Terre di fede
Sei elevazioni spirituali davanti a opere d’arte bresciane
Terre di fede
L’origine della comunità
Sarezzo, martedì 6 luglio
Ecce mater tua
Gussago, Collezione privata
(in deposito al Museo Diocesano)
Lo Spirito nella comunità
Brescia, venerdì 9 luglio
Pentecoste
Bienno, Parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita
La regola della comunità
Ghedi, mercoledì 14 luglio
Beatitudini
Brescia, Duomo Nuovo
Il senso della comunità
Chiari, giovedì 15 luglio
Lavanda dei piedi
Brescia, Santuario di Sant’Angela Merici
Il cuore della comunità
Villanuova sul Clisi, martedì 20 luglio
Ultima cena
Montichiari, Duomo di S. Maria Assunta
Il volto della comunità
Breno, mercoledì 21 luglio
Cristo Re in gloria
Parrocchiale, Maria Immacolata
La scelta e la presentazione delle opere
è a cura di don Giuseppe Fusari
direttore del museo diocesano di brescia
A Gerusalemme, nel Cenacolo, l’ultima cena. La
sera, dopo il tramonto del sole, Gesù si mette
a tavola insieme ai suoi discepoli. Lo hanno
fatto tante volte, ma questo è un momento
particolare, nel quale si uniscono attesa e
trepidazione. Gesù spiega: “Ho tanto desiderato
mangiare questa Pasqua con voi, prima della
mia passione, perché io vi dico: non la mangerò
più finché essa non si compia nel regno di
Dio” (Lc 22,15-16). L’ultima cena; dopo verrà la
passione, poi il banchetto nel regno di Dio. Non
so quanto i discepoli possano avere capito di
queste parole profetiche ma non è difficile
immaginare l’atmosfera di desiderio e timore, di
sospensione e di mistero che deve aver riempito
il cenacolo.
+ Luciano Monari
dalla Lettera pastorale “Tutti siano una cosa sola”
Sotto l’albero della croce
si compie il duplice
affidamento:
la madre al discepolo
e il discepolo alla madre.
Qui è l’origine
della comunità:
il dono prezioso del
testamento di Cristo
che non è più solo
di parole e gesti ma
si prolunga nella
dimensione della
testimonianza e
nell’accoglienza come
primo passo per acquisire
la dinamica comunitaria.
Si riceve l’adozione
perché donati alla
madre, si riceve la
madre come paradigma
dell’accoglienza,
dell’ascolto
e della sequela.
Qui la madre non è più
la donna storica,
la madre di Gesù,
ma l’immagine stessa
della Chiesa,
della comunità,
dinamica nel suo essere
accolta da chi desidera
diventare discepolo; ma,
allo stesso tempo, non
ci sarebbe discepolo
senza la casa, la madre,
la comunità che nasce
- madre e figlia insieme dal sangue di Cristo.
Così il discepolo accoglie
la comunità e ne fa parte.
Non è appartenenza
passiva: è scelta che
coinvolge la vita intera.
L’origine
della comunità
Ecce filium tuum,
ecce mater tua
olio su tela, 271x162 cm
Antonio Gandino
(Brescia 1565-1630)
Gussago, Collezione privata
(in deposito al Museo Diocesano)
Il dipinto, destinato alla cappella di un palazzo
gentilizio, è stato realizzato dal Gandino sul
finire degli anni Dieci del Seicento. È in questi
anni che l’artista comincia ad utilizzare tonalità
più cupe e accenti patetici più pronunciati.
La scena del Calvario non si discosta dalla
classica rappresentazione della crocifissione,
ma qui l’artista concentra la sua attenzione sul
momento nel quale il Cristo, secondo il racconto
dell’evangelista Giovanni, affida la madre al
discepolo e il discepolo alla madre. Tutto è
concentrato nel dialogo muto tra il Figlio e la
madre: Gesù sta pronunciando quelle poche
parole e la madre lo guarda con intensità.
Il discepolo assiste quasi attonito. Aver
concentrato l’attenzione su questo momento ha
permesso al Gandino di accentuare la tensione
psicologica che lega i personaggi, col Cristo che,
a labbra dischiuse, sembra parlare con la forza
dello sguardo; con la madre che, avvolta
di tristezza, assume con il suo atteggiamento tutto
il senso della rassegnazione e dell’affidamento.
Un gruppo compatto che traspone in immagine
la solennità del dono ultimo di Cristo.
Agostino, De Civitate Dei, XIX, 11.
Perciò potremmo dire che la pace è il fine del nostro bene, come l’abbiamo detto della vita eterna,
soprattutto perché alla città di Dio si dice in un Salmo: Glorifica il Signore, Gerusalemme, loda, Sion,
il tuo Dio, perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte; in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli colui che
ha posto la pace come tuo fine. Quando infatti saranno state rinforzate le sbarre delle sue porte, nessuno entrerà in essa e nessuno ne uscirà. Perciò come suo fine in questo caso dobbiamo ravvisare
quella che intendiamo dimostrare come pace finale. Anche il nome simbolico della città, cioè Gerusalemme, come ho già detto, s’interpreta “visione della pace”. Ma poiché il termine “pace” si usa
frequentemente anche per le cose nel divenire, in cui perciò non si avrà la vita eterna, ho preferito
denominare “vita eterna” anziché “pace” il fine della città celeste in cui si avrà il sommo bene.
TESTAMENTO E DONO
Gv 19, 25-27
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre
e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora
il discepolo l’accolse con sé.
Non esiste corpo vivente
senza ciò che lo anima.
Così è per la comunità:
i diversi membri non sono
ancora comunità sebbene
possano trovarsi insieme,
avere gli stessi intenti
e i medesimi obiettivi.
Gli individui diventano
comunità quando
qualcuno dà lo Spirito,
quando cioè
lo stare insieme
diventa essere insieme,
essere nel nome
di qualcuno,
fare in memoria
di qualcuno.
In altre parole,
gli individui diventano
comunità quando
l’obiettivo e la missione
non dipendono da scelte
interne ma sono prima
di tutto dono da parte
di qualcuno.
È questa abbondanza
(o sovrabbondanza)
del dono che spinge
a testimoniare e,
con quel dono,
nulla può esserci
di ostacolo, né la paura,
né la lingua, né il
messaggio da annunciare.
Lo Spirito nella comunità
è colui che costringe
a uscire dal gruppo
e a mostrare l’opera
da compiere.
La comunità si compie
nello Spirito quando esce
da sé e diventa annuncio
del Risorto.
Lo Spirito
nella comunità
Pentecoste
affresco
Giovan Mauro della Rovere
detto il Fiamminghino
(Milano 1575ca-1643)
Bienno,
Chiesa Parrocchiale dei Santi
Faustino e Giovita
La decorazione della nuova parrocchiale di Bienno,
dedicata ai Santi Faustino e Giovita, prende il via nel
1621. Insieme a Tommaso Sandrini, bresciano, autore delle finte architetture, sui ponteggi della chiesa si
trovano a realizzare le molte figure della volta e delle cappelle, Stefano Viviani e Giovan Mauro Della
Rovere, attivo nel bresciano dal 1616 quando, insieme al fratello Giovan Battista, affrescava la distrutta
chiesa di San Domenico in città e, l’anno successivo,
il presbiterio di Santa Maria delle Grazie. La volta
della chiesa di Bienno, con le monumentali figure
dei profeti che annunciano i misteri di Cristo e con
le medaglie figurate che rappresentano la Trasfigurazione, l’Ascensione e la Pentecoste, offre al credente
un vero e proprio cammino per immagini che illustra
il senso della storia della salvezza che prolunga nel
presente attraverso l’opera della Chiesa. L’episodio
della Pentecoste, ambientato all’interno di un edificio monumentale, mostra gli apostoli e la Vergine
animati dallo Spirito che scende in forma di lingue
di fuoco. Il dinamismo impresso alle figure cerca di
dare l’immagine del repentino cambiamento operato dallo Spirito nell’intimo dei discepoli.
Agostino, De Civitate Dei, XIX, 10.
Qui ci consideriamo felici, quando abbiamo la pace nei limiti in cui qui si può
conseguire con una vita onesta, ma questa felicità, paragonata alla felicità che
consideriamo finale, è piuttosto infelicità. Quando come uomini posti nel divenire abbiamo nel divenire delle cose la pace che si può avere in questa vita, se
viviamo onestamente, la virtù usa bene dei suoi beni; quando invece non l’abbiamo, la virtù usa bene anche i mali che l’uomo sopporta. Ma allora è vera virtù
quando volge tutti i beni, di cui usa bene, tutto ciò che ottiene col buon uso del
bene e del male e se stessa a quel fine, in cui per noi vi sarà una pace tanto bella
e tanto grande che non ve ne può essere una più bella e più grande.
LA FORZA DELLA TESTIMONIANZA VIENE DALL’ALTO
At 2, 1-6
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi
un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.
Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su
ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono
a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di
esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni
nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase
turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.
Il Vangelo interroga
e critica la logica
del mondo.
Così è per la comunità
che nasce da Cristo:
non può accontentarsi
di conoscere, deve
riconoscere
che il senso del suo
esistere sta nel mettere
in pratica quanto Gesù
ha detto e fatto.
La regola che definisce
la comunità è breve,
semplice e sta racchiusa
nel comandamento
dell’amore, ma si
squaderna nella sua
dirompente efficacia
e contraddittorietà
nei frutti che produce,
nel ribaltamento
della scala di valori
voluta dal mondo.
Chi è beato per Gesù è
maledetto per il mondo.
Ma perché il mondo
valuta il presente,
Dio valuta il futuro.
E la soluzione di Dio
chiede alla comunità
di imparare questo
metro di valutazione.
È lo scandalo che si
compie ogni volta che la
comunità crede al futuro
di Dio: diventa forza
critica verso il presente,
ma apre la strada verso il
compimento del Regno,
verso quel ribaltamento
che non avviene per
volere dell’uomo ma è
soluzione donata da Dio.
La regola
della comunità
Le beatitudini
olio su tela centinata, 342x187 cm
Michelangelo Grigoletti
(Rorai Grande/Pd 1801-Venezia 1870)
Brescia, Duomo Nuovo,
Cappella del Santissimo Sacramento.
La tela fu commissionata a Michelangelo
Grigoletti negli anni Quaranta dell’Ottocento
come pala per il nuovo altare del Santissimo
Sacramento del Duomo Nuovo,
progettato dal bresciano Rodolfo Vantini
e messo in opera tra il 1842 e il 1846.
Vantini avrebbe preferito il più quotato Francesco
Hayez, ma la commissione preposta ai lavori
preferì il pordenonese che produsse una tela
accademicamente molto corretta e nell’insieme
efficace, organizzando le figure su due piani
e ponendo il Cristo al centro di un’ideale
serpentina che parte dalle persone dipinte in
primo piano e si compie nello sperone di roccia
dello sfondo. Non mancano ricordi della pittura
del Rinascimento veneziano, in particolare di
Veronese, ma tutto è come decantato in uno
stile privo di accensioni e attento a tenere un
tono medio, ben calibrato, in rispondenza anche
alla struttura giocata sui toni freddi dei marmi
bianchi e grigi voluta dal Vantini. Grigoletti
costruisce una scena ben recitata dove i gesti e
gli atteggiamenti esprimono, quasi come se si
trattasse di un teatro, la verità delle intenzioni e
delle parole pronunciate.
Agostino, De Civitate Dei, XIX, 27.
La pace propriamente nostra si ha con Dio anche nel tempo mediante la
fede e nell’eternità si avrà con lui nella visione. Ma nel tempo tanto la pace
comune come quella propriamente nostra è pace più come sollievo dell’infelicità che come godimento della felicità. Anche la nostra dignità morale,
sebbene sia vera in riferimento al vero fine del bene al quale si rapporta, è
così relativa in questa vita da consistere più nella remissione dei peccati che
nella pienezza della virtù. Lo conferma la preghiera di tutta la città di Dio
che è in cammino sulla terra. Difatti lo grida a Dio in tutti i suoi adepti: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
SCANDALO E ROVESCIAMENTO
Mt 5, 1-12
Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: Beati i poveri in spirito, perché di essi è
il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di
cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di
Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando
vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi
per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Davanti all’esempio
non è possibile tentare
interpretazioni.
Semmai si cercherà
di attenuare la forza
del comandamento ma,
nel profondo del cuore,
si sarà certi di non aver
compiuto tutto quanto
andava fatto.
La comunità di Cristo
ha senso quando accetta
che il suo compito è
quello di amare fino
in fondo e di compiere
questo amore così come
ha fatto Lui: ribaltando,
cioè, i criteri
di rispettabilità
del maestro per assumere
i panni del servo.
E questo per indicare che
il vero insegnamento,
la vera cattedra è quella
dove chi è maestro
è al servizio e sta
in ginocchio davanti
agli altri.
Solo così la comunità
ha senso: perché sta
nel solco di Colui
che l’ha costituita.
E solo così la comunità
non perde la sua identità:
il servizio ha un motivo,
ed è l’amore
agli altri così come l’ha
insegnato Cristo.
Non è soccorso
umanitario, non è
sostituzione: è riconoscere
nell’altro il motivo
per il quale si è comunità.
E comunità di Cristo.
Il senso
della comunità
Lavanda dei piedi
olio su tavola, 32x48 cm
Paolo da Caylina il Giovane
(Brescia 1485ca-1545ca)
Brescia,
Santuario di Sant’Angela Merici
(già Sant’Afra)
La tavola fa parte della predella del polittico realizzato per l’antica chiesa di Sant’Afra verso gli
anni Trenta del Cinquecento.
Il polittico, molto articolato, raffigura nella tavola
centrale il Compianto sul Cristo morto, e nelle due
altre tavole della predella la Flagellazione e il Noli
me tangere. A completamento sono stati raffigurati, oltre a una piccola Annunciazione, due Angeli in adorazione dell’Eucaristia e i Santi Faustino
e Giovita, Felice e Faustino vescovi. La pittura di
Paolo da Caylina in questo polittico è giunta alla
piena maturità: si notano apporti da Moretto e da
Romanino e non mancano riferimenti alla lontana
al Foppa e al Civerchio. L’artista amalgama tutti
questi apporti nel suo stile dolce e semplificato.
La vivacità specialmente delle scenette minori della predella mostrano la sua capacità calligrafica e,
insieme, una vena quasi popolare che dà alla scena
un piglio narrativo facile e gustoso.
Lontano dall’intensità drammatica dei maggiori
del Rinascimento bresciano, Paolo da Caylina
il Giovane si dimostra buon illustratore di scene
sacre trattate con garbo e schiettezza.
Agostino, De Civitate Dei, XIX, 17.
Questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna
una società in cammino da tutte le lingue. Anche la città del cielo in questo suo esilio trae profitto dalla
pace terrena, tutela e desidera, per quanto è consentito dal rispetto per il sentimento religioso, l’accordo
degli umani interessi nel settore dei beni spettanti alla natura degli uomini soggetta al divenire e subordina la pace terrena a quella celeste. Ed essa è veramente pace in modo che unica pace della creatura
ragionevole dev’essere ritenuta e considerata l’unione sommamente ordinata e concorde di avere Dio
come fine e l’un l’altro in lui. La città del cielo, mentre è esule in cammino nella fede, ha questa pace e
vive onestamente di questa fede, quando al conseguimento della sua pace eterna subordina ogni buona
azione, che compie verso Dio e il prossimo, perché la vita della città è essenzialmente sociale.
IL COMANDAMENTO E L’ESEMPIO
Gv 13, 1-15
Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo
al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando
il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo
che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da
tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua
nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era
cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose
Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo”. Gli disse Pietro: “Tu non mi
laverai i piedi in eterno!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Gli disse
Simon Pietro: “Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”. Soggiunse Gesù: “Chi
ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non
tutti”. Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: “Non tutti siete puri”. Quando ebbe lavato
loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi?
Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e
il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un
esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”.
Un gruppo non è ancora
una comunità.
Quello che trasforma
il gruppo in comunità non
è solo un fine comune:
è la consapevolezza
che qualcosa continua,
che qualcosa la precede
e sarà ancora dopo di lei.
Comunità è memoria
che diventa presente
e che lo motiva.
Fare in sua memoria
non è solo ricordare:
è essere presenti,
è accettare
di non essere se non
quando c’è Lui.
Memoria per la comunità
è attesa del compimento
che non dipende da lei
e certezza che
questo avverrà.
Pane e vino, corpo e
sangue, il dono assoluto
ed eterno della sua
presenza, del suo essere
con noi tutti i giorni
fino alla fine dei tempi,
sono il modo di vita,
della comunità, il cuore
che, come per il corpo,
permette alla vita
di esserci.
È lì che la comunità
si riconosce, pur nella
diversità dei singoli,
come corpo nato
da un dono.
E come tale capace
di diventare dono
attraverso la memoria
di Lui, la sua presenza,
il suo corpo.
Il cuore
della comunità
Ultima cena
olio su tela centinata, 293x190 cm
Girolamo Romanino
(Brescia 1484ca-1566ca)
Montichiari, Chiesa Abbaziale,
Cappella del Santissimo Sacramento
Collocata dalla critica verso la metà degli anni
Quaranta del Cinquecento, questa Ultima Cena fu
realizzata per la Scuola del Santissimo Sacramento e collocata nella vecchia parrocchiale di Montichiari. Ricostruita in forme monumentali la chiesa, la tela venne racchiusa nel monumentale altare
marmoreo della Cappella del Sacramento. Le mutate proporzioni della chiesa e dell’altare un poco
diminuiscono l’effetto che la tela doveva avere in
origine. Qui Romanino calcola con grande precisione il punto di vista, molto ribassato, dando forte
risalto alla volta a botte con lacunari della stanza
nella quale si svolge la scena, in un’ora non ancora
serale, con la chiarezza del cielo che ancora si vede
dall’oculo aperto nella parete di fondo.
La tavola è un capolavoro di indagine realistica e
di virtuosismi luministici, ma più ancora colpisce la
profondità psicologica con la quale sono indagati i
personaggi alle prese con l’annuncio del tradimento di Cristo e con l’istituzione dell’Eucaristia.
A questo turbine emozionale non partecipa solo
Giuda che, con l’atto simbolico di versare il vino
per terra, esprime la sua volontà di sprecare
il dono ricevuto da Cristo.
Agostino, De Civitate Dei, XX, 17.
E dal cielo fin dalla sua origine discende la città di Dio, da quando
continuamente i suoi cittadini aumentano nella successione del
tempo, con la grazia di Dio che viene dall’alto mediante il lavacro
di rigenerazione nello Spirito Santo mandato dal cielo. Ma col
giudizio di Dio, che sarà l’ultimo, mediante il suo Figlio Gesù
Cristo si manifesterà il suo splendore così grande e così nuovo
in modo che non rimarranno tracce della tarda età, giacché i
corpi soggetti al divenire e alla morte di una volta passeranno
alla immunità dal divenire e dalla morte.
L’ESSENZA DEL DONO
Lc 22, 14-20
Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: “Ho
tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”.
E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e fatelo passare tra voi,
perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché
non verrà il regno di Dio”. Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria
di me”. E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: “Questo calice
è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”.
Può essere visto solo
in prospettiva: la
comunità reale non può
che proiettarsi sulla
comunità definitiva.
Questo solo è il volto
vero della comunità.
Pensare che la comunità
presente, quella che,
concreta, realizza più
o meno perfettamente
la regola di Cristo,
sia il volto vero della
comunità di Cristo è
vedere parzialmente.
Il volto della comunità
è il volto vero
solo quando è estensivo,
quando, cioè,
abbraccia l’esperienza
delle comunità storiche
e si orienta verso la
comunità che vedrà
faccia a faccia il suo
Signore.
La comunità storica
abbozza solo questo
volto in attesa del
perfezionamento che
non sarà suo ma, come
sempre nella dinamica di
Dio, darà dono gratuito
del Suo amore.
Compito della comunità
è plasmarsi
secondo la dinamica
dell’amore concreto
ma scorgendo in esso
il riflesso del volto
di Cristo.
Fare a Lui è fare
al fratello.
Per imparare ad essere
a sua somiglianza.
Il volto
della comunità
Il Paradiso
affresco
Gaetano Cresseri
(Brescia 1870-1933)
Nave, Chiesa Parrocchiale
All’inizio del Novecento sono molte le chiese
bresciane, specialmente quelle costruite
nel XVIII secolo, che vengono completamente
decorate secondo un gusto eclettico,
debitore al Liberty e al Neobarocco.
Anche la Parrocchiale di Nave è interessata
da questi lavori di rilettura in senso
neosettecentesco. Per il più vasto degli affreschi,
quello della cupola, viene chiamato il maggiore
degli artisti bresciani del tempo,
Gaetano Cresseri, maestro indiscusso
nell’affresco, grande decoratore di chiese
e palazzi. Intrapresi nel 1930 i lavori di
affrescatura della cupola terminarono nel 1932.
Cresseri raffigurò, secondo il gusto dell’epoca,
la gloria di Cristo re dell’universo:
al centro, sopra le nubi e avvolto di luce sta il
Cristo attorniato da una schiera di angeli e santi.
Nel giro più esterno sono invece raffigurati
uomini e donne dei diversi continenti.
L’influsso della pittura settecentesca,
specialmente del Tiepolo, è evidente.
Qui Cresseri, superando anche le difficoltà
prospettiche imposte dallo scorcio,
dà un esempio magistrale della grande
decorazione novecentesca bresciana.
Agostino, De Civitate Dei, XIX, 20.
Il sommo bene della città di Dio è la pace eterna definitiva, non quella attraverso la quale i mortali passano col
nascere e il morire, ma quella in cui gli immortali rimangono senza alcuna soggezione ai contrari. Chi dunque
può negare che quella vita è sommamente felice e nel confronto non giudica sommamente infelice questa che
trascorre nel tempo anche se è colma dei beni dell’anima, del corpo e del mondo esteriore? Ma chiunque la
giudica in maniera da riferire il suo scorrere al fine di quella vita che ama con grande ardore e che spera con
grande fiducia, non assurdamente si può considerare felice anche in questo tempo di quella speranza anziché
di questa vicenda. La vicenda presente senza la speranza è una falsa felicità e una grande infelicità. Difatti
non ha esperienza dei veri beni dell’anima poiché non è vera saggezza quella la quale, nelle azioni che giudica
con la prudenza, compie con la fortezza, frena con la temperanza, distribuisce con la giustizia, non orienta la
propria scelta a quel fine in cui Dio sarà tutto in tutti, in un’eternità certa e in una pace definitiva.
IL DISCRIMINE DEFINITIVO
Mt 25, 31-40
Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle
capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi
avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora
i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo
vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?” E il re risponderà loro:
“In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Agorà della Diocesi di Brescia
Inizio dell’Anno pastorale 2010/2011
diocesi di brescia
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Centro diocesano pER le Comunicazioni Sociali
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