la Biblioteca di via Senato mensile, anno vii Milano n. 9 – settembre 2015 BIBLIOTECHE Di libro in libro, di volume in volume di massimo gatta BIBLIOFILIA I preziosi incunaboli di casa Maggi di giancarlo petrella LIBRI DI MEDICINA Il melanconico lamento di Ippocrate di guido del giudice ALTERNATIVE DI SCRITTURA La pelle come pagina e raffinato libro d’arte di vitaldo conte FEUILLETON L.E.X. Le biblioteche profonde di errico passaro ISSN 2036-1394 la Biblioteca di via Senato – Milano M E N S I L E D I B I B L I O F I L I A – A N N O V I I – N . 9 / 6 4 – M I L A N O , SETTEMBRE 2 0 1 5 Sommario 4 Libri di medicina IL MELANCONICO LAMENTO DI IPPOCRATE di Guido del Giudice 54 Alternative di scrittura LA PELLE COME PAGINA E RAFFINATO LIBRO D’ARTE di Vitaldo Conte 10 Storie di biblioteche DI LIBRO IN LIBRO, DI VOLUME IN VOLUME di Massimo Gatta 62 Ricorrenze FRA SCRITTORE ED EDITORE: L’UOMO TIPOGRAFICO di Massimo Gatta 20 Bibliofilia I PREZIOSI INCUNABOLI DI CASA MAGGI di Giancarlo Petrella 66 In Appendice – Feuilleton L.E.X. LE BIBLIOTECHE PROFONDE di Errico Passaro 33 IN SEDICESIMO – Le rubriche LA MOSTRA – LA BIBLIOTECA DEL MESE – L’ARTISTA DEL MESE – LO SCAFFALE a cura di Luca Pietro Nicoletti, Katiuscia Di Rocco e Giorgio Nonni 70 BvS: il ristoro del buon lettore LA GRANDE CUCINA MONTANA DEL ST. HUBERTUS di Gianluca Montinaro 50 Il libro del mese «NELLA BELLA MILANO, DOVE C’È TANTO PIÙ MOVIMENTO» di Giovanni Battista Angioletti 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione Biblioteca di via Senato Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Presidente Marcello Dell’Utri Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Coordinamento pubblicità Ines Lattuada Margherita Savarese Progetto grafico Elena Buffa Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Immagine di copertina Ippocrate, nella rappresentazione di un artista bizantino del XIV secolo Stampato in Italia © 2015 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Per ricevere a domicilio (con il solo rimborso delle spese di spedizione, pari a 27 euro) gli undici numeri annuali della rivista «la Biblioteca di via Senato» scrivere a: [email protected] L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Editoriale «C he fine hanno fatto gli incunaboli di casa Maggi?» si domanda Giancarlo Petrella nel suo raffinato articolo pubblicato su questo numero de «la Biblioteca di via Senato». Una Milano di quasi tre secoli fa. Una schiera di letterati, collezionisti, bibliofili e mercanti. Una grandiosa biblioteca. Una vendita all’asta. Questi il palcoscenico, gli attori e gli elementi della dispersione all’incanto della preziosa raccolta di Carlo Maria Maggi (1630-1699), protrattasi per svariati giorni in un precocemente torrido (così registra una cronaca dell’epoca) mese di maggio del lontano 1727. Di tanti di quei volumi non conosciamo la sorte. Non sappiamo chi li acquistò né ove furono collocati. Ma, al di là di ciò, un dato è certo: tutti quei volumi (raccolti in ben 4.248 lotti) sopravvissero a Maggi, come già erano sopravvissuti ai loro precedenti proprietari e come, con buone probabilità, continuarono a sopravvivere ai loro nuovi possessori, giungendo forse, di mano in mano, persi fra i rivoli di tante storie, ai nostri giorni. Monumenti di fragile carta che ci accompagnano, nel nostro transito terreno, lungo l’arco dei secoli. Sono loro – i libri – a prenderci in mano, non il contrario. Perché, come notava Elias Canetti, non siamo noi a possederli: sono loro che ci possiedono. Gianluca Montinaro 4 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 Libri di medicina IL MELANCONICO LAMENTO DI IPPOCRATE Un viaggio nell’arte medica del Rinascimento GUIDO DEL GIUDICE L a lezione del Rinascimento è sempre viva e operante nella nostra cultura, in quanto esso non rappresenta soltanto un periodo storico, ma esprime una condizione dell’animo, che torna ad illuminarsi ogni qualvolta l’agire umano viene sopraffatto da periodi di torpore e oscurantismo. Se nell’arte e nella filosofia, la tradizione rinascimentale ha continuato, in modi e tempi diversi, a esercitare il proprio influsso, in campo medico-scientifico essa si è ridotta a pura curiosità storica. Soffocata dall’impetuoso sviluppo tecnologico, quella fonte inesauribile di creatività, di consapevolezza delle capacità umane, è stata ritenuta non più in grado di offrire alcun valido contributo. Mentre il riferimento ai padri dell’ars medica (Ippocrate, Avicenna, Galeno) si è A sinistra: Ippocrate, in un’incisione di Pieter Paul Rubens (1638). Sotto da sinistra: Ippocrate e Galeno, affresco della cripta della Cattedrale di Anagni (prima metà del XIII sec.); Ippocrate, nella rappresentazione di un artista bizantino del XIV secolo 6 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Frontespizio dell’Opus chirurgicum di Paracelso (volume impresso nel 1565, a Francoforte sul Meno) conservato come pura testimonianza di ossequio, la memoria della medicina rinascimentale è stata pressoché rimossa, come se tutto ciò che appartiene all’era pre-galileiana sia qualcosa di cui vergognarsi. Questa voglia di liberarsi della cattiva coscienza di pratiche antiche, come magia, astrologia e alchimia, ha comportato un allontanamento da quella filosofia della natura, che consentiva al medico di rendersi conto che tutto è legato a tutto e che la scienza, da sola, non può dare risposta ad ogni quesito, senza una visione monistica dell’uomo e dell’universo. A differenza degli antichi, che possedevano un grande talento nel comprendere le verità gene- rali, i medici moderni hanno progressivamente ristretto il campo della loro attenzione su fatti particolari. Questo cambio di prospettiva ha comportato un mutamento d’immagine: continuamente impegnati a inseguire le conquiste del progresso tecnico-scientifico, essi hanno scelto di sacrificare quel connubio tra medicina e filosofia che aveva sempre caratterizzato la loro formazione umanistica. La celebre sentenza di Ippocrate secondo cui il medico che si fa filosofo è simile a un dio («ιατρóς φιλóσοφος ισóθεος»), ripresa poi da Galeno («Nullus medicus nisi philosophus»), divenne nel Rinascimento un vero e proprio dogma. settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano A destra dall’alto: celebre ritratto di Paracelso (incisione del 1606); Paracelso, Astronomia magna (Frankfurt: Martin Lechler fur Hieronymous Feyerabend, 1571) «Se non sono astronomi manca loro già un’ala; se non sono neanche filosofi, manca loro anche l’altra», sentenziò Philipp Theophrast Bombast von Hohenheim detto Paracelso, uno dei principali depositari di quell’orgoglio intellettuale, nonché di quella sensibilità, a tratti mistica, nei confronti della natura, che furono caratteristiche peculiari dello spirito rinascimentale. La consapevolezza della sintonia tra uomo e natura, tra microcosmo e macrocosmo, tra “interno” ed “esterno”, che in lui ammirò Giordano Bruno, al punto da definirlo «medico fino al miracolo», gli faceva considerare la filosofia madre della medicina, giacché permette di conoscere la natura: «E che altro è questa natura se non la filosofia, che altro è la filosofia se non la natura invisibile? Solo chi è filosofo è degno di cimentarsi nell’arte medica». La mentalità sperimentale viene continuamente chiamata in causa come discrimine tra vecchio e nuovo, tra medioevo e modernità: pure essa non era del tutto assente nella medicina rinascimentale. Il ricorso all’esperimento è continuamente richiamato da Cardano e Paracelso ed è addirittura il fondamento dell’ ”Accademia dei Segreti“ di Giovan Battista Della Porta, il cui statuto dichiara il preciso obiettivo di testare ricette e ritrovati, per stabilirne la reale efficacia. Il punto non era, quindi, l’atteggiamento nei confronti della sperimentazione, bensì il suo oggetto e i mezzi utilizzati per realizzarla. Se oggi può sembrare ridicolo cercare di guarire il mal di testa con salassi e scongiuri, non meno ridicole appariranno molte delle nostre attuali convinzioni tra cinque secoli. È vero, abbiamo allungato di molto la nostra vita media, ma contemporaneamente abbia- 7 8 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Da sinistra: Girolamo Cardano all’età di 49 anni; frontespizio dell’opera di Girolamo Cardano Contradicentium medicorum liber (Venezia, Geronimo Scotto, 1545); Giovan Battista Della Porta all’età di 64 anni (vignetta del XVII secolo) mo depauperato il pianeta; abbiamo sconfitto molte malattie ma, al tempo stesso, determinato, con l’inquinamento, il diffondersi di altre, i cui effetti rischiano di incidere drammaticamente sulle generazioni future. Astraendoci dalla ruota del tempo, in cui la sopravvivenza del singolo è ininfluente, chi è da considerarsi più folle? Guardiamo, dunque, con indulgenza a questi precursori della scienza moderna, in cui pure coabitarono disinvoltamente scienza e magia. Essi non avevano coscienza delle infinite applicazioni pratiche del metodo sperimentale per cui, ogni qualvolta la realtà che andava svelandosi davanti ai loro occhi diveniva troppo complessa per una spiegazione razionale, cercavano conforto nella favolosa tradizione magica medievale. La pratica magica si presentava come l’unica via percorribile dal sapiente per sfruttare le enormi potenzialità della natura, intesa come forza operante nel creato. Paracelso considerava la magia «praeceptor et paedagogus», una maestra che aiuta a scoprire i segreti della natura: «chi non comprende la natura la chiama stregoneria, ma è una vera arte, che richiede solo fede». Girolamo Cardano, pur accogliendo credenze e superstizioni di ogni tipo, concepì idee profondamente innovatrici, precorrendo i tempi con sorprendenti intuizioni, confermate a distanza di secoli dalla scienza ufficiale. I dieci libri del Contradicentium medicorum, in cui mise a confronto le opinioni dei più grandi medici in relazione alle singole malattie, rappresentano un mirabile esempio di studio diagnostico differenziale. Descrisse analiticamente le varie forme di malattie mentali, fu uno dei primi a curare la febbre tifoide e la sifilide, e a intuire l’incidenza delle allergie. I suoi studi di fisiognomica, anteriori a quelli di Della Porta, contengono osservazioni e giudizi che saranno ripresi da Cesare Lombroso, padre dell’antropologia criminale. Chi rimprovera, o addirittura deride gli stravaganti rimedi o i rituali che infarciscono le prescrizioni di Cardano e Paracelso, vada a leggersi le cure somministrate ai loro pazienti dai luminari dell’epoca: c’è da meravigliarsi che qualcuno riuscisse a sopravvivere! settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Pur facendo tesoro delle esperienze del passato, il merito principale di questi uomini fu quello di tornare ad affidarsi alle proprie osservazioni, piuttosto che all’autorità degli antichi, valorizzando quei vincoli tra medico e malato, che furono subito bollati dall’Inquisizione come magia demonica, da debellare a colpi di malleus maleficarum. È questo il senso del clamoroso gesto di Paracelso che, a Basilea, nel 1527, bruciò simbolicamente, su una delle pire accese nel giorno di S. Giovanni, la Summa del sapere medico. Un attacco frontale agli arroganti colleghi, schiavi di un’obbedienza passiva alle teorie galeno-aristoteliche, che riconducevano tutte le malattie e le relative cure entro rigidi schemi predefiniti. Nel Labyrinthus medicorum errantium, dopo filosofia, astronomia e alchimia, egli designa, come quarto fondamento della medicina, la virtù, intesa come quel sentimento di compassione, che antepone il reale benessere del malato al guadagno e ai privilegi di casta. Da questo punto di vista, la medicina rinascimentale ha ancora qualcosa da insegnare a quella moderna, in cui la burocratizzazione della funzione del medico sta portando a considerare il paziente come un fattore da gestire in termini di controllo non della salute, ma della spesa. Ora che la marcia trionfale dello sperimentalismo segna il passo, si avverte la necessità di riportare l’attenzione sulla persona nella sua totalità, su quell’equilibrio osmotico tra organismo umano e ambiente circostante, che è stato nel corso dei secoli progressivamente sacrificato ad una fede assoluta nel progresso tecnologico. I problemi etici sollevati dalla genetica, i dubbi gnoseologici, generati dalle osservazioni della fisica quantistica, evidenziano la necessità di una collegamento tra conoscenza scientifica e indagine filosofica. Spetta al medico il non facile compito di coniugare queste due fondamentali capacità dello spirito umano, armonizzando le antiche conoscenze con le nuove, interpretando le 9 novità alla luce dei principi conosciuti, perché non v’è scienza nuova che non diventi vecchia, e non ve n’è una vecchia che una volta non sia stata nuova. Volgi dunque lo sguardo, senza imbarazzo, o moderno Asclepio, ai tuoi antenati del Rinascimento! Riappropriati di questo pezzo della tua storia, prima di proseguire il cammino: «Sono amputate radici che germogliano, son cose antiche che rivengono, sono verità occulte che si scoprono: è un nuovo lume che dopo lunga notte spunta all’orizzonte ed emisfero della nostra cognizione, e a poco a poco s’avvicina al meridiano della nostra intelligenza» (Giordano Bruno). Figura zodiacale dal Fasiculo de medicina in volgare di Johannes de Ketham (1494) 10 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Storie di biblioteche DI LIBRO IN LIBRO, DI VOLUME IN VOLUME Grandi biblioteche private a beneficio di tutti MASSIMO GATTA «La raccolta privata […] è come lo specchio del raccoglitore. Contiene il materiale dei suoi studi, gli amici spirituali nella cui compagnia egli visse, fa conoscere di quali autori e di quali problemi egli si sia interessato. Essa ha un’anima; e tra i numeri che la compongono corrono vincoli, che la fanno un qualcosa di unito e di vivente». Luigi Einaudi U na comune vena carsica sembra unire alcune prestigiose raccolte librarie private, ma destinate in seguito alla pubblica fruizione. Il bisogno di raccogliere per uso privato volumi anche rari e preziosi ha lasciato col tempo il posto a un sentimento come di etica sociale, dove al godimento solipsistico tipico della personalità bibliofila, si sostituisce il desiderio che anche altri possano godere degli stessi beni librari, raccolti con così tanta passione per una vita. Non sempre, purtroppo, a questo desiderio segue un lineare destino bibliotecario, dove cioè i tanti volumi di una biblioteca più o meno ampia riescono a trovare un luogo pubblico dove poter proseguire la loro missione. La realtà invece ci consegna spesso scenari del tutto diversi: dispersione delle raccolte, vendita parcellizzata sul mercato antiquario, furti, oppure una “musealizza- settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Luigi Einaudi zione” inaccessibile, cioè il semiabbandono per lunghi periodi negli scatoloni lasciati nei depositi a impolverarsi, per mancanza di spazi dove collocarli, ma a volte anche per mancanza di volontà. Pochissime sono poi le raccolte private che trovano la strada della pubblicazione in un catalogo cartaceo altrettanto prestigioso ed esaustivo, che ne testimoni e ne documenti adeguatamente il valore bibliografico e scientifico.1 Ricordo a tale proposito un interessante e pioneristico articolo di Claudio Savonuzzi, ancora oggi per certi aspetti attuale, l’ultimo scritto prima della morte e dal titolo significativo: Libri a chi?.2 In esso il giornalista compiva un viaggio in alcune biblioteche private, di scrittori e critici letterari, interrogando sulla loro sorte3 chi le aveva raccolte con tanta passione. Il quadro che veniva fuori era a dir poco sconfortante, considerata la scarsa fiducia nel- 11 le pubbliche istituzioni di molti degli intervistati; un atteggiamento smentito, invece, dagli esiti e dalle finalità delle quattro biblioteche di cui qui si parla, così come da esempi di biblioteche private sei-settecentesche,4 per non parlare della Biblioteca Leopardi a Recanati.5 Opportunamente Giampiero Leo ha efficacemente ricordato come a volte proprio le istituzioni bibliografiche pubbliche possano diventare la sede ideale di fondi privati; scrive Leo in relazione alla biblioteca di Luigi Firpo confluita poi alla Fondazione Luigi Firpo creata ad hoc: «Oggi la Fondazione Centro Studi sul pensiero politico, istituita dalla famiglia e da enti pubblici e privati, dà attuazione a tale progetto con il concorso della Biblioteca Nazionale di Torino e costituisce un caso di buon funzionamento da additare ad esempio a collezionisti perplessi sull’opportunità di rendere disponibili al pubblico i loro libri».6 In questa sede ricorderemo quattro importanti 12 biblioteche private, destinate in seguito a istituzioni pubbliche per la libera fruizione degli utenti; quelle di Raffaele Mattioli, Luigi Einaudi, Piero Sraffa e Luigi Firpo7; all’appello ne manca forse una quinta, altrettanto celebre e importante, quella di Benedetto Croce, ma solo perché di essa non è stato realizzato un catalogo generale, forse impossibile data la mole,8 ma solo una serie di indagini parziali, a opera della sua straordinaria bibliotecaria e collaboratrice, Dora Marra.9 Il tratto comune che contraddistingue queste raccolte bibliografiche (prevalentemente di la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 argomento economico-finanziario le prime tre, di storia delle teorie e delle dottrine politiche dal Rinascimento all’Illuminismo la quarta) è sicuramente quello di non essere state realizzate per sterili motivi bibliofilici o esornativi (da “filatelici”, secondo l’espressione usata da Mattioli), per un uso solipsistico fine a se stesso; al contrario ognuna di esse ha costituito un prezioso e imprescindibile strumento di lavoro per produrre altri libri, altre ricerche, altre indagini, di libro in libro appunto. Per questo motivo quando mi occupai di Croce bibliofilo usai l’espres- settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 Sopra da sinistra: Carlo Azeglio Ciampi e Raffaele Mattioli, circondati dai loro libri sione «bibliofilia sui generis e bibliofilia di servizio», proprio per rimarcare la funzionalità scientifica di tali raccolte bibliografiche. Il grande economista Piero Sraffa,10 della cui biblioteca ci occuperemo oltre, «[…] avendo accumulato un’importante biblioteca, a chi gli si rivolgeva come un eminente collezionista di libri, rispondeva di non essere un collezionista, ma che semplicemente possedeva dei libri».11 Ecco il tratto comune: quegli studiosi non erano “collezionisti”, semplicemente possedevano dei libri (e che libri), e il loro legame si articolava in varie direzioni e, appunto carsicamente, creava una rete di relazioni interpersonali12 che univa uomini e NOTE 1 Mi piace qui particolarmente ricordare l’elegante catalogo La Biblioteca della Fondazione Gianfranco Dioguardi, Milano, Rovello, 2001, scritti di G. Dioguardi, D. Bidussa, J.L. Borges, L. Canfora, U. Eco, P. Valéry, M. Scognamiglio. La Fondazione Gianfranco Dioguardi, con sede a Bari, è stata costituita il 15 maggio 1993; vedi anche Gianfranco Dioguardi, Per libri e per biblioteche. Scritti di bibliografia, premessa di libri, in un rapporto osmotico. Una preziosa testimonianza di Luigi Einaudi documenta appunto tale rapporto; in Viaggio tra i miei libri,13 l’ultimo suo scritto pubblicato su «La Riforma sociale» prima che il fascismo chiudesse la rivista nel maggio del ‘35,14 il grande economista ricordava un episodio legato alla biblioteca di economia di Angelo Papadopoli, documentata da un bel catalogo,15 in seguito dispersa; questo scritto di Einaudi è quello nel quale traspare compiutamente anche la sua indole strettamente bibliofila,16 così come l’attenzione per le imprescindibili questioni bibliografiche, e già dall’incipit ci rendiamo conto a quali altezze ci muoviamo: Umberto Eco, a cura, e con uno scritto, di Massimo Gatta, Macerata, Biblohaus, 2014. 2 Claudio Savonuzzi, Libri a chi? Macchia e Citati: dove finiranno le nostre biblioteche, «La Stampa-Tuttolibri», sabato, 21 aprile 1990. 3 Interessanti al riguardo sono Nel mondo dei libri. Intellettuali, editoria e biblioteche nel Novecento italiano, a cura di Giovanni Di Domenico e Marco Santoro, Manziana, Vecchiarelli, 2010, con saggi sul- le biblioteche di Carlo Bo, Federico De Roberto, Benedetto Croce, Francesco Flora, Enrico Falqui, e Biblioteche private in età moderna e contemporanea, a cura di Angela Nuovo, Milano, Sylvestre Bonnard, 2005 (Atti del Convegno di Udine, 18-20 ottobre 2004). 4 Per le quali si rimanda al classico studio di Maria Grazia Ceccarelli, Vocis et animarum pinacothecae. Cataloghi di biblioteche private dei secoli XVII-XVIII nei fondi 14 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Sopra da sinistra: Riccardo Ricciardi, Raffaele Mattioli, Giuseppe Lapreta, Paola Zancani Montuoro «Pensai sovente quanto sarebbe utile che ogni studioso desse notizia ai confratelli dei libri da lui raccolti e del modo tenuto e della difficoltà incontrate nella raccolta». Inoltre queste pagine di Einaudi fanno come da stendardo della raccolta bibliografica, altrettanto importante e preziosa, dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che così ricordava: «Come non essere d’accordo [con Einaudi, N.d.A.] su un fatto? Che le raccolte private sono lo “specchio del raccoglitore” e contengono i dell’Angelica, Roma, IPZS, 1990. 5 Cfr. Catalogo della Biblioteca Leopardi in Recanati (1847-1899), nuova edizione a cura di Andrea Campana, prefazione di Emilio Pasquini, Firenze, L.S. Olschki, 2011 e il recente Giacomo dei libri. La Biblioteca Leopardi come spazio delle idee, a cura di Fabiana Cacciapuoti, Milano, Electa, 2012. Da tenere presente è poi il raro [Monaldo Leopardi], Libri manoscritti esistenti nella Libreria Leopardi in Recanati, Recanati, presso Giuseppe Morici, 1826. 6 materiali dei suoi studi, gli amici spirituali nella cui compagnia egli visse. Eccoli allora i miei amici spirituali: Dante, Petrarca, Lucrezio, Esiodo, l’immancabile e amatissimo Leopardi, titoli non ordinati se non per quell’eterno amore per la parola scritta».17 Tra i volumi appartenuti a Papadopoli c’era anche il rarissimo Essai sur le commerce en géneral di Richard Cantillon, pubblicato nel 1755.18 Il libraio antiquario Antonio Pescarzoli,19 che aveva acquistato parte della biblioteca Papadopoli, non avendo com- Giampiero Leo, [Presentazione], in [Fondazione Luigi Firpo. Centro di Studi sul Pensiero Politico], Catalogo del fondo antico, a cura di Cristina Stango e Andrea De Pasquale, vol. I (A-C), Firenze, Leo S. Olschki, 2005, p. V, corsivo mio. 7 Anche se il catalogo, previsto in 5 volumi, è relativo al solo fondo antico, cioè ai 6.000 rari volumi anteriori al 1830, non comprendendo quindi gli altri 35.000 dal 1830 ad oggi. Già pubblicati il vol. I (2005), cit.; il vol. II-D-L edito nel 2007; il vol. III-M- Q edito nel 2010 e il vol. IV-R-S edito nel 2013. 8 All’epoca della morte del filosofo la biblioteca contava infatti circa 100.000 volumi. 9 Vari i contributi di Dora Marra dedicati alla biblioteca di Benedetto Croce; mi limito a segnalare Conversazioni con Benedetto Croce su alcuni libri della sua biblioteca, Milano, Hoepli, 1952; La biblioteca di Benedetto Croce. Le note autografe ai libri, I. Scrittori dell’età barocca, Napoli, Bibliopo- settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 Sopra da sinistra: Piero Sraffa e Luigi Firpo, ritratti nelle loro biblioteche preso l’importanza del raro volume lo mise in vendita a 20 o 30 lire; esso venne immediatamente intercettato da Raffaele Mattioli, raffinato e colto banchiere ed editore, che lo acquistò per donarlo all’amico Piero Sraffa.20 Anche Luigi Einaudi possedeva questa rarità, come ricordava Alberto Vigevani.21 Ecco quindi convocati, intorno a un libro, tre dei quattro protagonisti di questo articolo; ma in fondo tutte e quattro queste raccolte dialogano tra di loro, così come continui sono i rimandi che i pos- lis, 1994; Il bisogno di leggere libri. Fra volti di donne, Democrito e il ‘grido di dolore’ [La biblioteca di Benedetto Croce], «L’Erasmo», n. 19, gennaio-febbraio 2004, pp. 58-65; La biblioteca di Benedetto Croce. Le note autografe ai libri, II. Scrittori del Rinascimento, Napoli, Bibliopolis, 2005; Croce bibliofilo, prefazione di Barbara Beth e una testimonianza di Lidia Croce, contributi di Maurizio Tarantino e Vincenzo Trombetta, a cura, e con uno scritto, di Massimo Gatta, Macerata, Biblohaus, 2014. Sulla biblioteca di Cro- sessori stabiliscono tra l’una e l’altra collezione. Ad esempio è Luigi Firpo a introdurre il Catalogo della Biblioteca di Luigi Einaudi e lo fa con uno scritto quanto mai significativo, Luigi Einaudi bibliofilo, scritto non casualmente richiamato da Isabella Massabò Ricci proprio nel Catalogo del Fondo antico della Biblioteca Firpo;22 scrive Firpo: «I caratteri di una biblioteca organica capillare, interconnessa, selettiva fanno si che il valore dei singoli pezzi non si assomma aritmeticamente nel complesso, bensì si esal- ce, tra i tanti contributi, mi piace particolarmente ricordare anche quello di Gino Doria, La biblioteca di Benedetto Croce, in Idem, Del colore locale e altre interpretazioni napoletane, Bari, Laterza, 1930, pp. 77-82 10 Figura peraltro quanto mai anomala nel panorama internazionale dell’economia e della finanza; si era infatti dimesso sia dall’insegnamento in Italia che da quello in Inghilterra e anche dalla funzione di bibliotecario, che ricopriva a Cambridge; un utile, benché breve, ritratto dell’economista, è quello di Gaia Servadio, Piero Sraffa, in Eadem, Incontri, trad. it. di Paolo Fontana, Catanzaro, Abramo Editore, 1993. 11 Cfr. Giancarlo de Vivo, Produzione di libri a mezzo di libri, «Il Sole 24 Ore», domenica 6 aprile 2014. Il titolo dell’articolo, peraltro molto bello e indicativo dell’atteggiamento verso i libri degli studiosi di cui ci stiamo occupando, riprende quello del libro più celebre e misterioso di Sraffa, Production of Commodities by means of Commodities. Prelude to a Critique of Economic 16 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 ta nell’insieme, che forma un corpo vivo, uno strumento dalle innumerevoli tastiere, sulle quali più generazioni di studiosi potranno cimentare in futuro i loro talenti con la scioltezza facile, l’incredula gioia di chi vede finalmente la Theory, Cambridge, Cambridge University Press, 1960 (trad. it., Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica, Torino, Einaudi, 1960). 12 Suggestivo e illuminante in tal senso è Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Carteggio (1902-1953), a cura di Luigi Firpo, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1988. Emblematico del loro rapporto “tra sodali” è la lettera che Einaudi invia alla moglie di Croce in data 23 novembre 1953, all’indomani della scomparsa del filosofo, per ringraziare dell’omaggio del volume di Croce Un angolo di Napoli, ristampato in poche copie da Giovanni Mardersteig; scrive Einaudi: “Cara signora, Un angolo di Napoli sarà collocato nello scaffale dedicato in Dogliani alle cose di suo marito. Quello scaffale l’ho posto proprio di fronte al mio tavolo da lavoro per trarne esempio e coraggio”, p. 148, lettera 150. 13 propria indagine scorrere senza intoppi, di testo in testo, come se una provvida mente l’avesse prevista e propiziata gran tempo addietro. Anche così, anche per questo, Luigi Einaudi sarà ricordato e amato negli anni ven- «La Riforma sociale», n. 2, marzoaprile 1935. Lo scritto di Einaudi si può ora leggere, con una breve nota di Mario Einaudi, nel Catalogo della Biblioteca di Luigi Einaudi, a cura di Dora Franceschi Spinazzola, vol. I, numeri 1-3147, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, pubblicato sotto gli auspici della Banca d’Italia, 1981, pp. XI-XVI; l’episodio riportato è ricordato alle pp. XII-XIII. Il Viaggio ebbe una continuazione nella «Rivista di storia economica», IV, n. 1, Torino, marzo 1939, pp. 78-88; una pagina è ristampata in apertura del Catalogo della Biblioteca di Luigi Einaudi, vol. II. Il Catalogo è in tre volumi, oltre al primo citato, il vol. II numeri 3148-6258 pubblicato sempre nel 1981 e il Supplemento numeri A.1 - A.1000 pubblicato nel 1991, per un totale quindi di 7258 volumi. 14 Cfr. Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Carteggio (1902-1953), cit., p. 86, lettera 66 e nota 1. 15 Angelo Papadopoli, Libri di economia politica, statistica, commercio, finanze, amministrazione, Venezia, s.n.t., luglio 1865. 16 Cfr. su tale aspetto Antonio d’Aroma, Un restauratore di libri: Pio Amori e Un decennio di sodalizio con l’economista, il lettore, il bibliofilo, entrambi in Idem, Luigi Einaudi memorie di famiglia e di lavoro, «Quaderni di ricerche», n. 16, Roma, Ente per gli Studi monetari, bancari e finanziari Luigi Einaudi, 1975, pp. 191-207, 211-264. Ma vedi anche Alberto Vigevani, Einaudi in libreria, Einaudi bibliofilo e quasi libraio e Quell’Amori di Einaudi, tutti in Idem, La febbre dei libri. Memorie di un libraio bibliofilo, Palermo, Sellerio, 2000, pp. 202-219; utili notizie ho trovato anche in Vittorio Viale, Luigi Einaudi collezionista, «Annali della Fondazione Luigi Einaudi», vol. VIII, Torino, settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano turi. La sua biblioteca, lungi dall’essere un coacervo di carte impresse, fu un’opera dell’ingegno, pensata e voluta lungo tutto l’arco di una vita infaticabile».23 Parole che potremmo applicare indifferentemente anche alle biblioteche di Mattioli, Sraffa, Croce e ovviamente dello stesso Firpo. Ecco perché queste sono da considerarsi biblioteche in dialogo, diventate nel corso degli anni, e grazie allo loro peculiarità, quasi ulteriori opere non scritte dei loro proprietari, come giustamente affermò Dora Marra relativamente a quella crociana. Definizione che potremmo tranquillamente applicare anche alla biblioteca costituita, “mattone dopo mattone”, da Raffaele Mattioli.24 Sul banchiere e raffinato bibliofilo 1974, pp. 75-78, si cita dall’Estratto completo; infine Commemorazione di Luigi Einaudi nel centenario della nascita (18741974), Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1975. 17 In Alberto Orioli, Il Decameron di casa Ciampi. Per la prima volta il presidente emerito racconta i suoi libri. Volumi antichi, tutto Goethe e l’adorato Leopardi, «Il Sole 24 Ore», 10 luglio, 2011. 18 Londres, Fletcher Gyles, 1755. 19 Rievocato nel romanzo di Carlo Bernari, Il grande letto, Milano, Mondadori, 1988, dove però il libraio è chiamato stranamente Pettazzoli. 20 Il volume figura ora schedato nell’importante Catologue of the Library of Piero Sraffa, edited, with an introduction, notes, and indexes, by Giancarlo de Vivo and an essay on Piero Sraffa and his books, by Luigi L. Pasinetti, Torino-Milano, Fondazione Lui- 17 abruzzese,25 acuto analista della cultura editoriale italiana, che finanzierà a più riprese (soprattutto l’Einaudi26) e l’editore nel puro senso aldino e gobettiano del termine,27 si sono prodotte numerose pubblicazioni; anche la sua prestigiosa biblioteca troverà la strada dell’istituzione pubblica in quella “Fondazione Raffale Mattioli per la storia del pensiero economico” costituita proprio per ospitare i suoi libri. Esito finale sarà l’eccellente catalogo redatto con passione e competenza da Carlo Tremolada, e che contiene in apertura lo scritto di Alberto Vigevani dedicato a Mattioli bibliofilo.28 A questo imprescindibile strumento bibliografico andranno poi accostati i due volumi che Francesca Pino, inesauribile artefice gi Einaudi - Fondazione Raffaele Mattioli, 2014, p. 65, scheda n. 682, p. [67], con la copertina del volume. Il catalogo comprende 6723 volumi ottimamente schedati. 21 Alberto Vigevani, La febbre dei libri, cit., p. 212: “Per il rarissimo Cantillon, che [Einaudi, N.d.A.] gioisce di possedere, trova il prezzo, oltre che «feroce», «fantastico». 22 Isabella Massabò Ricci, Presentazione, in [Fondazione Luigi Firpo. Centro di Studi sul Pensiero Politico], Catalogo del fondo antico, cit., p. XII. 23 Luigi Firpo, Luigi Einaudi bibliofilo, «Annali della Fondazione Luigi Einaudi», vol. 8, 1974, pp. 79-83, ora in Catalogo della Biblioteca di Luigi Einaudi, vol. I, numeri 13147, cit., pp. XIX-XX, corsivo mio. 24 La figura intellettuale di Mattioli è di quelle assai complesse, uomini a più dimensioni, finanzieri nel pieno esercizio del potere ma anche raffinati intellettuali. In lui convissero l’elemento storico-letterario e quello economico-politico, in una dimensione di cultura allargata di rara pregnanza. Quando Mattioli rileva la casa editrice Ricciardi, legata a Croce, un pensatore fondativo per quella generazione di intellettuali, progetta una Collana di classici che vanno dal XIII al XX secolo; a Togliatti, che gli chiedeva quale senso potesse avere una Collana del genere, Mattioli rispondeva: “Ho creato un muro. Finché voi non avrete digerito i libri di questo muro, non potrete fare neppure un saltino così”; cioè se voi comunisti volete candidarvi alla guida del Paese avete bisogno di una solida base storico-letteraria. Sulla Ricciardi gestita a Milano da Mattioli rimando all’ottimo contributo di Roberta Cesana, Progetto editoriale e lavoro redazionale nella Ricciardi milanese, in La casa editrice Riccardo Ricciardi. Cento anni di editoria erudita, a cura di Marco Bologna, 18 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 dell’Archivio Storico di Intesa Sanpaolo, ha dedicato alle preziose Carte Mattioli.29 Unica tra le biblioteche citate a non essere consultabile in Italia è quella, davvero preziosa, di Piero Sraffa, conservata nella Wren Library del Trinity College di Cambridge.30 L’economista dedicò al suo arricchimento e descrizione molto tempo, un modo per bilanciare, forse, i non facili rapporti di Sraffa col genere umano. Tra i 7000 rari volumi posseduti spiccava l’edizione di An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations appartenuto al suo autore, Adam Smith, con correzioni autografe, ma non schedato nel Catalogo perché gli venne rubato nei Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2008, pp. [55]-79, ora con lo stesso titolo in Ead., Sui cataloghi editoriali e altri saggi, prefazione di Ambrogio Borsani, a cura di Massimo Gatta, Macerata, Biblohaus, 2015, pp. [81]-117. Più in generale su Mattioli editore vedi Massimo Gatta, Splendidi pensieri di un banchiere. Raffaele Mattioli umanista-editore, «Charta», n. 64, 2003, pp. 48-54 e Idem, Il progetto di una Pléiade italiana. La Collana di Classici italiani di Raffaele Mattioli, editore, «Notizie dalla Dèlfico», n. 1-2, 2009, pp. 5-12. 25 Mi piace almeno citare lo scritto di Alberto Vigevani, Raffaele Mattioli e i libri, Milano, Il Polifilo, 1995, nella raffinata tiratura limitata a 160 esemplari non venali, stampati in occasione della nascita di Mattioli. 26 Puntuale al riguardo il contributo di Francesca Gaido e Francesca Pino, Oltre i dati di bilancio: il sostegno ininterrotto di Raffaele Mattioli alla casa editrice Einaudi, in Giulio Einaudi nell’editoria di cultura del Novecento italiano, a cura di Paolo Soddu, Firenze, L.S. Olschki, 2015, pp. 189-218. 27 “Non era il manager o il presidente della sua casa editrice, Mattioli, era un vero suoi ultimi anni di vita;31 oppure Das Kapital di Karl Marx con correzioni autografe (n. 3842 del Catalogo): in totale le edizioni di Marx (anche con Engels) presenti nella biblioteca Sraffa sono 149. Ma la collezione contiene anche molti volumi non attinenti all’economia, come quelli riguardanti la libertà di pensiero e la superstizione, volumi sulla tortura e il loro impiego nei processi per stregoneria, classici della filosofia materialista, un volume con dedica autografa di Wittgenstein, le Opere di Leopardi nella rara edizione voluta da Mattioli,32 e perfino un insospettabile classico della tecnica tipografica come il primo volume di Tipografia di Salvadore Landi.33 editore come Aldo. Sceglieva i testi con i curatori, li consigliava nel loro lavoro, se era il caso li correggeva, leggeva manoscritti e bozze di stampa, scriveva, telefonava, in continuo contatto con i collaboratori e la tipografia”, Alberto Vigevani, La febbre dei libri, cit., p. 229. 28 Alberto Vigevani, Raffaele Mattioli e i libri, in Fondazione Raffaele Mattioli per la storia del pensiero economico. Catalogo della biblioteca, a cura di Carlo Tremolada, Milano [ma Verona], Stamperia Valdonega, 2006, pp. VII-XVIII; vedi anche Idem, Raffaele Mattioli e Mattioli editore e banchiere, entrambi in Idem, La febbre dei libri, cit., pp. 220-226, 227-230 e infine il bel ritratto che ne disegna in Alla corte di Mattioli, in Idem, Milano ancora ieri. Luoghi, persone, ricordi di una città che è diventata metropoli, Venezia, Marsilio, 1996, pp. 28-42. 29 Cfr. quindi Carte di Raffaele Mattioli (1925-1945), a cura di Alberto Gottarelli e Francesca Pino, Torino, Archivio Storico Intesa Sanpaolo, 2009 e Carte Raffaele Mattioli (1946-1972), a cura di Francesca Gaido e Francesca Pino, Torino, Archivio Storico Intesa Sanpaolo, 2014; utili anche i repertori fotografici inseriti nei due volumi, ma pubblicati anche autonomamente, cfr. Alberto Gottarelli, Francesca Pino, Raffaele Mattioli. Carte, fotografie e documenti, Torino, Intesa Sanpaolo, 2009 e Francesca Gaido, Francesca Pino, Raffaele Mattioli. Documenti e fotografie della maturità, Milano, Hoepli, 2015. 30 Una curiosità: in questa celebre biblioteca di Cambridge è ambientato il giallo di Kiwani Dolean, The Library, Onirica, 2013. 31 Una simpatica diatriba bibliografica tra Alberto Vigevani e Luigi Einaudi, proprio su questa prima edizione di Smith, si legge in Alberto Vigevani, La febbre dei libri, cit., pp. 206-207. 32 Milano, Tipografia Gregoriana, 1935, con dedica a stampa “Raffaele Mattioli ha fatto stampare questo esemplare per Piero Sraffa”, cfr. Catalogue of the Library of Piero Sraffa, cit., p. 333, scheda n. 3408; questa edizione di Leopardi insieme ai Promessi Sposi di Manzoni costituiscono i soli due titoli della Collana dei Classici italiani che Mattioli riuscì a realizzare, poi interrotta per gli alti costi di stampa. 33 Milano, Hoepli, 1926, cfr. Catalogue of the Library of Piero Sraffa, cit., p. 308, scheda 3150. Bellissima oggi diventa un mondo completo: non solo Capelli, ma anche Pelle, Corpo, Unghie. Quattro aree in cui Bellissima sta già sviluppando le tecnologie più sorprendenti. UN MONDO NUOVO, DEDICATO ALLE DONNE E DESTINATO A CRESCERE SEMPRE PIÙ. bellissima.com 20 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 21 Bibliofilia I PREZIOSI INCUNABOLI DI CASA MAGGI Un episodio di collezionismo librario nella Milano del ’600 GIANCARLO PETRELLA N ella primavera del 1727 a Milano, «nella casa Maggi posta di rincontro alla Chiesa Parochiale di San Fermo» in via Olmetto al civico 10, andò all’incanto la ponderosa raccolta libraria appartenuta al poeta e drammaturgo milanese Carlo Maria Maggi (1630-1699), già segretario del Senato e titolare della cattedra di eloquenza latina e greca nelle Scuole palatine, e al di lui figlio Michele, che gli succedette nell’incarico di segretario e nella cattedra di pubblico lettore.1 L’asta, a dire il vero, avrebbe dovuto svolgersi nel dicembre dell’anno precedente, come da avviso al lettore in limine al catalogo appositamente allestito: «ipsis vero Kalendis Decembreis currentis anni publice venales prostabunt in aedibus D. Julii Maddii Nobilis Mediolanensis e regione Ecclesiae Sancti Firmi huius civitatis». Ma «essendosi per varie cagioni dovuto diferire la vendita oltre il termine di dicembre prossimo pas- Sopra e a sinistra: Jacobus Philippus de Bergamo, Supplementum chronicarum, Venezia, Bernardinus Rizus, 15 maggio 1490, silografie raffiguranti la cacciata dall’Eden e Caino e Abele sato», se ne posticipò l’apertura sino al «giorno ventisei del presente mese di maggio anno corrente 1727». Il nuovo avviso ufficiale, aggiunto al suddetto catalogo, prevedeva che «ne’ due primi giorni ventisei e ventisette si darà luogo a chi volesse fare oblazione per l’acquisto di tutta intera essa Libreria», ossia a chi avesse presentato un’offerta conveniente per portarsi a casa l’intera collezione Maggi, en bloc. L’asta andò deserta. Si procedette pertanto «il dì ventinove a vendere separatamente ogni articolo, seguendo l’ordine de’ numeri», ossia lotto per lotto, avendo però l’accortezza di battere ogni giorno «la proporzione tanto di quelli in foglio, che degli altri in quarto, in ottavo e dodici ripartitamente». L’asta sarebbe proseguita sino a esaurimento con il seguente calendario e orario: «ogni giorno, alla risserva delli festivi di precetto, e del mercoledì, e sabbato; alla mattina dalle ore tredici fino alle sedici, ed il dopo pranso dalle venti fino alle ventidue e mezza». A quell’asta in casa Maggi partecipò, nascosto tra il pubblico ma pronto ad alzare la mano se ce ne fosse stata l’occasione, il noto editore e libraio di origini bolognesi, ma oramai milanese d’adozione, 22 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Sopra, a sinistra: Catalogus bibliothecae Maddianae seu index librorum olim spectantium clarissimis viris Carolo Mariae Maddio, Mediolani 1726, frontespizio; sopra a destra e nella pagina accanto: Catalogus bibliothecae Maddianae seu index librorum olim spectantium clarissimis viris Carolo Mariae Maddio, Mediolani 1726, pp. 1, 6-7 Filippo Argelati.2 Dietro di lui si celavano, come spesso accade, assai più noti personaggi. L’Argelati, fiutando qualche buon affare, si era offerto di seguirne la vendita per conto di Ludovico Muratori, che del Maggi aveva curato l’edizione in quattro tomi delle Rime varie, sacre, morali, eroiche, Milano, G. Malatesta, 1700, e di altri collezionisti la cui identità resta però ostinatamente anonima. Il libraio aveva infatti preventivamente spedito a Modena alcune copie del catalogo di vendita della biblioteca Maggi, su cui si tornerà più avanti, sperando di trarne qualche vantaggio: «riceverà a Bologna in tanto un involtino franco dentrovi alcune copie dell’indice stampato della biblioteca Maggi, una per lei, le altre da recapitar costà e volendo esser serviti di qualche- duno, allorché se ne farà la vendita alla tromba in dicembre prossimo, non dovranno che commandarmi».3 Il rinvio dell’asta permise di valutare con maggior agio i lotti più interessanti: «sino che io non ritorno qui non si farà la vendita della libreria Maggi, onde avremo campo di parlarne per i suoi e del suo amico».4 L’affare non andò però come preventivato, almeno per l’Argelati, che in più di una missiva si duole di non aver potuto recuperare il denaro speso acquistando le commissioni di vendita su parecchi lotti: «in somma, avrò spesi a quest’ora cinquecento scudi romani per le commissioni che avevo ed ho, ma non ho potuto assolutamente vantaggiar gli amici».5 Le lamentele di Argelati svelano però più di un retroscena su quell’asta e sulle aggiudicazioni finali. settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano A suo dire i frutti li raccoglievano piuttosto gli eredi, «vendendosi tutti allo sproposito e più assai della stima», sicché fu costretto a giustificarsi con i clienti, fra cui, appunto, Muratori, di non poter acquistare i volumi richiesti perché battuti a un prezzo troppo alto: «bisogna limitare i prezzi, se non si vuole andare a rischio di pagar caro; li spropositi gli ho lasciati andare ad altri, la libreria s’è venduta 3 mila filippi, un libraio non gliene avrebbe dati 1800».6 Il 25 giugno 1727 Argelati avverte Muratori che «i quattro articoli da lei desiderati sono tutti venduti: il Boldetti7 per L. 28 e ne vale L. 30 nuovo, Petit Didier Dissertationes L. 14,8 degl’altri non mi soviene; ho comprato il Leone Ostiense, folio, legato alla francese,9 per restituirlo a V.S. reverendissima e l’ho pagato una mezza doppia d’oro [...] per la rabbia de’ vogliosi concorrenti, e mi contento, di ogni cento articoli commessimi, comprarne venti». Qualche giorno più tardi, in una nuova missiva, gli recapitava una 23 notizia buona e una meno: «mi riuscì l’altro ieri di comprare all’asta Magica il Nicolai De sepulcris Ebreorum10 per L. 8 [...] gli altri da lei domandati sono iti».11 Alla fine, dopo le ennesime lamentele («sono stanchissimo affatto di questo imbroglio Maggico, né veggo l’hora d’uscirne»),12 presentò un conto di 37,10 lire per quanto aveva comprato per Muratori e un altro cliente, allegando una lista di 11 lotti acquistati, con rinvio al corrispettivo numero del catalogo,13 assai preziosa per le notizie di natura merceologica che trasmette: «gli altri non si sono presi perché sono andati a prezzi altissimi et a concorrenza di vogliosi assai, onde si spera gradimento d’averla ben servita ne’ pochi pigliati a prezzi onestissimi».14 Nonostante le rassicurazioni finali, Muratori si mostrò non soddisfatto dell’operato dell’Argelati o piuttosto temeva che il libraio avesse gonfiato la nota spese per il proprio tornaconto. Posso dire che la vicenda si protrasse fino a ottobre 24 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Catalogus bibliothecae Maddianae seu index librorum olim spectantium clarissimis viris Carolo Mariae Maddio, Mediolani 1726, lotto 100: Lucanus, Pharsalia, Venezia, Nicolaus Battibovis, 13 maggio 1486 quando l’Argelati, infastidito per l’ennesima mancanza di fiducia nei suoi confronti, invitò Muratori a consultare gli atti ufficiali di vendita per verificare il prezzo cui erano stati battuti i singoli lotti: «per la compra all’asta, non si rende raggione che quella del libro pubblico ove sono notati uno per uno, e chichessia può andare o mandare a vedere il vero; si è pagato L. 6.4 il libro De sepulcris, è segno che vi era chi ha offerto sino a L. 6.3 [...] non ci ho un quattrino d’utile».15 Fino a prova contraria sapeva fare il proprio mestiere: «né occorre che almeno in questo insegni se sia caro o no, perché il mio obbligo è di saperlo e so effettivamente cosa si paga per averlo da Ollanda»! Come si è intuito, in previsione della messa in vendita della biblioteca Maggi ne fu compilato un coscienzioso catalogo, come allora ancora usava, che, pur oggi di comprensibile estrema rarità, rappresenta una fonte storico-bibliografica di primissimo piano: Catalogus bibliothecae Maddianae seu index librorum olim spectantium clarissimis viris Carolo Ma- riae Maddio ... et Michaeli F. literarum humanarum et graecae linguae in Scholis Palatinis publico professori (Mediolani 1726).16 Il catalogo di biblioteca privata, tipologia bibliografica assai comune Oltralpe ma non da noi, dove le biblioteche andarono disperdendosi alla macchia piuttosto che in aste ufficiali, è infatti un documento di eccezionale importanza per lo storico, poiché, pur con tutti i limiti citazionali-bibliografici e le comprensibili disattenzioni e omissioni compilative che può confessare, fornisce però un grimaldello insostituibile per spiare dalla serratura un’importante libraria nonché per aggiungere, nello specifico, un paragrafo al ben più articolato discorso sul collezionismo librario a Milano in Età Moderna. La biblioteca di casa Maggi è dunque uno di quei casi fortunati che giustificano il sorriso dello storico che può tirare un sospiro, stringendo infatti tra le mani una fotografia assai fedele scattata poco prima della fatale dispersione. Il Catalogus bibliothecae Maddianae, un maneggevole volumetto di circa 200 pagine, censisce ufficialmente 4.248 lotti, sud- settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 Catalogus bibliothecae Maddianae seu index librorum olim spectantium clarissimis viris Carolo Mariae Maddio, Mediolani 1726, avviso ‘volante’ incollato al risguardo con calendario e orari dell’asta divisi per formato: in folio (pp. 1-41: nn° 1-794), in quarto (pp. 41-102, nn. 1-1194), «in ottavo ed in dodeci» e formati più piccoli (pp. 102-198, nn° 12260). All’interno di ogni sezione i titoli si succedono senza ordine né cronologico né alfabetico, il che impedisce una rapida consultazione e costringe a una lettura sistematica. Fortunatamente però, sul versante della correttezza bibliografica, di ogni edizione sono forniti i dati tipografici espliciti (pur con qualche occasionale fraintendimento), il che risparmia la fatica di identificazione bibliografica alla quale sono invece sottomessi, spessissimo, gli storici usi maneggiare simile documentazione o analoghe liste post mortem. Il catalogo si apre con due prestigiose edizioni impresse ad Anversa dal Plantin rispettivamente nel 1624 e nel 1592 di uno dei più raffinati e universalmente noti prodotti della cartografia moderna, vale a dire il Theatrum Orbis dell’Ortelius. I due esemplari Maggi presentavano legatura alla francese e con impressioni in oro («ligatura gallica, ligatura deaurata»). L’ultimo titolo, acquisto evi- dentemente da addebitarsi ai figli, risale a pochi anni prima: si tratta dell’Histoire de France di Claude Chalons nell’edizione in 12° in tre tomi Parigi, per Jean Mariette, 1720 (lotto 2258-2260). Sono inoltre presenti, come avverte la breve epistola al lettore, alcune edizioni di autori posti all’indice che evidentemente potevano essere acquistate solo da chi avesse ottenuto la patente per leggerle e possederle. In particolare, alcune edizioni di Sebastian Münster e parecchie di Erasmo, fra cui l’edizione delle opere di s. Girolamo col commento di Erasmo (Lione, S. Gryphius, 1530) già oggetto di interventi di espurgazione segnalati dalla scheda descrittiva (n° 746): «erant chartae appositae supra annotationes Erasmi quae melius quam fieri potuit abrasae sunt». Nell’impossibilità di passare qui in rassegna l’intera scaffalatura della libraria Maggi, che in buona parte riflette gli interessi enciclopedici del proprietario, i suoi strumenti di lavoro e il frutto di inesausti sforzi economici, ritengo interessante cominciare ad estrarre dal catalogo le edizioni incunabole, 26 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Sopra da sinistra: Sebastian Brant, Das Narrenschiff Stultifera navis, Tr. Jacobus Locher Philomusus, Basel, Johann Bergmann, I marzo 1498, frontespizio; Tibullus Albius, Elegiae, [con] Catullus, Carmina; Propertius, Carmina, Venezia, Andreas de Paltasichis, 15 dicembre 1487 il cui numero è inevitabilmente circoscritto. Quali edizioni quattrocentesche possedeva dunque Carlo Maria Maggi? Già scorrendo la prima sezione, quella cioè dedicata alle edizioni in folio, se ne individuano una ventina, alcune delle quali di grande pregio. A queste se ne aggiungono altre registrate nella sezione libri in quarto. Non si riscontrano invece edizioni quattrocentesche in ottavo. Il catalogo, evidentemente post eventum, consta pertanto di 29 edizioni, soprattutto classici greco-latini. In un paio di casi appuriamo si trattasse di miscellanee che rilegavano anche più edizioni. A esempio, al lotto 317 figura un unico volume che rilega due edizioni quattrocentesche milanesi impresse a breve distanza dallo Scinzenzeler: Sidonius Apollinaris, Epistolae et carmina, Milano, Uldericus Scinzenzeler, 4 maggio 1498 assieme a Fulgentius Fabius Planciades, Enarrationes allegoricae fabularum, Milano, Uldericus Scinzenzeler, 23 aprile 1498. Il Maggi doveva anche possedere un analogo volume che cuciva assieme due rare edizioni incunabole di romanzi francesi, ossia l’Olivier de Castille et Artus d’Algarbe e Le Recueil des histoires de Troyes di Raoul Lefèvre. L’edizione modenese di Battista Guarini datata 1496 era parte di una ben più corposa miscellanea che cuciva, nell’ordine: Antoine de Ville, Pyctomachia veneta seu Pugnorum certamen Venetum, Venezia, Tipografia Pinelliana, 1634;17 Paolo Giuseppe Meroni, Oratio de christianae antiquitatis reliquiis quae sacras imagines praeseferunt, Roma, eredi di Giacomo Mascardi, settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 1635;18 Girolamo Visconti, Saturnalia, Milano, Vincenzo Girardoni, 1569;19 Pietro Bembo, Benacus [con] Agostino Beaziano, Verona, Roma, F. Minizio Calvo, 152420 et «alia opuscula parvi momenti». L’impressione è che si tratti di un fondo incunabolistico messo insieme ancora prevalentemente per necessità professionali piuttosto che per pura bibliofilia. Ossia che la stagione del collezionismo di incunaboli fosse ancora là da venire. Ciò non toglie che, tra le edizioni dei classici con glossa necessarie all’insegnamento del Maggi, spuntino tre autentici gioielli dell’editoria illustrata rinascimentale per i quali i bibliofili farebbero carte false: vale a dire, la princeps dell’Hypnerotomachia Poliphili (1499), il sempre appetibilissimo Liber chronicarum di Hartmann Schedel, Norimberga, Anton Koberger, 1493, una copia del quale pochi mesi fa è stata infatti furtivamente asportata dalla Biblioteca dei Servi di Milano, e infine la versione latina approntata da Ja- 27 Sebastian Brant, Das Narrenschiff Stultifera navis, Tr. Jacobus Locher Philomusus, Basel, Johann Bergmann, I marzo 1498, silografie a testo cobus Locher della notissima Das Narrenschiff (Stultifera navis) di Sebastian Brant (Basel, Johann Bergmann, I marzo 1498), quest’ultima registrata con curioso refuso al titolo «Brand Sebastiani navis salutifera (sic!) e theutonico in latinum conversa a Jacobo Locher». Sarebbe interessante capire chi nel maggio 1727 si sia aggiudicato quei volumi e a quale prezzo, ma neppure l’Argelati soccorre in questo senso e la ricerca dovrà proseguire su altre direttrici. Nello specifico, dunque, che fine hanno fatto le edizioni del primo secolo della stampa di cui si offre qui il catalogo? 1. Hartmann Schedel, Liber chronicarum, Norimberga, Anton Koberger, 12 luglio 1493 (n° 8) IGI 8828; 28 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 A sinistra e destra: Priscianus, Opera, Venezia, Georgius Arrivabenus, 4 dicembre 1488 2. 3. 4. 5. 6. ISTC is00307000 Statius, Opera, Venezia, Petrus de Quarengiis, 1498/99 (n° 47) IGI 9147; ISTC is00694000 Johannes Simoneta, Commentarii rerum gestarum Francisci Sfortiae, Milano, Antonius Zarotus, [14811482] (n° 74) IGI 9013; ISTC is00532000 Franciscus Columna, Hypnerotomachia Poliphili, Venezia, Aldus Manutius, 1499 (n° 77) IGI 3062; ISTC ic00767000 Lucanus, Pharsalia, Venezia, Nicolaus Battibovis, 13 maggio 1486 (n° 100) IGI 5819; ISTC il00302000 Pius II, Epistolae in Pontificatu editae, Milano, Antonius Zarotus, 25 maggio 1473 (n° 118) IGI 7787; ISTC ip00724000 7. Werner Rolewinck, Fasciculus temporum, [Colonia], Heinrich Quentell, 1481 (n° 126) IGI 8417; ISTC ir00265000 8. Orosius, Historiae adversus paganos, Venezia, Bernardinus de Vitalibus, 12 ottobre 1500 (n° 131) IGI 7038; ISTC io00101000 9. Jacobus Philippus de Bergamo, Supplementum chronicarum, Venezia, Bernardinus Rizus, 15 maggio 1490 (n° 304) IGI 5078; ISTC ij00211000 10.Priscianus, Opera, Venezia, Georgius Arrivabenus, 4 dicembre 1488 (n° 305) IGI 8053; ISTC ip00968000 11. Nonius Marcellus, De proprietate latini sermonis. Con Sextus Pompeius Festus, De verborum significatione; Marcus Terentius Varro, De lingua latina, Venezia, Bernardinus de Choris e Simon de Luere, 15 dicembre 1490 (n° 316) IGI 6934; ISTC in00270000 12. Sidonius Apollinaris, Epistolae et carmina, Milano, Uldericus Scinzenzeler, 4 maggio 1498 (n° 317) IGI 8967; ISTC is00494000 13. Fulgentius Fabius Planciades, Enarrationes allegoricae fabularum, Milano, Uldericus Scinzenzeler, 23 aprile 1498 (n° 317) IGI 4106; ISTC if00326000 14. Giovanni Boccaccio, Genealogiae deorum, Venezia, Bonetus Locatellus, 23 febbraio 1494/95 (n° 325) IGI 1800; ISTC ib00753000 15. Raoul Lefèvre, Le Recueil des histoires de Troyes, Lione, Jacques Maillet, 16 aprile 1494/95 (n° 376) BMC VIII, p. 305; ISTC il00114500 registra 4 copie, di cui nessuna in Italia 16. David Aubert, Olivier de Castille et Artus d’Algarbe, Paris 1492 (n° 376) ? edizione sconosciuta a ISTC 17. Firmicus Maternus Julius, Mathesis (De nativitatibus libri VIII), Venezia, Simon Bevilaqua, 13 giugno settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 1497 (n° 442) IGI 3975; ISTC if00190000 18. Johannes Picus de Mirandula, Opera, Bologna, Benedictus Hectoris, 1496 (n° 447) IGI 7731; ISTC ip00632000 19. Plautus, Comoediae, Milano, Uldericus Scinzenze- NOTE 1 Sono lieto di anticipare per il Lettore de «la Biblioteca di via Senato» alcuni spunti in margine a un’indagine di più ampio respiro, avviata alcuni anni fa, sulla biblioteca privata di Carlo Maria Maggi. Per un primo profilo di Carlo Maria Maggi si veda la recente voce a firma EMANUELA BUFACCHI, in Dizionario Biografico degli Italiani, LXVII, Ro- 29 ler, 18 gennaio 1500 (n° 548) IGI 7876; ISTC ip00785000 20. Tibullus Albius, Elegiae, [con] Catullus, Carmina; Propertius, Carmina, Venezia, Andreas de Paltasichis, 15 dicembre 1487 (n° 550) IGI 3964; ISTC it00371000 ma, Ist. della Enciclopedia Italiana, 2006, pp. 328-332, con bibliografia pregressa. 2 GIANCARLO PETRELLA, Questi non son tempi per libri. Conti da libraio dietro i Rerum Italicarum Scriptores, «la Biblioteca di via Senato», VI, 1, gennaio 2014, pp. 11-20. Sull’Argelati rimando qui solo al mio Splendori e miserie degli uomini del libro a Milano del Settecento: Filippo Argelati libraio ed editore, in La cultura della rappresentazione nella Milano del Settecento. Discontinuità e Permanenze, a cura di R. Carpani – A. Cascetta – D. Zardin, Roma, Bulzoni, 2010 («Studia Borromaica» XXIV, 2010), pp. 203-263. 3 L. A. MURATORI, Carteggio con Filippo Argelati, a cura di C. Vianello, Firenze, L. S. Olschki, 1976, p. 251, ep. 257. settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 31 A sinistra e sopra: Hartmann Schedel, Liber chronicarum, Norimberga, Anton Koberger, 12 luglio 1493, incipit e silografie a testo 21. Francesco Petrarca, Trionfi e Canzoniere, Venezia, Petrus de Plasiis, 1490 (n° 554) IGI 7553-7554; ISTC ip00386000 22. Ovidius, Fasti, [Milano], Uldericus Scinzenzeler, 10 novembre 1489 (n° 558) IGI 7072; ISTC io00173000 23. Suetonius, Vitae XII Caesarum, Venezia, Damianus de Gorgonzola, 29 marzo 1493 (n° 562) 4 Carteggio, p. 263, ep. 274. Carteggio, p. 276, ep. 288. 6 Carteggio, p. 298, ep. 310. 7 Ossia Marco Antonio Boldetti, Osservazioni sopra i cimiteri de’ santi martiri ed antichi cristiani di Roma, Roma, Giovanni Maria Salvioni, 1720 (è il n° 111 del Catalogo della biblioteca Maggi). Sull’autore, 5 IGI 9237; ISTC is00824000 24.Gregorius I, Homiliae super Evangeliis [in italiano], Milano, Leonardus Pachel e Uldericus Scinzenzeler, 20 agosto 1479 (n° 607) IGI 4439; ISTC ig00423000 25. Epistolae diversorum philosophorum, oratorum, rhetorum (in greco), a cura di Marcus Musurus, Venezia, Aldus Manutius, 1499 (in 4°, n° 252) Marco Antonio Boldetti (1663-1749), canonico di Santa Maria di Trastevere, custode dei sacri cimiteri di Roma e studioso di archeologia ed epigrafia cristiana, basti qui la voce di N. PARISE, in Dizionario Biografico degli Italiani, XI, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1969, pp. 247-249. 8 Vale a dire l’opera del teologo bene- dettino Matthieu Petitdidier (1659-1728), Dissertationes historicae, criticae, chronologicae in Sacram Scripturam Veteris Testamenti, Tulli Leucorum, apud Alexium Laurent, 1699. 9 Si tratta di Leone Marsicano (10461115), meglio noto come Leone Ostiense, monaco cassinese e cardinale vescovo di 32 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Jacobus Philippus de Bergamo, Supplementum chronicarum, Venezia, Bernardinus Rizus, 15 maggio 1490, silografia raffigurante la creazione della donna IGI 3707; ISTC ie00064000 26. Franciscus Philelphus, Orationes cum quibusdam aliis eiusdem operibus, Venezia, Bartholomaeus de Zanis, 28 marzo 1491 (in 4°, n° 411) IGI 3907; ISTC ip00609000 27. Baptista Guarinus, Poema divo Herculi Ferrariensium Duci dicatum, Modena, Dominicus Rocociolus, 18 settembre 1496 (in 4°, n° 906) IGI 4523; ISTC ig00531000 28. Sebastian Brant, Das Narrenschiff Stultifera navis, Tr. Jacobus Locher Philomusus, Basel, Johann Bergmann, I marzo 1498 (in 4°, n° 923) IGI 2049; ISTC ib01091000 29. Ambrosius, De officiis, De obitu S. Satyri, De bono mortis, Milano, Uldericus Scinzenzeler per Philippus de Lavagnia, 17 gennaio 1488 (in 4°, n° 950) IGI 432; ISTC ia00561000 Ostia e Velletri, autore della Chronica monasterii Casinensis (si veda la ricca voce a cura di M. DELL’OMO, Leone Marsicano (Leone Ostiense), in Dizionario Biografico degli Italiani, LXIV, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2005, pp. 552-557 con ampia bibliografia pregressa). Una conferma dell’edizione acquistata viene dal Catalogus bibliothecae Maddianae, n° 69: «Chronica Sacri Monasterii Casinensis, auctore Leone Cardinale Episcopo Ostiensi, cum notis Angeli de Nuce, fol., Lutetiae Parisiorum, 1668, ligatura gallica». 10 Ossia il celebre De Sepulcris Haebreorum dell’erudito Johann Nicolai (16651708), pubblicato a Leida nel 1706, possibile fonte dei Sepolcri foscoliani (su cui M. SCOTTI, Il «De Sepulcris Hebraeorum» di Johann Nicolai e i «Sepolcri» del Foscolo, «Giornale storico della letteratura italiana», CXLI, 1964, pp. 492-547, poi in ID., Foscolo fra erudizione e poesia, Roma, Bonacci, 1973, pp. 9-75, da integrare almeno con F. FEDI, Foscolo e i riti funebri degli antichi, in, Dei Sepolcri di Ugo Foscolo. Atti del convegno: Gargnano del Garda, 29 settembre – 1 ottobre 2005, a cura di G. Barbarisi – W. Spaggiari, Milano, Cisalpino, 2006, I, pp. 125-146: in particolare pp. 131-134). 11 Carteggio, p. 277, ep. 289. 12 Carteggio, p. 279, ep. 291. 13 Si tratta dei nn° 136, 137, 336, 1114 nel formato in quarto; 492, 850, 924, 925, 1432, 1434, 1590 nel formato in ottavo (Carteggio, p. 282, ep. 294). 14 Carteggio, p. 282, ep. 294. 15 Carteggio, pp. 290-291, ep. 303. 16 Un primissimo sguardo è stato offer- to da G. ROTONDI, La biblioteca di Carlo Maria Maggi, «Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. Rendiconti», LXIII, 1930, pp. 498506 e, in tempi più recenti, D. ZARDIN, Carlo Maria Maggi e la tradizione culturale milanese tra Sei e Settecento, «Annali di Storia moderna e contemporanea», III, 1997, pp. 9-50, in particolare pp. 38-43. Del catalogo rintraccio una copia presso la Biblioteca Braidense di Milano (con segnatura 23 2 A 21) e la Queriniana di Brescia (1a P II 15). 17 SBN IT\ICCU\BVEE\072980. 18 SBN IT\ICCU\BVEE\067307. 19 EDIT16 CNCE 60777 registra un solo esemplare in Italia presso la B. Trivulziana di Milano. 20 EDIT16 CNCE 4994. settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO LA MOSTRA – LA BIBLIOTECA DEL MESE – L’ARTISTA DEL MESE – LO SCAFFALE LA MOSTRA DEL MESE SPIGOLATURE VENEZIANE La 56° Biennale Internazionale d’Arte a cura di luca pietro nicoletti a prima biennale non si scorda mai, specie quando è un’esperienza non precoce, a cui si arriva con un bagaglio di strumenti e domande per incontrare un altro ordine di problemi estetici e visivi. Con questo approccio, quindi, cercherò di tirare le somme, in maniera inevitabilmente rapsodica, della mia prima visita a una biennale, superata la soglia dei trent’anni. Sono soprattutto due gli aspetti che possono fare da filo conduttore, tenendo conto della sua storia in decenni più remoti: ci si può dare uno sguardo alle singole proposte espositive, magari in relazione alle pregresse partecipazioni; oppure ci si L può interrogare sull’uso degli spazi e la loro relazione con le opere, che sempre più diventa un problema “site-specific” e non una semplice questione di allestimento. Si ha l’impressione infatti che gli esiti più felici si incontrino dove la relazione fra contenuto e contenitore, fra opera e ambiente, è più compiuta ed organica, e non c’è più l’oggetto da contemplare come un capolavoro: è il padiglione stesso a farsi opera e non solo sequenza di muri a cui appendere le opere. Il punto nodale, quindi, sta nella scelta curatoriale di affidare il padiglione (specie nel caso dei padiglioni nazionali) a un unico artista o di tenere la regia di una lottizzazione degli spazi in cui ciascun artista è dato da gestire uno spazio più o meno esteso. È chiaro che in questo secondo caso è maggiore la discontinuità, ma va anche riconosciuto, a onor del vero, che non tutte le installazioni appositamente create per la biennale hanno dato una efficace interpretazione degli spazi a disposizione. Non è semplice seguire il filo dell’ambiziosa mostra del curatore, Okwui Erwezor, sulla quale merita leggere le riflessioni di Elena di Raddo sulle pagine di “Titolo” (V, 10, 2015). Non è semplice, soprattutto, decifrare in fondo il rapporto fra All the World’s Future (questo il titolo della mostra) e il Sopra: Biennale Arsenale, Padiglione Italia, installazione di Vanessa Beechroff. A sinistra: Biennale Arsenale, Padiglione Italia, sala di Nicola Samorç 34 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Da sinistra: Biennale Arsenale, Padiglione del Kosovo, installazione di Flaka Haliti; Biennale Arsenale, Troncone, installazione di Ibrahim Mahama marxismo che ne fa da motivo conduttore, per quando ad esso faccia esplicito riferimento solo una delle tre sezioni ideali che Erwezor stesso indica come linee guida: Garden of Disorder; Liveness. On Epic Duration e Reading Capital.l La mostra, stando alla presentazione sul catalogo-guida della manifestazione, «scaverà nella realtà globale contemporanea intesa come situazione di costante riallineamento, adattamento, ricalibrazione, motilità e spostamento di forma». Questo non impedisce, tuttavia, che anche qui si possano incontrare brani altamente poetici e suggestivi scenari. Non sono sicuro che si possa ancora parlare di culture locali, ma di certo colpisce ritrovare in un giovane del Ghana come Ibrahim Mahama (Tamale 1986) sollecitazioni che immediatamente riportano alla memoria, seppur riproposta su scala monumentale, la ricerca tragica e violenta di Alberto Burri. Il suo Out of bound è uno sviluppo, nel Troncone dell’Arsenale, della serie delle Occupation iniziate da Mahama nel 2012. I sacchi di juta che ha cucito fra loro e collocato come alte pareti di dolore, sono prodotti, come si apprende dalla presentazione di Osei Bonsu, nell’Asia sudorientale e importati in Ghana, dove sono usati come contenitori per il cacao: in questo tragitto si portano dietro varie storie segnate sulla loro “pelle”: nomi di luoghi di provenienza e di persone a cui sono appartenuti che costituiscono «un accumulo di narrazioni personali e collettive». «La narrativa profonda connessa al materiale», scrive sempre Bonsu, «può non essere evidente a prima vista, tuttavia la sua presenza forza l’osservatore a riorientarsi e a percepire questo ambiente fabbricato come uno spazio civico». Il posto d’onore, però, è riservato a un’altra “parete”, quella di valigie ordinatamente impilate da Fabio Mauri (Roma 1926-2009) in Il muro occidentale o del pianto del 1993, ricomposto nell’ottagono principale del padiglione centrale, che con i suoi quattro metri di valige rievocano la deportazione. Mauri aveva diciannove anni nel 1945, quando vennero aperti i campi di concentramento che improvvisamente apparvero nelle pagine di cronaca. In questo contesto, Media Italia S.p.a. Agenzia media a servizio completo Torino, Via Luisa del Carretto, 58 Tel. 011/8109311 [email protected] Milano, Via Washington, 17 Tel. 02/480821 Roma, Via Abruzzi 25, Tel. 06/58334027 Bologna, Via della Zecca, 1 Tel. 051/273080 36 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Sopra: Biennale, Giardini, Padiglione del Giappone, installazione di Chiharu Shiota. A destra: Biennale Arsenale, Padiglione Italia, sala di Mimmo Paladino credo, la presenza di un “muro” ha valore paradigmatico: l’olocausto, qui, è la sintesi dei più efferati soprusi di cui il potere può essere capace. Eppure, il muro di valige di Mauri è di una struggente malinconia. Non ci sarebbe stata male, accanto, un’installazione di Christian Boltansky -pur presente con un video- come il grande intervento presentato al Grand Palais di Parigi nel 2010. I due interventi avrebbero condiviso lo stesso spirito lirico ed evocativo, senza bisogno della crudezza esplicita, per esempio, della ceramica raku dell’inglese Walead Beshty (1976), con i suoi racconti di massacro, in un caotico affastellamento di oggetti in frantumi, copertoni, frammenti anatomici mutili o minacciosi che si agitano in un magma visivamente vischioso, volutamente “sporco” da un punto di vista formale per essere più aggressivo. Un diverso rapporto con il potere, invece, è quello del RAQS Media Collective, fondato nel 1992 a Nuova Dehli con un nome dal molteplice significato (raqs come un vorticoso stato di meditazione secondo la lingua araba e urdu, ma anche acronimo, scrive Nastasha Ginwala, di «Rarely Asked Questions»), composto da Jeebesh Bagchi, Monica Narula e Shuddhabrata Sengupta, con il ciclo k Facendo riferimento al Coronation Park. luogo di Dehli in cui re Giorgio V e sua moglie Mary furono incoronati imperatori delle Indie nel 1911, il collettivo ha ripensato in chiave ironica il senso del monumento come «una provocazione», si legge in catalogo, «per far riflettere sulla vita interna al potere e sulla sua paura più profonda: il timore dell’alienazione». Divisi come un visconte dimezzato di calviniana memoria, i nove monumenti sparsi per i giardini della Biennale, tutti corredati da una targa tratta da Shooting an Elephant di George Orwell, sono mutili di volto o di busto, troncati da sezioni nette ortogonali o longitudinali, annullando l’identità individuale e rivelando un interno monolitico ma sostanzialmente unidimensionale. Sono nove sculture per nove personaggi storici: «queste sculture» secondo la Ginwala, «si crogiolano nella volgare materialità dell’autorità gerarchica». Ironica è anche la proposta dell’artista del Mozambico Gonçalo settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Mabunda (Maputo 1975), con i suoi troni ottenuti assemblando macerie della guerra: saldati a costituire una seduta regale, armi da fuoco, proiettili e altri contenitori per esplosivi danno consistenza visiva a un potere che si fonda sulla forza e sulla distruzione, ma con un approccio tutto sommato ludico. Eppure, come ricorda Allison Young in catalogo, il Mozambico aveva ottenuto l’indipendenza del Portogallo nello stesso anno di nascita dell’artista, per piombare appena due anni più tardi in una sanguinosa guerra civile durata fino al 1992: queste opere, dunque, costituiscono un «commento sull’attuale stato di declino dell’Africa postcoloniale: postulano il rapporto tra l’abilità dittatoriale –simboleggiata dai troni tradizionali- e le disparità economiche». É fra i padiglioni nazionali, tuttavia, che si incontrano le proposte di maggiore suggestione di maggiore impatto. Se ne possono ricordare almeno alcune, a partire da Rapture, l’intervento site-specific con interventi sonori pensato da Camille Norment, artista americana di nascita ma residente ad Oslo per vocazione, per il padiglione norvegese, giocato sulla decostruzione straniante dello spazio, fra interno ed esterno, spazio aperto e spazio chiuso, fra i quali fa da filtro un gioco di infissi che scivolano l’uno sull’altro come faglie naturali, provocando un senso di straniamento e di precarietà improvvisa dentro un vuoto zenitale e di assoluta rarefazione (due alberi, all’interno del padiglione, riportano a un ruvido e solido intervento di natura), ma incentrato anche sulle relazioni profonde fra corpo umano e suono, fra esperienza fisica e sensoriale. Non mancano momenti ironici, come Speculating on the Blue, il mare di sabbia blu (ma non un “blu Klein”) costellato di strutture in tondino metallico di Flaka Haliti nel minuscolo spazio riservato all’Arsenale alla Repubblica del Kosovo. Forse un po’ scontato, nel voler provocare a tutti i costi, ma non privo di impatto, il padiglione britannico imbiancato di giallo crema da Sarah Lucas con la mostra I scream daddio: «la mia concezione complessiva della mostra» afferma l’artista stessa, «è che dovrebbe avere l’aspetto di un dessert. Un dolcetto»; anzi «le sculture sono posizionate in un mare di crema pasticcera». Questo “mare” dolciastro, tuttavia, diventa il teatro di giochi palesemente erotici. Le sculture della Lucas non negano una mescolanza di modi attinti da più fonti: i giganteschi e fallici “gatti” gialli o neri, totemiche presenze dall’apparenza di palloncini flosci, sono degli evidenti ingrandimenti di proposte surrealiste, tanto quanto i suoi calchi di corpi femminili dalle 37 gambe fino alla cintola sono evidenti riproposizioni di procedimenti portati a livello artistico da George Segal, con la sola aggiunta di una sigaretta infilata nell’ano o nell’ombelico: «le sigarette, nel caso ve lo stiate chiedendo, sono perlopiù per titillare», dichiara l’artista, secondo la quale esse «aggiungono un’aria irriverente, noncurante». Se si deve portare a casa una sola immagine da Venezia, tuttavia, è sicuramente il colpo d’occhio su The key in the Hand della giapponese residente a Berlino Chinaru Shiota (Osaka 1972), il cui lavoro meriterebbe qualche considerazione più approfondita e documentata. Il visitatore che entra nel padiglione del Giappone si sente improvvisamente immerso in un ambiente di cui perde, in un primo momento, la percezione e si vede fagocitato nella dimensione onirica e visionaria di un giardino surreale. Da due vecchie barche, incrostate dai flutti marini e ridotte a due ruderi, come oggetti su cui è intervenuto con insistenza il passare del tempo, fuoriesce un’esplosione di fili rossi 38 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Da sinistra: Biennale Arsenale, Padiglione Italia, installazione di Jannis Kounellis; Biennale Giardini, Padiglione Centrale, installazione di Fabio Mauri insanguinati, che nella sua compatta e intricatissima trama dà l’impressione di un getto raggelato, anzi stabilizzato in un’infiammata architettura arborea. Avvicinandosi, poi, il visitatore si accorge che a quella fitta rete di fili, tirati uno per uno con coscienza progettuale e prolungato esercizio di pazienza, è appesa una pioggia di chiavi di tutte le fogge e di tutte le età. Come fa notare Hitoshi Nakano, curatore del padiglione e autore dell’ampio volume sull’artista che accompagna l’installazione, in questo caso, come in tutti gli interventi ambientali della Shiota, vi è un ricorso a materiali permeati dal ricordo: le due barche, scrive, come due mani aperte «raccolgono nel loro intimo la pioggia dei ricordi», mentre le chiavi sono simbolicamente oggetti molto preziosi in quanto «accolgono le molteplici stratificazioni del ricordo». C’è a monte, nell’esperienza dell’artista, il ricordo di un paese che ha sofferto molto, dilaniato per anni dal grande terremoto che aveva interessato il Giappone nordorientale: i “ricordi”, quindi, sono altrettante vita appese a dei fili, traghettate da una barca che ha molto viaggiato. Ma ciò che più colpisce, in realtà, è che la grande installazione ha la dimensione e la solennità del sublime, e non rinuncia mai, anzi amplifica il proprio valore estetico e formale: «si afferma», scrive sempre Nakano, «la preminenza della bellezza», tanto che il vissuto personale viene tradotto in una lingua franca che trascende i confini nazionali. I visitatori percepiscono soprattutto «il lato oscuro che scaturisce dall’associazione con un paese che ha sofferto profonde ferite fisiche e spirituali» (Nakano), ma coglierà anche un’intima e luminosa bellezza. Questa selva di fili rossi, infatti, ha anche un forte potere trasfigurante: vista come insieme, oltre che infiammata può mostrarsi anche come una selva insanguinata, che fa tornare alla mente una folgorante battuta di Michel Leiris rivolta alla pittura di Francis Bacon: nella sua intensità, il pittore irlandese, e l’artista giapponese oggi, fanno vedere il rosso che sta nel fondo degli occhi. Tutto sommato tradizionale come settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano impostazione è il Codice Italia curato da Vincenzo Trione per il padiglione italiano all’arsenale: un “codice” all’insegna del sapere artigiano, in cui il ritorno alla figurazione non può fare a meno di diventare citazione di un’eredità ingombrante del passato. Senza soffermarsi sul lungo video in cui Umberto Eco indugia sul concetto di memoria, né sulle installazioni multimediali da enciclopedia telematica che enumerano a ciclo continuo le meraviglie del bel Paese, nel complesso il padiglione ha una struttura tradizionale: ogni artista ha la sua sala, o il suo “stand”, all’interno di un’equa suddivisione degli spazi. Il curatore stesso, in apertura della mostra, gravata da un impegnativo apparato di pannelli illustrativi, dichiara i propri intenti: il Codice Italia è una «combinazione tra il bisogno di sperimentare e il desiderio di riabitare momenti talvolta marginali della storia dell’arte, attingendo a quell’immenso giacimento che è la natura». È giocoforza, allora, interrogarsi su quale sia quel “giacimento” che costituisce il «”codice genetico” dello stile italiano» (ammesso che di stile “italiano” si possa ancora parlare), o meglio quale sia il canone di maestri con cui gli artisti di oggi hanno voluto confrontarsi. Da una parte, la presenza di alcuni “grandi vecchi” costella il padiglione con interventi che vogliono consacrarli nella dimensione di classici moderni: le solenni, ma un po’ formalistiche, installazioni di cappotti e putrelle di Kounellis e l’ancora che rompe un enorme vetro di Parmiggiani; l’ironico e cerebrale intervento murale di Mimmo Paladino, completato da una scultura attorniata da filamenti e numeri fluttuanti fanno da numi tutelari ad artisti più giovani che, tuttavia, mostrano di andare in una direzione diversa, che ha messo fra parentesi le istanze concettuali, anche nel loro austero e solenne gradiente di poesia, per rivangare una figurazione più volentieri in dialogo con i bassifondi del barocco. Porta in tutt’altra dimensione, infatti, la cappella di Nicola Samorì, volutamente cupa a rievocare l’atmosfera di tempi incombenti attingendo al Seicento macabro degli ossari e dei memento mori,i fra cui non manca di citare con esplicito d’aprés due “barocchi” di Lucio Fontana. Altrettanto lugubre, ma di segno diverso, è anche l’affollato harem di sculture in marmi policromi e preziosi di Vanessa Beecroft, che vivifica la memoria dell’antico in senso archeologico, ma portando nel frammento una memoria del Basso Impero. Barocco, e non solo di nome, è anche il lavoro di Francesco Barocco, con le sue piccole teste di terracotta con interventi grafici debitori del disegno Seicentesco, seppur ridotto a tracce e a brevi brani dai contorni evanescenti. Altrettanto, con l’archetipo architettonico della colonna, fa il giovane Luca Monterastelli, davanti al cui ambiente, di abbondante ma suggestiva matericità, non si può fare a meno di pensare a certi esiti del lavoro di Giacinto Cerone. Eppure, il suo ALL THE WORLD’S FUTURE 56° Esposizione Internazionale d’arte 9 maggio - 22 novembre 2015 39 intervento sulle strutture, pur barocco nella resa, è anche un intervento di cancellazione della forma stessa: inducono a pensare a questo le piccole elaborazioni fotografiche che occhieggiano da un angolo della sua saletta, con l’Estasi di Santa Teresa di Bernini ripresa sul suo altare ma trasformata in un solido guscio fluttuante, come se la materia grezza avesse inglobato la forma. C’è un’aria “funerea”, come è stato osservando anche da altri commentatori, che aleggia su questo Codice Italia: induce a pensarlo il suggestivo Omaggio all’Italia di William Kentridge, chiamato da Trione a interpretare la sua idea della penisola con un intervento artistico. C’è la consueta ironia un po’ macabra dell’artista di Joannesburg nei suoi d’aprés a carboncino dei fregi della Colonna Traiana e di altri trionfi della Roma antica: parate di mutilati che hanno pagato il trionfo del potere con la perdita di arti e tratti somatici. Di fronte a questa ordinata rassegna, però, Kentridge ha messo una grande sagoma di oltre tre metri, fluttuante, tratta dall’ingrandimento di un disegno a pennello tradotto in resina epossidica: il corpo scaraventato a terra senza vita qui rappresentato è Pasolini, 2 novembre 1975 (2015), che qui diventa simbolo dei caduti di tutte le battaglie, ideologiche o militari che siano. Nella mente dell’artista sudafricano dovevano risuonare alcune affermazioni rilasciate dallo scrittore a Furio Colombo, in un’intervista pubblicata su “La Stampa” l’8 novembre del 1975: «Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo». settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano LA BIBLIOTECA DEL MESE UNO SCRIGNO DI TESORI Alla scoperta della biblioteca De Leo di katiuscia di rocco u monsignor Annibale De Leo (1739-1814) a fondare in Brindisi, nel 1798, con regio assenso, «la prima biblioteca pubblica di Terra d’Otranto». In essa confluirono i volumi, circa 6.000, della sua raccolta privata arricchita dall’acquisto di parte di quella del cardinale Giuseppe Renato Imperiali (1651-1737). Il prelato brindisino legò alla biblioteca beni propri che dovevano assicurarne un regolare funzionamento; nel testamento prescrisse che essa fosse, infatti, d’uso pubblico, collocata nei locali a piano terra del palazzo del Seminario Arcivescovile di Brindisi e amministrata dagli arcivescovi protempore. Fu egli stesso a designarne il primo bibliotecario nella persona di Giovan Battista Lezzi (1754-1832), F Da sinistra: Anonimo, Invitatorio. L’autore di questo codice fu certamente un calligrafo dei frati di Santa Maria di Castello vissuto tra la fine del 1400 e i principi del 1500, epoca in cui fu scritto, rilegato con copertina di pelle nera su legno; Antoninus S., Arcivescovo di Firenze, Confessionale Defecerunt [Italia, luogo di stampa e tipografo sconosciuti, non dopo il 1472] collaboratore delle «Novelle letterarie» di Firenze e del «Giornale Letterario di Napoli» nonché autore delle Vite degli scrittori salentini,i opera ancora manoscritta. Nel 1820, rientrato il Lezzi in Casarano, subentrò nella carica il canonico teologo Ignazio Buonsanti a sua volta sostituito nel 1824 da Francesco Scolmafora che lo scozzese Craufurd Tait Ramage 41 incontrò nel 1828 e ricordò nelle sue Impressioni di uno scrittore scozzese su un viaggio a Brindisi.i Nella sua qualità di bibliotecario, lo Scolmafora si adoperò a completare alcune opere già presenti nella raccolta brindisina: gli Acta Sanctorum dei Bollandisti, Delle città d’Italia e sue isole adiacenti dell’Orlandi, il Nuovo Dizionario Istorico di tutti gli uomini che si sono renduti celebri per talenti e virtù, stampato in Napoli, città ove del resto, tramite i librai-tipografi Marotta e Vanspandoch, effettuava i suoi acquisti, orientati non solo sul tradizionale versante umanistico, ma anche verso le scienze naturali e la fisica. Nel 1845, alla morte dello Scolmafora, venne nominato bibliotecario Vito Guerrieri autore di un Articolo storico su’ vescovi della chiesa metropolitana di Brindisi,i pubblicato in Napoli nel 1846. Di eccezionale rilevanza la figura del suo successore, Giovanni Tarantini (18051889) collaboratore del Mommsen che di lui tracciò un pubblico elogio nel nono volume del Corpus inscriptionum latinarum. E fu in questo periodo, nel 1882, che Ferdinando Gregorovius definì la de Leo come «la più copiosa di tutte [le biblioteche] salentine». Al giorno d’oggi il fondo manoscritti comprende circa 400 codici la cui importanza non è limitata a particolari epoche o ambienti circoscritti: interessano il meridione e il settentrione d’Italia, la storia del Sacro Romano Impero e la storia della Chiesa, le scienze fisiche e l’astronomia, la letteratura latina, greca, italiana e vernacola, il diritto, la 42 filosofia, la geologia, l’agricoltura, l’araldica, la storia dell’arte. Importante è questo fondo perché a esso hanno attinto in varie epoche diversi studiosi, anche stranieri, fra cui anche nomi celebri (come Kehr, Lenormant o lo stesso Gregorovius). Fra i codici pergamenacei paiono di rilevante interesse il Decretum Gratiani,i redatto fra XIII e XIV secolo; le Postillae super Ysaiam di Alessandro di Hales, del XIV secolo (opera mai stampata di cui esistono due soli altri esemplari conservati la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 all’Ambrosiana di Milano e a Oxford); le Vitae Patrum, della seconda metà del XIV secolo, con 54 miniature. Inoltre, i codici dei secoli XV e XVI, segnalati nell’Iter Italicum di Paul Oskar Kristeller, costituiscono il fondo umanistico più importante della Puglia. E ancora il codice A/6, scritto nel 1473 da Gabriel Finalis, è una ricca miscellanea umanistica, gemella del codice 671 della Riccardiana di Firenze, con tre opuscoli rarissimi del sarzanese Antonio Ivani. Essenziali per la comprensione della civiltà giuridica del Mezzogiorno sono l’opera di Bartolomeo Chioccarello Magni archivi scripturam pro regali jurisdictioni regni Neapolis, in 18 volumi e l’altra di Gaetano Argento, Consulte giurisdizionali,i in 24 volumi. La biblioteca conserva inoltre 17 incunaboli, tra i quali quello di maggior pregio - secondo Dennis E. Rhodes, direttore della British Library di Londra (alla cui ricchissima raccolta mancano 4 dei testi che sono invece conservati a Brindisi) - è il Confessionale Defecerunt di Da sinistra: Anonimo, Vitae Patrum. Codice pergamenaceo scritto in carattere gotico italiano della seconda metà del 1300 consistente in 256 fogli numerati alla romana e altrettanti circa non numerati. Contiene 54 miniature da più mani in epoche diverse; Bartolomeo da San Concordio, Summa de casibus animae. Quest’opera secondo il Finis “Consumatum fuit hoc opus in civitate Pisana anno Domini 1338 de mense decembris (expletata est in die Sancta Luciae in sero post coenam) tempore Sanctissimi Domini Benedicti XII”. La scrittura è gotica, la iniziali in tricromia. settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Sant’Antonino arcivescovo di Firenze, stampato in Italia, in un luogo e in una tipografia non precisati, nel 1472 (di quest’opera si conoscono solo altri 15 esemplari al mondo). Rari sono anche il De Situ Orbis di Zacharias Lilius stampato a Napoli nel 1496, le Quaestiones de potentia Dei di San Tommaso d’Aquino (con postille forse a mano di San Lorenzo da Brindisi) e il De re militari di Vegezio, con un ritratto di Leone X e disegni su Alessandro VI e il Valentino. Le edizioni del XVI secolo, che assommano a circa 400 pezzi, comprendono studi antiquari e filologici, con opere di Carlo Sigonio, Guillaume du Choul, Huber Goltz, i Manuzio, Nicolò Perotti, nonché di autori locali come Antonio Galateo, Giovanni Giovine, Girolamo d’Ippolito, Antonio Marinario, Antonio Monetta e Luca Antonio Resta; il diritto e l’amministrazione dello Stato con scritti di Franceso Mantica, Andrea de Ysernia, Bartolomeo da Capua e Pierre Rebuffe. Fra i classici italiani, latini e greci Rodhes ha segnalato come dell’edizione italiana della Syntaxis linguae grecae di Jean Varen, sia qui conservato l’unico esemplare. Notevole è pure la presenza di legature di pregio: 9 risalgono ai secoli XV-XVI, 25 al secolo XVII, 58 al secolo XVIII, 17 del secolo XIX. Dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso si sono susseguite importanti donazioni a favore della Biblioteca De Leo, fra cui le acquisizioni relative all’archivio personale del senatore Vitantonio Perrino, di monsignor Giacomo Perrino, del dottore dell’Ambrosiana Carlo Marcora, 43 Da sinistra: Encyclopedie, ou Dictionnaire raisonne des sciences, des arts et des metiers, par une societe de gens de lettres. Mis en ordre & publie par m. Diderot quant a la partie mathematique, par m. D’Alembert Tome premier [-dix-septieme]. - Troisieme edition enrichie de plusieurs notes A Livourne: de l’Imprimerie des editeurs, 1770. Anonimo, Rerum publicarum graecarum et latinarum anthologumena. Rilegato in pergamena. Il codice è di indole politica, scritto in pergamena con caratteri umanistici nel 1473 da un amanuense di nome Gabriele. Nello stesso anno fu emendato dagli errori di trascrizione. Appartenne ad una nobile famiglia della quale l’arma araldica consiste in due sbarre trasversali oro in campo azzurro, come rilevansi dal primo foglio miniato a motivi floreali. Appartenne poi nel 1581 al prelato Pompeo Lippi Briziani del quale è disegnata a penna in nero l’impresa dell’onorevole Carlo Scarascia Mugnozza di Brindisi, di Beppe Patrono e dell’onorevole Domenico Mennitti. Ci sono anche settori archivistici affidati alla biblioteca: i libri parrocchiali della Basilica Cattedrale di Brindisi (1475-1921), le Visite pastorali (1565-1767), le platee degli enti ecclesiastici e monasteri soppressi del XVIII secolo, l’archivio capitolare della Cattedrale di Brindisi (del quale fanno parte 400 pergamene dall’XI al XX secolo e 10.000 documenti); l’archivio storico diocesano istituito nel 1986 e riconosciuto d’interesse locale dall’Ente Regione Puglia, costituito da circa 600.000 documenti cartacei; l’archivio della Curia arcivescovile di Brindisi (con circa 50.000 documenti dal XVII al XXI secolo). L’istituzione è inoltre completata da una preziosa e consistente emeroteca che conserva importanti testate locali, nazionali e internazionali dal XIX secolo ai giorni nostri. Esiste, infine, una fototeca donata dal colonnello Briamo costituita da circa 8000 fotografie storiche della Puglia degli inizi del XX secolo. 44 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 L’ARTISTA DEL MESE OLIMPIA PACINI, ARTISTA ETRUSCA “SENZA TEMPO” Sua una delle opere selezionate per la Biennale “Art 2015 Olympia in Tokyo” di giorgio nonni a luce abbacinante della Maremma laziale accende le scanalature color ocra del portale di Santa Maria Maggiore, la basilica che emerge dai canneti e dalla vegetazione selvaggia che tentano di celarla. Siamo in quel lembo recondito dell’Etruria meridionale, a Tuscania. L È qui - nel suo atelier aperto allo scenario del colle di San Pietro, un tempo acropoli etrusca - che si libra la creatività di Olimpia Pacini, artista segreta e custode di misteri non ancora svelati. Solo apparentemente separata dagli accadimenti esterni, l’artista scrive una pagina di fede laica, certificando un ritorno al mondo pagano e paleocristiano, in cui la venerazione per la natura si nutriva di una sacralità di valori. Si avvinghia al grande tronco dai nodosi rami graffiati e attorcigliati, Olimpia, mentre trasferisce le sue impressioni sulla foglia d’oro impregnata di gommalacca per costruire l’albero della vita, ben piantato sulle radici di una famiglia che sulla coltivazione della terra ha costruito i suoi saldi princìpi di solidarietà e di convivenza. Sì, perché 46 la lavorazione dei campi era considerata alla stregua di una preghiera che spiritualizzava la materia e affratellava le creature. L’etrusco, si sa, è un popolo che si aggrappa al proprio paesaggio abitato da misteri, da boschi, da mandrie in libertà, da vestigia e ruderi arcaici. Ma è anche una comunità “senza tempo” (come amava definirsi Giuseppe la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Cesetti), fiera e rivolta al futuro e alla speranza, segni ben interpretati da quel capro turchino (la costellazione dell’Ariete?) vagamente klimtiano, che con rara perizia l’artista ci propone quasi si trattasse di una figura virgiliana che ci guida verso una nuova Primavera. Ma accanto a suggestioni dell’art nouveau miscelate con l’arcaismo di Cesetti, Olimpia trova la sua cifra espressiva coniugando la pittura a olio con l’elaborazione grafica digitale e financo con sorprendenti incursioni nella pop-art di Andy Warhol. E non trova sconveniente approdare a una scultura di tipo minimale, che non viene percepita in opposizione alla forma pittorica, ma come un’estensione della propria tecnica settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano artistica, priva com’è di sfondo e di prospettiva; un modo per opporsi agli eccessi del consumismo e per possedere soltanto ciò che è essenziale al vivere. E in questa contaminazione di linguaggi perseguita dall’artista, cosa rappresentano quei manichini bianchi dagli arti recisi - simulacri umani muti e tormentati dall’incomunicabilità piantati nei campi d’orzo a presidiare un territorio, se non figure eterne in cerca di un dialogo poetico con la natura? E quei petits chevaux dalla fiera criniera che sembrano provenire dai graffiti rupestri della necropoli di Tarquinia, non sono gli stessi che avevano affascinato Marguerite Duras in un’assolata estate degli anni OLIMPIA PACINI è nata e vive a Tuscania. Dopo aver completato studi artistici, ha seguito corsi di restauro che le hanno fatto amare ancora di più la materia pittorica. Una sua opera è stata selezionata da Cécile Debray - curatrice delle esposizioni del Centre Pompidou di Parigi e organizzatrice di eventi internazionali (alle Scuderie del Quirinale sta preparando una grande mostra su Balthus) - ed è ora esposta alla First International Open Art Competition “Art 2015 Olympia in Tokyo”, che annovera dipinti scelti da giurie internazionali a Parigi, New York e nella capitale giapponese. 47 Cinquanta e che oggi Olimpia trasforma in figure simboliche che non vanno lette nella loro singolarità, ma rappresentano i testimoni di un unico racconto? Sì, sono elementi definitori di una vicenda che continua con quella ballerina costruita con la cartapesta un materiale che assorbe l’accecante luce della Maremma e che ingloba toni ed emozioni come fossero le pieghe della pelle - la quale è protagonista di un viaggio che conduce al disvelamento della verità della carne e a liberarsi dalle catene che la legano a una terra che costituisce un grembo materno accogliente, ma anche una sorta di prigione. Che solo l’arte liberatoria di Olimpia è in grado di affrancare. 48 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 LO SCAFFALE Pubblicazioni di pregio più o meno recenti, fra libri e tomi di piccoli e grandi editori Ornella Guidi, “Giuliano Tiburtino, Autore strumentale e vocale (sec. XVI)”, Città di Castello, LuoghInteriori, 2014, pp. 381, 24 euro. troveranno la loro fulgida fioritura a partire dal secolo successivo. Nella musica vocale la tecnica imitativa non è impiegata in modo rigoroso, ma si avverte, in misura attenuata, quell’esigenza così preponderante nei ricercari di variare il ritmo al tema già esposto in un’altra voce. Il prezioso volume di Ornella Guidi raccoglie finalmente, in modo ordinato e chiaro, tutte le composizioni, trascritte in partitura, di questo straordinario e misconosciuto compositore. Di Giuliano Tiburtino ci sono pervenute soltanto due raccolte: Fantesie et Recerchari e Musica diversa entrambe a tre voci più il madrigale a quattro voci Madonna s’io potesse. Particolare considerazione meritano i tredici ricercari, tutti monotematici, poiché costituiscono il gruppo più numeroso e forse il primo esempio del genere in ordine di tempo. Nel XVI secolo infatti i ricercari, sono per la maggior parte politematici. L’opera strumentale del Tiburtino a noi pervenuta si limita a queste tredici composizioni, ma va considerata per il contributo apportato allo sviluppo del ricercare monotematico e a tutte quelle forme strumentali a carattere imitativo che Maria Grazia Marzi, “Il Gabinetto delle Terre di Luigi Lanzi. Vasi, terrecotte, lucerne e vetri dalla Galleria degli Uffizi al Museo Archeologico Nazionale di Firenze”, Firenze, Olschki, 2015, pp. 370, 48 euro. Nel raffinato volume di Maria Grazia Marzi viene ricostruita, tramite gli inventari della Galleria degli Uffizi e documenti d’archivio, la formazione della collezione medicea e lorenese di ceramica antica, che culmina nell’allestimento del Gabinetto delle Terre a opera di Luigi Lanzi nel 1784. In occasione del piano di ristrutturazione voluto dal granduca Pietro Leopoldo, gli oggetti della Galleria - sulla base teorica dell’illuminismo enciclopedico vennero suddivisi a seconda della materia, dando luogo ai vari Gabinetti. Nel Gabinetto delle Terre furono raccolte le ceramiche; insieme ai vasi furono inseriti terrecotte, lucerne, vetri, idoli egizi e lastre fittili per un totale di 737 pezzi. L’identificazione di tali materiali, confluiti nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ha costituito uno degli scopi principali della ricerca, come attesta il Catalogo critico e molto essenziale che, seguendo l’inventario di Galleria del 1784 - illustrato dai disegni di Francesco Marchissi, editi in questa sede, - permette anche di risalire alle collezioni di provenienza, quali la Galluzzi, la Bucelli e quella dell’Orto Botanico di Pisa. giochipreziosi.it UN MONDO DI DIVERTIMENTO! GRUPPO GRUPPO GIOCHI GIOCHI PREZIOSI 50 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Il libro del mese «Nella bella Milano, dove c’è tanto più movimento» La città lombarda nelle pagine di Giovanni Battista Angioletti GIOVANNI BATTISTA ANGIOLETTI M a, è giusto, per parlar di Milano bisogna tornare in città, là dove tutto è uniforme, là dove pare che la personalità e il carattere si cancellino, e che si respiri come un’aria insipida e sterilizzata d’America. Ecco le grandi Banche, i loro eserciti di impiegati, pazienti e diligenti, lo stuolo delle commesse e delle dattilografe, tutte dipinte dallo stesso pittore, ecco i tranvai colmi, irritanti, le file angosciate delle automobili che sporgono il radiatore a veder se si può passare, le insegne luminose, ecco la «vita», il «movimento» di cui va fiero non solo ogni buon Milanese, ma ogni Italiano che capiti a Milano. In ogni altra città, quasi a consolarmi d’esser nato lassù fra le nebbie, tutti mi dicono, non senza aver prima decantato le bellezze del loro paese: «Ma a Milano c’è più movimento». E se rispondo che del movimento poco m’importa, quasi quasi s’indignano, mi credono incapace di amore per il loco natìo. Movimento? Che vuol dire, dunque? Muoversi, agire, divertirsi. Ma è bello muoversi fra mille pericoli di morte, e di morte ingloriosa? Non un minuto di pace, nulla da poter contemplare, esser trascinati in un gorgo che non conduce neppure alle meraviglie magiche di un abisso? E divertirsi: sì, nei caffè, nei teatri di varietà, nei cinematografi, ecco tutto; ed allora, come siam provinciali in confronto a Berlino o a Budapest, a Barcellona o, perfino, ad Atene. Ma è pur vero, la vita di una grande città dipende anche dagli impulsi pratici. C’è il caso di sentirsi irrimediabilmente tacciati di nostalgia, c’è il caso, quasi umiliante, di veder sorridere i più giovani di noi, alle nostre parole, e la giovinezza è talvolta inconfutabile. Giovanni Battista Angioletti, “Milano” (ristampa anastatica), a cura di Vincenzo Crescente, introduzione di Diana Rüesch, Firenze, Biblioteca della Luna Crescente, 2015, pp. 90, s.p. settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano A sinistra: Giovanni Battista Angioletti, in una foto scattata a Praga, nel 1934. Sopra: Milano, la vecchia Darsena (foto d’epoca). A destra: frontespizio della prima edizione di Milano, stampata a Firenze, nel 1931 Dobbiamo pensare alla generazione che sta crescendo e che domani pretenderà a buon diritto la scomparsa di tutto il «vecchiume» che fa noi ancòra incerti dell’avvenire. Chi riproverà, ad esempio, il nostro dolore per la scomparsa dei Navigli? Qualche buon vecchio dirà, fra trent’anni, passando per i viali asfaltati: «Qui, ragazzi, c’era l’acqua, qui passavano i barconi carichi di tegole rosse e di rulli di carta bianca, i barconi lenti che trascinavano poveri cavalli zoppi e tristi; al posto di queste case c’erano bei giardini di ville che, in primavera, specchiavano le loro glicini nell’acqua. Qui, insomma, si veniva a riposare, si era in pace, contenti.» E l’evocazione, nei ragazzi che ascolteranno, non susciterà maggior commozione di quella provata da noi, quando i nostri vecchi ci dicevano: «Una volta, fuori porta Venezia era tutta campagna, ci si veniva la domenica in gita. Ora, tutte case, case, troppe case, fino a Loreto, fino a Gorla, per cinque, sei, sette chilometri...». E noi, ragazzi, ci sentivamo invece orgogliosi d’essere na- 51 ti in una città davvero grande, che aveva con tanto ardire divorato le campagne, e sognavamo anzi che le case arrivassero fino a Monza, sognavamo una metropoli sterminata per il nostro piacere di sentirci cittadini. Allora, ecco che la nuova Milano ci diventa più amica, ecco che ammiriamo anche la fatica quasi ossessionante dei costruttori. La nuova Stazione ci par quasi, a momenti, la cattedrale della civiltà meccanica, così alta, massiccia, con le sue viscere di rotaje e le sue enormi arcate di ferro nero. I primi prudenti grattacieli della periferia ci fan quasi mormorare: «Coraggio, più in alto, qualche piano ancòra, tanto il ghiaccio è rotto...». E le nuove strade, così ampie e nitide ci invitano a desiderar belle vetrine, donne eleganti che passano, lunghe file di automobili di lusso, e la nostra ansia si calma, il mondo ci appare accettabile e confortevole. 52 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 riginario di Forte dei Marmi, Giovanni Battista Angioletti (Milano, 27 novembre 1896 - Napoli, 3 agosto 1961), giornalista, narratore, saggista, direttore di periodici e organizzatore di cultura, nel 1914 fondò, giovanissimo, il settimanale nazionalista e interventista «La Terza Italia». Dopo avere partecipato alla prima guerra mondiale, tra il 1920 e il 1922 avviò e diresse la rivista lette- lo stesso anno nella collana Visioni spirituali d’Italia. Il titolo della stessa, era quello dell’omonima serie di quarantotto conferenze in cartellone nel noto e frequentatissimo Circolo femminile, durante le quali intellettuali di primo piano, scrittrici e scrittori, si confrontavano con un luogo, una località, un aspetto dell’Italia. Poche settimane più tardi, queste lezioni venivano raccolte in altrettanti - diremmo oggi - instant book pubblicati da una piccola casa editrice, la NEMI del dott. C. Cherubini con sede a Firenze. A coordinare i cicli raria «Trifalco». Nel 1923 fu condirettore del quotidiano «La Scure» di Piacenza e, dal 1929 al 1932, della rivista «La Fiera Letteraria» (poi «L’Italia Letteraria»). Nel 1932 lasciò l’Italia andando dapprima a dirigere, fino al 1935, l’Istituto di cultura italiana di Praga; fu quindi attivo in Francia, quale lettore, fino al 1937, nelle Università di Digione e Besançon, poi direttore dei Corsi di italiano a Parigi fino al 1940. Milano - testo di una conferenza che Angioletti tenne al Lyceum Club Internazionale di Firenze il 15 gennaio 1931 - fu pubblicato per la prima volta di conferenze era Jolanda De Blasi (1888-1964), compagna di studi e amica di Carlo Michelstaedter. Di origini calabresi, definita da più parti «la donna più intelligente d’Italia», insegnante, narratrice, saggista e traduttrice dalle lingue classiche e dal tedesco, inanellò per alcuni lustri una infaticabile attività di promozione e divulgazione culturale. Monarchica convinta, sostenitrice di Mussolini, ebbe rapporti epistolari con esponenti di spicco del regime e con molti scrittori, tra cui Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Ada Negri, Matilde Serao, Grazia PER UN SECONDO TEMPO DI GIOVANNI BATTISTA ANGIOLETTI O Deledda, Luigi Pirandello, Massimo Bontempelli. Nella sessantina di pagine di Milano si riconfermano alcuni cardini della scrittura di Angioletti caratterizzata da quella che è stata definita, via via, «aura poetica» o «prosa evocativa» da lui praticata in contrapposizione ai modelli e ai canoni correnti dell’epoca. Nel 1931 l’autore aveva già alle spalle la vittoria, con Il giorno del giudizio (Torino, Ribet, 1927), della prima edizione del Premio Bagutta nel 1928, e aveva da poco firmato la Prefazione all’antologia Scrittori nuovi (Lanciano, Carabba, 1930), curata da Enrico Falqui ed Elio Vittorini, ancora oggi vero e proprio paradigma di un modo nuovo di intendere la letteratura. In quell’occasione Angioletti osservava come «gli scrittori nuovi, compiendo una rivoluzione che, per essere stata silenziosa, non sarà meno memorabile, intendono di essere soprattutto artisti, laddove i loro predecessori si compiacevano di essere moralisti, predicatori, estetizzanti, psicologisti, edonisti». Sette anni più tardi, lo stesso Falqui inserì Angioletti in un’altra raccolta di prosatori d’arte che intitolò Capitoli. Per una storia della nostra prosa d’arte (Milano-Roma, Panorama ed., 1938), in cui riunì il meglio delle varie forme scrittorie («dal poemetto in prosa all’elzeviro, attraverso il saggio, il capriccio, lo scherzo, la fantasia, l’idillio, il sogno, la favola») che riconducevano a quel gusto e a quella temperie. Diana Rüesch (Conservatrice degli Archivi letterari della Biblioteca cantonale di Lugano) 54 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 55 Alternative di scrittura La pelle come pagina e raffinato libro d’arte Attraversando i libri, i corpi-desiderio e l’Oriente VITALDO CONTE I l corpo, dagli ultimi decenni del Novecento a oggi, assume una sempre maggiore rilevanza nei percorsi espressivi. La sua congiunzione di arte-vita è raccontata anche attraverso pubblicazioni teoriche e letterarie: «Scrivo, e la scrittura riempie lo spazio della pagina: è e si fa corpo».1 La pelle non costituisce solo un estremo rivestimento del corpo organico: è soprattutto un incontro con l’esterno e l’altro. Il corpo, quindi, non ha nella pelle il suo confine ma il suo inizio: su cui si possono esprimere le lingue della scrittura. Queste sono mosse da pulsioni molteplici, la cui molla, rileva Barthes, è rintracciabile nel desiderio: «L’altro di cui io sono in- Nella pagina accanto: Man Ray, Violon d’Ingres, 1924. A destra: Ketty La Rocca, Le mie parole e tu, Firenze 1971-72 (Collezione Centro d’Arte Spaziotempo) namorato mi designa la specialità del mio desiderio. (…) Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. E come se avessi delle parole a mo’ di dita sulla punta delle mie parole. Il mio linguaggio freme di desiderio».2 Il desiderio è un fuoco che libera i testi della creazione dai limiti delle cornici e pagine, dei supporti e delle significazioni verbose. La pelle si può tramutare così in carta e pergamena, tela o partitura: da scrivere, di-segnare, suonare, dilatare in un estremo testo che 56 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 La Pelle di donna (Identità e bellezza tra arte e scienza) è stata protagonista di una mostra alla Triennale di Milano (2012), prendendo in esame anche il rapporto finalizzato alla cosmesi fra l’800 e l’oggi: un percorso documentato nel suo ampio catalogo.6 L’arte ci indica che la pelle non avvolge semplicemente il corpo, ma lo apre, lo scopre per poi rivestirlo, divenendo la tela bianca dell’artista e la pagina bianca dello scrittore, su cui esprimere il proprio immaginario di bellezza e creazione. Il tatto e il con-tatto, il tangibile e l’impalpabile, il reale e l’irreale, si coniugano sull’epidermide e il suo profondo oltre. vuole vivere fino alle proprie abrasioni. La pelle, oltre a essere immagine fisica o anatomica, è anche metafora della società e dell’arte, come nel romanzo La pelle di Curzio Malaparte.3 Il Ritratto di Dorian Gray di Wilde4 rappresenta una prima espressione moderna della paura di vedere la propria cute segnata dal tempo: metafora di un racconto della pelle come pittura nei suoi drammatici confronti fra la vita e la morte. Un tempo il primitivo segnava come epidermide anche il proprio passaggio: «Il Papua copre di tatuaggi la propria pelle, la sua barca, il suo remo, in breve ogni cosa che trovi (…). L’impulso a decorare il proprio volto e tutto quanto sia a portata di mano è la prima origine dell’arte figurativa. E’ il balbettio della pittura. Ogni arte è erotica» (Loos).5 La pelle è un organo di senso che rende ricettivo il corpo nei colloqui con il suo ambiente. Marinetti, nel manifesto sul Tattilismo,7 racconta la nascita dell’arte del tatto che apre la strada verso “paesaggi sconosciuti”. Invita a “scoprire nuovi sensi” e a rieducare il tatto, a lungo trascurato. Questi crea le prime tavole tattili, dette anche “viaggi di mano”, da leggere con tatto e vista. Sottolinea così l’autonomia dell’arte tattile rispetto alla pittura e scultura, aggiungendo che questa avrebbe favorito la scoperta sinestetica della creazione. Questo manifesto rappresenta un ritorno al corpo come indagine e sperimentazione creativa. settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 Nella pagina accanto: Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto de Il Tattilismo, gennaio 1921. Qui sotto: Roland Barthes, L’impero dei segni, Einaudi, Torino 1984. A destra: Claudio Parmiggiani, Deiscrizione (evento), 1972 (coll. C. Lezzi/S. Luperto) La vita e l’arte si possono relazionare in un rapporto epidermico di continuità. Man Ray, in Violon d’Ingres (1924), fu uno dei primi artisti a utilizzare la scrittura sul corpo. Non usando la manualità, ma i caratteri tipografici sul fotogramma del corpo nudo di Kiki, la modella-amante. Sulla sua schiena spiccano due segni ad effe, che interagiscono sulla sagoma per richiamare il disegno del violoncello, diven- tando così immagine di uno strumento da suonare. La contiguità fra atto scritturale e pittorico, con la materialità corporale del linguaggio, è individuabile ne La Magie Blanche, disegno di René Magritte (1936), in cui la parola écrire è tracciata dal pittore, che vi si raffigura su un corpo femminile, per indicare che la superficie d’iscrizione simbolica del linguaggio è la carne dell’immagine. Il corpo come supporto di molteplici segnaletiche è presente nell’arte del secondo Novecento: nei giapponesi del Gruppo Gutai, in Piero Manzoni che firma (1961) il corpo di una modella nuda come scultura vivente, ecc. Non mancano, nelle espressioni italiane degli anni ‘70, esempi di segnature del corpo-pagina. Ketty La Rocca, in alcuni lavori, usa parole e una gestualità suadente per entrare 58 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Da sinistra: Guglielmo Achille Cavellini, 1914-2014 / autostoricizzazione, Milano 1975 (foto Giancarlo Baghetti); Piero Manzoni, Scultura vivente, 1961. Nella pagina accanto: Sei Shonagon, Note del guanciale, Oscar Mondadori, Milano 1990 nella segnaletica delle mani, del corpo, anche in chiave di comunicazione amorosa e interpersonale. Le mani rappresentano l’apertura verso l’altro e l’ambiente, con la parola you impressa sul palmo della mano. Guglielmo Achille Cavellini scrive l’autobiografia sul proprio vestito bianco (con cravatta, cappello, soprabito) e sulle estensioni corporali di alcune modelle: «Ho eseguito l’operazione con indosso il mio cappello e il mio soprabito scritti. Alla fine ho danzato con la mia opera d’arte, vivente, nuda, con il corpo ricoperto dalla mia scrittura». Claudio Parmiggiani presenta uno scriba seduto con il corpo completamente ricoperto da ideogrammi e altro. Tomaso Binga diviene scrittura vivente con il proprio corpo che incarna lettere alfabetiche. Il corpo-grafia diviene un’opportunità per discese negli archetipi dell’essere. Diversi au- tori della Body Art scrivono il corpo anche per segnalare condizioni estreme di condizionamento e sopruso, talvolta con segni di sangue: «Siamo tutti libri di sangue; in qualunque punto ci aprano, siamo rossi».8 L’iraniana Shirin Neshat, ispirandosi all’antica cultura persiana, trascrive, con l’inchiostro di una minuta calligrafia, poemi sul volto, sulle mani e piante dei piedi, “liberi” dal chador delle Donne di Allah (1993-97). settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Io stesso, teorizzando (anni ‘90) sul desiderio che voleva debordare dai limiti dei supporti, ho segnato la pelle di donne offertesi come pagina e tela per la mia scrittura di arte-teoria.9 Questa ha incontrato anche autrici segrete (Elisa Valdo e altre) che hanno vissuto, per una sola stagione, la creazione della scrittura sul proprio corpo come rossa lettera d’amore.10 Le lingue rosse sulla pelle raccontano nel contempo sofferenza e desiderio: «Scrivere sul corpo il desiderio del corpo. Chi ti ha insegnato a scrivere col sangue sulla mia schiena? (...) Hai apposto su di me il tuo marchio... Scritto sul corpo c’è un codice segreto (…). In certe parti il palinsesto è inciso con tale forza che le lettere si possono sentire al tatto» (Winterson).11 L’incisione inscritta sul corpo-desiderio è un viaggio nelle pieghe dell’anima-pelle: «I segni impressi col ferro rovente (…) erano scavati nella carne come per mezzo di una sgorbia (…). Bastava sfiorarli, e si percepivano sotto le dita. Di questi ferri e di questi marchi, O provava un orgoglio insensato» (Réage).12 Risultano estreme scritture di sangue le inquietanti dermografie isteriche narrate da Huxley ne I diavoli di Loudun,13 incarnate da una famosa indemoniata della storia, che vivono anche nella visionarietà cinematografica di Ken Russel. La scrittura, insofferente a esistere nei confini delimitati di una pagina o tela, può ricercare spazi altri per esistere. Fra le possibilità trova la pelle del corpo come supporto: prezioso, mutevole, sensuale, dotato di un proprio calore, tatto e magnetismo. L’epidermide scritta o dipinta può divenire pratica erotica e ricerca interiore. Il rapporto di corpo-scrittura nasce nella tradizione calligrafica orientale, in cui il gesto dello scrivere diventa estensione di sé e incontro. Barthes, in un viaggio in Oriente, scopre i piaceri della calligrafia come traccia fisica del corpo e unione di questo con il testo.14 Lo scrittore giapponese Jun’ichiro Tanizaki esprime, con acume, i tempi e segni di un tatuaggio interiore che coinvolgo- 59 no la mano e la pelle dell’altro in un legame profondo. Tutto ciò che lo precede diventa frammento di un rituale preparatorio e di analisi per gli occhi, che debbono anticiparne l’immagine: «C’era un giovane tatuatore di nome Seikichi, di eccezionale abilità (…). La pelle di decine di persone si era offerta al suo pennello come un prezioso canovaccio. (…) Poteva quindi succedere che si rifiutasse di prestare la propria opera su chi avesse una pelle e un corpo che non lo attiravano. (…) Da molti anni Seikichi cullava il desiderio di avere a disposizione la pelle luminosa di una bella ragazza sulla quale tatuare la sua stessa anima. (…) Teneva scolpita nel cuore la figura di questa sconosciuta».15 Il volto della piccola Nagiko, la protagonista del film I Racconti del Cuscino (1996), viene segnato, con un poemetto augurale, nel giorno di ogni compleanno da suo padre, un calligrafo. Divenuta donna, il ricordo di quel gesto diviene desiderio inappagato. La induce a cercare un amante scrittore che sappia usare il suo corpo come carta: «L’odore della carta bianca / è come il profumo della pelle / di un nuovo amante / che è venuto a trovarti / all’improvviso… / E la penna d’oca? / Bé, la penna d’oca è come… / quello strumento di piacere». La ricerca dell’amante 60 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Vitaldo Conte, Pulsional Gender Art, Avanguardia 21 Ed., Roma 2011 calligrafo ideale trasmuta Nagiko da carta di pelle a essere lei stessa la penna, usando il corpo degli uomini offertisi come pagine e capitoli di un libro: segnati “sulla carne come scrittoio” di erotica preziosità. Questo film è stato scritto e diretto dal regista e pittore inglese Peter Greenaway, che adolescente rimase impressionato dalla storia di una ragazza, che provava piacere nel farsi scrivere sul corpo ideogrammi dai propri amanti, pri- NOTE 1 Franco Rella, Ai confini del corpo, Feltrinelli, Milano 2000. 2 Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, 1977; Einaudi, Torino 1979. 3 Curzio Malaparte, La pelle, 1949. 4 Oscar Wilde, Ritratto di Dorian Gray, 1891. 5 Adolf Loos, Ornamento e delitto, 1908; in Parole nel vuoto, Adelphi, Milano 1992. 6 AA.VV., Pelle di donna (Identità e bellezza tra arte e scienza), Mazzotta, Milano 2012. 7 Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto futurista de Il Tattilismo, 11 gennaio 1921. 8 Clive Barker, Infernalia, Sonzogno, Venezia 2000. ma di poterla esprimere trent’anni dopo. I Racconti del Cuscino (The Pillow Book) sono stati sug- 9 Riferimenti testuali e artistici dell’autore sul tema sono presenti nelle pubblicazioni: Dispersione / scrivendo estremi confini, Ed. Pendragon, Bologna 2000. SottoMissione d’Amore / La rosa rossa come arte, Rosa Rossa/3, Il Raggio Verde Ed., Lecce 2007. AA.VV., L’attualità dell’antimodernità, Lumières Internationales, Lugano 2008. Pulsional Gender Art, Avanguardia 21 Ed., Roma 2011. AA.VV., Di_segni poetici 2, a c. di S. Luperto e A. Panareo, Ed. Grifo, Lecce, 2013. 10 Eros Parola d’Arte, mostra a cura dell’autore, Biblioteca Prov.le N. Bernardini, Lecce 2010. Nell’esposizione sono ricordate le Lettere d’amore delle poetesse gestionati da Sei Shonagon, una dama di corte dell’imperatrice, alla fine del X secolo, nelle sue Note del guanciale, riflessioni e testimonianza sulla vita e società giapponese del tempo.16 L’ideogramma, per la propria espressione, si presta a divenire di-segno sulle pagine di una corporeità. Un esempio recente è espresso dalle fotografie Family Tree (2000) dell’artista cinese Zhang Huan. Lo scrivere sul corpo entra oggi in ogni espressione creativa e personale: come quella di tatuare il corpo con parole amate o segrete. Mariannina Coffa (1841-1878), Giovanna Sicari (1954-2003) e presentate le Carte-corpo di desiderio di Elisa Valdo e Autrici segrete. Cfr: Body Writer, Gepas, Avola 2010. 11 Jeannette Winterson, Scritto sul corpo, Mondadori, Milano 1992. 12 Pauline Réage, Storia di O, 1954; Bompiani, Milano 1971. 13 Aldous Huxtey, I diavoli di Loudun, 1952; Mondadori, Milano 1988. 14 Roland Barthes, L’impero dei segni, 1970; Einaudi, Torino 1984. 15 Jun’ichiro Tanizaki, Il tatuaggio, Feltrinelli Editore, Milano 1985; in Opere, Classici Bompiani, Milano 1988. 16 Sei Shonagon, Note del guanciale, SE Studio Editoriale, Milano 1988; Oscar Mondadori, Milano 1990. 62 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 Ricorrenze Fra scrittore ed editore: l’uomo tipografico Compie due-cento anni l’omaggio di Papini a Vallecchi MASSIMO GATTA T riplice anniversario per uno degli scritti più suggestivi e poetici (ancorché breve) di Giovanni Papini, dedicato ad Attilio Vallecchi, tra i più importanti tipografi-editori del Novecento letterario italiano.1 Fin dalle prime righe si percepisce l’intensità e la stima che unirono lo scrittore all’editore fiorentino, un rapporto documentato an- che dalla nutrita, quasi trentennale, corrispondenza:2 «Quel che non avrei letto neppure all’amico più prossimo del momento, quel che non avrei dato nelle mani della donna più vicina alla mia pelle, quel che non avrei mostrato a nessuno dei primi dei primi od ultimi venuti nel mio cuore accogliente, l’ho dato sempre a te prima che ad altri. E non mi sono vergognato e non ho dovuto arrossire». Una lunga e intensa tipofilia legò infatti Papini a Vallecchi, che torna in molti punti del suo scritto: «Io lascio nelle tue mani quel che ho di più caro in quel giorno. Ti lascio un tanto d’anima mia sgocciolata in inchiostro e tu pensi a tradurmela in metallo». La traduzione metallica era quella delle eccellenti macchine monotype vallecchia- settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano ne, sempre in piena attività nella Firenze primo Novecento,3 una lunga avventura all’insegna del libro e della letteratura, e della quale ci restano le preziose memorie del fondatore “vivente”.4 Un alto riconoscimento al valore secolare del piombo, elogio dell’arte nera, dell’inchiostro che mai e poi mai macchia ma, al contrario, segnala la sua presenza sul bianco della pagina intonsa; un’accorata dichiarazione d’amore tipografico: «Le tue mani sudice di piombo o d’inchiostro mi piacciono infinitamente di più di quelle che i signori altolocati nascondono nella pelle bigia o gialla per vergogna della loro pulizia. Anche le mie sono sporche d’inchiostro e stringerebbero volentieri le tue […]. Siamo fratelli, tipografo». E qua e là risuonano sprazzi di prosa meccanica futurista, del resto un movimento nato solo cinque anni prima: «Amo la mo- notype col suo pozzo bollente di piombo fuso e colla sua complicata precisione di bestia meccanica». Fino alla dichiarazione finale che suona come un vero e proprio canto d’amore professionale:5 «Bisogna che tu mi prenda fra i tuoi, fratello tipografo. Siamo cuciti a doppio filo per tutta la vita come gli assassi- 63 ni dagli anelli della catena. Tu non potresti vivere senza di me ed io non potrei vivere senza di te. Dobbiamo essere amici e innamorati per forza». Queste righe, tratte dalla Dichiarazione al tipografo, Papini le affidò, il primo maggio del 1914 (prima ricorrenza 19142014), alla celeberrima «Lacerba»,6 il periodico quindicinale stampato appunto da Vallecchi,7 le cui pubblicazioni iniziarono nel gennaio del ‘13 per cessare, col numero 22, nel maggio del ‘15. Lo scrittore fiorentino ristamperà la sua Dichiarazione l’anno dopo quale decima prosa lirica di Cento pagine di poesia8 (da qui la seconda ricorrenza 19152015), volume che ebbe una nutrita serie di ristampe.9 Si dovrà attendere però il 1954 (terza ricorrenza, 60 anni, 1954-2014) per ritrovare lo scritto pubblicato questa volta da solo in una rara ed elegante plaquette, sempre 64 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 vallecchiana, stampata fuori commercio e distribuita il 17 giugno di quell’anno in occasione del quarantennio di vita della casa editrice fiorentina.10 Quattro anni dopo verrà ristampato come strenna natalizia, in soli NOTE 1 Firenze, 1880-1946. 2 Giovanni Papini, Attilio Vallecchi, Carteggio 1914-1941, a cura di Mario Gozzini, premessa di Giorgio Luti, Firenze, Vallecchi, 1984. 3 Per inquadrare la casa editrice Vallecchi nel contesto politico-letterario dell’epoca rimando imprescindibile è a Giampiero Mughini, L’invenzione del ‘900, Firenze, Vallecchi, 2001, ma vedi anche, a livello iconografico, Immagini e documenti di una casa editrice, a cura di Annamaria Manetti Piccinini, Firenze, Vallecchi, 1991. Segnalo infine Il tempo de «La Voce». Tipografi, Editori e Riviste a Firenze nel primo Novecento, presentazione di Giorgio Luti, Firenze, Nuovedizioni Enrico 300 copie su carta in tondo delle cartiere Enrico Magnani, in una raffinata plaquette firmata dall’eccellente tipografo U. Allegretti di Campi,11 con una nota introduttiva di Vanni Scheiwiller.12 Si inserirebbe, forse, tra questa, e la successiva rara edizione del 196113 (stampato come saggio degli allievi) l’edizione non datata pubblicata a Milano dal Centro stampa Etas Compass.14 L’ultima edizione, a memo- Vallecchi, 1982, catalogo della mostra a cura di Anna Nozzoli e Carlo Maria Simonetti. 4 Cfr. Attilio Vallecchi, Ricordi e idee di un editore vivente, Firenze, Vallecchi, 1934 e Attilio Vallecchi nel ricordo di alcuni amici, Firenze, s.e. [Vallecchi], 18 febbraio 1947, stampato f.c. nel primo anniversario della morte; segnalo anche Come nacque il libro. Cenni bibliografici su le più importanti opere della Casa editrice Vallecchi, Firenze, Vallecchi, 1935; Gino Geròla, I Vallecchi, in Id., Un editore e sette fiorentini, Firenze, Realtà Toscana Edizioni, [1987], pp. 15-24; Giorgio Luti, Un editore fiorentino: Vallecchi, in Id., Firenze corpo 8. Scrittori, riviste, editori del ‘900, Firenze, Vallecchi, 1983, pp. 161-222; Un sogno lungo un secolo, VHS, Firenze, Vallecchi, 2002; l’ampio e documentato Le edizioni Vallecchi. Catalogo 1919-1947, a cura di Luca Brogioni, Milano, Franco Angeli, 2008 e infine, su Enrico Vallecchi, il raro e prezioso L’uomo che faceva i libri. Pagine per Enrico Vallecchi, Firenze, Vallecchi, 1990 [ediz. f.c.], del quale mi piace segnalare anche un piccolo cimelio bibliografico, poco noto e conservato in sole due biblioteche italiane: Trentatre giorni, Firenze, s.n.t., 1945. Ma Giovanni Papini fu autore anche di un altro simpatico pamphlet vallecchiano, Le disgrazie del libro in Italia, sulle cui intricate vicende editoriali rimando a Massimo Gatta, Un compleanno papiniano. I 60 anni de Le disgrazie del libro in Italia (1952-2012). Ap- settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano ria di bibliografo, è quella pubblicata a Pavia nel 1991,15 stampata sibi et amicorum (Guido Spaini?) nell’ambito della mostra della piccola editoria al Castello di Belgioioso, un’elegante plaquette fuori commercio su punti bibliografici, «Studi Goriziani», vol. 107 (2014), pp. 179-181. 5 Cfr. Sandro Dorna, Da Papini, dichiarazione d’amore al tipografo, «La StampaTuttolibri», data non rilevata. 6 Fondato il primo gennaio del ’13 dallo stesso Papini e da Ardengo Soffici; cfr. Attilio Vallecchi, Come nacque «Lacerba», in Id., Ricordi e idee di un editore vivente, cit., pp. 115-140. 7 Che era anche lo stampatore de «La Voce» e delle Edizioni della Libreria della Voce. 8 Firenze, Libreria della Voce, 1915. Tutte le ristampe successive fanno sempre riferimento a questa edizione del ’15 considerata erroneamente come la princeps. carta a mano, non censita in alcuna biblioteca pubblica italiana.16 Un omaggio e un riconoscimento verso un editore «partecipe appassionato del lavoro editoriale di Soffici, Papini, Prezzolini, De Robertis, [che] 9 Nel 1918 (Libreria della Voce); nel 1920 edito da Vallecchi, nel 1932 con molte aggiunte; quindi nel 1942 col titolo Poesia in prosa. Cento pagine di poesia. Giorni di festa, e ancora nel 1947. 10 Solo 2 copie conservate in biblioteche italiane (Firenze): “Fondazione Spadolini Nuova Antologia” e “Fondazione Biblioteche Cassa di Risparmio di Firenze” (fonte Mai Azalai, mentre SBN non registra la plaquette). 11 Sul quale rimando a Mauro Chiabrando, Nella fucina del bel libro. Stampatori del XX secolo: la tipografia Campi, «Charta», n. 48, settembre-ottobre 2000, pp. 36-38 [a p. 37 è riprodotta la copertina della plaquette di Papini]. 12 L’esemplare conservato presso il 65 sovente contribuiva di tasca propria per rendere possibile la prosecuzione delle loro stentate imprese. Fino al momento in cui, rilevata l’attività della Libreria della Voce, divenne, finalmente, l’editore Vallecchi».17 centro Apice dell’Università di Milano (Archivi della Parola dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale) appartiene infatti al “Fondo Giovanni e Vanni Scheiwiller” (collocazione: A.F.PSC. 1.ML. 1306). 13 Firenze, Tipografia dell’Istituto Professionale “Leonardo Da Vinci”, plaquette stampata dagli allievi della Sezione “Grafici” dell’Istituto. 14 Senza data certa (fonti SBN e Mai Azalai). 15 Anche questa stampata dalla Tipografia Campi di Rozzano (MI). 16 Fonti SBN e Mai Azalai. Rintracciata copia solo online (maremagnum ed ebay). 17 Sandro Dorna, Da Papini, dichiarazione d’amore al tipografo, cit. 66 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 settembre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 In Appendice - Feuilleton L.E.X. Le biblioteche profonde I capitolo ERRICO PASSARO L’ uomo davanti al pc trovò qualcosa che sarebbe stato meglio non avesse trovato. E, in quel preciso momento, capì che qualcuno avrebbe trovato lui per fargliela pagare. Si faceva chiamare “Lupo”. Un nome d’arte, sotto il quale svolgeva il suo lavoro sotterraneo: guardiano di una biblioteca clandestina. “Lupo” rimase a fissare lo schermo del computer, lo sguardo vitreo, il volto disfatto in un insieme di tratti tesi. Non credeva ai propri occhi. Eppure avevo preso tutte le precauzioni…, pensò, mentre una goccia di sudore iniziava una lenta discesa lungo la sua tempia. “Lupo” aveva paura. Aveva i giorni contati: i cacciatori erano su di lui e, un bel giorno, si sarebbe svegliato solo per scoprire di essere stato attaccato. Illustrazione di Anna Emilia Falcone (espressamente realizzata per «la Biblioteca di via Senato») Devo stare calmo, si raccomandò. La biblioteca, su tutto. La chiamavano il Cimitero dei Libri Dimenticati, da un romanzo di Carlos Ruiz Zafon di qualche anno prima. Era una delle decine di biblioteche illegali spuntate nel Deep Web negli ultimi anni. Ed era sotto attacco. “Lupo” cominciò a digitare freneticamente sulla tastiera del computer. Doveva essere sicuro che fosse esattamente come temeva. Lanciò un programma-civetta. Bastò un minuto per avere la conferma che gli serviva. FBI ed Europol avevano disseminato di trappole le strade che portavano nei club di lettura. Avevano lanciato un attacco alle darknet. Avevano spazzato centinaia di siti di pedopornografia, ma anche blog innocenti e semplici canali di comunicazione anonima con tormail. E adesso gli stavano addosso. “Lupo” spense il computer. Sullo schermo nero si riflettè il suo viso affilato, ai lati del quale fluivano i folti capelli grigi acconciati in una coda a strascico. Anche nella barbetta rada spuntava un po’ di grigio. Era tra due fuochi. Da una parte, le forze dell’ordine del mondo cosiddetto “democratico”, dedite a bonificare senza troppi distinguo l’Internet oscura che proteggeva ogni illegalità; dall’altra, gli agenti dei Paesi dittatoriali, timorosi di ogni spazio di libero pensiero e capaci di mettere una taglia sugli amministratori dei siti e su chiunque si trovasse nel mondo sommerso. “Lupo” si asciugò la fronte. Si accorse che la mano destra, adornata da un pacchiano anello di bigiotteria, ballava in modo inquietante. 68 Ragiona., si disse, cercando di mantenere la calma. Ragiona. Poteva “inabissarsi” nelle profondità del Deep Web, lì dove i motori di ricerca non potevano raggiungerlo, e ricostruire altrove la biblioteca. Era già successo. Come un cassiere della Jihad, come un trafficante di droga o di armi. Fiutato il pericolo, aveva avvisato i lettori anonimi che bussavano alla sua porta, con un solo, semplice messaggio: “Fate una copia di tutti i libri, domani potrebbe essere tardi”. Ma oggi era diverso. La paura si stava diffondendo come un virus. Contagiava biblioteche e circoli. Innescava una catena di solidarietà nella comunità che si muoveva nelle biblioteche clandestine: attivisti no copyright e “pirati” che volevano smontare l’industria editoriale; club composti da cittadini di Paesi dove esisteva la censura e parlare di letteratura poteva provocare la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 molti guai; utenti semplicemente in cerca di libertà. Ma il panico serpeggiava fra i più. Molti gruppi si stavano sciogliendo, molti altri si stavano radicalizzando, e nessuna delle due era una buona notizia. “Lupo” starnutì, si soffiò il naso, ripose il fazzoletto di carta. Quei gesti quotidiani, banali, gli ricordarono che non era un avatar elettronico, ma un uomo in carne e ossa. Un uomo che poteva soffrire. Un uomo che poteva morire. Sapeva di essere un obiettivo. Era esponente di uno dei più dinamici movimenti anarchici di controinformazione. Aveva lavorato ad aggirare la censura di Stati dove il governo controllava i club di lettura e li autorizzava e finanziava solo se promuovevano la cultura di regime. Aveva cercato e scambiato con le carbonerie informatiche libri al bando. Se la cospirazione mondiale fosse stata smascherata, sarebbe stato uno dei primi a pagarne il prezzo. C’è una sola cosa da fare, concluse. Chiamare Stasi. Il colonnello dell’Aeronautica militare italiana Victor Stasi, agente di L.E.X. L.E.X., ovvero Law Enforcement X. Una branca dei servizi segreti italiani che operava con gli strumenti combinati della legge e della forza. “Lupo” era uno dei migliori informatori di Stasi. Gli aveva passato molte dritte interessanti, in passato. Era in credito con lui e la sua agenzia. Si asciugò la fronte con lo stesso fazzoletto usato per pulirsi il naso. Riaccese il computer. Aprì il contatto sulla linea riservata con il suo occasionale “datore di lavoro”. Se c’era qualcuno che poteva salvargli la vita, quello era Stasi e la squadra di L.E.X. (continua) 70 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 BvS: il ristoro del buon lettore La grande cucina montana del St. Hubertus Elegiache atmosfere alpine a San Cassiano P otrei forse incontrarli – i miei vecchi amici: Festetics, il barone Kovacs, il conte Chojnicki… – in uno dei tanti caffè viennesi nei quali eravamo soliti riunirci, bevendo alla salute del «nostro vecchio imperatore Francesco Giuseppe». Potrei rintracciarli lì, dopo questa guerra che «giustamente è stata chiamata mondiale, non perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito a essa, abbiamo perso il ‘nostro’ mondo». Forse. Oppure potrei ritrovarli in uno dei tanti territori di confine di quello che era il nostro vasto impero, là dove alberga la vera anima dell’Austria, là, «nelle Alpi, dove dimorano camosci e stelle alpine e genziane». Là, dove ancora riposa uno spicchio del «nostro antico mondo». Nella verde val Badia potrei forse incontrarli, magari intenti a narrarsi l’un l’altro i ricordi del nostro secolare impero, magari seduti a uno dei tavoli del ristorante St. Hubertus (esclusiva enclave dell’hotel Rosa Alpina di San Cassiano). Questo luogo di raffinatezze, di delicate cortesie, di nobili valori continua a preservare quell’atmosfera della «nostra vec- GIANLUCA MONTINARO Ristorante St. Hubertus Hotel Rosa Alpina Strada Micurà de Rü, 20 San Cassiano in Badia (Bz) Tel. 0471/849500 chia società» nella quale io, Francesco Ferdinando von Trotta, protagonista della Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth (romanzo che la Biblioteca di via Senato possiede nella prima edizione italiana stampata da Adelphi nel 1974), sono nato e cresciuto. Qui, Norbert Niederkofler, chef di valore che ben conosce il mondo alpino e le sue infinite potenzialità culturali e gastronomiche, racconta il suo ‘angolo di universo’. Racconta di montagne che non sono vette di confine ma privilegiati luoghi di incontro. Di uomini e di idee. Di prodotti e di tradizioni. Così tutti mitteleuropei sono i paradigmatici e straordinari gnocchi di patate e rapa rossa, ri- pieni di rafano, con terra di birra e crema al daikon, mentre più italici risultano i ravioli ripieni di biete con agoni essicati e spuma di pancetta. Delicata «la tinca in bianco, che mia madre amava farmi trovare in tavola»; ma ancora superiore è la tartare di trota fario, con il suo caviale e la pelle croccante. Niederkofler scompone il nobile pesce, mettendo in dialogo le sode e rosee carni con la cremosa mineralità salina delle uova e la fragranza aerea della pelle essiccata. Infine, a ricordare lo spirito della valle, il dolce ‘Enrosadira’, ovvero il rosso e il rosa delle Dolomiti catturati in un piatto. Il vino potrebbe essere un «biondo moscatello». Ma, forse, «preferirei un Borgogna». O anche un Nebbiolo piemontese, l’uva che più si avvicina al delicato Pinot noir d’Oltralpe. Magari un Barolo, magari un Sorì Ginestra, di Conterno Fantino. Alziamo i calici, sfuggendo le «Ossute Mani»: “Viva l’imperatore!”. I trofei di cervi e camosci assistono dalle pareti, ricordandoci le imperiali battute di caccia a Bad Ischl. Ora so «dove devo andare, io, un von Trotta…». WE OPTIMISE CONTENT AND CONNECTIONS TO FUEL BUSINESS SUCCESS. V.le del Mulino, 4 – Ed. U15 – 20090 Milanofiori – Assago (MI) – Tel. 02 33644.1 Via Cristoforo Colombo 173 - 00147 Roma – Tel. 06 488888.1 E-mail: [email protected] – web: www.mediacom.com 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO LUCA PIETRO NICOLETTI Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata 2013). la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2015 VITALDO CONTE Vitaldo Conte è docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Roma. Fra i suoi libri: l’antologia Nuovi Segnali (1983), Dispersione (2000), Anomalie e Malie come Arte (2006), SottoMissione d’Amore (2007), Pulsional Gender Art (2011). Fra le mostre curate: Anteprima XIV Quadriennale, Julius Evola, Mistiche bianche, DonnaArte, Eros Parola d’Arte. Poeta (lineare, verbovisuale), artista e performer con centinaia di pubblicazioni, eventi, mostre in Italia e all’estero. GUIDO DEL GIUDICE Guido del Giudice, è considerato uno dei più profondi conoscitori della vita e dell’opera di Giordano Bruno, cui ha dedicato decenni di studi e ricerche, coronate da importanti scoperte. Numerose sono le sue pubblicazioni, fra libri e articoli. Nel 2008 ha vinto la prima edizione del Premio Internazionale Giordano Bruno con il testo La disputa di Cambrai (Camoeracensis Acrotismus). Fra le sue opere si ricorda anche la prima traduzione italiana della Summa terminorum metaphysicorum. Dal 1998 cura il sito internet www.giordanobruno.com, punto di riferimento per appassionati e studiosi di tutto il mondo. KATIUSCIA DI ROCCO Katiuscia Di Rocco, dottore di ricerca in Storia moderna, è direttrice della Fondazione Biblioteca Pubblica Arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi. È docente incaricata, presso l’Università degli Studi del Salento, di Storia dell’Europa moderna e in vari corsi di biblioteconomia e gestione delle biblioteche. Presso l’Istituto di Scienze Superiori “S. Lorenzo da Brindisi” insegna Storia della Chiesa moderna e contemporanea. Segue oggi una serie di Progetti di collaborazione con diversi Enti ed Istituzioni internazionali. Ha pubblicato una serie di saggi in riviste locali MASSIMO GATTA Massimo Gatta (1959) ricopre l’incarico, dal 2001, di bibliotecario presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli. GIORGIO NONNI Giorgio Nonni (Urbino 1945), docente di Letteratura italiana all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, si è interessato di lessicografia medievale (Derivationes di Uguccione da Pisa) e di lirica di corte del ’400 (Canzoniere di Angelo Galli). Ha allargato i suoi interessi alla trattatistica rinascimentale (Trattato del giuoco della palla di Antonio Scaino) e alle dissertazioni naturalistiche del medico cinquecentesco Costanzo Felici (Passatempi e capricci). Ha pubblicato la prima edizione italiana in tre tomi delle Memorie dei Duchi di Urbino di James Dennistoun. ERRICO PASSARO Errico Passaro (1966) è ufficiale dell’Aeronautica Militare esperto in materie giuridiche. Giornalista e scrittore, ha pubblicato oltre millesettecento articoli, dieci romanzi, centoventi racconti, fra cui il “triplete” per le collane da edicola Mondadori: la bianca (Zodiac, Urania n. 1557; La Guerra delle Maschere, Millemondi Urania n. 58), la gialla (Necropolis, Supergiallo n. 39), la nera (L.E.X. - Law Enforcement X, Segretissimo, n. 1591; L.E.X. - Operazione Spider, Segretissimo n. 1610; L.E.X. - Inverno arabo, Segretissimo n. 1611). GIANCARLO PETRELLA Giancarlo Petrella (1974) è docente a contratto di discipline del libro presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Nel 2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di insegnamento di Scienze del libro e del documento. È autore di numerose monografie fra cui: L’officina del geografo; Uomini, torchi e libri nel Rinascimento; La Pronosticatio di Johannes Lichtenberger; Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia (2010); L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento dei Frati Minori di Santa Maria del Fiume (2012). Collabora con «Il Giornale di Brescia» e la «Domenica del Sole24ore». GIANLUCA MONTINARO Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è docente a contratto presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero (2013); L’utopia di Polifilo (2015). Easy y Pass. P Chiam ma e naviiga all’es sterro, o Chi senza confini. fi i. 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