1 Sommario Le Cento Città * Direttore Editoriale Mario Canti Comitato Editoriale Fabio Brisighelli Romano Folicaldi Natale G. Frega Giuseppe Oresti Giancarlo Polidori Direzione, redazione, amministrazione Associazione Le Cento Città [email protected] Direttore Responsabile Edoardo Danieli Prezzo a copia Euro 10,00 Abb. a tre numeri annui Euro 25,00 Spedizione in abb. post., 70%. - Filiale di Ancona Reg. del Tribunale di Ancona n. 20 del 10/7/1995 Stampa Errebi Grafiche Ripesi Falconara M.ma Periodico quadrimestrale de Le Cento Città, Associazione per le Marche Sede, Piazza del Senato 9, 60121 Ancona. Tel. 071/2070443, fax 071/205955 [email protected] www.lecentocitta.it * Hanno collaborato a questo numero: MarioCanti,LucianoCapodaglio,Claudia Cardinali, Luca Maria Cristini, Emilio D’Alessio,GiovanniDanieli,EttoreFranca, Mario Luni, Alberto Pellegrino 3Editoriale Un anno in viaggio attraverso le eccellenze di Ettore Franca 5Il forum Aggiornare la progettazione paesaggistica di Mario Canti 7 La produzione energetica alternativa è possibile di Emilio D’Alessio 9 Incoerenze di sistema e mancanza di partecipazione di Luciano Capodaglio 13 Le mostre Rinascimento matematico urbinate di Luca Maria Cristini 15 IlGraphicJournalismalMuseodell’UmorismoaTolentino di Alberto Pellegrino 19 I beni culturali Laprevenzionedaglieventisismici,ilrischiodell’amnesia di Mario Canti 21 Archeologia romana nelle Marche Le città romane nella regione medioadriatica di Mario Luni, Claudia Cardinali 29 Libri ed eventi di Alberto Pellegrino In copertina Pittore dell’Italia centrale Città ideale Tempera su tavola, particolare ©The Walters Art Museum, Baltimora 34 Vita dell’Associazione di Giovanni Danieli Le Cento Città, n. 46 TVS è fermamente convinta dell’importanza di saper riconoscere la bellezza in tutte le sue forme. Per questo, da sempre è impegnata nella produzione di articoli per la cottura che si distinguono per design e funzionalità. Ma l’amore per il bello di TVS si esprime anche nella collezione di opere d’arte, che conta opere di pregio realizzate dai più importanti autori del periodo dal XIV secolo al XIX secolo. L’opera qui presentata ne è solo un esempio. Floriano Bodini, Cavallo e Nudo di donna (Gemonio di Varese 1933 - Milano 2005) www.tvs-spa.it | TVS Spa_Via Galileo Galilei, 2_ Fermignano (PU) Italy AD Amore per il bello, passione per l’utile. Editoriale 3 Un anno in viaggio attraverso le eccellenze di Ettore Franca Chiude, a luglio, l’anno della mia presidenza che ho cercato di impostare sulla conoscenza delle Marche attraverso i suoi prodotti di eccellenza considerati non solo come tali ma come mezzo, quasi pretesto, per approfondire gli altri aspetti che, insieme, connotano la Regione: il suo paesaggio, i centri minori, le opere architettoniche e pittoriche su cui poggia la identità storica e culturale. Ho portato i “centocittadini” nell’alta valle del Foglia dove Carpegna, che fu uno dei centri del Montefeltro storico – lo testimonia il palazzo “dei Principi” – oggi è una meta turistica ma anima parte della sua economia sulla produzione e stagionatura del prezioso “Prosciutto di Carpegna DOP” del quale, grazie alla cortesia della proprietà, s’è toccata con mano una filiera sconosciuta a molti. Nè poteva mancare Sassocorvaro con la sua rocca martiniana, fortezza mai conquistata e ricovero del gotha delle opere d’arte italiane durante il secondo conflitto mondiale. Poi è stata la valle del Cesano (Corinaldo e San Lorenzo in Campo) a mostrare le eccellenze naturali ed artistiche, mentre la deviazione su Villanova di Montemaggiore ha permesso la visita al Caseificio Val Metauro-Fattorie marchigiane, azienda industriale ma di spirito artigiano, in cui si produce la Casciotta d’Urbino, uno dei primi formaggi italiani a fregiarsi del riconoscimento Dop della Comunità Europea. Nella rassegna non poteva mancare una visita ad Ascoli Piceno, densa di monumenti e di bellezze, ma anche terra dell’“Oliva Tenera Ascolana del Piceno Dop” che “Zè” Migliori ci ha fatto conoscere Ettore Franca da vicino. Altrettanto apprezzata è stata la visita all’azienda Meletti conosciuta al mondo per i suoi distillati all’anice. Ultimo, ma non ultima per importanza, è stato calarsi nella realtà di un’azienda agricola all’avanguardia nella tecnologia dei suoi prodotti: l’olio da olive nella gamma dei blend e delle monocultivar oltre al “Cartoceto Dop”; i vini Doc e Igt che nascono sia da uve di tradizione che da vitigni recuperati dalla memoria e riportati alla ribalta dopo una paziente attività di moltiplicazione. Sorpresa per molti, a sant’Angelo in Lizzola, la visita alla chiesa di S.Egidio del conte Giancarlo Cacciaguerra e la successiva Pieve di Candelara. Ogni volta ho cercato di far vivere quei prodotti in altrettanti “momenti di pausa” presso ristoranti prestigiosi. Ricordo “da Silvana” a Carpegna, “Il Giardino” di Massimo Biagiali a S.Lorenzo in Campo, il “Kursaal” di Lucio Sestili ad Ascoli Piceno, la “mensa” de “Il Conventino” di Egidio Marcantoni, a Monteciccardo. Fra l’una e l’altra, Cento Città ha animato la terza edizione di Le Cento Città, n. 46 Freschi di stampa, che testimonia la vivacità culturale e della editoria regionale. In collaborazione con la facoltà di Economia della Università Politecnica delle Marche ha dato vita al convegno sul tema della Green Economy al quale hanno partecipato illustri docenti e tecnici, tre nostri soci con apprezzatissimi contributi e, fra gli altri, gli industriali marchigiani che producono, allestiscono o usano gli strumenti che generano energia alternativa a quelle dei combustibili. In collaborazione con la Facoltà di Medicina la nostra associazione ha quindi organizzato Santi in Medicina, convegno ormai consueto ma particolarmente originale quest’anno. Novità assoluta per Le Cento Città poi, è stata l’“uscita” sull’altra sponda con una, pur veloce, visita alla Croazia scegliendo i luoghi meno noti, fuori dai circuiti turistici. Spalato col suo Palazzo, ma anche la deserta area archeologica di Salona (Solin) e la “fuori mano” Trogir (Trau); la bella Zara, ma anche quella perla, sconosciuta a tutti, della storicamente immensa Nona (Nin), sulla minuscola isoletta omonima. Il rientro in Italia, ha voluto una sosta ad Aquileja. Viaggio, faticoso per il caldo e non solo, ma che ha appagato tutti. Altrettanto calda la giornata predisposta da Walter Scotucci e da Alberto Pellegrino con il giro “lottesco” nelle chiese della Diocesi di Fermo e la visita del palazzo Bonafede a Monte San Giusto e del palazzo Forti e del Teatro Apollo a Mogliano. Spero d’aver condotto e concluso positivamente la mia esperienza. Lunga vita a Le Cento Città. Il forum 5 Aggiornare la progettazione paesaggistica di Mario Canti Il 26 aprile, Le Cento Città ha organizzato un Convegno dedicato alla green economy tra tecnica, paesaggio ed ambiente. Un confronto a più voci da cui abbiamo tratto gli articoli che seguono. Mi piace ricordare che all’origine del mio personale interesse per il paesaggio vi è la lettura della “storia del paesaggio agrario italiano” di Emilio Sereni; nell’ormai lontano 1961 questo libro mi fu prestato da un amico, che naturalmente non lo ebbe mai restituito, e la sua lettura mi rivelò, tra le altre conoscenze, che anche il paesaggio agrario, anzi, che soprattutto il paesaggio agrario è un prodotto della storia. Così da allora osservo il “bel paesaggio italiano”, “il giardino d’Europa”, con l’intento di riconoscere in esso le tracce, le memorie, degli eventi e delle culture del passato e non solo di godere delle emozioni estetiche che pure provoca. Ritengo significativo che il Sereni accompagni la descrizione della storia del paesaggio agrario con un copioso corredo iconografico che attesta i mutamenti dell’ambiente agricolo, ma anche la diversa attenzione e le diverse sensibilità con le quali questo è stato valutato nel tempo. Se si è convinti che il paesaggio, anche quello agrario, è un prodotto storico, che, in un certo senso, è costituito dai segni che gli eventi storici hanno lasciato sul territorio, sulla sua originaria conformazione geologica, geomorfologica e vegetazionale, e che a loro volta le nostre capacità percettive sono indissolubilmente connesse all’ambiente culturale nel quale viviamo, allora bisognerebbe riconoscere che l’idea di poter conservare integralmente il paesaggio nella sua attuale conformazione è, quanto meno, improbabile. Infatti nel tempo mutano quelli che potremmo chiamare i fattori antropici: le colture, le tecnologie, i rapporti economici Il Monte Conero visto dalle colline di Loreto. e quelli sociali; ma possono variare anche alcune caratteristiche ambientali: cambia il clima, il terreno può essere sconvolto da fenomeni naturali, nella realtà il bosco cammina, avanza o arretra sul territorio come la foresta di Birnam dinnanzi al castello di Macbeth. Se alcuni assetti formali di un determinato territorio ci appaiono meritevoli di conservazione per i singolari valori estetici, culturali o storici che vi percepiamo possiamo realizzare, al massimo, degli interventi di manutenzione, così come facciamo per le opere d’arte, con la consapevolezza che anche in questo caso l’intervento manutentivo, come quello di restauro, costituisce un trauma per il bene che lo subisce; il suo stato dopo l’intervento risulta cambiato, seppure impercettibilmente; potranno anche migliorare le condizioni di percettibilità, la comprensione dei valori culturali o formali caratteristici, ma questi non saranno comunque esattamente quelli antecedenti all’intervento. Se la conservazione integrale di un paesaggio appare di fatto impossibile occorre addestrarLe Cento Città, n. 46 si a comprendere e a scegliere quali possano essere le modifiche accettabili, dovremmo prefigurare gli esiti degli interventi manutentivi che intendiamo realizzare; in altri termini anche la manutenzione di un paesaggio comporta un progetto preventivo, la sua valutazione, anche con ipotesi alternative, il monitoraggio degli esiti nel tempo. Esistono ovviamente anche paesaggi per i quali è possibile ipotizzare la conservazione integrale, affidata alle forze e alle capacità della natura, ma nel nostro continente rappresentano quote minime del territorio; qualche oasi naturalistica, gli ambienti di alta montagna, in definitiva le sole, modeste, parti del territorio che non hanno subito nel tempo fenomeni di antropizzazione. L’idea del progetto come modalità permanente dell’intervento sul paesaggio è peraltro implicita nella convenzione europea per il paesaggio, laddove, nella sostanza, vengono indicate tre tipologie base dello stesso: i paesaggio di rilevante valore, per i quali vale il principio della conservazione, ovviamente nei limiti e Mario Canti con le modalità sopra ricordate, i paesaggio ordinari, per i quali vale il principio della gestione sostenibile, i paesaggi degradati, che devono essere recuperati secondo criteri di compatibilità e vivibilità. E in questo quadro concettuale che, a nostro avviso, si deve porre anche la questione della valutazione degli impianti per la produzione di energie alternative sotto il profilo paesaggistico: sgombrando subito il campo da ogni posizione preconcetta. Vale a dire che nonci si può opporre alla la realizzazione di tali impianti in considerazione di comportamenti malavitosi verificatisi in alcune occasioni, se ad esempio si sono realizzati impianti per godere del contributo sapendo che non sarebbero mai stati messi in condizione di funzionare, questa è una questione giudiziaria, non paesaggistica. Né possono condividersi posizioni assunte a priori, sia quando sostengono che questi impianti corrispondono ad una necessità imprescindibile di carattere economico di livello nazionale, sia quando ritengono che comunque sono “brutti” e deturpano il paesaggio, possono perciò realizzarsi nelle zone paesaggisticamente degradate, contraddicendo in tal modo agli indirizzi europei che vorrebbero che tali situazioni venissero “recuperate”. Questa ultima posizione, che salva la coscienza degli amministratori locali e regionali e li protegge dalle ire degli ambientalisti, merita di essere esaminata con attenzione e confrontata con quella che gli stessi soggetti assumono nei confronti di altri interventi che, sempre a mio giudizio, non sono meno invasivi e deturpanti. mi riferisco a quelli edilizi, che circondano le nostre città ed invadono ogni possibile fondo valle con prodotti banali, quando non orrendi, ma che evidentemente non disturbano troppo la sensibilità degli amministratori e dell’opinione pubblica. Questo strabismo percettivo merita una particolare attenzione per cercare di capire le sue 6 ragioni e valutare se sia correggibile, le motivazioni economiche sono presenti in ambedue le fattispecie di interventi, ma forse sentiamo di più l’edificazione come una prassi “nostra”, che prima o poi coinvolge ognuno di noi, in effetti gli italiani sono tra i più forti possessori di case (e di cellulari), mentre gli impianti per l’energia sembrano favorire solo i pochi fortunati che possono impiantarne uno o più, godendo per di più di un contributo pubblico. Se così è occorre prendere atto che abbiamo integrato lo “jus aedificandi” del diritto romano con una sorta di “jua delendi”, lasciato alla libido della proprietà fondiaria, al buon cuore dei costruttori e all’insipienza degli amministratori; naturalmente la questione non è così semplice, ma quanto avviene indica con chiarezza i limiti di una cultura attenta quasi esclusivamente alla ricerca (o alla limitazione) della quantità. In realtà non vi sono differenze qualitative significative tra i blocchi di edilizia abitativa, le distese di capannoni per le attività produttive, i campi a fotovoltaico che si arrampicano sulle colline; in tutti i casi il parametro valutativo adottato fa riferimento esclusivamente alla quantità: di vani, di metri quadrati, di kilowatt. In tutte queste situazioni occorre utilizzare lo strumento del progetto attento ai valori culturali e paesaggistici del territorio, la cui corretta definizione implica che siano stati preliminarmente individuati, in un quadro di pianificazione globale del territorio, gli indirizzi ed i riferimenti opportuno. Nel caso della progettazione paesaggistica il quadro di riferimento dovrebbe essere costituito dal Piano Paesaggistico Regionale; nelle Marche tale strumento esiste dal 1994, ed oggi denuncia significa1tivi limiti conoscitivi e normativi, e, anche per rispondere alla legislazione nazionale successiva a tale data, andrebbe “adeguato”, così da poter orientare efficacemente gli strumenti Le Cento Città, n. 46 della progettazione urbanistica, edilizia e produttiva. Nella ormai lunga attesa (dal 2004) di questo adeguamento del Piano Paesistico e della emanazione della nuova legge urbanistica,l’amministrazione regionale procede per “parti”: il piano casa, il recupero edilizio, ecc. così da far mancare gli indirizzi necessari per una corretta progettazione paesaggistica ed ambientale. Nel breve periodo, da oggi alla nomina della prossima Giunta Regionale, occorre cercare di progettare i possibili interventi per le energie alternative e per le infrastrutture secondo criteri di sostenibilità ragionevolmente condivisi. In tal senso sembra opportuno introdurre nella valutazione dei progetti degli impianti per l’energia alcuni criteri semplici e non opinabili, quali ad esempio la conservazione delle caratteristiche dei suoli, sulla base di studi specifici e non di dichiarazioni di parte, la certezza del ripristino dello stato quo ante, garantita da opportune fidejussioni, ovviamente l’assicurazione dell’allaccio alla rete di distribuzione garantita dall’ente gestore della stessa, ed in primo luogo una progettazione attenta ai valori formali e culturali dell’ambiente nel quale si intende realizzare l’impianto, che cerchi il dialogo e la compatibilità anche formale dell’ assetto esistente con il nuovo; si tratta di adottare una mentalità del tutto nuova che non abbia come riferimento né il rifiuto del nuovo, né l’accettazione acritica del nuovo in quanto tale; le esperienze del passato e quelle contemporanee di altri paesi dimostrano che possono esistere soluzioni positive diverse. Il problema di fondo sembra perciò quello di costruire una nuova mentalità sostenuta più che da norme cautelativa da progettazioni paesaggistiche che si fondino sulla attenzione ai valori formali, sula solidità delle premesse culturali, sulla formazione continua dei fruitori. Il forum 7 La produzione energetica alternativa è possibile di Emilio D’Alessio Il Piano Energetico Ambientale Regionale delle Marche è fondato su una teoria molto semplice: l’energia meglio produrla dove la si consuma. Piccole centrali diffuse nel territorio, reti efficienti di distribuzione, possibilmente autoproduzione. Non sono criteri stravaganti, visto che il Parlamento Europeo ha approvato lo scorso 26 febbraio una direttiva che obbliga alla riduzione dell’80% dei consumi di energia negli edifici entro il 2050. Oggi in Europa gli edifici consumano il 40% dell’energia totale e producono il 36% di emissioni. Dovremo arrivare a progettare edifici che producono quasi tutta l’energia che consumano. Il futuro è centrato sul criterio dell’efficienza energetica: consumare meno energia e produrla da fonti rinnovabili per ridurre le emissioni di gas serra, fonte principale del riscaldamento globale. Ridurre la domanda e, possibilmente, produrre l’energia in loco. Niente grandi centrali quindi, che lasciano la gestione di un settore economicamente strategico in mano a pochi soggetti in grado di condizionare il mercato. La democrazia energetica nasce dalla produzione diffusa, meglio ancora dalla autoproduzione. Quello che sembrava impossibile solo pochi anni fa sta già accadendo: gli impianti di energia rinnovabile, nelle Marche soprattutto il fotovoltaico, sono ormai in grado di soddisfare una quota rilevante della domanda. E lo fanno nelle ore di picco, quando la richiesta è più alta. Il proliferare dei pannelli, incentivati con programmi governativi, ha sconvolto il mercato dell’energia tanto da costringere i protagonisti storici del settore a rivedere i programmi. Non è un caso che l’API abbia recentemente messo in discussione la convenienza di un rigassificatore per il quale La campagna all’Abbadia di Fiastra. aveva a lungo brigato, mentre ha ribadito l’obsolescenza della raffineria di Falconara, impianto ormai destinato alla riduzione a sede di stoccaggio. Il solare fotovoltaico sta cambiando le regole del gioco sul mercato energetico nazionale e regionale. Ma i pannelli sono brutti, si dice. E invadono le nostre campagne, sottolineano gli esteti. I dati di Coldiretti dicono che a settembre 2010 nelle Marche gli impianti fotovoltaici a terra, quindi in terreno agricolo, sommavano 380 ettari tra quelli realizzati e autorizzati. Il programma di incentivi più sostanzioso ammetteva ai finanziamenti gli impianti completati entro la fine del 2010. I dati definitivi non sono disponibili, ma certo gli impianti fotovoltaici a terra nelle Marche non dovrebbero superare i 500 ettari. Da allora una norma regionale molto restrittiva, accoppiata alla riduzione degli incentivi, li ha praLe Cento Città, n. 46 ticamente eliminati. Certo, i pannelli solari si fanno notare. Li vediamo soprattutto girando in auto, lungo la A14 o sulle strade secondarie. Non sono belli, innegabile. Ma contribuiscono alla nostra autosufficienza energetica, sono elementi strutturali, come i tralicci di Terna o la stessa Autostrada A14. Trovo curiosa l’attenzione verso il fotovoltaico e l’indifferenza ad autentiche rivoluzioni del paesaggio come la costruzione della terza corsia dell’autostrada, che ha stravolto migliaia di ettari di terreno agricolo, eretto decine di chilometri di orribili barriere antirumore (che non è chiaro se blocchino davvero il rumore, ma di certo ostruiscono la vista), costruito viadotti e gallerie costosissimi ed impattanti. Trovo paradossale concentrarsi sui pannelli e non ricordare che il territorio delle Marche è invaso da tralicci di alta e media tensione che impediscono una visione pano- Emilio D’Alessio ramica che non li comprenda, anche nelle aree vincolate e nei parchi naturali. Ma i tralicci, orribili e permanenti, fanno parte della nostra memoria e quindi non li mettiamo in discussione. I pannelli solari, che hanno una durata massima di 25 anni e non provocano mutamenti irreversibili alle aree dove sono collocati, non sono invece tollerati. Secondo il Censimento Agrario del 2010 le Marche hanno una superficie agricola utilizzata di 473.064 ettari, contro i 492.596 del 2000. Son quasi ventimila ettari in meno in dieci anni. Se confrontiamo la superficie agricola totale, che comprende le aree non utilizzate, in dieci anni si scende da 676.226 ettari a 632,231, che significa 44mila ettari in meno ovvero il 7.5%. Che fine hanno fatto questi 44mila ettari di spazi verdi? Sono diventati aree industriali, espansioni edilizie residenziali, centri commerciali, stazioni di servizio, terze corsie autostradali e così via. In questa inesorabile, massiccia trasformazione gli impianti fotovoltaici sottraggono all’uso agricolo al massimo 500 ettari, che in percentuale sono lo 0.08% della superficie totale delle Marche. Per essere ancora più chiari, ogni diecimila ettari di terreno agricolo 750 hanno cambiato destinazione e di questi solo otto sono temporaneamente occupati da pannelli fotovoltaici. Significa che solo poco più dell’uno per cento dei terreni sottratti all’agricoltura e al paesaggio è stato destinato alla produzione di energia solare. Sarebbe molto interessan- 8 Strade e capannoni nella valle di Fabriano vista dall’Acquarella. te analizzare nello specifico le trasformazioni del restante novantanove percento, anziché accanirsi contro i “brutti” pannelli che in termini numerici sul territorio sono inesistenti. Senza contare che il concetto di “bellezza” agricola è molto discutibile. Le serre sono belle? I tunnel orticoli in poliestere sono belli? Personalmente preferisco un campo fotovoltaico ad una sequenza di tralicci di alta tensione su un crinale, paesaggisticamente molto più devastante. I tralicci inoltre portano energia prodotta altrove, spesso molto lontano, con metodi spesso obsoleti ed inquinanti come le centrali a carbone. Con grande dispersione di risorse in cambio di lauti profitti per l’oligarchia della produzione elettrica, che proprio le rinnovabili stanno mettendo in discussione. La Le Cento Città, n. 46 breve stagione degli impianti fotovoltaici a terra nelle Marche è già finita. Poteva essere evitata del tutto? Credo di no. Le poche centinaia di ettari utilizzati sono servite a creare un indotto, una filiera, e a dimostrare che nella produzione energetica un’alternativa è possibile. I vituperati pannelli a terra hanno aperto la strada alla nuova generazione di impianti integrati negli edifici, hanno sviluppato una domanda che ha ridotto i prezzi di mercato e spinto verso l’innovazione e le soluzioni che solo pochi anni fa sembravano impossibili, come i film fotovoltaici. E comunque tra venti anni o poco più i pannelli saranno rimossi e i campi dove sono posati torneranno come prima, mentre i tralicci, le terze corsie e le stazioni di servizio resteranno dove sono. Il forum 9 Incoerenze di sistema e mancanza di partecipazione di Luciano Capodaglio Oggi, quando si parla di economia si fa riferimento quasi esclusivamente alla green economy, in quanto, nel mondo industrializzato quasi tutte le strategie di investimento hanno come obiettivi principali : 1 - il risparmio energetico (risparmio, non incremento!); 2 - il risparmio dell’acqua; 3 - la sicurezza alimentare. Occorre riflettere, in Italia dove comportamenti diffusi determinano inutili sprechi di acqua ed energia, sul fatto che la Cina ha investito sette degli otto punti di incremento del Pil nel risanamento delle acque inquinate a causa della crescita caotica degli ultimi anni. Del resto, tra i punti qualificanti del Documento Economico Finanziario del Governo Monti figurano il capitolo sulla decarbonizzazione mediante fiscalità ambientale, il sostegno alla piccola e media impresa già impegnata nelle nuove tecnologie e nella innovazione, la difesa e la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico nazionale così come aveva anticipato ad Ancona il 23 aprile 2012 il Ministro dell’ambiente Corrado Clini. Quando si citano in un insieme logico ambiente, paesaggio ed economia, inevitabilmente emerge il tema delle infrastrutture la cui progettazione e realizzazione mette a dura prova la coerenza e la credibilità istituzionale del sistema Italia. Il tema è stato recentemente affrontato dall’Ispra che ha redatto nel 2012 Linee guida sul tema “Ambiente, paesaggio ed infrastrutture” in cui si ribadiscono alcuni concetti fondamentali. Il paesaggio viene definito (come da Convenzione europea del paesaggio CEP 3) “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro La collina marchigiana nel suo splendore e, sotto, con i pannelli solari. interrelazioni”. Si amplia il concetto di paesaggio a tutto ciò che ci circonda sottolineando il paesaggio nelle politiche di pianificazione territoriali,urbanistiche e culturali, agricole, sociali ed economiche; nella pianificazione di una infrastruttura debbono essere integrate le componenti paesaggistiche (percettive e culturali), ecologiche (connesse a processi ecosistemici ed ambientali) ed ambientali (relative allo stato delle singole componenti come acqua, aria, suolo ecc,). Per far ciò è necessario un approccio olistico teso a considerare tutte le istanze e le componenti per giungere a soluzioni integrate, impostate sin dalle primissime fasi di lavoro, ovvero Le Cento Città, n. 46 dai primi studi sulla necessità e fattibilità dell’infrastruttura. Ciò vuol dire: a - partecipazione dei cittadini alle scelte e tutela delle componenti estetiche, ecologiche ed ambientali del paesaggio; b - fattibilità intesa come compatibilità con la popolazione residente. Il paesaggio è quindi elemento fondamentale di ogni variante economica e questo lo sanno tutti i portatori di interesse coinvolti nella catena del valore del turismo: oggi nessuna offerta turistica ha valore se non è inserita in un paesaggio integro e di valore assoluto estetico, ambientale ed ecologico. La bolla speculativa edilizia spagnola ha Luciano Capodaglio 10 Il fondovalle del Tronto fortemente antropizzato. tolto ogni potere attrattivo alla costa iberica e di conseguenza vanno di pari passo le defezioni dei turisti e l’alienazione patrimoniale degli immobili turistici con una spirale catastrofica sul sistema bancario ed economico dell’intero paese, ma noi in Italia non siamo messi meglio sia come cementificazione che come bolla speculativa immobiliare e finanziaria… E nella Regione Marche? La risposta per essere seria deve essere articolata. Oggi gli operatori economici stanno cominciando a godere dei vantaggi di una politica intelligente di promozione delle eccellenze enogastronomiche, agricole, della manifattura di alta qualità, del turismo residenziale, climatico e artistico-museale, effettuato dal governo regionale attraverso l’unica vera eccellenza esclusiva delle Marche: “il paesaggio marchigiano: sintesi armonica non replicabile tra cultura, ambiente, paesaggio rurale storico e forte identità sociale popolare”; gli esempi sono sotto gli occhi di tutti… il successo dei vini marchigiani a VinItaly, l’aumento, contro tendenza, delle presenze turistiche di cittadini del nord europa, l’aumento della vendita sia all’estero che nel sito di produzione, dei prodotti agricoli marchigiani. Dobbiamo prendere atto che lo spot con Dustin Hoffmann sta portando frutti ma Dustin Hoffmann non avrebbe attratto nessuno se avesse girato i suoi spot pubblicitari in paesaggi marchigiani degradati con tralicci di elettrodotti, raffinerie, capannoni industriali e commerciali abbandonati o con le pale eoliche sulle creste dei “monti azzurri” di leopardiana memoria ecc. La realtà è dura da accettare ma così è : ogni nostro prodotto perde valore economico se viene decontestualizzato dal territorio di produzione ed il valore economico si azzera se tale territorio perde il “valore paesaggio”. La Regione Marche ha portato gli Emiri del Dubai a cavalcare con i loro purosangue arabi nelle Marche per la bellezza del paesaggio del Parco del Conero. Tutti gli imprenditori Le Cento Città, n. 46 marchigiani che beneficieranno delle relazioni derivate ed insite nell’evento “Marche Endurance Lifestyle 2012” è bene che lo ricordino in ogni loro atto di pianificazione e strategia aziendale. Ma non tutto è andato liscio: nell’ultimo quinquennio si sono verificati fatti e comportamenti istituzionali che preoccupano ogni giorno sempre di più i cittadini marchigiani. Da una parte si utilizza il paesaggio marchigiano come motore principale per l’economia della regione e contemporaneamente si assiste con una colpevole inerzia ad una sistematica distruzione dello stesso; si attua un vero e proprio comportamento dissociato: il paesaggio marchigiano entra da protagonista nel censimento dei paesaggi rurali storici italiani con una “certificazione eccellente” come quella del Catalogo dei paesaggi rurali storici promosso dalla Presidenza della Repubblica e contemporaneamente dai dati del Servizio ambiente e paesaggio della Regione Marche relativi al consumo di suolo si evince che Il forum dal 1954 al 2007 la popolazione è cresciuta del 37% mentre il consumo di suolo è aumentato del 320% e che, cosa ancor più grave, che il consumo medio per le Marche è del 10% mentre la media nazionale si aggira intorno al 7%: un primato di cui non andare fieri! Il danno di una cementificazione diffusa, soprattutto della zona costiera e di fondovalle non sarà solo sul paesaggio ma su tutto l’indotto dello stesso, senza contare l’incerto futuro di molti istituti bancari che si ostinano a finanziare la bolla speculativa edilizia negando il credito alle aziende impegnate nella new economy. Altro primato non invidiabile, raggiunto negli ultimi anni dalla nostra regione, è quello del fotovoltaico a terra che ha raggiunto, nella nostra regione, la percentuale record del 50%. Intendiamoci, tra le fonti rinnovabili l’unica credibile e affidabile nel medio-lungo periodo è quella fotovoltaica e solare termica ma non quando consuma suolo agricolo! Il suolo agricolo marchigiano è il substrato essenziale del paesaggio rurale storico e sarà sempre più un bene prioritario nel prossimo futuro di crescita demografica globale. Altra incoerenza marchigiana le cui ragioni sfuggono ai più è quella legata allo sviluppo esagerato delle infrastrutture legate allo stoccaggio, trasporto ed utilizzo del gas naturale che vede la nostra regione assumere il ruolo di testa di ponte di un sistema energetico di dimensioni intercontinentali. A dire il vero ospitare in un territorio poco esteso, antropizzato, tra i più fragili a livello nazionale come rischio idro geologico, ad alta sismicità gasdotti interrati, centri plurimi di stoccaggio sotterranei come quello previsto nel territorio di 11 SanBenedetto del Tronto nei pressi dell’area naturale protetta Sentina, creare rigassificatori al largo di Falconara (già autorizzato dal Consiglio regionale), trasformare il porto di Ancona in un terminale di navi gasiere (previsti arrivi in porto da 1 a 3 navi al giorno), attraversare tutto il territorio con l’elettrodotto Fano Teramo non porterà alcun beneficio economico e di qualità di vita ai cittadini marchigiani che al contrario vedranno degradare il loro territorio a vantaggio delle multinazionali dell’energia e perdere valore economico. Ultimo fronte di incoerenze (per ordine di apparizione certamente non ultimo per impatto ambientale e sociale) è legato allo sviluppo dell’energia eolica. Nonostante sia di dominio pubblico, sulla base dei report di attività delle centrali eoliche di Francia e Germania relative all’anno 2011, che la resa energetica è risibile anche in paesi con una costanza di venti superiore a quella italiana, nonostante la denuncia recentissima del Cnel sul rischio di infiltrazione mafiosa legata allo sviluppo dell’eolico nel territorio nazionale, nonostante le innumerevoli indagini delle Procure di mezza Italia (quella metà dove è stato installato l’eolico), nonostante l’enorme impatto ambientale delle opere di “urbanizzazione primaria” necessarie per portare le pale eoliche sulle creste di monti incontaminati, e la catastrofe paesaggistica conseguente, nonostante tutto ciò siamo alla vigilia di una invasione di pale eoliche che se non contrastata determinerà la distruzione totale dell’unica area ancora relativamente integra dopo l’attacco del cemento: l’area montana e pedemontana. La cosa grave è che con l’eolico gli unici a guadagnare sono i produttori di im- Le Cento Città, n. 46 pianti e gli installatori tutti gli altri perdono: cittadini, paesaggio, ambiente, ecosistemi e possibilità di sviluppo futuro. Scusate dimenticavo: guadagnano anche gli intermediari che facilitano la concessione delle autorizzazioni e al proposito consiglio una lettura in dettaglio del rapporto del Cnel. Tali incoerenze di sistema e l’oggettiva impossibilità dei cittadini a partecipare alle scelte strategiche, (unita al processo di trasformazione che i social network hanno recentemente avviato nell’ambito delle relazioni sociali e politiche) stanno creando le condizioni per un fenomeno di presa di coscienza di massa che porterà a profonde modificazioni del tessuto sociale marchigiano: i cittadini comunicano e fanno rete, si informano e acquistano coscienza collettiva; un esempio di ciò è la nascita del Forum Salviamo il paesaggio marchigiano, nato sui resti di un precedente Coordinamento per la tutela del paesaggio marchigiano, in breve tempo ha aggregato associazioni, comitati, singoli cittadini uniti da valori comuni come legalità, tutela dell’ambiente e dei diritti fondamentali della persona; un primo risultato è la formulazione di una proposta di legge ad iniziativa popolare “Norme per la tutela del paesaggio, lo sviluppo ecocompatibile ed il governo partecipato del territorio”, attualmente al vaglio dell’Ufficio legislativo della Regione e su cui inizierà prossimamente una specifica raccolta di firme. È sicuramente un segnale forte alla politica che una classe dirigente accorta e lungimirante non può non cogliere nell’interesse del sistema Marche che sino ad oggi i più ci hanno invidiato. shop.santonishoes.com Le mostre 13 Rinascimento matematico urbinate La mostra “Città ideale” ha rievocato la temperie culturale della corte federiciana di Luca Maria Cristini “In questi dipinti si rispecchia la cultura urbinate. Tutto nasce dalla filosofia e dalla concezione platonica del mondo e si riflette in due elementi chiave: la temperie rinascimentale che nasce dalla prospettiva e arriva all’architettura, fino a quella che è stata definita un’alleanza tra signori e architetti, nel voler creare un’immagine della città che rifletta la libertà e l’armonia dell’organizzazione sociale. Si tratta di qualcosa che potrebbe essere molto attuale, sebbene questo modo di concepire la realtà architettonica abbia avuto pochissimi episodi. Sottolineo che si trattò di un momento magico. Già nel Cinquecento l’architettura diventa immagine di potere, di controllo della società, riflette un concetto molto diverso. Invece, ad Urbino in particolare, si parte da una concezione del mondo, da un Rinascimento matematico”. Così parlava André Chastel delle tre celebri e un po’ misteriose tavole con rappresentazioni prospettiche di città ideali che provengono quasi certamente proprio dal palazzo che ha ospitato la mostra “La Città Ideale. L´utopia del Rinascimento a Urbino tra Piero della Francesca e Raffaello”. Accanto ai due dipinti (di Urbino e Baltimora,assente purtroppo quello di Berlino per gravi problemi conservativi) le sezioni in cui la mostra era articolata hanno passato in rassegna alcuni degli snodi più affascinanti del Rinascimento italiano, illustrandoli una cinquantina tra dipinti, sculture, tarsie lignee, disegni, medaglie e codici miniati, che spaziavano da Domenico Federico Barocci Veduta di un tempio circolare, 1588 Veneziano a c. disegno, Firenze, Uffizi, Gabinetto dei Disegni e Sassetta, da delle Stampe, Foto Soprintendenza Speciale PSAE e Piero della per il Polo Museale della città di Firenze. Francesca a Fra´ ne (1509) ne divulgò le sublimi Carnevale, in cui ormai definispeculazioni matematico-protivamente si individua l´autore delle cristalline quanto enig- spettiche. Le sale della mostra matiche “Tavole Barberini”. E hanno permesso di approfondiancora: da Francesco di Giorgio re il tema quattrocentesco della a Luca Signorelli, da Mantegna città dipinta con sublimi incura Perugino, da Bramante, il sioni in quella che Luciano grande urbinate di cui nulla è Bellosi, con ormai arciniota rimasto in patria, a Raffaello locuzione volle definire “pittue a Jacopo de´ Barbari, autore ra di luce”. Si poteva così pasdel sibillino Ritratto di Luca sare dalle pionieristiche opere Pacioli, il conterraneo di Piero di Domenico Veneziano, che della Francesca, che in trattati contribuì in modo decisivo alla come la Summa de Aritmetica formazione pittorica di Piero (1494) e il De divina proporzio- della Francesca, a Filippo Lippi Pittore dell’Italia centrale. Veduta di una Città ideale, Tempera su tavola, cm. 80,3 x 220 x 3,2. Baltimora (USA), Walters Art, Museum. Credito Fotografico: © The Walters Art Museum, Baltimora. Le Cento Città, n. 46 Luca Maria Cristini 14 Pittore dell’Italia centrale. Città ideale, Tempera su tavola, cm. 67,7 x 239,4 x 3,7. Urbino, Galleria Nazionale delle Marche. Credito Fotografico: Su concessione del Ministero per i Beni e le attività culturali. Foto: Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici delle Marche. e a Beato Angelico, per poi immergersi in uno stimolante confronto tra le già ricordate Tavole Barberini e le deliziose tavole perugine di San Bernardino, arricchito da un serrato dialogo con le scenografie cittadine presenti nei dipinti di Francesco di Giorgio. Ma il vero cuore della mostra sono state ovviamente le tavole della Città Ideale avviluppate ancora oggi in quella querelle attributiva che le vede involontarie protagoniste: “Non ci sono certezze sulle attribuzioni - ha dichiarato la curatrice della mostra nonché Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche Lorenza Mochi Onori - ma a noi non interessava tanto arrivare a quello. La cosa più interessante ed importante è che sono state fatte delle analisi molto approfondite, ripetendo le riflettografie all’infrarosso con le attuali strumentazioni. Le analisi fatte hanno consentito di vedere dettagli impossibili da percepire a quell’epoca e stanno dando delle indicazioni che posso riassumere come segue: è possibile che le due tavole, di Urbino e Baltimora, che peraltro hanno una dimensione analoga ed una storia molto vicina, possano essere della stessa mano. La tavola di Berlino è un po’ diversa, sia per dimensione che nel discostarsi lievemente dalle due più celebri (Urbino e Baltimora). Personalmente potrei anche aggiungere che la più bella in assoluto delle tre, è quella di Urbino, che esprime il concetto della Città ideale al massimo grado, restituendola attraverso un’immagine quasi irreale, malgrado le piccole notazioni naturalistiche di una pianta fiorita o altri piccolissimi dettagli. Si tratta di opere che sono diventate emblematiche, entrando nell’immaginario collettivo, perché rendono perfettamente un momento storico irripetibile, e quello speciale concetto di città, tra prospettiva e realtà, a misura d’uomo, fatta per l’uomo, tipica dell’aspirazione rinascimentale.” Mostre così belle sono merce sempre più rara; meno male che c’è qualcuno che, in un’epoca in cui si pensa solo al business del bigliettaggio e il successo di un’esposizione è sempre più spesso legato all’effimera potenza di fuoco degli agguerriti uffici stampa, ha ancora voglia di mettersi alla prova con iniziative di qualità e di alto spessore culturale. La mostra, curata da Lorenza Mochi Onori e Vittoria Garibaldi col progetto scientifico di Alessandro Marchi, è stata promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche, dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici delle Marche, dalla Regione Marche, dalla Provincia di Pesaro e Urbino, dal Comune di Urbino, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro e dall’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” e da Banca Marche. Il catalogo è stato edito da Electa. Jacopo De’ Barbari. Ritratto di Frà Luca Pacioli e Guidobaldo di Montefeltro, 1495. Napoli, Museo e Galleria Nazionale di Capodimonte. Foto Soprintendenza Speciale per PSAE e per il Polo Museale della città di Napoli. Le Cento Città, n. 46 Le mostre 15 Il Graphic Journalism al Museo dell’Umorismo a Tolentino di Alberto Pellegrino Il “Museo Internazionale dell’Umorismo nell’Arte” riporta Tolentino sulla ribalta internazionale, accendendo i riflettori sulla mostra Nuvole di confine. Graphic Journalism. L’arte del reportage a fumetti, allestita a cura del critico d’arte Luca Beatrice per la rassegna Tolentino Humor che è stata inaugurata il 14 aprile nella sede stessa del Museo a Palazzo Sangallo. Promossa e organizzata dal Comune di Tolentino con il patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Macerata e del Consiglio regionale delle Marche dell’Ordine dei Giornalisti, la mostra resterà aperta al pubblico fino 16 settembre 2012 e si spera che possa attrarre un vasto numero di visitatori, poiché si tratta della prima iniziativa culturale del genere che si tiene in Italia. Nella mostra sono esposte oltre 100 tavole originali di otto fra le maggiori firme internazionali del giornalismo a fumetti, che hanno portato a Tolentino i loro più recenti lavori, in modo da offrire uno sguardo panoramico su un mezzo espressivo che si colloca a metà strada tra letteratura a fumetti e cronaca Josh Neufeld. giornalistica. Si tratta di opere di grande livello che i visitatori potranno portarsi a casa e leggere con tutta tranquillità, perché tutte le storie sono state integralmente pubblicate in un bel catalogo pubblicato da una prestigiosa casa editrice di libri a fumetti come la Rizzoli Lizard. Il Graphic Journalism si presenta come un diretto discen- dente della Graphic novel cioè della “letteratura disegnata” che sta ormai prendendo nelle librerie il posto del fumetto tradizionale. La letteratura disegnata ha ormai alle sue spalle un illustre retroterra costituito da alcuni padri fondatori come gli americani Will Eisner, Robert Crumb e il grande Art Spegelman, autore della celebre saga a fumetti Maus, nella quale è rappresentata in modo assolutamente originale la barbarie dell’Olocausto. Mentre in Francia, dove risiede, si è affermata l’iraniana Mariane Satrapi con i suoi romanzi Persepolis e Pollo alle prugne, in Italia il “romanzo a fumetti” annovera una serie di maestri come Hugo Pratt, Sergio Toppi, Salvatore Battaglia, Guido Crepax, Andrea Pazienza, per citare solo alcuni fra i maggiori. Le caratteristiche del Graphic Journalism Il Graphic Journalism è sempre una narrazione per immagini che rientra però nel campo del reportage, dell’inchiesta, Aleksandar Zograf. Le Cento Città, n. 46 Alberto Pellegrino del giornale di viaggio, della ricostruzione storica e del più semplice memoir. Gli autori di questo nuovo genere a fumetti si avvicinano alla notizia sperimentando nuove strutture narrative e nuove forme linguistiche con una notevole varietà di stili grafici, ma tenendo sempre presente le realtà sociali, politiche ed economiche con cui si devono confrontare attraverso un approccio personale e realistico che, in alcuni casi, diventa anche ricerca e alla sperimentazione. A differenza del giornalista tradizionale il graphic reporter rimane il protagonista assoluto dei fatti descritti che passano attraverso il filtro non tanto della sua “oggettività”, quanto della sua sensibilità artistica e della propria visione del mondo: attraverso il suo sguardo egli prova emozioni e sentimenti, per cui non si limita al semplice dato di cronaca, ma ha la pretesa di dare un senso più profondo alla storia che racconta. Il curatore Luca Beatrice afferma che questo particolare tipo di giornalista è il testimone di avvenimenti che ha visto o immaginato, per cui in ogni caso dà “la sua versione dei fatti. Invece di dirlo con le parole sceglie di accostarvi le immagini, che sono più forti, che resistono più a lungo nel tempo. E soprattutto sono una lingua che non conosce confini”. Si tratta quindi di una forma di giornalismo del tutto particolare che, pur con le sue diversità sostanziali, si pone sulla stessa strada percorsa nel passato dal documentario cinematografico e dal reportage fotografico, che ha visto protagonisti di straordinario talento come Robert Capa, Werner Bischof, Herni Cartier-Bresson, Sebastiano Salgado, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Letizia Battaglia e Gabriele Basilico. Certamente raccontare degli avvenimenti attraverso la tecnica e il linguaggio del fumetto richiede tempi di realizzazione molto più lunghi rispetto ad altri mezzi della comunicazione mediatica: infatti gli autori per realizzare 16 Guy Delisle. le loro storie impiegano l’abilità e la pazienza degli artigiani, perché passano molte ore a disegnare a mano, a inchiostrare, a trovare le giuste inquadrature e le giuste sequenze, a condensare la parte più propriamente narrativa nei ballon e nelle didascalie, a organizzare il tutto attraverso la fase del montaggio, per arrivare finalmente alla realizzazione del prodotto narrativo. In questo momento storico la comunicazione globale è capace di inondarci con immagini e con parole, di sottoporci a un’iperstimolazione che finisce per avere un effetto anestetizzante e quindi riduttivo delle nostre capacità critiche e selettive. Per questo le storie e le cronache narrate dal Graphic Jornalism rappresentano una pausa di riflessione, un richiamo alla realtà circostante dove si muovono personaggi veri o fittizi, ma pur sempre ancorati a un preciso contesto storico e ambientale; bisogna inoltre tenere presente che molti di questi autori, che non sono nemmeno dei giornalisti professionisti, usano il disegno e le parole per sentirsi in “prima linea” e quindi per dare un proprio contributo personale Le Cento Città, n. 46 indirizzato a coinvolgere il lettore in prima persona. A differenza dei giornalisti televisivi e della carta stampata, questi autori si propongono di indagare più a fondo su fatti di cronaca quotidiana o su avvenimenti particolarmente drammatici che avvengono in luoghi di cui si ha una conoscenza molto vaga, cercando di individuare le cause che stanno dietro il malessere sociale o la tragedia di un popolo. “A chi disegna il mondo a matita e china – scrive nel catalogo Sara Boggio - interessano invece le zone d’ombra, quelle che silenzio e confusione mediatica ignorano o confondono, e in definitiva lasciano volentieri al buio. Qui il graphic journalist arriva come un esploratore e inizia la sua indagine sul campo seguendo due fondamentali direttive: parlare con tutti e disegnare tutto. Allo scrupolo giornalistico caratteristico del reporter si accompagna la capacità di raccogliere storie ovunque e da chiunque. Un’abilità che non sembra frutto di mestiere, quanto naturale conseguenza della relazione profondamente empatica tra il viaggiatore e la terra che esplora e le persone che incontra”. Le mostre 17 Gli autori in mostra Aleksandar Zograf è forse il più noto fra gli autori in mostra, perché da qualche tempo si dedica al graphic jornalism ed ha realizzato alcuni volumi pubblicati in diversi Paesi europei, fra i quali spiccano Lettere dalla Serbia e Saluti dalla Serbia. È presente alla rassegna tolentinate con Lettere dalla Serbia. Un fumettista sotto le bombe, realizzate durante gli attacchi Nato su Belgrado, dove fa un uso di un segno in bianco e nero molto intenso e drammatico, che richiama per certi aspetti quello di Robert Crumb. L’americano Josh Neufeld, Paola Cannatella e Giuseppe Galeani. un autore importante che ha fatto un celebre reportage su Capire Israele in 60 giorni (e New Orleans distrutta dall’u- anche meno), una storia in cui ragano Katrina e di altre opere sa cogliere anche con una certa interessanti, presenta una dose d’ironia le contraddiziostoria ambientata durante la ni dell’attuale cultura israeliaPrimavera Araba e intitolata na. La seconda è la libanese Bahrain-lines in ink, lines in Lamia Ziadé, che esordisce con the sand, realizzata con uno un racconto intitolato Bye Bye stile molto pulito e incisivo, che Babilonia e che è l’unica tra lo colloca nella tradizione del gli autori in mostra a non fare uso del fumetto: rifacendosi alle graphic journalism statunitense. Il canadese Guy Delisle, che sue esperienze professionali nel è ritenuto uno dei maggiori mondo della pubblicità e dell’ilesponenti del giornalismo dise- lustrazione, la Ziadé imbastignato, espone le Cronache da sce un racconto autobiografico Gerusalemme, un lavoro che ricavato dalla sua memoria di ha ricevuto il più importante bambina; si tratta di un lavopremio per il fumetto durante ro interessante anche sotto il il Festival di Angouleme 2012; profilo linguistico, perché in per questa storia egli ha usato esso alcune brevi parti scritte una tecnica alquanto originale si alternano a delle immagicon tavole monocromatiche che ni cromaticamente e graficavanno dall’ocra al grigio/azzur- mente forti, il tutto finalizzato ro, con un segno grafico parti- a rappresentare il dramma di colarmente efficace che ricorda una città come Beirut, la più l’americano David Mazzucchelli “occidentale” delle capitali del autore di una ormai celebre Medio Oriente, che nel 1975 graphic novel intitolata Asterios passa da un “festoso” e spensierato consumismo alla tragedia Polypo. È la volta di due donne dise- della guerra civile per bande, gnatrici. La prima è l’americana con un seguito di violenza e di Sarah Glidden, che ha al suo odio, di macerie e di morte. Per quanto riguarda gli itaattivo diverse storie a fumetti, presente a Tolentino con liani presenti in mostra, Marco Le Cento Città, n. 46 Corona nel racconto In mezzo all’Atlantico fa un particolare resoconto di un suo soggiorno in Columbia, intrecciando sapientemente la sua vicenda personale e sentimentale con il contesto sociale e politico di quel Paese. Vincenzo Filosa è l’autore di una storia molto originale intitolata Sonata per l’Aquila: facendo uso di uno stile personale, fatto anche di intelligenti citazioni grafiche derivate dal manga giapponese, egli colloca sullo sfondo drammatico del terremoto la vicenda della costruzione di una sala per concerti finanziata dal governo giapponese, la cui progettazione è affidata all’architetto Shigeru Ban che inizia a lavorare nell’estate 2009, ma che si trova subito di fronte ai numerosi ostacoli normativi procedurali della burocrazia italiana, derivanti dal fatto che la struttura è stata progettata con materiali ultraleggeri; ma il sistema italiano non ha fatto i conti con la tenacia di questo architetto, per cui l’auditorium è stato costruito e il 7 maggio 2011 è stato inaugurato con un grande concerto. Infine la disegnatrice Paola Cannatella e lo sceneggiatore Giuseppe Galeani, che sono entrambi degli esordienti, sono presenti con Maria Grazia Cutuli. Dove la terra brucia, una storia molto bella e realizzata secondo la tradizione del migliore fumetto d’autore italiano; in essa si racconta la drammatica vicenda della giornalista italiana del Corriere della Sera che è stata assassinata il 19 novembre 2001 in Afghanistan nei pressi di Sarobi, che si trova a circa 40 chilometri da Kabul, insieme all’inviato di El Mundo Julio Fuentes, ai corrispondenti della Reuters Harry Burton e Azizullah Haidati. I beni culturali 18 La prevenzione dagli eventi sismici, il rischio dell’amnesia di Mario Canti Subito dopo l’evento sismico che ha colpito l’Emilia Romagna si è sviluppata, nei giornali, nelle televisioni e tra la gente, una nuova appassionante puntata della caccia al mostro, al colpevole, a colui o a coloro che, per interessi di varia natura, economici, religiosi, politici, o per prava malvagità ovvero per insipienza, possono aver provocato il sisma, o consentito che lo stesso producesse dei danni. I diversi giornalisti delle diverse testate televisive chiedevano sempre con insistenza inquisitoria ai loro interlocutori, ministri amministratori, scienziati e passanti: si poteva evitare? È stato fatto tutto per evitare questo infausto evento e le sue conseguenze? La domanda, considerata la rilevanza del fenomeno e l’entità dei danni indotti, risultava ovviamente motivata, ma dopo qualche tempo ed in considerazione delle discussioni prodotte, in tempi recenti, dal terremoto dell’Aquila e, in tempi non troppo remoti, da quello dell’ Umbria – Marche, appare quanto meno pretestuosa se non provocatoria. Come ancora una volta hanno chiarito i sismologhi i terremoti sono difficilmente prevedibili, l’energia che si sprigiona si manifesta di norma all’improvviso e con la massima forza, viene seguita dai cosiddetti sciami sismici e talora da ulteriori forti scosse, a seconda dell’energia accumulata nello scontro delle zolle tettoniche, raramente, come è stato nel caso dell’Aquila, sono precedute da scosse di modesta intensità. Se i terremoti non possono essere previsti è possibile, anzi necessario proprio a causa della loro imprevedibilità, promuovere la prevenzione dagli stessi: informando la popolazione sui comportamenti da adottare in caso di eventi sismici, predispo- nendo le opportune vie di fuga e le aree per una prima accoglienza in sicurezza, realizzando costruzioni capace di resistere alle sollecitazioi sismiche, con particolare cura per quelle che svolgono una funzione di interesse generale o che accolgono categorie a rischio come malati, anziani e giovani in età scolare, migliorando la capacità di resistenza degli edifici antichi meritevoli di conservazione, i cosiddetti beni culturali. Il terremoto dell’Emilia ha posto in evidenza la pericolosità implicita nella classificazione sismica, cioè nell’indicare da parte delle autorità competenti la possibilità, il rischio, che i terremoti si manifestino nelle diverse aree del Paese con maggiore o minore frequenza, con maggiore o minore intensità; quanto accertato consente di sapere che tutto il territorio nazionale, salvo pochissime eccezioni, è a rischio sismico, la graduatoria di pericolosità tra le diverse zone deriva unicamente dai dati statistici relativi alla frequenza e dalla intensità con la quale gli eventi si sono manifestati in dette zone; ragione per cui nella Emilia il rischio appariva minore perché da alcuni secoli non se ne manifestavano di significativi, Solo nel 2003 il territorio emiliano-romagnolo venne classificato come soggetto al rischio sismico, provvedimento che impone il rispetto delle specifiche norme attinenti la costruzione di nuovi edifici, ma che poco o nulla dice su quelli costruiti prima della data del provvedimento. È evidente che la mancanza di una disciplina cogente in materia di sismica e il permanere di una tradizione che voleva quei territori come sicuri dal punto di vista della sismicità non ha incoraggiato l’adeguamento degli edifici esistenti, specie di Le Cento Città, n. 46 I danni provocati dal sisma che ha colpito Marche e Umbria nel 1997. La ricostruzione è diventata un esempio da replicare nel resto del Paese tanto che dopo il terremoto in Emilia Romagna il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca è stato a Fabriano per incontrare gli amministratori marchigiani. I beni culturali quelli industriali che, in molti casi, hanno palesato alla prova del sisma, una assoluta incapacità di resistere. Non è però condivisibile l’atteggiamento di molti giornalistiinquirenti che sembrano intravvedere negli industriali emiliani tanti piccoli “padroni delle ferriere” attenti a sfruttare i loro dipendenti fino alla morte; se così fosse si tratterebbe di imbecilli dato che le chiusure degli stabilimenti provocate dal sisma esclude,speriamo provvìsoriamente, le loro produzioni da mercati conquistati con fatiche ed impegni non comuni. In conclusione sembra possibile riconoscere che la scarsa resistenza dell’edilizia, anche recente, sia da attribuire in primo luogo a carenze di conoscenze in merito, piuttosto che a disinteresse o, peggio, a interessi occulti. Resta ben evidente nell’Emilia, come è stato a suo tempo nelle Marche, la questione del patrimonio storico, sia di quello di interesse culturale che quello, per così dire ordinario, per il quale occorre intervenire con normative e processi operativi specifici. Norme e processi che richiedono una approfondita conoscenza dello stato del patrimonio, delle sue condizioni in relazione al contesto urbano, delle tecnologie utilizzabili e sopratutto di sistemi di verifica e controllo ex ante e ex post la realizzazione delle opere, in altri termini occorre attivare un vero e proprio monitoraggio permanente del patrimonio in questione. Di queste esigenze nelle Marche si dovrebbe essere particolarmente avvertiti dopo le dure esperienze dei terremoti verificatisi sul territorio regionale ed in particolare di quello del 1997, che ha coinvolto tanta parte del nostro territorio. Sorgono di conseguenza degli interrogativi ai quali non è facile rispondere e già questa difficoltà fa nascere il dubbio che sia comunque mancata la diffusione delle conoscenze che costituiscono la base di qualsiasi forma di prevenzione, proveremo 19 pertanto ad esprimerne alcuni, augurandoci che le risposte non mancheranno così da contribuire al consolidarsi di quella “cultura della prevenzione” che universalmente è riconosciuta come il prime e più importante strumento per affrontare il rischio sismico. La natura e l’ampiezza di questi interrogativi è tale da consigliare di raggrupparli in alcune famiglie, attinenti sia all’urbanistica che all’edilizia che, infine, alla preparazione dei cittadini.. Per quello che riguarda la disciplina d’uso del territorio, di cui si è fatto un gran parlare negli ultimi anni nella nostra regione, si è avviata la definizione di nuove e più efficienti normative per la riduzione del consumo dei suoli, per la definizione dei quadri pianificatori organici dai tempi lunghi, nei quali dovranno collocarsi i piani operativi di medio e breve termine, e per agevolare l’iniziativa edificatoria con l’introduzione di criteri compensativi e permutativi tra pubblico e privato e tra i privati. Nulla si è detto, almeno così sembra, in merito ai contenuti dei piani urbanistici, di iniziativa pubblica o privata, di tempi lunghi o brevi, riguardanti i problemi della sismicità: analisi geologiche e geomorfologiche preventive alla panificazione, definizione degli indici di accellerazione potenziale, percorsi per l’esodo in sicurezza della popolazione in presenza di eventi simici, individuazione delle aree di ricovero immediato e garanzia della loro accessibilità. L’esperienza dei Piani di Recupero previsti dalla legge 61/97 per le aree colpite dal terremoto in Umbria e nelle Marche è stata oltremodo significativa ed ha talora lasciato degli esempi di straordinario interesse anche sotto il profilo formale, oltre che su quello della sicurezza; naturalmente è da ricordare che la loro redazione fu successiva agli eventi sismici, mentre oggi si dovrebbe pretendere che la loro previsione fosse normalizzata in territori sicuramente a rischio come Le Cento Città, n. 46 sono le Marche. Del pari dovrebbe essere prevista la disponibilità entro tempi ragionevoli di alloggi di emergenza, alberghi, moduli abitativi, prefabbricati e non solo tende, che sono preziose solo nell’immediato e per tempi brevi e solo se corredate dai servizi indispensabili. Perché queste provvidenze siano operative al momento opportuno occorre, a nostro avviso, non solo l’interessamento della Protezione Civile, che le cura sicuramente con la massima attenzione, ma anche, e direi soprattutto, la partecipazione dei Comuni e delle popolazioni che debbono essere informate e, nei limiti del possibile, chiamate a esprimersi sulle soluzioni da adottare; moduli abitativi, prefabbricati, alloggi in albergo, tende ecc. , servizi prioritari da allestire, delocalizzazioni eventuali; le comunità dovrebbero aver deciso quali provvidenze dovranno essere poste in essere nel caso di calamità. Le notizie che in merito possono essere dedotte dalla lettura della stampa locale appaiono frammentarie e, forse inevitabilmente, incomplete; si viene sapere, ad esempio, che vengono tenuti dei corsi di aggiornamento per progettisti a cura di Lega Ambiente, ma non si sa se vengono svolte esercitazioni a livello di scuole e di settori urbani, se e quali Comuni hanno approntato luoghi per la raccolta dei cittadini in caso di evacuazione, se la catalogazione del patrimonio culturale viene portata avanti anche ai fini della sua protezione dalla calamità e così via. Con questo primo intervento sul tema della protezione dagli eventi sismici Le Cento Città intendono sviluppare una azione di stimolo e di sostegno sia attraverso la rivista che attraverso il proprio sito che, allo scopo, è in fase di ristrutturazione; per sviluppare il nostro impegno contiamo sulla partecipazione attiva dei nostri associati, ma anche e soprattutto degli enti e delle istituzioni interessate. Archeologia romana nelle Marche 21 Le città romane nella regione medioadriatica di Mario Luni, Claudia Cardinali La fondazione tra III e I secolo a.C. di una serie di città in punti strategici per il controllo dell’area medioadriatica e comunque in genere in siti di precedenti insediamenti è stata determinata dalla romanizzazione del territorio della regione marchigiana. Sena Gallica (Senigallia) è la prima colonia, dedotta nel cuore del territorio sottratto ai Galli, subito dopo la battaglia del Sentino (295 a.C.). Ad essa fa seguito Firmum (Fermo) nel 264 a.C., fondata dopo la disfatta nel 269 a.C. di alcune tribù del Piceno, poi deportate in parte nell’agro salernitano; Aesis (Iesi) è dedotta nel 247 a.C. o poco dopo. Facendo seguito alla guerra annibalica, due nuove colonie si aggiungono alle precedenti, nel 184 a.C., Pisaurum (Pesaro) e Potentia (presso Porto Recanati); da ultima, a metà del II sec. a.C., è fondata Auximum (Osimo). Nello stesso periodo dimostrano una certa vitalità le città confederate di Ankon (Ancona) e di Asculum (Ascoli Piceno). Altri centri coevi hanno di certo raggiunto una certa consistenza e si sviluppano ulteriormente specie dopo l’acquisizione della autonomia amministrativa tra 89 e 49 a.C. In età augustea, in definitiva, trentacinque città risultano organizzate nel territorio corrispondente alle Marche attuali, diciannove nel contesto della V regio (Picenum) e sedici della VI (Umbria et ager Gallicus). Per Beregra si è discusso in passato su una ubicazione presso Osimo o in altri luoghi, ma la recente ricerca propende per una identificazione dell’abitato nell’attigua regione abruzzese. Circa una metà di queste città, specie sul fondovalle, è stata abbando- Fig. 1. Carta della regione medioadriatica con nata per varie indicazione dei municipi e delle colonie romane noti cause in età tar- nel 1581, da un disegno di Ignazio Danti. Roma, Musei doantica; le altre Vaticani, Galleria delle Carte Geografiche. hanno continuato a vivere fino - Nella vallata dell’Asis (Aso) è ai nostri giorni e risultano ancor stato proposto di recente di ricooggi quelle di maggiore impornoscere il sito di Novana (presso tanza nelle regione. Montedinove). Tale realtà insediativa si è svi-Lungo il corso del Tinna luppata nel contesto della serie (Tenna) sono presenti Firmum di vallate parallele che caratteriz(Fermo), su un colle prospicienzano a forma di “pettine” l’area te la costa, e Falerio (Falerone), medioadriatica. Il fiume Aesis nell’interno. (Esino) costituisce il confine tra - Nella valle del Flusor (Chienla regio V e la VI; il Picenum ti) e del Flussorius (Fiastra) sono giungeva a sud fino all’Aternus ubicate Cluana (Porto Civitano(Pescara) e l’Umbria a nord fino va), presso la foce, e, procedenal Crustumium (Conca). Tutte le do nell’interno, Pausolae (San città di seguito presentate in sinClaudio al Chienti), Urbs Salvia tesi sono menzionate da Plinio e (Urbisaglia), Tolentinum (Tolensolo parzialmente vengono citate tino) e Camerinum (Camerino). da Strabone, Tolomeo, Pompo- Nella vallata del Flosis (Potennio Mela, Procopio e altri. za) è presente Potentia (vicino a - Poco a nord Porto Recanati), presso l’antica del fiume Tesfoce, e poi Ricina (Villa Potenza), suinus (TesiTrea (Treia), Septempeda (presso no) è situata San Severino). Cupra Maritima - Nella valle del Misco (Muso(Cupra Maritne) sono situate Numana, sulla tima), presso la costa, e poi all’interno Auximum foce del torrente (Osimo), Planina (San Vittore di Menocchia. Cingoli) e Cingulum (Cingoli). - Nella valle - Nel bacino dell’Aesis del Truentus (Esino) risultano ubicate AncoFig. 2. Tabula Peutingeriana (IV, 2-3). Rete stradale (Tronto) è ubina, su un’ampia insenatura, e nell’Italia centrale ed in particolare la via Flaminia, da cato Asculum Roma lungo la vallata del Tevere fino all’Appennino e verso l’interno Aesis (Iesi), Cupra (Ascoli Piceno). all’Adriatico. Montana, Tuficum (Borgo TufiLe Cento Città, n. 46 Mario Luni, Claudia Cardinali 22 e la sua iscri- lando emergenze archeologiche e zione in occa- fatti storici: Biondo Flavio (1392sione di alcuni 1463). Nella sua opera su Roma lavori al porto e l’Italia, pubblicata nel 1453, di Ancona tra il egli mostra di avere presente le 1420 e il 1421, principali fonti letterarie ed in fu preso da par- particolare gli scritti di Plinio ticolare interes- e Procopio; è inoltre in grado se per l’antichità di riconoscere l’antica origine di classica. Così ha città, come ad esempio Osimo, avvio la risco- Cingoli, Potentia, Tolentino, perta archeolo- Camerino, Ascoli. In altri centri gica delle città l’umanista si sofferma a descriantiche nella vere resti di alcuni monumenti regione medio- romani, come nel caso di Fermo adriatica, nelle e Urbs Salvia ed anche “le ruine quali l’illustre di Settempeda” e quelle di “Elia umanista tra- Ricina”. Sorprendente è la descrizione scrive per primo settanta iscri- accurata degli imponenti resti zioni, riutilizza- di strutture romane viste perte in genere in sonalmente nella gola del Furlo altari, plutei o e presentate in anteprima in davanti alla fac- opuscolo alla Corte Urbinate, ciata di chiese a cui era legato da particolare per il peculiare amicizia. Biondo Flavio mostra significato cari- di aver compreso per primo il Fig. 3. Tabula Peutingeriana con tracciato della via smatico che ad significato delle antiche opere Flaminia da Arimino a Fanum Fortunae da cui inizia la esse si attribui- del Furlo: la parete di roccia via costiera verso Ancona e il Sud. va; in altri casi tagliata per mezzo miglio per ceresse erano espo- care un varco alla Flaminia, un ste nella piaz- alto muro di terrazzamento ed in co), Attidium (Attiggio), Matilica za principale di città, come ad particolare la grande Galleria di (Matelica) e Sentinum (presso esempio ad Osimo e a Macerata. Vespasiano. In definitiva la riscoperta epiSassoferrato). Trentaquattro risultano i monu- Nella valle del Sena (Misa) menti iscritti di antichi centri del grafico-archeologica di Ciriaco Sena Gallica (Senigallia) è situata Picenum segnalati per la prima d’Ancona nel Quattrocento e vicino alla foce e Ostra (presso volta da Ciriaco, in particolare di quella storico-antiquaria di Biondo Flavio hanno dato avvio ad Ostra Vetere) nell’interno. Ancona (otto), di Ricina (undici), - Lungo il corso del Suasa- di Auximum (cinque), di Septem- una fioritura di interesse per i nus (Cesano) è presente Suasa peda (due) e di Firmum (due). monumenti delle città romane Senonum (vicino a Castelleone Altre trentasei iscrizioni sono tra- nella regione medioadriatica. In breve tempo, in vari centri, di Suasa). scritte dall’umanista anconetano - Nella vallata del Mataurus in città delle Marche settentrio- nuovi materiali archeologici si (Metauro) Fanum Fortunae è nali e dell’Umbria, eredi di città aggiungono ai primi segnalati e si pongono alla attenzione della ubicata sulla foce del torrente della VI regio Arzilla (forse il Nelurum) e verso (Umbria et ager l’interno c’è Forum Sempronii Gallicus). (presso Fossombrone), Pitinum Ciriaco di Mergens (Pole di Acqualagna), Ancona si preTifernum Mataurense (Sant’An- senta pertanto gelo in Vado) ed Urvinum nella regione Mataurense (Urbino). medioadria- Infine, presso la foce del tica come il Pisaurus (Foglia) è situata Pisau- primo fautore rum (Pesaro) e sul medio corso della riscoperPitinum Pisaurense (vicino a ta dell’antico, Macerata Feltria). affiancato negli stessi anni da La riscoperta un altro illustre Ciriaco Pizzicolli (1392-1452), umanista, che dopo aver esaminato alquanto ha percorso il Fig. 4. Carta delle città del “Picenum” pubblicata da Ph. diligentemente l’Arco di Traiano territorio segna- Cluverius (1619-1624). Le Cento Città, n. 46 Archeologia romana nelle Marche cultura antiquaria disposti in piccole raccolte, spesso in luoghi pubblici. Vengono inoltre gettate, in alcuni casi, le basi dell’ampio dibattito che scaturirà nei secoli successivi sui numerosi centri antichi allora riconosciuti. Un certo rilievo assumono nel Cinquecento le notizie fornite da Leandro Alberti nella Descrittione di tutta Italia, del 1550 (con numerose edizioni nei decenni successivi), e da Michel de Montaigne nel diario di viaggio in Italia, del 1581, spesso confermate e ampliate da Orazio Civalli nel 1594-1597. Essi soffermano la loro attenzione sulle principali emergenze antiche esistenti in varie città di origine romana nella regione medioadriatica e per la prima volta mettono in risalto in modo ampio il significato storico-archeologico di monumenti a volte imponenti, quali l’Arco di Traiano ad Ancona, la Porta di Augusto di Fano, le antichità di Urbs Salvia, di Falerio, di Forum Sempronii e la serie di manufatti esistenti lungo la consolare Flaminia. Va segnalato anche l’entusiasmo suscitato nella Corte Urbinate dal ritrovamento nel 1530 a Pesaro della statua di bronzo dell’ “Idolino”, tale da avere determinato l’inserimento negli Statuti della città di specifiche norme di tutela riguardo ai materiali archeologici. Questa attenzione per l’antico tiene probabilmente conto di quanto consigliato nel 1519 nella interessante lettera a Leone X firmata da Raffaello Sanzio di Urbino, defi- 23 nito anche per questo “il primo archeologo della storia dell’arte”; egli proponeva di porre fine al saccheggio di quanto restava dei monumenti romani, sollecitava al pontefice un loro studio sistematico da pubblicare in volume e lo invitava a recupera- Fig. 5. Le città dell’ “Umbria et ager Gallicus” secondo re le antichità ed Ph. Cluverius (1619-1624). a conservarle. Ancona, sia del Ducato di UrbiLa vasta diffusione delle prime no; le indicazioni sono attinte due opere ha contribuito in in genere da Plinio, Strabone, seguito ad esaltare l’antico passa- Tolomeo e da altre fonti antiche. to delle città romane nel territo- Per la prima volta in una carta rio medioadriatico, che è presen- geografica si tiene conto della tato nei suoi simboli più eclatan- vasta conoscenza erudita coeva ti. Con l’Alberti e il Montagne il indicando il sito, per la magprocesso di riscoperta degli anti- gior parte esatto, di molte città chi centri di questa regione ha romane. Questi antichi toponimi assunto un ruolo di ampio signi- assumono di certo un valore assai ficato, che esce dai limiti ristret- indicativo per segnalare anche ti della tradizione e della storia l’origine antica di città e nobililocale. Alla fine del Cinquecento tarne in tale modo l’immagine. le emergenze archeologiche di Ciò sembra trasparire anche da maggiore rilevanza di numerosi altre indicazioni presenti nelle centri di origine romana vengo- due carte, ad esempio del sito no prese in considerazione nella di resti archeologici o di celeloro globalità ed entrano a fare bri eventi, attribuendo loro una parte di un comune bagaglio di valenza del tutto particolare: cultura antichistica. «Vestigie di Potentia, di RiciUn esempio straordinario di na, reliquie di Trecana (Trea), sintesi delle conoscenze dell’an- Humana antica» e le vignette tico acquisite è costituito dalle con la rappresentazione della grandi carte murali della regio- battaglia del Metauro tra Asdrune medioadriatica, dipinte da bale e i Romani. Dopo la TabuEgnazio Danti tra 1580 e 1583 la Peutingeriana (Figg. 2-3) le nella cosiddetta Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano Carte Geografi- risultano essere un documento che in Vaticano prezioso e insigne della cultura (Fig. 1). Sono cinquecentesca e si può aggiunqui indicati gere che l’interesse per la toponomi antichi di grafia e il popolamento antico città, di monti, in esse può essere valutato come di fiumi, di una componente significativa di mari, di popo- questa cultura. lazioni, derivati Queste città sopra menzionate in parte anche sono ricordate assieme all’antidalle carte d’I- co nome di numerose altre, di talia delle varie genti e di fiumi nelle due carte edizioni di Tolo- dell’area medioadriatica di Filipmeo e di altre po Cluverio (1619-1624). Nel della seconda tempo di appena quaranta anni metà del Cin- la ricerca storico-archeologica, quecento, sia eseguita con l’ausilio determiFig. 6. Carta del “Picenum” pubblicata da G. Colucci della Marca di nante dello studio degli autori alla fine del Settecento. Le Cento Città, n. 46 Mario Luni, Claudia Cardinali Fig. 7. L’”Umbria et ager Gallicus” Colucci, di fine Settecento. classici, mostra di avere ampliato le conoscenze sulla topografia della regione nell’antichità, nonché sulle iscrizioni e sui monumenti di molti centri romani (Figg. 4-5). Anche la documentazione manoscritta nel Cinquecento e Seicento segnala la formazione da parte di eruditi locali di numerose raccolte di epigrafi e di materiale archeologico recuperati nelle città e nel territorio; altre utili indicazioni su antichi centri sono fornite in scritti di eruditi e di storici, ad esempio dal Cimarelli (1642) in relazione allo “Stato di Urbino”, da Avicenna (1644) su Cingulum e da Bacci (1692) su Cluana. Due nuove carte storiche sulla regione medioadriatica sono pubblicate a fine Settecento da Giuseppe Colucci (Figg. 6-7), nel contesto dell’opera monumentale in 32 volumi su Le antichità picene, alla quale hanno collaborato i migliori studiosi attivi nella regione, quali ad esempio l’Olivieri, il Lanzi, il Catalani. A quest’ultimo si deve anche la prima opera sulla civiltà picena, che ha dato avvio alla riscoperta del territorio sull’età del Ferro, proseguita poi con scavi e ricerche fino a giungere alla mostra su “Piceni, popolo d’Europa” del 1999. Il dibattito settecentesco sulle antichità di tutte le città romane medioadriatiche risulta ampiamente registrato nei volumi editi dal Colucci, che rappresentano una fonte inesauribile di notizie, su cui si sono spesso basati gli studiosi dell’Ottocento e del Novecento. 24 La riscoperta archeologica dei centri antichi della regione in questi ultimi due secoli è stata considerevole: la ricerca, ampia ed approfondita, ha spaziato dalla preistoria all’età tardoantica ed ha determinato la pubblicazionella carta di G. ne di numerose opere. Negli ultimi decenni inoltre lo studio relativo alle civiltà antiche fiorite nel territorio marchigiano ha ricevuto notevole impulso, specie da ultimo quella sul popolamento di età romana. Dalle prime espe-rienze museali nell’in-gresso del Municipio di Osimo (1741), nel Palazzo Ducale di Urbino (1756), in Palazzo Olivieri a Pesaro negli stessi anni, si prende atto attualmente della presenza nella regione medioadriatica di cinquanta musei archeologici, determinati per la maggior parte direttamente o indirettamente dall’esistenza di trentacinque centri romani (fig. 8), tutti ormai riconosciuti in modo attendibile. città marchigiane per le quali è riscontrabile una corrispondenza topografica e in genere anche toponomastica con stanziamenti antichi. Il tessuto insediativo articolatosi in età romana, e anche la maglia stradale di collegamento regionale e interregionale che ne ha favorito lo sviluppo, non sono cambiati in modo sostanziale sino alla più tarda antichità. Il periodo tardoantico segna però l’inizio di una fase di trasformazioni nell’assetto urbano e territoriale della regione, fortemente condizionato dalle prime invasioni barbariche agli inizi del V secolo d.C., dalla guerra goto-bizantina (535-553), e infine dalla successiva discesa dei Longobardi nel 568. Le indagini archeologiche hanno dimostrato in questo periodo lo spopolamento e la contrazione di molti dei centri abitati d’età romana, se non addirittura la loro definitiva scomparsa. Tra i più importanti municipi o colonie di età romana che hanno mantenuto un carattere urbano, proprio in virtù dell’ubicazione favorevole, sono da annoverare gli stanziamenti costieri. Essi sono ubicati in genere in prossimità delle foci fluviali e costituiscono in età romana importanti scali commerciali, la cui forte vocazione marittima ha garantito la frequentazione umana nel tempo; i La moderna conoscenza E’ interessante osservare come le particolari caratteristiche della ubicazione geo-topografica dei centri di età romana nella regione medioadriatica rappresentino fattori determinanti per il loro sviluppo e la sopravvivenza nel corso del tempo. Le stesse motivazioni di ordine geografico, geo-morfologico, economico e strutturale, che in età antica hanno costituito elementi di aggregazione urbana, in molti casi hanno garantito anche la continuità di vita negli stessi siti sino Fig. 8. Carta del territorio medioadriatico con ai nostri giorni. Nume- la dislocazione delle colonie e dei municipi vero rose sono pertanto le la metà del I sec. a.C. Le Cento Città, n. 46 Archeologia romana nelle Marche 25 meridionale e di ceramica attica, probabilmente da mettere in relazione alla frequentazione commerciale dell’approdo fluviale da parte di naviganti già ben prima della nascita della colonia di età augustea (figg. 11-12). Su un terrazzo alla foce del Misa è ubicata la prima delle Fig. 9. Pisaurum, pianta della città: a tratteggio l’area colonie maritti- della città romana racchiusa dalle mura coeve. me medioadriatiche, Sena Gallica; scavi archeologici condotti secolo a.C., segue un notevole in anni recenti hanno permesso sviluppo urbanistico in epoca di mettere in luce due tratti di tardorepubblicana ed imperiale. assi stradali lastricati, posti nel La città ha costituito certamente settore sud-occidentale dell’im- un emporio di primaria imporpianto urbano che, come negli tanza per i commerci marittimi altri centri coloniali summenzio- dall’Oriente in Adriatico, oltre nati, ubicati in aree pianeggian- ad essere un terminale dei perti, risulta a maglia regolare. Le corsi transappenninici; gli scavi indagini hanno inoltre permesso condotti nell’area del Lungomadi acquisire ulteriori elementi re Vanvitelli hanno permesso di significativi circa le sorti dell’abi- individuare magazzini ed edifici tato e del suo porto anche in età connessi al porto, nonché materiali databili almeno dal IV secomedievale. Tra i centri costieri romani lo a.C. Alle strutture portuali di sopravvissuti sino ad età moder- età greca si sono poi sovrapposte na, va segnalato l’importante cen- quelle di età romana e medievale, tro di Ancona, sorto sulle pendici inglobate in quelle attuali. Le occidentali del promontorio del indagini hanno inoltre conferConero, in posizione dominan- mato una persistenza d’uso del te rispetto all’ampia insenatura porto e dei suoi magazzini anche naturale che costituiva il più dopo la guerra greco-gotica (535grande scalo marittimo sulla 553 d.C.), quando la città rimase costa occidentale l’unico porto bizantino in Adriadel medio-altoa- tico. Resti di un precedente abitato driatico (Fig. 13). Il sito ha restitu- dell’età del Ferro sono documenito testimonianze tati anche nel luogo occupato da di frequentazio- Numana, sull’estremità meridione umana già a nale del promontorio del Conepartire dall’età ro, in corrispondenza di un’amdel Bronzo e la pia insenatura naturale. Tale documentazione posizione ha favorito lo sviluppo archeologica atte- di un fiorente emporio, attivo in sta lo sviluppo particolare tra la seconda metà in seguito di un del VI ed il IV secolo a.C., in abitato piceno; a relazione agli scambi con la Grefasi abitative di cia, come dimostra la consistenetà ellenistico- te presenza di ceramica attica romana, riferibi- rinvenuta soprattutto in corredi Fig. 10. Pesaro, veduta aerea del centro storico in cui è li almeno al II-I tombali, ma anche in scavi d’abiriconoscibile l’impianto regolare di età romana. dati archeologici attestano infatti in molti casi lungo il litorale marchigiano la presenza di popolamento e di forme di economia legate allo sfruttamento delle risorse marittime, già a partire dall’età protostorica. Continuità topografica tra la fase preromana e quella romana è documentata ad esempio a Pisaurum, colonia fondata nel 184 a.C., ma in cui l’archeologia ha documentato una fase insediativa risalente già al VI secolo a.C. (Figg. 9-10). L’odierna città di Pesaro conserva il poleonimo antico ed il suo centro storico insiste sull’impianto di età romana; numerose sono le testimonianze qui messe in luce circa le varie fasi di utilizzo del sito nel corso dei secoli. Significativi circa le difficoltà cui fu soggetto anche questo insediamento in età tardoantica e altomedievale, sono i tratti di cinta muraria, realizzati con materiale di spoglio, proprio in relazione agli avvenimenti bellici del VI secolo. Tali elementi confermano la notizia fornita da Procopio di un urgente ripristino delle mura di Pisauron nel 545; lo storico definisce infatti Pesaro e Fano, polismata, ossia piccole città, a confermare l’importanza dei due centri portuali anche in questo momento di crisi. Anche il terrazzo pleistocenico su cui si è poi sviluppato l’impianto della città romana di Fanum Fortunae si caratterizza per frequentazione antropica già a partire dal neolitico; tra i materiali qui rinvenuti si segnala la presenza di caramica protogeometrica di produzione dell’Italia Le Cento Città, n. 46 Mario Luni, Claudia Cardinali 26 rottura e radicale deduzione da parte di Roma nel t r a s f o r m a z i o n e 184 a.C. della colonia di Potennello sviluppo del tia, centro di foce rispetto al pretessuto insediativo cedente insediamento d’altura. E di epoca romana; sebbene il sito di foce continui tuttavia si osserva a vivere ancora dopo le devastache lungo la costa zioni della guerra greco-gotica, e al nord della pur con un notevole ridimensioregione, laddove namento della struttura urbana, il controllo bizan- il VII d.C. segna la definitiva tino è risultato più scomparsa dell’abitato. costante, anche il Anche per Cluana, localizzata fenomeno urbano presso San Claudio al Chienappare più solido. ti, documenti attestano che alla Maggiore contra- fine del V secolo d.C. la sede zione e progressi- vescovile nel territorio non si vo spopolamento trovava più presso tale centro si registrano inve- marittimo, ma piuttosto nel vicus ce in modo più Cluentensis, posto sull’altura di massiccio soprat- Civitanova Alta. Probabilmente tutto nel settore lo spopolamento e il definitivo c e n t r o m e r i d i o - abbandono del centro di sbocco nale e nell’inter- vallivo di Cluana fu determinato no, posti sotto il dalla natura poco sicura del suo ducato di Spoleto. sito, nel periodo delle invasioni Nel sud delle Mar- barbariche tra il 408 ed il 410 e che anche i centri della guerra goto-bizantina. Fig. 11. Fanum Fortunae, pianta della città. costieri decadono Il fenomeno di progressivo progressivamente abbandono della fascia costietato. Il centro continuò a rivestia causa del con- ra picena – oltre che dei centri re un importante ruolo anche in trollo delle rotte commerciali romani di fondovalle, di cui si età romana, non solo nell’ambito marittime da parte dei bizantini, dirà più avanti – nel periodo altodelle comunicazioni marittime, a fronte della vitalità degli appromedievale, non risparmia anche ma anche stradali e come tale è di bizantini lungo la costa settenla città di Cupra Maritima, posta menzionato dalle fonti itinerarie; trionale, di cui si è detto sopra. sulle prime pendici collinari a fenomeni franosi e di erosione Le città litoranee soggette alla ridosso della linea di costa, dove marina hanno tuttavia trasforma- dominazione longobarda deca- il probabile porto era ubicato to e compromesso, nel corso dei dono quindi progressivamente, alla foce del torrente Menocchia. secoli, l’antica portuosità natu- fino a scomparire. L’insediamento romano svolse rale e parte dell’area occupata Nel caso di Potentia la pos- una importante funzione di condall’insediamento antico, per cui sibilità di utilizzo scarsi sono i resti dell’abitato di della foce fluviale epoca romana. del Potenza come Le città romane sinora men- approdo costiero zionate svolgevano tutte una fun- aveva determinazione di crocevia strategici non to la nascita di un solo nell’ambito dei collegamenti insediamento già fluviali e marittimi, ma anche di in età protostoriquelli terrestri. Le vallate fluviali ca, attivo almeno hanno sempre costituito infat- nel corso del V ti naturali vie di penetrazione secolo a.C., ubiverso l’interno, lungo le quali si cato sull’altura di snodavano le principali direttrici Montarice, immestradali che raggiungevano l’area diatamente retrodei passi appenninici; tali vie, stante la costa. Lo proprio in prossimità delle città sfruttamento della suddette, si innestavano con la vocazione marittistrada litoranea di collegamento ma dell’area ed il tra nord e sud della costa adria- controllo di quetica, frequentata già in epoca sto tratto costiero hanno poi costitupreromana. E’ già stato rilevato come il VI ito ragioni deter- Fig. 12. Fano, veduta aerea del centro storico in cui è secolo d.C. segni un momento di minanti per la riconoscibile l’impianto regolare di età romana. Le Cento Città, n. 46 Archeologia romana nelle Marche trollo del territorio pianeggiante posto tra le valli dell’Asis a nord e del Tessuinus a sud, destinato ad attività agricole e organizzato attraverso ville e fattorie, ma il suo abbandono definitivo si data al VII secolo d.C. Lungo le vallate fluviali, nell’interno, in prossimità degli assi stradali ed in genere in connessione con snodi viari intervallivi, numerosi sono gli insediamenti particolarmente vitali e importanti di età romana ubicati nei fondovalle, come ad esempio Tifernum Mataurense, Pitinum Mergens, Pitinum Pisaurense, Forum Semproni, Suasa, Ostra, Sentinum, Tuficum, Attidium, Ricina, Pausulae e Falerio. La loro sorte è segnata in modo ancor più marcato dagli avvenimenti dell’età tardoantica, data l’ubicazione geo-topografica in siti poco difendibili e di facile accesso; se infatti in precedenza la presenza di un articolato sistema viario aveva costituito un fattore determinante nella nascita e nello sviluppo di tali stanziamenti, esso si rivela in questo momento un elemento di pericolo e insicurezza. Alla fine dell’età altomedievale non esistono più infatti le città di Tifernum Mataurense, Pitinum Mergens, Suasa, Ostra, Sentinum, 27 Tuficum, Ricina, Septempeda, Pausulae. In alcuni casi l’abbandono delle aree pianeggianti si accompagna ad uno spostamento dell’abitato in siti d’altura fortificabili nelle immediate vicinanze; Urbs Fig. 13. Ancona, veduta aerea con il grande porto Salvia, svilup- formato dal promontorio del colle Guasco. patasi lungo il percorso della delle principali direttrici viarie; è Salaria Gallica, nella pianura di questo il caso di alcuni tra i più fondovalle delimitata ad oriente importanti aggregati di età romadal Fiastra sino alle pendici del na nella regione medioadriaticolle di San Biagio, subisce un ca, quali Urvinum Mataurense, drastico ridimensionamento del Aesis, Auximum, Camerinum, nucleo abitativo nel corso della Firmum, Matilica, che si caratguerra greco-gotica e si trasferiterizzano per continuità insediasce progressivamente sulla somtiva e toponomastica sino ad età mità del colle, dove ha continua- moderna. to a vivere sino ad ora. Il periodo altomedievale segna Anche nei casi di Forum una fase di crisi anche per alcuSempronii e di Falerio, decado- ni di questi stanziamenti, che no definitivamente gli impianti tuttavia, a differenza di quelli di urbani di età romana adagiati fondovalle, riescono a sopravnelle pianure vallive e nascono vivere; nel caso ad esempio di nuovi nuclei abitativi, conservan- Urvinum Mataurense Procopio do il nome antico, ma in aree descrive la costruzione di una vicine più idonee, a livelli alti- cortina muraria nel 538 d.C. a metrici maggiori, con continuità difesa della città, realizzata con insediativa sino ad età moderna. materiali di reimpiego e di cui un Per quanto concer- tratto è stato messo in luce nel ne invece Attidium, corso di attività di scavo. Anche il poleonimo roma- la fortuna di Auximum è dovuta no sopravvive nella in buona parte alla posizione di denominazione della altura occupata dalla città, su un frazione di Attiggio, pianoro a 265 metri s.l.m., strateposta sulle colline a gico per il controllo delle valli dei circa 4 chilometri a fiumi Aspio e Musone. sud-est del centro di Anche Aesis (Fig. 14) si caratFabriano, ed indivi- terizza per la felice dislocazione duata come sede del su un’altura collinare, nell’ultimunicipium. mo tratto della valle dell’Esino, Tra i siti privilegia- lungo la Salaria Gallica, strada ti per l’aggregazione intervalliva di collegamento tra urbana e la fondazio- la Salaria e la Flaminia. ne di città destinate Altro centro d’altura è Matea consistente sviluppo lica, erede del municipium di nel corso del tempo, Matilica, sviluppatosi sulla somvanno considerati mità di un terrazzo naturalmente certamente i luoghi difeso su tre lati, a m 365 s.l.m.; d’altura, i pianori questo territorio ha conosciuto sopraelevati facilmen- una lunga e pressoché ininterrotte difendibili e fortifi- ta frequentazione umana, favocabili, spesso posti rita da fattori geomorfologici e in aree di con- dalle risorse ambientali disponiFig. 14. Pianta della città con le emergenze archeologiche di Aesis. trollo territoriale bili, in particolare per lo svolgiLe Cento Città, n. 46 Mario Luni, Claudia Cardinali 28 tra Cupra Montana e l’odierna città. Altri centri ubicati in posizione collinare tendono a spostare la propria sede in siti più sicuri e difendibili, già in età medievale, spesso occupando le fasce altimetriche più elevate nelle immediate vicinanze: l’abitato medievale e attuale di Cingulum si trova ad esempio sulla sommità di una collina, ad una quota leggermente superiore rispetFig. 15. Pianta con le mura, le cisterne ed il teatro di to al pianoro Firmum. di Borgo San Lorenzo, occumento di attività produttive ed pato dal munieconomiche. A ciò va aggiunta cipium romano. Anche il sito di l’ubicazione lungo l’importante Trea, in un’area collinare della percorso intervallivo di comuni- media valle del Potenza, lungo cazione tra Camerinum e Senti- l’importante diverticolo che si num, che costituiva il cardo maxi- distaccava dalla Flaminia in termus dell’impianto urbano di età ritorio umbro per raggiungere romana. Anche l’odierna Fermo Ancona, riuscì a sopravvivere per insiste sui resti della città romana tutto l’alto medioevo; in seguito, di Firmum, ubicata sul colle del venne costituito il nuovo centro Girfalco, a m 319 s.l.m. (Fig. fortificato di Montecchio, di cui 15). Tra gli insediamenti posti l’odierna Treia è erede. nelle fasce collinari dell’interno, Osservando quindi la distrila moderna città di Tolentino buzione delle città attuali in rapconserva nome e posizione della porto a quella di età romana, romana Tolentinum, su un pen- risulta che gli agglomerati urbani dio alla sinistra del fiume Chien- che hanno continuato a vivere ti, a circa m 224 s.l.m.; analoga sino ad età moderna sono quelli situazione topografica intercorre ubicati in luoghi privilegiati per l’insediamento, quasi sempre già abitati anteriormente; tali posizioni vengono scelte sia per motivi economici e politici, ma anche in quanto adatte per la difesa. I siti in aperta pianura tendono quindi come tali a scomparire, ad eccezione di quelli costieri, ubicati su promontori (Ancona) o su terrazzi, in connessione con punti di foce e di attracco lungo la costa. Si osserva inoltre che nei centri di pianura l’organizzazione dello spazio urbano è resa più facile dalla morfologia del sito, per cui le odierne città ricalcano spesso la maglia ad assi ortogonali di età romana. Continuità di vita è assicurata in genere anche agli insediamenti che occupano le medie e alte colline ai margini delle pianure vallive, sebbene l’aspetto geomorfologico del territorio di ognuna ne determini lo sviluppo nel tempo e nello spazio con modalità diverse, come sopra evidenziato in sintesi. * Unitamente a Nereo Alfieri, sempre prodigo di consigli, e a Liliana Mercando ho iniziato dal 1968 a studiare la realtà archeologica medioadriatica in età greca e romana. Ambedue gli illustri archeologi ci hanno recentemente lasciato e alla loro memoria desidero dedicare questo breve contributo di sintesi sulle città romane nell’attuale regione marchigiana, sempre più note grazie alle ricerche degli ultimi decenni. Questo articolo, in forma più estesa, con note e bibliografia, è pubblicato sul sito: www.lecentocitta.it In ricordo di Giuliano de Marinis La recente scomparsa del Soprintendente Archeologo per le Marche Giuliano de Marinis lascia un vuoto sul piano scientifico ed umano di cui inevitabilmente risentiremo nel prossimo futuro; è per questa ragione che Le Cento Città intendono proporre alla Direzione Regionale per i Beni Culturali, alla Soprintendenza archeologica, alla Regione, alle Università e agli Istituti e alle Associazioni culturali delle Marche una giornata di studio sull’attività svolta nella nostra regione dallo stesso. Per il momento ci sembra comunque doveroso sottolineare il ruolo che de Marinis ha svolto nello stimolare la crescita della responsabilità degli enti locali nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio archeologico, anche con l’apertura di nuove sedi museali, nello sviluppo nella continuità delle attività di ricerca, anche in collaborazione con Istituti universitari, nella organizzazione di eccezionali eventi espositivi realizzati con la Regione e gli Enti locali. Le Cento Città, n. 46 Libri ed Eventi 29 di Alberto Pellegrino I LIBRI La presenza di Giorgio da Sebenico in Ancona Fabio Mariano ha pubblicato culla rivista Critica d’Arte un importante e documentato saggio intitolato Giorgio di Matteo da Sebenico e il “Rinascimento alternativo” nel ‘400 adriatico, nel quale analizza in modo approfondito l’opera di questo importante artista dalmata (1410?-1473) che, sulla scia dell’istriano Luciano di Laurana, attraversa l’Adriatico per legarsi con le sue opere alla città di Ancona. Mariano prende in esame, con gli opportuni riferimenti all’arte italiana del Quattrocento, le opere anconetane di Giorgio di Matteo: la facciata della Chiesa di San Francesco, la facciata della Chiesa di Sant’Agostino e il capolavoro assoluto della Loggia dei Mercanti, facendo riferimento al Portale della Basilica di San Nicola a Tolentino realizzato da Nanni di Bartolo (1432-1435) e alla Porta della Carta del Palazzo Ducale di Venezia, opera di Bartolomeo Bon (1438-1445). Molto interessante e accurata ci è sembrata l’analisi della prima e complessa opera realizzata a Sebenico da Giorgio di Matteo: la Cattedrale di San Giovanni. Si tratta di una chiesa monumentale con una facciata trilobata di chiaro stile veneziano che preannuncia il profilo interno delle tre navate centinate, la cui volta presenta la splendida soluzione di lastre a pietra curva a vista, abilmente incastonate senza malta. All’esterno è ancora apprezzabile il trittico absidale poligonale con piloni adornati da fregi a festoni che ricordano la trabeazione e il fregio della Cattedrale di San Doimo (già Mausoleo di Diocleziano) nel Palazzo imperiale di Spalato; notevoli sono i due portali in puro stile gotico. All’interno hanno rilevanza la cupola ogivale ottagona su quattro piloni polilobati, il corpo presbiterale sopraelevato col trittico absidale poligonale, la Sacrestia parallelepipeda che immette allo splendido Battistero a pianta circolare con volta a cuffie conchigliate e con una ricchissima decorazione scultorea. Fra i collaboratori di Giorgio di Matteo è stata documentata la presenza di Niccolò di Giovanni Fiorentino (1418-1507) e di -Andrea Alessi 1425-1505) che hanno lasciato il loro capolavoro nella Cappella del Beato Giovanni Orsini e nel Battistero della Cattedrale di San Lorenzo a Trogir. Nelle Marche a Niccolò di Giovanni sono state attribuite la statua e l’arca di San Nicola nella Basilica di Tolentino, mentre Andrea Alessi è segnalato come presente nel cantiere della Loggia dei Mercanti. La vecchiaia come valore Enrico Paciaroni è stato uno dei fondatori dell’Istituto Nazionale Riposo e Cura Anziani di Ancona, all’interno del quale ha ricoperto gli incarichi di primario cardiologo, direttore sanitario, direttore scientifico, componente del Comitato di indirizzo e Verifica. Medico di apprezzato valore, Paciaroni è autore di numerose pubblicazioni scientifiche sull’invecchiamento, organizzatore di convegno scientifici nazionali e internazionali, socio dell’Accademia Marchigiana di Scienze, Lettere e Arti, Vice Presidente Le Cento Città, n. 46 della Società italiana di Gerontologia e Geriatria. La sua ultima pubblicazione, che ha avuto un immediato successo di lettori, s’intitola La Longevità attiva. Il piacere di saper invecchiare. La persona anziana come valore (Irca, Ancona, 2012) in collaborazione con Sulmana Ramazzotti e Mauro Marcellini. Contro la tendenza a considerare la vecchiaia solo nei suoi aspetti negativi, Paciaroni sostiene con un linguaggio chiaro e rigoroso che l’anzianità, grazie al progresso scientifico accompagnato da una migliore qualità della vita, può essere una risorsa sociale e affettiva nel pieno rispetto dei diritti dei doveri e delle aspirazioni dell’anziano. Grazie ai progressi della medicina e ad una valida ricerca scientifica si sta raggiungendo un progressivo allungamento della vita e questo offre la possibilità a maschi e femmine di affrontare l’esistenza secondo il principio della “longevità attiva”, la quale comporta un cambiamento innovativo nel modo di vivere la Terza Età. Si tratta di mettere insieme elementi diversi ma fra loro correlati: il piacere di camminare e il gusto della tavola; il piacere della musica e il piacere di non fumare; l’eros e la cura della propria immagine; la gioia di viaggiare e l’attività di Alberto Pellegrino volontariato; la scelta dei consumi e il buon uso dei servizi; l’uso intelligente della televisione; il piacere di fare i nonni e il ruolo fondamentale della famiglia. Un dramma tratto da una canzone di Giacomo Leopardi Donatella Donati è una scrittrice teatrale che ha al suo attivo diversi lavori interessanti tra cui Tutto a te mi guida. L’ultimo giorno di Maria Antonietta (Osanna Edizioni, Venosa, 2007) e che ritorna ora in libreria con un nuovo atto unico Nello strazio di una giovane (Osanna Edizioni, Venosa, 2012) ispirato da una canzone di Giacomo Leopardi Nello strazio di una giovane fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed arte di un chirurgo (marzo/aprile 1819). Tutto nasce da un drammatico fatto di cronaca che ha come protagonista una giovane pesarese di 23 anni, Virginia Del Mazzo, che ha concepito un figlio in assenza del marito e che è morta per le complicazioni di un aborto praticatole da un noto chirurgo di Pesaro, Angelo Lorenzini, sposato e con due figlie, sul quale grava il motivato sospetto di aver messo incinta la ragazza. Colpito dalla tragedia di questa sua coetanea, Giacomo Leopardi si scaglia contro il destino che si accanisce su coloro che soffrono e dichiara la propria impotenza contro il dolore inflitto a una debole creatura (“Forse l’empio tormento/ Di tue povere membra a dir io basto/O sventurata?”); prova 30 pietà per questa fanciulla abbandonata alla sua sorte (“Misera, invan le braccia/Spasimate tendesti, ed ambe invano/ Sanguinasti le palme a stringer volte,/ Come il dolor le caccia,/ Gli smaniosi squarci e l’empia mano”), condannando l’operato di una “Carnefice nefando, uso ne’ puri/Corpi affondar l’acciaro”. La Donati colloca la vicenda in un contesto leopardiano (sono presenti fra i personaggi Giacomo Leopardi e suo padre Monaldo, la nonna Virginia Mosca e lo zio Carlo Antici) e mette in scena all’intera vicenda giudiziaria che vede imputato di omicidio il chirurgo pesarese che dinanzi al Tribunale criminale di Pesaro viene condannato a sette anni di prigione, alla sospensione della professione medica e all’espulsione dallo Stato Pontificio. Il processo continua in seconda istanza presso il Tribunale penale d’appello di Macerata, dove il difensore Lorenzo Romiti riesce a ribaltare la sentenza e a ottenere l’assoluzione del Lorenzini, mentre una precedente perizia medica Le Cento Città, n. 46 aveva giudicato l’aborto eseguito in modo “frettoloso e violento” e senza le necessarie precauzioni. L’avvocato difensore smonta la testimonianza della domestica della famiglia Del Mazzo definita “donna di bassa condizione, analfabeta, che ha ricordi confusi e tutto l’interesse a mentire perché avida e bisognosa di denaro” e getta il discredito sulla vittima dipinta come una donna dal “comportamento leggero… che fu vista spesso passeggiare in carrozza scoperta senza la riservatezza d’obbligo per chi ha un marito lontano”. Al contrario l’imputato è “persona di indiscutibile moralità e bravura” che ha cercato di aiutare una donna di “dubbia moralità” decisa a liberarsi del “frutto del peccato”. Niente di nuovo sotto il sole: sono le stesse argomentazioni che continuano a risuonare nelle aule di giustizia quando la vittima è una donna. GLI EVENTI Il lago dei cigni al Teatro delle Muse La stagione lirica 2011/2012 del Teatro delle Muse si è chiusa in bellezza il 21 e 22 aprile con la rappresentazione di Il lago dei cigni di Piotr ll’jic Cajkovskij, interpretato dal “Balletto Accademico di Stato” di San Pietroburgo con una classica, ma intensa e suggestiva coreografia di Marius Petipa e Lev Ivanov. Questa giovane compagnia di ballo è stata fondata nel 1969 dal grande coreografo Leonid Jacobson e nel giro di pochi anni è diventata un sicuro punto di riferimento nella storia della danza classica russa, continuando a portare avanti quella linea equamente divisa fra tradizione e innovazione voluta dal suo fondatore. La compagnia, formata da 75 danzatori, ha vinto alcuni prestigiosi premi ed ha effettuato numerose tournée in diversi Paesi, tra i quali Spagna, Italia, Israele, Grecia, Germania, Olanda, Stati Uniti, Giappone e Sud Africa. Nella sua performance anconetana il balletto è stato accompagnato Libri ed eventi dall’Orchestra Filarmonica Marchigiana che, sotto la direzione del M° Mikhail Gertz, ha fornito una prova degna di nota anche nei passaggi più impegnativi della partitura di Cajkovskij. L’intero corpo di ballo è stato all’altezza della sua fama per tutto il corso dello spettacolo, nel quale hanno assunto un particolare rilievo i primi ballerini Ivan Zajcev/Artem Pyhacov (il Principe), Sergej Fedarkov (il Giullare) e le due prime ballerine Svetlana Smirnova e Alla Bocarova, che hanno interpretato con grande intensità e raffinata leggerezza il personaggio 31 di Odette/Odille. Il Balletto di San Pietroburgo, grazie anche alla suggestione delle scenografie e alla variopinta eleganza dei costumi, ha saputo esprimere la fantasia e il virtuosismo di quello che viene definito “il balletto dei balletti”, esaltando la caratteristica fondamentale della danza ottocentesca, fatta di stile aereo, agili “punte” e mixage di brani classici e ritmi popolari (la Polonaise del primo atto, le Danze spagnola, napoletana, ungherese e la Mazurka del secondo atto). Momenti particolarmente avvincenti sono stati il Pas de deux del Cigno Bianco e l’A solo di Odette nel primo atto; il Pas de deux del Cigno Nero nel secondo atto; infine nel terzo atto il Valzer dei cigni e il Pas de deux di Odette con il Principe. Rossini Opera Festival 2012 La XXXIII edizione del Rossini Opera Festival propone la novità assoluta di Ciro in Babilonia (Teatro Rossini 10, 13, 16, 19 e 22 agosto) la seconda opera seria di Gioacchino Rossini, andata in scena nel 1812 che ebbe uno scarso successo al suo debutto a causa di alcuni interpreti inadeguati, ma che in Le Cento Città, n. 46 seguito ebbe una buona accoglienza anche se limitata perché non fu considerata uno dei capolavori. Questa ripresa in chiave moderna attraverso una rilettura critica della partitura rappresenterà una vera sorpresa per il valore di alcune cavatine e arie, duetti e cori. Lo stesso libretto di Francesco Aventi, tratto dalla Bibbia (Daniele 5,1-30), sarà altrettanto sorprendente perché presenta una trama avventurosa e ricca di colpi di scena. La regia di Davide Livermore s’ispira ai kolossal storici del cinema muto del primo Novecento attraverso l’impiego delle più moderne tecnologie visive; la direzione è affidata a Will Crutchefield alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro Comunale di Bologna. Altra gradita presenza in cartellone sarà Il signor Bruschino (Teatro Rossini 12, 15, 18, 21 agosto), la cui regia viene affidata a un gruppo di giovani professionisti appartenenti al Alberto Pellegrino teatro di ricerca, mentre scene e costumi sono stati realizzati dagli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Urbino. La terza opera in cartellone Matilde di Shabran (Adriaric Arena 11, 14, 17, 20 agosto), che viene ripresa secondo l’edizione del 2003 che ebbe un grande successo; quest’anno la direzione dell’Orchestra Sinfonica Rossini viene affidata al M° Michele Mariotti con la presenza di grande rilievo del tenore Juan Diego Flòrez. Il cartellone è completato da un ricco programma di concerti e altre proposte teatrali, tra cui la riproposta del Tancredi diretto da Alberto Zedda e del Viaggio a Reims con la storica regia di Emilio Sagi. Sferisterio 2012 Questa 48^ edizione di Macerata Opera Festival è segnata dal passaggio delle consegne per la direzione artistica da Pier Luigi Pizzi, indiscusso maestro della regia d’opera, a Francesco Micheli, un giovane direttore che si propone di mantenere la secolare tradizione lirica di cui l’Italia è depositaria nel mondo. Dal modello monotematico adottato nel passato da Pizzi si è passato a un nuovo progetto che Micheli ha intitolato Allievi e Maestri in onore di Josef Svoboda che nel passato ha rappresentato una presenza importante nello Sferisterio di Macerata. Il nuovo direttore ha voluto “ribadire l’eccellenza italiana nella capacità di essere propositori di nuovi percorsi d’arte e bellezza”, per cui “lo Sferisterio vedrà raccolti artisti delle ultime generazioni ma già di fama internazionale”. Il cartellone comprende tre titoli di sicura popolarità: La Traviata (20 e 29 luglio, 5 e 10 agosto) che riprende la ormai leggendaria edizione con la scenografia di Svoboda e la regia di Henning Brockhaus; alla direzione 32 il marchigiano Daniele Belardinelli, mentre tra gli interpreti spiccano i nomi del soprano greco Mirtò Papatanasiu e del tenore Ivan Magrì. La seconda opera è La Bohème (21 e 27 luglio, 5 e 10 agosto) per la regia di Leo Moscato e la direzione di Paolo Arrivabene; tra gli interpreti Carmen Gianattasio (Mimì) e Francesco Meli (che debutta nel ruolo di Rodolfo). Si chiude con Carmen (22 e 28 luglio, 3 e 11 agosto) affidata al talento registico di Serena Senigallia e alla direzione di Dominique Trottein. Debutta nel ruolo di Carmen la georgiana Ketevan Kemoklidze, affiancata da un artista di sicura esperienza come il tenore Roberto Aronica; Alessandra Marinelli interpreta Micaela, mentre Gezim Myshketa veste i panni di Escamillo. Numerose le iniziative collaterali fra cui vanno segnalati Trittico Novecento con l’intervento di Roberto Bolle e Danza all’Opera (26 luglio) e Serata di Stelle per Mario Del Monaco (2 agosto). La 45a Stagione lirica di Jesi La 45a Stagione Lirica di Tradizione di Jesi si svolge quest’anno all’insegna dei tre più grandi compositori italiani dell’Ottocento: Bellini, Donizetti e Verdi con tre opere collegate dal tema della follia. Il cartellone si apre con I Puritani (3-5-7 ottobre), il capolavoro di Vincenzo Bellini che raramente appare sulle scene liriche (l’opera ritorna a Jesi dopo 150 anni). Si tratta Le Cento Città, n. 46 dell’ultimo grande melodramma, composto da Bellini alla fine del 1834 su libretto di Carlo Pepoli tratto dal dramma Tetes ronde set cavaliers di François Polycarpe d’Ancelot e Boniface Xavier Saintaine, a sua volta ispirato al romanzo I Puritani di Scozia di Walter Scott. Bellini manifesta in questo lavoro, oltre al suo genio lirico, un’aura drammatica di notevole intensità, una grande versatilità e raffinatezza musicale, aprendo a nuovi orizzonti espressivi per il mondo della lirica con grandi pagine musicali a cominciare con il coro iniziale che introduce il tema della guerra, seguito dalla preghiera a quattro voci che è la prima gemma dell’opera, cui si aggiungono il duetto bassosoprano Sorgea la notte folta, il quartetto e coro A te o cara, la splendida e lacerante scena della pazzia, una grande elegia del dolore che sfocia nella follia. Nel secondo atto risaltano l’aria di grande intensità sentimentale O rendetemi la speme e il celebre duetto Suoni la tromba, e intrepido, destinato a suscitare un acceso entusiasmo patriottico. Nel terzo atto infine hanno un particolare rilievo la canzone d’amore di Arturo, il terzetto più coro Qual mai funesta e il duetto conclusivo tra Elvira e Arturo. Il cartellone 2012 comprende come si è detto il Macbeth di Giuseppe Verdi (7/9/11 novembre) e la Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti (21/23/25 novembre) con le scene del cecoslovacco Josef Svoboda (1920-2002), che può considerarsi il più grande scenografo del secondo Novecento per aver compiuto un’autentica rivoluzione scenografica basata sull’uso creativo dell’illuminazione, per cui è stato un “mago della luce”. Un altro merito di Svoboda è l’aver introdotto in teatro l’uso delle immagini fotografiche e cinematografiche attraverso un funzionale impiego dei linguaggi iconici, con i quali egli riusciva a creare atmosfere assolutamente “magiche” senza mai tradire la natura e i contenuti dei testi teatrali o operistici messi in scena. 33 Le Cento Città, n. 46 Vita dell’Associazione 34 Visite e convegni di Giovanni Danieli Facoltà di Medicina e Chirurgia con la collaborazione de Le Cento Città Facoltà di Economia “G. Fuà” Università Politecnica delle Marche Le Cento Città e le nuove energie Agrà-Natale Patrizi, Granturco (2007), particolare, collezione privata. Riflessioni per un futuro migliore tra tecnica, economia e paesaggio Vincenzo Pagani, i Santi medici Cosma e Damiano (part.), Chiesa di S. Agostino, Ascoli Piceno Le Cento Città Associazione per le Marche Marco Belogi, Walter grassi, giovanni PrinciPato, Walter scotucci gaBrielli Ancona 16 maggio 2012 - ore 16,00 Sala del Rettorato, Piazza Roma errebi grafiche ripesi errebi grafiche ripesi • falconara Santi in Medicina Storie di santi che fanno i medici e di medici che fanno i santi con la moderazione di grazia calegari e arMando presiede antonio Benedetti Ancona, 26 Aprile 2012 ore 16,00 Convegno annuale Facoltà di Medicina, Auditorium Montessori Ancona, 26 aprile 2012 Le Cento Città e le nuove energie Ancona 16 maggio 2012 Santi in Medicina In collaborazione con la Facoltà di Economia e con il fondamentale contributo del suo Preside Gianluca Gregori si è svolto il Convegno Le Cento Città e le nuove energie, riflessioni per un futuro migliore tra tecnica, economia e paesaggio. Il Convegno, moderato da Ilaria Visentini giornalista de Il Sole 24 ore, si è basato sulle relazioni di Stefano Marasca, Fabio Polonara, Pietro Maria Putti e sugli interventi dei Soci Mario Canti, Luciano Capodaglio ed Emilio D’Alessio che hanno riferito il pensiero dell’Associazione sul tema. Il Convegno si è concluso con una Tavola rotonda alla quale hanno partecipato gli imprenditori marchigiani Luciano Brandoni, Mauro Carbonetti, Massimo Fileni, Andrea Ilari, Sergio Rotunno e Federico Vitali. La presentazione del Convegno e la moderazione degli interventi dei nostri Soci sono state curate dal Presidente Ettore Franca, mentre Gianluca Gregori ha moderato gli interventi degli imprenditori e ha concluso il Convegno, che è apparso di grande attualità, di grande interesse e che ha appassionato il pubblico in sala. Nella sede della Facoltà si è svolto il XIV Convegno annuale dedicato, come i precedenti, alla riscoperta e alla valorizzazione delle radici storiche della cultura medica nella nostra Regione. Per il settimo anno consecutivo la nostra Associazione ha avuto il privilegio di collaborare con la Facoltà di Medicina nella realizzazione dell’evento, quest’anno dedicato a Santi in Medicina ossia Storie di santi che fanno i medici e di medici che fanno i santi. La moderazione del Convegno, dopo il saluto del Presidente, è stata curata dal Prof. Armando Gabrielli Vice Preside della Facoltà e dalla Prof. ssa Grazia Calegari, storica dell’arte. La lettura introduttiva è stata di Walter Grassi su Fede, magia e superstizione nella pratica medica, le relazioni sono state tenute da Marco Belogi (I Medici santi, culto ed immagine), Giovanni Principato (I Santi ausiliatori) e Walter Scotucci (Imitatori di Cristo in terra marchigiana, figure poco note nel vasto panorama ageografico regionale). Un folto pubblico di Docenti, Studiosi, Soci e Studenti ha seguito l’importante convegno. Le Cento Città, n. 46 Vita dell’Associazione 35 Pesaro, S. Angelo in Lizzola, Candelara, 10 giugno 2012 Visita dell’Alta Valle del Foglia Preparato dal Presidente Ettore Franca, si è svolto il quarto itinerario annuale dell’Associazione, come sempre dedicato alla riscoperta delle tradizioni storico-artistiche paesaggistiche ed enogastronomiche delle Marche”minori”. Si è iniziato con la visita al Palazzo Ducale di Pesaro, grazie alla cortesia del Prefetto Dott. Attilio Visconti, e con la brillante guida della Dott.ssa Silvia Orlandi; ha fatto seguito la visita de Il Conventino, azienda elaio-gastronomica di Edilio Marcantonio che ha trasferito alla cultura i concetti di produzione industriale, conseguendo il massimo nella gamma degli olii DOP e dei vini DOC/IGT ottenuti dagli oliveti e dalle vigne dei propri campi. L’intervallo eno-gastronomico è stato splendidamente curato da Romano Lorenzi, patron del Piccolo Mondo. Hanno fatto seguito a S. Angelo in Lizzola la visita della Chiesa di S. Egidio, proprietà del Conte Giancarlo Cacciaguerra Perticari che è stato brillante presentatore dell’edificio; si tratta di una chiesa dotata di un ricco apparato barocco seicentesco con altare in legno dorato e corredata da trenta dipinti di Giovanni Venanzi, allievo di Simone Cantarini; di grande rilievo un crocifisso ligneo del veneziano Francesco Planta. A Candelara si è visitata la Pieve di S. Stefano, struttura romanica a pianta a croce greca, con all’interno, frammenti di affreschi del cinquecento e pale di altare, una delle quali, la Madonna del Rosario di Claudio Ridolfi. Croazia 21-23 giugno 2012 Viaggio annuale dell’Associazione Il primo giorno del viaggio, iniziato dopo la traversata notturna dell’Adriatico, ha permesso la visita di Salona, il maggiore complesso archeologico della Croazia, di cui rimangono i resti dell’imponente cinta muraria con torri e porti, del foro romano, di un teatro, del palazzo del governatore, dell’anfiteatro, di un episcopio e di una chiesa paleocristiana costruita sui sepolcri di alcuni martiri salonitani. A Spalato si è ammirato il palazzo di Diocleziano, grande villa-cittadella fortificata, struttura autonoma dedicata all’imperatore che, per restarci in eterno, aveva ivi predisposto il suo mausoleo. Sempre nella prima giornata, visita di Trogir, una delle città più belle della costa dalmata, ora patrimonio dell’umanità, con la stupenda cattedrale romanica di S. Lorenzo. La seconda giornata, dopo la “scoperta” della città di Nin nell’isoletta omonima, è stata dedicata alla visita di Zara ed ai suoi numerosi e importanti monumenti; di particolare suggestione è stato ascoltare l’organo marino che suona grazie ad un movimento delle onde. A Pola, nel terzo giorno di viaggio, il momento più suggestivo è stato la visita dell’Arena, simbolo della città e uno degli anfiteatri dell’ età romana meglio conservati. Ad Aquileia infine è stata ammirata la Basilica dei patriarchi risalente al III secolo dopo Cristo nel suo nucleo originale romanico, rimaneggiato in forme gotiche nel ‘300 poi, sotto Venezia, in stile rinascimentale. Indimenticabili i mosaici del IV secolo che costituiscono il pavimento della Basilica. Fermo, Monte S. Giusto, la Coriolana, Mogliano, 1° luglio 2012 Itinerario sulle orme di Lorenzo Lotto Ideato ed organizzato dai Past-President Walter Scotucci ed Alberto Pellegrino. Walter Scotucci, partendo dal concetto che tutta l’arte è contemporanea sono state confrontate, in sei sedi diverse, tre pale di altare di Lorenzo Lotto con otto grandi dipinti del pittore Mario Vespasiani, per richiamare quel dinamismo mentale e corporale che è la “Quarta dimensione della pittura”. I tre capolavori di Lorenzo Lotto ammirati, presenti in alcuni prestigiosi luoghi di culto nella diocesi fermana, sono stati la Crocifissione di Monte S. Giusto, la Madonna in gloria col bambino e Santi di Mogliano e la Madonna in gloria coi Santi Girolamo ed Andrea nella Chiesa di Sant’Agostino a Fermo. Accanto a queste tele, per la prima volta, le intuizioni di un artista contemporaneo che, mettendo in risalto il primo piano del volto di alcuni soggetti di persone reali che hanno posato per lui in studio, restituisce quegli stati d’animo dei protagonisti che nell’opera del Lotto fanno parte di una più articolata composizione. Alberto Pellegrino ha curato la parte storica della visita illustrando il palazzo Bonafede a Monte S. Giusto e a Mogliano, con la preziosa collaborazione di Cecilia Guarino Direttrice della locale Biblioteca il palazzo Forti ed il teatro Apollo, uno dei piccoli ma preziosi teatri delle Marche, con pianta a ferro di cavallo. In quest’ultima sede Alberto e Paola Pellegrino hanno recitato poesie di quattro poeti marchigiani, Giuseppe Mazzini, Luigi Bartolini, Libero Biagiaretti ed Ugo Betti. L’intervallo tra Monte San Giusto e Mogliano è stato trascorso nell’antico casino di caccia del Cardinale Bonafede, ora dimora estiva di Hermas e Cinzia Ercoli. La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di Bancadell’Adriatico,BancaMarche,Carifano,Carisap,Co.Fer.M., Fox Petroli, Gruppo Pieralisi, Santoni, TVS Le Cento Città, n. 46 Album di Romano Folicaldi 36 Convegno Le Cento Città e le nuove energie: la Tavola rotonda con gli Imprenditori marchigiani, la Sala del Rettorato ove si è svolto il Convegno, la moderatrice Dott.ssa Ilaria Vesentini ed i Relatori. Le Cento Città, n. 46 Vita dell’Associazione 37 Prof.ssa Grazia Calegari Prof. Armando Gabrielli Prof. Walter Grassi Dott. Marco Belogi Prof. Giovanni Principato Dott. Walter Scotucci Moderatori e Relatori nel Convegno Santi in Medicina Le Cento Città, n. 46 Album di Romano Folicaldi 38 Per Giancarlo Cacciaguerra Perticari Il viandante che nel primo pomeriggio del 10 giugno si fosse trovato a passare davanti alla Chiesa di Sant’Egidio a Sant’Angelo in Lizzola e sentendo delle voci venire dall’interno vi ci si fosse infilato dentro con timore e titubanza, approfittando del fatto che il portale era rimasto socchiuso, avrebbe potuto, quasi incredulo, ascoltare la storia di come l’ultimo discendente di nobili casati, avesse realizzato un’impresa da tutti giudicata impossibile, con una ostinazione che solo l’amore e l’intelligenza con cui l’aveva portata a termine, la differenziava dalla follia. Era la storia della ricostruzione di questa Chiesa completamente distrutta durante la guerra, un pezzo della storia della sua famiglia, in un luogo che aveva visto la presenza di poeti, musicisti e letterati, e dopo di loro di altre intelligenze delle quali non conoscere fin dove si fosse spinta la loro curiosità, rischia di non far comprendere appieno la loro grandezza. È sicuramente un caso, una casuale coincidenza che in un giorno come quello di cui stiamo parlando, quasi settant’anni fa si fosse materializzata anche per l’Italia quella follia totalitaria che, dagli Urali al Mediterraneo, avrebbe provocato stermini e devastazioni. Bambino, aveva ancora nelle orecchie il suono delle campane a martello, quel pomeriggio, in luoghi dove il loro suono ancor oggi fa parte della percezione che quel paesaggio offre di sé. E quanto avrebbe visto filmato, molti anni dopo, l’enorme folla ossia, radunata nella piazza romana, contrastava con la solitudine in cui si era trovato in quel momento, nella grande stanza dal soffitto a volta, decorato con grottesche e figure stile impero. La guerra di cui tante volte aveva ascoltato i racconti, adesso era lì e l’unica cosa che riusciva a percepire era l’inquietudine causata dal fatto che, anche per un bambino, si materializzava per la prima volta il senso di incertezza per il futuro, la sensazione che da quel momento in avanti le cose non sarebbero state più come prima. Ma tornando sui suoi passi, il nostro pellegrino pensava a come avrebbe potuto raccontare tutto quanto gli era successo di vedere e di ascoltare in quella giornata: sicuramente le parole non sarebbero state sufficienti, almeno quelle di cui lui disponeva, per il timore che quanto avrebbe raccontato sarebbe stato frainteso come retorico, o non sufficientemente considerato nel suo valore: e questo gli dispiaceva troppo. Le botti de Il Conventino, il conte Cacciaguerra mentre illustra la Chiesa di Sant’Egidio alla prof.ssa Calegari, al prof. Mario Passeri e Signora e ad altri Soci, il presidente Ettore Franca. Foto R. Folicaldi Le Cento Città, n. 46 Vita dell’Associazione 39 Viaggio in Croazia - foto di Romano Folicaldi Itinerario tra Fermo, Monte San Giusto e Mogliano - foto di Mario Canti Le Cento Città, n. 46