Terre di fede Sei elevazioni spirituali davanti a opere d’arte bresciane Terre di fede L’origine della comunità Sarezzo, martedì 6 luglio Ecce mater tua Gussago, Collezione privata (in deposito al Museo Diocesano) Lo Spirito nella comunità Brescia, venerdì 9 luglio Pentecoste Bienno, Parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita La regola della comunità Ghedi, mercoledì 14 luglio Beatitudini Brescia, Duomo Nuovo Il senso della comunità Chiari, giovedì 15 luglio Lavanda dei piedi Brescia, Santuario di Sant’Angela Merici Il cuore della comunità Villanuova sul Clisi, martedì 20 luglio Ultima cena Montichiari, Duomo di S. Maria Assunta Il volto della comunità Breno, mercoledì 21 luglio Cristo Re in gloria Parrocchiale, Maria Immacolata La scelta e la presentazione delle opere è a cura di don Giuseppe Fusari direttore del museo diocesano di brescia A Gerusalemme, nel Cenacolo, l’ultima cena. La sera, dopo il tramonto del sole, Gesù si mette a tavola insieme ai suoi discepoli. Lo hanno fatto tante volte, ma questo è un momento particolare, nel quale si uniscono attesa e trepidazione. Gesù spiega: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più finché essa non si compia nel regno di Dio” (Lc 22,15-16). L’ultima cena; dopo verrà la passione, poi il banchetto nel regno di Dio. Non so quanto i discepoli possano avere capito di queste parole profetiche ma non è difficile immaginare l’atmosfera di desiderio e timore, di sospensione e di mistero che deve aver riempito il cenacolo. + Luciano Monari dalla Lettera pastorale “Tutti siano una cosa sola” Sotto l’albero della croce si compie il duplice affidamento: la madre al discepolo e il discepolo alla madre. Qui è l’origine della comunità: il dono prezioso del testamento di Cristo che non è più solo di parole e gesti ma si prolunga nella dimensione della testimonianza e nell’accoglienza come primo passo per acquisire la dinamica comunitaria. Si riceve l’adozione perché donati alla madre, si riceve la madre come paradigma dell’accoglienza, dell’ascolto e della sequela. Qui la madre non è più la donna storica, la madre di Gesù, ma l’immagine stessa della Chiesa, della comunità, dinamica nel suo essere accolta da chi desidera diventare discepolo; ma, allo stesso tempo, non ci sarebbe discepolo senza la casa, la madre, la comunità che nasce - madre e figlia insieme dal sangue di Cristo. Così il discepolo accoglie la comunità e ne fa parte. Non è appartenenza passiva: è scelta che coinvolge la vita intera. L’origine della comunità Ecce filium tuum, ecce mater tua olio su tela, 271x162 cm Antonio Gandino (Brescia 1565-1630) Gussago, Collezione privata (in deposito al Museo Diocesano) Il dipinto, destinato alla cappella di un palazzo gentilizio, è stato realizzato dal Gandino sul finire degli anni Dieci del Seicento. È in questi anni che l’artista comincia ad utilizzare tonalità più cupe e accenti patetici più pronunciati. La scena del Calvario non si discosta dalla classica rappresentazione della crocifissione, ma qui l’artista concentra la sua attenzione sul momento nel quale il Cristo, secondo il racconto dell’evangelista Giovanni, affida la madre al discepolo e il discepolo alla madre. Tutto è concentrato nel dialogo muto tra il Figlio e la madre: Gesù sta pronunciando quelle poche parole e la madre lo guarda con intensità. Il discepolo assiste quasi attonito. Aver concentrato l’attenzione su questo momento ha permesso al Gandino di accentuare la tensione psicologica che lega i personaggi, col Cristo che, a labbra dischiuse, sembra parlare con la forza dello sguardo; con la madre che, avvolta di tristezza, assume con il suo atteggiamento tutto il senso della rassegnazione e dell’affidamento. Un gruppo compatto che traspone in immagine la solennità del dono ultimo di Cristo. Agostino, De Civitate Dei, XIX, 11. Perciò potremmo dire che la pace è il fine del nostro bene, come l’abbiamo detto della vita eterna, soprattutto perché alla città di Dio si dice in un Salmo: Glorifica il Signore, Gerusalemme, loda, Sion, il tuo Dio, perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte; in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli colui che ha posto la pace come tuo fine. Quando infatti saranno state rinforzate le sbarre delle sue porte, nessuno entrerà in essa e nessuno ne uscirà. Perciò come suo fine in questo caso dobbiamo ravvisare quella che intendiamo dimostrare come pace finale. Anche il nome simbolico della città, cioè Gerusalemme, come ho già detto, s’interpreta “visione della pace”. Ma poiché il termine “pace” si usa frequentemente anche per le cose nel divenire, in cui perciò non si avrà la vita eterna, ho preferito denominare “vita eterna” anziché “pace” il fine della città celeste in cui si avrà il sommo bene. TESTAMENTO E DONO Gv 19, 25-27 Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Non esiste corpo vivente senza ciò che lo anima. Così è per la comunità: i diversi membri non sono ancora comunità sebbene possano trovarsi insieme, avere gli stessi intenti e i medesimi obiettivi. Gli individui diventano comunità quando qualcuno dà lo Spirito, quando cioè lo stare insieme diventa essere insieme, essere nel nome di qualcuno, fare in memoria di qualcuno. In altre parole, gli individui diventano comunità quando l’obiettivo e la missione non dipendono da scelte interne ma sono prima di tutto dono da parte di qualcuno. È questa abbondanza (o sovrabbondanza) del dono che spinge a testimoniare e, con quel dono, nulla può esserci di ostacolo, né la paura, né la lingua, né il messaggio da annunciare. Lo Spirito nella comunità è colui che costringe a uscire dal gruppo e a mostrare l’opera da compiere. La comunità si compie nello Spirito quando esce da sé e diventa annuncio del Risorto. Lo Spirito nella comunità Pentecoste affresco Giovan Mauro della Rovere detto il Fiamminghino (Milano 1575ca-1643) Bienno, Chiesa Parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita La decorazione della nuova parrocchiale di Bienno, dedicata ai Santi Faustino e Giovita, prende il via nel 1621. Insieme a Tommaso Sandrini, bresciano, autore delle finte architetture, sui ponteggi della chiesa si trovano a realizzare le molte figure della volta e delle cappelle, Stefano Viviani e Giovan Mauro Della Rovere, attivo nel bresciano dal 1616 quando, insieme al fratello Giovan Battista, affrescava la distrutta chiesa di San Domenico in città e, l’anno successivo, il presbiterio di Santa Maria delle Grazie. La volta della chiesa di Bienno, con le monumentali figure dei profeti che annunciano i misteri di Cristo e con le medaglie figurate che rappresentano la Trasfigurazione, l’Ascensione e la Pentecoste, offre al credente un vero e proprio cammino per immagini che illustra il senso della storia della salvezza che prolunga nel presente attraverso l’opera della Chiesa. L’episodio della Pentecoste, ambientato all’interno di un edificio monumentale, mostra gli apostoli e la Vergine animati dallo Spirito che scende in forma di lingue di fuoco. Il dinamismo impresso alle figure cerca di dare l’immagine del repentino cambiamento operato dallo Spirito nell’intimo dei discepoli. Agostino, De Civitate Dei, XIX, 10. Qui ci consideriamo felici, quando abbiamo la pace nei limiti in cui qui si può conseguire con una vita onesta, ma questa felicità, paragonata alla felicità che consideriamo finale, è piuttosto infelicità. Quando come uomini posti nel divenire abbiamo nel divenire delle cose la pace che si può avere in questa vita, se viviamo onestamente, la virtù usa bene dei suoi beni; quando invece non l’abbiamo, la virtù usa bene anche i mali che l’uomo sopporta. Ma allora è vera virtù quando volge tutti i beni, di cui usa bene, tutto ciò che ottiene col buon uso del bene e del male e se stessa a quel fine, in cui per noi vi sarà una pace tanto bella e tanto grande che non ve ne può essere una più bella e più grande. LA FORZA DELLA TESTIMONIANZA VIENE DALL’ALTO At 2, 1-6 Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Il Vangelo interroga e critica la logica del mondo. Così è per la comunità che nasce da Cristo: non può accontentarsi di conoscere, deve riconoscere che il senso del suo esistere sta nel mettere in pratica quanto Gesù ha detto e fatto. La regola che definisce la comunità è breve, semplice e sta racchiusa nel comandamento dell’amore, ma si squaderna nella sua dirompente efficacia e contraddittorietà nei frutti che produce, nel ribaltamento della scala di valori voluta dal mondo. Chi è beato per Gesù è maledetto per il mondo. Ma perché il mondo valuta il presente, Dio valuta il futuro. E la soluzione di Dio chiede alla comunità di imparare questo metro di valutazione. È lo scandalo che si compie ogni volta che la comunità crede al futuro di Dio: diventa forza critica verso il presente, ma apre la strada verso il compimento del Regno, verso quel ribaltamento che non avviene per volere dell’uomo ma è soluzione donata da Dio. La regola della comunità Le beatitudini olio su tela centinata, 342x187 cm Michelangelo Grigoletti (Rorai Grande/Pd 1801-Venezia 1870) Brescia, Duomo Nuovo, Cappella del Santissimo Sacramento. La tela fu commissionata a Michelangelo Grigoletti negli anni Quaranta dell’Ottocento come pala per il nuovo altare del Santissimo Sacramento del Duomo Nuovo, progettato dal bresciano Rodolfo Vantini e messo in opera tra il 1842 e il 1846. Vantini avrebbe preferito il più quotato Francesco Hayez, ma la commissione preposta ai lavori preferì il pordenonese che produsse una tela accademicamente molto corretta e nell’insieme efficace, organizzando le figure su due piani e ponendo il Cristo al centro di un’ideale serpentina che parte dalle persone dipinte in primo piano e si compie nello sperone di roccia dello sfondo. Non mancano ricordi della pittura del Rinascimento veneziano, in particolare di Veronese, ma tutto è come decantato in uno stile privo di accensioni e attento a tenere un tono medio, ben calibrato, in rispondenza anche alla struttura giocata sui toni freddi dei marmi bianchi e grigi voluta dal Vantini. Grigoletti costruisce una scena ben recitata dove i gesti e gli atteggiamenti esprimono, quasi come se si trattasse di un teatro, la verità delle intenzioni e delle parole pronunciate. Agostino, De Civitate Dei, XIX, 27. La pace propriamente nostra si ha con Dio anche nel tempo mediante la fede e nell’eternità si avrà con lui nella visione. Ma nel tempo tanto la pace comune come quella propriamente nostra è pace più come sollievo dell’infelicità che come godimento della felicità. Anche la nostra dignità morale, sebbene sia vera in riferimento al vero fine del bene al quale si rapporta, è così relativa in questa vita da consistere più nella remissione dei peccati che nella pienezza della virtù. Lo conferma la preghiera di tutta la città di Dio che è in cammino sulla terra. Difatti lo grida a Dio in tutti i suoi adepti: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. SCANDALO E ROVESCIAMENTO Mt 5, 1-12 Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Davanti all’esempio non è possibile tentare interpretazioni. Semmai si cercherà di attenuare la forza del comandamento ma, nel profondo del cuore, si sarà certi di non aver compiuto tutto quanto andava fatto. La comunità di Cristo ha senso quando accetta che il suo compito è quello di amare fino in fondo e di compiere questo amore così come ha fatto Lui: ribaltando, cioè, i criteri di rispettabilità del maestro per assumere i panni del servo. E questo per indicare che il vero insegnamento, la vera cattedra è quella dove chi è maestro è al servizio e sta in ginocchio davanti agli altri. Solo così la comunità ha senso: perché sta nel solco di Colui che l’ha costituita. E solo così la comunità non perde la sua identità: il servizio ha un motivo, ed è l’amore agli altri così come l’ha insegnato Cristo. Non è soccorso umanitario, non è sostituzione: è riconoscere nell’altro il motivo per il quale si è comunità. E comunità di Cristo. Il senso della comunità Lavanda dei piedi olio su tavola, 32x48 cm Paolo da Caylina il Giovane (Brescia 1485ca-1545ca) Brescia, Santuario di Sant’Angela Merici (già Sant’Afra) La tavola fa parte della predella del polittico realizzato per l’antica chiesa di Sant’Afra verso gli anni Trenta del Cinquecento. Il polittico, molto articolato, raffigura nella tavola centrale il Compianto sul Cristo morto, e nelle due altre tavole della predella la Flagellazione e il Noli me tangere. A completamento sono stati raffigurati, oltre a una piccola Annunciazione, due Angeli in adorazione dell’Eucaristia e i Santi Faustino e Giovita, Felice e Faustino vescovi. La pittura di Paolo da Caylina in questo polittico è giunta alla piena maturità: si notano apporti da Moretto e da Romanino e non mancano riferimenti alla lontana al Foppa e al Civerchio. L’artista amalgama tutti questi apporti nel suo stile dolce e semplificato. La vivacità specialmente delle scenette minori della predella mostrano la sua capacità calligrafica e, insieme, una vena quasi popolare che dà alla scena un piglio narrativo facile e gustoso. Lontano dall’intensità drammatica dei maggiori del Rinascimento bresciano, Paolo da Caylina il Giovane si dimostra buon illustratore di scene sacre trattate con garbo e schiettezza. Agostino, De Civitate Dei, XIX, 17. Questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Anche la città del cielo in questo suo esilio trae profitto dalla pace terrena, tutela e desidera, per quanto è consentito dal rispetto per il sentimento religioso, l’accordo degli umani interessi nel settore dei beni spettanti alla natura degli uomini soggetta al divenire e subordina la pace terrena a quella celeste. Ed essa è veramente pace in modo che unica pace della creatura ragionevole dev’essere ritenuta e considerata l’unione sommamente ordinata e concorde di avere Dio come fine e l’un l’altro in lui. La città del cielo, mentre è esule in cammino nella fede, ha questa pace e vive onestamente di questa fede, quando al conseguimento della sua pace eterna subordina ogni buona azione, che compie verso Dio e il prossimo, perché la vita della città è essenzialmente sociale. IL COMANDAMENTO E L’ESEMPIO Gv 13, 1-15 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo”. Gli disse Pietro: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”. Soggiunse Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti”. Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: “Non tutti siete puri”. Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Un gruppo non è ancora una comunità. Quello che trasforma il gruppo in comunità non è solo un fine comune: è la consapevolezza che qualcosa continua, che qualcosa la precede e sarà ancora dopo di lei. Comunità è memoria che diventa presente e che lo motiva. Fare in sua memoria non è solo ricordare: è essere presenti, è accettare di non essere se non quando c’è Lui. Memoria per la comunità è attesa del compimento che non dipende da lei e certezza che questo avverrà. Pane e vino, corpo e sangue, il dono assoluto ed eterno della sua presenza, del suo essere con noi tutti i giorni fino alla fine dei tempi, sono il modo di vita, della comunità, il cuore che, come per il corpo, permette alla vita di esserci. È lì che la comunità si riconosce, pur nella diversità dei singoli, come corpo nato da un dono. E come tale capace di diventare dono attraverso la memoria di Lui, la sua presenza, il suo corpo. Il cuore della comunità Ultima cena olio su tela centinata, 293x190 cm Girolamo Romanino (Brescia 1484ca-1566ca) Montichiari, Chiesa Abbaziale, Cappella del Santissimo Sacramento Collocata dalla critica verso la metà degli anni Quaranta del Cinquecento, questa Ultima Cena fu realizzata per la Scuola del Santissimo Sacramento e collocata nella vecchia parrocchiale di Montichiari. Ricostruita in forme monumentali la chiesa, la tela venne racchiusa nel monumentale altare marmoreo della Cappella del Sacramento. Le mutate proporzioni della chiesa e dell’altare un poco diminuiscono l’effetto che la tela doveva avere in origine. Qui Romanino calcola con grande precisione il punto di vista, molto ribassato, dando forte risalto alla volta a botte con lacunari della stanza nella quale si svolge la scena, in un’ora non ancora serale, con la chiarezza del cielo che ancora si vede dall’oculo aperto nella parete di fondo. La tavola è un capolavoro di indagine realistica e di virtuosismi luministici, ma più ancora colpisce la profondità psicologica con la quale sono indagati i personaggi alle prese con l’annuncio del tradimento di Cristo e con l’istituzione dell’Eucaristia. A questo turbine emozionale non partecipa solo Giuda che, con l’atto simbolico di versare il vino per terra, esprime la sua volontà di sprecare il dono ricevuto da Cristo. Agostino, De Civitate Dei, XX, 17. E dal cielo fin dalla sua origine discende la città di Dio, da quando continuamente i suoi cittadini aumentano nella successione del tempo, con la grazia di Dio che viene dall’alto mediante il lavacro di rigenerazione nello Spirito Santo mandato dal cielo. Ma col giudizio di Dio, che sarà l’ultimo, mediante il suo Figlio Gesù Cristo si manifesterà il suo splendore così grande e così nuovo in modo che non rimarranno tracce della tarda età, giacché i corpi soggetti al divenire e alla morte di una volta passeranno alla immunità dal divenire e dalla morte. L’ESSENZA DEL DONO Lc 22, 14-20 Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio”. Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”. Può essere visto solo in prospettiva: la comunità reale non può che proiettarsi sulla comunità definitiva. Questo solo è il volto vero della comunità. Pensare che la comunità presente, quella che, concreta, realizza più o meno perfettamente la regola di Cristo, sia il volto vero della comunità di Cristo è vedere parzialmente. Il volto della comunità è il volto vero solo quando è estensivo, quando, cioè, abbraccia l’esperienza delle comunità storiche e si orienta verso la comunità che vedrà faccia a faccia il suo Signore. La comunità storica abbozza solo questo volto in attesa del perfezionamento che non sarà suo ma, come sempre nella dinamica di Dio, darà dono gratuito del Suo amore. Compito della comunità è plasmarsi secondo la dinamica dell’amore concreto ma scorgendo in esso il riflesso del volto di Cristo. Fare a Lui è fare al fratello. Per imparare ad essere a sua somiglianza. Il volto della comunità Il Paradiso affresco Gaetano Cresseri (Brescia 1870-1933) Nave, Chiesa Parrocchiale All’inizio del Novecento sono molte le chiese bresciane, specialmente quelle costruite nel XVIII secolo, che vengono completamente decorate secondo un gusto eclettico, debitore al Liberty e al Neobarocco. Anche la Parrocchiale di Nave è interessata da questi lavori di rilettura in senso neosettecentesco. Per il più vasto degli affreschi, quello della cupola, viene chiamato il maggiore degli artisti bresciani del tempo, Gaetano Cresseri, maestro indiscusso nell’affresco, grande decoratore di chiese e palazzi. Intrapresi nel 1930 i lavori di affrescatura della cupola terminarono nel 1932. Cresseri raffigurò, secondo il gusto dell’epoca, la gloria di Cristo re dell’universo: al centro, sopra le nubi e avvolto di luce sta il Cristo attorniato da una schiera di angeli e santi. Nel giro più esterno sono invece raffigurati uomini e donne dei diversi continenti. L’influsso della pittura settecentesca, specialmente del Tiepolo, è evidente. Qui Cresseri, superando anche le difficoltà prospettiche imposte dallo scorcio, dà un esempio magistrale della grande decorazione novecentesca bresciana. Agostino, De Civitate Dei, XIX, 20. Il sommo bene della città di Dio è la pace eterna definitiva, non quella attraverso la quale i mortali passano col nascere e il morire, ma quella in cui gli immortali rimangono senza alcuna soggezione ai contrari. Chi dunque può negare che quella vita è sommamente felice e nel confronto non giudica sommamente infelice questa che trascorre nel tempo anche se è colma dei beni dell’anima, del corpo e del mondo esteriore? Ma chiunque la giudica in maniera da riferire il suo scorrere al fine di quella vita che ama con grande ardore e che spera con grande fiducia, non assurdamente si può considerare felice anche in questo tempo di quella speranza anziché di questa vicenda. La vicenda presente senza la speranza è una falsa felicità e una grande infelicità. Difatti non ha esperienza dei veri beni dell’anima poiché non è vera saggezza quella la quale, nelle azioni che giudica con la prudenza, compie con la fortezza, frena con la temperanza, distribuisce con la giustizia, non orienta la propria scelta a quel fine in cui Dio sarà tutto in tutti, in un’eternità certa e in una pace definitiva. IL DISCRIMINE DEFINITIVO Mt 25, 31-40 Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?” E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Agorà della Diocesi di Brescia Inizio dell’Anno pastorale 2010/2011 diocesi di brescia Via Trieste, 13 Brescia tel. 030.37221 Centro diocesano pER le Comunicazioni Sociali Via Callegari, 6 Brescia tel. 030.44250 info: www.diocesi.brescia.it/agora e-mail: [email protected]