Pasquale e Tiziana di Cicco
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860) *
di Pasquale e Tiziana di Cicco
1. Premessa
La letteratura storica relativa a questo interessante tema, quasi tutta di data
recente, resta ancora alquanto scarsa e si compone di non molti autori fra cui è
Alfonso Scirocco che per primo ha richiamato l’attenzione degli studiosi sugli atti
dei Consigli provinciali del regno di Napoli, sottolineandone la valenza di notevole
fonte storica.
In effetti l’importanza degli atti dei Consigli era nota anche prima - già Angela
Valente se ne era servita per il suo Gioacchino Murat e l’Italia meridionale (Torino,
Einaudi, 1941) - ma resta un merito dello Scirocco aver valorizzato, con un apposito
lavoro, tale fonte ne I problemi del Mezzogiorno negli atti dei Consigli provinciali
(1808-1830), apparso nell’ «Archivio Storico per le Province Napoletane» nel 1970.
Successivamente con rinnovato impegno è ritornato sul medesimo tema, trattandolo da un punto di vista particolare, con il lavoro I corpi rappresentativi del
Mezzogiorno dal Decennio alla Restaurazione: il personale dei Consigli provinciali,
apparso in «Quaderni storici» (1978).
Dopo questi si annoverano i seguenti studi: Renata De Lorenzo, Una fonte
per la conoscenza del Mezzogiorno nel Decennio francese: gli atti dei Consigli distrettuali del 1808, edito in «Archivio Storico per le Province Napoletane», XVII,
n. s. (1978); Vittorio Di Donato, Note sul personale e sul funzionamento del Consiglio Provinciale di Terra di Lavoro (1806-1861): premesse all’inventario della serie
Intendenza-Consigli Provinciali e Distrettuali, conservate nell’Archivio di Stato di
Caserta, in «Rivista Storica di Terra di Lavoro», IV (1978); Renato Lalli, I Consigli
dei Distretti del Molise, 1808-1819 (Isernia, Libreria Editrice Marinelli, 1980); Renato Lalli, I Consigli della Provincia di Molise, 1806-1814, tomo I (Campobasso,
Editoriale Rufus, 1993) 1815-1820, tomo II (Campobasso, Editoriale Rufus, 1993),
1821-1841. Agricoltura, Commercio, Industria, Strade, Pubblica Istruzione, tomo
III (Venafro Edizioni Vitmar, 1997), 1821-1841. Amministrazione e Servizi, Giustizia ed Ordine Pubblico, Assistenza e Beneficenza, Finanze, Vita quotidiana, L’ambiente culturale, tomo IV (Ripamolisani, Arti Grafiche La Regione, 2000); Francesco D’Agostino, Il Consiglio Provinciale di Terra di Bari, in L’età della Restaura*
I paragrafi 1, 2, 3 sono di Pasquale di Cicco; i paragrafi 4 e 5 e l’appendice sono di Tiziana di Cicco.
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I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
zione (1815-1830), Atti del 3° Convegno di studi sul Risorgimento in Puglia, (Cassano Murge, Bracciodieta Editore, 1983); Maria Sofia Corciulo, I Consigli generali
e distrettuali di Terra d’Otranto dal 1808 alla rivoluzione del 1820-21, in Il Mezzogiorno preunitario. Economia, società e istituzioni, a cura di Angelo Massafra (Bari,
Dedalo, 1988); Sugli atti dei Consigli generali e distrettuali di Principato Citra durante il decennio francese 1806-1815, in «Clio», 1989; Dall’amministrazione alla Costituzione. I Consigli distrettuali di Terra d’Otranto nel Decennio francese (Napoli,
Guida, 1992); Enrica Di Ciommo, Élites provinciali e potere borbonico. Note per una
ricerca comparata, in Il Mezzogiorno preunitario…; Paolo Muzi, La presenza borghese nei Consigli Generali e distrettuali di Abruzzo Ulteriore, II, 1808-1830, in Il
Mezzogiorno preunitario…; Luigi Calabresi, Il personale politico dei Consigli provinciali in Basilicata (1808-1821), in «Bollettino della Basilicata», XVII (2001).
Quasi nessuno di questi autori, dunque, nell’utilizzo della menzionata fonte,
ha spinto le sue ricerche oltre il 1830, privilegiando il periodo detto comunemente
“Decennio francese”, come quello in cui i Consigli ebbero modo di svolgere un ruolo
maggiormente significativo, date le più rilevanti attribuzioni loro riconosciute.
Quanto alla Capitanata, i suoi Consigli provinciali e distrettuali non sono
stati oggetto sinora di alcun lavoro a stampa. Gli atti che ad essi si riferiscono, conservati nell’Archivio di Stato di Foggia, sono purtroppo molto lacunosi.
E non sempre ha successo il tentativo di colmare i vuoti documentari facendo capo alle “Risoluzioni sovrane espresse sui voti consiliari”, sia perché anche la
serie delle Risoluzioni non è integra, sia perché lo schematico e freddo contenuto
del provvedimento adottato dal re nel Consiglio ordinario di Stato è incapace di
dare il quadro talvolta vivace e complesso offerto invece dai verbali assembleari.
2. Nomina, composizione, competenze
Nel 1806 Giuseppe Bonaparte, fratello dell’imperatore Napoleone, diviene
re di Napoli, sostituendosi a Ferdinando I di Borbone che ha trovato rifugio in
Sicilia, come già nel 1799.
Comincia allora nel regno meridionale il cosiddetto Decennio francese, che i
Borbonici dopo la Restaurazione definiranno “periodo dell’occupazione militare”,
giudicando usurpatori ambedue i sovrani napoleonidi, Giuseppe (1806-1808) e
Gioacchino Murat (1808-1815).1
La nuova monarchia “volle impersonare la Rivoluzione con le sue maggiori conquiste: uguaglianza civile, nuovo ordinamento amministrativo, abolizione della feudalità
1
Sul regno di Napoli durante il Decennio sono tuttora validi i lavori di Jacques RAMBAUD, Naples sous Joseph
Bonaparte (1806-1808), Paris, Plon-Nourret et C., 1911, e di Angela VALENTE, Gioacchino Murat e l’Italia
Meridionale, Torino, Einaudi, 1941, cui si è aggiunto di recente quello a cura di Aurelio LEPRE, Studi sul regno di
Napoli nel Decennio francese (1806-1815), Napoli, Liguori, 1985. Stigmatizzando la mentalità dei politici della
Restaurazione, il Colletta scriveva: “Un governo di dieci anni, riconosciuto in Europa, consolidato da’ codici,
ordini di Stato e bene pubblico, era chiamato occupazione militare”; cfr. Pietro COLLETTA, Storia del reame di
Napoli, a cura di Nino Cortese, Napoli, Libreria Scientifica Editrice, 1957, 3 voll.: vol. III, p. 11.
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e dei fedecommessi, riduzione della potenza del clero, sviluppo dell’istruzione ecc., in
una parola, la possibilità di progresso immediato”.2 E con le riforme che mise subito in
atto seppe dare al regno di Napoli un nuovo e più ordinato assetto statuale.
Nei primi anni del periodo francese i governanti si adoperarono molto per
conoscere le esigenze della popolazione, al fine di poter attuare con adeguatezza le
necessarie riforme.
Basti ricordare in proposito la maggiore indagine sulle condizioni economiche e sociali del regno allora avviata, che va sotto il nome di Statistica murattiana,3
per convenire che gli uomini di governo del Decennio perseguivano il progresso
del paese non sulla base di ideologie o principi teorici, ma sulla scorta della concreta
conoscenza delle reali condizioni della popolazione.
Tra le riforme che si attuarono un posto eminente è occupato da quella amministrativa decisa con legge dell’8 agosto 1806. Per essa il regno di Napoli era
diviso in tredici province, ognuna ripartita in distretti. Le prime erano rette dagli
intendenti, i secondi dai sottintendenti.4
La medesima legge del 1806 istituzionalizzava l’elezione dei Consigli comunali, i cui membri, chiamati decurioni, sarebbero stati eletti in pubblico parlamento
dai capi di famiglia compresi nel ruolo delle contribuzioni dirette (tit. IV, art. 2).
Ma ciò rappresentava una grossa deroga al generale principio dell’accentramento cui si informava il nuovo sistema statuale d’influenza francese e, pertanto, ad
essa fu dato pochi mesi dopo, con legge 18 ottobre 1806, un sostanziale correttivo (i
decurioni non sarebbero stati più eletti a sorte solo tra proprietari con una determinata rendita) e posto del tutto fine con legge del 20 maggio 1808, che faceva cessare
ogni forma di elezione o di sorteggio per le amministrazioni comunali, assoggettandole invece ad uno stretto controllo burocratico.5 Nel processo innovatore per-
2
Domenico DEMARCO, La borghesia fondiaria del Regno di Napoli nel secolo XIX: le origini, i problemi, in
«Rassegna storica del Risorgimento», XXXVIII (1951), p. 357.
3
Le relazioni statistiche dell’inchiesta murattiana solo di recente sono state tutte pubblicate integralmente,
con benemerita fatica del Demarco; cfr. Domenico DEMARCO, La Statistica del Regno di Napoli nel 1811,
Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1988, 4 voll. Parecchie di esse in precedenza e per diverse province
avevano visto la luce a cura di vari studiosi, quali Vincenzo Ricchioni e Tommaso Nardella per la Puglia,
Alfredo Zazo per il Principato Ultra, Leopoldo Cassese per il Principato Citra, Umberto Caldora per la
Calabria, Tommaso Pedio per la Basilicata, Carmine Cimino per la Terra di Lavoro.
4
Sulla nascita delle Intendenze, che furono elemento portante dell’organizzazione statuale accentrata del
regno meridionale, cfr. Carlo GHISALBERTI, Contributi alla storia delle amministrazioni preunitarie, Milano,
Giuffrè, 1963; Carlo GHISALBERTI, Dall’antico regime al 1848, Bari, Laterza, 1974; Pasquale VILLANI, L’Italia
napoleonica, Napoli, Guida, 1978; Armando DE MARTINO, La nascita delle Intendenze, Napoli, Novene,
1984; Raffaele F EOLA , La monarchia amministrativa, Napoli 1984; Raffaele FEOLA , Accentramento
giurisdizionale. Il progetto amministrativo nel primo Ottocento napoletano, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», XXIV (1985), pp. 451-474.
5
“Per i comuni maggiori i decurioni sarebbero stati scelti dal ministro dell’Interno su terne presentate
dall’intendente, per i minori sarebbero stati designati dell’intendente stesso. Il sindaco ed i due eletti che lo
coadiuvavano erano nominati rispettivamente dal ministro o dall’intendente su terne presentate dal decurionato.
Si chiudeva così la breve vita della rappresentanza elettiva a livello comunale e si inaugurava un ferreo controllo delle autorità statali sui municipi, destinato a durare fino al 1860, con la brevissima parentesi del 18201821”; cfr. Alfonso SCIROCCO, I corpi rappresentativi nel Mezzogiorno dal ‘Decennio’ alla Restaurazione: il
personale dei consigli provinciali, in «Quaderni Storici», 1978, 37 (gennaio-aprile), pp. 102-103.
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seguito dai nuovi governanti una parte di gran rilievo, assieme alle Intendenze e alle
Sottintendenze, ebbero i Consigli generali di provincia ed i Consigli distrettuali,
con funzioni puramente consultive. Questi Consigli, nonostante la limitatezza delle attribuzioni, rappresentarono una delle migliori novità nella pubblica amministrazione del Mezzogiorno.
Essi permisero alle province di uscire dal precedente isolamento, di far conoscere alle autorità centrali le proprie necessità e di creare, con suggerimenti e precise
informazioni, i presupposti per una proficua opera di interventi governativi.
Le norme dell’8 agosto 1806 ed altre successive determinavano le precise competenze di questi nuovi organismi,6 mentre istruzioni a stampa del ministro dell’Interno del 24 settembre 1808 ribadivano che il loro compito primario consisteva nel
“far pervenire al Governo il quadro fedele dei bisogni delle Province e l’espressione
dei loro voti e dei loro pensieri”.7
La ripartizione della contribuzione fondiaria fra i distretti della provincia, la
trasmissione al ministro delle Finanze dei reclami volti ad ottenere l’alleggerimento
della tassazione, l’esame dei reclami fatti dai Consigli distrettuali per la diminuzione
del carico fiscale, la determinazione del numero delle grana addizionali per supplire
alle spese a carico della provincia e l’esame del conto dell’intendente relativo alle dette
spese, formavano le maggiori attribuzioni dei Consigli generali o provinciali.8
Questi cinque “oggetti” (così prescrissero le menzionate istruzioni a stampa,
trasmesse alle Intendenze dal ministro dell’Interno, monsignor Capecelatro, arcivescovo di Taranto) sarebbero stati trattati dai Consigli provinciali secondo l’indicato ordine e con lo stesso ordine avrebbero trovato il loro riflesso nei processi
verbali delle sedute, formando un primo capitolo diviso in cinque titoli.
Non meno importante l’oggetto che avrebbe composto il secondo capitolo
di detti processi verbali, e cioè l’opinione del Consiglio sullo stato e sui bisogni
della provincia.
Anche questo capitolo sarebbe stato suddiviso in titoli (sei per l’esattezza:
agricoltura e commercio; soccorsi pubblici, prigioni; ponti, strade e navigazione;
istruzione pubblica; popolazione, amministrazione; salute pubblica); ma diversamente dal primo che a cura dell’intendente doveva essere rimesso al ministro delle
6
Con queste norme fondamentali sui Consigli (che non furono subito riuniti giacchè da Roederer, ministro
delle Finanze, si temeva che essi cercassero di far ridurre il contingente d’imposta, come si legge in J. RAMBAUD,
Naples sous Joseph Bonaparte…, cit., p. 385 e segg.), sono da ricordare i decreti del 15 gennaio 1808 (nomina
dei membri dei Consigli provinciali e distrettuali di tutte le province, tranne le due Calabrie), i due successivi
del 10 e del 13 settembre (le riunioni dei Consigli distrettuali in due tempi, dal 5 al 9 ottobre e dal 15 al 26
ottobre), e l’altro dell’11 ottobre (i Consigli possono deliberare anche se il numero dei consiglieri intervenuti
non è quello prescritto).
7
ARCHIVIO DI STATO DI FOGGIA, Intendenza e Governo di Capitanata, Consigli provinciali e distrettuali, b.
1, fasc. 5. (d’ora in poi ASFG, Consigli).
8
“Queste competenze di carattere finanziario erano notevolmente importanti poiché attribuivano a tali
istituzioni non solo un potere di ripartizione delle imposte tra i distretti, bensì anche di sindacato sull’entità di
esse e, in definitiva, sulla legittimità dell’operato governativo, potere, questo, tipico delle assemblee rappresentative”; cfr. Maria Sofia CORCIULO, Sugli atti dei Consigli generali e distrettuali di Principato Citra durante
il Decennio francese (1806-1815), in «Clio”, XXV (1989), 1, p. 111.
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Finanze, il secondo capitolo sarebbe stato inviato direttamente dal presidente del
Consiglio provinciale al ministro dell’Interno.
Le istruzioni stesse spiegavano il motivo di una tale diversa prescrizione,
chiarendo che “l’oggetto di siffatta immediata comunicazione è di far pervenire al
governo il quadro fedele de’ bisogni della Provincia, e l’espressione sincera de’ loro
voti, e de’ loro pensieri. Quindi il capitolo II deve fare conoscere non solo i mali da
ripararsi, o il bene da farsi in ciascuna Provincia, ma ancora le vedute, e le idee di
pubblica utilità, non che i mezzi di prosperità generale”.
La normativa sui Consigli stabiliva che quelli distrettuali tenessero la loro
sessione in parte prima ed in parte dopo la sessione del Consiglio provinciale.
I Consigli distrettuali “nella parte […] che precede quella del Consiglio generale […] debbono limitarsi ad esprimere le doglianze, se ne hanno da fare, su la quota
della imposizione territoriale, a cui trovasi ora tassato il rispettivo Distretto, ed a
formare il quadro dello stato del medesimo con la indicazione de’ mezzi che offre per
migliorarlo”. Il processo verbale relativo sarebbe stato pertanto diviso in due titoli,
uno “finanziero” con le eventuali doglianze per riduzione del carico fiscale, l’altro
“amministrativo” sulla situazione del distretto. E nel secondo titolo, a sostegno del
reclamo che venisse fatto nel primo, conveniva che i consiglieri distrettuali offrissero
“saggio della conoscenza che debbono avere del loro paese, e de’ bisogni di esso, non
meno che di perspicacia, di saviezza, e di moderazione, coll’indicare i mezzi onde
riparargli, e fargli cessare”.
Gli stessi consiglieri, nella seconda parte della loro sessione destinata unicamente alla ripartizione fra i comuni della quota fiscale imposta al distretto giusta le
istruzioni del ministro delle Finanze, avevano il solo obbligo di essere imparziali:
“debbono far rilucere la più stretta, scrupolosa imparzialità. Ogni personale interesse, ogni particolare veduta a pro del proprio Comune dee tacere, e sopprimersi,
perché il peso ricada con giusta proporzione fra tutte le università”, recitavano le
istruzioni di monsignor Capecelatro, per poi concludere: “Così i Consigli potranno in questa prima loro riunione conciliar verso di loro l’autor de’ popoli, e la
fiducia del Sovrano”.
Secondo la legge dell’8 agosto 1806 i Consigli provinciali dovevano riunirsi
una volta l’anno per non più di venti giorni, i distrettuali per non più di quindici
giorni;9 il numero dei componenti i primi oscillava tra 15 e 20, quello dei componenti i secondi non poteva superare i 10.
La legge del 18 ottobre dello stesso anno stabiliva le modalità per l’elezione dei consiglieri. Questi venivano proposti dai Decurionati e scelti dalle
autorità competenti tra i proprietari che avessero una rendita imponibile di una
9
Sino al 1820 i Consigli si riunirono nel mese di ottobre; dal 1821 in poi, su richiesta del Consiglio provinciale di Napoli accolta dal Governo, cominciarono a riunirsi nel mese di maggio. La decisione di convocare in
maggio le assemblee produsse inconvenienti e disagi in Capitanata, favorendo l’assenteismo dei consiglieri.
Molti di essi, infatti, proprio in quel mese si trovavano maggiormente impegnati nelle loro attività agricole e
commerciali, ed allora si celebrava anche la ricca fiera di Foggia, dove avevano smercio i prodotti agricoli e
pastorali del Tavoliere; cfr. ASFG, Consigli, b. 3, fasc. 41.
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certa entità: quella di ducati 200 per poter essere consiglieri distrettuali, e di
ducati 400 per poter essere consiglieri provinciali (ducati 240 e 480 dopo la legge 20 maggio 1808).
La rendita dei consiglieri doveva quindi superare di dieci o venti volte quella
che era prevista per essere elettori, mirando il legislatore a formare i Consigli con le
persone più facoltose e rappresentative delle province, per il “preciso interesse politico di consolidare il nuovo regime servendosi dell’aiuto istituzionalizzato del
notabilato locale”.10
I Decurionati comunali attendevano all’operazione loro spettante della proposta dei consiglieri vari mesi prima della convocazione dei Consigli, dopo che
l’intendente, tramite i sottintendenti ed il sindaco del primo distretto - quello in cui
era l’intendente stesso - aveva dato l’opportuno avviso di riunire i decurioni.
Sulla base della “lista degli eleggibili” alle cariche pubbliche,11 i Decurionati
facevano le loro proposte: una terna di nominativi per i comuni con meno di 3000
abitanti, due terne per i comuni da 3000 a 6000 abitanti, tre terne per i comuni con
più di 6000 abitanti.
Ai comuni più piccoli, ai quali poteva mancare la possibilità di designare propri
cittadini aventi la rendita richiesta dalla legge, competeva la facoltà di indicare anche
cittadini di altri comuni. Tutte le proposte dei Decurionati erano inviate all’intendente e
questi, con il parere del Consiglio d’Intendenza, formava a sua volta varie terne di nominativi e le trasmetteva al ministro dell’Interno per il successivo inoltro al re.
La scelta del sovrano di solito cadeva sul primo nominativo delle terne, in quanto
esso rappresentava il candidato risultato preferibile agli occhi dell’intendente.
Una procedura alquanto complessa, ma molto chiara nel fine che con la sua
adozione si intendeva conseguire, e cioè la formazione di Consigli i cui membri,
grazie alla selezione fatta dai Decurionati prima e dal Consiglio d’Intendenza poi,
fossero persone non solo autorevoli per censo e per qualità personali, ma anche
attaccate al sistema politico e fedeli al sovrano.
Come è chiaro la rappresentatività dei consiglieri restava parecchio condizionata dal meccanismo procedurale imposto per la loro nomina e certamente tale
da consentire il pilotamento delle candidature.
Anche i presidenti dei Consigli venivano scelti dal sovrano sulla base di terne,
redatte dall’intendente per il capo del consesso provinciale, dai sottintendenti per i
capi dei consessi distrettuali. Ed al solito la scelta sovrana privilegiava il primo nominativo della terna, la quale, specie se si riferiva al Consiglio provinciale, era costi-
10
M. S. CORCIULO, Sugli atti dei Consigli generali e distrettuali di Principato Citra…, cit., p. 113.
L’inclusione nelle liste era il presupposto per il godimento dei diritti politici da parte del cittadino, che fosse
domiciliato da almeno cinque anni in un comune e vantasse un censo variabile secondo il numero degli abitanti
del comune. Tali liste erano compilate provvisoriamente dal sottintendente e pubblicate nel distretto, potendo
essere oggetto di reclamo da parte di ogni cittadino. Trascorso un mese dalla pubblicazione, le liste ed i reclami,
unitamente ai pareri del sottintendente, erano rimesse all’intendente. Questi, dopo la discussione in Consiglio
d’Intendenza, rendeva definitive le “liste degli eleggibili” e le inviava ai sindaci. Cfr. Guido LANDI, Istituzioni di
diritto pubblico del Regno delle Due Sicilie (1815-1861), Milano, Giuffrè, 1957, 2 voll.: vol. II, pp. 699-706.
11
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tuita da personaggi di spicco, da nobili o da alte autorità, per sottolineare l’importanza che andava riconosciuta all’assemblea.12
La menzionata legge del 18 ottobre stabiliva inoltre che i Consigli provinciali
e distrettuali durassero in carica un quadriennio, rinnovandosi per metà alla scadenza. In seguito, la legge sull’amministrazione civile del 12 dicembre 1816 innovò
su questo punto, fissando che ogni anno un quarto dei consiglieri cambiasse.
Nessun consigliere pertanto poteva restare in carica per più di un quadriennio,
ma era prevista la rieleggibilità due anni dopo la cessazione della carica.13
Con il rinnovo dei suoi componenti veniva assicurata ai Consigli una capacità di ricambio e l’immissione di nuove energie, utili per il miglior funzionamento
delle assemblee.
Spettava all’intendente inaugurare la sessione del Consiglio provinciale, assieme al segretario generale dell’Intendenza; l’apertura dei Consigli distrettuali era
competenza dei sottintendenti, anch’essi coadiuvati dai segretari delle sottintendenze.
All’apertura del Consiglio provinciale l’intendente era tenuto a rimettere al
presidente “tutti i documenti, tutti i materiali, tutti i lumi di cui possono aver bisogno i consigli per le loro occupazioni”.14
Una delle prime operazioni delle assemblee era la scelta del segretario, figura
essenziale perché destinata fra l’altro alla stesura dei verbali delle sedute. Data l’importanza della funzione che egli era chiamato a svolgere, anche la scelta del segretario cadeva su elementi esperti e di valore e la nomina era fatta dal presidente.
In caso di bisogno, poteva fungere da segretario il consigliere più anziano, il
quale, se necessario, sostituiva anche il presidente.
Del Consiglio provinciale di Capitanata furono segretari uomini di grande
levatura e di solido prestigio, come Giantommaso Giordani, Vincenzo Angiulli,
Onofrio Bonghi, Giuseppe Cutino, Felice Maria Zanni, Gaetano Barone, Raffaele
Cassitti, Vincenzo Zaccagnino. Talvolta un consigliere che in precedenza aveva rivestito il ruolo di segretario di un Consiglio, in seguito ne diveniva presidente.
12
Presidenti dei Consigli provinciali furono, tra gli altri, i principi Gerardo di Sangro (1828, 1832),
Giambattista Muscettola (1834), Vincenzo Ruffo (1841), Augusto Cattaneo (1853), i marchesi Domenico de
Luca (1808), Giovanni Antonio Filiasi (1812, 1822, 1826, 1830), Antonino Maresca (1847), il conte Carlo
Guevara (1854), il barone Felice Zezza (1829, 1833), il cav. Gaetano de Nicastro (1817) ed il figlio Pasquale
(1825) di Lucera, il colonnello della guardia civica Luigi Mastrolilli di Foggia (1818, 1827). I due de Nicastro
presiedettero anche il Consiglio distrettuale di Foggia, il primo nel 1813, il secondo nel 1828. La presidenza
dei Consigli distrettuali toccò talvolta a nobili (marchesi Francesco Saverio Freda nel 1852, Vincenzo Corigliano
nel 1853, Liborio Celentano nel 1859 a Foggia), ma più solitamente a grandi proprietari del distretto che
spesso erano anche affermati professionisti. Così, ad esempio, Vincenzo Perrone (1809, 1811), Domenicantonio
Rosati (1827), Roberto Siniscalchi (1830), Giuseppe Cutino (1837), Giuseppe Barone (1842), Giovanni Battista Nocelli (1856) a Foggia; Antonio Fania (1812, 1819), Antonio del Sordo (1818), Rocco del Sordo (1826,
1845), Carlo Tondi (1832, 1837), Prospero Fania (1846, 1852) a San Severo; Nicolantonio de Filippis (1817),
Michele Barone (1828), Gianvincenzo Rocco (1830), Vincenzo de Maio (1831, 1833), Giacomo Curato (1836,
1858), Ascanio Ripandelli (1840), Luigi Varo (1841, 1857) a Bovino.
13
Diversamente dai consiglieri, i presidenti dei Consigli provinciali e distrettuali duravano in carica un solo
anno; cfr. ASFG, Consigli, bb. 8, 9, fascc. 97, 108, 109.
14
ASFG, Consigli, b. 1, fasc. 5.
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Il Consiglio provinciale si riuniva nel capoluogo della provincia, e propriamente nella sede dell’Intendenza o in altro edificio “il più prossimo e comodo”; il
Consiglio distrettuale nel capoluogo del distretto, nella sede della Sottintendenza o
in altro edificio “il più contiguo e conveniente”.15
L’apertura del Consiglio provinciale avveniva con adeguata solennità e tutti i
funzionari pubblici e le varie autorità civili e militari erano invitati ad assistere al
discorso che allora pronunciava l’intendente. Alla seduta inaugurale talvolta aggiungevano lustro con la loro presenza anche personalità di passaggio per la città,
che venivano appositamente invitate.
Le spese che i Consigli sostenevano durante le varie sessioni di attività formavano oggetto di un particolare conto che l’intendente e i sottintendenti si
premuravano di redigere e di trasmettere al ministro dell’Interno.
La creazione dei Consigli provinciali e distrettuali, nel contesto politico istituzionale del tempo che prevedeva contenute forme di decentramento, significò in
particolare la valorizzazione della borghesia terriera e l’affidamento di importanti
cariche provinciali agli elementi di punta di questo ceto, destinato a divenire sempre più influente ed a ricavare i maggiori vantaggi dalla soppressione del feudo.
La rendita fondiaria era il presupposto per la nomina ai Consigli, e solo essa:
il possesso di rendite provenienti da altri cespiti, come il commercio, la professione
o l’impiego, risultava infatti insufficiente ed inidoneo.
Il commerciante, il professionista, l’impiegato potevano aspirare alla nomina
solo se fossero stati anche possessori di una rendita fondiaria, e soggetti quindi al
pagamento della relativa imposta.16
Il possesso della terra era visto come elemento di stabilità, come garanzia di equilibrio comportamentale e di convenienti scelte ideologiche da parte del consigliere.
Naturalmente non poteva essere l’unico requisito di questi ed era perciò compito essenziale dell’autorità preposta alla formazione delle terne, l’intendente, operare in maniera tale che la scelta definitiva potesse farsi tra candidati che all’indispensabile requisito censitario unissero anche doti culturali, capacità ed esperienza
amministrative e lealismo politico (“sufficiente abilità, vantaggiosa morale, pubblica opinione ed attaccamento al Real Trono”, oltre alla rendita, ribadivano sovente
le ministeriali dell’Interno e le note intendentizie.17
15
ASFG, Consigli, b. 1, fasc. 2.
A. SCIROCCO, I corpi rappresentativi nel Mezzogiorno…, cit., p. 105. Interessanti e precise le notazioni di
Carlo Zaghi sul carattere e sul significato della proprietà nel regime napoleonico, che possono leggersi in
Carlo ZAGHI, Proprietà e classe dirigente nell’Italia giacobina e napoleonica, in Nicola RAPONI (cura di), Istituzioni e società nella storia d’Italia. Dagli stati preunitari d’antico regime all’unificazione, Bologna, il Mulino, 1981, pp. 258-294.
17
ASFG, Consigli, b. 6, fasc. 80. Tuttavia in parecchie occasioni il richiesto requisito dell’attaccamento al
trono venne eluso nella nomina, quando si stimavano preponderanti altre qualità del candidato e non si disponeva di candidature realmente alternative, come prova la presenza nei consessi di consiglieri dal passato allarmante sotto il profilo politico (massoni e carbonari).
16
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La selezione attuata dall’intendente, se era facile a praticarsi con le candidature proposte dai grandi comuni, non lo era altrettanto con quelle dei piccoli comuni, i cui Decurionati molte volte erano costretti a segnalare persone in possesso del
solo requisito della rendita, non avendo ampie possibilità di scelta nella “lista degli
eleggibili”.
Per non dire che spesso si trovavano nella necessità di segnalare nominativi
di elementi di comuni vicini, non essendovi in loco nessun cittadino fornito di idonea rendita.
Per i Consigli infatti non esisteva la possibilità che la legge del 20 maggio
1808 aveva previsto per le amministrazioni comunali, e cioè che potessero essere
nominati decurioni anche coloro che esercitavano una professione, senza essere
proprietari.
E d’altronde non poteva esistere, impedendolo il fatto concreto che la carica
di consigliere, sia provinciale sia distrettuale, era puramente onorifica, ma il suo
esercizio - peraltro non ambito da tutti coloro che ricevevano la nomina - comportava spese per vetture, vitto, alloggio ecc. che ricadevano esclusivamente sugli interessati, costretti in maggioranza a portarsi per diversi giorni dell’anno dal loro paese di origine al capoluogo della provincia o del distretto ed a trascurare i propri
affari. “Ed ecco perché ha S.M. nominati per composizione de’ Consigli i maggiori
proprietari delle Provincie”, spiegava chiaramente sin dal 1808 il ministro dell’Interno all’intendente di Capitanata.18
Fin dal primo disegno del legislatore dunque il requisito della proprietà nei
consiglieri fu inteso come un elemento indispensabile per ottenere il regolare funzionamento dei nuovi organismi di rappresentanza, ben realizzabile quando a quel
requisito poteva farsi accompagnare una buona cultura ed una buona esperienza
amministrativa. E difatti sia nei Consigli maggiori che nei minori, grazie all’oculata
scelta operata dall’intendente, prevalevano i laureati in giurisprudenza, i patrocinatori, i notai, gli impiegati dell’amministrazione statale (civile, giudiziaria e persino
di quella militare) e municipale, pur abbondando altri professionisti, tra cui in maggioranza i medici. Massiccia addirittura la presenza di consiglieri che avevano interessi nelle campagne e di esse, conoscendone problemi e necessità, si facevano portavoce. Minima invece la rappresentanza del mondo del commercio. Né vi mancarono gli elementi più rappresentativi della cultura e della nobiltà della Capitanata,
anche quando essi non coincidevano con i maggiori esponenti della proprietà fondiaria: ciò si verificò specialmente nel Consiglio provinciale e nel Consiglio distrettuale di Foggia.19
18
Ibid., b. 1, fasc. 2.
Del Consiglio provinciale furono membri autorevoli, ad esempio, il noto letterato Giantommaso Giordani
di Monte Sant’Angelo, con una rendita accertata nel 1817 di appena 60 ducati o il legale foggiano Felice Maria
Zanni, ricco di molti talenti, ma con una rendita al 1816 di ducati 155, al 1831 di ducati 264 o il legale di Lucera
Giambattista Gifuni, con una rendita di ducati 203 al 1830, che nel 1845 presiederà il Distrettuale di Foggia.
Francescantonio Gabaldi, consigliere provinciale e distrettuale e presidente del Consiglio distrettuale di
19
67
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
La presidenza dei Consigli è spesso appannaggio della nobiltà, qualche volta
di quella minore, recente e presente in provincia più solitamente di quella antica,
che vive nella capitale e che in molti casi ha interessi fondiari in Capitanata.
Avviene di rado che un consigliere, insignito di un titolo nobiliare, non riceva almeno una volta la nomina a presidente del consesso cui appartiene. In particolare, è il Consiglio provinciale ad avere un nobile per presidente.
Negli anni molte persone ricoprirono la carica di consiglieri provinciali e di
consiglieri distrettuali, talvolta a breve distanza di tempo fra l’una e l’altra carica.
Diversi consiglieri del distretto di Foggia divengono consiglieri provinciali o
lo sono già stati, realizzando così fra i due organismi un fruttuoso interscambio di
capacità e di competenze.20 Sono molti invero i personaggi che occupano per lunghi
anni la ribalta dei Consigli e si ritrovano ora nel Provinciale ora nei Distrettuali.
La situazione opposta è rappresentata dai consiglieri che, una volta finito il
periodo di carica, non ricevono più la nomina e scompaiono dall’orizzonte dei
Consigli. Era questo il destino immancabile per coloro che, non intervenendo alle
sessioni, mostravano di non avere interesse per la carica, ma poteva capitare anche a
chi intervenendo si era reso scarsamente partecipe ai lavori o non aveva offerto
contributi apprezzabili.
Le proposte elaborate dai sottintendenti sottolineavano questi comportamenti
di indifferenza, stigmatizzandoli, e le correlate terne degli intendenti o escludevano
i nominativi di coloro che erano stati consiglieri non impegnati oppure li presentavano al terzo posto. La riproduzione degli stessi nominativi, specie per l’assemblea
provinciale, implicava un indubbio riconoscimento delle positive qualità dei candidati, della loro capacità amministrativa e della loro preparazione anche per incarichi di diversa responsabilità.
Sia nei consessi maggiori sia nei minori si rinvengono spesso consiglieri con
lo stesso cognome. Talvolta si tratta di semplici omonimie, ma, come si è potuto
acclarare, in molti casi si tratta di consiglieri che appartengono al medesimo nucleo
familiare, di figli che subentrano ai padri o di nipoti che percorrono la stessa strada
del nonno o di fratelli che si alternano nella carica consiliare, avvicendandosi nello
Foggia, aveva nel 1816 una rendita fondiaria di soli 128 ducati, nel 1831 di ducati 175.50; Giovanni Francesco
Almergogna, legale di Carpino, consigliere distrettuale (1830) e presidente (1831) a San Severo, aveva una
rendita di appena 40 ducati; e lo stesso marchese Tommasantonio Cementano, consigliere distrettuale a Foggia (sarà presidente del Provinciale nel 1821 e nel 1823), poteva vantare nel 1820 solo una rendita di ducati
1800, da stimare alquanto modesta, se rapportata a quella che negli stessi anni possedevano altri consiglieri
fregiati di titoli nobiliari e che ammontava a più decine di migliaia di ducati.
20
Il cav. Gaetano de Nicastro, ricco proprietario di Lucera, già consigliere (1808) e presidente (1813) del
Consiglio distrettuale di Foggia, diviene presidente del Consiglio provinciale nel 1817 e di questo sarà componente sino al 1824; Giambattista Gifuni, legale lucerino, è consigliere distrettuale di Foggia nel 1826, consigliere provinciale nel 1828 e nel 1834; il barone Giacomo Cessa di Manfredonia è consigliere distrettuale di
Foggia nel 1831, provinciale nel 1856; Gaetano della Rocca di Foggia è consigliere distrettuale nel 1841, provinciale nel 1853. Gli esempi potrebbero facilmente moltiplicarsi, e diversi potrebbero addursene per attestare
i percorsi inversi compiuti dai consiglieri, prima provinciali ed in seguito distrettuali.
68
Pasquale e Tiziana di Cicco
stesso consesso 21 e facendosi presumibilmente portatori nelle assemblee di cui entrano a far parte di esperienze e di interessi dello stesso genere. Va aggiunto ancora
che parecchio simile appare in più casi il loro curriculum: la carriera di molti consiglieri presenta sovente tappe fondamentali analoghe anche se non coincidenti nell’ordine, fra cui quelle rappresentate da una carica comunale (decurione, eletto o
sindaco) e dall’ammissione alla Reale Società Economica di Capitanata.22 La svariata provenienza e quindi la differente esperienza ed il diverso bagaglio culturale
dei consiglieri costituirono fattori positivi e presupposti di buona funzionalità per
degli organismi che erano tenuti ad occuparsi di questioni molteplici ed eterogenee.
Caduto il regime murattiano, il restaurato governo borbonico conservò in
vita queste assemblee, riconoscendone l’importanza.
In attuazione della linea politica allora adottata, per la quale molte delle innovazioni istituzionali ed amministrative del periodo francese vennero mantenute
così com’erano o appena modificate,23 i Consigli vennero convocati provvisoriamente con reale decreto del 23 agosto 1815 e poi confermati con la legge sull’amministrazione civile del 12 dicembre 1816.
In quegli stessi anni, poiché la formazione dei catasti provvisori allora in redazione permetteva ormai di fondare su di essi il carico fiscale dei singoli comuni,24
scomparve quella che in passato aveva rappresentato la più rilevante competenza del
Consiglio provinciale, la ripartizione di quel carico fra i distretti.
E difatti la citata legge sull’amministrazione civile riferiva ai Consigli maggiori
quasi solo queste attribuzioni (art. 30): esame e discussione dei voti dei Consigli
21
Alcuni esempi. Sono fratelli Ignazio e Raffaele Centola di San Marco in Lamis che negli anni 1840-50
rivestono l’uno la carica di consigliere provinciale, l’altro quella di consigliere distrettuale di San Severo;
Filippo, Giacomo e Nicola d’Alfonso, presenti nel Provinciale e nel Distrettuale di San Severo e figli di Matteo
che più volte ha fatto parte della stessa assemblea minore; e sono fratelli Francesco e Giuseppe Gabaldi di
Foggia, consigliere distrettuale il primo nel 1852, il secondo nel 1859, ambedue figli di Francescantonio, anch’egli più volte consigliere e presidente; e così pure Antonio e Gaetano Rocco, consiglieri distrettuali a
Bovino negli anni ’30, come il loro genitore Gianvincenzo nel 1828. Giacomo Cessa, consigliere provinciale
nel 1857, ripercorre le orme del nonno Giovanni Battista, antico capitano del porto di Manfredonia e più volte
consigliere provinciale tra il 1808 ed il 1826; e Prospero Fania che nel 1852 presiede il Consiglio provinciale,
porta lo stesso nome del nonno che di quel Consiglio ha fatto parte nel lontano 1808.
22
Gaetano Barone di Foggia, membro della Reale Società Economica, III eletto comunale (1828), consigliere provinciale (1833-36), sindaco del capoluogo dauno (31 gennaio 1841), consigliere distrettuale (1857-58)
compie un cursus che equivale a quello di Luigi Celentano, anch’egli foggiano, membro della Società Economica, consigliere provinciale (1819-24), sindaco (30 ottobre 1837), consigliere distrettuale (1841).
23
Le riforme del Decennio, osserva lo Scirocco, avevano profondamente trasformato il Mezzogiorno e i
ministri borbonici si rendevano conto della validità delle istituzioni introdotte dai francesi e della irreversibilità
delle modifiche subite dalla società. Di qui la “politica dell’amalgama” perseguita dal Medici e vincente su
quella opposta del principe di Canosa, a seguito della quale politica, dalla fine del 1816, si ebbe una serie di
provvedimenti che confermavano in pieno l’assetto dato dai Napoleonidi; cfr. A. SCIROCCO, Governo assoluto e opinione pubblica a Napoli nei primi anni della Restaurazione, in «Clio», XXII (1986), 1, pp. 203-224.
24
Sulla contribuzione fondiaria, sugli atti preliminari del catasto e sulla compilazione e descrizione di questo, nonché sul suo valore come fonte storica sono da tener presenti le sintetiche ma esaurienti e chiare note
che si possono leggere in Leopoldo CASSESE, Le fonti della storia economica dell’Ottocento, Salerno, Pietro
Laveglia, 1984, pp. 100-108; vedi anche G. LANDI, Istituzioni di diritto pubblico…, cit., vol. I, pp. 305-306.
69
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
distrettuali; votazione della quantità della sovraimposta facoltativa per le spese particolari della provincia; progetto dello stato discusso provinciale; presentazione al re
di terne per la nomina dei componenti della Deputazione provinciale per l’amministrazione delle opere pubbliche creata con reale decreto del 7 maggio 1813.
Un ampliamento di queste attribuzioni si ebbe con norme successive, come
quella contenuta nella legge organica dell’ordine giudiziario del 29 maggio 1817,
all’art. 206, per la quale si attribuiva al Consigli provinciali la facoltà di presentare
terne di nomi per l’elezione dei giudici e dei supplenti del Tribunale di commercio,
ricavandoli dalla lista dei negozianti, banchieri e manifatturieri della città (a Foggia
questo Tribunale fu istituito con reale decreto del 10 dicembre del 1817).25
Altre facoltà si videro poi conferire i Consigli dal reale decreto del 18 aprile
del 1820 (proposta di terne per i membri della Camera consultiva di commercio),26
dal reale decreto del 11 aprile del 1822 (proposta di terne per le Deputazioni addette alla sorveglianza del funzionamento dell’amministrazione delle acque e foreste),
mentre già rientrava nelle loro competenze sia la nomina delle Deputazioni per
l’acquisto e la manutenzione dei mobili in dotazione all’Intendenza, alle Sottintendenze ed ai Tribunali, sia, dal 1818, l’esame del conto morale del Consiglio generale
di beneficenza.
Titolari di tutte queste competenze, i Consigli provinciali svolsero una rilevante attività nel cosiddetto Quinquennio, ma durante il Nonimestre seguito alla
rivoluzione carbonara del 1820 vennero aboliti e, per l’art. 325 della Costituzione,
sostituiti dalle Deputazioni provinciali.
Formarono questi nuovi organismi, che erano presieduti dall’intendente, il
direttore delle contribuzioni dirette e sette membri nominati dagli elettori di partito, come previsto dagli artt. 328 e 329 della Costituzione.
Le Deputazioni dovevano occuparsi dei conti morali di tutte le amministrazioni provinciali (il conto materiale continuava ad essere di competenza del Comitato d’Intendenza) ed esprimere il proprio parere sull’amministrazione degli ospi-
25
Già previsti dall’ordinamento giudiziario stabilito con reale decreto del 21 maggio 1808 e poi dalla legge
organica del 1817, i Tribunali di commercio furono istituiti, nei Domini al di qua del Faro, a Napoli, Foggia,
Monteleone e Reggio, ed erano composti di un presidente, di quattro giudici, di tre o cinque supplenti e di un
cancelliere. Formati da magistrati onorari, costituivano la speciale giurisdizione del ceto mercantile e giudicavano in tutte le controversie relative ad obbligazioni ed operazioni tra commercianti quando non fosse dimostrata la natura prettamente civile dell’affare. Le loro sentenze erano appellabili dinanzi alle Gran Corti Civili.
Cfr. LANDI, op. cit., vol. II, pp. 842, 856 e segg. Per le “liste degli eleggibili” al Tribunale di commercio di
Foggia, vedi ASFG, Consigli, bb. 5-9, fascc. 68, 72, 76, 87, 97, 98, 113, 124; per un ampio studio d’insieme, cfr.
Carmine DE LEO – Daniela DE LEO, Il Tribunale di Commercio. Un’antica magistratura a Foggia, Foggia,
Camera di Commercio, 2000.
26
Quella di Foggia fu istituita con reale decreto del 20 ottobre 1818, subito dopo l’istituzione della Camera
consultiva di commercio di Napoli (reale decreto dell’11 marzo 1817), e prima di quelle di Palermo e di
Messina. Le Camere consultive, dipendenti dal Ministero dell’Interno, avevano lo scopo di indagare e proporre tutto ciò che potesse giovare agli interessi del commercio. Erano presiedute dall’intendente e, nei luoghi
diversi dalla capitale, formate da sei membri che si rinnovavano per un terzo ogni anno. Uno dei membri era
vice presidente, e vi era un segretario perpetuo. A Foggia l’istituzione ebbe nel tempo due prestigiosi segretari, colti e dinamici, Casimiro Perifano e Francesco Della Martora.
70
Pasquale e Tiziana di Cicco
zi, valutando l’opportunità della soppressione o della sola riforma dei Consigli generali degli ospizi.27
Diversamente dai Consigli, le Deputazioni non ebbero competenza in materia di pubblica istruzione, che venne invece demandata ad un’apposita Commissione di tal nome.28
Dopo il Nonimestre costituzionale il reale decreto 26 maggio 1821 richiamò
in vita i Consigli provinciali e distrettuali, ma, secondo lo Scirocco, avendo la rivoluzione infranto il rapporto tra la monarchia ed il paese, essi “vissero una vita fiacca, restando a raffigurare di fronte all’Europa […] la finzione di uno Stato in cui il
governo dava ascolto alla voce della pubblica opinione”.
L’autore di questo severo giudizio storico - che forse merita qualche ridimensionamento e non pare potersi accettare in tutta la sua assolutezza, sembrando
troppo riduttivo e declassando a deboli larve i Consigli provinciali e distrettuali aggiunge che la mediocrità dei designati per i Consigli ed il maggiore accentramento burocratico dei tempi di Ferdinando II fecero impossibile dopo il 1821 “la formazione intorno ai Consigli provinciali di un ceto di notabili, non realizzato nel
Decennio e nel Quinquennio, quando la scelta dei consiglieri era stata indirizzata
verso uomini di un certo prestigio”.29
In effetti, dalla nostra indagine emerge che i consiglieri della Capitanata, provinciali e distrettuali, sia quelli dell’intero ventennio che lo precede sia quelli del
periodo ferdinandeo, ebbero spesso fra loro uomini di notevole valore e seppero
farsi validi portavoce dei tanti problemi ed esigenze delle popolazioni daune. E
frequentemente con i loro voti ebbero la capacità di incrinare erronei convincimenti
delle autorità di governo e di ottenere talvolta mutamenti delle soluzioni adottate
in sede centrale. Muovendosi nell’ambito di competenza e nonostante i limiti dello
stesso, essi portarono la loro attenzione e richiamarono quella del sovrano sulle
maggiori necessità di una provincia apparentemente ricca, ma in cui gli squilibri
economici e sociali, le carenze culturali, sanitarie, assistenziali erano tanto profondi
ed antichi da pregiudicarne il vero e reale progresso.
3. Necessità e speranze nei verbali consiliari
Agricoltura, industria, commercio, lavori pubblici e pubblica istruzione furono le materie cui maggiormente attesero i Consigli nelle loro fatiche, che però
non mancarono nel contempo di impegnarsi anche in altre, quali la beneficenza, la
pubblica amministrazione, la sanità, l’ordine pubblico.
Può dirsi, sulla scorta dei verbali dei Consigli, che nessun lato della vita eco27
Per la Deputazione di Capitanata, cfr. ASFG, Consigli, b. 4, fascc. 58 e 61.
Per la Commissione di Capitanata, con sede a Lucera, cfr. M. D’AMBROSIO, Collegio-liceo e Università in
Capitanata. 1807-1862, a cura dell’Ufficio Stampa del Comune di Foggia, 1970, p. 154.
29
SCIROCCO, op. cit., pp. 121-122.
28
71
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
nomica e sociale della Capitanata venne trascurato e non divenne destinatario, sia
pure in varia misura, delle periodiche occupazioni dei consiglieri provinciali e
distrettuali. In quei verbali, purtroppo non tutti pervenutici,30 ritornano di continuo i molti problemi dell’agricoltura, dell’industria, del commercio della Capitanata,
provando in tal modo come essi fossero sentiti dai componenti delle assemblee
maggiori e minori, buona parte dei quali peraltro era personalmente dedita a quelle
attività ed allo sviluppo delle stesse vedeva legate anche le proprie fortune.31
Vi si sottolinea lo stato di arretratezza delle campagne daune, causato dalla
mancanza di capitali, dopo il rastrellamento di risorse conseguente alla legge di
censuazione del Tavoliere del 1806 ed alla legge transattiva del 1817,32 dalla scarsa
conoscenza ed applicazione delle moderne tecniche agrarie,33 dalla primordiale situazione viaria, funzionale esclusivamente ai bisogni della capitale.
Vi si denuncia frequentemente l’inesistenza di un’industria locale e l’impossibilità di lavorare nella provincia persino i prodotti di cui la Capitanata è più ricca, come la
lana, ed ancora lo stato asfittico del commercio, costretto, quello di via terra, a contare
solo sul reale cammino di Puglia, e quello di via mare, solo sul porto di Manfredonia.
Di pari passo con l’abbondanza delle denunce di questo stato di cose, va nei
Consigli l’abbondanza delle proposte e dei suggerimenti per porvi rimedio, ma essi
30
Nella serie intendentizia Consigli provinciali e distrettuali dell’Archivio di Stato di Foggia si rinvengono
i verbali delle riunioni del Consiglio provinciale dal 1808 al 1829 (mancano solo quelli del 1810). Sono andati
ormai perduti, forse negli ultimi eventi bellici che finirono di sconvolgere l’istituto archivistico, già da vari
decenni in grave disordine, o forse prima, tutti i verbali del Consiglio provinciale di Capitanata dal 1835 al
1845, mentre si sono resi incompleti quelli degli anni 1830-1834. Perduti un tempo si ritenevano anche i
verbali degli anni 1846-1852, poi invece rinvenuti presso la Biblioteca Provinciale di Foggia, della cui consistenza erano entrati indebitamente a far parte dopo l’ultima guerra, e rivendicati all’Archivio di Stato nel
1981. Definitivamente scomparse, infine, le prime 17 delle deliberazioni adottate dal Consiglio provinciale nel
1854 (dal 23 al 25 maggio), essendo mutilo il registro che le conteneva. Non muta molto la situazione, quando
la si riferisce ai Consigli distrettuali. I verbali delle loro sessioni, superstiti solo per un certo numero di anni
dell’epoca pre-ferdinandea, sono invece del tutto inesistenti e per tutti i distretti per gli anni 1844-1845 e
1851-1857, con la precisazione che mancano, inoltre, quelli del distretto di San Severo per l’anno 1830, del
distretto di Foggia per l’anno 1847, di tutti i distretti per l’anno 1859. Né può sperarsi di poterli reperire in
altri luoghi di conservazione archivistica, come l’Archivio di Stato di Napoli, dal momento che i verbali dei
Consigli distrettuali – diversamente da quelli dei Consigli provinciali – restavano nell’archivio dell’Intendenza e non venivano trasmessi a Napoli.
31
In ogni epoca nei Consigli provinciali compaiono i nomi dei maggiori latifondisti dauni, tutti censuari del
Tavoliere, come ad esempio, i de Luca, i Filiasi, i Saggese, i Celentano, i Rosati, i Barone, i della Rocca di
Foggia, i de Nicastro, gli Zunica, i Nocelli di Lucera, i del Sordo, i Masselli di San Severo, gli Angiulli, i de
Benedictis di Ascoli, i Gala, gli Zezza, i Chiomenti di Cerignola, i Curato, i Varo di Troia, i delli Santi di
Manfredonia.
32
Cfr. Pasquale DI CICCO, Censuazione ed affrancazione del Tavoliere di Puglia (1789-1865), Roma, [s.n.],
1964, pp. 44-45 e 71.
33
L’ignoranza, l’empirismo, i molti pregiudizi dell’agricoltore dauno già nel 1790 erano stati duramente
stigmatizzati da Francesco Longano, acuto osservatore della realtà contadina della Capitanata nel suo Viaggio
per la Capitanata, a cura di Renato Lalli, Campobasso, Editoriale Rufus, 1981, pp. 92-93. Contro questo stato
di cose svolse una lunga e meritoria azione, purtroppo non sempre coronata dal successo, la Reale Società
Economica di Capitanata, dal tempo della sua istituzione a Foggia sino alla sua cessazione (1810-1892). In
proposito, cfr. Pasquale e Isabella DI CICCO, La Reale Società Economica di Capitanata, in «la Capitanata»,
XLI (2003), 14 (ottobre), pp. 103-147.
72
Pasquale e Tiziana di Cicco
solo in minima parte riescono a trovare udienza presso gli organi di governo e nelle
sedi decisionali, il cui comportamento, sotto questo aspetto, non pare molto difforme
nei vari periodi.
E difatti i Consigli dauni, molto spesso inutilmente, sono indotti a ripetere
voti che già in anni precedenti hanno deliberato, e questo nonostante la prescrizione sovrana di non riprendere in esame e di non deliberare nuovamente su questioni
altre volte affrontate.
Questi sono alcuni dei temi già ricorrenti nei più antichi verbali consiliari:
gravosità dell’imposta fondiaria e critica dei tempi di sua scadenza, pesanti effetti
della normativa speciale sul Tavoliere, necessità di impiantare e diffondere le manifatture, di favorire l’uso di nuove tecniche e di nuove macchine, di impedire i
dissodamenti indiscriminati, di agevolare l’incremento commerciale mediante un
sistema viario più razionale e soddisfacente, capace di coinvolgere e vitalizzare territori della Capitanata, come il Gargano, rimasti ai margini di un moderno processo
economico.34 Ed ancora, richieste al governo di agevolazioni e di sostegni per i coloni ed i pastori, le cui intraprese risentono troppo di fattori estranei e spesso esiziali,
come il cattivo andamento meteorologico, le invasioni delle cavallette, la diffusione
del morbo degli animali detto schiavina.
Fin dal 1809 il Consiglio distrettuale di Foggia, e cioè quello del primo e del
più ricco distretto della Capitanata, compilava per il ministro dell’Interno una memoria, a firma del presidente Vincenzo Perrone e del segretario Giuseppe de Angelis,
che dava un quadro esauriente dei bisogni del distretto e richiedeva varie provvidenze. Molte delle situazioni che vi si espongono si attagliano all’intera Capitanata
come era allora e come continuò ad essere poi, per lunga serie di anni.35
E come a favore dell’agricoltura, della pastorizia, delle manifatture e dei prodotti della Capitanata, ugualmente molto impegnata e responsabile fu l’attività dei
Consigli in materia di lavori pubblici, specie dopo il 1813, quando, come si è detto,
si ebbe l’istituzione di un’apposita Deputazione di vigilanza sulle opere pubbliche
di interesse provinciale.
La Deputazione, presieduta dall’intendente, aveva per componenti quattro
notabili proposti dal Consiglio provinciale con il consueto sistema delle terne e
nominati dal re.36
34
Di una rotabile del Gargano, atta a far uscire questo vasto comprensorio da una grave situazione di isolamento
per mancanza di comunicazioni con il resto della Capitanata (per gli spostamenti poteva contarsi su soli tratturi),
cominciò a parlarsi tardi. Auspicati dal Consiglio provinciale sin dal 1814, i lavori iniziarono solo nel 1825 e nel
1843 risultavano approntate appena 14 miglia di strada tra San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo. In seguito
verrà realizzata un’altra Garganica, con tracciato diverso, che partiva da San Severo e arrivava a Vico, ma al 1860
non era ancora arrivata a Cagnano. In proposito, cfr. ASFG, Consigli, bb. 2, 5, 6, 8, fascc. 29, 66, 79, 92.
35
Ibid., b. 1, fasc. 3.
36
Solitamente il Consiglio proponeva per deputati alcuni consiglieri provinciali o distrettuali. La prima
Deputazione, nominata nel 1813, risultò composta dal marchese Giovannantonio Filiasi, Domenico Donadoni,
Matteo Nannarone e dal marchese Tommasantonio Celentano; quella del 1859, l’ultima dell’epoca ferdinandea,
era formata da Vincenzo Zaccagnino, Andrea Villani ed Antonio Pepe. Cfr. ASFG, Consigli, b. 2, fasc. 26;
«Giornale della Intendenza di Capitanata», 1859, supplemento al n° 2.
73
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
Non è esagerato forse affermare che nessun Consiglio provinciale o distrettuale omise mai di interessarsi ai problemi della viabilità, sempre visti in stretto
collegamento con quelli dello sviluppo economico e delle molte altre opere pubbliche di cui la Capitanata necessitava.
Grandi carenze invero presentava la situazione viaria dauna nei primi decenni del XIX secolo: ben poche erano le strade, frequenti i percorsi malfatti e disagevoli,
rare le vie esterne agli abitati che rimanessero percorribili anche d’inverno 37.
Centri importanti, come Foggia, San Severo, Cerignola, Manfredonia, nella brutta
stagione restavano quasi isolati fra loro, dopo che le piogge o i torrenti in piena avevano
reso impercorribili ed a grave rischio gli itinerari soliti, che per gran parte utilizzavano
terreni saldi e lunghi tratti non rotabili.38 Lo stesso regio cammino di Puglia, la grande
arteria di collegamento con Napoli si presentava in cattivo stato per mancanza di manutenzione adeguata ed in molti punti non era di agevole transito a causa dei forti dislivelli
altimetrici, senza dire che esso passava anche per luoghi molto impervi, come il pauroso
Vallo di Bovino, costante ricettacolo di comitive brigantesche.39
Fu appunto nel Decennio che i governanti, ponendo termine al sistema degli
interventi frammentati e quasi occasionali che aveva caratterizzato il secolo precedente, ed anche per l’opera di informazione e di sensibilizzazione attuata dai Consigli di Capitanata con i loro voti, elaborarono un preciso piano operativo finalizzato al razionale ammodernamento dell’assetto viario provinciale. Ciò avvenne con
il reale decreto del 28 aprile 1813 che fissò chiare priorità esecutive, prevedendo
anzitutto la costruzione della strada Foggia-Cerignola e poi delle strade FoggiaSan Severo, Foggia-Manfredonia, Foggia-Montecalvello.
Si programmava in tal modo una rete provinciale a raggiera, con al centro il
capoluogo che mediante percorsi rotabili si sarebbe collegato con le zone di maggior produttività agricola (Cerignola, San Severo) e di più intenso smercio (Manfredonia e Montecalvello sulla via per Napoli).40 Costante da allora in poi sarà l’opera
37
Frequenti denuncie in proposito e continue lamentele si rilevano nei verbali dei Consigli del tempo; cfr.
ASFG, Consigli, b. 5, fascc. 64, 65, 66.
38
Entro il 1830, delle varie rotabili “di fabbrica” provinciali, solo la Foggia-Orta risultava completata, e da
circa un decennio. Le altre, intraprese dopo la Restaurazione, avevano avuto solo un parziale perfezionamento (la Foggia-Lucera nelle prime 5 miglia; la Foggia-Manfredonia per 7 miglia; la Foggia-San Severo per 10
miglia). Cfr. Angelo MASSAFRA, Campagne e territorio nel Mezzogiorno fra Settecento e Ottocento, Bari, Dedalo, 1984, pp. 314-315.
39
I briganti erano capaci persino di entrare negli abitati, portando a compimento, indisturbati, le loro
malefatte e nel 1814 assassinarono lo stesso sottintendente del distretto di Bovino, Procacci. E proprio a causa
della permanente insicurezza dei luoghi, il Consiglio distrettuale di Bovino sovente fece voti perché capoluogo distrettuale diventasse Troia. Cfr. ASFG, Consigli, bb. 2, 3, 6, 7, fascc. 22, 44, 77, 88; Nicola BECCIA, Il
Sottointendente di Bovino assassinato il primo giorno dell’anno 1814. Brigantaggio e spirito pubblico al tempo
dei Napoleonidi, in «Il Popolo di Roma» del 28 giugno 1942.
40
In realtà, però, si portarono a compimento prima le rotabili per Napoli e per Manfredonia e poi le altre. Nel
1819, infatti, risultava già terminata la strada Foggia-Montecalvello e data in appalto la Foggia-Manfredonia. La
strada Foggia-Cerignola, subito iniziata nel 1814, ebbe il suo completamento solo nel 1821; e la Foggia-San Severo, avviata nel 1816, non era ancora completata nel 1830. Cfr. ASFG, Consigli, bb. 2, 3, 4, 6, 8, fascc. 22, 34, 36, 47,
76, 96; nel «Giornale fisico agrario della Capitanata», I (1830), 10 (20 maggio), vedi il discorso pronunciato dall’intendente Santangelo il 15 maggio 1830 all’apertura del Consiglio provinciale.
74
Pasquale e Tiziana di Cicco
di pungolo che svolgeranno i Consigli, tramite la Deputazione delle opere pubbliche, perché gli intrapresi lavori stradali vengano portati a termine, con il superamento di ogni difficoltà, e più volte le assemblee o la Deputazione si porranno in
atteggiamento critico rispetto all’operato del Corpo degli ingegneri di ponti e strade cui compete la programmazione e l’esecuzione delle opere.
I Consigli dimostrano molta attenzione per tutto ciò che attiene alla viabilità, sia esterna che interna agli abitati: discutono circa la convenienza dei
tracciati e delle varianti che vengono proposte, affrontano le questioni delle competenze delle opere (se di conto regio o provinciali o comunali), segnalano soluzioni alternative, propongono nuovi tracciati in vista di dichiarati bisogni delle
popolazioni e dei traffici. Ed arrivavano persino a rigettare piani governativi,
se non coincidenti con gli interessi della provincia, come nel caso della strada
Egnazia.41
Con la Restaurazione il loro ruolo in materia diventa ancora più forte ed
incisivo, a seguito dell’affidamento alle Deputazioni da loro espresse anche della
tutela sulla gestione dei fondi destinati alle opere pubbliche.
Ma nei verbali consiliari di quegli anni riguardanti le opere pubbliche non si
parla naturalmente solo di strade, anche se esse restano al primo posto nei voti
assembleari. Frequente oggetto di deliberazione sono difatti anche i ponti sui vari
fiumi della provincia, perché alcuni sono crollati e vanno ricostruiti, altri abbisognano di consolidamento, altri vanno eretti per la prima volta, e altri ancora, come
quello di Varano, sono fatti in legno e di uso rischioso, come più volte si è riscontrato.42
Sarà così possibile fra l’altro ottenere la costruzione di un ponte sul fiume
Carapelle, molto necessaria,43 la ricostruzione del ponte dei Massari sul lago Salpi,44
ed ancora l’edificazione di quattro altri ponti sui vari torrenti fra San Severo e
Lucera,45 mentre nel 1826 si darà avvio alla ricostruzione dell’importante ponte di
Civitate.46
Negli stessi anni si progetta la bonifica della Salsola,47 da parte del Consiglio
distrettuale di Bovino si auspica l’incanalamento del disordinato corso del Carapelle,
41
Cfr. ASFG, Consigli, bb. 3, 6, 7, fascc. 36, 71, 76, 87; A. MASSAFRA, Campagne e territorio nel Mezzogiorno
fra Settecento e Ottocento…, cit., p. 217 e segg.
42
ASFG, Consigli, bb. 7 e 9, fascc. 85 e 118.
43
Le acque di questo fiume frequentemente straripavano, inondando non solo i fondi di vari proprietari,
ma anche il tratturo che era nelle vicinanze e che in parte era al servizio della viabilità ordinaria da Foggia a
Cerignola, con gli intuibili disagi ed inconvenienti; cfr. ibid., b. 2, fasc. 34.
44
Era tra i più importanti della regione perché, posto sul tragitto da Manfredonia a Barletta, assicurava il
traffico fra Capitanata e Terra di Bari. La ricostruzione, proposta dal Consiglio provinciale nel 1816, con il
pieno favore dell’intendente, avvenne solo nel 1819; cfr. ibid., b. 4, fasc. 47.
45
Ibid., bb. 6 e 9, fascc. 79 e 129.
46
Ibid., bb. 7 e 8, fascc. 81 e 92.
47
Portata a compimento nel 1830, dopo un lavoro durato quasi vent’anni; cfr. il discorso pronunciato
dall’intendente Santangelo il 15 maggio 1830 all’apertura del Consiglio provinciale di Capitanata il 15 maggio
1830, in «Giornale fisico agrario della Capitanata»…, cit., pp. 155-157.
75
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
e viene proposto anche il riatto del porto di Rodi, distrutto nel secolo precedente
dai briganti.48
Mentre il Consiglio provinciale delibera in relazione ad opere pubbliche di
conto regio o di interesse provinciale, quelli distrettuali di Foggia, Bovino e San
Severo esprimono voti circa le opere di interesse particolare del distretto o di
qualche suo comune.
Negli anni 1819-1822 si costruisce nel capoluogo il carcere centrale, nei vari
paesi della provincia si tracciano molte traverse interne e parecchie vengono lastricate, e nel 1824 il Consiglio distrettuale di San Severo delibera sulla costruzione di
varie rotabili fra il capoluogo distrettuale e i comuni di Apricena, San Paolo e Torremaggiore.49
Altro campo in cui i Consigli ebbero modo di spendere utilmente le proprie
energie fu quello della pubblica istruzione, consapevoli come furono che il progresso delle genti non era scindibile dalla loro crescita educativa e culturale.
Quanto misero fosse in Capitanata, ancora alla fine del XVIII secolo, l’insieme dei mezzi e delle risorse a scopi educativi è il Galanti a farcelo sapere a chiare
lettere.50
Alla misera situazione, persistente agli inizi del secolo XIX, si sforzarono
energicamente di porre rimedio i Napoleonidi che si succederono sul trono di Napoli con la loro politica scolastica, frutto del pensiero di Cuoco, di Galdi e di Delfico,
la quale in primo luogo creava un’organizzazione dell’istruzione pubblica molto
capillare e quale mai si era vista nel regno.
Istituito con determinazione di Giuseppe Bonaparte, nel marzo del 1806, il Ministero dell’Interno cui, fra le altre attribuzioni, competeva “l’istruzione, le scuole pubbliche ed universitarie degli studi, i musei e biblioteche pubbliche”, con decreto del 15
agosto dello stesso anno si gettavano le fondamenta della riforma dell’istruzione.
In virtù di esso “tutte le città, terre, ville ed ogni altro luogo abitato di questo
regno saranno obbligate a mantenere un maestro per insegnare i primi rudimenti e
la dottrina cristiana a’ fanciulli; saranno inoltre tenute a stabilire una maestra per far
apprendere, insieme con le necessarie arti donnesche, il leggere, scrivere, e la numerica alle fanciulle” (art. 1) e “nei comuni con meno di 3000 abitanti sarà permesso ai
maestri di serbare il metodo ordinario antico. Ove la popolazione è maggiore, i
maestri dovranno insegnare col metodo normale” (art. 3).51
48
ASFG, Consigli, b. 8, fasc. 96.
Ibid., b. 7, fasc. 85.
50
Giuseppe Maria GALANTI, Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, a cura di Franca Assante e
Domenico Demarco, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1969, 2 voll.: vol. II, p. 538.
51
Il metodo ordinario antico consisteva nell’insegnare le lettere alfabetiche secondo il loro ordine, per
passare poi alla composizione e lettura delle sillabe e delle parole; il metodo normale, invece, insegnava a
leggere e a scrivere, fondandosi su altri criteri e mezzi, fra cui preminente quello della memoria visiva (al
discente si presentava una cosa o una immagine di essa e se ne diceva il nome. Molto interessante al riguardo
è un opuscolo dal titolo Compendio del metodo normale, in ASFG, Intendenza, Governo e Prefettura di
Capitanata, Pubblica istruzione, b. 7, fasc. 88.
49
76
Pasquale e Tiziana di Cicco
Fra grandi difficoltà, la riforma anche in Capitanata conseguì i suoi primi
stentati successi, come si trae notizia da alcuni documenti dell’Archivio di Stato di
Foggia.
Anche re Gioacchino diede un decreto fondamentale in materia scolastica,
quello del 15 settembre 1810, che stabiliva scuole primarie in tutti i comuni del
regno, affidandole ai parroci, nei comuni di terza classe, o a istitutori nominati dal
Ministero dell’Interno negli altri comuni. Ai comuni era fatto proprio l’obbligo di
fornire i locali e di corrispondere gli stipendi ai maestri; ai genitori quello di mandare alle scuole i figli dell’età di almeno 5 anni.
A Lucera allora funzionava già da un triennio con regolarità un Real Collegio, aperto sullo scorcio del 1807;52 a Foggia erano in attività, oltre a quella normale, le Scuole pie degli Scolopi, in cui si insegnavano italiano, latino, storia, geografia,
lettere umane, filosofia, etica, matematica e fisica, e principi di religione con cenni
storici, nonché la scuola in cui, sotto la guida di Giuseppe Rosati, s’insegnavano i
rudimenti di agricoltura e di fisica.53
I verbali dei Consigli del Decennio evidenziavano con quanta attenzione sia
i consessi maggiori di rappresentanza sia quelli minori seguissero le vicende del
mondo della scuola, deplorandone i difetti, indicando rimedi, chiedendo interventi.
Con la Restaurazione la struttura scolastica della Capitanata, così come quella
del resto del regno, rimase con i caratteri che aveva avuti sino al 1815. Le scuole,
istituite nei vari comuni della provincia, conducevano vita grama, non tanto perché
- come assumeva qualche Consiglio - trascurate dalle amministrazioni comunali e
poco sorvegliate, quanto piuttosto per la cronica deficienza degli “stati discussi”
comunali, per la difficoltà di trovare persone disposte ad insegnare (mancavano
specialmente le maestre, reputandosi dalle donne l’insegnamento un mestiere mortificante), per il malumore diffuso dei docenti che, per farsi corrispondere il loro
avere, spesso erano costretti a piatire l’intervento delle autorità statali.
In quegli anni la Capitanata, per quanto lo potevano consentire i tempi, cercava di dotarsi di scuole particolari che in qualche misura le permettessero di non
essere ulteriormente alle dipendenze di Napoli.
Fin dal 1813 invero il Consiglio provinciale, nella seduta del 13 settembre,
aveva richiesto l’istituzione di una scuola di diritto, nei luoghi di residenza dei tribunali, di una scuola veterinaria nel capoluogo, di una di medicina in San Severo, di
una di botanica in Lucera e San Severo e di una scuola di agricoltura nei comuni con
circa 10.000 abitanti.54
52
Cfr. Vittore ARCINETTI, Monografia del Convitto nazionale di Lucera dal 1807 al 1884, Foggia, Stab.
tipo-litografico Pollice, 1884, p. 14.
53
Frequentata da trenta alunni, la sua istituzione risaliva al 1804 ed era stata voluta dal comune di Foggia
che corrispondeva all’insegnante uno stipendio di ducati 180 l’anno e gli forniva il locale presso il Collegio
degli Scolopi. Cfr., in proposito, l’atto del notaio Michele Taliento di Foggia, datato 18 giugno 1804, conservato nella Sezione di Archivio di Stato di Lucera (Archivio notarile, prot. 1103).
54
ASFG, Consigli, b. 2, fasc. 26.
77
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
La richiesta di una scuola di agricoltura nei comuni principali e di una scuola
di veterinaria veniva poi rinnovata dal Consiglio provinciale del 1818, ma anche da
quelli del 1821 e del 1822.55
E sempre nel 1821 il Consiglio distrettuale di San Severo deliberava sull’istituzione di una cattedra di ostetricia nel capoluogo,56 e nel 1822 di uno stabilimento
scientifico a Vico del Gargano.57
4. I Consigli nell’epoca ferdinandea
Come già avvenuto nel 1820 a causa dei moti carbonari, anche nel 1848 la
situazione politica generale del momento indusse il governo a non convocare i
Consigli, per la loro potenziale “pericolosità liberale”. In essi, si è avuto modo di
dirlo, l’elemento lealista, attaccato al trono, non raramente si vedeva affiancato da
quello con un passato rivoluzionario e settario, anch’esso ammesso nei Consigli
per penuria di elementi più graditi. E, proprio con l’aggiunta di elementi tratti dai
Consigli provinciali, un disegno governativo del 1847 aveva progettato di modificare la natura e la composizione della Consulta generale del regno perché l’organismo divenisse più rispondente ai tempi nuovi.58
Neppure negli anni di maggiore reazione, il 1849 ed il 1850, durante i quali
coloro che si erano più compromessi negli avvenimenti politici conobbero le tristi
galere borboniche o la non meno triste via dell’esilio in terra straniera, i Consigli
furono convocati. Fatta eccezione però per questo triennio, le assemblee provinciali e distrettuali durante il periodo ferdinandeo si riunirono regolarmente in tutto il
regno, avendo normale ed ordinato funzionamento e svolgendo la funzione istituzionale di organi di rappresentanza dei bisogni della popolazione.
Il Consiglio provinciale di Capitanata continuò a tenere le sue sessioni nel
mese di maggio, riunendosi a Foggia nel palazzo dell’Intendenza, già palazzo dell’antica Dogana delle pecore di Puglia, e propriamente nel salone dell’Archivio provinciale.
Convocato dall’intendente, questi riceveva nelle sue mani il giuramento del
presidente e dei nuovi consiglieri nominati dal re.59 Espletato questo essenziale adempimento, l’intendente dichiarava installato ed aperto il Consiglio e, dopo aver pronunciato un discorso cui faceva seguito quello del nuovo presidente e letto le sovra-
55
Ibid., b. 3, fasc. 42.
Ibid., b. 5, fasc. 62.
57
Ibid., bb. 6 e 9, fascc. 75 e 118.
58
Cfr. Pietro CALÀ ULLOA, Il regno di Ferdinando II, a cura di Giuseppe Francesco de Tiberiis, Napoli,
Edizioni scientifiche italiane, 1967, pp. 125-126.
59
Il presidente del Consiglio provinciale che veniva dalla capitale prestava, però, il suo giuramento nelle
mani del ministro dell’Interno e, una volta in provincia, riceveva direttamente il giuramento dei consiglieri,
alla presenza dell’intendente. Così per l’art. 38 della legge del 12 dicembre 1816 n. 570.
56
78
Pasquale e Tiziana di Cicco
ne risoluzioni sui voti degli anni precedenti, si allontanava, consentendo in tal modo
all’assemblea di avviare i lavori.60
Il discorso della prima autorità provinciale all’apertura del Consiglio mirava ad
essere una sorta di resoconto dell’attività che il suo ufficio, l’Intendenza, aveva svolto
negli ultimi tempi nell’interesse della provincia ed un mezzo per segnalare ai consiglieri problemi e materie su cui conveniva che portassero prioritariamente l’attenzione e l’esame. In qualche caso le “proposizioni per il miglioramento del distretto”
o i “ricordi per i consiglieri” accennati dall’intendente risultano delle vere e proprie
imbeccate.
Di norma il discorso di risposta del neo presidente era meno argomentato,
più di occasione e sostanzialmente, al di là della magniloquenza espressiva, si riduceva ad una promessa di far bene operare il Consiglio e a ringraziamenti ed auguri
per il re e per colui che lo rappresentava in provincia.61 Munito dei poteri riconosciutigli dalla legge, nella sua prima sessione il Consiglio, dopo aver scelto il consigliere segretario, passava a designare gli impiegati che dovevano formare l’ufficio di
segreteria, di solito una decina di persone. Ciò fatto, si stabilivano i giorni delle
riunioni e l’orario dei lavori. Il presidente, a sua volta, designava i consiglieri relatori
e questi, con la “commessa per riferire”, ricevevano tutti gli atti necessari per conoscere le questioni loro affidate e poter così fare le successive proposte.
La prima sessione, di solito dedicata ad incombenze di tipo amministrativo,
si chiudeva con ringraziamenti per il sovrano e con altre manifestazioni di fedeltà e
di ubbidienza.
Le altre sessioni in parte servivano per deliberare su “oggetti” segnalati dall’intendente o da altre autorità, in parte per esaminare e discutere sui voti dei Consigli distrettuali.
Le discussioni e le deliberazioni potevano avvenire a porte aperte o chiuse, il
voto doveva essere sempre palese.62
60
L’intendente poteva intervenire al Consiglio solo se invitato da questo e comunque senza prendere parte
alle deliberazioni, giusta l’art. 39 della legge del 12 dicembre 1816 n. 570. Di nessun altro impiegato dell’Intendenza è ammessa la presenza nelle riunioni consiliari, ribadirà nel 1844 il ministro dell’Interno Santangelo; cfr.
ASFG, Consigli, b. 3, fasc. 31.
61
Si menzionano, a mo’ di esempio, i discorsi tenuti dal marchese Giovanni Antonio Filiasi e da Paolo
Tonti, presidenti del Consiglio provinciale nel 1830 e nel 1846, pubblicati rispettivamente nel «Giornale fisico
agrario della Capitanata» e nel Rapporto dell’intendente Patroni di quegli anni, e quello del Duca di Serracapriola
tenuto nel 1852, inedito; cfr. ASFG, Consigli, b. 20, fasc. 274. Non si conosce, invece, il discorso tenuto dal
marchese Brancia al Provinciale del 1835, riguardo al quale il diarista locale Villani potè scrivere: “La risposta
del Presidente però non ha corrisposto a quanto eruditamente si è esposto dall’Intendente, ma invece ha
destato il riso generale, poiché quanto noiosamente ha detto non ha avuto né principio né fine”. Cfr. «Giornale Patrio Villani» del 15 maggio 1834 (parte manoscritta ancora inedita conservata presso il Museo Civico di
Foggia e, in copia fotografica, nell’Archivio di Stato di Foggia).
62
Così il Consiglio provinciale del 1959 nella sua prima riunione decise che le sessioni si tenessero a porte
chiuse, perché “il concorso del pubblico poteva portare un ritardo al disbrigo degli affari ed essere di ostacolo
al voto libero di ciascun consigliere”; cfr. ASFG, Consigli, b. 24, reg. 327, c. 237t. Secondo la norma originaria
i voti che i Consigli esprimevano, assumevano validità se adottati con la maggioranza dei 2/3 dei consiglieri.
In seguito, però, essendosi verificata spesso l’impossibilità di mettere insieme tale maggioranza per la scarsa
partecipazione dei consiglieri alle sedute, una nuova disposizione riconobbe validità anche ai voti espressi
senza la detta maggioranza. Cfr. Ibid., b. 1, fasc. 4.
79
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
L’esame dei voti distrettuali avveniva in apposite sessioni, generalmente due
o tre, e con sequenza gerarchica: si cominciava con i voti del distretto in cui era il
capoluogo provinciale (I distretto, Foggia), si proseguiva con quelli del II distretto
(San Severo), si terminava con il III distretto (Bovino).
Una delibera consiliare concludeva ogni esame e non sempre era adottata
all’unanimità.
Essa o raccomandava alla valutazione e decisione sovrana il voto del Consiglio distrettuale, oppure, non condividendolo, non riteneva di appoggiarlo oppure
manifestava l’astensione.
Solitamente il Consiglio provinciale adottava questo ultimo tipo di delibera
per quei voti che i Consigli distrettuali emettevano su questioni estranee o esorbitanti rispetto alle proprie competenze, voti peraltro emessi di frequente e causati sia
dalla volontà di trovare rimedi per i tanti emergenti bisogni dei distretti sia dalla
scarsa conoscenza delle proprie attribuzioni e facoltà.
In generale il Consiglio provinciale di Capitanata non tenne molte riunioni:
mediamente sette o otto all’anno, con le punte massime di sedici sessioni nel biennio precedente al 1848, quando la sua attività rimase interrotta, e di quindici sessioni nel 1851, anno di ripresa di detta attività.
E forse non è fuor di luogo ipotizzare che il notevole incremento delle sessioni consiliari in anni particolarmente significativi, quelli che precedono e seguono l’anno dei moti per la Costituzione liberale, non sia un fatto puramente casuale,
ma piuttosto il segno di una maggiore partecipazione dei consiglieri dauni ai bisogni e ai problemi della Capitanata di allora, in un contesto generale di più intensa
vivacità culturale e di più profonda attenzione per le questioni del regno.
Una verifica della fondatezza di una tale ipotesi potrebbe aversi però solo
con la conoscenza del numero delle sessioni tenute in quegli stessi anni dagli altri
Consigli generali del Mezzogiorno.
Il verbale dell’ultima sessione dell’assemblea si concludeva con gli encomi
alle pubbliche autorità e con la nota delle gratificazioni agli scribenti, cioè gli impiegati scelti per la redazione degli atti e appartenenti alla segreteria.
Dichiarato chiuso il Consiglio, il presidente trasmetteva tutti gli atti al Ministero dell’Interno, escluse quelle delibere che, per motivate ragioni, avevano preso
“forma staccata” ed erano già divenute oggetto di particolari trasmissioni.
Sin dal 1841 gli atti originali di ogni adunanza venivano trascritti in un apposito registro o protocollo il cui uso, richiesto per primo dal Consiglio provinciale di
Capitanata, il sovrano aveva ammesso in tutte le province.63
Presso il Consiglio esisteva anche un altro protocollo detto “di censura”, in
63
Questo protocollo, invece, non fu mai in uso presso i Consigli distrettuali, e solo nel 1858 il Consiglio del
distretto di Bovino espresse il voto di poter impiantare un registro “a rendere duratura la memoria dei
deliberamenti”, così come era consentito al Consiglio provinciale. Questo, poi, nella sessione del 12 maggio,
deliberava un voto uniforme; cfr. Ibid., b. 24, reg. 327, c. 194r.
80
Pasquale e Tiziana di Cicco
cui si riportavano le opinioni che l’assemblea manifestava a proposito delle autorità
della provincia e dei pubblici funzionari. Giusta il reale rescritto del 19 maggio
1841, questi e altri atti del Consiglio andavano consegnati al segretario generale
dell’Intendenza. Da ciò potevano derivare inconvenienti e ad essi intese porre rimedio la proposta del consigliere Zaccagnino, in data 27 maggio 1846, “di stabilirsi
un archivio fisso in una delle officine dell’Intendenza per la conservazione degli atti
del Consiglio medesimo, ma bensì per le carte tutte che servir debbono alla preparazione dei lavori annuali”.
L’armadio riservato per le sole scritture del Consiglio sarebbe stato chiuso con
doppia chiave, una tenuta dal segretario generale che l’avrebbe consegnata al presidente
nella successiva riunione dell’assemblea, l’altra per un consigliere prescelto da questa.
Si è detto che le attribuzioni, le “materie” dei Consigli provinciali erano fissate dall’art. 30 della legge del 1816 sull’amministrazione civile. Tra le più impegnative di esse vi era l’esame del progetto dello stato discusso provinciale, l’esame di
vari conti morali e le proposte delle terne per le diverse Deputazioni.64
I Consigli, però, esorbitavano frequentemente dalle loro attribuzioni e, come
scriveva nel 1828 il ministro dell’Interno al presidente del Consiglio provinciale di
Capitanata, “per effetto di un trasporto di zelo pel bene della Provincia spesso si diffondano in proposizioni che o per mancanza di mezzi o per la qualità di essi non possono
avere effetto” con la conseguenza che “la M.S. con dispiacere è costretta a non approvarla”.65 In effetti già una precedente circolare dell’Interno del 30 marzo 1825 aveva
partecipato a tutti i Consigli la sovrana determinazione che con rigore si preoccupava di
stabilire varie delimitazioni da rispettare in sede deliberante, come quelle di:
a - non proporre nuove strade fin quando quelle in costruzione non fossero
state terminate o vicine a terminarsi;
b - non tornare su argomenti già risoluti, a meno che nuove circostanze non lo
esigessero;
c - non proporre nuovi stabilimenti di beneficenza, di educazione, di reclusione, se
non si fossero prima ben basati i fondi necessari tanto per le spese di primo
stabilimento quanto per il mantenimento successivo delle opere;
d - non immischiarsi nelle opere comunali, dipendendo queste dalle deliberazioni dei rispettivi decurionati e secondo regole stabilite dalla legge, eccetto quando
tali opere potessero aver nesso con quelle della provincia.
L’11 aprile 1829 il ministro dell’Interno ritenne necessario ribadire questi
divieti, aggiungendo ancora che il Consiglio non doveva ritornare sugli oggetti
64
Il Consiglio provinciale di Capitanata esaminava, tra gli altri, il conto morale dell’Intendenza e delle
Sottointendenze, del Reale Collegio di Lucera, della Reale Società Economica di Capitanata, del Consiglio
generale degli ospizi, dell’Orfanotrofio provinciale, e i progetti di stati discussi dei fondi comuni e dei fondi
speciali della provincia, delle opere pubbliche provinciali, della bonifica dei torrenti, della strada AppuroSannitica, della Garganica, ecc.
65
ASFG, Consigli, b. 9, fasc. 113 (il marchese Amati, ministro dell’Interno, a Gerardo di Sangro, principe di
San Severo, presidente del Consiglio provinciale di Capitanata).
81
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
proposti ultimamente, se mai non giungessero in tempo all’intendente le risoluzioni sovrane sugli atti deliberati l’anno precedente.66
E tuttavia nel tempo fu indispensabile più volte richiamare i Consigli all’ordine e al rispetto di queste prescrizioni, come fa intendere il verbale della sessione
del 1° maggio 1852 che si apre con la lettura al consesso provinciale di Capitanata di
una ministeriale dell’Interno avente proprio questo contenuto.67
Quanto alle risoluzioni che il re, nel Consiglio ordinario di Stato e spesso
dopo aver inteso la Consulta, adottava sui voti dei Consigli provinciali, va detto
che esse venivano comunicate dal ministro dell’Interno all’intendente. A cura di
questi erano partecipate ai Consigli, alla loro apertura, e per estratto a chiunque
altro potesse avere interesse a conoscerle.
Alcuni Consigli provinciali implorarono perché le risoluzioni sovrane prese
di anno in anno sulle varie proposte fossero comunicate a tutti i comuni ed ai Consigli distrettuali. E il 7 ottobre 1832 Santangelo, ministro dell’Interno e già intendente di Capitanata, poteva informare Gaetano Lotti, suo successore a Foggia, dell’ordine emanato dal re nel Consiglio ordinario di Stato del 5 ottobre, secondo il
quale per regola generale le risoluzioni dovessero parteciparsi a tutti i Consigli
distrettuali, rimettendosi per il resto alla prudenza degli intendenti.68
Qualche anno dopo, nel 1835, su voto del Consiglio provinciale di Calabria
Ulteriore, gli intendenti dei domini al di qua del Faro, dopo aver preso dal Ministero dell’Interno gli ordini superiori, ebbero il permesso di poter inserire nel Giornale d’Intendenza le sovrane risoluzioni provocate dai Consigli provinciali relativamente ai conti morali, alle opere pubbliche, alle industrie e manifatture, alla pubblica istruzione ed ai pubblici stabilimenti.69
Il funzionamento dei tre Consigli distrettuali della Capitanata ripeteva su
scala ridotta quello dell’assemblea provinciale. Il Consiglio del I distretto, che rappresentava ventitré comuni, era convocato ed installato dall’intendente e, in caso di
impedimento, dal segretario generale dell’Intendenza. Così avvenne ad esempio nel
1835 e nel 1837.
Quelli del II e del III distretto, rispettivamente rappresentativi di venticinque e di ventuno comuni, venivano invece convocati dai sottintendenti.70
66
Ibid., b. 3, fasc. 31. Le deliberazioni dei Consigli provinciali diventavano esecutive solo quando ottenevano l’approvazione sovrana.
67
Ibid., b. 17, reg. 227, pp. 303-304.
68
Ibid., b. 3, fasc. 31.
69
Loc. cit.
70
Formavano il primo distretto i comuni di Foggia, Orta, Ordona, Carapelle, Stornarella, Stornara, Cerignola,
Casaltrinità, Reali Saline, Manfredonia, Zapponeta, Montesantangelo, Mattinata, Vieste, Lucera, Biccari,
Alberona, Roseto, Volturara, Volturino, Motta, San Bartolomeo e, dal 1848, San Ferdinando. Componevano
il secondo distretto i comuni di San Severo, San Marco in Lamis, Rignano, San Giovanni Rotondo, Sannicandro,
Cagnano, Carpino, Vico, Peschici, Rodi, Ischitella, Apricena, Lesina, Poggio Imperiale, Torremaggiore, San
Paolo, Serracapriola, Chieuti, Castelnuovo, Casalvecchio, Casalnuovo, Pietra, Celenza, Carlantino, San Marco la Catola. Costituivano il terzo distretto i comuni di Bovino, Panni, Castelluccio dei Sauri, Savignano,
Deliceto, Santagata, Ascoli, Candela, Troia, Celle, Castelluccio Valmaggiore, Faeto, Castelfranco, Montefalcone,
Ginestra, Accadia, Monteleone, Anzano, Orsara, Montaguto, Greci.
82
Pasquale e Tiziana di Cicco
Per l’art. 48 della legge sull’amministrazione civile, le sessioni dei Consigli
distrettuali non potevano oltrepassare i quindici giorni. Dalla nostra ricerca emerge
che le tre assemblee minori della Capitanata rimasero sempre ben lontane da questo
limite.
Come avveniva anche per il Provinciale, l’ultima delle riunioni assembleari
dava al Consiglio distrettuale di Foggia l’occasione di congratularsi con l’intendente e con il segretario generale dell’Intendenza per la tranquillità e la sicurezza del distretto ed ai Consigli di San Severo e di Bovino di esprimere lodi e
ringraziamenti per i sottintendenti e le altre autorità.
Le deliberazioni, alla chiusura delle sessioni, erano fatte pervenire al Consiglio provinciale, per il tramite diretto dell’intendente (quelle del I distretto) e
indiretto del sottintendente (quelle degli altri distretti).
Il Consiglio distrettuale di Foggia si riuniva nell’ampio palazzo dell’Intendenza, quello di San Severo nell’edificio della Sottintendenza, comodamente ubicata
nel palazzo degli ex Celestini: essi, quindi, non ebbero mai come un problema da
risolvere il luogo in cui riunirsi. Ciò invece non avvenne per il Consiglio distrettuale
di Bovino, obbligato a tenere le sue riunioni presso la Sottintendenza, che disponeva di pochi locali condotti in fitto, e per di più periferici. Tra i voti più ricorrenti di
questo Consiglio c’è quello di poter acquistare o far erigere un fabbricato per sede
della Sottintendenza: così nel 1833, nel 1836, nel 1841, nel 1843.71
Nel 1844 una risoluzione sovrana autorizza infine l’acquisto della casa Barone per sede della Sottintendenza, ma essa non troverà mai modo di portare a risultati concreti. Sul voto espresso in proposito ancora nel 1856, il Consiglio di
Capitanata dava un parere negativo, causa la ristretta finanza provinciale, e si dichiarava disponibile ad aumentare da 200 ducati a 250 ducati la somma per il fitto di
locali della Sottintendenza, onde consentire di almeno fittare casa Barone.72
E questo parere negativo, sempre per mancanza di mezzi, sarà manifestato
nuovamente nella sessione del 24 maggio 1859.73
Sin dal 1815 il Consiglio provinciale si occupava della nomina della Deputazione per la manutenzione ed acquisto dei mobili dei locali dell’Intendenza, delle
Sottintendenze e dei Tribunali.74 La legge del 1816 sull’amministrazione civile gli
affidò la nomina delle Deputazioni per la direzione e la vigilanza delle opere pubbliche provinciali e di uno o due deputati scelti dal suo seno o fuori per sollecitare
presso l’Intendenza o presso i Ministeri la risoluzione ed il compimento delle sue
deliberazioni (art. 30).
Queste Deputazioni, proposte dal Consiglio ed approvate dal sovrano, svolsero un importante ruolo perché, diversamente dall’assemblea provinciale che aveva vita breve, esse duravano almeno un anno, potendo essere riconfermate anche
71
ASFG, Consigli, bb. 11, 12, 14, fascc. 153, 165, 189, 195.
Ibid., b. 24, reg. 327, c. 98t.
73
Ibid., c. 248t.
74
Ibid., b. 4, fasc. 47.
72
83
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
più volte, e quindi erano in condizione di svolgere con buona continuità i compiti
loro affidati.
Quanto ai singoli deputati “per assistere” presso l’Intendenza o presso i Ministeri, una risoluzione sovrana del 3 maggio 1836, valida per tutte le provincie, ma
provocata da una memoria che era stata trasmessa dal Consiglio provinciale del 2°
Abruzzo Ultra, ne precisava le facoltà e i caratteri.
Essa difatti chiariva che i deputati potevano riunirsi almeno una volta presso
l’intendente e sotto la sua presidenza, per sollecitare il compimento delle deliberazioni del Consiglio, ma senza redigere alcun verbale; che era vietato loro ogni corrispondenza ufficiale; che potevano assistere alle riunioni della Deputazione delle
opere pubbliche; e che nel disimpegno delle loro funzioni andavano considerati
consiglieri provinciali.75
A seguito delle nostre ricerche è possibile affermare che nelle varie Deputazioni daune il turn over avveniva con lentezza e che solitamente gli avvicendamenti
si collegavano a dimissioni, o morte dei componenti o anche al loro inserimento in
altre Deputazioni.
Il consigliere Vincenzo Zaccagnino fa parte della Deputazione presso l’Intendenza di Foggia dal 1847 al 1855, il marchese Lorenzo Filiasi è eminente membro della Deputazione per le opere pubbliche provinciali dal 1830 al 1837, Dionisio
della Bella è presente nella Deputazione per la strada garganica dal 1844 al 1858,
Matteo Mascia negli stessi anni 1851-1859 è componente delle Deputazioni per il
ponte di Civitate, per le strade San Severo-Foggia, San Severo-Lucera, San SeveroAppulo Sannitica, per il mobilio della Sottintendenza di San Severo.
Questi organismi rappresentativi del Consiglio provinciale erano formati
in genere da tre persone, ma qualche anno prevalse la tendenza a costituirli con
un numero ben maggiore, sino ad otto, quante ne vennero proposte nel 1836 perché componessero la Deputazione per le opere pubbliche provinciali. Ma il re
non approvò la proposta ed invitò a “riformare perché il numero è contro la norma”.76
Il proposito di tutelare l’interesse dei censuari del Tavoliere a veder salvaguardati i propri fondi dagli allagamenti dei corsi d’acqua in piena consigliò di
formare sempre con elementi pugliesi ed abruzzesi la Deputazione per la bonifica dei torrenti. E dalla Deputazione per la strada Appulo-Sannitica (o strada
dei censuari, che alla sua costruzione contribuivano in maniera sostanziosa,
pagando un’apposita tassa) uno dei tre componenti non veniva proposto dal
Consiglio di Capitanata, ma direttamente dalla Deputazione generale degli ex
locati.
Quasi sempre nobili i deputati per “assistere” presso i Ministeri.
75
76
Ibid., b. 3, fasc. 31.
Ibid., b. 12, fasc. 168.
84
Pasquale e Tiziana di Cicco
Anche dopo il 1820 ed il 1848 il reclutamento dei consiglieri si effettua sulla
base della vecchia normativa. Requisito primario richiesto al candidato resta la rendita fondiaria, ma egli nell’epoca ferdinandea deve risultare anche “idoneo sotto il
triplice profilo” (morale, religioso e politico), secondo si legge negli elenchi delle
proposte dei sottintendenti e degli intendenti. E molti documenti attestano il continuo impegno profuso da autorità laiche ed ecclesiastiche per stabilire se esistano o
meno in un candidato le richieste qualità.
Altra dote irrinunciabile, dopo il possesso del censo, è l’attaccamento al trono dell’aspirante consigliere. Ciò comporta l’esclusione dalle candidature per coloro che nel 1820 si sono maggiormente compromessi sul piano politico ed hanno
rivestito cariche importanti durante il Nonimestre costituzionale. Tuttavia, come
si è detto prima, il bisogno di provvedere a certe scadenze al ricambio dei consiglieri e la carenza di soggetti completamente idonei 77 favoriscono l’ammissione
nei Consigli anche di personaggi dal passato politico non tutto gradito alle autorità
del tempo.
E difatti i consiglieri che nei documenti consultati si definiscono “settari”, sia
pure con la differenziazione di “prima del Nonimestre” e di “dopo il Nonimestre”,
o di “effervescente” e di “non effervescente”, formano un numero cospicuo, circa
una cinquantina.78
Fra loro emergono i nomi di Agnello Iacuzio, Francesco Antonio Gabaldi,
Matteo Nannarone di Foggia, Delfino Massari e Giuliano Villani di San Marco in
Lamis, Domenico Giordano di Monte Sant’Angelo, Pasquale de Nicastro di Lucera, Francesco delli Santi di Manfredonia, Vincenzo de Ambrosio di San Severo,
Ascanio Ripandelli di Candela, Matteo Paolella di Castelluccio Valmaggiore e Gaetano Rocco di Bovino.
Dopo la rivoluzione del 1848 la dote della fedeltà al sovrano viene richiesta
con maggior rigore e sono ben pochi, appena una decina, gli elementi che entrano a
far parte dei Consigli, pur avendo le informazioni dei sottintendenti o dei giudici
regi riferito loro la qualificazione di “liberali”.79
Nei Consigli di Capitanata, dal 1808 alla caduta del regno, si avvicendarono
diverse centinaia di persone, originarie di molti comuni della provincia, ma specie
di quelli maggiori. Raramente infatti i centri minori ebbero un proprio rappresentante nei detti consessi, per carenza di candidature fornite dal necessario requisito
censitario, e parecchi piccoli comuni non furono mai rappresentati da un proprio
77
Un caso emblematico: nel 1830 il Decurionato del comune di Orsara, vista la “lista degli eleggibili”, si
trova nella necessità di proporre per il Consiglio distrettuale di Bovino il solo Michele Chiella, un proprietario sessantenne con una rendita di ducati 256.52, ma analfabeta (“illetterato”). Cfr. ibid., b. 13, fasc. 183.
78
Le autorità di polizia reputavano meritevoli di più occhiuta vigilanza, perché ritenuti più pericolosi, i
settari di “prima del Nonimestre” in quanto veri autori del moto rivoluzionario.
79
Cfr., in proposito, la “riservatissima a lui solo” che il direttore del Ministero dell’Interno spediva il 5
febbraio 1851 all’intendente di Capitanata Guerra con istruzioni per l’elezione dei consiglieri e la raccomandazione “di prestare massima attenzione alla valutazione della condotta politica e morale ed ai sentimenti di
attaccamento al sovrano”, in ibid., b. 20, fasc. 270.
85
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
concittadino. E intanto sono proprio le amministrazioni comunali il maggior serbatoio dei consiglieri. Ricevono infatti la nomina ai Consigli provinciali o ai distrettuali molti individui che sono stati o saranno sindaci, eletti, decurioni, cassieri
comunali.
Come può intuirsi, la carica consiliare, meramente onorifica, non aveva
agli occhi di tutti lo stesso valore, si faceva più o meno gradita a seconda della
personalità culturale di colui che riceveva la nomina a consigliere, del suo impegno pubblico, dei mezzi finanziari di cui disponeva, e persino a seconda del
luogo in cui viveva.
Ambita da molti per il prestigio che era capace di attribuire al consigliere sul
piano sociale e quale trampolino, per così dire, per successive cariche, da molti altri
veniva malvista e subita, perché nel suo esercizio riuscivano a vedere solo l’occasione che li costringeva per un certo tempo e in vari anni a trascurare i propri affari, ad
affrontare viaggi talvolta lunghi e rischiosi, data la situazione viaria del tempo e le
abbondanti comitive di malfattori, a sostenere spese da nessuno rimborsate.
Di qui i fenomeni di assenteismo che afflissero sempre sia le assemblee maggiori sia quelle minori della Capitanata ma, riteniamo, anche delle province tutte
del regno.
Senza dire dei casi limite, in cui certe assemblee non riescono neppure a riunirsi il giorno della convocazione perché troppi pochi consiglieri vi sono intervenuti (è il caso del Consiglio distrettuale di San Severo nel 1827 e nel 1830), le assemblee daune possono contare sempre e solo su una ridotta partecipazione dei consiglieri, rispetto al numero previsto.
Qualche esempio. Al Consiglio distrettuale di Foggia del 1831, l’8 aprile, giorno della convocazione, si presentano solo il presidente Gabaldi e tre consiglieri;80 nel
1836 intervengono sei consiglieri ma non il presidente, Giuseppe de Nisi;81 e nel 1856
si presentano, con il presidente Giambattista Nocelli, soltanto i consiglieri Paolella e
Ardito;82 al Distrettuale di San Severo nel 1847 intervengono cinque consiglieri ed è
uno di loro, Gabriele Michele, a funzionare da presidente, in assenza del titolare Vincenzo Pazienza.83 Al Consiglio provinciale del 1834, presieduto dal principe di Leporano, su venti consiglieri convocati se ne presentano dodici.84
I consiglieri giustificano la loro assenza in molti modi, per evitare di subirne
le conseguenze che le autorità in più occasioni minacciano. Il 18 aprile 1846 il ministro dell’Interno Santangelo chiarisce che coloro che si rifiutano di intervenire ai
Consigli vanno cassati dalle “liste degli eleggibili”,85 ma già molti anni prima il re,
80
ASFG, Consigli, b. 10, fasc. 146.
Ibid., b. 12, fasc. 165.
82
Ibid., b. 26, fasc. 352; e l’attento cronista locale, redattore del citato «Giornale Patrio», annota sotto la
data 10 aprile 1856: “Si sono spediti corrieri per chiamare in fretta gli altri mancanti”.
83
Ibid., b. 16, fasc. 226.
84
Ibid., b. 11, fasc. 159.
85
Ibid., b. 3, fasc. 31.
81
86
Pasquale e Tiziana di Cicco
dopo l’avviso della Consulta generale del regno, nel Consiglio ordinario di Stato
del 17 agosto 1830 ha deciso che “tutti quei consiglieri provinciali o distrettuali che
astenendosi per avventura dall’esercizio delle loro funzioni, non faranno costare
nel modo e tempo convenevole la legittimità delle ragioni che glielo avranno impedito, saranno trattati come dimissionari volontari, già decaduti da qualsiasi diritto,
esenzione e prerogative dell’amministrazione civile”.86
Alcuni consiglieri motivano la loro assenza alla prossima sessione assumendo inderogabili impegni che le tratterranno fuori sede, a Napoli, a Roma o altrove,
altri, e sono la maggior parte, accampano reali o fittizie ragioni di salute, proprie o
di familiari.87 Alle malattie reali di alcuni consiglieri si accompagnano quelle “diplomatiche” di altri, ma anche queste, attestate da medici comprensivi e pur note
nella loro reale natura, non provocano alcuna conseguenza a carico dell’interessato.
Nel 1855 al Consiglio distrettuale di Foggia il marchese Orazio Cimaglia,
che ne è il presidente, non interviene, certificando di essere ammalato in Manfredonia. E il cronista locale Villani così commenta: “Poco credibile: non era stato accontentato nell’essersi ricusato di accettare tale carica”.88 Le autorità adottano i rimedi
che possono per evitare che le assemblee operino con troppo pochi consiglieri.
Nel 1844, su una questione mossa dal Consiglio provinciale di Palermo, il
ministro dell’Interno invita gli intendenti a seguire “l’antica consuetudine di chiamare qualche consigliere distrettuale a sedere invece de’ mancanti o assenti in un
Consiglio provinciale”.89
5. I voti dei Consigli
L’elencazione di alcuni dei più significativi voti espressi dai Consigli di Capitanata, ripartita secondo i “titoli” previsti dalle istruzioni ministeriali del 1808, può
essere utile per dare un’idea dell’attività e dell’impegno di questi consessi.
a) Agricoltura e commercio
- Ristagno dell’economia provinciale a seguito della chiusura del commercio attuata dal blocco continentale (1808). 90
- Danni alle campagne provocati dal brigantaggio (1809). 91
86
Cfr. «Giornale degli atti dell’Intendenza di Capitanata», 1830, 34 (4 settembre), pp. 241-242.
Per alcune delle tante lettere giustificative delle assenze: ASFG, Consigli, b. 1, fasc. 14 (Vincenzo Angiulli);
b. 6, fasc. 80 (Clemente Santoro); b. 8, fasc. 108 (Giambattista Gifuni); b. 11, fascc. 150 (Gianvincenzo Mattei)
e 159 (Vincenzo de Maio, Giambattista Specchio); b. 12, fasc. 163 (Giuseppe Rinaldi, Lorenzo Venditti).
88
Cfr. «Giornale Patrio Villani», 12 aprile 1855.
89
ASFG, Consigli, b. 3, fasc. 31.
90
Ibid., b. 1, fasc. 1.
91
Ibid., b. 1, fasc. 10.
87
87
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
- Necessità di piantagioni di alberi in Capitanata per combattere la siccità
(1809).92
- Stasi del commercio via mare, fatto rischioso dagli attacchi dei corsari, e
del commercio interno per la mancanza di strade e la presenza dei briganti
(1811).93
- Flagello dei bruchi (1812).94
- Distruzione dei boschi da parte degli abitanti della Puglia alla ricerca di
legname da ardere (1812). 95
- Agricoltura e pastorizia del Tavoliere (1816).96
- Vivai in ogni comune di alberi silvani e fruttiferi da distribuirsi gratis ai
proprietari (1819). 97
- Cassa di sovvenzione per gli agricoltori a Foggia con un capitale non inferiore a 250.000 ducati e non superiore a 500.000 ducati (1821).98
- Sui lavori di manifattura eseguiti dalle “donzelle” nei Conservatori (1821).99
- Progetto per l’introduzione delle arti negli orfanotrofri della provincia
(1821).100
- Reale Società Economica di Capitanata e sua azione poco incisiva per scarsità di mezzi (1821).101
- Cause della decadenza e miseria della Capitanata e mezzi per farla risorgere (1821).102
- Calo del commercio dei grani del regno (1821).103
- Dura condizione dei proprietari terrieri costretti a vendere prematuramente i loro prodotti a poco prezzo nella fiera di Foggia, per le spese di
coltivazione e per gli obblighi con il Fisco (1822).104
- Si lamenta che il pastore è costretto a vendere a prezzi irrisori la propria
lana all’estero e poi a ricomprarla nel prodotto lavorato, caricata di forti
aumenti (1822).105
- Deputazione stabilita in ogni provincia per impedire la devastazione dei
boschi (1822).106
92
Loc. cit.
Ibid., b. 1, fasc. 17.
94
Ibid., b. 2, fasc. 22.
95
Loc. cit.
96
Ibid., b. 2, fasc. 34.
97
Ibid., b. 4, fasc. 47.
98
Ibid., b. 5, fasc. 62.
99
Ibid., b. 5, fasc. 69.
100
Ibid., b. 5, fasc. 62.
101
Loc. cit.
102
Loc. cit.
103
Ibid., b. 5, fasc. 68.
104
Loc. cit.
105
Loc. cit.
106
Loc. cit.
93
88
Pasquale e Tiziana di Cicco
- Per agevolare il commercio dei prodotti della pastorizia, diminuzione del
prezzo dei merinos e premi per le iniziative di esportazione (1823).107
- Per tutelare l’allevamento equino nazionale, in crisi per la mancanza di
pascoli e per le razze deteriorate, proibizione di introdurre via mare
nei Reali Domini di qua del Faro i cavalli e le giumente cosiddetti schiavotti di Dalmazia (1826).108
- Incoraggiamenti a favore della pastorizia (1831).109
- Conservazione della cassa di sussidio a favore dei censuari del Tavoliere,
istituita nel 1822 con un fondo di 300.000 ducati (1832).110
- Aumento del premio per gli uccisori di lupi, numerosi in Capitanata e
continua minaccia per l’uomo ed il bestiame (1832). 111
- Acquisto di cavalli esteri per il miglioramento delle razze (1833).112
- Istituzione in ogni comune di una cassa di sovvenzione rurale (1833).113
- Stato delle monete circolanti nel distretto di Foggia (1833).114
- Premio di ducati 1.500 a carico dei fondi delle opere pubbliche per colui
che fra dieci pozzi forati con l’uso della trivella, comunemente detti artesiani, ne porterà a termine almeno uno, ottenendo cioè una fonte zampillante (1834).115
- Trasferimento a Monte Sant’Angelo nel Gargano “che abbonda di boschi,
e quei naturali mancano di mezzi come renderli utili”, della fabbrica di
liquirizia insediata in tenimento di Foggia e causa di una forte distruzione
di piante con la sua attività (1836).116
- Inclusione in ogni stato discusso comunale di un fondo per premi di incoraggiamento agli agricoltori che coltivano piante di gelsi (1837).117
- Distribuzione a spese della Reale Società Economica di olivastri del Gargano per una maggiore diffusione dell’olivicoltura (1842).118
- “Mezzi per sovvenire agli industriosi della colonìa e della pastorizia” (1842).119
- Il disboscamento di terre in pendio va permesso dopo aver sentito non
solo le autorità forestali, ma anche il Decurionato interessato (1843).120
107
Ibid., b. 6, fasc. 76.
Ibid., b. 8, fasc. 94.
109
Ibid., b. 10, fasc. 140.
110
Ibid., b.10, fasc. 166.
111
Ibid., b. 10, fasc. 147.
112
Ibid., b. 11, fasc. 152.
113
Loc. cit.
114
Ibid., b. 11, fasc. 153.
115
Ibid., b. 11, fasc. 159.
116
Ibid., b. 12, fasc. 178.
117
Ibid., b. 13, fasc. 175.
118
ASFG, Reale Società Economica di Capitanata, b. 3, fasc. 96.
119
ASFG, Consigli, b. 14, fasc. 194.
120
Cfr. Risoluzioni sovrane del 1845, in «Giornale degli atti dell’Intendenza di Capitanata», 1845, 7.
108
89
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
- Necessità di promuovere le manifatture nel distretto di Bovino, essendone esso assolutamente privo (1843).121
- Facoltà della Reale Società Economica di distribuire, con un fondo di 300
ducati, annualmente alberi fruttiferi ai proprietari dauni (1845).122
- Marmi scoperti nel Gargano da Antonio Bramante di San Giovanni
Rotondo (1846).123
- Porto di Manfredonia, un tempo florido per i traffici, ora ridotto a semplice caricatoio (1846). 124
- Estensione a tutti gli agricoltori della provincia dei benefici della nuova
cassa di sussidio accordata ai censuari del Tavoliere (1847). 125
- Regi sensali che obbligatoriamente per legge devono intervenire nelle contrattazioni (1847).126
- Necessità di modificare l’esistente mappa dei terreni in pendio, giacché
essa, come è stato rilevato dal Distrettuale di Bovino, desta generali lamentele e non risulta più rispondente alla nuova realtà (1847).127
- “Immegliamento delle razze equine” (1847).128
- Fondazione di un monte frumentario in ogni comune (1851).129
- Privativa dei misuratori di derrate da sopprimere, creando essa gravi inconvenienti alla speditezza del commercio (1852).130
- Attivazione presso il Ricevitore generale di una cassa fornita di capitali
contanti e di fedi del governo per agevolare, a seconda dei bisogni, nelle
fiere foggiane di maggio e di novembre, le importanti contrattazioni dei
commercianti (1852).131
- Istituzione della Compagnia della Daunia, società anonima a beneficio
delle industrie agricola e armentizia (1852).132
- Ripresa annuale delle mostre “industriali” organizzate dalla Reale Società
Economica e da tempo interrotte (1854).133
- Istituzione a Foggia di una cassa di Corte del Banco delle Due Sicilie per
favorire il commercio (1858).134
121
ASFG, Consigli, b. 14, fasc. 195.
Ibid., b. 17, reg. 227, pp. 312-314.
123
Ibid., pp. 47-49.
124
Ibid., pp. 56-60.
125
Ibid., p 105.
126
Ibid., pp. 118-119.
127
Ibid., pp. 123-125.
128
Ibid., p. 152.
129
Ibid., pp. 201 e 443.
130
Ibid., pp. 275-276.
131
Ibid., pp. 340-341.
132
Ibid., pp. 406-411; vedi anche b. 22, fasc. 297.
133
Ibid., b. 24, reg. 327, c. 31r.
134
Ibid., cc. 216r-217t.
122
90
Pasquale e Tiziana di Cicco
- Destinazione dell’orto agrario sperimentale della Società Economica,
ampliato, all’educazione teorico-pratica di una parte degli allievi chiusi
nell’Orfanotrofio provinciale (1858).135
b) Soccorsi pubblici, prigioni
- Istituzione a San Severo di un monte di pietà con l’impiego dell’eredità di
1200 ducati lasciata da Antonio Greco (1833).136
- L’orfanatrofio provinciale “Maria Cristina” da erigere sull’area del convento di Gesù e Maria (1835).137
- Prigioni locali da dividere a norma di legge in prigioni di pena, case di
deposito e case di arresto (1835).138
- Emanazione di un regolamento che provveda meglio al mantenimento
dei proietti (1838).139
- Aumento delle mercedi delle nutrici dei proietti (1839).140
- Istituzione di un orfanotrofio femminile nel monastero degli ex Celestini
di Manfredonia (1841).141
- Carcere distrettuale in San Severo (1846).142
- Questione del cognome da assegnarsi ai bambini abbandonati, tutti chiamati “Esposito” con gravi inconvenienti (1847).143
- Modificazione del sistema di ripartizione fra i comuni delle spese di mantenimento dei proietti (1857).144
- Istituzione a Foggia di un asilo per i vecchi indigenti (1859).145
c) Ponti, strade e navigazione
- Regio cammino di Puglia e strada Egnazia (1808).146
- Strade intrafficabili ed insicure per la presenza dei briganti (1809).147
135
Ibid., cc. 227r-229r.
Ibid., b. 11, fasc. 153.
137
Ibid., b. 10, fasc. 142.
138
Ibid., b. 12, fasc. 162.
139
Ibid., b. 13, fasc. 176.
140
Ibid., b. 14, fasc. 185.
141
Ibid., b. 14, fasc. 189.
142
Ibid., b. 16, fasc. 224.
143
Ibid., b. 17, reg. 227, pp. 133-134.
144
Ibid., b. 24, reg. 327, c. 169 r e t.
145
Ibid., cc. 239t-240r.
146
Ibid., b. 1, fasc. 3.
147
Ibid., b. 1, fasc. 10.
136
91
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
- Priorità della costruzione delle strade Foggia-Cerignola e Foggia-San Severo per ragioni militari e delle strade che facilitano il commercio interno della provincia (1813).148
- Costruzione di un braccio di strada da Manfredonia a Monte S. Angelo
(1813).149
- Inalveamento delle acque della fontana “della gavita delle belle donne” per
riattivare il traffico sul tratturo fino alla porta di Foggia a Lucera (1818).150
- Cattivo stato delle strade del Gargano (1821).151
- Costruzione dei ponti di Varano e di Civitate (1823).152
- Costruzione di rotabili fra S. Severo, Apricena, S.Paolo e Torremaggiore
(1824).153
- I ponti sulla strada S. Severo-Lucera, utili per i collegamenti con il Gargano
e con il tribunale della provincia da ritenere opere provinciali e da realizzare
con fondi provinciali (1829).154
- Completamento della strada Foggia-Manfredonia, da considerare regia e
con manutenzione a carico della R. Tesoreria (1830).155
- Canalizzazione della fontana del Salice sino a Foggia a spese del comune
(1831).156
- Costruzione di un ponte in muratura sulla foce del lago di Varano, sostitutivo di quello di legno (1835).157
- Completamento in fabbrica della strada Foggia-Lucera (1836).158
- Costruzione di una fontana al passo d’Orta lungo la strada Foggia-Cerignola, là dove è una sorgente di acqua potabile (1837).159
- Collegamento diretto tra S. Severo e Manfredonia (1841).160
- Costruzione di una strada che ponga in comunicazione con Foggia l’intero distretto, con spesa a carico dei comuni interessati (1845).161
- Costruzione di un ponte sul Vulgano, che attraversa la rotabile da Lucera
a Troia (1845).162
148
Ibid., b. 2, fasc. 26.
Loc. cit.
150
Loc. cit.
151
Ibid., b. 5, fasc. 65.
152
Ibid., b. 6, fasc. 76.
153
Ibid., b. 7, fasc. 85.
154
Ibid., b. 9, fasc. 129.
155
Ibid., b. 10, fasc. 131.
156
Ibid., b. 10, fasc. 140.
157
Ibid., b. 12, fasc. 162.
158
Ibid., b. 12, fasc. 165.
159
Ibid., b. 13, fasc. 171.
160
Ibid., b. 14, fasc. 189.
161
Ibid., b. 16, fasc. 219.
162
Ibid., b. 14, fasc. 189.
149
92
Pasquale e Tiziana di Cicco
- Costruzione della strada S. Severo-Lucera con spesa a carico dei fondi
provinciali (1846).163
- Lavori di consolidamento dell’orfanotrofio provinciale (1851).164
- Costruzione con fondi provinciali di una rotabile da San Paolo al ponte di
Civitate, di modo che il distretto di San Severo venga a congiungersi con
quello molisano di Larino (1852).165
- Costruzione di un nuovo ponte a Civitate sul Fortore (1852).166
- Incanalamento delle acque dei maggiori fiumi e torrenti della Capitanata
e distribuzione delle stesse a tutti i comuni della provincia (1852).167
- Ponte di Canosa (1853).168
- Nuova rotabile da Torremaggiore a San Paolo, finanziata dalla Provincia
(1855).169
- Prosciugamento del Pantanello di Vieste da farsi a cura dell’Amministrazione generale delle bonifiche (1856).170
- Modifiche della tassa per l’allineamento dei fiumi e torrenti (1859).171
d) Istruzione pubblica
- Collegio di Lucera, “mal servito, non vi concorrono giovani e non vi sono
buoni maestri” (1809).172
- Proposta di abolizione delle scuole normali e di destinazione dei fondi
comunali “alla pubblica istruzione che sia di grado superiore alle scuole
elementari (1811).173
- Richiesta di istituzione di scuole di diritto nei luoghi di residenza dei tribunali, di una scuola veterinaria nel capoluogo, di una di medicina a San
Severo, di una di botanica a Lucera e a San Severo, di una di agricoltura
nei comuni con popolazione di circa 10000 abitanti (1813).174
- Adattamento ad uso di liceo del locale di S. Gaetano, sede del Collegio
degli Scolopi a Foggia (1816).175
163
Ibid., b. 17, reg. 227, p. 13.
Ibid., b. 18, fasc. 247.
165
Ibid., b. 17, reg. 227, pp. 326-327 e 375-379.
166
Ibid., pp. 375-379.
167
Ibid., b. 20, fasc. 272.
168
Ibid., b. 17, reg. 227, pp. 491-492.
169
Ibid., b. 24, reg. 327, c. 75t.
170
Ibid., b. 24, reg. 327, cc. 133t-135r.
171
Ibid., b. 17, reg. 227, pp. 242-243.
172
Ibid., b. 1, fasc. 10.
173
Ibid., b. 1, fasc. 17.
174
Ibid., b. 2, fasc. 26.
175
Ibid., b. 2, fasc. 34.
164
93
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
- Necessaria divisione in due classi dell’istruzione pubblica: licei, collegi,
convitti e non convitti, case dei preti, scuole elementari (1816).176
- Provvidenze necessarie per il Collegio degli Scolopi di Foggia (1818).177
- Istituzione nei principali comuni della provincia di una scuola di agricoltura e nel capoluogo di una scuola di veterinaria (1816).178
- Istituzione di un R. Collegio a Foggia nel Conservatorio “Il Salvatore”
(1819).179
- Competenza dei Decurionati, e non più del clero, nella scelta dei maestri
delle scuole primarie (1819).180
- Istituzione nel Collegio di Lucera di una cattedra di antichità greche e
romane, storia, geografia e di una cattedra di diritto e procedura criminale, oltre quella di diritto e procedura civile (1821).181
- Arretratezza dei comuni del Gargano: stabilimento scientifico da istituire
nel monastero degli ex Domenicani di Vico (1822).182
- Peggiorata situazione scolastica del distretto di Bovino (1822).183
- Per una scuola di veterinaria a Foggia (1822).184
- Per l’istituzione nel capoluogo di una cattedra di scienze fisiche e matematiche (1830).185
- Riapertura di tutti i seminari diocesani del distretto di Bovino; scuola secondaria per le giovani gentildonne (1834).186
- Destinazione del locale degli ex Carmelitani di Monte S. Angelo a convitto dove i giovani di dodici comuni garganici vengano istruiti nelle scienze
(1836).187
- Concessione delle piazze franche del R. Collegio di Lucera solo ad individui della provincia (1837).188
- Creazione di un fondo provinciale per “arti e scienze”, mediante il quale
due giovani promettenti possano inviarsi a Napoli a perfezionarsi nei loro
studi artistici e scientifici (1840). 189
176
Loc. cit.
Ibid., b. 3, fasc. 43.
178
Ibid., b. 3, fasc. 42.
179
Ibid., b. 4, fasc. 56.
180
Ibid., b. 4, fasc. 48.
181
Ibid., b. 5, fasc. 62.
182
Ibid., b. 6, fasc. 75.
183
Ibid., b. 6, fasc. 73.
184
Ibid., b. 6, fasc. 71.
185
Ibid., b. 10, fasc. 135.
186
Ibid., b. 11, fasc. 156.
187
Ibid., b. 12, fasc. 165.
188
Ibid., b. 13, fasc. 171.
189
Ibid., b. 14, fasc. 186.
177
94
Pasquale e Tiziana di Cicco
- Per l’elevazione a liceo del Collegio di Lucera, essendo in possesso di tutti
i necessari requisiti (1846).190
- Istituzione a Foggia di un istituto agrario, diretto dalla Società Economica (1847).191
- Onorario dei maestri e delle maestre (1851).192
- Per l’istituzione di un liceo a Foggia (1852).193
- Dotazione al R. Collegio di Lucera di altri locali con i fondi della provincia (1854).194
- Istituzione di quattro cattedre nel Collegio delle Scuole Pie di Foggia (1858).195
e) Popolazione, amministrazione
- Permanenza a Lucera dei tribunali della provincia (1816).196
- Aumento del numero delle parrocchie (1830).197
- Concessione in censo al comune di Foggia dei fabbricati disabitati del R.
Corpo del Genio perché possano essere destinati a diversi usi (1830).198
- Padiglioni militari da istituirsi in ogni comune del distretto di Foggia atti
ad ospitare gli ufficiali e locali per i soldati di passaggio (1833).199
- Necessità di farsi Rodi capoluogo di circondario, perché Dogana di I classe, fondaco di diritti riservati e centro del commercio marittimo (1834).200
- Regolamento per la caccia dei lupi (1835).201
- Sparo dei mortaletti dannoso per la sicurezza pubblica e per l’integrità
degli edifici (1836).202
- Trasferimento in Capitanata di una Camera della Gran Corte Civile sedente in Napoli (1837).203
- Necessità di demolire i mignali nei comuni, “avvanzi di antica barbaria”
(1837). 204
190
Ibid., b. 17, reg. 227, pp. 72-74.
Ibid., b. 17, reg. 227, p. 138.
192
Ibid., pp. 274-275.
193
Ibid., pp. 390-394.
194
Ibid., b. 24, reg. 327, cc. 23t-25r.
195
Ibid., cc. 165t-166r.
196
Ibid., b. 2, fasc. 34.
197
Ibid., b. 10, fasc. 135.
198
Loc. cit.
199
Ibid., b. 11, fasc. 153.
200
Ibid., b. 11, fasc. 158.
201
Ibid., b. 10, fasc. 162.
202
Ibid., b. 12, fasc. 165.
203
Ibid., b. 13, fasc. 171.
204
Loc. cit.
191
95
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
- Esazione indebita di diritti da parte del clero (1837).205
- Modificazione di alcuni articoli riguardanti l’amministrazione della giustizia (1838).206
- Vacazioni esagerate percepite nel Tribunale di commercio, che talora eguagliano il valore della causa (1839).207
- Riscossione del contributo fondiario fatta in gennaio ed agosto, da ridurre a metà (1839).208
- Per una statistica della provincia (1840).209
- Necessità di un IV eletto, come aggiunto al I, a Foggia, data la crescita del
comune (1840).210
- Mancanza in Lucera di un locale per il Giudicato d’istruzione (1841).211
- Fondazione di un nuovo monastero a S. Severo (1842).212
- Promozione delle scienze e delle lettere (1842).213
- Stabilimento di un posto telegrafico in Bovino tra quelli di Panni e Montecalvello (1846).214
- Per le terre demaniali addette ad uso civico di pascolo (1852).215
f) Salute pubblica
- Proibizione dei “fusari” utilizzati per la macerazione della canapa e del
lino, nocivi per la salute degli uomini e degli animali (1819).216
- In osservanza dei primi regolamenti, i defunti siano inumati e non tumulati
nei cimiteri, con la sola eccezione delle monache, alle quali comunque la
sepoltura non va data nelle chiese, ma entro il recinto dei conventi (1831). 217
- A spese dei rispettivi comuni siano migliorati gli ospedali civili, se ne formino dove mancano e l’assistenza agli infermi diventi più efficace (1832). 218
- Per lo stabilimento di un ospedale per infermi poveri nei locali di San
Domenico a Bovino (1832). 219
205
Loc. cit.
Ibid., b. 13, fasc. 178.
207
Ibid., b. 13, fasc. 181.
208
Ibid., b. 13, fasc. 182.
209
Ibid., b. 14, fasc. 186.
210
Loc. cit.
211
Ibid., b. 14, fasc. 189.
212
Ibid., b. 14, fasc. 194.
213
Loc. cit.
214
Ibid., b. 16, fasc. 224.
215
Ibid., b. 21, fasc. 286.
216
Ibid., b. 4, fasc. 52.
217
Ibid., b. 10, fasc. 144.
218
Ibid., b. 10, fasc. 147.
219
Loc. cit.
206
96
Pasquale e Tiziana di Cicco
- Possibilità di riconoscere una giusta gratificazione ai più zelanti dei medici e chirurghi condottati per l’assistenza agli infermi poveri (1833).220
- Per l’istituzione di una farmacia condottata in ogni comune (1839).221
- Istituzione di ospedali distrettuali a Foggia e a San Severo (1841).222
- A carico dei fondi comuni la spesa per l’istruzione delle ostetriche, procurata a Napoli oppure nei capoluoghi di provincia o di distretto (1853).223
- Progetto di ampliamento dell’ospedale provinciale femminile con l’utilizzo dei cespiti esuberanti dell’orfanotrofio “Maria Cristina” (1858).224
L’elencazione che precede, pur con il suo carattere di limitatissima campionatura, prova tuttavia che le deliberazioni delle assemblee daune trattavano non
solo i piccoli ma anche i grandi problemi economici e sociali. Tali deliberazioni
invero riflettevano le reali necessità e le molte speranze della Capitanata, richiamando su di esse l’attenzione dei governanti.
Che il governo centrale non sempre accogliesse il voto dei Consigli - di quelli
dauni e di quelli delle altre province napoletane - e non sempre aderisse alle proposte, conta relativamente, specie se non viene omessa la considerazione che la maggior parte di queste proposte, che erano in sostanza la voce di una periferia, diversamente quasi muta, comportavano il più delle volte nuovi e talvolta ben onerosi
impegni finanziari, non agevolmente sostenibili dalle casse statali, senza dire che
dall’anno 1831 in poi “soffiò sul reame un gran vento di economia”, per usare l’efficace espressione del Ciasca.
A nostro avviso, resta in ogni caso valida ed apprezzabile la funzione informativa ed insieme stimolante nei confronti delle sedi decisionali che i Consigli svolsero in maniera istituzionale, continua, configurandosi come portavoce di istanze e
di aspettative sociali, come espressione della pubblica opinione e del controllo dei
cittadini sull’operato dell’amministrazione.
220
Ibid., b. 11, fascc. 152 e 153.
Ibid., b. 13, fasc. 182.
222
Ibid., b. 14, fasc. 187.
223
Ibid., b. 17, reg. 227, pp. 478-479.
224
Ibid., b. 24, reg. 327, c. 185t.
221
97
I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808-1860)
6. Appendice
I presidenti dei Consigli di Capitanata*
CONS. PROV.
1808
1809
1810
1811
1812
1813
1814
1815
1816
1817
1818
1819
1820
1821
1822
1823
1824
1825
1826
1827
1828
1829
CONS. DISTR.
FOGGIA
CONS. DISTR.
S. SEVERO
CONS. DISTR.
BOVINO
Domenico de Luca1
Giuseppe de Angelis
Vincenzo Perrone
Vincenzo Perrone
N. Maria Cimaglia
N. Maria Cimaglia
Pasquale Rocco
Giuseppe Scassa
G. Antonio Filiasi
Raffaele Giordano
Michele Sarcinella
Michele Sarcinella2
Domenico de Luca
Gaetano de Nicastro
Luigi Mastrolilli
T. Antonio Celentano
Vincenzo Perrone
Domenico de Luca
Gaetano de Nicastro
Gaetano de Nicastro
Matteo d’Alfonso
Antonio Fania
Antonio Fania
Matteo d’Alfonso
Donato Tricarico
G. Ferrante d’Alessandro
G. Ferrante d’Alessandro
Boezio del Buono
Antonio de Luca
Giuseppe Cutino
Domenico Mazza
Antonio del Sordo
Antonio Fania
N.Antonio de Filippis
Gennaro Santoro
F. Saverio Rinaldi
Principe di S.Severo
G. Antonio Filiasi
T. Antonio Celentano
Marchese del Vasto
Pasquale de Nicastro
G. Antonio Filiasi
Domenco Cappelli
Principe di S.Severo
Felice Zezza
T. Antonio Celentano
Giuseppe Cutino
Stefano la Piccola
G. Battista Specchio
D. Antonio Rosati
Giuseppe Rio
D. Antonio Rosati
Pasquale de Nicastro
F. Antonio Gabaldi
Giuseppe Galiberti
Matteo de Rensi3
Michele Magnati
Domenico Petrulli
Francesco P. Masselli
Rocco del Sordo
Luigi Pazienza
Carlo Fraccacreta
Francesco P. Masselli
Leonardo Santoro
Gaspare Salandra
Giuseppe Salandra
Franc. Sav. Capozzi
Marco de Benedictis
Giov. Vinc. Rocco
Giov. Vinc. Rocco
Michele Barone
Marco de Benedictis
* Agli inizi del XIX secolo la Capitanata era divisa nei distretti di Foggia, Manfredonia e Larino. Dal 1811, per la
legge sulla nuova distribuzione territoriale, fu divisa nei distetti di Foggia, San Severo e Bovino.
1
Sostituisce il Duca di Rodi.
2
Sostituisce il Conte d’Anversa.
3
Sostituisce il Marchese Domenico de Luca.
98
Pasquale e Tiziana di Cicco
1830 G.Antonio Filiasi
Roberto Siniscalchi
1831 Gianvincenzo Mattei
F. Antonio Gabaldi
1832 Principe di S. Severo
G. Battista Specchio
1833 Felice Zezza
Antonio Sorrentino
1834 Principe di Leporano
F. Antonio Gabaldi
1835 Michele Brancia
Angelo Siniscalco
1836 Lorenzo Filiasi
Bartolomeo Baculo5
1837 Pasquale de Nicastro6 Giuseppe Cutino
1838 Principe di Torella
Antonio Sorrentino
1839 Michele de Luca
Vincenzo Celentani
1840 Carlo Zezza
Domenico Frascolla
1841 Principe di S. Antimo Luigi Celentano
1842 Giamberardino Buontempo7 Giuseppe Barone
1843 Michele de Luca
Francesco P. de Peppe8
1844 Carlo Vinc. Barone
Raffaele Basso
1845 Principe di Leporano
Giambattista Gifuni
1846 Paolo Tonti
Vincenzo Celentano
1847 Antonino Maresca
Donato Paolella
1848-1850
1851 Principe di Ardore
Carlo Vinc. Barone
1852 Vincenzo Zaccagnino
Francesco S. Freda
1853 Principe S. Nicandro Vincenzo Corigliano
1854 Conte di Savignano
D.Antonio Siniscalco
1855 Francesco Maresca
Francesco Gabaldi11
1856 Principe di Carpino
G. Battista Nocelli
1857 Luigi Cappelli
Vincenzo Celentano
1858 Luigi de Luca
Domenico Frascolla
1859 Vincenzo di Sangro
Liborio Celentano
1860 Duca di Bovino
Gaetano La Rocca
4
Sostituisce Marco de Benedictis.
Sostituisce Giuseppe de Nisi.
6
Sostituisce il Principe di San Severo.
7
Sostituisce il Marchese del Vasto.
8
Sostituisce Giuseppe Barone.
9
Sostituisce Baldassarre Curato.
10
Sostituisce Vincenzo Pazienza.
11
Sostituisce il marchese Orazio Cimaglia.
5
99
Giuseppe Galiberti
G.Francesco Albergogna
Carlo Tondi
Michelangelo del Sordo
Luigi Pazienza
Pasquale d’Alfonso
Leonardo Croce
Carlo Tondi
Raffaele Masselli
Vincenzo de Ambrosio
Francesco P. Masselli
Scipione Gervasio
Francesco P. Masselli
Giambattista Dardes
Carmine Ripoli
Rocco del Sordo
Prospero Fania
Michele Gabriele10
Giov. Vinc. Rocco
Vincenzo de Maio
Pasquale Belmonte
Vincenzo de Maio
G. Maria Capozzi4
G.Pietro d’Alessandro
Giacomo Curato
Luigi Varo
Benedetto de Paolis
Matteo Paolella
Ascanio Ripandelli
Luigi Varo
Rocco de Paolis
Rocco de Paolis
Gioacchino Visciola
Angelo M. de Matteis
G. Clemente de Stefano9
Baldassarre Curato
Francesco P. Masselli
Prospero Fania
Francesco Maresca
Vincenzo Palma
Pasquale Iuso
Vincenzo Palma
Francesco P. Masselli
Matteo Mascia
Vincenzo Reverterra
Vincenzo Palma
Gaetano Varo
Francesco Ripandelli
Domenico de Paolis
Vincenzo Ripandelli
Giovanni Rocco
G. Maria Cirelli
Luigi Varo
Giacomo Curato
Gaetano Rocco
Rocco Vassalli
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I Consigli provinciali e distrettuali di Capitanata (1808