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Associazione Teatrale
associata
Pescara Colli
Domenica 18 aprile 2011
L’Associazione Teatrale PerStareInsieme organizza per il terzo anno consecutivo una gita
nella quale si abbinano religione, cultura e spettacolo. Nel ringraziarvi per la partecipazione
a questo importante appuntamento culturale, vi augura una buona giornata con la speranza
che il programma che è stato predisposto sia di vostro gradimento.
Questo semplice opuscolo per le notizie generali sui luoghi da visitare, sul programma e su
quanto ci è sembrato utile sottoporre alla vostra attenzione.
Affinché possa essere garantita una buona riuscita dell’evento, è necessario attenersi agli
orari ed al programma sotto riportati. Per qualsiasi informazione ed esigenza rivolgersi a
Gianni (cell. 3357691590) o a Ferdinando (cell. 3401483349). Grazie e buona giornata a
tutti.
PROGRAMMA
Ore 6,30 – Partenza da Strada Pandolfi (Piazzale della Nuova Chiesa)
Ore 10,30 – S. Messa nella Basilica Inferiore di S. Francesco. Visita liberaai luoghi francescani
Ore 12,30 – Partenza per S. Maria degli Angeli
Ore 13,00 – Pranzo al sacco condiviso presso Le Stuoie
Ore 14,30 – Partenza per Perugia e visita libera alla città
Ore 16,30 – Ritrovo al Teatro Morlacchi per ritirare i biglietti al botteghino
Ore – 19,30 circa Partenza da Perugia
Ore – 23,30 circa Rientro a Pescara
È prevista una sosta lungo il percorso.
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La città si allunga sulle pendici del Monte
Subasio, al di sopra della pianura in cui
scorrono il Topino e il Chiascio.
Benché possa vantare un'origine di epoca romana,
l'attuale aspetto di Assisi, tanto degli edifici quanto
del tessuto urbano, è stato sicuramente determinato
dallo sviluppo medioevale.
Il nucleo più antico della cittadina è protetto da un
apparato difensivo costituito da otto porte di accesso
fortificate e da una lunga cinta muraria, ancora in
ottimo stato di conservazione, che fa capo a due
castelli: la Rocca Maggiore, ricostruita dal Cardinale
Albornotz nel 1367 e la Rocca Minore.
Sorge oggi là dove il Santo aveva scelto di essere sepolto,
nella zona di Assisi che nel medioevo era nota come "colle
dell'inferno", ovvero il luogo che in quell'epoca era destinato alle
esecuzioni pubbliche.
Il cantiere della Basilica di San Francesco fu aperto nel 1228 per
volontà di Papa Gregorio IX e grazie all'attività di frate Elia, vicario
dell' ordine scelto dallo stesso San Francesco.
Furono sufficienti solo due anni per terminare la struttura
architettonica della Basilica inferiore di Assisi e solo altri sei per
inaugurare la Basilica superiore di San Francesco.
L'aspetto attuale della basilica di San Francesco è tuttavia il frutto
di vari interventi fra cui è bene ricordare la realizzazione del
campanile con cuspidi (1239), la costruzione di un portico antistante la Basilica inferiore ('400) e di un atrio
in pietra ancora per il portale della Basilica inferiore (1445), l'eliminazione delle cuspidi dal campanile
(1518).
L'edificio è oggi composto da due chiese sovrapposte, quella superiore ha aspetto gotico, luminoso e
slanciato , quella inferiore invece, a cui si accede attraverso un portale gotico del 200, è bassa ed austera.
Qui l'interno ad una navata con transetto ospita gli straordinari "affreschi allegorici" di Giotto, la "Madonna
Angeli e San Francesco" e i "Cinque Santi" di Simone Martini, gli "Episodi della vita e della passione di
Cristo", la "Madonna e Santi" e le "Stigmate" di Lorenzetti.
Ancora opere di Simone Martini e Giotto sono rispettivamente nella prima cappella destra con la "Vita di
San Martino" e nella terza con "Santi e storie della Madonna". Nel 1818 in seguito agli scavi sotto l'altare
furono riportate alla luce e, dopo attento esame ufficialmente riconosciute, le spoglia del Santo; solo due
anni più tardi, per volontà del Papa Pio IX, fu avviata la costruzione della cripta in stile neoclassico nella
Basilica inferiore.
L'aspetto attuale è tuttavia il frutto di un'opera di semplificazione avvenuta intorno al 1920. La chiesa
superiore ad una sola navata con abside e raffinate vetrate del 1200 è affrescata con il ciclo "La vita del
Santo" di Giotto realizzato fra il 1296 e il 1300, con le "Storie del Vecchio e Nuovo Testamento" della scuola
del Cimabue e nel transetto, nella crociera e nell' abside con affreschi dello stesso Cimabue risalenti al
1277 oltre ad opere di altri maestri quali Cavallini e Torriti.
Si trovano nella Basilica Superiore. Tra colonna e colonna sono
poste le 28 scene della vita del Santo, che quindi non sono come
"quadri" appesi su pareti a sfondo geometrico come nei cicli di
affreschi di scuola romana presenti anche nel registro superiore. Ciascuna scena è grande 230 x 270 cm ed
è dipinta ad affresco con ritocchi a secco quasi inesistenti (o perduti). La lettura delle scene inizia vicino
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all'altare lungo la parete destra, poi prosegue nella controfacciata e infine nella parete sinistra fino a
tornare vicino all'altare. Vi sono raffigurati episodi della vita del santo dalla giovinezza alla morte ai
presunti miracoli postumi, con un'alternanza tra episodi storici ufficiali e leggende agiografiche.Secondo i
più recenti studi, il ciclo di Assisi sembra essere suddiviso in tre gruppi distinti: il primo e l'ultimo di sette
quadri ciascuno, il mediano di sette coppie, quattordici in tutto.
I primi sette episodi rappresentano l'iter della conversione di San Francesco sino all'approvazione della
regola. Il gruppo centrale, considerato evidentemente il principale, mostra tutto lo sviluppo dell'Ordine con
San Francesco, sino alla sua morte. Gli ultimi sette sono le esequie e la canonizzazione del Santo, compresi i
miracoli post mortem ritenuti necessari a questa. Sono ispirati alla Legenda maior, biografia di S. Francesco
scritta da Bonaventura di Bagnoregio. Nel primo gruppo San Francesco è senza l'Ordine, nel secondo è
insieme all'Ordine, nel terzo è l'Ordine che prosegue l'opera di San Francesco.
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Francesco onorato da uomo semplice - La pittura non è di mano di Giotto
Francesco dona il mantello a un povero - Il colore bianco del cavallo e delle colonne è diventato
nero per effetto dell'ossidazione del colore dovuta ad umidità
Il sogno delle armi
Preghiera in San Damiano
Francesco rinuncia ai beni terreni - Le persone sono divise in due gruppi ben definiti,
rappresentanti il passato e il futuro di Francesco; il giovane è ritratto a mani alzate verso la
mano di Dio che appare in alto.
Sogno di Innocenzo III - Durante un sogno il Papa vede l'umile Francesco che regge la Basilica del
Laterano.
Innocenzo III conferma la Regola francescana
Apparizione di Francesco su un carro di fuoco
Visione dei troni
Cacciata dei diavoli da Arezzo
Francesco davanti al Sultano - Francesco è sottoposto alla prova del fuoco; davanti a lui i
preziosi regali donatigli dal sultano Melek el Kamel che, però, il frate rifiuta
Francesco in estasi
Il Natale di Greccio - Anche se le fonti indicano che il fatto è avvenuto a Greccio, nel reatino,
l'ambientazione ricorda la Basilica inferiore di Assisi.
Il miracolo della sorgente
La predica agli uccelli
Morte del cavaliere di Celano
Predica davanti ad Onorio III
San Francesco appare al Capitolo di Arles
Francesco riceve le stimmate
Morte di San Francesco
Visioni di frate Agostino e del Vescovo di Assisi
Girolamo esamina le stimmate
Saluto di Chiara e delle sue compagne a Francesco
Canonizzazione di San Francesco (Luglio 1228, bolla papale Mira circa nos)
Francesco appare a Gregorio IX
Guarigione dell'uomo di Ilerda - La pittura non è di mano di Giotto, forse del Maestro della
Santa Cecilia
Confessione della donna resuscitata - La pittura non è di mano di Giotto, forse del Maestro della
Santa Cecilia
Francesco libera l'eretico Pietro di Alife - La pittura non è di mano di Giotto, forse del Maestro
della Santa Cecilia
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Il n. 20 indica dove si trovano i
ventotto affreschi di Giotto
sulla Vita di S. Francesco
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La cappella è situata in una
zona denominata
"Portiuncula". Rimasta per
lungo tempo in stato di abbandono, viene restaurata da san Francesco.
Egli qui comprende chiaramente la sua vocazione e qui fonda l'Ordine
dei Frati Minori nel 1209, affidandolo alla protezione della Vergine
Madre di Cristo, cui la chiesina è dedicata. Dai Benedettini ottenne in
dono il luogo e la cappella per farne il centro della sua nuova
Istituzione.Il 28 marzo 1211, Chiara di Favarone di Offreduccio vi riceve
dal Santo l'abito religioso, dando inizio all'Ordine delle Povere Dame
(Clarisse).
Francesco morì nella Porziuncola la sera del 3 ottobre del 1226.
L’indulgenza
Nel 1216, in una visione, Francesco ottiene da Gesù stesso l'Indulgenza
conosciuta come "Indulgenza della Porziuncola" o "Perdono di Assisi",
approvata dal Papa Onorio III. Alla Porziuncola, che fu ed è il centro del francescanesimo, il Poverello
raduna ogni anno i suoi frati nei Capitoli (adunanze generali), per discutere la Regola, per ritrovare di
nuovo il fervore e ripartire per annunciare il Vangelo nel mondo intero. Una notte dell'anno 1216,
Francesco è immerso nella preghiera, quando improvvisamente dilaga nella chiesina una vivissima luce ed
egli vede sopra l'altare il Cristo e la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli.
Essi gli chiedono allora che cosa desideri per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco è immediata:
"ti prego che tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, ottengano ampio e
generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe"."Quello che tu chiedi, o frate Francesco,
è grande - gli dice il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua
preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza". Francesco si
presenta subito al Pontefice Onorio III che lo ascolta con attenzione e dà la sua approvazione. Alla
domanda: "Francesco, per quanti anni vuoi questa indulgenza?", il santo risponde: "Padre Santo, non
domando anni, ma anime". E felice, il 2 agosto 1216, insieme ai Vescovi dell'Umbria, annuncia al popolo
convenuto alla Porziuncola: "Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!".
Condizioni per ottenere l'indulgenza
Visita al Santuario con la recita di un Pater e Credo. Confessione sacramentale e S. Comunione. Preghiera
secondo l'intenzione del Sommo Pontefice (per esempio Pater, Ave e Gloria). I pellegrini possono ottenere
l'indulgenza tutti i giorni dell'anno.
San Francesco il poverello di Assisi (1911) film muto
Frate Sole (1918) film muto
Frate Francesco (1927)
S. Francisco de Asìs (Il poverello di Assisi) (1944) film messicano
Francesco, giullare di Dio (1950) di Roberto Rossellini
La tragica notte di Assisi, - L'angelo di Assisi (1960)
Francesco d'Assisi (1966) di Liliana Cavani con Lou Castel
Fratello sole, sorella luna (1971) di Franco Zeffirelli
Francesco (1973)
Francesco (1988) di Liliana Cavani con Mickey Rourke
Francesco (2002) – miniserie televisiva - Canale 5 con Raul Bova
Chiara e Francesco (2007) miniserie televisiva - Rai
Forza venite gente (1981) - Musical
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domina la Valle del Tevere dall'alto di un colle aspro e
irregolare: la particolare conformazione del terreno ha prodotto
una grande varietà di situazioni urbanistiche,
conferendo
alla
città
un
aspetto
particolarissimo.
Il ricchissimo patrimonio artistico e culturale e
l'ambiente naturale circostante rendono
Perugia città unica di primaria importanza, e
questo fin dagli albori della sua storia.
Perugia sorge in un'area già abitata in epoca
villanoviana; è in un primo tempo
insediamento umbro, quindi passa sotto il
controllo degli etruschi, divenendo il più importante centro dell'Alta Valle del Tevere.
Conquistata da Roma, Perugia viene coinvolta profondamente nella guerra civile tra
Antonio e Ottaviano; quest'ultimo la conquista nel 40 a.C. :la città, dopo aver subito
molti danni, viene ricostruita e acquista l'appellativo di "Augusta".
Dopo la caduta dell'Impero Romano Perugia viene distrutta da Totila nel 547; in
seguito fa parte dei domini bizantini; nel secolo XI diventa un potente Comune
indipendente alleato dello Stato Pontificio.
Il XIV secolo è segnato da furiose lotte interne tra nobili (Beccherini) e popolari
(Raspanti), e dalla guerra contro il Papato, che vuole ricondurre le città umbre sotto il
proprio controllo; la guerra si conclude con la pace di Bologna nel 1370, quando
Perugia è costretta a riconoscere l'autorità papale.
Anche nei secoli successivi la città continua ad essere divisa in varie fazioni in lotta
per il potere: il governo dei popolari guidato da Biordo Michelotti viene sostituito
dalla signoria del capitano di ventura Braccio Fortebracci da Montone; le famiglie più
importanti tramano congiure e compiono stragi, provocando un profondo declino
politico e morale.
Nel 1540 Perugia viene posta direttamente sotto il controllo dello Stato Pontificio, e
Paolo III fa costruire da Antonio da Sangallo la Rocca Paolina, simbolo del potere
papale sulla città.
Il dominio papale continua, salvo brevi intervalli durante l'occupazione francese e la
Repubblica Romana, fino alla nascita del Regno d'Italia.
La Perugia di oggi è una città moderna e cosmopolita, conosciuta in tutto il mondo
per le sue manifestazioni culturali e la sua Università per Stranieri; orgogliosa della
sua tradizione storica e delle bellissime vestigia del passato, si lascia ammirare nei
suoi mille angoli in cui passato e presente si integrano e creano un'atmosfera
indimenticabile.
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Il centro monumentale di Perugia è rappresentato da
piazza IV Novembre e dalle ripide vie che arrivano a
toccare le mura più antiche, appartenenti all'originario nucleo etrusco, al quale si
accedeva attraverso le antiche porte.
La piazza è, senza alcun dubbio, una delle più belle d'Italia; splendide costruzioni vi si
affacciano, ed al suo centro domina la FONTANA MAGGIORE: questa bellissima
fontana medievale venne realizzata nella
seconda metà del XIII secolo, a conclusione
di
un'importante
opera
pubblica,
l'acquedotto che portava acqua in città dal
Monte Pacciano. Architetto e supervisore
dei lavori fu Fra' Bevignate, mentre le
splendide decorazioni scultoree sono di
Nicola e Giovanni Pisano.
La struttura è formata da due vasche
poligonali
sovrapposte,
rivestite
da
splendide formelle raffiguranti mesi,
personaggi biblici e mitologici, santi, animali, e personificazioni di scienze, virtù e
luoghi geografici.
Il monumento, tra gli esempi più alti del Gotico in Italia, è molto importante anche
dal punto di vista simbolico-politico: rappresenta la città al culmine della propria
affermazione, riunendo in sé aspetti civili e religiosi, e temi sacri e profani.
Un lato della piazza è occupato dal PALAZZO DEI PRIORI, che rappresentò nel
Medioevo la residenza delle
massime autorità politiche
della città: nel 1298 venne
costruito il primo nucleo della
struttura
e
nel
1353
terminarono i lavori.
Il
Palazzo,
costruito
in
travertino e pietra bianca e
rossa di Bettona, presenta sul
lato prospiciente la fontana il
grande portale ogivale che
immette nella bellissima Sala
dei Notari, rettangolare, con volta sostenuta da arconi romanici e pareti coperte da
affreschi.
La facciata presenta due ordini di trifore.
Il lato del Palazzo che costeggia Corso Vannucci ha un andamento curvilineo: è
caratterizzato da trifore e quadrifore, e ha un notevole portale a sesto tondo.
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All'interno del Palazzo ha sede la GALLERIA NAZIONALE DELL'UMBRIA, la più
importante raccolta d'arte della Regione per i periodi medioevale e moderno.
A piano terra si possono ammirare la sala del COLLEGIO DELLA MERCANZIA e quella
del COLLEGIO DEL CAMBIO, le corporazioni più potenti in città nel Medioevo.
L'Arte dei Mercanti stabilì la sua sede nel Palazzo nel 1390 e a sue spese fece rivestire
in legno di pioppo e noce la sala delle udienze: è una decorazione molto particolare e
piuttosto rara in Italia.
L'Arte dei Cambiatori di moneta si collocò in quest'ala del Palazzo a metà '400; in
questa sede si trova l'opera più importante che il Perugino esegue in città, uno degli
esempi più significativi dell'arte rinascimentale in Italia: una serie di affreschi che
rappresentano gli eroi dell'antichità e le virtù.
La parte alta della piazza è occupata dalla CATTEDRALE DI S. LORENZO: i lavori per la
sua costruzione iniziarono nel'300 e terminarono alla fine del '400.
Il fianco sinistro, quello affacciato sulla piazza, presenta la statua bronzea di Giulio II,
il portale dello Scalza e grandi finestre gotiche; inoltre possiamo ammirare gli archi
della Loggia di Braccio (1423): sotto la loggia ci sono un tratto di mura romane, il
basamento dell'antico campanile e la copia della Pietra della Giustizia, un documento
del Comune risalente al 1200.
La facciata della chiesa, su piazza Danti, è stata ristrutturata in forme barocche.
L'interno, diviso in tre navate, contiene interessanti opere d'arte: da segnalare la
Cappella del Santo Anello, in cui si conserva, secondo una vecchia tradizione, l'anello
della Madonna; la Cappella di S. Bernardino; il bellissimo coro di Giuliano da Majano e
Domenico del Tasso.
Giuseppe Baciocchi (Via Maestà delle Volte ) sculture e
modellini in legno.
Veneziano (Corso Vannucci 26) stoffe pregiate. Di fronte (n. 23) Gioielleria Forghieri.
Maestri Cartai Editori (Via Alessi 4) carta pregiata, lampade, album, orologi.
Giuditta Brozzetti (via Berardi 5/A) tessuti battuti a mano su antichi telai.
Xilocart (via S. Galigano 3) carta stampata a mano.
Franchi (Piazza Matteotti 41) storica profumeria dal 1921.
Balducci (Via S. Ercolano 9) tendaggi, tappezzerie e tappeti dal 1895.
La Bottega dei Sogni (Corso Cavour 11) tradizione artigianale italiana.
Perugina (Corso Vannucci 10) Cioccolata.
Pasticceria Sandri (Corso Vannucci 32) Pinoccate e Linzer Torte.
Antica Latteria Perugia (Via Baglioni 5) Cioccolata calda con maritozzi alla panna.
Cioccolateria Augusta Perusia (Via Pinturicchio, 2) Cioccolata.
Caffè di Perugia (via Mazzini 10) Produzione artigianale di cioccolato.
Gambrinus (Via Bonazzi) Gelateria artigianale (gelato al gusto di pinoli).
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già Teatro del Verzaro,
è il maggiore teatro di
Perugia.
Prende
il
nome
dal
celebre
musicista
perugino
Francesco Morlacchi.
Nel 1777 la borghesia
cittadina decise di
costruire un nuovo
teatro in risposta ai
nobili che avevano
costruito il Teatro del Pavone; per far questo novanta famiglie costituirono la "Società
per l'edificazione di un nuovo teatro", la quale comprò un vecchio convento di
monache ed affidò il progetto all'architetto perugino Alessio Lorenzini. Questi diede
alla sala la classica forma di ferro di cavallo e dovette affrontare il problema del poco
spazio a disposizione: infatti per riservare un palco per ogni famiglia committente
(cinque ordini di palchi da 27) decise di disporre l'intera struttura in diagonale e
ridurre lo spazio a disposizione dell'ingresso.
I lavori, iniziati nel giugno 1778, si conclusero ad aprile del 1780. L'inaugurazione si
tenne il 15 agosto 1781 e al teatro, che all'epoca poteva ospitare 1200 spettatori, fu
dato il nome di "Teatro Civico del Verzaro". Ai lavori parteciparono i migliori artisti
locali dell'epoca, come Baldassarre Orsini e Carlo Spiridione Mariotti.
Nel 1874 fu ristrutturato e modificato da Guglielmo Calderini, che gli diede la sua
struttura attuale; contemporaneamente fu ridecorato da artisti come Francesco
Moretti e Mariano Piervittori, che si occupò del sipario del soffitto. Alla nuova
inaugazione il teatro fu intitolato al musicista perugino Francesco Morlacchi.
L'attività del teatro continuò fino agli inizi del XX secolo, ma decadde durante gli anni
del fascismo fino ad essere requisito dai tedeschi durante l'occupazione della città,
per destinarlo a spettacoli per i loro soldati. Finita la guerra, il teatro era seriamente
danneggiato così, il Comune, a cui fu ceduto, fra il 1951 e il 53 finanziò i lavori di
restauro, consistente nel rifacimento delle coperture, nella modifica del palcoscenico,
nel golfo mistico e nelle pavimentazioni in marmo dell'atrio e del foyer.
Attualmente il teatro dispone di 785 posti. Il palcoscenico misura 20 metri in
larghezza, 10,5 metri in profondità. Il boccascena è largo 10,5 metri.
da Wikipedia.it
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La pièce è tratta da Sleuth (Il segugio) scritto da Anthony Shaffer nel 1969 e
vincitore del Tony Award nel 1971 per la migliore commedia dell’anno. La
prima teatrale della commedia fu a Londra nel 1970 e, successivamente,
debuttò a Broadway dove rimase in scena per 4 anni, a Londra, invece, le
repliche si protrassero per ben 8 anni. Ancora oggi il testo è rappresentato
nei maggiori teatri del mondo e, visto il suo successo, è stato riadattato già
due volte per il cinema. Entrambi gli adattamenti cinematografici hanno
avuto lo stesso titolo: Sleuth. Gli insospettabili. La prima versione è del 1972
diretta da Joseph L. Mankiewicz, mentre la più recente è del 2007 per la
regia di Kenneth Branagh. In quest’ultima versione, presentata anche al
Festival di Venezia. Michael Caine interpreta lo scrittore Andrew Wyke,
mentre in quella del 1972 interpretava Milo Tindle.
Scrive Glauco Mauri nel suo sito (www.mauristurno.it) “Il titolo Sleuth è
molto misterioso […] Shaffer non ne ha mai dato una vera spiegazione e
l’idea che ci appare più affascinante è che “sleuth” sia lo spettatore stesso.
Lui è il segugio che investigando deve scoprire, nascosti nei tanti inganni, i
sentimenti che si agitano nei due protagonisti. “L’inganno” appunto, con
tutti i suoi grotteschi e a volte crudeli “giochi” è il caso da risovere. […] sotto
l’apparente superficialità di un abile racconto si avverte un’amara
considerazione sulla stupida follia che così spesso devasta il rapporto tra gli
uomini. Andrew Wyke e Milo Tindle sono diversi. Milo ha fatto della sua
difficile esistenza una lotta col desiderio di rivincita sulla sua condizione di
semi emarginato; Andrew della sua ne ha fatto invece un continuo gioco di fantasia per sfuggire alla noia
della vita. Ma alla fine i due uomini finiranno per scambiarsi i ruoli: ognuno sarà vittima e carnefice. Due
uomini che giocano ad ingannarsi nei loro più intimi sentimenti. E come spesso accade nella vita, la farsa
che umilia le debolezze si tramuta in un dramma dove l’uomo diventa vittima di se stesso. Non a caso il
gioco termina con lo sghignazzo di un pupazzo meccanico che inerte ha assistito alla scena e che ci dice, lui
senza anima, quanto siano pazzi gli uomini che così spesso giocano ad ingannarsi e a farsi del male. È un
thriller psicologico dove si ride e ci si diverte ma ci si ricorda anche che l’uomo rimane sempre il
protagonista, nel bene e nel male, del suo destino.
«Gustave Flaubert diceva che
gli uomini forse non sono
cattivi sono solo stupidi, e
questo è ancora più pericoloso.
Il nostro spettacolo lo dimostra
divertendosi a smascherare il
gioco crudele di due esseri
umani in lotta con le proprie
disperate solitudini». Glauco
Mauri, inossidabile colosso
della scena da oltre cinquant'
anni, è il protagonista (e
regista) de «L' inganno», una
sorta di thriller tratto da
«Sleuth», la commedia scritta
nel 1969 dall' inglese Anthony
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Shaffer, già collaboratore di Agatha Christie e Alfred Hitchcock. Un testo ironico ma feroce che ha
conquistato per anni i teatri di Londra e New York, ma anche il cinema che ne ha proposto due
adattamenti, memorabile quella del 1972 di Joseph Mankiewicz, «Gli insospettabili», con Laurence Olivier
e Micheal Caine. Il successo continua anche oggi nella messa in scena curata dal regista qui nei panni di
Andrew Wyke, un anziano e aristocratico scrittore noir che con ogni possibile inganno tenta di umiliare il
suo avversario, il giovane amante della moglie, Milo Tindle (Roberto Sturno), figlio di un orologiaio italiano
emigrato in Inghilterra. Due uomini molto diversi tra loro che tra uno scherzo e un travestimento,
innescano un pericoloso corto circuito destinato a terminare in tragedia. Dei diversi temi trattati dal testo,
tra cui il confronto generazionale e l' affermazione del proprio ceto sociale, Glauco Mauri sottolinea l'
aspetto umano. «Andrew è una persona molto sola che cerca di fare della propria esistenza una
gratificazione esaltante, un' invenzione per affrontare la stupida e a volte orrenda noia della vita. Dall' altra
parte c' è il virile Milo, figlio di emigrati falliti che non ha mai avuto tempo di giocare perché ha sempre
dovuto lottare per vivere». Sul palco, una vera e propria casa-giocattolo con caminetti che girano, pareti
che si muovono e cassaforti che esplodono, (scene di Giuliano Spinelli), i due antagonisti mettono dunque
in scena il loro crudele teatrino. Per umiliare «il giovane seduttore di donne stupide», Andrew si farà
aiutare dai personaggi dei suoi romanzi gialli: una serie infinita di invenzioni, trabocchetti e travestimenti
che spaventeranno a morte Milo, trasformandolo in un uomo assetato di vendetta, sarà lui a quel punto ad
architettare uno scherzo feroce di cui sarà il primo a pagare le conseguenze. «Un gioco al massacro dove
entrambi sono carnefice e vittima di se stessi», afferma il regista che terminerà la grottesca farsa con un
pupazzo senz' anima che ride a comando sulla stupidità umana. «In questo divertente caleidoscopio d'
inganni dove il conflitto tra finzione e realtà è portato all' estremo si rispecchia la nostra vita di oggi»,
conclude Glauco Mauri; «i numerosi giovani che hanno assistito alle varie repliche in giro per l' Italia, sono i
primi ad accorgersene. La solitudine può rendere feroci, ma ferirsi l' un l' altro non attenua il dolore: l'
unica vera soluzione è comunicare.
Grossi Livia
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(8 novembre 2010) - Corriere della Sera
Una volta i Madness, storica ska band
inglese, gli dedicarono pure una canzone:
Michael Caine, al di là delle sue simpatie
per i conservatori, compresa la Thatcher,
è una icona del cinena, non solo inglese.
Due Oscar, una nomination, una
filmografia sterminata: quel sorriso
scanzonato e il volto enigmatico lo hanno
reso perfetto per noir, polizieschi, spy
story di ogni genere. Insomma, Sir Caine è
un osso duro da affrontare. Soprattutto in
una partita "doppia", come è Sleuth, testo
teatrale di strasuccesso scritto nel 1972 da
Anthony Shaffer, portato due volte sul grande schermo: la prima a ridosso del debutto, con la regia
di Mankiewicz, interpretato da Laurence Olivier e Michael Caine; la seconda, in un remake
sceneggiato nientemeno che dal premio Nobel Harold Pinter, per la regia di Kenneth Branagh e
l'interpretazione di Caine (nel ruolo che fu di Olivier) e del giovane Jude Law. Ma non solo: dopo 4
anni di tutto esaurito a Broadway e 8 anni sold out a Londra, dopo la versione francese di Weber e
Torrenton, insomma, Sleuth, ossia Gli insospettabili, ossia L'Inganno (come è tradotto oggi), è
un'opera che potrebbe competere con Macbeth.
Quali son le ragioni del successo di questo testo? È una commedia brillante, intrigante, intelligente,
ben scritta, amara e sorprendente. Un classico, insomma: con quel gusto retrò alla Agatha Christie
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con la tensione di un film di Hitchcock, aggiornato da studi di psicoanalisi e di strategia, con
tecnologie varie e non pochi colpi di scena. Come ogni classico, Sleuth non passa di moda: richiede,
per essere messo in scena, semplicemente due ottimi attori. Non tanto per competere con Sir Caine,
con Laurence Olivier o con Jude Law, quanto per assecondare quella sottile partita a scacchi che è il
testo.
La trama è bizzarra, ma immediatamente coinvolgente. Un anziano scrittore eccentrico, non un
genio ma di cassetta, attende nella sua grande e iperattrezzata casa la visita di un uomo. Questi
arriva: è l'amante della moglie. Lo scrittore sa tutto e affronta direttamente l'altro, coinvolgendolo
poi in un astruso piano di furto ai suoi danni, necessario per mantenere l'alto tenore di vita della
donna in questione. La matassa si imbroglia, tra realtà e finzione, in un crescendo che spinge al
grottesco e al tragico: il vecchio dirige il gioco, umiliando sempre più il giovane, in una spirale
vorticosa di sopraffazioni e minacce, fino all'apoteosi.
Dopo il convenzionale intervallo, la storia ricomincia: ma a parti invertite. Come se si passasse
dall'altra parte dello specchio, il gioco si riflette in se stesso. Si scopriranno tante cose, su tutte che
l'uno ha ingannato l'altro, l'uno ha giocato con le paure e le nevrosi dell'altro. Gioco al massacro, si
intende, per una partita che non ha vinti o vincitori: fatta di sottili seduzioni e gravose intimidazioni,
di esasperate invenzioni e ciniche ferite, di divertenti battute e cocenti umiliazioni. Ecco, allora, la
forza di questo testo: la capacità di tenere sul filo di un dialogo serratissimo l'aspro confronto di un
uomo con un altro uomo, e dunque di un uomo con se stesso. Chi imbroglia chi, qua dentro?
E dunque capite che fior d'attori servono per recitare la recitazione, per passare da un livello di
finzione all'altro, per tenere ingabbiato il pubblico in una vertigine di mistero in cui non è mai troppo
chiaro l'inganno? Nella nuova edizione italiana sono Glauco Mauri e Roberto Sturno ad assumersi i
ruoli di Sleuth (attorniati, dice il programma di sala, da fantomatici Bruno Sorretto, Torn Bornestour
e Steno Burrorto...). Mauri, che firma anche la regia, si diverte, e si vede: gioca, ci sta bene nel suo
ruolo. Prende tutte le sfumature possibili, le fa sue, le fa brillare e se ne serve con aria sorniona.
Tiene la scena con consumata maestria. E Sturno non è da meno: da sempre in coppia artistica con
Mauri, Roberto Sturno è sottilmente infido, acutamente respingente, subdolamente trasformista. La
scena di Giuliano Spinelli, è imponente, elegante, giustamente datata, e fa da accogliente cornice
allo scontro tra i due.
Sarebbe ingiusto far riferimenti ai film: va da sé che qui siamo in un altro contesto. Però il gioco
funziona ancora. Con quel gusto retrò, che fa tanto Michael Caine...
www.delteatro.it
Il "grande vecchio" del teatro italiano racconta il suo mestiere come una missione
"Voglio che la gente esca dalla sala più ricca di umanità e di punti interrogativi"
Glauco Mauri, l'etica del palcoscenico
"In sala non cerco applausi ma silenzi"
di ALESSANDRA VITALI
[…]Mauri, dopo tanti anni di palcoscenico, com'è cambiato il ruolo dell'uomo di teatro?
"Sono convinto che l'impegno di chi fa il mio mestiere debba essere non solo estetico ma etico, civile.
Brecht diceva che tutte le arti contribuiscono all'arte più grande di tutte, quella del vivere. Il teatro è così".
Andare in scena diventa una responsabilità.
"Ma è proprio questo che, alla mia età, ancora mi fa felice. Raccontare, a uomini, favole scritte da altri
uomini. Testi che oltre a 'fare spettacolo' facciano uscire il pubblico più ricco di umanità, e di punti
interrogativi, di quando è entrato in sala".
Cos'è che cerca nel pubblico, quand'è che capisce che si è stabilito un dialogo?
"Mi fanno piacere gli applausi, ma di più i silenzi. Quelli del pubblico attento. I silenzi mi hanno aiutato a
capire alcune cose di un testo o di una battuta, che avevo solo intuìto ma non compreso perfettamente".
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Crede che il teatro riesca ancora a esercitare il suo fascino sul pubblico, in tempi di monopolio televisivo,
cinematografico e di altri mezzi di intrattenimento?
"Ricorda la battuta di Eduardo, quando gli telefonò un funzionario Rai dicendo 'qui è la televisione' e lui
rispose 'aspetti che le passo il frigorifero'? Ecco, lui l'aveva capito: oggi gli uomini parlano con le macchine.
Il teatro invece è una forma di intrattenimento e comunicazione che gli uomini scambiano con altri uomini.
Quello che si stabilisce col pubblico è un dialogo produttivo".
Per esempio, quando è successo?
"Facevo Re Lear. L'ultima scena, con Cordelia morta fra le braccia. Mi capita, a volte, di commuovermi
veramente, ma controllo i miei sentimenti. A un certo punto mi accorgo che piangevo lacrime copiose. Mi
sono chiesto: chi è che piange, Re Lear o Glauco? Ero commosso perché pensavo: in questo momento ho il
meraviglioso dono di essere interprete e donare, a chi mi ascolta, quest'immensa poesia".
Veniamo alle note dolenti. Qual è lo stato di salute del teatro in Italia. Dal punto di vista economico,
intendo.
"Di grande difficoltà. Lo Stato dovrebbe fare di più. Avvicinare l'Italia a Paesi come l'Inghilterra, la Francia.
Al Quirino restiamo quattro settimane ed è un'eccezione, in genere si sta un paio di settimane, a Genova,
poi, faccio sei recite. Difficile sopravvivere per una compagnia che non sia teatro stabile. La nostra è una
compagnia privata, gestita da due attori, deve girare per forza l'Italia e i costi sono tremendi, basta pensare
ai camion, ai trasportatori. I teatri, poi, più di tanto non possono pagare. Devi affrontare grandi spese,
soprattutto se punti alla qualità".
Magari pochi giorni, però la sala è sempre piena.
"Ma questo ha poca importanza. Il teatro è trasmissione, quindi anche se in sala c'è pochissima gente, sono
sicuro che una o più persone per le quali valga la pena fare bene questo lavoro, ci siano sempre. Il mio
scopo è quello di far vibrare corde mai mosse, in quest'arpa immensa che abbiamo dentro di noi".
La Repubblica (19 novembre 2007)
GLAUCO MAURI CONTRO I TAGLI ALLA CULTURA
"Stanotte ero a casa dopo lo spettacolo, racconta: stavo cenando e ho sentito la notizia dei 27 milioni
congelati, io sono non arrabbiato, non avvilito, sono furibondo perché è ora di dire basta. Noi stiamo già
facendo tanta fatica: è un momento questo delicato in cui dobbiamo preparare il lavoro per il prossimo
anno: con quale energia ed entusiasmo possiamo lavorare? Trovo che la cultura in questo momento viene
deturpata: io faccio il teatro anche perché da ragazzo sono stato affascinato da una frase di Brecht che
diceva: "Tutte le arti contribuiscono all'arte più grande di tutte, quella del vivere": io credo che il teatro è
un'arte che possa contribuire nella sua misura all'arte del vivere".
In che maniera?
Dal palcoscenico raccontiamo delle favole scritte da uomini che si chiamano Sofocle, Brecht, Dostoevskij...
per parlare di noi uomini e donne, delle nostre debolezze, delle nostre felicità, dei nostri errori e questo
serve al pubblico: è come se arassimo un terreno umano, rendiamo fertile il terreno degli uomini perché
raccontiamo la vita, raccontiamo anche tutti quegli aspetti della vita che uno magari che viene a teatro
aveva solo intuiti. Il teatro dunque serve, serve questa forma di comunicazione e sono convinto che
l'impegno di un uomo di teatro non debba essere soltanto un impegno puramente estetico, ma deve
essere un impegno civile, etico.
Ora non ci possono togliere la possibilità di essere utili alla società. Sentire Brunetta che dice che il
concerto, la danza, la lirica non è cultura ma è spettacolo, è una vergogna: la cultura è anche uomini che si
parlano ad altri uomini. Io che ormai ho più di ottant'anni ne ho fatto tanto di teatro, ho un dispiacere
enorme ma sincero per i giovani: un altro problema gravissimo è che tra qualche anno non avremo più i
giovani tecnici del teatro, perché le compagnie si riducono oppure limitano le loro messe in scene, non
guardiamo tanto quelle compagnie che hanno le spalle un po' robuste e che giustamente hanno il dovere
di dire quello che sto dicendo io adesso, ma ci sono compagnie che si riducono sempre di più come numero
di interpreti, le scene diverranno meno appariscenti, più povere perché non ci sono mezzi: i tecnici
scompariranno. Basta... io che vedo sempre il bicchiere sempre mezzo pieno... dico basta. Per il prossimo
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anno stiamo preparando un lavoro con undici personaggi: io e Roberto Sturno siamo dei pazzi! Perché
crediamo che proprio in questo momento coloro che possono, devono fare qualcosa... facendo i sacrifici,
noi ci diminuiremo le paghe, parliamo con i nostri collaboratori, faremo dei buchi dove non prenderemo
paga, ma vogliamo essere presenti in questo momento così difficile, perché non è un nostro diritto, è un
nostro dovere.
Poco fa diceva di "teatro" e "vita": nella trama de "L'inganno" il gioco è un elemento essenziale. In
inglese "play" vuol dire sia gioco che commedia: in quali mosse e strategia il gioco della vita coincide con
quello del teatro?
Pirandello nei "Sei personaggi..." diceva una cosa bellissima: "Il palcoscenico è quel luogo dove si gioca a
fare sul serio"; cioè è quel luogo magico dove tra l'altro una rosa finta profuma più di una rosa vera, il
fascino del palcoscenico è proprio quello: per far capire al pubblico come la finzione teatrale è molto più
poetica della realtà della vita; dal palcoscenico si possono dire cose che a volte nella vita non si dicono,
perché i personaggi si possono permettere di dire cose che nemmeno i saggi possono dire nella vita. Io mi
ricordo che una volta - ho fatto due edizioni e molte repliche del "Re Lear" - ero in scena in una piccola
cittadina del Veneto: l'ultima scena Re Lear entra con Cordelia in braccio - io sono un attore che cerca di far
funzionare la razionalità innestandoci dentro le emozioni, il sentimento - ma quella sera con Cordelia
morta piangevo in maniera eccessiva, oserei dire, ero commosso. E mi sono posto mentre interpretavo
"Ma chi è che piange in questo momento: io, Glauco, o Re Lear"? Sai chi era? Era l'interprete: ero così felice
in quel momento di poter avere la possibilità, la meravigliosa responsabilità di donare della poesia che non
era mia, ma di un grande Shakespeare.
Negli ultimi tempi secondo lei la ricezione del teatro da parte del pubblico è cambiata?
Secondo l'esperienza che posso dare io, sono sessant'anni che sto sul palcoscenico, io credo che uno dei
mali del nostro tempo, anche del nostro ambiente del teatro, è la banalità. Di fronte a una cosa veramente
brutta il pubblico si accorge come davanti a una cosa veramente bella; di fronte alla mediocrità, alla
banalità non ce ne si accorge, sono delle metastasi silenziose che a poco a poco entrano e turbano la tua
sensibilità. Il pubblico di oggi ha un po' queste metastasi dentro di lui, le metastasi della banalità cui è
abituato, però il momento in cui tu fai una cosa che lo colpisce, che lo emoziona o un grosso punto
interrogativo che gli metti dentro nella mente allora se ne accorge, ma se no c'è un andazzo proprio di
"zero a zero" anche da parte nostra. Io dico che bisogna sempre avere il coraggio di sbagliare, ma di fare.
Quando ho cominciato - nel '52-53 - una delle prime cose che mi fece impressione fu quello che sentii dire
da Anselmo, un bravissimo caratterista: "Ogni pubblico ha lo spettacolo che si merita", aveva ragione: se io
vado al cinema il film è sempre quello e io posso essere triste, allegro, la sala può essere rumorosa o no il
film è sempre quello: in teatro non è così. Il teatro lo si fa in due: noi e il pubblico, ecco perché ogni
pubblico ha lo spettacolo che si merita. Pensa quante volte mi sono trovato a star male fisicamente e a
dover recitare o ancora più grave avere un dolore non fisico, una persona a cui tu vuoi bene è malata e
lontana da te, si entra in scena e si cerca di dare il massimo, se trovi un pubblico distratto, maleducato,
rumoroso, nonostante la tua voglia, lo spettacolo non palpita, il tuo personaggio non germoglia; se invece
trova un pubblico non applaudente ma predisposto all'ascolto mi aiuta ed ecco che lo spettacolo, la mia
stessa interpretazione acquista un palpito diverso; quindi, lo spettacolo si fa in due ed è vero: ogni pubblico
ha lo spettacolo che si merita perché anche il pubblico deve avere un po' di questa responsabilità. D'altra
parte io credo che al pubblico anche inconsciamente il teatro dà più del cinema l'idea di partecipare allo
spettacolo.
Com'è stata la sua prima volta a teatro come spettatore?
Quand'ero ragazzo - sono nato a Pesaro in una famiglia poverissima però amavo la musica - andavo sempre
al loggione a vedere le opere, si facevano le corse per salire su, "Les enfants du Paradis" ci chiamavano e
avevo dodici-tredici anni, mia madre infermiera era poverissima ma m'ha sempre educato ad amare il
bello; la prima volta che vidi la prosa rimasi malissimo. Innanzitutto non c'era più la coda al loggione, c'era
pochissima gente, il loggione era semivuoto e poi rimasi impressionato, perché abituato a vedere sempre
l'opera, c'era la buca dell'orchestra illuminata, gli strumentisti che accordavano i loro strumenti, c'era una
gaiezza, una vivacità e anche quando si spegneva la sala, da questa buca dell'orchestra emanava una luce
che investiva di una luce impalpabile tutto. Quindi, rimasi male, era al buio ma ebbi una sensazione
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Merita una visita il sito
www.mauristurno.it da
dove è possibile
scaricare il copione de
L‘inganno
stranissima: mi accorsi che l'attore stava parlando a me; la parola, il
teatro, avevo scoperto il teatro di prosa.
Il teatro, il cinema... nello spettacolo il suo personaggio esclama "La
televisione, Dio me ne guardi!"...
No, la televisione è un mezzo molto importante, ma si vedono cose a
volte orribili, a volte interessanti: bisogna andarle a cercare, ma si
vedono cose veramente furibonde, diciamo così.
Intervista di Giuseppe Zambito. Da: fattitaliani.it 11 marzo 2011
Nell’ambito delle attività sociali e culturali della Parrocchia di S.
Giovanni Battista e S. Benedetto Abate di Pescara Colli si è
legalmente costituita l’Associazione Teatrale PerStareInsieme”
È un’associazione senza scopi di lucro, rivolta in modo particolare ai
parrocchiani ed ha come finalità quella di creare fra i suoi componenti un positivo
clima di condivisione di esperienze che conduca alla scoperta dell’importanza dello stare bene
insieme.
Obiettivi
fruizione dei migliori spettacoli teatrali rappresentati sul territorio;
analisi e la comprensione del linguaggio e delle tecniche teatrali;
allestimento di spettacoli teatrali dialettali e in lingua.
Commedie e spettacoli rappresentati dal luglio 2008 ad oggi
Lu ziprete – da Eduardo Scarpetta (7 repliche)
La cantata dei pastori – da Andrea Perrucci (2 repliche)
Lu diavule e l’acqua sande – da Camillo Vittici (5 repliche)
La condanna dell’Innocente – di Alberto Cinquino (3 repliche)
…e volò libero – di Carmine Ricciardi
Titillo – da E. Scarpetta (4 repliche)
La fattura – di Evaldo e Isabella Verì (4 repliche)
Lu testamente – di Michele Ciulli (7 repliche)
Natale in casa Bongiorno di C. Natili e C.Giustini (3 repliche)
La scommessa e Gennareniello da E. De Filippo (2 repliche)
Altre attività culturali
Cineforum sul film La strada di Federico Fellini
Gita a Roma per assistere allo spettacolo La strada con Venturiello e Tosca, al Teatro
Valle.
Gita a Roma per assistere allo spettacolo Il piacere dell’onestà con Leo Gullotta, al
Teatro Eliseo.
Visione degli spettacoli teatrali proposti dal Teatro Comunale di Città Sant’Angelo, di
Atri, di Teramo e del Marrucino di Chieti.
Attività sociali
Destinazione dell’incasso netto di uno spettacolo in beneficienza ad una famiglia
aquilana colpita dal terremoto e di due spettacoli all’AISLA
Info: Carmine Ricciardi (presidente) cell. 3489353713
Recapito: c/o Carmine Ricciardi
Strada Colle Scorrano 15 - 65125 Pescara Colli
e-mail: [email protected]