Agostino di Duccio (Firenze, 1418 – Perugia 1481 ca), Angelo reggi stemma, Pietra scolpita, Tempio malatestiano, Rimini. [email protected] Collaboratori del 3° numero, anno 2010/2011 Mario Alvisi - Antonio Battistini - Pietro Giovanni Biondi Stefano Cavallari - Vittoria Currò Dossi - Giorgia Donati Gori Franca Fabbri Marani - Mario Gori - Anna Mariotti Biondi - Andrea Martino Roberto Morbidi - Pier Giorgio Pasini - Giampiero Piscaglia - Giampaolo Proni Alessandro Segurini - Alfonso Vasini - Aldo Maria Zangheri Progetto grafico e impaginazione Anna Mariotti Biondi Fotografie Mario Alvisi Vita di Club Anno lionistico 2010 – 2011 Numero 3 Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta SOMMARIO: Incontri Conferenze Conviviali Servizi Viaggi Curiosità Novità Ricordi Arte Musica Poesia Amicizia Solidarietà Mostre Musei Gastronomia Posta Attualità Chiacchiere Pensieri Brevi Lionismo Anniversari Ospiti Atmosfere Nostalgie Progetti 4 5 6 7 8 11 12 13 15 16 La pagina del Presidente Dati storici Operazione trentennale Il primo presidente Il primo service I service I service delle signore L’angolo dello sponsor I service 18 I service 21 I service 22 Saggio 30 I grandi service 31 I service Inserto 33 I ricordi 34 I rimpianti 37 Operazione trentennale 41 I temi malatestiani 48 I meeting 51 I meeting 53 I service 55 Premio Vitale 58 Charter night 62 Cari amici I numeri del Club Come eravamo Discorso del Lions Guida Gino Magnani L.I.O.N.S.: un acronimo da interpretare Quattro ruote e un pallone I service delle signore La scuola delle mogli Sponsor: Banca Generali “Un poster per la pace” Città di Rimini 2010-2011 Premio “Morena Ugolini” Cani guida a ritmo di rock Tutta un’altra piccola, ma sincera storia del Rock Rimini, Luglio 1984 Il mio Limbiate Day 2011 Immagini da una storia trentennale Una storia trentennale Nostalgia degli amici Sull’ali dorate La politica artistica dei Malatesta Rimini risorgimentale Immagini, passioni e abitudini dei Riminesi nel loro territorio Una visita straordinaria Premio “V. Vitale” Storia della Sagra Malatestiana Il trentesimo compleanno Immagini della 30ª Charter night LA PAGINA DEL PRESIDENTE Cari amici, abbiamo concluso l’anno del trentennale nella splendida cornice della Darsena di Rimini con una partecipazione davvero importante. Erano presenti infatti il governatore Guglielmo Lancasteri, che ringrazio, con la sempre deliziosa cerimoniere distrettuale Sandra Sacchetti, il past governatore ed amico Ezio Angelini, il presidente onorario del Centro Cani Guida del Lions Club Andrea Martino, tanti altri amici e con quasi l’80% di presenze dei soci. Quando un club si ritrova nel suo atto conclusivo con una presenza così significativa è la dimostrazione di una vitalità ancora intatta nonostante i 30 anni di vita. Sono stato eletto in sostituzione dell’amico Elio Bianchi, che sarebbe stato un ottimo presidente se motivi di salute non gli avessero impedito di accettare l’incarico; io ho accettato per spirito di servizio, ben sapendo che l’anno del trentennale era un passaggio impegnativo per il club. Fare il presidente di un Lions Club così importante è stato per me davvero motivo d’orgoglio. Nel corso dell’anno, che mi ha visto presente in tanti eventi distrettuali, sono arrivato a capire il peso e il prestigio che il Rimini Malatesta ha in tutto il distretto. Il nostro club non è come un altro club, in questi trent’anni siamo riusciti a ritagliarci un ruolo e una posizione di primissimo piano. Per questo motivo una volta che ci mettiamo al collo il simbolo del nostro club, ne portiamo anche il peso e la responsabilità. Un peso ed una responsabilità che non fanno venir meno il piacere del ruolo. Mi sono giunti inviti da ogni parte, ho ricevuto chiamate per saluti e complimenti, gli amici ti riconoscono in tv e sui giornali, la gente si informa, il tuo piccolo focolare domestico si anima di discorsi. È davvero gratificante e la cosa non può che far piacere. Quando infine si entra nel ruolo e parlare in pubblico o rilasciare interviste diventa ormai una routine, è giunto il momento di passare la mano. Al termine del mio anno di presidenza vorrei lanciare un messaggio. Mettersi al servizio del club, magari come presidente, non porta via tanto tempo, non sarete travolti dagli impegni, non dovrete essere chissà dove e chissà quando. Chiaramente l’impegno c’è, ma questo, se si è in grado di delegare e di coinvolgere il maggior numero di persone, è davvero nella norma. È il consiglio direttivo il vero motore del club. Il segretario, il tesoriere, il cerimoniere e forse, soprattutto, il “semplice” consigliere sono ruoli importanti e se si riesce lavorare in team è davvero un anno bello ed indimenticabile. Insieme abbiamo Giorgia Gori riceve il dono del Club e l'omaggio floreale fatto tante cose, ma vorrei sottolineare l’importanza da parte di Norma Morbidi. del grande concerto del Trentennale al Teatro Novelli, che ha richiesto uno sforzo organizzativo ed economico per il club e per il sottoscritto, e il Concerto Rock che ha contribuito a finanziare la donazione di un cane guida a nome di mio padre Chicco Gori che, a quasi dieci anni dalla scomparsa, rimane vicino a me come al Club. Poi arriva il momento di preparare la charter e il passaggio del testimone; cominci a fare bilanci, rendendoti conto che molte delle idee che volevi realizzare sono rimaste tali, ma ti consola il convincimento che, nel tuo piccolo, hai messo il tuo personale mattoncino nella storia del club. Leggendo il programma della charter trovi all’ultima pagina che non sarai tu, ma “sarà il prossimo presidente ad effettuare il tradizionale tocco di campana” e allora capisci che dovrai ben presto scivolare in seconda fila. Così saluto con un abbraccio a tutti, Mario Gori 4 Vita di Club n.3 DATI STORICI I NUMERI DEL CLUB Denominazione del Club: RIMINI MALATESTA Codice del Club: 39719 Data Proposta Fondazione: 03 gennaio 1981 (dal Rimini Riccione Host) Data riunione fondazione: 12 febbraio 1981 Data Costituzione: 23 febbraio 1981 con 29 soci iniziali Data Omologazione: 02 aprile 1981 Data Charter: 30 giugno 1981 con 38 soci fondatori Club Sponsor Rimini Riccione Host – Lions Guida Prof. Gino Magnani Club Gemellato: Cerveteri-Ladispoli Clubs Fondati: il Morciano Valle del Conca e il Leo Club Rubicone Soci Attivi al 30 giugno 2011 n. 45 di cui 10 fondatori Soci totali iscritti negli anni n. 128 – Anzianità media 12 anni Soci totale persi n. 82 (di cui 2 trasferimenti) Soci defunti mentre erano attivi n. 12 Charter night giugno 1981: Stefano Cavallari, primo presidente del Lions Club Rimini Malatesta e Giuseppe Cantoni, presidente del Lions Club Rimini-Riccione Host. Presidenti n. 28 (Stefano Cavallari e Nevio Annarella per due volte) Meeting svolti n. 550 di cui: - 212 di carattere lionistico; - 44 storia; - 18 arte; - 22 medicina; - 28 economia e finanza; - 32 civico/sociologico; - 21 musica; - 20 scuola; - 25 cultura / letteratura; - 15 sociale; - 9 media (cinema, teatro, televisione, radio); - 16 turismo; - 14 scientifico; - 7 religioni; 7 sport; - 9 militare/patriottico; - 51 ludico/gastronomico. ATTUALI SOCI FONDATORI L.C. RIMINI MALATESTA n. Cognome Nome Data ingresso anzianità/anni CODICE NOTE Anno Presidenza 1 ALVISI MARIO 1-apr 1981 29 1255248 Fondatore 2003-2004 2 ANNARELLA NEVIO 1-apr 1981 29 1255250 Fondatore 1993-1994 / 19981999 3 BOCCHINI GIAMPIERO 1-apr 1981 29 1255255 Fondatore 4 CAVALLARI STEFANO 1-apr 1981 29 1260611 Fondatore 5 FRATTI ALVARO 1-apr 1981 29 1260616 Fondatore 6 SANTUCCI FERNANDO 1-apr 1981 29 1271345 Fondatore 7 ZANINI GABRIELE 1-apr 1981 29 1276704 Fondatore 8 GARDENGHI MAURO 1-mag 1981 29 1260618 Fondatore 9 MARANI PAOLO 1-mag 1981 29 1265981 Fondatore 10 PALMA FRANCO 1-lug 1981 29 1265986 Fondatore 5 Vita di Club n.3 1981 / 1981-1982 1985-1986 1982-1983 2001-2002 OPERAZIONE TRENTENNALE COME ERAVAMO Diario della 1ª Charter Night all’Hotel Bellevue di Rimini il 30 giugno 1981: appunti scritti durante la cerimonia a ritmo… sincopato e senza censura. di MARIO ALVISI S farzo, colori, cerimonie, saluti, conservatorismo troppo sfacciato rispetto allo spirito lions, un lionismo moderno teso verso “una umanità che soffre”! Quanta retorica falsità che francamente mi rifiuto di approvare. (Il primo segno della mia insofferenza verso gli stereotipi di classe che poi esprimerò anche in altre occasioni). Non manca una nota di colore: il ritardo del Governatore (Gisleno Leopardi) che fa impazzire Gorra, perfetto organizzatore di questa cerimonia. In attesa, un’ora di ritardo è comunque troppa, stiamo in un salotto dove l’aria condizionata è alquanto desiderata. Un signorile drink ci accoglie nei salotti dell’hotel. Signore bellissime, toilettes splendide, fascino dell’eleganza e della signorilità in tutti i convenuti che danno un tono chic alla manifestazione che comunque resta un fatto mondano al di là delle parole che dovrebbero contenere i motivi fondamentali della nostra attività. Rose rosse vengono offerte alle signore. Con un certo patema d’animo ognuno di noi s’appresta alla firma del documento ufficiale che attesta la nostra appartenenza al Club. Nella saletta dell’hotel appositamente addobbata con eleganza, ogni socio viene chiamato in ordine alfabetico a firmare la Charter. Il rito solenne viene vissuto con trepidazione da ognuno di noi che con gesti non certamente spontanei assolve il rito a cui siamo chiamati. (Dovevo essere il primo a firmare, ma non è così, perché sto facendo le solite fotografie). La cerimonia breve, ma densa di significati trova il Governatore Gisleno Leopardi pieno di comprensione per la nostra terra e per la nostra gente e con brevi parole offre il suo addio alla carica ufficiale, non senza rimpianto. Con perfetta sincronia Gorra riesce a disporre a tavola tutti gli ospiti. La sala offre un degno colpo d’occhio, favolosamente arredata, con tavoli ben assortiti nella loro composizione con l’intento di un miglioramento delle relazioni lions, nella convinzione che l’amicizia sia fondamentale per la vita del club e permetta la crescita di un associazionismo valido per la realizzazione degli scopi lionistici. Brevi discorsi, qualche inno e formalità non più accettate; ormai i tempi non sono più per formalità patriottiche, coccarde, bandiere, preghiere (non sapevo di essere un anarchico incallito). Tutti in piedi ancor più imbarazzati ad ascoltare l’inno nazionale e la preghiera Lions artefatte dalle onde sonore di un impianto acustico non troppo funzionante. Il pranzo è ottimo (prosciutto di parma e melone, le crespelle della casa e passatelli di Romagna, sella di vitello “Prince Orloff”, patatine saltate al burro, carote Wichy, fagiolini all’olio, torta lions, frutta di stagione, caffè, digestivi, vini Trebbiano, Sangiovese e spumante Ferrari brut). Una breve parentesi amichevole trova coinvolto il tavolo dove sono De Mari, Palma, Marani e Tocco che, sommamente sorpresi, si vedono offrire champagne da alcuni anonimi amici “americani” ben individuabili. (Infatti sul diario mi trovo inavvertitamente scritto: SALUTI e BACI – BASTA!!! EVVIVA BOTARI (non si legge bene)!!! sottocommento: “è andato in bagno” !!! Una “botta” di pazzia senza firma. Non ricordo chi sia stato. Può darsi che Paolo Marani lo possa ricordare). La serata non può proseguire senza i discorsi, i regali, i battimani. Comincia Cantoni con una breve motivazione della nascita del nuovo Club. Segue Cavallari con una enunciazione del “credo” che sarà nostra guida nella realizzazione del programma per l’anno successivo. Zannini, al di là della retorica, elenca il decalogo dell’operato di noi Lions con passionalità e fervore. Magnani illustra il perché della nascita di un nuovo club e della sua costituzione. Infine Gisleno Leopardi con toni da grande oratore, 6 Vita di Club n.3 teatralmente partecipe della manifestazione che sta vivendo, lancia il suo appello e il suo addio: Amicizia è solo sentimento? Non è orgoglio, ma appagante soddisfazione di un lavoro febbrile per contrarre amicizie che sono l’unico vantaggio per ognuno di noi. Il mio tramonto è l’inizio della tua aurora! Speranze che nutrite sono riposte nei giovani. Quei giovani eravamo noi, soci fondatori del Lions Club Rimini Malatesta. DISCORSO DEL LIONS GUIDA GINO MAGNANI Caro Governatore, gentili Signore, amici Lions, mi sento profondamente commosso per il rito lionistico che sta svolgendosi questa sera, davanti al nostro Governatore, ai Past Governatori, agli Officers del Distretto e dei Club e al Presidente della 1ª Circoscrizione, ai numerosissimi lions e alla sempre gradita presenza delle nostre consorti. Abbiamo il documento della Charter, che consacra l’avvenimento, ma abbiamo anche validissimi testimoni che rendono ancora più solenne il rito. Il Club Sponsor Rimini Riccione Host, confortato dalla simpatia dei delegati di zona, dei Presidenti e dei Lions della nostra Circoscrizione, ha aiutato la nascita del Club Rimini Malatesta, perché convinto che un secondo Club possa convivere nell’ambito della città di Rimini, e collaborare armonicamente col vecchio sodalizio, vecchio per anzianità di nascita lionistica, ma sempre valido sul piano operativo. Questo secondo Club, si potrebbe affermare, non è un altro Club, ma costituisce in sostanza un ampliamento del primo e ne esprime la vitalità. Qui presente c’è, questa sera, il Lions Comm. Emilio Amati, uno dei fondatori, nell’ormai lontano 1956, del Club Rimini Riccione. Egli, fra i soci più attivi e assidui, che ha ricoperto cariche di Club e Distrettuali, riassume in sé l’immagine dei due sodalizi. Ed il giovane Presidente Stefano Cavallari riceve idealmente da lui la fiamma del lionismo. In loro viene simboleggiata la continuità nella coerenza, la fede nei principi, un sentimento che corrisponde all’ idea, idea che è sempre quella che è, a prescindere dal trascorrere del tempo. Mi è stato affidato benignamente l’incarico di “Lions guida” del giovane Club, il compito di partecipare alle loro riunioni e di offrire loro i frutti di quel poco di esperienza che debbo in gran parte al mio Club di appartenenza (il Rimini Riccione). Posso affermare che questi giovani, perché tutti sono giovani, anche quelli che secondo l’anagrafe lo sarebbero un po’ meno, questi giovani che rappresentano assai validamente l’attività di tante categorie e che già sono sicuramente inseriti nella vita pubblica, sono animati da grande passione di operare, passione che è anche sentita dalle loro consorti. Nei pochi mesi da quando sono nati, in assemblee e riunioni di consiglio molto frequenti, hanno partecipato alle discussioni con la vivacità propria dei neofiti, e si sono sforzati di approfondire la conoscenza dello Statuto e del Regolamento, per penetrare con sicurezza nello spirito del lionismo e per preparare i piani programmatici per la sua attuazione secondo una corretta interpretazione dell’etica e degli scopi della nostra Associazione. E già nei vari comitati stanno predisponendo tutto il lavoro per attuare delle iniziative di interesse sociale nell’anno che, in effetti, comincia domani. Il Club Rimini Riccione ha creato le basi per l’istituzione del nuovo Club, attraverso l’opera calorosa, costante, concreta del suo Presidente Giuseppe Cantoni, del Cerimoniere Cirano Montagni, del Segretario Gianfranco Costanzi e del Tesoriere Aldo Sancisi e di tutti gli amici del Consiglio Direttivo e con l’aiuto e l’esperienza del Past Governatore Gino Zannini e dei Soci che hanno seguito con vivo interessamento il lavoro preparatorio e la sua felice conclusione. Anche il Delegato di zona Antonio Maggioli ha contribuito a questo scopo con consigli e con il suo ben noto entusiasmo, partecipando a diverse riunioni preliminari. Dobbiamo gratitudine particolare al caro amico Antonio Luigi Grimaldi, addetto distrettuale estensione club e potenziamento soci. Egli ci ha seguito fin dall’inizio con premurosi suggerimenti, e, quando è stata necessaria la sua presenza, è venuto qua da noi per portare a termine il suo compito con tatto, con competenza e sicura decisione. Lo abbracciamo con affetto e assicuriamo che la nostra amicizia non gli verrà mai meno. Il Club Rimini Malatesta è una nuova pietra utile per quella costruzione aperta che è il Lionismo, e perciò ci sentiamo soddisfatti e pieni di speranza. Infatti il Club è l’elemento base di tale costruzione. Se il Club esplica la sua potenziale energia, realizzando gli scopi per i quali i nostri fondatori, nel 1917, lo crearono, non può non crescere, non può non generare. Il nostro compiacimento nasce anche dalla persuasione di avere operato secondo lo spirito della grande associazione a cui siamo onorati di appartenere. Grazie massimamente al nostro Governatore (Gisleno Leopardi), che proprio questa sera porta a termine un anno di lavoro intenso, e utilissimo per il volto del Lionismo di fronte alla società e per la sua credibilità, e indimenticabile (?), grazie a voi tutti qui riuniti e alle gentili signore, non dimenticando, s’intende, l’ineguagliabile Lilli, consorte del Governatore, perché voi avete voluto, con la vostra presenza, onorare il battesimo ufficiale del nuovo sodalizio. Al neonato Club Rimini Malatesta, nella persona del suo validissimo presidente Stefano Cavallari, del Consiglio Direttivo, di tutti i Soci, delle loro amabilissime consorti, l’augurio di ogni più invidiabile realizzazione. Gino Magnani 7 Vita di Club n.3 IL PRIMO PRESIDENTE L.I.O.N.S.: UN ACRONIMO DA REINTERPRETARE Le motivazioni e la guida dell’operare lionistico sono nella sua sigla fin dalle origini (1916-17): “LIBERTY INTELLIGENCE OUR NATION SAFETY”, ma bisogna reinterpretarla per darle un senso a noi contemporaneo. Esaminiamo insieme lettera per lettera. di STEFANO CAVALLARI LA “L” STA PER LIBERTÀ: nel nostro campo lo interpreterei prevalentemente come indipendenza (ad es. dalle ideologie, dalla politica, dalle fedi religiose, dalle caste, dalle mode, dagli idoli, etc..) e autonomia (che è di colui che decide da solo, per sue motivazioni e scopi e senza influenze altrui). Il Lionismo differisce dal Volontariato perché il “volontario” entra in una istituzione ben definita (Es. Croce Rossa, o un Ordine Religioso) e che deve essere “riconosciuta”, mentre il Lions è il protagonista ed è libero di scegliere qualsiasi mezzo e fine e non deve ottenere riconoscimento da nessuna autorità. Se la Legge (di comportamento) del Lions è dunque quella che si fa solo, si vede subito quanta responsabilità sia correlata a questa impostazione, perché se mancasse la dovuta coerenza crollerebbe tutta la struttura perdendo qualsiasi credibilità. Il Lions è libero, dunque deve agire (una specie del “cogito ergo sum” di Cartesio). Il concetto di responsabilità, pertanto, sarà utile quando esamineremo il service. Questa caratteristica, che pone fieramente e orgogliosamente la libertà come premessa del suo agire, ha costituito un vero ostacolo all’espansione del Lionismo in Stati di concezione prevalentemente autoritaria di tipo orientale. Ma a che cosa serve il Lions: a dare libertà? No, perché chi è libero non ha bisogno di nulla (nemmeno del Lions) e chi non lo è, non diventa libero nemmeno se è Lions. La libertà connota tutta la organizzazione associativa nella quale i Clubs sono “sovrani”, i soci scelgono gli “officers” (cioè i funzionari, non i “rappresentanti” come dal sistema politico elettorale, perché non ci sono “interessi” da rappresentare…); le decisioni sono sempre collegiali; ogni riunione fra i soci è assemblea atta a deliberare (e dico: poiché si tratta di associazione con soci di pari intenti, senza troppe formalità che sono dannose); i Distretti, le Circoscrizioni e le Zone non hanno potere sui Clubs, ma il compito di superiore necessario coordinamento fra questi. Questa è la lesson one che ho imparato; chissà quali altre... Un'altra considerazione molto importante, che è sottintesa nel Lionismo e che consegue al concetto di libertà di cui sopra, è la seguente: chi aspira a questa libertà (cioè a non condizionamenti) deve per forza lasciare al prossimo la stessa libertà e rispettare le altrui scelte e le altrui condizioni sociali, senza minimamente discriminare, perché non vi sono assolutamente “preconcetti”. Da ciò consegue che per il Lions non sono affatto rilevanti le condizioni sociali o economiche dei soci; tutti sono veramente eguali rispetto ai valori che ci si propone di coltivare e non ci sono “più o meno bravi”. Forse è proprio questa la connotazione che ci distingue da altre Organizzazioni similari: il Lions è nato aperto a 8 Vita di Club n.3 tutte le classi sociali; la base, all’origine, era medio - borghese; oggi che le “classi” sono molto meno marcate (conta solo il denaro) dovrebbe essere favorita l’apertura a più vasta partecipazione. Per vero: una “aristocrazia” del “service” lo priverebbe del suo fondamento trasformando il beneficiante in un “mecenate” e così non deve essere secondo lo spirito dei nostri Fondatori. E, se il Lions Club oggi non è abbastanza aperto, allora sarà bene darsi da fare perché altrimenti la cosa non è genuina e il Lions non può rappresentare una Aristocrazia o solo i ceti - maggiorenti. A me piace questa idea di una miriade di Clubs che – tutti liberi di scegliere e interpretare il loro ruolo – pure sono tutti molto uniti nello spirito di cui diremo e che io ho già potenzialmente qualche migliaia di “amici” in tutto il mondo. Ora che c’è internet lo si può verificare all’istante. Poiché abbiamo deciso di dirci sempre tutta la verità, allora espongo che questa Libertà o Sovranità dei Clubs, che è la prima ricchezza della nostra associazione mondiale (direi la nostra carta di identità), non dovrebbe essere adombrata da invadenze burocratiche del Distretto: lo so che nel mondo moderno occorre “incisività” (termine preferito da Santucci), perché i problemi sono sempre più vasti, ma il Distretto deve servire i Clubs e non viceversa, altrimenti una direzione burocratica e verticistica snaturerebbe il Lionismo. È anche vero che il Distretto deve stimolarli se dormicchiano… Non è facile, ma bisogna dunque bilanciare le esigenze moderne nel rispetto dell’autonomia dei Clubs. Vedremo in seguito come questo in pratica si risolve. LA “I” STA PER INTELLIGENCE, termine ove in anglo - americano prevale il contenuto di comunicazione; tradotto in Italiano con “intelligenza” non rispecchia quel significato, anche perché la patente di intelligente non può essere auto - assegnata. Messo subito dopo la “L” (di libertà) può assumere il significato di comunicazione in libertà, ove balza subito all’attenzione il concetto (che è strumento anche operativo ed essenziale) di incontro e conseguentemente di insieme. Mi sia al riguardo consentita un’osservazione: Meeting vuol dire “incontro” non eating (che vuol dire “mangiare”) e, se il Lions Club non può riunirsi se non “a cena”, allora le lobbies dei ristoratori sono molto influenti. Bisogna chiarire anche che quando diciamo comunicazione di pensiero, non intendiamo che il Lionismo sia un’organizzazione “culturale” fra eruditi, perché per gli Americani (= padri fondatori) il “pensiero” (e la “cultura”) si desumono da ciò che uno fa e non da ciò che predica. Tuttavia gli approfondimenti cosiddetti “culturali” (es. storici, artistici, sulle tradizioni etc…) fanno parte (non dunque in modo esclusivo) dei fini del Lionismo che è molto di più. Dunque il Lions è un uomo libero che, incontrandosi con altri uomini liberi, comunica il suo pensiero. Io ho sempre attribuito a questo termine di incontro anche il senso di confronto o verifica, che si giustappone alla responsabilità che deve assumersi l’uomo libero, perché ciò che pensa o fa non vale nulla se non è confrontato criticamente con gli altri. Questa è la “lesson two” del nostro Lionismo. Del resto tutte le vere grandi ideologie hanno la caratteristica di non essere “verità imposte” e non prescrivono ricette o “istruzioni per l’uso”, ma sono guide liberamente (e doverosamente) interpretabili. Perciò il manuale dell’Etica Lionistica - che è del resto molto “datato” - mi sembra un ricettario ingenuo e infantile (“non danneggiare…”? quando mai!) e non corrisponde più alla libera adesione al Lionismo; comunque è riduttivo. Qui ci siamo: siamo “liberi”, se ci confrontiamo fra noi e con gli altri. Ma a che cosa serve confrontarsi liberamente e su che cosa? Vedremo le altre Sigle. L’idea che anche poche persone, insieme, possano fare grandi cose è alla base del Lionismo (e non solo): perché le singole energie si integrano e miracolosamente si moltiplicano. Infatti il Lions è una organizzazione mondiale, avendo di gran lunga anticipato la vera “globalizzazione”. Inoltre il raggiungimento di un risultato gratifica chi sta dentro, perché ottiene molto di più di ciò che avrebbe prodotto da solo, e si riconosce nella e dalla associazione. Da ciò si desume che non dovremmo essere contenti per il solo fatto di esserci, ma di contribuire; inoltre che “chi” non condivide – nemmeno un pochino – l’idea di essere utile e volersi confrontare non deve essere educato da noi perché – se siamo veramente liberi dobbiamo rispettare questa scelta e non ci compete convertire nessuno o fare proseliti. Qui dunque si inserisce il problema dei Nuovi Soci ed anche quello dei Vecchi Soci. Il problema consiste nel fatto che può accadere che o noi non ci presentiamo per quello che veramente siamo (esponendo “bellezze” o 9 Vita di Club n.3 “vantaggi” che non ci sono) o il candidato non sa di che cosa si tratti e poi si pente. Di sicuro bisogna osteggiare l’idea che “essere Lions dà prestigio sociale” perché il vero prestigio non viene dal distintivo col leone alla giacca, e ciò è (e deve essere) del tutto contrario allo spirito dalla associazione. Il problema dei guasti costituiti dalle assenze (che è comune a tutti i Clubs) va affrontato seriamente, perché questi guasti danneggiano molto di più di quanto non si veda: in effetti il Club si appiattisce e perde senso. Ne parleremo in dettaglio più avanti, ma un discorso serio agli assenti abituali io lo farei (anzi: lo sto facendo). LE LETTERE “O”. “N”. “S”. STANNO PER SICUREZZA DELLA PROPRIA NAZIONE. Sono, evidentemente, termini da aggiustare. “Salvezza” lo tradurrei in partecipazione attiva o progresso, perché mi sembra che l’American Life interpreti l’inerzia come maggiormente nociva anche rispetto alla “salute” (infatti Loro corrono…). “Propria Nazione” non va proprio più bene perché la vera nazione del Lionismo è diventata la Terra (ed infatti si occupa dei problemi in tutti i continenti). Allora propongo di tradurre: il progresso del proprio ambiente, che per un Club è la sua città o il suo territorio e comprende tutte le attività umane. In questa fase ultimativa della nostra trattazione, ove i concetti si aggiustano reciprocamente, si può allora tornare al rapporto fra Clubs e Distretti (nazionali e supernazionali), di cui abbiamo parlato al 1° paragrafo, per comprendere che, per quanto attivi possano essere i singoli Clubs, questi non potrebbero mai intervenire “incisivamente” su tutto l’ambiente Terra e – dal momento che i grandi problemi hanno radici o origini più estese di quelle che appartengono ai Clubs – è necessaria una iniziativa superiore e non solo coordinatrice. Per questo anche i Services sono di diverso livello: quelli di Club, di Zona, di Circoscrizione, di Distretto, di Multidistretto e così via. Bisogna però sottolineare che i Services di rango superiore devono sempre essere approvati e condivisi dai Clubs (nelle apposite assemblee di Zona, di Distretto etc.., ove i Clubs sono rappresentati ed hanno diritto di voto, sicché il principio della loro esclusiva sovranità non è affatto violato, anzi. Essi danno “mandato” all’organizzazione superiore (non gerarchicamente, come abbiamo visto) di eseguire ciò che serve e che singolarmente non potrebbero fare: in tal modo, in un certo senso, amplificano i loro poteri. Al riguardo approfondiremo anche questo “mandato”, che non può essere del tipo: “va bene, fate pure…”, ma necessita – come tutte le “opere” del Lions di una “partecipazione” attiva. 1981-82, presidente Stefano Cavallari. Intermeeting con Rimini-Riccione Host: ing. Fantini, Antonio Maggioli, Signore Anna Cavallari e Loretta Maggioli. 10 Vita di Club n.3 IL PRIMO SERVICE QUATTRO RUOTE E UN PALLONE Dagli esordi del Club la vocazione a servire. di MARIO ALVISI I n una serata di primavera del 1982, durante un incontro, Don Oreste Benzi, il sacerdote che più di tutti a Rimini cerca di affrontare con l’azione i problemi sociali della città, annuncia che in settembre organizzerà un convegno internazionale sugli handicappati e chiede quindi la collaborazione di tutti i cittadini. Mi azzardo a formulare una proposta: perché non organizzare, nell’ambito del convegno, un torneo di pallacanestro con squadre formate da atleti handicappati? Ci sono infatti, in Italia e all’estero, squadre tecnicamente valide. Don Benzi si dichiara immediatamente d’accordo e mi chiede di aiutarlo nell’organizzarlo. Inizialmente cerco di accampare qualche scusa per sottrarmi alla richiesta, ma poi finisco per accettare anche perché quando si vive l’esperienza lionistica non ci si può non identificare con quegli ideali che debbono essere alla base del nostro operare quotidiano. Per qualche giorno ho portato dentro di me l’idea del torneo, poi con entusiasmo l’ho comunicata al Club Rimini Malatesta. al quale mi sono associato per dare operosità alla mia fede nell’uomo. Mi sembrava infatti un modo concreto per dare inizio alla nostra attività di service, un modus operativo sociale veramente efficace. Riunione dopo riunione, l’idea è stata portata avanti, prima a fatica, poi con entusiasmo crescente. Il Presidente Cavallari offre la sua giovanile esperienza e la forza presidenziale; Pulga, Presidente dell’Associazione Albergatori, fa nascere una autentica gara di solidarietà fra i suoi associati per ospitare gratuitamente i partecipanti al torneo; Spinalbelli, Dell’Omo e Marocchi procurano i trofei; Magnani e Imbriani collaborano nei rapporti con il competente Assessorato; Ramberti stampa manifesti e locandine a tipografia praticamente chiusa per ferie; Palma si impegna per la ricerca di finanziamenti; Carasso cura le pubbliche relazioni e i rapporti con la stampa; insomma tutti si impegnano in qualcosa. Io poi corro da un ufficio all’altro per espletare le varie necessarie formalità, scrivo decine di comunicati stampa e lettere di ringraziamento, contatto le squadre, cerco di provvedere ai numerosissimi problemi (auto ambulanze per eventuali necessità, la banda per suonare gli inni nazionali, agibilità del Palazzetto dello Sport), corro a Verona per definire i contatti con le squadre. Qui trovo un validissimo aiuto nel manager, il sig. Conati, industriale edile da tre anni costretto a vivere in una carrozzella per una grave caduta da un’impalcatura. Prendiamo gli accordi definitivi con le squadre partecipanti: il Bellinzona e il Losanna per la Svizzera, il Viterbo e il Verona per l’Italia. Si inizia finalmente a Rimini il Convegno Nazionale degli Handicappati. Nel pomeriggio della prima giornata, dopo una intervista televisiva al presidente Cavallari, sono presente, con commozione, alla Conferenza stampa del famoso Abbé Pierre. Parla a stento, con frasi lente, ma piene di significato morale e sociale. Una frase mi colpisce soprattutto perché vicina al nostro modo di essere Lions: la nostra responsabilità è quella di far vedere l’amore! Arriva il momento dell’inizio del torneo e tutto è finalmente pronto, dopo le numerose ansie. È presente il Presidente della Federazione Italiana Sport Handicappati, rag. Marson, il Vice Presidente prof. Vernole, i responsabili delle squadre nazionali, proff. Pellegrino e Piras, a dimostrazione della validità tecnica del torneo. Nelle squadre ci sono infatti ben sei nazionali. Vengono dati gli ultimi ritocchi alla cerimonia di apertura. Una banda di giovani ragazzi alterna allegre marcette a più seri brani musicali. Purtroppo manca il pubblico trattenuto da un 11 Vita di Club n.3 fortissimo temporale che si abbatte sulla città. Le squadre, con una cerimonia suggestiva e coreografìca, si presentano in campo per ascoltare gli inni nazionali svizzero e italiano. Il cuore si gonfia di gioia e di profonda ammirazione per questi quaranta giovani che chiedono solo di essere protagonisti come tutti e che con il loro esempio dimostrano di potersi realmente integrare nella vita sociale. Le tre serate di gare si rivelano particolarmente interessanti, con spunti notevoli di bel gioco, di vero agonismo, di schemi interessanti, di individualità eccezionali. Per la cronaca la vittoria tocca alla squadra di Viterbo, ma nella serata finale delle premiazioni, davanti ad un pubblico massiccio formato in gran parte da persone handicappate provenienti anche da molte nazioni europee, applausi e premi sono per tutti. Stringiamo mani sudate e scorgiamo volti felici perché i protagonisti sono loro, gli handicappati. Chiudo il torneo ricordando ancora la frase dell’Abbé Pierre: la nostra responsabilità è quella di far vedere l’amore! I SERVICE I SERVICE DELLE SIGNORE Servire… insieme. di GIORGIA DONATI GORI C ome di consueto, con l’avvicinarsi del Natale noi signore Lions abbiamo cercato di fare un gesto concreto insieme, che fosse da noi sentito e condiviso. Ci siamo riunite un pomeriggio e sono stati così decisi due service. È stato proposto di donare una parte della somma raccolta al monastero delle Suore Clarisse di San Bernardino. Questa proposta è stata subito accolta con entusiasmo. Mi è sembrato come se tra il gruppo delle signore e la realtà del monastero ci fosse un legame speciale. È stato deciso, inoltre, di cogliere l’occasione per fare un momento di riflessione guidato dalle Clarisse. Purtroppo il giorno scelto per l’incontro c’è stata una bufera di neve che ha decisamente ridotto le presenze delle signore, ma, date le condizioni meteorologiche, eravamo comunque in sette. Ci ha accolto Suor Nella Letizia, che ci ha aiutato a soffermarci sul significato del Natale e della Luce del Natale. Alla fine dell’incontro ci ha consegnato una preghiera e una candela quale simbolo di Luce, per noi e per le signore che quel giorno non erano presenti. Da questo incontro con le Clarisse e dal primo incontro che abbiamo fatto tutte insieme è scaturita l’esigenza di portare un segno religioso del Natale anche durante la serata degli auguri. Così è stato pensato a Gesù Bambino, essenza del Natale. La chiesa di San Fortunato, tramite l’intervento di Franca Marani, ci ha gentilmente prestato il loro prezioso Gesù Bambino a dimensione naturale. Alla serata degli auguri il Gesù Bambino è stato posto in una culla speciale. Come ci ha spiegato con la sua sensibilità Anna Cavallari, è stata fatta una culla con il pane, e vicino alla culla è stata posta una candela accesa. L’altra parte della somma raccolta è stata donata ad una signora che io conosco sin da quando ero bambina. Sono stata molto felice che la mia proposta sia stata accolta con tanto entusiasmo, perché ho nel cuore da sempre questa signora e ho sempre ammirato la scelta di vita che ha fatto. Appartenenti alla Parrocchia della Resurrezione, e quindi in stretto contatto con la sensibilità dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, lei e suo marito avevano pensato a suo tempo di formare una famiglia aperta all’accoglienza e al bisogno anche di altri che non siano membri stretti della famiglia. Poi lei è rimasta vedova alla giovanissima età di 29 anni a causa di un incidente stradale del marito, con un bimbo di tre anni circa e un altro in arrivo, e ha in qualche modo portato avanti da sola il progetto che 12 Vita di Club n.3 avevano in mente. Da circa 20 anni almeno, accoglie in casa sua bambini che hanno temporaneamente bisogno di un aiuto. In particolare i bimbi accolti vengono dall’Africa, spesso collegati con all’Operazione Cuore della Marilena Pesaresi, altre volte sono originari di altri paesi. Questi bambini vengono in Italia talvolta accompagnati dalle madri, per subire interventi medici, restano a casa sua il tempo necessario alle cure che nel loro paese non potrebbero avere. In tutti questi anni ha accolto veramente tante persone, ci sono stati periodi in cui in casa erano fino in dodici. Io e Mario siamo andata a trovarla, anche a nome di tutto il club, una domenica pomeriggio. Lei conosceva già l’associazione Lions, in quanto a volte è stata ospite del gruppo di Rimini Riccione Host. È stata veramente contenta del contributo che abbiamo dato alla sua attività quotidiana. Per me, organizzare insieme e condividere un service insieme alle altre signore è stata una bella esperienza. È stata un’occasione per approfondire la conoscenza delle altre signore, e potrei dire che ci sono stati proprio dei bei momenti di condivisione. Inoltre, in concomitanza con una festa come il Natale, dove ci si ferma un po’ di più rispetto al resto dell’anno, è stato quasi interessante sapere di aver fatto nel nostro piccolo qualcosa di concreto in maniera diretta, come è nello spirito lionistico. I SERVICE DELLE SIGNORE LA SCUOLA DELLE MOGLI Come diventare una brava moglie… Lions. di ANNA MARIOTTI BIONDI 1. Quando le mogli divennero tour operator Ci fu un tempo in cui i soci del Rimini Malatesta avevano la vocazione della gita di club ed ogni presidente ne organizzava diligentemente almeno una nel suo anno sociale. Poi arrivò, il 5 maggio 1996, la visita ufficiale a Cerveteri per sancire il gemellaggio con il Club Cerveteri-Ladispoli, un’unione tra i due mari da tempo idealmente stabilita; i rapporti si erano creati quando, essendo Rimini gemellata con la località africana di Ziguinchor, arrivò, trasmessa dal Lions Club Cerveteri - Ladispoli, a sua volta gemellato con il Lions Club Livry - Sévigné di Parigi, la richiesta da parte del Lions Club di Ziguinchor di materiale per il locale lebbrosario. Ci vollero tre anni e tre presidenti (Biondi, Gori, De Giampietro), ma il service andò in porto con grande soddisfazione di tutti coloro che avevano composto la staffetta per fornire acqua e medicinali ai lebbrosi di Ziguinchor. Così il 5 maggio alle ore 11 il gruppo di gitanti targati Lions Club Rimini Malatesta si trovò nella Sala Consigliare del Comune di Cerveteri per la cerimonia ufficiale del gemellaggio alla presenza del Sindaco, dei presidenti dei due club Mogli in azione (meeting): sig.re Biondi, Esposito, Marani. Mogli in azione (gite): Sig.re Marani, Fratti, Biondi, Baldini. In secondo piano, sig.re Battistini, Cardellini, Ramberti, Cavallari. e di tanta gente. Nel pomeriggio, assolato e afoso come in piena estate, il gruppo attraversò la storia e l’immenso patrimonio archeologico tra Cerveteri e Ladispoli per fermarsi infine in un luogo desolato, arido e polveroso in aperta campagna; era il Castellaccio dei Monteroni, un casale fortificato (allora in grave stato di 13 Vita di Club n.3 abbandono e in impaziente attesa di interventi di restauro), situato sul tracciato dell’antica via Aurelia nel cuore della zona archeologica etrusco-romana. Tra formalità ufficiali e dotte dissertazioni, si fece sera («… a me sì cara vieni o Sera!»), ma la breve sosta in albergo, anziché garantire il riposo dopo il lunghissimo tour de force pomeridiano, servì solo per rimettersi in tiro; le signore, strette nel tailleur d’ordinanza, scesero splendide come sempre, cancellata la stanchezza con un velo di cipria e un filo di rossetto, pronte per la grande festa che non solo avrebbe unito i due club rappresentanti l’Adriatico e il Tirreno, ma avrebbe avuto un sapore internazionale per la presenza del club francese Livry – Sévigné. Diligenti e disciplinate come sempre conviene per il protocollo, presero posto a tavola, speranzose in una cena ristoratrice che le avrebbe finalmente sfamate e soprattutto dissetate. Ma non andò così. Gli interventi furono numerosi, i discorsi si moltiplicarono a causa del bilinguismo, il caldo e l’afa del giorno sembravano essersi dati raduno in quel salone, la sera non scendeva dal «nevoso aere», ma da un cielo agostano arroventato. Fu così che le signore si sentirono male; l’una dopo l’altra sparirono dalla sala per ritrovarsi, in un deliquio collettivo, stremate dal caldo e affamate ormai anche d’aria, a bordo piscina, come se bastasse il riflesso dell’acqua a portare refrigerio: ebbene lì in quell’arida Pontida laziale giurarono che mai più avrebbero lasciato ai mariti l’organizzazione di una gita. Franca, Pinuccia e Anna costituirono l’anima femminile del Comitato gite e fecero la prova del nove a Roma nell’estate del 1997, quando in un bus rosso sfavillante che sembrava elasticamente impicciolire o ingrandire alla bisogna, si girò Roma e dintorni magicamente spinti da una brezza che soffiava sempre a favore (er venticello de Roma) e si scoprirono i segreti di una città che non finirà mai di stupire. Per i successivi anni, sia che il club aderisse ufficialmente, sia che fossero seguite solo dagli amici, organizzarono un’ottantina di percorsi meravigliosi tra raffinate suggestioni e incredibili scoperte, dove tutto era calcolato, anche le pause e il riposo. Un’esperienza esaltante per il comitato (Franca responsabile dell’aspetto culturale, Pinuccia dell’organizzazione logistica, salvo poi scambiarsi i ruoli nel tempo, Anna al computer), ma altrettanto meravigliosa per tutti i partecipanti. Intorno alla gita, divenuta veicolo di amicizie fraterne, oltre che di conoscenze vastissime e profonde, si creò uno spirito di aggregazione incredibile. I membri del Club e le loro mogli tessero una rete di rapporti che contribuirono alla vita del club in maniera determinante, facendone un sodalizio vivo, vivace e solidale in tutte le sue scelte. Oggi il Comitato gite, che nel 2007 ha festeggiato i dieci anni di attività con l’apoteosi della gita che fu quella a Villa Giustinian a Portobuffolè in Veneto, è operativo in una persona sola: Franca è rimasta al timone perché da sola fa da comandante ed equipaggio, ad ogni suo cenno il gruppo è pronto a partire, pur assottigliato dall’incombere degli acciacchi, dei malanni e da un po’ d’accidia insorta con l’età… 2. Quando le mogli divennero redattrici Quando il marito diventa presidente la moglie è tacitamente arruolata per tutti gli adempimenti organizzativi e le altre mogli le fanno quadrato intorno per aiutarla con i loro consigli; quando toccò ad Anna, ne ricevette uno molto saggio da una moglie dall’annosa esperienza: Impara a tacere! – le fu detto e così imparò a servire… tacendo. Non vi dico la meraviglia quando il presidente Franco Baldini, che si apprestava a festeggiare il ventennale del club con in mente un programma pirotecnico, le chiese, sapendo che era l’unica prof. di Lettere Classiche di sua conoscenza a saper usare un computer ad occhi chiusi, di aiutarlo a creare la Rivista di Club. In men che non si dica si inventò una redazione, esistendo bell’e pronto il Comitato Gite 14 Vita di Club n.3 composto dalle coppie Liberati, Marani, Biondi; il presidente, direttore “irresponsabile”, ma architetto creativo e dalla fervida immaginazione, inventò la copertina, dopo aver approvato la testata: la rivista fu battezzata Vita di Club e cominciò l’iter della sua veste grafica affidata ad una prof. dalla altrettanto fervida immaginazione, ma priva di mezzi tecnici. Per comporre il primo numero aveva a disposizione solo un nudo computer ormai obsoleto, quindi una volta composte diligentemente tante paginette con Word, si trattò di… staccare il processore dal monitor, portarlo in braccio come un neonato delicato… in tipografia, collegarlo ai poderosi Machintosh dei grafici… che avrebbero inserito le immagini in ogni testo. Non potete immaginare lo sconforto di fronte allo spettacolo delle paginette che si disfacevano, mentre le parole piovevano giù come fontane nei Calligrammi di Apollinaire. L’abilissimo proto della Tipografia Ramberti risolse i problemi del primo numero, che uscì puntuale tra i doni di Natale. Per il secondo numero, Anna, prof. di Lettere in servizio attivo, investì di compiti i colleghi ingegneri che le crearono una vera redazione: su un tavolo nero dai cento ripiani, fu collocato un computer fiammante di nuova generazione, munito di scanner, masterizzatore, stampante a colori, programma per dettare testi e chi più ne ha ne metta perché da quel momento Vita di Club prese il volo! La Redazione divenne un gruppo compatto dove le mogli Anna, Franca, Pinuccia ebbero un ruolo… dirigenziale: la prima come esecutrice materiale, dicesi Progetto grafico e impaginazione, Franca e Pinuccia dapprima come correttrici di bozze, poi come ricercatrici di articoli e collaboratori, nonché divulgatrici della rivista distribuita rigorosamente… a mano e, altrettanto rigorosamente, a chi sa apprezzarla. Nell’anno del trentennale, Vita di Club, sessantotto pagine di vita sociale, è considerata, oltre che primo service, “punto di riferimento e immagine del Club” e compie felicemente dieci anni di servizio, tacito, ma espressivo al massimo. Le mogli fanno i service, non fanno parte della coreografia di un club Lions! L’ANGOLO DELLO SPONSOR La pubblicazione di questo numero è stata resa possibile da: 15 Vita di Club n.3 I SERVICE “UN POSTER PER LA PACE” CITTÀ DI RIMINI 2010-2011 Una visione di pace. di ROBERTO MORBIDI Sara Ricci, classe 3ª A “MAESTRE PIE”, 2ª classificata a livello del Distretto 108A e 1ª assoluta ex-aequo. Luca Vienna, classe 3 ª E "AURELIO BERTOLA", 1° assoluto ex aequo. O gni anno i Lions Club di tutto il mondo sono orgogliosi di sponsorizzare il concorso Un Poster per la Pace presso le scuole locali e i gruppi giovanili, concorso che incoraggia i giovani di tutto il mondo a esprimere artisticamente il proprio concetto di pace e a riflettere su questo fondamentale valore. Nel corso degli ultimi 20 anni, al concorso hanno partecipato oltre 4 milioni di ragazzi provenienti da quasi 100 paesi. “Una Visione di Pace” è il tema 2010-2011 del concorso e, come da tradizione, il Lions Club Rimini Malatesta lo ha sponsorizzato coinvolgendo tre istituti riminesi: la Scuola Media Statale “AURELIO BERTOLA”, la Scuola Media Statale parificata “MAESTRE PIE” e la Scuola Media Statale “ALIGHIERI–FERMI”. La risposta dei ragazzi e degli insegnanti responsabili del “progetto”, è stata eccellente; oltre 250 elaborati sono stati consegnati ai referenti del Club e la giuria nominata a selezionare i disegni è stata costretta ad un gravoso lavoro, data l’elevata qualità degli elaborati, per individuare le opere da inviare alla successiva selezione a livello distrettuale. Selezione che ha premiato un “nostro” disegno. La giuria distrettuale, presieduta dal Governatore Guglielmo Lancasteri, ha proceduto alla scelta dei vincitori indicando come 2° classificato il 16 Vita di Club n.3 poster di Sara Ricci della Scuola Media Maestre Pie di Rimini, sponsorizzata dal Lions Club Rimini Malatesta. Ed è con grande soddisfazione che giovedì 12 maggio 2011 ospiti della Scuola Media “Aurelio Bertola”, presso l’Auditorium scolastico, si è tenuta la cerimonia di premiazione. Presenti le delegazioni delle tre scuole partecipanti accompagnate dai rispettivi insegnanti, e mentre Rete8VGA riprende la cerimonia, dopo una breve introduzione e le presentazioni di rito prende la parola il Presidente Mario Gori che presenta i Lions e lo scopo del concorso sottolineando l’impegno e l’ottimo lavoro espresso da tutti i partecipanti. Vengono consegnati gli attestati di apprezzamento alle scuole partecipanti, ritirati dal Prof. Menghi per la Bertola, dal Prof. Liberati per l’Alighieri e dalla Prof.ssa Beltrambini per le Maestre Pie. Per giungere poi al momento più importante, la premiazione dei giovani vincitori, ai secondi classificati (2-3 per istituto) viene consegnato l’attestato di apprezzamento e una Radio, ai primi classificati (1 per istituto) viene consegnato l’attestato di apprezzamento e un IPOD. Infine vengono proclamati i due vincitori, ex aequo, del “Poster per la Pace Città di Rimini 2011”, Sara Ricci (3A Maestre Pie) e Luca Vienna (3E Bertola) a cui vengono consegnati l’attestato di apprezzamento ed uno splendido Telefono cellulare. Terminate le premiazioni prendono la parola gli insegnanti responsabili del “progetto” dei tre istituti i quali esprimono soddisfazione e si “prenotano” per il prossimo anno. A nome del Club Rimini Malatesta un ringraziamento particolare alla Ditta Trevi di Egidio Aguti, nostro carissimo Socio, che ha offerto tutti i premi consegnati ed alla Prof.ssa Isabella Serra preziosa nella fase di preparazione dell’evento. Le scolaresche dei tre istituti. La nostra delegazione: Isabella Serra, Mario Gori, Gianfranco Simonetti, Roberto Morbidi. Istituto Nome Cognome Classe risultato "Aurelio BERTOLA" "Aurelio BERTOLA" " Aurelio BERTOLA " " Aurelio BERTOLA " " Aurelio BERTOLA " " Aurelio BERTOLA " Luca Vienna Michela Di Lorenzo Leonardo Lavosi Charlotte Boesebeck Sofia Bernardi Roberto Carlini classe 3° E classe 3° D classe 2° D classe 3° F classe 3° B classe 3° E 1° Assoluto 1° Classificato 2° Classificato 2° Classificato 2° Classificato 2° Classificato " MAESTRE PIE " " MAESTRE PIE " " MAESTRE PIE " " MAESTRE PIE " Sara Ricci Ludovica Muratore Virginia Zangheri Sofia Bartolini classe 3° A classe 3° A classe 3° C classe 3° A 1° Assoluto 1° Classificato 2° Classificato 2° Classificato "ALIGHIERI - FERMI " " ALIGHIERI - FERMI " " ALIGHIERI - FERMI " Sara Broglio Federico Tosi Hajrina Gufka classe 3° H classe 3° H classe 3° H 1° Classificato 2° Classificato 2° Classificato 17 Vita di Club n.3 I SERVICE PREMIO “MORENA UGOLINI” Premio di Poesia, Prosa breve e Illustrazione, Edizione 2011. di FRANCA FABBRI MARANI Pensieri Impossibile metter freno ai pensieri, è come dire al mare di star fermo. Essi vagano All’interno della mente come le correnti sul fondo dell’oceano. il quinto anno che il nostro Lions Club si è impegnato per Morena Ugolini la realizzazione di un service a sostegno dell’iniziativa 20 dicembre 1990 dell’Associazione Culturale “Morena Ugolini” che propone ai giovani studenti un concorso di Poesia, Prosa breve ed Illustrazione, relativo all’approfondimento di tematiche attinenti ai valori fondanti dell’esistenza, ricavandoli dalle poesie di Morena. Questa giovane studentessa dell’Istituto per il Turismo “M. Polo”, deceduta prematuramente nel 2000 in seguito a una malattia degenerativa, ha saputo esprimere, nonostante il suo male, attraverso la forma poetica messaggi di fiducia nella vita, di sogni e di speranza. Il service era stato scelto nell’ottica dell’attenzione ai giovani, da subito presente nel nostro Club alla sua fondazione e portato avanti negli anni fino a questo trentennale senza soluzione di continuità. Infatti si riteneva di offrire l’opportunità ai ragazzi di manifestare sia i disagi particolarmente presenti nei giovani d’oggi sia soprattutto i sogni, le aspirazioni ed i progetti che possono aiutarli a credere nella vita. È stata una vera gioia quest’anno riscontrare che i nostri intenti erano perfettamente recepiti e che le nostre proposte erano attese dai ragazzi tanto che, non avendo ancora ricevuto notizie del concorso, si sono interessati in prima persona, sollecitandone la proposta. Ciò, meglio di ogni parola, esprime la valenza e l’importanza di un service come questo. È infatti un service molto significativo, che consente di esprimere nel linguaggio più congeniale le ansie, le difficoltà, i conflitti, le angosce, le incertezze a questi giovani che la nostra epoca ha spinto inesorabilmente ad una precoce maturità tristemente consapevole dei mali del mondo e delle colpe degli uomini. Ma, soprattutto, si è voluta offrire ai ragazzi l’opportunità di scoprire i valori insiti in loro, quei valori che soli possono alimentare aspirazioni, speranze, sogni, progetti capaci di aiutarli a credere nella vita È Eclissi Cosi tanto attesa in me, come un sogno, l’eclissi di quella sera. Assillante il tic-tac nel mio cuore, la tua ombra affolla la mente, e la mia anima persa alla ricerca di te. Illustrazione 1ª classificata. Illustra: "Aprii gli occhi" Luisa Mastroianni, Istituto d'arte "F.Fellini" Aprii gli occhi Aprii gli occhi ed ebbi quarant’anni all’improvviso. E mi domandai: chi al posto mio aveva visto mia figlia nascere? Aveva consolato mia madre al piangere? Poesia l ª Classificata, Pamela Gentilucci ISISS Morciano Corso Ragioneria (Mercurio) Aveva vissuto la vita mia? E mentre questa luna mi sorride e illude chiudo gli occhi e la dolcezza della notte mi culla e allude alle gioie negate di un passato lontano. Poesia 2ª classificata, Chiara Borsani, ITT "M. Polo" 18 Vita di Club n.3 Sulle corde dei sentimenti Ogni giorno svela un frammento di realtà. Così ho imparato che la certezza è la luce del sole e non quella di una candela, che la fiducia è fragile ed è Stravolgimento una pessima equilibrista, che ciò che separa le parole dalle dimostrazioni è un percorso arduo che Piove incessantemente là fuori, quasi nessuno ha il coraggio di intraprendere. piove acqua e lacrime, Ho capito che l’essere umano è meschino e che tuonano vigorosi i sentimenti agisce solo per paura, che l’amicizia sana le ferite desiderosi di essere ascoltati; dell’amore, che la vita graffia, ma che occorre scoppiano i vulcani pieni di rabbia, la terra si scuote impaurita, avere sempre la forza di lottare strenuamente fino i fiumi esondano dolore, allo sfinimento, che il tempo è crudele e non si crollano gli alberi esausti. ferma ad aspettare che si sia nuovamente pronti ad Guardo dentro me stesso e affrontare la vita. Ho imparato che i minuti ritrovo le stesse emozioni. scorrono allo stesso modo nella gioia e nel dolore e che occorre costruirsi un’armatura per attutire i Poesia 3ª classificata colpi ed evitare ferite troppo profonde. Ho Matteo Rado imparato che la donna ha paura dell’uomo perché ITG "O. Belluzzi" teme la sofferenza e che l’uomo ha paura della donna perché teme di essere ingannato. Ho capito che l’amore vince sempre e che, anche se non vince, colui che ama lotta, va contro tutto e tutti con incoscienza e senza timore, superando ostacoli e barriere. Solo l’amore supera ogni confine, insegna che la paura si può vincete, che le piccole emozioni di ogni giorno donano lampi di inattesa felicità e che ogni odore, ogni sapore, ogni sorriso illumina il cuore di bagliori di infinito. L’amore è negli sguardi, nei gesti, negli abbracci. L’amore è nel dolore, nel buio, nella sofferenza. Sì, ho imparato che chi ama soffre ma continua ad amare, perche solo così si sente vivo e libero nella pienezza del suo essere. Ho imparato che si può perdete tanto e dare tutto, che si passano notti intere a piangere e lunghi giorni a pensare. Ma tornerei indietro e ripeterei tutto dall’inizio e allo stesso modo. Perché nel sole e nella tempesta l’amore rende la vita grandiosa. Prosa breve 1ª classificata Silvia Piraccini ITC "R. Valturio" Natale Osserva con soddisfazione la vita che le splende fra le mani; il suo sorriso ha un riflesso diverso, oggi. Poche ore prima era tutto normale; ora ha quel piccolo prolungamento d’amore che le dorme addosso. Lo guarda, cercando di capire come il mondo possa concentrare tanto candido splendore in un corpo così piccolo. "Sarai Alan" dice a quel nuovo germoglio di vita. Non ha nemmeno un’ora di vita, ma lei se ne sente già orgogliosa. Lui la renderà orgogliosa; c’è la fiducia della speranza in quella mano grande quanto una nocciola, che s’appoggia al cuore di chi l’ha messo al mondo, quasi a voler prestar giuramento alle aspettative dei pensieri materni. Guardandolo immagina foto di vita; lui sarà testardo con la vita. Vede il suo primo Natale, il primo skate, i primi lividi. Sente i suoi sorrisi felici, sente il suo cuore battergli in gola, sente Alan pulsarle nel sangue, nello stomaco, lo sente viverle dentro. Si sente orgogliosa di quel ditino che si muove fra i suoi pensieri, quasi ad accarezzarli. L’aveva sognato più volte. I sogni sono sempre i disegni di una realtà migliore e lei voleva avere qualcosa di migliore, le sarebbe bastato che lui nascesse in mezzo all’amore del mondo. Lui era meglio di tutti i suoi sogni, di qualsiasi notte passata ad immaginarne il viso, il primo sguardo, la prima carezza. Alan profumava di cuore, la sua pelle sembrava dipinta di stelle e non era la luce dell’ospedale. Lui risplendeva, ci fosse stato un blackout in quel preciso istante, lui avrebbe illuminato tutto. Pensa a quanto diventerà bello, infrangerà cuori anche solo incrociando sguardi. "Forse sarò sempre io la donna della sua vita", pensa egoisticamente. Questo regalo di Natale sono statala prima a scartarlo, lui sarà il mio copyright d’amore. Sorride dei suoi deliri, pensando che alla fine non le importa. A lei basta che questo nuovo regalo sia un regalo per sempre, che 19 Vita di Club n.3 quella luce, quel brillio non scarichi mai le pile. Ha avuto quel regalo dentro per nove mesi, l’ha creato lei. Ora sarebbe toccato a lui vivere, essere il regalo del mondo; quel giorno, sotto l’albero, aveva trovato la sorpresa inaspettata, quel dono che fa sgranare gli occhi per la gioia, che accelera i battiti del cuore, che fa correre il respiro. Dorme ignaro della sua immensità. Starà sognando anche lui il suo futuro? Saprà già sognare? Intenerita, sussurrò le prime parole a quelle orecchie attente alla vita: "Ben arrivato! Buon primo giorno di vita insieme". Prosa breve 2ª classificata Lucrezia Giacomini Liceo Scienze Sociali "M. Valgimigli" Il riflesso sbagliato Si guardava nel riflesso del lago, era lei, eppure non si riconosceva. Cercava di capire chi lei fosse veramente, l’immagine che si era creata di sé era solo uno scudo, un riflesso, ma non il suo. Era ossessionata dalla perfezione altrui tanto da farne una maschera da indossare ogni giorno, soffocando la sua vera identità dentro se stessa. Cercava di sopportare ciò che lei odiava, e anche le sue passioni si trasformarono in rifiuti. Continuava a negare i suoi principi perché aveva paura di non piacere agli altri. Ormai questa maschera si era impossessata di lei, arrivando al punto di renderla schiava. Doveva cambiare in tutto; la sua immagine, o quello che lei credeva di essere, non andava bene. Eliminò ogni gioia, ogni dolore, ogni sensazione che non era misurabile, la sua vita diventò scialba e aspra, pungente come i rovi, dosata fino al grammo. Cercava di essere perfetta e ciò non le permetteva di essere vulnerabile. Lo scarto la faceva sentire potente ed eliminò tutto dalla sua vita, persino le cose necessarie per la sopravvivenza. Si sentiva invincibile. Era solo malata. Si era persa, ora si stava ritrovando. La rabbia la voleva distruggere, il suo vero "IO" urlava da dentro. Una volta uscito e ribellatosi, ha scatenato un inferno. La pace interiore è ancora lontana in lei, ma ora sa che è possibile. Illustrazione 2ª classificata. Illustra: "È forse un'utopia?" Francesco Masini Istituto d’arte “F. Fellini” Prosa breve 3ª classificata Carlotta Bernabini ITG "Belluzzi" Illustrazione 3ª classificata. Illustra: “La natura” Rattanasila Phuttharat Istituto d’arte “F. Fellini” 20 Vita di Club n.3 I SERVICE CANI GUIDA A RITMO DI ROCK Per il secondo anno consecutivo la magnifica Band X PREP, capitanata dal Lions dott. Antonio Battistini, nonché batterista d’eccezione, si adopera perché possa completarsi la raccolta di fondi per finanziare la donazione di un altro cane guida per ciechi. È un ritmo entusiasmante perché ha contribuito all’eccezionale risultato del Distretto 108 A, primo su tutti i Distretti italiani nel 2010 nelle oblazioni a favore del Centro Addestramento Cani Guida dei Lions di Limbiate (MI). Da quando Chicco Gori, primo officer del servizio del nostro Club, ci lasciò in eredità questo compito, ogni anno abbiamo fatto cassa, cosicché i nostri amici cuccioli labrador possono addestrarsi… aiutati anche dal nostro ritmo! 21 Vita di Club n.3 La premiazione con il Presidente Mario Gori. L’Officer dei Cani Guida Pietro Giovanni Biondi con il Consigliere Notaio Mario Grossi che ha parlato del Centro Addestramento di Limbiate. SAGGIO TUTTA UN’ALTRA PICCOLA, MA SINCERA STORIA DEL di ANTONIO BATTISTINI U n anno fa avevamo festeggiato i sessant’anni del R&R, e ci tenevo a ricordarlo, a differenza di altri generi musicali, i critici sono complessivamente concordi nell’individuare in Rocket 88, di Jackie Breston and his delta cats, pubblicato a cavallo fra 1950 e 1951, il primo brano di R&R. Della nascita del rock, quell’anno non si era accorto quasi nessuno, nel mondo era scoppiata la guerra di Corea, Gerusalemme veniva designata capitale di Israele, in Italia veniva ucciso Salvatore Giuliano, istituita la Cassa del Mezzogiorno, trasmessa la prima telecronaca televisiva di una partita di calcio, JuveMilan per la precisione, riaperta la Rinascente a Milano, ma intanto in America a Memphis, registravano questo disco, e dopo niente sarebbe più stato come prima. In 60 anni sono stati talmente tanti gli attori di questa storia, che sarebbe possibile ripercorrerla da quel lontano 1950 ad oggi, per centinaia di volte, senza rifare mai la stessa strada, cambiando sempre gli interpreti, i brani, che, ognuno a modo suo, hanno segnato la vita di tutti noi, le vicende personali assurde e pazzesche, le mode e le tendenze che queste hanno creato, i trionfi, i fallimenti, le gioie e le tragedie, dato che mai come nel Rock, un genere musicale è riuscito ad essere più popolare nel senso più nobile del termine, e più universale. A riconoscimento di tutto questo, nel 1995, è stato inaugurato a Cleveland nell’ Ohio, il R&R of fame museum, letteralmente ‘la sala della gloria e museo del R&R’, un’opera costata 100 milioni di dollari, progettata dall’architetto cinese Leong Ming Pei (quello per intenderci della piramide di vetro del Louvre), ed edificata proprio a Cleveland, in quanto proprio da Cleveland iniziò a trasmettere il Dj e conduttore radiofonico Alan Freed, che coniò il termine di R&R per definire quel nuovo genere di musica che mandava in onda. I nomi degli artisti ammessi alla R&R of fame vengono resi noti durante una cerimonia annuale che si svolge a NY. Si può essere proposti per l’ammissione solo dopo che siano trascorsi 25 anni dalla incisione del primo disco. Il primo gruppo di artisti inseriti comprendeva Chuck Berry, James Brown, Ray Charles, Buddy Holly, Jerry lee Lewis, Little Richards, Elvis Presley. Quasi tutti gli autori dei brani che faremo sono stati ammessi alla R&R of fame, e ve lo ricorderò mano a mano. Questo pistolotto per dire che per la seconda 22 Vita di Club n.3 edizione della nostra Piccola, ma sincera Storia del Rock riazzeriamo tutto, e si riparte dal 1950, anzi per la precisione dal 1955… Il primo brano di questa storia, BLUE SUEDE SHOES, è stato composto da Carl Perkins, (compreso nella R&R of fame); il titolo significa ‘mocassini di camoscio blu’. Vedete come è strano il rock, se io chiedessi a quasi tutti voi (escluso probabilmente il mio amico Davide Pezzi che di musica sa ogni cosa), se conosce questo autore e questa canzone, tutti mi rispondereste di no, ma io vi assicuro che non esiste uno solo di voi qui dentro, che abbia dieci o novant’ anni, che non riconoscerà questo pezzo dalla prima nota. La canzone è considerata il primo brano di rockabilly, ovvero un genere che include blues, country e pop. Racconta Perkins che il 4 dicembre 1955, durante un suo concerto, notò un giovane che litigava con la ragazza carina che ballava con lui, perché lei gli calpestava i suoi mocassini di camoscio blu, e Perkins non potè fare a meno di pensare “guarda che imbecille, ha accanto a sé una ragazza così e tutto quello che riesce a fare è pensare alle sue scarpe di camoscio blu”. La sera stessa Perkins iniziò a lavorare ad una canzone sul fatto curioso di cui era stato testimone, senza rendersi conto che stava componendo una delle pietre miliari della storia del Rock. Carl Perkins nasce a Tiptonville nel 1932 e muore a Jackson nel 1998. Assieme ad Elvis Presley, Johnny Cash e Jerry Lee Lewis, ha fatto parte del gruppo di artisti della celeberrima Sun Record Studio (foto), casa discografica e sala di incisione ancora oggi esistente, dove è possibile registrare brani con le stesse identiche attrezzature utilizzate 60 anni fa. Il 4 dicembre del 1957, durante una sessione di registrazione di Carl Perkins nella quale Jerry Lee lewis (foto di tutti 4) era stato chiamato a suonare il pianoforte, si trovarono a passare negli studi della Sun Records, anche Johnny Cash ed Elvis Presley. Durante la pausa di registrazione Elvis si sedette al piano iniziando a suonare melodie Gospel, presto seguito da Johhny Cash e dagli altri. L’impresario Sam Phillips che li aveva convocati, si rese presto conto che la presenza contemporanea dei quattro artisti era un evento da immortalare, ed ordinò che venisse registrato tutto quello che avveniva in sala. La registrazione durò 70 minuti, ed il quartetto immortalato, prese il nome di Million Dollar Quartet, in onore degli introiti dei brani dei quattro musicisti. La donna della foto si chiama Anna Mae Bullock, è nata il 26 novembre del 1939 negli Stati Uniti, e prende il nome d’ arte di Tina Turner, dopo essersi sposata con il musicista Ike Turner(foto) nel 1960. Questo signor Ike, non era proprio l’ultimo sprovveduto, dato che era stato l’autore di quella Rocket 88, di cui avevamo parlato all’ inizio della serata, ovvero il primo brano riconosciuto di R&R. Il sodalizio matrimoniale ed artistico di Ike&Tina Turner si interrompe nel 1976, dopo grandi successi internazionali, e da quel momento Tina Turner deve ricominciare daccapo. La sua rinascita come persona e come artista inizia nel 1979 con l’ incontro con il manager Australiano Roger Davies, che la porta con sé a Los Angeles e la trasforma in una delle più grandi voci musicali di tutti i tempi. In poco tempo diventa una delle artiste più ambite, tanto che la vogliono in duetto con loro Mick Jagger, Elton John, Eric Clapton, David Bowie, Rod Stewart, e ahilei anche Eros Ramazzotti. Nel 1986 la sua stella viene inserita nella Hollywood Walk of fame la celebre passeggiata Hollywoodiana delle celebrità. Nel dicembre 2005 ha ricevuto la prestigiosa onorificenza Kennedy Center Honors, attribuita prima di lei solo a Ray Charles, Aretha Franklin, Little Richard e Chuck Berry. In definitiva dopo 50 anni di onorata carriera, tra l’ altro mai interrotta, 60 milioni di dischi venduti, 7 Grammy Avards e l’ ingresso nella Rock& Roll of fame, Tina Turner ha avuto una carriera di soddisfazione. Nel 1986 Robert Palmer pubblica il brano Addicted to love, Tina Turner lo ascolta e da quel momento decide che finché lei si esibirà dal vivo quel brano non mancherà mai dal suo repertorio, e così farà, tanto che anche nella sua ultima tournee del 2008 ha puntualmente eseguito questo brano. Indovinate che pezzo di Tina Turner facciamo adesso? Roderick David Stewart nasce a Londra il 10 gennaio 1945(è anche lui nella R&R of fame). È l’unico Stewart nato in Inghilterra, in quanto la sua famiglia orgogliosamente Scozzese, non si era mai spostata da lì. Se si dovesse sintetizzare la vita di Rod Stewart si potrebbe utilizzare la definizione che ne ha dato un mio amico suo grande fan : Rod Stewart ha passato la vita ad ubriacarsi, giocare a calcio, andare a donne e copiare le canzoni agli altri, per questo è un mito, è riuscito a vendere 200 milioni di dischi senza avere ben chiaro che cosa stesse facendo. In questa sintesi impietosa c’è qualcosa di vero, Rod Steward è un fanatico dei Celtic, ed in gioventù va vicino ad un contratto da calciatore professionista, ha avuto otto figli da 5 mogli, l’ultimo nel 2010 a 65 anni, (foto) dalla ennesima fotomodella rigorosamente alta il 23 Vita di Club n.3 doppio di lui, dato che l’essere bassissimo non lo ha mai messo in difficoltà, ma dopo l’ ultima nascita ha dichiarato “non posso averne altri, altrimenti non ce la faccio a mantenerli tutti e mi tocca andare in tournee fino a 90 anni”. Da bravo scozzese ha sempre fatto onore alla bevanda che ha reso famoso il suo paese d’origine, l’ whisky, ma a parte tutto questo Rod Stewart ha una delle più belle e caratteristiche voci della storia del rock, ha a modo suo contribuito alla nascita del British Blues genere che poi influenzò lo sviluppo del rock Britannico degli anni 60, e lo ha fatto suonando assieme a musicisti, poi diventati amici di una vita come Eric Clapton, Jeff Beck, Paul Jones e Ron Wood, diventati successivamente l’uno bassista dei Led Zeppelin, l’altro chitarrista dei Rolling Stones. Il brano che faremo, si chiama Hanbags and Gladrags è un brano ovviamente non suo, ma riarrangiato ed interpretato da lui in maniera talmente meravigliosa nel 1970, da far dimenticare il suo reale autore Mike D’Abo cantante dei Manfred Mann, che lo avevano inciso tre anni prima. Anche qui Rod Stewart diventato celebre per essere una icona Rock, dà il meglio di sé in un brano assolutamente melodico, ed assolutamente non rock (un brano stracciamutande per intenderci), che la nostra Stefania Zanetti cercherà di farci rivivere con la sua bella vocina, accompagnata alle tastiere dal mitico Jean Luc Terenzi. Little Richard, all’anagrafe Richard Wayne Pennimann, nasce in Georgia nel 1931 ed è il terzo di 12 figli di una famiglia afroamericana, cresce rassegnato in piena segregazione razziale, dedicandosi alla musica prima come cantante nel coro della chiesa evangelista, poi suonando il sassofono, tutto ovviamente all’ interno della comunità di colore, non potendo oltrepassare il confine che divideva il quartiere bianco dal suo, come raccontava con amarezza, e non avendo praticamente contatti con persone di razza bianca. Dopo vari ed infruttuosi tentativi, il successo arriva nel 1955 con la registrazione di ‘Tutti frutti’, dove riesce a mettere in pratica una sintesi di anni di esibizioni dal vivo dove aveva elaborato un suo stile che consisteva in ritmi veloci, percussioni forti, improvvisazioni del sassofono, ed una parte cantata caratterizzata da grida, spasmi e gemiti. Il successo arriva immediato e di dimensioni inimmaginabili, e, durante le sue esibizioni, alle quali assisteva anche un folto pubblico bianco, rigorosamente separato dal pubblico di colore, per la prima volta, cedono le barriere razziali, i giovani bianchi si mescolano ai giovani di colore, causando forti proteste delle associazioni razziste del sud degli Stati Uniti, il successo di Little Richard però si dimostra così trascinante, che iniziano lentamente a diminuire anche al sud, i pregiudizi verso gli artisti colore che si esibiscono in locali per bianchi. Nel 1962, Little Richard sbarca per la prima volta in Inghilterra per una tournee, dove lo attendono illustri suoi fans della prima ora quali Beatles e Rolling Stones. Nel 1964 inserisce nel suo gruppo un giovane chitarrista di colore che inizia a vestirsi in maniera stravagante e a portare i baffi proprio come lui, lo segue in tournee per un anno,ed inciderà per Little Richard Whole Lotta shaking going on, brano del grande Jerry Lee Lewis (in realtà il brano è stato reso celebre da Jerry Lee, gli autori veri erano il pianista country Roy Hall ed il musicista di colore Dave Curly Williams). Questo giovanissimo chitarrista prima di andarsene per la sua strada dichiarerà “ vorrei riuscire a fare con la mia chitarra quello che Little Richard fa con la sua voce”, questo ragazzo si chiamava Jihmy Hendrix. Ma sono tanti i fans sfegatati di Little Richard, fra i più illustri Ray Charles, Bob Dylan, Paul McCartney, Freddy Mercury,David Bowie, Angus Young e Rod Stewart. La canzone che faremo è il suo secondo successo pubblicato nel 1955 dopo Tutti Frutti, e si intitola Lucille, a seguire Whola lotta shakin’goig on, in onore del grande Jerry Lee Lewis che l’ ha resa famosa, del grande Little Richard che l’ha riproposta e del giovane Jihmi Hendrix che con quel brano iniziava la sua carriera discografica. Il prossimo brano ed il prossimo gruppo che lo ha eseguito sono l’emblema di quel genere musicale che già alla fine degli anni 50 veniva denominato underground, ovvero musica indipendente che si diffondeva attraverso canali non ufficiali, quindi sotterranei, che potevano essere radio non commerciali, pub o locali alternativi di piccole e medie dimensioni, passaparola fra appassionati, e ai giorni nostri, ovviamente internet. Il gruppo in questione si chiama Dickies, il primo gruppo punk Californiano, estremamente legato ai Ramones, dei quali abbiamo parlato un anno fa, e divenuti celebri in America ed in Inghilterra, per il rifacimento in chiave appunto punk, della sigla di una celebre trasmissione per bambini Americana del 1968 The banana split adventure, la canzone si intitolava Tra la la song One banana two banana, titolo che già da il quadro della imbecillità del brano, scritto da tale Mark Barkan, che avrebbe in seguito scritto parecchi brani assieme a Mike D’Abo, l’autore della canzone di Rod Stewart che avete ascoltato prima. Pensate che piccolo il mondo. I Dickies nascono appunto nel 79, e da bravi punk che si rispettino muoiono due per overdose ed uno suicida, della formazione originale sopravvivono cantante e chitarrista. Noi lo abbiamo suonato per la prima volta una decina d’ anni fa, io non la conoscevo, ma trovavo sempre più spesso le persone più disparate che mi dicevano di conoscerla, fino a quando, un anno fa, ho sentito mio nipote di 14 anni che la stava canticchiando. Mi sono davvero meravigliato, e gli ho chiesto dove mai avesse potuto sentire un brano così particolare di oltre 30 anni fa, la 24 Vita di Club n.3 risposta è stata, ce l’ ha un mio amico sull’ i pod. Ecco i miracoli dell’ underground, dopo 30 anni, i buoni vecchi Dickies, morti o no, continuano a circolare impunemente, e sento che anche fra altri 30 anni ci sarà qualcuno che se la ritroverà non si sa come, e la fischietterà per strada. SEX&DRUGS&R&R è la triade classica che individua il genere musicale, e vizi obbligatori dei quali deve essere schiavo l’appassionato del genere in questione, tanto che la vera rock star doveva da sempre vantare centinaia di conquiste femminili, e decine di ricoveri in cliniche specializzate per disintossicarsi dall’ abuso di droghe e alcool. Nel 1977, Ian Dury, in Inghilterra, decide di incidere una canzone proprio con questo titolo, ed il brano diventa subito un successo planetario. Il povero Ian Dury si ritrova improvvisamente una star, lui che, ammalatosi di poliomielite a 7 anni, aveva sempre vissuto una vita da invalido, ma senza perdersi d’animo, lottava per diventare un musicista, suonando ogni sera nel circuito dei pub Londinesi, ed inventando un singolare linguaggio detto Cockney, usato dalla classe proletaria di Londra. Abbraccia il movimento punk, ma in realtà Ian Dury, rimane un folk singer, che per tutta la vita si spende, nonostante il fisico gracile e la salute cagionevole, per raccontare storie di gente sfortunata e fare da testimonial per cause benefiche, fra le quali la promozione della campagna di vaccinazione anti polio in Sri Lanka. Ci lascia nel 2000, a 57 anni. Joan Jett è forse la prima donna che decide concepire il Rock, fino ad allora appannaggio esclusivo degli uomini, in chiave esclusivamente femminile, anzi diciamo la seconda, la prima secondo me è stata, per chi se la ricorda Suzi Quatro. Non accetta di essere interprete o unicamente cantante in un gruppo maschile, e così a 17 anni nel 1975 entra nel primo gruppo rock di sole donne, le Runaway che si rivelarono una grandissima forza di ispirazione per la scena rock femminile che seguì. E proprio sulle Runaway è da poco uscito un film che ne ripercorre le vicende artistiche e dove il ruolo di Joan Jett è interpretato da Kristen Stewart, che i più giovani conoscono come protagonista della saga cinematografica vampiresca Twilight,New moon ed Eclipse. La bassista del gruppo si era formata alla scuola di Nick St.Nicholas, bassista degli Steppenwolf che abbiamo ascoltato prima, e la vocalist Micky Steele, successivamente entrerà a far parte delle Bangles. Dopo varie vicissitudini del gruppo, Joan Jett lo abbandona nel 1979, collabora con Steve Jones e Paul Cook dei Sex Pistols, nel 1981 forma un’ altra band i Blackhearts, e pubblica con loro una cover di un brano degli Arrows del 1975 dal titolo I love R&R, che come spessissimo abbiamo visto nella storia del Rock, nella versione originale passa quasi inosservata, nella versione di Joan Jett diventa talmente famosa da rimanere 7 settimane prima in classifica negli Stati Uniti, e farle guadagnare il disco di platino. Il brano diventa talmente un classico in questo rifacimento, e rende talmente celebre Joan Jett, che è stato ripresentato qualche anno fa anche da Britney Spears, e nell’ ultimo tour di Avril Lavigne, viene proiettato un video montaggio di tutti i video musicali di Joan Jett, mentre Avril Lavigne stessa canta Bad Reputation sempre di Joan Jett. Nel 2004 è ospite d’ onore al concerto tributo per il 30 anno della formazione dei Ramones, e si ritrova sul palco coi Blondie e i Dickies che abbiamo incontrato poco fa, tutto questo a dimostrazione del fatto che a dispetto dei 52 anni suonati, Joan Jett non getta la spugna e anche per le nuove generazioni rimane una icona del rock duro e puro al femminile. I Blondie si formano nel 1975, da un’idea del chitarrista Cris Stein e dalla ex coniglietta di Playboy, Debora Harry come cantante. Cominciano a suonare regolarmente allo studio54 di New York, locale estremamente celebre dell’epoca, soprattutto per i suoi eccessi, famosa restò la comparsa della moglie di Mick Jagger in mezzo alla pista a dorso di un cavallo bianco, la presenza fissa di ospiti celebri quali Liz Taylor, Andy Warhol, Truman Capote,Elthon John, Michael Jackson, John Travolta, e come semplice frequentatrice di discoteca ed allora totalmente sconosciuta, di Madonna. Il locale viene chiuso nell’ 80 per droga, anzi per droghe, in quanto il livello di spaccio industriale di qualsiasi sostanza illegale all’ interno del locale era diventato impressionante, e nonostante le conoscenze altolocate del proprietario, le autorità non poterono esimersi dal metterne fine all’attività. I Blondie nascono come gruppo punk, fortemente influenzati dai Ramones, ma poi modificano in parte il genere seguendo il reggae e la new wave, in ogni caso Debora Harry si impone come immagine, e diventa leader del gruppo, cosa che provocherà sempre dissapori fra gli altri componenti. Il successo mondiale arriva nel 78, con l’ album Parallel Lines, quando il brano Heart of glass, raggiunge il primo posto nelle classifiche Statunitensi,la cosa strana, ricordano i membri del gruppo, era che quel brano lo eseguivano dal vivo da cinque anni, ma nessuno spettatore vi aveva mai fatto caso. Nel 1980 i Blondie vengono contattati per eseguire un brano, prodotto da Giorgio Moroder, che 25 Vita di Club n.3 facesse da colonna sonora al film American Gigolò,il film che lancia e incorona Richard Gere come sex symbol per i decenni successivi. Debora Harry, compose testo e melodia in poche ore,registrò in fretta il brano col gruppo, il brano viene intitolato Call me, e si trasformerà in un successo sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, e verrà inserito anche questo nell’elenco dei brani rock più famosi della storia della musica. Entrano nella R&R of fame nel 2005. Nel 1977, la 19 enne Veronica Ciccone, lascia la sua famiglia nel Michigan, e parte da sola per New York. Di quella sua avventura tanti anni dopo dichiarò “quando decisi di andare a N.Y. era la prima volta che prendevo un aereo, la prima volta che prendevo un taxi, la prima volta per qualsiasi cosa, sono arrivata a N.Y. con 37 dollari in tasca”. 30 anni dopo, Veronica Ciccone, in arte Madonna, ha un patrimonio stimato in 1 miliardo e mezzo di dollari, è la quarta artista ad aver venduto più dischi nella storia della musica, circa 500 milioni di copie, solo fra il 2008 e il 2009 ha incassato 250 milioni di dollari. Se Michael Jackson è stato soprannominato re del pop, Madonna è da sempre la sua alternativa sul trono al femminile, come regina incontrastata del pop, anche se agli inizi del suo successo,la neonata MTV, le fece raggiungere la notorietà coi videoclip del suo album omonimo Madonna, dando di lei una immagine di cantante punk-rock. In tanti, me compreso, considerano Madonna un genio, perché soltanto un genio come lei, che non aveva una gran voce, non era una gran bellezza, e ballava così così, poteva riuscire a vendersi come ballerina, cantante, sex symbol, e aggiungo, anche attrice. Partita come ballerina e corista per Patrick Hernandez ( quello di born to be alive non so se ve lo ricordate) e come attrice in uno sconosciuto thriller erotico dal titolo ‘l’oggetto del desiderio’, nel 1980 (per un compenso di 100 dollari), è arrivata ad essere per la rivista musicale più autorevole del mondo Rolling Stones al 36mo posto fra le migliori artiste donne di tutti i tempi seconda solo ad Aretha Franklin, ed a vincere il Golden Globe come miglior attrice protagonista per il ruolo di Eva Peron nel film Evita di Alan Parker. Quindi ci piaccia o no, questa è Madonna. Nel 1985, Madonna ritenta la carriera cinematografica facendo una breve apparizione come cantante in un club nel film ‘Crazy for you’, in cui è contenuta la canzone omonima, che riceve anche una nomination ai Grammy Awards (uno dei più importanti premi dell’ industria musicale Americana). È una canzone molto cara a Madonna, che la dedica spesso nei suoi concerti dal vivo a tutti i suoi fans della prima ora, fra i quali ahimè c’è anche mia moglie. Questa sera abbiamo volutamente inserito molte donne nel repertorio, Tina Turner, Joan Jett, Blondie, Madonna, giusto per chiarire che il rock ha avuto, ed ha tutt’ora, delle superstar al femminile, che sicuramente non temono il confronto (soprattutto sul palco) con i colleghi maschietti. Una delle artiste più maledette, ingestibili, rovinate in tutti i sensi, ribelli e folli degli anni 90, e che più ha fatto parlare di sè, quasi sempre malissimo, è sicuramente Courtney Love. Courtney Love nasce a S.Francisco nel 1964. Figlia di genitori hippie, che si separano perché il padre a soli 4 anni le fa provare l’LSD. Passa l’infanzia turbolenta con la madre, e l’adolescenza fra riformatori e case di correzione. A 15 anni si esibisce come spogliarellista per guadagnare, e debutta anche nel mondo musicale con un suo gruppo le “Sugar Babilon”, ma il gruppo che le darà notorietà sarà quello delle Hole fondato nel 1990 e con il quale farà da supporto qualche anno dopo alla tournee di quest’ altro stinco di santo che vedete qui alle mie spalle “Marilyn Manson” e ovviamente l’ esperienza fra i due durò poco, avendo entrambi problemi psichiatrici di non poco conto, tanto che non solo rischiarono di ammazzarsi a seguito dei litigi durante la tournee, ma continuarono ad infamarsi a distanza anche negli anni successivi. Courtney Love sposa il cantante dei Nirvana Kurt Cobain nel febbraio 1992, e il 18 agosto dello stesso anno nasce la loro figlia Francis. La giovane, famosissima e ricchissima coppia di neo genitori eroinomani, passa i primi due anni di vita coniugale fra un centro di disintossicazione e un altro, ma la loro storia finisce l’8 aprile del 1994, quando Kurt Cobain si suicida. Questo fatto accresce tragicamente sia la notorietà di Courtney Love, sia i suoi problemi di instabilità emotiva e tossicodipendenza, ma nonostante tutto la sua carriera continua anche nel cinema, tanto da diventare una attrice molto cara ad un regista del calibro di Milos Forman, con il quale ottiene anche una nomination ai Golden Globe. Lavora con Jim Carrey, ed Edward Norton, con il quale avrà una relazione di 4 anni. Il brano delle Hole che faremo si intitola Celebrity Skin, è del 1998, ed è stato utilizzato in Italia per uno spot pubblicitario dell’ Alfa Romeo ( chi ha l’ Alfa Romeo in sala stia tranquillo, nessuno pensa sia un eroinomane), pur essendo l’ ultimo album del gruppo, riceve 3 nomination ai Grammy awards come miglior album rock, come miglior canzone rock, e come miglior performance vocale. Il termine heavy metal, in italiano metallo pesante («Mi piacciono il fumo e il lampo, il tuono del metallo pesante, correr con il vento»), identifica un genere di rock caratterizzato da ritmi fortemente aggressivi e da un suono potente ottenuto attraverso l’ esasperazione della amplificazione e distorsione di chitarre basso e addirittura voce, è un genere musicale che si è molto sviluppato dalla metà degli anni 70, ma forse pochi sanno che il primo brano musicale riconosciuto come appartenente a questo genere e che tra l’ altro per la prima volta nella storia della 26 Vita di Club n.3 musica ha nel suo testo le parole ‘heavy metal’, è ‘born to be wild’ degli Steppenwolf del 1968. Gli Steppenwolf (nella foto John Kay), che traggono il loro nome dal titolo di un romanzo di Hermann Hesse, appunto il lupo della steppa, sono un gruppo di rock Canadese fondato nel 1967, che raggiungono la celebrità nel 1968 con il brano born to be wild , tradotto ‘nato per essere selvaggio’, soprattutto però quando un anno dopo lo stesso brano entrerà nella colonna sonora del film ‘easy rider’, un film di riferimento per la generazione hippie, dove si narra il viaggio attraverso l’America, di due motociclisti, in totale libertà, rappresentando al meglio la cultura ‘on the road’, anticipata dall’ omonimo libro di Kerouak, alfiere della beat generation, un decennio prima. Nel testo della canzone si parla di heavy metal thunder, un tuono di metallo pesante, che è poi quello delle marmitte di scarico delle harley davidson, (lo stesso rumore per interderci col quale ci rompono i coglioni anche le harley davidson di oggi) a bordo delle quali compiono il loro viaggio i protagonisti del film, i mitici Peter Fonda e l’esordiente Jack Nicholson.Regista del film ed anche attore era Dennis Hopper scomparso lo scorso anno. Pensate quindi quanti simboli e coincidenze di nomi in un brano solo, tra l’altro, come spesso succede, gli Steppenwolf, non riusciranno mai più a replicare il successo di Born to be wild,inserita tra l’altro dalla rivista Rolling Stones, fra le 100 migliori canzoni rock di tutti i tempi, e divenuta a seguito del successo anche del film Heasy Rider, l’inno di tutti i bikers, i motociclisti, a livello mondiale. Lewis Allen Reed, in arte Lou Reed, nasce a Long Island il 2 marzo 1942 da una famiglia ebrea benestante. Ecco, da qui in poi non esiste niente altro di normale nella sua esistenza . Ho avuto delle difficoltà nel cercare di dare un quadro sintetico di Lou Reed, ma per non fargli torto, va valutato prendendolo, diciamo, tutto insieme così com’è, e lui è tante cose insieme. Fin da giovanissimo Lou Reed vuole essere un musicista, ed è ispirato in particolare dal R&R.Suona la chitarra, è un ribelle, e si esibisce con pose effeminate e provocatorie, il che porta i genitori ad una decisione che gli segnerà per sempre la vita. Viene inviato ad un centro psichiatrico per essere curato da queste cosiddette deviazioni; il giovane Lou Reed, che ha 16 anni accetta la decisione dei genitori, non sapendo che la cura molto in voga all’epoca nelle cliniche psichiatriche era l’elettroshock. Per due settimane viene sottoposto a scariche elettriche intensive, al termine delle quali, come lui ricorda, aveva perso senso dell’orientamento, memoria e capacità di lettura. Quell’esperienza non solo non lo guarirà come speravano i genitori, ma esaspererà i suoi comportamenti e lo allontanerà per sempre dalla famiglia. In ogni caso riesce a laurearsi, si sposta a N.Y. verso la fine degli anni 60, e qui inizia il suo periodo di massima sregolatezza e massima produzione artistica. Era al contempo un tossicomane dedito a comportamenti a dir poco equivoci, ma anche compositore professionista, per la Pickwick records, presso la quale incontrerà John Cale, ed assieme al quale di lì a poco fonderà i Velvet Underground, il cui nome tra l’altro viene preso dal titolo di un libro giallo trovato nella spazzatura. I VU diventano un gruppo famoso nel panorama artistico musicale non convenzionale del Greenwich Village, tanto da venir subito patrocinati dall’ artista pop Andy Warhol, che gli farà da manager, produttore e finanziatore del primo album. (Anche i VU entreranno nella R&R of fame). In seguito Lou Reed lascerà i VU, si trasferirà a Londra, e qui conoscerà David Bowie, altro incontro fondamentale per la sua carriera. Bowie all’epoca era una divinità musicale che tutto poteva, e, assieme al suo chitarrista Mike Ronson, prende Lou Reed sotto la sua ala, e lo ricostruisce: nuovo look Glamour, e diversi arrangiamenti musicali. Il look, definito glamour, prende il nome dall’abbigliamento colorato e vistoso, talvolta mostruosamente vistoso, che caratterizzava gli esponenti del genere musicale definito appunto glamrock. Emerge nei primi anni 70 in seguito al fenomeno hippie, e come antidoto alla eccessiva serietà dell’epoca. Si sviluppa prevalentemente nel nord Europa ed ha, come riconosciuto inventore, l’ex modello e cantante del gruppo dei T Rex, Marc Bolan, ma dopo di lui esiste un solo ed unico duca bianco del glam rock ed è appunto David Bowie. Quindi sotto la supervisione di Bowie nel 72, Lou Reed pubblica l’album Transformer, che contiene oltre alle celeberrime Perfect day e Walk il the wild side, anche il brano dal titolo Vicious,che faremo adesso, dedicato proprio al suo pigmalione Andy Wharol. L’album Transformer, nonostante la censura che intervenne sui testi, sulla copertina, sulle esecuzioni dal vivo dello stesso in radio e televisione, 27 Vita di Club n.3 è stato inserito fra i 100 migliori album di tutti i tempi. Quella che vedete nella foto, è la bandiera Confederata, il simbolo dell’America sudista, e simbolo del gruppo dei Linyrd Skynryd, gli alfieri del cosiddetto southern rock, o rock del sud. Questa bandiera, da molti considerata ingiustamente razzista, identifica in realtà tanti altri artisti del sud, quali per esempio Dolly Parton o Elvis Presley, che tra l’altro l’hanno più volte esibita nei loro concerti. I L.S. si formano a Jacksonville, in Florida nel 1964, sono un gruppo di adolescenti che oltre ai Beatles e Rolling Stones, risentono degli influssi musicali della loro terra, quali blues, country e western music. In realtà il nome definitivo del gruppo viene deciso nel 1970, in ricordo del loro professore di ginnastica, Leonard Skinner, che li rimproverava continuamente perché portavano i capelli lunghi. Suonano tanto in giro per l’ America, i loro fans aumentano rapidamente fino a quando nel 1973, diventano gruppo di supporto degli Who durante il loro tour Americano. Durante uno di questi concerti in California, gli Who si rifiutano di salire sul palco,dopo i L.S., perché la folla continua a chiamarli a gran voce. Il loro secondo album, che conteneva il brano Sweet home Alabama, coincise con l’esplosione del loro successo. I trionfi si susseguono, nel 1976 sono in tournee in Inghilterra con i Rolling Stones,fino a quando, tre giorni dopo l’uscita del loro 5 album, “street survivors”, il volo charter che stava portando il Louisiana per un concerto, sembra a causa di mancanza di carburante, si schianta al suolo, e nell’ impatto, il gruppo viene decimato, i sopravvissuti subiscono danni fisici gravissimi, ma il disco scala ugualmente le classifiche, e diventa disco di platino. Il 28 novembre 2005, i L.S. fanno il loro ingresso nella R&R of Fame, in quell’ anno assieme ai Black Sabbath, Blondie e Sex Pistols. Oggi i L.S. non ci sono più, l’ultimo di loro è scomparso il 7 maggio del 2009, ma come sempre accade ai grandi, la loro musica gli è sopravvissuta, in particolare la loro tanto amata Sweet home Alabama, che il cantante Ronnie Van Zant voleva sempre cantare avvolto dalla sua inseparabile bandiera confederata. Verso la metà degli anni 60 in Inghilterra, si fronteggiavano due bande giovanili, quella dei Mods e quella dei Rockers. I rockers adottavano un look di ispirazione Usa, che era una evoluzione dei teddy boys Americani anni 50 , quindi giubbotti in pelle nera, blue jeans stretti, harley Davidson (che in Inghilterra erano più spesso Triumph o Norton ), e come cantanti di riferimento Gene Vincent, Eddie Cochrane, Jerry Lee Lewis,Elvis Presley. I Mods (il cui nome deriva da modernism o modism, quindi moderni e alla moda),adottano uno stile dandy,stiloso come dicono loro, impermeabili parka, giacca attillata e cravatta, attenzione al dettaglio,e per snobismo, come mezzo di locomozione, le proletarie vespa e lambretta. Il 29 marzo 1964, migliaia di mods e di rockers, ingaggiano una vera e propria battaglia sulla spiaggia di Clacton nell’ Essex, nei dintorni di Londra, con numerosi feriti, anche gravi. Di questo episodio c’è anche traccia in una canzone del nostrano Ricky Shayne, dal titolo “uno dei mods”,che col solito pressapochismo Italiano, si spaccia per Mod (vestito rigorosamente da Rocker), e racconta la vicenda degli scontri,ricordando come i Mods dovettero soccombere alla preponderanza dei Rockers, in realtà, i Mods erano in numero infinitamente superiore e i Rocker si presero un sacco di legnate. I gruppi musicali di riferimento dei mods erano sostanzialmente due: gli Small Faces e gli WHO. Gli WHO con 100 milioni di dischi venduti, sono considerati tra le maggiori R&R band di tutti i tempi. Sono in quattro, e tre sono a modo loro i leader: Pete Townshend chitarrista e mente musicale della band, Roger Daltrey cantante e bello del gruppo, Keith Moon batterista e vero malato di mente. I quattro fondano il gruppo nel 1964 e nel 65 con l’ album My generation, il cui omonimo brano diventa un inno generazionale raggiungono subito il successo. My generation è universalmente considerata uno dei brani musicali più aggressivi, feroci, autodistruttivi, individualistici e simbolicamente importanti di tutti i tempi. Le esibizioni dal vivo degli Who erano famose infatti per la loro aggressività, oltre che per l’ abitudine di distruggere palco e strumenti alla fine o durante l’esibizione, compresa l’ esplosione della batteria di Keith Moon al Monterey pop festival del 67, che rese parzialmente sordo Pete Townshend. Gli Who si esibiscono anche al Woodstok festival nel ’69, il loro concerto viene interrotto da un attivista dei diritti civili che tenta di perorare una giusta causa, ma viene malmenato a colpi di chitarra da Pete Townshend che non gradisce l’ interruzione. In realtà gli who sono davvero ribelli e anticonformisti, assolutamente estremi (nel 71 il batterista viene arrestato per aver fatto esplodere un candelotto di dinamite nel water della sua stanza d’ albergo distruggendo tutta la stanza), ma sono anche estremamente creativi, e nel 73 decidono di comporre una sorta di omaggio alle loro origini Mod e nasce così un’ opera rock che diventa poi un film dal titolo QUADROPHENIA, dove vengono rappresentate lotte e problematiche giovanili fra mods e rockers dei primi anni 60.In questi ultimi anni iniziano a farsi evidenti i gravi problemi di tossicodipendenza del batterista Keith Moon, che termineranno con la sua morte per overdose da farmaci a 32 anni, nel 1978, poche ore dopo aver partecipato ad un party organizzato da Paul 28 Vita di Club n.3 Mc Cartney. Al suo posto viene inserito l’ex batterista degli Small Faces(l’altro gruppo di riferimento dei Mods), ma da quella morte gli Who non si riprenderanno più. In ogni caso l’ influenza della loro musica è riscontrabile dai Beatles e Rolling Stones fino ai Led Zeppelin ,Sex Pistols, U2, Oasis e Pearl Jam e sono ovviamente inclusi nella R&R of fame.È chiaro che davanti agli WHO i poveri Small Faces spariscono, ma attenzione a non sottovalutarli troppo. Sono stati infatti il vero emblema dei Mods. Erano definiti proprio real Mods, il riferimento dei Mods sia per il look, che per la prima volta nella generazione del dopoguerra inizia ad utilizzare colori sgargianti, e ad ossigenare i capelli, sia per lo scooter, che furono i primi ad utilizzare come marchio di riconoscimento, personalizzandolo con accessori in eccesso. Furono anche i primi a fare espliciti riferimenti, nei loro brani, all’ utilizzo di droghe. Si formano a Londra nel ’65 ed in 2 anni 12 dei loro brani finiscono nella top ten Inglese. Nel 69 si sciolgono, e tre di loro assieme al chitarrista Ron Wood (futuro Rollin Stones) ed al cantante Rod Stewart (futuro Rod Stewart) formano il gruppo dei Faces. Quindi per calarci nell’ atmosfera dell’ epoca, come indicano i sacri testi, torniano in pieni sixteen, alla British invasion mod styles(e così le stronzate le ho dette tutte) con “sha la la la lee” degli Small Faces e “my generation” degli Who. Nel 1964 a Londra nasce il gruppo dei Kinks, nel ’65 dall’altra parte del mondo in California, nascono i Doors. Di primo acchito ovviamente la bilancia della celebrità pende dalla parte dei Doors, sia per le vendite degli oltre 100 milioni di dischi, sia per la figura mitica del loro cantante Jim Morrison, che oltre a piacere tanto al pubblico femminile, aveva anche il fascino dell’ artista maledetto, tanto che dopo 6 anni di gloriosa carriera e di dipendenza da droghe e alcool, a 27 anni, nel 1971, viene trovato morto a Parigi, nella vasca da bagno, andando ad aggiungersi al macabro Club 27 (che indica gli artisti deceduti a 27 anni) del quale fanno parte anche Jihmy Hendrix e Janis Joplin, che abbiamo già incontrato, e Kurt Cobain del quale parleremo poi. Jim Morrison non è un musicista,né forse un gran cantante, ma è un personaggio unico,tanto che, alla sua morte, gli altri componenti del gruppo, Ray Manzarek, Robby Krieger, e John Densmore, che sono invece dei grandissimi musicisti,devono arrendersi all’ evidenza che i Doors sono finiti. I Kinks dal canto loro, non possono contare su di un cantante sex symbol, ma sono riconosciuti come gli autori del primo brano hard rock della storia della musica “you really got me”, nel quale viene utilizzato per la prima volta un suono di chitarra distorto, ottenuto dal chitarrista effettuando dei tagli con un rasoio sul cono dell’ altoparlante del suo amplificatore Elpico (che vediamo nella foto). Successivamente questo suono verrà ricreato dai produttori di amplificatori con effetti appositi dei quali Caio vi darà un esempio. Subito dopo “you really got me”, i Kinks pubblicano “all day and all of the night”, altro brano hard rock che come il precedente arriva in testa alle classifiche in Inghilterra e America, e dal quale sembra che i Doors abbiano più o meno consapevolmente copiato la loro “hello y love you” di qualche anno dopo. All’ inizio della loro carriera, i Kinks si ritrovano ad avere in qualche loro esibizione nei locali Londinesi, il giovanissimo Rod Stewart come cantante, ed al top della loro celebrità, fanno una lunga tournee in Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, con il gruppo musicale dei Manfred Mann. Segnatevi questi due nomi, perché tra poco li rincontreremo. Purtroppo, a dispetto della loro immagine perbene, i Kinks, un po’ come gli WHO, sono dei mezzi delinquenti. Durante una intervista in Svezia, litigano con l’intervistatore e lo picchiano a sangue, finendo in prigione, e durante un concerto nel Galles, scoppia una rissa fra il chitarrista Ray Davies, che prende a calci la batteria di Mick Ivory, il quale lo colpisce in testa con un supporto della sua batteria distrutta, provocandogli una frattura cranica e 16 punti di sutura. Queste risse si fanno sempre più frequenti, tanto che a metà del 1965 la federazione Americana dei musicisti,gli impedisce di esibirsi in USA per 4 anni, tagliandoli effettivamente fuori dal principale mercato musicale mondiale, al culmine della British Invasion, l’invasione della musica Inglese, che stava oscurando l’America dopo gli anni 50 che l’avevano vista protagonista. Senza questo episodio probabilmente i Kinks, già estremamente famosi, sarebbero forse rimasti a livello di Beatles, Rolling Stones e WHO. Come divertimento nostro e speriamo anche vostro, abbiamo provato a mescolare (in gergo si dice fare un medley) due canzoni dei Kinks “you really got me” e “all day and all of the night”, con “hello y love you” dei Doors. Come ultima nota, la versione più famosa di “You really got me” dopo quella dei Kinks è quella dei Van Halen,loro grandissimi fans, e nel 1990, i Kinks sono stati introdotti nella Rock and Roll of fame. «I Love Rock n' Roll. So Put Another Dime in the Jukebox, Baby. I Love Rock n' Roll. So Come and Take Your Time and Dance With Me.» (Ritornello del celebre brano "I Love Rock 'n' Roll", cover dei The Arrows) 29 Vita di Club n.3 I GRANDI SERVICE RIMINI, LUGLIO 1984 Storia di una vocazione. di ANDREA MARTINO V i chiederete che cosa c’entri Rimini in quello che vi racconterò più avanti. La mia storia di 25 anni di impegno, abnegazione, sacrificio e quant’altro si possa aggiungere, quando ci si impegna, come nel mio caso, in favore dei non vedenti, comincia proprio nella bella e ospitale Rimini, città che amo tanto e che, dopo Milano, posso considerare come la mia città di adozione. Ero in vacanza con mia moglie e mia figlia Maria che, a quell’epoca, non aveva ancora compiuto 18 anni. Ricevo una telefonata dal mio Ufficio di Milano da parte di un mio collaboratore che mi chiede se Maria sarebbe disponibile a fare da interprete ad un cieco austriaco che doveva arrivare a Limbiate qualche giorno dopo per fare l’affiatamento col cane guida che gli sarebbe stato consegnato durante la sua permanenza al Centro Addestramento. Perché Maria? Perché Maria già allora parlava correntemente tedesco, inglese e francese. Maria però in quel momento non era presente. Promisi quindi di dare una risposta dopo averla consultata. Era la prima volta che sentivo parlare di “Cane Guida per Ciechi” – Associazione benefica dei Lions Italiani. Confesso che rimasi molto incuriosito dalla telefonata. Maria, informata e, dopo aver chiesto il nostro parere di genitori, accettò con l’entusiasmo della giovinezza di fare un’esperienza speciale, importante per la sua formazione. Detto, fatto; le vacanze furono interrotte e tutti ritornammo a Milano. Per una quindicina di giorni, sotto il solleone di luglio, Maria, con il cieco austriaco e uno degli addestratori del Centro di Limbiate, girò per le strade di Milano per consentire al cieco e al suo cane di fare un perfetto affiatamento. Tutto funzionò a meraviglia; Maria fu gratificata da questa esperienza, fatta, naturalmente, a titolo gratuito. Il suo compleanno, che cadeva il 15 luglio, lo festeggiò al Centro di Limbiate con l’ing. Maurizio Galimberti, cieco, fondatore del Centro, tutti gli addestratori e il cieco austriaco. Da qui, per caso, parte la mia storia e avventura che è durata ben 25 anni. Divenni amico e accompagnatore abituale di Galimberti quando la sera si andava nei vari Club Lions a parlare di cani guida. Con Galimberti, uomo solo, divenuto cieco nel 1947 a causa di un incidente aereo, si sviluppò una solida amicizia e qualche tempo dopo mi propose di diventare Lions e di farmi entrare nel suo Club Milano Host. Accettai con entusiasmo e, devo dire, con una certa emozione, sapendo che i Lions si dedicavano, in tutto il mondo, ad opere di carattere sociale. Entrai nel Club Milano Host il 18 febbraio 198. Mi sentivo un po’ timoroso, sicuro però che avrei potuto profondere le mie energie per nobili cause, ben conscio che avrei dovuto sottrarre del tempo ai miei impegni professionali e anche alla mia famiglia. Con molta umiltà, per tanti anni sono stato vicino a Galimberti e agli altri suoi collaboratori facendo tesoro, giorno dopo giorno, delle varie esperienze che mi sarebbero servite più tardi. Nell’anno 1993 entrò a far parte del Servizio Cani Guida l’ing. Giorgio D’Auria che, alla morte di Galimberti nel 1994, venne nominato Presidente e io, fatti salvi i miei impegni professionali, divenni il Vice Presidente. Purtroppo nel 1997 anche Giorgio D’Auria morì. Il Consiglio di Amministrazione di allora mi chiese di assumere l’incarico di Presidente del Servizio, che accettai, ben consapevole del gravoso impegno che avrei dovuto sostenere anche per il fatto che ero ancora nel pieno della mia attività lavorativa. Al Congresso Nazionale Lions del 1997 a Reggio Emilia, il mio primo in qualità di Presidente, lanciai un messaggio alla 30 Vita di Club n.3 Assemblea dei Delegati, quello di sostenere il Servizio Cani Guida (Servizio Nazionale Permanente) ed indicai un elenco preciso delle cose che bisognava realizzare per rendere più efficiente e produttivo il Servizio stesso. Tutto quanto enunciato è stato realizzato portando così il Servizio a livelli di alta efficienza produttiva e di immagine, non solo nazionale, ma anche fuori dai nostri confini. Non sto qui ad elencare i successi ottenuti; il numero dei cani addestrati aumentava anno dopo anno fino ad arrivare agli attuali 48/50 cani l’anno; anche i Lions, consapevoli dell’importanza del Servizio, anno dopo anno aumentavano i loro contributi. Tutte le decisioni da me prese venivano regolarmente sottoposte al Consiglio di Amministrazione e condivise. Ho goduto della fiducia di tutto il Consiglio che mi aveva assicurato i pieni poteri. Il Servizio Cani Guida, primogenito di tutti i service realizzati dai Lions Italiani, proclamato nel 1962 “Service Nazionale Permanente” al Congresso Nazionale di Riccione, nell’anno 2009 ha compiuto 50 anni. In occasione dello speciale compleanno, nel marzo del 2009 siamo stati onorati dalla visita dell’allora Presidente Internazionale Albert Brandel, il quale si congratulò per tutto quanto realizzato, definendoci “Eroi di tutti i giorni”. Ahimè, il tempo passa; non ce ne rendiamo conto, ma alla soglia del mio 75mo anno d’età, anche se a malincuore, ho deciso che era tempo di passare il testimone. Ormai l’eccellenza delle opere era compiuta. Il Lions Gianni Fossati, da me chiamato nel 2002 a far parte del Servizio e che dal 2004 era il Vice Presidente, è ora il nuovo Presidente. A me è stato conferito dal Consiglio all’unanimità il titolo di Presidente Onorario per gli alti meriti che mi sono stati riconosciuti. Il tempo è passato: 25 anni intensi, impegnativi, meravigliosi ed appaganti, anni che non potrò mai dimenticare: resto la memoria storica di questo grande Servizio Cani Guida. Ringrazio tutti i Lions italiani e non che mi hanno conosciuto, apprezzato e che mi hanno voluto sempre bene. I SERVICE IL MIO LIMBIATE DAY 2011 Una festa … a metà. di PIETRO GIOVANNI BIONDI I Il Consigliere Mario Grossi, Anna Biondi, Andrea Martino, Gianni Fossati, i Soci d'onore Pietro Giovanni Biondi e Vincenzo Palmieri, Carla Tirelli Di Stefano, Governatore del Distretto Iba. l Limbiate Day è una festa allegra e movimentata dove chi frequenta il Centro Addestramento si ritrova una volta all’anno per raccontarsi i risultati raggiunti, applaudire lo spettacolo commovente dei progressi dei cani nell’addestramento (49 quest’anno), ammirare i vivacissimi nuovi cuccioli, porsi intorno a enormi tavolate apparecchiate per mangiare insieme come una grande famiglia. Quando sono arrivato Presidente, past Presidente, Consiglio d’amministrazione, addestratori, segretarie mi hanno accolto con cordialità e simpatia, facendomi i complimenti per il premio che andavo a ricevere: Socio d’onore per i servizi resi al sodalizio in dieci anni come Officer Distrettuale. Ma poi, nonostante l’impeccabile fair play di Andrea Martino, che corrisponde perfettamente alla tempra d’uomo che è, alla sua umiltà, alla sua dedizione assoluta per un servizio cui si è dedicato, insieme con sua moglie Luigia e l’intera famiglia in maniera totalizzante, sono venuto a conoscenza da parte di amici e soci del suo Club, amareggiati e arrabbiati per l’improvviso, ingiustificato cambiamento al vertice avvenuto con una votazione segretamente concertata (indubbiamente corretta sul piano della prassi giuridica e del regolamento interno) che ha messo Andrea in minoranza senza alcun preavviso; per rispetto dell’uomo che è ed è sempre stato, corretto e sensibile, meritava di 31 Vita di Club n.3 non rischiare l’infarto per la sorpresa, la delusione, l’amarezza, meritava di poter passare volontariamente il testimone come aveva in mente al compimento dei 75 anni. Io sono rimasto malissimo, riscontrando nella procedura ufficiale, fredda e formale seguita nel cambiamento al vertice, un’assenza totale di spirito lionistico che per me è di vitale importanza nell’assumere le cariche e nell’assolvere gli impegni; ho quindi ritenuto immediatamente mio dovere presentare al mio Governatore Guglielmo Lancasteri le mie dimissioni da Officer dei Cani Guida. Dopo aver lavorato con Andrea Martino per dieci anni, aver progettato e realizzato manifestazioni di ogni tipo e, soprattutto, esserne diventato veramente amico, lo seguo nel ricambio generazionale. So di aver lavorato bene e creato sensibilità intorno al service Cani Guida, ovviamente con l’aiuto dei tanti amici Lions che hanno collaborato facendo proprio il mio impegno, tanto che il Distretto 108A nel 2010 è al primo posto nelle donazioni fra tutti i Distretti Italiani, ma credo anche nella vitale positività dei ricambi… al vertice e alla base. Luigia Radice Martino. 32 Vita di Club n.3 I RICORDI UNA STORIA TRENTENNALE Tra ricordi e bilanci. di MARIO ALVISI L a mia memoria storica è sempre stata molto scarsa. Per fortuna ho la “mania” del raccogliere dati, cose, carta, fotografie e così via che mi consentono di rimettere a fuoco il mio passato. E allora, per raccontarvi la mia esperienza di trent’anni nel Lions Club Rimini Malatesta, ho messo lo sguardo sui tantissimi volumi che certosinamente ho raccolto in tutti questi anni di vita sociale. Incredibili le cose che abbiamo fatto. Quanti amici ho conosciuto. Molti si sono allontanati. Alcuni persi per sempre. Direi che la loro amicizia è stata l’esperienza più appagante. I soci sono un mondo poliedrico dal quale trarre esperienze umane e sociali che vale la pena vivere e portare nel proprio quotidiano. A volte meteore, spesso solidificate nel tempo. E poi tantissimi relatori con i quali condividere esperienze, cultura, solidarietà e progetti. Mi è difficile elencare tutti i personaggi che ci hanno intrattenuto negli oltre cinquecento meeting susseguitisi in questi trent’anni. Dagli scrittori come Camilleri, ai giornalisti come Caprarica o Gustavo Selva. Tutti gli storici riminesi. Fra i politici un giovanissimo Pier Ferdinando Casini. Nel campo religioso il cardinal Tonini, i vescovi Locatelli e Lambiasi e il rabbino De Caro. E poi Vincenzo Muccioli, Carlo Alberto Rossi, Maurizio Scaparro e ancora economisti, industriali, docenti universitari e luminari della scienze e della medicina. Con noi il mondo intero dove hanno però trovato ampio spazio i meeting dedicati ai nostri service. Quei service che sono il nostro fiore all’occhiello! In modo particolare perché quasi tutti rivolti ai giovani. Non solo per aiutarli a risolvere problematiche poco felici, ma, anche, per premiare le loro eccellenze. Negli uni e negli altri casi abbiamo profuso energie ed entusiasmi e siamo stati un punto di riferimento positivo per il loro futuro. Indimenticabili le esperienze fatte nel mondo dell’handicap giovanile con Svano Pulga e dei cani guida con Nino Biondi. Sono solo due esempi, ma quanti e quanti altri! Già il nostro primo service, sotto la presidenza di Stefano Cavallari, è stato il torneo di pallacanestro in carrozzina con giovani atleti handicappati. Raccolsi tutto in un volume intitolato “Quattro ruote di felicità”. Non posso dimenticare le serate passate nel teatro del Borgo San Giuliano con i ragazzi dell’orchestra sinfonica giovanile “Pro Musica” che assieme ai Rotary abbiamo cercato invano di fondare stabilmente nella nostra città. Non ho trovato più il filmato che avevo girato in occasione del loro primo concerto in televisione. Una cosa meravigliosa persa inopinatamente. E poi due ricordi personalissimi, sempre dedicati ai giovani. Il Premio “Enrico Alvisi”, che il club sta sostenendo da quasi vent’anni con una partecipazione e condivisione oltre ogni immaginazione. A tutt’oggi abbiamo premiato circa settanta nuovi neo diplomati geometri. Il 33 Vita di Club n.3 mio pensiero va al Prof. Franco Baldini, propulsore iniziale del progetto concretizzatosi anche con la dedica di un’aula dell’Istituto dove vengono custoditi i modelli elaborati dagli studenti. Il secondo ricordo mi rimanda all’ex Leo Club Rubicone, del quale sono stato “adviser” per un certo periodo di tempo. Assistere i giovani nelle loro prime esperienze sociali, civili e culturali mi ha donato fiducia nella vita e negli uomini. E mi ha permesso di portare i loro entusiasmi nella vita del nostro Club. Non faccio nomi, ma quel Leo Club aveva giovani che poi sono diventati importanti nella vita politica e sociale della nostra città, delle nostre industrie, delle nostre attività turistiche e nelle varie professioni per i quali mi stimo ancora oggi, quando li rivedo. A proposito di giovani. Vi ricordate quella giovane ragazza, spaurita dicitrice, che ci ha letto la prima poesia che ha inaugurato il mio anno da presidente donando un certo magnetismo al nostro incontro? Sarà diventata una vera attrice? Anche queste piccole cose fanno parte del mio bagaglio di lionismo trentennale. Però non posso e non voglio dimenticare “l’altra metà del… club”, com’è stato intitolato un mio articolo della nostra rivista. Le nostre donne! Partecipazione silenziosa, ma eclatante. Sia nei confronti del Club che verso l’esterno. Hanno sempre e fattivamente collaborato ai nostri service, dato un tocco di eleganza e signorilità ai meeting e alle feste sociali, contribuito in maniera sostanziale alla rivista (se non ci fossero loro non uscirebbe più), con i loro personali service rivolti soprattutto ai più poveri. Con l’organizzazione di prestigiose escursioni culturali. E, soprattutto per me importantissimo, un continuo supporto di idee, suggerimenti se non soluzioni per le nostre attività sociali e, perché no, per coagulare l’amicizia fra noi soci. Tantissime di loro sono indelebili nei miei ricordi. Una sola ne nomino perché l’elenco sarebbe lunghissimo. Anna Cavallari, unica donna a cui il Club, nel 1992 presidente Elio Bianchi, ha conferito ufficialmente la più alta onorificenza lionistica: la Melvin Jones per meriti sociali. Certo, come dicevo sopra, incontrare tanti personaggi, realizzare tanti progetti, ricevere mille motivazioni dai soci e, insieme a loro concretizzare impegni sociali con una forza e una partecipazione che non credi possibile, è la straordinarietà del Lions. Ma il punto di forza della mia esperienza è sintetizzata da questa frase “la più grande scoperta è che gli esseri umani possono cambiare le loro vite cambiando in meglio quella degli altri” (William James). Grazie al Lions Club Rimini Malatesta, che ha sempre perseguito questo importante aspetto sociale, io ho vissuto tutto ciò durante un periodo importante e gratificante della mia vita, facilitato dalla grande o piccola amicizia di ogni singolo socio che ho avuto il piacere di avere al mio fianco. Me li ricordo quasi tutti. Mi auguro di conoscerne ancora tanti altri! I RIMPIANTI NOSTALGIA DEGLI AMICI Dedicato a FRANCISCO GORI, Officer Distrettuale per i cani guida: un Lions, una persona perbene, un uomo buono, un amico. 34 Vita di Club n.3 Ciao Chicco, ho ancora davanti agli occhi l’immagine di un omone appoggiato allo stipite della porta del tuo ufficio, il sorriso allegro e aperto cinque ore prima del dramma. Eri sereno e conciliante come sei sempre stato, abbiamo parlato dei cani guida e del service che ti apprestavi a fare e nulla faceva presagire la tragedia. Perché te ne sei andato?! Eravamo amici e io ti ho voluto bene come ad un fratello. Abbiamo lavorato insieme per il Club per anni, senza mai avere un contrasto o una discussione. Era difficile litigare con te. Sento un grande vuoto e un groppo in gola che mi ottenebra la mente, ma ricordo perfettamente il tuo impegno lionistico, la tua fede nell’amicizia, la tua disponibilità a dare una mano a tutti, la tua presenza continua, la tua determinazione ad essere Lions fino in fondo. Non ti sei mai tirato indietro sia che si trattasse di fare fotocopie o di fare il Presidente. Non hai mai puntato il dito contro nulla o nessuno con la saggezza e la comprensione di chi non si aspetta più di tanto dagli altri. Hai sempre lavorato senza mai aspettarti lodi o riconoscimenti, con umiltà, ma anche con l’orgoglio di chi fa quello in cui crede. Tutto ti entusiasmava nel Lions, dalle convention, di cui parlavi sempre strascicando l’inglese alla romagnola, ai meeting, dalle gite ai service, tutto per te era un modo stupendo di vivere il Club e l’amicizia. Avevi rispetto per tutti, e per tutti una battuta e un sorriso. Eri divertente quando raccontavi delle convention, dove scambiavi le pin coi Lions di tutto il mondo come le figurine dei calciatori da bambini, eterno ragazzo che descrivevi, ridendo cogli occhi sgranati, il lato più spassoso delle tue esperienze, facendoci ridere e scoprire un punto di vista sereno, leggero, fanciullesco, di chi ama la vita fin dalle piccole cose. Uomini come te non muoiono mai perché lasciano tanti ricordi e parecchi insegnamenti. Eri buono, forse troppo buono per essere compreso davvero. Te ne sei andato in punta di piedi, senza dar fastidio a nessuno, come hai sempre vissuto. Ti ricorderò sempre come un vero e sincero amico; porta con te il mio affetto e la mia stima e senti il mio abbraccio commosso e grato per avermi dato la tua amicizia. Nino Rimini, 29 aprile 2002 In memoria dell’amatissimo ROBERTO FAMBRINI. Caro Roberto, Che scherzo hai fatto!! Questo non mi fa ridere però. C’è un gran silenzio,come se tutto fosse stato messo a tacere;ma il silenzio più grande è dentro di me. Un silenzio doloroso,insistente. È tutto cosi strano. Sapevo che ci saresti stato qualora avessi avuto bisogno; chissà se, avendo bisogno, hai magari pensato di chiamarci, poi non l’hai fatto. Paura di chiedere aiuto, paura di dimostrare la propria fragilità. Avresti dovuto bussare più spesso alla porta della nostra amicizia. Mai più pellegrinaggi,mai più gite,mai più cene,mai più compleanni insieme. Come si sta dove sei? Com’è? Caro Roberto, non ci saranno più le tue e-mail che mi rallegravano le giornate, il tuo esserci senza invadere mai. Non so, spero soltanto che se l’idea di Dio che avevi e abbiamo era diversa da quella che hai trovato, tu esista ancora in qualche parte dell’Universo vicino a Carla o un tutt’uno con lei e tu non sia più solo. O magari,come ho raccontato a Greta, la mia nipotina, che tu sia una dei miliardi di stelle che illuminano le nostre notti, perché, quando si muore, chi continua a vivere ci possa vedere e possa credere che ci siamo ancora. Ci mancherai, Roberto; noi siamo felici di averti incontrato e di aver percorso, assieme a te, una parte della nostra vita anche se pensavamo a una strada più lunga, magari con delle interruzioni, del lasciarci per un po’, ma poi ritrovarci di nuovo. Tu, un amico per sempre. Ciao, Vittoria Currò Dossi Caro Roberto, ci siamo conosciuti tanti anni or sono, quando tu ancora eri in servizio militare attivo e da subito siamo diventati amici. Poi la comune frequentazione quali soci del Lions Club Rimini Host, dove ho avuto l’onore di introdurti, ha consolidato la nostra amicizia in virtù della quale abbiamo condiviso molti momenti della nostra vita. Anche quando in congedo, sei sempre stato un soldato nell’animo, fermo nei tuoi principi morali che hai continuato ad applicare con orgoglio e dignità. L’onestà e la lealtà che 35 Vita di Club n.3 hanno sempre contrassegnato il tuo comportamento ti hanno guadagnato il rispetto di quanti ti hanno conosciuto. Sapevi anche scherzare, sempre con modi misurati tuttavia, e non più tardi di mercoledì scorso, il giorno dopo saresti volato in cielo, mi avevi telefonato per ironizzare sulla sonora sconfitta in Coppa patita dall’Inter di cui mi sapevi essere acceso tifoso, approfittando della rara occasione per ripagarti delle volte in cui io ti avevo sbeffeggiato per gli insuccessi della tua Fiorentina. Al termine della telefonata ci eravamo salutati allegramente con la promessa di rivederci presto, ma tu quella promessa non potrai più mantenerla. Sei volato in cielo a raggiungere Carla e già mi pare di vedervi passeggiare a braccetto tra le nuvole, felici, perché siete nuovamente insieme e perché, forse, vi è stato dato di disvelare il mistero della vita e della morte. Immaginandoti lassù, come ti immagino io, anche i tuoi amati figli ed i tuoi adorati nipoti attenueranno il dolore per la tua dipartita e noi, che ti abbiamo voluto bene, vogliamo essere loro vicini in questo triste momento e testimoniare i nostri sinceri sentimenti di umana solidarietà. Da parte mia manterrò la nostra promessa, anche per te, portandoti nel mio cuore e ricordandoti nei miei pensieri. Per questo, caro Roberto, non ti dico addio. Alfonso Vasini (letto al rito funebre, il 9 aprile 2011, Chiesa di Santa Maria in Cerreto) Salutiamo insieme: Giorgio Paesani Giancarlo Cecchi Gregorio Pecci. Luigi Dell'Omo. Roberto Pecci. Vitale Vitale. 36 Vita di Club n.3 Bruno Tocco. OPERAZIONE TRENTENNALE SULL’ALI DORATE Il Concerto per il Trentennale (1981-2011). di ALDO MARIA ZANGHERI strano che uno dei protagonisti della serata poi scriva un articolo per commento, c’è un conflitto di interessi clamoroso, ma per una volta vorrei riuscire a trasferire un po' delle emozioni che si provano "al di qua" del palco. Innanzitutto ringrazio ancora una volta tutti gli sponsor che hanno contribuito alla serata "Sull’ali dorate" e tutti i soci del Lions Club Rimini Malatesta e in particolare il presidente, mio amico, Mario Gori, che, come ho detto dal palco, è stato contemporaneamente la mente e il braccio dell’organizzazione. Organizzazione che forse può sembrare banale per chi viene la sera al concerto, ma che ha coinvolto circa 130 musicisti fra coristi e orchestrali, oltre a vigili del fuoco, tecnici audio e video e personale per l’allestimento del palco. Insomma una macchina organizzativa importante e per nulla banale, che credo abbia lavorato benissimo. Da diversi anni avevo il sogno di suonare il concerto di Walton per viola e orchestra e finalmente l’occasione si è proposta. È un È concerto che presuppone una grande orchestra sinfonica e musicisti di grande esperienza, perché è eseguito rarissimamente e nello stesso tempo molto complicato tecnicamente. Ed è un concerto bellissimo, che pur essendo stato scritto nel 1962, ha una scrittura neoromantica piacevolissima anche al primo ascolto. I temi del solista e dell’orchestra sono bellissimi, riusciti 37 Vita di Club n.3 benissimo e soprattutto violistici al massimo. Il colore scuro della viola, ovviamente il più bello strumento che c’è (conflitto di interessi!!!), così caldo e sensuale, è esaltato al massimo dalla sapiente arte di Walton nel primo movimento. Nel secondo, invece, è il virtuosismo a fare da padrone, con davvero tante note da fare. Il terzo torna a far sognare ed esaltare con temi di nuovo accattivanti e orecchiabili. All’inizio del terzo tempo, chi c’era si ricorderà senz’altro, mi si è rotta una corsa, il "la" prima corda. Mi hanno chiesto in tanti se mi era già successo, a cosa è dovuto, ecc. È un inconveniente per fortuna raro, del tutto fortuito, che mi è successo già altre volte anche in concerto. Mai però da solista e quando suonavo a memoria. Quando ero in camerino a sostituirla, un po’ la mano tremava, soprattutto perché stavo facendo attendere qualche centinaio di persone. Ma fortunatamente il cambio è stato veloce e il concerto è ripreso benissimo e senza ulteriori problemi. Credo che l’orchestra e il maestro Mathieu Mantanus abbiano lavorato benissimo, specie contando il poco tempo a disposizione per le prove: mi hanno davvero messo nelle migliori condizioni possibili, cosa principale quando si accompagna un solista. Lo sketch del bis non era stato preparato, o perlomeno non lo avevo detto a nessuno, nemmeno ai colleghi musicisti. Per chi non c’era ho finto di attaccare svogliato - e anche un po’ stonato - un preludio di Bach per poi interrompermi e attaccare dopo un cenno di intesa con il maestro un pezzo di hard rock, dei Gun's & Roses, Sweet child o mine, arrangiato per me da Marco Capicchioni. Mi piace moltissimo la contaminazione dei generi e credo che quel pezzo suonato con un’orchestra sinfonica sia bellissimo. Nella seconda parte i protagonisti assoluti sono stati Giuseppe Verdi e il coro Amintore Galli, oltre all’orchestra Città di Ravenna, che ci hanno regalato alcune della pagine più celebri del compositore di Busseto. Traviata, Forza del Destino, Aida, Nabucco: non poteva esserci colonna sonora migliore per la festa del centocinquantenario dell’unificazione italiana. Posso dire, qui tranquillamente perché non suonavo, che il risultato musicale sia stato eccellente. Anche se si tratta di musica in questo caso di repertorio, eseguita molte volte da noi e dai coristi, nasconde sempre delle insidie. L’ouverture della Forza del Destino e del Nabucco sono davvero impegnative per l’orchestra e il direttore, mentre i cori verdiani presuppongono sempre una preparazione e una concentrazione altissima per il coro (il mio plauso in questo caso va specialmente al maestro del Galli Matteo Salvemini). Specie la marcia trionfale di Aida e il Va pensiero, splendido e "scontato" bis della serata hanno emozionato, come sempre, tutti noi. È stata una bellissima serata. Il mio sogno? Che il prossimo anniversario del Lions Club Rimini Malatesta possa essere festeggiato ancora con un concerto simile, ma questa volta al teatro Galli di Rimini. Veniamo a Rimini e al teatro Novelli. Già altre volte mi sono espresso in toni non morbidi verso Rimini e le sue istituzioni. Io, ma come me moltissimi colleghi riminesi, non suono quasi mai a Rimini. Ho un’attività da 80/100 concerti all’anno da 20 anni e suono un po’ ovunque, quasi mai a Rimini. Mi chiedo sempre cosa abbiano in più di Rimini Ravenna, Pesaro, Bologna, Fano, Novafeltria, San Marino. Facile a dirsi: il teatro. Io spero davvero che il problema sia "solo" questo, perché mi auguro che prima o poi avremo davvero il Galli e allora tutti i problemi spariranno. Ma purtroppo non credo che il problema sia solo qui. Negli ultimi anni mi sono trovato ad organizzare diversi concerti per la mia città, tutti a costo pubblico 38 Vita di Club n.3 zero. Soldi non ci sono e non ne ho mai chiesti. Eppure non ho trovato quasi mai strade spianate, anzi posso contare più bastoni fra le ruote in questo senso. Orchestra città di Ravenna L'Orchestra nasce ne1 2000 e da allora esercita la sua attività in Italia e all'estero nei maggiori teatri e per le principali istituzioni concertistiche italiane tra cui l'Auditorium Parco della Musica di Roma, la Società dei Concerti di Milano, la Fondazione Musica Insieme di Bologna, Ravenna Festival, l'Associazione Mariani di Ravenna, la Fondazione Toscana Musica e Arte, il Circolo Musicale Mantovano ecc. Partecipa ad alcuni appuntamenti di prestigio tra cui "I Concerti della Domenica" di RaiTre e il concerto in collaborazione con il Coro Filarmonico Giapponese ed il Coro inglese della BBC in occasione delle celebrazioni verdiane 2001 sotto la direzione di Paolo Olmi. Collabora con la Young Musicians Symphony Orchestra di Londra, sotto la direzione di Florian Frannek assieme al soprano IpPo-Ching e al mezzosoprano Francesca Provvisionato in occasione del Dialogo Teologico Cattolico Ortodosso. L'orchestra ha effettuato diverse tournée in Italia e all'estero tra cui si ricorda quella con il direttore maltese Alan Chircop in collaborazione con alcuni cantanti americani provenienti dalla prestigiosa Juillard School di New York. Per l'occasione sono stati effettuati concerti presso il Lyrick Theatre di Assisi, il Teatro dell'Aquila di Fermo ed il Teatro Manoel della Valletta a Malta. Numerose sono le produzioni anche all'estero ed in diverse formazioni; l'orchestra si è esibita con formazioni cameristiche in Regno Unito, Canada e Germania, Kosovo, Albania e Malta; recentemente è stata invitata dall'Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi per tenere alcuni concerti in India. L'orchestra è molta attiva anche in ambito operistico con diverse produzioni tra cui Traviata, Nabucco, Rigoletto, Il Trovatore, Scala di Seta, Lucia di Lammermoor, Suor Angelica, Gianni Schicchi, Nozze di Figaro, Bohème, Madame Butterfly, Falstaff, Don Giovanni; recentemente l'orchestra si è esibita per conto del Festival Voci nel Montefeltro sotto la direzione di Joseph Rescigno, musicista di fama internazionale e direttore della New York City Opera e della Montreal Symphony Orchestra. L'Orchestra "Città di Ravenna" ha realizzato produzioni di prestigio anche in ambito sia sinfonico che sacro; per quanto riguarda il settore sinfonico è da ricordare la collaborazione con alcuni solisti del Teatro alla Scala di Milano come Danilo Rossi ed Alfredo Persichilli o, recentemente, con il pianista Vasselin Stanev prodotto dalla etichetta discografica Sony. Matthieu Mantanus, direttore Svizzero belga nato nel 1978, Matthieu Mantanus è direttore associato di Lorin Maazel per il Festival di Castleton 2011 e direttore principale dell'Orchestra sinfonica Città di Ravenna. Parallelamente a un inizio di carriera pianistica che lo porta a suonare a Milano in sala Verdi con il Concertgebouw di Amsterdam, nel 1996 decide di dedicarsi alla direzione d'orchestra e si trasferisce a Roma per studiare con Bruno Aprea. In qualità di assistente volontario segue il Maestro Giuseppe Sinopoli (Wiener Staatsoper, Scala, Maggio Musicale fiorentino) e partecipa a numerosi corsi di perfezionamento, tra gli altri con Jorma Panula (Schleswig Holstein Musik Festival) e Gianluigi Gelmetti (Accademia Chigiana). Fondatore nel 2000 dell'orchestra "Giovani Solisti di Tirana", partecipa da subito alla stagione del CIDIM Allegretto Albania, collaborando con artisti quali Massimo Quarta e Giorgia Tomassi. Con la stessa formazione si esibisce per la Società dei Concerti e all'Auditoriurn Besso di Lugano per la radio svizzera. Ne12002 collabora con l'orchestra di Avignone dirigendo, durante il Festival, una produzione dell'Histoire du Soldat con la regia di Alain de Bock. Nel 2003 debutta sul podio dei Solisti Aquilani e fonda a Roma, insieme all'organista Giorgio Carnini, l'orchestra giovanile "Camerata Italica" della quale diventa direttore stabile. Nel gennaio 2005 Mantanus inizia a collaborare con l'Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi in qualità di responsabile della rassegna "Musica e Cinema". Dirige dal 2006 numerosi concerti in Auditoriurn con la Verdi, tra i quali produzioni dello Schiaccianoci di Chajkovskij, del Flauto magico di Mozart o di El Amor brujo di de Falla. Inoltre dirige una produzione de l'Histoire du Soldat al Piccolo Teatro di Milano insieme a Luigi Maio e, nel 2007, allo spazio Oberdan, la nuova colonna sonora dal vivo del film "La terribile armata", realizzata in collaborazione con il Conservatorio di Milano. Nel 2006 gli viene affidata, nell'ambito della Fondazione, l'orchestra sinfonica "La Verdi per tutti" con la quale si esibisce regolarmente. Dirige nel 2008 anche all'interno del carcere di Bollate, realizzando così il primo concerto di una orchestra sinfonica in un istituto penitenziario. Nel 2009 debutta sul podio dell'Orchestra della Svizzera italiana e diventa direttore principale dell'orchestra Città di Ravenna. Ottimo divulgatore, nel 2009 scrive per Feltrinelli il libro "Una giornata Eroica" per raccontare Beethoven ai ragazzi ed è ideatore per l’AsLiCo - Teatro di Como del progetto "Orchestra in gioco" e del concerto-spettacolo "Eroica" in scena da dicembre 2010. 39 Vita di Club n.3 Aldo Maria Zangheri È nato nel 1973 a Rimini, ha studiato con Adriano Bertozzi nell'Istituto Lettimi, si è Diplomato nel 1994 presso il conservatorio di Pesaro e laureato in statistica a Bologna nel 1995. Si è successivamente perfezionato tra gli altri con D. Rossi e Y. Bashmet. Nel 1990, a 17 anni, diviene prima viola dell'orchestra sinfonica di S. Marino e da allora ricopre questo ruolo anche in tutte le formazioni cameristiche della stessa orchestra. Dal 1997 collabora frequentemente come prima viola con l'Orchestra Filarmonica Marchigiana (ora Fondazione Orchestra Regionale Marche) con la quale ha partecipato fra le altre cose al Macerata Festival. Da molti anni è prima viola inoltre dell'Orchestra Rossini di Pesaro e dell'Orchestra città di Ravenna. Ha collaborato come prima viola anche con l'orchestra giovanile di Vicenza, l'ensemble da camera Aikoros di Bologna, l'orchestra da camera "B. Marcello" di Teramo, il Collegium Symphonium veneto e la Etna Jazz Pan Orchestra. 1noltre ha suonato con l'orchestra Filarmonica di Torino, l'orchestra sinfonica dell'Emilia Romagna "Toscanini". con l'orchestra filarmonica Toscanini e con l'orchestra Cherubini. È stato diretto da musicisti prestigiosi come Lorin Maazel, Riccardo Muti, Luciano Berio, Gustav Kuhn, Peter Maag ed ha accompagnato solisti come Luciano Pavarotti, Salvatore Accardo, Misha Maisky, effettuando concerti in tutta Italia, in molte città d'Europa, in Sudamerica e in medio ed estremo Oriente. Ha suonato più volte per papa Giovanni Paolo II, per i presidenti della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano e per molte altre importanti istituzioni italiane. In questi anni ha più volte suonato solista: fra le altre cose la Trauermusik di Hindemith, la Sinfonia concertante di Mozart, i concerti di Telemann e J.C. Bach. Svolge un'intensa attività di musica da camera con varie formazioni (quartetto Rota, quartetto Corelli, trio Schumann, quartetto Kuasar) e da qualche anno non disdegna anche incursioni nella musica leggera e jazz, spesso curando lui stesso gli arrangiamenti, avendo suonato fra gli altri con Tanita Tikaram, Andrea Bocelli, Raphael Gualazzi, Paolo Conte e Lucio Dalla. Dal 2008 è docente dell’Accademia Riminese della viola insieme a Danilo Rossi e Fabrizio Merlini. Suona una viola Mario Capicchioni del 1989. Coro Lirico Città di Rimini "Amintore Galli" Il Coro Lirico Città di Rimini "Amintore Galli" è stato fondato nel settembre 1994 con l'intento di dare continuità alla tradizione lirica riminese che, con la distruzione del Teatro Amintore Galli, aveva subito una battuta d'arresto. Oltre a ciò, l'intenzione che ha animato i suoi componenti, è stata fin dall'inizio quella di porsi come polo culturale dinamico che, attraverso la realizzazione di eventi e spettacoli, potesse fungere da anello di collegamento fra il passato ed il futuro, perché, anche senza un Teatro di muri, ne sopravvivessero l'essenza e la memoria e la passione per la musica lirica non andasse perduta. In tale prospettiva, dal 1995, anno di inizio dell'attività concertistica, il Coro è regolarmente invitato dall'Amministrazione Comunale per la celebrazione ufficiale della ricorrenza del XXV Aprile e per numerosi concerti estivi a beneficio della cittadinanza e degli ospiti italiani e stranieri. In questi anni di continua crescita artistica, preparato e diretto fino al 2005 dal M. Roberto Parmeggiani e attualmente dal M. Matteo Salvemini, il Coro Amintore Galli ha saputo farsi apprezzare in varie occasioni in ambito regionale e nazionale collaborando con numerose Orchestre quali per esempio l'Orchestra Sinfonica dell'Emilia Romagna "Arturo Toscanini" ed esibendosi in importanti manifestazioni e teatri: Sagra Musicale Malatestiana, Teatro Dante Alighieri di Ravenna, Teatro La Gran Guardia di Livorno, Teatro Del Giglio di Lucca e sotto la direzione d'insigni Maestri come Patrick Fournillier, Romano Gandolfi, Massimo De Bernard, Angelo Campori, Giancarlo Andretta, Massimo Stefanelli, Manlio Benzi, Ottavio Dantone, Paolo Olmi. Il Coro vanta un repertorio di tutto rispetto composto da numerosi brani tratti dalle principali opere liriche; da opere complete quali: Nabucco, Ernani, Rigoletto, Traviata, Cavalleria Rusticana, L'elisir D'amore, Trovatore, e da composizioni sinfonico-corali quali Requiem K626, Messa K317 dell'Incoronazione, Vesperae Solennes de Confessore di W. A. Mozart, oratorio Transitus Animae di L. Perosi, Gloria e Te Deum in lingua russa di G. Sarti, Petite Messe Solennelle di G. Rossini. Dal 2004 produce e realizza, in collaborazione con il Comune di Rimini e l'Istituto Oncologico Romagnolo, l'opera lirica inserita nei grandi eventi del Capodanno riminese e nella prospettiva di un progetto più ampio legato alla musica colta e alla sua fruizione in città. 40 Vita di Club n.3 I TEMI MALATESTIANI LA POLITICA ARTISTICA DEI MALATESTA Il tema del Meeting del 27 ottobre 1981 non è trattato dal solito punto di vista: cioè i Malatesta "mecenati", ma proprio dal punto di vista politico. di PIER GIORGIO PASINI L ’arte per i Malatesta è politica, un momento importante per la loro politica. Questo discorso avrebbe bisogno di una piccola introduzione per ricordare che l’opera d’arte non è solo, o forse non è per niente, un puro prodotto dello spirito come una certa cultura ci ha insegnato a pensare. Gli stessi termini si possono ripensare un momento. Cos’è un’opera? Un’opera è un oggetto concreto, è un manufatto, è un qualcosa che è utile a qualcosa; e l’arte, se ci pensiamo bene, non è altro che una capacità di produrre bene. Allora abbiamo l’arte di tutto, abbiamo gli artisti che sono gli artigiani, i fabbricanti, i pittori, gli scultori, gli architetti. L’arte è la capacità di produrre dei buoni oggetti, delle buone cose, dei buoni manufatti. Quindi l’opera d’arte è un oggetto fatto bene. In questo modo cerchiamo di smitizzare il discorso "opera di arte", piuttosto che puro prodotto dello spirito, oggetto fatto bene. Da questo punto di vista si possono fare, forse, delle considerazioni utili anche sulle opere d’arte antica; perché pare che, secondo una certa ottica, le opere d’arte antiche vadano considerate soltanto da un punto di vista estetico. È un punto di vista che cambia continuamente, col gusto e con la moda, coi secoli e anche con le persone. Io credo che l’estetica sia una cosa da filosofi e, forse, una cosa da oziosi e soprattutto che sia tutt’altra cosa della storia in quanto si forma e si identifica come categoria a sé che viene distaccata dalla storia e ripensata a suo modo. Le opere d’arte con cui noi abbiamo a che fare quotidianamente o anche eccezionalmente non sono mai fuori del tempo, fuori della storia; vanno pensate come oggetti storici, come oggetti concreti fatti bene o fatti male. Densi di un certo carattere estetico o privi di ogni carattere estetico, ma sempre ricchi, anche in questo caso, di una loro storia, di una loro capacità di tramandarci delle notizie, dei sentimenti, uno spezzone di vita passata della quale noi siamo il prolungamento. Se si considera l’arte in questa maniera, dobbiamo anche pensare che l’opera è sicuramente fatta per qualche motivo; se è fatta deve essere funzionale a qualcosa. Ciò è abbastanza in contrasto con una concezione dell’arte vista come qualcosa fatta non in modo strettamente utilitaristico, ma piuttosto per il piacere, per il godimento estetico. Per il 400, quella che riguarda il godimento estetico è una categoria che va molto di moda nonostante sia stata messa in crisi molte volte. In effetti anche noi molte volte compriamo un'opera di utilità anche quando crediamo di non farlo. Si appende alla propria parete un certo quadro anziché un altro e quel quadro pare non sia utile a niente: invece quel quadro è utilissimo prima che a me che lo contemplo, a me perché mi dà un senso di sicurezza, un senso di prestigio. Tutto ciò che noi facciamo ha una qualche utilità, anche le cose che crediamo di fare in maniera più disinteressata. Il senso di prestigio è molto importante per comprendere l’arte del Rinascimento; molto importante da comprendere è anche il consenso: si fa una certa cosa per avere un consenso da parte degli altri. Che l’arte sia qualcosa di disinteressato, di staccato dai problemi, dai progetti, dalle aspettative, dagli interessi è un’dea piuttosto romantica e che è nata in periodo romantico come l’arte prodotta da un sentimento personale (come se l’artista lavorasse chiuso nel suo atelier ascoltando i 41 Vita di Club n.3 battiti del suo cuore), è una idea superata. L’arte risponde sempre a un bisogno utilitaristico, di un’utilità pratica perché il consenso e il prestigio sono utilità pratiche; non solo una volta, ma anche oggi in programmi di politica culturale portati avanti quotidianamente, annualmente o casualmente anche nello stesso ambito riminese. Quali sono stati quest’anno i due avvenimenti artistici più importanti della città? La mostra dello scultore Pietro Consagra, scultore astratto, e la mostra di tavolette votive censite e recuperate dalla chiesa della Diocesi; entrambe sono state fatte dal Comune. Queste due attività rispondono anch’esse ad una ricerca di consenso, perché non seguire le correnti moderne e apprezzare l’arte astratta fa sembrare provinciali, il consenso si ha nell’assecondare una moda e piuttosto che convinzioni culturali molto precise, siano state queste le cause che hanno fatto pensare ad una mostra di quel tipo. Dall’altra parte le mostre delle tavolette votive. Il comune si occupa di un patrimonio squisitamente religioso conservato nelle chiese della Diocesi, di carattere devoto; ed è abbastanza strano che proprio dal comune sia partita questa idea, (a parte il fatto che c’è il discorso di una cultura antropologica e non il discorso di devozione, c’è un rapporto di usi e costumi e un rapporto di concezione dell’uomo e della religione superstizione) c’è, chiarissimo, un desiderio di compromesso storico. Un desiderio che si può leggere molto bene soprattutto nelle pagine dei cataloghi e che è funzionale al potere in un momento in cui il potere si sente insidiato da disaccordi interni (disaccordo tra socialisti e comunisti, per es.). La maggioranza cerca appoggi al di là della frontiera tentando questo compromesso storico. È una ricerca di prestigio e di consenso che si fa sempre anche affrontando i problemi attuali di una divulgazione culturale. L'opera d’arte in sé, come l’opera di cultura, non esiste in astratto, fuori dal tempo, fuori da metodi di realizzazione, fuori da una ricerca di concretezza. Forse soltanto il gesto dettate da una fede veramente filtrata e sincera dovuta. ad una abnegazione straordinaria e sovrannaturale può far sì che il gesto umano sia fuori della storia. Nel nostro Rinascimento, per trovare delle linee di osservazione di queste opere un po’ diverse dalle solite, occorre limitarsi ad esempi e fatti che siano molto concreti. Io mi limito al Rinascimento riminese malatestiano e soprattutto a un momento centrale e di maggior fulgore del Rinascimento riminese dell’epoca di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Prima di parlare del Rinascimento riminese e della figura di Sigismondo Malatesta occorre chiedersi cos’è il Rinascimento. Il fenomeno dèl Rinascimento è ben preciso e si colloca, nella storia, nel periodo conseguente a quello medievale e, in qualche modo, ne fa parte. Il Medioevo è il periodo teocentrico: al centro di tutto si mette Dio, la Divinità. Al Medioevo più profondo e più alto segue un altro periodo, il periodo cavalleresco che in arte si chiama “del gotico internazionale” in cui al centro dell’attenzione degli artisti ci sono i buoni costumi, i costumi cavallereschi. Al periodo cavalleresco segue il Rinascimento e l’Umanesimo in cui, si dice, l’uomo è al centro dell’attenzione degli uomini e al centro dell’universo. I protagonisti di questi tre periodi medievale, cavalleresco e rinascimentale sono: la chiesa, per quanto riguarda il Medioevo, le corti nel periodo cavalleresco e nel terzo periodo non è l’uomo, ma il signore che ha la potestà sulla città. L’uomo riscoperto nel ‘400 è l’uomo antico; non l’uomo di qualche secolo prima, ma quella figura d’uomo che si è persa, di cui si ha ricordo nel mito e che viene riscoperta pian piano grazie a documenti e a rinvenimenti archeologici, a tutto un lavoro di filologia e di storia. L’uomo antico viene riscoperto, riproposto e incarnato dal signore, dal mecenate, il politico, il padrone, il signore padrone della città; e la città è diventata il centro dell’universo del Rinascimento. I valori che sono portati avanti in questo periodo sono piuttosto importanti e nuovi: la nobiltà intellettuale, la capacità militare, la bellezza e la prestanza fisica, la capacità di governare, la possibilità di giudicare, il diritto al dominio che sono tutte prerogative del signore. Vengono riscoperti anche dei valori sociali, etici, politici che sono un po’ di tutti, ma non è il signore che si fa banditore e protagonista di questi valori; questi valori scaturiscono da strati sempre più fitti e consistenti di un ceto diverso che non è il ceto nobile e che non è il ceto dei poveri, ma che è il ceto dei mercanti e dei borghesi. Questi portano avanti i tre valori: sociali, etici e politici che porteranno poi alla crisi del potere signorile molto più avanti. I protagonisti dell’arte del Rinascimento sono proprio questi due: il signore della città e della corte e la ricca borghesia. Sigismondo è quindi il grande protagonista della storia malatestiana. Egli è cosciente di esercitare un potere tirannico, non se ne vergogna affatto, come non se ne 42 Vita di Club n.3 vergognava nessun signore di quel periodo. La sua era una tirannia paternalistica: voleva bene, in un certo senso, ai sudditi perché se i sudditi smettevano di volergli bene si trovava nei guai. Tuttavia la sua era una tirannia dichiarata che sosteneva con tutti i mezzi: la forza, la potenza, l’inganno, l’arte. Per Sigismondo l’arte è un mezzo di persuasione ed un mezzo di propaganda; e vuol persuadere di essere un uomo eccellente, di essere un emulo di Augusto, il grande imperatore, di essere saggio, di essere sempre preoccupato del benessere della sua città e quindi dei cittadini. Era veramente un politico, oltre che un soldato. Sigismondo per fare questo batte due strade: prima di tutto ricerca artisti particolari, che possono rispondere alle sue necessità; poi cerca soggetti particolari che possono dimostrare queste sue qualità; infine c'è una terza strada che a noi è sembrata meno importante, ma che forse è la più importante: cerca delle tipologie particolari, inventa delle cose che non c’erano mai state prima e che pos-sono dimostrare quanto lui sia grande, antico, saggio e buono. Prima di tutto prendiamo in considerazione due opere che ci mostrano due tipi di arte che si possono attribuire l’una alla ricca borghesia, e l’altra al potere signorile. La prima è “L’adorazione dei Magi” di Gentile da Fabriano che si trova a Firenze nel Museo degli Uffizi e che è stata dipinta nel 1423 per gli Strozzi. Questo è un esempio molto chiaro di cosa intendevano i signori per arte apprezzabile. Il 1415 è all’inizio dell’Umanesimo: il mondo che il pittore ci presenta è proprio il mondo cortese. I principi sono dei piccoli o grandi signori, la corte è tutta presente, le persone divine della Sacra Famiglia sono molto gentili e anch’esse molto cortesi. È tutto un mondo cortese che viene proposto alla nostra attenzione e anche alla nostra venerazione e attraverso il quale vengono, in qualche modo, risaltati i buoni costumi cavallereschi della corte. Nello stesso anno i Brancacci commissionano a Masolino e a Masaccio, nella chiesa del Carmine, la decorazione di una cappella ed è molto interessante il confronto tra queste due tele per vedere come si intendesse, da parte della ricca borghesia, l’arte e come esistessero anche degli artisti che sapessero tradurre quel concetto di arte in immagini estremamente efficaci: il soggetto è “Il tributo”, l’autore è Masaccio. Mentre là c’era tutto un mondo fiorito e gentile, qui abbiamo un mondo estremamente realistico in cui lo spazio, il volume, la consistenza dei panni, la violenza dei gesti e degli sguardi sono predominanti. Il Rinascimento vero nasce da qui: da queste opere commissionate dalla ricca borghesia piuttosto che da quelle, ormai esauste ed esangui, commissionate dalla nobiltà; però il gusto della nobiltà per immagini estremamente raffinate, ma lontane dalla realtà e da ogni dramma reale, continua, forse fino, ad oggi. Osservando la politica dei Medici, il grande pittore della famiglia è Botticelli e non c’è nessun altro pittore del Rinascimento italiano più lontano di lui dalla realtà e questa è una realtà tutta idealizzata e fantastica; una realtà completamente sognata; una realtà che diventa eleganza, pura bellezza. Il Rinascimento dei signori non ha nessuna implicazione nella realtà; è il Rinascimento umanistico e platonico che le corti portano avanti; ed è un Rinascimento che non pone problemi a chi guarda il quadro e neanche a chi commissiona il quadro. È estremamente significativa, da questo punto di vista, la vicenda di Donatello. Egli è stato uno scultore dei Medici che la famiglia ha apprezzato, ha mantenuto, si è cullata in seno finché ha fatto degli Erodi, dei Davidi, delle 43 Vita di Club n.3 statue che dal punto di vista del soggetto e della forma sono idealizzanti e legate ad una idea astratta e antica come il “Davide” oppure come il “S. Ludovico”, oppure come le “Cantorie” per il duomo di Firenze, ma è un sodalizio, una amicizia, un interesse che si spegne subito appena Donatello incomincia a porre gli occhi sulla realtà quotidiana, sulla realtà vera e drammatica della gente. Donatello viene licenziato e se ne deve andare in Veneto, a Padova, a fare le sue statue per la basilica del santo e ritornerà a Firenze solo quando sarà vecchio e stronco e i Medici lo terranno con loro un po’ perché è il nonno degli artisti fiorentini, ma non perché Donatello sappia dir qualcosa alla loro mentalità e al loro gusto. D’altra parte un’immagine come la “Maddalena” del Battistero di Firenze, che ora si trova al Museo dell'Opera del Duomo, è una denuncia della condizione umana che non poteva essere gradita al signore della città, il quale aveva tutt’altri interessi, voleva che si mettessero in piazza ben altre bellezze. A Padova Donatello può invece, esprimere la sua ansia di realtà, la sua ricerca di realtà non sofisticata come invece aveva espresso fino a quel momento. A Rimini Sigismondo non si comporta in modo diverso dagli altri signori. Si sceglie artisti che facciano apposta i suoi interessi, fa dire a loro quello che a lui piace che venga detto e in tutto si comporta come il tiranno: non con la sua sfacciataggine, ma con la sua sicurezza. La casa del tiranno, il castello di Rimini, ha delle grandi lapidi da tutte le parti che dicono che quel castello, che prende il nome dal suo signore, è stato eretto a decoro dei riminesi, per la bellezza, quindi, della città. Il castello è molto bello, molto grande, molto ricco, ma se lo si guarda bene in pianta, si possono capire molte cose di più che le sue forme in alzato. La parte di destra guarda verso l’attuale piazza Malatesta, la parte di sinistra guarda verso la campagna. Questo castello è caratterizzato da torri che hanno, chiarissima, una funzione difensiva; è attorniato da un fossato e anche questo ha una funzione difensiva. Da cosa si difende questo castello, o cosa difende? Tutti gli apprestamenti difensivi più importanti sono rivolti verso la città, contro la città. Il signore si difende dai suoi concittadini. Questo lo si capisce dalla pianta, dal plastico, ma anche guardando il castello adesso. Il castello non è stato messo lì per difendere la città dalle incursioni nemiche che possono venire dall’entroterra: quel castello è stato posto sull’argine difensivo della città, cioè sulle mura, che guarda sia dentro che fuori in modo che il signore possa scappare dalla città appena se la vede brutta. Le torri guardano la città con quei buchi o feritoie che prima contengono le balestre e dopo conterranno i cannoni, per difendere il signore non dalle incursioni esterne del duca d’Urbino, del duca di Ferrara, ma dalle eventuali offese dei cittadini. È un discorso molto banale, però, piuttosto che guardare questo castello dal punto di vista estetico (ammesso che ci sia un’estetica) occorre guardarlo proprio da questo punto di vista: a cosa diavolo serviva questo castello in questa forma e in questo luogo e la stessa cosa si potrebbe fare considerando la città del tiranno, Rimini. Noi abbiamo sempre molti peli sulla lingua quando parliamo di tirannia, ma basta leggere Machiavelli per vedere come Machiavelli considera il tiranno: il tiranno è assolutamente necessario, è una cosa importantissima, anzi si esorta il signore a diventare tiranno ed a usare tutti i mezzi. Leggendo il “De re edificatoria” di Leon Battista Alberti, il trattato sull’architettura, si trova un capitolo sulla città. In questo capitolo c’è un paragrafo che riguarda la città del tiranno. L’Alberti dice che nella città del tiranno occorre evitare che le vie siano attraversate da archi e fiancheggiate da torri e inoltre che vi siano balconate da cui i soldati in ricognizione nei quartieri possano essere respinti col lancio di oggetti; dice che non ci devono essere portici da cui i nemici possano tendere agguati ai soldati del principe. È molto chiaro, giusto e logico: se il governo della città viene mantenuto con la forza bisognerà che il signore sia così furbo da apprestare tutto in modo che non abbia noie, che non subisca imboscate né per sé, né per le sue truppe. Questo è un concetto che si amplia nella Parigi dell’ ‘800; quando si sventrano tutte le strade perché la gente non possa fare le barricate. Così, Rimini è una città senza portici, caso strano in Romagna: tranne che nella piazza Tre Martiri non esistono portici. Anche nelle rubriche degli statuti comunali non si parla di portici. Si parla di portici soltanto ad un certo punto ed è proprio Sigismondo che il 9 luglio 1457 fa mettere una legge, dei decreti su questa materia. Questi “Decreti di novo edita” dicono che, a decoro, 44 Vita di Club n.3 ornamento, splendore e bellezza di questa nostra città devono essere eliminate tutte le logge, tutti i balconi, tutte le sporgenze e devono essere sostituite con un muro semplice e liscio. Questa è politica: Leon Battista Alberti non ha il minimo dubbio perché il tiranno vuole così, ma il tiranno quando va a mediare queste cose coi suoi sudditi deve dire che la città così è brutta, è sporca e così niente balconi, niente portici, niente sporgenze: una bella città dritta, con le strade larghe, dove non ci sia niente che penda dal cielo. Fa addirittura una legge a cui i cittadini erano tenuti; la scusa era appunto questa: a decoro, ornamento, splendore e bellezza di questa nostra città di Rimini; ed è l’unica legge che si conosce e che riguarda l’urbanistica riminese fatta da Sigismondo. Per Sigismondo l’arte e l’urbanistica con tutto quello che concerne la fabbrica degli oggetti, di cose, di sistemazione della città non è mai svago, non è riposo dalle cure della politica e della guerra: è arte del governo. Che egli faccia costruire il Tempio Malatestiano o che emani una legge sull’ordinamento della città è arte del governo. Quali sono gli svaghi del signore? L’unico suo svago è la caccia. Ci sono diverse lettere che riguardano quest’argomento e ce n’è una particolarmente interessante indirizzata a Francesco dei Medici nel 1463 in cui chiede, per favore, una coppia di levrieri da caccia per “dare luogo alle bizzarrie e melanconie”. Questo è lo svago del signore, non è l’arte del signore. Era sensibile il signore all’arte? Era sensibile all’arte che gli interessava, all’arte che gli faceva comodo, all’arte che gli permetteva di governare meglio; a questa arte Sigismondo è sensibile. I suoi gusti, anzi, sono raffinatissimi e non si può dire che abbia mai fatto gratuitamente qualcosa. C’è una categoria di oggetti che a noi interessano moltissimo e interessano moltissimo a tutti, ma che non vengono quasi mai compresi nella categoria dell’arte con la A maiuscola; questa categoria è quella delle medaglie. Esse non vengono tanto considerate neanche dal punto di vista della storia. Le medaglie si raccolgono perché valgono molto, è molto bello classificarle ed è molto bello averne la serie completa. Si può stabilire il loro anno di fabbricazione e anche il loro valore che è dovuto alla rarità; quindi se ne ricercano i vari esemplari in modo da poterli classificare e ordinare. È rarissimo il caso in cui alle medaglie si dia il peso di documento storico che si ha quando la medaglia viene considerata in tutto un contesto, non solo in quanto oggetto che si può tenere in mano o che può servire come fermacarte. È difficilissimo trovare dei raccoglitori di medaglie che abbiano questo senso della storia. Eppure la medaglia malatestiana è un fatto di un’importanza storica estrema: non è solo la sua bellezza, la medaglia malatestiana è un esempio preciso di ricorso alla storia per copiare la storia. C’è una lunga serie di testimonianze che ci fanno sapere che Sigismondo faceva fare delle medaglie per essere come gli antichi imperatori. D’altra parte Sigismondo è il primo, forse, in Italia che si fa coniare delle medaglie o delle monete per le quali occorre fare un discorso diverso. Le medaglie non servono per commerciare, ma sono il dono del signore, una specie di biglietto da visita e dono insieme. Il signore, inoltre, non solo dona la medaglia, ma la seppellisce e appare una cosa assurda e strana. Sigismondo fa coniare centinaia di medaglie per seppellirle nelle mura e nelle fondazioni dei suoi edifici. Tali medaglie sono di bronzo, d’argento e d’oro come da una testimonianza di Matteo Vegio "...fai coniare medaglie che sono di oro, d’argento e di bronzo che tu nascondi in luoghi sconosciuti, oppure metti dentro ai muri, oppure le trasmetti alle nazioni estere..." e questi sono i tre motivi per cui Sigismondo fa fare le medaglie ed è il primo principe a farlo. Cosa lo spingeva a ciò? È un lavoro dispendioso, che richiedeva cura, un’artista importante. I motivi sono essenzialmente due: uno è il motivo di prestigio e l’altro è il desiderio di gloria postuma e tutto 45 Vita di Club n.3 questo preso è dall’antichità. Gli umanisti criticano gli antichi dicendo che di loro rimangono le effigi, le immagini, le cose che loro hanno fatto e nasce così il desiderio di tramandare il proprio ricordo e la propria immagine ai posteri; così quando gli edifici rovineranno, salteranno fuori le medaglie che parleranno di chi le ha fatte fare. Sigismondo è il primo che capisce la grande funzione di prestigio della medaglia ed è il primo che ne fa fare e seppellire in grande quantità non solo nelle fondazioni dei suoi edifici, ma, come i suoi avi, anche in luoghi strani: a Fano, nelle fogne del Collegio S. Arcangelo è stata trovata una pignatta piena di medaglie. Tra le medaglie c’è quella famosissima del castello, la medaglia del tempio, la medaglia grande di Sigismondo con la corazza; queste sono le medaglie più recenti che si conoscano, le ultime che Matteo de Pasti ha fatto per lui. Tutte le medaglie sono in qualche modo allegoriche: davanti c’è l’immagine di Sigismondo e dietro c’è un’opera che lui ha fatto fare oppure c’è un’immagine allegorica come la fortezza; una donna seduta su due elefanti (gli elefanti sono sempre legati all’immagine dei Malatesta) che spezza una colonna con le mani; c’è l’idea della forza, della potenza. Inoltre le medaglie e le effigi di Sigismondo portano delle date: quelle date sono sempre false; sono sempre state fatte per una ragione, un motivo politico. C’è addirittura una testimonianza che queste date sono false: un cronista di Senigallia ci ha tramandato il ricordo del fratello di Agostino di Duccio che scolpiva le date sulle rocche marchigiane: "un maestro tagliapietre fiorentino nominato maestro Ottaviano, scolpiva tutti gli epitaffi delle rocche del tempo di Sigismondo e li fece tutti in un tempo e mise tutti li tempo in una per più fama dell’illustrissimo signore" come se Sigismondo avesse fatto tutti quei lavori in un solo anno. Il 1446 è la data, quindi, in cui Sigismondo ha potuto vincere gli Sforza e gli Urbinati e i Feltreschi a Gradara: fu un grande momento di gloria, un momento di gloria che era ancora più caro a Sigismondo perché proprio nello stesso anno egli aveva potuto conquistare Isotta. Da quel momento ha cominciato a mettere su tutte le medaglie la data 1446 e non solo sulle medaglie, ma sugli edifici: il castello di Rimini nel 1456 era ancora in costruzione, ma porta la data del 1446. Ciò sempre per maggior fama dell’illustrissimo signore. C’è un’altra data simbolica del Tempio Malatestiano che è quella del 1450, ma qui intervengono fattori di tutti i generi: di religione e di scaramanzia religiosa. Il 1450 è l’anno Santo, della gloria della chiesa e del perdono per i cristiani. Tutte le medaglie malatestiane sono pezzi unici, uno diverso dall’altro perché non sono medaglie coniate come i nostri soldi, ma sono medaglie fuse come le sculture, come i bronzi di Riace: sono fuse una alla volta e sono pulite e ritoccate una alla volta. Inoltre gli artisti avevano il gusto della sperimentazione: quando Matteo Vegio dice “medaglie d’oro” forse non erano d’oro, ma d’oro finto, di una lega che assomiglia all’ottone e che permette di fare delle fusioni di oggetti estremamente lucidi che sembrano d'oro. Quindi ci sono stati dei tentativi di fusione sicché queste medaglie sono una diversa dall’altra: una più gialla o più verde o più marrone Sigismondo sceglie i suoi artisti, ma non quelli che avrebbero messo in crisi il suo concetto di realtà; i suoi artisti dovevano confermare il suo concetto di realtà o che potessero esaltare lui al pari della divinità e che non ponessero l’accento sulla durezza della vita, sulla difficoltà del vivere, sulla fatica quotidiana. I suoi artisti esaltavano la bellezza in senso astratto come Piero della Francesca, il pittore più intellettualistico e più astratto che abbia mai prodotto il Rinascimento. Egli è l’unico pittore che lavora per Sigismondo Pandolfo Malatesta e l’immagine del signore è piuttosto curiosa: viene abolita ogni prospettiva gerarchica, ogni barriera fra il devoto e il santo concepito come un re, esattamente come Sigismondo si comportava con i suoi sudditi. Dava una visione laica della vita, laica e cortese; di una cortesia che ha lati buffi: ad esempio il festone di Sigismondo nel Tempio Malatestiano ha dei fiori, ma anche degli agli contro il malocchio, le maligne, le streghe. Quale minestrone di superstizione-religione abbiamo in questo momento! Superstizione che veniva alimentata da una persona scettica e interessata solo a se stessa come Sigismondo. Un altro grande artista del Rinascimento chiamato a Rimini dove vi lavorerà per tantissimi anni, Egli sta molto attento a non mettere in evidenza i contrasti fra la realtà e la fantasia, e soprattutto a non mettere in evidenza quella che è la situazione drammatica della vita. Uno dei bassorilievi più importanti del tempio raffigura la città di Rimini: questo esempio è molto valido per il discorso della città del tiranno. È il ritratto della Rimini del ‘400; come tutti i ritratti, non è oggettivo e rispecchia la sua 46 Vita di Club n.3 idea. Come lo si deve leggere? C’è il ponte di Tiberio, a destra il borgo S. Giuliano e a sinistra una parte della città che va da via Garibaldi al ponte di Tiberio; rimane esclusa tutta la parte orientale della città. Questo perché solo quello rappresentato è il vero centro della città, la zona in cui veniva riconosciuto il centro politico della città. La città è dominata in terra dal castello di Sigismondo. Non è più la cattedrale che conta, non è più il palazzo dell’Arengo, è il castello che conta e che domina la città. Inoltre la città vive perché ha il porto da dove escono ed entrano delle mercanzie e questo traffico di mercanzie è visibilmente rappresentato dal veliero che esce in questo momento dal porto. Poi la città non è altro che un presidio di territorio legato al centro tramite un fiume. Non conta niente il lido che non è rappresentato quasi per niente. Quello che conta è il predominio del castello sulla città. Questa è la descrizione della città terrestre dominata dal castello, ma in alto, nel bassorilievo, c’è il segno zodiacale del Cancro: uno dei tanti segni zodiacali della cappella dei Pianeti nel Tempio, ma anche il segno zodiacale di Sigismondo. Vi è una specie di trasposizionetrasfigurazione: non è il sole che illumina la città, ma è Sigismondo attraverso il segno del Cancro. La città ha ragione di vita perché esiste il suo sole in cielo e in terra: Sigismondo cancro e Sigismondo castello. La lettura del bassorilievo è quindi una lettura politica che era accolta benissimo dal popolo. L’interno del malatestiano non è altro che un interno cortese dove non c’entra più l’Umanesimo, dove c’entra il lusso, lo sfarzo, la ricchezza e questa è la chiesa del principe, qui il principe viene celebrato da iscrizioni, da ritratti, dalla presenza dei suoi parenti e dei suoi morti. Il signore diceva di discendere da Scipione l’Africano e infatti nel sepolcro degli sinistra entrando, c’è il sarcofago con il trionfo di Scipione. Poi c’è la cappella di S. Sigismondo, che è la prima entrando a destra che è dominata da questo grande sole, perché c’è un’altra tradizione che Sigismondo porta avanti: quella di essere sempre equiparato o identificato nel sole, sempre per accrescere la fama, la gloria, la potenza del signore. Si è già parlato delle medaglie che sono una tipologia inventata da Sigismondo perché egli ne ha fatto un uso spregiudicato e nuovo, ma non è l’unico oggetto inventato o reinventato da lui. Il concetto di chiesa come tempio che esalta chi l’ha fatto è proprio un’invenzione di Leon Battista Alberti spronato da Sigismondo; non se ne era avuto un altro prima tranne che nell’antichità romana e non se ne avrà nessun altro poi. Sigismondo si fa sempre equiparare ad Augusto grande imperatore e sicuramente c’è stato un desiderio del signore espresso chiaramente dall’architetto di fare in modo che il tempio che Sigismondo diceva dedicato a Dio, alla sua famiglia e alla sua città, sicuramente doveva ripetere gli elementi dell’arco d’Augusto. Come l’arco d’Augusto è stato fatto per un grande imperatore, il Tempio è stato fatto per un grande imperatore. Leon Battista Alberti ha saputo reinterpretare e reinventare l’arco in maniera autonoma e originale. Per costruirlo, Sigismondo ha eliminato tutti gli edifici antichi: ha distrutto un porto, ha distrutto le lapidi, ha salvato solo l’arco d’Augusto perché gli faceva comodo avere questo punto di paragone: lui e Angusto grandi. Una struttura diversa per una mentalità diversa che corre tra i due architet ti, ma che ha un fondo comune, un riferimento comune che prova come arco e Augusto, Sigismondo e Tempio fossero molto vicini. antenati di Sigismondo, prima cappella a 47 Vita di Club n.3 I MEETING RIMINI RISORGIMENTALE Rimini entra nella storia del Risorgimento dal 1815, quando il re di Napoli Gioacchino Murat (Joachim Labastide-Fortunière, 25 marzo 1767 – Pizzo, 13 ottobre 1815, da figlio di albergatore divenuto generale e poi re grazie a Napoleone di cui era diventato cognato avendone sposato la sorella minore Carolina), dopo aver dichiarato guerra all'Austria, nel tentativo di trovare alleati per conservare il trono, con il Proclama di Rimini esorta gli Italiani a conquistare l’unità e l’indipendenza sotto la sua guida contro i nuovi padroni (« Italiani! L'ora è venuta che debbono compiersi gli alti vostri destini.»). Alessandro Manzoni rimane talmente colpito dal documento che scrive un’ode con lo stesso titolo, pur lasciandola incompiuta, perché gli avvenimenti prendono ben altra direzione dopo la sconfitta militare e politica del re di Napoli. La seconda data importante è il 25 marzo 1831, quando Rimini diviene un caso internazionale perché vi si combatte “la battaglia delle Celle” cui Mazzini darà grande eco da Marsiglia scrivendo un testo dal titolo "Una notte di Rimini", una pagina importante della storia risorgimentale, quasi a suggello del "proclama di Rimini" di sedici anni prima. Il Proclama di Rimini conservato al Museo nazionale del Risorgimento a Torino. Il Proclama di Rimini O delle imprese alla più degna accinto, signor che la parola hai proferita, che tante etadi indarno Italia attese; ah! quando un braccio le teneano avvinto genti che non vorrian toccarla unita, e da lor scissa la pascean d'offese; e l'ingorde udivam lunghe contese dei re tutti anelanti a farle oltraggio; in te sol uno un raggio di nostra speme ancor vivea, pensando ch'era in Italia un suol senza servaggio, ch'ivi slegato ancor vegliava un brando. Sonava intanto d'ogni parte un grido, libertà delle genti e gloria e pace! ed aperto d'Europa era il convito; e questa donna di cotanto lido, questa antica, gentil, donna pugnace degna non la tenean dell'alto invito: essa in disparte, e posto al labbro il dito, dovea il fato aspettar dal suo nemico, come siede il mendico alla porta del ricco in sulla via; alcun non passa che lo chiami amico, e non gli far dispetto è cortesia. La targa, posta dai Riminesi in via Saffi nel 2005 in occasione del bicentenario mazziniano, riproduce l'incipit de "Una notte di Rimini nel 1831" . LA SERA DEL XXV MARZO MDCCCXXXI UN MANIPOLO DI PRODI QUI CADDE GLORIOSAMENTE CONTRASTANDO ALLO STRANIERO IL PASSO NEL NOME SAN... Forse infecondo di tal madre or langue il glorioso fianco? o forse ch'ella del latte antico oggi le vene ha scarse? o figli or nutre, a cui per essa il sangue donar sia grave? o tali a cui piú bella pugna sembri tra loro ingiuria farse? Stolta bestemmia! eran le forze sparse, D'ITALIA. OGGI L'ITALIA LIBERA E FORTE SOTTO I SEGNI DEL... NE ESALTA IL VALORE BENEDICENDO IL LORO Alessandro Manzoni SANGUE NON INDARNO VERSATO. 48 Vita di Club n.3 QUI GIACE IL TENENTE KAMISS DEGLI USSARI PRINCIPE LINCHTENSTEIN IL QUALE RIMASE SUL CAMPO IL 25 MARZO PRESSO RIMINI. CON LUI CADDERO GLI USSARI GIO. BATAS, GIO. SCHINDI, F.R. GIUS. PFEIFFER, GIUS.MIRKAY E PIETRO HOWATZ. LA MEMORIA DEI PRODI VIVE NE' CUORI DEI LORO FRATELLI D'ARME. Lapide, scritta in tedesco, nella prima cappella a sinistra della Chiesa del Suffragio ove riposano le spoglie del Principe di Linchtenstein del Reggimento Ussari; i soldati caduti al suo fianco furono invece sepolti al cimitero. La battaglia delle Celle in una litografia del 1870 ca (Rimini, Biblioteca Gambalunga). LA BATTAGLIA DELLE CELLE è raccontata nel dettaglio dallo storico riminese Carlo Tonini; eccone la sintesi tratta da “Giovane Italia”, Fatti e personaggi del Risorgimento italiano visti dai “giovani riminesi” dell’Istituto Comprensivo Statale di Miramare di Rimini, p. 16. «È il 25 marzo 1831. Appena in città si sparge la voce che gli Austriaci stanno arrivando da Nord, le vie si spopolano, le botteghe si chiudono e molti riminesi (noi oggi sappiamo che erano circa un migliaio) prendono le armi sotto la guida del comandante Carlo Zucchi (un generale dell'esercito napoleonico del Regno d'Italia) che si trova in città con le sue truppe ravennati e bolognesi formate da circa 800 uomini: Zucchi è arrivato qualche giorno prima da Reggio Emilia, dove ha guidato 1’insurrezione popolare, e si sta dirigendo ad Ancona. Questo gruppo eterogeneo di persone, i riminesi e i soldati di Zucchi, si dirige nella zona denominata "Celle" con un solo cannone dei quattro che hanno a disposizione. Lo puntano aspettando gli Austriaci i quali, arrivando, chiedono a un contadino dove sono i "briganti". L’esercito austriaco conta diverse etnie slave, prime fra tutte gli Ussari, cioè gli Ungheresi. Ci sarebbe stata una strage di Austriaci se il cannone non avesse avuto la mira troppo alta; comunque l’avanguardia viene duramente colpita e il tenente Raimondi ferisce ad una coscia il comandante del Reggimento Ussari, Principe di Linchtenstein, con l’aiuto di un riminese di nome Isco Pedrizzi il quale spara col moschetto dalla cima di un albero e uccide l’aiutante del Principe corso in suo aiuto. L’esercito austriaco si ritira, ma solo provvisoriamente, perché più tardi lo scontro riprende e verso le sette di sera, con un primo gruppo di 300 Croati e Tirolesi, la città è conquistata. Due ore più tardi entra a Rimini il resto dei soldati guidati dal generale Mengen, il quale vuole arrestare tutte le autorità cittadine a causa della resistenza e del conseguente scontro avvenuto alle Celle; solo grazie a lunghe discussioni e solo dopo aver addossato la responsabilità al comandante Zucchi, che nel frattempo è partito per Ancona, gli Austriaci si placano e il generale Mengen è alloggiato alla locanda dei Tre Re dove gli viene offerta un’abbondante cena.» La Biblioteca Gambalunghiana conserva nella ricchissima collezione di pergamene, manoscritti, carte, libri, opuscoli, avvisi a stampa, incisioni e disegni lasciata dal sacerdote Zeffirino Gambetti (1871) la 49 Vita di Club n.3 sua cronaca degli avvenimenti accaduti dopo la fallita "rivoluzione del 1831" e dopo la battaglia delle Celle del 25 marzo; egli scrive che a Rimini il 5 giugno c’è un "gran tumulto" di liberali al grido di "Morte al Papa, ai Cardinali e Preti", "tutta la città era presa da nuovi timori e da nuove angustie". Il 10 luglio ci scappa un morto tra i liberali. Il 20 agosto egli registra: "Cesare Federici che il giorno 10 luglio di quest’anno aveva ricevuto una ferita nella sommossa tentata contro Bentivoglio, fu trasportato dall’ospedale a casa sua e il giorno dopo morì". Un altro cronista Filippo Giangi (commerciante e maestro di canto, che dal 1782 raccoglie notizie sui fatti locali) precisa: "quattro ne rimasero feriti lievemente ed uno mortalmente che è un giovane Federici figlio di pescivendolo. Gli altri sono: P. Bagli di Pellegrino, Pagliarani di Fortunato, Patrignani Fabbro ed un altro che è noto". Tra i protagonisti del Risorgimento riminesi sono annoverati: Amilcare Cipriani, nato ad Anzio nel 1843, ma portato a Rimini ancora in fasce, da una famiglia anticlericale, combatte a S. Martino e milita nelle file garibaldine, colpito da mandato di cattura, muore a Parigi nel 1918, dopo aver partecipato ai viaggi di esplorazione per la ricerca delle fonti del Nilo; Giovanni Battista Soardi (Rimini 1790-1875) partecipa ai moti del 1831, diventa deputato nell’Assemblea Generale bolognese, è ricordato come un filantropo che aiutò generosamente i poveri, in particolare le famiglie dei portolotti; Enrico Serpieri (Rimini 1809- Cagliari 1872), avendo partecipato ai moti del 1831, è costretto a riparare a San Marino, dove mantiene i rapporti con la Giovane Italia. Più volte incarcerato, negli anni 1848-49 è deputato di Rimini nella Costituente romana. Caduta la Repubblica Romana, si rifà una vita in Sardegna, diventando Presidente della Camera di Commercio di Cagliari; Giovanni Venerucci (Rimini 1811), operaio mazziniano, partecipa alla spedizione dei fratelli Bandiera e con loro viene catturato e giustiziato (1844); Pietro Venturi (Gatteo 1841), garibaldino, divenne un eroe partecipando a tutte le battaglie da Bezzecca alla liberazione di Roma. Relatori del Meeting del 22 marzo sul Risorgimento riminese sono: lo storico Pietro Caruso e l’editore Giovanni Luisè. 50 Vita di Club n.3 I MEETING IMMAGINI, PASSIONI E ABITUDINI DEI RIMINESI NEL LORO TERRITORIO Martedì 10 Maggio 2011, ore 20,00, all’ Hotel Holiday Inn, è nostro ospite il Prof. Giampaolo Proni, docente di “semiotica della moda” all’università di Bologna, giornalista e scrittore, cui lasciamo la parola: «La ricerca Rimini Segni, Percorsi e mappe del territorio urbano Riminese. Analisi semiotico-progettuale è stata commissionata dal quotidiano La Voce di Romagna. L'abbiamo definita analisi semiotico-progettuale, perché è stata un'indagine che, partendo da un'analisi dell'esistente, sfocia nella proposta di vision e concept, cioè spunti e schemi operativi che possono dar vita a progetti. Molto importante, nella ricerca commissionata, non accademica, è comunicarla in modo comprensibile e utile per il committente, e non solo per la comunità scientifica. In assenza di questo la migliore ricerca può restare isolata o venire rifiutata. Ma soprattutto i suoi risultati rischiano di non essere compresi e restare quindi vani, non contribuire all'evoluzione della comunità alla quale è stata riferita. Allo stesso tempo, non si deve dimenticare il rigore scientifico, per mantenere la peculiarità della ricerca universitaria. Questo doppio requisito non è facile da soddisfare, e non crediamo certo di essere immuni da errori nell'uno e nell'altro senso. Ma abbiamo cercato il più possibile di evitarli. Obiettivo dell'analisi era costruire una mappa semiotica del territorio urbano riminese come viene vissuto dagli abitanti. Il modo cui i cittadini sentono e vivono la città non è necessariamente la verità assoluta, ma è qualcosa con cui chi progetta e chi governa deve fare i conti. Il territorio come entità esterna corrisponde in ognuno di noi a un territorio vissuto e interiorizzato, e i comportamenti e i discorsi dei cittadini sono il risultato dell'incontro tra i due mondi. Dal punto di vista metodologico non c'erano riferimenti a un procedimento di indagine completo. Abbiamo lavorato partendo dai miei studi sull'analisi degli spazi (Bonfantini e Proni 2002) e dalla tesi di Laura Barcellona, la ricercatrice con la quale ho lavorato. Resta fondamentale ancora oggi The image of the city di Kevin Lynch del 1960, un testo non esplicitamente semiotico, ma che parte dal fondamentale principio di analizzare la città nella percezione dei cittadini. Nel complesso il metodo usato è il risultato di una nostra elaborazione condotta anche in relazione all'oggetto di analisi e all'obiettivo dell'indagine: abbiamo raccolto dati di ogni tipo: mappe, foto, interviste, statistiche, ecc., li abbiamo tradotti in unità di significato e disposti su una mappa. Infine, abbiamo letto la mappa e l'abbiamo tradotta in proposte di intervento». di ALESSANDRO SEGURINI R imini vista dai Riminesi. Non si tratta di un facile slogan elettorale bensì di una ricerca dell’Università di Rimini, “RiminiSegni”, condotta dal Prof. Giampaolo Proni, docente di semiotica, che verte sull’analisi dei simboli e dei luoghi che fondano l’identità cittadina. Dalle zone più amate fino ai “buchi neri” di Rimini con le sue criticità irrisolte, l’indagine offre un quadro dettagliato della percezione che i Riminesi hanno della realtà in cui vivono, offrendo al contempo interessanti spunti per idee e soluzioni di sviluppo urbano. Nel merito, è sufficiente una visuale aerea della nostra città per cogliere alcuni significativi “segni” rivelatori della nostra identità: la particolarissima conformazione geografica che vede la confluenza tra la dorsale appenninica, il fiume Marecchia ed il mare Adriatico, rende infatti Rimini sin dai suoi albori un luogo di incontro e di necessario transito. Rimini città di passaggio e dell’accoglienza ancor prima del 51 Vita di Club n.3 tumultuoso sviluppo del turismo di massa. Dopotutto i Romani, allorché fondarono il primo insediamento di Ariminum, dovevano avere le idee ben chiare. Si noti peraltro che, in virtù della caratteristiche morfologiche di cui sopra, lo sviluppo urbanistico e l’introduzione di nuove funzioni legate alla vocazione turistica della moderna “Riviera di Rimini” dopo 2000 anni di storia hanno gettato i “semi” di un mutamento radicale dell’identità cittadina, dove letteralmente “albergano” numerose contraddizioni. Una provincia che sforna molti laureati, ma poche occasioni di lavoro adeguate; una città che consuma il suo territorio, ma con le maggiori superfici “verdi” fruibili in Regione. La più importante contraddizione, sotto il profilo semiotico, è però quella che contrappone le nozioni di Rimini “città del Centro”, in omaggio alla sua origine romana fondante l’identità cittadina e Rimini “città della Linea”, priva invece di landmarks, ossia di solidi punti di riconoscimento che stimolino il senso di appartenenza. È l’annoso e ricorrente tema della “frattura”, un elemento di separazione che Proni definisce la “barra della dissociazione” che compare a molti livelli: nella foto aerea, nella pianta della città, nel vissuto degli abitanti, nella viabilità, nella storia e nella cultura. La contrapposizione investe tanto lo “spazio” (centro storico vs. mare), quanto il “tempo” (la stagione estiva vs. quella invernale) e la “gente” (i residenti del centro storico vs. i residenti della zona mare, i turisti, etc.). L’area critica comprende Borgo Marina, il Grattacielo e la Stazione Fs; ma la frattura in particolare interessa tutta la città di Rimini e opera negativamente lungo quasi tutta la costa adriatica. Lo scalo ferroviario costituisce uno spazio estraneo alla città grande quanto la metà del centro storico e che isola quest’ultimo quasi completamente dalla zona mare, con solo due varchi carrabili dalle automobili (i sottopassi del Porto canale e di Via Tripoli). Questa peculiarità, non rinvenibile altrove, rende Rimini una città “schizofrenica” con due identità distinte a seconda della stagione; una divisione che è vissuta dai Riminesi in modo critico. Nasce pertanto la sempre più diffusa esigenza di superare questa frattura rendendola “trasparente, porosa”. Rendere “attraversabile” la ferrovia emerge tra le esigenze più sentite per ricucire lo strappo esistente. Tra le soluzioni proposte: aprire un accesso sul retro della stazione; istituire una tramvia storica che unisca il centro al mare; allestire delle piccole vetture elettriche che attraversino il parco Cervi. Sul fronte dei “luoghi” che creano l’identità di Rimini, il “palmares” va in primo luogo al Centro Storico, al quale i riminesi attribuiscono molti caratteri positivi: è un luogo di valore storico e culturale, frequentato e socializzante, funzionale (raggiungibile facilmente, piuttosto curato, con la presenza di molti negozi), esteticamente positivo. I pochi elementi negativi emersi hanno a che vedere soprattutto con il fatto che le macchine vi hanno ancora troppo spazio, constatazione che stride con la natura di isola pedonale e la sensazione di luogo protetto che dovrebbe alimentare. In cima alle preferenze dei monumenti cittadini spicca il Ponte di Tiberio che assurge a monumento simbolo cittadino, distanziando significativamente l’Arco d’Augusto ed il Tempio Malatestiano. La Zona Mare, il Porto, la “palata” mantengono peraltro nell’immaginario collettivo un ruolo importante nella costruzione e nella percezione dell’identità di Rimini tradizionalmente legata all’uso di tale risorsa ambientale. La nozione di “andare al mare” risponde ad una variegata molteplicità di bisogni: divertimento, balneazione il relax della spiaggia, nuoto, navigazione, sport o semplice contemplazione del paesaggio. Non costituirà forse una sorpresa il notevole apprezzamento che ottiene Borgo San Giuliano uno dei principali “topos” (luoghi) dell’identità cittadina grazie alla Festa de’ Borg, attualmente l’evento più amato dai riminesi e all’integrazione di numerosi servizi commerciali che fanno del Borgo un vivace distretto commerciale molto animato nei giorni feriali. L’altro lato della medaglia è rappresentato dai luoghi che non piacciono ai Riminesi e che allontano il cittadino dalla visione desiderata della propria città: la stazione FS viene definita luogo di brutte frequentazioni e di scarsa sicurezza; non funzionale (“ritardataria, disordinata, caotica, inadeguata, disorganizzata, incivile”); esteticamente negativa (“sporca, lurida, tenuta male, squallida,degradata”). Non incontra il gradimento dei riminesi neppure il centro commerciale Le Befane al quale sono associate emozioni negative (“stressante; freddo, triste, impersonale”) e valutazioni complessivamente eticamente e socialmente negative (“dannoso per la città, ha portato via lavoro al centro, inutile”). Termini poco lusinghieri anche per uno dei Landmark più 52 Vita di Club n.3 visibili della città: il Grattacielo definito “Grigio, orrendo, non c’entra niente con la città, in zona non idonea, pieno di stranieri, degradato, buio, sporco” a testimonianza di una sensazione diffusa di non appartenenza ed identificazione da parte dei Riminesi. Se la ricerca offre un significativo spaccato della percezione di Rimini da parte dei suoi abitanti, un’ultima considerazione non può che essere rivolta proprio a loro, i Riminesi. Come visto per la città, anche l’identikit del cittadino riminese risente di una immanente contraddizione per cui accanto alla tradizionale immagine solare, edonista e viveur, se ne accosta un’altra più intima e contemplativa, capace di gustarsi impagabili momenti di raccoglimento a stretto contatto con la natura e l’ambiente, soprattutto una volta conclusasi la stagione estiva. I SERVICE UNA VISITA STRAORDINARIA Il manoscritto del Tonini, edito con il nostro contributo, donato alle Biblioteche cittadine, nazionali ed internazionali. di MARIO ALVISI S tefano Cavallari ha sfornato la sua milionesima idea. Donare alle biblioteche cittadine e a quelle più importanti nazionali ed internazionali il libro con il manoscritto di Luigi Tonini “Papa Giovanni XII e Carlo Malatesti o sia la cessazione dello scisma durato mezzo secolo nella Chiesa di Roma” a cura di Oreste Delucca, trascrizione di Luigi Vendramin ed edito da Guaraldi con il contributo del nostro Club e della Fondazione Carim. Tutto ciò quale pretesto per far conoscere, non solo ai riminesi, un evento importante nella storia della Chiesa, dell’Europa e di Rimini: la soluzione del Grande scisma della Chiesa d’Occidente con il Concilio di Costanza terminato nel 1415. Il manoscritto, come sappiamo, narra di Papa Giovanni XII, che aveva posto la sua sede pontificia nella nostra città, e di Carlo Malatesta che prima lo aveva ospitato e difeso nei confronti dei cardinali del Concilio di Pisa e poi lo rappresentò a Costanza al cospetto dell’Imperatore Sigismondo di Lussemburgo, riuscendo a confutare e vanificare le pretese dei due Antipapi Giovanni XXIII e Benedetto XIII. Così come noi imparammo personalmente dallo storico Oreste Delucca durante un nostro riuscitissimo meeting. Detto fatto! Trascinato dall’entusiasmo di Stefano Cavallari, il Presidente Mario Gori condivide la 53 Vita di Club n.3 proposta ed io, non saprò mai perché, vengo coinvolto nell’organizzazione e nella fattibilità del progetto con l’ausilio di uno spedizioniere internazionale. Ma nelle biblioteche riminesi ci si può andare personalmente. Il libro alla Biblioteca Gambalunghiana è già stato donato in occasione del nostro meeting. Per la prima consegna decidiamo di andare alla Biblioteca Diocesana “Emilio Biancheri”. Una visita straordinaria. È situata sul Colle di Covignano, nei locali dell’ex Abbazia di Santa Maria di Scolca (San Fortunato). Già la localizzazione è panoramicamente stupenda. Altrettanto la prestigiosa sede ricavata dal vecchio monastero. Entriamo con circospezione da una porta secondaria che si apre sul giardino posteriore. Silenzio monacale. Nella prima stanza che incontriamo non c’è nessuno. Più fortunati nella seconda dove ci affacciamo prudentemente prima con le teste e poi entriamo con passo felpato per non fare rumori. Ci accoglie una gentilissima e timida signorina attorniata da carrelli carichi di libri. Si presenta sommessamente. È la bibliotecaria Sara Parma. A nostra volta ci presentiamo e le spieghiamo lo scopo per il quale siamo lì. In mano abbiamo il libro. Nel vederselo consegnare rimane sorpresa e meravigliata, quasi come se si avverasse un desiderio! Certamente è comprensibile per chi vive in biblioteca ricevere un libro, ma è incredibile che fossimo proprio noi a realizzarlo! Dopo una pausa, ci dice: aspettavo il vostro libro! Ne avevo sentito parlare e mi auguravo di riceverlo in qualche modo! Tutto ciò non è sorprendente? Non è appagante per l’iniziativa fatta dal nostro Club? Per un attimo ci siamo sentiti importanti! Ci scambiamo brevi frasi, occhiate furtive, sorrisi compiaciuti. Tutto questo in una atmosfera ovattata della piccola stanza monastica con le antine della finestra socchiuse per non fare entrare il sole cocente del pomeriggio. Incontro “magico” tra chi ama appassionatamente i libri e la loro storia. Mentre io me ne sto un po’ in disparte ad ascoltare silenziosamente con la macchina fotografica in mano. Terminati i convenevoli la bibliotecaria ci porta a conoscere la collega archivista: Federica Giovannini. Tutta in viola, discretamente sbarazzina. Ci accoglie anche lei con un gentilissimo sorriso. Siamo in sala lettura, con un grande e moderno tavolo al centro sul quale ci sono diverse attrezzature elettroniche. Parliamo sottovoce per non disturbare alcuni lettori attorniati dagli scaffali ricolmi di libri. Con tanta cortesia e, soprattutto, conoscenza, ci spiega le modernissime tecnologie informatiche per la catalogazione delle opere avvalendosi in rete di un progetto bibliografico della Chiesa Italiana. Dopo la sala lettura, molto luminosa senza un sapore di antico, ci fanno visitare il magazzino librario. Un ampio e lungo locale situato nel sottosuolo, nel posto delle antiche cantine dell’abbazia. Ci sono altri due locali importanti: la Sala Biblica dove sono stati riuniti tutti gli studi moderni sulla Sacra Scrittura, e il Fondo Antico dedicato alla conservazione del nucleo originario della biblioteca. Ad oggi la biblioteca conta oltre 75.000 volumi. La storia della biblioteca diocesana, sorta nel 1568 con la costruzione, primi in Italia, del seminario ad opera del vescovo Giulio Parisani, è descritta dal Prof. Pier Giorgio Pasini in un volumetto, che le due signorine ci donano prima di lasciarci. Nel ringraziarle per l’accoglienza e salutarle mi viene spontanea una frase “birichina”: pensavo di trovare facce “incartapecorite”, mentre ne abbiamo trovate due sorridenti, giovani e, perché no, anche carine. Stefano sorridendo mi approva! Andateci. Oppure visitate il sito www.bibliotecadiocesana.rimini.it. 54 Vita di Club n.3 I MEETING PREMIO “V. VITALE” Il 24 maggio 2001 all’Holiday Inn ha avuto luogo la serata dedicata alla musica. È iniziata con il concerto offerto dal chitarrista Niccolò Facciotto e dal pianista Giacomo Fiori, allievi al nono corso dell’Istituto Musicale G. Lettimi di Rimini, assegnatari del Premio Vitale in quanto risultati i più meritevoli (hanno riportato il massimo dei voti) nell’anno in corso. Niccolò è iscritto alla Facoltà di Ingegneria aerospaziale di Forlì e si sta anche esercitando nella direzione d’orchestra, è dunque un musicista a tutto campo; Giacomo è più specializzato nel pianoforte, ma ha già vinto numerosi concorsi. Presentati dal Direttore Prof. Domenico Colaci e dall’insegnante prof. Maurizio Cerqua, hanno intrattenuto gli ospiti dimostrando la loro eccezionale bravura con l’esecuzione impeccabile di difficili brani (ritmi di sapore cubano, “Fuga degli amanti nella valle dell’eco” e “Ballata della donzella innamorata” per la chitarra di Niccolò e un complesso, labirintico pezzo di Brahms con capricci ed intermezzi intercalati per il pianoforte di Giacomo). Dopo il concerto la premiazione; la socia Eugenia Vitale consegna ai due artisti il meritatissimo premio. La serata prosegue con la relazione sulla storia della Sagra malatestiana da parte di Giampiero Piscaglia, l’attuale Direttore. LA STORIA DELLA SAGRA MALATESTIANA di GIAMPIERO PISCAGLIA (tratto dalla conversazione registrata) L a Sagra malatestiana ha ben sessantadue anni di vita. Chi non conosce la città, la considera un’anomalia: perché è nato proprio a Rimini un festival di musica classica? – è la prima domanda a cui dobbiamo rispondere. Non solo vi nasce nel 1950, ma poi dura nel tempo e cresce fino alle grandi dimensioni di oggi. La nascita è dovuta a due ricorrenze: festeggiare i 500 anni della costruzione del Tempio malatestiano e celebrare la riconsegna ai Riminesi, il 30 luglio 1950, del Tempio restaurato dopo la distruzione della guerra. Il Tempio ha subito bombardamenti pesanti verso la fine del dicembre 1944 e del gennaio 1945. Seguono cinque anni di lavori intensissimi, molto accurati; il sagrato e l’abside sono andati distrutti, tutte le pietre vengono meticolosamente smontate, numerate, restaurate e ricollocate nella stessa posizione. Il 5 agosto avviene la prima edizione della Sagra al tempio; in questa splendida cornice di rara bellezza nasce la più avvincente avventura musicale del nostro territorio, che durerà dentro il tempio fino al 1992 e farà conoscere Rimini, la Sagra e i Malatesta ad un pubblico di mezza Europa. Un’avventura che ha attraversato decenni e generazioni, ha visto passare cambiamenti epocali che hanno distrutto quasi tutto, ma non la sagra. Quel 5 agosto è chiamata sul palco l’orchestra del Comunale di Bologna, il repertorio è dedicato al prete musicista don Lorenzo Perosi, di cui vengono eseguiti il “Transitus animae” e il “Giudizio Universale”; qualche giorno dopo il “Requiem” di Verdi e il 12 agosto il grande Guarneri chiude la prima edizione. Tutta la città si mobilita e si stringe attorno a questa sua creatura; sorge una pletora di comitati: organizzativo, artistico, scientifico, quello dell’ospitalità, come oggi non ci sogneremmo mai; decine e decine di riminesi si uniscono volontariamente per celebrare i due 55 Vita di Club n.3 anniversari e la Sagra, organizzando una mostra alla Biblioteca Gambalunga, conferenze, dibattiti. Una mobilitazione che fa pensare alla laboriosità della nostra gente romagnola più che riminese, Rimini non è mai stata una città molto costruttiva e solidale, anzi è sempre stata smaliziata e cinica, dove se io non riesco a fare una cosa, tu non la fai. La Direzione Artistica viene data a Carlo Alberto Cappelli, già sovrintendente dell’Arena di Verona e del Comunale di Bologna. Un’altra domanda cui ci viene spesso chiesto di rispondere è come mai la sagra sia nata ad opera dell’Azienda di soggiorno, non del Comune, o della Regione. Ci aiuta a rispondere un aneddoto di Glauco Cosmi, il grande padre spirituale che ha preso per mano la sagra e l’ha condotta alla grandezza; nello stesso anno in cui l’Azienda di soggiorno fa partire il modello di turismo popolare di massa (turisti col gommone che deborda dalle vetturette), crea un festival di musica classica. Allora era comandante della Capitaneria di porto, il tenente di vascello Alessandro Cecchi; quando diventa presidente dell’Azienda di soggiorno, poiché era stato compagno di scuola all’Accademia Militare di Livorno di Giulio Andreotti, riesce a ottenere dall’allora ministro del turismo, finanziamenti all’azienda di soggiorno. Non so se sia verosimile, ma questo era il clima visionario dell’epoca, da parte di uomini che erano di amici Federico Fellini, di Sergio Zavoli. La sagra rispondeva anche a un’esigenza impellente: i musicisti erano senza lavoro da tempo, il teatro era distrutto e non veniva mai ricostruito. Il fascino del Tempio era innegabile, benché ci siano stati tentativi da parte della curia di allontanarla dal tempio prima del 1992. C’è un aneddoto anche per questo: una delegazione andò dal vescovo e disse: o facciamo miss Italia a Rimini o facciamo la sagra! La sagra continuò per tanti anni ancora, fino a diventare una delle manifestazioni più longeve dopo il Maggio fiorentino e la Sagra umbra. Dal 1992 è fuori dal Tempio per volere del vescovo, prima fu trasferita all’aperto (Toscanini diceva: all’aperto si può solo giocare a bocce!), poi sotto i capannoni della Fiera. Ce n’è voluto di tempo perché il pubblico si affezionasse alle nuove sedi; a detta dei direttori che si sono succeduti l’attuale spazio è funzionale, si può stringere o allargare, ma non ha certo il valore aggiunto del Tempio. Nonostante questo la Sagra è sopravvissuta, perché? Ho una mia idea. La sagra si è distinta per cicli, abbastanza lunghi i primi, una decina d’anni, poi molto più brevi, al termine dei quali essa si è evoluta, ha fatto delle svolte, si è emendata, anche a costo di battaglie cruente e di polemiche durissime; la sagra ha saputo guardare la realtà e cambiare. I Festival che non hanno fatto questo e sono andati avanti per inerzia, sono morti. Il primo ciclo dura dal 1950 al 1960, è il periodo della grande musica sacra, non subito arriva la musica sinfonica, nel 1952 c’è una Nona di Beethoven, ma bisogna aspettare il 1957 perché essa arrivi in grande stile. Andava molto la musica barocca, da camera, anche se era molto problematico sentire la musica barocca dentro il Tempio; lo strumento liturgico per eccellenza era l’organo, c’era un Tamburini restaurato. Qualche opera fu fatta in piazza, la Bohème e il Faust di Gounod nel 1953, al Teatro Novelli Wagner. Nel 1958 – aneddoto raccontato da Zangheri l’orchestra Fox di Praga, un’orchestra residente della Sagra, viene bloccata alle frontiere dell’est europeo e la sagra deve slittare a mesi dopo. Sono anni di grandissimo fulgore tuttavia, i concerti dal Tempio Malatestiano venivano trasmessi in diretta in Eurovisione. Poi gli anni Sessanta vedono uno sviluppo ulteriore di managerialità, nascono l’Orchestra Filarmonica malatestiana della Sagra (i musicisti riminesi vogliono uno strumento produttivo come l’orchestra stabile) e un’associazione parallela che si mette in sinergia con l’orchestra per elaborare programmi. È una svolta dura, cui non è stato facile abituare il pubblico; si è ovviato invitando solisti come Benedetti Michelangeli (1952, 1962) che fece a Rimini il suo ultimo concerto. Data epocale per la storia della musica: Cosmi impedì che Benedetti Michelangeli fosse arrestato per evasione fiscale prima del concerto, la guardia di finanza aspettò dietro le quinte prima di irrompere nei camerini e portare via l’artista. Il decennio finisce nel Sessantotto quando arriva ovunque il vento della contestazione; per la sagra è una svolta dolorosissima, essa ha bisogno di una sua caratterizzazione, bisogna bucare rispetto a quello che c’è intorno – si dicev. È ancora così, oggi si direbbe ricerca di un’immagine che porti rassegna stampa, 56 Vita di Club n.3 primizie, cose esclusive, ma a quali costi? Ci sono direttori artistici che venderebbero la propria intera famiglia pur di fare l’esclusiva, ma i costi per fare da soli sono esorbitanti. Allora vengono invitati tre grossi critici musicali e giornalisti, Curir, Confalonieri e Pironti, tre menti che danno subito la svolta: fanno una sagra più per la critica che per il pubblico, scegliendo un repertorio che ha un grande successo di critica, ma dura solo due anni, perché alla fine del secondo anno invitano un gruppo di New York, gli Studio Singer, che si esibiscono a torso nudo sul palco con incursioni lungo le navate del tempio, decretando la fine di questo ciclo concettoso. Dal 1970 al 1975 la sagra trova la sua dimensione, la sua struttura che è poi quella di oggi, la suddivisione in sezioni, la musica da camera non si fa più al Tempio, ma altrove, si aumenta il numero dei concerti (da 3 a 15), si sfoggia lo star system, da Pollini a Renata Tebaldi, Zecchi, Chally. Dal 1975 la sagra si rende conto di vivere un momento dorato che è però uno splendido isolamento, capisce che bisogna proiettarsi fuori dai confini nazionali e si rivolge al sistema regionale più avanzato d’Italia. L’Emilia Romagna ha per prima un sistema di produzione e distribuzione degli spettacoli che altre regioni copieranno negli anni successivi; l’Ater, l’Ert, la Toscanini, l’Oser, l’Ater Balletto, rivolgersi ai quali poteva comportare il rischio di essere fagocitati. La scelta si fa e la sagra è portata oltre i confini nazionali. Nel 1976 nasce a Rimini la prima edizione di Ater Forum che dimostra una costante della sagra: l’attenzione ai giovani; in esso si realizza sia il confronto di esperienze sia un giudizio critico su ciò che non funzionava nel mercato della musica. Zangheri, Gavrilovic, Chacarov, Zinnerman sono i grandi che nascono in questo ambito. Poi nel 1980, per giochi politici, l’Ater Forum viene scippato a Rimini e trasferito a Ferrara; grande lutto e cinque anni di crisi d’identità alla fine dei quali la sagra chiama due eminenti critici e musicologici, Gabriele Gandini e Michelangelo Zurletti, l’uno direttore del Festival delle nazioni di Città di Castello, l’altro capopagina della pagina musicale de La Repubblica. Fanno due edizioni al termine delle quali vengono affiancati da una Commissione consultiva della musica di cui fanno parte Guido Zangheri, Maurizio Cerqua, Simona Moroni, Giulia Vannoni, Gianluca Spigolon, Pizzi, ecc. La cosa non funziona perché i due si sentono braccati, con tutta la buona volontà della commissione che si confrontava con loro e di me che ero nel mezzo. Nel 1986 fino al 1992 ricomincia un’esperienza sui giovani, nasce la Rassegna internazionale dei Conservatori, una specie di spaccato europeo, di confronto dell’istruzione musicale all’estero e in Italia con esecuzioni dal vivo. Un’esperienza bellissima, ma anche impietosa per i nostri conservatori; eppure, dentro la rassegna, viene creato un Comitato nazionale per la Riforma dell’Istruzione musicale, progetto ambizioso del quale fanno parte tutte le organizzazioni che si occupano di formazione e di istruzione musicale in Italia, dal Cidim alla Società di Musicologia, a Fiesole, al direttore del Dipartimento dell’istruzione musicale del Ministero della P. I., Bruno Boccia. Poi arriviamo alla storia moderna; l’insegnamento di Glauco Cosmi ci è servito parecchio: così egli ragionava – “se tu non hai il polso della tua comunità, fallisci; un evento culturale esiste solo se esiste un rapporto di reciproco condizionamento tra chi propone e chi ne fruisce”, se non c’è la rielaborazione individuale di chi ne fruisce, hai voglia a proporre Bach o Beethoven al posto di Casadei, non per questo si ha un evento culturale. Devi incrociare il pubblico, non assecondarlo, ma indurre provocazioni. La storia della sagra è la storia di un sentiero stretto: da una parte deve essere festival per la critica, dall’altra stagione per il pubblico. Bisogna sapere dove avventurarsi: contro i 700 posti del Tempio, i grandi concerti sinfonici di oggi realizzano mediamente 1400 ospiti paganti, quindi 15001600 presenze che neanche città più grandi della nostra con bacini di utenza più numerosi riescono a ottenere. Quest’anno nell’anno malheriano la sagra si inaugura con la maestosa, enorme Sinfonia dei Mille, 300 musicisti, due orchestre, tre cori sul palco, in un Auditorium che molti disprezzavano, ma che ha una funzionalità che in altri spazi non si può avere. Grandi nomi di direttori e solisti, tanti percorsi lungo i quali il pubblico si può avventurare: produzioni, opere contemporanee, musica da camera, i concerti della domenica, il ciclo dedicato a Bach, percuotere la mente. Insomma la sagra esercita una funzione formativa, non solo fruitiva, come era nel Medioevo quando la musica faceva parte del Quadrivium, con la matematica, l’astronomia e la geometria, prima che il Concilio di Trento bandisca la musica dalle chiese e la releghi al mondo dello spettacolo. 57 Vita di Club n.3 CHARTER NIGHT IL TRENTESIMO COMPLEANNO Un evento indelebile nella memoria del Club. di ANNA MARIOTTI BIONDI I l giovane Mario ce l’ha fatta a traghettare il Club dal ventinovesimo anno al fatidico trentennale. Mentre i soci fondatori stavano affacciati al balcone, quasi arricciando il naso a giudizio sospeso circa il valore delle nuove leve e restii a rimettersi in gioco dopo aver dato il meglio di sé ai loro tempi, il gruppo di giovani soci costituenti il Direttivo 2010-2011 ha fatto quadrato attorno al presidente, che è anche il più giovane dei soci, gli ha costruito intorno una barriera “protettiva” fatta di efficienza e organizzazione e, insieme, per attirare l’attenzione e l’interesse di soci dalla partecipazione saltuaria o semplicemente un po’ spenta, hanno proposto contenuti di grande spessore per tutti i gusti. Così l’anno lionistico si è svolto come da programma con la realizzazione di service, meeting, eventi importanti, con un unico neo, la mancata realizzazione della visita a Limbiate (con estensione nel Varesotto) che rientrava nello spirito del service “Un cane in memoria di Chicco Gori”, ma che è andata deserta, nonostante una programmazione perfetta by Franca Marani, in quanto i soci non hanno aderito, non capendo lo spirito di unione, amicizia, solidarietà che ispira la gita di club, soprattutto di 58 Vita di Club n.3 questa legata al service. Così è arrivata la 30ª Charter night che ha siglato in maniera letteralmente pirotecnica un buon anno superiore alle aspettative. Elegante il bell’ambiente sul mare che dà panoramico risalto al volto più nuovo di Rimini (ma forse il più antico), città sul mare, città di mare, con una darsena spettacolare. Al ristorante “La prua” l’odore del mare arriva con la brezza tra i lunghi tavoli dove i soci si distribuiscono con i tanti ospiti, amici e parenti, mentre dai grandi acquari fanno capolino le creature che, trasformate in un sapiente menu, colmano i piatti per tutta la lunga festosa notte celebrativa. Commovente l’esordio della serata: dopo l’arrivo del Governatore Guglielmo Lancasteri, affiancato dal past governatore Ezio Angelini, l’efficiente, nonché bella Cerimoniere Distrettuale Sandra Sacchetti, ha dato il via all’aspetto formale dell’evento, presentandone il primo atto ufficiale, la cerimonia di assegnazione della Melvin Jones, la più alta onorificenza che un Lions possa vedersi assegnare dal sodalizio per il suo servizio. Dopo Anna Cavallari, Mario Alvisi ed Elio Bianchi, la scelta è caduta su Pietro Giovanni Biondi, di cui si è visto in diretta il genuino stupore, la commozione, nonché l’immenso orgoglio suscitato dall’onore contenuto in quella targa di legno: che vuol dire che hai vissuto più di vent’anni della tua vita aderendo ai valori del Lionismo, al codice etico sotteso, in maniera leale, onesta, sincera, umile perché “servire” richiede come prima dote proprio l’umiltà. «Per aver interpretato il Lionismo e il Servire come regola di vita.» - si legge nella motivazione. Ovviamente dove… stanno per spuntare le lacrime, le mogli corrono in soccorso e mascherano, dietro un bacio scherzoso, il momento clou. Il secondo atto celebrativo è la ricorrenza della trentesima charter: i soci fondatori si schierano in drappello, ben lieti di figurare ancora baldi, forti ed autorevoli nonostante non siano più i giovani leoni che nel 1981 diedero vita ad un club di… Malatesti, che sta indubbiamente per “spiriti liberi ed indipendenti”. Evidente la soddisfazione del giovane presidente, che allora aveva solo dieci anni, mentre appunta sul loro bavero la spilla ricordo. Piovono poi riconoscimenti per tutti coloro che si sono distinti per assiduità di partecipazione, per attività di collaborazione, per meriti speciali. Mentre il trio di Aldo Maria Zangheri, protagonista con la sua amata viola del Concerto “Sull’ali dorate”, suona in sottofondo, la festa diventa sempre più calda: il presidente ha onorato il suo programma ed è in grado di consegnare al Presidente del Centro Cani guida dei Lions di Limbiate (MI), Andrea Martino, la somma di 12000 Euro per il cane che, una volta di più, servirà ad onorare e ricordare la figura di suo padre Chicco, il primo officer distrettuale del service nazionale, di cui Ezio Angelini prima e Pietro Giovanni Biondi poi, hanno ereditato le ultime volontà lionistiche: Aiutatemi a donare un cane guida – disse poche 59 Vita di Club n.3 ore prima di morire. In disparte, perché preferisce rimanere in incognito, Angela Leardini, la mia amica prof. di matematica, che ha venduto cinquanta mazzi di carte e consegna i 500 euro ricavati ad Andrea Martino, è da lui premiata col guidoncino del Centro. Al Governatore Lancasteri viene consegnato il contributo del Club per il Centro polivalente di Cervia. La terza parte della serata è riservata al passaggio delle cariche; il presidente Mario Gori, che del padre Chicco ha la simpatia, oltre alla bonomia ed umiltà, ammette di essersi affezionato al ruolo, “viziato” da un Direttivo che gli ha reso tutto facile, ma di essere pronto per altre mete, visto che la sua… stazza è così somigliante a quella imponente e importante del Governatore; intanto farà il Delegato di zona, poi, “crescendo”, si vedrà… Glielo auguriamo di cuore perché il Lions ha bisogno di gente pura di spirito. Il governatore incorona il nuovo Presidente Roberto Morbidi, che da due anni si è fatto conoscere per l’efficienza e l’efficacia del suo operato come segretario. Una volta ricevuti i simboli della Presidenza, dopo i e perché no, “staccare la spina”. Per far questo, credo sia sempre più necessario l’apporto dell’altro elemento fondamentale del Club: le signore, mogli, fidanzate, compagne sono invitate a trovare momenti d’incontro. Fra amici tutto diventa più facile, trovare idee, soluzioni, e il tempo per concretizzarle. “Noi serviamo” è il nostro motto e non significa solo fare beneficenza. Nel mio programma rispetterò, per i service, la tradizione del Club, mantenendo viva l’attenzione sui non vedenti, sui giovani, sul territorio riminese, e su iniziative internazionali, nazionali e distrettuali. Per quanto riguarda i “meeting” parleremo di cinema, di arte, di sport, di Rimini, di problemi sociali, di ballo, di economia, di moda, di storia.» Il neo presidente schiera infine la sua squadra, mentre le signore si passano il testimone offrendosi l’un l’altra mazzi di fiori. La bella serata è stata lunghissima, saluti e i ringraziamenti di rito, egli mostra la sua soddisfazione per l’appartenenza ad un club vivo e vitale. «Mi piacerebbe - egli dice - cercare di rafforzare quello che amiamo definire “lo spirito dei fondatori”… e cioè il club dovrebbe essere visto come il luogo dove trascorrere fra amici piacevoli serate, dove è possibile rilassarsi 60 Vita di Club n.3 quasi nessuno avesse voglia di concluderla in quanto tutti indistintamente, vecchi e giovani leoni, vecchie e giovani mogli, hanno insieme Elide Gori riceve un Attestato di apprezzamento. respirato l’aria festosa del lionismo più puro, quello che suggerisce, prendendo a prestito da altri le parole…, “ama il prossimo tuo come te stesso”! Giorgia Gori dona i fiori a Norma Morbidi. Consiglio Direttivo 2011-2012 approvato con delibera del 20 maggio 2011 Presidente ROBERTO MORBIDI Past Presidente MARIO GORI 1° Vice Presidente GIANFRANCO SIMONETTI Segretario PAOLO MARANI Tesoriere GIOVANNI BILANCIONI Cerimoniere GIANFRANCO SIMONETTI Censore EGIDIO AGUTI Consigliere RAFFAELE PETRILLI Consigliere MARCELLO PEDROTTI Consigliere GIANFRANCO ARSENI Comitato Soci MAURO TERCON (Presidente) PAOLO GIULIO GIANESSI ANTONIO GALLI Revisori dei conti NEVIO ROSSI DAVID GIULIODORI FERNANDO SANTUCCI Collegio Probiviri STEFANO CAVALLARI MARIO DE GIAMPIETRO GIAMPIERO BOCCHINI Responsabile Informatico EGIDIO AGUTI Addetto stampa MARIO ALVISI 61 Vita di Club n.3 Sandra Sacchetti, cerimoniere distrettuale, e Ezio Angelini, past governatore. Luigia e Andrea Martino, presidente onorario Centro Addestramento Cani guida dei Lions. 62 Vita di Club n.3 Il Club dei past presidenti. 63 Vita di Club n.3 Stemma malatestiano trecentesco della rocca di Montefiore. 1983-84, presidente Arnaldo Bellucci. 1982-83, presidente Fernando Santucci, visita Governatore Achille Valentini. 1984-85, presidente Eros Bandini. 1985-86, presidente Stefano Cavallari. Festa degli auguri. Immagini 1986-87, presidente Gianmarcello Gorra. da una storia trentennale 1987-88, presidente Gian Carlo Cecchi, Festa degli Auguri. I cuccioli dei giovani Leoni. I Festa degli Auguri, il presepe vivente interpretato dai cuccioli Marani Zanini. 1988-89, presidente Bruno Tocco. 1989-90, presidente Silvio Cardellini, Festa degli auguri, Marani, La Placa, Pulga, Cardellini, Bigonzi, Mancini. 1990-91, presidente Svano Pulga. 1992-93, presidente Luigi Dell'Omo. 1993-94, presidente Nevio Annarella. Istituzione del “Premio Alvisi”, in ricordo del giovane Enrico, morto tragicamente. 1991-92, presidente Elio Bianchi, intermeeting e visita del governatore Raffaele Cera. II 1995-96, presidente Francisco Gori, istituzione del meeting a Talamello, regno dell’Ambra. 1994-95, presidente Pietro Giovanni Biondi, Festa degli auguri. 1996-97, presidente Mario De Giampietro, incontro con Sergio Zavoli. … E con il formaggio di fossa, immortalato nella carriola, con Gori, Dell’Omo, Palma, Biondi, De Giampietro. 1997-98, presidente Giorgio Mevlia. 1998-99, presidente Nevio Annarella, autunno a Talamello. Estate al Grand Hotel. Inno al socio Silvio Cardellini che ci ospita a Langhirano. 1999-2000, presidente Sergio De Sio, visita del governatore Gianfranco Buscarini. III Tabacchi, Pecci, Annarella, Rossi, De Sio, Tisselli, Bianchi, Baldini, Liberati, Biondi. 2000-01, presidente Franco Baldini, Festa degli auguri con arrivo dei Magi. 2002-2003, presidente Maurizio Graziosi, charter 2002, governatore Franco Esposito, assegnata alla memoria di Chicco Gori la Melvin Jones. Andrea Martino riceve la donazione per un cane guida. 2001-02, presidente Franco Palma con Francesca Fabbri e "Titta" Benzi, Biondi, D.Z., Brighi, pres. Lions Club Riccione. A Limbiate accompagniamo Michela Grossi a ricevere il suo cane Chicca. Casa di Verdi, gita sociale. 2003-04, presidente Mario Alvisi. Il premio E. Alvisi. 2006-07, presidente Massimo Mancini, charter 2006. 2004-05, presidente David Giuliodori, charter 2004. 2005-06, presidente Emilio Baldini. Melvin Jones al dott. Claudio Costa. 2008-09, presidente Paolo Giulio Gianessi, charter 2008. 2009-10, presidente Antonio Galli, IV charter 2009. 2010-2011, presidente Mario Gori, charter 2010. 2007-08, presidente Mauro Tercon, charter 2007.