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Direz. e Redaz.: Piazza di Trevi, 86 - 00187 ROMA
ANNO XX N. 7-8 luglio-agosto 1972
Spedizione in abbonamento postale Gruppo 111/70
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O R G A N O MENSILE
-
DELL'ASSOCIAZIONE
ITAL.IAIVA
PER I L C O N S I G L I O D E I C O M U N I D ' E U R O P A
Europa e Cina
di G. Zampaglione
Il notevole saggio di G. Zampaglione, d i
cui ovviamente lasciamo la responsabilità
all'uutore per l'irnpostazione e i singoli giu.
dizi, viene pt~bblicato m o l t o volentieri d a
« C o m u n i d'Europa D anche perché, per quel
che dice e per quel che sottintende, richiama
u n a problematica, s u cui la nostra rivista
riterrebbe utile l'apertura di u n dibattito.
Oggi si sarebbe passati - si v a ripetendo dal duopolio americano-sovietico a u n policentrismo interrz.aziorzale; dalle crociate ideologiche, che arnrnuntavano d i vesti ideali
effettive intenzioni prevaricatorie, a d u n a
realistica e schietta politica dell'equilibrio;
dagli astratti confronti, i n una prospettiva
manichea, fra regimi buoni e cattivi a raffronti più concreti tra le N realtà profonde D ,
che sarebbero rappresent'ate da dati geo-politici e d a quasi i m m u t a b i l i tendenze psicologiche e storiche dei popoli. T u t t o ciò n o n
può n o n lasciare perplessi i federalisti europei, che h a n n o sempre criticato nella guerra
fredda u n a buona dose d i nzalafede, d i ipocrisia, d i pregiudizi d a u n a parte e dall'altra,
m a che n o n per q u e s t o credono nella possibilità di stabilizzare felicemente in u n a più
articolata visione policentrica quella politica dell'equilibrio, che per essi n o n può che
essere, ragionevolmente, solo u n m o m e n t o
verso il governo mondiale: il che implica,
a loro avviso, u n effettivo confronto tra i
diversi regimi ( i n tal senso le ideologie noii
possono essere considerate esclusivainent~.
c o m e la copertura ipocrita d i realtà retrostanti, d i per s6 inzrnodificabili); l'avvic,n a m e n t o culturale, psicologico, economico,
sociule delle diverse società fra di loro, nzerzt r e alle loro organizzazioni stutuali è devol u t o u n cornpito diplomatico del t u t t o transitorio; la ricerca n o n solo degli atavici
aspetti differenziali tra popoli ed etnie, r ~ i c i
anche delle convergenze ideali f r a gli uo?~ziizi
di t u t t a la terra; e infine, più che il vagheggiamento ( t t ~ t t os o m m a t o , a lungo andare
e per forza di cose, reazionario) d i u n equi
librio a cui n o n credevano spesso neunche
gli studiosi d i politica del secolo, che dz
questa teoria fu il più largo estimatore
( c f r . M. S. Anderson, « L e teorie dell'equilibrio nel X V I I I secolo n, saggio che nella tra.
duzione italiana si trova i n appendice al vol t ~ r n e« L'Europa nel Settecento (1713-1783)
[Milano 19721 edizioni di Conzunità), l'obiezione d i coscienza federalista e il virile i m pegno per u ~ z ~civitas
a
comune.
)),
COMUNI D'EUROPA
2
I n tal seizso a noi itzteresserebbe clie oggi,
più che idoleggiare il nuovo policentrismo
internazionale, in cui all'Europa, quarto o
quinto supergrurztle, spetterebbe u n suo ruolo
( e quindi doi~rerrimounirci presto per giuocarlo bene), si approfondisse il discorso che
tuttola contrappone, trci coloro che luvorano per ttn ordine planetario, gli struttztralisti agli istituzionalisti, e viceversa. Mi
spiego: u n teiizpo si diceva che tion si può
ztiiificare u n ~izondo,in cui i diversi Stati
abbiario strutture econonlico-sociali radicalmente differenti, e da parte marx-leninista
si giudicav,ano anzi inevitabili una serie di
gzterre nel campo cupitalistico, jirzo a che,
per uutodistruzio~ie degli avversari, i « sosi sarebbero trovati a padroriegcialisti
giare il canzpo e quindi a reulizzare effetlivanzente gli Stati Uniti tiel mondo. Ma con
le prospettive dell'olocaltsto nucleare il problerna di trovare u n governo comztne, il problema katztiano di arrivare alla pace perpetua ha preso la mano alla stessa esigenza
prelinzinare di art7ionizzare le strutture, esigenza di cui per altro non ci si può sburazznre agevolnzente. D'altro canto lci grande
cupacztà delle Superpoteizze di avanzare nel
cainpo tiella tecnologia e di accrescere le
qztantità prodotte si sposa tragicarnente, sia
per il prevalere delle leggi settoriali del profitto che per quelle dell'esercizio del potere
per il potere di alcune oligarchie, alla degradazione, egualiizente rilevante, della qualità
della vita ztmaiia, e soltanto sul piatzo mondiale si potranno superare le leggi settoriall
della concorrenza con quelle razionali della
solidt~rieta.
L)U questi brevissimi accenrzi si comprenuerù la qualità e la quantità delle perplesslta che suscita o sztggerisce lo scritto dello
Luinpuglioiie: talvolta per ciò che non dice
né lascia itzdovinare. Debbo dire che sono
ornzai passati qztusi venti anni (dal 1953)
da qtaundo alla Harwurd University, con
Henry Kissinger ed altri studiosi e politici, si
discuteva iizsienze sull'ammissione della Cina
( r o s s a ) alle Nazioni Unite e sulla federazione
duropea. Tutti favorevoli all'ammissione della Cina, tutti fuvurevoli ( m a con sottintesi
assai diversi) a ztna qualche unificazione
dell'Europa. I n effetti fra il realista Kissirzger e l'utopista che scrive, se c'era u n qualche accordo possibile su obiettivi a medio
tertiziize e anche su certe urgenti dernistificuzioni, restava poi sernpre u n disaccordo
sostanziale sulle prospettive lontune e anche
sul livello o piano d'azione. Perché c'è chi
non riesce ad affrontare i probleini internazionali che sztl piano dei negoziati, della
ragion di Stato, dei rapporti diploniatici,
basati sulle forze in citfo, e chi ha invece
la vocazione di interessarsi a quel che c'è
dietro tutto ciò, che non è il contenuto di
un nzanuale aritropologico o nzerceologico
o di geografia tiziliture, nzu una umanità in
nzoviinento, spesso in guerra - fredda o
calda - ma altresì capace di nzzttare, di
progredire cultttralinente, di accedere a nuovi
sentitizenti e di piegarsi talvolta perfino ai
suggerinzenti della ragione.
))
Foto in prima pagina: (in alto): Geoffrey Rippon
(da sinistra: Morra di Lavriano, il sottosegretario agli Esteri Pedini, Rippon, Serafini) parla
a palazzetto Venezia (Roma), sotto gli auspici
d-II'AICCE e della SIOI, sulle prospettive di
-:la Comunità europea allargata (23 giugno 1972);
( i n basso): il castello di Nettuno (l'Amministrazione comunale di Nettuno ha esaminato, subito
dopo i X Stati generali del CCE, il tema di
politica ecologica proposto a Nizza).
luglio-agosto 1972
Conze ha scritto Mario Albertini, i federalisti europei hanno tli'ta vocazione minorituria, perché, costruita la federazione europea, la contesterurlrzo subito in favore della
[ederuzione nzondi'ale: io potrei dire anzi
che non si può neanche costruire ttna federazione eztropea verarilente democratica se
non nel preszlpposto, giu. esplicito, che essa
sia u n elemento fotzdainentale noti per il
trastullo dei diplonzatici, m a per l'unica vera
grande rivoluzione che oriilai ci attenda,
cioè l'unitir statuale di tutta la Terra, all'insegna degli irrinunciabili principi della
libertà e della giustizia. La teorizzaziotze dell'equilibrio protratto all'infinito, cioè della
anarchia pernzunetite s'otto l'iilcubo della
spada nucleare e della tiecacletzza ecologica,
non è in realtà la teorizzazione dell'equilibrio m a di u n processo di putrefazione.
U. S.
Posizioni sovietiche e americane
nei confronti della Cina
I1 sistema bipolare che ha retto le relazioni internazionali dell'ultimo ventenni0 è
stato sconvolto dallo scisma cinese e dall'importanza pr0gressiva:mente assunta negli
affari mondiali dal regirne di Mao Tse-tung.
La maniera in cui Stati Uniti e Unione Sovietica hanno reagito al sorgere di questa
nuova forma di comunismo prova fino a
qual punto sia possibile errare in politica.
Dopo l'ingresso della Cina di Pechino nelle Nazioni Unite e la visita compiuta dal
presidente Nixon, ci troviamo di fronte a
un profondo rivolgimenito della scena mondiale. Tutto questo si czompie tuttavia con
un ritardo di oltre uni quarto di secolo.
Fino ad oggi il comportamento del Dipartimento di Stato nei coiifronti delllEstremo
Oriente è stato infatti dettato da visioni
pi.econcette ed accademi~che.rivelatesi inadeguate alla gravità e alllu:rgenza dei problemi.
Fortunatamente per l'equilibrio mondiale,
altrettanto gravi sono s,tati gli errori commessi dalllUnione Soviet:ica nei confronti del
nuovo astro sorto nel 1949 nell'universo comunista. Se si esamina infatti il comportamento del Cremlino, si deve convenire clie
anche esso è stato inadeguato sotto il profilo psicologico come sotto quello politico.
Basterà ricordare come negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, quando
la rivoluzione cinese era1 in corso, ma nulla
lasciava ancora presagiire il crollo imminente del regime di Charig Kai-shek, il Cremlino tentasse di facilitare l'accordo tra gli
avversari, in vista della cogestione del potere. I1 risultato, ove questo tentativo si
fosse realizzato, sarebbe stato di perpetuare
l'instabilità e la guerra civile che avevano
travagliato la Cina nei decenni precedenti.
Bisogna concluderne ch~e,o Stalin e i suoi
consiglieri non credeva110 alla vittoria del
comunismo cinese o vaventavano la nascita
di un regime marxista-leninista, avvenuta al
di fuori delle loro pri-visioni e dei loro
schemi ideologici. In entrambe le ipotesi
si commise un errore di valutazione e si
posero le basi di durevoli rivalità.
Agli inizi furono gli Stati Uniti, e non
l'Unione Sovietica, a dai- prova di maggiore
comprensione del fenomeno comunista cinese. Fino al 1949 varie, autorevoli voci americane stigmatizzarono La natura poliziesca
e autocratica del regime di Chang Kai-shek
e la sua incapacità di risolvere i secolari
problemi del suo paesi:. Fu l'insorgere di
un'ondata di anticomunismo, in gran parte
epidermico ed emotivo, poggiante sulla certezza che gli Stati Uniti avrebbero conservato a lungo la supremazia nucleare, a determinare gli orientamenti successivi. Qucsta inversione di tendenza, per cui da una
comprensione realistica si scivolò sul piano
inclinato di un'opposizione frontale, rivela
aspetti preoccupanti. Prova, per esempio,
che la politica americana è soggetta a psicosi cicliche. Se si rileggono i discorsi pronunciati in quegli anni, i resoconti delle
vedute parlamentari e del comitato presieduto dal senatore McCarthy per investigare
sulle attività dette « antiamericane », si stenta a credere che un grande popolo possa
avere a tal punto ceduto all'estremismo.
Parve ai governanti di Washington che il
loro paese fosse vittima di una congiura e
che bisognasse difenderlo sul fronte interno,
epurando l'amministrazione, e su quello internazionale, assumerido una posizione di
intransigente vigilanza contro il pericolo
comunista.
A seguito di tale virata il regime di Chang
Kai-shek, del quale non si ignoravano le
colpe, fu presentato nella veste di un eroico
alleato, oppositoire della sovversione da una
trincea avanzata.
La vittoria di Mao Tse-tung formò oggetto
di un Libro Bianco pubblicato nell'agosto 1949 dal Dipartimento di Stato, nel
quale si affermava a chiare lettere: « E'
stato affermato che un ulteriore apporto,
relativamente modesto, di aiuto militare ed
econo~mico, fornito al Governo Nazionale
(di Chang Kai-shek) gli avrebbe permesso
di distruggere il comunismo in Cina. Informazioni militari, eco~nomiche e politiche
degne di fede, in possesso del nostro governo, non confern~anoquesta opinione... L'unica alternativa offerta agli Stati Uniti era
l'intervento massiccio in difesa di un governo che aveva perso la fiducia delle forze
armate e del popolo n.
Secondo il documento il regime nazionalista era corrotto, inefficiente e insensibile
alle aspirazioni delle rnasse. Esso concludeva affermando che « il risultato finale
della guerra civile in Cina sfuggiva al controllo del governo degli Stati Uniti ... Era
il risultato di avvenimenti interni, sui quali
il governo ha inutilmente tentato di influire » (1).
Era una esatta valutazione dei fatti, la
cui inclusio~ne in un documento pubblico
prova che si sperava di farne la premessa
di un accomodamento politico con Pechino.
Ma le cose andarono diversamente. I1 regime comunista fu proclamato il 1" febbraio 1949. I1 Dipartimento di Stato avrebbe
potuto prendere subito l'iniziativa di contatti discreti in vista del suo riconoscimento.
Qualsiasi osservatore avvertiva l'esistenza
tra Cina e Unione Sovietica di potenziali
contrasti, destinati col tem~poad aggravarsi
e dai quali si poteva trarre profitto. Malgrado gli scontri ideologici, una intesa tra
Washington e Pechino non sarebbe stata
quindi impossibile.
Come tutti i regimi di formazione recente, anche quello cinese stava cercando la
sua strada e i suoi amici. Sarebbe stato
opportuno orientarlo nel senso di una collaborazione con gli americani. Si è afferniato che, all'indomani della vittoria militare, Mao Tse-tung era disposto a recarsi
( 1 ) DAVID Ho~owrrz, From Yalla lo Vielnam, London 1965 (più volte ristampato e aggiornato).
luglio-agosto 1972
a Washington per raggiungere un « moldus
vivendi » e concludere intese di collaborazione economica e commerciale, se non con
il governo, almeno con alcune grandi imprese private. Ma nulla fu fatto per favorire
questi progetti. I1 presidente cinese si reco
invece a Mosca, dove il 14 febbraio 1950
firmo un accordo. I1 governo sovietico vi
diede prova di una disposizione favorevole,
probabilmente anche per evitare il ripetersi
della recente esperienza della Jugoslavia che
era riuscita a mantenere in vita una propria forma di comunismo, malgrado la s c o
munica di Mosca. I1 trattato con la Cina fu
infatti più generoso di quelli conclusi con
i paesi derlllEuropa Orientale. L'Unione Sovietica rinunciò ad alcuni diritti, par conservandone altri (per esempio la base navale di Port Arthur) e conseguendone di
nuovi (come la fondazione di compagnie
miste per lo sfruttamento delle miniere del
Sinkiang). Di fronte a una diplomazia decisa ad accattivarsi il favore della Cina, confermata d'altronde nei successivi accordi con
i quali Mosca rinunciò a Port Arthur e alla
penetrazione nel Sinkiang, più aspra e intransigente si fece la posizione degli Stati
'uniti. 11 paese fu scosso da una specie di
isteria collettiva. La violenza con la quale
ci si accanì contro i sostenitori di una politica più conciliativa nei confronti della Cina,
prova che anche una comunità progredita
può a volte perdere il senso della realtà e
della misura. Si arrivò fino a destituire dall'amministrazione pubblica alcuni funzionari
di provata capacità, esperti negli affari dell'Estremo Oriente, semplicemente perché
avevano criticato l'atteggiamento ufficiale.
Tanta intransigenza derivava dalla certezza che il possesso dell'arma nucleare
garantisse agli Stati Uniti un primato destinato a durare per decenni. Le parole di
Bernard Baruch, pronunciate agli inizi degli
anni '50, secondo le quali l'Unione Sovietica
non avrebbe posseduto per molti anni un
armamento paragonabile a quello americano, debbono essere meditate. Soltanto se
ci si pone nell'angolazione mentale di chi è
convinto di dispo~rredi una schiacciante e
duratura superiorità, si può avventurare una
spiegazione di avvenimenti e scelte, apparentemente dettati da scarsa sensibilità e da
insufficiente conoscenza della natura umana. L'intransigenza americana nel colrso di
quegli anni trova una spiegazione nella certezza, dimostratasi alla resa dei fatti infondata, che il divario tecnologico non sarebbe stato colmato per molti anni e che la
superiorità produttiva raggiunta dagli Stati
Uniti nel campo degli armamenti sarebbe
rimasta immutata per molti anni. I fatti
dovevano invece provare che si può essere
progrediti in un settore e in ritardo in
altri, senza che la circostanza ostacoli il
raggiungimento di importanti traguardi.
Questa constatazione è confermata proprio
dall'esperienza sovietica e, più recentemente, da queilla cinese. Non era infatti mai
accaduto che uno stato, ancora all'alba del
suo decollo industriale, riuscisse in pochi
anni a disporre di armamenti e strutture
che, senza poter gareggiare con quelli americani e sovietici, sono tuttavia rispettabili,
al punto di giustificare l'inclusione della
Cina di Pechino nel novero delle potenze
nucleari.
La certezza ameri~anadell'esistenza di una
stretta correlazione tra i settori industriali
(per cui si reputa impossibile produrre mis-
COMUNI D'EUROPA
sili se non si è anche in grado di fabbricare
elettrodomestici ed automobili) si è rivelata
in definitiva falsa. Partiva infatti da premesse valide in una economia liberista, nella quale è difficile sviluppare un dato settore senza che gli altri avanzino contemporaneamente. Ma in uno stato comunista,
dove la produzione è strumentalizzata da
imperativi politici, nel quale è possibile
ignorare bisogni e aspirazioni dei consumatori, subordinandloli ad altre esigenze
considerate prioritarie, allorché al mito del
benessere materiale si può sostituire quello
dell'irradiazione ideologica, è possibile conseguire risultati assolutamente impensabili
in Occidente.
Per aver commesso errori di valutazione
di questo genere, gli Stati Uniti impostarono in maniera errata la loro po'litica estera degli anni '50 e '60.
La nuova realtà c:inese
Esistono nel pubblico europeo e arnericano diffusi timori relativi al pericolo cinese e, in particolare, al comportamento
futuro di una così vasta massa di uolmini,
le cui capacità, a lungo mortificate, sono
oggi potenziate dal nuovo regime politico
L'incognita cinese, se così si può definire,
è aggriavata dalla diifficoltà per gli occidentali di comprendere i meccanismi logici e
i collegamenti razionali che muovono quel
popolo e la sua classe dirigente. Con la vittoria n d 1949. il comunismo si è infatti inscrito in una comunilà sviluppatasi indipendentemente dalla tradizione classico-giudaico-cristiana dei paesi occidentali. 11 sottofondo culturale, ideologico e rdigioso rimane infatti quello di una società formatasi in vaso chiuso che ha sempre limitato
i suoi contatti con l'esterno. Per millenni i
cinesi si sono considerati come la proiezione del cielo sulla terra e hanno affermato di non aver nulla da apprendere dalle
esperienze altrui. Le Ilettere dirette ai sovrani
europei che nel '700 e nell"800 tentavano
di stabilire contatti diplomatici e commerciali con la Cina, ci presentano una testimonianza della prosopopea, di cui si circondavano l'imperatore e la sua corte. Ecco
un passo dalla lettera diretta dall'imperatore
Chien-lung a re Giorgio I11 d'Inghilterra
in risposta alle rich,ieste di apertura di un
emporio commericiale: « La corte celeste
non difetta di abbondanti ricchezze naturali. Essa possiede tutto e per principio
non fa assegnamento sui pro~dotti stranieri
per sopperire ai suoi bisogni. Soltanto perché il tè, le porcellane e la seta prodotti
dal regno celeste sono indispensabili alle
nazioni europee e alla vostra nazione, io
estendo la mia grazia e la mia considerazione al punto di autorizzare l'apertura di
agenzie commerciali a Macao, nel proposito di assicurare una fonte di rifornimento
per le vostre necessità quotidiane ed anche
per consentirvi di trarne un profitto » (2).
La condizione psiicologica dell'impero cinese di marca comunista presenta sintomatiche analogie. Si riallaccia alla certezza
che l'esistenza degli altri popoli sia del
tutto strumentale e che nozioni di provenienza estera, per quanto utili, non possano inficiare il primato della Cina. Per
oltre venti anni questo popolo si è trinceCHIEY-NUNG,
Princeton 1956, pp.
The pol,tical
XII-5.46.
History of china,
3
Questo numero di
«
Comuni d'Europa >.
è dedicato a una problematica che rap-
presenta il terreno dell'ancora impossibile, autentico accordo dei governi europei nei Vertici e al di là di essi:
G. ZAMPAGLIONE,
Europa e Cina .
CARLO
SCARASCIA
MUGNOZZA,
La politica agricola comunitaria e le
regioni . . . . . . . . . .
STEFANO
SILVESTRI,
Europa e sicurezza: lo scenario anomalo . .
La Direzione Nazionale della
AICCE . . . . . . . . . .
L'unità nella
MARIOBASTIANETTO,
diversità: una mistificazione? .
ANDREA- CHITI BATELLI,Cronaca
delle Assemblee europee:
I. - L'allargamento delle competen?e del Parlamento Europeo zn materia di bilancio.
II. - Il Parlamento europeo, il
vertice, i federalisti. Vertice e
controvertice . . . . . . .
U. S., Postilla a u n ricordo . .
MARIO ARPEA,I n t e ~ g r u p p o del
Parlamento Europeo e politica
regionale.. . . . . . . .
GIUSEPPETRAMAROLLO,
Voleva libertà di Comune ed unità d'Europa. . . . . . . . . . .
G. M., I libri: l'Europa all'occaszone del Vertice . . . . . .
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rato dietro a un riserbo acciliato, ritenendo di essere all'avanguardia in tutti i campi
e di avere poco o nulla da apprendere dagli
altri, se non alcune nozioni scientifiche, accettabili soltanto per ragioni di praticità.
Sentendosi collegata a una civiltà millenaria, tanto diversa da quella europea, la
nientalità cinese è fiera di una continuità
che neppure la rivoluzione culturale è riuscita a infrangere. Allo stesso modo che
l'imperatore era, per taluni riguaridi, il gran
maestro delle cerimonie religiose e il depo.
sitario dei simboli che lo situavano al centro
dell'universo umano, così Mao Tse-tung è
onorato come il demiurgo della religione
politica e della fede mistica, sulle quali poggia il rnarxismo-leninismo.
Protetta da una nuova grande muraglia,
la Cina ha dato vita al proprio mo~dellodi
civiltà comunista, reputandolo degno di essere propagandato tra altre comunità al
posto di esperienze che, per essersi sviluppate al di fuori delll«habitat n cinese, peccano per grossolanità d'impostazione. Se per
comprendere e spiegare l'Unione Sovietica,
non si può ignorare la particolare psicologia
dell'aristocrazia zarista, dalla quale l'attuale
classe dirigente ha mutuato alcuni caratteri,
così, relativamente alla Cina, bisogna tener
presente la tradizione del confucianesimo e
del taoismo che ne hanno forgiato il modo
di ragionare e il carattere. In quanto religione dal contenuto politico, il confucianesimo ricorda il comunismo che, d'altra parte, converge verso il primo per il suo carattere di dottrina politica ed economica ricca
di trasporti fideistici.
I1 taoismo nacque come elemento moderatore di una visione troppo esclusiva e assolutista del potere. Permane in esso un carattere per taluni aspetti anarchico che, in
nome dei diritti sovrani della personalità,
si oppone al prevalere delle componenti illiberali del confucianesimo. Questo infatti
scorge nell'uomo un ingranaggio della macchina organizzativa umana, vivente di una
propria esistenza, distinta da quella degli
COMUNI ID'EUROPA
4
individui che la compongono. Sulla base
di questa realtà religiosa è possibile comprendere meglio il modello comunista cinese
e i suoi miti, inseritisi senza difficoltà nel
solco di precedenti esperienze.
Da un lato, esso ricollega a consolidati
trasporti, caratteristici della mentalità e della civiltà cinesi; dall'altro, denuncia un autoritarismo intransigente, un disprezzo per il
resto del mondo derivante dalla coscienza
di una superiorità e di una divina predestinazione al compimento di grandi imprese (3).
Per questo la società marxista-leninista,
a cui il regime cinese ha dato vita, è diversa
da quella affermatasi nelllUnione Sovietica e
nelllBuropa Orientale. Per molti aspetti, si
sente più prossima alla tradizione e all'antica concezione cosmogonica del celeste impero che al determinismo materialistico. Lo
provano, tra l'altro, alcune riforme, assolutamente impensabili in altri paesi, dove il
comunismo deve pur sempre fare i conti
con tradizioni culturali e visioni etiche solidamente radicate. Per esempio, la riforma
scolastica che impone ai licenziati delle scuole medie di compiere un lavoro manuale
triennale, prima di essere ammessi all'università, è pensabile soltanto in un paese
ancora fiero della sua prevalente origine
( 3 ) ROBERTGUILI.AIN, La Chine après la Révolution
~.ztlturelle, in N Le Monde D dei giorni 21, 22, 23. 24,
' 5 settembre 1971.
conltadina, dove la rivoluzione si è affermata soprattutto come movimento di emancipazione rurale.
Orientamenti e costanti
della politica cinesle
I1 secolo XIX f u per l'impero cinese quello
dell'avvilimento. Una società orgogliosa e
potente che si situava idealmente al centro
dell'universo ed esercitava un primato in
Estremo Oriente attraverso una rete di stati
tributari fu costretta a sottomettersi alla
pre~potenza degli stati europei, in possesso
di tecniche più avanzate e mossi da incontenibile brama di coriquista. La condizione
subalterna fu confermata dai «trattati ineguali D, dai quali la sovranità del celeste
impero risultò progressivamente ridotta e
contro i quali la propaganda comunista si
accanisce oggi con asprezza. Nel trattato
di Nanchino (1842), primo della serie, si imponevano alla Cina le. seguenti misure: pagamento alla Gran Elretagna di una forte
indennità (21 milioni di sterline), cessione
di Hong Kong, apertura al commercio di
cinque porti, concessione dell'extraterritorialità ai cittadini britannici, limitazione della
tariffa doganale a uil massimo del 5 per
cento ad valorem » sulle merci importate.
Da allora la serie dj questi accordi andò
aumentando, estendendo esenzioni e privilegi ai maggiori stati europei, agli Stati
luglio-agosto 1972
Uniti e al Giappone. Ne risultò una condizione di tipo semicoloniale che privava la
Cina di vari territori periferici, autorizzando cessioni, occupazioni militari, la presenza
di navi da guerra estere sulle vie fluviali,
controlli doganali, prelievo di ricchezza e
di beni artistici, ecc. L'arroganza con cui
queste misure furono applicate contribuì
ad aggravare il risentimento contro l'Occidente.
Questo spiega perché il comunismo cinese
si sia distinto per la colorazione nazionalista, riallacciandosi al passato imperiale,
visto, malgrado le diversità di regime p l i tico e di strutture sociali, come un modello,
dal quale non ci si doveva interamente separare. Si comprendono anche l'ostinazione
e la veemenza, con cui Pechino ha reagito
ad ogni tentativo, vero o temuto, di limitare la sua sovranità, insistendo sulla necessità di una revisione dei « trattati ineguali D.
Per varie ragioni di questa natura la rottura tra Unione Sovietica e Cina era inevitabile. I1 ravvicinamento cino-sovietico determinatosi agli inizi degli anni '50 era
nato con i piedi d'argilla. Tra i due regimi,
come gli avvenimenti si sarebbero curati
di provare, non esistevano possibilità d'intesa durevole, né identità di vedute ideologiche. La fine della collaborazione (anche
se il trattato di amicizia, alleanza, e mutua
assistenza del 4 febbraio 1950 è formalmente
ancora in vigore) ha probabilmente causato
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luglio-agosto 1972
al Cremlino un trauma profondo. Ha, tra
l'altro, provato che i principi-guida della
politica e delle relazioni t r a stati non sono
sostanzialmentc mutati, neppure nelle società che si vantano di aver tagliato i ponti
con il passato e di aver abbandonato gli
antichi modelli.
I n due settori questo contrasto era deitinato a manifestarsi in forme clamorose. I1
primo riguardava le frontiere. Nella mentalità e nel comportamento sovietici - in
questo simili a quelli zaristi - la sicurezza
dei confini asiatici si identificava con la
debolezza della Cina e col suo smembramento. Fra i « trattati ineguali » ve ne sono
alcuni imposti dalla Russia zarista e dei
quali l'Unione Sovietica si riconosce erede.
Così il trattato di Aigun (1858) sanzionava
il passaggio dalla Cina alla Russia dclla
riva sinistra delllAmur e la costituzione di
un condominio sui territori compresi tra
1'Ussuri e l'oceano Pacifico; quello di Pechino (1860) sanzionava la cessione della
riva destra dell'Ussuri e fissava la frontiera
in Asia centrale, a danno di vari territori
cinesi; quello di Pietroburgo (1881) regolava
(restringendoli) i confini del Sinkiang. Questa politica non mutò dopo la rivoluzione
d'ottobre (1917) quando la Cina repubblicana fu travagliata dalla lotta tra i « signori
della guerra e dal malgoverno del Kuo
Min Tang. La materia oggctto di rivendicazioni è dunque molto ampia.
L'altro campo di rivalità riguarda il primato ideologico per la guida del proletariato e del movimento rivoluzionario mondiali. La vittoria di Mao Tse-tung ha coinciso con il sorgere di un secondo centro
di attrazione delle speranze, dei propositi
e dei programmi di quanti ritengono la
palingenesi proletaria necessaria e imminente. Fino al 1949 l'unico polo esistente si
identificava con il Cremlino, al quale tutto
era consentito e perdonato. Persino i sanguinosi accessi del periodo rivo~luzionario
e di quello staliniano trovarono una giustificazione ideologica in quasi tutti eli ambienti operai e in quelli intellettuali di sinistra di ogni paese. Per il fatto di ergersi
a contraltare e ad alternativa, Pechino h a
distrutto il mito di questa infallibilità.
Né va trascurata l'origine cguerriera della
rivoluzione cinese. La formula cernita da
Mao Tse-tung per il successo dell'insurrezione marxista nel suo esteso e popolato
paese, dall'economia e dalle tradizioni contadine, non poggiava sulla presa del potere
da parte delle minoranze attive del proletariato industriale (d'altronde, poco numerose) bcnsì sull'iniziativa di un esercito
popoilare, al quale spettava di impegnare
li avversari in una guerriglia senza quartiere, penetrando in modo capillare tra i
ceti rurali, sottoponendoli a indottrinamento
ideologico e trasformandone, di conseguen7a. il tessuto sociale e gli orientamenti politici. Per decenni l'armata rivolu7ionaria
costituì l'unico elemento di continuità della
rivoluzione comunista che, per il suo stesso
carattere di vittoriosa esperienza militare,
non ebbe bisogno di scendere a colmpromessi con gli awersari (contrariamente a
quanto avvenne inizialmente nelle demacrazie polpolari europee e a quanto consiqliava
incistcntemente il Cremlino), ma posté assumere
direttamente
tutte le resvonsabilità
---~
..
del potere (4).
-
(4) C. P. FITZGERALD,
The Birth o/ Cornmunist China
(più volte ristampato).
COMUNI D'EUROPA
5
ristabilito l'ordine interno e una buroorazia,
in parte di nuova formazione, ha ripreso in
mano la cosa pubblica.
Si riscontra una sintolmatica continuità
Quanto alle relazioni con il cosiddetto
di comportamento nella recente storia ci- K imperialismo occidentale », gli ultimi due
nese e persino nel succedersi dei rivolgi. anni hanno registrato un costante tentativo
menti interni, solo in apparenza causati
di attenuare i contrasti e di trovare con
da fenomeni in conlrasto tra loro. L'obietesso formc di convivenza C collaborazione
tivo ultimo rimane il raggiungimento dallo Durante questo periodo di tempo, si è giun« status » di Superpotenza, per realizzare
ti al riconoscimento del regime cinese da
il quale la Cina dispone dei mezzi seguenti:
parte di stati appartenenti allo schieramen1) il possesso di una forza di dissuasime t o occidentale come il Canadà, l'Italia e
sufficiente a sottrarla a un ricatto nucleare;
l'Austria. Nei relativi negoziati sono emersi
2) uno sviluppo tecnico ed economico che, un comportamento cinese meno intransipur senm avvicinarsi ai modelli americani gente e reciso e una diplomazia più elastica
ed europei, garantisce ai suoi abitanti un
nei paesi che, pur restando schierati a
tenore di vita tollerabile, superiore a quello fianco degli Stati Uniti, si mostravano tutdella maggioranza dei cinesi in epoca pre- tavia convinti della necessità di prendere
comunista; 3 ) l'ingresso nelle Nazioni Unite,
atto della nuova realtà asiatica. L'evento
consacrato dal voto lplebiscitario dell'Assemculminante di questa volontà di convergenblea Generale.
za, di cui stanno dando prova, tanto i cinesi,
Secolndo attendibili previsioni (5), la Cina
quanto gli occidentali, è stata la visita del
dovrebbe raggiungere nel 1980 la condizione
presidente Nixon in Cina, ncl corso della
di Superpotenza capace di affrontare 1'Unio- quale si è tentato, in maniera spettacolare.
ne Sovietica da pari a pari. Prima di quella
di imprimere un diverso corso alla politica
data dovrebbe passare attraverso due fasi. estera, premessa di un nuovo equilibrio
La prima (da oggi fino al 1975) sarebbe ca- mondiale. Un risultato imprevedibile della
ratterizzata dal perdurare della presente
rivoluzione culturale può dunque essere
condizione d'inferiorità. Essa poltrebbe quin- stato l'adozione da parte della Cina di un
di formare oggetto (di pressione militare e comportamento più realistico di quello pasnon sarebbe probabilmente in grado di op- sato. I suoi dirigenti appaiono oggi propensi
porre una efficacc resistenza alle maggiori
ad armonizzare i loro programmi, in vista
iniziative politiche sostenute dalllUnione So- di obiettivi idonei a suscitare consensi e a
vietica, come è stato provato dal conflitto consolidare simpatie.
indo-pakistano del 1971. La seconda (dal
Si suole attribuire alla Cina il vrovoiitn
1975 al 1980) sarebblz caratteri~zatadall'acdi dimostrarsi nelle funzioni di membro
cresciuta capacità difensiva che, tuttavia, permanente del Consiglio di Sicurez7a delle
non Ie consentirebbe ancora di prendere
Nazioni Unite, C ferma nei propositi come
iniziative aggressive.
un albero di saldo fusto, ma flessibile come
Miche1 Oksenberg, professore di scienze un'erba nelle questioni di forma e prnce
politiche nella Columbia University, osserva
dura ». Se la frase corrisponde a un etfetche
dopo un periodo di voluta assenza
tivo programma politico, è probabile che
dalla scena mondiale dal 1966 al 1969, la assisteremo a mutamenti ed evolu7ioni DrnRepubblica polpolare cinese ha fatto nuova- fondi. Gli eventi succedutisi neqli ultimi
mente il suo ingresso nell'arena internazio- mesi e, in particolare, l'incontro di Pechino
nale della diplomazia e del commercio con
stanno a provare che la diplomazia cinese
vigore ed immaginazione » (6). L'osservazio- pur non avendo dietro a sé una lun~rhissima
ne induce a pensare che questa assenza cor- tradizione (7) e pur avendo subito gli e f f ~ t t i
rispondesse a un piano preordinato. Fu in- squassanti della temperie rivoluiionaria dà
vece plrobabilmente causata dalla rivoluzione prova di elasticità e spirito di adattamentn
culturale e dai mutamenti avvcnuti in seno alle situazioni internazionali, qiudicate con
ai gruppi dirigenti. La politica estera di una
pieno realismo. La fermezza nei pronositi
poten7a è, in ultima analisi, la proiczione di cui si parla nella frase citata, potrebbe
verso l'esterno di situazioni socio-econo~mi- limitarsi, col passare del tempo, al costante
che, legate ad alcurie regole di comporta- rispetto, per uso interno, della versione cimento. E' quindi condannata a restare pre- nese dell'ideologia marxista-leninista, affiancaria e inefficiente se perdura uno stato cata, nei confronti dell'esterno, da un atte?d'animo immobilista e si diffondono coafu- giamento possibilista e flessibile, cosciente
sione e disordine. All'epolca dei N slignori della necessità di tener conto delle realtà
della guerra » e del :Kuo Min Tang, la Cina
e di non perdersi lungo gli sterili cammini
aveva scarso rilievo internazionale. L'c vc- dell'utopia. L'iniziale intransigenza rivoluzie
nuto acquistando man mano che consolidava naria risulterebbe così temperata dai limiti
le sue strutture interne e accentuava la sua
imposti dalla convivenza internazionale (8).
irradiazione ideologica. Ma, non appena la
sua com~pattezza interna è stata messa in
~ e r i c o l ~dalla
o
rivoluzione culturale. il suo Le relazioni cino-sovietiche
prestigio internazionale ha subito un calo
La completa riconciliazione tra Cina e
e un declino. Tra il 1967 e il 1968 Pechino
Uniolne Sovietica appare, almeno per il moaveva persino ritirato i titollari di quasi tutte
mento, improbabile, anche se esiste qualche
le missioni diplomai-iche all'estero. Le difsintolmo di distensione. I contrasti tra corficoltà interne impedivano di formulare pro.
renti di una stessa ideologia sono, in effetti,
grammi e ancor piìi di realizzarli. Questa
duri a tramontare, poiché derivano da uno
situazione si è mo~dificatada quando è stato
sforzo di emulazione, la cui meta rimane
La Cina
come Superpotenz:a « in fieri n
p
( 5 ) La Chine er les sifilntions belligines (Etude perspective 1971-1990) in << Etudes Polémologiques >, edito dal1'Institut Francais d e Polémologie, Luglio 1971.
(6) MICHELOKSENBERG,
Th,? Strategies of Peking, in « Foreign Affairs a , Ottubre 1971.
p
(7) I1 primo Ministero degli Affari Esteri cinese fu
costituito nel 1860.
(8) CIIANGHSIN-HAI,America e Cina (tradotto dall'americano), Milano 1966, pp. 218.
COMUNI Dl'EUROPA
6
l'egemonia in seno all'ideologia stessa. I1 fenomeno discende da una imperfetta valutazione di quanto in un dato comportamento
è prescrittivo ed essenziale e di quanto, invece, è reversibile e precario. La difficoltà
di distinguere tra questi caratteri e la tendenza a confonderli spingono i seguaci di
un'ideotlogia dalla vocazione rivoluzionaria
a battersi sui principi, sui fini, sui metodi.
L'analisi di varie rivoluzioni (e, in particocolar modo, di quclle molderne) conferma
l'esattezza di questa diagnolsi, non meno
della storia delle religioni (specie del cristianesimo, travagliato fin dai primi secoli
da scismi ed eresie).
Pur ribadendo che il suo principale avversario è il capitalismo americano (come è
stato confermato dalla dichiarazione di Mao
Tse-tung del 20 maggio 1970), nei fatti la
Cina continuerà a considerare l'Unione Sovietica con particolare ostilità. Troppe ragioni di dissidio dividono i due paesi. Nessun centro di irradiazione ideologica fu mai
disposto a rinunciare alla propria concezione della realtà e alla fedeltà a soluzioni
giudicate idonee a riformarla. La rivoluzione
e la sua preparazione sono andate infatti
perdendo il carattere di eventi atti a suscitare la totale e immediata trasfolrmazione
della società, per acquistare quello, forse
più realistico, di anticipa~ione dei futuri
cambiamenti socio-economici. I1 progressivo
sostituirsi all'elemento millenaristico di quello più propriamente scientifico~statistico
comporta l'acuirsi dei contrasti. Si può infatti differire una discussione sui programmi da applicare nell'eventualità della conquista del potere allorché, presi da vollontà
di agire, ci si propone soltanto di scendere
in piazza. I1 dibattito diventa invece inevitabile quando, più che di demo~lire quanto
già esiste, ci si adoperi per anticiparne e
stimolarne l'evoluzione. La lotta t r a correnti
si trasforma allora in disputa sui princiui.
L'influenza del carattere, delle emozioni, delle incilinazioni vsicologiche diventa essenzialle e non lascia la possibilità di colmpromessi e di conciliazione. La sincerità dei propositi e il prado di carica rivoluzionaria risultano condizionati da prese di posizioni
che non autorizzano com~promessi(9).
I1 contrasto cino-sovietico si aqpraverà
nel prossimo avvenire, anche a causa dei
mutamenti oclcorsi nei paesi del Ter7o Mondo. Questi vanno chiedendosi se la formula
sovietica riesca ad aiutarli effettivamente
o non sia applicabile soltanto nei plaesi che
hanno già effettuato la rivo~luzione industriale e dovc il capitalismo si è da tempo
insediato. La folrmula cinese sarebbe invece
più adatta a risolvere i problemi dei paesi
in via di sviluppo, dove, più che la ridistribuzione di un reddito accumulato dalle
passate generazioni e di Fatto inesistente.
è necessaria la creazione di fonti di reddito
adeguate alle ristrette condizioni di decollo.
Poiché nella maggior parte dalle regioni
del pianeta è proprio questo secondo aspetto del dilemma a rivestire la maggiore impolrtanza, il messaggio ideologico e le realiz7azioni cinesi trovano oggi un uditorio sempre più numero's0 e attento, a scapito della
formula moscovita. Nella versione di molti
popoli in via di sviluppo e dei loro embrionali movimenti operai quest'ultima appare
(9) ISA.\CDI:L~TSCIIEK,
Russia,
19651, Oxford 197U.
and the W c s t (1953-
luglio-agosto 1972
in base al convincimento, del tutto gratuito,
che il comunismo cinese fosse destinato a
crollare. Eppure, l'errore più grave degli
Stati Uniti non è stato di essersi lasciati
trascinare, quasi senza accorgersene, in una
guerra in Indocina, nell'attesa di una vittoria rivelatasi impossibile, bensì di ignorare le occasioni favorevoli offerte dal conFlitto cino-sovietico. Si sono così trascurati
gli effetti psicologici della rivoluzione cinese
sul Terzo Mondo e l'azione eseroitata sui
paesi nati dalla decolonizzazione, olrmai disponibili per ogni esperienza ideologica.
La dipllomazia americana è sembrata a
volte attestarsi su modelli ottocenteschi,
del tutto inadeguati ai nostri tempi. Ricorda
Aldous Huxley (11) che la tecnica ha quasi
annullato le distanze, avvicinando i popoli
e permettendo loro di sconfinare in zone
un tempo riservate all'influenza di altri, fornendo inoltre i mezzi per sostituirli con facilità. Che cosa furono, in definitiva, la
dissoluzione degli imperi coloniali e l'accesso all'indipendenza di tanti nuovi paesi,
se non un esempio di surrogazione di potere causata dalle nuove idee e dai moti
insurrezionali, di cui proprio la tecnica è
stata la maggiore artefice? I limiti e i contorni della presen7a di uno stato in un certo
snazio geografico sono stati così spezzati.
I1 contenuto esplosivo di alcune ideologie
che in altri tempi sarebbe rimasto isolato
e messo nell'impossibilità di diffondersi, e
persino di disporre di un uditorio, ha avuto, al contrario, i mezzi per affermarsi.
Talune reqioni del qlobo (per esemvio, il
mondo asiatico, africano, arabo e latinoamericano) si sono trasformate in casse armoniche, dove qualsiasi voce riesce ad entrare in risonanza, fino a conseguire il crisma dell'autenticità.
La Cina è così riuscita a conquistarsi un
uditorio. Tutto questo era prevedibile perché esistevano mille indizi atti a provare
la sua c a ~ a c i t àdi penetrazione ideolorrica
nel Terzo Mondo. I caratteri della sua rivoluzione sono infatti destinati a colvire la
sensibilità dei paesi di recente formazione
che vischiosamente si dibattono tra le suire
di una a~vrossimativa democrazia parlamentare, ereditata danli ex coloniz7atori c
che in genere h a fatto pessima nrova. e
li eccessi delle dittature militari. La Conferen7a di Bandung. (1955) aveva già fornito
la prova del prestieio raggiunto dalla Cina
destinato a consolidarsi col trascorrere del
tempo.
I n quali parti del Terzo Mondo si eserciterà la penetrazione cinese? Secondo le analisi dellJInstitut Francais de Polémolo~ie(12)
dovrebbero essere le sequenti: 1) il Sud e
il Sud-Est asiatici. 2) le coste asiatiche (India. Pakistan Cevlon) e africane (Tan7anin
Somalia) delllOceano Indiano, e in narticolare. le r e ~ i o n i del Corno d'Africa e
del Golfo Persico (Yemen, Emirati arabi)
3) il Medio Oriente; 4 ) l'Africa Centrale
(Congo-Brazzaville) e Occidentale (Mauritania, Malì. Guinea); 5) i1 continente latinoamericano (a cominciare dal Cile). Vi saLe relazioni
ranno probabilmente delle aggiunte da fare
tra Cina e Terzo Mlondo
a questo elenco (bisognerebbe, per esempio,
Negli ultimi anni la politica estera ameri- c ~ m ~ p r e n d e r vili Niger e il Madagascar), il
cana è rimasta quasi interamente condiziocui valore è comunque soltanto esemplifinata dalla guerra nel Vietnam e dalla rilutcativo.
t a n ~ aad abbandonare i modelli predisposti
sempre meno applicabile perché intimamente legata alla tradizione imperialista russa.
I1 Terzo Mondo rimprovera spesso ai sovietici di assumere nei suoi confronti un
atteggiamento arrogant e, espressione di una
mentalità meno comprensiva ed egualitaria
di quanto ci si attenderebbe da un paese
considerato per decenni come la centrale
rivoluzionaria del moi~do,sul quale erano
appuntate le speranze e le aspettative degli
oppressi della terra. So~ttoquesto pro~filo,
risultano interessanti i rapporti tra forze
armate sovietiche e qiiellle della Repubblica
Araba d'Egitto, nel corso della consegna del
materiale bellico e dcll'addestramento impartito per il suo impiego. I sovietici si
sono infatti dimo~stratialtezzosi e coscienti
della loro superiorità (10). In situazioni analoghe i cinesi hanno invece dato prova di
maggio~re modestia. Iri paesi come il Malì
e il Congo-Brazzaville gli esperti rurali di
Pechino, alloggiati nelle capanne degli abitanti, adosttano persino l'alimentazione locale, rifiutandosi di isolarsi in quartieri
prolpri, secondo l'uso degli americani e dei
sovietici.
L'influenza cinese. in quanto elemento catalizzatore di energie e iniziative, si andrà
estendendo nei promssimi anni, allarpando lo
steccato esistente tra le due centrali della
~ovversione mondiale. Si aggraverà inoltre
il conflitto tra Pechino e Mosca, causato
da rivendicazioni di frontiera che negli ultimi anni si sono susc,eguiti quasi senza interruzione. Essi provano l'esistenza di uno
stato di tensione pennanente destinato ad
accentrarsi. ma mano che l'armamento cinese aumenterà di consistenza.
Malgrado la violenza verbale della nolemica antiamericana, la condotta della Cina
nei confronti degli Stati Uniti ha rivelato
una relativa moderazione. Neppure i bo~mbardamenti americani nel Vietnam del Nord.
cioè su una regione (confinante, alla quale
essa è legata d a solidarietà ideologica e volitica. sono stati sufficienti a indurla a un
intervento diretto nella penisolla indocinese.
a differenza di quanto avvenne in Corea
nel 1950. Da parte cinese si è dunque guardato alla aolitica verso pli Stati Uniti come
ad una alternativa rispetto a quella verso
l'Unione Sovietica. In viù di una occasione
l'attepniamento di Pechino è apparso come
mosso da una certa comltrrensione per qli
interessi di Washinnton. Si potrebbe citare
la critica del c o m ~ o r t a m e n t osovietico nella
crisi di Cuba (1962), definito un esempio di
spe~ricolato « avventurismo n, accolppiato a
vergognoso « capito~1a:zionismoD. Lasciando
da parte la terminoloqia (le religioni come
quella comunista indulgono facilmente ai
neologismi e alle traslposizioni di significato), resta acquisito che in quella, e in
altre o~ccasioni, lungi dall'apportare un sostegno alle tesi della cosiddetta
nazioneguida », Pech'ino non esitò a contestarne i
metosdi.
(10) MICHELSALOMON,
Méditerranée rouge - U n nouvel
ernplre soviétiquc.?, Paris 11970, pp. 400.
(11) ALDOUS HLIXLEY,Ape and Essence, London 1949,
pp. 153.
(12) La Chine el les sitrtulion.c belligènes, o p . c i t .
luglio-agosto 1972
COMLINI D'EUROPA
I n quanto portatrice di formule nuove, la
Cina consoliderà il suo ascendente sui popoli travagliati da problemi analoghi ai
suoi. I1 Terzo Mondo è in stato di aperta
rivolta contro l'occidente, sul quale si fa
ricadere la responsabilità del sottosviluppo.
Questo atteggiamento è comprensibile. Quando si debbono superare gravi difficoltà,
il primo impulso è di individuare un colpevole. La decolonizzazione h a generato una
delusione enorme, pari soltanto alle ingenue
illusioni precedentemente silscitate. La furia
e l'esaltazione del movimento di liberazione
coloniale, alle quali ha corrisposto, per un
fatale concorso di circostanze, un diffuso
senso di stanchezza delle potenze colonizzatrici aveva, senza alcuna ragione valida,
lasciato supporre che l'indipendenza sarebbe
andata di pari passo col benessere. Nulla
poteva risultare men vero, dato che la precedente, sia pur limitata, prosperità dei
paesi coloniali era legata alla loro appartenenza alla sfera economica delle antiche
metropoli, dalla quale avevano fatto l'impossibile per uscire, senza valutare a pieno
le conseguenze delle loro richieste.
La frustrazione del Terzo Mondo che trova
una eco profonda negli incontri dei paesi
« non allineati » e nella Conferenza delle
Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD) e le conseguenti accuse rivolie contro il mondo occidentale sono ormai
un fatto ricorrente. Hanno generato una
sfera di conflittualità che domina la scena
mondiale, attribuendo al Terzo Mondo un
rilievo, altrimenti ingiustificato, se lo si
dovesse valutare in base al peso politico ed
economico. Per questo le sue aspirazioni,
spesso velleitarie i2 astratte, si trasformano
in fatti concreti capawi di ritardare il progresso dell'umanità piuttosto che di accelerarlo. L'alchimia1 verbale, per impiegare
una espressione cara a José Ortega y Gasset, che vorrebbe con essa qualificare il tentativo di rendere apparente e concreta la
realtà, si sposta dal livello individuale a
quello planetario, accogliendo finalità in
parte arbitrarie. AL meno di errori gravi, la
Cina riuscirà a conservare la presa psicologica e l'ascendente politico conseguiti negli
ultimi anni e dei quali l'ammissione nelle
Nazioni Unite ha icostituito la consacrazione
ufficiale.
L'azione degli Stati Uniti in questo specifico settore sarà probabilmente ridimensionata. I mezzi e i metodi impiegati non sono
riusciti ad attrarre il Terzo Mondo nella
loro orbita. Gl'interventi militari e finanliari, spesso rivelatisi controproducenti, si
sono risolti nello sperpero di vite e denaro.
Non c'è bisogno di rievocare gl'interventi in
Corea e in Indociria. Basterebbe gettare uno
sguardo sugli altri scacchieri (l'India, 1'Africa, il Medio Oriente, l'America latina) dove
malgrado i fiumi di dollari spesi, Washington non è riuscita a suscitare un movimento
di leale simpatia e dove le tensioni antiame.
ricane sono molto forti. Posti di fronte a
questa realtà, gli !Stati Uniti saranno indotti
a limitare la loro assistenza al Terzo Mondo, o ad elargirla in maniera più cauta e
selettiva.
7
Aperture cinesi verso l'occidente
Le riflessioni che precedono autorizzano
a formulare alcune ipotesi sugli svilupoi
della politica estera cinese verso il mondn
occidentale. Intanto, è incontestabile che il
disgelo è in atto. Anche se il riconoscimento
da parte di Washington del governo di Pechino potrà tardare di qualche tem~po, le
due parti sono già in grado di co~municare
e di concordare atteggiamenti e politiche
comuni. Si pensava che il problema di Taiwan potesse costituire un ostacolo serio al
normalizzarsi dei rapporti e che, da parte
americana, si sarebbe espressa qualche energica riserva alla tesi comunista, secondo
cui l'isola è parte dello stato cinese, il quale
soltanto è autorizzato ad esercitare la capacità decisionale nei suoi confronti. L'intransigenza di Pechino in materia emerse in
occasione del suo ingresso nelle Nazioni
Unite, allorché ottenne l'espulsione di Taiwan dall'organizzazione e al momento del
riconoscimento da parte di alcune potenze
(Canadà e Italia) quando pretese il rilascio
di una dichiarazione congiunta del tenore
di quella del 13 ottobre 1970: I1 Governo
cinese afferma che Taiwan è parte inalienabile della Repubblica popolare cinese. I1
Governo canadese prende atto di questa
dichiarazione dcl Governo cinese ».
Il comunicato relativo alla visita di Nixon,
emesso a Shanghai il 27 febbraio 1972, non
si limita a una dichiarazione, sostanzialmente anodina, come quella citata. Esso
accetta la tesi comune ai governi di Pe-
B A N C O DI NAPOLI
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Fonclato nel 1539
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Uffici cambio permanenti a bordo T/N 11 Raffaello e M / N cc Giulio Cesare
Corrispondenti in tutto il mondo
n
COMUNI D'EUROPA
8
chino e Taipeh, secondo cui « N o n c'è che
una sola Cina e Taiwan ne fa parte D. Ribadisce inoltre il suo interesse in un regolamento pacifico della questione a seguito di
accordi t r a le parti interessate. Questa dichiarazione non brilla per limpidezza. Aderendo alla tesi della inseparabilità e della
riunificazione, Washington abbandona implicitamente l'isola. Nessuna coesistenza è
infatti possibile t r a le due Cine separate,
non soltanto dal regime politico, ma da
uno sviluppo economico molto differente,
dato che Taiwan ha raggiunto negli ultimi
anni una prosperità che sul continente sarebbe chimerica. D'altra parte, la sua indipendenza è garantita soltanto dalla presenza
di forze armate e istallazioni militari, che
nel comunicato di Shanghai Nixon si è
impegnato a ridurre progressivamente, man
mano che diminuirà la tensione. Un'operaziosne del genere (analogamente a quanto
avviene nel Vietnam) porterebbe, non all'accordo tra le parti, bensì all'annessione pura
e semplice dell'isola da parte di Pechino.
Ci troviamo di fronte a una invershne di
alleanze, di cui non ci si è ancora resi conto
in Europa. L'incontro cino-americano, salutato come il grande avvenimento del secolo, è in realtà un episodio, sia pure sensazionale, di una partita a scacchi tra poteme, i cui ulteriori sviluppi non sono attualmente prevedibili. Quando le conseguenze della nuova politica americana in Cina
diventeranno evidenti, l'opinione pubblica
americana subirà certamente un profondo
trauma psicologico. Finirà tuttavia per approvare il ritiro da Taiwan, considerando
la sua annessione da parte di Pechino come
l'inevitabile tributo da pagare alle esigenze
del realismo politico e dell'equilibrio mondiale.
A seguito della visita di Nixon e delle
iniziative destinate a derivarne, di cui il
comunicato congiunto ci fornisce qualche
anticipazione, non si tratta soltanto della
fine di una fase della politica estera americana. E' anche una certa visione della
storia costretta a sottostare alla dimensione
planetaria delle relazioni mondiali. Lo stato
d'isolamento della Cina di Pechino, esclusa
dalle Nazioni Unite e non riconosciuta da
una parte cospicua del mondo occidentale,
ricordava, sotto alcuni aspetti, la situazione
internazionale esistente in passato quando
la difficoltà delle comunicazioni rendeva,
di fatto, inesistenti le relazioni tra continenti. Così, la « respublica christiana » formata dagli stati europei collegati dalla stessa fede religiosa e dall'analoga concezione
del diritto, poteva esistere ed operare, ignorando altri raggruppamenti umani (come
l'India o la Cina) sviluppatisi al di fuori
della tradizione classico-cristiana e, comunque, troppo lontani geograficamente per consentire dei rapporti permanenti e consolidati.
Dopo la costituzione dei regimi comunisti,
si parlò nuovamente della contemporanea
esistenza di comunità separate e di sistemi
di diritto agenti su piani diversi. Questa
concezione fu alternativamente sostenuta,
sia dal mondo comunista, sia da quello occidentale. Se ne fece, per esempio, portavoce
il ministro degli esteri sovietico del periodo
qitaliniano Maksim Litvinov, al quale si attribuiva la seguente riflessione: « N o n vi è
un solo mondo, m a ne esistono due: quello
sovietico e l'altro (13). L'idea della pluralità dei sistemi derivava d a antitetiche visioni della vita associata e delle regole giudicate necessarie a governarla.
L'ultimo tentativo di difendere una dottrina del genere sul piano ideologico e politico è stato compiuto dagli Stati Uniti nel
loro sforzo ultraventennale di sbarrare l'ingresso nelle Nazioni Unite alla Cina di Pechino e d'impedire il suo riconoscimento,
cercando di stabilizzare una condizione giuridico-politica, chiaramente destinata a esaurirsi. La fine del « cordone sanitario » - teiltato negli anni '20 con analogo insuccesso
nei confronti dellJUnione Sovietica - è stata
segnata dalla visita di Nixon e dagli accordi
raggiunti, dei quali si è data notizia nel
comunicato congiunto. I11 nuovo corso è la
risultante di varie componenti, tra cui un
certo declino del primato americano e la
conseguente, più realistica valutazione dei
rapporti di forza. Corrisponde anche al nuovo comportamento cinese, per spiegare il
quale si possono formulare varie ipotesi.
))
cause
comportamento
'potesi
Secondo una prima opinione, la politica
estera cinese difetta di autonomia e capacità di programmazione e si limita a reagire in maniera dialetl ica alle iniziative
degli altri. Sarebbe il portato di un comportamento pressoché istintivo, assai meno razionale e preordinato di quanto si possa
immaginare. Rifletterebbe il modo di pensare e di agire di una comunità assediata,
vivente nel ricordo della icospirazione e della
guerra civile. I mutamenti registrati negli
ultimi anni sarebbero dunque da mettere
in relazione con la politica degli altri paesi.
Allo'rché Mosca, forse illudendosi di poter
esercitare una funzione di guida permanente, assunse modi concilianti verso Pechino, questa aocantonb le rivendicazioni
di frontiera, quasi accettando la condizione
subalterna di grande satellite, disposto a
sottomettersi al primatci sovietico (14). I1
conflitto t r a le due famiglie marxiste doveva invece riaccendersi nel momento in
cui i sovietici compresero che i cinesi erano
in procinto di acquistare una pericolosa
autonomia e con essa un uditorio e un
seguito sempre mawniori. Anche la posizione antisovietica assunta dopo la scissione ideolonica ha seguito un diagramma
ondulatorio segnato da irrirridimenti ed attenuazioni. Nel periodo iin cui, dopo tante
nolemiche. i rauporti assunsero un andamento temnoraneamente più sereno, si reyistrò un abbassamento di tono e di asprezza neilla pronaganda cinese.
Qualcosa di simile è accaduto nei confronti degli Stati Uniti. All'epoca in cui la
politica estera americana era centrata sull'onposizione frontale al comunismo e si
abbandonava alla speranza di una riconquista del continente da parte di Taiwan,
Pechino si mostrava naturalmente sospettosa e disposta a reagire, se necessario,
anche con le armi, come nel caso della
Corea del Sud. La presente, più cauta moderazione sarebbe dunque legata al nuovo
atteggiamento americano, quale si è andato
(13) Jem LALOY,Raisoiz d'étai orr état d e ruison, iii
Le Monde n del 15 dicembre 1971.
(14) ISAAC
DEUTSCHER,
Russia, Cliitia aizd t h e W e s t (195319651, op. cit.
luglio-agosto 1972
delineando prima e dopo la visita di Nixon
a Pechino.
Secondo un'altra ipotesi, Pechino pur
avendo conseguito notevoli successi di facciata e pur godendo di molte simpatie, sarebbe delusa dai risultati sul piano internazionale. Se si escludono infatti l'Albania (il
cui regime si è forse avvicinato alla Cina
per sottrarsi al vassallaggio di Belgrado e
di Mosca) e alcuni paesi africani come il
Congo-Brazzaville (dove il cambiamento di
regime deriva da un colpo di stato di tipo
tradizionale, non da una insurrezione popolare e dove anche il termine comunismo
acquista significato e portata particolari),
non si registrano, in verità, successi notevoli. Li hanno, semmai, conseguiti gli avversari della Cina. Tra i più notevoli sono
da ricordare l'Indonesia, il Malì, la Cambogia, la Thailandia e qualche altro stato del
Terzo Mondo, dove movimenti locali hanno
circoscritto, e spesso eliminato, l'influenza
cinese. In altri paesi avversari dell'occidente la guida dell'insurrezione proletaria è
stata assunta da correnti ideologiche autonome, non legate a Pechino.
In Cile e in Penì si guarda al movimento
castrista per ricavarne modelli e insegnamenti, mentre il mondo arabo persegue
ideali e obiettivi espressi dal nazionalismo
tradizionale condizionato dall'islamismo.
I dirigenti cinesi avrebbero pertanto deciso di abbandonare, almeno temporaneamente, gli antichi modelli di comportamento per adottare quelli tradizionali, fondati
prevalentemente sui rapporti diretti con
altri governi e meno sul contatto t r a popoli e movimenti operai. Essi avvertirebbero inoltre l'importanza della posizione assunta dalla Cina nel concerto mondiale che
le consente di mantenere vivo il dialogo con
le altre potenze.
La terza ipotesi è quella dell'aildamento
ciclico della politica estera cinese che, nel
corso di questi anni, avrebbe oscillato tra
l'aggressività e la moderazione. Sarebbe possibile dimostrare che fasi di stabilità interna e di calma relativa nei confronti del
mondo esterno, si sono alternate a momenti caratterizzati da accentuata violenza
rivoluzionaria e d a più accesa intransigenza
nelle relazioni con gli altri popoli.
Secondo una quarta opinione, il passaggio del tempo causerà un progressivo distacco dalle posizioni estremiste ancora operanti nella struttura interna del paese (15)
Analogamente a quanto è avvenuto nella
Unione Sovietica, si dovrebbe prima o poi
registrare un periodo riformista - fino ad
oggi ritardato dalla rivoluzione culturale che dovrebbe alla lunga condurre al prevalere di una nuova classe privilegiata, an.
siosa di trarre profitto dal potere politico
ed economico, senza rischiare costantemente di comprometterlo mediante iniziative
spregiudicate. La stessa rivoluzione culturale, presentata come un'operazione chirurgica rivolta a liberare il regime dalle sovrastrutture burocratiche ed oligarchiche,
sarebbe oggi giudicata come un semplice
episodio della lotta per il potere.
Ciascuna di queste ipotesi poggia s u analisi sostanzialmente esatte della situazione,
ma riflette i particolari orientamenti di
-
v
(15) MARIA-AYTONIETTA
M~CCIOCCHI,
Dallu Ciiza - Dopo
la r~voluzioize cirlturale, Milano 1971, pp. 403.
COMIUNI D'EUROPA
luglio-agosto 1972
chi la formula. Distinguere quanto in esse
11a carattere assoluto e quanto risente di
una impostazione personale è impossibile.
Le incidenze delle varie componenti e delle
loro matrici psicologiche si confondono con
vari luoghi comuni, viziando e fuorviando
i giudizi. Taluni strati della cultura e della
politica occidentali esaltano infatti l'esperienza cinese, in quanto modello idoneo a
risolvere la crisi della società. Altri lo respingono frontalmente. Forse l'ultima i p o
tesi esposta è la più prossima alla verità.
Esistono prove di un certo rilassamento
della tensione rivoluzionaria, anche se da
parte ufficiale ci si sforza a nasconderlo
sotto una cortina fumogena, esaltando i valori ideologici, sottoponendo a rigida censura tutti gli strumenti di circolazione delle idee e concentrando la propaganda soltanto sulle testimonianze della solidità del
regime cinese.
Caratteristiche analoghe presentano le
spiegazioni in chiave economica. A detta di
alcuni, la Cina è soprattutto un paese agricolo, periodicamente soggetto a carestie
prodotte dalle avverse condizioni metereologiche e da altre calamità naturali. Esse
si rifletterebbero nella politica estera. Se
i raccolti sono abbondanti, salirebbe la carica aggressiva nei confronti del mondo
esterno (si tratti di quello occidentale o di
quello sovietico). Se sono scarsi, ci si dimostra più tolleranti e moderati. Questa tesi
è però smentita dai fatti. L'attuale fase di
relativa prosperità economica, accompagnata da un certo miglioramento del tenore di
vita medio, non ha accresciuto l'aggressività verso il mondo esterno. I1 trasporre
i contrasti dal piano « ideologico » a quello
geografico » e a storico », abbandonando le
astrazioni concettuali e millenaristiche, corrisponde a una nuova interpretazione della
storia. Questa impostazione porrà termine
a un clima d'instabilità e incertezza, sicuramente nocivo alle relazioni tra stati. Non
per questo la Cina degli anni venturi rinuncerà alla penetrazione ideologica nei paesi
emergenti, ma le attribuirà quasi un carattere fiancheggiatore di iniziative prese a livello politico.
Possibili sviluppi
dei rapporti internazionali
Non più raccolta in se stessa, né separata dal resto del mondo, né mossa da accigliata animosità, la Cina potrà difendere
le sue rivendicazioni sul piano diplomatico,
spogliandole di ogni contenuto insurrezionale. I suoi obiettivi dovranno quindi essere valutati e trattati con attenzione maggiore di quella rivolta loro in passato, quando rappresentavano la giustificazione e la
base di partenza di iniziative propogandistiche.
Gli avversari, contro i quali dovrà in fine
scontrarsi, saranno, come al solito, quelli
imposti dalle situazioni geopolitiche e s o
prattutto dalla natura eminentemente continentale del suo territorio. Saranno presumibilmente i paesi confinanti, nei confronti
dei quali si svilupperanno le sue iniziative rivendicative, dirette a conseguire quella
completa indipendenza, di cui proclama di
essere stata privata dai a trattati ineguali n.
Secondo fonti ufficiali, i territori oggetto
di contestazione nei confronti dell'unione
Sovietica, ammontano a un milione e mezzo di chilometri quadrati. Ma nelle fasi più
accese della polemica cino-sovietica Pechino ha lasciato intendere che le sue pretese andavano pii1 lontano. In una dichiarazione ufficiale del 1969 era detto: « Esiste una controversia di frontiera tra Cina
e Unione Sovietica, non soltanto perché la
Russia zarista si è annessa più di milione
e mezzo di chilometri quadrati di territorio cinese mediante i trattati ineguali imposti alla Cina, nna anche perché essa ha
superato in molti punti la linea di confine
concordata mediante i trattati ineguali, occupando ulteriori vaste regioni appartenenti
al territorio cinese » (16).
I1 computo delle rivendicazioni comprende in questo modo altre regioni annesse dalla Russia zarista nel corso della sua avanzata verso Oriente (ed oggi inserite in varie
repubbliche sovietiche) ed anche la Mongolia esterna, teoricamente indipendente,
ma in realtà sotto la tutela di Mosca. C'è
di che alimentare una polemica per almeno
un secolo! L'eventualità di una guerra tra
le massime centrali comuniste è considerata probabile da alcuni analisti e, in special modo, da Harrison E. Salisbury. Ove
si realizzasse, finirebbe per coinvolgere l'intero pianeta, scatenando il terribile meccanismo delle alleanze e delle mutue assicurazioni.
Una eventualità del genere può determinare la speranza che il confronto armato
allenti la tensione mondiale. Può anche suscitare preoccupaziione per le tragiche conseguenze sull'avvenire dell'umanità. Delle
due reazioni psicologiche la prima è la più
gravida di incognite. Una conflagrazione
mondiale a causa della contaminazione nucleare e dei rivolgiimenti sismici causati dalle esplosioni non risparmierebbero alcun
continente. La speranza di scatenare un conflitto tra le massime centrali del comunismo
mondiale potrebbe essere grande ma non
sarebbe ispirata a saggezza e a senso della
storia. Al riguardo, la politica americana
non manca di coiqtraddizioni. Se talvolta
essa indulge alla tentazione di allargare il
solco esistente tra Unione Sovietica e Cina,
essa è, nel medesimo tempo, responsabile
di talune iniziative politic~militari, quali
gl'interventi in Corea e in Vietnam, che
avrebbero potuto far sorgere e cementare
un fronte unico clelle potenze comuniste.
Se questo non è accaduto, se il solco si
è invece approfondito, significa che i motivi
della discordia sono profondi.
Una evoluzione iin senso più realistico è
tuttavia destinata ad accentuarsi negli anni
prossimi, non appeina il mito della crociata
anticomunista sarà stato sepolto. Dall'atteggiamento aspramente polemico nei confronti del mondo comunista, che la perdita del
monopolio nucleare e gl'insuccessi della
guerra del Vietnam non giustificano più,
si passerà a una diplomazia più agile e
articolata, di cui Stati Uniti e Unione So-
(16) HARRISON
E. SAI-ISEIURY, War between Russia and
China, New York 1969.
vietica saranno i massimi, ma non i soli,
protagonisti. La grande partita a scacchi
includerà anche la Cina, l'Europa unita e
forse il Giappone. Essa richiederà da parte
di Washington un comportamento assai più
sottile e penetrante di quello degli anni '50.
E' probabile, tuttavia, che la pace ne esca
consolidata (17).
Le relazioni
tra Cina ed Europa Unita
Se, a conclusione di varie iniziative in
corso, tra cui il Vertice dei Dieci (i sei
membri della Comunità più i quattro stati
aderenti) previsto per l'ottobre 1972 a Parigi, l'Europa occidentale riuscirà a far pas
sare la sua unità dal limbo delle speranze
al mondo delle realtà, essa sarà subito confrontata dal problema dei suoi rapporti con
la Cina.
Perché il comportamento politico europeo consegua consistenza e credibilità, dovrà sottrarsi alla duplice tentazione di apparire o troppo avventuroso, o troppo prudente. Dovrà inoltre liberarsi da ogni complesso d'inferiorità nei confronti dei detentori del potere nucleare, erroneamente giu
dicati come gli unici possibili protagonisti
della politica mondiale. Esistono attualmente altri fattori di superiorità come il numero, la solidità interna, lo sviluppo tecnologico e industriale, la capacità di adeguamento alle mutevoli condizioni ambientali.
Proprio su questo piano è prevedibile che
Cina e Europa possano trovare favorevoli
forme d'intesa e collaborazione, specie se
continueranno a sussistere il contenzioso
legato ai N trattati ineguali » ed altre ragioni di contrasto.
Dopo l'esito infelice della guerra in Vietnam e delle iniziative collaterali nella penisola indocinese, gli Stati Uniti avvertono
di non poter imporre il loro primato contro la volontà dei paesi destinati a subirlo.
Perché la loro presenza si consolidi, deve
infatti essere sostenuta dal consenso delle
popolazioni e dei governi. L'incapacità di
controllare le situazioni, in contrasto con
la loro politica, è dunque il fatto' nuovo
che sottrae varie regioni del globo alla loro
autorità, rendendole disponibili per nuove
esperienze. Questa ridistribuzione d'influenza si realizzerà probabilmente in Estremo
Oriente dopo la conclusione del conflitto nel
Vietnam. Potranno ancora restare sotto tutela americana alcune regioni periferiche,
ma i1 continente asiatico appare invece destinato a sottostare alla prevalente influenza sovietica e cinese. Questa situazione è
emersa nel 1971 nel corso del conflitto
indo-pakistanese sul quale Washington non
è stata in grado di influire. Quando il distacco degli Stati Uniti dal continente ci
sarà accentuato, si instaureranno forme di
collaborazione tra Washington e Pechino, le
cui relazioni tenderanno sempre più a normalizzarsi. L'unico fattore di dissenso tra le
due potenze potrebbe essere quello ideolo(17) ROMAN KOLKOWICZ,
MATTHEW P. GALLAGHER,
BEN-
S. LAMBETH, The Soviet Uni071 and arms control.
A Superpower dilemma, Baltimore and London 1970,
pp. XVI-212.
JAMIN
COMUNI D'IEUROPA
1O
gico che, fra tutti, è forse il più facilmeilisuperabile (18).
All'eventuale ravvicinamento cino-americano dovrebbe affiancarsi quello tra Cina
ed Europa Unita. Quest'ultima si troverà
psicologicamente in posizione favorevole per
il fatto di essersi ritirata a tempo dall'Estremo Oriente e di possedervi interessi
minori. Gli imperi coloniali europei hanno
dato vita a una cintura di stati, strutturalmente deboli e incapaci di resistere a una
forte pressione militare dall'esterno, destinata, almeno per qualche tempo, a costituire un'area di conflittualità, ma anche di
separazione e contatto tra tendenze ostili.
In ogni caso una convergenza tra Cina
ed Europa Unita appare auspicabile per
l'equilibrio del mondo e facilmente realizzabile. Stante l'attuale distribuzione di forze,
appare infatti verosimile che le regioni
orientali del continente euro-asiatico (considerato nel suo insieme e con l'esclusione delle isole) rimangano nella sfera della
Cina, mentre quelle occidentali (l'Europa
propriamente detta) tendono a unirsi. Gli
steccati ideologici non dovrebbero ostacolare un'intesa sul piano dell'economia, del
commercio, delle relazioni internazionali. La
situazione geo-politica permette inoltre di
escludere nuovi contrasti spesso determinati
dalla vicinanza. Numerosi sono i fattori di
convergenza. E' innanzi tutto improbabile
che dissensi gravi sorgano nelle regioni appartenenti alle aree di pertinenza delle due
potenze, una delle quali (la Cina) attra.
versa una fase di consolidamento, m e i l t r ~
l'altra (l'Europa) è all'alba del suo processo
di formazione. La separa~ioilein zone d'irradiazione per ciascuna Superpotenza costituirà probabilmente lo sbocco finale del
periodo della loro coesistenza.
Non è assurdo pensare all'eventualità di
una collaborazione militare. Se una certa
tendenza all'isolamento, ormai operante negli Stati Uniti, dovesse accentuarsi e se la
presenza militare americana sui vari scacchieri mondiali (ivi compreso quello europeo) dovesse allentarsi, l'Europa si vedrà
costretta, non soltanto ad accelerare i tempi
della propria unità, ma ad impegnarsi più
decisamente nella propria difesa. Si porrà
inoltre il problema dell'intesa con altre potenze, tra le quali la Cina. Un settore di
capitale importanza sarà quello degli armamenti, nel quale la collaborazione cineeure
pea appare possibile e, in certo senso, inevitabile.
Queste previsioni non tengono inoltre conto dell'eventualità di un ravvicinamento sovietico-americano, spesso sollecitato da chi
è convinto che alla fase dell'antagonismo
e della guerra fredda tra i massimi protagonisti della politica mondiale debba succedere quella dell'accordo e del compromesso. Se tale intesa dovesse realizzarsi e
determinare una ridistribuzione d'influenze
tra i due massimi protagonisti, Cina ed
Europa Unita ne riceverebbero un ulteriore
incentivo alla collaborazione. Vari indizi,
tra i quali l'atteggiamento assunto da Pechino nei confronti delle Comunità europee
e del loro allargamento, stanno a indicare
questa eventualità come realizzabile.
(18) R ~ N A L DSTEL:L, ilrirerica und
rope, L o n d o n 1964, pp. XII-148.
the
future
of
Eu
luglio-agosto 1972
V I C A R I O A K P E A B E R T O R E L L E BRUGN ER CESARE0 D O Z I O F O S C H I
GIACCHETTO
ROTELLI
MARTINI
SERAFINI
PARIGI
PIAZZONI
TAGLIAMONTE
PIOMBINO
VACCARI
RISTUCCIA
ZAMBERLETTI
LA REGIONE ITALIANA NELLA COMUNITA' EUROPEA
una copia lire 2.000
(spedizione contrassegno:
chiedere l e copie all'AICCE,
Piazza Trevi, 86
-
Roma)
l a Commissione di studio dell'AICCE (sezione italiana del Consiglio dei Comuni
d'Europa, associazione unitaria di Comuni, Province e Regioni) per l'ordinamento
regionale italiano -- composta di amministratori regionali e locali e di studiosi ha redatto un primo volume della collana L'Europa delle Regioni »,che in I t a l i a
è finora unico n e l suo genere e indispensabile per gli amministratori regionali e
per gli amministrairivisti.
IlNsDICE DEL VOLUME
13
Parte prima
PREMESSA
LA REGIONE COME ESPERIENZA EUROPEA E ITALIANA
Cap. I : La Regione come esperienza europea
19
1. Le componenti politiche e tecniche della Regione
2. Le componenti della Regione nei Paesi occidentali europei:
22
25
28
a) Francia
b l Gran Bretagna
C) Germania occidentale
Cap. I l : La regione come esperienza italiana
32
34
38
52
Parte seconda
1.
2.
3.
4.
La peculiarità istituzionale della Regione italiana
La collocazione storica deila Regione italiana
L'autonomia della Regione nella Costituzione repubblicana
La non autonomia della Regione nella giurisprudenza costituzionale
LA FASE ATTUALE DELLA COMUNITA' EUROPEA E DELLA REGIONE ITALIANA
Cap. I: La fase attuale della Comunità europea
63
68
73
1. Gli aspetti istituzionali e normativi
2. La programmazione e la politica regionale
3. Gli interventi finanziari comunitari
81
90
94
1. Le leggi-quadro regionali
2. Le leggi sull'organizzazione regionale
3. Le leggi per i l trasferimento delle funzioni e degli uffici
Cap. I l : La fase attuale della Regione italiana
Parte terza
I PROBLEMI DELLA REGIONE ITALIANA
COMUNITA' EUROPEA
E IL SUO
INSERIMENTO
NELLA
Cap. I: I problemi della Regione italiana
103
112
120
1 . Regioni e programmazione
2. Regioni ed enti locali
3. Regioni e partiti
Cap. I l : L'inserimento della Regione italiana nella Comunità europea
Documenti
127
134
1 . I rapporti fra l'ordinamento regionale e l'ordinamento comunitario
2. L'azione del Consiglio dei Comuni d'Europa
141
CONCLUSIONI
153
Appello ad elettori ed eletti - Le elezioni amministrative del 7 giugno e la
costruzione democratica dell'Europa (documento approvato ali'unanimità dalla
Direzione Nazionale dell'AICCE i l 14 maggio 1970 i n Campidoglio]
Dichiarazione finale dei IX Stati generali del Consiglio dei Comuni d'Europa
(Londra, 16-18 luglio 1970)
Lotta democratica e unità d'azione per l'Europa delle Regioni (risoluzione
approvata dal Consiglio Nazionale dell'AICCE del 16 febbraio 19711
159
165
Bibliografia
171
(Relativa a studi e articoli sul problema delle Regioni in Europa. nel quadro
di una rinnovata politica per le autonomie locali. prodotti nell'ambito dell'attività del CCE)
Appendice
183
195
Introduzione alla legge regionale 2 marzo 1966. n. 3 del Friuli-Venezia Giulia
Legge regionale 2 marzo 1966. n. 3 del Friuli-Venezia Giulia
luglio-agosto 1972
COMUNI D'EUROPA
un'intervista del Vice-presidente della C E E , Carlo Scarascia Mugnozza
La politica agricola comunitaria e le regioni
Ringraziamo l'ono.
revole Scarascia Mugnozza, Vice -Presidente della Commissione della Comunità europea e più specificamente incaricato della politica agricola, per aver voluto
cortesemente rispondere ad alcuni quesiti rigu'ardanti sia i
contenuti e le prospettive della politica agricola comune, sia
alcuni problemi di raccordo istituzionale fra
l'attività comunitaria e quella regionale. I lettori di questa rivista sanno che da t e m p o
la nostra Associazione va approfondendo la
analisi di una corretta strutturazione dei rapporti tra vari livelli di decisione e di una
reale partecipazione degli Enti territoriali alle
scelte e alle politiche, che condizionano la
vita della Conzunità europea.
Ci troviamo in una fase di radicali trasformazioni che investono t u t t o il quadro delle
istituzioni tradizionali. La politica agricola,
proprio per la sua natura di ((politica co
m u n e D, elaborata quindi i n sede comunitaria
ai sensi dell'art. 3 del Trattato d i R o m a e,
al t e m p o stesso, per la sua variegata articolazione d i vocazioni e problemi assai diversi
da regione a regione (alla quale accenna
espressaiizente anche l'on. Scarascia), costituisce certamente u n esemplare banco di
prova di questo concorso di volontà politiche, che orinai deve caratterizzare il processo decisionale della Comunità.
Questo fatto innovativo che investe tutti
i Paesi m e m b r i assume, nel nostro, caratteristiche di attualità e d i concretezza tutte
particolari proprio perché l'agricoltura è
wateria costituzionalnzente attribuita ad
Enti regionali aventi potestà legislativa e
amministrativa.
Ci sembrano individuabili. schenzaticaiizente, cinque linee d i sviluppo d i questi rapporti fra Comunità europea e Regioni: ci
limitiamo ad indicarli, mossi da preoccupazioni prevalentemente politiche, pur non
ignorando i gravi problemi giuridici che v i
sono collegati e sui quali s i sta sviluppando
u n dibattito di estreiizo interesse dottrinale
e pratico ( 1 ) . Aggiungiamo che quello della
politica agricola non è certo il solo àmbito
i n cui si pongono le suddette praoccupazioni: basti pensare alla politica regionale e
alle varie politiche settoriali che, assieme
a quella agricola, forniscono i contenuti e
gli struinenti da ridurre ad unità d i indirizzo in una prioritaria considerazione delle
esigenze territoriali dello sviluppo e della
qualità di vita. L'ordine logico d i queste
cinque linee può essere il seguente.
gionali ( quindi tra gli enti che ne sono la
democratica espressi'one) all'interno della
Comunità: n o n è ancora u n m o m e n t o istituzionale, m a un'esigenza politica alla cui
concretizzazione il Consiglio dei Comuni
d'Europa deve dare u n apporto determinante come associazione europe'a, che raggruppa non solo i C'omuni m a anche tutti
gli altri Enti territc7riali. Questi collegamenti
devono servire a u n confronto di situazioni
e alla individuazione d i problemi comuni
( s i pensi, u n esempio per tutti, alle regioni
di montagna) o complementari. Del resto
le proposte ripeturamente fatte dalla Commissione di Bruxelles in materia d i politica
regionale hanno sempre fatto perno s u una
certa tipologia di regioni e di problemi
(frontaliere e periferiche nella prima ipotesi; agricoli, d i sottoccupazione strutturale, di riconversione industriale nella seconda): come non vedere, perciò, l'utilità
d i detto raccordo orizzontale tra regioni
così caratterizzate, non fine a se stesso m,a
preparatorio di quei rapporti verticali con
18a Comunità che ofia esporremo?
a ) V i è innanzi t u t t o u n problenza di collegamenti orrizzontali tra le varie realtà re-
C ) Sempre in questo quadfio di raccordo
verticale fra istitu8zioni comunitarie e regioni, una second'a ipotesi d i consultazione
di queste ultime potrebbe riguardare il Par.
lamento Europeo nella sua funzione di organo partecipante, se pur ancora i n posizione inadeguata, alla funzione normativa
comunitaria. Del resto I'Intergruppo del Parlamento Europeo per i problemi regionali
e locali procede da tenzpo a incontri cono-
(1) Senza volerci assolutan~ente avventurare in una
pur sommaria bibliografia, ci limitiamo a ricordare
uno dei saggi specifici più recenti, ,quello del prot.
Leopoldo Elia: C Decreto e funzioni internazionali
nell'opera collettiva a Il trasferimento dell'agricoltura
alle Regioni D, n. 4 della collana Agricoltura e Regioni,
a cura della INEA-ISAP, il Mulino, Bologna 1972. Per
un'impostazione più generale del prpblema dei rapporti fra regionalizzazione e integrazione comunitaria
europea, si veda il volume curato dall'AICCE: « La
Regione italiana nella Comunità europea D, 1971, nella
collana = L'Europa delle Regioni D.
b ) E' noto che attualmente il processo decisionale della Coinunità si attua tra il polo
della Commissione, organo di iniziativa politica che prepara le proposte per l'ebaborazione delle politiche comuni o, secondo i
casi, per il coordincznzent~odelle politiche dei
Paesi membri, e il polo del Consiglio, che
adotta definitivamente i provvedimenti nornzativi, con consul~azione,nelle ipotesi previste dal Trattato, del Parlamento Europeo
e del Comitato economico e sociale, quest'ultimo composto da rappresentanti delle
categorie socio-proj'essionali e aperto a evidenti pericoli corporativi. S e questi ultimi
vengono sentiti nell'iter normativa comunitario, perché la Commissione non dovrebbe
valersi - consult~andole prima d i elaborare
le sue proposte - dell'apporto delle autorità regionali o d i quello dei rappresentanti
di Enti sub-regionali, in quei P'aesi ove la
regione non esiste ancora come istituzione
territ'oriale autononza? Specie in u n panoram a così differenziato conze quello agricolo,
che richiede, sia piure nell'àrnbito di alcuni
principi generali, una pluralità di politiche
diverse secondo le vocazioni culturali, i d,ati
naturali e lo specifico quadro sociale di questa o quella regione, una tale « consulenza »
da parte delle regioni (già collegate tra loro
a livello europeo, conze sopra auspicato)
non potrebbe che giovare alla stessa efficacia dell'azione co,wunitaria per il realismo
dei contenuti e per la conseguente credibilità dei provvedimenti adottati. U n riferimento a quest'a necessari~a differenziazione
si trova espresso, del resto, sia nell'art. 39,
2-a del Trattato CEE, sia nell'art. 44 della
Costituzione italiana.
scitivi i n varie regioni della Comunità per
coglierne direttamente le esigenze e le proposte, nonché a riunioni comuni con rappresentanti del Consiglio dei Comuni d'Europa
s u problemi generali dell'integrazione aventz
implicazioni regionali.
d ) La quavta linea di azione riguarda il
contributo delle regioni alla definizione delle
posizioni che il nostro Paese dev'e prendere
i n sede comunitaria i n vista delle decisioni
che saranno poi adottate dal Consiglio dei
/Ministri della Comunità. Uno Stato regionale come il nostro, ove l'ordinamento interno si articola i n più centri d i decisione
politica e di produzione legislativa, ciascuno
dei quali ha competenze costituzionalmente
garantite - è questo, n o n si dimentichi, uno
degli aspetti più innovatori della Costituzione repubblicana -, anche la volontà politica, che i nostri rappresentanti esprimono
nel Consiglio comunitario come contributo
alle sue deliberazioni definitive, non può
essere più il risultato solo di atteggiamenti
del potere cerztrale. Nessuno contesta che i n
quella sede spetti ad essi, e ad essi soltanto,
interloquire form'almente: m a la loro posizione dovrebbe essere il frutto di una preparazione che coinvolge come soggetti necessari, anche le regioni. Per l'agricoltura il
Ministro nazionale conzpetente compirebbe
il raccordo con la Conzunità europea, sulla
scorta delle linee generali di politica agricola. Queste, presumibilmente, dovrebbero
scaturire dalla conferenza interregionale, nel
quadro d i quel programma nazionale d i sviluppo che, anch'esso, n'on può prescindere
per la sua stessa struttura democratica dalla
componente regionale. I n tal modo sarebbe
possibile anche una valutazione globale delle
interdipendenze economiche e sociali, evitand o impostazioni puramente settoriali o fram.
mentarie. La discussione è aperta sulle procedure più idonee e spetta ai tecnici dare
il loro contributo affinché esse siano le più
snelle e sollecite. Ma ogni soluzione tecnica
deve essere preceduta dalla presa d i coscienza di questo irrinunciabile obiettivo politico
e delle ripercussioni che la struttura regionale dello Stato non può non provocare
anche su questa sua proiezione esterna.
e ) Un ultinzo punt'o è quello dell'attuazione nel nostro Paese delle direttive comunitarie: potremmo definirlo l'aspetto « discendente » dei rapporti tra Comunità e Regioni, mentre i punti b), C ) e d ) costituiscono l'iter ascendente, cioè quello della
formazione delle decisioni conzunitarie. Il
problema è generale ma, conze è noto, richiede u n a pronta soluzione proprio con
riferimento alle tre direttive sulle strutture
agricole approvate il 17 aprile 1972 dal Consiglio della Comunità. Spetta infatti agli
Stati m e m b r i mettere in vigore, entro u n
anno, i provvedimenti necessari per confornzarsi alle disposizioni di queste direttive.
A questo punto sorge il problem'a del ruolo
a tal fine spettante alle regioni in modo
che sia salvaguardata la loro competenza
costituzionale in iizateria agricola. N o n c'è
dubbio che il rispetto degli obblighi comunitari condiziona il contenuto dell'attività
delle regioni, m a ciò non può significare
autonzaticarnente ttn effetto modificativo delle competenze ad esse costituzionalmente
attribuite. I n altre parole, mentre nei rapporti fra Stato m e m b r o e Comunità sono
rilevanti i Trattati comunitari, questi non
iinpongono a f f a t t o che l'adempimento degli
COMUNI D'IXJROPA
obblighi necessari all'applicazione del diritto
comunitario sul piano interno si attui a
detrinzeiito delle attribuzioni spettanti alle
regioni. E' indubbio che il governo deve rimanere il garante verso la Comunità dell'attuazione delle norme da questa emanate
e che per tale motivo esso dovrà disporre dl
idonee facoltà d'intervento: ma, a tal fine,
il ruolo di garante non si identifica necessariamente con quello di esecutore e quindi
non implica u n riparto di competenze in
contrasto con quello costituzionale.
Questi cinque ordini di problemi sono stati
qui appena sfiorati: u n inventario, più che
un'analisi. Sono nodi politici sui quali dovrà
riflettere a fondo la nostra classe dirigente
per dimostrare la sua capacità di sentirsi
egualmente al servizio di una comunità regionale, nazionale ed europea.
G. Ma.
1. La politica agricola comunitaria, che
per lungo tempo si è caratterizzata per una
evidente prevalenza data ai problemi dei
prezzi e dei mercati, sembra essersi posta
sulla via di u n recupero della sua dimensione strutturale. Questa politica delle strutture agricole interessa particolarmente glz
enti territoriali, per cui Le saremmo grati
se volesse esporre il Suo punto di vista sui
nuovi orientamenti comunitari in tale campo
e sulle ripercussioni che una più decisa politica delle strutture potrà avere anche sulla
politica dei prezzi e dei mercati.
a ) Come è noto, da anni si dibatteva sulla
necessità di inserire nel grande quadro della politica agricola europea un'azione che
tendesse ad incidere sulle strutture per modernizzare le aziende, per renderle competitive ed anche per metterle a disposizione
delle giovani forze che intendono dedicarsi
all'impresa agricola.
I1 Presidente Mansholt si rese conto che
un tale orientamento si faceva sempre più
indispensabile e va a suo merito ed alle
pressioni esercitate in particolare dalllItalia
se, nel marzo di quest'anno, si riuscì ad approvare le tre note direttive.
Ora i vari Governi sono al lavoro per tradurle in atti legislativi e mi auguro che,
nei termini fissati, si possa disporre di una
regolamentazione armonica ed organica in
materia. E' questo uno dei miei maggiori
impegni del momento.
E' evidente che non si può immaginare
una radicale trasformazione in breve. Specie
in agricoltura i tempi sono lunghi, ma in
questo caso specifico giocano anche dei
fattori umani ed esistono dei risvolti sociali, da non sottovalutare.
Ma è chiaro che una corretta applicazione delle direttive dovrà dare i suoi frutti
ed è questo il motivo per il quale la Commissione della Camunità europea non concederà gli aiuti previsti a quegli Stati che
si discostino dalle direttive stesse su alcuni
punti che noi riteniamo irrinunciabili.
Quale il rapporto tra politica delle strutture e politica dei prezzi? La politica dei
prezzi, quale essa è, e naturalmente con i
correttivi dettati dall'evolversi delle situazioni, dal costante controllo della realtà nella quale ci muoviamo e dall'applicazione
di nuove tecniche, rimane alla base della
nostra azione.
Ma immagino che con la messa in atto
della politica delle strutture dovremo rag-
giungere gradualmente e senza scosse un
diverso equilibrio all'interno della Comunità
e nuovi e più liberali rapporti con il resto
del mondo.
Credo però che il senso di questa svolta
che si vuole imprimere all'agricoltura vada
anche ricercato in un programma che dobbiamo darci.
Cosa vogliamo produrre, come vogliamo
produrre e dove vogliamo produrre?
Questi sono i quesiti ai quali bisognerà
rispondere nell'immediato futuro se intendiamo, superando le sempre immanenti spinte particolaristiche, disporre di una vera
agricoltura comunitaria.
I1 discorso si allarga, ma credo divenga
più realistico ed anche più interessante. E'
infatti inconcepibile che si possa produrre
a prezzi competitivi sul piano mondiale se
ogni Stato europeo rimane ancorato alla più
che secolare tradizione di fare di tutto un
po', senza badare alla convenienza economica, come se ancora fossimo divisi tra di
noi o tributari l'uno dell'altro.
Se così dovessero restare le cose, non
avrebbe alcun senso parlare ancora di politica agricola comunitaria, mentre lo sforzo
da compiere è nella cliversificazione delle
produzioni per zone omogenee ed a particolari vocazioni.
2. Più volte sono stati sottolineati gli
indispensabili rapporti tra politica agricola
da una parte e politica regionale e sociale
dall'altra, soprattutto in relazione ad u n
processo di ammodernamento dell'agricoltura comunitaria e alle conseguenti incidenze sulla situazione dell'occupazione, specie nelle regioni a prevalente economia agricola. Come assicurare questo necessario
coordinamento, anche sul piano operativo?
b ) (Credo di avere già dato una implicita
risposta a questa domanda. Ad ogni modo
mi consenta di precisare che la politica delle strutture in agricoltura implica, come già
ho detto, una visione sociale dei problemi
sia perché si tenta di agevolare il naturale
legame alla terra di forze giovani, aiutando
gli anziani ad allontariarsene, sia perché,
dovendori ridurre le forze addette all'agricoltura in limiti tollerabili dal reddito agricolo, si tratterà di creare nuovi posti di
lavoro con diversi orientamenti professionali.
Tutto ciò comporta una politica regionale
di vaste aree, che ci battiamo perché sia al
più presto attuata nel quadro di una programmazione europea, nazionale e locale,
ma che comunque nella politica delle strutture in agricoltura trova già una sua prima,
sia pure parziale, applicazione.
3. La Costituzione italiana riconosce alle
Regioni competenza legislativa in materia
di agricoltura. Le diretiive comunitarie frssano degli obiettivi per la cui realizzazione
i paesi membri devono assumere le necessarie iniziative sul piano interno. Quali sono, a Suo parere, il ruolo che le Regionl
italiane potranno e dovriznno svolgere in tale
campo e più particolarnzente i loro compiti
nella formulazione dei piani strutturali e
nella loro esecuzione?
C ) Ritengo che la coinpetenza legislativa
in materia di agricoltura riconosciuta alle
regioni sia stato un atto di saggezza, specie
per la diversità di situazioni esistenti in
Italia non solo tra Nord, Centtro e Sud, ma
luglio-agosto 1972
anche in questi stessi grandi comprensori
geografici.
Ciò detto, devo subito soggiungere che riterrei un grave danno per il nostro Paese
se ogni Kegione attuasse una propria politica agricola - sia pure nel quadro comunitario - e se le singole iniziative non fossero raccordate, a livello nazionale, da un
unico centro di concertazione e di decisione
che, per quanto riguarda l'agricoltura, dovrebbe trovare il suo naturale canale nel
Ministero delllAgricoltura.
D'altra parte il Ministero delllAgricoltura
non può isolarsi ed erigersi a censore degli
atti regionali senza mortificarne la riconosciuta competenza legislativa.
Quindi, a mio parere, si deve trovare una
formula che consenta alle Regioni anzitutto di essere ascoltate e quindi di operare ed eseguire, tenendo conto della programmazione nazionale e dei regolamenti
e delle direttive comunitarie.
Perciò sarà necessario o utilizzare, adattandolo alle circostanze, uno degli strumenti
già attualmente esistenti presso il Ministero
delllAgrico~ltura,o di cercarne uno nuovo,
affinché tra Stato e Regioni si collabori nel
comune interesse, raccogliendo correttamente gli impulsi della Comunità e facendo pervenire a questa le concordate richieste di
una ordinata società nazionale.
4. Molti enti territoriali, a diversi livelli,
sono situati, specie i n Italia, in zone a predominante attività agricola od operano comunque nel quadro di un'economia ove l'agricoltura ha una funzione certamente non marginale. Quale dovrebbe essere, a Suo avviso,
l'azione spettante al Consiglio dei Comunz
d'Europa (sul piano europeo) e alllAICCE
(sul piano italiano) per favorire una più
profonda e continuativa presa di coscienza
da parte degli enti territoriali (comunali,
provinciali e regioizali) delle ripercussioni
sulla realtà regionale e locale del processo
d'integrazione comunitaria e quindi una loro
più diretta partecipazione allu costruzione
di unlEuropa sovranazionale e democratica?
d ) L'azione sin qui svolta è stata benefica,
ma credo debba diventare sempre più incisiva sia per chiedere urgenti ed articolate
decisioni in merito alle politiche europee da
attuare, sia per sorvegliarne la fase di applicazione.
Per quanto riguarda l'agricoltura in particolare credo che sia felice la coincidenza
tra l'articolazione regionale in Italia e l'applicazione delle direttive sulle strutture.
A mio avviso il Consiglio dei Comuni d'Europa dovrebbe dibattere i grandi temi di una
agricoltura veramente comunitaria nei termini già indicati; 1'AICCE dovrebbe far comprendere agli amministratori comunali, provinciali e regionali che la dimensione nella
quale ci muoviamo è ormai quella europea
per una assunzione diretta di responsabilità
locali, nazionali ed anche comunitarie, al
fine di permettere l'espressione di piccoli
interessi periferici opportunamente concertati con le istanze superiori.
Per concludere, sono convinto che la nostra
speranza per l'avvenire non solo economico,
ma anche politico, è in una integrazione
sempre più stretta e fruttuosa con tutte le
componenti europee. Solo comprendendo
queste semplici verità, e naturalmente regolandosi in conseguenza, avrà un senso l'auspicata partecipazione attiva.
luglio-agosto 1972
COMUNI D'EUROPA
Europa e sicurezza: lo scenario anomalo
di Stefano Silvestri
Il saggio di Stefano Silvestri - cioè di
una delle giovani penne più competenti in
Italia nella materia tratt~ata- può trovare
consensi o dissensi per le inferenze politiche
e ideologiche, esplicite o sottintese, ma pone
quesiti e ipotesi di lavoro, di cui non possono decentemente liberarsi gli statisti che
si nutrono di unità politica europea. Come
vado dicendo dagli Stati generali di Londra
(luglio 1970), aome 1zo ripetutamente sottolineato al Movimento Europelo e al suo Consiglio italiano, come ho riaffermato nella mia
relazio7ze al congresso di Torino delllAICCE
(dicembre 1971), la buona fede di codesti
statisti si verificherà nel vederli affrontare
~ u serio,
l
simult,aneamente e apert'amente u n
« pacchetto » di nodi politici - fra cui, appunto, quello della difesa o della sicurezza
della Comunità europea -, proponendo per
ciascun nodo una soluzione comune ( o la
stradmaverso una soluzi'one comune): senza
di che non si m'anifesterà La volontà politica « unitaria » irrinunciabile per l'avvio dellJintegra7ione politica e per la giustificazione
delle istituzioni sovranazionali, conditi0 sine
qua non di una autentica unione politica ed
economica ( o anche soltanto di una autentica e irreversibile politica monetaria co
rnune).
Comunque dal saggio di Silvestri m i pare
si possa per il m80ment80ricavare:
1 ) che i vertici dei Cavi di Stat'o e di
Governo di tutto si preoccupano - prescindendo dal terreno vlatonico delle K dichiarazioni di principio » - fuorché di una trattazione coerente dei più difficili problemi
che, irrisolti, bloccano il processo di unificczione politica europea: l'tiomo della strada. il lavoratore, il giovane, che credono che
« si lavori » per l'Europa, si disincantino
pure;
2 ) che realizzare l'unità politica europea
è necessario quanto estremamenfe scomodo,
se non rivoluzionario: ora nessuno - fra la
« gente responsabile » - vuol le aose scomode, e meno degli altri le vuole la classe « dirigente » italiana,
3 ) che i n ogni caso non si vuole dare
importanza prioritaria all'unità europea.
uscendo così dalla routine e rischiando di
perdere I'appopgio degli interessi oorporativi - nazionali e stranieri -, che permettono. giorno per giorno, di reggersi al potere;
4 ) che nessun Governo di Paese oonsociato se la sente di assumere una posizione
europea d'avanguardia, destinata momentaneamente a restare mirwritaria m a capace
di legarsi a u n movimento di popoli, perchd
nessun Governo ha le carte in repola nel
suo impegno comunitario: detto volgarmente, perché ciascuno di essi è ricattabile, uualora sfidi pli altri partners di fronte all'opinione pubblica; I'nccampata esipenza di esTere prudenti, onde non pregiudicare i negoliuti, è un vecchio alibi per coprire una realtà assai più imbarazzante;
5) che bisogna ~ e r t ~ a n rivedere
to
le bucce
a tutti i Governi nazionali e convincersi che
ersi 11anno una quasi fisiologica incapacità
di intraprendere una vera iniziativa snvranazionale: bisogna pretendere dunque l'ele-
zione a suffragio universale diretto del Parlamento Europeo e clziedere al Parlamento
così eletto di chiamare finalmente i n causa
i Govertzi - disposti solo a « razionalizzare n
la balaanizzazione europea - e di affrontare
e sciogliere i nodi politici dell'integrazione
(vedremo allora come si demistificherà il
sedicente europeismo K di vertice 2 ) ;
6 ) che è ora clze il Movimento Europeo
(quello, per intenderci, presieduto da Hallstein) si svegli e si rinnovi o si sciolga: frattanto i partiti democratici, i sindacati dei
lavoratori, i poteri locali e le avanguardie federaliste debbono costituire finalmente, sulla base di una strutturazione sovranazionale
- a cui si frappongono tuttora ogni sorta
di ostacoli -, u n K fronte denzocratico europeo » e trovare essi - prima di pretenderlo
dai Governi - u n acoordo equilibrato sul
pacchetto di probleiqzi fondamentali dell'uniorze, dei quali quello evidenziato da Silvestri
è forse il più coml;ilesso.
La Conferenza europea per la sicurezza
( s u cui l'atteggiamerzto K scoordinato » dei
Governi della Comrunità ci viene esaurientetnente ricordato da Gianni Finocchiaro in
K La Conferenza pt>r la sicurezza europea il dibattito internai:iolzale fino al 1971 D, con
prefazione di Roberto Ducci, pubblicazioni
della SIOI, Padova 1972, CEDAM) deve trovare una posizione unitaria del movimento
democratico e federalista dei dieci Paesi
della Comunità. Sili~estricontribuisce a farci
domandare realisticamente se c'è qualcuno
dei comandanti dei' vapore che voglia oggi
l'autonomia delllEuropa - non con astratto
massimalismo, ma nel quadro effettivo che
si presenta internazionalmente -, autionomia
da fondare sulla convergenza dei diversi
Paesi consociati n,zlla Comunità verso un
insieme di punti di vista comuni (e compossibili) sulla difesa ( o sicurezza), la politica
monetaria, il commercio internazionale, l'aiut o al terzo mondo, le grandi opzioni tecnologiche, la politica ecologica, eccetera Questa
autonomia, naturalmente, non la vuole nemmeno Pompidou: anzi l'affarista Pompidou
meno degli altri.
D'altronde molti di coloro, che chiedono
loquacemente la in tangibilità della « sovranità nazionale D, arretrano di fronte alle ooerenti posizioni che bisogna assumere per
raggitlngere l'autonomia dell'Europa occidentale: essa, senza ridarci un'impossibile N indipendenza totale » - fuori della realtà dei
tempi -, può rendere i nostri Paesi di nuovo
partecipi delle grandi decisioni, cui è legato
il destino delle nostre nazioni (cioè dei nostri
popoli). Orbene, si potranno avere diverse,
rispettabilissime idee sulle caratteristiche da
conferire a lungo termine a una giusta società europea occiclentale (per cozizinciare)
e sulle istituzioni democratiche necessarie
per ridare alla politica e ai cittadini il controllo di u n regiwre che, oggi come oggi
- con le multinazionali private, l'anzbiguo
potere dei managers, i grandi e riottosi vassalli alla testa delle regie economiche « pubbliche » -, è u n regime feudale: ma responsabilmente non si può evitare di prendere
frattanto posizione sulla concreta problematica analizzata da Silvestri. L'analisi di Silvestri, del resto, aiuta a individuare esigenze
e limiti di una Comunità europea democratica e sovranazionale, che ci tolga dal rango
coloniale, in cui ci troviamo, ma che, nel contempo, sappia inserirci nel contesto di una
lotta contro quella che la scuola federalista
chiama M anarchia internazionale ». Siffatta
anarchia garentisce La pace - che risulta
così solo una tregua - attraverso u n labile
equilibrio del terrore, il paternalismo delle
Superpotenze, u n policentrismo dominato
dalla ragion di Stato e incapace in definitiva di affrontare i comuni, angosciosi problemi planetari: mentre a questo punto del
« progresso » tecnotogico, di crescita della
popolazione del globo e di minaccia da ogni
parte all'ambiente naturale della Terra (il
mare potrebbe morire per inquinamento
entro 20 anni) è solo u n governo mondiale
(Stati Uniti del mondo) - come prediceva
Einstein - che potrà tentare di salvarci.
Lettore, giudica tu.
U. S .
La sicurezza euro'pea occidentale, in questi ultimi venticinque anni, non si è tanto
basata sulle capacità autonome della difesa
europea, ma sull'esistenza dell'equilibrio del
terrore. Le forze armate euro8pee sono di
volta in volta servite ad altri e più limitati scopi. Esse hanno fornito parte delle forze di riserva e appoggio necessarie
alla credibilità militare della presenza
americana. Esse hanno .occupato il terreno D mentre gli americani garantivano
le capacità effettive sia di attacco che di
ultima difesa. In termini di strategia atomica, le forze europee occidentali sono state
c~nsi~derate
dai sovietici come parte di un
utile « ostaggio » inteso a dissuadere gli americani. Esse sono state considerate dagli
americani come il co'ntributo convenzionale
europeo necessario per garantire una « flessibilità » strategica (per allontanare il « giorno del giudizio » attraverso l'uso tattico-dell'arma atomica e la gradualità della risposta) e ristabilire così la piena capacità di
dissuasione americana verso i russi.
L'esistenza di forze armate europee occidentali è così divenuta una componente importante, anche se subordinata, delle strategie delle superpotenze.
Ad occidente ciò corrispondeva alla dottrina politica del containment (quale nel
suo famoso articolo su Foreign Affairs D,
luglio 1947, l'aveva delineata George F. Kennan). Secondo questa dottrina, le caratteristiche stesse della leadership sovietica la portavano ad una ricerca di sicurezza attraverso
un espansionismo imperialista. I1 potere che
aveva la forza di opporsi a tale espansionismo, era quello americano. Ciò portò alla
« teoria del domino », all'interventismo, alla
dura contrapposizione di blocco: per I'Europa ciò fruttò un venticinquennio di sicurezza garantita.
L'Unione Sovietica accettò di buon grado
il ruolo riservatole dal containment, anche
perché gli incredibili problemi politici interni al suo blocco non le permettevano
in realtà che sporadiche sortite.
Se da un lato è probabile che il containnzent abbia dissuaso i sovietici dal tentare
di risolvere le loro interne contraddizioni
attraverso una campagna di conquiste imperialistiche, d'altro lato è anche certo che i
sovietici seppero profittare della barriera
eretta dagli occidentali per poggiarvi i mattoni dei loro propri muri, da Berlino alla
Cina. Con Krusciov il sistema sovietico
scoprì le positive implicazioni di stabilità
COMUNI D'EUROPA
14
la prospettiva di un armamento atomico
nazionale non è tanto vista nei suoi aspetti
destabilizzanti dell'equilibrio mondiale, quanto come un ulteuioue fattore, di valore equivalente a quello degli alltri, cui non sarebbe
saggio rinunciare a priori. Ha così assunto
rilievo la posizione cinese, quella indiana,
nonché quelle israeliana ed egiziana. La firma apposta dal Giappone, in calce al TNP
è stata generalmente considerata alla stregua di un atto doveroso, non troppo impegnativo.
Questa stessa diversità di atteggiamenti
verificabile sul problema del TNP, si ritrova
anche nelle effettive strategie militari applicate in Europa e nel Terzo Mondo. E' per
quest'ultimo che è nata Ila teoria delle K guerre limitate (ed è solo a quest'ultimo che
sembrano pensare i sovietici quando parlano
di « guerre rivoluzionarie m). Si è verificato
che le guerre, nel Terzo Mondo, sono ancora
possibili, in modo classico, purché politicamente circoscritto. Si è anche verificato che
esse possono coinvolgere direttamente o indirettamente le superpotenze, senza provocare una crisi globale. Una tale dottrina
sembra essere inapplicabile in Euro~pa.Per
il nostro continente è s8tata invece perfezionata la teoria basata sull'uso tattico delle
armi atomiche, cioè sulla possibilità di una
guerra « mista » che non coinvolga direttamente i territori delle superpotenze (i « santuari »). Tuttavia tali teorie non sembrano
molto credibili. La loro applicazione comporterebbe distruzioni e costi incalcolabili. Inoltre non è stata mai diino'strata la effettiva
capacità delle superpotenze di «bloccare la
escalation » atomica al1 livello tattico. La
teoria dell'uso tattico delle armi atomiche è
piuttosto una ulteriore
dimostrazione della particolarità dello scacchiere europeo. Essa ha un
seniso, per le superpotenze, unicamente se
riesce a limitare i danni dei due « santuari D.
Se però così fosse, essa renderebbe qualsiasi
Kna giornata deuwa di siguilleato moralo - politico é quolla
obiettivo in Europa non
ehe il 31 .Maggio 1972 iuidremo a r,ivere. &sa rappreseiita,
ottenibile
(eccettuato
sì, l a eonclusioiic dei uostri incontri eoii gli amici iraucesi del
quello della completa
Comune di Rogues, cho suggeiiereiuo, coii atti soieiiiii, uei
distruzione del continostro "GBMELLAWIO", ma dimostra, principalmoute, il rieonerite) e comunque non
noscimento uiorale a i nostri gloriosi combattciiti di tutte le
economico. La teoria
guerre, la decisa volonth politicn dei nostri due piamoli Conindell'uso tattico delle arni por uu'Europa Cuita, eon l a piciia partecipazione popolare
mi atomiche rientra
o democratica, iiella Liberlk uella Pace, nella Fratoriiith e
qujndi nel più vasto diSolidarie(8 dei popoli.
scoirso della deteuuen~a
(ciolè del pueveniue la
Viviamola intesnineiite tutti e, priiicipdmeute, la vivano, progurrra, senza combatioiidamonle, lo giovani genera~ionisulle quali sono fondate
terla): essa rende 1'Eule slwraiire di tiitto il l o u d o .
ropa nuovamente un
A Itoberl Verrier. Siiidaco di Rognes. alla delegazioiie clie
ostaggio e uno strumenI'accoiiil~agiia,alle duloritl tiilte, a quanti onoraiio di loro
to di deterrenza.
prcsenra qiicsla iioslra nalr ito, il saliito cordiale di beuveiiuChesta situazione non
li 1i.a iioi.
è di per sé insicura.
Non è comunque più
insicura della posizione
di qualsiasi altro paese
sviluppato, nell'èra atomica. Essa è però basata su un sottile equilibrio di sottintesi psicologici. Se questi muIL SINDACO
tassero anche il quadro
OYAa mmcm
di sicurezza potrebbe
mutare.
di un sistema chiuso. La sfortunata avventura di Cuba non fece che confermare una
tendenza ormai in atto (sin dalle repressioni
delle rivolte operaie in Polonia e in Germania orientale, nei primi anni '50, e in Ungheria nel '56).
I1 quadro così delineatosi aveva potenti
elementi di stabilità. Motivi di incertezza
potevano forse ritrovarsi nel Terzo Mondo,
in seguito al crollo degli imperi europei,
ma la intrinseca debolezza della K terza via
non permetteva certo grandi speculazioni
in questo senso. I1 «vuoto di potere » europeo, e il rapido decadere delle vecchie potenze nazionali europee, era momentaneamente colmato dal contemporaneo desiderio
di stabilità, americano e sovietico.
Tali sistemi sono oggi percorsi da crisi
profonde. E' sulla base di queste crisi che
si potrà elaborare una nuova dottrina della
sicurezza curopea.
I1 sistema attuale non è ancora chiaramente delineato. Sul piano strategico abbiamo assistito al tentativo di bloccare la diffusione delle armi nucleari. Tale tentativo
è stato differentemente vissuto, in Europa
e nel Terzo Mondo. In Europa, dove la
balance o f power è ancora largamente basata sull'equilibrio atomico, il Trattato di
Non Proliferazione (TNP) è stato considerato come un necessario passo verso la distensione. L'opposizione francese non ha trovato sostenitori. I1 TNP ha così confermato
la tendenza al congalamento tipico di questo momento di transizione in Europa. Nel
Terzo Mondo invece, dove la balance 01
poweu è molto più influenzata da fattori economici, demografici, politici ed ideologici,
i COMU
CITTADINI
Viva La Francia - Viva I'ltalia
Viva IEuropa Unita
luglio-agosto 1972
I1 crescente accordo USA-URSS, sui livelli
degli armamenti strategici non è di per sé
un significativo mutamento della situazione.
Anzi in certo senso la comune dichiarazione
di principio emessa dalle due superpotenze
diminuisce le possibilità di malintesi, inizia
la creazione di una lingua comune, e quindi
permette un migliore funzionamento dell'equilibrio del terrore, che è basato appunto sulla reciproca capacità di intendersi, da
parte delle superpotenze. D'altro lato però
i progressi verso un accordo di sicurezza
europea e verso negoziati per la riduzione
mutua ed equilibrata delle truppe in Europa
(questi ultimi chiamati MBFR), sembrano
poter avere anche risvolti negativi. Questo
perché alcuni presupposti, materiali e psicologici, dell'equilibrio europeo stanno effettivamente mutando. Tali mutamenti non sono
però da ricercare nel rapporto USA-URSS,
quanto nel rapporto USA-Europa, e nel generale mutare del quadro globale.
I1 ~ont~ainmentci aveva lasciato quella
situaziomne differenziata di b,alance o f poweu,
che abbiamo delineata.
L'esigenza di far fronte contemporaneamente a numerose crisi in varie parti del
mondo ha esasperato quelle differenze e dimostrato la inadeguatezza di alcuni strumenti di intervento del governo americano.
I1 presidente degli Stati Uniti era tradizionalmente fornito di larghi poteri esecutivi
in campo militare, praticamente autonomi
dal controllo del Senato (anche grazie all'uso di quest'ultimo di approvare mozioni
« generali », come quella Vanderbilt per 1'Europa, o quella del Golfo del Tonchino per il
Vietnam). Esso ha potenziato questa sua
capacità moltiplicando gli accordi a livello
di esecutivi (che non divenendo veri e propri
trattati non richiedevano la ratifica del Senato) e mettendo in piedi un imponente
sistema decisionale, accentrato attorno al
National Security Council (e volta a volta
più o meno influenzato dalla CIA, dal Pentagono o dal Dipartimento di Stato). Tale
sistema era essenzialmente militare, ed ave.
va elaborato la teoria delle 2 guerre e 'h:
gli USA dovevano sempre essere in grado di
combattere e vincere contemporaneamente
una guerra in Europa, una guerra in Asia,
e mezza guerra ove fosse necessario.
Tale sistema è entrato in crisi sul piano
economico e su quello politico. I1 dollaro
non ha retto allo sforzo e il sistema monetario occidentale non si è rivelato abbastanza pronto da riassorbire immediatamente l'eccessiva spinta inflazionistica. Politicamente tale sistema sottovalutava le componenti politiche della strategia, e finiva per
rendere impossibile la vittoria, già resa difficile dall'equilibrio del terrore. Inizialmente
tale teoria ha condotto ad una serie di armistizi. In Vietnam e nel Medio Oriente, essa
non è arrivata neanche a questo. I1 governo
americano ha così cominciato a mutare gli
strumenti della sua azione, cercando di concentrare e rendere ineno costosa la sua presenza economica internazionale. Si sta cominciando ad affermare la tendenza verso
un potente dirigismo economico internazionale, centrato attorno agli Stati Uniti, ma di
cui l'Europa ( e il Giappone) sono magnu
paus. Allo stesso tempo, sul piano politico,
per la prima volta gli Stati Uniti hanno
riconosciuto l'esistenza di più comunismi,
luglio-agosto 1972
COMIUNI D'EUROPA
poteva non evideilziare tali nuove presenze
fattori economici, commerciali e monetari,
globali. I n questa situazione tuttavia i pro- dove l'Europa ha una sua più spiccata perblemi di sicurezza rischiavano di divenire sonalità, ha spinto naturalmente gli USA a
irresolvibili. E' così avvenuto di fatto che forzare il discorso sulla necessaria responessi siano stati regionalizzati.
sabilizzazione degli europei. Nel campo della
difesa ciò significa un impegno comune di
Le « regioni » non sono certo chiaramente
spesa ( e il risanamento della bilancia milidefinite, a prio'ri, è però chiara l'esistenza
di alcune di esse: Europa centro-nord, Me- tare dei pagamenti americana).
Negli altri campi ciò significa una dura
diterraneo e Medi80 Oriente, Sud-est asiatico,
America Latina.
e complessa trattativa per ridefinire le leggi
e i limiti della concorrenza e soprattutto
I n o'gnuna di esse l'equilibrio tra i vari
la flessi'oilità e l'omogeneità del sistema
« vertici » della politica internazionale è difmonetario.
ferente, sono differenti gli interessi e gli
Si è nel frattempo stabilito un rapporto
strumenti usati. Così è ad esempio in Medio
Oriente, dove gli USA sono disposti ormai incerto, tra due aree largamente interdipena riconoscere alllURSS un ruolo di media- denti, ma in cui manca un comune terreno
di intesa. Ciò tt dovuto soprattutto alle catore e di paciere che non sarebbero disposti
GIAPPONE
EUROPA [OCC l
ad accettare in America Latina. Tali regio- renze istituzionali europee. Fino a che le
nalizzazioni permettono un approccio limitato ai problemi cli sicurezza, senza compromettere gli interessi globali dei vari attori.
All'interno di tali « regioni » sussiste la possibilità di un ruolo limitato ma effettivo
per alcune « medie potenze D, quali l'Egitto,
o l'India, o il Vietnam del Nord, che non
avrebbero altrimenti grandi possibilità di
azione. Ciò è veirmesso loro dalle risorse
economiche, militari e umane che sanno
esprimere, o anche semplicemente dalla loro
CINA
RUSSIA
posizione geografica o storica. Ma in ogni
Come si vede mancano ancora due lati al caso il loro « ruolo » si esplica nella capacità
di rendere effetiivamente operanti, nella
quadrilatero (il Giappone-Cina, e l'EuropaRussia). Non sono inoltre indicati più coin- loro regione, le « triangolazioni » esistenti,
plessi rapporti come quello Europa-Cina (tut- così da costituire una complessiva balance
of power locale, ;iloro favorevole.
t o da verificare e per ora ipotetico) e quelli
Se questa è la situazione generale, ancora
verso il Terzo Mondo. Questo schema è però
una volta dobbiamo riconoscere che quella
utile per indicare quell'insieme principale
di triangolazioni che ha sostituito i semplici europea vi sta in modo ano'malo'. E' a causa
Stefano Silvestri
di questa continua, ripetuta anomalia, che
rapporti tra blocchi. La « centralità » degli
si
pone
oggi
il
problema
della
sicurezza
euroUSA non è di per sé un fattore determinante.
pea. L'Europa è infatti sicuramente una del- istituzioni comuni rappresenteranno un comI n ogni triangolo essi potrebbero in realtà
essere in posizione subordinata. La preva- le « regioni », ma è anche il centro di uno promesso al livello minimo tra esigenze di
dei vertici globali, è il perno per una sicu- tipo protezionistioo è del tutto illusorio aspetlenza americana è invece frutto del mancato
rezza
della regione mediterranea, ed è l'ostas- tarsi che esse sappiano contrastare efficaaccordo tra gli altri due poli di ogni triangolo. Per cui gli USA fungono in realtà da gio principale dell'equilibrio del terrore. Essa cemente le controproposte amcricane. E' un
infine non esiste come soggetto unico di problema di capacità di iniziativa, particomediatori, o almeno da riequilibratori, tra
politica
internazionale: è divisa in stati na- larmente evidente in settori come quello
altri due poli che si avversano. Le eccezioni
a questo discorso potrebbero scaturire pro- zionali, ed è divisa tra occidente ed oriente. energetico, quello delle industrie di punta,
della ricerca e dello sviluppo, eccctera. Prive
prio dalllEuropa. I1 triangolo Europa-Giap- Essa non esiste ancora neanche come Europa
cccidentale unita.
di un effettivo potere di iniziativa economica
pone-USA infatti potrebbe facilmente vedere
ha sicuramente le istituzioni europee sono costrette ad una
I1 polo europeo c~~ccidentale
un accordo tra i primi due, e ugualmente
interessi economici globali, m a h a volontà
difesa dello status quo. Hanno buon gioco
potrebbe esistere un buon accordo politico
Europa-URSS. Ma a questo punto è neces- politiche differenti e strumenti militari dif- a questo punto gli americani quando parlano
sario qualificare ulteriormente il discorso, ferenziati. Esso è presente nel resto del di « irresponsabilità » europea C quando fananalizzando un altro motivo di differenzia- mondo, ma non lmò garantirsi una preva- no valere l'importanza del loro contributo
lenza nella propria regione. Si tratta insom- nel settore della difesa.
7ione della situazione attuale da quella degli
La « regione » europea diviene così solo
anni cinquanta: le balances of power re- m a di un polo di potenza del tutto anomalo,
che come tale reride anomale anche quelle un settore della politica americana. In quceionali.
sto settore giocano alcune « medie potenze n
In questa situazione più fluida e com- Oalances of power in cui partecipa.
La particolarità del polo europeo è essen- dal ruolo limitato. Inoltre vi è un polo gloplessa, gli accordi e gli equilibri di potenza
zialmente legata alla incompletezza e alla bale di potenza commerciale. E' naturale
non hanno semplicemente seguito lo schema
gradualità del proiresso di integrazione euro- che gli USA cerchino di utilizzare le debodelle triangolazioni elaborate da Brzezinski.
Benché in realtà gli attori di ogni situazione pea. L'esistenza di alcuni strumenti comuni, lezze intrinseche della regione e le ambie la prospettiva di altri, a breve termine, zioni delle « medie potenze » per limitare
siano stati quelli da lui elencati (e si siano
accordati tra loro secondo le linee indicate permettono sin d'ora alcune iniziative inter- il ruolo del potenziale polo globale. Ciò tanto
dalle triangolazioni) nessuno di essi è ri- nazionali. Altre sono invece condotte a li- più facilmente per le carenze istituzionali
masto strettamente confinato ad una sua velli più bassi e frammentari, essendo i po- che abbiamo rilevato.
sfera geograficamente limitata. Non si è teri decisionali ancora strettamente in mani
Rispetto all'URSS. Qucsto stesso discorcioè verificato oggi quello che è stato vero nazionali. Tra questi ultimi è la difesa. Tra
~ n u t a t i snzutandis, può esscre fatto anche
so,
co~mmerciale
e
forse
prei
primi
la
politica
per tutti gli anni del oontainrnent: la globalità americana contrapposta al « regionali- sto quella monetaria e almeno parte di quel- avendo riguardo ai rapporti Europa-URSS.
Vi è però una importante differenza. L'Uniosmo », alla limitazione geografica, degli inte- la economica.
nc Sovietica è interessata in modo diretto
Potrà
essere
u.tile
cercare
di
delineare
ressi degli altri attori, URSS compresa.
C per lei vitale ad una sistemazione del
Tutti gli altri quattro attori hanno invece alcuni tratti della « particolarità » europea.
problema delllEuropa orientale. La prospetdimostrato di avere interessi globali, se non
Rispett'o agli USA. La non compiuta esi- tiva di una crescente distensione può favoaltro sul piano economico e politico. E prorire un allentamento dei legami interni al
prio il mutare della strategia americana, e
stenza del polo europeo non ha permesso
blocco
orientale, e rende comunque più difil crescere di importanza dei fattori econo- una evoluzione equilibrata dei rapporti Eu(continua a pag. 18)
ropa-America. La crescente importanza dei
mici E politici rispetto a quelli militari, non
e quindi la possibilità di un rovesciamento
della teoria del domino, e di un ritorno
a più classici schemi diplomatici. Ciò ha
permesso a Nixon di enunciare la nuova
teoria di 1 guerra e % che rappresenta un
enorme mutamento nella scelta degli strumenti per garantire gli interessi globali americani. La nuova confidenza americana nelle
proprie capacità politiche ed economiche,
oltre che in quelle militari, ha così evidenziato la nascita di un mondo diverso.
La balance of power non può più essere
schematizzata da una linea di semplice contrapposizione tra USA e URSS. Brzezinski
recentemente l'ha schematizzata con un sistema di triangolazioni raccolte in quadrato
COMUNI D'EUROPA
16
luglio-agosto 1972
L A D I R E Z I O N E N A Z I O N A L E DELL'A
I1 14 luglio si è riunita a Palazzo Braschi a
Roma la Direzione nazionale dell'AICCE, per
fare il punto sui risultati degli S t a t i generali
d i Nizza e tracciare alcune linee d'azione conseguenti. Serafini h a svolto una relazione preliminare, d i citi i punti principali sono riscontrabili da parte dei nostri lettori nel c o m m e n t o
« riflessioni per avanzare P, contenuto nel num e r o di x C o m u n i d ' E u r o p a » , dedicato alla
grande assise nizzarda. Nel dibattito sono poi
confluite diverse esigenze, politiche generali, d i
politica interna del CCE, culturali, d i tecnica
divirlgativa, eccetera.
Brugner ha raccomandato che nello sviluppo
dei t e m i d i politica ecologica si operi lrna inigliore e più seria irttegrazione tra i politici e
i tecnici. Zoli e, poi, soprattutto Giacchetto si
sono preoccupati d i una opportuna divulgazione
dei risultati politici dei X Stati generali: Giacchetto in particolare h a sottolineato l'esigenza
d i distinguere u n giudizio globale sul processo
d i integrazione europea e le concrete possibilità
d i lotta che si o f f r o n o ai Poteri locali associati
al CCE. Ladaga, d o p o che Dozio aveva fatto
uit'esposizione critica dei lavori della Comntissione d i politica ecologica a Nizza, ha invitato
la Direzione a dir clziaramente sì ai risultati
politici generali, m a altrettanto chiarantertte n o
agli inadeguati risultati sul tenta della protezione
dell'ainbiente. Ladaga ha poi aggiunto che occorre rivolgersi ai Poteri locali aderenti, perché si
preparino a quello che egli n o n lza riserve nel
voler chiamare esplicitamente « controvertice n.
Vicario ha f a t t o una analisi della Realpolitik
nixoniana, lamentandosi poi della lentezza c o n
cui i partiti democratici largamente corporativi, si adeguano alle .sempre nuove esigenze
politiche. Curci, riandando a m o l t i t e m i svolti
qirest'anno per gli esami d i matiirità i n Italia,
Ita rilevato u n rinnovato o aeydlrrante interesse
ge~zerazioni per i t e m i sovrartaziodelle
izali, che sono i nostri tenti.
Tagliamonte ha sottolineato l'utilità indubbia
d i zlna manifestazione ricorrente conte quella
degli Stati generali, che per altro andranno preparati, politicainente e pedagogicamente, sempre
meglio. Circa il Vertice dei Capi d i governo
d'ottobre egli Iza rilevato che la sola incertezza
sul f a t t o che n o n si sa se .si terrà o meno, e i n
caso negativo perclzé non si terrà, dovrebbe sollevare obiezioni fondamentali d a parte delle forze democratiche, e nel nostro caso del CCE.
Panizzi k a sviluppato un'analisi sulle incertezze
del Consiglio dei Comuni d'Europa e s u una
evidente contraddittorietà tra i traguardi istituzioizali che esso d i volta in volta si propone e
la coerenza i o incoerenza)
aolitica d i altri siioi
- , .
atteggiamenti. Egli 1za altresì allargato il discorso critico sulle deludenti conclusioni d i politica ecologica d i Nizza, a f f e r m a n d o clie t u t t o
s o m m a t o , circa la fisionomia della nuova società
europea, f u più chiaro e avanzato il discorso
degli Stati generali di Londra, per nor7 parlare
d i antichi exploits, conte la relazione di Serafini agli Stati geizerali d i Francoforte (1956),
dove si parlò con nzolto maggiore coraggio e
anche senza pairra di una dura dialettica interna
nel CCE. Panizzi h a chiesto pertanto una posizione dell'AICCE m o l t o più avanzata di quella
media del CCE e quindi una risoluzione politica
della Direzione tiltto s o m m a t o dura, critica e
polemica.
Bufardeci, d o p o aver sottolineato il grande
rilievo dell'assemblea d i Nizza, n o n si nasconde che per altro da essa deve scatirrire u n
allarme circa l'involuzione del processo d i integrazione europea, e insomma viene a convergere
c o n il punto d i vista di Panizzi. Egli sottolinea
che
governo
d i AndreOtti sembrai'a
in u n primo m o m e n t o aver considerato l'Elirapa come uno dei slloi tre pltnti qualificanti:
.
m a poi è sembrato più evasivo o m e n o impe-
gnato e certamente pii! propenso a posizioni
d i mediaziorte che non di avanguardia tra i governi della Comunitb'. I n ogni m o d o Bufardeci
vorrebbe che si accentuasse sempre più l'aspett o sovranazionale della lotta federalista; clie
I'AICCE cercasse d i ~?iobilitarepiìr attivamente
i consigli coinunali provinciali e regionali; e
i n f i n e che si facesse ruotare la vita politica
del CCE m o l t o più intorno alla sua Assemblea
dei Delegati che non ai ristretti organi statutari
d i vertice. Ladaga, i n f i n nuovo intervento, ha
esortato a n o n lasciarsi prendere d a u n pessim i s m o contemplativc~, nza piuttosto a prendere
a t t o delle forze positive, negative e incerte presenti nel CCE, al filze d i dar più energia alle
posizioni avanzate: egli Iza insistito altresì a f finché I'AICCE pronzuova una più vivace vita
di base e, i n particolare, cerchi d i imprimere
u n taglio europeo al dibattito nteridionalista,
che tanto interessa i tiostri Poteri locali del
Mezzorriorno.
Martini h a osservato clie sono
state date m o l t e indicazioni pertinenti, m a che
bisogna costanten7ente tener presenti le possibilità reali delllAICC'E nel più ampio e condizionante quadro d i t u t t o il CCE, anche se è
ovvio che spetta all'AICCE u n c o m p i t o trait7ante. Egli ha esortato anche ad una maggiore
intesa d i lavoro tra i m e m b r i della Direzione
delllAICCE e la Segreteria politica, in nlaniera
da portare avanti c o n la forza d i una collegialità variamente rappresentativa e autorevole irna
coerente e coraggiosa politica, nei limiti delle
forze reali a dispo:iizione della nostra Organizzazione.
I.
La Direzione nazionale delllAI'OCE, riunita
a Roma il 14 luglio 1972, ascoltata la relazione del Segretario generale sullo svolgimento e le conclusioni dei X Stati generali
(Nizza) e le conseguenti proposte operative
per il prossimo futuro, dopo un ampio dibattito le approva.
La Direzione nazionale delllAIOCE, a conclusione dei X Stati generali del CCE, invita
tutti i responsabili di Enti locali a portare
l'esame della risolui!ione politica di Nizza nei
Consigli regionali, provinciali e comunali,
sottolineandone positivamente:
a ) il tipo di confronto non più soltanto
diplomatico, cioè condotto attraverso consultazioni intergovernative, che vi si chiede
di sviluppare in sede politica fra i dieci
Stati della Comuniità europea: il sistema
tradizionale, infatti, fondato sul confronto
tra gli interessi nazionali particolari, è di
per sé inadatto a provvedere all'interesse
generale delllEuropa n; non un Segretariato
europeo, quindi burocratico, esposto alle
manovre - al di Fuori delle istanze comunitarie
dei pairtners ,, più forti o spregiudicati e ai loro accordi bilaterali, ma
l'estensione dei poteri della Commissione
esecutiva della comunità, rinnovata con membri designati tutti « al più alto livello politico » e che prelitda a un vero e proprio
((
Governo, il quale sia responsabile di front
al Parlamento Europeo;
b ) l'affermazione, chiara e rigorosa, dell;
interdipendenza tra problemi economici
sociali e problemi politici e della sicurezza
quindi l'esigenza di concentrare, allargand~
la Comunità ai temi politici, la rappresen
tanza e il confronto degli Stati aderenti ii
un unico organo responsabile, il Consiglic
dei Ministri comunitario;
un:
C ) l'affermazione della necessità di
politica regionale e sociale coerente, elabo
rata e applicata a livello comunitario, ne
quadro di una programmazione economie:
democratica, nonché di una pianificazione
globale e simultanea del territorio europeo
d) la reiterata richiesta di elezioni di
rette del Parlamento Europeo, secondo un:
scadenza stabilita e al fine di far parteci
pare tutti i cittadini alla costruzione euro
pea n, nonché di legittimare - per via d
deputati eletti con mandato europeo e impe
gnati a tempo pieno nelle questioni comuni
tarie - il progressivo, rapido aumento dellt
sue competenze, venendogli a conferire ur
potere di co-decisione in tutti i campi attri
buiti al Consiglio dei Ministri;
((
e ) la proposta di creare, nell'àmbitc
comunitario, un organismo consultivo dellt
collettività locali e regionali, cioè una Confe
renza dei Poteri locali dei dieci, permanente
a cui non potrebbe essere sottratto il pienc
diritto di mettere pareri su tutta la materi:
inerente alla politica regionale, alla pian
cazione del territorio, alla salvaguardia dc
l'ambiente naturale e umano.
La Direzione nazionale sottolinea in par
tempo l'esigenza che i Comuni, le Provincie
le Regioni decidono di seguire la prepara
zione e lo svolgimento del vertice dei Cap
di Stato e di Governo con attiva vigilanza
perché si svolga secondo le indicazioni emer
se a Nizza, riservandosi di esaminare criti
camente un eventuale rinvio del vertict
stesso: questo starebbe ancora una volta z
indicare, malgrado la conclamata esigenzc
dell'unità europea, la sostanziale incapaciti
dei governi di sottoporsi a una strategia
sovranazionale. La Direzione invita i Poteri
locali a rendersi disponibili per quelle assem
blee di base che, in funzione del vertice
sono state previste dal Movimento Europeo
col concorso dei rappresentanti di tutte lc
forze popolari e federaliste.
La Direzione nazionale è viceversa costretta
a dare un giudizio negativo sui risultati dei
X Stati generali in merito al tema della
politica ecologica dei Poteri locali europei
Malgrado gli ampi e positivi lavori Preparatorii del Consiglio dei Comuni d'Europa,
una minoranza conservatrice particolarmente
attiva è riuscita a Nizza a non far pervenire
a quelle conclusioni, che erano chiaramente
COMUAII D'EUROPA
luglio-agosto 1972
17
CE DEL 14 LUGLIO 1972 A ROMA
lrospettate dalla relazione congressuale e (quindi una costituzione effettiva di Sezioni
la1 progetto di « Carta per la salvaguardia in Danimarca, Irlanda e Norvegia), un più
lel17ambiente naturale e umano D e che ave- largo impegno dei Potei-i locali come tali
.ano avuto l~assenso maggioritario della
(e non dei soli amminist1:atori locali a titolo
~ommissionecongressuale N ad hoc indice individuale) nella Sezione: Britannica, la verifica di una piena rappresentatività di tutto
,he dai più non è stato avvertito lo stretto,
il territorio nazionale e delle diverse catemperativo legame fra il salto di qualità,
gorie di Enti locali da parte di tutte le Se:he si chiedeva nel campo politico-istituzie
zioni del cCE.
lale, e la necessità di disporsi a mutare
La Direzione nazionale chiede che il CCE
luadro tradizionale della società europea,
,viti di disperdere le sue energie in molte:on l'abbattimento di centri di privilegio plici attività, di rilievo politico talvolta , m e
di Strutture corporative e la creazione di desto agli effetti della lol:ta federalista. Fratina sostanziale democrazia federale
ai
tanto constata con sodtiisfazione
sarà
ivelli sovranazionale, nazionale, regionale, relatore alla prossima (Ionferenza Europea
ocale -, capace di superare la società dei dei Poteri locali di Strasburgo il collega
:onsumi e dell'efficienza settoriale, per met- Martini, che già fu relatore sui temi della
:ere a disposizione dei cittadini gli istituti
politica regionale agli Stati Generali di Lon,olitici e sociali della loro autentica libera- dra, e sottolinea la necessità che tutta la
italiana
riafl'ermi
le conclusioni
<ione. ~
i dell,AICCE
~ invita ~i Poteri ~ delegazione
i
~
~
~
di ~~~d~~ nel prossimo settembre a stralocali, dopo la battuta d'arresto di Nizza.
sburgo, chiarendo SOpriittuttO che di una
assumere. nell'àmbito del CCE. 15m~egno politica
regionale europea non possono non
li una 'Oerente
linea
in un campol essere protagonisti i Poteri locali e una
dove si giuocheranno le sorti della qualità
~ ~ t ~politica
~ i t eà democratica sovranaziodi vita dei futuri europei.
dei
nale. La Direzione nazionale raccomanda di
Figli.
sviluppare a Bruxelles il Bureau di collegaLa Direzione nazionale esprime infine ilav. mento del CCE con la ,=omunità europea e
viso che dal ~0ntr0llo~erritoriale (politica con la sua Commissione esecutiva, e di
regionale) e « qualitativo » dello sviluppo qualificare sempre megliso,nonché di portare
comunitari0 deve scaturire una ulteriore e al vaglio concreto degli Enti associati, il
più energica pressione, affinché il Parlamento lavoro di collaborazione che il CCE, dopo
Eurolpeo~,eletto direttamente dai cittadini di
aver contribuito politicaimente alla sua costitutto i1 territorio della Comunità, si collochi tuzione, presta alllIntergruppo del Parlamenal centro del processo di integrazione, appog- to Europeo per i probleini regionali e locali.
$iato dai Poteri locali, dai partiti democraLa Direzione nazionale afferma che neltici - che dovranno via via strutturarsi più
l'ambito della Comunita europea a dieci i1
adeguatamente a livello sovranazionale -,
CCE non può limitarsi al ruolo consuitivo
dai sindacati dei lavorator< e da tutte le di « partner » sociale, nna deve essere sogforze federaliste.
getto e promotore di attività politica. Terreno
ideale per questa attività è quello di una
)):
-
La Direzione nazionale dà mandato alla
Segreteria delllAICCE di chiedere al Comitato di Presidenza del CCE l'immediata esecuzione dei deliberati di Nizza per la prosecuzione, nell'ambito del CCE, dei lavori di
politica ecologica sulla base della relazione
esposta da Reijnen e del progetto di « Carta D
presentato da Dozio. Dà altresì mandato a
Dozio, anche alla luce della Conferenza di
Stoccolma, di portare a una redazione definitiva
d'accordo con Reijnen - il già
ottimo progetto di « Carta » presentato a
Nizza, facendosi coadiuvare dal gruppo di
lavoro << ad hoc » dell'AICCE.
La Direzione nazionale appoggia senza
riserve i rappresentanti dell'AICCE nel Comitato di Presidenza e nel Bureau del CCE
nella richiesta, ripetutamente avanzata, di
convocazione più frequente e di impegno
più largo dell'Assemblea dei Delegati dcl
CCE; esprime il parere che sia verificata
l'efficienza della Segreteria sovranazionale
del CCE a Parigi; chiede l'estensione del
CCE a tutti e dieci i Paesi della Comunità
politica regionale democratica e sovranazionale: sovranazionale come sovranazionale è
il giuoco delle società multinazionali e come
al di sopra delle frontiere si svolgono le
migrazioni degli uomini e dei capitali, oltre
che il movimento delle merci; democratica
perché condotta dai Poteri regionali e locali,
anche a prescindere dalle iniziative negoziate
dai Governi, e quindi direttamente (cioè
attraverso l'incontro diretto tra i rappresentanti democratici delle diverse Regioni, delle
diverse Provincie e dei diversi Comuni della
Comunità), e democratica altresì perché
basata sull'intesa con altre forze popolari
(per esempio i sindacati dei lavoratori).
i partecipanti
alla riunione
della Direzione
delltAICCE:
On. Giuseppe BUFARDECI,
Vice Presidente, Consigliere
comunale di Forino; prof. Angelo V. Cuncr, Vice Prcsidente, Consigliere comunale di Taranto; reom. Guido
MONINA,Vice Presidente. Consigliere comunale di Ancona; p r o f Umberto S ~ R A F I NSegretario
I,
senera~e,
Consigliere comunale di Vidracco; avv. Gianlranco MARTINI, segretario generale aogiunto, Consigliere comunale d i Vilianova del Ghebbo; pro€. Aurelio DOZIO,Scgretario amministrativo, Sindaco d i Erve; avv. Armando
Bm~oRELw,Vice presidente dd Consiglio
del
Trentino-Alto Adige; a w . Raffaele GAI.LUS, Presidente
della Provincia di Cagliari; dott. Giuseppe GIACCLIETTO,
Segretario generale della CISPEL; prof. Luigi LADAGA,
Consigliere comunale d i Taranto; avv. Enrico LONERO,
Consigliere
di Bari; prof.
MoTTA,
Assessore alla Provincia di Pisa; prof. Edoardo P ~ c c r ,
Assessore comunale di Pozzuoli; ing. Gabriele PASIZZI,
Consigliere comunale di Terracina; on. Armando S~n.4TINI, Consigliere comunale di Saluzzo; on, Giovanni
STARITA,
Assessore al Comune di Roma; dott. Francesco
TAGLIAMONTE,
Consigliere regionale della Campania; prof.
Giovanni
alla Regione Friuli.Venezia
Giulia; rag. Pasquale VocATunO,Vice Siiidaco di Nocera
Tirinese; avv. Gian Carlo ZOLI, Consigliere comunale di
Firenze.
I membri del Collegio dei Sindaci dell'AICCE: dott.
Guido
di Rovereto; prof, M , Maddaiena G u ~ s c o ,Consipiicre comunale di Fano; prof. Oscai
TRozz',
dott.
PRINCIPE,Sindaco di
responsabile Sezione Enti locali del PSI; nonché: ing.
Renato BRUGNER,
Presidente dell'IESRI d i Lugano; cav.
Salvatore MELA, Assessore alla Provincia di Cagliari;
cav. Giuseppe PIAZZONI,Segretario generale dell'UNCEM.
-
amministratori locali a Nizza
I
COMUNI D'EIUROPA
18
(continuazione d a pag. 15)
ficile il ricorso a strumenti diretti di repressione militare. L'URSS ha importanti
motivi sia economici che politici per non
voler perdere la sua posizione centrale e
privilegiata, nci riguardi delllEuropa orientale. Essa può quindi cercare di rafforzare
i meccanismi di integrazione del Comecon,
nella prospettiva di costituire u n blocco
economico più compatto i n grado di tenerc
testa alla concorrenza occidentale. Ciò è i n
accordo con esigenze obiettive dello sviluppo economico degli stessi paesi socialisti,
oggi sempre più interessati ai discorsi di
investimenti comuni, di convertibilità monetaria, e in genere allo sviluppo di istituzioni
economiche multinazionali. La multilateralità non ì- qui sinonimo di sovranazionalità. L'elemento politico unificante e il potere di iniziativa restano accentrati nelle
mani di Mosca. Tuttavia anche la semplice
multilateralizza7ione ha aspetti vantaggiosi
per gli europei orientali. Ciò è dimostrato
dal miglioramento significativo delle relazioni internc all'area Comecon, dopo il 1968
(rientro pieno della Romania, lancio dei programmi Complex, funzionamento della Banca di investimenti, eccetera). I1 contemporaneo miglioramento dei rapporti bilaterali,
ad esempio tra rumcni e ungheresi, oltre
che tra rumeni e sovietici, tra bulgari e
jugoslavi, e il proseguimento in u n modo o
nell'altro della normalizzazione in Cecoslovacchia, il pacifico « passaggio dei poteri »
attuato in Germania orientale, e la ripresa
di credibilità del governo polacco con Gilick, sono utili indicazioni di una situazione
favorevole ad u n incremento della multilateralizzazione. I1 viaggio di T i t o a Mosca,
e il riavvicinamento della Jugoslavia al Co-
luglio-agosto 1972
mecon, ne sono la spia più evidente (vista
anche la sensibilità degli jugoslavi nei confronti degli sviluppi nel blocco orientale).
Tuttavia tale processo è b e n lungi dall'essere irreversibile.
Esso è stato oggi permesso da una favorevole congiuntura internazionale, dalla necessità dei vari regimi europei orientali
di assicurarsi una certa tranquillità sociale
e u n certo sviluppo economico, dalla buona
disposizione sovietica a non insistere su
alcuni punti di dettaglio ideolozico, per concentrarsi invece sugli aspetti economici. Soprattutto questi sviluppi sono stati resi possibili da u n favorevole atteggiamento occidentale, aperto alla collaborazione i n campo
economico e commerciale, e disposto a chiudere il capitolo della guirrra fredda, con la
Ostpolitik tedesca, e u n generale ammorbidimento delle linee anticomuniste.
Non è però possibile ignorare i limiti intrinsechi all'attuale processo di distensione.
Non solo i limiti voluti dai sovietici ( l o
status quo, la chiusura ideologica C culturale, la stabilità dei rerrimi), m a quelli propri alla stessa Ostpoli~~lc.La credibilità,
nel medio termine, di una politica di distensione, richiede la cre,azione di u n nuovo
status. La Ostpolitik è invece solamente u n
tentativo di sbarazzarsi di alcune vecchie
querelles e di tentare alcune « aperture »
senza osare di proporre nuove « sistema7ioni ». Lo stesso processo di sicurezza europea, così come è inizialo, rassomiglia più
ad una serie di trattati di controassicurazione (mescolati di trattative commerciali,
m a non i n tale grado da alterarne la fondamentale fisionomia politica) che a quel
dissolvimento dei blocchi » di cui si sente
favole,,'volare.
Anche nella Ostpolitik insomma vi è una
ISTITUTO
BANCARIO
SAN PAOLO
DI TORINO
mancanza di respiro che potrebbe essere
tacciata di irresponsabilità. Essa apre numerose prospettive, m a non curandosi, O
n o n potendo scegliere tra esse, essa finisce
per apparire nel medio termine come u n
fattore destabilizzante. La incapacità o impossibilità di scelta da parte della Ostpolitik demanda naturalmente ai sovietici
l'onere di compiere le loro scelte, che finiscono così per qualificare le stesse iniziative occidentali. Quanto h o qui detto per
la Ostpolitik è naturalmente valido i n misura ancora maggiore per tutte le altre politiche di « apertura » sin qui tentate dalle
« medie potenze » europee.
Più o meno chiaramente il governo tedesco
occidentale ha compreso ed accettato questo suo ruolo limitato. Esso ha ribadito
la sua appartenenza alla NATO e alla CEE,
ed ha a f f e r m a t o di ritenere di massima i m portanza la continuazione della presenza
quadripartita a Berlino e di quella alleata
sul suo territorio. I1 governo tedesco si è
cioè volontariamente ristretto entro i limiti
di autonomia riconosciuti alle « m e d i e potenze » a f f e r m a n d o la competenza dei « grandi n su t u t t e le questioni fondamentali: anche
quelle che riguardano il suo interesse nazionale. Si è solo riservato u n diritto di sguardo
ed una possibilità di influenza. Altrettanto
hanno i n realtà fatto la Francia e la Gran
Bretagna. Specie la prima ( i n stridente contrasto con la mitologia gollista sempre proclamata), quando ha riconosciuto l'importanza insostituibile della presenza americana
in Germania.
Tuttavia questa posizione « tattica » non
risolve i problemi réali delllURSS. Essa non
ha a che fare solo con le « m e d i e potenze
europee, che saprebbe facilmente dominare,
m a anche con il polo economico globale
Fondi patrimoniali L. 34 miliardi
Depositi fiduciari e cartelle fondiarie
in circolazione: oltre 2.500 miliardi
Direzione generale
TORINO
In Italia 200 filiali
Uffici di ramresentanza a Francoforte,
Londra. paligi. Zurigo
Banca borsa cambio
Credito fondiario
Delegazioni di Credito Fondiario a Bari,
Catania, Napoli
ISTITUTO DI CREDITO
I
D1 DIRITTO PUBBLICO FONDATO NEL 1563
Credito agrario
Finanziamenti opere pubbliche
DA 400 ANNI LA FIDUCIA DEI RISPARMIATORI
l
luglio-agosto 1972
COMUNI D'EUROPA
europeo, che preme potentemente sul delicato equilibrio interno al suo blocco.
è un fattore naturalmente destabillzzante, che non può essere imbrigliato
sen~pliceinenteaumentando l'influenza sovietica sulle medie potenze europee. Esse infatti possono solo parzialmente controllare
le potenzialità di un sistema economico sempre più transnazionale, e la cui dinamica
travolge gli schematismi dirigistici nazionali. L'URSS si trova anch'essa di fronte
a quello stesso problema di irresponsabilità » europea di fronte a cui si trovano
gli americani. La sua posizione è più difens i l a di quella americana, ma sostanzialmente
analoga.
L'URSS sembra infatti tendere a spezzettare gli ambiti della discussione a seconda
dell'interlocutore più favorevole che incontra. Così tende a trattare i problemi strategici direttamente con gli americani, anche
perché essi soli sembrano in grado di poter
prendere decisioni effettive. E tende ad eliminare dalle trattative economiche la Comunità europea, per sfruttare a suo vantaggio
le divergenze tutt'ora esistenti tra i vari
stati. Ma nell'un caso come nell'altro le
sue preoccupazioni stanno sicuramente aumentando. Ne sono indice il comunicato
di Gromjko a Parigi, dove veniva praticamente ignorata la prospettiva di MBFR, e
il discorso di Breznev ai sindacati, dove si
abbozzava i1 riconoscimento della Comunità
di nesi
multilaterali te le ingoziati tra
certezze circa i
diretti tra
e Patto di Varsavia ne sono un altro buon
esempio). E' probabile che non sia sfug
gita alla dirigenza sovietica la precarietà
di Una posizione troppo cieca rispetto agli
sviluppi in atto in Europa occidentale.
Non è più tempo oggi per Conferenze di
Vienna che durerebbero l'espace d'un rnatin.
Esse potrebbero provocare facilmente potenti riflussi nazionalisti e revanscisti. Esse
potrebbero facilitare il coaliz~arsidegli elementi di instabilità. Oggi che le due più grandi sfere di
quella ameritana e quella
'On0
ambedue
nazionali è evidente che nessuna delle due
può voler correre il rischio di una nuova
rinascita nazionalista. E il miglior modo per
evitare questa situazione è permettere il
rafforzamento di uno stato multinazionale
in Europa. Si tratta di un'enorme inversione
di rotta rispetto ai miti e alla storia ottocentesca, ma si tratta anche dell'unica via
di uscita esistente per le due superpotenze.
Nel medio termine dunque 1'URSS ha anche
essa, come gli USA, bisogno soprattutto di
una Europa responsabile, in grado di contribuire alla coesione del nuovo sistema
internazionale.
((
Rispetto alla Cina, al Giappone e al Teno
Mondo. 11 discorso è anche qui quello tra
responsabilità e irresponsabilità europee. I n
questo caso però i timori sembrano rovesciati. I1 nazionalismo negativo nei confronti
di USA e URSS viene qui valutato positivamente.
Tuttavia tale contraddizione è più apparente che reale. I1 Terzo Mondo, la Cina e
il Giappone, sono intercssati in primo luogo
ai problemi del commercio internazionale,
dell'aiuto, dcllo sviluppo, dellc fonti di enerzia , ecc.
u
Le medie potenze europee
una
dimensione tale da poter influire significa-
19
tivamente su quirsti fattori. Ma oggettivamente, nel suo complesso, l'Europa occidentale è il maggior centro commerciale
globale, il maggiore importatore di energia,
il nodo per la soluzione del problema monetario, e il secondo centro mondiale in
grado di assicurzire un aiuto allo sviluppo.
La contraddizione però persiste, poiché
in tutti questi campi l'Europa non è stata
in grado di definire politiche che andassero
al di là della cri,azione di regimi preferenziali, della difesa dei propri settori meno
concorrenziali, dell'adeguamento a criteri puramente commerciali, e in definitiva della
adesione alle scelte altrui.
Rispetto alle situazioni regionali. L'Europa
è presente ed interessata, nel modo imper-
fetto che siamo andati schematizzando, principalmente in due regioni: quella europea
vera e propria e quella mediterranea.
Già siamo andati implicitamente delineando alcune delle caratteristiche di questa presenza. Vale la pena di sottolineare ancora
qualche aspetto.
11 più importante è probabilmente quello
della pratica impossibilità d e l l r ~ u r o p aa di.
fendersi da sé, ad essere il potere militare
dominante nelle sue regioni. ~~~~t~ dato
di fatto non pub essere cancellato, poiché,
come diceva un famoso sociologo, la storia
non è u n autobus dal quale si possa scendere quando si voglia.
La storia e la politica debbono essere
intessute di realtà. E la realtà è che l'era
dell'autonomia militare delllEuropa è finita.
così come è finita
in cui una superpotenza poteva sperare di vincere e provocare la resa a discrezione delllaltra. c i ò ha
mutato il pensieiro strategico (anche se rnolti fingono di non accorgersene), ma non
ha eliminato i problemi di sicurezza e di
difesa, Li ha
resi meno semplici di
quanto molti perisassero, I n certo clual modo
li ha resi meno autonomi, e li ha avvicinati
a tutte le altre parti del discorso sulla
cietà umana: quella economica, quella sociale, quella culturale. Nelle regioni di suo
immediato interesse il « polo
europeo
è dunque presente ma
non indipendente. La
))
sua azione può essere
autonoma, ma
anarchica.
Ciò non ne iì necessariamente una N media
potenza
con quei limiti di azione che abbiamo prima delineati,
Ma ciò sicuramf.nte non
ne fa una liber;i farfalla, in grado di spaziare
a suo piacimento, fino
alla sua morte, naturale o provocata che sia.
11 problema della sicurezza regionale è durique la sfida pih complessa che l,Eui-opa deve affrontare per verificare s e la struttura
anomala che essa si è
data è in _pradc'
di farlIiniziativa politica
necessaria a fare dell'Europa un polo vero e
proprio
situazione
internazionale.
Elementi di uno scenario anomalo
Gli scenari che ho avuto occasione di elaborare in miei precedenti lavori (raccolti
nel libro « La Sicurezza europea » edito
dal Mulino), o i molti altri che ho avuto
occasione di leggere, partono sempre da
alcuni presupposti opinabili, dalla individuazione di alcuni fattori » la cui importanza
può essere decisa
dall'autOre
(0 dal gruppo di autori) e criticata poi liberamente dal lettore.
Tutto il discorso fatto in precedenza vale
qui come una scelta, opinabile e in certa
misura arbitraria, di parametri. E' possibile certamente elaborarne altri, che avrcbbere però la stessa arbitrarietà di
tentati. rn particolare t: oggi druso
da
elaborare almeno tre
scenari D, che iri
((
((
realtà non sono che aspetti polemicamente
contrapposti di uno stesso discorso. Tali
scenari parlano di una Europa neutrale,
terza forza indipendentc, oppure di una
Europa neutralista, che accetta i rapporti
di forza esistenti m a si sforza di mutarli,
0 infine di una Europa rletltualizzata, che
viene cioè relegata a inferiore rango di
potenza dai suoi maggiori. Io stesso assieme a Riccardo Perissich, ho a suo tempo
parlato di tre alternative (l'alternativa del
distacco Europa-America, quella dell'impero
americano, e infine quella della partner
ship, in Europa e America, materiali per
un dibattito » edito dal Mulino) che sostan
zialmente equivalevano a quelle precedente((
mente elencate.
Partendo da una diversa impostazione, nei
modelli da me pubblicati in « La sicurezza
europea », esaminando il IV scenario (evoluzioni integrate in ambedue i blocchi) prevedevo almeno tre varianti: la formazione di
due comunità occidentali e orientali attorno
agli USA e all'URSS, oppure la formazione
di una sola comunità europea occidentale
contrapposta all'egemonia sovietica ad oriente, o infine la formazione di due comunità
europee ad oriente e occidente, distinte dal-
)),
la copertina di un pregevole opuscolo illustrativo del gemellaggio fra
le città di Olgiate (Como) e Liancourt (Francia).
COMUNI D'EUIROPA
le superpotenze. E così si potrebbe continuare, con tutte le altre possibili ipotesi.
Le premesse che abbiamo posto a questo
nostro scenario esigono però un taglio diverso del discorso. Le debolezze intrinseche
a tutte le altre ipotesi sono qui ricondotte
fondamentalmente ad una: alla peculiarità
del polo europeo occidentale nel sistema
internazionale, e alla sua attuale irresponsabilità. Se questo è il discorso che ora ci
interessa approfondire in qualche sua parte,
le alternative del nostro scenario sono sostanzialmente due: l'Europa come conglomerato di medie potenze e l'Europa come
polo anomalo di potenza.
L'Europa come conglomerato
di medie potenze
Lo scenario è caratterizzato da una stagnazione del processo di integrazione europea
e da un aumento di i m p o r t a n ~ adelle iniziative nazionali, nel quadro delle sistemazioni
regionali volute dalle superpotenze.
L'attività delle « medie potenze » europee
si esplicherebbe soprattutto in tre direzioni:
a ) verso gli Stati Uniti e il Giappone:
ricercando un coordinamento tattico delle
politiche economiche internazionali, per assicurare la permanenza di un'area più o meno
generalizzata di libero scambio per una serie di settori « concorrenziali », e nello stesso
tempo permettere il finanziamento extratariffario dei settori non concorrenziali. In
queste trattative le medie potenze europee
partirebbero con un modesto vantaggio sul
piano economico e un netto svantaggio sul
piano politico rispetto agli USA. Poiché questa sarebbe anche la situazione del Giappone, è probabile che gli USA riuscirebbero
ad evitare, grazie a pressioni in campo pclitico e relative alla situazione strategica
globale, una « alleanza » tra europei e giapponesi. D'altro canto questi ultimi sono già
ora direttamente in concorrenza sul piano
produttivo e commerciale;
b) verso il Mediterraneo: in questo settore l'azione europea sarebbe sostanzialmente difensiva. Una posizione attiva infatti
travalicherebbe gli obiettivi limiti di un
qualsiasi gruppo di « medie potenze » richiedendo una « capacità sostitutiva » di cui
esse sono prive. Uno sviluppo che verrebbe
probabilmente tentato, e che sarebbe in
carattere con tale atteggiamento difensivoriduttivo, potrebbe essere la costituzione di
una alleanza o comunità del Mediterraneo
occidentale, imperniata su Francia, Italia,
Spagna e Paesi del Maghreb. Tale proposta
avrebbe molteplici effetti negativi, allentando di fatto i legami europei con Paesi
come la Turchia e la Jugoslavia, o Israele
stesso o l'Egitto, di molto maggiore interesse politico, economico e strategico. Inoltre evidenzierebbe la pratica rinuncia euro-
Ogni dettaglio dei X Stati generali
del Consiglio dei Comuni d'Europa
(Nizza, 15-17 giugno 1972) e il testo
integrale di tutti i discorsi saranno
oontenuti in un numero speciale di
« Nuova Rassegna di legislazione, dottrina e giurisprudenza », di prossima
pubblicazione.
pea a condurre una effettiva politica del
petrolio verso i paesi arabi. Le medie p o
tenze europee si contenterebbero in questo
caso di azioni « di conserva » (del tipo di
quella intrapresa recentemente dalla Francia
in Iraq) volte ad assicura.rsi modesti privilegi economici (peraltro incerti) e ancor più
modesti privilegi politici, all'ombra di scelte
operate ad un livello che gli europei non
potrebbero sperare di influenzare (poiché
l'Iraq potrà essere influenzato dalllURSS,
dagli USA o persino dal Giappone o dalla
Cina, che avranno qualcosa da offrire, ma
non da un paese che potrà solo ade-miarsi
alle scelte che il governo iracheno vorrà
di volta in volta compiere Un esempio analogo è fornito dagli sviluppi della querelle
petrolifera franco-algerina);
C) verso est, proseguendo una moderata
Ostpolitik, con i limiti che siamo andati precedentemente delineando. l'n questo scenario
le contraddizioni che abbiamo individuato
vengono parzialmente risolte con una crescente influenza sovietica sulla situazione
europea. Nella impossibilità che tale influenLa si esplichi sul piano economico (per la
evidente inadeguatezza dtbl sistema economico sovietico), sarà necessario accettare
anche qui una prevalenza dei fattori politico-strategici su quelli puramente economici.
Tutto questo scenario è così orientato nel
senso di una svalutazione progressiva di
quell'anomalo polo economico globale europeo, che già oggi esiste. 'Tale svalutazione,
per realizzarsi, richiede un accordo crescente, politico e militare, tra USA e URSS, e
l'acquiescenza europea a t,ale situazione. La
limitazione progressiva delle sfere di azione
autonoma delle medie poienze, ne sarebbe
poi la conclusione logica.
La svalutazione del polo europeo potrebbe
però avere effetti negativi su tutto il sistema delle triangolazioni da noi precedentemente delineato. Infatti sia il ruolo americano che quello sovietico ne uscirebbero rafforzati, al di sopra degli altri possibili poli.
La sparizione del polo europeo ricondurrebbe
rapidamente verso una situazione di sostanziale bipolarismo, in cui le caratteristiche
di potenza degli altri poli potrebbero essere
facilmente « circoscritte » entro D ~ Ùanqusti
spazi regionali, riducendo anche il loro molo
a quello di « medie potenze ». privo cioè di
reale autonomia e di globalità.
L'interesse di questo scenario è in questa
dimostrazione della importanza del polo europeo per il sistema qlobale, anche se resta
par7ialrneiite un polo sol13 potenziale. La
volitica è fatta sia di rapporti di forza che
di percezioni vsicologiche. e non bisoqna
quindi sottovalutare né gli uni né le altre.
E i i r o ~ acome polo anonialo di potenza
Questo scenario è particolarmente difficile da descrivere. Esso è talmente collegato
ai possibili sviluppi politici ed istituzionali
europei, da mutare a seconda di come tali
sviluppi si verificano. D'alti-o canto è possibile individuare sin d'ora alcuni elementi
caratterizzanti.
I1 primo è ovviamente il proseguimento
del processo di unificazione europea. Esso
avrà però bisogno, per caratterizzarsi come
polo di potenza, di poter contribuire ad almeno due serie di accordi. Una prima serie
sarà quella degli accordi globali (cioè di
luglio-agosto 1972
quegli accordi che interessano più poli, che
parzialmente trascendono le « triangolazioni » prima delineate) soprattutto in campo
economico.
Una seconda serie sarà quella degli accordi
regiortali, limitati cioè alle situazioni di interesse locale europeo. Mentre rispetto ai primi il polo europeo potrà funzionare con sufficiente libertà ed autonomia, ed anche contribuire a creare una nuova b'alance of power,
rispetto ai secondi esso si tro'va in situazione subordinata, poiché fatto'ri politici e
militari largamente non influenzabili dagli
europei, sono direttamente in gioco'.
Si pone qui il problema chiave di questo
nostro scenario anomalo: quale potrà essere
la politica di sicurezza di un siffatto ed
incompleto polo europeo? Era la domanda
che ci eravamo posti all'inizio e che può
trovare una sua prima, parziale risposta
proprio nell'ambito di questo « scenario ».
I1 superamento del containment richiederebbe sul piano strategico un completo ribaltamento delle scelte sin qui operate. Mentre in precedenza gli americani fornivano le
punte e gli europei le riserve dello schiera
mento, oggi gli americani dovrebbero fornire le riserve e le coperture atomiche, e
gli europei le punte. Ma perché ciò si verificasse il polo europeo avrebbe da non essere
anomalo! Infatti dovrebbe poter disporre di
una rapida capacità di decisione politica,
di una completa standardi~zazionee di una
efficace integrazione delle forze armate. Ciò
non è. E quindi anche il superamento del
containment dovrà adattarsi alle peculiarità
dello sviluppo europeo. I n particolare gli
europei potranno cominciare a sviluppare
quegli accordi di base, sulla logistica, sulla
produzione e sull'acquisto degli armamenti,
sulle strategie di impieqo e sulla struttura
funzionale delle forze, che oggi con la loro
mancanza impediscono ogni salto di qualità » della presenza europea.
Una variante nello scenario può essere
I'acquisizione a livello europeo di un potere
atomico comune, con la «messa a disposizione » dei deterrenti nazionali francese e
britannico. In nessun caso questa variante
risolve i problemi europei. Anzi li accresce,
poiché catapulta la strategia europea ad un
livello concorrenziale con quello delle altre
due superpotenze, senza visibili ragioni di
sicurezza perché ciò avvenga. Si tratterebbe
in sostanza di un atto di indipendentismo
politico, nei confronti dei sovietici e degli
americani, non giustificato da immediate
ragioni di sicurezza, e in quanto tale profondamente destabilizzante. Un deterrente europeo sarebbe necessariamente di qualità differente di quello francese o britannico, perché avrebbe pii1 immediate ed evidenti motivazioni di potenza globale, che oggi sfugmedie pogono completamente alle due
tenze » europee. Un simile atto porrebbe
fine:
.
- all'equilibrio basato sul disarmo atomico della Germania;
- all'equilibrio ricercato attraverso il
TNP e finora accettato dalla maggioranza
degli stati europei;
- all'equilibrio
ricercato a i traverso i
negoziati diretti USA-URSS (che presuppongono un sostanziale congelamento del pa
norama atomico in Europa);
- alla strategia della risposta flessibile,
basata sull'accettazione da parte degli euro-
luglio-agosto 1972
pei del loro ruolo di ostaggi e co-garanti
assieme alle superpotenze.
Si tratterebbe in sostanza del tentativo
di operare una brusca svolta nell'attuale
situazione internazionale, scnza avere la capacità di controllarnc in alcun modo gli effetti successivi (e senza presumibile speranza che tali effetti provochino un «mondo
migliore »).
Infine questa ipotesi contrasta direttamente con il processo di integrazione europea, così come si è venuto sinora delineando, poiché presuppone se non altro un esecutivo unico, dotato di legittimità politica
sufficiente per poter credibilmente minacciare l'uso dell'arma atomica: non esiste
oggi questo esecutivo, e non esisterà per i
prossimi dieci anni almeno. Ogni altra sottoipotesi che escluda un tale esecutivo, non
è degna di alcuna considerazione, dal punto
di vista strategico.
La politica di difesa europea, in questo
scenario, è dunque basata su tre limitazioni
principali:
- sulla accettazione dell'attuale equilibrio atomico, e delle strategie elaborate per
mantenerlo;
- sulla definizione di una serie di interessi militari regionali, molto meno estesi
degli effettivi interessi politici ed economici
del polo europeo;
- sulle obiettive deficienze della struttura attuale delle forze armate europee, che
iendono praticamente impossibile un rapido
« aggiornamento » della strategia europea,
al mutato quadro internazionale.
Queste tre limitazioni obiettive fanno sì
che sia praticamente impossibile parlare di
« difesa europea » anche se non è impossibile parlare di « sicurezza europea ».
Lo scenario « anomalo » europeo che quindi si delinea è estremamente variegato, ma
non per questo simile al precedente scenario, che vedeva un semplice agglomerato
di medie potenze ». I1 punto di partenza è
evidentemente il medesimo, ma diversi sono
i trends, e diversa la conclusione. Nel caso
dell'agglomerato di medie potenze, la situazione globale di sicurezza tende verso una
progressiva semplificazione dei rapporti,
sino al ristabilimento di una balance o f
power sostanzialmente bilaterale: in questo
caso i fattori puramente militari riprenderebbero il sopravvento, aumentando i rischi
di guerra e diminuendo ulteriormente le capacità autonome dei minori. Nel caso del
polo « anomalo » europeo, lo svilupparsi di
una volontà politica ed economica europea
a livello globale, permetterebbe di proseguire
un discorso di diversificazione e sostanziale
« civilizzazione » dei rapporti internazionali.
La balance of power verrebbe ad arricchirsi di fattori extra-militari a tutto vantaggio della pace e degli interessi dei minori. Le insufficienze militari del polo europeo non potrebbero in nessun caso venire
colmate, ma potrebbero attenuarsi, mentre
un'azione più intraprendente sul piano politico ed economico potrebbe contribuire ad
eliminare alcuni fattori di tensione in aree
turbolente. Una azione omeopatica e nel
lungo termine potrebbe così utilmente sostituire quegli interventi militari del breve
termine che oggi tendono ad acutizzare bruscamente (Vietnam) o a congelare parzialmente (Medio Oriente) le situazioni di crisi,
senza mai arrivare a risolverle.
COMUNI D'EUROPA
23
L'unità nella diversità:
una mistificazione ?'
di Mario Bastianetto
Nel 1844 Carlo Cattaneo scriveva: « Se
v'è in Europa un elemento uniforme, il
quale certo ebbe radice in Asia, madre
antica dei sacerdozi,
degli imperi, delle
scritture e delle arti,
v'ha pur anco un elemento vario: e costituisce il principio
delle singole nazionalità; e rappresenta ciò che i popoli indigeni
ritennero di se medesimi, anche nell'aggregarsi e conformarsi ai centri civili, disseminati dall'antica influenza. Le varie combinazioni fra l'avvenitizia unità e la varietà nativa si svolsero sulla terra d'Europa; non
approdarono già congiunte nelllAsia D (1).
Se lasciamo cadere il superfluo, di questo
discorso ci resta lo schema concettuale secondo il quale l'Europa si risolve in unità
nella diversità: iinità « avventizia » e diversità « nativa D. L'unità nella diversità costituisce uno dei temi ricorrenti di quanti si
sono occupati e si occupano dell'Europa, tema ripreso recentemente anche da Denis de
Rougemont, in chiave culturale (2).
L'unità è vista come « eredità culturale
dell'Europa n, da intendersi « anzitutto come
la somma di tutti i "prodotti " della cultura
nel corso dei tempi D, poi come « somma di
virtualità di cui non possiamo in generale
attualizzare che una infima parte ». Questa
somma di prodotti e di virtualità, avverte
de Rougemont, Q condiziona (...) un gran numero di occasioni specifiche proposte agli
europei e da cui essi possono ricavare libere
creazioni o non far nulla, ma pone anche
limiti precisi alla loro azione, che non possono eludere soprattutto se li ignorano D.
L'eredità culturale europea vive « in ciascuno di noi, sotto forma di conflitti, di
sfide appassionate, di crisi latenti, di schizofrenia, di armonia dei contrari per sublime
eccezione ».
Insomma: il sacco dei doni di Babbo Natale, o - se si vuole - l'Assoluto di Schelling, nel cui buio tutte le vacche erano nere.
I1 Direttore del Centro europeo della Cultura formalmen1.e si attiene all'antropologia
culturale, ma nella sostanza resta sul piano
dell'evasione letteraria, che gli è più congeniale. Dal punto di vista retorico-letterario
l'unità culturale delllEuropa non può risolversi che nella somma delle diversità, ma
allora c'è da chiedersi perché non sia più
allettante qualche declamazione sull'unità
culturale del mondo. Il de Rougemont afferma che, « a differenza delle grandi culture del passato asiatico, medio orientale,
pre-colombiano, la eredità culturale delllOccidente si rivela pluralistica fino alla vertigine n: c'è da sc:ammettere che l'eredità cul(1) C. CATTANEO,
Notizie naturali e civili s u la Lombardia, in Opere edite ed inedite (Firenze, 1881-92).
vol. IV, p. 146 e se,<.
(2) ,Si tratta della Prefazione al vol. I11 delle G Memorie d Europa v , pubt>licata in traduzione italiana sul numero di marzo di C: Comunità eurooee W.
turale del mondo potrebbe rivelarsi caratterizzata da un pluralismo ancor più vertiginoso.
In questo pluralismo culturale europeo,
naturalmente, bisogna fare i conti anche con
addendi sgradevoli: de Rougemont se la
cava ricorrendo ad un elegante, e appena
mascherato, processo di espulsione: « Einstein, Churchill, C. G. Jung, Picasso possono
detestarsi ma sono nella linea dritta dell'eredità europea; Hitler e Stalin di traverso ».
Troppo comodo: Hitler non f u meno europeo di Churchill, e bisognerà pure riconoscere l'esistenza di qualcosa, nella nostra
eredità culturale, che ha reso non soltanto
possibile, ma persino plausibile un uomo
come Hitler. Ad esempio gli hitleriani costrinsero gli ebrei ad una vita sub-umana
proprio per dimostrare a se stessi che le
loro vittime erano, appunto, sub-umane. In
precedenza i colonizzatori europei distrussero le strutture culturali dei popoli colonizzati per dimostrare a se stessi che quei
popoli dovevano essere, appunto, civilizzati.
Per quanto riguarda Stalin, gioverà riportare qui un passo autobiografico di Altiero
Spinelli:
I1 comunismo era la reincarnazione, nella nostra epoca di disordini e di
crisi, di una tendenza profonda e, per così
dire, permanente della coscienza politica
umana. Era la stessa religione e la stessa
politica della Repubblica di Platone e della
Compagnia di Gesù; era l'ideale del Grande
Inquisitore di Dostojevski; si trattava dell'ordine politico-religioso degli uomini che
sanno e che perciò esigono il potere assoluto sui beni, sul corpo e sull'anima del
resto dell'umanità, la quale non sa e deve
perciò essere guidata con mano ferrea. Contrariamente a quel che andavano dicendo
Trotzki e gli altri eretici del comunismo,
l'opera di Stalin non mi appariva come la
degenerazione e il tradimento della rivoluzione di Lenin, ne era anzi la coerente realizzazione » ( 3).
Per il giovane Spinelli, dunque, anche Stalin fu europeo; ma lo f u davvero, e continua
ad esserlo, per chiunque voglia guardare
l'Europa con realismo, senza cadere nella
tentazione dello sciovinismo europeistico, e
con la ferma intenzione di scoprire un'unità
che non sia semplice somma di addendi.
Inaspettatamente dal sacco di Babbo Natale esce il salotto buono, « gli elementi liberatori dell'eredità culturale europea D. Quali
sarebbero? Lo spirito critico, l'amore di Dio
e del prossimo, la nozione di persona u?nana,
la fedeltà e il secolarismo. Non si intende
qui negare che esistano tali « elementi liberatori D, almeno come modelli culturali, come tendenze; piuttosto bisognerà collocarli
in un contesto dialettico, senza cadere in un
esclusivismo europeistico deteriore.
Prendiamo, ad esempio, l'amore di Dio e
del prossimo: se ammettiamo - e de Rouge(3) A. SPINELLI,L'Europa n o n cade dal clelo, Bologna,
1960, pag. 11 e seg.
luglio-agosto 1972
COMUNI D'ELIROPA
22
mont lo ammette - che ci viene dall'eredità
ebraico-cristiana, questo amore (quando c'è)
dobbiamo considerarlo un elemento universale e non soltanto europeo. Indubbiamente
nel passato abbiamo europeizzato i Vangeli
pdr adeguarli alla nostra misura, e poi ii
abbiamo imposti a culture non europee che
recavano misure diverse. Pertanto siamo di-
rettamente responsabili se i popoli pervenuti all'indipendenza formale, oggi, nel loro
sforzo di recupero delle culture originali,
rigettano, insieme alla cultura europea, anche
il cristianesimo europeizicato, ossia avvolto
nell'intrico di schemi meintali platonici, ari
stotelici, agostiniani, tomisti e via discorrendo. Si tratta di schemi che forse vanno an-
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cora bene per noi, che sono universali secondo il nostro giudizio, ma che per altri
si risolvono in idola tribus D.
Gli schemi mentali, la concettualizzazione
di cui meniamo tanto vanto. Ma non sarà
anche un limite? Ecco come si esprime un
africano che conosce la nostra cultura non
meno bene della sua: « Consideriamo 1'Europeo nei co'nfro'nti del mondo esterno', della Natura, delllAltro: Dio, albero, animale o
pietra. Uomo volitivo', guerriero, uccello rapace, l'Europeo innanzitutto si distingue dall'oggetto. Egli è sguardo puro. Si tratta del
"realismo visivo'" di cui parla Gaetano
Picomn nel suo Panoram,~des Idées contemporaines. L'Europeo mette a fuoco l'oggetto, lo immobilizza, lo fissa. Fornito di strumenti di precisione, egli lo seziona con analisi impietosa, per adoperarlo in funzione
dei suoi fini. Lo riduce ad un mezzo. Animato dalla volontà di potenza, egli uccide
l'Altro, per assimilarlo alla propria vita con
moto centripeto. Si tratta di ciò che 1'Europeo chiama " attività generica ", " attività
creatrice dell'uomo ", " piegare la natura ai
bisogni dell'uomo " e, più propriamente, " addomesticare la natura ". E ciò anche se la
natura è il prossimo', l'Uomo stesso; uccidere, analizzare, assorbire, assimilare non
sono creare; al più sono un atto di nutrizione.
I1 Negro-africano nel suo colore, è come
la Notte primigenia. E' cieco. Egli non vede:
sente l'altro senten'do se stesso; di no'tte tutto è vivo. "Vedo che mi senti ": è un'espressione frequente in Africa sulla bocca di u n
interlocutore. Nella sua soggettività, in cima
alle sue antenne co'me d'insetto, il Negroafricano sco~prel'oggetto. Eccolo allora, co'mmosso fino al midollo, andare dal soggetto
all'olggetto attraverso le onde dell'Altro. Non
si tratta di una semplice metafora giacché
la fisica moderna ha riscomperto queste onde,
queste radiazio'ni. Eccolo, dunque, simpatizzare e identificarsi, morire a s e stesso. per
rinascere nelllAltro, per conoscere l'Altro
nel senso di Claudel. Egli non assimila: si
fa assimilare; vive in simbiosi. "Penso, dunque sono ", scriveva Cartesio. L'Europeo è
perché pensa l'oggetto; il Negro-africano
perché sente l'oggetto; meglio: perché daniia
l'oggetto. Ora, danzare vuol dire creare » (4).
Se quest'africano ha anche parzialmente
ragione, dobbiamo domandarci dove vada a
finire il presunto disinteresse della nostra
attività speculativa; dobbiamo domandarci
fino a qual punto il nostro spirito si risolva
in spirito di co'rpo. Qual è il nostro vero
obiettivo: l'efficienza o la civiltà? Per conoscerci meglio dovremo, finalmente, accettare il confronto con i non europei, dovremo deporre una buona volta la nostra pretesa di tenere sempre il banco. Ma è anche
necessario interrogarci a vicenda, superando
i condizionamenti nazionali. Quest'ultimo ì;.
un lavo'ro da fare soprattutto nella scuo'la,
ma ci vuo'le una scuola europea che ancora
non esiste, e che tuttavia è a portata delle
nostre mani.
(4) LÉOPOLDS. SENGHOR,
L'Eiirope vue par I'Afrique. in
Mi-
L'Europe du XIW et ou X X ' siècle i > , vol. 7',,
lano 1967. D. 767 e seg.
s
~luglio-agosto1972
COMIJNI D'EUROPA
23
Cronaca delle Assemblee europee
A
di Andrea Chiti Batelli
L'allargamento
delle competenze del Parlamento Europeo in
materia di bilancio
Duraizte la sua sessione di luglio il Parla
mento Europeo ha discusso del prossilno
Vertzce, Iza approvalo i n proposzto uiza raccomandazione ai Diecl governi, ha accolto
una delegazioize di europeisti e federallsti,
capegglata da Maurice Faure e accompagnata
da una manifestazione pubblica, sostaizzzal
meizte sollecitata dallo stesso Presidente del
Parlamenlo Europeo Behrendt, ed hu affrontato il tema dell'allarga~neiztodelle competenze del Parlamento stesso i n materia di
bilancio.
1. La situazione
Un codicillo » al dibattito sul Vertice (di
cui parliamo più diffusamente nella Parte I1
di questo articolo), può esser considerata
l'altra breve discussione, che a d esso è immediatamente seguita, in ordine al rafforza-
mento dei poteri di bilancio del Parlamento
Europeo, sulla base di una relazione, con
quel titolo, dell'on. Spénale, socialista francese ( « Parlamento Europeo », doc. 72/72).
Quali sono i termini della questione?
Come detta relazione ricorda, il 22 aprile 1970 venne firmato il trattato a relativo
alla modifica di talune disposizioni in materia di bilancio dei trattati istitutivi delle
t r e Comunità E u r o p e e » (CECA, CEE ed
Euratom): trattato successivamente ratificato dai sei stati membri.
Tale trattato - riassumiamone nel modo
più sintetico il contenuto con le parole della « Relazione Vede1 » ( 1):
pur attribuendo al Parlamento il potere di
approvare il bilancio a decorrere dal 1975, non
gli riconosce il diritto di pronunciarsi in ultima
istanza in niateria di " spese derivanti obbligatoriamente dal trattato oppure dagli atti che
ne derivano ". Soltanto per le altre spese viene
riconosciuto al Parlamento il potere di far prevalere la propria decisione su quella del Consiglio »:
«
spese, prosegue la relazione Vedel, la cui
definizio'ne è incerta, ma che ad ogni modo
non sembrano allontanarsi da una percentuale, rispetto alle spese glo~bali, del 4-5
per cento.
I n quella occasione la Commissione delle
Comunità europee ebbe ad emettere una
dichiarazione, che figura in allegato a detto
trattato, nella quale essa
esprimeva il suo rammarico per il fatto che
le decisioni prese dal Consiglio non tenevano
sufficientemente conto dei voti espressi dal Parlamento; precisava altresì che « l'estensione dei
poteri del Parlamento in materia di bilancio
dovrà comunque essere riconsiderata in tempo
utile e, al più tardi, nel 1972, prima dell'entrata
in vigore delle disposizioni stabilite per il periodo normale 197475 » e manifestava infine « la
propria intenzione di presentare proposte in
materia, dopo che tutti gli Stati membri avranno
ratificato il Trattato firmato il 20 aprile ed al
più tardi entro un termine di due anni )>.
( l ) Relazione del g r ~ ~ p p «o ad boe D per I'e3atne del
problenlu dell'ai?zplianrento delle coinpetei~ze del Pmrlanieilfo Europeo, * Bollettino delle Comunità europee p ,
Supplemento 4/72, 91 pp.
A sua volta il Consiglio emetteva - scmpre in quella occasione - altra dichiarazione
(che figura anche questa i n annesso al sopraddetto trattato), i n cui affermava che,
« conforniemente alla procedura di cui all'articolo L36 del 'Trattato » [istitutivo della CEE],
esso avrebbe esaininato le proposte della Commissione alla luce dellc discussioni intervenute
iil seno ai Parlamiinti degli Stati membri, dell'evoluzione della situazione europea e dei problemi istituzionali connessi con l'allargamento
della Comunità D.
Infine poco dopo - nella sua sessione del
maggio 1970 - il Parlamento Europeo approvava una risoluzione in cui,
« nel prendere atto di tali dichiarazioni della
Commissione e d'e1 Consiglio, e degl'impegni
che essi implicavano u, raccomandava « ai Parlamenti degli Stati nazionali che, nel ratificare gli
accordi del 22 aprile 3970», essi prendessero
occasione dai relativi dibattiti di ratifica per
sostenere la necessità, alfermata dal Parlamento
Europeo, di gararitire un controllo parlamentare effettivo sulle risorse comuni che sfuggono
ormai a qualsiasi valutazione da parte dei Parlamenti nazionali n.
E i n detti Parlamenti nazionali le voci
i n favore di tali tesi - ricorda ancora la
relazione Spénali- - sono state effettivamente energiche e largamente maggio~ritarie,
rivelando « u n a volontà quasi unanime di
vedere rafforzati i poteri del Parlamento
europeo, soprattutto in materia di bilancio ».
Ultimo elemento di questo quadro: l'atteggiamento degli stati candidati all'adesione:
i quali tutti (è aricora Spénale che parla),
« hanno acccttato senza contestazione il rafforzamento dei potcri di bilancio connessi all'istituzione dclle riso]-sc proprie delle Comunità c
gli impegni assunti dalle istituzioni al momento
della firma del Trattato del 22 aprile 1970 D.
« Pertanto - ha coricluso Spénalc, e conclude
poi il testo della. risoluzione approvata nella
scorsa sessione di giugno - la presentazione
da parte della Co:mmissionc, di nuove proposte
volte a rafforzare i poteri del Parlamento in
materia di bilancio costituisce la realizzazione
di un impegno fondamentale preso in precedenza
e non una " improvvisazione istituzionale " D.
2. L'atteggiamento del Parlamento Europeo
Spénale, nel siio intervento orale, è stato
anche più trancIz,,r*nte ha detto testualmente:
« Per noi il potere di bilancio è il diritto di
fissare il livello e I'utilizzazionc delle risorse
comuni. Tale diritto non può essere confuso
con quello di fare delle addizioni, dopo che le
decisioni sono state praticamente prese da altre
istituzioni, senza il nostro concorso. Esse devono sapere che noi rifiutiamo, e che rifiuteremo
sempre più, di dare un avallo parlamentare e
un'apparenza di 1t.gittimazione deniocratica a dccisioni prese al dii fuori di noi e di cui dovrenimo seinplicemento convalidare il montante e le
ripartizioni, anche se abbiamo un controllo
sul modo in cui vengono percepite e su quello
in cui vengono spese: il che peraltro è compito
di una Commissione di controllo o di una Corte
dei Conti, e non di un Parlamento.
Tutti devono sapere che non ci faremo mai
complici, anche colo con il nostro silenzio, di
decisioni come quella presa con il Regolamento
n. 2511962, con la quale il Consiglio e la Com-
niissione, agendo nel più grande segreto, hanno
deciso della spesa di 800 milioiii di unità di
conto relativa ai prelievi agricoli, affermando
per di più, nel tcsto di tale Regolamento, che
il Parlameiito era stato consultato, il che non
era neppure vcro a.
Queste afferniazioni sono solo rodomantate: « fanfaronadas a competencias », come
diceva José de Hartzenbusch di quelle analoghe degli eroi calderoniani ( e vedremo che,
ad ogni modo, né Spénale, né il Parlamento
Europeo hanno tenuto fede neppure a d esse). Sono rodomantate, e non lo dice il sottoscritto: lo dimostra, con molta sobrietà e
realismo, la ricordata Relazione Vedel, che
p u r si ispira alla logica gradualista e funzionalista senza nerbo e sostanza politica
che noi non accettiamo, m a che è stata redatta da persone di buon senso. Ecco come
essa, in due parole, svuota la vescica spénaliana:
La competenza in materia di bilancio costituisce uno strumento d'iilflucnza di portata limitata [...l I1 potere del Parlamento in materia
di bilancio, anche tenuto conto del suo rafforzamento realizzato con il trattato del 22 aprile 1970, non deve illudere. Nella Comunità,
come anche negli altri Stati, il bilancio è in
grandissima parte l'espressione in dati numerici
di decisioni prcse " a monte". I Parlamenti
nazionali controllano le finanze pubbliche più
comc legislatori che come autorità di bilancio.
Non essendo legislatore, il Parlamento Europeo
può soltanto, per la quasi totalità dcl bilancio,
verilicare i conti D.
Pertanto solo
« l'attribuzione diretta di un potere di co-decisione in materia legislativa costituisce uno strumento di effettiva efficacia: e sarà proprio questa riforma a darc un contenuio concreto al
potere del Parlamento in materia di bilancio n.
3.
...rimangiato un
momento dopo
Poiché nessuno si occupa, per ora, di dare
al Parlamento Europeo poteri legislativi (che
non potrebbe comunque esercitare senza
avere di fronte un vero e proprio governo
comunitario, giacché la funzione legislativa
ha senso solo come ingranaggio di tutto u n
sistema statale che, senza di questo, gira
a vuoto), le varie riforme e aumenti dei poteri di bilancio del Parlamento Europeo, di
cui non ci si stanca di discutere, sono e
restano, quand'anchc andassero oltre al
« q u a t t r o per cento » che si diceva, senza contenuto concreto »: lo dicono Vede1 e
i suoi tredici - facendo le corna - sapientoni.
Ad ogni modo né Spénale né il Parlamento
Europeo - l'ho già accennato - hanno saputo tener ferme nemmeno le cose, tutto
sommato, assai modeste che essi fingono di
domandare, e si sono subito pentiti di tanto
coraggio - per quanto solo apparente un minuto dopo averlo mostrato.
Essi avevano scritto, nel primitivo progetto di risoluzione:
COMUNI D'EUROPA
24
l. - I1 Parlameiito Europeo invita la Commissione delle Comunità a presentare senza
indugio proposte intese a rafforzare i poteri
del Parlamento in materia di bilancio.
2. - Invita il Consiglio ad esaminare tali proposte e a consultare il Parlamento in modo che
esse possano
hre 1972.
approvate
il 31
3. - Chiede alla Commissione di sostenere dinanzi alla Conferenza al vertice le proposte sui-
ie quali essa avrà conseguito un accordo con
il Parlamento europeo Per quanto concerne i
suoi poteri di bilancio ».
SenonchC la Commissione unificata di BruPresidente Mariper
sholt, è intervenuta e ha fatto presente in
via breve che* impegni
non
dcnze o
scadenze,
vertice e dell'allargamentol non se la sente
'Onzero di presentare proposte
un
siglio', oltretutto destinate a non aver seguito. E il Parlamcnto Europeo, che aveva
già dato prova di debo'lezza rinunciando a
una sua
essenzialc (quella
di
esso
quelle proposte di
dei suoi poteri,
garne la 'Ompetenza ad
ha ulteriormente a
le... D - per
con la
Perpetua manzoniana - ed ha sostituito' i
punti due e tre di cui sopra co'n se pente^
e molto più vago e non impegnativo:
xellesl
luglio-agosto 1972
PARTE 11
11 Parlamento Eur,opeo - 11 Vertice - I Federalisti
Vertice e controvertice
I.
- Il
punto di vista federalista: una politica Italiana per il «Vertice »
1. - Per esprimere un giudizio su quallto
a Strasburgo è stato progettato e raccomandato e, dai federalisti, disciso, cominceremo
come di consueto, col dire quello che dovrebbe esser, secondo noi il punto di vista
federalista; e anzi, esponendo di proposito
quello che a nostro avviso
come più V O ~ ~
ribadito, anche su queste colonne - dovrebbe esser, in particolare, la politica italiana,
del Governo italiano, sul!l'argomento, che i
federalisti non dovrebbero stancarsi di raccomandare, pur serbando la consapevolezza
che le classi moderate al potere nei no'stri
Paesi - che hanno iniziato il procesco
-
integrativo negli anni '50, perché avevano
allora un preciso interesse ad esso
hanno
nel frattempo interamente o quasi perduto
tale interesse, sì che nulla in realtà vi è da
sperare da tali raccomanidazioni, se non la
possibilità di denunziare tale inerzia e tale
volontario e intenzionale immobilismo, sotto
la maschera di una per'durante volontà europ i s t a vecchia maniera.
Per meglio vedere il problema nel suoi ter« 'Chiede che, prima della presentazione al
Consiglio [di cui al punto 11 abbia luogo un mini concreti, {tic et nunc, consideriamo la
esame approfondito tra la Commissione delle posizione italiana alla vigilia del Vertice, e
Comunità, la commissione per le finanze e i nellpimminenza della visiti3 a R~~~ di pombilanci e la commissione politica del Parlalriento europeo, che consenta di iniziare in mo,do pidou, che al momento in cui scriviamo semconcreto la procedura che dovrà portare alla bra stia per realizzarsi.
loro definizione n.
Che cosa dovrebbe chie'dere l'Italia, secondo noi?
Ci vorrà un bel po' di tempo; poi le proe ce ne vorrà
poste passeranno' al
2. - a Le Monde » del 12 giugno ha pubblialtrettanto; pn'i-. poi, esse saranno State, in
cato uno scritto di Etienne Hirsch - già
tutto questo andirivieni# così emascolate9 Presidente della Commissione dell1Eurato,m,
che i Dieci Potranno tranquillamente aPPro- e oggi Presidente, a livello continentale, del
invece di con- « Movi'mento Federalista Europeo » - che
varie:
Parlamento
trollare il quattro o il cinque delle Spese merita di essere ricordato per il coraggio
c~munitarie,come oggi, potrà controllarne
e la coerenza con cui in esso si applica il
il 6 o il 7: chi si contenta gode. Tanto non
inglese che la ,carità comincia a
è una cosa seria e si f a so'lo Per gio'care a
casa propria ( e così la critica, e cioè l'autoscaricabarile.
critica).
Non possiamo, ancora una volta, non dar
In sostanza, Hirsch ha .Eatto una confutaragione a un parlamentare comunista, l'ori. zione spietata - e inoppugnabile
dei rimFabbrini, il quale ha detto a Strasburgo, du- proveri che Pompisdm h;a rivolto ai suoi
rante il ricordato dibattito sulla proposta
partners europei - accorripagnati dalla miSpénale:
naccia, se le sue richieste non saranno accettate, di rimandare il Vertice -, dimo« 111 sostanza siamo chiamati - con quellpernendamentoalla risoluzione
iniziale della strando che tutti i ritardi lamentati dal Capo
a
dello Stato francese, dall'unione molletaria
commissione per le finanze e i bilanci
cancellare una deplorazione che abbiamo espres- a quella politica, sono senza eccezioni impuso nei confronti della Commissione esecutiva
tabili al governo di quello stato, alla sua
della Comunità, la quale rion aveva accettato
idiosincrasia
per ogni fornia di sovrannazioglrimpegni assunti nei confronti del Parlamento
nalità e infine al suo ass:urdo desiderio di
europeo e dei parlamenti nazionali.
Ritengo, pertanto, che se avessimo mantenuto istituire una segreteria politica staccata e
la risoluzione iniziale, deplorando la Comrnis- separata dalle comunità, e per di più con
sione per il suo con~porlairiento rispetto al- sede a Parigi.
l'impegno assunto, e se avessimo sostituito in
ma
la ~
~
~avremmo
~ adempiuto
i
~al
~Concordiamo
i
~ senza
~ riserve:
~
, è troppo
nostro dovere.
facile concordare e basta. per imitare ~ i ~
Non bisogna dimenticare - ha concluso Fab- bisogna compiere la stess,a autocritica che
brini - che la direzione che la macchina co- egli, da francese, ha fatto: ci& studiare e
munitaria prenderà nell'irnmediato futuro, nel- vedere che cosa il governo italiano potrebbe
lo sviluppo della propria attività, dipender:
a sua volta fare per l'unità europea e invece
anche da come sarà
il Parlamentocuropeo. dalla consistenza dei suoi poteri e dai suoi non fa: e avrebbe potuto fare (ma non è
mai troppo tardi) fin dalla recente visita
rapporti con le isi.itu.zioni ».
di Pompidou a Roma, in cui Pare si sia
Proprio co'sì: in due parole, da una parte
invece soprattutto trattato di Televisione a
Fabbrini, e dall'altra Vede1 e compagni han- colori (è questo ormai, al tii là delle parole,
no detto Lutto l'essenziale sulla questione:
l'europeismo delle nostre classi dirigenti).
L'affermazione che il nostro Paese - poe cio'è che in essa no'n vi è in realtà, allo
stato dei fatti, nulla di essenziale.
tenza che non ha il peso politico o econo-
-
-
mico della Gran Bretagna, della Francia o
della Germania - ha una possibilità di
azione e di iniziativa più limitata è vera
solo in parte, giacché l'esempio di De Gasperi ha dimo~stratoesattamente il contrario: e cioè che anche un Paese meno importante, e proprio per questo più libero
e imparziale, può svolgere unlopera di propulsione e di avanguardia, e non soltanto
C(come 6 sempre accaduto dopo di lui) di
passiva mediazione fra le opposte tesi. Ma
ciò a due condizioni: che vi sia una chiara
idea politica - ci&, in questo caso, una
chiara strategia europea, precisa nel fine
e nei mezzi - e una chiara volontà di attuarla.
Noi riteniamo che queste due condizioni
non sussistano ~ i u ;e non per caso, ma
perché - ripetiamolo - l'interesse europeo
delle classi dirigenti, economiche e po,litiche,
dei nostri paesi, vivo negli anni '50, è ormai
divenuto meno. c i ò tuttavia non esime gli
europeisti - sull'esempio, appunto, di
~
i - dal
~ dovere
~ di~;formulare
h
e
proposte, in particolare per il ~ ~ quale
~ ~
che sia la data in cui esso effettivamente
abbia luogo: come se i nostri « establishm e n t s , fossero ancora disposti ad accettarle.
3. - In questa prospettiva, la prima cosa
che il governo italiano dovrebbe esser invitato a fare ? quella di unire la propria alla
voce britannica, facendo capire inequivocabilmente che la Segreteria politica o si fa
a ~
~
~o non
~ si l fa. l(E tanto
~
~meglio
,
non si fa, giacché una brutta copia del
piano ~
~ non ~
serve a~ nulla,h o serve
~
solo
come appunto vorrebbero pompidou
e i gollisti
a porre altri bastoni fra le
ruote della già
che ,-laudicante integrazione economica).
In secondo luogo - ed è questo ì'essenziale
il ,Governo italiano, ispirandosi ad
un preciso suggerimento appunto di De Gasperi (quello, che portò alla costituzione del.
ad hoc) dovrebbe far rilevare,
alla F~~~~~~come agli altri partners, cluant. segue, sulla scorta anche di ciò che sostengono alcuni fra i più acuti e influenti
europeisti inglesi, come john pinder e ~~~d
Gladwyn.
L'allargamento della Comunità da Sei a
Dieci, e insieme il passaggio dalla fase puramente negativa - dello smantellamento delle barriere doganali - a quella positiva
delle politiche comuni, rende necessaria una
nuo'va e più solida struttura istituzionale
d e x Comunità europea, se non si vuole
che essa si avvii a quel rapido fallimento~
di
dell'Euratom è la malinco~ cui
~ la
h sorte
,
nica prefigurazione. Ora ciò non può CSSere
fatto da un giorno ail'altro, e tanto meno
nel chiuso delle cancellerie, e implica invece
- è quasi banale osservarlo - un dibattito
ampio e profondo, che interessi, al limite,
tutta l'opinione pubblica dei « Dieci n.
Da ciò l'esigenza di una elezione diretta
del Parlamento Europeo - esigenza fatta
valere da più parti, e in particolare dallo
stesso Hirsch e dal Movimento federalista,
da lui presieduto - e quella di un'attribuzione ad esso, così eletto - il solo demo-
-
-
-
i
,
t
COMUNI D'EUROPA
luglio-agosto 1972
craticamente legittimato ad assumerlo del compito di proporre, entro un termine
stabilito, una riforma organica del sistema
comunitario (da sottoporre poi alla approvazione dei singoli membri), e non, come
si tenderà a fare al Vertice, singole modifiche e progetti particolari che non toccano il difetto C la debolezza fondamentale
di quel sistema, e sono perciò comunque
dcstinati a subire di tale debolezza l'effetto
negativo e paralizzante: primo f r a tutti quello dell'unione econonlica e monetaria, manifestamente irrealizzabile senza una vera unione politica.
4. - Con tutta probabilità una simile proposta - anche se, per ipotesi, avanzata e
fermamente sostenuta dal Governo italiano - non incontrerebbe l'adesione della
maggioranza dei Dieci, né, tanto meno, l'incontrerebbe subito. E noi per primi non ci
sentiremmo di suggerire al nostro Presidente del Consiglio e al nostro Ministro
degli Esteri di porre su di essa un aut-'aut.
Qui - qui sì - la reale consistenza e il
peso effettivo delllItalia non devono essere
dimenticati: tanto più che il nostro Paese
- ed è questo un altro punto, ed essenziale,
della ricordata, necessaria auto'critica, a cui
qui si può far solo cenno fuggevole - si
presenta al « Vertice » come quello f r a i
Sei che da anni si distingue per il maggior
numero di violazioni, ritardi e inadempienze
« levantine » ( 2 ) dei Trattati di Roma e di
Parigi: il caso dell'IVA essendo solo l'ultimo, e il più grave.
Ma quella proposta dovrebbe essere lo
stesso solennemente formulata, e subito, dal
nostro Governo, in modo che si sappia fin
d'ora che esiste una precisa linea italiana
in proposito. E - pur ripiegando provvisoriamente al Vertice, se necessario, su soluzioni più modeste
tale linea esso dovrebbe poi riprendere e riproporre successivamente e con tenacia ad ogni occasione
favorevole (nuove crisi monetarie, impasse5
agricole, veti e contrasti fra i «Dieci », ecc.).
« I1 governo Andreotti, uscito dalla faticosa
crisi governativa testè conclusasi, si proporrà, secondo quanto ci dicono gli uomini
politici più influenti, di battere vie nuove,
e di svolgere un'azione più incisiva e più
organica che non nel recente passato. Sarebbe opportuno che esso cominciasse a dimostrarlo - C fin dall'elaborazione del programma da presentare alle Camere - sul
terrcno europeo »: scrivevo mesi addietro,
p u r senza creder molto a quel mio auspicio.
Si è visto voi che la « v i a nuova » che esso
ha battuto a Lucca era soprattutto quella
del
SECAM ».
-
11.
-
I1 punto di vista del Parlamento Europeo
5. - Con gli opportuni adattamenti, le tesi
che abbiamo sopra svolte dovrebbero essere
a fortiori, anche quellc che dovrebbero soste(2) Alluaiaiiio al titolo dell'articolo ( I lci,ur~firzidella
Coiir~inità)in cui questo stato di cose è stato denuncinto con la scverità che meritava (<<Comuni d'Europa ,p, marzo 1972). Si vedano anche, per una discussione approfondita delle infrazioni italiane alle regole
comunitarie, lo studio particolarmente felice di G. D'Auousto L'Ztulia contro se stessa, oiwero la
disohbedienzh coi?iunituria dello Sruro italiano a ( x I1 Mulino ,,,
n . 220, marzo-api-ile 1972, pp. 239-256); D. Frescobaldi
iiel a Corrierc della Sera n del 23 niarrgio 1972; .T. Mertens
de Wilinars e I . M. ~ e r o u ~ s t r a e t e , - ~ r o c e ~ d iagainst
iz~s
n7eiiibcr s l a f r s fu;. failcire to fz~lfilrl7eir obligafions,
Common Markct Law Re\-icw n, ottobrc 1970, pp. 385406; noiicht' varie note pubblicale in ai-oomento dall'Istituto Affari Interna~ionali, nella rivista quadrimestralc i L'Italia iiella politica internazionale ,,.
nere il Parlamento Europeo, per le ragioni
che ha prospettato nel ricordato dibattito
- meglio e con maggiore efficacia di quail più europeista dei comulunque altro
nisti italiani (che sono, a loro volta, i più
europeisti dei comunisti occidentali, anzi
dei comunisti tout-court): voglio dire l'on.
Silvio Leonardi, in un intervento che meriterebbe di esser ciltato per intero, e di cui
ricorderemo qui almeno i passi essenziali.
-
« A nostro parere - ha detto dunque Leonardi - le ragioni di fondo della crisi attuale
che travaglia la Con71unità derivano dalla natura
delle trasformazioni che essa de1.e affrontare
nel suo sviluppo, t: dalla mancata corrispondenza tra le istituzioni previste dai trattati c la
natura dei problemi, di carattere interno ed
esterno, derivanti d.allo sviluppo della Comunità stessa.
I1 ricorso ad una Conferenza al vertice dei
capi di Stato e di 8;overno per risolvere questi
problemi presenta il pericolo di confermare in
tal modo, e anzi di aggravare l'aspetto più
negati1.0 della cost.ruzione comunitaria, cioè
l'aspetto verticistico e autoritario che viene da
più parti condannato e che ci allontana sempre
più da quellfEuropa dei popoli, e non dei governi o degli affari, che tutti dicono di volere.
L'invitare, come fa la proposta di risoluzione
Muller (3), i capi di Stato o di governo ad
ispirarsi al concetto che "la Comunità europea
deve ridestare la consapevolezza della comune
appartenenza politica in tutti i suoi 260 milioni
di cittadini " è una concezione che non possiamo condividere. La consapevolezza della comune appartenenza politica può solo derivare
dalla partecipazione democratica dei 260 milioni
di cittadini alla formazione delle decisioni politichc che li riguardaiio; non deriva certo da particolari benevolenze o istruzioni dall'alto.
I1 precedente vertice dell'Aja è fallito nei suoi
postulati più importanti, quelli cioè che avrebbero dovuto significare il passaggio all'unione
economica e monetaria.
(3) Leonardi allude alla proposta presentata a nome
della Commissione poliiica del Parlamento Europeo a
qursta assemblea dall'on. Muller, a conclusione della
sua relazione a Sulla ilonferenza al vertice dei Capi
d i Stato e di governo dei Paesi membri delle Comunità Europee. (Parl. Eur.. doc. 73/1972), proposta che
è stata alla base del diibattito della sessione del luglio
scorso, ricordata all'inizio.
25
Se si è convinti di ciò - ha concluso Leonardi - la prossima Conferenza al verticc dovrebbe principalmente gettare le basi e crcare
le premesse di una riforma dclla Com~initànel
senso di una deniocratizzazionc delle sue istituzioni, dell'elaborazione e rcalizzazionc di politiche comuni di solidarietà, di una politica di
indipendenza, di pace e di apertura vt'rso tutti
i paesi del inondo n.
A parte queste ultime parole - chc in
bocca a un comunista possono aver un
particolare significato di appoggio alla politica sovietica in Europa, che non ci sentiamo di condividere - le tesi del parlamentare comunista sono anche le nostre.
Leonardi, certo, non difende esplicitamente la nostra tesi: ma nelle sue parolc vi è,
di essa, il miglior exposé dcs motifs » che
potremmo augurarci.
(<
6. - Che cosa ha invece sostenuto il Parlamento Europeo, nella ricordata risoluzione?
Esso h a anzitutto affermato che csso « s i
attende dalla Confcrcnza al vertice impulsi
decisi per uno sviluppo dinamico della Comunità Europea - frase che non significa
praticamente niente. E ha poi proseguito,
in termini altrettanto generici:
- la realizzazionc dell'unionc monetaria, che
costituisce l'obiettivo prioritario da raggiungere per affermare I'indipcndcnza economica dcll'Europa » [mentre, come ho cercato cli dimoa
strare altrove (4),
la n?on;~aiec'est I'itut » e
una ilnione monetaria presllppone, e in n ~ o d o
partico1u~-issimo nel nzonleiito più clelicatc)
- qircllo del periodo trunsitorio - l'csisienza
di poteri statuli particolarmente solidi, capaci
d i svolgere u!zu politica ecoiionzica comune e
di prendere le rlecisioni legislative e di governo
a livello europeo];
- « una maggior partecipazione dcl Parlamento Europco all'attività lcgislatix~adclla CO(4) Su queste atessc colonne, nci numei-i di piuzno
e ottobr-e 1969 (articolo .La crisi monetaria internazionale all'esame de!le Asseniblce europee >>),c soprattutto in a Socialismo '70 n del marzo-mazzi0 1971 e dcl
giusno-luglio 1971 (articoli << Il piniio Werncr visto da
un federalista D e e L'Europa e la tempesta nlonctnria D).
COMUNI D'EUROPA
26
munità D, cssenzialmente attraverso « l'obbligo
di un rinvio al Parlamento nei casi in cui il
Consiglio respinga il suo parere ( seconda lettura ") o [laddove quello che verainente è nrces'
sario è l'attribi4zione al Purlanzento Ettropeo
del potere legislativo, il che a sua voltc~è possibile solo attraverso, da un lato le elezioni dirette, e dall'altro la inessa in oper-a di tutto un
rneccaizismo statale federale, di cui l'attivitci
legislativa non è che u n eleinento e u n M ingra~
i??
naggio », che non ha senso se n o è~ inserito
quella « niucchiiia statale », entro la quale solo
può fttizzionare e non girare a v ~ i o t o ] ;
- infine la risoluzione afferma che « la Conferenza al vertice dovrebbe fornirc i principali
orientamenti circa le modifiche dei trattati chc
dovranno esser decise dagli Stati membri della
prossima Comunità a Dieci [pzrclzé qttesta assiciiza foriiia di Conztrnità po1it:cul ed elaborare
un piano a tappe definendone il contenuto e
le scadenze ».
prime basi di questa battaglia: lunga e
difficile, certo, m a la sola, ormai, attraverso
cui si p u ò giungere a u n l E u r o p a federata,
e non a quella confedei-ale voluta non solo
d a Pompidou, m a , non meno fermamente,
anche d a tutti gli altri, giacché - ripetiamolo - le forze moderaite e di Governo non
hanno più alcuno interesse p e r u n l E u r o p a
realmente sovranazionale, ed è solo dalle
forze della sinistra, della contestazione, dell'antisistema che potrà venire u n impulso
in tal senso, se al l o r o interesse obiettivo
per u n tale « salto quallitativo » - che non
sarebbe tale solo sul piano asettico delle
istituzioni, m a di t u t t a la vita politica - terr a dietro (ciò che finora non è avvenuto)
una presa di coscienza soggettiva di tale
interesse.
Anche q u i due brevissime osservazioni:
1 ) Anzitutto, s e può aver senso u n a realizzazione progressiva, poniamo, del mercato
comune agricolo, non h a senso, invece, la
realizzazione « a t a p p e » di u n a unione nel
c a m p o della politica estera o difensiva, dove
occorrono decisioni pronte, sicure, univoche.
Lì l'unicità c'è o non c'è, e l'idea delle tappe
è assurda.
2) I n secondo luogo, la definizione della
s t r u t t u r a istituzionale - p e r u n a rivoluzione così profonda e radicale nella vita
dei nostri Paesi, com'è il passaggio dalla
sovranità statale a u n a sovranità nuova, C
senza precedenti storici - non può avvenire
nel chiuso delle cancellerie, e neppure a d
o p e r a di u n Parlamento senza poteri e senza
legittimazione democratica: m a solo a t t r a verso l'elezione diretta di un'Assemblea appositamente m a n d a t a t a a d assolvere tale compito (anche se poi l'approvazione finale dovrà
essere rimessa ai popoli, p e r referendum).
'Col che siamo t o r n a t i al n o s t r o p u n t o
centrale, alla sola cosa - m a la sola essenziale - che si dovrebbe chiedere ai governi:
cercando poi, beninteso, altrove la forza per
i m p o r r e questa decisione (5).
111. - La posizione del Movimento federalista
7. - Qui a p p u n t o viene in discussione la
posizione dei federalisti: i quali si propongono, a t t r a v e r s o l'azione del « contro-vertice » di ridestare alla coscienza federalista
-. di contro alla reazionaria soluzione confederale dei governi - le forze sindacali,
operaie, progressiste in genere, chiamandole
a manifestare a Parigi, in occasione del Vertice, e poi a organizzarsi permanentemente,
in u n ( ( F r o n t e E u r o p e o » che - secondo
u n a proposta il cui merito risale s o p r a t t u t t o
a Sergio Pistone - riprenda nei lati positivi,
e corregga invece le deficienze, di quella che
f u l'esperienza ( s o p r a t t u t t o italiana) della
fine degli anni '60 del Congresso del Popolo E u r o p e o n.
Nella loro riunione strasburghese del luglio scorso, ricordata sopra, i federalisti
di vari Paesi d'Europa h a n n o posto le
(5) Su questo punlo - che, come lio detlo è quello
fondamentale - si veda la mia Lettera upertu ai
federolisri i11 occa.\iune del ' i l 1 1 C o n ~ r e s s o h1.F.E. o
Ncwcy (uprtle 19721, Roma, Tibergral. 1972, 74 pp., di
cui l'essenziale è ripreso nel mio Per ttna
revisione
angosciosa ,, deila politiru ealropeisticii,
Socialismo
'70 n, settembre-ottobre 1971.
8. - E ' particolarmente significativa, in proposito, la relazione di Alberto Maiocchi a
Strasburgo, che ha a p p u n t o segnato l'atto
di nascita del contro-vertice (6) della quale,
concludendo, vogliamo citare almeno queste
parole:
« I1 19-20 ottobre prossinii si riunirà a Parigi
il Vertice dei Capi di St,ito e di Governo per
disciitere il riassetto politico ed economico dell'Europa.
I1 processo di integrazione economica europea
è siunto ormai ad un punto in cui l'assetto
funzionalista, istituito dai Trattati di Roma del
1956 e rappresentato dalle Comunità Europee,
si dimostra chiaramente iinadeguato a risolvere
i problemi dell'Europa. I1 mutato equilibrio
internazionale provocato dal rafforzamento degli
Stati europei e dall'emergere sulla scena mondiale della potenza cinese, l'allargamento della
CEE, la grave crisi del sistema monetario internazionale, fondato sull'egemonia del dollaro, la
crescente in~possibilitàdi controllare lo sviluppo
economico e sociale europeo con politiche nazionali, pongono oggi alle forze politiche europee l'esirenza indilazionabile di elaborare una
risposta politica adeguata ai seguenti problemi:
a ) gli sbocchi politici del processo di integrazione economica;
b ) l'attuazione di una unione economica e
monetaria;
C ) l'atteggiamento da assumere nei confronti
della proposta russo-americana relativa a un
Trattato per la sicurezza europea D.
9. - A questo p u n t o la relazione esamina
anzitutto, in u n apposito capitolo, la risposta
che a tali questioni propongono di d a r e i
capi di s t a t o e di governo.
« A questi problemi - essa scrive - Pompidou
tenta di dare una risposta attraverso la politica
dei vertici, cioè rilancianclo il vecchio progetto
gollista della Confederazione europea.
Questa però è in grado di dare soltanto le
scguenti risposte ai problen-ii europei:
a ) Di fronte all'ampiamento e all'inevitabile
pericolo di annacquare il Mercato Comune in
una zona di libcro scambio, la Confederazione
è la risposta nazionale e delle forze conservatrici e reazionarie al problema dell'integrazione
europea. La struttura confederale di fatto assicurerebbe la leadersliip degli Stati più forti,
vale a dire, nella situazione europea odierna,
della triarchia composta da Francia, Inghilterra
e Germania. La Confederazione rappresenterebbe
il tentativo di congelare tutti i fermenti innova
tori della società europea, rafforzando le Eorzc
(6) Essa riprendr. sostanzialmente. un testo elaborato
da due militanti federalisti pavesi, Guido Montani e
Dario Velo (Appello dellir Gioventù Federalista Eilropea
a tutte le forze den~ocrnliche e progressiste per f'organizzazio~ie d i un « Controvertice D).
luglio-agosto 1972
conservatrici della triarchia e favorendo soluzioni fortemente conservatrici nei paesi con
strutture economiche più deboli, come l'Italia.
b ) Di fronte al problcma di creare una unione
economica e monetaria fra i paesi membri della
CEE, la risposta della Confederazione è la creazione di un'area monetaria europea (separata
dal resto del mondo tramite il mantenimento
di limitati tassi di oscillazione delle monete
europee ira di loro e più ampi inargini verso
il dollaro e le monete non europee) in cui le
politiche monetarie sono orientate prevalentcmente verso il fine di mantenere in equilibrio
le bilance dei pagamenti, creando gravi situazioni deflazionistiche, a scapito di qualsiasi altro
obiettivo di politica economica. In questa situazione i paesi ricchi mantengono la loro ricchezza e i paesi poveri la loro povertà. Qualsiasi politica regionale è condannata a restare
inefficace. Tutti i fermenti sociali che oggi agitano l'Europa sono destinati a non trovare canali
di espressione e quindi ad isterilirsi nel quadro
nazionale.
C ) Di fronte alla svolta che si sta realizzando
nella politica mondiale, la Confederazione europea i3 un disegno coerente con quello portato
avanti dalle superpotenze. E' nell'interesse dell'America e della Russia che in Europa si determini un equilibrio politico sufficientemente
stabile perché non venga messo in discussione
lo statrfs quo; è nell'intercsse delle superpotenze che non si presentino più problemi come
la Cecoslovacchia. D'altro lato, la Confederazione, salvaguardando il principio della sovranità nazionale, cioè mantenendo divisi gli Stati
europei, agevola il disegno egemonico dell'imperialismo russo-americano. I1 significato obiettivo del Trattato per la Sicurezza europea, sottoscritto dagli stati appartenenti a una Confederazione fragile ed impotente, sarebbe quello
di una ratifica della Santa Alleanza fra URSS
ed USA, coperta dal velo ideologico della distensione, della cooperazione scientifica, culturale, ecc. La Confederazione, sancendo la sudditanza degli europei di fronte alle superpotenze,
sancirebbe anche la loro passività e irresponsabilità nei confronti dei paesi del terzo mondo.
10. - Infine la relazione enuncia la risposta
dei federalisti, nei termini seguenti:
« Al progetto confederale di Pompidou, cioè
all'Europa dei Vertici, dei diplomatici e dei
burocrati, i federalisti oppongono l'Europa del
popolo. La Federazione Europea è la sola risposta democratica e progressista ai problemi che
si pongono oggi alla società europea n.
Dopo aver svolto ampiamente questo tem a , la relazione così conclude:
« Per questo i federalisti fanno appello a tutte
le forze democratiche e progressiste per opporre
al Vertice dei Capi di Stato e di governo, al
Vertice che sancirebbe l'Europa delle Patrie e
l'Europa della conservazione, il " contro-vertice "
delle forze popolari, democratiche e progressiste.
Di fronte al tentativo di dare un volto reazionario all'Europa, è necessario che le forze democratiche e progressiste, fino ad oggi escluse
dal processo di integrazione, si organizzino in
un primo embrione di democrazia europea. Esse
devono prefigurare oggi l'Europa del popolo
delle nazioni europee di domani. Pcr questo la
rivendicazione delle forze popolari e democratiche non si esaurirà con il contro-vertice. I1
fine i il timo deve essere la convocazione della
Costituente Europea ».
E ' u n p r o g r a m m a valido, è coraggioso.
Avranno i federalisti la forza di essere, cos t a n t e m e n t e e senza cedimenti, gl'ispiratori?
E le forze a cui essi s i propongono, finalmente, di rivolgere il loro discorso, s a r a n n o
capaci di comprenderle?
COMIUNI D'EUROPA
luglio-agosto 1972
la morte di Spaak
Postilla a un ricordo
Credo che niente sia stato pubblicato, in
morte di Spaak, più efficace del « ricordo »
di Altiero Spinelli uscito su La Stampa »
di Torino de11'8 agosto. Del resto pochi meglio di Altiero potevano rievocare un politico, la cui « inclinazione naturale era per
»,
un intelligente e dinamico opportunis~mo~
ma che ((nello stesso tampo non credeva
alla Realpolitik ed al pragmatismo che pretendono di agire fondandosi soltanto sulle forze esistenti nel momento, perseguendo
solo quel che sambra lì per lì possibile e
ignorando le idee che sono dietro ai fatti D.
Certo, Paul-Henri Spaak rimaneva in prevalenza uno statista e sovente i problemi
della acquisizione di potere « operativo » lo
costringevano a~d un opportunismo meno
positivo di quello richiamato da Spinelli;
quest'ultimo viceversa ha preferito essere,
quando ogni decente possibilità d'azione di
vertice languiva, un profeta disarmato e un
illuminista e predicare cose giuste a piccoli
gruppi di giovani non conformisti e disinteressati, a gente tagliata fuori « dalla realtà »,
eventualmente a qualche politico con margini di tempo per pensare. Ma dobbiamo
dire che nei molmenti, rari, in cui il processo
di unificazione politica europea ha fatto
qualche serio passo avanti in questo dopoguerra, Spaak e Spinelli hanno finito con
l'incontrarsi. Qui non tanto volglio sottolineare l'incontro ideale - forse più co~mplesso e a più lungo termine - per cui a Spaak
si deve se il « rilancio europeo » prese corpo,
dopo Messina, nella concreta reldazione dei
Trattati di Roma e a Spinelli se, in un momento di crisi grave della Comunità come
l'attuale, è rimasto chi opera il tentativo di
riaccenderne il « motore » - cioè la Commissiolne esecutiva -, facendosi, insieme,
uomo di governo e ricomponendo intorno a
questo embrione di governo eurolpeo speranze e forze sociali e ideali: mi preme forse
di più ricordare lo Spaak spregiudicato del
1951, che abbandonò la presidenza delllAssemblea consultiva del Consiglio d'Europa
- considerata ormai un perditempo - e rag
giunse le trincee dei federalisti, coi quali
- a cominciare da Spinelli - si batté per
il progetto di Comunità politica delllAssemblea ad koc. Noi vecchi militanti fzderalisti
ci ricordiamo bene quel secondo congresso
delllAja del Movimento Europeo - nel
1953 -, ove Spinelli tesseva infanticabile
nelle Co~mmissioni e nei couloirs e Spaak
interveniva, in sintonia, dalla tribuna, con
una oratoria scarna e persuasiva, che - debbo confessare - mi fece un grosso effetto
(l'altro oratore scarno e lim~pidofu, incre~dibilmente, un italiano, De Gaspleri - il miglior Dz Gasperi, col quale si poteva consentire o dissentire, ma che sapeva sempre
uscire dalla « prcvincia italiana » per ragionare, coerentemente e lealmente, a misura
d'Europa -).
Fu nell'ottobre '53, dopo 1'Aja - ecco la
postilla che vorrei apporre al rico'rdo di
Altiero -, che Splaak intervenne a Versailles ai primi Stati generali del Consiglio dei
Comuni d'Europa e vi tenne uno dei discorsi
di chiusura ( a fianco del nostro J. J. Meirlot,
sindaco di Séraing). Ma la postilla non vuole
essere un contributo alla ricerca del tempo
perduto: essa è scritta per ricordarci che
allora, con l'accordo di Spaak, il Movimento
Europeo era passato in mano ai federalisti
- e fu l'unico momento in cui giuocò un
ruolo da protagonista degli avvenimenti continentali -; e che i Poteri locali cominciavano a configurarsi, con la loro carica autonomista e in fondo contestatrice dei governi
centrali (cioè nazionali), una delle virtuali
forze trainanti del processo di integrazione.
Di quello reale, clamocratico e sovranazionale: non di quella velleitario, voluto con le
parole e contratidetto coi comportamenti,
che una lunga serie di opportunisti « n o n
intelligenti » e pieni di sussiego verso « le
idee » - opportunisti responsabili dei governi e dei partiii nazionali
ci hanno imbonito per anni fino alla noia. Non f u per
questa restaurazione del cretinismo e della
furbizia che ci battemmo durante e prima
dell'ultima guerra, al fine di contribuire al
ritorno della democrazia. 11 postfascismo, per
molti di noi giovani nel '35, '39, '40, '43, doveva significare abbattimento di frontiere
in tutti i sensi: Spaak talvolta se ne ricordava, molti se ne sono scordati, altri - non
sapendo identificare il moderno internazionalismo nell'idea federalista e vergognandosi
di accettare la « guida » delle Superpotenze - non hanno saputo far di meglio che
rispolverare la sovranità nazionale. Si tratta
invece, a partire dal quartiere urbano e dal
circondario ruralle, di stabilire la partecipa-
-
zione democratica dei cittadini a tutti i livelli di potere, su su fino all'ordine internazionale; e si tratta di decidere tutti insieme
di pianificare l'assetto del mondo, pena entro
venti-trent'anni la scomparsa dell'umanità,
sommersa dalle ordures ménagères e da altre
ordures. Una autentica Comunità europea
è dunque una tappa obbligata verso la Comunità mondiale: ma il tempo stringe e
il OCE non deve far nulla di meno di quanto Spaak intuì a Versailles che era possibile.
Addio, Spaak.
u. S.
Interqruppo
del Parlamento Europeo
e politica regionale
di Mario Arpea
Intervenendo all'ultima riunione delllInter
gruppo di studio del Parlamento europeo
per i problemi regionali e locali, il Commissario Borschette, responsabile del settore, nel
riconfermare la sua convinzione che l'unione
delllEuropa si realizzerà solo attuando una
realistica politica regionale, ha preannunciato per l'inizio dell'autunno, un deciso p r o
gramma di rilancio di detta politica, ch<:
dovrebbe vedzre tra i protagonisti (su esplicita richiesta del deputato tedesco Flamig)
anche il CCE.
E' noto, infatiti, che il Consiglio dei Comuni d'Europa, dapprima ammesso come
osservatore ai lavori delllIntergruppo, ha
avuto poi riconosciuto il diritto di partecipare regolarmente alle riunioni, con facolltà
di interventi e di proposte, con la presentazione di documenti di lavoro su singolli problemi e anche di introdurre il dibattito con
speciali rapporti.
L'esperienza che il CCE è andata maturando in seno all'organismo, è delle più valide. I1 collega11-iento permanente tra membri del Parlamento europeo, delegati del CCE
e Consiglio d'Europa (attraverso il segretariato esecutivo della Conferenza europea dei Poteri locali), ha infatti permesso all'Intergrup-
po di presentare numerosi emendamenti alle
risoluzioni del Parlamento Europeo relative
alla politica regionale; ha consentito di ascoltare delegazioni degli organismi che rappresentano i poteri locali in occasione della
discussione in seno alla commissione economica del Parlamento europeo, delle relazioni
sulla politica regionale ed ha infine facilitato incontri e scambi di vedute fra parlamentari, sindaci ed eletti locali dei sei Paesi
della Comunità, anche fuori della sede dell'assemblea di Strasburgo o in particolari
regioni periferiche.
L'Intergruppo non possiede uno statuto propriamente detto.
Può essere assimilato alle commissioni
parlamentari solo nella misura in cui, essendo composto di membri designati dai gruppi
politici, abbia ottenuto dall'ufficio di presidenza del Parlamento, l'autorizzazione a riunirsi regolarmente, godendo delle agevolazioni amministrative accordate alle colmmissioni. Per contro, non può presentare relazioni e proposte di risoluzione al Parlamento
europeo, riunito in seduta plcnaria. Tuttavia
ciascun rappresentante dell'Intergruppo, può
« presentare una proposta di risoluzione con-
COMUNI D'EUROPA
cernente un argomento che rientri nell'ambito dell'attività della Comunità ».
L'Intergruppo ha sempre riconosciuto la
competenza della commissione econolmica in
ordine alla politica regionale.
Naturalmente fin dalla sua creazione non
sono mancate proposte di trasformare 1'Intergruppo in una commissione parlamentare
analoga alla commissione dei poteri locali
dell'assemblea consultiva del Consiglio d'Europa, ma si sono sempre scontrate due tesi:
quella dei fautori della trasformazione che
sostengono che in tal modo lfIntergruppo
verrebbe dotato di effettivi poteri e quella
degli avversari, i quali sottolineano l'originalità della formula attuale, che fa delI'Intergruppo l'unico organo in cui i problemi della politica regionale, sempre più
importanti, danno luogo a scambi costruttivi fra la Commissione esecutiva, le autorità regionali e locali direttamente interessate e le istanze parlamentari.
Come faceva giustamente notare Gianfranco Martini in un suo articolo comparso
l'anno scorso su Comuni d'Europa n, l'Intergruppo « si sforza di colmare il vuoto
di partecipazione che si riscontra nei Trattati comunitari nei confronti dei rappresentanti delle autorità territoriali, portatrici
di interessi politici e quindi generali » (e a
questo proposito suggeriva l'opportunità di
proporre suggerimenti per la fase di riforma
dei Trattati in concomitanza con l'allarganiento delle Comunità) suscitando valutazioni positive in seno alle istituzioni comunitarie, che in fatto di politica regional-,
ricercano un più diretto contatto con le
popolazioni dei Paesi membri.
Come è noto la Commissione esecutiva
di Bruxelles, è pervenuta da tempo alla constatazione che gli obiettivi e i mezzi della
politica regionale, non sono sufficientemente
inteqrati nell'azione comune intesa a promuovere l'attuazione e lo sviluppo del MEC
(forse anche perché la politica regionale
sembra rimettere deliberatamente in questione - p i ì ~di ogni altra politica - in campo economico e sociale, problemi essenzialmente nazionali). E si dibatte in notevoli
difficoltà.
L'importanza dell'argomento ci consenta di
soffermarci sull'essenza della politica regionale.
Premessa la grande diversità di luoghi,
di paesaggi, di attività, di tradizioni, di redditi, di densità demografica, di aspirazioni
delle regioni che compongono gli Stati membri e che
a livello regionale, i problemi
specifici che si pongono sono altrettanto
numerosi che le regioni stesse e possono
essere ampiamente diversificati all'interno
di ciascuna regione, mentre a livello della
Comunità i problemi sono raggruppabili in
grandi tipi di regioni che presentano caratteristiche affini e risentono tutti dell'effetto
dei mutamenti tecnici, economici e sociali
in corso D, la Commissione ritenne di poter
individuare la politica regionale C( nella convergenza degli impulsi eseilcitati a ciascuno
di tali livelli, nei settori appropriati n.
I n pratica, pur nell'assoluto rispetto della
competcnza degli Stati nel campo della politica regionale, l'impulso comunitario avrebbe dovuto esercitarsi tenendo conto delle
caratteristiche della geografia strutturale
luglio-agosto 1972
della Comunità nonché delle trasformazioni
di carattere tecnico, economico e sociale,
fattori comuni all'insieme dei Paesi membri.
Entro questo quadro di intenzioni, a che
cosa si è giunti, allora, di concreto?
Purtroppo t: scoraggiante dover constatare
che dopo anni di riunioni e di discussioni,
non si è arrivati a concludere nemmeno
sulle tre proposte base avanzate dalla Commissione esecutiva della CEE e cioè:
- l'utilizzazione dei mezzi finanziari esistenti per lo sviluppo regionale, in particolare per quanto riguarda la messa a disposizione, nel corso dei prossimi cinque anni,
di un ammontare di 250 milioni di dollari,
provenienti dal FEOGA, sezione orientamento, per facilitare la ristrutturazione regionale nelle regioni agricolt. prioritarie (vedi
il nostro Mezzogiorno);
- la creazione (basata sull'art. 235 del
Trattato CEE) di un fondo europeo di bonifica di interessi per lo sviluppo regionale;
-
la creazione di un Comitato permanente di svilluppo regionale e il mandato da
fornire a questo ~Comitato.
Divergenze fondamentali separano tra loro
gli attuali (C partners » (da una parte c'è la
Commissione, con Italia e Repubblica Federale, dall'altra la Francia, che pur non essend o contraria all'attuazione di una politica
regionale, vorrebbe che essa si facesse a
livello degli Stati, privando la Commissione
esecutiva persino del suo diritto di proposta
e svuotando di contenuto lr Istituzioni coimunitarie) e inducono a richiamare due considerazioni:
- che il processo colmunitario non si
identifica con una semplice cooperazione
intergovernativa, i cui soggetti siano esclusivamente i poteri e le amministrazioni centrali: esso in realtà mira all'integrazione
graduale delle diverse società nazionali, caratterizzate dovunque da un insieme di centri di decisione e di istituzioni a diversi
livelli. Per questo motivo, l'evoluzione negli
Stati membri della Comunità dell'organizza-
Leggete:
I L MoNTANAQO
d ' Italia
Rivista dell'unione Nazionale
Comuni ed Enti IMmtani
Roma - Viale del Castn, Pretorio, 116
Direttore: Enrico Ghio
Condirettore resp.: Giuseppe Piazzoni
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Sostenitore L. 10.000 - Uri num'ero L. 500
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S.r.l. K I1 M'mtanaro»
Vial'e del Castro Pretorilo, 116
-
Roma
zione della democrazia su scala regionale e
locale non è indifferente per il processo di
integrazione europea;
- che l'azione delle Comunità europee,
nel campo più direttamente economico e sociale, non si rivolge a una società astratta
ed indifferenziata; la società europea è la
risultante di un aggregato di collettività e
gruppi diversi ciascuno dei quali ha propri
problemi di sviluppo. Le relazioni fra i raggruppamenti umani (di cui le autorità locali
e regionali di autogoverno sono l'espressione
istituzionale più avanzata) e il territorio riguardano, dunque, direttamente le Comunità
e la loro politica di sviluppo. L'interesse delle Comunità per le istituzioni locali e regionali si radica, dunque, oltre che in conciderazioni di ordine essenzialmente politico,
anche in esigenze di crescita equilibrata della società europea sotto il profilo economico
e sociale.
Non è nemmeno il caso di spendere altre
parole per porre in evidenza l'interdipendenza fra problemi comunitari e problemi regionali, perché non può pensarsi a una sana
politica agricola comunitaria - per esempio - senza affrontare i problemi dell'esodo
delle regioni depresse o a d una efficace politica industriale comunitaria, senza risolvere il problema delle tensioni sociali insorgenti nei paesi d'immigrazione e del deterioramento sempre più rapido delle condizioni di vita all'interno delle aree congestionate.
L'urgenza dell'avvento di una realistica
azione di politica regionale riguarda particolarmente l'Italia, su cui pesa il ritardo
del meridione del Paese: e questo dovrà far
sì che venga esercitata ogni costante e puntuale opera di pressione in seno al Consiglio dei Ministri comunitario perché si superino gli attuali contrasti, prima ancora dell'ingresso degli altri quattro membri (che
potrebbero ulteriormente aggravarli).
Recentemente, la Commissione esecutiva
ha formulato altre proposte, precisando in
50 milioni di dollari l'anno la dotazione del
Fondo di sviluppo regionale. A giudizio dell'esecutivo comunitario, detto fondo dovrebbe intervenire o con bonifiche di interessi
o con sovvenzioni per favorire gli investimenti delle regioni meno sviluppate. Per
altro è già previsto un intervento del FEOGA
a favore di azioni di sviluppo regionale, sempre nei limiti di 50 milioni di dollari.
Un'altra interessante proposta è quella della costituzione di una società di sviluppo regionale, alla quale partecipi la Colmunità. I1
suo scopo sarebbe quello di informare coloro che decidono di effettuare invectimenti,
di ricercare e incoraggiare questi imprenditori, di assisterli tecnicamente, di assumere
eventualmente e temporaneamente anche
partecipazioni nelle imprese fondate nelle
regioni classificate prioritarie.
Tale società potrebbe altresì contrarre prestiti garantiti da un « sistema eurolpeo di
garanzia per lo sviluppo regionale D, cui non
sarebbe estranea la BEI.
Queste le ultime proposte, riecheggiate
anche in sede dlIntergruppo.
I1 Consiglio dei Ministri colmunitari tro.
verà la volontà e la decisione di portarle a
realizzazione?
CONIUNI D'EUROPA
luglio-agosto 1972
Voleva libertà di Comune
ed unità d'Europa
di Giiiseppe Tramarollo
La storiografia scolastica italiana, che
ha risentito pesantemente della versione
sabaudistica sulla formazione dello stato
nazionale, non riesce
a liberarsi da tenaci
luoghi comuni: uno
persistente è quello
della
catalogazione
di Cattaneo, Ferrari, Gioberti tra i
« federalisti » (distinti poi in radicali e neoguelfi) e di Mazzini e Cavour, Balbo e D'Azeglio tra gli « unitari », a loro volta distinti
in repubblicani o monarchici.
Nemmeno quest'anno centenario della
morte di Mazzini (Pisa, 10 marzo 1972) è
valso a modificare il giudizio: in realtà Cattaneo e Ferrari furono per la federazione
repubblicana degli stati italiani, anche se
Cattaneo sino al 1848 si batté esclusivamente
per l'autonomia del Lombardo-Veneto nell'ambito dell'Impero Austriaco e Ferrari, accanito francomane, sognò una rivoluzione
italiana suscitata, guidata e modellata dalla
Francia. Ma Gioberti fu al tempo del « Primato e dell'illusione neoguelfa - prima
della conversione al Piemonte monarchico
come « stato-guida dell'unificazione, esclusivamente « confederalista »: il suo programma consistette nella proposta di una «Dieta
italiana » composta di rappresentanti degli
stati sovrani - regni, ducati, teocrazia vaticana - in cui era divisa l'Italia, che avrebbe
designato il pontefice come presidente della
confederazione. In sostanza la conservazione
dello statu quo, contro la quale si batté
lucidamente nel '48 il Mazzini sulla « Italia
del popolo » di Milano: « Se chi prolferì primo in questa Italia sconvolta la parola dieta
italiana avesse detto assemblea nazionale
costituente, la questione sarebbe stata posta
sulla vera ed unica via ... dieta significa al
più convegno di mandatari di stati: quei
mandatari, scelti dai principi o dai popoli
poco importa, non siederebbero che in qualità di rappresentanti gli stati fra i quali
oggi si divide l'Italia D.
Questa chiarezza di linguaggio può stupire
solo chi segue supinamente l'altro cliché del
Mazzini monoliticamente unitario: viceversa
l'avvocato genovese (che aveva fatto regolari studi di diritto!) conosceva con una
precisione ignota alla pubblicistica italiana
contemporanea la differenza tra « federazione » e « confederazione »; esule in Svizzera,
nel 1835 l'anno dopo la fondazione a Berna
della «lGiovine Europa » - aveva fondato
la « Jeune Suisse » col suo giornale « Jeune
Suisse - Junge Schweiz » bilingue francotedesco, per la trasformazione in federazione
attraverso una costituente eletta a suffragio
universale diretto della Confederazione Elvefica ossia in un ordinamento che avesse al
vertice « una autorità federale dotata di relazione diretta coi cittadini e di forza per
costringere i violatori dei suoi decreti n. E'
il principio basilare del federalismo e il
))
))
-
Mazzini scrivendo più tardi di questa sua
audace azione politica, che ramificò in tutti
i Cantoni l'associazione provocando la reazione di tutte le forze conservatrici e alla
fine la sua espulsione, precisò con estremo
rigore: « I1 concetto di una repubblica federativa racchiude l'idea di una doppia serie
di doveri e di diritti: la prima spettante a
ciascuno degli stati che formano la federazione, la seconda all'insieme; la prima d s
stinata a circoscrivere e definire la sfera
d'attività degli individui come cittadini dell'intera nazione, l'interesse generale: la prima determinata dai delegati di ciascuno
degli stati componenti la Federazione, la
seconda determinata dai delegati di tutto
il paese D.
Dunque in Italia il Mazzini fu avverso al
confederalismo giobertiano e fu invece fervidamente unitario e repubblicano: nemmeno i testi scolastici riescono ad adulterare questa ideologia, che risale al celebre
quadrilatero della « Giovine Italia » (1832)
Italia una - libera - indipendente - repubblicana ». Ma la sua avversione alla monarchia non fu né semplice ostilità alla gretta
e reazionaria dinastia piemontese né astratta
pregiudiziale istiituzionale: fu meditata opposizione alla struttura amministrativa e
politica centralizzata dello stato piemontese
estesa tout court tra il '59 e il '61 al territorio nazionale plebiscitato. In quello stesso
fatidico 1861 in cui fu proclamato il regno
d'Italia, coll'esteinsione automatica dello statuto piemontese e fu decisa l'unificazione
amministrativa, giudiziaria, scolastica, tributaria secondo il modello prefettizio. Mazzini scrisse il saggio « Dell'unità italiana
che è un limpitio e fermo programma di
decentramento t: di autonomie che suona
« condanna del concentramento amministrativo che terrebbe, costringendo, coscienza,
merito e demerito dei loro atti ai cittadini
e rivendicazione « insieme alle libertà dovute a tutti di religione, di stampa, d'associazione, d'insegnamenti dell'ordinamento
del comune, mallevadore dell'individuo che
vive in esso, ad autonomia di vita spontanea
Autonomia di comune che
e indipendente
poggia anzitutto su una sufficiente ampiezza
territoriale ed economica: Mazzini non ha il
fanatismo per il « piccolo comune », che Cattaneo traeva essenzialmente dalla tradizione
montanara svizzera, e scrive « L'impotenza
dei piccoli comuni a raggiungere il proprio
fine e provvedere coi propri mezzi al soddisfacimento dei propri bisogni materiali e
morali, li piega a invocare l'intervento governativo e sacrificargli la coscienza e l'abitudine della libera vita locale ». Egli prevede
la opportunità che il comune « affratelli nella stessa circoscrizione la città e parte delle
popolazioni rurali » secondo il moderno conscrive cetto comprensoriale per evitare
gli squilibri sociali ed economici tra zone
rurali e zone urbanizzate. E in fatto di autonomia va tant'oltre da affidare all'amministrazione comunale non solo la gestione delle scuole, l'organico dell'istruzione primaria,
ma altresì l'amministrazione giudiziaria di
))
))
-
primo grado, quella carceraria e addirittura
una facoltà di controllo sull'indirizzo di politica estera nazionale, oltre beninteso la
capacità tributaria locale e l'autonomia finanziaria! Ma c'è di più, ed è generalmente
ignorato: l'« unitario » Mazzini afferma la
necessità « della Regione, zona intermedia
indispensabile tra la nazione e il comune ».
Ma intende non le regioni « stcriche » che
la Costituzione vigente ha mutuato sic et
simpliciter dall'Annuario Statistico di Pietro Maestri del 1864, ma la regione geoeconomica K additata dai caratteri territoriali
secondari ... e dal predominio delle attitudini
agricole, industriali o marittime D. La provincia prefettizia sembra destinata a scomparire, giacché scrive che vorrebbe « trasformate in semplici sezioni o circoscrizioni
territoriali le tante artificiali divisioni esistenti in oggi D. Conclude che << ordinamento
siffatto spegnerebbe il localismo gretto, darebbe all'unità secondarie forze sufficienti
per tradurre in atto ogni progresso possibile nella loro sfera e farebbe più spedito
e semplice d'assai l'andamento oggi intricatissimo e lento della cosa pubblica ».
Non aveva dunque tutti i torti Giuseppe
Montanelli di affermare che Cattaneo e
Mazzini, artificialmente contrapposti, arrivavano di fatto a conclusioni simili. Ma la
contrapposizione - è stato detto anche da
autorevoli federalisti - resta nella concezione europea: federalista Cattaneo, vago
europeista (o addirittura semplicemente nazionalista, come ha spropositato l'americano
Kohn) Mazzini. Bisogna dire che è un altro
luogo comune: se è di Cattaneo la magnanima frase quarantottesca « Avremo pace
vera quando avremo li Stati Uniti d'Euro
pa », non è men vero che invano si cercherebbe in Cattaneo la traccia di un'azione
politica concreta per l'organizzazione dell'ordinamento federale europeo e si cercherebbe altrettanto invano - come ha ben
rilevato Bobbio - a una determinazione della federazione dal punto di vista giuridico
e amministrativo » pur rinviando egli all'esempio degli Stati Uniti e della Svizzera.
Tutto sommato il « federalismo » cattaneano
è piuttosto una vigorosa dottrina dell'autogoverno locale.
A Mazzini risale la prima e sola - nel18
' 0101 - organizzazione rivoluzionaria delle
forze federaliste europee, ché tale fu la citata « Giovine Europa » firmata il 15 aprile 1834 a Berna da 17 esuli italiani, tedeschi,
polacchi, cui successivamente si aggiunsero
la
Jeune Suisse » e la « Jeune France >).
Voleva essere la santa alleanza dei popoli
contrapposta alla Santa Alleanza dei Re
« L'ideale della Giovine Europa, scrisse poi,
era l'ordinamento federativo della democrazia europea sotto un'unica direzione » giacché al grande teorico della nazionalità non
sfuggiva il pericolo del nazionalismo e ne
vedeva l'antidoto nell'ordinamento federale:
« Noi vagheggiamo la grande federazione dei
popoli liberi, crediamo nel patto delle nazioni, nel congresso europeo che interpreterà
pacificamente quel patto »: nel linguaggio
mazziniano patto è costituzione, congresso
è costituente. In ogni caso precisava « Noi
cerchiamo veri~ficare non una Europa, ma
gli Stati Uniti d'Europa » e indicava la via
maestra, la costituente sull'esempio caro a
tutti i federalisti degli Stati Uniti:
Qual
modo si tenne negli Stati Uniti quando
dopo la pace coll'Inghilterra l'impotenza ri((
COMUNI D'EUROPA
luglio-agosto 1972
I libri
conosciuta della costituzione del 1778 rese
necessario un nuovo Patto? La convocazione
di una Costituente » Né faccia meraviglia il
puntuale esempio, poiché nello scritto citato
« Dell'unità italiana » Mazzini mostra di COnoscerc, con una citazione esplicativa in L'Europa all'occasione del Vertice (*)
nota, il documento classico della vicenda
americana cioè i « Federalist Papers », che
Quando questa recensione sarà pubblicata,
probabilmente nessuno scrittore italiano con- il Vertice europeo di Parigi avrà già avuto
temporaneo sarebbe stato in grado di men- luogo; m a non per questo verrà meno l'utizionare.
lità dello studio intrapreso dall'Istituto AfAveva scritto nel 1835, appena trentenne:
fari Internazionali, fruttci di un lavoro di
« Per principio e considerando largamente
équipe e curato da Gianni Bonvicini e Cesare
il moto dei tempi, noi crediamo che ogni
Merlini, dal titolo significativo « L'Europa
cosa in Europa tenda ad unità; e che, nel
all'occasione del Vertice ». Né sarà diminuito
riordinamento generale che le si appresta,
l'interesse che esso riveste per tutti coloro
questa regione del mondo rappresenterà,
che seguono con preoccupazione e speranza
come ultimo risultato del lavoro della nostra
il processo di unificazione europea e, in parepoca, una federazione » e più che sessantenne, stendendo lo statuto de1l'A.R.U. (Al- ticolare, il contributo che l'Italia potrebbe
dare ad un suo più rapido e coerente svileanza Repubblicana Universale) ultima delle
luppo.
sue organizzazioni rivoluzionarie, pose come
articolo programmatico per gli affiliati la
L'origine del libro, la metodologia usata
attuazione degli Stati Uniti d'Europa. La
per la sua redazione, l'elencazione stessa
storia dei tentativi e quella dei sogni utopi- dei capitoli nei quali esso si articola, sono
stici di unificazione europea è lunga: Denis
altrettante componenti della sua obiettiva
de Rougemont parte addirittura da Dante, validità e del suo persistente interesse. L'opem a Mazzini, che pure, giovane profugo in
ra, come già detto, è il risultato di un lavoro
Francia, aveva subito l'influsso del sansi- di équipe, m a anche di un'ampia verifica
monismo, sa bene che quei tentativi e quei
fatta attraverso una serie di incontri con rapsogni non hanno nulla che vedere con I'europresentanti delle maggiori componenti polipeismo moderno « L'unità europea come l'intiche, economiche, sociali ir culturali italiane
tese il passato è disciolta: essa giace nel
che
si battono per unlEilropa integrata e
sepolcro di Napoleone. L'unità europea, come
democratica
e per una costruttiva partecioggi può esistere, non risiede più in un popazione
del
nostro
paese a questa impresa
polo: essa risiede e governa suprema su
L'AICCE stessa ha dato il suo contributo a
tutti ». Ma la nuova Europa non nascerà per
tali incontri.
germinazione spontanea, meno che mai per
automatismo economico: nemico di ogni deLo studio si apre con unal premessa storicoterminismo Mazzini crede nella preminenza
valutativa, a cura di G. Bonvicini, sui predella politica, anzi dell'iniziativa politica,
cedenti della Conferenza dli Parigi, e, più in
come egli scrive spronando la terza Italia generale, sulla funzione dei Vertici europei,
ad assumere essa questa iniziativa e di fatto sulla loro giustificazione, sul loro significato
fu un ministro degli Esteri mazziniano, 'Car- per il futuro delllEuropa, sugli aspetti polo Sforza, a imprimere questo proposito alla
sitivi ma anche sui rischi che li carattepolitica estera italiana per breve stagione
rizzano.
all'indomani della prima e poi nuovamente
Il libro prosegue con una rassegna dei
della seconda guerra mondiale. Tuttavia il
principali
problemi sul tappeto dell'Europa
momento della integrazione economica non
gli sfugge, se scrive « è necessario equili- comunitaria, dovuta a noti esperti: l'Unione
brare le diflferenze che separano un mercato economica e monetaria ( a cura di G. Romanelli), i rapporti econon;iici internazionali
da un altro, aprirli tutti alla trasmissione
reciproca dei loro prodotti, dare alla scienza della Comunità ( a cura dli G. P. Casadio),
dell'attività materiale un avviamento unifor- la politica estera di difesa ( a cura di S. Silme: sostituire a poco a poco alla cieca anar- vestri), i problemi istituzionali ( a cura di
chica speculazione degli industriali un moto R. Perissich). Ne risulta uri panorama denso
pacifico e intelligente di emulazione e so- ma chiaro dei nodi che le (Comunità europee
prattutto ordinare le cose per modo che i devono affrontare e risolvere per essere in
frutti dei progressi dell'industria, delle in- grado di sviluppare adeguatamente le loro
venzioni meccaniche, dei nuovi sbocchi aperpotenzialità politiche ed economiche e di
ti alla produzione, delle rapide e lontane
assumere autonomamente le loro pesanti
comunicazioni aperte fra i popoli non divenresponsabilità sul piano mondiale. Nonotino monopolio dei pochi, ma si spandano
stante la diversità dei temi toccati, essi sono
f r a le moltitudini a vantaggio dei più D.
legati da un filo conduttore, quello istituAutonomie comunali e regionali nell'ordine
zionale. « Le istituzioni non vengono infine,
repubblicano interno, mercato comune e orma insieme », scrive giustamente Cesare Merganizzazione federale nell'ordine europeo:
lini, nel saggio che conclude il volume. L'esiquesto a cent'anni dalla morte è il Mazzini
vivo, che i comuni d'Europa possono ricor- genza di un riordinamento istituzionale che
dare. Vorrei aggiungere che furono due mo- dia efficacia all'azione comunitaria, che condesti comuni svizzeri, Grenchen nel cantone senta al potere in certo qual modo costituente » dei Vertici europei di mettere in
di Soletta nel 1836 ed Epiquerez nel Giura
moto
un meccanismo di dialogo tra Governi
bernese nel 1869, che con democratica delie
popoli
d'Europa (tramite un Parlamento
berazione offrirono a Mazzini la loro cittadal- europeo eletto a suffragio universale e didinanza per salvarlo - inutilmente
retto), che rafforzi quincli la democrazia
I'espulsione poliziesca.
.
-
europea, costruisce il leit-motive dei vari
contributi all'opera di cui ci occupiamo.
La conclude una franca analisi della posizione italiana al Vertice, notoriamente resa
più debole da una serie di circostanze d~
vute alla situazione politica generale del
nostro Paese, alle sfasature tra l'amministrazione nazionale e qiiella comunitaria, a d
una certa perdita di « credibilità europea »
che caratterizza purtrol~poil nostro comportamento nell'ambito comunitario.
I1 Vertice di Parigi saprà rispondere in
modo soddisfacente agli interrogativi posti
dal libro? Saprà asc~umere degli impegni
politici chiari capaci di orientare l'azione
comunitaria futura? Ce lo auguriamo nell'interesse dell'Europa e dell'Italia. E' certo
che la democrazia europea non può ulteriormente eludere questi pressanti interrogativi:
averli esposti con lucida analisi, con convincenti, anche se sintetiche motivazioni, aver
richiamato l'attenzione sulle loro interdipendenze è senza dubbio uno degli aspetti più
positivi dell'opera.
G. M.
( " ) A cura di Gianni Bonvicini e Cesare Merlini, Collana dello Spettatore Internazionale, Istituto affari internazionali (Società editrice I1 Mulino) Roma 1972, pagg. 106, L. 1.000.
C O M U N I D'EUROPA
Organo deii'A.1.C.C.E.
ANNO XX - N. 7-8 - luglio-agosto 1972
Direttore resp.: UMBERTO SERAFINI
Redattore capo: EDMONDO PAOLINI
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Aut. del Trib. di Roma n. 4696 dell'll-6-1955
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Unione Stampa
Periodica I t a l i a
TIPOGRAFICI CASTALOI
- ROMA-1911
luglio-agosto 1972
COMUlql D'EUROPA
L'ETR Y 0160
L'ETR Y 0160, ad assetto variabile, è stato ideato per
accrescere le velocità commerciali sulle linee ad alto
indice di tortuosità, sulle quali i mezzi di concezione
tradizionale subiscono, in curva, sollecitazioni centrifughe che si ripercuotono negativamente sul comfort
di viaggio.
Peculiarità dell'ETR Y 0160 è, appunto, uno speciale
tipo di sospensione pendolare della cassa che, consentendone una rotazione intorno all'asse longitudinale,
elimina ogni possibile scuotimento.
Ne deriva, sui percorsi tortuosi, la possibilità di
incrementi di velocità valutabili intorno al 3O0/0 rispetto
alle medie consentite dai mezzi tradizionali. Su percorsi
rettilinei, i l nuovo mezzo potrà agevolmente realizzare
velocità dell'ordine di 250 Km/h. Il che, logicamente,
consentirà notevoli riduzioni degli attuali tempi di percorrenza.
Tanto per fare qualche esempio:
- sulla
gnare 1 ora;
- oltre
-- circa
- circa
Roma-Villa S. Giovanni si potrà guadai1 ora e 10' sulla Bologna-Bari;
25 minuti sulla Milano-Firenze;
11 minuti sulla Milano-Genova.
La composizione base dell'ETR Y Q160 (quattro vetture) è elevabile, in caso di necessità, a sei, otto o dieci
vetture. I due motori di trazione di cui ogni vettura 15
dotata possono sviluppare una potenza di 220 KW e
sono sospesi elasticamente sotto il pavimento.
Il nuovo mezzo dispone di tre distinti tipi di frenatura. Quella elettrodinamica utilizza l'equipaggiamento
di trazione; la frenatura meccanica è a comando pneumatico su dischi; quella elettromagnetica, da utilizzare
in emergenza, si articola su un sistema di pattini agenti
direttamente sulle rotaie. Le azioni di rallentamento e di
frenatura sono attuate da un dispositivo elettronico che
seleziona i l sistema di frenatura da adottare nei singoli
casi.
Nella composizione ordinaria di quattro vetture, I'elettrotreno sarà lungo 103,7 metri e peserà, in assetto di
marcia e a carico completo. 150 tonnellate.
La prima e l'ultima carrozza del convoglio presentano una conformazione aerodinamica.
I posti a sedere saranno complessivamente 175.
Caratteristiche particolari del nuovo elettrotreno saranno l'aria condizionata, un sistema di insonorizzazione
termoacustica particolarmen-te efficace e i servizi di
ristorante e di bar.
Il veicolo presentato è, per ora, allo stato di simulacro. L'interno, attualmente occupato dalle apparecchiature di verifica e controllo, sarà attrezzato, nel
l'assetto definitivo, di un arredamento particolarmente
studiato in funzione delle piia aggiornate esigenze di
comfort.
Il simulacro dell'ETR Y 0160 è stato sperimentato i l
31 gennaio scorso sulla Roma-Orte. La prova ha confermato la validità delle soluzioni tecniche prescelte.
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