DON FRANCESCO ZENNA “Voglio osservare il Santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo...” (dalle Costituzioni) Esercizi Spirituali 2009 DON FRANCESCO ZENNA “Voglio osservare il Santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo...” (dalle Costituzioni) Esercizi Spirituali 2009 ISTITUTO SECOLARE DEI MISSIONARI DELLA REGALITA’ DI CRISTO Esercizi Spirituali La Verna 22-29 agosto 2009 INDICE LA CONSACRAZIONE 7 I CONSIGLI EVANGELICI 21 LA POVERTA’ 41 L’OBBEDIENZA 55 LA CASTITA’ 73 PREFAZIONE Offriamo a tutti questo piccolo opuscolo che raccoglie le meditazioni di DON FRANCESCO ZENNA agli Esercizi Spirituali del 2009 a La Verna, in Italia, luogo in cui SAN FRANCESCO ricevette le stigmate. E’ un testo di meditazione da tenere unito alla n o s t r a R E G O L A D I V I TA – L E COSTITUZIONI quale aiuto per approfondire e vivere gli impegni liberamente assunti DAVANTI A D I O , a l l a C H I E S A , a l l a C O M U N I TÀ DELL’ISTITUTO. Il Presidente 6 1 MEDITAZIONE LA CONSACRAZIONE “Dio Onnipotente ed eterno, giusto e misericordioso, concedi a me misero di fare sempre, per grazia tua, quello che Tu vuoi e di volere sempre quello che a Te piace. Purifica l’anima mia, perché illuminato dallo Spirito Santo e acceso dal suo fuoco possa seguire l’esempio del Figlio tuo e Signore nostro Cristo Gesù. Donami di giungere, per tua sola grazia, a Te Altissimo e onnipotente Dio che vivi e regni nella gloria, in perfetta Trinità e in semplice unità, per i secoli eterni. Amen” (San Francesco) Mi è stato chiesto di incentrare le meditazioni sul Titolo IV delle Costituzioni “I nostri impegni”, dove si parla di consacrazione, di consigli evangelici, di povertà, castità, obbedienza. Saranno i titoli delle cinque meditazioni di questi giorni, che svilupperò in maniera molto semplice, senza la pretesa di fare dei trattati di teologia o di spiritualità, ma cercando, per quanto è possibile, di scoprire insieme con voi che cosa comporta per la nostra vita la chiamata che abbiamo ricevuto dal Signore. 7 La consacrazione N o i c o n o s c i a m o l ’e t i m o l o g i a d e l t e r m i n e consacrazione, che deriva da “consacrare”, cioè rendere sacro. Il sacro è ciò che appartiene a un ordine di cose riservato, inviolabile. E’ tutto ciò che merita rispetto ed esce dalla sfera del cosiddetto “profano”. “Sacro” in modo pieno e in modo prioritario si dice di Dio e si dice delle cose che hanno relazione con Dio. Allora la parola consacrazione designa un atto che unisce a Dio, mediante un legame talmente stretto da far sì che la persona in questione, che definiamo appunto “sacra”, sia riservata al Signore. E’ consacrato ciò che è riservato al Signore. Trattandosi nel nostro caso di una persona, la consacrazione comporta una scelta da parte di Dio che consacra a sé, che vuole riservare per sé una persona, ma nello stesso tempo anche una risposta da parte della libertà e della responsabilità che è propria di ogni uomo. Quindi l’incontro che rende sacra una persona, che la consacra, è la convergenza di due volontà: quella di Dio che prende l’iniziativa e quella dell’uomo che risponde donandosi. Non sto dicendo niente di straordinario, ma sto focalizzando dei concetti che ogni tanto abbiamo bisogno di riprendere, per capire la bellezza e la profondità di questa vocazione che abbiamo ricevuto. In verità è in forza del battesimo che noi siamo consacrati al Signore: la chiamata fondamentale, la chiamata essenziale è infatti quella del Battesimo; è per essa che Dio fa suo l ’uomo, per render lo, appunto, figlio nel Figlio, assimilandolo, trasformandolo pienamente in Lui. 8 La Chiesa stessa, in quanto l’insieme di coloro che, presi da Cristo, inseriti in Cristo, partecipano e vivono “della sua stessa vita, è tutta quanta un popolo che Dio consacra a sé” (Lumen Gentium, n° 9). La Chiesa è dunque una comunità di indole sacra. Però alcuni dei suoi membri sono chiamati a incarnare in modo specifico questo aspetto particolare della santità ecclesiale, fino al punto che per questi, che Dio chiama a una speciale consacrazione, avviene una nuova consacrazione. Q uindi pur fondandosi su quella battesimale, questa nuova consacrazione differisce essenzialmente da quella comune di tutti i fedeli (cfr Lumen Gentium, n°10). Il Concilio afferma che questa nuova consacrazione “ha le sue radici profonde nella consacrazione battesimale e ne è l’espressione perfetta” (PC, 5). Però è una nuova e speciale consacrazione. Restando ancora nell’insegnamento del Concilio: La vita consacrata è un arrendersi incondizionatamente all’Amore di Dio, è un donarsi totalmente a Lui, è un donarsi pienamente al suo servizio. E’ un arrendersi incondizionatamente all’Amore che Dio ha per noi. E’ un amore dentro il quale Dio ci chiama, ci coinvolge. E’ un donarci totalmente a Lui (cf r Lumen Gentium, n° 44). Questa consacrazione è innanzitutto amore di Dio, ricerca di Dio, incontro con Dio. E’ questo il suo movimento primo, assolutamente fondamentale, perché possa esserci, perché si possa parlare di consacrazione. Lo scopo di questa consacrazione è un impegno radicale di vivere per Lui, per Dio solo. È, come dice il Concilio, il servizio e l’onore di Dio, che muove chi accetta di lasciarsi consacrare a Lui, cioè di lasciarsi prendere in disparte da 9 Lui. L’obiettivo è la sua glorificazione, è il servizio e l’onore di Dio. Quindi il “proprium”, lo specifico del consacrato è questo: puntare su Dio e puntare su Dio direttamente. Tutti gli stati di vita consentono la scelta di Dio, domandano per essere vissuti evangelicamente che Dio s i a l ’o b i e t t i v o, i l p u n t o d i a r r i v o, a n c h e l a v i t a matrimoniale. Quella della speciale consacrazione è la scelta di “Dio solo”, è un puntare su di Lui direttamente, senza intermediari. E’ la sete di Dio che viene resa vita, che viene resa attività. Se c’è un Salmo che è tutto nostro è il Salmo 63: “Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, ha sete di Te l ’anima mia, desidera Te la mia carne; il tuo Amore vale più della vita”. La Liturgia ce lo fa cantare spesso questo salmo, ma noi con questo salmo dovremmo pregare tutti i giorni. Questo stato di vita è diventato per noi uno stato ufficiale, è uno stato ufficiale nella Chiesa, riconosciuto dalla Chiesa. La Chiesa lo ha ufficializzato attraverso il Rito della Professione; con il Rito della Professione la Chiesa lo unisce all’offerta di Cristo. E noi siamo veramente, di fronte alla Chiesa e di fronte al mondo, coloro che per “professione” cercano Dio, che puntano direttamente su di Lui senza intermediari. Questo, ritengo, sia il paradigma della nostra vita di consacrati: gente che punta su Dio, gente che si fida di Lui, gente a cui Dio basta, gente per cui la sua Parola diviene – come dice il Salmo – “lauto convito” . Mi preme sottolineare questa dimensione della piena, totale, totalizzante, stabile, indivisibile consacrazione a Dio. E’ impegno totale per Cr isto, radicalizza la 10 consacrazione battesimale, la conduce a pienezza mediante la professione dei consigli evangelici. E’ così anche per noi membri di Istituti Secolari. Lo affermava Paolo VI nel 1972 parlando ai Responsabili Generali in occasione del Congresso Mondiale: “La consacrazione indica l’intima e segreta struttura portante del vostro essere e del vostro agire. Qui è la vostra ricchezza profonda e nascosta, quella ricchezza che gli uomini in mezzo ai quali vivete non si sanno spiegare e spesso non possono neppure sospettare. La consacrazione battesimale è stata ulteriormente radicalizzata in seguito a una accresciuta esigenza di amore, suscitata in voi dallo Spirito Santo, non nella stessa forma dei religiosi, ma pur tuttavia tale da spingervi a un opzione fondamentale per la vita secondo le Beatitudini evangeliche”. Mi preme sottolineare questo perché quando, giustamente, si insiste sulla dimensione secolare della nostra vocazione, a volte rischiamo di perdere di vista che comunque la sorgente della vocazione è prima di tutto quella di puntare direttamente, in maniera totalizzante e definitiva sulla ricerca di Dio come il nostro bene più grande, il Bene assoluto. Fin dal I Congresso Mondiale del 1970, Paolo VI aveva detto: “La consacrazione di un membro di un Istituto Secolare lascia intatta la secolarità”. La consacrazione non toglie niente alla secolarità”. E nel 1976 precisava: “ Non solo non toglie il membro di Istituto Secolare dal mondo ma lo incorpora ad esso in modo nuovo, poiché i consigli evangelici non intralciano la laicità”. Non mi dilungo a richiamare e a chiarire questa d i m e n s i o n e s e c o l a re, p e rc h é è q u e l l a c h e c i s t a 11 particolarmente a cuore, ma mi dilungo piuttosto a sottolineare questa dimensione della consacrazione. Nell’economia del tema d questi Esercizi sottolineerò prevalentemente questa dimensione teologica e spirituale della consacrazione. Richiamo ancora un passaggio del pensiero di Paolo VI, passaggio che ricorda come la consacrazione resta un elemento costitutivo della stessa secolarità. Non si dà secolarità consacrata se non c’è in un membro di Istituto Secolare la presa sul serio della consacrazione come scelta di vita, come vocazione, come chiamata. “La vostra è una forma di consacrazione nuova e originale, suggerita dallo Spirito, per essere vissuta in mezzo alle realtà temporali e per immettere la forza dei Consigli Evangelici, dei valori divini ed eterni in mezzi ai valori umani e temporali” (Congresso CMIS, 1972). Ma è pur sempre consacrazione. Alla luce di queste considerazioni vi propongo un’icona biblica per la meditazione. La prima icona biblica che vi propongo è quella del Tabor, così come la racconta Matteo (17,1-5): “Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed 12 ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. “Sei giorni dopo …”. Vuol dire che l’esperienza del Tabor comincia sei giorni prima, quando Gesù detta le condizioni per una sequela radicale. Infatti il brano si collega chiaramente a quel momento con l’espressione “Sei giorni dopo”. Andiamo a riprendere quel testo: “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e m i segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà»” (Mt 16, 24-25). L’invito che Gesù rivolge a Pietro, Giacomo e Giovanni suona come una provocazione. Siete disposti a seguirmi a queste condizioni? Sei giorni dopo, non era ancora tramontato il ricordo di queste richieste radicali di Gesù che invita i tre discepoli a seguirlo sul monte. È come se chiedesse: siete pronti? Siete disposti? Accondiscendete? E poi il racconto si sviluppa attraverso elementi di grande spessore simbolico, proprio a richiamare questa provocazione. “Gesù prende con sé”. Si tratta di una vocazione, di una provocazione appunto. Ma prima ancora si tratta di una elezione da parte del Signore Gesù, perché la scelta è sua, è Lui il protagonista: “Non voi avete scelto m e , m a i o h o s c e l t o v o i ”. L a d i n a m i c a d e l l a 13 consacrazione è racchiusa in questo racconto con i suoi significati simbolici. “P rese con sé Piet ro, Giacomo e Gio vanni ”. L’elezione, la vocazione, non è generica, non è indistinta, indiscriminata, ma personale, cioè rivolta non al gruppo ma alle singole persone e nemmeno a tutte quelle che componevano il gruppo dei dodici. “Li condusse in disparte”. Non si tratta di una separazione ma si tratta di una specificità. La chiamata personale richiede uno spazio proprio per potersi esprimere e uno spazio adeguato per poter maturare: quello che viene chiesto a te riguarda te, riguarda la tua persona, riguarda la tua storia, ha a che fare con le coordinate spazio-temporali nelle quali vivi, ha a che fare con la realtà antropologic a di persona in situazione in cui tu ti trovi. Comunque ha a che fare con situazioni diverse da quelle degli altri. È proprio la prima domanda che noi potremmo farci per la riflessione: Dove mi ha raggiunto la chiamata del Signore? In quale situazione? In quale momento della mia vita? In quale dinamica della mia ricerca? “Li condusse su un alto monte”. Gli elementi simbolici qui sono fondamentalmente due: quando Gesù chiama coinvolge in una fatica: “salire su un monte” e poi “salire verso l’alto”. La fatica è indice di conquista. Ogni dono che viene da Dio ci raggiunge se noi lo accogliamo nella sua novità, nella sua imprevedibilità. E questa conquista avviene se ci disponiamo alla fatica, la fatica di uscire da noi stessi, di uscire dai nostri schemi, dalle nostre precomprensioni; la fatica di fidarci, perché è faticoso 14 fidarsi di chi ti chiama a cambiare, uscire fuori dalla tua situazione o comunque a leggere la tua situazione, quella in cui ci ha raggiunto la chiamata del Signore, con un occhio diverso, con una prospettiva diversa, quella appunto che porta “in alto, su un alto monte”. “L’alto” è appunto il luogo “altro” , cioè il luogo di Dio, non necessariamente un luogo fisico come si può ben capire, ma un luogo dove è possibile che avvenga l’incontro, un luogo sgombro da condizionamenti interiori ed esteriori. In tutte le culture religiose, in particolare nella cultura biblica il monte richiama l’idea di maggiore vicinanza a Dio, l’idea di intimità, l’idea di liberazione. “E lì fu trasfigurato davanti a loro”. Sottolineiamo innanzitutto che l’evento avviene per loro, quindi Gesù vuole rivelare loro qualcosa di sé, qualcosa di particolare, qualcosa di specifico. Che cosa? Che Gesù di Nazareth è il Figlio di Dio; e ancora che il Regno di Dio è già venuto. Queste sono le rivelazioni del Tabor. Due rivelazioni fondamentali per la vita consacrata: Gesù di Nazareth è il Figlio di Dio; il Figlio per rivelarsi ha assunto il nostro corpo, ha assunto la forma di servo, perché il nostro corpo e tutta la materia partecipasse in Lui alla forma di Dio. La Trasfigurazione ci anticipa questa partecipazione. In questa trasformazione, in questa metamorfosi non si parla, come negli antichi racconti, di un Dio che appare in forma umana, ma si parla di un uomo, Gesù di Nazareth, che assume la forma di Dio. In Lui anche noi, siamo per dono ciò che Dio è per natura, siamo partecipi della natura di Dio. 15 E’ interessante la lettura c he P ietro fa nella Seconda Lettera di questa icona del Tabor, di questo messaggio racchiuso nella Trasfigurazione di Gesù. La gloria e la potenza che si manifestano nella Trasfigurazione “ci ha donato i beni preziosi che erano stati promessi perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina”. La consacrazione ci rende partecipi della natura divina. Primo messaggio: Gesù di Nazareth è il Figlio di Dio e ci rende partecipi della sua stessa natura. Secondo messaggio: il Regno è già venuto; Gesù trasfigurato è la Verità di Dio manifestata all’uomo ed è la Verità di chi è l’uomo per Dio, partecipe della sua stessa vita. Il suo volto di Figlio che risplende in un volto di uomo è la luce della nostra vita, è la realtà verso cui noi camminiamo, in Lui noi gustiamo il Regno già venuto con potenza e grazia. Di questo noi siamo chiamati ad essere trasparenza, di questo Regno presente nel mondo. Ecco chi è il consacrato e quale è l’obiettivo della consacrazione. “Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. L’Esortazione Apostolica “Vita Consecrata” assume questa icona biblica all’inizio della p r i m a p a r t e, s o t t o l i n e a c o s ì u n a l t ro a s p e t t o importante della consacrazione: il fascino esercitato da Cristo su chi decide di lasciare tutto e di seguirlo. Per lasciare infatti tante realtà interessanti e positive è proprio necessario che Cristo si riveli come “il più bello”. Per decidersi a un progetto di vita tanto insolito come quello della vita consacrata c’è bisogno di una 16 rivelazione tutta particolare dell’unicità di Cristo, lui che con il suo splendore può offuscare ogni realtà, lui che con il suo straordinario fascino appare come il vertice di ogni possibile realizzazione. Altrimenti chi dedicherebbe tutta la sua vita a Lui se Egli non apparisse come il vertice di ogni possibile realizzazione? A l l ’ i n i z i o d i o g n i v o c a z i o n e – d i c e “Vita Consecrata” – c’è una seduzione divina: Dio chiama, Dio attira a sé sul monte, Dio appare – come dice il Salmo 44 – “come il più bello dei figli dell’uomo”. E si giustifica proprio così la risposta di Pietro: “Signore, è bello per noi stare qui”. Letteralmente: essere qui. Espr ime quindi non soltanto un concetto geografico ma una situazione che coinvolge la persona nella sua interezza, nel suo essere. E’ bello per noi essere affascinati da Te, da questa divinità che traspare nel tuo volto. E’ bello il fascino che tu eserciti sulla possibilità che noi partecipiamo pienamente a questa tua natura divina. Chi incrocia la bellezza, chi incrocia il fascino del Volto di Cristo prova quell’invaghimento che fa dimenticare tutto, che relativizza tutto e innesca il desiderio più grande: poter partecipare a questa bellezza e a questo fascino. Ma qui entra in scena un altro protagonista della consacrazione, letta alla luce di questa icona biblica, che è lo Spirito Santo. “Una nube luminosa li avvolse con la sua ombra”. Dice San Tommaso che nella scena del Tabor si manifesta tutta la Trinità: il Padre nella voce che dice: “Questi è il mo Figlio diletto”; il Figlio 17 nell’uomo trasfigurato, lo Spirito Santo nella nube luminosa. Dice esplicitamente in n° 9 di “Vita Consecrata” : “Come l’intera esistenza cristiana, anche la chiamata alla vita consacrata è in intima relazione con l ’opera dello Spirito Santo. È Lui che, lungo i millenni, attrae sempre nuove persone a percepire il fascino di una scelta tanto impegnativa”. Lo Spirito rende evidente e convincente questa misteriosa attrazione. Ed è proprio questo che induce ad accettare il dono di una vita di piena partecipazione alla vicenda, al destino, alla stessa forma di vita di Cristo. “Questi è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto: Ascoltatelo”. Sembra quasi una risposta a Pietro: “E’ bello per noi stare qui, facciamo tre tende”. La voce invece: non dire, non fare, ma ascolta. Il fascino di Gesù, quel che in definitiva attrae in maniera totalizzante è dato proprio dal fatto che egli è il Figlio, Parola definitiva del Padre, che in Lui dice e dà tutto se stesso. A Pietro, che vuol costruire dimore, Colui il cui trono è il cielo e il cui sgabello dei piedi è la terra dice che l’unica cosa a Lui gradita è il cuore umile di chi lo ascolta. Ancora una pennellata al quadro che stiamo dipingendo della vita consacrata: un’esperienza di ascolto che porta a riprodurre in sé la stessa forma di vita abbracciata da Gesù. Ecco cos’è la vita consacrata alla luce di questa icona biblica: la riproduzione in se stessi della forma di vita di Gesù che passa attraverso l’ascolto, un ascolto fattivo. 18 La tradizione occidentale ha visto sempre nella consacrazione e nei consigli evangelici una forma di vita che configura alla forma di vita di Cristo storico, soprattutto al Gesù vergine, povero, obbediente, per essere poi in grado di agire come ha agito Lui. Egli è venuto senza potere, nella forma di servo obbediente, senza ricchezze né mezzi umani, con la sola forza disarmata della Parola; senza gratificazioni affettive, celibe, con la sola forza dell’amore di Dio. Questo per dimostrare che è Dio la sua e quindi la nostra realizzazione, e non le scalate al potere di questo mondo; per ricordare che Dio è la sua e la nostra vera, unica, intramontabile ricchezza, che nessuno può togliere; per far comprendere che Dio è il suo e il nostro amore, un amore che riempie totalmente il cuore e non lascia spazio per nient’altro e per nessun’altro. Questa è la grande Parola che il Padre ha pronunciato una volta per sempre. Allora dire: “ascoltatelo” vuol dire: guardate a Lui e fate della vostra vita la sua e incarnate nella vostra vita la sua vita. Coloro ai quali è dato comprendere, coloro che ascoltano questa parola affermano di fronte al mondo che Cristo, pur nelle sue sconcertanti risposte, è la Via vera che conduce alla vita. Vi suggerisco di prendere in mano questo testo, di leggerlo in continuità con le affermazioni di ciò che è la vita consacrata e di applicare ciò che lo Spirito vi suggerisce alla vostra vita, per poter leggere la nostra storia, la storia della nostra vocazione, del nostro “sì” con questa ottica e scoprire giorno per giorno la ricchezza di questa chiamata che ci è stata rivolta. 19 20 2 MEDITAZIONE I CONSIGLI EVANGELICI “Spirito Santo, riempi il cuore dei tuoi fedeli e accendi in essi quello stesso fuoco che ardeva nel cuore di Gesù mentre Egli parlava del Regno del Padre. Fa che questo fuoco si comunichi a noi Come si comunicò ai discepoli di Emmaus. Fa che non ci lasciamo tanto soverchiare o turbare dalla moltitudine delle parole ma che dietro di esse cerchiamo quel fuoco che si comunica e infiamma i nostri cuori. Tu solo, Spirito Santo, puoi accenderlo e a Te dunque rivolgiamo la nostra debolezza, la nostra povertà, il nostro cuore spento. perché Tu lo riaccenda del calore della santità di vita, della forza del tuo Regno. Amen” (Carlo Maria Martini) Se ieri abbiamo approfondito la seconda parte dell’artico 13 delle Costituzioni che dice: “Tale professione esprime in Cristo e nella Chiesa il dono totale della nostra persona a Dio, ci lega a Lui che amiamo sopra ogni cosa e agli uomini nostri fratelli che intendiamo servire con tutte le nostre forze”, questa mattina cerchiamo di approfondire il contenuto della prima parte dell’articolo 13 che recita: 21 “La nostra consacrazione si realizza nella professione dei consigli evangelici vissuti nel mondo, espressa con il voto di castità e le promesse di povertà e di obbedienza”. La speciale consacrazione avviene allora attraverso la professione dei consigli evangeli. I consigli evangelici hanno un’importanza centrale e vengono presentati anche qui come il segno della totalità della nostra consacrazione. Vogliamo accostare alcuni elementi per cogliere in profondità l’importanza dei consigli evangelici e il loro significato. I consigli evangelici sono un dono, un dono dall’alto, quindi non sono l’espressione di un ideale umano. Anche se hanno il carattere di impegni ascetici che noi ci prendiamo nei confronti di Dio non sono l’espressine di un ideale umano. Sono invece grazia, sono dono gratuito, non scelta umana. Sono la capacità che noi abbiamo di comprendere e di vivere al massimo l’ideale presentatoci da Gesù. Voi capite che questa capacità non ce la possiamo dare da soli: è qualche cosa che ci viene donato senza nessun merito. I consigli evangelici non sono quindi appannaggio dei migliori: siamo tutti poveri peccatori ai quali è stata fatta misericordia e ad alcuni dei quali è stato offerto il dono di accettare nella propria vita il mistero di Cristo per poterlo poi manifestare al mondo. Coloro che hanno ricevuto il dono dei consigli evangelici non possono dire “siamo 22 migliori degli altri” ma possono dire soltanto: “il Signore ci ha fatto un grande dono”. Vi invito ad andare a rileggere uno dei Fioretti che ci racconta come a S. Francesco Dio rivela che quanto gli domanda gli è stato dato come dono. E’ il famoso episodio di Francesco che nel suo dialogo con Dio si sente rivolgere la domanda: fammi qualche dono. E Francesco risponde a Dio: cosa posso donarti, non ho niente. E Dio gli dice: prova a mettere una mano nel tuo seno; Francesco tira fuori le note tre palle d’oro, che poi egli dice sono l’obbedienza, la castità e la povertà (FF 1916). Noi siamo convinti di questo, che i voti sono un dono. Questo dono ci viene fatto dalla Trinità. Dice l’Esortazione Apostolica “Vita Consecrata” al n° 20: “La vita consacrata è annuncio di ciò che il Padre, per mezzo del Figlio nello Spirito Santo compie con il suo amore, la sua bontà, la sua bellezza”. E’ veramente lapidario questo brano di “Vita Consecrata”. La vita consacrata non è qualcosa che noi facciamo, è un annuncio con la nostra vita, nella nostra vita, nella realtà in cui viviamo, per noi nella secolarità, nelle situazioni più comuni, dove il cristiano è chiamato a testimoniare la sua fede, di quanto il Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo compie. E’ Lui il protagonista e tutto compie con il suo amore, la sua bontà, la sua bellezza. Possiamo affermare allora che i consigli 23 evangelici sono una traccia della Trinità eterna dentro questo mondo che passa. La castità è il riflesso dell’amore che lega le persone divine: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; la povertà è l ’e s p r e s s i o n e d e l d o n o t o t a l e c h e e s s i s i f a n n o reciprocamente; l’obbedienza manifesta la dipendenza filiale e non servile che c’è tra le persone divine nella corrispondenza dell’amore reciproco. Nella Trinità tutto è ricevuto l’una persona dall’altra; tutto è accolto da ciascuna persona nei confronti delle altre; tutto è ridonato; tutto è vissuto in povertà perfetta, perché quando ci si dona totalmente non si conserva più niente per sé; tutto è vissuto in dipendenza e nello stesso tempo in libertà totale. Le persone divine sono allora l’origine, il modello a cui guardare, sono la forza a cui attingere per poter vivere quegli atteggiamenti che i consigli evangelici vogliono definire. Nella sua esistenza terrena Cristo Gesù, assumendo una vita casta, povera e obbediente non ha fatto altro che rendere visibile la realtà da sempre vissuta nella comunione Trinitaria, da sempre vissuta nel suo eterno atteggiamento verso il Padre, nell’unità dello Spirito Santo. E lo Spirito Santo dice al cuore della persona umana, al nostro cuore che Cristo è il modello dell’uomo secondo Dio. Guardiamo a Cristo e troviamo il modello di quello che è l’uomo secondo il progetto di Dio. Egli illumina il cuore perché ne senta la seduzione, si senta 24 sedotto dal Signore: “Signore tu mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre da Te”. È lo Spirito Santo che provoca in noi questo. Lo Spirito Santo rassicura il cuore sulla verità di questa comprensione. Lo Spirito Santo infonde la forza di accettare e di rispondere a questo dono che ci viene fatto dalla Trinità, di poter vivere la stessa esperienza di piena comunione, attraverso l’accoglienza dei consigli evangelici, che sono dei doni che ci fa la Trinità, perché possiamo vivere come Cristo e con Cristo di essa: vivere della Trinità. Allora la risposta che noi diamo a questo dono trasforma l’impegno dei consigli evangeli in una nostra espressione d’amore nella stessa Trinità. Come non riconoscere che tutto è dono, viene dal Padre e quindi tutto deve ritornare a Lui, arricchito dalla nostra esperienza d’amore?Come ritornare a Lui se non seguendo le orme del Figlio, che per noi si è fatto servo, si è incarnato, che per noi si è reso partecipe della nostra stessa natura umana? Come non professare che tutto questo è reso possibile dalla luce, dalla forza, dall’amore diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo? Sono un dono della Trinità per poter ripresentare nella nostra vita la forma di vita di Gesù Cristo, ripresentare nella nostra vita la forma con cui Cristo Gesù l’ha vissuta. La vita consacrata è stata inaugurata dalla persona stessa di Gesù, non da qualche sua parola, da qualche suo gesto, da qualche suo discorso. La vita consacrata è stata 25 inaugurata dalla sua incarnazione. Prima ancora di aver chiamato alcuni a condividerla, Egli stesso ha abbracciato questa forma di vita; con l’Incarnazione il Figlio di Dio fatto carne, vergine, povero, obbediente, ha inaugurato anche la vita consacrata. Egli è il modello insuperabile, primogenito della nuova creazione, pietra angolare di ogni edificio; in Lui il Padre ha detto tutto quanto voleva dire. Così inizia la Lettera agli Ebrei: “Dio che aveva già parlato nei tempi antichi, molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei Profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. Ecco perché diciamo che il Figlio è la Parola fatta carne, è la Parola eterna per mezzo della quale tutto è stato creato e, nello stesso tempo, è la Parola incarnata, è l’Eterno che entra nel tempo, il centro del cosmo e della storia, che permette a noi di capire e ci dà la possibilità di vivere quello che è il disegno di Dio sul mondo, sulla storia, sulla nostra vita. Allora la vita consacrata prende sul serio questa centralità di Cristo e cerca di modellarsi su di Lui che è la manifestazione definitiva di Dio, per proclamare con la vita, il più possibile conforme alla sua e plasmata appunto dai consigli evangelici: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, “Tu sei il centro del cosmo e della storia”. I consigli evangelici ci vengono proposti nella triade classica con cui l’Esortazione Apostolica e la dottrina tradizionale del secondo millennio ce li propone: castità, 26 povertà e obbedienza. Si sa che il Nuovo Testamento presenta un numero ben più elevato di consigli evangelici: la preghiera continua (“pregate incessantemente”) l a generosità del donare, la condivisione dei beni, l’accettazione dell’ingiustizia o tutto ciò che le beatitudini propongono. Tuttavia questa triade non è la riduzione al minimo di quello che il Signore ci propone nel Vangelo, ma è un andare alla radice, da cui poi scaturiscono gli altri atteggiamenti evangelici. Perché questa triade sta all’origine di tutti gli atteggiamenti evangelici? Perché la persona umana si rapporta sostanzialmente con i beni materiali, con gli affetti con cui vive le relazioni e con l’affermazione di sé con cui stabilisce una relazione con se stesso. Da queste tre pulsioni fondamentali vengono i veri atteggiamenti che determinano il comportamento umano. P. Gemelli affermava che il più grande impedimento al desiderio divino sono le passioni nella loro estesa gamma sotto cui s i n a s c ond e la t r iade fondamentale: la super b i a (l’affermazione di sé), la cupidigia (l’accumulo dei beni) e la sensualità (il disordine degli affetti). Orientare verso Dio, sull’esempio di Cristo, nella forza dello Spirito Santo, queste tre forze fondamentali significa dare inizio a un riorientamento di tutta la persona umana, partendo da una base solida, perché è la base centrale e determinante; chi appunto assume l’impegno di ordinare queste pulsioni nel suo rapporto, nel desiderio di Dio, 27 dell’Eterno, mette in ordine tutta la sua persona e tutte le espressioni della sua vita. I consigli evangelici sono vissuti come totalizzanti nel senso che orientano le più profonde tendenze della nostra natura, oltre il fatto che coinvolgono ed esprimono i diversi valori evangelici. Allora la verginità ripresenta non solo il Cristo vergine, ma anche il Cristo orante, il Cristo in contatto intimo e continuativo col Padre, perché il suo Tu costante è il Padre. Per la persona consacrata questa intimità con il Padre, questa familiarità con Lui costituisce la premessa, la possibilità stessa del celibato e della verginità. La povertà che rappresenta Cristo servo del Signore e degli uomini, venuto senza potere, comporta l’umiltà, comporta lo spirito di servizio, il mettersi all’ultimo posto; la povertà di spirito si trasforma in disponibilità al servizio. Orientando queste pulsioni fondamentali si costruisce l’identità, la personalità cristiana. L’obbedienza che configura a Cristo che si ciba della volontà del Padre, comporta l’ascolto della Parola, la dedizione totale al suo Regno, la dedizione cioè alla missione che Cristo stesso ha portato a compimento mettendosi a servizio degli uomini e dei fratelli. Sono i grandi dinamismi della nostra natura umana che vengono riorientati, riplasmati continuamente sulla forma di vita di Cristo. E’ evidente che il solo fatto di professare i consigli evangelici non è che cambi in poco 28 tempo la nostra natura umana, che resta tenacemente orientata verso i beni materiali, verso l’appagamento affettivo e sessuale, verso l’affermazione di sé. Ecco allora che viene esigito nella professione dei consigli evangelici quel clima mistico, ascetico nel quale vanno accolte e vanno vissute queste realtà che ci elevano; senza questo clima mistico e ascetico che è un clima d’amore che contempla e che si lascia plasmare dallo Spirito, senza questo impegno umile queste realtà rischiano di diventare col tempo una parola vuota, pura poesia o giogo insopportabile. Q uindi è fondamentale che noi ci sentiamo coinvolti nella realizzazione di questo impegno di riordinare la nostra vita secondo il progetto di Dio appunto da questa relazione profonda con il Padre, in Cristo per mezzo dello Spirito Santo. La consacrazione a Dio avviene attraverso la professione dei voti di castità, povertà e obbedienza. L’Esortazione Apostolica come il Concilio Vaticano II preferisce parlare di consigli anziché di voti. Non cambia molto, ma la differenza sta nel fatto che sia il Vaticano II che l’Esortazione Apostolica intendono mettere in risalto più l’elemento evangelico che canonico. In passato infatti la concentrazione sul dato giuridico proprio del voto può aver favorito un certo impoverimento della vita consacrata che era vista più come una serie di obblighi, di doveri da osservare, cui sottostare, rappresentava prevalentemente 29 come un insieme di norme e di doveri senza un’ispirazione di fondo. Il senso pregnante dei voti è quella di alimentare una intensa vita teologale, che vuol dire una intensa vita di relazione con Dio che sfocia in una più profonda confessione della Trinità. I voti, essendo un dono che permette di comprendere meglio la realtà divina di Cristo, fanno della persona consacrata una confessione vivente di Cristo, il Figlio unigenito, il consacrato, l’inviato del Padre e vengono assunti in vista della speciale sequela di Cristo. Infatti Gesù appare agli occhi della persona consacrata tanto importante, tanto significativo, tanto luminoso da essere l’Unico, da essere il “tesoro nascosto” per il quale vale la pena vendere tutto, mettersi alla scuola e assumere la sua stessa forma di vita, che è una forma umana assunta dal Figlio Unigenito per rivelare la profondità del mistero di Dio. I consigli evangelici diventano allora la proclamazione della unicità di Cristo, della sua importanza decisiva, del suo essere tutto per ogni uomo che viene in questo mondo: Egli è il nostro Tutto! Conformandoci a Lui, anche noi nella nostra vita, nella nostra realtà feriale e quotidiana, diventiamo trasparenz a della vita stessa di Dio, confessiamo chi è il Cristo e perché Cristo si è fatto uomo. Ma Cristo ha assunto questa forma di vita per proclamare di essere una cosa sola con il Padre, per 30 rivelare qualche raggio del modo di essere in relazione con il Padre. La sua verginità dice il Padre è l’unico Tu, l’unico suo amore; la sua povertà dice che il Padre è l’unica sua ricchezza; la sua obbedienza dice che il Padre è la sua vera, unica realizzazione. Questo è il senso della specifica forma di vita assunta da Cristo: essere una sola cosa con il Padre, essere tutto orientato al Padre, essere lo specchio fedele del Padre. Questa confessione del Padre da parte di Cristo è accolta intenzionalmente e professata anche dalla vita consacrata. Per la persona consacrata il Padre diventa il vero amore, la vera ricchezza, la vera rivelazione, la vera realizzazione. E questo fin d’ora quale segno e anticipazione di quanto avverrà un giorno per tutti. E tutto questo è reso possibile “dall’infinita potenza dello Spirito Santo che opera mirabilmente nella sua Chiesa – dice “Vita Consecrata” – che permette a povere e fragili creature come siamo noi di entrare nel mistero luminoso delle realtà divine, di partecipare a un programma divino di vita umana”. E’ un programma divino di vita umana. E così noi confessiamo la forza e la potenza con cui lo Spirito Santo agisce nella nostra vita e nella nostra natura. E’ una meta altissima, ma è stupenda se riusciamo a c o m p re n d e r l a e a e n t r a rc i d e n t ro. E ’ t u t t a u n a dimensione che dice desiderio di totalità, di dedizione, di ideale che può apparire utopico ma che diviene possibile perché tutto questo è dono da parte di Dio ed è grazia per l’azione potente dello Spirito Santo. 31 Vorrei offrirvi un brano biblico su cui concentrare l’attenzione, per meditare questa peculiare vocazione di fare propria la vita stessa di Gesù Cristo. Però prima che sulle parole di Gesù la vita consacrata si fonda su Gesù che è Parola, Quando il Figlio di Dio, del Dio creatore del cielo e della terra venne in mezzo a noi non venne come un grande di questo mondo, ma come uno dei tanti uomini che devono sudare per guadagnarsi da vivere, uno che abitò lontano dai centri del potere, che fu tanto dedito alle cose di Dio da non pensare neppure di farsi una famiglia. Quindi la contemplazione di questo mistero sconcertante che è presente nella vita stessa di Gesù che è la Parola del Padre che si rivela ha portato a guardare con occhi stupiti, con occhi ammirati questo Dio che apparve ai nostri occhi, povero e servo: “Spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,7-8). “Conoscete infatti – scrive San Paolo ai Corinzi – la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero per noi, perché diventiate ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9). Questo Dio che apparve ai nostri occhi povero e servo, che apparve vergine e orante, unito nella più ineffabile unione con Dio: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30); “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,11); che si è presentato come apostolo obbediente alla 32 volontà del Padre: “Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato” (Gv 4,34). Basta guardare a Gesù, a quello che Egli è, più che a quello che Lui ha detto, per poter trovare appunto nella ricchezza della Rivelazione che arriva a noi attraverso la Parola il fondamento dei consigli evangelici. Questo Gesù ai discepoli del Battista disse: “Venite e vedrete” (Gv 1,35-39). “Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio! ”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate? ”. Gli risposero: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti? ”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio”. I primi discepoli di Gesù non sono rappresentati da Giovanni come i pescatori del lago di Galilea, che abbandonano le loro barche per seguire Gesù, ma sono rappresentati come uomini che sono già in ricerca, cioè uomini occupati già in quel Dio Salvatore che hanno voluto attendere assieme e guidati dal Battista. Ora, poiché il Battista è l’inviato di Dio, poiché egli è la voce che fa risuonare e attualizza la voce ispirata dei Profeti, 33 possiamo dire anche che è Dio in definitiva che dona al suo Figlio i primi discepoli, è Dio che ha preparato i primi discepoli e li dona al Figlio suo. Del resto Gesù stesso si è espresso così a proposito di un gruppo più vasto: “Coloro che tu mi hai dato sono con me” (Gv 17,6). I discepoli allora, preparati dal Padre per il Figlio suo seguono, nel senso fisico della parola: si misero a seguire quel Gesù che era stato indicato dal Battista. Seguono G e s ù c h e c a m m i n a ve r s o i l s u o d e s t i n o. I l l o ro comportamento esprime concretamente, anche nella sequela fisica, in che cosa consisteva presso i giudei la condizione di discepoli: consisteva non soltanto nello stare insieme al proprio Rabbì ma nel seguirlo nel compimento della sua missione; non solo nei suoi spostamenti ma anche nel compimento della sua missione. Il discepolo è colui che fa propria la missione del maestro. Gesù prende l’iniziativa, vuole aiutarli a capire fino in fondo che cosa stavano seguendo, qual era la missione per la quale essi si erano messi alla sequela del Maestro. Rivolge loro una domanda, non una chiamata autoritaria (del tipo: “Seguitemi!”), come ha fatto altre volte con altri discepoli; sono anche le prime parole che Gesù dice nel Vangelo di Giovanni: “Che cercate?”. Che domanda! È noto che Israele, nutrito dalle Scritture, rappresentato da questi discepoli del Battista, è proteso verso il futuro compimento delle promesse che Dio ha fatto ai Padri. 34 Pe r c h é G e s ù f a q u e s t a d o m a n d a a l l o r a ? L o f a innanzitutto per rispettare la libertà dei suoi interlocutori, per consentire loro di esprimere in maniera chiara e consapevole questa sequela e non attuarla in maniera inconsapevole. Ma soprattutto per portare i suoi discepoli ad elevare l’oggetto della loro ricerca. Proviamo a confrontare questo testo con quello che riporta la prima parola di Gesù Risorto. Qual è la prima parola che pronuncia Gesù Risorto? E’ anche quella una domanda alla Maddalena: “Che cerchi?” (20,15). C i s i accorge che, formalmente vi è una sequenza molto simile in questi due passi. In 1,38 i discepoli replicano a Gesù con un’altra domanda: “Rabbì, dove abiti, dove dimori?”; Maria risponde a sua volta con una domanda simile: “Dove è stato posto” colui che essa non trova più nella tomba. In ambedue i casi la domanda si riferisce a una localizzazione in questo mondo: “dove abiti?” e “dove è stato posto?”. Una localizzazione in questo mondo della abitazione di Gesù e del luogo dove riposa il suo corpo. Gesù risponde a Maria: “Io salgo verso il Padre mio e Padre vostro”. Questo nostro testo insiste invece sul verbo dimorare : “videro dove dimorava e quel giorno dimorarono con Lui”. Superficialmente si potrebbe pensare a una concreta abitazione di Gesù, ma per chi conosce il linguaggio di Giovanni sa che la dimora di Gesù è la “inabitazione” di Gesù con il Padre. 35 Nella 1 Lettera di Giovanni leggiamo: “Se uno mi ama dimora in Dio e Dio dimora in lui”. Allora perché Gesù fa questa domanda: “Chi cercate?”. Per elevare l’oggetto della loro ricerca. Per il discepolo si tratta appunto di cercare la partecipazione a quella relazione profonda che Gesù ha col Padre: “Venite e vedrete” dice Gesù ai discepoli. In altre parole traduciamo: Venite e scoprirete che io vivo nel Padre e il Padre vive in me, in modo che anche voi possiate vivere per mezzo di me in questa relazione profonda con il Padre. Allora l’espressione con cui Gesù ha esplicitato in che cosa consiste il seguirlo è la rivelazione di quello che è la vita consacrata. Quando dice “Venite e vedrete” in altre parole invita i suoi ad assumere quella che è la sua esperienza di trasparenza della Trinità in questo mondo, la sua missione di rendere presente nel seno di questo mondo l’Eterno. La domanda che i Greci fanno a Gesù nel capitolo 12 di Giovanni attraverso Filippo e Andrea che si erano fatti interlocutori di questi Greci, Gesù risponde: “ Se qualcuno vuole essere mio servo mi segua e dove sono io là sarà anche il mio servitore” (12,26). Seguire Gesù vuol dire essere condotti lì dove Egli è, cioè essere condotti, attraverso la Croce, nell’esperienza della Gloria; a essere là dove Gesù dimora. L’invito di Gesù “Venite e vedrete” con la sua indeterminatezza aveva aperto un avvenire ancora imprecisato e sarà quello di fare propria la forma di vita di Gesù che i discepoli sperimenteranno e, 36 sperimentantola, comprenderanno e saranno messi nella condizione di operare la loro scelta: si, è questo che noi vogliamo; si, è questo che io voglio! Le persone consacrate hanno ricevuto questo dono e questa chiamata: “Venite e vedrete”. I consigli evangelici diventano il loro progetto esistenziale e sono assunti con modalità proprie e con una radicalità particolare ad imitazione di Cristo per il quale la castità, la povertà e l’obbedienza non furono tanto dei momenti isolati della vita, bensì il modo abituale per manifestare la sua totale adesione al disegno del Padre, per realizzare la sua missione di Redentore. Nasce qui il senso pieno dei consigli evangelici: essere come Cristo in tutto. Se il Figlio di Dio ha scelto questa forma di vita, significa che essa ha una dimensione divina, significa che essa è la forma divina di vivere la vita umana, una forma insuperabile che va al di là di ogni più alto ideale umanistico che noi possiamo immaginare, che noi possiamo progettare, che noi possiamo volontaristicamente ricercare. I Santi lungo i secoli sono stati gli esegeti più autorevoli di questa forma di vita di Cristo, quando si sono dati alla contemplazione del mistero del Verbo incarnato, intuendone le conseguenze di assimilazione per la loro vita. San Francesco, tutto preso dalla configurazione a Cristo, “Figlio dell ’Altissimo e dell ’umile Vergine Maria”, riassume nella sua Regola tutto il suo programma in una 37 sola frase: “La Regola dei frati minori è questa: vivere in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità”. E’ significativo che questa formula, desunta dalla Regola di San Francesco, venga usata da voi per la consacrazione. La vita consacrata è stata discepola di questa scienza dei Santi, di questa ermeneutica dell’Amore capace di indagare, di penetrare il Mistero di Cristo. Una scienza all’insegna dell’intelletto dell’amore, non meno vigorosa e non meno plausibile di altre forme di indagine, dal momento che è il cuore l’organo della conoscenza delle cose di Dio, tanto più capace di conoscenza quanto più è purificato, quanto più è conquistato dalla concretezza dell’Amore di Cristo. Per avvicinarsi al mistero di Cristo è necessario sintonizzarsi sul suo Amore, un amore che l’ha portato a scegliere quella vita di incredibile umiltà. Da qui la risposta d’amore che, per chi è chiamato, può giungere al desiderio di identificazione con la sua forma di vita, con il suo modo di amare senza riserve Dio e i fratelli. Per la meditazione possiamo riprendere questo brano perché possiamo domandarci in questa sequela radicale di Cristo: a che punto sono? In questo invito che mi fa Gesù “ Vieni e vedi” a che punto sono? Questa decisione, sull’esempio e sulla testimonianza di San Francesco di vivere secondo la Regola del Santo Vangelo, in castità, povertà e obbedienza, a che punto si trova la mia esperienza di vita? Così la riflessione di oggi diventa anche verifica e conversione. 38 39 40 3 MEDITAZIONE LA POVERTA’ Meditiamo l’articolo 14 delle Costituzioni sul tema della povertà. “A noi particolarmente è rivolto l ’invito che Gesù fa ai s u o i s e g u a c i , a ffi n ch é , a b b a n d o n a ta o g n i e c c e s s i v a preoccupazione terrena e ogni spirito di dominio nel governo di uomini e cose, aperto l ’animo alla fiducia nella paterna azione di Dio, donino generosamente se stessi al prossimo e, consapevoli dell’originaria appartenenza comune di tutte le cose, facciano parte con esso dei beni di cui dispongono. Per questo ci facciamo serio dovere di ridurre le nostre esigenze a ciò che ci è necessario, secondo le condizioni sociali di ciascuno nell ’uso responsabile di tutte le possibilità che i mezzi del mondo ci offrono, onde farne strumento di servizio sempre più efficace, in linea con il Can. 600 del C.D.C. Per questo ancora ci proponiamo di stare sempre, quanto possibile, dalle parte dei più deboli, degli incapaci, degli indifesi, dei soli. Esprimiamo questa volontà nel testamento che ci obblighiamo a redigere al momento in cui assumiamo l ’impegno di povertà e ad aggiornare quando occorra; e la mettiamo umilmente a punto con il rendiconto delle spese che, 41 in virtù della promessa di povertà, ci impegniamo a sottoporre ogni anno al Presidente dell’Istituto”. Il testo delle Costituzioni costituisce per noi quello strumento che ci viene messo a disposizione perché ci possiamo misurare personalmente, all’interno di un carisma specifico con quanto ci domanda il Signore Gesù, con la modalità con cui noi diamo la nostra risposta alla sua chiamata. Invochiamo lo Spirito “Vieni Spirito Creatore, perenne sorgente della missione. Vieni, sostienici quando annunciamo il Vangelo che salva. All’uomo smarrito ricorda che Cristo solo è la Via, all’uomo in ricerca del bene ricorda che Cristo solo è la Verità, all’uomo che teme la morte ricorda che Cristo solo è la Vita. Vieni e soffia ancora su di noi, soffia e sarà rinnovata la fede, soffia e sarà beata la speranza, soffia e sarà grande la carità. La Chiesa di Dio a Te si affida, ci affidiamo al tuo soffio d’amore 42 e sempre ti invochiamo: Vieni, Spirito Creatore”. (Card. Tettamanzi) Siamo blindati da questo testo carismatico delle Costituzioni e da questa invocazione allo Spirito che va alla radice della nostra identità, non soltanto cristiana, ma anche umana, perché con tutti gli uomini, anche noi, grazie anche allo specifico della nostra vocazione, ci sentiamo alla ricerca della verità, alla ricerca della vita, alla ricerca del percorso che il Signore ha riservato perché noi possiamo giungere alla pienezza della vita, alla pienezza della gioia. Questo articolo 14 è molto articolato, ma mi sembra di cogliere due fulcri: il primo riguarda l’esplicitazione della volontà del Signore su di noi; un secondo fulcro riguarda i doveri ai quali ci sentiamo chiamati. Il primo fulcro riguarda la volontà del Signore: “Abbandonata ogni eccessiva preoccupazione terrena”. Vi cito alcuni brani del Vangelo che mi sembra stiano a fondamento di questa esplicitazione dell’articolo 14. Mt 7,25 ss: “Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete … Non preoccupatevi del domani”. Francesco proibiva ai frati di mettere a mollo i fagioli la sera prima, perché diceva di non preoccuparsi del domani, allora li mettevano a mollo la mattina presto per soddisfare questo invito del Signore. 43 “Abbandonare ogni eccessiva preoccupazione e ogni spirito di dominio nel governo di uomini e cose”. Mt 20,25 ss: “Chiamateli a sé disse: i capi delle nazioni dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Ma non così dovrà essere tra voi: Colui che vorrà diventare grande dovrà essere come colui che serve”. Gesù chiede ai suoi seguaci, dice ancora l’articolo delle Costituzioni di “aprire l ’animo alla fiducia nella paterna azione di Dio”. Mt 6,7 ss: “Non sprecate parole come fanno i pagani quando vi rivolgete al Padre, perché Egli, il Padre vostro, sa di quali cose avete bisogno ancora prima che gliele chiedete”. Ecco cosa vuol dire avere fiducia nella paterna azione di Dio. E poi Gesù chiede di donare se stessi al prossimo: Mt 14,16 ss: “Vedendo una gran folla che li aveva seguiti ed era senza mangiare da più giorni, dice: date loro voi stessi da mangiare”, in cui quel voi stessi potrebbe essere soggetto ma potrebbe essere complemento oggetto. Forse questa gente non ha fame solo di pane che potete moltiplicare loro, ma ha fame forse della vostra presenza, ha fame della vostra testimonianza, ha fame della vostra parola. Gesù ai suoi chiede di far parte con il prossimo dei beni di cui dispongono, consapevoli che questi beni appartengono a tutti. Mt 20, 1 ss la parabola degli operai mandati nella vigna nelle diverse ore del giorno. Questa parabola si conclude con le parole lapidarie del padrone di quella vigna: “Non posso fare delle mie cose quello che voglio? 44 Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. E’ l’invito a percepire i beni, ciò di cui possiamo godere non come possesso, frutto di un diritto, ma come un bene che ci è donato gratuitamente. Per approfondire ulteriormente questo primo fulcro che ho definito “la volontà del Signore Gesù”, ricordiamo come Egli mette spesso in opposizione Dio è il denaro. Sono i due padroni che si contendono il mondo. Esiste un conf ronto-opposizione tra il denaro che diventa facilmente idolo e il Dio vivo e vero che non ammette concorrenti. Da qui la profonda diffidenza verso il denaro e le ricchezze, perché queste portano con sé l’insidia dell’illusione, l’insidia dell’inganno. Questa opposizione è presente in una diffusa spiritualità cristiana. Per questo Luca fa del distacco dei beni il banco di prova del vero discepolo. Tutto il Vangelo di Luca è percorso da questa convinzione, che il vero discepolo deve realizzare un chiaro, preciso distacco dei beni materiali. Basta citare fra tutte l’espressione di Gesù in Luca 12,15: “Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni”. Ma soprattutto Gesù chiede ad alcuni di lasciare tutto per seguirlo. Al di là dunque di una spiritualità della sequela c’è anche una vocazione specifica che domanda di liberarsi da beni ingannevoli di questo mondo. Vi consegno un brano del Vangelo di Luca 18, 1823: 45 “Un notabile lo interrogò: “Maestro buono, che devo fare per ottenere la vita eterna? ”. Gesù gli rispose: “Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio. Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre”. Costui disse: “Tutto questo l ’ho osservato fin dalla mia giovinezza”. Udito ciò, Gesù gli disse: “Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi”. Ma quegli, udite queste parole, divenne assai triste, perché era molto ricco”. Il tema è molto chiaro: per ereditare la vita del Padre bisogna seguire Gesù povero nel compimento del suo destino, della sua missione. A questo Gesù chiama, riserva alcuni. Percorriamo insieme il testo per cogliere questo messaggio. “Un notabile lo interrogò”. Per Matteo è “un giovane”, per Marco è “un tale”, per Luca è “un notabile”, cioè un capo, una persona che conta, una persona in vista. Che poi – dirà l’Evangelista – è anche ricco. In lui si assommano l’avere, la ricchezza e anche il potere e l’apparire. Costui, forte di questa sua identità, sicuro della posizione economica e sociale in cui versa, si rivolge a Gesù: “Maestro buono”. Nella sua bocca questa espressione è un titolo onorifico; le persone del suo livello allora come oggi, si rapportano così, con il linguaggio dei titoli, con la 46 logica dei privilegi. “Maestro buono”, noi due possiamo interagire alla pari! “Perché mi dici buono? Nessuno è buono se non solo Dio”. Con la sua risposta Gesù aiuta subito quel ricco notabile a saper distinguere quella che è la nobiltà esteriore data dai suoi titoli da quella interiore proveniente da Dio. Gesù ha questa nobiltà interiore e vuole fare conoscere a quel tale la sua identità. In Lui c’è la bontà stessa di Dio, che si è fatto nostro prossimo. Ecco in che cosa consiste la nobiltà di Dio: nel farsi prossimo in Cristo, per amarci e poter essere riamato con tutto il cuore. Ma torniamo alla domanda del versetto 18: “Maestro buono, che devo fare per ottenere la vita eterna?”. Egli ha il concetto della vita eterna e della salvezza dell’uomo. Però egli la vede in prospettiva futura, come una meta, come un premio, come la retribuzione per qualche cosa che è stato fatto, infatti domanda: “che devo fare per conquistare la vita eterna?”. Gesù (al versetto 20) dice: non occorre che te lo dica io, tu conosci i comandamenti. Gesù risponde rimanendo su questo piano della domanda; non ha niente di nuovo da dire rispetto alla legge mosaica a chi ragiona con la logica del premio e del merito. Proprio per questo quel ricco notabile non si dichiara soddisfatto: tutto questo l’ho osservato fin dalla mia giovinezza, ma non mi basta (V.20). C’è nel suo cuore un desiderio più grande, un desiderio di radicalità. A questo punto l’evangelista Marco 47 dice che Gesù lo guardò dentro e lo amò, non perché era stato bravo nell’osservanza dei comandamenti, ma perché era disponibile a una chiamata più radicale, una chiamata ulteriore, posta su un altro piano, non più il piano del dovere ma quello della gratuità e dell’amore: spogliarsi, dare tutto ai poveri, tendere al tesoro nei cieli, seguire il Maestro nel suo destino. Possiamo trarre alcuni insegnamenti dal testo. La povertà è una scelta libera e responsabile che il consacrato fa per dimostrare a se stesso e al mondo che egli mette Dio al primo posto. Uno può anche limitarsi a osservare i comandamenti ma se si sente chiamato in maniera particolare dal Signore a questa vocazione, egli compie non il dovere dei comandamenti per ottenere il p re m i o d e l l a v i t a e t e r n a , m a u n a s c e l t a l i b e r a e responsabile con la quale vuole fare della sua vita, di fronte a se stesso e di fronte agli altri, una testimonianza che Dio va messo al primo posto. Abbracciare la povertà volontaria significa scegliere decisamente Dio, rinunciando all’idolo per eccellenza che è il denaro, che è mammona, visto come la sorgente di ogni iniquità, perché al suo seguito vengono facilmente tutti gli altri idoli che conosciamo molto bene e che sono legati alla smania, all’ansia del possesso, che sono il potere, il piacere, le sicurezze che distolgono da Dio. Soprattutto dalla ricchezza viene la dimenticanza del proprio nulla e l’illusione, di conseguenza, di essere 48 padroni di se stessi, di poter disporre del tempo, del futuro, dimenticando la propria precarietà: “Stolto, questa notte stessa ti sarà chiesta la tua vita e tutto quello che hai a disposizione di chi sarà?” (Lc 12). L’illusione di essere noi i padroni di quello che abbiamo, della nostra stessa vita. Chi fa questa scelta volontaria della povertà si pone in questa ottica di libertà. La povertà volontaria riguarda non solo i beni materiali, ma riguarda anche la libertà dalle sicurezze umane. Anche l’A.T. considera con una certa diffidenza colui che loda il Signore nella prosperità: è facile lodare il Signore nella prosperità, c’è sempre il pericolo che si lodi Dio per il dono delle ricchezze, non perché Dio è la mia ricchezza. Israele giunge a scoprire Dio come vera sua ricchezza quando perde le sue sicurezze, cioè in esilio, quando rimane senza terra, quando rimane senza un re che gli dia sicurezza, nel conf ronto e nello scontro rispetto agli altri popoli limitrofi. Q uando gli vengono a mancare i Profeti, quando gli vengono a mancare i Sacerdoti, il Tempio, in quel momento Israele coglie che Dio è la sua vera ricchezza, è a Lui che si deve aggrappare. E Dio in questa situazione viene sentito come la Roccia solida, il Rifugio, la Ricchezza. Anche la povertà del Signore Gesù non è solo povertà economica, ma è assenza di potere, di prestigio umano. E’ essere uno dei tanti che contano poco o nulla, che appartengono a quelli meno presi sul serio: “Che cosa può 49 venire di buono da Nazareth?”. Egli è il servo umile e mite, che non si vergogna della sua umile e oscura origine, ma dice, con disarmante sicurezza: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Il fatto che Gesù sia venuto fra noi povero, umile, ser vo è la rivelazione della modalità dell’azione di Dio. La ricchezza di Dio giunge al mondo attraverso la povertà; la ricchezza di Dio giunge al mondo attraverso l’umiltà e il servizio; la salvezza di Dio non ha bisogno di mezzi umani, manifesta anzi la sua unica potenza proprio nella povertà dei mezzi umani. Ancora un altro messaggio che ci viene offerto da questo percorso biblico: la povertà è f rutto della contemplazione del Figlio di Dio. Questa è l’esperienza dei Santi: la scelta di povertà è f rutto della contemplazione del Figlio di Dio. Dice S. Chiara: “Il Figlio di Dio che si fa povero è un fatto di insuperabile eloquenza, di fronte al quale le parole tacciono”. Per S. Francesco la povertà è la sposa dell’Altissimo Figlio di Dio. La povertà è la realtà brutta, da fuggire, senza valore né gloria, odiosa, diventa per questo, perché è sposa dell’Altissimo Figlio di Dio, amabile. E’ stata inseparabile compagna di Cristo e lo dovrà essere anche di Francesco, quale sposa fedele. Vi rimando alla breve biografia di Francesco che porta il titolo di “Sacrum Commercium”(FF 1959 in poi), per cogliere come davvero la povertà per Fr a n c e s c o è l a r i s p o s t a o v v i a , c o n s e g u e n t e a l l a contemplazione della povertà del Figlio di Dio. 50 Charles de Foucauld, contemplando a Betlemme il mistero dell’Incarnazione affermava: “Se c’è qualcuno che può contemplarti nella grotta di Betlemme continuando ad essere ricco, non so... Io non posso!”. E’ lapidario questo modo di esprimersi dei Santi nei conf ronti di questa contemplazione del Figlio di Dio, che viene messa come fondamento della scelta libera e responsabile della povertà. In questi ultimi decenni siamo passati da una ricerca sincera di vivere i valori della povertà, dell’essenzialità, della libertà dei beni materiali a una sorta di totalitarismo del mercato, del profitto, del denaro, tanto da poter parlare di un economicismo avido e distruttivo al quale si stanno piegando i governi e tutti i media. Il Concilio aveva rilanciato temi come Chiesa povera, Chiesa dei poveri, opzione preferenziale per i poveri, povertà personale, povertà collettiva. Erano temi, tra l’altro, che entusiasmavano e promuovevano scelte e conversioni nella vita personale e nella vita degli Istituti di vita consacrata e questo aveva il suo riscontro anche nella società: erano forti le correnti culturali e politiche che lottavano per una società più giusta. Con l’accelerazione della globalizzazione le cose sono cambiate. Il problema oggi non appare la giustizia sociale, ma la produzione dei beni, anzi la produttività è l’obiettivo delle società moderne, per poter reggere alla concorrenza internazionale, mondiale con cui dobbiamo 51 fare i conti. In questo clima il discorso sulla povertà può sembrare anacronistico; però solo ad uno sguardo superficiale, dal momento che la realtà presenta un volto diverso, se la si guarda dalla parte della folla sempre più folta dei poveri che non possono partecipare al banchetto dell’abbondanza. Su questo f ronte il cristiano e il consacrato in particolare, ha molto da dire alla società di oggi, ha molto da fare all’interno di questo contesto, assieme agli uomini di buona volontà. Qui innesterei il secondo fulcro dell’articolo 14 delle Costituzioni: “I nostri doveri”. Le Costituzioni indicano un percorso specifico che si sviluppa in tre fronti. Il primo è quello di guardare “ai mezzi messi a disposizione dalle risorse tecniche e scientifiche” non come un fine per il nostro benessere egoistico ma guardarli come uno strumento per portare a compimento la nostra vocazione e missione che è quella di servire i fratelli, che è quella di collaborare al compimento del Regno di Dio nella storia, che è un Regno di giustizia, un Regno d’amore, di pace. Proviamo a pensare all’uso dei mass-media per l’evangelizzazione; pensiamo alla ricerca scientifica nel campo della medicina, dell’agricoltura, della fisica. Pensiamo ancora più da vicino al nostro personale campo d’azione con tutte le sue possibilità. Ebbene lì possiamo utilizz are questi mezzi messi a nostra disposizione o per raggiungere il nostro egoistico benessere oppure come strumenti per promuovere l’uomo, 52 per promuovere e costruire il Regno di Dio nella storia. E’ una domanda che dobbiamo farci diretta e personale: come stiamo utilizzando questi mezzi? Un secondo percorso indicato dalle Costituzioni è quello di partecipare in prima persona ai disagi materiali, sociali, psicologici, morali in cui versano tanti nostri fratelli, tante culture, tanti popoli. Questo impegno va dalla conoscenza di queste problematiche alla condivisione di un giudizio su queste realtà. O lo vogliamo o non lo vogliamo, siamo inseriti e coinvolti fino all’impegno diretto o indiretto per un superamento di queste situazioni: dall’impegno nel commercio equo e solidale, alla partecipazione a progetti di sviluppo. Ma ognuno di noi dovrebbe dire: in che modo mi sto impegnando in questo, in modo da potere dire che partecipo in prima persona ai disagi materiali, ma anche sociali, psicologici, morali dei miei f ratelli vicini o lontani? Un terzo percorso indicato dalle Costituzioni sono delle regole concrete che garantiscono questo stile di vita povero e solidale, che sono non tanto il fine ma degli strumenti semplici ma verificabili con cui vediamo se stiamo vivendo o meno questa scelta di povertà radicale: il testamento, il rendiconto annuale. 53 54 4 MEDITAZIONE L’OBBEDIENZA Vieni in mezzo a noi, Spirito di Dio, illumina le nostre menti e apri i nostri cuori per far spazio nella nostra vita alla tua Parola che salva. Vieni in mezzo a noi, Spirito di Dio, donaci intelligenza e cuore perché si riempia della tua speranza, del tuo amore e della tua fede la nostra esistenza e trasformaci in creature nuove. Vieni in mezzo a noi, Spirito di Dio, donaci sapienza e amore perché ci appassioniamo alla costruzione di un mondo di misericordia, di giustizia, di pace, collaborando con tutti i credenti e con ogni persona di buona volontà. Vieni in mezzo a noi, Spirito di Dio, donaci compassione e timore del Signore per essere tutti un segno della speranza che silenziosamente produce nella storia il tuo Regno. 55 Questa mattina cercheremo di entrare dentro lo spirito e in parte dentro la lettera dell’articolo 15 che propone la promessa di obbedienza. “Il nostro genere di vita richiede grande libertà di giudizio e d’iniziativa per affrontare con lucidità e prontezza situazioni sempre nuove e non di rado difficili. Dobbiamo dunque educare la nostra coscienza a valutare le circostanze con equilibrio e fermezza, distaccati da vedute e interessi personali: in obbedienza fedele alla nostra vocazione, docili all ’azione dello Spirito, fedeli alla Chiesa, rispettosi verso le legittime autorità, attenti alle indicazioni che emergono dalle cose. Affinché l ’Istituto ci aiuti a raggiungere questa difficile meta, ci obblighiamo, in virtù della promessa, a obbedire lealmente al Presidente dell ’Istituto in ciò che riguarda l’osservanza delle presenti Costituzioni. Tale obbligo è grave qualora venga dato con un richiamo formale all’impegno di obbedienza”. Io che ho modo di leggere tante Costituzioni trovo sempre che c’è una specificità che legge la storia e la vita delle persone che a quelle Costituzioni si ispirano. Per esempio noto che in questo articolo è chiara la consapevolezza che nella nostra vita ci veniamo a trovare di fronte a “situazioni sempre nuove e non di rado difficili”, di modo che l’obbedienza non è qualcosa che cada 56 dall’alto in termini puramente teorici e spiritualistici ma ci provoca e ci verifica sul concreto, sulle realtà, selle situazioni. E proprio per questo l’attuale cultura nella quale noi viviamo individualistica, libertaria è proprio una situazione nuova e piuttosto difficile. Libertà e obbedienza sono apparse in questi anni come feroci antagoniste. Le grandi democrazie sono basate sui diritti umani, sulla volontà popolare, sulla libertà, sul voto dei cittadini. Sono invece i totalitarismi da cui l’Europa si è faticosamente liberata che trovano nell’obbedienza al capo il loro punto di forza. Da qui la diffidenza culturale verso ogni celebrazione dell’obbedienza, ritenuta f ra l’altro, responsabile dell’acquiescenza, dell’indifferenza nei confronti degli orrori perpetrati dai vari sistemi dittatoriali. Anche nel campo religioso stiamo assistendo a un fenomeno nuovo e non facile, costituito dalla presenza nella nostra cultura dell’islam che pone dei nuovi problemi circa l’obbedienza religiosa. Se da una parte noi possiamo ammirare il senso della Trascendenza di Dio che loro hanno e quindi di riflesso della assoluta obbedienza da parte dei fedeli musulmani, dall’altra l’affermazione del fondamentalismo suscita non poche difficoltà nel dialogo interculturale e non poca diffidenza nei conf ronti delle conseguenze di questa univoca sottolineatura dell’obbedienza-sottomissione religiosa. 57 La nostra tradizione biblica ha messo sempre bene in evidenza l’importanza, da una parte della volontà di Dio, ma dall’altra anche della libertà e della responsabilità personale. Credo che noi dobbiamo tenere unite queste due cose: è la profezia anche della nostra vocazione, non solo di quella battesimale ma anche di quella consacrata. L’obbedienza a Dio rende liberi e responsabili di f ronte agli uomini. L’individualismo che impera in occidente non sembra avere bisogno oggi della volontà di Dio. Ciascuno pare regolarsi secondo ragione o secondo il suo sentire, o meglio ancora potremmo dire, secondo il suo interesse; riferimenti a valori, a principi, a norme oggettive sembra non ce ne siano più. Tanto è vero che la ricerca di nuove forme di religiosità spesso appare l’espressione della volontà di colorare religiosamente quelli che sono i propri desideri, i propri bisogni, più che dall’esigenza di scoprire una Parola che viene dall’alto e che quindi ha una oggettività sull’individuo, sulle situazioni, sulla storia alla quale fare riferimento perché si ritiene che sia portatrice di vita, fuori anche dalle angustie, dai limiti delle situazioni all’interno delle quali noi viviamo. La stessa vita consacrata insiste oggi su concetti quali dialogo, partecipazione, collaborazione, comunione e altri termini tutti assai positivi ma anche ambigui perché in non pochi casi danno l’impressione di voler ridurre al minimo indispensabile l’uso e l’ambito dell’obbedienza. 58 Allora la domanda che emerge da questa breve e incompleta analisi è: dove attingere per avere una garanzia che i nostri giudizi e le nostre iniziative - come recita l’articolo 15 delle Costituzioni - siano davvero lucide e pronte? A cosa riferirci per “educare la nostra coscienza all’equilibrio, alla fermezza, al distacco delle vedute e degli interessi personali”? La risposta che io mi sento di dare e sulla quale vorrei attirare la vostra attenzione nella meditazione è proprio questa: ancora una volta nella Parola di Dio, ancora una volta in Gesù che è la Parola del Padre. Gesù è presentato come colui che esegue perfettamente la volontà del Padre: Egli è l’obbediente per eccellenza. Sono innumerevoli i testi del N.T. che presentano l’obbedienza di Cristo: Gesù obbedisce alle mediazioni religiose, la Legge, il Tempio, il Sabato, le Scritture, anche senza diventarne mai schiavo. V i obbedisce in favore dell’uomo: “l ’uomo è più grande del sabato”. Ricordiamo tutti questa espressione forte di Gesù. Però obbedisce alle mediazioni religiose, così come obbedisce alle persone, agli eventi, ai genitori, alle situazioni diverse di sofferenza, in cui si trova senza però mai essere condizionato. “Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio?” , anche quando si dichiara disponibile più con i fatti che con le parole a ritornare a Nazareth e a rimanere loro sottomesso. Ma soprattutto Gesù è perfettamente sottomesso alla volontà del Padre. Per Luca in particolare, l’atteggiamento 59 fondamentale di Gesù è la sua assoluta docilità al Padre. Nel suo Vangelo le prime e le ultime parole di Gesù esprimono chiaramente questa volontà. Le prime parole di Gesù nel Vangelo di Luca sono: “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,19) e le ultime quelle che Egli pronunciò sulla croce: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”. (Lc 23,46). Dall’inizio alla fine della sua vita, l’ispirazione e la direzione è stata sempre la volontà del Padre. Anche per l’evangelista Giovanni, dal Prologo alla Croce, il Figlio è sempre orientato, proteso, lanciato verso il Padre. “Mio cibo è fare la volontà del Padre” (Gv 4,34): è uno dei testi chiave del Quarto Vangelo sulla totale obbedienza di Gesù al Padre. I suoi pensieri e i suoi progetti sono i pensieri e i progetti del Padre suo. Egli non fa la propria volontà, ma quella del Padre: Gesù è cosciente che il modo migliore per vivere il suo rapporto spirituale con il Padre è quello di una totale obbedienza e unità con la sua volontà. Il Figlio fa ciò che vede fare al Padre (cfr. Gv 5,19). La sua dottrina non è sua ma del Padre (Gv 7,16). Sulla Croce si rivela pienamente il mistero dell’obbedienza del Figlio: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo allora saprete che Io Sono e non faccio nulla per me stesso, ma faccio ciò che il Padre mi ha insegnato”. (Gv 8,28). Credo siano briciole di luce e di forza per capire e per trovare le motivazioni che ci mettono sulla strada dell’obbedienza. 60 La Croce rivela chi è Gesù il Figlio obbediente. L’obbedienz a fino alla Croce è r ivelata dalla sua condizione di Figlio. L’obbedienza del Figlio permette a Dio di manifestarsi pienamente in Lui come amore e salvare il mondo dandogli amore e domandando amore. Ciò che salva il mondo, ciò che rivela Dio al mondo non è primariamente il sacrificio di Cristo, ma è l’obbedienza di Cristo, è l’obbedienza che lo porta al sacrificio. Il senso dell’obbedienza è il sacrificio. Per Paolo l’incarnazione è l’epifania dell’obbediente. Leggiamo nella Lettera ai Filippesi (2,8): “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce”. Ma, nello stesso tempo, è anche manifestazione della esaltazione di chi sa umiliarsi per servire. Sempre in Filippesi 2,9: “Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome”. Anche nella Lettera ai Romani, S. Paolo presenta l’obbedienza con la sua portata salvifica. Leggiamo in 5,12: “Come per la disobbedienza di uno solo molti furono costituiti peccatori, così anche per l ’obbedienza di uno solo molti saranno costituiti giusti”. Ma oltre a tutti questi brani che ci parlano di Gesù Parola che dona a noi luce e forza per capre e per vivere nell’obbedienza, vi propongo un testo preciso di riferimento: Lc 11, 27- 28: “Mentre diceva questo, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da 61 cui hai preso il latte! ”. Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano! ”. In questo capitolo 11 del vangelo di Luca, dopo una lunga e articolata catechesi sulla preghiera Gesù si scontra con Satana e con i suoi detrattori; lo accusano perfino di intendersela con Belzebul! All’apice di tutte le sue argomentazioni Gesù fa un’affermazione lapidaria: “Chi non è con me è contro di me e chi non raccoglie con me disperde”. Non si tratta di un invito a schierarsi, a creare divisioni, contrapposizioni. Q uando i discepoli gli suggeriscono proprio questo: “Abbiamo visto un tale che scacciava i demoni in nome tuo e glielo abbiamo impedito perché non è dei nostri” (Lc 9,49), Gesù non li approva, anzi pronuncia parole di apertura: “Chi non è contro di voi è per voi”. L’affermazione che leggiamo qui è un invito, invece, a vivere la relazione con Lui come fondamentale, nella scoperta di quello che è il bene per noi. Noi vogliamo scoprire ciò che è bene per noi, ciò che è la nostra realizzazione, ciò che è il compimento della nostra vocazione: dobbiamo vivere in comunione con Lui. Chi è in comunione con Gesù possiede quella forza che gli permette di tenere al sicuro i suoi beni, senza temere l’assalto di nessuno. “Mentre diceva questo”: quello che segue si pone in continuità con questo messaggio; quello che va dicendo lo dice per sottolineare non solo l’importanza, ma anche la 62 modalità con cui vivere in comunione con Lui, per potersi realizzare pienamente. “Una donna alzò la voce in mezzo alla folla”. Sul tema della relazione la donna ha una sensibilità particolare, è nella sua natura tessere relazioni, coltivare relazioni, renderle feconde. Lei, una donna, può dire una parola in piazza proprio distinguendosi dalla folla. “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte”. Con il linguaggio della benedizione questa donna, ma lo fa per stigmatizza l’esperienza più alta della relazione, quella che si stabilisce tra una madre e la sua creatura. Riusciamo a capire la forza che viene dal brano che stiamo leggendo. E ci è caro anche fare riferimento a Maria, la madre di Gesù. Chi può avere avuto una relazione più profonda di quella di Maria? La donna della folla usa delle immagini stupende: averlo portato in grembo, averlo alimentato con il latte del proprio seno dice non soltanto relazione, vicinanza, comunione di vita, di ideali, partecipazione alla stessa missione, dice ancora di più immedesimazione. Proprio per questo noi assegniamo a Maria titoli di “Madre di Dio”, “Madre di Cristo”, “Corredentrice” e altri. Ella è totalmente coinvolta nella missione del Figlio suo, perché con Lui ha questo rapporto biologico, prima che spirituale e ideale. Quindi la forza dell’argomentazione di questa donna fa risaltare enormemente il significato della risposta che Gesù da a questa beatitudine. 63 “Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano”. Gesù non nega la beatitudine assegnata a sua madre, ma stabilisce la condizione di felicità che è superiore a questa, e che è data a coloro che si rapportano con Lui attraverso la Parola. L’espressione appartiene al quadro teologico di tutto il Vangelo di Luca nel quale si insite sempre sull’ascolto della Parola, ma non solo sull ’ascolto ma anche sull’osservanza della Parola, nell’obbedienza alla Parola. Il tema della Parola è rintracciabile in molti testi di Luca, come quello per esempio della Parabola del Seminatore, dove il seme caduto su terra buona descrive coloro che ascoltano la Parola con cuore buono e perfetto e la custodiscono con perse veranz a (L c 8,15). Anche nell’episodio in cui giungono sua madre e i suoi fratelli, Gesù alla fine afferma: “mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). E’ un brano parallelo a questo. La Parola di Dio annunciata da Gesù ha come effetto la chiamata di Pietro, di Giacomo e di Giovanni: “Sulla tua Parola getterò le reti”. (Lc 5,1-11). Chi l’ascolta, chi mette in pratica la Parola “è simile all’uomo che ha costruito la sua casa sulla roccia”, anche se viene inondata dal fiume in piena non crolla, a differenza di chi l’ascolta ma non la mette in pratica (Lc 6,46-49). Maria fu la prima che ascoltò e disse: “Eccomi”. La sua maternità prima che nel ventre fu nell’orecchio, 64 dicono i Padri della Chiesa, fu nel cuore. Essa obbedì e per questo fu madre. La sua stessa beatitudine è quindi di chiunque accoglie il seme della Parola e può essere padre e madre per Cristo che vuole continuare a vivere dentro questo nostro tempo. Allora possiamo tirare delle conclusioni in riferimento al ruolo che ha la Parola di Dio nella vita di noi consacrati. La Parola ci libera dagli idoli. Gli dei stanno tornando alla grande insieme agli idoli in rapida moltiplicazione. Basti pensare all’idolatria dell’immagine nelle sue varie espressioni, quali la moda, il salutismo, l’audience, il rampantismo e noi non siamo esenti. Questo è il nostro peccato. Ma c’è anche l’idolatria del potere che coltiva il mito del più forte, dell’efficienza con la conseguente sindrome dell’onnipotenza. La Parola ci propone il Dio vero, Signore del cielo e della terra, che ha un progetto di realizzazione piena sul mondo e sulla storia. Questo progetto realizzato in Cristo Gesù si compie attraverso l’obbedienza alla sua legge di umiltà e di mitezza, attraverso l’accoglienza docile dell’azione gratuita, nascosta e forte dello Spirito Santo. Dicono le Costituzioni: “docili all’azione dello Spirito”. La Parola costruisce solidarietà, essa ci fa scoprire i limiti di un individualismo irresponsabile e selvaggio, indifferente alle sofferenze altrui, incapace di compassione, di servizio. Dalla Parola di Dio viene la proposta di una vita intesa come libertà, ma anche come 65 capacità di dono, come oblatività. Cristo ci ha liberati per amore, ci ha liberati dagli idoli per servire il Dio vero, ci ha liberati dal narcisismo, dalle logiche di mercato, dalle mode, dalla sovranità dell’io, per affermare il mondo nuovo della comunione e dell’incontro. Forse su questa terra non riuscirà ad imporsi la civiltà dell’amore in tutta la sua pienezza, ma noi siamo chiamati a costruire comunità evangeliche nelle quali vivere relazioni gratuite, forti, mature, cementate dall’accoglienza e dal perdono reciproco; comunità fraterne, capaci di comprendere e far sentire Dio come Padre e la Chiesa come Madre. L e Costituzioni ancora ci dicono: “fedeli alla Chiesa”. La Parola conduce all’obbedienza della fede. Essa fa vedere la propria esistenza umana come risposta a una vocazione, a una chiamata che viene da un Amore che pensa alla mia realizzazione. Educa alla convinzione che “è meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. Educa all’obbedienza alle cose di ogni giorno, come recitano le Costituzioni: “attenti alle indicazioni che emergono dalle cose”: lavoro, salute, vicende. Soni i luoghi dell’obbedienza, dove la Parola ci dice che dobbiamo riscattare ciò che non si può evitare, riscattarlo dalla deriva della disperazione, ricondurlo nell’alveo dell’accettazione della propria croce, dell’offerta sacrificale assieme a quella del Signore Gesù, il quale fa entrare tutto nel suo Regno, nella costruzione del suo Regno; tutto fa crescere e maturare dentro la sua logica, dentro il suo progetto, dentro il suo disegno, anche 66 ciò che noi non riusciamo a capire, anche ciò a cui non riusciamo a dare un nome. Questo ci dice la Parola. La Parola educa all’amore e all’obbedienza alla Chiesa, dove Cristo continua a vivere presente fra noi; educa a “non conformarsi alla mentalità di questo mondo” ma a far vi entrare lo Spirito e l’esperienza della Regalità di Cristo, “nell’obbedienza fedele alla nostra vocazione” (Cost. art. 15). “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono a Lui gradito e perfetto” (Rm 12,2). Che cosa ci può dare questa mente nuova che ci permette di discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto? E’ la Parola di Dio. Non credo sia necessario sottolineare il ruolo centrale che l a Pa r o l a d e v e a v e r e n e l l a v o s t r a v i t a , a s s i e m e all’Eucarestia, alla Riconciliazione f requente e alla Liturgia delle Ore, (come dice l’articolo 11 delle Costituzioni). Il Vangelo è un dono da tenere carissimo (articolo 6 Costituzioni), come la Vergine Maria e la Chiesa. E’ vero per tutti i consacrati ma in particolare per voi che in forza della vostra secolarità non avete la verifica costante di una comunità, l’impegno specifico di un’opera particolare da compiere; la Parola di Dio resta il riferimento ultimo e fondamentale. Benedetto XVI nel discorso che ha tenuto al S i m p o s i o d e i 6 0 a n n i d e l l a “ Pr o v v i d a M a t e r ” , 67 rivolgendosi ai membri degli Istituti Secolari dice: “Siete sollecitati non da opere particolari ma dalle relazioni che si sviluppano nella vita familiare, professionale, sociale, amicale. Voi avete come luogo di apostolato tutto l’umano, non solo dentro la comunità cristiana (a n c h e l ì s e v i s i è chiamati), ma anche e soprattutto nella comunità civile, dove la relazione si attua nella ricerca del bene comune, nel dialogo con tutti, chiamati a testimoniare quell’antropologia cristiana che costituisce proposta di senso in una società disorientata e confusa dal clima multiculturale e multi religioso che la connota”. Ebbene, in questa situazione, chi ascoltare? Chi obbedire? E’ vero per noi più che per altri quanto affermava Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”. Il n° 94 di “Vita Consecrata” sottolinea chiaramente il valore della Parola di Dio; la definisce “prima sorgente di ogni spiritualità”, soprattutto quando il suo ascolto avviene nella forma della Lectio Divina e quando avviene in forma comunitaria con l’intero popolo di Dio, attraverso esperienze quali scuole di preghiera, di spiritualità, di lettura orante della Scrittura, nella quale Dio parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. In essa, nella Parola, uomini e donne di preghiera hanno tratto la luce necessar ia per quel discernimento individuale e comunitario che li ha aiutati a cercare nei segni dei tempi le vie del Signore. Pensiamo a San 68 Francesco, a Santa Chiara, a P. Gemelli, ad Armida Barelli. E’ leggere le situazioni in cui ci troviamo e sentire che lì la Parola di Dio acquista un’eco estremamente concreto. Allora potrei invitarvi a riflettere sull’obbedienza nella vostra vita di consacrati secolari dentro questo nostro tempo, al rapporto che siete chiamati a vivere con la storia, con la Chiesa e aprire una vasta gamma di applicazioni concrete. Vi propongo delle domande per la verifica personale. Quale posto occupa la Parola di Dio nella interpretazione della mia vocazione, nella mia vita di laico consacrato? Mi affido alla luce e alla forza che viene dalla Parola per chiarire i miei dubbi sul contenuto di certe obbedienze che mi vengono richieste dalla vita, dalla storia, dalla Chiesa? Oppure mi affido al pensiero comune, alle mode? L’ascolto obbediente della Parola riesce a sciogliere alcuni nodi nel mio rapporto con il mondo (lavoro, corresponsabilità sociale, economica, politica, lì dove siamo chiamati a dare delle risposte). Vediamo sulla base di quali principi, di quali valori, di quali orientamenti c’è questo ascolto obbediente della Parola che scioglie alcuni nodi. A volte 69 facciamo fatica ad accogliere questo perché ci domanda di andare contro corrente, ci domanda di mettere in discussione quello che abbiamo costruito negli anni, attraverso i nostri bisogni individualistici e interessati, piuttosto che orientati alla ricerca del vero bene, della costruzione del Regno di cui ci sentiamo missionari per vocazione. 70 71 72 5 MEDITAZIONE LA CASTITA’ “Vieni in aiuto alla nostra debolezza e insegnaci a pregare la tua Parola. Senza di Te, Spirito del Padre, non so che cosa devo chiedere né come chiederlo. Ma tu stesso vieni in nostro soccorso e prega il Padre per noi con sospiri che nessuna parola può esprimere. O Spirito di Dio, Tu conosci il nostro cuore, prega in noi come il Padre vuole. O Spirito Santo, vieni in aiuto alla nostra debolezza e insegnaci a pregare la tua Parola”. Basterebbe soffermarsi un attimo a contemplare la profondità di queste parole per avere motivi più che sufficienti per riflettere e verificare il nostro modo di stare davanti a Dio. Pensiamo all’Inno di stamattina, ha tre passaggi che meritano di essere ripresi: “In te il divino Spirito dispensa con amore il Pane e la Parola”. “Tu illumini ai credenti il Mistero profondo del Verbo fatto uomo per la nostra sal vezz a”. E poi il ter z o passaggio che sentiamo 73 particolarmente nostro: “Tu sei guida e modello a coloro che seguono in povertà e letizia Gesù Sposo e Signore”. Se volessi dare un titolo alla meditazione sulla castità, darei proprio questo: Gesù è il nostro sposo e il nostro Signore. Il consiglio della castità consacrata è il consiglio che apre la porta alla vita consacrata: senza castità consacrata non c’è vita consacrata. La distinzione nei confronti di altre forme di vita cristiana parte proprio da qui: c’è vita consacrata quando c’è castità consacrata nel celibato. Anche le vostre Costituzioni precisano che la castità, a differenza degli altri consigli, è assunto come un voto. La castità è sempre stata una realtà difficile da vivere e oggi più di ieri. Oggi, a differenza di ieri, è diventata una realtà difficile da spiegare. Eppure la coscienza cristiana avverte la necessità della chiara testimonianza d e l l a c a s t i t à i n q u e s t o n o s t ro t e m p o, u n t e m p o caratterizzato da un ritorno al paganesimo permissivo e tollerante a tutti i livelli, anche a livello della coscienza dei cristiani, i quali su questa materia derogano molto facilmente. Per affrontare questo discorso molto vasto mi rifaccio a una definizione di castità o di verginità consacrata che è stata formulata da P. Amedeo Cencini, che molto scrive su questi temi. Nel 2005 ha scritto un libro “Verginità e celibato oggi”. La definizione è questa: “Essere vergini per il Regno in quanto consacrati vuol dire amare Dio al di sopra 74 di tutte le creature per amare con il cuore e la libertà di Dio ogni creatura, senza legarsi a qualcuna né escluderne alcuna, anzi amando in particolare chi non è amato”. Questa definizione è complessa ma sottolinea fondamentalmente una cosa, che il celibato è una questione d’amore e non è una questione di rinuncia; è una questione d’amore per Dio che va amato sopra ogni cosa, al di sopra di tutte le creature e senza nessun specifico legame, anzi con una preferenza: la preferenza va fatta nei confronti di chi non è amato. L’icona biblica che ci guida oggi: Mc 12,28-34: Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti? ”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l ’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi”. Allora lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo”. 75 Q uesto scriba si accosta a Gesù attratto dalla profondità della sua Parola. Gesù aveva appena sostenuto d a v a n t i a i sadducei il mistero della Resurrezione, rivelando un volto inedito di Dio: Dio era il Dio di Abramo, di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio della vita, il Dio dei viventi: nessuno è morto ai suoi occhi. Si può morire fisicamente ma il germe di vita eterna seminato in noi nel Battesimo è garanzia di vita nuova. Capite come un annuncio di questa portata non poteva non affascinare uno scriba onesto, un ricercatore di Dio e della verità. E infatti questa parola nuova e affascinante attira lo scriba verso Gesù. Si rivolge a Lui e gli pone una domanda; è in fondo simile a quella domanda di quel notabile ( o giovane ricco) che chiedeva “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Però egli la pone con maggiore competenza, egli sa che la via della vita è la via dei comandamenti, per cui non fa questa domanda: “che cosa devo fare per avere la vita eterna?” . Egli è consapevole però anche che i comandamenti sono talmente numerosi che è impossibile osservarli tutti. Allora dice: “Qual è il primo?” Il “primo” in che senso? Quella da cui bisogna cominciare? Quello che non si può comunque trascurare tra i tanti? O meglio ancora, questo è il senso con cui Gesù recepisce la domanda, quello su cui poggiano tutti gli altri? Gesù risponde, seguendo la logica di questa triplice interpretazione: l’amore di Dio e l’amore dei 76 f ratelli non è soltanto un comandamento, il primo di molti altri, quello che vale di più rispetto agli altri. E’ il fondamento degli altri comandamenti. Erano già presenti questi impegni nell’ A.T.. Il libro del Deuteronomio recita così: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-5), e nel libro del Levitico: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18). Gesù non dice niente di nuovo rispetto a quello che già era proposto nell’antica Legge. Gesù riprende questo insegnamento, riprende questi due testi e li unisce insieme, non solo li unisce insieme ma li fa dipendere l’uno dall’altro. Ecco la novità. Questi due insegnamenti che dipendono l’uno dall’altro Gesù li pone alla base del suo insegnamento. Li riformula in modo nuovo e li riformula per gradi. Primo gradino. “Ascolta Israele”. Non è un modo di dire, non è un ‘intercalare. E’ il richiamo all’atteggiamento previo , è il richiamo all’accoglienza della Parola dell’Amore. Dio si rivela come Parola: “Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta”. Quindi il primo gradino è quello della disponibilità, della docilità, della fiducia, dell’abbandono. Se non c’è questo atteggiamento previo tutto il resto non sta in piedi. A fondamento della castità c’è questa apertura del cuore, c’è il superamento di quel “venne tra la sua gente ma 77 i suoi non l ’hanno accolto”. Il casto è colui che si lascia m e t t e r e i n g i o c o d a C r i s t o, s e n z a c a l c o l o. E ’ l’atteggiamento di chi dice: io ci sto comunque ... Parla, Signore che il tuo servo ti ascolta. Secondo gradino. “Il Signore nostro Dio è l ’unico Signore”. Dall’ascolto nasce la fede, la fede intesa qui come accoglienza della signoria di Dio: “il Signore nostro Dio è l’unico Signore”. Una signoria che spazza via tutti gli idoli su cui abbiamo costruito le nostre sicurezze, con cui l’uomo costruisce quotidianamente le sue sicurezze. Egli è l’unico. Ecco il secondo gradino. E’ questa adesione, questo riconoscimento, questo orientamento che la Verità, che la Luce, che il senso dell’esistenza vengono da Lui. E’ sempre l’evangelista Giovanni che ci introduce nella comprensione di questa Verità: “a quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo ma da Dio sono stati generati” (Gv 1). A fondamento d e l l a c a s t i t à a l l o r a c ’è q u e s t a disponibilità senza condizioni, c’è il riconoscimento della signoria di Dio nella propria vita. “Chi crede è generato da Dio”, è generato dall’Amore, per questo può amare. I consigli evangelici sono un dono, anche la castità è un dono, non è qualcosa che facciamo noi per Dio, non è un impegno che noi assumiamo di vivere in un certo modo davanti a Dio. E’ un dono impegnativo, che a volte 78 pesa, ma che eleva, che porta a perfezione, è il dono di essere generati dall’Amore e quindi capaci di amare. Terzo gradino. “Amerai dunque (quel dunque sta a dire che le parole che seguono vengono come conseguenza di quell’”ascolta Israele” e di quel “Il Signore è il nostro Dio ed è l’unico Signore”, altrimenti tutto il resto non sta in piedi) con tutto il cuore (gli affetti), con tutta la tua mente (l’intenzione), con tutta la tua f or z a (la volontà). E’ chiamata in causa tutta la persona: affetti, intenzioni, volontà, comprese le intenzioni. “Con tutta la mente”. Questa seconda modalità è un’aggiunta di Gesù. Richiama la fede. Gesù la domanda. Non basta l’ardore che ci spinge dentro nel seguire il Signore sulla via della castità; non basta la volontà a compiere le opere che testimoniano questa donazione a Dio nella castità, ma è richiesta anche la fede, è necessaria anche l’intenzionalità. E qual è l’oggetto di questa fede e di questa intenzionalità? La signoria di Dio. Credo che nel nostro compito vocazionale di essere Missionari della Regalità la castità è la via maestra, è la via privilegiata. Quarto gradino. Apparentemente in subordine: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Apparentemente in subordine perché subito Gesù lo integra al primo: “Non c’è altro comandamento più importante di questi”. Chi è il prossimo? L o sappiamo, è chiunque incrociamo sulla nostra strada e ha bisogno del nostro amore, come il malcapitato sulla strada di Gerico. 79 E’ importante notare come lo scriba intuisca tutti questi passaggi, li unisce insieme e ne trae le conseguenze: Davvero questo “vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Gli olocausti e i sacrifici erano il cuore della religione ebraica. Avvenivano nel Tempio e avevano la funzione o di purificazione (il sacrificio noto come quello del capro espiatorio) oppure avevano la funzione dell’alleanza (il sacrificio che avveniva con l’aspersione del sangue delle vittime sul popolo radunato) e i sacrifici di comunione (che prevedevano il mangiare insieme con Dio, dunque con la carne delle vittime, che una parte veniva bruciata e una parte veniva consumata tra i presenti). Il comandamento dell’Amore sintetizza tutta questa ritualità, la assorbe, la riformula. La riformula perché non è più qualcosa di esterno, qualcosa che io faccio, ma qualcosa di interno e di personale. Dio non vuole più – e Gesù ce lo manifesta chiaramente – degli animali come vittime di sacrificio di lode, ma tutta la nostra persona: cuore, mente, forze. Perché non si sviluppa più nel Tempio questo sacrificio ma nella nostra vita. E’ quello che Gesù dice alla Samaritana: “Né su questo monte, né a Gerusalemme (quindi nel Tempio) ma in Spirito e Verità adorerete il Padre”. Deve essere stato bello e soprattutto coinvolgente l’espressione con cui Gesù chiude il discorso: “Non sei lontano dal Regno di Dio”. E’ un invito alla sequela, ed è un 80 invito a guardare oltre dove la realizz azione e il compimento di questo progetto di vita rende attuale nel tempo il compimento del Regno. Vorrei che questa espressione la sentissimo rivolta a noi, oggi. Contiene la proposta celibataria così come è e s p re s s a d a l l ’ a r t i c o l o 1 6 d e l l e C o s t i t u z i o n i : “Ci impegniamo a vivere il celibato nella castità, donandoci con cuore indiviso a Dio e cercando nell’amore di Dio e dei fratelli la forza per combattere le tentazioni del corpo e le debolezze dello spirito”. Vi propongo alcune riflessioni. La prima è che la sostanza della scelta celibataria, il suo “cuore”, la sua parte vitale consiste essenzialmente nell’amore, inizia e si compie nell’amore, nasce dalla scoperta che avviene nella contemplazione e avviene anche nell’esperienza della vita, della scoperta dell’amore, e mira all’aumento della capacità d’amare. Questa è la castità. Non consiste primariamente nella rinuncia a istinti o a tentazioni, tantomeno non consiste a dire di no consciamente o inconsciamente, come a volte può avvenire, all’esperienza dell’amare e dell’essere amato. Non c’è neppure una pretesa soggettiva di perfezione all’origine del voto di castità, o un’esigenza cultuale. Lo dico soprattutto in riferimento a chi il voto di castità o la promessa di celibato la fa in funzione di un ministero da compiere: io prete posso essere “costretto” a essere celibe per compiere il ministero sacro, cosa che sottolineo molto 81 con i seminaristi; non si può subire il celibato, ma è da chiedersi se si è disponibili a essere celibi, se si è d i s p o n i b i l i a q u e s t o d o n o d e l l a v i t a . Non è u n a imposizione esterna come può essere una legge, oppure interna come può essere un condizionamento psichico, ce ne sono tanti condizionamenti psichici: la paura dell’altro sesso o simili patologie che possono essere presenti nel cuore molto complesso dell’uomo. La scelta celibataria è un fatto d’amore ed è possibile solo come scelta dettata dall’amore. Alla base di ogni castità consacrata c’è l’esperienza di essere coinvolti in una avventura d’amore che domanda tutto, perché può dare tutto. C’è una sorta di innamoramento che fa sbiadire tutto il resto; c’è la sensazione che rispondendo a questa seduzione divina Dio diventi veramente l’unico. E’ così che ci si decide e ci si può impegnare per Dio, amato come l’unico Amore della nostra vita. Sarebbe interessante leggere il voto di castità con la categoria della relazione. Non può mancare la relazione nell’amore. Si possono avere quindi molti amici e molti fratelli ma uno solo è lo Sposo. Quando la passione per Dio cresce nel cuore tende a diventare esclusiva ed escludente: tutti passano sul ponte che è il nostro cuore, ma nessuno si ferma. A tutti è concesso passare perché siamo chiamati ad amare, ma nessuno si deve fermare, perché se qualcuno si ferma impedisce il passaggio agli altri. La passione per Dio tende a diventare esclusiva ed escludente. Dio e il suo 82 Regno sono sentiti allora come il tesoro nascosto per poter avere il quale si va a vendere tutto quello che si ha. L’oggetto di questo amore verginale è Dio con tutto ciò che questo significa sul piano della centralità dell’esperienza spirituale che noi siamo chiamati a coltivare nella nostra vita. Solo un Dio Amore può chiederti di amarlo con tutto il cuore, solo chi ti ha donato tutto può chiederti tutto, solo chi ti ha amato sulla Croce può chiederti un amore che ti porterà alla croce. E queste non sono parole, devono diventare esperienza spirituale. Solo chi plasma ogni giorno il tuo cuore con il suo Spirito al quale tu ti apri, al quale tu ti consegni, può domandarti di amare con modalità diverse da quelle della carne e del sangue. M a n o n s o l t a n t o D i o è l ’o g g e t t o d e l l ’ a m o re celibatario, bensì anche le creature: ogni creatura, secondo la definizione di Cencini. E questo particolarmente per la specificità secolare del vostro Istituto: “soprattutto chi è più povero d’amore”. Se dobbiamo avere delle preferenze è nei confronti di questi, oppure nei confronti di chi è tentato di non sentirsi amabile perché di fatto, magari, non è amato ma è discriminato, è lasciato nella sua solitudine. Non c’è rivalità, non c’è frattura fra amore di Dio e amore per l’uomo, ma c’è progressione. A partire dall’amore di Dio, come un movimento concentrico che si espande, raggiunge ogni essere che noi avviciniamo. Quando si getta un sasso nello stagno si creano questi cerchi 83 concentrici che vanno sempre più verso la periferia fino a raggiungere quelli che potrebbero essere i più lontani da Dio, i più lontani dalla speranza di essere amati da Lui. Possono essere raggiunti dall’amore di un cuore verginale, di un cuore casto, come quello che il Signore ci ha donato. In questa prospettiva va intesa l’espressione paradossale di Don MIlani che diceva ai ragazzi a cui aveva dedicato la sua vita: “Ho voluto più bene a voi che a Dio; ho la speranza che Lui non sia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto sul suo conto”. Nessuna rivalità, nessuna frattura, ma progressione. La modalità generale con cui viene espresso l’amore celibatario è la totalità. Dio è amato infatti con tutto i cuore, con tutta la mente, con tutta la volontà. “La creatura è ben voluta con il cuore e la libertà di Dio che è la pienezza e la totalità dell’amore” (A. Cencini). La cosa più interessante è che si tratta di una totalità incrociata, in riferimento all’oggetto dell’amore, nel senso che l’oggetto divino che è Dio è amato con un cuore e da un cuore totalmente umano. Mentre la creatura umana è ben voluta e amata con benevolenza divina. Siamo chiamati ad amare Dio con il nostro povero cuore, ma siamo chiamati ad amare i fratelli con il cuore ricco di Dio. Sempre un cuore di carne, certamente, ma un cuore educato dalla libertà di Dio ad amare con la sua larghezza, la sua altezza, la sua intensità. 84 Vivere la castità vuol dire attingere costantemente dal cuore di Dio la capacità di amare come ama Lui; noi dobbiamo andare ai fratelli e amarli non con il nostro povero cuore di carne, sempre limitato, ma dobbiamo amarli con l’altezza, la larghezza e la profondità del cuore di Dio. E’ ovvia la relazione tra i due amori: l’uno influisce sull’altro inevitabilmente. Il mio cammino di verifica è sempre accompagnato da questa espressione che è molto viva: “Tra me e Cristo nessun volto (con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze), tra me e il fratello il volto di Cristo”. C’è anche una condizione perché questo amore celibatario sia autentico ed è la definitività. Un’altra caratteristica della totalità dell’amore è relativa al tempo, non per un po’, ma per sempre, per tutta la vita. E’ un aspetto dell’amore scarsamente accolto e difficilmente vissuto nella cultura odierna. Si teme la definitività e tutto questo perché l’amore è considerato unicamente nel suo aspetto emozionale e n o n i n v e c e a n c h e n e l l a s u a dimensione volitiva, che coinvolge cioè anche la volontà. Ogni amore vero, maturo domanda un atto della volontà che assicura la fedeltà, mentre ne esprime la profondità. Così è anche per l’amore celibatario. E’ un amore spesso crocifisso perché in certi momenti è un amore “a caro prezzo”, non è “uno scherzo”! E’ un amore che frequenta il Crocifisso, per restare fedele alla caratteristica dell’oblatività. E’ amore che sa passare dal Volto 85 trasfigurato di Gesù sul Tabor al Volto sfigurato di Gesù sul Crocifisso, nel Crocifisso, senza scandalizzarsi. E’ un amore allora che esulta sul Tabor ed è fedele sul Calvario, che conosce la possente attrazione dell’eros divino, che è accompagnato anche da questo supporto emotivo nell’andare a Cristo Gesù, ma sa abbassarsi anche all’umile, oscuro modo di amare dell’agape, cioè dell’amore che non si aspetta niente in cambio. E’ amore che va sempre coltivato nella interiorità, nella preghiera intensa perché imita il Figlio, vergine e orante, sapendo che castità e intimità con il Signore sono una sola cosa. Solo chi coltiva l’intimità orante può testimoniare che la sua vita verginale è frutto di un amore invisibile, di un amore irresistibile. Vi suggerisco alcune sollecitazioni per la verifica. L’amore va coltivato in ogni stato di vita, anche l’amore celibatario ha bisogno di una formazione permanente, che significa: Collegare costantemente l’aspetto positivo della castità, che è la scelta di qualcosa di grande, con quello negativo che è la rinuncia a ciò che può limitarla. Non è possibile scegliere senza rinunciare. Ogni scelta è una rinuncia a qualcos’altro, così come però non è possibile una rinuncia senza una scelta, una scelta che coinvolge di più, coinvolge maggiormente. Ci diventa facile rinunciare a 86 qualcosa quando noi abbiamo scelto una realtà, un bene che è più grande, che ci coinvolge maggiormente, altrimenti la r i n u n c i a d i v e n t a u n i n f e r n o, d i v e n t a impossibile. Non sganciare mai l’innamoramento di Dio d a l l a p a s s i o n e p e r l ’ u o m o. E ’ l ’ u n i c o comandamento, dice Gesù: Perché l’uno conferma l’altro e lo sostiene. L’amore per Dio conferma e sostiene l’amore per l’uomo e l’amore per l’uomo conferma e sostiene l’amore per Dio, altrimenti nessuno dei due amori è credibile. San Giovanni lo dice chiaramente nella sua Prima Lettera: “Non possiamo amare Dio se non amiamo il fratello”. E nell’amore del fratello l’amore di Dio diventa per fetto. E’ un passaggio interessantissimo della Prima Lettera di Giovanni. Sembra quasi che l’amore di Dio sia imperfetto in se stesso, e l’amore di Dio ha come oggetto l’uomo, come oggetto la sua salvezza, la sua redenzione. Come può raggiungere il suo obiettivo? Attraverso chi quest’amore lo incarna. L’amore celibatario, l’amore della nostra vocazione di secolari è proprio questo: portare l’amore di Dio al suo 87 oggetto, al suo obiettivo, quindi rendere perfetto l’amore di Dio. Non essere così superficiali da pensare di essere casti solo perché non si fa nulla contro la purezza, se non c’è anche un grande amore che ci spinge dentro. Possiamo essere illibati, né un pensiero né una parola né un gesto e potremmo non essere casti perché non abbiamo accompagnato questa illibatezza con l’amore che ci spinge dentro. Né possiamo essere così legalisti da ridurre il voto ad una serie di obblighi da rispettare o di trasgressioni da evitare. Per cui quando noi ci verifichiamo sulla castità non dobbiamo ripiegarci nel prendere atto degli errori commessi, ma elenchiamo i frutti che essa ha prodotto in noi e attorno a noi. Ciò che ci deve preoccupare non sono le cadute o gli errori ma la mancanza di frutti della nostra castità che sono appunto i frutti dell’Amore. Vi propongo un passaggio incoraggiante, lo trovo molto stimolante. E’ una interpretazione di P. Renè Voillau m e s u l l e d i n a m i c h e d e l l a v i t a c o n s a c r a t a , facilmente applicabile al voto di castità. “Il cammino della vita consacrata si sviluppa in tre fasi. La prima fase che è la fase della prima chiamata è la fase dell’entusiasmo, del coraggio, dell’innamoramento in cui tutto 88 sembra possibile anche se magari non facile. La povertà della vita, la castità del cuore, l ’obbedienza della volontà. Una montagna da scalare, certamente. Ma si pensa che un po’ con le mani, un po’ con le ginocchia la salita sia possibile. E’ una fase che può durare anche tanto ma è una fase che non dura sempre. Si passa prima o poi alla seconda fase. La seconda fase è quella della consapevolezza che rispondere a questa chiamata è impossibile. E’ costituita dallo scontro con i propri limiti, con la propria fragilità, con la propria infedeltà. Quello che si era abbracciato con tanto entusiasmo, con tanta generosità si avverte che è impossibile realizzarlo pienamente. In un certo momento della propria vita ci si sente vinti più che vincitor i. E’ una fase delicatissima perché le soluzioni possono essere diverse. Alcuni in questa fase decidono di lasciare tutto, capitolano, ritengono che non sia possibile, che non valga più la pena di lottare, tanto non si riuscirà mai ad essere coerenti fino in fondo. Altri invece, imboccano il tunnel della mediocrità, si adeguano, rinunciano alla lotta, cercano di contenere i danni per sé e per gli altri, cercano di non dare scandalo più di tanto ma neppure vivono nella gioia. La terza fase è definita come quella della “seconda chiamata”. E’ la fase della maturità in cui l’innamoramento diventa amore. Si ha consapevolezza della propria incoerenza e allora ci si affida allo Spirito di Cristo. E’ la fase in cui l’impossibile diventa possibile in Cristo. E’ la fase della fede vera, dell’abbandono sincero, la fase della castità matura. Il 89 passaggio a questa terza fase avviene se si volge lo sguardo v e r s o l a direzione giusta. Come l ’alpinista. Quando è imbragato, pronto per la salita ma con i piedi poggiati per terra, si sente sicuro, forte, capace. Quando si trova in parete, sospeso ad un cavo che magari gli appare debole e sottile non può guardare indietro, altrimenti prova le vertigini e cade. Deve guardare avanti anche se non vede la meta, anche se non vede dov’è agganciato questo cavo. E agire nella convinzione che la corda è ancorata a un appiglio sicuro. Allora procede, procede con la forza e la chiarezza che gli viene da questa consapevolezza di essere lì sulla parete perché è stato amato da Dio. E c’è un’unica strada che gli permette di arrivare alla cima, quella di aggrapparsi a questa corda, quella di rispondere a questo amore; tanto più riesce a crescere in questo amore tanto più si sente capace di compiere l’impossibile.” L’impossibile diventa possibile in Gesù; il nostro appiglio è Cristo Gesù, è la passione per il suo Regno quaggiù da costruire e quello definitivo verso il quale ci sentiamo chiamati. Perdere di vista questo rende la vita una fatica immane e inutile. Invece tenerlo presente fa sì che la nostra consacrazione secolare sia un’avventura stupenda. 90 ISTITUTO SECOLARE DEI MISSIONARI DELLA REGALITA' DI CRISTO 20123 MILANO - via Lodovico Necchi 2 - tel. 02 8690801 www.laiciconsacrati-regalita.org - [email protected]