Ottobre Missionario 2011 Il 23 ottobre 2011, GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE, verranno canonizzati a Roma don Luigi Guanella e Mons. Guido Maria Conforti. Ho chiesto ai Missionari Saveriani e al Centro Missionario Guanelliano uno scritto sulla figura dei nuovi Santi. Padre Gabriele Ferrari presenta la vita di Mons. Conforti inserendola nelle tematiche che contraddistinguono le settimane dell’ottobre missionario. Silvia Fasana rilegge l’avventura missionaria nella vita di don Guanella. Sull’esempio di questi “TESTIMONI DI DIO”, originari e radicati profondamente nella nostra diocesi, ogni comunità è invitata a ritrovare lo slancio della missione perché il Vangelo di Gesù raggiunga tutti gli uomini della terra. Gabriella Roncoroni UFFICIO MISSIONARIO DIOCESANO Il testo è reperibile sul sito dell’Ufficio Missionario www.centromissionariocomo.it e sul sito della diocesi di Como www.diocesidicomo.it (Mons. Conforti) Guido Maria Conforti nacque il 30 marzo 1865 a Casalora di Ravadese nelle vicinanze di Parma, da Rinaldo e Adorni Antonia, una famiglia di agrari della pianura parmense. Il 4 novembre 1876 entrò in Seminario a Parma. Già nel corso degli studi ginnasiali, verso gli anni 1878-80, cominciò a pensare di farsi missionario, ma verso la fine degli studi teologici, nel 1886, si manifestarono i sintomi di una malattia mai diagnosticata (forse epilessia) che lo bloccò per qualche tempo sulla strada del sacerdozio. Nel frattempo fu trattenuto in Seminario, come insegnante e vice del rettore del Seminario, il futuro Beato Card. Andrea Ferrari. Spariti i sintomi della malattia, cosa che attribuì all’intercessione della Madonna di Fontanellato (Parma), fu ammesso agli ordini e divenne prete il 22 settembre 1888. Fu assegnato all’insegnamento in Seminario, dove rimase fino al 1892 quando il Vescovo, per distoglierlo dall’idea delle missioni, lo nominò Canonico della Cattedrale. Ma il Conforti non demordeva. Il 9 marzo 1894 scrisse al Card. Mieceslao Ledochowski, Prefetto di Propaganda Fide, una lettera in cui gli esponeva il suo “audace progetto” di fondare un Seminario per le missioni estere, ricevendone un incoraggiamento decisivo. Il 23 febbraio 1895 il nuovo Vescovo Mons. Magani lo nominò Provicario generale della Diocesi (non aveva ancora 30 anni) e gli concesse nel contempo di aprire il suo Seminario per le missioni estere, il quale fu ufficialmente fondato il 3 dicembre 1895, festa di San Francesco Saverio. L’anno seguente, Conforti fu nominato Vicario Generale della Diocesi fino al 17 maggio 1902, quando a 37 anni fu nominato Arcivescovo di Ravenna da Leone XIII. Consacrato vescovo a Roma l’11 giugno dello stesso anno, dovette attendere fino all’inizio dell’anno seguente per entrare in Diocesi. Rimase a Ravenna neppure due anni e fu costretto, suo malgrado, a rassegnare le dimissioni per gravi ragioni di salute e per le insanabili divergenze nel clero. Pio X le accolse il 12 ottobre 1904, nominandolo Arcivescovo titolare di Stauropoli. Dal 1905 al 1907 si ritirò a Parma presso l’Istituto missionario. Furono tre anni di riposo e di ripresa psico-fisica dopo la brutta malattia e quello che, agli occhi di tutti, era stato un fallimento pastorale. In quei tre anni poté seguire le vicende del suo Istituto in Cina e a Roma, dove le Costituzioni non riuscivano ad essere approvate per la particolare fisionomia che Conforti voleva dare al suo istituto di congregazione missionaria con i voti religiosi. In quegli anni la S. Sede affidò ai Saveriani un territorio proprio. Conforti poté allora inviarvi i suoi missionari, dopo una prima spedizione che si era concluse in modo drammatico con la morte per stenti del primo Saveriano, p. Caio Rastelli, nel corso della persecuzione dei Boxer e con il rientro in patria del secondo, P. Odoardo Manini. Ma il Papa Pio X, quando lo seppe ristabilito in forze, chiese a Mons. Conforti di fare il Vescovo coadiutore con diritto di successione di Mons. Magani, ormai vecchio e incapace di riportare l’unità nel clero di Parma. Conforti ritornò così al ministero episcopale il 16 settembre 1907. Quando il vecchio Vescovo Magani improvvisamente morì il 12 dicembre 1907, gli subentrò nell’incarico e fu vescovo di Parma per quasi venticinque anni, fino al 5 novembre 1931, quando morì. Furono anni di intensa attività. Percorse la diocesi cinque volte per la visita pastorale, rimise ordine in Curia e nel seminario, promosse le associazioni cattoliche. Furono anni difficili per le condizioni politiche, segnati dagli scioperi dei braccianti del 1908 e dallo sciopero politico del 1922, dalla grande guerra e dall’ostilità dei massoni e degli anticlericali. Ma furono anche anni di ripresa della diocesi che ritrovò la sua unità e vide rifiorire la pratica cristiana, grazie anche all’originale impostazione della catechesi voluta da Mons. Conforti. Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 2 Nel frattempo egli continuava a pensare alle missioni, a dirigere il suo istituto e a seguire i suoi missionari in Cina. Nel 1916 incontrò P. Paolo Manna con il quale fondò l’Unione Missionaria del Clero, d’accordo con il Papa Benedetto XV che nel 1919 pubblicò, c’è chi dice per ispirazione del Conforti, l’enciclica missionaria Maximum illud. Dell’Unione missionaria del Clero fu il primo presidente nel 1918. Nel 1919 aprì la prima casa filiale a Vicenza, nel 1930 la seconda a Grumose (CR). Nel 1920, passato l’Istituto alle dirette dipendenze di Propaganda, secondo il desiderio di Conforti, dopo un’estenuante attesa, furono finalmente esaminate e approvate le Costituzioni che il Fondatore promulgò il 2 luglio 1921. Dal 1921 al 1931 Mons. Conforti fu ufficialmente Superiore generale dell’Istituto, oltre che Vescovo di Parma. Per questo lo si è giustamente chiamato “Pastore di due greggi”, anticipando la concezione conciliare della responsabilità missionaria di ogni vescovo. Dal 19 settembre al 28 dicembre si recò in Cina in visita ai Missionari Saveriani. Ritornato, esausto e ormai molto provato dall’età e dalla sua cagionevole salute, continuò ancora il suo duplice ministero fino al 5 novembre 1931 quando morì. Aveva solo 66 anni. La gente di Parma lo considerò subito un Santo, per cui nel 1941 fu aperto a Parma il processo informativo in vista della sua canonizzazione, seguito dal processo apostolico, aperto a Parma il 28 marzo 1960. Dopo una lunga pausa, nel 1981 si riprese il cammino con la dichiarazione delle virtù eroiche da parte di Giovanni Paolo II (11 febbraio 1982). Negli anni 1994-1995 venne esaminato il miracolo a lui attribuito della guarigione di una giovane burundese, Sabine Kamariza, in seguito al quale il 17 marzo 1996 Giovanni Paolo II lo dichiarò beato nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Ora, dopo la constatazione del secondo miracolo, avvenuto in Brasile nel 2003 in favore di Thiago, un bambino nato con irreparabili malformazioni, il Papa Benedetto XVI ha fissato al 23 ottobre 2011 la canonizzazione di Mons. Guido Maria Conforti. I TRATTI CARATTERISTICI DI MONS.CONFORTI Anzitutto la sua spiritualità cristocentrica che può essere sintetizzata nei due motti, quello episcopale: “In omnibus Christus” (Col 3,11) e quello dell’Istituto che lui ha fondato: “Caritas Christi urget nos” (2Co 5,14). Dal cristocentrismo, alimentato dalla contemplazione della Croce, dall’ascolto della Parola di Dio e dai Sacramenti, soprattutto dall’Eucaristia, e dalla scuola dei suoi modelli (in primis san Francesco Saverio), deriva per il Conforti l’urgenza della missione e l’impegno di spendere tutto se stesso per realizzare il desiderio del Crocifisso di “attirare a sé tutti gli uomini” (Gv 12,32). Il secondo tratto caratteristico della fisionomia del Conforti, per cui è stato chiamato “pastore di due greggi”, è l’aver saputo combinare in un solo amore pastorale la missione ad gentes e la cura pastorale della diocesi di Ravenna e di Parma, anticipando di fatto la dottrina conciliare sul ministero episcopale universale di ogni vescovo e, di riflesso, di ogni comunità cristiana. Il terzo aspetto la sua fede viva che lo conduceva a “veder Dio, cercar Dio e amar Dio in tutto”, espressione di quello sguardo contemplativo che deve essere proprio di ogni operatore pastorale : “contemplativo nell’azione”. Un quarto aspetto della sua identità è la apertura di orizzonti, una modernità ancorata nella fede, per cui il Conforti, pur figlio di una chiesa ancora molto preconciliare, aveva una visione positiva del mondo e delle realtà terrestri che egli ordinava all’unica sua ragione di vivere: la gloria di Dio e la salvezza dei non cristiani. Infine una personalità ricca, messa a disposizione della missione, caratterizzata da una umanità forte e tenera, esigente e misericordiosa, aperta alle grandi cause dell’umanità e legata profondamente alla fede in Dio. Una personalità che affascinava i suoi diocesani che Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 3 si chiedevano, con un’espressione semplice e perfino paradossale: “Ma Dio potrà essere più buono del nostro Vescovo?” Ai suoi Missionari Saveriani chiede di distinguersi per “lo spirito di viva fede, per l’obbedienza pronta generosa e costante, per un intenso amore per la loro famiglia religiosa”, per apertura di orizzonti e intraprendenza apostolica illuminata. Per una riflessione nelle settimane dell’Ottobre Missionario 1. La contemplazione San Paolo nella lettera agli Efesini scrive che la missione gli è stata fatta conoscere dallo Spirito del Risorto che rivela ai suoi santi “che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3,5-6). Chi, infatti, potrebbe presumere di assumersi una missione così vasta e impegnativa, se non vi fosse chiamato attraverso una speciale vocazione e un’illuminazione di Dio? Ma quando uno nella preghiera e nella contemplazione si rende conto di essere stato amato da Gesù in modo personale, di essere stato non solo voluto per amore, ma anche salvato e chiamato all’intimità con Dio per giungere alla pienezza della propria esistenza, in una parola di essere frutto dell’amore di un Dio che per fare tutto questo si è fatto piccolo e povero fino a consegnarsi alla morte di croce, allora rispondere a questo amore con altrettanto amore non è più soltanto l’obbedienza a un «comando », ma che diventa una “esigenza profonda della vita di Dio” in lui (Redemptoris missio, 11.1), un bisogno del cuore. Così è stato per Guido Maria Conforti, vescovo di Parma e fondatore dei Missionari Saveriani che sarà elevato alla gloria degli altari il prossimo 23 ottobre 2011. La coscienza missionaria è nata in lui da ragazzo per consolidarsi poi lungo tutta la sua vita. Era ancora uno scolaro quando, lungo la strada che conduceva alla scuola, era abituato a fare una breve visita al Santissimo nella Chiesa della Pace. L’avrà imparato dalla Mamma o dai suoi educatori? Non lo sappiamo. Egli stesso racconta che, entrando in chiesa, era impressionato da un grande Crocifisso che attirava il suo sguardo. Non era nulla di straordinario, ma Guido ogni volta lo guardava e sentiva risvegliarsi in cuore sentimenti di riconoscenza, affetto e partecipazione. Scrive lui stesso ad un amico di Seminario: “Lo guardavo, e lui guardava me e pareva che mi dicesse tante cose”. A distanza di anni, ormai vescovo, confessò che alla base della sua vocazione missionaria c’era quell’esperienza religiosa infantile, che rimase fissa nel suo cuore, tanto che da vescovo volle far restaurare quel Crocifisso, lo tenne in Episcopio e lo fece esporre in Cattedrale in occasione del Sinodo diocesano. Una sua sorella, che viveva con lui, lo sorprese nel corridoio dell’episcopio intento a fissare “immobile e a lungo” quel Crocifisso. Mons. Conforti contemplava nel Crocifisso la misura dell’amore del Padre che va fino a donarci il Figlio unigenito (cf. Gv 3,16), la profondità dell’amore personale di Gesù (cf. Gal 2,21), che stende le braccia in croce per accogliere tutti come accoglie il ladrone pentito e gli promette il suo paradiso (cf. Lc 23,43). Il Crocifisso è il segno della chiamata di tutti i popoli che non sono più stranieri ma che, per il sangue di Cristo, entrano nella famiglia di Dio (cf. Ef 2,13; Gal 3,28). Il Crocifisso fu sempre per il Conforti la scuola dell’amore e la ragione della missione e, quando lo consegnava ai suoi missionari in partenza per la Cina, non mancava mai di ricordare che la contemplazione del Crocifisso li avrebbe accompagnati nella missione. Per questo Giovanni Paolo II nell’enciclica missionaria afferma che il missionario “deve essere un contemplativo in azione” e che “il futuro della missione dipende in gran parte dalla contemplazione” (Redemptoris missio 91). È questo il senso e l’impegno di questa prima settimana del mese missionario: rifare nel nostro cuore, attraverso la contemplazione del Crocifisso, quell’esperienza di Dio che ci rende testimoni di Gesù per poter dire come gli apostoli: “Ciò che noi abbiamo contemplato, ossia il Verbo della vita …, lo annunziamo a voi” (1Gv 1,1-3). Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 4 2. La vocazione Ogni cristiano, ogni uomo in verità, vive secondo un progetto iscritto nella sua esistenza dal Creatore, un progetto che egli scopre poco a poco. I Vangeli ci mostrano Gesù che chiama i suoi ad una missione le cui implicazioni essi ancora non conoscono: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini. Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono” (Mt 4,1920). “Seguire Gesù” è il segno della fede: essi si consegnano a Gesù e ne assumono la missione. Certamente Dio, “che vuole che tutti gli uomini si salvino” (1T 2,4), continua a chiamare le persone a realizzare il progetto del Regno che deve arrivare a tutti gli uomini. Oggi i missionari sono diventati pochi e questo rischia di compromettere la realizzazione di questo piano, perché Dio ha deciso che la salvezza del mondo non sia un dono fatto cadere dall’alto, ma vuole che gli uomini partecipino alla loro salvezza con una libera collaborazione. Perché sono così pochi oggi quelli che accettano la chiamata missionaria? Calo di fede e/o di amore? Dio chiama attraverso la famiglia, la scuola, la partecipazione alla liturgia della Chiesa, attraverso la parola dei missionari e gli avvenimenti della storia. Decisivo è un clima di fede e di ascolto, di preghiera e di attenzione alle vere realtà, ai valori autentici che oggi sembrano andati in eclissi. Anche ai tempi di Mons. Conforti le vocazioni missionarie scarseggiavano e per questo egli chiedeva sempre di pregare, insisteva perché le famiglie cristiane vivessero la loro vita di fede e fossero alimentate dalla catechesi e dalla dottrina cristiana. Chiedeva ai preti della sua diocesi di interessarsi delle vocazioni ecclesiastiche: “Rivolgiamo una calda esortazione al nostro Clero, scrive nella lettera pastorale del 1909, a voler coltivare le vocazioni ecclesiastiche, che ora tanto difettano tra la nostra gioventù, la quale risente, purtroppo, il maligno influsso di quell’aura d’indifferenza e di irreligione che spira ovunque”. Convinto che non bastasse risvegliare le vocazioni, aggiungeva: ”Raccomandiamo però il più grande discernimento in cosa sì importante e delicata”. Mons. Conforti aveva una grande idea della vocazione missionaria per lui è “nobile e grande … quanto di più perfetto secondo il Vangelo”, perchè avvicina a Cristo e agli Apostoli e permette di vivere la vocazione cristiana come Gesù che “passò beneficando e risanando tutti” (At 10,38), e perché tende alla salvezza integrale delle persone. Si tratta di una vocazione religiosa e spirituale. Non ha di mira le cose terrene, le ricchezze e il potere, ma intende solo “unire soavemente fra di loro le menti ed i cuori col vincolo di una stessa fede e di uno stesso amore” (20.5.1923) perché esse trovino la vera felicità. Parlando di essa, Mons. Conforti affermava - senza ombra di dubbio - che “Dio non poteva essere più buono con noi” e vedeva nella Provvidenza che aveva seguito passo passo gli sviluppi dell’Istituto, la prova della presenza di Dio, quasi la voce di Gesù ai suoi apostoli: “Poiché avete abbandonata ogni cosa per seguirmi, vi è forse mancato qualcosa? Lavoriamo dunque con grande alacrità per la più santa delle cause e non abbiamo preoccupazioni di sorta, poiché se saremo fedeli alla nostra vocazione il Signore non ci abbandonerà mai. Questo, anche per me, è stato sempre il pensiero che mi ha confortato nei momenti più critici” (6.06.1907). Le risposte a questa vocazione possono essere molteplici, come afferma Giovanni Paolo II e riguardano tutti. Tutti i battezzati sono invitati a rispondere all’urgenza della missione, laici e gerarchia. E se missionari ad vitam sono ancora “assolutamente necessari” per l’attività missionaria e per l’animazione missionaria delle chiese, perché sono “il paradigma dell'impegno missionario della chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali e totali, di impulsi nuovi e arditi” (n. 66), tuttavia la chiamata missionaria coinvolge anche i sacerdoti fidei donum e i laici volontari: risposte attuali e preziose alla vocazione missionaria che riguarda tutti e si esprime oggi in forme nuove e creative, come conviene all’azione dello Spirito che è all’origine della missione. Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 5 3. La responsabilità missionaria La terza settimana del mese missionario ci richiama alla responsabilità missionaria di ciascuno di noi, secondo il nostro ruolo nella Chiesa. L’ha affermato il Concilio (Ad Gentes 36): ogni cristiano deve sentire la sua responsabilità di “cooperare all’estensione e alla dilatazione” del Corpo di Cristo. Il battesimo, infatti, ci fa membra del Corpo di Cristo, partecipi della stessa missione di Gesù e della Chiesa, corresponsabili di far giungere il Vangelo in ogni parte del mondo. Oggi nel tempo della globalizzazione le condizioni esterne sono molto favorevoli, e ciononostante sembra che la coscienza missionaria dei cristiani sia diventata più debole. Essi sono generosi e aiutano volentieri i missionari con i mezzi economici, ma dall’altra parte stanno scomparendo le vocazioni Missionarie, misura dell’impegno delle comunità (Redemptoris missio 79). Una situazione simile c’era anche al tempo di Mons. Conforti che si rendeva conto che mancava un’azione di sensibilizzazione delle comunità cristiane, mentre dalla Cina i Saveriani ripetevano al loro Fondatore che la missione dava loro molte soddisfazioni, che si sarebbero potute moltiplicare, se i missionari fossero stati più numerosi. Erano tempi difficili per la Chiesa in Italia: la grande guerra aveva spostato l’attenzione verso il fronte prima e verso i problemi sociali a conflitto concluso, sicché la pratica della vita cristiana languiva. In quegli anni uno zelante e illuminato missionario del PIME di Milano, il beato Padre Paolo Manna, andò a trovare Mons. Conforti con una proposta che si prefiggeva di smuovere la coscienza delle comunità cristiane in Italia e nel mondo. Egli sapeva di rivolgersi al Vescovo più sensibile di quel tempo. La proposta consisteva nel sensibilizzare alla missione la Chiesa attraverso l’animazione missionaria dei sacerdoti. Mons. Conforti, che sentiva già per conto suo quest’urgenza nei confronti della sua diocesi e, nello stesso tempo e con lo stesso amore, si sentiva responsabile di un istituto missionario, reagì favorevolmente alla proposta e la fece sua. Approfittò di una visita ad limina al Papa Benedetto XV nel 1916 e, dopo avergli parlato delle missioni in Cina, gli prospettò l’idea di fondare un’Unione missionaria clero per animare missionariamente i sacerdoti e attraverso loro far crescere la coscienza missionaria del popolo di Dio. Il Papa accolse queste proposte e, tre anni dopo, nel 1919, scrisse un’enciclica sulle missioni (Maximum illud) che fu una pietra miliare per lo sviluppo della missione. In essa il Papa prospettava l’indigenizzazione della missione ad gentes attraverso la promozione del clero locale e, nella seconda parte, una nuova animazione missionaria delle comunità cristiane. Mons. Conforti divenne il primo presidente della nuova “Unione missionaria del clero” che fu provvidenzialmente all’origine di una nuova sensibilità missionaria della Chiesa e di molte vocazioni missionarie nei seminari diocesani, e che determinò quella svolta epocale della missione che sfociò nel decreto Ad Gentes del Concilio Vaticano II. C’è da sperare che la prossima canonizzazione del Conforti – seguita da quella del Beato Padre Manna - risvegli nella Chiesa un nuovo senso di responsabilità nei confronti della missione e una nuova stagione di animazione missionaria. Tutti sentiamo che non basta più una pastorale di conservazione,ma che è l’ora di una pastorale missionaria, che sia tale qui e che abbia come suo paradigma e stimolo la missione ad gentes. Quest’ultima non è concorrente della prima, ma il suo esempio e la sua forza. “La formazione missionaria (…) della chiesa locale con l'aiuto dei missionari e dei loro istituti, ha scritto Giovanni Paolo II, non è marginale, ma centrale nella vita cristiana” (Redemptoris missio 83). “Per la stessa nuova evangelizzazione dei popoli cristiani il tema missionario può essere di grande aiuto: la testimonianza dei missionari, infatti, conserva il suo fascino anche presso i lontani e i non credenti e trasmette valori cristiani. … Le attività di animazione vanno sempre orientate ai loro specifici fini: informare e formare il popolo di Dio alla missione universale della chiesa, far nascere vocazioni ad gentes, suscitare cooperazione all'evangelizzazione” (Ibid.). Non sarà sufficiente mostrare quello che la missione fa per i poveri, per la liberazione degli oppressi, per lo sviluppo, per la difesa dei diritti umani, fronti su cui certamente la chiesa missionaria è impegnata. L’animazione missionaria farà vedere che il compito primario della missione è più vasto: i poveri hanno fame di Dio, e non solo di pane e di libertà, e l'azione della Chiesa testimonia e annunzia che la salvezza piena è offerta in Gesù Cristo e che la Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 6 sua Chiesa è al servizio del Regno di Dio, una comunione cattolica che attende tutti popoli, che annunzia “le opere ammirevoli di Colui che l’ha chiamata dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1Pt 2,9). 4. La carità Dopo aver detto che i primi destinatari della missione sono i poveri, e che la loro evangelizzazione è per eccellenza segno e prova della missione di Gesù, Giovanni Paolo II ricorda che la Chiesa è chiamata alla condivisione con i poveri e con gli oppressi di ogni genere e esorta tutti i discepoli di Cristo e le comunità cristiane, dalle famiglie alle diocesi, dalle parrocchie agli istituti religiosi, a fare una sincera revisione della propria vita in vista di farsi solidali nelle opere di carità e dl promozione umana, e continua: “Sono, infatti, queste opere che testimoniano l'anima di tutta l'attività missionaria, l'amore, che è e resta il movente della missione, ed è anche l'unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato” (Redemptoris Missio 60). La carità cristiana non è solo filantropia, amore per l’uomo, ma è agapê, quell’amore nuovo cioè che ci è comunicato da Dio nel battesimo, in modo che “noi amiamo, perchè egli ci ha amato per primo” (1Gv 4,19). Noi cristiani siamo in grado di amare con amore libero, gratuito e universale, come il Padre, grazie allo Spirito Santo diffuso nei nostri cuori (cf. Rm 5,5). La missione attende questa carità, che è espressione della fede e che, a sua volta, provoca al dono di sé. Questa carità la si impara alla scuola del Crocifisso, “il gran libro su cui si sono formati i santi e sul quale noi pure dobbiamo formarci (…) che ci inculca l’umiltà, la purezza, la mansuetudine, il distacco da tutte le cose della terra, l'uniformità ai divini voleri e soprattutto la carità per Iddio e per i fratelli (..) Nessun altro libro può farci concepire propositi più generosi e ridestare in noi tutte le energie necessarie per attuarli a costo pure delle più grandi rinunzie e dei più duri sacrifici”. Questo era l’insegnamento che rivolgeva ai suoi missionari il futuro Santo, Guido Maria Conforti. Egli l’aveva colto in tenera età nella contemplazione del Crocifisso e sempre lo ripeteva ai suoi Saveriani in partenza per la Cina per esortarli a dare tutto, anche la vita, per i fratelli: “Vi conforti questo crocefisso che vi pende sul petto e che dev’essere il vostro gaudio, il vostro tutto e da lui, che ha versato sino all’ultima stilla il suo sangue per l’umano riscatto, imparate a sacrificarvi per i fratelli”. E di nuovo, in una successiva partenza, dice: “Il missionario è la personificazione più bella e sublime della vita ideale. Egli ha contemplato in spirito Gesù Cristo che addita agli Apostoli il mondo da conquistare al Vangelo, non già colla forza delle armi, ma colla persuasione e coll’amore e ne è rimasto rapito. Ed egli a questo ideale sacrifica la famiglia, la patria, gli affetti più cari e legittimi [e va] armato unicamente della croce di Cristo, pronto sempre a versare il proprio sangue, se questo sarà necessario per il bene dei fratelli, anzi col desiderio in cuore di suggellare col martirio il proprio apostolato”. Questo amore totale per gli altri è espresso anche nel motto che il Conforti scelse per il suo Istituto, prendendolo in prestito da quell’innamorato di Gesù che era san Paolo: “Caritas Christi urget nos” (2Co5,14), l’amore di Cristo per noi e anche il nostro amore per lui, ci possiede o ci assedia, impedendoci quasi di pensare ad altro o di cercare altri obiettivi. Questo è l’amore che anche noi dobbiamo alimentare in noi con la preghiera, con i sacramenti e con l’azione e allora esso si trasformerà in responsabilità per i fratelli che ancora non conoscono il Vangelo e rischiano di vivere una vita senza orizzonti. Questo amore ci spronerà a spendere noi stessi nella missione, se a questo Dio ci ispirasse, e nel tenere le nostre famiglie aperte a questa eventuale chiamata, nell’accogliere coloro che cercano il Signore e anche quei fratelli che lo hanno trovato nello loro tradizioni religiose, facendoci tolleranti e dialoganti, senza chiusure e senza pregiudizi. Quest’amore farà in modo che, ove non possiamo dare la nostra vita e il nostro tempo, diamo almeno il nostro contributo materiale per l’opera missionaria. La carità in vista della missione sarà “l’indice esatto della nostra fede” (Redemptoris missio 11) oltre che lo stimolo della nostra generosità. Oggi le nostre comunità rischiano di spegnere la carità missionaria a causa delle urgenze interne. Si sente spesso dire che è l’ora della “nuova evangelizzazione” e che ormai la missione è qui a casa nostra, che non c’è più bisogno di andare in missione e che prima di Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 7 andare lontano, bisogna ricostruire la fede qui da noi. È un falso ragionamento che rischia di “frenare lo slancio verso il mondo non cristiano” per cui “a malincuore si concedono le vocazioni agli istituti missionari, alle congregazioni religiose e alle altre chiese” (Redemptoris missio 85). Giovanni Paolo II ricorda che “La fede si rafforza donandola!” perché la missione “rinnova la chiesa, rinvigorisce la fede e l'identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni” (Redemptoris missio, 2). Questa è la legge della carità. 5. Il ringraziamento L’ultima settimana del mese missionario è dedicata al ringraziamento. Ricordiamo l’invito che Paolo rivolgeva con frequenza alle sue comunità: “In ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18; Ef 5,20; Col 3,15). Anche noi lo riceviamo alla conclusione del mese missionario. Non ci mancano le ragioni per rendere grazie a Dio. Dobbiamo ringraziare per il dono immeritato della fede che abbiamo ricevuto, per l’invito che Dio ci rivolge a partecipare a questa impresa di farlo conoscere e di estendere il suo Regno nel mondo e trasformare questo mondo in una grande unica famiglia di figli di Dio. Quest’anno abbiamo una ragione speciale per ringraziare e cioè per averci donato un nuovo Santo, Guido M. Conforti, che, con la concretezza d’una vita vissuta, richiama la Chiesa intera e ciascuno di noi a prendere coscienza della nostra vocazione missionaria. Il futuro Santo ricorda anzitutto alla Chiesa che la missione non è un compito di pochi specialisti o di persone delegate dall’alto a fare missione, ma è il compito di tutti i battezzati e che in tutte le situazioni, anche in quelle che potrebbero sembrare precludere un tale impegno, siamo invece sfidati a vivere le esigenze del nostro battesimo: Che cosa posso fare io, nella mia concreta situazione, per la diffusione della Parola di Dio? Mons. Conforti non poteva essere missionario. Glielo impediva una salute cagionevole e aveva dei compiti ecclesiali che legavano alla sua diocesi. Eppure rimase aperto alle sollecitazioni dello Spirito che gli suggeriva di fare qualcosa di più. E fece molto, più di quanto avrebbe potuto fare di persona: fondò una famiglia religiosa con lo scopo unico di entrare nella missione ad gentes. Mons. Conforti ricorda alla Chiesa che non possiamo limitarci alle nostre comunità cristiane, alle urgenze interne della cura pastorale dei cristiani, che non potremmo dirci veri cristiani, se non facessimo anche quello che è nelle nostre possibilità per annunciare il Vangelo ai non cristiani e per collaborare con coloro che hanno dato la vita per la missione ad gentes. Ricorda alla Chiesa, non solo ai vescovi e ai preti, ma anche ai laici che le nostre comunità devono essere cattoliche, cioè aperte ad accogliere e raccogliere tutti, permettendo a tutti di essere se stessi, senza imporre un’inutile uniformità che mortificherebbe un possibile “scambio di doni” e delle ricchezze dei popoli a beneficio di tutti (Lumen gentium 13). Ricorda anche che il Vangelo è una forza in grado di penetrare e rinnovare ogni cultura, anche la nostra, in modo che essa diventi veicolo per l’evangelizzazione. Essere cattolici, ci ricorda Mons. Conforti, vuol dire vincere la tentazione di classificare le provenienze, di escludere, di chiuderci nei nostri problemi per paura di perdere la fede, la cultura, i nostri beni culturali e materiali, la paura di non avere un futuro perché “non ci sono più preti” … e per mille altre ragioni. Mons. Conforti ci invita a reagire in positivo. Egli aveva intuito quello che Giovanni Paolo II dice in Redemptoris missio n. 11, che “la fede si rafforza donandola”. I tempi sono cambiati, ma la sete della Parola di Dio deve rimanere nelle nostre comunità cristiane e trovare una risposta in una rinnovata offerta di istruzione e di catechesi, prima che nelle molte devozioni particolari. Mons. Conforti ci ricorda infine che la misura della nostra fede è la capacità di spenderci per gli altri e che la carità, quella che viene dalla contemplazione della Croce di Gesù, deve essere la molla della nostra vita cristiana e la forza della nostra evangelizzazione, che la carità non ha confini e non è diversa in Cina, in Italia, in Africa o in America. Ovunque dobbiamo sentire, prima e più del dovere di obbedire a un comando, il bisogno del cuore di far conoscere Gesù e il Vangelo del Regno. Le lettere di Mons. Conforti si aprono sempre con l’invocazione che è anche un impegno di vita: “Sia da tutti conosciuto ed amato nostro Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 8 Signore Gesù Cristo”. Questa era l’ansia, la preghiera che abitava il suo cruore e la sorgente della sua santità. Sarà questa la forza che spinge anche la nostra vita fino al dono di tutto quello che possiamo, perché il disegno di grazia di Dio si realizzi: “fare del mondo una sola famiglia”. Per tutte queste ragioni, rendiamo grazie a Dio! Tavernerio, 28 giugno 2011. P. Gabriele Ferrari s.x. Centro di spiritualità missionaria Missionari Saveriani 22038 Tavernerio (CO) Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 9 (don Guanella) Don Luigi Guanella verrà canonizzato da Benedetto XVI domenica 23 ottobre prossimo, data in cui si celebra anche la XVI Giornata Missionaria Mondiale. Una felice coincidenza o una provvidenziale sottolineatura: don Guanella infatti per tutta la vita è stato animato da una speciale attenzione per i poveri e i bisognosi e da un instancabile spirito missionario, che ha saputo trasmettere ai suoi sacerdoti, alle sue suore e agli amici delle sue opere, affidando loro l’impegnativo compito di “mostrare con il fatto al mondo che Dio è colui che provvede con sollecita cura di padre ai figli suoi”. Il cuore missionario di don Guanella Fin dagli anni del Seminario (1863), forse per emulare il su amico Giovani Battista Scalabrini, Luigi Guanella chiese al suo vescovo, Mons. Giuseppe Marzorati, di poter entrare nel Pontificio Istituto per le Missioni Estere, ottenendone un rifiuto, probabilmente a causa della scarsezza del clero in Diocesi. Quando si presentò a don Bosco nella fine gennaio 1875, fu accolto con l’invito: “Andiamo in America?”. Invito che si sentì ripetere quando don Bosco inviò la prima spedizione a Santo Domingo: Caro don Luigi, si sentirebbe di far parte a questa nuova spedizione e missione di nuovo genere? Credo che questa sia per lei occasione provvidenziale”. Ma il suo vescovo insisteva per il suo rientro in Diocesi. Dopo l’amara esperienza di Traona, rivelatasi fallimentare sia per l’opposizione delle autorità politiche di Sondrio sia del prevosto stesso, fu “confinato” a Olmo, un piccolo paese sulle montagne della Val San Giacomo; qui, nella solitudine più dolorosa, pensava: “I miei confratelli, perfino i miei scolari salesiani, compiono delle imprese a gloria di Dio e a bene delle anime, qui, lontano, in Europa e oltre perfino: e io qui?”. E ripensava alle “proposte molto lusinghiere” che don Bosco gli aveva fatto per le missioni nel Centro America. La barchetta Ma anche per lui finalmente scocca “l’ora della misericordia”: nel 1886, con una barchetta in partenza dal molo di Pianello del Lario inizia l’avventura missionaria del tenace sacerdote montanaro. A bordo due suore, un gruppetto di bambine e poche suppellettili, con destinazione Como. Qui, proprio nel cuore della città, viene aperta la “Casa Divina Provvidenza”, dove vengono accolti orfani, ragazzi poveri, anziani, infermi, ciechi, sordomuti, “buoni figli” - come egli chiamava affettuosamente i disabili mentali - nonostante l’iniziale diffidenza delle autorità civili e religiose. Oltre i confini dell’Italia Ma il cuore missionario di don Guanella era troppo grande per restare nei confini italiani. Nel 1897 visitando la Valle del Reno superiore, che già conosceva da ragazzo, concepì l’idea di costruire una chiesa a Splügen e di far rifiorire la stazione cattolica di Andeer, fondata dal cugino don Gaudenzio Bianchi, per assistere spiritualmente gli emigranti cattolici che là si recavano per lavoro. Tutto ciò si realizzò l’anno successivo. Ma c’era una valle più bisognosa ancora, perché da oltre tre secoli non si praticava più il culto cattolico: la Val Bregaglia. Don Guanella inaugurò nel 1904 una chiesa a Promontogno e nel 1909 una a Vicosoprano. Don Guanella favorì sempre le opere missionarie, aiutò i suoi amici che erano in missione e tenne rapporti con grandi missionari, come mons. Eusebio Semprini, nativo di Dongo (1823- Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 10 1895), Vescovo in Cina; P. Antonio Tettamanzi di Como (1853-1885), missionario ad Abeokuta-Lagos, in Nigeria; mons. Daniele Comboni (1831-1881), l'apostolo della Nigrizia; P. Ludovico Antomelli (1863-1927), vescovo di Leptis Magna e poi Vicario apostolico della Libia; P. Gabriele dell’Era (1851-1898), del Convento di Dongo, missionario in Albania; don Biagio Verri (1819-1884), l' “apostolo delle morette”; P. Rodolfo Fasola, delle Missioni Estere in Milano, di Brunate, morto giovanissimo. Negli Stati Uniti d’America Non contento di lavorare in Italia e nella vicina Svizzera, nel 1913, quando ormai aveva oltre settanta anni, rivolge il suo pensiero agli Stati Uniti d’America, dove si era recato personalmente l’anno precedente a rendersi conto della situazione degli emigranti italiani di cui aveva conosciuto necessità e desiderio di aiuto. Il 2 maggio invia un primo gruppetto delle sue suore a Chicago, e le accompagna con un opuscolo di carattere missionario “Vieni meco (sarebbe un odierno “Vademecum”) per le suore missionarie americane in uso nella congregazione delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza in Como”, dove si riflette la sua spiritualità missionaria: «La vita missionaria in largo senso è propria di tutte le persone che attendono a fare il bene dell’anima propria e delle anime altrui. In senso stretto la vita missionaria è propria di quelle persone che sentonsi di dire a Dio: “Eccomi, o Signore, sono qui, mandatemi dove volete”, e ascoltano chiara la voce di Dio che loro parla: «Andate, ammaestrate le genti tutte, battezzatele nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, ammaestrandole per seguire tutti quegli insegna menti che Gesù Cristo ne ha predicati». Don Guanella fa pure un paragone: «Or fanno due anni, moriva la nobildonna contessa Lapeyrière e legava alle opere di don Luigi Guanella quattro grandiosi ricami parietali, sui quali ella con lavoro perseverante di anni dodici e con valentia pari, sulla seta, coll’ago descrisse le quattro parti del mondo. La figlia missionaria della Casa della Divina Provvidenza deve saper ricamare nella mente, nel cuore e nel corpo medesimo la bellezza di ricamo delle quattro parti del mondo, perché ad ogni parte di esso può essere mandata o per lo meno può essere assegnata ad esercitare lavoro proprio con persone di ogni e qualsiasi parte del mondo». E continua: «Nella vigna del Signore tutte lavorate e tutte lavorate di gusto; il lavoro comune di preghiere e di opere otterrà senza dubbio il sospirato intento. Sotto tale riguardo tutte… possono essere missionarie, perché tutte ed ognuna fra esse direttamente od indirettamente vi concorrono. Questo spirito di missionarie deve invadere l’animo di tutte; questo spirito vi occupi tutte e sempre; ma badate che questo spirito, per essere spirito di Dio, deve essere fervido, ma insieme calmo, sereno, efficace, più nelle opere che nelle parole». Ormai il cammino era tracciato e, alla sua morte, lasciò un impegno morale alle sue due Congregazioni: “Tutto il mondo è patria vostra e i vostri confini sono i confini del mondo. Finirla non si può finché vi sono poveri da soccorrere e bisogni a cui provvedere”. E anche “Avrete a trattare con persone di più luoghi e nazioni. Voi stenterete a capire loro e loro ad intendere voi. Ma ben vi farete intendere con il linguaggio della carità e con il calore dell’amore divino che vi strugge dentro”. “Tutto il mondo è patria vostra” I suoi successori raggiungeranno, oltre l’Italia, la Svizzera e gli Stati Uniti, la Polonia, la Romania, la Spagna, il Canada, il Messico, il Brasile, il Guatemala, la Colombia, il Cile, il Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 11 Paraguay, l’Argentina, le Filippine, l’India, Israele, la Nigeria, il Ghana, la Repubblica Democratica del Congo, Vietnam. Una presenza discreta, nei luoghi più disparati, per prendersi cura della vita umana più fragile ed indifesa e lavorare per la sua promozione integrale, confrontandosi quotidianamente con vecchie e nuove povertà con uno stile tipicamente guanelliano. La coscienza della dignità dell’individuo in difficoltà deve perciò comportare in chi lo accompagna l’impegno a guardarlo con “occhi umani” di rispetto, stima, attenzione, comprensione e affetto. Particolare cura è rivolta dunque ai disabili, i preferiti di don Guanella, da lui chiamati affettuosamente “buoni figli”, per rispetto alla scintilla divina che vive in essi, pur in un corpo menomato. Ma c’è anche molta attenzione rivolta alle fasce considerate più “deboli”: i bambini, i ragazzi, in particolare gli orfani, gli abbandonati e quelli che, venendo da situazioni difficili, cercano un proprio ruolo nella società; gli anziani, a cui infondere coraggio e speranza in una fase particolare della vita, quando è facile non sentirsi più nessuno; e anche i morenti, da accompagnare con una presenza affettuosa e con la preghiera. Silvia Fasana Centro Missionario Guanelliano Via Tommaso Grossi 22100 Como Ottobre Missionario 2011- Mons. Conforti e don Guanella: testimoni di Dio Pagina 12