la Biblioteca di via Senato Milano mensile anno I n.6 – ottobre 2009 Quell’amicizia doc tra Gobetti e Malaparte matteo noja L’esperanto “visivo” delle italiche lettere giovanni baule Jonathan Swift, o dell’economia politica “irish” giuseppe sertoli The only sensible thing to do with is to them. Sir Richard Branson, entrepreneur extraordinaire and adventurer. His never ending quest for the next big idea brings him to the inspirational solace of Necker, his island. He always travels with Samsonite ProDLX, the only bag that can keep up with him. Sir Richard Branson’s proceeds from the photo shoot were donated to the Virgin Unite foundation. www.virginunite.com samsonite.com la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO I – N.6 – MILANO, OTTOBRE 2009 Sommario 4 Un carteggio “ragionato” MALAPARTE E GOBETTI, DUE PENNE AMICHE di Matteo Noja 12 Traduzioni “visive” PAESE CHE VAI, LIBRO CHE TROVI. ITALIANI IN COPERTINA di Giovanni Baule 22 I 70 anni di un antico artista GLI ALBERI E I BORGHI DI MINEZZI, PITTORE DEI LIBRI E SUI LIBRI di Matteo Tosi 25 inSEDICESIMO – Le rubriche RECENSIONI, CATALOGHI, ASTE, ANNIVERSARI, MOSTRE E APPUNTAMENTI 42 Visita allo Studio Pellini L’ULTIMO ATELIER SCAPIGLIATO DI MILANO di Elena Bellini e Matelda Pellini 46 Un libro ritrovato AD PERPETUAM MEMORIAM di Chiara Bonfatti 48 Libri illustrati FRANS MASEREEL, CHE CORSE SUL “FILO” di Chiara Nicolini 52 Uno swift “economico” PER 108.000 STERLINE DA MEZZO “PENNY”* di Giuseppe Sertoli 60 La Fiera letteraria INFORMARE SUI FORMATI di R. Obredi 62 Novità in collezione UNA RACCOLTA SEMPRE PIÙ RICCA, OGNI MESE di Chiara Bonfatti, Giacomo Corvaglia e Annette Popel Pozzo * tratto da “l’Erasmo” n.18, novembre – dicembre 2003 Consiglio di amministrazione della Fondazione Biblioteca di via Senato Marcello Dell’Utri (presidente) Giuliano Adreani, Carlo Carena, Fedele Confalonieri, Maurizio Costa, Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel, Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli, Carlo Tognoli Direttore responsabile Angelo Crespi Segretario Generale Angelo De Tomasi Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Collegio dei Revisori dei conti Achille Frattini (presidente) Gianfranco Polerani, Francesco Antonio Giampaolo Referenze fotografiche Saporetti Immagini d’Arte Snc, Milano Fondazione Biblioteca di via Senato Elena Bellini segreteria mostre Chiara Bonfatti sala Campanella Sonia Corain segreteria teatro Giacomo Corvaglia sala consultazione Claudio Ferri direttore Luciano Ghirelli servizi generali Matteo Noja conservatore della Biblioteca Donatella Oggioni responsabile teatro e ufficio stampa Annette Popel Pozzo responsabile del Fondo Antico Gaudio Saracino servizi generali Stampato in Italia © 2009 – Biblioteca di via Senato Edizioni Tutti i diritti riservati Ufficio di redazione Matteo Tosi e Gianluca Montinaro Direzione e redazione Via Senato, 14 – 20121 Milano Tel. 02 76215318 Fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Progetto grafico e impaginazione Elena Buffa Bollettino mensile della Biblioteca di via Senato Milano distribuito gratuitamente L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Immagine in copertina: Caricatura di Curzio Malaparte, 1921, fatta da Deiva De Angelis Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO I – N.6 – MILANO, OTTOBRE 2009 Editoriale n autunno si moltiplicano le fiere, i mercati e i mercatini di libri antichi, rari, usati e d’occasione. Come cercatori di funghi, i bibliofili rasentano i banchi in modo circospetto in cerca delle loro prede, scostando pile di libri non interessanti come fossero foglie morte sul terreno, allontanando gelosamente altri cercatori dal territorio che stanno battendo, rovistando tra i detriti di questi grandi boschi di carta. Nell’attesa della quinta edizione del Salone del libro usato (dal 5 all’8 dicembre, Fiera Milano-City), uno dei più importanti appuntamenti del settore, bisogna fare una considerazione. Negli ultimi tempi il pubblico di queste rassegne non è composto solo da bibliofili. Il crescente interesse dei comuni lettori verso i libri usati, quindi non solo rari o da collezione, fa pensare. Quasi l’ostinazione della lettura e della passione libraria voglia così rispondere a un’editoria I sempre più disattenta verso il suo pubblico, a volte troppo munifica nel numero dei volumi pubblicati, ma spesso assai avara nella qualità delle proposte, sempre incline a occupare massicciamente ma senza giudizio i banchi delle librerie. Forse anche perché i bouquiniste, i bancarellai, i librai antiquari o d’occasione, si pongono davanti a ogni libro come frutto di una ricerca critica, volta a considerare il ruolo che il libro andrà a svolgere nel contesto in cui verrà accolto, queste rassegne rappresentano un luogo dove i libri stessi imparano a conoscersi, dove i lettori si confrontano e familiarizzano con autori e testi che non ricorrono più, ma forse non lo hanno mai fatto, ai facili effetti patinati ma che ancora – nonostante numerosi anni e numerose dita li abbiano compulsati, scorsi, sfogliati –, solamente per le loro qualità, ammiccano al loro unico amico, il lettore, con fascino immutato. ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 Un carteggio “ragionato” dall’archivio Malaparte della BvS MALAPARTE E GOBETTI, DUE PENNE AMICHE Coetanei ma molto diversi, si stimarono reciprocamente MATTEO NOJA n un anno ricco di cambiamenti, di tensioni e di scontri, due giovani di grande talento si incontrano per la prima volta. È la primavera del 1922 quando Curzio Malaparte (che ancora si chiama Kurt Erich Suckert) conosce Piero Gobetti. Hanno press’a poco la stessa età, formazione e interessi diversi ma intellettualmente si stimano e tra loro si instaura subito un’amicizia «vera, affettuosa, inalterabile». L’Italia che Malaparte ritrova dopo esser stato in Belgio e in Polonia come addetto culturale del ministro Tommasini non lo convince. Partecipa del disagio morale che accomuna tutta la gioventù di allora e vede nel fascismo la possibilità di compiere quella rivoluzione italiana per la quale era partito volontario a sedici anni partecipando alla prima guerra mondiale. Gobetti si sta laureando a Torino; ha come insegnanti Luigi Einaudi, Gaetano Mosca, Francesco Ruffini e Gioele Solari. Al liceo ha studiato filosofia con Balbino Giuliano, che collabora all’Unità di Salvemini. I suoi interessi sono rivolti ai problemi sociali. Ha appena chiuso una rivista, Energie Nuove, ne ha appena aperto un’altra, La Rivoluzione Liberale (12 febbraio 1922); è critico tea- I A sinistra: caricatura di Curzio Malaparte (che ancora si fa chiamare Curzio Erich Suckert) fatta da Deiva De Angelis nel 1921. A destra: copertina del libro di Malaparte edito da Gobetti nel 1925 trale del gramsciano Ordine Nuovo. Eugenio Montale, che lo conosce in quegli anni, lo descrive come un «adolescente scarruffato e occhialuto, di costituzione molto fragile, eppure con in corpo un’energia diabolica». Nel Memoriale che Malaparte abbozza nel 1946, ricorda così il suo incontro con Gobetti: «Nella primavera del 1922, conobbi anche Piero Gobetti […], il quale m’invitò a collaborare prima alla sua rivista Energie Nuove, poi alla sua famosa rivista Rivoluzione Liberale, che si stampavano a Torino e che in breve tempo avevano raccolto intorno a Gobetti il fiore dell’intellettualismo antifascista. In quelle due riviste sono apparsi vari miei saggi sul “dramma della modernità” e sul contrasto insanabile fra civiltà protestante e civiltà cattolica etc. […]. «Erano saggi letterari, nutriti di cultura storica, dai quali esulava ogni pensiero e ogni intendimento politici. Mi legai ben presto di affettuosa amicizia a Pietro Gobetti, il quale, tutte le volte che da Torino veniva a Roma, non mancava di farmi visita (abitavo allora in una stanza ammobiliata in via Lucina, presso certi signori Manara), per scambiare con me idee, giudizi, specie letterari, impressioni, previsioni etc. Passavamo lunghe ore insieme a discutere ogni sorta di problemi sociali, letterari, poltici, religiosi. «Su un punto solo non eravamo d’accordo: sulla guerra, egli svalutava l’importanza morale della guerra per le giovani generazioni che vi avevano preso parte, io, forse, la 6 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 sopravvalutavo. Egli era più giovane di me, non aveva partecipato alla guerra, e perciò era molto più freddo, più sereno, più obiettivo di fronte al dramma della guerra. Era anche molto più libero nei suoi giudizi, poiché non era impacciato e appesantito dalla retorica patriottica di noi reduci. La guerra per me era una mia tradizione personale, la mia prima fondamentale esperienza di vita. Non potevo, perciò, essere obiettivo, né libero di fronte alla guerra. Ed è appunto il fatto “guerra” che mi ha impedito di essere un antifascista, allora». Il “fatto guerra” sarà sempre centrale nella vita dello scrittore (decorato con medaglia di bronzo e croci di guerra italiane e francesi e che a Bligny respirò l’iprite tedesca), che in un passo del postumo Diario di uno straniero a Parigi [Vallecchi, 1966], ricordando un comizio di protesta per l’aumento del costo della vita, organizzato in Place de la Concorde dai veterani della Prima guerra mondiale e disperso brutalmente dai poliziotti con manganelli e calci, scrive: «Quell’immenso, invincibile esercito di veterani, fuggì, si disperse; sul selciato della sterminata piazza rimasero abbandonati, tristi e lugubri, berretti, grucce, bandiere. Addossato ad una colonna, frenavo a stento le lacrime. Fu quel giorno che sentii oscuramente che la mia generazione aveva perso la guerra». In un altro punto del suo Memoriale scrive: «Io ero più compromesso con la letteratura classica, con i vecchi schemi della letteratura latina e italiana; egli era meno nutrito di classici, più teoricamente esperto di problemi sociali moderni; io possedevo un’esperienza, sia pur modesta, di azione politica e sociale, che egli non possedeva (ma a cui aspirò sempre, ma vanamente, in tutta la sua breve vita). […] Serbavamo entrambi un’assoluta libertà di critica reciproca: spesso eravamo dissenzienti su questo o quel problema, spesso abbiamo polemizzato garbatamente. Ma la nostra amicizia non ebbe incrinature». Malaparte inizia a collaborare a La Rivoluzione Liberale, anche se il suo primo articolo, Il dramma della modernità [4 giugno 1922], non trova il plauso di tutti i lettori; Maffeo Pantaleoni scrive al direttore della rivista per protestare e aggiunge: «Le accludo L. 20 a patto di non ricevere più La Rivoluzione Liberale e le interdico nel modo più formale di spacciarmi presso altri come sostenitore, aderente o collaboratore». Nell’articolo Malaparte parla della crisi morale che attraversa l’Italia, che però non è crisi di una nazione ben- sì di un’intera civiltà. «Il contrasto, irriducibile, non è più nella concezione dell’al di là, ma dell’al di qua: il “mondo”, la mala bestia nemica di Cristo, che il cattolicismo ha combattuto con la rinunzia e con l’espiazione, con l’amore del sacrificio e del dolore, oggi trionfa, non più in aspetto di bellissime femmine tentatrici, o di monaci grassi predicatori di eresie, ma nelle varie e innumerevoli forme della modernità». Il dramma della modernità per l’Italia, paese refrattario alle categorie culturali e sociali che vanno affermandosi nel mondo, si rivela come «una forma culturale regressiva anziché progressiva». Nell’ottobre del 1922, Malaparte scrive a Gobetti ringraziando per un articolo di Sapegno su di lui e scrive: «Aspetto che ella risponda subito a questa mia. Voglio sapere quanto ella si è meravigliato di conoscermi, oltre che come letterato, come organizzatore sindacalista. Più che Daniele e i leoni, più che Orfeo e le pietre, mi par d’essere Ulisse e Proteo: – Regardez bien le Prothée, pendant que je le tiens!, caro Gobetti». Per arrivare al tu, nello scambio abbastanza fitto di missive, bisogna aspettare il luglio del ’23. Parlando di un libro di Malaparte, Viaggio verso l’inferno, che poi non uscirà, Gobetti scrive: «Caro Suckert, va bene 10 lire ai prenotatori? Mandami la scheda compilata come ti pare più opportuno: io te ne posso stampare e mandare subito 200 copie. Organizzerò réclame fortissima: sarai contento di me […] Credimi affettuosamente tuo Piero Gobetti. Mi è venuto il tu: ma non ti pare meglio, dati i nostri rapporti di collaborazione?». Il 17 gennaio dell’anno successivo, Gobetti recensisce sul Lavoro la nuova edizione de La rivolta dei santi maledetti [Roma, Rassegna Internazionale, 1923]. L’articolo s’intitola Profili di contemporanei: L’eroe di corte; il giudizio nei confronti di Suckert Malaparte è duro ma, allo stesso tempo, affettuoso. In sostanza, non ne capisce o, meglio, non ne concepisce il fascismo. Teme che l’amico abbia venduto la sua penna prodigiosa, che abbia trovato posto alla corte di Mussolini come tanti stavano facendo. Non capisce che il suo entusiasmo di essere il primo letterato a capo di «un’organizzazione economica sindacalista, forte di 68 corporazioni e di 7400 iscritti» nasce dal fatto di intravedere in ciò il compimento della rivoluzione che prima di essere fascista è e deve, per lui, essere italiana. Il suo pensiero in merito sarà esplicito nelle pagine della sua rivista La Conquista dello Stato. ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano Gobetti chiude l’articolo con queste frasi: «Dopo lo sforzo penoso di un secolo di civiltà laica e democratica l’Italia ritorna ai suoi istinti cattolici e ricostruisce la corte, e assolda i cortigiani. Lasciate che tra questa genìa noi ci compiacciamo di ritrovare in Suckert un bel tipo di scrittore aulico, eroico e ortodosso, anche dove si abbandoni agli scherzi poetici che sono in uso nelle regge». La replica di Malaparte non si fa attendere. Il 21 gennaio gli scrive: «Tu sai bene che io non stupisco di nulla […] Sai bene che ti sono amico, che ti ammiro e che non potrei in nessun modo arrabbiarmi con te: preferisco arrabbiarmi con i filosofi ginevrini, inglesi etc., moderni, protestanti etc., filosemiti, anticristiani, etc. etc., che tanto hanno influito a far di te un curiosissimo e simpaticissimo esemplare di eretico. Mi arrabbio con il tuo mondo, non con te». Dopo aver ribattuto puntualmente ad alcuni suoi passi polemici, continua: «Sono rimasto quello che ero, libero e squattrinato. Dal fascismo non ho mai preso e non prendo un soldo, e seguito la mia vita di bohème, quantunque mi trovi nella condizione di poter agevolmente trarre guadagno dal mio lavoro politico. Non temo gli infortuni e non temo perciò nemmeno gli attacchi. Ma preferirei che venissero da altri, non da te. Tu capisci che anch’io avrei potuto attaccarti, non l’ho fatto; anzi ti ho difeso sempre. E poi perché vuoi dipingermi come un 7 Malaparte al confino a Lipari (1933) dilettante? Io sono tutto, fuorché un dilettante. […] Deduco che tu non mi conosci, non mi conosci affatto. Hai parlato troppo poco con me. Praticami e vedrai che sono diverso da quello che credi. Ti assicuro che se io credessi veramente alla sincerità e alla esattezza del tuo articolo, abbandonerei immediatamente le lettere. Che diavolo! La prospettiva di diventare una specie di buffone di corte, è tale da avvilirmi profondamente. Mussolini è troppo istintivamente intelligente per desiderare di abbassarmi nel suo concetto, al livello di un cortigiano. Egli sa chi sono e mi stima. Sa che io non ho la stoffa del buffone; i buffoni sono traditori ed io non ho mai tradito e non tradirò mai nessuno, fuorché me stesso. Un consiglio, caro Gobetti, se vuoi occuparti di me per l’avvenire, occupati di me seriamente. Ti assicuro, e tu lo sai, che lo merito». Nel frattempo, Gobetti, in una cartolina che gli spedisce qualche giorno prima dell’uscita dell’articolo (ma che verosimilmente Suckert leggerà dopo), terrà a precisare: «Ti ho recensito Santi Maledetti sul Lavoro. Temo che la cosa ti spiacerà. Sono stato sincero fino alla brutalità: ma tu non sei l’ultimo venuto e vi leggerai dentro tutto il mio affetto per te e la fiducia nella tua arte». L’ami- 8 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 Lettera di Gobetti a Malaparte datata 14 agosto 1925 co, letta la cartolina, gli scriverà: «Caro Gobetti, mi viene rimessa la tua cartolina in data 14. Se me l’avessero data prima non ti avrei scritto la lettera di ieri, perché avrei visto che la tua posizione a mio riguardo è una posizione di amicizia e di sincerità. Ma insisto nel ritenere che tu abbia di me un concetto errato. Se avessi il tipo e l’aspetto picaresco di Barilli, mi giudicheresti più esattamente. Ma la mia aria moderna e “confortabile” inganna. Ci rivedremo più in là se le cose mi andranno bene». L’anno 1924 si rivelerà drammatico per l’Italia. In febbraio a Parigi viene assassinato Nicola Bonservizi, giornalista italiano, fondatore del giornale Italie Nouvelle come anche del primo Fascio parigino; a giugno, viene ucciso Giacomo Matteotti. Farinacci chiama Malaparte a testimoniare durante il processo per la morte del giornalista in quanto, nel 1923 a Parigi, lo scrittore aveva incontrato Bonservizi che, tra le altre cose, gli confidava timori per le minacce di morte che riceveva; in proposito gli aveva fatto leggere una lettera nella quale Amerigo Dumini lo metteva in guardia nei confronti di Matteotti. Malaparte verrà chiamato a testimoniare anche durante il processo Matteotti del 1947. In una lettera scritta il 10 giugno Gobetti avverte l’amico che la polizia gli ha sequestrato in casa numerose lettere e documenti, oltre al numero della Rivoluzione Liberale che avrebbe dovuto uscire proprio in quel giorno; salvato per miracolo il manoscritto di Viaggio in inferno, che Gobetti vorrebbe pubblicare, lo informa che tra le lettere sequestrate ve ne sono alcune sue. «Questi metodi – scrive nella lettera –, come tu puoi ben capire, danneggiano gravemente l’opera del partito e del governo fascista. Credi che è umiliante avere a che fare con simili avversari. Anche noi preferiamo dal fascismo una condotta più intelligente perché è sempre meglio trovarsi con degli avversari sul serio. Il prefetto di Torino va diffamando con le sue gaffes l’opera del governo, in fin dei conti è un governo italiano e se il fascismo a Torino fa ridere certo si deve in gran parte all’opera sua. Spero che tu non avrai noie, per quanto sia evidente che in tutto ciò si tenta soprattutto di giocarti un colpo mancino. Mi affretto ad avvisarti e tu vedi un po’ di far finire questo stato di cose provinciale da Messico». La risposta di Curzio non tarda; il giorno dopo infatti gli scrive: «Caro Gobetti, non tocca a me giudicare della maggiore o minore opportunità della perquisizione operata in casa tua. Il prefetto di Torino è solo, per il momento, giudice. Né mi interessa se hanno requisito le mie lettere. Io scrivo, caro mio, a chi mi pare e piace e non debbo certo render conto a nessun prefetto del Regno delle mie amicizie […] Ti prego […] di avvisarmi telegraficamente delle precauzioni da te prese per sottrarre definitivamente il mio manoscritto alle grinfie del prefetto che certo non deve masticar molta letteratura, se ha creduto opportuno di ficcare il naso nei miei rapporti letterari con te. Oggi vedrò forse a Roma Rossi e gli parlerò anche di queste faccende […]». Due settimane più tardi, trionfante, gli scriverà: «Caro Gobetti, sono felicissimo che il tuo prefetto Palmieri abbia pagato il fio delle sue dabbenaggini. Prosit! Aspetto sempre il tuo giudizio sulla seconda parte del Viaggio in Inferno. Ti prego vivacemente di inviarmi subito un articolo per il settimanale politico che uscirà tra giorni (da me diretto) La Conquista dello Stato. Devi spedirmelo subito! Sia come sia, anche tremendo. Sono in attesa di un tuo sollecito riscontro. Debbo dichiararti che il giorno stesso in cui ti avvertii per lettera, e cioè il giorno 11 giugno, mercoledì, mi recai dal generale ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano De Bono, il quale mi assicurò che né il Presidente, né lui avevano ordinato la perquisizione e il sequestro, e che il Presidente ne era rimasto seccatissimo. Fai uso discreto di questa notizia». Il primo numero de La Conquista dello Stato esce il 10 luglio 1924. Con questo giornale Malaparte vuole riformare il partito ed elenca i 9 punti attraverso cui si vuole attuare la riforma che deve essere integrale: Mussolini, che ha suggerito il titolo della testata, ne discute e infine approva le linee fondamentali. Nel terzo numero, del 30 luglio, un lungo articolo è dedicato a Gobetti e alla sua rivista. Il titolo dell’articolo è Tempi e contrattempi di Rivoluzione Liberale. Il primo paragrafo, intitolato Mussolini e la rivoluzione rivoluzionaria di Gobetti, riporta un immaginario dialogo tra Suckert e il Duce. «Si narra che il nostro Direttore, il quale si ostina a rimaner buon amico di Piero Gobetti (nonostante il contrario avviso del prefetto Palmieri, ormai, con somma gioia dei fascisti e degli antifascisti torinesi, allontanato per sempre da Torino), si recasse un giorno dall’on. Mussolini, e che fra loro si svolgesse il seguente dialogo: – Eccellenza, Piero Gobetti vuol fare la rivoluzione. – Lasciamogliela fare. – Ma la vuole liberale, liberalissima. – Daremo disposizioni ai prefetti perché riesca liberalissima. – Eccellenza, e se Gobetti non avesse il coraggio di fare le cose sul serio? – Ve l’obbligheremo. – E se non potesse agire per mancanza d’armi? – Faremmo armare lui e tutti i suoi fieri seguaci dalle autorità militari. – E se esigesse, per decidersi ad agire, il permesso di V.E.? – Gli daremo il permesso per iscritto. – E se Gobetti avesse paura che la sua rivoluzione potesse essere avversata da Amendola e da Albertini, che sono liberali antirivoluzionari? – Faremmo avvertire il senatore Albertini dal ministro Casati, e l’on. Amendola da Prezzolini, che non stiano a far arrabbiare Gobetti, che è tanto simpatico e così ferocemente antifascista. – E se Gobetti facesse sul serio? – Perbacco! allora lo faremmo commendatore!». Più sotto, nel capitoletto Mussolini e gli appoggi finanziari a Gobetti, si legge: «Si narra che tre mesi or sono il nostro Direttore si sia recato dall’on. Mussolini e gli abbia 9 Cartolina di Gobetti a Malaparte, senza data (1924) fatte presenti le difficoltà finanziarie che impedivano a Piero Gobetti, il simpatico direttore di Rivoluzione liberale, di dare uno sviluppo maggiore al suo noto settimanale e alle sue iniziative editoriali improntate, come tutti sanno, al più feroce e ostinato antifascismo. Dopo aver esposta all’on. Mussolini l’utilità della campagna intrapresa dal gruppo di scrittori di Rivoluzione Liberale, e l’opportunità di non lasciar perire, per mancanza di fondi, l’opposizione di Piero Gobetti (si sa che le opposizioni, se non ci fossero, bisognerebbe crearle), il nostro Direttore ha concluso proponendo all’on. Mussolini di far finanziare Gobetti da qualche industriale torinese. A quanto si dice, infatti, l’on. Mussolini avrebbe fatto sapere al comm. Gualino, ricchissimo industriale e banchiere torinese, che se egli avesse aiutato largamente Piero Gobetti avrebbe compiuto un atto graditissimo al governo fascista». Il 1925 vede la pubblicazione di Italia barbara nelle Edizioni Gobetti. Nell’agosto Malaparte gli scrive: «Caro Gobetti, ti ho lasciato in pace fino ad oggi. Ora ti rompo l’alto sonno nella testa. Comincia subito la composizione dell’Italia barbara, perché deve essere in vetrina alla 10 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 né al prefetto né al ministro. Non fine di settembre». Gobetti gli scrive c’è niente da fare. Le mie previsioni in risposta una lettera piena di amie i miei reiterati avvertimenti, le chevole amarezza perché per lui l’amie premure, le mie ammonizioni mico non capisce come i fascisti lo amichevoli avevano un fondamenstrumentalizzino. «Caro Suckert, sato. Se ti occuperai ancora di politirebbe ora che ti mettessi su a fare la ca, non ti lasceranno pubblicare più persona seria. Non capisci che perdi nulla, cioè ti fregheranno completempo, che i fascisti ti giocano, che tamente annullando il tuo paziente nel partito sei un uomo di quint’ordie faticoso lavoro editoriale di alcune, che i tuoi scritti da un anno a queni anni […] Tra qualche mese non sta parte non valgono niente? Io creci sarà in Italia un solo editore che do che sia giusto che tu rimanga nel oserà e potrà pubblicare un libro partito fascista perché sei un fascista politico o letterario di un antifascinato, uno dei tipi autentici. Ma abbi sta. E non v’è già più ora un solo Piero Gobetti con la moglie un po’ di accortezza, tu sei anche nato giornale che osi pubblicare un artiAda Prospero artista e non devi perderti interacolo di qualche noto nemico del mente. Da due o tre anni io vado giuRegime (salvo qualche foglio tipo rando a tutti che tu sei un grande Mondo che morirà presto). Figurati quel che sarà tra scrittore, che tutto ti può essere perdonato per i capolavoqualche tempo. ri che darai: e tu a smentirmi ogni giorno con le solite «E allora? Io non ti consiglio di mutare opinione. sciocchezze […]». Ho troppa stima di te per permettermi di mancarti di riNonostante gli scriva che «Italia barbara è un pessispetto […] Ti avverto che non ti lasceranno continuare. mo libro», lo stamperà e gli premetterà una breve nota: Perciò cambia materia. Ti avevo ben avvertito di far pre«Presento al mio pubblico il libro di un nemico. Coi nesto a metter fuori il mio nome! Ora bisogna che tu scelga mici si vuole essere generosi: qui poi Curzio Suckert ci tra gli uomini del Regime, politici o letterati, i buoni in aiuta a combatterlo. Mi piace essere settario-intransigencriterio assoluto, e che tu tolga alla Casa Editrice il cachet te, non settario-filisteo. Ho giurato di non rinunciare mai di parte. Vi sono, nel Regime, uomini che possono scrivea capire né ad essere curioso. Curzio Suckert dunque è la re cose buone, non c’è mica bisogno che tu pubblichi dei più forte penna del fascismo: io non gli farò l’oltraggio di panegirici e delle retoriche apologie del fascismo. Vi sono confutarlo. Confutare immagini, opporre politica a vadei fior di antifascisti che passano per editori in buona col riopinta fantasia e a stile pittoresco non è di mio gusto. Il Regime. […] E ricordati che sei giovane e che potrai fare mio antifascismo non combatte mulini a vento. Gli spiriti molto se sai fare. La storia dà sempre ragione a chi sa bizzarri amo lasciar sbizzarrire e anche della loro faziosa prendersi la ragione. E tu hai modo di aver ragione se non toscana letteratura, quando è letteratura, applaudirli. Soinsisti a rimanere dalla parte del torto […]». no oppositore: né melanconico, né pedante». Sulla coDopo aver subito persecuzioni e botte, il 6 febbraio pertina austera, beige con il riquadro ocra, sotto al titolo, del ’26 Gobetti si reca a Parigi da solo, lasciando la moglie il motto greco, disegnato da Casorati, Ti moi sun douloisin? Ada e il figlio Paolo, appena nato, a Torino; pochi giorni (che ho a che fare con gli schiavi?) che idealmente li accomudopo si ammala di una bronchite che aggraverà i suoi prona: ambedue non furono mai schiavi di nessuno. blemi cardiaci. Trasportato in una clinica a Neuilly, muore la mezzanotte del 15 febbraio: ha appena 25 anni. Nel dicembre del 1925, Malaparte scriverà all’aMalaparte nel 1933 verrà condannato a cinque anni mico con tono mesto e preoccupato dopo la soppresdi confino. Dopo un primo periodo abbastanza duro passione della casa editrice per “attività nettamente antisato a Lipari, la sua amicizia con Ciano lo aiuterà ad avere nazionale”: «Caro Gobetti, soltanto ieri ho avuto modelle condizioni meno difficili. Il suo fascismo, quello rido di parlare della tua questione con qualcuno del govoluzionario, in cui credette in gioventù e che avrebbe verno. Come tu ben sapevi il provvedimento non risale voluto veder realizzato, era già tramontato. 12 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 La traduzione visiva. Forme dell’accesso ipertestuale Paese che vai, libro che trovi Gli italiani in copertina GIOVANNI BAULE La mostra Copy in Italy. Autori italiani nel mondo dal 1945 a oggi, curata da Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, è stata allestita presso la Biblioteca Nazionale Braidense - con una sezione decentrata alla Triennale di Milano - in occasione del convegno annuale di IFLA, tenutosi a Milano dal 23 al 27 agosto 2009, e si conclude il 20 ottobre. Il volume omonimo, al tempo stesso catalogo e strumento per ulteriori approfondimenti, è pubblicato per i tipi di Effigie (pp.236, €35,00). Presentato per la prima volta all’inizio del 2008, il progetto ha beneficiato dell’adesione di Regione Lombardia, Fondazione Cariplo, Aie, Aib, Triennale Milano e di alcune università di Milano e Roma. Il contributo che segue è una sintesi del saggio di Giovanni Baule (Politecnico di Milano) compreso nel catalogo e intitolato La traduzione visiva. Forme dell’accesso peritestuale. l “libro di traduzione” porta con sé il senso del passaggio e le tracce dei trasferimenti, tutte quelle trasformazioni che questi processi implicano: è dunque un artefatto dinamico, e un po’ con quest’occhio va guardato. Il libro di traduzione porta con sé mutazioni che coinvolgono aspetti che vanno oltre il testo: al testo tradotto si affiancano, infatti, quegli elementi che costituiscono i “dintorni” del testo (copertine, indici, titolazioni…); la forma del testo, nelle sue riedizioni tipografiche e nelle scansioni degli impaginati, ha come risultante quelle diverse “forme del libro” che costituiscono una condizione imprescindibile nella sua fruizione. Un libro, nelle sue diverse forme visibili, è in realtà “molti libri”. Con il termine traduzione “visiva” possiamo allora inquadrare le componenti grafico-visive che accompagnano l’editoria di traduzione. Rappresentano un tragitto parallelo, un’area da esplo- I 13 14 rare dove un vasto bacino tipo-iconografico viene messo alla prova degli artefatti editoriali così come si presentano nella loro espressione tangibile. Si tratta peraltro di un terreno di incontro dove si consumano processi culturali dettati da scelte editoriali e da forti componenti intersoggettive, impossibili da ridurre a un piano di coerenze secondo rigide intelaiature: se è difficile fissare regole evolutive, paradigmi certi, ci sono indizi sufficienti per tratteggiare il paesaggio che sta di fronte all’”occhio del lettore”. Siamo consapevoli dell’uso di un termine suscettibile di qualche distinzione: la nozione di “traduzione visiva” si mostra tuttavia utile per aprire uno spiraglio su quella “zona” comunicativa che introduce al testo e accompagna le sue mutazioni; dove, se è ovvio che la ragione conduttrice non è il vincolo linguistico, come è nella pratica traduttiva del testo, entrano invece in primo piano variazioni parallele che producono fenomeni di rilievo sia nella prassi di produzione editoriale sia nelle pratiche di ricezione-lettura. Il tema sotteso è quello della “visibilità dei testi” che prelude al libro come oggetto nella sua materialità: un oggetto di design globale già prodotto dalla protoindustria, perché questa è la sua origine, e che solo se visto in questa chiave può rivelare tutta la propria specificità o, magari, le vere ragioni di resistenza e di parziale irriducibilità al libro digitale; confermandoci così che «il testo visibile è il progetto di un percorso o la matrice di una serie di percorsi visivi che rappresentano comunque la base di un’esperienza non solo percettiva, ma anche cognitiva, emotiva, esistenziale». Nei percorsi visivi e interpretativi che coinvolgono impaginazione e illustrazione, e che confluiscono la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 nelle edizioni di traduzione si aprono le ulteriori imprescindibili strade della vita di un testo. Ci è utile, in questo caso, far nostra quell’idea di traduzione che privilegia la “translatio” non solo nel senso di «cambiamento» ma anche di «”trasporto”, passaggio bancario di denaro, innesto… Trasportare da un luogo a un altro, prima ancora che “tradurre” da una lingua a un’altra». Dentro il «flusso concreto dei testi visibili», che è anche un continuo trasferimento da un supporto a un altro, da un formato editoriale a un altro, possiamo immaginare di accostare, una dopo l’altra, non solo le diverse versioni di un testo, ma, come appunto nel nostro caso, le differenti edizioni del libro tradotto; per restituire, in chiave sincronica, “mappe di mutazioni”. Perché, se il libro si propone come artefatto complesso, non è esclusivamente il testo a passare per un filtro traduttivo; ed è un flusso che si fa mappabile, sul piano delle trasformazioni linguistiche, tecniche, oltre che propriamente di destinazione geografica e di scansione temporale. Una geografia delle trasformazioni del libro registra una vera e propria metamorfosi dell’artefatto editoriale che comprende dunque, accanto alla versione tradotta del testo, tutte le mutazioni del formato editoriale (tipo di carta, dimensioni, tipo di stampa, impostazione grafica di gabbia, caratteri…) che modificano la consistenza visibile dell’artefatto. La copertina come dispositivo peritestuale Un punto di vista possibile sul mondo dei libri tradotti sta nel mettere sotto osservazione gli «stili di accoglienza», o quelli che, con Jabès, potremmo vedere come “modi dell’ospitalità”: ospitalità nei confronti di un testo che approda in una terra “straniera” non solo sul piano delle lingue ma anche su quello delle culture visive. Per il suo forte indice di visibilità vale la pena di soffermarsi sulla copertina come principale “dispositi- GRADI DI ICONICITÀ La traduzione visiva agisce tramite un diverso peso delle componenti visive, operando gradualmente sull’intera «scala di iconicità». Si va dalla sola titolazione graficamente connotata (iconicità della scrittura) al bilanciamento di titolazione e immagine, fino all’assoluta prevalenza dell’immagine a piena copertina (protagonismo iconico). Italo Calvino, Palomar ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano vo peritestuale”. Le copertine, come ci ricordava Gérard Genette, sono elementi chiave di quel “peritesto” editoriale che configura una categoria spaziale ben definita: si posizionano prima del testo, «davanti a tutto», occupando una posizione strategica dal punto di vista comunicativo; e in questo modo si offrono come “dispositivi di anticipazione”: prefigurano un contenuto testuale tramite linguaggi propri. Fanno da volano, da motore di avviamento al flusso della lettura; ne disegnano i tragitti possibili, ne tracciano le rotte. Propongono implicitamente un progetto di lettura; sono uno spazio grafico visivo che predispone al percorso testuale, un suggeritore ai tragitti dello sguardo. Possono comprendere una componente iconica, basata su diversi tipi di immagine riprodotta, accanto a tutte quelle informazioni scritte (titolazioni ecc.) che assumono a loro volta una determinata forma grafica: dunque un sistema di visualizzazione che per una certa parte è soggetto anche a una traduzione di tipo testuale. Sulla copertina le funzioni dell’immagine riprodotta si intrecciano in modo inscindibile, con pesi diversi e in forma diversa, con le componenti tipografiche del peritesto: caratteri e peso delle titolazioni e delle altre funzioni testuali, disposizione sulla gabbia dei diversi elementi in reciproca interazione, impaginazione complessiva dello spazio secondo una strategia di messa in pagina propria del “design degli involucri o dei contenitori”. Ma è il formato grafico nel suo insieme, che coniuga testo e immagine, a fare del peritesto un dispositivo unico per la distribuzione e l’articolazione delle funzioni informative ed evocative e per evidenziare la natura particolare del libro di traduzione: dichiarando, tramite un nuovo assetto visivo, che si tratta inequivocabilmente di un’“edizione tradotta”. Queste copertine costituiscono dei “dispositivi di transizione” perché favoriscono il passaggio da un mondo linguistico a un altro, comunicando in modo immediato l’avvenuta traduzione testuale, in molti casi già attraverso un primo espediente segnaletico, quello del titolo tradotto. 15 Ecco la specificità della “messa in scena traduttiva” di un’edizione: si «illustra» un testo, ma se ne comunica indirettamente anche l’avvenuta traduzione nella nuova lingua, tramite una sorta di «avviso metalinguistico». Le linee evolutive di un peritesto grafico di traduzione si declinano a partire da ragioni differenti, anche distanti tra loro: dallo stile editoriale dell’editore di accoglienza, all’introduzione al Paese e al contesto culturale di provenienza, alle forme di presentazione dell’autore… Nella produzione editoriale, il peritesto è anche, e necessariamente, un’operazione di posizionamento editoriale, e la copertina del “libro tradotto” dichiara dunque tutti gli eventuali adattamenti su questo piano. Sotto ciascuno di questi aspetti, in un complesso sistema comunicativo, si esercita il «passaggio» a un’edizione nella quale al testo tradotto in un’altra lingua si accompagna un nuovo design dell’artefatto. La formula adottata nelle strategie peritestuali è quella della “comunicazione breve”, dei linguaggi di sintesi, quel distillato di senso che riesce a sintetizzare in uno spazio minimo informazioni ed elementi essenziali del contenuto che segue. In questo beve spazio si gioca l’accessibilità di un testo anche a chi ne è geograficamente, culturalmente, linguisticamente distante. La traduzione editoriale è dunque occasione di una nuova trasposizione peritestuale, di una nuova confezione visiva che tiene conto in misura diversa della forma visiva dell’edizione originale, fino a distanziarsene completamente. La trasposizione peritestuale è occasione per riaprire i giochi interpretativi anche su questo fronte. Le copertine di traduzione costituiscono in questi casi un altro punto di vista su un’opera e sul suo autore. La “grafica dell’accesso” opera tramite questi veri e propri “dispositivi di accoglienza” che favoriscono la comprensione, facilitano l’approdo a un testo nato in altro contesto geografico-linguistico; in quanto strumenti per l’accesso comunicativo, aiutano a passare le frontiere, incoraggiano l’attraversamento di confini. 16 Traduzioni di traduzioni «Già sotto lo specifico di “edizione” si prefigura la possibilità che un testo venga pubblicato, ed eventualmente ripubblicato e proposto al pubblico con una o più presentazioni più o meno diverse». C’è già dunque un carattere di variabilità implicito nelle funzioni stesse del libro: i libri sono fatti per riprodursi in forme sempre diverse. Con la traduzione si moltiplica in modo esponenziale questa variabilità riproduttiva. Nei “peritesti di traduzione”, in particolare, si realizza un doppio passaggio. Un “primo livello” di traduzione visiva è già quello riscontrabile nel passaggio dal testo in quanto tale alla prima versione a stampa, dove si realizza la prima sintesi grafico-visiva, l’immagine del libro in edizione originale. Perché si potrebbe, a tutti gli effetti, già definire come “processo traduttivo” questo primo passaggio dal contenuto testuale a un linguaggio grafico-visivo (una «traduzione intersistemica», o una «trasmutazione di materia» secondo Umberto Eco) che viene messo in atto nella costruzione del peritesto grafico della prima edizione. È un livello chiaramente traspositivo, di trasferimento mediante tecniche e linguaggi specifici che sono propri della pratica grafico-illustrativa e dotati di una forte valenza interpretativa. la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 Si tratta di una pratica illustrativa in senso lato: quella propria delle tecniche di visualizzazione che è alle origini dell’illustrazione dei testi: una scelta di nodi colti nel tessuto del testo che, a posteriori e nel moltiplicarsi delle edizioni e delle versioni illustrate, si pongono come vere e proprie ricorrenze e invarianti, per sottolineare quei nuclei di senso che costellano una struttura narrativa e che nel tempo divengono costanti di una «lettura» per immagini, secondo modalità che una moderna “iconografia editoriale” potrebbe analiticamente affrontare. È proprio della funzione illustrativa l’uso di qualunque forma di immagine riprodotta con tecniche diverse, ma comunque mediate da un’operazione di sintesi che sottintende un lavoro d’interpretazione del testo, di lettura (o di sottolineatura) di alcune sue parti, con un forte intento evocativo e secondo un certo «punto di vista». Il “secondo livello” della traduzione visiva coincide con il libro di traduzione e con la sua nuova confezione peritestuale non sempre decifrabile nella sua genesi: può trattarsi di un nuovo e diretto processo di trasmutazione dal testo alla sintesi grafica peritestuale ad opera del nuovo editore, che ripercorre dall’inizio quel passaggio di campo semiotico che va dal testo alla soluzione grafica; può trattarsi di una chiara evoluzione “intralinguistica”, cioè un passaggio dalla copertina MODULAZIONI TIPO-GRAFICHE La traduzione modifica lo stile dell’accesso, attraverso logotipi editoriali che lavorano sull’iconicità delle scritture: un titolo «forte» viene usato come logotipo, come elemento prevalente e con forte valenza segnaletica. Come nel caso di qualunque logotipo, la connotazione grafica del titolo costruisce l’identità del prodotto editoriale. Nei passaggi alle versioni di traduzione i logotipi subiscono variazioni, ma dentro la medesima logica comunicativa. Elsa Morante, La Storia ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano «originale» alla copertina «tradotta», l’evoluzione da una sintesi visiva a un’altra; può trattarsi di un incrocio di entrambi i processi: un occhio alla copertina originale, un altro a ciò che il testo “direttamente” suggerisce per una nuova versione grafico-visiva. È in questo senso che si potrebbe a buon diritto sostenere, proprio a partire dalla grafica del peritesto, che “la grafica è traduzione”. Lo è in quanto ritrascrive con linguaggi e tecniche proprie un contenuto testuale, lo sintetizza secondo le forme della “comunicazione breve” e secondo un codice interpretativo. La grafica dei peritesti o dell’accesso, in particolare, è un facilitatore comunicativo. La confezione editoriale è un contenitore profondamente connesso al testo contenuto: lo contiene in quanto lo preserva fisicamente, informa sugli «ingredienti» contenuti, delinea istruzioni o suggerimenti per l’uso. Il packaging editoriale «marca» la versione tradotta proprio mutando la veste editoriale, immettendola così nella catena traduttiva. Gradi di iconicità La traduzione visiva lavora su diversi gradi di cooperazione delle componenti verbo-visive del peritesto; così da assegnare pesi differenti ai diversi elementi mentre si organizzano sullo spazio dell’impaginato. La misura di questi «ingredienti» è un aspetto determinante nella «ricetta» della comunicazione visiva: su un impaginato di copertina, lo spostamento di accento da una titolazione a un’immagine, o viceversa, modifica gli equilibri sintattici del discorso comunicativo. Il doppio gioco titolo-immagine costituisce un doppio rinvio, in funzione di una triangolazione col testo «contenuto». 17 È possibile allineare, in un’ideale sequenza, le edizioni tradotte dove le componenti visive si dispongono in modo graduale secondo una “scala di iconicità”. Si possono così registrare visivamente gli slittamenti da una titolazione graficamente connotata nella selezione del carattere (iconicità della scrittura) a una convergenza di titolo e immagine, fino a una prevalenza dell’immagine (protagonismo iconico). In questo caso le diverse traduzioni visive agiscono anche tramite questa variazione di linguaggi, operando sull’intera scala di iconicità. In assenza di illustrazioni nel corso del testo spetta esclusivamente alla copertina “mettere in figura” il contenuto; questo compito dell’illustrazione unica diventa ancora più significativo: rappresenta una scelta decisiva che lavora in profondità sul fronte interpretativo. Come già aveva avuto modo di sottolineare Elio Vittorini, «esistono due modi di illustrare il libro: o corrispondere al suo linguaggio, al suo stile, o interpretarne il fondo con uno stile da rabdomante che trova ciò che lo scrittore stesso non poteva sapere d’aver detto». I diversi gradi di iconicità lungo la sequenza metamorfica della traduzione visiva sono di grande evidenza: si potrebbe sostenere che, proprio giocando con gradi diversi di consistenza iconica, è possibile rendere visibili le variazioni che sono proprie di ogni edizione tradotta. La prevalenza della componente iconica sulle titolazioni può essere diversamente calibrata, con effetti differenti sul piano della percezione. In quanto dispositivo figurato la copertina illustrata ci riporta a quell’apparato visivo, a quella sintesi simbolica che nel 18 libro classico era costituita dall’“antiporta”: un vero e proprio ingresso monumentale al testo, una forma retorica dell’accesso, una soglia figurata da oltrepassare per entrare nella stanza del testo. Così, nel “passaggio traduttivo”, «marcare la soglia» mediante trasformazioni di copertina significa segnare un altro ingresso, quello al testo trasferito in una nuova lingua. Lo stile dell’editore Col passaggio della traduzione visiva, nell’adattamento al nuovo format editoriale, ci sono casi in cui prevale il sistema comunicativo, dunque l’identità, del nuovo editore; di conseguenza, a dare l’impronta al libro di traduzione è lo stile della casa editrice dotata di una propria forte impostazione grafica. In questo passaggio traduttivo il singolo titolo smette totalmente le sembianze istituzionali dell’editore di provenienza e acquista quelle dell’editore di accoglienza; non acquisisce una propria individuale identità, ma è inglobato nell’“invariante di collana”. Come avviene peraltro con tutti gli altri titoli della medesima collana, il nuovo libro assume integralmente i colori della nuova «scuderia», la divisa della nuova squadra. Solitamente, questa soluzione visiva “istituzionale” coincide con un’immagine editoriale di prestigio: si assiste dunque a un adeguamento nel quale una identità singola si immerge in quella collettiva, perdendo qualcosa ma, con ogni probabilità, guadagnando anche qualcosa. Sappiamo anche come le logiche di linea editoriale o di brand editoriale, di collana o di coordinamento del sistema dei prodotti editoriali, giochino in parallelo su queste scelte, imponendo caratterizzazioni di linea e di stile grafico che vengono via via applicate e adattate ai singoli titoli. In questi casi si ha la “prevalenza” del sistema coordinato del nuovo editore (se la sua natura sistemica impone vincoli e continuità sulle variabili) perché l’immagine di collana ospitante fa da protagonista, assume il ruolo di soggetto; si mette così l’accento comunicativo sul fatto che un determinato editore abbia accolto – tradotto e pubblicato – un certo testo in una propria collana dalla fisionomia riconoscibile, senza assegnare nuovi caratteri comunicativi ma riconoscendolo come parte di essa. Questa linea si configura sempre, anche fuori dal passaggio traduttivo, quando l’identità di editore o di collana è la linea grafica prevalente; ma nell’editoria di traduzione assume un peso particolare perché sottoli- la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 nea un avvenuto passaggio e l’avvenuta piena integrazione in un nuovo formato linguistico e grafico-visivo. Omografie. La variante debole Se tradurre è «dire una cosa quasi nello stesso modo», la traduzione visiva fa i conti con gradi diversi e diversi modi di intendere la “fedeltà” al contenuto in quella che abbiamo chiamato traduzione di primo livello, quell’interpretazione di sintesi che viene visualizzata sulla copertina. Come per la traduzione testuale, c’è un grado di coincidenza o, all’opposto, di distanza, che si manifesta anche tra la copertina del libro in versione originale e la copertina di traduzione. Sappiamo, innanzitutto, che in molti casi la traduzione impone il tradimento formale, un modo totalmente diverso per poter «dire la stessa cosa» in un’altra lingua. L’immagine di copertina sceglie spesso e programmaticamente di “parlar d’altro” per aprire le porte alle pratiche della ricezione, per sottolineare la natura aperta delle allegorie, visive e non. Quanto accade nella «traduzione visiva di primo livello», quando il testo si muta in immagine di copertina, prelude anche a quel percorso parallelo che è proprio della traduzione del testo. Talvolta si ha “quasi la stessa forma” di accesso grafico nel trasferimento all’edizione tradotta; proprio come è stata definita la vicinanza traduttiva di un testo. Potremmo chiamare “omografie” tutti quei casi in cui la copertina di traduzione è molto simile alla copertina originale non solo per coincidenze visive (stessa immagine, stessa grafica di titolazione), ma in quanto usano modi stilistici simili, simile stile illustrativo o simili modi nella grafica di titolazione. Insomma, si tratta di una variante «debole» all’interno delle variabili di traduzione visiva. In alcuni casi registriamo un vero e proprio riuso delle immagini. In particolare, nel caso di ripetizione di un’immagine appositamente creata per l’edizione in lingua originale, si tratta di un riutilizzo. Nel caso di un’immagine preesistente e «citata» nell’edizione originale, potremmo parlare di «citazione di citazioni». Modulazioni tipo-grafiche Ci sono casi nei quali, data la prevalenza degli elementi testuali (titolo, nome dell’autore, binomio autore-titolo, ecc.), queste componenti assumono una forza iconica propria, una propria incisività dovuta quasi esclusivamente alle dimensioni (corpo) e alle caratteristiche formali (carattere). ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano Diventano elemento principale d’identificazione e di memorizzazione della copertina. Si comportano come veri e propri “logotipi editoriali” che sostituiscono le immagini perché sono essi stessi immagine, lavorano sull’iconicità delle scritture, conferiscono una particolare enfasi al sistema di comunicazione del peritesto. In questi casi la traduzione visiva modifica parzialmente la forma della scrittura di titolazione, mantenendo però questo stile d’accesso tramite logotipi editoriali che accentuano la componente iconica della scrittura. Le tecniche di titolazione già lavorano per ridurre un testo a una sintesi comunicativa efficace; la grafica di titolazione continua questo processo. Un titolo «forte» può essere usato come “logotipo”, come elemento prevalente (una prevalenza dimensionale o visiva all’interno della copertina) e con forte valenza segnaletica. La tecnica del lettering, in particolare, riscrive la titolazione; e spesso, nel passaggio traduttivo, conserva questa modalità, ritoccando lo stile grafico del disegno dei caratteri. Variabili iconiche Il “protagonismo iconico” è una delle forme del peritesto visivo comune a un gran numero di libri, e di libri di traduzione: le immagini funzionano come 19 interfacce visive, filtri che si interpongono tra il mondo del lettore e il mondo del testo attraverso i modi della raffigurazione, del “mettere in figura”; agevolano l’accesso mediante indicatori visivi che supportano il passaggio dal titolo al testo. Le copertine di traduzione ospitano un’estesa varietà di forme dell’immagine riprodotta e potrebbero a tutti gli effetti costituire nel loro insieme un grande catalogo visivo, un campionario di tipologie della raffigurazione e delle tecniche di visualizzazione. Nella traduzione visiva si alternano fonti iconografiche diverse e differenti linguaggi: dalla simbolizzazione grafica al disegno di illustrazione, dalle tecniche pittoriche ai linguaggi fotografici; attraversano l’intera gamma delle tecniche della rappresentazione visiva. Motivi e temi iconografici incrociano tecniche e linguaggi che le traduzioni visive adottano, visualizzando «una parte per il tutto», indirizzando i repertori in filoni identificabili, riconoscibili come sequenze coerenti. Come per ogni funzione illustrativa, operano secondo uno “sguardo diegetico”: selezionano minime unità narrative, puntano alla massima sintesi secondo una selezione in apparenza casuale, intercettando uno scorcio, una finestra, un taglio, elementi cruciali del flusso narrativo. Così si colgono i nodi essenziali, i L’AMBIENTAZIONE VISIVA L’iconografia di copertina funziona come accesso visivo al contesto narrativo, costruisce uno scenario con una funzione di «ambientazione». A maggior ragione nell’editoria di traduzione, l’evocazione di luoghi diventa cruciale: riporta all’accezione di «traduzione» come trasporto e richiama il repertorio letterario-iconografico delle «vedute» del paesaggio italiano. Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia 20 punti di vista sul racconto; che mutano in sede di editoria di traduzione, dando la misura del moltiplicarsi dei punti di vista su un tema comune. Il sistema iconografico della traduzione visiva costruisce così grandi repertori d’immagine capaci di istituire un racconto parallelo, oltre che una grande cornice figurata che fa da soglia a tutte le versioni del testo. Le metamorfosi dell’oggetto Gli oggetti hanno un peso specifico di grande rilevanza sul piano comunicativo. Se gli oggetti sono dispositivi simbolici, parte di un’idea di totalità – in una logica di “oggetto sociale totale” che va da Mauss a Lévi-Strauss –, proprio perché protagonisti della scena nell’universo pagano della nostra quotidianità, l’efficacia evocativa della loro rappresentazione è evidente. Nei legami che connettono la narrazione testuale all’“interpretazione peritestuale” di titolo e immagine di copertina, quella valenza simbolica si fa retorica visiva. Gli oggetti raffigurati in copertina sono un efficace catalizzatore visivo della narrazione. Escono dall’ovvio quotidiano, si confermano come deposito di senso: si «raffigura simultaneamente qualcosa di più e qualcosa di meno rispetto alla loro natura fisica [...]. L’oggetto diventa ora soggetto, protagonista, e viene contemplato per se stesso». Si rafforza vicendevolmente con il titolo che lo evoca, dentro quella relazione reticolare che lega testo e immagine, avviando un gioco di sponda che rinvia al testo nella sua interezza. Se guardati su un piano orizzontale, i «libri con oggetti» costituiscono una “collezione iconografica” di tutto rispetto, tante sono le cose rappresentate nella la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 loro varietà: un ipotetico «sistema degli oggetti» nel mondo delle raffigurazioni editoriali. Ma, se guardiamo alle edizioni tradotte, siamo di fronte a un vero e proprio “repertorio iconologico”: una rassegna di immagini che subiscono ulteriori traduzioni visive nel loro adeguarsi alle diverse edizioni; una sequenza continua, dove uno stesso oggetto si anima e si trasforma, si deforma e si muove creando una catena di mutazioni che riporta alle parallele mutazioni del testo tradotto. Iconografia dell’autore L’iconografia dell’autore segnala, visivamente, la “prevalenza dell’autore”. Cioè la scelta editoriale di lasciare, come prima cosa, la parola all’autore stesso: riconoscendone la rilevanza, l’immagine non illustra il titolo dell’opera ma “il nome” dell’autore rendendone “visibile” la voce. Il volto dell’autore prevale sul titolo e come tale introduce al testo: l’immagine non fa riferimento diretto al contenuto narrato, ma mette avanti la presenza visibile dell’autore che da “voce narrante” si fa “volto narrante”. Entra in gioco la figura, la persona dell’autore che incarna un vissuto, che porta con sé la memoria di altri testi. L’autore è in primo o in primissimo piano, alla lettera, nel taglio dell’immagine che lo ritrae: il volto, lo sguardo lo avvicinano al lettore e prefigurano un discorso, o un dialogo, diretto. La voce dell’autore acquista una forte personalizzazione: la “grana visiva” del ritratto rimanda alla grana della voce e alla grana della scrittura, tracciando una sorta di continuità che riconnette autore e testo; leggere è sempre più ascoltare parole dalla bocca di un autore. L’ambientazione visiva L’iconografia di copertina funziona in molti casi come accesso visivo a un contesto narrativo, crea uno scenario con una funzione di ambientazione. Ambientare il testo è uno dei compiti primari della comunicazione dell’accesso: introduce al testo, così come l’ambientazione intratestuale introduce al percorso narrativo; ha una funzione di soglia. L’evocazione visiva di luoghi lontani o sconosciuti – e a maggior ragione nel caso dell’editoria di traduzione – diventa cruciale: conferma l’accezione di traduzione come trasporto e richiama il repertorio letterario-iconografico del “paesaggio italiano”. Il paesaggio italiano e il viaggio in Italia, se costituiscono di per sé un topos letterario, oltre che un luogo ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano dell’immaginario o un bacino di stereotipi, diventano matrice privilegiata per l’illustrazione del peritesto di traduzione. Si procede per variazioni di scala e di tecniche di raffigurazione. La raffigurazione visiva di paesaggio si muove allora in una molteplicità di forme: dall’immagine fotografica e dalla panoramica d’ambiente – nelle sottospecie della fotografia di paesaggio o di reportage di luoghi – alla paesaggistica pittorica delle vedute, al disegno illustrativo di scorci paesaggistici, fino al dettaglio d’ambiente in equilibrio tra natura e natura antropizzata; fino a quella specifica forma di scrittura grafica che è lo schizzo da carnet de voyage: qui la forma autoriale del diario di viaggio, esplorazione sentimentale sempre in terra altra, straniera, incrocia l’annotazione scritta con appunti visivi, tracce della memoria di luoghi che si fanno racconto visivo. Le suggestioni iconografico-paesaggistiche del peritesto di traduzione riproducono dunque una sovrapposizione di luoghi: quello della provenienza dell’autore tradotto, dell’origine linguistica del testo tradotto, dell’ambientazione del testo narrativo tradotto. Riportano alla metafora della lettura come “viaggio”, e della traduzione come viaggio in luoghi altri, lontani. Le variazioni visive sul paesaggio italiano nell’editoria di traduzione costituirebbero nel loro insieme una peculiare, interessante iconografia del paesaggio italiano: un punto di vista mediato dalla traduzione dell’immaginario visivo che si dipana in parallelo ai diversi “viaggi in Italia”. Arcipelago bestseller Nel caso del bestseller, il libro di grande e immediato successo, le alte tirature e la grande diffusione internazionale comportano fasi accelerate per l’evoluzione visivo-editoriale: le traduzioni visive procedono secondo un più accentuato processo di sintesi. Per ogni bestseller, i tempi di distribuzione si contraggono, mentre si estendono le geografie di diffusione; su un asse temporalmente compresso si dispongono innumerevoli edizioni tradotte che affronta- 21 no il nodo della traduzione visiva senza lasciare spazio alla sedimentazione dei processi editoriali di traduzione. Una fortuna rapida non lascia tempi per una fisiologica stratificazione dell’immagine e degli immaginari che solitamente presiedono a una mutazione delle variabili di stile e degli adeguamenti traduttivi. Come nella formazione di un arcipelago di origine vulcanica, un’improvvisa esplosione genera un arcipelago di mille diverse isole con un comune denominatore geologico: un rapido processo di sintesi porta a un’evoluzione rapida dell’iconografia originaria, a un sistema moltiplicatore di variabili ravvicinate nel tempo. Dominano, a partire dall’edizione originale, alcune componenti iconografiche forti, declinate come in un sistema di identità visiva che richiede da un lato una continuità riconoscibile, come un marchio comune, dall’altro la massima visibilità, una visibilità incisiva, di tipo segnaletico. Spesso una componente cromatica, che sappiamo essere massimo fattore di identificazione, viene derivata dall’originale e si declina su elaborazioni grafiche e modulazioni della stessa cromia. Variazioni di elementi iconografici comuni si ripropongono tramite elaborazioni diverse. La compressione temporale e i meccanismi di distribuzione fanno sì che la traduzione filmica s’inserisca nella catena traduttiva diventando trainante, anche sul piano dell’immagine, per molte edizioni in lingua: così all’iconografia originale, dotata di un proprio filone di identità grafico-visiva, si sovrappone l’iconografia della traduzione filmica: tramite soluzioni diverse, le copertine ospitano dettagli o frammenti dell’immagine filmica. Nell’insieme un filo rosso lega l’uno all’altro, titolo per titolo, i libri di traduzione: questo legame sotterraneo conferma la loro appartenenza a un unico mondo in cui vivono separatamente, distanti tra loro, invisibili l’uno all’altro ma indiscutibilmente connessi. Un filo rosso li unisce nella sequenza della traduzione visiva. È così che si incontrano le mille vite e i mille volti di uno stesso libro. 22 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 UN DISEGNATORE ANTICO, DI SETTANT’ANNI Gli alberi e i borghi di Minezzi, pittore dei libri e sui libri MATTEO TOSI i piace collegare le immagini della mia pittura alla trascrizione di un breve testo letterario. Non è desiderio di citazione, ma semplice ammissione di un debito: questa immagine ha preso visibilità dalla riflessione o dall’illuminazione suscitata da quella scrittura; oppure, in senso contrario, l’osservazione del dipinto rimanda il pensiero a incisive parole che il tempo non cancella dalla mente». Scrive così Antonio Minezzi, di sé e della sua arte, e già basterebbero queste poche righe per lasciare intendere che non si tratta del solito giovane “creativo” emergente, tutto colore e istintività (se non, peggio, provocazione e multimedialità), ma di un uomo maturo e di un pittore formato, settant’anni esatti di vita alle spalle, quasi la metà dei quali passati a dipingere e quindi a esporre nelle gallerie di tutta Italia e non solo. Nipote d’arte, disegnatore e pittore da sempre – anche se lui preferisce dire che «la pittura si è dedicata a me dagli anni dei giochi» –, in realtà, Minezzi un emergente creativo non lo è mai stato, nemmeno quando giovane lo era davvero. E non semplicemente perché ha iniziato a esporre e a fare della pittura la propria vita solo quasi alla soglia dei quaranta, ma anche e soprattutto perché, proprio negli anni in cui trionfava quell’orribile deriva nichilistica e informale che ha umiliato la pittura rinne- «M gando il “vero” e il “bello” come fossere accademismi stantii (e sempre, da lì in poi, anche se oggi sembra di essere tornati a vedere la luce), lui ha incondizionatamente scelto di non seguire l’onda né il mercato, omaggiando la figura e il “genere”, quasi sempre attraverso le piccole dimensioni e una sapientemente contenuta scala cromatica. L’esatto contrario di quel concettualismo estremo e di quella sudditanza alla “sensazione” che per troppi decenni sono parsi quasi l’unica cifra distintiva del “contemporaneo”, insomma, nonostante qualche curiosa stravaganza se la sia ben concessa anche il lui. Non solo per quella fusione poetica di testi e immagini annunciata sopra – che anzi pare perfettamente in linea con il miglior fare scapigliato o futurista –, ma perché quel rapporto intimo tra la pagina scritta e il foglio su cui disegnare, lungo il suo cammino, si è fatto così intenso e fondante da diventare “base”, materia della sua arte. Supporto nel senso artisticamente più letterale del termine, quello di superficie su cui intervenire. Non di rado, infatti, e in alcune “stagioni” anche con altissima frequenza, i suoi oli, i suoi pastelli e Pagina miniata, olio, preparazione materica su tela e pagina da antifonario settecentesco (datato 1772) cm 60x40 (2003) ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 Da sinistra: Libro d’ore, olio, preparazione materica su tela e pagina da libro d’ore seicentesco, cm. 35x45 (2003); Libri sul cassettone, olio, preparazione materica su tela e frammento di salterio settecentesco, cm.70x80 (2001) le sue pitture più materiche hanno preso forma sopra un collage di tela e pagine a stampa, fogli volanti o “rubati” da qualche libro per trovare nuova vita insieme e accanto – dentro, diremmo – alla sinuosità del suo gesto e all’eleganza dei suoi colori, alla semplicità delle sue forme e al rigore delle sue composizioni. Il tutto, con un’innata predilezioni per i «materiali vecchi e antichi» che, istintivamente, potrebbe far rabbrividire più di qualche appassionato bibliofilo, forse rassicurato dal sapere che il “sacrilegio” non si compie mai e che, semplicemente, «qualche volta la fortuna premia la pazienza della ricerca come quando un amico, restauratore di carte e libri antichi, mi invita al suo laboratorio per cartoni da legatura o carte manoscritte sfogliate da un registro non più meritevole di restauro o pagine a stampa di un compendio seicentesco, troppo incompleto o lacerato per giovarsi delle sue cure», che per lui diventano «presagi di pittura». Una, due, tre o quattro pagine provenienti da un manoscritto o da un messale del XVII secolo, oppure da un antifonario o da un salterio settecentesco, si fondono così con la tela e ne diventano le prime protagoniste, spesso suggerendo con le proprie “righe” e le proprie illustrazioni anche miniate, la partizione e il “ritmo” compositivo dello spazio, e quasi sempre det- tando anche la sfumatura cromatica dell’opera che su di esse (e insieme a loro) sta per nascere, indirizzandone lo sviluppo anche “morfologico” Qualche natura morta e qualche paesaggio bucolico, ma soprattutto il profilo di un piccolo borgo dolcemente abbarbicato su un colle e stretto attorno al proprio campanile – immagine certamente figlia dei dintorni appenninici della “sua” Modena – e ancora più spesso la sagoma di un albero, sempre quello e sempre lo stesso, un «solenne ippocastano, “meraviglia” della natura e dell’arte» che lo folgorò nel giardino di un amico che lo aveva invitato a organizzare lì una «festosa presentazione» dei suoi lavori. Non mancano, naturalmente, quadri “tradizionali”, dove alberi, borghi e vedute si disegnano su supporti più lineari – una tela, una carta “povera” o una lamina di legno –, ma più spesso, quando le pagine stampate non sono l’oggetto su cui colare la sua arte, i libri diventano il soggetto della sua pittura, con intimi scorci di scrittoi nella penombra, primi piani di scaffali traboccanti di dorsi e “ritratti” di volumi istoriati. Se esordisse adesso, verrebbe citato tra i nostri nuovi figurativi tanto in voga, ma lui è un uomo antico, e quando Sgarbi se ne occupò, tra il 1988 e l’89, i tempi del vero non erano ancora maturi per la fama. ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 inSEDICESIMO RECENSIONI, CATALOGHI DI BIBLIOFILIA, ASTE E FIERE ANNIVERSARI EDITORIALI, MOSTRE, APPUNTAMENTI LIBRI CHE PARLANO DI LIBRI Grandi rifiuti, eterne paure, romanzi d’esordio, satira politica e altre storie di matteo noja e matteo tosi TUTTI I “SILURATI” ILLUSTRI DELLE UNIVERSALI LETTERE Dire di no a una persona è sempre difficile, molto più semplice affettare un frettoloso si senza discutere. Anche se può avere un valore assoluto, questo assunto nel mondo editoriale non funziona. Anzi, verrebbe da dire che vale solo l’opposto. Le frasi di rito sono molte “Ci dispiace ma la sua opera non rientra nel nostro programma editoriale”, “La ringraziamo per aver pensato alla nostra Casa editrice ma per il momento ci troviamo costretti a restituirle il manoscritto” e così via; il risultato non cambia, il sunto è sempre quello: “No”. A volte però il rifiuto diventa un boomerang per l’editore: l’opera riconsegnata nelle mani dell’autore viene pubblicata da un altro editore e, in alcuni casi, ha successo. Mario Baudino offre con la nuova edizione di questo libro [prima ed. Milano, Longanesi, 1991] un agile repertorio di rifiuti eccellenti: da Dostoevskij a Gadda, da Hemingway a Lawrence, da Tomasi di Lampedusa a Tolkien, racconta una serie di gustosi aneddoti letterari inediti o poco conosciuti. Se la vicenda editoriale del Gattopardo è nota, almeno per sommi capi – il duplice rifiuto di Vittorini, per Einaudi e Mondadori, l’entusiasmo scatenato dalla lettura in Bassani e Soldati che lo farà pubblicare da Feltrinelli –, quella di altri libri non è nota al grande pubblico. La vicenda che riguarda il quarto capitolo di Delitto e castigo [1866] che Dostoevskij dovette a forza cambiare per motivi di morale religiosa per farlo accettare dalla rivista, Russkyi Vestnik, su cui appariva a puntatenonostante fosse già un autore affermato, fu ricostruita recentemente da Leonid Grossman nella sua celebre biografia. Se per Gadda è vero che era piuttosto lui a non consegnare le opere promesse agli editori che desideravano ardentemente di pubblicargliele, Comisso per Le mie stagioni [1952] collezionò ben tre rifiuti prima che Longanesi gli dicesse «Il tuo libro è un bel libro, avvincente, ma sono sicuro che non lo venderemmo». Hemingway, grazie al rifiuto della Boni & Liveright che non volle pubblicargli il suo secondo romanzo Torrenti di primavera [1926], riuscì ad approdare finalmente a un grande editore, Scribner’s, che si adoperò per farlo conoscere in tutto il mondo. Il libro non si presenta quindi come “un’enciclopedia del rifiuto”, ma piuttosto come un’antologia di vicende, ispirata dal gusto personale dell’autore, giornalista e scrittore torinese, per cercare di decifrare le ragioni di alcuni dinieghi, e riflettere sulla imprevedibilità del successo. E se è vero che le modalità per esordire e pubblicare sono cambiate radicalmente nel breve volgere di qualche anno, Baudino riflette che «il problema vero sta diventando quello di ottenere che il libro venga anche letto e non faccia un mesto e rapido viaggio dallo scaffale della libreria al macero». Mario Baudino, Il gran rifiuto. Storie di autori e di libri rifiutati dagli editori. Passigli editore, Firenze, 2009, pp.134, €14,00 26 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 LE PAURE DEI BIBLIOFILI ANCHE PRIMA DEL DIGITALE Radio, televisione, cinema, computer sono stati visti in tempi recenti come la possibile causa della fine del libro, di tutti i libri. In realtà la preoccupazione è antica e i nemici, indicati come possibili cause della loro estinzione, molteplici; già Riccardo de Bury nel 1344, nel suo Philobiblon, scriveva che i libri dovevano fuggire quello che secondo lui era il loro nemico tradizionale, la donna, «bestia bipede» da fuggire «più della vipera e del basilisco». Probabilmente, si cominciò a parlare della fine dei libri già il giorno della loro invenzione. Tuttavia, fortunatamente, i libri continuano a essere compagni sapienti e discreti della nostra vita. Questa preoccupazione è protagonista di tre racconti, ora tradotti per la prima volta in italiano, dello scrittore francese Louis Octave Uzanne [1852-1926], straordinario poligrafo, narratore e raffinato saggista, fondatore e direttore di riviste che hanno contribuito allo sviluppo della tipografia moderna e della bibliofilia, lui stesso bibliofilo tra i più accaniti. Sono tratti da Racconti per bibliofili, pubblicato a Parigi nel 1880 dalla Maison Quantin in un’edizione per gli amanti del libro, illustrata in modo raffinato da Albert Robida [1848-1926], grande artista e narratore, inventore del celeberrimo personaggio di Saturnino Farandola. Uzanne e Robida furono, per la loro sensibilità ed eleganza, tra i principali promotori della diffusione del libro illustrato in Francia nella seconda metà dell’Ottocento. Nel primo di questi racconti, L’eredità Sigismond, la vicenda si snoda come un dramma della gelosia, come “una storia di una inconciliabile rivalità”, dove la fine dei libri va intesa nell’accezione di un annientamento fisico, nella loro distruzione. Il secondo, La fine dei libri, narra di un convegno di eruditi bibliofili nel quale si immaginano SATIRA, PARODIE E CARICATURE DALLA PRIMA REPUBBLICA AI GIORNI NOSTRI: PER RIDERE, MA ANCHE RIFLETTERCI SU i intitola “Satyricon. La satira politica in Italia” ed è la quinta edizione dell’Almanacco Guanda (Milano 2009, pp.198, €23,00), diretto da Ranieri Polese. Il quale, per l’occasione, si chiede che significato possa ancora avere la satira, oggi e in Italia, insieme ai dieci vignettisti italiani S per eccellenza (Altan, Bucchi, Disegni, Ellekappa, Forattini, Giannelli, Pericoli, Staino, Vauro, Vincino), messi a confronto con gli interventi di Riccardo Barenghi, Marco Belpoliti, Gianni Biondillo, Francesco Bonami, Carlo Alberto Brioschi, Claudio Carabba, Oreste del Buono, Dario Fo, Giuseppe Genna, Marco Giusti, Luca Mastrantonio, Gianluca Morozzi, Luisa Pronzato, Alessandro Robecchi, Michele Serra e Stefania Ulivi. le estreme conseguenze dell’uso dei media che si stanno affermando in quel momento: dal teatrofono al fonografo, al kinetografo, per non parlare della fotografia che a quel tempo è già un’arte consolidata, tutte queste invenzioni sono temibili nemici e concorreranno alla distruzione delle biblioteche. L’ultimo, Polveriera e biblioteca, ambientato durante la grande rivoluzione, racconta di due frati diventati “cittadini” che assistono impotenti all’installazione di una polveriera sotto i locali della loro abbazia e dell’annessa biblioteca: facile immaginare quale sarà la fine dei libri. Octave Uzanne, La fine dei libri (a cura di Pino di Branco), testo francese a fronte. La Vita Felice (Collana “Liberilibri”, 5), Milano, 2009, Pp.187, €10,50 FIRENZE E I SUOI CAFFÉ LETTERARI, UNA STORIA Se è vero che è a Firenze che è nata la nostra letteratura, e forse non solo la nostra, e che poi, ancora lì, molto sempre si è fatto per rinnovarla e conservarla insieme, sovente mettendola a contatto e a confronto con le altre arti, la storia dei caffè letterari fiorentini, dei loro frequentatori, dei loro ambienti e delle loro mode, non può che affascinare ogni appassionato intellettuale. Ma il volume curato da Teresa Spignoli per i tipi di Polistampa, Caffé letterari a Firenze (2009, pp.112, €16,00) non è solo per addetti ai lavori, anzi, perché attraverso lo sguardo dei protagonisti delle diverse stagioni storiche, le immagini d’archivio e quelle del presente, racconta un’affascinante storia che dalla fine del Settecento ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 27 CINQUANTOTTO DIPINTI DI FATTORI E QUASI OTTO ANNI DI STUDI E RESTAURI, RACCONTATI IN PRESA DIRETTA, TELA DOPO TELA l “progetto Fattori”, e cioè lo studio e il restauro di 58 opere dell'artista livornese custodite nella Galleria d'arte moderna a Palazzo Pitti, è durato quasi otto anni, coinvolgendo storici dell’arte, restauratori, istituti e centri di ricerca diversi. Un lungo lavoro con approccio rigorosamente scientifico che oggi I si snoda lungo tutto il secolo successivo e, ancora, fino a ben dopo la Seconda guerra mondiale, costituendo l’ossatura della storia intellettuale della città. Il Michelangiolo, il Gambrinus, le Giubbe Rosse, il Paszkowski, il Gilli, il Caffè San Marco e altri locali meno noti, ma sempre “curiosi”, infatti, hanno sempre ospitato tra i loro tavolini ampie riunioni “critiche” e dotte, ma anche eventi estemporanei, improvvisazioni d’autore e, ovviamente, turbinii di confronti e amicizie, scontri e amori. Una multiforme fucina di idee e vita vissuta, spesso raccontata in diretta da una delle sue realtà più influenti, come quando si affida la parola al futurista Alberto Viviani per sbirciare la quotidianità del mitico Le Giubbe Rosse: «Nei divani lungo le pareti, al centro, sedevano sempre Papini con a fianco Soffici e Palazzeschi. Io sedevo accanto a Palazzeschi; egli era quasi sempre taciturno e d’inverno abbottonato fino al collo in un suo magnifico pastrano marrone, nonostante il caldo creato da tutta quella gente e surriscaldato dai termosifoni. Däubler e Tavolato formavano la terna con Arturo Reghini davanti al tavolo di Papini, e generalmente discutevano tra loro in tedesco a voce alta». Teresa Spignoli, Caffé letterari a Firenze, Edizioni Polistampa, Firenze, 2009, pp.112, €16,00 produce, oltre al risultato diretto degli interventi, l’uscita di uno splendido volume intitolato “Con la matita IL TUO SCRIITORE PREFERITO È UNA RAGAZZA. O UN’ALTRA “La vera storia dietro i libri di culto di JT Leroy” è l’intrigante sottotitolo dello strabiliante memoir di Savannah Knoop, una ragazza di San Francisco che aveva coperto la propria identità non solo con il nome, ma anche con le fattezze del suddetto scrittore, presto consacrato da pubblico e critica Usa come l'enfant prodige della narrativa americana. Lo stile delle sue storie autobiografiche, ma anche (e forse soprattutto) il suo passato da gigolo dei camionisti e di ragazzo dalla sessualità confusa, si erano conquistate l’interesse di moltissimi lettori, e quando Savannah Knoop ha svelato l’arcano in questa sua “nuova” autobiografia il New York Times ne ha parlato come della «più grande beffa letteraria degli ultimi anni». Questo “imbroglio”, quindi, è la vera storia della doppia e bizzarra vita di Savannah e dei suoi incontri, sotto le spoglie di JT Leroy, con artisti e e col pennello. Giovanni Fattori. Indagini e restauri dei dipinti della Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti” (Mauro Pagliai Editore, Firenze 2009, pp. 384, €34,00). Un'opera unica, a cura di Muriel Vervat e Giovanna Damiani, che analizza l’intero percorso creativo di Fattori facendo risaltare alcune peculiarità recniche, oltre che stilistiche. celebrità del calibro di Courtney Love, Madonna, Winona Ryder, Calvin Klein, Gus Van Sant che “lo” osannavano come una star. Ma c’è un altro imbroglio ancora, perhé Savannah era JT, ma non la sua penna, nel senso che lei si era prestata a impersonificarlo negli appuntamenti ufficiali o nelle “presentazioni”, ma a scrivere i libri era Laura Albert. E qui, per la prima volta, Savannah Knoop racconta la propria verità. Facendo leva soprattutto sul fatto che il sentirsi percepita come un ragazzo le abbia regalato una sicurezza e un'autostima prima impensabili, ma non trascurando nemmeno il suo lancinante affaire con Asia Argento o il reiterato tentativo di fuggire al controllo della Albert sul suo personaggio. E, infine, la sua voglia di essere “vera”. Savannah Knoop, L'imbroglio JT Leroy. La vera storia dietro i libri di culto di JT Leroy, Fazi Editore, Roma, 2009, pp.224, €14,00 28 IL CATALOGO DEGLI ANTICHI Libri da leggere per comprare libri di annette popel pozzo CAPOLAVORI E RARITÀ DAL CINQUE AL SETTECENTO Librairie Lardanchet Livres Choisis du XVe au XXe Siècle Come di consueto, anche l’ultimo catalogo dei librai antiquari parigini Pierre e Bertrand Meaudre si presenta molto ben curato e arrichito di belle immagini. Purtroppo il collezionista bibliofilo si accorge una volta di più che acquistare dei bei libri è diventato un lusso molto costoso. Molto importante la prima edizione latina delle Institutiones geometricae di Albrecht Dürer (Parigi, Wechel, 1532, legatura di fine Settecento, copia molto marginosa, €18.000). L’autore pubblicò questo fondamentale corso di misurazione in quattro libri per la prima volta in tedesco con il titolo Underweysung der Messung tre anni prima della sua morte a Norimberga nel 1525. L’opera dedicata alla prospettiva e pensata per l’uso di pittori, architetti, orefici, carpentieri, ebbe comunque una grande diffusione anche tra scienziati come Erasmus, Kepler, Galilei e studiosi della prospettiva come Bosse, Maignan, Nicéron e Kirchner. Il libro costituisce “the foundation of accepted aesthetic dogma until the nineteenth century” (Printing and the Mind of Man, no 54). Un libro parecchio curioso è poi quello di Lodovico Moscardo (1611-1681), Note overo memorie del Museo di Lodovico Moscardo (Padova, Frambetto, 1656, legatura la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 in pelle coeva, €12.000). Questa prima edizione descrive la “Wunderkammer”, la camera delle meraviglie appartenuta al nobile veronese, assai nota in tutta l’Europa colta dell’epoca. Il “Museo Moscardo” raccoglieva reperti archeologici, bronzi, statue, epigrafi e medaglie, ma anche oggetti naturali come frutti esotici, conchiglie e animali. Né mancavano naturalmente curiosità come, per fare un esempio, mani mummificate provenienti dall’Egitto. Il museo fu meta di numerosi visitatori. Mabillon lo cita nel suo resoconto del viaggio in Italia, Museum Italicum (1687-1689) e Montfaucon lo ricorda nel suo Diarium Italicum (1702). Dispersa in gran parte già nella seconda metà del Settecento, una parte degli antichità si trova oggi presso la fondazione Miniscalchi-Erizzo di Verona. Librairie Lardanchet 100, rue du Faubourg-Saint-Honoré FR – 75008 Paris www.lardanchet.fr – [email protected] CHICCHE D’ITALIA IN DORATA SALSA MITTELEUROPEA Antiquariat Norbert Donhofer Schöne Bücher des 15. bis 20. Jahrhunderts L’ultimo catalogo dello studio bibliografico viennese (settembre 2009) offre tra numerosi titoli legati all’Austria alcune chicche italiche. Segnaliamo la prima edizione di Guidobaldo Del Monte (1545-1607), Mechanicorum liber (Pesaro, Girolamo Concordia, 1577, legatura in pergamena seicentesca, €14.500). Questa opera prima del matematico e astronomo pesarese è considerata la pubblicazione più importante sulla meccanica dai tempi di Archimede e infatti rimase valida fino all’uscire dei Discorsi e dimostrazioni matematiche, intorno a due nuove scienze attenenti alla mecanica di Galileo Galilei nel 1638. Molto particolare è la Curiosa relatione del viaggio fatto da quel coraggioso soldato del polacco Georg Franz Kolschitzky (Venezia, Bosio, 1683, €1.800). Il titolo descrive la missione dell’autore, travestito all’orientale, nell’accampamento turco fuori Vienna per raccogliere informazioni importanti sulla consistenza e le tattiche delle truppe nemiche prima dell’assedio alla capitale austriaca nel 1683. L’edizione è di grande rarità; la sua presenza (con varianti tipografiche) viene segnalata soltanto in poche biblioteche. La leggenda vuole inoltre che fosse Kolschitzky ad aprire uno dei primi caffè a Vienna, avendo chiesto e ottenuto le bacche lasciate dai turchi come compenso per i servizi dovuti. Il caffè ebbe un successo enorme e divenne una delle bevande più diffuse dell’epoca. Antiquariat Norbert Donhofer Renngasse 4 (Palais SchönbornBatthyány) A – 1010 Wien www.antiquariat-donhofer.at ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano IL CATALOGO DEI MODERNI Libri da leggere per comprare libri di matteo noja IL NOVECENTO TRA MISSIVE, AUTOGRAFI E BEI VOLUMI In un originale novella di Stefan Zweig [Mendel dei libri, Adelphi, 2008, pp.53, €5,50], si narra di Jakob Mendel, rigattiere di libri che i libri non leggeva, ma ne sapeva tutto: titolo, autore, prezzo, edizione. Leggeva per tutto il tempo i cataloghi, ne mandava a memoria prodigiosamente tutto il contenuto. E per il bibliofilo, la lettura del catalogo di un libraio antiquario è sempre un viaggio fantastico nel mondo dei libri, con le sue mete, i suoi spostamenti, le sue gioie e le sue fatiche, i suoi miraggi e vaneggiamenti. Forse, come per Mendel, una piacevole fuga dal mondo, dalla sua mondanità che a volte tutto travolge. Per ciò che riguarda i libri moderni, diciamo stampati nell’Otto e Novecento, trovare cataloghi appassionanti è ancora difficile. Fa eccezione un bel catalogo della libreria Letteratura Tattile di Rimini dal titolo Qualche buon libro 2009; in realtà, per arrivare ai buoni libri bisogna sfogliare alcune pagine, essendo la prima parte dedicata ad autografi e lettere di personaggi famosi, italiani e non. Passando attraverso un incompiuto menabò per un’opera sull’arte milanese di Antonio Alburzio [complessive 256 pagine, in un volume in-folio, €1.300] e altri curiosi cimeli ci si può imbattere in un gruppo di 6 cartoline anni 1948-55 inviate da Giorgio Bassani all’amico letterato Antonio Rinaldi [€1.600] in cui consigli e spronature si mescolano a bisticci, fraintendimenti e a riferimenti al mondo letterario di quegli anni. Poco oltre, un elzeviro di Dino Buzzati per il Corriere della Sera, dal titolo Scandalo alla Scala [5 pp. dattiloscritte, ricche di correzioni e ripensamenti, €1.100], ci fa gustare l’irresistibile verve del celebre scrittore; una serie di disegni originali del padre del design italiano Giò Ponti [8 cartoncini di varie dimensioni con illustrazioni a colori a tempera, €3.000] ci aiuta a conoscere meglio l’arte dell’architetto milanese. In una lunga lettera [8 pagine, €3.200] indirizzata a Giulio Ricordi, Giacomo Puccini racconta del suo viaggio in Argentina e a Montevideo, intrapreso con la moglie nel 1905 dietro invito del giornale di Buenos Aires La Prensa, soprattutto per ricevere un’accoglienza trionfale e sovrintendere all’allestimento della versione definitiva dell’Edgar, ma anche, forse, per trovare notizie sulla vita e sulla scomparsa del fratello Michele, emigrato nel 1888 in cerca di fortuna e morto pochi anni dopo. Nel nostro viaggio sorvoliamo lettere di Capuana al padre sul soggiorno milanese come critico letterario e teatrale al Corriere [5 pagine, €900], pagine musicali di Donizetti [€2.600], Mario Castelnuovo Tedesco [€850] e alcune notazioni di Gian Francesco Malipiero [€300]; scorgiamo una lunga lettera di Ugo La Malfa al direttore del Resto del Carlino, Alfredo Pieroni [5 pagine, €170]; più oltre alcune lettere dell’erudito storico Pompeo Litta all’avvocato ferrarese, 29 celebre archeologo e numismatico, Gaetano De Minicis [12 lettere, €1000], sullo stato delle sue ricerche araldiche. Ancora, Ludovico Antonio Muratori, Mercadante, Palazzeschi… Infine merita una citazione l’interessante manoscritto sulla Genealogia dell’antichissima Nobiltà Schiaffinata… di Carlo Schiaffinati milanese [1736, 12 carte, €890] che si interroga sulle vicende della sua famiglia. Come detto, alla fine troviamo quei buoni libri che danno il titolo al catalogo. Dopo una prima edizione delle Rime di Carducci di San Miniato [1857, Tipografia Ristori, €1750], troviamo le tre opere del poeta, commediografo e librettista Giuseppe Carpani dedicate a Haydn e a Rossini [saccheggiate e plagiate dal giovane Henri Beyle che, ancora poco noto, si nascondeva dietro il nome di Stendhal] e in risposta a un libro del veneziano Andrea Majer [Le Haydine…, 1823; Le Rossiniane, 1824; Le Majeriane, 1824, tutti editi a Padova dalla Tipografia della Minerva, €800]. Seguono una rara prima edizione della Vita di Alberto Pisani scritta da Carlo Dossi [stampata in 100 copie a Milano da Luigi Perelli nel 1870, €1500], l’Ortis di Foscolo con la falsa data Londra 1814 [Zurigo, Orell & Fussli, 1816; €900] notevole perché prima a riportare la Notizia bibliografica intorno alle Ultime lettere di Jacopo Ortis. Poi, una rassegna di libri del ’900 tra cui spiccano alcuni volumi futuristi: Paolo Buzzi, L’Ellisse e la spirale [Milano, Ed. Futuriste di Poesia, 1915; €1.600]; L’altalena dei sensi di Alceo Folicaldi [Roma, Ed. Futuriste di Poesia (ma Lugo, Tipografia Michele Cortesi), 1934; €650]; Maria Ginanni, Montagne trasparenti [Firenze, Ed. de L’Italia futurista, 1917; €980]; il Canzoniere futurista amoroso guerriero di Marinetti, Farfa, Acquaviva, Giuntini [Savona, Istituto Grafico Brizio, 1943; €800]; Ruggero Vasari, Tre razzi rossi. Sintesi [Milano, Ed. Futuriste di Poesia, 1921; €650]. 32 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 ASTE, FIERE E MOSTRE MERCATO L’autunno è la stagione del bibliofilo e l’Europa è tutta un incanto di annette popel pozzo IL 20 OTTOBRE, PARIGI Asta – Vente Manuscrits et Autographes Info: www.alde.fr Quasi 400 lotti. Soprattutto degno d’attenzione un manoscritto autografo di Marcel Proust, una pagina che riguarda il risorgere del passato attraverso l’episodio della Madeleine (lotto 335, stima €10.000-12.000). IL 24 OTTOBRE, AMSTERDAM Asta – Fine & Rare Books and Prints, Art & Architecture Info: www.adamsamsterdam.com Una nuova stella nel firmamento presenta la sua seconda asta. Particolarmente interessante una ricca collezione di 82 lotti sull’arte della scherma, come per esempio: Camillo Agrippa, Trattato di scientia d’arme, Roma: Blado, 1553 (lotto 4, stima €1.500-2.500), Francesco Ferdinando Alfieri, L’arte di ben maneggiare la spada, Padova: Sardi, 1653; legato con: idem, La Picca, e la Bandiera, Padova: Sardi, 1641 (lotto 6, stima €3.000-4.000), o Ridolfo Capoferro da Cagli, Gran simulacro dell’arte e dell’uso della scherma, Siena: Marchetti e Turk, 1610 (lotto 14, stima €2.000-3.000). IL 29 OTTOBRE, LONDRA Asta - Books and Manuscripts from the English Library of Archibald, 5th Earl of Rosebery and Midlothian, K.G., K.T. Info: www.sothebys.com Colto e noto bibliofilo ottocentesco, Rosebery visitò l’Italia nel 1870. In asta la bellissima copia di William Hamilton, Campi phlegraei (Napoli, 1776-1779, prima edizione, lotto 54, stima £35.00050.000) contenente le osservazioni sui vulcani delle Due Sicilie. DAL 30 OTTOBRE AL 1° NOVEMBRE, GENOVA DAL 27 AL 30 OTTOBRE, KÖNIGSTEIN IM TAUNUS Asta – Bücher, Handschriften, Sonderauktion Brasilien Info: www.reiss-sohn.de L’asta autunnale di Reiss & Sohn presenta ben 4 cataloghi che contengono quasi 5.000 lotti di libri, manoscritti, carte geografiche, vedute e grafica. Particolarmente interessante il catalogo 131, dedicato esclusivamente al Brasile, con 141 lotti. Vengono offerte una rara prima edizione Iournal oft daghelijcx-register van de voyagie na Rio de Plata (Amsterdam, 1603, lotto 78, stima €65.000) che descrive uno dei primi viaggi olandesi nel Brasile a cura del capitano Hendrik Ottsen, la Relation historique et geographique, de la grande rivière des Amazones dans l’Amérique di Blaise François de Pagan (Parigi, 1656, lotto 79, stima €25.000) e la prima edizione di Reise in Brasilien in den Jahren 1817 bis 1820 di von Spix e von Martius (Monaco, 1823-1831, 5 volumi compresi 2 atlanti, lotto 97, stima €8.000). Mostra mercato – LIBRIDINE, Salone del libro antico, esaurito, introvabile Info: www.fiera.ge.it Librai antiquari, bancarelle, bouquinistes, studi bibliografici e rivenditori di fumetti, riviste e materiale cinematografico si danno appuntamento per il secondo anno consecutivo in questa kermesse all’insegna del libro, che si svolge in corrispondenza della venticinquesima edizione di “Tuttantico”, mostra mercato d’ogni sorta di antiquariato che vanta ogni anno migliaia di visitatori. DAL 2 AL 4 NOVEMBRE, BERLINO Asta – Bücher und Graphik, Sonderkatalog “Geographie, Reisen, Reisefotografie” giugno 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 manoscritti e libri d’argomento toscano. L’8 NOVEMBRE, Info: www.bonhams.com Questa volta in asta soltanto circa 130 lotti con soprattutto materiale manoscritto e autografo. MILANO Info: www.hauff-und-auvermann.de In asta una collezione di vues d’optique che comprende anche vedute di città italiane (per esempio il Foro Bonaparte a Milano, Augusta, Carmine, ca. 1810, lotto 78, stima €150; A View of Marcellus Theatre at Rome, Parigi, Daumont, 1750, lotto 84, stima €180; Venezia, Berlino, Winckelmann & Söhne, ca. 1850, lotto 89, stima €150). IL 6 E 7 NOVEMBRE, LONDRA Mostra mercato – The Antiquarian Book Fair Chelsea 2009 Info: www.chelseabookfair.com Presso Justin Croft Antiquarian Books troviamo l’edizione di lusso dai torchi di Cazin di Michel Jean Sedaine, La tentation de S. Antoine (Parigi, 1781, £2.000) con le 5 tavole erotiche spesso mancanti. Da Jonkers Rare Books si può acquistare la prima edizione di The Hobbit di Tolkien (1937, con firma autografa dell’Autore, 1/1.500 copie, £45.000). IL 7 NOVEMBRE, FIRENZE Asta – Libri & Grafica Info: www.gonnelli.it/aste Già storica libreria antiquaria fiorentina, Gonnelli torna a vestire i panni di casa d’aste dopo oltre cinquant’anni. Questo suo “primo” incanto comprende 485 lotti, molti dedicati a Mostra mercato – Piazza Diaz, Vecchi libri in piazza Info: www.maremagnum.com Il tradizionale appuntamento mensile meneghino ragruppa attualmente più di 100 espositori. DAL 9 ALL’11 NOVEMBRE, MONACO DI BAVIERA Asta – Bücher, Manuskripte, Autographen und Grafik Info: www.hartung-hartung.com IL 10 NOVEMBRE, LONDRA Asta - Travel, Atlases, Maps and Natural History Info: www.sothebys.com 268 lotti tra libri, fotografie, atlanti, carte geografiche e vedute che riflettono il viaggio perpetuo per il mondo. Molto particolare un album di fine Cinquecento di Bartell Schachman, sindaco di Danzica, che comprende disegni a colori dell’impero turco (lotto 43, stima £150.000-200.000). Un libro noto ma sempre bello l’edizione di David Roberts, The Holy Land, Syria, Idumea, Arabia, Egypt & Nubia, Londra, Moon, 1842-1849 (prima edizione di 6 volumi in folio, lotto 86, stima £25.000-30.000). IL 10 NOVEMBRE, LONDRA Asta - Printed Books & Manuscripts DALL’11 AL 13 NOVEMBRE, MONACO DI BAVIERA Asta – Handschriften, Autografen, Bücher, Landkarten, Stadtansichten und Dekorative Grafik Info: www.zisska.de Segnaliamo l’incunabolo di Petrus Lombardus, Sententiarum libri IV., Norimberga, Anton Koberger, 1491, prima edizione a cura di Johann Beckenhaub, lotto 173, stima €15.000. DAL 13 AL 15 NOVEMBRE, BOSTON Mostra mercato – Boston International Antiquarian Book Fair Info: www.bostonbookfair.com Ci saranno circa 120 librai antiquari provenienti in maggior parte dagli Stati Uniti ma anche importanti presenze dall’Europa: Rodolphe Chamonal da Parigi, Adrian Harrington, Peter Harrington e Bernard J. Shapero da Londra, Antiquariaat Forum BV e Asher Rare Books dai Paesi Bassi. 34 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 GRAZIE “CITTÀ NUOVA” Compie mezzo secolo la grande casamadre dei testi patristici di marco respinti ostanzialmente nel silenzio, compie cinquant’anni uno dei colossi dell’editoria italiana. Uno dei colossi veri, intendiamo, il che non significa affatto strass e paillette, (solo) Buchmesse e infotainment, bensì lavoro serio e ricerca rigorosa, cura scientifica e intelletto d’amore. Parliamo, cioè, di Città Nuova, la casa editrice romana che aprì i battenti promossa nel 1959 e che da allora in poi è protetta (ed è un gran complimento) nonché nutrita dal Movimento dei Focolari, ovvero Opera di Maria, il movimento laico fondato in seno alla Chiesa Cattolica dalla trentina Chiara Lubich (1920-2008) allo scopo “statutario” di realizzare l’unità tra le persone auspicata dalla preghiera di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni, «perché tutti siano una sola cosa. Come S Sopra: immagine da Ms. gr. 548, fol. 87v, Biblioteca Nazionale di Parigi: san Cipriano al lavoro (in alto) e san Gregorio mentre scrive il panegirico di san Cipriano (in basso). Sotto: Miniatura da un manoscritto medioevale anonimo rappresentante Severino Boezio e Madonna Filosofia tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (17, 21, ). Da codesta prospettiva deriva infatti una precisa vocazione ecumenica e una limpida intenzione di dialogo con i diversi settori della cultura, cattolici e non. La Lubich ha del resto elaborato anche una visione economica propria, “l’Economia di Comunione”, a pieno titolo annoverabile fra le opzioni del cosiddetto “personalismo economico”, certo nel quadro generale dell’economia libera di mercato e forse non lontana dalla sensibilità “umanistica” espressa dall’economista protestante tedesco Wilhelm Röpke (1899-1966) – ”padre” della Soziale Marktwirtschaft, ovvero Social Market Economy –, oggi cara all’arcivescovo cattolico di Monaco di Baviera e di Frisinga Reinhard Marx – se ne veda il suo Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato (trad. it., Rizzoli, Milano 2009) – e certamente consona al disegno dell'enciclica “sociale” Caritas in veritate, pubblicata da Papa Benedetto XVI il 29 giugno 2009. Ebbene, in mezzo secolo di attività fulgida e preziosa l’editrice Città Nuova ha dato carne e sangue alla vocazione sociale e culturale propria dei Focolarini. Anzi, il suo stesso nome è la visione concreta e non utopica di una nuova polis coronamento dell’“umanesimo” autentico (non le sue caricature o ideologizzazioni), ovvero – per adoperare la formula felice di Giovanni Paolo II (1920-2005), 264° papa dal 1978 – una «società a misura di uomo e secondo il piano di Dio» (Discorso ai partecipanti al Convegno ecclesiale ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano della CEI, Conferenza Episcopale Italiana, del 31-10-1981). Unendo, cioè, professionalità e devozione, Città Nuova ha attraversato il Novecento delle “guerre fredde” mostrando che è possibile essere uomini di fede e scienziati cristallini senza “doppie verità” né falsi pudori, “concordismi” sterili o perniciose autocensure. Così facendo, la casa editrice dei Focolarini si è dunque meritatamente guadagnata un posto d’onore fra i vanti della cultura italiana, proponendo sia agli studiosi sia ai “profani colti”, sia ai bibliofili sia ai lettori intelligenti ma occasionali una messe di materiali di prima qualità e d’indubbio valore, vale a dire una biblioteca monumentale di opere imprescindibili, le quali, più che Chiara Lubich 35 IL MAGAZZINO DI SANTI E BEATI IN EDIZIONE DE LUXE. NÉ MANCANO GLI ORIENTALI on manca, fra le perle di Città Nuova, la Bibliotheca Sanctorum, la prima e più completa rassegna di santi, beati, venerabili, servi di Dio e personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento: dodici volumi, più gl’indici, a cui se ne aggiungono altri N due di appendici, tutti in formato 19,5 x 28 cm., stampati su carta patinata con rilegature in tela e in oro, e con sovraccopertina. Vi vengono studiati la vita, l’attività, l’influenza sulla società e sulla cultura, il culto, le pie leggende, il folclore nonché le tradizioni rispondere alle chimere enciclopediste tipiche della “sindrome da capitano Nemo” (il sogno irrealizzabile e illusorio d’immagazzinare l’intero scibile umano a solo beneficio d’inventario), costituiscono un arsenale della memoria d’inestimabile valore. Un esempio su tutti lo illustra con spolvero. È l’impareggiabile collana “Testi patristici”, che in volumetti agili di 13 x 20 cm. raccoglie e pubblica da decenni un panorama ragionato della patristica cristiana (gli scritti dei Padri della Chiesa in Occidente e in Oriente dal secolo II al secolo VII), molti dei UNA FLOTTA DI “GRANDI OPERE”, ATLANTI E DIZIONARI. PER NON PERDERE MAI LA BUSSOLA A NCHE NEL MARE IN TEMPESTA on l’Enciclopedia delle religioni, coedita assieme alla milanese Jaca Book, il catalogo Città Nuova ricupera il mastodontico e nobile progetto della Encyclopedia of Religion ideato dal fenomenologo romeno del sacro Mircea Eliade (1907-1986, nella foto). Figure del pensiero C medioevale, opera diretta da monsignor Inos Biffi e dal suo inseparabile sodale scientifico Costante Marabelli (tra i migliori esperti italiani di teologia dell’ “Età di mezzo”), prevede sei volumi e Storia della mariologia, diretta da Silvano Maggiani, tre. Da non dimenticare sono poi i quattordici volumi della Storia del cri- stianesimo, la collana di volumi tematici Storia del monachesimo, nonché i molti grandi atlanti e dizionari storici. popolari. La collezione si completa poi naturalmente con i due tomi dedicati ai santi de Le Chiese Orientali. quali sono stati proposti in prima (e magari unica) traduzione e curatela italiane. Da san Gregorio Nazianzeno e san Beda detto il Venerabile ai meno “famosi” esicasti san Barsanufio e san Giovanni di Gaza, la collana “Testi patristici” conquista con facilità il cuore e le menti dei lettori, proponendosi pure di elevarne lo spirito e di guidarne l’anima. Ed è un bel fare, giacché chiunque voglia conoscere qualcosa di vero e di serio sulle origini fondative e fondamentali del cristianesimo – fede, cultura, civiltà – altro non può fare che interrogare i Padri per adeguatamente poi interloquire con i figli, vale a dire sondare l’interpretatio authentica, che, qualsiasi cosa poi si pensi liberamente sul conto della Chiesa, del cristianesimo e di Cristo, costituisce il passo primo e imprescindibile di ogni indagine, elucubrazione, critica e giudizio. Altrimenti si finisce facilmente per lasciarsi ammaestrare e condurre dai vari Dan Brown e Corrado Augias, il cui primo e più grave torto è quello di raccontare una storia inesistente, un errore metodologico compiuto nel nome del dogmatismo più oscurantista. Basterebbe anche solo questa minieria di autentico oro per encomiarne lo sforzo, ma nella nova civitas c’è molto altro. COMUNICAZIONE SOCIALE Ogni anno Mediaset offre sulle sue reti passaggi televisivi gratuiti ad associazioni no-profit che operano nel nostro Paese per fini sociali e umanitari. LA PRIMA CONCESSIONARIA IN EUROPA www.publitalia.it 38 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 ANDANDO PER MOSTRE L’iconografia “de oro”, i disegni del nostro Novecento e un omaggio all’utopia di matteo tosi LA SPAGNA BAROCCA E I SUOI CAPOLAVORI ILLUSTRATI sposizioni di materia libraria, ma anche piccole o grandi mostre di arti figurative sul tema del disegno, della grafica e dell’illustrazione ne vediamo ogni mese. Ma qualche volta capita di avere notizia di avvenimenti davvero imperdibili per ogni appassionato bibliofilo. La meta obbligata di chiunque si riconosca in questa definizione, quindi, per questo autunno non può essere altro che la dotta Pavia, che proprio nel Salone Teresiano della Biblioteca Universitaria espone “i libri illustrati barocchi”, di iberica provenienza, appartenenti alla collezione del suo prestigioso ateneo. La scusa, o meglio lo spunto, è stata la E DA CERVANTES A CARAMUEL LIBRI ILLUSTRATI BAROCCHI DELLA BIBLIOTECA UNIVERSITARIA PAVIA, SALONE TERESIANO DELLA BIBLIOTECA UNIVERSITARIA, FINO AL AL 14 NOVEMBRE, CATALOGO: IBIS contemporanea grande esposizione pittorica che il Castello Visconteo dedica in città alla “collezione spagnola” dell’Ermitage di San Pietroburgo, Da Velázquez a Murillo (fino al 17 gennaio 2010). Un parallelismo che si avverte già nel titolo di questo “secondo” evento, Da Cervantes a Caramuel, e che si completa nella perfetta sintonia storica delle due esposizioni, entrambe riferite al “dorato” Seicento spagnolo. Una “vicinanza” non solo temporale, in più, e Sopra: Una pagina di Vidas y hechos del Ingenioso cavallero Don Quixote de la Mancha, Anversa, J.B. Verdussen, 1697 Sotto: Pedro de Villafranca, Veduta dell'Escorial, da Francisco de los Santos, Descripción breve del Monasterio de San Lorenzo el Real del Escorial, Madrid, Imprenta real., 1657 quindi non solo di substrato cultura e “ambiente”, ma anche artistica, e quindi, di stili e di linguaggi, perché le “immagini” che impreziosiscono le pagine di questi pregiati volumi non sono semplici illustrazioni delle loro storie, ma l’opera intera riletta da altri artisti. Le splendide illustrazioni esposte, infatti, raccontano tutti gli ambiti dell’iconografia barocca di Spagna, facendo riferimento a testi provenienti dai settori più diversi, dalla letteratura ai viaggi, dalla religione alle scienze e dalla storia alle arti. Numerosissime, ovviamente, le versioni del Don Chisciotte, che vide la luce proprio all’inizio di quel XVII secolo, ma il percorso espositivo non rinuncia a stupire con alcune particolarità. Perché, almeno in Lombardia, quando si parla di Spagna e di Seicento, non si può far finta che la cosa non interessasse già da vicino. E due secoli di dominazione spagnola, infatti, hanno lasciato a Milano e in tutto il suo “contado” luminose tracce librarie ed editoriali, commissioni nobiliari, documenti e pregiate edizioni, che la mostra vuole mettere in evidenza, fino alla figura emblematica del vescovo spagnolo di Vigevano. ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 39 MODÌ, UN “PEPATO” DIPINTO INEDITO E I SUOI DISEGNI AFTER UTOPIA: LA NUOVA SCENA CREATIVA BRASILIANA IN MOSTRA AL PECCI DI PRATO l titolo dell’esposizione, “Modigliani. Una storia segreta” (Milano, Museo Fondazione Luciana Matalon, fino al 20 novembre, tel. 02/45471179), fa diretto riferimento all’unico dipinto presente in mostra, una tela inedita in Italia che svela una “brutta” pagina della storia del grande Amedeo Modigliani, diventato padre due volte nel giro di un anno e da due donne diverse: la prima, una dottoressa parigina che lui subito dimentica (degnandola di un solo incontro anche quando questa lo segue fino in Costa Azzurra con il loro piccolo Gérald al seguito), e la seconda, da poco incontrata, quella che sarà la donna angelo di tutta la sua vita, l’unica uesta volta non ci sono libri, né carte, né arti grafiche, ma dalla “Biblioteca dell’Utopia” non potevamo certo lasciarci scappare un grande evento intitolato “After Utopia”: la mostra che il Centro per l’arte I Q cintemporanea Luigi Pecci di Prato (a view on Brazilian contemporary art, fino al 14 febbraio 2010, info: tel. ) dedica alla nuova scuola creativa carioca, selezionando opere di 27 artisti che guardano all'arte come a un capace di stregarlo davvero e di regalargli momenti di intensa serenità e una vera e propria “voglia di famiglia”. Ma al di là di questo aspetto un po’ gossipparo e da reality, l’esposizione, organizzata in collaborazione con il “Modigliani Institut Archives Legales Paris-Rome”, ha l’affascinante merito di farci conoscere l’uomo Modì nella sua più semplice e consueta quotidianità, grazie a un nutrito nucleo di missive, fogli autografi, fotografie, ritagli di giornale, documenti personali e fogli volanti su LA GRANDE PITTURA DI EDWARD HOPPER È IL LATO BUONO DEL SOGNO AMERICANO PERCHÉ DIETRO LA FIGURA C’È IL DISEGNO desso a Milano, e il prossimo inverno a Roma, l’Italia si gusta, quasi A tutto in anteprima, il magnifico talento figurativo di Edward Hopper, l’unico artista a stelle e strisce, capace di emergere a suon di ritratti e paesaggi là dove astrattismo, Pop e multimedialità non sembravano conoscere rivali. Hopper, però, illustratore, disegnatore e pittore di livello, non si cura di nulla, se non del mondo che ha intorno, e lo racconta “dal vivo”, come al cinema, dicono tutti. Ma è un artista antico, tradizionale: disegna e ama la carta, e ancora disegna come studio per poi dipingere. A Milano, Palazzo Reale, fino al 24 gennaio 2010; info: tel. 199/202202. terreno di scambio. Sospesi nello spazio e nel tempo, dobbiamo trovare il modo di interagire con l’altro. cui il sommo livornese schizzava al volo il ritratto di persone appena incrociate, per convincerle a posare per lui o, nel caso di benestanti, per farsi commissionare qualche ritratto. Gli anni di Parigi e della sua vita bohémien, infatti, sono quelli meglio censiti dalle opere raccolte, che però indagano anche gli anni più misteriosi della sua giovinezza in Toscana e della sua prima produzione. E la vera chicca dell’evento, titolo e relativa tela a parte, è una speciale sezione che raccoglie undici disegni inediti appartenuti alla collezione dell’amico, “collega” e collezionista Aristide Sommati, uno dei primi ad apprezzarlo e quindi capace di collezionare moltissima della sua produzione giovanile, perlomeno quella che Dedonon bruciava per usare la cenere per disegnare le ombre. 40 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 APPUNTAMENTI CON LE PAGINE SCRITTE E LA VOGLIA DI LEGGERE Premi, rassegne in noir e con-corsi di matteo tosi CARICAL, NOVE SCRITTORI NEL SEGNO DEL MEDITERRANEO “Identità mediterranee di oggi e di domani” è il tema scelto per la terza edizione del “Premio Carical per la Cultura Mediterranea”, nato su iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania per «valorizzare, divulgare e mettere a confronto le tante anime di popolazioni e stati che si affacciano sul mare nostrum». Quattro le sezioni in concorso (società civile; narrativa; storia del pensiero; creatività) più un Premio della giuria per un totale di nove vincitori – Giorgio Agamben, Dunja Badnjevic, Enzo Bianchi, Matteo Collura, Drago Janãar, Mauro Francesco Minervino, Bruno Morelli e Sergio Romano –, premiati il 29 ottobre a Cosenza, presso il Teatro Rendano. Si inizia con una tavola rotonda dal titolo “Cultura o culture del Mediterraneo? Storia, tradizioni e sistema della globalizzazione”, a cui prendono parte lo scrittore basco Juan Bas, l'intellettuale e traduttrice serba Dunja Badnievic, il Priore della Comunità Monastica di Bose Enzo Bianchi, lo scrittore sloveno Drago Jancar, lo scrittore ed editorialista Sergio Romano e Younis Tawfik, esule iracheno esperto in storia e cultura dell'Islam (moderati dal giornalista Rai Franco di Mare), e la serata esplora i percorsi frutto delle contaminazioni tra i popoli del Mediterraneo con letture di brani di David Grossman, Malika Mokeddem, Orhan Pamuk e Alki Zei, oltre che con le note dei 7Sóis Orkestra, sette artisti provenienti da Andalusia, Israele, Italia, Marocco e Portogallo. IL PONENTE SI TINGE DI DARK CON OMAGGIO AI VAMPIRI Tra ottobre e dicembre si snoda il succulento programma della quarta edizione di Autunnonero, Festival Internazionale di Folklore e Cultura Horror del Ponente ligure. Tema di quest’anno, le "Dark Tales – le fiabe nere", racconti di paura declinati in workshop, reading, mostre, concerti, spettacoli e proiezioni nei luoghi più suggestivi dela Riviera come il Castello dei Doria di Dolceacqua (IM), Triora, il borgo delle streghe, Villa Hanbury a Ventimiglia, Palazzo Oddo ad Albenga (SV) e il Castello d’Albertis a Genova. Neò weekend del 17 e 18 ottobre, il Castello di dolce acqua è interamente dedicato ai vampiri, con la mostra “Dracula, mito e realtà”: una carrellata di testi rari, collezioni, edizioni straniere, fumetti, manifesti cinematografici, illustrazioni, cd-rom, gadget vari, film, video e tanto altro sul non-morto più famoso della storia, omaggiato anche dall’anteprima italiana del Dracula di Hamilton Deane e John Balderston, la pièce di Broadway fine anni Venti a cui si sono ispirate infinite pellicole. Dal 24 ottobre al 13 dicembre, ancora, Palazzo Oddo ospita “FAVOLE Gothic Art Exhibition”, una mostra delle più belle illustrazioni dell’artista spagnola Victoria Francés, e “FIABE DI NEROINCHIOSTRO – Comic Art Exhibition”, un percorso attraverso le tavole originali di storie a tinte dark della Sergio Bonelli Editore (Dampyr, Dylan Dog e Brendon). L’appuntamento con il fumetto si rinnova anche il 7 e 8 novembre con un workshop dedicato allo Storytelling, dalla sceneggiatura alla pagina disegnata e alla colorazione digitale, con tre docenti della Scuola di Comics di Reggio Emilia. Info: www.autunnonero.com TUTTI I “SILURATI” ECCELLENTI DELLE UNIVERSALI LETTERE A sei mesi da quella notte maledetta in cui la terra d’Abruzzo ha tremato senza pietà, il mondo della cultura continua a mostrarsi vicino alle popolazioni colpite dal sisma. Dal 22 al 25 ottobre, infatti, il Centro per il Libro del MiBAC e l’Associazione Minimondi con la Libreria Fiaccadori di Parma tornano a L’Aquila, insieme a numerose organizzazioni locali, per dar vita a laboratori, spettacoli e letture per i più piccoli, oltre a un ciclo di incontri e dibattiti con scrittori e giornalisti dedicati agli adulti. Info: tel. 0521/282445 42 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 Una mostra, tante mostre L’ULTIMO ATELIER SCAPIGLIATO DI MILANO La visita guidata allo Studio Pellini di Elena Bellini P ur essendo già stato ampiamente trattato nei numeri precedenti di questa rivista, vorremmo ricordare che la mostra La Scapigliatura e Angelo Sommaruga in corso presso la Biblioteca di via Senato è dedicata alla figura di quest’ultimo, editore ingiustamente dimenticato che con la sua casa editrice e le sue riviste è stato nei primi anni ’80 dell’Ottocento al centro dell’attività letteraria italiana. Egli infatti contribuì ad ammodernare l’intero sistema culturale e stampò libri di molti importanti autori come Carducci, D’Annunzio, de Amicis, Capuana, Scarfoglio. Nell’esposizione viene mostrata una parte del Fondo Angelo Sommaruga che, oltre a raccogliere tutta la produzione libraria della sua casa editrice e la raccolta completa delle riviste “Cronaca Bizantina” e “Forche Caudine”, comprende quanto è rimasto del suo archivio personale in parte disperso: lettere e cartoline dei suoi autori e collaboratori (tra cui molte inedite), contratti e ricevute di pagamenti, lettere ai familiari, ritagli di giornali in cui si parla delle sue vicende. Sono esposti i volumi dei principali autori della Scapigliatura; una sezione della mostra è dedicata alla caricatura; sono inoltre presenti alcuni dipinti e sculture di vari artisti, fra cui Eugenio Pellini, scultore scapigliato che lavorava a Milano, in uno studio nella zona di Porta Romana. Nella fase preparatoria della mostra in cui la Fondazione stava valutando, assieme ai curatori, la scelta delle opere da esporre, si è entrati in contatto con gli eredi Pellini, prestatori di alcune opere esposte in mostra, dai quali si è potuto approfondire la conoscenza di questo artista. Lo Studio è l’unico atelier del periodo scapigliato che è rimasto tutt’ora esistente, grazie al figlio di Eugenio, Eros, anch’egli scultore, e agli eredi che hanno contribuito con tanta passione e volontà a mantenerne vivo il ricordo e a diffonderne l’opera. La Fondazione, come da consuetudine per ogni singolo evento espositivo, organizza numerose attività didattiche collaterali, rivolte alle Scuole di ogni ordine e grado, al pubblico adulto, a gruppi di visitatori o a visitatori singoli. Per arricchire la conoscenza di questo artista, la Fondazione ha organizzato una speciale visita guidata allo Studio Pellini sabato 19 settembre. Il pubblico che ha dapprima visitato la mostra in via Senato, accompagnato dalla spiegazione di una guida di Ad Artem, si è recato successivamente in via Siracusa, una strada privata nella zona tra Porta Romana e Porta Vittoria, dove è situato l’atelier e dove è stato accolto dalle spiegazioni dei curatori dello stesso Studio. Dal cortile, nel quale sono collocate alcune opere, si accede in un vano coperto da una tettoia dove un centinaio di sculture, di entrambi gli scultori, è esposto su delle ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 43 mensole; all’interno vi è una zona PROROGA LO STUDIO PELLINI con la biblioteca personale dei due Nota dei curatori La mostra “La Scapigliatura e Maestri, una stanza di dimensioni dello Studio Angelo Sommaruga Dalla ridotte, illuminata da un lucernabohème milanese alla Roma rio, e, infine, una sala più grande in n unico filo conduttore che bizantina” è allestita presso gli cui sono collocate altre sculture. passa attraverso due genespazi espositivi della Fondazione Alle pareti si possono vedere alcuni razioni lega la storia di EuBiblioteca di via Senato, in via disegni preparatori e, in un armagenio ed Eros Pellini allo studio. Senato 14 a Milano. La chiusura dio, ancora oggi minuziosamente Nel loro studio di scultura si della mostra, vista la grande ordinati, sono disposti tutti gli percepisce l’arte del sacrificio, delle affluenza di pubblico, è stata utensili e i materiali utilizzati dalore trascorse a lavorare il marmo prorogata dal 22 novembre l’artista, sconosciuti agli estranei con passione e della gioiosa model2009 al 17 gennaio 2010. del mestiere. lazione delle argille, imprimendo INGRESSO GRATUITO. Da Durante l’incontro, sono stasulla materia inerte il calore delle martedì a domenica: h. 10.00 – ti illustrati alcuni bozzetti, alcuni emozioni. 18.00. Chiuso lunedì. strumenti necessari per svolgere il In questo senso lo studio di via lavoro, e narrate alcune vicende della vita “scapigliata” Siracusa si racconta da solo: una vecchia bottega dove di Eugenio e la storia di alcune sculture, che in realtà ogni arnese è passato di padre in figlio e dove tutto rivela meriterebbero di essere approfondite una per una. l’amore per un mestiere difficile. Dietro ad un’apparentemente “semplice” opera in È un luogo in cui la memoria si è sedimentata marmo o in bronzo, con i contorni frastagliati tipici del perché da più di cento anni tutto è stato conservato, movimento scapigliato, c’è la storia di un uomo che ha accumulato, utilizzato ed è passato dalle mani di Eufatto dell’arte e del mestiere di scultore la propria vita. genio a quelle di Eros. U a 44 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 EUGENIO PELLINI: DA VARESE A MILANO, ATTRAVERSO PARIGI E LE BIENNALI VENEZIANE ato nel 1864 a Marchirolo, in provincia di Varese, si trasferisce a Milano presso il fratello Oreste e inizia l’apprendistato nella bottega del marmista Biganzoli, dove lavora il marmo e la pietra. Partecipa al clima attivo della Scapigliatura e fa sue le idee socialiste, sperimentando personalmente fatica, miseria e difficoltà di lavoro e di vita. Nel 1884, è allievo di Ambrogio Borghi a Brera nel corso di scultura. A fine anno riceve la medaglia di bronzo, l’anno successivo viene premiato con la medaglia d’argento. Nel 1891 gli viene assegnato il premio triennale Oggioni, che prevede la specializzazione all’Accademia di Roma. Inizia, allora, un lungo viaggio attraverso l’Italia, cui fa seguito un soggiorno a Parigi, del quale è rimasta testimonianza in alcuni album di disegni e taccuini con annotazioni di viaggio e disegni da opere del passato (uno dei quali è in mostra presso la Biblioteca di via Senato). A questi anni risale l’incontro con l’opera di Medardo Rosso e Auguste Rodin, che risulterà fondamentale per lo sviluppo del suo linguaggio. Nel 1897 l’assegnazione del premio Tantardini per la scultura Madre lo consacra artisticamente in maniera definitiva. Quest’opera sarà premiata anche all’Esposizione Universale di Parigi del 1900, e ancora a Barcellona nel 1907, oltre a essere stata esposta a Firenze nel 1911. N Chi lo visita spesso rimane impressionato dal pungente odore della plastilina, ma ciò che ancor più tocca il visitatore è la visione di un luogo in cui tutto è al suo posto e si fatica poco ad immaginare Eugenio o Eros circondati dai loro apprendisti e ricercati dai loro committenti. Eugenio parte all’avventura della vita artistica poco più che adolescente, in condizioni difficili, e giunge a toccare il firmamento dei grandi con l’opera Madre. Più tardi sarà Eros a raggiungere ulteriori alti traguardi artistici. Degli artisti si tende a conservare quello che loro hanno fatto per il loro mestiere, ma qui nello studio c’è anche tutto quello che era intorno a loro, che era parte della loro vita, al di là delle loro sculture: se apri le ante di un armadio, puoi trovare cose di cui non sospetti l’esistenza. La memoria del tempo è anche questa, la memoria più semplice e meno aulica. La radio, le agende, i piccoli quaderni neri degli appunti, le fotografie, un rametto di ulivo, le raccolta di cartoline e perfino i vecchi sci. E poi i libri, tanti, belli, pieni di annotazioni e foglietti. Il gusto della vita quotidiana. Lo studio è un’appendice di casa (abitavano nella palazzina adiacente, costruita proprio da Eugenio all’inizio del Novecento) e la integra, ed è testimonianza dei tanti aneddoti giunti sino a noi come quando la sera uscendo dalla Scala con gli amici uno di loro diceva «Andem a Paris ?» – «Andem a Paris». E andavano direttamente alla Stazione, prendevano un treno per Parigi e tornavano quando avevano finito tutti i soldi. L’adesione agli ideali socialisti sottrarrà a Eugenio ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano Pellini vive in prima persona la repressione antisocialista di Bava Beccaris ed è costretto a lasciare Milano per due anni, rifugiandosi a Parigi e poi a Varese, pur continuando a lavorare. A causa delle sue scelte politiche, nei concorsi pubblici viene sempre osteggiato, in particolar modo da Bistolfi, come nel caso di quello per il Monumento ai Mille allo Scoglio di Quarto di Genova, a Giuseppe Verdi a Milano (1911), e quelli per le porte laterali del Duomo di Milano. Di contro, ha un forte riconoscimento da parte di committenti privati, che vedono in lui una delle personalità artistiche più rappresentative della Milano dei primi del Novecento. Dal 1905 espone a tutte le Biennali veneziane, alla Secessione Romana del 1914 e del 1915, alla Triennale di Brera. All’estero è presente a Buenos Aires, nel 1910, e a San Francisco nel 1915. Nel 1903 incontra Dina Magnani, che diventerà sua moglie; due anni dopo nasce Nives, più volte ritratta nelle opere di questi anni, in particolare nell’Idolo; nel 1909 nasce Eros e nel 1911 Silvana. Muore a Milano il 28 maggio 1934. 45 vari premi e lo costringe a lasciare Milano per Parigi e poi Varese per due anni dopo le repressioni di Bava Beccaris . Ma al suo ritorno a Milano, la città e gli amici, come Caldara e Majno, lo sostengono e si inaugura quella fortunata stagione di committenza privata che gli renderà giustizia. Annesso alla casa voluta da Eugenio, lo studio è stato danneggiato dai bombardamenti del ’43, ma Eros, prima che iniziassero le piogge d’autunno, con un lasciapassare ha attraversato tutta la città per procurarsi del legname per sostituire le travi bruciate dagli spezzoni incendiari, facendo sì che il laboratorio e la casa si conservassero fino a oggi. Quello dei Pellini non è semplicemente uno studio, è un luogo dove tutto parla della loro anima, ad esso eternamente legata. Parla della loro storia semplice, una storia di tradizioni difese e rispettate, di sacrifici, di affetti, di famiglia, di amore per il proprio mestiere. QUALCHE ALTRA INIZIATIVA iniziativa è stata accolta favorevolmente dal Pubblico e dato il riscontro del tutto positivo, la visita guidata alla mostra e allo Studio Pellini si ripete nei giorni di domenica 18 ottobre e sabato 14 novembre alle ore 15.00, prenotazione obbligatoria. Nei giorni di mercoledì 28 ottobre e 4 novembre invece, si svolge la visita guidata serale allo Studio Pellini, alle ore 21.00, prenotazione L’ obbligatoria. Durante tutta la durata della mostra sono organizzate visite guidate per visitatori singoli o gruppi e per Scuole di ogni ordine e grado, visite guidate nell’orario della pausa pranzo e happy hour serali. Per prenotazioni, maggiori informazioni e per il calendario completo degli appuntamenti, telefonare al n. 0276215323/314 oppure consultare il sito internet www.bibliotecadiviasenato.it. 46 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 UN LIBRO RITROVATO Ad perpetuam memoriam Le iscrizioni lapidarie dei cimiteri soppressi di Milano di Chiara Bonfatti Casati, Giuseppe. Collezione delle iscrizioni lapidarie poste nei cimiteri di Milano dalla loro origine all’anno 1845 col nome dei signori architetti che delinearono i principali monumenti compilata a cura dell’impiegato municipale Giuseppe Casati dedicata al nob. sig. Vitaliano Crivelli. …Volume I [-VI]. Milano, Tamburini, 1845 – 1852. (mm 252x170); 224; 517; 322; 353; 398; 216 p. Con le trascrizioni delle iscrizioni lapidarie dei cimiteri milanesi soppressi di Porta Tosa, Porta Orientale, Porta Comasina, Porta Vercellina, Porta Ticinese e Porta Romana. Esemplare parzialmente a fogli chiusi in legatura in mezza tela con angoli firmata De Stefanis, Milano. Titolo, filetti e fregi in oro al dorso. Si conservano le brossure originali stampate. ella dedica al nobile Vitaliano Crivelli, l’Autore narra del suo intento di trascrivere tutte le epigrafi dei cimiteri di Milano al fine di perpetuare la memoria dei cari estinti: “voglioso divenni di fare una perfetta e scrupolosa raccolta di quelle epigrafi e raccomandarla alle stampe, onde così più lungamente tra- N Si muore una sola volta, ma per tanto tempo (Molière, Le dépit amoureux) mandare ai posteri la rimembranza de’ nostri, datando la mia fatica dal 1788, epoca dell’aprimento de’ Cimiteri per Milano e portarla al 1845 col divisamento di continuarla da poi”. La triennale operazione di trascrizione del Casati lo vide occupato tra sei cimiteri milanesi che furono soppressi alcuni decenni dopo, in seguito alle trasformazioni urbanistiche e industriali della città e grazie anche all’apertura del Cimitero Monumentale e del Cimitero Maggiore. La rara edizione gode di notevole interesse storico e tra le iscrizioni lapidarie si possono ritrovare le epigrafi di uomini illustri di grande fama, così come quelle di personaggi minori, ma altrettanto degni di nota. Il Casati trascrisse dunque tutte le iscrizioni lapidarie al suo tempo esistite e, per le epigrafi che più non esistevano, si rifece ad atti parziali che rilevò negli archivi, tra cui quello del Municipio. Il cimitero di Porta Tosa, detto anche cimitero di Porta Vittoria, fu aperto il 29 ottobre 1826 per la chiusura di quello di Porta Romana e fu poi soppresso il 30 giugno 1896. In esso trovarono sepoltura: Giuseppe Levati, pittore neoclassico e professore dell’Accademia di Belle Arti di Parigi, il tipografo Angiolo Bonfanti e l’orefice, nonché protettore delle Belle Arti, Ranieri Girotti; di fronte all’entrata del cimitero si trovava il più bel monu- Brossura editoriale originale del primo volume della raccolta ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano dell’incisore Carlo Della Rocca, del letterato nonché bibliotecario Robustiano Gironi, del medaglista e incisore di monete Luigi Manfredini e di Gaetano Cattaneo, direttore del R. Gabinetto di medaglie e monete di Brera. mento di tutti i campi santi di Milano, eretto nel 1836 alla memoria del Girotti e disegnato da Giuseppe Castelli. Il cimitero di Porta Orientale o di San Gregorio, aperto nel 1787, fu soppresso il 31 agosto 1883; nel contesto delle trasformazioni urbanistiche e industriali, un viadotto ferroviario squarciò il lato settentrionale dell’ormai decadente Lazzaretto e tutta la zona di San Gregorio venne destinata ad abitati residenziali dal piano regolatore comunale. Prima della soppressione, nel cimitero dimorarono: i tipografi Aloisio Galeazzi, Giuseppe e Luigi Veladini e Omobono Manini; il nobile Giacomo Sannazzari della Rippa, ricco mercante e filantropo milanese; il direttore d’orchestra Luigi de Baillou; i pittori Giuseppe e Andrea Appiani, Sigismondo Nappi e Giovanni Migliara, Angelo Monticelli e Giovanni Cagnola; il drammaturgo Luigi Scevola; il tenore Diomiro Tramezzani; il compositore Ambrogio Minoia; la cantante Clotilde Colombelle; il libraio Giovanni Pietro Giegler; l’ingegnere e architetto Nicola Pirovano; il giornalista della Milano napoleonica Francesco Pezzi; l’incisore Giuseppe Longhi; il matematico Antonio Caccianino; la poetessa Adele Curti; gli scrittori Carlo Tedaldi Fores, Gaetano Franchetti, Carlo Porta e Vincenzo Monti. I resti di Vincenzo Monti e Carlo Porta andarono poi dispersi e nella cripta della Chiesa di San Gregorio Magno è custodita la loro lapide funebre, destino questo che 47 Il cimitero di Porta Ticinese detto il “Gentilino”, aperto nel 1787, venne chiuso il 22 ottobre 1895. Si trattava del più bello dei cimiteri esistenti a quel tempo a Milano per la forma e la cura che se ne aveva. In esso ebbero sepoltura l’incisore Giovanni Bigatti e lo scenografo Baldassare Cavallotti. Tre iscrizioni lapidarie tra le quali compare l’epigrafe dello scrittore milanese Carlo Porta (1775-1821), vol. II, Porta Orientale, p. 146 toccò anche ad altri personaggi illustri in seguito alla soppressione dei cimiteri. Il cimitero di Porta Comasina detto della Mojazza si trovava fuori Porta Garibaldi e fu soppresso il 22 ottobre 1895. Custodiva le salme di Cesare Beccaria e Giuseppe Parini, dei pittori Martino Knoller, Fedele Albertolli e Vincenzo Raggio, degli scultori Giuseppe Franchi e Giambattista Perabò, del geologo e naturalista Scipione Breislak, dell’economista e politico Melchiorre Gioia (ora al Cimitero Monumentale), del matematico e astronomo Barnaba Oriani, dell’architetto Gaetano Faroni e dell’architetto e decoratore Giocondo Albertolli, Il cimitero di Porta Romana o Foppone di San Rocco, consacrato nel 1786, venne chiuso nel 1826, poi riaperto, e chiuso definitivamente nel 1870; nel 1875 si svolsero lavori di bonifica dell’area e i corpi dei defunti vennero in parte trasferiti al cimitero di Musocco. Illustri sepolture furono quelle del chirurgo Angelo Riboli e del professore di chirurgia Giovanni Battista Monteggia di Loveno, che giace ora al Monumentale. Il cimitero di Porta Vercellina, detto anche di San Giovannino alla Paglia o di Porta Magenta, fu soppresso il 30 novembre 1895 con l’apertura dei due grandi cimiteri milanesi. Sulla piazza Aquileia, a testimoniare la sua esistenza, si può scorgere un piccolo tabernacoloossario con la significativa iscrizione: “Quel che sarete voi, noi siamo adesso. Chi si scorda di noi, scorda se stesso”. 48 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 I libri illustrati della Biblioteca di via Senato FRANS MASEREEL, CHE CORSE SUL “FILO” Il grande incisore fece la morale al mondo, in bianco e nero di Chiara Nicolini D urante le prime decadi del XX secolo vi fu un gran revival della xilografia su legno di filo (cioè su matrici lignee ricavate da tagli paralleli al senso di crescita dell’albero), antica tecnica rimpiazzata durante l’Ottocento dalla xilografia su legno di testa (cioè su matrici tagliate per orizzontale). La differenza grafica fra i due metodi consiste sostanzialmente nella definizione dei dettagli: il legno di testa è durissimo e quindi perfetto per l’incisione di particolari anche molto minuti, mentre il legno di filo, seguendo l’andamento delle fibre lignee, è morbido e cedevole e quindi si presta alla creazione di immagini meno dettagliate, ma di grande impatto. E di straordinario impatto è senz’altro l’opera grafica del belga Frans Masereel (1889-1972), che portò la xilografia su legno di filo a uno dei suoi massimi esiti artistici. Pacifista convinto, Masereel utilizzò il suo talento per celebrare i lati più nobili dell’umanità e condannarne i mali. Per lui l’arte doveva arrivare alla gente comune e contribuire al miglioramento della società: «Non sono abbastanza esteta da ritenermi soddisfatto di essere semplicemente un artista», disse una volta. Di conseguenza, le potenti immagini di Masereel, che spesso irridono alla borghesia ricca e arrogante (come quelle in Grotesk Film, pubblicato da J. B. Neumann nel 1921, Fig. 1), sono entrate a far parte dell’iconografia comunista, anche se l’artista negò sempre qualsivoglia lettura politica della sua opera. Il deciso contrasto tra aree bianche e aree nere tipico della xilografia su legno di filo era per Masereel il metodo migliore per rappresentare pace, umanità (Fig. 2), libertà, bellezza (Fig. 3, da Mon Pays, 1956) e i loro opposti: guerra, ingiustizia sociale, oppressione (Fig. 4), orrore. Con inesauribile creatività egli produsse migliaia di immagini caratterizzate dagli stessi stilemi (forme angolari e semplificate, prospettive sorprendenti, ritmi mutevoli) e che propongono temi ricorrenti (la metropoli, la fabbrica, il sole, ecc), ma che al tempo stesso sono tutte diverse l’una dall’altra: ogni xilografia è infatti la visualizzazione di uno specifico pensiero o sentimento dell’artista. Sebbene Masereel non abbia mai seguito alcuna corrente artistica, l’immediatezza con cui i suoi disegni suggeriscono gioia (Fig. 5), disperazione (Fig. 6), purezza (Fig. 7), sensualità (Fig. 8, da La Sirène, Paris, Pierre Vorms, 1932), oscenità (da Grotesk Film, Fig. 9), saggezza, o pazzia (Fig. 10), porta a pensare all’Espressionismo, e in particolare a George Grosz (che era amico di Masereel) e a certe scene del primo cinema muto tedesco. 1 Un collegamento tra le co- ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 49 struzioni angolari e vertiginose che riempiono claustrofobicamente gli sfondi di molte delle xilografie di Masereel e Metropolis, capolavoro muto di Fritz Lang, sembrerebbe perfino ovvio, se non fosse che Metropolis uscì nel 1927, quando l’artista belga aveva già ottenuto fama internazionale con le sue rappresentazioni di alienazione urbana. 6 Frans Masereel nacque nel 1889 da una benestante famiglia fiamminga a Blankenberge, luogo di villeggiatura sulla costa belga. Tra il 1907 e il 1910 studiò alla École des Beaux-Arts di Gent e visitò Inghilterra, Germania e Tunisia. Viaggiò molto per tutta la vita, cosa che contribuì a dare alla sua opera un respiro universale. Scoprì l’arte della xilografia su legno di filo intorno al 1911, dopo essersi trasferito a Parigi. Lo scoppio della prima guerra mondiale lo portò a fuggire in Svizzera e a stabilirsi a Ginevra, dove conobbe artisti come gli scrittori Romain Rolland e Stefan Zweig, dei quali avrebbe poi illustrato alcune opere. La sua collaborazione con i periodici pacifisti La Feuille (1916-1919) e Les Tablettes (1917-1920) gli diede reputazione di interprete delle ingiustizie sociali del suo tempo. Fu tuttavia solo nel 1919, con la pubblicazione del suo primo racconto per immagini (Mon Livre d’Heures, Ginevra, Chez l’Auteur), che Masereel ottenne un successo internazionale. Immediatamente tradotto in tedesco come Mein Studendbuch (Monaco, Kurt Wolff, 2 3 1920) e in inglese come My Book of Hours (Chez l’auteur, 1922), il libro presenta un insieme di 167 xilografie quadrate, stampate su un lato solo di ciascuna pagina, del tutto prive di testo o didascalie. L’edizione tedesca del 1927 ha un’introduzione di Thomas Mann (che era amico di Masereel e definì Mon Livre d’Heures il suo «film preferito») e una citazione da Whitman che si adatta perfettamente alla personalità artistica di Masereel: «Attenzione! Io non faccio paternali né la carità a nessuno: quando dono, dono tutto me stesso». √ Mon Livre d’Heures ritrae la vita di un giovane uomo che va a vivere in una metropoli. All’inizio la esplora cautamente: è affascinato dalla potenza delle macchine, ma al tempo stesso si sente perso tra la folla anonima; osserva i lavoratori nelle fabbriche, guarda le finestre illuminate nella notte, si rilassa nei bar. Poi si abitua al ritmo della sua nuova vita e inizia a divertirsi: visita gallerie d’arte, incontra prostitute, va al mercato, cucina, va a ballare … fino a quando non conosce una ragazza e se ne innamora. Ma lei lo lascia e lui cade nella disperazione (Fig. 6). Dopo altre sventure, l’uomo decide di mettersi a viaggiare: Masereel lo ritrae in Africa (Fig. 4) e in Cina, accanto a popolazioni straniere e ad animali esotici. Quando finalmente fa ritorno alla metropoli, l’uomo è diverso: non ha più paura delle convezioni borghesi (Fig. 2) e si sente libero di comportarsi come vuole. Ma è ancora un uomo infelice. Alla fine del racconto lo troviamo in campagna, addormentato sotto un albero, dove la Morte lo coglie all’improvviso, 4 5 50 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 7 10 forse portandogli quella pace che non era mai riuscito a trovare in vita. Molti dei racconti per immagini di Masereel hanno un finale tragico. Uno dei più commoventi è Histoire sans paroles (Ginevra, Éditions du Sablier, 1920), tradotto in tedesco come Geschichte ohne Worte (Monaco, Kurt Wolff, 1924) e in inglese come Story Without Words. Le sue 60 xilografie raccontano i numerosi tentativi fatti dal protagonista per conquistare il cuore di una donna: egli mette perfino il mondo sottosopra per lei (Fig. 11), e la resistenza di lei lo rende quasi pazzo (Fig. 10). Ma quando, finalmente, l’uomo riesce ad averla (Fig. 7), ecco che non la vuole più. Tutte le immagini del libro hanno la medesima struttura: la donna è ritratta sempre sulla sinistra, l’uomo sulla destra, gli scenari cambiano costantemente. Nell’ultima xilografia l’uomo e la donna, irreparabilmente separati da una banda verticale con su scritto “fine” voltano la schiena l’uno all’altro e piegano la testa, disperati. 13 14 11 12 Pubblicata per la prima volta in francese, a Parigi, da Ollendorff nel 1920, The Idea è probabilmente la più conosciuta e geniale tra le “graphic novel” di Masereel. La prima xilografia del libro ritrae un uomo concentrato nello sforzo di pensare, con la testa circondata da un’aureola a forma di ragnatela (Fig. 12). Nella xilografia successiva un fulmine lo colpisce (Fig. 13) e la sua mente finalmente partorisce un’Idea, che ha l’aspetto di una bellissima donna nuda (Fig. 14). Nell’arte di Masereel la donna è spesso incantatrice lasciva o sogno irraggiungibile: l’Idea appartiene alla seconda categoria perché il suo corpo senza veli è simbolo di purezza e verità. Eppure, quando il suo creatore la mette in una busta e la manda nel mondo, ella viene accolta con grande turbamento da folle conformiste e prive d’immaginazione (Fig. 15) che cercano di cambiarla e di ferirla, ma alla fine riescono solo a farle indossare dei vestiti. La bella Idea fugge da una xilografia all’altra, inseguita da una galleria di personaggi stupidi e grotteschi che si fanno beffe di lei (Fig. 16). L’unico a comprenderla è un giovane uomo che se ne innamora e per questa ragione viene imprigionato e giustiziato. 15 16 ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano A un certo punto l’Idea raggiunge una tipografia e, grazie all’aiuto dei moderni metodi di comunicazione (telegrafo, radio, cinema), fa il giro del mondo (Fig. 17). Ma gli uomini ancora non la capiscono. Alla fine ella ritorna dal suo creatore e lo trova in compagnia di una nuova neonata Idea – un’altra deliziosa donnina pronta per essere inviata al mondo in una busta. 51 volontà. Tuttavia, come Icaro, non appena egli inizia ad avvicinarsi al sole i suoi vestiti prendono fuoco e lui ricade all’indietro sulla scrivania di Masereel, che si sveglia e ride del suo bizzarro sogno (Fig. 22). 17 La 83 xilografie di The Idea sono così pregne di significato che, come disse Thomas Mann, «uno non si stanca mai di guardarle». Infatti, le immagini di Masereel non sono così semplici come potrebbero apparire a prima vista: il loro senso è, il più delle volte, chiarissimo, ma uno potrebbe spendere ore a scoprire tutti gli arguti dettagli che esse contengono. Le avventure dell’omino che spunta dalla mente di Masereel (Fig. 18) in Le Soleil (Ginevra, Éditions du Sablier, 1919) sono meno complesse di quelle vissute dall’Idea. In ogni xilografia il piccolo protagonista cerca di trovare un modo per raggiungere il sole: si arrampica su per camini (Fig. 19) e alberi altissimi (Fig. 20), si tuffa in mare per seguire il sole quando esso tramonta (e viene salvato da una sirena – Fig. 21), e così via, fino a quando non riesce nell’impresa grazie esclusivamente alla propria forza di 19 20 My Book of Hours, Story Without Words e The Idea sono senza dubbio le opere di Masereel più conosciute: esse sono state ristampate molte volte e vengono considerate le antenate delle moderne “graphic novels”. Ma l’artista belga ha illustrato anche autori come Whitman, Tagore, Kipling, Maupassant, Perrault, Villon, Tolstoi, Eschilo e capolavori della letteratura mondiale come la Ballad of Reading Gaol di Oscar Wilde (1923), Notre Dame de Paris di Victor Hugo (1930) e il Julius Caesar di Shakespeare (1949). 18 Masereel trascorse la maggior parte della vita lontano dalla sua patria. Negli anni ’30 fece diversi viaggi a Mosca e alla fine degli anni ’50 andò in Cina, dove gli fu dedicata una grande e prestigiosa retrospettiva. Dal 1949 si stabilì nel sud della Francia, prima ad Avignone e poi a Nizza. Morì nel 1972 ad Avignone. Uno dei migliori elogi alla sua arte lo fece l’amico Stefan Zweig, che disse che se tutti i libri, i monumenti, le fotografie e i documenti degli anni ’20 fossero andati distrutti, il periodo avrebbe potuto essere ricostruito attraverso le xilografie di Masereel. ©Illustration www.illustration-mag.com 21 22 52 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 IL DECANO, IL DRAPPIERE, L’IRLANDA Per 108.000 sterline in monete da mezzo “penny” Il libello economico-politico di Jonatham Swift Giuseppe Sertoli D ublino, ottobre 1724. In un opuscolo fresco di stampa, firmato «M. B.» e rivolto «A tutto il popolo d’Irlanda», i lettori potevano leggere quanto segue: Una popolazione abituata da tempo a un regime autoritario perde gradualmente il concetto stesso di libertà, finisce per considerarsi alla mercé di qualcun altro e per accettare ogni imposizione di un potere più forte quasi fosse “legittimo e vincolante”. […] Questa è l’origine di quella povertà e debolezza di carattere che può essere tipica di un intero Paese come di un singolo individuo. Così che quando Esaù tornò dai campi stremato e quasi morto di fatica, non c’è da meravigliarsi che abbia venduto la primogenitura per un piatto di minestra. Chi scriveva era Jonathan Swift e l’opuscolo era la quarta, la più famosa e “sediziosa”, delle cosiddette Drapier’s Letters che da qualche mese lo stesso, sotto lo pseudonimo di M. B., stava inviando a commercianti, bottegai e agricoltori – ma anche alla gentry e alla nobiltà – del «regno d’Irlanda» (Esaù) per metterli in guardia contro una nuova moneta (il «piatto di minestra») che l’«autoritario regime» inglese voleva imporre a tutti i costi e contro la quale lui, Swift, era sceso in campo adottando la maschera di un mercante di stoffe e scrivendo, appunto, le Lettere del Drappiere. Questi i dati di fatto essenziali. Un paio d’anni prima un certo William Wood, «venditore di ferraglie» non nuovo a imprese del genere, aveva ottenuto da re Giorgio I l’autorizzazione a coniare per l’Irlanda, in un periodo di quattordici anni, monete di rame da mezzo penny pari a un valore complessivo di 108.000 sterline (più di un quarto della valuta allora circolante in Irlanda). Che il mercato irlandese avesse bisogno di monete di piccolo taglio per i traffici interni era fuori di dubbio, e lo stesso Swift avrebbe finito per ammetterlo. Ma ciò che suscitò le immediate proteste del Parlamento irlandese furono le modalità e i termini con cui l’autorizzazione era stata rilasciata. Intanto, l’iniziativa era stata presa all’insaputa del Parlamento di Dublino, che da tempo ma sempre invano aveva chiesto il permesso di battere moneta in proprio , come del resto si addiceva a qualunque Stato che non fosse una colonia. In secondo luogo, e soprattutto, a Wood era stato concesso di usare una lega più scadente di quella usata in Inghilterra per monete dello stesso tipo, sicché il nuovo spicciolo avrebbe avuto un valore reale notevolmente inferiore a quello nominale, con la possibile conseguenza di fenomeni inflattivi devastanti per la già precaria economia irlandese. Inoltre, poiché l’autorizzazione non prevedeva né controlli né sanzioni penaJonathan Swift in un’incisione ottocentesca ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 53 Londra, in Georg Braun, Frans Hogenberg, Civitates Orbis Terrarum, 1572-1617: tavola planimetrica li, chi poteva garantire sulla correttezza dell’operato di Wood, subito sospettato di frode nel conio del primo quantitativo di monete inviato in Irlanda, e ancor più su eventuali falsificazioni da parte di terzi? Tutti questi pericoli erano stati denunciati, fra il 1722 e il 1723, dal Parlamento irlandese, che non aveva nascosto la sua contrarietà al provvedimento avviando un’indagine ufficiale e rivolgendo appelli al re perché la questione venisse riconsiderata. A ciò si erano aggiunte le prese di posizione di influenti personalità pubbliche (fra cui l’arcivescovo di Dublino William King) e non avevano tardato a vedere la luce, moltiplicandosi nei mesi seguenti in tutta l’isola – specie dopo il primo intervento di Swift (marzo 1724) –, rimostranze di corporazioni, libelli polemici, petizioni ecc. Ma senza esiti apprezzabili. L’unica cosa ottenuta da Londra era stata la nomina di una commissione che aveva fatto verificare dai funzionari della zecca (fra cui il grande Newton) peso e valore delle monete già coniate da Wood, e che alla fine ne aveva attestato la «bontà», cioè la corrispondenza ai termini previsti nell’autorizzazione regia, sancendone quindi il corso legale ed escludendo che le autorità irlandesi avessero diritto di «ostacolarne o impedirne» la circolazione. Per parte sua, come atto di buona volontà al fine di raggiungere un compromesso, Wood si era dichiarato disposto a ridurre a 40.000 sterline il valore complessivo delle monete da coniare. La proposta aveva però avuto, in Irlanda, il suono di una beffa – tanto più che in precedenza Wood aveva fatto pubblicare su giornali inglesi articoli a proprio favore nei quali, vantando gli appoggi di cui godeva presso le “alte sfere” (il primo ministro Walpole), dichiarava sprezzantemente che gli Irlandesi si sarebbero dovuti rassegnare a «ingoiare» i suoi mezzi pence. Non restava dunque che mobilitare l’opinione pubblica con una campagna stampa che invitasse al boicottaggio della «fraudolenta moneta di Wood». Questo è ciò di cui si fa carico Swift, o meglio, di cui viene incaricato. Sembra certo, infatti, che egli sia stato sollecitato a in- 54 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 Oxford, in Georg Braun, Frans Hogenberg, Civitates Orbis Terrarum, 1572-1617: particolare tervenire nell’affaire dalle stesse autorità irlandesi, memori della battaglia che solo pochi anni prima Swift aveva condotto in difesa dell’artigianato irlandese proponendo il boicottaggio dei tessuti importati dall’Inghilterra (A Proposal for the Universal Use of Irish Manufacture, 1720). Da qui originano le Lettere del Drappiere che Swift scrisse fra la primavera del ’24 e l’estate del ’25. Lettere la cui diffusione e il cui successo furono enormi: a esse si deve se il governo di Londra, dopo avere tentato di neutralizzare il Drappiere arrestando il tipografo che aveva stampato le Lettere e offrendo un premio di trecento sterline a chi avesse rivelato l’identità dell’autore, sarà alla fine costretto a fare marcia indietro revocando a Wood la sua licenza. Nel loro insieme, le Lettere (cinque pubblicate più altre due scritte ma inedite fino al 1735, quando vennero incluse nel quarto volume delle Opere complete di Swift) costituiscono la più appassionata e argomentata difesa che Swift abbia fatto dell’Irlanda e dei suoi diritti non solo economici, e un veemente atto d’accusa (superato solo dai toni sarcastici e disperati della Modesta proposta, 1729) dell’oppressione e dello sfruttamento esercitati dall’Inghilterra nei confronti della «nazione» irlandese. L’aspetto paradossale di questa vicenda è che Swift, benché di origini anglo-irlandesi, aveva sempre disprezzato l’Irlanda e, una volta relegato a Dublino come Decano della cattedrale di San Patrizio (1715), aveva patito il proprio «esilio» come una catastrofe personale, che non solo poneva fine a tutte le sue ambizioni di carriera ecclesiastica, ma lo tagliava fuori dalla vita letteraria e artistica (oltre che politica) della capitale condannandolo a vivere – e morire – in Irlanda «come un topo preso in trappola». Tuttavia, proprio da questa condizione di emarginazione sarebbe nato un nuovo sentimento di identificazione col popolo irlandese, le cui miserabili condizioni avrebbero provocato la sua «indignazione», «rabbia» e «risentimento» per il «mortificante spettacolo di schiavitù, stupidità e bassezza che mi circonda» (come si sarebbe espresso in una lettera all’amico Pope di qualche anno dopo), come scrive in numerosi opuscoli che fra il ’20 e il ’33, fra cui appunto le Lettere del Drappiere. In primo piano, certo, oltre alla denuncia del fraudolento tornaconto di Wood, c’è – lettera dopo lettera – la puntigliosa elencazione delle conseguenze che l’introduzione del mezzo penny avrà sull’economia irlandese: aumento dei prezzi, scomparsa della moneta buona (d’oro e d’argento), tensioni sociali, miseria, fame… Qui Swift non fa che riprendere con un linguaggio semplice, arricchendoli di esempi adatti al pubblico al quale si rivolgeva, gli argomenti già messi avanti da quanti prima di lui si erano opposti alla nuova moneta. Per esempio: «Se un soldato semplice andrà al mercato o alla taverna e vorrà pagare con questo denaro e se lo vedrà rifiutare, allora potrà diventare violento e fare il gradasso e minacciare di colpire il macellaio o l’ostessa, o potrà magari prendere le merci con la forza buttandogli là i suoi mezzi penny. In questo e in simili casi, i bottegai, gli osti e tutti i commercianti, se dovranno essere pagati col denaro di Wood, non avranno altra scelta che chiedere un prezzo maggiorato di dieci volte: così per un quarto di birra ci vorranno venti pence di quel denaro, e così sarà per tutto il resto. Supponete di andare in una taverna con quel denaro di scarso valore e che il padrone vi dia un quarto di birra per quattro di questi mezzi penny. Che succede all’oste? Che il birraio suo fornitore non vorrà essere pagato con quel denaro, e anche se fosse tanto sciocco da prenderlo, gli agricoltori non lo vorrebbero certo in pagamento del loro orzo, perché per contratto devono pagare l’affitto della terra con denaro di conio regolare in Inghilterra, ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano non in Irlanda, e denaro buono per giunta, cosa che questo non è; e il proprietario che gli affitta la terra non sarà mai tanto allocco da accettare quella robaccia; sicché alla fine quel denaro si dovrà fermare da qualche parte, e dovunque si fermi sarà la stessa cosa, noi saremo rovinati». C’è molta esagerazione nel quadro catastrofico che Swift delinea, ma è chiaro che egli coglie l’occasione della «truffa» di Wood per rilanciare la battaglia iniziata col pamphlet sulle manifatture irlandesi spostando il discorso – in un crescendo che culmina nella quarta lettera – sul piano politico: quello dove in questione è la «dipendenza» dell’Irlanda dall’Inghilterra. È questa dipendenza che Swift contesta – con accenti che susciteranno le riserve di alcuni fra i suoi compagni di lotta e che egli medesimo riconoscerà «incauti», attribuendoli alla «non sempre fortunata scelta del modo di esprimersi» del Drappiere: «Ho esaminato tutti gli Statuti Inglesi e Irlandesi sen- 55 za trovare alcuna legge che dichiari che l’Irlanda dipende dall’Inghilterra più che l’Inghilterra dall’Irlanda». Il fatto che i due Paesi, dall’epoca di Enrico VIII in poi, abbiano avuto lo stesso re non significa che l’uno dipenda dall’altro, anche se ripetutamente «i Parlamenti d’Inghilterra si sono arrogati il diritto di vincolare questo regno con leggi promulgate lì». È vero che per statuto le leggi promulgate dal Parlamento irlandese devono essere sottoposte all’approvazione della Corona inglese, ma basta questo a fare dell’Irlanda una colonia dell’Inghilterra? Il Drappiere ci tiene a proclamare la propria «lealtà» al re. Ma non è meno fermo nell’affermare la parità di diritti dei due regni: «Gli Irlandesi non sono forse nati liberi come gli Inglesi? Quand’è che hanno perso il diritto alla loro libertà?». Richiamandosi sia a William Molyneux, che già una trentina d’anni prima aveva rivendicato all’Irlanda lo status di «regno autonomo» (The Case of Ireland, 1698), sia alla teoria lockiana del governo, il Drappiere ricorda ai suoi concittadini che, benché «nella pratica un- Da sinistra: Nicholas Garland, Una sterlina: una mela (il Cancelliere dello Scacchiere Nigel Lawson) cade in testa a Isaac Newton (raffigurato sulla banconota); disegno a penna su “The Daily Telegraph” del 13 novembre 1984, in séguito all’annuncio della fine del biglietto di 1 sterlina; John Law, Considérations sur le Commerce et sur l’Argent, Jean Neaulme, l’Aia 1720 (ed. francese di Money and Trade, 1705): frontespizio. Milano, Biblioteca di via Senato; Necessità, ed utilità de’ debiti, felice produzione di penna italiana, Graziosi, Venezia 1787: frontespizio. Milano, Biblioteca di via Senato 56 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 dici uomini ben armati avranno sicuramente la meglio su un uomo solo in maniche di camicia», «ogni tipo di governo che non abbia il consenso dei governati diventa la definizione stessa della schiavitù». La libertà – insieme alla proprietà – è un «diritto naturale» dell’Uomo, ma essa sussiste solo nella misura in cui «un popolo è governato da leggi promulgate col suo consenso»: altrimenti quel popolo non sarà libero ma schiavo. Scrivendo questo, Swift volutamente sorvola sul fatto che una legge approvata dal Parlamento inglese qualche anno prima (Declaratory Act, 1720) aveva sancito il diritto di quello stesso Parlamento a legiferare sull’Irlanda. Riconoscerla, infatti, equivarrebbe ad ammettere lo status di colonia dell’Irlanda. Contestare che essa fosse Galwaye e Lymericke, in Georg Braun, Frans Hogenberg, Civitates Orbis Terrarum, 1572-1617: tavole planimetriche tale diventava quindi preliminare alla difesa della sua economia. Swift, infatti, condivideva le tesi mercantilistiche allora dominanti secondo cui l’economia di una colonia è – e deve essere – subordinata a quella della madrepatria. Di conseguenza, solo negando la «dipendenza» politica dell’Irlanda dall’Inghilterra gli era possibile rigettarne la dipendenza economica proponendo il boicottaggio delle merci inglesi. Questa è la logica che sottende le Lettere del Drappiere e che spiega l’escalation della polemica swiftiana, dei suoi attacchi e dei suoi obiettivi. La questione era quella della libertà – prima politica e poi economica – dell’Irlanda. Una libertà rivendicando la quale Swift si esponeva, si capisce, alle accuse di «sedizione» e incitamento alla ribellione da parte dei «poteri forti» inglesi, meritandosi per contro, dall’altra parte, il titolo (da lui rifiutato) di «patriota» irlandese. Se tanto è vero, non sorprende che, dopo la lettera tutta politica al «popolo d’Irlanda» – e dopo altri interventi di supporto e contorno –, il Drappiere si rivolga «alle due Camere del Parlamento» con un «appello» che, mentre ribadisce le argomentazioni contro la moneta di Wood, va al di là di esse prospettando una serie di riforme economiche e sociali di cui auspica che «con voce unanime» si faccia carico, finalmente sollecito del bene comune, il Parlamento della sua «povera e sfortunata isola». (L’appello, che costituisce l’ultima delle Drapier’s Letters, rimase allora inedito perché Swift ne fermò la stampa avendo appreso che la licenza di Wood era stata revocata). Se da un lato, di fronte all’ennesima prevaricazione della “tirannia” inglese, è necessario reagire facendo valere i diritti costituzionali della nazione irlandese, dall’altro, di fronte all’enorme drenaggio di ricchezza cui l’Inghilterra continua a sottoporre l’Irlanda, si tratta di mobilitare tutti i ceti sociali affinché, con uno scatto d’orgoglio, prendano coscienza dell’interesse del Paese e vi contribuiscano ognuno per la propria parte. Come ha fatto notare Irvin Ehrenpreis, il maggior biografo di Swift, ciò che si delinea al fondo di queste pagine è l’idea di un’alleanza di tutte le forze produttive irlandesi, in vista di un riscatto e di un rilancio dell’economia nazionale. A questo punto, però, è lecito chiedersi cosa esattamente Swift intenda per “nazione irlandese”. Ne fanno parte solo gli anglo-irlandesi, cioè i discendenti di quegli inglesi (protestanti) che nel corso del tempo si sono stabiliti in Irlanda diventandone i signori e padroni, o ne fanno ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano parte anche i nativi (cattolici), cioè quegli «irlandesi selvaggi che i nostri antenati sottomisero molte centinaia di anni fa» e che una legislazione davvero coloniale, ha privato di quasi ogni diritto? A chi si rivolge il Drappiere? In nome di chi parla? E, lui, chi è: un irlandese o un anglo-irlandese? A quest’ultima domanda la risposta non è dubbia. «I nostri antenati…»: come Swift, il Drappiere è un erede dei conquistatori che occuparono l’Irlanda assoggettandola al loro dominio. Di conseguenza, è ai suoi ‘connazionali’ che egli si rivolge anzitutto e in nome dei quali parla. La sua battaglia contro la moneta di Wood è, tipicamente, la battaglia di ogni colonia che non vuole più essere trattata come tale dalla madrepatria, ma chiede e pretende, una volta ribadita la propria «incrollabile fedeltà» alla Corona, di essere riconosciuta Stato libero e indipendente. Che ne è però, in questa prospettiva, degli altri irlandesi, di quei «selvaggi papisti» che restano sullo sfondo delle Lettere e a cui il Drappiere si riferisce solo per dire che si sono tenuti fuori dalla disputa pro o contro Wood, aggiungendo che, «semmai fossero interpellati», vi si opporrebbero anch’essi? Nulla più di questo inciso sintetizza il regime di emarginazione ed esclusione che i “colonizzatori” d’oltremare avevano imposto agli “indigeni”. Tuttavia, sarebbe far torto alle Drapier’s Letters limitarsi a un rilievo del genere. Se è vero che il Drappiere tiene a distinguere fra colonizzatori e nativi, noi e loro, protestando contro l’immagine indiscriminata che gli Inglesi si fanno di tutti gli abitanti d’Irlanda (ne «sanno poco più che del Messico, oltre al fatto che è un Paese […] pieno di paludi, abitato da Irlandesi selvaggi e papisti tenuti a bada da truppe mercenarie inviate dall’Inghilterra»), è altrettanto vero che il suo appello all’intero «popolo d’Irlanda» comprende anche loro e che anche per loro parla. In maniera reticente e ambigua, certo, come nell’Appello al Parlamento di Dublino, quando auspica che attui «dei sistemi efficaci per rendere più civile la vita della parte più povera della popolazione indigena in tutte le zone del Paese dove gli Irlandesi sono in maggioranza, introducendo tra loro la nostra lingua e le nostre usanze, per non lasciare che essi vivano nella peggiore ignoranza, barbarie e povertà», tradisce la tipica arroganza del colonizzatore che considera i nativi dei selvaggi da civilizzare, quasi gli Irlandesi fossero altrettanti Venerdì che il Robinson anglo-irlandese deve avviare sulla strada della Civiltà. D’altro canto, però, il Drappiere, per legittimare la sua battaglia, non ha forse invocato «diritti naturali» che, 57 Parodia del biglietto di banca della Bank of England, contro le leggi severe per la punizione dei falsari, raffigurati come impiccati; firmato Jack Ketch, il boia pubblico, 1819 come tali, appartengono a tutti gli uomini e dunque a tutti gli Irlandesi, qualunque sia la loro etnia? E quando chiama gli Inglesi «i nostri vicini» che «ci considerano ancora selvaggi», benché «anche noi abbiamo forma umana», non si identifica forse con gli Irlandesi, contraddicendo la sua precedente identificazione con gli Inglesi, che diventano “loro” rispetto a “noi”: «noi irlandesi»? Ecco: precisamente in questa oscillazione fra due diverse istanze identitarie, da cui discendono due diverse e anzi opposte “lealtà”, consiste l’ambivalenza delle Drapier’s Letters. Che sono state lette tanto in chiave di British ascendancy quanto in chiave di patriottismo irlandese. Un patriottismo a quel tempo ancora senza voce, ma che incomincia ad articolarsi, sia pure indirettamente e quasi per svista o lapsus, nelle parole del Drappiere, prefiguranti l’unità di una nazione irlandese che (ri)trova la propria libertà e indipendenza nella comune lotta contro il dominatore inglese. Del resto, la natura non insegna forse «anche alla covata di oche a stare tutte insieme quando il nibbio volteggia sulle loro teste»? Resta da dire qualcosa sulla strategia testuale delle Lettere e, anzitutto, sulla maschera adottata da Swift. Che le iniziali M. B. stiano per Marco Bruto è ipotesi suggestiva e plausibile. Figura evocata più volte nel corpus swiftiano (per esempio nel terzo viaggio di Gulliver), Bruto è colui che rifiuta di chiamarsi fuori quando in gioco è la libertà del suo Paese e la neutralità diventa complicità con l’oppressore. Esattamente in questi termini, nella lettera 58 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 Jean Griffier il Vecchio (1652-1718), Veduta di Londra; olio su rame, 48 x 68 cm. Torino, Galleria Sabauda a Lord Middleton (l’unica firmata con le proprie sigle anche se lasciata «per prudenza» nel cassetto fino al ’35), Swift giustifica la sua discesa in campo: «Una persona che ami veramente il suo Paese può trovare difficile starsene tranquilla da parte a osservare senza reagire, mentre nella vita pubblica prevale l’ingiustizia che può portare l’intera nazione alla rovina». Identiche le motivazioni del Drappiere che, rivolgendosi ai suoi «fratelli, amici, compatrioti», li rimprovera della loro ignavia esortandoli a prendere posizione su una questione dalla quale «dipendono completamente il vostro pane, vestiario e ogni necessità primaria di vita». Il Drappiere, dunque, è Swift. A differenza di quanto avviene in altre opere swiftiane – in forma suprema nel Racconto di una botte (A Tale of a Tub, 1704) ma anche nei Viaggi di Gulliver –, nelle Lettere Swift non assume una persona (nel senso latino del termine, “maschera” appunto) per parodiarla e satireggiarla dall’interno. Al contrario, qui egli fa del Drappiere il proprio alter ego. Un portavoce scelto non solo perché più adatto del Decano della cattedrale di San Patrizio a “rappresentare” quel «popolo» che le Lettere intendono mobilitare, ma soprattutto perché consente a Swift di non restare prigioniero dell’ideologia Tory e, quindi, di non essere identificato né con un filogiacobita né con un avvocato della gentry terriera. Certo, gli elogi che il Drappiere riserva a Giorgio I («grazioso» e «magnanimo» sovrano preoccupato solo del benessere dei suoi sudditi e ingannato dalla cricca di Wood) e allo stesso primo ministro Walpole ( statista di «grande senso civile»), dovettero costare non poco a Swift, che proprio a quel re e a quel ministro doveva il suo esilio dublinese. Ma – a parte il fatto che tali elogi suonano molto tongue in cheek –, da un lato non conveniva moltiplicare i nemici e dall’altro l’identità Whig del Drappiere era la più confacente al rappresentante di una middle class artigianale e commerciale a proposito della quale Swift si esprime con accenti che paiono quasi tratti da Defoe. Quando, per esempio, il Drappiere dice che «quel poco di virtù che rimane nel mondo si trova specialmente nelle classi intermedie della popolazione, in coloro che non sono allettati dall’ambizione né incalzati dalla povertà», non sta forse ripetendo l’elogio della middle station ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano formulato dal saggio padre di Robinson Crusoe all’inizio del romanzo omonimo? Posta questa identificazione fra Swift e il Drappiere, il problema diventava, semmai, quello di dare consistenza alla persona evitando che si riducesse a una mera finzione retorica, a un semplice nom de plume. A ciò servono i molti riferimenti di M. B. al proprio lavoro e alla propria vita: «Sono un negoziante di un certo peso in questa città», «ho un bel negozietto di tessuti irlandesi e di seterie», «ho lavorato come apprendista a Londra, e lì mi sono sistemato in proprio con un certo successo, finché, per la morte di alcuni amici e le disgrazie toccate ad altri, sono tornato in questo Regno e ho cominciato a occuparmi di tutti i settori della manifattura della lana». Sono state la sua esperienza e la conoscenza di prima mano del mondo del commercio a indurre un uomo «quieto e appartato» come lui, nonché di poche letture («però più estese di quanto sia solito in persone del mio umile mestiere»), a prendere la penna per mettere in guardia la «gente del [suo] ceto e condizione sociale» contro gli «effetti fatali» prodotti dall’introduzione della scellerata moneta di Wood. La descrizione di tali effetti ha anche palesi risvolti grotteschi, che sembrano quasi voler prendere in giro l’aritmetica politica di Petty, e sono irresistibili: «Il peso normale di queste monetine da mezzo penny è di quattro o cinque per oncia, diciamo cinque; allora, tre scellini e quattro pence peseranno una libbra, e di conseguenza venti scellini faranno più o meno sei libbre. Ora, ci sono molte centinaia di agricoltori che pagano duecento sterline l’anno d’affitto, sicché, quando uno di loro verrà con la metà dell’affitto di un anno, cioè cento sterline, si porterà dietro un peso di almeno seicento libbre, che è il carico di tre cavalli. E se un gentiluomo di campagna deciderà di venire in città a comprare vestiti, vino e spezie per sé e la sua famiglia, o magari per passarci l’inverno, dovrà portarsi dietro cinque o sei cavalli carichi di sacchi come quelli che usano i contadini per trasportare il grano; e quando la sua signora se ne andrà in giro per negozi con la sua carrozza, dovrà farsi seguire da un carro pieno del denaro di Wood». La parodia dell’aritmetica economico-politica di Petty, ancor più feroce nella Modesta proposta, si spiega an- 59 che col fatto che nel suo Treatise of Ireland (1687) egli sostenne la completa dipendenza dell’Irlanda dall’Inghilterra e addirittura propose, per risollevarne l’economia, la deportazione in Inghilterra di un milione di persone. Ma nella quantificazione puntigliosa delle perdite che ogni negoziante subirà accettando «quella robaccia», è perfettamente congruente (ricordiamoci ancora di Defoe) con la mentalità del Drappiere e dei suoi lettori. Meno lo sono i riferimenti storici e giuridici che abbondano nelle Lettere, le citazioni di leggi, statuti e “precedenti” che è poco verosimile fossero fra le letture di un «negoziante illetterato» come M. B. si definisce altrove. Ma qui, allora, egli corre ai ripari dicendo di essersi consultato con «eminenti» avvocati e giuristi che gli hanno fornito le necessarie «informazioni». Viceversa, i numerosi echi biblici che costellano la sua arringa non stonano in bocca a un protestante nutrito di Scritture più di quanto stonerebbero nel sermone di un ecclesiastico. È evidente, insomma, lo sforzo di Swift per tenere in piedi il manichino del Drappiere. Non meno evidente, d’altra parte, è che la maschera gli va stretta. Richiamandosi fin dalla prima lettera a quell’opuscolo sulle manifatture il cui autore non era un mistero per nessuno, il Drappiere si pone esplicitamente all’ombra del Decano, il cui esempio si propone di seguire e dal quale anzi dichiara di essere stato «consigliato». O, per meglio dire, il Drappiere è l’ombra del Decano. Come del resto lascia capire il breve schizzo biografico che il primo fornisce di sé: trasparentissima – e intelligibilissima allora per chiunque – metafora della vita del secondo. Scrivendo a Lord Middleton, Swift dirà che è irrilevante stabilire se l’autore delle Lettere sia un drappiere «vero o presunto», e inviando all’amico di un tempo Lord Carteret, appena giunto da Londra come nuovo Governatore d’Irlanda, copia della prima lettera del Drappiere, insinuerà che essa, benché «adatta a gente di bassa estrazione sociale», è ritenuta «opera di una mano migliore», una mano che Carteret, e Swift lo sapeva, non avrebbe avuto alcuna difficoltà a riconoscere. Come sempre nei segreti, l’impulso a nascondere convive con quello a rivelare. Nel momento stesso in cui J. S., nascondendosi dietro M. B., nega la propria paternità delle Lettere, le dissemina di indizi (fra cui addirittura il riferimento a una delle sue più famose opere giovanili, la Battaglia dei libri) che hanno la funzione di restituirgliela, quella paternità, riaffermando la sua autorità sul proprio testo. 60 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 La Fiera del bibliofilo INFORMARE SUI FORMATI Richiami, segnature, registro L a determinazione del formato di un libro non è sempre tanto facile come a tutta prima potrebbe parere. In molti casi si presenta assai complicata. Nei libri moderni, poi, certe denominazioni tradizionali non hanno più ragione di essere. Diremo, a suo luogo, il perché. Per ora parleremo di formati riferendoci alla vecchia carta fabbricata in fogli di dimensioni limitate a misure abbastanza note. Chiamiamo formato di un libro la dimensione del libro stesso determinata dal numero delle pagine che ciascun foglio contiene e che stabiliscono un dato gruppo a seconda della ripiegatura. Un foglio piegato in due darà l’in folio di quattro facciate; piegato in quattro, l’in 4º di otto facciate; piegato in otto, l’in 8º di sedici facciate e così di seguito. Il foglio non ripiegato e perciò stampato a solo due facciate, l’in plano, formato Atl ante. Abbiamo già brevemente parlato, nelle note precedenti delle segnature, dei richiami, delle vergelle e dei filoni. Ripetiamo ora soltanto che i filoni, visibili in trasparenza nel foglio, si tagliano ad angolo retto e si dispongono perciò orizzontalmente o verticalmente a seconda della ripiegatura. Questa particolarità serve grandemente a riconoscere il formato, quando mancassero le segnature o richiami. Daremo oggi una piccola tavola delle ripiegature del foglio pei diversi formati; il numero delle pagine che esso contiene e la disposizione dei filoni. Form. Pieg. Pag. In fol. 2 4 In 4º 4 8 In 8º 8 16 In 12º 12 24 In 16º 16 32 In 18º 18 36 In 24º 24 48 In 32º 32 64 In 36º 36 72 In 48º 48 96 In 64º 64 128 Filoni perpendicolari orizzontali perpendicolari orizzontali orizzontali perpendicolari perp./orizz. perpendicolari orizzontali orizzontali orizzontali L’A.B.C. DEL BIBLIOFILO - LA CARTA A MANO arte di fare la carta fu introdotta a Samarcanda verso il 751 da prigionieri di guerra cinesi. Gli arabi la diffusero in occidente. Verso il 1150 abbiamo delle pile da carta in Spagna, presso Valenza e, circa verso il 1276, in Italia a Fabriano e a Cividale del Friuli. I primi sistemi di fabbricazione si protrassero quasi senza cambiamenti per circa 7 L’ secoli e continuano ancora per la carta a mano, che oggi serve solo per lusso. Ecco il procedimento per questa fabbricazione: Lavati e imbiancati i cenci di lino o di cotone e lasciati fermentare in mucchio, si portavano nelle pile a pestelli dove i maglietti muniti di punte di ferro li sfilacciavano. Lo sfilacciato passava allora in altre pile che lo riducevano in fibrille formando il pesto che, gittato in tini di acqua ben pura e limpida, si stemperava in poltiglia che serviva per le forme. L’operaio prenditore immergeva nella poltiglia la forma, specie di setaccio rettangolare, che, sollevato orizzontalmente, lasciava ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano Continuiamo la nota intorno ai “formati”. Abbiamo già parlato delle segnature e dei richiami. Quasi inutili questi ultimi quando ci sono già le segnature che determinano il numero e il posto dei fogli, sia riguardo a ciascun fascicolo, come per l’ordine dei fascicoli stessi. Dalle segnature si conosce, o almeno si dovrebbe riconoscere, il formato. Un in quarto – il cui foglio è piegato in modo da formare 8 pagine – avrà la pagina 9 per prima del secondo fascicolo; la 17 per prima del terzo; la 25 per prima del quarto fascicolo, e così via. Un in ottavo – il cui foglio comprende 16 pagine – avrà la seconda segnatura alla pagina 17; la terza alla pagina 33; la quarta alla pagina 49 e così di seguito. La cosa sarebbe molto semplice. Ma per i formati più piccoli, il foglio, tanto più se è di carta un po’ forte, non si può ripiegare facilmente a costituire fascicoli di 32, 36, 48, 64 pagine che avrebbero un dorso troppo grosso e presenterebbero tanti altri inconvenienti facili a intuirsi. colare l’acqua ritenendo solo quella quantità di pasta che bastava per lo spessore del foglio. Il fondo della forma era attraversato da fili di metallo paralleli detti filoni (in francese ponteseaux) distanti l’uno dall’altro circa due dita che sostenevano a squadra e rafforzavano altri fili più sottili vicinissimi detti vergelle che formavano il fondo dello staccio. L’operaio ponitore, lasciata 61 Si seziona allora il foglio in fascicoli che portano segnature differenti e diverso numero di pagine. Un in dodici per esempio, avrà un fascicoletto apparentemente in ottavo, cioè di 16 pagine, seguito da un fascicoletto apparentemente in quarto, cioè di 8 pagine. Un in diciotto potrà dividersi in 2 fascicoli: l’uno apparentemente in dodici, di 24 pagine, e uno apparentemente in sesto di 12 pagine; oppure anche in 3 fascicoli apparentemente in sesto di 12 pagine ciascuno. Parlando di fogli intendiamo riferirci a carta fabbricata a mano, e cioè di dimensioni abbastanza note e relativamente costanti. In Italia un’interessante scultura in marmo esistente in Bologna ci informa con precisione sulle antiche misure dei fogli. Essa reca incisi, uno dentro l’altro, quattro rettangoli indicanti i quattro formati, coi loro nomi e l’iscrizione «Queste sieno le forme del Comune di Bologna de che grandezza deve essere le carte de Bombaze che se faranno». sgocciolare la forma, rovesciava con opportune cautele il foglio su un feltro e sul feltro un altro foglio e così di seguito fino a formare la pila o pasta che veniva poi messa sotto la pressa. Si finiva popi di seccare il foglio all’aria: gli si dava la colla animale, ed era pronto per l’uso. Una cartiera provveduta di un tino intorno al quale lavoravano diversi operai poteva dare al Imperiale Reale Mezzana Reçute 0,740 x 0,500 0,615 x 0,445 0,515 x 0,345 0,450 x 0,315 Queste misure sono tradotte in metriche. I primi tre nomi durarono lungamente, per secoli. L’ultimo non si sa che sia. In altri paesi variavano i nomi, ma i formati rimanevano su per giù costanti. È chiaro come dalla misura dei fogli si potessero avere facilmente le dimensioni dei formati dei libri. Ma oggi, non è più così. Un foglio grandissimo moderno, ripiegato in quattro, può dare un formato che, secondo le vecchie dimensioni, si potrebbe anche chiamare in folio, e così per le altre piegature. Il pochissimo che abbiamo esposto basta a far almeno rilevare come la questione dei formati è ardua e complicata, principalmente se si tratta di libri moderni. L’argomento è vasto e lo spazio è breve. Anche a voler essere molto succinti ed elementari, occorrerà un’altra nota. giorno circa 5.000 fogli la cui dimensione massima era di cm 74x50 circa. Oggi certe macchine potrebbero dare la superficie dei 5.000 fogli massimi messi insieme in meno di 6 minuti. I filoni e le vergelle lasciavano sulla carta il loro segno che è più chiaro in trasparenza insieme alla marca di fabbrica in filigrana ottenuta intrecciando alle vergelle un sottile filo metallico in modo da formare svariatissimi disegni, lettere dell’alfabeto, stemmi o altro che distinguesse le cartiere. Torneremo su questo argomento e diremo come i filoni e le vergelle servano per conoscere i formati e le marche per determinare, quando è possibile, l’epoca della fabbricazione della carta, facilitando ricerche bibliografiche e archivistiche riguardanti le date di libri e documenti. LE COSE SUCCEDONO. QUEL CHE CONTA È AVERE LE IDEE CHIARE Sostieni le tue idee, abbonati a www.ildomenicale.it infoline: 02 36560007 ottobre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 Acquisizioni recenti della Biblioteca di via Senato Una raccolta sempre più ricca, mese dopo mese rarità tedesche con masereel protagonista e non solo di Chiara Bonfatti, Giacomo Corvaglia e Annette Popel Pozzo Cantù, Cesare (1804-1895), et al. Milano e il suo territorio. Milano, Pirola, 1844. 2 volumi. Prima e unica edizione di quest’opera dedicata a Milano, adorna di 14 tavole all’acquatinta che illustrano le vedute più suggestive della città, pubblicata in occasione della VI Riunione degli scienziati italiani. Come descritto nell’avvertimento, esemplare che fa parte della tiratura in carta comune senza gli stemmi sul frontespizio, la pianta e la carta topografica di Milano. Coster, Charles Théodore Henri de (1827-1879). Die Geschichte von Ulenspiegel und Lamme Goedzak und ihren heldenmäßigen, fröhlichen und glorreichen Abenteuern im Lande Flandern und anderwärts. Mit Holzschnitten von Frans Masereel. Monaco di Baviera, Kurt Wolff, 1926. 2 volumi. Prima edizione tedesca di quest’epopea patriottica del romanziere belga, contenente 150 xilografie originali e 18 iniziali xilografiche di Frans Masereel nell’edizione limitata di 1.600 esemplari. De Caro, Marino Massimo; Parisato, Dario; Pugliese, Paola. Galileo Galilei. Roma, a spese dell’Autore e Stamperia Valdonega, 2007. 2 volumi. Repertorio bibliografico delle opere di Galileo Galilei in edizione limitata. Fauconney, Jehan (fl. XX sec.). Le musée secret de Naples et le culte des organes générateurs. Parigi, Jehan Fauconney, ca. 1920. Edizione arricchita da numerose incisioni nel testo, molte a piena pagina, che riproducono reperti archeologici ritenuti osceni, conservati nel Museo di Napoli. Földes, Jolán (1902-1963). De Straat van de visschende kat. Gand, Snoeck-Ducaju & Zoon, 1947. Con frontespizio xilografico e 36 xilografie di Frans Masereel, delle quali la prima a colori. Edizione olandese tradotta dall’ungherese di M. H. Székely-Lulofs di questo romanzo che narra della difficile vita parigina di una famiglia di immigrati ungheresi appartenenti alla classe operaia, nel periodo successivo al primo conflitto mondiale. Uno dei 500 esemplari su carta Japon La Hulpe. Gundappa, D. V. Le Tombeau de la melancholie, ou Le vray moyen de vivre ioyeux. Seconde edition, reveuë, corrigée & augmentée. Par le sieur D. V. . Parigi, Charles Sevestre, 1660. García Lorca, Federico (1898-1936). Das kleine DonCristóbal-Retabel. Posse für Puppentheater. Wiesbaden, Insel-Verlag, 1960. Opera per teatro di burattini scritta da García Lorca nel 1931 e rappresentata per la prima volta alla Fiera del Libro di Madrid l’11 maggio 1935. Con 6 xilografie a piena pagina e 2 vignette xilografiche, di cui una in antiporta e una in fine al testo teatrale, realizzate da Frans Masereel. Goudeau, Émile. Paris – Almanach. Litographies par Dillon. Parigi, Librairie Ed. Sagot, 1895 Esemplare numero 1 su 25 in carta giapponese. 64 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2009 Masereel, Frans (1889-1972). Die Lebensalter. 35 Holzschnitte. Berna, Herbert Lang, 1966. Prima edizione tedesca, con 35 xilografie di Frans Masereel. Masereel, Frans (1889-1972). La colère. Berna, Herbert Lang, 1946. Edizione limitata, uno dei 650 esemplari su papier mat, contenente 20 disegni di Frans Masereel, tutti realizzati tra il 1944 e il 1945. Massi, Cirillo (fl. 1833-1836). Prosopopea e storia della città e provincia di Pinerolo per Cirillo Massi cittadino pinerolese socio corrispondente della R. Accademia delle Scienze di Torino pastor arcade socio unanime e membro delle Reali Accademie degli Immobili di Alessandria e di Fossano. Torino, Tipografia Cassone, Marzorati, Vercellotti, 1833-1836. 4 volumi. Prima edizione di questa storia della città di Pinerolo che contiene tavole litografiche raffiguranti lo stemma di Pinerolo, vedute della città con indicazione dei monumenti e luoghi di interesse, una veduta delle Alpi Cozzie appartenenti alla Provincia di Pinerolo e una tavola contenente il «Quadro delle distanze itinerarie tra la città di Pinerolo e cadun comune della Provincia, e tra l’uno e l’altro de’ medesimi: de’ mandamenti, di loro popolazioni; delle parrocchie, e vicarìe della Diocesi; delle stazioni de’ Carabinieri Reali; degli Uffizi d’insinuazione, e delle Regie Poste; De’ fiumi, torrenti, rivi e laghi; con riepilogo generale e somma totale ricavata da cadun capo». Moles Trivulzio, Carlo Francesco (duca di Parete, fl. 1731). Discorso intorno alle imprese di D. Carlo Francesco Moles Trivulzio duca di Parete. Con cinquanta imprese dal medesimo registrate, e spiegate a parte. … Napoli, Niccolò Parrino, 1731. Si tratta di «un discorso intorno alla nobilissima invenzion dell’imprese, delle parti, che le compongono, e delle regole, che le sostengono, e delle condizioni, che le assicurano, e de’ fregi, che l’abbelliscono» (p. 1). Dopo una prima parte teorica sull’origine delle imprese l’autore raccoglie e spiega una serie di cinquanta imprese. Rolland, Romain (18661944). Johann Christof. Erster [fünfter] Band mit Holzschnitten von Frans Masereel. Berlino, Rütten & Loening, 1959. Prima edizione tedesca in cinque volumi, con 607 incisioni di Masereel, xilografie alle quali lavorò tra il 1925 e il 1927. Salazaro, Demetrio (18221882). Studi sui monumenti medievali della Sicilia, relazione letta all’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti nella tornata del 11 dicembre 1877 dal socio Demetrio Salazaro. Napoli?, Tipografia Della Regia Università?, 1877? Estratto dagli Atti dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti. Velleius Paterculus (ca. 19 a.C.-31 d.C.). C. Velleii Paterculi Quae supersunt ex Historiae Romanae voluminibus duobus. Cum integris scholiis, notis, variis lectionibus, et animadversionibus doctorum. Curante Petro Burmanno. Leida, Samuel Luchtmans, 1719. Verhaeren, Emile (18551916). Fünf Erzählungen. Lipsia, Insel-Verlag e Spamersche Buchdruckerei, 1921. Edizione limitata di 110 esemplari, contenente anche ventotto raffinate xilografie di Frans Masereel, di cui tredici pubblicate a piena pagina. Zaccaria, Francesco Antonio (1714-1795); Hontheim, Johann Nikolaus von (1701-1790). Theotimi Eupistini De doctis catholicis viris qui Cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ad anno MDLXXX. laudabili exemplo praeiverunt liber singularis. Roma, Giovanni Generoso Salomoni, 1791. Opera di critica al Febronianesimo di Francesco Antonio Zaccaria, storico e scrittore italiano. Justinus Febronius (pseudonimo per Johann Nikolaus von Hontheim), uno dei maggiori esponenti del giurisdizionalismo del Settecento, scrisse il “De Statu Ecclesiae et legitima potestate Romani Pontificis liber singularis ad reuniendos dissidenti in religione christiana compositus” (1763) con l’obiettivo di attaccare la Curia romana e il ruolo del papa nella Chiesa universale. Tale scritto suscitò un vasto scalpore in tutta Europa dando inizio a una vasta letteratura pro e contro, di cui questa edizione è un esempio. LA PIASTRA DA BORSETTA LISCIO PERFETTO QUANDO E DOVE VUOI Tutto quello che le donne hanno sempre desiderato da una piastra da oggi diventa portatile. Performance, sicurezza, tecnologia, semplicità e velocità entrano nella loro borsetta e le seguono per tutta la giornata, o anche in viaggio. Bellissima MINI diventerà la loro piastra da borsetta, sempre a portata di mano. LISCIO PERFETTO LISCIO O M O OSS