i
CARABINIERI
del
RE
Lorena Barale, Maria Gattullo, Cecilia
Laurora, Annalisa Besso, Maura Baima,
Riccardo Lorenzino, Chiara Pilocane,
Pier Franco Chillin, Maria Elena Ingianni,
Federica Scomparin
Archivio di Stato di Torino:
Maria Gattullo, Cecilia Laurora
Progetto Grafico
Archivio Storico della Città di Torino:
Annalisa Besso, Maura Baima
Adattamenti grafici
Coordinamento Comitato Scientifico:
Riccardo Lorenzino
www.earthdesign.it
Hapax Editore
Impaginazione e grafica
Lucia Storgato - Torino
Ringraziamenti
Stefano Benedetto
Annalisa Besso
Maura Baima
Luciana Manzo
Gisella Gervasio
Giuseppe Toma
Enrico Vaio
Marco Carassi
Umberto Levra
Roberto Sandri Giachino
Barbara Bertini
Luisa Gentile
Edoardo Garis
Annamaria Lucania
ARCHIVIO DI STATO
DI TORINO
Palazzo Carignano
MOSTRA REALIZZATA GRAZIE A:
Benedetto Lauretti
Ernesto Sacchet
Marcello Bergamini
Segreteria organizzativa
Elisa Infantino
Guido Iodice
Giuliana La Verde
Progetto di allestimento
Giuliano Macchia
con Brunella Bronchi
Allestimento
G. Bang S.r.l. - Spoleto
Ufficio stampa
Maria Grazia Filippi
Consulenza legale
Andrea Catizone
Responsabile amministrativo
Antonio Opromolla
Assicurazione
Rotas S.r.l. - Milano
Trasporti
Montenovi S.r.l. - Roma
Una produzione Hapax - MetaMorfosi
Collezione Aliberti, Castello
di Castellaro di Saluzzo (CN)
SOMMARIO
Museo Nazionale del Risorgimento
Italiano:
Roberto Sandri Giachino
Ricerche e testi
Associazione MetaMorfosi
Pietro Folena, Presidente
Vittorio Faustini, Direttore generale
Elisa Massetti, Responsabile settore mostre
Introduzioni
7
Prefazione
10
Il percorso storico
12
La Restaurazione e il ritorno di Vittorio Emanuele I
14
La nascita del Corpo dei Carabinieri Reali
16
L’immagine dei Carabinieri
20
1815 - 1821 Dalla rivoluzione delle estere contrade all’insurrezione nei Regj Stati
22
Il difficile insediamento di Carlo Felice
24
Il nuovo Regolamento del 1822
27
La politica dei riconoscimenti
30
Le Riforme di Carlo Alberto
32
Il riordinamento del Corpo dei Carabinieri: 1832
34
L’Arma veglia attenta
36
Alessandro Soffietti, sfuggito ai Carabinieri
38
Il carabiniere a cavallo Giovanni Battista Scapaccino
42
Giovanni Battista Scapaccino, medaglia d’oro al valore militare
44
Biblioteca Reale: l’Archivio dei Carabinieri Reali
46
I Carabinieri e il territorio
48
La Prima Guerra d’Indipendenza e Pastrengo
56
Gli Squadroni da Guerra dal campo di battaglia di Pastrengo all’attacco di Peschiera
58
L’immagine dei Carabinieri
60
1802 - 1821
Arma dei Carabinieri:
Marcello Bergamini, Ernesto Sacchet
Organizzazione
Vittorio Emanuele I
Riccardo Lorenzino – Hapax Torino
1821 - 1831
Progetto e realizzazione
Biblioteca Reale:
Giovanni Saccani, Antonietta De Felice,
Pier Franco Chillin
Carlo F elice
Comitato Scientifico
Si desidera ringraziare Emanuele
Manifesto
perstudi
mantenere
Faccenda
per gli
condotti
il buon
sull’Arma
deiOrdine
Carabinieri dai quali la
1814, 8 luglio
mostra Manifesto
ha tratto
grande ispirazione.
di Ignazio Thaon de Revel sul
1831 -18 49
CON IL CONTRIBUTO DI:
Carlo A lberto
Restauro e Legatoria:
Il Torchio - Torino
Note per lettura del testo
Le didascalie si articolano in tre livelli di lettura.
Il simbolo
indica i dati descrittivi del
documento o dell’oggetto e la sua collocazione.
Il simbolo
pone in evidenza i passi salienti
del documento.
Il simbolo
commenta il documento o
l’oggetto collocandoli nel loro particolare
contesto storico e culturale, con particolare
riferimento alle tematiche della mostra.
La trascrizione dei documenti è per quanto
possibile fedele al testo originale.
Documenti
Buon Governo, registro a stampa.
ASTo, Sezioni Riunite, Camera dei conti,
Piemonte, Art. 693, Ordini, registro 224
Il “Buon Governo” era una terminologia
introdotta legislativamente da Vittorio
Emanuele I nelle Regie Patenti del 13
luglio 1814, ed indicava un istituto che
sovraintendeva alla polizia e quindi
aveva funzioni di comando sul Corpo
dei Carabinieri Reali. Un delicato doppio
meccanismo dunque, due poteri forti che
verranno unificati e poi nuovamente divisi,
Con la dicitura verticale
DOCUMENTI, sono stati
inseriti nel volume alcuni
ulteriori materiali non
in un difficileriprodotti
equilibrio di poteri.
fotograficamente.
Proprietà letteraria riservata.
I diritti di traduzione, di memorizzazione
elettronica, di riproduzione e di
adattamento totale o parziale con
qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le
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© novembre 2014 Hapax Editore – Torino
ISBN 978-88-88000-64-0
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Stampa: Graf Art – Venaria (TO)
Introduzione
L
e celebrazioni del Bicentenario della fondazione dell’Arma dei
Carabinieri sono state l’occasione per condurre una riflessione su quanto
la storia dell’Arma si intrecci intimamente con la storia del nostro Paese.
Non c’è evento cruciale che non abbia interessato, negli ultimi secoli, la
prestigiosa istituzione. Va solo ricordato quanto, a partire proprio dalla
vicinanza alla storia d’Italia, l’Arma, abbia sviluppato uno speciale rapporto con il patrimonio culturale della Nazione e sia chiamata attraverso
il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale a tutelare e vigilare sulle testimonianze della nostra arte.
La mostra “I Carabinieri del Re” nasce con l’intento di rendere omaggio
ai luoghi e alle ragioni dell’istituzione dell’Arma, mostrando, spesso per
la prima volta in un’esposizione pubblica, documenti rari e di sicuro
interesse storico.
Questi documenti rappresentano una fonte importante non solo per lo
storico, ma anche per lo studioso di economia, di diritto, di scienze sociali, e testimoniano come i Carabinieri mantengano oggi una radicata
presenza nella cultura e nella società contemporanee.
Mario Turetta
Direttore Regionale per i beni culturali e paesaggistici del Piemonte
e biblioteche sono straordinari luoghi della memoria scritta e le Biblioteche Pubbliche Statali ricoprono un posto tanto strategico quanto importante nel panorama delle
biblioteche pubbliche italiane.
La Biblioteca Reale di Torino, in particolare, racchiude nel suo patrimonio meravigliosamente poliedrico non solo materiale bibliografico importantissimo, ma anche archivistico,
grafico, fotografico, artistico e archeologico che la rende biblioteca storica di conservazione tra le più importanti in Italia, archivio di valore assoluto, museo nel museo, gabinetto
dei disegni (basti citare i fogli di Leonardo da Vinci) tra i più importanti al mondo.
Grazie a questa eterogeneità del suo patrimonio la “Reale” ha realizzato momenti espositivi che hanno valorizzato di volta in volta le diverse “anime” che la compongono.
In questa occasione – come in poche altre – la Biblioteca ha potuto contare su quasi tutte
le sue peculiarità: la mostra sull’Arma dei Carabinieri infatti comprende l’unico archivio
conosciuto delle “Relazioni confidenziali dei Comandanti dell’Arma a re Carlo Alberto”,
gli acquerelli di Francesco Gonin, volumi d’epoca con i primi regolamenti dei Carabinieri, rare Gazzette, incisioni, litografie.
Grazie a questo variegato patrimonio, la Biblioteca Reale, nell’ambito delle celebrazioni
per i 200 anni della fondazione dell’Arma dei Carabinieri, ha organizzando un evento
espositivo, in collaborazione con l’Archivio Storico della Città di Torino, l’Archivio di
Stato di Torino, il Museo del Risorgimento di Torino e l’Arma dei Carabinieri. La mostra
dal titolo “I Carabinieri del Re”, si è svolta dall’11 settembre al 18 ottobre 2014, nei locali
della Biblioteca Reale di Torino.
La mostra, sempre in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri, è approdata ora al Museo
Storico dell’Arma di Roma, integrata dai cimeli del Museo romano.
Il percorso espositivo abbraccia il periodo che va dal 1814 alla fine del regno di Carlo
Alberto, 1849, per ricordare l’Arma in un momento cruciale della storia d’Italia, dalla sua
fondazione alla prima guerra di liberazione dall’oppressione austriaca, attraverso i sovrani
che regnarono in quegli anni, Vittorio Emanuele I, Carlo Felice, Carlo Alberto.
La valorizzazione del prezioso patrimonio bibliografico nell’ambito delle celebrazioni di
questa importante ricorrenza è occasione per consolidare i legami tra istituzioni culturali
diverse, che hanno il dovere di conservare il patrimonio culturale della nazione, ma anche
di renderlo visibile al pubblico.
È con grande piacere che accolgo l’iniziativa celebrativa dell’Arma, istituzione basilare
per il Paese e punto di riferimento per la tutela della legalità. Nel corso degli anni i Carabinieri hanno accompagnato la vicende storiche con la loro presenza, nel regno di Sardegna prima, e nell’Italia unita poi, in eventi militari, sociali, di salvaguardia del territorio,
in missioni di pace.
Introduzione
Introduzione
L
L
e esposizioni o sono scoperte, avventure, narrazioni evocative, o hanno poco sen-
so. “I Carabinieri del Re” è il romanzo dei primi passi della formazione di una coscienza
della nazione, che nell'Arma e nei suoi colori – dal Risorgimento alla Resistenza – trova
uno dei suoi simboli.
Il collezionismo e la raccolta di opere, carte, cimeli, con Carlo Alberto diventa nel
XIX secolo una grandiosa esperienza di conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale. Tirare fuori dalla polvere degli archivi di una straordinaria istituzione
culturale quale la Biblioteca Reale di Torino, che racconta prima di tutto l’avventura intellettuale di Carlo Alberto, le carte originali, i documenti e le tracce dei primi
decenni dell’Arma dei Carabinieri, è un’operazione che con quest’esposizione – prima
a Torino e poi a Roma, al Museo dell’Arma – non solo ha un indubbio valore scientifico,
ma diventa un’esperienza e un’emozione per un pubblico più vasto.
MetaMorfosi, protagonista in questi anni di mostre dedicate ai più grandi maestri del
Rinascimento e dell’arte italiana, non è nuova al tentativo di valorizzare carte e documenti (dall’originale del trattato Dei delitti e delle pene, di Cesare Beccaria, nel 2011,
ai primi manoscritti del Cantico delle Creature nel 2014). Oggi sosteniamo l’impresa
voluta da Giovanni Saccani, infaticabile direttore della BRT, e resa possibile col sostegno di una casa editrice torinese di grande qualità, come Hapax di Riccardo Lorenzino.
La mostra di Torino e quella di Roma – realizzata, quest’ultima, grazie alla pronta
disponibilità del Comandante Generale dell’Arma Gen. Leonardo Gallitelli, e del
Direttore dello splendido Museo dell'Arma, Gen. Niccolò Paratore – concludono nel
migliore dei modi le celebrazioni per il Bicentenario dei Carabinieri.
Ci piace considerare questo evento prima di tutto come un omaggio a tutti i carabinieri
che hanno contribuito alla storia giovane e tormentata dell’Italia, e in questi decenni
repubblicani hanno pagato prezzi altissimi nella lotta alla mafia, al terrorismo, alla criminalità, nelle missioni di pace; e come un omaggio a quelle eccellenze internazionali,
come il Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale dei Carabinieri, che danno prestigio e
credibilità al nostro Paese.
Pietro Folena
Rossana Rummo
Direttore Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali e il Diritto d’Autore
Presidente di MetaMorfosi
Prefazione
I
l Bicentenario dell’Arma dei Carabinieri è stata la fortunata occasione per
valorizzare importanti documenti presenti negli Archivi e nelle collezioni Torinesi,
testimonianze che hanno dato origine e vita a questa mostra: l’Archivio di Stato,
l’Archivio Storico della Città di Torino, il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, l’Arma dei Carabinieri e collezionisti privati, ma non solo. Questa ricorrenza è
coincisa anche con il riordino che la Biblioteca Reale sta conducendo sul proprio
archivio (unico nel suo genere) che non ha riscontro con nulla di analogo in altri
archivi, relativo alle Relazioni del comandante in Capo del Corpo dei Carabinieri al
Re. Tali documenti sono un’importante fonte non solo storica ma trasversale a molte discipline: economia, statistica, linguistica, antropologia, e fanno riferimento agli
anni del regno di Carlo Alberto.
Una mostra quindi, non solo giustamente celebrativa, ma che ha messo anche in
relazione fatti di archivio e narrazioni sull’Arma, presentandole al pubblico con la
freschezza che solo i documenti sanno suggerire.
Ancora una volta crediamo che le Istituzioni Culturali abbiano saputo far dialogare
le proprie raccolte, riconducendole a quell’unità richiesta dalla Storia, sui fatti che le
hanno coinvolte direttamente o indirettamente come enti deputati alla memoria. Tutto questo nella prospettiva di una narrazione in cui si attualizza il passato e si rende
presente ciò che normalmente non è tale restituendolo ai cittadini.
Giovanni Saccani
Direttore della Biblioteca Reale di Torino
i
CARABINIERI
del
RE
i
CARABINIERI
del
RE
Il percorso
storico
Carlo Alberto
(Torino, 1798 – Oporto, 1849)
I
l percorso storico copre un arco temporale che origina dalla fondazione del Corpo dei Carabinieri nel 1814
durante il regno di Vittorio Emanuele I, passando poi al regno di Carlo Felice iniziato nel 1821 e conclusosi nel 1831,
per chiudersi con il regno di Carlo Alberto, 1831-1849.
Un diverso colore segnala il periodo di regno dei tre sovrani sabaudi che hanno accompagnato la nascita e la
stabilizzazione dell’Arma.
I principali fondi archivistici utilizzati:
• Archivio e collezioni della Biblioteca Reale di Torino - BRT
• Archivio di Stato di Torino - ASTo
• Archivio Storico della Città di Torino
• Collezioni del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano
• Arma dei Carabinieri e collezioni private
Vittorio Emanuele I
(Torino, 1759 – Moncalieri, 1824)
Succedette al fratello Carlo Emanuele IV nel 1802, regnando solamente sulla Sardegna, unica parte dei suoi domini
non conquistata dai francesi, dove rimase fino alla sconfitta di Napoleone Bonaparte nel maggio 1814. Con il
congresso di Vienna e la Restaurazione, riacquistò i suoi vecchi territori, con l’aggiunta di quelli dell’ex Repubblica
di Genova, e rientrò a Torino accolto da calorose manifestazioni di entusiasmo popolare. Soppresse i dipartimenti
e le prefetture introdotti dal governo francese, articolò il territorio in 7 divisioni e ripristinò le vecchie province
ristabilendo solo alcune normative di antico regime. Nel 1814 istituì con Regie Patenti il Corpo dei Carabinieri
Reali per garantire la pubblica sicurezza e dotarsi di truppe scelte e fedeli alla corona. Scoppiati i moti del
1821, il 13 marzo abdicò in favore del fratello Carlo Felice, allora a Modena, ed in sua assenza nominò reggente il
nipote Carlo Alberto.
Carlo Felice
(Torino, 1765 – Torino, 1831)
Il 27 aprile 1831, a Carlo Felice succedette sul trono Carlo Alberto di Savoia-Carignano. Il nuovo sovrano si era messo
in cattiva luce dinnanzi ai conservatori a causa del suo ambiguo comportamento durante i moti del 1821 e credette di
dover riabilitare la propria immagine. Rientrato dunque nella capitale dopo aver risieduto nel castello di Racconigi, si
propose inizialmente con un atteggiamento intransigente nei confronti di movimenti liberali.
Nel 1832 promosse un riordinamento del Corpo dei Carabinieri, che prevedeva un forte
ridimensionamento dei relativi stanziamenti di bilancio e avviò decisive riforme in ambito economico,
amministrativo e culturale, particolarmente visibili nella capitale. Il regno di Carlo Alberto è ricordato innanzitutto per
la concessione dello Statuto, il 4 marzo 1848, che rimase formalmente in vigore sino alla Costituzione repubblicana, e
per la dichiarazione di guerra all’Austria che segnò l’inizio delle guerre risorgimentali. Abdicò il 23 marzo 1849 in favore
del figlio Vittorio Emanuele in seguito alle pesanti sconfitte subite nella prima guerra d’indipendenza; morì pochi mesi
dopo a Oporto, in esilio.
I principali interventi legislativi e i regolamenti stilati durante il regno dei tre sovrani e riferiti al
Corpo dei Carabinieri (prescindendo dalle modifiche occorse nel naturale assestamento delle leggi)
sono stati:
1814 Fondazione del Corpo dei Carabinieri Reali
1816 Nuove regole per il Corpo dei Carabinieri Reali
1822 Nuovo regolamento per il Corpo dei Carabinieri Reali
1832 Riordinamento del Corpo dei Carabinieri Reali
Regno: 1802 - 1821
Regno:1821- 1831
Sconfessata la Costituzione proclamata da Carlo Alberto, si appellò alle truppe rimaste fedeli per riprendere possesso
della capitale. I primi anni del suo regno furono caratterizzati da una dura repressione politica e da una vasta
epurazione dell’esercito; fu chiusa l’università di Torino e molti professori subirono severe ammonizioni e sanzioni,
giustificate anche con accuse di corruzione. Sentendosi isolato nella società piemontese, Carlo Felice individuò nei
cattolici reazionari una forza sulla quale poter contare. Nel corso del suo regno si impegnò in una politica di riforme,
dall’ordinamento giudiziario alle iniziative economiche, dal mecenatismo alla istituzione di scuole.
Con le Regie Patenti del 1822 introdusse significativi cambiamenti nell’Arma. Il Regolamento prevedeva
una rifondazione del Corpo dei Carabinieri e ne ridefinì le gerarchie con una sorta di commissariamento
dell’Istituto e per altro verso invece gettò le basi per il suo definitivo consolidamento; soppresse inoltre il
Ministero di Polizia unificando le competenze con quello degli Interni. Morì il 27 aprile 1831 a Torino e volle essere
sepolto nell’abbazia di Altacomba in Savoia, come da antica tradizione sabauda.
Regno:1831- 1849
13
i
CARABINIERI
del
Vittorio Emanuele I
RE
1802 - 1821
Posa della prima pietra
per la Gran Madre in Torino
1818, 25 luglio
Collocazione della pietra fondamentale della Chiesa
della Gran Madre in Torino addì 25 luglio 1818,
acquaforte su rame, s.d.
Biblioteca Reale di Torino, coll. Inc III 298
La Restaurazione
e il ritorno di
Vittorio Emanuele I
I Carabinieri svolgono il servizio d’ordine durante la
cerimonia per la posa della prima pietra della Chiesa
della Gran Madre, alla presenza del Re Vittorio
Emanuele I. Sono ben riconoscibili lungo il palco e
in basso a sinistra grazie ai celebri caplon, termine
con cui la popolazione indicava confidenzialmente i
Carabinieri, riferendosi ai vistosi copricapi dell’epoca,
costituiti da una coppia di ventagli alti 40 centimetri, a
cui si poteva aggiungere, nell’uniforme in gran tenuta,
un piumetto turchino di ulteriori 20 centimetri.
«
Vittorio Emanuele I, succeduto a Carlo Emanuele IV sul trono di Sardegna,
preannuncia il suo ritorno, promette libertà e felicità con il rientro dei
legittimi sovrani e dichiara abolita la coscrizione militare.
A lui si deve la creazione dell’Arma dei Carabinieri (13 luglio 1814).
La Restaurazione è il processo di
ristabilimento del potere dei sovrani
assoluti in Europa, ossia dell’Ancien
Régime, in seguito alla sconfitta di
Napoleone. A oltre venticinque anni
di distanza dall’inizio della rivoluzione
francese, la geografia politica del
continente venne interamente
ridisegnata dagli Imperi di Austria
e Russia e i Regni di Prussia e Gran
Bretagna, nel tentativo di annullare gli
effetti delle campagne napoleoniche
e di riportare la situazione a quella
del 1791.
I provvedimenti di Vittorio Emanuele I
furono tra i più reazionari d’Italia ed
ebbero come cardine l’abolizione dei
codici napoleonici e il ripristino dei
vecchi privilegi ecclesiastici e nobiliari.
La creazione del Corpo dei Carabinieri
fu uno dei primi atti della dinastia
sabauda dopo la Restaurazione.
1814, 8 luglio
Manifesto di Ignazio Thaon de Revel sul
Buon Governo, registro a stampa.
ASTo, Sezioni Riunite, Camera dei conti,
Piemonte, Art. 693, Ordini, registro 224
“Sedici anni
d’acerbissimi affanni”
1814, 14 maggio, Genova
Vittorio Emanuele I, re di
Sardegna, annuncia il suo
ritorno, Genova, 14 maggio
1814, manifesto a stampa.
Archivio Storico della Città di
Torino, Collezione Simeom,
C 8316
1814
Bartolomeo Gastaldi, Per il felicissimo ritorno di S.M. Vittorio
Emanuele I, Re di Sardegna, in Piemonte, Stamperia Reale,
Torino, 1814
Biblioteca Reale di Torino, coll. Misc 440 (4)
Il “Buon Governo” era una terminologia
introdotta legislativamente da Vittorio
Emanuele I nelle Regie Patenti del 13
luglio 1814, ed indicava un istituto che
sovraintendeva alla polizia e quindi
aveva funzioni di comando sul Corpo
dei Carabinieri Reali. Un delicato doppio
meccanismo dunque, due poteri forti che
verranno unificati e poi nuovamente divisi,
in un difficile equilibrio di poteri.
Documenti
«
Una canzone per il Re
Manifesto per mantenere
il buon Ordine
Documenti
Chiamati Noi dalla rinuncia dell’amatissimo mio Fratello il Re Carlo
Emanuele e per dritto di successione al Trono dei nostri Augusti Avi,
preme al nostro cuore, dopo sedici anni d’acerbissimi affanni e di
luttuosissime vicende, d’essere quanto prima fra di voi, amatissimi
Sudditi, qual tenero padre fra mezzo a’ suoi figli. […]
L’Europa è libera, e le popolazioni hanno riacquistato insieme ai legittimi
loro Sovrani il rango distinto, che prima occupavano fra le Nazioni.
O de’ Sabaudi Regi inclito, e prode
Figlio, che riedi nell’avito regno,
All’apparir del Tuo Regale aspetto,
Tale il Piemonte si ravviva, e gode:
In servitù ristretto
Gemea fra se negletto
Il genio subalpino ebbro di sdegno:
Or dal fulgor, che in lui da Te discende,
L’antica gloria, e maestà riprende.
…
Qual di felice età ridente immago
S’offre al Piemonte, e che avvenir prepara.
Maggior di quella che chiamò dell’oro
De’ poeti il pensar robusto, e vago.
D’alme virtudi il coro
Porge dolce ristoro
A quante genti il sol quaggiù rischiara,
Desta dell’amicizia i sensi innati,
E fa gli abitator lieti, e beati.
Conservata tra le Poesie Patrie, all’interno del fondo
Miscellanea a stampa, questa canzone dell’Avvocato
Bartolomeo Gastaldi, costituita da undici strofe, celebra in
toni encomiastici il ritorno dall’esilio di Vittorio Emanuele I
in seguito alla Restaurazione e la sua figura, esaltandone le
qualità politiche e le virtù personali e preannunciando per il
Piemonte e il Regno di Sardegna un avvenire radioso.
15
i
CARABINIERI
del
Vittorio Emanuele I
RE
1802 - 1821
Nella trascrizione manoscritta delle Determinazioni del
14 agosto, troviamo l’elenco dei primi ufficiali incaricati
dal Re per il comando del Corpo dei Carabinieri.
Si deve notare che il Presidente-capo del Buon Governo è
il conte Thaon di Revel, affiancato, ma subordinato nelle
funzioni, come capo esecutivo, dal conte Luigi Provana
di Bussolino (si occuperà dei bisogni pratici e logistici dei
carabinieri); non tragga in inganno quindi che in questo
elenco venga definito Colonnello Comandante, qualifica
che non deve essere presa alla lettera.
La nascita
del Corpo dei
Carabinieri Reali
Nel disegno del Re di ripristinare la sua autorità, uno dei punti cardine fu
quello di dotarsi di un corpo di truppe di pubblica sicurezza.
A Vittorio Emanuele I si deve infatti la creazione del Corpo dei Carabinieri
Reali: il 13 luglio 1814. In questa data vennero pubblicate le Regie Patenti
con cui il sovrano dava avvio alla riforma del sistema di polizia; tale riforma
rappresenta la fondazione dell’Arma.
La formazione del Corpo dei Carabinieri Reali, nel contesto della restaurazione politica e della riorganizzazione militare risultò una fondazione sabauda e monarchica seppur sul modello della gendarmeria francese.
La scelta del nome risponde ad una triplice esigenza: far dimenticare i termini in uso nel periodo dell’occupazione francese, mettendo in risalto l’italianità del nome in contrapposizione a “gendarme”; identificare la nuova
formazione militare con la carabina, arma di cui erano sempre stati dotati i
reparti scelti dell’esercito; ristabilire una continuità con l’Ancien Régime, infatti tale definizione era già in uso presso i reggimenti settecenteschi sardi.
Il carabiniere deve presentarsi a tutti come un “soldato nuovo”, tutore
dell’ordine e della sicurezza, esempio di legalità e rettitudine, dotato di
un’uniforme che colpisca l’immaginario popolare. Nato come un corpo scelto dell’esercito, esso era reclutato su base volontaria tra le truppe di fanteria
e di cavalleria: la condizione del carabiniere doveva coincidere con una totale dedizione all’Arma.
Nell’articolo 1 delle Determinazioni di Sua Maestà per la Formazione del
Corpo de’ Carabinieri Reali, troviamo l’organico ipotizzato come ottimale,
indicato teoricamente in 803 unità, cifra che verrà raggiunta soltanto nel
novembre del 1814, quando appare già gravemente insufficiente in considerazione anche delle richieste che giungono numerose dal territorio.
Determinazioni
del Sovrano
per un nuovo Corpo
1814, 14 agosto
“Determinazioni di Sua maestà
per la Formazione del Corpo
de’ Carabinieri Reali”, registro
manoscritto.
ASTo, Sezioni Riunite, Ministero
della guerra, Regia Segreteria di
guerra (1717-1801), Stabilimenti
militari in genere, reg. n. 8, 17971815
Nell’agosto del 1814 venne
approvato un regolamento per
l’istituzione del Buon Governo
e del Corpo dei Carabinieri.
In questo regolamento, e
precisamente nell’art. 4 delle
Determinazioni, vengono fissate le
caratteristiche dell’uniforme, pur
non particolarmente dettagliate;
di fatto sono completate nella loro
descrizione dal disegno del figurino
della divisa, che ne rappresenta la
prima raffigurazione ufficiale.
Appunti per il Sovrano
1815, ante 18 gennaio
“Osservazioni alla sfuggita” sull’Idea
per l’organizzazione del Buon Governo,
foglio manoscritto.
ASTo, Corte, Materie Economiche, Polizia
in genere, mazzo 2
Nel quadro di assestamento del Corpo si
inseriscono questi ed altri appunti teorici
i quali sfoceranno in un primo tentativo
di “Progetto d’istruzioni” che vedrà poi
la luce il 18 gennaio 1815, e avrà come
uno dei punti cardine l’unificazione
del comando del Buon Governo con il
comando dei Carabinieri.
Appunti per il Sovrano
1815, ante 18 gennaio
“Idea per una nuova organizzazione del Buon Governo”,
foglio manoscritto.
ASTo, Corte, Materie Economiche, Polizia in genere, mazzo 2
L’istituzione del Buon Governo, nel luglio 1814, prevedeva
fra le altre cose la creazione del Corpo dei Carabinieri Reali, e
rendeva ovviamente necessario un “Progetto d’istruzioni” che
avrà un iter piuttosto lungo, con lettere, appunti del sovrano,
di ministri, ecc., e che vedrà la luce poi il 18 gennaio del 1815.
17
i
CARABINIERI
del
Vittorio Emanuele I
RE
1802 - 1821
Le spese per i foraggi
1816, Torino
“Corpo dei Carabinieri Reali. Stato dimostrativo
dell’entrata e consumazione de foraggi dalli 19 a
tutto li 31 decembre 1816”, documento manoscritto.
Archivio Storico della Città di Torino, Carte Sciolte, n.
5200
Per le strade di frontiera
Il documento contabile segnala quanto fieno,
paglia e biada siano consumati e quale sia la spesa
complessiva.
1815, 1 aprile
“Obbligo del visto dei Carabinieri Reali”, stampa su carta.
ASTo, Materie Economiche, Polizia 1814-1815, mazzo 2
Il manifesto costituisce un estratto dell’articolo 5 del manifesto del 1° aprile
1815, con cui si rende noto l’obbligo per i viaggiatori di ottenere il visto dei
Carabinieri.
La firma di questo documento è particolarmente importante poiché ci
segnala il momento in cui la carica di Presidente del Buon Governo e il
comando del Corpo dei Carabinieri sono unificati, nella persona del conte
Lodi (terzo comandante generale).
I poteri nuovamente separati
1816, 15 ottobre
Regie Patenti con cui Vittorio Emanuele I fissa le attribuzioni e le incombenze dei
Carabinieri Reali, fascicolo a stampa su carta, copia non firmata.
ASTo, Corte, Materie Economiche, Polizia in genere, mazzo 3
Le necessità di una caserma
1816, 22 luglio, Torino
“Corpo Reale de’ Carabinieri. Stato delle Suppellettili necessarie nelle Camere della Caserma destinate per
l’alloggio della Stazione di detto Corpo stabilita in Torino”, documento manoscritto.
Archivio Storico della Città di Torino, Carte Sciolte, n. 5197
«…pagliaricii, matterassi, coperte di lana, capezzali, paia di lenzuoli, panche da letto, panche da sedere, sedie
per i sottufficiali, tavole con cassinette, secchie, tavole per mangiare, lampade, pale, forche di ferro, marmitte,
collo, ossia crivello, catena di ferro, tinello coperto, coffani per la biada, stuffe, scope di bosco, di meliga.»
Il documento, che reca lo stemma di Torino ed è firmato nel Palazzo di Città dal decurione, elenca le suppellettili
necessarie per le camere d’alloggio dei sottufficiali e carabinieri e per gli altri locali della caserma.
La fusione dei due istituti (Buon Governo
e Carabinieri) avvenuta il 18 gennaio 1815,
vedeva il Corpo dei Carabinieri sottratto
alla sfera di azione di altre autorità, quali i
governatori, gli avvocati fiscali, i giudici, cosa
che creò non poche ostilità e possibili abusi di
potere. Il marchese di Garessio firmatario di
questa lettera, era Carlo Emanuele San Martino
di San Germano, e ricopriva la carica
di Governatore della Savoia. Nella sua denuncia
(invierà a Torino fitti rapporti di rimostranze)
egli evidenzia come la nuova gendarmeria
presenti notevoli mancanze derivanti
dall’impreparazione individuale e da carenze
nella catena di comando, ed arrivando poi al
nocciolo del problema, cioè la concentrazione
del potere. I due istituti verranno nuovamente
separati con le Regie Patenti del 15 ottobre 1816.
Con queste Regie Patenti vengono nuovamente separati il Buon Governo e il
comando dei Carabinieri Reali, nel difficile processo legislativo che vedrà
impegnato il governo nella tessitura di una tela legislativa come contesto di
riferimento e raccordo fra i due istituti, e con le altre autorità.
Questo documento sancisce che il braccio di ferro fra Carabinieri e Governatori si
concluda a vantaggio di questi ultimi, originando così un ministero di Polizia
autonomo. Il 9 novembre, con ulteriori Determinazioni, viene ripartita in modo
razionale la struttura gerarchica.
Una nuova organizzazione
Documenti
1815, 6 agosto
Lettera del marchese di Garessio al conte Vidua,
con la quale vengono segnalati abusi commessi
dai Carabinieri Reali, foglio manoscritto.
ASTo, Corte, materie economiche, Polizia in
genere, mazzo 2
Documenti
Difficoltà derivanti
dalla concentrazione di potere
1816, 9 novembre
Regie Determinazioni per l’organizzazione e il regolamento del Corpo dei
Carabinieri Reali.
ASTo, Sezioni Riunite, Ministero della Guerra, Regia Segretaria di Guerra,
reg, n. 9, pag. 367 e seg.
Con queste Determinazioni venivano rese esecutive le Regie Patenti del
15 ottobre e si cerca di riordinare le precedenti statuizioni dando forma
ad una organizzazione più puntuale del Corpo. Vengono ripartite in
modo razionale le strutture gerarchiche dall’alto verso il basso, in divisioni,
compagnie, luogotenenze e stazioni: il vero cuore pulsante dell’intero
organismo.
19
i
CARABINIERI
del
Vittorio Emanuele I
RE
1802 - 1821
L’immagine
dei Carabinieri
La vastissima produzione iconografica riferita ai Carabinieri
non è casuale e non potrebbe essere esaustiva in questa rassegna. I suoi caratteri distintivi però si manifestano immediatamente, anzi le prime rappresentazioni contengono già
quei caratteri attorno ai quali si costruirà non solo l’immagine ma la percezione stessa di questo Corpo nell'orizzonte
mentale di ogni cittadino italiano.
La prima iconografia e via via quella che seguirà (che si
compirà compiutamente dopo l'Unità) incarna quei valori
di dedizione, fedeltà e di vicinanza nel quotidiano che non
possono essere pensati semplicemente come spontanei, ma
frutto di una costruzione ad hoc al fine di "aumentare o
organizzare il consenso intorno a un istituto tanto importante per i Savoia perché scelto come loro rappresentante
e simbolo di alcuni valori perenni, primo fra tutti la fedeltà
alla monarchia". Non si deve dimenticare infatti
che quella carica di simpatia e spirito popolare
ha faticato a imporsi come tale, e non è entrata
subito negli animi del tempo con la loro presenza istituita nel restaurato Regno di Sardegna.
Questi due cavalieri sono rappresentati in un
paesaggio semplice affinché emergano con forza i protagonisti. L'ufficiale con la sciabola sguainata crea una riuscita simmetria, mentre l’altro
cavaliere ha in mano un fucile ed è più marziale,
più stilizzato.
L’immagine dei Carabinieri
1821
Giuseppe Stagnon, Carabinieri Reali a piedi, in
“Uniformi delle Truppe di S.S.R.M.”, tavola 14,
litografia acquerellata, Torino, 1821
Biblioteca Reale di Torino, coll. L 54.22
La raccolta di litografie dedicate a Carlo Felice, Re
di Sardegna, presenta un quadro esaustivo delle
uniformi dell’epoca. In essa non potevano mancare
alcune rappresentazioni del Corpo dei Carabinieri,
nonostante fossero passati solo pochi anni dalla
sua creazione. Oltre alle raffigurazioni dei vari
corpi dell’esercito, l’opera è impreziosita da alcune
tavole conclusive, con incisioni di ricami, bottoniere,
galloni e livree degli ufficiali e dei soldati. Non
casuale, nell’immagine della terza litografia, la
presenza di un piccolo cane, tradizionalmente il
migliore amico dell’uomo e ancora oggi mascotte
dei Carabinieri a cavallo per le sue qualità e virtù.
Ultimo di una famiglia originaria del Verbano,
dedita fin dal Seicento alle incisioni di sigilli e
mappe su rame, Giuseppe Stagnon (1777 - post
1821) fu incisore dei Regii Sigilli e di S.A.S. il
principe di Carignano. Tra le varie opere realizzate
presso la corte sabauda, oltre alle uniformi
dell’esercito piemontese, meritano di essere
ricordati gli intagli su rame dei ritratti di Carlo
Emanuele IV e di Felice di Savoia.
Molto significativa, la terza litografia, che rappresenta due carabinieri reali a piedi, ritratti di
fronte ad un palazzo aristocratico, hanno un atteggiamento informale, quello in secondo piano
si distende e saluta qualcuno, mentre quello in
primo piano, con il caratteristico incrocio della
bandoliera in cuoio bianco, regge il fucile con la
baionetta inastata e ha la testa lievemente inclinata verso un piccolo cane, elemento non inserito a caso e che tanta fortuna avrà nella ritrattistica futura, creando un binomio simbolico.
Pervade già in questa litografia una certa aria di
vicinanza ai cittadini, alla quotidianità della presenza dei carabinieri nella vita di tutti i giorni,
immagini che evolveranno poi nella rappresentazione dell'Arma in azioni sia di repressione sia
di salvataggio e prevenzione.
Ricordiamo l'editoria specializzata che inizierà
prestissimo, già nel 1818, su iniziativa del colonnello comandante marchese D'Oncieu de La Bâtie
attraverso la circolare periodica (una sorta di rivista sociale dove coraggiosamente non vengono
nascoste le punizioni verso carabinieri meno virtuosi) per "l'indirizzo morale del Corpo".
21
i
CARABINIERI
del
Vittorio Emanuele I
RE
1802 - 1821
1815 - 1821
Dalla rivoluzione delle estere contrade
all’insurrezione nei Regj Stati
La Battaglia di Grenoble
Alberto
Spagnoli,
La carica dei
Carabinieri
a Grenoble,
olio su tela,
Museo Storico
dell'Arma dei
Carabinieri,
Roma, Sala de
I Carabinieri
nella storia
d’Italia
Il grande nemico che
incarnava la gran parte dei
timori di Vittorio Emanuele I,
Napoleone Bonaparte, il 26
febbraio 1815 aveva lasciato
l’Elba cui era stato confinato
dalle potenze europee, e il
1° marzo era sbarcato nei
pressi di Cannes e aveva
iniziato un’incontrastata
marcia di risalita del
territorio francese,
aggirando la Provenza, di cui conosceva le simpatie
realiste, e dirigendosi verso i rilievi alpini del Delfinato.
A Grenoble fu accolto con esultanza sia dalla
popolazione civile, sia dalla guarnigione militare di
stanza alla fortezza cittadina. Di qui Napoleone aveva
poi raggiunto facilmente Parigi il 19 marzo, dando
inizio ai suoi famosi Cento Giorni. Tuttavia, dopo la
disfatta napoleonica a Waterloo, avvenuta il 18 giugno,
l’Armata d’Italia, composta da truppe austro-sarde,
aveva iniziato la riconquista dei territori savoiardi. Per il
Corpo dei Carabinieri si trattò del primo coinvolgimento
in un evento bellico, che si articolò in una molteplicità
di funzioni, tra cui quello di polizia militare sul fronte, e
che culminò poi nel “battesimo del fuoco” proprio nella
battaglia di Grenoble.
Alcune stazioni dei Carabinieri nei paesi di Montmélian,
Maltaverne e Saint-Pierre d’Albigny, nei territori della
Savoia sabauda, erano state attaccate dai francesi e
i militari era stati fatti catturati: alcuni riuscirono a
liberarsi e a ricongiungersi all’esercito piemontese, altri
furono tradotti come prigionieri di guerra ad Auxerre,
in territorio francese.
Il 5 luglio il Generale Vittorio Sallier De La Tour, al
comando dei 15.000 uomini dell’esercito piemontese,
si diresse verso la piazzaforte di Grenoble, difesa da
70 cannoni di grosso calibro ma ormai abbandonata
dagli artiglieri addetti al loro impiego. Sotto i suoi
spalti si radunò anche un reparto scelto di Carabinieri
Reali a cavallo: si trattava di un piccolo drappello di 34
uomini, guidato dal tenente Michele Taffini d’Acceglio
e formato dal sottotenente Giovanni Battista Cavassola,
da 5 sottufficiali e da 27 soldati.
L’indomani, 6 luglio 1815, nel quadro delle operazioni
con cui il Generale Sallier De La Tour accerchiò e attaccò
Grenoble ottenendone entro sera il pieno controllo e
la capitolazione, il drappello dei Carabinieri a cavallo si
distinse in una carica che contribuì – insieme a quella
dei cavalleggeri dell’esercito sardo – ad accelerare
l’abbandono delle posizioni francesi attorno alla città.
Nell’assalto rimase ferito il carabiniere Giacomo Alessi,
già prigioniero di guerra ad Aiguebelle dal 15 al 20
giugno, e anche il suo cavallo riportò ferite che lo
resero inabile al servizio. Il generale De La Tour scrisse
al ministro della Guerra per proporre per il milite la
medaglia d’argento al valor militare, mentre il cavallo
ferito fu venduto all’asta per dotare il carabiniere di una
nuova cavalcatura.
Ma il valore e l’efficienza dimostrata dai Carabinieri sul
campo di battaglia di Grenoble ebbero conseguenze
assai più significative per il Corpo. Sei mesi più tardi fu
proprio il Ministero della Guerra (e non la Segreteria
di Stato) a comunicare la promozione al grado di
Colonnello del Comandante generale Carlo Lodi di
Capriglio: ad appena un anno dalle Regie Patenti
del 13 luglio 1814 con cui era stato creato il Corpo
dei Carabinieri, essi avevano saputo dimostrare e
consolidare pienamente l’importanza del proprio ruolo
fra le Forze Armate del Regno di Sardegna.
1821, agosto, Torino
Giovanni Maria Cavasanti, Notizie istoriche riflettenti il Corpo dei
Reali Carabinieri, specialmente negli ultimi svolgimenti politici,
riproduzione anastatica del manoscritto originale conservato
alla Biblioteca Reale di Torino (Ms. Sal 171).
Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri, Roma, Sala de
I Carabinieri nella storia d’Italia
«[…] in una parola tutti i risultati che dipendono direttamente
dalla vigilanza dell’Arma ottennero sempre a favore di essa
la soddisfazione di S.M., e gli applausi universali; ma non così
utile poteva essere l’azione del Corpo per distruggere le trame
che si ordivano dai nemici del Governo, e per prevenire, come
si era fatto nel 1815, che la scossa della rivoluzione delle estere
contrade si facesse sentire nei Regj Stati, non è già che dall’epoca
dei sconvolgimenti delle cose di Spagna non si fosse raddoppiata
su tutti i punti la sorveglianza dei Carabinieri Reali divenuta
dunque vieppiù scrupolosa da che si seppero pure i disordini
accaduti in Napoli, ed i nascosti raggiri dei male intenzionati
del paese per mettere in derisione il Governo, ed intorbidar la
pubblica quiete, ma il risultato di siffatta vigilanza riducendosi
alla sola informativa delle notizie che si raccoglievano, dipendeva
intieramente dalla Autorità cui erano queste comunicate il
farne l’uso opportuno, e promuovere l’azioni dei Carabinieri. Le
circostanze stesse della sollevazione dell’Università mostrarono
ad evidenza che persino in tali urgenze era il Corpo paralizzato;
ed infatti, fu disapprovato il Cav.re Sertorio Ajutante Maggiore
in secondo per aver impiegata la forza nell’occasione del noto
ammutinamento dei Studenti nel Teatro d’Angennes, che dissipò
con solo otto Carabinieri malgrado che in numero di 150 e più
pretendessero togliere dal Corpo di Guardia un loro compagno
arrestato da un Ajutante di Piazza e di più fu ordinato dalla
Polizia ai Carabinieri Reali, ed gli Uffiziali stessi di non dar retta
alle parole offensive, che dai Studenti si dirigevano in ogni
incontro a tutti gli individui del Corpo e di tollerarne persino
gli insulti, limitando al solo caso d’assoluta necessaria difesa
l’uso delle armi; disposizione che causò al Corpo moltissimo
pregiudizio, e che incoraggì i malevoli negli infernali loro
proggetti, talmente che al primo avviso dell’insurrezione
manifestatasi nella Regia Università, le pattuglie dei Carabinieri
Reali essendovi accorse furono impunemente insultate […]»
Con la restaurazione della dinastia borbonica sul trono
di Francia (8 luglio 1815) e la deportazione di Napoleone
Bonaparte sull’isola di Sant’Elena, Vittorio Emanuele I poté
sentirsi rassicurato sul fatto “che la scossa della rivoluzione delle
estere contrade [non] si facesse sentire nei Regj Stati”, ma di lì
a pochi anni l’eco delle insurrezioni in Spagna (con la rivolta di
Cadice del 1° gennaio 1820, che costrinse il sovrano a concedere
nuovamente la Costituzione del 1812 e diede inizio al Trienno
Liberale) e nel Regno delle Due Sicilie (a Napoli gran parte
dell’esercito aderì agli ideali della carboneria e nel luglio 1820
si sollevò per ottenere dal re una costituzione simile a quella
spagnola) tornò a minacciare la “tenuta” dell’assolutismo
sabaudo. I Carabinieri Reali dovettero dunque intensificare la
propria azione di sorveglianza e soffocamento di ogni forma di
dissidenza liberal-democratica.
Il nuovo comandante del Corpo, il Colonnello Giovanni Maria
Cavasanti, nel suo memoriale si lamenta con il nuovo re Carlo
Felice del fatto che “il risultato di siffatta vigilanza [si riduceva
di fatto] alla sola informativa delle notizie che si raccoglievano”
e che “le circostanze stesse della sollevazione dell’Università
mostrarono ad evidenza che persino in tali urgenze era il Corpo
paralizzato”.
Cavasanti si riferisce esplicitamente ai fatti del “noto
ammutinamento dei Studenti nel Teatro d’Angennes” (teatro
lirico sito nei pressi del quartiere universitario), dai quali sarebbe
scoccata la scintilla dei moti del 1821 in Piemonte.
Durante il carnevale, la sera dell’11 gennaio 1821 – mentre
sul palco si esibiva Carlotta Marchionni della “Compagnia
Reale Sarda” – quattro studenti erano infatti entrati a teatro
sfoggiando il berretto frigio rosso con la coccarda nera, i
colori della Carboneria. La provocazione politica non passò
inosservata: due di loro furono arrestati dai Carabinieri, gli
altri due si costituirono in seguito su consiglio dell’assessore
dell’Università. La notizia del duplice arresto, avvenuto in
violazione del privilegio del foro dell’ateneo (per arrestare uno
studente occorreva infatti un mandato del magistrato della
Riforma della Regia Università), provocò la sollevazione di
centinaia di studenti, che occuparono il cortile dell’Università e
vi si barricarono, dopo aver ingaggiato una sassaiola contro la
Polizia.
Ignorando l’intercessione in loro favore da parte del Rettore e
del conte Prospero Balbo, il governatore di Torino Ignazio Thaon
di Revel ordinò l’assalto del palazzo: la Forza Pubblica insegue i
giovani su per i piani superiori e nella cappella, ferendone una
trentina a colpi di baionetta e sciabola e arrestandone oltre
sessanta.
Ciò che il Colonnello Cavasanti lamenta in queste pagine del suo
memoriale è proprio la disapprovazione da parte della Polizia
dell’uso della forza con cui otto carabinieri ebbero la meglio
su 150 studenti in rivolta nel teatro, e – soprattutto – che i suoi
uomini abbiano dovuto subire senza facoltà di reagire insulti e
parole ingiuriose, senza potersi avvalere delle armi se non in casi
di assoluta necessità: anche in occasione della sassaiola contro la
Forza Pubblica, i Carabinieri avevano avuto ordine di non reagire
né intervenire militarmente, limitandosi a far ala alla truppa
diretta a sedare con le armi il tumulto.
La miccia innescata quasi casualmente dai quattro universitari
nel Teatro d’Angennes sfociò, due mesi più tardi, nella
rivoluzione liberale del marzo 1821, volta all’ottenimento di
una Costituzione simile a quella spagnola del 1812. Vittorio
Emanuele I, incapace di sostenere le pressioni esercitate sulla
corona, il 13 marzo abdicò in favore del fratello Carlo Felice.
1821, 15 marzo, Torino
Attestato di benemerenza
con cui si riconosce
l’esemplare condotta
tenuta dal Corpo dei
Carabinieri nel corso dei
moti rivoluzionari del 1821.
«Lettera diretta dalla Civica
Amministrazione della
Città di Torino al Colonnello
Comandante il Corpo de’
Carabinieri Reali», Museo
Storico dell'Arma dei
Carabinieri, Roma, Sala de
I Carabinieri nella storia
d’Italia
23
i
CARABINIERI
del
Carlo F elice
RE
1821 - 1831
Il difficile
insediamento di Carlo Felice
Il proclama di Govone
1821, 13 ottobre, Govone
Proclama di Re Carlo Felice nell’imminenza del suo insediamento sul trono sabaudo.
Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri, Roma, Sala de I Carabinieri nella storia d’Italia
«Per la costante rinuncia dell’ottimo Re mio augusto fratello, Noi pigliammo le redini del
nostro Regno fra gravissimi turbamenti.
[…]
Lontani Ci occupammo per ridonare l'ordine e la tranquillità a’ nostri Stati, e senza il
concorso degli eserciti, che generosamente Ci offersero gli alti e potenti nostri Alleati,
vedemmo ristabilita la calma colla cooperazione di un solo Corpo ausiliare, che non ebbe
a oltrepassare che di poco i confini del Regno.
[…]
Guerrieri nostri fedeli, se sciagurati individui dell’Esercito hanno macchiato le loro
bandiere, il grido d’esecrazione, con cui li disperdeste, ha conservato alle vostre il primiero
splendore, e la grazia Sovrana.
Noi Ci compiaceremo nel riconoscere coloro, che nelle passate vicende più vivi mostrarono
i sensi d'amore al proprio dovere, e di divozione alla persona del Re mio fratello e mia.
[…]
Di voi, abitanti della nostra capitale, Ci è noto il contegno; se un’audace fazione vi
sorprese col tradimento e colla forza, se corrotti giovani ingrossarono il numero de’ ribelli,
la vostra tristezza in quelle scene funeste, era non dubbia interprete dei vostri sentimenti
e della vostra fede; e la continuazione di questi nobili sentimenti Ci renderà grato il
soggiornare presso di voi, e vi assicurerà la nostra Sovrana benevolenza.
[…]
Ritorneranno così i tempi avventurati, in cui, disprezzate le ingannevoli, e perverse teorie
dei giorni nostri, imperava il vero principio, che la Religione, i buoni costumi, l’affetto
paterno del Re, l’obbedienza e la divozione de’ sudditi sono le sole basi immutabili della
felicità de’ Popoli.
Dato a Govone li tredici ottobre mille ottocento ventuno».
Può stupire l’espressione “costante rinuncia” riferita all’abdicazione di Vittorio Emanuele I,
avvenuta il 13 marzo 1821: in effetti, Carlo Felice fu tutt’altro che lieto di trovarsi a salire al
trono grazie ad una rivoluzione, e sulle prime considerò nulla la decisione di suo fratello,
poiché estorta con la violenza.
D’altronde, allo scoppio della rivoluzione liberale di marzo, egli si trovava nel Ducato di
Modena e, contestualmente all’abdicazione, al giovane Carlo Alberto di Savoia-Carignano
era stata affidata la reggenza del Regno di Sardegna. Nel caos seguito alle dimissioni
istantanee di tutti i ministri e alla spaccatura che si era consumata in seno all’esercito e
alla burocrazia, la sera stessa del 13 marzo il reggente concesse l’agognata Costituzione
“spagnola” per la quale era esplosa l’insurrezione, con riserva dell’approvazione del
nuovo re.
Continua nella pagina seguente
L’entusiasmo della popolazione durò pochi giorni. Carlo Felice, da Modena, depose
immediatamente il reggente e revocò ogni sua concessione. L’intervento armato
austriaco (“un solo Corpo ausiliare, che non ebbe a oltrepassare che di poco i confini del
Regno”) al fianco delle truppe piemontesi fedeli alla corona soffocò entro i primi dieci
giorni di aprile la rivoluzione liberale.
Cionondimeno Vittorio Emanuele I non recedette dalla sua decisione di lasciare il trono
(ecco spiegato il carattere di continuità suggerito dall’aggettivo “costante”) e il 19 aprile
ratificò la propria abdicazione. Il 25 aprile Carlo Felice assunse così la dignità ed il titolo
di re “fra gravissimi turbamenti”.
Nei confronti degli insorti fu intrapresa una persecuzione a tappeto. Per quanto
riguarda le frange dell’esercito che avevano fatto proprie le istanze liberali (“sciagurati
individui dell’Esercito hanno macchiato le loro bandiere”) e si erano sollevate in armi
per ottenere la Costituzione, in Piemonte venne nominata una Commissione militare
per indagare sulla condotta degli ufficiali e dei sottufficiali, ed entro ottobre furono
destituiti 627 ufficiali, mentre altri 300 risultavano in attesa di sentenza.
Dopo la prima ondata repressiva e di epurazione dell’esercito, della burocrazia e degli
intellettuali piemontesi, all’inizio dell’autunno Carlo Felice si risolse finalmente a tornare
nei suoi Stati. Il 10 ottobre giunse nell’amato castello di Govone dove scrisse il presente
proclama, e quattro giorni più tardi entrò nella capitale, animato da sentimenti di
répugnance extrème verso la città in cui si era consumato uno scandale orrible.
Un Brevetto dei Carabinieri Reali
1822, 11 dicembre, Verona
Brevetto Reale con cui Carlo Felice conferisce al Maresciallo d’Alloggio
sovrannumerario Francesco Bornese la nomina a Maresciallo d’Alloggio
effettivo.
Brevetto di nomina di un Maresciallo d’alloggio del Corpo a firma di Carlo
Felice, Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri, Roma, Sala de I Carabinieri
nella storia d’Italia
Assento (= patente) di Carlo Felice, re di Sardegna, a favore di Francesco
Bornese, nominato maresciallo d’alloggio effettivo dei Carabinieri Reali
(1822, dicembre 11, Verona). Il documento reca la firma del sovrano, e unita ad essa da un tratto di penna verticale - quella del suo segretario di
gabinetto, il conte Radicati di Cocconato. In basso a sinistra è apposto il sigillo
reale minore, di cera sotto carta, recante lo stemma del Re; la protezione in
carta è ritagliata a foggia di croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Carlo Felice si trovava a Verona per partecipare all’omonimo congresso,
convocato dalla Santa Alleanza (Austria, Prussia, Russia) per discutere, tra gli
altri problemi, la situazione politica dell’Italia all’indomani della repressione
dei moti liberali del 1821.
25
Carlo F elice
1821 - 1831
1821, 9 agosto, Modena
Lettera d’encomio indirizzata da Carlo Felice al Colonnello
Cavasanti per l’esemplare comportamento dei suoi uomini
durante i moti del 1821.
«Circolare del Re Carlo Felice al Cavaliere Cavasanti
Colonnello del Corpo de’ Carabinieri Reali». Museo Storico
dell'Arma dei Carabinieri, Roma, Sala de I Carabinieri nella
storia d’Italia
«Cavaliere Cavasanti. Il Corpo de’ Carabinieri ha chiaramente
dimostrato ne’ mesi di Marzo e di Aprile quanto valgano un
forte ordinamento una continua vigilanza ed una stretta
disciplina. Esso ha saputo nel medesimo tempo sostenere
i diritti della Nostra Corona, e contribuire alla tranquillità
delle famiglie coll’opporre un freno all’audacia de’ faziosi e
dei malevoli.
[…] Anche in Savoja, Genova, Nizza e ne’ campi di Novara
si è distinto per intrepidezza e per esemplare fedeltà.
La condotta di pochi traviati non può menomamente
oscurare l’onore del Corpo intiero. Ben ci son note tutte le
circostanze, tutte le seduzioni che si adoprarono, e tutte le
insidie che gli furon tese.
[…] Esprimete per noi a questi [Ufficiali] ed a tutti i
Marescialli d’alloggio, Brigadieri e Carabinieri questi
sentimenti, e dite loro di quanto piacere Ci sarà l’incontrarli i
primi alla frontiera de’ Nostri Stati».
Pranzi di gioia
Il nuovo
Regolamento
del 1822
1821, Torino
“Agli Uffiziali del corpo dei Carabinieri Reali.
Omaggio di riconoscenza dei loro bass’uffiziali
tributato nell’occasione in cui fecesi un pranzo di
gioia, li 23 aprile 1821”, sonetto celebrativo a stampa.
Archivio Storico della Città di Torino, Collezione
Simeom, C 8326
«Qual giorno più aggradevole,
Qual giorno più felice,
In cui la fè immutabile
Al Re attestar ci lice!»
Con le regie patenti del 12 ottobre 1822, Carlo Felice introdusse significative novità cercando di rendere più agili i rapporti tra i vari funzionari militari, politici ed amministrativi.
Le innovazioni poi apportate dal nuovo regolamento organico generale rappresentarono una vera e propria “rifondazione” del Corpo. Il rinnovamento dell’immagine del
Corpo si fonda soprattutto su alcuni importanti aspetti: l’istituzione della categoria degli
Allievi Carabinieri, l’estensione alla Sardegna di nuove Divisioni e la regolamentazione dell’operato attraverso un più stretto controllo dell’ordine interno e della disciplina.
Dopo le insurrezioni del ’21 il Ministero di Polizia venne soppresso e il servizio passò alla
dipendenza degli Interni.
La nuova riorganizzazione aveva previsto l’unione delle funzioni di pubblica sicurezza per
consentire un controllo capillare su tutto il territorio dello Stato da parte di un’autorità civile e politica. Venne introdotta la figura dell’ispettore generale dei Carabinieri il cui ruolo
consiste nel vigilare sulle operazioni di contabilità, sul vestiario e sulla disciplina e relazionare al sovrano tutte le notizie provenienti dai comandi inferiori (in quegli anni il ruolo
è ricoperto da Gaspare Gerolamo Roget di Cholex). ll Regolamento Generale del Corpo
dei Carabinieri Reali emanato il 16 ottobre 1822 restò in vigore per oltre settant’anni, e
venne sostituito dal Regolamento Organico e dal Regolamento d’Istruzione e di Servizio
approvati il 1° maggio 1892.
I moti del ’21
Carlo Felice diventò re nel 1821 dopo
l’abdicazione del fratello maggiore
Vittorio Emanuele I. I moti liberali in
Piemonte presero l’avvio nei primi mesi
del 1821, ed ebbero come epicentro
l’Università di Torino. Contrario ad
attaccare i ribelli, ma ancora di più a
concedere la Costituzione spagnola,
Vittorio Emanuele I abdicò a
favore del fratello Carlo Felice,
temporaneamente a Modena,
nominando reggente Carlo Alberto.
L’operato dei Carabinieri Reali nella
capitale e nelle altre località del
Regno di Sardegna venne coordinato
dal fedelissimo Comandante
Il nuovo Regolamento
del 1822
1822, 12 ottobre
Regie Patenti Regolamento Corpo
Carabinieri Reali.
ASTo, Corte, Materie Giuridiche,
Editti Originali, mazzo 53/bis
Documenti
La condotta del Corpo
nel conflitto tra costituzionalisti
e lealisti
Da Modena, ove Carlo Felice si trovava ancora nel cuore
dell’estate 1821, il nuovo Re di Sardegna ordina la celere
istruzione dei processi contro gli insorti, riservando le pene
più severe ai militari.
A marzo, sotto il governo provvisorio insediatosi dopo
l’abdicazione di Vittorio Emanuele I, la nuova Direzione
di Polizia aveva tentato invano di assoggettare ai propri
comandi il Corpo dei Carabinieri, considerato il reparto più
prestigioso delle forze armate del Regno.
Nella capitale la concentrazione di carabinieri era aumentata
sino alle 400 unità e il nuovo governo costituzionalista,
ben conoscendo i sentimenti lealisti del Corpo, ne temeva
un colpo di mano e soprattutto ch’esso decidesse di
raggiungere a Novara le truppe dell’esercito fedeli al re.
Il 1° aprile, infatti, il Colonnello Cavasanti non sopportando
ulteriormente l’inattività forzata cui era stato costretto e
presagendo un imminente attacco costituzionalista alla
caserma centrale di piazza Carlina, lasciò improvvisamente
la capitale alla volta di Novara. Tuttavia, appena la colonna
si mosse dai propri quartieri, un piccolo drappello di
Carabinieri a cavallo si diresse al galoppo verso le milizie
costituzionaliste concentrate nei pressi del Palazzo
reale, gridando a gran voce il proposito di unirsi a loro:
riconosciuta la divisa, vennero accolti a fucilate.
Gli storici ipotizzano che essi avessero tentato una manovra
diversiva per proteggere l’uscita della gran parte del Corpo
da Torino o che avessero tentato di insinuarsi nelle file
costituzionaliste per disaggregarle. In ogni caso nemmeno
i loro nemici credettero per un istante che il fedelissimo
braccio armato della corona sabauda potesse mai
ammutinarsi.
Rientrato trionfalmente a Torino l’11 aprile, il Colonnello
Cavasanti si adoperò per confermare il prestigio e l’onore del
Corpo. Alle funzioni amministrative e alle prestazioni militari
magistralmente condotte, unì momenti “diplomatici” fra
i suoi sottoposti – ufficiali, sottufficiali e truppa – con cui
seppe risaldare non solo agli occhi dell’opinione pubblica,
ma soprattutto fra le proprie fila, il senso dell’integrità
morale e civile del Corpo, del suo alto ruolo militare e della
sua inadombrabile fedeltà al sovrano.
Una volta ristabilito l’assolutismo monarchico, fra i
sottufficiali e la truppa si contarono ben 99 elementi sotto
procedimento penale, anche se le pene comminate non
si rivelarono troppo severe. Fra gli ufficiali dodici uomini
furono riconosciuti colpevoli, e uno di loro sarà giustiziato.
Scrive Cavasanti nel suo memoriale: “lo traviamento di
alcuni pochi individui [del Corpo] non ha potuto oscurare
menomamente la sua riputazione; le taccie sono personali,
e spariscono al cospetto del nuovo lustro che tante azioni
distinte gli hanno acquistato”.
Nuova luce si getta in questi termini sulla lettera di encomio
di Carlo Felice, quasi una replica al sentire di Cavasanti di cui
il sovrano addirittura riecheggia le parole: “La condotta di
pochi traviati non può menomamente oscurare l’onore del
Corpo intiero”.
27
Una tappa importante nella
stabilizzazione del Corpo e
quindi della sua organizzazione è
rappresentato dal Regolamento
del 1822.
È un vero e proprio riordinamento
della materia che fa seguito alle
numerose e disarticolate norme
precedenti. Le novità riguardavano:
• L’Istituzione degli Allievi Carabinieri
• L’estensione alla Sardegna delle
divisioni di Carabinieri
• Un più stretto controllo dell’ordine
interno e della disciplina
Stele in largo Marconi a Torino.
Generale, Colonnello Giovanni Maria
Cavasanti e contribuì ad accrescere
l’identificazione fra Carabinieri e
Restaurazione. Il “corpo eletto” non
uscì tuttavia indenne dai moti, poiché
anche tra i carabinieri numerosi
furono i tentennamenti e le adesioni
agli ideali liberali, seppur prontamente
puniti con sanzioni, prepensionamenti
e in taluni casi con la pena di morte.
L’Arma usciva tuttavia rafforzata
dall’esperienza dei moti sancendo
un’indissolubile legame con la
monarchia e dimostrandosi garanzia
di legalità restaurata per il sovrano.
L’11 marzo 1821, davanti alla Chiesa di
San Salvario, scoppiarono i moti carbonari
guidati da Annibale Santorre di Santarosa,
Ministro della Guerra di
Carlo Alberto. In questo
luogo, oggi, è collocata
una stele commemorativa
dell’accaduto. Al vertice
dell’obelisco vi è una stella a
cinque punte, simbolo della
Massoneria.
La società segreta svolse
infatti, anche a Torino,
un ruolo importante
nel Risorgimento: molti
federati e carbonari,
promotori dei moti del
‘21, provenivano dai
suoi ranghi.
i
CARABINIERI
del
RE
Il Regolamento del 1822
1822, 16 ottobre
Regolamento generale del corpo dei Carabinieri
Reali approvato da S.M. il 16 ottobre 1822,
Torino, tipografia di Chirio e Mina, stampatori
dell’Ispezione generale del Corpo dei Carabinieri
Reali, 1822.
Biblioteca Reale di Torino, coll. L 25.37
«Il Corpo de’ Carabinieri Reali è una fonte
istituita per invigilare sulla pubblica sicurezza,
per assicurare nell’interno dello Stato ed in
campo presso le Regie Armate, la conservazione
dell’ordine, e la esecuzione delle leggi.
Una vigilanza attiva, non interrotta, e repressiva
costituisce l’essenza del suo servizio» (Parte Prima,
Capitolo I - Dell’istituzione dei Carabinieri Reali).
Il Regolamento generale emanato da Carlo
Felice nel 1822 costituirà la base di tutti i
regolamenti successivi. Si tratta di un volume
di oltre 200 pagine, con una serie di allegati, in
cui viene disciplinato ogni aspetto del Corpo:
l’organizzazione, il personale, le relazioni con le
autorità, i dettagli di servizio, l’ordine interno,
la disciplina, ecc. I principi duraturi previsti dal
regolamento prescrivevano che i carabinieri
dovessero essere in servizio almeno in due (fatta
eccezione la trasmissione di dispacci urgenti),
dovessero sempre considerarsi in servizio, in ogni
circostanza e a ogni ora, e dovessero mantenere
un contegno distinto, dignitoso, fermo e urbano,
ma nello stesso tempo umano e imparziale.
Il giuramento al re
Con questo solenne impegno morale il carabiniere assumeva un duplice vincolo, verso
il Sovrano e verso Dio. Secondo l'ideologia della Restaurazione, l'unione di trono e
altare era fondamentale per la conservazione dell'ordine sociale. Il giuramento veniva
prestato infatti in chiesa in presenza del vescovo o di un ecclesiastico incaricato.
Il Regolamento del 1822 dedicava inoltre un intero capitolo ai doveri religiosi: senza i
principi della morale cattolica non possono esservi onestà e valore e chi non professa la
fede cristiana non può aspirare alla stima pubblica e del re.
La fedeltà e lo spirito di sacrificio erano esclusivamente rivolti al sovrano e all'ordine restaurato, in accordo con le finalità anti-eversive del nuovo corpo. Solo nel 1848 e dopo
la concessione dello Statuto albertino la formula verrà modificata, rispecchiando il cambiamento sotto il nuovo regime costituzionale. La nuova formula reciterà: "Io giuro di essere fedele a S.S. R. M. [ Sua Sacra Real Maestà] ed ai suoi Reali predecessori, di osservare
lealmente lo Statuto, le leggi dello Stato e di adempiere a tutti li doveri che sono inerenti
alla mia qualità di militare col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria".
La Tabella della Paghe
L'ordinamento del Corpo dei Carabinieri e le relative paghe, stabiliti con
la "Determinazione Sovrana" del 9 novembre 1816, vennero modificati
proprio con il nuovo Regolamento del 1822.
Oltre a richiedere una rigorosa obbedienza ai militari, il Regolamento
disponeva anche una Tabella delle Paghe che teneva conto sia dei gradi
dei carabinieri sia delle razioni di foraggio, distinguendo inoltre tra
fanteria e cavalleria.
Il grado più basso era quello di Allievo, istituito per la prima volta proprio
nel 1822, e l’addestramento che ad essi veniva imposto era indispensabile
per preparare le reclute e verificarne l’affidabilità etica e politica.
L'uniforme
Fra i molti capitoli di cui è composto, il Regolamento prevedeva inoltre una
descrizione puntigliosa dell’uniforme dei Carabinieri, per la cavalleria e la
fanteria. Erano previste tre tenute: da parata, dei giorni festivi e ordinaria.
L’uniforme contemplava ancora in alcuni piccoli dettagli lo stile adottato
sotto il dominio napoleonico, ma ben evidenziava l’immagine nuova del
militare sabaudo. Bottoni bianchi, asole in argento, ricami e pennacchi,
panni rossi e turchini servivano per meglio identificare il Carabiniere.
Vengono inoltre elencati gli armamenti, gli arredi e gli accessori per la cura
del cavallo.
29
i
CARABINIERI
del
Carlo F elice
RE
1821 - 1831
La politica dei
riconoscimenti
Le gratifiche
La concessione di gratifiche a militari meritevoli o che si sono
distinti in particolari situazioni di pericolo rientravano in una
ben precisa politica degli incentivi che rappresentava un
chiaro investimento da parte della casa reale per garantirsi la
fedeltà delle forze dell’ordine. I Registri delle Relazioni a Sua
Maestà riportano numerosi casi di gratifiche, e l’immagine
che ne scaturisce è quella di un monarca generoso, attento
ai suoi figliuoli, quasi fosse un pater familias. Vengono così
elargiti premi per gli arresti di sediziosi, per i salvataggi di vite
umane e per lo zelo dimostrato “Riconoscendosi sempre utili sifatti incoraggiamenti dell’Arma de’ Carabinieri Reali che
ognora si rende sempre più interessante, il Primo Segretario
di Stato per gli affari Interni ne riferisce a V. M. raccomandando alla sovrana magnificenza la zelante ed utile azione del
Carabiniere…”.
Il nuovo corpo tardò però a generare consensi tra la popolazione e i carabinieri furono spesso vittime di insolenze,
aggressioni o insulti. I ripetuti attacchi subiti dai
carabinieri in Lomellina evidenziano l’effettiva fragilità del consenso ricevuto: lentezze
burocratiche, diffidenza e scarso accoglimento
accompagneranno i primi anni di vita dell’Arma.
Tra il 1815 e il 1822 per ben sei volte a Palestro
scoppiarono rivolte contro i carabinieri costringendo il Ministero degli Interni all’invio di
un distaccamento di truppa stabile a spese
del comune.
Il salvataggio di una donna
1822, 8 marzo
Relazione per la gratificazione di 120 lire a favore del
carabiniere Tonello per il salvataggio di una donna in
pericolo di annegamento, volume manoscritto cartaceo.
ASTo, Corte Alta Polizia, Gabinetto di Polizia, mazzo
346, p. 686
«…osa di proporre alla Sovrana Munificienza […] che
spera voglia degnarsi di accordare alla bella azione del
Carabiniere Tonello […] una gratificazione straordinaria
di Lire Centoventi […] ciò che servirà senza dubbio a
maggior stimolo pel Pregio e pubblico Vantaggio».
Il Primo Segretario di Stato per gli Affari Interni propone
al sovrano di accordare al carabiniere Tonello, di servizio
a Sainte-Marie-de-Cuines (Savoia), una ricompenza di
120 lire, da trarsi dai fondi di Polizia, per aver tratto in
salvo, il 27 febbraio 1822, una certa Margarita Vachet,
sopraffatta dall’impeto delle acque del fiume Arc che
stava tentando di guadare.
Il carabiniere Tonello della Stazione di La Chambre,
di passaggio vicino al fiume Arc, in servizio di
corrispondenza, «si slancia nelle acque e dopo lunghi
stenti giunge ad afferrar la donna e riesce di trarla in
sciutto semiviva incurante del pericolo». Questa vicenda,
insieme a molte altre esposte nei registri delle Relazioni
a sua Maestà, è volta a diffondere un’immagine
del Carabiniere zelante e onesto che vigila
costantemente sulla pubblica sicurezza mettendo
a repentaglio la sua propria esistenza per soccorrere
deboli e sventurati.
1822, 27 settembre
Memoria del reclamo del Colonnello dei
Carabinieri per conservare la gratificazione
di «£ 50 per ogni fuggitivo dalla Galera
arrestato» (lettera, 2 gennaio 1822).
ASTo, Corte, Segreteria di Stato per gli Affari
Interni del Regno di Sardegna, Alta Polizia,
Relazioni a Sua Maestà, vol. 346
Il Colonnello reclama una maggiorazione
di pagamento per l’arresto di un evaso
dalle carceri. Il compenso di lire 50 era stato
indicato nelle Regie Patenti del 15 ottobre
1816, ma in quelle del 17 novembre 1821
esso risulta ridotto a sole 10. Il militare invia
pertanto una lettera del Ministero di Guerra
specificando che tale variazione fu un errore
del copista.
1822 , 15 Aprile
ASTo, Corte, Segreteria di Stato per gli Affari Interni
del Regno di Sardegna, Alta Polizia, Relazioni a Sua
Maestà, vol. 346, n° registro 40, n° protocollo 977
«Per spedizione di un distaccamento di truppe in
Palestro a carico di quel Comune per rimanervi
finché saranno scoperti ed arrestati li colpevoli di
rivolta ai Carabinieri Reali».
L’8 aprile del 1822 i Carabinieri Reali della Stazione
di Robbio furono attaccati, offesi e malmenati da
una turba di giovinastri in prossimità di Palestro.
Non vi furono feriti, ma il Governatore di Novara,
nel riferire l’accaduto, espresse preoccupazione
per la situazione venutasi a creare negli anni in
Lomellina e richiese misure di rigore nei confronti
degli spiriti torbidi di quel Comune. Risulta evidente
che l’immagine del nuovo militare, nei primi anni
incerti della Restaurazione, non generasse i consensi
desiderati dagli ideatori e nei territori di nuova
acquisizione, come la Lomellina, più refrattari al
dominio piemontese, e venisse accolta con generale
diffidenza.
31
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
La riorganizzazione del 1832
Le Riforme
di Carlo Alberto
Il nuovo re Carlo Alberto, educato nella Parigi
napoleonica, vicino in gioventù ai patrioti romantici, era
rimasto profondamente deluso dalle società segrete in
occasione dei moti rivoluzionari del 1821 e sembrava
essersi definitivamente allontanato dal liberalismo. Il suo
ideale era una monarchia assoluta, ma non dispotica,
fortemente religiosa e nazionale, e avversa all’Austria.
Nei primi mesi del suo regno fu la componente
reazionaria a prevalere e la repressione delle attività
cospiratrici fu durissima: essa culminerà nel 1833 con
spietate reazioni poliziesche contro ufficiali e borghesi
che avevano aderito agli ideali mazziniani.
Già a partire dall’anno di insediamento si colgono però
piccoli gesti anticipatori della politica riformatrice che
viene attuata a partire dalla seconda metà degli anni
Trenta.
Nacquero infatti la Commissione per la preparazione
dei codici (presieduta da Giuseppe Barbaroux che
preparò i Codici albertini), la Commissione superiore
di statistica, i Congressi e i Consigli provinciali, si diede
impulso all’istruzione primaria e videro la luce importanti
istituzioni. Nel 1832 venne inoltre aperta la Reale Galleria
di quadri, primo nucleo della futura Galleria sabauda,
ospitata in Palazzo Madama e diretta Roberto Tapparelli
d’Azeglio, e nacque la Giunta per le Antichità e Belle Arti;
l’anno successivo fu fondata la Regia Deputazione sopra
gli studi di Storia Patria.
Carlo Alberto istituì inoltre la Biblioteca, situata all’interno
di Palazzo Reale, per raccogliere primariamente opere di
storia degli Stati sabaudi e su argomenti di storia militare,
di numismatica e araldica. La crescita del patrimonio
comportò la sua sistemazione negli attuali ambienti della
residenza reale, allestiti e progettati dall’architetto di
corte Pelagio Palagi. Nel 1839 il sovrano acquisì nuove
collezioni di eccezionale valore tra cui i disegni di grandi
maestri italiani e stranieri dal XIV al XVIII secolo e tredici
fogli autografi di Leonardo da Vinci.
Si è dunque di fronte ad una prima, intensa attività
riformatrice tesa allo svecchiamento delle strutture.
Dopo il colera del 1835, che fece numerose vittime, si
ebbe una svolta nel clima sociale e politico: si incominciò a
dar impulso alla beneficenza, all’assistenza e cautamente
anche all’istruzione popolare. Sull’onda di questa
temperie progressista, Carlo Alberto cominciò a varare
riforme amministrative, economiche e sociali.
Importantissima fu inoltre la politica economica avviata
da Carlo Alberto, orientata sempre più, come nel
resto dell’Europa, verso il libero scambio. Gli indicatori
quantitativi per l’età carloalbertina mostrano una crescita
spettacolare della popolazione, degli scambi e della
produzione industriale. Essa fu particolarmente visibile
nella capitale e questo rinnovamento economico fece
emergere anche numerosi problemi come la condizione
degli operai nelle fabbriche.
In questo quadro si inserisce anche il riordinamento del
Corpo dei Carabinieri avviato con le Regie Patenti del
9 febbraio 1832.
I provvedimenti emanati da Carlo Alberto interessarono anche l’esercito,
che era stato sostanzialmente trascurato durante la reggenza di Carlo Felice nonostante la pubblicazione del Regolamento del ’22. Il riordinamento
del Corpo lascia intravedere però profonde lacune organizzative: l’esercito
carloalbertino è ancora strutturato per una guerra difensiva e poco adatto
invece ad un’azione offensiva sul campo.
Nelle Regie Patenti del 1822 si stabiliva che il numero di effettivo dei Carabinieri dovesse raggiungere le 3100 unità, ma dalla relazione di Matteo
Agnès des Geneys del 31 luglio 1827 si apprende che le unità effettive sono
solamente 2166. Carlo Alberto nella riorganizzazione del 1832 (che si compone di numerosi provvedimenti) decise di contenere la forza complessiva
a 2054, sancendo l’eliminazione di alcune cariche intermedie e la riduzione
delle paghe annuali ai carabinieri semplici ma non agli ufficiali.
Questa riduzione del numero dei militari, dovuta soprattutto ad un ridimensionamento delle spese dello Stato, portò inoltre al ritiro dei Carabinieri dalla Sardegna e alla soppressione delle divisioni di Cagliari e Sassari.
In sostituzione venne creato il Corpo dei Cavalleggeri e per ritardi burocratici nel passaggio delle consegne le due truppe coesistettero per circa un
anno e mezzo.
Tale austerità e attenzione alle spese è però in contrasto con la politica dei
riconoscimenti, da Carlo Alberto rinnovata negli anni successivi, come si
può constatare nella vicenda Scapaccino.
Variabili sensibili vennero
apportate anche all’uniforme: è in questo periodo che
compare la caratteristica
striscia rossa sul pantalone.
1832, 23 dicembre
ASTo, Riunite, Riordinamento del
corpo CC. RR. - 23 dicembre 1832.
Regia Segreteria di guerra e marina,
Gabinetto, Decreti Reali
Il provvedimento per il riordinamento
del Corpo dei Carabinieri Reali. Nelle
prime righe si ribadisce con forza il
concetto di ridimensionamento delle
unità e il restringimento alla sola
“terraferma” delle Divisioni, che si
concretizzerà nella soppressione delle
divisioni della Sardegna.
1832, 23 dicembre
ASTo, Riunite, Riordinamento del corpo CC. RR. - 23 dicembre 1832. Regia
Segreteria di guerra e marina, Gabinetto, Decreti Reali
Questa tabella, richiamata nell’art. 1 e allegata al provvedimento di riordino
del Corpo dei Carabinieri Reali, definisce il numero di unità e suddivisioni
dell’organico dell’Arma. Un provvedimento quindi volto, fra le altre cose
espresse dal Decreto, a “restringere il servizio del Corpo de’ Carabinieri
Reali”. Esso inoltre descrive l’organizzazione gerarchica anche in rapporto ai
gradi dell’Armata.
La firma è quella del “Reggente il Ministero di Guerra e Marina”, Carlo
Giuseppe San Martino d’Agliè.
33
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
Pagina a fianco:
Il riordinamento del Corpo
dei Carabinieri:1832
1844, Firenze
«Carta moderna degli stati sardi di terraferma», in Atlante geografico degli Stati
Italiani delineato sopra le migliori e più moderne mappe per servire di corredo alla
corografia fisica storica e statistica dell’Italia di Attilio Zuccagni-Orlandini. Incisione
acquerellata di Vincenzo Stanghi e Giacinto Maina su disegno di G. Pozzi.
Archivio Storico della Città di Torino, Collezione cartografica, 142.
Il Regno di Sardegna comprendeva i territori delle attuali regioni italiane Piemonte,
Valle d’Aosta, Liguria e Sardegna, una piccola parte della Lombardia (Voghera), e la
Contea di Nizza e il Ducato di Savoia, oggi francesi, qui raffigurati con le suddivisioni
amministrative. Le informazioni più complete sulla popolazione del Regno sardo
sono quelle pubblicate nel 1839 dalla Regia Commissione Superiore di Statistica, e
riferibili all’anno precedente.
Si rileva inoltre che la popolazione generale del Regno era nel detto anno di
4.650.368 individui: 4.125.755 negli Stati di Terraferma, cioè i possedimenti sabaudi
sul continente, e 524.633 nell’isola di Sardegna.
Sulla cartina (pag. 34) sono state evidenziate con un copricapo storico dei Carabinieri
le Compagnie indicate nella Tabella sottostante.
1832, 23 dicembre
ASTo, Riunite, Riordinamento del
corpo CC. RR. del 23 dicembre 1832,
Regia Segreteria di guerra e marina,
Gabinetto, Decreti Reali, registro 5,
pag. 679 e seguenti, manoscritto.
Dalla tabella emerge con chiarezza
il disegno di Carlo Alberto di
ridimensionare l’organigramma
dell’Arma: venne ridisegnata la
geografia delle divisioni militari
degli Stati di Terraferma cercando
di contenere la forza complessiva
dei Carabinieri distribuiti nel regno.
Vennero escluse le divisioni sarde,
istituite nel 1822 con Carlo Felice,
e in alcune zone vennero ridotte
sensibilmente le stazioni. La tabella,
citata nell’articolo 2 del decreto del
1832, riporta con estrema chiarezza i
territori coperti dall’attività dell’Arma e
le rispettive ripartizioni in compagnie,
luogotenenze e stazioni e inoltre ci
racconta indirettamente l’estensione
dello Stato nel 1832.
35
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
L’arresto di Melloni:
“un carbonaro dei Capi”
1832, 15 aprile, Genova
Documenti riguardanti il “sospettato” avvocato
Enrico Melloni, documento cartaceo manoscritto.
ASTo, Corte, Alta Polizia, Gabinetto di Polizia, mazzo
143 (fascicolo Melloni)
L’Arma
veglia attenta
Nelle missive confidenziali tra la Direzione di
Polizia Generale e il primo Segretario di Stato per
gli Affari Interni Antonio Maria Francesco di Paola
Bartolomeo Tonduti conte de l’Escarène compaiono
numerosi riferimenti ai sospettati di carbonarismo.
Tra questi, in particolare, un certo Enrico Melloni di
Parma arrestato a Novi il 14 aprile 1832.
L’anno seguente, in una Relazione confidenziale a
sua Maestà conservata nell’archivio del Corpo dei
Carabinieri Reali depositato presso la Biblioteca
Reale di Torino, apprendiamo che il carbonaro è
ancora attentamente sorvegliato dall’Arma.
I moti mazziniani
I moti di iniziativa mazziniana presero
l’avvio dal Piemonte tra il 1833 e il
1834, con una rete estesa a vari centri
nell’obiettivo di farli insorgere contro il
Re, passando dal pensiero all’azione.
Nella capitale l’attività cospirativa della
Giovine Italia si presentava però debole
e con resistenze dovute anche ad un
preesistente tessuto cospirativo, essendo
la città uno dei centri della massoneria.
Mazzini organizzò e finanziò una nuova
spedizione militare che, comandata
dal generale Gerolamo Ramorino,
prevedeva l’invasione della Savoia
In questa relazione confidenziale si dà notizia
dell’arresto di Enrico Melloni, avvenuto la
mattina del 14 aprile alle 3, nella città di Novi.
Nella perquisizione che venne ordinata furono
rinvenute nove lettere sigillate, tre delle quali non
lasciavano dubbio ch’egli appartenesse alla setta
rivoluzionaria. Vennero inoltre ordinate perquisizioni
nelle case dell’avvocato Vincenzo Gozo, assente, e
dell’avvocato Carlo Mazzarotti.
Il “sospettato” Enrico Melloni
1832, 14 aprile, Genova
Documenti riguardanti il “sospettato” avvocato Enrico Melloni,
documento cartaceo manoscritto.
ASTo, Corte, Alta Polizia, Gabinetto di Polizia, mazzo 143
(fascicolo Melloni)
«I nemici dell’ordine sono però avviliti più che mai, basterebbe
che si usassero loro meno riguardi per persuaderli che non sono
temuti e forse desisterebbero dalle loro imprese. La mia biografia
su essi (se così è lecito chiamarla) fornirà alla circostanza il mezzo
di porre in opera quelle misure
preservative che il governo credesse
di adottare. So che una di quelle
stampe di catechismo o istruzione
combinata con un’insurrezione della
agli Italiani ha circolato nelle mani
Marina militare a Genova sotto il
di qualche giovinotto e fu pure
assicurato ch’era sortita dalle mani
comando di Giuseppe Garibaldi.
di un uffiziale».
Dopo una serie di ritardi, la spedizione
venne finalmente decisa per il mese di
febbraio del 1834, ma fallì sul nascere:
resosi conto delle scarsissime speranze
di riuscita, Ramorino diede l’ordine
di ritirarsi. Garibaldi si imbarcò per
Marsiglia e venne qui a sapere della
sua condanna a morte in contumacia.
Tuttavia, una colonna di fuoriusciti
proseguì l’azione puntando sulla Savoia.
Nel rapporto confidenziale si
rende nota la circolazione di una
“istruzione agli Italiani”, stampata
in Marsiglia. Negli stessi giorni
erano giunti a Genova il figlio del
marchese Coccapani, il Melloni,
Pietro Imperatori d’Intra, Giuseppe
Finelli di Milano, la cui presenza
in città «eccitò la straordinaria
sorveglianza» dei Carabinieri.
Si susseguirono perquisizioni e
pedinamenti che svelarono incontri
clandestini a casa del marchese.
Rilasciati ma “segretamente sorvegliati”
1832, 21 aprile, Genova
Documenti riguardanti il “sospettato” avvocato
Enrico Melloni, documento cartaceo manoscritto.
ASTo, Corte, Alta Polizia, Gabinetto di Polizia, mazzo
143 (fascicolo Melloni)
Pietro Beretta, Carlo Massarolli, Vincenzo Gozo
e Enrico Melloni, già detenuto «per delazione di
lettere influenti a delitti politici», vennero convocati
in caserma e severamente ammoniti in seguito
all’intercettazione del carteggio con il signor Cesare
Cabella di Piacenza. Dinanzi alle minacce di arresto,
promisero di conservare in avvenire la più «illibata
condotta». Il Melloni decise di partire lo stesso giorno
per Parma. Al termine della lettera viene ribadita la
volontà di continuare la sorveglianza.
Enrico Melloni
1833, 8-25 marzo
Relazione confidenziale a Sua Maestà.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri (18321848), Relazioni confidenziali
«Un tal Melloni Enrico, parmiggiano, uomo pericoloso
in materia politica, e già per tale stato arrestato in
aprile dello scorso 1832, ritornò testé in Genova,
proveniente da Pisa, ed ivi si trova tuttavia.
L’Arma veglia attenta su’ suoi andamenti».
37
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
Alessandro Soffietti,
sfuggito ai Carabinieri
A seguito dei moti del ’21, l'attività di sorveglianza
politica, svolta con agenti regolari e informatori prezzolati, si era affinata e controllava studenti, personale
dell’università, pubblici funzionari, teatri e tipografi,
annotando discorsi e perquisendo abitazioni. A queste
funzioni si conformò il nuovo corpo dei Carabinieri.
Seguiamo quindi le relazioni dei Carabinieri che cercano di arrestare l’avvocato Alessandro Soffietti – ma invano; lui è già scappato – le lettere che ci raccontano il
suo esilio, e l’immagine che emerge con forza dalla carte, quella della madre: Paola Gianotti, vedova Soffietti.
Lo sguardo dei Carabinieri è piuttosto acuto più sulla
madre che sul figlio che è fuggito, e la relazione riservata al Re compilata dal Comandante Richeri del 17
novembre 1833 è degna di un piccolo romanzo e crea
un contrappunto fra il tempo storico con le sue periodizzazioni e le singole vite che lo hanno direttamente
vissuto. Attraverso di loro si percepiscono la complessità della storia e le sue contraddizioni. E così l’avvocato
Soffietti, che dopo anni di esilio rinnega i suoi pensieri
liberali per chiedere la grazia al Re e tornare in patria,
facendo sembrare lontanissimi gli anni in cui assiste in
Svizzera al Guglielmo Tell di Rossini e avverte attraverso la musica l’anelito della libertà contro l’aristocrazia
e il Re – una tematica toccata da Giuseppe Mazzini
nel suo saggio Filosofia della musica del 1836, che
attribuirà alla musica un ruolo sociale e civile – e ci
restituisce un’immagine del teatro d’opera come vero
specchio della società ottocentesca.
Sistemi di valori a confronto, quindi, quelli del governo
del Re, quelli del Corpo dei Carabinieri, quelli dei perso-
naggi coinvolti. Punti prospettici che attraverso i documenti ci restituiscono il gusto di conoscere nuovamente
taluni periodi della nostra storia.
Alessandro Soffietti era stato condannato poiché era
stato visto da alcuni passanti ingiuriare e sputare addosso a dei Padri Gesuiti vicino ai portici di Palazzo di
Città in contrada Doragrossa. I Carabinieri Reali, per ordine del Primo Segretario di Stato per gli Affari Interni,
vennero incaricati di tradurre Soffietti nelle carceri di
Saluzzo, ma quando si recarono presso l’abitazione del
condannato sita a Torino, al primo piano della casa Gavona, porta n° 12, «contrada delli Due Buoi», scoprirono che il giovane avvocato aveva già lasciato la capitale
per raggiungere Genova.
Costretto a viaggiare tra Francia e Svizzera mantenne
sempre i contatti con l’Italia, soprattutto con la madre,
che si era dimostrata abilissima nello smistamento di
lettere e nell’intrattenere rapporti stretti con notabili
torinesi. Per questi motivi venne posta sotto sorveglianza dai Carabinieri Reali, e si trovò a fingere anche un
mancamento durante una perquisizione in casa.
La vedova Soffietti era stata segnalata come latrice di
corrispondenze in materia politica ed aveva viaggiato
tra Lione e Ginevra senza subire controlli prima di varcare la frontiera poiché viaggiava con il corriere.
Nel 1845 Soffietti si trovava a Lione e inviò a Carlo
Alberto una supplica per poter rientrare in Piemonte.
Il 19 marzo 1846 la pratica venne definitivamente chiusa e l’Ispettorato Generale di Polizia concesse al fuoruscito di rientrare definitivamente in patria.
“Che canaglia”
Un arresto mancato
1833, 19 giugno, Torino
Documenti riguardanti il “sospettato” avvocato
Alessandro Soffietti, documento cartaceo
manoscritto.
ASTo, Corte, Alta polizia, Gabinetto di Polizia,
mazzo 230 (fascicolo Soffietti)
1833, 27 giugno, Torino
ASTo, Corte, Alta Polizia, Gabinetto, Atti distinti
per divisione, Torino, cart. 2, n° 365 dal 1846,
mazzo 230, fasc. 5 (1833-1846)
Lettera d’accompagnamento della relazione
dell’Ufficio del Vicariato e Sovra-Intendenza
Generale di Politica e Polizia al Primo Segretario
di Stato degli Interni in merito alla notizia
raccolta da testimoni oculari che il giovane
avvocato torinese Alessandro Soffietti, in
compagnia dell’amico Ilario Roggero, si era rivolto
ingiuriosamente a dei Padri Gesuiti incontrati
per strada, «gridando loro dietro ad alta voce e
ripetutamente Che canaglia e fece l’atto di sputtar
loro indosso; il Roggero vi prese parte ridendo
sguajatamente dell’entusiasmo del Soffietti».
Lettera dei Carabinieri Reali di Torino al Generale
Maggiore Primo Segretario di Stato per gli Affari
Interni relativa alla conferma dell'arresto di
Alessandro Soffietti.
Il Comandante Cravetta della Compagnia di
Torino, avendo ricevuto conferma del mancato
arresto dell'avvocato Alessandro Soffietti, si
ritrova nella condizione di non poterlo condurre
alle carceri di Saluzzo. Chiede dunque al Vicariato
di dare al più presto conferma dell'avvenuto
arresto.
39
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
Vedova intrigantissima
1834, 17 novembre, Genova
Relazione confidenziale a Sua Maestà sui
movimenti della signora Paola Gianotti,
vedova Soffietti, madre dell’esule
Alessandro, rifugiato a Ginevra come Giuseppe Mazzini, documeto
cartaceo manoscritto.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri (1832-1848), Relazione
confidenziale del 17 novembre 1833
Non tornerò
più in Italia
1834, 26 gennaio, Ginevra
Documenti riguardanti il “sospettato” avvocato Alessandro Soffietti,
documento cartaceo manoscritto.
ASTo, Corte, Alta polizia, Gabinetto di Polizia, mazzo 230 (fascicolo
Soffietti)
«Sono inalterabilmente deciso di non più ritornare in Italia per grazia
di Carlo Alberto, né lui dominante od alcun altro al mondo che s’innalzi
al di sopra del popolo d’un sol pollice. Dichiaro di più che: la mia divisa
in un coll’immensa maggiorità della gioventù italiana è Eguaglianza,
Libertà, Umanità applicata alla nostra patria, l’Italia, che vogliamo Unita
ed Indipendente. Affermo inoltre che per i suddetti principii ho sempre cospirato;
che essi mi impedirono di ottenere ogni qualunque impiego regio; che pei suddetti
mi trovo lungi dalla patria la quale in qualunque parte del mondo mi trovi sarà
sempre in cima de’ miei pensieri; ad essa pospongo Vita, Salute, Ricchezze ed Onore
e se per qualunque accidente ritornassi in patria, dominante un Re, raddoppierei
di forze per abbatterlo; e forse il patibolo mi attenderebbe o la palla soldatesca
[…]. Non voglio credere che tu veda raramente gli amici, atteso il Carnevale,
giacché ti conosco e so che mentre i nostri fratelli gemono in galera ed in carcere
su tutta la superficie d’Italia è impossibile non dirò già di frequentare lo spettacolo
che ciò ravviva gli abbattuti spiriti, ma di darsi a quei baccanali degni solo dei Re
e degli aristocratici. Ti scrivo coll’anima ancora inebbriata della divina musica del
Guglielmo Tell rappresentato ieri sera e che mi scosse talmente sia pel soggetto
veramente popolare e patriottico come pei numeri maestosi del gran Rossini che mi
fu impossibile di chiudere occhio tutta la notte. Il solito amore di tutte le opere entra
quasi per nulla in questa ma tutta versa sulla liberazione dell’Elvezia dagli artigli
dell’Austria».
Lettera dell’avvocato Alessandro Soffietti alla madre, nella quale, dalla Svizzera, le
esprime i propri sentimenti politici e patriottici.
«Dalle informazioni fatte assumere sul conto e sulle relazioni della
signora vedova Soffietti, di cui è oggetto nella precedente relazione,
risulta essere la medesima intrigantissima, e di avere effettivamente
molte aderenze colle persone conosciute per essere animate da
sentimenti liberali. Essa dimostra una continua inquietudine, va
tuttodì girovagando, sorte da una casa, e rientra nell’altra, e direbbesi
che cerca così di deludere la sorveglianza che si è verso di lei stabilita.
Ella è assai opulente, ed ama di figurare, essendo piuttosto vanatella.
Tiene molti amici ed aderenti in ogni ceto di persone, tra le quali
frequenta più assiduamente l’architetto Allegro, l’avvocato Miaglia
(liberalissimi); certo signor Armegna ricevitore del regio Lotto nella
contrada delle Fragole; il già negoziante Falletti ora commesso nelli
Uffici delli Incendi ed il signor Ferrero impiegato nelle regie gabelle.
Quest’ultimo possiede una vigna sulla collina di Torino, ove nella
bella stagione soleva la vedova Soffietti recarsi. Costei tiene poi
molte relazioni con lo spedizioniere Misterletti, suo cognato, per di
cui mezzo si creda spedisca e riceva la sua corrispondenza col figlio in
Ginevra. Nel seguito di siffatte risultanze si è disposto che si tengano
di vista tutte le sucitate persone, e si è d’ogni cosa informata la Regia
Segreteria di Stato per gli Affari Interni.
Il comandante la luogotenenza di Saint Julien con sua lettera del
9 andante riferisce che nella precedente settimana, sul cantone di
Ginevra, ed a poca distanza da quella città si fecero varie riunioni
patriotiche con molto concorso di partiggiani d’ogni nazione; e fra
le altre si cita più specialmente quella tenutasi in Chiene in casa del
medico Jacquier, ove intervennero i più caldi repubblicani tra i quali
i compilatori dei diabolici giornali “Le Precurseur de Lyon et l’Europe
Centrale”. A Laney, la casa dell’avvocato Chaumontel è divenuta una
continua seduta. Costui, famoso egoista e nemico giurato di ogni
governo, travaglia senza posa a far proseliti rivoluzionari, anche nella
classe degli oziosi e vagabondi, purché possa trarne profitto.
Mazzini era aspettato a Ginevra, ove già trovasi da alcuni giorni S. E.
l’ambasciatore di Russia, il quale è intenzionato di farne minutamente
esplorare gli andamenti. Soffietti continua ad andare e venire da
Ginevra a Lione, e sempre con nuovi ceffi di sua sfera.
In questi giorni ha fatto gran rumore in Svizzera e si è fatto un grande
smercio a favore della Giovine Italia, d’una stampa rappresentante La
libertà che fa il giro d’Europa, della quale se ne fece acquisto d’una
copia dal preffato comandante di luogotenenza che si rassegna
qui unita. Li rivoluzionari che sono in Isvizzera pare siano pure de
lui persuasi di non poter presentemente riuscire nel loro intento,
ma prosieguono ciò nondimeno a darsi del moto per tenere in
apprensione i governi e risvegliati li di loro aderenti.
Il maggior Generale dei Carabinieri Reali Richeri».
Il 13 novembre lo stesso Richeri aveva già informato il Primo
Segretario di Stato per gli affari interni sulle relazioni della vedova
Soffietti (cfr. Archivio di Stato di Torino, Corte, Alta Polizia, Gabinetto,
Atti distinti per divisione, Torino, cart. 2, n° 365 dal 1846, mazzo 230,
fasc. 5, aa. 1833-1846).
Tornare
dall’esilio
1845, 1 settembre, Lione
Documenti riguardanti il “sospettato” avvocato
Alessandro Soffietti, documento cartaceo manoscritto.
ASTo, Corte, Alta polizia, Gabinetto di Polizia, mazzo 230
(fascicolo Soffietti)
«L’infelice mia madre, aggravata dai mali inseparabili
dalla vecchiaja e quasi cieca, abbisogna del mio ajuto e
della mia presenza, fattasi più che mai necessaria per por
fine ad alcune liti cui essa soccombe da più anni, e dar
sesto definitivo agli intralciati affari di famiglia».
Supplica di Alessandro Soffietti a Carlo Alberto al
fine di rientrare in Piemonte, poiché «la di lui salute
richiede pure alcun ristoro dell’aria natale, sola capace di
restituirgli le smarrite forze del corpo e implora il sovrano
colla massima riverenza ed inalterabile devozione».
41
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
Il carabiniere a cavallo
Giovanni Battista Scapaccino
Il progetto rivoluzionario di Mazzini proseguì nonostante
la ritirata imposta dal generale Gerolamo Ramorino e una
colonna di fuorusciti puntò sull’Alta Savoia, e in particolare sulla cittadina di Les Échelles, piccolo comune situato
sulla frontiera nella regione del Rhône-Alpes.
Qui avvenne l’episodio consacrato al massimo grado di
celebrità per simboleggiare lo spirito di sacrificio ed esaltare l’immagine dell’Arma: l’omicidio di Giovanni Battista
Scapaccino.
Il carabiniere, nativo di Incisa (comune in provincia di Asti,
che nel 1928 prese il nome di Incisa Scapaccino in ricordo
del militare ucciso, decaduta la denominazione risalente
al 1863 di Incisa Belbo), arruolatosi volontario il 13 dicembre 1822 nel Reggimento “Piemonte Reale Cavalleria”,
nel 1830 passò nel Corpo dei Carabinieri Reali e fu destinato alla Stazione di Les Échelles, in Savoia.
La sera del 3 febbraio 1834, sulla strada che da Chambéry
conduceva alla Stazione dei Carabinieri, si imbatté in un
drappello di fuoriusciti. Secondo la ricostruzione sabauda
poi diffusa, gli insorti intimarono al militare a cavallo di
riconoscere la bandiera tricolore, ma il carabiniere rifiutò
gridando “Viva il Re!” e venne immediatamente raggiunto da uno o più colpi di pistola, rimanendo vittima della
sua inviolabile fedeltà e del suo esemplare coraggio.
Il caso Scapaccino venne mitizzato non solo “dall’alto” ma
anche “dal basso”, passando prima attraverso i pronti riconoscimenti dell’Arma e del Re e poi della popolazione.
Il conferimento della prima Medaglia al valore dell’esercito (sabaudo prima, italiano poi) fu solo il primo tassello
della costruzione di una immagine mitografica di Scapaccino come simbolo della fedeltà dell’Arma. Il momento
della morte del carabiniere venne immortalato dal pittore
Michele Bisi e successivamente, su committenza di Carlo
Alberto, da un quadro di Francesco Gonin distribuito in riproduzioni litografiche in tutte le stazioni dei carabinieri.
Giovanni Battista Scapaccino
La “Gazzetta Piemontese” del 1834
“Gazzetta Piemontese”, 4 febbraio 1834
Biblioteca Reale di Torino
La Gazzetta Piemontese, giornale ufficiale del Regno di
Sardegna, aveva tiratura quasi quotidiana ed era letta
da una ristrettissima élite. Il giornale fu rifondato dalla
dinastia sabauda dopo la chiusura in epoca napoleonica.
L’articolo riporta la notizia del piano ordito da alcune
centinaia di fuoriusciti italiani, rinforzati da elementi
polacchi e francesi, di fare incursione in Savoia, da tempo
studiato e preparato da Mazzini e dai suoi compagni.
Tali informazioni circolavano già da alcuni giorni tra
Losanna, Ginevra e la Savoia e il Governo si stava
premunendo per respingere l’insurrezione preannunciata.
1834-1843
Michele Bisi, Nel Carabiniere Scappaccini la fede giurata al
Re e alla sua milizia poté più che l’amor della vita; chi l’uccise
ne consacrò il nome all’immortalità, in “Disegni di autori
piemontesi ed esteri 1834-1843”, tavola 36.
Biblioteca Reale di Torino, coll. Varia 217
L’opera ritrae l’agguato al carabiniere Scapaccino prima del
suo tragico epilogo. Le Alpi innevate sullo sfondo servono ad
ambientare la scena, rigidamente divisa in due zone: a sinistra
i rivoltosi mazziniani armati di fucili e bandiera tricolore e a
destra il carabiniere, sceso da cavallo, con il braccio teso e la
mano alzata nel tipico atteggiamento di chi oppone un rifiuto.
La vicenda di Giovanni Battista Scapaccino, primo Carabiniere
a essere decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare (“Per
aver preferito di farsi uccidere dai fuorusciti, nelle mani di cui era
caduto, piuttosto che gridare viva la repubblica a cui volevano
costringerlo, gridando invece viva il Re - Ponte des Echelles”),
si inserisce nei moti mazziniani. La sera del 3 febbraio 1834, il
militare, imbattutosi negli insorti lungo la strada per Chambéry
al ritorno da una missione esplorativa, fu ignobilmente ucciso
per essersi rifiutato di riconoscere il tricolore come sua bandiera
e di rinnegare il giuramento di fedeltà al Re.
Michele Bisi (1788-1874), allievo e seguace di G. Longhi a Milano,
fu un pittore storico, paesaggista e ritrattista, ma soprattutto
incisore di riproduzioni di celebri opere d’arte (da maestri antichi
e contemporanei). I temi da lui trattati spaziarono dai soggetti
sacri ai paesaggi ai soggetti storici, tramite l’utilizzo di diverse
tecniche pittoriche (a olio, tempera, acquerello). Il suo nome
è ricordato per la Pinacoteca del Palazzo Reale delle Scienze
e delle Arti di Milano (Pinacoteca di Brera), pubblicata in tre
volumi con i nobili tipi della Stamperia Reale, per la quale incise
55 delle 248 tavole, dirigendo l’esecuzione delle restanti.
“Gazzetta Piemontese”,
6 febbraio 1834
Biblioteca Reale di Torino
L’articolo annuncia all’esiguo
ed elitario numero di lettori
la prima notizia ufficiale
della morte del carabiniere
Scappacini (le prime notizie
ancora frammentarie riportano
infatti una forma errata del
nome di Scapaccino), vilmente
assassinato. Nel trafiletto viene
inoltre descritta la spedizione
lealista partita da Le Pont-deBeauvoisin e data per certa
la notizia della morte di un
caporale della brigata
Savona, poi rivelatasi errata.
Due giorni dopo il giornale
riporta un’ulteriore notizia
tratta dal rapporto del tenente
colonnello Adriano D’Onnier.
43
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
Giovanni Battista Scapaccino, medaglia d’oro
al valore militare
Gli incagli
ecclesiastici
1834, 1 marzo
Documenti riguardanti il
carabiniere Giovanni Scapaccino,
documento cartaceo manoscritto.
ASTo, Corte, Alta Polizia, Gabinetto
di Polizia, mazzo 94, fascicolo 12
La relazione confidenziale che
venne inviata a Giuseppe Gabriele
Galateri di Genola da Vittorio
Garretti di Ferrere elenca in
dettaglio gli «incagli che nacquero
in questa circostanza per parte
dell’autorità ecclesiastica». Essendo
assente il parroco della chiesa
di San Giovanni Battista, Luigi
Bracco, si rivolse al vice parroco
con il quale «fu combinato il
cerimoniale della funzione fissata
per il 27». La sera stessa Garretti
chiese al curato di coinvolgere il
parroco dell’altra chiesa cittadina,
ma si accorse subito che «questa
proposizione non le andava a
genio». All’indomani seppe che
mancava il numero sufficiente
di preti per le celebrazioni dal
pulpito e mandò un espresso
all’arciprete di Neive, nipote del
parroco assente, ma le sue richieste
non vennero nuovamente prese in
considerazione.
Il 22 febbraio 1834 il governatore di Alessandria, il conte Giuseppe Gabriele Galateri di
Genola, venne incaricato di rendere esecutiva
la volontà regia di onorare la memoria del carabiniere reale a cavallo Giovanni Battista Scapaccino con una solenne cerimonia funebre.
La funzione prevedeva il conferimento della
Medaglia d’oro al valor militare concessa da
Carlo Alberto e di una pensione annua di lire
100 per la famiglia del defunto.
Accanto alle due relazioni ufficiali vi è quella
confidenziale, redatta lo stesso giorno, che
svela quale fosse il clima politico nel piccolo
comune di Incisa e nella fattispecie gli incagli
ecclesiastici nei confronti del Re e dell’Arma.
1834, 27 febbraio
Due copie di rapporto diretto al Governatore della Divisione di
Alessandria dal signor Tenente Colonnello del Primo Reggimento
della Brigata d'Aosta, document cartaceo manoscitto.
ASTo, Corte, Alta Polizia, Gabinetto di Polizia, Alessandria, 1834,
mazzo 94, cart. 1
Il governatore di Alessandria si fece rappresentare dal cavaliere
Vittorio Garretti di Ferrere, tenente colonnello del reggimento di
Aosta, che venne inviato a Incisa il 24 per seguire personalmente le
operazioni legate alla cerimonia funebre del carabiniere Scapaccino.
Giunto in paese, il Garretti convocò il sindaco e il giudice di
mandamento per decidere tempi e modalità delle esequie. Durante
la messa solenne di requiem in onore del carabiniere caduto venne
apposta al feretro la medaglia d’oro e Garretti di Ferrere dinanzi agli
astanti pronunciò le seguenti parole: «Ecco l'onorevole decorazione
che S.M. si è degnata di concedere alla memoria del bravo
carabiniere Scapaccino; l'azione eroica di questo valoroso soldato
onora la sua famiglia, onora il Corpo cui esso apparteneva, ed onora
il paese che gli diede la nascita, molti, ne sono certo, invidiano la
sua sorte, particolarmente noi Militari, ansiosi tutti d'incontrare
l'occasione di poter imitare un così bell'esempio di coraggio e
di fedeltà all'Ottimo Nostro Sovrano». La medaglia venne poi
consegnata alle sorelle, poiché il padre ed i fratelli erano assenti.
Allegata alla relazione, la "Nota" redatta dal sindaco Bertolini delle
famiglie bisognose del comune di Incisa, suddivise per parrocchie, in
cui sono nominate le tre sorelle del carabiniere e "l’avolo infermo";
ad essi vennero assegnate nel complesso 20 lire.
Le esequie
di Scapaccino
1834, 2 marzo
Documenti riguardanti il carabiniere Giovanni
Scapaccino, documento cartaceo manoscritto.
ASTo, Corte, Alta Polizia, Gabinetto di Polizia, mazzo
94, fascicolo 12
Trasmissione della copia del rapporto ricevuto sulle
esequie di Scapaccino ad Incisa da parte del conte
Giuseppe Gabriele Galateri di Genola al Primo
Segretario di Stato agli Interni. Il Governatore
propone che «a seguito piccol scandalo colà in tal
tempo avvenuto per parte di quel vice parroco»,
gli vengano comminati «quindici giorni di ritiro in
qualche seminario o convento».
1834, 24 marzo, Torino
ASTo, Corte, Alta Polizia,
Gabinetto di Polizia,
Alessandria, 1834, mazzo 94,
cart. 1
Il Promemoria della lettera
riporta: «Il parroco è nel
dicontro citato anonimo
segnalato come di pessimo carattere, scandaloso, brigante, liberale,
torbido, ipocrita, prepotente; ed il medico Petrini suo ospite e protetto
come liberale, scandaloso, irreligioso, immorale».
Lettera inviata al Governatore di Alessandria relativa a scritti ricevuti contro
il sacerdote Luigi Bracco, titolare della parrocchia di San Giovanni Battista
di Incisa e il medico Petrini di Castelnuovo Calcea in provincia d’Asti.
45
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
Biblioteca Reale:
l’Archivio
dei Carabinieri Reali
L’Archivio storico dei Carabinieri Reali di proprietà della Biblioteca Reale di Torino è un patrimonio unico e di grande importanza: ricchissimo di dati, rappresenta una fonte preziosa per
la storia del Corpo, per la storia politica, sociale ed economica del Regno di Sardegna, e, non in ultimo, per la storia della
criminologia italiana (senza dimenticare la complementare fonte archivistica conservata
nell’archivio del Re presso l’Archivio di Stato di Torino).
I documenti coprono un arco cronologico che va dal 1833 al 1847 e le notizie che vi sono
raccolte interessano tutte le regioni appartenenti al Regno: l’attuale Piemonte, la Liguria, la Valle d’Aosta, parte della Lombardia, parte della Francia (la Savoia) e, seppur in
misura minore, la Sardegna.
Dal punto di vista tipologico l’archivio è uniforme: è infatti interamente costituito da
fascicoli, per lo più rilegati, con relazioni presentate al Re dal comandante generale
dei Carabinieri Reali.
Le relazioni, che si dividono in ordinarie, riferite a fatti accaduti nell’arco di una settimana o poco più, e straordinarie, presentate occasionalmente e dedicate in genere a fatti
ritenuti di particolare rilevanza, testimoniano il radicamento del Corpo sul territorio e il
rapporto diretto che questo aveva con il Re all’epoca.
Le notizie raccolte nelle relazioni ordinarie sono di natura assai varia: la maggior parte
è riferita a reati (omicidi, furti, aggressioni a scopo di rapina, risse, incendi dolosi, truffe,
diserzioni) e all’attività di polizia svolta dai Carabinieri (indagini e arresti, perquisizioni,
sorveglianza e tutela di personaggi politici), ma vi sono anche segnalazioni di calamità
naturali (incendi casuali, alluvioni, valanghe e così via) e di fatti ritenuti comunque rilevanti (suicidi, ritrovamenti di bambini esposti, alterchi, spostamenti di navi nei porti liguri
e sardi ecc.).
Le relazioni straordinarie, che sono talora dedicate ad un unico accadimento, talora a
più fatti, riguardano molto spesso avvenimenti politici e bellici, ma sono anche riservate a
catastrofi naturali di particolare entità (con relativi interventi di salvataggio svolti dai Carabinieri Reali), a fatti ‘mondani’ interessanti relativi alla corte e a personaggi di spicco sia
locali sia stranieri in visita nel Regno e, talvolta, anche a fatti ‘ordinari’ omessi o dimenticati nelle relazioni settimanali. Laddove le relazioni ordinarie sono in media cinquanta per
anno, il numero di relazioni straordinarie e confidenziali varia molto da un anno all’altro:
si va dalle 68 attestate per il 1840, a sole 11 per il 1835, fino al caso del 1836, che è del
tutto privo di relazioni straordinarie; per questi anni non si può escludere che il materiale sia
andato in parte o del tutto perduto.
Insieme ad alcuni fascicoli si trova, infine, materiale allegato,
per lo più collegato ad uno dei fatti riferiti nella relazione: ad
esempio l’elenco delle persone danneggiate in un incendio che
è stato descritto nella relazione, o le copie di scritti diffamatori
della cui affissione si è parlato nel fascicolo.
All’interno delle due macro-tipologie di relazione le notizie erano organizzate in modo lievemente diverso a seconda delle circostanze, dell’epoca e delle abitudini del compilatore.
Per le relazioni ordinarie – denominate in genere, semplicemente, ‘Relazioni a S.M.’ – troviamo i diversi fatti talora numerati progressivamente ad iniziare da 1 per ogni fascicolo, talora
in una serie progressiva che include tutti gli accadimenti ‘ordinari’ dell’anno. Ad iniziare dalla metà del 1835 ogni relazione
ordinaria venne dotata di un ‘Transunto numerico’ dei fatti
(compendio numerico delle tipologie dei fatti accaduti), registrato nella prima pagina e organizzato tipologicamente. Inoltre, a metà del 1839 le relazioni ordinarie furono ulteriormente arricchite con l’introduzione di brevi regesti marginali che
sintetizzavano il contenuto del verbale indicando, per altro, quasi sempre il luogo nel quale
il fatto era accaduto e, di frequente, parte dei nomi delle persone coinvolte.
Per quanto attiene alle relazioni straordinarie, queste furono così denominate ad iniziare
dalla fine degli anni Trenta; in precedenza troviamo diverse definizioni, quali ad esempio
‘Rapporto confidenziale’ o ‘Notizie confidenziali’. Anche al loro interno le relazioni straordinarie rivelano una certa varietà: oltre alle ovvie difformità nella lunghezza dell’esposizione,
rileviamo infatti l’uso di dedicare relazioni straordinarie o confidenziali alternativamente ad
uno solo o a più fatti. Nel caso della registrazione di più fatti, questi erano talora numerati
progressivamente (ad iniziare da 1 per ogni relazione), talora semplicemente divisi gli uni
dagli altri da uno spazio bianco o per mezzo di una linea di inchiostro, ma non numerati. In
rarissimi casi compare anche per le relazioni straordinarie un regesto marginale.
Le relazioni presentate al Re erano di regola sottoscritte dal comandante generale dei Carabinieri Reali (carica istituita da Carlo Alberto nel 1832, in sostituzione dell’ispettore generale) e
nell’archivio troviamo, dunque, le firme di Luigi Maria Richeri di Montichieri, comandante
dal 1832 al 2 luglio 1835, e di Michele Taffini d’Acceglio (d’Aceglio nelle carte), comandante dal 1835 al 1847.
Esistono inoltre alcuni fascicoli datati all’epoca del Richeri sottoscritti
dal suo vice-comandante, Silvestro Lanzavecchia di Buri.
Fra gli allegati si notano, infine, alcuni
rapporti sottoscritti dal comandante di
compagnia Marcellino Cravetta di Villanovetta,
indirizzati al di Buri e da questi allegati alla
relazione da lui presentata al Re.
47
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
I Carabinieri
e il territorio
Negli anni Trenta del XIX secolo, sotto Carlo Alberto, si intensificò il rapporto tra i Carabinieri e il territorio da loro
sorvegliato e difeso. Si generò inoltre un rapporto più stretto tra il monarca e il corpo, costantemente aggiornato dalle
relazioni dei Rapporti ordinari e dalle Relazioni confidenziali. Queste ultime, dal contenuto molto sovente più
strettamente politico, informavano il re sulle turbolenze
politiche nel periodo tra il 1821 e il 1834.
Tale corrispondenza evidenzia lo zelo dei Carabinieri Reali
che vegliavano attenti su sospettati politici e avevano particolarmente a cuore il fragile ordine pubblico. Sorveglianza,
sicurezza, protezione e soccorso divennero parole chiave
per il corpo, sancendo un legame con il territorio caratterizzato da timore e rispetto.
Queste relazioni hanno stretti legami con altre fonti documentarie e le arrichiscono con punti prospettici nuovi.
Mazzini avvistato in Svizzera
1833, 8 ottobre, Torino
Relazione confidenziale a Sua Maestà sugli
spostamenti di Giuseppe Mazzini.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri
(1832-1848), Relazione confidenziale
dell’8 ottobre 1833
Il vocabolario segreto dei Carbonari
«Il famoso Mazzini viaggia in Svizzera coll’Inglese
Scott sotto il nome di Roggini, o Orgini. Egli
si tiene in relazione coi Polonesi per mezzo
del Luogotenente Colonnello Antonini,
originario Italiano, rimasto in Pologna nel 1812.
Il Comandante Generale de’ Carabinieri Reali
Richeri».
Controllare i rivoluzionari e i personaggi
politicamente sospetti è parte preponderante
dell’attività dei Carabinieri Reali negli anni Trenta
del XIX secolo: fra i “sorvegliati speciali” spicca il
genovese Giuseppe Mazzini.
Mazzini traduce opere rivoluzionarie
1834, 22 agosto, Torino
Relazione confidenziale a Sua Maestà su un’opera
letteraria fatta tradurre da Giuseppe Mazzini.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri
(1832-1848), Relazione confidenziale
del 22 agosto 1834
«Il noto fuoriuscito Mazzini ha testé tradotta
in Italiano dal Francese l’opera rivoluzionaria
intitolata les Paroles d’un Croyant, stata
pubblicata in Lugano (Svizzera) e posta in Vendita
dalla Stamperia Ruggini. Si sono date energiche
disposizioni per impedire che sia introdotta
nei Regi Stati. Se ne umilia un esemplare.
Il Comandante Generale de’ Carabinieri Reali
Richeri».
Sebbene non si conservi più l’esemplare allegato
alla relazione presentata al Re, il comandante
generale Richeri di Montichieri era riuscito a
procurarsi una copia della traduzione fatta da
Mazzini de les Paroles d’un Croyant.
Opuscoli rivoluzionari
consegnati a un sacerdote
1833, 30 agosto, Torino
Relazione confidenziale a Sua Maestà relativa ad opuscoli
rivoluzionari con Nota de’ termini carbonari ad essa allegata.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri (1832-1848),
Relazione confidenziale del 30 agosto 1833
«Un sacerdote, della Spezia, che ebbe a far consegnare alcuni
opuscoli rivoluzionari, ricevuti in Confessione, come da mia
ultima umil relazione, ricevè nuovamente nel Tribunale di
Penitenza, li qui sotto calendati che fece rimettere nello stesso
modo a quell’Uff.le Comd.te l’Arma, e per via gerarchica,
furono, con apposito rapporto rimessi a S.E. il Sig.r Gov.re di
Genova.
Dessi sono
1° Appello agl’Italiani
2° Istruzioni segrete pei Corpi de’ Volontarj.
3° Insegnamento Popolare. Istruzione pel popolo Italiano.
4° Adresse des Italiens, a la Chambre des Deputés.
5° Discour de Général Lafayette à la Chambre des Députés.
6° Insegnamento popolare Giovane Italia.
7° Nota de’ termini di convenzione, di cui si servono i
rivoluzionarj per la loro corrispondenza.
Di questa Nota se ne umilia quivi Copia.
Il Comandante Generale de’ Carabinieri Reali Richeri».
Una serie di testi “proibiti” sono stati affidati in confessione
ad un sacerdote di La Spezia, il quale, come già fatto in
precedenza, li consegna alle autorità preposte. Fra questi
notiamo un vocabolario in codice utilizzato dai rivoluzionari,
che si conserva ancora in allegato alla relazione.
49
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
Felice di non essere Giuseppe
L’arresto di Vincenzo Gioberti
1834, 10 marzo, Torino
Relazione confidenziale a Sua Maestà sull’arresto
di un tal Felice Garibaldi.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri
(1832-1848), Relazione confidenziale
del 10 marzo 1834
1833, 27 maggio-3 giugno, Torino
Relazione confidenziale a Sua Maestà
sul liberalissimo Vincenzo Gioberti.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio
Carabinieri (1832-1848), Relazione
confidenziale del 30 maggio 1833
«In Toscana si è arrestato un sedicente Felice
Garibaldi, il quale dovea essere tradotto in questi
Regi Stati nella supposizione che sia il noto
ricercato Giuseppe Maria Garibaldi».
«Il 31 detto circa le ore 8 pomeridiane,
venne dai Carabinieri Reali arrestato
certo signor teologo Vincenzo
Gioberti dottore colleggiato di
Torino d’anni 30 circa, perché molto
e da lungo tempo sospetto di avere
raggiri criminosi in punto politico.
L’arrestato, dopo essere stato
trattenuto pochi minuti nell’ufficio
del comandante, dove, ha confessato
di essere sempre stato, d’essere e
che sarà sempre liberalissimo, venne
dai Carabinieri Reali stessi arrestanti,
accompagnati da un ajutante di
piazza, tradotto in questa cittadella.
Quindi il commissario di Polizia signor
Gay, assistito da due carabinieri Reali
d’uniforme, si recò nell’abitazione del
Gioberti sita in casa Massola contrada
delle orfane 4° piano, ad eseguire
una perquisizione ne’ suoi scritti.
Gli si rinvennero molte carte, ma di
nessun rilievo, e solo gli si rinvenne
tre lettere che fanno conoscere che
era in relazione coi fuggitivi avvocati
Scovazzi e Bertolino.
Questo teologo Gioberti Vincenzo è
quello stesso di cui ebbi a trattenere
V. S. Eccellenza con mia confidenziale
lettera delli 8 aprile prossimo
preterito n° 8 Relazione Confidenziale
in quell’epoca, già erami stato
indiziato siccome molto
sospetto in punto
politico.
Le indagini dei Carabinieri Reali sui ricercati
politici si concludono spesso con perquisizioni o
con arresti, talora effettuati anche al di fuori del
Regno. Non tutti i fermi, tuttavia, sono seguiti dai
processi giudiziari: non sono infatti rari gli scambi
di persone, così come accade nel caso di Felice
Garibaldi, che – nonostante le sue giuste proteste –
viene scambiato per il fratello Giuseppe.
Relazione
confidenziale
1834, 31 marzo, Torino
Relazione confidenziale a Sua Maestà sul riconoscimento di
Felice Garibaldi e sull’attività cospirativa del fratello Giuseppe.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri (1832-1848),
Relazione confidenziale del 31 marzo 1834
«Dalle risultanze del Processo instruttosi per la Trama
Rivoluzionaria ch’erasi ordita in Genova, li principali gravami
cadono sul ditenuto Mondini Edoardo, compagno del fuggiasco
Garibaldi, sui marinai Parodi Lucio e Delorso Giuseppe, stati
arrestati nella sera delli 4 febbraio con le lanterne sospette.
Su tutti e tre coincidono le testimonianze dell’oste della
Colomba, e del gerente il Caffè di Londra, i quali li viddero
praticare e raccogliersi insieme col Garibaldi nella giornata
del 4 febbraio. Il Felice Garibaldi stato tradotto in Genova
dalla Toscana, si è riconosciuto essere il fratello del sucitato
Giuseppe Garibaldi, il quale come sedutore dei sergenti, e di
alcuni individui del volgo figura nel Processo, essere il principale
Emissario rivoluzionario di detta Trama. L’Anzidetto Felice
Garibaldi, sebbene non abbia contro di se i carichi dell’Emissario
fratello, si ritiene tuttavia come atto a fornire un elemento di
rischiarimento sulla massa del Processo.
Il Comandante Generale de’ Carabinieri Reali Richeri».
Gli accertamenti del caso consentono di riconosce che il Garibaldi
arrestato in Toscana all’inizio del mese non è il ricercato
Giuseppe, bensì il fratello Felice. Seppur non coinvolto nelle
trame politiche, Felice può comunque essere un utile testimone
nei processi che si svolgono contro i rivoluzionari.
Torino il 3 giugno 1833
Il Comandante la
Compagnia Cravetta».
51
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
1836
Carabinieri Ufficiale e Trombetta, BRT, Militaria 188,
tavola 9
Francesco Gonin (1808-1889) è stato un importante pittore e
incisore italiano, molto attivo a Torino e nell’Italia settentrionale. Fu tra i primi autori a sperimentare la litografia e realizzò numerosi ritratti di personaggi illustri e paesaggi. Divenne famoso per le mirabili illustrazioni de I Promessi Sposi
(nell’edizione del 1840), su scelta personale di Alessandro
Manzoni, e delle poesie di Carlo Porta. In seguito si dedicò
anche all’affresco (per esempio per la sala da ballo di Palazzo
Reale, insieme al Bellosio, e per alcune sale del castello di
Racconigi) e alla scenografia, divenendo anche scenografo
del Teatro Regio.
Nell’album sulle uniformi dell’esercito disegnate ad acquerello per il Re Carlo Alberto tra il 1836 e il 1838, Gonin ha
dedicato ben quattro tavole, sulle ventuno complessive, ai
Carabinieri, a testimonianza di come il Corpo dei Carabinieri avesse ormai assunto un’importanza molto significativa
all’interno del Regno, anche nell’immaginario collettivo.
1836
Carabinieri a Piedi, BRT, Militaria 188, tavola 7
La scena dipinta da Gonin descrive un momento della vita di
tutti i giorni in una caserma dei Carabinieri. Una pattuglia a
cavallo esce dall’atrio di un palazzo (forse per una normale
giornata di servizio o forse per una particolare missione),
un militare consegna una busta a un altro carabiniere e una
guardia sorveglia l’ingresso. Altri due carabinieri sono ritratti
in atteggiamento più informale mentre dialogano: il primo,
in piedi, indossa un abito da fatica (giubba blu su pantaloni
bianchi con copricapo “alla polacca”), mentre il secondo,
seduto, è un allievo carabiniere, come indica la sigla AC sul
fermaglio della bandoliera.
s.d.
Carabinieri in campagna, BRT, Militaria 188, tavola 8
Questa illustrazione estremamente realistica descrive un
episodio dell’attività quotidiana dei Carabinieri, mentre
sorprendono due malfattori all’interno di un casolare, forse
impegnati a dividersi le monete del bottino visibili sul terreno
o forse a giocare d’azzardo. L’immagine tratteggiata da
Gonin è un vero e proprio corpo a corpo, durante il quale
due carabinieri, uno armato di una carabina con la baionetta
innestata e un altro con la sciabola sguainata, hanno la meglio
sui briganti. L’autore utilizza un gioco di chiaroscuri, creati
sapientemente dalla presenza del fuoco acceso, per mettere in
risalto la scena centrale, mentre sullo sfondo si possono notare
altri militari e una persona, vittima o complice, che scappa nella
loro direzione. Un ulteriore contrasto è creato dalla differenza
nell’aspetto dei contendenti: eleganti e composti i militari,
nonostante la drammaticità dell’azione; laceri e sporchi i
malviventi, presto sopraffatti dai tutori dell’ordine.
I Carabinieri sono ritratti davanti all’ingresso di una
caserma di Torino, probabilmente la caserma di piazza
Carlo Emanuele II, meglio conosciuta dai torinesi come
piazza Carlina, prima sede dell’Arma istituita con le Regie
Patenti da Vittorio Emanuele I nel 1814, “per assicurare il
buon ordine e la tranquillità”, e successivamente intitolata
al capitano Chiaffredo Bergia (1840-1892), per il valore
dimostrato durante la lotta contro il brigantaggio.
Tra i militari raffigurati spicca la figura di un trombettiere:
la presenza dei trombettieri era già prevista nei
progetti preliminari alla fondazione del Corpo (con
otto “trombetti” nelle piante organiche), ma la loro
posizione negli schieramenti di battaglia e nelle parate
fu regolamentata definitivamente soltanto nel 1820,
con l’Istruzione provvisoria elementare per i carabinieri,
preparata e resa esecutiva dal colonnello Comandante del
Corpo, Alessandro di Saluzzo di Menusiglio. I trombettieri
costituirono il nucleo originario dei musicanti da cui,
attraverso vari riordinamenti, si giunse alla creazione
della Fanfara e infine della Banda musicale dell’Arma
dei Carabinieri, attiva ancora oggi e conosciuta in tutto il
mondo.
1836
Carabinieri a cavallo, BRT, Militaria 188, tavola 10
Durante il passaggio di una carrozza reale (di cui non
conosceremo mai i passeggeri), i Carabinieri presidiano
come misura di sicurezza una via laterale e sorvegliano
il transito della stessa. La regolamentazione del Corpo
del 1822 prescriveva tre tipi di tenuta, da indossare in
base alle diverse circostanze: una tenuta da parata (per
le festività solenni, le scorte al Re e alla famiglia reale e i
servizi d’onore, prerogative che spettavano di diritto ai
Carabinieri, secondi soltanto alle Guardie del Corpo di Sua
Maestà), una tenuta dei giorni festivi (per la domenica, le
feste patronali e le altre feste non solenni), e una tenuta
ordinaria (per il servizio di tutti gli altri giorni).
53
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
Spiriti e fantasmi ad Antignano
1840, 3 febbraio, Torino
Relazione confidenziale a Sua Maestà sull’arresto di Vincenzo e Francesca
coniugi Rubino e Perosino Vincenzo, per fattucchierie.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri (1832-1848), Relazione
confidenziale del 3 febbraio 1840
«N. 155 Arresto di Vincenzo e Francesca coniugi Rubino e Perosino Vincenzo,
per fattucchierie.
La catastrofe a Verrès del 1840
1840, 9 novembre, Torino
Relazione straordinaria a Sua Maestà sulla catastrofe
provocata dalle forti piogge a Verrès.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri (18321848), Relazione confidenziale del 9 novembre 1840
La “Gazzetta
Piemontese”
del 1840
“Gazzetta Piemontese”,
9 novembre 1840
Biblioteca Reale di Torino
La Gazzetta Piemontese, giornale
ufficiale del Regno di Sardegna,
aveva tiratura quasi quotidiana ed
era letta da una ristrettissima élite.
Il giornale fu rifondato dalla dinastia
sabauda dopo la chiusura in epoca
napoleonica.
L’articolo del 9 novembre 1840
riporta la notizia presentata lo stesso
giorno anche a sua Maestà in una
“Relazione straordinaria” relativa
ai disastri provocati dalle piogge
torrenziali a Verrès in Valle d’Aosta,
a dimostrazione del fatto che la
circolazione di notizie nel regno era
in quegli anni estremamente efficace
e puntuale.
È interessante notare il diverso
taglio della notizia: uno di carattere
giornalistico, l’altro di carattere
ufficiale e rivolto ad un sovrano.
«Stamane si sono ricevuti da Verrès più precisi
ragguagli sulla catastrofe colà avvenuta in
conseguenza delle dirotte pioggie. I lavori per
dissotterrare i cadaveri rimasti sotto la rovina delle
case vennero ricominciati, ed i cadaveri trovatisi
erano quattordici. Radunatosi il 5 andante il doppio
Consiglio, presieduto dal Vice Intendente di Aosta, si
fece il calcolo dei morti, e si riconobbe che mancavano
alla popolazione n° 63 persone: i forestieri poi colà
di passaggio, di ritorno dalla fiera di Aosta, e rimasti
uccisi, vennero calcolati a dodici; così che il numero
delle persone perite in quella circostanza sarebbe di
settantacinque.
Per riguardo al grosso bestiame sembra che vi siano
periti cento capi, di cui settanta del paese, e trenta
di passaggio, alloggiati nell’albergo dello Scudo di
Francia. Le case diroccate si riconobbero finalmente in
numero di 25.
Siccome i lavori per isgombrare i rottami delle case,
e dissotterrare i rimanenti cadaveri, non potranno
essere terminati che fra un mese; così quel Generale
Comandante la Divisione, Monsignor Vescovo, il
Vice Intendente e l’Uffiziale dei Carabinieri Reali,
divisavano di partire il giorno 6, per tornare ad Aosta.
Quella stazione fu intanto incaricata di vegliare a
seconda del caso, tanto per riconoscere i cadaveri,
come per provvedere per gli oggetti che si troveranno
ond’essere consegnati agli eredi che legalmente
saranno riconosciuti dalla Podestà Giudiziaria.
La Comunale Amministrazione si è poi riservata di
spedire atto consulare a favore de’ Carabinieri Reali
di quella stazione, per la lodevole condotta tenuta in
quel frangente e di indicarvi il nome delle persone da
essi salvate.
Il Comandante Generale de’ Carabinieri Reali Taffini
d’Aceglio».
Il 16 gennaio prossimo preterito, si sparse voce che la cascina di m.r L’Eveche,
sita sulle fini di Antignano (Asti), fosse dominata dagli spiriti e fantasmi,
che pendente la notte facevano dei spaventevoli rumori e schiaffeggiavano
segnatamente tre giovanette, che nella stalla di essa cascina dormivano.
Non fu fattibile al Brigadiere Comandante la stazione di S. Damiano, né al s.r
Parroco di Antignano, né al Commissario di Polizia d’Asti, che colà recaronsi,
di rilevare la causa dei supposti spiriti, che venivano anche in loro presenza
rinnovati, motivo per cui indusse il Maresciallo d’Alloggio a Cavallo Tonelli
3° Luigi, Comandante interinale la Luogotenenza d’Asti, d’ivi recarsi in
compagnia di due Carabinieri.
Colà giunto ordinò che tutte le persone della medesima uscissero, ed ivi
lasciar sole le giovani comunemente credute invase dal predetto spirito.
Difatti ebbe a riconoscere veri autori delle supposte
Il Comandante Generale de’ Carabinieri Reali Taffini d’Aceglio».
Ironie su Brofferio
Furto al Caffè Fiorio
1840, 9 marzo, Torino
Relazione a Sua Maestà su un biglietto anonimo
trovato affisso presso il Caffè Fiorio.
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri (18321848), Relazione confidenziale del 9 marzo 1840
1840, 9 marzo, Torino
Relazione a Sua Maestà su un furto al Caffè Fiorio ed arresto del ladro
Biblioteca Reale di Torino, Archivio Carabinieri (1832-1848), Relazione
confidenziale del 9 marzo 1840
«La mattina del 7, in vicinanza del Caffè Fiorio si
rinvenne affisso ad una colonna un biglietto scritto
nei seguenti termini = Dite, perché Brofferio è
dipinto col mantello, perché nasconde macchia sotto
quello.
Il Maggior Generale
Comandante dei Carabinieri Reali Taffini d’Aceglio».
«La notte del 1° al 2, un ladro, trovando la porta aperta, s’introdusse
nell’abitazione dell’esercente il Caffè Fiorio, ove prese le chiavi della
bottega, si introdusse in questa e vi rubò la somma di £ 1000 circa,
che trovavansi in uno scrigno.
Nella notte del 2 al 3 gli Arcieri del Vicariato arrestarono un certo
Appendini, riconosciutosene autore, a cui trovaronsi indosso sei pezze
da £ 100: il rimanente si trovò nascosto sotto il letto di sua casa.
Il Maggior Generale
Comandante dei Carabinieri Reali Taffini d’Aceglio».
55
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
La Prima Guerra
d’Indipendenza e Pastrengo
In seguito alle insurrezioni di Milano (18 marzo) e di Venezia (22 marzo), il 23 marzo 1848 il
re Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria ed attraversò il Ticino.
Ritiratosi l'esercito austriaco nel quadrilatero formato dalle fortezze di Peschiera, Mantova,
Legnano e Verona, i piemontesi posero l'assedio alla prima e superarono il Mincio.
Nel tentativo di tagliare le comunicazioni tra le fortezze austriache, il 29 aprile Carlo Alberto
ordinò un'offensiva sui colli a destra dell'Adige, poco a nord di Verona. Il giorno dopo (30
aprile), nei pressi di Pastrengo, una dozzina di carabinieri con compiti di scorta personale e
di avanguardia del re Carlo Alberto e del suo Stato Maggiore, si imbatterono nell'improvvisa azione di fuoco di una unità nemica. Temendo per l'incolumità del sovrano, il maggiore
Alessandro Negri di Sanfront guidò tre squadroni di Carabinieri (gli “Squadroni da Guerra”)
in una carica, che prese poi il nome di Carica di Pastrengo. La carica ruppe e mise in fuga l'unità nemica, mentre il resto dell'esercito conquistò le posizioni con il risultato di far ritirare
l'armata austriaca verso Verona. Questo primo, e casuale, successo non venne però sfruttato
da Carlo Alberto, che non approfittò della ritirata concentrandosi sull'assedio di Verona.
Per premiare l’eroismo dei tre squadroni, con Regio Decreto del 17 giugno 1909, la bandiera dei Carabinieri venne insignita della prima Medaglia d’argento al valor militare.
Guerra dell’Indipendenza
italiana, Campagne dell’esercito
piemontese nel 1848,
«Battaglia di Pastrengo»,
in “Campagnes de l’Armèe
Piemontaise 1848-1849”, tavola
4, disegno di Stanislao Grimaldi
del Poggetto, litografia
acquerellata a colori, s.d.
Biblioteca Reale di Torino,
coll. K 3.30
La litografia raffigura il
momento precedente la
Carica di Pastrengo. Carlo
Alberto, posto sulla sommità
di un colle, scruta con il
cannocchiale le truppe
schierate; l’autore rappresenta
la scena evidenziando il punto
d’osservazione sabaudo.
Il sovrano è circondato da
alcuni ufficiali a cavallo
mentre poco più lontano un
gruppo di carabinieri attende
ordini e osserva una mappa
del territorio. L’insieme
rappresentato è immagine
di ordine e tranquillità in
contrasto con il rumore e la
confusione generata dalla
battaglia che si scorge lontana,
sulla destra del disegno.
L’opera di Angelo Daniele,
realizzata qualche anno più
tardi, rappresenterà invece
una concitata mischia tra gli
schieramenti avversari.
Carlo Alberto a Pastrengo, 30 aprile 1848 (Guerrieri di Casa Savoia), disegno di Angelo Daniele,
litografia F.lli Doyen, Torino, 1857
Biblioteca Reale di Torino, coll. Z XVIII (38)
Considerando l’alto tasso di analfabetismo diffuso tra la popolazione, la litografia poteva divulgare
meglio dei libri determinati messaggi stereotipati.
La litografia, tratta da un disegno dell’artista sabaudo Angelo Daniele e stampata dalla Litografia
torinese dei fratelli Michele e Leonardo Doyen, datata 1857, si concentra sulla battaglia cruenta tra i
due eserciti, austriaco e sabaudo. I carabinieri in prima linea sono rappresentati in un intenso duello,
corpo a corpo, con armi alla mano e morti e feriti sul campo. Rispetto alla litografia di Stanislao
Grimaldi cambia totalmente il punto di vista dell’artista: la compostezza lascia spazio alla concitazione
e l’osservatore è posto ora al centro dell’azione e non più in una posizione lontana ed estranea ai fatti.
La didascalia posta sotto all’immagine è tuttavia fuorviante: il sovrano appare al riparo su di un colle,
circondato da dignitari di corte, quasi dominasse la battaglia senza tuttavia prendervi ancora parte.
57
i
CARABINIERI
del
Carlo Alberto
RE
1831 -1849
dimagra, e questa è la sorte che mi toccò da tre giorni e da tre notti in qua. […]»
1848
Gli Squadroni da
Guerra dal campo di
battaglia di Pastrengo
all’attacco di Peschiera
Taccuino del Capitano Luigi Incisa di Camerana, in
cui sono elencati i nomi di tutti i suoi sottoposti che
combatterono con lui nella Battaglia di Pastrengo.
Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri, Roma, Sala
Pastrengo
I tre Squadroni da Guerra dei Carabinieri che presero
parte alla campagna militare del 1848 erano comandati
nel loro insieme dal Maggiore Comandante Alessandro
Negri di Sanfront, e – rispettivamente - dai Capitani
Carlo Augusto Brunetta d’Usseaux, Luigi Incisa di
Camerana e Angelo Bernardino Morelli di Popolo.
La lettera del Capitano Morelli di Popolo, destinato nel marzo 1848 al comando del terzo dei tre Squadroni Carabinieri mobilitati nella Prima
Guerra d’Indipendenza, racconta con elegante ma commossa sobrietà la brillante vittoria di Pastrengo (30 aprile) che avrebbe spianato la strada
alla presa di Peschiera (30 maggio), accennando solamente alla travolgente carica dei Carabinieri (“li caricai col mio squadrone cacciandone
parte…”) che mise in rotta le truppe austriache decretando l’esito della battaglia.
Il Capitano preferisce soffermarsi sulle inquietudini (e i sacrifici alimentari!) dei giorni successivi, trascorsi occupando coi suoi uomini i paesi dai
quali il nemico si stava a poco a poco ritirando - Santa Giustina, Bussolengo e Pescantina - e dove Carlo Alberto si sarebbe acquartierato col
proprio Stato Maggiore (“cinque ore circa ci mantenemmo in quel paese da noi soli ed erano ne’ dintorni cinquemila circa li Austriaci che se ci
avessero attaccati con vigore neppur uno di noi sarebbe sopravvissuto”).
Lo stesso giorno in cui il Capitano narrò questi fatti alla moglie, il re segnalò nell’ordine del giorno dell’Esercito la coraggiosa e decisiva carica dei
tre Squadroni Carabinieri in servizio presso il suo Stato Maggiore.
L’attacco di
Peschiera
1848, 19 maggio, Somma
Campagna
Lettera del Capitano Morelli
di Popolo alla moglie
Luigia.Lettera del Capitano
Angelo Bernardo Morelli di
Popolo del 19 maggio 1848,
Museo Storico dell'Arma
dei Carabinieri, Roma, Sala
Pastrengo
«Cara Luigia,
ieri il mio squadrone fu
scortato a scortare il Re a
Peschiera che finalmente fu
Da Pastrengo verso Peschiera
1848, 2 maggio, Somma Campagna
Sebastiano De Albertis, La carica di Pastrengo, 1880, olio su tela, Museo Storico
dell'Arma dei Carabinieri, Roma, Sala Pastrengo.
Il pittore milanese, allievo dell’Accademia di Brera e giovane esponente della
Scapigliatura, partecipò ventenne alle Cinque Giornate di Milano e combatté
come volontario in tutte e tre le Guerre d’Indipendenza.
Gran parte della produzione pittorica del De Albertis s’intrecciò con le campagne
militari cui prese parte, riverberandone sulla tela i sentimenti e le emozioni. Dal
primo verismo della Scapigliatura l’artista passò progressivamente ad un realismo
di carattere impressionistico, maturato attraverso le tecniche del bozzetto e
dell’acquerello. Le scene di vita militare sono rievocate con passione, vivacità,
immediatezza e straordinaria dinamicità: nascono così i celebri dipinti ad olio
degli anni Ottanta e Novanta, caratterizzati dal tocco veloce, dalle impressioni
istantanee, dal senso inarrestabile del divenire.
Nel 1880, per dipingere La carica di Pastrengo, si consultò direttamente con il
Generale Angelo Bernardino Morelli di Popolo, che trentadue anni addietro,
con il grado di capitano, aveva comandato uno degli Squadroni da Guerra dei
Carabinieri protagonisti dell’evento bellico.
Di fronte alla tela, acquistata da Re Umberto I ed esposta alla Società Promotrice
delle Belle Arti di Torino, sfilarono ininterrottamente i reduci:
“I militari specialmente, che s'erano trovati in quella o a simili cariche, restavano lì
immobili, per ore, ad ammirare commossi, a ricordare" (“L’illustrazione italiana”).
L’impeto e il tumulto della celeberrima carica sono in epoca contemporanea
rievocati nell’ambito del Carosello Storico dell’Arma dei Carabinieri.
Lettera del Capitano Morelli di Popolo alla moglie Luigia.
Lettera del Capitano Angelo Bernardo Morelli di
Popolo del 2 maggio 1848, Museo Storico dell'Arma dei
Carabinieri, Roma, Sala Pastrengo
«[…] Ieri l’altro si ebbe uno scontro della ala sinistra
e della riserva coll’inimico sulle alture di Pastrengo,
e l’Austriaco fu battuto con perdita di molti de’
suoi sia uccisi che prigionieri de’ quali se ne contano
trecentosettanta compresi quattro Uffiziali. Fu desso
costretto ad abbandonare una posizione e lasciare al
suo destino cioè ad un perfettissimo blocco il forte di
Peschiera che un Corpo d’Armata di diecimila uomini
voleva mantenere in comunicazione con Verona.
Tal corpo come ti dissi completamente battuto fu
costretto a sbandarsi ritirandosi parte in Verona e
parte pelle valli del Tirolo, ed ebbi la fortuna di essere
spettatore di tale giornata dapprima quindi come attore
poiché li caricai col mio squadrone cacciandone parte
nelle mani dei cacciatori del reggimento Piemonte che
ne fé buon numero di prigioni. […]
La vita in campagna è faticosa ed è ciò che più mi spiace,
poiché il pericolo del campo s’affronta allegramente,
ma lo stare tre notti intiere senza quasi dormire per li
continui allarme, lo mantenersi tre giorni intieri con sola
insalata senz’olio e con sola polenta senza sale, senza
mai assaggiare pane o carne è cosa che infastidisce o
Continua nella pagina seguente
attaccata verso un’ora dopo mezzogiorno.
Per una di quelle piogge perseveranti e che a dispetto de’ migliori
mantelli si ficcano in poco tempo tra carne e pelle si partì verso le ore
undici e si giunse sul luogo all’ora su indicata; non appena il Re prendeva
posto scendendo da cavallo col suo seguito sopra uno de’ colli che
immediatamente dominano il forte a meriggio del medesimo quando
quattro colpi delle nostre batterie annunziarono alli Imperiali che si
apriva l’attacco; dopo un istante di aspettazione partirono dalla fortezza
tre colpi che immediatamente si succedevano, e questi ad intenzione di
salutare il Re mentre due si ficcavano ai piedi o meglio ai fianchi del colle
con gran fracasso di alberi rotti e schiantati, il terzo colpiva sulla sommità
ed il proiettile batteva il suolo a dieci passi a lato del Re e di rimbalzo si
gettava dietro di noi nella valle; questo colpo segnò il luogo dove stabilirsi
dovea il Re a godere dello spettacolo che si preparava dove la palla colpì
Un testimone oculare
1908, 3 settembre, Sandrà
Lettera di Alessandro Caliari al
Capitano Vittorio Gorini.
Lettera di Alessandro Caliari del
3 settembre 1908,
Museo Storico dell'Arma dei
Carabinieri, Roma, Sala Pastrengo
«Nel 1848 avevo soltanto 18 anni,
però essendo nativo di Sandrà,
distante quattro chilometri da
Pastrengo e per di più nel 1848
feci il vivandiere seguendo passo
passo le truppe, ricordo bene i
fatti e posso parlare con sicurezza
di Pastrengo perché si tratta quasi
del mio paese di nascita e tuttora
vi abito. Ricordo che ad un certo
punto della battaglia e cioè verso
le 2 dopo mezzogiorno, il risultato era incerto […]. Il Re aveva assistito al
combattimento stando alla Mirandola, poi discese sul Tione e si portò col
suo seguito sul monte Valena, di fronte alle “Bionde”.
Ad un dato momento una perlustrazione di pochi carabinieri a cavallo fu
esso andava a sedersi. […]
Se una buona breccia per cui possa darsi un assalto a quelle mura non si
apre dal nostro parco d’assedio, o se la fame, che già per quanto s’intese
da un disertore si fa là dentro sentire non lo costringe suo malgrado ad
arrendersi l’affare andrà ancora per le lunghe.
La razione del soldato si è di due pugni di granturco che si fa cuocere in
brodo di cavallo di cui una piccola porzione viene altresì dispensata ai
presidianti, e rimangono tredici cavalli soli di quaranta appartenenti ad
Usseri che si trovano nel forte allorché si vide bloccato, oltre a questi però
si hanno due buoi i quali si fanno giornalmente passeggiare sugli spalti.
[…]»
La lettera descrive minuziosamente gli esiti della prima giornata della
battaglia che avrebbe condotto alla presa di Peschiera del Garda, uno dei
quattro caposaldi del Quadrilatero difensivo asburgico.
Re Carlo Alberto aveva posto il figlio Ferdinando di Savoia al comando
della divisione che il 18 maggio 1848 aveva attaccato la fortezza
austriaca di Peschiera, già assediata da cinque giorni. I bombardamenti si
protrassero ininterrottamente per tre giorni, guadagnando le trincee che
avrebbero facilmente garantito il successo degli assalti finali.
Il Generale austriaco von Rath, descritto dal capitano Morelli di Popolo
nella sua lettera come un uomo anziano, indurito dalla lunga carriera
militare e leso nel fisico a causa di un ictus (“più poco perde colla vita e
gioca il suo resto con vantaggio”) rifiutò di arrendersi confidando invano
nel soccorso delle truppe di Radetzky. La fortezza di Peschiera cadde tre
giorni più tardi, il 30 maggio 1848.
Nel quadro delle battaglie della Prima Guerra d’Indipendenza, ai tre
Squadroni Carabinieri furono successivamente conferite due Medaglie
di bronzo al valor militare: “per essersi distinti nel fatto d’arme presso
Verona il 6 maggio 1848” e “per i fatti d’arme del 24, 25 e 27 luglio
1848 alle gole di Staffalo, sulle alture di Sommacampagna, ed il dì 4
agosto stesso anno fuori le porte di Milano e nell’incominciato assedio di
Peschiera”.
presa a fucilate da un plotone di tedeschi che si era imboscato presso la
strada sotto il monte Bionde.
I Carabinieri corsero indietro ad avvertire ed allora i tre squadroni ed
anche il Re si slanciarono alla carica su Pastrengo.
Al vedere quella massa di soldati in uniforme di parata a caricare ed
anche sua Maestà il Re che dava l’esempio, si propagò l’entusiasmo a
tutti. Le altre truppe di fanteria si slanciarono a baionetta in canna e
Pastrengo fu preso.»
Questa testimonianza scritta indirizzata al Capitano dei Carabinieri
Vittorio Gorini fu sollecitata al veterano della Seconda Guerra
d’Indipendenza dall’onorevole Luigi Montresor, di Bussolengo, che
l’anno precedente aveva pronunciato proprio a Pastrengo il discorso per
la propria candidatura alla Camera dei Deputati.
Nei ricordi dell’anziano, alimentati dai racconti dei conterranei (“questo
posso dire per la pura verità perché in gran parte vidi io ed in gran parte
lo sentii sempre ripetere da persone presenti al fatto”), l’audace carica
dei Carabinieri a Pastrengo aveva ormai assunto l’aura epica e trionfale
con cui divenne celebre nell’epopea risorgimentale.
L’anno successivo, con Regio Decreto del 17 luglio 1909, alla bandiera
dell’Arma venne conferita la prima Medaglia d’argento al valor militare
“per la gloriosa carica che con impeto irrefrenabile e rara intrepidezza
eseguirono i tre squadroni da guerra dei carabinieri reali decidendo
le sorti della battaglia in favore all’Esercito Sardo –
Pastrengo 30 aprile 1848”.
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i
CARABINIERI
del
RE
L’immagine
dei Carabinieri
1831
Corpo dei Carabinieri Reali, in “Uniformi delle
truppe di S.S.R.M. Re di Sardegna”, tavola 9,
acquerello di Pedrone, litografia a colori di
Demetrio Festa, Torino, 1831.
Biblioteca Reale di Torino, coll. N 94.25
1831
Corpo dei Carabinieri Reali, in “Uniformi delle truppe di
S.S.R.M. Re di Sardegna”, tavola 9, acquerello di Pedrone,
litografia a colori di Demetrio Festa, Torino, 1831.
Biblioteca Reale di Torino, coll. N 94.25
La litografia raffigura un carabiniere a cavallo in servizio in città, sotto lo sguardo della cittadinanza. La presenza dei militari
per le strade rispondeva appieno ai compiti civili di ordine pubblico e di controllo del territorio, assegnati ai Carabinieri
Reali fin dalla loro istituzione, insieme a quelli di polizia giudiziaria e ai compiti di difesa della patria e di polizia militare. Il
forte legame dell’Arma con il territorio nazionale è testimoniato dal numero delle stazioni dei Carabinieri, passate, dopo
duecento anni, dalle prime 113 alle successive 4590.
Demetrio Festa, figlio di Felice Festa, che introdusse a Torino l’arte litografica, seguì le orme del padre conducendo lo
stabilimento litografico di famiglia e affidandone la direzione a Michele Doyen. Fu autore soprattutto di litografie di vedute
torinesi.
Seppure firmato solo con il cognome, il disegno può essere attribuito a Lorenzo Pedrone, attivo a Torino nella prima metà
del XIX secolo: dotato di notevoli qualità artistiche, condusse una vita sregolata che lo condusse alla miseria e alla morte per
alcolismo. Il suo contributo fu significativo nella raffigurazione di soggetti militari dell’esercito sardo, disegnati a penna e a
matita litografica.
1844
Armata Sarda, in "Uniformi Antichi e
Moderni". Album dedicato a S.M.
il Re Carlo Alberto, Torino 1844
(Litografia Doyen).
Biblioteca Reale di Torino N. 106.18,
Tavola 5
61
i
CARABINIERI
del
RE
1863
Uniformi Militari Italiani, Torino
1863.
Biblioteca Reale di Torino N. 93.25,
Tavola 6
1880
Corazzieri, Guardie e Carabinieri Reali, in “L’Esercito
Italiano. Schizzi militari raccolti e disegnati da Quinto
Cenni”, tavola 2, litografia a colori di Quinto Cenni,
Milano, 1880.
Biblioteca Reale di Torino, coll. N 94.1
1853
Armata Sarda, in “Uniformi Militari dell’Armata Sarda”, tavola 5, disegno di Lorenzo
Pedrone, litografia F.lli Doyen, Torino, 1853.
Biblioteca Reale di Torino, coll. N 94.7
All’interno di una tavola raffigurante anche i Cavalleggeri dell’esercito sabaudo, sono
presenti, a sinistra, un carabiniere a piedi e un carabiniere a cavallo. Come facilmente
intuibile, il termine “carabiniere” deriva proprio dalla principale dotazione d’arma, ovvero
la carabina, anche qui raffigurata. Sin dal principio si trattò di un corpo militare speciale,
arruolato inizialmente tra i militari d’eccellenza dei reparti dell’esercito del Regno. Definiti
prima Arma dell’Esercito, i Carabinieri divennero poi “l’Arma” per antonomasia.
Michele Doyen (1809-1871), formatosi in Francia, suo paese di origine, e trasferitosi a Torino
nel 1829 per dirigere la litografia Festa, fu uno dei pionieri della stampa litografica e della
cromolitografia, affinandone tecniche e procedimenti. In seguito fondò la ditta Doyen e
C. e, con il fratello Leonardo, la Fratelli Doyen, che divennero tra i più importanti centri di
produzione dell’epoca risorgimentale, contribuendo in modo significativo alla diffusione
della cultura e dell’arte.
Da sinistra a destra sono raffigurati un Vicebrigadiere
a piedi, un Carabiniere a cavallo, un Ufficiale dei
Corazzieri (in tenuta estiva), un Corazziere, un Ufficiale
dei Carabinieri (in grande tenuta) e un ufficiale dei
Corazzieri (in gran tenuta).
La nascita dei Corazzieri sembra risalire al 1868, in
occasione del matrimonio tra Umberto di Savoia,
principe ereditario, e la principessa Margherita di SavoiaGenova. Il Re Vittorio Emanuele II decise di farli scortare
da un apposito squadrone di cavalleria composto dai
Carabinieri, come era avvenuto per il suo matrimonio
con la principessa Maria Adelaide di Lorena, durante il
quale la scorta indossava una speciale divisa costituita
anche da elmo e corazza. Dopo il matrimonio del figlio,
lo squadrone non fu sciolto, come avvenuto nel 1842,
ma restò attivo come guardia personale di scorta e
d’onore del sovrano.
Quinto Cenni (1845-1917) dedicò la sua attività artistica
soprattutto a scene e costumi militari di ogni epoca
e di ogni esercito del mondo, realizzando la maggior
parte delle sue opere ad acquerello. Fu illustratore
dell’“Emporio pittoresco” e de “L’Illustrazione italiana”.
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