Tedesco, riconosce all’opera d’arte una doppia natura, che è insieme storica, e quindi come tale condizionata dal tempo storico, e al tempo stesso sovrastorica, ovvero proiettata idealmente verso la ricerca di universali e incondizionate condizioni di validità (Cfr. S. Tedesco, Panofsky: la scienza dell’arte…, p. 18), l’analisi metodologica di Argan sembrerebbe restringere il proprio campo e limitarsi a considerare la dimensione storica, spazialmente e temporalmente determinata, dell’opera d’arte. Mentre quindi Panofsky mira alla costruzione di una teoria dell’arte che coincida idealmente con la storia dell’arte, il metodo di analisi proposto da Argan si muove esclusivamente sul piano dell’analisi storica. Scopo del giudizio storico, scrive Argan, non è l’accertamento dell’artisticità dell’arte, ma della sua capacità di funzionare all’interno di un dato sistema culturale, che è un sistema relazionale, della capacità di farsi portatrice di valori che sono valori culturali di un dato luogo e di un dato tempo, e di verificare la validità o meno di quei valori ogni qual volta l’opera si sottopone al giudizio della coscienza, ovvero pretende di costituirsi come ‹‹assoluto presente››. In tal senso, avverte Argan, la storia dell’arte è una storia speciale in quanto a differenza della storia politica essa non si compie in assenza bensì in presenza dell’evento. L’Hic et nunc dell’opera d’arte, il suo esserci e il suo attualizzarsi, il suo divenire sempre presente al presente della coscienza che la giudica, il suo ‹‹flagrante accadere›› costituiscono gli elementi che differenziano la storia dell’arte dalla storia in generale (Cfr. G.C. Argan, La storia dell’arte…, p. 30). 5 Benjamin sosteneva che l’esponibilità cui l’opera era sottoposta nella cultura contemporanea, anche all’interno dei musei, aveva agevolato il processo di allontanamento del pubblico dall’opera reale in cambio di una sempre maggiore diffusione del suo valore iconico. Cfr. W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000, pp. 27-29. Sulla stessa linea si muove E. Migliorini, L’arte e la città, Fiorino, Firenze 1975, pp. 27-30, per il quale il museo sancisce definitivamente la separazione non più sanabile tra l’opera d’arte e la città. 6 G.C. Argan, L’arte nel quadro della cultura moderna, in Id., Storia dell’arte come storia della città…, p. 96. 7 Sulla funzione educativa dei musei nel pensiero di Argan si veda pure C. De Carli, Argan: L’arte di educare, in Rileggere Argan. L’uomo. Lo storico dell’arte. Il didatta. Il politico, Atti del Convegno (Bergamo, 19-20 Aprile 2002), a cura di M. Lorandi e O. Pinessi, Moretti & Vitale, Bergamo 2003, pp. 94-110. 8 G.C. Argan, Il Museo come scuola, in “Comunità”, n. 3, 1949, pp. 64-66; Id., La funzione educativa dei musei, s.d. [ma 1951-1954], ACS, Min. Pubbl. Istr., Dir. Gen. AA.BB.AA., III Div., 1929-1960, b-307, in V. Russo, Giulio Carlo Argan. Restauro, critica, scienza…. Anche Lionello Venturi era stato un convinto assertore della finalità strettamente didattica del museo e dell’importanza di un’intensa collaborazione scuola-museo. Si veda in proposito L. Venturi, I nostri musei d’arte teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 86 numero 3 - Maggio 2011 strumenti didattici, sale destinate a convegni, impedisce ai musei storici italiani di assolvere alla loro funzione educativa. 15 G.C. Argan, I Musei d’arte e il loro moderno ordinamento, in V. Russo, Giulio Carlo Argan. Restauro, critica, scienza…, p. 141, osserva che: «Proprio in quanto si ripropone continuamente come un problema che esige una soluzione nel presente della nostra coscienza, l’opera d’arte è veramente assoluta, universale, eterna». 16 Secondo Argan le esposizioni dovranno avere tutte le caratteristiche necessarie alla corretta visione delle opere esposte: dalla neutralità architettonica e tonale dello spazio espositivo alla presenza di pareti divisorie mobili, dalla corretta illuminazione, da adattare caso per caso alle opere, alla realizzazione di intere pareti in vetro, caratteristiche che solo «un’architettura modernissima» e progettata per tale scopo può avere. 17 G.C. Argan, I musei allestiti in edifici storici, (1950), in V. Russo, Giulio Carlo Argan. Restauro, critica, scienza…, pp. 151-157: p. 151. Cfr. sullo stesso tema Id., L’architettura del museo, in “Casabella - Continuità”, XVIII, 202, agosto-settembre 1954, p. V; Id., Problemi di museografia, ivi, XIX, 207, settembre-ottobre 1955, pp. 64-67. 18 Argan ritiene validi questi criteri soprattutto per i musei d’arte decorativa, perché la salvaguardia dell’unità documentaria ed estetica tra suppellettili e struttura architettonica contribuisce a sottolineare la continuità tra arti maggiori e minori; cita come esempio virtuoso il Museo di S. Martino della Certosa di Napoli, dove il mantenimento dell’unità armonica tra arti decorative e struttura del museo non risulta minimamente intaccato dall’applicazione di moderni criteri di allestimento. A tal proposito non manca di sottolineare l’importanza di incentivare la nascita e il potenziamento di musei di arte decorativa e applicata, che potrebbero trovare degno contesto in ville e palazzi di valore artistico sparsi per il territorio italiano, anch’essi esposti ad un altissimo rischio sul piano conservativo, e che costituirebbero tra l’altro, un documento importante delle varie tradizioni artistiche locali. Ibid., p. 153. 19 Ibid., p. 154. 20 Ibid., p. 155. 21 «Per un antico edificio» scrive Argan «non v’è miglior riuso che farne un museo moderno, è giusto che il lascito storico di una città stia nei vecchi centri. Per Scarpa era questione di principio, pensava che il restauro rigorosamente filologico di un moderna, in “Ulisse”, anno XI, fasc. XXVII, 1957, p. 1372-1374. 9 Il pensiero di Argan è sostanziato dalla condivisione delle tesi di Herbert Read, oltre che da una neppure troppo velata accettazione dell’impostazione didattica del Bauhaus, al cui interno l’artista, come nel caso di Klee, è esso stesso un educatore, proiettato verso la tensione ideale della ricerca, della continua innovazione, e per il quale l’ educazione artistica non può disgiungersi dalla continua ricerca di valori, formali ma anche sociali. Cfr. G.C. Argan, Arte, scuola e città, in “Metro”, n. 15, 1968, pp. 4-12; Id., Il museo d’arte moderna, in “Metro”, n. 14 (1968), pp. 5-11. Argan fu traduttore e curatore dell’opera di H. Read, Educare con l’arte, a cura di G.C. Argan, Edizioni di Comunità, Roma 1954. 10 Tanto per Argan quanto per Read l’arte contribuisce a sviluppare e potenziare le capacità espressive dell’uomo, facilitando quel processo di integrazione fra l’individualità del singolo e la comunità che è caratteristica, e al tempo stesso condicio sine qua non, di una società democratica. Sulla relazione tra la concezione educativa del museo e il rapporto con le teorie di Read e Dewey si veda pure E. Bonfanti, M. Porta, Città, museo e architettura. Il gruppo BBPR nella cultura architettonica italiana 1932-1970, Vallecchi, Firenze 1973, pp. 150-151. 11 G.C. Argan, Il Museo come scuola…, p. 65. 12 Id., Prefazione a H. Read, Educare con l’arte…, pp. 9-17. 13 Si confrontino su questo punto le tesi arganiane con gli attuali studi di museologia e si potrà constatare come la posizione del critico torinese sia ancora oggi di grande attualità. Cfr. G. Pinna, Una storia recente dei musei, in A. Lugli, G. Pinna, V. Vercelloni, Tre idee di museo, Jaca Book, Milano 2005, p. 10. Sulla funzione sociale e politica dei musei concorda pure Adalgisa Lugli, che riconosce al museo del Novecento lo status di «simbolo», «punto di riferimento culturale di prima grandezza»; cfr. Ead., Museologia, in A. Lugli, G. Pinna, V. Vercelloni, Tre idee di museo…, p. 48; A. Mottola Molfino, Il libro dei musei, Allemandi, Torino 1991, pp. 147-166. 14 Argan osserva che la monumentalità degli edifici storici che ospitano importanti collezioni, quando non costituisce essa stessa un unicum, sul piano storico-documentario, con le opere che vi si conservano, finisce per essere fortemente limitante nella lettura e nell’interpretazione critica delle opere. Infatti, l’impossibilità di intervenire sulla distribuzione degli spazi, la loro mancata organizzazione in chiave funzionale, l’assenza frequente di laboratori, biblioteche, Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 87 numero 3 - Maggio 2011 Matisse, di Picasso, e non solo per colpa dello stato ma per la responsabilità di tanti studiosi che non avevano fatto propria la battaglia per l’arte moderna, che non avevano aperto le porte del museo alle donazioni private dei grandi industriali del Nord. 26 Ibid., p. 41. 27 Ibid. 28 Argan osserva che un museo d’arte contemporanea che non sia in grado di offrire al suo visitatore, occasionale o abituale, un quadro rappresentativo della cultura contemporanea che è, per se stessa internazionale e multiculturale, è un museo che ha fallito la sua primaria funzione, quella educativa e formativa. 29 G.C. Argan, Un Museo non è un deserto, in “L’espresso”, XXI, n. 10, 9 marzo 1975, ripubblicato col titolo Musei Italiani in Id., Occasioni di critica, a cura di B. Contardi, Editori Riuniti, Roma 1981, pp. 48-49. Su questo tema si veda A. Mottola Molfino, Il libro dei musei…, pp. 147-166. La studiosa cita più volte le opinioni di Argan (ibid., p. 157; p. 162) in merito all’indebolimento delle funzioni culturali del museo, determinato dalle sempre più pressanti esigenze turistiche, e alla necessità di potenziarne la «funzione scientifico - culturale - didattica». Non condivide però l’idea arganiana del museo come scuola. Cfr. ibid., p. 129. 30 Id., La crisi dei musei italiani, in “Ulisse”, anno XI; fasc. XXVII (1957), pp. 1397-1410, p. 1398. 31 Id., I musei d’arte e il loro moderno ordinamento…, p. 144. 32 Id., Musei d’arte moderna, in Museo perché, museo come…, p. 39. 33 Id., La crisi dei musei italiani…, p. 1399. 34 Argan avanza anche l’ipotesi di dotare i musei di mense, luoghi di ristoro, librerie che possano rendere più confortevole la permanenza degli studiosi all’interno dei musei, precorrendo per certi aspetti la Legge Ronchey sui servizi aggiuntivi. Si veda in proposito G.C. Argan, Il museo come problema architettonico e urbanistico, s.d., in V. Russo, Giulio Carlo Argan. Restauro, critica, scienza…, pp. 158161. 35 Id., Musei d’arte moderna…, p. 45. Cfr. Id., La crisi dei musei italiani…, pp. 1400-1401: «Ma è certamente possibile avvicinare la struttura interna del museo a quella della mostra: evitare le sistemazioni fisse e monumentali, gli ordinamenti rigidi, le presentazioni solenni e immutabili». 36 C. Brandi, Il problema delle esposizioni, in “Ulisse”, anno XI; fasc. XXVII, monumento e la sistemazione modernissima di un museo potessero benissimo coesistere e collimare, il principio di metodo dell’operazione era il medesimo: si trattava sempre di riportare dei testi antichi alla condizione di perfetta attualità che era anche recupero della loro autenticità. La galleria palermitana, come dello stesso Scarpa il museo veronese di Castelvecchio, è un esempio di quella che potrebbe parere, ma non è, una coincidenza di contrari: l’antico e il moderno, Scarpa sapeva fare della puntuale critica dei testi un’invenzione artistica». Cfr. G.C. Argan, Introduzione, in G.C. Argan, V. Abbate, E. Battisti, Palazzo Abatellis, Novecento, Palermo 1991, p. 8. 22 Argan, in qualità di Ispettore Centrale al Ministero della Pubblica istruzione sottolinea la necessità di associare alla struttura conservativa dei musei italiani la funzione didattica, di dotare i musei di un direttore tecnico-scientifico con competenze didattiche, di potenziare le mostre, di collegare l’attività del museo alla produzione industriale e alle scuole d’arte, di dotare i musei italiani, sulla falsa riga di quelli americani, di uno staff tecnico specializzato nell’allestimento delle esposizioni. Cfr. Id., La funzione educativa dei musei (ACS, Ministero della Pubblica Istruzione, Dir. Gen. AA.BB.AA., III Div., 1929-1960, b. 307), s.d. [ma 19511954], in V. Russo, Giulio Carlo Argan, Restauro, critica, scienza…, pp. 145-148. 23 Alla direttrice Argan riconosce il merito di avere colto l’importanza della trasformazione del museo in uno spazio funzionale, di aver dato voce, nei limiti del possibile, e pur nel rispetto dell’italianità dell’istituzione, ad una prospettiva internazionale, l’unica possibile per un museo che aspiri a essere espressione di una cultura moderna, mondiale e globalizzata, e ancora di aver aperto le porte alle donazioni di artisti come Burri, Capogrossi, Fontana e di aver esposto Pollock, Rothko, Mondrian, Picasso, Klee e tanti altri. Per l’ attività di Palma Bucarelli cfr. Palma Bucarelli: il museo come avanguardia, catalogo della mostra (Roma, 26 giugno 2009 - 17 gennaio 2010), a cura di M. Margozzi, Electa, Milano 2009. 24 A. Bonito Oliva, Care istituzioni. Intervista a Giulio Carlo Argan, in “Figure”, fasc. 2-3, 1982 pp. 19-25. 25 G.C. Argan, Musei d’arte moderna, in Museo perché, museo come, De Luca, Roma 1980, pp. 39-40, osserva che non era stata compresa l’importante funzione di un museo d’arte contemporanea per la crescita culturale della Capitale. L’Italia era rimasta per decenni indifferente davanti alle opere dei grandi maestri dell’arte contemporanea e si era lasciata spesso sfuggire opere di Manet, di Cézanne, di teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 88 numero 3 - Maggio 2011 42 Id., Il museo d’arte moderna…, p. 9. 43 Ibid., p. 10: «Il museo di domani, il museo di massa, non sarà più una mostra permanente di oggetti riscattati dal piano della merce a quello di modello di valore, dalla proprietà del privato a quella della comunità; e proposti ad un’amministrazione che, in ultima analisi, sarà soltanto la sublimazione del compiacimento della comproprietà. Sarà un luogo attrezzato per la sperimentazione ad alto livello sui processi della comunicazione; dotato di apparecchiature scientifiche moderne, di un’estrema adattabilità, di una grande disponibilità di spazio e di mezzi. Sarà manovrato da una numerosa equipe di specialisti e di ricercatori. Sarà in rapporto con tutti i rami della ricerca scientifica e tecnologica. Sarà, infine, un centro di ricerca al cui funzionamento (e non gestione, come vorrebbero alcuni artisti ragionieri) dovranno partecipare, come nella scuola, tutte le “componenti”: artisti, critici, tecnici, consumatori. Sarà dunque una struttura capace di rinnovarsi continuamente, col proprio movimento stesso». 44 Ibid. 45 Id., Un’idea di Roma…, pp. 75-76. 46 Id., Musei d’arte moderna…, p. 43. Cfr. Id., La Storia dell’arte…, p. 30. 47 Id., Musei d’arte moderna…, p. 43. 48 Sul valore urbanistico del Beaubourg si veda R. Piano, Giornale di bordo, Passigli Editore, Firenze 2005, p. 28. 49 F. Purini, I musei dell’iperconsumo, in Museums. Next generation. Il futuro dei musei, Catalogo della Mostra (Roma 21 settembre 2006 - 29 ottobre 2007), a cura di P. Ciorra, D. Tchou, Electa, Milano 2006, pp. 51-55: p. 5; un’interpretazione analoga del Beaubourg è quella che si può leggere in S. Suma, Nuovi musei tra iperconsumo e ipertrofia, in Il museo all’opera. Trasformazioni e prospettive del museo d’arte contemporanea, a cura di S. Zuliani, Bruno Mondadori, Milano 2006, pp. 103-109. 50 Diversa è l’opinione di A. Mottola Molfino, Il libro dei musei…, p. 239. 51 G.C. Argan, Musei d’arte moderna…, p. 39. 52 Laddove invece la vocazione urbanistica è fortemente rivendicata da Renzo Piano: l’architetto ne sottolinea la capacità incisiva sul territorio e, al contrario di Argan, considera la collocazione del museo al centro della città indispensabile allo svolgimento della sua funzione urbana. Cfr. R. Piano, Giornale di bordo…, p. 30. 53 «Agli inizi degli anni Ottanta dell’altro secolo – e dunque sul limitare dei due millenni – ad Argan il nesso arte- architettura-città è sembrato ineludibile a (1957), pp. 1383-1391. 37 A. Chastel, L’uso della storia dell’arte, Laterza, Roma - Bari 1982, pp. 94-102. 38 Lo studioso condivide con Brandi la convinzione che, in ogni caso, l’organizzazione di una mostra debba essere subordinata alla messa in stato di sicurezza e alle ragioni di conservazione dell’opera. Cfr. G.C. Argan, La crisi dei musei italiani…, pp. 1397-1410, in particolare pp. 1400-1401. 39 Ibid., pp. 1406-1407. Sul ruolo riconosciuto da Argan ai musei scrive M. Calvesi, Giulio Carlo Argan, in Giulio Carlo Argan. 1909-1992. Storico dell’arte, critico militante…, p. 14: «Al vertice della visione estetica di Argan si collocava l’idea (utopica se confrontata al presente, ma storicamente incarnata nei grandi modelli del Rinascimento) della città dell’uomo. Non una città-museo, ma una città dove i musei-scuola fossero il documento della pregnanza storica e civile dell’arte, e dell’arte mostrassero l’organico sistema, ovvero un sistema-guida della produzione, dal dipinto o dalla scultura all’oggetto di arredo e delle arti minori, e da queste matrici formali all’organizzazione dello spazio architettonico e urbanistico, e cioè appunto della città». 40 «[I musei] non devono servire a ricoverare opere d’arte sfrattate o costrette a battere il marciapiede del mercato. Non avrebbero spazio bastante e non è questo il loro compito. Dovrebbero essere istituti scientifici o di ricerca, con una funzione didattica aggiunta; ed essere i grandi e i piccoli nodi della rete disciplinare dell’archeologia e della storia dell’arte. Poche opere esposte permanentemente, anche nessuna; molto personale scientifico, ma studiosi aperti e non «conservatori»; molte mostre piccole e grandi, a rotazione, con il materiale dei musei integrato da prestiti. Nessuna dipendenza da ministeri e direzioni generali: gestione diretta da parte di uno scelto personale tecnico-scientifico. Modello per l’uso di quella veramente Gesamtkunstwerk che è la città. In altre parole il museo non dovrebbe essere il ritiro o il collocamento a riposo delle opere d’arte ma il loro passaggio allo stato laicale, cioè allo stato di bene della comunità: il luogo in cui davanti alle opere non si prende una posizione di estasi ammirativa, ma di critica o di attribuzione di valore». G.C. Argan, Intervista sulla fabbrica dell’arte, a cura di T. Trini, Laterza, Roma-Bari 1980, pp. 124-125. 41 Id., Musei d’arte moderna…, p. 43. Cfr. Id., Il museo d’arte moderna, in “Metro”, n. 14 (1968), pp. 5-11; Id., Un’idea di Roma, intervista di Mino Monicelli, Editori Riuniti, Roma 1979, p. 76. Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 89 numero 3 - Maggio 2011 museo e architettura…, p. 151 e nota 154; A. Trimarco, Post-storia…, p. 67. 58 Si ricordino, fra le numerose iniziative, registrate negli ultimi anni, la mostra Musei per un nuovo millennio. Idee, progetti edifici (Cfr. Musei per un nuovo millennio, Idee, Progetti Edifici, a cura di V. Magnago Lampugnani, A. Sachsa, Monaco - Londra - New York 2001); la ricerca e il convegno su I musei dell’iperconsumo, promosso nel 2002 dall’Accademia Nazionale di S. Luca in collaborazione con la DARC e la Triennale di Milano e coordinata da Franco Purini (si vedano I musei dell’iperconsumo. Materiali di studio, Atti del Convegno Internazionale (Roma, 21 marzo 2002), a cura di P. Ciorra, S. Suma, Accademia Nazionale di San Luca, Roma 2003); il convegno Il museo all’opera. Trasformazioni e prospettive del museo d’arte contemporanea, tenutosi a Salerno il 25-26 novembre 2005, promosso dalla Cattedra di Museologia dell’Università degli Studi di Salerno e dalla Fondazione Filiberto Menna; il convegno Il Futuro dei Musei tenutosi a San Pietroburgo il 30 giugno 2006; la mostra tenutasi dal 21 settembre al 29 ottobre 2006 al MAXXI di Roma dal titolo Musei nel XXI secolo. Idee, progetti, edifici (su quest’ultima si veda Museums. Next generation…). 59 Cfr. A. Trimarco, Post-storia…, pp. 64-65. 60 Si pensi alla cupola di vetro e acciaio del British Museum, realizzata nel 2000 da Norman Foster, che mentre realizza all’interno del celebre museo londinese spazi destinati ai cosiddetti servizi aggiuntivi, crea al contempo una forma architettonica che, attraverso la trasparenza del vetro, pone in comunicazione le rovine greche con il cielo della metropoli contemporanea e realizza una sorta di agorà interna al museo, luogo di incontro e di comunicazione. 61 La Tate Modern, a Londra, realizzata nel 2000 da Herzog e de Meuron recuperando la struttura della dismessa centrale elettrica di Bankside, è riuscita ad attivare una ri-segnificazione del territorio – la realizzazione è parte di un più ampio progetto di riqualificazione del Waterfront fluviale della città, ai margini dei Docklands – sottolineata pure dalla contemporanea costruzione del Millennium Bridge, opera di Norman Foster, ponte che collega fisicamente e prospetticamente la Tate alla cattedrale di St. Paul, ma anche il tempio londinese dell’arte contemporanea alla City, cuore produttivo e finanziario di Londra, istituendo così un ponte ideale tra passato e futuro, tradizione e modernità, cultura ed economia. Sulla specificità dell’intervento architettonico si veda K. Powell, Tate Modern, in Id., New London architecture…, pp. 76-77; Id., Millennium Bridge, ibid., pp. 40-41; Millennium Bridge, in condizione appunto che il museo diventi scena urbana, uno spazio vitale della città. Essenziale diviene perciò, nella sua riflessione la scelta del luogo. La sua speranza – è anche utopia – è che il museo della nostra contemporaneità, che distingue da quello d’arte antica, ospitato nei palazzi antichi del centro storico, nato dal farsi del lavoro quotidiano degli artisti, deve abitare una zona residenziale di massa, prossima alla città, un’area ampia e disseminata nel sociale. Per Argan è dunque più importante la collocazione urbanistica che l’immagine architettonica del museo, da pensarsi invece come «effimera, labile, volumetrica», in grado di accogliere funzioni e servizi informativi sempre più complessi». Cfr. A. Trimarco, Il museo. Arte e decostruzione, in Id., Post-storia. Il sistema dell’arte, Editori Riuniti, Roma 2004, p. 67. 54 M.C. Taylor, Dalla semplicità alla complessità: come cambia l’architettura museale, in Capolavori del Guggenheim. Il grande collezionismo da Renoir a Warhol, Catalogo della Mostra (Roma, 4 marzo - 5 giugno 2005), a cura di E. Siciliano, L. Dennison, Skira, Milano 2005, pp. 33-41; F. Dal Co, Il Guggenheim Museum: da tempio dell’arte non-oggettiva a museo globale, ibid., pp. 43-51. 55 Si veda in proposito anche A. Trimarco, Post-storia…, p. 64: «Così il Guggenheim Bilbao Museoa, oltre ad essere un’archiscultura, in antagonismo, si è detto riduttivamente, con l’arte – espone in maniera flagrante se stesso piuttosto che rispettosamente, il lavoro dell’arte – si pone anche, al culmine di una parabola inaugurata negli anni Settanta dal Centre Pompidou, come «catalizzatore delle trasformazioni urbane». 56 Si fa riferimento alle iniziative e ai convegni promossi dal Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Giulio Carlo Argan e in particolare al Convegno in onore di Giulio Carlo Argan, promosso dall’Accademia Nazionale dei Lincei, tenutosi a Roma il 19 novembre 2009 (con interventi di Salvatore Settis e Marisa Dalai Emiliani su Argan, il museo e la conservazione dei Beni Culturali); il Convegno Arte, Città, Politica. La battaglia per la cultura di Giulio Carlo Argan, Roma, 16 giugno 2010, promosso dall’associazione Bianchi Bandinelli; il Convegno internazionale promosso sempre dal Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario e dalla Fondazione Bruno Zevi sul tema: Progettare per non essere progettati: Giulio Carlo Argan, Bruno Zevi e l’architettura, tenutosi a Roma il 28 settembre 2010 presso l’Auditorium del MAXXI. 57 Cfr. M. Calvesi, Giulio Carlo Argan…, p. 14; E. Bonfanti, M. Porta, Città, teCLa - Rivista temi di Critica e Letteratura artistica 90 numero 3 - Maggio 2011 e restaurato per l’occasione da Alvaro Siza, che ha curato un intervento discreto, quasi invisibile, dettato, come sottolinea Gravagnuolo (L’architettura dei musei d’arte…, p. 34) «dalla volontà di cancellare piuttosto che di aggiungere», riuscendo a realizzare uno spazio che dialoga con il centro della città, senza lacerarne il tessuto storico. 72 S. Settis, Ma il museo ha un futuro?..., p. 53. 73 G.C. Argan, Il museo d’arte moderna…, p. 10. N. Foster, Catalogue. Foster and Partners…, pp. 204-205. Anche F. Purini, I musei dell’iperconsumo…, p. 55, riconosce alla Tate Modern la capacità di costituirsi come spazio capace di creare un dialogo significativo tra passato e contemporaneità all’interno del tessuto urbano londinese, un museo attivatore di cultura, «che non consuma la città». 62 A. Vittorini, Il contesto urbano, il concorso, l’avvio dei lavori, in MAXXI. Museo Nazionale Delle Arti Del XXI Secolo, a cura di P. Baldi, Electa, Milano 2006; Ead., Una nuova centralità per l’area flaminia, ibid., pp. 66-69. 63 Cfr. S. Settis, Roma al futuro, in MAXXI…, pp. 28-31; P. Baldi, La missione istituzionale, ibid., pp. 33-35. 64 L’incontro-Odile Decq, contro l’archistar system, a cura di F. Giuliani, in “La Repubblica”, 26 ottobre 2010. 65 Cfr. J. Rykwert, La seduzione del luogo. Storia e futuro della città…, pp. 295297. Sulla funzione svolta dal Guggenheim di Bilbao concorda pure M. Carta, Bilbao: rinnovamento urbano ad Abaidoibarra, in Id., Next city: culture city, Meltemi, Roma 2004, pp. 89-91, che considera l’edificazione del Guggenheim di Gehry come «l’azione pilota» di un piano di intervento volto al recupero delle aree urbane dismesse e al potenziamento della cultura urbana come risorsa per lo sviluppo e la crescita economica e sociale della città, a partire dalla riscoperta dell’identità geografica del luogo, in particolare dalla valorizzazione del waterfront. 66 P. Ciorra, No Building no party? La prossima generazione di musei, in Museums. Next generation…, pp. 10-15. 67 Cfr. A. Bonito Oliva, Musei. I supergadget nella città del 2000, in “la Repubblica”, 16 ottobre 2006. 68 F. Purini, I musei dell’iperconsumo, in Museums. Next generation…, pp. 51-55: p. 51. 69 S. Settis, Ma il museo ha un futuro?, estratto dall’intervento al convegno Il futuro dei musei tenutosi a San Pietroburgo il 30 giugno 2006, in “La Repubblica”, 30 giugno 2006, p. 53. 70 Si veda in proposito A. Bonito Oliva, Musei. I supergadget…, pp. 34-35. 71 Esempio interessante in Italia è quello del Museo MADRE di Napoli. La scelta fortemente voluta di concepire uno spazio per l’arte contemporanea come «museo aperto» nel cuore pulsante e vivo di una città storica come Napoli si è tradotta in un intervento dal forte significato urbanistico. Il museo infatti sorge all’interno dell’antico Palazzo Donnaregina, in pieno centro storico, ristrutturato Marcella Marrocco Il Museo negli scritti di Giulio Carlo Argan 91