QUADERNI STORICI ESINI
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2010
QUADERNI STORICI
ESINI
I
2010
MOIE DI MAIOLATI SPONTINI
Direttore
Riccardo Ceccarelli
Comitato di redazione
Gianni Barchi, Cesare Bellini, Riccardo Ceccarelli,
Maria Emanuela Graciotti, Maria Cristina Mosciatti, Marco Palmolella,
Cristiana Simoncini, Flavio Vai.
Un particolare ringraziamento all’Ing. Emilio Zannotti
e alle Amministrazioni Comunali di Apiro, Castelbellino, Castelplanio,
Maiolati Spontini, Mergo, Monteroberto, Poggio San Marcello,
Rosora, San Paolo di Jesi e Staffolo che hanno creduto in
questo progetto
Con il patrocinio della
Deputazione
di Storia Patria
per le Marche
Università degli Adulti della Media Vallesina
Via Carducci, 29
Moie di Maiolati Spontini (AN)
PREMESSA
Dopo una non breve incubazione avvenuta presso la Biblioteca
Comunale di Cupramontana, dove lo scrivente ha lavorato per trent’anni,
prende avvio la pubblicazione del primo volume dei “Quaderni Storici
Esini”.
Il progetto ha avuto l’adesione di giovani e meno giovani ricercatori, di
storici e di quanti sono appassionati alla nostra terra.
La pubblicazione a cadenza annuale ha lo scopo infatti di non disperdere la “memoria storica” del territorio che insiste sul bacino del fiume Esino,
cuore della Provincia di Ancona e dell’intera regione marchigiana. In queste
pagine saranno ospitati contributi per una conoscenza della sua storia e di
suoi particolari, del folclore, dei personaggi e di tutto quel tessuto del passato più o meno lontano che spesso non trovano spazio in altre sedi.
Gli scritti ovviamente avranno attinenza a tutta l’area del territorio esino,
ma non solo, garantendo ad essi rigore scientifico, accuratezza dei testi in
modo tale che l’intero materiale pubblicato possa essere sicuro riferimento ed
una “fonte storica” attendibile. Ogni volume poi darà conto in relative recensioni degli studi e delle pubblicazioni che riguardano il territorio stesso.
Il nostro territorio con i suoi castelli ed i suoi centri storici dalle mille
peculiarità, le sue abbazie, le sue chiese, le sue colture, le sue tradizioni, con
le generazioni che l’hanno abitato, conservato e trasformato, necessita di
essere “riscoperto”, rivalutato, apprezzato ed amato.
La pretesa è duplice: offrire ai ricercatori spazio idoneo per far conoscere i risultati del loro lavoro ed essere di stimolo ed occasione insieme per
“innamorarsi e far innamorare” della nostra terra e del suo passato, la cui eco
non è affatto ancora spenta: ritrovarne le vibrazioni è la finalità di questa
“avventura”.
Un caloroso grazie agli amici e a quanti hanno condiviso questo progetto, agli amministratori comunali che l’hanno sostenuto e a tutti coloro che in
qualsiasi modo vi hanno aderito.
Una pubblicazione cartacea nell’epoca dell’informatica, di internet e del
virtuale, è una sfida che ci riporta alla concretezza e alle “verità” di tutti coloro che hanno fatto la nostra storia e della quale tutti siamo “figli ed eredi”.
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All’Università degli Adulti della Media Vallesina che ha accolto e patrocinato questa pubblicazione tra le sue iniziative, la gratitudine più sincera,
auspicando che mai venga meno quel fecondo rapporto con la storia della
nostra terra che l’ha caratterizzata fin dal suo nascere.
Ai lettori che ci leggeranno ed eventualmente ci apprezzeranno facendoci dono anche del loro consiglio ed unendosi a noi in questa “avventura”,
l’augurio di poterla condividere a lungo.
Riccardo Ceccarelli
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GIANNI BARCHI
CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI
A JESI TRA XV E XVI SECOLO
Immigrati d’Oltreadriatico
Per buona parte del Quattrocento la costa occidentale dell’Adriatico fu
interessata da ripetute ondate migratorie da parte delle popolazioni della
sponda orientale. All’origine di questo flusso quasi ininterrotto che durò
decenni, stavano, innanzi tutto, ragioni economiche e demografiche1.
Individui e interi nuclei familiari attraversavano l’Adriatico raggiungendo
l’Italia e le sue prospere città bisognose di manodopera, ove speravano di trovare maggiore sicurezza economica e riscatto sociale, ma v’erano anche altre
ragioni altrettanto pressanti, di ordine politico. L’invasione turca dei Balcani
e delle regioni danubiane, iniziata nella seconda metà del XIV secolo e proseguita con la conquista della Bulgaria nel 1393, dopo una battuta d’arresto
nel 1402 per la sconfitta inflitta ad Ankara da Tamerlano al sultano Bajazet,
era ripresa pochi anni dopo in maniera spedita, divenendo ben presto sempre
più pressante e incontenibile. Tra il 1417 e il 1432 parte dell’Albania era già
in mano ai Turchi e la rapida sottomissione del paese fu ritardata solo per
l’eroica resistenza dei suoi abitanti guidati da Giorgio Castriota, il leggendario Skanderbeg.
Negli anni successivi, nonostante alcune vittorie riportate dagli eserciti
cristiani, la regione balcanica e danubiana cadde quasi completamente nelle
mani dei Turchi. La Serbia fu conquistata nel 1443, Costantinopoli cadeva
nel 1453, la Bosnia nel 1463, l’Albania nel 1479, undici anni dopo la morte
di Skanderbeg, l’Erzegovina nel 1482. Nel 1468 erano iniziate le aggressioni degli incursori turchi in Dalmazia; non erano vere operazioni di conquista
stabile, ma devastazioni continue e sistematiche delle campagne e villaggi,
razzie di uomini, animali e attrezzi da lavoro che si riproponevano ad ogni
primavera ed ogni autunno, per anni ed anni. Le popolazioni terrorizzate fugSENSI MARIO, Fraternite di Slavi nelle Marche, in Atti e Memorie della Deputazione di
Storia Patria per le Marche, Nuova serie, anno 82° (1977), Le Marche e l’Adriatico orientale: economia, società, cultura dal XIII secolo al primo Ottocento, Ancona, 1978, p. 54.
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GIANNI BARCHI
givano verso le città fortificate dell’Adriatico, al riparo di mura poderose
difese soprattutto dalle armi della Repubblica di Venezia. Molti però non si
fermavano e cercavano scampo oltre il mare. L’entroterra abbandonato e
ormai terra di nessuno, veniva occupato da pastori morlacchi seminomadi, o
da slavi stòcavi rinnegati2.
Nelle Marche le prime ondate migratorie di una certa entità si registrano
già nel 1436, quando una nave con trecento Albanesi attraccò nel porto di
Ancona portando con sé la peste3. Alla metà del Quattrocento popolazioni
balcaniche chiamate genericamente Sclavi o Slavi, Albanenses o Albani,
Morlacchi erano ormai presenti stabilmente e in misura considerevole su
quasi tutto il territorio marchigiano4. Disprezzati, temuti ed anche odiati, questi profughi d’oltremare erano però abili artigiani, contadini, boscaioli, pastori che negli anni del tardo Quattrocento parteciparono in misura decisiva al
grande sforzo di ripresa economica disboscando, dissodando e coltivando a
frumento, piantando vigne nei terreni strappati alle selve che fitte coprivano
i fondovalle marchigiani, riempiendo i vuoti demografici causati dalle grandi morie del Trecento.
A Jesi Albanesi e Slavi erano presenti sporadicamente già nella seconda
metà del XIV secolo5. Con il Quattrocento il loro numero si accrebbe di
molto per via delle migrazioni sempre più consistenti6. Il primo libro delle
Riformanze del comune di Jesi nel 1429 dà notizia d’immigrati slavi residenti in città e nell’immediato distretto, che indirizzavano suppliche al
Magistrato per ottenere grazia di alcune pene pecuniarie7. Alcuni anni prima,
nel 1424, un tale Tommaso di Pietro di Sclavenia aveva acquistato per parte
di Franco di Benedetto di Sclavenia un terreno agricolo posto nel fondo di S.
2 PRAGA GIUSEPPE, Storia della Dalmazia, dall’Oglio, editore Milano, 1981, pp. 171-172.
3 SENSI, p. 57.
4 SENSI, p. 61. Più raramente compaiono anche i termini Tartaros e Grecos.
5 ANNIBALDI GIOVANNI j. Immigrati albanesi e schiavoni a Jesi e nel suo Contado nei
secoli XV e XVI in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche, Nuova
serie, anno 82°, Le Marche e l’Adriatico orientale: economia, società, cultura dal XIII secolo al primo Ottocento, Ancona, 1978, p. 117.
6 Dall’esame dell’archivio comunale e notarile di Jesi si può avere un campionario parziale
delle città di provenienza di questi immigrati: Zara, Zagabria, Ragusa, Sebenico, Cattaro,
Cherso, Scutari; vi è anche un profugo bosniaco, indicato come Commus de Boznia (vedi
ANNIBALDI, p. 121, nota 30).
7 Archivio Storico del Comune di Jesi (ASCJ), Riformanze n°1 (1428-1429), f.25, supplica
di Andrea di Giorgio Schiavo del 23 gennaio 1429; f.37v, supplica di Simone Schiavo del 20
febbraio 1429.
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CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI A JESI TRA XV E XVI SECOLO
Stefano di Tabano8. Non pochi di questi immigrati negli anni attorno al 1450
erano ben inseriti nel tessuto sociale e godevano pienamente dei diritti civili9. Negli anni successivi però l’incremento continuo di nuovi arrivi, lo stato
di emergenza in cui quasi tutti i profughi versavano (denutrizione, igiene
pressoché nulla, indigenza, miseria materiale), la diversità di lingua, costumi
e tradizioni suscitarono anche a Jesi diffidenza, paura e ostilità. Infatti, un po’
dovunque, gli immigrati erano accompagnati dalla sinistra fama di apportatori di peste, soprattutto gli Albanesi, «gens ad necem, interitum et infectionem super omnes prona»10. Nel 1467, all’inizio di un’epidemia di peste e con
l’intento di creare un cordone sanitario, il governo della città decretava
l’espulsione di tutti gli Albanesi e Slavi oltre un mezzo miglio dalle mura cittadine per la durata di dieci anni11. Misure draconiane che rimasero inascoltate queste, poiché, per anni, le minacce di punire i contravventori si ripetono12. Tratti di corda, incendio delle abitazioni, multe salatissime non riuscivano a far desistere queste genti disperate dal migrare alla ricerca di un futuro meno cupo13. Se in particolar modo erano invisi per i loro costumi barba-
Archivio Notarile Jesino (Ar.Not.J), conservato nell’Archivio di Stato di Ancona, notaio
Matteo di Ugolino, vol.123 (1424-1429), f.11r, 8 novembre 1424. Vedi anche Annibaldi, op.
cit., p. 117, nota 14, su acquisti e pagamenti di servizi effettuati dal comune di Jesi a favore
di diverse persone indicate come Slavi e Albanesi nell’anno 1425.
9 ANNIBALDI, p. 117.
10 SENSI, p. 61.
11 ANNIBALDI, p. 114.
12 Il 12 giugno 1468 si dava facoltà al podestà di Jesi di cacciare dalla città Albanesi e Slavi
“infetti”, di punirli, castigarli e “torcerli” a suo arbitrio: «Et dominus potestas auctoritate
presentis consilij habeat facultatem et potestatem omnino … expellendi omnes sclavos et
advenas de civitate infectos et eos torquendi puniendi et castigandi arbitrio suo ad formam
banimenti emanati per eum» in Riformanze n° 7, f.68v. Nel 1470 si ripeteva il bando contro
Albanesi e Slavi, definiti miserrimi e calamitosi: «Spectabilis vir Nicolaus ser Angeli alter
ex consiliarijs dicti consilij surgens pedes. Dixit bonum et salubre sibi videntur ad tollendum
omnem pestis suspicionem sint decretus et reformatio talis et maxime cum Sclavis et
Albanensibus qui calamitosi et miserrimi et absque aliquod instru[menti] et ordini eorum
vite degunt et vivunt. Quod omnes Sclavij et Albanenses qui dimorati fuissint seu stitissent
a duobus annis infra in Civitate Exij vel extra debeant illinc recedere pariter et se absentare
atque disgombrare infra terminum per dominum potestatem dicte civitatis statutum sub pena
et ad penam unius ducati pro quolibet contrafacentibus et vice qualem ipso facto» in
Riformanze n° 7, f.168rv, 19 febbraio 1470.
13 ANNIBALDI, p. 114. I bandi si ripetono in ogni occasione di pestilenza o di sospetto di
peste nel 1476, 1477, 1479, 1480, nei quali si aggiunge la minaccia di bruciare le abitazioni, che poi erano semplici capanne.
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GIANNI BARCHI
rici i Morlacchi, presenti nel territorio jesino in gran numero14, un po’ tutti
erano visti di malocchio anche per la rapidità con cui molti di loro venivano
alle mani e per la facilità a metter mano al coltello15. Gli Albanesi stanziati
oltre l’Esino poi erano malvisti per le loro grassazioni e per azioni di brigantaggio16. Frequenti erano le denunce per danneggiamenti agli alberi fruttiferi
ed ai raccolti a carico di Albanesi e Schiavoni17.
14ANNIBALDI,
p. 115. Il 20 aprile 1475 si decretava il divieto ai Morlacchi di venire a stabilirsi in città e nel suo distretto: «… aliquid instituendi videatur/ ut tot Morlacchi gentes
quidem prave huc non veniant/ nec hic morentur et habitent cum mores ipsorum abhorrendi sint ad eorum malum vitandum… Supra quarta proposita de Morlacchis …… nullus
morlacchus possit nec voleat venire abhitandum et permanendum seu comorandum in
Civitate Exij et eius districtu: nec liceat alicui dare receptationem aut receptationis locum
alicui morlacho sub pena decem florenorum monete pro quolibet morlacho veniente seu venturo ut supra abhitandum seu morandum vel qui proptem decretum huiusmodj vitare presumpserit et similiter sub pena decem florenorum pro quolibet receptantj vel receptaculum dantj
vel daturi: et quoque ultra penam morlachus qui contrafecerit … et puniatur decem tractis
corde: Et illud idem intelligatur in Albanenses et Sclavos denuo venturos» vedi Riformanze
n° 10 (1474-1476), f.44v e 45v. I Morlacchi erano popolazioni di lingua neolatina e religione greco-ortodossa stanziate nelle Alpi Dinariche, dedite alla pastorizia. Divisi in tribù che
praticavano la pastorizia transumante, e inafferrabili nel loro nomadismo, non sottostavano
ad alcuna autorità che non fosse quella del loro capo tribù, chiamato cantonaro. Di temperamento generoso e guerriero, non rifuggivano però dalla sopraffazione e dalla rapina. Nel
Medioevo la lingua morlacca era parlata nei territori dell’attuale Lika croata, della BosniaErzegovina, del Montenegro e della Serbia centro occidentale fino all’inizio delle invasioni
turche. Le montagne a nord di Sarajevo erano chiamate Romansk nel Medioevo, perché abitate dai pastori morlacchi, e fino al Duecento la principale località della Lika si chiamava
Rmanj. La toponimia dell’Erzegovina e del Montenegro ha tuttora molte parole ereditate dal
neolatino dei Morlacchi: basta pensare al monte Durmitor, il principale monte delle Alpi
Dinariche centrali che serviva da “dormitorio” per i pastori morlacchi (notizie tratte da Pavle
Ivic, The History of Serbian culture, Porthill Publishers, Middlesex,1995 e da Giuseppe
Praga, Storia della Dalmazia, cit.).
15ANNIBALDI, p. 116. Vedi anche ASCJ, Riformanze n° 6 (1459-1460), f.49, seduta consiliare del 14 febbraio 1460, ove si fa divieto agli slavi di portare armi, pena il sequestro dell’arma, una multa pecuniaria e la punizione corporale con quattro tratti di corda: «…nullus
sclavus possit portare arma in civitate Esij in comitatu et in territorio ad penam perditionis
armorum et unius floreni arma sint officiali et mediectas pretii reliqua communi et ad
penam 4° tractorum corde et si aliquis viator tunc dicta pena sit in arbitrio dominorum
[priorum]».
16 ANNIBALDI, p. 115.
17 ANNIBALDI, p. 116. Spesso gli Albanesi e Schiavoni autori dei furti erano nullatenenti,
in tal caso le pene erano corporali, come i tratti di corda o la messa alla berlina legati con
catena nel palazzo comunale: «Sit est licitum quibuscumque officialibus dicte civitatis perquirere in domibus Sclavorum et Albanensium habitantium in dicta Civitate et eius districtu
et in capannis pro dictis fructibus collictis et exportatis per eos et si in dictis domibus sive
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CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI A JESI TRA XV E XVI SECOLO
In città gli immigrati abitavano nella parte bassa, in contrada Valle, nei
pressi di S. Domenico e di S. Benedetto; nel circondario erano stanziati principalmente presso l’abbazia di S. Maria del Piano (giusto il “mezzo miglio”
dalle mura cittadine) e dalla parte opposta, oltre la Granita, in contrada
Sabbioni. Nel contado avevano popolato le zone boscose oltre il fiume (guadagnandosi anche, come abbiamo visto, la cattiva fama di briganti e grassatori) fino al castellare di S. Lorenzo di Castagnola (Coppetella) e tutta l’arida zona collinare di Mazzangrugno e S. Maria Nova, in precedenza completamente spopolata dalla peste. Occupati principalmente in attività agricole, si
accollarono quasi interamente la fatica di disboscare, dissodare e mettere a
coltura le terre comunali. Se nei secoli XVI-XVIII la Vallesina diverrà una
delle più ricche zone di produzione ed esportazione di frumento della Marca,
è grazie anche all’opera di questi oscuri immigrati. Contadini, pastori, boscaioli, ma anche piccoli proprietari terrieri e allevatori, abili artigiani, soldati e
sbirri, ecclesiastici della Chiesa locale insigniti anche del titolo di canonici
della cattedrale, alla fine del Quattrocento i discendenti di quei tanto disprezzati profughi levantini si erano ormai inseriti a pieno titolo nella società jesina, costituendone parte dinamica. Gli atti notarili di quegli anni descrivendo
piccole compravendite di terreni, vigne, case, soccide di buoi, maiali, cavalli, muli, arnie etc. vedono molte volte protagonisti proprio quelli che sono
ancora chiamati con i termini di albanenses e sclavones. Quanto al loro
numero, è possibile fare una stima di questi immigrati inferendola dalla tassazione imposta per fumanti alla città e al contado per il reperimento di 500
salme di grano, contributo che fu chiesto dal tesoriere provinciale nel luglio
del 1475. In quell’occasione agli Slavi e Albanesi della città e del contado,
considerati come categoria a parte e tenuti distinti dal resto della popolazione, fu chiesto di versare 110 some di grano, identico ammontare richiesto alla
popolazione jesina, composta questa di 277 fuochi fiscali18. La separazione
capannis reperiantur et reperiunt de dictis fructibus et dicti Sclavi vel Albanenses non probaverint clare collegisse et exportavisse de possessionibus eorum aut de possessionibus
quasi ipsi haberent ad laboretium et cum licentia patronj incurrant in eamdam penam solvendam modo predicto [con il pagamento di un ducato aureo]. et quolibet possit accusare
cum iuramentis et similiter habeat tertiam partem. Et si quis Sclavus vel Albanensis repertus fuerit culpabilis in quolibet casorum predictorum et non esset solvendus dictam penam
quia in difectu preci pecunie emat in personam videlicet dando ei vel eis quatuor tractj corde
aut stet ligatus ad catenam in palatium comunis duobus diebus cum fructibus per ipsos vel
per ipsum collectis aut exportatis ad collum» in Riformanze n°8 (1470-1472), f.19, consiglio
del 12 agosto 1470.
18 ASCJ, Riformanze n° 10 (1474-1476) f.76v.
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GIANNI BARCHI
di Albanesi e Slavi può significare che queste popolazioni non si erano ancora assimilate, o perlomeno non erano percepite tali: molto probabilmente il
loro arrivo nella Vallesina era recente, risalente a pochi anni prima.
Sicuramente non erano quelle famiglie degli Schiavoni o degli Albanesi che
abbiamo visto negli anni Venti o Trenta del Quattrocento, ormai amalgamatesi con la popolazione locale.
Da questi dati è però possibile fare una stima dell’entità quantitativa dei
nuovi arrivati, anche se in misura molto approssimativa: se a costoro fu chiesto di contribuire allo sforzo fiscale fatto da tutta la città e il contado in proporzione del 20% circa, possiamo pensare che queste popolazioni, in genere
molto povere e deboli sotto il punto di vista contributivo, costituissero però
in termini numerici una parte consistente della popolazione, qualcosa come
1/5 o 1/4 di tutti gli abitanti della respublica aesina.
Lo spirito profondamente religioso degli Albanesi e Slavi è attestato da
moltissimi documenti. Devotissimi alla Vergine Maria che veneravano sotto
il titolo della Misericordia e del Buon Consiglio, devoti ai santi, i cui culti
spesso importarono da oltre Adriatico, da questi immigrati fiorirono anche
numerosissime vocazioni religiose sia maschili, che femminili, specie
nell’Ordine francescano19. Nel 1450 troviamo anche che un certo Benedetto
di Giovanni di Cherso è l’abate di S. Urbano20. Numerose in tutte le città
della Marca furono le fraternite religiose fondate e composte esclusivamente
dagli Slavi e Albanesi, istituzioni che oltre ad assolvere compiti di assistenza religiosa, ebbero anche la funzione sociale d’inserimento nel tessuto
comunale, di assistenza ospedaliera, di mutuo soccorso21. Oltre alle fraternite di S. Maria degli Schiavoni, di S. Maria delle Grazie degli Albanesi, di S.
Giorgio, S. Sebastiano, S. Biagio, troviamo numerose fraternite dedicate
rispettivamente a S. Girolamo degli Schiavoni e a S. Venere degli Albanesi.
La Compagnia di S. Venere a S. Maria del Piano
Il 15 ottobre 1533 l’allora vicario generale della diocesi di Jesi, Mons.
Gianbattista Canerchi, concedeva al Signor Piermatteo Stella il juspatronato
su una cappella laterale dell’antica abbazia benedettina di S. Maria del Piano.
19 SENSI, p. 77.
20 ANNIBALDI,
21 SENSI, p. 77.
p. 121, nota 30.
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CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI A JESI TRA XV E XVI SECOLO
Con questa investitura Piermatteo Stella non solo acquisiva tutti i diritti,
compreso quello canonico, ma si assumeva anche tutti gli oneri connessi che
prevedevano, in caso di necessità, anche l’obbligo della riparazione del tetto
con coppi della chiesa. Soltanto tre anni dopo e abbisognando proprio il tetto
della chiesa di riparazioni, era sorta una vertenza tra la parrocchia di S. Maria
del Piano e Piermatteo Stella riguardo a chi spettasse quest’onere e in che
misura. Sicuramente Stella non pensava di essere divenuto in così breve
tempo il patrono di tutto il tetto di S. Maria del Piano e perciò tentava di defilarsi e scansare il lateritico onere, ma l’interpretazione dei patti che diede il
nuovo vicario generale, Mons. Giacomo Benigni, non lasciava alcun margine di dubbio, poiché Stella fu obbligato a riparare tutto il tetto della navata
sinistra, indicata con uno stringato «ubi est cappella sclavonica», ovvero con
un «dove sta la cappella degli Slavi» 22.
La cappella in questione, utilizzata all’occasione da monsignor vicario a
mo’ di coordinata geografica, era dedicata a Santa Venere. Da una tarda
descrizione di S. Maria del Piano fatta nella visita pastorale del 5 luglio 1571,
si viene a sapere che nella chiesa vi erano tre altari minori, di cui quello intitolato a Santa Venere, era chiamato anche altare degli Albanesi23. Il cappellano, tale don Lucantonio, a differenza di monsignor vicario che aveva fatto
di ogni erba un fascio, conosceva meglio la situazione. Non si trattava dunque della cappella degli Slavi, ma di una cappella degli Albanesi. Don
Lucantonio riferiva inoltre che l’altare era dotato di calici, tovaglie e palli e
che «le infrascritte robbe quale disse esserli date et consignate dalla compagnia di Sancta Venere»24.
Negli anni della Controriforma la fraternita degli Albanesi giunse alla sua
conclusione: dopo il 1571 la compagnia di S .Venere non sarà ricordata mai
più dalle visite pastorali. Oggi non resta più traccia alcuna non solo dell’altare o della cappella, ma anche della navata sinistra, che crollò nel 1880.
Di questa fraternita jesina si hanno pochissime notizie. La sua fondazione risalirebbe a una data imprecisata nella seconda metà del Quattrocento, ma
se ne hanno notizie certe solo a partire dal 1496, quando un certo Giovanni
Grami, albanese, nel suo testamento rogato il 19 ottobre lasciava un fiorino
22ANNIBALDI p. 137, nota 68: «cappella seu altare Sancte Veneris in ecclesia S. Mariae
de Plano extra et prope civitatem Esi».
23 ARCHIVIO VESCOVILE JESINO, Classe III Busta 23 vol. 46, visite pastorali 15671578, f.32, Chiesa di S. Maria del Piano, 7 luglio 1571. I tre altari minori erano dedicati
all’Annunziata, alla Pietà e a S. Venere.
24 Ibidem
13
GIANNI BARCHI
all’altare di S. Venere nella chiesa di S. Maria del Piano25. Giovanni Grami
doveva essere discretamente benestante, perché nel suo testamento stabiliva
altri due lasciti di due fiorini ciascuno, per pagare le messe di suffragio di S.
Gregorio per sé e per sua moglie da celebrarsi a cura dei frati di S. Domenico
e di S. Francesco al Monte. L’altare è nuovamente ricordato in un altro atto
notarile redatto il primo giugno 1500, il testamento di Donna Neve, figlia di
un certo Giorgio Albanese, abitante nella villa di Montegranaro la quale chiedeva di essere seppellita nella chiesa di S. Maria del Piano e lasciava all’altare di S. Venere un fiorino26. La scelta di S. Maria del Piano come sede della
fraternita si doveva sicuramente al gran numero di Albanesi stanziati sul territorio parrocchiale che allora era molto esteso27, ma anche alla presenza di
sacerdoti albanesi che esercitavano il ministero sacerdotale in detta chiesa. E
forse proprio la presenza di questi sacerdoti albanesi dovette favorire, se non
dare inizio alla fondazione della fraternita di S. Venere. In un testamento
redatto il 21 luglio 1487, un certo Marco di Tommaso de partibus Albanie,
persona certamente benestante, menzionava due sacerdoti albanesi, don
Andrea e don Pasquo (Pasquale) cui lasciava l’incombenza di celebrare le
messe di S. Gregorio per il suffragio della sua anima proprio nella chiesa di
S. Maria del Piano. Marco di Tommaso lasciava inoltre a S. Maria del Piano
un fiorino per il suo mantenimento, due salme di grano e una tovaglia bianca28. La chiesa di S. Maria del Piano è spesso ricordata nei testamenti successivi fatti da Albanesi, anche piuttosto benestanti, ma purtroppo non è mai
ricordata la fraternita di S. Venere.
È il caso di Niccolò di Giovanni che nel 1498 donava alla chiesa di S.
Maria del Piano un ducato d’oro, ma beneficava la fraternita della Beata
Vergine Maria delle Grazie, con due fiorini, la fraternita del Buon Gesù con
ARCHIVIO NOTARILE JESINO (Ar.Not.J.), notaio Piersanti Catuli (1496-1500), vol.
28, f.13rv: «item reliquit altarj sancte veneris in dicta ecclesia sancte marie de plano florenum unum monete».
26 Ar.Not.J. notaio Arcangelo Bartoloni, vol. 9 (1500-1501) ff.42-43.
27 Il territorio parrocchiale di S. Maria del Piano nel Quattrocento comprendeva le zone
costeggianti il fiume Esino, allora molto più vicino alla città e si estendeva su una superficie
molto più vasta dell’attuale.
28 Ar.Not.J., notaio Antonio Francesco di ser Angelo, vol. 96, ff.62 e 63r, 21 luglio 1487.
Marco di Tommaso fece celebrare le messe di S. Gregorio anche nella chiesa di S. Domenico
e di S. Luca, cui lasciò anche due salme di grano. Scelse S. Luca però, e non S. Maria del
Piano per la sua sepoltura.
25
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CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI A JESI TRA XV E XVI SECOLO
un fiorino e i frati domenicani che nominava suoi eredi universali29. Qualche
anno dopo Michele di Domenico, fratello di Niccolò Piccinino albanese,
lasciava due fiorini per la pittura pro pictura figure unius sancti nicolaij30. Il
silenzio degli atti notarili a tal riguardo potrebbe forse indicare una posizione di marginalità della fraternità di S. Venere anche in seno alla stessa comunità albanese, fraternita che comunque aveva lo juspatronato su di un altare
provvisto di arredi sacri, officiato da un cappellano, e che doveva avere un
piccolo cespite.Questa di Jesi non era la sola, ma altre confraternite erano
intitolate a Santa Venere in diverse città delle Marche come Loreto, Osimo,
Potenza Picena, Recanati, Sanseverino31, Ascoli, Fermo e Macerata32, Loro
Piceno, tutte città in cui erano presenti consistenti nuclei di popolazione albanese.
La devozione a S. Venere può a prima vista sconcertare. Ci si potrebbe
chiedere, infatti, come la Chiesa avesse mai potuto permettere un culto idolatrico, per giunta alla Dea dell’amore. In realtà, la Chiesa Cattolica e
l’Ortodossa attribuiscono la gloria degli altari non a una, ma bensì a tre S.
Venere, più propriamente chiamate S. Parasceve/Paraskeva. Il caso, o la
Provvidenza, volle che tutte e tre, a distanza di secoli nascessero nel giorno
della Parasceve (il venerdì santo) e da questo giorno ne traessero il nome:
Parasceve-Venerdì. La parasceve per gli Ebrei è il “giorno di preparazione”,
in cui si appronta l’occorrente per la celebrazione del sabato; per i Cristiani
è il giorno della passione e morte di Gesù. È facile comprendere come nel linguaggio popolare S. Parasceve diventasse poi S. Venere, ossia Santa Venerdì,
il dì di Venere.
La prima santa in ordine di tempo è una martire del II secolo, meglio
conosciuta con il nome di Venera, o Veneranda, patrona di Acireale. La sua
devozione fu molto diffusa nel Medioevo e tuttora è molto sentita in Sicilia
e nel Mezzogiorno. La tradizione vuole che la sua nascita sia avvenuta in
Sicilia, da nobili genitori cristiani gallo-romani, Agatone e Ippolita. S.
29 Ar.Not.J.,
notaio Antonio Francesco di ser Angelo, vol. 101, f. 216rv, 22 agosto 1498. Ai
Domenicani lasciava inoltre un ducato per le messe di suffragio e dieci ducati per la fabbrica dell’organo.
30 Ar.Not.J., notaio Ugantonio di Ser Nicolò, vol. 126, f. 93v, 2 febbraio 1504. Michele di
Domenico chiedeva di essere seppellito in S. Domenico, che probabilmente era anche la sua
parrocchia e lasciava ai frati anche un pallio e due salme di grano.
31 SENSI, p. 79. Il culto a S. Venere era probabilmente diffuso anche nel territorio pesarese,
dove è presente il toponimo S. Veneranda.
32 FABIANI GIUSEPPE, Ascoli nel Quattrocento, vol. I, Società Tipolitografica Editrice,
Ascoli Piceno, 1950, pp. 372-373.
15
GIANNI BARCHI
Venera-Parasceve subì poi il martirio e morì decapitata nel 160 (143) in
Gallia. Le sue reliquie furono trasportate da alcuni pii cristiani ad Ascoli
Piceno e poi nel IV secolo a Roma. Sul finire del Medioevo gli abitanti di
Acireale le ottennero e le trasferirono nella loro città33. Altre reliquie di S.
Venera, tra cui due tibie, sono conservate nella chiesa parrocchiale omonima
di Avola (Siracusa)34.
Immagine di S. Venera martire di Acireale.
La memoria di S. Parasceve la troviamo nei grandi Menei (libri liturgici
chiamati con questo nome perché si compongono di tanti volumi quanti sono
i mesi dell’anno) bizantini e dei Basiliani italo-greci. È notata nel calendario
metrico dei Greci pubblicato nel 1673. Della stessa Santa si fa menzione nel
calendario greco pubblicato nel 1592 dal teologo Generando e al 26 luglio si
trova descritta nelle tavole Capponiane dipinte nel 1659 dai pittori Andrea e
Sergio Niceta e riportate da Giuseppe Antonio Assemani nel suo calendario
della Chiesa universale. È segnata al 25 luglio nel menologio slavo edito a
Mosca nel 1850. La memoria di santa Venera fu aggiunta al Martirologio
latino di Usuardo, la prima volta in Sicilia, in un codice del 1254. Fa pure
33 CATTABIANI ALFREDO, Santi d’Italia, op. cit., pp. 1063-1064.
34 S. Venera in Avola. Appunti per una storia di Parrocchia, a cura di Grazia Maria Schirinà,
Parrocchia di Santa Venera, Avola, 1997, pp. 16-17. Le reliquie, come nel caso di Acireale,
furono traslate in tempi diversi: nel 1667 e nel 1731.
16
CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI A JESI TRA XV E XVI SECOLO
menzione della Santa il Calendario I parigino, composto nel secolo XII o
XIII. Un’ampia descrizione della Santa la troviamo pure nell’antico
Lezionario siciliano35. Su di lei furono scritte non meno di quindici passiones e un Elogio, riportati in manoscritti dei secoli XI e XVI; pochi di questi
testi però sono stati pubblicati. Di una sola passio si conosce l’autore,
Giovanni, prete dell’isola di Eubea (1495; Cod. II C 33 della Bibl. Naz. di
Napoli), mentre le altre sono anonime; l’Elogio è stato scritto da Giorgio
Acropolita nel sec. XIV36. Secondo la tradizione dopo aver subito numerosi
tormenti a causa della sua fede, dai quali uscì miracolosamente illesa fu, infine decapitata all’età di 43 anni. Le feste liturgiche sono due: il 26 luglio, giorno della sua morte; il 14 novembre, giorno in cui le sue reliquie arrivarono a
Roma da Ascoli37.
La seconda è una martire del III-IV secolo, una S. Parasceve nativa di
Iconio, nell’Asia Minore. Consacratasi a Dio, si dedicò alla predicazione
della fede cristiana ai pagani. Fu decapitata nel 303 sotto l’imperatore
Diocleziano. Nel X secolo la fama dei suoi miracoli e della sua gloria si diffuse anche nella Rus’ di Kiev e tuttora è venerata in Russia e Ucraina con il
nome di Pjatnica, l’equivalente russo di Parasceve. La Chiesa Ortodossa la
considera protettrice dei campi e del bestiame; nel giorno della sua festa, il
28 ottobre, vengono benedetti i prodotti della terra. È considerata la custode
del benessere della famiglia; è la santa patrona delle donne e dei lavori femTesto della Conferenza tenuta il 13.11.2000 nella Cattedrale di Acireale, dal Can. Roberto
Strano, Parroco della Cattedrale e Assistente del Circolo Santa Venera, tratto da
http://www.parrocchie.it/acireale/cattedrale/Venera.htm.
36 Ibidem
37 Il racconto della passione di S. Venera/Parasceve tramandatoci da diversi agiografi contiene molti elementi irreali e contraddittori che, pur non inficiando il nucleo di storicità dell’avvenuto martirio, lo arricchiscono di un sapore fantastico a beneficio e edificazione dei pii
devoti. La tradizione nel suo complesso vuole che S. Venera/Parasceve a causa della sua fede
cristiana dovette subire più volte molteplici tormenti. In Sicilia il perfido prefetto Antonio
(piuttosto sadico) le fece imporre sul capo un elmo di ferro rovente, flagellare, recidere i
seni, inchiodare a croce sul pavimento, opprimere col peso di una grande pietra sul ventre;
infine la fece immergere in una caldaia di olio e pece bollente. Da tutte queste torture la santa
uscì miracolosamente illesa, provocando anzi la conversione dei suoi carnefici. Il racconto
poi prende il volo con le ali della fantasia. Tornata libera Venera/Parasceve s’incamminò per
Roma percorrendo quasi tutte le province della Magna Grecia e convertendo molti pagani,
ma venne imprigionata dal tiranno della Magna Grecia che alcuni chiamano Temio, e altri
Teotimo o Tarasio, il quale la sottopose di nuovo ad atroci torture ed infine la fece gettare
nella grotta abitata da un dragone, orrida bestia che scomparve al semplice gesto del segno
della croce fatto dalla santa. Infine, giunta nelle Gallie, subì il martirio finale per opera del
prefetto Asclepiade (CATTABIANI, pp. 1063-1064).
35
17
GIANNI BARCHI
minili, per questo è detta “Bab’ja Svjataja”, cioè la Santa delle donne. Era
anche la protettrice dei mercanti, degli artigiani e dei viaggiatori: nell’antica
Rus’ non c’era mercato ove non ci fosse una chiesa o una cappella dedicata
a S. Parasceve/Pjatnica. Prima della rivoluzione, a Mosca vi erano quattro
chiese in suo onore, e ancora oggi in vari angoli della Russia ci sono strade
e piazze a lei dedicati chiamati solo pjatnicy. Nelle icone è raffigurata come
una suora dall’aspetto severo, di alta statura e con una lucente aureola38.
Santa Parasceve. Icona russa della prima metà del XIX
secolo tempera su tavola, 28,7 x 32 cm - Inv. E.I-A0692A-D/BI
La terza è S. Parasceve la Giovane, venerata da secoli nella regione balcanica e danubiana. Nata ad Epibatai, un villaggio a poca distanza da
Costantinopoli, visse dal 1023 al 1050. Sorella di Eutimio, vescovo di
Tutte le notizie sono tratte da CIABATTINI DANIELA, Santa Parasceve la Giovane
nella tradizione slavo - ecclesiastica di Moldavia, tesi di laurea in Lingue e Culture
Straniere, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di “Roma Tre”, relatore Prof.
Krassimir Stantchev, A.A. 2004, pp. 67-70. Quanto poi al nome slavo, riporto quanto scritto dalla Ciabattini a p.11: il nome greco Parasceuh (in latino Părascēvē) diviene nella lingua paleoslava GZNMRM (venerdì) che al femminile diventa GZNRf (Petka). È chiamata anche
Gfhfcrtdf (Paraskeva).
38
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CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI A JESI TRA XV E XVI SECOLO
Madyta, Parasceve abbracciò la vita religiosa vivendo da eremita. Morì semisconosciuta nella nativa Epibatai. Fu riscoperta anni dopo durante una pestilenza quando, scavando una fossa per seppellire il cadavere di un marinaio,
fu trovato il suo corpo incorrotto che emanava profumo. Le sue reliquie
custodite dapprima nella chiesa dei SS. Apostoli di Costantinopoli, furono
cedute nel 1230-31 dall’imperatore latino allo zar bulgaro Giovanni Asen
(1218-1241) che le trasportò a Târnovo in Bulgaria dove, accolte con solennità dal patriarca Basilio, furono deposte nella cappella del palazzo imperiale. Quando nel 1393 i Turchi si impadronirono di Târnovo, le reliquie furono
trasportate a Belgrado, e vi
rimasero fino al 1521, anno in
cui Solimano il Magnifico
conquistò la città. Avendo
saputo della grande venerazione che i cristiani avevano per
quelle reliquie, Solimano le
inviò a Costantinopoli al
patriarca, che le fece deporre
nella chiesa della Pammakaristos. Quando nel 1586
Murad III tolse ai cristiani il
santuario, le reliquie di S.
Parasceve furono trasportate
nella chiesa di S. Demetrio
Kanabu e poi a S. Giorgio del
Phanar nel 1612. Poi, grazie al
principe Vasile Lupu nel 1641
le reliquie arrivarono in
Moldavia39.
Icona romena di S. Parasceve la Giovane.
39 Le notizie sono tratte da CIABATTINI, Santa Parasceve la Giovane pp. 25-30; vedi
anche DIZIONARIO ECCLESIASTICO, vol. III, cit., p. 74; ANTONIO BORRELLI, in
www.santiebeati.it.
19
GIANNI BARCHI
A causa delle vicissitudini legate agli spostamenti delle reliquie, il culto di
S. Parasceve è stato sempre molto forte in Serbia e in Bulgaria. Dopo la traslazione delle sue reliquie a Târnovo, allora capitale del secondo impero bulgaro, fu venerata come protettrice nazionale con il nome di Petka, o anche
Petnica (è un intraducibile femminile del nome “venerdì”). Sembra che il suo
culto presso le popolazioni balcaniche sia sorto per una leggenda che attribuiva ai suoi genitori origini slave. Già verso la prima metà del XIV secolo la
venerazione di S. Parasceve si era diffusa fin sopra il Danubio, nelle tre terre
romene, grazie alla testimonianza delle straordinarie guarigioni che le venivano attribuite. La santa inoltre è stata sempre vista come sostenitrice dei
popoli slavi contro gli invasori Turchi. Con il passare degli anni il culto di
Sfânta Vineri Noua (Santa Parasceve la Giovane) non è affatto diminuito, ma
è fiorente ancora oggi, soprattutto tra il popolo romeno che si riunisce nella
cattedrale metropolitana di Iasi, dove riposano ora le reliquie della santa, per
pregare e chiedere grazie o benedizioni, in quanto da sempre le vengono attribuiti numerosi miracoli. Grande è la devozione anche presso il popolo moldavo, tanto che S. Parasceve viene definita “Luce di Moldavia”. È proprio il
Metropolita di Moldavia e Bucovina ad aprire le solenni celebrazioni che
avvengono ogni anno il 14 ottobre, giorno della sua festa40.
Ritornando alla Jesi di fine Quattrocento, la domanda che si pone è: quale
delle tre era la santa patrona degli Albanesi? Dove trovare la risposta, visto
che la cappella di S. Maria del Piano da tempo non esiste più e che, per ora,
gli antichi archivi non danno ulteriori chiarimenti? Le opere d’arte sparse
nelle varie città delle Marche che raffigurano la S. Venere degli Albanesi
sembrano indicare la martire siciliana del II secolo. Nella chiesa di
Sant’Ubaldo di Recanati il quadro che raffigura il martirio della santa la
descrive immersa quasi fino alla cintola in una caldaia bollente; stessa raffigurazione si ha nell’affresco di fine XV secolo posto sulla parete sinistra
della chiesa di S. Maria della Piazza a Loro Piceno41; così come negli affreschi della chiesa rurale di S. Maria della Misericordia di Castelferretti del
1460 circa42.
Notizie tratte da CIABATTINI, Santa Parasceve la Giovane, pp. 25-30.
PAOLA CONSOLATI, FABRINA MUCCI, CLAUDIO NALLI, Loro Piceno, Giuffré,
Milano 1998. Le notizie da me riportate e la foto raffigurante il martirio di S. Veneranda
Parasceve sono state tratte dall’articolo di CLAUDIO NALLI, Il martirio di S. VenerandaParasceve, riportato in www.loropiceno.org.
42 Ibidem.
40
41
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CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI A JESI TRA XV E XVI SECOLO
Martirio di S. Veneranda-Parasceve
Affresco di autore ignoto, 1500 circa. Chiesa di Santa Maria di Piazza, Loro Piceno
Sarebbe ben strano però che una santa dalle caratteristiche così italiche,
anzi sicule, le cui reliquie una volta giunte in Italia dalla Gallia non ne sono
più uscite, possa essere stata presa a patrona nazionale dagli immigrati albanesi nelle Marche. Né aiuto alcuno sembra venirci dalla terra d’origine,
l’Albania: cinque secoli e più d’islamizzazione e infine l’ateismo di stato del
regime di Hoxa, sembrano aver cancellato tutto. Sappiano che gli Albanesi
emigrati nel Mezzogiorno seguivano il rito bizantino nella lingua greca. In
parte essi erano già in comunione con la Chiesa cattolica; gli altri, una volta
in Italia, vi si assoggettarono, continuando a rimanere tenacemente attaccati
alla propria identità religiosa bizantina43. La devozione verso una santa che,
almeno di nome, era patrimonio comune sia degli immigrati, che delle popolazioni autoctone (esempio ne è il culto di S. Venere ad Ascoli, reputata a
torto sua città natale) probabilmente nelle Marche del Quattrocento diede origine a un fenomeno di sincretismo religioso.
Potrebbe trattarsi di Santa Parasceve la Giovane, la Sfânta Vineri Noua
campione e bandiera nella lotta mortale dei popoli slavi e balcanici contro
l’invasore turco? Ma allora sarebbe stato commesso un errore grossolano,
attribuendo una passio a una santa eremita che non subì alcuna passione, per
giunta nata otto secoli dopo. Potrebbe allora trattarsi della santa martire di
43 Notizie tratte da www.arbitalia.it/tradizioni/religione/ritoreligioso_introduzione.htm, Il
rito religioso degli Arbëreshë.
21
GIANNI BARCHI
Iconio, protettrice dei mercanti, degli artigiani e dei viaggiatori, riadattata
seguendo il martirologio della santa siciliana? Forse sì; o forse no.
La fraternita di S. Girolamo degli Schiavoni
Anche per S. Biagio vi era devozione particolarmente sentita, almeno da
come lascia intendere una larga adozione del suo nome tra queste popolazioni.44 C’erano fraternite intitolate a S. Biagio ad Ancona e Ascoli Piceno45, ma
non sembra che ve ne fosse una a Jesi46.
A Jesi invece era stata istituita dagli Slavi una fraternita di S. Girolamo47.
La più antica notizia di questa fraternita risale al 1484, quando nel suo testamento del 21 settembre Michele di Giorgio, fornarius sclavonus benestante,
donava alla fraternita di S. Girolamo quattro salme di vino48. La fraternita
aveva anche un luogo ove riunirsi in preghiera: una cappella della chiesa di
S. Domenico a Valle datale in affitto dal capitolo dei frati domenicani il 18
44 ANNIBALDI, p. 138. S. Biagio era il patrono di Ragusa – Dubrovnik. Era inoltre il patro-
no degli agricoltori, dei cardatori e protettore del bestiame.
Per la fraternita di Ancona vedi SENSI, p. 79; per Ascoli Piceno vedi FABIANI, Ascoli,
cit., I, 167.
46 URIELI, Jesi e il suo Contado, vol. II, p. 505 nota 16. Nei secoli successivi, a Jesi, S.
Biagio diverrà poi il patrono dei cordai e canapini. Esisteva invece una fraternita di S. Biagio
a Castelplanio nella seconda metà del Quattrocento, non collegabile però, a mio avviso, alla
presenza slava in quel castello, quanto piuttosto al patronato di una famiglia di notabili locali che ebbe il suo più eminente rappresentante in Biagio di Marino, capitano al servizio dei
Perugini, che nel 1439 insieme a Tartaglia da Torciano espugnò Foligno (BARCHI GIANNI, Castelplanio, una storia, Comune di Castelplanio, 2004, p. 57 e pp. 244-245.
47 S. Gerolamo, Dottore della Chiesa, è uno dei quattro massimi Padri latini. Nacque a
Stridone forse nel 347, al confine tra la Dalmazia e la Pannonia; per questo gli Slavi lo sentivano come loro patrono. Di S. Gerolamo è la Vulgata, ovvero la traduzione latina
dell’Antico Testamento direttamente dai testi ebraici. Morì nel 420 a Betlemme, dove si era
stabilito e aveva risieduto per trentaquattro anni. Un’altra fraternita di S. Girolamo esisteva
anche a Pesaro (SENSI, p. 79)
48 Ar.Not.J., notaio Giovanni di Santi, vol. 61 (1483-1484), 21 settembre 1484, testamento
di Michele di Giorgio fornarius sclavonus f.43rv. È interessante riportare alcuni brani del
testamento, per mostrare la sensibilità religiosa che animava questi slavi. Le chiese destinatarie dei lasciti più cospicui sono naturalmente S. Domenico e S. Maria del Piano, ma è
anche S. Nicolò: «Item reliquit omnibus ecclesiis intus civitate exina b[olonenos].2 pro quolibet ecclesia. In omnibus autem suis mobilis et immobilis … bona sua dividantur in hunc
modum et formam videlicet quod ecclesie sancte marie de plano relinquit duas portiones
unius vinee et aliam portionem ecclesie sancti dominici quae vinea posita est in territorio
45
22
CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI A JESI TRA XV E XVI SECOLO
novembre 148749. Tra i Domenicani di Jesi vi era anche uno slavo, un certo
fra Andrea de partibus Sclavonie, che molto probabilmente agevolò la cessione dell’altare ai suoi connazionali e che potrebbe spiegare l’ospitalità data
dai frati alla fraternita. La cessione della cappella era senza limiti di tempo e
la fraternita si impegnava a mantenerla in buono stato, a farvi celebrare gli
offici divini e a versare ai frati due fiorini annui nel giorno della festa di S.
Girolamo (30 settembre). Nel rogito notarile si dava anche l’ubicazione della
cappella che era situata sulla destra di una delle porte d’ingresso. Il documento è importante anche perché ci fa sapere che la fraternita era stata istituita da
exino in fundo sancte lucie iuxta bona johannis magistri luce … ad ecclesiam sancte marie
[de plano] eligit suam sepulturam …Item reliquit sancto nicolao, sancto dominico, sancte
marie salmam unam granj quod granum dictum sit datum […] a filio paulo… Item reliquit
ecclesie sancte marie [de plano] unam vegontiam vinj salmarum 7 quod vinum est in villa
episcopi in sua cappanna». Michele di Giorgio lasciava poi altre quantità di grano e vino ad
altri Slavi suoi amici, infine ricordava la fraternita di S. Gerolamo «Item reliquit fraternitati sancti jeronimj salmas 4 vinj». L’atto fu rogato avanti la chiesa di S. Maria del Piano.
49Ar.Not.J., notaio Anton Francesco di Ser Angelo vol.96, f. 103rv:
«In dei nomine Amen: Anno domini MCCCCLXXXVIJ: Indictione quinta: tempore santissimi in Xsto patris Reverendissimi domini domini Innocentij divina providentia pape ottavi:
die vero XVIIJ novembris: Congregato et coadunato capitulo ecclesie santi dominici de esio
ordinis predicatorum pro commissione et mandamento venerabilis fratis andree de rago
prioris prefate ecclesie ad sonum campanelle ut moris est et in ditta ecclesia sancti dominici prefatus frater andrea predictus cum presentia consensu et volumptate fratis Bononi de
Bononibus de Ancona: fratis petri de esio: fratis Andree de partibus Sclavonie: fratis francisci bonte et de esio fratrum dicte ecclesie: et ser pierangeli sabatini de esio sindici ditte
ecclesie santi dominici: et ditti frates et sindicus cum presentia consensu et volumptate ditti
prioris unanimiter et concorditer nemine discrepanti pro se et ipsorum suorum successorum
ditte ecclesie santi dominici dederunt et concesserunt Michaheli georgij fornario: Magistro
georgio sclavo calzolario: Magistro mathie sclavo et calzolario omnibus de partibus sclavonie habitantibus Civitatis esij prioribus confratibus et fraternite noviter fatte sub vocabulo
santi Jeronimi presentibus stipulantibus et recepentibus nomine et vice ditte fraternite: confratrum et successorum eiusdem fraternite unum altare sive capellam positam in ditta ecclesia santi dominici parte portam ditte ecclesie ad[ver]sus domum santis marianj manu dextra ditte ecclesie in intrando ad habendum tenendum et officiandum: et divina officia celebrari faciendum Et hoc ideo fecerunt prefati prior: frates et sindicus preditti: quod prefati
priores prefate fraternite nomine et vice confratrum eiusdem et suorum successorum promisserunt prefatis priori: fratibus et sindico et successoribus eiusdem pro ditta ecclesia recepentibus dare solvere et in effectu numerare florenos duos monete in festo santi Jeronimi ad
illo in posterum ad … et petitione prefatorum prioris, fratrum et sindici eiusdem ecclesie
item sic promisserunt item obligaverunt item iuraverunt item renumptiaverunt item.
Attum in civitate esij et in ditta ecclesia santi dominici Nicolao gancij: Antonio bartolomei
marianj: Dominico Xfani giordanj: et Mattheo floriani Colutij de Esio testibus ad predittam
habitis vocatis et rogatis.
Et ego Antonfranciscus de Esio notarius rogavi».
23
GIANNI BARCHI
poco (fraternita noviter fatta) probabilmente nell’anno 1484 o poco prima.
Sono nominati anche i tre priori della fraternita che stipularono l’atto con i
Domenicani, tutti artigiani: mastro Michele di Giorgio, l’autore del testamento del 1484, mastro Giorgio e mastro Mattia, entrambi calzolai. Nel 1488
Tommaso di Michele Schiavone menzionava ancora la fraternita, e nel suo
testamento destinava la terza parte dei suoi beni alla costruzione e mantenimento della cappella di S. Gerolamo50.
La chiesa di S. Domenico che sorgeva nella contrada Valle, la parte più
bassa e popolare della città di Jesi, e la chiesa di S. Maria del Piano erano i
punti d’incontro e i centri di aggregazione di quel variegato mondo di immigrati venuti da oltre Adriatico stanziato nelle loro pertinenze. Erano un po’,
per così dire, le sedi di circoscrizione, o meglio una via di mezzo tra il centro sociale e il circolo ricreativo ACLI. Sui sagrati, nelle cappelle, nelle sacrestie ci si poteva riunire non solo per pregare, ma anche per incontrarsi tra
gente della stessa etnia e dello stesso ceppo linguistico. Ci si poteva riunire
per parlare e passare il tempo, stringere amicizie ma anche iniziare imprese
economiche e soccide; intessere progetti e legami matrimoniali, concludere
affari, vendere e compare terre, vigne,asini, bufali e maiali. Le due chiese
erano anche i luoghi sacri destinati alla sepoltura dei loro resti mortali. Erano
poi le chiese cui Slavi e Albanesi destinavano lasciti di somme anche cospicue, come fece un certo Giovanni Sclavo, detto Cozza, che nel 1465 donò a
S. Domenico ben dieci ducati d’oro per la costruzione della cappella del
Crocefisso51. Nei pressi di S. Domenico attorno alla fraternita e alla cappel50Ar.Not.J.,
notaio Angelo di Antonio Beccarini, vol. 21 (1487-1497), f.11v.r., 15 maggio
1488; testamento di Tommaso di Michele Sclavone alias Tomasso di Savoia. Dopo la morte
di donna Elena sua moglie: «vult dicta eius bona despensentur amore dey et pro anima ipsius
testatoris videlicet hoc mo[do] tertia pars dictorum suorum bonorum despensetur pro fabrica et concimine capelle sancti geronimi facte in ecclesie sancti dominici». Il testamento continuava specificando che una terza parte andava alla chiesa di S. Luca e un’altra per la chiesa stessa di S. Domenico.
51 Ar.Not.J., notaio Angelo di Antonio Beccarini, vol. 19 (1458-1475), f. 99vr, 16 ottobre
1465 testamento di Giovanni Sclavo alias Cozza: «Item reliquit ducatos X ecclesie sancti
dominici videlicet quod despensent[ur] fabricationi capelle crucifixi». Giovanni Cappelletto
Sclavonus il 21 settembre 1484 sul sagrato di S. Maria del Piano faceva testamento in presenza del notaio (Ar.Not.J., notaio Giovanni di Santi, vol. 61, f.44 v. r.) e dopo aver lasciato quattro bolognini ad ogni chiesa di Jesi ed aver eletto S. Maria del Piano come luogo della
sua sepoltura, la nominava erede universale di tutti i suoi beni insieme alla chiesa di S.
Domenico: «Item reliquit sancti nicolao dicte sancte marie de plano cuppas quatuor grani
unam tobaliam a tavula et unum lentinum in omnibus autem suis bonis mobilis et immobilis
substatuit suos eredes universales ecclesiam sancte marie de plano et ecclesiam sancti domi24
CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI A JESI TRA XV E XVI SECOLO
la di S Girolamo viveva, lavorava e si affaccendava una composita società di
agricoltori, vignaioli, mastri, artigiani e garzoni, perfino ecclesiastici, tutti
rigorosamente d’origine slava. Gli stessi frati domenicani commissionavano
a questi mastri artigiani lavori per la chiesa, come fece don Amico Amici nel
1487, quando trattò con mastro Marco Sclavonus la fabbricazione di un inginocchiatoio per la sacrestia al prezzo di 25 fiorini e 12 coppe di grano52.
Nel 1489 sono nuovamente ricordati due priori della fraternita, mastro
Giovanni da Zara e Filippo di Rado Schiavone, i quali con il consenso degli
scolari, don Matteo di Marco, Giovanni di Marco, Tomasso di Rado, e
Giorgio di Giorgio, tutti rigorosamente indicati come Schiavoni, in rappresentanza della scola di S. Gerolamo, concludono con Radichino di Giorgio
Sclavonus una soccida di tre anni per sei alveari53. Tre anni prima Stefano di
Rado, Giorgiaccio Cerdo e Giorgio Bottacchiaro in qualità di operarij della
scola di S. Girolamo vendettero a Luca di Domenico Sclavo una vegonza di
10 salme di vino al prezzo di 25 bolognini la salma54. È probabile che già
allora la fraternita possedesse beni immobili, vigneti in modo particolare: si
spiegherebbe così la qualifica di operarij sopra ricordata, e la notevole quantità di vino venduta. Nel 1503 è attestata invece la donazione fatta alla fraternita da parte di Giorgino di Lazzaro de partibus Sclavonie della terza parte
nici et dictis ecclesis reliquit unam vineam positam in fundo sabioni iuxta bona…etc. et
unam salmam vinj. Reliquit [nome illeggibile, ma sicuramente si tratta del parroco di S.
Maria del Piano] dicte sancte marie de plano suum fidei commissarium».
52 Ar.Not.J., notaio Giacomo d’Angelo, vol. 50 (1479-1490-1491), f.79v., 16 ottobre 1487.
53 Ar.Not.J., notaio Angiolo Gasparini, vol. 55 (1486-1489-1490), f.92r, «In Dei nomine
amen A. D. MCCCCLXXXVIIIJ indictione septima tempore dominj in Cristo pontificis et
domini nostri dominj jnnocentij divina providentia pape octavi die XX januarj.
Radichinus georgi sclavonus habitator exij fuit confessus habuisse ad soccitam et nomine
nove soccite a magistro johanni de zara et philippo radj sclavonis prioribus scole sancti
jeronimj de exio in compresentia et consensu dopnij mathej marci johannis marci thome radj
et georgi georgij sclavonorum et scolarorum dicte scole sex grogias apiariorum pro tribus
annis proximis…».
54 Ar.Not.J., notaio Giovanni di Santi, vol. 62 (1485-1488), f.10r: «In dei nomine amen anno
dominj millesimo CCCCLXXXVI indictione jjjj tempore santissimi in ypo pontificis dominj
nostri dominj innocentij divina providentia pape octavj die XVJIII mensis martij
stefanus radj
georgiaccius cerdo
georgius boctachiarius
sclavones habitantes exij ut operarj scole sancti jeronimj dederunt vendiderunt et concesserunt luce dominici sclavo habitantj sancte marie unam vegontiam vinj circa salmas X […]
bolonenos XXIII pro quolibet salmas quam promisit dare solvere et […] usque ad sanctam
mariam madalenam proximam venturam…». Una salma di vino corrispondeva a 130 litri.
25
GIANNI BARCHI
un vigneto che aveva in comproprietà con Radichino di Rado, Paolo
Mulattiero e Antonio di Giovanni55. Altre donazioni di minore entità accrescevano il patrimonio della fraternita che, tra le altre cose garantiva una
degna sepoltura ai propri aggregati con messe e preghiere di suffragio56.
Parte del denaro della fraternita veniva poi dato in deposito, prestato o investito, come attesta un depositum, un rogito notarile del 23 gennaio 1508 in cui
Paolo di Rado Sclavone, detto anche Paolo Grosso, abitante a Villa Grande
nel territorio di Jesi, confermava di aver ricevuto da Giovanni Cardinale,
anche lui Schiavone, 7 fiorini e 17 bolognini «nomine cappelle sive societatis sancti jeronimi de Esio in ecclesia sancti dominici de esio»57. Nel corso
della seconda metà del XVI secolo la fraternita di S. Gerolamo probabilmente si disciolse, tanto che nelle prime visite pastorali di Gabriele del Monte
non se ne trova più traccia alcuna. È ricordata una delle ultime volte nel catasto jesino del 1550, dove la fraternita risulta proprietaria di una vigna di 250
canne in fondo del Paradiso58.
55 A.Not.J., Arcangelo Bartoloni, vol.11(1503-1504), f.6vr, testamento di Giorgino di
Lazzaro de partibus Sclavonie, del 13 febbraio 1503. Giorgino chiedeva di essere seppellito
in S. Floriano, alla cui chiesa lasciava una vigna posta nella contrada di S. Lucia, nel fondo
di Fonte di maggio (Fontis Maij) «Item reliquit fraternitatj et scole Sancte Lucie unam aliam
vineam sitam in dicto territorio iuxta quam laborat Georginus Sclavonus alias Giorgino de
le Conche iuxta supradicta bona cum supradictis pactulis et capitulis a quatordecim annis
extra et habeat dare Georgin[o] unam salmam vinj ut supradicto addito hoc qui … supradictj Radichinus et socij teneantur annuatim dare duos bariloctos vini dicte fraternitatj Item
reliquit fraterniatj Sancti Jeronimi aliam tertiam partem dicte vinee quo laborat ipse testator iuxta bona Johannis Battiste Rocchi cum supradits pactulis……Item reliquit fraternitatj
bonj Yhu unam vegonzam vinj Item reliquit societatj Sancte Marie dj Misericordie unam salmam granj novj in hoc estate proxima».
56 Nel 1489 il nostro Michele di Giorgio fornaro, rifacendo il testamento, lascia 5 fiorini e 4
grossi alla fraternita, ricordata con il termine latino societas, f.68rv, 25 aprile 1489; testamento di Tomasso di Rado Sclavus (Tomas Radj Sclavus): «Item Reliquit societati Sancti
Jeronimj florenum unum pro anima ipsius testatoris» f.88r, 20 dicembre 1492; testamento di
Benedetto di Paolo de partibus Sclavonie: «Item Reliquit fraternitati Sanctj Jeronimi ducatum unum aurum [……] honorandj et associandj corpus ad sepulcrum»; f.100rv, 21 luglio
1495 (la chiesa delegata alla sua sepoltura era S. Maria del Piano), in Ar.Not.J., Ottaviano
di Niccolò Bartolucci, vol. 17; Giovanni di Mattio sclavo viene seppellito in S. Floriano
dopo aver lasciato 2 soldi alle altre chiese, inoltre «Item reliquit ut esset debitj Societatj
Sanctj Ieronimi florenum unum» f.174vr, 1 ottobre 1501, notaio Arcangelo Bartoloni, vol.10
(1501-1502).
57 A.Not.J., notaio Piersanti Catuli, vol. 31, f.5r, 23 gennaio 1508.
58 Archivio di Stato di Ancona, Catasti vaticani, vol. 142, f.135v, «Ella fraternita de S.
Girolamo».
26
CONFRATERNITE DI ALBANESI E SLAVI A JESI TRA XV E XVI SECOLO
Atto di cessione della cappella alla fraternita di S. Girolamo, fatta dai frati domenicani il 18
novembre 1487.
(Archivio notarile jesino, notaio Anton Francesco di Ser Angelo, vol. 96, f. 103rv).
27
GIANNI BARCHI
Tracce di un’antica venerazione a S. Girolamo si trovano a Morro d’Alba
all’inizio del XIX secolo, quando ancora esisteva un beneficio di S. Girolamo
di iuspatronato della famiglia Baroccini nell’altare di S. Benedetto della chiesa omonima.59 Il cappellano era tenuto a celebrarvi due messe la settimana,
più dieci il 23 aprile festa di S. Giorgio e altrettante il 30 settembre per la
festa di S. Girolamo60. Il beneficio di S. Girolamo, molto antico, era stato istituito da un certo Mastro Niccolò da Zara il 4 marzo 154661, ma non sembra
vi fosse collegata una fraternità, tanto che la chiesa era curata dalla confraternita di S. Benedetto. Il beneficio istituito da mastro Niccolò da Zara aveva
una ricca dote consistente in circa 11 ettari di terreno e una casa nel borgo62;
nel 1783 a questi possedimenti risultava aggiunto anche un capitale di 95
scudi dati in censo63.
Gianni Barchi
59 B. BALDETTI, V. VILLANI, C. VERNELLI, R. GIACOMINI, A. MARIOTTTI, P. GIULIANI, Morro d’Alba. Uomini e territorio in un centro collinare marchigiano, Comune di
Morro d’Alba, 1985, p. 559.
60 Ibidem
61 Ibidem
62 Ibidem
63 Ibidem
28
ANTONIO E PAOLO TOMASSETTI.
LE CHIESE DI SANTO STEFANO DI AZZONI E
DI SAN GIORGIO DI CASTRECCIONI
1 - Ragguaglio storico
Il comune di Cingoli, provincia di Macerata, benché sede episcopale
dagli inizi del Settecento, è stato unito nella persona del Vescovo alla diocesi di Osimo, provincia di Ancona. Le parrocchie di alcune frazioni del territorio cingolano quali Castreccioni, Moscosi, S. Maria Candelora, Valcarecce,
Castel S. Angelo e Santo Stefano, pur appartenendo al comune di Cingoli
erano sottoposte all’autorità della diocesi di Camerino ed unite al Vicariato
foraneo di Apiro, con una chiara sovrapposizione territoriale e con tutti i disagi che ovviamente ne seguivano. Disagi che sono anche alla base della
dispersione dei documenti e che si sono manifestati nella stesura di questa
breve ricerca storica.
L’incongruenza giuridica, che appare di per sé incomprensibile, per essere chiarita va letta nella storia che portò alla nascita e alla formazione delle
parrocchie.
In epoca medievale il territorio di Castreccioni, Moscosi e Valcarecce, in
buona parte boscoso e scarsamente abitato, era dominato da feudatari laici di
origine longobarda, che non riconoscevano altra autorità se non quella
L’abitato di Castreccioni con la chiesa di San Giorgio e il monte Nero sullo sfondo.
29
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
dell’Imperatore o del Papa, parteggiando ora per l’una ora per l’altra fazione,
a seconda delle circostanze. Radicatisi nell’alta valle del Musone i feudatari
stabilirono i loro centri di potere nei castelli, dove era la loro residenza, dai
quali dominavano le terre circostanti, controllando i traffici, gli spostamenti,
i vassalli e i contadini, che nel frattempo stavano dissodando i campi e mettendo a coltura il territorio.
Il controllo sulla popolazione era garantito da una serie di prerogative di
stampo puramente feudale, quali il diritto esclusivo di possedere e poter fabbricare mulini e il diritto di giuspatronato sulle chiese, con la facoltà di poter
nominare i parroci che avrebbero poi avuto la cura delle anime.
Nel 1204 quando Cingoli, già costituitosi in libero comune, riconobbe
l’autorità del vescovo di Osimo entrando ufficialmente a far parte della sua
diocesi, la zona montana non apparteneva al comune, essendo ancora saldamente in mano ai feudatari locali, riuniti in una circoscrizione amministrativa detta della Valle di S. Clemente, che in ambito ecclesiastico dipendeva dal
vescovo di Camerino.
Nei secoli XII-XIII, parallelamente all’indebolimento dell’ordine feudale e alla nascita dei liberi comuni si svilupparono nella zona molti monasteri
ed enti religiosi quali il monastero di Valfucina, nei pressi di Elcito, l’eremo
della SS Trinità sul San Vicino, il monastero di Santa Caterina di Cingoli,
l’eremo di Montenero, la chiesa di Sant’Esuperanzio di Cingoli, il monastero di San Bonfilio e altri. Tutti questi enti religiosi si arricchirono rapidamente grazie alle donazioni e ai generosi lasciti della popolazione e dei nobili,
andando in breve tempo a sostituirsi al ruolo dei feudatari nel controllo del
territorio.
Nel XIII secolo erano ancora in uso le antiche consuetudini e pertanto
nell’area in esame non esistevano ancora vere e proprie parrocchie, come
oggi le intendiamo, ma solo cappelle (cappellam) e chiese (ecclesiam), cui
erano sottoposti gli abitanti di un determinato territorio, mancando però di
precisi confini.
In territorio di Valcarecce, lungo il fiume Musone, esistevano i castelli
dell’Isola degli Orzali e di Quintaparte, dominati da una nobile famiglia
comitale, nei quali castelli esistevano due chiese chiamate rispettivamente
“Sanctae Mariae de Insula Orzalis” e “Sancti Petri de Quintaparte”1, di proprietà dei conti dei due castelli. Nel 1262 il conte dell’Isola degli Orzali,
Gentile di Attone, cedette le due chiese al Monastero di Santa Caterina di
E. FORMICONI, Il castello di Castreccioni nella Marca anconitana attraverso una indagine storico-genealogica, Bastia Umbra, 2007, app. doc. XVI, pp. 92-93.
1
30
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
Cingoli2. A seguito della distruzione dei due castelli anche queste Chiese
andarono in rovina e scomparvero.
Più a monte esistevano l’antica chiesa di S. Salvatore di Montalvello, esistente già nel 1150,3 nei pressi della quale si è sviluppata l’attuale frazione di
Valcarecce, e il complesso monastico-ospedaliero di S. Bartolomeo di
Buraco fondato nel 1217 e oggi scomparso4, entrambi sorti autonomamente
ma in seguito passati alle dipendenze del Monastero di S. Caterina di Cingoli.
In territorio di Castreccioni esisteva la chiesa di “Sancti Stephani Runchi”
nei pressi di Azzoni, ceduta assieme al castello dall’ultimo feudatario locale,
Gottebaldo, al monastero di S. Caterina di Cingoli5.
L’abbazia di Valfucina possedeva le cappelle di San Giovanni e di San
Martino di Moscosi, entrambe ricordate in una bolla pontificia di Lucio III
del 1184 tra le chiese dipendenti dall’abbazia6.
L’eremo di Montenero possedeva infine le chiese di San Cristoforo di
Panicali e di Santa Maria Candelora7.
Da quanto detto risulta essere chiaro che il vescovo di Camerino, cui il
territorio in questione era ufficialmente sottoposto, non traeva alcun guadagno da questa situazione visto che le decime pagate dalla popolazione venivano tutte riscosse in maniera del tutto autonoma dagli enti religiosi.
La situazione si rovesciò nel XV secolo, quando questi centri, che si erano
arricchiti enormemente nei due secoli precedenti con le donazioni e i lasciti,
conobbero un periodo di forte crisi, che in molti casi ne determinò la fine.
A causa della mancanza di nuove vocazioni il monastero di Valfucina
andò in decadenza e per evitare la dispersione dei beni si decise di assegnarli alla collegiata di San Severino.8
L’eremo di Montenero nello stesso periodo era diventato così povero che
con l’abbandono dei pochi monaci rimasti, scomparve e andò presto in rovina.
Ibidem.
E. FORMICONI, op. cit., app. doc. I, pp. 63-64
S. BERNARDI, Esempi di assistenza a Cingoli nel sec. XIII: gli ospedali di Spineto e
Buraco, in Cingoli dalle origini al sec. XVI. Contributi e ricerche, “Studi Maceratesi” 19,
Atti del XIX Convegno di studi maceratesi, Cingoli 15-16 ottobre 1983, Centro di Studi
Storici Maceratesi, Macerata, 1986, pp. 275-287.
5 APPENDICE DOCUMENTARIA (d’ora in avanti APP. DOC.), I - 1239.
6 G. BORRI, Chiese dipendenti dall’abbazia di Valfucina in territorio cingolano nei secoli
XII-XIII, in Cingoli dalle origini al secolo XVI. Contributi e ricerche, Atti del XIX Convegno
di Studi Maceratesi, Macerata, 1986 (Studi Maceratesi, 19), p. 231.
7 G. BORRI, op. cit., pp. 239-241.
8 L’abbazia di Valfucina è sorta nel secolo XI e si arricchì enormemente con lasciti e donazioni. Ebbe alle sue dipendenze molte chiese e cappelle nelle quali inviava dei rettori per la
2
3
4
31
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
Lasciare un territorio così vasto senza la presenza di guide spirituali,
anche se sporadiche, era assai pericoloso perché vi si potevano insediare falsi
predicatori, o ordini religiosi avversi alla dottrina cattolica, tristemente famoso è il caso della setta dei fraticelli a Maiolati, Cupramontana e Mergo, e il
popolo era facilmente soggetto a cadere nelle eresie9.
Il vescovo di Camerino nel XVI secolo cercò di risolvere la questione
riordinando interamente l’assetto del territorio, creando degli ambiti territoriali entro confini ben definiti, ognuno dei quali faceva capo ad una o più
chiese ed era retto da un parroco, nominato direttamente dalla curia diocesana. Nacquero in questo modo le parrocchie nella zona montana del comune
di Cingoli.
2 - Relazione storica sulle chiese di Castreccioni
Durante il periodo medievale il castello di Castreccioni era sprovvisto di
una chiesa propria e la cura delle anime del piccolo centro era affidata al rettore della chiesa di S. Stefano di Ronco (ecclesia Sancti Stephani Runchi),
posta nel vicino nucleo abitato di Azzoni10 (fig. 2).
Le prime notizie riguardanti questa chiesa si hanno a partire dal XIII
secolo anche se l’origine è sicuramente antecedente; probabilmente fin dalla
sua fondazione, la chiesa fu giuspatronato dei signori del vicino castello di
Castreccioni. Nel 1239 il dominus Gottebaldo, che fu l’ultimo feudatario
laico del castello, vendette al Monastero di Santa Caterina di Cingoli tutte le
proprietà e i diritti da esso posseduti nell’area di Castreccioni, includendo
nella vendita anche i diritti di patronato sulla chiesa e sulle sue pertinenze11.
cura delle anime e per la riscossione delle decime. Per la sua ricchezza il papa la prese sotto
la sua protezione togliendola dall’amministrazione del vescovo di Camerino. Nel XV secolo andò in decadenza e nel 1489 fu assegnata, con tutti i suoi beni alla collegiata di San
Severino.
9 I fraticelli di Maiolati: società ed eresia nel tardo medioevo, a cura di R. GRÉGOIRE,
Maiolati Spontini 2007; I “fraticelli” santi o eretici?, Atti del convegno, a cura di RICCARDO CECCARELLI, Cupramontana, 1997.
10 G. MALAZAMPA in Vita di S.Sperandia vergine e brevi cenni storici su Cingoli, Cingoli,
1926, p. 18.
Il canonico asserisce che in epoca medievale esisteva una chiesa dentro il castello di
Castreccioni, dedicata a San Salvatore e dipendente dall’abbazia di San Vittore di Cingoli;
sembra tuttavia una congettura priva di fondamento, probabilmente il Malazampa si è confuso con la vicina chiesa di San Salvatore di Valcarecce.
11 APP. DOC., I - 1239: “...et cum iuribus patronatus ecclesiarum...”.
32
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
Fig. 2 - La chiesetta di S. Maria di Azzoni, l’antica “S. Stefano di Ronco”.
In questo modo la chiesa passò alle dipendenze del Monastero di Santa
Caterina, e tale rimase anche dopo la cessione del castello di Castreccioni da
parte dell’ente religioso al comune di Cingoli, avvenuta nel 1269.
La chiesa di Santo Stefano di Ronco era retta da un cappellano, nominato periodicamente dall’abbadessa del monastero, e possedeva alcuni corpi di
terra in contrada Ronco (l’antico nome dell’odierna contrada Azzoni), citati
in documenti del 1239 e del 124012. Nel 1242 il cappellano della chiesa di S.
Stefano, un certo don Bernardo, concedette in enfiteusi una di queste terre,
posta nel fondo Pian di Ronco, per il prezzo di 7 libre ravennati ed anconitane, da destinare alla riparazione dei muri della chiesa e per il canone annuo
di un denaro, da consegnarsi dall’enfiteuta in occasione della festività di
Santo Stefano13. Altre terre di proprietà della chiesa sono citate ancora nel
1243 e nel 125514.
Nel 1277 per risolvere alcuni contrasti sorti fra il Monastero di S.
Caterina di Cingoli e l’Eremo della SS. Trinità del San Vicino, circa i diritti
sulla chiesa di San Salvatore di Valcarecce sul Monte Alvello, l’abbadessa di
Santa Caterina, mediante i suoi rappresentanti legali, fu costretta a cedere ai
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13
14
E. FORMICONI, op. cit., app. doc. X, XI, pp. 73-79.
Ivi, app. doc. XII, pp. 79-81.
Ivi, app. doc. XIII e XV, pp. 81-83 e 91-92.
33
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
monaci dell’Eremo la chiesa di Santo Stefano “olim de Runco” con tutti i
diritti e tutte le sue pertinenze, che consistevano in cinque corpi di terra. Alla
cessione si aggiunse la promessa, da parte del Monastero, che non avrebbe
fatto edificare, né avrebbe permesso l’edificazione di alcun altra chiesa, né
oratorio, nel territorio di Castreccioni15.
La chiesa di Santo Stefano passò in questo modo alle dipendenze dell’eremo della SS. Trinità, situato alle pendici del monte San Vicino, poco
distante da Frontale16. La comunità dell’eremo, che nel 1275 era composta di
otto monaci17, eleggeva periodicamente i rettori delle chiese dipendenti, tra
le quali appunto, era la chiesa di Santo Stefano di Azzoni.
Alcune terre della chiesa di Santo Stefano sono citate in un documento
del 130018 dopodiché, per un lungo periodo, non si hanno più notizie.
Nel XIV secolo l’Eremo della SS. Trinità, cui la chiesa di S. Stefano
apparteneva, attraversò una periodo di forte decadenza e nel 1380 papa
Urbano VI delegò il priore della cattedrale di San Severino come protettore
dei beni dell’eremo, forse per limitarne la dispersione19. Nel 1383 l’eremo
era abitato da soli sei monaci, fra cui don Angelo di Floriano di
Castreccioni20.
Nel XV secolo l’eremo del San Vicino scomparve di fatto, essendo rimasto senza monaci, e le chiese ad esso sottoposte passarono ad altre istituzioni ecclesiastiche. I beni della chiesa di Santo Stefano passarono così alle
dipendenze del monastero di Valfucina, che era già titolare delle vicine chiese di San Martino di Cerreto, San Nicolò di Moscosi e San Cristoforo di
Montenero; l’abate del monastero nominava i rettori delle singole chiese, i
quali si impegnavano a celebrare le funzioni sacre, a somministrare i sacramenti e anche a riscuotere le decime per conto del monastero.
Nel 1430 è citata una terra di proprietà della chiesa di Santo Stefano, in
territorio di Castreccioni, posta in contrada “Pian di Randicoste”, confinante
con un altro terreno di proprietà della nobile famiglia Cima21. Nel 1458 la
Ivi, app. doc. XIX, pp. 97-103.
G. BORRI, L’area benedettina del monte S. Vicino, in Aspetti e problemi del monachesimo delle Marche, Atti del Convegno di Studi (Fabriano, Monastero di S. Silvestro abate, 47 giugno 1981), Fabriano, 1982 (Bibliotheca Montisfani, 6), p. 85.
17 Ivi, p. 86.
18 E. FORMICONI, op. cit, app. doc. XXIII, pp. 115-117.
19 G. BORRI, op. cit., p. 86.
20 P. COMPAGNONI, Memorie Istorico-critiche della Chiesa e de’vescovi di Osimo, Roma,
1782-83, vol. 3, p. 273.
21 O. AVICENNA, Memorie della città di Cingoli, Jesi, 1644, sezione Acta et inventarium.
15
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34
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
chiesa di Santo Stefano (ecclesiam Sancti Stephani de Castrocciono) era
ancora l’unica chiesa di Castreccioni, era provvista di un luogo di sepoltura22
ed era officiata da un rettore, nominato dall’abate del monastero di
Valfucina23.
La chiesa in questione, così come le altre cappelle e chiesette esistenti
nella montagna cingolana, per l’estrema povertà e per l’esiguità delle rendite,
non garantiva una adeguata sussistenza al suo titolare e rimaneva spesso senza
la presenza e l’assistenza spirituale di sacerdoti o religiosi. La situazione si
aggravò ulteriormente nella seconda metà del XV secolo, in corrispondenza
con la rapida decadenza del Monastero di Valfucina, il quale non fu più in
grado di garantire la presenza continua di un rettore nelle chiese del comitato
di Castreccioni, né di controllare adeguatamente il territorio ad esso soggetto.
Il vescovo di Camerino prese allora in mano la situazione, volendo porre
un rimedio efficace e duraturo, riordinò l’assetto del territorio per risollevare
la vita spirituale dell’intera zona montana del comune di Cingoli. Fu creata
una parrocchia che includeva tutti i territori sottoposti alle chiese già dipendenti da Valfucina (Santo Stefano di Azzoni, San Martino di Cerreto, San
Nicolò di Moscosi, San Cristoforo di Montenero), che furono unificati, pur
rimanendo separati i benefici delle singole chiese (fig. 3).
Casteccioni in quel periodo era l’unico castello ancora efficiente del territorio, provvisto di una solida cinta muraria e governato da un castellano
eletto dal comune ed era pertanto il solo centro che potesse offrire una certo
livello di sicurezza; si decise pertanto di costruire qui una nuova chiesa,
anche se, per l’esiguità delle dimensioni del castello, che evidentemente
mancava di spazi liberi, la stessa fu edificata all’esterno delle mura, in prossimità del borgo. All’interno del castello vi si realizzò la casa parrocchiale,
entro la quale sarebbero dovuti andare a risiedere tutti i sacerdoti e i cappellani titolari delle chiese sparse nella campagna.
E. FORMICONI, op. cit., app. doc. XXXVI, pp. 140-141: Testamento di donna Angela,
vedova di Giovanni di Vagnone, 10 dicembre 1458 “...Item reliquit corpus suum seppelliri
tempore suae mortis apud ecclesiam sancti Stephani de Castrocciono apud quam suam elegit seppulturam... ”.
23 V. SGARBI, S. PAPETTI, Lorenzo e Jacopo Salimbeni di Sanseverino e la civiltà tardogotica, catalogo della mostra, 24 luglio-31 ottobre 1999, Mazzotta, 1999, p. 98: Regesti di
documenti relativi a Gaspare di Salimbene Vigilucci, abate del monastero di Valfucina, 8
maggio 1457, “Venerabilis vir dominus Gaspar Salimbeni de Sanctoseverino” abate del
monastero di Santa Maria di Valfucina, incarica fra Matteo di Antonio da Faenza, rettore
delle chiese di Santo Stefano, San Michele e San Martino, nelle pertinenze di Castreccioni,
comitato di Cingoli, di esigere i debiti e i beni dei precedenti rettori e richiedere i frutti e i
lasciti spettanti alle dette chiese.
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PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
Fig. 3 - Carta con l’indicazione (in tratteggio) dei confini dell’antica parrocchia di
Castreccioni con l’ubicazione delle principali contrade.
La chiesa in questione è l’attuale parrocchiale di S. Giorgio di
Castreccioni (fig. 4), costruita dalla popolazione di Castreccioni24 a partire
dalla seconda metà del XV secolo. La sua edificazione si protrasse per molti
anni: nel 1463 all’epoca in cui un certo don Cristoforo era rettore della
“ecclesia Sancti Georgii”25 la chiesa era già consacrata e provvista di un
luogo di sepoltura26. La chiesa di San Giorgio, intesa come istituzione, si
arricchì rapidamente grazie alle donazioni della popolazione locale e, soprattutto grazie ai lasciti testamentari. Nel medesimo 1463 la chiesa ricevette
come lascito testamentario tre corpi di terra, posti nelle contrade l’Oppietto e
Monte Alvello, oltre a 30 anconetani per la realizzazione di un affresco raffiAPP. DOC., II - 1572 “...ecclesiam S.ti Georgij matricem constitutam ab indigenis dicti
castri et tribus parochis...”.
25 E. FORMICONI, op. cit., app. doc. XXXVII, pp. 141-143: Testamento di Alberto del fu
Giovanni di Vagnone, 8 agosto 1463 “...suum fideicommisarium constituit dominum
Cristoforum rectorem ecclesie Sancti Georgij...”.
26 Ibidem: “...Item reliquit, iussit et voluit corpus suum seppelliri tempore sue mortis in
ecclesia sancti Georgij sita extra castrum Castroccioni, apud quam sua ex nunc elegit seppulturam...”.
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LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
Fig. 4 - Chiesa di S. Giorgio di Castreccioni nel 1935 (per gentile concessione della Curia
Arcivescovile di Camerino).
gurante la Vergine con il bambino “pro ornamento dicte ecclesie”27.
Il 4 maggio 1493 gli uomini di Castreccioni chiesero un aiuto finanziario
al comune di Cingoli per portare a termine la costruzione della chiesa28. Allo
stesso anno risale l’iscrizione incisa su di un arco in travertino posto sopra
l’ingresso principale della chiesa29 (fig. 5) che, secondo una ipotesi recentemente formulata, dovrebbe essere così interpretata:
Ibidem: “...Item reliquit quom expensis bonorum ipsius testatoris pingatur in ecclesa sancti Georgij predicta figura gloriose virginis Marie cum figura filii sui, pro quibus expendantur anconitani XXX pro ornamento dicte ecclesie”.
L’affresco in questione venne realizzato e portato a termine nel XV secolo; in seguito fu intonacato e parzialmente danneggiato durante lavori di restauro; riportato alla luce durante l’ultimo restauro fatto eseguire dal parroco don Sante Orpianesi negli anni ’30, fu nuovamente
intonacato.
28 G. AVARUCCI, A. SALVI, Le iscrizioni medievali di Cingoli, Pubblicazioni della Facoltà
di lettere e filosofia dell’Università degli studi di Macerata, Padova, 1986, pp. 115 - 117.
29 ARCHIVIO ARCIVESCOVILE DI CAMERINO (d’ora in avanti AAC), sez. Documenti
Recenti, cartella “San Giorgio di Castreccioni”, Stato Patrimoniale della parrocchia, 1934,
redatto dal parroco don Sante Orpianesi:
“...questo portale in origine doveva essere nel centro della facciata a tramontana...”.
27
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PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
*1493*HO(M)I(N)ES .DE C(ASTR)OCIONO . ET . S(ER) . IO(HANNES)
BAP(TISTA) . S(ER) . IAC(OBI) . FU(N)DITU(S) . F(ECERUNT) . F(IERI) .30
L’identificazione del personaggio citato nell’epigrafe (ser Giovanni
Battista di Ser Giacomo), non è semplice; secondo gli stessi autori dell’interpretazione andrebbe ricondotta ad un personaggio di spicco della società cingolana, che fu più volte castellano di Castreccioni. Appare assai strano tuttavia che un castellano, che durava in carica soli sei mesi, possa avere avuto
tanta importanza nella fondazione della chiesa - la cui edificazione oltretutto
si protraeva ormai da oltre trent’anni - tale da essere ricordato assieme alla
popolazione di Castreccioni. Un secondo tentativo di identificazione, proposto dal Formiconi, con uno dei più influenti abitanti del castello (un certo
Vagnone di Giacomo, della benestante famiglia dei Vagnoni di Castreccioni)31,
risulta pure essere poco plausibile, per cui il problema relativo al personaggio dell’epigrafe a nostro parere resta tuttora aperto.
Ulteriori notizie relative alla chiesa negli anni seguenti non sono facil-
Fig. 5 - Arco in travertino posto sopra il portale principale d’ingesso alla chiesa di S. Giorgio.
30
31
G. AVARUCCI, A. SALVI, op. cit., p. 117.
E. FORMICONI, op. cit., p. 54.
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LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
mente recuperabili; solo a partire dalla seconda metà del XVI secolo, grazie
ai resoconti delle visite apostoliche del vescovo di Camerino, si ha una fonte
di notizie continua ed attendibile, tale da poter far emergere, a grandi linee,
quella che fu la storia della parrocchia.
Al 1572 risalgono i primi resoconti di una visita pastorale della diocesi di
Camerino, condotta dal vescovo Pietro De Lunel32. In tale anno la chiesa di
San Giorgio era considerata “chiesa matrice”33 e vantava diritti sulle chiese
parrocchiali di Santo Stefano di Azzoni, San Martino di Villa Poggio, San
Cristoforo sul Monte Nero e San Nicolò di Moscosi, e sulle chiese semplici
di Santa Croce di Civitella e di Santa Maria Candelora. Tutte le predette chiese complessivamente erano rette da tre sacerdoti i quali solo sporadicamente
si recavano nelle varie ville per celebrare la Messa e le funzioni sacre, delegando quasi sempre un cappellano che li sostituiva nel loro ruolo. I tre sacerdoti godevano ciascuno delle rendite di una o più chiese e dei relativi terreni; nel 1572 essi erano don Alessandro Durastanti34, titolare della chiesa di
Santo Stefano di Azzoni, don Pietro Domenico Galassi35, titolare delle chiese di San Martino di Poggio e San Nicolò di Moscosi e don Marino Andrei36,
titolare delle chiese di San Cristoforo sul Monte Nero e di Santa Maria
Candelora.
Da quanto riferito dagli atti della visita emerge chiaramente che all’epoca la chiesa matrice di San Giorgio di Castreccioni soprassedeva tutte le chiese limitrofe37.
All’epoca della prima visita la chiesa di San Giorgio si presenta dotata di
tutto punto, anche se gli ornamenti non erano molto ben conservati: a differenza delle chiese filiali essa è provvista di un tabernacolo, inserito sopra l’alPietro De Lunel, vescovo di Gaeta, venne incaricato di svolgere la visita Apostolica dal
vescovo di Camerino Berardo II Bongiovanni (vescovo dal 1537 al 1574) il quale iniziò a
mettere in pratica le direttive del concilio tridentino nel vasto territorio della sua Diocesi.
33 Una “chiesa matrice” era una chiesa che aveva l’assoluta direzione di altre chiese minori
dette filie o filiali, le quali, pur godendo del titolo di parrocchiali rimanevano sottomesse e
coordinate alla chiesa principale. La chiesa matrice inoltre, era anche titolare del diritto
esclusivo di amministrare i Sacramenti.
34 Don Alessandro Durastanti, canonico della collegiata di S. Esuperanzio di Cingoli, parroco di Santo Stefano di Azzoni dal 1531, era un membro della nobile famiglia Cima della
Scala; egli era inoltre insignito del titolo ereditario di “conte palatino”. Morì il 31 ottobre
1581.
35 Don Pietro Domenico Galassi, nativo di Castel Sant’Angelo, parroco di San Martino e San
Nicolò di Moscosi dal 1554.
36 Don Marino Andrei, da Cingoli, parroco di San Cristoforo di Montenero dal 1565.
37 APP. DOC. II - 1572.
32
39
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
tar maggiore, in cui è conservato il Santissimo Sacramento; vi sono inoltre
un fonte battesimale, che venne trovato sporco, i vasi per gli oli santi, un
unico calice, una croce lignea e un candelabro di ferro. Conserva inoltre un
messale nuovo e altri due libri in cui vengono descritti, seppure in modo
molto approssimativo, i nomi dei battezzati e dei contraenti matrimonio.
Il visitatore apostolico, al termine della sua visita, ordinò che la chiesa
fosse stata tenuta più pulita e che si sia provveduto ad imbiancarla; ordinò poi
di realizzare un fonte battesimale in pietra, un confessionale decente, di sostituire i vasi per gli oli santi, avendo cura di tenere separato l’olio dei catecumeni dall’olio degli infermi, ordinò quindi di registrare più accuratamente gli
atti di battesimo, di cresima e di matrimonio.
Per quanto riguarda la dottrina, si impose ai parroci, o ai loro delegati, di
istruire gli abitanti, insegnando la dottrina cristiana sia ai fanciulli sia agli
adulti; si ordinò infine di erigere una confraternita intitolata al SS.mo
Sacramento38.
Il sacerdote don Alessandro Cima, pur essendo titolare della chiesa di S.
Stefano e godendo delle relative rendite, non risiedeva affatto a Castreccioni,
né tantomeno amministrava la parrocchia; egli delegava un cappellano, che
nel 1572 era don Amico Beni, il quale celebrava le messe e somministrava i
sacramenti. Probabilmente si deve al predetto don Alessandro, discendente
della famiglia Cima di Cingoli, l’apposizione di uno stemma familiare in
marmo inciso a sinistra dell’altar maggiore nella chiesa di San Giorgio, citato dal Turchi nella sua “Istoria sagra”39 e oggi non più esistente.
Nel 1581, durante la prima visita del vescovo De Buoi40, la chiesa di San
Giorgio risulta essere unita alla chiesa parrocchiale di Santo Stefano di
Azzoni e viene definita chiesa “simplex” e non più matrice anche se in realtà continua la sua funzione di chiesa “super partes” a servizio delle altre chiese parrocchiali della zona; i parrocchiani delle ville di Moscosi, Santa Maria
Candelora e Panicali ad esempio, potevano accedere ai vari Sacramenti solo
nella chiesa di San Giorgio di Castreccioni e non nelle chiese delle loro ville.
Oltre agli arredi sacri, che risultano essere all’incirca gli stessi di nove anni
prima, la relazione della visita offre una descrizione dettagliata dell’organizzazione interna della chiesa: l’altar maggiore è “murato” e dotato di una
“mensa lapidea” non ancora consacrata, sulla quale è inserito un “altare por38 Ibidem
39 O. TURCHI,
Dell’istoria di Apiro in Istoria sagra, libro II, p. 72, trascrizione inedita del
manoscritto a cura di L. ZAMPONI.
40 Girolamo Vitale De Buoi, bolognese, vescovo di Camerino dal 1580 al 1596.
40
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
tatile” di legno, fornito di una tovaglia in buono stato e di un “pallio” di
panno. Sotto il detto altare vi è poi un sacrario sprovvisto di reliquie. Oltre
all’altare principale vi sono altri cinque altari. Nella parte inferiore della chiesa, “a latere evangeli” esiste l’altare di Sant’Ubaldo, dotato di una pittura in
buono stato, edificato nel 1572 grazie al lascito testamentario del signor
Paolino di Pasquino da Gubbio41; su di esso pesa l’obbligo di celebrarvi una
messa solenne in occasione della festa del santo, oltre ad un’altra messa da
celebrarsi ogni cinque mesi. Gli altri quattro altari esistenti nella chiesa, allo
stesso modo sono stati eretti grazie alla devozione del popolo, ma non sono
ancora stati titolati. Sotto la chiesa vi è un luogo di sepoltura costituito da
sette tombe42, fra cui il “sepulchro parvulorum”, riservato ai bambini, e il
“sepulchro presbiterialis”, riservato ai sacerdoti, posto sotto il presbiterio43.
Le altre tombe erano destinate ai defunti di Castreccioni, Moscosi e S. Maria
Candelora, che restavano così divisi nei loro particolarismi anche dopo la
morte; un’altra tomba era specificamente riservata agli abitanti di Villa
Azzoni44. La chiesa è sprovvista di sacrestia per cui i paramenti sacri si conservano dietro l’altare maggiore.
Esiste anche una confraternita, chiamata Società di Santa Maria, fondata
nel 1567 e ufficialmente approvata dal vescovo di Camerino, la quale si
occupa di animare la vita religiosa della piccola comunità; essa conta trenta
confratelli e, tra gli altri compiti, ha quello di organizzare una piccola processione la prima domenica di ogni mese ed è obbligata a far celebrare un
Officio Sacro il primo maggio di ogni anno. La medesima confraternita possiede una casa entro il castello di Castreccioni per le riunioni dei confratelli
e dove è costituito un piccolo monte frumentario45.
Nel 1585, durante la seconda visita del vescovo De Buoi, la chiesa di San
Giorgio “de Castrocciono” è stata elevata a sede parrocchiale ed è definitivamente unita ed annessa alla chiesa di Santo Stefano di Azzoni la quale, pur
conservando il titolo di chiesa parrocchiale, andava gradualmente perdendo
Sant’Ubaldo è patrono di Gubbio; sembra pertanto essere chiara la volontà del signor
Paolino di Pasquino, emigrato a Castreccioni appunto da Gubbio, di ricordare in questo
modo la sua particolare devozione nei confronti di questo Santo.
42 APP. DOC. III - 1581.
43 L’esistenza di queste tombe specifiche è testimoniata nei Liber Mortuorum della
Parrocchia di San Giorgio di Castreccioni, conservati presso l’Archivio Ecclesiastico di
Cingoli.
44 APP. DOC. III - 1581: “...adsunt septem tumbae quarum una est hominum villae Azzoni...”.
45 APP. DOC. III - 1581: “...Habet tamen domum intus castrum pro congregantibus fratribus
et conservando grano...”.
41
41
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
la sua importanza; le stesse pertinenze della chiesa di S. Stefano furono
annesse a quelle della chiesa di San Giorgio46. Nella medesima visita è citata nuovamente la Società della Beata Vergine Maria, ritenuta non più sufficiente per soddisfare le esigenze spirituali della comunità; per questo motivo
il vescovo ordinò di erigere una nuova confraternita, la Società del
Santissimo Sacramento47, i cui confratelli avrebbero dovuto provvedere al
mantenimento della lampada del SS.mo Sacramento e alle spese per la cera
occorrente, dietro il conferimento dell’apposita licenza per poter questuare
l’elemosina per le case della parrocchia. Va detto in proposito che tra tutte le
chiese della parrocchia di Castreccioni, il Santissimo Sacramento veniva
ancora conservato solo nella chiesa di San Giorgio, la cui posizione, esterna
alla cinta muraria, non era considerata sicura; per questo il vescovo ordinò al
rettore della parrocchia di individuare entro sei mesi un luogo idoneo, entro
il castello di Castreccioni, in cui edificare un piccolo oratorio dove si sarebbe dovuto conservare il Santissimo Sacramento48.
Le disposizioni del vescovo De Buoi rimasero inefficaci; la Confraternita
del SS.mo Sacramento non venne affatto istituita49 e il luogo idoneo alla
costruzione di una nuova chiesa dentro il castello non venne trovato. Negli
anni seguenti iniziarono anzi a manifestarsi malumori e controversie fra i
parroci e la popolazione. La parrocchia era troppo estesa per essere gestita
adeguatamente, e la lontananza dei sacerdoti dalle rispettive chiese, di cui
erano titolari, creavano notevoli disagi che riguardavano sia la popolazione
residente sia gli stessi sacerdoti, soprattutto durante la stagione invernale50.
Nel 1589 il comune di Cingoli inoltrò una missiva in Roma per chiedere
l’annessione delle parrocchie di montagna, che sono all’interno del comune,
alla diocesi di Osimo51; la richiesta ovviamente non fu accettata e le parrocchie rimasero in diocesi di Camerino.
APP. DOC. V - 1689: “...le rendite et entrate delle terre dette di sopra provengono parte
dalle terre di detta Madonna [di S. Stefano] et il resto dalle terre di detta Parrocchiale [di S.
Giorgio]”.
47 Lo stesso ordine era stato dato nel 1572 dal vescovo De Lunel, ma la confraternita non era
ancora stata istituita.
48 AAC, Visita Pastorale del Vescovo De Buoi, 1585, pp. 70-71.
49 Una Confraternita del SS.mo Sacramento verrà istituita solo 35 anni più tardi, nel 1621.
50 Dopo il Concilio di Trento, con l’istituzione dell’obbligo per i fedeli di fare la Comunione
il giorno di Pasqua, l’obbligo dell’Adorazione e di altri Sacramenti, che si potevano ricevere solo nella chiesa matrice, i disagi aumentarono, vista la difficoltà della popolazione più
lontana di raggiungere la chiesa di Castreccioni.
51 P. APPIGNANESI, “Vicende cingolane del secolo XVI” in La liberazione di Cingoli e
altre pagine di storia cingolana, Cingoli, 1986, p. 376.
46
42
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
Nella visita pastorale del 1597 il vescovo Gentile Delfino52 constatò l’effettivo e definitivo spostamento della sede parrocchiale dalla chiesa di Santo
Stefano di Azzoni a quella di San Giorgio. Il vescovo ordinò poi la divisione
e lo smembramento della parrocchia di Castri Castriccioni che fu ufficializzata con decreto del 10 novembre 1599. Ebbero origine tre parrocchie autonome di dimensioni più limitate: Moscosi, Santa Maria Candelora e
Castreccioni. Si ordinò inoltre che i parroci siano stati residenti ognuno nella
propria parrocchia53.
Con l’occasione si stabilirono anche i limiti amministrativi delle tre parrocchie, i quali rimarranno per secoli pressoché immutati: la parrocchia di
San Martino e San Nicolò di Moscosi, comprendeva, oltre Moscosi, le contrade limitrofe con i nuclei di San Martino, Poggio e Varco; la parrocchia di
Santa Maria Candelora, la cui chiesa era unita a San Cristoforo sul Monte
Nero, comprendeva le contrade di Villa Venanzoli, Marrocchi, Colle Cese, e
“ogni altra villa fino al fiume verso Castel Sant’Angelo”; la parrocchia di
San Giorgio di Castreccioni comprendeva invece i nuclei di Villa Vena e Villa
degli Azzoni54.
Le annotazioni dei verbali delle successive visite pastorali non descrivono grandi cambiamenti. Nel 1608 il vescovo Innocenzo del Bufalo55 ordinò
al parroco don Antonio Placentinus di provvedere quanto prima all’acquisto
di una pisside d’argento ove ritenere le Ostie Consacrate dentro il tabernacolo; la spesa sarebbe dovuta essere sostenuta, oltre che dal parroco, dalla confraternita della Beata Vergine (detta anche del SS.mo Rosario). Allo stesso
modo il vescovo ordinò al parroco di insegnare la dottrina cristiana agli abitanti, complessivamente 240 anime, raccolte in 51 famiglie.
Si ordinò infine che il predicatore quaresimale, il cosiddetto “concionatario” non fosse stato scelto senza l’assenso del vescovo; si stabilì anche che
ad esso fosse data in elemosina la somma di 10 o 12 scudi, da condividere
con le parrocchie di Moscosi e Santa Maria Candelora56.
Nel 1628 la chiesa di San Giorgio risulta essere ancora l’unica della zona
ad essere abilitata alla conservazione del SS.mo Sacramento (che non si riteneva ancora né nella chiesa di Moscosi, né a S. Maria Candelora); all’epoca
52 Gentile Delfino, romano, vescovo di Camerino dal 1596 al 1601.
53 APP. DOC. IV - 1599.
54 Ibidem.
55 Innocenzo Del Bufalo-Cancellieri, nato a Roma nel 1566, vescovo
al 1610.
56 AAC, Visita Pastorale del Vescovo Del Bufalo, 1608, p. 72.
43
di Camerino dal 1601
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
essa è dotata di quatto altari: oltre all’altar maggiore, intitolato a San Giorgio,
vi erano un altare dedicato alla Madonna, eretto dalla famiglia Butani57 e per
questo detto di S. Maria dé Butani, un altare dedicato a San Carlo58 ed un
quarto altare, non meglio specificato, tenuto dalla Società del Santissimo
Sacramento, confraternita istituita nel 1621 con una apposita bolla pontificia59. La predetta confraternita gestiva all’epoca un monte frumentario costituito da 35 salme di frumento, che veniva distribuito alla popolazione secondo le disposizioni del regolamento e delle licenze stabilite dalla curia. In
occasione della visita pastorale del 1628 il vescovo ordinò che il grano del
monte fosse custodito in un locale adeguato e sicuro, “sub claves”; le copie
della chiave dovevano essere due, custodite una dal parroco e l’altra dagli
ufficiali della Società.
Il vescovo ordinò poi la sospensione di due altari laterali, quello di San
Carlo e di Santa Maria dé Butani, entrambi incompiuti e in abbandono, fintanto che i titolari non avessero provveduto ad ornarli di tutto il necessario.
Le rendite della chiesa, complessivamente, ammontavano in tale anno a 12
salme di frumento e 60 di vino60.
Nel 1632 il parroco don Antonio Placentinus morì e fu sepolto sotto la
chiesa di Azzoni.61 Nel 1636 a Castreccioni non risiedeva ancora alcun parroco; il vescovo ordinò allora agli abitanti del castello di risarcire il danno
arrecato alla casa parrocchiale dal crollo di un’abitazione attigua62, prima che
un nuovo parroco avesse preso possesso della parrocchia. Allo stesso tempo
si diede nuovamente mandato agli uomini del castello di fare una adunanza e
di provvedere all’edificazione di un oratorio entro il castello, vicino alla casa
parrocchiale, per poter conservare più decorosamente, e in maggior sicurez57 La famiglia Butani, residente al Varco, era all’epoca la più ricca ed influente famiglia della
zona di Villa Moscosi; probabilmente l’istituzione dell’altare va fatta risalire a prima della
divisione della parrocchia.
58 San Carlo Borromeo (1538-1584), Arcivescovo di Milano, canonizzato nel 1610 e fin da
subito oggetto di grande venerazione.
59 APP. DOC. V - 1689.
60 AAC, Visita Pastorale del Vescovo Emilio Bonaventura Altieri, 1628, p. 273.
61 Le ossa del parroco don Antonio Placentinus furono rinvenute durante una ricognizione
del parroco don Bartolomeo Bagliani nel XVIII sec. l’11 settembre 1789 - non è noto per
quale ragione - furono traslate dal canonico don Venanzo Pizzicanti, vicario episcopale, nella
chiesa di Castreccioni e poste sotto il pavimento del presbiterio, Archivio Ecclesiastico di
Cingoli (d’ora in avanti AEC), cartella “San Giorgio di Castreccioni”, Liber secundus mortuorum, 1760-1837).
62 AAC, Visita Pastorale del Vescovo Emilio Bonaventura Altieri, 1636, p. 93: “Mandavit
resarcire domum rectoris propter damnum illarum occasione ruina facta in domo vicini.”.
44
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
za, il SS.mo Sacramento e per celebrare le S. Messe “pro comoditate hominum dicti castri”63. Anche in questa occasione, come avvenuto già anni
prima, la disposizione del vescovo non trovò riscontro nei fatti e il nuovo oratorio non fu edificato.
Nel 1637 prese possesso della parrocchia il parroco don Amico Alfiani64,
nativo di Camerino, che resse la comunità di Castreccioni per ben 48 anni.
Nel 1640 sorse una controversia fra gli abitanti delle parrocchie di
Castreccioni, Moscosi e Santa Maria Candelora circa le spese da sostenere
per il mantenimento del predicatore quaresimale, il cosiddetto “cencionatario”. Chiamato in causa per risolvere la questione, il vescovo stabilì che le
spese per il predicatore si sarebbero dovute ripartire fra le tre parrocchie in
ragione del numero di abitanti di ciascuna65.
Nel 1650 si stabilì che le spese per il mantenimento dell’olio della lampada del SS.mo Sacramento fossero state a completo carico della
Confraternita del SS.mo Sacramento66; la medesima disposizione fu confermata dal vescovo Emilio Bonaventura Altieri67 durante la visita pastorale del
166368.
Nel 1686 la chiesa versava in pessime condizioni; l’11 agosto del medesimo anno il curato di Castreccioni don Domenico Lametti, appena subentrato nella carica al parroco don Amico Alfiani chiese al comune di Cingoli il
permesso per poter abbassare con un’armatura il torrione del castello di
Castreccioni, al fine di servirsi delle pietre per ristrutturare la chiesa di San
Giorgio. Il Comune accordò il permesso purché si avesse avuto cura di consolidare uno spigolo del basamento del detto torrione che minacciava di crollare69.
Nel XVII secolo la chiesa era ancora provvista di quattro altari: l’altare
maggiore, sotto l’invocazione del patrono San Giorgio martire, dotato di un
Ibidem
Il parroco Don Amico Alfiani (+ 1686), originario di Camerino, si trasferì nel castello di
Castreccioni unitamente ad alcuni parenti e consanguinei. Alcuni esponenti della famiglia
Alfiani risiedevano ancora in Castreccioni nella seconda metà del XVIII secolo.
65 AAC, Visita Pastorale del vescovo Emilio Bonaventura Altieri, 1636.
66 AAC, Visita Pastorale del vescovo Emilio Bonaventura Altieri, 1650.
67 Emilio Bonaventura Altieri, nato a Roma nel 1590, vescovo di Camerino dal 1627 al 1666,
eletto papa nel 1670 con il nome di Clemente X.
68 AAC, Visita Pastorale del vescovo Emilio Bonaventura Altieri, 1663, p. 57.
69 Zibaldone storico cingolano e della Marca di Ancona, manoscritto inedito di un ignoto
che fa riferimento ai manoscritti del conte N. VANNUCCI (prima metà del XIX sec.),
Biblioteca privata di S. Bernardi, Roma, p. CLVII, n. 710 (in fotocopia presso la Biblioteca
Comunale di Cingoli).
63
64
45
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
quadro raffigurante lo stesso Santo; a destra vi era l’altare della Madonna
detta dé Butani, sul quale pesava l’obbligo di celebrarvi una S. Messa ogni
mese, come prescritto dalla famiglia Butani, la quale nel 1688 lasciò per questo scopo la cospicua somma di 25 scudi. A sinistra vi era l’altare di San Luca
e Sant’Ubaldo, sul quale pesava l’obbligo di celebrarvi sei Messe all’anno,
come prescritto nel suo testamento dal parroco di Castreccioni don Amico
Alfiani, il quale lasciò anche un censo di 12 scudi e mezzo per tale scopo. Nel
sopradetto altare vi era inoltre l’obbligo di farvi celebrare una S. Messa al
mese, e due offici l’anno, ognuno di quattro Messe70, da celebrare nei giorni
di San Luca e Sant’Ubaldo; tali pesi furono lasciati, come detto in precedenza, dal signor Paolino di Pasquino da Gubbio, il quale eresse l’altare con
lascito testamentario nel 1572. Nel 1689 il parroco don Domenico Lametti
citò in giudizio avanti il Vicario foraneo gli eredi del signor Paolino di
Pasquino71 i quali opponevano resistenza nel pagare il mantenimento dei pesi
di cui sopra, dicendo di non possedere più nulla del detto testatore. Il quarto
altare, sotto l’invocazione di San Carlo, per volere del vescovo di Camerino
era stato sconsacrato, per essere già di sopravanzo gli altri tre, e per il rischio
che sarebbe mancato del necessario per il mantenimento72.
Nel medesimo anno si rammenta anche la chiesa di Azzoni, chiamata
Madonna di Santo Stefano, annessa alla parrocchiale di San Giorgio; all’epoca era officiata una sola volta l’anno in occasione della festività di Santo
Stefano Protomartire, con un officio di otto o dieci Messe, che venivano celebrate l’una di seguito all’altra.
Nel 1695 la chiesa di San Giorgio di Castreccioni fu visitata dal vescovo
Francesco Giusti, il quale trovò il giovane parroco don Giuseppe Antonio
Terminensio di Mondolfo, di anni 35, a capo di una parrocchia di 160 anime
“da comunione” e con un reddito annuo di circa 40 scudi.
Il vescovo ordinò innanzi tutto di riparare il tabernacolo e di tenerlo chiuso a chiave; stabilì ancora che la spesa per l’olio della lampada fosse sostenuta con il ricavato del monte frumentario gestito dalla confraternita del
SS.mo Sacramento.
I più volte citati Offici di quattro Messe ciascuno, erano soddisfatti dai parroci delle parrocchie limitrofe: oltre al parroco di Castreccioni intervenivano i parroci di Moscosi, S.
Maria Candelora e Valcarecce, che celebravano ciascuno una Messa, una appresso all’altra.
L’usanza di celebrare questi Offici rimase fino a metà del XX secolo.
71 I discendenti ed eredi del sig. Paolino di Pasquino diedero luogo alla famiglia Balducci di
Castreccioni, presente in quel territorio fino agli inizi del XVIII secolo.
72 APP. DOC. V - 1689. Un altare dedicato a S. Carlo, con la relativa confraternita, si ritrova nella chiesa di Moscosi a partire dal XVII secolo.
70
46
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
Tutti i terreni esistenti entro i limiti amministrativi delle parrocchie erano
gravati dal peso delle “decime”, una particolare imposta da pagare al parroco, corrisposta in natura, con i prodotti della terra, generalmente frumento,
orzo, legumi e mosto. Il pagamento delle decime era regolamentato da specifiche norme: nel 1745 si stabilì che in tutte le parrocchie del Vicariato di
Apiro, di cui Castreccioni faceva parte, le decime si fossero pagate in grano
e mosto. La decima era dovuta da tutti “li possessori di terreni capaci a rendere di fruttato dieci coppe di grano annue”, i quali “devono pagare una
coppa di decima al parroco ogni anno”73. Stessa regola per coloro i quali
producono maggiori quantità di grano, fuorché nel caso in cui si fosse trattato di terreni ereditati, o acquistati, sui quali in precedenza il parroco “soleva
esigere le decime” da altri proprietari. In questo caso il nuovo proprietario
doveva corrispondere tutte le decime annesse ai terreni di sua proprietà.
Con legge emanata dal vescovo di Camerino nel 1751, si stabilì infine
che la decima doveva essere corrisposta in misura doppia, o tripla, da tutti
quei coloni i quali, “pur avendo beni propri, ritengono a colonia, ossia a
lavoriccio, i terreni di altri che comportino il pagamento della decima”74.
Nel 1750 la parrocchia possedeva 11 corpi di terra; la casa parrocchiale
era posta entro il castello e possedeva un piccolo orto, sul quale vi erano due
fichi, un mandorlo ed un gelso; di fronte ad essa la parrocchia possedeva pure
un’altra casa, adibita a magazzino, provvista anche di una cantina (all’interno della quale vi era una sola botte). Altre due casupole nel castello, di proprietà della stessa parrocchia, erano a disposizione per eventuali affittuari75.
Alcuni terreni di proprietà della parrocchia erano dati in enfiteusi76, gli
altri erano lavorati da due coloni, l’uno detto “lavoratore della cura”, l’altro
detto “lavoratore della chiesa di S. Stefano”; all’epoca non esisteva ancora
alcun fondo provvisto di casa colonica.
Fu nella seconda metà del XVIII secolo che il sacerdote don Bartolomeo
Bagliani, parroco di Castreccioni dal 1760, assecondando il progressivo processo di appoderamento già in atto, fece edificare sui terreni di proprietà della
73 AAC, sez. Inventari, 2, “Apiro”, cartella “San Salvatore di Valcerecce”, Decimario della
parrocchia di Castreccioni.
74 Ibidem.
75 APP. DOC. VI - 1750.
76 Un terreno in contrada Biancuccia era tenuto in enfiteusi in terza generazione dai fratelli
Giovanni e Pietro Roscani, oriundi di Apiro; un altro terreno posto in contrada S. Stefano era
pure tenuto in enfiteusi in terza generazione dal possidente Sabatino Paparelli e dai suoi
fratelli.
47
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
parrocchia di San Giorgio tre nuove case coloniche: una ad Azzoni, nei pressi della chiesetta, una in contrada Biancuccia, al confine con il comune di
Apiro ed una in contrada Colsicco, sulla collina fra Castreccioni ed Azzoni.
Del predetto parroco rimangono moltissimi documenti, che si contraddistinguono per la calligrafia estremamente chiara e minuta, che mostrano la
precisione con la quale il parroco esercitò la sua missione, descrivendo minuziosamente ogni avvenimento della parrocchia; egli rinnovò il decimario parrocchiale, tenne uno stato delle anime che rinnovò ogni anno, redasse testamenti76bis, descrisse accuratamente ogni nascita, morte e matrimonio, tenne
un accurato libro dei conti.
Nel 1794 Bartolomeo Bagliani, parroco di San Giorgio di Castreccioni,
“per sodisfare al pio desiderio dé devoti di Maria Santissima Immacolata”
richiese all’autorità pontificia “la facoltà di poter eriggere in detta chiesa
parochiale la Confraternita dell’Immacolata Concezione, colli soliti privilegi, prerogative ed indulgenze”. In seguito alla richiesta, il 19 luglio 1794
rispose da Roma il prelato don Nicola Sagarriga, il quale, a nome di papa Pio
VI, concesse il privilegio di poter erigere nella chiesa di San Giorgio un sodalizio sotto l’invocazione e il titolo della Beata Maria Vergine, con ogni indulgenza, diritto e privilegio soliti a darsi in questi casi77. Nella lettera di risposta non si fa tuttavia alcun riferimento al titolo dell’Immacolata Concezione.
Durante l’invasione francese (1797-1799), il nuovo assetto istituzionale
repubblicano, fortemente anticlericale, generò contrasti e tensioni fra stato e
chiesa; il parroco di Castreccioni don Bagliani, fu costretto ad accettare suo
malgrado le disposizioni repubblicane, tra le quali vi era l’adozione del
nuovo calendario repubblicano. Nel 1798 giunse a Castreccioni il predicatore cappuccino frà Giusto da Montalboddo, cui fu proibito il “questuare nell’aie”. Nel 1799 fu addirittura interdetta nella campagna la predicazione dei
predicatori quaresimali, alla quale, come annotò don Bagliani, “hanno supplito li propri parrochi”78. Nel 1800, durante la temporanea restaurazione del
governo pontificio, il predicatore quaresimale Vincenzo da Montecarotto,
minore osservante, poté regolarmente predicare nel territorio di
Castreccioni79.
Nel 1816 la chiesa di San Giorgio risulta essere dotata di tre altari: l’alta76bis APP. DOC. VII - 1799.
77 AEC, cartella “San Giorgio di Castreccioni”, carte del parroco
78 AEC, cartella “San Giorgio di Castreccioni”, registro delle
Bartolomeo Bagliani.
Ibidem
79
48
don Bartolomeo Bagliani.
questue del parroco don
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
re maggiore, ancora con il quadro chiamato San Giorgio, Patrono della chiesa; gli altri due altari, entrambi dotati di quadri di tela, erano sotto l’invocazione rispettivamente di San Venanzo80 e di San Bartolomeo.
Vi erano poi due nicchie laterali, in una delle quali esisteva un quadro in
tela con la figura della Concezione di Maria Santissima, mentre nell’altra vi
era un crocifisso di legno processionale. Alla sinistra della porta maggiore
della chiesa vi era il fonte battesimale provvisto anch’esso di un quadro in
tela raffigurante San Giovanni Battista.
Vi erano quindi due confessionali: uno dotato di pulpito, un crocifisso e
di un quadro raffigurante San Vincenzo Ferreri. Dirimpetto a questo vi era
l’altro confessionale con sopra un quadro con cornice dipinta col nome della
Madonna del buon consiglio. Vi sono ancora le quattordici stazioni con le
figure e con cornice dorata. A destra dell’altar maggiore v’è una piccola finestrina col sito per tener la lampada del Santissimo Sacramento81.
Nel medesimo anno la casa parrocchiale venne trovata dal nuovo parroco don Mattia Mattioli82 in uno stato da lui stesso definito “passabile”, anche
se dalla descrizione fatta non sembra affatto versare in buone condizioni. Al
suo interno non fu trovato alcun arredo, a parte un tavolino, “buono solo pel
fuoco”; il forno situato nell’orto annesso alla casa era “quasi tutto rovinato”
e nella grotta della cantina vi era una sola botte senza cerchi. Anche il caldaio di rame usato per far bollire il mosto non era utilizzabile perché bucato83.
La stessa chiesa di San Giorgio necessitava di essere ristrutturata; in particolare bisognava rifare il tetto perché vi pioveva dentro “in molti luoghi”84.
Nel 1817 il giovane don Mattia Mattioli, parroco di Castreccioni da appena un anno, fu nominato pievano di San Clemente e la parrocchia di
Castreccioni fu affidata al parroco don Lorenzo Angeli, vecchio e malato, del
quale non rimangono che pochissime e blande testimonianze.
Durante il mandato di don Lorenzo Angeli la situazione di degrado degli
immobili parrocchiali si aggravò, probabilmente perché egli non ebbe né la
forza né la volontà di apportare alcuna miglioria; quando egli morì, “plurioctuagenario” nel 1837, fu sostituito dal giovane ed intraprendente don
80 S. Venanzo protettore della terra e della campagna.
81 APP. DOC. VIII - 1816.
82 Il parroco don Mattia Mattioli giunse a Castreccioni nel 1816 e vi rimase per un solo anno;
nel 1817 venne nominato Pievano di S. Clemente, in territorio di San Severino, dove rimase fino al 1861 (F. LUCARELLI, Appunti Storici sul castello di San Pietro e la Pieve di San
Clemente, San Severino Marche, 2003, p. 31).
83 Vi era l’antica usanza di far bollire il mosto prima di vinificare.
84 APP. DOC. VIII - 1816.
49
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
Giovanni Moriconi85.
Al momento del suo ingresso in parrocchia il Moriconi trovò i beni
immobili (della parrocchia) in condizioni disastrose. La vecchia casa parrocchiale posta dentro il castello era fatiscente e non fu possibile ristrutturarla;
per questo venne subito venduta e la residenza del parroco fu provvisoriamente spostata in un’altra casa di proprietà della parrocchia, nel borgo del
castello, posta a ridosso delle mura86. Subito si iniziarono i lavori di costruzione di una nuova casa parrocchiale, edificata a ridosso della chiesa di San
Giorgio. Non diverse erano le condizioni delle case coloniche: esse erano
tutte cadenti, come testimoniato da una descrizione fatta dal parroco don
Giovanni Moriconi. La casa colonica di Colsicco era “soppontata con punte
di legno dalla parte di tramontana, e per l’apertura di muri fragidi minacciava imminente ruina”. Anche la casa colonica in contrada Madonna degli
Azzoni venne dal parroco trovata “inabitabile e cadente” al momento del suo
ingresso nella parrocchia, e fu per questo fatta ristrutturare. La colonica in
contrada Biancuccia, venne trovata “fragida anche nei fondamenti”; essendo
impossibile ristrutturarla, il parroco fu costretto a farla demolire; i materiali
furono recuperati e vennero usati per ricostruire la casa 50 passi lontano, in
un luogo più sicuro, in comune di Apiro. Nella nuova casa, ancor prima che
fosse ultimata, venne subito fatta insediare una famiglia di coloni87.
Il parroco don Moriconi pensò poi alla riqualificazione dei fondi parrocchiali; furono rinnovati tutti i coloni e l’orto annesso alla casa parrocchiale fu
cinto con una siepe di acacia e biancospino, al di sotto del quale venne piantumato un piccolo frutteto.
Nel XIX secolo il mantenimento dei fabbricati della parrocchia spettava
ai possidenti locali, come specificato nei documenti esistenti nella cancelleria arcivescovile, mentre il mantenimento della cera e delle suppellettili
necessarie per le funzioni sacre spettavano alla Compagnia del SS.
Sacramento; l’olio della lampada spettava invece a tutti gli abitanti della parrocchia88.
Don Giovanni Moriconi, nativo di Apiro, figlio di Piersimone e Costantina Santinelli.
La vecchia casa parrocchiale fu acquistata da Pacifico Luciani, agricoltore possidente di
Vena, che probabilmente se ne servì solo per recuperare le pietre e i mattoni; nel 1855 infatti la casa era stata completamente smantellata e l’area su cui sorgeva viene identificata nel
brogliaccio del Catasto Gregoriano come “spazio di casa diruta”; simile sorte toccò al forno
della casa parrocchiale, acquistato da don Natale Bambacioni, che pochi anni dopo non risulta più esistere.
87 AAC, sez. Inventari, 2, “Apiro”, cartella “San Giorgio di Castreccioni”, Inventario del 1845.
88 Ibidem
85
86
50
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
Nel 1869 don Giovanni Moriconi morì e fu seppellito nella chiesa di San
Giorgio89; gli subentrò, per alcuni anni don Luigi Cottini, il quale, appena
insediato, volle subito istituire una nuova confraternita sotto l’invocazione di
Maria Santissima90. Alla fine dell’anno ben 42 donne avevano aderito alla
nuova associazione; al termine del 1872 le iscritte avevano raggiunto le 67
unità. L’obbligo principale della pia unione era quello di animare le attività
religiose legate al mese mariano: le consorelle si impegnavano per questo
scopo a pagare 0,25 scudi all’anno con i quali avrebbero provveduto anche
ad ornare l’altare laterale dedicato a Maria Santissima. Le attività liturgiche
del mese mariano si concludevano il 31 maggio con un solenne officio di tre
messe cantate, alle quali prendevano parte anche i parroci delle parrocchie
limitrofe91.
Nel 1879 don Luigi Cottini fu sostituito dall’apirano don Pietro Roscani,
che era contemporaneamente parroco di Castreccioni e di Cesi di Serravalle.
Nel 1884 cessò la secolare pratica di seppellire i defunti nel sepolcro sotterraneo della chiesa, che venne per sempre chiuso e sigillato; le salme d’ora
in avanti verranno tutte inumate nel cimitero pubblico92, costruito in posizione intermedia fra Castreccioni, Moscosi e Santa Maria Candelora.
Alla fine dell’800 la parrocchia possedeva un fabbricato annesso alla
chiesa di San Giorgio, in parte adibito ad uso di casa parrocchiale e in parte
a casa d’affitto. L’ex casa parrocchiale nel borgo di Castreccioni era pure adibita a casa d’affitto93. Vi erano poi tre appezzamenti di terra coltivati a retta
dal Parroco, mentre per il resto i terreni erano appoderati in tre colonie complessive, tutte provviste di casa sul fondo.
Nel 1892 il Roscani fece rifare il campanile della chiesa (fig. 6), che fu
dotato di tre campane nuove e una vecchia; le spese furono sostenute con il
ricavato della vendita di piante poste nei terreni della parrocchia94; vent’an89 Don Giovanni Moriconi fu l’ultimo parroco ad essere seppellito sotto la chiesa, nella
tomba dei presbiteri.
90 La vecchia confraternita della Beata Vergine Maria sorta a Castreccioni nel 1567 era stata
soppressa durante il periodo napoleonico.
91 AEC, cartella “San Giorgio di Castreccioni”, carte del parroco don Luigi Cottini.
92 AEC, cartella “San Giorgio di Castreccioni”, Liber III mortuorum (1837-1915).
93 Nel 1900 il Municipio di Cingoli ordinò di provvedere urgentemente allo sgombero della
vecchia casa parrocchiale, tenuta in affitto dalla sig.ra Maria Cardinali che, pericolante,
“minacciava rovina”; il comune ingiunse inoltre di provvedere ad un rapido restauro o alla
demolizione. La casa in questione venne subito venduta e acquistata da Luigi Petrini, agricoltore possidente di Vena, che la smantellò e utilizzò i materiali recuperati per costruire sul
posto un nuovo edificio.
51
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
ni dopo il successore don
Giovanni Battista Clementi,
parroco dal 1894, fece rialzare
la chiesa di circa un metro sul
suo corpo principale, sempre
con il ricavato della vendita di
piante95.
Nel 1910 don Giovanni
Battista Clementi lasciò la parrocchia e fu sostituito da don
Sante Orpianesi, prima economo e poi parroco.
Don Sante Orpianesi rimase
a Castreccioni per oltre 40 anni;
egli prestò molta attenzione al
patrimonio parrocchiale, apportando molte migliorie sia alla
chiesa sia agli altri beni parrocFig. 6 - Particolare del campanile: W San Giorgio.
chiali. Fino agli anni ’40 la
chiesa fu un continuo cantiere: nel 1917 furono sostituiti i vecchi altari laterali in pietra, rimpiazzati con altri realizzati in cemento e dedicati rispettivamente alla Madonna e al Sacro Cuore di Gesù; le spese furono di £ 1200
sostenute per metà dal contributo popolare e dal parroco e per l’altra metà da
un pio benefattore96. Nel 1919 fu rifatta la scala d’accesso alla casa parrocchiale, nel 1920 furono sostituite tutte le finestre e nel 1921 fu edificata una
latrina annessa alla casa.
Avendo continuo bisogno di denaro per eseguire i suoi lavori, il parroco
nel 1923 indisse un’asta pubblica per l’abbattimento e la vendita di 95 querce poste nelle colonie di Colsecco e Biancuccia, per il prezzo base di £ 8136;
il ricavo fu utilizzato per riattare tutte le case coloniche. Nel 1925 furono
sostituite le porte della chiesa e della sagrestia; nel 1929 furono restaurati
tutti e dodici i banchi presenti entro la chiesa, concordando con i proprietari
dei medesimi che si fossero assunti completamente l’onere di tutte le spese
necessarie.
94 AAC,
sez. Documenti Recenti, cartella “San Giorgio di Castreccioni”, Stato Patrimoniale
della parrocchia, 1934.
95 Ibidem
96 Ibidem
52
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
Nel 1930 in ricordo delle Sante Missioni svoltesi in quell’anno fu innalzata lungo la strada di accesso al paese una croce in ferro, tuttora esistente,
anche se in condizioni poco buone (fig. 7).
Nel 1934 il parroco riferì al vescovo che la chiesa necessitava di ulteriori lavori, fra i quali il consolidamento delle fondamenta, il rifacimento del
pavimento e dei muri perimetrali; tuttavia non si aveva a disposizione alcuna somma, né si sapeva come provvedere.
Ottenuto negli anni seguenti il denaro necessario, la chiesa fu sottoposta
nel 1938 ad un completo restauro, sia interno sia esterno, ed assunse la forma
che mantiene tuttora. Il tetto fu rifatto interamente, il rosone restaurato, i muri
perimetrali furono consolidati. Nel 1939 si procedette alla decorazione interna: il pavimento venne
rinnovato, l’intera chiesa venne ripulita, intonacata e poi dotata di
un impianto elettrico
esterno.
Terminati i restauri
ed uscita indenne dal
periodo bellico la chiesa poteva dirsi ornata di
tutto punto (fig. 8). Nel
1954 don Sante Orpianesi rinunciò alla parrocchia e lasciò Castreccioni dopo un servizio durato 44 anni.
Dopo un anno di
economato di don Siro
Fede la parrocchia fu
assegnata al giovane
parroco don Lorenzo
Rossetti. Nel febbraio
1956 la parrocchia di
Castreccioni fu visitata
dal vescovo D’Avack;
la descrizione della
parrocchia fatta per
Fig. 7 - Croce in ricordo delle S. Missioni del 1930.
l’occasione da don
53
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
Figura 8 - Chiesa di San Giorgio: altare maggiore nel 1935
(per gentile concessione della Curia Arcivescovile di
Camerino).
Lorenzo Rossetti, oltre
a mostrare la condizione della chiesa offre
un’interessante spaccato della società
dell’epoca97.
La
popolazione
viene detta stazionaria,
benché estremamente
povera; pochissime
sono le famiglie benestanti. Alcuni sono
emigrati in Belgio in
cerca di un lavoro
migliore. Tutti gli abitanti professano la religione cattolica e il 65%
osserva il precetto
festivo recandosi a
Messa. Non vi sono
famiglie
irregolari,
anche se si parla di
“gravi scandali” avvenuti in passato. La
popolazione legge pochissimo; il catechismo è insegnato dal
parroco sia ai bambini
sia agli adulti. Si parla
della presenza in paese di attivisti comunisti.
In parrocchia esiste la Confraternita del SS.mo Sacramento, le cui adunanze si tengono regolarmente ogni tre mesi; esiste anche un piccolo gruppo
di donne tesserate all’Azione Cattolica.
La chiesa è costituita da una sola navata, due sono gli altari laterali, uno
dedicato a S. Antonio da Padova, provvisto di statua, e uno alla Madonna,
provvisto di quadro. L’altar maggiore è dedicato al patrono San Giorgio, del
97 AEC,
cartella “San Giorgio di Castreccioni”, carte del parroco don Lorenzo Rossetti.
54
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
quale vi è un dipinto; vi sono poi due mensole laterali con le statue del Sacro
Cuore e della Madonna. Vi è il fonte battesimale, in cemento e graniglia
rosea, le 14 stazioni della via Crucis e 16 panche, di cui 2 pubbliche e 14
padronali.
La descrizione si sofferma poi sul misero stato degli immobili: anche se
la chiesa di San Giorgio è stata recentemente restaurata, la sacrestia continua
ad essere indecente; una parte della casa parrocchiale è letteralmente cadente e la chiesetta di Azzoni necessita di urgente restauro.
Annessa alla casa parrocchiale è la casa della Confraternita, costituita di
due vani al piano inferiore e altri due al piano superiore.
Il beneficio parrocchiale risulta essere di 26 ettari di terreni (di cui metà
goduti ancora dal precedente parroco don Sante Orpianesi), alcuni dei quali
non coltivabili perché a fondo roccioso. Anche qui troviamo una casa colonica, quella di Biancuccia, cadente ed un’altra, quella di Colsicco che necessita
di restauri. Nessuna miglioria è stata fatta nelle colonie negli ultimi 5 anni98.
Con la partenza di don Lorenzo Rossetti, nel 1960, si susseguirono come
rettori della parrocchia alcuni religiosi dell’ordine dei frati minori, e poi altri
sacerdoti diocesani, i quali per lo più rimasero in carica come parroci ciascuno per pochi anni.
Durante questo periodo si procedette all’alienazione del secolare beneficio parrocchiale, che a cavallo degli anni 1963-1966 fu interamente ceduto a
privati. Nello stesso periodo il progressivo spopolamento della campagna
determinò un drastico calo della popolazione di Castreccioni; nel 1980 il
canonico Bittarelli, in un articolo riguardante la vicina chiesa di Santa Maria
Candelora, parla di una vera e propria “emorragia demografica” della campagna cingolana; durante questo periodo ci fu un radicale cambiamento degli
stili di vita, durante il quale scomparve di fatto la confraternita e si persero
molte altre usanze plurisecolari.
Infine, con decreto del 19 marzo 1984, la parrocchia di Castreccioni, unitamente alle altre parrocchie di montagna, furono distaccate dalla diocesi di
Camerino e passate alla diocesi di Cingoli, unita a quella di Macerata.
Da diversi anni ormai, a Castreccioni non risiede più un parroco fisso,
visto che il paese può dirsi pressoché spopolato; la casa parrocchiale è stata
recentemente alienata e ceduta a privati e la chiesa stessa di San Giorgio, che
necessiterebbe di adeguati e urgenti restauri, rimane chiusa al pubblico per
buona parte dell’anno, officiata solo in occasione della festa del patrono San
98
Ibidem
55
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
Giorgio (23 aprile) e in poche altre rarissime circostanze. La parrocchia
attualmente è retta dal parroco di Moscosi che celebra regolarmente la S.
Messa nella chiesetta di Azzoni, che è stata completamente restaurata negli
anni 2004-2005.
3 - Elenco dei Parroci di Castreccioni
1531 - 1581 don Alessandro Cima99
1581 - 1584 don Enea Uncini
1585 - 1590 don Antonino Badanus
1590 - 1605 don Tullio Leoncini
1605 - 1632 don Antonio Placentinus
1633 - 1636 (senza parroco)
1637 - 1685 don Amico Alfiani100
1685 - 1691 don Domenico Lametti101
1692 - 1731 don Giuseppe Antonio Terminensio102
1731 - 1732 don Filippo Antonio Campelli, economo
1732 - 1760 don Giuseppe Antonio Nicola Santalucia103
1760 - 1809 don Bartolomeo Bagliani104
1809 - 1810 don Giuseppe Leoni, economo
1810 - 1815 don Esuperanzio Quatrini105, economo
1815 - 1817 don Mattia Mattioli106
1817 don Giovanni Battista Tosti107, economo
1817 - 1818 don Filippo Santinelli108, economo
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
Nato a Cingoli, membro della nobile famiglia Cima della Scala, conte palatino, canonico di Cingoli, morto nel 1581.
Nato a Camerino, morto a Castreccioni nel 1685.
Nato ad Apiro nel 1663; dal 1692 parroco di S. Michele Arcangelo di Apiro; canonicodella collegiata di Sant’Urbano dal 1722; morto in Apiro nel 1736.
Nato a Mondolfo nel 1663; morto a Castreccioni nel 1731.
Nato a Montecchio (Treia), morto a Castreccioni nel 1760.
Nato a Muccia nel 1732, morto a Castreccioni nel 1809.
Nato ad Apiro, beneficiato della collegiata di Sant’Urbano dal 1817, poi canonico dal
1822; morto in Apiro nel 1828.
Rinuncia, va parroco a Castel San Pietro.
Nato ad Apiro, beneficiato della collegiata di Sant’Urbano dal 1798, poi canonico dal
1817; morto in Apiro nel 1845.
Nato ad Apiro, beneficiato della collegiata di Sant’Urbano dal 1804, poi canonico dal
1829, fu tra i soci fondatori della Cassa di Risparmio di Apiro; morto in Apiro nel 1855.
56
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
1818 - 1837 don Lorenzo Angeli109
1837 don Onorato Onorati110, economo
1837 - 1868 don Giovanni Moriconi111
1868 - 1869 don Filippo Donati Marini112, economo
1869 - 1877 don Luigi Cottini113
1877 - 1879 don Paolino Linardi114, economo
1879 - 1893 don Pietro Roscani115
1893 don Filippo Serafini116, economo
1894 - 1915 don Giovanni Battista Clementi
1915 - 1954 don Sante Orpianesi117
1954 - 1955 don Siro Fede, economo
1955 - 1960 don Lorenzo Rossetti118
1960 - 1965 padre Giuseppe Parenti
1965 padre Corrado Cesaroni
- 1977 don Annibale Urbani119
1977 - 1984 don Vincenzo Finocchio120
Morto “pluriottuagenario” a Castreccioni nel 1837.
Nato ad Apiro, beneficiato della collegiata di Sant’Urbano dal 1843, poi canonico dal
1848; morto in Apiro nel 1855.
111 Nato in Apiro, fu tra i soci fondatori della cassa di risparmio di Apiro; morto a
Castreccioni nel 1869.
112 Parroco di S. Maria Candelora, fu tra i soci fondatori della Cassa di Risparmio di Apiro.
113 Nato a Camerino nel 1830.
114 Nato ad Apiro, beneficiato della collegiata di S. Urbano dal 1850; morto in Apiro nel
1895.
115 Nato ad Apiro, era contemporaneamente parroco di Cesi di Serravalle; nel 1893 rinunciò
e andò parroco a S. Stefano di Cingoli.
116 Parroco di Santa Maria Candelora.
117 Nato a Fiastra nel 1884.
118 Attualmente parroco di Brondoleto e Rustano, in comune di Castelraimondo.
119 Nato a Castreccioni nel 1916; morto nel 1996.
120 Attualmente parroco di Caldarola.
109
110
57
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
APPENDICE DOCUMENTARIA
N. B. Tutte le trascrizioni, salvo la I, sono state eseguite dagli autori; i documenti II, III e IV sono stati sottoposti alla revisione di Riccardo Ceccarelli.
I
30 giugno 1239
Istromento di vendita del castello di Castreccioni e delle sue pertinenze
(chiese incluse) fatto da Gottiboldo all’Ospedale dello Spineto di
Cingoli.
Originale conservato presso l’Archivio di Stato di Macerata, sez. Archivio storico comunale di Cingoli - fondi pergamenaceo e cartaceo, perg. n. 539.
Riprendiamo la trascrizione fatta da V. VILLANI, in Nobiltà imperiale nella Marca
d’Ancona. I Gottiboldi (fine sec. XII - sec. XIII), in Atti e Memorie di Storia Patria per le
Marche, 96 (1991), app. II, doc. 3, pp. 225-228.
Altra trascrizione è stata fatta da E. FORMICONI, in Il castello di Castreccioni nella Marca
anconitana attraverso una indagine storico-genealogica, Bastia Umbra, 2007, app. doc. X,
pp. 73-77.
In Dei nomine amen. Anno domini MCCXXXVIIII, die ultimo iunii,
regnante domino Frederico Romanorum imperatore, indictione duodecima.
Ego quidem Gottiboldus filius quondam domini Thome domini Besaczonis
propria spontanea mea bona voluntate hoc instrumento venditionis presenti
die iure proprio per me meosque heredes et successores imperpetuum vendo,
do, trado, concedo, cedo et mando vobis domno Iacobo rectori hospitalis
Spineti de Cingulo, ipsius hospitalis et loci nomine et vice et nomine domine Catarine abbatisse eiusdem loci aliarumque dominarum ibidem existentium presentium et futurarum recipienti iure proprio imperpetuum, videlicet
castrum quod nuncupatur Castreccionum in comitatu Camerini, positum propre flumen Mossionis cum edifitiis et appenditiis ipsius castri, curte, districtu et iurisdictione, omnibus iuribus et pertinentiis suis, usis et requisitione
cum hominibus et habitatoribus eiusdem castri et districtu et castellanis
omnibus et servitiis ab eis debitis et debendis, debitalibus et usualibus eorumque mansis et tenimentis presentibus et futuris cum terra posita in fundo
Ronchi a primo latere Castrecciuni Petri Acti et Grimaldus Petri Actonis
Nocentis, a II latere Acto Petri Aczi, a III latere via publica, a IIII latere
Grimaldus Petri Actonis Nocentis et terra quam nunc vos a me emitis, excepta una petiola terre Grimaldi Petri Actonis Nocentis que est infra dicta latera
et cum terra, vinea et arboribus posita in dicto fundo sub fontem, a I latere
Grimaldus Petri Actonis Nocentis, a II latere via, a III latere Albertus
58
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
Castrecciuni, a IIII Grimaldus Petri Actonis Nocentis cum quodam introytu,
et terra cum silva da Peritu in fundo Ronchi, a I latere Castrecciuni Petri Aczi,
a II latere Johannes Viviani, a III latere via, a IIII Johannes Viviani et terra
posita in dicto fundo ab omnibus lateribus Iohannes Viviani et medietatem
terre et olivarum posita in dicto fundo, a I latere alia terra quam a me nunc
emitis, a tribus lateribus Grimaldus Petri Actonis Nocentis et cum terra posita in dicto fundo a I latere Rainaldus Ieccionis, a II latere via, a III latere terra
filiis Casarini, a IIII latere via et cum terra que fuit Berte Blance in dicto
fundo, a I latere filius Corradi Gentilis, a II latere Castrecciuni Petri Acti, a
III latere idem, a IIII latere via publica et cum terra posita in fundo Collis
Sicci, a I latere Adamonus, a II latere Iohannes Viviani, a III latere filii
Albrici Iecci, Ranaldus et Marconus, a IIII latere Rainaldus Scibane, et cum
medietate campi positi in dicto fundo, a I latere a II latere via, a III latere terra
quam a me nunc emitis, a IIII latere Iohannis Viviani, et cum terra posita in
fundo Castrecciuni, a I latere Rainaldus Ieccioni, a II latere a III latere via, a
IIII latere Rainaldus Scibane et cum terra posita in dicto fundo, a I latere via,
a II latere Acto Petri Aczi, a III latere fossatum, a IIII via, et cum terra posita in Colle Siccu, a I latere via, a II Adamonus, a III similiter et Albertus
Gozii, a IIII latere Rainaldus Ieccionis, et cum terra delli Gualdari, a I latere
fossatum, a II, a III, a IIII latere via et cum uno pede molendini et suis pertinentiis omnibus in rivo sive fossato qui venit da Muscusi cum iuribus suis et
unum molendini Raini cum omnibus suis pertinentiis et iuribus, et cum terra
de Collis, a I a II via, a III et a IIII latere Albricus Albertutii et cum terra, silva
et molendino et omnibus suis pertinentiis in fundo Rote, a I latere via, a II
latere flumem Mossionis, a IIII fossatum, a IIII latere Acto Petri Aczi et cum
terra in dicto fundo, a I Angelus Acceptantis, a II latere Rainaldus Scibane, a
III fossatum Casarini, a IIII latere Luecciuni, et ipsum castrum Castrecciuni
cum campu de La Vanitu in fundo Scandalusi, a I latere via, a II latere
Gislerius Dominici notari et Albertus Ieccionis et a III latere Maine [....]
Rainaldi Iangni Alberti pro uxore, a IIII Filii Guidi Munaldi, et cum terra
posita in fundo Gualdi, a I latere Albertus Gozii, a II latere, a III latere idem
cum consortibus, a IIII latere filius Corradi Gentilis et per hanc vadit via, et
cum terra posita in dicto fundo, a I latere Benvenutus Morici, a II latere
Rainaldus Alberici Iecci et Albertus Petri Ieccii, a III latere via, a IIII latere
terra propria Actonis Marci, et cum terra posita in fundo Scandalusus, a I latere via, a II latere Vivaionus Petri Barganie, a III latere filii Guidi Monaldi, a
IIII latere Albertus Gotii, et cum terra et arboribus posita sub portam
Castrecciuni, a I a II latere via, a III latere Rainaldus Ieccionis cum consortibus, a IIII latere ipsum castrum excepta una petia terre, quam Rainaldus
59
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
Scibane ibi habet cum consortibus, et cum uno petio terre posito in fundo
Castrecciuni, a I latere via, a II a III latere Albricus Albertuccii, a IIII filii
Guidi Munaldi, item cum campo de silva Racuni , a I latere ecclesia Sancti
Stephani, a II latere fossatum, a III latere filii Actonis Ote, a IIII latere lu
Broccatore cum consortibus, et cum iure quod habeo in terra posita in fundo
la Pretella, a I latere flumem Mossionis, a II latere via, a III latere filii Guidi
Munaldi, a IIII latere la Pretella, et cum silva et monte in fundo Montis Nigri,
silicet medietatem, a I latere dominus Thomas de Insula et filii Actonis comitis Alberti per viam que vadit per capud Inteuri et exit per viam ad ilicem et
antiquam et ad cornu Macinile et ad Inteurum Romite et venit per capum
Serramacciule et exit in flumem Mossionis et vadit ad gurgum Tellie, item
cum terra posita in fundo Lavivati, silicet medietate, a I latere hospitale quem
a me emitis, a II latere via publica, a III latere Vivus actonis Alberti, a IIII
latere Marcus Benedicti, et cum terra posita in dicto fundo, a I latere via
publica, a II latere fossatum, a III latere Rainaldus Ieccionis; iure quod habeo
in Monte Alvello et cum silva posita in fundo Scannoluso, a I latere lu Cupu
usque in fossatum quod vadit a Moscusi, a II latere ipsum fossatu, a III latere Albertus Petri Ieccii cum consortibus, a IIII latere similiter, et cum petia
terre de Quarto, a I a II latere Angelus Acceptantis, a III latere a IIII latere
via, et cum iuribus patronatus ecclesiarum pertinentibus sibi id est michi
Gottiboldo ex causa emptionis dicti castri et pertinentibus olim auctoribus
meis occasione dicti castri et eius iurisdictionis, et cum aliis terris, montibus,
silvis, aquis et aquiminibus, pratis et pascuis, cultis et incultis, omnibusque
iuribus et rationibus seu requisitionibus et actionibus, utilibus et directis
michi competentibus et competituris, realiter et personaliter omnibus et singulis michi aliquo iure pertinentibus infra hac latera, a I latere via que incipit
ab Ynsula de Orzalis et vadit ante portam castri Cinguli et exit ante sanctum
Laurentium de Cretaiolo et vadit ad sanctam Luciam et exit ante castrum
Serralte et exit ante castrum Aliforni et pergit ad Alpes et ab aliis lateribus
Monte Savicini, ab alio latere fossatum de Rigo Sicco et exit ante castrum
Fajete et via que incipit a Fajeta et exit ad Castrum Laquule et via que incipit a dicto castro Laquule et exit ad dictam Ynsulam de Orzali. Infra que latera et confines vendo et trado vobis que specialiter et nominata sunt per suos
fundos et latera et alia que generaliter nominata sunt michi pertinentia ex
emptione quam feci a filiis Rainerii Captii tantum, ad habendum, tenendum
et possidentum et quicquid vobis vestrique successoribus in dicto loco deinceps placuerit fatiendum.
Que me vestro nomine constituo possidere donec corporaliter intraveritis,
possessionem in quam intrandi licentiam vois vestra auctoritate tribuo et
60
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
concedo et procuratorem vos facio velut in rem vestram ut possitis agere,
excipere et replicare vestro nomine tamquam quilibet rei dominus ad utilitatem dicti loci. Pro quibus omnibus confiteor me recepisse a te donno Jacobo
nomine dicti loci et domine abatisse nominate solvente pretii nomine octinmgentas quinquaginta libras bonorum ravennatum et anconitanorum, renuntiando exceptioni non numerate pecunie omnibusque aliis exceptionibus et
iuribus michi competendibus et competituris et quantumcumque plus valent
res vendite quam pretium nominatur illud plus quantumcumque est vobis,
dono inrevocabiliter integrum […] vos et de dictis rebus venditis universis et
singulis nullam litem vel controversiam vobis facere promitto, sed legittime
defendere, auctorizare et disbrigare promitto vobis omnia et singula supra
[...] contra omnes personas hominum in iuditio et arbitrio meis sumptibus et
expensis.
Quod si omnia et singula velut superius leguntur non observavero et in
totum vel aliqua parte contravenire presumpsero, ego dictus venditor per me
meosque heredes et successores vobis emptori vestrisque successoribus dicti
loci nomine dare et solvere promitto nomine pene duplum vel dupli extimatione rerum prescriptorum venditorum, habita ratione melliorationis et omne
dampnum litis expensas semper spondeo resarcire et pena soluta vel non
saluta predicta omnia et singula rata et firma consistant. Prefato domino
Gottiboldo scribi mandante.
Actum in dicto hospitali, in presentia istorum testium ad hoc vocatorum
et rogatorum, silicet domini Rainaldi Claudi, domini Herrici judicis de Esio,
domini Fanteboni Giffredi, domini Rainerii de Massatio, [...] Venetici,
Actonis Aginati, Scagni Nicole, Gozii Gualdini, Insigni Vegilii, Adjuti
Scagni Nicole, Brunicti Gozii Gualdini et Benevenuti Appollonij. Ego
Johannes auctoritate imperatoris notarii ut supra legitur rogatus scribere subscripsi et publicavi.
II
20 marzo 1572
Visita Pastorale del vescovo Pietro De Lunel
Originale conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Camerino, Visita Pastorale di
Mons. De Lunel, 1572, cc. 152-154.
NB. Nella trascrizione sono state sciolte tutte le abbreviazioni presenti nell’originale manoscritto. Le parentesi quadre indicano le parole che non si è
riusciti a leggere correttamente o addirittura mancanti.
61
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
San Georgij de Castriccioni parrocchialis
Eodem die in castro Castriccioni.
Publicata indulgentia et proposito Verbo Dei.
Visitavit ecclesiam Sancti Georgij matricem constitutam ab indigenis dicti
Castri et tribus parochis ecclesiam Sancti Stephani, et Sanctorum Martini et
Nicolai delli Muscosi, et Sancti Cristophori de Monte Nigro eiusdem Castri
et eius villarum pro [...] omnium commoditate et introduxerunt eidem ecclesiae per unum omnium substitutum deservire, qui difficili […] nullo pacto
prout pro omnibus satisfacere et huismodi praetium dare parochi, id fuisse
factum de ordine Reverendissimi Domini Domini Episcopi non constat nisi
ex convenientia.
Invenit Sanctissimam Eucharistiam in bussula argentea foderata de corporali conservata praeter modum ratione visitationis.
Tabernaculum invenit marmoreum foderatum de serico.
Invenit fontem baptismalem luteum.
Invenit vasa pro chrismate et oleis cathecumenorum et infirmorum ex lamina nimium subtili et indecentia.
Non invenit ampullas pro praefatis oleis conservare.
Invenit libros in quibus male describuntur baptizati et contrahentibus matrimonia.
Invenit unicum calicem.
Invenit crucem ligneam et candelabra ferrea, et turibulum indecens.
Invenit missale novum, catechismum et bullam coenae domini.
Invenit duas planetas ex saia.
Ecclesia est indecenti forma.
Invenit Sanctissimam Eucharistiam in dicta ecclesia cum ea, qua debet reverentia perpetuo conservari.
Iussit fieri fontem baptismalem lapideum decentem et eius operimentum
lamina stannea foderari.
Iussit fieri vasa stannea decentia pro chrismate et oleo cathecumenorum et
separatum pro oleo infirmorum quod conservatur et deferatur in bursa serica.
Iussit provideri de ampullis pro praefatis oleis conservare et fieri capsulam
ex lamina stannea pro eis reponere.
Baptizatos et contrahentes matrimonia iussit melius describi, et tempore
confirmatione describi et confirmatos.
Iussit fieri crucem cupream saltem deauratam, et turibulum cum navicella
decentia.
Iussit provideri de duobus candelabris auricalcheis.
62
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
Iussit fieri planetam cum stola, manipulo et pallio altaris ex damasco rubro.
Iussit fieri confessarium decens, et edocere pueros et rudes doctrinam christianam.
Iussit ecclesiam puliri, et dealbari.
Iussit erigi confraternitam Sanctissimae Eucharistiae et provideri de omnibus necessarijs pro dicta obligatione.
Parochi sunt:
(non residet) dominus Alexander Durastantis a Cingulo Canonicus etiam
oppidi Cinguli Auximanae Diocesis qui hanc sine cura et ecclesiam Sancti
Stephani parochialem de anno 1531 a tunc Vicario Camerinensi obtinuit, et
nunquam resedit.
(non residet) dominus Petrus Dominici Joannis Galassi de Castro Sancti
Angeli qui ecclesias Sanctorum Martini, et Nicolai de Muscusi sive de castro
Castriccione parocchiales tamquam unicam et singularariter nominatam a
Felicis Recordationis Julio III de anno 1554 obtinuit et parum residit.
(non residet assidue) dominus Marius Andreae de Cingulo, qui de anno 1565
mensi Martii a tunc Vicario Camerinensi ecclesiam Sancti Christophori de
Monte Nigro parochialem vacantem per resignationem in manibus suis factam et per admissam sine aliquo […] obtinuit ut in libro scripturarum folio
68. Quare declaravit iuxta decreta Concilii et costitutiones Sanctissimi praefatam parochialem ecclesiam Sancti Cristophori vacantem.
Cappellanus est Dominus Amicus Beni da Locito approbatus
Dictum Castrum fuit visitatum de anno preterito a Domino Vicario.
Sancti Stephani de castro Azzoni parochialis
Eodem die prope dictum castrum in contrata Azzoni visitavit ecclesiam
Sancti Stephani parochialem quam possidet Dominus Alexander Durastantis
a Cingulo de quo supra in ecclesia Sancti Georgij quam reperit in decenti
forma, et de novo resarcitam.
Iussit in ea duo paramenta lineaseminitusta, et nil aliud.
Iussit fieri planetam damasco rubro, et pallium altaris ex pellibus deauratis.
Iussit provideri de calice.
Iussit provideri de omnibus legis necessaris ad regimen animarum.
Iussit juris remedis compelli parochum resideri, et per se ipsum munus suum
adimpleri.
Habet in redditu [il reddito non è precisato].
63
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
III
27 settembre 1581
Visita pastorale del vescovo Girolamo Vitale De Buoi
Originale conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Camerino, Visita pastorale del
vescovo De Buoi, 1581, cc. 9r/v, 10r, 11, r/v.
c. 11r/v
Sancti Georgij Castriccioni simplex
Dicta die 27 septembris 1581.
Visitata fuit etiam dicta ecclesia simplex Sancti Georgij extra et prope
castrum Castriccioni existens unita ut dicitur ecclesiae parocchiali Sancti
Stephani et est rector idem dominus Eneas, in qua cura animarum exercetur
non solum ab ipso domino Enea, sed etiam a rectoribus ecclesiarum circum
circa in territorio dicti castri existentium.
Illustrissimus et Reverendissimus dominus episcopus Camerinensis praedictus audita missa, vidit primum tabernaculum lapideum parieti insertum super
altari, ubi non conservatur Sanctissima Eucharistia prout a Visitatore apostolico fuit ordinatum. Sed in eo recondunt olea santa intus vasculos et ampullas stanneas in quadam capsula lignea.
Vidit etiam fontem baptismalem in inferiori parti ecclesiae a cornu epistolae
locatum qui est lapideus, et intus eum acqua conservatur in vasi terreo, operimentum non est foderatum.
Reliquiae nullae extant.
Parochus in baptizando utitur forma libri cathecumeni.
Habet librum in quo describuntur baptizati et eorum compatres, nec non
matrimonia contrahentes.
Adest confessionale decens.
Sacrarium est subtus altari ex opposito ostiis existentens.
Non edocetur doctrinam cristianam.
Adsunt septem tumbae, quarum una est hominum Villae Azzoni, altera vero
parrochianorum dictarum ecclesiarum.
Altare maius est muratum et habet mensam lapideam quae non est consecrata
sed habet altare portatile ligneo insertum, habet toballeas, et pallium panneum.
Ultra altare praedictum adsunt alia quinque altaria quorum unum sub vocabulo Sancti Ubaldi in inferiori parte ecclesiae a latere evangelii existens cum
picturis decentibus est ex devotione erectum, et ex dispositione Paulini
Pasquini de Igubio debet celebrari unoquisque mense una missa in eo, et quo64
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
libet anno anniversarium et hac de causa solvuntur Rectori quolibet anno sex
iulij.
Alia quatuor altaria pariter sunt ex devotione erecta et eorum tituli ignorantur.
Ecclesia caret sacristia, sed paramenta quorum notula idem Reverendissimus
mandavit sibi dare, conservantur post altare maius.
Adest calix cum patena, tribus corporalibus pallis et purificatoriis, sed patena non est inaurata.
Ecclesia haec nullus habet redditus, et in ea visitatio apostolica non fuit acta.
In ea adest societas Sanctae Mariae fundata a quatuordici annis citra, et per
Vicarium Camerinensem approbata quae regitur ab uno massario et quatuor
prioribus et est virorum formata.
Qualibet prima dominica mensis associant processionem in qua defertur
Sanctissimum Sacramentum et habent triginta saccos.
Celebrant officium prima die maij quolibet anno.
Nihil habent praeter elemosinas.
Habet tamen domum intus castrum pro congregantibus fratribus et conservando grano.
cc. 9r/v e 10r.
Sancti Stephani villa Azzoni parrochialis
Dicta die
Visitavit etiam Illustrissimus et Reverendissimus episcopus Camerinensis
praefatus parrochialem ecclesiam Sancti Stephani de villa Azzoni in territorio Castriccioni per medium milliari a dicto castro existentem, ibique facta
oratione vidit unicum altare quod in ea extat ex lateribus cum mensa lapidea
altare portatile admodum parvum habente;
Adsunt toballeae cum pallio ormisini rubri;
Adest crux lignea, cum duobus candelabris pariter ligneis.
Picturae super altari existentes cum imaginibus Virginis et aliorum
Sanctorum opus est ut reficiantur, scabellum etiam est strictum.
Rector est dominus Eneas de Uncinis de Cingulo ex provisione a sede apostolica vigore resignationis facta per Alexandrum Cima […] annis habita,
quam idem Illustrissimus et Reverendissimus Dominus episcopus ostendi
mandavit.
Non asservatur in hac ecclesia sanctissimum Eucharistiae sacramentum, nil
ad baptisterium, nil olea sancta, quae omnia praeter Sanctissimae
65
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
Eucharistiae sacramentum idem rector dixit retineri in ecclesia simplici
Sancti Georgij extra et prope dictum castrum existenti unita, ut dicitur supra,
huic parrochiali ecclesiae, ibique ab ipso rectore cura animarum exercetur.
Nullae adsunt reliquiae.
Non habet confessionale nec sacrarium.
Caret coemeterio et sacristia.
Paramenta dixit detineri domi cuiusdam parrochiani.
Habet domum ecclesiae in quo residet intus dictum castrum.
Ad quod parrochiani accedunt pro recepiendis sacramentis in dicta ecclesia
Sancti Georgij, ubi etiam a Rectoribus parrocchialium [...] suorum parrocchianorum.
Semel tamen in mense celebratur in hac ecclesia.
Fenestra ecclesiae non est velata.
Focularia dictae ecclesiae subiecta sunt quadraginta quinque, an vero comunioni aptae centumquadraginta.
Omnes fuerunt confessi et comunicati elapso pascate.
Nemo hadest suspectum de heresi nec blasphemus nec concubinarius pubblicus.
Introitus ecclesiae sunt decem salmarum grani et duodecim vini computatis
decimis.
Non edocet doctrinam christianam sed aliquandiu explanat evangelium.
Solvit episcopatui pro annuo censu cuppas duas grani et tres [...] pro spoliis
quinque julios toditem pro seminario et pro collectis duos.
Ordinationes pro dicta ecclesia Sancti Stephani
Fiat scabellum altaris decens.
Veletur fenestra.
Edoceantur pueri doctrinam christianam.
Celebretur missa duabus dominicis quolibet mense et quandocumque diebus
ferialibus.
Detur notula omnium bonorum stabilium.
Resarciantur figurae super altari.
Parochus utetur forma ordinaria in assolvendo.
66
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
IV
10 novembre 1599
Divisione della parrocchia di Castreccioni fatta Mons. Gentile Delfino,
Vescovo di Camerino.
Originale conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Camerino, Visita pastorale del
vescovo Gentile Delfino, 1599, c. 95r/v.
Divisio parochiarum Castri Castriccioni et villarum
territorii terrae Cinguli.
Perillustris et reverendissimus dominus Gentilis Delphinus episcopus
Camerinensis die X novembris 1599 existens in castro Sancti Angeli, territorii terrae Cinguli, suae Camerinensis diocesis, auditis differentijs vertentibus
inter dominum Tullium Leoncinum Rectorem Castri Castriccioni, dominum
Joannem Baptistam Bernardum Rectorem Sancti Nicolai de Muscosis, et
dominum Arminium Vicarellum Rectorem Sanctae Mariae de Candelora
super recognitionem suorum parocchianorum, adeo quod cum familiae indivisae et confusae sint, consideratis sive inde considerandis, et praedictis
locis bene visis cum eorum ecclesijs, ac prospectis comoditatibus dictorum
Rectorum, et parocchianorum et volens sua ordinaria autoritate praedictis
eorum differentiis finem imponere, ac in vim decretorum sacri concilij tridentini per confinia dividere, et unicuique praedictorum Rectorum pro
omnium quiete, et pace suas proprias oves, et familias assignare, statuit iudicavit et decrevit illas esse dividendas, et unicuique assignandas prout dividit, et assignavit [...] qui sequitur modum, videlicet:
Reverendo Domino Tullio Leoncino Rectori Sancti Georgij, et annexorum
castri Castriccionis, dedit et assignavit totum praedictum Castrum, et villas
Venae, et Sancti Stephani.
Reverendo Domino Joannibaptistae Bernardo Rectori Sancti Nicolai de
Muscosis, et annexorum, dedit et assignavit praedictam villam de Muscosis
ac etiam villas Sancti Martini, Podij, et Varci.
Reverendo Domino Arminio Vicarello Rectori Sanctae Mariae de Candelora,
et annexorum, dedit et assignavit, villas Venanzoni, Marocchi, et Collis
Cesae, et omnes alias villas sive a flumine versus castrum Sancti Angeli.
Et insuper decrevit, iudicavit, atque declaravit, quod quotiescumque contigerit aliquem parochianum quorumcumque predictorum locorum de una in
aliam villam, vel in dictum Castrum suum transferre domicilium, tunc eo
ipso a priori cura in qua manebat eximatur, et alteri curae in qua domicilium
trastulerit subiaceat.
67
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
Quas quidem divisiones, et assignationes, et decretum inviolabiliter, et in
perpetuum a praedictus Rectoribus et eorum successoribus observari praecepit et mandavit sub poenis Domino Reverendissimo reservatis et ita dixit et
pronuntiavit omni meliori modo.
V
1689
Inventario del parroco don Domenico Lametti
Originale conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Camerino, sez. Inventari, 2,
“Apiro”, cartella “San Giorgio di Castreccioni”.
Il Rettore di S. Giorgio ha obbligo di celebrare l’infrascritte messe, cioè:
A. Primo: sei messe l’anno per l’anima del quondam don Amico Alfiani
antecessore. Lasciò alla suddetta chiesa un censo di Scudi 12:50 a ragione di 8 per cento per instromento rogato dal sig. Gregorio Bernardo
Maria Bernardi notaio pubblico Apirano a dì 12 ottobre 1685 al quale si
soddisfa il detto legato dal Curato presente.
2° Item ha l’obbligo di celebrare messe dodici l’anno per li Butani [che]
lasciarono alla Chiesa di S. Giorgio scudi venticinque a censo a ragione
di otto per cento, hoggi ritenuti a censo da Leandro Turchi et Antonio
Maria Lametti a ragione di sei per cento per instromento rogato dal sig.
Eusebio Simoncelli notaio di Cingoli il dì 3 e 13 settembre 1688 al quale
si soddisfa il detto peso dal Curato con celebrare una messa al mese.
B. Non ritiene cappellano.
C. Nella chiesa curata di S. Giorgio suddetta vi sono altari numero quattro.
L’altar maggiore è sotto l’invocatione di S. Giorgio, senza peso e legato
di messe, e non ha bisogno di cosa alcuna al presente.
Nell’altare della Madonna detta dé Butani vi è obbligo di celebrare una
Messa il mese, che è l’istesso notato alla lettera A al num. 2° et il detto
altare ha bisogno di parato, ma non si sa a chi aspetti il mantenerlo.
Primo: nell’altare di S. Luca et Ubaldo vi è obbligo di celebrare messe
sei l’anno lasciate come sopra dal quondam don Amico antecessore alla
lettera A al num. primo.
2° Nell’altare suddetto si devono far celebrare messe dodici l’anno, cioè
una messa il mese, e due offici l’anno di messe quattro l’uno, cioè uno
nel giorno di S. Ubaldo e l’altro nel giorno di S. Luca. L’obbligo di dette
68
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
messe et offizi spetta agl’heredi del quondam Paulino di Pasquino, che
eresse detto altare con li pesi detti di sopra, ma non si soddisfa dal Curato
perché li sopradetti heredi fanno resistenza di pagare, con dire di non possedere cosa alcuna di detto testatore, con tutto che dal Curato siano stati
chiamati in giudizio avanti il vicario Foraneo. Il mantenimento dell’altare suddetto si crede che spetti alli detti heredi in conformità del testamento di detto Paulino, rogato dal sig. Flaminio Maria notaio di Cingoli il dì
12 marzo 1572 al quale [si rimanda].
Item vi è un altro altare sotto l’invocatione di S. Carlo, ma non è ancora
vestito per non essere stato ammesso dall’eminentissimo Franzone
Vescovo di Camerino, essendo di sopravanzo li altri tre, e per non esserci il mantenimento necessario, così mi si dice per voce di popolo.
Il sopradetto altare dé SS. Luca et Ubaldo ha bisogno di parato, di coscini e di carta gloria, di lavabo e di imprincipio.
D. Vi è in detta cura la Confraternita del Santissimo Sacramento; è eretta di
potestà ordinaria in detta chiesa curata, veste di sacco bianco, non ha oratorio né sepoltura, né peso di dotar zitelle, né altro; ha di rendita Paoli sei
l’anno provenienti dalli frutti di un censo di fiorini quindici in sorte e si
erogano in compra di tanto olio per il mantenimento della lampada, come
si è detto a suo loco. Ha obbligo di far un offizio l’anno di quattro messe
nel giorno di S. Pietro martire, e si fa ogni anno con la processione e
beneditione della campagna et è obbligata a spender per detto officio
scudi uno l’anno e si cava dal monte frumentario di detta compagnia
quando non vi è la crescita, o sopravanzo di danaro, che si cerca per elemosina per il mantenimento della lampada per non gravar la Compagnia.
Ha il monte frumentario, e consiste in rubbie quarantasette e coppe cinque di grano121, che si dispenza dalli ministri che si estraono ogni anno
dal mese di novembre fino alla raccolta, e dopo di essa si ricupera, ma si
trascura dalli ministri, come si vidde l’anno scorso 1688, nella venuta del
commissario mandato dall’Eminentissimo Franzone.
Vi è in detta chiesa curata anco la Compagnia del Rosario, veste parimenti di sacco bianco, non ha alcun obbligo o peso, ha il monte frumentario
separato, e consiste in rubbia quattro e coppe cinque di grano122, ma il
grano dell’una e dell’altra compagnia sta molto male per l’aver il magazzeno angusto, e si dispenza il grano di dette compagnie e si ricupera come
121
122
Corrispondenti a circa 150 quintali.
Corrispondenti a circa 14 quintali.
69
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
sopra. È arricchita la suddetta Compagnia del SS. Sagramento di molte
indulgenze concesse dalla [...] di Gregorio XV Papa, con bolle spedite in
Roma in S. Maria Maggiore l’anno 1621 alle quali.
E. La chiesa curata suddetta ha in più e diversi pezzi di terra arativa e sodiva, di some venticinque incirca123, rendono di frutto un anno per l’altro
dal 1686 in qua rubbia dieci di grano incirca124, coppe quattro o cinque
di biade125, coppe due incirca di legumi126, mosto tra decime ed arborate
some quindici127 alla forma di Jesi di parte dominicale. Ha di decime di
grano rubbia tre128, che in tutto di parte dominicale sono rubbia tredici129
l’anno, un anno per l’altro. Ha di frutti di censi Scudi 2:50, che sono
l’istessi provenienti dall’elemosina delle messe, che si celebrano da esso
curato, come alla lettera A, al numero primo e 2°.
F. Vi è nelli confini di detta parrocchia la chiesa detta della Madonna di S.
Stefano, che è annessa alla detta parrocchiale, e le rendite et entrate delle
terre dette di sopra provengono parte dalle terre di detta Madonna et il
resto dalle terre di detta Parrocchiale. La suddetta chiesa della Madonna
è situata nella villa dell’Azzoni e si possiede dal Curato, non vi sono
obblighi, il frutto che se ne riceve è quello detto di sopra, non ha bisogno
di riparo. Vi si celebrano messe otto, o dieci l’anno nel giorno di S.
Stefano Protomartire, e si dà l’elemosina ai sacerdoti da un Ministro che
paga con la cerca che fa nella Cura, et è officio di devozione di popolo.
Dentro la detta cura non ci sono pitture.
Nella detta Cura vi è il reverendo Francesco Maria Alfiani chierico celibe.
Non ci sono né eremi né eremiti.
123 Corrispondenti a circa 40 ha.
124 Corrispondenti a circa 31-32 quintali.
125 Corrispondenti a circa 1-2 quintali.
126 Corrispondenti a circa 80 Kg.
127 Corrispondenti a circa 19,5 Hl.
128 Corrispondenti a circa 9,5 quintali.
129 Corrispondenti a circa 41 quintali.
70
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
VI
6 marzo 1750
Inventario del parroco don Giuseppe Antonio Nicola Santalucia
Originale conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Camerino, sez. Inventari, 2,
“Apiro”, cartella “San Giorgio di Castreccioni”.
Nel nome di Dio, Amen. 6 marzo 1750, Castreccione.
Inventario dé beni della Parrocchiale di S. Giorgio del Castello di
Castreccione Vicariato dell’Apiro.
– La detta Parrocchiale possiede terra arativa alberata e querciata presso
detta Parrocchiale fuori del castello d’un lato Giuseppe Bambacione, dall’altro e da capo la via publica, e da piedi parte li beni del Ven. Monastero
di S. Catarina di Cingoli, e la via publica.
– Idem in contrada li Terzani grande terra arativa sodiva e querciata d’un
lato Benedetto Tomassetti, li beni di Benedetto Porretti salvi, d’un lato e
da capo la via publica, da piedi il fosso.
– Idem in vocabolo Lucarello terra arativa e querciata d’un lato Carlo
Luciani, dall’altro Gio.Sante Fabrizi, da capo Gio.Batta Frangucci, da
piedi il fosso.
– Idem in vocabolo Pisciarella terra arativa e querciata d’un lato Francesco
Giuseppe detto Frezcone dall’altro li beni dé PP. Conventuali di Apiro, da
capo Gio.Batta Frangucci, da piedi il fosso.
– Idem in contrada la Rota terra arativa e querciata da due lati, e da capo
Benedetto Carotti, da piedi il fosso.
– Idem in detta contrada terra arativa e alberata d’un lato Domizio
Marrocchi, dall’altro il Ven. Monastero di S. Catarina di Cingoli, da capo
il suddetto Marrocchi, da piedi il fosso.
– Idem vocabolo le Breccie terra arativa d’un lato Benedetto Tomassetti,
dall’altro Giuseppe Paoloni, da capo la strada, da piedi il fosso.
– Idem in contrada le Pezze terra arativa e alberata d’un lato Nicola
Porretti, dall’altro, da capo e da piedi la strada.
– Idem in vocabolo Saluccio terra arativa e querciata d’un lato Sebastiano
del quondam Urbano, e dall’altro Marinangelo Paoloni, da capo la strada, da piedi il fosso.
– Idem terra arativa e alberata in contrada la Biancuccia da due lati
Sebastiano Campagnoli, dall’altri la strada publica, salvi. Detto terreno è
tenuto in 3° herede da Giovanni e Pietro Roscani fratelli carnali, come per
istromento rogato da Francesco Maria Luccioni notaro Apirano.
71
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
–
Idem vocabolo la Madonna di S. Stefano terra arativa alberata e querciata in 3° herede Sabatino Paparelli e fratelli come per rogito di Mag.
Lorenzo Vannucci notaro Pirano. D’un lato Nicola Porretti altri salvi, dall’altro la strada, da piedi Benedetto Tomassetti, Giovanni Porretti et altri
salvi, da capo la strada. Dentro detto terreno vi è la chiesa dedicata alla
SS. Vergine Maria detta la Madonna di S. Stefano. V’è un solo altare, una
pianeta di diversi colori, un camigio, quattro tovaglie per il detto altare,
ed una campana, quattro candelieri, quattro rame di fiori di carta usatissimi, come ancora il confessionale, campana.
– La Parrocchiale è fuori del castello con un orto annesso ad essa d’un lato
Giuseppe Natali dall’altri la via publica.
– Idem vi è il battesimo, tre altari, pulpito.
– Idem nella sagrestia una credenza ove pongono li paramenti, cioè
[Segue l’elenco dei paramenti sacri]
– La casa parrocchiale è dentro il castello con un orticello, due piante di
fichi, una pianta d’amandole, ed una pianta di moro d’un lato la casa della
Ven. Compagnia del SS.mo Sagramento, ed avanti vi è altra casa che
serve per magazzeno, e di sotto la cantina colla grotta d’un lato Giovanni
Paparello, e d’altro Domenico Tomassetti.
– Nella cantina vi è una sola botte di capacità di quindici barili130, cerchiata di legno, quale è della detta parrocchiale.
– Idem la Parrocchiale possiede una casa dentro esso castello d’un lato li
signori Raffaelli di Cingoli, e dall’altro Sebastiano del quondam Urbano
da cielo a terra; pure v’è la canale, e capitello murati, come ancora caldaia di rame murata di capacità di barili undici131 fra rame e mattoni.
– Idem un’altra vicino alla suddetta da cielo a terra d’un lato Sebastiano del
quondam Urbano e Benedetto Tomassetti.
– Idem la suddetta Parrocchiale possiede un pezzetto di terra arativa vicino
al castello d’un lato e da piedi li beni del Ven. Monastero di S. Catarina
di Cingoli, e d’altro Giuseppe Fiorentini, da capo l’utilità del castello.
– Idem sessanta scudi lasciati da tre testatori con obbligo di Messe, come
alla tabella, e li tengono a censo di diverse persone, come può vedersi nell’archivio dell’Apiro.
Così è. Giuseppe Antonio Nicola Santalucia curato ha scritto il presente alla
presenza delli sottoindicati testimoni.
Benedetto Tomassetti, Benedetto Contoni, parrocchiani.
130
131
Corrispondenti a circa 517 litri.
Corrispondenti a circa 380 litri.
72
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
VII
12 aprile 1798
Testamento di Giuseppe Tomassetti redatto dal parroco
don Bartolomeo Bagliani
Originale conservato presso Archivio Ecclesiastico di Cingoli, cartella “S. Giorgio di
Castreccioni”.
Libertà
Religione
Eguaglianza
Castreccioni 21 germi[na]le anno 7mo repubblicano
Costituito personalmente alla presenza di me parroco e dei testimoni
infrascritti Giuseppe del quondam Benedetto de [la villa degli] Azzoni arcidiocesi di Camerino sotto la cura di C[astreccioni]
Cantone di Cingoli sano per la Dio grazia di m[ente] lo quale, di abito, ed
intelletto, benche’ infermo in letto [...] considerando la brevita’ della sua vita,
e che non c’è cosa più certa della morte, ne piu’ incerta, che l’ora di questa;
e v[olendo] provvedere, che per causa de’ suoi beni temporali [...] non nascano tra i di lui congiunti, ed eredi dopo la sua morte liti e discordie, a risoluto
di fare questultimo testamento, chiamato dalla legge nuncupativo, e senza
scritto in ogni modo, e forma migliore che per ragione tanto civile quanto
come scriva quì, e deve fare.
E primieramente lascia, e ridona con tutta la pienezza del suo cuore l’anima all’onnipotente fattore Dio, pregando la santissima vergine Maria,
l’Angelo suo custode, ed il santo del suo nome, che si degnino colla loro
intercessione liberarla dall’insidie del demonio, e d’impetrargli il perdono
de’ peccati, siccome lo chiede allo stesso Dio di tutto cuore; accio’ che separata che sia dal corpo, vada a godere l’eterna vita nel cielo. E morendo vuole,
ordina, e dispone, che il suo corpo sia portato alla Chiesa parrocchiale di San
Giorgio processionalmente secondo il rito, e costume della Santa madre
Chiesa, e coll’accompagnamento di quei sacerdoti che piacera’ agli infrascritti suoi eredi, ed ivi sia seppellito nella solita sepoltura.
Item vuole, e dispone, che gli infrascritti suoi eredi siano tenuti, ed obbligati di erogare scudi 12 per l’anima sua, con li quali si dia l’elemosina alli
sacerdoti che interverranno alle sue esequie, si paghi la cera pel funerale, ed
il residuo per tante messe da celebrarsi nel termine di anni due dal giorno
della sua deposizione coll’elemosina di baiocchi 15 per messa.
Item per ragione d’istituzione, e legato lascia al cittadino arcivescovo di
73
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
Camerino soldi 5 per gli incarti, e maltolti; ed altrettanti per la sua canonica
porzione, ne’ quali l’istituisce [...] e quieta in forma ac legittima.
Item per ragione di legato lascia a Francesca moglie di Domenico Petrini,
a Maddalena moglie di Sante Binanti, ed a Bernardina moglie di Francesco
Sarti sue dilettissime figlie baiocchi 50 per ciascuna e con essi le quieta e
priva di qualunque altra pretenzione sopra la sua eredità.
In tutti gli altri suoi beni, mobili, stabili suoi eredi universali istituì
Benedetto, e Silvestro suoi figli per egual porzione.
Testimoni Niccolo’ di Tommaso Tomassetti e Giuseppe del quondam
Giacomo de Giudice di Troviggiano, illetterati.
VIII
19 novembre 1816
Inventario del parroco don Mattia Mattioli
Originale conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Camerino, sez. Inventari, 2,
“Apiro”, cartella “San Giorgio di Castreccioni”.
Castraccioni
Inventario
dei [beni] stabili, e mobili esistenti nella Parrocchia di Castraccione,
Vicariato d’Apiro, Diocesi di Camerino, e da me Mattia Mattioli in detta
Parrocchia rinvenuti nell’occasione, ch’io mi sono portato al possesso della
medesima, cioè nel giorno 19 novembre 1816.
1. Una casa [d’] abitazione da cielo a terra, [la] quale sta in uno stato passabile ed in cui vi sono nell’appartamento superiore. Un arcova ed una piccola stanza, un piccolo salvarobba, la cucina fornita di fornelli, e due credenze a muro. Nell’appartamento di mezzo v’è una sala con caminetto.
Da piedi alle scale che portano di sopra v’è uno sciacquatore con una
scaffa da riparar le maioliche. Nella sala v’è una credenza a muro. Indi
v’è una stanza, con due finestre fornite di vetri e scuri. Così anche di
sopra sonovi quattro finestre in istato inferiore, ma con i vetri. Le porte
della sala, cucina e stanze stanno in buon stato. Vi sono ancora i sotterranei in cui v’è il luogo da riporre il seccume. Altro luogo pé bisogni comuni; ed una piccola dispenza e vi è una piccola porta che conduce ad un
piccol’orto in cui v’è un forno, ma è quasi tutto rovinato; mobili, v’è un
sol tavolino ch’è buono pel fuoco, ed i ferri per far l’ostie, inferiori.
74
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
2. Altra casa dirimpetto alla casa abitante ad uso di magazzeno; nel sotterraneo della medesima v’è la cantina con la sua grotta, in cui v’è una botte
senza cerchi di tenuta sei some incirca.
3. Altra casa esistente dieci canne incirca132 lontana dalla parrocchiale, [la]
quale non essendo necessaria per gl’usi del parroco si dà a nolo, e nel sotterraneo di cui v’è la caldara pel mosto per uso della Parrocchia, ma
attualmente non può usarsi perché è bucata e ha bisogno di riattamento.
Vi sono ancora la canale.
4. Venti canne incirca133 dalla casa parrocchiale lontana esiste la Chiesa
Parrocchiale quale abbisogna di riandar tutto il tetto, perché vi piove in
molti luoghi. Nella detta chiesa esistono tre altari, 2 laterali e l’altro maggiore il quale è fornito di scalinate, ciborio, baldacchino dorato con pradella di noce, con il quadro chiamato San Giorgio, con sua cornice dorata e [...] dipinta. Altro [altare] laterale con il quadro di tela chiamato
S.Vergine con cornice dorata scalinata dipinta e protetta, con quadro di
tela chiamato San Venanzo con cornice dipinta, scalinata, ciborio e pradella parimente dipinta. Altro [altare] laterale con scalinata dipinta e pradella, con quadro in tela col nome di San Bartolomeo con cornice dipinta. Indi vi sono due nicchie laterali: in una esiste un quadro in tela con la
figura della Concezione di Maria Santissima coll’urna indorata, intarziata però con pittura di diversi colori. Nell’altra nicchia esiste un crocifisso
di legno con croce dorata fornito pel bisognevole per portarsi in processione. Alla sinistra della porta maggiore della chiesa esiste il battesimo
con un quadro in tela chiamato San Giovanni Battista, con una tazzina di
rame e con una tazzina di coccia per tener il sale, con un ramaiolo di stagno [e] con due vasetti d’argento per l’olio santo.
5. Vi sono indi due confessionali: uno col pulpito, con croce di legno, crocifisso ed un quadro colla cornice di legno col nome di San Vincenzo
Ferreri. Dirimpetto a questo v’è l’altro confessionale con sopra un quadro
con cornice dipinta col nome della Madonna del buon consiglio.
6. Vi sono ancora le quattordici stazioni con le figure e cornice dorata. A
destra dell’altar maggiore v’è una piccola finestrina col sito per tener la
lampada del Santissimo Sacramento. V’è ancora una credenza dove sono
gl’olei santi. Dall’altra parte v’è un’altra credenza con dentro due reliquiari uno di legno, l’altro di rame ambi inargentati con otto piccole teche
con reliquie ed autentiche. Vi sono ancora 4 lanternoni per le processio132
133
Corrispondenti a circa 40 metri.
Corrispondenti a circa 80 metri.
75
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
ni, due indorati con le sue fodere, ed aste 2 di stagno parimente coll’asse.
Uno scaloncino per uso del pulpito e della chiesa. Due scalinate: una per
custodir la lampada, l’altra per far l’esposizione, ambedue di legno. Indi
v’è una sacrestia con ivi il campanile con due campane. Una credenza,
ossia conservatorio a muro per tenere i candelieri e i fiori, altre due credenze parimente a muro: in una v’è l’archivio parrocchiale, nell’altra vi
si ripongono diverse suppellettili. V’è un credenzone con scalinata e pradella per appararsi, col piano di noce. Vi sono 2 genuflessori di legno
dolce dipinti, 2 sgabelli dipinti, 2 carte preparatorie con cornice dorata, 1
urna dorata per il sepolcro, 2 croci di legno, una coi misteri e l’altra ligia.
V’è un lavamani di pietra senza chiave, vi sono 2 fanali di legno dipinto
da n. 5 lumi l’uno, 6 croci piccole per gli altari, una muta di ferri compiti per fornir l’ostia, 3 smorzatori di latta con sua bacchetta, n. 4 legivi di
legno dipinti, n. 70 candelieri, n. 12 inargentati, n. 34 dorati, n. 24 dipinti tutti argentati, n. 40 vasetti, n. 18 dorati, n. 18 dipinti e n. 4 di coccia.
N. 28 rame di fiori per gli altari, n. 6 mute di carteglierie con cornice
dorata. Una pisside con coppa d’argento e piede dorato di metallo, uno
stensorio di metallo inargentato, un calice con coppa d’argento e piede di
metallo indorato e patena di rame parimente indorata. Un torribolo, e
navicella, e cucchiarino d’ottone, due candelieri d’ottone, una croce d’ottone con asta di legno, quattro vasetti di stagno da metter l’olio santo, uno
scattolino d’argento per portar la comunione colla borsa, ed un baldacchinetto che serve per lo stesso oggetto. Una chiavetta d’argento per il ciborio, n. 4 piccole campanelle di ottone, un piattino di stagno per le ampolle. Due tendine esistenti nelle finestre laterali della chiesa. Altre due tendine esistenti nelle due porte laterali dell’altar maggiore per andare in
sacristia. N. 13 pianete in tela cioè: n. 2 d’Armianj di color nero ed una
di cammellotto parimente nera, n. 1 d’Armianj color violaceo, n. 1 di
cammellotto color verde, n. 1 di damasco color rossa, n. 1 di seta con strigia verde di colori diversi, n. 1 di cammellotto bianco damascato, n. 1 di
damasco bianco, n. 1 di tutti i colori soppesa, n. 1 di cammellotto ondato, n. 1 pianeta con tonicelle di stoffa, tutte fornite di stola manipoli e
borse, altra di raso color violaceo. N. due piviali: uno di ruisse fiorato con
suo velo umerale e stola, l’altro di raso di diversi colori con velo umerale, e stola. N. 1 baldacchino di tela con le cascate di rasetto bianco con le
sue aste per le processioni, un’ombrellina di damasco celeste per le
comunioni, n. 5 croci per gl’altari, 3 dorate, due dipinte, n. 3 camigi di
tela ed uno di panno ordinario tutti appostiti con suoi cordoni, n. 5
ombrelli di tela, n. 6 sottotovaglie per gl’altari e n. 9 tovaglie di tela, n. 4
76
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
fazzoletti d’ampollina, un paio d’ampolline con un piattino di coccia, ed
uno di stagno, n. 3 cotte, una gretta e due ligie, n. 17 purificatori, n. 5 corporali, n. 9 palle, un rituale romano in cattivo stato, n. 4 messali, 2 da vivi
e 2 da morti in buono stato, n. 2 vesti lunghe senza maniche in pessimo
stato, una caldarella con aspersorio d’ottone ed un’altra di rame, una lampada d’ottone.
Inventario della chiesa filiale di S. Maria di S. Stefano in contrada l’Azzoni.
Altare con il quadro della Madonna con ornato e cielo di legno ordinario con
n. 2 tovaglie e due sottotovaglie, un camige, un ambetto, cordone ed una pianeta di tutti i colori di mezza lana, un messale tutto assortito, n. 4 candelieri,
n. 4 vasetti di legno ordinario con croce d’ottone, con gloria, con cornice
ordinaria e scalinata, n. 2 carte preparatorie tutte lacere, n. 2 confessionali, n.
14 stazioni con cornice ordinaria mancanti anche [di] alcune figure, n. 1 lampada d’ottone, un inginocchiatore, n. 1 campana pel popolo, n. 1 paio di
ampolline di vetro con piattino di coccia, un legìo ed una campanella per la
Messa.
La suddetta chiesa Parrocchiale gode e possiede tre colonie colle sue case
abitate dai lavoratori, [i] quali corpi di terra si trovano nel catasto vigente
degl’ecclesiastici in Cingoli a carta 216.
1. Corpo di terra in vocabolo Colsecco, arativo, alberato, sodivo, prativo,
cerquato ed ortivo, colla casa come sopra. Presso da capo confina co’beni di Valentino Bagliani, da piedi il demanio, dagl’altri lati e per mezzo le
strade pubbliche, di capacità in tutto [...]. Estimo coppe 0247.20
2. Idem in contrada Brecciole, arativo. Presso da capo la strada, da piedi il
fiume Gino, da un lato Tommaso Tomassetti e dall’altro il sig.
Giambattista Benignetti. Estimo coppe 0012.20
3. Idem in contrada Contoni e Coste, alberato, arativo, sodivo, con cerque.
Appresso da capo, in mezzo e da un lato le strade pubbliche ed in parte
Giovanni Bambacioni, il sig. don Carlo Morichelli, Giambattista Butani e
gli eredi Urbani, da piedi il fosso di Argiano, da un lato il suddetto
Bambacioni in parte ed in parte la strada, dall’altro il sig. Gabrielli e
Valentino Bagliani, il sig. Benignetti e Tomassetti. Estimo coppe 0247:20
4. Idem in contrada Saluccio, arativo, sodivo, cerquato. Presso da capo la
strada, da piedi il fosso, da un lato il demanio e dall’altro Valentino
Bagliani. Estimo [coppe] 0012:06
77
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
5. Idem ha nelle pertinenze di Castreccioni terra arativa, ortiva e sodiva.
Presso da capo le mura castellane, da piedi e da capo il demanio. Estimo
coppe 0002:40
6. Idem in vocabolo Ragù (Raconi), arativo e sodivo con cerque. Presso da
capo i beni rimanenti, tagliati dal termine e confine del territorio di Apiro,
da piedi il fosso di Argiano, da un lato Francesco [de] Luca e dall’altro il
demanio. Estimo 0016:26
7. Idem in contrada Lucarello, terra arativa, sodiva con cerque. Presso da
capo cò beni rimanenti tagliati dal termine e confine del territorio di
Apiro, da piedi il fosso di Argiano e delle Caselle da un lato e dall’altro
Francucci e gl’eredi Campelli. Estimo 0111:78
8. Idem in contrada Biancuccia, terra arativa alberata, ortiva, prativa, con
una piccola casa colonica, e cerquata, dimezzata dalla pubblica strada.
Appresso, da capo e da un lato in parte la strada, i sig.ri Mariotti e Carlo
Bambacioni, dall’altro i beni rimanenti tagliati dal termine e confine di
Apiro. Estimo 0084:40
9. Idem in contrada dell’Olmetto, terra arativa, alberata e sodiva con cerque.
Da capo e da un lato Domenico Urbani, da piedi il fosso di Argiano e dall’altro il demanio. Estimo 0024:64
10. Idem in contrada dell’Obbietto, terra arativa e sodiva con cerque. Presso
da piedi il fiumigino e dagl’altri lati il sig. Benignetti. Estimo 0021.30
11. Idem ha della partita di Sebastiano di Antonio Maria Urbani c. 238 del
catasto dei laici di Castreccioni, acquistata da Giò.Sante di Francesco
Fabrizi, terra arativa in vocabolo Contoni. Appresso ha [da] tre lati la
Cura di S. Giorgio, da piedi il fosso. Estimo 0007.50
12. Idem ha dell’appannaggio di Bartolomeo Bambacioni terra arativa in
vocabolo delli Contoni. Appresso da tre lati la detta cura, da piedi il fosso.
Estimo 0006.30
13. Idem ha [dell’appannaggio] di Sante di Natale Perugino, terra arativa in
vocabolo la Porta del Castello. Appresso da capo e da piedi la strada, da
un lato la medesima chiesa e dall’altro Valentino Bagliani. Estimo
0001.30
14. Idem ha della partita di Domenico Antonio Fratoni terra arativa ed alberata in vocabolo Rango. Appresso da capo la stessa chiesa, da piedi il
fosso d’Argiano, da un lato Valentino Bagliani e dall’altra Sebastiano
Berti. Estimo 0034.20
15. Idem ha del detto, ed in detto vocabolo, terra arativa e sodiva. Appresso
da capo e da un lato la detta chiesa, dall’altro Valentino Bagliani e da
piedi il fosso d’Argiano. Estimo 0009.90
78
LE CHIESE DI AZZONI E CASTRECCIONI
16. Idem in contrada S. Stefano terra arativa, alberata, sodiva, cerquata, con
casa colonica. Appresso da capo e da un lato la strada e la chiesa filiale di
S. Stefano, da piedi Giacomo Tonini e fratelli Tomassetti, Raffaele
Carrioli, Valentino Bagliani e Domenico Santori, da un lato il detto
Santori e dall’altro Aldebrando Paparelli. Estimo 0122.40
17. Idem ha di Stefano di Giuseppe Porretti al catasto di Castreccioni c. 236,
terra arativa ed alberata in vocabolo Le Pezze. Appresso da un lato
Raffaele Carrioli e dagli altri lati la strada pubblica. Estimo 0015.80
18. Idem terra arativa, sodiva e cerquata soggetta molto alle lame mediante
una vena d’acqua ed un fosso proveniente dai Prati di Argiano, in vocabolo li Cozzi. Appresso, da levante e mezzogiorno li beni rimanenti
tagliati dai termini e confini del territorio di Cingoli, da ponente il demanio ed i sig.ri Pelagalli e da tramontana Sebastiano Francucci, Giacomo
Tonini, Marco Berti, Francesco [de] Luca e Giovanni Colotti. Estimo
0038.50
19. Idem terra arativa, sodiva e prativa in vocabolo la Biancuccia, da levante
la strada, da ponente il fosso delle Caselle, da mezzogiorno i beni rimanenti e confine di Cingoli e da tramontana in parte la strada ed in parte
Giacoma Nelli. Estimo 0035.95
Con Bolla Pontificia del 1622 fu eretta in questa chiesa parrocchiale la confraternita popolare del Santissimo Sacramento con un monte frumentario di
rubbie venti134, [la] qual compagnia nel cessato governo fu soppressa e
nascosti i libri, da otto anni a questa parte non sono stati più riposti i grani,
né rinnovati gl’amministratori. Ora sonosi rinvenuti i libri e trovasi nei libri
registrata la sorte principale di rubbie 18 e coppe 3135.
La medesima confraternita ha una casa nel borgo del castello di due appartamenti, e sotterraneo. L’ appartamento superiore serve per magazzeno per la
conservazione del suddetto grano; il medio per comodo del predicatore nella
quaresima, a cui si dà l’assegnamento dalla popolazione. Il sotterraneo se trovasi ad appigionarsi si appigiona. Gl’amministratori che prestano ogni anno
il suddetto grano per decreto del sig. G. Manganelli convisitatore dé luoghi,
più esiggono un baiocco per ogni coppa che si presta. La medesima confraternita ha un censo della somma di scudi sette e baiocchi cinquanta ritenuto
presentemente da Stanislao e Pacifico Luciani fratelli, li quali devono corrispondere baiocchi sessanta.
134
135
Corrispondenti a circa 63 quintali.
Corrispondenti a circa 59 quintali.
79
PAOLO E ANTONIO TOMASSETTI
Esito annuo della medesima.
Si deve scudo uno annuo al segretario per decreto del suddetto sig.
Manganelli. Si deve altro scudo annuo agl’amministratori da prendersi dalle
crescite naturali del suddetto grano per decreto dell’illustrissimo sig. don
Gaetano Piobbici, Vicario Generale, delli 20 luglio 1780. Per l’annua colletta del suddetto censo Baiocchi 3 [e] Quattrini 4. Li Baiocchi sessanta frutti
del censo devono erogarsi nella provista di due metri d’olio per la lampada,
supplendo al resto del proprio tutti i capi di casa della Parrocchia. Il medesimo luogo pio, per quanto rilevasi dà suoi libri, ha l’obbligo del mantenimento della cera per l’esposizione del Santissimo Sacramento per ogni festa di
precetto, per le processioni di ogni terza domenica del mese, e viatico agl’infermi, ed altre suppellettili come rilevasi dagli stessi libri della medesima
confraternita la quale ha il feretro proprio servibile ad ogni defunto per cui
riscuote la quarta funerale.
Così è Mattia Mattioli Parroco, mano propria.
Paolo e Antonio Tomassetti
Gli autori desiderano ringraziare in particolare Riccardo Ceccarelli, per aver reso
possibile la presente pubblicazione, Giovanni Sbergamo, responsabile dell’Archivio
Ecclesiastico di Cingoli e Luca Barbini, responsabile dell’Archivio Arcivescovile di
Camerino.
80
MARCO PALMOLELLA
DA TAJANO E SANT’ANDREA IL CASTELLO DI MAJOLATI
La necessità di fissare in forma univoca, certa e scientificamente provata
alcune conoscenze della storia majolatese appare importante specialmente se
ci rivolgiamo alle scuole e alle nuove generazioni.
Il nostro piccolo paese, rimasto immobile per molti secoli, sta cambiando: i nuovi residenti per gran parte non sono più i figli di famiglie storiche
locali, dove il racconto del passato era parte del processo di crescita e di
socializzazione.
Ora si confondono i nomi dei palazzi, si perde il ricordo, anche verbale,
di com’era il castello fino a qualche decennio fa, per non parlare dei personaggi; il ricordo è precario, si tende a semplificare ogni conoscenza e manca
il desiderio di sapere.
Nel paese dei Fraticelli e di Spontini non ci sono Istituti culturali o storici affidabili, se tralasciamo il Museo Spontini, non esiste un luogo pubblico
che abbia raccolto le varie fonti materiali o cartacee provenienti dal territorio, anzi molte volte sono stati proprio gli Enti a disperdere un patrimonio di
conoscenze ben ordinato; inoltre molte pubblicazioni non hanno assicurato
quella precisione storica e scientifica auspicata.
Com’è noto, la nascita di Majolati avvenne in seguito ad un processo
d’incastellamento con nuclei familiari provenienti dai due versanti della collina dove sorge l’attuale Majolati: Sant’Andrea e Talliano; anche se Tajano,
scritto nella versione ottocentesca, adiacente al fiume Esino, sembra, stando
ad una narrazione orale dello scorso secolo, aver avuto il primato rispetto a
Sant’Andrea, adiacente al torrente Fossato.
Ora è sempre difficile parlare con precisione di questi argomenti, non si
sa mai se le norme giuridiche lo consentano, quindi sarà compresa una certa
fumosità nel testo, ad ogni modo i fatti ed alcuni materiali rintracciati risalgono a tempi lontani e non hanno comportato alcun tipo di indagine diretta
nelle aree indicate.
Sant’Andrea, collocato in una valle con un microclima favorevolissimo,
munito di sorgenti e delle acque del torrente Fossato, è parimenti importante
per il futuro Castrum Maioratam; infatti, ha restituito, nel corso degli anni,
diversi resti preistorici, romani e medioevali.
81
MARCO PALMOLELLA
Questi resti e collegati insediamenti sono stati individuati in un’area posta
tra l’attuale strada provinciale Castelli e il Fossato, specialmente nel primo e
secondo pianoro rispetto al torrente, ma, in forma minore, anche se proporzionalmente, a quote più alte.
Se confermata poi l’esistenza di Planina nell’area di Sant’Apollinare nei
pressi dell’attuale Pianello Vallesina (Monte Roberto), è evidente che questi
insediamenti erano collocati tra i due Municipi, di Cupra Montana e di
Planina, pertanto è immaginabile che lungo il Fossato, in entrambe le rive, si
siano sviluppati insediamenti di un certo interesse.
Inoltre il Fossato ha ospitato anche alcuni mulini ad acqua e di questi se
ne hanno traccia nei documenti e negli avanzi, almeno fino al secolo scorso.
L’area di riferimento su cui sorgeva il nucleo principale di Sant’Andrea è
Fonte di Talliano.
L’antica antropizzazione di Talliano è ora testimoniata solo dai resti della fonte omonima e
dalle vasche per il lavatoio. Sono dei ruderi che meritano di essere restaurati e riportati, per
quello che sarà possibile, alla loro originale funzione, cioè servizio idrico e luogo d’aggregazione.
Questa fonte è stata molto importante anche per gli abitanti il castello di Majolati che, attraverso una strada comunale, selciata, scendevano ogni giorno fino a questa fonte per approvvigionarsi d’acqua di primissima qualità.
82
DA TAJANO E SANT’ANDREA IL CASTELLO DI MAJOLATI
nota, così come l’esistenza di una chiesa cristiana di un certo riguardo.1
L’altro insediamento antecedente all’incastellamento di Maiolata, tanto
per usare un altro dei toponimi usati agli inizi del XV secolo, è Tajano.
Quando parliamo di Tajano a Majolati, ci viene in mente una strada rurale; ma per chi ha qualche anno, anche una magnifica fonte rurale, purtroppo
rovinata durante alcuni sondaggi effettuati per la ricerca idrica che avrebbe
dovuto compensare, specialmente in estate, le Fonti di Val di Castro.
Quando si parla di Talliano si indica una meglio non precisata e generica
località posta tra il camposanto del capoluogo ed il fiume Esino. Il volume
“L’albero segato in Majolati. Vicende della Repubblica Romana”,2 ci ricorda che era stata mantenuta la memoria di questa località attraverso una strada: “Strada Tajano: Strada selciata non rotabile che dal Paese conduce fino
alla Fonte Tajano, metri 730”3; “Strada di Tajano, che da Majolati conduce
all’Esio, metri n. 2616”;4 “Strada di Contrada Tufi che da Majolati conduce
all’Esio, metri n. 1862”;5 “Strada detta del Fiume, e che si riunisce con quella di Tajano, metri n. 347”.6
All’interno di questo reticolo di strade è da individuare l’antica Tajano.
Sempre nel medesimo volume si ricordava che nella seduta consiliare del
31 Luglio 1848, il Consiglio guidato dal Priore Luigi Corradini, stabiliva, in
via d’urgenza, una particolare cura per la strada Tajano “che porta alla fonte
con lo stesso nome, dove tutti vanno ad attingere acqua” 7.
Il Prof. Virginio Villani, nel volume: V. Villani, C. Vernelli, R. Giacomini,
“Maiolati Spontini. Vicende storiche di un castello della Vallesina”8, scriveva: “La colonizzazione romana e lo sfruttamento agricolo di tutta l’ampia
fascia di territorio compresa fra il Cesola e l’Esinante, fra Cupra Montana e
quest’ultimo insediamento di fondovalle identificato con Planina, sono testimoniati, oltre che da ulteriori tracce archeologiche sparse all’intorno, soprattutto dalla toponomastica di derivazione prediale, cioè da quei nomi di con1 ALVISE CHERUBINI, Le antiche Pievi della diocesi di Jesi, Edizioni Studia Picena, Fano,
1982, pp. 60 e 67.
2 MARCO PALMOLELLA, L’albero segato in Majolati, Vicende della Repubblica Romana,
Comune di Majolati Spontini, 2004.
3 Ivi, pp. 39-40.
4 Ivi, p. 38.
5 Ibidem
6 Ibidem
7 Ivi,
p. 41.
VILLANI V., VERNELLI C., GIACOMINI R., Maiolati Spontini. Vicende storiche di un
castello della Vallesina. Comune di Maiolati Spontini, 1997, pp.19-20.
8
83
MARCO PALMOLELLA
trada terminanti con il suffisso-ano (Lat.-anus), derivati dai nomi gentilizi
degli antichi proprietari romani. Troviamo così, salendo dal basso, i toponimi Antignano, Rovelliano, Versiano, Ronzano, Cammorano, Talliano,
Scisciano. Si tratta di toponimi già presenti nella prima documentazione
medievale dei secoli XII- XIII, veri e propri fossili linguistici, residui di un
sistema di fundi e villae romane, cioè organismi fondiari di una certa estensione che occupavano i tratti di pianura e dei versanti collinari più adatti alla
coltivazione, lasciando il resto ai boschi e ai pascoli collettivi.
Alcuni di questi, come il fondo Rovelliano, dopo la fine della civiltà
romana passeranno all’aristocrazia longobarda e franca e continueranno a
conservare tracce di presenze insediative anche nell’alto Medio Evo; altri
come Talliano e Scisciano, saranno oggetto di ricolonizzazione solo a partire
dai secoli XI e XII”.
Ancora il Prof. Villani: “La sommità del Colle di Majolati appare interessato da una forma stabile e organizzata di insediamento solo nel corso del sec.
XIII, quando la località comincia ad assumere una funzione di aggregazione
politica e sociale nei confronti dei più antichi nuclei insediativi sparsi lungo
il versante attorno Talliano, San Sisto e Scisciano”.9 “La formazione del
primo nucleo abitativo sulla sommità del colle di Maiolati fu però un processo piuttosto lento e le prime tracce di una presenza umana organizzata non
sono anteriori al 1200. [...] Secondo un’ipotesi autorevole, suggerita del resto
dai documenti, la fondazione dell’insediamento di Maiolati sarebbe stata preceduta dai nuclei abitativi sorti attorno San Sisto e la collina di Talliano,
soprelevata rispetto all’Esino e fornita di acqua sorgiva, si prestava molto più
che non la sommità del colle all’insediamento e nella seconda metà del sec.
XII alcuni religiosi, provenienti probabilmente da San Elena, vi fondarono la
chiesa e il monastero omonimi. La stessa dorsale di Talliano appare molto più
ampia e agevole rispetto a quella di Maiolati e il fatto che la denominazione
del monastero ancora un secolo più tardi faccia riferimento alla contrada (San
Sisto di Talliano) e non al castello comunale dimostra la maggiore antichità
e l’autonomia del fenomeno insediativi di Talliano rispetto a quello di
Maiolati.
Tuttavia Talliano non ebbe mai un nucleo insediativo accentrato, cioè un
castrum. Nei documenti duecenteschi la contrada viene menzionata con il
nome di villa, che è il termine convenzionalmente usato per indicare un insediamento sparso facente capo ad una chiesa parrocchiale.
9
Ivi, p. 42.
84
DA TAJANO E SANT’ANDREA IL CASTELLO DI MAJOLATI
Oggi la contrada appare circoscritta al fianco occidentale della collina su
cui sorge il cimitero, allora abbracciava un’area più vasta estesa fino al piano
di San Sisto e costituiva una vera e propria circoscrizione amministrativa, su
cui fino alla metà del 1200 si estendeva la giurisdizione feudale del vescovo
di Jesi. […] Il castello di Majolati è menzionato per la prima volta come
castrum nel 1283, ciò significa che a quella data era un insediamento fortificato, sede di una limitata giurisdizione sul territorio nell’ambito del dominio
jesino. […] Nel 1219, il comune di Jesi provvide alla inventariazione delle
proprietà già appartenenti alla curia comitale, consistenti in una serie di
appezzamenti di terra; uno di questi, posto nel piano di Novaglia, confinava
con la proprietà di un “presbiter Alberico da Magnolati”, ed è questa in assoluto la prima menzione di Majolati. Ciò significa anche che a quella data,
1219, Maiolati aveva già una chiesa e un nucleo insediativo, ma sarebbe
azzardato dedurne l’esistenza di un castrum, che sicuramente non sorse prima
della metà del secolo”.10
La caduta dell’impero Romano avrà avuto conseguenze anche su Planina
e su l’adiacente Talliano, si saranno registrati i fenomeni di: insicurezza,
abbandono di molte terre e crisi demografica.
Tralasciando San Sisto e i Tre Colli (nei pressi di San Sisto), che, a mio
avviso, ebbero una loro storia, distinta da quella di Talliano, credo che tra il
V e il X secolo la pianura rurale subì un consistente abbandono ed iniziò l’incastellamento di Maiorata, sempre per utilizzare uno dei tanti nomi simili,
ma non uguali, con cui si identificava il castello di Majolati durante l’azione
di San Giacomo della Marca, agli inizi del Quattrocento.
Questo abbandono di Talliano a vantaggio del centro collinare, meglio
difendibile, e probabilmente già in parte fortificato, non aveva del tutto cancellato Talius o Talliano o Tajano. Anzi i resti di questo nucleo abitativo erano
ben evidenti fino alla metà del secolo scorso.
Dopo diverse indagini posso dire di aver individuato con una certa esattezza il luogo dove sorgeva la villa di Tajano, specialmente grazie alle testimonianze orali di ex coloni.
Nell’inverno del 1992, il Sig. Remo Priori, un ex agricoltore majolatese,
ora defunto, con interessi per la storia del suo paese, raccontò che durante la
sua permanenza nel terreno posto nella seconda metà di via Tufi, erano emersi consistenti materiali archeologici. Durante le colture stagionali, durante
ogni aratura affioravano, spesso frantumate, grandi quantità di tegole, mat10
Ivi, pp. 51-53.
85
MARCO PALMOLELLA
toncini, laterizi ed altri materiali, compresi metalli, anche di un certo volume.
Questa persona sosteneva, per esperienza diretta, avendo vissuto da piccolo in quella zona agricola, che ad ogni primavera si osservava una crescita
anomala di erba o di grano, le mura, sia pure ricoperte da un leggero strato di
terreno, manifestavano la loro esistenza impedendo una crescita regolare
delle granaglie.
Nei punti dove la coltura incontrava un manufatto, la crescita era minore,
il colore del grano era più chiaro e le evidenti modificazioni cromatiche marcavano i resti degli ex fabbricati. Dall’alto, osservando dalla collina soprastante, apparivano evidenti le fondazioni e i resti di ex costruzioni.
L’insediamento di Tajano costeggiava la strada comunale e si allargava
verso nord-est.
In tutta quella zona, fino a qualche anno fa, era possibile osservare grandi quantità di pietre, in parte lavorate almeno in una faccia, ritrovate nei
campi limitrofi, addossate in mucchi lungo la strada, ma ora credo che siano
state destinate, con una qualche convenienza economica, ai selcini che hanno
trovato più facile squadrare questi materiali rispetto alla roccia appena estratta dal terreno.
Altre pietre, come del resto è una tradizione secolare, erano state riutilizzate per l’edificazione di alcune case coloniche, specialmente quelle
dell’Amministrazione Spontini.
Proprio nel giardino di Casa Spontini alcuni coloni portarono questi strani sassi o laterizi che trovavano nel terreno e li mostravano, incuriositi, agli
Amministratori che probabilmente non si degnarono nemmeno di un sopralluogo. In un angolo del giardino Spontini, fino agli anni Ottanta c’era un bel
mucchio di materiale di risulta, proveniente da Talliano, ma poi con le varie
ripuliture, lavori edili e vari allestimenti sono rimasti ora solo alcuni campioni, ma sufficienti ad attestarci una certa romanità di Tajano.
Tornando a Remo Priori, con cui più volte ho effettuato delle passeggiate in macchina a Tajano, questo insediamento era fino agli anni Sessanta ben
visibile, però, da quella data, il “tracciato” ogni anno perdeva delle parti a
causa dell’impiego di trattori e aratri più pesanti, fino a scomparire del tutto
negli anni Novanta a causa dello scassato per l’impianto di nuove vigne.
Quindi oggi immaginiamo che non ci sia più nulla che ci attesti l’esistenza di questo insediamento romano, se non il ricordo di fonti orali.
Tra le dicerie ascoltate su Tajano si è detto che siano stati trovati, intorno
agli anni Ottanta-Novanta, oggetti in metallo, bronzo (?) di dimensioni
consistenti.
Il nostro ex colono, in questi nostalgici ricordi, pensava di effettuare scavi
86
DA TAJANO E SANT’ANDREA IL CASTELLO DI MAJOLATI
mirati, cercando di tagliare il terreno per un paio di metri di profondità osservando così la stratificazione del terreno ed esaminando, successivamente,
tutti i campioni estratti.
I ritrovamenti effettuati dal nostro “storico” erano tutti di epoca romana,
si trattava di frammenti di tegole e laterizi di altro genere.
Stando al racconto di un altro anziano, ascoltato sempre grazie alla
mediazione di Remo Priori, da almeno un secolo la zona è stata “bonificata”:
gli agricoltori estraevano ed estraggono dal terreno, pietre e laterizi per ripulire l’area di coltura.
L’anziano ha raccontato che in questa area si trovava un convento, forse,
più probabilmente una piccola chiesa, e questo può essere, ma sicuramente
realizzato sulle vestigia di un impianto più antico, romano, e comunque, se
rispondesse al vero la tradizione orale, si tratterebbe sempre di un insediamento di modeste dimensioni, un eremitaggio di minore importanza rispetto
a San Sisto.
Secondo il primo colono, Remo Priori, sono state individuate negli anni
numerose terraglie ad uso domestico, tavelloni, mattoncini per pavimento,
alcuni frammenti di orli di dolio, tegole di terra chiara, colli di recipienti di
colore rosso, mattoncini da pavimento di colore chiaro.
Sempre secondo Remo, più volte è capitato di ritrovare incastrato nell’aratro, parte o un’intera colonna di calcare, bianca. Questi ritrovamenti
avvenivano ad una profondità di oltre un metro.
I reperti affiorati avevano mostrato parte di una colonna, non si trattava
però di una colonna in mattoni, rivestita di calce, ma un blocco unico di calcare. Potrebbe essere stata una grande stele funeraria? Un confine?
Un’indicazione stradale?
Per noi questi avanzi provenivano dalla villa rustica romana di Talliano,
sempre nominata e indicata nella zona, mai tuttavia individuata realmente. La
grande quantità di tavelloni, che il colono ha detto di aver ritrovato su una
superficie molto più vasta rispetto ad una tradizionale casa romana, ci possono far pensare ad altri edifici, ad un luogo di culto o addirittura anche ad una
piccola necropoli.
Oltre alla porzione di colonna segnalata, l’amico Remo ci ha detto di ricordare, come accennato, il recupero di ceramiche ad uso domestico, tegole e
tegoloni, mattoncini di diverso colore per pavimenti, alcuni frammenti di dolio.
Con questa testimonianza, oramai postuma, possiamo mantenere vivo il
ricordo delle nostre origini, siamo i figli dei legionari romani.
Marco Palmolella
87
MARCO PALMOLELLA
Fonte di Talliano, vasche per il lavatoio.
Una parte dei sedili, delle vasche di raccolta e dei ripiani in pietra sono stati asportati o danneggiati in occasione di passate ricerche idriche, ritenute a quel tempo necessarie per sopperire alle crisi idriche estive, ma esistono ancora le condizioni per il restauro e per la fruizione turistica e ricreativa.
Un’ampia descrizione di questa fonte è presente nel testo: Giuseppe Noè Cenni. Descrizione
Topografico Medica di Majolati e suo Territorio fatta da G. N. Cenni ivi Medico condotto,
Tip. Cherubini, Jesi, 1846. Si tratta di un’indagine geografico, socio, medica sul Castello di
Majolati e i suoi abitanti distribuita su una sessantina di pagine. Vi si trovano notizie sulle
acque potabili, sulla qualità dei terreni, sulle cave, sugli alimenti, sugli abitanti, sulle malattie.
88
MARIA CRISTINA MOSCIATTI
TOMMASO LIPPERA: UN GRANDE UOMO, UN POLITICO
E MEDICO ESEMPLARE
Tommaso Lippera nacque a Cerreto d’Esi il 14 dicembre del 1863, fu
orfano di padre e già all’età di 14 anni manifestava idee anarchiche; il suo
carattere ribelle lo portò, nel periodo dell’adolescenza, a cambiare spesso
scuola, finchè riuscì a diplomarsi nel liceo classico di Camerino.
Dopo la maturità, scelse la facoltà di medicina a Napoli, dove non nascose le sue idee politiche, anche perché in quel periodo nella città si stava organizzando un forte centro del movimento anarchico con diverse manifestazioni di protesta. Le sue idee erano ben radicate in quanto non credeva alle leggi
dello Stato.
Purtroppo dopo un anno di frequentazione (1882), a causa di una forte
epidemia di colera a Napoli, si dovette trasferire all’Università di Bologna ed
anche qui entrò in contatto con gruppi anarchici locali e conobbe Andrea
Costa, considerato tra i fondatori del
socialismo in Italia, al quale si avvicinò
grazie ad Anna Kuliscioff che fu compagna del Costa per alcuni anni.
Mentre il Lippera era un riformista,
Andrea Costa si oppose ai cambiamenti e all’evoluzione del partito.
Ancora studente, il Lippera ritorna
spesso nel suo paese di origine e nel
1884 fondò a Cerreto d’Esi un “Circolo
di Studi Sociali”, dove intraprese uno
scambio epistolare per rimanere in contatto con Andrea Costa (le lettere originali sono depositate presso la biblioteca comunale di Imola).
Nella lettera inviata il 5 novembre del
1884, egli scriveva:
“Onorevole Costa, desidererei sapere
se sono state riprese le pubblicazioni
del giornale l’Avanti! e nel caso negatiTommaso Lippera.
89
M. CRISTINA MOSCIATTI
vo quando lo saranno.
Nel caso affermativo poi consideratemi già abbonato e vi prego fin da
ora rimettermi quei numeri unici dedicati ognuno ad un argomento speciale
dei quali si facea menzione nel n. 13 (Anno III) del giornale medesimo.
In avvenire poi amerei ricevere tutto ciò che pubblicherà concernente l’interesse di detto giornale; di stare, in una parola, al corrente di quanto
può interessarmi.
Appena avuto un vostro riscontro farò il mio dovere.
Sebbene i miei principi anarchici siano opposti a quelli propugnati dal
giornale in discorso, pure amo tener dietro all’agitazione dei socialisti legalitari.
Conto sulla vostra provata gentilezza e certo d’essere compiaciuto vi
anticipo i più vivi ringraziamenti. Tommaso Lippera“ .
Originale della lettera.
90
TOMMASO LIPPERA: UN GRANDE UOMO, UN POLITICO ONESTO E MEDICO ESEMPLARE
Le sue idee anarchiche lo coinvolgevano molto da farlo entrare spesso in
scontro con politici locali, infatti il 10 novembre 1886 entrò in conflitto con
il sindaco di Cerreto d’Esi, Francesco Morea.
Questi lo accusava di un articolo che il Lippera aveva scritto nel
Messaggero e nel quale si era identificato, per tutta risposta il Lippera fece
scrivere un manifesto e lo affisse nel paese.
Manifesto che il Lippera fece affiggere.
91
M. CRISTINA MOSCIATTI
La sua passione fu anche quella del giornalista e divenne corrispondente
di molti giornali nazionali: La Gazzetta di Torino, La questione sociale di
Firenze e La Gazzetta operaia di Forlì
Nel giornale La Rivendicazione di Forlì il 12 settembre 1888, (Istituti culturali ed artistici della città di Forlì) parlò di alcuni pregiudizi sociali e del
quale riporto alcuni tratti:
“Un pregiudizio molto diffuso fra il popolo è CHE LO SFRUTTAMENTO SIA UN MALE NECESSARIO... nella nostra società il cancro è l’abuso. Né l’istruzione, né l’educazione sottraggono al delitto... Sì, fino a che vi
saranno la fame, l’egoismo, la prostituzione e il governo, vi saranno furti,
delitti ed abusi... dando a ciascuno i mezzi di vivere sparisce il furto...
togliendo all’uomo la forza e il potere di soverchiare i propri simili, gli si
toglie il mezzo per suscitare la gelosia, l’odio e gli altri bassi istinti sociali...
Per dare all’uomo ed alla società il benessere e la pace, si ha solo il bisogno
di gente che ragioni...”.
Con la tesi: “Criteri generali curativi nelle cardiopatie” si laureò il 2
luglio del 1889 ed entrò nell’équipe del dott. Romolo Murri.
Egli si considerò un privilegiato in quanto il Murri era già reputato un
luminare della medicina marchigiana. Questi dopo un periodo di tirocinio
inviava i medici della sua equipe nelle città o nei paesi dove c’era bisogno di
medici condotti, ed inviò Tommaso Lippera per una sostituzione a
Montemaggiore sul Metauro, nella provincia di Pesaro.
In questa cittadina conobbe quella che sarebbe stata la sua futura moglie,
la giovane Elisabetta Ciavarini, figlia del noto archeologo e storico di Ancona
Carisio Ciavarini.
Il suo amore per la terra natia non venne mai meno ed il 23 ottobre 1888
a Cerreto d’Esi dovendosi rinnovare a termini di legge alcuni componenti
della giunta comunale, vennero proposti Tommaso Lippera quale assessore
effettivo e Ciarabalà Antonio quale assessore supplente.
Tommaso Lippera venne eletto con 7 voti su 12, dando cosi inizio al suo
percorso di politico locale.
Nel 1890 Tommaso Lippera uscì dal movimento anarchico ed entrò come
precursore nel movimento socialista.
Trovandosi nello stesso anno a San Costanzo come medico condotto, per
promuovere la società operaia pubblicò un volantino rivolto alle lavoratrici
che il 7 aprile 1890 lesse al Teatro Concordia inaugurando la Bandiera della
Società operaia femminile di Mutuo Soccorso di San Costanzo.
Il volantino diceva:
92
TOMMASO LIPPERA: UN GRANDE UOMO, UN POLITICO ONESTO E MEDICO ESEMPLARE
“Guardate la vostra bandiera, lavoro delicato e prezioso dell’impareggiabile Diomira Falaschi.
Una fiducia viva e completa, una ferma speranza che finalmente un
giorno la giustizia trionferà sul pregiudizio e sulla prepotenza. Ecco che cosa
vi indica il bianco simbolo della fede e il verde emblema della speranza!
Sì, speranza e fede nell’avvenire, e avanti!!...
Operate in modo da smentire luminosamente l’epiteto di debolezza
che viene applicato al vostro sesso; ma la vostra fortezza tragga origine da
una coscienza pura e dalla certezza di combattere per una santa causa.
Non vi avvilite se per struttura organica siete più deboli dell’uomo. Se
egli rappresenta la forza non rappresentate voi forse il sentimento e la virtù?
Non vi avvilite! È vero che oggi
Ragazze, dipendete da genitori… spesso inumani,
Spose, siete serve di vostro marito,
Madri, avete dei padroni nei figli.
Voi dovete comprimere, è vero i battiti del cuore, lasciare insoddisfatti i
vostri bisogni, violentare la vostra stessa natura... Sì è così - voi trascinate da
secoli questa obbrobriosa catena, ma sollevate arditamente la testa perché il
giorno del vostro riscatto si avvicina, perché un nuovo vangelo - che è scienza e amore - v’assegna il vostro legittimo posto nella vita sociale.
Senza di voi l’umanità non sarebbe.
Voi avete quindi - naturalmente - gli stessi diritti dell’uomo
Bambine, dovete trovare cure affettuose, tutela e istruzione prima dai
parenti, poi dalla Società.
Fanciulle, nessuno deve poter contrariare gl’impulsi del vostro cuore.
Adulte, dovete poter disporre di voi stesse, come meglio vi piaccia.
Madri, la stima, la solidarietà; nulla vi deve mancare.
Produttrici, dovete essere indipendenti, dovete poter bastare largamente ai vostri bisogni.
Impotenti al lavoro, la società dovrà mantenervi.
Questa è la vostra redenzione, la quale non potrà essere fatta che dal
movimento emancipatore moderno.
Se volete affrettarla, abbracciate la vostra bandiera - bandiera di eguaglianza e di libertà vera: - venite a combattere nelle nostre file.
Educate i vostri figli, maschi e femmine, colla sola scorta della giustizia, del sentimento e del rispetto a se stessi ed agli altri.
Educateli, liberi nel pensiero, nel lavoro e nelle azioni. Così formerete
eroici campioni per le lotte dell’avvenire, e, se riusciremo a realizzare il nobilissimo ideale dell’eguaglianza sociale, lo dovremmo a voi membri di quel
93
M. CRISTINA MOSCIATTI
detto del grande Napoleone:
SUL GREMBO DELLA MADRE STANNO I DESTINI DELL’AVVENIRE”
Stavano iniziando a maturare le prime idee socialiste e due anni dopo nel
territorio pesarese iniziavano a crescere i consensi.
Nel giornale locale Lotta di classe pubblicato il 3 settembre del 1892 è
scritto:
“I compagni di Fano, d’accordo col dott. Lippera e col prof. Paglierini,
hanno stabilito di tenere qui una serie di conferenze per preparare la formazione di un forte partito socialista. La prima conferenza che sarà tenuta dal
Paglierini o dal Lippera, avrà luogo, molto probabilmente, 18 settembre
p.v.”. La sua convinzione e tenacia all’idea politica lo fecero eleggere nel
1893 al direttivo nazionale del Partito Socialista.
Quattro anni dopo, nel 1897, Tommaso Lippera si candidò alle elezioni
nazionali sia nel collegio di Fabriano sia in quello di Fano e solo per pochi
voti non venne eletto, anche se prese più voti di Andrea Costa e Camillo
Prampolini e ci fu una netta affermazione del partito socialista nelle Marche,
il Lippera, comunque divenne consigliere provinciale.
Negli anni successivi la sua vita politica iniziò attivamente anche a
Cerreto d’Esi dove il 1 settembre 1902 venne eletto, per la prima volta,
sindaco.
Iniziando un percorso di crescita culturale e sociale del territorio, come
primo gesto dopo la sua elezione, fece pubblicare per la prima volta gli
Statuti Comunali del 1537, che erano stati rinvenuti nell’archivio storico.
La pubblicazione fu curata da Carisio Ciavarini che nella prefazione
scrisse:
“All’eccellentissimo dott. Tommaso Lippera - Sindaco di Cerreto d’Esi a lei devo la scoperta degli Statuti di Codesto Comune, ed a Lei ne offro la
stampa che ho risoluto di farne nella occasione del congresso internazionale
di scienze storiche l’aprile prossimo a Roma. Voglia gradire l’offerta e l’augurio che in Cerreto l’amministrazione presieduta da Lei spiri quel potente
soffio di vita moderna che lo elevi alle più nobili aspirazioni umane, e che io
possa compilarne le memorie storiche per educarne le generazioni nuove
all’amore del paese nativo e dell’Italia nuova. - Ancona, marzo 1903 - C.
Ciavarini”.
Vivendo a Cerreto d’Esi, cominciò a pensare alla costruzione di una scuola elementare, in quanto i bambini che studiavano erano pochissimi e la maggior parte venivano impiegati nel lavoro agricolo mentre pochi erano quelli
che potevano permettersi un’istruzione.
Il Lippera credeva nel cambiamento culturale e nell’istruzione scolastica
94
TOMMASO LIPPERA: UN GRANDE UOMO, UN POLITICO ONESTO E MEDICO ESEMPLARE
Nei primi del Novecento nel paese vi era una scuola elementare che
aveva circa 40-60 bambini per classe e lui decise di fare delle classi più piccole in modo che i bambini potessero apprendere meglio e portò il corso di
studi fino alla quinta elementare, anche se non obbligatoria, ed istituì le classi a tempo pieno e questo rappresentò un notevole cambiamento ed innovazione per l’Italia centrale.
Nella facciata dell’edificio della nuova scuola elementare, ancora oggi
visibile, vi fu scritto:
EDUCA, ISTRUISCI, SPERA
Planimetria del progetto della scuola elementare.
La realizzazione della nuova scuola elementare fu approvata dal
Consiglio comunale senza neanche un voto contrario e l’amministrazione
capì l’importanza di far crescere nuove generazioni con una sana cultura
capace di migliorare l’uomo e creare dei sani cittadini.
In occasione di questa costruzione, Tommaso Lippera, pubblicò un libretto dove scrisse le linee guida: egli affermava che nella scuola ci doveva essere la salute degli alunni, essi dovevano essere istruiti con gioia e non come
una punizione, ci doveva essere abbondanza di acqua e di aria, una temperatura mite in ogni stagione e i banchi dovevano essere comodi.
95
M. CRISTINA MOSCIATTI
Da qui una critica allo Stato che dichiarava obbligatoria l’istruzione e lui
si pose la domanda: “Chi ha fame, chi è nudo, chi è costretto ad aiutare fin
dalla tenera età la propria famiglia e guadagnarsi una fetta di polenta, come
può frequentare con assiduità la scuola e guadagnarci quei benefici effetti che
faranno di lui un uomo degno della famiglia e della società?”.
Il Lippera considera l’analfabetismo “la causa prima della nostra inferiorità di fronte ai popoli civili”.
L’educazione spetta ai maestri che hanno un compito importante di educare non solo la mente ma anche il cuore, affinché vengano tolti dei vecchi
pregiudizi e si possano creare delle menti pronte a ricevere idee nuove di
umanità per una convivenza sociale.
Nell’edificio scolastico erano stati previsti un museo ed una biblioteca.
Doveva accogliere i “fanciulli” per l’asilo, le prime tre classi elementari
maschili e femminili, ma anche le nuove classi che erano state recentemente
istituite della quarta e della quinta mista.
La scelta della posizione dell’edificio scolastico è stata attentamente valutata da Lippera, che ha considerato anche la notevole lontananza dal
Cimitero, la vicinanza dell’abitato, la sicurezza di accesso e anche gli spazi
che dovevano essere organizzati con giardini, orti e la palestra coperta.
La scuola è di forma rettangolare con due piani e un sotterraneo:
Sotterraneo: cucina, fornelli, legnaia, fasciatoio, latrina per il personale;
la dispensa, la cantina, il termosifone; i bagni a doccia per gli alunni delle
scuole elementari e a immersione per i bambini dell’asilo.
Piano terra con tre ingressi: uno principale con vestibolo, sala d’aspetto e
del bidello che poteva controllare tutte le entrate e due secondarie per la separazione dei maschi e delle femmine dai bambini dell’asilo.
Ci sono anche due aule per le due sezioni; una grande sala per la refezione, le conferenze, le premiazioni.
Due aule di cui una per il gioco dei bambini dell’asilo; uno spogliatoio ed
una camera per dormire per quei bambini che ne avessero bisogno; quattro
latrine, con lavabo esposte a tramontana, distanti e separate dalle aule, con
aria e luce diretta da più lati per una efficace ventilazione.
Piano superiore: quattro aule, tre per le prime tre classi miste e l’altra per
la quarta e la quinta; corridoio, museo e farmacia. Altre quattro latrine separate e indipendenti l’una dall’altra.
Un particolare ed attento studio è stato fatto per le finestre.
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TOMMASO LIPPERA: UN GRANDE UOMO, UN POLITICO ONESTO E MEDICO ESEMPLARE
Particolare studio della finestra della scuola.
Le finestre munite di tende con movimento dal basso all’alto, come le
porte, sono provviste nella parte superiore di vasistas che si aprono dall’interno per facilitare il cambiamento dell’aria che sarà coadiuvato da speciali
camini di ventilazione e si potrà così abbassare la temperatura dei vani. Gli
scolari ricevono la luce da sinistra a destra. Il pavimento è costruito in
cemento per impedire il sollevarsi della polvere ed eseguire meglio la disinfestazione.
Per dissetare gli alunni si è proposto di adottare il sistema di bere a garganella con getto inclinato collocando due vaschette nel corridoio di ciascun
piano e una in giardino.
Tale sistema oltre ad essere il più economico è anche quello che risolve il
problema dell’igiene, escludendo il pericolo di contagio; l’ingestione di
acqua è misurata, cosa molto importante nei periodi di grande caldo evitando malori gastro-intestinali.
Il riscaldamento-ventilazione sarà effettuato con un termosifone a media
pressione, il quale dà una temperatura costante, mite, gradevole.
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M. CRISTINA MOSCIATTI
Contratto di appalto per la costruzione della nuova Scuola Elementare.
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TOMMASO LIPPERA: UN GRANDE UOMO, UN POLITICO ONESTO E MEDICO ESEMPLARE
Per la costruzione della scuola, fece abbattere degli alberi nel luogo prescelto, ma il termine dell’opera, ripiantò tanti alberi quanti ne aveva dovuti
far abbattere e organizzò, LA FESTA DEGLI ALBERI, una tra le prime in Italia.
Successivamente fece anche costruire una piccola scuola nella vicina località di Cerquete.
La sua attività politica negli anni successivi fu orientata anche a migliorare la qualità della vita dei cittadini. Vi erano spesso problemi di frane nelle
strade e lui cercò di studiare un sistema per evitarle con non poche opposizioni da parte di chi già creava dei problemi per la buona gestione amministrativa.
Nel periodo della sua carriera politica e medica, egli scrisse anche dei
testi di notevole interesse locale e regionale.
Criteri generali curativi nelle cardiopatie (Memoria originale dedicata ad
Augusto Murri).
Bozzetti sociali.
Le società operaie di Mutuo Soccorso.
Phlegmasia alba dolens (Osservazioni cliniche e terapeutiche).
Nel 1911 pubblicò Rescritto di Papa Benedetto XIII, circa l’istituzione
della fiera del 5, 6 e 7 agosto in Cerreto d’Esi.
Due anni dopo scrisse La condotta sanitaria residenziale nella regione
marchigiana.
In questo libro parla della situazione sanitaria della nostra regione e
riporta una serie di articoli che aveva già precedentemente pubblicato sulla
Gazzetta Camerinese, mettendo in evidenza che la riforma sanitaria che
doveva garantire i poveri e quelli che sono scritti nei Registri con medicinali gratuiti, doveva fare i conti con le scarse possibilità economiche dei comuni, con tutte le problematiche amministrative e mediche.
Negli anni successivi il Lippera non fu più confermato come sindaco ed
entrò a far parte dell’opposizione politica e così iniziò, purtroppo, il periodo
più negativo della sua vita che lo portò alla morte.
Fu arrestato il 28 marzo del 1918, insieme ad altri 9 cittadini cerretesi,
accusati, il 20 marzo del 1917, di tenere delle riunioni a casa del sig. De Luca
Marcello, nelle quali facevano intervenire i militari in licenza, considerata
opera di sabotaggio della guerra e disfattismo, ed incitando i prigionieri a
disertare .
Successivamente il 4 febbraio del 1918 scoppiò a Cerreto d’Esi una sommossa popolare nella quale si impedivano, anche con la violenza, come riporta la sentenza, le operazioni di requisizione del grano da parte delle autorità
militari.
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M. CRISTINA MOSCIATTI
Furono coinvolte circa 150 persone tra donne e ragazzi che avevano
improvvisato una dimostrazione per impedire la partenza del camion militare con il grano requisito ed erano stati lanciati alcuni sassi contro la casa del
Sindaco, il Sig. Morea.
Due testimoni, che poi saranno definiti non attendibili, fecero il nome di
Tommaso Lippera, capo del locale partito di minoranza. Il rapporto aggiunge che il Lippera aveva detto ad alcune donne del paese che la farina, ancora non arrivata a Cerreto, sarebbe stata di pessima qualità e si era accaparrata la stima della popolazione facendo ottenere licenze ai soldati. La sentenza
riporta che nei mesi di settembre e ottobre 1917, in relazione al disastro di
Caporetto, il Lippera incitava contro la guerra, esortando la popolazione a
non seminare nei campi, a non sottoscrivere il prestito nazionale.
Al termine del processo e dopo aver analizzato tutti i fatti venne emessa
tale sentenza: chi aveva testimoniato contro il Lippera non poteva ritenersi
attendibile in quanto: “Lippera e compagni sono state vittime di odii, rancori
e piccinerie locali”.
“Il tribunale deplorando le cause che li tradussero sullo scanno dei rei,
deplorando i sistemi illeciti ed ingiustificabili che si resero strumento di tali
cause odiose, proclama l’innocenza di tutti i dieci odierni imputati e li restituisce a quella libertà della quale essi non avevano abusato.
Valga il doloroso spettacolo dell’accusa contro il Lippera e compagni,
d’incitamento alla forte popolazione di Cerreto perché, smettendo piccole
gare, facendo tacere nel nome d’Italia rancori e odi di partiti e di famiglie,
ritempri l’animo per la resistenza alle aspre battaglie dell’ora che volge e
per la preparazione a quella dell’avvenire, con l’osservanza di quella disciplina che, affratellando l’energie dei popoli, le prepara a finalità radiosi.
E valga l’odierno procedimento a far considerare coloro, cui la legge
affida pubbliche mansioni, che il peggiore dei disfattismi dell’energia di un
popolo è dato da quei fatti che possono menomare nei cittadini il fermo convincimento che la giustizia punitiva si muove ad opera solo per reperire reati,
e non per servire quale strumento di calunniose affermazioni a base di odi
personali o di rivalità partigiane”.
Una sentenza che riconobbe il Lippera estraneo ai fatti insieme ai suoi
nove compagni.
Purtroppo in carcere si ammalò, e si sperò, che dopo aver ottenuto la
libertà potesse riprendersi dall’umiliazione.
Nonostante le cure più assidue il 21 gennaio 1919 si spegneva lasciando
7 figli nella maggior parte in tenera età.
100
TOMMASO LIPPERA: UN GRANDE UOMO, UN POLITICO ONESTO E MEDICO ESEMPLARE
.
Tommaso Lippera con i nipoti.
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M. CRISTINA MOSCIATTI
Bibliografia
1. Marche Nuove: bimestrale di politica economia e cultura. Direttore Enzo
Santarelli. Tip. Giovagnoli, Ancona.
2. Dizionario storico-biografico dei marchigiani, a cura di Giovanni Maria
Claudi e Liana Catri, il Lavoro Editoriale, Ancona,1992-1994. 3 v., Tomo
I, A-L.
3. Le origini del socialismo nelle Marche attraverso la stampa socialista
1892-1902, Antologia, il Lavoro Editoriale, Ancona, 1982.
4. Tommaso Lippera, L’edificio Scolastico di Cerreto d’Esi, Tip. Gentile
Fabriano, 1905.
5. Rescritto di Papa Benedetto XIII, circa l’istituzione della fiera del 5. 6 e
7 agosto in Cerreto d’Esi, a cura di Tommaso Lippera, Tip. Mercuri,
Camerino, 1911.
6. Tommaso Lippera, La condotta sanitaria residenziale nella Regione marchigiana, Tip. Tonnarelli, Camerino, 1913.
7. Carisio Ciavarini (1837-1905), a cura di Gaia Pignocchi, il Lavoro
Editoriale, Ancona, 2008.
8. Articoli estratti dal settimanale di Fabriano “L’Azione”.
9. Fonti d’archivio.
Maria Cristina Mosciatti
102
MARCO PALMOLELLA
LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ
HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO
DAL DEBUTTO
Sono già trascorsi duecento anni dalla prima rappresentazione de La
Vestale e del Fernand Cortez, le due opere liriche più rappresentate e più
significative di Gaspare Spontini.
Solo La Vestale e il Fernand Cortez, per numero di recite, sovrastano
tutte le altre rappresentazioni spontiniane, sia del periodo antecedente, sia
successivo a questi due grandi monumenti della lirica.
La mancata rappresentazione nei teatri marchigiani ed europei di queste
opere spontiniane nelle date anniversarie rammarica, ma non può certo essere considerato un giudizio di merito o di qualità, La Vestale e il Fernand
Cortez erano e sono due grandi creazioni musicali che nessuno può ignorare.
Sentiamo ancora il dovere di ringraziare il Teatro dell’Opera di Roma
che, nella programmazione estiva delle Terme di Caracalla, sabato 24 Giugno
2006, presentò La Vestale di Viganò-Spontini, coreografia ballo, però utilizzando la musica del Majolatese.
Lo spettacolo, in una ambientazione così caratteristica come le Terme di
Caracalla, ha permesso, in qualche modo, di richiamare l’opera da cui deriva
la coreografia La Vestale.
L’idea di mettere in scena La Vestale è da attribuirsi al Dott. Beppe
Menegatti e alla Signora Carla Fracci, quest’ultima già da ragazza, sia nell’edizione con Maria Callas e Luchino Visconti, sia nella maturità, nell’edizione con il Maestro Riccardo Muti, aveva avuto modo di esibirsi nei balli
del primo e del terzo atto de La Vestale.
In questo saggio vogliamo ricordare la creazione di queste due opere ed
alcuni allestimenti storici, ripeto solo alcuni, che si sono succeduti in questi
due secoli.
Paradossalmente, nella prima metà del secolo XIX il Fernand Cortez
ebbe un numero di rappresentazioni superiore a La Vestale e lo stesso
Spontini, per la vicenda di Cortez, Amazily e Telasco ebbe attenzioni maggiori, tanto è vero che ne presentò ben quattro edizioni, anche se quella del
1817 rimase la prevalente.
Prima del 15 Dicembre 1807, Gaspare Spontini era considerato a Parigi,
103
MARCO PALMOLELLA
dov’era giunto nel 1803, come uno dei tanti maestri italiani in cerca di fortuna con un repertorio di opere buffe, facili e briose, derivate dai modelli di
Cimarosa e di Paisiello.
L’insuccesso della Julie all’Opéra Comique aveva contribuito a far perdere allo Spontini quel po’ di credito che gli avevano procurato presso il pubblico parigino La finta filosofa ed il Milton; nessun teatro di Parigi sembrava più interessato alla sua musica.
Etienne de Jouy, letterato, propose il libretto de La Vestale a Méhul e a
Cherubini, ma entrambi lo giudicarono non adatto alla musica.
Gaspare Spontini pensò differentemente, il libretto era bello, facile da
comprendere, era la storia eterna di un amore contrastato con epiloghi drammatici, fino alla condanna a morte e poi lo scioglimento favorevole.
I sentimenti umani, provati dai personaggi dell’antica Roma, si manifestavano con forza, il testo era adatto per la musica di Gaspare Spontini.
Il 15 Dicembre 1807, sulle scene dell’Opéra di Parigi, fu presentata La
Vestale, ottenendovi un strepitoso successo, Spontini apparve come eroico e
solenne compositore drammatico, continuatore della scuola di Gluck, del
resto come attestò lui stesso successivamente.
La lettura di questa tragedia, La Vestale, produsse nell’animo dello
Spontini una profonda impressione e ne eccitò vivamente la fantasia. Il giovane musicista majolatese aveva trovato finalmente la sua strada.
L’ascolto delle opere di Gluck, che lo Spontini aveva avuto modo di sentire e studiare a Napoli e poi a Parigi, gli avevano aperto gli occhi verso una
musica solenne, di vasto respiro, monumentale.
Spontini abbandonò le lezioni private e si dedicò pienamente alla composizione del libretto di Etienne De Jouy.
Completata la partitura, dopo quasi tre anni di fatica, la presentò ai censori dell’Accademia imperiale di Musica, ma la concorrenza di altri compositori, la mancata comprensione dell’audacia dello stile e delle innovazioni
presentate, l’abuso della sonorità e la durezza delle successioni armoniche
non suscitarono un positivo giudizio.
Per la fortuna di Gaspare Spontini, si levò in sua difesa un altissimo personaggio, l’Imperatrice Giuseppina, che da qualche tempo l’aveva già nominato Direttore dei suoi privati concerti.
Infatti, nel 1804, l’Opéra Buffa diede La finta filosofa, l’Imperatrice
Giuseppina assistendo alla prima rappresentazione fu talmente meravigliata
del talento del giovane musicista, che lo scelse per dirigere la sua musica particolare.
La dedica del Milton e questa scelta conferivano al maestro majolatese
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
le funzioni e il titolo di “Direttore della Musica dell’Imperatrice Regina”.
Questa protezione gli permetteva di sormontare ogni ostacolo; una circostanza, della quale Spontini seppe approfittare e fece aumentare la simpatia
che l’Imperatrice aveva per il Majolatese.
Nonostante lo sfavorevole verdetto dei censori dell’Accademia, un ordine della corte prescrisse lo studio e la messa in scena de La Vestale.
Successivamente non tardarono altre proteste: cantanti e sonatori si ribellarono contro quella musica che troppo li affaticava, esigendo da loro attenzione continua, scrupolosa precisione e vivo sentimento d’arte.
Gaspare Spontini dovette sopportare tutti i tormenti che i cantanti e i
componenti l’orchestra erano soliti riservare ai compositori novizi.
La prima donna, la signora Carolina Branchu, l’artista eletta, che poi
seppe creare in modo inarrivabile la parte di Giulia, dichiarò che non sarebbe mai riuscita ad imparare quei recitativi ineseguibili.
Il cantante a cui era stata affidata la parte del Sommo Sacerdote, borbottava continuamente.
Un giorno, al foyer, gli artisti manifestavano il disagio con maggiore
impertinenza del solito, il Maestro, indignato, strappò la parte dalle mani di
Martin Joseph Adrién, basso dell’Opéra, e la gettò sul fuoco. Il basso Henri
Dérivis, giovane allora e quasi ignoto, si slanciò verso il caminetto e, ritirandone la parte, esclamò: “Io l’ho salvata, ed io me la prendo”.
“Prendila” - rispose il Maestro - “Son sicuro che ti mostrerai degno di
lei”. A dir vero, difficoltà ed astruserie non mancavano nella partitura originale dell’opera; la musica della sua nuova maniera si presentava in origine
troppo complicata e difficile ad eseguirsi.
Di questi difetti Gaspare Spontini si accorgeva specialmente durante le
prove; allora doveva ritornare sui suoi passi, correggendo, mutando, rifacendo. Per conseguenza gli esecutori si stancavano, s’indispettivano, non risparmiavano al novizio Spontini i loro sarcasmi e le prove procedevano così lentamente che l’opera perdette il suo turno di rappresentazione e si vide passare innanzi Castore e Polluce del Winter, Ulisse del Persuis ed Il Trionfo di
Traiano del Losueur e del Persuis.
Anche altri imprevisti si schierarono contro il debutto de La Vestale.
Nell’Agosto del 1807 uno spaventevole uragano recò grave danno ai
magazzini del palazzo des Menus-Plaisirs, e le decorazioni appositamente
eseguite per La Vestale subirono gravi danni.
Così, di ritardo in ritardo, sembrava che non arrivasse mai il tempo del
debutto de La Vestale, quando un fortunato caso porse a Spontini la possibilità di riprendere il suo turno: la partitura del Lesueur non si trovò pronta per
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MARCO PALMOLELLA
il giorno in cui doveva consegnarsi al copista per cavare le parti.
Fortunatamente per Spontini, il Lesueur quando si accinse a dare al copista lo spartito de La morte di Adamo, questi non si trovò pronto; lo Spontini
profittò di questo incidente per sostituirsi al Lesueur.
Fu così che le prove de La Vestale poterono incominciare, quando delle
obiezioni furono emesse dal Comité de l’Opéra, al soggetto della futura rappresentazione Le Retour d’Ulysse, ballo eroico di Persuis; la data delle prove
de La Vestale fu fissata nel mese dell’Aprile seguente.
Finalmente le prove incominciarono.
L’esecuzione della Morte di Adamo fu rimandata all’anno seguente, e La
Vestale, annunciata da prima per il Venerdì 11 Dicembre, comparve finalmente sulle scene il 15 dello stesso mese.
L’Amministrazione dell’Opéra forniva una lista approssimativa di spese
per La Vestale, ammontante alla somma di ventinovemila Franchi, ripartita
nel seguente modo: scenari 10720 Franchi, costumi 15000 Franchi, copia di
musica 3000 Franchi e ripetizione straordinaria (prova generale) 280 Franchi,
totale 29000 Franchi.
Gli esecutori principali erano tra i più insigni dell’opéra francese; la
signorina Branchu, Giulia, soprano; la signorina Maillard, Gran Vestale,
soprano; il Lainez, Licinio, tenore; il Laïs, Cinna, tenore; il Dérivis, Sommo
Sacerdote, basso.
I professori e gli scolari del Conservatorio, quelli che avevano già condannata l’opera come un ammasso di stravaganze e di errori, si organizzarono per farla fischiare alla prima rappresentazione, servendosi non dei fischi,
che erano severamente proibiti, ma delle risate e soprattutto degli sbadigli.
Convennero poi che alla fine del secondo atto ciascuno di loro si sarebbe coperto il capo con un berretto da notte, fingendo di addormentarsi.
Ma il successo fu completo, clamoroso, incontrastato; il finale del secondo atto, scelto da loro per dar esecuzione alla insensata satira dei berretti da
notte, segnò invece per il Maestro Spontini il punto culminante del suo trionfo. L’Imperatrice Giuseppina fu la prima a dare il segnale dell’applauso, la
quale, contro gli usi dell’etichetta di corte, volle assistere alla prima esecuzione di un’opera che si presentava al pubblico sotto i suoi auspici e di cui
aveva gradito la dedica.
L’esito de La Vestale, conservatosi costantemente eguale nelle successive rappresentazioni, valse allo Spontini la nomina di Sopraintendente della
Cappella imperiale e Direttore dei concerti di Corte; ed inoltre il premio di
diecimila franchi, di recente istituito da Napoleone per la migliore opera
musicale rappresentata nel corso di dieci anni sulle maggiori scene di Parigi.
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
A Parigi La Vestale ebbe allora cento rappresentazioni consecutive, poi
altre trecento nei ventisette anni che seguirono.
La Vestale fruttò allo Stato la somma considerevole di ottocentomila
franchi, senza contare gli abbonamenti che ammontavano ad una metà di tale
somma, in poche parole quest’opera fece rendere dei grossi incassi, sia a
Gaspare Spontini, sia all’Amministrazione del Teatro.
Subito dopo la fatica de La Vestale, Gaspare Spontini presentò sei arie
per canto, pianoforte o arpa, ma Napoleone non aveva dimenticato il successo de La Vestale.
L’Imperatore era stato conquistato e Spontini appariva come il musicista
più adatto per illustrare l’Impero.
Napoleone intendeva condizionare, favorevolmente, l’opinione pubblica
parigina e francese sulla campagna militare di liberazione della Spagna che
aveva già progettato.
Come è noto, nel 1808, Napoleone aveva avviato l’impresa di Spagna,
con una violenta campagna armata voleva diffondere i grandi valori della
Rivoluzione.
Napoleone aveva occupato la Spagna e per sostenere l’impresa militare
pensò, tra l’altro, alle arti; era necessaria un’azione che, nonostante le vicende che stavano accadendo, mostrasse sia la nazione spagnola, sia la necessità d’intervenire con le armi, in questo Stato, a vantaggio della libertà che solo
la Francia era in grado di esportare e divulgare, magari con una nuova conquista, come quella in corso nel Regno d’Italia.
Secondo una facile allegoria, bisognava presentare un conquistatore preoccupato di portare il cristianesimo e il bene agli indigeni.
L’allegoria presupponeva che gli spettatori parigini comprendessero che
gli Spagnoli del Fernand Cortez di Gaspare Spontini raffiguravano i Francesi,
i soldati napoleonici. Invece, gli Spagnoli del 1808, quelli che stavano per
subire l’invasione dell’Iberia da parte delle armate napoleoniche francesi, che
erano ormai prossimi alla “liberazione”, erano, nell’opera di Spontini, rappresentati dai Messicani di Montezuma e Telasco.
Per dare un’immagine rispettosa della popolazione spagnola, Napoleone
cercò un argomento che esaltasse uno degli eroi della Nazione: Fernand
Cortez alle prese con la conquista del Messico.
Il progetto napoleonico prevedeva che si mettesse in evidenza sia l’eroe
castigliano Fernand Cortez, colui che aveva conquistato il Messico distruggendo il potere dei sacerdoti fanatici sanguinarti della religione azteca, sia la
nazione spagnola.
Il libretto del Fernand Cortez fu scritto da Etienne De Jouy e Joseph
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MARCO PALMOLELLA
Alphonse Esménard, ma a questo proposito i racconti sulla paternità del
libretto, che ci sono arrivati, non sono del tutto concordi.
L’autore de La Vestale dichiarò che fu lui a scrivere il libretto, ma fu sollecitato, per ragioni di censura, a collaborare con il Poeta ufficiale di Stato,
portando, congiuntamente, al testo alcune modifiche.
Infatti, il Ministro degli interni Fouché, allo scopo di esaltare la figura
dell’Imperatore, chiedeva a De Jouy di portare alcuni cambiamenti, magari
chiedendo l’aiuto ad un funzionario dello stesso Ministero. Etienne De Jouy
temette che la sua opera poetica fosse trasformata in un’opera di circostanza,
senza personalità drammatica e sicuramente questo, almeno in parte, accadde.
Questo racconto di Etienne De Jouy è credibile perché precedentemente
Esménard aveva ricoperto l’incarico di “Chef du bureau des Théâtres au
Ministère de l’Intérieur” grazie alla protezione di Savary. Ripartito per servire l’ammiraglio Villaret de Joyeuse, nella Martinique, al suo rientro in
Francia ricevette importanti incarichi imperiali.
Esménard fu nominato: “Censeur des théâtres et de la librairie”,
“Censeur du Journal de l’Empire” e “Chef de division au Ministère de la
Police”. È anche vero che Esménard il 25 Giugno 1811 morì a Fondi, in
Italia, per un incidente di carrozza e quindi non ebbe modo di partecipare alla
storiografia sull’opera e controbattere alla narrazione successiva curata da De
Jouy. Pertanto, possiamo immaginare che l’estro di Etienne De Jouy dovette
confrontarsi con il rigore contenutistico politico dettato dal ruolo e impersonato da Joseph Alphonse Esménard.
Napoleone, scegliendo Spontini, Esménard e De Jouy aveva commissionato un’opera politica, a sostegno dell’imperatore, dove il condottiero
Fernand Cortez dimostrava le sue doti liberali, umanitarie; la sua azione militare era positiva perché aveva sconfitto il fanatismo religioso distruggendo
gli idoli e le tremende superstizioni dei sacerdoti messicani. Inoltre, presentando questi valori all’interno di un dramma lirico, c’era spazio anche per
l’amore, eroico, tra due personaggi, i migliori rappresentanti dei due popoli,
che avrebbero suggellato l’amicizia tra Messicani e Spagnoli.
Tutto questo si sarebbe dovuto leggere con un parallelismo con l’occupazione napoleonica della Spagna.
Il Cortez ebbe tempi di realizzazione molto brevi e serrati, ma sicuri, specialmente se confrontati con le difficoltà registrate con la messa in scena de
La Vestale.
L’opéra ebbe costi altissimi, circa centottantamila franchi, una cifra che
i critici del tempo definirono come “elevatissima”; quasi undicimila Franchi
furono impiegati per le bardature dei cavalli e i costumi dei cavallerizzi.
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
Spontini curò ogni dettaglio, oltre alla Musica, il Majolatese si interessò
della regia chiedendo ai coreografi di ricreare sul palcoscenico l’audacia
dimostrata da Fernand Cortez, il pubblico avrebbe dovuto sperimentare lo
stesso sgomento provato dai Messicani alla vista della cavalleria, dei cani,
delle armi da fuoco e lo stupore per la bellezza delle ambientazioni naturali.
Per questo il Musicista, in pieno accordo con De Jouy ed Esmenard,
inviò all’orto botanico dei disegnatori per riprodurre la stessa vegetazione
presente nel Messico, si interessò dei costumi dei soldati, della bardatura dei
cavalli, immaginò l’incendio voluto dal condottiero delle navi spagnole e,
spettacolo nello spettacolo, volle la carica dei cavallerizzi del famosissimo
Circo Franconi.
La carica di cavalleria non fu un “vano lusso”, ma intendeva suscitare
nello spettatore “la sorpresa e il terrore che il loro primo apparire fece provare ai Messicani” che non avevano mai visto cavalli nel loro territorio.
Per molti giorni a Parigi si parlò della famosissima carica della cavalleria, affidata ai domatori del circo Franconi che intervennero sul palco, nel
primo atto, con diciassette cavalli lanciati alla carica, i presenti ammutolirono per lo stupore provocato, al pari dei Messicani assaliti da Cortez qualche
secolo prima. Non meno interessanti sono altri elementi spettacolari come le
offerte dei Messicani, prodotti esotici, frutti, fiori, uccelli, tutte copie in oro
della realtà, cui seguirono le danze messicane di bellissime indigene che cercavano di corrompere i soldati spagnoli.
L’esercito spagnolo, a dimostrazione della sua virilità, rispose con danze
marziali e guerresche, con simulazioni di combattimenti, seguirono le marce,
la carica a cavallo, le manovre delle navi e l’incendio della flotta per impedire la partenza dei soldati spagnoli appagati dall’oro ricevuto dai Messicani.
Leggendo una relazione del 15 Maggio 1809, del Signor Mitoire, responsabile dei magazzini des Menus - Plasirs, gli stessi che avevano ospitato le
scene de La Vestale, rivolgendosi al Direttore de l’Opéra, riferiva che un pittore era stato inviato alla Biblioteca imperiale per condurrre delle ricerche
“filologiche” per riprodurre i monumenti esistenti nel Messico nel 1519.
Inoltre era stato avviato uno studio particolare finalizzato a rappresentare la
forma dei costumi, delle divise, delle navi e delle armi in uso agli Spagnoli,
in quell’occasione fu rintracciato anche un inedito ritratto di Carlo V, poi
inserito nella scenografia.
Il grande Pierre Luc Charles Ciceri, di origine italiana, avendo dovuto
rinunciare alla carriera di tenore a seguito di un incidente, divenne uno dei
più importanti pittori e decoratori di teatro francese. Partecipò anche lui
all’allestimento del Cortez, in particolare fu incaricato di recarsi tutti i giorni
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MARCO PALMOLELLA
all’orto botanico di Parigi per disegnare gli alberi e le piante che si trovavano in Mexico. L’allestimento delle scene fu realizzato dall’italiano Ignazio
Degotti, dal Mathis e dal Desroches.
In questa prima edizione l’opera si concludeva con un omaggio a
Napoleone: Cortez appariva a cavallo, trionfante, la rappresentazione dell’opera si concludeva con una festa generale delle due Nazioni.
I costumi per gli abiti, veramente molto belli, furono disegnati da
François Guillaume Ménageot (1774-1816), Direttore dell’Accademia di
Francia a Roma, tra i più importanti pittori francesi, con la passione di raffigurare prevalentemente le scene storiche e religiose.
Il 27 Novembre 1809, Gaspare Spontini, consapevole del disagio provocato nell’allestimento del Fernand Cortez, con una semplice cerimonia nel
Théâtre de l’Opéra, volle ringraziare tutti i collaboratori e gli artisti con gratitudine per la pazienza e la volontà dimostrata nell’allestire, in pochi mesi,
uno spettacolo così complesso e maestoso. Spontini credeva fermamente che
il Fernand Cortez sarebbe divenuta l’opera simbolo dell’Impero napoleonico
e così fu.
Si arrivò alla sera del debutto con la stessa trepida attesa che aveva caratterizzato la prima de La Vestale; infatti, era annunciata la presenza
dell’Imperatore francese Napoleone, dei Re di Sassonia e di Vestfalia.
Martedì 28 Novembre 1809, nel Teatro dell’Accademia Impériale della
Musica, nella Sala Montansier, splendidamente addobbata, Spontini dirigeva
la prima rappresentazione del Fernand Cortez alla presenza di Napoleone, di
tutto l’entourage imperiale, dei Re di Sassonia, di Westfalia e della Parigi che
contava. Nella successiva edizione a stampa, probabilmente dei primi mesi
dell’anno 1810, l’opera apparve con il seguente annuncio: “Fernand Cortez
ou la Conquète du Méxique Tragédie Lyrique en 3 Actes de MM. De Jouy et
Esmenard. Mise en Musique et Dédiée à Sa Majesté La Reine Des Deux
Siciles par Gaspard Spontini Maître de Chapelle du Conservatoire de Naples,
Directeur Général et Compositeur de la Musique du Théâtre de S. M.
L’Impératrice et Reine, pour l’Opéra Italien (Seria - Buffa). Représentée pour
la première fois sur le Théâtre de l’Académie Impériale de Musique le 28
Novembre 1809”.
Il colpo d’occhio fu straordinario, gli scenari, i costumi, le ambientazioni, la carica dei diciassette cavalli del Cirque Franconi e la buona musica,
fecero passare in secondo piano la fretta di un allestimento dettato da esigenze politiche contingenti.
Nel primo atto Antonio Franconi, con i figli Laurent ed Henri, con un’altra dozzina di cavallerizzi del Circo Franconi, vestiti da soldati spagnoli,
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
fecero un vero e proprio numero da circo attraversando il palcoscenico al
galoppo e manovrando il reparto a cavallo sulla scena.
Il corpo di canto era costituito dai componenti, oramai in gran parte artisti spontiniani, dell’Académie Impériale de Musique: “Fernand Cortez, général des Espagnols, Monsieur Etienne Lainez (Lainé); Telasco, Cacique des
Ottomis, frére d’Amazily, neveu de Montézuma, roi du Maexique, Monsieur
François Laïs (Lays); Alvar, frére de Fernand Cortez, Monsieur Laforêt. Le
Grand Prêtre des Mexicains, Monsieur Henri Étienne Dérivis; Moralez(s),
ami et confident de Fernand Cortez, Monsieur Jean Honoré Bertin; Deux
Officiers espagnols, Monsieurs Louis Nourrit e Albert (prigionieri dei
Messicani); Un officier mexicain, Monsieur Martin. Soldats et Marins espagnols. Prêtres, Devins, Magiciens, Jongleurs, Peuple et Soldats mexicains.
Suite de Telasco et des Caciques envoyés à Cortez par Montézuma. Amazily,
princesse Mexicaine, Madame Caroline Alexandrine Branchu. Suivantes
principales d’Amazily, Madames Lacombe et Reine. Coryphées, Monsieurs
Martin, Picard”.
Il ballo, il divertissements, fondamentale per questo genere, che considerava indispensabile ed elemento insostituibile dell’opera le specifiche musiche coreografiche appositamente inserite da Spontini, furono realizzate da
Pierre Gabriel Gardel per i Signori: Milon, Goyon, Branchu, Mézard, Elie
Anatole, Vestris e Beauprés; le ballerine furono: Clotilde, Gardel, Saulnier,
Amalie, Fannie, Masrelié giovane, Rivière, Chevigny e la bellissima e magica Bigottini.
Con il termine oramai desueto di cacico, accostato a Telasco, si intendeva indicare il titolo di capo degli indigeni dell’America centrale. Lo stesso
Telasco è indicato come nipote di Montezuma, re del Messico, ma il ruolo di
Montezuma non appare nella prima edizione, mentre tra le indicazioni dei
bozzetti appare un costume di Montezuma e l’indicazione dell’attore cui
era destinato.
Fin dal primo Fernand Cortez i cori, le masse, sia Messicani, sia
Spagnoli, ebbero un grandissimo rilievo musicale e scenografico.
Come era già stato apprezzato per La Vestale, e lo sarà poi anche per
l’Agnes von Hohenstaufen, Spontini aveva ripetuto nel Cortez l’uso di una
banda in scena, musicisti rivestiti con i costumi dei personaggi, ottenendo un
grande effetto: “Egli senza che ci fosse stato altro esempio condusse sulla
scena la banda militare”. Come fu scritto nella seconda metà dell’Ottocento
da uno storico majolatese: “Gaspare Spontini che di tanto allargò i confini del
dramma musicale, che oltre la danza condusse sul palco scenico la banda, fu
egli il vero fondatore della nuova scuola da cui sorsero i più chiari luminari
111
MARCO PALMOLELLA
dell’età moderna”. Il Fernand Cortez piacque e sembrava che si dovesse ripetere il miracolo de La Vestale, invece Napoleone o la sua propaganda non
furono del tutto soddisfatti del messaggio politico che aveva suscitato e quindi lo stesso Imperatore ne decise la sospensione.
Infatti, Napoleone ebbe la sensazione che il risultato dell’opera fosse
stato opposto ai suoi desideri, ad ogni recita si registrava una grande partecipazione di pubblico che ammirava la fierezza e il coraggio degli Spagnoli e
questo dava coraggio alla guerriglia in corso contro i Francesi nella penisola
iberica. L’opera, seppur bella e ricca di pagine musicali di grandissimo rilievo, non si allineava alla cronaca militare del tempo, gli Spagnoli resistevano
alle armate napoleoniche e lo spettacolo non raggiungeva lo scopo politico
prefissato.
Nel 1812, Napoleone fu costretto a ritirare dalla Spagna le truppe migliori per inviarle in Russia, questa situazione, insieme alla guerriglia e al sostegno inglese dato agli Spagnoli provocarono il tracollo francese nella penisola iberica. Pertanto anche il Fernand Cortez seguì la sorte dell’esercito francese in Spagna e della prima edizione dell’opera furono date solamente ventitré recite. Ora Gaspare Spontini aveva in repertorio all’Accademia
Imperiale di Musica ben due grandi opere, due capolavori, che gli assicuravano fama e denaro.
Infatti in una “visura catastale” del tempo, cioè del 1809, i fratelli
Spontini possedevano già sedici terre con abitazioni e questo capitale era
stato realizzato con le sole rimesse del Musicista.
La storiografia essenziale de La Vestale e del Fernand Cortez
nella prima metà del XIX secolo
La prima recita italiana de Vestale fu nel 1811, al Regio Teatro San Carlo
di Napoli con l’interpretazione di Isabella Colbran, in questi stessi anni fu
presentata a Vienna, a Berlino, a Monaco, Dresda ed in altre città tedesche.
Nel Marzo 1817, al Teatro alla Pergola di Firenze, ci fu un’edizione particolarmente bella con il soprano Giuseppina Ronzi De Begnis. La Vestale al
Teatro alla Scala di Milano giunse solo il 26 Dicembre 1824.
Il giorno 16 Giugno 1825, una rappresentazione de La Vestale ebbe
luogo a Parigi, a corte, in onore del re. Alla recita parteciparono due grandi
stelle del tempo: Adolphe Nourrit e Cornelie Falcon.
La Vestale rimase lungo nel repertorio dell’Opéra di Parigi e il 4 Gennaio
1830 ebbe luogo la duecentesima recita.
Nel frattempo i parigini ebbero modo di ascoltare dei frammenti de La
Vestale eseguiti ai concerti del Conservatorio.
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
Il 13 Aprile 1845, La Vestale data al Conservatorio di Parigi suscitò il più
grande entusiasmo e produsse un effetto così lusinghiero che fu paragonato a
quello registrato nel 1807.
Nella prima metà del XIX Secolo, i grandi capolavori spontiniani furono interpretati da vere
e proprie étoiles, tra queste Cornelie Falcon che volle essere raffigurata nei costumi di Giulia
anche in una statua posta sulla sua tomba.
113
MARCO PALMOLELLA
Infine, La Vestale, a Parigi, fu ripresa nel 1854, ma le rappresentazioni si
limitarono ad otto recite.
Alcuni sostennero che il successo de La Vestale e del Fernand Cortez
furono trionfi temporanei, dovuti all’esaltazione dell’Impero napoleonico,
imitato anche nella strumentazione spontiniana, quindi il minore interesse,
registrato successivamente, lo si doveva alla caduta dell’Impero e all’azione
della Restaurazione.
In realtà questo è stato smentito dalle successive rappresentazioni, inoltre i successi ottenuti nell’area linguistica tedesca sostennero la grandezza
della musica di Spontini, anche se limitata ad un numero ridotto di titoli.
Con la caduta di Napoleone, Gaspare Spontini rivoluzionò il Fernand
Cortez, come se fosse una nuova opera.
Nell’incarico di Direttore de l’Opéra, subentrò Luis Luc Loiseau de
Pérsuis che intendeva rilanciare il più importante teatro lirico con grandi allestimenti. Per questo motivo Pérsuis offrì a Spontini l’opportunità di riproporre, con una grande messa in scena, il Fernand Cortez.
L’opera Fernand Cortez, concepita in forma grandiosa, da questo punto
di vista era perfetta e così sarebbe dovuta essere proposta.
Lunedì 26 Maggio 1817, nella magnifica Sala dell’Académie Royale de
Musique, interpretarono il secondo rifacimento del Fernand Cortez, edito da
Richault, i seguenti cantanti: Jacques Émile Lavigne, Fernand Cortez;
François Lays, Telasco; Henri Étienne Dérivis, Montezuma; Bonel, Sommo
sacerdote; Casimir Eloy, Alvaro; Nicolas Levasseur, Morales (z); Louise
Marie Augustine Albert, Amazily.
Fin dalle prime serate si alternarono i doppi: Louis Nourrit fu Fernand
Cortez; Saintville Dabadie Leroux fu Amazily.
Illustrato da un nuovo libretto della libreria Roullet, particolarmente
curato, sormontato dallo stemma del Re Luigi XVIII, Lunedì 12 Novembre
1821, a Parigi, presso “le Théâtre de l’Académie Royale de Musique, avec
des changements” andava in scena una nuova edizione del Fernand Cortez ou
la conquête du Mexique.
I cantanti di questa edizione furono parimenti importanti: Derivis,
Montézuma; Nourrit, Fernand Cortez; Laÿs, Télasco; Eloy, Alvar; Bonel, Le
Grand Prêtre; Prévost, Morales; Lafeuillade e Dabadie, i prigionieri; Martin,
un ufficiale messicano; Picard, un ufficiale spagnolo; la signora Saintville
Dabadie - Leroux interpretò Amazily; le signore Lebrun, Reine, Maze e
Falcos(z) furono le compagne di Amazily.
Questa nuova proposta del Fernand Cortez fu apprezzata dal pubblico
tanto che fu nuovamente inserito nel repertorio dell’Accademia.
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
Nel Dicembre 1821, il Fernand Cortez registrava ancora il tutto esaurito
all’Accademia Reale di Musica, Le Miroir des Spectacles raccontando lo
svolgimento della serata sintetizzava: “La bella opera del Fernand Cortez è
stata eseguita con un insieme ammirabile; i cori, l’orchestra, la danza hanno
gareggiato di superiorità; la Signora Dabadie, nella parte di Amazily, ha
avuto unanimi approvazioni; Lays, Nourrit e Derivis si son fatti notare”.
Però sarebbe stato meglio che Gaspare Spontini si fosse dedicato ad un
nuovo soggetto, il rifacimento, anche se eseguito sotto il controllo di Étienne de Jouy, in qualche modo dimostrò che la musica era prevalente al dramma e il susseguirsi, controllato, delle emozioni dei personaggi era meno
importante rispetto al grande spettacolo che si voleva ottenere.
Nella Stagione lirica 1819-20 del Teatro di San Carlo di Napoli fu presentata, per la prima volta in Italia, il Fernand Cortez.
Il 4 Febbraio 1820, il Fernando Cortez, come si usava a quel tempo, fu
riportato in lingua italiana dal poeta Giovanni Schmidt, che già aveva tradotto, con più successo, La Vestale.
Il Fernando Cortez, italianizzato, fu presentato al San Carlo di Napoli,
sotto la direzione di Gioacchino Rossini, il Direttore musicale del teatro e la
diva Isabella Colbran dell’Accademia Filarmonica di Bologna, nel ruolo di
Amazilia, nipote di Montezuma.
Il nuovo Ferdinand Cortez fu presentato a Berlino, in lingua tedesca, il
20 Aprile 1818 e più volte replicato, sempre a cura del conte de Brühl e diretta da Friedrich Ludwig Seidel.
Il 28 Giugno 1820, ad appena un mese dal suo insediamento a Berlino,
Spontini mise in scena al Teatro Reale di Berlino uno straordinario Fernand
Cortez che ottenne solenni manifestazioni di apprezzamento sia dal pubblico, sia dalla stampa. Gli interpreti dimostrarono che anche in Germania, se
gli artisti erano ben guidati, si potevano raggiungere alti successi con grandi
opere; insieme a Spontini condivisero gli onori la signorina Josephine
Killitschgy Schulz interprete di Amazily; Karl Adam Bader nel ruolo di
Ferdinand Cortez; Wauer nel ruolo di Moralez; Heinrich Blume nel ruolo di
Telasco; Eduard Dévrient Junior interprete del personaggio Sommo
Sacerdote; Heinrich Stümer fu il Re del Messico, Montezuma.
Tra le prime cantanti della musica spontiniana a Berlino ci fu Giuseppina
Schulz che interpretò le tre opere francesi: Olimpia, La Vestale e Fernand
Cortez.
A Berlino, Gaspare Spontini mise mano, per altre due volte, al Fernand
Cortez, non tanto perché insoddisfatto, ma credo perché costretto da una difficoltà a musicare altri libretti di cui non comprendeva il testo, la corrispon115
MARCO PALMOLELLA
denza tra metrica tedesca e musica era per lui impossibile senza la conoscenza di questa lingua, per questo cercò tra i suoi collaboratori di Berlino anche
poeti francesi come Marie Emmanuel Guillaume Théaulon de Lambert.
Berlino già conosceva sia La Vestale, sia la prima edizione del Ferdinand
Cortez; Gaspare Spontini, durante il soggiorno prussiano, mutò per due volte
la parte finale del Cortez, sia nel testo, sia nella musica, per questo motivo la
critica e i commenti si concentrarono sul terzo atto dell’opera.
Il 15 Marzo 1824 ci furono importanti prove per il nuovo Ferdinand
Cortez che sarebbe stato presentato a breve al Teatro Reale di Berlino per la
nota regia del signor Karl Friedrich Schinkel e per il ruolo di Amazily la
signora Giuseppina Schulz.
La collaborazione a Berlino con l’architetto, pittore e regista Karl
Friedrich Schinkel fu estremamente apprezzata da Gaspare Spontini specialmente per l’allestimento del Fernand Cortez, oltre alle note scene lo Schinkel
era eccellente anche con le luci, ottenendo degli effetti straordinari per i
mezzi disponibili a quel tempo.
Gaspare Spontini, il 6 Aprile 1824, presentò all’Opera di Stato di Berlino
una nuova edizione del Ferdinand Cortez, la terza, cui aveva lavorato il poeta
francese Marie Emmanuel Guillaume Théaulon de Lambert (14 Agosto 1787
- 16 Novembre 1841).
La quarta, ed inutile, revisione del Ferdinand Cortez, voluta da Gaspare
Spontini e realizzata con l’aiuto del Regista del Teatro Reale Karl August von
Lichtenstein, riprendendo il lavoro precedente, curato dal poeta Marie
Emmanuel Guillaume Marguerite Théaulon de Lambert, fu presentata nel
Teatro dell’Opera reale di Berlino Domenica 26 Febbraio 1832.
Se oggi questa ulteriore modifica dell’opera può sembrare ininfluente, nel
1832, quando il Fernando Cortez riempiva ogni sera i teatri, fu accolta come
un perfezionamento di un capolavoro: non erano estranei motivi religiosi.
Il popolo gareggiò per avere i biglietti, erano disponibili circa duemila
biglietti, anche nelle giornate successive; le repliche continuarono per diversi mesi e “nelle domeniche il teatro rigurgita di spettatori”.
La quarta revisione segnava anche un primato, si erano superate le cento
rappresentazioni del Fernando Cortez al Teatro Reale di Berlino.
Insieme alla revisione dell’opera che prevedeva uno sviluppo diverso,
nuovo, e comunque giudicato interessante, del terzo atto del Fernando
Cortez, molti degli interpreti impiegati erano al loro debutto.
L’orchestra e il gruppo degli artisti diretti dallo stesso Gaspare Spontini
suscitarono una grande ammirazione così come le danze che erano state curate dal Signor Hoguet.
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
Il tenore Karl Adam Bader, cantante spontiniano collaudato, anche se da
almeno dieci anni interpretava questo ruolo, continuò ad impersonare il
personaggio di Ferdinand Cortez, tanto che la sua prestazione fu definita
“splendente”.
La Signorina Pauline von Schätzel, soprano, interpretò il ruolo di
Amazily; ma già aveva interpretato altre opere di Spontini, come l’Olimpia;
il Nurmahal, nel ruolo di Namuma; l’Agnese di Hohenstaufen.
In questo periodo una favorevole rappresentanza di cantanti qualificatissimi sul Teatro dell’Accademia Reale di Musica di Parigi permise di rappresentare in forma veramente eccellente il Fernando Cortez. Una serie di prime
donne, belle ed estremamente dotate, si alternarono nel ruolo di Amazily attirando un grandissimo numero di spettatori.
Per diverso tempo il ruolo di Amazily fu rappresentato dalla bellissima
M.lle Marie Caroline Joséphine Gérard detta e conosciuta con il nome d’arte M.lle Grassari.
Il soprano Marie Caroline Joséphine Gérard, la Grassari, era nata a
Tongres, in Belgio, nel 1793. Figlia del pittore e litografo François Pascal
Simon Gérard e di Anne Christine Tournaye, debuttò all’Accademia Reale di
Musica nel 1816 con il nome d’arte Grassari. Era molto bella e per questo fu
scelta per il ruolo de La belle au bois dormant, opera di Michele Carafa che
porta lo stesso nome della protagonista.
La Grassari, ebbe l’onore di essere raffigurata in una bella litografia nel
costume di Amazily e fino al suo ritiro, avvenuto nel 1828, interpretò questo
ruolo. Il 12 Febbraio 1823 il Fernand Cortez festeggiò, all’Opéra, il raggiungimento della sua centesima rappresentazione.
Molti andavano ad ascoltare il Fernand Cortez per sentire le voci e vedere le bellissime cantanti.
Come accadde per la Grassari, anche la bravissima Constance Jawureck,
nel ruolo di Amazily, suscitò un notevole interesse.
La Jawureck, mezzosoprano tedesco, era nata a Parigi nel 1803. Fu allieva di Pierre Jean Garat e di Charles Henri Plantare. Debuttò all’Opéra,
all’Accademia Reale di Musica, nel 1822 con l’opera La Lampe merveilleuse, ma il successo arrivò l’anno seguente, nel 1823, con il ruolo di Amazily
nel Fernand Cortez di Gaspare Spontini. La partenza della Grassari, la
magnifica interpretazione, la bellezza della voce insieme ad una affascinante
e raffinata presenza fisica e sulla scena, consacrarono Constance Jawureck
tra le cantanti più importanti dell’Accademia.
Intorno al 1835, la carriera della bellissima Constance Jawureck si intersecò con l’arrivo della straordinaria Laure Cinthie Montalant e questo la
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MARCO PALMOLELLA
costrinse a cedere dei ruoli da protagonista. Non fu certamente la minore qualità della voce, ma forse il carattere dolce e gentile, la correttezza professionale ed umana che le fecero perdere dei ruoli da prima donna tanto che nel
1837 concluse la collaborazione con l’Accademia Reale di Musica.
Un’altra bella, affascinante e convincente Amazily fu Laure Cinthie
Montalant Damoreau.
La Cinthie fu un importante soprano, ma anche compositrice ed insegnante francese. Era nata a Parigi il 6 Novembre 1801, dopo aver studiato al
Conservatorio di Parigi, fu scoperta da Paul Valabrègue, marito di Angelica
Catalani, diventandone sua allieva.
La Catalani inserì la promettente Laura nel Théâtre des Italiens facendole studiare una quindicina di ruoli del repertorio in modo che fosse pronta a
sostituire una cantante della troupe in caso di impedimento; inoltre la studentessa partecipò con assiduità a tutte le prove e agli spettacoli dei teatri parigini assimilando le tecniche e le astuzie delle grandi cantanti.
Il Fernand Cortez era in repertorio all’Académie Royale de Musique e il
ruolo di Amazily era restato libero per la partenza della M.lle Grassari.
Aiutata anche da una bellezza notevole e da una voce oramai matura e
consapevole, il 24 Febbraio 1826, Laure Cinthie Montalant debuttò nel
Fernand Cortez, nel ruolo di Amazily, ottenendo un successo strepitoso che
rappresentò una cesura positiva nella sua carriera di cantante.
Laure Cinthie replicò diverse recite del Fernand Cortez, sempre
all’Opéra, fino al Novembre 1826, ottenendo un enorme successo.
Tra le grandi interpreti del ruolo di Amazily ci fu anche Marie Cornélie
Falcon, nata a Parigi il 28 Gennaio 1814, debuttò anche lei con il Fernand
Cortez. Interpretò all’Opéra di Parigi, nel 1832, nel ruolo di Alice, nel
Roberto il Diavolo, ma il suo vero debutto arrivò quando impersonò il ruolo
di Amazily nel Fernand Cortez all’Opéra. Il 3 Maggio, il 13 Agosto e il 19
Settembre 1834 interpretò il ruolo di Giulia ne La Vestale, che era stata straordinariamente ripresa a Parigi con grande soddisfazione del pubblico.
Fu una cantante dalla voce potente, originale e le cantanti che avevano
un timbro simile furono indicate con: “voix de Falcon” o con il termine:
“Soprano Falcon”.
Scomparve a Parigi il 25 Febbraio 1897 e, come per la maggior parte dei
grandi cantanti e musicisti, la sua tomba si trova al Cimetière du Père
Lachaise, cinquantacinquesima divisione, all’interno della cappella funeraria
del marito.
Nella morte fu ricordata, all’interno della cappella, con una statua in
marmo: Marie Cornélie Falcon è in piedi nel suo costume di Giulia, ricordan118
LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
do il successo ottenuto ne La Vestale di Gaspare Spontini, purtroppo qualcuno, non rendendo merito alla cantante e a Gaspare Spontini, ha scambiato la
Vestale Julia per una Vergine Maria.
Il grande storiografo spontiniano Charles Bouvet, che pubblicò una preziosa biografia su Gaspare Spontini nel 1930, fondamentale per tutti gli studi
successivi sul Majolatese, attratto dalla figura artistica della cantante Marie
Cornélie Falcon, nel 1934, pose nella sua tomba una targa ricordo.
Gaspare Spontini corteggiava, solo artisticamente, il fascinoso soprano
Wilhelmine Schröder Devrient, ma il rigore del Musicista majolatese e la fantasia eccentrica della cantante rendevano difficile la sottoscrizione congiunta
di un contratto di lavoro.
Alla fine del 1829 Gaspare Spontini incaricò l’amico Francesco
Giuseppe Baldassarre Morlacchi di contattare a Dresda la cantante
Wilhelmine Schröder Devrient per invitarla ad entrare nei ranghi del Teatro
reale di Berlino. Spontini le aveva inviato il libretto del Fernando Cortez e la
cantante aveva espresso il desiderio di possedere anche il testo in francese
perché al momento “non poteva fare a meno di accettare il contratto per
Parigi... Ella è stata sedotta dalla parola Parigi alla quale ella ha aggiunto
Londra, dove conta di andare per divertirsi”.
Se si confrontassero il rigore morale di Gaspare Spontini con il racconto
attribuito alla Wilhelmine Schröder Devrient, “Memorie di una cantante tedesca”, si crederebbe impossibile una qualche collaborazione tra i due, ma poi,
anche per la difficoltà di cantare in altre lingue, diverse da quella nazionale,
ed altri fattori permisero l’avvicinamento tra l’estrosa cantante e il Teatro
reale di Berlino.
Nella seconda metà degli anni trenta, il Direttore Economo del Teatro
reale di Vienna e primo Regista dell’opera di Vienna Giorgio Federico
Treitschke scriveva a Spontini informandolo che aveva messo in scena, con
grande successo, La Vestale, il Fernando Cortez e il Milton con il Signor Vogl.
Il Ferdinand Cortez fu dato con una certa regolarità anche a Weimar e in
occasione di una ripresa intorno alla metà del secolo, cui partecipò anche
Franz Liszt.
I manifesti e le locandine per il Fernando Cortez del Settembre 1832 non
riportavano il nome della cantante che avrebbe interpretato il ruolo di
Amazily, la protagonista femminile era scritta in basso, come se fosse stata
una scelta provvisoria.
Infatti, Gaspare Spontini era alle prese con una vera prima donna, passata alla storia, sia per la sua carriera artistica, sia per aver partecipato all’incontro tra Wilhelm Richard Wagner, Gaspare Spontini e Celeste Erard, sia
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MARCO PALMOLELLA
per quel libro, sembra autobiografico, sulle proprie esperienze sessuali.
Si trattava della straordinaria Wilhelmine Schröder Devrient.
L’11 Dicembre 1832, da Berlino, Gaspare Spontini non poteva più accettare l’inaffidabilità della farfallona amorosa e scrisse alla cantante
Wilhelmine Schröder Devrient al fine d’inserirla permanentemente nell’organico del Teatro reale: “Vi prego di perdonarmi, Signora, se io non oso contar
più sulle vostre parole, tante e tante volte da voi datemi ed altrettante mancate. Non bisogna mai più pensare a recite straordinarie per voi in Berlino,
Signora, ma solamente ad un contratto permanente. Accetto la vostra offerta
di condurvi qui il primo di Marzo prossimo per esordire in Statira, e non per
altre parti, poi in Cortez, ne La Vestale, nell’Alcidor, nell’Agnese di
Hohenstaufen, nell’Alceste, nell’Armida, nelle Ifigenie, in Donna Anna,
nella Contessa del Figaro, nel vostro eterno Fidelio, ma a condizione che dal
primo Marzo voi restiate qui sino alla fine di Giugno almeno [...] ho bisogno,
Signora, che voi mi rispondiate immediatamente e che mi inviate, da voi sottoscritto, il contratto qui allegato, in francese, senza cambiarvi una parola”.
Finalmente, almeno nell’aspetto formale, la cantante Wilhelmine
Schröder Devrient accettò ed inviò firmato il contratto, temporaneo, per alcuni mesi, a Gaspare Spontini; “Io sottoscritta Wilhelmine Schröder Devrient
prometto, mi obbligo e mi impegno sull’onore e sotto pena della multa qui
sotto indicata e consentita, verso l’Amministrazione del Teatro reale di
Berlino, di condurmi puntualmente ed irrevocabilmente in cotesta città il
primo Marzo prossimo 1833 per esordirvi nella parte di: Statira, La Vestale,
di Amazily nel Cortez, d’Oriana nell’Alcidor e di Irmengarda nell’Agnese
d’Hohenstaufen, nell’Alceste, Armida nelle Ifigenie”.
Riccardo Wagner, in visita a Berlino nel 1836, ebbe occasione di assistere ad una magnifica esecuzione del Fernando Cortez, diretta da Gaspare
Spontini, nel ruolo di Amazily si esibiva la straordinaria Wilhelmine Schröder
Devrient suscitando l’ammirazione del Musicista e di tutti i presenti.
In realtà Guglielmina, dopo essere giunta da Dresda nel Marzo 1834,
chiese di derogare o modificare il suo impegno, rinunciando allo studio di
alcune opere e pretendendo di sostituirsi al Direttore Spontini.
Infatti, il suo debutto per quell’anno fu con La Vestale, dove, con Giulia,
ottenne un facile e scontato successo, insieme a lei cantarono: la Signorina
Lehmann, Gran Vestale; i Signori: Bader, Licinio; Hammermeister, Cinna;
Zschiesche, Sommo Pontefice.
Poi si passò con una certa regolarità a quanto indicato dal Teatro: Ifigenia
in Tauride, Euriante, Roberto il diavolo, Olimpia, Oberon, La Vestale,
Fernando Cortez ed Armida. Questo era l’ambiente delle cantanti, sempre
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
pronte a presentare richieste assurde, certificati medici e a mettere in difficoltà la programmazione stabilita.
Il 6 Ottobre 1839 il Teatro Reale di Berlino presentò la centesima rappresentazione de La Vestale; il Fernando Cortez era regolarmente rappresentato
dal Maestro Spontini, insieme ad altre opere del Musicista e di altri autori, in
particolare: Mozart, Weber, Gluck, Cherubini, Salieri e Spohr.
Il Fernando Cortez fu presentato a Parigi al Teatro dell’Accademia nei
giorni 17 e 29 Giugno, 6, 15 e 24 Luglio 1840.
I protagonisti furono: Fernand Cortez, général des Espagnols, Monsieur
Jean Étienne Auguste Massol; Telasco, Cacique des Ottomis, frére
d’Amazily, neveu de Montézuma, roi du Mexique, Monsieur Ferdinand
Prévost; Alvar, frére de Fernand Cortez, Monsieur Pierre Auguste Alexis;
Montézuma, Henri Étienne Dérivis; Le Grand Prêtre des Mexicains,
Monsieur Adolphe Joseph Louis Alizard; Amazily, princesse Mexicaine,
Mad.le Maria Dolores Nau.
In questo nuovo allestimento parigino, del 17 Giugno 1840, il Fernand
Cortez rimase in repertorio fino al 29 Giugno 1844.
Anche per il Fernand Cortez il numero delle rappresentazioni fu molto
alto, al Giugno 1844 furono raggiunte le duecentoquarantotto recite
all’Opéra.
Incredibilmente il Fernand Cortez aveva superato le duecentotredici rappresentazioni de La Vestale, anche se poi la vicenda di Licinio e Giulia avrà
una fama più duratura anche per il numero superiore di riprese.
Altri riconoscimenti per la musica del Fernand Cortez giunsero anche da
molti altri musicisti, per esempio da Taylor, Presidente della Associazione
degli Artisti; dal musicista ed amico François Antoine Habeneck che aveva
inserito nel programma della Società dei Concerti del Conservatorio La
Vestale con Massol, Alizard, e le signorine Dobré e Bockholz; Gaspare
Spontini, grato, partecipò ad alcune recite dello spettacolo.
La famiglia Taglioni per diverse generazioni rappresentò il meglio della
danza in Europa, mettendo in scena coreografie proprie o dei grandi Gardel
o Viganò, in un continuo peregrinare tra le città di Stoccolma, Parigi, Pisa,
Napoli, Milano, Vienna e Copenaghen, solo per citare le principali.
Nel 1827, grazie anche alla stima del Direttore de l’Opéra Émile
Lubbert, Maria Taglioni debuttò all’Opéra con il fratello Paul. Il terzo e quarto spettacolo all’Opéra di Maria Taglioni furono riservati alle due principali
opere di Gaspare Spontini: La Vestale e Fernand Cortez. Infatti, il debutto ne
La Vestale di Gaspare Spontini avvenne il 3 Agosto 1827, dove la ballerina
stupì per la bellezza delle danze condotte insieme al ballerino Pillain e al fra121
MARCO PALMOLELLA
tello Paul; lo spettacolo successivo fu il Fernand Cortez dove si esibì insieme al fratello Paul nei magnifici e pittoreschi balli messicani.
Maria Taglioni, nelle sue permanenti trasferte tra l’Inghilterra, la Francia,
la Germania e San Pietroburgo interpretò altre volte i balli di queste due
opere, anche se poi non si rappresentava per intero l’opera.
Probabilmente seguirono altre tournées d’addio alle scene in altri teatri,
l’ultima rappresentazione data a Parigi, all’Académie Royale de Musique,
della ballerina Maria (Marianne Sophie) Taglioni, si tenne Sabato 29 Giugno
1844. Il programma stampato dall’Académie Royale de Musique, «pour la
dernière représentation de Mlle Taglioni, à Paris» prevedeva: «le 2e acte de
Fernand-Cortez de Spontini, le 2e acte de La Sylphide ballet-pantomime de
M. Taglioni où Mlle Taglioni remplira le principal rôle et dansera un nouveau
pas de deux avec M. Petipa, deux autres danses avec Petipa et le 2e acte de
La Jolie Fille de Gand d’Adolphe Adam dans lequel Mlle Taglioni dansera le
pas de la chasse».
Il Centenario: una riscoperta vigorosa della Musica di Spontini
Il Centenario della nascita di Gaspare Spontini, celebrato principalmente negli anni 1874 e 75, rappresentò un’occasione straordinaria per l’efficace
diffusione della Musica del Majolatese nell’Italia risorgimentale e in tutta
Europa. Le iniziative e le manifestazioni promosse a Majolati, in Italia e nel
mondo sono state insuperate, straordinarie ed è quasi impossibile ricordarle
tutte. Partiremo da Majolati, dove due Comitati appositamente costituiti per
il Centenario, innescarono l’interesse per la riscoperta e la nuova diffusione
della musica di Spontini.
“Le feste centenarie in onore di Gaspare Spontini furono celebrate nei
primi di Settembre 1875 in Majolati. [...] A migliaia e migliaia si contavano
le persone accorse dai vicini paesi e dai circostanti contadi; oltre a che rappresentanze di Comuni, Istituti ecc. e la presenza dello stesso senatore De
Luca, Prefetto della Provincia di Ancona, contribuirono a rendere più solenne la festa.
Fu dapprima inaugurata una lapide commemorativa dettata dall’illustre
prof. Ferrucci, nella facciata dell’Ospizio pei cronici. La facciata dell’edificio
era addobbata e foggiata a gradinate; e là in presenza del Prefetto, delle altre
autorità e d’innumerevole folla di gente, fu intonato un Inno popolare, posto
in musica dal Maestro Giulio Stacchini di Jesi che venne giudicato grandioso per la maestà della frase e per il bell’effetto dei due cori concertati”.
La giornata ebbe uno svolgimento grandioso con molte altre manifestazioni, discorsi, commemorazioni, visite delle autorità e “La festa si chiuse
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
con luminarie e fuochi artificiali. Bello era il vedere la pubblica passeggiata
di Majolati, denominata Colle Celeste, rischiarata fantasticamente da mille
fuochi e rallegrata da musicali concerti che intuonavano la gran marcia de La
Vestale”.
Come per magia, dopo anni di silenzio, si riaccese la lampada del sacro
fuoco spontiniano.
Oltre a queste sentite iniziative locali, il merito del primato è da ascrivere al Musicista Amintore Galli e alla Casa Edoardo Sonzogno Editore di
Milano. Infatti, nel Giugno 1874, in occasione del Centenario della nascita di
Spontini, la nota Casa Editrice Sonzogno pubblicò La Vestale, riduzione per
pianoforte. Ispiratore dell’iniziativa e autore della premessa fu il noto musicista Amintore Galli, l’autore dell’Inno dei Lavoratori e Direttore artistico
dello Stabilimento Musicale Sonzogno.
Ancora, su iniziativa di Amintore Galli, sempre di Gaspare Spontini, fu
pubblicato lo spartito de La Vestale, Preghiera “Diva agli Afflitti”, edito sempre dalla Casa Editrice Sonzogno, Milano, per la Collana La Musica
Popolare.
A testimoniare questo nuovo interesse su Spontini, sempre grazie ad
Amintore Galli, la Rivista La Musica Popolare della Casa Edoardo
Sonzogno, il 12 Aprile 1883, presentò un’interessante biografia su Gaspare
Spontini scritta dallo stesso Amintore Galli.
Nel libretto Cori celebri per voci d’uomini erano presenti sedici brani di
vari autori, tra questi, a pagina 42, di Gaspare Spontini il coro “Gli estremi
nostri accenti” tratto dal Fernando Cortez.
Ed anche questa edizione contribuì a far circolare la musica e le arie del
Fernando Cortez.
La Casa Ricordi non fu da meno e presentò, sia La Vestale, sia il
Fernando Cortez, oltre a delle selezioni di arie d’opera e di inni come Saluto
all’Imperatore di Germania tratto dall’inno Prussiano Borussia.
La revisione della partitura del Fernando Cortez di Angelo Zanardini fu
diffusa anche attraverso un’edizione popolare con una riduzione per canto e
pianoforte. L’opera completa del Fernando Cortez, grazie a questo lavoro, fu
conosciuta, ma poco rappresentata.
In una nota biografica che accompagnava l’edizione, inserita in premessa, a proposito del Fernando Cortez era scritto: “La melodia, l’espressione,
l’effetto drammatico si sposano in questo lavoro con bella e nobile armonia.
Per quante evoluzioni possa fare il gusto del pubblico, il Fernando Cortez
contiene pagine stupende, di cui sarà impossibile disconoscere la potente
invenzione e il fascino irresistibile di una dolcezza d’affetti, che non vien mai
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MARCO PALMOLELLA
sopraffatta dall’altezza della frase drammatica. Il duetto tra Amazily e
Telasco, l’inno a tre voci, la gran scena della rivolta e l’ammirabile duetto
finale vanno annoverati tra i brani musicali più ispirati di tutti i tempi e di
tutte le scuole”.
Ma la vera riscoperta della musica di Gaspare Spontini stava per rivelarsi a Roma con la Società Musicale Romana che, in una gara originale di
manifestazioni celebrative per il Centenario della nascita di Gaspare
Spontini, decise di eseguire La Vestale.
L’opera era molto nota, si sapeva che era stata il capolavoro del
Musicista marchigiano, ma a Roma non era mai stata eseguita.
Già nel Giugno 1874 iniziarono le prove de La Vestale di Gaspare
Spontini sotto la Direzione di Domenico Mustafà.
Uno storico majolatese, nel 1884, così ricordava l’avvio di questa riscoperta spontiniana: “Il nome di Gaspare Spontini per circa mezzo secolo
ingiustamente al pari di tanti altri quasi obliato, accennò a ridividere fra noi,
ed alla Società Musicale Romana è dovuto di aver richiamato l’attenzione del
pubblico sulle opere immortali di questo sommo Maestro, quando ebbe la
felice idea di risuscitare e far gustare ai Romani le note mirabili de La
Vestale. Quella Società si procurò di tal guisa verso l’Arte un titolo di benemerenza. [...] Le feste Centenarie di Gaspare Spontini ebbero luogo in
Majolati nella seconda metà del mese di Agosto, l’anno 1875, riuscite non
indegne di Lui, sebbene i Municipi delle Marche non avessero corrisposto
come si aveva speranza. È doloroso il ricordarlo, ma quell’appello rimase
pressoché inascoltato. La Società Musicale Romana volle dapprima rendere
omaggio alla memoria di Spontini con richiamare in vita La Vestale e fece
veramente opera meritoria e degna de’ maggiori encomi. Rese poi anche un
più segnalato servigio all’arte col riprodurre l’altro meraviglioso spartito: il
Fernando Cortez. [...] I giornali più autorevoli di Roma pubblicarono relazioni particolareggiate assai pregevoli intorno a quest’opera eseguita nella Sala
Dante”.
Nel 1874, nel Centenario della nascita di Gaspare Spontini, Domenico
Mustafà assunse la direzione artistica della Società Musicale Romana, incarico che mantenne effettivamente per oltre una decina d’anni.
Domenico Mustafà, subito dopo la nomina a Direttore della Società,
pensò ad allestire la prima recita romana de La Vestale di Gaspare Spontini
che debuttò alla Sala Dante il 10 Maggio 1875 e due anni dopo presentò il
Fernando Cortez, anche questa opera era al debutto a Roma, ottenendo un
successo straordinario in entrambe le occasioni.
La Società Musicale Romana, composta da circa centosettanta Soci, gra124
LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
zie alla competenza di Domenico Mustafà, ripropose con autorevolezza la
musica di Gaspare Spontini.
Dopo circa un anno di prove, la Società Musicale Romana era in grado
di presentare La Vestale di Gaspare Spontini e di celebrare, così, il
Centenario della nascita del Majolatese, un’idea suggerita dal Marchese
Francesco d’Arcais e condivisa dallo stesso Domenico Mustafà.
La Vestale di Spontini non era mai stata rappresentata a Roma, ma in
poco tempo si rimediò a questa grave lacuna. Il 10 Maggio 1875, il Maestro
Domenico Mustafà, Direttore e Presidente della Musica della Società
Musicale Romana, ottenne uno strabiliante successo presentando, nella versione italiana di Giovanni Schmidt, l’opera nella Sala Dante posta nei pressi
della Fontana di Trevi, in forma oratoria.
Oltre al Maestro Domenico Mustafà, i Maestri concertatori furono:
Augusto Moriconi, Leopoldo Bellotti, Antonio Forani, Filippo Mattoni. Le
prime parti, tutte rigorosamente Soci, furono:
Emilia Faberi, Giulia; Cesira Cicognani, Gran Vestale; Giovanni Gattoni,
Licinio; Ercole Capelloni, Cinna; Gioacchino Pediconi, Sommo Sacerdote;
Pietro Paris, Console ed Aruspice.
Oltre alla Roma dei nobili, assistettero allo spettacolo i principali
Musicisti presenti nell’Urbe: Marchetti, Mancinelli, Sgambati, Libani,
Lucidi, Terziani, De Sanctis, Tosti, Mililotti e molti altri.
Il successo fu clamoroso, anche per la novità assoluta e per l’argomento
trattato. La stampa riportava ampi commenti della brillante esecuzione: “Il
Maestro Mustafà fu fatto segno a straordinarie ovazioni ed ottenne un vero
trionfo: il suo merito artistico e l’impareggiabile impegno con cui ha concertato e diretto quest’opera, sono stati meritatamente coronati dal più splendido successo”.
A Majolati giunse l’eco del successo de La Vestale di Domenico
Mustafà, visto anche il forte legame con la città, dove tra l’altro viveva l’erede di una importante famiglia majolatese, il cantante lirico Giambattista
Vaselli, morto a soli 36 anni, figlio di Giuseppe e coniugato con un’altra cantante lirica, l’austriaca Maria Von Ernest.
Il Comitato delle onoranze spontiniane, guidato dal Sindaco di Majolati
Cav. Domenico Antognetti, espresse grandissima soddisfazione per la recita
de La Vestale che fu la prima esecuzione di un’opera di Spontini per il
Centenario; successivamente da ogni parte del mondo, quasi ad imitazione,
giungevano notizie sulle celebrazioni, in varie forme, del Centenario spontiniano. Alcuni rappresentanti del Comitato majolatese si incontrarono a Roma
con il Direttore Domenico Mustafà e con il Presidente della Società Musicale
125
MARCO PALMOLELLA
Romana Principe Don Emilio Altieri, espressero gratitudine per la prima esecuzione de La Vestale a Roma e, in un consapevole percorso storiografico,
proposero ai due autorevoli personaggi di mettere in scena il Fernando
Cortez; inoltre chiesero di portare La Vestale al teatro di Jesi dove non era
mai stata eseguita, tranne quella di Mercadante.
La questione fu posta al Consiglio dei Soci della Società Musicale
Romana, ma si dovettero frenare gli entusiasmi perché lo Statuto della
Società impediva di portare gli spettacoli fuori Roma.
Effettivamente, nel Settembre del 1875, La Vestale di Spontini fu eseguita per la prima volta a Jesi dall’Impresa Costantino Boccacci, appaltatore teatrale e la direzione fu affidata al Maestro Direttore generale dello spettacolo
Luigi Mancinelli che aveva seguito con attenzione le prove e lo spettacolo de
La Vestale del Maestro Mustafà.
A Jesi il Maestro Mancinelli fu accolto con tutti gli onori insieme agli
interpreti: Licinio - Sig. De Cappellio Tasca; Giulia - Luisa Wanda Miller;
Cinna - Sig. Senatore Sparapani; Il Sommo Sacerdote - Sig. Ladislao Miller;
la Gran Vestale - Sig. Eufemia Barlani Dini; Un Console - Sig. Albino
Verdini; Un Auruspice - Sig. Raffaele Tommasini.
“Allorché si volle festeggiare ancora in Jesi il Centenario anniversario
della nascita del grande maestro si pensò di mettere in scena La Vestale e
dopo tante incertezze e trepidazioni ebbe luogo la prima rappresentazione la
sera del 22 Settembre 1875. Il successo fu di gran lunga superiore ad ogni
aspettativa; né mai fu più completo trionfo, perché se La Vestale aveva vinto
la prova in concorrenza di celebri maestri del suo tempo [...] Eran venuti da
Roma e da lontane parti uomini intelligentissimi e dilettanti e maestri e gli
applausi furono sì universali e spontanei che nulla meglio poteva rilevare il
popolare entusiasmo. L’entusiasmo prodotto dal complesso dello spartito fu
indescrivibile, straordinario. Il merito principale d’avere disseppellito questo
tesoro dell’arte, miniera inesauribile d’infinite bellezze, ove tutti senza
distinzione, di soppiatto o all’aperto hanno portato la mano rapace, appartiene al Maestro di Musica Mustafà, romano. Egli, con una operosità senza pari
con seri studi condusse a termine la concertatura d’uno spartito destinato a
rivendicare la memoria d’un grande autore e ad innalzare un monumento di
gloria alla sua fama di grande artista. Questa città spese non poco di cure e di
denaro perché lo spartito spontiniano fosse eseguito per intero [...]
L’esecuzione fu ottima a merito principalmente del chiarissimo Maestro
Direttore Luigi Mancinelli, ingegno che allora sorgeva, interprete degno d’un
genio che risorgeva. In questa bella occasione fu offerta al medesimo
Maestro Mancinelli una bacchetta d’argento gemmata, quale attestato di
126
LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
stima e di affetto. Il corpo corale numerosissimo e ben fornito e l’orchestra
composta com’era di distinti professori nulla lasciarono a desiderare. La
signora Wanda Miller nella scena di Giulia nel secondo atto e così in tutto il
resto superò ogni aspettativa: cantò con anima, con gusto ed affetto. Non
mancarono lodi sincere alla Signora Barlani Dini, tanto per la maniera del
canto, quanto per la bella azione drammatica [...] Chiunque si trovò presente
a quella rappresentazione si farà ragione dell’entusiasmo suscitato nell’auditorio affascinato, e comprenderà com’anche nella Sala Dante in Roma, benché senza alcun apparato scenico gli applausi cominciarono alla sinfonia ed
accompagnarono l’opera sino alla fine”.
Come se non bastasse, a dimostrazione che se proposte le musiche di
Spontini erano e sono apprezzate e richieste, subito dopo al Teatro Apollo di
Roma fu messa in scena La Vestale, un’altra edizione, che fu replicata fino
alla quaresima del 1876.
Anche di questo terzo allestimento de La Vestale in un solo anno abbiamo il nome degli artisti e collaboratori: Licinio, Gen. Romano: Sig. Gaetano
Verati; Giulia, Giovane Vestale: Luisa Wanda Miller; Cinna, capo di Legione:
Augusto Brogli; Il Sommo Sacerdote: Giovanni Mirabella; La Gran Vestale:
Giuditta Celega; Un Console: Achille Cardos; Un aruspice: Nazzareno
Camporesi; la scena prima è stata dipinta dal Sig. Prof. Becchetti; La seconda dal Sig. Bazzani Alessandro; La terza e quarta dal Sig. Ceccato.
Maestro, direttore della Musica: Sig. Luigi Mancinelli e Maestro
Direttore dei cori: Sig. Vincenzo Molatoli; Dopo tre esecuzioni de La Vestale
in un anno, il Comitato Majolatese delle onoranze spontiniane, sostenuto dal
critico musicale Marchese Francesco d’Arcais, chiese ancora al Maestro
Domenico Mustafà e alla Dirigenza della Società Musicale Romana di mettere in scena il Fernando Cortez.
Grazie all’Edizione Ricordi, che con Angelo Zanardini aveva presentato
una seconda versione ritmica dal francese, il Maestro Domenico Mustafà si
rimise a lavorare per eseguire la seconda importante opera di Gaspare
Spontini, l’opera commissionata da Napoleone, il Fernando Cortez.
Il 4 Maggio 1877, il Maestro Domenico Mustafà dirigeva il Fernando
Cortez al Palazzo Doria Pamphilj in Piazza Navona, la nuova sede della
Società. Lo spettacolo fu dato in forma oratoria.
Il successo fu straordinario e tutta la Roma che contava chiese di assistere alla recita tanto che il Maestro Domenico Mustafà, visto il brillante risultato, dovette replicare lo spettacolo altre tre volte, il 7,11 e 14 Maggio 1877.
Presero parte all’esecuzione dell’opera solo i Soci della Società Musicale
Romana guidati dal Maestro Direttore Domenico Mustafà che si avvaleva dei
127
MARCO PALMOLELLA
Maestri Concertatori: Adele Cacchiatelli, Augusto Moriconi e il Marchese
Don Filippo Theodoli.
Gli interpreti - soci furono: Carlo Viviani, Fernando Cortez; Irene
Manari, Amazily; Luigi Manari, Alvaro, fratello di Fernando Cortez; Enrico
Tosti, Telasco, principe messicano; Carlo Tirelli, il Gran Sacerdote; Pio
Maceroni, Montezuma, re del Messico; Pietro Paris, Moralez, amico e confidente di Fernando Cortez; Avv. Cav. Camillo Barluzzi, Avv. Cav. Vincenzo
Salvati, Due prigionieri spagnoli.
Il Marchese Francesco d’Arcais, dopo l’esecuzione del Fernando Cortez,
scrisse: “Dopo aver udito La Vestale e più ancora il Fernando Cortez si è
costretti a domandare quali siano stati i progressi dell’arte dal 1809 a questa
parte. Chi più dello Spontini ha seguito fedelmente il dramma? Chi ha usato
maggiore libertà nella condotta dei pezzi? Chi ha meglio scolpito i caratteri
dei vari personaggi? Chi ha saputo adoperare l’orchestra con maggiore varietà e robustezza d’effetti? Le opere di Spontini sono un campo in cui tutti i più
illustri compositori, incominciando da Rossini, hanno mietuto”.
Il Fernando Cortez, dato per la prima volta a Roma, piacque, sia al pubblico, sia agli stessi Soci - Interpreti che regalarono a Domenico Mustafà un
souvenir in argento e cristallo con la dedica a ricordo della magnifica esecuzione del Fernando Cortez.
A Majolati si lessero molte pagine sull’evento: “I diari di Roma furono
concordi nell’asserire che la scena della rivolta è una delle più mirabili pagine di questo capolavoro. Al coro ‘Miei prodi è innanzi a voi / l’alma città dei
Re!’ il pubblico della Sala Doria Pamphyli non potè più frenarsi e interrompendolo proruppe in applausi fragorosi, domandandone la replica. Nel terzo
atto i critici ammirarono le due marce, messicana e spagnola, e ad esse dedicano parole di grandissima lode. Chiamano assolutamente sublimi l’aria di
Telasco, un terzetto, e soprattutto il duetto di Amazily con Cortez, non che
l’impareggiabile canto della vittoria ed il finale dell’opera”.
Nel 1882, il Presidente della Società Musicale Romana Domenico
Mustafà, gravato dai molti impegni, si dimetteva, per ragioni di salute, dall’incarico, ritirandosi a Montefalco.
La Società Musicale Romana il 12 Giugno 1883 nominò ancora, come
Presidente della Musica, nuovamente Domenico Mustafà, ma questi ribadì
ancora le dimissioni, pur rimanendo in qualche modo compartecipe dei progetti della Società tanto che nel 1885 accetterà il titolo onorifico di Presidente
onorario della Musica della Musica della Società Musicale Romana.
Però il progetto di Domenico Mustafà su Spontini non si era ancora concluso, il Cantore – Direttore aveva in mente di presentare adeguatamente la
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
Musica di Spontini a Roma, mancavano ancora due opere significative, mai
presentate in Italia: Olimpia ed l’Agnes von Hohenstaufen.
Il 12 Dicembre 1885, dopo alcune intense prove il nuovo Maestro
Direttore Cav. Edoardo Mascheroni mise in scena, coraggiosamente,
l’Olimpia.
Appena tre anni dopo, in un’altra parte del mondo, si eseguiva per la
prima volta la musica di Gaspare Spontini.
La ventinovesima serata in abbonamento al Metropolitan Opera House di
New York, Venerdì 6 Gennaio 1888, presentava “il Grand Opera di Gaspare
Spontini: Ferdinand Cortez”.
Probabilmente l’artefice, sicuramente uno dei promotori di questa prima
esperienza spontiniana in America, fu il Maestro Anton Seidl che nel 1885
era stato nominato Direttore del German Opera Company in New York.
Il debutto americano per il Ferdinand Cortez fu la sera del 6 Gennaio
1888, venerdì, ecco gli interpreti: Herr Nieman, Ferdinand Cortez; Herr
Alvary, Alvarez, fratello di Cortez; Herr Von Milde, Moralez, amico e confidente di Cortez; Herr Elmblad, Montezuma re del Messico; Herr Robinson,
Telasko, cacico degli Ottomisi e nipote di Montezuma; Fräulein Meislinger,
Amazily, sorella di Telasko; Herr Fischer, Gran Sacerdote dei Messicani;
Herr Kemlitz e Herr Sanger, due prigionieri spagnoli; Ufficiali spagnoli,
Soldati spagnoli; seguito di Amazily; Sacerdoti messicani; soldati e popolo.
L’opera fu allestita nel rispetto delle originarie indicazioni spontiniane al
teatro reale di Berlino, tutto il corpo di ballo del Metropolitan fu impiegato.
Le coreografie dei balletti del secondo atto, quelle più importanti, che
prevedono sia la danza messicana, sia quella guerresca spagnola, furono disegnate del Maestro Herr G. Ambrogio. Le prime parti del ballo furono eseguite dalle Mlles: De Gillert, Louie e Ambrogio, insieme all’intero corpo di
ballo maschile e femminile.
La Vestale e il Fernand Cortez nel XX secolo
Nel secolo dei due conflitti mondiali si ebbe modo di ascoltare, nei più
importanti teatri del mondo, la bella musica de La Vestale e del Fernand
Cortez, con le interpretazioni di straordinari artisti e di valenti direttori.
Nei primi anni del secolo, in Francia, la figura artistica di Spontini doveva essere ancora significativa perché anche a Majolati giunsero gli echi di
uno straordinario avvenimento musicale: l’esecuzione de La Vestale alla
Ville de Beziers.
L’opera fu rappresentata con un allestimento grandioso al Théatre des
Arènes di Beziers il 26 e 28 agosto 1906. La direzione fu del Maestro
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MARCO PALMOLELLA
Castelbon De Beauxhostes con la partecipazione di numerosi artisti scritturati all’Opéra di Parigi, a La Monnaie di Bruxelles e alla Scala di Milano; ricordiamo Duc nel ruolo di Licinio e Harriet Strasy nel ruolo di Giulia.
A trentatré anni dalla recita al Teatro Castelli di Milano, La Vestale era
presentata nuovamente a Milano, al Teatro alla Scala, nel 1908.
Il primo spettacolo, veramente straordinario, si tenne nella serata del 19
dicembre 1908. Complessivamente furono ben sedici repliche. Tra i cantanti
ricordiamo De Angelis, Gran Sacerdote; De Marchi, Licinio; Mazzoleni,
Giulia; Micucci-Anelli, Gran Vestale; Stracciari, Cinna. Il Direttore fu lo
straordinario Edoardo Vitale.
Ancora una volta la Francia e la cara città di Parigi dovevano offrire una
grande soddisfazione alla storiografia spontiniana.
Infatti, lo spettacolo de La Vestale alla Scala fu poi portato all’Opéra di
Parigi a beneficio dei terremotati della Calabria e della Sicilia, si trattava
della prima tournée operistica della Scala all’estero e la storia della lirica
dovrà sempre ricordare che questo avvenne con La Vestale di Gaspare
Spontini. La recita si tenne proprio il 24 gennaio 1909, giorno anniversario
della morte di Gaspare Spontini. Da notare la sensibilità del Maestro Edoardo
Vitale e di Carlo Vanbianchi, che si adoperarono affinché lo spettacolo fosse
organizzato per il giorno 24 Gennaio, anniversario della morte di Gaspare
Spontini. Per ricordare questo evento fu coniata la medaglia commemorativa
che ripagava i partecipanti alla trasferta e lasciava una straordinaria testimonianza dell’evento.
Anche a Parigi si registrò un enorme successo, l’opera piacque e molti
Teatri chiesero di presentare il capolavoro spontiniano.
Infatti, La Vestale andò in scena Sabato 28 maggio 1910 al Teatro Colon
di Buenos Aires con il Maestro Edoardo Vitale ed Ester Mazzoleni.
Nello stesso anno anche il Teatro Regio di Torino scelse per l’apertura
della stagione La Vestale, la prima recita si tenne il 22 dicembre 1910.
Il 26 Dicembre 1916 il Teatro alla Scala di Milano presentò il Fernando
Cortez di Gaspare Spontini. Nonostante la guerra, il Duca Uberto Visconti di
Modrone volle organizzare un grande spettacolo.
Del Fernando Cortez furono date ben cinque recite dirette dal Maestro
Ettore (Héctor) Panizza.
Fu utilizzata la nuova edizione ritmica, in lingua italiana, di Angelo
Zanardini, pubblicata in un’edizione, anche per canto e pianoforte, da Giulio
Ricordi. Come indicato, consapevolmente, in locandina fu eseguita la versione del 1817, quella che Spontini considerava migliore, si trattava del secondo e più importante rifacimento del Fernand Cortez; furono mantenute anche
130
LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
le danze e l’opera fu presentata nell’edizione integrale.
Nonostante l’impegno bellico, lo spettacolo fu di rilievo e gli interpreti,
tutti di primissimo piano, riuscirono a ripetere il successo di qualche anno
prima avvenuto, sempre alla Scala, con La Vestale.
Ricordiamo gli interpreti e i personaggi: Icilio Calleja fu Fernando
Cortez; Ester Mazzoleni, Amazily, principessa messicana; Antonio Merli,
Alvaro, fratello di Fernando Cortez; Giuseppe Danise, Telasco, principe
Messicano; Gaudio Mansueto, Gran Sacerdote; Teofilo Dentale, Montezuma,
Re del Messico; Attilio Muzio, Moralez, amico e confidente di Fernando
Cortez.
A dimostrare la cura dell’allestimento del primo Fernando Cortez alla
Scala, furono mantenute anche le danze, nel rispetto del grand opéra francese, queste furono molto curate e presentate in quattro momenti con i seguenti titoli: Presentazione dei doni; Passo di carattere; A solo della Signorina Ines
Dalba; Danza gladiatoria. Il coreografo compositore delle Danze fu Romeo
Francioli. Il Maestro Concertatore e Direttore fu Ettore Panizza che conobbe
la musica di Gaspare Spontini durante la sua formazione scolastica avvenuta
nel Conservatorio di Milano, dove tra gli insegnanti ebbe il Maestro
Amintore Galli.
La cultura e la sensibilità spontiniana del Segretario comunale di
Majolati, Nazareno Guerrieri si manifestarono subito nel far notare alla
Reggenza delle Opere Pie, nella riunione del 9 febbraio del 1924, il successo ottenuto da La Vestale al Teatro Costanzi di Roma nella straordinaria serata inaugurale del 26 dicembre 1923, sotto la direzione dell’illustre Maestro
Edoardo Vitale.
La serata inaugurale della stagione lirica romana fu un grandioso avvenimento artistico e mondano. La Vestale fu presentata per sette recite dirette
dal Maestro Edoardo Vitale, affiancato dal sostituto Direttore Teofilo De
Angelis. Tra gli interpreti: Amedeo Bassi, Licinio; Maria Carena, Giulia;
Carlo Morelli, Cinna; Giannina Arangi Lombardi, la Gran Vestale; Alfredo
De Petris, il Sommo Sacerdote; Direttore di scena e coreografo, Vincenzo
Dell’Agostino; scenografo, Augusto Carelli.
Nel 1924, le solenni celebrazioni in onore di Gaspare Spontini, nel III
Cinquantenario della nascita, continuarono con altre recite de La Vestale che
fu presentata anche in Ancona sempre con il Maestro Edoardo Vitale.
La prima recita, per cercare una coincidenza con l’anniversario della
nascita di Spontini, si tenne sabato 15 novembre, alle ore 21,00.
Gli interpreti furono: Isora Rinolfi, Giulia; Luigi Canalda, Licinio; F.
Campigna Alcaraz, la Gran Sacerdotessa; G. Tancredi Pasero e Lamberto
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MARCO PALMOLELLA
Bergamini completavano la compagnia. La Vestale fu data anche al
Metropolitan Opera House nella stagione 1926- 1927.
Il Comm. Gatti Casazza, Direttore Generale del Metropolitan, oltre ad
inviare a Majolati un discreto numero di dollari per il monumento a Spontini,
organizzò una memorabile recita de La Vestale al Metropolitan di New York.
Sotto la Direzione del Maestro Serafin si esibirono: Ponselle, De Giovanni,
De Luca e Nardones; durante queste recite ci fu il debutto di Ezio Pinza.
Il periodo magico de La Vestale continuava anche nel 1927: l’Arena di
Verona apriva la stagione lirica con la principale opera spontiniana.
L’onore di inaugurare la Grande stagione lirica dell’Arena di Verona,
sotto l’alto Patronato di S.E. l’On. Benito Mussolini, la sera di Martedì 19
Luglio 1927 fu affidata a La Vestale, grandiosa opera ballo di Gaspare
Spontini.
La Direzione dell’opera fu affidata ad Antonio Guarnieri; la Direzione
artistica fu di Giovanni Zenatello, mentre il Direttore del Coro fu Ferruccio
Cusinati. Gli interpreti erano tutti di assoluto valore: Vera Amerighi Rutili,
Giannina Arangi Lombardi, Irene Minghini Cattaneo, Stani Zawaska,
Antonio Borro, Antonio Cortis, Giuseppe Flamini, Giovanni Inghilleri,
Antonio Righetti, Tullio Verona e Gaetano Viviani. L’opera fu data nella sua
interezza, comprese le danze del primo atto e quelle finali. Prima ballerina fu
Sandra Ratti e le coreografie furono di Giuseppe Cecchetti. Ma su tutto merita di essere ricordata l’opera dell’architetto Ettore Fagiuoli che fu il progettista delle Opere scenografiche; infatti, in pieno regime fascista, trovò facile
gioco l’esaltazione della romanità. Le scenografie del foro e di altri luoghi
romani, straordinariamente imponenti, le bande, il coro, il nutritissimo corpo
di ballo e la stessa orchestra, presentarono una La Vestale di proporzioni
ciclopiche. Dell’avvenimento furono stampate delle magnifiche cartoline
celebrative e fu emesso un erinnofilo.
Dopo quasi cento anni dall’ultima rappresentazione, anche il Teatro di
San Carlo di Napoli riproponeva La Vestale. Majolati viveva un momento di
grande euforia. Infatti dopo pochi mesi dal successo dell’opera lirica a
Verona, il grande Direttore Edoardo Vitale, continuava la propria convinta
diffusione della musica spontiniana. Il 26 dicembre 1927, al Teatro di San
Carlo di Napoli, il Maestro Vitale otteneva un nuovo grande successo di critica e di pubblico con La Vestale. Dell’opera furono date ben sei rappresentazioni. Tra gli interpreti: M. Carena, F. Anitua, R. Agozzino, E. Cesa
Bianchi, D. Perrone, N. De Angelis.
Il 1929 dovrà essere ricordato come un altro anno spontiniano. Infatti il
Teatro alla Scala di Milano, confermando un periodo felicissimo per la prin132
LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
cipale opera spontiniana, presentava l’8 dicembre, con grande successo, La
Vestale. Direttore fu Antonio Guarnieri, Direttore della banda in scena,
Marsilio Ceccarelli; Licinio, Tullio Verona; Giulia, Bianca Scacciati; Cinna,
Enrico Molinari; il Sommo Sacerdote, Giacomo Vaghi; La Gran Vestale,
Giannina Arangi Lombardi.
Per rispettare un impegno con la mamma di origine Italiana, Rosa
Ponselle decise di venire in Italia per esibirsi ne La Vestale di Gaspare
Spontini che fu rappresentata a Firenze il 4 Maggio 1933 al Teatro Comunale.
Insieme alla straordinaria Rosa Ponselle, partecipò la grande Ebe
Stignani, C. Galeffi, Tancredi Pasero, tutti sotto la direzione del Maestro
Vittorio Gui. Alessandro Dolci interpretò il ruolo di Licinio.
Anche i duri anni della guerra avevano dato alla memoria spontiniana
delle soddisfazioni.
A Roma l’8 dicembre 1942 La Vestale inaugurava per la seconda volta la
stagione lirica della capitale. La direzione fu affidata ad un Maestro spontiniano, Tullio Serafin; Regista, Alessandro Sanine, Coreografo, Ettore Caorsi.
Tra gli interpreti: Licinio, Giovanni Voier; Giulia, Maria Caniglia; la Gran
Vestale, Ebe Stignani; Cinna, Tito Gobbi; il Sommo Sacerdote, Giulio Neri;
un aruspice, Gino Conti. La seconda recita de La Vestale si tenne alle ore 16
del 13 Dicembre.
L’esecuzione, curata in ogni particolare, riuscì eccellente. Maria Caniglia
rese il personaggio di Giulia con una linea d’arte di straordinaria efficacia e
la romagnola Ebe Stignani consolidava il ruolo di Gran Vestale che le riserverà ancora straordinarie soddisfazioni.
L’anno del Centenario della morte di Gaspare Spontini, dopo le straordinarie manifestazioni majolatesi curate dal Duca Filippo Caffarelli, si concluse con un grande avvenimento musicale: il 15 Dicembre 1951 si inaugurava
la Stagione Lirica al Teatro San Carlo di Napoli con il Fernando Cortez.
Napoli aveva sentito il desiderio e il dovere di onorare lo studente
Gaspare Spontini, che proprio nella città partenopea aveva frequentato uno
dei conservatori musicali.
In realtà la cultura musicale italiana era stata “distratta” dal cinquantenario della morte di Giuseppe Verdi, pertanto nei teatri ci fu una corsa a celebrare l’anno verdiano, una gara che aveva impegnato la maggior parte degli
enti lirici e che, se non fosse stato per Napoli, avrebbe trascurato, solo musicalmente, il Centenario della morte di Gaspare Spontini.
Il San Carlo di Napoli non aveva voluto lasciar trascorrere il Centenario
della morte di Spontini senza mettere in scena una sua opera, anzi fu l’unico
Ente lirico in Italia a celebrare, ad altissimi livelli, l’Anniversario. Il
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MARCO PALMOLELLA
Fernando Cortez fu presentato a Napoli il 15 Dicembre 1951, sottolineando
come Gaspare Spontini fosse stato il drammaturgo ufficiale dell’Impero francese. I protagonisti della rappresentazione napoletana furono di primissimo
Centenario della morte di Gaspare Spotini.
Napoli, Teatro San Carlo, 15 Dicembre
1951, inugurazione Stagione Lirica.
Fernando Cortez di Gaspare Spontini.
Renata Tebaldi impersonò l’indigena
Amazily; Italo Tajo fu Montezuma re del
Messico. La Direzione fu affidata all’esperta bacchetta del Maestro Gabriele Santini.
Ricordiamo anche la regia di Enrico
Frigerio e le interpretazioni straordinarie del
tenore Gino Penno, nel ruolo di Fernando
Cortez; di Aldo Protti, baritono, in quello
difficile dell’indomito Telasco.
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
piano ed anche il Teatro, nonostante la recente conclusione del secondo conflitto mondiale, impiegò moltissime risorse che si manifestarono anche nelle
suntuose scene.
Il Direttore fu Gabriele Santini, uno dei più importanti Maestri del tempo
e il Regista fu Enrico Frigerio
Il gruppo dei cantanti era sostenuto da un’autentica diva, la voce d’angelo Renata Tebaldi, che, nella rivalità con Maria Callas, aveva eletto il San
Carlo come palcoscenico preferito da cui riceva sostegno e incitamento, mentre, il Teatro alla Scala sembrava apprezzare maggiormente Maria Callas.
Renata Tebaldi fu una passionale Amazily, credibile e drammatica.
Il tenore Gino Penno, interpretò il ruolo di Fernando Cortez; antagonista
di Gino Penno fu Aldo Protti, baritono, efficace Telasco; mentre Italo Tajo,
basso, fu capace interprete di Montezuma, non solo come cantante, ma vero
attore nelle vesti pittoresche del re del Messico.
Lo spettacolo piacque veramente, ed ancora oggi, ascoltando la registrazione, si apprezza la buona musica di Spontini e l’ottima esecuzione.
I cori preparati e diretti da Michele Lauro ebbero tantissimi elogi, ma non
poteva essere diversamente, se avessero fallito tutta l’opera ne avrebbe ricevuto un grave danno; infatti nel Cortez molte pagine importanti sono quelle
corali; il dramma espresso attraverso il sentimento delle masse e i cori dei
Messicani e degli Spagnoli hanno un impiego grandissimo.
Del Fernando Cortez napoletano furono date tre rappresentazioni; in ogni
serata, non solo in quella inaugurale, il teatro apparve accogliente, splendido,
inondato di luci e di addobbi.
La Radio nazionale, sulla Rete Rossa, alle ore 21,00, in diretta, trasmise,
dal Teatro San Carlo di Napoli, l’inaugurazione della Stagione lirica con il
Fernando Cortez, per la prima volta tutta l’Italia e molti melomani in ascolto
dall’estero udirono quest’opera, così attesa, così poco conosciuta.
La grandezza della musica di Gaspare Spontini, la sua solennità ed eleganza sono dimostrate dalla scelta di utilizzare queste opere del Majolatese
per l’inaugurazione delle più importanti stagioni liriche.
Così fece il Teatro alla Scala nella Stagione Lirica 1954-55 inaugurando
la propria stagione con La Vestale.
A Milano fu un grande spettacolo consacrato ancora oggi da una ricchissima discografia e da una iconografia che hanno accompagnato libri e pubblicazioni. La regia fu straordinaria, fu la prima regia lirica di Luchino
Visconti che con la magia di grandissime stelle come Maria Callas, che in
questa opera si consacrò la più importante cantante del mondo, la perfezione
di Franco Corelli e l’esperienza di Ebe Stignani rilanciarono La Vestale nel
135
MARCO PALMOLELLA
firmamento delle grandi opere.
Mia madre, Ivonne Tampieri, mi ha sempre raccontato, come una bella
fiaba, il fascino che emanava Maria Callas nel suo semplice abito da Vestale,
più vicina ad una statua e ad una divinità che ad una cantante in carne ed ossa,
così come la bellezza da attore di Franco Corelli. La locandina de La Vestale
contiene altri nomi di assoluto valore, ecco il dettaglio: Martedì 7 Dicembre
1954. Personaggi ed interpreti: Licinio, generale romano, Franco Corelli;
Giulia, giovane vestale, Maria Meneghini Callas; Cinna, capo di legione,
Enzo Mascherini (Enzo Sordello); Il Sommo Sacerdote, Nicola Rossi
Lemeni; La Gran Vestale, Ebe Stignani; Un Console, Vittorio Tatozzi;
Aruspice, Nicola Zaccaria; Maestro concertatore e Direttore, Antonino Votto;
Regia di Luchino Visconti; Maestro del coro Norberto Mola; Bozzetti e figurini di Pietro Zuffi.
Saltando nel firmamento da una stella ad un’altra, ecco che arriviamo a
Leyla Gencer, recentemente scomparsa.
Il 4 dicembre 1969, La Vestale di Gaspare Spontini apriva, con rinnovato successo, la Stagione Lirica al Teatro Massimo di Palermo.
La direzione fu affidata al Maestro Fernando Previtali, la regia a Mauro
Milano, Teatro alla Scala, Stagione Lirica 1954-55, serata inaugurale. Maria Callas nel ruolo
di Giulia, Franco Corelli nel ruolo di Licinio; regia di Luchino Visconti.
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LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
Bolognini, le scene furono di Pier Luigi Samaritani e i costumi di Marcel
Escoffier. Tra gli artisti: Giulia, Leyla Gencer; Cinna, Renato Bruson;
Licinio, Robleto Merolla; il Sommo Sacerdote, Agostino Ferrin; la Gran
Vestale, Franca Mattiucci; Console, Enrico Campi e l’Aruspice, Sergio Sisti.
Di questa recita, magnifica anche nell’allestimento, meritano una segnalazione particolare la grande Leyla Gencer, che poi replicherà a Roma lo stesso ruolo, e il raffinato Maestro Fernando Previtali.
Il 1974 fu un anno molto importante per Majolati; infatti, cadeva il CC
Anniversario della nascita di Gaspare Spontini e sia nel paese, sia nel resto
d’Italia, si svolsero interessanti e numerose manifestazioni, organizzate dal
locale Comitato, ma molte altre, le più importanti, presero corpo indipendentemente dall’azione majolatese, come doveroso omaggio e tributo al
Musicista.
Il secondo Centenario della nascita di Gaspare Spontini fu celebrato da
molti teatri italiani e da associazioni musicali; tra questi ricordiamo: la Rai
per le numerose iniziative; il Teatro La Fenice di Venezia proprio con il
Fernando Cortez; il Maggio Musicale Fiorentino con l’Agnese von
Hohenstaufen, diretta da Riccardo Muti; il Teatro Pergolesi di Jesi che contribuiva alle celebrazioni in onore del secondo centenario della nascita di
Spontini inaugurando la propria stagione lirica con La Vestale. Con lo stesso
allestimento del Pergolesi, giovedì 10 Ottobre 1974, alle ore 21,00, La
Vestale fu eseguita per la prima volta nel paese natale di Gaspare Spontini, a
Majolati.
Il Direttore fu Gianfranco Rivoli; regia di Beppe De Tomasi; Maestro del
Coro, Tullio Giacconi. Tra gli interpreti: Maria Luisa Cioni, Giulia; Angelo
Mori, Licinio; Bruna Baglioni, Gran Vestale; Franco Franchi, Cinna;
Giovanni Gusmeroli, il Gran Sacerdote; Giovanni Amodeo, Console e Elvio
Marinangeli, Aruspice.
Presso l’Auditorium della Rai Radiotelevisione Italiana di Roma, il 22
Gennaio 1974, fu eseguita e registrata La Vestale. Il Direttore fu Jesus Lopez
Cobos; Julia: Gundula Janowitz; La Grande Vestale: Ruza Baldani; Licinius:
Gilbert Py; Cinna: Giampaolo Corradi; Le Grand Pontife: Agostino Ferrin;
Un consul: Giovanni Sciarpelletti; Le Chef des Aruspices: Alfredo Coltella;
i complessi erano tutti della Rai: l’Orchestra Sinfonica di Roma della
Radiotelevisione Italiana e il Coro di Roma della Radiotelevisione Italiana.
Pochi giorni prima della messa in scena del Fernando Cortez al Teatro la
Fenice di Venezia, la Rai presentava, in forma oratoriale un’altra edizione del
Fernando Cortez di Gaspare Spontini, presso l’Auditorium della Rai di
Torino. Il Fernando Cortez, presentato il 2 Gennaio 1974 all’Auditorium di
137
MARCO PALMOLELLA
Torino per la Stagione Lirica della Radiotelevisione Italiana, con successive
repliche, fu un evento storico più volte poi riproposto sul circuito radiofonico della Rai. Il Direttore fu Lovro Von Matacic che utilizzò la meno comune
versione italiana nella traduzione di Giovanni Schmidt datata 1820.
Gli interpreti del canto furono: Fernando Cortez, Bruno Prevedi, tenore;
Amazily, Angeles Gulin, soprano; Alvaro, Aldo Bottion, tenore; Telasco,
Antonio Blancas Laplaza, baritono; il Gran Sacerdote, Luigi Roni, basso;
Montezuma, Ivan Stefanov, basso; Moralez, Carlo Del Bosco, basso.
Fu impiegata la gloriosa Orchestra Sinfonica della Rai di Torino diretta
dal Maestro Lovro Von Matatic e il Coro, sempre della Rai di Torino diretto
da Fulvio Angius. L’Opera piacque moltissimo, anche se privata dalle scene,
ma questo non interessava visto che si sarebbe prodotto un disco musicale,
mentre il taglio di alcuni ballabili lasciò un po’ di rammarico.
Applauditissima fu la Sinfonia e il canto dei prigionieri spagnoli. Allo
stesso modo furono apprezzati i cori militareschi, su passo di marcia, così
come le marce del Ballo nazionale messicano e le musiche delle danze.
Il Fernando Cortez di Lovro Von Matacic fu definito un romanzo d’avventura in musica, pur rimarcando la monotonia dei recitativi, la poca sostanza della vicenda, ma dobbiamo sempre ricordarci il committente originario e
lo scopo dell’opera. Inoltre la sola presenza femminile di Amazily sbilanciava l’opera verso le voci maschili.
Ma su tutto apparve superba l’orchestra spontiniana, sbalorditiva, dotata
di quattro corni, per non parlare dell’alto numero degli altri strumenti, comprese le percussioni, animata con grande passione dal Direttore Lovro Von
Matacic; parimenti merita un ricordo Fulvio Angius, Direttore del Coro che
nell’opera svolse un ruolo da protagonista.
Il pubblico al termine dello spettacolo, durato circa tre ore, espresse la
più sentita soddisfazione per aver assistito ad uno spettacolo che aveva
richiamato: templi aztechi, parate militari, danze messicane, l’incendio della
flotta spagnola e, per chi conosceva la storia dell’opera, anche le cariche della
cavalleria del circo Franconi.
Legata alla ricorrenza del secondo Centenario spontiniano, nel giro di un
mese, furono allestite ben due ottime esecuzioni del Fernando Cortez, permettendo di allargare, insieme ad altre iniziative, la conoscenza di altri titoli
di opere spontiniane.
Per celebrare l’Anniversario della nascita di Gaspare Spontini, La Fenice
di Venezia, il teatro più bello del mondo, cercò di differenziarsi dalla tradizionale programmazione mettendo in scena il Fernando Cortez di Gaspare
Spontini, giudicata opera musicale bella e di grande effetto.
138
LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
Al Maestro Francesco Siciliani si deve gratitudine per aver suggerito
l’allestimento del Fernando Cortez alla Fenice, avvenimento musicale d’interesse internazionale, tanto che La Fenice brillò per l’originalità del cartellone. La prima recita si tenne il 31 Gennaio 1974: fu uno spettacolo straordinario, ricco di colori.
Le date delle recite del Fernando Cortez a La Fenice furono: Giovedì 31
Gennaio 1974, prima rappresentazione; gli altri spettacoli si tennero nei giorni: Domenica 3 Febbraio, Mercoledì 6 Febbraio, Sabato 9 Febbraio,
Mercoledì 13 Febbraio e Venerdì 15 Febbraio 1974.
Gli interpreti furono: Giorgio Cesellato Lamberti, Fernando Cortez;
Angeles Gulin, Amazily; Aldo Bottion, Alvaro, fratello di Fernando Cortez;
Antonio Blancas Laplaza, Telasco; Luigi Roni, il Gran Sacerdote; Ivan
Stefanof e Alessandro Maddalena, Montezuma, re del Messico; Carlo Del
Bosco, Moralez. L’Orchestra del Teatro La Fenice era diretta dal Maestro
Concertatore e Direttore Carlo Franci, uno specialista efficiente e capace di
portare a termine lo spettacolo senza imprevisti.
Il Coro del Teatro La Fenice era guidato dall’esperto Corrado Mirandola.
La Regia fu di Attilio Colonnello e Luisillo; la coreografia e il balletto
furono ideati da Luisillo; le scene di Attilio Colonnello.
Il Fernando Cortez a Venezia ottenne un grande successo, pochi si accorsero dei tagli eseguiti prevalentemente nelle danze del secondo atto che evidentemente avevano alleggerito la struttura e il fascino di questo primo
modello di grand opéra napoleonico.
L’unica interprete femminile protagonista fu Angeles Gulin, brava di cui
si ricorda la veemente interpretazione.
Angeles Gulin, Amazily, rese con efficacia i ruoli dell’indigena, della
messicana che accetta la civiltà, il Cristianesimo; è l’amante di Fernando
Cortez, ma è anche la patriota che ama la sua gente e la patria.
Nel 1983, a Majolati, si tenne una straordinaria iniziativa spontiniana;
infatti, continuando il lavoro del Duca Filippo Caffarelli, dal 6 al 9 Ottobre
1983 si tenne il 3° Congresso Internazionale di studi su Gaspare Spontini.
Il Teatro Pergolesi di Jesi, dimostrando vicinanza e vero interesse per la
musica di Gaspare Spontini, aprì la stagione lirica, proprio il 6 Ottobre 1983,
con il Fernando Cortez, rappresentando così per la prima volta a Jesi questa
superba, roboante e travolgente opera spontiniana, così ricca di colori, immagini e di buona musica. Il Direttore fu Carlo Franci, che già aveva diretto la
stessa opera nel 1974 al Teatro La Fenice di Venezia, ma precedentemente e
successivamente aveva anche diretto La Vestale al Teatro dell’Opera di
Roma, nel Maggio 1973, e nei teatri di Parma e Modena, nel Gennaio del
139
MARCO PALMOLELLA
1980. Questa frequentazione così ricorrente dell’opera spontiniana da parte
del Maestro Carlo Franci permise di contenere i tagli, anche se questi furono
ugualmente presenti specialmente nel secondo atto dove scomparvero alcuni
balli e ne furono introdotti altri meno rappresentati.
L’Orchestra Filarmonica Marchigiana, nonostante le difficoltà dell’interpretazione, dimostrò buon affiatamento con il Maestro Carlo Franci.
La regia della rappresentazione jesina fu di Beppe De Tomasi che già nel
1974 si era occupato della regia de La Vestale sia a Jesi, sia a Majolati.
Autentica diva ed affermata cantante per il ruolo di Amazily fu scelta la
grande Adelaide Negri, già conoscitrice de La Vestale che per meglio immedesimarsi nel ruolo visitò anche, almeno due volte, l’Archivio, Biblioteca,
Museo Gaspare Spontini di Majolati.
Carlo Bini interpretò il ruolo di Fernando Cortez, mentre Walter Alberti
fu l’antagonista nel ruolo di Telasco.
Francesco Signor fu il Gran Sacerdote; l’esperto Aldo Bottion, che già
conosceva bene questa parte, interpretò il ruolo di Alvaro, infine Alberto
Carusi fu l’interprete di Montezuma.
All’Associazione Corale Bellini di Ancona guidata dal Maestro Tullio
Giacconi, anche ottimo Direttore del Coro in occasione de La Vestale del
1974, fu affidato il duro compito di rappresentare il popolo messicano e le
masse dei soldati spagnoli: in entrambi i ruoli le parti per il coro furono veramente impegnative. Furono impiegati una sessantina di cantanti, oltre ai
componenti stabili del Coro Bellini, comunque dilettanti, che svolgevano
prevalentemente questa attività per la passione verso il canto lirico, furono
affiancati altri professionisti reclutati un po’ in tutta Italia.
Il Maestro Tullio Giacconi riuscì a ben addestrare il gruppo e questo protagonista interprete collettivo, così importante in questa opera, ottenne notevoli consensi. Lo spettacolo piacque e in tutte le tre serate ottenne una grande partecipazione di pubblico, oltre alla recita del 6 Ottobre, le altre repliche
dell’opera si svolsero nelle serate dell’ 8 e del 12 Ottobre 1983.
Tra queste recite del Fernand Cortez ci fu la grande ripresa de La Vestale
al Teatro alla Scala.
Il 7 dicembre 1993 avveniva di nuovo il miracolo: dopo trentanove anni
La Vestale inaugurava con un esaltante successo la stagione lirica al Teatro
alla Scala. L’avvenimento sarebbe stato ricordato come un grande spettacolo
degno del teatro milanese, documentato da una poderosa rassegna stampa.
Ricordiamo solo i principali interpreti: Licinio, Anthony Michaels
Moore; Cinna, Patrick Raftery; il Sommo Sacerdote, Dimitri Kavrakos; il
Capo degli Aruspici, Aldo Bramante; un Console, Silvestro Sammaritano;
140
LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
Giulia, Karen Huffstodt; la Gran Vestale, Denyce Graves; Direttore, Riccardo
Muti; Regista, Liliana Cavani, Costumi, Gabriella Pescucci.
Eccoci al primo decennio del XXI secolo, il 2007 e il 2009 sono stati gli
anni anniversari della prima recita de La Vestale e del Fernand Cortez.
Intanto in occasione del CL Anniversario della morte di Gaspare
Spontini, a Parigi, fu messo in scena il Fernand Cortez.
La stagione musicale 2001-02 del Musée de l’Armée, sede della più
grande collezione al mondo d’armi, situato all’interno dell’Hotel des
Invalides a Parigi, rese omaggio, con il concorso e l’appoggio della
Fondation Napoléon, all’Anniversario della morte di Gaspare Spontini allestendo l’opera che più di tutte le altre mette ancora oggi in relazione i luoghi
della rappresentazione con Gaspare Spontini e Napoleone.
La recita del Cortez avvenne in forma oratoria Giovedì 22 Novembre
2001 nella chiesa di Saint Louis des Invalides, la chiesa dove sono appese le
bandiere tolte dai Francesi ai nemici e separata solamente da una vetrata dal
Dome des Invalides, il luogo che accoglie il sarcofago di porfido rosso con
le ceneri di Napoleone Bonaparte.
I principali protagonisti della serata, particolarmente apprezzata dal
numeroso pubblico, furono: Daniel Galvez Vallejo, nel ruolo di Fernand
Cortez; Fernand Bernardi, nel ruolo di Montezuma; Rafhaelle Farman,
Amazily; Jean Philippe Martière, Telasco; Jean Philippe Doubrère, Gran
Sacerdote; Martial Defontaine, Alvaro. Oltre ai cantanti solisti parteciparono
all’esecuzione il Choeurs de Saint Eustache e il Choeur d’hommes Bela
Bartok, l’orchestra Filarmonica da Camera Ungherese era diretta da Jean
Paul Penin.
Tralasciando la recita del Cortez in Spagna a cura dello stesso Direttore
Jean Paul Penin, Sabato 25 Marzo 2006, nella città di Erfurt, capitale della
Turingia, fu organizzato uno straordinario evento spontiniano: la ripresa del
Fernando Cortez ancora una volta affidato all’esperienza musicale del
Maestro Jean Paul Penin.
Per Spontini questi territori della Germania furono luoghi magici, Erfurt
non è lontana da Weimar, dove il Musicista incontrò più volte, anche per
ragioni professionali, Johann Wolfgang von Goethe; da Halle, dove diresse
dei festival musicali, ricevette medaglie e la laurea honoris causa; da Dresda,
dove incontrò Richard Wagner e partecipò alla messa in scena de La Vestale.
Erfurt è una bella città, nota anche per la presenza di Martin Lutero.
Infatti, qui il Riformatore si laureò e decise di diventare monaco agostiniano,
poi ritornò successivamente ad Erfurt come predicatore.
Il Fernand Cortez è stato voluto dal Sovrintendente del Teatro di Erfurt
141
MARCO PALMOLELLA
Dott. Guy Montavon, che si avvaleva della collaborazione del Direttore
Artistico per la lirica Dott. Thomas Harndt. Erano state programmate complessivamente otto repliche dell’opera del Majolatese.
L’Orchestra Filarmonica di Erfurt era diretta dal Maestro Jean Paul
Penin, Maestro concertatore che già a Parigi, in occasione del III anniversario della morte di Gaspare Spontini, poi a Madrid e in una registrazione
discografica aveva affrontato con successo l’opera.
Anche il Coro impiegato, molto importante in quest’opera, fu quello del
Teatro di Erfurt.
La Regia di Pierre Médecin, posta al di fuori dei canoni tradizionali, si
era avvalsa dell’uso di tecnologie e luci in forma veramente originale e di
grande effetto, anche se lontano dalla tradizione.
Le scene e i costumi erano stati di Pet Halmen.
Alcune scene che mostravano la notte e il cielo stellato sembravano
richiamarsi al noto architetto, regista e pittore prussiano Karl Friedrich
Schinkel che in una scenografia per il Flauto magico del 1815 aveva introdotto una soluzione simile.
Gli interpreti dello spettacolo furono: Rodrigo Orrego, Fernand Cortez;
Kelly God, Amazily; Juan Carlos Mera Euler, Montezuma; Daniel Galvez
Vallejo, Telasco; Michael Tews, Gran Sacerdote; Maté Solyom Nagy,
Moralez; Erik Fenton, Alvaro.
Il Theater Erfurt era riuscito ad allestire una bella e piacevole edizione
del Cortez, anche se, dobbiamo mettere da parte l’immagine del grand-opéra
e pensare ad un modello tutto tedesco di gestione.
Lo spettacolo, che poteva contare sulle macchine e sulle soluzioni tecnologiche del modernissimo palcoscenico del teatro, presentava una regia originale, allusiva, che aveva permesso di contenere i costi, ma affievoliva il
fascino che si sarebbe provata assistendo ad uno spettacolo con un’ambientazione più tradizionale. Le scene estremamente razionali ed allegoriche,
erano ad effetto e risultarono piacevoli, specialmente per chi non aveva in
mente dei modelli del teatro lirico di tradizione.
Le forti luci, fondamentali per le scene; i costumi sfolgoranti come l’oro
dei Messicani; la ricerca estrema del simbolismo avevano caratterizzato le
scene dove una struttura piramidale, prevalente, rappresentava il tempio.
Il Direttore Jean Paul Penin è da considerarsi un conoscitore esperto del
Cortez; infatti, nel 1998, produsse un disco del Fernand Cortez a Bratislava,
con l’Orchestra e Coro della Filarmonica Nazionale Slovacca.
Successivamente, mise in scena ancora l’opera Fernand Cortez, nel 2001,
in occasione del terzo cinquantenario della morte di Spontini, con il
142
LA VESTALE E IL FERNAND CORTEZ HANNO CELEBRATO IL LORO CC ANNIVERSARIO DAL DEBUTTO
“Département de l’action culturelle et de la musique du musée de l’Armée”,
il 22 Novembre 2001, nella chiesa di Saint Louis des Invalides a Parigi e
prima ancora di debuttare ad Erfurt aveva presentato il Fernand Cortez a
Madrid nel Gennaio 2003. Il Cortez presentato ad Erfurt, quindi poteva contare su questa grande esperienza pregressa, anche se furono adottati alcuni
tagli rispetto all’edizione “filologica”, probabilmente, necessari per agevolare il pubblico all’ascolto di un’edizione presentata su libretto francese, specialmente per quanto riguarda i recitativi. Lo spettacolo comunque fu gradevolissimo, spesso interrotto da applausi.
Speriamo di aggiornare, con il racconto di spettacoli degni del grand
opéra, questa veloce cronologia de La Vestale e del Fernand Cortez.
Il presente è stato un breve saggio, che ha ricordato l’essenziale e ha permesso di assaporare lo straordinario valore di queste due opere che hanno
segnato la storia del melodramma in questi due secoli di vita.
Marco Palmolella
Firenze, 1933. Bozzetto di Felice Casorati, Atto I, La Vestale, prima edizione del Maggio
Musicale Fiorentino; Direttore Vittorio Gui, Rosa Ponselle interpretò il ruolo di Giulia,
Ebe Stignani quello della Gran Vestale e Alessandro Dolci fu Licinio.
143
MARCO PALMOLELLA
144
RICCARDO CECCARELLI
COPPI E MATTONI INCISI A MONTE ROBERTO
Il territorio di Monte Roberto ha conosciuto da oltre duemila anni una
intensa attività relativa alla costruzione di ceramiche e di laterizi. Una sintetica ricostruzione è stata tracciata nel volume La terra e il fuoco. Fornaci in
Vallesina1, dai resti di materiale fittile difettato d’epoca romana ritrovato
nella zona di Sant’Apollinare fino alle fornaci del Novecento. Da quella di
Luigi Cerioni (1849-1922) degli inizi del secolo, ubicata in via Pace a Monte
Roberto che fu in attività per pochi anni, fino a quella ben più importante di
Pianello Vallesina che per quasi un secolo rappresentò l’unica industria del
territorio. Quest’ultima fu in attività fino al luglio 2000, mentre la sua demolizione fu effettuata nei primi mesi del 2002; nell’area è stata iniziata nel
2007 la costruzione di un grande complesso residenziale e commerciale il cui
primo lotto è stato portato a termine nel 2009.
La fornace di Pianello non costruiva solo coppi e mattoni ma anche altri
manufatti ceramici e grandi contenitori2 per l’utilizzo più diverso, proprio
come gli antichi dolii romani. Alcuni di questi contenitori, con inciso il nome
ed il marchio di fabbrica, sono conservati ancora in qualche giardino.
I coppi invece con la scritta “Salvati Barcaglioni e Comp. M. Roberto”
sono ancora sui tetti di molte case, sostituiti a volte da altri manufatti laterizi, in altre invece ricercati per la loro vetustà e caratteristica.
Prima della industrializzazione delle fornaci, tutto veniva fatto manualmente. Non era raro il caso allora che sui mattoni e sui coppi, prima che fossero messi ad asciugare al sole per la successiva cottura, venissero tracciati
dei segni, delle scritte, dei numeri o anche dei disegni da parte degli operai o
di chi era interessato a lasciare un qualsiasi messaggio. Su questi mattoni o
coppi potevano lasciare le loro orme anche gli uccelli o altri animali che
eventualmente si posassero su di loro.
Le scritte o le orme su questi coppi o mattoni, una volta cotti, sono rimasti e raccontano ancora le loro “storie”. Altre volte, soprattutto i mattoni venivano incisi, come fossero lastre di marmo. Scritte su materiale “povero” che
1 RICCARDO CECCARELLI, La terra e il fuoco. Fornaci in Vallesina, Comune di Maiolati
Spontini, 2007, pp. 47-53.
Ivi, pp. 118 e 129-131.
2
145
RICCARDO CECCARELLI
ugualmente intendevano trasmettere un messaggio, la memoria di un avvenimento, una data, ecc. Il recupero di questi mattoni, quelli con le scritte graffite prima della cottura, desta sempre un fascino particolare. Sono segni di
una storia “piccola”, se vogliamo, ma ugualmente testimonianza di uomini
che hanno voluto lasciare una traccia del loro passaggio, di una loro presenza nascosta in quei grafemi pensando magari che qualcuno un giorno li
avrebbe guardati o letti intrecciando un silenzioso rapporto ed una muta
comunicazione. Mattoni e coppi che ci parlano anche del duro lavoro delle
fornaci e che ci trasmettono attraverso di loro la inevitabile coniugazione tra
la terra ed il fuoco che ha accompagnato il cammino dell’uomo stesso attraverso i secoli e le civiltà.
Una succinta ma significativa panoramica di questi manufatti con le relative scritte è già stata redatta nel volume citato per quanto riguarda soprattutto, ma non solo, il territorio di Cupramontana, o se non altro per quelli conservati nella Biblioteca Comunale e per quelli fotografati in case private.3
Nel mese di gennaio 2010 la Ditta C.E.M. di Anibaldi di Monte Roberto
ha donato al Comune una decina di coppi e mattoni incisi, ritrovati nel territorio, che sono stati posti il successivo 18 febbraio nel Palazzo Municipale
nel relativo atrio che si apre su Piazza Salvati. Ad essi poi se ne sono aggiunti altri.
Di questi e di altri manufatti presenti nel territorio di Monte Roberto ne
viene data una particolareggiata descrizione.
Mattone (cm 46,5 x 15 x 5) realizzato con un pesante particolare impasto. XX secolo.
3
Ivi, pp. 93-111.
146
COPPI E MATTONI INCISI A MONTEROBERTO
Coppo (cm 50,5 x 24,5 x 16,5; spessore non uniforme, max. cm 2,5) ricco di decorazioni racchiuse in una specie di cornice e tracciate prima della sua cottura. La parte più stretta della
superficie del coppo e metà di quella centrale sono occupate da un reticolo romboidale. Nel
resto della rimanente superficie vi sono incisi fiori, un cuore trafitto da due frecce sul quale
è posata una piccola figura umana. Vi è altresì inciso un uccello che si appoggia sul un filo
raccordato con la parte più fitta del reticolo. Un messaggio di gentilezza e di amore.
Datazione probabile, XVII-XVIII secolo.
Coppo (cm 48 x 21 x 14,5; spessore uniforme, cm 2) con una serie di numeri tracciati, prima
della cottura, senza molta pressione e in maniera non ordinata con un bastoncino o altro strumento dalla punta arrotondata. XIX secolo.
147
RICCARDO CECCARELLI
Coppo (cm 50,5 x 21 x 16; spessore non uniforme, max. cm 3) con inciso un nodo il cui
intreccio è probabile segno di cooperazione, solidarietà e amicizia. Dal nodo fuoriesce un
collo con stilizzata testa e becco di uccello. XVIII secolo.
Coppo (cm 49,5 x 20 x 16, spessore uniforme, cm 2) con scritta graffita “Pallucchini / Oreste
morto / nel 1875”. Ricordo di un amico defunto. XIX secolo.
148
COPPI E MATTONI INCISI A MONTEROBERTO
Coppo (cm 47,5 x 22 x 15,5; spessore uniforme, cm 2,4) con graffita in corsivo la “nota di
lavoro” di un certo Ciriaco, ovviamente operaio della fornace: “la pri[ma] settimana ceriaco
Giornate 05 / Seconda setti[mana] Giornate 05”. XIX secolo.
Coppo (cm 48 x 19 x 13,5; spessore uniforme, cm 1,5) con la scritta impressa con marchio
metallico “SALVATI BARCAGLIONI e COMP. M. ROBERTO”, titolari della fornace di
Pianello Vallesina dove è stato prodotto. Prima e seconda decade del Novecento.
149
RICCARDO CECCARELLI
Frammento di iscrizione, fatta su mattone già cotto, posta su un soffitto, dopo il restauro
della casa, in via Fontestate 6, Monte Roberto. L’iscrizione è di non facile comprensione,
sembra riportare una serie di nomi: “...NICUS FRANC.../ ... HANPIS MATT.../ …OHDORI BAPT... /... NICOLAI BA... / ...??DMOTE P...”. Difficile ipotizzare, allo stato dei fatti,
anche qualsiasi riferimento dell’iscrizione. Il frammento, spezzato al centro, è stato ricomposto al momento della sua ricollocazione. Probabile datazione, sec. XV-XVI.
Mattone (cm 29,8 x 14,5 x 2,5) con scritta graffita in corsivo dalla non facile lettura:
“Second[o] Fece/ 0.00so/880”(?). XVIII-XIX secolo.
150
COPPI E MATTONI INCISI A MONTEROBERTO
Mattonella (31 x 15,5 x 4,5) con incisa in stampatello la scritta : “FRAN. BRU. / R. L. 1863”,
da interpretarsi probabilmente come Franc.[esco] Bru.[nori], difficile invece completare le
lettere R. L. La data è esplicita.
Mattonella (29 x 11,5 x 2,8) con scritta in corsivo “Marasca Paulino” e disegni: chiave di
violino ed uccello. Difficile dire se Marasca Paulino sia lo stesso Marasca Paolo autore di
una scritta su un coppo fatto a Staffolo nel 1907.4
4
Ivi, p. 127.
151
RICCARDO CECCARELLI
Tegola romana (cm 43 x 32 x 24; spessore cm 2,8).
Frammento di mattone (cm 17 x 10,2 x 4,5) con scritta in corsivo dalla lettura non completa: “9. Benardi / di / Massaccio / Mattoni”. Probabile annotazione di produzione di mattoni
o di chi aveva realizzato il mattone stesso in una fornace di Massaccio (Cupramontana).
XVIII-XIX secolo. Ritrovato a Monte Roberto nel terreno di via S. Marco 2, sottostante alla
Chiesa Parrocchiale di San Silvestro.
152
COPPI E MATTONI INCISI A MONTEROBERTO
Coppo con al scritta impressa con marchio metallico: “BARCAGLIONI e COMP. M.
ROBERTO”, proveniente dalla fornace di Pianello Vallesina, realizzato negli anni VentiTrenta del Novecento quando la famiglia Salvati non partecipava più alla proprietà della fornace stessa.
Mattone (cm 20 x 16 x 4,5) non integro con questa iscrizione: “IVLIVS LE[onus] /
PLEB[anus] A FU[n]D[amentis] / RESTAVRAVIT / [A.] D. 163[9]”, cioè “Il pievano
Giulio Leoni restaurò nell’anno del Signore 1639”. L’iscrizione ricorda il restauro del campanile della vecchia chiesa parrocchiale di San Silvestro di Monte Roberto.5 Il mattone è
conservato presso la chiesa parrocchiale di Monte Roberto.
Ivi, p. 117. Del rifacimento del campanile della chiesa e delle campane si è scritto in RICCARDO CECCARELLI, Monte Roberto La terra Gli uomini I giorni, Monte Roberto, 1995,
pp. 167-168 che cita il volume dei Consigli (1639-1651), c.7r, 23 ottobre 1639, dell’Archivio
Comunale di Monte Roberto. Di questa iscrizione si scritto anche in “Voce della Vallesina,
24 gennaio 1999.
5
153
RICCARDO CECCARELLI
Mattone posto sulla facciata di una casa in Contrada Calapina di Monte Roberto, con incisa
la data dei costruzione: “Anno Dom.[ini] / 1771”, “[Costruita] nell’anno del Signore 1771”.
Numero civico in cotto in via Leopardi, Monte Roberto. Metà del secolo XIX.
Riccardo Ceccarelli
154
MARIA EMANUELA GRACIOTTI
ALBERTO COLINI E IL FUTURISMO
Un provinciale nell’Europa del Primo Novecento
Alberto Colini, legato a Majolati Spontini, paese d’origine di suo padre e
della sua famiglia, è uno scrittore vissuto tra la fine dell’Ottocento e la prima
metà del Novecento, ha conosciuto e frequentato, come si evince dai documenti, i più famosi artisti del suo tempo.
Il presente articolo relativo alla vita ed alle opere del Colini è legato ad
una particolare ricorrenza: la
celebrazione in tutta Europa
del centenario della pubblicazione del Manifesto del futurismo avvenuta il 20 febbraio
1909 sul quotidiano francese
“Le figaro” ad opera dell’italiano
Filippo
Tommaso
1
Marinetti.
Il Majolatese non ha vissuto ai margini di questo movimento, ma è stato presente nei
luoghi dove prendeva corpo
questa nuova cultura, conoscendo e frequentando Gino
Severini, Umberto Boccioni, lo
stesso Filippo Tommaso
Marinetti, inoltre è stato protagonista di numerose serate
futuriste.
Le sue opere, che ho avuto
modo
di leggere in quanto conAlberto Colini, Virgia Evangelica, il Pensiero
servate presso le biblioteche di
Contemporaneo, Torino. Frontespizio.
Il presente lavoro è frutto della trascrizione o quasi della conferenza, tenuta dalla scrivente, nell’ambito della rassegna “Trivio e Quadrivio” alla Biblioteca eFFeMMe23 di Moie il
9 luglio 2009.
1
155
M. EMANUELA GRACIOTTI
Jesi e di Cupramontana e presso la collezione privata di Marco Palmolella,
sono sette, di un’altra ventina di opere sono noti i titoli attraverso bibliografie allegate ai testi letti. Inoltre è interessante sottolineare che Alberto Colini
scrive non solo in lingua italiana, ma anche in lingua francese e lingua spagnola.
Il testo si articolerà in due parti, non distinte ma interagenti tra loro. Una
parte, più scolastica, approfondirà la biografia molto avvincente e curiosa di
Alberto Colini, che attesta il binomio arte-vita tipico di tutti gli artisti a lui
contemporanei; contestualmente, nell’altra proverò a cogliere, anche attraverso la presentazione di alcuni passi scelti, tratti dalle sue opere, gli aspetti
che lo rendono un futurista, seppure minore, nel panorama culturale europeo.
La fonte primaria per la ricostruzione della biografia del Colini è la testimonianza scritta della figlia Maria Teresa che viveva a Budapest, deceduta
nel 1996 con la quale ho avuto per diverso tempo uno scambio epistolare.2
La nascita di Alberto Colini è legata ad un aneddoto curioso: il padre
Enrico appartenente ad una delle famiglie più facoltose e possidenti di
Majolati, quella appunto dei Colini -proprietari di edifici nel centro storico,
di numerose case coloniche e della Palombara-, mentre era studente a Roma
ebbe una relazione con la domestica della famiglia nella quale viveva a pensione, di nome Maria Pernazza. Da questa relazione nacque ad Amelia il 3
marzo del 1881 un figlio, appunto Alberto Colini, lasciato sulla ruota del brefotrofio di Teramo ed in seguito affidato ad una coppia di contadini abruzzesi, senza figli.
La giovane Maria dopo la nascita di Alberto era tornata a Roma, aveva
imparato a leggere e scrivere e si era fatta sposare dallo studente Enrico
Colini, erano nate in seguito anche due figlie, Amelia e Matilde. Intanto a
Majolati, lo zio di Enrico, Giuseppe, notaio e possidente, aveva fatto un singolare testamento. Lasciava l’usufrutto delle sue proprietà all’ipotetico primo
figlio, maschio, di Enrico e la nuda proprietà all’ancora più ipotetico figlio di
questo.3 Venuti a conoscenza del testamento Enrico e Maria andarono a cercare subito il primo figlio e lo portarono con loro a Majolati.
Alberto a 18 anni, grazie alla buona situazione economica ed anche per
sottrarsi al rigore eccessivo della madre, si allontana o meglio, testimonia la
2 La lettera più ricca di notizie è datata 22 giugno 1995, in essa Maria Teresa Colini, vissuta a lungo con il padre anche in Spagna e Francia, presenta in dettaglio i suoi ricordi; forse
è vissuta anche in Messico e Cuba, ma su questo punto Maria Teresa è stata piuttosto
reticente.
3 Scrive la figlia Maria Teresa Colini: lo zio “gettava così le basi, le radici della discordia”.
156
ALBERTO COLINI E IL FUTURISMO
figlia, scappa dal paese e si trasferisce nella capitale, nella Roma vivace e
culturalmente ricca d’inizio Novecento, frequenta una scuola di declamazione e trova lavoro come attore nella compagnia teatrale di Ermete Novelli.
Mentre si trova con la compagnia in Sicilia e sta per imbarcarsi per la Libia,
è raggiunto dai carabinieri che lo cercano per il servizio militare con il nome
di Domenico Pompieri figlio di ignoti e viene così a conoscenza delle circostanze relative alla sua nascita. Dopo il servizio militare, nella capitale frequenta i giovani intellettuali dell’epoca, è amico, fin dagli anni del liceo, di
Sergio Corazzini, di Umberto Boccioni e Gino Severini con i quali conduce
una vita movimentata piena di esperienze artistiche e relazioni con giovani
donne e con i quali nel 1905 si reca a Parigi, insieme vivono nel Quartiere
Latino in mezzo a numerosi esuli russi e polacchi.
Venuto a conoscenza della morte dello zio Giuseppe4, e dunque della sua
eredità, torna a Majolati e trova i suoi genitori piuttosto ostili. Si sposa con
Emilia Romaldi di Apiro e si trasferisce a Firenze, poi alla morte del padre5
torna a Majolati ad occuparsi della sua proprietà e organizza una scuola per
contadini analfabeti.
Proprio in questo periodo comincia a pubblicare i suoi scritti, a sue spese,
come usava allora6, tutti di impronta futurista, inizialmente editi a Jesi,
Cupramontana, poi anche Roma, Milano, in più opere si firma con lo pseudonimo Fausto Contadino7. I titoli di questa prima produzione sono I
Calzolari8, La paura9, La strada (commedia), Virgia evangelica (poemi e
canti), Forse che sì forse che no (racconti), Mangerai10 che è il protagonista
oltre che del testo omonimo anche di diversi altri.
Di seguito la trascrizione di alcune frasi, tratte dal testo sopracitato:
“[…] Shakespheare e Dante, e Ghoethe sono i tre più Belli Pazzi che il
La morte dello zio è avvenuta il 22 settembre 1902, come risulta dal volume IV del Libro
dei Morti nell’ Archivio della Parrocchia di S. Stefano in Majolati Spontini.
5 L’avv. Enrico Colini presidente delle “Opere Pie” muore il 25 maggio 1914, a 55 anni, è
sepolto con rito civile come risulta dal volume V del Libro dei Morti nell’Archivio della
Parrocchia di S.Stefano in Majolati Spontini.
6 Lo stesso Filippo Tommaso Marinetti pubblica le sue opere a sue spese, Gino Agnese
Marinetti, Camunia, Milano, 1990.
7 Fausto Contadino: con Contadino vuole sottolineare le sue origini, la sua prima mamma
contadina e con “faustus”, cioè favorevole, di buon augurio, la positività che caratterizza
secondo lui questa classe sociale.
8 FAUSTO CONTADINO, I Calzolari, Alberto Colini Maiolati, 1915; parte prima di una commedia.
9 FAUSTO CONTADINO, La paura, Alberto Colini editore Maiolati, Jesi, 1914.
10 FAUSTO CONTADINO, Mangerai, Alberto Colini editore Maiolati, Cupramontana, 1914.
4
157
M. EMANUELA GRACIOTTI
mondo moderno abbia partorito ...L’uno è orizzontale quanto l’orizzonte di
tutti gli occhi degli uomini di tutte le razze, ...l’altro è verticale quanto le
sovrapposte anime di tutti gli uomini di tutte le razze ...il terzo è l’occhio
innamorato, l’appassionato veggente di questo perfetto angolo retto; ....al
poeta futuro sarà comandato di rinnovare il Triangolo, ...e ciò farà scagliandosi contro l’opprimente invisibile ...e canterà l’Apparizione concreta d’ ogni
uomo col suo miscuglio vertiginoso d’immagini, ...che la fatale rotazione di
tutti i globi, rende docile, affascinante e poetica, a quel cervello che più ruoterà all’unisono con la ruotazione di tutti i globi ...Il Mappamondo di carta
pesta nella bianca stanza della terza elementare, e il magro e butterato giovine maestro, con gli occhi a palla decentemente vestito, ...Che ci faceva
navigare tutti i mari col dito, e viaggiare, tutte le terre, ...e ci faceva toccare
l’orsa maggiore e la minore ...e tutte le stelle, ...davanti alla mia casa, nell’industriosa cittadina che si chiama, Jesi e che è la patria di Federico
Barbarossa, […]”
Ho scelto tra la vasta produzione questo passo per due motivi: uno prettamente stilistico che lo avvicina al futurismo: la sintassi risulta poco seguita, prevale l’accostamento dei pensieri, mancano le connessioni logiche tra i
periodi; l’altro motivo è legato al contenuto: è esplicito il riferimento a Jesi,
che anche nelle pagine successive viene descritta con molto realismo, ed è
chiaro il legame con la sua terra d’origine nonostante spesso fosse lontano
per i suoi continui viaggi.
Allo scoppio della guerra fu richiamato come soldato semplice; dopo la
disfatta di Caporetto accettò di fare conferenze ai soldati per convincerli che
l’unico mezzo per uscire da quell’inferno, non era la diserzione ma la resistenza fino alla vittoria.
Proprio a questo proposito e per far notare la passione con la quale viveva, la commistione continua tra vita e arte viene presentata la prima parte di
La paura11, un opuscolo da lui scritto nel 1914 per sollecitare l’intervento
dell’Italia alla prima guerra mondiale: “Italia, Patria nostra! Casa nostra!
Con animo trepidante, stupefatto, dalle nostre case ascoltiamo i confusi echi
e tragici della virile guerra europea, e pensiamo alla tua sorte o patria.
Troppe umiliazioni abbiamo subito, per colpa dei nostri mediocrissimi
governanti, troppe volte il vostro onore è stato contorto, perché noi possiamo rimanere sereni, fiduciosi e forti nell’attesa inconsapevole. […]
L’inerzia, la neutralità scelta dai nostri governanti non ci rassicura no!
11
La paura, cit. pp. 2-4.
158
ALBERTO COLINI E IL FUTURISMO
Siamo governati da uomini che hanno
paura. Abbiamo per ministro degli
esteri un empiastro ambulante, timoroso, sottomesso, pieno di malanni fisici,
malandata pecora italiana dallo
sguardo pietoso e supplichevole
davanti all’aquilina volontà di
Berchtold. […] Le nostre pancie
soprattutto, questo è il grido italiano e
così la nostra patria fa l’orribile parte
di traditrice d’alleanza per vigliaccheria.”
Queste pagine si legano chiaramente al manifesto futurista che al
punto 9 recitava: “Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del
mondo - il militarismo, il patriottismo,
il gesto distruttore dei libertari, le belle
idee per cui si muore e il disprezzo
Alberto Colini (Fausto Contadino).
della donna”.
Il Colini si mostra interventista convinto, preoccupato della neutralità che
non farà altro che degradare l’Italia ed il suo popolo. È una lettera aperta
nella quale l’autore usa parole dure, soprattutto contro i governanti, e non
certo mezzi termini per esprimere il suo esaltato pensiero.
La gioventù di Alberto Colini è caratterizzata dall’amicizia con i più
grandi esponenti del futurismo. I futuristi sono degli “enfants terribles”: giovani irriverenti, baldanzosi e arditi, condannano con violenza ogni passatismo, il loro motto più famoso coniato da Marinetti è “uccidiamo il chiaro di
luna”: un incitamento a realizzare un’arte rivoluzionaria capace di lasciare il
segno anche sulla quotidianità, imponendo una nuova visione del mondo o
meglio traducendo con l’arte il mondo che sta cambiando. L’aria che si respirava nei cenacoli futuristi era dunque fortemente caratterizzata dall’irriverenza per la tradizione letteraria, il linguaggio, le forme e i modi della letteratura e ovviamente per ogni convenzione morale o religiosa.
Il teatro per il nostro autore sembra rispondere meglio di altre forme artistiche all’esigenza di novità e rottura con la tradizione. Il testo “I Calzolari”
pubblicato da Alberto Colini nel 1915 risulta tipicamente futurista: si tratta di
un dialogo tra il servitore Barile Mangerai da Calunnia e Tontopolo re di
Boccaperta e imperatore di Belstivale.
159
M. EMANUELA GRACIOTTI
I nomi non sono scelti a caso!
Alla rappresentazione partecipa anche il pubblico in sala, continuamente
chiamato in causa e coinvolto nella discussione. È un testo dissacratorio,
infarcito di parolacce e immagini amorali presentate con grande naturalezza.
Si voleva proprio stupire la borghesia che si affacciava alla cultura moderna!
Un piccolo stralcio al di là del significato e del contesto per cogliere l’importanza del suono delle parole e delle scelte linguistiche:
Da I Calzolari l’ inizio del coro:
“Scusateci padron la mal creanza
Mettendoci a cantar senza licenza
Del bel paese che ‘l vino ha in abbondanza
Ma che mai glien’avanza,
chè tutto (e quanto!) nell’ingorda panza
accennando al pubblico della platea
di questi belli, e porci, e villani ha ben capienza.
Il vino, nei lor ventracci si ingorga
E gira ed urla per le sozze budella,
finchè il sangue ad ognun bolla e ribolla
ed infuocato sprizza dalla pella.
Costoro, a una facile parola che li aizza
Tirano fuori pistole e coltella,
e a un’ingiuria feroce che li stizza
levan la cateratta alla favella;
e quella libera, sbalza, e schizza, e sbruffa,
spumosa e rumorosa, serpeggiando
fra gli scogli che il cervello
vile e fello,
sonnacchioso
libidinoso, gli frappone e quando a quando
nell’ardore della suffa”.12
Altro testo interessante e moderno, a metà tra una rappresentazione teatrale ed un racconto, è La Strada.13 La prima parte è una piece teatrale con
personaggi reali: quattro giovani studenti e uno scheletro, in sostanza, però,
è un monologo del protagonista, il già noto Mangerai, che esprime le sue
riflessioni di intellettuale sine genio sulla vita umana. Nella seconda parte
12
13
I Calzolari, cit. pp.11,12.
FAUSTO CONTADINO, La strada, Alberto Colini editore Majolati, Jesi, 1914.
160
ALBERTO COLINI E IL FUTURISMO
Mangerai compie un delitto reale durante uno pseudo-sogno, vengono riferite le reazioni inorridite dell’omicida al risveglio, il processo e le reazioni
della gente comune al fatto. È evidente l’esasperato protagonismo individuale oltre i limiti delle convenzioni e della morale, tipico tratto dei futuristi.
Di seguito si può leggere il passo in cui il protagonista prende coscienza
di aver ucciso il suo giovane amico:
“Dolore e vergogna, m’aspettano; ma prima che essi vengano voglio un
po’ innalzare, nobilitare la mia prima e grande opera.
Sono un eroe, perché ho agito con impeto e senza coscienza; sono un
eroe di genio perché ho agito nel sogno.”
Gli tornano alla mente tutti gli eroi omicidi della storia e della letteratura.
Se li vide venire innanzi nel loro splendore, nella loro cupa forza, nelle
attitudini vedute o lette.
“Amleto, il malizioso, l’ozioso principe che si va dondolando per la
Reggia mi sembra l’omicida più vicino al mio temperamento, appunto per il
suo ozio. Perché fu l’ozio angoscioso e straziante, che cacciò il cervello
d’Amleto nel dedalo inestricabile dei suoi pensieri. “E Lorenzo de’ Medici?
E i terribili omicidi delle tragedie greche?”
Li andava rincorrendo con la memoria, ed analizzava la causa del loro
delitto. Li vedeva, bianchi come marmo, immobili come statue, enormi, paurosi, avvolti da una luce bianca, isolati ognuno dentro smisurate, buie, spaventevoli caverne; altri ne vedeva fuggenti attraverso deserti infuocati con
gli occhi fissi sul Sole.
Mangerai sussultò…e con voce repressa, piena d’imprecazioni pronunciò: “Maledetti libri letti, anche in questa straziante ora, vi affollate a giocare nel mio cervello per farmi dire delle sciocchezze…”.14
Terminata la guerra si separa legalmente e va a vivere a Milano, si occupa di critica letteraria e si mostra pubblicamente antifascista tanto che è arrestato a Zara, condotto ad Ancona e lì processato, evita, pagando, il carcere.
Nel 1928, a Majolati, risulta primo nome nell’elenco di persone considerate
pericolose o politicamente sospette convocate in municipio per lasciare le
impronte digitali e fare la carta d’identità obbligatoria.15
Furono anni difficili a causa dei suoi trascorsi repubblicani, segnati da
diverse imboscate, anche armate, egli continua comunque a dedicarsi ai suoi
Ivi, p. 51.
MARCO PALMOLELLA, Società Filarmonica Gaspare Spontini, Comune di Majolati
Spontini, 1997.
14
15
161
M. EMANUELA GRACIOTTI
studi, a scrivere ed a mantenere contatti epistolari con i francesi Romain
Rolland e Andrè Gide, ed in Italia oltre che con i futuristi con altri intellettuali del tempo, Piero Gobetti, Giovanni Papini, Benedetto Croce che curò la
prefazione della sua opera Virgia Evangelica dedicata a Umberto Boccioni.
Vive con i figli per circa due anni a Falconara poi si trasferisce al nord,
mai tranquillo perché antifascista: a Milano viene pubblicato il suo romanzo
appunto Mangerai principe della speranza16 che fu ritirato fin dalla prima
settimana dalle librerie, ma non abbastanza in fretta da impedire a Giovanni
Papini di farne una recensione favorevole.
Dopo altri spostamenti è a Barcellona, nel 1936 in piena guerra civile.
Scrive in spagnolo durante la guerra di resistenza Elena y Renato, El Hombre
Moderno.
Si allontana in fretta dalla Spagna nel 1939 e stabilitosi in Francia dettò
alla figlia Maria Teresa che traduceva a braccio in francese Le plurimonisme
et la charte de la democratie un saggio politico che da tempo aveva in mente
nel quale esprime le sue proposte per un buon governo. Per lui la dittatura del
proletariato costituiva l’arma per prendere il potere, da passare poi a uomini
competenti; il monopolio di stato provoca l’immobilità, l’asfissia dell’economia che invece deve essere autonoma, articolata secondo regole uguali per
tutti. Lo Stato deve essere il garante per la rigorosa osservanza di queste
regole.
Sempre in questo soggiorno francese scrive il dramma La principessa
contadina contro le barriere fra le classi sociali, entrambe le opere furono
molto apprezzate da Andrè Gide .
Nel 1942, a due anni dall’entrata in guerra dell’Italia, dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini alla Francia, è rinchiuso in un campo di concentramento francese e di lì trasferito in Italia dove fu processato ed inviato in
confino politico, perché antifascista, nell’isola di Ventotene; resta di questa
esperienza il libro pubblicato nel 1944 Il Pupazzo Macabro o Narciso se più
vi piace, un saggio, in piena resistenza, di lucida analisi politica sulle condizioni dell’Italia e dei paesi europei.
Con questo testo sembra ormai conclusa l’esperienza futurista vera e propria: i futuristi si erano caratterizzati per il loro sguardo sempre eversivo,
negativo, distruttivo, in questo testo il Colini guarda la realtà con occhio lucido, disincantato, ma riformista e propositivo.
ALBERTO COLINI, Mangerai principe della speranza, Alberto Colini, Casa ed.
Quaderni di poesia, Milano-Como, 1932.
16
162
ALBERTO COLINI E IL FUTURISMO
Dopo il confino si stabilì a Roma e tornò talvolta al suo paese Majolati.
Un aneddoto, di impronta futurista, caratterizza anche la sua morte avvenuta nel 1953: afflitto da angina pectoris, era stato ricoverato in una clinica,
se ne era allontanato per recarsi sulla terrazza di una caffetteria in piazza del
Popolo dove aveva detto ai suoi amici: “sono stufo di respirare disinfettanti,
di sentire gemiti, voglio vedere vivere, la gente affaccendata, i bambini che
giocano, i cani che si rincorrono...”. L’eterno giovane! “Dopo poche ore - racconta la figlia - era stramazzato a terra e condotto in coma all’ospedale dove
dopo tre giorni il 28 febbraio cessava di vivere.”17
Lo scrittore Alberto Colini era amante del bello in ogni sua forma: scriveva, recitava, amava la pittura e se ne intendeva certamente grazie ai suoi
amici, non sapeva dipingere e disegnava male, anche perché essendo mancino, la madre lo aveva obbligato fin da bambino a usare la destra. In lui risulta tangibile il binomio arte-vita tipico di tanti intellettuali a lui contemporanei. Concludo con le parole della figlia: “Non sopportava la volgarità, la
sciattezza, la mancanza di stile. Spendaccione, il difetto che gli rimproveravamo in famiglia. Non beveva e ancor meno giocava d’azzardo, ma portava
cravatte di seta, vestiti di stoffe costose e quando perdevano la loro freschezza li regalava, viaggiava in prima classe con valigie in pelle. Per lui L’ARTE,
in senso lato, è l’unica ragione di vita, sfida il tempo e riscatta gli uomini
dalle loro bruttezze e malvagità.”18
Maria Emanuela Graciotti
17 Lettera
18 Lettera
di Maria Teresa Colini del 22 giugno 1995.
citata.
163
CRISTIANA SIMONCINI
IL SACRO VELO DELLA MADONNA DI APIRO
La Collegiata di Sant’Urbano di Apiro, com’è noto ai più, conserva nella
sua sagrestia il famoso “Tesoro di Sant’Urbano”.
In effetti all’interno della Sagrestia della Collegiata vi è un vero e proprio
museo: dipinti del ‘600, argenti, documenti ecclesiastici, busti, arredi sacri,
paramenti e reliquiari.
Un tesoro, non solo per la sua valenza economica, ma soprattutto per la
sua importanza storico-artistica.
Tra le reliquie, pochi sanno, che vi è anche un pezzo del “velo della
Madonna”, racchiuso oggi in una preziosa cornice lignea dorata del Seicento,
donato nientemeno che dai Savoia, gli stessi Savoia proprietari, dal 1453,
della Sacra Sindone.
Il possesso della Sacra Sindone da parte della famiglia reale dei Savoia
avviene per cessione da parte dell’ultima erede dei Charny, Margherita, contessa di La Roche. Purtroppo sul motivo di tale cessione non si hanno documenti certi, ma si propende a credere che alla base ci sia uno scambio di compensi materiali tra la contessa Margherita ed i Savoia.
Per quanto concerne il velo della Madonna, invece, non sappiamo come
sia arrivato tra i beni della ex famiglia reale italiana. La cosa importante è
però che ci sia testimonianza storica documentata del fatto che un pezzo del
presunto velo sacro della Madonna, appartenuto ai Savoia, sia arrivato ad
Apiro. Ciò lo sappiamo grazie alle memorie scritte lasciateci dagli storici apirani Angelo Pelagalli (1811-1900) ed Ottavio Turchi (1694-1769).
I due illustri storici ci spiegano anche come questo importante reliquia sia
giunta ad Apiro: il duca Carlo di Savoia (Carlo Emanuele II, 1634-1675)
dona per grazia speciale al suo cameriere, un avo di Giovanni Tommaso
Sorle, dottore in legge di Lanzo (Torino), una parte del Velo della Beata
Vergine. A sua volta questo cameriere dona al Mons. Teodoro Pelloni di
Apiro, in segno di amicizia, la parte del velo. Mons. Pelloni porta questa reliquia in Apiro. La reliquia fu posta nella chiesa di San Francesco, nel primo
altare a destra di quello maggiore, dedicato al Sacro Velo. Attualmente invece è conservata nella sagrestia di Sant’Urbano.
Il Pelagalli, nelle sue note storiche, in merito al sacro velo riporta due
165
CRISTIANA SIMONCINI
documenti1: “Io Bernardino Boschi Dottore in ambe le leggi Auditore di
Camera di S.A. Serenissima faccio fede indubitata, come in potere del signor
Gio. Tommaso Sorle, nel suo vivente anche Dottore di leggi di Lanzo si trovava una gran parte del velo della Beata Vergine nostra Signora, ereditato dal
Signor suo padre, che l’ebbe dall’avo del suddetto Signor Gio. Tommaso, il
quale essendo cameriere del Ser.mo Signor Duca Carlo di Savoia avo del
regnante, ebbe per grazia speciale in dono da esso Ser.mo la sudetta Reliquia.
Quale reliquia fu lasciata nella sua eredità dal suddetto Signor Gio.
Tommaso, et sempre tenuta in casa sua con molta venerazione, essendo questo pubblica voce e fama nel borgo e terra di Lanzo, ed io che ho veduto detto
Velo […] sò che è di materia sottilissima e di vari colori. Sò anche […] che
il suddetto Gio. Tommaso per il termine di amicizia che aveva col M. Rev.do
Padre Maestro Teodoro Pelloni dall’Apiro dell’Ordine di San Francesco
Conventuale teologo del Serenissimo Principe Maurizio Cardinale di Savoia,
donò al detto Padre un pezzo del suddetto Velo di onesta grandezza, al quale
atto fu anco presente la Signora Catarina consorte e la Signora Filiberta sua
figlia […] tale verità ho scritta […] e sigillata col mio sigillo il dì 2 settembre 1622. L.S. fir. Bernardino Boschi”.
“L’anno del Signore 1622 alli 3 settembre in Lanzo ed innanzi all’Ill.mo
Signor Antonio Sola dottore di Leggi […] per S.E. personalmente costituite
le Signore Caterina e Filiberta madre e figlia del fu signor Gio. Tommaso
Sorle […] attestano e dicono esser vero, che hanno e tengono ancora al presente un Velo sottilissimo e contesto di diversi colori, lasciatoli nella sua eredità dal suddetto Gio. Tommaso, qual Velo credono sia stato della Madonna
e per tale l’hanno avuto sempre in venerazione perché per tale da detto fu
Signor Sorle padre e marito li è stato lasciato e raccomandato avendolo esso
avuto da suo padre in sua eredità ed esso fu dall’avo del suddetto Signo Gio.
Tommaso nel medesimo modo e venerazione; quell’avo era cameriere del fu
Ser.mo Signor Duca Carlo […]. Di tal Velo dicono essere state presenti quando detto Signor Gio. Tommaso Sorle ne diede parte al Rev.do Padre Teodoro
Pelloni dall’Apiro alcuni anni sono. […]. Firm. B. Copperii Ser.rio”.
Oltre a raccontarci di come parte del velo sia arrivata ad Apiro, il
Pelagalli, ci documenta anche dove fosse conservata la reliquia2: “Die Jovis
tertia Augusti 1623 […]Rev.Pater Magister Theodorus, medio juramento,
dixit et deposuit: Io Fr. Theodoro avendo vista questa reliquia del Velo della
A. PELAGALLI, A. BEVILACQUA, A. MAGGI, Memorie Storiche di Apiro, Apiro, 2005,
pp. 110-111.
2 Ivi, pp. 101-103.
1
166
IL SACRO VELO DELLA MADONNA DI APIRO
Beatissima Vergine Maria mostratami qui da V.S. dico e confesso che mi fu
donato nell’anno 1618 dal Sig. Gio. Tommaso Sorle della Terra di Lanzo
Marchesato di Piemonte, donato in questo cassetto di velluto verde, il quale
riconosco benissimo, come ha già riconosciuto un’altra volta all’Apiro sotto
il primo del predetto mese il Padre Fra Domenico Donnino della
Serrasanquirico, francescano, e dico e confesso ingenuamente, che questo
pezzo di Velo della Beatissima Vergine è lo stesso che ho portato io da
Piemonte, che mi fu donato dal sopradetto Gio. Tommaso Sorle […]”. Ed
ancora apprendiamo quanto segue: “In Dei nomine Anno D.ni 1623 […]
Signore cinque anni sono in circa io andai compagno ed a servire il P.
Baccelliero Oratio Salvatori di qui dall’Apiro in Piemonte il quale se ne andò
a vedere il P. Teodoro Pelloni suo nipote, quale stava in Torino […] . Mentre
lì dimorassimo detto bacelliero, ed io Padre Maestro predetto un giorno se ne
andò alla città di Lanzi e nel ritorno fatto in Torino si riportò una reliquia cioè
un pezzo di Velo della Sacrantissima Vergine Maria, il quale glielo donò un
gentiluomo della città di Lanzi […], detta reliquia stava posta in una carta
dentro un cassettino di longhezza di un palmo foderato di velluto verde con
un manicuccio indorato nel mezzo del coperchio per aprirlo, et con dui oncinelli indorati uno da capo, l’altro dall’altro per chiudere et tener chiuso detto
cassettino”.
Di questa importante reliquia, conservata oggi, come abbiamo prima
detto, nella Collegiata di Sant’Urbano di Apiro, di cui sappiamo come vi sia
giunta e dove fosse, originariamente, conservata, lo storico Pelagalli ci fornisce anche quali furono le indicazioni precise della sua locazione ad Apiro,
come voluto da Padre Teodoro Pelloni3: “In Dei nomine Amen. Anno D.ni
1623 […] 14 augusti […]. Per il presente pubblico Istrumento sia a tutti noto
e manifesto, come avendo P. Maestro Pelloni […] ricevuto in dono […] una
parte del Velo Vergine, quale reliquia capitò nella casa di Gio. Tommaso per
dono speciale […], ed avendo anche detto P. Teodoro fatto riconoscere la
detta reliquia al Cardinale Gherardi Vescovo di Camerino e mostratene le
autentiche del dono fattogli […] e fatto fare la ricognizione dell’identità e
della qualità dell’Istessa reliquia dall’Ill. vicario Generale del Vescovo di
Camerino per ordine di esso Ill.mo Vescovo […] ottenne la licenza e la facoltà di esporla a pubblica venerazione nella chiesa di S. Francesco della terra
di Apiro. […] Onde desideroso esso Padre maestro Teodoro che la Vergine
Maria sia particolarmente Protettrice della detta terra di Apiro sua patria, e
3
Ivi, pp. 103-105.
167
CRISTIANA SIMONCINI
Il Sacro Velo della Madonna di Apiro nella sua custodia in legno scolpito e dorato del
Seicento.
che negli abitatori si aumenti maggiormente la devozione dell’Istessa […], il
predetto Padre Teodoro dette la sopradetta Reliquia alla chiesa di San
Francesco della terra di Apiro. […] Ed affinchè una reliquia così insigne si
conservi perpetuamente e col decoro dovuto, e continua venerazione e devozione in detta chiesa e patria sua, […] il Frate Antonio Maria Mariani, vece
di tutti i frati della chiesa, recipiente ad averla, tenerla, collocarla e bene
custodirla e munirla nel primerio luogo di detta chiesa.
[...] Per espresso patto, che detta reliquia sia tenuta e conservata sempre
168
IL SACRO VELO DELLA MADONNA DI APIRO
sotto tre chiavi diverse, una delle quali sia in potere della Comunità della
terra di Apiro; l’altra in potere e mano del più vecchio di Casa Pelloni, con
condizione che siano tenuti a farla mostare gratis. [...] Le suddette tre chiavi
nell’atto di aprire e mostrare detta reliquia facciano carità di dire un’Ave
Maria per la salute dell’anima sua. E dall’altra parte li sopradetti Signori
Gonfalonieri e Priori presenti e per li tempi da venire promettano ben tenere,
conservare e custodire detta chiave e quella sempre darla per aprire di comun
consenso senza discrepanza alcuna. [...] Signum mei Angeli Not. Pub.”.
Ottavio Turchi nella sua “Dell’Istoria di Apiro”, nella parte dedicata all’
“Istoria Sagra” (libro II - parte I - “Del Convento de’ PP. Minori di Apiro”),
ancora inedita, ci testimonia con queste parole l’autenticità e il luogo dove
era esposta la sacra Reliquia: “In tal chiesa (San Francesco ad Apiro, ndr) D.
Francesco Mancini […], nel 1576 fece sopra il coro innalzare un quadro della
Vergine assunta in cielo di ottimo pennello e assai grande, con proprio ornamento posto in oro. Interviene alla solennità il Magistrato, e in tal solennità
si espone l’insegne reliquia del santissimo velo della Vergine, che fu dono di
Monsignore Teodoro Pelloni, vescovo di Montepeloso, figliolo di questo
convento e nostro concittadino. [...] Questa chiesa è a una sola nave; vi sono
sette altari: il primo a lato destro del maggiore è dedicato al santo velo di
Maria, in cui si serbano le seguenti reliquie. Il primo è il santissimo velo della
grandezza di un palmo in quadro, portato da Monsignore Pelloni, quando
esso tornò da Torino, donatogli dal signore Tommaso Sorle della terra di
Lanzo, marchesato di Piemonte; al cui avo fu donato dal duca Carlo
Emanuele di Savoia, mentre era suo cameriere; e tal reliquia l’ebbe
Monsignore Pelloni in tempo, ch’era teologo del Serenissimo principe
Cardinale Maurizio di Savoia circa il 1622. Con tale occasione in tale altare
fu eretta la Compagnia del S. Velo per Breve di Urbano VIII li 15 settembre
del 1625”.
Sono documenti di storici apirani trascritti dagli originali che descrivono
la presenza della “reliquia”, ma chiaramente non ne confermano, né ovviamente lo possono fare, la sua autenticità.
Paragoni con la Sindone, che contiene elementi più precisi studiati scientificamente per determinare datazione e modalità di realizzazione, sono
superflui, se non per la sua provenienza dalla casa sabauda.
I Savoia possedevano la Sindone ed anche il “Velo della Madonna”,
custodito, come si dice, in qualche palazzo di Torino; di quest’ultimo, ritenuto all’epoca “autentico”, si potevano permettere di regalarne qualche piccola
parte come segno di gratitudine e di amicizia.
Più che un processo storico, in questa sede, per il Sacro Velo di Apiro, per
169
CRISTIANA SIMONCINI
determinarne la sua verità, ci interessa il suo essere “reliquia”, il suo essere
stato oggetto cioè di venerazione per tanti fedeli. Immagini, come la Sindone
di Torino, o oggetti come le reliquie, non si venerano per se stessi, ma in
maniera relativa, cioè nei confronti dei soggetti rappresentati o ricordati.
La tradizione, non solo religiosa, si alimenta anche di questi “segni”: il
“Sacro Velo” di Apiro non pretende di essere ad una analisi storica l’autentico velo della Madonna, ma soltanto una testimonianza di una tradizione religiosa al culto della Madre di Cristo, vissuto da non poche generazioni.
Ogni “reliquia” ha la sua storia, il suo risvolto popolare, il suo richiamo:
il “Sacro Velo” di Apiro ha i suoi documenti e le sue storie che si intrecciano: rimane soprattutto come importante “dimostrazione” per tracciare parte
della storia e della tradizione religiosa in un paese.
Cristiana Simoncini
.
170
FLAVIO VAI
LA MAPPA DI DOMO DEL 1776-1777
E LA RIFORMA FISCALE NELLO STATO PONTIFICIO
1. “Progetto” del Tesoriere Card. Braschi
Presso l’Archivio di Stato di Roma si trova un registro “Progetto dato
alla luce nel Tesorierato di Mons. Giovanni Antonio Braschi, poi sommo
Pontefice PIO VI, su l’abolizione dei presenti dazj, e tasse camerali, pedaggi ecc. e surrogazione dell’impostazione sopra soli tre capi, cioè estimo,
macinato, sale, dogane ai confini ecc. con l’elezione di una particolare
Congregazione all’effetto deputata, e risoluzione dalla medesima prese”
datato 1767. (1)
L’enorme debito pubblico era il problema più grande della finanza dello
Stato Pontificio, per cui il Progetto del Braschi doveva portare “l’aumento
dell’introito camerale col sollievo dei sudditi” e ne fissava anche i principi
per attuarlo “...abolire tutte le specie dei pesi camerali nelle cinque provincie
...e per via d’imposizione del tutto nuova fissare tre sole gabelle su li seguenti tre fondi, cioè macinato, sale ed estimo, per istabilirsi per regola inalterabile che sopra li detti tre fondi destinati al Camerale non possa mai imporsi
in avvenire altro diverso peso o colletta...”. (2)
Al fine di promuovere la libertà e favorire il commercio era previsto
anche un provvedimento in merito alla soppressione dei pedaggi e gabelle di
transito “...si dovranno sopprimere tutti i pedaggi e gabelle di transito tanto
camerali e comunicative, quanto spettanti ai feudatari o private persone…
eccettuati soltanto quelli che si proveranno acquisiti, e rispettivamente conceduti con titolo rigorosamente oneroso...”. (3)
2. La riforma Fiscale
Eletto Pontefice il 1° febbraio 1775 e assunto il nome di Papa Pio VI, il
Braschi mise subito in campo il suo vecchio progetto di riforma del 1767.
Con Motu Proprio del 27 luglio 1776 il Pontefice nominò una
Congregazione particolare composta dai Cardinali: Carlo Rezzonico
(Camerlengo), Lazzaro Opizio Pallavicini, Bernardino Giraud ed Antonio
Casali, del Tesoriere Generale Guglielmo Pallotta, dei prelati Mons. Carlo
171
FLAVIO VAI
Livizzani e Giuseppe Vai, del commissario della Camera Apostolica, anche
come Segretario e, infine, del Computista Generale della Camera Apostolica
con voto consultivo. (4)
La Congregazione aveva il compito di definire la nuova riforma fiscale,
tra cui la predisposizione di un catasto unico ed uniforme per tutto lo Stato
Pontificio.
Tassa sul macinato e sul sale
Per ragioni di giustizia tributaria la discussione sul progetto di riforma
fiscale dello stato si fermava sulla riduzione dell’imposizione fiscali a soli
tre tributi grano (macinato), sale e sui terreni (estimo), e si affacciavano delle
preoccupazione sulla liceità di trasferire la maggior parte dell’imposizione
sul pane e sul sale “...a gravare del pari il povero e il ricco con troppa indebita disuguaglianza, specialmente tra i poveri, che sono capi di molta figliolanza, e quei ricchi che non hanno estimo (terreni) ma sono assai comodi,
come i trafficanti e gli artisti più industriosi”. (5)
In merito c’è da ricordare che le condizioni economiche della popolazione erano critiche. Il Tesoriere attraversando lo Stato Pontificio, in particolare l’appennino umbro-marchigiano e romagnolo, ebbe modo di verificare di
persona la povertà dilagante e le penose condizioni di vita della popolazione
“...si ciba di pane fatto con ghianda seccata nel forno o macinata con la
quarta parte del grano...”. (6)
La preoccupazione di colpire le classi più povere con una imposizione
fiscale sui beni di prima necessità veniva allontanata con la giustificazione
che il bilancio statale era tale che non si poteva tener conto di povertà e ricchezza di ciascun cittadino, ma bisognava tener conto del bene universale che
rappresentavano i conti dello stato, senza troppo preoccuparsi de possibile ed
evidenti disuguaglianze.
Soppressione dei pedaggi e gabelle di transito
Il problema del pagamento esasperato dei pedaggi e delle gabelle di transito, fissato spesso arbitrariamente sulle strade e sui ponti era un residuo di
un’antica imposizione di origine medioevale, assai dannoso per il libero
commercio delle merci all’interno dello stato ecclesiastico. Nella relazione
contenuta nel “Progetto” di Papa Pio VI il problema dei pedaggi e delle
gabelle di transito, era stata evidenziato in questo modo: “...molti passi e
pedaggi sono gravosissimi non solo per la mancanza di giusto titolo... o per
172
LA MAPPA DI DOMO DEL 1776-1777
il protarsi la tassa all’infinito, e più per le avarie che da per tutto si commettono, giungendosi al segno, che se alcuno che pagar dovrebbe passando un
ponte, passa entro il fiume, tanto si vuol che paghi, e gli va addosso con inaudita violenza... Ma non v’e luogo, non v’è persona, non v’è tempo, che esima
qualunque sorta di passeggeri dall’estorsione dei gabellieri, dei loro guardiani ed anche dei loro giudici, giacchè tutti intenti a viver sul passo, se qualcuno ignorasse che dove passa si paga, non può lusingarsi ch’essere avvisato, mentre l’esattore sta in agguato, e lasciando che il viandante sconfini
di pochi palmi, lo investe coll’arresto della persona e della roba. Questa poi
si sblandisce ad infimo prezzo, ed il viandante sta carcerato... insomma un
aggravio incalza l’altro fino a che colla rovina dei passeggeri si compisca
anche quella del commercio purtroppo pregiudicato anche quando si stia nei
limiti del dovere. Poichè le visite delle merci ad ogni piccol tratto, le obbligate fermate de’ mercanti, i pagamenti delle imposte scoraggiano ognuno
dell’industria, e fanno crescere i prezzi a tutti i generi”. (7)
Estimo: La discussione sulla modalità di esecuzione della riforma
All’interno della Congregazione Particolare ordinata da Papa Pio VI,
non regnava una generale uniformità di opinioni in ordine alle modalità di
esecuzione della riforma estimale. Il dibattito era aperto sul metodo da adottare per la formazione del nuovo catasto.
Sebbene i Congregati avessero approvato nella sua interezza, nell’incontro del 7 gennaio 1777, il Progetto di riforma fiscale ancorato alla riduzione delle imposte contributive ai soli tre capi; macinato, sale ed estimo,
non si era concluso il dibattito relativo al sistema di rilevazione da adottare
concretamente per l’applicazione delle imposte sul “Terratico”.
Il Fiscale del Buon Governo, Matteucci ed il Commissario della
Reverenda Camera Apostolica, Bufferli ritenevano non conveniente il metodo di formazione del catasto basato sulle dichiarazioni giurate “assegne” prodotte dai proprietari o possessori, metodo contemplato nel Progetto, ed avevano proposto l’adozione del sistema di rilevazione a “misura e stima peritale” e rivolgono dure critiche al sistema delle assegne “...metodo raccomandato per quanto credo, dall’economia della spesa, ...l’appoggiarsi sull’assegna del proprietario è cosa molto pericolosa, quando il proprietario sa la
causa per cui le si domanda l’assegna, cioè per togliergli una porzione del
suo bene” e sosteneva la necessità di fare un catasto geometrico-particellare
con l’uso della tavoletta pretoriana, ritenendo che una eventuale maggiore
spesa del catasto a misura e stima, sarebbe stata compensata da una maggio173
FLAVIO VAI
re durata, in quanto il metodo delle assegne presentate dai proprietari richiedeva aggiornamenti e controlli e conseguentemente maggiori spese. Il
Commissario Bufferli sosteneva anche la necessità di utilizzare i catasti geometrici dove esistevano e che si formassero gli altri catasti con l’esclusivo
uso della tavoletta pretoriana.
L’esperienza milanese aveva insegnato che la lungaggine dei tempi sulla
formazione del catasto geometrico, non era stata determinata dal tempo per
la rilevazione topografica dei terreni, ma il tempo maggiore era stato speso
per la stima.
Conseguentemente il Commissario generale aveva proposto che in attesa
del completamento della stima, che avrebbe richiesto tempi molto lunghi, si
realizzasse la misurazione in campo e si imponesse un riparto provvisorio da
conguagliare successivamente dopo il completamento di tutte le operazione.
I giochi comunque gia sembravano fatti, in quanto durante la discussione
Papa Pio VI fece sottoporre alla Congregazione un documento che si esprimeva nei termini seguenti: “...la misura è più esatta dell’assegna, ma si
prega di riflettere che tutti i popoli strilleranno se dovranno soccombere
all’enorme spesa dell’estimo da fissarsi con le misure” lasciando “...la libertà di adoperare le misure a quelle comunità che volontariamente si sarebbero offerte a soffrirne le spese”. (8)
La votazione finale
All’interno della Congregazione Speciale le due proposte avevano avuto
lo stesso numero dei voti, per cui i membri si rimisero alla volontà del
Pontefice.
Dalla votazione espressa dai singoli congregati al momento di decidere
quale due differenti proposte di catastazione si sarebbe dovuto adottare,
emergono delle visioni molto diverse. Ben quattro membri della
Congregazione Particolare (Tesoriere Pallotta, Camerlengo Rezzonico, e i
membri del Buon Governo Livizzani e Vai), si sono espressi per approvare
il tipo di catasto previsto nel “Progetto” del 1767, il catasto redatto per
“assegna”.
Gli altri quattro componenti sono invece del parere che sia necessario
redarre un catasto basato sulla misurazione e stima effettiva dei fondi (Il
Commissario Bufferli, Il Prefetto del Buon Governo Casali ed il Componente
Giraud), mentre un altro membro si esprime per l’accertamento dei frutti percepiti in dieci anni della coltivazione dei terreni (componente Pallavicini),
metodo che prevede anch’esso la misurazione dei fondi. (9)
174
LA MAPPA DI DOMO DEL 1776-1777
Il 23 luglio1777 il Pontefice diede il suo responso, che, come era prevedibile non poteva dissentire dall’approvazione immediata ed integrale del
Progetto predisposto al tempo del suo Tesorierato, vale a dire la formazione
di un catasto “pro exibitionem notularum assegnationis” e diede al Card.
Casati il comando di predisporre l’Editto sull’Estimo, pubblicato il successivo 15 dicembre 1777.
3. Catasti geometrico-particellari nello Stato Pontificio
Presso l’Archivio di Stato di Roma (10) si trovano conservati due elenchi di territori dello Stato Pontificio già misurati con la Tavoletta Pretoriana:
Il primo contiene “Istruzione stabilita dalla S. Congregrazione del Buon
Governo per la rinnovazione dei catasti del 1760”, (10) il secondo contiene
“Riflessioni e studi sul nuovo catastro…1760-1777”. (10)
Entrambi elencano i nomi di 50 luoghi dello Stato Pontificio, in cui i
catasti a misura e stima con il sistema geometrico e con l’uso della tavoletta
pretoriana, erano in corso di compilazione.
Il primo contiene: Alatri, Castiglion del Lago, Cesena, Faenza Foligno,
Gubbio Marca, Monte dell’Olmo, Perugia, Rimini, Roccacontrada (Arcevia),
S. Argangelo, S. Giusto, Sassoferrato, Senigallia, Trevi, Veroli, Urbino.
Il secondo contiene: Apecchio, Bagnacavallo, Belforte, Bastia, Bettona,
Bevagna, Canara, Civitella della Teverina, Citerna, Costacciaro, Cagli,
Cantiano, Fossombrone, Imola, Lugnano, Montefalco, Macerata di
Montefeltro, Montesecco, Mogliano, Montefiascone, Montone, Orvieto,
Pigli, Pecorari, Rieti, Riolo, Recanati, Serra S. Abbondio, Scheggia, S.
Angelo in Vado, Serra San Quirico, S. Anatolia, San Lorenzo delle Grotte,
Serravalle, Urbania. Da un’altra fonte (11) si ricavano i nomi di altri due territori in cui i catasti a misura e stima: erano in corso di compilazione: Spello
e Massaccio (Cupramontana).
Una ricerca effettuata sui fondi presenti negli archivi storici dei Comuni
ricadenti nel territorio della Provincia di Ancona, relativa ai Comuni di
Roccacontrada (Arcevia), Sassoferrato, Senigallia, Serra San Quirico e
Massaccio (Cupramontana), e anche quella condotta in un Comune della
Romagna: Riolo (Riolo Terme), non ha purtroppo evidenziato la presenza di
mappe catastali redatte tra il 1760 ed il 1777, cioè antecedenti alle mappe del
Catasto Gregoriano, pubblicato nel 1835.
Una ricerca effettuato sull’indice del fondo “Catasti Pontifici” presente
all’Archivio di Stato di Roma non ha evidenziato anch’esso la presenta di
175
FLAVIO VAI
carte risalenti a quel periodo.
È indispensabile effettuare nel prossimo futuro, una ricerca più accurata
in altri fondi dell’Archivio di Stato e anche in altri Archivi, in quando da una
parte abbiamo la certezza che queste mappe sono state redatte, il che è verificabile tramite gli elenchi dei territori dello Stato Pontificio già misurati con
la Tavoletta Pretoriana, ma dall’altra parte non abbiamo riscontri oggettivi, in
quanto la ricerca effettuata non ha permesso il ritrovamento di queste rare
mappe catastali del 1700.
4. Il Castello di Domo
Nel corso dei secoli il Castello di Domo, sorto sulla collina sovrastante
l’antica villa romana “Domus” a cui forse deve il nome, è stato oggetto di
contenzioso territoriale da parte delle comunità di Fabriano, Apiro e Serra
San Quirico.
Di uno di questi passaggi improvvisi di giurisdizione abbiamo una testimonianza nei documenti catastali, che vedono il Castello di Domo nel 1776
ancora appodiato alla comunità di Fabriano e nel 1777 compreso nel territorio della comunità di Apiro.
“Castello di Domo di Fabriano”. Nell’Archivio Storico di Serra San
Quirico è presente una mappa catastale, che riporta nel riquadro generale
dell’intestazione la seguente scritta “Pianta generale topografica di... territorio del Castello di Domo di Fabriano... da me effettuata nell’anno 1776 al
1777...”. (12)
“Domo nel Comune d’Apiro”. Nell’Archivio di Stato di Ancona, è presenza il Sommarione riepilogativo contenente la trascrizione di tutti i dati
riportati nelle “assegne” presentate, che in una della pagina iniziali evidenzia “Domo frazione d’Apiro”.(13) Il Sommarione, realizzato sulla base
dell’Editto Casati del 15.12.1777 è composto di un unico volume e raggruppa le seguenti quattro ville: Villa Croce, Villa Sasso, Villa Certine e Villa
Pereta.
Per il Castello di Domo ci troviamo di fronte ad un caso singolare, in
quanto in contemporanea o comunque a distanza di poche mesi, si sono formati due catasti con impostazioni tecniche completamente diverse l’uno dall’altro. Impostazioni che sono state oggetto di un vivace dibattito tra i membri della Congrezione deputata per la formazione del catasto e tra gli scrittori e fiscalisti dell’epoca.
176
LA MAPPA DI DOMO DEL 1776-1777
La mappa di Domo
La mappa è stata realizzata su pergamena o su carta pergamenata utilizzando tre strisce di carta sovrapposte di 3 cm, sviluppa una larghezza di circa
cm 135 e un’altezza di circa 129 cm, e si presenta, purtroppo in pessimo stato
di conservazione, lacerata nei bordi e sulle parti centrali e risulta non essere
leggibile in ampi spazi. La mappa non è catalogata tra i documenti presenti
nell’Archivio Storico di Serra San Quirico, né tra i documenti inventariati
della Sovrintendenza dei Beni Archivistici delle Marche e sembra provenire
La mappa di Domo.
da un deposito del Monastero di Santa Lucia.
La mappa, con riferimento al contesto in cui è stata realizzata. ha un
valore storico rilevante, in quanto rappresenta uno dei pochissimi casi di
catasto geometrico-particellare realizzato nella seconda metà del 1700 nello
Stato Pontificio da parte del “Pubblico Catasto”, che consente di avere una
rappresentazione grafica in scala del Castello (parte urbana), del suo territo177
FLAVIO VAI
rio circostante, compresa viabilità e abitazioni sparse, e di effettuare dei confronti sulle modifiche urbanistiche intervenute dal 1700 ad oggi.
La carta è stata disegnata con inchiostro a quattro colori: nero, rosso,
celeste e giallo. La parte alta a destra è contrassegnata dall’intestazione generale che riporta all’interno della rappresentazione grafica di un rotolo di pergamena la seguente scritta:
“Pianta Generale topografica di tutto il Territorio del Castello
di Domo di Fabriano formata da me sottoscritto e redatta dalle...
del Pubblico generale Catasto da me effettuato nell’anno 1776 al 1777...
tavola Pretoriana e Canna livellare o sia orizzontale
e siccome l’usuale misura
Città di Fabriano è di canne... per Soma, e di Canne 168 la Coppa
e Canne 48…da Ravenna…medesima misura da me è stata
ridotta a Canne 400 Somma di Canne 35 la Coppa e Canne 12 e mezza la
e piede d’oncie…. Misura quasi esattamente la medesima
Misura come si dimostra dalla Figura di due quadrati segnati lettera A e B
espressa nella presente…perciò sia medesimo dirsi essere…di
terreno di questo territorio…Millettrecentoquaranta quattro e oncie Diciotto
........................”.
Risulta completamente illeggibili l’ultima parte dello scritto comprese le
generalità del tecnico Agrimensore.
Come riportato nell’intestazione l’Agrimensore ha realizzato la mappa
l’utilizzando le più moderne apparecchiature dell’epoca “tavola Pretoriana e
Canna livellare o sia orizzontale”.
La tavola pretoriana era uno strumento utilizzato per il rilievo in dettaglio a partire dal 1590 fino a dopo la metà dello scorso secolo. Era costituito
da una tavoletta in legno con sopra un apposito foglio da disegno, orientato
mediante una bussola, sul quale si tracciavano direttamente le linee che venivano traguardate attraverso un’alidada con traguardi ad alette, detta “manico
di paniere”.
Tale strumento già utilizzato per la formazione del Catasto Piemontese e
Lombardo o teresiano, verrà applicato nello Stato Pontificio solo successivamente in età post-napoleonica, per la formazione del catasto detto
Gregoriano, pubblicato nel 1835.
Di fianco all’intestazione generale è riportata una scritta solo parzialmente leggibile, che riporta testualmente:
“ …di Monsignor Astori
…Particella debba
178
LA MAPPA DI DOMO DEL 1776-1777
…di Confine tra questa Comunità
di Domo…”.
A sinistra in alto della mappa sono riportate le Annotazioni scritte
anch’esse all’interno della rappresentazione grafica di un rotolo di pergamena ed indicano fedelmente:
“Li numeri che esistono nei corsi infrascritti per la presente Pianta
devono li riconoscere se questi stessi descritti nel Libro del catasto dalla
parte dei possidenti.
Le linee doppie rosse e gialle indicano strade.
Le linee rosse serpeggianti un stesso ordine denotano Fossati.
Le case restano colorate rosse.
Il segno S indicato nelle strade che nei fossati
e confini indicano che il medesimo Possidente continua nell’altra parte.
I fondi sono indicati …e segnati con la lettera T.
I termini tecnici restano parimenti segnato T e colorati al vignato”.
Sulla parte centrale\sinistra della carta è riportato il disegno di una rosa
dei venti, colorata in rosso giallo e nero con il nord geografico rivolto sulla
perfetta verticale della carta..
Sempre sulla sinistra nella parte in basso della carta è stato disegnato un
prisma squadro che consentiva al Perito agrimensore di effettuare in campo
le misurare gli angoli.
Sulla parte bassa al centro della carta è disegnato un compasso colorato
in rosso, tale strumento permetteva di riportare in scala e su carta le misura
effettuate in campo.
In basso a destra della carta viene riportata una scala grafica rettangolare riportante la scritta “Scala Geometrica di Canne 80...”. Il resto risulta purtroppo illeggibile. Si tratta del ragguaglio tra la misura di Fabriano e quella
di Ravenna (?) che il Tecnico Agrimensore indica nell’intestazione principale della mappa come “...dalla Figura di due quadrati segnati lettera A e
B…”.
Altre parti della carte compreso in un riquadro risultano completamente
illeggibili.
179
FLAVIO VAI
Urbanistica
Per quanto concerne la parte urbanistica, nella mappa del 1776-1777 il
Castello di Domo è riportato con la rappresentazione grafica in scala 1:2.000
e tutti i fabbricati sono disegnati in rosso.
Rispetto agli altri Castelli questa mappa ci consente di anticipare di circa
sei decenni la rappresentazione planimetrica della struttura urbanistica e
come vedremo di seguito, in questi anni vi saranno dei mutamenti consistenti della struttura urbana del Castello.
Se si confrontano le planimetrie del 1776-1777, del 1835 e quella attuale si notarono i seguenti cambiamenti:
1. L’impianto planimetrico attuale non subisce sostanziali modifiche
rispetto alla mappa redatta per la formazione del catasto Gregoriano nel
1835. Si nota solo la scomparsa di piccoli edifici causati da crolli o demolizioni. Tale situazione si protrae ancora oggi e può essere verificata percorrendo i gli stretti vicoli del centro storico dove si incontrano diversi edifici
abbandonati e pericolanti.
Nella planimetria del 1835 non è ancora presente l’attuale scalinata di
accesso al Castello e realizzata sulla demolizione di un antico torrione, mentre viene indicata la presenza della nuova chiesa dedicata alla Madonna del
Rosario.
2. La planimetria del 1776-1777 e quella del 1835 si differenziano in
modo notevole, in quanto risulta fortemente modificata la struttura urbanistica del perimetro delle mura castellane e dei fabbricati posti al suo interno.
Dalla planimetria del 1700 emerge che l’accesso era stretto ed incassato
all’interno di due ampi edifici, il cui tracciato era caratterizzato da una curva
ad angolo retto che girando verso sinistra in corrispondenza dell’arco esistente, indirizzava l’uscita direttamente verso le case del Borgo sottostante. Tale
impianto urbanistico determinava un accesso al Castello disagevole ed in
forte pendenza, caratteristica molto comune nelle fortificazioni medioevali.
La demolizione di uno dei due edifici (quello di destra in uscita) ha permesso di realizzare, sul perimetro del vecchio fabbricato, un muraglione di
contenimento che ha modificato il tracciato e rialzato la quota del piano viabile fino a quella attuale.
Tale intervento ha sicuramente migliorato la viabilità di accesso, ma
contemporaneamente ha snaturato e fortemente modificato l’originale struttura medioevale.
Risulta fortemente cambiata anche la disposizione urbanistica dei fabbricati all’interno del Castello e nella carta del 1776-1777 si nota la mancanza
180
LA MAPPA DI DOMO DEL 1776-1777
di una piazza. Soltanto i crolli e le demolizione negli anni successivi hanno
creato gli spazi urbani, la piazza davanti alla vecchia Chiesa di San
Paterniano e la piazza davanti alla nuova Chiesa dedicata alla Madonna del
Rosario, prima inesistenti.
Tale situazione potrebbe derivare anche dalle conseguente del forte terremoto del 1741 che ha colpito fortemente tutta l’alta valle dell’Esino e che a
Domo ha provocato gravi danni all’interno del Castello; “subiscono crolli e
lesioni le strutture della casa priorale, il campanile della chiesa, il forno pubblico e molte case private”. (14)
Particolare mappa.
181
FLAVIO VAI
5. Conclusioni
Il territorio di Domo anche se non inserito nei due elenchi ufficiali di territori dello Stato Pontificio misurati con la Tavoletta Pretoriana, tra la promulgazione del Motu Proprio del 27 luglio 1776 e la pubblicazione
dell’Editto Casati del 15.12.1777, è stata oggetto di misurazione e di successiva riproduzione grafica da parte di un perito estimatore del Pubblico
Catasto.
Purtroppo il Sommarione di questo catasto è introvabile. Il perito ne fa
menzione nelle Annotazioni presenti sulla mappa “Li numeri che esistono nei
corsi infrascritti per la presente Pianta devono li riconoscere se questi stessi descritti nel Libro del catasto dalla parte dei possidenti...”, ed il suo ritrovamento avrebbe permesso, tramite il numero di particella segnata sulla
mappa, di attingere alle informazioni ad esso correlate: generalità del proprietario, massa culturale, nome della contrada e del vocabolo e forse anche
ad altre preziose notizie.
Possiamo definirlo un catasto “sperimentale”, in quanto redatto sulla
base delle “Istruzione stabilita dalla S. Congregrazione del Buon Governo
per la rinnovazione dei catasti del 1760” (10) e delle “Riflessioni e studi sul
nuovo catastro... 1760-1777” (10), al fine di consentire alle istituzione di
valutare le problematiche e i tempi necessari per la redazione di un moderno
catasto da formare, con modalità unitarie, su tutto il territorio dello Stato
Pontificio.
La mappa vista nel contesto dell’epoca, assume un’importanza storica di
rilievo, in quanto rappresenta uno dei pochi esempi ritrovabili di catasti geometrico-particellari realizzati nel 1700 nello Stato Pontificio dal “...Pubblico
generale Catasto…”.
Flavio Vai
182
LA MAPPA DI DOMO DEL 1776-1777
Note bibliografiche
1- ASR (Archivio Stato Roma), Camerale II, Camerlengato e Tesorierato,
b. 16 - “Progetto”.
2 - Ivi, b. 16 - “Progetto”.
3 - Ivi, b. 16 - “Progetto”.
4 - ASR, Camerale II, Camerlengato e Tesorierato, b. 16. Il registro di 500
cartoni il 16° contiene anche il motu proprio del 27 Luglio 1776.
5 - Ivi, b.16 Progetti.
6 - B.V. (Biblioteca Vaticana), Sala Manoscritti-Cod.Vat.lat. 10314 (sec.
XVII) - Diario di Viaggio del Tesoriere Mons. Pallotta nel 1775.
7 - ASR, Camerale II, Camerlengato e Tesorierato, b. 16 - “Registro” e b.
17 “Osservazioni”.
8 - ASR, Camerale II, Camerlengato e Tesorierato, b. 17 - “Osservazioni”.
9 - ASR, Camerale II, Camerlengato e Tesorierato, b. 16-fogli 469-474.
Sentimenti e Risoluzioni della Congregazione deputata tenutasi il 21
luglio 1777.
10 - ASR, Camerale II, Catasti bb.1 e 2.
11 - D. Sinisi, Catasti Settecenteschi, Atti Convegno, Perugia, 1983.
12 - Archivio Storico di Serra San Quirico - Mappa del territorio di Domo
1776-1777.
13 - ASA (Archivio di Stato di Ancona), Catasti Pontifici, vol. 999.
14 - G. Castagnari, Abbazie e Castelli, Fabriano, 1990.
Bibliografia
1 - E. Piscitelli, La riforma di Pio VI e gli scrittori economici Romani,
Feltrinelli, Milano, 1958.
2 - D. Sinisi, Catasti Settecenteschi, Atti Convegno, Perugia, 1983.
3 - C. Gamba, “Rivista di Storia del Diritto Italiano”, vol. XVIII (1985).
4 - F. Vai, I catasti e la proprietà terriera a Mergo nel 1700, Mergo, 2009.
183
.
DIARI DI PRIGIONIA
I
ERMENEGILDO SPINACI
VITA E RICORDI DELLA MIA PRIGIONIA IN GERMANIA
8 settembre 1943
Un diario dall’8 settembre 1943 al 31 dicembre 1945.
Dall’armistizio, alla prigionia, al ritorno a casa. Scritto a matita in una
piccola agenda block notes dalla copertina nera, è stato ritrovato dopo la
morte del protagonista in cantina tra altre carte e cartacce, uno sguardo di
curiosità lo ha salvato dal macero: nessuno lo aveva mai letto, una scoperta, una forte emozione per tutti i famigliari non appena lo hanno aperto.
La trascrizione è stata fatta lasciando gli errori ortografici originali: è
stato aggiunto solo qualche segno di interpunzione per meglio comprendere il testo.
Ermenegildo Spinaci di Cupramontana (1916-2000) è stato Caporale
Maggiore artigliere. Il 21 ottobre 1957 gli fu concessa la Croce al Merito di
Guerra per internamento in Germania.
Trascorse otto anni fuori casa, cinque anni a Zara dove prestava servizio
e tre internato in Germania. Lavorò presso un falegnameria, Holz Industrie,
a Blomberg-Lippe, nella Renania Nord Wesfalia.
Ermenegildo Spinaci.
L’Italia agli ordini di S. E. Maresciallo Badoglio
ed il suo governo cessa la guerra emanando l’ordine di cessare ostilità con agli anglo americani,
ma difendersi con quiunche altre nazionalità tentasse di molestare. Avendo mezzi e forza a qualsiasi di queste violazioni. ma mancato ogni collegamento con superiori comandi, ogni resistenza
sarebbe stata vana, o inutile di fronte allora ancora organizzato esercito tedesco, specie in balcania
l’eccezionale crisi di tutte le nostre truppe fu critica ed oscura due erano le sorte - combattere con
loro o essere malmenati deportati come la mag185
ERMENEGILDO SPINACI
gior parte o dico tutti toccò questa sorte. Sorte che abbiamo tristemente e inumanamente seguito nei campi di concentramento tedeschi. Nelle fabbriche,
nelle stazioni, nelle campagne, ovunque vi era un italiano, ti sentivi chiamare Traditore! Italiano. Badoglio.
158.mo Reggimento Art. D. F. Zara Rep. Comando -. Era mia sede a Zara
dove 5 anni e mezzo facevo servizio.
Arrivati i Tedeschi con prepotenza e Padronanza. ci rinchiuse nelle caserme impadronitisi di tutti i magazzini viveri ecc. poco mangiare in attesa di
un nostro giudizio – ma i soldati di S. M. Il Re Vittorio E. III sapeva la strada da seguire, senza che ci avesse lusingati e impappinati di propaganda.
Sette furono le condizioni e una sola fu chiesta a voce alta (prigionieri!)
infatti dopo 8 giorni di clausura nelle caserme il Comando Tedesco con proclamazione n. 1 delle Forze Arm.[ate] Italiane ci fecero queste condizioni: 1,
combattere a fianco di loro; 2, volontari nell’art.[iglieria] contraerea; 3,
volont.[ontari] Lavoratori nelle org.[organizzazioni] Tost. (?); 4, nelle file
della milizia fascista; 5, aderire all’Italia di Mussolini; 6, aggreg.[azione]
Alle divisioni Tedesche; 7, campo di concentramento. Poi fu aggiunta l’8va
da noi che molti andarono con i ribelli ma anche i partigiani avevano riempito le file ed era impossibile essere accettati.
La mia Bgt [brigata]100 uomini circa 15 prese questa via ed altri con me
ai campi di prigionia Tedesca camminando per 6 giorni a piedi senza mangiare, ogni giorno ti dava 100 grammi di pane nero tutto ammuffito e un po’ di
grano grezzo in natura senza possibilità di poterlo cocere perché nelle tappe
si arrivava di notte e il fuoco non si poteva accendere perché ti sentivi piombare a dosso scariche di mitraglia.
Lungo tutto il faticoso tragitto molti furono malmenati spinti perché non
avendo più forza di camminare colti dalla fame e dalla stanchezza dal sonno.
ed anche io il primo giorno caddi sfinito a terra ma per fortuna un giovane
soldato tedesco forse il meglio di tutti i suoi fetenti mi caricò sulla macchina
e mi portò alla prima tappa dove dormire all’aperto – giorni di pioggia mai
vista di simile - partito assiemi con Mariano Severino e Lorenzo i miei
migliori amici in cui non ci siamo mai separati - dopo 6 giorni di sentieri sassi
arrabbi osi delle piccole strade tra boschi e montagne - giungemmo ad una
stazione ferroviaria della Croazia, Bigac, due giorni di sosta e su un treno un
vagone merci scoperto con tutto carbone ancora a terra e proibito pulirlo
chiusi senza poter soddisfare ai propri bisogni ci avviamo a altri 6 giorni di
viaggio senza mangiare un kg di pane doveva bastare tutta questa strada.
giunti ad un campo di Conc.[entra]m[ento] a pochi km dall’Olanda. paese
detto Meppel. ma il paese era a circa 12 km. la prima cosa fu la rivista dopo
186
VITA E RICORDI DELLA MIA PRIGIONIA IN GERMANIA
aver trascinato alcuni indumenti per bisogno ci levarono tutto lasciandoci
solo quello a dosso. In questo campo fu fatto smistamento ed io insiemi a 40
uomini ci portarono a Blomberger piccolo centro delle Lippe in una fabbrica
di compenzato.[In realtà la località era Blomberg-Lippe nella Renania Nord
Westfalia]. Brande di legno dormire in magazzino pieno di legnami e rottami di Macchine - una stanza senza Finestre.
Questo era e fu il nostro Albergo per 14 mesi che dopo ci fece una
Baracca di legno sdoppio che poteva passare Dalle fessure anche i gatti.
Arrivati a destinazione verso le 13 del 16 ottobre 1943 affamati da tre
giorni senza quasi cibo alcuno. Dopo 3 ore circa di attesa due uomini ed una
donna giovane bella visita la nostra abitazione portandoci da mangiare patate fritte in verità buone ma erano pochine dalla fame che ci si aveva ed una
fettina di pane. Questi due uomini di sguardo più tosto severo. Il capo della
fabbrica ed il maestro un ometto piccolo con sguardo da galera ma poco ci si
faceva caso perché in germania gli uomini sono tutti così. Il capo della fabbrica un uomo daffari cuore di ferro. La giovane e bella ragazza di circa 20
anni giovane di tanta bontà. Appena entra ci diede uno sguardo sorridente e
ci sentiamo dire (buona sera) tutti si rimasero impressionati come tra tanti
leoni fossi esistito una ragazza così gentile col parlare la nostra lingua. Allora
il soldato che ci accompagnava ci disse che era Russa ed allora si pensò ecco
perché Era gentile con noi. Una ragazza di Stalino Ianschschenko Liddia la
quale era stata a contato con i nostri soldati in Russia ed aveva imparato qualche parola italiana. Proprio questa giovane che io diedi tanti sguardi tanti sorrisi affinché un giorno dopo aver lavorato a sieme io gli dissi che era tanto
bella! Come molte volte gli dicevo ma invano perché si era prigionieri e
anche loro erano proibite di parlare con noi. Ci dissi una mattina circa le ore
cinque. Lidia Tu bella tanto Tu Mis Zurig in Russeland. Tu con me in Italia.
A questa parola che io gli dissi differente a tutte le altre perché capì che nei
miei occhi esisteva un affetto un amore vero per lei. Rispose Cosa mi porti a
fare in Italia Tu ai la tua Maria dopo Maria a me sgridare. Ma ripetetti che
due anni senza rivedere Maria non gli negai che io a Maria volevo tanto bene
ma forse se si poteva essere dimenticata dal lungo tempo di isolamento. E
così che Lidia disse io Gildo o molto amore per te sempre da quando io ti o
visto io ti o sempre guardato sempre penzato a te!
Ma durante la tua prigionia sei sempre stato serio e triste. Mi descrisse
tutta la mia vita passata in fabbrica tutti i ricordi di me che io avevo tutto
dimenticato. E lei mi diceva ricordi questo? Ricordi quello? E con quei occhi
pieni di affetto mi Testimoniava che seguendomi mi amava sul serio. E io
risposi che nella mia tristezza e serietà. Era per il pensiero alla mia mamma
187
ERMENEGILDO SPINACI
al mio padre al mio caro fratello che non sapevo nulla a tutti i miei cari che
mai usciva dal mio pensiero. Veramente ero triste io non esacero passavo
delle settimane senza fare un sorriso - sguardo severo a questa infame gente
tedesca sopportando fame e sonno ed ogni rancore arrivando perfino un giorno a bramarmi la morte e quando un giovane nella più nobile età arriva ad un
simile gesto le condizioni dico disumane e insopportabili supera il limite di
umanità e senzo.
La bella Lidia era veramente fantastica nel primo istante lei annunciò al
mio caro amico Carlo Castellani. Queste parole Carlo io fidanzata con Gildo
e Carlo con faccia sorridente ci fece gli auguri dandoci la mano, presente
anche il mio compagno di lavoro Angelo Benini. Fatto sapere a Lidia che io
e Carlo eravamo più che amici ma fratelli. Veramente Carlo un giovane di
Firenze che mai dimenticarò. Giovane istruito. Molte cose mi diceva molti
consigli veramente da padre ci si scambiava le più triste o fantastiche avventure, sull’amore su tutto. Anche lui aveva fatto tanta vita militare e non era
stato mai il segondo su tutto e per tutto.
Tutte le informazioni Lidia chiedeva a Carlo, ore intere parlavano di me
e Carlo gli diceva che solo Lidia col suo bene fare poteva venire con me in
Italia ed far parte della mia famiglia trascrivendogli tutto il mio stato di famiglia e della mia bontà verso di Lei e Lidia ogni giorno cresceva di gioia. ma
quello che lei gli era estraneo di non poter venire a spasso finocche non si
fosse liberi perché proprio in qui tempi che miro un grande controllo su queste ragazze russe non per causa nostra ma per ordini superiori.
Io poco insistevo ma sapevo che lei era ormai convinta che lavessi portata in Italia ma lei smaliziava sul’amore della mia Maria che lei volle vederla
in foto. Quando lei guardava la foto mia e Maria si guardava col suo specchio tascabile diceva Gildo Maria è più bella di me?...ed io a queste domande tacevo perché mi rattristava il cuore ricordandomi i sintomi di una cara
fidanzata come pure mi ricordava la mamma il babbo i fratelli. Era tanto
curiosa tutto voleva sapere: timeziosa [timorosa] più tosto di me perché forse
gli ero differente agli altri. Seria ordinata. Mi appariva con un sorrisetto. e
voleva imparare tutto in italiano. Gildo cos’è questo? Gildo cos’è quello?
Molte cose io chiedevo a Lei il fatto che trasformati a lavoratori liberi si poté
avere la libertà di farsi a sieme delle belle passeggiate ma il poco capirci era
l’unico ostacolo.
Quando il nostro amore si incominciò a diminuire e perdere speranze così
avvenne il crollo definitivo. E lei chiamando Carlo più volte per rimetterci a
posto ma io sempre più nulla volli sapere. Magari soffrendo ma non volli più
nulla. Vedendo questo Lidia un sabato e sera volle portare in baracca due
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VITA E RICORDI DELLA MIA PRIGIONIA IN GERMANIA
Polacchi per farmi vedere a me che lui amava ed io non sapevo nulla di questo. Dissi solo di lei apparire Questa sera non si balla in baracca e successe
una grossa questione tra noi Italiani e Polacchi.
Carlo scrivendo la storia di questa vera avventura. Soprattutto scriveva.
Non è il destino che crea l’uomo ma è l’uomo che crea il destino. E Gildo il
destino lo a creato da sé! e continua che a presso scriverò.
Carlo era tanto amato da un’altra bella ragazza: Clara Sergutan, bella
ragazza distinta e seria veramente fantastica. Fu proprio che le feste del S.
Natale fui costretto a disciogliere tutto.
Ma il mio sguardo era già affisato ad un’altra giovanina di 17 anni che
lavorava assiemi a me proprio da lei io feci chiedere a Lidia la mia foto indietro. Questa giovanina Ala Sazarepa troppo giovane ma di giorno in giorno
cresceva l’affetto. Quanti balli a siemi quante ragionate nei minuti di intervallo alle macchine erimo a siemi a parlare nella sua pausa delle ore 9 era
sempre lì,allora si imparava a parlare io il russo e lei l’italiano.
Non è il caso di parlarne a lungo che nell’intento delle tragiche avventure bisogna prendere la vita come viene e come meglio si può. In Germania la
situazione nostra richiedeva più che mai il mangiare, quella era la più difficile difficoltà non era sempre il pensiero ad una ragazza alla cui non faceva
che farti levare il pensiero un momento delle persone care e delle tragiche
situazioni.
Mesi e mesi senza posta senza notizie della mamma e dei famigliari, tragiche ore nelle lunghe notti faticose e piene di tormenti mentre le ragazze
penzano tutt’altro diverso anche perché anno un’ attaccamento alla famiglia
che noi. Io dico, manco un istante potevo dimenticare i miei cari il mio caro
fratello che spesso ci scrivevamo ma ora anche con lui non ho più corrispondenza ed il pensiero è più acuto che mai.
Quando vennero gli Americani ed allora non si parlava più di lavoro ma
di ritornare a casa ed il pensiero si fece ancor più forte alla mamma e
alla casa.
Mamma Ritorneremo!
Siamo sopravvissuti dalla tremende Guardie Tedesche. Solo Iddio
Onnipotente a steso la sua mano su di noi. Un pensiero verso i Fratelli caduti dalla fame e dalle Atrocità e barbarie Tedesche.
Iddio conservi i nostri cari. Iddio ci aiuti a tornare sani e salvi ai nostri
cari. Torneremo.
189
ERMENEGILDO SPINACI
31 Decembre ‘945.
La notte serena il focolare spento i miei fratelli alla veglia il mio babbo a
letto ed io mezzo ammalato attorno al focolare spento mamma vicino alla
legna ma non funziona il fuoco Marietta furicchia un po’ di filo attorno ad
una tovaglia bianca. Mentre Massimo custodisce il maiale a mercato nero che
io dalla mia poco voglia di camminare non sono andato.
Iddio benedica questo già passato ma gli prego che di anni così fetenti
non ne faccia più.
Iddio ci aiuti.
Ermenegildo Spinaci
(Introduzione e trascrizione a cura di Riccardo Ceccarelli)
190
DIARI DI PRIGIONIA
II
MARIO MOSCONI
RICORDI MILITARI E LA PRIGIONIA
Il racconto di Mario Mosconi, nato a Majolati l’8 Dicembre 1910, è un
diario diverso da quelli cruenti scritti in Europa; la guerra di Mario è limitata ad uno scontro nel nord Africa dove gli Inglesi, superiori per numero e
mezzi, ottennero un facile successo sugli Italiani.
Poi tutto il racconto è un ricordo della prigionia, patita tra l’India e
l’Australia, continenti conosciuti solo sulle cartine geografiche della scuola
e attraverso le comunicazioni degli Alleati.
Per favorire la lettura sono state appartate delle piccole correzioni, ma
il testo, nella sua sostanza, è assolutamente originale.
“Nell’anno 1940, fui richiamato per la terza volta sotto le armi, il 20 Maggio
ho ricevuto la cartolina per partire il 23 Maggio, destinato al deposito del
XXXVI Fanteria a Modena.
In realtà sono partito il 24 Maggio, dato che il giorno 23 era festa del Corpus
Domini.
La sera stessa del 24 Maggio sono arrivato a Modena. Il giorno dopo al
nostro arrivo ci hanno vestito con le uniforme militari e ci hanno assegnato
al CXLI Fanteria.
Dopo un breve addestramento, il giorno 29 Maggio siamo partiti da Modena
per andare all’imbarco a Napoli. Siamo arrivati a Napoli il 30 Maggio 1940.
Alle ore 12,00 ci siamo imbarcati sulla nave Liguria e la stessa sera siamo
partiti per la nostra destinazione.
Il giorno 3 Giugno 1940, siamo arrivati al porto di Derna, in zona Marmarica,
cioè un territorio tra la Libia e l’Egitto, la città principale è Tobruk.
Alle ore 10 del mattino siamo sbarcati e ci siamo accampati ad un chilometro sopra Derna, lì siamo rimasti in attesa per quattro giorni.
Derna è una città della Libia nord orientale, fu anche capitale della Cirenaica.
Poi il giorno 7 Giugno 1940, alle ore 11 del mattino, siamo partiti da Derna
in autocolonna per andare a Croma (?) a centodieci chilometri da Derna, lì
191
MARIO MOSCONI
siamo stati fermi otto giorni.
Il giorno 15 Giugno 1940, alle ore 17,00, siamo partiti da Croma a piedi per
andare dieci chilometri oltre la città di Tobruk. Questo è stato un duro trasferimento, è stata una marcia della durata di circa quaranta chilometri. Tobruk
è una nota città portuale del Mediterraneo situata nella parte orientale della
Libia.
Probabilmente Modena. Estate 1940. Il primo da sinistra è Mario Mosconi.
192
RICORDI MILITARI E LA PRIGIONIA
Durante questa marcia, abbiamo fatto una pausa; infatti siamo stati fermi, la
notte, per nove ore, in modo da poterci riposare.
La mattina successiva, quando siamo ripartiti, solo dopo un’ora di cammino,
abbiamo avuto il primo allarme. Eravamo stati individuati e tre apparecchi
inglesi ci sorvolarono più volte cercando di mitragliarci.
È stato un attacco vero e proprio, noi abbiamo avuto, per la prima volta, un
grande spavento, ma nello stesso tempo abbiamo reagito. Prima di tutto ci
siamo sdraiati tutti a terra per non farci scoprire, contemporaneamente, nello
stesso istante hanno incominciato a sparare le nostre contraeree per allontanare gli aerei. Infatti i velivoli inglesi sono stati costretti a scappare senza
lasciare nessuna mitragliata efficace.
Noi abbiamo ripreso la marcia e siamo arrivati ai canaloni davanti la città di
Tobruk.
In questo luogo siamo stati fermi circa quaranta giorni, in questo periodo di
attesa tutte le sere abbiamo avuto allarmi. Infatti erano frequenti gli attacchi
di apparecchi nemici, per questo motivo ho dormito, insieme ad Alderano
Cialoni, sotto una grossa pietra per non rischiare di essere colpiti dalle schegge. Il giorno 28 Giugno 1940, alle ore 16,00 è morto Italo Balbo. [Infatti questa vicenda fece molta impressione, fu un vero e proprio giallo. Italo Balbo,
il maresciallo dell’aria, era anche Governatore della Libia. Il 28 Giugno
1840, Italo Balbo, mentre rientrava da un volo, nei pressi dell’aeroporto di
Tobruk, fu colpito dall’artiglieria italiana situata a terra e sulla nave San
Giorgio. Questo incidente fu interpretato anche come una volontà di Benito
Mussolini di eliminare un rivale, forse l’unico dotato di forte personalità in
grado di tenere testa al Duce].
Il giorno 20 Luglio siamo partiti a piedi per andare ancora circa altri trenta
chilometri avanti, in un posto chiamato City Manu, anche lì siamo stati fermi
circa quaranta giorni.
Per fortuna in questo accampamento non abbiamo avuto nessun allarme, evidentemente i bombardieri inglesi non ci avevano individuato.
Il giorno 30 Agosto 1940, sono stato ricoverato all’ospedale di Tobruk e sono
uscito il giorno 12 Settembre 1940.
In questi giorni di ricovero in ospedale ho passato molti pericoli a causa di
bombardamenti aerei tanto che per lo spavento ho preferito uscire e dimettermi. Quando sono stato dimesso dall’ospedale di Tobruk, il nostro battaglione
era andato ancora avanti, in autocolonna, in un posto chiamato Alimesunt a
venti chilometri prima di Porto Bardio.
In questo luogo rimanemmo fermi per circa sessantacinque giorni.
In questo accampamento abbiamo avuto pochi allarmi, poi siamo ripartiti a
193
MARIO MOSCONI
piedi e siamo andati ancora sessantacinque chilometri avanti in tre tappe.
Camminando sempre di notte, siamo giunti a Ponticelli, circa due chilometri
dal confine egiziano dove siamo stati accampati per quattro giorni.
Il giorno 28 Novembre 1940, siamo partiti da Ponticelli, in autocolonna. Si è
mossa tutta la Divisione Catanzaro per andare in prima linea, dovevamo attestarci oltre quindici chilometri da Buch Buch.
La mattina del 28 Novembre 1940, alle ore nove e mezzo, abbiamo attraversato il confine e siamo arrivati in linea la sera stessa alle ore quindici, subito
abbiamo realizzato le trincee di difesa.
Dopo alcuni giorni di relativa calma, il giorno 8 Dicembre 1940, alle ore
diciassette, è incominciato il bombardamento nemico. Il bersaglio era il
primo battaglione.
La nostra artiglieria era molto attiva e durante gli scontri è caduto in fiamme
un apparecchio inglese, a soli settecento metri da noi, mitragliato dai nostri
caccia.
Nei giorni 9 e 10 Dicembre il fuoco nemico è stato ininterrotto. Il nostro
Battaglione era preso di mira dal fuoco nemico. Il nostro Battaglione non riusciva a contrastare il nemico, così nella notte del 10 Dicembre 1940, alle ore
21,00, è giunto l’ordine di ritirarsi.
Siamo partiti appena in tempo, eravamo quasi circondati dai carri armati
inglesi e siamo riusciti a trovare un varco prima che la tenaglia si chiudesse
del tutto.
Abbiamo camminato tutta la notte e la mattina successiva, l’11 ci siamo fermati nei pressi di Buch Buch per riposarci.
Il nostro programma prevedeva di ripartire la sera stessa per andare verso
Solumme (Sollum).
In questa tappa abbiamo organizzato una difesa piazzando tutte le nostre
armi: mitraglie e cannoni. Credevamo di aver organizzato una difesa efficace, invece alle ore 12,30 ricominciarono a circondare carri armati ed autoblindo inglesi; i nostri nemici erano anche aiutati dalla marina.
L’assalto inglese si fece sempre più deciso, i combattimenti aumentarono
d’intensità, ci fu un grande scontro, ma dopo tre ore di dura battaglia consecutiva gli Italiani erano in grave difficoltà.
Infatti, noi minori di armi e munizioni siamo stati costretti ad arrenderci per
non essere disfatti tutti.
Tra l’11 e il 17 Dicembre 1940 gli Inglesi scatenarono l’offensiva. Infatti, le
truppe britanniche conquistarono prima Sidi el Barrani e successivamente
Sollum, facendo circa 40.000 prigionieri e impadronendosi di centinaia di
automezzi, armi leggere, cannoni e carri armati.
194
RICORDI MILITARI E LA PRIGIONIA
Il giorno 11 Dicembre 1940, alle ore 15,30, sono rimasto prigioniero nei pressi di Buch Buch.
La sera stessa siamo partiti per andare verso Sidi el Barrani a piedi, circondati da autoblindo inglesi, abbiamo fatto circa cinquanta chilometri in due
giorni, senza un pezzo di pane, senza una goccia d’acqua. Quando siamo arrivati a Sidi el Barrani ci hanno dato una pagnotta e una scatoletta con della
carne conservata.
A Sidi el Barrani siamo stati fermi cinque giorni alla spiaggia del mare, a
pensare che gli Italiani, al termine della prima offensiva in Libia contro gli
Inglesi, occuparono Sidi el Barrani in Egitto.
Siamo riparti da Sidi el Barrani in camion per andare a Massamatruc distante circa centoventi chilometri. Giunti a Massamatruc siamo stati fermi altri
tre giorni.
Il giorno 23 Dicembre alle ore 16,30, siamo partiti con il treno da
Massamatruc per andare a Ginoefa.
La mattina del 24 Dicembre 1940 siamo passati ad Alessandria d’Egitto,
dopo qualche ora siamo arrivati a Ginoefa, intorno alle ore 13,00 sempre del
giorno 24 Dicembre 1940.
A Ginoefa siamo stati accampati per venti giorni.
Il giorno 4 Gennaio 1941 ci hanno dato il numero di matricola da prigionieri, il mio numero era 29446 e ci hanno preso tutti i dati, in particolare la paternità per dare notizie a casa attraverso la Croce Rossa.
Il giorno 6 Gennaio 1941 ci hanno vestiti con la divisa da prigionieri.
Ormai saldamente fermi in una zona controllata dagli Inglesi, il giorno 7
Gennaio ho potuto accostarmi ai sacramenti e ho fatto la santa confessione e
la santa comunione.
Il giorno 12 Gennaio mi sono diviso con il mio fratello (cugino) Mario Rossi,
gli Inglesi ci avevano destinato a luoghi diversi.
Il giorno 14 Gennaio 1941, alle ore 11,00, siamo partiti da Ginoefa con il
treno per andare al Porto di Suez. Da Ginoefa a Suez abbiamo impiegato cinque ore di treno, eravamo su carri merci. Lo stesso giorno del 14 Gennaio
1941, alle ore 16,00, ci siamo imbarcati. Il giorno 19 Gennaio 1941, alle ore
8,30, siamo partiti da Suez per la destinazione che ci avevano assegnata, ma
che noi non conoscevamo. Abbiamo attraversato il Mar Rosso.
La mattina del 27 Gennaio 1941 ci siamo fermati al Porto di Aden, al confine del Mar Rosso con l’Oceano Indiano, dove gli Inglesi avevano organizzato un importantissimo porto per la sosta delle navi in rotta per l’India e
l’Oriente in genere.
Siamo stati fermi un giorno e mezzo per permettere i rifornimenti d’acqua e
195
MARIO MOSCONI
di carburante; siamo ripartiti dal Golfo di Aden la sera del 28 Gennaio 1941,
alle ore 16,30, attraversando il mare Oceano Indiano.
Siamo arrivati in India, al porto di Bombay, il giorno 6 Febbraio 1941, alle
ore 9,00. Siamo sbarcati e abbiamo toccato il suolo indiano lo stesso giorno
alle ore 11,00.
Anche se completamente disorientati, nel pomeriggio, alle ore 16,00, del 6
Febbraio, siamo partiti con il treno dalla stazione del porto di Bombay per
andare a Diolale (Diolati).
India, 17 Luglio 1942. Mario Mosconi, ritratto nella sua divisa di prigioniero.
196
RICORDI MILITARI E LA PRIGIONIA
La mattina del 7 Febbraio 1941 siamo arrivati a Diolale (Diolati). Siamo
scesi dal treno alle ore 7,00 del mattino e siamo andati ai baracconi dei prigionieri. A Diolale siamo stati fermi quattordici giorni. Durante questa sosta
ci hanno consegnato una nuova divisa e ci hanno scattato le fotografie di riconoscimento.
Il giorno 11 Febbraio, finalmente, ho potuto dare notizie, ho scritto la prima
volta una cartolina da Diolati.
La mattina del 21 Febbraio 1941, alle ore 9,30, siamo partiti da Diolale con
il treno per andare in un’altra località situata in una posizione migliore, l’aria
era più buona, questa località si trovava vicino alla città di Bangalore.
Da Diolale a Bangalore, abbiamo impiegato settantacinque ore di treno e
siamo arrivati alla stazione di Bangalore il giorno 24 Febbraio 1941, alle ore
13,00. Giunti alla stazione ferroviaria di Bangalore ci hanno caricato in
camion per portarci nelle vicinanze di Bangalore, non molto lontano, a circa
venti chilometri da questa città.
Bangalore, India. Ricordo della Cresima fatta al campo numero 8 il giorno 26 Luglio 1942.
Tra i personaggi sono indicati il Vescovo; il Colonnello Com. 8 - Camp.; Delegato della
Croce Rossa; Interprete inglese; Tenente Cappellano italiano; Maresciallo di Marina italiano, prigioniero.
197
MARIO MOSCONI
In questa zona erano stati realizzati tutti gli accampamenti per i prigionieri.
Questo accampamento era molto grande ed ospitava circa venticinquemila
prigionieri.
Dal giorno 24 Febbraio 1941 al giorno 15 Maggio 1942 ho dormito sotto la
tenda, mentre dal giorno 15 Maggio 1942 ci hanno assegnato un posto nelle
baracche del campo otto.
Il giorno 28 Aprile 1942 sono uscito per la prima volta per una passeggiata
nei dintorni del recinto prigionieri del campo E 1, una passeggiata di due ore,
dalle ore 10,00 alle ore 12,00.
Il giorno 14 Maggio 1942 mi sono diviso con Giulio Delabella che era un
musicante della Società Filarmonica Gaspare Spontini di Majolati.
Il giorno 6 Luglio 1942 e il 17 Luglio 1942 ci hanno scattato altre fotografie.
Il giorno 14 Agosto 1941 ho ricevuto la prima posta, quattro lettere: una dei
miei genitori in data del 27 Febbraio 1941, una di Attilio (Mosconi) in data
28 Febbraio 1941, una di Italo (Mosconi) in data del 24 Febbraio 1941, una
di Elsa (Canonici, futura moglie) in data del 28 Febbraio 1941.
Il giorno 13 Gennaio 1943 ci hanno scattato le terze fotografie e pochi giorni dopo, il giorno 20 Gennaio 1944, sono stato trasferito al campo D 4, ma
non era una sistemazione definitiva, tanto che il giorno 4 Febbraio 1944 sono
stato trasferito al Campo L 5.
Il giorno 7 Aprile 1944, alle ore 5,30, sono partito dall’accampamento, dal
campo L 5, per andare alla stazione di Bangalore a piedi, dove siamo arrivati alle ore 9,30 dello stesso giorno.
Alle ore 13,00 del 7 Aprile siamo partiti con il treno dalla stazione di
Bangalore per andare al porto di Bombay e siamo arrivati a Bombay il giorno 10 Aprile alle ore 17,00.
Alle ore 22,00 dello stesso giorno ci siamo imbarcati sulla nave Ascinton (?),
siamo partiti dal porto di Bombay il giorno 13 alle ore 16,00, la rotta era per
un paese che si trovava agli antipodi dall’Italia, l’Australia.
Dopo la navigazione oceanica siamo arrivati al porto di Melbourne in
Australia il giorno 26 Aprile 1944, alle ore 11,00.
Siamo sbarcati al porto di Melbourne alle ore 13,00 dello stesso giorno e
siamo saliti in treno; siamo partiti per il concentramento del Campo 13 A e
siamo arrivati a questo campo lo stesso giorno del 26 Aprile 1944 alle ore
18,00. Il giorno 6 Maggio 1944 ho scritto la prima lettera e una cartolina
dall’Australia.
Il giorno 4 Maggio 1944 mi hanno dato il nuovo numero di matricola che era
61521. Il giorno 11 Maggio 1944 ho fatto altre fotografie per il campo.
Il giorno 15 Maggio 1944 ci hanno vestito di nuovo con gli indumenti desti198
RICORDI MILITARI E LA PRIGIONIA
nati ai prigionieri. Il giorno 15 Giugno 1944, alle ore 6,10, sono partito dal
campo 13 A per andare a lavorare in una farmhouse (fattoria), ci ho impiegato otto ore di macchina. Il giorno 14 Giugno e sera ho parlato per l’ultima
volta con il mio cognato Mario Benigni, ci avevano separati.
Il giorno 17 Settembre 1944 sono stato ricoverato all’ospedale di Warragul
che dista un centinaio di chilometri da Melbourne, per un’infezione al braccio destro. Dall’ospedale di Warragul sono uscito il 21 Ottobre 1944.
Il giorno 8 Maggio 1945 è finita la guerra in Europa.
Il giorno 15 Agosto 1945 è finita la guerra in Giappone, in quel momento io
mi trovavo nella città di Melbourne.
Il giorno 13 Novembre 1945 sono stato ricoverato nuovamente all’ospedale
di Warragul per un altro motivo; infatti sono stato ferito per causa della rottura della trita foraggi. Mi hanno messo tre punti nel labbro superiore e due
nel gomito del braccio destro, sono uscito il giorno 21 dello stesso mese.
Il giorno 30 Gennaio 1946, il mio padrone, come segno di amicizia, mi ha
regalato un orologio da tasca.
Il giorno 1 Aprile 1946 sono rientrato dal distaccamento di Tacapan da dove
dovevamo prepararci al rimpatrio in Italia.
Il giorno 10 Gennaio 1947, alle ore 5,00, sono partito da Tacapan con il cambio di biancheria per andare alla stazione di Limo per prendere il treno.
Alle ore 7,00 abbiamo preso il treno per andare alla stazione di Melbourne,
ossia al porto, e siamo arrivati al porto alle ore 9,00 del mattino, alle ore
10,00 ci siamo imbarcati sulla nave Otranto e siamo partiti la sera del 10
Gennaio 1947, alle ore 17,00.
Il giorno 15 Gennaio 1947, alle ore 7,30, sono giunto al porto di Flamante;
da Melbourne a Flamante abbiamo impiegato quattro giorni e mezzo.
Alle ore 13,00 dello stesso giorno sono partito dal porto di Flamante e sono
arrivato a Colombo alle ore 23,00 del giorno 22 Gennaio 1947.
Dal Flamante a Colombo ho impiegato sette giorni e sedici ore.
Il giorno 23 Gennaio 1947, alle ore 12,00, sono partito da Colombo e sono
arrivato al porto di Aden il giorno 28 Gennaio, alle ore 10,00, avevo navigato quattro giorni e ventidue ore.
Da Aden sono partito il giorno stesso, alle ore 17,00, navigando il Mar Rosso
e sono arrivato al Porto di Suez il giorno 31 Gennaio, alle ore 16,00.
Da Aden a Suez ho navigato due giorni e ventitré ore.
Da Suez sono partito il giorno stesso alle ore 23,00 traversando il canale e
sono arrivato a Porto Said, all’imboccatura del canale di Suez, il 1 Febbraio,
alle ore 9,00.
Da Suez a Said abbiamo impiegato dieci ore.
199
MARIO MOSCONI
Da Said siamo partiti il giorno 1 Febbraio 1947, alle ore 14,30, e sono arrivato a Napoli il giorno 4 Febbraio 1947 alle ore 7,00.
Dal giorno 4 Febbraio al giorno 5 siamo stati fermi ventotto ore al largo del
porto di Napoli per causa di cattivo mare.
Finalmente abbiamo attraccato al porto di Napoli il giorno 5 Febbraio 1947,
alle ore 11,00, siamo sbarcati il giorno stesso alle ore 15,00.
Il giorno 7 Febbraio 1947 alle ore 19,00 sono arrivato a casa a Majolati”.
Mario Mosconi
(Introduzione e trascrizione a cura di Marco Palmolella)
India, 6 Luglio 1942. Il secondo da sinistra è Mario Mosconi
200
RECENSIONI
Fernando Bevilacqua, Pe’ non scordasse, Azienda Grafica Stampanova,
Jesi, 2008, pp. 148.
Il volume è frutto di trent’anni di paziente lavoro di raccolta di documenti
della tradizione orale di Apiro che va progressivamente scomparendo. A pubblicarlo sono stati i figli di Fernando Bevilacqua (1929-2008) poco dopo la
sua scomparsa. Aveva preparato tutto, ma non era riuscito a pubblicarlo. Nel
1999 aveva dato alle stampe Apiro attraverso i secoli, un volume sulla storia
di Apiro, delle sue chiese, dei suoi personaggi più importanti. Quest’ultimo
completa in un certo senso il primo. Se in quello c’erano le vicende di un percorso storico narrato e conosciuto attraverso documenti, in Pe’ non scordasse sono uomini e donne che con il loro vissuto parlano, raccontano, narrano.
Il libro infatti raccoglie proverbi, massime e modi di dire apirani, stornelli,
filastrocche, preghiere, giochi per bambini, indovinelli, canti popolari, canti
di guerra e politici, detti ed usanze, soprannomi apirani, canti del folclore
locale, come la Pasquella apirana ed altri ancora. Introducono il volume alcune pagine sul dialetto di Apiro ed un vocabolario dello stesso. Di grande interesse sono i “ricordi” dell’autore,”di “cinquanta-sessant’anni fà” con i quali,
quasi via per via, vengono localizzati artigiani, negozi, osterie, ecc., segnalando i “tipi” più caratteristici del paese. Si tratta di uno “scrigno” della vita
di Apiro come è stata conosciuta e sperimentata dall’autore nei decenni a
metà del Novecento. Molti elementi di questo patrimonio tuttavia risalgono
ai secoli precedenti formando così una solida tradizione. Alcuni proverbi o
anche qualche canto sono patrimonio di paesi limitrofi, comunque sono sempre aderenti al dialetto locale e spesso con aggiunte o varianti che la trasmissione orale di volta in volta arricchiva ed incrementava. Apiro in questo libro
recupera gran parte del suo passato nello svolgersi quotidiano della sua vita
sia di paese che di campagna: un mondo che si sta del tutto dileguando se non
è del tutto scomparso, del quale però è bene mantenere la memoria. “Il materiale, scrive l’autore, è chiaramente e indistintamente della nostra terra, è il
nostro più genuino folclore”: un merito che gli va riconosciuto, oggi, per questa fatica, ma soprattutto gli sarà riconosciuto domani per aver lasciato que201
RECENSIONI
sta testimonianza preziosa e significativa. A corredo del libro vi sono quattordici pagine di fotografie che seppure tratte dall’album di famiglia costituiscono un piccolo spaccato visivo del tempo
Riccardo Ceccarelli
Giovanni Crocioni, le Marche e la cultura del primo Novecento, a cura di
Mario Veltri, di Atti del Convegno di studi, Ancona-Arcevia, 12-13 novembre 2005, Ancona, 2008, pp. 206.
Il volume è stato edito dall’Accademia Marchigiana di Scienze Lettere ed
Arti e dalla Deputazione di Storia Patria per le Marche, le due istituzioni culturali che hanno visto in Giovanni Crocioni (1870-1954) il protagonista di
entrambe: fu presidente infatti della prima dal 1925 al 1954 e presidente della
seconda dal 1922 al 1935. Il convegno che doveva tenersi nel cinquantesimo
della sua morte, si svolse nel 2005 ad Ancona e in Arcevia dove il Crocioni
era nato. Doveva proprio farsi questo convegno, questa riflessione a più voci,
per non dimenticare “una delle figure più rappresentative nel panorama culturale del primo Novecento”. I contributi dei vari studiosi approfondiscono
sia gli scritti di Giovanni Crocioni che i suoi multiformi interessi che andarono dal rinnovamento della scuola al regionalismo, dal dialetto al folclore
marchigiano, dalla letteratura alla filosofia. Qui ci interessano sottolineare i
suoi studi sul dialetto e sul folclore delle Marche: la sua figura di ricercatore e di studioso della realtà marchigiana, con il passar degli anni e dei decenni, sembra ingigantirsi, come ebbe a dire il prof. Sanzio Balducci, docente
all’Università di Urbino. Dai primi studi del 1905 agli ultimi del 1953, “egli
non fece che approfondire ed ampliare la sua ricerca su tutto ciò che concerne la vita sociale culturale della nostra regione” (p. 123). La poesia dialettale rivestì in questo contesto un ruolo particolare, fece conoscere con puntuali annotazioni critiche autori di tutta la regione; ricordiamo per il nostro territorio Giacomo Magagnini (Jacopone da Jesi) e Ezio Felicetti (Martin
Calandra) di Jesi e Luigi Capogrossi Colognesi ed Elia Bonci di
Cupramontana. Ho sotto gli occhi La gente marchigiana nelle sue tradizioni,
il volume che il Crocioni pubblicò nel 1951 presso le Edizioni Corticelli di
Milano, c’è “la vita della nostra gente di Marca, nelle sue gioie, nei suoi dolori, nelle sue ansie, nei suoi problemi, nelle sue manifestazioni tradizionali,
nel suo dialetto. Mai (come in questa opera del Crocioni) la vita tradizionale
marchigiana appare nella sua coralità” (Francesco Bonasera, p. 73). Un per202
RECENSIONI
sonaggio di primo piano fu Giovanni Crocioni per l’intera regione marchigiana, indispensabile conoscerlo per chi vuole provare a capire e ad amare le
Marche: i saggi-interventi di Sergio Sconocchia, Gilberto Piccinini, Enzo
Giancarli, Maria Luisa Canti Polichetti, Francesco Bonasera, Giancarlo
Galeazzi, Italo Tanoni, Mario Veltri, Guido Arbizzoni, Sanzio Balducci,
Daniele Maggi, Marina Pucciarelli, Marina Massa e Sonia Impicci ne delineano i vari aspetti proponendone lo spessore e la validità.
Riccardo Ceccarelli
Giuseppe Luconi - Paola Cocola Paola, Conoscere Jesi, Arti Grafiche
Jesine, Jesi, 2007, pp. 251.
Mille voci e 760 fotografie, migliaia di nomi e di date compongono questo
libro, uno dei tanti che Giuseppe Luconi, il decano dei giornalisti jesini, ha
scritto sulla sua città. In questa fatica ha avuto la collaborazione di Paola
Cocola, anch’essa impegnata nel giornalismo. Si tratta di una libro-enciclopedia su Jesi, ed anche in parte sulla Vallesina, dove in ordine alfabetico si
possono trovare essenziali notizie su personaggi, monumenti, chiese, palazzi, periodici, ordini religiosi, vescovi, artisti, associazioni, società, ecc. che
riguardano il passato remoto e recente della città. Un lavoro imponente e certosino che solo Giuseppe Luconi con la sua pazienza di ricercatore poteva
realizzare. Lo stile non è quello pedante di chi fa pesare il suo sapere, ma
quello del cronista che racconta, fa conoscere e riesce a partecipare e ad incuriosire il lettore. Ed è proprio la curiosità nel conoscere Jesi e le sue mille e
mille sfaccettature che il libro riesce ad esaudire. Si viene a sapere ad esempio, perché via Marconi, un tempo Via Esino, per la gente era, ed è ancora
per pochi, “Giù per Sant’Anna”o che l’ “Ospedale 015”, istituito durante la
prima guerra mondiale era situato presso la villa del seminario in contrada
Montecappone. Cosa fosse il gioco della Caccia al bove o volesse conoscere
la storia dei cordai di Jesi non ha che da sfogliare questo “dizionario”. I personaggi, da quelli civili a quelli religiosi, dai maggiori ai minori, tutti vi trovano posto. Le testate giornalistiche vi sono registrate, con la foto di un loro
numero, a dimostrazione della singolare vivacità della stampa, della comunicazione ed anche delle forti polemiche che animavano la città tra gli ultimi
decenni dell’Ottocento ed i primi del Novecento. “Conoscere Jesi” è un libro
da avere sempre a portata di mano per avere notizia o per sopperire all’igno203
RECENSIONI
ranza di tanti particolari della città di Jesi o della nostra terra che ne formano invece il vero tessuto storico. La storia di Jesi e della Vallesina ci snoda
davanti come tanti fotogrammi procurando di volta in volta sorpresa ed anche
qualche piccola dose di stupore. Giuseppe Luconi chiama il libro “un manuale pratico per saperne un po’ di più di questo nostro piccolo mondo”, sfogliandolo, guardandolo e leggendolo ci si accorge che è molto di più.
Riccardo Ceccarelli
Cupramontana nel 900. Modifiche al tessuto urbano e i segni del Liberty,
Atti del convegno, 5 aprile 2008, a cura di Riccardo Ceccarelli, Cupramontana, 2009, pp. 112.
Solitamente la lettura degli atti di un convegno difficilmente risulta stimolante se non per gli addetti ai lavori o pochi di più, trattando in genere argomenti particolari che risultano coinvolgenti soprattutto per una cerchia ristretta di
persone interessate all’evento che è materia del convegno stesso.
Con lo spirito condizionato da questa convinzione ho iniziato la lettura del
libro edito dal Comune di Cupramontana ed inserito nella collana “La Pieve”.
Scorrendone le pagine mi sono dovuto ricredere; del resto non poteva essere
che così visto che, da buon cuprense innamorato del suo paese, mi sono ritrovato a leggere di esso e della sua storia anche se in buona parte già a me nota.
Il libro risulta un po’ scarso nel fornire le notizie sulle vicissitudini storiche
del paese e questa parte è trattata in maniera estremamente sintetica, senz’altro volutamente, per rispettare i temi del convegno.
Era magari da spendere qualche pagina in più per dare la consapevolezza ai
cuprensi che il loro paese non è stato mai avulso dai grandi movimenti e
momenti storici, come le invasioni barbariche, le lotte fra Guelfi e Ghibellini,
le compagnie di ventura, il Medio Evo, le lotte feudali, la Rivoluzione francese, i conflitti mondiali etc., eventi che hanno lasciato evidenti nel costume
e nelle geometrie del paese tracce vive e constatabili.
Qualche pagina in più è stata scritta, ed a ragione, visto che si voleva in qualche maniera spiegare i tanti cambiamenti subiti dalla Piazza IV Novembre,
sulle vicissitudini di questa e sulle considerazioni socio-sanitarie che l’ hanno
condotta ad essere quella che è a tutt’oggi, nel bene e nel male a seconda che
si condividano o meno le scelte che sono state fatte sul suo recupero, sui
materiali utilizzati per lo stesso e sulla possibilità di una piena fruizione da
204
RECENSIONI
parte dei cittadini.
Ho trovato estremamente interessanti le fotografie che corredano e completano in maniera esauriente i paragrafi del libro, sia quelle che si riferiscono
al passato più o meno recente che quelle relative al Liberty, la ricerca delle
tracce del quale è stata estesa anche ai paesi limitrofi.
A proposito di questo stile artistico, ha mosso la mia curiosità l’accenno che
si fa nel sottotitolo alla presenza numerosa di suoi segni nel paese.
Come cuprense di vecchia data, non certamente indifferente all’aspetto esteriore del mio paese, sono stato da sempre convinto di conoscerlo abbastanza
bene sia per quanto riguarda la storia che l’evoluzione sociale che ne hanno
condizionato la struttura e mi risultava difficile ravvisare e richiamare alla
mente aspetti di esso che si rifacessero a quel movimento artistico che per gli
ultimi decenni di fine Ottocento e i primi del Novecento non si limitò a condizionare ogni branca dell’arte ma influì anche sull’aspetto di oggetti e strutture del vivere comune.
Ancor prima di leggere il contributo di Riccardo Ceccarelli, mi sono sorpreso a ripercorrere con la mente le vie del paese cercando di scorgere in esse,
magari in qualche angolo più remoto, i “segni” caratteristici di questo stile:
motivi floreali dai colori tenui e discreti, linee sinuose a decoro di portali e
finestre, balconate impreziosite da colonnati o ringhiere particolarmente
aggraziate, giardini con aiuole morbidamente disegnate etc., ma nulla o quasi
mi è sovvenuto.
Certamente, mi sono detto, non avendo gli occhi allenati né tanto meno la
conoscenza specifica per quanto riguarda questo stile, non sono nelle condizioni di coglierne gli accenti, se non i più macroscopici, tuttavia devono pur
esserci, e non pochi, se addirittura sono materia di un convegno specifico e
di un successivo libro.
Mi sono ritrovato fra le case di Cupramontana, nei suoi vicoli e nelle sue
piazze, con occhi nuovi, più attenti a vedere quello che l’abitudine dei giorni e la familiarità scontata impedivano di scorgere e di apprezzare.
Guidato dalle pagine del libro ho appreso di nuovo a guardare il paese ammirando i suoi discreti edifici ed i suoi colori.
Attraverso i nomi delle famiglie committenti e dei progettisti e costruttori ho
richiamato alla memoria persone che hanno vissuto da attori e da artefici nel
paese e che hanno cercato di portare e trasfondere in esso le proprie esperienze di vita e le proprie conoscenze mediandole con la realtà di un piccolo centro come Cupramontana, non vocato in modo particolare al bello od al monumentale ma al decoroso e al funzionale.
In ultimo il libro cerca, riuscendoci, di dare l’idea di quanto lo stile Liberty
205
RECENSIONI
abbia permeato, più di quanto si potesse immaginare, ogni aspetto della vita
sociale e culturale cuprense riproducendo, sia nella copertina che al suo interno, esempi di decorazioni e fregi riccamente floreali che erano presenti sia
nelle pubblicazioni letterarie che in quelle destinate alla pubblicità ed al commercio.
Il libro, come atti di un convegno e trattando un argomento particolare, non
ha ovviamente alcuna velleità letteraria, merita sicuramente un’attenta lettura nel suggerire un nuovo modo di guardare il proprio paese, sollecitandone
la conoscenza e la curiosità e stimolandone l’affezione verso di esso.
Pietro Anderlucci
I Fraticelli di Maiolati: società ed eresia nel tardo medioevo, a cura di
Réginald Grégoire, Comune di Maiolati Spontini, 2007, pp. 87.
Il volume nasce a seguito della giornata di studio svoltasi a Maiolati nel
novembre del 2005 sui “Fraticelli di Maiolati. Il libro raccoglie atti e testimonianze di quella giornata. Ricordiamo che con il termine “fraticelli” si intendono i seguaci francescani che tra il Trecento e il Quattrocento rifiutarono
l’autorità dei propri superiori e della gerarchia ecclesiastica a seguito di alcuni provvedimenti disciplinari contro di loro, a partire dalla bolla “Sancta
Romana” del 30 dicembre 1317. I “fraticelli” fondavano il loro dissenso sul
concetto di povertà, richiamandosi anche al Testamento di Francesco: se la
gerarchia religiosa, compresa quella regolare, viveva nell’abbondanza di beni
materiali, è evidente che si stava allontanando dall’insegnamento di
Francesco.
Maiolati è stata la sede del movimento religioso, indicato semplicemente
come l’eresia dei Fraticelli, che ha caratterizzato la seconda metà del XIV
secolo e il primo trentennio del XV. San Giacomo della Marca fu a Maiolati
per predicare contro gli eretici e proprio a Maiolati dovette subire un attentato alla vita che poi caratterizzò tutta la successiva iconografia del santo. Di
grande interesse i contribuiti degli studiosi conoscitori del francescanesimo
hanno apportato alla giornata. Il curatore del libro, prof. Réginald Grégoire,
monaco silvestrino ed illustre medievalista dell’Università di Urbino ha dato
il suo contribuito tracciando la storia dei “fraticelli” nella Vallesina. Di seguito il prof. Tommaso di Carpegna Falconieri dell’Università di Urbino ha fatto
un excursus sulla Marca nello Stato Pontificio dei secoli XIV e XV. Il prof.
206
RECENSIONI
Umberto Longo dell’Università di Pisa ha approfondito il caso dei “fraticelli” a Maiolati, mettendoli a confronto i millenarismi e le eresie del basso
medio evo. Il problema in che cosa credevano i fraticelli e la questione delle
fonti è stato affrontato dal prof. Roberto Lambertucci dell’Università di
Macerata. Le conclusioni sono del prof. Giuseppe Avarucci, della stessa
Università che ha riassunto il quadro storico del movimento dei “fraticelli” a
Maiolati nel Quattrocento sottolineandone il ruolo avuto nel tessuto sociale
ed ecclesiale al punto di provocare la distruzione del castello nel 1428.
Cristiana Simoncini
C’era una volta… in cartolina CASTELPLANIO, Edizioni Abbatelli,
Castelplanio, 2008, pp. 112.
L’utilizzo della cartolina illustrata prese avvio in Italia nel 1896, quella postale nel 1874. Siamo arrivati un po’ in ritardo in confronto della Germania dove
le poste le autorizzarono, quelle postali, nel 1865 ed in Austria nel 1869,
mentre quelle illustrate, sempre in Austria, cominciarono a circolare nel
1870. Tra gli ultimi anni dell’Ottocento ed i primi del Novecento comunque
tutta l’Italia fu invasa da questa “moda”: cartoline illustrate di ogni genere
con disegni, vignette augurali ed altro ancora. Soprattutto fotografie di città
e paesi: una circolazione di immagini che favorirono la conoscenza visiva di
grandi agglomerati urbani e di tanti loro particolari (chiese, palazzi storici,
panorami, vie, opere d’arte, ecc.) e di tanti paesi di cui gli stessi nomi erano
pressoché sconosciuti. Castelplanio realizzò la sua prima cartolina illustrata
nel 1902 per iniziativa della locale Premiata Tipografia Luigi Romagnoli in
attività dal 1881. Tutte le cartoline, questa almeno l’intenzione dei promotori, e soprattutto le più significative, del territorio di Castelplanio, sono state
raccolte in questo prezioso libro a cura dell’Assessorato alla Cultura del
Comune di Castelplanio. Esse ne “raccontano” il territorio nell’arco di settant’anni e soprattutto le sue trasformazioni. Documentano non solo le sue
trasformazioni, ma anche i cambiamenti toponomastici delle vie subiti nei
decenni, particolari dimenticati come edifici demoliti o modificati, o lapidi
non più presenti su palazzi. Interessante a questo proposito la lapide del 1935
sul Palazzo Comunale che ricordava le sanzioni economiche verso l’Italia,
lapide identica nella forma e nel testo voluta dall’allora governo e posta in
tutte le sedi comunali della nazione (p. 41); così la localizzazione della
207
RECENSIONI
Tipografia Romagnoli in Corso Umberto I (p. 42). Testimoniati altresì da una
cartolina il progetto ed il progettista, Ing. Ernesto Galeazzi 1929, del monumento ai caduti, inaugurato il 14 maggio 1930 (p. 30), realizzato poi con
diverse varianti (pp. 43, 54, 59, 65, 101). Una cartolina ricorda la costruzione (1925-1927) dell’edicola dedicata alla Madonna, ubicata nei pressi dove
sorgeva la Chiesa della Madonna delle Grazie, area ex Scuole Medie, già
Ospedale Civile “Lucio Chiorrini”, inaugurato il 14 maggio 1930 (p. 38). Di
notevole interesse anche la cartolina che documenta la fortificazione della
strada d’ingresso al paese sottostante al Convitto Magagnini (p. 39). Con
curiosità poi si guardano le cartoline con panorami del paese visti dall’aereo
(pp. 49, 50, 51), relativi alla fine degli anni Trenta, e soprattutto quelle che
fanno vedere lo sviluppo edilizio delle frazioni Macine-Stazione di
Castelplanio (pp. 68, 69, 80, 81, 82, 83, 88, 94, 95, 96, 97, 102, 103, 109) e
di Borgo Loreto (pp. 13, 32, 46, 71, 72, 73) nonché le immagini della stazione ferroviaria degli anni Trenta (p. 31) e di quella ricostruita dopo la seconda guerra mondiale (p. 83). Con opportuna attenzione le didascalie delle cartoline forniscono anche i nominativi degli editori riproducendo anche il lato
con gli indirizzi ed i saluti. Cartoline dunque “vissute” non solo per le immagini riportate ma anche per la lunga teoria di nomi e di scintille della quotidiana umanità. Il volume dà un contributo originale ed accattivante alla conoscenza territoriale di Castelplanio fino agli ultimi decenni del secolo scorso.
Per i cambiamenti di questi ultimi quarant’anni ci vorrebbero... altre
cartoline.
Riccardo Ceccarelli
Marcello Ceccarelli, Il molino della Torre in Maiolati Spontini ed i suoi
dintorni, Comune di Maiolati Spontini, 2009, pp. 174.
Il volume è uscito postumo, l’autore (1957-2008) è riuscito a vedere solo la
prima bozza e si disse “felice”: per anni vi aveva lavorato con passione e
meticolosità, lui che “storico” non era, ma solo guidato da un forte innamoramento per quel suo piccolo “angolo di mondo” dove era vissuto. Marcello
Ceccarelli traccia la storia dei mulini sorti lungo i secoli sulle sponde
dell’Esino. La sua attenzione è rivolta in particolare al Molino della Torre di
Moie di Maiolati. L’interesse è partito proprio da lì, da quel molino che fin
da bambino aveva visto e vissuto. E di questo molino fornisce particolari storici inediti. Ma la pubblicazione dà una fotografia completa del mondo agri208
RECENSIONI
colo dell’epoca e dell’importanza rivestita dal fiume Esino e dai tanti molini
che sorsero lungo le sue sponde, da Angeli di Rosora a Moie, da Macine di
Castelplanio a Serra San Quirico Stazione.
Il libro si apre con una breve spiegazione del funzionamento di un mulino ad
acqua: dalla preistoria alle centrali idroelettriche di inizio ‘900. Poi si prosegue con la storia dei molini ad acqua nella Mediavallesina: una storia che
parte da lontano, dal Medioevo e dai monaci benedettini che hanno bonificato le nostre campagne e sfruttato la ricchezza del fiume.
Tra i mulini ricordati, oltre quello della Torre, cui è dedicata la parte maggiore, ci sono quello Franciolini (Pozzetto di Castelplanio), quello del Maltempo
(Macine di Castelplanio) e quello Marcelletti (Scisciano di Maiolati
Spontini).
Ampio spazio viene dato alle vicende della famiglia Pallavicino, a Via
Vallati e alle strutture ivi esistenti in funzione dello stesso molino, alla difficoltà di guadare l’Esino e alla “barca” per attraversarlo nonché ai vari ponti
che sul quel luogo si sono succeduti.
L’autore ci parla ancora della fiera delle Moie e di alcuni fatti di cronaca nera
accaduti in concomitanza di detta fiera; pagine importanti e ricche di documentazione inedita sono dedicate alla vicina chiesa di San Pietro legata alla
famiglia Giglielmi e attraverso di essa alla vicenda della setta dei “Fraticelli”
nonché ad un episodio ivi accaduto nel 1849 durante la Repubblica Romana.
Fa da cornice al volume una ricca serie di documenti messi in appendice,
foto, carte e mappe della zona. Insomma uno spaccato reale e ben dettagliato di come si viveva lungo l’Esino e delle difficoltà e ricchezze che esso ha
sempre dato agli abitanti che nei secoli hanno lavorato e vissuto in queste
zone.
Cristiana Simoncini
Organari di Montecarotto dal XVI al XIX secolo, Atti del Convegno
Nazionale di Studi (Montecarotto, 15-16 ottobre 2005), a cura di Paolo
Peretti, Comune di Montecarotto, 2008, pp. 255.
Da anni ormai si sta portando avanti lo studio degli organi stoici e degli organari nel territorio delle Marche. Ogni studio ed ogni indagine storica riservano sempre delle sorprese. Un segmento della nostra cultura spesso sconosciuta, se non addirittura abbandonata, anche se negli scorsi decenni, proprio per
queste “scoperte” si è proceduto al restauro di non pochi organi, nonostante
209
RECENSIONI
che molti altri attendano il delicato lavoro di ripristino ed altri ancora abbiano preso la via del Nord venduti tempo fa da improvvidi parroci. Iniziative
musicali poi si moltiplicano per ascoltare la voce di questi organi restaurati
con la partecipazione assidua di un pubblico attento ed interessato. Nel contesto di questa rinnovata attenzione, Montecarotto nell’ottobre 2005 ha voluto organizzare un Convegno Nazionale di Studi per portare alla luce e tradizioni organarie consolidatesi in paese dal XVI al XIX secolo. Tre anni dopo
sono stati pubblicati gli Atti in questo volume, curato con certosina pazienza
e con sapiente perizia da Paolo Peretti, docente di conservatorio, storico e
studioso dell’arte organaria nelle Marche.
Il volume contiene ovviamente gli interventi di quelle giornate di studio, da
Frate Oliviero da Montecarotto costruttore di organi nei primi anni del
Cinquecento a Benedetto Antonio Fioretti (1661-1739) e la “scuola organaria” di Montecarotto con l’analisi tecnica ed estetica di alcuni organi da lui
costruiti, all’intera attività di Sebastiano Vici (1755-1830) il più importante
costruttore di organi del paese: ben 160 ne uscirono dalla sua bottega; da
Domenico e Bernardino Gasparrini del XVIII secolo, a Giuseppe Attili di
Ortezzano e Angelo Morettini di Perugia. Relazioni dense, puntuali, tecniche
che fanno la gioia degli appassionati. Queste sono correlate dalla pubblicazione di una notevole numero di documenti di archivio che non solo arricchiscono e consolidano le stesse relazioni ma fanno conoscere l’ambiente del
paese dove questa “scuola” si è sviluppata ed il quotidiano della vita di allora. La consistenza delle relazioni e la ricca documentazione archivistica sono
corredate da un apparato iconografico altrettanto cospicuo sugli organi
descritti e sui particolari costruttivi (tastiere, canne, registri, tiranti, modiglioni, iscrizioni, ecc.).
Il volume si inserisce in quella già abbondante e storicamente significativa
bibliografia sugli organi delle Marche prodotta dallo stesso Paolo Peretti,
Andrea Carradori, Simonetta Fraboni, Mariella Martelli, Fabio Quarchioni,
Giovannimaria Parrucci, Gianluigi Spaziani, Paolo Paoloni, Sauro Argalia,
Mauro Ferrante ed altri ancora che hanno tracciato un panorama di una ricchezza non sempre compresa e valorizzata sufficienza.
Montecarotto e la sua “scuola” organaria hanno ritrovato con questo convegno e con questo volume il posto che loro competeva nella cultura musicale
marchigiana.
Riccardo Ceccarelli
210
RECENSIONI
Rotorscio. Il castello e le sue chiese, a cura di Cristiana Simoncini, Apiro,
2008, pp. 112.
Rotorscio evoca sempre in me ricordi e sensazioni di bambino. Rotorscio, il
Rotoscio dei racconti di mio padre, nelle mie fantasie di bambino era allora
un luogo indefinito, quasi mitico, oltre l’Esinante, perso e nascosto dietro
colline e boschi. Mio padre, muratore, vi si recava forse negli anni Trenta o
Quaranta del secolo scorso a lavorare, prima a piedi e poi in bicicletta, da
Cupramontana. Per la distanza, allora notevole, ritornava a casa solo il sabato e perciò, nella mia immaginazione, questo paese doveva essere lontanissimo.
Rotorscio e la sua frazione, Castellaro, che ormai da lungo tempo l’ha sostituito per importanza svuotandolo di abitanti, case e persino pietre, fanno oggi
parte del comune di Serra S. Quirico. Posti forse a poco più di un quarto d’ora
d’auto dall’uscita della superstrada per Apiro, sorgono sulle colline interne
alla destra dell’Esino, un pò più in alto Rotorscio rispetto a Castellaro, a m.
571 s.l.m.
Ho letto con grandissimo piacere e interesse questo libro scritto da diversi
autori, gustando nelle sue pagine il sapore di ricordi lontanissimi. È la storia
di una piccola comunità rurale dell’entroterra della Marca Anconetana, storia
che affonda le sue radici nel XII secolo, iniziata forse all’epoca della colonizzazione agricola collinare della Vallesina, di cui i monaci camaldolesi furono
protagonisti di primo piano.
Il toponimo Rotorscio deriverebbe da Rodossa o Redossia, l’antica signora
del castello, da cui verrebbe il castrum Rodossae. La prima notizia certa risale invece al 1218, quando l’abate di S. Urbano sottoponendo il proprio monastero e tutti i suoi possedimenti al comune di Jesi, cedette anche la terza parte
del castello di Rotorscio. È questa una storia secolare, segnata dalle vicende
di nobili famiglie che ebbero la signoria sul castello di Rotorscio, a cominciare dai conti di Rovellone, che dovettero ripartirla con i monaci camaldolesi di S. Urbano, e che poi dovettero lottare e destreggiarsi per mantenere
l’eredità del potente Gentile di Rovellone dopo la sua morte avvenuta nel
1303, eredità appetita da potenti vicini, come i comuni di Fabriano e Jesi. Ai
conti di Rovellone nel 1365 subentreranno i conti Scala Smeducci di San
Severino, cui il castello di Rotorscio, confiscato ad Andrea di Rovellone
dall’Albornoz, era stato venduto per 4400 fiorini d’oro. Nel 1662 l’ultima
discendente della famiglia Scala sposerà Costanzo Michele Stelluti di
Fabriano, dando origine alla nobile famiglia degli Stelluti Scala che saranno
conti di Rotorscio fino all’età napoleonica, quando il castello entrerà a far
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RECENSIONI
parte del comune di Serra San Quirico.
Restano ormai pochi ruderi, a volte neanche quelli, a testimonianza di antichi edifici sacri ormai scomparsi, e che un tempo sorgevano sul comprensorio del castello. Luoghi di culto e centri di aggregazione sociale a un tempo,
le chiese, e/o ciò che ne resta, testimoniano la tenace e persistente ricerca del
sacro nel tempo e nello spazio, lo slancio della spiritualità che si stacca dalla
materia e si diparte verso l’infinito.
Avanzi mozzi della chiesa castellana di S. Maria emergono tra le macerie
delle depredate mura di difesa dell’antico castrum Redossiae. Una semplice
figuretta in legno sulla strada da Rotorscio a Castellaro è posta a ricordo della
chiesa di San Lorenzo. Menzionata nelle Rationes decimarum del 1299, era
stata parrocchia prima che la cura d’anime fosse trasferita nel XV secolo
entro il castello nella chiesa di S. Maria. La chiesa di S. Lorenzo fu poi
abbandonata e nel 1852 era ridotta a fienile.
Nomi evocativi, località quasi fatate. Santa Maria d’Acqua Fosca, poco
distante da Fontegeloni, era anch’essa un’antica chiesa parrocchiale. Di fronte ad essa nel 1248 gli abitanti di Rotorscio si riunirono per dare la procura a
Rigozio di Bartolo e a Petruccio di Atto per negoziare la sottomissione del
castello al comune di Jesi. Fu smantellata nel 1813.
S. Sebastiano per fortuna è ancora integra e visibile. Fu costruita poco lontano dalle mura del castello in occasione della terribile peste del 1592 e, vuole
la tradizione, che la popolazione di Rotorscio, facendo voto a S. Sebastiano,
impiegò tre giorni per edificarla.
Ancora una figuretta, eretta nel 1946 fuori di Rotorscio e sulla strada per
Castellaro, ci ricorda il luogo ove sorgeva la seicentesca chiesa dedicata alla
Madonna di Loreto, testimonianza del culto alla Vergine lauretana diffuso in
ogni angolo della Marca. Il conte Ignazio Stelluti Scala nell’anno 1700 fece
dono a questa chiesa di una statua della Madonna di Loreto estratta dal tesoro della Santa Casa. Negli anni Venti del secolo scorso la chiesa era ormai
solo un cumulo di macerie. Ben conservata invece la settecentesca chiesa di
S. Antonio da Padova, incorporata in una villa rinascimentale che sorge in
contrada Fontegeloni.
Da visitare, o rivisitare Rotorscio e dintorni, preferibilmente scegliendo una
chiara e luminosa giornata primaverile, camminando per i sentieri che l’attraversano, tenendo il libro come compagno e guida, leggendo e interpretando
ruderi e antiche mura, gustando l’incantevole bellezza dei luoghi.
Gianni Barchi
212
RECENSIONI
Podalirio Petrini, Commemorazione del Cav. Agapito Salvati e il 24 giugno 1859, Tipografia Floro Flori, Jesi 1900. Ristampa T.J., Jesi 2009, pp. 18.
Un fascicolo di poche pagine ma introvabile o quasi nella sua edizione originale del 1900. Lo ha ristampato l’Amministrazione Comunale di Monte
Roberto in occasione della Mostra documentaria “1849-1859. La Repubblica
Romana e la Seconda Guerra d’Indipendenza in alcuni giornali europei dell’epoca” a cura di Ettore Passalalpi Ferrari, svoltasi dal 24 al 31 ottobre 2009
presso la locale Chiesa di S. Carlo. Il discorso commemorativo fu tenuto proprio il 24 giugno1900, nel Teatro Comunale di Monte Roberto, nel 41° anniversario della battaglia di Solferino e San Martino, dove Agabito Salvati
(1829-1897) rimase gravemente ferito ad un braccio. Successivamente il
Salvati fu sindaco di Monte Roberto dal 1861 al 1897, per ben 36 anni, primo
sindaco del paese dopo l’Unità d’Italia. Podalirio Petrini rievoca la figura del
Salvati, eroe del risorgimento ed anche amministratore che si guadagnò il
rispetto, la fiducia e la stima dell’intera popolazione. Il Salvati si era arruolato da volontario come semplice soldato nel corpo dei bersaglieri dell’esercito piemontese insieme ai suoi amici conte Malacari di Ancona, Francesco
Petrini e Pericle Cherubini di Jesi. Il 7 novembre 1879, su proposta del
Ministero dell’Interno, fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia. Mentre
era sindaco di Monte Roberto fece parte della Giunta del Comune di Jesi e
per molti anni fu anche consigliere provinciale. La nuova edizione di questo
opuscolo è stata l’occasione di fare un po’ più di luce sull’autore. Il Cav. Prof.
Podalirio Petrini al momento di questa commemorazione era sindaco di
Castelbellino, carica che ricoperse dal 1899 al 1902. Era un “letterato di
sommo valore”, insegnò lingua e letteratura greca al liceo-ginnasio di Jesi e
lingua letteratura francese all’Istituto Tecnico “Cuppari” dal 1873 al 1909. Fu
autore di numerose opere scolastiche. Era nato a Zagarolo in provincia di
Roma il 18 ottobre 1843 da Antioco e Leonilde Longarini. Sposò Maria
Meriggiani di antica famiglia di Monte Roberto, imparentata nel corso
dell’Ottocento con la famiglia Salvati. Abitò per lunghi anni a Jesi. Solo nel
1921 andò ad abitare nella Villa Meriggiani, in contrada Montali a
Castelbellino. Morì a Jesi diversi anni dopo. I suoi figli presero il cognome
di Petrini-Meriggiani. Un personaggio quello di Podalirio Petrini che necessita ancora di essere maggiormente conosciuto e contestualizzato in quel
notevole clima culturale che caratterizzò Jesi e la Vallesina negli ultimi
decenni dell’Ottocento ed i primi del Novecento.
Riccardo Ceccarelli
213
RECENSIONI
Mauro Torelli, 800 anni, ma non li dimostra! Storia breve del francescanesimo jesino da Crescenzio Grizi ad Oscar Serfilippi, Jesi, 2009, pp. 54.
Come si evince dal sottotitolo tratta la storia del francescanesimo jesino da
Crescenzio Grizi, sesto successore di San Francesco che nel 1240 si trovò ad
affrontare la difficile crisi interna al movimento francescano, tra zelanti e lassisti, ad Oscar Serfilippi, conventuale, vescovo di Jesi fino al 2006.
Il testo presenta nella prima parte un rapido resoconto della storia del movimento francescano dalla morte di San Francesco (1226) alla riforma cappuccina (1528), nella seconda parte invece dedica particolare attenzione alle personalità francescane che sono nate o hanno operato nella città di Jesi ed agli
eventi ad esse connessi. In ambito prettamente religioso emerge il dissidio
tra la corrente rigorosamente pauperistica e quella moderata, ma soprattutto
l’autore evidenzia il continuo impegno dell’Ordine per comporla, facendo
riferimento in questo senso anche alle reazioni al movimento eretico dei fraticelli presente nella Vallesina.
In ambito sociale è interessante la ricostruzione del percorso - in cui i francescani hanno avuto grande importanza - per l’istituzione a Jesi di un Monte
di Pietà (1472), fortemente voluto per contrastare la piaga dell’usura.
Il capitolo conclusivo presenta una breve biografia di Fra Serafino da
Pietrarubbia, di Padre Ugolino Dottori, della Preside Alda Marasca e di Padre
Oscar Serfilippi a dimostrazione della vitalità sia religiosa sia laica del movimento fino ai nostri giorni.
L’autore mostra un’attenta cura nella ricerca e nell’analisi delle fonti e nella
ricostruzione delle vicende.
Il testo ha il merito di fissare date, dati e notizie sul movimento francescano,
non solo a Jesi, e di costituire un punto di partenza per eventuali altri studi
più specifici.
Grazie anche ad una grafica piacevolissima: gli spazi bianchi invitano continuamente a fare una pausa, a formulare un pensiero, a riflettere su quanto si
è appena letto, dimostra chiaramente l’importanza rivestita dal movimento
francescano in ambito non solo religioso, ma anche sociale, artistico, culturale della vita jesina.
Maria Emanuela Graciotti
214
GLI AUTORI
Pietro Anderlucci, di Cupramontana. Ha pubblicato una raccolta di poesie,
Di Cupra e di altri amori, Cupramontana, 2001, una raccolta di racconti,
Rose di fratta, Cupramontana, 2003 e Il Collezionista di lampi. Antologia dei
poeti dialettali di Cupra Montana, Cupra Montana, 2008.
Gianni Barchi, nato a Cupramontana, vive a Jesi. Laureato in Sociologia
all’Università di Urbino con una tesi in Storia Moderna: La Chiesa jesina dal
1860 al 1876. Ha pubblicato Le Confraternite di Castelplanio dal XVI al XX
secolo, Castelplanio, 2001 e Castelplanio, una storia, Comune di Castelpanio,
2004.
Riccardo Ceccarelli, originario di Castelplanio, vive a Monte Roberto.
Licenziato in Teologia presso l’Università Lateranense di Roma, per trent’anni è stato responsabile della Biblioteca Comunale di Cupramontana. Ha pubblicato numerosi volumi sulla storia dei castelli della Vallesina (Castelbellino, Monte Roberto, San Paolo di Jesi, Mergo), sulla storia e sulle tradizioni
agricole della Provincia di Ancona e sul Verdicchio dei Castelli di Jesi. Ha
condotto studi sugli incunaboli e le cinquecentine della Biblioteca di
Cupramontana, sul territorio, i personaggi, la storia e le tradizioni dello stesso paese concretizzatesi in diverse monografie. Dal 2005 è Deputato della
Deputazione di Storia Patria delle Marche.
Maria Emanuela Graciotti, è nata a Maiolati Spontini, dove vive con il
marito ed i suoi tre figli. Laureata in Lettere Moderne presso l’Università di
Macerata, insegna materie letterarie al Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci”
di Jesi. Innamorata di Maiolati Spontini, si interessa da molti anni
dell’Archivio Storico della Parrocchia di S. Stefano e di storia locale, con
particolare attenzione ai personaggi nati, vissuti o comunque legati al piccolo paese marchigiano.
Maria Cristina Mosciatti nata a Matelica nel 1965.
Responsabile dal 1989 della Biblioteca Comunale “T. Lippera” di Cerreto
215
GLI AUTORI
d’Esi dove è conservato un cospicuo fondo del dott. Tommaso Lippera.
Dal 2000 è coordinatrice catalografica del Sistema Bibliotecario Locale
Esino-Frasassi di Fabriano. Collaboratrice di giornali locali e dal 2009
Presidente del Circolo Legambiente Valle dell’Acquarella con sede in
Cerreto d’Esi.
Marco Palmolella, nato il 1 Giugno 1955 a Majolati Spontini, in Via
Gaspare Spontini, nomen omen, dove risiede. Giornalista pubblicista, si è
sempre dedicato con passione alla storia locale pubblicando un buon numero di articoli, cataloghi e ricerche che hanno trattato con originalità le vicende majolatesi e spontiniane. È laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia
di Urbino ed è abilitato all’insegnamento della Storia e della Filosofia nelle
Scuole superiori. Ha ideato il festival majolatese della mente “Trivio e
Quadrivio, Discorso e Numero” che ha guidato con grande passione e risultati nelle prime due edizioni. Ha pubblicato diverse monografie di storia locale ed altre di interesse spontiniano. È Conservatore dell’Archivio, Biblioteca,
Museo Gaspare Spontini di Majolati Spontini ed è onorato per aver ricevuto
la tessera di Socio degli Amici della Scala.
Cristiana Simoncini, nata a Cupramotana nel 1976, è laureata dal 2003 in
Lettere moderne ad indirizzo storico artistico, con tesi di laurea in Antichità
Medievali: “La pieve tra Cupramontana ed Apiro”, presso l’Università di
Macerata. È operatore culturale presso il Sistema Bibliotecario Locale della
Comunità Montana Esino-Frasassi; è giornalista pubblicista e docente di storia e valorizzazione del territorio locale presso l’Università degli Adulti della
Media Vallesina. Si occupa da anni, e dopo corsi di specializzazione post-laurea in materia, di valorizzazione territoriale a fini turistici. Appassionata di
storia locale e di arte, ha scritto La Pieve tra Cupra Montana e Apiro, Cupra
Montana, 2005. Ha curato le monografie a più voci, Apiro. Pagine di vita e
di storia, Apiro, 2007 e Rotorscio. Il castello e le sue chiese, Apiro, 2008.
Antonio Tomassetti, impiegato progettista presso una locale ditta di stampi.
Da sempre appassionato cultore di storia locale; è stato coautore del libro I
Tomassetti, una famiglia, un territorio; cinque secoli di storia di una famiglia nel territorio cingolano, Jesi, 2006.
216
GLI AUTORI
Paolo Tomassetti, laureato nel 2008 in Scienze forestali e ambientali presso
la facoltà di Agraria dell’Università Politecnica delle Marche, Ancona, discutendo la tesi “Analisi vegetazionale e paesaggistica di un’area del bacino
dell’Esinante in comune di Cupramontana”. Appassionato di storia locale, è
stato coautore del libro I Tomassetti, una famiglia, un territorio; cinque secoli di storia di una famiglia nel territorio cingolano, Jesi, 2006.
Flavio Vai, di Mergo. Geometra, studioso del territorio. Ha pubblicato I catasti e la proprietà terriera a Mergo nel 1700, Mergo, 2009.
N.B: Gli scritti firmati rispecchiano le opinioni degli autori e non coinvolgono la
responsabilità della redazione.
217
SOMMARIO
Premessa
Pag.
5
Gianni Barchi, Confraternite di albanesi e slavi a Jesi
tra il XV e il XVI secolo
“
7
Antonio e Paolo Tomassetti, Le chiese di Santo Stefano
di Azzoni e di San Giorgio di Castreccioni
“
29
Marco Palmolella, Da Tajano e Sant’Andrea
il Castello di Majolati
“
81
Maria Cristina Mosciatti, Tommaso Lippera: un grande uomo,
un politico e medico esemplare
“
89
Marco Palmolella, La Vestale e il Fernand Cortez
hanno celebrato il loro CC anniversario dal debutto
“
103
Riccardo Ceccarelli, Coppi e mattoni incisi a Monteroberto
“
145
Maria Emanuela Graciotti, Alberto Colini e il Futurismo
“
155
Cristiana Simoncini, Il Sacro Velo della Madonna di Apiro
“
165
Flavio Vai, La mappa di Domo del 1776-1777 e la riforma
fiscale nello Stato Pontificio
“
171
Ermenegildo Spinaci, Vita e ricordi della
mia prigionia in Germania
“
185
Mario Mosconi, Ricordi militari e la prigionia
“
191
DIARI DI PRIGIONIA
219
RECENSIONI
Fernando Bevilacqua, Pe’ non scordasse, Azienda Grafica
Stampanova, Jesi, 2008, pp. 148, (Riccardo Ceccarelli).
Giovanni Crocioni, le Marche e la cultura del primo Novecento, a
cura di Mario Veltri, di Atti del Convegno di studi, AnconaArcevia, 12-13 novembre 2005, Ancona, 2008, pp. 206, (Riccardo
Ceccarelli).
Giuseppe Luconi - Paola Cocola Paola, Conoscere Jesi, Arti
Grafiche Jesine, Jesi, 2007, pp. 251, (Riccardo Ceccarelli).
Cupramontana nel 900. Modifiche al tessuto urbano e i segni del
Liberty, Atti del convegno, 5 aprile 2008, a cura di Riccardo
Ceccarelli, Cupramontana, 2009, pp. 112, (Pietro Anderlucci).
I Fraticelli di Maiolati: società ed eresia nel tardo medioevo, a cura
di Réginald Grégoire, Comune di Maiolati Spontini, 2007, pp. 87,
(Cristiana Simoncini).
C’era una volta… in cartolina CASTELPLANIO, Edizioni
Abbatelli, Castelplanio, 2008, pp. 112, (Riccardo Ceccarelli).
Marcello Ceccarelli, Il molino della Torre in Maiolati Spontini ed
i suoi dintorni, Comune di Maiolati Spontini, 2009, pp. 174,
(Cristiana Simoncini).
Organari di Montecarotto dal XVI al XIX secolo, Atti del
Convegno Nazionale di Studi (Montecarotto, 15-16 ottobre 2005), a
cura di Paolo Peretti, Comune di Montecarotto, 2008, pp. 255,
(Riccardo Ceccarelli).
Rotorscio. Il castello e le sue chiese, a cura di Cristiana Simoncini,
Apiro, 2008, pp. 112, (Gianni Barchi).
Podalirio Petrini, Commemorazione del Cav. Agapito Salvati e il
24 giugno 1859, Tipografia Floro Flori, Jesi, 1900. Ristampa T.J.,
Jesi, 2009, pp. 18, (Riccardo Ceccarelli).
Mauro Torelli, 800 anni, ma non li dimostra! Storia breve del
francescanesimo jesino da Crescenzio Grizi ad Oscar Serfilippi,
Jesi 2009, pp. 54, (Maria Emanuela Graciotti).
Gli autori
220
Pag.
201
“
201
“
202
“
203
“
204
“
206
“
207
“
208
“
209
“
211
“
213
“
214
“
215
ANNOTAZIONI
221
ANNOTAZIONI
222
ANNOTAZIONI
223
Finito di Stampare
nel mese di maggio 2010
presso la Tipografia TJ di Jesi
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