Anno XX, n.2, 16 aprile 2013. Poste Italiane S.p.a. sped. in a.p. D.L. 353/03 (conv. in L. n° 46 del 27/02/2004) art. 1 comma 2 e 3 DCB PESCARA
IN CASO DI MANCATO RECAPITO INVIARE AL CMP DI PESCARA PER LA RESTITUZIONE AL MITTENTE PREVIO PAGAMENTO RESI
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PADRE, MAESTRO E PASTORE lTIRATURA
16 APRILE 2013
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XX/2
2013
PERIODICO DI SPIRITUALITÀ, CULTURA, DOCUMENTAZIONE, STORIA E NOTIZIE PER GLI AMICI DEL VENERABILE MASSIMO RINALDI
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Sommario
Attività culturali e notizie
DIOCESI E ISTITUTO STORICO «MASSIMO RINALDI» - RIETI
«MISSIONARI DI S. CARLO» - SCALABRINIANI
NOTIZIE
Domenica 18 novembre 2012. Celebrata, nella Chiesa di S. Rufo,
l’annuale ricorrenza: « Scelte di vita del Venerabile Massimo Rinaldi».
Domenica 16 dicembre 2012. Celebrata, nella Chiesa di S. Rufo,
l’annuale ricorrenza: «Messa in suffragio dei Soci e Benefattori
defunti».
PROGRAMMA ANNO 2013
Terza domenica di ogni mese. Chiesa di S. Rufo in Rieti, celebrazione della S. Messa, ore 10,30, per ricordare l’azione e le opere del
Venerabile Massimo Rinaldi.
Venerdì 31 maggio. - Approvazione del bilancio dell’anno 2012.
Celebrazione nella Cattedrale basilica di S. Maria del 72° della morte
del Ven. Massimo Rinaldi.
- Proiezione del film fiction sul Venerabile Massimo Rinaldi del regista Fausto Fainelli.
Domenica 11 agosto. Monte Terminillo, annuale celebrazione in onore
del Venerabile Massimo Rinaldi.
Domenica 17 novembre. Chiesa di S. Rufo in Rieti, scelte di vita del
Venerabile Massimo Rinaldi. S. Messa, ore 10,30.
Domenica 15 dicembre. Chiesa di S. Rufo, ore 10,15, S. Messa in
suffragio dei Soci e Benefattori defunti.
Sabato 9 febbraio 2013. Presentati a Rieti e Borgorose gli Atti del
Convegno, l l Cicolano e la città di Rieti dalle Regioni al giubileo del
Duemila, finanziato dalla Fondazione Varrone di Rieti e dal Comune
di Borgorose. I servizi nelle pagine 25-39.
Sommario
3 Il papa dei poveri e quel papà dei poveri
di Fabrizio Tomassoni
7 Dalla Positio: Spirtualità di Massimo Rinaldi. Rapporti con
lo zio vescovo Domenico Rinaldi e con il beato Giovanni
Battista Scalabrini/I
19 Voci di devoti del Venerabile Massimo Rinaldi
Deposizioni giudiziarie dei testi del processo di beatificazione e canonizzazione del Venerabile Massimo Rinaldi.
Vinicio Picchi: teste n. 4
25 Presentato il volume: Il Cicolano e la citta di Rieti dalle
regioni al giubileo del Duemila
di Franco Greco
40 Immagine del Venerabile con reliquia ex indumentis
40 Preghiera per la beatificazione del Venerabile Massimo
Rinaldi e per chiedere grazie per sua intercessione
di Delio Lucarelli Vescovo
Il Venerabile Massimo
Rinaldi «assorto in umile
confidente preghiera» (G.
B. SOFIA, Massimo Rinaldi.
Missionario e Vescovo,
Cassa di Risparmio di
Rieti, Rieti 1982 2 (prima
edizione 1960), p. 16)
GITE -PELLEGRINAGGI ANNO 2013
Sabato 11 maggio: Madonna della Libera-Sulmona
Sabato 21 settembre: Madonna dei Miracoli di CasalBordino (Chieti).
Visitate il sito internet
«Padre, Maestro e Pastore»
www.massimorinaldi.org
www.massimorinaldi.org
è pubblicato sul sito internet:
Capolettera: «Cantate». Codice miniato francese, sec. XIV, f. 182v (ACR,
foto P. D’Alessandro, Rieti)
In copertina
l
Massimo Rinaldi (1869-1941), missionario scalabriniano
e vescovo di Rieti (1924-1941) all’inizio del suo episcopato
(Archivio fotografico di Guglielmo De Francesco, Rieti. Copia
conservata in Archivio Vescovile di Rieti (AVR), fondo fotografico, busta n. 5, fasc. n.2).
l
Stemma di Mons. Massimo Rinaldi (da una riproduzione
del 1992 del pittore S ILVANO S ILVANI, Rieti). Spiega il Rinaldi:
«[...] significato del mio stemma vescovile. Nel suo lato
destro un araldo, fregiato [...] di Croce, con [...] una spada
[...]: la spada è simbolo di azione e difesa, la croce di abnegazione, sacrificio e dolore. Nel lato sinistro il coronato
motto “Humilitas” [degli scalabriniani] sotto il quale è una
stella che guida una nave» (M. Rinaldi, Lettera pastorale,
Natale 1924, p. 5).
l
Testata del Periodico Scalabriniano «L’Emigrato Italiano in
America», anno XVIII, n. 3 (luglio, agosto, settembre 1924),
di cui Massimo Rinaldi fu Direttore dal 1910 al 1924. Il
primo articolo del numero sopra citato, dal titolo: Un missionario Scalabriniano Vescovo di Rieti, di Filippo Crispolti,
riguarda la nomina (2 agosto 1924) di Massimo Rinaldi a
vescovo di Rieti (AVR, Archivio Massimo Rinaldi (AMR),
documenti ricevuti, busta n. 4, fasc. n. 5).
l
Testata de «L’Unità Sabina». Settimanale della Provincia di
Rieti, anno XIX, n. 21 (25 maggio 1941). Il Settimanale fu
fondato dal vescovo Massimo Rinaldi nel 1926 (AVR, AMR,
busta: Periodici e stampe, fasc. «L’Unità Sabina». Foto studio Controluce di Enrico Ferri, Rieti 1996.
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
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Il papa dei poveri e quel papà dei poveri
di FRABRIZIO TOMASSONI
Amici del Venerabile Massimo Rinaldi, virtù e fama di santità
Il processo di beatificazione fu aperto a Rieti il 25 gennaio 1991. Massimo Rinaldi è venerabile dal 19 dicembre
2005. Manifestarono stima e amicizia al Venerabile Massimo Rinaldi alcuni suoi contemporanei - oggi: santi, beati,
venerabili, servi di Dio -, quali Luigi Orione, Giovanni Battista Scalabrini, Alfredo Ildefonso Schuster, Luigi Guanella,
Colomba Janina Gabriel, Maria Teresa Fasce, Aurelio Bacciarini, Raffaello Carlo Rossi, Zaccaria Negroni. Don Orione
ebbe a dire del Rinaldi ad un giovane di Rieti: «Voi avete un santo! Un santo vescovo, già missionario in Brasile, dove
ho avuto modo di constatare le opere di santità da lui lasciate!».
La fama di santità del Venerabile è diffusa in Sabina, nel Lazio, in Italia, in Brasile, negli ambienti legati alle
opere degli Scalabrianiani presenti in tutti i continenti. È stato osservato, presso la Congregzione dei Santi, nel corso del
processo di beatificazione, «che il Servo di Dio potrà rappresentare un luminoso modello per tutti i vescovi dell’Orbe
cattolico» (GIOVANNI MACERONI).
Rieti, cattedrale basilica di S. Maria, 14 luglio 2008, l’Ecc.mo e Rev.mo Mons. Delio Lucarelli, Vescovo di Rieti, prima di dare inizio alla ricognizione
canonica definitiva del corpo del Venerabile Massimo Rinaldi, guida la preghiera davanti alla tomba del medesimo Venerabile alla presenza di Mons.
Prof. Giovanni Maceroni, Giudice delegato; alla presenza del Rev.mo Padre Sisto Caccia, Scalabriniano, Vicepostulatore della Causa di beatificazione
e canonizzazione del Venerabile;alla presenza dell’Eccellentissimo Arcivescovo [ora cardinale] Velasio De Paolis, C.S., Presidente della Prefettura
degli Affari Economici della Santa Sede; alla presenza di Alessandro Rinaldi, pronipote del Venerabile; alla presenza della Dott.ssa Albertina Ciferri,
medico legale; alla presenza (a sinistra del Vescovo) del Rev.mo Fra’ Paolo Lombardo, Postulatore della Provincia Romana dei Frati Minori (foto
di Giovanni Maceroni, Rieti)
I primi giorni di pontificato di Papa Francesco hanno
schiuso le porte di un gelido inverno verso una autentica
primavera, dello spirito anzitutto.
In una Chiesa comunque viva, sebbene ancora attonita
dal gesto unico del passo indietro di Benedetto XVI, gesto di
amore e di servizio senza infingimenti, ma capace di ripartire sulla spinta dello Spirito Santo che tutto guida e tutto
indirizza. Papa Francesco ha già sconvolto schemi talvolta
considerati paludati o rinchiusi in inutili steccati: il suo linguaggio, da subito, è apparso un linguaggio nel quale mise-
ricordia e bontà, carità e amore di Dio sono coordinate
inscindibili tra loro.
Anche in alcuni segni esteriori Papa Bergoglio è un
uomo controcorrente.
E subito (ma non solo su questo versante) il pensiero
dei reatini è corso al Venerabile Massimo Rinaldi.
Quella croce di ferro sul petto di Papa Francesco richiama, infatti, la croce di latta di Rinaldi, le scarpe non
proprio da cerimoniale vaticano riportano agli ‘scarponi’ del
Venerabile, la talare bianca senza mozzetta di ermellino ci fa
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
ripensare alla veste lisa e consunta di Massimo Rinaldi. E
che dire del non voler risiedere al terzo piano del Palazzo
apostolico, restando invece a S. Marta come un normale
ospite, dormendo in un appartamento di tre stanze, mangiando con gli altri sacerdoti e cardinali, celebrando la S.
Messa come un semplice presbitero?
«È il Papa dei poveri» subito ha esclamato coralmente
la gente che lo ascolta e lo avvicina.
Tutti gesti e scelte inequivocabili, tesi a riaffermare il
papato soprattutto come un servizio, scevro da ogni orpello.
Massimo Rinaldi, nel suo tempo, fece serenamente e
naturalmente identiche scelte.
Il Palazzo vescovile considerato, intanto, la casa di tutti, sempre aperto a ogni donna e a ogni uomo da ascoltare,
da consigliare, da aiutare, nessun letto o baldacchino, ma la
nuda terra o una cassapanca o due sedie accostate tra loro.
Rieti 20 aprile 2012,
Fondazione Varrone,
S. E. Mons. Delio Lucarelli mentre tiene la
relazione dal titolo, il
progetto del sinodo
2005 durante il Convegno: Il Cicolano e
la città di Rieti dalle
regioni al giubileo del
Duemila (Fotoflash di
Renzi Massimo, Rieti)
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
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Papa Fracesco
(foto da Internet,
sotto voce
papa Francesco)
Una condivisione di gesti quotidiani con i suoi preti, tipica
del padre, del maestro, del pastore sollecito verso il suo
gregge.
Un gesuita di nome Francesco, un missionario scalabriniano di nome Massimo: tutti e due profondi conoscitori
delle popolazioni di quello spicchio di pianeta, rappresentante «la fine del mondo».
Bergoglio, piemontese di sangue, conoscerà molto bene
le tristi periferie di Buenos Aires, portando la sua chiesa tra
la gente povera, emarginata, ‘inutile’ per la società civile,
attraverso l’annuncio di una salvezza non fatua ma fondata
su Gesù Risorto, misericordia infinita di Dio.
Rinaldi, reatino di Porta Conca, abbandonò i salotti della curia di Montefiascone e, scegliendo il carisma profetico
di Giovanni Battista Scalabrini, si imbarcherà su uno dei tanti
bastimenti alla volta delle Americhe e approderà in Brasile,
per farsi servo del Vangelo, testimone della grazia divina che
viene elargita gratuitamente ad ogni creatura: «Trascurò se
stesso — completamente —, fu tutto per gli altri, per le
anime e per il sollievo delle miserie umane. Del primo Vescovo uscito dalla Pia Società si dovrà dire: fu fervente
nella preghiera, praticò assidua la cristiana mortificazione,
non curò gli onori, aborrì le ricchezze, mai guardò a Sé,
lavorò e soffrì per il bene delle anime ed a loro ebbe rivolto
il pensiero fino all’estremo della vita».
Scarpe di papa Francesco (foto da Internet, sotto voce papa Francesco)
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
«Il papà dei poveri» come soleva chiamarlo la gente
del Rio Grande do Sul e, successivamente, quella ‘sua’ di
Rieti.
E ci sembra proprio questa la premessa migliore per
identificare lo stesso ministero petrino di Papa Francesco,
incardinato nell’esempio mirabile del Serafico Padre, chia-
mato da Dio a rinnovare una Chiesa intenta perfino alla corruzione, anche dei costumi: «L’opzione fondamentale è scendere per le strade e cercare la gente: questa è la nostra missione. Il rischio che corriamo oggi – diceva Bergoglio nel
2010 – è quello di una Chiesa autoreferenziale, simile al
caso di molte persone paranoiche e autistiche, capaci di
parlare solo a loro stesse».
Massimo Rinaldi lo capì agli inizi del XX secolo e fece
del suo stile di vita una continua testimonianza, prima di
missionario «alla fine del mondo» poi di Vescovo tra la sua
gente di Rieti.
Papa Bergoglio e Padre Rinaldi, due modi diversi di ‘fare
il prete’, nati in epoche diverse, ma fondati su un unico
paradigma: portare la misericordia e la bontà di Dio a tutti in
un radicalismo evangelico chiamato a sconvolgere i piani di
una società che, allora come oggi, necessita di una nuova
conversione al Bene, perché solo il Bene finalmente torni a
fare notizia.
Papa
Fracesco
(foto da
Internet,
sotto voce
papa
Francesco)
Il Venerabile vescovo Massimo Rinaldi nell’abito e nell’atteggiamento
dimesso che gli erano abituali (AVR, fondo Fotografico, busta n. 1,
Prelati, fasc. n. 2, Massimo Rinaldi)
Papa Fracesco (foto da Internet, sotto voce papa Francesco)
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
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Positio*
Spirtualità di Massimo Rinaldi.
Rapporti con lo zio vescovo Domenico Rinaldi
e con il beato Giovanni Battista Scalabrini/I
1. Premessa
Non intendiamo né ripetere né riassumere quanto già
scritto in vari capitoli della Biografia documentata,
riscontrabile sia nell’indice generale che nell’indice dei nomi,
ze rievocate nei due volumi della Positio e riassunte nelle
due tabelle testium et summarii, soffermandoci sulla vocazione scalabriniana del Venerabile perché costituì la sua scelta
definitiva e irrevocabile fino alla morte.
Il beato Giovanni Battista
Scalabrini, nel
1904, in visita
alla missione di
Encantado
(Brasile), tra il
Venerabile Massimo Rinaldi,
alla sua destra,
e altri missionari di San Carlo (AVR, fondo
Fotografico,
busta n. 1, fasc,
n.2, Massimo
Rinaldi)
sotto le voci: Scalabrini Giovanni Battista e Rinaldi Domenico,
ma privilegiare i rapporti epistolari e alcuni scritti del Servo
di Dio che rivelano le caratteristiche e le origini della sua
spiritualità. I documenti che vengono qui riportati manifestano le basi solide su cui il Venerabile affondò le sue radici
di cristiano, di sacerdote secolare, di missionario
scalabriniano e di vescovo e che incisero positivamente nelle
sue scelte fondamentali di vita e nella realizzazione del suo
ideale di santità con la pratica costante ed eroica delle virtù
teologali, cardinali e dei consigli evangelici. Riteniamo utile
presentare la specificità della spiritualità del Venerabile, assorbita sotto le guide e gli esempi di virtù e di santità dello
zio vescovo
Domenico Rinaldi e del Beato Giovanni Battista Scalabrini
perché si possa trovare il filo conduttore delle testimonian-
2. Sintonia di vedute pastorali tra il giovane sacerdote Massimo Rinaldi e il vescovo di Piacenza Giovanni Battista Scalabrini. L’incontro tra i due.
Scalabrini è conosciuto oggi soprattutto come il fondatore dei Missionari e delle Missionarie di S. Carlo, come
vescovo di Piacenza, come l’apostolo del catechismo, come
un propulsore importante della conciliazione tra la Chiesa e
lo Stato, come il restauratore della cattedrale di Piacenza,
come adoratore del SS. Sacramento, come devoto autentico della Madonna, come animatore di opere a vantaggio
degli orfani e dei diseredati. Massimo Rinaldi, fornito di altissima sensibilità sociale e religiosa, da giovane prete comprese la grandezza dello Scalabrini fino ad immedesimarsi
con il suo carisma.
* A. ESZER - G. MACERONI - A. M. TASSI, Congregatio de Causis Sanctorum, Reatina Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Maximi Rinaldi
Episcopi reatini e Congregatione Missionariorum a S. Carolo (Reate 1869-Romae 1941). Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis, Editoriale
Eco srl, San Gabriele-Colledara TE 2001, Positio vol. I vol. pp. 47-63.
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Scrive Gianfausto Rosoli: «I punti di sintonia tra le due
personalità sono numerosi, né potrebbe essere diversamente […]. Il nodo centrale della reciproca integrazione tra i
due consiste nell’assillo preminentemente religioso di fronte ai pericoli per la fede e pratica religiosa di tanti milioni di
fede popolare, che non poteva essere garantita che dalla
presenza del clero della stessa origine. Scalabrini e Rinaldi
sapranno leggere nel fenomeno migratorio le sue provvidenziali funzioni: la centralità che la Chiesa cattolica potrà
svolgere specie nelle zone rurali dell’America guidando la
Il Venerabile
M a s s i m o
Rinaldi in visita alle sue
missioni del
Rio Grande
del Sud (Brasile) (Fotografia, dalla
pubblicazione
della diocesi
di Rieti, in La
memoria di
Mons. Massimo Rinaldi.
Nel X anniversario del
suo transito,
Rieti, 31 maggio
1951,
s.n.e. AUVR,
AMR, bustan.
1, Documenti
ricevuti, fasc.
n.5, Mons.
Massimo
Rinaldi)
italiani. La solidarietà con la sua gente spingeva Rinaldi a
vedere il momento dell’emigrazione come un passaggio
delicato per la fede delle masse cattoliche […]. Il legame
tra religione e patria, fortemente avvertito anche in Scalabrini
ed espresso in numerose occasioni anche nei suoi scritti
sull’emigrazione, in sostanza rivela una prevalente
connotazione antropologica in prospettiva pastorale; soprattutto un popolo, che allora espatriava in massa aveva necessariamente bisogno di una continuità culturale e sociale
e soprattutto religioso-cultuale per la sopravvivenza di quella
ricostituzione del tessuto civile e, conseguentemente, il ruolo
che il cattolicesimo degli emigrati potrà assumere nello sviluppo delle Americhe, sia del Nord che del Sud, trasformando quelle regioni nelle zone più importanti del cattolicesimo. È significativo che mons. Rinaldi dicesse dei suoi
confratelli operanti in Brasile che avevano salvato la fede a
un popolo».
La vita di Giovanni Battista Scalabrini si svolge tra le
date 1839-1905, quella di Massimo Rinaldi tra le date 18691941. Lo Scalabrini attraversa gli anni cruciali del Risorgi-
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
mento italiano e del periodo successivo all’unificazione nazionale con i gravi problemi sociali, politici e morali, soprattutto quelli riguardanti l’emigrazione e l’impegno dei
cattolici nella vita nazionale liberale. Il Rinaldi nasce con
l’unità d’Italia e vive con intensità, fin dagli anni giovanili,
9
poteva non rivolgere il suo animo verso un prelato stimato
ed attivo. Le urgenze, avvertite con forza e chiarezza dallo
Scalabrini per ovviare all’ignoranza religiosa e alla miseria
estrema che costringeva intere famiglie ad abbandonare la
patria, erano drammaticamente vive nelle prime esperienze
«P. Massimo
Rinaldi con i
membri della
Società S.
Antonio da
Padova Encantado
1909» (G. B.
SOFIA, Massimo
Rinaldi.
Missionario e
Vescovo, Cassa
di Risparmio di
Rieti, Rieti
1982 2 (prima
edizione 1960),
p. 42)
le conseguenze dei contrasti tra la Chiesa e il giovane Stato
italiano fino al concordato del 1929, all’affermarsi e al declino del regime fascista. Lo Scalabrini soffrì sulla sua persona i disagi del tormentato periodo postunitario. Era l’epoca sociale in cui i mali d’Italia si riassumevano nel «triangolo maledetto — officina, stamberga, bettola — che non fu
preso in seria considerazione né dalla Chiesa né dallo Stato». Si univano, ai problemi sociali, i mali morali. Scalabrini
si adoperò nel far sorgere fondazioni per rispondere alle
esigenze dell’epoca. I problemi affrontati dallo Scalabrini,
nella piena maturità umana e spirituale, si affacciarono con
forza davanti alla mente e al cuore del giovane Rinaldi che si
apriva all’apostolato.
Quando Massimo Rinaldi nasceva, lo Scalabrini contava già 30 anni di età e sette di esperienza sacerdotale; quando il Rinaldi venne consacrato sacerdote (1893), lo Scalabrini
era già vescovo da 17 anni ed aveva realizzato numerose e
importanti opere utili alla Chiesa e allo Stato. Aveva fondato
la rivista italiana «Il catechista Cattolico» (1876), l’Opera
dei Missionari di S. Carlo per gli Emigrati Italiani (1887) e
inviato i primi Missionari in America (1888), istituito l’Associazione «S. Raffaele» (1889) per l’aiuto agli emigrati
nei porti di partenza e di arrivo, inviato Santa Francesca
Saverio Cabrini negli Stati Uniti per dedicarsi agli emigrati, celebrato il primo congresso catechistico nazionale
(1889), ed era stato animatore di conferenze nazionali e
internazionali sull’emigrazione dal 1890 al 1893 nelle città
di Lucerna, Genova, Roma, Firenze, Torino, Milano,
Lucca, Palermo, Treviso, Pisa.
Lo Scalabrini era il vescovo italiano più noto che attirava l’attenzione della stampa, dei preti e delle personalità più
sensibili e impegnate nella risoluzione dei problemi pastorali, sociali e politici dell’epoca. Massimo Rinaldi, giovane dall’animo ardente, ai primi passi nell’attività pastorale, non
pastorali di Massimo Rinaldi. Egli le dovette constatare sia
nella parrocchia di Ornaro (1893-1894), che ogni anno diminuiva di popolazione per l’emigrazione, sia nella parrocchia di Greccio (1894-1896) sia nei vari paesi della diocesi
di Rieti sparsi tra i monti dell’Appennino sabino-abruzzese
dove veniva inviato, nelle necessità, dallo zio Domenico
Rinaldi, allora vicario generale, per la predicazione e le confessioni, sia nella diocesi di Montefiascone (1897-1900).
Il giovane Rinaldi seguiva con interesse, attraverso la
stampa, i dibattiti sull’emigrazione sia nell’ambito politico
che ecclesiastico italiano. Dovette restare colpito dagli interventi dello Scalabrini che aveva espresso chiaramente la
situazione degli emigranti e il suo pensiero. Così mons.
Scalabrini, nell’opera, L’emigrazione italiana in America,
in un noto brano, pervaso da squisita sensibilità umana e
pastorale, descriveva il suo incontro determinante, alla stazione di Milano, con coloro che erano costretti a lasciare
la patria:
«Di passaggio alla stazione vidi la vasta sala, i portici
laterali e la piazza adiacente invasi da tre o quattro centinaia
di individui poveramente vestiti, divisi in gruppi diversi. Sulle
loro facce abbronzate dal sole e solcate dalle rughe precoci
che suole imprimervi la privazione, traspariva il tumulto degli affetti che agitavano in quel momento il loro cuore. Erano vecchi curvati dall’età e dalle fatiche, uomini nel fiore
della virilità, donne che si traevano dietro o portavano in
collo i loro bambini, fanciulli e giovanette, tutti affratellati
da un solo pensiero, tutti indirizzati ad una meta comune.
Erano emigranti! Appartenevano alle varie province dell’Alta Italia ed aspettavano con trepidazione che la vaporiera li portasse sulle sponde del Mediterraneo e di là nelle
lontane Americhe, ove speravano di trovare meno avversa
la fortuna, meno ingrata la terra ai loro sudori.
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Partivano, quei poveretti, alcuni chiamati da parenti che
li avevano preceduti nell’esodo volontario, altri senza sapere precisamente ove fossero diretti; tratti da quel potente
istinto che fa migrare gli uccelli.
gnamenti dello zio vescovo Domenico, assiduo alla pietà e
allo studio, tutto dedito agli altri, con un impegno costante
alla rettezza di vita, con la volontà decisa di voler raggiungere la santità. Massimo Rinaldi, divenuto sacerdote, ebbe
«Si celebra la
S. Messa sul
luogo, segnato
dalla Croce,
dove sorgerà
una nuova
cappella, in
piena zona
coloniale» (G.
B. SOFIA,
op.cit., p. 49)
Andavano nell’America, ove c’era (lo sentivano ripetere
tante volte) lavoro ben retribuito per chiunque avesse braccia vigorose e buona volontà. Non senza lacrime avevano
essi detto addio al paesello natale, a cui li legavano tante
dolci memorie; ma senza rimpianto si disponevano ad abbandonare la patria, poiché essi non la conoscevano che
sotto due forme odiose, la leva e l’esattore, e perché pel
diseredato la patria è la terra che gli dà il pane, e laggiù
lontano lontano speravano di trovarlo, il pane, meno scarso, se non meno sudato [...].
Anche pochi giorni or sono un distinto giovane viaggiatore mi portava il saluto di parecchie famiglie dei monti
piacentini attendate sulle sponde dell’Orenoque: “Dica al
nostro Vescovo che ricordiamo sempre i suoi consigli, che
preghi per noi e che ci mandi un prete, perché qui si vive e
si muore come bestie!”».
L’opera dello Scalabrini che attirò maggiormente il Rinaldi
fu senz’altro la fondazione dei Missionari di S. Carlo (1887).
Massimo Rinaldi aveva già percorso un cammino spirituale
e pastorale solido alla scuola dello zio paterno, mons.
Domenico Rinaldi, e con la già accennata esperienza nelle
parrocchie di Ornaro e di Greccio e poi negli uffici di amministratore e segretario dello zio Domenico, divenuto vescovo di Montefiascone.
Massimo Rinaldi, all’età di 31 anni — poiché aveva capito, dagli esempi e dagli insegnamenti dello zio Domenico,
che la vita sacerdotale sarebbe stata pienamente realizzata
se fosse stata spesa per il bene spirituale e morale del popolo di Dio, senza interessi personali, e aveva consolidato l’educazione ricevuta attraverso la preghiera e una continua ascesi
personale —, si sentì pronto a rispondere agli appelli dello
Scalabrini. La sua risoluzione di seguire lo Scalabrini apparve, all’esterno, improvvisa e del tutto inaspettata, ma, in
realtà, aveva avuto un lungo travaglio interiore. I testimoni
del processo, gli agiografi e le altre persone che conobbero
in vita mons. Rinaldi, gli scritti del Venerabile e gli studi su
di lui, lo manifestano, fin da seminarista, attento agli inse-
continuamente davanti a sé l’obiettivo di portare alla salvezza eterna quante più persone avesse potuto. Aveva scelto
come programma del suo sacerdozio il motto di S. Paolo
«Impendam et superimpendar pro animabus vetris»: «Mi
prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime», e commenta: «Sono persuaso che la vita umana è una grande vanità: Dio, le anime, ecco quel che conta,
bisogna sacrificare tutto, letteralmente tutto, per arrivare a
Dio e salvare le anime».
Egli, fin dall’inizio del suo ministero, attuò una pastorale
più vivace e dinamica di quella tradizionale diocesana; non
si limitò alla predicazione e all’ammministrazione dei sacramenti ma, attento ai problemi sociali e della Chiesa universale, inserì, nella sua azione, il catechismo adeguato ai tempi e alla capacità culturale degli uditori, promosse la scuola
per i giovani e per gli adulti, l’assistenza organizzata e volontaria ai poveri, caratteristiche vive nei programmi e nelle
realizzazioni dello Scalabrini. A Montefiascone avvenne la
conversione irreversibile di Massimo Rinaldi, con l’adesione eroica all’ideale e al carisma di Giovanni Battista
Scalabrini. Il pronipote Alessandro Rinaldi dichiara: «Sono
portato a pensare che don Massimo, in quella risoluzione
così energica a Montefiascone, abbia avuto un segnale da
parte della divinità».
Esaminiamo i documenti per tentare di capire i motivi
per cui il Rinaldi scelse lo Scalabrini, addirittura
anteponendolo allo zio vescovo Domenico, che era stato
per lui padre, madre, professore, modello di vita cristiana e
sacerdotale.
La sintonia di vedute del Rinaldi con l’amore manifestato dal vescovo di Piacenza sulla condizione degli emigranti
alla stazione di Milano, si rileva prepotente nella prima lettera del giovane prete reatino allo Scalabrini, datata
Montefiascone 19 aprile 1900. La lettera, oltre a rivelare, in
don Massimo, saggezza, prudenza, fortezza d’animo, sentimento sacro della famiglia di appartenenza, manifesta l’ardente passione apostolica e la squisita sensibilità spirituale
del giovane prete reatino, concidenti con il carisma del fon-
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
datore dei Missionari di S. Carlo. Così scrive Massimo
Rinaldi, svelando completamente se stesso:
«Eccellenza Rev.ma, perdoni al fastidio che potrà recarle questa mia e si degni di accogliere le mie preghiere per
amor di Gesù alla gloria del Quale Ella tanto si adopera.
Desideroso più o meno, ma del continuo, della salute eterna
mia e del prossimo non mi è tornato giammai gravoso l’attendere alla cura delle anime: la misericordia di Dio aumentò in me questo mio buon volere e da qualche anno già mi
ha ispirato di consacrarmi al bene dei poveri emigrati Italiani d’America. Ho letto e udito parlare delle sue missioni
11
consigli dei sacerdoti. Desideroso della loro salute e della
gloria di Dio fermai in cuore di consacrarmi a loro servizio
e Dio sa quanto tempo prima avrei soddisfatto a questo mio
voto ove le difficoltà sopra accennatele non mi avessero
ritenuto. Ora esse mi sembrano alquanto diminuite per le
ragioni che le esporrò. Un dei motivi più grandi che mi tengono a fianco dello zio è la gratitudine: Egli mi prese con sé
unitamente al padre, due fratelli e sorella, dopo la perdita
della povera madre che ricordo a stento: ci nutrì, ci educò e
ne ebbe in ricambio dispiaceri dal povero mio padre alquanto dedito al vino. Crescendo negli anni io per la mia parte, e
principalmente il fratello maggiore corrotto dalla milizia die’
«La cappella,
anche se
umile e di
legno, diventa
il centro
religioso dei
coloni lontani
dalla chiesa
parrocchiale»
(G. B. SOFIA,
op.cit., p. 49)
colà, ho ammirato il suo zelo instancabile e mi sono determinato a scriverle per esser dalla sua saggia persona accolto e diretto nell’opera salutare e santa che la Dio mercé
spero compiere. Questa mia non le dà parola decisiva per
un tempo determinato; vivo in un ambiente difficilissimo
per un distacco sì forte. Cresciuto sotto le cure amorose
dell’ottimo mio zio Monsignor Domenico Rinaldi vescovo
di questa diocesi, parroco nella diocesi a me ed a lui nativa,
Rieti, Umbria, richiamato da lui nella sua consacrazione
episcopale, il primo dicembre 1896 e vivendo tuttora con
Lui in qualità di segretario e di amministratore poi della casa,
unito a Lui per vincoli non solo di sangue, ma di gratitudine,
conosco da me stesso che il manifestargli questa buona
vocazione sarebbe non solo un trovar in lui un avversario il
più forte, ma un padre, una madre, un fratello
addoloratissimo da recargli forse anche qualche malessere.
Dall’età di dodici o tredici anni ho avuta grande dimestichezza con i buoni figli di S. Francesco d’Assisi, e questa e
qualche altra mia espressione in casa e fuori gli ha dato
sempre a temere d’una mia separazione; né si ingannava
avendo avuto fin da quell’età un trasporto grandissimo di
entrare nella religione del grande Serafino d’Assisi. Quando
qualche anno indietro vedevo e udivo partir da ogni dove i
nostri connazionali per quella lontana regione d’America, io
sentivo in me e sento un dolore grandissimo per loro, non
per la terra e la famiglia che lasciano, ma per i pericoli dell’anima ai quali sono maggiormente esposti colà circondati
dai nemici di Dio, privi delle ammonizioni dei loro cari, dei
prova di aberrazione morale circa due anni; ora per misericordia di Dio ha rinsavito ed un’ottima giovane che gli è
sposa carissima lo rende sempre più buono e più pio. Anch’essa l’unica sorella gli ha recato qualche dispiacere per
effetto più della mancanza della madre che dell’animo cattivo. Andata a marito da un anno circa si trova bene e vive
bene. Il fratello minore è stato mio compagno e grazie a Dio
non ha dato che fastidi di fanciullezza e d’età. Privo della
sposa piissima che ebbe soli otto mesi vive a Torino socio
al Borgogno Edoardo sarto-mercante. La famiglia dunque
più o meno ora è sistemata, divisa ed è molto, non rimane
più alcuno sulle spalle dello zio e tutti se vogliono possono
vivere signorilmente delle loro fatiche.
Il povero zio, d’un cuore caritatevolissimo, ha dispensato sempre il suo ai poveri ed è vissuto e vive tuttora col
debito, talmente che ne fu rimproverato dal Santo Padre
nella sua elezione a vescovo di questa diocesi avendo egli
addotto ad iscusa a non accettare le sue condizioni finanziarie. I suoi debiti in quattro anni che è qui sono diminuiti
avendo anch’io per quanto ho potuto concorso alla di lui
salute economica; né ho mancato di elargire elemosine ai
poveri e restaurare e migliorare il palazzo; ornandolo di
ben dodici fontane, di ventidue lampade elettriche; fra
giorni attendo l’ingegnere Belloni per l’impianto dei parafulmini. Egli dunque, lo zio, non avrà più per l’avvenire
spese straordinarie, salva disgrazia, perciò anche senza di
me potrà rimettere il debito che gli rimane. Riguardo alla
custodia e amministrazione della casa ho preso di mira un
12
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
bravo giovane Sacerdote che Egli stima ed ama moltissimo: se piacerà al Signore che io mi rechi lontano di qui lo
indicherò a lui.
Nato nel settembre 1869, sacerdote da otto anni vedo
che ormai è tempo di risolversi: avanzando più negli anni,
avanzerei altresì nell’affetto allo zio ed alle comodità della
vita, e la risoluzione mi si renderebbe più difficile. Non le
aggiungo altro, solo che desidererei vederla, parlarle. Di grazia
andrebbe Ella durante l’anno Santo in Roma e quando? Piacendo al Signore io sarò colà per la santificazione sulla fine
del prossimo Maggio unitamente a zio; se vi si recasse anche Lei non mancherei di visitarla. Intanto mi scriva se non
le sarà gravoso le condizioni che si richiedono per recarsi
missionario in America, e quando e come si possa partire,
quali attestati siano indispensabili. Ricevute queste sue istruzioni io rifletterò meglio, pregherò con più fervore e mi
studierò di conoscere meglio la volontà del Signore.
Ed ora una calda raccomandazione. Riceva questa mia e
quanto è in essa come materia di confessione e se Ella non
vorrà rispondermi con tale condizione mi rassegnerò al suo
volere, senza perder la speranza che Dio vorrà indicarmi
altra via per effettuare il mio divisamento all’insaputa dello
zio e di quei di casa, ai quali penso di manifestar questa mia
vocazione lungo il viaggio. Ho certo che a cosa fatta si
rassegneranno più facilmente. Lei giudichi di me come meglio le ispirerà il Signore: ove voglia consolarmi d’una sua
rimetta da costà un giorno prima un catalogo o libriccino di
saggio al segretario vescovile, il giorno dopo io ritirerò da
me stesso la posta e con essa la sua. Perdoni alla libertà che
mi sono presa di scriverLe. La prego a ricordarmi al Signore nelle sue orazioni ed a far pregare anche altri perché si
effettui al più presto questo mio buon volere. Le bacio il
sacro anello e mi professo di Lei umilissimo servo, D. Massimo Rinaldi».
Lo Scalabrini, il quale avvertì l’eccezionale personalità
dell’uomo che gli offriva la Provvidenza, in sintonia con le
sue vedute apostoliche, spedì al segretario vescovile di
Montefiascone (Massimo Rinaldi), l’opuscoletto che gli era
stato richiesto, come segnale dell’arrivo della lettera di risposta, nel giorno successivo. Tale desiderata lettera dello
Scalabrini, secondo gli accordi, venne ritirata alla posta
Interno della chiesa
parrocchiale della
missione
scalabriniana di
Encantado (Brasile)
(fondo Fotografico,
busta n.1. Prelati,
fasc. n. 2, Massimo
Rinaldi)
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
direttamente da don Massimo; era datata Piacenza 21 aprile
1900. Il fondatore fissava il tempo e il luogo dell’incontro,
riconosceva autentica la vocazione missionaria di Don Massimo e prometteva, se don Massimo l’avesse permesso, il
suo intervento presso lo zio, nei seguenti termini:
«Carissimo Don Massimo, Ho ponderato con tutta l’attenzione la vostra lettera, e, parmi di non ingannarmi affermando che la vostra vocazione alle Missioni viene da Dio. E
se è così, Egli torrà via tutti gli ostacoli. I nostri Missionarii
formano una Congregazione e gli aspiranti restano qui nella
casa-madre per il noviziato di qualche mese pei già sacer-
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solo di sommo gradimento, ma anche di grande incoraggiamento, solo mi avvilisce e tormenta il pensiero di manifestar prima della separazione la vocazione allo zio il quale, si
assicuri, senza mio merito, mi ama quasi più di se stesso.
Preghiamo e confidiamo. A Roma, salvo circostanze impreviste, sarò da Lei come prima potrò; animato dalla sua
bontà La pregherei a spedire al Vescovo di Montefiascone
qualche numero del regolamento o relazioni delle missioni:
io potrò averlo senza mano e sospetto alcuno in lui. Egli lo
zio potrà assicurarsi del bene che fanno i buoni missionari,
del bisogno di accrescerne il numero, ed uno o più numeri
di saggio porgeranno a Lei occasione in Roma di parlar e
Rio Grande do Sul (Brasile). «Ubertosi campi di grano sono sorti al posto di folte foreste, grazie al lavoro degli emigrati italiani» (G. B. Sofia,
op. cit., p. 62)
doti, e poi, fatti i voti semplici, partono per la loro destinazione. Il campo è vastissimo: centinaia di migliaia di nostri
poveri fratelli vivono e muoiono come bestie per mancanza
di assistenza religiosa. Beato chi è chiamato in loro aiuto e
vi si dedica interamente! Io partirò per Roma il 14 del prossimo venturo Maggio per fermarmi sino al 25. Prenderò
alloggio al Corso n. 93. Ci vedremo dunque e ne parleremo.
Se credete, in caso vi decidiate, ne parlerò io stesso al venerando vostro Monsignor zio. Preghiamo intanto con fervore. Vi abbraccio di cuore e vi benedico […] + Giovanni
Battista Vescovo».
Don Massimo manifesta, anche di fronte allo Scalabrini,
la sua forte personalità e la sicurezza nelle decisioni, prese
dopo aver ponderato fatti e situazioni. Egli, nella risposta
allo Scalabrini, datata Montefiascone 25 aprile 1900,
riconferma il suo entusiasmo per la vocazione missionaria
ma resta nella convinzione di volere agire con lo zio con gli
accorgimenti da lui già espressi nella lettera del 19 aprile
1900, dando ulteriori spiegazioni di opportunità. Don Massimo scrive:
«Eccellenza Reverendissima, la sua veneratissima alla
quale avrei dovuto e desiderato risponder prima mi obbliga
alla riconoscenza verso Dio che ispirò a Lei un buon pensiero per me, verso Lei che rispose alla mia con sollecitudine ed affetto di padre. La Sua pregiatissima mi riuscì non
raccomandar a Lui le missioni. Il desiderio della gloria di
Dio e della salute dell’anime che lo animano alle più gravi
fatiche Le faccia sopportare in pace il fastidio che le avrò
dato. Gradisca i miei più vivi ringraziamenti dell’opuscolo
utilissimo al clero da Lei gentilmente speditomi. Mi raccomando alle Sue orazioni, le bacio la mano e mi raffermo di
Lei, devotissimo servo Massimo Rinaldi».
L’incontro era desiderato dal giovane Massimo ma era
altrettanto bramato dallo Scalabrini che voleva conoscere
di persona quel sacerdote per il quale aveva concepito, già
dai rapporti epistolari, stima e rispetto fino a vagheggiare
dentro di sé un progetto importante e duraturo. L’incontro
avvenne nella seconda metà di maggio ed è ricordato dal
medesimo Massimo Rinaldi, in questi termini:
«Mi incontrai la prima volta col Servo di Dio [Giovanni
Battista Scalabrini] nella primavera del 1900 a S. Carlo al
Corso a Roma, dove mi ero recato per conferire con lui,
onde poter entrare nel suo Istituto. Io ero già sacerdote ed
ebbi subito una straordinaria impressione di lui, poiché, appena scambiate le prime parole, mi domandò se avevo celebrato, e avendo io risposto di no, licenziato il domestico,
volle servirmi lui stesso la S. Messa. Avendogli poi io chiesto quale corredo dovessi portare con me, egli mi disse:
“Prenda con sé il Breviario e il Crocifisso”».
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
La stima, il rispetto e la venerazione, nati tra i due, proseguì per tutta la vita. Massimo Rinaldi sentiva, come risulta dall’esame dei documenti che andiamo presentando, due
doveri: la vocazione missionaria e l’obbligo della gratitudine
e del sostegno fisico e morale verso lo zio vescovo che
andava avanzando in età e che, da quando Massimo era
rimasto orfano di madre a quattro anni, aveva esercitato
verso di lui le funzioni di padre adottivo, con tutti i pesi
materiali ed educativi. Massimo era più che mai convinto
che la vocazione missionaria gli proveniva direttamente da
Dio come, del resto, gli era stato confermato dallo Scalabrini.
La preminenza assoluta fu per la chiamata di Dio; tuttavia
Massimo, con affetto filiale, si adoperò per rendere meno
amaro il distacco allo zio vescovo, sicuro della sua alta spiritualità. Egli, dopo l’incontro con lo Scalabrini nella chiesa
di S. Carlo al Corso e il suo ritorno nell’episcopio di
Montefiascone si applicò al problema più impegnativo che
prima in Roma, ed in caso negativo, che cosa farebbe d’uopo
di prender meco? massime di biancheria e libri? Qual felicità partire, solo col cuore ricco di virtù ed il breviario alla
mano! … Ho vari scartafacci di scuola dogmatica, morale
e sermoncini per il popolo. Sarà cosa buona averli seco?
Dal ritorno qui da Roma ho invano attesa qualsiasi stampa
relativa alle sue missioni, che sia andata smarrita? La prego
di un rigo. Le bacio la mano e mi raccomando alle sue
orazioni. Secondi Iddio i di Lei santi desideri, coroni e benedica le sue fatiche e Le conceda d’annoverare fra i suoi
buoni operai il devotissimo umilissimo servo Don Massimo
Rinaldi».
Don Massimo non ebbe risposta ma, non conoscendo
che i motivi erano dovuti ai disguidi della visita pastorale
che lo Scalabrini stava effettuando tra i monti della sua diocesi, si decise a scrivere, il 23 agosto 1900, la seguente
I primi tre parroci della parrocchia di S. Pietro di Encantado del Rio Grande del Sud (Brasile), rappresentati in tre quadri del museo civico di
Encantado, nella sala dedicata a padre Massimo Rinaldi. Il primo, a sinistra è padre Domenico Vicentini, parroco dal 1896 al 1904; al centro,
è padre Massimo Rinaldi, parroco dal 1904 al 1910; a sinistra, è padre Giorgio Caviggiolo, parroco dal 1910 al 1920 (AUVR, busta n. 18, Brasile
aprile-maggio 1996)
era quello di evitare allo zio amatissimo un malessere fisico.
La prudenza, concepita in un progetto adeguato alla sensibilità e alla spiritualità del vescovo Domenico, si doveva
realizzare nella presenza continua, nell’episcopio di
Montefiascone, della stampa riguardante l’attività dei Missionari di S. Carlo che avrebbe reso familiare il carisma
dello Scalabrini allo zio in modo naturale.
Il Rinaldi riconferma, nella lettera del 10 agosto 1900
allo Scalabrini, il conflitto vivo nel suo animo e il metodo di
preparazione che aveva adottato per lo zio, ma mentre lamenta che, da Piacenza, il materiale missionario non era
ancora arrivato, comunica la data prevista della sua partenza per Piacenza. Scrive Massimo Rinaldi al Fondatore:
«Eccellenza Reverendissima, mi vergongo di me stesso
ed ancor non mi risolvo a manifestare allo zio la mia vocazione: nella sua paterna bontà mi perdoni e riceva di buon
grado questa mia. Con tutta sincerità Le scrivo che il desiderio di porgerle la mia cooperazione a bene dei poveri emigrati è sempre vivo in me: malgrado qualche timore, sospiro il settembre nel quale zio si recherà in visita ed io a Roma
per raccogliermi qualche giorno presso i padri religiosi
passionisti a S. Giovanni e Paolo. Se piacerà al Signore io
penso d’esser costà verso il 20 settembre: potrei vederla
lettera, nella quale ribadiva con schiettezza al fondatore la
decisione di realizzare la vocazione missionaria per avere la
possibilità di «guadagnare il paradiso con più sicurezza e
merito» e chiedeva informazioni sugli ultimi preparativi:
«Eccellenza Reverendissima, certissimo di non meritare
un rigo di riscontro alla mia del 10 c. m. Le domando nuovamente scusa del fastidio che le avrò recato e la prego ad
aiutarmi nella buona vocazione alle missioni. Nel prossimo
settembre andrebbe in Roma, e per quanti giorni circa? Se
non mi fosse dato di riverirla colà potrei recarmi costà? Per
non infastidir in seguito chissessia quale biancheria sarebbe
indispensabile? Non mi privi della consolazione di ricevere
una sua carissima, né di provarmi a guadagnare il paradiso
con più sicurezza e merito. La ringrazio affettuosamente
del bene che ha mostrato e mostra per me: mi raccomandi
al Signore e mi conceda di baciarle in persona il S. anello.
Mi benedica e mi abbia sempre devotissimo servo don Massimo Rinaldi».
Esisteva ormai un’attrazione reciproca tra don Massimo e lo Scalabrini, il quale, profondo conoscitore dell’animo umano, aveva intravisto nel giovane prete reatino ricchezza spirituale, maturità culturale e capacità organizzative
eccezionali che sarebbero potute diventare utili per lo svi-
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
luppo, l’espansione e il consolidamento della sua opera. Campeggia nella lettera di risposta, datata 29 agosto 1900, di
mons. Scalabrini a don Massimo, l’espressione: «Io vi aspetto sempre». Il fondatore esprimeva a don Massimo tutto il
suo affetto, l’incoraggiamento a perseverare nella vocazione missionaria e ad entrare presto nella sua congregazione:
«Mio carissimo don Massimo, non ebbi la lettera vostra
del 10 corrente. In visita pastorale nell’Appennino, è probabile siasi smarrita lassù. Ora a noi. Io vi aspetto sempre e
credo che non dobbiate più oltre resistere alla voce di Dio,
che vi chiama all’alto onore dell’apostolato. “Nescit tarda
molimina sancti Spiritus gratia”. Su dunque, con santo coraggio aprite l’animo vostro al venerando vostro zio e venite senz’altro. Raccolto qui nella casa madre, vi preparerete
ai santi Voti, e poi “sicut gigas ad currendam viam”, andrete
ove Dio vi destinerà. Vi abbraccio e vi benedico di gran
cuore, Vostro Aff.mo in Gesù Cristo + Giovanni Battista,
Vescovo. P. S. Non vado a Roma per ora».
15
una mia colla buona nuova di una vita migliore avanti a Dio
ed al prossimo. Compia il misericordioso Gesù questo mio
voto, e le preghiere per me dell’Eccellenza Vostra mi ottengano la grazia di corrispondere santamente alla chiamata
del Signore. Martedì prossimo sarò a Roma col pellegrinaggio Viterbese e mi proverò a lucrare il S. giubileo. Nei
giorni del divoto pellegrinaggio pregherò, lo spero, con
maggior fervore e col consiglio di un buon padre spirituale
Passionista già consapevole di mia vocazione mi studierò di
conoscere sempre meglio la volontà di Dio. Spero ritrovarmi qui sabato o domenica e nella settimana successiva e
precisamente verso il 20 trovarmi costà. I miei disegni sembrano debbano riuscire a meraviglia: mi conceda il Signore
la grazia per superare qualsiasi difficoltà. Se ha a comunicarmi qualche cosa la mia direzione in Roma è: Piazza
Esquilino presso Don Giuseppe Elmetti beneficiato Liberiano, Chiesa, Roma.
Mi conservi ed accresca Iddio la Santa vocazione e mi
ottenga di baciare a Lei fra giorni il S. anello. Imploro la sua
Encantado (Rio
Grande do Sul,
Brasile). Particolare dell’abitazione
in legno, conservata nello stato
originale, edificata
verso il 1880 da
Giovanni Bratti.
Massimo Rinaldi,
nel tempo in cui
era missionario in
Brasile, svolgeva,
in questa casa,
alcune attività
pastorali (AUVR,
AMR, busta n. 18.
Brasile, aprilemaggio 1996,
album n. 2.
Fotografia di
Giovanni Maceroni;
sviluppo, Giovanni
Rinaldi e C., Rieti)
Le determinazioni dello Scalabrini: «Io vi aspetto sempre e credo che non dobbiate più oltre resistere alla voce di
Dio», spinsero don Massimo ad accelerare la sua entrata
nella casa madre di Piacenza. Massimo Rinaldi, durante gli
ultimi preparativi, continuò a tenere informato il Fondatore
di ogni suo movimento e dei suoi stati d’animo. Egli, nella
lettera di risposta, datata Montefiascone 8 settembre 1900,
può comunicare: «I miei disegni sembrano debbano riuscire a meraviglia». Si riferisce alla opportunità di applicarsi
agli esercizi spirituali e di poter ancora parlare con il padre
passionista che conosceva la sua vocazione, alla possibilità
di avvertire per lettera, e non direttamente, della sua partenza per Piacenza lo zio vescovo in visita pastorale in diocesi,
nella convinzione di evitargli così un malessere improvviso.
Riportiamo la lettera di Massimo Rinaldi allo Scalabrini:
«Eccellenza Reverendissima, alla sua affettuosissima del
29 passato agosto avrei dovuto risponder prima e manifestarle i miei più vivi e sentiti ringraziamenti: perdoni a questa mia apparente trascuraggine e si assicuri del buon volere che ho di testimoniarle in persona e col fatto la mia gratitudine. Non mi rigetti per il difetto che conoscerà in me di
poca franchezza collo zio, al quale non seppi aprire il mio
cuore: Egli ora trovasi in visita e fra giorni gli farò avere
santa benedizione e colla dovuta stima mi professo, Suo
dev.mo servo, don Massimo Rinaldi».
Massimo Rinaldi, durante gli esercizi spirituali, dovette
meditare seriamente il pensiero e le costatazioni del Fondatore dei Missionari di S. Carlo: «Più di un milione di italiani
disseminati nelle vaste pianure dell’America, vivono e muoiono come bestie, per usare un’espressione loro, senza il
conforto di una parola che parli loro di Dio e che li mantenga saldi nella religione dei loro padri», e prese la decisione
definitiva.
Massimo, tornato a Montefiascone, per comunicare la
sua partenza, scrisse, dall’episcopio, allo zio vescovo, che
si trovava in visita pastorale a Grotte di Castro, due lettere
datate 22 e 24 settembre 1900, che pervennero insieme a
destinazione il 26 settembre. Aveva avuto l’accortezza di
indirizzare le due lettere a don Sisto Mezzetti perché preparasse lo zio vescovo alla notizia. Riportiamo i passi salienti
delle lettere di riposta a Massimo Rinaldi, di don Sisto
Mezzetti e dello zio Domenico datate entrambe da S. Lorenzo Nuovo, 28 settembre 1900, nelle quali i due ecclesiastici riconoscono pienamente l’autenticità della vocazione
missionaria di don Massimo, pur manifestando il loro dispiacere. Scrive il Mezzetti:
16
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
«Mio Caro Don Massimo, ebbi le tue lettere, che produssero nel cuor mio e del povero tuo Zio sì dolorosa impressione, che non posso esprimerti a parole. Io non censuro né disapprovo la tua santa risoluzione, ma permettimi
ti dica francamente, che avrei voluto saperlo prima, e così
terra… non so se sarò da Dio benedetto esaudito. Comunque, tu vivi tranquillo e segui la via che il Signore ti ha
aperta […]. I nostri sanno niente? Io non ho cuore di scriverne loro. Scrivine tu almeno al tuo fratello a Torino. Dimmi che fai, come stai e dove sei indirizzato».
Encantado (Rio
Grande do Sul,
Brasile), Cappella
intitolata a S. Rocco,
costruita da Massimo
Rinaldi: Si tratta di
una delle cappelle,
disseminate nell’ampio territorio della
parrocchia di S.
Pietro di Encantado.
È interessante notare
che, per coincidenza,
dal 31 maggio 1966,
la tomba del
Venerabile vescovo
Massimo Rinaldi si
trova, a Rieti, nella
cappella di S. Rocco,
nella cattedrale
basilica (AUVR,
AMR, busta n. 18,
Brasile, aprile-maggio
1966, album n. 3.
Fotografia di
Giovanni Maceroni;
sviluppo, G. Rinaldi e
C, Rieti)
disporre in qualche modo l’animo del tuo secondo Padre
[…]. Ma così ha permesso e voluto Dio Benedetto, e non
resta altro che chinare la fronte […]. Che sarà del povero
tuo Zio in quel giorno (5 o 6 ottobre) in cui ritornerà a
casa, e più non ti troverà? […]. Potrò suggerirgli parole di
conforto, mentre conosco benone il forte strazio del suo
cuore? Ti confesso, non vorrei giungesse mai il giorno del
nostro ritorno in casa […]. Caro Don Massimo ricordati
pure di me, che tanto ho sofferto, soffro, e soffrirò per la
tua improvvisa dipartita; ogni volta che entrerò
[nel]l’Episcopio mi sentirò stringere il cuore, ed il mio pensiero sarà sempre a te […]. Per quanto è in me ho tutta la
cura per tuo Zio, che pure è il mio amatissimo Vescovo e
Padre, e questa assicurazione, lo spero, ti farà essere sempre più unito a quel Dio, che ti ha chiamato ad una vita più
santa e più operosa».
La lettera dello zio avvera tutto il contenuto della corrispondenza di Massimo con lo Scalabrini. Scrive Domenico
Rinaldi al nipote:
«Mio sempre Carissimo Don Massimo, riavutomi un
poco dal primo turbamento per le tue dolorosissime del 22
e del 24 corrente, avute in Grotte di Castro il 26, eccomi a
te. Non so esprimerti quello che io sento. So soltanto dirti
che sono dolorosamente sì ma rassegnato e che non ho in
cuor mio combattuta menomamente o censurata la tua risoluzione. Se questa è l’effetto di maturo esame ai piedi del
Crocifisso, va rispettata, per quanto essa costi di doloroso
dispiacere al mio povero cuore e al cuore di tutti i nostri.
Confesso solo la debolezza d’aver pregato in questi giorni il
Signore perché non permettesse di farmi ritornare in residenza, dove non avrei più trovato il mio tutto su questa
Una lettera di un sacerdote amico di Massimo Rinaldi,
scritta da Montefiascone il 6 ottobre 1900, fa conoscere
come il giovane Massimo abbia trascorso le ultime ore
nella curia vescovile. Il Venerabile, pur nelle comprensibili
difficoltà del momento, cercò di lasciare in ordine quanto
amministrava della casa dello zio e consegnò il resoconto
all’«Amico», collaboratore del vescovo Domenico Rinaldi.
La lettera rivela l’ampiezza dell’apostolato del Venerabile
nella diocesi di Montefiascone. Scrive l’«Amico» a don
Massimo:
«Mi dite che al Brasile farete un gran bene; lo credo. Ma
mentre là qualunque sacerdote che fosse chiamato da Dio,
può fare quello che farete voi, qui siamo più di 60 sacerdoti
diocesani che con tutta la buona volontà non si riuscirebbe
a rimpiazzarvi neppure per metà nel bene che facevate […].
Più volte mi insistete sulla certezza della vostra vocazione;
ne sono persuaso».
Così don Massimo ricorda il suo incontro con lo
Scalabrini a Piacenza:
«Presentatomi al Servo di Dio [Scalabrini] mi accolse
molto paternamente e con tale espansione da commuovermi, giacché senz’altro mi disse: “Entri pure nell’Istituto di
S. Carlo e fra pochi giorni partirà per l’America”. A chiarimento debbo dire che io ero cresciuto e mi trovavo in casa
di mio zio Mons. Domenico Rinaldi, Vescovo di
Montefiascone e che ero partito di nascosto di lui, avendo
sempre avuta l’idea di farmi missionario. Ma poiché pensavo che in seguito la mia presenza gli potesse diventare necessaria, dissi a Mons. Scalabrini che mi riservavo in caso
di tornare presso lo zio stesso. Il Servo di Dio [ Scalabrini]
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
annuì a questa condizione e soggiunse: “Ebbene: siamo intesi in tutto e per tutto”. Al che rimasi sorpreso e potei a
meno di esclamare: “Non ho nemmeno il Celebret: e Vostra
Eccellenza si fida così dei preti?”. Ed egli di rimando: “I
galantuomini si conoscono dagli occhi”».
Mons. Scalabrini, in data 30 settembre 1900, scrisse a
Mons. Domenico Rinaldi sulla presenza di Massimo a
Piacenza, purtroppo però non possediamo il documento ma
il contenuto si può intravedere dal tenore della seguente risposta da Montefiascone, del 6 ottobre 1900, di Domenico
Rinaldi allo Scalabrini:
«Eccellenza Rev.ma, eccomi di nuovo in residenza di
ritorno dalla Sacra Visita, ed eccomi alla venerata sua del 30
u.s., che ebbi non prima di ier l’altro a sera in Valentano.
Non so fare la più piccola opposizione all’improvvisa fuga
17
Edoardo, il quale, per dissuadere il fratello, si recò a Piacenza
dove ricevette, da parte dello zio, il seguente telegramma,
datato S. Lorenzo Nuovo, 30 settembre 1900: «Proibisco
facciate violenza anzi osservazioni santa deliberazione fratello rassegnandovi […]»28.
Narra il biografo scalabriniano Giovanni Battista Sofia,
che conobbe personalmente Edoardo Rinaldi:
«I parenti, appena avvisati [della decisione di Don Massimo] ne furono costernati. La notizia fu comunicata subito a Torino al più giovane dei fratelli, Edoardo, con l’incarico di recarsi subito a Piacenza, prendere il fuggitivo e
riportarlo a casa. Più volte il buon signor Edoardo mi ha
raccontato come, con il cuore in tempesta, si fosse diretto a Piacenza, risoluto a non trascurare alcun mezzo per
dissuadere il fratello dal persistere in quella “pazzia”. Si
presentò all’Istituto Cristoforo Colombo, chiese di Don
Encantado. La prima chiesa madre della parrocchia di S. Pietro (G. Ferri, 100 Anos de história. Paróquia São Pedro, Encantado, 28 de abril de
1996, Grafen-Encantado, 1996, foto di copertina)
del mio ed ormai anche suo caro Don Massimo. Non ha
fatto che seguire e ascoltare la voce del Signore che lo chiamava ad un apostolato più laborioso, ma anche più proficuo, ed io non posso che lodarlo. Lo metto una volta di più
nelle mani della Provvidenza di Dio e questa volta anche
nelle mani della Eccellenza Vostra. Egli vorrebbe che io non
solo fossi rassegnato, ma anche contento. Fin qui non potrei dirlo con tutta verità. Mi aiutino in ciò le orazioni sue e
di quel buon figliuolo, che caldamente raccomando alla protezione sua. Godo intanto, e ne La ringrazio di tutto cuore,
che l’Eccellenza Vostra lo abbia destinato in luogo salubre e
sotto la direzione del Provinciale, a cui potrà dare aiuto e
fare molto bene alle Anime […]».
L’espressione «improvvisa fuga», usata dal vescovo
Domenico, ha il senso di inaspettata, repentina, brusca, imprevista, impensata, inattesa, ma non esclude anzi ammette
la conoscenza della vocazione missionaria del nipote, il quale
aveva obbedito all’esortazione di partire datagli dallo
Scalabrini il 29 agosto 1900, come abbiamo già visto.
Il vescovo Domenico appoggiò don Massimo anche nei
confronti dell’opposizione dei familiari e soprattutto di
Massimo Rinaldi. Appena se lo vide innanzi, nonostante
tutti i propositi in contrario fatti durante il viaggio, non
poté fare a meno di abbracciare quello “snaturato”!… ma
tosto iniziò la sua filippica. Don Massimo lo lasciò sfogare, poi lo condusse in episcopio», dove lo fece incontrare
con mons. Scalabrini.
Mons. Domenico Rinaldi, il 6 ottobre 1900, appena tornato a Montefiascone, oltre alla già riportata risposta al vescovo Scalabrini, scrisse la seguente lettera al nipote:
«Mio caro Don Massimo, Eccomi di nuovo a casa ed
eccomi subito a te. Lo crederesti? Soffro assai e sai perché? perché temo che tu possa stare in pena per me e pel
mio soffrire. Tranquillizzami con una tua per questa parte
ed assicurami che tu stai calmo e contento di quello che hai
fatto. Con lo stesso corso di posta rispondo ad una cortese
e incoraggiante di cotesto dotto e zelante prelato, Monsignor
Scalabrini, e lo ringrazio dell’accoglienza che ti ha fatta e
destinazione in luoghi veramente salubri […]. Qui i tanti
tuoi amici deplorano, ma se scrivessero osservazioni, non
te ne affliggere […]. Spero che la venuta di Edoardo non ti
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
abbia date amarezze e che il mio telegramma ti abbia aiutato
a sbarazzarti da lui […]. Ho però il cuore trafitto».
La lettera qui riportata ci aiuta ad operare una concordanza, nella globalità, dei documenti che stiamo prendendo
in esame, e a trarre delle conclusioni. Massimo Rinaldi usò
la prudenza necessaria, un sano equilibrio e salda fortezza
per rispondere alla chiamata missionaria. Egli — che da
adolescente desiderava entrare nella religione francescana
ma non si poté opporre ai desideri dello zio Domenico — da
sacerdote, seguendo i consigli dello Scalabrini e attratto dalla
forza del suo carisma, seppe superare con coraggio l’affetto dello zio, e, nello stesso tempo, seppe agire con cristiana
prudenza, per tentare di mitigare, per quanto era possibile,
nell’animo sensibile dello zio Domenico, il dolore del distacco. Parole di incoraggiamento giunsero a Massimo
con ogni fedeltà alla eccelsa grazia della Vocazione Religiosa; percorrete velocemente la strada della perfezione fino
ad arrivare le anime di Dio più innamorate».
Il 28 ottobre don Massimo comunica allo zio Domenico
la decisione della «definitiva ed irrevocabile partenza» per il
Brasile.
Lo zio vescovo, in data 30 ottobre 1900, risponde esponendo tutti i suoi sentimenti con l’amore del padre e con la
fede del pastore:
«Caro Don Massimo, ebbi ier l’altro la tua di annunzio
della definitiva ed irrevocabile partenza. Mio Dio! Lo debbo
dire? Mi lusingavo ancora. Quanto ho risofferto! Non credevo e non ho mai creduto di amarti tanto. Me ne sono
accorto nel duro cimento in che il Signore ha posto il mio
povero cuore. Ma chi ha mandato la dolorosa prova, darà
anche gli aiuti necessari a superarla. Parti pure tranquillo
quanto a me. Ti seguirò da per tutto col cuore e colla preghiera. O vivo o morto non mi dimenticare mai mai […].
Ma tu scrivimi e ricordati che da oggi in poi il mio unico
conforto quaggiù è ricevere tue lettere, sapere tue notizie e
saperle buone […]. Guardati dai pericoli. Mi dicono che
dove vai se ne trovano tanti. Il Crocifisso siati sempre impresso nel cuore, e il costante amore alla Madonna Santissima ti governi in ogni occasione […]. Nessuno saprà riempire il vuoto del cuore e di casa in che mi hai lasciato […].
Sono troppo abbattuto».
Gianfausto Rosoli così rievoca il breve noviziato di Massimo Rinaldi, a Piacenza: «Per quanto riguarda la sua preparazione missionaria, il noviziato di P. Massimo durò poco
più di un mese — comunque un periodo inferiore allo stesso viaggio verso la missione —. Del resto Scalabrini poté
affermare al momento della professione che: “Questo missionario il Noviziato l’ha fatto per tre anni nell’episcopio di
Montefiascone!”. Alla fine del breve noviziato P. Massimo
emise la professione dei santi voti per cinque anni, ricevette
il Crocifisso dalle mani del Fondatore dei Missionari di S.
Carlo e s’imbarcò a Genova per le lontane missioni del Rio
Grande do Sul, in Brasile. Afferma giustamente P. Sofia che
si trattava di una vocazione straordinaria, che stava realizzandosi in modo straordinario; Mons. Scalabrini l’aveva
apprezzata come si meritava».
Massimo Rinaldi ricorda la sua permanenza nella casa
madre di Piacenza in questi termini:
Stendardo della parrocchia di S. Pietro di Encantado. In alto, sulla
barca, S. Pietro; in basso, l’omonima chiesa parrocchiale (AUVR,
AMR, busta n. 18, Brasile 1996, album fotografico n. 1, fotografia di
Giovanni Maceroni, Rieti)
Rinaldi anche dalla zia paterna suor Sofia Rinaldi, sorella del
vescovo Domenico, suora di Carità a Palestrina. Ella in data
12 ottobre 1900, scriveva:
«Rev.do e Arcicarissimo Nipote, allorché Iddio nostro
Signore degna chiamarci è dovere di noi sue creature di
obbedire alla divina volontà. Seguite pure, carissimo Don
Massimo, le attrattive, la voce del Diletto. Corrispondete
«Durante la mia breve dimora all’Istituto rividi il Servo
di Dio [Scalabrini] un paio di volte, e quando venne per la
funzione della partenza nel discorso per la consegna del
Crocifisso, si rivolse agli alunni, osservando loro che il nuovo
missionario [Massimo Rinaldi] aveva fatto il noviziato in
vescovado […]. Da quando conobbi Mons. Scalabrini attraverso la stampa ne ammirai l’apostolato e nacque in me
la vaghezza di parteciparvi. Avvicinadolo poi mi crebbe la
stima e la devozione per lui».
Mons. Domenico Rinaldi raggiunge anche a Genova,
mediante il seguente telegramma per gli ultimi affettuosi incoraggiamenti e la benedizione, il nipote Massimo, in procinto di imbarcarsi per il Brasile:
«Montefiascone, [3 novembre 1900]. Partite confortato. Tranquillità. Mia benedizione baci Domenico».
Don Massimo si era dato anima e corpo alle missioni e
al servizio degli ideali dello Scalabrini, ma aveva conservato
tutto il suo amore e il suo affetto anche per lo zio vescovo
Domenico Rinaldi, con il quale si manteneva in continui
rapporti epistolari, sentendo vivi i doveri della gratitudine
verso il suo benefattore, come si vedrà in seguito.
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Voci di devoti
del venerabile
Massimo Rinaldi
ACR, fondo incunaboli, Missale Romanum, Roma 1475: a sinistra, fregio miniato, [214r]; a destra, capolettera miniata, [8r]
Deposioni giudiziarie dei testi nel processo di beatificazione
e canonizzazione del Venerabile Massilo Rinaldi
TESTE N. 4 - VINICIO PICCHI (CP, voll. I, pp. 73-78, 79-83, 84-89, 90-93; III, p. 820)
Caratteri della testimonianza:
La deposizione è verbosa, tuttavia presenta particolari interessanti dell’ambiente sociale dell’epoca, della personalità e della figura morale del Venerabile. Il teste, sia per convinzione personale, sia per quanto da lui sentito dal popolo,
ritiene che il Venerabile abbia esercitato in modo eroico tutte le virtù e i consigli evangelici. Ritrae in modo giusto la
posizione di mons. Rinaldi nei confronti delle autorità politiche del tempo.
Scheda del teste
Cognome: Picchi — Nome: Vinicio — Paternità: fu Luigi — Maternità: fu Galeoni Giulia — Data di nascita: 3.
V. 1912 — Luogo di nascita: Varco Sabino — Residenza: Rieti — Stato civile: coniugato — Religione: cattolica —
Professione: pensionato Inam — Studio: ginnasio — Parente con il S. d. D.: no — Tipo di conoscenza: diretta de visu
— Periodo: 1926 - 1941 — Teste: de visu — Indirizzo: Via Morro, 1, Rieti.
Ad [...] interrogatoriorum testis respondit:
Sono venuto a testimoniare per dovere di coscienza e desidero la sua glorificazione per il bene della Chiesa.
Presento situazioni del mio stato d’animo del tempo in cui conobbi il Venerabile Massimo Rinaldi per poter meglio
chiarire quanto la figura del vescovo abbia inciso nella mia vita. In quel periodo nutrivo dei forti risentimenti nei
confronti del mondo ecclesiastico. Sentimenti dovuti ad una situazine che si era venuta a creare dall’essere stato
espulso dal seminario di Magliano Sabino attorno al 1927 assieme ad altri 11 ragazzi. A quell’età, proveniente da un
paese come Varco Sabino, in un ambiente apatico come quello di Rieti con il bisogno impellente di guadagnarmi la vita,
perché ero continuamente recriminato da mio padre che vedeva in una mia posizione sacerdotale forse la sistemazione
anche della famiglia, il dover seguitare il ginnasio fuori del seminario con l’impossibilità di comprare i libri; l’essere stato
costretto a cercare una certa posizione nell’ambiente militare, hanno segnato in me situazioni in cui non vedevo una via
di uscita. L’essere stato messo in una situazione di non sapere l’eventuale colpa della mia cacciata dal seminario, anche
oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, non mi dà la possibilità di assolvere il responsabile, se non per ragioni cristiane. In
questo contrasto di sentimenti, malgrado camminassi in strade diverse da quelle dove allora camminavano coloro che
vivevano in seno alla Chiesa, ho trovato la figura di mons. Rinaldi che mi si è posta con insistenza davanti. Uno dei
quadri, che malgrado il tempo trascorso, hanno conservato contorni chiari e significativi è questo: sorvegliante capoturno alla Cisa Viscosa, quando ero comandato al turno di notte, ero costretto passare, per tornare a casa in Via S.
Rufo, davanti al vescovado, di cui conoscevo solo il cancello di ferro dell’ingresso. L’orario in cui mi imbattevo in quel
punto, era sempre intorno alle 6,10 o 6,20. Trovavo tutte le mattine questo sacerdote, vestito con abito talare semplice
come quello di tutti i preti, appoggiato con l’anca destra allo stipite del lato sinistro uscendo dal cancello; la gamba
sinistra gli faceva da puntello, con lo sguardo rivolto altrove teneva la mano sinistra nella tasca della tonaca e quando
qualcuno gli si avvicinava, parlo dei clienti abitudinari a chiedergli l’elemosina, estraeva la mano e il contenuto del suo
pugno veniva repentinamente calato nel cavo della mano della persona per essere subito ritratta ed evitare che gli
venisse baciata. Per motivi che solo ora forse riesco a capire, malgrado il desiderio di andar subito a letto dopo le notti
passate insonni, mi sentivo attratto da questa insolita figura, completamente staccata da altre figure ecclesiastiche. I
motivi vanno sicuramente cercati nella quiete che provavo dentro di me dopo queste circostanze. Secondo me in questa
figura, cui non ho mai dato la mano, né ho mai parlato con lui, vedevo qualcosa di inspiegabile.
Il promotore di giustizia chiede:
Attribuisci a questi incontri passeggeri con Massimo Rinaldi il tuo ritorno alla pratica religiosa?
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Il teste risponde:
Non mi è possibile dare una precisazione in questo senso, ma è certo che l’aver io condotto una vita esemplare
credo possano avere influito in maniera determinante gli esempi di umiltà e di carità che questo vescovo palesava
continuamente.
Ad interrogatorium testis respondit:
Posso affermare che la vita povera di mons. Massimo Rinaldi era come un libro aperto, conosciuto da tutti i
reatini e anche nei paesi limitrofi. Si diceva che quest’uomo viveva in una costante povertà ed era sempre restìo che gli
si manifestassero delle particolarità, specie quando era chiamato ad esercitare il ministero in qualche particolare circostanza. La sua preoccupazione era sempre rivolta a venir incontro al popolo di Dio. È appena il caso di accennare ad
una circostanza, verificatasi presso lo stabilimento della Cisa-Viscosa, dove a quell’epoca (anni 1934 o ’35) io ne ero
dipendente. C’era una cerimonia, di cui non ricordo bene se si trattasse dell’apertura di un nuovo reparto o altro, dove
fu richiesta la presenza del vescovo con quella dell’autorità civile e dei gerarchi del fascismo. La direzione dello
stabilimento aveva chiamato a presenziare la cerimonia i dirigenti stessi, un gruppo di maestranze e, per rendere gli
onori, aveva delineato tutti i guardiani occupati per la sorveglianza dello stabilimento. Era una giornata di gennaio assai
rigida. Quando arrivò il vescovo c’erano soltanto presenti poche autorità. Al direttore dello stabilimento, che gli andò
incontro per baciargli l’anello, colla sua voce solita, manifestò il rammarico che quella gente stesse soffrendo il freddo
quando non ne vedeva la necessità e, a fine cerimonia, siccome era previsto un rinfresco nel vicino salone refettorio, si
preoccupò di far entrare prima i guardiani lì presenti.
Il promotore di giustizia chiede:
Sa dire qualche cosa il teste sulle relazioni tra mons. Rinaldi e le autorità del fascismo in quel tempo? C’è stata
qualche compromissione politica con il fascismo?
Il teste risponde:
Quest’uomo era distaccato da ogni cosa che non riguardasse il proprio ministero. Una cosa è certa, che in
qualunque occasione è stata sempre manifesta la sua azione a favore dei meno abbienti. Nessuna compromissione.
Il delegato episcopale chiede:
Il teste sa qualche cosa sull’origine della colonia agricola S. Antonio?
Il teste risponde:
Secondo i miei ricordi ero a conoscenza da qualche anno, antecedente alla guerra d’Africa, che il vescovo
cercava un rifugio per coloro che si trovavano in particolari condizioni di povertà. Ma solo nel 1936 presi conoscenza
con questa casa dove, durante una visita, trovai delle donne, giovani e anziane, che a Rieti avevano ribattezzato
«Malmaritate». Una cosa è certa che la povertà di questa casa si vedeva prima fuori che constatarla dentro. Era palese
a tutti che il vescovo, mendicando lui stesso, faceva del tutto per mandarla avanti. Ho detto «mendicando lui stesso»
perché un giorno, andando io stesso a portare qualche cosa (vestiario) vidi arrivare il vescovo con un fagotto, avvolto
in una specie di tovaglia, dal quale uscivano vapori sicuramente di cibi caldi.
Il delegato episcopale domanda:
Conosce il teste che mons. Rinaldi dovette affrontare la grave questione della scomunica delle suore del monastero di S. Fabiano?
Il teste risponde:
Non ne ho mai sentito parlare.
Il delegato episcopale chiede:
Mons. Rinaldi visse povero per tutta la vita, fino alla morte?
Il teste risponde:
Alla morte di mons. Rinaldi non mi trovavo a Rieti, perché richiamato alle armi; ma dopo la sua morte circolava
questa frase dialettale: «Come potea morì a Riete se lu lettu non ce l’aéa mai tenutu?».
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Il promotore di giustizia chiede:
Conosce la dichiarazione che il card. Rossi, superiore dell’Istituto degli Scalabriniani, rilasciò alla morte del servo
di Dio e che il delegato episcopale gli ha letto?
Il teste risponde:
Non la conoscevo, ma la condivido in pieno e corrisponde a quello che il popolo, di mons. Rinaldi, ha pensato e detto.
Virtù eroiche
Il delegato episcopale chiede:
Che cosa sa dire della processione di Antonio?
Il teste risponde:
In quell’occasione non ero a Rieti, ma ho sentito, da più persone, che la processione di S. Antonio fu fatta per
«miracolo», perché non volevano che si facesse e che il vescovo era stato in processione scalzo.
Il delegato chiede:
Cosa sa dire il teste sulla fede del servo di Dio, in fatti concreti?
Il teste risponde:
Il suo atteggiamento era costantemente rivolto al colloquio con Dio: quando camminava per le strade di Rieti,
quando pregava, quando parlava, quando predicava, specialmente quando veniva in contatto con i poveri.
Fede
Il promotore di giustizia, avuto il consenso del delegato vescovile, chiede al teste:
Ha mai saputo che il servo di Dio radunasse i fanciulli che si preparavano a ricevere i sacramenti della comunione e della cresima nel salone papale per più giorni di preparazione immediata, compreso il pernottamento?
Il teste risponde:
Sono a conoscenza di queste cose anche se nel dettaglio non posso specificare quello che si facesse in quei
giorni; comunque il fatto mi è noto.
Il delegato vescovile chiede:
Che cosa può dire sulla spiritualità francescana, sull’impegno nel confessionale, sulla povertà e sullo spirito
missionario del servo di Dio?
Il teste risponde:
Mi risulta la particolare attrazione del vescovo verso S. Francesco d’Assisi. Indubbiamente promosse la stessa
passione anche in me. Il servo di Dio era solito passare ore ed ore al confessionale e circolavano voci che quando
andava nei paesi cercava di evitare i momenti riservati all’accoglienza della sua persona, entrando nella chiesa per
recarsi subito al confessionale. Era comune conoscenza che il servo di Dio, in qualunque parte si recasse per il suo
ministero, rifuggiva da ogni comodità, né si preoccupava mai del mangiare e del dormire. Di frequente metteva in
libertà le persone con le quali era stato, per ritornare a piedi a Rieti, a loro insaputa. Se per spirito missionario s’intende
quello di portarsi sempre in luoghi diversi per constatare, aiutare, operare, visitare i fedeli che gli erano stati affidati,
posso affermare che mons. Rinaldi sia stato un missionario sempre in servizio e si diceva che l’ufficio del vescovo gli
pesava, perché gli era d’impedimento a ritornare alla sua missione in Brasile.
Il delegato vescovile chiede:
Quale fu l’atteggiamento del vescovo quando si trovò nel teatro di fronte a manifesti licenziosi?
Il teste risponde:
Mi è stato raccontato dagli amici che il vescovo si addolorò di essere stato invitato dove erano esposte delle foto
licenziose e che dal palcoscenico, oltre a manifestare il suo disappunto, espresse il suo desiderio di non essere più
invitato in simili circostanze.
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Speranza
Il delegato vescovile chiede:
Il servo di Dio ebbe abituale serenità e confidenza in Dio, di fronte alle immancabili prove della vita?
Il teste risponde:
Non sono mai venuto a conoscenza che mons. Rinaldi abbia espresso lamentele su cose o persone, o che abbia
reso manifeste le difficoltà del suo ministero. Ha sempre mantenuto grande serenità che, a mio parere, aveva lo scopo
di mettere nell’animo dell’interlocutore quella pace interna di Cristo. Il servo di Dio aveva abituale serenità perché
sempre confidava in Dio.
Carità verso Dio e verso il prossimo
Il delegato vescovile chiede:
Cosa sa dire il teste sulla carità del Rinaldi verso Dio e verso il prossimo?
Il teste risponde:
Ogni discorso ed azione del servo di Dio erano improntati alla conoscenza e all’amore di Dio; il resto veniva in
maniera subordinata. Tutto ciò che di negativo gli si presentava per attuare il suo apostolato e quanto riguardava le
fatiche e i disagi o la non curanza stessa di chi gli era vicino, non lo hanno mai messo in difficoltà, né egli ha cercato di
far patire gli stessi disagi ad altri, ma li ha affrontati da solo e senza ripensamento alcuno. Posso confermare che il
servo di Dio non era contento se non quando poteva fare del bene alle anime. Sono a conoscenza che era pronto ad
affrontare ogni disagio quando questo potesse toccare gli altri. In una certa occasione infatti non rincasò per non
disturbare il famiglio. Sono a conoscenza che mons. Rinaldi non è stato mai restìo ad affrontare disagi vari per portarsi
ad aiutare i poveri. Nessuna scorciatoia, nessuna strada era frequentata dai Reatini con la stessa insistenza con cui la
frequentava lui. La carità, la povertà e l’umiltà sono state una costante nella vita di mons. Rinaldi, per cui le espressioni
dettate nel necrologio: «A lui che visse povero ed umile, tutto donando quello che dalla carità degli altri riceveva …»
corrispondono a realtà.
Prudenza
Il promotore di giustizia chiede al teste: Vorrei che il teste descrivesse il carattere di mons. Rinaldi come egli lo
ha conosciuto.
Il teste risponde:
Di carattere forte, mi sembrava all’inizio piuttosto scontroso e poco avvicinabile, ma più tardi ho capito che era
un uomo disponibile, sempre pronto ad intervenire, per cui la scontrosità non era altro che riservatezza.
Il delegato vescovile chiede:
Il Rinaldi fu prudente nel volere la colonia agricola S. Antonio?
Il teste risponde:
Oggi possiamo dire che il servo di Dio fu realmente lungimirante nel volere la fondazione agricola della colonia
«S. Antonio», perché si è rivelata un’opera di portata sociale importante.
Il promotore di giustizia chiede:
Risulta al teste che per la costruzione della colonia mons. Rinaldi sia andato incontro a gravosi debiti?
Il teste risponde:
Non mi risulta.
Giustizia
Il delegato episcopale chiede: Mons. Rinaldi esercitò la virtù della giustizia verso Dio e verso le necessità
primarie del proprio corpo?
Il teste risponde:
Il servo di Dio non trascurò mai i suoi doveri di vescovo e di sacerdote. Era talmente innamorato di Dio che si
trasformava anche nel volto quando predicava al popolo; la sua predicazione era così pratica e concreta che spingeva
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
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i fedeli ad amare Dio. Il servo di Dio, per il proprio nutrimento, non faceva mancare il necessario, ma rifiutava il
superfluo.
Il promotore di giustizia chiede, con il consenso del delegato vescovile:
Si dice che mangiasse pochissimo, dormisse poco e male e viaggiasse sempre a piedi. La sua malattia e la sua
morte potrebbero essere state causate da queste penitenze?
Il teste risponde:
A mio parere non hanno influito sulla sua salute.
Ad interrogatorium testis respondit:
Fortezza
Il servo di Dio esercitò in grado eroico tutte le virtù. Questa affermazione la desumo per convincimento personale e anche per opinione pubblica che considerava mons. Rinaldi fermo nelle sue decisioni, quando si trattava della
salvezza delle anime. Sono convinto che egli conservava, nello stesso tempo, dolcezza e fermezza. Ravviso la virtù
della fortezza anche quando diede l’avvio alla colonia agricola di S. Antonio; non si tirò mai indietro anche se osteggiata
da parte di alcuni del clero, a causa delle ingenti somme da spendere. L’opera andò avanti per gli aiuti che giungevano
da più parti.
Temperanza
Il delegato vescovile chiede: Cosa sa dire il teste sulla vita di mortificazione di mons. Rinaldi e sulla pratica delle
virtù evangeliche?
Il teste risponde:
Testimoni oculari hanno fatto conoscere, con insistenza, i sacrifici continui a cui si sottoponeva il servo di Dio, nel
mangiare, nel dormire e nel vestire. Era di dominio pubblico che da vescovo, in episcopio, dormisse o sul pavimento o
su una panca o su una sedia; come anche, quando si trovava in visita pastorale, si accontentasse solo di un tozzo di
pane, anziché del pranzo preparato. Quando per motivi di ministero doveva recarsi in qualche parte non si preoccupava
di indossare un vestito adeguato al tempo bello o cattivo. Il servo di Dio non era schifiltoso nel mangiare. Quando
arrivava in qualche comunità religiosa si sedeva all’ultimo posto e chiedeva un cucchiaio di ministra dal piatto di ciascun
confratello o consorella. Da tutto il tenore di vita, sempre lineare con gli insegnamenti del vangelo, ho la convinzione che
i tre consigli evangelici: povertà, obbedienza e castità, sono state le tre componenti alle quali il servo di Dio si è
conformato in modo eccezionale.
Umiltà
Il delegato vescovile chiede:
Che cosa sa dire il teste sull’umiltà di Massimo Rinaldi?
Il teste risponde:
Il servo di Dio era sempre umile in tutti i suoi atteggiamenti e non ostentava la sua umiltà perché era umile per
natura. Era uomo di alto valore spirituale e a chi lo avvicinava incuteva rispetto e timore riverenziale, perché si avvertiva la sua unione con Dio. Circolava, con insistenza, la voce che il servo di Dio, quando rincasava a tarda sera, per non
incomodare il domestico Aniceto, qualche volta dormiva accovacciato in un cantone, all’ingresso del vescovado.
Fama di santità
Il delegato vescovile chiede:
Esiste la fama di santità di Massimo Rinaldi e cosa pensa la gente sul processo di canonizzazione iniziato?
Il teste risponde:
Posso confermare che il servo di Dio, nonostante i cinquant’anni trascorsi dalla morte, è ricordato ancora con la
fama di santo e che c’è plauso e aspettativa per la causa di canonizzazione incominciata da poco. Posso riferire questo
episodio: circa due mesi fa, trovandomi al cimitero di Rieti in visita ai miei defunti, un gruppo di donne, parlando tra loro,
uscì in questa epressione: «Ma quando ce lo fanno santo?». Mi resi conto che si trovavano vicino alla tomba di famiglia
del servo di Dio dove era stato sepolto, accanto allo zio vecovo Domenico Rinaldi. Il servo di Dio, nel 1966, dal cimitero
fu traslato in cattedrale, nella cappella di S. Rocco.
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Comunicato Stampa
Presentazione del volume
Il Cicolano e la città di Rieti dalle Regioni al Giubileo del Duemila
di FABRIZIO TOMASSONI
In allegato, a nome dell’Istituto Storico «Massimo Rinaldi» di Rieti, trasmetto locandina dell’evento culturale che si volgerà
a Rieti (ore 10,30 – Auditorium Varrone) e a Borgorose (Sala Consiliare del Comune – ore 16,30) Sabato 9 Febbraio 2013.
Si tratta della presentazione del terzo volume di una trilogia storica, nata nel 2007 per idea di monsignor Giovanni
Maceroni e della compianta suor Anna Maria Tassi e finalizzata a fare luce sulle vicende umane e storiche, civili ed ecclesiali,
inizialmente del Cicolano, coprendo un arco temporale che andava dalla nascita del Fascismo alle Regioni. In questo terzo
volume, lo stesso monsignor Giovanni Maceroni, insieme alla professoressa Ileana Tozzi, su invito di molti cittadini, hanno
ampliato lo spettro dell’opera alla città di Rieti, giungendo fino al Giubileo dell’anno 2000 e coinvolgendo oltre venti studiosi e
storici locali. Si tratta di un altro importante contributo scientifico, nato soprattutto per essere fruito dalla popolazione delle
terre interessate e, soprattutto, dalle giovani generazioni, chiamate a stringersi con interesse alla storia del loro territorio. A
presentare il volume, saranno Monsignor Giuseppe Molinari, già Vescovo di Rieti e oggi Arcivescovo a L’Aquila, il professor
Walter Cavalieri, storico abruzzese e il dott. Roberto Biondi, responsabile dei beni librari dell’Arcidiocesi aquilana.
Sostenitori della pubblicazione del prezioso volume, Il Cicolano e la città di Rieti dalle Regioni al Giubileo del
Duemila il Comune di Borgorose, nella persona del suo Sindaco, Michele Pasquale Nicolai e la Fondazione Varrone, col suo
presidente, Avv.Innocenzo De Sanctis. Con preghiera di diffusione. Si ringrazia
Rieti 9 febbraio 2013, Fotoflash di Renzi Massimo
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Il sindaco di
Borgorose, M.
P. Nicolai alla
presentazione
del volume
(Fotoflash
di Renzi
Massimo,
Rieti)
Il prof. A. Gorini e
signora conversano
con mons. prof.
G. Maceroni
prima della
presentazione del
volume (Fotoflash
di Renzi Massimo,
Rieti)
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Il presidente della
Fondazione
Varrone
avv. I. De Sanctis
alla presentazione del volume
(Fotoflash di
Renzi Massimo,
Rieti)
di FRANCO GRECO
Il sindaco di Rieti, Simone Petrangeli alla presentazione del volume
(Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
Il prof. G. Rositani conversa con
mons. Molinari prima della presentazione del volume (Fotoflash di
Renzi Massimo, Rieti)
Il fotografo M. Renzi e la moglie
Luigina posano con mons. Molinari
dopo la presentazione del volume
(Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
Il Superiore Generale degli
Scalabriniani padre Alessandro
Gazzola durante un momento della presentazione del volume
(Fotoflash di Renzi Massimo,
Rieti)
L’assessore emerito provinciale e
comunale di Rieti M. Vassallo
posa con mons. Molinari prima
della presentazione del volume
(Fotoflash di Renzi Massimo,
Rieti)
A sinistra, D. Morsani, scultore del
busto brozeo del Ven. M. Rinaldi,
seguito da Giulio Anibaldi e da
Mons. Maceroni, prima della presentazione del volume (Fotoflash di
Renzi Massimo, Rieti)
L’avv. C. Chiarinelli saluta il vescovo Molinari prima della presentazione del volume (Fotoflash
di Renzi Massimo, Rieti)
Mons. G. Maceroni saluta, prima
della presentazione del volume, il
Superiore Gen. degli Scalabriniani
padre A.Gazzola e il giornalista
scalabriniano p. L. Bosa (Fotoflash
di Renzi Massimo, Rieti)
Luciano Martini, Direttore emerito di Frontiera saluta il vescovo
Molinari prima della presentazione del volume (Fotoflash di Renzi
Massimo, Rieti)
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Presentazione del volume
Il Cicolano e la città di Rieti dalle Regioni al Giubileo del Duemila
Frammenti di una
indimenticabile storia
+ Giuseppe Molinari*
1. La Causa di Canonizzazione di Massimo Rinaldi
Ero a Rieti, come nuovo Vescovo, da poco tempo. E
mi era capitato più volte di imbattermi in un anziano religioso che si era ricavato un piccolo ufficio presso la Curia
Vescovile (ricordo che era nel piano terra).
S. E. Mons. Giuseppe Molinari e Mons. Giovanni Maceroni in un momento della presentazione del volume (Fotoflash di Renzi Massimo,
Rieti)
Era un religioso scalabriniano inviato dal suo Istituto a
Rieti perché iniziasse a raccogliere qualche testimonianza
sulla santità di Massimo Rinaldi, Vescovo di Rieti (19241941), reatino di origine, sacerdote del Clero di Rieti, diventato in seguito religioso scalabriniano e inviato come mis-
Il regista Fausto Fainelli mentre manda sullo schermo le fotografie del
volume presentato (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
sionario in Brasile. Tornò a Rieti come Vescovo per volontà
del Papa Pio XI.
Già molti mi avevano parlato di questo Vescovo esemplare ed eccezionale, che dopo la sua morte aveva lasciato una
notevole fama di santità.
Qualcuno, e fra questi lo stesso P. Mario Ginocchini,
venne a chiedermi di fare qualcosa perché si accelerasse il
Processo di Canonizzazione dell’ormai famoso e santo Vescovo Rinaldi. Mi misi a chiedere maggiori informazioni.
Fabrizio Tomassoni e Salvatorepio De Angelis posano con S. E. Mons.
Giuseppe Molinari prima della presentazione del volume (Fotoflash di
Renzi Massimo, Rieti)
Tra i molti che consultai ci fu anche Mons. Giovanni
Maceroni, allora Canonico della Cattedrale di Rieti, Professore alla Scuola Statale e Direttore dell’Archivio Diocesano
di Rieti, già noto come autore di voluminose ricerche sulla
storia di Rieti e della Chiesa reatina. Mi accorsi che Mons.
Maceroni non reagì subito in modo entusiasta su un’eventuale Causa di Canonizzazione di Massimo Rinaldi. Da ottimo storico e da esperto conoscitore delle vicende della Chiesa reatina era rimasto “sconvolto” dal comportamento del
Vescovo Rinaldi in occasione della dolorosissima vicenda
delle Clarisse di S. Fabiano in Rieti, colpite da una sanzione
(scomunica) della S. Sede con Decreto della Congregazione dei Religiosi del 26 giugno 1936.
Successivamente, forse anche grazie alle ricerche più
approfondite (sollecitate dallo studio della figura del Rinaldi)
Mons. Maceroni farà una lettura più giusta di questa dolorosissima vicenda e si renderà conto che il Vescovo Rinaldi
aveva, purtroppo, dovuto eseguire, con immenso dolore
nel cuore e con le lacrime agli occhi, gli ordini che in modo
inequivocabile e perentorio, giungevano dalle Supreme Autorità Ecclesiastiche di Roma.
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Il Professor Maceroni capì, comunque, che la mia richiesta era importante, ed esigeva una risposta.
Egli ebbe subito una felice intuizione e mi parlò del
Professor Pietro Borzomati, docente a Perugia nell’Uni-
27
S. Massimiliano Kolbe, il frate conventuale polacco (18941941) ucciso dai nazisti ad Auschwitz, a quarantasette anni,
dopo che P. Kolbe aveva offerto la sua vita per salvare quella di un altro prigioniero polacco (che aveva chiesto di es-
Una parte di
pubblico durante la presentazione
del volume
(Fotoflash di
Renzi Massimo, Rieti)
versità per gli stranieri ma residente a Terni. Il Prof.
Borzomati era anche Consultore della Congregazione per
le Cause dei Santi. Era lui la persona giusta che ci poteva
consigliare su come avviare, in modo giusto e secondo le
norme della Chiesa, il processo di Canonizzazione di Massimo Rinaldi.
Lo storico Andrea Di Nicola e Mons. Giovanni Maceroni prima della
presentazione del volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
Telefonammo al Professor Borzomati ed egli accettò
subito di venire a Rieti per parlare di questo importante argomento.
Il Prof. Borzomati venne a Rieti, accompagnato dalla
moglie (che volentieri, nei viaggi, faceva da autista al marito …), ed entrambi accettarono di fermarsi a pranzo. Era
presenta anche Mons. Maceroni.
Quando il Professor Borzomati si rese conto delle nostre esigenze ci disse chiaramente che occorreva trovare subito un buon postulatore, il quale potesse suggerirci il modo
giusto di impostare la Causa di Beatificazione e come procedere nelle varie tappe previste dalle norme della Chiesa.
Ricordo che, verso la fine del pranzo, il Prof. Borzomati
volle subito chiamare al telefono P. Antonio Ricciardi, dell’Ordine dei Frati Conventuali, un religioso esemplare e ricco di notevolissima esperienza come Postulatore. Era stato,
tra l’altro, il Postulatore della Causa di Canonizzazione di
sere risparmiato perché aveva moglie e figli). Ricordo ancora quando il professore prese in mano il telefono e, dopo
aver salutato con molto affetto il vecchio amico religioso,
accennando a me, da poco giunto a Rieti come Vescovo (ed
ero ancora relativamente giovane) esclamò: “P. Ricciardi
… qui c’è un Vescovo bambino … dobbiamo aiutarlo!”.
Il resto venne come logica conseguenza. Insieme con
Mons. Maceroni andammo a Roma, a trovare P. Antonio
Ricciardi (al Convento di S. Antonio a Ripa). P. Antonio ci
ricevette con commovente accoglienza e con affetto e ci
aiutò a fissare subito un programma di ciò che c’era da
fare. Successivamente lo stesso P. Antonio venne a Rieti
più volte, per aiutarci a costituire il Tribunale Ecclesiastico
Diocesano per la Causa di Canonizzazione e darci indicazioni su tutte le varie pratiche da espletare per dare inizio
ufficialmente (e secondo tutte le norme canoniche) al Processo di Canonizzazione di Massimo Rinaldi.
Il 10 aprile 1990, a tre mesi dal mio ingresso in Diocesi
(6 gennaio 1990), si diede vita all’ “Istituto Storico Massimo
Rinaldi”, con la principale finalità di affiancare e sostenere la
Causa di Canonizzazione del Servo di Dio Massimo Rinaldi.
Finalmente il 25 gennaio 1991 fu insediato il Tribunale
Diocesano (presieduto da Mons. Maceroni) e fu costituita
la Commissione storica (affidata alla Dott.ssa Sr. Anna Ma-
S. E. Mons. Giuseppe Molinari mentre mentre presenta il volume
(Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
28
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
ria Tassi delle Maestre Pie Venerini). Io come Vescovo di
Rieti e attore del processo di Canonizzazione, disposi che
gli interrogatori dei testi come la ricerca documentale dovessero avvenire in contemporanea tra essi.
Perché già nei mesi (e negli anni) seguenti molti tra loro
cominciarono a prendere la strada del Paradiso!
Furono invece solo quattro i testi de auditu et videntibus.
E tutti espressero parere favorevole.
Scorcio del
pubblico
mentre, dal
tavolo dei
relatori, il
presidente
della
Fondazione
Varrone
avvocato
Innocenzo
De Sanctis
saluta i
presenti e si
compiace
sia per i
contenuti
del volume
sia per la
manifestazione
(Fotoflash
di Renzi
Massimo,
Rieti)
Da quel momento si iniziò a raccogliere (nel modo indicato dalla Congregazione per la Causa dei Santi) la testimonianza dei testi.
I testi esaminati de visu (cioè che avevano conosciuto
mons. Rinaldi), con deposizione posta agli atti, sono stati
Dal 1991 al 1997 il Tribunale Diocesano tenne ottantasei
sessioni e interrogò, complessivamente, sessantatre testi. I
censori teologi già alla data del 30 maggio 1991 avevano
letto ed esaminati tutti gli scritti noti del servo di Dio (e
avevano dato un giudizio di positività).
Nel frattempo il 15 maggio 1993, vide la luce il primo
numero di “Padre, Maestro e Pastore”, periodico di spiritualità cultura, documentazione, storia e notizie per gli amici del servo di Dio Massimo Rinaldi. Oggi si stampano circa undicimila copie di questo periodico, che raggiunge i
cinque continenti.
Io sono grato al Signore di aver potuto dare il mio piccolo contributo per l’avvio ufficiale della Causa.
La professoressa Beatrice Ratti Fioritoni saluta S. E. Mons. Giuseppe
Molinari (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
cinquantaquattro. E furono tutti scelti tra le persone sulla vita
e l’opera del Servo di Dio. Ricordo la testimonianza dell’Onorevole Filippo Micheli, del senatore Marzio Bernardinetti (nativo di Cenciara) ed altri. E tra i sacerdoti, oltre alla testimonianza di don Tommaso Serpietri, l’anziano parroco di
Vallecupola, mi è rimasta impressa quella di don Gioacchino
Bella, che era stato presente come seminarista, alla consacrazione episcopale di Mons. Rinaldi, nella Cattedrale di Rieti
(don Gioacchino mi raccontava che … che c’erano molti
militari!). Fu comunque provvidenziale l’aver potuto interrogare questi testi che avevano conosciuto il Servo di Dio.
Fabrizio Tomassoni, al centro, si intrattiene, con il giornalista Franco
Greco, a sinistra, e con il dottor Adriano Monti (Fotoflash di Renzi
Massimo, Rieti)
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Sono infinitamente riconoscente a Mons. Maceroni per
l’impegno continuo, generoso, competente e per la passione che ha messo in questa straordinaria avventura.
E sono immensamente grato anche a Suor Anna Maria
Tassi (che il Signore nel frattempo ha chiamato a sé pochi
anni fa), per la sua opera preziosa, intensa, competente e
decisiva. Senza l’impegno, la generosità e la fede di Mons.
29
con la memoria ad un altro capitolo della storia reatina: un
capitolo da inserire nel quadro dell’evoluzione economica e
sociale del reatino, con la conseguente industrializzazione
degli anni ’70.
Del venerabile Massimo Rinaldi abbiamo accennato qualcosa sottolineando il messaggio di santità che si sprigiona
dalla sua figura e dalla sua opera.
Una parte di
pubblico durante
la presentazione
del volume
(Fotoflash di
Renzi Massimo,
Rieti)
Maceroni e di Suor Anna Maria Tassi quest’opera poderosa
difficilmente si sarebbe potuta avviare. E ancora più difficilmente si sarebbe potuta portare avanti.
Fabrizio
Tomassoni,
Vicepresidente
dell’Istituto
Storico Massimo Rinaldi.
segue con interesse e intensità lo svolgersi della presentazione del
volume
(Fotoflash di
Renzi Massimo, Rieti)
Speriamo che il Signore ci conceda presto la gioia di
vedere il suo Servo il Venerabile Massimo Rinaldi elevato
agli onori degli altari.
2. La vicenda Texas
Dopo aver riportato qualche ricordo della storia del Processo di Canonizzazione di Massimo Rinaldi vorrei riandare
Sarebbe interessante (e certamente qualcuno lo ha già
fatto o lo farà) mettere in evidenza come la santità di Massimo Rinaldi ha avuto una sua espressione concreta nell’amore per la sua terra e il suo popolo e un impegno generoso verso i più umili e i più poveri.
Vorrei, intanto, fare una premessa, citando un’affermazione del Presidente della Comunità Montana Salto-
S. E. Mons. G. Molinari ricorda con affetto il suo episcopato restino nella
presentazione del volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
Cicolana: Carmine Rinaldi. Egli dice: «Sempre più evidenti
appaiono oggi gli elementi negativi di quella parziale industrializzazione della nostra Provincia, che molto più è servita agli investitori, attratti soprattutto dalle agevolazioni delle
Cassa del Mezzogiorno e che non riuscì a creare una sana e
vasta mentalità imprenditoriale, il cui germe avrebbe dovuto attecchire soprattutto tra i giovani, con il supporto fondamentale delle rappresentanze tutte».
Come ricorda Fabrizio Tomassoni (nella sua relazione:
«L’evoluzione economica e sociale del reatino, conseguente all’industrializzazione negli anni 70»).
30
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
«Il moderno processo di industrializzazione del reatino
data metà degli anni sessanta del XX secolo, a seguito della
emanazione del D.P.R. n. 1383 del 29.09.1965 (…). Rieti si
lasciava alle spalle una tradizione industriale identificatasi
gislatura e propugnatore della rinascita del nuovo Ospedale
Generale Provinciale di Rieti)».
Sono tutti protagonisti che io ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare durante il mio breve Episcopato a Rieti.
Una parte di
pubblico durante la presentazione
del volume
(Fotoflash di
Renzi Massimo, Rieti)
per un secolo prima con lo Zuccherificio poi con la
Montecatini e Snia Viscosa, cui si aggiungeva un cospicuo
numero soprattutto, di officine meccaniche e imprese artigianali, anche di trasformazione, rappresentanti di un monL’ex
assessore
provinciale,
Emilio Di
Ianni, a
sinistra,
posa con il
vescovo
Molinari
prima della
presentazione
del volume
(Fotoflash di
Renzi
Massimo,
Rieti)
do imprenditoriale legato per lo più al territorio di origine,
con lo sparuto intervento di capitale non autoctono».
L’anno 1972 fu l’anno della massima fioritura di industrie che approdarono al Nucleo Industriale di RietiCittaducale.
Scrive sempre Fabrizio Tomassoni: «Fu, soprattutto, il
quarantacinquenne Ministro delle Partecipazioni Statali democristiano del II Governo Rumor, Franco Maria Malfatti
(…) il protagonista indiscusso dell’attuazione di quel processo di sviluppo affiancato dagli altri parlamentari eletti
nella circoscrizione umbro-sabina Filippo Micheli (Sottosegretario all’Industria prima, poi alle Finanze, infine lungamente Segretario Amministrativo della DC) e Luciano Radi
(due volte Ministro della Repubblica), dal Senatore Reatino
Marzio Bernardinetti (già Segretario del Senato nella V Le-
A questo punto comincia a delinearsi la storia della Texas
Instruments.
Grazie agli incentivi della Cassa per il Mezzogiorno,
quella classe politica che abbiamo ricordata (ed altri …) si
adoperò per inserire a Rieti un polo industriale leggero,
basato su industrie di notevole importanza economica. Su
tutte la Texas, l’Intermotor di Reggio Emilia, la Ariston del
Gruppo marchigiano Merloni, la Telettra, la Cucirini-Cantoni-Coats (leader nel campo dei filati).
Tutte queste industrie riuscivano ad impiegare circa
seimila tra operai e operaie.
Soprattutto la Texas Instruments si presentava come
un’industria di notevole importanza e di alta qualità professionale, che permetteva alla città di Rieti e al suo territorio
di inserirsi nel processo nazionale di sviluppo.
Pino Strinati, coordinatore dei festeggiamenti di S. Barbara nel mondo, con il libro in mano, alla presentazione del volume (Fotoflash di
Renzi Massimo, Rieti)
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Cito ancora Fabrizio Tomassoni: «Nell’anno 1994 (quello della dismissione verso Avezzano) nel reparto di ricerca e
sviluppo della Texas Instruments di Rieti lavoravano circa
trentacinque persone tra ingegneri e tecnici specializzati, di
cui almeno la metà con esperienza più che decennale come
progettisti, maturata nei poli tecnologici avanzati degli Stati
Uniti, del Giappone e d’Europa. Essi operavano su com-
31
Qualcuno osserva che la classe politica espressa dal
territorio non fu in grado, nei venti anni successivi ai benefici della Cassa per il Mezzogiorno, di realizzare le necessarie infrastrutture soprattutto di collegamento.
E così, purtroppo, dopo la prematura scomparsa del
Ministro Franco Maria Malfatti (1991), a metà degli anni
’90 quei benefici della Cassa per il Mezzogiorno cessarono,
Una parte
di pubblico
durante la
presentazione del volume
(Fotoflash
di Renzi
Massimo,
Rieti
puters intercollegati con tutte le parti del mondo ove era
presente la Texas Instruments, utilizzando sofisticate attrezzature di laboratorio di studio e di valutazione».
Abbiamo detto che uno dei più decisi protagonisti di
questa rinascita industriale del reatino fu l’On. Malfatti. L’On.
Una parte di pubblico durante la presentazione del volume (Fotoflash
di Renzi Massimo, Rieti
Malfatti sottolineò più di una volta l’importanza di questi
processi di industrializzazione e anche il carattere di esperimento pilota per tutte le altre zone del mezzogiorno continentale ed insulare d’Italia (Malfatti disse testualmente: «L’approfondimento dei problemi di una di queste zone apre il
passo, dunque, all’approfondimento di una politica generale, idonea ad affrontare e risolvere i problemi peculiari di
tutte le altre che, altrimenti, rischiano di degradarsi al rango
di permanenti isole di miseria»).
le industrie cominciarono a dileguarsi o emigrando in altri
siti assistiti (come la Texas che si spostò ad Avezzano) o
chiudendo, addirittura la produzione.
Accennando all’opera meritoria ed importante dell’On.
Malfatti mi torna alla mente un ricordo. Erano i primi mesi
del mio ministero episcopale a Rieti. E quasi tutti i grandi
protagonisti della politica vennero a farmi visita e darmi il
loro saluto. Tra questi ci fu anche l’On. Malfatti. Nel colloquio ce ci fu tra noi il discorso cadde anche sul progetto di
Università a Rieti (di cui si parlava tanto in quel periodo). E
l’On. Malfatti mi rispose: «L’Università a Rieti? Ma chi ci
viene? Chi la frequenterà?». E continuò sottolineando invece l’importanza – secondo lui – di una importante istituzione culturale e scientifica che si integrasse con il nucleo industriale e lo rafforzasse sempre più.
Quando riferii all’allora Rettore Magnifico dell’Università dell’Aquila Prof. Schippa le parole dell’On. Malfatti, il
Don Gino
Greco con
il padre, il
giornalista
Franco,
posano
con il vescovo
Molinari
prima della presentazione del
volume
(Fotoflash
di Renzi
Massimo,
Rieti
32
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Prof. Schippa mi disse: «don Giuseppe…Come chi ci viene? All’Università di Rieti verrebbero non solo dalla provincia sabina ma anche da Roma, visto che le università di
Roma sono super-affollate».
diminuzione dei posti di lavoro, per la difesa e lo sviluppo
del nostro territorio e per dare un futuro a tanti giovani
disoccupati. Ricordiamo ancora una volta a tutti che o ci si
impegna insieme per un mondo più giusto e fraterno o si
Scorcio del
pubblico
mentre S. E.
Mons.
Giuseppe
Molinari
presenta il
volume
(Fotoflash di
Renzi
Massimo,
Rieti)
Ma torniamo alla Texas.
Fu quindi proprio l’anno 1994, l’anno della crisi più
grave. Quando, informato da alcuni nostri collaboratori laici, mi resi conti della gravità della situazione, cercai di far
sentire anche la mia voce di Vescovo di Rieti. Ed il 27 mag-
S. E.
Mons.
Giuseppe
Molinari
saluta il
dott. De
Sanctis
Camillo
prima
della
presentazione del
volume
(Fotoflash
di Renzi
Massimo,
Rieti)
gio 1994 scrissi una lettera alla città, avendo l’appoggio del
Consiglio Presbiterale della Diocesi.
Citavo la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II (n.
40): «Ci sono esigenze umane importanti che sfuggono alla
logica del mercato … certo, i meccanismi di mercato offrono sicuri vantaggi … tuttavia essi comportano rischi di
una idolatria del mercato che ignora l’esistenza di beni che,
per loro natura, non sono né posso essere semplici merci».
Nella lettera si diceva, tra l’altro: «È questo il momento
in cui necessita una presa di coscienza, per la gravità della
situazione, da parte di tutta la Chiesa reatina. Essa vuole
esprimere tutta la sua solidarietà a chi sta lottando contro la
correrà il rischio di tornare indietro nella storia: alla legge
della giungla, alle ragioni del più forte.
È convinzione dei più attenti esperti di cose economiche che l’attenzione al bene comune, nello spirito della solidarietà, alla fine paghi anche in termini economici.
Non si chiede quindi di andare contro il proprio interesse in nome di un atto di umanità, ma di considerare la
complessità dei fenomeni sociali che non possono essere
gestiti e risolti in termini puramente economicisti se non si
vuol precipitare la società in una crisi senza ritorno con
danno di tutti».
Ricordo che alla fine dalla lettera si invocava l’aiuto
non solo di Maria, venerata come la “Madonna del popolo”,
ma anche del Servo di Dio Massimo Rinaldi «difensore degli umili e dei poveri e apostolo della Dottrina Sociale della
Chiesa».
Subito dopo l’invio alla stampa della “Lettera alla città”
io partii per l’Austria. Dovevo partecipare ad un’importante
celebrazione religiosa nella città di Klagenfurt. E proprio li,
Mons.
Maceroni si
intrattiene,
prima della
presentazione.
del volume,
con Licia
Carnicelli,
presidente
dell’AC
durante
l’episcopato
reatino di
Mons.
Molinari
(Fotoflash di
Renzi
Massimo,
Rieti)
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
qualche giorno dopo, mi raggiunse una telefonata concitata
dell’allora Amministratore Delegato della Texas l’ing. Mauro
Marcucci, che usò parole dure contro di me e la mia lettera
alla città.
33
tare significa rimanere indietro, con grave danno della nostra Azienda…».
L’ing. Marcucci, una volta che ci eravamo riconciliati,
desiderò anche che partecipassi all’inaugurazione del nuo-
Una parte di
pubblico durante
la presentazione
del volume
(Fotoflash di
Renzi Massimo,
Rieti)
Cercai di calmare la sua ira, spiegando che forse aveva
letto solo una parte della lettera (le frasi riportate dai giornali) e che tutto il mio appello era anche un chiaro riconoscimento di tutto bene che la Texas aveva fatto alla città e
territorio di Rieti e a tante famiglie.
Ebbi anche l’imprudenza di aggiungere: «Ma, in fondo, caro ingegnere, Lei mi dovrebbe pure ringraziare, per-
Fainelli Fausto, regista del
film sul Venerabile Massimo Rinaldi,
conversa, prima della presentazione del
volume, con
Carlo Stocco,
attore protagonista
(Fotoflash di
Renzi Massimo, Rieti)
ché le ho fornito uno strumento per contrastare le pressioni
dei vertici della multinazionale americana che, a Dallas,
controlla e gestisce la sua azienda».
Ma anche qui la risposta dell’ing. Marcucci fu molto
seccata: «Quando devo andare via dall’Azienda lo decido io
… faccio le valigie e me ne vado … non ho bisogno di
altri…».
Comunque rimanemmo d’accordo che al mio ritorno a
Rieti sarei andato a trovarlo. E così fu. L’incontro fu cordiale e chiarificatore. E, tra l’altro, l’ingegner Marcucci mi
confidò, con amarezza: «Ora i politici vengono tutti a lamentarsi. Però quante volte sono andato io a chiedere il loro
aiuto e non hanno fatto niente! Non si rendono conto che
nel campo dell’elettronica aspettare dieci mesi per avere un
permesso equivale ad aspettare dieci anni! E per noi aspet-
vo insediamento Texas ad Avezzano. Andai e incontrai l’On.
Remo Gaspari, abruzzese, di Gissi (Chieti). Anche a lui feci
presenti i problemi di Rieti: «Non si dimentichi Rieti». Ed
egli mi rispose: «Sono venuti da me gli stessi amministratori e politici di Rieti a dirmi di fare qualcosa perché la Texas
potesse rimanere almeno ad Avezzano!».
C’era infatti in rischio che fosse trasferita ancora più
lontano, verso il sud, dove ancora era possibile usufruire
dei fondi della Cassa del Mezzogiorno …
Mi sono dilungato sulla vicenda Texas perché la ritengo paradigmatica per la storia dell’evoluzione economica e
industriale di Rieti.
Quando negli ultimi mesi del 1996 salutai i Reatini per
tornare a L’Aquila come Arcivescovo coadiutore nella mia
città di origine, mi ricordo che confidai a più di una persona
il mio rammarico più grande (mi ricordo che ne parlai, per
esempio, con l’allora sindaco di Rieti Antonio Cicchetti):
quello di lasciare una città e un territorio con gravissimi
problemi della mancanza di lavoro e, soprattutto, la situazione dolorosa di tanti giovani ai quali veniva tolta la possibilità di lavorare nella propria terra di origine.
S. E. Mons. Giuseppe Molinari saluta, con familiarità, prima della presentazione del volume Giovanni Alfonsi (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
34
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Per quello che so la situazione attuale non è cambiata.
Anzi è peggiorata. C’è la crisi nazionale e mondiale, è vero.
Ma mi tornano sempre alla mente le parole del grande cristiano e scrittore Georges Bernanos: «Che si dica capitali-
Nel mio breve ministero episcopale a Rieti ho avuto la
gioia di promuovere importanti convegni internazionali sulla Dottrina Sociale della Chiesa. A Rieti è nata l’Associazione Carità Politica (ora nota in tutto il mondo) che cerca di
Una parte di pubblico durante la presentazione del volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
sta o socialista, questo mondo si fonda su una concezione
dell’uomo comune tanto agli economisti inglesi del XVII
secolo quanto a Marx e Lenin, che definisce l’uomo un
animale economico, cioè uno schiavo senza speranza di liberarsi, poiché non conosce altro movente se non l’interesse, il profitto».
La valle santa reatina è nota in tutto il mondo per i
ricordi vivi della presenza di Francesco di Assisi. Francesco aveva una visione dell’uomo e della vita tutta l’opposto
di ciò che hanno insegnato gli economisti inglesi del XVII
secolo e poi Marx e Lenin.
Lo storico Andrea Di Nicola saluta S. E. Mons. Giuseppe Molinari
(Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
portare avanti il messaggio della costruzione di una società
dove c’è posto per tutti e dove la politica diventi veramente
la forma più alta, ampia e attuale della carità (Pio XI).
Io mi auguro che questa meravigliosa terra reatina possa
diventare un giorno (il più presto possibile) una terra simbolo di come possono essere diversi il mondo , la società e
la storia se l’uomo non è considerato solo come l’animale
economico. Ma come quella creatura unica, capolavoro della
creazione, quell’uomo immagine di Dio chiamato ad essere
cooperatore di Dio stesso per costruire un mondo più giusto, più fraterno e più bello: quello che vede realizzata la
nuova civiltà dell’amore.
Carlo
Stocco, attore protagonista del
film sul Venerabile
Massimo
Rinaldi, riceve al termine, della
presentazione del volume, il diploma dell’Istituto
Storico
Massimo
Rinaldi
(Fotoflash
di Renzi
Massimo,
Rieti)
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
35
Presentazione del volume
Il Cicolano e la città di Rieti dalle Regioni al Giubileo del Duemila
Un esemplare percorso
di ricerca storica
di WALTER CAVALIERI
Il volume «Il Cicolano e la città di Rieti dalle Regioni al
Giubileo del Duemila» è una pubblicazione, pregevole anche
nella veste grafica, che chiude una accurata trilogia di ricerca storica coordinata con passione e competenza da
monsignor Giovanni Maceroni e dalla professoressa Ileana
Tozzi. Avendone curato assieme ad altri la presentazione, ho
avuto modo di studiare bene i vari contributi che costituiscono questo lavoro a più mani, che compendia l’intensa
giornata di studio del 21 aprile 2012.
Non riassumerò la dotta dissertazione storiografica del
prof. Aldo Gorini, con la quale il libro parla di se stesso.
Dirò solo di averne apprezzato soprattutto il concetto centrale secondo il quale lo studio della storia ha bisogno di
rigore scientifico, ma forse ancor più della sensibilità del
vissuto. E quale maggiore sensibilità e adesione agli studi
storici si avvertono quando si scrive un libro di storia locale? Una storia fatta tipicamente di curiosità intellettuale, ma
anche di amore per luoghi familiari, per personaggi conosciuti, per tradizioni interiorizzate da generazioni. Direi che
questo volume non ha valore «nonostante», ma proprio «in
virtù» dell’essere un libro di storia locale.
Personalmente non ho mai creduto che la storia locale
sia un genere «minore», dal momento che essa - oltre a
costituire il collante identitario delle varie comunità - costituisce la materia prima per la costruzione della storia nazionale. Parafrasando Croce, direi che «ogni storia locale è anche storia nazionale», giacché la storia generale rappresenta
la sommatoria delle tante storie locali che interagiscono con
essa. E poiché un mosaico prende sempre la forma che gli
forniscono le sue tante tessere, la storia nazionale si configura sulla prevalenza delle varie storie regionali, inducendo
Lo storico Walter Cavalieri legge la sua relazione di presentazione del
volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
anche a delle evidenti forzature. Voglio dire che se il Meridione avesse potuto esprimere dopo l’Unità nazionale una
produzione storiografica almeno pari a quella lombarda,
Una parte di pubblico durante la presentazione del volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
36
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
emiliana o toscana, forse oggi non si direbbe ad esempio
che quella del Basso Medioevo è «l’Italia dei Comuni e delle
Signorie», dal momento che il Sud ha espresso modelli politici (come la monarchia normanna) che nulla hanno a vedere con le suddette autonomie del Centro-Nord. Dunque,
ben vengano studi e pubblicazioni di storia locale, dal momento che i tratti generali di un’epoca dipendono in gran
parte da chi li rappresenta.
tura verso la modernità del Concilio Vaticano II, la perdita
dei valori cristiani imputabile al materialismo egoista ed
edonistico della società dei consumi, le lotte operaie e studentesche del Sessantotto, gli anni di piombo, la stagione
dei referendum, il grande pontificato di Giovanni Paolo II,
fino ai primi segnali della crisi legata alla globalizzazione.
Insomma un periodo in cui le istituzioni e la Chiesa si sono
misurate con le più grandi sfide della modernità.
Una parte di pubblico durante la presentazione del volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
Altro elemento di indubbia qualità del volume in oggetto
risiede nella peculiarità del periodo di cui esso si occupa
(l’ultimo trentennio del secolo scorso), periodo di massima
importanza per la storia civile e religiosa italiana. Un arco di
tempo quanto mai complesso che contiene la storica aper-
Aggiungerò che la Chiesa, in quanto fondata su verità
rivelate, ha faticato più di altre istituzioni a mettersi al passo
coi tempi, appoggiandosi non a caso sulle realtà meno duttili:
quel mondo rurale e «guelfo» sul quale lo stesso fascismo
(absit iniuria verbis…) scelse di fare affidamento contro le
Ileana Tozzi intervistata da RTR prima della presentazione del volume
(Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
Una parte di pubblico durante la presentazione del volume con in primo
piano del prof. Aldo Gorini e signora (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
dinamiche realtà urbane. Tutto questo travaglio prelude ai
successivi 13 anni che ci portano ai nodi dell’oggi e alle
attuali sfide della post-modernità: l’integrazione culturale, il
pluralismo religioso e il dialogo interreligioso, la società (e il
37
La parabola degli ultimi trent’anni del Novecento si conclude poi sullo scenario della disillusione e delle dismissioni
degli anni 90, con il fallimento del ruolo trainante dell’industria e con una economia che qui come altrove torna ad
Una parte di pubblico durante la presentazione del volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
clero) multirazziale, gli sviluppi della scienza e l’abbandono
del creazionismo, i rapporti con la democrazia e la laicità, la
nuova sensibilità in ambito sessuale, il giudizio etico sul capitalismo, lo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione (che
hanno portato Benedetto XVI su twitter).
Questo libro ci permette di calare la complessità della
storia contemporanea nell’ambito della città di Rieti e del
Cicolano, soprattutto in relazione all’industrializzazione degli anni Settanta e seguenti, che irruppe in un territorio montagnoso segnato da un secolare isolamento, con un bassissimo il livello di densità insediativa, inadatto ad una agricoltura diffusa, fino ad allora non conveniente per insediamenti
industriali o per il turismo stanziale a causa delle scadenti
comunicazioni e infrastrutture. La nascita del nucleo industriale Rieti-Cittaducale portò sicuramente dei vantaggi (circa 6.000 addetti), evitò lo spopolamento o almeno lo contenne entro l’ambito provinciale, elevò il reddito complessivo e dette almeno l’impressione che si potesse rompere l’isolamento tramite l’ammodernamento o il completamento di
importanti infrastrutture viarie. Ma altrettanto forte fu l’impatto culturale che, in una società in rapida transizione, condusse a una forzata deruralizzazione della mentalità, se non
altro per il massiccio ingresso delle donne nel mondo lavoro
industriale, con le conseguenti ripercussioni sull’assetto delle
famiglie.
Il libro ci racconta insomma un mondo sospeso tra città e campagna, tra modernità e tradizione, attraverso contributi storici seri e ben documentati, tranne uno, per la verità,
che avrebbe ben figurato in altro genere letterario e che lasciamo scoprire e giudicare dall’acume del lettore.
essere terziaria, peraltro con un rilancio del comparto agricolo che rimane secondo nel Lazio, solo dopo Viterbo.
In conclusione, alla luce degli eventi successivi e degli
scenari ipotizzabili, sarebbe certamente molto utile continuare questo percorso di ricerca e quindi integrare questo
interessantissimo «viaggio culturale» che non esito a definire esemplare per tutte le numerose comunità della nostra
cara Italia.
Mons. Lorenzo Chiarinelli e l’avv. Innocenzo De Sanctis si salutano affettuosamente prima della presentazione del volume (Fotoflash di Renzi
Massimo, Rieti)
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Presentazione del volume
Il Cicolano e la città di Rieti dalle Regioni al Giubileo del Duemila
Industrializzzione, inurbamento, secolarizzazione
di BIONDI ROBERTO
Indagare un periodo storico così vicino a noi non è
cosa affatto agevole, vuoi per il problema legato a certe
tematiche – soprattutto se con coloriture di carattere sociopolitico –, vuoi per la difficoltà di lettura di certe fonti, la
endosi come un locus amoenus aperto solo a coloro che si
riconoscono in un sistema comune di valori, solo, cioè, a
quelle comunità che gravitano geograficamente o culturalmente attorno al luogo di interesse. La storia particolare ha
Il dottor Roberto Biondi legge la sua relazione di presentazione del volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
cui «decantazione» necessaria ad una loro indagine scevra
da sovrastrutture ideologiche ancora non è definitivamente
compiuta.
Il Cicolano e la città di Rieti dalle regioni al Giubileo
del Duemila è un libro aperto non solo agli specialisti e questo è senz’altro un suo punto di forza. È un libro che corre
il rischio di essere etichettato come uno dei tanti «contenitori» di articoli di storia locale, se non fosse per la sapiente
scelta degli argomenti, per la competente regia che ha composto il difficile mosaico, per la qualità, indubbia di molti
interventi.
La storia locale è lapalissianamente un tassello di una
storia più vasta, universale. È la storia non evenementielle,
la storia non fatta di grandi condottieri, di grandi personaggi; è la storia di piccole comunità di persone che quotidianamente hanno vissuto, sofferto, gioito e pianto, in una parola:
hanno scritto una pagina piccola, ma non per questo insignificante di Storia.
La storia locale, o particolare, rischia però di invilupparsi
in un vortice che può «monadizzare» (mi si passi il termine
derivato dalla monade leibnitziana), realizzandosi e costitu-
tutta la sua valenza (che la sdogana da un semplice ardore
cronachistico di nomi e personaggi) se si fa paradigma di
una storia più ampia.
Il giornalista Franco Greco ossequia Suor Margherita Pascalizi prima
della presentazione del volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Questo è ciò che accade con Il Cicolano e la città di
Rieti dalle regioni al Giubileo del Duemila. I termini di una
trattazione generale di problematiche locali sono incalzanti e
portano con sé il peso di scelte politiche e amministrative
delicate: industrializzazione, interventi infrastrutturali,
inurbamento e spopolamento, secolarizzazione, perdita della
vocazione agro-silvo-pastorale. Queste problematiche, presenti in molte regioni della dorsale appenninica, nel Cicolano
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ta opera di industrializzazione e la conseguente diaspora
dai centri rurali e, ancor di più, con il radicamento sul territorio di una pratica fastidiosa come quella clientelare. Dalla
lettura degli interessanti contributi è emerso che, se da una
parte, l’industria ha portato con sé occupazione e una ricchezza che oggi appare exeunte o meno drasticamente
transeunte, dall’altra, proprio per la estrema territorialità
di interventi di insediamento industriale, si assiste alla nascita di una classe operaia non specializzata il cui peso
sociale svanisce al primo stormire di fronde, legate alla
dismissione dei siti produttivi.
Non stupisce, allora, come «nel Cicolano l’industria e le
attività artigianali sono un’esigenza che viene presentata [...]
ma che in definitiva non viene soddisfatta perché è negata da
impacci sociali non soluti». Queste parole di Luciano Sarego
risultano estremamente significative. Lì dove si vuole creare
ricchezza vanno risolte le problematiche sociali.
Il rinnovamento religioso si è sempre imposto nella storia ai grandi eventi di cambiamento del quadro sociale: la
fine dell’Impero Romano d’Occidente ha generato la nascita del Monachesimo di matrice benedettina; la crisi tra Impero e Chiesa, con i drammi della vendita delle indulgenze,
del nepotismo e della simonia hanno generato il vento fresco
I curatori del volume distribuiscono al tavolo della presidenza prima
della presentazione il volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
si fanno assolutamente pressanti e, necessitano, di essere
via via contenute, assecondate, guidate, risolte, accettate.
Nel libro ciò che emerge con assoluta chiarezza è la duplice
matrice di risposta ai quesiti imposti dalla modernità: una
risposta religiosa, una risposta politica.
Il contenimento ecclesiastico delle esondazioni imposte dalla secolarizzazione ha fornito alcune interessanti risposte: l’iter per la canonizzazione di mons. Massimo
Rinaldi, avviato negli anni del vescovato di mons. Giuseppe Molinari, la ricezione delle istanze innovative a livello di
spazi liturgici, l’apertura del Sinodo diocesano, l’esperienza delle «pastorelle», la nascita dei nuovi movimenti e comunità parrocchiali. Tutte esperienze che fanno da contrappunto con quanto, invece, la classe politica andava assicurando (in termini di occupazione e infrastrutture) nel corso degli anni ’70-’80.
Il libro offre molteplici spunti di riflessione che sarebbe
interessante poter enucleare, ma ragioni di spazio e di tempo
e, ancor di più, ragioni di rispetto verso i relatori impongono
di lasciare al lettore la possibilità di leggere tutta la poliedricità
del quadro storico del Cicolano e della città di Rieti. Certamente alcune tematiche trattate segnano inequivocabilmente
i fallimenti della politica e degli amministratori, così come
sottolineano le difficoltà sociali di un territorio che è evoluto
rapidamente, cambiando il proprio volto attraverso la serra-
Mons. Giovanni Maceroni presenta al pubblico il relatore Roberto Biondi
(Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
Mons. Giovanni Maceroni chiude la manifestazione della presentazione
del volume (Fotoflash di Renzi Massimo, Rieti)
degli Ordini Mendicanti, così come il forte inurbamento del
XIII-XIV secolo ha offerto la possibilità di una nuova pastorale orientata alla nascente borghesia o alle classi meno
abbienti. La Riforma protestante ha innescato la miccia della
Controriforma, i cui frutti furono il Concilio di Trento e la
grande opera di moralizzazione dei costumi ecclesiastici
portata avanti con ficcante forza da san Carlo Borromeo.
L’industrializzazione del XIX secolo ha innescato quella che
è nota a tutti come dottrina sociale della Chiesa. Il territorio
del Cicolano ha subito la stessa sorte
Oggi la Chiesa come istituzione e l’Ecclesia come comunità di credenti si trovano a dover rispondere al problema, o se vogliamo più propositivamente, allo stimolo della
secolarizzazione, operando scelte pastorali e strutturali assolutamente nuove. Come ad esempio ha fatto la Chiesa
reatina con il processo di canonizzazione di mons. Massimo
Rinaldi, avviato dal vescovo mons. Giuseppe Molinari, con
la ricezione delle istanze innovative a livello di spazi liturgici,
con l’apertura del Sinodo diocesano, con l’esperienza delle
«pastorelle», con la nascita dei nuovi movimenti e comunità
parrocchiali.
L’esempio di Domenico Scandella è emblematico: un mugnaio del ’500 i cui atti del processo inquisitoriale sono stati
studiati da Carlo Ginzburg in un saggio – che ha fatto la storia
della ricerca non evenementielle – dal titolo Il formaggio e i
vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500. È emblematico perché? Perché dalla storia particolare, direi quasi particolarissima, si giunge a presentare, paradigmaticamente, una storia
più generale: dalla cosmogonia di un mugnaio, alla storia universale dell’«incredulità» del XVI secolo).
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PADRE, MAESTRO E PASTORE l 16 APRILE 2013
Preghiera
Per la beatificazione del Venerabile Massimo Rinaldi
e per chiedere grazie per sua intercessione
Signore Gesù Cristo,
che hai dato alla Chiesa di Rieti come Vescovo
il Venerabile Massimo Rinaldi,
convinto annunciatore del Vangelo
e pastore ricco di sollecitudine apostolica e missionaria,
ascolta le nostre preghiere:
fa’ che la Chiesa reatina
abbia sempre sacerdoti
pieni di amore per il tuo popolo,
semplici e distaccati dalle cose del mondo,
credibili e gioiosi araldi del tuo Vangelo.
Donaci la gioia di vederlo
tra coloro che la Chiesa addita
come testimoni esemplari
da imitare e venerare.
La sua presenza spirituale
continui a sostenere il cammino della nostra Chiesa
e di quanti si rivolgono a lui
fiduciosi nella sua intercessione.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Amen.
Rieti, 19 dicembre 2005
+ DELIO LUCARELLI
Vescovo
RINGRAZIAMENTI E COMUNICAZIONI
Immagine del Venerabile con reliquia ex indumentis
Il Venerabile
Massimo
Rinaldi in visita
alle missioni del
Rio Grande del
Sud (Brasile).
(Fotografia,
dalla
pubblicazione
della diocesi di
Rieti, in La
memoria di
Mons. Massimo
Rinaldi. Nel X
anniversario del
suo transito,
Rieti, 31 maggio
1951, s.n.e.
AUVR, AMR,
busta n. 1,
Documenti
ricevuti, fasc. n.
5, Mons.
Massimo
Rinaldi)
La Redazione di «Padre, Maestro e Pastore», ringrazia i devoti che aiutano la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del
Venerabile Massimo Rinaldi.
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intestato a: Istituto Storico «Massimo Rinaldi», Settore di Causa di Canonizzazione, Curia Vescovile, Via Cintia, 83-02100
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Padre Maestro e Pastore 2013 N.2