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Sommario
Le Cento Città
*
Direttore Editoriale
Mario Canti
Comitato Editoriale
Fabio Brisighelli
Romano Folicaldi
Natale G. Frega
Giuseppe Oresti
Giancarlo Polidori
Direzione, redazione,
amministrazione
Associazione Le Cento Città
[email protected]
Direttore Responsabile
Edoardo Danieli
Prezzo a copia
Euro 10,00
Abb. a tre numeri annui
Euro 25,00
Spedizione in abb. post.,
70%. - Filiale di Ancona
Reg. del Tribunale di Ancona
n. 20 del 10/7/1995
Stampa
Errebi Grafiche Ripesi
Falconara M.ma
Periodico quadrimestrale de
Le Cento Città,
Associa­zione per le Marche
Sede, Piazza del Senato 9,
60121 Ancona. Tel. 071/2070443,
fax 071/205955
[email protected]
www.lecentocitta.it
*
Hanno collaborato a questo numero:
MarioCanti,LucianoCapodaglio,Claudia
Cardinali, Luca Maria Cristini, Emilio
D’Alessio,GiovanniDanieli,EttoreFranca,
Mario Luni, Alberto Pellegrino
3Editoriale
Un anno in viaggio attraverso le eccellenze
di Ettore Franca
5Il forum
Aggiornare la progettazione paesaggistica
di Mario Canti
7 La produzione energetica alternativa è possibile
di Emilio D’Alessio
9 Incoerenze di sistema e mancanza di partecipazione
di Luciano Capodaglio
13 Le mostre
Rinascimento matematico urbinate
di Luca Maria Cristini
15 IlGraphicJournalismalMuseodell’UmorismoaTolentino
di Alberto Pellegrino
19 I beni culturali
Laprevenzionedaglieventisismici,ilrischiodell’amnesia
di Mario Canti
21 Archeologia romana nelle Marche
Le città romane nella regione medioadriatica
di Mario Luni, Claudia Cardinali
29 Libri ed eventi
di Alberto Pellegrino
In copertina
Pittore dell’Italia centrale Città ideale
Tempera su tavola, particolare
©The Walters Art Museum, Baltimora
34 Vita dell’Associazione
di Giovanni Danieli
Le Cento Città, n. 46
TVS è fermamente convinta dell’importanza
di saper riconoscere la bellezza in tutte
le sue forme. Per questo, da sempre è impegnata
nella produzione di articoli per la cottura
che si distinguono per design e funzionalità.
Ma l’amore per il bello di TVS si esprime
anche nella collezione di opere d’arte,
che conta opere di pregio realizzate
dai più importanti autori del periodo
dal XIV secolo al XIX secolo.
L’opera qui presentata ne è solo un esempio.
Floriano Bodini, Cavallo e Nudo di donna
(Gemonio di Varese 1933 - Milano 2005)
www.tvs-spa.it | TVS Spa_Via Galileo Galilei, 2_ Fermignano (PU) Italy
AD
Amore per il bello,
passione per l’utile.
Editoriale
3
Un anno in viaggio attraverso le eccellenze
di Ettore Franca
Chiude, a luglio, l’anno della
mia presidenza che ho cercato
di impostare sulla conoscenza
delle Marche attraverso i suoi
prodotti di eccellenza considerati non solo come tali ma
come mezzo, quasi pretesto,
per approfondire gli altri aspetti che, insieme, connotano la
Regione: il suo paesaggio, i centri minori, le opere architettoniche e pittoriche su cui poggia la
identità storica e culturale.
Ho portato i “centocittadini”
nell’alta valle del Foglia dove
Carpegna, che fu uno dei centri
del Montefeltro storico – lo
testimonia il palazzo “dei Principi” – oggi è una meta turistica ma anima parte della sua
economia sulla produzione e
stagionatura del prezioso “Prosciutto di Carpegna DOP” del
quale, grazie alla cortesia della
proprietà, s’è toccata con mano
una filiera sconosciuta a molti.
Nè poteva mancare Sassocorvaro con la sua rocca martiniana,
fortezza mai conquistata e ricovero del gotha delle opere d’arte italiane durante il secondo
conflitto mondiale.
Poi è stata la valle del Cesano
(Corinaldo e San Lorenzo in
Campo) a mostrare le eccellenze naturali ed artistiche, mentre la deviazione su Villanova
di Montemaggiore ha permesso la visita al Caseificio Val
Metauro-Fattorie marchigiane,
azienda industriale ma di spirito artigiano, in cui si produce
la Casciotta d’Urbino, uno dei
primi formaggi italiani a fregiarsi del riconoscimento Dop
della Comunità Europea.
Nella rassegna non poteva
mancare una visita ad Ascoli
Piceno, densa di monumenti
e di bellezze, ma anche terra
dell’“Oliva Tenera Ascolana del Piceno Dop” che “Zè”
Migliori ci ha fatto conoscere
Ettore Franca
da vicino. Altrettanto apprezzata è stata la visita all’azienda
Meletti conosciuta al mondo
per i suoi distillati all’anice.
Ultimo, ma non ultima per
importanza, è stato calarsi nella
realtà di un’azienda agricola
all’avanguardia nella tecnologia
dei suoi prodotti: l’olio da olive
nella gamma dei blend e delle
monocultivar oltre al “Cartoceto Dop”; i vini Doc e Igt che
nascono sia da uve di tradizione
che da vitigni recuperati dalla
memoria e riportati alla ribalta
dopo una paziente attività di
moltiplicazione. Sorpresa per
molti, a sant’Angelo in Lizzola,
la visita alla chiesa di S.Egidio
del conte Giancarlo Cacciaguerra e la successiva Pieve di
Candelara.
Ogni volta ho cercato di far
vivere quei prodotti in altrettanti “momenti di pausa” presso ristoranti prestigiosi. Ricordo “da Silvana” a Carpegna, “Il
Giardino” di Massimo Biagiali
a S.Lorenzo in Campo, il “Kursaal” di Lucio Sestili ad Ascoli
Piceno, la “mensa” de “Il Conventino” di Egidio Marcantoni,
a Monteciccardo.
Fra l’una e l’altra, Cento Città
ha animato la terza edizione di
Le Cento Città, n. 46
Freschi di stampa, che testimonia la vivacità culturale e della
editoria regionale. In collaborazione con la facoltà di Economia della Università Politecnica
delle Marche ha dato vita al
convegno sul tema della Green
Economy al quale hanno partecipato illustri docenti e tecnici,
tre nostri soci con apprezzatissimi contributi e, fra gli altri, gli
industriali marchigiani che producono, allestiscono o usano gli
strumenti che generano energia
alternativa a quelle dei combustibili.
In collaborazione con la
Facoltà di Medicina la nostra
associazione ha quindi organizzato Santi in Medicina, convegno ormai consueto ma particolarmente originale quest’anno.
Novità assoluta per Le Cento
Città poi, è stata l’“uscita”
sull’altra sponda con una, pur
veloce, visita alla Croazia scegliendo i luoghi meno noti,
fuori dai circuiti turistici. Spalato col suo Palazzo, ma anche
la deserta area archeologica di
Salona (Solin) e la “fuori mano”
Trogir (Trau); la bella Zara,
ma anche quella perla, sconosciuta a tutti, della storicamente immensa Nona (Nin), sulla
minuscola isoletta omonima.
Il rientro in Italia, ha voluto
una sosta ad Aquileja. Viaggio, faticoso per il caldo e non
solo, ma che ha appagato tutti.
Altrettanto calda la giornata
predisposta da Walter Scotucci
e da Alberto Pellegrino con
il giro “lottesco” nelle chiese
della Diocesi di Fermo e la
visita del palazzo Bonafede a
Monte San Giusto e del palazzo Forti e del Teatro Apollo a
Mogliano.
Spero d’aver condotto e
concluso positivamente la mia
esperienza. Lunga vita a Le
Cento Città.
Il forum
5
Aggiornare la progettazione paesaggistica
di Mario Canti
Il 26 aprile, Le Cento Città ha organizzato un Convegno dedicato alla green economy tra tecnica, paesaggio
ed ambiente. Un confronto a più voci da cui abbiamo tratto gli articoli che seguono.
Mi piace ricordare che all’origine del mio personale interesse
per il paesaggio vi è la lettura
della “storia del paesaggio agrario italiano” di Emilio Sereni;
nell’ormai lontano 1961 questo
libro mi fu prestato da un amico,
che naturalmente non lo ebbe
mai restituito, e la sua lettura mi
rivelò, tra le altre conoscenze,
che anche il paesaggio agrario,
anzi, che soprattutto il paesaggio agrario è un prodotto della
storia.
Così da allora osservo il “bel
paesaggio italiano”, “il giardino d’Europa”, con l’intento di
riconoscere in esso le tracce, le
memorie, degli eventi e delle
culture del passato e non solo di
godere delle emozioni estetiche
che pure provoca.
Ritengo significativo che il
Sereni accompagni la descrizione della storia del paesaggio
agrario con un copioso corredo
iconografico che attesta i mutamenti dell’ambiente agricolo,
ma anche la diversa attenzione
e le diverse sensibilità con le
quali questo è stato valutato nel
tempo.
Se si è convinti che il paesaggio, anche quello agrario, è un
prodotto storico, che, in un certo
senso, è costituito dai segni che
gli eventi storici hanno lasciato
sul territorio, sulla sua originaria conformazione geologica,
geomorfologica e vegetazionale,
e che a loro volta le nostre capacità percettive sono indissolubilmente connesse all’ambiente
culturale nel quale viviamo, allora bisognerebbe riconoscere che
l’idea di poter conservare integralmente il paesaggio nella sua
attuale conformazione è, quanto
meno, improbabile.
Infatti nel tempo mutano
quelli che potremmo chiamare
i fattori antropici: le colture, le
tecnologie, i rapporti economici
Il Monte Conero visto dalle colline di Loreto.
e quelli sociali; ma possono variare anche alcune caratteristiche ambientali: cambia il clima,
il terreno può essere sconvolto
da fenomeni naturali, nella realtà il bosco cammina, avanza o
arretra sul territorio come la foresta di Birnam dinnanzi al castello di Macbeth.
Se alcuni assetti formali di un
determinato territorio ci appaiono meritevoli di conservazione
per i singolari valori estetici, culturali o storici che vi percepiamo
possiamo realizzare, al massimo,
degli interventi di manutenzione, così come facciamo per le
opere d’arte, con la consapevolezza che anche in questo caso
l’intervento manutentivo, come
quello di restauro, costituisce
un trauma per il bene che lo
subisce; il suo stato dopo l’intervento risulta cambiato, seppure
impercettibilmente; potranno
anche migliorare le condizioni
di percettibilità, la comprensione dei valori culturali o formali
caratteristici, ma questi non saranno comunque esattamente
quelli antecedenti all’intervento.
Se la conservazione integrale
di un paesaggio appare di fatto
impossibile occorre addestrarLe Cento Città, n. 46
si a comprendere e a scegliere
quali possano essere le modifiche accettabili, dovremmo prefigurare gli esiti degli interventi
manutentivi che intendiamo realizzare; in altri termini anche la
manutenzione di un paesaggio
comporta un progetto preventivo, la sua valutazione, anche con
ipotesi alternative, il monitoraggio degli esiti nel tempo.
Esistono ovviamente anche
paesaggi per i quali è possibile
ipotizzare la conservazione integrale, affidata alle forze e alle
capacità della natura, ma nel
nostro continente rappresentano quote minime del territorio;
qualche oasi naturalistica, gli
ambienti di alta montagna, in
definitiva le sole, modeste, parti del territorio che non hanno
subito nel tempo fenomeni di
antropizzazione.
L’idea del progetto come modalità permanente dell’intervento
sul paesaggio è peraltro implicita
nella convenzione europea per il
paesaggio, laddove, nella sostanza, vengono indicate tre tipologie base dello stesso: i paesaggio
di rilevante valore, per i quali
vale il principio della conservazione, ovviamente nei limiti e
Mario Canti
con le modalità sopra ricordate,
i paesaggio ordinari, per i quali
vale il principio della gestione
sostenibile, i paesaggi degradati,
che devono essere recuperati secondo criteri di compatibilità e
vivibilità.
E in questo quadro concettuale che, a nostro avviso, si deve
porre anche la questione della
valutazione degli impianti per la
produzione di energie alternative sotto il profilo paesaggistico:
sgombrando subito il campo da
ogni posizione preconcetta.
Vale a dire che nonci si può
opporre alla la realizzazione di
tali impianti in considerazione
di comportamenti malavitosi verificatisi in alcune occasioni, se
ad esempio si sono realizzati impianti per godere del contributo
sapendo che non sarebbero mai
stati messi in condizione di funzionare, questa è una questione
giudiziaria, non paesaggistica.
Né possono condividersi
posizioni assunte a priori, sia
quando sostengono che questi
impianti corrispondono ad una
necessità imprescindibile di carattere economico di livello nazionale, sia quando ritengono
che comunque sono “brutti” e
deturpano il paesaggio, possono perciò realizzarsi nelle zone
paesaggisticamente degradate,
contraddicendo in tal modo agli
indirizzi europei che vorrebbero
che tali situazioni venissero “recuperate”.
Questa ultima posizione, che
salva la coscienza degli amministratori locali e regionali e li protegge dalle ire degli ambientalisti,
merita di essere esaminata con attenzione e confrontata con quella
che gli stessi soggetti assumono
nei confronti di altri interventi
che, sempre a mio giudizio, non
sono meno invasivi e deturpanti. mi riferisco a quelli edilizi,
che circondano le nostre città ed
invadono ogni possibile fondo
valle con prodotti banali, quando
non orrendi, ma che evidentemente non disturbano troppo la
sensibilità degli amministratori e
dell’opinione pubblica.
Questo strabismo percettivo
merita una particolare attenzione per cercare di capire le sue
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ragioni e valutare se sia correggibile, le motivazioni economiche
sono presenti in ambedue le fattispecie di interventi, ma forse
sentiamo di più l’edificazione
come una prassi “nostra”, che
prima o poi coinvolge ognuno di
noi, in effetti gli italiani sono tra
i più forti possessori di case (e
di cellulari), mentre gli impianti
per l’energia sembrano favorire
solo i pochi fortunati che possono impiantarne uno o più,
godendo per di più di un contributo pubblico.
Se così è occorre prendere atto
che abbiamo integrato lo “jus
aedificandi” del diritto romano
con una sorta di “jua delendi”,
lasciato alla libido della proprietà fondiaria, al buon cuore dei
costruttori e all’insipienza degli
amministratori; naturalmente la
questione non è così semplice,
ma quanto avviene indica con
chiarezza i limiti di una cultura
attenta quasi esclusivamente alla
ricerca (o alla limitazione) della
quantità.
In realtà non vi sono differenze qualitative significative
tra i blocchi di edilizia abitativa, le distese di capannoni per
le attività produttive, i campi a
fotovoltaico che si arrampicano
sulle colline; in tutti i casi il parametro valutativo adottato fa
riferimento esclusivamente alla
quantità: di vani, di metri quadrati, di kilowatt.
In tutte queste situazioni occorre utilizzare lo strumento del
progetto attento ai valori culturali e paesaggistici del territorio,
la cui corretta definizione implica che siano stati preliminarmente individuati, in un quadro
di pianificazione globale del
territorio, gli indirizzi ed i riferimenti opportuno.
Nel caso della progettazione
paesaggistica il quadro di riferimento dovrebbe essere costituito
dal Piano Paesaggistico Regionale; nelle Marche tale strumento
esiste dal 1994, ed oggi denuncia
significa1tivi limiti conoscitivi e
normativi, e, anche per rispondere alla legislazione nazionale
successiva a tale data, andrebbe
“adeguato”, così da poter orientare efficacemente gli strumenti
Le Cento Città, n. 46
della progettazione urbanistica,
edilizia e produttiva.
Nella ormai lunga attesa (dal
2004) di questo adeguamento del Piano Paesistico e della
emanazione della nuova legge
urbanistica,l’amministrazione
regionale procede per “parti”: il
piano casa, il recupero edilizio,
ecc. così da far mancare gli indirizzi necessari per una corretta
progettazione paesaggistica ed
ambientale.
Nel breve periodo, da oggi alla
nomina della prossima Giunta
Regionale, occorre cercare di
progettare i possibili interventi
per le energie alternative e per
le infrastrutture secondo criteri
di sostenibilità ragionevolmente
condivisi.
In tal senso sembra opportuno introdurre nella valutazione
dei progetti degli impianti per
l’energia alcuni criteri semplici e non opinabili, quali ad
esempio la conservazione delle
caratteristiche dei suoli, sulla
base di studi specifici e non di
dichiarazioni di parte, la certezza del ripristino dello stato
quo ante, garantita da opportune fidejussioni, ovviamente
l’assicurazione dell’allaccio alla
rete di distribuzione garantita
dall’ente gestore della stessa,
ed in primo luogo una progettazione attenta ai valori formali e culturali dell’ambiente
nel quale si intende realizzare
l’impianto, che cerchi il dialogo
e la compatibilità anche formale dell’ assetto esistente con il
nuovo; si tratta di adottare una
mentalità del tutto nuova che
non abbia come riferimento né
il rifiuto del nuovo, né l’accettazione acritica del nuovo in
quanto tale; le esperienze del
passato e quelle contemporanee di altri paesi dimostrano
che possono esistere soluzioni
positive diverse.
Il problema di fondo sembra
perciò quello di costruire una
nuova mentalità sostenuta più
che da norme cautelativa da progettazioni paesaggistiche che si
fondino sulla attenzione ai valori
formali, sula solidità delle premesse culturali, sulla formazione
continua dei fruitori.
Il forum
7
La produzione energetica alternativa è possibile
di Emilio D’Alessio
Il Piano Energetico Ambientale Regionale delle Marche è fondato su una teoria molto semplice: l’energia meglio produrla
dove la si consuma. Piccole
centrali diffuse nel territorio,
reti efficienti di distribuzione,
possibilmente autoproduzione.
Non sono criteri stravaganti, visto che il Parlamento Europeo
ha approvato lo scorso 26 febbraio una direttiva che obbliga alla riduzione dell’80% dei
consumi di energia negli edifici
entro il 2050. Oggi in Europa
gli edifici consumano il 40%
dell’energia totale e producono
il 36% di emissioni. Dovremo
arrivare a progettare edifici che
producono quasi tutta l’energia
che consumano.
Il futuro è centrato sul criterio dell’efficienza energetica: consumare meno energia e
produrla da fonti rinnovabili
per ridurre le emissioni di gas
serra, fonte principale del riscaldamento globale. Ridurre
la domanda e, possibilmente, produrre l’energia in loco.
Niente grandi centrali quindi,
che lasciano la gestione di un
settore economicamente strategico in mano a pochi soggetti
in grado di condizionare il mercato. La democrazia energetica
nasce dalla produzione diffusa,
meglio ancora dalla autoproduzione. Quello che sembrava impossibile solo pochi anni fa sta
già accadendo: gli impianti di
energia rinnovabile, nelle Marche soprattutto il fotovoltaico,
sono ormai in grado di soddisfare una quota rilevante della
domanda. E lo fanno nelle ore
di picco, quando la richiesta è
più alta. Il proliferare dei pannelli, incentivati con programmi governativi, ha sconvolto
il mercato dell’energia tanto
da costringere i protagonisti
storici del settore a rivedere i
programmi. Non è un caso che
l’API abbia recentemente messo in discussione la convenienza
di un rigassificatore per il quale
La campagna all’Abbadia di Fiastra.
aveva a lungo brigato, mentre
ha ribadito l’obsolescenza della
raffineria di Falconara, impianto ormai destinato alla riduzione a sede di stoccaggio.
Il solare fotovoltaico sta cambiando le regole del gioco sul
mercato energetico nazionale
e regionale. Ma i pannelli sono
brutti, si dice. E invadono le
nostre campagne, sottolineano
gli esteti.
I dati di Coldiretti dicono che
a settembre 2010 nelle Marche
gli impianti fotovoltaici a terra,
quindi in terreno agricolo, sommavano 380 ettari tra quelli realizzati e autorizzati. Il programma di incentivi più sostanzioso
ammetteva ai finanziamenti gli
impianti completati entro la
fine del 2010. I dati definitivi
non sono disponibili, ma certo
gli impianti fotovoltaici a terra
nelle Marche non dovrebbero
superare i 500 ettari. Da allora
una norma regionale molto restrittiva, accoppiata alla riduzione degli incentivi, li ha praLe Cento Città, n. 46
ticamente eliminati.
Certo, i pannelli solari si fanno notare. Li vediamo soprattutto girando in auto, lungo la
A14 o sulle strade secondarie.
Non sono belli, innegabile. Ma
contribuiscono alla nostra autosufficienza energetica, sono elementi strutturali, come i tralicci
di Terna o la stessa Autostrada
A14. Trovo curiosa l’attenzione
verso il fotovoltaico e l’indifferenza ad autentiche rivoluzioni
del paesaggio come la costruzione della terza corsia dell’autostrada, che ha stravolto migliaia di ettari di terreno agricolo, eretto decine di chilometri
di orribili barriere antirumore
(che non è chiaro se blocchino
davvero il rumore, ma di certo
ostruiscono la vista), costruito
viadotti e gallerie costosissimi
ed impattanti. Trovo paradossale concentrarsi sui pannelli e
non ricordare che il territorio
delle Marche è invaso da tralicci di alta e media tensione che
impediscono una visione pano-
Emilio D’Alessio
ramica che non li comprenda,
anche nelle aree vincolate e nei
parchi naturali. Ma i tralicci, orribili e permanenti, fanno parte
della nostra memoria e quindi
non li mettiamo in discussione.
I pannelli solari, che hanno una
durata massima di 25 anni e non
provocano mutamenti irreversibili alle aree dove sono collocati, non sono invece tollerati.
Secondo il Censimento Agrario del 2010 le Marche hanno
una superficie agricola utilizzata di 473.064 ettari, contro
i 492.596 del 2000. Son quasi
ventimila ettari in meno in dieci
anni. Se confrontiamo la superficie agricola totale, che comprende le aree non utilizzate, in
dieci anni si scende da 676.226
ettari a 632,231, che significa
44mila ettari in meno ovvero il
7.5%. Che fine hanno fatto questi 44mila ettari di spazi verdi?
Sono diventati aree industriali,
espansioni edilizie residenziali,
centri commerciali, stazioni di
servizio, terze corsie autostradali e così via. In questa inesorabile, massiccia trasformazione
gli impianti fotovoltaici sottraggono all’uso agricolo al massimo
500 ettari, che in percentuale
sono lo 0.08% della superficie
totale delle Marche. Per essere
ancora più chiari, ogni diecimila ettari di terreno agricolo 750
hanno cambiato destinazione e
di questi solo otto sono temporaneamente occupati da pannelli
fotovoltaici. Significa che solo
poco più dell’uno per cento dei
terreni sottratti all’agricoltura e
al paesaggio è stato destinato alla
produzione di energia solare.
Sarebbe molto interessan-
8
Strade e capannoni nella valle di Fabriano vista dall’Acquarella.
te analizzare nello specifico le
trasformazioni del restante novantanove percento, anziché
accanirsi contro i “brutti” pannelli che in termini numerici
sul territorio sono inesistenti.
Senza contare che il concetto
di “bellezza” agricola è molto
discutibile. Le serre sono belle?
I tunnel orticoli in poliestere
sono belli?
Personalmente
preferisco
un campo fotovoltaico ad una
sequenza di tralicci di alta tensione su un crinale, paesaggisticamente molto più devastante. I
tralicci inoltre portano energia
prodotta altrove, spesso molto lontano, con metodi spesso
obsoleti ed inquinanti come le
centrali a carbone. Con grande
dispersione di risorse in cambio
di lauti profitti per l’oligarchia
della produzione elettrica, che
proprio le rinnovabili stanno
mettendo in discussione. La
Le Cento Città, n. 46
breve stagione degli impianti fotovoltaici a terra nelle Marche è
già finita. Poteva essere evitata
del tutto? Credo di no. Le poche centinaia di ettari utilizzati
sono servite a creare un indotto, una filiera, e a dimostrare
che nella produzione energetica
un’alternativa è possibile. I vituperati pannelli a terra hanno
aperto la strada alla nuova generazione di impianti integrati
negli edifici, hanno sviluppato
una domanda che ha ridotto i
prezzi di mercato e spinto verso
l’innovazione e le soluzioni che
solo pochi anni fa sembravano
impossibili, come i film fotovoltaici. E comunque tra venti
anni o poco più i pannelli saranno rimossi e i campi dove sono
posati torneranno come prima,
mentre i tralicci, le terze corsie e
le stazioni di servizio resteranno
dove sono.
Il forum
9
Incoerenze di sistema e mancanza di partecipazione
di Luciano Capodaglio
Oggi, quando si parla di economia si fa riferimento quasi
esclusivamente alla green economy, in quanto, nel mondo
industrializzato quasi tutte le
strategie di investimento hanno
come obiettivi principali :
1 - il risparmio energetico (risparmio, non incremento!);
2 - il risparmio dell’acqua;
3 - la sicurezza alimentare.
Occorre riflettere, in Italia
dove comportamenti diffusi determinano inutili sprechi di acqua ed energia, sul fatto che la
Cina ha investito sette degli otto
punti di incremento del Pil nel
risanamento delle acque inquinate a causa della crescita caotica degli ultimi anni.
Del resto, tra i punti qualificanti del Documento Economico
Finanziario del Governo Monti
figurano il capitolo sulla decarbonizzazione mediante fiscalità
ambientale, il sostegno alla piccola e media impresa già impegnata nelle nuove tecnologie e
nella innovazione, la difesa e la
valorizzazione del patrimonio
culturale e paesaggistico nazionale così come aveva anticipato
ad Ancona il 23 aprile 2012 il
Ministro dell’ambiente Corrado
Clini.
Quando si citano in un insieme logico ambiente, paesaggio ed
economia, inevitabilmente emerge il tema delle infrastrutture la
cui progettazione e realizzazione mette a dura prova la coerenza e la credibilità istituzionale
del sistema Italia. Il tema è stato
recentemente affrontato dall’Ispra che ha redatto nel 2012
Linee guida sul tema “Ambiente, paesaggio ed infrastrutture”
in cui si ribadiscono alcuni concetti fondamentali. Il paesaggio
viene definito (come da Convenzione europea del paesaggio CEP
3) “una determinata parte di
territorio, così come è percepita
dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori
naturali e/o umani e dalle loro
La collina marchigiana nel suo splendore e, sotto, con i pannelli solari.
interrelazioni”. Si amplia il concetto di paesaggio a tutto ciò che
ci circonda sottolineando il paesaggio nelle politiche di pianificazione territoriali,urbanistiche
e culturali, agricole, sociali ed
economiche; nella pianificazione di una infrastruttura debbono essere integrate le componenti paesaggistiche (percettive
e culturali), ecologiche (connesse a processi ecosistemici ed
ambientali) ed ambientali (relative allo stato delle singole componenti come acqua, aria, suolo
ecc,). Per far ciò è necessario un
approccio olistico teso a considerare tutte le istanze e le componenti per giungere a soluzioni
integrate, impostate sin dalle
primissime fasi di lavoro, ovvero
Le Cento Città, n. 46
dai primi studi sulla necessità e
fattibilità dell’infrastruttura.
Ciò vuol dire:
a - partecipazione dei cittadini
alle scelte e tutela delle componenti estetiche, ecologiche ed
ambientali del paesaggio;
b - fattibilità intesa come compatibilità con la popolazione residente.
Il paesaggio è quindi elemento fondamentale di ogni variante economica e questo lo sanno
tutti i portatori di interesse coinvolti nella catena del valore del
turismo: oggi nessuna offerta
turistica ha valore se non è inserita in un paesaggio integro e
di valore assoluto estetico, ambientale ed ecologico. La bolla
speculativa edilizia spagnola ha
Luciano Capodaglio
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Il fondovalle del Tronto fortemente antropizzato.
tolto ogni potere attrattivo alla
costa iberica e di conseguenza
vanno di pari passo le defezioni
dei turisti e l’alienazione patrimoniale degli immobili turistici
con una spirale catastrofica sul
sistema bancario ed economico
dell’intero paese, ma noi in Italia
non siamo messi meglio sia come
cementificazione che come bolla
speculativa immobiliare e finanziaria…
E nella Regione Marche?
La risposta per essere seria
deve essere articolata. Oggi gli
operatori economici stanno cominciando a godere dei vantaggi di una politica intelligente
di promozione delle eccellenze
enogastronomiche, agricole, della manifattura di alta qualità, del
turismo residenziale, climatico
e artistico-museale, effettuato
dal governo regionale attraverso
l’unica vera eccellenza esclusiva
delle Marche: “il paesaggio marchigiano: sintesi armonica non
replicabile tra cultura, ambiente, paesaggio rurale storico e
forte identità sociale popolare”;
gli esempi sono sotto gli occhi di
tutti… il successo dei vini marchigiani a VinItaly, l’aumento,
contro tendenza, delle presenze
turistiche di cittadini del nord
europa, l’aumento della vendita
sia all’estero che nel sito di produzione, dei prodotti agricoli
marchigiani. Dobbiamo prendere atto che lo spot con Dustin
Hoffmann sta portando frutti
ma Dustin Hoffmann non avrebbe attratto nessuno se avesse girato i suoi spot pubblicitari in
paesaggi marchigiani degradati
con tralicci di elettrodotti, raffinerie, capannoni industriali e
commerciali abbandonati o con
le pale eoliche sulle creste dei
“monti azzurri” di leopardiana
memoria ecc. La realtà è dura
da accettare ma così è : ogni nostro prodotto perde valore economico se viene decontestualizzato dal territorio di produzione
ed il valore economico si azzera
se tale territorio perde il “valore
paesaggio”. La Regione Marche
ha portato gli Emiri del Dubai a
cavalcare con i loro purosangue
arabi nelle Marche per la bellezza del paesaggio del Parco del
Conero. Tutti gli imprenditori
Le Cento Città, n. 46
marchigiani che beneficieranno
delle relazioni derivate ed insite
nell’evento “Marche Endurance
Lifestyle 2012” è bene che lo ricordino in ogni loro atto di pianificazione e strategia aziendale.
Ma non tutto è andato liscio:
nell’ultimo quinquennio si sono
verificati fatti e comportamenti
istituzionali che preoccupano
ogni giorno sempre di più i cittadini marchigiani.
Da una parte si utilizza il paesaggio marchigiano come motore principale per l’economia
della regione e contemporaneamente si assiste con una colpevole inerzia ad una sistematica
distruzione dello stesso; si attua
un vero e proprio comportamento dissociato: il paesaggio
marchigiano entra da protagonista nel censimento dei paesaggi rurali storici italiani con una
“certificazione eccellente” come
quella del Catalogo dei paesaggi
rurali storici promosso dalla Presidenza della Repubblica e contemporaneamente dai dati del
Servizio ambiente e paesaggio
della Regione Marche relativi al
consumo di suolo si evince che
Il forum
dal 1954 al 2007 la popolazione è cresciuta del 37% mentre
il consumo di suolo è aumentato
del 320% e che, cosa ancor più
grave, che il consumo medio
per le Marche è del 10% mentre la media nazionale si aggira
intorno al 7%: un primato di
cui non andare fieri! Il danno
di una cementificazione diffusa,
soprattutto della zona costiera e
di fondovalle non sarà solo sul
paesaggio ma su tutto l’indotto dello stesso, senza contare
l’incerto futuro di molti istituti
bancari che si ostinano a finanziare la bolla speculativa edilizia
negando il credito alle aziende
impegnate nella new economy.
Altro primato non invidiabile, raggiunto negli ultimi anni
dalla nostra regione, è quello
del fotovoltaico a terra che ha
raggiunto, nella nostra regione,
la percentuale record del 50%.
Intendiamoci, tra le fonti rinnovabili l’unica credibile e affidabile nel medio-lungo periodo è
quella fotovoltaica e solare termica ma non quando consuma
suolo agricolo! Il suolo agricolo
marchigiano è il substrato essenziale del paesaggio rurale storico
e sarà sempre più un bene prioritario nel prossimo futuro di
crescita demografica globale.
Altra incoerenza marchigiana
le cui ragioni sfuggono ai più è
quella legata allo sviluppo esagerato delle infrastrutture legate
allo stoccaggio, trasporto ed utilizzo del gas naturale che vede la
nostra regione assumere il ruolo
di testa di ponte di un sistema
energetico di dimensioni intercontinentali.
A dire il vero ospitare in un
territorio poco esteso, antropizzato, tra i più fragili a livello nazionale come rischio idro
geologico, ad alta sismicità gasdotti interrati, centri plurimi
di stoccaggio sotterranei come
quello previsto nel territorio di
11
SanBenedetto del Tronto nei
pressi dell’area naturale protetta Sentina, creare rigassificatori
al largo di Falconara (già autorizzato dal Consiglio regionale),
trasformare il porto di Ancona
in un terminale di navi gasiere
(previsti arrivi in porto da 1 a 3
navi al giorno), attraversare tutto il territorio con l’elettrodotto
Fano Teramo non porterà alcun
beneficio economico e di qualità
di vita ai cittadini marchigiani
che al contrario vedranno degradare il loro territorio a vantaggio
delle multinazionali dell’energia
e perdere valore economico.
Ultimo fronte di incoerenze
(per ordine di apparizione certamente non ultimo per impatto ambientale e sociale) è legato
allo sviluppo dell’energia eolica. Nonostante sia di dominio
pubblico, sulla base dei report
di attività delle centrali eoliche
di Francia e Germania relative
all’anno 2011, che la resa energetica è risibile anche in paesi
con una costanza di venti superiore a quella italiana, nonostante la denuncia recentissima del
Cnel sul rischio di infiltrazione
mafiosa legata allo sviluppo
dell’eolico nel territorio nazionale, nonostante le innumerevoli
indagini delle Procure di mezza
Italia (quella metà dove è stato
installato l’eolico), nonostante
l’enorme impatto ambientale
delle opere di “urbanizzazione
primaria” necessarie per portare le pale eoliche sulle creste di
monti incontaminati, e la catastrofe paesaggistica conseguente, nonostante tutto ciò siamo
alla vigilia di una invasione di
pale eoliche che se non contrastata determinerà la distruzione
totale dell’unica area ancora relativamente integra dopo l’attacco del cemento: l’area montana
e pedemontana. La cosa grave è
che con l’eolico gli unici a guadagnare sono i produttori di im-
Le Cento Città, n. 46
pianti e gli installatori tutti gli altri perdono: cittadini, paesaggio,
ambiente, ecosistemi e possibilità di sviluppo futuro. Scusate
dimenticavo: guadagnano anche
gli intermediari che facilitano la
concessione delle autorizzazioni
e al proposito consiglio una lettura in dettaglio del rapporto del
Cnel.
Tali incoerenze di sistema e
l’oggettiva impossibilità dei cittadini a partecipare alle scelte
strategiche, (unita al processo
di trasformazione che i social
network hanno recentemente
avviato nell’ambito delle relazioni sociali e politiche) stanno
creando le condizioni per un
fenomeno di presa di coscienza
di massa che porterà a profonde modificazioni del tessuto
sociale marchigiano: i cittadini
comunicano e fanno rete, si informano e acquistano coscienza
collettiva; un esempio di ciò è la
nascita del Forum Salviamo il
paesaggio marchigiano, nato sui
resti di un precedente Coordinamento per la tutela del paesaggio marchigiano, in breve tempo ha aggregato associazioni,
comitati, singoli cittadini uniti
da valori comuni come legalità,
tutela dell’ambiente e dei diritti
fondamentali della persona; un
primo risultato è la formulazione di una proposta di legge ad
iniziativa popolare “Norme per
la tutela del paesaggio, lo sviluppo ecocompatibile ed il governo
partecipato del territorio”, attualmente al vaglio dell’Ufficio
legislativo della Regione e su
cui inizierà prossimamente una
specifica raccolta di firme. È sicuramente un segnale forte alla
politica che una classe dirigente
accorta e lungimirante non può
non cogliere nell’interesse del sistema Marche che sino ad oggi i
più ci hanno invidiato.
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Le mostre
13
Rinascimento matematico urbinate
La mostra “Città ideale” ha rievocato la temperie culturale della corte federiciana
di Luca Maria Cristini
“In questi dipinti si rispecchia la cultura urbinate. Tutto
nasce dalla filosofia e dalla concezione platonica del mondo
e si riflette in due elementi
chiave: la temperie rinascimentale che nasce dalla prospettiva
e arriva all’architettura, fino a
quella che è stata definita un’alleanza tra signori e architetti,
nel voler creare un’immagine
della città che rifletta la libertà
e l’armonia dell’organizzazione sociale. Si tratta di qualcosa che potrebbe essere molto
attuale, sebbene questo modo
di concepire la realtà architettonica abbia avuto pochissimi
episodi. Sottolineo che si trattò
di un momento magico. Già
nel Cinquecento l’architettura
diventa immagine di potere, di
controllo della società, riflette un concetto molto diverso.
Invece, ad Urbino in particolare, si parte da una concezione
del mondo, da un Rinascimento
matematico”. Così parlava
André Chastel delle tre celebri
e un po’ misteriose tavole con
rappresentazioni prospettiche
di città ideali che provengono quasi certamente proprio
dal palazzo che ha ospitato
la mostra “La Città Ideale.
L´utopia del Rinascimento
a Urbino tra Piero della
Francesca e Raffaello”. Accanto
ai due dipinti (di Urbino e
Baltimora,assente purtroppo
quello di Berlino
per gravi problemi conservativi) le sezioni in
cui la mostra era
articolata hanno
passato in rassegna
alcuni
degli snodi più
affascinanti del
Rinascimento
italiano, illustrandoli una
cinquantina tra
dipinti,
sculture,
tarsie
lignee,
disegni, medaglie e
codici miniati,
che spaziavano
da Domenico Federico Barocci Veduta di un tempio circolare, 1588
Veneziano
a c. disegno, Firenze, Uffizi, Gabinetto dei Disegni e
Sassetta,
da delle Stampe, Foto Soprintendenza Speciale PSAE e
Piero
della per il Polo Museale della città di Firenze.
Francesca a Fra´
ne (1509) ne divulgò le sublimi
Carnevale, in cui ormai definispeculazioni matematico-protivamente si individua l´autore
delle cristalline quanto enig- spettiche. Le sale della mostra
matiche “Tavole Barberini”. E hanno permesso di approfondiancora: da Francesco di Giorgio re il tema quattrocentesco della
a Luca Signorelli, da Mantegna città dipinta con sublimi incura Perugino, da Bramante, il sioni in quella che Luciano
grande urbinate di cui nulla è Bellosi, con ormai arciniota
rimasto in patria, a Raffaello locuzione volle definire “pittue a Jacopo de´ Barbari, autore ra di luce”. Si poteva così pasdel sibillino Ritratto di Luca sare dalle pionieristiche opere
Pacioli, il conterraneo di Piero di Domenico Veneziano, che
della Francesca, che in trattati contribuì in modo decisivo alla
come la Summa de Aritmetica formazione pittorica di Piero
(1494) e il De divina proporzio- della Francesca, a Filippo Lippi
Pittore dell’Italia centrale. Veduta di una Città ideale, Tempera su tavola, cm. 80,3 x 220 x 3,2. Baltimora (USA),
Walters Art, Museum. Credito Fotografico: © The Walters Art Museum, Baltimora.
Le Cento Città, n. 46
Luca Maria Cristini
14
Pittore dell’Italia centrale. Città ideale, Tempera su tavola, cm. 67,7 x 239,4 x 3,7. Urbino, Galleria Nazionale delle
Marche. Credito Fotografico: Su concessione del Ministero per i Beni e le attività culturali. Foto: Soprintendenza per i
Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici delle Marche.
e a Beato Angelico, per poi
immergersi in uno stimolante
confronto tra le già ricordate Tavole Barberini e le deliziose tavole perugine di San
Bernardino, arricchito da un
serrato dialogo con le scenografie cittadine presenti nei dipinti
di Francesco di Giorgio.
Ma il vero cuore della mostra
sono state ovviamente le tavole
della Città Ideale avviluppate
ancora oggi in quella querelle
attributiva che le vede involontarie protagoniste: “Non ci
sono certezze sulle attribuzioni
- ha dichiarato la curatrice della
mostra nonché Regionale per
i Beni Culturali e Paesaggistici
delle Marche Lorenza Mochi
Onori - ma a noi non interessava tanto arrivare a quello. La
cosa più interessante ed importante è che sono state fatte
delle analisi molto approfondite, ripetendo le riflettografie all’infrarosso con le attuali
strumentazioni. Le analisi fatte
hanno consentito di vedere dettagli impossibili da percepire
a quell’epoca e stanno dando
delle indicazioni che posso riassumere come segue: è possibile
che le due tavole, di Urbino e
Baltimora, che peraltro hanno
una dimensione analoga ed
una storia molto vicina, possano essere della stessa mano.
La tavola di Berlino è un po’
diversa, sia per dimensione
che nel discostarsi lievemente
dalle due più celebri (Urbino
e Baltimora). Personalmente
potrei anche aggiungere che la
più bella in assoluto delle tre,
è quella di Urbino, che esprime
il concetto della Città ideale al
massimo grado, restituendola
attraverso un’immagine quasi
irreale, malgrado le piccole
notazioni naturalistiche di una
pianta fiorita o altri piccolissimi
dettagli. Si tratta di opere che
sono diventate emblematiche,
entrando nell’immaginario collettivo, perché rendono perfettamente un momento storico
irripetibile, e quello speciale
concetto di città, tra prospettiva e realtà, a misura d’uomo,
fatta per l’uomo, tipica dell’aspirazione rinascimentale.”
Mostre così belle sono merce
sempre più rara; meno male che
c’è qualcuno che, in un’epoca
in cui si pensa solo al business
del bigliettaggio e il successo di un’esposizione è sempre
più spesso legato all’effimera
potenza di fuoco degli agguerriti uffici stampa, ha ancora
voglia di mettersi alla prova con
iniziative di qualità e di alto
spessore culturale.
La mostra, curata da Lorenza
Mochi Onori e Vittoria
Garibaldi col progetto scientifico di Alessandro Marchi, è stata
promossa dal Ministero per i
Beni e le Attività Culturali, dalla
Direzione Regionale per i Beni
Culturali e Paesaggistici delle
Marche, dalla Soprintendenza
per i Beni Storici, Artistici
ed Etnoantropologici delle
Marche, dalla Regione Marche,
dalla Provincia di Pesaro e
Urbino, dal Comune di Urbino,
dalla Fondazione Cassa di
Risparmio di Pesaro e dall’Università degli Studi di Urbino
“Carlo Bo” e da Banca Marche.
Il catalogo è stato edito da
Electa.
Jacopo De’ Barbari. Ritratto di Frà Luca Pacioli e Guidobaldo di
Montefeltro, 1495. Napoli, Museo e Galleria Nazionale di Capodimonte. Foto
Soprintendenza Speciale per PSAE e per il Polo Museale della città di Napoli.
Le Cento Città, n. 46
Le mostre
15
Il Graphic Journalism al Museo dell’Umorismo a Tolentino
di Alberto Pellegrino
Il “Museo Internazionale
dell’Umorismo
nell’Arte”
riporta Tolentino sulla ribalta
internazionale, accendendo i
riflettori sulla mostra Nuvole
di confine. Graphic Journalism.
L’arte del reportage a fumetti, allestita a cura del critico
d’arte Luca Beatrice per la
rassegna Tolentino Humor che
è stata inaugurata il 14 aprile
nella sede stessa del Museo
a Palazzo Sangallo. Promossa
e organizzata dal Comune
di Tolentino con il patrocinio della Regione Marche,
della Provincia di Macerata
e del Consiglio regionale
delle Marche dell’Ordine dei
Giornalisti, la mostra resterà
aperta al pubblico fino 16 settembre 2012 e si spera che
possa attrarre un vasto numero
di visitatori, poiché si tratta
della prima iniziativa culturale
del genere che si tiene in Italia.
Nella mostra sono esposte
oltre 100 tavole originali di otto
fra le maggiori firme internazionali del giornalismo a fumetti,
che hanno portato a Tolentino i
loro più recenti lavori, in modo
da offrire uno sguardo panoramico su un mezzo espressivo
che si colloca a metà strada tra
letteratura a fumetti e cronaca
Josh Neufeld.
giornalistica. Si tratta di opere
di grande livello che i visitatori potranno portarsi a casa e
leggere con tutta tranquillità,
perché tutte le storie sono state
integralmente pubblicate in un
bel catalogo pubblicato da una
prestigiosa casa editrice di libri
a fumetti come la Rizzoli Lizard.
Il Graphic Journalism si presenta come un diretto discen-
dente della Graphic novel cioè
della “letteratura disegnata”
che sta ormai prendendo nelle
librerie il posto del fumetto
tradizionale. La letteratura disegnata ha ormai alle sue spalle
un illustre retroterra costituito da alcuni padri fondatori
come gli americani Will Eisner,
Robert Crumb e il grande Art
Spegelman, autore della celebre saga a fumetti Maus, nella
quale è rappresentata in modo
assolutamente originale la barbarie dell’Olocausto. Mentre in
Francia, dove risiede, si è affermata l’iraniana Mariane Satrapi
con i suoi romanzi Persepolis
e Pollo alle prugne, in Italia il
“romanzo a fumetti” annovera
una serie di maestri come Hugo
Pratt, Sergio Toppi, Salvatore
Battaglia, Guido Crepax,
Andrea Pazienza, per citare
solo alcuni fra i maggiori.
Le caratteristiche del Graphic
Journalism
Il Graphic Journalism è sempre una narrazione per immagini che rientra però nel campo
del reportage, dell’inchiesta,
Aleksandar Zograf.
Le Cento Città, n. 46
Alberto Pellegrino
del giornale di viaggio, della
ricostruzione storica e del più
semplice memoir. Gli autori di
questo nuovo genere a fumetti
si avvicinano alla notizia sperimentando nuove strutture narrative e nuove forme linguistiche con una notevole varietà di
stili grafici, ma tenendo sempre
presente le realtà sociali, politiche ed economiche con cui si
devono confrontare attraverso
un approccio personale e realistico che, in alcuni casi, diventa
anche ricerca e alla sperimentazione. A differenza del giornalista tradizionale il graphic
reporter rimane il protagonista
assoluto dei fatti descritti che
passano attraverso il filtro non
tanto della sua “oggettività”,
quanto della sua sensibilità
artistica e della propria visione
del mondo: attraverso il suo
sguardo egli prova emozioni e
sentimenti, per cui non si limita
al semplice dato di cronaca, ma
ha la pretesa di dare un senso
più profondo alla storia che racconta. Il curatore Luca Beatrice
afferma che questo particolare
tipo di giornalista è il testimone di avvenimenti che ha visto
o immaginato, per cui in ogni
caso dà “la sua versione dei
fatti. Invece di dirlo con le parole sceglie di accostarvi le immagini, che sono più forti, che
resistono più a lungo nel tempo.
E soprattutto sono una lingua
che non conosce confini”.
Si tratta quindi di una forma
di giornalismo del tutto particolare che, pur con le sue
diversità sostanziali, si pone
sulla stessa strada percorsa
nel passato dal documentario
cinematografico e dal reportage
fotografico, che ha visto protagonisti di straordinario talento come Robert Capa, Werner
Bischof, Herni Cartier-Bresson,
Sebastiano Salgado, Gianni
Berengo Gardin, Ferdinando
Scianna, Letizia Battaglia e
Gabriele Basilico. Certamente
raccontare degli avvenimenti
attraverso la tecnica e il linguaggio del fumetto richiede
tempi di realizzazione molto più
lunghi rispetto ad altri mezzi
della comunicazione mediatica:
infatti gli autori per realizzare
16
Guy Delisle.
le loro storie impiegano l’abilità e la pazienza degli artigiani, perché passano molte ore
a disegnare a mano, a inchiostrare, a trovare le giuste inquadrature e le giuste sequenze, a
condensare la parte più propriamente narrativa nei ballon e
nelle didascalie, a organizzare il
tutto attraverso la fase del montaggio, per arrivare finalmente
alla realizzazione del prodotto
narrativo.
In questo momento storico la
comunicazione globale è capace di inondarci con immagini
e con parole, di sottoporci a
un’iperstimolazione che finisce
per avere un effetto anestetizzante e quindi riduttivo delle
nostre capacità critiche e selettive. Per questo le storie e le
cronache narrate dal Graphic
Jornalism rappresentano una
pausa di riflessione, un richiamo alla realtà circostante dove
si muovono personaggi veri o
fittizi, ma pur sempre ancorati
a un preciso contesto storico
e ambientale; bisogna inoltre
tenere presente che molti di
questi autori, che non sono
nemmeno dei giornalisti professionisti, usano il disegno e
le parole per sentirsi in “prima
linea” e quindi per dare un
proprio contributo personale
Le Cento Città, n. 46
indirizzato a coinvolgere il lettore in prima persona.
A differenza dei giornalisti
televisivi e della carta stampata,
questi autori si propongono di
indagare più a fondo su fatti di
cronaca quotidiana o su avvenimenti particolarmente drammatici che avvengono in luoghi
di cui si ha una conoscenza
molto vaga, cercando di individuare le cause che stanno dietro
il malessere sociale o la tragedia
di un popolo. “A chi disegna il
mondo a matita e china – scrive nel catalogo Sara Boggio
- interessano invece le zone
d’ombra, quelle che silenzio e
confusione mediatica ignorano
o confondono, e in definitiva lasciano volentieri al buio.
Qui il graphic journalist arriva
come un esploratore e inizia la
sua indagine sul campo seguendo due fondamentali direttive:
parlare con tutti e disegnare
tutto. Allo scrupolo giornalistico caratteristico del reporter si accompagna la capacità
di raccogliere storie ovunque
e da chiunque. Un’abilità che
non sembra frutto di mestiere,
quanto naturale conseguenza
della relazione profondamente
empatica tra il viaggiatore e la
terra che esplora e le persone
che incontra”.
Le mostre
17
Gli autori in mostra
Aleksandar Zograf è forse il
più noto fra gli autori in mostra,
perché da qualche tempo si
dedica al graphic jornalism ed
ha realizzato alcuni volumi
pubblicati in diversi Paesi europei, fra i quali spiccano Lettere
dalla Serbia e Saluti dalla Serbia.
È presente alla rassegna tolentinate con Lettere dalla Serbia.
Un fumettista sotto le bombe,
realizzate durante gli attacchi
Nato su Belgrado, dove fa un
uso di un segno in bianco e
nero molto intenso e drammatico, che richiama per certi aspetti quello di Robert Crumb.
L’americano Josh Neufeld, Paola Cannatella e Giuseppe Galeani.
un autore importante che ha
fatto un celebre reportage su Capire Israele in 60 giorni (e
New Orleans distrutta dall’u- anche meno), una storia in cui
ragano Katrina e di altre opere sa cogliere anche con una certa
interessanti, presenta una dose d’ironia le contraddiziostoria ambientata durante la ni dell’attuale cultura israeliaPrimavera Araba e intitolata na. La seconda è la libanese
Bahrain-lines in ink, lines in Lamia Ziadé, che esordisce con
the sand, realizzata con uno un racconto intitolato Bye Bye
stile molto pulito e incisivo, che Babilonia e che è l’unica tra
lo colloca nella tradizione del gli autori in mostra a non fare
uso del fumetto: rifacendosi alle
graphic journalism statunitense.
Il canadese Guy Delisle, che sue esperienze professionali nel
è ritenuto uno dei maggiori mondo della pubblicità e dell’ilesponenti del giornalismo dise- lustrazione, la Ziadé imbastignato, espone le Cronache da sce un racconto autobiografico
Gerusalemme, un lavoro che ricavato dalla sua memoria di
ha ricevuto il più importante bambina; si tratta di un lavopremio per il fumetto durante ro interessante anche sotto il
il Festival di Angouleme 2012; profilo linguistico, perché in
per questa storia egli ha usato esso alcune brevi parti scritte
una tecnica alquanto originale si alternano a delle immagicon tavole monocromatiche che ni cromaticamente e graficavanno dall’ocra al grigio/azzur- mente forti, il tutto finalizzato
ro, con un segno grafico parti- a rappresentare il dramma di
colarmente efficace che ricorda una città come Beirut, la più
l’americano David Mazzucchelli “occidentale” delle capitali del
autore di una ormai celebre Medio Oriente, che nel 1975
graphic novel intitolata Asterios passa da un “festoso” e spensierato consumismo alla tragedia
Polypo.
È la volta di due donne dise- della guerra civile per bande,
gnatrici. La prima è l’americana con un seguito di violenza e di
Sarah Glidden, che ha al suo odio, di macerie e di morte.
Per quanto riguarda gli itaattivo diverse storie a fumetti, presente a Tolentino con liani presenti in mostra, Marco
Le Cento Città, n. 46
Corona nel racconto In mezzo
all’Atlantico fa un particolare
resoconto di un suo soggiorno in Columbia, intrecciando
sapientemente la sua vicenda
personale e sentimentale con
il contesto sociale e politico
di quel Paese. Vincenzo Filosa
è l’autore di una storia molto
originale intitolata Sonata per
l’Aquila: facendo uso di uno
stile personale, fatto anche di
intelligenti citazioni grafiche
derivate dal manga giapponese, egli colloca sullo sfondo
drammatico del terremoto la
vicenda della costruzione di
una sala per concerti finanziata
dal governo giapponese, la cui
progettazione è affidata all’architetto Shigeru Ban che inizia
a lavorare nell’estate 2009, ma
che si trova subito di fronte
ai numerosi ostacoli normativi procedurali della burocrazia
italiana, derivanti dal fatto che
la struttura è stata progettata
con materiali ultraleggeri; ma
il sistema italiano non ha fatto
i conti con la tenacia di questo
architetto, per cui l’auditorium
è stato costruito e il 7 maggio
2011 è stato inaugurato con un
grande concerto.
Infine la disegnatrice Paola
Cannatella e lo sceneggiatore
Giuseppe Galeani, che sono
entrambi degli esordienti, sono
presenti con Maria Grazia
Cutuli. Dove la terra brucia,
una storia molto bella e realizzata secondo la tradizione
del migliore fumetto d’autore
italiano; in essa si racconta la
drammatica vicenda della giornalista italiana del Corriere della
Sera che è stata assassinata il 19
novembre 2001 in Afghanistan
nei pressi di Sarobi, che si trova
a circa 40 chilometri da Kabul,
insieme all’inviato di El Mundo
Julio Fuentes, ai corrispondenti
della Reuters Harry Burton e
Azizullah Haidati.
I beni culturali
18
La prevenzione dagli eventi sismici, il rischio dell’amnesia
di Mario Canti
Subito dopo l’evento sismico che ha colpito l’Emilia
Romagna si è sviluppata, nei
giornali, nelle televisioni e tra la
gente, una nuova appassionante
puntata della caccia al mostro,
al colpevole, a colui o a coloro
che, per interessi di varia natura, economici, religiosi, politici,
o per prava malvagità ovvero
per insipienza, possono aver
provocato il sisma, o consentito
che lo stesso producesse dei
danni.
I diversi giornalisti delle diverse testate televisive chiedevano
sempre con insistenza inquisitoria ai loro interlocutori, ministri
amministratori, scienziati e passanti: si poteva evitare? È stato
fatto tutto per evitare questo
infausto evento e le sue conseguenze? La domanda, considerata la rilevanza del fenomeno e l’entità dei danni indotti,
risultava ovviamente motivata,
ma dopo qualche tempo ed in
considerazione delle discussioni prodotte, in tempi recenti,
dal terremoto dell’Aquila e, in
tempi non troppo remoti, da
quello dell’ Umbria – Marche,
appare quanto meno pretestuosa se non provocatoria.
Come ancora una volta hanno
chiarito i sismologhi i terremoti
sono difficilmente prevedibili, l’energia che si sprigiona si
manifesta di norma all’improvviso e con la massima forza,
viene seguita dai cosiddetti sciami sismici e talora da ulteriori
forti scosse, a seconda dell’energia accumulata nello scontro
delle zolle tettoniche, raramente, come è stato nel caso dell’Aquila, sono precedute da scosse
di modesta intensità.
Se i terremoti non possono
essere previsti è possibile, anzi
necessario proprio a causa della
loro imprevedibilità, promuovere la prevenzione dagli stessi:
informando la popolazione sui
comportamenti da adottare in
caso di eventi sismici, predispo-
nendo le opportune vie di fuga
e le aree per una prima accoglienza in sicurezza, realizzando
costruzioni capace di resistere
alle sollecitazioi sismiche, con
particolare cura per quelle che
svolgono una funzione di interesse generale o che accolgono
categorie a rischio come malati,
anziani e giovani in età scolare, migliorando la capacità di
resistenza degli edifici antichi
meritevoli di conservazione, i
cosiddetti beni culturali. Il terremoto dell’Emilia ha posto in
evidenza la pericolosità implicita nella classificazione sismica,
cioè nell’indicare da parte delle
autorità competenti la possibilità, il rischio, che i terremoti si manifestino nelle diverse
aree del Paese con maggiore
o minore frequenza, con maggiore o minore intensità; quanto accertato consente di sapere
che tutto il territorio nazionale,
salvo pochissime eccezioni, è a
rischio sismico, la graduatoria
di pericolosità tra le diverse
zone deriva unicamente dai dati
statistici relativi alla frequenza
e dalla intensità con la quale
gli eventi si sono manifestati
in dette zone; ragione per cui
nella Emilia il rischio appariva
minore perché da alcuni secoli non se ne manifestavano di
significativi,
Solo nel 2003 il territorio
emiliano-romagnolo
venne
classificato come soggetto al
rischio sismico, provvedimento che impone il rispetto delle
specifiche norme attinenti la
costruzione di nuovi edifici, ma
che poco o nulla dice su quelli
costruiti prima della data del
provvedimento.
È evidente che la mancanza di
una disciplina cogente in materia di sismica e il permanere di
una tradizione che voleva quei
territori come sicuri dal punto
di vista della sismicità non ha
incoraggiato l’adeguamento
degli edifici esistenti, specie di
Le Cento Città, n. 46
I danni provocati dal sisma che ha
colpito Marche e Umbria nel 1997.
La ricostruzione è diventata un esempio da replicare nel resto del Paese
tanto che dopo il terremoto in Emilia
Romagna il ministro per la Coesione
territoriale Fabrizio Barca è stato a
Fabriano per incontrare gli amministratori marchigiani.
I beni culturali
quelli industriali che, in molti
casi, hanno palesato alla prova
del sisma, una assoluta incapacità di resistere.
Non è però condivisibile l’atteggiamento di molti giornalistiinquirenti che sembrano intravvedere negli industriali emiliani
tanti piccoli “padroni delle ferriere” attenti a sfruttare i loro
dipendenti fino alla morte; se
così fosse si tratterebbe di imbecilli dato che le chiusure degli
stabilimenti provocate dal sisma
esclude,speriamo provvìsoriamente, le loro produzioni da
mercati conquistati con fatiche
ed impegni non comuni.
In conclusione sembra possibile riconoscere che la scarsa
resistenza dell’edilizia, anche
recente, sia da attribuire in
primo luogo a carenze di conoscenze in merito, piuttosto che
a disinteresse o, peggio, a interessi occulti.
Resta ben evidente nell’Emilia, come è stato a suo tempo
nelle Marche, la questione del
patrimonio storico, sia di quello
di interesse culturale che quello,
per così dire ordinario, per il
quale occorre intervenire con
normative e processi operativi
specifici.
Norme e processi che richiedono una approfondita conoscenza
dello stato del patrimonio, delle
sue condizioni in relazione al
contesto urbano, delle tecnologie
utilizzabili e sopratutto di sistemi
di verifica e controllo ex ante e ex
post la realizzazione delle opere,
in altri termini occorre attivare
un vero e proprio monitoraggio
permanente del patrimonio in
questione. Di queste esigenze
nelle Marche si dovrebbe essere
particolarmente avvertiti dopo
le dure esperienze dei terremoti
verificatisi sul territorio regionale ed in particolare di quello
del 1997, che ha coinvolto tanta
parte del nostro territorio.
Sorgono di conseguenza degli
interrogativi ai quali non è facile
rispondere e già questa difficoltà fa nascere il dubbio che sia
comunque mancata la diffusione delle conoscenze che costituiscono la base di qualsiasi forma
di prevenzione, proveremo
19
pertanto ad esprimerne alcuni, augurandoci che le risposte
non mancheranno così da contribuire al consolidarsi di quella
“cultura della prevenzione” che
universalmente è riconosciuta
come il prime e più importante strumento per affrontare il
rischio sismico.
La natura e l’ampiezza di questi interrogativi è tale da consigliare di raggrupparli in alcune
famiglie, attinenti sia all’urbanistica che all’edilizia che, infine,
alla preparazione dei cittadini..
Per quello che riguarda la
disciplina d’uso del territorio,
di cui si è fatto un gran parlare
negli ultimi anni nella nostra
regione, si è avviata la definizione di nuove e più efficienti
normative per la riduzione del
consumo dei suoli, per la definizione dei quadri pianificatori
organici dai tempi lunghi, nei
quali dovranno collocarsi i piani
operativi di medio e breve termine, e per agevolare l’iniziativa
edificatoria con l’introduzione
di criteri compensativi e permutativi tra pubblico e privato e tra
i privati.
Nulla si è detto, almeno così
sembra, in merito ai contenuti
dei piani urbanistici, di iniziativa
pubblica o privata, di tempi lunghi o brevi, riguardanti i problemi della sismicità: analisi geologiche e geomorfologiche preventive alla panificazione, definizione
degli indici di accellerazione
potenziale, percorsi per l’esodo
in sicurezza della popolazione in
presenza di eventi simici, individuazione delle aree di ricovero
immediato e garanzia della loro
accessibilità. L’esperienza dei
Piani di Recupero previsti dalla
legge 61/97 per le aree colpite
dal terremoto in Umbria e nelle
Marche è stata oltremodo significativa ed ha talora lasciato
degli esempi di straordinario
interesse anche sotto il profilo formale, oltre che su quello
della sicurezza; naturalmente è
da ricordare che la loro redazione fu successiva agli eventi
sismici, mentre oggi si dovrebbe
pretendere che la loro previsione fosse normalizzata in territori sicuramente a rischio come
Le Cento Città, n. 46
sono le Marche.
Del pari dovrebbe essere
prevista la disponibilità entro
tempi ragionevoli di alloggi di
emergenza, alberghi, moduli
abitativi, prefabbricati e non
solo tende, che sono preziose
solo nell’immediato e per tempi
brevi e solo se corredate dai
servizi indispensabili.
Perché queste provvidenze
siano operative al momento
opportuno occorre, a nostro
avviso, non solo l’interessamento della Protezione Civile, che le
cura sicuramente con la massima attenzione, ma anche, e direi
soprattutto, la partecipazione
dei Comuni e delle popolazioni
che debbono essere informate
e, nei limiti del possibile, chiamate a esprimersi sulle soluzioni da adottare; moduli abitativi,
prefabbricati, alloggi in albergo,
tende ecc. , servizi prioritari da
allestire, delocalizzazioni eventuali; le comunità dovrebbero
aver deciso quali provvidenze
dovranno essere poste in essere
nel caso di calamità.
Le notizie che in merito possono essere dedotte dalla lettura
della stampa locale appaiono
frammentarie e, forse inevitabilmente, incomplete; si viene
sapere, ad esempio, che vengono tenuti dei corsi di aggiornamento per progettisti a cura di
Lega Ambiente, ma non si sa
se vengono svolte esercitazioni
a livello di scuole e di settori urbani, se e quali Comuni
hanno approntato luoghi per la
raccolta dei cittadini in caso di
evacuazione, se la catalogazione
del patrimonio culturale viene
portata avanti anche ai fini della
sua protezione dalla calamità e
così via.
Con questo primo intervento
sul tema della protezione dagli
eventi sismici Le Cento Città
intendono sviluppare una azione di stimolo e di sostegno sia
attraverso la rivista che attraverso il proprio sito che, allo scopo,
è in fase di ristrutturazione; per
sviluppare il nostro impegno
contiamo sulla partecipazione
attiva dei nostri associati, ma
anche e soprattutto degli enti e
delle istituzioni interessate.
Archeologia romana nelle Marche
21
Le città romane nella regione medioadriatica
di Mario Luni, Claudia Cardinali
La fondazione tra III e I secolo
a.C. di una serie di città in punti
strategici per il controllo dell’area medioadriatica e comunque
in genere in siti di precedenti
insediamenti è stata determinata
dalla romanizzazione del territorio della regione marchigiana.
Sena Gallica (Senigallia) è la
prima colonia, dedotta nel cuore
del territorio sottratto ai Galli,
subito dopo la battaglia del
Sentino (295 a.C.). Ad essa fa
seguito Firmum (Fermo) nel 264
a.C., fondata dopo la disfatta
nel 269 a.C. di alcune tribù del
Piceno, poi deportate in parte
nell’agro salernitano; Aesis (Iesi)
è dedotta nel 247 a.C. o poco
dopo. Facendo seguito alla guerra annibalica, due nuove colonie
si aggiungono alle precedenti,
nel 184 a.C., Pisaurum (Pesaro) e
Potentia (presso Porto Recanati);
da ultima, a metà del II sec. a.C.,
è fondata Auximum (Osimo).
Nello stesso periodo dimostrano una certa vitalità le città
confederate di Ankon (Ancona)
e di Asculum (Ascoli Piceno).
Altri centri coevi hanno di certo
raggiunto una certa consistenza e si sviluppano ulteriormente
specie dopo l’acquisizione della
autonomia amministrativa tra 89
e 49 a.C.
In età augustea, in definitiva, trentacinque città risultano
organizzate nel territorio corrispondente alle Marche attuali,
diciannove nel contesto della V
regio (Picenum) e sedici della
VI (Umbria et
ager Gallicus).
Per Beregra si
è discusso in
passato su una
ubicazione presso Osimo o in
altri luoghi, ma
la recente ricerca propende per
una identificazione dell’abitato nell’attigua
regione abruzzese. Circa una
metà di queste
città, specie sul
fondovalle, è
stata abbando- Fig. 1. Carta della regione medioadriatica con
nata per varie indicazione dei municipi e delle colonie romane noti
cause in età tar- nel 1581, da un disegno di Ignazio Danti. Roma, Musei
doantica; le altre Vaticani, Galleria delle Carte Geografiche.
hanno continuato a vivere fino
- Nella vallata dell’Asis (Aso) è
ai nostri giorni e risultano ancor
stato proposto di recente di ricooggi quelle di maggiore impornoscere il sito di Novana (presso
tanza nelle regione.
Montedinove).
Tale realtà insediativa si è svi-Lungo il corso del Tinna
luppata nel contesto della serie
(Tenna) sono presenti Firmum
di vallate parallele che caratteriz(Fermo), su un colle prospicienzano a forma di “pettine” l’area
te la costa, e Falerio (Falerone),
medioadriatica. Il fiume Aesis
nell’interno.
(Esino) costituisce il confine tra
- Nella valle del Flusor (Chienla regio V e la VI; il Picenum
ti) e del Flussorius (Fiastra) sono
giungeva a sud fino all’Aternus
ubicate Cluana (Porto Civitano(Pescara) e l’Umbria a nord fino
va), presso la foce, e, procedenal Crustumium (Conca). Tutte le
do nell’interno, Pausolae (San
città di seguito presentate in sinClaudio al Chienti), Urbs Salvia
tesi sono menzionate da Plinio e
(Urbisaglia), Tolentinum (Tolensolo parzialmente vengono citate
tino) e Camerinum (Camerino).
da Strabone, Tolomeo, Pompo- Nella vallata del Flosis (Potennio Mela, Procopio e altri.
za) è presente Potentia (vicino a
- Poco a nord
Porto Recanati), presso l’antica
del fiume Tesfoce, e poi Ricina (Villa Potenza),
suinus (TesiTrea (Treia), Septempeda (presso
no) è situata
San Severino).
Cupra Maritima
- Nella valle del Misco (Muso(Cupra Maritne) sono situate Numana, sulla
tima), presso la
costa, e poi all’interno Auximum
foce del torrente
(Osimo), Planina (San Vittore di
Menocchia.
Cingoli) e Cingulum (Cingoli).
- Nella valle
-
Nel bacino dell’Aesis
del Truentus
(Esino)
risultano ubicate AncoFig. 2. Tabula Peutingeriana (IV, 2-3). Rete stradale
(Tronto) è ubina, su un’ampia insenatura, e
nell’Italia centrale ed in particolare la via Flaminia, da
cato Asculum
Roma lungo la vallata del Tevere fino all’Appennino e
verso l’interno Aesis (Iesi), Cupra
(Ascoli Piceno).
all’Adriatico.
Montana, Tuficum (Borgo TufiLe Cento Città, n. 46
Mario Luni, Claudia Cardinali
22
e la sua iscri- lando emergenze archeologiche e
zione in occa- fatti storici: Biondo Flavio (1392sione di alcuni 1463). Nella sua opera su Roma
lavori al porto e l’Italia, pubblicata nel 1453,
di Ancona tra il egli mostra di avere presente le
1420 e il 1421, principali fonti letterarie ed in
fu preso da par- particolare gli scritti di Plinio
ticolare interes- e Procopio; è inoltre in grado
se per l’antichità di riconoscere l’antica origine di
classica. Così ha città, come ad esempio Osimo,
avvio la risco- Cingoli, Potentia, Tolentino,
perta archeolo- Camerino, Ascoli. In altri centri
gica delle città l’umanista si sofferma a descriantiche nella vere resti di alcuni monumenti
regione medio- romani, come nel caso di Fermo
adriatica, nelle e Urbs Salvia ed anche “le ruine
quali l’illustre di Settempeda” e quelle di “Elia
umanista tra- Ricina”.
Sorprendente è la descrizione
scrive per primo
settanta iscri- accurata degli imponenti resti
zioni, riutilizza- di strutture romane viste perte in genere in sonalmente nella gola del Furlo
altari, plutei o e presentate in anteprima in
davanti alla fac- opuscolo alla Corte Urbinate,
ciata di chiese a cui era legato da particolare
per il peculiare amicizia. Biondo Flavio mostra
significato cari- di aver compreso per primo il
Fig. 3. Tabula Peutingeriana con tracciato della via
smatico che ad significato delle antiche opere
Flaminia da Arimino a Fanum Fortunae da cui inizia la
esse si attribui- del Furlo: la parete di roccia
via costiera verso Ancona e il Sud.
va; in altri casi tagliata per mezzo miglio per ceresse erano espo- care un varco alla Flaminia, un
ste nella piaz- alto muro di terrazzamento ed in
co), Attidium (Attiggio), Matilica za principale di città, come ad particolare la grande Galleria di
(Matelica) e Sentinum (presso esempio ad Osimo e a Macerata. Vespasiano.
In definitiva la riscoperta epiSassoferrato).
Trentaquattro risultano i monu- Nella valle del Sena (Misa) menti iscritti di antichi centri del grafico-archeologica di Ciriaco
Sena Gallica (Senigallia) è situata Picenum segnalati per la prima d’Ancona nel Quattrocento e
vicino alla foce e Ostra (presso volta da Ciriaco, in particolare di quella storico-antiquaria di Biondo Flavio hanno dato avvio ad
Ostra Vetere) nell’interno.
Ancona (otto), di Ricina (undici),
- Lungo il corso del Suasa- di Auximum (cinque), di Septem- una fioritura di interesse per i
nus (Cesano) è presente Suasa peda (due) e di Firmum (due). monumenti delle città romane
Senonum (vicino a Castelleone Altre trentasei iscrizioni sono tra- nella regione medioadriatica.
In breve tempo, in vari centri,
di Suasa).
scritte dall’umanista anconetano
- Nella vallata del Mataurus in città delle Marche settentrio- nuovi materiali archeologici si
(Metauro) Fanum Fortunae è nali e dell’Umbria, eredi di città aggiungono ai primi segnalati e
si pongono alla attenzione della
ubicata sulla foce del torrente della VI regio
Arzilla (forse il Nelurum) e verso (Umbria et ager
l’interno c’è Forum Sempronii Gallicus).
(presso Fossombrone), Pitinum
Ciriaco
di
Mergens (Pole di Acqualagna), Ancona si preTifernum Mataurense (Sant’An- senta pertanto
gelo in Vado) ed Urvinum nella regione
Mataurense (Urbino).
medioadria- Infine, presso la foce del tica come il
Pisaurus (Foglia) è situata Pisau- primo fautore
rum (Pesaro) e sul medio corso della riscoperPitinum Pisaurense (vicino a ta dell’antico,
Macerata Feltria).
affiancato negli
stessi anni da
La riscoperta
un altro illustre
Ciriaco Pizzicolli (1392-1452), umanista, che
dopo aver esaminato alquanto ha percorso il Fig. 4. Carta delle città del “Picenum” pubblicata da Ph.
diligentemente l’Arco di Traiano territorio segna- Cluverius (1619-1624).
Le Cento Città, n. 46
Archeologia romana nelle Marche
cultura antiquaria disposti in
piccole raccolte, spesso in luoghi pubblici. Vengono inoltre
gettate, in alcuni casi, le basi
dell’ampio dibattito che scaturirà
nei secoli successivi sui numerosi
centri antichi allora riconosciuti.
Un certo rilievo assumono nel
Cinquecento le notizie fornite da
Leandro Alberti nella Descrittione di tutta Italia, del 1550 (con
numerose edizioni nei decenni
successivi), e da Michel de Montaigne nel diario di viaggio in
Italia, del 1581, spesso confermate e ampliate da Orazio Civalli
nel 1594-1597. Essi soffermano
la loro attenzione sulle principali emergenze antiche esistenti
in varie città di origine romana
nella regione medioadriatica e
per la prima volta mettono in
risalto in modo ampio il significato storico-archeologico di
monumenti a volte imponenti,
quali l’Arco di Traiano ad Ancona, la Porta di Augusto di Fano,
le antichità di Urbs Salvia, di
Falerio, di Forum Sempronii e la
serie di manufatti esistenti lungo
la consolare Flaminia.
Va segnalato anche l’entusiasmo suscitato nella Corte
Urbinate dal ritrovamento nel
1530 a Pesaro della statua di
bronzo dell’ “Idolino”, tale da
avere determinato l’inserimento
negli Statuti della città di specifiche norme di tutela riguardo
ai materiali archeologici. Questa
attenzione per l’antico tiene probabilmente conto di quanto consigliato nel 1519 nella interessante lettera a Leone X firmata da
Raffaello Sanzio di Urbino, defi-
23
nito anche per
questo “il primo
archeologo della
storia dell’arte”;
egli proponeva
di porre fine al
saccheggio di
quanto restava
dei monumenti
romani, sollecitava al pontefice
un loro studio
sistematico da
pubblicare in
volume e lo invitava a recupera- Fig. 5. Le città dell’ “Umbria et ager Gallicus” secondo
re le antichità ed Ph. Cluverius (1619-1624).
a conservarle.
Ancona, sia del Ducato di UrbiLa vasta diffusione delle prime no; le indicazioni sono attinte
due opere ha contribuito in in genere da Plinio, Strabone,
seguito ad esaltare l’antico passa- Tolomeo e da altre fonti antiche.
to delle città romane nel territo- Per la prima volta in una carta
rio medioadriatico, che è presen- geografica si tiene conto della
tato nei suoi simboli più eclatan- vasta conoscenza erudita coeva
ti. Con l’Alberti e il Montagne il indicando il sito, per la magprocesso di riscoperta degli anti- gior parte esatto, di molte città
chi centri di questa regione ha romane. Questi antichi toponimi
assunto un ruolo di ampio signi- assumono di certo un valore assai
ficato, che esce dai limiti ristret- indicativo per segnalare anche
ti della tradizione e della storia l’origine antica di città e nobililocale. Alla fine del Cinquecento tarne in tale modo l’immagine.
le emergenze archeologiche di Ciò sembra trasparire anche da
maggiore rilevanza di numerosi altre indicazioni presenti nelle
centri di origine romana vengo- due carte, ad esempio del sito
no prese in considerazione nella di resti archeologici o di celeloro globalità ed entrano a fare bri eventi, attribuendo loro una
parte di un comune bagaglio di valenza del tutto particolare:
cultura antichistica.
«Vestigie di Potentia, di RiciUn esempio straordinario di na, reliquie di Trecana (Trea),
sintesi delle conoscenze dell’an- Humana antica» e le vignette
tico acquisite è costituito dalle con la rappresentazione della
grandi carte murali della regio- battaglia del Metauro tra Asdrune medioadriatica, dipinte da bale e i Romani. Dopo la TabuEgnazio Danti tra 1580 e 1583 la Peutingeriana (Figg. 2-3) le
nella cosiddetta Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano
Carte Geografi- risultano essere un documento
che in Vaticano prezioso e insigne della cultura
(Fig. 1). Sono cinquecentesca e si può aggiunqui
indicati gere che l’interesse per la toponomi antichi di grafia e il popolamento antico
città, di monti, in esse può essere valutato come
di fiumi, di una componente significativa di
mari, di popo- questa cultura.
lazioni, derivati
Queste città sopra menzionate
in parte anche sono ricordate assieme all’antidalle carte d’I- co nome di numerose altre, di
talia delle varie genti e di fiumi nelle due carte
edizioni di Tolo- dell’area medioadriatica di Filipmeo e di altre po Cluverio (1619-1624). Nel
della seconda tempo di appena quaranta anni
metà del Cin- la ricerca storico-archeologica,
quecento, sia eseguita con l’ausilio determiFig. 6. Carta del “Picenum” pubblicata da G. Colucci
della Marca di nante dello studio degli autori
alla fine del Settecento.
Le Cento Città, n. 46
Mario Luni, Claudia Cardinali
Fig. 7. L’”Umbria et ager Gallicus”
Colucci, di fine Settecento.
classici, mostra di avere ampliato
le conoscenze sulla topografia
della regione nell’antichità, nonché sulle iscrizioni e sui monumenti di molti centri romani
(Figg. 4-5). Anche la documentazione manoscritta nel Cinquecento e Seicento segnala la formazione da parte di eruditi locali
di numerose raccolte di epigrafi
e di materiale archeologico recuperati nelle città e nel territorio;
altre utili indicazioni su antichi
centri sono fornite in scritti di
eruditi e di storici, ad esempio
dal Cimarelli (1642) in relazione
allo “Stato di Urbino”, da Avicenna (1644) su Cingulum e da
Bacci (1692) su Cluana.
Due nuove carte storiche sulla
regione medioadriatica sono
pubblicate a fine Settecento da
Giuseppe Colucci (Figg. 6-7), nel
contesto dell’opera monumentale in 32 volumi su Le antichità
picene, alla quale hanno collaborato i migliori studiosi attivi
nella regione, quali ad esempio
l’Olivieri, il Lanzi, il Catalani.
A quest’ultimo si deve anche la
prima opera sulla civiltà picena,
che ha dato avvio alla riscoperta
del territorio sull’età del Ferro,
proseguita poi con scavi e ricerche fino a giungere alla mostra su
“Piceni, popolo d’Europa” del
1999. Il dibattito settecentesco
sulle antichità di tutte le città
romane medioadriatiche risulta
ampiamente registrato nei volumi editi dal Colucci, che rappresentano una fonte inesauribile
di notizie, su cui si sono spesso
basati gli studiosi dell’Ottocento
e del Novecento.
24
La riscoperta
archeologica dei
centri antichi
della regione
in questi ultimi due secoli è
stata considerevole: la ricerca, ampia ed
approfondita,
ha spaziato dalla
preistoria all’età
tardoantica ed
ha determinato
la pubblicazionella carta di G.
ne di numerose opere. Negli
ultimi decenni
inoltre lo studio
relativo alle civiltà antiche fiorite nel territorio marchigiano ha
ricevuto notevole impulso, specie da ultimo quella sul popolamento di età romana.
Dalle prime espe-rienze museali nell’in-gresso del Municipio
di Osimo (1741), nel Palazzo
Ducale di Urbino (1756), in
Palazzo Olivieri a Pesaro negli
stessi anni, si prende atto attualmente della presenza nella regione medioadriatica di cinquanta
musei archeologici, determinati
per la maggior parte direttamente o indirettamente dall’esistenza
di trentacinque centri romani
(fig. 8), tutti ormai riconosciuti
in modo attendibile.
città marchigiane per le quali è
riscontrabile una corrispondenza
topografica e in genere anche
toponomastica con stanziamenti
antichi.
Il tessuto insediativo articolatosi in età romana, e anche la
maglia stradale di collegamento
regionale e interregionale che ne
ha favorito lo sviluppo, non sono
cambiati in modo sostanziale
sino alla più tarda antichità. Il
periodo tardoantico segna però
l’inizio di una fase di trasformazioni nell’assetto urbano e
territoriale della regione, fortemente condizionato dalle prime
invasioni barbariche agli inizi
del V secolo d.C., dalla guerra
goto-bizantina (535-553), e infine dalla successiva discesa dei
Longobardi nel 568.
Le indagini archeologiche hanno dimostrato in questo periodo lo spopolamento
e la contrazione di molti dei
centri abitati d’età romana, se
non addirittura la loro definitiva scomparsa. Tra i più importanti municipi o colonie di età
romana che hanno mantenuto
un carattere urbano, proprio in
virtù dell’ubicazione favorevole,
sono da annoverare gli stanziamenti costieri. Essi sono ubicati in genere in prossimità delle
foci fluviali e costituiscono in
età romana importanti scali commerciali, la cui forte vocazione
marittima ha garantito la frequentazione umana nel tempo; i
La moderna conoscenza
E’ interessante osservare come
le particolari caratteristiche della ubicazione
geo-topografica
dei
centri di età romana
nella regione medioadriatica rappresentino
fattori determinanti
per il loro sviluppo e la
sopravvivenza nel corso
del tempo. Le stesse
motivazioni di ordine
geografico, geo-morfologico, economico e
strutturale, che in età
antica hanno costituito
elementi di aggregazione urbana, in molti
casi hanno garantito
anche la continuità di
vita negli stessi siti sino Fig. 8. Carta del territorio medioadriatico con
ai nostri giorni. Nume- la dislocazione delle colonie e dei municipi vero
rose sono pertanto le la metà del I sec. a.C.
Le Cento Città, n. 46
Archeologia romana nelle Marche
25
meridionale e di
ceramica attica,
probabilmente
da mettere in
relazione alla
frequentazione
commerciale
dell’approdo
fluviale da parte
di naviganti già
ben prima della
nascita
della
colonia di età
augustea (figg.
11-12).
Su un terrazzo alla foce del
Misa è ubicata
la prima delle Fig. 9. Pisaurum, pianta della città: a tratteggio l’area
colonie maritti- della città romana racchiusa dalle mura coeve.
me medioadriatiche, Sena Gallica; scavi archeologici condotti secolo a.C., segue un notevole
in anni recenti hanno permesso sviluppo urbanistico in epoca
di mettere in luce due tratti di tardorepubblicana ed imperiale.
assi stradali lastricati, posti nel La città ha costituito certamente
settore sud-occidentale dell’im- un emporio di primaria imporpianto urbano che, come negli tanza per i commerci marittimi
altri centri coloniali summenzio- dall’Oriente in Adriatico, oltre
nati, ubicati in aree pianeggian- ad essere un terminale dei perti, risulta a maglia regolare. Le corsi transappenninici; gli scavi
indagini hanno inoltre permesso condotti nell’area del Lungomadi acquisire ulteriori elementi re Vanvitelli hanno permesso di
significativi circa le sorti dell’abi- individuare magazzini ed edifici
tato e del suo porto anche in età connessi al porto, nonché materiali databili almeno dal IV secomedievale.
Tra i centri costieri romani lo a.C. Alle strutture portuali di
sopravvissuti sino ad età moder- età greca si sono poi sovrapposte
na, va segnalato l’importante cen- quelle di età romana e medievale,
tro di Ancona, sorto sulle pendici inglobate in quelle attuali. Le
occidentali del promontorio del indagini hanno inoltre conferConero, in posizione dominan- mato una persistenza d’uso del
te rispetto all’ampia insenatura porto e dei suoi magazzini anche
naturale che costituiva il più dopo la guerra greco-gotica (535grande scalo marittimo sulla 553 d.C.), quando la città rimase
costa occidentale l’unico porto bizantino in Adriadel medio-altoa- tico.
Resti di un precedente abitato
driatico (Fig. 13).
Il sito ha restitu- dell’età del Ferro sono documenito testimonianze tati anche nel luogo occupato da
di frequentazio- Numana, sull’estremità meridione umana già a nale del promontorio del Conepartire dall’età ro, in corrispondenza di un’amdel Bronzo e la pia insenatura naturale. Tale
documentazione posizione ha favorito lo sviluppo
archeologica atte- di un fiorente emporio, attivo in
sta lo sviluppo particolare tra la seconda metà
in seguito di un del VI ed il IV secolo a.C., in
abitato piceno; a relazione agli scambi con la Grefasi abitative di cia, come dimostra la consistenetà ellenistico- te presenza di ceramica attica
romana, riferibi- rinvenuta soprattutto in corredi
Fig. 10. Pesaro, veduta aerea del centro storico in cui è
li almeno al II-I tombali, ma anche in scavi d’abiriconoscibile l’impianto regolare di età romana.
dati archeologici attestano infatti
in molti casi lungo il litorale marchigiano la presenza di popolamento e di forme di economia
legate allo sfruttamento delle
risorse marittime, già a partire
dall’età protostorica. Continuità
topografica tra la fase preromana
e quella romana è documentata
ad esempio a Pisaurum, colonia
fondata nel 184 a.C., ma in cui
l’archeologia ha documentato
una fase insediativa risalente già
al VI secolo a.C. (Figg. 9-10).
L’odierna città di Pesaro conserva il poleonimo antico ed il
suo centro storico insiste sull’impianto di età romana; numerose
sono le testimonianze qui messe
in luce circa le varie fasi di utilizzo del sito nel corso dei secoli.
Significativi circa le difficoltà cui
fu soggetto anche questo insediamento in età tardoantica e altomedievale, sono i tratti di cinta
muraria, realizzati con materiale
di spoglio, proprio in relazione
agli avvenimenti bellici del VI
secolo. Tali elementi confermano
la notizia fornita da Procopio di
un urgente ripristino delle mura
di Pisauron nel 545; lo storico
definisce infatti Pesaro e Fano,
polismata, ossia piccole città, a
confermare l’importanza dei due
centri portuali anche in questo
momento di crisi.
Anche il terrazzo pleistocenico su cui si è poi sviluppato
l’impianto della città romana di
Fanum Fortunae si caratterizza
per frequentazione antropica già
a partire dal neolitico; tra i materiali qui rinvenuti si segnala la
presenza di caramica protogeometrica di produzione dell’Italia
Le Cento Città, n. 46
Mario Luni, Claudia Cardinali
26
rottura e radicale deduzione da parte di Roma nel
t r a s f o r m a z i o n e 184 a.C. della colonia di Potennello sviluppo del tia, centro di foce rispetto al pretessuto insediativo cedente insediamento d’altura. E
di epoca romana; sebbene il sito di foce continui
tuttavia si osserva a vivere ancora dopo le devastache lungo la costa zioni della guerra greco-gotica,
e al nord della pur con un notevole ridimensioregione, laddove namento della struttura urbana,
il controllo bizan- il VII d.C. segna la definitiva
tino è risultato più scomparsa dell’abitato.
costante, anche il
Anche per Cluana, localizzata
fenomeno urbano presso San Claudio al Chienappare più solido. ti, documenti attestano che alla
Maggiore contra- fine del V secolo d.C. la sede
zione e progressi- vescovile nel territorio non si
vo spopolamento trovava più presso tale centro
si registrano inve- marittimo, ma piuttosto nel vicus
ce in modo più Cluentensis, posto sull’altura di
massiccio soprat- Civitanova Alta. Probabilmente
tutto nel settore lo spopolamento e il definitivo
c e n t r o m e r i d i o - abbandono del centro di sbocco
nale e nell’inter- vallivo di Cluana fu determinato
no, posti sotto il dalla natura poco sicura del suo
ducato di Spoleto. sito, nel periodo delle invasioni
Nel sud delle Mar- barbariche tra il 408 ed il 410 e
che anche i centri della guerra goto-bizantina.
Fig. 11. Fanum Fortunae, pianta della città.
costieri decadono
Il fenomeno di progressivo
progressivamente abbandono della fascia costietato. Il centro continuò a rivestia causa del con- ra picena – oltre che dei centri
re un importante ruolo anche in trollo delle rotte commerciali
romani di fondovalle, di cui si
età romana, non solo nell’ambito marittime da parte dei bizantini,
dirà più avanti – nel periodo altodelle comunicazioni marittime, a fronte della vitalità degli appromedievale, non risparmia anche
ma anche stradali e come tale è di bizantini lungo la costa settenla città di Cupra Maritima, posta
menzionato dalle fonti itinerarie; trionale, di cui si è detto sopra.
sulle prime pendici collinari a
fenomeni franosi e di erosione Le città litoranee soggette alla ridosso della linea di costa, dove
marina hanno tuttavia trasforma- dominazione longobarda deca- il probabile porto era ubicato
to e compromesso, nel corso dei dono quindi progressivamente, alla foce del torrente Menocchia.
secoli, l’antica portuosità natu- fino a scomparire.
L’insediamento romano svolse
rale e parte dell’area occupata
Nel caso di Potentia la pos- una importante funzione di condall’insediamento antico, per cui sibilità di utilizzo
scarsi sono i resti dell’abitato di della foce fluviale
epoca romana.
del Potenza come
Le città romane sinora men- approdo costiero
zionate svolgevano tutte una fun- aveva determinazione di crocevia strategici non to la nascita di un
solo nell’ambito dei collegamenti insediamento già
fluviali e marittimi, ma anche di in età protostoriquelli terrestri. Le vallate fluviali ca, attivo almeno
hanno sempre costituito infat- nel corso del V
ti naturali vie di penetrazione secolo a.C., ubiverso l’interno, lungo le quali si cato sull’altura di
snodavano le principali direttrici Montarice, immestradali che raggiungevano l’area diatamente retrodei passi appenninici; tali vie, stante la costa. Lo
proprio in prossimità delle città sfruttamento della
suddette, si innestavano con la vocazione marittistrada litoranea di collegamento ma dell’area ed il
tra nord e sud della costa adria- controllo di quetica, frequentata già in epoca sto tratto costiero
hanno poi costitupreromana.
E’ già stato rilevato come il VI ito ragioni deter- Fig. 12. Fano, veduta aerea del centro storico in cui è
secolo d.C. segni un momento di minanti per la riconoscibile l’impianto regolare di età romana.
Le Cento Città, n. 46
Archeologia romana nelle Marche
trollo del territorio pianeggiante
posto tra le valli dell’Asis a nord
e del Tessuinus a sud, destinato
ad attività agricole e organizzato
attraverso ville e fattorie, ma il
suo abbandono definitivo si data
al VII secolo d.C.
Lungo le vallate fluviali,
nell’interno, in prossimità degli
assi stradali ed in genere in connessione con snodi viari intervallivi, numerosi sono gli insediamenti particolarmente vitali e
importanti di età romana ubicati
nei fondovalle, come ad esempio
Tifernum Mataurense, Pitinum
Mergens, Pitinum Pisaurense,
Forum Semproni, Suasa, Ostra,
Sentinum, Tuficum, Attidium,
Ricina, Pausulae e Falerio. La
loro sorte è segnata in modo
ancor più marcato dagli avvenimenti dell’età tardoantica, data
l’ubicazione geo-topografica in
siti poco difendibili e di facile
accesso; se infatti in precedenza la presenza di un articolato
sistema viario aveva costituito un
fattore determinante nella nascita e nello sviluppo di tali stanziamenti, esso si rivela in questo
momento un elemento di pericolo e insicurezza.
Alla fine dell’età altomedievale
non esistono più infatti le città di
Tifernum Mataurense, Pitinum
Mergens, Suasa, Ostra, Sentinum,
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Tuficum, Ricina, Septempeda,
Pausulae.
In alcuni casi
l’abbandono
delle aree pianeggianti
si
accompagna ad
uno spostamento dell’abitato
in siti d’altura fortificabili
nelle immediate
vicinanze; Urbs
Fig. 13. Ancona, veduta aerea con il grande porto
Salvia, svilup- formato dal promontorio del colle Guasco.
patasi lungo il
percorso della
delle principali direttrici viarie; è
Salaria Gallica, nella pianura di
questo il caso di alcuni tra i più
fondovalle delimitata ad oriente
importanti aggregati di età romadal Fiastra sino alle pendici del
na nella regione medioadriaticolle di San Biagio, subisce un
ca, quali Urvinum Mataurense,
drastico ridimensionamento del
Aesis, Auximum, Camerinum,
nucleo abitativo nel corso della
Firmum, Matilica, che si caratguerra greco-gotica e si trasferiterizzano per continuità insediasce progressivamente sulla somtiva e toponomastica sino ad età
mità del colle, dove ha continua- moderna.
to a vivere sino ad ora.
Il periodo altomedievale segna
Anche nei casi di Forum una fase di crisi anche per alcuSempronii e di Falerio, decado- ni di questi stanziamenti, che
no definitivamente gli impianti tuttavia, a differenza di quelli di
urbani di età romana adagiati fondovalle, riescono a sopravnelle pianure vallive e nascono vivere; nel caso ad esempio di
nuovi nuclei abitativi, conservan- Urvinum Mataurense Procopio
do il nome antico, ma in aree descrive la costruzione di una
vicine più idonee, a livelli alti- cortina muraria nel 538 d.C. a
metrici maggiori, con continuità difesa della città, realizzata con
insediativa sino ad età moderna.
materiali di reimpiego e di cui un
Per quanto concer- tratto è stato messo in luce nel
ne invece Attidium, corso di attività di scavo. Anche
il poleonimo roma- la fortuna di Auximum è dovuta
no sopravvive nella in buona parte alla posizione di
denominazione della altura occupata dalla città, su un
frazione di Attiggio, pianoro a 265 metri s.l.m., strateposta sulle colline a gico per il controllo delle valli dei
circa 4 chilometri a fiumi Aspio e Musone.
sud-est del centro di
Anche Aesis (Fig. 14) si caratFabriano, ed indivi- terizza per la felice dislocazione
duata come sede del su un’altura collinare, nell’ultimunicipium.
mo tratto della valle dell’Esino,
Tra i siti privilegia- lungo la Salaria Gallica, strada
ti per l’aggregazione intervalliva di collegamento tra
urbana e la fondazio- la Salaria e la Flaminia.
ne di città destinate
Altro centro d’altura è Matea consistente sviluppo lica, erede del municipium di
nel corso del tempo, Matilica, sviluppatosi sulla somvanno
considerati mità di un terrazzo naturalmente
certamente i luoghi difeso su tre lati, a m 365 s.l.m.;
d’altura, i pianori questo territorio ha conosciuto
sopraelevati facilmen- una lunga e pressoché ininterrotte difendibili e fortifi- ta frequentazione umana, favocabili, spesso posti rita da fattori geomorfologici e
in aree di con- dalle risorse ambientali disponiFig. 14. Pianta della città con le emergenze
archeologiche di Aesis.
trollo territoriale bili, in particolare per lo svolgiLe Cento Città, n. 46
Mario Luni, Claudia Cardinali
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tra Cupra Montana e l’odierna
città.
Altri centri
ubicati in posizione collinare
tendono a spostare la propria
sede in siti più
sicuri e difendibili, già in età
medievale, spesso occupando le
fasce altimetriche più elevate
nelle immediate
vicinanze: l’abitato medievale
e attuale di Cingulum si trova
ad
esempio
sulla sommità
di una collina,
ad una quota
leggermente
superiore rispetFig. 15. Pianta con le mura, le cisterne ed il teatro di
to al pianoro
Firmum.
di Borgo San
Lorenzo, occumento di attività produttive ed
pato dal munieconomiche. A ciò va aggiunta cipium romano. Anche il sito di
l’ubicazione lungo l’importante Trea, in un’area collinare della
percorso intervallivo di comuni- media valle del Potenza, lungo
cazione tra Camerinum e Senti- l’importante diverticolo che si
num, che costituiva il cardo maxi- distaccava dalla Flaminia in termus dell’impianto urbano di età ritorio umbro per raggiungere
romana. Anche l’odierna Fermo Ancona, riuscì a sopravvivere per
insiste sui resti della città romana tutto l’alto medioevo; in seguito,
di Firmum, ubicata sul colle del venne costituito il nuovo centro
Girfalco, a m 319 s.l.m. (Fig. fortificato di Montecchio, di cui
15). Tra gli insediamenti posti l’odierna Treia è erede.
nelle fasce collinari dell’interno,
Osservando quindi la distrila moderna città di Tolentino buzione delle città attuali in rapconserva nome e posizione della porto a quella di età romana,
romana Tolentinum, su un pen- risulta che gli agglomerati urbani
dio alla sinistra del fiume Chien- che hanno continuato a vivere
ti, a circa m 224 s.l.m.; analoga sino ad età moderna sono quelli
situazione topografica intercorre ubicati in luoghi privilegiati per
l’insediamento, quasi sempre già
abitati anteriormente; tali posizioni vengono scelte sia per motivi economici e politici, ma anche
in quanto adatte per la difesa.
I siti in aperta pianura tendono
quindi come tali a scomparire,
ad eccezione di quelli costieri,
ubicati su promontori (Ancona)
o su terrazzi, in connessione con
punti di foce e di attracco lungo
la costa. Si osserva inoltre che nei
centri di pianura l’organizzazione dello spazio urbano è resa più
facile dalla morfologia del sito,
per cui le odierne città ricalcano
spesso la maglia ad assi ortogonali di età romana.
Continuità di vita è assicurata in genere anche agli insediamenti che occupano le medie
e alte colline ai margini delle
pianure vallive, sebbene l’aspetto
geomorfologico del territorio di
ognuna ne determini lo sviluppo
nel tempo e nello spazio con
modalità diverse, come sopra
evidenziato in sintesi.
* Unitamente a Nereo Alfieri, sempre prodigo di consigli, e a Liliana
Mercando ho iniziato dal 1968 a studiare la realtà archeologica medioadriatica in età greca e romana. Ambedue gli illustri archeologi ci hanno
recentemente lasciato e alla loro
memoria desidero dedicare questo
breve contributo di sintesi sulle città
romane nell’attuale regione marchigiana, sempre più note grazie alle
ricerche degli ultimi decenni.
Questo articolo, in forma più
estesa, con note e bibliografia,
è pubblicato sul sito:
www.lecentocitta.it
In ricordo di Giuliano de Marinis
La recente scomparsa del Soprintendente Archeologo per le Marche Giuliano de Marinis lascia un
vuoto sul piano scientifico ed umano di cui inevitabilmente risentiremo nel prossimo futuro; è per
questa ragione che Le Cento Città intendono proporre alla Direzione Regionale per i Beni Culturali,
alla Soprintendenza archeologica, alla Regione, alle Università e agli Istituti e alle Associazioni culturali
delle Marche una giornata di studio sull’attività svolta nella nostra regione dallo stesso.
Per il momento ci sembra comunque doveroso sottolineare il ruolo che de Marinis ha svolto nello
stimolare la crescita della responsabilità degli enti locali nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio
archeologico, anche con l’apertura di nuove sedi museali, nello sviluppo nella continuità delle attività
di ricerca, anche in collaborazione con Istituti universitari, nella organizzazione di eccezionali eventi
espositivi realizzati con la Regione e gli Enti locali.
Le Cento Città, n. 46
Libri ed Eventi
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di Alberto Pellegrino
I LIBRI
La presenza di Giorgio da Sebenico in Ancona
Fabio Mariano ha pubblicato culla rivista Critica d’Arte un
importante e documentato saggio intitolato Giorgio di Matteo
da Sebenico e il “Rinascimento
alternativo” nel ‘400 adriatico, nel
quale analizza in modo approfondito l’opera di questo importante
artista dalmata (1410?-1473) che,
sulla scia dell’istriano Luciano di
Laurana, attraversa l’Adriatico
per legarsi con le sue opere alla
città di Ancona. Mariano prende in esame, con gli opportuni
riferimenti all’arte italiana del
Quattrocento, le opere anconetane di Giorgio di Matteo:
la facciata della Chiesa di San
Francesco, la facciata della Chiesa
di Sant’Agostino e il capolavoro
assoluto della Loggia dei Mercanti, facendo riferimento al Portale
della Basilica di San Nicola a
Tolentino realizzato da Nanni di
Bartolo (1432-1435) e alla Porta
della Carta del Palazzo Ducale
di Venezia, opera di Bartolomeo
Bon (1438-1445). Molto interessante e accurata ci è sembrata
l’analisi della prima e complessa
opera realizzata a Sebenico da
Giorgio di Matteo: la Cattedrale di San Giovanni. Si tratta di
una chiesa monumentale con
una facciata trilobata di chiaro
stile veneziano che preannuncia
il profilo interno delle tre navate
centinate, la cui volta presenta
la splendida soluzione di lastre
a pietra curva a vista, abilmente
incastonate senza malta. All’esterno è ancora apprezzabile il
trittico absidale poligonale con
piloni adornati da fregi a festoni che ricordano la trabeazione e il fregio della Cattedrale
di San Doimo (già Mausoleo di
Diocleziano) nel Palazzo imperiale di Spalato; notevoli sono
i due portali in puro stile gotico. All’interno hanno rilevanza
la cupola ogivale ottagona su
quattro piloni polilobati, il corpo
presbiterale sopraelevato col trittico absidale poligonale, la Sacrestia parallelepipeda che immette
allo splendido Battistero a pianta
circolare con volta a cuffie conchigliate e con una ricchissima
decorazione scultorea. Fra i collaboratori di Giorgio di Matteo è
stata documentata la presenza di
Niccolò di Giovanni Fiorentino
(1418-1507) e di -Andrea Alessi
1425-1505) che hanno lasciato
il loro capolavoro nella Cappella del Beato Giovanni Orsini e
nel Battistero della Cattedrale
di San Lorenzo a Trogir. Nelle
Marche a Niccolò di Giovanni
sono state attribuite la statua e
l’arca di San Nicola nella Basilica
di Tolentino, mentre Andrea
Alessi è segnalato come presente nel cantiere della Loggia dei
Mercanti.
La vecchiaia come valore
Enrico Paciaroni è stato uno
dei fondatori dell’Istituto Nazionale Riposo e Cura Anziani di
Ancona, all’interno del quale ha
ricoperto gli incarichi di primario
cardiologo, direttore sanitario,
direttore scientifico, componente
del Comitato di indirizzo e Verifica. Medico di apprezzato valore,
Paciaroni è autore di numerose
pubblicazioni scientifiche sull’invecchiamento, organizzatore di
convegno scientifici nazionali e
internazionali, socio dell’Accademia Marchigiana di Scienze,
Lettere e Arti, Vice Presidente
Le Cento Città, n. 46
della Società italiana di Gerontologia e Geriatria. La sua ultima
pubblicazione, che ha avuto un
immediato successo di lettori,
s’intitola La Longevità attiva. Il
piacere di saper invecchiare. La
persona anziana come valore (Irca,
Ancona, 2012) in collaborazione con Sulmana Ramazzotti e
Mauro Marcellini.
Contro la tendenza a considerare la vecchiaia solo nei suoi
aspetti negativi, Paciaroni sostiene con un linguaggio chiaro e
rigoroso che l’anzianità, grazie
al progresso scientifico accompagnato da una migliore qualità
della vita, può essere una risorsa
sociale e affettiva nel pieno rispetto dei diritti dei doveri e delle
aspirazioni dell’anziano. Grazie
ai progressi della medicina e ad
una valida ricerca scientifica si
sta raggiungendo un progressivo
allungamento della vita e questo
offre la possibilità a maschi e
femmine di affrontare l’esistenza
secondo il principio della “longevità attiva”, la quale comporta
un cambiamento innovativo nel
modo di vivere la Terza Età. Si
tratta di mettere insieme elementi
diversi ma fra loro correlati: il piacere di camminare e il gusto della
tavola; il piacere della musica e
il piacere di non fumare; l’eros e
la cura della propria immagine;
la gioia di viaggiare e l’attività di
Alberto Pellegrino
volontariato; la scelta dei consumi e il buon uso dei servizi;
l’uso intelligente della televisione;
il piacere di fare i nonni e il ruolo
fondamentale della famiglia.
Un dramma tratto da una canzone di Giacomo Leopardi
Donatella Donati è una scrittrice teatrale che ha al suo attivo
diversi lavori interessanti tra cui
Tutto a te mi guida. L’ultimo giorno di Maria Antonietta (Osanna
Edizioni, Venosa, 2007) e che
ritorna ora in libreria con un
nuovo atto unico Nello strazio di
una giovane (Osanna Edizioni,
Venosa, 2012) ispirato da una
canzone di Giacomo Leopardi
Nello strazio di una giovane fatta
trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed arte di un chirurgo (marzo/aprile 1819). Tutto
nasce da un drammatico fatto di
cronaca che ha come protagonista una giovane pesarese di 23
anni, Virginia Del Mazzo, che ha
concepito un figlio in assenza del
marito e che è morta per le complicazioni di un aborto praticatole da un noto chirurgo di Pesaro, Angelo Lorenzini, sposato e
con due figlie, sul quale grava il
motivato sospetto di aver messo
incinta la ragazza. Colpito dalla
tragedia di questa sua coetanea,
Giacomo Leopardi si scaglia
contro il destino che si accanisce
su coloro che soffrono e dichiara
la propria impotenza contro il
dolore inflitto a una debole creatura (“Forse l’empio tormento/
Di tue povere membra a dir
io basto/O sventurata?”); prova
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pietà per questa fanciulla
abbandonata
alla sua sorte
(“Misera,
invan le braccia/Spasimate
tendesti, ed
ambe invano/
Sanguinasti le
palme a stringer
volte,/
Come il dolor
le
caccia,/
Gli smaniosi
squarci e l’empia mano”),
condannando
l’operato di
una “Carnefice nefando, uso ne’ puri/Corpi
affondar l’acciaro”. La Donati
colloca la vicenda in un contesto
leopardiano (sono presenti fra i
personaggi Giacomo Leopardi
e suo padre Monaldo, la nonna
Virginia Mosca e lo zio Carlo
Antici) e mette in scena all’intera vicenda giudiziaria che vede
imputato di omicidio il chirurgo
pesarese che dinanzi al Tribunale criminale di Pesaro viene
condannato a sette anni di prigione, alla sospensione della professione medica e all’espulsione
dallo Stato Pontificio. Il processo
continua in seconda istanza presso il Tribunale penale d’appello
di Macerata, dove il difensore
Lorenzo Romiti riesce a ribaltare la sentenza e a ottenere l’assoluzione del Lorenzini, mentre
una precedente perizia medica
Le Cento Città, n. 46
aveva giudicato l’aborto eseguito
in modo “frettoloso e violento”
e senza le necessarie precauzioni. L’avvocato difensore smonta
la testimonianza della domestica
della famiglia Del Mazzo definita “donna di bassa condizione,
analfabeta, che ha ricordi confusi e tutto l’interesse a mentire perché avida e bisognosa di
denaro” e getta il discredito sulla
vittima dipinta come una donna
dal “comportamento leggero…
che fu vista spesso passeggiare in carrozza scoperta senza la
riservatezza d’obbligo per chi ha
un marito lontano”. Al contrario
l’imputato è “persona di indiscutibile moralità e bravura” che
ha cercato di aiutare una donna
di “dubbia moralità” decisa a
liberarsi del “frutto del peccato”.
Niente di nuovo sotto il sole:
sono le stesse argomentazioni
che continuano a risuonare nelle
aule di giustizia quando la vittima è una donna.
GLI EVENTI
Il lago dei cigni
al Teatro delle Muse
La stagione lirica 2011/2012
del Teatro delle Muse si è chiusa
in bellezza il 21 e 22 aprile con
la rappresentazione di Il lago dei
cigni di Piotr ll’jic Cajkovskij,
interpretato dal “Balletto Accademico di Stato” di San Pietroburgo con una classica, ma
intensa e suggestiva coreografia
di Marius Petipa e Lev Ivanov.
Questa giovane compagnia di
ballo è stata fondata nel 1969
dal grande coreografo Leonid
Jacobson e nel giro di pochi
anni è diventata un sicuro punto
di riferimento nella storia della
danza classica russa, continuando a portare avanti quella linea
equamente divisa fra tradizione
e innovazione voluta dal suo
fondatore. La compagnia, formata da 75 danzatori, ha vinto
alcuni prestigiosi premi ed ha
effettuato numerose tournée in
diversi Paesi, tra i quali Spagna, Italia, Israele, Grecia,
Germania, Olanda, Stati Uniti,
Giappone e Sud Africa. Nella
sua performance anconetana il
balletto è stato accompagnato
Libri ed eventi
dall’Orchestra Filarmonica Marchigiana che, sotto la direzione
del M° Mikhail Gertz, ha fornito una prova degna di nota
anche nei passaggi più impegnativi della partitura di Cajkovskij.
L’intero corpo di ballo è stato
all’altezza della sua fama per
tutto il corso dello spettacolo,
nel quale hanno assunto un particolare rilievo i primi ballerini
Ivan Zajcev/Artem Pyhacov (il
Principe), Sergej Fedarkov (il
Giullare) e le due prime ballerine Svetlana Smirnova e Alla
Bocarova, che hanno interpretato con grande intensità e raffinata leggerezza il personaggio
31
di Odette/Odille. Il Balletto di
San Pietroburgo, grazie anche
alla suggestione delle scenografie e alla variopinta eleganza dei
costumi, ha saputo esprimere la
fantasia e il virtuosismo di quello
che viene definito “il balletto dei
balletti”, esaltando la caratteristica fondamentale della danza
ottocentesca, fatta di stile aereo,
agili “punte” e mixage di brani
classici e ritmi popolari (la Polonaise del primo atto, le Danze
spagnola, napoletana, ungherese
e la Mazurka del secondo atto).
Momenti particolarmente avvincenti sono stati il Pas de deux
del Cigno Bianco e l’A solo di
Odette nel primo atto; il Pas de
deux del Cigno Nero nel secondo atto; infine nel terzo atto il
Valzer dei cigni e il Pas de deux
di Odette con il Principe.
Rossini Opera Festival 2012
La XXXIII edizione del Rossini Opera Festival propone la
novità assoluta di Ciro in Babilonia (Teatro Rossini 10, 13,
16, 19 e 22 agosto) la seconda
opera seria di Gioacchino Rossini, andata in scena nel 1812
che ebbe uno scarso successo
al suo debutto a causa di alcuni
interpreti inadeguati, ma che in
Le Cento Città, n. 46
seguito ebbe una buona accoglienza anche se limitata perché
non fu considerata uno dei capolavori. Questa ripresa in chiave
moderna attraverso una rilettura
critica della partitura rappresenterà una vera sorpresa per il
valore di alcune cavatine e arie,
duetti e cori. Lo stesso libretto
di Francesco Aventi, tratto dalla
Bibbia (Daniele 5,1-30), sarà
altrettanto sorprendente perché
presenta una trama avventurosa
e ricca di colpi di scena. La regia
di Davide Livermore s’ispira ai
kolossal storici del cinema muto
del primo Novecento attraverso l’impiego delle più moderne
tecnologie visive; la direzione
è affidata a Will Crutchefield
alla guida dell’Orchestra e del
Coro del Teatro Comunale di
Bologna. Altra gradita presenza
in cartellone sarà Il signor Bruschino (Teatro Rossini 12, 15,
18, 21 agosto), la cui regia viene
affidata a un gruppo di giovani professionisti appartenenti al
Alberto Pellegrino
teatro di ricerca, mentre scene
e costumi sono stati realizzati
dagli allievi dell’Accademia di
Belle Arti di Urbino. La terza
opera in cartellone Matilde di
Shabran (Adriaric Arena 11, 14,
17, 20 agosto), che viene ripresa secondo l’edizione del 2003
che ebbe un grande successo;
quest’anno la direzione dell’Orchestra Sinfonica Rossini viene
affidata al M° Michele Mariotti
con la presenza di grande rilievo
del tenore Juan Diego Flòrez. Il
cartellone è completato da un
ricco programma di concerti e
altre proposte teatrali, tra cui la
riproposta del Tancredi diretto
da Alberto Zedda e del Viaggio
a Reims con la storica regia di
Emilio Sagi.
Sferisterio 2012
Questa 48^ edizione di Macerata Opera Festival è segnata
dal passaggio delle consegne
per la direzione artistica da Pier
Luigi Pizzi, indiscusso maestro
della regia d’opera, a Francesco
Micheli, un giovane direttore
che si propone di mantenere la
secolare tradizione lirica di cui
l’Italia è depositaria nel mondo.
Dal modello monotematico
adottato nel passato da Pizzi
si è passato a un nuovo progetto che Micheli ha intitolato
Allievi e Maestri in onore di
Josef Svoboda che nel passato
ha rappresentato una presenza importante nello Sferisterio
di Macerata. Il nuovo direttore
ha voluto “ribadire l’eccellenza
italiana nella capacità di essere
propositori di nuovi percorsi
d’arte e bellezza”, per cui “lo
Sferisterio vedrà raccolti artisti
delle ultime generazioni ma già
di fama internazionale”. Il cartellone comprende tre titoli di
sicura popolarità: La Traviata
(20 e 29 luglio, 5 e 10 agosto)
che riprende la ormai leggendaria edizione con la scenografia
di Svoboda e la regia di Henning Brockhaus; alla direzione
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il marchigiano Daniele Belardinelli, mentre tra gli interpreti
spiccano i nomi del soprano
greco Mirtò Papatanasiu e del
tenore Ivan Magrì. La seconda
opera è La Bohème (21 e 27
luglio, 5 e 10 agosto) per la regia
di Leo Moscato e la direzione di Paolo Arrivabene; tra gli
interpreti Carmen Gianattasio
(Mimì) e Francesco Meli (che
debutta nel ruolo di Rodolfo).
Si chiude con Carmen (22 e 28
luglio, 3 e 11 agosto) affidata
al talento registico di Serena
Senigallia e alla direzione di
Dominique Trottein. Debutta
nel ruolo di Carmen la georgiana Ketevan Kemoklidze, affiancata da un artista di sicura esperienza come il tenore Roberto
Aronica; Alessandra Marinelli interpreta Micaela, mentre
Gezim Myshketa veste i panni
di Escamillo. Numerose le iniziative collaterali fra cui vanno
segnalati Trittico Novecento con
l’intervento di Roberto Bolle
e Danza all’Opera (26 luglio) e
Serata di Stelle per Mario Del
Monaco (2 agosto).
La 45a Stagione lirica di Jesi
La 45a Stagione Lirica di Tradizione di Jesi si svolge quest’anno all’insegna dei tre più grandi
compositori italiani dell’Ottocento: Bellini, Donizetti e Verdi
con tre opere collegate dal tema
della follia. Il cartellone si apre
con I Puritani (3-5-7 ottobre),
il capolavoro di Vincenzo Bellini che raramente appare sulle
scene liriche (l’opera ritorna a
Jesi dopo 150 anni). Si tratta
Le Cento Città, n. 46
dell’ultimo grande melodramma, composto da Bellini alla fine
del 1834 su libretto di Carlo
Pepoli tratto dal dramma Tetes
ronde set cavaliers di François
Polycarpe d’Ancelot e Boniface Xavier Saintaine, a sua volta
ispirato al romanzo I Puritani
di Scozia di Walter Scott. Bellini manifesta in questo lavoro,
oltre al suo genio lirico, un’aura
drammatica di notevole intensità, una grande versatilità e raffinatezza musicale, aprendo a
nuovi orizzonti espressivi per il
mondo della lirica con grandi
pagine musicali a cominciare
con il coro iniziale che introduce
il tema della guerra, seguito dalla
preghiera a quattro voci che è
la prima gemma dell’opera, cui
si aggiungono il duetto bassosoprano Sorgea la notte folta,
il quartetto e coro A te o cara,
la splendida e lacerante scena
della pazzia, una grande elegia
del dolore che sfocia nella follia.
Nel secondo atto risaltano l’aria
di grande intensità sentimentale
O rendetemi la speme e il celebre duetto Suoni la tromba, e
intrepido, destinato a suscitare
un acceso entusiasmo patriottico. Nel terzo atto infine hanno
un particolare rilievo la canzone
d’amore di Arturo, il terzetto più
coro Qual mai funesta e il duetto
conclusivo tra Elvira e Arturo.
Il cartellone 2012 comprende
come si è detto il Macbeth di
Giuseppe Verdi (7/9/11 novembre) e la Lucia di Lammermoor
di Gaetano Donizetti (21/23/25
novembre) con le scene del
cecoslovacco Josef Svoboda
(1920-2002), che può considerarsi il più grande scenografo
del secondo Novecento per aver
compiuto un’autentica rivoluzione scenografica basata sull’uso
creativo dell’illuminazione, per
cui è stato un “mago della luce”.
Un altro merito di Svoboda è
l’aver introdotto in teatro l’uso
delle immagini fotografiche e
cinematografiche attraverso un
funzionale impiego dei linguaggi
iconici, con i quali egli riusciva a
creare atmosfere assolutamente
“magiche” senza mai tradire la
natura e i contenuti dei testi teatrali o operistici messi in scena.
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Le Cento Città, n. 46
Vita dell’Associazione
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Visite e convegni
di Giovanni Danieli
Facoltà di Medicina e Chirurgia
con la collaborazione de Le Cento Città
Facoltà di Economia “G. Fuà”
Università Politecnica delle Marche
Le Cento Città e le nuove energie
Agrà-Natale Patrizi, Granturco (2007), particolare, collezione privata.
Riflessioni per un futuro migliore tra tecnica, economia e paesaggio
Vincenzo Pagani, i Santi medici Cosma e Damiano (part.), Chiesa di S. Agostino, Ascoli Piceno
Le Cento Città
Associazione per le Marche
Marco Belogi, Walter grassi,
giovanni PrinciPato, Walter scotucci
gaBrielli
Ancona 16 maggio 2012 - ore 16,00
Sala del Rettorato, Piazza Roma
errebi grafiche ripesi
errebi grafiche ripesi • falconara
Santi
in
Medicina
Storie di santi
che fanno i medici
e di medici
che fanno i santi
con la moderazione di
grazia calegari e arMando
presiede
antonio Benedetti
Ancona, 26 Aprile 2012 ore 16,00
Convegno annuale
Facoltà di Medicina, Auditorium Montessori
Ancona, 26 aprile 2012
Le Cento Città e le nuove energie
Ancona 16 maggio 2012
Santi in Medicina
In collaborazione con la Facoltà di Economia
e con il fondamentale contributo del suo Preside
Gianluca Gregori si è svolto il Convegno Le Cento Città e le nuove energie, riflessioni per un futuro
migliore tra tecnica, economia e paesaggio.
Il Convegno, moderato da Ilaria Visentini giornalista de Il Sole 24 ore, si è basato sulle relazioni
di Stefano Marasca, Fabio Polonara, Pietro Maria
Putti e sugli interventi dei Soci Mario Canti, Luciano Capodaglio ed Emilio D’Alessio che hanno
riferito il pensiero dell’Associazione sul tema. Il
Convegno si è concluso con una Tavola rotonda alla quale hanno partecipato gli imprenditori
marchigiani Luciano Brandoni, Mauro Carbonetti, Massimo Fileni, Andrea Ilari, Sergio Rotunno
e Federico Vitali.
La presentazione del Convegno e la moderazione degli interventi dei nostri Soci sono state curate dal Presidente Ettore Franca, mentre Gianluca
Gregori ha moderato gli interventi degli imprenditori e ha concluso il Convegno, che è apparso
di grande attualità, di grande interesse e che ha
appassionato il pubblico in sala.
Nella sede della Facoltà si è svolto il XIV Convegno annuale dedicato, come i precedenti, alla riscoperta e alla valorizzazione delle radici storiche
della cultura medica nella nostra Regione.
Per il settimo anno consecutivo la nostra Associazione ha avuto il privilegio di collaborare con la
Facoltà di Medicina nella realizzazione dell’evento, quest’anno dedicato a Santi in Medicina ossia
Storie di santi che fanno i medici e di medici che
fanno i santi.
La moderazione del Convegno, dopo il saluto
del Presidente, è stata curata dal Prof. Armando
Gabrielli Vice Preside della Facoltà e dalla Prof.
ssa Grazia Calegari, storica dell’arte.
La lettura introduttiva è stata di Walter Grassi su
Fede, magia e superstizione nella pratica medica,
le relazioni sono state tenute da Marco Belogi (I
Medici santi, culto ed immagine), Giovanni Principato (I Santi ausiliatori) e Walter Scotucci (Imitatori di Cristo in terra marchigiana, figure poco
note nel vasto panorama ageografico regionale).
Un folto pubblico di Docenti, Studiosi, Soci e
Studenti ha seguito l’importante convegno.
Le Cento Città, n. 46
Vita dell’Associazione
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Pesaro, S. Angelo in Lizzola, Candelara, 10 giugno
2012
Visita dell’Alta Valle del Foglia
Preparato dal Presidente Ettore Franca, si è svolto
il quarto itinerario annuale dell’Associazione, come
sempre dedicato alla riscoperta delle tradizioni storico-artistiche paesaggistiche ed enogastronomiche
delle Marche”minori”. Si è iniziato con la visita al
Palazzo Ducale di Pesaro, grazie alla cortesia del
Prefetto Dott. Attilio Visconti, e con la brillante guida della Dott.ssa Silvia Orlandi; ha fatto seguito la
visita de Il Conventino, azienda elaio-gastronomica
di Edilio Marcantonio che ha trasferito alla cultura
i concetti di produzione industriale, conseguendo
il massimo nella gamma degli olii DOP e dei vini
DOC/IGT ottenuti dagli oliveti e dalle vigne dei
propri campi.
L’intervallo eno-gastronomico è stato splendidamente curato da Romano Lorenzi, patron del Piccolo Mondo.
Hanno fatto seguito a S. Angelo in Lizzola la visita
della Chiesa di S. Egidio, proprietà del Conte Giancarlo Cacciaguerra Perticari che è stato brillante
presentatore dell’edificio; si tratta di una chiesa dotata di un ricco apparato barocco seicentesco con
altare in legno dorato e corredata da trenta dipinti
di Giovanni Venanzi, allievo di Simone Cantarini;
di grande rilievo un crocifisso ligneo del veneziano
Francesco Planta.
A Candelara si è visitata la Pieve di S. Stefano, struttura romanica a pianta a croce greca, con all’interno, frammenti di affreschi del cinquecento e pale di
altare, una delle quali, la Madonna del Rosario di
Claudio Ridolfi.
Croazia 21-23 giugno 2012
Viaggio annuale dell’Associazione
Il primo giorno del viaggio, iniziato dopo la traversata notturna dell’Adriatico, ha permesso la visita
di Salona, il maggiore complesso archeologico della Croazia, di cui rimangono i resti dell’imponente
cinta muraria con torri e porti, del foro romano, di
un teatro, del palazzo del governatore, dell’anfiteatro, di un episcopio e di una chiesa paleocristiana
costruita sui sepolcri di alcuni martiri salonitani.
A Spalato si è ammirato il palazzo di Diocleziano,
grande villa-cittadella fortificata, struttura autonoma dedicata all’imperatore che, per restarci in eterno, aveva ivi predisposto il suo mausoleo.
Sempre nella prima giornata, visita di Trogir, una
delle città più belle della costa dalmata, ora patrimonio dell’umanità, con la stupenda cattedrale romanica di S. Lorenzo.
La seconda giornata, dopo la “scoperta” della città
di Nin nell’isoletta omonima, è stata dedicata alla
visita di Zara ed ai suoi numerosi e importanti monumenti; di particolare suggestione è stato ascoltare
l’organo marino che suona grazie ad un movimento
delle onde.
A Pola, nel terzo giorno di viaggio, il momento più
suggestivo è stato la visita dell’Arena, simbolo della
città e uno degli anfiteatri dell’ età romana meglio
conservati.
Ad Aquileia infine è stata ammirata la Basilica dei
patriarchi risalente al III secolo dopo Cristo nel suo
nucleo originale romanico, rimaneggiato in forme
gotiche nel ‘300 poi, sotto Venezia, in stile rinascimentale. Indimenticabili i mosaici del IV secolo che
costituiscono il pavimento della Basilica.
Fermo, Monte S. Giusto, la Coriolana, Mogliano,
1° luglio 2012
Itinerario sulle orme di Lorenzo Lotto
Ideato ed organizzato dai Past-President Walter
Scotucci ed Alberto Pellegrino. Walter Scotucci,
partendo dal concetto che tutta l’arte è contemporanea sono state confrontate, in sei sedi diverse, tre
pale di altare di Lorenzo Lotto con otto grandi dipinti del pittore Mario Vespasiani, per richiamare
quel dinamismo mentale e corporale che è la “Quarta dimensione della pittura”.
I tre capolavori di Lorenzo Lotto ammirati, presenti in alcuni prestigiosi luoghi di culto nella diocesi fermana, sono stati la Crocifissione di Monte S.
Giusto, la Madonna in gloria col bambino e Santi di
Mogliano e la Madonna in gloria coi Santi Girolamo
ed Andrea nella Chiesa di Sant’Agostino a Fermo.
Accanto a queste tele, per la prima volta, le intuizioni di un artista contemporaneo che, mettendo
in risalto il primo piano del volto di alcuni soggetti
di persone reali che hanno posato per lui in studio,
restituisce quegli stati d’animo dei protagonisti che
nell’opera del Lotto fanno parte di una più articolata composizione.
Alberto Pellegrino ha curato la parte storica della
visita illustrando il palazzo Bonafede a Monte S.
Giusto e a Mogliano, con la preziosa collaborazione
di Cecilia Guarino Direttrice della locale Biblioteca
il palazzo Forti ed il teatro Apollo, uno dei piccoli
ma preziosi teatri delle Marche, con pianta a ferro
di cavallo. In quest’ultima sede Alberto e Paola Pellegrino hanno recitato poesie di quattro poeti marchigiani, Giuseppe Mazzini, Luigi Bartolini, Libero
Biagiaretti ed Ugo Betti.
L’intervallo tra Monte San Giusto e Mogliano è stato trascorso nell’antico casino di caccia del Cardinale Bonafede, ora dimora estiva di Hermas e Cinzia
Ercoli.
La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di
Bancadell’Adriatico,BancaMarche,Carifano,Carisap,Co.Fer.M.,
Fox Petroli, Gruppo Pieralisi, Santoni, TVS
Le Cento Città, n. 46
Album di Romano Folicaldi
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Convegno Le Cento Città e le nuove energie: la Tavola rotonda con gli Imprenditori marchigiani, la Sala
del Rettorato ove si è svolto il Convegno, la moderatrice Dott.ssa Ilaria Vesentini ed i Relatori.
Le Cento Città, n. 46
Vita dell’Associazione
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Prof.ssa Grazia Calegari
Prof. Armando Gabrielli
Prof. Walter Grassi
Dott. Marco Belogi
Prof. Giovanni Principato
Dott. Walter Scotucci
Moderatori e Relatori nel Convegno Santi in Medicina
Le Cento Città, n. 46
Album di Romano Folicaldi
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Per Giancarlo Cacciaguerra Perticari
Il viandante che nel primo pomeriggio del 10 giugno si fosse trovato a
passare davanti alla Chiesa di Sant’Egidio a Sant’Angelo in Lizzola e sentendo delle voci venire dall’interno vi
ci si fosse infilato dentro con timore
e titubanza, approfittando del fatto
che il portale era rimasto socchiuso, avrebbe potuto, quasi incredulo,
ascoltare la storia di come l’ultimo
discendente di nobili casati, avesse
realizzato un’impresa da tutti giudicata impossibile, con una ostinazione
che solo l’amore e l’intelligenza con
cui l’aveva portata a termine, la differenziava dalla follia.
Era la storia della ricostruzione
di questa Chiesa completamente distrutta durante la guerra, un pezzo
della storia della sua famiglia, in un
luogo che aveva visto la presenza di
poeti, musicisti e letterati, e dopo di
loro di altre intelligenze delle quali
non conoscere fin dove si fosse spinta la loro curiosità, rischia di non far
comprendere appieno la loro grandezza. È sicuramente un caso, una
casuale coincidenza che in un giorno
come quello di cui stiamo parlando,
quasi settant’anni fa si fosse materializzata anche per l’Italia quella follia
totalitaria che, dagli Urali al Mediterraneo, avrebbe provocato stermini e
devastazioni.
Bambino, aveva ancora nelle orecchie il suono delle campane a martello, quel pomeriggio, in luoghi dove il
loro suono ancor oggi fa parte della
percezione che quel paesaggio offre
di sé. E quanto avrebbe visto filmato,
molti anni dopo, l’enorme folla ossia,
radunata nella piazza romana, contrastava con la solitudine in cui si era
trovato in quel momento, nella grande stanza dal soffitto a volta, decorato
con grottesche e figure stile impero.
La guerra di cui tante volte aveva
ascoltato i racconti, adesso era lì e
l’unica cosa che riusciva a percepire
era l’inquietudine causata dal fatto
che, anche per un bambino, si materializzava per la prima volta il senso
di incertezza per il futuro, la sensazione che da quel momento in avanti
le cose non sarebbero state più come
prima.
Ma tornando sui suoi passi, il nostro pellegrino pensava a come avrebbe potuto raccontare tutto quanto gli
era successo di vedere e di ascoltare
in quella giornata: sicuramente le parole non sarebbero state sufficienti,
almeno quelle di cui lui disponeva,
per il timore che quanto avrebbe raccontato sarebbe stato frainteso come
retorico, o non sufficientemente considerato nel suo valore: e questo gli
dispiaceva troppo.
Le botti de Il Conventino, il conte Cacciaguerra mentre illustra la
Chiesa di Sant’Egidio alla prof.ssa Calegari, al prof. Mario Passeri e
Signora e ad altri Soci, il presidente Ettore Franca. Foto R. Folicaldi
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Vita dell’Associazione
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Viaggio in Croazia - foto di Romano Folicaldi
Itinerario tra Fermo, Monte San Giusto e Mogliano - foto di Mario Canti
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