la Biblioteca di via Senato
mensile, anno vii
Milano
n. 9 – settembre 2015
BIBLIOTECHE
Di libro in libro,
di volume
in volume
di massimo gatta
BIBLIOFILIA
I preziosi
incunaboli
di casa Maggi
di giancarlo petrella
LIBRI DI MEDICINA
Il melanconico
lamento
di Ippocrate
di guido del giudice
ALTERNATIVE
DI SCRITTURA
La pelle come
pagina e raffinato
libro d’arte
di vitaldo conte
FEUILLETON
L.E.X.
Le biblioteche
profonde
di errico passaro
ISSN 2036-1394
la Biblioteca di via Senato – Milano
M E N S I L E D I B I B L I O F I L I A – A N N O V I I – N . 9 / 6 4 – M I L A N O , SETTEMBRE 2 0 1 5
Sommario
4 Libri di medicina
IL MELANCONICO
LAMENTO DI IPPOCRATE
di Guido del Giudice
54 Alternative di scrittura
LA PELLE COME PAGINA
E RAFFINATO LIBRO D’ARTE
di Vitaldo Conte
10 Storie di biblioteche
DI LIBRO IN LIBRO,
DI VOLUME IN VOLUME
di Massimo Gatta
62 Ricorrenze
FRA SCRITTORE ED EDITORE:
L’UOMO TIPOGRAFICO
di Massimo Gatta
20 Bibliofilia
I PREZIOSI INCUNABOLI
DI CASA MAGGI
di Giancarlo Petrella
66 In Appendice – Feuilleton
L.E.X.
LE BIBLIOTECHE PROFONDE
di Errico Passaro
33 IN SEDICESIMO – Le rubriche
LA MOSTRA – LA BIBLIOTECA
DEL MESE – L’ARTISTA
DEL MESE – LO SCAFFALE
a cura di Luca Pietro Nicoletti,
Katiuscia Di Rocco e Giorgio Nonni
70 BvS: il ristoro del buon lettore
LA GRANDE CUCINA
MONTANA DEL ST. HUBERTUS
di Gianluca Montinaro
50 Il libro del mese
«NELLA BELLA MILANO,
DOVE C’È TANTO
PIÙ MOVIMENTO»
di Giovanni Battista Angioletti
72 HANNO COLLABORATO
A QUESTO NUMERO
Si ringraziano le Aziende che sostengono
questa Rivista con la loro comunicazione
Biblioteca di via Senato
Via Senato 14 - 20122 Milano
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Presidente
Marcello Dell’Utri
Direttore responsabile
Gianluca Montinaro
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Fotolito e stampa
Galli Thierry, Milano
Immagine di copertina
Ippocrate, nella rappresentazione di
un artista bizantino del XIV secolo
Stampato in Italia
© 2015 – Biblioteca di via Senato
Edizioni – Tutti i diritti riservati
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
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«la Biblioteca di via Senato» scrivere a:
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eventuali diritti per immagini o testi di cui
non sia stato possibile reperire la fonte
Editoriale
«C
he fine hanno fatto gli
incunaboli di casa Maggi?»
si domanda Giancarlo
Petrella nel suo raffinato articolo pubblicato su
questo numero de «la Biblioteca di via Senato».
Una Milano di quasi tre secoli fa. Una schiera
di letterati, collezionisti, bibliofili e mercanti.
Una grandiosa biblioteca. Una vendita all’asta.
Questi il palcoscenico, gli attori e gli elementi
della dispersione all’incanto della preziosa
raccolta di Carlo Maria Maggi (1630-1699),
protrattasi per svariati giorni in un
precocemente torrido (così registra una cronaca
dell’epoca) mese di maggio del lontano 1727.
Di tanti di quei volumi non conosciamo
la sorte. Non sappiamo chi li acquistò né ove
furono collocati. Ma, al di là di ciò, un dato
è certo: tutti quei volumi (raccolti in ben 4.248
lotti) sopravvissero a Maggi, come già erano
sopravvissuti ai loro precedenti proprietari
e come, con buone probabilità, continuarono a
sopravvivere ai loro nuovi possessori, giungendo
forse, di mano in mano, persi fra i rivoli di
tante storie, ai nostri giorni.
Monumenti di fragile carta che ci
accompagnano, nel nostro transito terreno,
lungo l’arco dei secoli. Sono loro – i libri –
a prenderci in mano, non il contrario. Perché,
come notava Elias Canetti, non siamo noi
a possederli: sono loro che ci possiedono.
Gianluca Montinaro
4
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
Libri di medicina
IL MELANCONICO
LAMENTO DI IPPOCRATE
Un viaggio nell’arte medica del Rinascimento
GUIDO DEL GIUDICE
L
a lezione del Rinascimento è sempre viva e
operante nella nostra cultura, in quanto
esso non rappresenta soltanto un periodo
storico, ma esprime una condizione dell’animo,
che torna ad illuminarsi ogni qualvolta l’agire
umano viene sopraffatto da periodi di torpore e
oscurantismo. Se nell’arte e nella filosofia, la tradizione rinascimentale ha continuato, in modi e
tempi diversi, a esercitare il proprio influsso, in
campo medico-scientifico essa si è ridotta a pura
curiosità storica. Soffocata dall’impetuoso sviluppo tecnologico, quella fonte inesauribile di creatività, di consapevolezza delle capacità umane, è
stata ritenuta non più in grado di offrire alcun valido contributo. Mentre il riferimento ai padri
dell’ars medica (Ippocrate, Avicenna, Galeno) si è
A sinistra: Ippocrate, in un’incisione di Pieter Paul Rubens (1638). Sotto da sinistra: Ippocrate e Galeno, affresco della cripta
della Cattedrale di Anagni (prima metà del XIII sec.); Ippocrate, nella rappresentazione di un artista bizantino del XIV secolo
6
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Frontespizio dell’Opus chirurgicum di Paracelso (volume impresso nel 1565, a Francoforte sul Meno)
conservato come pura testimonianza di ossequio,
la memoria della medicina rinascimentale è stata
pressoché rimossa, come se tutto ciò che appartiene all’era pre-galileiana sia qualcosa di cui vergognarsi. Questa voglia di liberarsi della cattiva coscienza di pratiche antiche, come magia, astrologia e alchimia, ha comportato un allontanamento
da quella filosofia della natura, che consentiva al
medico di rendersi conto che tutto è legato a tutto
e che la scienza, da sola, non può dare risposta ad
ogni quesito, senza una visione monistica dell’uomo e dell’universo.
A differenza degli antichi, che possedevano
un grande talento nel comprendere le verità gene-
rali, i medici moderni hanno progressivamente ristretto il campo della loro attenzione su fatti particolari. Questo cambio di prospettiva ha comportato un mutamento d’immagine: continuamente
impegnati a inseguire le conquiste del progresso
tecnico-scientifico, essi hanno scelto di sacrificare
quel connubio tra medicina e filosofia che aveva
sempre caratterizzato la loro formazione umanistica.
La celebre sentenza di Ippocrate secondo cui
il medico che si fa filosofo è simile a un dio
(«ιατρóς φιλóσοφος ισóθεος»), ripresa poi da
Galeno («Nullus medicus nisi philosophus»), divenne nel Rinascimento un vero e proprio dogma.
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
A destra dall’alto: celebre ritratto di Paracelso (incisione
del 1606); Paracelso, Astronomia magna (Frankfurt: Martin
Lechler fur Hieronymous Feyerabend, 1571)
«Se non sono astronomi manca loro già un’ala; se
non sono neanche filosofi, manca loro anche l’altra», sentenziò Philipp Theophrast Bombast von
Hohenheim detto Paracelso, uno dei principali
depositari di quell’orgoglio intellettuale, nonché
di quella sensibilità, a tratti mistica, nei confronti
della natura, che furono caratteristiche peculiari
dello spirito rinascimentale. La consapevolezza
della sintonia tra uomo e natura, tra microcosmo e
macrocosmo, tra “interno” ed “esterno”, che in lui
ammirò Giordano Bruno, al punto da definirlo
«medico fino al miracolo», gli faceva considerare
la filosofia madre della medicina, giacché permette di conoscere la natura: «E che altro è questa natura se non la filosofia, che altro è la filosofia se
non la natura invisibile? Solo chi è filosofo è degno
di cimentarsi nell’arte medica».
La mentalità sperimentale viene continuamente chiamata in causa come discrimine tra vecchio e nuovo, tra medioevo e modernità: pure essa
non era del tutto assente nella medicina rinascimentale. Il ricorso all’esperimento è continuamente richiamato da Cardano e Paracelso ed è addirittura il fondamento dell’ ”Accademia dei Segreti“ di Giovan Battista Della Porta, il cui statuto
dichiara il preciso obiettivo di testare ricette e ritrovati, per stabilirne la reale efficacia. Il punto
non era, quindi, l’atteggiamento nei confronti
della sperimentazione, bensì il suo oggetto e i
mezzi utilizzati per realizzarla. Se oggi può sembrare ridicolo cercare di guarire il mal di testa con
salassi e scongiuri, non meno ridicole appariranno
molte delle nostre attuali convinzioni tra cinque
secoli. È vero, abbiamo allungato di molto la nostra vita media, ma contemporaneamente abbia-
7
8
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Da sinistra: Girolamo Cardano all’età di 49 anni; frontespizio dell’opera di Girolamo Cardano Contradicentium medicorum
liber (Venezia, Geronimo Scotto, 1545); Giovan Battista Della Porta all’età di 64 anni (vignetta del XVII secolo)
mo depauperato il pianeta; abbiamo sconfitto
molte malattie ma, al tempo stesso, determinato,
con l’inquinamento, il diffondersi di altre, i cui effetti rischiano di incidere drammaticamente sulle
generazioni future. Astraendoci dalla ruota del
tempo, in cui la sopravvivenza del singolo è ininfluente, chi è da considerarsi più folle?
Guardiamo, dunque, con indulgenza a questi
precursori della scienza moderna, in cui pure coabitarono disinvoltamente scienza e magia. Essi
non avevano coscienza delle infinite applicazioni
pratiche del metodo sperimentale per cui, ogni
qualvolta la realtà che andava svelandosi davanti ai
loro occhi diveniva troppo complessa per una
spiegazione razionale, cercavano conforto nella
favolosa tradizione magica medievale. La pratica
magica si presentava come l’unica via percorribile
dal sapiente per sfruttare le enormi potenzialità
della natura, intesa come forza operante nel creato. Paracelso considerava la magia «praeceptor et
paedagogus», una maestra che aiuta a scoprire i
segreti della natura: «chi non comprende la natura
la chiama stregoneria, ma è una vera arte, che richiede solo fede». Girolamo Cardano, pur accogliendo credenze e superstizioni di ogni tipo, concepì idee profondamente innovatrici, precorrendo i tempi con sorprendenti intuizioni, confermate a distanza di secoli dalla scienza ufficiale. I dieci
libri del Contradicentium medicorum, in cui mise a
confronto le opinioni dei più grandi medici in relazione alle singole malattie, rappresentano un
mirabile esempio di studio diagnostico differenziale. Descrisse analiticamente le varie forme di
malattie mentali, fu uno dei primi a curare la febbre tifoide e la sifilide, e a intuire l’incidenza delle
allergie. I suoi studi di fisiognomica, anteriori a
quelli di Della Porta, contengono osservazioni e
giudizi che saranno ripresi da Cesare Lombroso,
padre dell’antropologia criminale. Chi rimprovera, o addirittura deride gli stravaganti rimedi o i rituali che infarciscono le prescrizioni di Cardano e
Paracelso, vada a leggersi le cure somministrate ai
loro pazienti dai luminari dell’epoca: c’è da meravigliarsi che qualcuno riuscisse a sopravvivere!
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Pur facendo tesoro delle esperienze del passato, il
merito principale di questi uomini fu quello di tornare ad affidarsi alle proprie osservazioni, piuttosto che all’autorità degli antichi, valorizzando
quei vincoli tra medico e malato, che furono subito
bollati dall’Inquisizione come magia demonica, da
debellare a colpi di malleus maleficarum.
È questo il senso del clamoroso gesto di Paracelso che, a Basilea, nel 1527, bruciò simbolicamente, su una delle pire accese nel giorno di S.
Giovanni, la Summa del sapere medico. Un attacco
frontale agli arroganti colleghi, schiavi di un’obbedienza passiva alle teorie galeno-aristoteliche, che
riconducevano tutte le malattie e le relative cure
entro rigidi schemi predefiniti. Nel Labyrinthus
medicorum errantium, dopo filosofia, astronomia e
alchimia, egli designa, come quarto fondamento
della medicina, la virtù, intesa come quel sentimento di compassione, che antepone il reale benessere del malato al guadagno e ai privilegi di casta. Da questo punto di vista, la medicina rinascimentale ha ancora qualcosa da insegnare a quella
moderna, in cui la burocratizzazione della funzione del medico sta portando a considerare il paziente come un fattore da gestire in termini di controllo
non della salute, ma della spesa. Ora che la marcia
trionfale dello sperimentalismo segna il passo, si
avverte la necessità di riportare l’attenzione sulla
persona nella sua totalità, su quell’equilibrio
osmotico tra organismo umano e ambiente circostante, che è stato nel corso dei secoli progressivamente sacrificato ad una fede assoluta nel progresso tecnologico. I problemi etici sollevati dalla genetica, i dubbi gnoseologici, generati dalle osservazioni della fisica quantistica, evidenziano la necessità di una collegamento tra conoscenza scientifica e indagine filosofica. Spetta al medico il non
facile compito di coniugare queste due fondamentali capacità dello spirito umano, armonizzando le
antiche conoscenze con le nuove, interpretando le
9
novità alla luce dei principi conosciuti, perché non
v’è scienza nuova che non diventi vecchia, e non ve
n’è una vecchia che una volta non sia stata nuova.
Volgi dunque lo sguardo, senza imbarazzo, o moderno Asclepio, ai tuoi antenati del Rinascimento!
Riappropriati di questo pezzo della tua storia, prima di proseguire il cammino: «Sono amputate radici che germogliano, son cose antiche che rivengono, sono verità occulte che si scoprono: è un
nuovo lume che dopo lunga notte spunta all’orizzonte ed emisfero della nostra cognizione, e a poco
a poco s’avvicina al meridiano della nostra intelligenza» (Giordano Bruno).
Figura zodiacale dal Fasiculo de medicina in volgare di
Johannes de Ketham (1494)
10
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Storie di biblioteche
DI LIBRO IN LIBRO,
DI VOLUME IN VOLUME
Grandi biblioteche private a beneficio di tutti
MASSIMO GATTA
«La raccolta privata […] è come lo specchio del
raccoglitore. Contiene il materiale dei suoi studi,
gli amici spirituali nella cui compagnia egli visse,
fa conoscere di quali autori e di quali problemi
egli si sia interessato. Essa ha un’anima; e tra i
numeri che la compongono corrono vincoli, che la
fanno un qualcosa di unito e di vivente».
Luigi Einaudi
U
na comune vena carsica sembra unire alcune prestigiose raccolte librarie private, ma
destinate in seguito alla pubblica fruizione. Il bisogno di raccogliere per uso privato volumi
anche rari e preziosi ha lasciato col tempo il posto a
un sentimento come di etica sociale, dove al godimento solipsistico tipico della personalità bibliofila, si sostituisce il desiderio che anche altri possano
godere degli stessi beni librari, raccolti con così tanta passione per una vita. Non sempre, purtroppo, a
questo desiderio segue un lineare destino bibliotecario, dove cioè i tanti volumi di una biblioteca più o
meno ampia riescono a trovare un luogo pubblico
dove poter proseguire la loro missione. La realtà invece ci consegna spesso scenari del tutto diversi: dispersione delle raccolte, vendita parcellizzata sul
mercato antiquario, furti, oppure una “musealizza-
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Luigi Einaudi
zione” inaccessibile, cioè il semiabbandono per lunghi periodi negli scatoloni lasciati nei depositi a impolverarsi, per mancanza di spazi dove collocarli, ma
a volte anche per mancanza di volontà. Pochissime
sono poi le raccolte private che trovano la strada della pubblicazione in un catalogo cartaceo altrettanto
prestigioso ed esaustivo, che ne testimoni e ne documenti adeguatamente il valore bibliografico e scientifico.1 Ricordo a tale proposito un interessante e
pioneristico articolo di Claudio Savonuzzi, ancora
oggi per certi aspetti attuale, l’ultimo scritto prima
della morte e dal titolo significativo: Libri a chi?.2 In
esso il giornalista compiva un viaggio in alcune biblioteche private, di scrittori e critici letterari, interrogando sulla loro sorte3 chi le aveva raccolte con
tanta passione. Il quadro che veniva fuori era a dir
poco sconfortante, considerata la scarsa fiducia nel-
11
le pubbliche istituzioni di molti degli intervistati; un
atteggiamento smentito, invece, dagli esiti e dalle finalità delle quattro biblioteche di cui qui si parla, così come da esempi di biblioteche private sei-settecentesche,4 per non parlare della Biblioteca Leopardi a Recanati.5
Opportunamente Giampiero Leo ha efficacemente ricordato come a volte proprio le istituzioni
bibliografiche pubbliche possano diventare la sede
ideale di fondi privati; scrive Leo in relazione alla biblioteca di Luigi Firpo confluita poi alla Fondazione
Luigi Firpo creata ad hoc: «Oggi la Fondazione Centro Studi sul pensiero politico, istituita dalla famiglia
e da enti pubblici e privati, dà attuazione a tale progetto con il concorso della Biblioteca Nazionale di
Torino e costituisce un caso di buon funzionamento da
additare ad esempio a collezionisti perplessi sull’opportunità di rendere disponibili al pubblico i loro libri».6
In questa sede ricorderemo quattro importanti
12
biblioteche private, destinate in seguito a istituzioni
pubbliche per la libera fruizione degli utenti; quelle
di Raffaele Mattioli, Luigi Einaudi, Piero Sraffa e
Luigi Firpo7; all’appello ne manca forse una quinta,
altrettanto celebre e importante, quella di Benedetto Croce, ma solo perché di essa non è stato realizzato un catalogo generale, forse impossibile data la
mole,8 ma solo una serie di indagini parziali, a opera
della sua straordinaria bibliotecaria e collaboratrice,
Dora Marra.9 Il tratto comune che contraddistingue
queste raccolte bibliografiche (prevalentemente di
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
argomento economico-finanziario le prime tre, di
storia delle teorie e delle dottrine politiche dal Rinascimento all’Illuminismo la quarta) è sicuramente
quello di non essere state realizzate per sterili motivi
bibliofilici o esornativi (da “filatelici”, secondo
l’espressione usata da Mattioli), per un uso solipsistico fine a se stesso; al contrario ognuna di esse ha
costituito un prezioso e imprescindibile strumento
di lavoro per produrre altri libri, altre ricerche, altre
indagini, di libro in libro appunto. Per questo motivo
quando mi occupai di Croce bibliofilo usai l’espres-
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
13
Sopra da sinistra: Carlo Azeglio Ciampi e Raffaele Mattioli, circondati dai loro libri
sione «bibliofilia sui generis e bibliofilia di servizio», proprio per rimarcare la funzionalità scientifica di tali raccolte bibliografiche. Il grande economista Piero Sraffa,10 della cui biblioteca ci occuperemo
oltre, «[…] avendo accumulato un’importante biblioteca, a chi gli si rivolgeva come un eminente collezionista di libri, rispondeva di non essere un collezionista, ma che semplicemente possedeva dei libri».11 Ecco il tratto comune: quegli studiosi non
erano “collezionisti”, semplicemente possedevano
dei libri (e che libri), e il loro legame si articolava in
varie direzioni e, appunto carsicamente, creava una
rete di relazioni interpersonali12 che univa uomini e
NOTE
1
Mi piace qui particolarmente ricordare l’elegante catalogo La Biblioteca della
Fondazione Gianfranco Dioguardi, Milano,
Rovello, 2001, scritti di G. Dioguardi, D. Bidussa, J.L. Borges, L. Canfora, U. Eco, P. Valéry, M. Scognamiglio. La Fondazione Gianfranco Dioguardi, con sede a Bari, è stata
costituita il 15 maggio 1993; vedi anche
Gianfranco Dioguardi, Per libri e per biblioteche. Scritti di bibliografia, premessa di
libri, in un rapporto osmotico. Una preziosa testimonianza di Luigi Einaudi documenta appunto tale
rapporto; in Viaggio tra i miei libri,13 l’ultimo suo
scritto pubblicato su «La Riforma sociale» prima
che il fascismo chiudesse la rivista nel maggio del
‘35,14 il grande economista ricordava un episodio legato alla biblioteca di economia di Angelo Papadopoli, documentata da un bel catalogo,15 in seguito dispersa; questo scritto di Einaudi è quello nel quale
traspare compiutamente anche la sua indole strettamente bibliofila,16 così come l’attenzione per le imprescindibili questioni bibliografiche, e già dall’incipit ci rendiamo conto a quali altezze ci muoviamo:
Umberto Eco, a cura, e con uno scritto, di
Massimo Gatta, Macerata, Biblohaus, 2014.
2
Claudio Savonuzzi, Libri a chi? Macchia e Citati: dove finiranno le nostre biblioteche, «La Stampa-Tuttolibri», sabato, 21
aprile 1990.
3
Interessanti al riguardo sono Nel
mondo dei libri. Intellettuali, editoria e biblioteche nel Novecento italiano, a cura di
Giovanni Di Domenico e Marco Santoro,
Manziana, Vecchiarelli, 2010, con saggi sul-
le biblioteche di Carlo Bo, Federico De Roberto, Benedetto Croce, Francesco Flora,
Enrico Falqui, e Biblioteche private in età
moderna e contemporanea, a cura di Angela Nuovo, Milano, Sylvestre Bonnard, 2005
(Atti del Convegno di Udine, 18-20 ottobre
2004).
4
Per le quali si rimanda al classico studio di Maria Grazia Ceccarelli, Vocis et animarum pinacothecae. Cataloghi di biblioteche private dei secoli XVII-XVIII nei fondi
14
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Sopra da sinistra: Riccardo Ricciardi, Raffaele Mattioli, Giuseppe Lapreta, Paola Zancani Montuoro
«Pensai sovente quanto sarebbe utile che ogni studioso desse notizia ai confratelli dei libri da lui raccolti e del modo tenuto e della difficoltà incontrate
nella raccolta». Inoltre queste pagine di Einaudi
fanno come da stendardo della raccolta bibliografica, altrettanto importante e preziosa, dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che
così ricordava: «Come non essere d’accordo [con
Einaudi, N.d.A.] su un fatto? Che le raccolte private
sono lo “specchio del raccoglitore” e contengono i
dell’Angelica, Roma, IPZS, 1990.
5
Cfr. Catalogo della Biblioteca Leopardi
in Recanati (1847-1899), nuova edizione a
cura di Andrea Campana, prefazione di
Emilio Pasquini, Firenze, L.S. Olschki, 2011 e
il recente Giacomo dei libri. La Biblioteca
Leopardi come spazio delle idee, a cura di
Fabiana Cacciapuoti, Milano, Electa, 2012.
Da tenere presente è poi il raro [Monaldo
Leopardi], Libri manoscritti esistenti nella
Libreria Leopardi in Recanati, Recanati,
presso Giuseppe Morici, 1826.
6
materiali dei suoi studi, gli amici spirituali nella cui
compagnia egli visse. Eccoli allora i miei amici spirituali: Dante, Petrarca, Lucrezio, Esiodo, l’immancabile e amatissimo Leopardi, titoli non ordinati se
non per quell’eterno amore per la parola scritta».17
Tra i volumi appartenuti a Papadopoli c’era anche il rarissimo Essai sur le commerce en géneral di Richard Cantillon, pubblicato nel 1755.18 Il libraio antiquario Antonio Pescarzoli,19 che aveva acquistato
parte della biblioteca Papadopoli, non avendo com-
Giampiero Leo, [Presentazione], in
[Fondazione Luigi Firpo. Centro di Studi sul
Pensiero Politico], Catalogo del fondo antico, a cura di Cristina Stango e Andrea De Pasquale, vol. I (A-C), Firenze, Leo S. Olschki,
2005, p. V, corsivo mio.
7
Anche se il catalogo, previsto in 5 volumi, è relativo al solo fondo antico, cioè ai
6.000 rari volumi anteriori al 1830, non
comprendendo quindi gli altri 35.000 dal
1830 ad oggi. Già pubblicati il vol. I (2005),
cit.; il vol. II-D-L edito nel 2007; il vol. III-M-
Q edito nel 2010 e il vol. IV-R-S edito nel
2013.
8
All’epoca della morte del filosofo la biblioteca contava infatti circa 100.000 volumi.
9
Vari i contributi di Dora Marra dedicati
alla biblioteca di Benedetto Croce; mi limito
a segnalare Conversazioni con Benedetto
Croce su alcuni libri della sua biblioteca, Milano, Hoepli, 1952; La biblioteca di Benedetto Croce. Le note autografe ai libri, I.
Scrittori dell’età barocca, Napoli, Bibliopo-
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
15
Sopra da sinistra: Piero Sraffa e Luigi Firpo, ritratti nelle loro biblioteche
preso l’importanza del raro volume lo mise in vendita a 20 o 30 lire; esso venne immediatamente intercettato da Raffaele Mattioli, raffinato e colto banchiere ed editore, che lo acquistò per donarlo all’amico Piero Sraffa.20 Anche Luigi Einaudi possedeva questa rarità, come ricordava Alberto Vigevani.21 Ecco quindi convocati, intorno a un libro, tre
dei quattro protagonisti di questo articolo; ma in
fondo tutte e quattro queste raccolte dialogano tra
di loro, così come continui sono i rimandi che i pos-
lis, 1994; Il bisogno di leggere libri. Fra volti
di donne, Democrito e il ‘grido di dolore’ [La
biblioteca di Benedetto Croce], «L’Erasmo»,
n. 19, gennaio-febbraio 2004, pp. 58-65; La
biblioteca di Benedetto Croce. Le note autografe ai libri, II. Scrittori del Rinascimento,
Napoli, Bibliopolis, 2005; Croce bibliofilo,
prefazione di Barbara Beth e una testimonianza di Lidia Croce, contributi di Maurizio
Tarantino e Vincenzo Trombetta, a cura, e
con uno scritto, di Massimo Gatta, Macerata, Biblohaus, 2014. Sulla biblioteca di Cro-
sessori stabiliscono tra l’una e l’altra collezione. Ad
esempio è Luigi Firpo a introdurre il Catalogo della
Biblioteca di Luigi Einaudi e lo fa con uno scritto
quanto mai significativo, Luigi Einaudi bibliofilo,
scritto non casualmente richiamato da Isabella Massabò Ricci proprio nel Catalogo del Fondo antico della
Biblioteca Firpo;22 scrive Firpo: «I caratteri di una
biblioteca organica capillare, interconnessa, selettiva fanno si che il valore dei singoli pezzi non si assomma aritmeticamente nel complesso, bensì si esal-
ce, tra i tanti contributi, mi piace particolarmente ricordare anche quello di Gino Doria,
La biblioteca di Benedetto Croce, in Idem,
Del colore locale e altre interpretazioni napoletane, Bari, Laterza, 1930, pp. 77-82
10
Figura peraltro quanto mai anomala
nel panorama internazionale dell’economia e della finanza; si era infatti dimesso sia
dall’insegnamento in Italia che da quello in
Inghilterra e anche dalla funzione di bibliotecario, che ricopriva a Cambridge; un utile,
benché breve, ritratto dell’economista, è
quello di Gaia Servadio, Piero Sraffa, in Eadem, Incontri, trad. it. di Paolo Fontana, Catanzaro, Abramo Editore, 1993.
11
Cfr. Giancarlo de Vivo, Produzione di
libri a mezzo di libri, «Il Sole 24 Ore», domenica 6 aprile 2014. Il titolo dell’articolo, peraltro molto bello e indicativo dell’atteggiamento verso i libri degli studiosi di cui ci
stiamo occupando, riprende quello del libro
più celebre e misterioso di Sraffa, Production of Commodities by means of Commodities. Prelude to a Critique of Economic
16
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
ta nell’insieme, che forma un corpo vivo, uno strumento
dalle innumerevoli tastiere, sulle quali più generazioni di
studiosi potranno cimentare in futuro i loro talenti con la
scioltezza facile, l’incredula gioia di chi vede finalmente la
Theory, Cambridge, Cambridge University
Press, 1960 (trad. it., Produzione di merci a
mezzo di merci. Premesse a una critica della
teoria economica, Torino, Einaudi, 1960).
12
Suggestivo e illuminante in tal senso
è Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Carteggio
(1902-1953), a cura di Luigi Firpo, Torino,
Fondazione Luigi Einaudi, 1988. Emblematico del loro rapporto “tra sodali” è la lettera
che Einaudi invia alla moglie di Croce in data 23 novembre 1953, all’indomani della
scomparsa del filosofo, per ringraziare
dell’omaggio del volume di Croce Un angolo di Napoli, ristampato in poche copie da
Giovanni Mardersteig; scrive Einaudi: “Cara signora, Un angolo di Napoli sarà collocato nello scaffale dedicato in Dogliani alle
cose di suo marito. Quello scaffale l’ho posto proprio di fronte al mio tavolo da lavoro
per trarne esempio e coraggio”, p. 148, lettera 150.
13
propria indagine scorrere senza intoppi, di testo in testo,
come se una provvida mente l’avesse prevista e propiziata
gran tempo addietro. Anche così, anche per questo,
Luigi Einaudi sarà ricordato e amato negli anni ven-
«La Riforma sociale», n. 2, marzoaprile 1935. Lo scritto di Einaudi si può ora
leggere, con una breve nota di Mario Einaudi, nel Catalogo della Biblioteca di Luigi Einaudi, a cura di Dora Franceschi Spinazzola, vol. I, numeri 1-3147, Torino, Fondazione
Luigi Einaudi, pubblicato sotto gli auspici
della Banca d’Italia, 1981, pp. XI-XVI; l’episodio riportato è ricordato alle pp. XII-XIII. Il
Viaggio ebbe una continuazione nella «Rivista di storia economica», IV, n. 1, Torino,
marzo 1939, pp. 78-88; una pagina è ristampata in apertura del Catalogo della Biblioteca di Luigi Einaudi, vol. II. Il Catalogo è
in tre volumi, oltre al primo citato, il vol. II numeri 3148-6258 pubblicato sempre nel
1981 e il Supplemento numeri A.1 - A.1000
pubblicato nel 1991, per un totale quindi di
7258 volumi.
14
Cfr. Luigi Einaudi, Benedetto Croce,
Carteggio (1902-1953), cit., p. 86, lettera 66
e nota 1.
15
Angelo Papadopoli, Libri di economia
politica, statistica, commercio, finanze,
amministrazione, Venezia, s.n.t., luglio
1865.
16
Cfr. su tale aspetto Antonio d’Aroma,
Un restauratore di libri: Pio Amori e Un decennio di sodalizio con l’economista, il lettore, il bibliofilo, entrambi in Idem, Luigi Einaudi memorie di famiglia e di lavoro,
«Quaderni di ricerche», n. 16, Roma, Ente
per gli Studi monetari, bancari e finanziari
Luigi Einaudi, 1975, pp. 191-207, 211-264.
Ma vedi anche Alberto Vigevani, Einaudi in
libreria, Einaudi bibliofilo e quasi libraio e
Quell’Amori di Einaudi, tutti in Idem, La febbre dei libri. Memorie di un libraio bibliofilo,
Palermo, Sellerio, 2000, pp. 202-219; utili
notizie ho trovato anche in Vittorio Viale,
Luigi Einaudi collezionista, «Annali della
Fondazione Luigi Einaudi», vol. VIII, Torino,
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
turi. La sua biblioteca, lungi dall’essere un coacervo di carte impresse, fu un’opera dell’ingegno,
pensata e voluta lungo tutto l’arco
di una vita infaticabile».23 Parole
che potremmo applicare indifferentemente anche alle biblioteche
di Mattioli, Sraffa, Croce e ovviamente dello stesso Firpo. Ecco
perché queste sono da considerarsi biblioteche in dialogo, diventate
nel corso degli anni, e grazie allo
loro peculiarità, quasi ulteriori opere non scritte dei loro proprietari,
come giustamente affermò Dora Marra relativamente a quella crociana. Definizione che potremmo
tranquillamente applicare anche alla biblioteca costituita, “mattone dopo mattone”, da Raffaele Mattioli.24 Sul banchiere e raffinato bibliofilo
1974, pp. 75-78, si cita dall’Estratto completo; infine Commemorazione di Luigi Einaudi nel centenario della nascita (18741974), Torino, Fondazione Luigi Einaudi,
1975.
17
In Alberto Orioli, Il Decameron di casa
Ciampi. Per la prima volta il presidente emerito racconta i suoi libri. Volumi antichi, tutto Goethe e l’adorato Leopardi, «Il Sole 24
Ore», 10 luglio, 2011.
18
Londres, Fletcher Gyles, 1755.
19
Rievocato nel romanzo di Carlo Bernari, Il grande letto, Milano, Mondadori,
1988, dove però il libraio è chiamato stranamente Pettazzoli.
20
Il volume figura ora schedato nell’importante Catologue of the Library of Piero
Sraffa, edited, with an introduction, notes,
and indexes, by Giancarlo de Vivo and an
essay on Piero Sraffa and his books, by Luigi
L. Pasinetti, Torino-Milano, Fondazione Lui-
17
abruzzese,25 acuto analista della
cultura editoriale italiana, che finanzierà a più riprese (soprattutto
l’Einaudi26) e l’editore nel puro
senso aldino e gobettiano del termine,27 si sono prodotte numerose
pubblicazioni; anche la sua prestigiosa biblioteca troverà la strada
dell’istituzione pubblica in quella
“Fondazione Raffale Mattioli per
la storia del pensiero economico”
costituita proprio per ospitare i
suoi libri. Esito finale sarà l’eccellente catalogo redatto con passione e competenza da Carlo Tremolada, e che contiene in apertura lo scritto di Alberto Vigevani dedicato
a Mattioli bibliofilo.28 A questo imprescindibile
strumento bibliografico andranno poi accostati i
due volumi che Francesca Pino, inesauribile artefice
gi Einaudi - Fondazione Raffaele Mattioli,
2014, p. 65, scheda n. 682, p. [67], con la copertina del volume. Il catalogo comprende
6723 volumi ottimamente schedati.
21
Alberto Vigevani, La febbre dei libri,
cit., p. 212: “Per il rarissimo Cantillon, che
[Einaudi, N.d.A.] gioisce di possedere, trova
il prezzo, oltre che «feroce», «fantastico».
22
Isabella Massabò Ricci, Presentazione, in [Fondazione Luigi Firpo. Centro di
Studi sul Pensiero Politico], Catalogo del
fondo antico, cit., p. XII.
23
Luigi Firpo, Luigi Einaudi bibliofilo,
«Annali della Fondazione Luigi Einaudi», vol.
8, 1974, pp. 79-83, ora in Catalogo della Biblioteca di Luigi Einaudi, vol. I, numeri 13147, cit., pp. XIX-XX, corsivo mio.
24
La figura intellettuale di Mattioli è di
quelle assai complesse, uomini a più dimensioni, finanzieri nel pieno esercizio del
potere ma anche raffinati intellettuali. In lui
convissero l’elemento storico-letterario e
quello economico-politico, in una dimensione di cultura allargata di rara pregnanza.
Quando Mattioli rileva la casa editrice Ricciardi, legata a Croce, un pensatore fondativo per quella generazione di intellettuali,
progetta una Collana di classici che vanno
dal XIII al XX secolo; a Togliatti, che gli chiedeva quale senso potesse avere una Collana
del genere, Mattioli rispondeva: “Ho creato
un muro. Finché voi non avrete digerito i libri di questo muro, non potrete fare neppure un saltino così”; cioè se voi comunisti volete candidarvi alla guida del Paese avete
bisogno di una solida base storico-letteraria. Sulla Ricciardi gestita a Milano da Mattioli rimando all’ottimo contributo di Roberta Cesana, Progetto editoriale e lavoro
redazionale nella Ricciardi milanese, in La
casa editrice Riccardo Ricciardi. Cento anni
di editoria erudita, a cura di Marco Bologna,
18
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
dell’Archivio Storico di Intesa Sanpaolo, ha dedicato alle preziose Carte Mattioli.29
Unica tra le biblioteche citate a non essere consultabile in Italia è quella, davvero preziosa, di Piero
Sraffa, conservata nella Wren Library del Trinity
College di Cambridge.30 L’economista dedicò al suo
arricchimento e descrizione molto tempo, un modo
per bilanciare, forse, i non facili rapporti di Sraffa col
genere umano. Tra i 7000 rari volumi posseduti
spiccava l’edizione di An Inquiry into the Nature and
Causes of the Wealth of Nations appartenuto al suo autore, Adam Smith, con correzioni autografe, ma non
schedato nel Catalogo perché gli venne rubato nei
Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,
2008, pp. [55]-79, ora con lo stesso titolo in
Ead., Sui cataloghi editoriali e altri saggi,
prefazione di Ambrogio Borsani, a cura di
Massimo Gatta, Macerata, Biblohaus, 2015,
pp. [81]-117. Più in generale su Mattioli editore vedi Massimo Gatta, Splendidi pensieri
di un banchiere. Raffaele Mattioli umanista-editore, «Charta», n. 64, 2003, pp. 48-54
e Idem, Il progetto di una Pléiade italiana. La
Collana di Classici italiani di Raffaele Mattioli, editore, «Notizie dalla Dèlfico», n. 1-2,
2009, pp. 5-12.
25
Mi piace almeno citare lo scritto di Alberto Vigevani, Raffaele Mattioli e i libri,
Milano, Il Polifilo, 1995, nella raffinata tiratura limitata a 160 esemplari non venali,
stampati in occasione della nascita di Mattioli.
26
Puntuale al riguardo il contributo di
Francesca Gaido e Francesca Pino, Oltre i
dati di bilancio: il sostegno ininterrotto di
Raffaele Mattioli alla casa editrice Einaudi,
in Giulio Einaudi nell’editoria di cultura del
Novecento italiano, a cura di Paolo Soddu,
Firenze, L.S. Olschki, 2015, pp. 189-218.
27
“Non era il manager o il presidente
della sua casa editrice, Mattioli, era un vero
suoi ultimi anni di vita;31 oppure Das Kapital di Karl
Marx con correzioni autografe (n. 3842 del Catalogo): in totale le edizioni di Marx (anche con Engels)
presenti nella biblioteca Sraffa sono 149. Ma la collezione contiene anche molti volumi non attinenti
all’economia, come quelli riguardanti la libertà di
pensiero e la superstizione, volumi sulla tortura e il
loro impiego nei processi per stregoneria, classici
della filosofia materialista, un volume con dedica autografa di Wittgenstein, le Opere di Leopardi nella
rara edizione voluta da Mattioli,32 e perfino un insospettabile classico della tecnica tipografica come il
primo volume di Tipografia di Salvadore Landi.33
editore come Aldo. Sceglieva i testi con i curatori, li consigliava nel loro lavoro, se era il
caso li correggeva, leggeva manoscritti e
bozze di stampa, scriveva, telefonava, in
continuo contatto con i collaboratori e la tipografia”, Alberto Vigevani, La febbre dei libri, cit., p. 229.
28
Alberto Vigevani, Raffaele Mattioli e i
libri, in Fondazione Raffaele Mattioli per la
storia del pensiero economico. Catalogo
della biblioteca, a cura di Carlo Tremolada,
Milano [ma Verona], Stamperia Valdonega,
2006, pp. VII-XVIII; vedi anche Idem, Raffaele Mattioli e Mattioli editore e banchiere,
entrambi in Idem, La febbre dei libri, cit., pp.
220-226, 227-230 e infine il bel ritratto che
ne disegna in Alla corte di Mattioli, in Idem,
Milano ancora ieri. Luoghi, persone, ricordi
di una città che è diventata metropoli, Venezia, Marsilio, 1996, pp. 28-42.
29
Cfr. quindi Carte di Raffaele Mattioli
(1925-1945), a cura di Alberto Gottarelli e
Francesca Pino, Torino, Archivio Storico Intesa Sanpaolo, 2009 e Carte Raffaele Mattioli (1946-1972), a cura di Francesca Gaido
e Francesca Pino, Torino, Archivio Storico
Intesa Sanpaolo, 2014; utili anche i repertori fotografici inseriti nei due volumi, ma
pubblicati anche autonomamente, cfr. Alberto Gottarelli, Francesca Pino, Raffaele
Mattioli. Carte, fotografie e documenti, Torino, Intesa Sanpaolo, 2009 e Francesca
Gaido, Francesca Pino, Raffaele Mattioli.
Documenti e fotografie della maturità, Milano, Hoepli, 2015.
30
Una curiosità: in questa celebre biblioteca di Cambridge è ambientato il giallo
di Kiwani Dolean, The Library, Onirica, 2013.
31
Una simpatica diatriba bibliografica
tra Alberto Vigevani e Luigi Einaudi, proprio
su questa prima edizione di Smith, si legge
in Alberto Vigevani, La febbre dei libri, cit.,
pp. 206-207.
32
Milano, Tipografia Gregoriana, 1935,
con dedica a stampa “Raffaele Mattioli ha
fatto stampare questo esemplare per Piero
Sraffa”, cfr. Catalogue of the Library of Piero
Sraffa, cit., p. 333, scheda n. 3408; questa
edizione di Leopardi insieme ai Promessi
Sposi di Manzoni costituiscono i soli due titoli della Collana dei Classici italiani che
Mattioli riuscì a realizzare, poi interrotta
per gli alti costi di stampa.
33
Milano, Hoepli, 1926, cfr. Catalogue
of the Library of Piero Sraffa, cit., p. 308,
scheda 3150.
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20
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
21
Bibliofilia
I PREZIOSI INCUNABOLI
DI CASA MAGGI
Un episodio di collezionismo librario nella Milano del ’600
GIANCARLO PETRELLA
N
ella primavera del
1727 a Milano, «nella
casa Maggi posta di
rincontro alla Chiesa Parochiale
di San Fermo» in via Olmetto al
civico 10, andò all’incanto la
ponderosa raccolta libraria appartenuta al poeta e drammaturgo milanese Carlo Maria
Maggi (1630-1699), già segretario del Senato e titolare della
cattedra di eloquenza latina e
greca nelle Scuole palatine, e al
di lui figlio Michele, che gli succedette nell’incarico di segretario e nella cattedra di pubblico
lettore.1 L’asta, a dire il vero, avrebbe dovuto svolgersi nel dicembre dell’anno precedente, come da
avviso al lettore in limine al catalogo appositamente allestito: «ipsis vero Kalendis Decembreis
currentis anni publice venales prostabunt in aedibus D. Julii Maddii Nobilis Mediolanensis e regione Ecclesiae Sancti Firmi huius civitatis». Ma
«essendosi per varie cagioni dovuto diferire la
vendita oltre il termine di dicembre prossimo pas-
Sopra e a sinistra: Jacobus Philippus de Bergamo,
Supplementum chronicarum, Venezia, Bernardinus Rizus,
15 maggio 1490, silografie raffiguranti la cacciata dall’Eden
e Caino e Abele
sato», se ne posticipò l’apertura
sino al «giorno ventisei del presente mese di maggio anno corrente 1727». Il nuovo avviso ufficiale, aggiunto al suddetto catalogo, prevedeva che «ne’ due
primi giorni ventisei e ventisette
si darà luogo a chi volesse fare
oblazione per l’acquisto di tutta
intera essa Libreria», ossia a chi
avesse presentato un’offerta
conveniente per portarsi a casa
l’intera collezione Maggi, en
bloc. L’asta andò deserta. Si procedette pertanto «il dì ventinove a vendere separatamente
ogni articolo, seguendo l’ordine de’ numeri», ossia lotto per lotto, avendo però l’accortezza di battere ogni giorno «la proporzione tanto di quelli in
foglio, che degli altri in quarto, in ottavo e dodici
ripartitamente». L’asta sarebbe proseguita sino a
esaurimento con il seguente calendario e orario:
«ogni giorno, alla risserva delli festivi di precetto,
e del mercoledì, e sabbato; alla mattina dalle ore
tredici fino alle sedici, ed il dopo pranso dalle venti fino alle ventidue e mezza».
A quell’asta in casa Maggi partecipò, nascosto
tra il pubblico ma pronto ad alzare la mano se ce ne
fosse stata l’occasione, il noto editore e libraio di
origini bolognesi, ma oramai milanese d’adozione,
22
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Sopra, a sinistra: Catalogus bibliothecae Maddianae seu index librorum olim spectantium clarissimis viris Carolo Mariae
Maddio, Mediolani 1726, frontespizio; sopra a destra e nella pagina accanto: Catalogus bibliothecae Maddianae seu index
librorum olim spectantium clarissimis viris Carolo Mariae Maddio, Mediolani 1726, pp. 1, 6-7
Filippo Argelati.2 Dietro di lui si celavano, come
spesso accade, assai più noti personaggi. L’Argelati,
fiutando qualche buon affare, si era offerto di seguirne la vendita per conto di Ludovico Muratori, che
del Maggi aveva curato l’edizione in quattro tomi
delle Rime varie, sacre, morali, eroiche, Milano, G.
Malatesta, 1700, e di altri collezionisti la cui identità
resta però ostinatamente anonima. Il libraio aveva
infatti preventivamente spedito a Modena alcune
copie del catalogo di vendita della biblioteca Maggi,
su cui si tornerà più avanti, sperando di trarne qualche vantaggio: «riceverà a Bologna in tanto un involtino franco dentrovi alcune copie dell’indice
stampato della biblioteca Maggi, una per lei, le altre
da recapitar costà e volendo esser serviti di qualche-
duno, allorché se ne farà la vendita alla tromba in dicembre prossimo, non dovranno che commandarmi».3 Il rinvio dell’asta permise di valutare con maggior agio i lotti più interessanti: «sino che io non ritorno qui non si farà la vendita della libreria Maggi,
onde avremo campo di parlarne per i suoi e del suo
amico».4 L’affare non andò però come preventivato,
almeno per l’Argelati, che in più di una missiva si
duole di non aver potuto recuperare il denaro speso
acquistando le commissioni di vendita su parecchi
lotti: «in somma, avrò spesi a quest’ora cinquecento
scudi romani per le commissioni che avevo ed ho,
ma non ho potuto assolutamente vantaggiar gli amici».5 Le lamentele di Argelati svelano però più di un
retroscena su quell’asta e sulle aggiudicazioni finali.
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
A suo dire i frutti li raccoglievano piuttosto gli eredi,
«vendendosi tutti allo sproposito e più assai della stima», sicché fu costretto a giustificarsi con i clienti,
fra cui, appunto, Muratori, di non poter acquistare i
volumi richiesti perché battuti a un prezzo troppo
alto: «bisogna limitare i prezzi, se non si vuole andare a rischio di pagar caro; li spropositi gli ho lasciati
andare ad altri, la libreria s’è venduta 3 mila filippi,
un libraio non gliene avrebbe dati 1800».6 Il 25 giugno 1727 Argelati avverte Muratori che «i quattro
articoli da lei desiderati sono tutti venduti: il Boldetti7 per L. 28 e ne vale L. 30 nuovo, Petit Didier Dissertationes L. 14,8 degl’altri non mi soviene; ho
comprato il Leone Ostiense, folio, legato alla francese,9 per restituirlo a V.S. reverendissima e l’ho pagato una mezza doppia d’oro [...] per la rabbia de’ vogliosi concorrenti, e mi contento, di ogni cento articoli commessimi, comprarne venti». Qualche giorno più tardi, in una nuova missiva, gli recapitava una
23
notizia buona e una meno: «mi riuscì l’altro ieri di
comprare all’asta Magica il Nicolai De sepulcris
Ebreorum10 per L. 8 [...] gli altri da lei domandati sono iti».11 Alla fine, dopo le ennesime lamentele («sono stanchissimo affatto di questo imbroglio Maggico, né veggo l’hora d’uscirne»),12 presentò un conto
di 37,10 lire per quanto aveva comprato per Muratori e un altro cliente, allegando una lista di 11 lotti
acquistati, con rinvio al corrispettivo numero del catalogo,13 assai preziosa per le notizie di natura merceologica che trasmette: «gli altri non si sono presi
perché sono andati a prezzi altissimi et a concorrenza di vogliosi assai, onde si spera gradimento d’averla ben servita ne’ pochi pigliati a prezzi
onestissimi».14 Nonostante le rassicurazioni finali,
Muratori si mostrò non soddisfatto dell’operato
dell’Argelati o piuttosto temeva che il libraio avesse
gonfiato la nota spese per il proprio tornaconto.
Posso dire che la vicenda si protrasse fino a ottobre
24
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Catalogus bibliothecae Maddianae seu index librorum olim spectantium clarissimis viris Carolo Mariae Maddio, Mediolani
1726, lotto 100: Lucanus, Pharsalia, Venezia, Nicolaus Battibovis, 13 maggio 1486
quando l’Argelati, infastidito per l’ennesima mancanza di fiducia nei suoi confronti, invitò Muratori a
consultare gli atti ufficiali di vendita per verificare il
prezzo cui erano stati battuti i singoli lotti: «per la
compra all’asta, non si rende raggione che quella del
libro pubblico ove sono notati uno per uno, e chichessia può andare o mandare a vedere il vero; si è
pagato L. 6.4 il libro De sepulcris, è segno che vi era
chi ha offerto sino a L. 6.3 [...] non ci ho un quattrino
d’utile».15 Fino a prova contraria sapeva fare il proprio mestiere: «né occorre che almeno in questo insegni se sia caro o no, perché il mio obbligo è di saperlo e so effettivamente cosa si paga per averlo da
Ollanda»!
Come si è intuito, in previsione della messa in
vendita della biblioteca Maggi ne fu compilato un
coscienzioso catalogo, come allora ancora usava,
che, pur oggi di comprensibile estrema rarità, rappresenta una fonte storico-bibliografica di primissimo piano: Catalogus bibliothecae Maddianae seu index
librorum olim spectantium clarissimis viris Carolo Ma-
riae Maddio ... et Michaeli F. literarum humanarum et
graecae linguae in Scholis Palatinis publico professori
(Mediolani 1726).16 Il catalogo di biblioteca privata,
tipologia bibliografica assai comune Oltralpe ma
non da noi, dove le biblioteche andarono disperdendosi alla macchia piuttosto che in aste ufficiali, è infatti un documento di eccezionale importanza per lo
storico, poiché, pur con tutti i limiti citazionali-bibliografici e le comprensibili disattenzioni e omissioni compilative che può confessare, fornisce però
un grimaldello insostituibile per spiare dalla serratura un’importante libraria nonché per aggiungere,
nello specifico, un paragrafo al ben più articolato discorso sul collezionismo librario a Milano in Età
Moderna. La biblioteca di casa Maggi è dunque uno
di quei casi fortunati che giustificano il sorriso dello
storico che può tirare un sospiro, stringendo infatti
tra le mani una fotografia assai fedele scattata poco
prima della fatale dispersione. Il Catalogus bibliothecae Maddianae, un maneggevole volumetto di circa
200 pagine, censisce ufficialmente 4.248 lotti, sud-
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
25
Catalogus bibliothecae Maddianae seu index librorum olim spectantium clarissimis viris Carolo Mariae Maddio, Mediolani
1726, avviso ‘volante’ incollato al risguardo con calendario e orari dell’asta
divisi per formato: in folio (pp. 1-41: nn° 1-794), in
quarto (pp. 41-102, nn. 1-1194), «in ottavo ed in dodeci» e formati più piccoli (pp. 102-198, nn° 12260). All’interno di ogni sezione i titoli si succedono senza ordine né cronologico né alfabetico, il che
impedisce una rapida consultazione e costringe a
una lettura sistematica. Fortunatamente però, sul
versante della correttezza bibliografica, di ogni edizione sono forniti i dati tipografici espliciti (pur con
qualche occasionale fraintendimento), il che risparmia la fatica di identificazione bibliografica alla quale sono invece sottomessi, spessissimo, gli storici usi
maneggiare simile documentazione o analoghe liste
post mortem. Il catalogo si apre con due prestigiose
edizioni impresse ad Anversa dal Plantin rispettivamente nel 1624 e nel 1592 di uno dei più raffinati e
universalmente noti prodotti della cartografia moderna, vale a dire il Theatrum Orbis dell’Ortelius. I
due esemplari Maggi presentavano legatura alla
francese e con impressioni in oro («ligatura gallica,
ligatura deaurata»). L’ultimo titolo, acquisto evi-
dentemente da addebitarsi ai figli, risale a pochi anni
prima: si tratta dell’Histoire de France di Claude Chalons nell’edizione in 12° in tre tomi Parigi, per Jean
Mariette, 1720 (lotto 2258-2260). Sono inoltre presenti, come avverte la breve epistola al lettore, alcune edizioni di autori posti all’indice che evidentemente potevano essere acquistate solo da chi avesse
ottenuto la patente per leggerle e possederle. In particolare, alcune edizioni di Sebastian Münster e parecchie di Erasmo, fra cui l’edizione delle opere di s.
Girolamo col commento di Erasmo (Lione, S. Gryphius, 1530) già oggetto di interventi di espurgazione segnalati dalla scheda descrittiva (n° 746): «erant
chartae appositae supra annotationes Erasmi quae
melius quam fieri potuit abrasae sunt».
Nell’impossibilità di passare qui in rassegna
l’intera scaffalatura della libraria Maggi, che in buona parte riflette gli interessi enciclopedici del proprietario, i suoi strumenti di lavoro e il frutto di inesausti sforzi economici, ritengo interessante cominciare ad estrarre dal catalogo le edizioni incunabole,
26
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Sopra da sinistra: Sebastian Brant, Das Narrenschiff Stultifera navis, Tr. Jacobus Locher Philomusus, Basel, Johann
Bergmann, I marzo 1498, frontespizio; Tibullus Albius, Elegiae, [con] Catullus, Carmina; Propertius, Carmina, Venezia,
Andreas de Paltasichis, 15 dicembre 1487
il cui numero è inevitabilmente circoscritto. Quali
edizioni quattrocentesche possedeva dunque Carlo
Maria Maggi? Già scorrendo la prima sezione, quella cioè dedicata alle edizioni in folio, se ne individuano una ventina, alcune delle quali di grande pregio.
A queste se ne aggiungono altre registrate nella sezione libri in quarto. Non si riscontrano invece edizioni quattrocentesche in ottavo. Il catalogo, evidentemente post eventum, consta pertanto di 29 edizioni, soprattutto classici greco-latini. In un paio di
casi appuriamo si trattasse di miscellanee che rilegavano anche più edizioni. A esempio, al lotto 317 figura un unico volume che rilega due edizioni quattrocentesche milanesi impresse a breve distanza dallo Scinzenzeler: Sidonius Apollinaris, Epistolae et
carmina, Milano, Uldericus Scinzenzeler, 4 maggio
1498 assieme a Fulgentius Fabius Planciades, Enarrationes allegoricae fabularum, Milano, Uldericus
Scinzenzeler, 23 aprile 1498. Il Maggi doveva anche
possedere un analogo volume che cuciva assieme
due rare edizioni incunabole di romanzi francesi,
ossia l’Olivier de Castille et Artus d’Algarbe e Le Recueil
des histoires de Troyes di Raoul Lefèvre. L’edizione
modenese di Battista Guarini datata 1496 era parte
di una ben più corposa miscellanea che cuciva, nell’ordine: Antoine de Ville, Pyctomachia veneta seu Pugnorum certamen Venetum, Venezia, Tipografia Pinelliana, 1634;17 Paolo Giuseppe Meroni, Oratio de
christianae antiquitatis reliquiis quae sacras imagines
praeseferunt, Roma, eredi di Giacomo Mascardi,
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
1635;18 Girolamo Visconti, Saturnalia, Milano,
Vincenzo Girardoni, 1569;19 Pietro Bembo, Benacus
[con] Agostino Beaziano, Verona, Roma, F. Minizio
Calvo, 152420 et «alia opuscula parvi momenti».
L’impressione è che si tratti di un fondo incunabolistico messo insieme ancora prevalentemente
per necessità professionali piuttosto che per pura bibliofilia. Ossia che la stagione del collezionismo di
incunaboli fosse ancora là da venire. Ciò non toglie
che, tra le edizioni dei classici con glossa necessarie
all’insegnamento del Maggi, spuntino tre autentici
gioielli dell’editoria illustrata rinascimentale per i
quali i bibliofili farebbero carte false: vale a dire, la
princeps dell’Hypnerotomachia Poliphili (1499), il
sempre appetibilissimo Liber chronicarum di Hartmann Schedel, Norimberga, Anton Koberger,
1493, una copia del quale pochi mesi fa è stata infatti
furtivamente asportata dalla Biblioteca dei Servi di
Milano, e infine la versione latina approntata da Ja-
27
Sebastian Brant, Das Narrenschiff Stultifera navis, Tr.
Jacobus Locher Philomusus, Basel, Johann Bergmann, I
marzo 1498, silografie a testo
cobus Locher della notissima Das Narrenschiff (Stultifera navis) di Sebastian Brant (Basel, Johann Bergmann, I marzo 1498), quest’ultima registrata con
curioso refuso al titolo «Brand Sebastiani navis salutifera (sic!) e theutonico in latinum conversa a Jacobo
Locher». Sarebbe interessante capire chi nel maggio 1727 si sia aggiudicato quei volumi e a quale
prezzo, ma neppure l’Argelati soccorre in questo
senso e la ricerca dovrà proseguire su altre direttrici.
Nello specifico, dunque, che fine hanno fatto le
edizioni del primo secolo della stampa di cui si offre
qui il catalogo?
1. Hartmann Schedel, Liber chronicarum, Norimberga,
Anton Koberger, 12 luglio 1493 (n° 8) IGI 8828;
28
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
A sinistra e destra: Priscianus, Opera, Venezia, Georgius
Arrivabenus, 4 dicembre 1488
2.
3.
4.
5.
6.
ISTC is00307000
Statius, Opera, Venezia, Petrus de Quarengiis,
1498/99 (n° 47)
IGI 9147; ISTC is00694000
Johannes Simoneta, Commentarii rerum gestarum
Francisci Sfortiae, Milano, Antonius Zarotus, [14811482] (n° 74)
IGI 9013; ISTC is00532000
Franciscus Columna, Hypnerotomachia Poliphili, Venezia, Aldus Manutius, 1499 (n° 77) IGI 3062; ISTC
ic00767000
Lucanus, Pharsalia, Venezia, Nicolaus Battibovis,
13 maggio 1486 (n° 100)
IGI 5819; ISTC il00302000
Pius II, Epistolae in Pontificatu editae, Milano, Antonius Zarotus, 25 maggio 1473 (n° 118) IGI 7787;
ISTC ip00724000
7. Werner Rolewinck, Fasciculus temporum, [Colonia],
Heinrich Quentell, 1481 (n° 126)
IGI 8417; ISTC ir00265000
8. Orosius, Historiae adversus paganos, Venezia, Bernardinus de Vitalibus, 12 ottobre 1500 (n° 131)
IGI 7038; ISTC io00101000
9. Jacobus Philippus de Bergamo, Supplementum chronicarum, Venezia, Bernardinus Rizus, 15 maggio
1490 (n° 304)
IGI 5078; ISTC ij00211000
10.Priscianus, Opera, Venezia, Georgius Arrivabenus, 4
dicembre 1488 (n° 305)
IGI 8053; ISTC ip00968000
11. Nonius Marcellus, De proprietate latini sermonis.
Con Sextus Pompeius Festus, De verborum significatione; Marcus Terentius Varro, De lingua latina, Venezia, Bernardinus de Choris e Simon de Luere, 15
dicembre 1490 (n° 316)
IGI 6934; ISTC in00270000
12. Sidonius Apollinaris, Epistolae et carmina, Milano,
Uldericus Scinzenzeler, 4 maggio 1498 (n° 317)
IGI 8967; ISTC is00494000
13. Fulgentius Fabius Planciades, Enarrationes allegoricae fabularum, Milano, Uldericus Scinzenzeler, 23
aprile 1498 (n° 317)
IGI 4106; ISTC if00326000
14. Giovanni Boccaccio, Genealogiae deorum, Venezia,
Bonetus Locatellus, 23 febbraio 1494/95 (n° 325)
IGI 1800; ISTC ib00753000
15. Raoul Lefèvre, Le Recueil des histoires de Troyes, Lione, Jacques Maillet, 16 aprile 1494/95 (n° 376)
BMC VIII, p. 305; ISTC il00114500 registra 4 copie, di cui nessuna in Italia
16. David Aubert, Olivier de Castille et Artus d’Algarbe,
Paris 1492 (n° 376) ?
edizione sconosciuta a ISTC
17. Firmicus Maternus Julius, Mathesis (De nativitatibus
libri VIII), Venezia, Simon Bevilaqua, 13 giugno
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
1497 (n° 442)
IGI 3975; ISTC if00190000
18. Johannes Picus de Mirandula, Opera, Bologna, Benedictus Hectoris, 1496 (n° 447)
IGI 7731; ISTC ip00632000
19. Plautus, Comoediae, Milano, Uldericus Scinzenze-
NOTE
1
Sono lieto di anticipare per il Lettore
de «la Biblioteca di via Senato» alcuni spunti in margine a un’indagine di più ampio respiro, avviata alcuni anni fa, sulla biblioteca
privata di Carlo Maria Maggi. Per un primo
profilo di Carlo Maria Maggi si veda la recente voce a firma EMANUELA BUFACCHI, in Dizionario Biografico degli Italiani, LXVII, Ro-
29
ler, 18 gennaio 1500 (n° 548)
IGI 7876; ISTC ip00785000
20. Tibullus Albius, Elegiae, [con] Catullus, Carmina;
Propertius, Carmina, Venezia, Andreas de Paltasichis, 15 dicembre 1487 (n° 550)
IGI 3964; ISTC it00371000
ma, Ist. della Enciclopedia Italiana, 2006,
pp. 328-332, con bibliografia pregressa.
2
GIANCARLO PETRELLA, Questi non son
tempi per libri. Conti da libraio dietro i Rerum Italicarum Scriptores, «la Biblioteca di
via Senato», VI, 1, gennaio 2014, pp. 11-20.
Sull’Argelati rimando qui solo al mio Splendori e miserie degli uomini del libro a Milano
del Settecento: Filippo Argelati libraio ed
editore, in La cultura della rappresentazione nella Milano del Settecento. Discontinuità e Permanenze, a cura di R. Carpani –
A. Cascetta – D. Zardin, Roma, Bulzoni,
2010 («Studia Borromaica» XXIV, 2010), pp.
203-263.
3
L. A. MURATORI, Carteggio con Filippo
Argelati, a cura di C. Vianello, Firenze, L. S.
Olschki, 1976, p. 251, ep. 257.
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
31
A sinistra e sopra: Hartmann Schedel, Liber chronicarum, Norimberga, Anton Koberger, 12 luglio 1493, incipit e silografie
a testo
21. Francesco Petrarca, Trionfi e Canzoniere, Venezia,
Petrus de Plasiis, 1490 (n° 554)
IGI 7553-7554; ISTC ip00386000
22. Ovidius, Fasti, [Milano], Uldericus Scinzenzeler, 10
novembre 1489 (n° 558)
IGI 7072; ISTC io00173000
23. Suetonius, Vitae XII Caesarum, Venezia, Damianus
de Gorgonzola, 29 marzo 1493 (n° 562)
4
Carteggio, p. 263, ep. 274.
Carteggio, p. 276, ep. 288.
6
Carteggio, p. 298, ep. 310.
7
Ossia Marco Antonio Boldetti, Osservazioni sopra i cimiteri de’ santi martiri ed
antichi cristiani di Roma, Roma, Giovanni
Maria Salvioni, 1720 (è il n° 111 del Catalogo della biblioteca Maggi). Sull’autore,
5
IGI 9237; ISTC is00824000
24.Gregorius I, Homiliae super Evangeliis [in italiano],
Milano, Leonardus Pachel e Uldericus Scinzenzeler, 20 agosto 1479 (n° 607)
IGI 4439; ISTC ig00423000
25. Epistolae diversorum philosophorum, oratorum, rhetorum (in greco), a cura di Marcus Musurus, Venezia,
Aldus Manutius, 1499 (in 4°, n° 252)
Marco Antonio Boldetti (1663-1749), canonico di Santa Maria di Trastevere, custode dei sacri cimiteri di Roma e studioso di
archeologia ed epigrafia cristiana, basti qui
la voce di N. PARISE, in Dizionario Biografico
degli Italiani, XI, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1969, pp. 247-249.
8
Vale a dire l’opera del teologo bene-
dettino Matthieu Petitdidier (1659-1728),
Dissertationes historicae, criticae, chronologicae in Sacram Scripturam Veteris Testamenti, Tulli Leucorum, apud Alexium
Laurent, 1699.
9
Si tratta di Leone Marsicano (10461115), meglio noto come Leone Ostiense,
monaco cassinese e cardinale vescovo di
32
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Jacobus Philippus de Bergamo, Supplementum chronicarum,
Venezia, Bernardinus Rizus, 15 maggio 1490, silografia
raffigurante la creazione della donna
IGI 3707; ISTC ie00064000
26. Franciscus Philelphus, Orationes cum quibusdam aliis
eiusdem operibus, Venezia, Bartholomaeus de Zanis,
28 marzo 1491 (in 4°, n° 411)
IGI 3907; ISTC ip00609000
27. Baptista Guarinus, Poema divo Herculi Ferrariensium
Duci dicatum, Modena, Dominicus Rocociolus, 18
settembre 1496 (in 4°, n° 906)
IGI 4523; ISTC ig00531000
28. Sebastian Brant, Das Narrenschiff Stultifera navis, Tr.
Jacobus Locher Philomusus, Basel, Johann Bergmann, I marzo 1498 (in 4°, n° 923)
IGI 2049; ISTC ib01091000
29. Ambrosius, De officiis, De obitu S. Satyri, De bono mortis, Milano, Uldericus Scinzenzeler per Philippus de
Lavagnia, 17 gennaio 1488 (in 4°, n° 950)
IGI 432; ISTC ia00561000
Ostia e Velletri, autore della Chronica monasterii Casinensis (si veda la ricca voce a
cura di M. DELL’OMO, Leone Marsicano (Leone Ostiense), in Dizionario Biografico degli
Italiani, LXIV, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2005, pp. 552-557 con ampia bibliografia pregressa). Una conferma
dell’edizione acquistata viene dal Catalogus bibliothecae Maddianae, n° 69: «Chronica Sacri Monasterii Casinensis, auctore
Leone Cardinale Episcopo Ostiensi, cum
notis Angeli de Nuce, fol., Lutetiae Parisiorum, 1668, ligatura gallica».
10
Ossia il celebre De Sepulcris Haebreorum dell’erudito Johann Nicolai (16651708), pubblicato a Leida nel 1706, possibile fonte dei Sepolcri foscoliani (su cui M.
SCOTTI, Il «De Sepulcris Hebraeorum» di Johann Nicolai e i «Sepolcri» del Foscolo,
«Giornale storico della letteratura italiana»,
CXLI, 1964, pp. 492-547, poi in ID., Foscolo
fra erudizione e poesia, Roma, Bonacci,
1973, pp. 9-75, da integrare almeno con F.
FEDI, Foscolo e i riti funebri degli antichi, in,
Dei Sepolcri di Ugo Foscolo. Atti del convegno: Gargnano del Garda, 29 settembre – 1
ottobre 2005, a cura di G. Barbarisi – W.
Spaggiari, Milano, Cisalpino, 2006, I, pp.
125-146: in particolare pp. 131-134).
11
Carteggio, p. 277, ep. 289.
12
Carteggio, p. 279, ep. 291.
13
Si tratta dei nn° 136, 137, 336, 1114
nel formato in quarto; 492, 850, 924, 925,
1432, 1434, 1590 nel formato in ottavo
(Carteggio, p. 282, ep. 294).
14
Carteggio, p. 282, ep. 294.
15
Carteggio, pp. 290-291, ep. 303.
16
Un primissimo sguardo è stato offer-
to da G. ROTONDI, La biblioteca di Carlo Maria
Maggi, «Reale Istituto Lombardo di Scienze
e Lettere. Rendiconti», LXIII, 1930, pp. 498506 e, in tempi più recenti, D. ZARDIN, Carlo
Maria Maggi e la tradizione culturale milanese tra Sei e Settecento, «Annali di Storia
moderna e contemporanea», III, 1997, pp.
9-50, in particolare pp. 38-43. Del catalogo
rintraccio una copia presso la Biblioteca
Braidense di Milano (con segnatura 23 2 A
21) e la Queriniana di Brescia (1a P II 15).
17
SBN IT\ICCU\BVEE\072980.
18
SBN IT\ICCU\BVEE\067307.
19
EDIT16 CNCE 60777 registra un solo
esemplare in Italia presso la B. Trivulziana
di Milano.
20
EDIT16 CNCE 4994.
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
inSEDICESIMO
LA MOSTRA – LA BIBLIOTECA DEL MESE – L’ARTISTA DEL MESE – LO SCAFFALE
LA MOSTRA DEL MESE
SPIGOLATURE VENEZIANE
La 56° Biennale Internazionale d’Arte
a cura di luca pietro nicoletti
a prima biennale non si scorda
mai, specie quando è
un’esperienza non precoce, a cui
si arriva con un bagaglio di strumenti e
domande per incontrare un altro ordine
di problemi estetici e visivi. Con questo
approccio, quindi, cercherò di tirare le
somme, in maniera inevitabilmente
rapsodica, della mia prima visita a una
biennale, superata la soglia dei
trent’anni. Sono soprattutto due gli
aspetti che possono fare da filo
conduttore, tenendo conto della sua
storia in decenni più remoti: ci si può
dare uno sguardo alle singole proposte
espositive, magari in relazione alle
pregresse partecipazioni; oppure ci si
L
può interrogare sull’uso degli spazi e la
loro relazione con le opere, che sempre
più diventa un problema “site-specific”
e non una semplice questione di
allestimento.
Si ha l’impressione infatti che gli
esiti più felici si incontrino dove la
relazione fra contenuto e contenitore,
fra opera e ambiente, è più compiuta ed
organica, e non c’è più l’oggetto da
contemplare come un capolavoro: è il
padiglione stesso a farsi opera e non
solo sequenza di muri a cui appendere
le opere.
Il punto nodale, quindi, sta nella
scelta curatoriale di affidare il
padiglione (specie nel caso dei
padiglioni nazionali) a un unico artista
o di tenere la regia di una lottizzazione
degli spazi in cui ciascun artista è dato
da gestire uno spazio più o meno
esteso. È chiaro che in questo secondo
caso è maggiore la discontinuità, ma va
anche riconosciuto, a onor del vero, che
non tutte le installazioni appositamente
create per la biennale hanno dato una
efficace interpretazione degli spazi a
disposizione.
Non è semplice seguire il filo
dell’ambiziosa mostra del curatore,
Okwui Erwezor, sulla quale merita
leggere le riflessioni di Elena di Raddo
sulle pagine di “Titolo” (V, 10, 2015).
Non è semplice, soprattutto, decifrare
in fondo il rapporto fra All the World’s
Future (questo il titolo della mostra) e il
Sopra: Biennale Arsenale, Padiglione Italia,
installazione di Vanessa Beechroff.
A sinistra: Biennale Arsenale, Padiglione Italia,
sala di Nicola Samorç
34
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Da sinistra: Biennale Arsenale, Padiglione del Kosovo, installazione di Flaka Haliti; Biennale Arsenale, Troncone, installazione di Ibrahim Mahama
marxismo che ne fa da motivo
conduttore, per quando ad esso faccia
esplicito riferimento solo una delle tre
sezioni ideali che Erwezor stesso indica
come linee guida: Garden of Disorder;
Liveness. On Epic Duration e Reading
Capital.l La mostra, stando alla
presentazione sul catalogo-guida della
manifestazione, «scaverà nella realtà
globale contemporanea intesa come
situazione di costante riallineamento,
adattamento, ricalibrazione, motilità e
spostamento di forma».
Questo non impedisce, tuttavia, che
anche qui si possano incontrare brani
altamente poetici e suggestivi scenari.
Non sono sicuro che si possa ancora
parlare di culture locali, ma di certo
colpisce ritrovare in un giovane del
Ghana come Ibrahim Mahama (Tamale
1986) sollecitazioni che
immediatamente riportano alla
memoria, seppur riproposta su scala
monumentale, la ricerca tragica e
violenta di Alberto Burri. Il suo Out of
bound è uno sviluppo, nel Troncone
dell’Arsenale, della serie delle
Occupation iniziate da Mahama nel
2012. I sacchi di juta che ha cucito fra
loro e collocato come alte pareti di
dolore, sono prodotti, come si apprende
dalla presentazione di Osei Bonsu,
nell’Asia sudorientale e importati in
Ghana, dove sono usati come
contenitori per il cacao: in questo
tragitto si portano dietro varie storie
segnate sulla loro “pelle”: nomi di
luoghi di provenienza e di persone a cui
sono appartenuti che costituiscono «un
accumulo di narrazioni personali e
collettive». «La narrativa profonda
connessa al materiale», scrive sempre
Bonsu, «può non essere evidente a
prima vista, tuttavia la sua presenza
forza l’osservatore a riorientarsi e a
percepire questo ambiente fabbricato
come uno spazio civico».
Il posto d’onore, però, è riservato a
un’altra “parete”, quella di valigie
ordinatamente impilate da Fabio Mauri
(Roma 1926-2009) in Il muro
occidentale o del pianto del 1993,
ricomposto nell’ottagono principale del
padiglione centrale, che con i suoi
quattro metri di valige rievocano la
deportazione. Mauri aveva diciannove
anni nel 1945, quando vennero aperti i
campi di concentramento che
improvvisamente apparvero nelle
pagine di cronaca. In questo contesto,
Media Italia S.p.a. Agenzia media a servizio completo
Torino, Via Luisa del Carretto, 58 Tel. 011/8109311 [email protected]
Milano, Via Washington, 17 Tel. 02/480821
Roma, Via Abruzzi 25, Tel. 06/58334027
Bologna, Via della Zecca, 1 Tel. 051/273080
36
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Sopra: Biennale, Giardini, Padiglione del Giappone, installazione di Chiharu Shiota. A destra: Biennale Arsenale, Padiglione Italia, sala di Mimmo Paladino
credo, la presenza di un “muro” ha
valore paradigmatico: l’olocausto, qui, è
la sintesi dei più efferati soprusi di cui il
potere può essere capace. Eppure, il
muro di valige di Mauri è di una
struggente malinconia. Non ci sarebbe
stata male, accanto, un’installazione di
Christian Boltansky -pur presente con
un video- come il grande intervento
presentato al Grand Palais di Parigi nel
2010. I due interventi avrebbero
condiviso lo stesso spirito lirico ed
evocativo, senza bisogno della crudezza
esplicita, per esempio, della ceramica
raku dell’inglese Walead Beshty (1976),
con i suoi racconti di massacro, in un
caotico affastellamento di oggetti in
frantumi, copertoni, frammenti
anatomici mutili o minacciosi che si
agitano in un magma visivamente
vischioso, volutamente “sporco” da un
punto di vista formale per essere più
aggressivo.
Un diverso rapporto con il potere,
invece, è quello del RAQS Media
Collective, fondato nel 1992 a Nuova
Dehli con un nome dal molteplice
significato (raqs come un vorticoso
stato di meditazione secondo la lingua
araba e urdu, ma anche acronimo,
scrive Nastasha Ginwala, di «Rarely
Asked Questions»), composto da
Jeebesh Bagchi, Monica Narula e
Shuddhabrata Sengupta, con il ciclo
k Facendo riferimento al
Coronation Park.
luogo di Dehli in cui re Giorgio V e sua
moglie Mary furono incoronati
imperatori delle Indie nel 1911, il
collettivo ha ripensato in chiave ironica
il senso del monumento come «una
provocazione», si legge in catalogo, «per
far riflettere sulla vita interna al potere
e sulla sua paura più profonda: il
timore dell’alienazione». Divisi come un
visconte dimezzato di calviniana
memoria, i nove monumenti sparsi per i
giardini della Biennale, tutti corredati
da una targa tratta da Shooting an
Elephant di George Orwell, sono mutili
di volto o di busto, troncati da sezioni
nette ortogonali o longitudinali,
annullando l’identità individuale e
rivelando un interno monolitico ma
sostanzialmente unidimensionale. Sono
nove sculture per nove personaggi
storici: «queste sculture» secondo la
Ginwala, «si crogiolano nella volgare
materialità dell’autorità gerarchica».
Ironica è anche la proposta
dell’artista del Mozambico Gonçalo
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Mabunda (Maputo 1975), con i suoi
troni ottenuti assemblando macerie
della guerra: saldati a costituire una
seduta regale, armi da fuoco, proiettili e
altri contenitori per esplosivi danno
consistenza visiva a un potere che si
fonda sulla forza e sulla distruzione, ma
con un approccio tutto sommato
ludico. Eppure, come ricorda Allison
Young in catalogo, il Mozambico aveva
ottenuto l’indipendenza del Portogallo
nello stesso anno di nascita dell’artista,
per piombare appena due anni più tardi
in una sanguinosa guerra civile durata
fino al 1992: queste opere, dunque,
costituiscono un «commento
sull’attuale stato di declino dell’Africa
postcoloniale: postulano il rapporto tra
l’abilità dittatoriale –simboleggiata dai
troni tradizionali- e le disparità
economiche».
É fra i padiglioni nazionali, tuttavia,
che si incontrano le proposte di
maggiore suggestione di maggiore
impatto. Se ne possono ricordare
almeno alcune, a partire da Rapture,
l’intervento site-specific con interventi
sonori pensato da Camille Norment,
artista americana di nascita ma
residente ad Oslo per vocazione, per il
padiglione norvegese, giocato sulla
decostruzione straniante dello spazio,
fra interno ed esterno, spazio aperto e
spazio chiuso, fra i quali fa da filtro un
gioco di infissi che scivolano l’uno
sull’altro come faglie naturali,
provocando un senso di straniamento e
di precarietà improvvisa dentro un
vuoto zenitale e di assoluta rarefazione
(due alberi, all’interno del padiglione,
riportano a un ruvido e solido
intervento di natura), ma incentrato
anche sulle relazioni profonde fra corpo
umano e suono, fra esperienza fisica e
sensoriale. Non mancano momenti
ironici, come Speculating on the Blue, il
mare di sabbia blu (ma non un “blu
Klein”) costellato di strutture in tondino
metallico di Flaka Haliti nel minuscolo
spazio riservato all’Arsenale alla
Repubblica del Kosovo.
Forse un po’ scontato, nel voler
provocare a tutti i costi, ma non privo
di impatto, il padiglione britannico
imbiancato di giallo crema da Sarah
Lucas con la mostra I scream daddio: «la
mia concezione complessiva della
mostra» afferma l’artista stessa, «è che
dovrebbe avere l’aspetto di un dessert.
Un dolcetto»; anzi «le sculture sono
posizionate in un mare di crema
pasticcera». Questo “mare” dolciastro,
tuttavia, diventa il teatro di giochi
palesemente erotici. Le sculture della
Lucas non negano una mescolanza di
modi attinti da più fonti: i giganteschi e
fallici “gatti” gialli o neri, totemiche
presenze dall’apparenza di palloncini
flosci, sono degli evidenti ingrandimenti
di proposte surrealiste, tanto quanto i
suoi calchi di corpi femminili dalle
37
gambe fino alla cintola sono evidenti
riproposizioni di procedimenti portati a
livello artistico da George Segal, con la
sola aggiunta di una sigaretta infilata
nell’ano o nell’ombelico: «le sigarette,
nel caso ve lo stiate chiedendo, sono
perlopiù per titillare», dichiara l’artista,
secondo la quale esse «aggiungono
un’aria irriverente, noncurante».
Se si deve portare a casa una sola
immagine da Venezia, tuttavia, è
sicuramente il colpo d’occhio su The key
in the Hand della giapponese residente
a Berlino Chinaru Shiota (Osaka 1972),
il cui lavoro meriterebbe qualche
considerazione più approfondita e
documentata. Il visitatore che entra nel
padiglione del Giappone si sente
improvvisamente immerso in un
ambiente di cui perde, in un primo
momento, la percezione e si vede
fagocitato nella dimensione onirica e
visionaria di un giardino surreale. Da
due vecchie barche, incrostate dai flutti
marini e ridotte a due ruderi, come
oggetti su cui è intervenuto con
insistenza il passare del tempo,
fuoriesce un’esplosione di fili rossi
38
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Da sinistra: Biennale Arsenale, Padiglione Italia, installazione di Jannis Kounellis; Biennale Giardini, Padiglione Centrale, installazione di Fabio Mauri
insanguinati, che nella sua compatta e
intricatissima trama dà l’impressione di
un getto raggelato, anzi stabilizzato in
un’infiammata architettura arborea.
Avvicinandosi, poi, il visitatore si
accorge che a quella fitta rete di fili,
tirati uno per uno con coscienza
progettuale e prolungato esercizio di
pazienza, è appesa una pioggia di chiavi
di tutte le fogge e di tutte le età. Come
fa notare Hitoshi Nakano, curatore del
padiglione e autore dell’ampio volume
sull’artista che accompagna
l’installazione, in questo caso, come in
tutti gli interventi ambientali della
Shiota, vi è un ricorso a materiali
permeati dal ricordo: le due barche,
scrive, come due mani aperte
«raccolgono nel loro intimo la pioggia
dei ricordi», mentre le chiavi sono
simbolicamente oggetti molto preziosi
in quanto «accolgono le molteplici
stratificazioni del ricordo». C’è a monte,
nell’esperienza dell’artista, il ricordo di
un paese che ha sofferto molto,
dilaniato per anni dal grande terremoto
che aveva interessato il Giappone
nordorientale: i “ricordi”, quindi, sono
altrettante vita appese a dei fili,
traghettate da una barca che ha molto
viaggiato. Ma ciò che più colpisce, in
realtà, è che la grande installazione ha
la dimensione e la solennità del
sublime, e non rinuncia mai, anzi
amplifica il proprio valore estetico e
formale: «si afferma», scrive sempre
Nakano, «la preminenza della bellezza»,
tanto che il vissuto personale viene
tradotto in una lingua franca che
trascende i confini nazionali. I visitatori
percepiscono soprattutto «il lato oscuro
che scaturisce dall’associazione con un
paese che ha sofferto profonde ferite
fisiche e spirituali» (Nakano), ma
coglierà anche un’intima e luminosa
bellezza. Questa selva di fili rossi, infatti,
ha anche un forte potere trasfigurante:
vista come insieme, oltre che
infiammata può mostrarsi anche come
una selva insanguinata, che fa tornare
alla mente una folgorante battuta di
Michel Leiris rivolta alla pittura di
Francis Bacon: nella sua intensità, il
pittore irlandese, e l’artista giapponese
oggi, fanno vedere il rosso che sta nel
fondo degli occhi.
Tutto sommato tradizionale come
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
impostazione è il Codice Italia curato da
Vincenzo Trione per il padiglione
italiano all’arsenale: un “codice”
all’insegna del sapere artigiano, in cui il
ritorno alla figurazione non può fare a
meno di diventare citazione di
un’eredità ingombrante del passato.
Senza soffermarsi sul lungo video in cui
Umberto Eco indugia sul concetto di
memoria, né sulle installazioni
multimediali da enciclopedia telematica
che enumerano a ciclo continuo le
meraviglie del bel Paese, nel complesso
il padiglione ha una struttura
tradizionale: ogni artista ha la sua sala,
o il suo “stand”, all’interno di un’equa
suddivisione degli spazi. Il curatore
stesso, in apertura della mostra, gravata
da un impegnativo apparato di pannelli
illustrativi, dichiara i propri intenti: il
Codice Italia è una «combinazione tra il
bisogno di sperimentare e il desiderio di
riabitare momenti talvolta marginali
della storia dell’arte, attingendo a
quell’immenso giacimento che è la
natura». È giocoforza, allora,
interrogarsi su quale sia quel
“giacimento” che costituisce il «”codice
genetico” dello stile italiano» (ammesso
che di stile “italiano” si possa ancora
parlare), o meglio quale sia il canone di
maestri con cui gli artisti di oggi hanno
voluto confrontarsi. Da una parte, la
presenza di alcuni “grandi vecchi”
costella il padiglione con interventi che
vogliono consacrarli nella dimensione di
classici moderni: le solenni, ma un po’
formalistiche, installazioni di cappotti e
putrelle di Kounellis e l’ancora che
rompe un enorme vetro di Parmiggiani;
l’ironico e cerebrale intervento murale
di Mimmo Paladino, completato da una
scultura attorniata da filamenti e
numeri fluttuanti fanno da numi
tutelari ad artisti più giovani che,
tuttavia, mostrano di andare in una
direzione diversa, che ha messo fra
parentesi le istanze concettuali, anche
nel loro austero e solenne gradiente di
poesia, per rivangare una figurazione
più volentieri in dialogo con i bassifondi
del barocco. Porta in tutt’altra
dimensione, infatti, la cappella di Nicola
Samorì, volutamente cupa a rievocare
l’atmosfera di tempi incombenti
attingendo al Seicento macabro degli
ossari e dei memento mori,i fra cui non
manca di citare con esplicito d’aprés
due “barocchi” di Lucio Fontana.
Altrettanto lugubre, ma di segno
diverso, è anche l’affollato harem di
sculture in marmi policromi e preziosi
di Vanessa Beecroft, che vivifica la
memoria dell’antico in senso
archeologico, ma portando nel
frammento una memoria del Basso
Impero. Barocco, e non solo di nome, è
anche il lavoro di Francesco Barocco,
con le sue piccole teste di terracotta
con interventi grafici debitori del
disegno Seicentesco, seppur ridotto a
tracce e a brevi brani dai contorni
evanescenti. Altrettanto, con l’archetipo
architettonico della colonna, fa il
giovane Luca Monterastelli, davanti al
cui ambiente, di abbondante ma
suggestiva matericità, non si può fare a
meno di pensare a certi esiti del lavoro
di Giacinto Cerone. Eppure, il suo
ALL THE WORLD’S FUTURE
56° Esposizione
Internazionale d’arte
9 maggio - 22 novembre 2015
39
intervento sulle strutture, pur barocco
nella resa, è anche un intervento di
cancellazione della forma stessa:
inducono a pensare a questo le piccole
elaborazioni fotografiche che
occhieggiano da un angolo della sua
saletta, con l’Estasi di Santa Teresa di
Bernini ripresa sul suo altare ma
trasformata in un solido guscio
fluttuante, come se la materia grezza
avesse inglobato la forma.
C’è un’aria “funerea”, come è stato
osservando anche da altri
commentatori, che aleggia su questo
Codice Italia: induce a pensarlo il
suggestivo Omaggio all’Italia di William
Kentridge, chiamato da Trione a
interpretare la sua idea della penisola
con un intervento artistico. C’è la
consueta ironia un po’ macabra
dell’artista di Joannesburg nei suoi
d’aprés a carboncino dei fregi della
Colonna Traiana e di altri trionfi della
Roma antica: parate di mutilati che
hanno pagato il trionfo del potere con
la perdita di arti e tratti somatici. Di
fronte a questa ordinata rassegna, però,
Kentridge ha messo una grande
sagoma di oltre tre metri, fluttuante,
tratta dall’ingrandimento di un disegno
a pennello tradotto in resina epossidica:
il corpo scaraventato a terra senza vita
qui rappresentato è Pasolini, 2
novembre 1975 (2015), che qui diventa
simbolo dei caduti di tutte le battaglie,
ideologiche o militari che siano. Nella
mente dell’artista sudafricano dovevano
risuonare alcune affermazioni rilasciate
dallo scrittore a Furio Colombo, in
un’intervista pubblicata su “La Stampa”
l’8 novembre del 1975: «Forse sono io
che sbaglio. Ma io continuo a dire che
siamo tutti in pericolo».
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
LA BIBLIOTECA DEL MESE
UNO SCRIGNO DI TESORI
Alla scoperta della biblioteca De Leo
di katiuscia di rocco
u monsignor Annibale De Leo
(1739-1814) a fondare in
Brindisi, nel 1798, con regio
assenso, «la prima biblioteca pubblica
di Terra d’Otranto». In essa
confluirono i volumi, circa 6.000, della
sua raccolta privata arricchita
dall’acquisto di parte di quella del
cardinale Giuseppe Renato Imperiali
(1651-1737). Il prelato brindisino legò
alla biblioteca beni propri che
dovevano assicurarne un regolare
funzionamento; nel testamento
prescrisse che essa fosse, infatti, d’uso
pubblico, collocata nei locali a piano
terra del palazzo del Seminario
Arcivescovile di Brindisi e
amministrata dagli arcivescovi protempore. Fu egli stesso a designarne il
primo bibliotecario nella persona di
Giovan Battista Lezzi (1754-1832),
F
Da sinistra: Anonimo, Invitatorio. L’autore di
questo codice fu certamente un calligrafo
dei frati di Santa Maria di Castello vissuto
tra la fine del 1400 e i principi del 1500,
epoca in cui fu scritto, rilegato con copertina
di pelle nera su legno; Antoninus S.,
Arcivescovo di Firenze, Confessionale
Defecerunt [Italia, luogo di stampa e
tipografo sconosciuti, non dopo il 1472]
collaboratore delle «Novelle letterarie»
di Firenze e del «Giornale Letterario di
Napoli» nonché autore delle Vite degli
scrittori salentini,i opera ancora
manoscritta. Nel 1820, rientrato il
Lezzi in Casarano, subentrò nella
carica il canonico teologo Ignazio
Buonsanti a sua volta sostituito nel
1824 da Francesco Scolmafora che lo
scozzese Craufurd Tait Ramage
41
incontrò nel 1828 e ricordò nelle sue
Impressioni di uno scrittore scozzese
su un viaggio a Brindisi.i Nella sua
qualità di bibliotecario, lo Scolmafora
si adoperò a completare alcune opere
già presenti nella raccolta brindisina:
gli Acta Sanctorum dei Bollandisti,
Delle città d’Italia e sue isole adiacenti
dell’Orlandi, il Nuovo Dizionario
Istorico di tutti gli uomini che si sono
renduti celebri per talenti e virtù,
stampato in Napoli, città ove del
resto, tramite i librai-tipografi
Marotta e Vanspandoch, effettuava i
suoi acquisti, orientati non solo sul
tradizionale versante umanistico, ma
anche verso le scienze naturali e la
fisica. Nel 1845, alla morte dello
Scolmafora, venne nominato
bibliotecario Vito Guerrieri autore di
un Articolo storico su’ vescovi della
chiesa metropolitana di Brindisi,i
pubblicato in Napoli nel 1846. Di
eccezionale rilevanza la figura del suo
successore, Giovanni Tarantini (18051889) collaboratore del Mommsen
che di lui tracciò un pubblico elogio
nel nono volume del Corpus
inscriptionum latinarum. E fu in
questo periodo, nel 1882, che
Ferdinando Gregorovius definì la de
Leo come «la più copiosa di tutte [le
biblioteche] salentine».
Al giorno d’oggi il fondo manoscritti
comprende circa 400 codici la cui
importanza non è limitata a
particolari epoche o ambienti
circoscritti: interessano il meridione e
il settentrione d’Italia, la storia del
Sacro Romano Impero e la storia della
Chiesa, le scienze fisiche e
l’astronomia, la letteratura latina,
greca, italiana e vernacola, il diritto, la
42
filosofia, la geologia, l’agricoltura,
l’araldica, la storia dell’arte.
Importante è questo fondo perché a
esso hanno attinto in varie epoche
diversi studiosi, anche stranieri, fra cui
anche nomi celebri (come Kehr,
Lenormant o lo stesso Gregorovius).
Fra i codici pergamenacei paiono di
rilevante interesse il Decretum
Gratiani,i redatto fra XIII e XIV secolo;
le Postillae super Ysaiam di
Alessandro di Hales, del XIV secolo
(opera mai stampata di cui esistono
due soli altri esemplari conservati
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
all’Ambrosiana di Milano e a Oxford);
le Vitae Patrum, della seconda metà
del XIV secolo, con 54 miniature.
Inoltre, i codici dei secoli XV e XVI,
segnalati nell’Iter Italicum di Paul
Oskar Kristeller, costituiscono il fondo
umanistico più importante della
Puglia. E ancora il codice A/6, scritto
nel 1473 da Gabriel Finalis, è una
ricca miscellanea umanistica, gemella
del codice 671 della Riccardiana di
Firenze, con tre opuscoli rarissimi del
sarzanese Antonio Ivani. Essenziali per
la comprensione della civiltà giuridica
del Mezzogiorno sono l’opera di
Bartolomeo Chioccarello Magni
archivi scripturam pro regali
jurisdictioni regni Neapolis, in 18
volumi e l’altra di Gaetano Argento,
Consulte giurisdizionali,i in 24 volumi.
La biblioteca conserva inoltre 17
incunaboli, tra i quali quello di
maggior pregio - secondo Dennis E.
Rhodes, direttore della British Library
di Londra (alla cui ricchissima raccolta
mancano 4 dei testi che sono invece
conservati a Brindisi) - è il
Confessionale Defecerunt di
Da sinistra: Anonimo, Vitae Patrum. Codice pergamenaceo scritto in carattere gotico italiano della seconda metà del 1300 consistente in 256 fogli
numerati alla romana e altrettanti circa non numerati. Contiene 54 miniature da più mani in epoche diverse; Bartolomeo da San Concordio, Summa de
casibus animae. Quest’opera secondo il Finis “Consumatum fuit hoc opus in civitate Pisana anno Domini 1338 de mense decembris (expletata est in die
Sancta Luciae in sero post coenam) tempore Sanctissimi Domini Benedicti XII”. La scrittura è gotica, la iniziali in tricromia.
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Sant’Antonino arcivescovo di Firenze,
stampato in Italia, in un luogo e in
una tipografia non precisati, nel 1472
(di quest’opera si conoscono solo altri
15 esemplari al mondo). Rari sono
anche il De Situ Orbis di Zacharias
Lilius stampato a Napoli nel 1496, le
Quaestiones de potentia Dei di San
Tommaso d’Aquino (con postille forse
a mano di San Lorenzo da Brindisi) e il
De re militari di Vegezio, con un
ritratto di Leone X e disegni su
Alessandro VI e il Valentino. Le
edizioni del XVI secolo, che
assommano a circa 400 pezzi,
comprendono studi antiquari e
filologici, con opere di Carlo Sigonio,
Guillaume du Choul, Huber Goltz, i
Manuzio, Nicolò Perotti, nonché di
autori locali come Antonio Galateo,
Giovanni Giovine, Girolamo d’Ippolito,
Antonio Marinario, Antonio Monetta e
Luca Antonio Resta; il diritto e
l’amministrazione dello Stato con
scritti di Franceso Mantica, Andrea de
Ysernia, Bartolomeo da Capua e Pierre
Rebuffe. Fra i classici italiani, latini e
greci Rodhes ha segnalato come
dell’edizione italiana della Syntaxis
linguae grecae di Jean Varen, sia qui
conservato l’unico esemplare.
Notevole è pure la presenza di
legature di pregio: 9 risalgono ai
secoli XV-XVI, 25 al secolo XVII, 58 al
secolo XVIII, 17 del secolo XIX. Dalla
metà degli anni Cinquanta del secolo
scorso si sono susseguite importanti
donazioni a favore della Biblioteca De
Leo, fra cui le acquisizioni relative
all’archivio personale del senatore
Vitantonio Perrino, di monsignor
Giacomo Perrino, del dottore
dell’Ambrosiana Carlo Marcora,
43
Da sinistra: Encyclopedie, ou Dictionnaire raisonne des sciences, des arts et des metiers, par une
societe de gens de lettres. Mis en ordre & publie par m. Diderot quant a la partie mathematique,
par m. D’Alembert Tome premier [-dix-septieme]. - Troisieme edition enrichie de plusieurs notes
A Livourne: de l’Imprimerie des editeurs, 1770. Anonimo, Rerum publicarum graecarum et
latinarum anthologumena. Rilegato in pergamena. Il codice è di indole politica, scritto in
pergamena con caratteri umanistici nel 1473 da un amanuense di nome Gabriele. Nello stesso
anno fu emendato dagli errori di trascrizione. Appartenne ad una nobile famiglia della quale
l’arma araldica consiste in due sbarre trasversali oro in campo azzurro, come rilevansi dal
primo foglio miniato a motivi floreali. Appartenne poi nel 1581 al prelato Pompeo Lippi Briziani
del quale è disegnata a penna in nero l’impresa
dell’onorevole Carlo Scarascia
Mugnozza di Brindisi, di Beppe
Patrono e dell’onorevole Domenico
Mennitti. Ci sono anche settori
archivistici affidati alla biblioteca: i
libri parrocchiali della Basilica
Cattedrale di Brindisi (1475-1921), le
Visite pastorali (1565-1767), le platee
degli enti ecclesiastici e monasteri
soppressi del XVIII secolo, l’archivio
capitolare della Cattedrale di Brindisi
(del quale fanno parte 400 pergamene
dall’XI al XX secolo e 10.000
documenti); l’archivio storico
diocesano istituito nel 1986 e
riconosciuto d’interesse locale
dall’Ente Regione Puglia, costituito da
circa 600.000 documenti cartacei;
l’archivio della Curia arcivescovile di
Brindisi (con circa 50.000 documenti
dal XVII al XXI secolo). L’istituzione è
inoltre completata da una preziosa e
consistente emeroteca che conserva
importanti testate locali, nazionali e
internazionali dal XIX secolo ai giorni
nostri. Esiste, infine, una fototeca
donata dal colonnello Briamo
costituita da circa 8000 fotografie
storiche della Puglia degli inizi del XX
secolo.
44
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
L’ARTISTA DEL MESE
OLIMPIA PACINI, ARTISTA
ETRUSCA “SENZA TEMPO”
Sua una delle opere selezionate per la
Biennale “Art 2015 Olympia in Tokyo”
di giorgio nonni
a luce abbacinante della
Maremma laziale accende le
scanalature color ocra del
portale di Santa Maria Maggiore, la
basilica che emerge dai canneti e dalla
vegetazione selvaggia che tentano di
celarla. Siamo in quel lembo recondito
dell’Etruria meridionale, a Tuscania.
L
È qui - nel suo atelier aperto allo
scenario del colle di San Pietro, un
tempo acropoli etrusca - che si libra
la creatività di Olimpia Pacini, artista
segreta e custode di misteri non
ancora svelati. Solo apparentemente
separata dagli accadimenti esterni,
l’artista scrive una pagina di fede
laica, certificando un ritorno al
mondo pagano e paleocristiano, in cui
la venerazione per la natura si nutriva
di una sacralità di valori.
Si avvinghia al grande tronco dai
nodosi rami graffiati e attorcigliati,
Olimpia, mentre trasferisce le sue
impressioni sulla foglia d’oro
impregnata di gommalacca per
costruire l’albero della vita, ben
piantato sulle radici di una famiglia
che sulla coltivazione della terra ha
costruito i suoi saldi princìpi di
solidarietà e di convivenza. Sì, perché
46
la lavorazione dei campi era
considerata alla stregua di una
preghiera che spiritualizzava la
materia e affratellava le creature.
L’etrusco, si sa, è un popolo che si
aggrappa al proprio paesaggio abitato
da misteri, da boschi, da mandrie in
libertà, da vestigia e ruderi arcaici. Ma
è anche una comunità “senza tempo”
(come amava definirsi Giuseppe
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Cesetti), fiera e rivolta al futuro e alla
speranza, segni ben interpretati da
quel capro turchino (la costellazione
dell’Ariete?) vagamente klimtiano, che
con rara perizia l’artista ci propone
quasi si trattasse di una figura
virgiliana che ci guida verso una
nuova Primavera.
Ma accanto a suggestioni dell’art
nouveau miscelate con l’arcaismo di
Cesetti, Olimpia trova la sua cifra
espressiva coniugando la pittura a
olio con l’elaborazione grafica digitale
e financo con sorprendenti incursioni
nella pop-art di Andy Warhol. E non
trova sconveniente approdare a una
scultura di tipo minimale, che non
viene percepita in opposizione alla
forma pittorica, ma come
un’estensione della propria tecnica
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
artistica, priva com’è di sfondo e di
prospettiva; un modo per opporsi agli
eccessi del consumismo e per
possedere soltanto ciò che è
essenziale al vivere. E in questa
contaminazione di linguaggi
perseguita dall’artista, cosa
rappresentano quei manichini bianchi
dagli arti recisi - simulacri umani muti
e tormentati dall’incomunicabilità piantati nei campi d’orzo a presidiare
un territorio, se non figure eterne in
cerca di un dialogo poetico con la
natura?
E quei petits chevaux dalla fiera
criniera che sembrano provenire dai
graffiti rupestri della necropoli di
Tarquinia, non sono gli stessi che
avevano affascinato Marguerite Duras
in un’assolata estate degli anni
OLIMPIA PACINI è nata e vive a
Tuscania. Dopo aver completato studi
artistici, ha seguito corsi di restauro
che le hanno fatto amare ancora di
più la materia pittorica.
Una sua opera è stata selezionata
da Cécile Debray - curatrice delle
esposizioni del Centre Pompidou di
Parigi e organizzatrice di eventi internazionali (alle Scuderie del Quirinale
sta preparando una grande mostra su
Balthus) - ed è ora esposta alla First
International Open Art Competition
“Art 2015 Olympia in Tokyo”, che annovera dipinti scelti da giurie internazionali a Parigi, New York e nella
capitale giapponese.
47
Cinquanta e che oggi Olimpia
trasforma in figure simboliche che
non vanno lette nella loro singolarità,
ma rappresentano i testimoni di un
unico racconto?
Sì, sono elementi definitori di una
vicenda che continua con quella
ballerina costruita con la cartapesta un materiale che assorbe l’accecante
luce della Maremma e che ingloba
toni ed emozioni come fossero le
pieghe della pelle - la quale è
protagonista di un viaggio che
conduce al disvelamento della verità
della carne e a liberarsi dalle catene
che la legano a una terra che
costituisce un grembo materno
accogliente, ma anche una sorta di
prigione. Che solo l’arte liberatoria di
Olimpia è in grado di affrancare.
48
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
LO SCAFFALE
Pubblicazioni di pregio più o meno recenti,
fra libri e tomi di piccoli e grandi editori
Ornella Guidi, “Giuliano Tiburtino,
Autore strumentale e vocale
(sec. XVI)”, Città di Castello,
LuoghInteriori, 2014, pp. 381,
24 euro.
troveranno la loro fulgida fioritura a
partire dal secolo successivo. Nella
musica vocale la tecnica imitativa non
è impiegata in modo rigoroso, ma si
avverte, in misura attenuata,
quell’esigenza così preponderante nei
ricercari di variare il ritmo al tema già
esposto in un’altra voce. Il prezioso
volume di Ornella Guidi raccoglie
finalmente, in modo ordinato e
chiaro, tutte le composizioni,
trascritte in partitura, di questo
straordinario e misconosciuto
compositore.
Di Giuliano Tiburtino ci sono
pervenute soltanto due raccolte:
Fantesie et Recerchari e Musica
diversa entrambe a tre voci più il
madrigale a quattro voci Madonna
s’io potesse. Particolare
considerazione meritano i tredici
ricercari, tutti monotematici, poiché
costituiscono il gruppo più numeroso
e forse il primo esempio del genere in
ordine di tempo. Nel XVI secolo infatti
i ricercari, sono per la maggior parte
politematici. L’opera strumentale del
Tiburtino a noi pervenuta si limita a
queste tredici composizioni, ma va
considerata per il contributo
apportato allo sviluppo del ricercare
monotematico e a tutte quelle forme
strumentali a carattere imitativo che
Maria Grazia Marzi, “Il Gabinetto
delle Terre di Luigi Lanzi. Vasi,
terrecotte, lucerne e vetri dalla
Galleria degli Uffizi al Museo
Archeologico Nazionale di
Firenze”, Firenze, Olschki, 2015,
pp. 370, 48 euro.
Nel raffinato volume di Maria
Grazia Marzi viene ricostruita, tramite
gli inventari della Galleria degli Uffizi
e documenti d’archivio, la formazione
della collezione medicea e lorenese di
ceramica antica, che culmina
nell’allestimento del Gabinetto delle
Terre a opera di Luigi Lanzi nel 1784.
In occasione del piano di
ristrutturazione voluto dal granduca
Pietro Leopoldo, gli oggetti della
Galleria - sulla base teorica
dell’illuminismo enciclopedico vennero suddivisi a seconda della
materia, dando luogo ai vari Gabinetti.
Nel Gabinetto delle Terre furono
raccolte le ceramiche; insieme ai vasi
furono inseriti terrecotte, lucerne,
vetri, idoli egizi e lastre fittili per un
totale di 737 pezzi. L’identificazione di
tali materiali, confluiti nel Museo
Archeologico Nazionale di Firenze, ha
costituito uno degli scopi principali
della ricerca, come attesta il Catalogo
critico e molto essenziale che,
seguendo l’inventario di Galleria del
1784 - illustrato dai disegni di
Francesco Marchissi, editi in questa
sede, - permette anche di risalire alle
collezioni di provenienza, quali la
Galluzzi, la Bucelli e quella dell’Orto
Botanico di Pisa.
giochipreziosi.it
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DIVERTIMENTO!
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50
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Il libro del mese
«Nella bella Milano, dove c’è
tanto più movimento»
La città lombarda nelle pagine di Giovanni Battista Angioletti
GIOVANNI BATTISTA ANGIOLETTI
M
a, è giusto, per parlar
di Milano bisogna
tornare in città, là dove tutto è uniforme, là dove pare
che la personalità e il carattere si
cancellino, e che si respiri come
un’aria insipida e sterilizzata
d’America. Ecco le grandi Banche, i loro eserciti di impiegati,
pazienti e diligenti, lo stuolo delle commesse e delle dattilografe,
tutte dipinte dallo stesso pittore,
ecco i tranvai colmi, irritanti, le
file angosciate delle automobili
che sporgono il radiatore a veder
se si può passare, le insegne luminose, ecco la «vita», il «movimento» di cui va fiero non solo
ogni buon Milanese, ma ogni Italiano che capiti a Milano. In ogni
altra città, quasi a consolarmi
d’esser nato lassù fra le nebbie,
tutti mi dicono, non senza aver
prima decantato le bellezze del
loro paese: «Ma a Milano c’è più
movimento». E se rispondo che
del movimento poco m’importa,
quasi quasi s’indignano, mi credono incapace di amore per il loco natìo. Movimento? Che vuol
dire, dunque? Muoversi, agire,
divertirsi. Ma è bello muoversi
fra mille pericoli di morte, e di
morte ingloriosa? Non un minuto di pace, nulla da poter contemplare, esser trascinati in un
gorgo che non conduce neppure
alle meraviglie magiche di un
abisso? E divertirsi: sì, nei caffè,
nei teatri di varietà, nei cinematografi, ecco tutto; ed allora, come siam provinciali in confronto
a Berlino o a Budapest, a Barcellona o, perfino, ad Atene. Ma è
pur vero, la vita di una grande città dipende anche dagli impulsi
pratici. C’è il caso di sentirsi irrimediabilmente tacciati di nostalgia, c’è il caso, quasi umiliante, di
veder sorridere i più giovani di
noi, alle nostre parole, e la giovinezza è talvolta inconfutabile.
Giovanni Battista Angioletti,
“Milano” (ristampa anastatica),
a cura di Vincenzo Crescente,
introduzione di Diana Rüesch,
Firenze, Biblioteca della Luna
Crescente, 2015, pp. 90, s.p.
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
A sinistra: Giovanni Battista Angioletti,
in una foto scattata a Praga, nel 1934.
Sopra: Milano, la vecchia Darsena
(foto d’epoca). A destra: frontespizio
della prima edizione di Milano,
stampata a Firenze, nel 1931
Dobbiamo pensare alla generazione che sta crescendo e che domani pretenderà a buon diritto la
scomparsa di tutto il «vecchiume» che fa noi ancòra incerti
dell’avvenire. Chi riproverà, ad
esempio, il nostro dolore per la
scomparsa dei Navigli? Qualche
buon vecchio dirà, fra trent’anni,
passando per i viali asfaltati:
«Qui, ragazzi, c’era l’acqua, qui
passavano i barconi carichi di tegole rosse e di rulli di carta bianca, i barconi lenti che trascinavano poveri cavalli zoppi e tristi; al
posto di queste case c’erano bei
giardini di ville che, in primavera,
specchiavano le loro glicini nell’acqua. Qui, insomma, si veniva a
riposare, si era in pace, contenti.»
E l’evocazione, nei ragazzi che
ascolteranno, non susciterà maggior commozione di quella provata da noi, quando i nostri vecchi
ci dicevano: «Una volta, fuori
porta Venezia era tutta campagna, ci si veniva la domenica in gita. Ora, tutte case, case, troppe
case, fino a Loreto, fino a Gorla,
per cinque, sei, sette chilometri...». E noi, ragazzi, ci sentivamo invece orgogliosi d’essere na-
51
ti in una città davvero grande, che
aveva con tanto ardire divorato le
campagne, e sognavamo anzi che
le case arrivassero fino a Monza,
sognavamo una metropoli sterminata per il nostro piacere di
sentirci cittadini. Allora, ecco che
la nuova Milano ci diventa più
amica, ecco che ammiriamo anche la fatica quasi ossessionante
dei costruttori. La nuova Stazione ci par quasi, a momenti, la cattedrale della civiltà meccanica,
così alta, massiccia, con le sue viscere di rotaje e le sue enormi arcate di ferro nero. I primi prudenti grattacieli della periferia ci
fan quasi mormorare: «Coraggio, più in alto, qualche piano ancòra, tanto il ghiaccio è rotto...».
E le nuove strade, così ampie e nitide ci invitano a desiderar belle
vetrine, donne eleganti che passano, lunghe file di automobili di
lusso, e la nostra ansia si calma, il
mondo ci appare accettabile e
confortevole.
52
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
riginario di Forte dei Marmi,
Giovanni Battista Angioletti
(Milano, 27 novembre 1896
- Napoli, 3 agosto 1961), giornalista,
narratore, saggista, direttore di periodici e organizzatore di cultura, nel
1914 fondò, giovanissimo, il settimanale nazionalista e interventista «La
Terza Italia». Dopo avere partecipato
alla prima guerra mondiale, tra il 1920
e il 1922 avviò e diresse la rivista lette-
lo stesso anno nella collana Visioni spirituali d’Italia. Il titolo della stessa, era
quello dell’omonima serie di quarantotto conferenze in cartellone nel noto
e frequentatissimo Circolo femminile,
durante le quali intellettuali di primo
piano, scrittrici e scrittori, si confrontavano con un luogo, una località, un
aspetto dell’Italia. Poche settimane più
tardi, queste lezioni venivano raccolte
in altrettanti - diremmo oggi - instant
book pubblicati da una piccola casa
editrice, la NEMI del dott. C. Cherubini
con sede a Firenze. A coordinare i cicli
raria «Trifalco». Nel 1923 fu condirettore del quotidiano «La Scure» di Piacenza e, dal 1929 al 1932, della rivista
«La Fiera Letteraria» (poi «L’Italia Letteraria»). Nel 1932 lasciò l’Italia andando dapprima a dirigere, fino al 1935,
l’Istituto di cultura italiana di Praga;
fu quindi attivo in Francia, quale lettore, fino al 1937, nelle Università di Digione e Besançon, poi direttore dei
Corsi di italiano a Parigi fino al 1940.
Milano - testo di una conferenza che Angioletti tenne al Lyceum Club
Internazionale di Firenze il 15 gennaio
1931 - fu pubblicato per la prima volta
di conferenze era Jolanda De Blasi
(1888-1964), compagna di studi e
amica di Carlo Michelstaedter. Di origini calabresi, definita da più parti «la
donna più intelligente d’Italia», insegnante, narratrice, saggista e traduttrice dalle lingue classiche e dal tedesco, inanellò per alcuni lustri una infaticabile attività di promozione e divulgazione culturale. Monarchica convinta, sostenitrice di Mussolini, ebbe
rapporti epistolari con esponenti di
spicco del regime e con molti scrittori,
tra cui Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Ada Negri, Matilde Serao, Grazia
PER UN SECONDO TEMPO
DI GIOVANNI BATTISTA ANGIOLETTI
O
Deledda, Luigi Pirandello, Massimo
Bontempelli.
Nella sessantina di pagine di Milano si riconfermano alcuni cardini
della scrittura di Angioletti caratterizzata da quella che è stata definita, via
via, «aura poetica» o «prosa evocativa»
da lui praticata in contrapposizione ai
modelli e ai canoni correnti dell’epoca.
Nel 1931 l’autore aveva già alle spalle
la vittoria, con Il giorno del giudizio
(Torino, Ribet, 1927), della prima edizione del Premio Bagutta nel 1928, e
aveva da poco firmato la Prefazione
all’antologia Scrittori nuovi (Lanciano,
Carabba, 1930), curata da Enrico Falqui ed Elio Vittorini, ancora oggi vero e
proprio paradigma di un modo nuovo
di intendere la letteratura. In quell’occasione Angioletti osservava come «gli
scrittori nuovi, compiendo una rivoluzione che, per essere stata silenziosa,
non sarà meno memorabile, intendono di essere soprattutto artisti, laddove i loro predecessori si compiacevano
di essere moralisti, predicatori, estetizzanti, psicologisti, edonisti». Sette
anni più tardi, lo stesso Falqui inserì
Angioletti in un’altra raccolta di prosatori d’arte che intitolò Capitoli. Per
una storia della nostra prosa d’arte
(Milano-Roma, Panorama ed., 1938),
in cui riunì il meglio delle varie forme
scrittorie («dal poemetto in prosa all’elzeviro, attraverso il saggio, il capriccio, lo scherzo, la fantasia, l’idillio, il sogno, la favola») che riconducevano a
quel gusto e a quella temperie.
Diana Rüesch
(Conservatrice degli Archivi letterari
della Biblioteca cantonale di Lugano)
54
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
55
Alternative di scrittura
La pelle come pagina
e raffinato libro d’arte
Attraversando i libri, i corpi-desiderio e l’Oriente
VITALDO CONTE
I
l corpo, dagli ultimi decenni del Novecento a oggi,
assume una sempre maggiore rilevanza nei percorsi
espressivi. La sua congiunzione
di arte-vita è raccontata anche
attraverso pubblicazioni teoriche e letterarie: «Scrivo, e la
scrittura riempie lo spazio della
pagina: è e si fa corpo».1
La pelle non costituisce solo un estremo rivestimento del
corpo organico: è soprattutto
un incontro con l’esterno e l’altro. Il corpo, quindi, non ha nella pelle il suo confine ma il suo
inizio: su cui si possono esprimere le lingue della scrittura.
Queste sono mosse da pulsioni
molteplici, la cui molla, rileva
Barthes, è rintracciabile nel desiderio: «L’altro di cui io sono in-
Nella pagina accanto: Man Ray,
Violon d’Ingres, 1924. A destra: Ketty
La Rocca, Le mie parole e tu, Firenze
1971-72 (Collezione Centro d’Arte
Spaziotempo)
namorato mi designa la specialità del mio desiderio. (…) Il linguaggio è una pelle: io sfrego il
mio linguaggio contro l’altro. E
come se avessi delle parole a mo’
di dita sulla punta delle mie parole. Il mio linguaggio freme di
desiderio».2 Il desiderio è un
fuoco che libera i testi della
creazione dai limiti delle cornici
e pagine, dei supporti e delle significazioni verbose. La pelle si
può tramutare così in carta e
pergamena, tela o partitura: da
scrivere, di-segnare, suonare,
dilatare in un estremo testo che
56
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
La Pelle di donna (Identità e
bellezza tra arte e scienza) è stata
protagonista di una mostra alla
Triennale di Milano (2012),
prendendo in esame anche il
rapporto finalizzato alla cosmesi
fra l’800 e l’oggi: un percorso
documentato nel suo ampio catalogo.6 L’arte ci indica che la
pelle non avvolge semplicemente il corpo, ma lo apre, lo scopre
per poi rivestirlo, divenendo la
tela bianca dell’artista e la pagina
bianca dello scrittore, su cui
esprimere il proprio immaginario di bellezza e creazione. Il tatto e il con-tatto, il tangibile e
l’impalpabile, il reale e l’irreale,
si coniugano sull’epidermide e il
suo profondo oltre.
vuole vivere fino alle proprie
abrasioni.
La pelle, oltre a essere immagine fisica o anatomica, è anche metafora della società e
dell’arte, come nel romanzo La
pelle di Curzio Malaparte.3 Il Ritratto di Dorian Gray di Wilde4
rappresenta una prima espressione moderna della paura di vedere la propria cute segnata dal
tempo: metafora di un racconto
della pelle come pittura nei suoi
drammatici confronti fra la vita e
la morte. Un tempo il primitivo
segnava come epidermide anche
il proprio passaggio: «Il Papua
copre di tatuaggi la propria pelle, la sua barca, il suo remo, in
breve ogni cosa che trovi (…).
L’impulso a decorare il proprio
volto e tutto quanto sia a portata
di mano è la prima origine dell’arte figurativa. E’ il balbettio
della pittura. Ogni arte è erotica» (Loos).5
La pelle è un organo di senso che rende ricettivo il corpo
nei colloqui con il suo ambiente.
Marinetti, nel manifesto sul Tattilismo,7 racconta la nascita dell’arte del tatto che apre la strada
verso “paesaggi sconosciuti”.
Invita a “scoprire nuovi sensi” e a
rieducare il tatto, a lungo trascurato. Questi crea le prime tavole
tattili, dette anche “viaggi di mano”, da leggere con tatto e vista.
Sottolinea così l’autonomia
dell’arte tattile rispetto alla pittura e scultura, aggiungendo che
questa avrebbe favorito la scoperta sinestetica della creazione.
Questo manifesto rappresenta
un ritorno al corpo come indagine e sperimentazione creativa.
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
57
Nella pagina accanto: Filippo
Tommaso Marinetti, Manifesto
de Il Tattilismo, gennaio 1921.
Qui sotto: Roland Barthes, L’impero
dei segni, Einaudi, Torino 1984.
A destra: Claudio Parmiggiani,
Deiscrizione (evento), 1972
(coll. C. Lezzi/S. Luperto)
La vita e l’arte si possono
relazionare in un rapporto epidermico di continuità. Man Ray,
in Violon d’Ingres (1924), fu uno
dei primi artisti a utilizzare la
scrittura sul corpo. Non usando
la manualità, ma i caratteri tipografici sul fotogramma del corpo
nudo di Kiki, la modella-amante. Sulla sua schiena spiccano
due segni ad effe, che interagiscono sulla sagoma per richiamare il
disegno del violoncello, diven-
tando così immagine di uno
strumento da suonare. La contiguità fra atto scritturale e pittorico, con la materialità corporale
del linguaggio, è individuabile
ne La Magie Blanche, disegno di
René Magritte (1936), in cui la
parola écrire è tracciata dal pittore, che vi si raffigura su un corpo
femminile, per indicare che la
superficie d’iscrizione simbolica
del linguaggio è la carne dell’immagine.
Il corpo come supporto di
molteplici segnaletiche è presente nell’arte del secondo Novecento: nei giapponesi del
Gruppo Gutai, in Piero Manzoni che firma (1961) il corpo di
una modella nuda come scultura
vivente, ecc. Non mancano, nelle
espressioni italiane degli anni
‘70, esempi di segnature del corpo-pagina. Ketty La Rocca, in
alcuni lavori, usa parole e una
gestualità suadente per entrare
58
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Da sinistra: Guglielmo Achille Cavellini, 1914-2014 / autostoricizzazione, Milano 1975 (foto Giancarlo Baghetti); Piero
Manzoni, Scultura vivente, 1961. Nella pagina accanto: Sei Shonagon, Note del guanciale, Oscar Mondadori, Milano 1990
nella segnaletica delle mani, del
corpo, anche in chiave di comunicazione amorosa e interpersonale. Le mani rappresentano
l’apertura verso l’altro e l’ambiente, con la parola you impressa sul palmo della mano. Guglielmo Achille Cavellini scrive
l’autobiografia sul proprio vestito bianco (con cravatta, cappello, soprabito) e sulle estensioni
corporali di alcune modelle:
«Ho eseguito l’operazione con
indosso il mio cappello e il mio
soprabito scritti. Alla fine ho
danzato con la mia opera d’arte,
vivente, nuda, con il corpo ricoperto dalla mia scrittura». Claudio Parmiggiani presenta uno
scriba seduto con il corpo completamente ricoperto da ideogrammi e altro. Tomaso Binga
diviene scrittura vivente con il
proprio corpo che incarna lettere alfabetiche.
Il corpo-grafia diviene
un’opportunità per discese negli
archetipi dell’essere. Diversi au-
tori della Body Art scrivono il corpo anche per segnalare condizioni estreme di condizionamento e sopruso, talvolta con segni di sangue: «Siamo tutti libri
di sangue; in qualunque punto ci
aprano, siamo rossi».8 L’iraniana
Shirin Neshat, ispirandosi all’antica cultura persiana, trascrive, con l’inchiostro di una minuta calligrafia, poemi sul volto,
sulle mani e piante dei piedi, “liberi” dal chador delle Donne di
Allah (1993-97).
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Io stesso, teorizzando (anni
‘90) sul desiderio che voleva debordare dai limiti dei supporti, ho segnato la pelle di donne offertesi
come pagina e tela per la mia
scrittura di arte-teoria.9 Questa
ha incontrato anche autrici segrete (Elisa Valdo e altre) che
hanno vissuto, per una sola stagione, la creazione della scrittura sul proprio corpo come rossa
lettera d’amore.10
Le lingue rosse sulla pelle
raccontano nel contempo sofferenza e desiderio: «Scrivere sul
corpo il desiderio del corpo. Chi
ti ha insegnato a scrivere col sangue sulla mia schiena? (...) Hai
apposto su di me il tuo marchio...
Scritto sul corpo c’è un codice
segreto (…). In certe parti il palinsesto è inciso con tale forza
che le lettere si possono sentire
al tatto» (Winterson).11 L’incisione inscritta sul corpo-desiderio è un viaggio nelle pieghe
dell’anima-pelle: «I segni impressi col ferro rovente (…) erano scavati nella carne come per
mezzo di una sgorbia (…). Bastava sfiorarli, e si percepivano sotto le dita. Di questi ferri e di questi marchi, O provava un orgoglio insensato» (Réage).12 Risultano estreme scritture di sangue
le inquietanti dermografie isteriche narrate da Huxley ne I diavoli di Loudun,13 incarnate da una
famosa indemoniata della storia,
che vivono anche nella visionarietà cinematografica di Ken
Russel.
La scrittura, insofferente a
esistere nei confini delimitati di
una pagina o tela, può ricercare
spazi altri per esistere. Fra le
possibilità trova la pelle del corpo come supporto: prezioso,
mutevole, sensuale, dotato di un
proprio calore, tatto e magnetismo. L’epidermide scritta o dipinta può divenire pratica erotica e ricerca interiore. Il rapporto
di corpo-scrittura nasce nella
tradizione calligrafica orientale,
in cui il gesto dello scrivere diventa estensione di sé e incontro.
Barthes, in un viaggio in Oriente, scopre i piaceri della calligrafia come traccia fisica del corpo e
unione di questo con il testo.14
Lo scrittore giapponese Jun’ichiro Tanizaki esprime, con
acume, i tempi e segni di un tatuaggio interiore che coinvolgo-
59
no la mano e la pelle dell’altro in
un legame profondo. Tutto ciò
che lo precede diventa frammento di un rituale preparatorio
e di analisi per gli occhi, che debbono anticiparne l’immagine:
«C’era un giovane tatuatore di
nome Seikichi, di eccezionale
abilità (…). La pelle di decine di
persone si era offerta al suo pennello come un prezioso canovaccio. (…) Poteva quindi succedere che si rifiutasse di prestare la
propria opera su chi avesse una
pelle e un corpo che non lo attiravano. (…) Da molti anni Seikichi cullava il desiderio di avere a
disposizione la pelle luminosa di
una bella ragazza sulla quale tatuare la sua stessa anima. (…) Teneva scolpita nel cuore la figura
di questa sconosciuta».15
Il volto della piccola Nagiko, la protagonista del film I Racconti del Cuscino (1996), viene segnato, con un poemetto augurale, nel giorno di ogni compleanno da suo padre, un calligrafo.
Divenuta donna, il ricordo di
quel gesto diviene desiderio
inappagato. La induce a cercare
un amante scrittore che sappia
usare il suo corpo come carta:
«L’odore della carta bianca / è
come il profumo della pelle / di
un nuovo amante / che è venuto a
trovarti / all’improvviso… / E la
penna d’oca? / Bé, la penna d’oca
è come… / quello strumento di
piacere». La ricerca dell’amante
60
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Vitaldo Conte, Pulsional Gender Art,
Avanguardia 21 Ed., Roma 2011
calligrafo ideale trasmuta Nagiko da carta di pelle a essere lei
stessa la penna, usando il corpo
degli uomini offertisi come pagine e capitoli di un libro: segnati
“sulla carne come scrittoio” di
erotica preziosità. Questo film è
stato scritto e diretto dal regista
e pittore inglese Peter Greenaway, che adolescente rimase impressionato dalla storia di una
ragazza, che provava piacere nel
farsi scrivere sul corpo ideogrammi dai propri amanti, pri-
NOTE
1
Franco Rella, Ai confini del corpo,
Feltrinelli, Milano 2000.
2
Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, 1977; Einaudi, Torino
1979.
3
Curzio Malaparte, La pelle, 1949.
4
Oscar Wilde, Ritratto di Dorian Gray,
1891.
5
Adolf Loos, Ornamento e delitto,
1908; in Parole nel vuoto, Adelphi, Milano
1992.
6
AA.VV., Pelle di donna (Identità e bellezza tra arte e scienza), Mazzotta, Milano 2012.
7
Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto futurista de Il Tattilismo, 11 gennaio
1921.
8
Clive Barker, Infernalia, Sonzogno,
Venezia 2000.
ma di poterla esprimere trent’anni dopo. I Racconti del Cuscino
(The Pillow Book) sono stati sug-
9
Riferimenti testuali e artistici dell’autore sul tema sono presenti nelle pubblicazioni:
Dispersione / scrivendo estremi confini, Ed. Pendragon, Bologna 2000.
SottoMissione d’Amore / La rosa rossa
come arte, Rosa Rossa/3, Il Raggio Verde
Ed., Lecce 2007.
AA.VV., L’attualità dell’antimodernità, Lumières Internationales, Lugano
2008.
Pulsional Gender Art, Avanguardia 21
Ed., Roma 2011.
AA.VV., Di_segni poetici 2, a c. di S.
Luperto e A. Panareo, Ed. Grifo, Lecce,
2013.
10
Eros Parola d’Arte, mostra a cura
dell’autore, Biblioteca Prov.le N. Bernardini, Lecce 2010. Nell’esposizione sono ricordate le Lettere d’amore delle poetesse
gestionati da Sei Shonagon, una
dama di corte dell’imperatrice,
alla fine del X secolo, nelle sue
Note del guanciale, riflessioni e testimonianza sulla vita e società
giapponese del tempo.16
L’ideogramma, per la propria espressione, si presta a divenire di-segno sulle pagine di una
corporeità. Un esempio recente
è espresso dalle fotografie Family Tree (2000) dell’artista cinese
Zhang Huan.
Lo scrivere sul corpo entra
oggi in ogni espressione creativa
e personale: come quella di tatuare il corpo con parole amate o
segrete.
Mariannina Coffa (1841-1878), Giovanna Sicari (1954-2003) e presentate le
Carte-corpo di desiderio di Elisa Valdo e
Autrici segrete. Cfr: Body Writer, Gepas,
Avola 2010.
11
Jeannette Winterson, Scritto sul
corpo, Mondadori, Milano 1992.
12
Pauline Réage, Storia di O, 1954;
Bompiani, Milano 1971.
13
Aldous Huxtey, I diavoli di Loudun,
1952; Mondadori, Milano 1988.
14
Roland Barthes, L’impero dei segni,
1970; Einaudi, Torino 1984.
15
Jun’ichiro Tanizaki, Il tatuaggio,
Feltrinelli Editore, Milano 1985; in Opere,
Classici Bompiani, Milano 1988.
16
Sei Shonagon, Note del guanciale,
SE Studio Editoriale, Milano 1988; Oscar
Mondadori, Milano 1990.
62
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
Ricorrenze
Fra scrittore ed editore:
l’uomo tipografico
Compie due-cento anni l’omaggio di Papini a Vallecchi
MASSIMO GATTA
T
riplice anniversario
per uno degli scritti
più suggestivi e poetici (ancorché breve) di Giovanni
Papini, dedicato ad Attilio Vallecchi, tra i più importanti tipografi-editori del Novecento letterario italiano.1 Fin dalle prime righe si percepisce l’intensità e la stima che unirono lo
scrittore all’editore fiorentino,
un rapporto documentato an-
che dalla nutrita, quasi trentennale, corrispondenza:2 «Quel
che non avrei letto neppure all’amico più prossimo del momento, quel che non avrei dato
nelle mani della donna più vicina alla mia pelle, quel che non
avrei mostrato a nessuno dei
primi dei primi od ultimi venuti
nel mio cuore accogliente, l’ho
dato sempre a te prima che ad
altri. E non mi sono vergognato
e non ho dovuto arrossire».
Una lunga e intensa tipofilia legò infatti Papini a Vallecchi, che
torna in molti punti del suo
scritto: «Io lascio nelle tue mani
quel che ho di più caro in quel
giorno. Ti lascio un tanto d’anima mia sgocciolata in inchiostro e tu pensi a tradurmela in
metallo». La traduzione metallica era quella delle eccellenti
macchine monotype vallecchia-
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
ne, sempre in piena attività nella
Firenze primo Novecento,3 una
lunga avventura all’insegna del
libro e della letteratura, e della
quale ci restano le preziose memorie del fondatore “vivente”.4
Un alto riconoscimento al
valore secolare del piombo, elogio dell’arte nera, dell’inchiostro che mai e poi mai macchia
ma, al contrario, segnala la sua
presenza sul bianco della pagina
intonsa; un’accorata dichiarazione d’amore tipografico: «Le
tue mani sudice di piombo o
d’inchiostro mi piacciono infinitamente di più di quelle che i
signori altolocati nascondono
nella pelle bigia o gialla per vergogna della loro pulizia. Anche
le mie sono sporche d’inchiostro
e stringerebbero volentieri le
tue […]. Siamo fratelli, tipografo». E qua e là risuonano sprazzi
di prosa meccanica futurista, del
resto un movimento nato solo
cinque anni prima: «Amo la mo-
notype col suo pozzo bollente di
piombo fuso e colla sua complicata precisione di bestia meccanica». Fino alla dichiarazione finale che suona come un vero e
proprio canto d’amore professionale:5 «Bisogna che tu mi
prenda fra i tuoi, fratello tipografo. Siamo cuciti a doppio filo
per tutta la vita come gli assassi-
63
ni dagli anelli della catena. Tu
non potresti vivere senza di me
ed io non potrei vivere senza di
te. Dobbiamo essere amici e innamorati per forza».
Queste righe, tratte dalla
Dichiarazione al tipografo, Papini
le affidò, il primo maggio del
1914 (prima ricorrenza 19142014), alla celeberrima «Lacerba»,6 il periodico quindicinale
stampato appunto da Vallecchi,7
le cui pubblicazioni iniziarono
nel gennaio del ‘13 per cessare,
col numero 22, nel maggio del
‘15. Lo scrittore fiorentino ristamperà la sua Dichiarazione
l’anno dopo quale decima prosa
lirica di Cento pagine di poesia8 (da
qui la seconda ricorrenza 19152015), volume che ebbe una nutrita serie di ristampe.9 Si dovrà
attendere però il 1954 (terza ricorrenza, 60 anni, 1954-2014)
per ritrovare lo scritto pubblicato questa volta da solo in una rara ed elegante plaquette, sempre
64
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
vallecchiana, stampata fuori
commercio e distribuita il 17
giugno di quell’anno in occasione del quarantennio di vita della
casa editrice fiorentina.10 Quattro anni dopo verrà ristampato
come strenna natalizia, in soli
NOTE
1
Firenze, 1880-1946.
2
Giovanni Papini, Attilio Vallecchi,
Carteggio 1914-1941, a cura di Mario
Gozzini, premessa di Giorgio Luti, Firenze,
Vallecchi, 1984.
3
Per inquadrare la casa editrice Vallecchi nel contesto politico-letterario
dell’epoca rimando imprescindibile è a
Giampiero Mughini, L’invenzione del ‘900,
Firenze, Vallecchi, 2001, ma vedi anche, a
livello iconografico, Immagini e documenti di una casa editrice, a cura di Annamaria Manetti Piccinini, Firenze, Vallecchi, 1991. Segnalo infine Il tempo de «La
Voce». Tipografi, Editori e Riviste a Firenze
nel primo Novecento, presentazione di
Giorgio Luti, Firenze, Nuovedizioni Enrico
300 copie su carta in tondo delle
cartiere Enrico Magnani, in una
raffinata plaquette firmata dall’eccellente tipografo U. Allegretti di Campi,11 con una nota
introduttiva di Vanni Scheiwiller.12 Si inserirebbe, forse, tra
questa, e la successiva rara edizione del 196113 (stampato come
saggio degli allievi) l’edizione
non datata pubblicata a Milano
dal Centro stampa Etas Compass.14
L’ultima edizione, a memo-
Vallecchi, 1982, catalogo della mostra a
cura di Anna Nozzoli e Carlo Maria Simonetti.
4
Cfr. Attilio Vallecchi, Ricordi e idee di
un editore vivente, Firenze, Vallecchi,
1934 e Attilio Vallecchi nel ricordo di alcuni amici, Firenze, s.e. [Vallecchi], 18 febbraio 1947, stampato f.c. nel primo anniversario della morte; segnalo anche Come
nacque il libro. Cenni bibliografici su le più
importanti opere della Casa editrice Vallecchi, Firenze, Vallecchi, 1935; Gino Geròla, I Vallecchi, in Id., Un editore e sette
fiorentini, Firenze, Realtà Toscana Edizioni, [1987], pp. 15-24; Giorgio Luti, Un editore fiorentino: Vallecchi, in Id., Firenze
corpo 8. Scrittori, riviste, editori del ‘900,
Firenze, Vallecchi, 1983, pp. 161-222; Un
sogno lungo un secolo, VHS, Firenze, Vallecchi, 2002; l’ampio e documentato Le
edizioni Vallecchi. Catalogo 1919-1947, a
cura di Luca Brogioni, Milano, Franco Angeli, 2008 e infine, su Enrico Vallecchi, il
raro e prezioso L’uomo che faceva i libri.
Pagine per Enrico Vallecchi, Firenze, Vallecchi, 1990 [ediz. f.c.], del quale mi piace
segnalare anche un piccolo cimelio bibliografico, poco noto e conservato in sole due biblioteche italiane: Trentatre giorni, Firenze, s.n.t., 1945. Ma Giovanni Papini fu autore anche di un altro simpatico
pamphlet vallecchiano, Le disgrazie del libro in Italia, sulle cui intricate vicende
editoriali rimando a Massimo Gatta, Un
compleanno papiniano. I 60 anni de Le disgrazie del libro in Italia (1952-2012). Ap-
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
ria di bibliografo, è quella pubblicata a Pavia nel 1991,15 stampata sibi et amicorum (Guido
Spaini?) nell’ambito della mostra della piccola editoria al Castello di Belgioioso, un’elegante
plaquette fuori commercio su
punti bibliografici, «Studi Goriziani», vol.
107 (2014), pp. 179-181.
5
Cfr. Sandro Dorna, Da Papini, dichiarazione d’amore al tipografo, «La StampaTuttolibri», data non rilevata.
6
Fondato il primo gennaio del ’13 dallo stesso Papini e da Ardengo Soffici; cfr.
Attilio Vallecchi, Come nacque «Lacerba»,
in Id., Ricordi e idee di un editore vivente,
cit., pp. 115-140.
7
Che era anche lo stampatore de «La
Voce» e delle Edizioni della Libreria della
Voce.
8
Firenze, Libreria della Voce, 1915.
Tutte le ristampe successive fanno sempre riferimento a questa edizione del ’15
considerata erroneamente come la princeps.
carta a mano, non censita in alcuna biblioteca pubblica italiana.16 Un omaggio e un riconoscimento verso un editore «partecipe appassionato del lavoro
editoriale di Soffici, Papini,
Prezzolini, De Robertis, [che]
9
Nel 1918 (Libreria della Voce); nel
1920 edito da Vallecchi, nel 1932 con
molte aggiunte; quindi nel 1942 col titolo
Poesia in prosa. Cento pagine di poesia.
Giorni di festa, e ancora nel 1947.
10
Solo 2 copie conservate in biblioteche italiane (Firenze): “Fondazione Spadolini Nuova Antologia” e “Fondazione
Biblioteche Cassa di Risparmio di Firenze”
(fonte Mai Azalai, mentre SBN non registra la plaquette).
11
Sul quale rimando a Mauro Chiabrando, Nella fucina del bel libro. Stampatori del XX secolo: la tipografia Campi,
«Charta», n. 48, settembre-ottobre 2000,
pp. 36-38 [a p. 37 è riprodotta la copertina
della plaquette di Papini].
12
L’esemplare conservato presso il
65
sovente contribuiva di tasca propria per rendere possibile la prosecuzione delle loro stentate imprese. Fino al momento in cui,
rilevata l’attività della Libreria
della Voce, divenne, finalmente,
l’editore Vallecchi».17
centro Apice dell’Università di Milano
(Archivi della Parola dell’Immagine e della
Comunicazione Editoriale) appartiene infatti al “Fondo Giovanni e Vanni Scheiwiller” (collocazione: A.F.PSC. 1.ML. 1306).
13
Firenze, Tipografia dell’Istituto Professionale “Leonardo Da Vinci”, plaquette
stampata dagli allievi della Sezione “Grafici” dell’Istituto.
14
Senza data certa (fonti SBN e Mai
Azalai).
15
Anche questa stampata dalla Tipografia Campi di Rozzano (MI).
16
Fonti SBN e Mai Azalai. Rintracciata
copia solo online (maremagnum ed ebay).
17
Sandro Dorna, Da Papini, dichiarazione d’amore al tipografo, cit.
66
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
67
In Appendice - Feuilleton
L.E.X.
Le biblioteche profonde
I capitolo
ERRICO PASSARO
L’
uomo davanti al pc trovò qualcosa che sarebbe
stato meglio non avesse
trovato.
E, in quel preciso momento, capì che qualcuno avrebbe
trovato lui per fargliela pagare.
Si faceva chiamare “Lupo”.
Un nome d’arte, sotto il quale
svolgeva il suo lavoro sotterraneo: guardiano di una biblioteca
clandestina.
“Lupo” rimase a fissare lo
schermo del computer, lo sguardo vitreo, il volto disfatto in un
insieme di tratti tesi. Non credeva ai propri occhi.
Eppure avevo preso tutte le
precauzioni…, pensò, mentre una
goccia di sudore iniziava una lenta discesa lungo la sua tempia.
“Lupo” aveva paura. Aveva i
giorni contati: i cacciatori erano
su di lui e, un bel giorno, si sarebbe svegliato solo per scoprire di
essere stato attaccato.
Illustrazione di Anna Emilia Falcone
(espressamente realizzata per
«la Biblioteca di via Senato»)
Devo stare calmo, si raccomandò. La biblioteca, su tutto.
La chiamavano il Cimitero
dei Libri Dimenticati, da un romanzo di Carlos Ruiz Zafon di
qualche anno prima. Era una
delle decine di biblioteche illegali spuntate nel Deep Web negli
ultimi anni. Ed era sotto attacco.
“Lupo” cominciò a digitare
freneticamente sulla tastiera del
computer. Doveva essere sicuro
che fosse esattamente come temeva.
Lanciò un programma-civetta. Bastò un minuto per avere
la conferma che gli serviva.
FBI ed Europol avevano
disseminato di trappole le strade
che portavano nei club di lettura.
Avevano lanciato un attacco alle
darknet. Avevano spazzato centinaia di siti di pedopornografia,
ma anche blog innocenti e semplici canali di comunicazione
anonima con tormail. E adesso
gli stavano addosso.
“Lupo” spense il computer.
Sullo schermo nero si riflettè il
suo viso affilato, ai lati del quale
fluivano i folti capelli grigi acconciati in una coda a strascico.
Anche nella barbetta rada spuntava un po’ di grigio.
Era tra due fuochi. Da una
parte, le forze dell’ordine del
mondo cosiddetto “democratico”, dedite a bonificare senza
troppi distinguo l’Internet oscura che proteggeva ogni illegalità;
dall’altra, gli agenti dei Paesi dittatoriali, timorosi di ogni spazio
di libero pensiero e capaci di
mettere una taglia sugli amministratori dei siti e su chiunque si
trovasse nel mondo sommerso.
“Lupo” si asciugò la fronte.
Si accorse che la mano destra,
adornata da un pacchiano anello
di bigiotteria, ballava in modo
inquietante.
68
Ragiona., si disse, cercando
di mantenere la calma. Ragiona.
Poteva “inabissarsi” nelle
profondità del Deep Web, lì dove i
motori di ricerca non potevano
raggiungerlo, e ricostruire altrove la biblioteca. Era già successo.
Come un cassiere della Jihad, come un trafficante di droga o di armi. Fiutato il pericolo, aveva avvisato i lettori anonimi che bussavano alla sua porta, con un solo,
semplice messaggio: “Fate una
copia di tutti i libri, domani potrebbe essere tardi”.
Ma oggi era diverso.
La paura si stava diffondendo come un virus. Contagiava biblioteche e circoli. Innescava una
catena di solidarietà nella comunità che si muoveva nelle biblioteche clandestine: attivisti no copyright e “pirati” che volevano
smontare l’industria editoriale;
club composti da cittadini di Paesi
dove esisteva la censura e parlare
di letteratura poteva provocare
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
molti guai; utenti semplicemente
in cerca di libertà. Ma il panico
serpeggiava fra i più. Molti gruppi si stavano sciogliendo, molti
altri si stavano radicalizzando, e
nessuna delle due era una buona
notizia.
“Lupo” starnutì, si soffiò il
naso, ripose il fazzoletto di carta.
Quei gesti quotidiani, banali, gli
ricordarono che non era un avatar elettronico, ma un uomo in
carne e ossa. Un uomo che poteva soffrire. Un uomo che poteva
morire.
Sapeva di essere un obiettivo. Era esponente di uno dei più
dinamici movimenti anarchici di
controinformazione. Aveva lavorato ad aggirare la censura di Stati dove il governo controllava i
club di lettura e li autorizzava e finanziava solo se promuovevano
la cultura di regime. Aveva cercato e scambiato con le carbonerie
informatiche libri al bando. Se la
cospirazione mondiale fosse stata
smascherata, sarebbe stato uno
dei primi a pagarne il prezzo.
C’è una sola cosa da fare, concluse. Chiamare Stasi.
Il colonnello dell’Aeronautica militare italiana Victor Stasi,
agente di L.E.X.
L.E.X., ovvero Law Enforcement X. Una branca dei servizi segreti italiani che operava con gli
strumenti combinati della legge e
della forza.
“Lupo” era uno dei migliori
informatori di Stasi. Gli aveva
passato molte dritte interessanti,
in passato. Era in credito con lui e
la sua agenzia.
Si asciugò la fronte con lo
stesso fazzoletto usato per pulirsi
il naso. Riaccese il computer.
Aprì il contatto sulla linea riservata con il suo occasionale “datore di lavoro”.
Se c’era qualcuno che poteva salvargli la vita, quello era Stasi
e la squadra di L.E.X.
(continua)
70
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
BvS: il ristoro del buon lettore
La grande cucina montana
del St. Hubertus
Elegiache atmosfere alpine a San Cassiano
P
otrei forse incontrarli – i
miei vecchi amici: Festetics,
il barone Kovacs, il conte
Chojnicki… – in uno dei tanti caffè
viennesi nei quali eravamo soliti
riunirci, bevendo alla salute del
«nostro vecchio imperatore Francesco Giuseppe». Potrei rintracciarli lì, dopo questa guerra che
«giustamente è stata chiamata
mondiale, non perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in
seguito a essa, abbiamo perso il ‘nostro’ mondo». Forse. Oppure potrei ritrovarli in uno dei tanti territori di confine di quello che era il
nostro vasto impero, là dove alberga la vera anima dell’Austria, là,
«nelle Alpi, dove dimorano camosci e stelle alpine e genziane». Là,
dove ancora riposa uno spicchio del
«nostro antico mondo». Nella verde val Badia potrei forse incontrarli, magari intenti a narrarsi l’un l’altro i ricordi del nostro secolare impero, magari seduti a uno dei tavoli
del ristorante St. Hubertus (esclusiva enclave dell’hotel Rosa Alpina
di San Cassiano). Questo luogo di
raffinatezze, di delicate cortesie, di
nobili valori continua a preservare
quell’atmosfera della «nostra vec-
GIANLUCA MONTINARO
Ristorante St. Hubertus
Hotel Rosa Alpina
Strada Micurà de Rü, 20
San Cassiano in Badia (Bz)
Tel. 0471/849500
chia società» nella quale io, Francesco Ferdinando von Trotta, protagonista della Cripta dei Cappuccini
di Joseph Roth (romanzo che la Biblioteca di via Senato possiede nella prima edizione italiana stampata
da Adelphi nel 1974), sono nato e
cresciuto.
Qui, Norbert Niederkofler,
chef di valore che ben conosce il
mondo alpino e le sue infinite potenzialità culturali e gastronomiche, racconta il suo ‘angolo di universo’. Racconta di montagne che
non sono vette di confine ma privilegiati luoghi di incontro. Di uomini e di idee. Di prodotti e di tradizioni. Così tutti mitteleuropei
sono i paradigmatici e straordinari
gnocchi di patate e rapa rossa, ri-
pieni di rafano, con terra di birra e
crema al daikon, mentre più italici
risultano i ravioli ripieni di biete
con agoni essicati e spuma di pancetta. Delicata «la tinca in bianco,
che mia madre amava farmi trovare
in tavola»; ma ancora superiore è la
tartare di trota fario, con il suo caviale e la pelle croccante. Niederkofler scompone il nobile pesce,
mettendo in dialogo le sode e rosee
carni con la cremosa mineralità salina delle uova e la fragranza aerea
della pelle essiccata. Infine, a ricordare lo spirito della valle, il dolce
‘Enrosadira’, ovvero il rosso e il rosa delle Dolomiti catturati in un
piatto.
Il vino potrebbe essere un
«biondo moscatello». Ma, forse,
«preferirei un Borgogna». O anche un Nebbiolo piemontese, l’uva
che più si avvicina al delicato Pinot
noir d’Oltralpe. Magari un Barolo,
magari un Sorì Ginestra, di Conterno Fantino. Alziamo i calici,
sfuggendo le «Ossute Mani»: “Viva l’imperatore!”. I trofei di cervi e
camosci assistono dalle pareti, ricordandoci le imperiali battute di
caccia a Bad Ischl. Ora so «dove
devo andare, io, un von Trotta…».
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72
HANNO
COLLABORATO
A QUESTO
NUMERO
LUCA PIETRO NICOLETTI
Luca Pietro Nicoletti,
storico dell’arte, si interessa di arte e critica del
Secondo Novecento in
Italia e in Francia.
Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti
e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata
2013).
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015
VITALDO CONTE
Vitaldo Conte è docente di Storia dell’Arte
Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di
Roma. Fra i suoi libri:
l’antologia Nuovi Segnali
(1983),
Dispersione
(2000), Anomalie e Malie
come Arte (2006), SottoMissione d’Amore (2007),
Pulsional Gender Art
(2011). Fra le mostre curate: Anteprima XIV Quadriennale, Julius Evola,
Mistiche bianche, DonnaArte, Eros Parola d’Arte. Poeta (lineare, verbovisuale), artista e performer con centinaia di pubblicazioni, eventi, mostre
in Italia e all’estero.
GUIDO DEL GIUDICE
Guido del Giudice, è
considerato uno dei più
profondi conoscitori della
vita e dell’opera di Giordano Bruno, cui ha dedicato decenni di studi e ricerche, coronate da
importanti scoperte. Numerose sono le sue pubblicazioni, fra libri e articoli.
Nel 2008 ha vinto la prima
edizione del Premio Internazionale Giordano Bruno
con il testo La disputa di
Cambrai (Camoeracensis
Acrotismus). Fra le sue
opere si ricorda anche la
prima traduzione italiana
della Summa terminorum
metaphysicorum. Dal 1998
cura il sito internet
www.giordanobruno.com,
punto di riferimento per
appassionati e studiosi di
tutto il mondo.
KATIUSCIA DI ROCCO
Katiuscia Di Rocco,
dottore di ricerca in Storia moderna, è direttrice
della Fondazione Biblioteca Pubblica Arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi.
È docente incaricata,
presso l’Università degli
Studi del Salento, di Storia dell’Europa moderna e
in vari corsi di biblioteconomia e gestione delle biblioteche. Presso l’Istituto di Scienze Superiori “S.
Lorenzo da Brindisi” insegna Storia della Chiesa
moderna e contemporanea. Segue oggi una serie
di Progetti di collaborazione con diversi Enti ed
Istituzioni internazionali.
Ha pubblicato una serie
di saggi in riviste locali
MASSIMO GATTA
Massimo
Gatta
(1959) ricopre l’incarico,
dal 2001, di bibliotecario
presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli
Studi del Molise dove ha
organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali
del libro (ex libris).
Collabora alla pagina
domenicale de «Il Sole 24
Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale
della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri”
(books about books), e fa
parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri».
Numerose sono le sue
pubblicazioni e i suoi articoli.
GIORGIO NONNI
Giorgio Nonni (Urbino 1945), docente di Letteratura italiana all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, si è interessato di lessicografia
medievale (Derivationes
di Uguccione da Pisa) e di
lirica di corte del ’400
(Canzoniere di Angelo
Galli).
Ha allargato i suoi interessi alla trattatistica
rinascimentale (Trattato
del giuoco della palla di
Antonio Scaino) e alle
dissertazioni naturalistiche del medico cinquecentesco Costanzo Felici
(Passatempi e capricci).
Ha pubblicato la prima edizione italiana in
tre tomi delle Memorie
dei Duchi di Urbino di James Dennistoun.
ERRICO PASSARO
Errico Passaro (1966)
è ufficiale dell’Aeronautica Militare esperto in
materie giuridiche. Giornalista e scrittore, ha
pubblicato oltre millesettecento articoli, dieci romanzi, centoventi racconti, fra cui il “triplete”
per le collane da edicola
Mondadori: la bianca
(Zodiac, Urania n. 1557;
La Guerra delle Maschere, Millemondi Urania n.
58), la gialla (Necropolis,
Supergiallo n. 39), la nera
(L.E.X. - Law Enforcement
X, Segretissimo, n. 1591;
L.E.X. - Operazione Spider, Segretissimo n.
1610; L.E.X. - Inverno arabo, Segretissimo n. 1611).
GIANCARLO PETRELLA
Giancarlo Petrella
(1974) è docente a contratto di discipline del libro
presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Nel
2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di
insegnamento di Scienze
del libro e del documento.
È autore di numerose
monografie fra cui: L’officina del geografo; Uomini,
torchi e libri nel Rinascimento; La Pronosticatio di
Johannes Lichtenberger;
Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia (2010);
L’oro di Dongo ovvero per
una storia del patrimonio
librario del convento dei
Frati Minori di Santa Maria del Fiume (2012). Collabora con «Il Giornale di
Brescia» e la «Domenica
del Sole24ore».
GIANLUCA
MONTINARO
Gianluca Montinaro
(Milano, 1979) è docente a
contratto presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai
rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno.
Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il
Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della
Rovere (2000); Il carteggio
di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani
(2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006);
Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere
(2009); Ludovico Agostini,
lettere inedite (2012);
Martin Lutero (2013);
L’utopia di Polifilo (2015).
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