Recensioni teatrali | Teatro.Persinsala.it
Sharon
Tofanelli
giugno 17, 2015
A Lucca, si conclude la quarta edizione del Festival I Teatri del
Sacro. Piccole osservazioni sugli ultimi tre spettacoli.
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E siamo all’ultimo giorno.
Domenica 14 giugno, la chiusura del Festival. Anche per quest’anno, I
Teatri del Sacro cessa la sua omelia. Ecco le ultime sillabe, l’ultima
profusione del discorso devoto.
Ore 17.30. Il Real Collegio si volta indietro, ricorda, torna alla gravità dei
tempi trascorsi. Il monastero che è stato, prima che il mondo si pitturasse
il viso, torna. Si attraversa il chiostro echeggiante, fino alla sala 1.
Una Rumorosa Solitudine, della Compagnia Donati-Olesen, si apre su di
un terreno ingombro di carta. L’uomo, che la pressa da decadi nella stessa
macchina fedele, spartisce col lavoro la propria vita dimezzata. Da un lato,
l’esistenza alienata, l’orrore di porre un passo avanti all’altro in una
ripetizione trentennale; dall’altro, il flusso persistente del pensiero, quel
pensiero che s’imprime sulle pagine da pressare. Adibito a zona dissociata,
dove la vita a seconda dei casi s’interrompe o, paradossalmente, ha un
punto d’inizio, il magazzino si colora di visioni e ricordi. Memorie della
donna perduta, memorie della Grande guerra. Qui si sono pressati perfino,
nella cara macchina, persino Hitler coi suoi opuscoli perfetti. Ma tutto ciò
trascolora nell’esistenza del nostro – come l’olio sull’acqua. Lui rimane
imperturbato, rimane lucido, rimane assoluto. Pascola i suoi libri, edifica i
suoi altari di carta, che poi comprime. L’osmosi con la macchina si
totalizza, la compressione diventa assimilazione. Al di fuori del suo
magazzino, l’uomo è una bambola decontestualizzata.
Una Rumorosa Solitudine è il parto di una clausura, un chiostro nel
chiostro, dove alla mistica possessione si sostituisce il deliquio della
conoscenza. Non annullamento, bensì saturazione. E il dramma
dell’individuo, l’incapacità di adeguarsi al tempo, al luogo, al fatto, lo
estrania progressivamente. La visione dei suoi totem, Gesù e Lao Tze,
contrapposti come il futuro che arriva e il passato che rimane,
perennemente in bilico tra loro, incarna l’ambivalenza della sua esistenza.
Ogni evento reale perfora la trama con la crudeltà di una pugnalata. Non
c’è soluzione. Bisogna fagocitarsi.
Recitata completamente in monologo (complimenti all’eroico Amandio
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Pinheiro) e accompagnata dal contrabbasso di Eugenia Barone, l’opera
narra la turbolenza psichica senza mai privarsi di una cruda lucidità.
Si conclude poco prima delle 18.30. Di seguito, De Rivolutionibus: sulla
miseria dell’essere umano.
Incentrato sul gioco delle Operette Morali leopardiane, il progetto della
Compagnia Carullo-Minasi rappresenta in maniera pressoché fedelissima Il
Copernico, “opera infelice e perciò morale” e Galantuomo e Mondo, “opera
immorale e perciò felice”. Delle pochissime modifiche apportate, la più
evidente è senz’altro la femminilizzazione della figura del Mondo, maschile
nell’operetta originaria. Per il resto, ci viene presentata, dopo lungo tempo
speso su opere concettuali, astratte o più semplicemente visionarie, una
produzione di stampo più tradizionale – alle quali forse occorrerebbe
riabituarsi. O forse no. C’è un tempo per ogni cosa, un target per ogni
cosa. Esprimere giudizi in merito a quale debba essere la corrente “giusta”
non ci compete. Basti sapere che l’amaro sarcasmo del Leopardi non
perde minimamente, è casomai amplificato da una recitazione
spumeggiante. C’è da interrogarsi al contrario sulla scelta, tra tutte le
operette, proprio delle succitate. De Revolutionibus, come il titolo afferma,
pare suggerire una linea di sviluppo al genere umano, linea che se
dapprima suggerisce la sofferenza generata dalla rivelazione del vero
(un’umanità che deve accettare di non essere centro dell’universo) e,
quindi, un’auspicabile maturazione (“…si contenteranno di essere quello
che sono” [Il Copernico]), si risolve nella seconda parte dello spettacolo in
un’involuzione. Resosi conto della propria piccolezza, l’uomo abbandona
ciò che è giusto in un lieto, scellerato suicidio.
Particolarmente interessante, la soluzione della messinscena incentrata su
un carrozzone – che, se da un lato più prosaico, potrebbe far pensare a
quello metaforico cantato da Renato Zero (peraltro abbastanza affine, nel
suo andamento che ricorda la ciclicità delle catene di montaggio, alla
natura ingrata descritta dal recanatese), dall’altro crea quel contesto di
parabola diffusiva, da declamare per le nostre strade.
Per il terzo spettacolo occorre uno spostamento. Siamo alla Chiesa di San
Giovanni, sconsacrata, spoglia. Un piastrellato rosso la trasforma in terra
atemporale.
Alle 21.00 va in scena A Ritrovar le Storie, del Teatro dell’Orsa.
Originato da un laboratorio di incontro e narrazione, l’opera trae spunto
dall’omonimo libro di Gozzi, Morini e Murgia, sforzandosi di applicarlo alla
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crisi sociale che maggiormente ci riguarda negli ultimi tempi, ovvero il
fenomeno immigrazione. Il risultato merita una discussione.
Ora, A Ritrovar le Storie si presenta come un invito a far scaturire dallo
spazio della singola parola il racconto di sé. A questo proposito il libro reca
all’interno una tavola da Gioco dell’oca, nella quale per ogni casella
corrisponde un concetto da sviluppare. Preso in sé offre al
lettore/interattore un eccellente spunto comunicativo le cui radici
sarebbero recuperabili persino nel diletto dei “cadaveri squisiti” surrealisti.
Ma qui si parla di teatro. Teatro e immigrazione. E allora, si ha motivo di
riconoscere nel progetto un tentativo di unificazione dell’uomo nella sua
multietnicità, mediante il lógos, la parola, l’unica forma comunicativa
umana capace di suscitare memorie non troppo dissimili tra loro. Dalla
visione del fuoco la leggenda di Sant’Antonio; dalla parola Morte un
susseguirsi di miti e considerazioni. A lasciarci perplessi è casomai
l’utilizzo che è stato fatto dei giovani nigeriani che contornano lo
spettacolo, cui esso è intrinsecamente dedicato. Trattandosi di un tema
multiculturale ci saremmo aspettati uno spazio maggiore concesso al
mondo di provenienza dei ragazzi, un viaggio immersivo, sì nelle storie,
ma nelle loro storie. Parlarci di immigrazione e sommergerci in
contemporanea di favole belle, ma già proprie della nostra cultura, non è
ciò che avremmo immaginato. Ancora meno vedere i ragazzi limitati alla
ripetizione e sillabazione di parole già pronunciate, con l’effetto cassa di
risonanza. L’utilizzo della lingua inglese, sebbene aiuti a raggiungere
l’obiettivo della multietnicità, non è comunque il tanto che avremmo
voluto. Siamo al corrente dell’importanza che in questa manifestazione,
così come nel libro, ha la parola; allo stesso modo siamo consci del fatto
che i giovani provengono da un laboratorio. Proprio per questo motivo,
avendo tra l’altro individuato di frequente nelle opere de I Teatri del Sacro
un ricorso al tableau vivant, avremmo immaginato un utilizzo più
accentuato della corporeità e dello stimolo sensoriale. Di grande impatto,
per esempio, quella che abbiamo decifrato come allusione alla
crocefissione, nella prima metà dell’opera, o la pantomima della traversata
del Mediterraneo sulle note di Michael Nyman.
In definitiva uno spettacolo con una buona idea di base, coerente con il
libro, anche struggente (e su questo non si hanno dubbi: l’uomo accanto a
noi piangeva a dirotto), ma che avrebbe forse bisogno di un’ulteriore
raffinatura a livello registico.
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Fine dell’omelia. I Teatri del Sacro tacciono. Possiamo tornare alle realtà
profane.
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Gli spettacoli sono andati in scena all’interno del
Festival I Teatri del Sacro:
domenica 14 giugno, ore 17.00 e 19.30 (replica)
Real Collegio – Sala 1
Compagnia Donati-Olesen presenta:
Una Rumorosa Solitudine
di Jacob Olesen e Amandio Pinheiro
liberamente tratto da Una Solitudine Troppo Rumorosa, di
Bohumil Hrabal
regia Jacob Olesen
con Amandio Pinheiro
contrabbasso Eugenia Barone
musiche di Pino Pecorelli
testi delle canzoni Alessandro Hellmann
sabato 13 giugno, ore 19.30, e domenica 14, ore 18.30 (replica)
Real Collegio – Sala 2
Compagnia Carullo-Minasi presenta:
De Revolutionibus
Sulla miseria del genere umano
da Il Copernico e Galantuomo e Mondo di Giacomo Leopardi
diretto e interpretato da Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi
disegno luci di Roberto Bonaventura
scene e costumi di Cinzia Muscolino
scenografia di Piero Botto
assistenza alla regia di Veronica Zito
ringraziamenti a Giovanna La Maestra, Angelo Tripodo e Simone
Carullo
domenica 14 giugno, ore 21.00
Chiesa di San Girolamo
Compagnia del Teatro dell’Orsa presenta:
A Ritrovar le Storie
di Monica Morini, Bernardino Bonzani e Annamaria Gozzi
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spettacolo ispirato al libro A Ritrovar le Storie, di A. Gozzi, M. Morini,
D. Murgia
con Monica Morini, Bernardino Bonzani, Franco Tanzi e il contributo
dei partecipanti all’atelier
collaborazione alle scene di Franco Tanzi
collaborazione tecnica di Lucia Manghi
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