Agostino di Duccio (Firenze, 1418 – Perugia 1481 ca), Angelo reggi stemma, Pietra scolpita, Tempio
malatestiano, Rimini.
[email protected]
Collaboratori del 3° numero, anno 2010/2011
Mario Alvisi - Antonio Battistini - Pietro Giovanni Biondi
Stefano Cavallari - Vittoria Currò Dossi - Giorgia Donati Gori
Franca Fabbri Marani - Mario Gori - Anna Mariotti Biondi - Andrea Martino
Roberto Morbidi - Pier Giorgio Pasini - Giampiero Piscaglia - Giampaolo Proni
Alessandro Segurini - Alfonso Vasini - Aldo Maria Zangheri
Progetto grafico e impaginazione
Anna Mariotti Biondi
Fotografie
Mario Alvisi
Vita di Club
Anno lionistico 2010 – 2011
Numero 3
Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta
SOMMARIO:
Incontri
Conferenze
Conviviali
Servizi
Viaggi
Curiosità
Novità
Ricordi
Arte
Musica
Poesia
Amicizia
Solidarietà
Mostre
Musei
Gastronomia
Posta
Attualità
Chiacchiere
Pensieri
Brevi
Lionismo
Anniversari
Ospiti
Atmosfere
Nostalgie
Progetti
4
5
6
7
8
11
12
13
15
16
La pagina del Presidente
Dati storici
Operazione trentennale
Il primo presidente
Il primo service
I service
I service delle signore
L’angolo dello sponsor
I service
18 I service
21 I service
22 Saggio
30 I grandi service
31 I service
Inserto
33 I ricordi
34 I rimpianti
37 Operazione trentennale
41 I temi malatestiani
48 I meeting
51 I meeting
53 I service
55 Premio Vitale
58 Charter night
62
Cari amici
I numeri del Club
Come eravamo
Discorso del Lions Guida Gino Magnani
L.I.O.N.S.: un acronimo da interpretare
Quattro ruote e un pallone
I service delle signore
La scuola delle mogli
Sponsor: Banca Generali
“Un poster per la pace” Città di Rimini
2010-2011
Premio “Morena Ugolini”
Cani guida a ritmo di rock
Tutta un’altra piccola, ma sincera storia del
Rock
Rimini, Luglio 1984
Il mio Limbiate Day 2011
Immagini da una storia trentennale
Una storia trentennale
Nostalgia degli amici
Sull’ali dorate
La politica artistica dei Malatesta
Rimini risorgimentale
Immagini, passioni e abitudini dei
Riminesi nel loro territorio
Una visita straordinaria
Premio “V. Vitale”
Storia della Sagra Malatestiana
Il trentesimo compleanno
Immagini della 30ª Charter night
LA PAGINA DEL PRESIDENTE
Cari amici,
abbiamo concluso l’anno del trentennale nella splendida cornice della
Darsena di Rimini con una partecipazione davvero importante. Erano
presenti infatti il governatore Guglielmo Lancasteri, che ringrazio, con
la sempre deliziosa cerimoniere distrettuale Sandra Sacchetti, il past
governatore ed amico Ezio Angelini, il presidente onorario del Centro
Cani Guida del Lions Club Andrea Martino, tanti altri amici e con quasi
l’80% di presenze dei soci. Quando un club si ritrova nel suo atto
conclusivo con una presenza così significativa è la dimostrazione di una
vitalità ancora intatta nonostante i 30 anni di vita.
Sono stato eletto in sostituzione dell’amico Elio Bianchi, che sarebbe
stato un ottimo presidente se motivi di salute non gli avessero impedito di
accettare l’incarico; io ho accettato per spirito di servizio, ben sapendo che l’anno del trentennale era un
passaggio impegnativo per il club. Fare il presidente di un Lions Club così importante è stato per me
davvero motivo d’orgoglio. Nel corso dell’anno, che mi ha visto presente in tanti eventi distrettuali, sono
arrivato a capire il peso e il prestigio che il Rimini Malatesta ha in tutto il distretto. Il nostro club non è
come un altro club, in questi trent’anni siamo riusciti a ritagliarci un ruolo e una posizione di primissimo
piano. Per questo motivo una volta che ci mettiamo al collo il simbolo del nostro club, ne portiamo anche
il peso e la responsabilità. Un peso ed una responsabilità che non fanno venir meno il piacere del ruolo.
Mi sono giunti inviti da ogni parte, ho
ricevuto chiamate per saluti e
complimenti, gli amici ti riconoscono in tv
e sui giornali, la gente si informa, il
tuo piccolo focolare domestico si anima di
discorsi. È davvero gratificante e la
cosa non può che far piacere. Quando
infine si entra nel ruolo e parlare in
pubblico o rilasciare interviste diventa
ormai una routine, è giunto il
momento di passare la mano. Al termine
del mio anno di presidenza vorrei
lanciare un messaggio. Mettersi al
servizio del club, magari come
presidente, non porta via tanto tempo,
non sarete travolti dagli impegni, non
dovrete essere chissà dove e chissà
quando. Chiaramente l’impegno c’è, ma questo, se si
è in grado di delegare e di coinvolgere il maggior
numero di persone, è davvero nella norma. È il
consiglio direttivo il vero motore del club. Il
segretario, il tesoriere, il cerimoniere e forse,
soprattutto, il “semplice” consigliere sono ruoli
importanti e se si riesce lavorare in team è davvero
un anno bello ed indimenticabile. Insieme abbiamo
Giorgia Gori riceve il dono del Club e l'omaggio floreale
fatto tante cose, ma vorrei sottolineare l’importanza
da parte di Norma Morbidi.
del grande concerto del Trentennale al Teatro
Novelli, che ha richiesto uno sforzo organizzativo ed economico per il club e per il sottoscritto, e il
Concerto Rock che ha contribuito a finanziare la donazione di un cane guida a nome di mio padre
Chicco Gori che, a quasi dieci anni dalla scomparsa, rimane vicino a me come al Club. Poi arriva il
momento di preparare la charter e il passaggio del testimone; cominci a fare bilanci, rendendoti conto
che molte delle idee che volevi realizzare sono rimaste tali, ma ti consola il convincimento che, nel tuo
piccolo, hai messo il tuo personale mattoncino nella storia del club. Leggendo il programma della
charter trovi all’ultima pagina che non sarai tu, ma “sarà il prossimo presidente ad effettuare il
tradizionale tocco di campana” e allora capisci che dovrai ben presto scivolare in seconda fila. Così
saluto con un abbraccio a tutti,
Mario Gori
4 Vita di Club n.3
DATI STORICI
I NUMERI DEL CLUB
Denominazione del Club: RIMINI MALATESTA
Codice del Club: 39719
Data Proposta Fondazione: 03 gennaio 1981 (dal
Rimini Riccione Host)
Data riunione fondazione: 12 febbraio 1981
Data Costituzione: 23 febbraio 1981 con 29 soci
iniziali
Data Omologazione: 02 aprile 1981
Data Charter: 30 giugno 1981 con 38 soci fondatori
Club Sponsor Rimini Riccione Host – Lions Guida
Prof. Gino Magnani
Club Gemellato: Cerveteri-Ladispoli
Clubs Fondati: il Morciano Valle del Conca e il
Leo Club Rubicone
Soci Attivi al 30 giugno 2011 n. 45 di cui 10
fondatori
Soci totali iscritti negli anni n. 128 – Anzianità
media 12 anni
Soci totale persi n. 82 (di cui 2 trasferimenti)
Soci defunti mentre erano attivi n. 12
Charter night giugno 1981: Stefano Cavallari, primo
presidente del Lions Club Rimini Malatesta e Giuseppe
Cantoni, presidente del Lions Club Rimini-Riccione
Host.
Presidenti n. 28 (Stefano Cavallari e Nevio Annarella per due volte)
Meeting svolti n. 550 di cui: - 212 di carattere lionistico; - 44 storia; - 18 arte; - 22 medicina; - 28
economia e finanza; - 32 civico/sociologico; - 21 musica; - 20 scuola; - 25 cultura / letteratura; - 15
sociale; - 9 media (cinema, teatro, televisione, radio); - 16 turismo; - 14 scientifico; - 7 religioni; 7 sport; - 9 militare/patriottico; - 51 ludico/gastronomico.
ATTUALI SOCI FONDATORI L.C. RIMINI MALATESTA
n.
Cognome Nome
Data ingresso
anzianità/anni
CODICE
NOTE
Anno
Presidenza
1
ALVISI MARIO
1-apr 1981
29
1255248
Fondatore
2003-2004
2
ANNARELLA NEVIO
1-apr 1981
29
1255250
Fondatore
1993-1994 / 19981999
3
BOCCHINI GIAMPIERO
1-apr 1981
29
1255255
Fondatore
4
CAVALLARI STEFANO
1-apr 1981
29
1260611
Fondatore
5
FRATTI ALVARO
1-apr 1981
29
1260616
Fondatore
6
SANTUCCI FERNANDO
1-apr 1981
29
1271345
Fondatore
7
ZANINI GABRIELE
1-apr 1981
29
1276704
Fondatore
8
GARDENGHI MAURO
1-mag 1981
29
1260618
Fondatore
9
MARANI PAOLO
1-mag 1981
29
1265981
Fondatore
10
PALMA FRANCO
1-lug 1981
29
1265986
Fondatore
5 Vita di Club n.3
1981 / 1981-1982
1985-1986
1982-1983
2001-2002
OPERAZIONE TRENTENNALE
COME ERAVAMO
Diario della 1ª Charter Night all’Hotel Bellevue di Rimini
il 30 giugno 1981: appunti scritti durante la cerimonia a
ritmo… sincopato e senza censura.
di MARIO ALVISI
S
farzo,
colori,
cerimonie,
saluti,
conservatorismo
troppo
sfacciato
rispetto allo spirito lions, un lionismo
moderno teso verso “una umanità che
soffre”! Quanta retorica falsità che francamente
mi rifiuto di approvare. (Il primo segno della mia
insofferenza verso gli stereotipi di classe che poi
esprimerò anche in altre occasioni).
Non manca una nota di colore: il ritardo del
Governatore (Gisleno Leopardi) che fa impazzire
Gorra, perfetto organizzatore di questa
cerimonia. In attesa, un’ora di ritardo è
comunque troppa, stiamo in un salotto dove
l’aria condizionata è alquanto desiderata. Un
signorile drink ci accoglie nei salotti dell’hotel.
Signore bellissime, toilettes splendide, fascino
dell’eleganza e della signorilità in tutti i
convenuti che danno un tono chic alla
manifestazione che comunque resta un fatto
mondano al di là delle parole che dovrebbero
contenere i motivi fondamentali della nostra
attività. Rose rosse vengono offerte alle signore.
Con un certo patema d’animo ognuno di noi
s’appresta alla firma del documento ufficiale
che attesta la nostra appartenenza al Club. Nella
saletta dell’hotel appositamente addobbata con
eleganza, ogni socio viene chiamato in ordine
alfabetico a firmare la Charter. Il rito solenne
viene vissuto con trepidazione da ognuno di noi
che con gesti non certamente spontanei assolve il
rito a cui siamo chiamati.
(Dovevo essere il primo a firmare, ma non è
così, perché sto facendo le solite fotografie).
La cerimonia breve, ma densa di significati trova
il Governatore Gisleno Leopardi pieno di
comprensione per la nostra terra e per la nostra
gente e con brevi parole offre il suo addio alla
carica ufficiale, non senza rimpianto. Con
perfetta sincronia Gorra riesce a disporre a tavola
tutti gli ospiti. La sala offre un degno colpo
d’occhio, favolosamente arredata, con tavoli ben
assortiti nella loro composizione con l’intento di
un miglioramento delle relazioni lions, nella
convinzione che l’amicizia sia fondamentale per
la vita del club e permetta la crescita di un
associazionismo valido per la realizzazione degli
scopi lionistici. Brevi discorsi, qualche inno e
formalità non più accettate; ormai i tempi non
sono più per formalità patriottiche, coccarde,
bandiere, preghiere (non sapevo di essere un
anarchico incallito). Tutti in piedi ancor più
imbarazzati ad ascoltare l’inno nazionale e la
preghiera Lions artefatte dalle onde sonore di un
impianto acustico non troppo funzionante.
Il pranzo è ottimo (prosciutto di parma e melone,
le crespelle della casa e passatelli di Romagna,
sella di vitello “Prince Orloff”, patatine saltate
al burro, carote Wichy, fagiolini all’olio, torta
lions, frutta di stagione, caffè, digestivi, vini
Trebbiano, Sangiovese e spumante Ferrari brut).
Una breve parentesi amichevole trova coinvolto
il tavolo dove sono De Mari, Palma, Marani e
Tocco che, sommamente sorpresi, si vedono
offrire champagne da alcuni anonimi amici
“americani” ben individuabili.
(Infatti sul diario mi trovo inavvertitamente
scritto: SALUTI e BACI – BASTA!!! EVVIVA
BOTARI (non si legge bene)!!! sottocommento:
“è andato in bagno” !!! Una “botta” di pazzia
senza firma. Non ricordo chi sia stato. Può darsi
che Paolo Marani lo possa ricordare).
La serata non può proseguire senza i discorsi, i
regali, i battimani. Comincia Cantoni con una
breve motivazione della nascita del nuovo Club.
Segue Cavallari con una enunciazione del
“credo” che sarà nostra guida nella realizzazione
del programma per l’anno successivo. Zannini, al
di là della retorica, elenca il decalogo
dell’operato di noi Lions con passionalità e
fervore. Magnani illustra il perché della nascita
di un nuovo club e della sua costituzione. Infine
Gisleno Leopardi con toni da grande oratore,
6 Vita di Club n.3
teatralmente partecipe della manifestazione che
sta vivendo, lancia il suo appello e il suo addio:
Amicizia è solo sentimento? Non è orgoglio, ma
appagante soddisfazione di un lavoro febbrile per
contrarre amicizie che sono l’unico vantaggio
per ognuno di noi. Il mio tramonto è l’inizio
della tua aurora! Speranze che nutrite sono
riposte nei giovani.
Quei giovani eravamo noi, soci fondatori del
Lions Club Rimini Malatesta.
DISCORSO DEL LIONS GUIDA GINO MAGNANI
Caro Governatore, gentili Signore, amici Lions,
mi sento profondamente commosso per il rito lionistico che sta svolgendosi questa sera, davanti al
nostro
Governatore, ai Past Governatori, agli Officers del Distretto e dei Club e al Presidente della 1ª Circoscrizione, ai
numerosissimi lions e alla sempre gradita presenza delle nostre consorti. Abbiamo il documento della Charter, che consacra
l’avvenimento, ma abbiamo anche validissimi testimoni che rendono ancora più solenne il rito. Il Club Sponsor Rimini
Riccione Host, confortato dalla simpatia dei delegati di zona, dei Presidenti e dei Lions della nostra Circoscrizione, ha
aiutato la nascita del Club Rimini Malatesta, perché convinto che un secondo Club possa convivere nell’ambito della città
di Rimini, e collaborare armonicamente col vecchio sodalizio, vecchio per anzianità di nascita lionistica, ma sempre valido
sul piano operativo. Questo secondo Club, si potrebbe affermare, non è un altro Club, ma costituisce in sostanza un
ampliamento del primo e ne esprime la vitalità. Qui presente c’è, questa sera, il Lions Comm. Emilio Amati, uno dei
fondatori, nell’ormai lontano 1956, del Club Rimini Riccione. Egli, fra i soci più attivi e assidui, che ha ricoperto cariche
di Club e Distrettuali, riassume in sé l’immagine dei due sodalizi. Ed il giovane Presidente Stefano Cavallari riceve
idealmente da lui la fiamma del lionismo. In loro viene simboleggiata la continuità nella coerenza, la fede nei principi, un
sentimento che corrisponde all’ idea, idea che è sempre quella che è, a prescindere dal trascorrere del tempo. Mi è stato
affidato benignamente l’incarico di “Lions guida” del giovane Club, il compito di partecipare alle loro riunioni e di offrire
loro i frutti di quel poco di esperienza che debbo in gran parte al mio Club di appartenenza (il Rimini Riccione). Posso
affermare che questi giovani, perché tutti sono giovani, anche quelli che secondo l’anagrafe lo sarebbero un po’ meno,
questi giovani che rappresentano assai validamente l’attività di tante categorie e che già sono sicuramente inseriti nella
vita pubblica, sono animati da grande passione di operare, passione che è anche sentita dalle loro consorti. Nei pochi mesi
da quando sono nati, in assemblee e riunioni di consiglio molto frequenti, hanno partecipato alle discussioni con la
vivacità propria dei neofiti, e si sono sforzati di approfondire la conoscenza dello Statuto e del Regolamento, per
penetrare con sicurezza nello spirito del lionismo e per preparare i piani programmatici per la sua attuazione secondo una
corretta interpretazione dell’etica e degli scopi della nostra Associazione. E già nei vari comitati stanno predisponendo
tutto il lavoro per attuare delle iniziative di interesse sociale nell’anno che, in effetti, comincia domani. Il Club Rimini
Riccione ha creato le basi per l’istituzione del nuovo Club, attraverso l’opera calorosa, costante, concreta del suo
Presidente Giuseppe Cantoni, del Cerimoniere Cirano Montagni, del Segretario Gianfranco Costanzi e del Tesoriere Aldo
Sancisi e di tutti gli amici del Consiglio Direttivo e con l’aiuto e l’esperienza del Past Governatore Gino Zannini e dei
Soci che hanno seguito con vivo interessamento il lavoro preparatorio e la sua felice conclusione. Anche il Delegato di
zona Antonio Maggioli ha contribuito a questo scopo con consigli e con il suo ben noto entusiasmo, partecipando a
diverse riunioni preliminari. Dobbiamo gratitudine particolare al caro amico Antonio Luigi Grimaldi, addetto distrettuale
estensione club e potenziamento soci. Egli ci ha seguito fin dall’inizio con premurosi suggerimenti, e, quando è stata
necessaria la sua presenza, è venuto qua da noi per portare a termine il suo compito con tatto, con competenza e sicura
decisione. Lo abbracciamo con affetto e assicuriamo che la nostra amicizia non gli verrà mai meno. Il Club Rimini
Malatesta è una nuova pietra utile per quella costruzione aperta che è il Lionismo, e perciò ci sentiamo soddisfatti e pieni
di speranza. Infatti il Club è l’elemento base di tale costruzione. Se il Club esplica la sua potenziale energia, realizzando
gli scopi per i quali i nostri fondatori, nel 1917, lo crearono, non può non crescere, non può non generare. Il nostro
compiacimento nasce anche dalla persuasione di avere operato secondo lo spirito della grande associazione a cui siamo
onorati di appartenere. Grazie massimamente al nostro Governatore (Gisleno Leopardi), che proprio questa sera porta a
termine un anno di lavoro intenso, e utilissimo per il volto del Lionismo di fronte alla società e per la sua credibilità, e
indimenticabile (?), grazie a voi tutti qui riuniti e alle gentili signore, non dimenticando, s’intende, l’ineguagliabile Lilli,
consorte del Governatore, perché voi avete voluto, con la vostra presenza, onorare il battesimo ufficiale del nuovo
sodalizio. Al neonato Club Rimini Malatesta, nella persona del suo validissimo presidente Stefano Cavallari, del
Consiglio Direttivo, di tutti i Soci, delle loro amabilissime consorti, l’augurio di ogni più invidiabile realizzazione.
Gino Magnani
7 Vita di Club n.3
IL PRIMO PRESIDENTE
L.I.O.N.S.: UN ACRONIMO DA REINTERPRETARE
Le motivazioni e la guida dell’operare lionistico sono nella sua sigla fin dalle origini (1916-17): “LIBERTY
INTELLIGENCE OUR NATION SAFETY”, ma bisogna reinterpretarla per darle un senso a noi contemporaneo.
Esaminiamo insieme lettera per lettera.
di STEFANO CAVALLARI
LA
“L”
STA
PER
LIBERTÀ:
nel
nostro
campo lo interpreterei
prevalentemente
come
indipendenza (ad es. dalle ideologie, dalla
politica, dalle fedi religiose, dalle caste, dalle
mode, dagli idoli, etc..) e autonomia (che è di
colui che decide da solo, per sue motivazioni
e scopi e senza influenze altrui).
Il Lionismo differisce dal Volontariato perché
il “volontario” entra in una istituzione ben
definita (Es. Croce Rossa, o un Ordine
Religioso) e che deve essere “riconosciuta”,
mentre il Lions è il protagonista ed è
libero di scegliere qualsiasi mezzo e
fine
e
non
deve
ottenere
riconoscimento da nessuna autorità.
Se la Legge (di comportamento) del
Lions è dunque quella che si fa solo,
si vede subito quanta responsabilità
sia correlata a questa impostazione,
perché se mancasse la dovuta
coerenza crollerebbe tutta la struttura
perdendo qualsiasi credibilità. Il
Lions è libero, dunque deve agire
(una specie del “cogito ergo sum” di
Cartesio).
Il
concetto
di
responsabilità, pertanto, sarà utile
quando esamineremo il service.
Questa caratteristica, che pone
fieramente e orgogliosamente la
libertà come premessa del suo agire,
ha costituito un vero ostacolo
all’espansione del Lionismo in Stati di
concezione prevalentemente autoritaria di tipo
orientale. Ma a che cosa serve il Lions: a dare
libertà? No, perché chi è libero non ha bisogno di
nulla (nemmeno del Lions) e chi non lo è, non
diventa libero nemmeno se è Lions. La libertà
connota tutta la organizzazione associativa nella
quale i Clubs sono “sovrani”, i soci scelgono gli
“officers” (cioè i funzionari, non i
“rappresentanti” come dal sistema politico elettorale, perché non ci sono “interessi” da
rappresentare…); le decisioni sono
sempre collegiali; ogni riunione fra i
soci è assemblea atta a deliberare (e
dico: poiché si tratta di associazione con
soci di pari intenti, senza troppe
formalità che sono dannose); i Distretti,
le Circoscrizioni e le Zone non hanno
potere sui Clubs, ma il compito di
superiore necessario coordinamento fra
questi. Questa è la lesson one che ho
imparato; chissà quali altre... Un'altra
considerazione molto importante, che è
sottintesa nel Lionismo e che consegue
al concetto di libertà di cui sopra, è la
seguente: chi aspira a questa libertà
(cioè a non condizionamenti) deve per
forza lasciare al prossimo la stessa
libertà e rispettare le altrui scelte e le
altrui
condizioni
sociali,
senza
minimamente discriminare, perché non
vi sono assolutamente “preconcetti”. Da ciò
consegue che per il Lions non sono affatto
rilevanti le condizioni sociali o economiche dei
soci; tutti sono veramente eguali rispetto ai
valori che ci si propone di coltivare e non ci sono
“più o meno bravi”. Forse è proprio questa la
connotazione che ci distingue da altre
Organizzazioni similari: il Lions è nato aperto a
8 Vita di Club n.3
tutte le classi sociali; la base, all’origine, era
medio - borghese; oggi che le “classi” sono
molto meno marcate (conta solo il denaro)
dovrebbe essere favorita l’apertura a più vasta
partecipazione. Per vero: una “aristocrazia” del
“service” lo priverebbe del suo fondamento
trasformando il beneficiante in un “mecenate” e
così non deve essere secondo lo spirito dei nostri
Fondatori. E, se il Lions Club oggi non è
abbastanza aperto, allora sarà bene darsi da fare
perché altrimenti la cosa non è genuina e il Lions
non può rappresentare una Aristocrazia o solo i
ceti - maggiorenti. A me piace questa idea di una
miriade di Clubs che – tutti liberi di scegliere e
interpretare il loro ruolo – pure sono tutti molto
uniti nello spirito di cui diremo e che io ho già
potenzialmente qualche migliaia di “amici” in
tutto il mondo. Ora che c’è internet lo si può
verificare all’istante. Poiché abbiamo deciso di
dirci sempre tutta la verità, allora espongo che
questa Libertà o Sovranità dei Clubs, che è la
prima ricchezza della nostra associazione
mondiale (direi la nostra carta di identità), non
dovrebbe essere adombrata da invadenze
burocratiche del Distretto: lo so che nel mondo
moderno occorre “incisività” (termine preferito
da Santucci), perché i problemi sono sempre più
vasti, ma il Distretto deve servire i Clubs e non
viceversa, altrimenti una direzione burocratica e
verticistica snaturerebbe il Lionismo. È anche
vero che il Distretto deve stimolarli se
dormicchiano… Non è facile, ma bisogna
dunque bilanciare le esigenze moderne nel
rispetto dell’autonomia dei Clubs. Vedremo in
seguito come questo in pratica si risolve.
LA “I” STA PER INTELLIGENCE, termine
ove in anglo - americano prevale il contenuto di
comunicazione; tradotto in Italiano con
“intelligenza” non rispecchia quel significato,
anche perché la patente di intelligente non può
essere auto - assegnata. Messo subito dopo la
“L” (di libertà) può assumere il significato di
comunicazione in libertà, ove balza subito
all’attenzione il concetto (che è strumento anche
operativo ed essenziale) di incontro e
conseguentemente di insieme.
Mi sia al riguardo consentita un’osservazione:
Meeting vuol dire “incontro” non eating (che
vuol dire “mangiare”) e, se il Lions Club non
può riunirsi se non “a cena”, allora le lobbies dei
ristoratori sono molto influenti. Bisogna chiarire
anche che quando diciamo comunicazione di
pensiero, non intendiamo che il Lionismo sia
un’organizzazione “culturale” fra eruditi, perché
per gli Americani (= padri fondatori) il
“pensiero” (e la “cultura”) si desumono da ciò
che uno fa e non da ciò che predica.
Tuttavia
gli
approfondimenti
cosiddetti
“culturali” (es. storici, artistici, sulle tradizioni
etc…) fanno parte (non dunque in modo
esclusivo) dei fini del Lionismo che è molto di
più. Dunque il Lions è un uomo libero che,
incontrandosi con altri uomini liberi, comunica il
suo pensiero. Io ho sempre attribuito a questo
termine di incontro anche il senso di confronto o
verifica, che si giustappone alla responsabilità
che deve assumersi l’uomo libero, perché ciò che
pensa o fa non vale nulla se non è confrontato
criticamente con gli altri. Questa è la “lesson
two” del nostro Lionismo.
Del resto tutte le vere grandi ideologie hanno la
caratteristica di non essere “verità imposte” e
non prescrivono ricette o “istruzioni per l’uso”,
ma sono guide liberamente (e doverosamente)
interpretabili. Perciò il manuale dell’Etica
Lionistica - che è del resto molto “datato” - mi
sembra un ricettario ingenuo e infantile (“non
danneggiare…”? quando mai!) e non
corrisponde più alla libera adesione al Lionismo;
comunque è riduttivo. Qui ci siamo: siamo
“liberi”, se ci confrontiamo fra noi e con gli altri.
Ma a che cosa serve confrontarsi liberamente e
su che cosa?
Vedremo le altre Sigle.
L’idea che anche poche persone, insieme,
possano fare grandi cose è alla base del
Lionismo (e non solo): perché le singole energie
si integrano e miracolosamente si moltiplicano.
Infatti il Lions è una organizzazione mondiale,
avendo di gran lunga anticipato la vera
“globalizzazione”. Inoltre il raggiungimento di
un risultato gratifica chi sta dentro, perché
ottiene molto di più di ciò che avrebbe prodotto
da solo, e si riconosce nella e dalla associazione.
Da ciò si desume che non dovremmo essere
contenti per il solo fatto di esserci, ma di
contribuire; inoltre che “chi” non condivide –
nemmeno un pochino – l’idea di essere utile e
volersi confrontare non deve essere educato da
noi perché – se siamo veramente liberi dobbiamo rispettare questa scelta e non ci
compete convertire nessuno o fare proseliti. Qui
dunque si inserisce il problema dei Nuovi Soci
ed anche quello dei Vecchi Soci.
Il problema consiste nel fatto che può accadere
che o noi non ci presentiamo per quello che
veramente siamo (esponendo “bellezze” o
9 Vita di Club n.3
“vantaggi” che non ci sono) o il candidato non sa
di che cosa si tratti e poi si pente. Di sicuro
bisogna osteggiare l’idea che “essere Lions dà
prestigio sociale” perché il vero prestigio non
viene dal distintivo col leone alla giacca, e ciò è
(e deve essere) del tutto contrario allo spirito
dalla associazione. Il problema dei guasti
costituiti dalle assenze (che è comune a tutti i
Clubs) va affrontato seriamente, perché questi
guasti danneggiano molto di più di quanto non si
veda: in effetti il Club si appiattisce e perde
senso. Ne parleremo in dettaglio più avanti, ma
un discorso serio agli assenti abituali io lo farei
(anzi: lo sto facendo).
LE LETTERE “O”. “N”. “S”. STANNO PER
SICUREZZA DELLA PROPRIA NAZIONE.
Sono, evidentemente, termini da aggiustare.
“Salvezza” lo tradurrei in partecipazione attiva o
progresso, perché mi sembra che l’American Life interpreti l’inerzia come maggiormente
nociva anche rispetto alla “salute” (infatti Loro
corrono…). “Propria Nazione” non va proprio
più bene perché la vera nazione del Lionismo è
diventata la Terra (ed infatti si occupa dei
problemi in tutti i continenti). Allora propongo di
tradurre: il progresso del proprio ambiente, che
per un Club è la sua città o il suo territorio e
comprende tutte le attività umane.
In questa fase ultimativa della nostra trattazione,
ove i concetti si aggiustano reciprocamente, si
può allora tornare al rapporto fra Clubs e
Distretti (nazionali e supernazionali), di cui
abbiamo parlato al 1° paragrafo, per
comprendere che, per quanto attivi possano
essere i singoli Clubs, questi non potrebbero mai
intervenire “incisivamente” su tutto l’ambiente
Terra e – dal momento che i grandi problemi
hanno radici o origini più estese di quelle che
appartengono ai Clubs – è necessaria una
iniziativa superiore e non solo coordinatrice. Per
questo anche i Services sono di diverso livello:
quelli di Club, di Zona, di Circoscrizione, di
Distretto, di Multidistretto e così via. Bisogna
però sottolineare che i Services di rango
superiore devono sempre essere approvati e
condivisi dai Clubs (nelle apposite assemblee di
Zona, di Distretto etc.., ove i Clubs sono
rappresentati ed hanno diritto di voto, sicché il
principio della loro esclusiva sovranità non è
affatto violato, anzi. Essi danno “mandato”
all’organizzazione
superiore
(non
gerarchicamente, come abbiamo visto) di
eseguire ciò che serve e che singolarmente non
potrebbero fare: in tal modo, in un certo senso,
amplificano i loro poteri. Al riguardo
approfondiremo anche questo “mandato”, che
non può essere del tipo: “va bene, fate pure…”,
ma necessita – come tutte le “opere” del Lions di una “partecipazione” attiva.
1981-82, presidente Stefano Cavallari. Intermeeting con Rimini-Riccione Host: ing. Fantini,
Antonio Maggioli, Signore Anna Cavallari e Loretta Maggioli.
10 Vita di Club n.3
IL PRIMO SERVICE
QUATTRO RUOTE E UN PALLONE
Dagli esordi del Club la vocazione a servire.
di MARIO ALVISI
I
n una serata di primavera del 1982, durante
un incontro, Don Oreste Benzi, il sacerdote
che più di tutti a Rimini cerca di affrontare
con l’azione i problemi sociali della città,
annuncia che in settembre organizzerà un
convegno internazionale sugli handicappati e
chiede quindi la collaborazione di tutti i cittadini.
Mi azzardo a formulare una proposta: perché non
organizzare, nell’ambito del convegno, un torneo
di pallacanestro con squadre formate da atleti
handicappati? Ci sono infatti, in Italia e
all’estero, squadre tecnicamente valide. Don
Benzi si dichiara immediatamente d’accordo e
mi chiede di aiutarlo nell’organizzarlo.
Inizialmente cerco di accampare qualche scusa
per sottrarmi alla richiesta, ma poi finisco per
accettare anche perché quando si vive
l’esperienza lionistica non ci si può non
identificare con quegli ideali che debbono essere
alla base del nostro operare quotidiano. Per
qualche giorno ho portato dentro di me l’idea del
torneo, poi con entusiasmo l’ho comunicata al
Club Rimini Malatesta. al quale mi sono
associato per dare operosità alla mia fede
nell’uomo. Mi sembrava infatti un modo
concreto per dare inizio alla nostra attività di
service, un modus operativo sociale veramente
efficace. Riunione dopo riunione, l’idea è stata
portata avanti, prima a fatica, poi con entusiasmo
crescente. Il Presidente Cavallari offre la sua
giovanile esperienza e la forza presidenziale;
Pulga, Presidente dell’Associazione Albergatori,
fa nascere una autentica gara di solidarietà fra i
suoi associati per ospitare gratuitamente i
partecipanti al torneo; Spinalbelli, Dell’Omo e
Marocchi procurano i trofei; Magnani e Imbriani
collaborano nei rapporti con il competente
Assessorato; Ramberti stampa manifesti e
locandine a tipografia praticamente chiusa per
ferie; Palma si impegna per la ricerca di
finanziamenti; Carasso cura le pubbliche
relazioni e i rapporti con la stampa; insomma
tutti si impegnano in qualcosa. Io poi corro da un
ufficio all’altro per espletare le varie necessarie
formalità, scrivo decine di comunicati stampa e
lettere di ringraziamento, contatto le squadre,
cerco di provvedere ai numerosissimi problemi
(auto ambulanze per eventuali necessità, la
banda per suonare gli inni nazionali, agibilità del
Palazzetto dello Sport), corro a Verona per
definire i contatti con le squadre. Qui trovo un
validissimo aiuto nel manager, il sig. Conati,
industriale edile da tre anni costretto a vivere in
una carrozzella per una grave caduta da
un’impalcatura. Prendiamo gli accordi definitivi
con le squadre partecipanti: il Bellinzona e il
Losanna per la Svizzera, il Viterbo e il Verona
per l’Italia. Si inizia finalmente a Rimini il
Convegno Nazionale degli Handicappati. Nel
pomeriggio della prima giornata, dopo una
intervista televisiva al presidente Cavallari, sono
presente, con commozione, alla Conferenza
stampa del famoso Abbé Pierre. Parla a stento,
con frasi lente, ma piene di significato morale e
sociale. Una frase mi colpisce soprattutto perché
vicina al nostro modo di essere Lions: la nostra
responsabilità è quella di far vedere l’amore!
Arriva il momento dell’inizio del torneo e tutto è
finalmente pronto, dopo le numerose ansie. È
presente il Presidente della Federazione Italiana
Sport Handicappati, rag. Marson, il Vice Presidente prof. Vernole, i responsabili delle
squadre nazionali, proff. Pellegrino e Piras, a
dimostrazione della validità tecnica del torneo.
Nelle squadre ci sono infatti ben sei nazionali.
Vengono dati gli ultimi ritocchi alla cerimonia di
apertura. Una banda di giovani ragazzi alterna
allegre marcette a più seri brani musicali.
Purtroppo manca il pubblico trattenuto da un
11 Vita di Club n.3
fortissimo temporale che si abbatte sulla città. Le
squadre, con una cerimonia suggestiva e
coreografìca, si presentano in campo per
ascoltare gli inni nazionali svizzero e italiano. Il
cuore si gonfia di gioia e di profonda
ammirazione per questi quaranta giovani che
chiedono solo di essere protagonisti come tutti e
che con il loro esempio dimostrano di potersi
realmente integrare nella vita sociale. Le tre
serate di gare si rivelano particolarmente
interessanti, con spunti notevoli di bel gioco, di
vero agonismo, di schemi interessanti, di
individualità eccezionali. Per la cronaca la
vittoria tocca alla squadra di Viterbo, ma nella
serata finale delle premiazioni, davanti ad un
pubblico massiccio formato in gran parte da
persone handicappate provenienti anche da molte
nazioni europee, applausi e premi sono per tutti.
Stringiamo mani sudate e scorgiamo volti felici
perché i protagonisti sono loro, gli handicappati.
Chiudo il torneo ricordando ancora la frase
dell’Abbé Pierre: la nostra responsabilità è
quella di far vedere l’amore!
I SERVICE
I SERVICE DELLE SIGNORE
Servire… insieme.
di GIORGIA DONATI GORI
C
ome di consueto, con l’avvicinarsi del
Natale noi signore Lions abbiamo
cercato di fare un gesto concreto
insieme, che fosse da noi sentito e
condiviso. Ci siamo riunite un pomeriggio e sono
stati così decisi due service. È stato proposto di
donare una parte della somma raccolta al
monastero delle Suore Clarisse di San
Bernardino. Questa proposta è stata subito
accolta con entusiasmo. Mi è sembrato come se
tra il gruppo delle signore e la realtà del
monastero ci fosse un legame speciale. È stato
deciso, inoltre, di cogliere l’occasione per fare
un momento di riflessione guidato dalle
Clarisse. Purtroppo il giorno scelto per l’incontro
c’è stata una bufera di neve che ha decisamente
ridotto le presenze delle signore, ma, date le
condizioni meteorologiche, eravamo comunque
in sette. Ci ha accolto Suor Nella Letizia, che ci
ha aiutato a soffermarci sul significato del Natale
e della Luce del Natale. Alla fine dell’incontro
ci ha consegnato una preghiera e una candela
quale simbolo di Luce, per noi e per le signore
che quel giorno non erano presenti. Da questo
incontro con le Clarisse e dal primo incontro che
abbiamo fatto tutte insieme è scaturita l’esigenza
di portare un segno religioso del Natale anche
durante la serata degli auguri. Così è stato
pensato a Gesù Bambino, essenza del Natale. La
chiesa di San Fortunato, tramite l’intervento di
Franca Marani, ci ha gentilmente prestato il loro
prezioso Gesù Bambino a dimensione naturale.
Alla serata degli auguri il Gesù Bambino è stato
posto in una culla speciale. Come ci ha spiegato
con la sua sensibilità Anna Cavallari, è stata fatta
una culla con il pane, e vicino alla culla è stata
posta una candela accesa.
L’altra parte della somma raccolta è stata donata
ad una signora che io conosco sin da quando ero
bambina. Sono stata molto felice che la mia
proposta sia stata accolta con tanto entusiasmo,
perché ho nel cuore da sempre questa signora e
ho sempre ammirato la scelta di vita che ha fatto.
Appartenenti alla Parrocchia della Resurrezione,
e quindi in stretto contatto con la sensibilità
dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, lei e
suo marito avevano pensato a suo tempo di
formare una famiglia aperta all’accoglienza e al
bisogno anche di altri che non siano membri
stretti della famiglia. Poi lei è rimasta vedova
alla giovanissima età di 29 anni a causa di un
incidente stradale del marito, con un bimbo di tre
anni circa e un altro in arrivo, e ha in qualche
modo portato avanti da sola il progetto che
12 Vita di Club n.3
avevano in mente. Da circa 20 anni almeno,
accoglie in casa sua bambini che hanno
temporaneamente bisogno di un aiuto. In
particolare i bimbi accolti vengono dall’Africa,
spesso collegati con all’Operazione Cuore della
Marilena Pesaresi, altre volte sono originari di
altri paesi. Questi bambini vengono in Italia
talvolta accompagnati dalle madri, per subire
interventi medici, restano a casa sua il tempo
necessario alle cure che nel loro paese non
potrebbero avere. In tutti questi anni ha accolto
veramente tante persone, ci sono stati periodi in
cui in casa erano fino in dodici. Io e Mario siamo
andata a trovarla, anche a nome di tutto il club,
una domenica pomeriggio. Lei conosceva già
l’associazione Lions, in quanto a volte è stata
ospite del gruppo di Rimini Riccione Host. È
stata veramente contenta del contributo che
abbiamo dato alla sua attività quotidiana. Per me,
organizzare insieme e condividere un service
insieme alle altre signore è stata una bella
esperienza.
È
stata
un’occasione
per
approfondire la conoscenza delle altre signore, e
potrei dire che ci sono stati proprio dei bei
momenti di condivisione.
Inoltre, in concomitanza con una festa come il
Natale, dove ci si ferma un po’ di più rispetto al
resto dell’anno, è stato quasi interessante sapere
di aver fatto nel nostro piccolo qualcosa di
concreto in maniera diretta, come è nello spirito
lionistico.
I SERVICE DELLE SIGNORE
LA SCUOLA DELLE MOGLI
Come diventare una brava moglie… Lions.
di ANNA MARIOTTI BIONDI
1. Quando le mogli divennero tour operator
Ci fu un tempo in cui i soci del Rimini Malatesta
avevano la vocazione della gita di club ed ogni
presidente ne organizzava diligentemente almeno
una nel suo anno sociale. Poi arrivò, il 5 maggio
1996, la visita ufficiale a Cerveteri per sancire il
gemellaggio con il Club Cerveteri-Ladispoli,
un’unione tra i due mari da tempo idealmente
stabilita; i rapporti si erano creati quando,
essendo Rimini gemellata con la località africana
di Ziguinchor, arrivò, trasmessa dal Lions Club
Cerveteri - Ladispoli, a sua volta gemellato con
il Lions Club Livry - Sévigné di Parigi, la
richiesta da parte del Lions Club di Ziguinchor di
materiale per il locale lebbrosario. Ci vollero tre
anni e tre presidenti (Biondi, Gori, De
Giampietro), ma il service andò in porto con
grande soddisfazione di tutti coloro che avevano
composto la staffetta per fornire acqua e
medicinali ai lebbrosi di Ziguinchor.
Così il 5 maggio alle ore 11 il gruppo di gitanti
targati Lions Club Rimini Malatesta si trovò
nella Sala Consigliare del Comune di Cerveteri
per la cerimonia ufficiale del gemellaggio alla
presenza del Sindaco, dei presidenti dei due club
Mogli in azione (meeting): sig.re Biondi, Esposito,
Marani.
Mogli in azione (gite): Sig.re Marani, Fratti, Biondi,
Baldini.
In secondo piano, sig.re Battistini, Cardellini,
Ramberti, Cavallari.
e di tanta gente. Nel pomeriggio, assolato e afoso
come in piena estate, il gruppo attraversò la
storia e l’immenso patrimonio archeologico tra
Cerveteri e Ladispoli per fermarsi infine in un
luogo desolato, arido e polveroso in aperta
campagna; era il Castellaccio dei Monteroni, un
casale fortificato (allora in grave stato di
13 Vita di Club n.3
abbandono e in impaziente attesa di interventi di
restauro), situato sul tracciato dell’antica via
Aurelia nel cuore della zona archeologica
etrusco-romana. Tra formalità ufficiali e dotte
dissertazioni, si fece sera («… a me sì cara vieni
o Sera!»), ma la breve sosta in albergo, anziché
garantire il riposo dopo il lunghissimo tour de
force pomeridiano, servì solo per rimettersi in
tiro; le signore, strette nel tailleur d’ordinanza,
scesero splendide come sempre, cancellata la
stanchezza con un velo di cipria e un filo di
rossetto, pronte per la grande festa che non solo
avrebbe unito i due club rappresentanti
l’Adriatico e il Tirreno, ma avrebbe avuto un
sapore internazionale per la presenza del club
francese Livry – Sévigné.
Diligenti e disciplinate come sempre conviene
per il protocollo, presero posto a tavola,
speranzose in una cena ristoratrice che le
avrebbe finalmente sfamate e soprattutto
dissetate. Ma non andò così. Gli interventi
furono numerosi, i discorsi si moltiplicarono a
causa del bilinguismo, il caldo e l’afa del giorno
sembravano essersi dati raduno in quel salone, la
sera non scendeva dal «nevoso aere», ma da un
cielo agostano arroventato. Fu così che le signore
si sentirono male; l’una dopo l’altra sparirono
dalla sala per ritrovarsi, in un deliquio collettivo,
stremate dal caldo e affamate ormai anche d’aria,
a bordo piscina, come se bastasse il riflesso
dell’acqua a portare refrigerio: ebbene lì in
quell’arida Pontida laziale giurarono che mai più
avrebbero lasciato ai mariti l’organizzazione di
una gita. Franca, Pinuccia e Anna costituirono
l’anima femminile del Comitato gite e fecero la
prova del nove a Roma nell’estate del 1997,
quando in un bus rosso sfavillante che sembrava
elasticamente impicciolire o ingrandire alla
bisogna, si girò Roma e dintorni magicamente
spinti da una brezza che soffiava sempre a favore
(er venticello de Roma) e si scoprirono i segreti
di una città che non finirà mai di stupire. Per i
successivi anni, sia che il club aderisse
ufficialmente, sia che fossero seguite solo dagli
amici, organizzarono un’ottantina di percorsi
meravigliosi tra raffinate suggestioni e
incredibili scoperte, dove tutto era calcolato,
anche le pause e il riposo. Un’esperienza
esaltante per il comitato (Franca responsabile
dell’aspetto
culturale,
Pinuccia
dell’organizzazione
logistica,
salvo
poi
scambiarsi i ruoli nel tempo, Anna al computer),
ma altrettanto meravigliosa per tutti i
partecipanti. Intorno alla gita, divenuta veicolo di
amicizie fraterne, oltre che di conoscenze
vastissime e profonde, si creò uno spirito di
aggregazione incredibile. I membri del Club e le
loro mogli tessero una rete di rapporti che
contribuirono alla vita del club in maniera
determinante, facendone un sodalizio vivo,
vivace e solidale in tutte le sue scelte.
Oggi il Comitato gite, che nel 2007 ha
festeggiato i dieci anni di attività con l’apoteosi
della gita che fu quella a Villa Giustinian a
Portobuffolè in Veneto, è operativo in una
persona sola: Franca è rimasta al timone perché
da sola fa da comandante ed equipaggio, ad ogni
suo cenno il gruppo è pronto a partire, pur
assottigliato dall’incombere degli acciacchi, dei
malanni e da un po’ d’accidia insorta con l’età…
2. Quando le mogli divennero redattrici
Quando il marito diventa presidente la moglie è
tacitamente arruolata per tutti gli adempimenti
organizzativi e le altre mogli le fanno quadrato
intorno per aiutarla con i loro consigli; quando
toccò ad Anna, ne ricevette uno molto saggio da
una moglie dall’annosa esperienza: Impara a
tacere! – le fu detto e così imparò a servire…
tacendo. Non vi dico la meraviglia quando il
presidente Franco Baldini, che si apprestava a
festeggiare il ventennale del club con in mente
un programma pirotecnico, le chiese, sapendo
che era l’unica prof. di Lettere Classiche di sua
conoscenza a saper usare un computer ad occhi
chiusi, di aiutarlo a creare la Rivista di Club. In
men che non si dica si inventò una redazione,
esistendo bell’e pronto il Comitato Gite
14 Vita di Club n.3
composto dalle coppie Liberati, Marani, Biondi;
il presidente, direttore “irresponsabile”, ma
architetto
creativo
e
dalla
fervida
immaginazione, inventò la copertina, dopo aver
approvato la testata: la rivista fu battezzata Vita
di Club e cominciò l’iter della sua veste grafica
affidata ad una prof. dalla altrettanto fervida
immaginazione, ma priva di mezzi tecnici. Per
comporre il primo numero aveva a disposizione
solo un nudo computer ormai obsoleto, quindi
una volta composte diligentemente tante
paginette con Word, si trattò di… staccare il
processore dal monitor, portarlo in braccio come
un neonato delicato… in tipografia, collegarlo ai
poderosi Machintosh dei grafici… che avrebbero
inserito le immagini in ogni testo. Non potete
immaginare lo sconforto di fronte allo spettacolo
delle paginette che si disfacevano, mentre le
parole piovevano giù come fontane nei
Calligrammi di Apollinaire. L’abilissimo proto
della Tipografia Ramberti risolse i problemi del
primo numero, che uscì puntuale tra i doni di
Natale. Per il secondo numero, Anna, prof. di
Lettere in servizio attivo, investì di compiti i
colleghi ingegneri che le crearono una vera
redazione: su un tavolo nero dai cento ripiani, fu
collocato un computer fiammante di nuova
generazione, munito di scanner, masterizzatore,
stampante a colori, programma per dettare testi e
chi più ne ha ne metta perché da quel momento
Vita di Club prese il volo! La Redazione divenne
un gruppo compatto dove le mogli Anna, Franca,
Pinuccia ebbero un ruolo… dirigenziale: la
prima come esecutrice materiale, dicesi Progetto
grafico e impaginazione, Franca e Pinuccia
dapprima come correttrici di bozze, poi come
ricercatrici di articoli e collaboratori, nonché
divulgatrici
della
rivista
distribuita
rigorosamente… a mano e, altrettanto
rigorosamente, a chi sa apprezzarla.
Nell’anno del trentennale, Vita di Club,
sessantotto pagine di vita sociale, è considerata,
oltre che primo service, “punto di riferimento e
immagine del Club” e compie felicemente dieci
anni di servizio, tacito, ma espressivo al
massimo. Le mogli fanno i service, non fanno
parte della coreografia di un club Lions!
L’ANGOLO DELLO SPONSOR
La pubblicazione di questo numero è stata resa possibile da:
15 Vita di Club n.3
I SERVICE
“UN POSTER PER LA PACE”
CITTÀ DI RIMINI 2010-2011
Una visione di pace.
di ROBERTO MORBIDI
Sara Ricci, classe 3ª A “MAESTRE PIE”,
2ª classificata a livello del Distretto 108A e
1ª assoluta ex-aequo.
Luca Vienna, classe 3 ª E "AURELIO
BERTOLA", 1° assoluto ex aequo.
O
gni anno i Lions Club di tutto il
mondo
sono
orgogliosi
di
sponsorizzare il concorso Un Poster
per la Pace presso le scuole locali e i
gruppi giovanili, concorso che incoraggia i
giovani di tutto il mondo a esprimere
artisticamente il proprio concetto di pace e a
riflettere su questo fondamentale valore. Nel
corso degli ultimi 20 anni, al concorso hanno
partecipato oltre 4 milioni di ragazzi provenienti
da quasi 100 paesi. “Una Visione di Pace” è il
tema 2010-2011 del concorso e, come da
tradizione, il Lions Club Rimini Malatesta lo ha
sponsorizzato coinvolgendo tre istituti riminesi:
la Scuola Media Statale “AURELIO
BERTOLA”, la Scuola Media Statale parificata
“MAESTRE PIE” e la Scuola Media Statale
“ALIGHIERI–FERMI”. La risposta dei ragazzi
e degli insegnanti responsabili del “progetto”, è
stata eccellente; oltre 250 elaborati sono stati
consegnati ai referenti del Club e la giuria
nominata a selezionare i disegni è stata costretta
ad un gravoso lavoro, data l’elevata qualità degli
elaborati, per individuare le opere da inviare alla
successiva selezione a livello distrettuale.
Selezione che ha premiato un “nostro” disegno.
La giuria distrettuale, presieduta dal Governatore
Guglielmo Lancasteri, ha proceduto alla scelta
dei vincitori indicando come 2° classificato il
16 Vita di Club n.3
poster di Sara Ricci della Scuola Media Maestre
Pie di Rimini, sponsorizzata dal Lions Club
Rimini Malatesta. Ed è con grande soddisfazione
che giovedì 12 maggio 2011 ospiti della Scuola
Media “Aurelio Bertola”, presso l’Auditorium
scolastico, si è tenuta la cerimonia di
premiazione. Presenti le delegazioni delle tre
scuole partecipanti accompagnate dai rispettivi
insegnanti, e mentre Rete8VGA riprende la
cerimonia, dopo una breve introduzione e le
presentazioni di rito prende la parola il
Presidente Mario Gori che presenta i Lions e lo
scopo del concorso sottolineando l’impegno e
l’ottimo lavoro espresso da tutti i partecipanti.
Vengono
consegnati
gli
attestati
di
apprezzamento alle scuole partecipanti, ritirati
dal Prof. Menghi per la Bertola, dal Prof.
Liberati per l’Alighieri e dalla Prof.ssa
Beltrambini per le Maestre Pie. Per giungere poi
al momento più importante, la premiazione dei
giovani vincitori, ai secondi classificati (2-3 per
istituto) viene consegnato l’attestato di
apprezzamento e una Radio, ai primi classificati
(1 per istituto) viene consegnato l’attestato di
apprezzamento e un IPOD. Infine vengono
proclamati i due vincitori, ex aequo, del “Poster
per la Pace Città di Rimini 2011”, Sara Ricci
(3A Maestre Pie) e Luca Vienna (3E Bertola) a
cui
vengono
consegnati
l’attestato
di
apprezzamento ed uno splendido Telefono
cellulare. Terminate le premiazioni prendono la
parola gli insegnanti responsabili del “progetto”
dei tre istituti i quali esprimono soddisfazione e
si “prenotano” per il prossimo anno. A nome del
Club Rimini Malatesta un ringraziamento
particolare alla Ditta Trevi di Egidio Aguti,
nostro carissimo Socio, che ha offerto tutti i
premi consegnati ed alla Prof.ssa Isabella Serra
preziosa nella fase di preparazione dell’evento.
Le scolaresche dei tre istituti.
La nostra delegazione: Isabella Serra, Mario Gori,
Gianfranco Simonetti, Roberto Morbidi.
Istituto
Nome Cognome
Classe
risultato
"Aurelio BERTOLA"
"Aurelio BERTOLA"
" Aurelio BERTOLA "
" Aurelio BERTOLA "
" Aurelio BERTOLA "
" Aurelio BERTOLA "
Luca Vienna
Michela Di Lorenzo
Leonardo Lavosi
Charlotte Boesebeck
Sofia Bernardi
Roberto Carlini
classe 3° E
classe 3° D
classe 2° D
classe 3° F
classe 3° B
classe 3° E
1° Assoluto
1° Classificato
2° Classificato
2° Classificato
2° Classificato
2° Classificato
" MAESTRE PIE "
" MAESTRE PIE "
" MAESTRE PIE "
" MAESTRE PIE "
Sara Ricci
Ludovica Muratore
Virginia Zangheri
Sofia Bartolini
classe 3° A
classe 3° A
classe 3° C
classe 3° A
1° Assoluto
1° Classificato
2° Classificato
2° Classificato
"ALIGHIERI - FERMI "
" ALIGHIERI - FERMI "
" ALIGHIERI - FERMI "
Sara Broglio
Federico Tosi
Hajrina Gufka
classe 3° H
classe 3° H
classe 3° H
1° Classificato
2° Classificato
2° Classificato
17 Vita di Club n.3
I SERVICE
PREMIO “MORENA UGOLINI”
Premio di Poesia, Prosa breve e Illustrazione, Edizione 2011.
di FRANCA FABBRI MARANI
Pensieri
Impossibile
metter freno ai pensieri,
è come dire al mare
di star fermo.
Essi vagano
All’interno della mente
come le correnti
sul fondo dell’oceano.
il quinto anno che il nostro Lions Club si è impegnato per
Morena Ugolini
la realizzazione di un service a sostegno dell’iniziativa
20 dicembre 1990
dell’Associazione Culturale “Morena Ugolini” che propone ai
giovani studenti un concorso di Poesia, Prosa breve ed
Illustrazione, relativo all’approfondimento di tematiche
attinenti ai valori fondanti dell’esistenza, ricavandoli dalle poesie di Morena. Questa giovane studentessa
dell’Istituto per il Turismo “M. Polo”, deceduta prematuramente nel 2000 in seguito a una malattia
degenerativa, ha saputo esprimere, nonostante il suo male, attraverso la forma poetica messaggi di fiducia
nella vita, di sogni e di speranza. Il service era stato scelto nell’ottica dell’attenzione ai giovani, da subito
presente nel nostro Club alla sua fondazione e portato avanti negli anni fino a questo trentennale senza
soluzione di continuità. Infatti si riteneva di offrire l’opportunità ai ragazzi di manifestare sia i disagi
particolarmente presenti nei giovani d’oggi sia soprattutto i sogni, le aspirazioni ed i progetti che possono
aiutarli a credere nella vita. È stata una vera gioia quest’anno riscontrare che i nostri intenti erano
perfettamente recepiti e che le nostre proposte erano attese dai ragazzi tanto che, non avendo ancora
ricevuto notizie del concorso, si sono interessati in prima persona, sollecitandone la proposta. Ciò, meglio
di ogni parola, esprime la valenza e l’importanza di un service come questo. È infatti un service molto
significativo, che consente di esprimere nel linguaggio più congeniale le ansie, le difficoltà, i conflitti, le
angosce, le incertezze a questi giovani che la nostra epoca ha spinto inesorabilmente ad una precoce
maturità tristemente consapevole dei mali del mondo e delle colpe degli uomini. Ma, soprattutto, si è
voluta offrire ai ragazzi l’opportunità di scoprire i valori insiti in loro, quei valori che soli possono
alimentare aspirazioni, speranze, sogni, progetti capaci di aiutarli a credere nella vita
È
Eclissi
Cosi tanto attesa
in me, come un sogno,
l’eclissi di quella sera.
Assillante il tic-tac nel mio cuore,
la tua ombra affolla la mente,
e la mia anima persa
alla ricerca di te.
Illustrazione 1ª classificata. Illustra: "Aprii gli occhi"
Luisa Mastroianni, Istituto d'arte "F.Fellini"
Aprii gli occhi
Aprii gli occhi
ed ebbi quarant’anni all’improvviso.
E mi domandai:
chi al posto mio aveva visto mia figlia nascere?
Aveva consolato mia madre al piangere?
Poesia l ª Classificata, Pamela Gentilucci
ISISS Morciano Corso Ragioneria
(Mercurio)
Aveva vissuto la vita mia?
E mentre questa luna mi sorride e illude
chiudo gli occhi
e la dolcezza della notte mi culla e allude
alle gioie negate di un passato lontano.
Poesia 2ª classificata, Chiara Borsani, ITT "M. Polo"
18 Vita di Club n.3
Sulle corde dei sentimenti
Ogni giorno svela un frammento di realtà. Così ho
imparato che la certezza è la luce del sole e non
quella di una candela, che la fiducia è fragile ed è
Stravolgimento
una pessima equilibrista, che ciò che separa le
parole dalle dimostrazioni è un percorso arduo che
Piove incessantemente là fuori,
quasi nessuno ha il coraggio di intraprendere.
piove acqua e lacrime,
Ho capito che l’essere umano è meschino e che
tuonano vigorosi i sentimenti
agisce solo per paura, che l’amicizia sana le ferite
desiderosi di essere ascoltati;
dell’amore, che la vita graffia, ma che occorre
scoppiano i vulcani pieni di rabbia,
la terra si scuote impaurita,
avere sempre la forza di lottare strenuamente fino
i fiumi esondano dolore,
allo sfinimento, che il tempo è crudele e non si
crollano gli alberi esausti.
ferma ad aspettare che si sia nuovamente pronti ad
Guardo dentro me stesso e
affrontare la vita. Ho imparato che i minuti
ritrovo le stesse emozioni.
scorrono allo stesso modo nella gioia e nel dolore
e che occorre costruirsi un’armatura per attutire i
Poesia 3ª classificata
colpi ed evitare ferite troppo profonde. Ho
Matteo Rado
imparato che la donna ha paura dell’uomo perché
ITG "O. Belluzzi"
teme la sofferenza e che l’uomo ha paura della
donna perché teme di essere ingannato. Ho capito
che l’amore vince sempre e che, anche se non
vince, colui che ama lotta, va contro tutto e tutti
con incoscienza e senza timore, superando ostacoli
e
barriere. Solo l’amore supera ogni confine, insegna
che la paura si può vincete, che le piccole emozioni di ogni giorno donano lampi di inattesa felicità e che
ogni odore, ogni sapore, ogni sorriso illumina il cuore di bagliori di infinito. L’amore è negli sguardi, nei
gesti, negli abbracci. L’amore è nel dolore, nel buio, nella sofferenza. Sì, ho imparato che chi ama soffre
ma continua ad amare, perche solo così si sente vivo e libero nella pienezza del suo essere. Ho imparato
che si può perdete tanto e dare tutto, che si passano notti intere a piangere e lunghi giorni a pensare. Ma
tornerei indietro e ripeterei tutto dall’inizio e allo stesso modo. Perché nel sole e nella tempesta l’amore
rende la vita grandiosa.
Prosa breve 1ª classificata
Silvia Piraccini
ITC "R. Valturio"
Natale
Osserva con soddisfazione la vita che le splende fra le mani; il suo sorriso ha un riflesso diverso, oggi.
Poche ore prima era tutto normale; ora ha quel piccolo prolungamento d’amore che le dorme addosso. Lo
guarda, cercando di capire come il mondo possa concentrare tanto candido splendore in un corpo così
piccolo. "Sarai Alan" dice a quel nuovo germoglio di vita. Non ha nemmeno un’ora di vita, ma lei se ne
sente già orgogliosa. Lui la renderà orgogliosa; c’è la fiducia della speranza in quella mano grande quanto
una nocciola, che s’appoggia al cuore di chi l’ha messo al mondo, quasi a voler prestar giuramento alle
aspettative dei pensieri materni. Guardandolo immagina foto di vita; lui sarà testardo con la vita. Vede il
suo primo Natale, il primo skate, i primi lividi. Sente i suoi sorrisi felici, sente il suo cuore battergli in
gola, sente Alan pulsarle nel sangue, nello stomaco, lo sente viverle dentro. Si sente orgogliosa di quel
ditino che si muove fra i suoi pensieri, quasi ad accarezzarli. L’aveva sognato più volte. I sogni sono
sempre i disegni di una realtà migliore e lei voleva avere qualcosa di migliore, le sarebbe bastato che lui
nascesse in mezzo all’amore del mondo. Lui era meglio di tutti i suoi sogni, di qualsiasi notte passata ad
immaginarne il viso, il primo sguardo, la prima carezza. Alan profumava di cuore, la sua pelle sembrava
dipinta di stelle e non era la luce dell’ospedale. Lui risplendeva, ci fosse stato un blackout in quel preciso
istante, lui avrebbe illuminato tutto. Pensa a quanto diventerà bello, infrangerà cuori anche solo
incrociando sguardi. "Forse sarò sempre io la donna della sua vita", pensa egoisticamente. Questo regalo
di Natale sono statala prima a scartarlo, lui sarà il mio copyright d’amore. Sorride dei suoi deliri,
pensando che alla fine non le importa. A lei basta che questo nuovo regalo sia un regalo per sempre, che
19 Vita di Club n.3
quella luce, quel brillio non scarichi mai le pile. Ha avuto quel regalo dentro per nove mesi, l’ha creato
lei. Ora sarebbe toccato a lui vivere, essere il regalo del mondo; quel giorno, sotto l’albero, aveva trovato
la sorpresa inaspettata, quel dono che fa sgranare gli occhi per la gioia, che accelera i battiti del cuore, che
fa correre il respiro. Dorme ignaro della sua immensità. Starà sognando anche lui il suo futuro? Saprà già
sognare? Intenerita, sussurrò le prime parole a quelle orecchie attente alla vita: "Ben arrivato! Buon primo
giorno di vita insieme".
Prosa breve 2ª classificata
Lucrezia Giacomini
Liceo Scienze Sociali "M. Valgimigli"
Il riflesso sbagliato
Si guardava nel riflesso del lago, era lei,
eppure non si riconosceva. Cercava di
capire chi lei fosse veramente, l’immagine
che si era creata di sé era solo uno scudo,
un riflesso, ma non il suo. Era
ossessionata dalla perfezione altrui tanto
da farne una maschera da indossare ogni
giorno, soffocando la sua vera identità
dentro se stessa. Cercava di sopportare ciò
che lei odiava, e anche le sue passioni si
trasformarono in rifiuti. Continuava a
negare i suoi principi perché aveva paura
di non piacere agli altri. Ormai questa
maschera si era impossessata di lei,
arrivando al punto di renderla schiava.
Doveva cambiare in tutto; la sua
immagine, o quello che lei credeva di
essere, non andava bene. Eliminò ogni
gioia, ogni dolore, ogni sensazione che
non era misurabile, la sua vita diventò
scialba e aspra, pungente come i rovi,
dosata fino al grammo. Cercava di essere
perfetta e ciò non le permetteva di essere
vulnerabile. Lo scarto la faceva sentire
potente ed eliminò tutto dalla sua vita,
persino le cose necessarie per la
sopravvivenza. Si sentiva invincibile. Era
solo malata. Si era persa, ora si stava
ritrovando. La rabbia la voleva
distruggere, il suo vero "IO" urlava da
dentro. Una volta uscito e ribellatosi, ha
scatenato un inferno. La pace interiore è
ancora lontana in lei, ma ora sa che è
possibile.
Illustrazione 2ª classificata. Illustra: "È forse un'utopia?"
Francesco Masini
Istituto d’arte “F. Fellini”
Prosa breve 3ª classificata
Carlotta Bernabini
ITG "Belluzzi"
Illustrazione 3ª classificata. Illustra: “La natura”
Rattanasila Phuttharat
Istituto d’arte “F. Fellini”
20 Vita di Club n.3
I SERVICE
CANI GUIDA A RITMO DI ROCK
Per il secondo anno consecutivo la magnifica Band X PREP, capitanata
dal Lions dott. Antonio Battistini, nonché batterista d’eccezione, si
adopera perché possa completarsi la raccolta di fondi per finanziare la
donazione di un altro cane guida per ciechi. È un ritmo entusiasmante
perché ha contribuito all’eccezionale risultato del Distretto 108 A, primo su
tutti i Distretti italiani nel 2010 nelle oblazioni a favore del Centro
Addestramento Cani Guida dei Lions di Limbiate (MI). Da quando Chicco
Gori, primo officer del servizio del nostro Club, ci lasciò in eredità questo compito, ogni anno abbiamo fatto cassa,
cosicché i nostri amici cuccioli labrador possono addestrarsi… aiutati anche dal nostro ritmo!
21 Vita di Club n.3
La premiazione con il Presidente Mario Gori.
L’Officer dei Cani Guida Pietro Giovanni Biondi
con il Consigliere Notaio Mario Grossi che ha
parlato del Centro Addestramento di Limbiate.
SAGGIO
TUTTA UN’ALTRA PICCOLA, MA SINCERA STORIA DEL
di ANTONIO BATTISTINI
U
n anno fa avevamo festeggiato i
sessant’anni del R&R, e ci tenevo a
ricordarlo, a differenza di altri generi
musicali, i critici sono complessivamente
concordi nell’individuare in Rocket 88,
di Jackie Breston and his delta cats, pubblicato a
cavallo fra 1950 e 1951, il primo brano di R&R.
Della nascita del rock, quell’anno non si era accorto
quasi nessuno, nel mondo era scoppiata la guerra di
Corea, Gerusalemme veniva designata capitale di
Israele, in Italia veniva ucciso Salvatore Giuliano,
istituita la Cassa del Mezzogiorno, trasmessa la prima
telecronaca televisiva di una partita di calcio, JuveMilan per la precisione, riaperta la Rinascente a
Milano, ma intanto in America a Memphis,
registravano questo disco, e dopo niente sarebbe più
stato come prima. In 60 anni sono stati talmente tanti
gli attori di questa storia, che sarebbe possibile
ripercorrerla da quel lontano 1950 ad oggi, per
centinaia di volte, senza rifare mai la stessa strada,
cambiando sempre gli interpreti, i brani, che, ognuno
a modo suo, hanno segnato la vita di tutti noi, le
vicende personali assurde e pazzesche, le mode e le
tendenze che queste hanno creato, i trionfi, i
fallimenti, le gioie e le tragedie, dato che mai come
nel Rock, un genere musicale è riuscito ad essere più
popolare nel senso più nobile del termine, e più
universale. A riconoscimento di tutto questo, nel
1995, è stato inaugurato a Cleveland nell’ Ohio, il
R&R of fame museum, letteralmente ‘la sala della
gloria e museo del R&R’, un’opera costata 100
milioni di dollari, progettata dall’architetto cinese
Leong Ming Pei (quello per intenderci della piramide
di vetro del Louvre), ed edificata proprio a
Cleveland, in quanto proprio da Cleveland iniziò a
trasmettere il Dj e conduttore radiofonico Alan Freed,
che coniò il termine di R&R per definire quel nuovo
genere di musica che mandava in onda. I nomi degli
artisti ammessi alla R&R of fame vengono resi noti
durante una cerimonia annuale che si svolge a NY. Si
può essere proposti per l’ammissione solo dopo che
siano trascorsi 25 anni dalla incisione del primo
disco. Il primo gruppo di artisti inseriti comprendeva
Chuck Berry, James Brown, Ray Charles, Buddy
Holly, Jerry lee Lewis, Little Richards, Elvis Presley.
Quasi tutti gli autori dei brani che faremo sono stati
ammessi alla R&R of fame, e ve lo ricorderò mano a
mano. Questo pistolotto per dire che per la seconda
22 Vita di Club n.3
edizione della nostra Piccola, ma sincera Storia del
Rock riazzeriamo tutto, e si riparte dal 1950, anzi per
la precisione dal 1955…
Il primo brano di questa storia, BLUE SUEDE
SHOES, è stato composto da Carl Perkins,
(compreso nella R&R of fame); il titolo significa
‘mocassini di camoscio blu’. Vedete
come è strano il rock, se io chiedessi a
quasi tutti voi (escluso probabilmente
il mio amico Davide Pezzi che di
musica sa ogni cosa), se conosce
questo autore e questa canzone, tutti
mi rispondereste di no, ma io vi
assicuro che non esiste uno solo di voi
qui dentro, che abbia dieci o novant’
anni, che non riconoscerà questo
pezzo dalla prima nota. La canzone è
considerata il primo brano di
rockabilly, ovvero un genere che
include blues, country e pop.
Racconta Perkins che il 4 dicembre
1955, durante un suo concerto, notò
un giovane che litigava con la ragazza carina che
ballava con lui, perché lei gli calpestava i suoi
mocassini di camoscio blu, e Perkins non potè fare a
meno di pensare “guarda che imbecille, ha accanto a
sé una ragazza così e tutto quello che riesce a fare è
pensare alle sue scarpe di camoscio blu”. La sera
stessa Perkins iniziò a lavorare ad una canzone sul
fatto curioso di cui era stato testimone, senza rendersi
conto che stava componendo una delle pietre miliari
della storia del Rock. Carl Perkins nasce a
Tiptonville nel 1932 e muore a Jackson nel 1998.
Assieme ad Elvis Presley, Johnny Cash e Jerry Lee
Lewis, ha fatto parte del gruppo di artisti della
celeberrima Sun Record Studio (foto), casa
discografica e sala di incisione ancora oggi esistente,
dove è possibile registrare brani con le stesse
identiche attrezzature utilizzate 60 anni fa. Il 4
dicembre del 1957, durante una sessione
di registrazione di Carl Perkins nella
quale Jerry Lee lewis (foto di tutti 4) era
stato chiamato a suonare il pianoforte, si
trovarono a passare negli studi della Sun
Records, anche Johnny Cash ed Elvis
Presley. Durante la pausa di registrazione
Elvis si sedette al piano iniziando a
suonare melodie Gospel, presto seguito da
Johhny Cash e dagli altri. L’impresario
Sam Phillips che li aveva convocati, si
rese presto conto che la presenza
contemporanea dei quattro artisti era un
evento da immortalare, ed ordinò che
venisse registrato tutto quello che avveniva in sala.
La registrazione durò 70 minuti, ed il quartetto
immortalato, prese il nome di Million Dollar Quartet,
in onore degli introiti dei brani dei quattro musicisti.
La donna della foto si chiama Anna Mae Bullock, è
nata il 26 novembre del 1939 negli Stati Uniti, e
prende il nome d’ arte di Tina Turner, dopo essersi
sposata con il musicista Ike Turner(foto) nel 1960.
Questo signor Ike, non era proprio l’ultimo
sprovveduto, dato che era stato l’autore di quella
Rocket 88, di cui avevamo parlato all’ inizio della
serata, ovvero il primo brano riconosciuto di R&R. Il
sodalizio matrimoniale ed artistico di
Ike&Tina Turner si interrompe nel
1976,
dopo
grandi
successi
internazionali, e da quel momento Tina
Turner deve ricominciare daccapo. La
sua rinascita come persona e come
artista inizia nel 1979 con l’ incontro
con il manager Australiano Roger
Davies, che la porta con sé a Los
Angeles e la trasforma in una delle più
grandi voci musicali di tutti i tempi. In
poco tempo diventa una delle artiste più
ambite, tanto che la vogliono in duetto
con loro Mick Jagger, Elton John, Eric
Clapton, David Bowie, Rod Stewart, e
ahilei anche Eros Ramazzotti. Nel 1986
la sua stella viene inserita nella Hollywood Walk of
fame la celebre passeggiata Hollywoodiana delle
celebrità. Nel dicembre 2005 ha ricevuto la
prestigiosa onorificenza Kennedy Center Honors,
attribuita prima di lei solo a Ray Charles, Aretha
Franklin, Little Richard e Chuck Berry. In definitiva
dopo 50 anni di onorata carriera, tra l’ altro mai
interrotta, 60 milioni di dischi venduti, 7 Grammy
Avards e l’ ingresso nella Rock& Roll of fame, Tina
Turner ha avuto una carriera di soddisfazione. Nel
1986 Robert Palmer pubblica il brano Addicted to
love, Tina Turner lo ascolta e da quel momento
decide che finché lei si esibirà dal vivo quel brano
non mancherà mai dal suo repertorio, e così farà,
tanto che anche nella sua ultima tournee del 2008 ha
puntualmente eseguito questo brano. Indovinate che
pezzo di Tina Turner facciamo adesso?
Roderick David Stewart nasce a Londra
il 10 gennaio 1945(è anche lui nella
R&R of fame). È l’unico Stewart nato
in Inghilterra, in quanto la sua famiglia
orgogliosamente Scozzese, non si era
mai spostata da lì. Se si dovesse
sintetizzare la vita di Rod Stewart si
potrebbe utilizzare la definizione che ne
ha dato un mio amico suo grande fan :
Rod Stewart ha passato la vita ad
ubriacarsi, giocare a calcio, andare a
donne e copiare le canzoni agli altri, per
questo è un mito, è riuscito a vendere
200 milioni di dischi senza avere ben
chiaro che cosa stesse facendo. In questa sintesi
impietosa c’è qualcosa di vero, Rod Steward è un
fanatico dei Celtic, ed in gioventù va vicino ad un
contratto da calciatore professionista, ha avuto otto
figli da 5 mogli, l’ultimo nel 2010 a 65 anni, (foto)
dalla ennesima fotomodella rigorosamente alta il
23 Vita di Club n.3
doppio di lui, dato che l’essere bassissimo non lo ha
mai messo in difficoltà, ma dopo l’ ultima nascita ha
dichiarato “non posso averne altri, altrimenti non ce
la faccio a mantenerli tutti e mi tocca andare in
tournee fino a 90 anni”. Da bravo scozzese ha sempre
fatto onore alla bevanda che ha reso famoso il suo
paese d’origine, l’ whisky, ma a parte tutto questo
Rod Stewart ha una delle più belle e caratteristiche
voci della storia del rock, ha a modo suo contribuito
alla nascita del British Blues genere che poi influenzò
lo sviluppo del rock Britannico degli anni 60, e lo ha
fatto suonando assieme a musicisti, poi diventati
amici di una vita come Eric Clapton, Jeff Beck, Paul
Jones e Ron Wood, diventati successivamente l’uno
bassista dei Led Zeppelin, l’altro chitarrista dei
Rolling Stones. Il brano che faremo, si chiama
Hanbags and Gladrags è un brano ovviamente non
suo, ma riarrangiato ed interpretato da lui in maniera
talmente meravigliosa nel 1970, da far dimenticare il
suo reale autore Mike D’Abo cantante dei Manfred
Mann, che lo avevano inciso tre anni prima. Anche
qui Rod Stewart diventato celebre per essere una
icona Rock, dà il meglio di sé in un brano
assolutamente melodico, ed assolutamente non rock
(un brano stracciamutande per intenderci), che la
nostra Stefania Zanetti cercherà di farci rivivere con
la sua bella vocina, accompagnata alle tastiere dal
mitico Jean Luc Terenzi.
Little Richard, all’anagrafe Richard
Wayne Pennimann, nasce in Georgia
nel 1931 ed è il terzo di 12 figli di una
famiglia
afroamericana,
cresce
rassegnato in piena segregazione
razziale, dedicandosi alla musica prima
come cantante nel coro della chiesa
evangelista, poi suonando il sassofono,
tutto ovviamente all’ interno della
comunità di colore, non potendo oltrepassare il
confine che divideva il quartiere bianco dal suo,
come raccontava con amarezza, e non avendo
praticamente contatti con persone di razza bianca.
Dopo vari ed infruttuosi tentativi, il successo arriva
nel 1955 con la registrazione di ‘Tutti frutti’, dove
riesce a mettere in pratica una sintesi di anni di
esibizioni dal vivo dove aveva elaborato un suo stile
che consisteva in ritmi veloci, percussioni forti,
improvvisazioni del sassofono, ed una parte cantata
caratterizzata da grida, spasmi e gemiti. Il successo
arriva immediato e di dimensioni inimmaginabili, e,
durante le sue esibizioni, alle quali assisteva anche un
folto pubblico bianco, rigorosamente separato dal
pubblico di colore, per la prima volta, cedono le
barriere razziali, i giovani bianchi si mescolano ai
giovani di colore, causando forti proteste delle
associazioni razziste del sud degli Stati Uniti, il
successo di Little Richard però si dimostra così
trascinante, che iniziano lentamente a diminuire
anche al sud, i pregiudizi verso gli artisti colore che si
esibiscono in locali per bianchi. Nel 1962, Little
Richard sbarca per la prima volta in Inghilterra per
una tournee, dove lo attendono illustri suoi fans della
prima ora quali Beatles e Rolling Stones. Nel 1964
inserisce nel suo gruppo un giovane chitarrista di
colore che inizia a vestirsi in maniera stravagante e a
portare i baffi proprio come lui, lo segue in tournee
per un anno,ed inciderà per Little Richard Whole
Lotta shaking going on, brano del grande Jerry Lee
Lewis (in realtà il brano è stato reso celebre da Jerry
Lee, gli autori veri erano il pianista country Roy Hall
ed il musicista di colore Dave Curly Williams).
Questo giovanissimo chitarrista prima di andarsene
per la sua strada dichiarerà “ vorrei riuscire a fare con
la mia chitarra quello che Little Richard fa con la sua
voce”, questo ragazzo si chiamava Jihmy Hendrix.
Ma sono tanti i fans sfegatati di Little Richard, fra i
più illustri Ray Charles, Bob Dylan, Paul McCartney,
Freddy Mercury,David Bowie, Angus Young e Rod
Stewart. La canzone che faremo è il suo secondo
successo pubblicato nel 1955 dopo Tutti Frutti, e si
intitola Lucille, a seguire Whola lotta shakin’goig on,
in onore del grande Jerry Lee Lewis che l’ ha resa
famosa, del grande Little Richard che l’ha riproposta
e del giovane Jihmi Hendrix che con quel brano
iniziava la sua carriera discografica.
Il prossimo brano ed il prossimo gruppo che lo ha
eseguito sono l’emblema di quel genere musicale che
già alla fine degli anni 50 veniva denominato
underground,
ovvero
musica
indipendente che si diffondeva attraverso
canali non ufficiali, quindi sotterranei,
che potevano essere radio non
commerciali, pub o locali alternativi di
piccole e medie dimensioni, passaparola
fra appassionati, e ai giorni nostri,
ovviamente internet. Il gruppo in
questione si chiama Dickies, il primo
gruppo punk Californiano, estremamente legato ai
Ramones, dei quali abbiamo parlato un anno fa, e
divenuti celebri in America ed in Inghilterra, per il
rifacimento in chiave appunto punk, della sigla di una
celebre trasmissione per bambini Americana del 1968
The banana split adventure, la canzone si intitolava
Tra la la song One banana two banana, titolo che già
da il quadro della imbecillità del brano, scritto da tale
Mark Barkan, che avrebbe in seguito scritto parecchi
brani assieme a Mike D’Abo, l’autore della canzone
di Rod Stewart che avete ascoltato prima. Pensate che
piccolo il mondo. I Dickies nascono appunto nel 79,
e da bravi punk che si rispettino muoiono due per
overdose ed uno suicida, della formazione originale
sopravvivono cantante e chitarrista. Noi lo abbiamo
suonato per la prima volta una decina d’ anni fa, io
non la conoscevo, ma trovavo sempre più spesso le
persone più disparate che mi dicevano di conoscerla,
fino a quando, un anno fa, ho sentito mio nipote di 14
anni che la stava canticchiando. Mi sono davvero
meravigliato, e gli ho chiesto dove mai avesse potuto
sentire un brano così particolare di oltre 30 anni fa, la
24 Vita di Club n.3
risposta è stata, ce l’ ha un mio amico sull’ i pod.
Ecco i miracoli dell’ underground, dopo 30 anni, i
buoni vecchi Dickies, morti o no, continuano a
circolare impunemente, e sento che anche fra altri 30
anni ci sarà qualcuno che se la ritroverà non si sa
come, e la fischietterà per strada.
SEX&DRUGS&R&R è la triade classica che
individua il genere musicale, e vizi obbligatori dei
quali deve essere schiavo l’appassionato del genere in
questione, tanto che la vera rock star doveva da
sempre vantare centinaia di conquiste femminili, e
decine di ricoveri in cliniche specializzate per
disintossicarsi dall’ abuso di droghe e alcool. Nel
1977, Ian Dury, in Inghilterra, decide di incidere una
canzone proprio con questo titolo, ed il
brano diventa subito un successo
planetario. Il povero Ian Dury si ritrova
improvvisamente una star, lui che,
ammalatosi di poliomielite a 7 anni,
aveva sempre vissuto
una vita da
invalido, ma senza perdersi d’animo,
lottava per diventare un musicista,
suonando ogni sera nel circuito dei pub
Londinesi, ed inventando un singolare
linguaggio detto Cockney, usato dalla
classe proletaria di Londra. Abbraccia il
movimento punk, ma in realtà Ian Dury,
rimane un folk singer, che per tutta la vita
si spende, nonostante il fisico gracile e la
salute cagionevole, per raccontare storie di
gente sfortunata e fare da testimonial per
cause benefiche, fra le quali la promozione
della campagna di vaccinazione anti polio
in Sri Lanka. Ci lascia nel 2000, a 57 anni.
Joan Jett è forse la prima donna che
decide concepire il Rock, fino ad allora
appannaggio esclusivo degli uomini, in
chiave esclusivamente femminile, anzi
diciamo la seconda, la prima secondo me è
stata, per chi se la ricorda Suzi Quatro.
Non accetta di essere interprete o
unicamente cantante in un gruppo
maschile, e così a 17 anni nel 1975
entra nel primo gruppo rock di sole
donne, le Runaway che si rivelarono
una grandissima forza di ispirazione
per la scena rock femminile che seguì.
E proprio sulle Runaway è da poco
uscito un film che ne ripercorre le
vicende artistiche e dove il ruolo di Joan Jett è
interpretato da Kristen Stewart, che i più giovani
conoscono
come
protagonista
della
saga
cinematografica vampiresca Twilight,New moon ed
Eclipse. La bassista del gruppo si era formata alla
scuola di Nick St.Nicholas, bassista degli
Steppenwolf che abbiamo ascoltato prima, e la
vocalist Micky Steele, successivamente entrerà a far
parte delle Bangles. Dopo varie vicissitudini del
gruppo, Joan Jett lo abbandona nel 1979, collabora
con Steve Jones e Paul Cook dei Sex Pistols, nel
1981 forma un’ altra band i Blackhearts, e pubblica
con loro una cover di un brano degli Arrows del 1975
dal titolo I love R&R, che come spessissimo abbiamo
visto nella storia del Rock, nella versione originale
passa quasi inosservata, nella versione di Joan Jett
diventa talmente famosa da rimanere 7 settimane
prima in classifica negli Stati Uniti, e farle
guadagnare il disco di platino. Il brano diventa
talmente un classico in questo rifacimento, e rende
talmente celebre Joan Jett, che è stato ripresentato
qualche anno fa anche da Britney Spears, e nell’
ultimo tour di Avril Lavigne, viene proiettato un
video montaggio di tutti i video musicali di Joan Jett,
mentre Avril Lavigne stessa canta Bad
Reputation sempre di Joan Jett. Nel 2004 è
ospite d’ onore al concerto tributo per il 30
anno della formazione dei Ramones, e si
ritrova sul palco coi Blondie e i Dickies
che abbiamo incontrato poco fa, tutto
questo a dimostrazione del fatto che a
dispetto dei 52 anni suonati, Joan Jett non
getta la spugna e anche per le nuove
generazioni rimane una icona del rock
duro e puro al femminile.
I Blondie si formano nel 1975, da un’idea del
chitarrista Cris Stein e dalla ex coniglietta di
Playboy, Debora Harry come cantante.
Cominciano a suonare regolarmente allo
studio54 di New York, locale estremamente
celebre dell’epoca, soprattutto per i suoi eccessi,
famosa restò la comparsa della moglie di Mick
Jagger in mezzo alla pista a dorso di un cavallo
bianco, la presenza fissa di ospiti celebri quali
Liz Taylor, Andy Warhol, Truman
Capote,Elthon John, Michael Jackson, John
Travolta, e come semplice frequentatrice di
discoteca ed allora totalmente sconosciuta, di
Madonna. Il locale viene chiuso nell’ 80 per
droga, anzi per droghe, in quanto il livello di
spaccio industriale di qualsiasi sostanza
illegale all’ interno del locale era diventato
impressionante,
e
nonostante
le
conoscenze altolocate del proprietario, le
autorità non poterono esimersi dal
metterne fine all’attività. I Blondie
nascono come gruppo punk, fortemente
influenzati dai Ramones, ma poi
modificano in parte il genere seguendo il
reggae e la new wave, in ogni caso Debora Harry si impone
come immagine, e diventa leader del gruppo, cosa che
provocherà sempre dissapori fra gli altri componenti. Il
successo mondiale arriva nel 78, con l’ album Parallel
Lines, quando il brano Heart of glass, raggiunge il primo
posto nelle classifiche Statunitensi,la cosa strana, ricordano i
membri del gruppo, era che quel brano lo eseguivano dal
vivo da cinque anni, ma nessuno spettatore vi aveva mai
fatto caso. Nel 1980 i Blondie vengono contattati per
eseguire un brano, prodotto da Giorgio Moroder, che
25 Vita di Club n.3
facesse da colonna sonora al film American Gigolò,il film
che lancia e incorona Richard Gere come sex symbol per i
decenni successivi. Debora Harry, compose testo e melodia
in poche ore,registrò in fretta il brano col gruppo, il brano
viene intitolato Call me, e si trasformerà in un successo sia
in Inghilterra che negli Stati Uniti, e verrà inserito anche
questo nell’elenco dei brani rock più famosi della storia
della musica. Entrano nella R&R of fame nel 2005.
Nel 1977, la 19 enne Veronica Ciccone, lascia la sua
famiglia nel Michigan, e parte da sola per New York.
Di quella sua avventura tanti anni dopo dichiarò
“quando decisi di andare a N.Y. era la prima volta
che prendevo un aereo, la prima volta che prendevo
un taxi, la prima volta per qualsiasi cosa, sono
arrivata a N.Y. con 37 dollari in tasca”. 30 anni dopo,
Veronica Ciccone, in arte Madonna, ha un
patrimonio stimato in 1 miliardo e mezzo di dollari, è
la quarta artista ad aver venduto più dischi nella
storia della musica, circa 500 milioni di
copie, solo fra il 2008 e il 2009 ha
incassato 250 milioni di dollari. Se
Michael Jackson è stato soprannominato
re del pop, Madonna è da sempre la sua
alternativa sul trono al femminile, come
regina incontrastata del pop, anche se agli
inizi del suo successo,la neonata MTV, le
fece raggiungere la notorietà coi
videoclip del suo album omonimo
Madonna, dando di lei una immagine di
cantante punk-rock. In tanti, me
compreso, considerano Madonna un
genio, perché soltanto un genio come lei, che non
aveva una gran voce, non era una gran bellezza, e
ballava così così, poteva riuscire a vendersi come
ballerina, cantante, sex symbol, e aggiungo, anche
attrice. Partita come ballerina e corista per Patrick
Hernandez ( quello di born to be alive non so se ve lo
ricordate) e come attrice in uno sconosciuto thriller
erotico dal titolo ‘l’oggetto del desiderio’, nel 1980
(per un compenso di 100 dollari), è arrivata ad essere
per la rivista musicale più autorevole del mondo
Rolling Stones al 36mo posto fra le migliori artiste
donne di tutti i tempi seconda solo ad Aretha
Franklin, ed a vincere il Golden Globe come miglior
attrice protagonista per il ruolo di Eva Peron nel film
Evita di Alan Parker. Quindi ci piaccia o no, questa è
Madonna. Nel 1985, Madonna ritenta la carriera
cinematografica facendo una breve apparizione come
cantante in un club nel film ‘Crazy for you’, in cui è
contenuta la canzone omonima, che riceve anche una
nomination ai Grammy Awards (uno dei più
importanti
premi
dell’
industria
musicale
Americana). È una canzone molto cara a Madonna,
che la dedica spesso nei suoi concerti dal vivo a tutti i
suoi fans della prima ora, fra i quali ahimè c’è anche
mia moglie. Questa sera abbiamo volutamente
inserito molte donne nel repertorio, Tina Turner, Joan
Jett, Blondie, Madonna, giusto per chiarire che il rock
ha avuto, ed ha tutt’ora, delle superstar al femminile,
che sicuramente non temono il confronto (soprattutto
sul palco) con i colleghi maschietti. Una delle artiste
più maledette, ingestibili, rovinate in tutti i sensi,
ribelli e folli degli anni 90, e che più ha fatto parlare
di sè, quasi sempre malissimo, è sicuramente
Courtney Love. Courtney Love nasce a S.Francisco
nel 1964. Figlia di genitori hippie, che si separano
perché il padre a soli 4 anni le fa provare l’LSD.
Passa l’infanzia turbolenta con la madre, e
l’adolescenza fra riformatori e case di correzione. A
15 anni si esibisce come spogliarellista per
guadagnare, e debutta anche nel mondo musicale con
un suo gruppo le “Sugar Babilon”, ma il gruppo che
le darà notorietà sarà quello delle Hole fondato nel
1990 e con il quale farà da supporto qualche anno
dopo alla tournee di quest’ altro stinco di santo che
vedete qui alle mie spalle “Marilyn Manson” e
ovviamente l’ esperienza fra i due durò poco, avendo
entrambi problemi psichiatrici di non
poco conto, tanto che non solo
rischiarono di ammazzarsi a seguito dei
litigi durante la tournee, ma continuarono
ad infamarsi a distanza anche negli anni
successivi. Courtney Love sposa
il
cantante dei Nirvana Kurt Cobain nel
febbraio 1992, e il 18 agosto dello stesso
anno nasce la loro figlia Francis. La
giovane, famosissima e ricchissima
coppia di neo genitori eroinomani, passa i
primi due anni di vita coniugale fra un
centro di disintossicazione e un altro, ma
la loro storia finisce l’8 aprile del 1994, quando Kurt
Cobain si suicida. Questo fatto accresce tragicamente
sia la notorietà di Courtney Love, sia i suoi problemi
di instabilità emotiva e tossicodipendenza, ma
nonostante tutto la sua carriera continua anche nel
cinema, tanto da diventare una attrice molto cara ad
un regista del calibro di Milos Forman, con il quale
ottiene anche una nomination ai Golden Globe.
Lavora con Jim Carrey, ed Edward Norton, con il
quale avrà una relazione di 4 anni. Il brano delle Hole
che faremo si intitola Celebrity Skin, è del 1998, ed è
stato utilizzato in Italia per uno spot pubblicitario
dell’ Alfa Romeo ( chi ha l’ Alfa Romeo in sala stia
tranquillo, nessuno pensa sia un eroinomane), pur
essendo l’ ultimo album del gruppo, riceve 3
nomination ai Grammy awards come miglior album
rock, come miglior canzone rock, e come miglior
performance vocale.
Il termine heavy metal, in italiano metallo pesante («Mi
piacciono il fumo e il lampo, il tuono del metallo
pesante, correr con il vento»), identifica un genere di
rock caratterizzato da ritmi fortemente aggressivi e da un
suono potente ottenuto attraverso l’ esasperazione della
amplificazione e distorsione di chitarre basso e addirittura
voce, è un genere musicale che si è molto sviluppato dalla
metà degli anni 70, ma forse pochi sanno che il primo
brano musicale riconosciuto come appartenente a questo
genere e che tra l’ altro per la prima volta nella storia della
26 Vita di Club n.3
musica ha nel suo testo le parole ‘heavy metal’, è ‘born to
be wild’ degli Steppenwolf del 1968. Gli Steppenwolf
(nella foto John Kay), che traggono il loro nome dal titolo
di un romanzo di Hermann Hesse, appunto il lupo della
steppa, sono un gruppo di rock Canadese fondato nel
1967, che raggiungono la celebrità nel 1968 con il brano
born to be wild , tradotto ‘nato per essere selvaggio’,
soprattutto però quando un anno dopo lo
stesso brano entrerà nella colonna sonora
del film ‘easy rider’, un film di riferimento
per la generazione hippie, dove si narra il
viaggio attraverso l’America, di due
motociclisti, in totale libertà, rappresentando
al meglio la cultura ‘on the road’, anticipata
dall’ omonimo libro di Kerouak, alfiere
della beat generation, un decennio prima.
Nel testo della canzone si parla di heavy
metal thunder, un tuono di metallo pesante,
che è poi quello delle marmitte di scarico
delle harley davidson, (lo stesso rumore
per interderci col quale ci rompono i
coglioni anche le harley davidson di oggi)
a bordo delle quali compiono il loro
viaggio i protagonisti del film, i mitici
Peter Fonda e l’esordiente Jack
Nicholson.Regista del film ed anche
attore era Dennis Hopper scomparso lo
scorso anno. Pensate quindi quanti
simboli e coincidenze di nomi in un brano solo, tra l’altro,
come spesso succede, gli Steppenwolf, non riusciranno
mai più a replicare il successo di Born to be wild,inserita
tra l’altro dalla rivista Rolling Stones, fra le 100 migliori
canzoni rock di tutti i tempi, e divenuta a seguito del
successo anche del film Heasy Rider, l’inno di tutti i
bikers, i motociclisti, a livello mondiale.
Lewis Allen Reed, in arte Lou Reed, nasce a Long
Island il 2 marzo 1942 da una famiglia ebrea
benestante. Ecco, da qui in poi non esiste niente altro
di normale nella sua
esistenza . Ho avuto delle
difficoltà nel cercare di dare
un quadro sintetico di Lou
Reed, ma per non fargli
torto,
va
valutato
prendendolo, diciamo, tutto
insieme così com’è, e lui è
tante cose insieme. Fin da
giovanissimo Lou Reed
vuole essere un musicista,
ed è ispirato in particolare
dal R&R.Suona la chitarra,
è un ribelle, e si esibisce con
pose effeminate e provocatorie, il che porta i genitori
ad una decisione che gli segnerà per sempre la vita.
Viene inviato ad un centro psichiatrico per essere
curato da queste cosiddette deviazioni; il giovane Lou
Reed, che ha 16 anni accetta la decisione dei genitori,
non sapendo che la cura molto in voga all’epoca nelle
cliniche psichiatriche era l’elettroshock. Per due
settimane viene sottoposto a scariche elettriche
intensive, al termine delle quali, come lui ricorda,
aveva perso senso dell’orientamento, memoria e
capacità di lettura. Quell’esperienza non solo non lo
guarirà come speravano i genitori, ma esaspererà i
suoi comportamenti e lo allontanerà per sempre dalla
famiglia. In ogni caso riesce a laurearsi, si sposta a
N.Y. verso la fine degli anni 60, e qui
inizia il suo periodo di massima
sregolatezza e massima produzione
artistica. Era al contempo un tossicomane
dedito a comportamenti a dir poco
equivoci,
ma
anche
compositore
professionista, per la Pickwick records,
presso la quale incontrerà John Cale, ed
assieme al quale di lì a poco fonderà i
Velvet Underground, il cui nome tra
l’altro viene preso dal titolo di un libro
giallo trovato nella spazzatura. I VU
diventano un gruppo famoso nel
panorama artistico musicale non
convenzionale del Greenwich Village,
tanto da venir subito patrocinati dall’
artista pop Andy Warhol, che gli farà
da manager, produttore e finanziatore
del primo album. (Anche i VU
entreranno nella R&R of fame). In
seguito Lou Reed lascerà i VU, si
trasferirà a Londra, e qui conoscerà David Bowie,
altro incontro fondamentale per la sua carriera.
Bowie all’epoca era una divinità musicale che tutto
poteva, e, assieme al suo chitarrista Mike Ronson,
prende Lou Reed sotto la sua ala, e lo ricostruisce:
nuovo look Glamour, e diversi arrangiamenti
musicali. Il look, definito glamour, prende il nome
dall’abbigliamento colorato e vistoso, talvolta
mostruosamente vistoso, che caratterizzava gli
esponenti del genere musicale definito appunto glamrock. Emerge nei primi anni
70 in seguito al fenomeno
hippie, e come antidoto alla
eccessiva serietà dell’epoca. Si
sviluppa prevalentemente nel
nord Europa ed ha, come
riconosciuto inventore, l’ex
modello e cantante del gruppo
dei T Rex, Marc Bolan, ma
dopo di lui esiste un solo ed
unico duca bianco del glam
rock ed è appunto David
Bowie. Quindi sotto la
supervisione di Bowie nel 72,
Lou Reed pubblica l’album Transformer, che
contiene oltre alle celeberrime Perfect day e Walk il
the wild side, anche il brano dal titolo Vicious,che
faremo adesso, dedicato proprio al suo pigmalione
Andy Wharol. L’album Transformer, nonostante la
censura che intervenne sui testi, sulla copertina, sulle
esecuzioni dal vivo dello stesso in radio e televisione,
27 Vita di Club n.3
è stato inserito fra i 100 migliori album di tutti i
tempi.
Quella che vedete nella foto, è la bandiera Confederata, il
simbolo dell’America sudista, e simbolo del gruppo dei
Linyrd Skynryd, gli alfieri del cosiddetto southern rock, o
rock del sud. Questa bandiera, da molti considerata
ingiustamente razzista, identifica in realtà tanti altri artisti del
sud, quali per esempio Dolly Parton o Elvis Presley, che tra
l’altro l’hanno più volte esibita nei loro concerti. I L.S. si
formano a Jacksonville, in Florida nel 1964, sono un gruppo
di adolescenti che oltre ai Beatles e Rolling Stones,
risentono degli influssi musicali della loro terra, quali blues,
country e western music. In realtà il nome definitivo del
gruppo viene deciso nel 1970, in ricordo del loro professore
di ginnastica, Leonard Skinner,
che
li
rimproverava
continuamente
perché
portavano i capelli lunghi.
Suonano tanto in giro per l’
America, i loro fans aumentano
rapidamente fino a quando nel
1973, diventano gruppo di
supporto degli Who durante il
loro tour Americano. Durante
uno di questi concerti in
California, gli Who si rifiutano
di salire sul palco,dopo i L.S., perché la folla continua a
chiamarli a gran voce. Il loro secondo album, che conteneva
il brano Sweet home Alabama, coincise con l’esplosione del
loro successo. I trionfi si susseguono, nel 1976 sono in
tournee in Inghilterra con i Rolling Stones,fino a quando, tre
giorni dopo l’uscita del loro 5 album, “street survivors”, il
volo charter che stava portando il Louisiana per un concerto,
sembra a causa di mancanza di carburante, si schianta al
suolo, e nell’ impatto, il gruppo viene decimato, i
sopravvissuti subiscono danni fisici gravissimi, ma il disco
scala ugualmente le classifiche, e diventa disco di platino. Il
28 novembre 2005, i L.S. fanno il loro ingresso nella R&R
of Fame, in quell’ anno assieme ai Black Sabbath, Blondie e
Sex Pistols. Oggi i L.S. non ci sono più, l’ultimo di loro è
scomparso il 7 maggio del 2009, ma come sempre accade ai
grandi, la loro musica gli è sopravvissuta, in particolare la
loro tanto amata Sweet home Alabama, che il cantante
Ronnie Van Zant voleva sempre cantare avvolto dalla sua
inseparabile bandiera confederata.
Verso la metà degli anni 60 in Inghilterra, si
fronteggiavano due bande giovanili, quella dei Mods
e quella dei Rockers. I rockers adottavano un look di
ispirazione Usa, che era una evoluzione dei teddy
boys Americani anni 50 , quindi giubbotti in pelle
nera, blue jeans stretti, harley Davidson (che in
Inghilterra erano più spesso Triumph o Norton ), e
come cantanti di riferimento Gene Vincent, Eddie
Cochrane, Jerry Lee Lewis,Elvis Presley. I Mods (il
cui nome deriva da modernism o modism, quindi
moderni e alla moda),adottano uno stile dandy,stiloso
come dicono loro, impermeabili parka, giacca
attillata e cravatta, attenzione al dettaglio,e per
snobismo, come mezzo di locomozione, le proletarie
vespa e lambretta. Il 29 marzo 1964, migliaia di
mods e di rockers, ingaggiano una vera e propria
battaglia sulla spiaggia di Clacton nell’ Essex, nei
dintorni di Londra, con numerosi feriti, anche gravi.
Di questo episodio c’è anche traccia in una canzone
del nostrano Ricky Shayne, dal titolo “uno dei
mods”,che col solito pressapochismo Italiano, si
spaccia per Mod (vestito rigorosamente da Rocker), e
racconta la vicenda degli scontri,ricordando come i
Mods dovettero soccombere alla preponderanza dei
Rockers, in realtà, i Mods erano in numero
infinitamente superiore e i Rocker si presero un sacco
di legnate. I gruppi musicali di riferimento dei mods
erano sostanzialmente due: gli Small Faces e gli
WHO.
Gli WHO con 100 milioni di
dischi
venduti,
sono
considerati tra le maggiori
R&R band di tutti i tempi.
Sono in quattro, e tre sono a
modo loro i leader: Pete
Townshend chitarrista e
mente musicale della band,
Roger Daltrey cantante e
bello del gruppo, Keith
Moon batterista e vero
malato di mente. I quattro fondano il gruppo nel 1964
e nel 65 con l’ album My generation, il cui omonimo
brano diventa un inno generazionale raggiungono
subito il successo. My generation è universalmente
considerata uno dei brani musicali più aggressivi,
feroci,
autodistruttivi,
individualistici
e
simbolicamente importanti di tutti i tempi. Le
esibizioni dal vivo degli Who erano famose infatti
per la loro aggressività, oltre che per l’ abitudine di
distruggere palco e strumenti alla fine o durante
l’esibizione, compresa l’ esplosione della batteria di
Keith Moon al Monterey pop festival del 67, che rese
parzialmente sordo Pete Townshend. Gli Who si
esibiscono anche al Woodstok festival nel ’69, il loro
concerto viene interrotto da un attivista dei diritti
civili che tenta di perorare una giusta causa, ma viene
malmenato a colpi di chitarra da Pete Townshend che
non gradisce l’ interruzione. In realtà gli who sono
davvero ribelli e anticonformisti, assolutamente
estremi (nel 71 il batterista viene arrestato per aver
fatto esplodere un candelotto di dinamite nel water
della sua stanza d’ albergo distruggendo tutta la
stanza), ma sono anche estremamente creativi, e nel
73 decidono di comporre una sorta di omaggio alle
loro origini Mod e nasce così un’ opera rock che
diventa poi un film dal titolo QUADROPHENIA,
dove vengono rappresentate lotte e problematiche
giovanili fra mods e rockers dei primi anni 60.In
questi ultimi anni iniziano a farsi evidenti i gravi
problemi di tossicodipendenza del batterista Keith
Moon, che termineranno con la sua morte per
overdose da farmaci a 32 anni, nel 1978, poche ore
dopo aver partecipato ad un party organizzato da Paul
28 Vita di Club n.3
Mc Cartney. Al suo posto viene inserito l’ex
batterista degli Small Faces(l’altro gruppo di
riferimento dei Mods), ma da quella morte gli Who
non si riprenderanno più. In ogni caso l’ influenza
della loro musica è riscontrabile dai Beatles e Rolling
Stones fino ai Led Zeppelin ,Sex Pistols, U2, Oasis e
Pearl Jam e sono ovviamente inclusi nella R&R of
fame.È chiaro che davanti agli WHO i poveri Small
Faces spariscono, ma attenzione a non sottovalutarli
troppo. Sono stati infatti il vero emblema dei Mods.
Erano definiti proprio real Mods, il riferimento dei
Mods sia per il look, che per la prima volta nella
generazione del dopoguerra inizia ad utilizzare colori
sgargianti, e ad ossigenare i capelli, sia per lo scooter,
che furono i primi ad utilizzare come marchio di
riconoscimento, personalizzandolo con accessori in
eccesso. Furono anche i primi a fare espliciti
riferimenti, nei loro brani, all’ utilizzo di droghe. Si
formano a Londra nel ’65 ed in 2 anni 12 dei loro
brani finiscono nella top ten Inglese. Nel 69 si
sciolgono, e tre di loro assieme al chitarrista Ron
Wood (futuro Rollin Stones) ed al cantante Rod
Stewart (futuro Rod Stewart) formano il gruppo dei
Faces. Quindi per calarci nell’ atmosfera dell’ epoca,
come indicano i sacri testi, torniano in pieni sixteen,
alla British invasion mod styles(e così le stronzate le
ho dette tutte) con “sha la la la lee” degli Small Faces
e “my generation” degli Who. Nel 1964 a Londra
nasce il gruppo dei Kinks, nel ’65 dall’altra parte del
mondo in California, nascono i Doors. Di primo
acchito ovviamente la bilancia della celebrità pende
dalla parte dei Doors, sia per le vendite degli oltre
100 milioni di dischi, sia per la figura mitica del loro
cantante Jim Morrison, che oltre a piacere tanto al
pubblico femminile, aveva anche il fascino dell’
artista maledetto, tanto che dopo 6 anni di gloriosa
carriera e di dipendenza da droghe e alcool, a 27
anni, nel 1971, viene trovato morto a Parigi, nella
vasca da bagno, andando ad aggiungersi al macabro
Club 27 (che indica gli artisti deceduti a 27 anni) del
quale fanno parte anche Jihmy Hendrix e Janis
Joplin, che abbiamo già incontrato, e Kurt Cobain del
quale parleremo poi. Jim Morrison non è un
musicista,né forse un gran cantante, ma è un
personaggio unico,tanto che, alla sua morte, gli altri
componenti del gruppo, Ray Manzarek, Robby
Krieger, e John Densmore, che sono invece dei
grandissimi musicisti,devono arrendersi all’ evidenza
che i Doors sono finiti. I Kinks dal canto loro, non
possono contare su di un cantante sex symbol, ma
sono riconosciuti come gli autori del primo brano
hard rock della storia della musica “you really got
me”, nel quale viene utilizzato per la prima volta un
suono di chitarra distorto, ottenuto dal chitarrista
effettuando dei tagli con un rasoio sul cono dell’
altoparlante del suo amplificatore Elpico (che
vediamo nella foto). Successivamente questo suono
verrà ricreato dai produttori di amplificatori con
effetti appositi dei quali Caio vi darà un esempio.
Subito dopo “you really got me”, i Kinks pubblicano
“all day and all of the night”, altro brano hard rock
che come il precedente arriva in testa alle classifiche
in Inghilterra e America, e dal quale sembra che i
Doors abbiano più o meno consapevolmente copiato
la loro “hello y love you” di qualche anno dopo. All’
inizio della loro carriera, i Kinks si ritrovano ad avere
in qualche loro esibizione nei locali Londinesi, il
giovanissimo Rod Stewart come cantante, ed al top
della loro celebrità, fanno una lunga tournee in
Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, con il gruppo
musicale dei Manfred Mann. Segnatevi questi due
nomi, perché tra poco li rincontreremo. Purtroppo, a
dispetto della loro immagine perbene, i Kinks, un po’
come gli WHO, sono dei mezzi delinquenti. Durante
una intervista in Svezia, litigano con l’intervistatore e
lo picchiano a sangue, finendo in prigione, e durante
un concerto nel Galles, scoppia una rissa fra il
chitarrista Ray Davies, che prende a calci la batteria
di Mick Ivory, il quale lo colpisce in testa con un
supporto della sua batteria distrutta, provocandogli
una frattura cranica e 16 punti di sutura. Queste risse
si fanno sempre più frequenti, tanto che a metà del
1965 la federazione Americana dei musicisti,gli
impedisce di esibirsi in USA per 4 anni, tagliandoli
effettivamente fuori dal principale mercato musicale
mondiale, al culmine della British Invasion,
l’invasione della musica Inglese, che stava oscurando
l’America dopo gli anni 50 che l’avevano vista
protagonista. Senza questo episodio probabilmente i
Kinks, già estremamente famosi, sarebbero forse
rimasti a livello di Beatles, Rolling Stones e WHO.
Come divertimento nostro e speriamo anche vostro,
abbiamo provato a mescolare (in gergo si dice fare un
medley) due canzoni dei Kinks “you really got me” e
“all day and all of the night”, con “hello y love you”
dei Doors. Come ultima nota, la versione più famosa
di “You really got me” dopo quella dei Kinks è
quella dei Van Halen,loro grandissimi fans, e nel
1990, i Kinks sono stati introdotti nella Rock and
Roll of fame.
«I Love Rock n' Roll. So Put Another Dime in the Jukebox, Baby. I Love Rock n' Roll. So Come
and Take Your Time and Dance With Me.» (Ritornello del celebre brano "I Love Rock 'n' Roll", cover
dei The Arrows)
29 Vita di Club n.3
I GRANDI SERVICE
RIMINI, LUGLIO 1984
Storia di una vocazione.
di ANDREA MARTINO
V
i chiederete che cosa c’entri Rimini in
quello che vi racconterò più avanti.
La mia storia di 25 anni di impegno,
abnegazione, sacrificio e quant’altro
si possa aggiungere, quando ci si impegna, come
nel mio caso, in favore dei non vedenti, comincia
proprio nella bella e ospitale Rimini, città che
amo tanto e che, dopo Milano, posso considerare
come la mia città di adozione. Ero in vacanza
con mia moglie e mia figlia Maria che, a
quell’epoca, non aveva ancora compiuto 18 anni.
Ricevo una telefonata dal mio Ufficio di Milano
da parte di un mio collaboratore che mi chiede se
Maria sarebbe disponibile a fare da interprete ad
un cieco austriaco che doveva arrivare a
Limbiate qualche giorno dopo per fare
l’affiatamento col cane guida che gli sarebbe
stato consegnato durante la sua permanenza al
Centro Addestramento. Perché Maria? Perché
Maria già allora parlava correntemente tedesco,
inglese e francese. Maria però in quel momento
non era presente. Promisi quindi di dare una
risposta dopo averla consultata. Era la prima
volta che sentivo parlare di “Cane Guida per
Ciechi” – Associazione benefica dei Lions
Italiani. Confesso che rimasi molto incuriosito
dalla telefonata. Maria, informata e, dopo aver
chiesto il nostro parere di genitori, accettò con
l’entusiasmo
della
giovinezza
di
fare
un’esperienza speciale, importante per la sua
formazione. Detto, fatto; le vacanze furono
interrotte e tutti ritornammo a Milano. Per una
quindicina di giorni, sotto il solleone di luglio,
Maria, con il cieco austriaco e uno degli
addestratori del Centro di Limbiate, girò per le
strade di Milano per consentire al cieco e al suo
cane di fare un perfetto affiatamento. Tutto
funzionò a meraviglia; Maria fu gratificata da
questa esperienza, fatta, naturalmente, a titolo
gratuito. Il suo compleanno, che cadeva il 15
luglio, lo festeggiò al Centro di Limbiate con
l’ing. Maurizio Galimberti, cieco, fondatore del
Centro, tutti gli addestratori e il cieco austriaco.
Da qui, per caso, parte la mia storia e avventura
che è durata ben 25 anni.
Divenni amico e accompagnatore abituale di
Galimberti quando la sera si andava nei vari
Club Lions a parlare di cani guida. Con
Galimberti, uomo solo, divenuto cieco nel 1947
a causa di un incidente aereo, si sviluppò una
solida amicizia e qualche tempo dopo mi
propose di diventare Lions e di farmi entrare nel
suo Club Milano Host. Accettai con entusiasmo
e, devo dire, con una certa emozione, sapendo
che i Lions si dedicavano, in tutto il mondo, ad
opere di carattere sociale. Entrai nel Club Milano
Host il 18 febbraio 198. Mi sentivo un po’
timoroso, sicuro però che avrei potuto
profondere le mie energie per nobili cause, ben
conscio che avrei dovuto sottrarre del tempo ai
miei impegni professionali e anche alla mia
famiglia.
Con molta umiltà, per tanti anni sono stato
vicino a Galimberti e agli altri suoi collaboratori
facendo tesoro, giorno dopo giorno, delle varie
esperienze che mi sarebbero servite più tardi.
Nell’anno 1993 entrò a far parte del Servizio
Cani Guida l’ing. Giorgio D’Auria che, alla
morte di Galimberti nel 1994, venne nominato
Presidente e io, fatti salvi i miei impegni
professionali, divenni il Vice Presidente.
Purtroppo nel 1997 anche Giorgio D’Auria morì.
Il Consiglio di Amministrazione di allora mi
chiese di assumere l’incarico di Presidente del
Servizio, che accettai, ben consapevole del
gravoso impegno che avrei dovuto sostenere
anche per il fatto che ero ancora nel pieno della
mia attività lavorativa. Al Congresso Nazionale
Lions del 1997 a Reggio Emilia, il mio primo in
qualità di Presidente, lanciai un messaggio alla
30 Vita di Club n.3
Assemblea dei Delegati, quello di sostenere il
Servizio Cani Guida (Servizio Nazionale
Permanente) ed indicai un elenco preciso delle
cose che bisognava realizzare per rendere più
efficiente e produttivo il Servizio stesso. Tutto
quanto enunciato è stato realizzato portando così
il Servizio a livelli di alta efficienza produttiva e
di immagine, non solo nazionale, ma anche fuori
dai nostri confini. Non sto qui ad elencare i
successi ottenuti; il numero dei cani addestrati
aumentava anno dopo anno fino ad arrivare agli
attuali 48/50 cani l’anno; anche i Lions,
consapevoli dell’importanza del Servizio, anno
dopo anno aumentavano i loro contributi. Tutte
le decisioni da me prese venivano regolarmente
sottoposte al Consiglio di Amministrazione e
condivise. Ho goduto della fiducia di tutto il
Consiglio che mi aveva assicurato i pieni poteri.
Il Servizio Cani Guida, primogenito di tutti i
service realizzati dai Lions Italiani, proclamato
nel 1962 “Service Nazionale Permanente” al
Congresso Nazionale di Riccione, nell’anno
2009 ha compiuto 50 anni. In occasione dello
speciale compleanno, nel marzo del 2009 siamo
stati onorati dalla visita dell’allora Presidente
Internazionale Albert Brandel, il quale si
congratulò per tutto quanto realizzato,
definendoci “Eroi di tutti i giorni”.
Ahimè, il tempo passa; non ce ne rendiamo
conto, ma alla soglia del mio 75mo anno d’età,
anche se a malincuore, ho deciso che era tempo
di passare il testimone. Ormai l’eccellenza delle
opere era compiuta. Il Lions Gianni Fossati, da
me chiamato nel 2002 a far parte del Servizio e
che dal 2004 era il Vice Presidente, è ora il
nuovo Presidente. A me è stato conferito dal
Consiglio all’unanimità il titolo di Presidente
Onorario per gli alti meriti che mi sono stati
riconosciuti. Il tempo è passato: 25 anni intensi,
impegnativi, meravigliosi ed appaganti, anni che
non potrò mai dimenticare: resto la memoria
storica di questo grande Servizio Cani Guida.
Ringrazio tutti i Lions italiani e non che mi
hanno conosciuto, apprezzato e che mi hanno
voluto sempre bene.
I SERVICE
IL MIO LIMBIATE
DAY 2011
Una festa … a metà.
di PIETRO GIOVANNI BIONDI
I
Il Consigliere Mario Grossi, Anna Biondi, Andrea Martino, Gianni
Fossati, i Soci d'onore Pietro Giovanni Biondi e Vincenzo Palmieri,
Carla Tirelli Di Stefano, Governatore del Distretto Iba.
l Limbiate Day è una festa allegra e
movimentata dove chi frequenta il Centro
Addestramento si ritrova una volta all’anno
per raccontarsi i risultati raggiunti,
applaudire lo spettacolo commovente dei
progressi dei cani nell’addestramento (49
quest’anno), ammirare i vivacissimi nuovi
cuccioli, porsi intorno a enormi tavolate
apparecchiate per mangiare insieme come una
grande famiglia. Quando sono arrivato
Presidente,
past
Presidente,
Consiglio
d’amministrazione, addestratori, segretarie mi
hanno accolto con cordialità e simpatia,
facendomi i complimenti per il premio che
andavo a ricevere: Socio d’onore per i servizi
resi al sodalizio in dieci anni come Officer
Distrettuale. Ma poi, nonostante l’impeccabile
fair play di Andrea Martino, che corrisponde
perfettamente alla tempra d’uomo che è, alla sua
umiltà, alla sua dedizione assoluta per un
servizio cui si è dedicato, insieme con sua
moglie Luigia e l’intera famiglia in maniera
totalizzante, sono venuto a conoscenza da parte
di amici e soci del suo Club, amareggiati e
arrabbiati per l’improvviso, ingiustificato
cambiamento al vertice avvenuto con una
votazione
segretamente
concertata
(indubbiamente corretta sul piano della prassi
giuridica e del regolamento interno) che ha
messo Andrea in minoranza senza alcun
preavviso; per rispetto dell’uomo che è ed è
sempre stato, corretto e sensibile, meritava di
31 Vita di Club n.3
non rischiare l’infarto per la sorpresa, la
delusione, l’amarezza, meritava di poter passare
volontariamente il testimone come aveva in
mente al compimento dei 75 anni. Io sono
rimasto malissimo, riscontrando nella procedura
ufficiale, fredda e formale seguita nel
cambiamento al vertice, un’assenza totale di
spirito lionistico che per me è di vitale
importanza nell’assumere le cariche e
nell’assolvere gli impegni; ho quindi ritenuto
immediatamente mio dovere presentare al mio
Governatore Guglielmo Lancasteri le mie
dimissioni da Officer dei Cani Guida. Dopo aver
lavorato con Andrea Martino per dieci anni, aver
progettato e realizzato manifestazioni di ogni
tipo e, soprattutto, esserne diventato veramente
amico, lo seguo nel ricambio generazionale. So
di aver lavorato bene e creato sensibilità intorno
al service Cani Guida, ovviamente con l’aiuto
dei tanti amici Lions che hanno collaborato
facendo proprio il mio impegno, tanto che il
Distretto 108A nel 2010 è al primo posto nelle
donazioni fra tutti i Distretti Italiani, ma credo
anche nella vitale positività dei ricambi… al
vertice e alla base.
Luigia Radice Martino.
32 Vita di Club n.3
I RICORDI
UNA STORIA
TRENTENNALE
Tra ricordi e bilanci.
di MARIO ALVISI
L
a mia memoria storica è sempre stata
molto scarsa. Per fortuna ho la “mania”
del raccogliere dati, cose, carta,
fotografie e così via che mi consentono
di rimettere a fuoco il mio passato. E allora, per
raccontarvi la mia esperienza di trent’anni nel
Lions Club Rimini Malatesta, ho messo lo
sguardo sui tantissimi volumi che certosinamente
ho raccolto in tutti questi anni di vita sociale.
Incredibili le cose che abbiamo fatto. Quanti
amici ho conosciuto. Molti si sono allontanati.
Alcuni persi per sempre. Direi che la loro
amicizia è stata l’esperienza più appagante. I soci
sono un mondo poliedrico dal quale trarre
esperienze umane e sociali che vale la pena
vivere e portare nel proprio quotidiano. A volte
meteore, spesso solidificate nel tempo. E poi
tantissimi relatori con i quali condividere
esperienze, cultura, solidarietà e progetti. Mi è
difficile elencare tutti i personaggi che ci hanno
intrattenuto negli oltre cinquecento meeting
susseguitisi in questi trent’anni. Dagli scrittori
come Camilleri, ai giornalisti come Caprarica o
Gustavo Selva. Tutti gli storici riminesi. Fra i
politici un giovanissimo Pier Ferdinando Casini.
Nel campo religioso il cardinal Tonini, i vescovi
Locatelli e Lambiasi e il rabbino De Caro. E poi
Vincenzo Muccioli, Carlo Alberto Rossi,
Maurizio Scaparro e ancora economisti,
industriali, docenti universitari e luminari della
scienze e della medicina. Con noi il mondo
intero dove hanno però trovato ampio spazio i
meeting dedicati ai nostri service. Quei service
che sono il nostro fiore all’occhiello! In modo
particolare perché quasi tutti rivolti ai giovani.
Non solo per aiutarli a risolvere problematiche
poco felici, ma, anche, per premiare le loro
eccellenze. Negli uni e negli altri casi abbiamo
profuso energie ed entusiasmi e siamo stati un
punto di riferimento positivo per il loro futuro.
Indimenticabili le esperienze fatte nel mondo
dell’handicap giovanile con Svano Pulga e dei
cani guida con Nino Biondi. Sono solo due
esempi, ma quanti e quanti altri! Già il nostro
primo service, sotto la presidenza di Stefano
Cavallari, è stato il torneo di pallacanestro in
carrozzina con giovani atleti handicappati.
Raccolsi tutto in un volume intitolato “Quattro
ruote di felicità”. Non posso dimenticare le
serate passate nel teatro del Borgo San Giuliano
con i ragazzi dell’orchestra sinfonica giovanile
“Pro Musica” che assieme ai Rotary abbiamo
cercato invano di fondare stabilmente nella
nostra città. Non ho trovato più il filmato che
avevo girato in occasione del loro primo
concerto in televisione. Una cosa meravigliosa
persa inopinatamente. E poi due ricordi
personalissimi, sempre dedicati ai giovani. Il
Premio “Enrico Alvisi”, che il club sta
sostenendo da quasi vent’anni con una
partecipazione e condivisione oltre ogni
immaginazione. A tutt’oggi abbiamo premiato
circa settanta nuovi neo diplomati geometri. Il
33 Vita di Club n.3
mio pensiero va al Prof. Franco Baldini,
propulsore iniziale del progetto concretizzatosi
anche con la dedica di un’aula dell’Istituto dove
vengono custoditi i modelli elaborati dagli
studenti. Il secondo ricordo mi rimanda all’ex
Leo Club Rubicone, del quale sono stato
“adviser” per un certo periodo di tempo.
Assistere i giovani nelle loro prime esperienze
sociali, civili e culturali mi ha donato fiducia
nella vita e negli uomini. E mi ha permesso di
portare i loro entusiasmi nella vita del nostro
Club. Non faccio nomi, ma quel Leo Club aveva
giovani che poi sono diventati importanti nella
vita politica e sociale della nostra città, delle
nostre industrie, delle nostre attività turistiche e
nelle varie professioni per i quali mi stimo
ancora oggi, quando li rivedo. A proposito di
giovani. Vi ricordate quella giovane ragazza,
spaurita dicitrice, che ci ha letto la prima poesia
che ha inaugurato il mio anno da presidente
donando un certo magnetismo al nostro
incontro? Sarà diventata una vera attrice? Anche
queste piccole cose fanno parte del mio bagaglio
di lionismo trentennale. Però non posso e non
voglio dimenticare “l’altra metà del… club”,
com’è stato intitolato un mio articolo della nostra
rivista. Le nostre donne! Partecipazione
silenziosa, ma eclatante. Sia nei confronti del
Club che verso l’esterno. Hanno sempre e
fattivamente collaborato ai nostri service, dato
un tocco di eleganza e signorilità ai meeting e
alle feste sociali, contribuito in maniera
sostanziale alla rivista (se non ci fossero loro non
uscirebbe più), con i loro personali service rivolti
soprattutto ai più poveri. Con l’organizzazione di
prestigiose escursioni culturali. E, soprattutto per
me importantissimo, un continuo supporto di
idee, suggerimenti se non soluzioni per le nostre
attività sociali e, perché no, per coagulare
l’amicizia fra noi soci. Tantissime di loro sono
indelebili nei miei ricordi. Una sola ne nomino
perché l’elenco sarebbe lunghissimo. Anna
Cavallari, unica donna a cui il Club, nel 1992
presidente
Elio
Bianchi,
ha
conferito
ufficialmente la più alta onorificenza lionistica:
la Melvin Jones per meriti sociali. Certo, come
dicevo sopra, incontrare tanti personaggi,
realizzare tanti progetti, ricevere mille
motivazioni dai soci e, insieme a loro
concretizzare impegni sociali con una forza e
una partecipazione che non credi possibile, è la
straordinarietà del Lions. Ma il punto di forza
della mia esperienza è sintetizzata da questa
frase “la più grande scoperta è che gli esseri
umani possono cambiare le loro vite
cambiando in meglio quella degli altri”
(William James).
Grazie al Lions Club Rimini Malatesta, che ha
sempre perseguito questo importante aspetto
sociale, io ho vissuto tutto ciò durante un periodo
importante e gratificante della mia vita, facilitato
dalla grande o piccola amicizia di ogni singolo
socio che ho avuto il piacere di avere al mio
fianco. Me li ricordo quasi tutti. Mi auguro di
conoscerne ancora tanti altri!
I RIMPIANTI
NOSTALGIA DEGLI AMICI
Dedicato a FRANCISCO GORI, Officer Distrettuale per i cani guida:
un Lions, una persona perbene, un uomo buono, un amico.
34 Vita di Club n.3
Ciao Chicco,
ho ancora davanti agli occhi l’immagine di un omone appoggiato allo stipite della porta del tuo ufficio, il
sorriso allegro e aperto cinque ore prima del dramma. Eri sereno e conciliante come sei sempre stato,
abbiamo parlato dei cani guida e del service che ti apprestavi a fare e nulla faceva presagire la tragedia.
Perché te ne sei andato?! Eravamo amici e io ti ho voluto bene come ad un fratello. Abbiamo lavorato
insieme per il Club per anni, senza mai avere un contrasto o una discussione. Era difficile litigare con te.
Sento un grande vuoto e un groppo in gola che mi ottenebra la mente, ma ricordo perfettamente il tuo
impegno lionistico, la tua fede nell’amicizia, la tua disponibilità a dare una mano a tutti, la tua presenza
continua, la tua determinazione ad essere Lions fino in fondo. Non ti sei mai tirato indietro sia che si
trattasse di fare fotocopie o di fare il Presidente. Non hai mai puntato il dito contro nulla o nessuno con
la saggezza e la comprensione di chi non si aspetta più di tanto dagli altri. Hai sempre lavorato senza
mai aspettarti lodi o riconoscimenti, con umiltà, ma anche con l’orgoglio di chi fa quello in cui crede.
Tutto ti entusiasmava nel Lions, dalle convention, di cui parlavi sempre strascicando l’inglese alla
romagnola, ai meeting, dalle gite ai service, tutto per te era un modo stupendo di vivere il Club e
l’amicizia. Avevi rispetto per tutti, e per tutti una battuta e un sorriso. Eri divertente quando raccontavi
delle convention, dove scambiavi le pin coi Lions di tutto il mondo come le figurine dei calciatori da
bambini, eterno ragazzo che descrivevi, ridendo cogli occhi sgranati, il lato più spassoso delle tue
esperienze, facendoci ridere e scoprire un punto di vista sereno, leggero, fanciullesco, di chi ama la vita
fin dalle piccole cose. Uomini come te non muoiono mai perché lasciano tanti ricordi e parecchi
insegnamenti. Eri buono, forse troppo buono per essere compreso davvero. Te ne sei andato in punta di
piedi, senza dar fastidio a nessuno, come hai sempre vissuto. Ti ricorderò sempre come un vero e sincero
amico; porta con te il mio affetto e la mia stima e senti il mio abbraccio commosso e grato per avermi
dato la tua amicizia.
Nino
Rimini, 29 aprile 2002
In memoria dell’amatissimo ROBERTO FAMBRINI.
Caro Roberto,
Che scherzo hai fatto!! Questo non mi fa ridere però. C’è un gran
silenzio,come se tutto fosse stato messo a tacere;ma il silenzio più
grande è dentro di me. Un silenzio doloroso,insistente. È tutto cosi
strano. Sapevo che ci saresti stato qualora avessi avuto bisogno;
chissà se, avendo bisogno, hai magari pensato di chiamarci, poi
non l’hai fatto. Paura di chiedere aiuto, paura di dimostrare la
propria fragilità. Avresti dovuto bussare più spesso alla porta della nostra amicizia. Mai più
pellegrinaggi,mai più gite,mai più cene,mai più compleanni insieme. Come si sta dove sei? Com’è? Caro
Roberto, non ci saranno più le tue e-mail che mi rallegravano le giornate, il tuo esserci senza invadere
mai. Non so, spero soltanto che se l’idea di Dio che avevi e abbiamo era diversa da quella che hai
trovato, tu esista ancora in qualche parte dell’Universo vicino a Carla o un tutt’uno con lei e tu non sia
più solo. O magari,come ho raccontato a Greta, la mia nipotina, che tu sia una dei miliardi di stelle che
illuminano le nostre notti, perché, quando si muore, chi continua a vivere ci possa vedere e possa credere
che ci siamo ancora. Ci mancherai, Roberto; noi siamo felici di averti incontrato e di aver percorso,
assieme a te, una parte della nostra vita anche se pensavamo a una strada più lunga, magari con delle
interruzioni, del lasciarci per un po’, ma poi ritrovarci di nuovo. Tu, un amico per sempre.
Ciao, Vittoria Currò Dossi
Caro Roberto,
ci siamo conosciuti tanti anni or sono, quando tu ancora eri in servizio militare attivo e da subito siamo
diventati amici. Poi la comune frequentazione quali soci del Lions Club Rimini Host, dove ho avuto
l’onore di introdurti, ha consolidato la nostra amicizia in virtù della quale abbiamo condiviso molti
momenti della nostra vita. Anche quando in congedo, sei sempre stato un soldato nell’animo, fermo nei
tuoi principi morali che hai continuato ad applicare con orgoglio e dignità. L’onestà e la lealtà che
35 Vita di Club n.3
hanno sempre contrassegnato il tuo comportamento ti
hanno guadagnato il rispetto di quanti ti hanno
conosciuto.
Sapevi anche scherzare, sempre con modi misurati
tuttavia, e non più tardi di mercoledì scorso, il giorno
dopo saresti volato in cielo, mi avevi telefonato per
ironizzare sulla sonora sconfitta in Coppa patita
dall’Inter di cui mi sapevi essere acceso tifoso,
approfittando della rara occasione per ripagarti delle
volte in cui io ti avevo sbeffeggiato per gli insuccessi
della tua Fiorentina. Al termine della telefonata ci
eravamo salutati allegramente con la promessa di
rivederci presto, ma tu quella promessa non potrai più mantenerla. Sei volato in cielo a raggiungere
Carla e già mi pare di vedervi passeggiare a braccetto tra le nuvole, felici, perché siete nuovamente
insieme e perché, forse, vi è stato dato di disvelare il mistero della vita e della morte. Immaginandoti
lassù, come ti immagino io, anche i tuoi amati figli ed i tuoi adorati nipoti attenueranno il dolore per la
tua dipartita e noi, che ti abbiamo voluto bene, vogliamo essere loro vicini in questo triste momento e
testimoniare i nostri sinceri sentimenti di umana solidarietà.
Da parte mia manterrò la nostra promessa, anche per te, portandoti nel mio cuore e ricordandoti nei
miei pensieri. Per questo, caro Roberto, non ti dico addio.
Alfonso Vasini
(letto al rito funebre, il 9 aprile 2011, Chiesa di Santa Maria in Cerreto)
Salutiamo insieme:
Giorgio Paesani
Giancarlo Cecchi
Gregorio Pecci.
Luigi Dell'Omo.
Roberto Pecci.
Vitale Vitale.
36 Vita di Club n.3
Bruno Tocco.
OPERAZIONE TRENTENNALE
SULL’ALI DORATE
Il Concerto per il Trentennale (1981-2011).
di ALDO MARIA ZANGHERI
strano che uno dei protagonisti della
serata poi scriva un articolo per
commento, c’è un conflitto di interessi
clamoroso, ma per una volta vorrei
riuscire a trasferire un po' delle emozioni che si
provano "al di qua" del palco.
Innanzitutto ringrazio ancora una volta tutti gli
sponsor che hanno contribuito alla serata
"Sull’ali dorate" e tutti i soci del Lions Club
Rimini Malatesta e in particolare il presidente,
mio amico, Mario Gori, che, come ho detto dal
palco, è stato contemporaneamente la mente e il
braccio dell’organizzazione. Organizzazione che
forse può sembrare banale per chi viene la sera al
concerto, ma che ha coinvolto circa 130
musicisti fra coristi e orchestrali, oltre a vigili del
fuoco, tecnici audio e video e personale per
l’allestimento del palco. Insomma una macchina
organizzativa importante e per nulla banale, che
credo abbia lavorato benissimo.
Da diversi anni avevo il sogno di suonare il
concerto di Walton per viola e orchestra e
finalmente l’occasione si è proposta. È un
È
concerto che presuppone una grande orchestra
sinfonica e musicisti di grande esperienza,
perché è eseguito rarissimamente e nello stesso
tempo molto complicato tecnicamente. Ed è un
concerto bellissimo, che pur essendo stato scritto
nel 1962, ha una scrittura neoromantica
piacevolissima anche al primo ascolto. I temi del
solista e dell’orchestra sono bellissimi, riusciti
37 Vita di Club n.3
benissimo e soprattutto violistici al massimo. Il
colore scuro della viola, ovviamente il più bello
strumento che c’è (conflitto di interessi!!!), così
caldo e sensuale, è esaltato al massimo dalla
sapiente arte di Walton nel primo movimento.
Nel secondo, invece, è il virtuosismo a fare da
padrone, con davvero tante note da fare. Il terzo
torna a far sognare ed esaltare con temi di nuovo
accattivanti e orecchiabili. All’inizio del terzo
tempo, chi c’era si ricorderà senz’altro, mi si è
rotta una corsa, il "la" prima corda. Mi hanno
chiesto in tanti se mi era già successo, a cosa è
dovuto, ecc. È un inconveniente per fortuna raro,
del tutto fortuito, che mi è successo già altre
volte anche in concerto. Mai però da solista e
quando suonavo a memoria. Quando ero in
camerino a sostituirla, un po’ la mano tremava,
soprattutto perché stavo facendo attendere
qualche centinaio di persone. Ma fortunatamente
il cambio è stato veloce e il concerto è ripreso
benissimo e senza ulteriori problemi. Credo che
l’orchestra e il maestro Mathieu Mantanus
abbiano lavorato benissimo, specie contando il
poco tempo a disposizione per le prove: mi
hanno davvero messo nelle migliori condizioni
possibili, cosa principale quando si accompagna
un solista. Lo sketch del bis non era stato
preparato, o perlomeno non lo avevo detto a
nessuno, nemmeno ai colleghi musicisti. Per chi
non c’era ho finto di attaccare svogliato - e anche
un po’ stonato - un preludio di Bach per poi
interrompermi e attaccare dopo un cenno di
intesa con il maestro un pezzo di hard rock, dei
Gun's & Roses, Sweet child o mine, arrangiato
per me da Marco Capicchioni. Mi piace
moltissimo la contaminazione dei generi e credo
che quel pezzo suonato con un’orchestra
sinfonica sia bellissimo.
Nella seconda parte i protagonisti assoluti sono
stati Giuseppe Verdi e il coro Amintore Galli,
oltre all’orchestra Città di Ravenna, che ci hanno
regalato alcune della pagine più celebri del
compositore di Busseto. Traviata, Forza del
Destino, Aida, Nabucco: non poteva esserci
colonna sonora migliore per la festa del
centocinquantenario dell’unificazione italiana.
Posso dire, qui tranquillamente perché non
suonavo, che il risultato musicale sia stato
eccellente. Anche se si tratta di musica in questo
caso di repertorio, eseguita molte volte da noi e
dai coristi, nasconde sempre delle insidie.
L’ouverture della Forza del Destino e del
Nabucco sono davvero impegnative per
l’orchestra e il direttore, mentre i cori verdiani
presuppongono sempre una preparazione e una
concentrazione altissima per
il coro (il mio plauso in
questo caso va specialmente
al maestro del Galli Matteo
Salvemini). Specie la marcia
trionfale di Aida e il Va
pensiero,
splendido
e
"scontato" bis della serata
hanno emozionato, come
sempre, tutti noi. È stata una
bellissima serata. Il mio
sogno? Che il prossimo
anniversario del Lions Club
Rimini Malatesta possa
essere festeggiato ancora
con un concerto simile, ma
questa volta al teatro Galli di
Rimini.
Veniamo a Rimini e al teatro
Novelli. Già altre volte mi sono espresso in toni
non morbidi verso Rimini e le sue istituzioni. Io,
ma come me moltissimi colleghi riminesi, non
suono quasi mai a Rimini. Ho un’attività da
80/100 concerti all’anno da 20 anni e suono un
po’ ovunque, quasi mai a Rimini. Mi chiedo
sempre cosa abbiano in più di Rimini Ravenna,
Pesaro, Bologna, Fano, Novafeltria, San Marino.
Facile a dirsi: il teatro. Io spero davvero che il
problema sia "solo" questo, perché mi auguro
che prima o poi avremo davvero il Galli e allora
tutti i problemi spariranno. Ma purtroppo non
credo che il problema sia solo qui. Negli ultimi
anni mi sono trovato ad organizzare diversi
concerti per la mia città, tutti a costo pubblico
38 Vita di Club n.3
zero. Soldi non ci sono e non ne ho mai chiesti.
Eppure non ho trovato quasi mai strade spianate,
anzi posso contare più bastoni fra le ruote in
questo senso.
Orchestra città di Ravenna
L'Orchestra nasce ne1 2000 e da allora esercita la sua attività in Italia e all'estero nei maggiori teatri e per le principali
istituzioni concertistiche italiane tra cui l'Auditorium Parco della Musica di Roma, la Società dei Concerti di Milano, la
Fondazione Musica Insieme di Bologna, Ravenna Festival, l'Associazione Mariani di Ravenna, la Fondazione Toscana Musica
e Arte, il Circolo Musicale Mantovano ecc. Partecipa ad alcuni appuntamenti di prestigio tra cui "I Concerti della Domenica"
di RaiTre e il concerto in collaborazione con il Coro Filarmonico Giapponese ed il Coro inglese della BBC in occasione delle
celebrazioni verdiane 2001 sotto la direzione di Paolo Olmi. Collabora con la Young Musicians Symphony Orchestra di
Londra, sotto la direzione di Florian Frannek assieme al soprano IpPo-Ching e al mezzosoprano Francesca Provvisionato in
occasione del Dialogo Teologico Cattolico Ortodosso. L'orchestra ha effettuato diverse tournée in Italia e all'estero tra cui si
ricorda quella con il direttore maltese Alan Chircop in collaborazione con alcuni cantanti americani provenienti dalla
prestigiosa Juillard School di New York. Per l'occasione sono stati effettuati concerti presso il Lyrick Theatre di Assisi, il
Teatro dell'Aquila di Fermo ed il Teatro Manoel della Valletta a Malta. Numerose sono le produzioni anche all'estero ed in
diverse formazioni; l'orchestra si è esibita con formazioni cameristiche in Regno Unito, Canada e Germania, Kosovo, Albania
e Malta; recentemente è stata invitata dall'Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi per tenere alcuni concerti in India.
L'orchestra è molta attiva anche in ambito operistico con diverse produzioni tra cui Traviata, Nabucco, Rigoletto, Il Trovatore,
Scala di Seta, Lucia di Lammermoor, Suor Angelica, Gianni Schicchi, Nozze di Figaro, Bohème, Madame Butterfly, Falstaff,
Don Giovanni; recentemente l'orchestra si è esibita per conto del Festival Voci nel Montefeltro sotto la direzione di Joseph
Rescigno, musicista di fama internazionale e direttore della New York City Opera e della Montreal Symphony Orchestra.
L'Orchestra "Città di Ravenna" ha realizzato produzioni di prestigio anche in ambito sia sinfonico che sacro; per quanto
riguarda il settore sinfonico è da ricordare la collaborazione con alcuni solisti del Teatro alla Scala di Milano come Danilo
Rossi ed Alfredo Persichilli o, recentemente, con il pianista Vasselin Stanev prodotto dalla etichetta discografica Sony.
Matthieu Mantanus, direttore
Svizzero belga nato nel 1978, Matthieu Mantanus è
direttore associato di Lorin Maazel per il Festival di
Castleton 2011 e direttore principale dell'Orchestra
sinfonica Città di Ravenna. Parallelamente a un inizio
di carriera pianistica che lo porta a suonare a Milano in
sala Verdi con il Concertgebouw di Amsterdam, nel
1996 decide di dedicarsi alla direzione d'orchestra e si
trasferisce a Roma per studiare con Bruno Aprea. In
qualità di assistente volontario segue il Maestro
Giuseppe Sinopoli (Wiener Staatsoper, Scala, Maggio
Musicale fiorentino) e partecipa a numerosi corsi di
perfezionamento, tra gli altri con Jorma Panula
(Schleswig Holstein Musik Festival) e Gianluigi
Gelmetti (Accademia Chigiana). Fondatore nel 2000
dell'orchestra "Giovani Solisti di Tirana", partecipa da
subito alla stagione del CIDIM Allegretto Albania,
collaborando con artisti quali Massimo Quarta e Giorgia Tomassi. Con la stessa formazione si esibisce per la Società dei
Concerti e all'Auditoriurn Besso di Lugano per la radio svizzera. Ne12002 collabora con l'orchestra di Avignone dirigendo,
durante il Festival, una produzione dell'Histoire du Soldat con la regia di Alain de Bock. Nel 2003 debutta sul podio dei Solisti
Aquilani e fonda a Roma, insieme all'organista Giorgio Carnini, l'orchestra giovanile "Camerata Italica" della quale diventa
direttore stabile. Nel gennaio 2005 Mantanus inizia a collaborare con l'Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi in qualità
di responsabile della rassegna "Musica e Cinema". Dirige dal 2006 numerosi concerti in Auditoriurn con la Verdi, tra i quali
produzioni dello Schiaccianoci di Chajkovskij, del Flauto magico di
Mozart o di El Amor brujo di de Falla. Inoltre dirige una produzione
de l'Histoire du Soldat al Piccolo Teatro di Milano insieme a Luigi
Maio e, nel 2007, allo spazio Oberdan, la nuova colonna sonora dal
vivo del film "La terribile armata", realizzata in collaborazione con il
Conservatorio di Milano. Nel 2006 gli viene affidata, nell'ambito
della Fondazione, l'orchestra sinfonica "La Verdi per tutti" con la
quale si esibisce regolarmente. Dirige nel 2008 anche all'interno del
carcere di Bollate, realizzando così il primo concerto di una orchestra
sinfonica in un istituto penitenziario. Nel 2009 debutta sul podio
dell'Orchestra della Svizzera italiana e diventa direttore principale
dell'orchestra Città di Ravenna. Ottimo divulgatore, nel 2009 scrive
per Feltrinelli il libro "Una giornata Eroica" per raccontare Beethoven
ai ragazzi ed è ideatore per l’AsLiCo - Teatro di Como del progetto
"Orchestra in gioco" e del concerto-spettacolo "Eroica" in scena da
dicembre 2010.
39 Vita di Club n.3
Aldo Maria Zangheri
È nato nel 1973 a Rimini, ha studiato con Adriano Bertozzi nell'Istituto
Lettimi, si è Diplomato nel 1994 presso il conservatorio di Pesaro e
laureato in statistica a Bologna nel 1995. Si è successivamente
perfezionato tra gli altri con D. Rossi e Y. Bashmet. Nel 1990, a 17 anni,
diviene prima viola dell'orchestra sinfonica di S. Marino e da allora
ricopre questo ruolo anche in tutte le formazioni cameristiche della stessa
orchestra. Dal 1997 collabora frequentemente come prima viola con
l'Orchestra Filarmonica Marchigiana (ora Fondazione Orchestra
Regionale Marche) con la quale ha partecipato fra le altre cose al
Macerata Festival. Da molti anni è prima viola inoltre dell'Orchestra
Rossini di Pesaro e dell'Orchestra città di Ravenna. Ha collaborato come
prima viola anche con l'orchestra giovanile di Vicenza, l'ensemble da
camera Aikoros di Bologna, l'orchestra da camera "B. Marcello" di
Teramo, il Collegium Symphonium veneto e la Etna Jazz Pan Orchestra.
1noltre ha suonato con l'orchestra Filarmonica di Torino, l'orchestra
sinfonica dell'Emilia Romagna "Toscanini". con l'orchestra filarmonica
Toscanini e con l'orchestra Cherubini. È stato diretto da musicisti
prestigiosi come Lorin Maazel, Riccardo Muti, Luciano Berio, Gustav
Kuhn, Peter Maag ed ha accompagnato solisti come Luciano Pavarotti,
Salvatore Accardo, Misha Maisky, effettuando concerti in tutta Italia, in
molte città d'Europa, in Sudamerica e in medio ed estremo Oriente. Ha
suonato più volte per papa Giovanni Paolo II, per i presidenti della
repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio
Napolitano e per molte altre importanti istituzioni italiane. In questi anni ha più volte suonato solista: fra le altre cose la
Trauermusik di Hindemith, la Sinfonia concertante di Mozart, i concerti di Telemann e J.C. Bach. Svolge un'intensa attività di
musica da camera con varie formazioni (quartetto Rota, quartetto Corelli, trio Schumann, quartetto Kuasar) e da qualche anno
non disdegna anche incursioni nella musica leggera e jazz, spesso curando lui stesso gli arrangiamenti, avendo suonato fra gli
altri con Tanita Tikaram, Andrea Bocelli, Raphael Gualazzi, Paolo Conte e Lucio Dalla. Dal 2008 è docente dell’Accademia
Riminese della viola insieme a Danilo Rossi e Fabrizio Merlini. Suona una viola Mario Capicchioni del 1989.
Coro Lirico Città di Rimini "Amintore Galli"
Il Coro Lirico Città di Rimini "Amintore Galli" è stato fondato nel
settembre 1994 con l'intento di dare continuità alla tradizione lirica
riminese che, con la distruzione del Teatro Amintore Galli, aveva
subito una battuta d'arresto. Oltre a ciò, l'intenzione che ha animato i
suoi componenti, è stata fin dall'inizio quella di porsi come polo
culturale dinamico che, attraverso la realizzazione di eventi e
spettacoli, potesse fungere da anello di collegamento fra il passato ed
il futuro, perché, anche senza un Teatro di muri, ne sopravvivessero
l'essenza e la memoria e la passione per la musica lirica non andasse
perduta. In tale prospettiva, dal 1995, anno di inizio dell'attività
concertistica, il Coro è regolarmente invitato dall'Amministrazione
Comunale per la celebrazione ufficiale della ricorrenza del XXV
Aprile e per numerosi concerti estivi a beneficio della cittadinanza e
degli ospiti italiani e stranieri. In questi anni di continua crescita
artistica, preparato e diretto fino al 2005 dal M. Roberto Parmeggiani
e attualmente dal M. Matteo Salvemini, il Coro Amintore Galli ha
saputo farsi apprezzare in varie occasioni in ambito regionale e
nazionale collaborando con numerose Orchestre quali per esempio
l'Orchestra Sinfonica dell'Emilia Romagna "Arturo Toscanini" ed
esibendosi in importanti manifestazioni e teatri: Sagra Musicale
Malatestiana, Teatro Dante Alighieri di Ravenna, Teatro La Gran
Guardia di Livorno, Teatro Del Giglio di Lucca e sotto la direzione
d'insigni Maestri come Patrick Fournillier, Romano Gandolfi,
Massimo De Bernard, Angelo Campori, Giancarlo Andretta, Massimo
Stefanelli, Manlio Benzi, Ottavio Dantone, Paolo Olmi. Il Coro vanta
un repertorio di tutto rispetto composto da numerosi brani tratti dalle principali opere liriche; da opere complete quali:
Nabucco, Ernani, Rigoletto, Traviata, Cavalleria Rusticana, L'elisir D'amore, Trovatore, e da composizioni sinfonico-corali
quali Requiem K626, Messa K317 dell'Incoronazione, Vesperae Solennes de Confessore di W. A. Mozart, oratorio Transitus
Animae di L. Perosi, Gloria e Te Deum in lingua russa di G. Sarti, Petite Messe Solennelle di G. Rossini. Dal 2004 produce e
realizza, in collaborazione con il Comune di Rimini e l'Istituto Oncologico Romagnolo, l'opera lirica inserita nei grandi eventi
del Capodanno riminese e nella prospettiva di un progetto più ampio legato alla musica colta e alla sua fruizione in città.
40 Vita di Club n.3
I TEMI MALATESTIANI
LA POLITICA ARTISTICA DEI MALATESTA
Il tema del Meeting del 27 ottobre 1981 non è trattato dal solito punto di vista: cioè i Malatesta "mecenati", ma proprio
dal punto di vista politico.
di PIER GIORGIO PASINI
L
’arte per i Malatesta è politica, un
momento importante per la loro
politica. Questo discorso avrebbe
bisogno di una piccola introduzione per
ricordare che l’opera d’arte non è solo, o forse
non è per niente, un puro prodotto dello spirito
come una certa cultura ci ha insegnato a pensare.
Gli stessi termini si possono ripensare un
momento. Cos’è un’opera? Un’opera è un
oggetto concreto, è un manufatto, è un qualcosa
che è utile a qualcosa; e l’arte, se ci pensiamo
bene, non è altro che una capacità di produrre
bene. Allora abbiamo l’arte di tutto, abbiamo gli
artisti che sono gli artigiani, i fabbricanti, i
pittori, gli scultori, gli architetti. L’arte è la
capacità di produrre dei buoni oggetti, delle
buone cose, dei buoni manufatti. Quindi l’opera
d’arte è un oggetto fatto bene. In questo modo
cerchiamo di smitizzare il discorso "opera di
arte", piuttosto che puro prodotto dello spirito,
oggetto fatto bene.
Da questo punto di vista si possono fare, forse,
delle considerazioni utili anche sulle opere d’arte
antica; perché pare che, secondo una certa ottica,
le opere d’arte antiche vadano considerate
soltanto da un punto di vista estetico. È un punto
di vista che cambia continuamente, col gusto e
con la moda, coi secoli e anche con le persone.
Io credo che l’estetica sia una cosa da filosofi e,
forse, una cosa da oziosi e soprattutto che sia
tutt’altra cosa della storia in quanto si forma e si
identifica come categoria a sé che viene
distaccata dalla storia e ripensata a suo modo. Le
opere d’arte con cui noi abbiamo a che fare
quotidianamente o anche eccezionalmente non
sono mai fuori del tempo, fuori della storia;
vanno pensate come oggetti storici, come oggetti
concreti fatti bene o fatti male. Densi di un certo
carattere estetico o privi di ogni carattere
estetico, ma sempre ricchi, anche in questo caso,
di una loro storia, di una loro capacità di
tramandarci delle notizie, dei sentimenti, uno
spezzone di vita passata della quale noi siamo il
prolungamento. Se si considera l’arte in questa
maniera, dobbiamo anche pensare che l’opera è
sicuramente fatta per qualche motivo; se è fatta
deve essere funzionale a qualcosa. Ciò è
abbastanza in contrasto con una concezione
dell’arte vista come qualcosa fatta non in modo
strettamente utilitaristico, ma piuttosto per il
piacere, per il godimento estetico. Per il 400,
quella che riguarda il godimento estetico è una
categoria che va molto di moda nonostante sia
stata messa in crisi molte volte. In effetti anche
noi molte volte compriamo un'opera di utilità
anche quando crediamo di non farlo.
Si appende alla propria parete un certo quadro
anziché un altro e quel quadro pare non sia utile
a niente: invece quel quadro è utilissimo prima
che a me che lo contemplo, a me perché mi dà un
senso di sicurezza, un senso di prestigio. Tutto
ciò che noi facciamo ha una qualche utilità,
anche le cose che crediamo di fare in maniera
più disinteressata. Il senso di prestigio è molto
importante per comprendere l’arte del
Rinascimento; molto importante da comprendere
è anche il consenso: si fa una certa cosa per
avere un consenso da parte degli altri. Che l’arte
sia qualcosa di disinteressato, di staccato dai
problemi, dai progetti, dalle aspettative, dagli
interessi è un’dea piuttosto romantica e che è
nata in periodo romantico come l’arte prodotta
da un sentimento personale (come se l’artista
lavorasse chiuso nel suo atelier ascoltando i
41 Vita di Club n.3
battiti del suo cuore), è una idea superata. L’arte
risponde sempre a un bisogno utilitaristico, di
un’utilità pratica perché il consenso e il prestigio
sono utilità pratiche; non solo una volta, ma
anche oggi in programmi di politica culturale
portati avanti quotidianamente, annualmente o
casualmente anche nello stesso ambito riminese.
Quali sono stati quest’anno i due avvenimenti
artistici più importanti della città? La mostra
dello scultore Pietro Consagra, scultore astratto,
e la mostra di tavolette votive censite e
recuperate dalla chiesa della Diocesi; entrambe
sono state fatte dal Comune. Queste due attività
rispondono anch’esse ad una ricerca di consenso,
perché non seguire le correnti moderne e
apprezzare l’arte astratta fa sembrare provinciali,
il consenso si ha nell’assecondare una moda e
piuttosto che convinzioni culturali molto precise,
siano state queste le cause che hanno fatto
pensare ad una mostra di quel tipo. Dall’altra
parte le mostre delle tavolette votive. Il comune
si occupa di un patrimonio squisitamente
religioso conservato nelle chiese della Diocesi,
di carattere devoto; ed è abbastanza strano che
proprio dal comune sia partita questa idea, (a
parte il fatto che c’è il discorso di una cultura
antropologica e non il discorso di devozione, c’è
un rapporto di usi e costumi e un rapporto di
concezione dell’uomo e della religione
superstizione) c’è, chiarissimo, un desiderio di
compromesso storico. Un desiderio che si può
leggere molto bene soprattutto nelle pagine dei
cataloghi e che è funzionale al potere in un
momento in cui il potere si sente insidiato da
disaccordi interni (disaccordo tra socialisti e
comunisti, per es.). La maggioranza cerca
appoggi al di là della frontiera tentando questo
compromesso storico. È una ricerca di prestigio e
di consenso che si fa sempre anche affrontando i
problemi attuali di una divulgazione culturale.
L'opera d’arte in sé, come l’opera di cultura, non
esiste in astratto, fuori dal tempo, fuori da metodi
di realizzazione, fuori da una ricerca di
concretezza. Forse soltanto il gesto dettate da
una fede veramente filtrata e sincera dovuta. ad
una abnegazione straordinaria e sovrannaturale
può far sì che il gesto umano sia fuori della
storia.
Nel nostro Rinascimento, per trovare delle linee
di osservazione di queste opere un po’ diverse
dalle solite, occorre limitarsi ad esempi e fatti
che siano molto concreti. Io mi limito al
Rinascimento riminese malatestiano e soprattutto
a un momento centrale e di maggior fulgore del
Rinascimento riminese dell’epoca di Sigismondo
Pandolfo Malatesta. Prima di parlare del
Rinascimento riminese e della figura di
Sigismondo Malatesta occorre chiedersi cos’è il
Rinascimento. Il fenomeno dèl Rinascimento è
ben preciso e si colloca, nella storia, nel periodo
conseguente a quello medievale e, in qualche
modo, ne fa parte. Il Medioevo è il periodo
teocentrico: al centro di tutto si mette Dio, la
Divinità. Al Medioevo più profondo e più alto
segue un altro periodo, il periodo cavalleresco
che in arte si chiama “del gotico internazionale”
in cui al centro dell’attenzione degli artisti ci
sono i buoni costumi, i costumi cavallereschi. Al
periodo cavalleresco segue il Rinascimento e
l’Umanesimo in cui, si dice, l’uomo è al centro
dell’attenzione degli uomini e al centro
dell’universo. I protagonisti di questi tre periodi
medievale, cavalleresco e rinascimentale sono: la
chiesa, per quanto riguarda il Medioevo, le corti
nel periodo cavalleresco e nel terzo periodo non
è l’uomo, ma il signore che ha la potestà sulla
città. L’uomo riscoperto nel ‘400 è l’uomo
antico; non l’uomo di qualche secolo prima, ma
quella figura d’uomo che si è persa, di cui si ha
ricordo nel mito e che viene riscoperta pian
piano grazie a documenti e a rinvenimenti
archeologici, a tutto un lavoro di filologia e di
storia. L’uomo antico viene riscoperto,
riproposto e incarnato dal signore, dal mecenate,
il politico, il padrone, il signore padrone della
città; e la città è diventata il centro dell’universo
del Rinascimento. I valori che sono portati avanti
in questo periodo sono piuttosto importanti e
nuovi: la nobiltà intellettuale, la capacità
militare, la bellezza e la prestanza fisica, la
capacità di governare, la possibilità di giudicare,
il diritto al dominio che sono tutte prerogative
del signore. Vengono riscoperti anche dei valori
sociali, etici, politici che sono un po’ di tutti, ma
non è il signore che si fa banditore e protagonista
di questi valori; questi valori scaturiscono da
strati sempre più fitti e consistenti di un ceto
diverso che non è il ceto nobile e che non è il
ceto dei poveri, ma che è il ceto dei mercanti e
dei borghesi. Questi portano avanti i tre valori:
sociali, etici e politici che porteranno poi alla
crisi del potere signorile molto più avanti.
I protagonisti dell’arte del Rinascimento sono
proprio questi due: il signore della città e della
corte e la ricca borghesia. Sigismondo è quindi il
grande protagonista della storia malatestiana.
Egli è cosciente di esercitare un potere tirannico,
non se ne vergogna affatto, come non se ne
42 Vita di Club n.3
vergognava nessun signore di quel periodo. La
sua era una tirannia paternalistica: voleva bene,
in un certo senso, ai sudditi perché se i sudditi
smettevano di volergli bene si trovava nei guai.
Tuttavia la sua era una tirannia dichiarata che
sosteneva con tutti i mezzi: la forza, la potenza,
l’inganno, l’arte. Per Sigismondo l’arte è un
mezzo di persuasione ed un mezzo di
propaganda; e vuol persuadere di essere un uomo
eccellente, di essere un emulo di Augusto, il
grande imperatore, di essere saggio, di essere
sempre preoccupato del benessere della sua città
e quindi dei cittadini. Era veramente un politico,
oltre che un soldato. Sigismondo per fare questo
batte due strade: prima di tutto ricerca artisti
particolari, che possono rispondere alle sue
necessità; poi cerca soggetti particolari che
possono dimostrare queste sue qualità; infine
c'è una terza strada che a noi è sembrata
meno importante, ma che forse è la più
importante: cerca delle tipologie particolari,
inventa delle cose che non c’erano mai state
prima e che pos-sono dimostrare quanto lui
sia grande, antico, saggio e buono. Prima di
tutto prendiamo in considerazione due opere
che ci mostrano due tipi di arte che si
possono attribuire l’una alla ricca borghesia,
e l’altra al potere signorile.
La prima è “L’adorazione dei Magi” di Gentile
da Fabriano che si trova a Firenze nel Museo
degli Uffizi e che è stata dipinta nel 1423 per gli
Strozzi. Questo è un esempio molto chiaro di
cosa intendevano i signori per arte apprezzabile.
Il 1415 è all’inizio dell’Umanesimo: il mondo
che il pittore ci presenta è proprio il mondo
cortese. I principi sono dei piccoli o grandi
signori, la corte è tutta presente, le persone
divine della Sacra Famiglia sono molto gentili e
anch’esse molto cortesi. È tutto un mondo
cortese che viene proposto alla nostra attenzione
e anche alla nostra venerazione e attraverso il
quale vengono, in qualche modo, risaltati i buoni
costumi cavallereschi della corte. Nello stesso
anno i Brancacci commissionano a Masolino e a
Masaccio, nella chiesa del Carmine, la
decorazione di una cappella ed è molto
interessante il confronto tra queste due tele per
vedere come si intendesse, da parte della ricca
borghesia, l’arte e come esistessero anche degli
artisti che sapessero tradurre quel concetto di
arte in immagini estremamente efficaci: il
soggetto è “Il tributo”, l’autore è Masaccio.
Mentre là c’era tutto un mondo fiorito e gentile,
qui abbiamo un mondo estremamente realistico
in cui lo spazio, il volume, la consistenza dei
panni, la violenza dei gesti e degli sguardi sono
predominanti.
Il Rinascimento vero nasce da qui: da queste
opere commissionate dalla ricca borghesia
piuttosto che da quelle, ormai esauste ed esangui,
commissionate dalla nobiltà; però il gusto della
nobiltà per immagini estremamente raffinate, ma
lontane dalla realtà e da ogni dramma reale,
continua, forse fino, ad oggi.
Osservando la politica dei Medici, il grande
pittore della famiglia è Botticelli e non c’è
nessun altro pittore del Rinascimento italiano più
lontano di lui dalla realtà e questa è una realtà
tutta idealizzata e fantastica; una realtà
completamente sognata; una realtà che diventa
eleganza, pura bellezza. Il Rinascimento dei
signori non ha nessuna implicazione nella realtà;
è il Rinascimento umanistico e platonico che le
corti portano avanti; ed è un Rinascimento che
non pone problemi a chi guarda il quadro e
neanche a chi commissiona il quadro. È
estremamente significativa, da questo punto di
vista, la vicenda di Donatello. Egli è stato uno
scultore dei Medici che la famiglia ha
apprezzato, ha mantenuto, si è cullata in seno
finché ha fatto degli Erodi, dei Davidi, delle
43 Vita di Club n.3
statue che dal punto di vista del soggetto e della
forma sono idealizzanti e legate ad una idea
astratta e antica come il “Davide” oppure come il
“S. Ludovico”, oppure come le “Cantorie” per il
duomo di Firenze, ma è un sodalizio, una
amicizia, un interesse che si spegne subito
appena Donatello incomincia a porre gli occhi
sulla realtà quotidiana, sulla realtà vera e
drammatica della gente. Donatello viene
licenziato e se ne deve andare in Veneto, a
Padova, a fare le sue statue per la basilica del
santo e ritornerà a Firenze solo quando sarà
vecchio e stronco e i Medici lo terranno con loro
un po’ perché è il nonno degli artisti fiorentini,
ma non perché Donatello sappia dir qualcosa alla
loro mentalità e al loro gusto.
D’altra parte un’immagine come la
“Maddalena” del Battistero di Firenze,
che ora si trova al Museo dell'Opera del
Duomo, è una denuncia della condizione
umana che non poteva essere gradita al
signore della città, il quale aveva tutt’altri
interessi, voleva che si mettessero in
piazza ben altre bellezze. A Padova
Donatello può invece, esprimere la sua
ansia di realtà, la sua ricerca di realtà non
sofisticata come invece aveva espresso
fino a quel momento. A Rimini
Sigismondo non si comporta in modo
diverso dagli altri signori. Si sceglie
artisti che facciano apposta i suoi
interessi, fa dire a loro quello che a lui
piace che venga detto e in tutto si
comporta come il tiranno: non con la sua
sfacciataggine, ma con la sua sicurezza.
La casa del tiranno, il castello di Rimini, ha delle
grandi lapidi da tutte le parti che dicono che quel
castello, che prende il nome dal suo signore, è
stato eretto a decoro dei riminesi, per la bellezza,
quindi, della città. Il castello è molto bello, molto
grande, molto ricco, ma se lo si guarda bene in
pianta, si possono capire molte cose di più che le
sue forme in alzato. La parte di destra guarda
verso l’attuale piazza Malatesta, la parte di
sinistra guarda verso la campagna. Questo
castello è caratterizzato da torri che hanno,
chiarissima, una funzione difensiva; è attorniato
da un fossato e anche questo ha una funzione
difensiva. Da cosa si difende questo castello, o
cosa difende? Tutti gli apprestamenti difensivi
più importanti sono rivolti verso la città, contro
la città. Il signore si difende dai suoi concittadini.
Questo lo si capisce dalla pianta, dal plastico, ma
anche guardando il castello adesso. Il castello
non è stato messo lì per difendere la città dalle
incursioni nemiche che possono venire
dall’entroterra: quel castello è stato posto
sull’argine difensivo della città, cioè sulle mura,
che guarda sia dentro che fuori in modo che il
signore possa scappare dalla città appena se la
vede brutta. Le torri guardano la città con quei
buchi o feritoie che prima contengono le balestre
e dopo conterranno i cannoni, per difendere il
signore non dalle incursioni esterne del duca
d’Urbino, del duca di Ferrara, ma dalle eventuali
offese dei cittadini. È un discorso molto banale,
però, piuttosto che guardare questo castello dal
punto di vista estetico (ammesso che ci sia
un’estetica) occorre guardarlo proprio da questo
punto di vista: a cosa diavolo serviva
questo castello in questa forma e in questo
luogo e la stessa cosa si potrebbe fare
considerando la città del tiranno, Rimini.
Noi abbiamo sempre molti peli sulla lingua
quando parliamo di tirannia, ma basta
leggere Machiavelli per vedere come
Machiavelli considera il tiranno: il tiranno
è assolutamente necessario, è una cosa
importantissima, anzi si esorta il signore a
diventare tiranno ed a usare tutti i mezzi.
Leggendo il “De re edificatoria” di Leon
Battista Alberti, il trattato sull’architettura,
si trova un capitolo sulla città. In questo
capitolo c’è un paragrafo che riguarda la
città del tiranno. L’Alberti dice che nella
città del tiranno occorre evitare che le vie
siano attraversate da archi e fiancheggiate
da torri e inoltre che vi siano balconate da
cui i soldati in ricognizione nei quartieri possano
essere respinti col lancio di oggetti; dice che non
ci devono essere portici da cui i nemici possano
tendere agguati ai soldati del principe. È molto
chiaro, giusto e logico: se il governo della città
viene mantenuto con la forza bisognerà che il
signore sia così furbo da apprestare tutto in modo
che non abbia noie, che non subisca imboscate
né per sé, né per le sue truppe. Questo è un
concetto che si amplia nella Parigi dell’ ‘800;
quando si sventrano tutte le strade perché la
gente non possa fare le barricate. Così, Rimini è
una città senza portici, caso strano in Romagna:
tranne che nella piazza Tre Martiri non esistono
portici. Anche nelle rubriche degli statuti
comunali non si parla di portici. Si parla di
portici soltanto ad un certo punto ed è proprio
Sigismondo che il 9 luglio 1457 fa mettere una
legge, dei decreti su questa materia. Questi
“Decreti di novo edita” dicono che, a decoro,
44 Vita di Club n.3
ornamento, splendore e bellezza di questa nostra
città devono essere eliminate tutte le logge, tutti
i balconi, tutte le sporgenze e devono essere
sostituite con un muro semplice e liscio. Questa
è politica: Leon Battista Alberti non ha il minimo
dubbio perché il tiranno vuole così, ma il tiranno
quando va a mediare queste cose coi suoi sudditi
deve dire che la città così è brutta, è sporca e così
niente balconi, niente portici, niente sporgenze:
una bella città dritta, con le strade
larghe, dove non ci sia niente che
penda dal cielo. Fa addirittura una
legge a cui i cittadini erano tenuti;
la scusa era appunto questa: a
decoro, ornamento, splendore e
bellezza di questa nostra città di
Rimini; ed è l’unica legge che si
conosce
e
che
riguarda
l’urbanistica riminese fatta da
Sigismondo. Per Sigismondo l’arte
e l’urbanistica con tutto quello che
concerne la fabbrica degli oggetti,
di cose, di sistemazione della città
non è mai svago, non è riposo
dalle cure della politica e della
guerra: è arte del governo. Che egli
faccia
costruire
il
Tempio
Malatestiano o che emani una legge
sull’ordinamento della città è arte
del governo. Quali sono gli svaghi
del signore? L’unico suo svago è la
caccia. Ci sono diverse lettere che
riguardano quest’argomento e ce
n’è
una
particolarmente
interessante indirizzata a Francesco
dei Medici nel 1463 in cui chiede,
per favore, una coppia di levrieri da
caccia per “dare luogo alle
bizzarrie e melanconie”. Questo è
lo svago del signore, non è l’arte
del signore. Era sensibile il signore
all’arte? Era sensibile all’arte che
gli interessava, all’arte che gli
faceva comodo, all’arte che gli
permetteva di governare meglio; a questa arte
Sigismondo è sensibile. I suoi gusti, anzi, sono
raffinatissimi e non si può dire che abbia mai
fatto gratuitamente qualcosa. C’è una categoria
di oggetti che a noi interessano moltissimo e
interessano moltissimo a tutti, ma che non
vengono quasi mai compresi nella categoria
dell’arte con la A maiuscola; questa categoria è
quella delle medaglie. Esse non vengono tanto
considerate neanche dal punto di vista della
storia. Le medaglie si raccolgono perché valgono
molto, è molto bello classificarle ed è molto
bello averne la serie completa. Si può stabilire il
loro anno di fabbricazione e anche il loro valore
che è dovuto alla rarità; quindi se ne ricercano i
vari esemplari in modo da poterli classificare e
ordinare. È rarissimo il caso in cui alle medaglie
si dia il peso di documento storico che si ha
quando la medaglia viene considerata in tutto un
contesto, non solo in quanto
oggetto che si può tenere in mano
o che può servire come
fermacarte.
È
difficilissimo
trovare dei raccoglitori di
medaglie che abbiano questo
senso della storia. Eppure la
medaglia malatestiana è un fatto
di un’importanza storica estrema:
non è solo la sua bellezza, la
medaglia malatestiana è un
esempio preciso di ricorso alla
storia per copiare la storia. C’è
una lunga serie di testimonianze
che ci fanno sapere che
Sigismondo faceva fare delle
medaglie per essere come gli
antichi imperatori. D’altra parte
Sigismondo è il primo, forse, in
Italia che si fa coniare delle
medaglie o delle monete per le
quali occorre fare un discorso
diverso. Le medaglie non servono
per commerciare, ma sono il dono
del signore, una specie di biglietto
da visita e dono insieme. Il
signore, inoltre, non solo dona la
medaglia, ma la seppellisce e
appare una cosa assurda e strana.
Sigismondo fa coniare centinaia
di medaglie per seppellirle nelle
mura e nelle fondazioni dei suoi
edifici. Tali medaglie sono di
bronzo, d’argento e d’oro come
da una testimonianza di Matteo
Vegio "...fai coniare medaglie che sono di oro,
d’argento e di bronzo che tu nascondi in luoghi
sconosciuti, oppure metti dentro ai muri, oppure
le trasmetti alle nazioni estere..." e questi sono i
tre motivi per cui Sigismondo fa fare le medaglie
ed è il primo principe a farlo. Cosa lo spingeva a
ciò? È un lavoro dispendioso, che richiedeva
cura, un’artista importante. I motivi sono
essenzialmente due: uno è il motivo di prestigio
e l’altro è il desiderio di gloria postuma e tutto
45 Vita di Club n.3
questo preso è dall’antichità. Gli umanisti
criticano gli antichi dicendo che di loro
rimangono le effigi, le immagini, le cose che loro
hanno fatto e nasce così il desiderio di
tramandare il proprio ricordo e la propria
immagine ai posteri; così quando gli edifici
rovineranno, salteranno fuori le medaglie che
parleranno di chi le ha fatte fare.
Sigismondo è il primo che capisce la grande
funzione di prestigio della medaglia ed è il primo
che ne fa fare e seppellire in grande quantità non
solo nelle fondazioni dei suoi edifici, ma, come i
suoi avi, anche in luoghi strani: a Fano, nelle
fogne del Collegio S. Arcangelo è stata trovata
una pignatta piena di medaglie. Tra le medaglie
c’è quella famosissima del castello, la medaglia
del tempio, la medaglia grande di Sigismondo
con la corazza; queste sono le medaglie più
recenti che si conoscano, le ultime che Matteo de
Pasti ha fatto per lui. Tutte le medaglie sono in
qualche modo allegoriche: davanti c’è
l’immagine di Sigismondo e dietro c’è un’opera
che lui ha fatto fare oppure c’è un’immagine
allegorica come la fortezza; una donna seduta su
due elefanti (gli elefanti sono sempre legati
all’immagine dei Malatesta) che spezza una
colonna con le mani; c’è l’idea della forza, della
potenza. Inoltre le medaglie e le effigi di
Sigismondo portano delle date: quelle date sono
sempre false; sono sempre state fatte per una
ragione, un motivo politico. C’è addirittura una
testimonianza che queste date sono false: un
cronista di Senigallia ci ha tramandato il ricordo
del fratello di Agostino di Duccio che scolpiva le
date sulle rocche marchigiane: "un maestro
tagliapietre fiorentino nominato maestro
Ottaviano, scolpiva tutti gli epitaffi delle rocche
del tempo di Sigismondo e li fece tutti in un
tempo e mise tutti li tempo in una per più fama
dell’illustrissimo signore" come se Sigismondo
avesse fatto tutti quei lavori in un solo anno. Il
1446 è la data, quindi, in cui Sigismondo ha
potuto vincere gli Sforza e gli Urbinati e i
Feltreschi a Gradara: fu un grande momento di
gloria, un momento di gloria che era ancora più
caro a Sigismondo perché proprio nello stesso
anno egli aveva potuto conquistare Isotta. Da
quel momento ha cominciato a mettere su tutte le
medaglie la data 1446 e non solo sulle medaglie,
ma sugli edifici: il castello di Rimini nel 1456
era ancora in costruzione, ma porta la data del
1446. Ciò sempre per maggior fama
dell’illustrissimo signore. C’è un’altra data
simbolica del Tempio Malatestiano che è quella
del 1450, ma qui intervengono fattori di tutti i
generi: di religione e di scaramanzia religiosa. Il
1450 è l’anno Santo, della gloria della chiesa e
del perdono per i cristiani. Tutte le medaglie
malatestiane sono pezzi unici, uno diverso
dall’altro perché non sono medaglie coniate
come i nostri soldi, ma sono medaglie fuse come
le sculture, come i bronzi di Riace: sono fuse una
alla volta e sono pulite e ritoccate una alla volta.
Inoltre gli artisti avevano il gusto della
sperimentazione: quando Matteo Vegio dice
“medaglie d’oro” forse non erano d’oro, ma
d’oro finto, di una lega che assomiglia all’ottone
e che permette di fare delle fusioni di oggetti
estremamente lucidi che sembrano d'oro. Quindi
ci sono stati dei tentativi di fusione sicché queste
medaglie sono una diversa dall’altra: una più
gialla o più verde o più marrone Sigismondo
sceglie i suoi artisti, ma non quelli che avrebbero
messo in crisi il suo concetto di realtà; i suoi
artisti dovevano confermare il suo concetto di
realtà o che potessero esaltare lui al pari della
divinità e che non ponessero l’accento sulla
durezza della vita, sulla difficoltà del vivere,
sulla fatica quotidiana. I suoi artisti esaltavano la
bellezza in senso astratto come Piero della
Francesca, il pittore più intellettualistico e più
astratto che abbia mai prodotto il Rinascimento.
Egli è l’unico pittore che lavora per Sigismondo
Pandolfo Malatesta e l’immagine del signore è
piuttosto curiosa: viene abolita ogni prospettiva
gerarchica, ogni barriera fra il devoto e il santo
concepito come un re, esattamente come
Sigismondo si comportava con i suoi sudditi.
Dava una visione laica della vita, laica e cortese;
di una cortesia che ha lati buffi: ad esempio il
festone di Sigismondo nel Tempio Malatestiano
ha dei fiori, ma anche degli agli contro il
malocchio, le maligne, le streghe. Quale
minestrone di superstizione-religione abbiamo in
questo momento! Superstizione che veniva
alimentata da una persona scettica e interessata
solo a se stessa come Sigismondo.
Un altro grande artista del Rinascimento
chiamato a Rimini dove vi lavorerà per
tantissimi anni, Egli sta molto attento a non
mettere in evidenza i contrasti fra la realtà e la
fantasia, e soprattutto a non mettere in evidenza
quella che è la situazione drammatica della vita.
Uno dei bassorilievi più importanti del tempio
raffigura la città di Rimini: questo esempio è
molto valido per il discorso della città del
tiranno. È il ritratto della Rimini del ‘400; come
tutti i ritratti, non è oggettivo e rispecchia la sua
46 Vita di Club n.3
idea. Come lo si deve leggere? C’è il ponte di
Tiberio, a destra il borgo S. Giuliano e a sinistra
una parte della città che va da via Garibaldi al
ponte di Tiberio; rimane esclusa tutta la parte
orientale della città. Questo perché solo quello
rappresentato è il vero centro della città, la zona
in cui veniva riconosciuto il centro politico della
città. La città è dominata in terra dal castello di
Sigismondo. Non è più la cattedrale che conta,
non è più il palazzo dell’Arengo, è il castello che
conta e che domina la città. Inoltre la città vive
perché ha il porto da dove escono ed entrano
delle mercanzie e questo traffico di mercanzie è
visibilmente rappresentato dal veliero che esce in
questo momento dal porto. Poi la città non è altro
che un presidio di territorio legato al centro
tramite un fiume. Non conta niente il lido che
non è rappresentato quasi per niente. Quello che
conta è il predominio del castello sulla città.
Questa è la descrizione della città terrestre
dominata dal castello, ma in alto, nel
bassorilievo, c’è il segno zodiacale del Cancro:
uno dei tanti segni zodiacali della cappella dei
Pianeti nel Tempio, ma anche il segno zodiacale
di Sigismondo. Vi è una specie di trasposizionetrasfigurazione: non è il sole che illumina la
città, ma è Sigismondo attraverso il segno del
Cancro. La città ha ragione di vita perché esiste
il suo sole in cielo e in terra: Sigismondo cancro
e Sigismondo castello. La lettura del bassorilievo
è quindi una lettura politica che era accolta
benissimo dal popolo. L’interno del malatestiano
non è altro che un interno cortese
dove
non
c’entra
più
l’Umanesimo, dove c’entra il
lusso, lo sfarzo, la ricchezza e
questa è la chiesa del principe,
qui il principe viene celebrato da
iscrizioni, da ritratti, dalla
presenza dei suoi parenti e dei
suoi morti. Il signore diceva di
discendere da Scipione l’Africano
e infatti nel sepolcro degli
sinistra entrando, c’è il sarcofago con il trionfo
di Scipione. Poi c’è la cappella di S. Sigismondo,
che è la prima entrando a destra che è dominata
da questo grande sole, perché c’è un’altra
tradizione che Sigismondo porta avanti: quella di
essere sempre equiparato o identificato nel sole,
sempre per accrescere la fama, la gloria, la
potenza del signore. Si è già parlato delle
medaglie che sono una tipologia inventata da
Sigismondo perché egli ne ha fatto un uso
spregiudicato e nuovo, ma non è l’unico oggetto
inventato o reinventato da lui. Il concetto di
chiesa come tempio che esalta chi l’ha fatto è
proprio un’invenzione di Leon Battista Alberti
spronato da Sigismondo; non se ne era avuto un
altro prima tranne che nell’antichità romana e
non se ne avrà nessun altro poi.
Sigismondo si fa sempre equiparare ad Augusto
grande imperatore e sicuramente c’è stato un
desiderio del signore espresso chiaramente
dall’architetto di fare in modo che il tempio che
Sigismondo diceva dedicato a Dio, alla sua
famiglia e alla sua città, sicuramente doveva
ripetere gli elementi dell’arco d’Augusto. Come
l’arco d’Augusto è stato fatto per un grande
imperatore, il Tempio è stato fatto per un grande
imperatore. Leon Battista Alberti ha saputo
reinterpretare e reinventare l’arco in maniera
autonoma e originale. Per costruirlo, Sigismondo
ha eliminato tutti gli edifici antichi: ha distrutto
un porto, ha distrutto le lapidi, ha salvato solo
l’arco d’Augusto perché gli faceva comodo avere
questo punto di paragone: lui e
Angusto grandi. Una struttura
diversa per una mentalità diversa che
corre tra i due architet
ti, ma che
ha un fondo comune, un riferimento
comune che prova come arco e
Augusto, Sigismondo e Tempio
fossero
molto
vicini.
antenati
di
Sigismondo,
prima cappella a
47 Vita di Club n.3
I MEETING
RIMINI RISORGIMENTALE
Rimini entra nella storia del Risorgimento dal 1815, quando il re di
Napoli Gioacchino Murat (Joachim Labastide-Fortunière, 25 marzo 1767
– Pizzo, 13 ottobre 1815, da figlio di albergatore divenuto generale e poi
re grazie a Napoleone di cui era diventato cognato avendone sposato la
sorella minore Carolina), dopo aver dichiarato guerra all'Austria, nel
tentativo di trovare alleati per conservare il trono, con il Proclama di
Rimini esorta gli Italiani a conquistare l’unità e l’indipendenza sotto la
sua guida contro i nuovi padroni (« Italiani! L'ora è venuta che debbono
compiersi gli alti vostri destini.»). Alessandro Manzoni rimane talmente
colpito dal documento che scrive un’ode con lo stesso titolo,
pur lasciandola incompiuta, perché gli avvenimenti prendono
ben altra direzione dopo la sconfitta militare e politica del re di
Napoli. La seconda data importante è il 25 marzo 1831, quando
Rimini diviene un caso internazionale perché vi si combatte “la
battaglia delle Celle” cui Mazzini darà grande eco da Marsiglia
scrivendo un testo dal titolo "Una notte di Rimini", una pagina
importante della storia risorgimentale, quasi a suggello del
"proclama di Rimini" di sedici anni prima.
Il Proclama di Rimini
conservato al Museo
nazionale del
Risorgimento a Torino.
Il Proclama di Rimini
O delle imprese alla più degna accinto,
signor che la parola hai proferita,
che tante etadi indarno Italia attese;
ah! quando un braccio le teneano avvinto
genti che non vorrian toccarla unita,
e da lor scissa la pascean d'offese;
e l'ingorde udivam lunghe contese
dei re tutti anelanti a farle oltraggio;
in te sol uno un raggio
di nostra speme ancor vivea, pensando
ch'era in Italia un suol senza servaggio,
ch'ivi slegato ancor vegliava un brando.
Sonava intanto d'ogni parte un grido,
libertà delle genti e gloria e pace!
ed aperto d'Europa era il convito;
e questa donna di cotanto lido,
questa antica, gentil, donna pugnace
degna non la tenean dell'alto invito:
essa in disparte, e posto al labbro il dito,
dovea il fato aspettar dal suo nemico,
come siede il mendico
alla porta del ricco in sulla via;
alcun non passa che lo chiami amico,
e non gli far dispetto è cortesia.
La targa,
posta dai
Riminesi in
via Saffi nel
2005 in
occasione del
bicentenario
mazziniano,
riproduce
l'incipit de
"Una notte di
Rimini nel
1831" .
LA SERA DEL XXV MARZO
MDCCCXXXI UN MANIPOLO
DI PRODI QUI CADDE
GLORIOSAMENTE
CONTRASTANDO ALLO
STRANIERO
IL PASSO NEL NOME SAN...
Forse infecondo di tal madre or langue
il glorioso fianco? o forse ch'ella
del latte antico oggi le vene ha scarse?
o figli or nutre, a cui per essa il sangue
donar sia grave? o tali a cui piú bella
pugna sembri tra loro ingiuria farse?
Stolta bestemmia! eran le forze sparse,
D'ITALIA. OGGI L'ITALIA
LIBERA E FORTE SOTTO I
SEGNI DEL...
NE ESALTA IL VALORE
BENEDICENDO IL LORO
Alessandro Manzoni
SANGUE NON INDARNO
VERSATO.
48 Vita di Club n.3
QUI GIACE IL TENENTE KAMISS DEGLI USSARI
PRINCIPE LINCHTENSTEIN
IL QUALE RIMASE SUL CAMPO IL 25 MARZO PRESSO RIMINI.
CON LUI CADDERO GLI USSARI GIO. BATAS, GIO. SCHINDI,
F.R. GIUS. PFEIFFER, GIUS.MIRKAY E PIETRO HOWATZ.
LA MEMORIA DEI PRODI VIVE NE' CUORI DEI LORO FRATELLI D'ARME.
Lapide, scritta in tedesco, nella prima cappella a sinistra della Chiesa del Suffragio ove riposano le spoglie del Principe di
Linchtenstein del Reggimento Ussari; i soldati caduti al suo fianco furono invece sepolti al cimitero.
La battaglia delle Celle in una litografia del 1870 ca (Rimini, Biblioteca Gambalunga).
LA BATTAGLIA DELLE CELLE è raccontata nel dettaglio dallo storico riminese Carlo Tonini;
eccone la sintesi tratta da “Giovane Italia”, Fatti e personaggi del Risorgimento italiano visti dai
“giovani riminesi” dell’Istituto Comprensivo Statale di Miramare di Rimini, p. 16.
«È il 25 marzo 1831. Appena in città si sparge la voce che gli Austriaci stanno arrivando da Nord, le
vie si spopolano, le botteghe si chiudono e molti riminesi (noi oggi sappiamo che erano circa un
migliaio) prendono le armi sotto la guida del comandante Carlo Zucchi (un generale dell'esercito
napoleonico del Regno d'Italia) che si trova in città con le sue truppe ravennati e bolognesi formate da
circa 800 uomini: Zucchi è arrivato qualche giorno prima da Reggio Emilia, dove ha guidato
1’insurrezione popolare, e si sta dirigendo ad Ancona. Questo gruppo eterogeneo di persone, i riminesi
e i soldati di Zucchi, si dirige nella zona denominata "Celle" con un solo cannone dei quattro che
hanno a disposizione. Lo puntano aspettando gli Austriaci i quali, arrivando, chiedono a un contadino
dove sono i "briganti". L’esercito austriaco conta diverse etnie slave, prime fra tutte gli Ussari, cioè gli
Ungheresi. Ci sarebbe stata una strage di Austriaci se il cannone non avesse avuto la mira troppo alta;
comunque l’avanguardia viene duramente colpita e il tenente Raimondi ferisce ad una coscia il
comandante del Reggimento Ussari, Principe di Linchtenstein, con l’aiuto di un riminese di nome Isco
Pedrizzi il quale spara col moschetto dalla cima di un albero e uccide l’aiutante del Principe corso in
suo aiuto. L’esercito austriaco si ritira, ma solo provvisoriamente, perché più tardi lo scontro riprende
e verso le sette di sera, con un primo gruppo di 300 Croati e Tirolesi, la città è conquistata. Due ore più
tardi entra a Rimini il resto dei soldati guidati dal generale Mengen, il quale vuole arrestare tutte le
autorità cittadine a causa della resistenza e del conseguente scontro avvenuto alle Celle; solo grazie a
lunghe discussioni e solo dopo aver addossato la responsabilità al comandante Zucchi, che nel
frattempo è partito per Ancona, gli Austriaci si placano e il generale Mengen è alloggiato alla locanda
dei Tre Re dove gli viene offerta un’abbondante cena.»
La Biblioteca Gambalunghiana conserva nella ricchissima collezione di pergamene, manoscritti, carte,
libri, opuscoli, avvisi a stampa, incisioni e disegni lasciata dal sacerdote Zeffirino Gambetti (1871) la
49 Vita di Club n.3
sua cronaca degli avvenimenti accaduti dopo la fallita "rivoluzione del 1831" e dopo la battaglia delle
Celle del 25 marzo; egli scrive che a Rimini il 5 giugno c’è un "gran tumulto" di liberali al grido di
"Morte al Papa, ai Cardinali e Preti", "tutta la città era presa da nuovi timori e da nuove angustie". Il 10
luglio ci scappa un morto tra i liberali. Il 20 agosto egli registra: "Cesare Federici che il giorno 10 luglio
di quest’anno aveva ricevuto una ferita nella sommossa tentata contro Bentivoglio, fu trasportato
dall’ospedale a casa sua e il giorno dopo morì". Un altro cronista Filippo Giangi (commerciante e
maestro di canto, che dal 1782 raccoglie notizie sui fatti locali) precisa: "quattro ne rimasero feriti
lievemente ed uno mortalmente che è un giovane Federici figlio di pescivendolo. Gli altri sono: P. Bagli
di Pellegrino, Pagliarani di Fortunato, Patrignani Fabbro ed un altro che è noto".
Tra i protagonisti del Risorgimento riminesi sono annoverati: Amilcare Cipriani, nato ad Anzio nel
1843, ma portato a Rimini ancora in fasce, da una famiglia anticlericale, combatte a S. Martino e milita
nelle file garibaldine, colpito da mandato di cattura, muore a Parigi nel 1918, dopo aver partecipato ai
viaggi di esplorazione per la ricerca delle fonti del Nilo; Giovanni Battista Soardi (Rimini 1790-1875)
partecipa ai moti del 1831, diventa deputato nell’Assemblea Generale bolognese, è ricordato come un
filantropo che aiutò generosamente i poveri, in particolare le famiglie dei portolotti; Enrico Serpieri
(Rimini 1809- Cagliari 1872), avendo partecipato ai moti del 1831, è costretto a riparare a San Marino,
dove mantiene i rapporti con la Giovane Italia. Più volte incarcerato, negli anni 1848-49 è deputato di
Rimini nella Costituente romana. Caduta la Repubblica Romana, si rifà una vita in Sardegna, diventando
Presidente della Camera di Commercio di Cagliari; Giovanni Venerucci (Rimini 1811), operaio
mazziniano, partecipa alla spedizione dei fratelli Bandiera e con loro viene catturato e giustiziato (1844);
Pietro Venturi (Gatteo 1841), garibaldino, divenne un eroe partecipando a tutte le battaglie da Bezzecca
alla liberazione di Roma.
Relatori del Meeting del 22 marzo sul Risorgimento riminese sono: lo storico Pietro Caruso e l’editore
Giovanni Luisè.
50 Vita di Club n.3
I MEETING
IMMAGINI, PASSIONI E
ABITUDINI DEI
RIMINESI NEL LORO
TERRITORIO
Martedì 10 Maggio 2011, ore 20,00, all’ Hotel Holiday Inn, è nostro ospite il Prof. Giampaolo Proni, docente di
“semiotica della moda” all’università di Bologna, giornalista e scrittore, cui lasciamo la parola:
«La ricerca Rimini Segni, Percorsi e mappe del territorio urbano Riminese. Analisi semiotico-progettuale è stata
commissionata dal quotidiano La Voce di Romagna. L'abbiamo definita analisi semiotico-progettuale, perché è stata
un'indagine che, partendo da un'analisi dell'esistente, sfocia nella proposta di vision e concept, cioè spunti e schemi
operativi che possono dar vita a progetti. Molto importante, nella ricerca commissionata, non accademica, è
comunicarla in modo comprensibile e utile per il committente, e non solo per la comunità scientifica. In assenza di
questo la migliore ricerca può restare isolata o venire rifiutata. Ma soprattutto i suoi risultati rischiano di non essere
compresi e restare quindi vani, non contribuire all'evoluzione della comunità alla quale è stata riferita. Allo stesso
tempo, non si deve dimenticare il rigore scientifico, per mantenere la peculiarità della ricerca universitaria. Questo
doppio requisito non è facile da soddisfare, e non crediamo certo di essere immuni da errori nell'uno e nell'altro
senso. Ma abbiamo cercato il più possibile di evitarli. Obiettivo dell'analisi era costruire una mappa semiotica del
territorio urbano riminese come viene vissuto dagli abitanti. Il modo cui i cittadini sentono e vivono la città non è
necessariamente la verità assoluta, ma è qualcosa con cui chi progetta e chi governa deve fare i conti. Il territorio
come entità esterna corrisponde in ognuno di noi a un territorio vissuto e interiorizzato, e i comportamenti e i discorsi
dei cittadini sono il risultato dell'incontro tra i due mondi. Dal punto di vista metodologico non c'erano riferimenti a un
procedimento di indagine completo. Abbiamo lavorato partendo dai miei studi sull'analisi degli spazi (Bonfantini e
Proni 2002) e dalla tesi di Laura Barcellona, la ricercatrice con la quale ho lavorato. Resta fondamentale ancora oggi
The image of the city di Kevin Lynch del 1960, un testo non esplicitamente semiotico, ma che parte dal fondamentale
principio di analizzare la città nella percezione dei cittadini. Nel complesso il metodo usato è il risultato di una nostra
elaborazione condotta anche in relazione all'oggetto di analisi e all'obiettivo dell'indagine: abbiamo raccolto dati di
ogni tipo: mappe, foto, interviste, statistiche, ecc., li abbiamo tradotti in unità di significato e disposti su una mappa.
Infine, abbiamo letto la mappa e l'abbiamo tradotta in proposte di intervento».
di ALESSANDRO SEGURINI
R
imini vista dai Riminesi. Non si tratta
di un facile slogan elettorale bensì di
una ricerca dell’Università di Rimini,
“RiminiSegni”, condotta dal Prof.
Giampaolo Proni, docente di semiotica, che verte
sull’analisi dei simboli e dei luoghi che fondano
l’identità cittadina. Dalle zone più amate fino ai
“buchi neri” di Rimini con le sue criticità
irrisolte, l’indagine offre un quadro dettagliato
della percezione che i Riminesi hanno della
realtà in cui vivono, offrendo al contempo
interessanti spunti per idee e soluzioni di
sviluppo urbano.
Nel merito, è sufficiente una visuale aerea della
nostra città per cogliere alcuni significativi
“segni” rivelatori della nostra identità: la
particolarissima conformazione geografica che
vede la confluenza tra la dorsale appenninica, il
fiume Marecchia ed il mare Adriatico, rende
infatti Rimini sin dai suoi albori un luogo di
incontro e di necessario transito. Rimini città di
passaggio e dell’accoglienza ancor prima del
51 Vita di Club n.3
tumultuoso sviluppo del turismo di massa.
Dopotutto i Romani, allorché fondarono il primo
insediamento di Ariminum, dovevano avere le
idee ben chiare. Si noti peraltro che, in virtù
della caratteristiche morfologiche di cui sopra,
lo sviluppo urbanistico e l’introduzione di nuove
funzioni legate alla vocazione turistica della
moderna “Riviera di Rimini” dopo 2000 anni di
storia hanno gettato i “semi” di un mutamento
radicale
dell’identità
cittadina,
dove
letteralmente
“albergano”
numerose
contraddizioni. Una provincia che sforna molti
laureati, ma poche occasioni di lavoro adeguate;
una città che consuma il suo territorio, ma con le
maggiori superfici “verdi” fruibili in Regione.
La più importante contraddizione, sotto il profilo
semiotico, è però quella che contrappone le
nozioni di Rimini “città del Centro”, in omaggio
alla sua origine romana fondante l’identità
cittadina e Rimini “città della Linea”, priva
invece di landmarks, ossia di solidi punti di
riconoscimento che stimolino il senso di
appartenenza. È l’annoso e ricorrente tema della
“frattura”, un elemento di separazione che Proni
definisce la “barra della dissociazione” che
compare a molti livelli: nella foto aerea, nella
pianta della città, nel vissuto degli abitanti, nella
viabilità, nella storia e nella cultura.
La contrapposizione investe tanto lo “spazio”
(centro storico vs. mare), quanto il “tempo” (la
stagione estiva vs. quella invernale) e la “gente”
(i residenti del centro storico vs. i residenti della
zona mare, i turisti, etc.). L’area critica
comprende Borgo Marina, il Grattacielo e la
Stazione Fs; ma la frattura in particolare
interessa tutta la città di Rimini e opera
negativamente lungo quasi tutta la costa
adriatica. Lo scalo ferroviario costituisce uno
spazio estraneo alla città grande quanto la metà
del centro storico e che isola quest’ultimo quasi
completamente dalla zona mare, con solo due
varchi carrabili dalle automobili (i sottopassi del
Porto canale e di Via Tripoli). Questa peculiarità,
non rinvenibile altrove, rende Rimini una città
“schizofrenica” con due identità distinte a
seconda della stagione; una divisione che è
vissuta dai Riminesi in modo critico. Nasce
pertanto la sempre più diffusa esigenza di
superare questa frattura rendendola “trasparente,
porosa”. Rendere “attraversabile” la ferrovia
emerge tra le esigenze più sentite per ricucire lo
strappo esistente. Tra le soluzioni proposte:
aprire un accesso sul retro della stazione; istituire
una tramvia storica che unisca il centro al mare;
allestire delle piccole vetture elettriche che
attraversino il parco Cervi.
Sul fronte dei “luoghi” che creano l’identità di
Rimini, il “palmares” va in primo luogo al
Centro Storico, al quale i riminesi attribuiscono
molti caratteri positivi: è un luogo di valore
storico e culturale, frequentato e socializzante,
funzionale (raggiungibile facilmente, piuttosto
curato, con la presenza di molti negozi),
esteticamente positivo. I pochi elementi negativi
emersi hanno a che vedere soprattutto con il fatto
che le macchine vi hanno ancora troppo spazio,
constatazione che stride con la natura di isola
pedonale e la sensazione di luogo protetto che
dovrebbe alimentare.
In cima alle preferenze dei monumenti cittadini
spicca il Ponte di Tiberio che assurge a
monumento simbolo cittadino, distanziando
significativamente l’Arco d’Augusto ed il
Tempio Malatestiano. La Zona Mare, il Porto, la
“palata” mantengono peraltro nell’immaginario
collettivo un ruolo importante nella costruzione e
nella percezione dell’identità di Rimini
tradizionalmente legata all’uso di tale risorsa
ambientale. La nozione di “andare al mare”
risponde ad una variegata molteplicità di bisogni:
divertimento, balneazione il relax della spiaggia,
nuoto,
navigazione,
sport
o
semplice
contemplazione del paesaggio.
Non costituirà forse una sorpresa il notevole
apprezzamento che ottiene Borgo San Giuliano
uno dei principali “topos” (luoghi) dell’identità
cittadina grazie alla Festa de’ Borg, attualmente
l’evento più amato dai riminesi e all’integrazione
di numerosi servizi commerciali che fanno del
Borgo un vivace distretto commerciale molto
animato nei giorni feriali. L’altro lato della
medaglia è rappresentato dai luoghi che non
piacciono ai Riminesi e che
allontano il
cittadino dalla visione desiderata della propria
città: la stazione FS viene definita luogo di brutte
frequentazioni e di scarsa sicurezza; non
funzionale (“ritardataria, disordinata, caotica,
inadeguata,
disorganizzata,
incivile”);
esteticamente negativa (“sporca, lurida, tenuta
male, squallida,degradata”).
Non incontra il gradimento dei riminesi neppure
il centro commerciale Le Befane al quale sono
associate emozioni negative (“stressante; freddo,
triste,
impersonale”)
e
valutazioni
complessivamente eticamente e socialmente
negative (“dannoso per la città, ha portato via
lavoro al centro, inutile”). Termini poco
lusinghieri anche per uno dei Landmark più
52 Vita di Club n.3
visibili della città: il Grattacielo definito “Grigio,
orrendo, non c’entra niente con la città, in zona
non idonea, pieno di stranieri, degradato, buio,
sporco” a testimonianza di una sensazione
diffusa di non appartenenza ed identificazione da
parte dei Riminesi.
Se la ricerca offre un significativo spaccato della
percezione di Rimini da parte dei suoi abitanti,
un’ultima considerazione non può che essere
rivolta proprio a loro, i Riminesi. Come visto
per la città, anche l’identikit del cittadino
riminese
risente
di
una
immanente
contraddizione per cui accanto alla tradizionale
immagine solare, edonista e viveur, se ne
accosta un’altra più intima e contemplativa,
capace di gustarsi impagabili momenti di
raccoglimento a stretto contatto con la natura e
l’ambiente, soprattutto una volta conclusasi la
stagione estiva.
I SERVICE
UNA VISITA
STRAORDINARIA
Il manoscritto del Tonini, edito con il nostro contributo,
donato alle Biblioteche cittadine, nazionali ed internazionali.
di MARIO ALVISI
S
tefano Cavallari ha sfornato la sua
milionesima
idea.
Donare
alle
biblioteche cittadine e a quelle più
importanti nazionali ed internazionali il
libro con il manoscritto di Luigi Tonini “Papa
Giovanni XII e Carlo Malatesti o sia la
cessazione dello scisma durato mezzo secolo
nella Chiesa di Roma” a cura di Oreste Delucca,
trascrizione di Luigi Vendramin ed edito da
Guaraldi con il contributo del nostro Club e della
Fondazione Carim. Tutto ciò quale pretesto per
far conoscere, non solo ai riminesi, un evento
importante nella storia della Chiesa, dell’Europa
e di Rimini: la
soluzione
del
Grande scisma della
Chiesa d’Occidente
con il Concilio di
Costanza terminato
nel
1415.
Il
manoscritto, come
sappiamo, narra di
Papa Giovanni XII,
che aveva posto la
sua sede pontificia
nella nostra città, e
di Carlo Malatesta
che prima lo aveva ospitato e difeso nei confronti
dei cardinali del Concilio di Pisa e poi lo
rappresentò
a
Costanza
al
cospetto
dell’Imperatore Sigismondo di Lussemburgo,
riuscendo a confutare e vanificare le pretese dei
due
Antipapi
Giovanni XXIII e
Benedetto XIII. Così
come noi imparammo
personalmente dallo
storico
Oreste
Delucca durante un
nostro riuscitissimo
meeting. Detto fatto!
Trascinato
dall’entusiasmo
di
Stefano Cavallari, il
Presidente
Mario
Gori condivide la
53 Vita di Club n.3
proposta ed io, non saprò mai perché, vengo
coinvolto nell’organizzazione e nella fattibilità
del progetto con l’ausilio di uno spedizioniere
internazionale. Ma nelle biblioteche riminesi ci
si può andare personalmente. Il libro alla
Biblioteca Gambalunghiana è già stato donato in
occasione del nostro meeting. Per la prima
consegna decidiamo di andare alla Biblioteca
Diocesana “Emilio Biancheri”. Una visita
straordinaria. È situata sul Colle di Covignano,
nei locali dell’ex Abbazia di Santa Maria di
Scolca (San Fortunato).
Già la localizzazione è
panoramicamente
stupenda. Altrettanto la
prestigiosa sede ricavata
dal vecchio monastero.
Entriamo
con
circospezione da una
porta secondaria che si
apre
sul
giardino
posteriore.
Silenzio
monacale. Nella prima
stanza che incontriamo
non c’è nessuno. Più
fortunati nella seconda
dove
ci
affacciamo
prudentemente prima con
le teste e poi entriamo con
passo felpato per non fare
rumori. Ci accoglie una
gentilissima
e
timida
signorina
attorniata da
carrelli carichi di libri. Si
presenta sommessamente.
È la bibliotecaria Sara
Parma. A nostra volta ci presentiamo e le
spieghiamo lo scopo per il quale siamo lì. In
mano abbiamo il libro. Nel vederselo consegnare
rimane sorpresa e meravigliata, quasi come se si
avverasse un desiderio! Certamente è
comprensibile per chi vive in biblioteca ricevere
un libro, ma è incredibile che fossimo proprio
noi a realizzarlo! Dopo una pausa, ci dice:
aspettavo il vostro libro! Ne avevo sentito
parlare e mi auguravo di riceverlo in qualche
modo! Tutto ciò non è sorprendente? Non è
appagante per l’iniziativa fatta dal nostro Club?
Per un attimo ci siamo sentiti importanti! Ci
scambiamo brevi frasi, occhiate furtive, sorrisi
compiaciuti. Tutto questo in una atmosfera
ovattata della piccola stanza monastica con le
antine della finestra socchiuse per non fare
entrare il sole cocente del pomeriggio. Incontro
“magico” tra chi ama appassionatamente i libri e
la loro storia. Mentre io me ne sto un po’ in
disparte ad ascoltare silenziosamente con la
macchina fotografica in mano. Terminati i
convenevoli la bibliotecaria ci porta a conoscere
la collega archivista: Federica Giovannini. Tutta
in viola, discretamente sbarazzina. Ci accoglie
anche lei con un gentilissimo sorriso. Siamo in
sala lettura, con un grande e moderno tavolo al
centro sul quale ci sono diverse attrezzature
elettroniche.
Parliamo
sottovoce
per
non
disturbare alcuni lettori
attorniati dagli scaffali
ricolmi di libri. Con tanta
cortesia e, soprattutto,
conoscenza, ci spiega le
modernissime tecnologie
informatiche
per
la
catalogazione delle opere
avvalendosi in rete di un
progetto
bibliografico
della Chiesa Italiana.
Dopo la sala lettura,
molto luminosa senza un
sapore di antico, ci fanno
visitare il magazzino
librario. Un ampio e
lungo locale situato nel
sottosuolo, nel posto
delle antiche cantine
dell’abbazia. Ci sono altri
due locali importanti: la
Sala Biblica dove sono
stati riuniti tutti gli studi
moderni sulla Sacra Scrittura, e il Fondo Antico
dedicato alla conservazione del nucleo originario
della biblioteca. Ad oggi la biblioteca conta oltre
75.000 volumi. La storia della biblioteca
diocesana, sorta nel 1568 con la costruzione,
primi in Italia, del seminario ad opera del
vescovo Giulio Parisani, è descritta dal Prof.
Pier Giorgio Pasini in un volumetto, che le due
signorine ci donano prima di lasciarci. Nel
ringraziarle per l’accoglienza e salutarle mi viene
spontanea una frase “birichina”: pensavo di
trovare facce “incartapecorite”, mentre ne
abbiamo trovate due sorridenti, giovani e, perché
no, anche carine. Stefano sorridendo mi approva!
Andateci. Oppure visitate il sito
www.bibliotecadiocesana.rimini.it.
54 Vita di Club n.3
I MEETING
PREMIO “V. VITALE”
Il 24 maggio 2001 all’Holiday Inn ha avuto luogo la serata dedicata alla
musica. È iniziata con il concerto offerto dal chitarrista
Niccolò Facciotto e dal pianista Giacomo Fiori, allievi al
nono corso dell’Istituto Musicale G. Lettimi di Rimini,
assegnatari del Premio Vitale in
quanto risultati i più meritevoli
(hanno riportato il massimo dei
voti) nell’anno in corso. Niccolò
è iscritto alla Facoltà di
Ingegneria aerospaziale di Forlì
e si sta anche esercitando nella
direzione
d’orchestra, è
dunque un musicista a tutto
campo; Giacomo è più
specializzato nel pianoforte, ma
ha già vinto numerosi concorsi.
Presentati dal Direttore Prof.
Domenico
Colaci
e
dall’insegnante
prof. Maurizio Cerqua, hanno
intrattenuto
gli
ospiti dimostrando la loro eccezionale bravura con
l’esecuzione impeccabile di difficili brani (ritmi di
sapore cubano, “Fuga degli amanti nella valle
dell’eco” e “Ballata della donzella innamorata” per la
chitarra di Niccolò e un complesso, labirintico pezzo
di Brahms con capricci ed intermezzi intercalati per il
pianoforte di Giacomo).
Dopo il concerto la premiazione; la socia Eugenia
Vitale consegna ai due
artisti il meritatissimo premio. La serata prosegue con
la relazione sulla storia
della Sagra malatestiana da parte di Giampiero Piscaglia, l’attuale Direttore.
LA STORIA DELLA SAGRA MALATESTIANA
di GIAMPIERO PISCAGLIA (tratto dalla conversazione registrata)
L
a Sagra malatestiana ha ben
sessantadue anni di vita. Chi non
conosce la città, la considera
un’anomalia: perché è nato proprio a
Rimini un festival di musica classica? – è la
prima domanda a cui dobbiamo rispondere. Non
solo vi nasce nel 1950, ma poi dura nel tempo e
cresce fino alle grandi dimensioni di oggi. La
nascita è dovuta a due ricorrenze: festeggiare i
500 anni della costruzione del Tempio
malatestiano e celebrare la riconsegna ai
Riminesi, il 30 luglio 1950, del Tempio
restaurato dopo la distruzione della guerra. Il
Tempio ha subito bombardamenti pesanti verso
la fine del dicembre 1944 e del gennaio 1945.
Seguono cinque anni di lavori intensissimi,
molto accurati; il sagrato e l’abside sono andati
distrutti, tutte le pietre vengono meticolosamente
smontate, numerate, restaurate e ricollocate nella
stessa posizione. Il 5 agosto avviene la prima
edizione della Sagra al tempio; in questa
splendida cornice di rara bellezza nasce la più
avvincente avventura musicale del nostro
territorio, che durerà dentro il tempio fino al
1992 e farà conoscere Rimini, la Sagra e i
Malatesta ad un pubblico di mezza Europa.
Un’avventura che ha attraversato decenni e
generazioni, ha visto passare cambiamenti
epocali che hanno distrutto quasi tutto, ma non la
sagra. Quel 5 agosto è chiamata sul palco
l’orchestra del Comunale di Bologna, il
repertorio è dedicato al prete musicista don
Lorenzo Perosi, di cui vengono eseguiti il
“Transitus animae” e il “Giudizio Universale”;
qualche giorno dopo il “Requiem” di Verdi e il
12 agosto il grande Guarneri chiude la prima
edizione. Tutta la città si mobilita e si stringe
attorno a questa sua creatura; sorge una pletora
di comitati: organizzativo, artistico, scientifico,
quello dell’ospitalità, come oggi non ci
sogneremmo mai; decine e decine di riminesi si
uniscono volontariamente per celebrare i due
55 Vita di Club n.3
anniversari e la Sagra, organizzando una mostra
alla Biblioteca Gambalunga, conferenze,
dibattiti. Una mobilitazione che fa pensare alla
laboriosità della nostra gente romagnola più che
riminese, Rimini non è mai stata una città molto
costruttiva e solidale, anzi è sempre stata
smaliziata e cinica, dove se io non riesco a fare
una cosa, tu non la fai. La Direzione Artistica
viene data a Carlo Alberto Cappelli, già
sovrintendente dell’Arena di Verona e del
Comunale di Bologna. Un’altra domanda cui ci
viene spesso chiesto di rispondere è come mai la
sagra sia nata ad opera dell’Azienda di
soggiorno, non del Comune, o della Regione. Ci
aiuta a rispondere un aneddoto di Glauco
Cosmi, il grande padre spirituale che ha preso
per mano la sagra e l’ha condotta alla grandezza;
nello stesso anno in cui l’Azienda di soggiorno
fa partire il modello di turismo popolare di massa
(turisti col gommone che deborda dalle
vetturette), crea un festival di musica classica.
Allora era comandante della Capitaneria di
porto, il tenente di vascello
Alessandro
Cecchi;
quando
diventa presidente dell’Azienda di
soggiorno, poiché era stato
compagno
di
scuola
all’Accademia Militare di Livorno
di Giulio Andreotti, riesce a
ottenere dall’allora ministro del
turismo, finanziamenti all’azienda
di soggiorno. Non so se sia verosimile, ma
questo era il clima visionario dell’epoca, da parte
di uomini che erano di amici Federico Fellini, di
Sergio Zavoli. La sagra rispondeva anche a
un’esigenza impellente: i musicisti erano senza
lavoro da tempo, il teatro era distrutto e non
veniva mai ricostruito. Il fascino del Tempio era
innegabile, benché ci siano stati tentativi da parte
della curia di allontanarla dal tempio prima del
1992. C’è un aneddoto anche per questo: una
delegazione andò dal vescovo e disse: o
facciamo miss Italia a Rimini o facciamo la
sagra! La sagra continuò per tanti anni ancora,
fino a diventare una delle manifestazioni più
longeve dopo il Maggio fiorentino e la Sagra
umbra.
Dal 1992 è fuori dal Tempio per volere del
vescovo, prima fu trasferita all’aperto (Toscanini
diceva: all’aperto si può solo giocare a bocce!),
poi sotto i capannoni della Fiera. Ce n’è voluto
di tempo perché il pubblico si affezionasse alle
nuove sedi; a detta dei direttori che si sono
succeduti l’attuale spazio è funzionale, si può
stringere o allargare, ma non ha certo il valore
aggiunto del Tempio. Nonostante questo la Sagra
è sopravvissuta, perché? Ho una mia idea. La
sagra si è distinta per cicli, abbastanza lunghi i
primi, una decina d’anni, poi molto più brevi, al
termine dei quali essa si è evoluta, ha fatto delle
svolte, si è emendata, anche a costo di battaglie
cruente e di polemiche durissime; la sagra ha
saputo guardare la realtà e cambiare. I Festival
che non hanno fatto questo e sono andati avanti
per inerzia, sono morti. Il primo ciclo dura dal
1950 al 1960, è il periodo della grande musica
sacra, non subito arriva la musica sinfonica, nel
1952 c’è una Nona di Beethoven, ma bisogna
aspettare il 1957 perché essa arrivi in grande
stile. Andava molto la musica barocca, da
camera, anche se era molto problematico sentire
la musica barocca dentro il Tempio; lo strumento
liturgico per eccellenza era l’organo, c’era un
Tamburini restaurato. Qualche opera fu fatta in
piazza, la Bohème e il Faust di Gounod nel 1953,
al Teatro Novelli Wagner. Nel 1958 – aneddoto
raccontato
da
Zangheri
l’orchestra
Fox
di
Praga,
un’orchestra residente della Sagra,
viene bloccata alle frontiere
dell’est europeo e la sagra deve
slittare a mesi dopo. Sono anni di
grandissimo fulgore tuttavia, i
concerti dal Tempio Malatestiano
venivano trasmessi in diretta in
Eurovisione. Poi gli anni Sessanta vedono uno
sviluppo ulteriore di managerialità, nascono
l’Orchestra Filarmonica malatestiana della Sagra
(i musicisti riminesi vogliono uno strumento
produttivo come l’orchestra stabile) e
un’associazione parallela che si mette in sinergia
con l’orchestra per elaborare programmi. È una
svolta dura, cui non è stato facile abituare il
pubblico; si è ovviato invitando solisti come
Benedetti Michelangeli (1952, 1962) che fece a
Rimini il suo ultimo concerto. Data epocale per
la storia della musica: Cosmi impedì che
Benedetti Michelangeli fosse arrestato per
evasione fiscale prima del concerto, la guardia di
finanza aspettò dietro le quinte prima di
irrompere nei camerini e portare via l’artista. Il
decennio finisce nel Sessantotto quando arriva
ovunque il vento della contestazione; per la sagra
è una svolta dolorosissima, essa ha bisogno di
una sua caratterizzazione, bisogna bucare
rispetto a quello che c’è intorno – si dicev. È
ancora così, oggi si direbbe ricerca di
un’immagine che porti rassegna stampa,
56 Vita di Club n.3
primizie, cose esclusive, ma a quali costi? Ci
sono direttori artistici che venderebbero la
propria intera famiglia pur di fare l’esclusiva, ma
i costi per fare da soli sono esorbitanti. Allora
vengono invitati tre grossi critici musicali e
giornalisti, Curir, Confalonieri e Pironti, tre
menti che danno subito la svolta: fanno una sagra
più per la critica che per il pubblico, scegliendo
un repertorio che ha un grande successo di
critica, ma dura solo due anni, perché alla fine
del secondo anno invitano un gruppo di New
York, gli Studio Singer, che si esibiscono a torso
nudo sul palco con incursioni lungo le navate del
tempio, decretando la fine di questo ciclo
concettoso. Dal 1970 al 1975 la sagra trova la
sua dimensione, la sua struttura che è poi quella
di oggi, la suddivisione in sezioni, la musica da
camera non si fa più al Tempio, ma altrove, si
aumenta il numero dei concerti (da 3 a 15), si
sfoggia lo star system, da Pollini a Renata
Tebaldi, Zecchi, Chally. Dal 1975 la sagra si
rende conto di vivere un momento dorato che è
però uno splendido isolamento, capisce che
bisogna proiettarsi fuori dai confini nazionali e
si rivolge al sistema regionale più avanzato
d’Italia. L’Emilia Romagna ha per prima un
sistema di produzione e distribuzione degli
spettacoli che altre regioni copieranno negli anni
successivi; l’Ater, l’Ert, la Toscanini, l’Oser,
l’Ater
Balletto, rivolgersi ai quali poteva
comportare il rischio di essere fagocitati. La
scelta si fa e la sagra è portata oltre i confini
nazionali. Nel 1976 nasce a Rimini la prima
edizione di Ater Forum che dimostra una
costante della sagra: l’attenzione ai giovani; in
esso si realizza sia il confronto di esperienze sia
un giudizio critico su ciò che non funzionava nel
mercato della musica. Zangheri, Gavrilovic,
Chacarov, Zinnerman sono i grandi che nascono
in questo ambito. Poi nel 1980, per giochi
politici, l’Ater Forum viene scippato a Rimini e
trasferito a Ferrara; grande lutto e cinque anni di
crisi d’identità alla fine dei quali la sagra chiama
due eminenti critici e musicologici, Gabriele
Gandini e Michelangelo Zurletti, l’uno direttore
del Festival delle nazioni di Città di Castello,
l’altro capopagina della pagina musicale de La
Repubblica. Fanno due edizioni al termine delle
quali vengono affiancati da una Commissione
consultiva della musica di cui fanno parte Guido
Zangheri, Maurizio Cerqua, Simona Moroni,
Giulia Vannoni, Gianluca Spigolon, Pizzi, ecc.
La cosa non funziona perché i due si sentono
braccati, con tutta la buona volontà della
commissione che si confrontava con loro e di me
che ero nel mezzo. Nel 1986 fino al 1992
ricomincia un’esperienza sui giovani, nasce la
Rassegna internazionale dei Conservatori, una
specie di spaccato europeo, di confronto
dell’istruzione musicale all’estero e in Italia con
esecuzioni dal vivo. Un’esperienza bellissima,
ma anche impietosa per i nostri conservatori;
eppure, dentro la rassegna, viene creato un
Comitato
nazionale
per
la
Riforma
dell’Istruzione musicale, progetto ambizioso del
quale fanno parte tutte le organizzazioni che si
occupano di formazione e di istruzione musicale
in Italia, dal Cidim alla Società di Musicologia, a
Fiesole, al direttore del Dipartimento
dell’istruzione musicale del Ministero della P. I.,
Bruno Boccia. Poi arriviamo alla storia moderna;
l’insegnamento di Glauco Cosmi ci è servito
parecchio: così egli ragionava – “se tu non hai il
polso della tua comunità, fallisci; un evento
culturale esiste solo se esiste un rapporto di
reciproco condizionamento tra chi propone e chi
ne fruisce”, se non c’è la rielaborazione
individuale di chi ne fruisce, hai voglia a
proporre Bach o Beethoven al posto di Casadei,
non per questo si ha un evento culturale. Devi
incrociare il pubblico, non assecondarlo, ma
indurre provocazioni. La storia della sagra è la
storia di un sentiero stretto: da una parte deve
essere festival per la critica, dall’altra stagione
per il pubblico. Bisogna sapere dove
avventurarsi: contro i 700 posti del Tempio, i
grandi concerti sinfonici di oggi realizzano
mediamente 1400 ospiti paganti, quindi 15001600 presenze che neanche città più grandi della
nostra con bacini di utenza più numerosi
riescono a ottenere. Quest’anno nell’anno
malheriano la sagra si inaugura con la maestosa,
enorme Sinfonia dei Mille, 300 musicisti, due
orchestre, tre cori sul palco, in un Auditorium
che molti disprezzavano, ma che ha una
funzionalità che in altri spazi non si può avere.
Grandi nomi di direttori e solisti, tanti percorsi
lungo i quali il pubblico si può avventurare:
produzioni, opere contemporanee, musica da
camera, i concerti della domenica, il ciclo
dedicato a Bach, percuotere la mente. Insomma
la sagra esercita una funzione formativa, non
solo fruitiva, come era nel Medioevo quando la
musica faceva parte del Quadrivium, con la
matematica, l’astronomia e la geometria, prima
che il Concilio di Trento bandisca la musica
dalle chiese e la releghi al mondo dello
spettacolo.
57 Vita di Club n.3
CHARTER NIGHT
IL TRENTESIMO
COMPLEANNO
Un evento indelebile nella memoria del Club.
di ANNA MARIOTTI BIONDI
I
l giovane Mario ce l’ha fatta a traghettare il
Club dal ventinovesimo anno al fatidico
trentennale. Mentre i soci fondatori stavano
affacciati al balcone, quasi arricciando il
naso a giudizio sospeso circa il valore delle
nuove leve e restii a rimettersi in gioco dopo
aver dato il meglio di sé ai loro tempi, il gruppo
di giovani soci costituenti il Direttivo 2010-2011
ha fatto quadrato attorno al presidente, che è
anche il più giovane dei soci, gli ha costruito
intorno una barriera “protettiva” fatta di
efficienza e organizzazione e, insieme, per
attirare l’attenzione e l’interesse di soci dalla
partecipazione saltuaria o semplicemente un po’
spenta, hanno proposto contenuti di grande
spessore per tutti i gusti. Così l’anno
lionistico si è svolto come da
programma con la realizzazione di
service, meeting, eventi importanti,
con un unico neo, la mancata
realizzazione della visita a Limbiate
(con estensione nel Varesotto) che
rientrava nello spirito del service “Un
cane in memoria di Chicco Gori”, ma
che è andata deserta, nonostante una
programmazione perfetta by Franca
Marani, in quanto i soci non hanno
aderito, non capendo lo spirito di
unione, amicizia, solidarietà che
ispira la gita di club, soprattutto di
58 Vita di Club n.3
questa legata al service. Così è arrivata la 30ª
Charter night che ha siglato in maniera
letteralmente pirotecnica un buon anno superiore
alle aspettative. Elegante il
bell’ambiente sul mare che dà
panoramico risalto al volto più
nuovo di Rimini (ma forse il più
antico), città sul mare, città di
mare,
con
una
darsena
spettacolare. Al ristorante “La
prua” l’odore del mare arriva con
la brezza tra i lunghi tavoli dove i
soci si distribuiscono con i tanti
ospiti, amici e parenti, mentre dai
grandi acquari fanno capolino le
creature che, trasformate in un
sapiente menu, colmano i piatti per
tutta la lunga festosa notte
celebrativa. Commovente l’esordio
della serata: dopo l’arrivo
del
Governatore
Guglielmo
Lancasteri,
affiancato
dal
past
governatore
Ezio
Angelini,
l’efficiente,
nonché bella Cerimoniere
Distrettuale
Sandra
Sacchetti, ha dato il via
all’aspetto
formale
dell’evento,
presentandone il primo
atto ufficiale, la cerimonia di assegnazione
della Melvin Jones, la più alta onorificenza che
un Lions possa vedersi assegnare dal sodalizio
per il suo servizio. Dopo Anna Cavallari, Mario
Alvisi ed Elio
Bianchi, la scelta
è caduta su Pietro
Giovanni Biondi,
di cui si è visto in
diretta il genuino
stupore,
la
commozione,
nonché l’immenso
orgoglio suscitato
dall’onore
contenuto
in
quella targa di
legno: che vuol
dire
che
hai
vissuto più di
vent’anni della tua vita aderendo ai valori del
Lionismo, al codice etico sotteso, in maniera
leale, onesta, sincera, umile perché “servire”
richiede come prima dote proprio l’umiltà. «Per
aver interpretato il Lionismo e il Servire come
regola di vita.» - si legge nella motivazione.
Ovviamente dove… stanno per
spuntare le lacrime, le mogli corrono
in soccorso e mascherano, dietro un
bacio scherzoso, il momento clou.
Il secondo atto celebrativo è la
ricorrenza
della
trentesima
charter: i soci fondatori si schierano
in drappello, ben lieti di figurare
ancora baldi, forti ed autorevoli
nonostante non siano più i giovani
leoni che nel 1981 diedero vita ad
un club di… Malatesti, che sta
indubbiamente per “spiriti liberi ed
indipendenti”.
Evidente
la
soddisfazione
del
giovane
presidente, che allora aveva solo
dieci anni, mentre appunta
sul loro bavero la spilla
ricordo.
Piovono
poi
riconoscimenti per tutti
coloro che si sono distinti
per
assiduità
di
partecipazione, per attività
di collaborazione, per
meriti speciali. Mentre il
trio di Aldo Maria
Zangheri,
protagonista
con la sua amata viola del Concerto “Sull’ali
dorate”, suona in sottofondo, la festa diventa
sempre più calda: il presidente ha onorato il suo
programma ed è in grado di consegnare al
Presidente
del
Centro Cani guida
dei
Lions
di
Limbiate
(MI),
Andrea Martino,
la
somma
di
12000 Euro per il
cane che, una
volta
di
più,
servirà ad onorare
e ricordare la
figura di suo padre
Chicco, il primo
officer distrettuale
del
service
nazionale, di cui
Ezio Angelini prima e Pietro Giovanni Biondi
poi, hanno ereditato le ultime volontà lionistiche:
Aiutatemi a donare un cane guida – disse poche
59 Vita di Club n.3
ore prima di morire. In disparte, perché
preferisce rimanere in incognito, Angela
Leardini, la mia amica prof. di matematica, che
ha venduto cinquanta mazzi di carte e consegna i
500 euro ricavati ad Andrea Martino, è da lui
premiata col guidoncino del Centro. Al
Governatore Lancasteri viene consegnato il
contributo del Club per il Centro polivalente di
Cervia.
La terza parte della serata è riservata al
passaggio delle cariche; il presidente Mario
Gori, che del padre Chicco ha la simpatia, oltre
alla bonomia ed umiltà, ammette di essersi
affezionato al ruolo,
“viziato” da un
Direttivo che gli ha
reso tutto facile, ma
di essere pronto per
altre mete, visto che
la sua… stazza è
così somigliante a
quella imponente e
importante
del
Governatore; intanto
farà il Delegato di
zona,
poi,
“crescendo”,
si
vedrà…
Glielo
auguriamo di cuore perché il Lions ha bisogno di
gente pura di spirito. Il governatore incorona il
nuovo Presidente Roberto Morbidi, che da due
anni si è fatto conoscere per l’efficienza e
l’efficacia del suo operato come segretario. Una
volta ricevuti i simboli della Presidenza, dopo i
e perché no, “staccare la spina”. Per far questo,
credo sia sempre più necessario l’apporto
dell’altro elemento fondamentale del Club: le
signore, mogli, fidanzate, compagne sono
invitate a trovare momenti d’incontro. Fra amici
tutto diventa più facile, trovare idee, soluzioni, e
il tempo per concretizzarle. “Noi serviamo” è il
nostro motto e non significa solo fare
beneficenza. Nel mio programma rispetterò, per i
service, la tradizione del Club, mantenendo viva
l’attenzione sui non vedenti, sui giovani, sul
territorio riminese, e su iniziative internazionali,
nazionali e distrettuali. Per quanto riguarda i
“meeting”
parleremo
di
cinema, di arte, di
sport, di Rimini, di
problemi sociali, di
ballo, di economia,
di moda, di storia.»
Il neo presidente
schiera infine la sua
squadra, mentre le
signore si passano il
testimone offrendosi
l’un l’altra mazzi di
fiori. La bella serata
è stata lunghissima,
saluti e i ringraziamenti di rito, egli mostra la sua
soddisfazione per l’appartenenza ad un club vivo
e vitale. «Mi piacerebbe - egli dice - cercare di
rafforzare quello che amiamo definire “lo
spirito dei fondatori”… e cioè il club dovrebbe
essere visto come il luogo dove trascorrere fra
amici piacevoli serate, dove è possibile rilassarsi
60 Vita di Club n.3
quasi nessuno avesse voglia di concluderla in
quanto tutti indistintamente, vecchi e giovani
leoni, vecchie e giovani mogli, hanno insieme
Elide Gori riceve un Attestato di apprezzamento.
respirato l’aria festosa del lionismo più puro,
quello che suggerisce, prendendo a prestito da
altri le parole…, “ama il prossimo tuo come te
stesso”!
Giorgia Gori dona i fiori a Norma Morbidi.
Consiglio Direttivo 2011-2012
approvato con delibera del 20 maggio 2011
Presidente ROBERTO MORBIDI
Past Presidente MARIO GORI
1° Vice Presidente GIANFRANCO SIMONETTI
Segretario PAOLO MARANI
Tesoriere GIOVANNI BILANCIONI
Cerimoniere GIANFRANCO SIMONETTI
Censore EGIDIO AGUTI
Consigliere RAFFAELE PETRILLI
Consigliere MARCELLO PEDROTTI
Consigliere GIANFRANCO ARSENI
Comitato Soci
MAURO TERCON (Presidente)
PAOLO GIULIO GIANESSI
ANTONIO GALLI
Revisori dei conti
NEVIO ROSSI
DAVID GIULIODORI
FERNANDO SANTUCCI
Collegio Probiviri
STEFANO CAVALLARI
MARIO DE GIAMPIETRO
GIAMPIERO BOCCHINI
Responsabile Informatico EGIDIO AGUTI
Addetto stampa MARIO ALVISI
61 Vita di Club n.3
Sandra Sacchetti, cerimoniere distrettuale, e Ezio
Angelini, past governatore.
Luigia e Andrea Martino,
presidente onorario Centro
Addestramento Cani guida dei
Lions.
62 Vita di Club n.3
Il Club dei past presidenti.
63 Vita di Club n.3
Stemma malatestiano trecentesco della rocca di Montefiore.
1983-84, presidente Arnaldo Bellucci.
1982-83, presidente Fernando Santucci, visita
Governatore Achille Valentini.
1984-85, presidente Eros Bandini.
1985-86, presidente Stefano Cavallari. Festa degli
auguri.
Immagini
1986-87, presidente
Gianmarcello Gorra.
da una storia trentennale
1987-88, presidente Gian Carlo Cecchi,
Festa degli Auguri.
I cuccioli dei giovani Leoni.
I
Festa degli Auguri, il
presepe
vivente
interpretato
dai
cuccioli Marani Zanini.
1988-89, presidente Bruno Tocco.
1989-90, presidente Silvio Cardellini, Festa degli auguri,
Marani, La Placa, Pulga, Cardellini, Bigonzi, Mancini.
1990-91, presidente Svano Pulga.
1992-93, presidente
Luigi Dell'Omo.
1993-94, presidente
Nevio Annarella.
Istituzione del
“Premio Alvisi”, in
ricordo del giovane
Enrico, morto
tragicamente.
1991-92, presidente Elio
Bianchi, intermeeting e visita
del governatore Raffaele Cera.
II
1995-96, presidente
Francisco Gori, istituzione
del meeting a Talamello,
regno dell’Ambra.
1994-95, presidente Pietro Giovanni
Biondi, Festa degli auguri.
1996-97, presidente Mario De
Giampietro, incontro con Sergio
Zavoli.
… E con il formaggio di fossa, immortalato nella
carriola, con Gori, Dell’Omo, Palma, Biondi, De
Giampietro.
1997-98, presidente Giorgio
Mevlia.
1998-99, presidente
Nevio Annarella,
autunno a
Talamello.
Estate al Grand Hotel.
Inno al socio Silvio Cardellini che ci
ospita a Langhirano.
1999-2000, presidente Sergio De Sio,
visita del governatore Gianfranco
Buscarini.
III
Tabacchi, Pecci, Annarella, Rossi, De Sio,
Tisselli, Bianchi, Baldini, Liberati, Biondi.
2000-01, presidente Franco Baldini, Festa degli
auguri con arrivo dei Magi.
2002-2003, presidente Maurizio Graziosi, charter
2002, governatore Franco Esposito, assegnata alla
memoria di Chicco Gori la Melvin Jones. Andrea
Martino riceve la donazione per un cane guida.
2001-02, presidente
Franco Palma con
Francesca Fabbri e
"Titta" Benzi, Biondi,
D.Z., Brighi, pres.
Lions Club Riccione.
A Limbiate accompagniamo Michela Grossi a
ricevere il suo cane Chicca.
Casa di Verdi, gita
sociale.
2003-04, presidente Mario Alvisi. Il
premio E. Alvisi.
2006-07, presidente Massimo
Mancini, charter 2006.
2004-05, presidente David
Giuliodori, charter 2004. 2005-06, presidente Emilio Baldini.
Melvin Jones al dott. Claudio
Costa.
2008-09, presidente
Paolo Giulio
Gianessi, charter
2008.
2009-10, presidente Antonio Galli,
IV
charter 2009.
2010-2011, presidente Mario
Gori, charter 2010.
2007-08, presidente
Mauro Tercon,
charter 2007.
Scarica

Agostino di Duccio (Firenze, 1418 – Perugia 1481 ca