Ottobre Missionario 2011
Il 23 ottobre 2011, GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE, verranno canonizzati a Roma don
Luigi Guanella e Mons. Guido Maria Conforti.
Ho chiesto ai Missionari Saveriani e al Centro Missionario Guanelliano uno scritto sulla
figura dei nuovi Santi.
Padre Gabriele Ferrari presenta la vita di Mons. Conforti inserendola nelle tematiche che
contraddistinguono le settimane dell’ottobre missionario.
Silvia Fasana rilegge l’avventura missionaria nella vita di don Guanella.
Sull’esempio di questi “TESTIMONI DI DIO”, originari e radicati profondamente nella nostra
diocesi, ogni comunità è invitata a ritrovare lo slancio della missione perché il Vangelo di
Gesù raggiunga tutti gli uomini della terra.
Gabriella Roncoroni
UFFICIO MISSIONARIO DIOCESANO
Il testo è reperibile sul sito dell’Ufficio Missionario www.centromissionariocomo.it
e sul sito della diocesi di Como www.diocesidicomo.it
(Mons. Conforti)
Guido Maria Conforti nacque il 30 marzo 1865 a Casalora di Ravadese nelle vicinanze di
Parma, da Rinaldo e Adorni Antonia, una famiglia di agrari della pianura parmense. Il 4
novembre 1876 entrò in Seminario a Parma. Già nel corso degli studi ginnasiali, verso gli
anni 1878-80, cominciò a pensare di farsi missionario, ma verso la fine degli studi teologici,
nel 1886, si manifestarono i sintomi di una malattia mai diagnosticata (forse epilessia) che lo
bloccò per qualche tempo sulla strada del sacerdozio. Nel frattempo fu trattenuto in
Seminario, come insegnante e vice del rettore del Seminario, il futuro Beato Card. Andrea
Ferrari. Spariti i sintomi della malattia, cosa che attribuì all’intercessione della Madonna di
Fontanellato (Parma), fu ammesso agli ordini e divenne prete il 22 settembre 1888.
Fu assegnato all’insegnamento in Seminario, dove rimase fino al 1892 quando il
Vescovo, per distoglierlo dall’idea delle missioni, lo nominò Canonico della Cattedrale. Ma il
Conforti non demordeva. Il 9 marzo 1894 scrisse al Card. Mieceslao Ledochowski, Prefetto
di Propaganda Fide, una lettera in cui gli esponeva il suo “audace progetto” di fondare un
Seminario per le missioni estere, ricevendone un incoraggiamento decisivo. Il 23 febbraio
1895 il nuovo Vescovo Mons. Magani lo nominò Provicario generale della Diocesi (non
aveva ancora 30 anni) e gli concesse nel contempo di aprire il suo Seminario per le missioni
estere, il quale fu ufficialmente fondato il 3 dicembre 1895, festa di San Francesco Saverio.
L’anno seguente, Conforti fu nominato Vicario Generale della Diocesi fino al 17 maggio
1902, quando a 37 anni fu nominato Arcivescovo di Ravenna da Leone XIII.
Consacrato vescovo a Roma l’11 giugno dello stesso anno, dovette attendere fino
all’inizio dell’anno seguente per entrare in Diocesi. Rimase a Ravenna neppure due anni e fu
costretto, suo malgrado, a rassegnare le dimissioni per gravi ragioni di salute e per le
insanabili divergenze nel clero. Pio X le accolse il 12 ottobre 1904, nominandolo Arcivescovo
titolare di Stauropoli.
Dal 1905 al 1907 si ritirò a Parma presso l’Istituto missionario. Furono tre anni di riposo e di
ripresa psico-fisica dopo la brutta malattia e quello che, agli occhi di tutti, era stato un
fallimento pastorale. In quei tre anni poté seguire le vicende del suo Istituto in Cina e a
Roma, dove le Costituzioni non riuscivano ad essere approvate per la particolare fisionomia
che Conforti voleva dare al suo istituto di congregazione missionaria con i voti religiosi. In
quegli anni la S. Sede affidò ai Saveriani un territorio proprio. Conforti poté allora inviarvi i
suoi missionari, dopo una prima spedizione che si era concluse in modo drammatico con la
morte per stenti del primo Saveriano, p. Caio Rastelli, nel corso della persecuzione dei Boxer
e con il rientro in patria del secondo, P. Odoardo Manini.
Ma il Papa Pio X, quando lo seppe ristabilito in forze, chiese a Mons. Conforti di fare il
Vescovo coadiutore con diritto di successione di Mons. Magani, ormai vecchio e incapace di
riportare l’unità nel clero di Parma. Conforti ritornò così al ministero episcopale il 16
settembre 1907. Quando il vecchio Vescovo Magani improvvisamente morì il 12 dicembre
1907, gli subentrò nell’incarico e fu vescovo di Parma per quasi venticinque anni, fino al 5
novembre 1931, quando morì. Furono anni di intensa attività. Percorse la diocesi cinque
volte per la visita pastorale, rimise ordine in Curia e nel seminario, promosse le associazioni
cattoliche. Furono anni difficili per le condizioni politiche, segnati dagli scioperi dei braccianti
del 1908 e dallo sciopero politico del 1922, dalla grande guerra e dall’ostilità dei massoni e
degli anticlericali. Ma furono anche anni di ripresa della diocesi che ritrovò la sua unità e vide
rifiorire la pratica cristiana, grazie anche all’originale impostazione della catechesi voluta da
Mons. Conforti.
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 2
Nel frattempo egli continuava a pensare alle missioni, a dirigere il suo istituto e a seguire i
suoi missionari in Cina. Nel 1916 incontrò P. Paolo Manna con il quale fondò l’Unione
Missionaria del Clero, d’accordo con il Papa Benedetto XV che nel 1919 pubblicò, c’è chi
dice per ispirazione del Conforti, l’enciclica missionaria Maximum illud. Dell’Unione
missionaria del Clero fu il primo presidente nel 1918. Nel 1919 aprì la prima casa filiale a
Vicenza, nel 1930 la seconda a Grumose (CR). Nel 1920, passato l’Istituto alle dirette
dipendenze di Propaganda, secondo il desiderio di Conforti, dopo un’estenuante attesa,
furono finalmente esaminate e approvate le Costituzioni che il Fondatore promulgò il 2 luglio
1921. Dal 1921 al 1931 Mons. Conforti fu ufficialmente Superiore generale dell’Istituto, oltre
che Vescovo di Parma. Per questo lo si è giustamente chiamato “Pastore di due greggi”,
anticipando la concezione conciliare della responsabilità missionaria di ogni vescovo. Dal 19
settembre al 28 dicembre si recò in Cina in visita ai Missionari Saveriani. Ritornato, esausto
e ormai molto provato dall’età e dalla sua cagionevole salute, continuò ancora il suo duplice
ministero fino al 5 novembre 1931 quando morì. Aveva solo 66 anni.
La gente di Parma lo considerò subito un Santo, per cui nel 1941 fu aperto a Parma il
processo informativo in vista della sua canonizzazione, seguito dal processo apostolico,
aperto a Parma il 28 marzo 1960. Dopo una lunga pausa, nel 1981 si riprese il cammino con
la dichiarazione delle virtù eroiche da parte di Giovanni Paolo II (11 febbraio 1982). Negli
anni 1994-1995 venne esaminato il miracolo a lui attribuito della guarigione di una giovane
burundese, Sabine Kamariza, in seguito al quale il 17 marzo 1996 Giovanni Paolo II lo
dichiarò beato nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Ora, dopo la constatazione del
secondo miracolo, avvenuto in Brasile nel 2003 in favore di Thiago, un bambino nato con
irreparabili malformazioni, il Papa Benedetto XVI ha fissato al 23 ottobre 2011 la
canonizzazione di Mons. Guido Maria Conforti.
I TRATTI CARATTERISTICI DI MONS.CONFORTI
Anzitutto la sua spiritualità cristocentrica che può essere sintetizzata nei due motti, quello
episcopale: “In omnibus Christus” (Col 3,11) e quello dell’Istituto che lui ha fondato: “Caritas
Christi urget nos” (2Co 5,14). Dal cristocentrismo, alimentato dalla contemplazione della
Croce, dall’ascolto della Parola di Dio e dai Sacramenti, soprattutto dall’Eucaristia, e dalla
scuola dei suoi modelli (in primis san Francesco Saverio), deriva per il Conforti l’urgenza
della missione e l’impegno di spendere tutto se stesso per realizzare il desiderio del
Crocifisso di “attirare a sé tutti gli uomini” (Gv 12,32).
Il secondo tratto caratteristico della fisionomia del Conforti, per cui è stato chiamato
“pastore di due greggi”, è l’aver saputo combinare in un solo amore pastorale la missione ad
gentes e la cura pastorale della diocesi di Ravenna e di Parma, anticipando di fatto la
dottrina conciliare sul ministero episcopale universale di ogni vescovo e, di riflesso, di ogni
comunità cristiana.
Il terzo aspetto la sua fede viva che lo conduceva a “veder Dio, cercar Dio e amar Dio in
tutto”, espressione di quello sguardo contemplativo che deve essere proprio di ogni
operatore pastorale : “contemplativo nell’azione”.
Un quarto aspetto della sua identità è la apertura di orizzonti, una modernità ancorata
nella fede, per cui il Conforti, pur figlio di una chiesa ancora molto preconciliare, aveva una
visione positiva del mondo e delle realtà terrestri che egli ordinava all’unica sua ragione di
vivere: la gloria di Dio e la salvezza dei non cristiani.
Infine una personalità ricca, messa a disposizione della missione, caratterizzata da una
umanità forte e tenera, esigente e misericordiosa, aperta alle grandi cause dell’umanità e
legata profondamente alla fede in Dio. Una personalità che affascinava i suoi diocesani che
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 3
si chiedevano, con un’espressione semplice e perfino paradossale: “Ma Dio potrà essere più
buono del nostro Vescovo?”
Ai suoi Missionari Saveriani chiede di distinguersi per “lo spirito di viva fede, per
l’obbedienza pronta generosa e costante, per un intenso amore per la loro famiglia religiosa”,
per apertura di orizzonti e intraprendenza apostolica illuminata.
Per una riflessione nelle settimane dell’Ottobre Missionario
1. La contemplazione
San Paolo nella lettera agli Efesini scrive che la missione gli è stata fatta conoscere dallo
Spirito del Risorto che rivela ai suoi santi “che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a
condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa
promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3,5-6). Chi, infatti, potrebbe presumere di assumersi
una missione così vasta e impegnativa, se non vi fosse chiamato attraverso una speciale
vocazione e un’illuminazione di Dio? Ma quando uno nella preghiera e nella contemplazione
si rende conto di essere stato amato da Gesù in modo personale, di essere stato non solo
voluto per amore, ma anche salvato e chiamato all’intimità con Dio per giungere alla
pienezza della propria esistenza, in una parola di essere frutto dell’amore di un Dio che per
fare tutto questo si è fatto piccolo e povero fino a consegnarsi alla morte di croce, allora
rispondere a questo amore con altrettanto amore non è più soltanto l’obbedienza a un
«comando », ma che diventa una “esigenza profonda della vita di Dio” in lui (Redemptoris
missio, 11.1), un bisogno del cuore.
Così è stato per Guido Maria Conforti, vescovo di Parma e fondatore dei Missionari
Saveriani che sarà elevato alla gloria degli altari il prossimo 23 ottobre 2011. La coscienza
missionaria è nata in lui da ragazzo per consolidarsi poi lungo tutta la sua vita. Era ancora
uno scolaro quando, lungo la strada che conduceva alla scuola, era abituato a fare una
breve visita al Santissimo nella Chiesa della Pace. L’avrà imparato dalla Mamma o dai suoi
educatori? Non lo sappiamo. Egli stesso racconta che, entrando in chiesa, era impressionato
da un grande Crocifisso che attirava il suo sguardo. Non era nulla di straordinario, ma Guido
ogni volta lo guardava e sentiva risvegliarsi in cuore sentimenti di riconoscenza, affetto e
partecipazione. Scrive lui stesso ad un amico di Seminario: “Lo guardavo, e lui guardava me
e pareva che mi dicesse tante cose”. A distanza di anni, ormai vescovo, confessò che alla
base della sua vocazione missionaria c’era quell’esperienza religiosa infantile, che rimase
fissa nel suo cuore, tanto che da vescovo volle far restaurare quel Crocifisso, lo tenne in
Episcopio e lo fece esporre in Cattedrale in occasione del Sinodo diocesano. Una sua
sorella, che viveva con lui, lo sorprese nel corridoio dell’episcopio intento a fissare “immobile
e a lungo” quel Crocifisso. Mons. Conforti contemplava nel Crocifisso la misura dell’amore
del Padre che va fino a donarci il Figlio unigenito (cf. Gv 3,16), la profondità dell’amore
personale di Gesù (cf. Gal 2,21), che stende le braccia in croce per accogliere tutti come
accoglie il ladrone pentito e gli promette il suo paradiso (cf. Lc 23,43). Il Crocifisso è il segno
della chiamata di tutti i popoli che non sono più stranieri ma che, per il sangue di Cristo,
entrano nella famiglia di Dio (cf. Ef 2,13; Gal 3,28). Il Crocifisso fu sempre per il Conforti la
scuola dell’amore e la ragione della missione e, quando lo consegnava ai suoi missionari in
partenza per la Cina, non mancava mai di ricordare che la contemplazione del Crocifisso li
avrebbe accompagnati nella missione. Per questo Giovanni Paolo II nell’enciclica
missionaria afferma che il missionario “deve essere un contemplativo in azione” e che “il
futuro della missione dipende in gran parte dalla contemplazione” (Redemptoris missio 91).
È questo il senso e l’impegno di questa prima settimana del mese missionario: rifare nel
nostro cuore, attraverso la contemplazione del Crocifisso, quell’esperienza di Dio che ci
rende testimoni di Gesù per poter dire come gli apostoli: “Ciò che noi abbiamo contemplato,
ossia il Verbo della vita …, lo annunziamo a voi” (1Gv 1,1-3).
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 4
2. La vocazione
Ogni cristiano, ogni uomo in verità, vive secondo un progetto iscritto nella sua esistenza
dal Creatore, un progetto che egli scopre poco a poco. I Vangeli ci mostrano Gesù che
chiama i suoi ad una missione le cui implicazioni essi ancora non conoscono: “Venite dietro
a me, vi farò pescatori di uomini. Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono” (Mt 4,1920). “Seguire Gesù” è il segno della fede: essi si consegnano a Gesù e ne assumono la
missione. Certamente Dio, “che vuole che tutti gli uomini si salvino” (1T 2,4), continua a
chiamare le persone a realizzare il progetto del Regno che deve arrivare a tutti gli uomini.
Oggi i missionari sono diventati pochi e questo rischia di compromettere la realizzazione di
questo piano, perché Dio ha deciso che la salvezza del mondo non sia un dono fatto cadere
dall’alto, ma vuole che gli uomini partecipino alla loro salvezza con una libera collaborazione.
Perché sono così pochi oggi quelli che accettano la chiamata missionaria? Calo di fede e/o
di amore? Dio chiama attraverso la famiglia, la scuola, la partecipazione alla liturgia della
Chiesa, attraverso la parola dei missionari e gli avvenimenti della storia. Decisivo è un clima
di fede e di ascolto, di preghiera e di attenzione alle vere realtà, ai valori autentici che oggi
sembrano andati in eclissi. Anche ai tempi di Mons. Conforti le vocazioni missionarie
scarseggiavano e per questo egli chiedeva sempre di pregare, insisteva perché le famiglie
cristiane vivessero la loro vita di fede e fossero alimentate dalla catechesi e dalla dottrina
cristiana. Chiedeva ai preti della sua diocesi di interessarsi delle vocazioni ecclesiastiche:
“Rivolgiamo una calda esortazione al nostro Clero, scrive nella lettera pastorale del 1909, a
voler coltivare le vocazioni ecclesiastiche, che ora tanto difettano tra la nostra gioventù, la
quale risente, purtroppo, il maligno influsso di quell’aura d’indifferenza e di irreligione che
spira ovunque”. Convinto che non bastasse risvegliare le vocazioni, aggiungeva:
”Raccomandiamo però il più grande discernimento in cosa sì importante e delicata”. Mons.
Conforti aveva una grande idea della vocazione missionaria per lui è “nobile e grande …
quanto di più perfetto secondo il Vangelo”, perchè avvicina a Cristo e agli Apostoli e
permette di vivere la vocazione cristiana come Gesù che “passò beneficando e risanando
tutti” (At 10,38), e perché tende alla salvezza integrale delle persone. Si tratta di una
vocazione religiosa e spirituale. Non ha di mira le cose terrene, le ricchezze e il potere, ma
intende solo “unire soavemente fra di loro le menti ed i cuori col vincolo di una stessa fede e
di uno stesso amore” (20.5.1923) perché esse trovino la vera felicità. Parlando di essa,
Mons. Conforti affermava - senza ombra di dubbio - che “Dio non poteva essere più buono
con noi” e vedeva nella Provvidenza che aveva seguito passo passo gli sviluppi dell’Istituto,
la prova della presenza di Dio, quasi la voce di Gesù ai suoi apostoli: “Poiché avete
abbandonata ogni cosa per seguirmi, vi è forse mancato qualcosa? Lavoriamo dunque con
grande alacrità per la più santa delle cause e non abbiamo preoccupazioni di sorta, poiché
se saremo fedeli alla nostra vocazione il Signore non ci abbandonerà mai. Questo, anche
per me, è stato sempre il pensiero che mi ha confortato nei momenti più critici” (6.06.1907).
Le risposte a questa vocazione possono essere molteplici, come afferma Giovanni Paolo II e
riguardano tutti. Tutti i battezzati sono invitati a rispondere all’urgenza della missione, laici e
gerarchia. E se missionari ad vitam sono ancora “assolutamente necessari” per l’attività
missionaria e per l’animazione missionaria delle chiese, perché sono “il paradigma
dell'impegno missionario della chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali e totali, di
impulsi nuovi e arditi” (n. 66), tuttavia la chiamata missionaria coinvolge anche i sacerdoti
fidei donum e i laici volontari: risposte attuali e preziose alla vocazione missionaria che
riguarda tutti e si esprime oggi in forme nuove e creative, come conviene all’azione dello
Spirito che è all’origine della missione.
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 5
3. La responsabilità missionaria
La terza settimana del mese missionario ci richiama alla responsabilità missionaria di
ciascuno di noi, secondo il nostro ruolo nella Chiesa. L’ha affermato il Concilio (Ad Gentes
36): ogni cristiano deve sentire la sua responsabilità di “cooperare all’estensione e alla
dilatazione” del Corpo di Cristo. Il battesimo, infatti, ci fa membra del Corpo di Cristo,
partecipi della stessa missione di Gesù e della Chiesa, corresponsabili di far giungere il
Vangelo in ogni parte del mondo. Oggi nel tempo della globalizzazione le condizioni esterne
sono molto favorevoli, e ciononostante sembra che la coscienza missionaria dei cristiani sia
diventata più debole. Essi sono generosi e aiutano volentieri i missionari con i mezzi
economici, ma dall’altra parte stanno scomparendo le vocazioni Missionarie, misura
dell’impegno delle comunità (Redemptoris missio 79). Una situazione simile c’era anche al
tempo di Mons. Conforti che si rendeva conto che mancava un’azione di sensibilizzazione
delle comunità cristiane, mentre dalla Cina i Saveriani ripetevano al loro Fondatore che la
missione dava loro molte soddisfazioni, che si sarebbero potute moltiplicare, se i missionari
fossero stati più numerosi. Erano tempi difficili per la Chiesa in Italia: la grande guerra aveva
spostato l’attenzione verso il fronte prima e verso i problemi sociali a conflitto concluso,
sicché la pratica della vita cristiana languiva. In quegli anni uno zelante e illuminato
missionario del PIME di Milano, il beato Padre Paolo Manna, andò a trovare Mons. Conforti
con una proposta che si prefiggeva di smuovere la coscienza delle comunità cristiane in
Italia e nel mondo. Egli sapeva di rivolgersi al Vescovo più sensibile di quel tempo. La
proposta consisteva nel sensibilizzare alla missione la Chiesa attraverso l’animazione
missionaria dei sacerdoti. Mons. Conforti, che sentiva già per conto suo quest’urgenza nei
confronti della sua diocesi e, nello stesso tempo e con lo stesso amore, si sentiva
responsabile di un istituto missionario, reagì favorevolmente alla proposta e la fece sua.
Approfittò di una visita ad limina al Papa Benedetto XV nel 1916 e, dopo avergli parlato delle
missioni in Cina, gli prospettò l’idea di fondare un’Unione missionaria clero per animare
missionariamente i sacerdoti e attraverso loro far crescere la coscienza missionaria del
popolo di Dio. Il Papa accolse queste proposte e, tre anni dopo, nel 1919, scrisse
un’enciclica sulle missioni (Maximum illud) che fu una pietra miliare per lo sviluppo della
missione. In essa il Papa prospettava l’indigenizzazione della missione ad gentes attraverso
la promozione del clero locale e, nella seconda parte, una nuova animazione missionaria
delle comunità cristiane. Mons. Conforti divenne il primo presidente della nuova “Unione
missionaria del clero” che fu provvidenzialmente all’origine di una nuova sensibilità
missionaria della Chiesa e di molte vocazioni missionarie nei seminari diocesani, e che
determinò quella svolta epocale della missione che sfociò nel decreto Ad Gentes del Concilio
Vaticano II. C’è da sperare che la prossima canonizzazione del Conforti – seguita da quella
del Beato Padre Manna - risvegli nella Chiesa un nuovo senso di responsabilità nei confronti
della missione e una nuova stagione di animazione missionaria. Tutti sentiamo che non
basta più una pastorale di conservazione,ma che è l’ora di una pastorale missionaria, che sia
tale qui e che abbia come suo paradigma e stimolo la missione ad gentes. Quest’ultima non
è concorrente della prima, ma il suo esempio e la sua forza. “La formazione missionaria (…)
della chiesa locale con l'aiuto dei missionari e dei loro istituti, ha scritto Giovanni Paolo II,
non è marginale, ma centrale nella vita cristiana” (Redemptoris missio 83). “Per la stessa
nuova evangelizzazione dei popoli cristiani il tema missionario può essere di grande aiuto: la
testimonianza dei missionari, infatti, conserva il suo fascino anche presso i lontani e i non
credenti e trasmette valori cristiani. … Le attività di animazione vanno sempre orientate ai
loro specifici fini: informare e formare il popolo di Dio alla missione universale della chiesa,
far nascere vocazioni ad gentes, suscitare cooperazione all'evangelizzazione” (Ibid.). Non
sarà sufficiente mostrare quello che la missione fa per i poveri, per la liberazione degli
oppressi, per lo sviluppo, per la difesa dei diritti umani, fronti su cui certamente la chiesa
missionaria è impegnata. L’animazione missionaria farà vedere che il compito primario della
missione è più vasto: i poveri hanno fame di Dio, e non solo di pane e di libertà, e l'azione
della Chiesa testimonia e annunzia che la salvezza piena è offerta in Gesù Cristo e che la
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 6
sua Chiesa è al servizio del Regno di Dio, una comunione cattolica che attende tutti popoli,
che annunzia “le opere ammirevoli di Colui che l’ha chiamata dalle tenebre alla sua luce
meravigliosa” (1Pt 2,9).
4. La carità
Dopo aver detto che i primi destinatari della missione sono i poveri, e che la loro
evangelizzazione è per eccellenza segno e prova della missione di Gesù, Giovanni Paolo II
ricorda che la Chiesa è chiamata alla condivisione con i poveri e con gli oppressi di ogni
genere e esorta tutti i discepoli di Cristo e le comunità cristiane, dalle famiglie alle diocesi,
dalle parrocchie agli istituti religiosi, a fare una sincera revisione della propria vita in vista di
farsi solidali nelle opere di carità e dl promozione umana, e continua: “Sono, infatti, queste
opere che testimoniano l'anima di tutta l'attività missionaria, l'amore, che è e resta il movente
della missione, ed è anche l'unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto,
cambiato o non cambiato” (Redemptoris Missio 60). La carità cristiana non è solo filantropia,
amore per l’uomo, ma è agapê, quell’amore nuovo cioè che ci è comunicato da Dio nel
battesimo, in modo che “noi amiamo, perchè egli ci ha amato per primo” (1Gv 4,19). Noi
cristiani siamo in grado di amare con amore libero, gratuito e universale, come il Padre,
grazie allo Spirito Santo diffuso nei nostri cuori (cf. Rm 5,5). La missione attende questa
carità, che è espressione della fede e che, a sua volta, provoca al dono di sé. Questa carità
la si impara alla scuola del Crocifisso, “il gran libro su cui si sono formati i santi e sul quale
noi pure dobbiamo formarci (…) che ci inculca l’umiltà, la purezza, la mansuetudine, il
distacco da tutte le cose della terra, l'uniformità ai divini voleri e soprattutto la carità per Iddio
e per i fratelli (..) Nessun altro libro può farci concepire propositi più generosi e ridestare in
noi tutte le energie necessarie per attuarli a costo pure delle più grandi rinunzie e dei più duri
sacrifici”. Questo era l’insegnamento che rivolgeva ai suoi missionari il futuro Santo, Guido
Maria Conforti. Egli l’aveva colto in tenera età nella contemplazione del Crocifisso e sempre
lo ripeteva ai suoi Saveriani in partenza per la Cina per esortarli a dare tutto, anche la vita,
per i fratelli: “Vi conforti questo crocefisso che vi pende sul petto e che dev’essere il vostro
gaudio, il vostro tutto e da lui, che ha versato sino all’ultima stilla il suo sangue per l’umano
riscatto, imparate a sacrificarvi per i fratelli”. E di nuovo, in una successiva partenza, dice: “Il
missionario è la personificazione più bella e sublime della vita ideale. Egli ha contemplato in
spirito Gesù Cristo che addita agli Apostoli il mondo da conquistare al Vangelo, non già colla
forza delle armi, ma colla persuasione e coll’amore e ne è rimasto rapito. Ed egli a questo
ideale sacrifica la famiglia, la patria, gli affetti più cari e legittimi [e va] armato unicamente
della croce di Cristo, pronto sempre a versare il proprio sangue, se questo sarà necessario
per il bene dei fratelli, anzi col desiderio in cuore di suggellare col martirio il proprio
apostolato”. Questo amore totale per gli altri è espresso anche nel motto che il Conforti
scelse per il suo Istituto, prendendolo in prestito da quell’innamorato di Gesù che era san
Paolo: “Caritas Christi urget nos” (2Co5,14), l’amore di Cristo per noi e anche il nostro amore
per lui, ci possiede o ci assedia, impedendoci quasi di pensare ad altro o di cercare altri
obiettivi. Questo è l’amore che anche noi dobbiamo alimentare in noi con la preghiera, con i
sacramenti e con l’azione e allora esso si trasformerà in responsabilità per i fratelli che
ancora non conoscono il Vangelo e rischiano di vivere una vita senza orizzonti. Questo
amore ci spronerà a spendere noi stessi nella missione, se a questo Dio ci ispirasse, e nel
tenere le nostre famiglie aperte a questa eventuale chiamata, nell’accogliere coloro che
cercano il Signore e anche quei fratelli che lo hanno trovato nello loro tradizioni religiose,
facendoci tolleranti e dialoganti, senza chiusure e senza pregiudizi. Quest’amore farà in
modo che, ove non possiamo dare la nostra vita e il nostro tempo, diamo almeno il nostro
contributo materiale per l’opera missionaria. La carità in vista della missione sarà “l’indice
esatto della nostra fede” (Redemptoris missio 11) oltre che lo stimolo della nostra generosità.
Oggi le nostre comunità rischiano di spegnere la carità missionaria a causa delle urgenze
interne. Si sente spesso dire che è l’ora della “nuova evangelizzazione” e che ormai la
missione è qui a casa nostra, che non c’è più bisogno di andare in missione e che prima di
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 7
andare lontano, bisogna ricostruire la fede qui da noi. È un falso ragionamento che rischia di
“frenare lo slancio verso il mondo non cristiano” per cui “a malincuore si concedono le
vocazioni agli istituti missionari, alle congregazioni religiose e alle altre chiese” (Redemptoris
missio 85). Giovanni Paolo II ricorda che “La fede si rafforza donandola!” perché la missione
“rinnova la chiesa, rinvigorisce la fede e l'identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove
motivazioni” (Redemptoris missio, 2). Questa è la legge della carità.
5. Il ringraziamento
L’ultima settimana del mese missionario è dedicata al ringraziamento. Ricordiamo l’invito
che Paolo rivolgeva con frequenza alle sue comunità: “In ogni cosa rendete grazie: questa è
infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18; Ef 5,20; Col 3,15). Anche noi lo
riceviamo alla conclusione del mese missionario. Non ci mancano le ragioni per rendere
grazie a Dio. Dobbiamo ringraziare per il dono immeritato della fede che abbiamo ricevuto,
per l’invito che Dio ci rivolge a partecipare a questa impresa di farlo conoscere e di
estendere il suo Regno nel mondo e trasformare questo mondo in una grande unica famiglia
di figli di Dio. Quest’anno abbiamo una ragione speciale per ringraziare e cioè per averci
donato un nuovo Santo, Guido M. Conforti, che, con la concretezza d’una vita vissuta,
richiama la Chiesa intera e ciascuno di noi a prendere coscienza della nostra vocazione
missionaria.
Il futuro Santo ricorda anzitutto alla Chiesa che la missione non è un compito di pochi
specialisti o di persone delegate dall’alto a fare missione, ma è il compito di tutti i battezzati e
che in tutte le situazioni, anche in quelle che potrebbero sembrare precludere un tale
impegno, siamo invece sfidati a vivere le esigenze del nostro battesimo: Che cosa posso
fare io, nella mia concreta situazione, per la diffusione della Parola di Dio? Mons. Conforti
non poteva essere missionario. Glielo impediva una salute cagionevole e aveva dei compiti
ecclesiali che legavano alla sua diocesi. Eppure rimase aperto alle sollecitazioni dello Spirito
che gli suggeriva di fare qualcosa di più. E fece molto, più di quanto avrebbe potuto fare di
persona: fondò una famiglia religiosa con lo scopo unico di entrare nella missione ad gentes.
Mons. Conforti ricorda alla Chiesa che non possiamo limitarci alle nostre comunità cristiane,
alle urgenze interne della cura pastorale dei cristiani, che non potremmo dirci veri cristiani,
se non facessimo anche quello che è nelle nostre possibilità per annunciare il Vangelo ai non
cristiani e per collaborare con coloro che hanno dato la vita per la missione ad gentes.
Ricorda alla Chiesa, non solo ai vescovi e ai preti, ma anche ai laici che le nostre comunità
devono essere cattoliche, cioè aperte ad accogliere e raccogliere tutti, permettendo a tutti di
essere se stessi, senza imporre un’inutile uniformità che mortificherebbe un possibile
“scambio di doni” e delle ricchezze dei popoli a beneficio di tutti (Lumen gentium 13). Ricorda
anche che il Vangelo è una forza in grado di penetrare e rinnovare ogni cultura, anche la
nostra, in modo che essa diventi veicolo per l’evangelizzazione. Essere cattolici, ci ricorda
Mons. Conforti, vuol dire vincere la tentazione di classificare le provenienze, di escludere, di
chiuderci nei nostri problemi per paura di perdere la fede, la cultura, i nostri beni culturali e
materiali, la paura di non avere un futuro perché “non ci sono più preti” … e per mille altre
ragioni. Mons. Conforti ci invita a reagire in positivo. Egli aveva intuito quello che Giovanni
Paolo II dice in Redemptoris missio n. 11, che “la fede si rafforza donandola”. I tempi sono
cambiati, ma la sete della Parola di Dio deve rimanere nelle nostre comunità cristiane e
trovare una risposta in una rinnovata offerta di istruzione e di catechesi, prima che nelle
molte devozioni particolari.
Mons. Conforti ci ricorda infine che la misura della nostra fede è la capacità di spenderci per
gli altri e che la carità, quella che viene dalla contemplazione della Croce di Gesù, deve
essere la molla della nostra vita cristiana e la forza della nostra evangelizzazione, che la
carità non ha confini e non è diversa in Cina, in Italia, in Africa o in America. Ovunque
dobbiamo sentire, prima e più del dovere di obbedire a un comando, il bisogno del cuore di
far conoscere Gesù e il Vangelo del Regno. Le lettere di Mons. Conforti si aprono sempre
con l’invocazione che è anche un impegno di vita: “Sia da tutti conosciuto ed amato nostro
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 8
Signore Gesù Cristo”. Questa era l’ansia, la preghiera che abitava il suo cruore e la sorgente
della sua santità. Sarà questa la forza che spinge anche la nostra vita fino al dono di tutto
quello che possiamo, perché il disegno di grazia di Dio si realizzi: “fare del mondo una sola
famiglia”. Per tutte queste ragioni, rendiamo grazie a Dio!
Tavernerio, 28 giugno 2011.
P. Gabriele Ferrari s.x.
Centro di spiritualità missionaria
Missionari Saveriani
22038 Tavernerio (CO)
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 9
(don Guanella)
Don Luigi Guanella verrà canonizzato da Benedetto XVI domenica 23 ottobre prossimo,
data in cui si celebra anche la XVI Giornata Missionaria Mondiale. Una felice coincidenza o
una provvidenziale sottolineatura: don Guanella infatti per tutta la vita è stato animato da una
speciale attenzione per i poveri e i bisognosi e da un instancabile spirito missionario, che ha
saputo trasmettere ai suoi sacerdoti, alle sue suore e agli amici delle sue opere, affidando
loro l’impegnativo compito di “mostrare con il fatto al mondo che Dio è colui che provvede
con sollecita cura di padre ai figli suoi”.
Il cuore missionario di don Guanella
Fin dagli anni del Seminario (1863), forse per emulare il su amico Giovani Battista
Scalabrini, Luigi Guanella chiese al suo vescovo, Mons. Giuseppe Marzorati, di poter entrare
nel Pontificio Istituto per le Missioni Estere, ottenendone un rifiuto, probabilmente a causa
della scarsezza del clero in Diocesi. Quando si presentò a don Bosco nella fine gennaio
1875, fu accolto con l’invito: “Andiamo in America?”. Invito che si sentì ripetere quando don
Bosco inviò la prima spedizione a Santo Domingo: Caro don Luigi, si sentirebbe di far parte a
questa nuova spedizione e missione di nuovo genere? Credo che questa sia per lei
occasione provvidenziale”. Ma il suo vescovo insisteva per il suo rientro in Diocesi. Dopo
l’amara esperienza di Traona, rivelatasi fallimentare sia per l’opposizione delle autorità
politiche di Sondrio sia del prevosto stesso, fu “confinato” a Olmo, un piccolo paese sulle
montagne della Val San Giacomo; qui, nella solitudine più dolorosa, pensava: “I miei
confratelli, perfino i miei scolari salesiani, compiono delle imprese a gloria di Dio e a bene
delle anime, qui, lontano, in Europa e oltre perfino: e io qui?”. E ripensava alle “proposte
molto lusinghiere” che don Bosco gli aveva fatto per le missioni nel Centro America.
La barchetta
Ma anche per lui finalmente scocca “l’ora della misericordia”: nel 1886, con una barchetta
in partenza dal molo di Pianello del Lario inizia l’avventura missionaria del tenace sacerdote
montanaro. A bordo due suore, un gruppetto di bambine e poche suppellettili, con
destinazione Como. Qui, proprio nel cuore della città, viene aperta la “Casa Divina
Provvidenza”, dove vengono accolti orfani, ragazzi poveri, anziani, infermi, ciechi, sordomuti,
“buoni figli” - come egli chiamava affettuosamente i disabili mentali - nonostante l’iniziale
diffidenza delle autorità civili e religiose.
Oltre i confini dell’Italia
Ma il cuore missionario di don Guanella era troppo grande per restare nei confini italiani.
Nel 1897 visitando la Valle del Reno superiore, che già conosceva da ragazzo, concepì
l’idea di costruire una chiesa a Splügen e di far rifiorire la stazione cattolica di Andeer,
fondata dal cugino don Gaudenzio Bianchi, per assistere spiritualmente gli emigranti cattolici
che là si recavano per lavoro. Tutto ciò si realizzò l’anno successivo. Ma c’era una valle più
bisognosa ancora, perché da oltre tre secoli non si praticava più il culto cattolico: la Val
Bregaglia. Don Guanella inaugurò nel 1904 una chiesa a Promontogno e nel 1909 una a
Vicosoprano.
Don Guanella favorì sempre le opere missionarie, aiutò i suoi amici che erano in missione e
tenne rapporti con grandi missionari, come mons. Eusebio Semprini, nativo di Dongo (1823-
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 10
1895), Vescovo in Cina; P. Antonio Tettamanzi di Como (1853-1885), missionario ad
Abeokuta-Lagos, in Nigeria; mons. Daniele Comboni (1831-1881), l'apostolo della Nigrizia;
P. Ludovico Antomelli (1863-1927), vescovo di Leptis Magna e poi Vicario apostolico della
Libia; P. Gabriele dell’Era (1851-1898), del Convento di Dongo, missionario in Albania; don
Biagio Verri (1819-1884), l' “apostolo delle morette”; P. Rodolfo Fasola, delle Missioni Estere
in Milano, di Brunate, morto giovanissimo.
Negli Stati Uniti d’America
Non contento di lavorare in Italia e nella vicina Svizzera, nel 1913, quando ormai aveva
oltre settanta anni, rivolge il suo pensiero agli Stati Uniti d’America, dove si era recato
personalmente l’anno precedente a rendersi conto della situazione degli emigranti italiani di
cui aveva conosciuto necessità e desiderio di aiuto. Il 2 maggio invia un primo gruppetto
delle sue suore a Chicago, e le accompagna con un opuscolo di carattere missionario “Vieni
meco (sarebbe un odierno “Vademecum”) per le suore missionarie americane in uso nella
congregazione delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza in Como”, dove si riflette la sua
spiritualità missionaria: «La vita missionaria in largo senso è propria di tutte le persone che
attendono a fare il bene dell’anima propria e delle anime altrui. In senso stretto la vita
missionaria è propria di quelle persone che sentonsi di dire a Dio: “Eccomi, o Signore, sono
qui, mandatemi dove volete”, e ascoltano chiara la voce di Dio che loro parla: «Andate,
ammaestrate le genti tutte, battezzatele nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito
Santo, ammaestrandole per seguire tutti quegli insegna menti che Gesù Cristo ne ha
predicati». Don Guanella fa pure un paragone: «Or fanno due anni, moriva la nobildonna
contessa Lapeyrière e legava alle opere di don Luigi Guanella quattro grandiosi ricami
parietali, sui quali ella con lavoro perseverante di anni dodici e con valentia pari, sulla seta,
coll’ago descrisse le quattro parti del mondo. La figlia missionaria della Casa della Divina
Provvidenza deve saper ricamare nella mente, nel cuore e nel corpo medesimo la bellezza di
ricamo delle quattro parti del mondo, perché ad ogni parte di esso può essere mandata o per
lo meno può essere assegnata ad esercitare lavoro proprio con persone di ogni e qualsiasi
parte del mondo». E continua: «Nella vigna del Signore tutte lavorate e tutte lavorate di
gusto; il lavoro comune di preghiere e di opere otterrà senza dubbio il sospirato intento. Sotto
tale riguardo tutte… possono essere missionarie, perché tutte ed ognuna fra esse
direttamente od indirettamente vi concorrono. Questo spirito di missionarie deve invadere
l’animo di tutte; questo spirito vi occupi tutte e sempre; ma badate che questo spirito, per
essere spirito di Dio, deve essere fervido, ma insieme calmo, sereno, efficace, più nelle
opere che nelle parole».
Ormai il cammino era tracciato e, alla sua morte, lasciò un impegno morale alle sue due
Congregazioni: “Tutto il mondo è patria vostra e i vostri confini sono i confini del mondo.
Finirla non si può finché vi sono poveri da soccorrere e bisogni a cui provvedere”. E anche
“Avrete a trattare con persone di più luoghi e nazioni. Voi stenterete a capire loro e loro ad
intendere voi. Ma ben vi farete intendere con il linguaggio della carità e con il calore
dell’amore divino che vi strugge dentro”.
“Tutto il mondo è patria vostra”
I suoi successori raggiungeranno, oltre l’Italia, la Svizzera e gli Stati Uniti, la Polonia, la
Romania, la Spagna, il Canada, il Messico, il Brasile, il Guatemala, la Colombia, il Cile, il
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 11
Paraguay, l’Argentina, le Filippine, l’India, Israele, la Nigeria, il Ghana, la Repubblica
Democratica del Congo, Vietnam.
Una presenza discreta, nei luoghi più disparati, per prendersi cura della vita umana più
fragile ed indifesa e lavorare per la sua promozione integrale, confrontandosi
quotidianamente con vecchie e nuove povertà con uno stile tipicamente guanelliano. La
coscienza della dignità dell’individuo in difficoltà deve perciò comportare in chi lo
accompagna l’impegno a guardarlo con “occhi umani” di rispetto, stima, attenzione,
comprensione e affetto. Particolare cura è rivolta dunque ai disabili, i preferiti di don
Guanella, da lui chiamati affettuosamente “buoni figli”, per rispetto alla scintilla divina che
vive in essi, pur in un corpo menomato. Ma c’è anche molta attenzione rivolta alle fasce
considerate più “deboli”: i bambini, i ragazzi, in particolare gli orfani, gli abbandonati e quelli
che, venendo da situazioni difficili, cercano un proprio ruolo nella società; gli anziani, a cui
infondere coraggio e speranza in una fase particolare della vita, quando è facile non sentirsi
più nessuno; e anche i morenti, da accompagnare con una presenza affettuosa e con la
preghiera.
Silvia Fasana
Centro Missionario Guanelliano
Via Tommaso Grossi
22100 Como
Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio
Pagina 12
Scarica

Telefonata della Gabriella Roncoroni