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Museo per la Memoria di Ustica
Via di Saliceto 5 (ex magazzini ATC), Bologna
http://www.comune.bologna.it/iperbole/ustica/
Il 27 giugno 1980 alle 20,59 il Dc9 dell’Itavia Bologna–Palermo precipita, dopo essere
stato colpito durante un’azione militare di intercettamento nel Tirreno meridionale, all’altezza dell’isola di Ustica, a nord della Sicilia. L’abbattimento dell’aereo, provocato da un missile
di cui tuttora si ignora la provenienza, causa la morte delle 81 persone a bordo (68 adulti, 11
bambini tra i 2 i 12 anni, altri due piccoli fanciulli con meno di ventiquattro mesi di vita).
Dal 27 giugno 2007 è possibile visitare il museo che ricorda la tragedia di Ustica a Bologna,
in un capannone una volta adibito a deposito delle carrozze dei tram.
Nel filmato che ne documenta la realizzazione – filmato visibile nella stessa struttura – la
presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, Daria Bonfietti,
individua nel museo stesso il luogo dal quale ripartire. La gigantesca installazione che ricompone i 2.000 frammenti del velivolo si può infatti definire un museo della coscienza civile. Il
deposito ospita il rottame del Dc9 in uno spazio di 600 metri quadrati. Il visitatore osserva il
relitto da una balaustra perimetrale, in una posizione che sovrasta l’aereo. L’aeromobile fu colpito nella parte anteriore della quale sono rimasti lo scheletro e i brandelli penzolanti di lamiera mentre la coda è quasi intatta, e la sua altezza domina l’intera struttura fornendo un’impressione di schiacciamento tra le impalcature e il soffitto.
Il velivolo è rimasto per anni nei fondali del mare di Ustica, a circa 3.700 metri di profondità. Il 96 per cento della struttura è stato recuperato in due momenti, nel 1987 e nel 1991, ed
è stato depositato in un hangar di Pratica di mare, nell’aeroporto militare di Pomezia in provincia di Roma. Una volta recuperato, il relitto è diventato una prova giudiziaria, ma perché potesse diventare e rimanere un documento storico era necessaria la sua conservazione. La definitiva rottamazione del relitto, una volta terminato l’iter giudiziario, avrebbe contribuito ad acuire il silenzio. I ministeri della Giustizia e dei Beni culturali, la Regione Emilia-Romagna, la Provincia di Bologna e la Fondazione Carisbo hanno contribuito alla salvaguardia del velivolo colpito per realizzare il museo. I resti dell’aeromobile sono stati trasportati a Bologna a bordo di
sette camion autosnodati dei Vigili del fuoco. Nel video che accompagna la visita al museo, l’aereo parla in prima persona del ruolo che dovrà esercitare in futuro: «la mia carcassa si chiama
memoria». La ragione che spinge a questa etica del ricordo risiede nell’iter giudiziario che ha accompagnato la vicenda. La strage di Ustica ha il non invidiabile primato di essere stata la più
lunga istruttoria della storia giudiziaria italiana. Basti pensare che il primo collegio peritale è nominato 4 anni e 3 mesi dopo la tragedia e le conclusioni raggiunte da questo arrivano a quasi 9
anni di distanza dal giugno 1980. I periti concordarono che fu un missile ad abbattere il Dc9
(qualcuno successivamente rettificò questa conclusione) mentre al contempo l’Aeronautica militare ha scritto una delle peggiori pagine della sua storia offrendo informazioni errate, al fine di
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omettere la presenza del traffico aereo nel cielo di Ustica. Il 31 agosto 1999 il giudice Rosario
Priore emette una sentenza ordinanza nella quale si stabilisce che il Dc9 è stato abbattuto nel
corso di una guerra aerea. Come nel migliore copione degli episodi di stragismo in Italia (con
la parziale eccezione della strage alla stazione di Bologna), non si trova nessun colpevole, quindi nessun ente o istituzione condannato a risarcire i parenti delle vittime mentre, in seguito alla tragedia, la compagnia aerea Itavia fallisce. Sono motivi sufficienti per perpetuare il ricordo,
per educare le giovani generazioni a una più consapevole coscienza civile, alla luce di questa torbida vicenda che lascia testimonianza delle sue spoglie e del suo terribile impatto.
Un museo della coscienza civile che si presta al tempo stesso ad essere un museo della guerra fredda, con le sue trame apparentemente insondabili, ma non esenti da imporre un tributo
di sangue ignaro ed innocente che non di rado questo paese ha riconosciuto con fastidio. Nel
museo simboleggiano questi aspetti gli 81 specchi volutamente neri (di fuoco, di fumo, di ingiustizia) che accompagnano il passaggio del visitatore. Come le 81 flebili luci che scendono
dall’alto ad illuminare il velivolo, anche gli 81 specchi rappresentano quelle vite che non ci sono più, vite rimaste sospese nei bisbigli che ciascuno specchio emette: sono pensieri quotidiani e progetti di un futuro immediato che non c’è stato. Il visitatore è, a un tempo, documentato e indotto a un coinvolgimento emotivo. L’emozione non è che un accesso privilegiato alla
memoria e il tocco del grande artista francese Christian Boltanski, che ha ideato l’allestimento
del museo, ne mette in risalto questa componente. Arte, storia, memoria per chi crede che, nonostante tutto, si possa offrire un contributo per migliorare la società e per ricordare quelle vite andando anche oltre le nostre.
Mirco Dondi
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Garibaldi. Il mito
Genova, Palazzo Ducale, Appartamento del Doge, Galleria d’Arte moderna, Wolfsoniana, Museo del Risorgimento, Museo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti
17 novembre 2007-24 marzo 2008
Cataloghi:
Garibaldi il mito. Da Lega a Guttuso, a cura di Fernando Mazzocca, Anna Villari, Firenze, Giunti, 2007, 239 pp., € 38,00
Garibaldi il mito. Manifesti e propaganda, a cura di Silvia Barisione, Matteo Fochessati,
Gianni Franzone, Firenze, Giunti, 2007, 79 pp., € 24,00
Garibaldi il mito. Da Rodin a D’Annunzio: un Monumento ai Mille per Quarto, a cura di Maria Flora Giubilei, Caterina Olcese Spingardi, Firenze, Giunti, 2007, 192 pp., € 35,00
Le gesta di Garibaldi (1807-1882) entrarono, lui ancora vivente, nella leggenda al punto
da renderlo il personaggio più famoso dei suoi tempi. Poi il suo mito rimase profondamente
radicato nel cuore della gente comune e il richiamo alla sua figura e ai suoi ideali attraversò le
culture e le simbologie politiche dell’800 e del ’900.
In occasione del bicentenario della sua nascita, Genova ha ricordato l’evento con ben cinque
realizzazioni espositive. Il capoluogo ligure infatti, città natia dei genitori dell’Eroe dei due mondi nonché luogo da cui salpò, accompagnato dai Mille, il 5 maggio 1860 alla volta della Sicilia,
ha contribuito in modo determinante a crearne e consolidarne l’immagine di appassionato combattente per la libertà ovunque questa fosse minacciata, di condottiero capace di trascinare generazioni e classi sociali differenti a lottare in nome dell’emancipazione dei popoli e della nazioni.
Il pezzo forte delle celebrazioni è la mostra, nell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale, intitolata Garibaldi il mito. Da Lega a Guttuso. Il percorso è suddiviso in nove sezioni. Si parte dalla difesa della Repubblica romana nel 1849 e dalla fuga verso Venezia segnata dalla straziante morte di Anita, per approdare, dopo aver attraversato la spedizione dei Mille, l’Aspromonte e Mentana, alla volontaria solitudine di Caprera, momentaneamente interrotta nel 1870
per correre a difendere la Francia repubblicana dall’assalto prussiano. L’incalzante racconto garibaldino è scandito tramite le raffigurazioni, anzi trasfigurazioni (Garibaldi era piccolo e bruttino per unanime giudizio dei contemporanei) artistiche, sia pittoriche che scultoree, dell’immagine dell’eroe, messe a confronto attraverso le generazioni, dai macchiaioli Silvestro Lega
(1826-1895) e Giovanni Fattori (1825-1908), al simbolista Plinio Nomellini (1866-1943) per
finire con La Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio di Renato Guttuso (1912-1987). Un allestimento molto sobrio esalta la qualità delle opere, in molti casi veri capolavori.
La ricostruzione dell’epopea del Generale è completata da altre quattro mostre situate in altrettante sedi: due di esse, di cui si parla di seguito, hanno un più diretto interesse per gli storici.
Genova garibaldina è collocata al Museo del Risorgimento, e curata dal suo direttore Leo
Morabio. Oltre al consueto patrimonio museale, sono esposti reperti importanti provenienti
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da collezioni pubbliche e private, tra cui quelle della Fondazione Spadolini. Attraverso un’oggettistica ricca di risonanze simboliche, dipinti, fazzoletti, divise, bandiere ed armi, accompagnata da scritti autografi e giornali dell’epoca, si testimonia non solo la «genovesità» di Garibaldi ma anche il fascino che suscitò tra i contemporanei, entro e molto oltre le mura cittadine. Seppur esplicitamente ispirata al culto del cimelio, secondo le caratteristiche dell’allestimento del museo, la mostra non manca di vivacità evocativa e presa emozionale. In definitiva, centra l’obiettivo di coinvolgere i visitatori in fatti e vicende storiche, sottraendole alle retoriche della Storia ufficiale. La raccolta di manifesti, cartoline, figurine e vari manufatti di
propaganda esposta alla Wolfsoniana rappresenta invece il diverso e ideologicamente divergente utilizzo politico dell’immagine e delle idee di Garibaldi, che da eroe risorgimentale diventò icona del movimento e del regime fascista per finire testimonial del Fronte popolare alle elezioni del 1948. La tematica non costituisce certo una novità e il maggior merito della
mostra è di fornire una panoramica cronologicamente completa e ricca di oggetti insoliti.
Focalizzate sulle vicende artistiche e urbanistiche sono invece le sezioni espositive collocate
alla Galleria d’Arte moderna e all’Accademia Ligustica di Belle Arti. Quest’ultima, con documenti d’archivio, vedute, dipinti e incisioni, scandisce la genesi del bozzetto preparatorio e successivamente del monumento equestre a Garibaldi di Augusto Rivalta. Nel 1893 la statua venne realizzata e collocata nella piazza più prestigiosa della città, di cui la mostra illustra, con eccellenti risultati visivi, l’evoluzione spaziale dall’età medievale fino all’attuale disposizione.
Dalla dimensione cittadina si passa, con la rassegna della Galleria d’Arte moderna, a coordinate di respiro europeo. Da Rodin a D’Annunzio: un Monumento ai Mille per Quarto ricostruisce infatti, tramite statue, bozzetti, grafiche, fotografie e dipinti, disposti in successione
cronologica e introdotti da sintetici ma efficaci pannelli di contestualizzazione storico-artistica, il manifestarsi, tra fine ’800 e Grande guerra, della cultura simbolista e del classicismo neomichelangiolesco. Tale retroterra culturale, personificato da maestri europei, come Auguste
Rodin e Antoine Bourdelle, e italiani, quali Gaetano Previati e Leonardo Bistolfi, indirizzò i
gusti di molti protagonisti dell’arte figurativa dell’epoca tra i quali lo scultore Eugenio Barone, autore del monumento ai Mille di Genova-Quarto. Ad inaugurarlo, il 5 maggio del 1915,
intervenne Gabriele D’Annunzio che, in un tripudio di folla, pronunciò un notissimo discorso d’incitazione all’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale.
Appena ieri Mazzini, oggi Garibaldi: entrambi glorie genovesi del Risorgimento ma anche protagonisti della storia mondiale che hanno fornito l’occasione di proposte culturali collegate alla realtà locale ma di respiro internazionale, che lasciano sperare in un’offerta di manifestazioni d’eccellenza per la commemorazione, tra qualche anno, del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Altrimenti si potrà sempre ripiegare sull’ultima risorsa disponibile, i 190 anni della nascita di Nino Bixio (1821-1873).
M. Elisabetta Tonizzi
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La Nazione dipinta. Storia di una famiglia tra Mazzini e Garibaldi
Mantova, Fruttiere di Palazzo Te
4 ottobre 2007-13 gennaio 2008
Catalogo a cura di Maurizio Bertolotti, con la collaborazione di Daniela Sogliani, Milano, Skira, 2007, 191 pp., € 35,00
Originale iniziativa di ricerca, allestimento suggestivo, catalogo bello e denso: fra le cose
destinate a durare del bicentenario di Garibaldi; e però a banda più larga rispetto al personaggio. La famiglia che si offre quale soggetto collettivo per questo affondo di storia sociale e culturale in una piccola grande capitale del Risorgimento quale Mantova è quella del medico repubblicano Achille Sacchi (1827-90) e di Elena Casati (1834-82), mazziniana lei pure, che si
ha ritegno a restringere nel ruolo di moglie e madre. Basti dire che i loro quindici figli – dieci dei quali sopravvissuti e divenuti essi stessi fili di un’azione che prosegue per tre generazioni – non vengono battezzati. Un’attenzione ai simboli e ai nessi fra pubblico e privato che fu
degli attori ed è ora dei loro storici. La Nazione dipinta si apre con la dedica a Rinaldo Salvadori, che della continuità evolutiva fra democrazia risorgimentale e socialismo fu a Mantova
l’interprete. La continuità evolutiva è la cifra di questa straordinaria rete familiare, come nel
1886 comprova la testimonianza che il «medico che si batte» – da Roma 1849 a Bezzecca, passando per i Mille – e poi scienziato positivista accanto a Bertani e studioso della pellagra, rende a favore degli inquisiti di La Boje: quando il processo politico esemplare messo in piedi contro i contadini che si organizzano sotto la guida di exgaribaldini non rifluiti si svolge mentre
al governo c’è un teorico dello «strappo» e dell’oblio quale il trasformista Depretis.
La mostra ospitata nelle Fruttiere di Palazzo Te ha molti elementi per porsi in felice controtendenza rispetto al discorso pubblico che manda al macero il Risorgimento, e più in generale la storia. Il vasto e ramificato archivio costruito e salvato da tre generazioni della famiglia – e non ancora per intero ordinato e messo a frutto dagli studiosi (cfr. pp. 69-78 del Catalogo) – contiene migliaia di documenti e lettere coi grandi nomi, ma risponde ai criteri della storia sociale e agli intendimenti d’oggi con una moltitudine di uomini e donne «comuni»
(cfr. pp. 47-56) che valgono a contraddire la visione stereotipata del Risorgimento «di pochi».
Certo – da Belfiore a Nievo – il Mantovano è un’area privilegiata, ha anche goduto di attenzioni congeniali, come non da ora Maurizio Bertolotti, che con l’Istituto mantovano di storia contemporanea e il Centro internazionale d’arte e di cultura di Palazzo Te è il regista di La
Nazione dipinta. Il catalogo di una mostra di quadri – perché questa lettura storica per immagini lo è pure – deriva spesso verso approcci settoriali, omissivi o ignari rispetto al contesto e
alla bibliografia generale. Qui non avviene perché funziona il gemellaggio fra Bertolotti e la
collaboratrice Daniela Sogliani (Arte e Risorgimento dal Quarantotto al primo Novecento) –, cui
si accompagnano due immedesimati saggi di storia delle donne, di Liviana Gazzetta e Maria
Teresa Sega, informazioni sulla storia e la consistenza degli archivi Sacchi, e 120 pagine di
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schede tecniche per un Catalogo delle opere, a tema (otto grandi temi), da Amore e politica a Le
donne mazziniane, a Patria, scienza, educazione.
Seppur meno degli ambienti rivisitati, il catalogo fa addentrare negli interni di una famiglia di possidenti agiati e progressisti – già la madre di Elena, Luisa Riva, è un’esule del ’48,
mazziniana, e ne circonda di esuli l’adolescenza – e però anche nelle sue proiezioni esterne:
reti amicali – i Sacchi sono intimi dei Mario, Alberto e Jessie White –, che sono anche il più
delle volte reti politiche; e luoghi, appuntamenti con la storia, che Achille stesso e la donna
nuova che gli sta accanto, e più avanti le loro figlie emancipazioniste e suffragiste, vengono facendo. Di nuovo, le dinamiche emozionali e politiche delle ore forti condivise; e il lavorio della memoria che le preserva. I pittori convocati sono, come i Sacchi, attori, patrioti, volontari:
gli Induno, Gerolamo e Domenico, De Albertis, Pagliano. Anche il loro privato si riversa e si
nutre di una dimensione pubblica: ’48, ’49, ’59, ’60,’62, ’66, ’67. Certo, la tavolozza dei colori mette più rosso che azzurro nello sguardo della e sulla Nazione dipinta. In copertina finisce persino Aspromonte, con una tela – storia dell’immediato, come accade con questi artisti
militanti – datata 1863. Giuseppe De Nigris lo intitola Le impressioni di un quadro. Quadro
e titolo corrispondono a una cifra caratterizzante la ricostruzione, quella di mostrare i fatti e
le ondate di emozioni che dei fatti si depositano ed entrano in circolazione fra i contemporanei: qui è una famiglia, tre donne malinconicamente comprese, un vecchio, un adulto – forse l’artista, che sotto la giacca lascia trasparire la camicia rossa – e, di spalle, anch’essi diversamente compresi, un piccolo garibaldino e la sua sorellina tutta eccitata che addita… che cosa? Un altro quadro, e in questo quadro nel quadro Garibaldi ferito, i suoi volontari che lo curano e spade levate sullo sfondo. È un criterio di moltiplicazione diffusiva delle immagini che
vediamo ripetersi. Un sistema di segni, che mostra camere da letto di sorelle e fidanzate con
busti di Garibaldi, stampe popolari, camicie rosse, tricolori, citazioni di un lessico d’epoca, di
una retorica condivisa. E partenze e ritorni di volontari: reduci, feriti, e narratori, con tutt’attorno donne e bambini. L’epica che intride il quotidiano, ma non un’epica frivola e indolore.
Questi pittori rispondono a emozioni diffuse e a un mercato: un nuovo mercato che ha bisogno di quadri appropriati alla tasca e alla metratura delle abitazioni borghesi. Quadri di genere, dove è rilevante che non si tratti di piatti di frutta o cacciagione, ma della ricaduta di un
discorso pubblico all’insegna della cittadinanza.
Mario Isnenghi
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Annisettanta. Il decennio lungo del secolo breve
Milano, Triennale
27 ottobre 2007-30 marzo 2008
Catalogo a cura di Marco Belpoliti, Gianni Canova, Stefano Chiodi, Skira, 2007, 595 pp.,
€ 49,00
Un lungo muro fitto di date, nomi, luoghi, eventi che hanno segnato il periodo che va
dal 1969 al 1980 accoglie il visitatore, un’enorme tavola sinottica, una sorta di hardware per
far funzionare i tanti programmi-contenuti che i curatori di questa mostra hanno organizzato con un fine preciso. Far conoscere il decennio lungo del secolo breve – secondo la felice denominazione dell’esposizione – attraverso l’esperienza di questo periodo e dei multiformi e
contraddittori elementi che lo hanno contraddistinto. Così, al visitatore sono offerti ruoli, situazioni, realtà virtuali con le quali «fare esperienze», vivere percezioni, «creare contatti», secondo un percorso soggettivo, non lineare, potenzialmente contraddittorio. L’intenzione di
fondo è simile a quella della mostra In Pubblico. Azioni e idee degli anni ’70 in Italia, tenutasi al Museo d’arte contemporanea Villa Croce di Genova nel 2007: restituire la complessità
che gli è propria ad uno dei decenni cruciali della storia repubblicana, sottraendone la rappresentazione e l’interpretazione all’egemonia del segno violento e terroristico. O, come scrive il
curatore Gianni Canova nel catalogo, affiancare al rosso del sangue e al grigio del piombo le
multicolori tonalità prodotte dalle diverse culture e dai differenti saperi che sono nati in questo periodo e l’hanno caratterizzato. Va però detto che il catalogo e la mostra sono due realtà
autonome e distinte, dove le teorizzazioni e la ricchezza del primo trovano una parziale articolazione nell’organizzazione della seconda.
L’architetto Mario Bellini ha organizzato i quasi 3.000 metri quadrati della mostra come
uno spazio bianco, sovrastato da nuvole, dove si aprono 26 installazioni che si giustappongono allo sfondo per la pluralità di colori. Già ridotte dalla collocazione in un bianco neutrale,
le coordinate spazio-temporali lo sono ancor più perché le installazioni sono disposte nello
spazio in una forma labirintica, con le sole parole dei testi più noti di Fabrizio de André a segnare il percorso. Scelta non casuale, quella del labirinto, pensata per indurre il visitatore a
una costruzione soggettiva del proprio percorso, anche prevedendo che non veda/sperimenti
tutte le 26 installazioni. Queste, concepite da giornalisti, scrittori, artisti, per essere «condensati della memoria», per «aprire un contatto», sono dedicate a parole chiave, fenomeni, personaggi. Dalla riproduzione 1:1 della prigione di Aldo Moro, creata da Francesco Arena, alla
buia caverna catodica, piena di televisori accesi; dalla dimensione collettivizzante del corteo
nell’installazione video di Chiara Dynis, che replica all’infinito il gesto e lo slogan del visitatore, alla possibilità di guardare attraverso i buchi della serratura le vicende del cinema erotico italiano, alla perfetta riproduzione di un bar, con tanto di distributore di caramelle, di liquori d’antan e di televisore che trasmette Germania-Italia 4-3, o alla caverna buia illumina-
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ta solo dai fari accecanti di un’Alfa Romeo GTV 2000 grigia, identica a quella di Pier Paolo
Pasolini. Al piano inferiore della mostra, il linguaggio diviene ancor più la cifra caratterizzante delle installazioni: dal bosco di prime pagine di quotidiani dove l’attenzione è presa più dalle forme grafiche che dai contenuti delle notizie, alle architetture di Aldo Rossi, per arrivare
alle esplosioni grafiche che contaminano i manifesti politici, l’arte, il fumetto, in una fusione
sincretica di linguaggi che sembra trovare la sua definitiva consacrazione nella moda e nella
pubblicità, celebrate nell’ultima installazione dedicata all’esperienza di Elio Fiorucci.
Il visitatore attraversa, guarda, gioca, seguendo suggestioni, associazioni, rimandi che si
affastellano e segni che si accumulano vorticosamente. E così vedere il volto di Mao Zedong
che pubblicizza un celebre amaro a fianco della stella a cinque punte delle BR dice molto di
quanto le strategie comunicative stessero già abbandonando il simbolo per il logo e questo per
il marchio commerciale. Parlare degli anni ’70 attraverso le ibridazioni tra alto e basso, tra linguaggi e codici semantici differenti è stata una scelta fertile ma rischiosa, perché in tutto dipendente dalla ricchezza comunicativa delle diverse installazioni. E mentre alcune di esse hanno arricchito e problematizzato le conoscenze, il semplicismo di altre ha prodotto risultati di
mera testimonianza. È il caso, ad esempio, dell’installazione dedicata ai videogiochi, un passaggio denso, che si è però ridotto all’esposizione di confezioni di programmi, per lo più del
decennio successivo, e in due consolle per provare giochi di ultimissima generazione, niente di
diverso dalle demo a disposizione dei clienti in qualsiasi centro commerciale. O come nel caso dell’installazione sui corpi nell’arte, che ha scialato il suo interesse concentrandosi in modo poco chiaro su opere post-70.
La collocazione labirintica e a-temporale delle installazioni ha accentuato ulteriormente
una decontestualizzazione già fortemente attiva in molte delle stesse installazioni, che hanno
spesso affidato il loro contenuto alla pura materialità degli oggetti e a uno sguardo celebrativo, non di rado autocelebrativo, dal quale è stata sostanzialmente esclusa la materialità dei soggetti e delle relazioni di potere. In questo senso, la mostra, benché i curatori non lo volessero,
ha finito per mobilitare nel visitatore un’adesione impressionistica ed epidermica, anticamera
di un effetto nostalgia che è parso il segno unificante della maggior parte delle installazioni.
Così, ad esempio, colpisce che nella giusta idea di un lungo decennio sia stato compreso il
1969 e non il 1968, quando la maggior parte delle ibridazioni di cui la mostra dà conto difficilmente non possono non esser ricondotte a quell’anno. Quasi che per salvaguardare l’unicità del ’68 fosse necessario asserirla attraverso l’assenza, piuttosto che tematizzarla in un percorso interpretativo. Il percorso interpretativo di questa mostra, al contrario, si è fortemente
concentrato sui processi che sono sopravvissuti al decennio, piuttosto che su quelli che l’hanno contraddistinto, contribuendo a lasciare nel visitatore all’uscita la strana sensazione di aver
capito non tanto cosa sono stati gli anni ’70, quanto cosa sarebbero stati gli anni ’80.
Emmanuel Betta
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Spagna perché? Dal 1931 a oggi: un paradigma del Novecento europeo
Torino, Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e
della Libertà
25 ottobre 2007-13 gennaio 2008
Già dagli anni di crisi e agonia del franchismo, e con maggior decisione da quando è morto il Caudillo Francisco Franco (20 novembre 1975), la Spagna ha iniziato gradualmente a rivisitare il proprio passato prossimo, a riscoprirlo sotto nuove prospettive e sulla base di nuovi dati storici. La nuova storiografia dell’epoca democratica ha teso soprattutto a presentare a
se stessa i risultati raggiunti. Il passo successivo è stato, necessariamente, quello di mostrarli e
diffonderli a livello internazionale. Il processo di ricostruzione non è stato facile, perché quarant’anni di dittatura hanno bloccato pesantemente la ricerca e l’approfondimento storiografico. E la paralisi ha, in effetti, ancor oggi ripercussioni di rilievo. Anche l’Europa, dagli anni
’70 in poi, sta riscoprendo e ripensando da nuove prospettive questo paese che per decenni è
rimasto silenziosamente in coda alla traiettoria continentale, un silenzio interrotto solo dalla
voce della dittatura con la sua versione ufficiale dei fatti. In particolare in Italia, per la vicinanza geografica e per presunte, decantate affinità spirituali, il mondo ispanico è considerato
territorio e spazio immaginario collettivo a cui si rimandano continuamente i caratteri di una
certa «mediterraneità». Tale immaginario ha bisogno, oggi più che mai, di un corretto uso di
strumenti storiografici rigorosamente controllati, utili a comprendere a fondo la realtà di un
paese che ha vissuto buona parte del XX secolo sotto una dittatura.
Il progetto realizzato dal Museo Diffuso di Torino ha messo a disposizione dei visitatori
proprio questi adeguati strumenti storiografici, in grado di stimolarne la riflessione. L’iniziativa rientra nei parametri della ricostruzione di una memoria europea integra e articolata,
mentre fornisce ai visitatori un ampio spettro di informazioni: parte infatti dal presupposto
che la Spagna è oggi molto presente nel panorama geopolitico dell’Europa, ma vuole riparare e riempire una serie di «vuoti» presenti nella società italiana rispetto alla conoscenza del passato spagnolo. Una sfida museografica notevole, ambiziosa ma ben riuscita.
Il progetto è stato realizzato grazie all’impegno del curatore Marco Novarino, alla collaborazione del Centro Studi Gobetti, al patrocinio del Ministerio de Educación y Ciencia, dell’Ambasciata di Spagna in Italia e dell’Instituto Cervantes di Milano, e con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte e dell’Associazione culturale «Italia e Spagna».
Composta da materiale di vario tipo (manifesti, libri, opuscoli, lettere originali tratti dal Fondo Spagna del Centro Studi Gobetti; materiale cinematografico e interviste a cura dell’Archivio nazionale cinematografico della Resistenza), la mostra ha l’obiettivo di ripercorrere più di
settant’anni di storia spagnola, una storia affatto lineare, cercando di seguire il filo interpretativo che la storiografia spagnola democratica ha faticosamente riallacciato dopo la morte di
Franco.
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L’arco temporale scelto è piuttosto ampio. Il punto di partenza è il 1931, anno che vide
l’instaurazione della II Repubblica, che rappresentò a suo tempo una delle esperienze più avanzate di democrazia raggiunta fra i paesi europei. Gli anni della Repubblica videro però anche
momenti di tensione sociale, crisi di governo, aspre polemiche a diversi livelli. L’avvio di riforme rese più complesse dinamiche preesistenti, anche a causa della ferma opposizione delle correnti reazionarie, cattoliche, monarchiche e conservatrici e naturalmente dell’incipiente fascismo che prese forma di partito nella Falange Española. Nel febbraio 1936 il Fronte popolare
vinse le elezioni, ma l’esperienza repubblicana progressista non ebbe modo di consolidarsi. Il
18 luglio dello stesso anno un gruppo di militari tentò il colpo di Stato dal cui fallimento scaturì la Guerra civile. I pannelli della mostra dedicano particolare attenzione alle vicende belliche, alle problematiche socio-politiche interne e infine all’esilio scelto da quasi mezzo milione
di persone. Com’è ovvio però gran parte del materiale riguarda la dittatura franchista, dato che
uno degli obiettivi della mostra è dare maggior spazio agli anni del dopoguerra.
Suddivisi quindi in quattro archi temporali (1939-1945, 1945-1956, 1957-1968 e 19691975), i contenuti mostrano i passaggi fondamentali del regime, dal terribile dopoguerra fatto di repressione e miseria alla stabilizzazione in chiave nazionalcattolica, e poi dai cambiamenti sociali ed economici degli anni ’60 alla fase di agonia del franchismo, fino ad arrivare
al punto di non ritorno, la transizione democratica. L’ultima parte riguarda il consolidamento della democrazia, nella nuova configurazione che vede una Spagna plurale e multinazionale grazie al riconoscimento delle Comunità autonome e alla spinta riformistica del governo
socialista. Viene dato anche un certo spazio ai cambiamenti sociali e culturali vissuti dalla società spagnola durante la convulsione della transizione, arrivando fino agli anni ’90. La mostra continua sulla sua traiettoria, spingendo i contenuti fino a toccare temi controversi rispetto alla politica governativa socialista, alla crisi della sinistra e all’ascesa del PP. L’ultima parte,
a mo’ di epilogo, menziona brevemente il ritorno dei socialisti al governo, sotto la presidenza
di José Luís Zapatero. Ovviamente questa ultima parte non pretende né completezza né esaustività storiografica e lascia quindi al visitatore il compito di elaborare un suo giudizio. La mostra completa il proprio scopo didattico grazie ad una serie di incontri di approfondimento e
a una rassegna cinematografica curata dall’Archivio nazionale cinematografico della Resistenza e suddivisa in tre sezioni: Il lungo dopoguerra, Film sulla guerra civile del periodo della «transizione» (1976-1982), Film sulla guerra civile nella Spagna democratica. La rassegna copre una
porzione importante della letteratura cinematografica dedicata alla guerra civile, ripercorrendo il modo in cui, in diversi momenti, l’immaginario collettivo del paese ha rielaborato, ricostruito e trasmesso la memoria dell’episodio fondamentale del XX secolo vissuto dalla Spagna.
Laura Zenobi
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