ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile - Giugno 2007 Direttore FRANCO SALVATI Comitato di redazione ALFONSO ALTIERI, FRANCESCO BELLI, MAURO CALVANI, GIUSEPPE CARDILLO, PAOLO MATTIA, GIOVANNI MINARDI, MAURIZIO MORUCCI, FABRIZIO NESI, BRUNO NOTARGIACOMO, SERGIO PILLON, ELIO QUARANTOTTO, MAURIZIO RUSSO, PIETRO SACCUCCI, MICHELE SCOPPIO, GIAN DOMENICO SEBASTIANI, ALESSANDRO SEVERINO, MARIO VALLE Segreteria di redazione: RITA VESCOVO, ALMERINDA ILARIA Comitato scientifico-editoriale Coordinatore ROBERTO CANOVA LOREDANA ADAMI, MARIO GIUSEPPE ALMA, CATERINA AMODDEO, MARCELLO ASSUMMA, GIANLUCA BELLOCCHI, FRANCO BIANCO, PIETRO BORMIOLI, PIO BUONCRISTIANI, ALESSANDRO CALISTI, ILIO CAMMARELLA, ALBERTO CIANETTI, MASSIMO CICCHINELLI, ENRICO COTRONEO, FRANCESCO CREMONESE, ALBERTO DELITALA, EUGENIO DEL TOMA, FILIPPO DE MARINIS, LORENZO DE MEDICI, CARLO DE SANCTIS, SALVATORE DI GIULIO, GIUSEPPE DI LASCIO, CLAUDIO DONADIO, ALDO FELICI, MARIA ANTONIETTA FUSCO, ALFREDO GAROFALO, LAURA GASBARRONE, GIAMPIERO GASPARRO, CLAUDIO GIANNELLI, EZIO GIOVANNINI, LUCIA GRILLO, MASSIMO LENTINI, IGNAZIO MAJOLINO, CARLO MAMMARELLA, LUCIO MANGO, EMILIO MANNELLA, LAURO MARAZZA, MIRELLA MARIANI, MASSIMO MARTELLI, ANTONIO MENICHETTI, GIOVANNI MINISOLA, CINZIA MONACO, FRANCESCO MUSUMECI, GIULIO CESARE NICOTRA, MICHEL VOINO ORANSKY, REMO ORSETTI, PAOLO ORSI, GIOVACCHINO PEDICELLI, ROBERTO PISA, LUIGI PORTALONE, COSIMO PRANTERA, GIOVANNI PUGLISI, GIORGIO RABITTI, SANDRO ROSSETTI, ENRICO SANTINI, GIOVANNI SCHMID, CIRIACO SCOPPETTA, FABRIZIO SOCCORSI, CORA STERNBERG, 0GIUSEPPE STORNIELLO, PIERO TANZI, ROBERTO TERSIGNI, ANNA RITA TODINI, CLAUDIO TONDO, MIRELLA TRONCI, ROBERTO VIOLINI Segreteria: GIOVANNA DE PAOLA NUOVA EDITRICE GRAFICA Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini Roma Direttore Generale: Luigi Macchitella Direttore Sanitario: Fulvio Forino Direttore Amministrativo: Roberto Noto NUOVA EDITRICE GRAFICA Abbonamenti 2006: istituzionali 100, privati 73 Per la richiesta di abbonamenti e per la richiesta di inserzioni pubblicitarie rivolgersi a Nuova Editrice Grafica srl, Via Francesco Donati, 180 - 00126 Roma Tel. 065219380 - Fax 06 5219399 Internet: www.negeditrice.it E-mail: [email protected] Garanzia e riservatezza per gli abbonati L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione scrivendo a: Nuova Editrice Grafica srl, Via Francesco Donati, 180 - 00126 Roma. 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ALMA From Mantoux test to blood assay of γ-Interferon FOCUS SU: “Patologia ostruttiva respiratoria e problematiche ad essa connesse” (Corso “Forlanini Day” 2006) ARTICOLO ORIGINALE Il trattamento endovascolare dell’aneurisma dell’aorta addominale: nostra esperienza G. BERTOLETTI, M. MASSUCCI, V. GENOVESE, A.R. HADI, G. IANNI, F. NAPOLI, B. PRAQUIN, L. CAPOCCIA, R. CIANNI, A. VARRONI Endovascular treatment of abdominal aortic aneurisms: our experience GESTIONE E ORGANIZZAZIONE SANITARIA Miglioramento delle strategie di intervento in caso di arresto cardiaco nell’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini C. AMODDEO, M.R. COCCO Improvement of the strategies of intervention in the event of cardiac arrest at the “San Camillo-Forlanini” health trust 5 11 14 48 59 “La Rivista è stata selezionata da ELSEVIER BV BIBLIOGRAPHIC DATABASES per l’indicizzazione nei databases EMBASE e SCOPUS” www.scamilloforlanini.rm.it ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 Editoriali EVOLUZIONE NELLA TERAPIA DELLO SCOMPENSO CARDIACO TREATMENT OF HEART FAILURE : EVOLUTION AND UPDATING ALESSANDRO BOCCANELLI - GIUSEPPE CACCIATORE U.O.C. Cardiologia – Dipartimento Malattie Cardiovascolari Azienda Ospedaliera San Giovanni-Addolorata, Roma Parole chiave: Scompenso cardiaco, Terapia, Evoluzione. Key words: Heart failure, Therapy, Evolution, Updating. Negli ultimi decenni le nostre conoscenze di fisiopatologia e di terapia dello scompenso cardiaco (SC) si sono enormemente ampliate e la velocità di sviluppo di nuove acquisizioni è estremamente rapida. Il trattamento medico dello SC è evoluto, nel corso degli ultimi 40 anni, dall’impiego esclusivo dei diuretici e della digitale negli anni ’50-‘60, utilizzati per migliorare i segni ed i sintomi della congestione, all’uso degli agenti inotropi e dei vasodilatatori negli anni ’70, utilizzati in considerazione dell’importanza del postcarico. Più recentemente l’attenzione si è focalizzata sui sistemi neuro-umorali, ed in particolare sul sistema renina-angiotensina-aldosterone e sul sistema nervoso simpatico, quando negli anni ‘80 fu compreso il complesso ruolo dell’angiotensina II (1) e delle catecolamine, come fattori capaci di stimolare processi proliferativi che conducono ad un cardiomiopatia da sovraccarico (2). Una vasta serie di trial randomizzati ha dimostrato inequivocabilmente come farmaci quali ACE-inibitori e beta-bloccanti, che inibiscono o bloccano tali sistemi, siano in grado di esercitare effetti benefici nel trattamento dello scompenso cardiaco a tutti i livelli di gravità. Le pratiche prescrittive si sono andate gradualmente modificando come indica l’analisi di due ampi registri quali il SOLVD (3) e lo SPICE (4) condotti rispettiva- mente nel 1988 e 1998. Nel SOLVD, la prescrizione dei farmaci è stata valutata in quasi 6000 pazienti che facevano parte di un registro realizzato parallelamente ai due grandi trial SOLVD. Il numero medio di farmaci/paziente era quattro. I diuretici venivano assunti dal 62%, la digitale dal 45%, gli ACE-inibitori dal 32%, i calcioantagonisti dal 36%, gli antiaritmici dal 22% ed i beta-bloccanti dal 18%. Solamente il 18% dei pazienti assumeva la combinazione di ACE-inibitore, diuretico e digossina, e tale approccio terapeutico era comune solo in pazienti fortemente sintomatici e con frazione d’eiezione severamente depressa. Strategie terapeutiche di prevenzione non erano comunemente impiegate e nei pazienti più anziani erano largamente utilizzati i diuretici (nel 73% dei pazienti con età superiore a 70 anni). Il registro SPICE, progettato per valutare le strategie terapeutiche impiegate, ed in particolare per determinare l’incidenza dell’intolleranza agli ACE-inibitori, ha raccolto, tra il 1996 ed il 1997, in maniera retrospettiva, i dati di 9580 soggetti con scompenso cardiaco e frazione d’eiezione inferiore o uguale al 35% seguiti in centri dedicati alla cura dello scompenso cardiaco in otto paesi americani ed europei. L’eziologia prevalente era ischemica (63% dei casi); gli ACE-inibitori erano utilizzati nell’80% dei pazienti. Il confronto 6 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 dei farmaci impiegati nei due registri mette in evidenza la netta differenza di utilizzo degli ACE-inibitori, la cui prescrizione aumenta dal 30% all’80% nel giro di un decennio, l’aumento dell’utilizzo dei betabloccanti, e la riduzione della prescrizione dei calcioantagonisti e degli antiaritmici di classe I. Queste variazioni indicano che la cosiddetta medicina evidence based ha avuto un chiaro effetto sulla pratica clinica (5). Nel nostro paese la rete dei circa 150 ambulatori cardiologici ospedalieri dedicati allo scompenso cardiaco, l’IN-CHF, rappresenta un osservatorio privilegiato per valutare l’atteggiamento prescrittivo dei cardiologi italiani: nel corso del decennio di vita di tale registro si è osservato un andamento simile a quello del registro SPICE, con il progressivo incremento dell’uso degli ACE-inibitori, dei beta-bloccanti ed in tempi più recenti degli antagonisti dei recettori dell’angiotensina II e dell’aldosterone. I principali obiettivi della terapia dello scompenso per pazienti con sintomi attuali o pregressi di scompenso cardiaco sono rappresentati dal miglioramento dei sintomi, dalla riduzione della mortalità, dal mantenimento della capacità funzionale e dalla prevenzione delle riospedalizzazioni. Tali obiettivi sono variabili in funzione dello stadio di progressione e di gravità dello scompenso cardiaco. I trial clinici hanno determinato miglioramenti significativi della prognosi e dell’outcome dello scompenso cardiaco nel corso degli ultimi due decenni: venti anni fa la mortalità a due anni era pari rispettivamente al 35% ed al 70% nei casi con sintomatologia relativamente lieve e severa, mentre attualmente è attorno al 10 e 20% rispettivamente (6). Risultati favorevoli paragonabili sono stati ottenuti anche per quanto riguarda la riduzione delle ospedalizzazioni. I trial clinici condotti su pazienti con scompenso cardiaco sono stati caratterizzati da un disegno sperimentale che prevede la valutazione del farmaco o del device in studio sulla base di una terapia standard ottimizzata. Tale approccio è stato usato a partire dagli studi che hanno dimostrato l’efficacia degli ACE-inibi- tori in tale sindrome (7,8). In tal modo numerosi trial hanno dimostrato l’efficacia dei beta-bloccanti aggiunti agli ACE-inibitori (9-12) e più recentemente l’efficacia degli antagonisti dei recettori dell’angiotensina II aggiunti ad ACE-inibitori e beta-bloccanti (13-18). In alcune categorie di pazienti inoltre è stata dimostrata l’efficacia degli antagonisti recettoriali dell’aldosterone(19,20). Le linee guida internazionali hanno recepito i risultati dei trial per cui, per esempio, suggeriscono che in tutti i pazienti con disfunzione sistolica del ventricolo sinistro con o senza segni e sintomi di scompenso cardiaco va cominciato l’ACEinibitore, prima di pensare al beta bloccante, e che il dosaggio dell’ACE-inibitore va titolato fino alle dosi utilizzate nei trial. Recentemente i risultati del CIBIS III hanno dimostrato che cominciare la terapia con beta-bloccanti prima dell’ACEinibitore non determina significative variazioni in termini di mortalità e/o reospdalizzazioni (21). L’implementazione delle linee guida nella pratica clinica ha avuto un andamento variabile, che in alcuni casi, specialmente per gli ACE-inibitori ed i betabloccanti, è stato piuttosto lento. Per altri farmaci, invece, quali lo spironolattone, l’implementazione nel bagaglio terapeutico è stata, almeno in alcuni paesi del mondo, rapida e scarsamente controllata (22). Sfortunatamente molti pazienti affetti da scompenso cardiaco non ricevono un trattamento farmacologico ottimizzato: numerose survey condotte in diversi paesi hanno dimostrato che una percentuale non trascurabile di pazienti non assume ACEinibitori, sia nell’ambito delle cure primarie, sia nella pratica ospedaliera (23-25). Inoltre i dosaggi medi sono stati e rimangono tuttora generalmente bassi ed inferiori a quelli raccomandati dalle linee guida (26-27). In realtà studi recenti hanno dimostrato che la situazione, almeno per quanto concerne l’utilizzo ospedaliero degli ACE-inibitori sta migliorando. I beta-bloccanti rappresentano l’altra classe di farmaci che hanno dimostrato benefici effetti nei pazienti con scompenso cardiaco. Quattro grandi trial pubblicati tra il 1999 ed il 2001 hanno dimostrato che l’aggiunta di un beta-bloccante ad una terapia stan- 7 A. Boccanelli et al.: Evoluzione nella terapia dello scompenso cardiaco dard comprendente ACE-inibitore e diuretico determina una significativa riduzione di mortalità, delle riospedalizzazioni e un miglioramento della sintomatologia indipendentemente dall’eziologia (9-12). Nonostante i trial ed alcuni studi osservazionali abbiano dimostrato l’efficacia e la sicurezza di tali farmaci, il processo di implementazione dei beta-bloccanti è stato e rimane lento. Per quanto riguarda i pazienti seguiti dai centri della rete IN-CHF, nel 2005 circa l’86% dei pazienti assumeva ACE-inibitori e/o ARB, ed il 56% betabloccanti. I centri cardiologici italiani, pertanto, risultano adeguati rispetto agli indicatori di processo internazionali secondo cui i pazienti con SC con disfunzione ventricolare sinistra e che non presentino controindicazioni dovrebbero essere trattati con ACE-inibitori o antagonisti recettoriali dell’angiotensina (target ≥85%) e con beta-bloccanti (target ≥50%) (28,29). Tuttavia in una recente analisi relativa a circa 5900 pazienti della rete IN-CHF risulta che solo il 43,2% è in terapia con associazione di ACE-inibitore e beta-bloccante ed il 19% con associazione di ACEinibitore, beta-bloccante ed antialdosteronico. È ragionevole pertanto pensare che una certa quota di pazienti, seguiti presso ambulatori cardiologici ospedalieri specializzati, e verosimilmente una quota maggiore di soggetti seguiti presso le medicine interne e le geriatrie ospedaliere ed in ambito delle cure primarie siano privi delle terapie ritenute adeguate. Le motivazioni di questo gap tra la pratica clinica e l’evidence based medicine so- no molteplici. Le linee guida terapeutiche derivano da risultati ottenuti in popolazioni adeguatamente selezionate per rispondere ai criteri di inclusione ed esclusione dei singoli trial. I soggetti che partecipano ai trial differiscono per molti aspetti dalla popolazione del mondo reale (Tab.1). In breve il paziente del modo reale presenta una maggiore complessità specialmente in termini di età e comorbilità, che comportano generalmente l’assunzione di un numero maggiore di farmaci. Ciò può comportare alterazioni del metabolismo dei farmaci, con possibile amplificazione della risposta a basse dosi dei farmaci raccomandati per lo scompenso, con rischio di interazioni farmacologiche e di complicazioni iatrogene. Inoltre le comorbilità possono influenzare la condotta terapeutica nel singolo paziente anche in altri modi: frequenti visite necessarie per la titolazione di farmaci come ACE-inibitori e beta-bloccanti possono rappresentare una notevole difficoltà per pazienti anziani con comorbilità associate che ne limitano la mobilità. È possibile che questi fattori nel loro complesso possano indurre ad utilizzare bassi dosaggi dei farmaci raccomandati. Nello studio ATLAS i pazienti trattati con alti dosaggi di lisinopril (32,5-35 mg/die) hanno mostrato un rischio significativamente inferiore di mortalità e di riospedalizzazone per tutte le cause e minori ospedalizzazioni per scompenso rispetto a quelli trattati con basse dosi (2,55 mg/die) (30). Il fatto che in questo trial non sono state valutate le dosi di lisinopril che più comunemente vengono utiliz- Tab.1: Principali differenze tra pazienti arruolati nei trial e nel mondo reale Variabile Età media Sesso M:F FE >40% Fibrillazione atriale Disfunzione Renale Comorbilità Dosaggio Compliance Trial 57-64 2:1 criterio di esclusione 20% criterio di esclusione criterio di esclusione target alta Comunità 70-75 1.1 >40% 40% 20-30% frequente Basso Bassa 8 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 zate (10-20 mg/die), rende difficile estendere alla pratica i risultati del trial stesso. I dati relativi ai beta-bloccanti suggeriscono che il dosaggio può non avere un’importanza determinante. Nel CIBIS II (31), così come nel MERIT-HF (32) il dosaggio del bisoprololo e del metoprololo rispettivamente non sembra abbia influenzato in maniera significava l’outcome. Nel US Carvedilol Heart Failure Program (33), invece, il dosaggio del carvedilolo ha mostrato di avere un significativo impatto sulla funzione ventricolare sinistra, anche se tale informazione proviene da un numero relativamente basso di soggetti. Il raggiungimento di un adeguato grado di beta-blocco può essere valutato sulla base della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa piuttosto che sul dato del dosaggio raggiunto. Nel complesso appare ragionevole un approccio alla terapia farmacologica dello scompenso cardiaco che tenga conto da un lato della evidence based medicine e dall’altro del singolo soggetto e che nel complesso rappresenta più che un processo stereotipato di ottimizzazione, l’individualizzazione della terapia. I trattamenti raccomandati dalle linee guida sono applicabili alla stragrande maggioranza dei soggetti, ma è ragionevole pensare che la scelta ed il dosaggio dei farmaci possa variare in funzione dell’età, dell’aspettativa di vita, del sesso, della funzione renale, del profilo neuroendocrino etc. Inoltre il crescente interesse relativamente alla influenze genetiche sul metabolismo e l’effetto dei farmaci può aiutare a definire un “cocktail” appropriato per un singolo paziente, anche se a tutt’oggi tale approccio sembra ancora di difficile attuazione (34). Tentativi preliminari di individualizzazione della terapia sono stati condotti usando il dosaggio del BNP, come marker di risposta alla terapia (35) ed ampi trial stanno studiando tale approccio terapeutico . Se consideriamo i principali fattori di instabilizzazione che conducono il paziente al ricovero, accanto a fattori non adeguatamente prevenibili come progressione della malattia, recidive ischemiche etc, troviamo generalmente un follow-up inadeguato, scarsa compliance alla terapia, inadeguato riconoscimento dei sintomi di peggioramento, scarsa titolazione del dosaggio dei farmaci. La continuità assistenziale è indispensabile per l’ottimizzazione e per l’individualizzazione della terapia. I programmi di disease management sperimentati in vari paesi, anche se caratterizzati da eterogeneità dei programmi di cura e degli obiettivi, da coinvolgimento di differenti profili professionali, ed applicati a popolazioni di pazienti con caratteristiche differenti, hanno generalmente fornito risultati favorevoli in termini di riduzione delle riospedalizzazioni, miglioramento dello stato funzionale e della qualità di vita, educazione dei pazienti, adesione e capacità di autogestione della terapia, individuazione precoce dei casi a rischio d’instabilizzazione, controllo della progressione della malattia, riduzione dei ricoveri ospedalieri e, pur se in maniera meno convincente, della mortalità (36,37). Nella maggior parte dei trial di disease management uno degli end-point più significativi è rappresentato dall’aumento dell’utilizzo e del dosaggio dei farmaci raccomandati, unitamente al miglioramento della compliance dei pazienti (38,39). L’ottimizzazione ed in particolare l’individualizzazione della terapia farmacologica può essere ottenuta solo se viene garantita continuità assistenziale sulla base di uniformità di criteri di valutazione e trattamento, indipendentemente dalla sede e dalla figura professionale che rappresenta il case manager del paziente. BIBLIOGRAFIA 1. Katz AM. Angiotensin II: Hemodnamic regulator or growth factor? J Mol cell Cardiol 1990; 22: 739-47. 2. Katz AM. Cardiomyopath of overload. A major determinant of prognosis in congestive heart falure. N Engl J Med 1990;322:100-10. 3. Young JB, Weiner DH, Yusuf S, et al. Patterns of medication use in patients with heart failure: a report from the registry of Studies of Left Ventricular Dysfunction (SOLVD). South Med J 1994;88:514–23 4. Contemporary management of patients with left ventricular systolic dysfunction: results from the Study of Patients Intolerant of Con- A. 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Cento anni sono trascorsi da quando, nel 1907 von Pirquet propose, per la prima volta, l’uso della tubercolina per individuare i soggetti con infezione tubercolare. Da allora, un secolo fa, il test tubercolinico rappresenta il metodo adatto ad identificare lo stato di infezione tubercolare latente (LTBI) ed utile per arrivare alla diagnosi di tubercolosi attiva. Forse si può dire che il test di Mantoux sia l’unico test, in medicina, rimasto immodificato per tanti anni, anche se il suo significato è cambiato nel tempo, dipendendo dalla prevalenza dell’infezione nella popolazione testata, dalla standardizzazione e purificazione del preparato ed infine dall’interpretazione dei risultati in funzione della popolazione testata. Attualmente l’OMS e tutte le principali Società scientifiche ne sottolineano l’importanza, nei paesi a bassa incidenza di malattia, quale elemento fondamentale nel definire lo stato di LTBI. Nel corso degli anni si è provveduto a migliorare la sensibilità del test attraverso: – la stardardizzazione del preparato tubercolinico in uso (riferimento al laboratorio Internazionale per standard Biologici – Copenaghen); – la standardizzazione della dose di tubercolina da somministrare (espressa in UI). La quantità di tubercolina som- ministrata influenza direttamente la sensibilità e specificità della risposta. La dose raccomandata dalle Società scientifiche è di 5 UI di PPD-S; – la standardizzazione delle modalità di esecuzione e di lettura del test. La somministrazione intradermica assicura l’esatta quantità di tubercolina che permette una corretta ed uniforme lettura, tanto che se ne raccomanda l’uso al posto del test multipuntura, utile esclusivamente per le sole indagini epidemiologiche, e quindi da non impiegarsi assolutamente ai fini diagnostici. L’iniezione intradermica di PPD (purified protein derivate) sviluppa, nei soggetti sensibilizzati, una risposta cutanea di ipersensibilità ritardata che si manifesta come un infiltrato cutaneo che viene misurato dopo 48-72 ore dall’inoculazione ed espresso in millimetri. Un infiltrato di grandi dimensioni fa propendere per infezione da M. Tuberculosis, mentre la negatività per non infezione, anche se poi, varie situazioni non solo cliniche ma anche socio-ambientali, possono modularne l’interpretazione. Numerose condizioni sono responsabili della bassa specificità del test cutaneo tubercolinico essendo la tubercolina un precipitato grezzo di un pool di 200 antigeni derivati del supernatante di coltura di M. Tuber- 12 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 culosis. Infatti una positività al test può essere espressione non solo di infezione tubercolare, ma può indicare anche una pregressa vaccinazione con BCG o una infezione da Micobatteri non tubercolari (MNTB), data la comunanza di antigeni con i ceppi vaccinali di M. Bovis BCG o di Micobatteri atipici. Un particolare effetto di amplificazione (effetto booster) si può avere in seguito a precedenti test cutanei tubercolinici che ne abbassano la sensibilità, situazione ben diversa dalla reale cuticonversione che si manifesta normalmente dopo 2-12 settimane dopo l’infezione da M. tuberculosis. Al contrario false negatività si possono presentare durante il tempo di latenza che prece de la positivizzazione e in tutti i casi di immunodepressione. Inoltre, la stessa malattia tubercolare, se estesa, può essere causa di depressione temporanea della risposta immunitaria, producendo paradossalmente una risposta falsamente negativa del test. Per questo, il Ministero della Salute e varie organizzazioni scientifiche hanno consigliato una ben precisa strategia d’uso e di interpretazione del test tubercolinico. Un test in vivo, come il test di Mantoux evidenzia infine dei limiti tecnici legati all’esecuzione, essendo operatore-dipendente non solo nel momento della somministrazione ma anche della lettura. E’ dimostrata infatti una ampia variabilità di interpretazione che va, secondo dati di letteratura, dal 2 al 15% tra vari operatori, ma persino dall’1 all’8% tra lo stesso operatore. A fronte di tutto ciò, il test di Mantoux, se correttamente utilizzato, rappresenta ancora un approccio ottimale per la diagnosi di ITBL, in quanto semplice e sicuro da somministrare, con una minima spesa economica. Recenti studi hanno consentito l’identificazione di proteine specifiche di M. Tuberculosis, codificate da regioni geniche che sono selettivamente espresse nel genoma micobatterico tubercolare, ma assenti in quello di M. bovis BCG e dei Micobatteri non tubercolari. In particolare si tratta di due proteine secretorie codificate dalla regione RD1 (la regione RD -1 è condivisa da M. szulgai, M. marinum e M. kansasii), denominate ESAT-6 (early secretory antigen target-6) e CFP-10 (culture filtrate protein-10), quali target della risposta immunitaria Il loro specifico utilizzo ha portato allo sviluppo di nuovi test per la diagnosi immunologica dell’infezione tubercolare, dotati di elevata sensibilità e specificità. Questi test si basano sulla capacità dei linfociti T effettori circolanti di produrre interferone gamma (IFN-g) a seguito di stimolazione specifica in vitro. I due test immunologici attualmente disponibili in commercio, evoluzione di precedenti varianti, sono il QuantiFERON-TB Gold (QFT-TB), approvato dalla Food and Drug Administration (FDA), e il T-SPOT.TB (TS.TB). Presentano alcune differenze metodologiche: nel QFT-TB la stimolazione antigenica con i peptidi ESAT-6 e CFP-10 avviene direttamente su campione di sangue venoso intero. La concentrazione di IFN-g prodotto con modalità antigene-specifica viene misurata su plasma con metodica ELISA. L’elaborazione del risultato del test si ottiene attraverso il dosaggio della produzione della citochina sia nel controllo negativo che in quello positivo. Il test è positivo se la produzione antigene-specifica di IFN-g è superiore al valore soglia (cut-off) prefissato. Un importante vantaggio del test è rappresentato dalla possibilità di conservare i campioni da analizzare. Il test TS.TB, diversamente dal QTFTB, viene eseguito usando cellule mononucleate purificate, isolate da un campione di sangue venoso periferico. La stimolazione antigenica si eseguie su piastra mediante i peptidi ESAT-6 e CFP-10 cui un numero prefissato di cellule viene esposto per 16-24 ore. La produzione di IFN-g viene analizzata con la tecnica dell’ELISPOT, che consente di rilevare ogni singolo linfocita che produce la citochina sotto forma di spot o impronta lasciata dall’IFN-g prodotto dalle cellule. Anche in questo caso vengono definiti dei cut-off di riferimento in base alla risposta osservata nel controllo negativo (e positivo). Numerosi studi condotti sia con QTFTB che con TS.TB hanno dimostrato che, contrariamente al test di Mantoux, i test immunologici in vitro non sono stimolati A.M. Altieri et al.: Dal test di Mantoux al dosaggio ematico dell’Interferone-gamma dalla vaccinazione con M. bovis BCG, risultandone una specificità del 98-100%. Complessivamente, la sensibilità dei testi in vitro, valutata in soggetti immunocompetenti con TB attiva varia per i due test dal 90 al 95%. Gli studi condotti sia con il test QTF-TB che quelli condotti con il test TS.TB in soggetti esposti a casi indice di TB attiva hanno dimostrato una elevata concordanza con il test di Mantoux in soggetti esposti non vaccinati ed una correlazione maggiore, e statisticamente significativa, tra risposte positive e livello di esposizione. In merito all’infezione tubercolare, in presenza di co-infezione da virus HIV, la sensibilità dei due test ematici risulta significativamente maggiore (>90%) rispetto al test di Mantoux in soggetti con TB attiva, sia adulti che in età pediatrica. Risulta inoltre indicato l’utilizzo dei test in vitro nella diagnosi precoce di TB attiva o di ITBL in soggetti sottoposti a trattamento con farmaci immunosoppressori con test cutaneo negativo. Sicuramente i test immunologici presentano degli evidenti vantaggi rispetto al test cutaneo ma si accompagnano dei limiti per il momento non trascurabili quali: la necessità di laboratori attrezzati con personale tecnico addestrato, il dover processare un elevato numero d’esami per 13 evitare spreco di reagenti e per mantenere un rapido turnover, il potenziale rischio professionale per i laboratoristi dovendo manipolare materiale biologico ed infine, elemento non trascurabile, elevato costo unitario e disponibilità economica adeguata per garantire la continuità delle prestazioni. Al momento attuale, i test su sangue non vanno assolutamente considerati di routine. Nella situazione epidemiologica italiana, può essere una strategia potenzialmente dotata di un migliore rapporto costo-beneficio l’utilizzo del test su sangue per la conferma dei test cutanei positivi. Invece nei gruppi di popolazione ove si attende un tasso di positività del test tubercolinico superiore al 40% e nei soggetti immunodepressi, la condotta dotata di miglior rapporto costo-beneficio pare essere, sulla base dei dati finora disponibili, la sostituzione totale del test cutaneo con i test su sangue. Come il test cutaneo tubercolinico, anche i test su sangue non sono diagnostici di tubercolosi attiva. (dal Documento sull’Utilizzo dei nuovi test immunologici per la diagnosi di infezione tubercolare latente elaborato dai Gruppi di Studio Infezioni e Tubercolosi dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri e della Società Italiana di Medicina Respiratoria). ____ Per richiesta estratti: Dott. Alfonso Maria Altieri Via Vegezio, 15 - 00136 Roma - tel. 347 7733030 e-mail: [email protected] ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 Focus su: “Patologia ostruttiva respiratoria e problematiche ad essa connesse” (Corso “Forlanini Day” 2006) INTRODUZIONE L’Ospedale “C. Forlanini”, costruito su un’area di 280.000 metri quadrati di cui la maggior parte destinata a parchi e giardini con migliaia di piante di medio ed alto fusto, anche di rara provenienza, è sorto negli anni ’30 per debellare la Tubercolosi ed ha assunto nel corso del tempo un grande consenso ed affermazione internazionali per l’impegno profuso nel controllo di tale patologia; oggi mantiene immutata la sua importanza e rappresenta un punto di riferimento essenziale nel trattamento di tutta la patologia respiratoria. Non è facile individuare una struttura sanitaria che possa vantare, per qualità e quantità di casi osservati, l’esperienza clinica, universalmente riconosciuta, di cui esso dispone nel campo delle malattie dell’Apparato Respiratorio. La sua struttura pneumologica, articolata, interconnessa e flessibile al suo interno, collegata al restante tessuto aziendale sia materialmente che funzionalmente, è caratterizzata da una diversificazione delle attività presenti, degli interventi e delle iniziative per lo sviluppo che la Pneumologia ha avuto negli ultimi anni in parte a seguito della sempre maggiore incidenza di malattie respiratorie nella popolazione generale, in parte per il più ampio coinvolgimento di questa specialità in numerose altre patologie; inoltre, nuove tecniche diagnostiche medico-chirurgiche hanno consentito di esplorare il polmone profondo permettendo di rilevare nuovi orizzonti eziopatogenetici e terapeutici. Nell’anno in corso diversi organi di stampa hanno indicato l’Ospedale Forlanini quale prima struttura pneumologica italiana evidenziandone le eccellenze presenti. Nelle Giornate Pneumologiche del Forlanini Day 2006 su “Patologia Ostruttiva Respiratoria” si è inteso approfondire diversi aspetti riguardanti due patologie di notevole importanza sociale – Asma e BPCO – la cui gestione terapeutica è una delle sfide più complesse per lo pneumologo e per il medico di medicina generale e si avvale di presidi farmacologici e di diversi interventi non farmacologici per ottenerne il controllo, fronteggiarle nel migliore dei modi e limitarne l’evoluzione sfavorevole. Nonostante diversificate misure terapeutiche a disposizione, l’Asma rappresenta un problema sanitario di comune riscontro e di non facile soluzione: il suo controllo non è notoriamente sempre agevole perché riprese e remissioni ne caratterizzano l’evoluzione. Studi e sperimentazioni in costante produzione non hanno ancora delineato un modello eziopatogenetico e terapeutico definitivo della malattia, che nei casi gravi necessita di provvedimenti terapeutici impegnativi per limitarne i danni. La BPCO è una patologia dagli elevati costi umani, sociali ed economici. Essa risulta in costante aumento, sia come mortalità precoce (intesa come numero di anni persi rispetto all’aspettativa di vita), sia come numero di anni passati in condizioni di invalidità. Nonostante gli sforzi scientifici per migliorarne il trattamento, tale patologia rimane ancora “fuori controllo” in quanto è sottostimata; basti pensare che nella maggior parte dei casi è diagnosticata nelle fasi avanzate. La situazione impone pertanto diagnosi precoce e modello gestionale efficace. Tra le problematiche della malattia sono da citare le complicanze, in particolare le riacutizzazioni che, per frequenza e per l’impatto che esercitano sulla sua storia naturale, rappresentano un evento clinicamente ed economicamente di forte rilevanza. Recentemente, oltre alle tipiche alterazioni presenti a livello polmonare, si sono osservate diverse alterazioni presenti a livello extrapolmonare, definite ‘effetti sistemici della BPCO’. Questi effetti vengono considerati di notevole rilievo poiché sono in grado di condizionare sia la prognosi che l’approccio terapeutico del paziente. In particolare si è osservata la presenza di un’infiammazione sistemica, che risulta inversamente proporzionale all’entità della funzione respiratoria, e che si caratterizza principalmente per un aumento dei mediatori della flogosi. Da sottolineare inoltre la presenza di alterazioni nutrizionali, che si associano alla comparsa di calo ponderale, alterazioni a carico dei muscoli scheletrici. Una più adeguata conoscenza degli effetti sistemici in corso di BPCO può quindi permettere di utilizzare nuove strategie terapeutiche che possono migliorare la qualità di vita e possibil- G. Puglisi: “Patologia ostruttiva respiratoria e problematiche ad essa connesse” mente la prognosi dei pazienti interessati. Il Corso, svoltosi regolarmente secondo le modalità e le finalità prefissate attraverso l’approfondimento di aspetti consolidati e innovativi (epidemiologici, fisiopatologici, diagnostici, terapeutici, assistenziali e riabilitativi) relativi ad Asma e BPCO e alla patologia che ne costituisce spesso la tappa finale – l’Insufficienza respiratoria – si è articolato in 2 fasi: relazioni con corrispondente dibattito e sessioni interattive in cui è stato privilegiato l’intervento dell’uditorio che ha comunque sempre partecipato alle discussioni sviluppatesi durante i lavori con entusiasmo ed interesse. I casi clinici presentati hanno richiamato l’attenzione dei partecipanti sulle contestuali prospettive pratiche di volta in volta configurate. Autorevole la presenza di moderatori e relatori che hanno concorso con la qualità degli interventi al positivo risultato della manifestazione scientifica. Le patologie ostruttive respiratorie rappre- 15 sentano un campo di intervento clinico-terapeutico costante per il medico pneumologo e contestualmente per il medico di medicina generale: entrambi sono chiamati a gestirle nel migliore dei modi integrando strettamente la loro azione nei rispettivi ambiti – l’ospedale e il territorio – per rendere un servizio più moderno ed efficace alla comunità. A tali finalità si è indirizzato l’evento scientifico in cui ampio spazio è stato dato a un modello di comunicazione interattivo, e che ha riscosso notevole successo e vivo apprezzamento tra i partecipanti coinvolti costantemente durante tutto il suo svolgimento nelle problematiche degli argomenti trattati: di tale evento è espressione il presente FOCUS attraverso gli “extended abstract” delle Relazioni tenute*. GIOVANNI PUGLISI Direttore III U.O.C. Pneumologia A.O. San Camillo-Forlanini Roma Coordinatore del Corso “Forlanini Day” ____ Per richiesta degli “extended abstract”: Dr. Giovanni Puglisi E-mail: [email protected] ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 ASMA E BPCO: ANALOGIE E DIFFERENZE ASTHMA AND COPD: ANALOGIES AND DIFFERENCES GIOVANNI SCHMID Direttore 2ª Scuola di Specializzazione Malattie Apparato Respiratorio Università “La Sapienza” - Roma Parole chiave: Asma, BPCO, Analogie, Differenze. Key words: Asthma, COPD, Analogies, Differences. Per la geometria euclidea una circonferenza, in un piano dato, delimita uno spazio finito diverso (A) dallo spazio infinito esterno (Z); se le circonferenze sono due, ciascuna di loro delimita uno spazio finito diverso ed entrambi questi spazi (A e B) sono diversi dallo spazio infinito esterno (Z). Però... Asma e BPCO “non rispettano la geometria euclidea” in quanto vi è una parziale sovrapposizione tra le due entità: Per la geometria euclidea una circonferenza delimita uno spazio finito A, diverso dallo spazio infinito Z Se le circonferenze sono 2 (A e B) ciascuna di loro delimita uno spazio finito diverso ed entrambi gli spazi sono diversi dallo spazio infinito Z B A A Z Z Copd e Asma non rispettano la geometria euclidea OVERLAP BETWEEN COPD AND ASTHMA però... COPD ASTHMA Neutrophits -10% No AHR Eosinophits AHR No steroid response Steroid response “Wheezy bronchitis” Figura 1 - Overlap tra BPCO e Asma. 17 G. Schmid: Asma e BPCO: Analogie e differenze Frequenza Una prima grande differenza tra le due entità è che in Italia la mortalità per BPCO si assesta tra i 17 e i 18 mila casi l’anno, mentre la mortalità per Asma si aggira al di sotto dei 2 mila casi per anno. Definizioni La BPCO è uno stato di malattia caratterizzato da limitazione permanente del flusso aereo che non è mai completamente reversibile. Tale alterazione è di solito progressiva nel tempo e associata a un’anormale risposta infiammatoria bronchiale all’azione di particelle o gas tossici. Invece l’Asma è un disordine infiammatorio delle vie aeree nel quale molte cellule ed elementi cellulari giocano un ruolo: tale infiammazione porta a un aumento della iperresponsività bronchiale con episodi ricorrenti di tosse, sibili e dispnea che sono variabili nel tempo e spesso reversibili dal punto di vista funzionale. I fattori di rischio per la BPCO, oltre a quelli genetici, sono rappresentati dal fumo di sigaretta, dall’inquinamento aereo professionale (o dell’ambiente esterno) e dalle infezioni bronchiali; dal punto di vista epidemiologico il fattore cruciale è il fumo di sigaretta. I fattori di rischio che sottendono allo sviluppo dell’Asma sono molteplici e tutti, comunque, portano a una infiammazione delle vie aeree che ne determina l’ostruzione reversibile; in presenza di fattori scatenanti (allergici o non allergici) si verificano delle riacutizzazioni che sono causa diretta dei sintomi asmatici. Anatomia patologica, Cellularità e Mediatori. Nella BPCO le alterazioni anatomiche incidono soprattutto sulle vie aeree periferiche e sul parenchima polmonare. I bronchioli sono ostruiti dalla fibrosi e dalla infiltrazione di macrofagi, T-linfociti (tra i quali sono predominanti i CD8+) e neutrofili. I principali mediatori infiammatori nella BPCO sono rappresentati dal Leucotriene B4 (fattore chemiotattico per i neutrofili), dal TNFα e dall’Interleuchina 8. In genere i macrofagi giocano un ruolo fondamentale e possono essere attivati dal fumo di sigaretta o da altri irritanti nel rilascio di fattori chemiotattici per i neutrofili. Il pattern della risposta infiammatoria nella BPCO è quindi (a differenza di quanto avviene nell’Asma) di tipo 1, in ordine alla sequela di infezioni che caratterizzano la storia natu- rale della BPCO. Nella BPCO un ruolo importante giocano poi i ROS (Reactive Oxigen Species), rappresentati da anione superossido, acqua ossigenata, radicale idrossilico, perossinitrite. I ROS sono una conseguenza del fumo di sigaretta e della liberazione di citochine da neutrofili e macrofagi con liberazione di antiproteasi; inoltre i ROS sono dotati di un’azione ipersecretoria e, per il tramite degli isoprostani, causano trasudazione plasmatica e broncocostrizione. Neutrofili e macrofagi rilasciano enzimi proteolitici che distruggono il tessuto connettivo polmonare con il risultato di determinare enfisema e nello stesso tempo stimolano la secrezione mucosa. L’Asma dal punto di vista strutturale è caratterizzata da un tipico ispessimento della membrana basale (che non è presente nella BPCO) – Per quanto riguarda le cellule coinvolte nel meccanismo infiammatorio dell’asma esse sono in primo luogo gli eosinofili, i mastociti, i T-linfociti CD4 e, in misura minore, i macrofagi. I mediatori coinvolti nel processo infiammatorio dell’asma sono soprattutto il Leucotriene D4, l’Istamina, le Interleuchine 4 e 5, i ROS, i RANTES e l’eutassina. Esiste quindi nell’asma un profilo linfocitario di tipo 2 con presenza di citochine evocatrici di una risposta allergica Rimodellamento. Il rimodellamento delle vie aeree nella BPCO è una conseguenza della infiammazione cronica a livello delle piccole vie aeree. Invece il rimodellamento delle vie aeree nell’asma è una conseguenza dell’ ipertrofia dei muscoli lisci, della deposizione di matrice e della angiogenesi reattiva: questi fenomeni sono però condizionati da una predisposizione genetica in quanto normalmente, nell’asmatico, le lesioni conseguenti alle crisi sono seguite da riparazione. Environment Normal Airway Function Genetic predisposition Asthma Repair Remodeling Injury Smoot muscle hypertrophy/hyperplasia Matrix deposition Genetic predisposition for remodeling Angogenesis Epithetial and gobiet celi phenotype alterations Figura 2 - Remodelling nell’Asma 18 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 Anomalie funzionali. La risposta funzionale alla BPCO è determinata sia dalla ostruzione flogistica delle vie aeree che dalla condizione di enfisema che ne consegue: tipicamente nella BPCO l’ostruzione è permanente e reversibile solo in parte. Invece nell’Asma l’ostruzione è tipicamente accessionale e quasi completamente reversibile dopo inalazione di broncodilatatori, almeno nelle fasi iniziali ed in assenza di rimodellamento. Un’importante componente nella genesi della ostruzione delle vie aeree in corso di BPCO è rappresentata dal fumo di sigaretta: i classici studi di Fletcher e Peto hanno dimostrato che il decadimento nel tempo del FEV1 è nettamente più rapido nei fumatori suscettibili al fumo di sigaretta e che la sospensione del fumo, a qualunque età praticata, determina un ritorno della curva di decadimento del FEV1 ad un andamento normale, anche se i danni già provocati non sono reversibili. In realtà il decremento del FEV1 nei fumatori sensibili, rappresentato da una curva continua negli studi di coorte, è invece rappresentato da una curva dentellata nel follow up individuale: in essa ogni dentellatura corrisponde ad un episodio di riacutizzazione che non è mai seguito da un totale recupero funzionale. Risposta alla terapia. Esistono sostanziali differenze tra BPCO ed Asma nei confronti delle terapie applicate: la più importante è probabilmente la risposta agli steroidi sistemici: nella BPCO in fase stabile la somministrazione per due settimane di prednisolone al dosaggio di 30 mg/die non è seguita da alcuna modificazione del picco di flusso come invece avviene nell’asma. Nelle fasi di riacutizzazione della BPCO (più frequentemente di quanto non avvenga nell’Asma) vi sono segni di sovrapposizione infettiva (aumento di quantità e viraggio di colore dell’espettorato, febbre): in tal caso vi è indicazione ad un ciclo di terapia antibiotica che accompagni il trattamento con steroidi sistemici. La scelta dell’antibiotico sarà poi condizionata dalle crescente prevalenza di microrganismi intracellulari o Gram-negativi come agenti causali dei ripetuti episodi infettivi. Criterio clinico. Di norma le presentazioni cliniche di Asma e BPCO differiscono in modo sostanziale, come è evidente dalla tabella seguente: Comunque, visto che Asma e BPCO “non rispettano la geometria euclidea”, e che la cronicità dei processi diluisce le differenze cliniche, in alcuni casi sarà presente un certo margine di ambiguità tra le due sindromi che darà luogo ad una discreta soggettività nella definizione diagnostica BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Barnes P.J. - Mediators of Chronic Obstructive Pulmonary Disease - Pharmacol Rev 2004; 56: 515-48. Celli B.R., MacNec W. - Standars for the diagnosis and treatment of patients with COPD: a summary of ATS/ERS position papers - Eur Resp J 2004; 23: 932-46. GINA (Global Initiative for Asthma) - NIH Publication Number 95-3659. 1995 (updated 2005). www.ginasthma.org GOLD Global initiative for chronic Obstructive Lung Disease - www.goldcopd.com COPD Asthma Smoker or ex-smoker Nearly all Possibly Symptoms under age 35 Rare Often Chronic productive cough Common Uncommon Breathlessness Persistent and progressive Variable Night time waking with breathlessness Uncommon Common Significant diurnal or day to day variability of symptoms Uncommon Common Figura 3 - Presentazioni cliniche di BPCO e Asma ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 SINDROMI RESPIRATORIE OSTRUTTIVE CORRELAZIONI FRA ALTERAZIONI FUNZIONALI E RADIOLOGICHE OBSTRUCTIVE RESPIRATORY SYNDROMES: CORRELATIONS BETWEEN FUNCTIONAL AND RADIOLOGIC ABNORMALITIES GIOVACCHINO PEDICELLI, CLARA LEONETTI U.O.C. Radiologia Forlanini Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini, Roma Parole chiave: Sindromi respiratorie ostruttive. Correlazioni fra alterazioni funzionali e radiologiche. Key words: Obstructive respiratory syndromes, Function, Imaging, Abnormalities. In senso stretto le sindromi respiratorie ostruttive devono prendere in considerazione ostruzioni al normale flusso aereo, a cominciare dalle prime vie respiratorie extratoraciche e, a scendere, fino ai bronchioli respiratori. Pertanto le ostruzioni vanno distinte in: ostruzioni delle vie aeree superiori (al di sopra della glottide), delle vie aeree intermedie (trachea), vie aeree inferiori. Queste ultime si distinguono in localizzate (benigne-maligne) e diffuse. Le malattie respiratorie ostruttive diffuse benigne possono essere identificate nelle Broncopneumopatie Croniche Ostruttive (BPCO) e cioè: bronchite cronica (BC) enfisema (E), bronchiectasie, asma, fibrosi cistica, bronchiolite e altre discutibili e più rare quali la sarcoidosi e la linfangioleiomiomatosi (LAM). Le ostruzioni della trachea non devono mai essere escluse dalle ipotesi diagnostiche di fronte ad un paziente con sintomatologia clinica ostruttiva: non sono rari i casi di stenosi tracheali di natura benigna o maligna che si manifestano con una sintomatologia clinica equivoca, “asmatiforme”, sostenuta da lesioni benigne (stenosi post-infiammatorie o da esiti di intubazione prolungata, tumori benigni, corpi estranei, infezioni, patologie granulomatose, tracheo-condrodisplasia, ecc.) o maligne (carcinomi broncogeni, carcinomi adeno-cistici, carcinoidi ). La diagnostica radiologica , ad iniziare dalla radiografia del torace e proseguendo con gli studi di TC perfezionati con le tecniche di ricostruzione multiplanare, è in grado di fornire diagnosi di natura, di localizzazione e di estensione con molta accuratezza. Le ostruzioni dei bronchi principali, sia be- nigne che maligne, possono manifestarsi con una ipertrasparenza dell’intero polmone interessato. Tale ipertrasparenza si produce con un meccanismo combinato costituito da: vasospasmo correlato con ipoventilazione del territorio ostruito, intrappolamento di aria dovuto all’ostruzione centrale che funziona da valvola espiratoria. Qualunque sia la natura dell’ostruzione, sia l’ipertrasparenza che l’air-trapping possono essere enfatizzate eseguendo un radiogramma del torace in espirazione. Il rapporto ventilazione /perfusione costituisce uno dei pilastri della fisio-patologia respiratoria; su di esso è basata gran parte della valutazione funzionale del torace. Laddove la ventilazione è insufficiente per “effetto ossigeno”, i vasi del territorio vanno in spasmo ed il flusso viene deviato verso i territori funzionalmente validi; tale spasmo può essere cronico e durare tutta la vita, come è stato osservato nel fibrotorace, nella sindrome di Swyer-James, nei versamenti pleurici cronici ecc. Con l’impiego della TC e – ancora più correttamente – della HRCT è possibile distinguere con grande raffinatezza le piccole aree di ipertrasparenze correlate con un deficit vascolare primitivo (es. da tromboembolia polmonare) rispetto a quello dovuto ad ostruzione bronchiolare (es. bronchiolite, BPCO con enfisema a mosaico di cui alla fig. 3). Gli studi radiologici della BPCO hanno subìto una svolta epocale proprio con la disponibilità, a partire dal 1992, della HRCT (High Resolution Computer Tomography). Con essa, infatti, si è raggiunta la possibilità di documentare in vivo e senza alcun mezzo di contrasto artificiale, il lobulo secondario l’u- 20 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 Figura 1 - Il radiogramma del torace eseguito in corretta inspirazione documenta ipertrasparenza e ridotta vascolarità dell’ambito polmonare sn. Il successivo radiogramma eseguito in espirazione mostra regolare riduzione volumetrica del polmone dx ed esteso intrappolamento di aria nell’intero polmone sn (segno indiretto di valvola espiratoria correlata con ostruzione del bronco principale omolaterale) corpo estraneo in ragazzo di 12 anni. inspiro espiro a b Figura 2 - Donna di 54 anni con disturbi respiratori vaghi ed episodi febbrili. Dal radiogramma del torace e la successiva TC viene ipotizzata una diffusa interstiziopatie interessante prevalentemente il polmone dx. Il successivo studio, eseguito in espirazione (2b), modifica radicalmente la diagnosi dimostrando estese aree di air-trapping che, unitamente ad una più accurata anamnesi, configurano una diagnosi di sindrome di Swyer-James. nità anatomica elementare del polmone. Sul rilievo di tale struttura è basata l’intera semeiotica radiologica delle malattie infiltrative diffuse del polmone; sulla sua visibilità sono stati definiti gli attuali pattern anatomo-radiologici, che costituiscono la chiave interpre- G. Pedicelli et al.: Sindromi respiratorie ostruttive: correlazioni fra alterazioni funzionali e radiologiche inspiro 21 espiro Figura 3 - Tipico aspetto di enfisema a mosaico, ottenibile con l’acquisizione in espirazione, ben rappresentativo di ostruzione bronchiolare. tativa di quel magma che nel passato era raccolto sotto la voce “interstiziopatie”. La HRCT e lo stesso lobulo secondario sono risultati strategici nella identificazione dell’enfisema, nella tipizzazione delle sue tre forme istologiche fondamentali (fig. 4) e nella valutazione del suo grado di estensione. Con l’evoluzione tecnologica è stato possibile, inoltre, identificare dati quantitativi o volumetrici dell’enfisema utilizzando diversi metodi (score visivo, density mask, istogramma, rappresentazione volumetrica tridimensionale). La documentazione dell’enfisema oggi è possibile al suo esordio, precedendo di gran lunga i dati clinici o quelli forniti dalle prove funzionali in laboratorio. Anche la distribuzione topografica, con le tecniche di ricostruzione multiplanari, a b si è resa disponibile, contribuendo in modo accurato ed immediato alla diagnostica differenziale con patologie che possono mimare l’enfisema, quali: l’istiocitosi x, la linfoangiomiomatosi, ecc. Negli ultimi anni si sono sviluppate esperienze con studi dell’enfisema – e della BPCO in generale – mediante l’impiego della Risonanza Magnetica. Tali studi sono stati proposti in considerazione della metodologia non ionizzante e delle esigenze di frequenti controlli di imaging cui sono costretti a ricorrere i pazienti affetti da BPCO. Inoltre va considerata la grande raffinatezza degli studi con RM nella valutazione morfologica e l’affidabilità dei suoi dati quantitativi nelle valutazioni di perfusione, ventilazione e diffusione; quest’ultima si rivela più precisa della c Figura 4 - Corrispettivo HRCT dei 3 tipi istologici fondamentali dell’enfisema polmonare: centrolobulare (a), panlobulare (b), parasettale (c). 22 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 stima ottenibile con il test di diffusione al monossido di carbonio. Per la completezza degli studi della BPCO rimane il rammarico di non essere riusciti finora ad esplorare in modo soddisfacente, mediante imaging, le piccole vie aeree, dove risiede l’ostacolo al deflusso dell’aria. La documentazione dell’ispessimento flogistico della parete bronchiolare, del collasso della stessa, causato dalla perdita della tensione elastica dei setti intralobulari, della riduzione del lume con il suo contenuto di secrezioni, dello sviluppo di follicoli linfatici peribronchiolari reattivi, costituirà la sfida per la nuova tecnologia che si presenta teoricamente idonea per la sua elevatissima risoluzione spaziale, dell’ordine dei 300 µ). Le nuove macchine dovranno essere accompagnate da nuovi software in grado di offrire, con le modalità più semplici possibili, i dati morfolo- gici e funzionali relativi alla dinamica bronchiolare. Al rapidissimo sviluppo tecnologico dovrà accompagnarsi una più stretta collaborazione fra specialisti (radiologici, patologi, clinici, fisio-patologi), al fine di interpretare nel modo più corretto i dati ottenibili ma anche per proporre collegialmente all’industria la fornitura di nuovi software di valutazione, in grado di fornire dati morfologici e funzionali affidabili, riproducibili e a costi sostenibili in tema di morfologia e dinamica delle pareti bronchiolari; strumenti di lavoro di questo genere costituirebbero un formidabile strumento di follow-up in grado di imprimere una forte accelerazione alla ricerca nella identificazione dei farmaci più idonei a dominare le oscure cause dei processi flogistici cronici che dominano il quadro dell’ostruzione bronchiolare. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Barnes P.J., Small Airways in COPD, NEJM, 2004. 350:2635-7, Number 26, June 24. Hoffman E.A., Simon B.A. and McLen G., State of the Art. A Structural and Functional Assessment of the Lung via Multidetector-Row Computed Tomography. Phenotyping Chronic Obstructive Pul- monary Disease, The Proceedings of the American Thoracic Society 2006 3:450-55 Reilly J., Using Computed Tomographic Scanning to Advance Understanding of Chronic Obstructive Pulmonary Disease, The Proceedings of the American Thoracic Society 2006 3:519-32 ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 MECCANISMI DI OSSIDAZIONE NELLA BPCO OXIDATIVE PROCESSES IN COPD ENRICO LI BIANCHI1, ELISABETTA STRAFACE2, WALTER MALORNI2 1 C.U.B.E. Dipartimento di Scienze Cardiovascolari e Respiratorie, Università “La Sapienza”, Osp. C. Forlanini, Roma 2 Dipartimento del Farmaco, Istituto Superiore di Sanità, Roma Parole chiave: BPCO, Ossidazione, Meccanismi. Key words: COPD, Oxidative processes. La Bronco Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO) viene attualmente considerata come una delle principali cause di mortalità e morbilità nel mondo ed è previsto che diventerà la terza causa di morte nel 20201. I principali fattori di rischio legati a questa malattia sono il fumo di tabacco (circa il 95% dei casi), l’inquinamento atmosferico (es. PM10), l’inalazione di polveri chimiche, le infezioni e lo stato socioeconomico. I meccanismi patogenetici della BPCO sono stati solo in parte spiegati e, solo recentemente, studiati da una prospettiva biochimica1-3. La BPCO è stata descritta come una complessa malattia infiammatoria che coinvolge innumerevoli tipologie cellulari e un gran numero di mediatori a livello dello spazio aereo distale4. Essa è caratterizzata da un aumentato numero di macrofagi, linfociti T (prevalentemente CD8) e neutrofili e dal rilascio di abbondanti quantità di mediatori infiammatori tra cui LTB4, IL8, TNFalfa in grado di distruggere l’architettura polmonare e di mantenere l’attivazione dei neutrofili. Proprio questa linea cellulare è stata ampiamente studiata. I neutrofili giocano un importante ruolo di difesa contro le infezioni ma sono anche in grado di causare danni tissutali grazie al rilascio di mediatori quali elastasi, catepsina G, proteinasi 3 e defensine in grado di danneggiare l’integrità dell’epitelio bronchiale, ridurre il battito ciliare, aumentare la produzione di muco e inibire l’attività anti- elastasica dell’alfa1antitripsina5. Inoltre è stato dimostrato come lo stress ossidativo giochi un ruolo chiave nell’amplificazione della risposta infiam- matoria (Fig. 1). Una ipotesi corrente nella patogenesi della BPCO è che l’aumento del carico ossidativo, causato direttamente da fumo e inquinamento o indirettamente dal rilascio di radicali (H2O2, ONOO-, O2-) da parte dei leucociti attivati a livello degli spazi aerei non sia adeguatamente bilanciato dai sistemi antiossidanti del polmone; il conseguente eccesso di ossidanti porterebbe a stimolare l’espressione di geni pro infiammatori e il rilascio di proteine come il Fattore Nucleare-kB, l’inattivazione di antiproteasi, l’aumentato sequestro di neutrofili nel microcircolo polmonare e il conseguente danno tissutale ossidativo che porta alla BPCO6,7.In aggiunta studi recenti hanno dimostrato importanti alterazioni biofisiche e morfologiche dei globuli rossi di pazienti BPCO8 (Fig. 2). Questi sembrerebbero avere una Figura 1 - Barnes N Engl J Med 2000 Jul 27; 343 (4):269-80. 24 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 Figura 2 - Straface et. al. Biochem. Biophys. Res. Comm. 279, 552-556, 2000 ridotta capacità di trasporto e rilascio di ossigeno in periferia il che, in aggiunta alla riduzione della pressione parziale di ossigeno arterioso, tipica del paziente BPCO, potrebbe concorrere ad aggravare l’astenia muscolare già fortemente presente in questi pazienti. A ciò va inoltre aggiunta una alterazione dell’adesività eritrocitaria con alterazioni emoreologiche tali da portare alla formazione di microcoaguli a livello del microcircolo e contribuire così ulterioremente ad aumentare l’ipossia tissutale periferica. La morfologia eritrocitaria è essenziale nel determinare la sua funzionalità come trasportatore di ossigeno. La struttura di disco biconcavo dell’eritrocita deve presentare particolari caratteristiche di deformabilità ed elasticità che permettano il suo passaggio attraverso il sistema circolatorio. Da un punto di vista cellulare può essere quindi ipotizzato che l’ipossiemia in soggetti BPCO possa essere correlata anche ad una compromissione del corretto scambio di ossigeno tra eritrociti e target cellulari. Un recente studio9 ha ulteriormente confermato che le alterazioni strutturali e funzionali del globulo rosso come i riarrangiamenti citoscheletrici, le alterazioni ultrastrutturali, la ridotta espressione della Glicoforina A (Fig. 3), indotte dal danno da radicali, possono interferire con la sua capacità di trasporto di ossigeno. Sostanze antiossidanti come l’N-acetilcisteina hanno dimostrato una grande capacità nel ridurre lo stress ossidativo nei pazienti BPCO10. L’effetto mucolitico, il potenziamento della clearance mucociliare, la riduzione dell’adesività batterica e l’attività antinfiammatoria della NAcetilcisteina (NAC) a livello polmonare sono caratteristiche ben conosciute. Inoltre la NAC ha mostrato importanti proprietà immunomo- dulanti come la capacità di regolare il network delle citochine (es. TNFα, IL-8), di enhancer dell’attività Natural Killer, di modulatore del differenziamento del sistema monocito/macrofagico, di attività anti-apoptotica (cellule alveolari, eritrociti). Ma recentemente la NAC è salita alla ribalta come fornitore di tioli, sostanze ad azione anti-ossidante in grado di stimolare la produzione intracellulare di glutatione, un’importante costituente contro l’attività ossidante dei radicali liberi implicata nella patogenesi della BPCO. Inoltre la capacità di fornire tioli sembrerebbe in grado di ristabilire il bilancio redox dei globuli rossi ripristinando così la loro normale struttura e funzione8,9. La NAC quindi sembrerebbe avere il duplice effetto di migliorare il carico ossidativo polmonare, riducendo pertanto l’evoluzione del danno tissutale, e di ripristinare la normale morfologia eritrocitaria contribuendo pertanto a restituire la capacità di trasporto e rilascio di O2 ai tessuti periferici. Figura 3 - Lucantoni et al Antioxidants & Redox Signaling 8: 7 & 8, 2006 E. Li Bianchi et al.: Meccanismi di ossidazione nella BPCO 25 BIBLIOGRAFIA 1. Barnes PJ, Shapiro SD, and Pauwels RA. Chronic obstructive pulmonary disease: molecular and cellular mechanisms. Eur Respir J, 2003 22: 672-88. 2. Rauwels RM, Buist AS, Calverley PM, Jenkins CR, Hurd SS; GOLD Scientific Committee. Global Strategy for the Diagnosis, Management, and Prevention of Chronic Obstructive Pulmonary Disease NHLBI/WHO Global Initiative for Chronic Obstructive Lung Disease (GOLD) Workshop Summary. Am J Respir Crit Care Med, 2001 163:1256-76. 3. Rahman I. Oxidative stress in pathogenesis of chronic obstructive pulmonary disease: cellular and molecular mechanisms. Cell Biochem Biophys, 2005 43:167-88. 4. Wouters EF. Local and systemic inflammation in chronic obstructive pulmonary disease. Proc Am Thorac Soc, 2005 2: 26-33. 5. Hiemstra PS, Van Wetering S, and Stolk J. Neutrophil serine proteinases and defensins in chronic obstructive pulmonary disease: effects on pulmonary epithelium. Eur Respir J, 1998 12: 1200-8. 6. Drost EM, Skwarski KM, Sauleda J, Soler N, Roca J, Augusti A, and MacNee W. Oxidative stress and airway inflammation in severe exacerbations of COPD. Thorax, 2005 60: 293-300. 7. MacNee W. Oxidants/Antioxidants and COPD. Chest, 2000 117: 303S-317S. 8. Straface E, Matarrese P, Gambardella L, Forte S, Carlone S, Libianchi E, Schmid G, and Malorni W. N-Acetylcysteine counteracts erythrocytes alterations occurring in chronic obstructive pulmonary disease. Biochem Biophys Res Comm, 2000 279: 552-6. 9. Lucantoni G, Pietraforte D, Matarrese P, Gambardella L, Metere A, Paone G, Li Bianchi E and Straface E. The Red Blood Cell as a Biosensor for Monitoring Oxidative Imbalance in Chronic Obstructive Pulmonary Disease:An Ex Vivo and In Vitro Study. Antioxidants & Redox Signaling, 2006 8: Numbers 7 & 8. 10. P.N.R. Dekhuijzen. Antioxidant properties of Nacetylcysteine: their relevance in relation to chronic obstructive pulmonary disease. Eur Respir J 2004; 23:629-36. ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 BPCO: UN TREND EPIDEMIOLOGICO IN CONTINUA ASCESA COPD, A GROWING EPIDEMIOLOGICAL TREND ENRICO MAIALETTI Servizio di Fisiopatologia Respiratoria ASL RMD Roma Parole chiave: BPCO, Epidemiologia, Trend. Key words: COPD, Epidemiology, Trend. La BPCO è attualmente la 4ª causa di morte negli Stati Uniti e la 5ª nel mondo, con una stima OMS di complessivi 2,8 milioni di morti nel 2000 e si prevede che nel 2020 rappresenterà la 3ª causa di morte a livello mondiale. La malattia, presente in tutte le popolazioni, ha maggiore prevalenza nei paesi industrializzati, dove è in continuo aumento soprattutto nel sesso femminile. La prevalenza è maggiore nelle fasce d’età più avanzate. L’incremento della mortalità aggiustata per l’età per BPCO negli Stati Uniti (+163% dal 1965 al 1998) colpisce soprattutto se confrontato con la riduzione di mortalità nello stesso paese e nello stesso periodo esaminato per tutte le cause (–7%) e in particolare per la patologia cardiovascolare (–50% circa). In Italia le malattie respiratorie rappresentano la 3ª causa di morte di cui oltre la metà è costituita da morti per BPCO. Dati epidemiologici Istat 1999 indicano la malattia al 4° posto per mortalità nel nostro paese (36 morti/ anno / 100000 ab.- 5° DRG con 130000 ricoveri annui). I dati più recenti confermano anche in Italia l’aumento di prevalenza di BPCO rispetto agli anni ‘80 con maggiori tassi di crescita nel sesso femminile e nei giovani. Significativo è il numero di casi che sfugge alla diagnosi clinica. Dati dell’OMS e dell’ ERS stimano nei soggetti di età superiore a 65 anni un numero annuo di visite mediche per BPCO superiore a 10000/100000 ab. (2-4 volte il numero delle visite per cardiopatia ischemica). Anche come causa di morbidità espressa in DALYs (Disability Adjiusted Life Years) la BPCO è in preoccupante aumento e ,si stima, a livello mondiale raggiungerà il 5° posto nel 2020 (12° posto nel 1990). I fattori di rischio per la BPCO sono: – di tipo ambientale (fumo di sigaretta, esposizione professionale, inquinamento out- door e indoor, infezioni, stato socio-economico); – fattori legati all’ospite (genetici, iperreattività bronchiale, sviluppo dell’apparato respiratorio). Il fattore di rischio più importante , peraltro evitabile, è il fumo di tabacco: circa il 20% dei fumatori sviluppa la BPCO,e circa il 30% dei fumatori con oltre 10 pack-year e di età >40 anni presenta limitazione al flusso aereo. L’esposizione al fumo passivo, aumentando il carico globale di particelle e gas inalati, è associato allo sviluppo di BPCO stadio 0 e stadio 1. Per quanto riguarda gli effetti dell’inquinamento ambientale, suggestivi tra gli studi in merito sono quelli condotti in Europa, Italia e Stati Uniti (APHEA II, MISA, MMMAC) che evidenziano la correlazione tra aumento del Pm 10 nell’atmosfera e l’incremento a breve e medio termine della mortalità per patologia respiratoria e cardiovascolare. Le acquisizioni sui danni del fumo e dell’inquinamento ambientale sono state riconsiderate nel Piano Sanitario Nazionale 20062008 redatto dal Ministero della Salute (“...la lotta alle malattie respiratorie si realizza in primo luogo attraverso interventi finalizzati alla prevenzione sia primaria che secondaria, come la lotta al fumo e la lotta agli inquinanti presenti negli ambienti di vita e di lavoro”). La stima del rischio di ammalare di BPCO e di tumore del polmone nei soggetti esposti al fumo di sigaretta ed agli inquinanti ambientali e professionali è stata realizzata dall’Istituto Superiore di Sanità ; ciò ha consentito di elaborare le carte del rischio italiane per queste patologie : il rischio di contrarre la BPCO e il tumore del polmone è stato valutato in funzione dell’età dell’abitudine tabagica e di esposizione ad inquinanti ambientali e professionali. La “carta del rischio assoluto”per la BPCO serve a calcolare la probabilità del sog- E. Maialettie: BPCO: un trend epidemiologico in continua ascesa getto di ammalare di BPCO nei 10 anni successivi al momento della consultazione; gli effetti della esposizione al fumo vengono combinati con gli effetti dell’esposizione a fattori inquinanti , costruendo delle tabelle a doppia entrata , differenti per il sesso maschile e femminile ,dove viene evidenziato l’aumento del rischio di malattia in funzione dell’età del soggetto e dell’esposizione a nessuno , uno o più fattori di rischio. La “carta del rischio relativo” per la BPCO permette di calcolare il numero di volte in più che il soggetto esposto ad uno o più fattori di rischio può ammalare di BPCO rispetto al soggetto non esposto ad alcun fattore di rischio nei 10 anni successivi al momento della consultazione. Per quanto riguarda il fattore di rischio “infezioni”, recenti studi confermano come quelle virali siano in grado di predisporre le vie aeree alla sovrainfezione batterica;la sovrainfezione batterica, a sua volta, determina maggiore gravità delle riacutizzazioni di BPCO quando preceduta da infezione virale; l’infezione virale respiratoria è inoltre in grado di attivare la liberazione di fattori di flogosi come il fibrinogeno e l’IL6 nel siero, e di indurre marcato danno funzionale (riduzione del FEV1 e della CVF). Le infezioni batteriche dal canto loro sembrano rivestire importanza nell’interferire con lo sviluppo dell’apparato respiratorio nell’infanzia , tanto che studi osservazionali hanno evidenziato riduzione di FEV1 rispetto al valore teorico in soggetti adulti che hanno contratto polmoniti, pertosse o bronchiti ricorrenti nell’età infantile; inoltre la colonizzazione cronica di batteri patogeni induce flogosi cronica e danno polmonare, altera la risposta al fumo di sigaretta e gli antigeni batterici possono indurre ipersensibilità con aumento dell’iperreattività bronchiale aspecifica. Infine, per quanto riguarda i costi della BPCO , la gran parte di questi è legata alla riacutizzazione della malattia, gravata peraltro da elevata mortalità ( mortalità ospedaliera , 11% , superiore a quella per infarto; 36% di mortalità nei pazienti sottoposti a ventilazione meccanica invasiva in UTI). 27 Conclusioni Le criticità attuali nella gestione della BPCO sono identificabili in: 1) insufficiente prevenzione dei fattori di rischio generali e dei fattori di rischio di riacutizzazione; 2) scarsa identificazione della malattia (poche ancora le conferme diagnostiche del sospetto di malattia con l’esecuzione di spirometria), insufficiente prescrizione di terapia adeguata alla dimissione; 3) insufficiente numero di posti letto attrezzati per il trattamento delle riacutizzazioni complicate da insufficienza respiratoria scompensata; 4) insufficiente organizzazione dell’assistenza domiciliare (oltre 1/4 dei pazienti che accedono al P.S. potrebbero essere gestiti mediante nursing domiciliare senza aumento di mortalità, nè aumento di recidive o diminuzione del tempo intercorrente con la successiva riacutizzazione). L’ottimizzazione della gestione della BPCO deve prevedere pertanto: 1) maggiore impegno nella prevenzione dei fattori di rischio; 2) elaborazione di percorsi diagnostico terapeutici che definiscano dei criteri di gravità; 3) rete di collegamento territorio-ospedale con facilità di spostamento di collocazione del paziente in base alla gravità delle condizioni; 4) potenziamento dell’assistenza domiciliare (nursing, telemedicina, riabilitazione ecc.); 5) aumento dei posti letto di terapia intensiva e subintensiva respiratoria. La riduzione dei costi conseguente all’ottimizzazione della gestione della malattia consentirebbe una ridistribuzione delle risorse con un miglioramento dell’assistenza e infine un impatto sulla sopravvivenza e sulla qualità della vita dei pazienti. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Fletcher C.,Peto R. BMJ 1977 1: 1645; GOLD Linee Guida Italiane - Ferrara 10-12/3/2005 ISTAT Dati Epidemiologici Malattie Respiratorie 1999 Jaen Diaz Ji Bronchopneumol. 2003: 39: 554 Ministero Della Salute - Relazione Piano Sanitario Nazionale 2006-2008 Seemungal Ta. Eur. Respir. J. 2000 Oct 16(4): 677-’83 Seemungal Ta. AJCCM 2001 Nov. 1, 164 (9): 1618-’23. Sethi Chest 2000, 117; 286s-291s Zielinski J. Chest 2001 Mar; 119 (3); 731 ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 TRATTAMENTO DEL PAZIENTE RESPIRATORIO CRITICO CRITIC RESPIRATORY PATIENT CARE CORRADO MOLLICA Dipartimento Malattie Polmonari Servizio di Terapia della Insufficienza Respiratoria Scompensata (STIRS) Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini, Roma Parole chiave: Paziente respiratorio critico, Trattamento. Key words: Critical respiratory patient, Care. Quanto all’approccio terapeutico del paziente respiratorio critico se dovessimo individuarne le criticità e fossimo obbligati a riassumerle in pochi punti, diremmo che la non-invasività delle metodiche di ventilazione e monitoraggio, non disgiunta dalla necessità di ridurre per quanto possibile i costi del trattamento, costituiscono i problemi principali. La pneumologia è infatti andata riappropriandosi negli ultimi 20 anni del trattamento della grave Insufficienza Respiratoria (I.R.), grazie a metodiche di monitoraggio e ventilazione non-invasive che ne caratterizzano lo specifico campo di intervento, tanto che l’ Unità di Terapia Intensiva Respiratoria (U.T.I.R.) (1), è stata anche definita Unità di Terapia Non-Invasiva Respiratoria (2). Molta strada è stata fatta da quando Bone e Balk (2) coniarono il suddetto termine, a definire Unità a minor livello assistenziale rispetto alle Unità di Terapia Intensiva tradizionale (U.T.I.), in riferimento ad un ridotto minutaggio del tempo di assistenza infermieristico – calibrato sulla minore criticità del paziente – rispetto alle UTI e, di conseguenza, ad un notevole risparmio economico in termini di personale in esse impiegato. L’utilità, sotto il profilo meramente economico, dell’istituzione di tali Unità è ampiamente corroborata da vari studi succedutisi negli anni, sia in Italia (3) che all’estero (4,5); ed è stata ulteriormente confermata dai risultati emersi in una recente “survey”, effettuata in collaborazione tra il Gruppo di Studio “Terapia Intensiva Respiratoria” dell’ A.I.P.O. (Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri ) e la S.I.A.R.T.I. (Società Italiana di Anestesia Rianimazione e Terapia Intensiva), coordinata dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” (Centro di Ricerche Cliniche di Ranica – Bergamo) (6) su 65 pazienti ricoverati in UTIR e 60 in UTI. In essa emerge, infatti, che il trattamento della I.R. da BPCO scompensata è meno dispendioso (750 vs 1507 Euro) se effettuato in UTIR, indipendentemente dal tipo di metodica ventilatoria impiegata e a parità di criticità dei pazienti afferenti. In Italia attualmente esistono 26 UTIR (7), dislocate prevalentemente a settentrione; ci piace tuttavia ricordare che fin dal 1985, presso l’Ospedale “Carlo Forlanini” di Roma, è attiva una UTIR (S.T.I.R.S.) ad organico interamente dedicato, dotata di Day-Hospital per il follow-up dei pazienti con Insufficienza Respiratoria grave in ossigenoterapia e/o in ventilazione meccanica domiciliare. La ventilazione meccanica non-invasiva (NIV) del paziente respiratorio critico, come emergerà dalle relazioni che seguiranno, viene ormai generalmente effettuata con ventilatori a pressione positiva, del tutto simili a quelli in uso nelle UTI; l’impiego della ventilazione a pressione negativa (NPV) essendo infatti ormai confinato a pochi Centri italiani (Firenze, Parma, Perugia, Roma), che la impiegano come alternativa alla NIV, con risultati incoraggianti (8), pur con le ben note limitazioni di tale metodica (9). Anche la NIV presenta tuttavia un’efficacia diversa a seconda della patologia respiratoria e delle condizioni cliniche del paziente da trattare. Infatti, se nell’I.R. da BPCO essa sembra essere ormai il “first line intervenction”, ed è ampiamente usata nel trattamento dell’EPA (Edema Polmonare Acuto), oltre che nelle NMD (Neuro-Mio-Distrofie) e nella patologia restrittiva – da cifoscoliosi o da esiti invalidanti di TB polmonare – non ne è stato ancora validato l’impiego, sulla base dell’Evidence Base Medicine, nella I.R. ipossiemica nonipercapnica da ARDS, fibrosi polmonare, e TEP; mentre essa trova un impiego limitato a casi selezionati nell’estubazione precoce del paziente con IR da BPCO e, a scopo palliativo, 29 C. Mollica: Trattamento del paziente respiratorio critico nella patologia neoplastica, oltre che nei soggetti immunocompromessi (10, 11). Poiché tuttavia anche nella IR da BPCO scompensata esiste una certa percentuale di fallimenti di tale metodica, si è cercato di individuare degli indici fisiologici certi e quantizzabili che potessero predirne il “failure”. Uno studio recente ha individuato nell’ APACHE II score ≥ 29, pH inferiore a 7,25, frequenza respiratoria ≥ 30 atti/min, e stato di coscienza (valutato con il Glasgow Coma score < 11), quando presenti contemporaneamente all’ingresso in UTIR, degli indicatori di rischio di fallimento della NIV di entità pari al 70% (12). Per quanto attiene all’interfaccia, la maschera oro-facciale (con le sue numerose varianti), resta quella generalmente in uso; tuttavia anche il casco (elmetto) è stato impiegato nel trattamento dell’I.R. da BPCO, pur se con risultati meno rapidi della maschera (13). BIBLIOGRAFIA 1) Corrado A, Ambrosino N, Cavalli A, Gorini M, Navalesi P, Confalonieri M, Vitacca M, Mollica C, Sturani C. Unità di Terapia intensiva respiratoria: update. Rassegna di Patologia dell’Apparato Respiratorio 2004; 19: 18 – 34 2) Bone RC, Balk RA. Non invasive respiratory care unit: a cost effective solution for the future. CHEST 1988; 93: 390 – 94 3) Nava S, Evangelisti I, Rampulla C, Compagnoni ML, Fracchia C, Rubini F. Human and financial cost of noninvasive mechanical ventilation in patients affected by COPD and acute respiratory failure. CHEST 1997; 111: 1631-38 4) Elpern EH, Silver MR, Rosen RL, Bone RC. The non-invasive respiratory care unit. Pattern of use and financial implication. CHEST 1991; 99: 205-09 5) Criner GJ, Kreimer DT, Tomaselli M. Financial implications of non-invasive positive pressure ventilation (NPPV). CHEST 1995; 108: 475-81 6) Bertolini G, Confalonieri M, Rossi G, Simini B, Gorini M, Corrado A; GiViTI (Gruppo italiano per la Valutazione degli interventi in Terapia Intensiva); Aipo (Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri). Costs of the COPD. Differences between intensive care unit and respiratory intermediate care unit. Respir Med. 2005; 99: 894-900. 7) Confalonieri M., Gorini M., Ambrosino N., Mollica C., Corrado A.; Scientific Group on Respiratory Intensive Care of the Italian Association of Hospital Pneumonologists. Respiratory in- 8) 9) 10) 11) 12) 13) tensive care units in Italy. Thorax. 2001; 56: 373-8 Corrado A, Confalonieri M, Marchese S, Mollica C, Vilella G, Gorini M et Al. Iron lung vs mask ventilation in the treatment of acute on chr5onic respiratory failure in COPD patients: a multicentric study. CHEST 2002; 121: 18995 Corrado A, Gorini M. Negative pressure ventilation: is there still a role?Eur Respir J 2002; 20: 187-97 International Consensus Conference in intensive care medicine. Noninvasive positive pressure ventilation in acute respiratory failure. Am J respire Crit Care Med 2001; 163: 283-91 British Thoracic Society Guidline. Noninvasive ventilation in acute respiratory failure. Thorax 2002; 57: 192-211 Confalonieri M, Garuti G, Cattaruzza MS, Osborne JF, Antonelli M, Conti G, Kodric A, Resta O, Marchese S, Gregoretti C e Rossi A. A chart of failure risk for noninvasive ventilation in patients with COPD exacerbation. Eur respir J 2005; 25: 348-55 Antonelli M, Pennisi MA, Pelosi P, Gregoretti C, Squadrone V, Rocco M, Cecchini L, Chiumello D, Severgnini P, Proietti R, Navalesi P, Conti G. Noninvasive positive pressure ventilation using a helmet in patients with acute exacerbation of chronic obstructive pulmonary disease: a feasibility study. Anesthesiology. 2004;100: 16-24. ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 LA VENTILAZIONE MECCANICA: DALLA TERAPIA INTENSIVA AL DOMICILIO MECHANICAL VENTILATION: FROM INTENSIVE THERAPY TO HOME THERAPY GIUSEPPE BRUNETTI Dipartimento Malattie Polmonari Servizio di Terapia della Insufficienza Respiratoria Scompensata (STIRS) Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini, Roma Parole chiave: Insufficienza respiratoria, Ventilazione meccanica, Ospedale, Domicilio. Key words: Respiratory failure, Mechanical ventilation, Intensive therapy, Hospital, Home. Sono ormai numerosi gli studi che hanno dimostrato la validità della ventilazione meccanica non invasiva quale primo step nella terapia della insufficienza respiratoria cronica riacutizzata di qualsiasi origine (in modo particolare in pazienti COPD). L’uso di questo approccio terapeutico ha consentito di ridurre notevolmente il numero di pazienti che debbono ricorrere alla intubazione tracheale per poter essere efficacemente curati. Altrettanto numerosi sono gli studi che hanno riportato la validità della ventilazione meccanica domiciliare nella gestione del paziente affetto da insufficienza respiratoria cronica secondaria a malattia neuromuscolare e malattia polmonare restrittiva. Questo dato ha spinto gli pneumologi a consigliare sempre più frequentemente la prosecuzione della ventilazione meccanica, iniziata per un episodio di IRA, a domicilio sia con metodiche non invasiva che invasiva (per via transtrachostomica). Di contro tutti gli studi effettuati sulla validità dell’uso della VAM domiciliare in pazienti affetti da IRCR da COPD non hanno mostrato la stessa univocità nei risultati. Pertanto l’uso della ventilazione meccanica non invasiva domiciliare appare ancora uno degli aspetti più controversi della terapia della insufficienza respiratoria cronica da COPD. Tab.1 - Obiettivi della VAM domiciliare (ACCP Consensus Conference - Chest 1999) controllare l’acidosi respiratoria; ridurre il lavoro respiratorio; migliorare scambi gas diurni / sonno; riventilare zone atelettasiche; migliorare la sopravvivenza; migliorare la qualità di vita; migliorare l’outcome clinico. Una volta che il paziente abbia superato l’episodio acuto, quando è ancora degente in rianimazione o in un reparto di terapia intensiva respiratoria (UTIR), è opportuno che venga sottoposto a valutazione al fine di individuare l’indicazione alla ventilazione meccanica domiciliare. I pazienti che risultassero affetti da: BPCO grave con ipercapnia e/o desaturazioni notturne; deformita’ della gabbia toracica; sindromi da ipoventilazione centrale o ipoventilazione da obesita’; neuromiodistrofie sono sicuramente candidati alla istituzione di un protocollo di VAM domiciliare. Gli obiettivi generali che ci poniamo di raggiungere con l’immissione di un paziente in ventilazione meccanica domiciliare sono quelli stabiliti dalla ACCP Consensus Conference, pubblicati su Chest nel 1999 (tab.1): Affinché si possa essere avviati ad un protocollo di VAM domiciliare è necessario che siano rispettate i seguenti criteri di ammissione: 1. il paziente deve già sottoporsi ad una O2-terapia corretta; 2. deve essere stata ottimizzata la terapia medica; 3. deve aver raggiunto una sufficiente stabilità clinico-funzionale cardio-respiratoria; 4. devono essere presenti fattori psico-sociali favorenti. (tab.2) Tab. 2 - Stabilità clinica Assenza di sepsi Stabilità emodinamica (preventiva sospensione delle amine vasoattive) Assenza di aritmie e/o di insufficienza cardiaca Concentrazione di Hb > 8 g/l funzione renale ed equilibrio acido - base stabile. G. Brunetti: La ventilazione meccanica dalla terapia intensiva al domicilio Tab. 3 - Fattori psico-sociali favorenti: Paziente motivato e capace di partecipare alla propria cura; Presenza di familiari o conviventi in grado di rispondere adeguatamente agli obiettivi della cura (caregiver) Caregiver motivato, capace, allenato prima della dimissione; Situazione familiare stabile: i componenti della famiglia debbono essere in grado di adattarsi alla situazione del paziente; Adeguata assistenza per 24 ore. La VAM domiciliare può essere effettuata in due modi: per via NON INVASIVA (mediante maschera nasale o facciale) e per via INVASIVA (transtracheostomica). Nel primo caso condizione fondamentale perché essa possa essere attuata è la capacità del soggetto di proteggere efficacemente le vie aeree liberandosi adeguatamente dalle secrezioni bronchiali sia spontaneamente che mediante assistenza; il settaggio del ventilatore deve essere stabile e deve ottenersi mediante ventilazione una adeguata ossigenazione: PaO2 > 60 mmHg per una FiO2 </= del 50% ed una PEEP </= di 5 mmHg. Si opta invece per la VAM domiciliare invasiva quando: 1. Il paziente non tollera la VMD ‘non invasiva’ o non migliora con essa; 2. Il paziente necessita di un supporto ventilatorio prolungato per paralisi o debolezza della m. respiratoria (tetraplegia e neuromiodistrofie); 3. È presente una marcata compromissione della deglutizione (frequenti broncopolmoniti ‘ab ingestis’); 4. Quando la durata della VAM non invasiva è > 15-20 h/die. 5. Quando sono presenti anomalie anatomiche del nasofaringe e del massiccio frontale; 6. Quando le secrezioni delle vie aeree non sono controllabili. Gli effetti della VAM domiciliare sulle patologie respiratorie ostruttive non sono univoci e l’uso nella BPCO appare come il più controver- 31 so. In un lavoro pubblicato su ERS del 1999 Muir et. hanno evidenziato come in 70 paz. in VAM domiciliare, rispetto al gruppo di controllo, diminuiva il numero di episodi di IRA, migliorava la sopravvivenza ma non migliorava la qualità di vita. Invece nello stesso anno Criner (Chest 1999) affermava che la VAM domiciliare migliorava lo scambio dei gas ma non il FVC, MIP, MEP, e il FEV1. Diaz et. al. (ERS 2005) hanno evidenziato che la VAM domiciliare migliorava sia lo scambio dei gas che il 6MWD. In una Cochrane Review Wijkstra PJ et al. hanno evidenziato che fino al gennaio 2002 erano stati prodotti solo due lavori statisticamente significativi sull’argomento e che avevano dato come esito il miglioramento del 6MWT solo nei soggetti ventilati e l’assoluta immodificabilità nei due gruppi esaminati (ventilati e non ventilati) dei seguenti parametri: funzionalità respiratoria, scambio dei gas, 6MWD, dispnea durante l’attività diurna, efficienza del sonno, funzionalità dei mm. Respiratori. Clini et al. in due lavori rispettivamente del 1998 (Respiratory Medicine) e del 2002 quest’ultimo per conto dell’AIPO (Eur. Resp. J.) hanno evidenziato rispettivamente: nel primo caso un miglioramento della PaCo2 della dispnea e della Q.of L. mentre è rimasta pressoché invariata la MIP, il 6MWD e la MIP; controverso l’effetto sul numero e durata dei ricoveri; nel secondo caso, è stato messo in evidenza il decremento della CO2 e l miglioramento della Q.of L. Molto diverso è invece l’effetto della VAM domiciliare in soggetti affetti da patologia respiratoria restrittiva (da cifoscoliosi o neuromiodistrofie). Già Leger, (Chest 1994) e Simonds, (Thorax 1995) avevano evidenziato un outcome favorevole oltre il terzo anno di VMD per pazienti affetti da cifoscoliosi, post-polio e sequele TBC; inoltre Annane D., et. Al. In una Cochrane Review del 1999 esaminando 4 trials randomizzati hanno evidenziato come fosse stato evidenziata: 1. Miglioramento della sopravvivenza (riduzione della mortalità ad un anno); 2. Miglioramento della capnia diurna e della SaO2 notturna. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Ambrosino N.: Noninvasive mechanical ventilation in acute respiratory failure, Eur. Respir. J. 2002; 9: 795-807. ACCP Consensus Conference, Chest 1999; 116: 521 Clini E. et. al.: Outcame of COPD patients performing nocturnal non invasive mechanical ventilation; Respiratory Medicine (1998) 92, 1215-22. ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 APPLICAZIONE DELLE LINEE GUIDA NELLA FASE STABILE DELLA PATOLOGIA OSTRUTTIVA RESPIRATORIA GUIDELINES USE DURING STABLE RESPIRATORY OBSTRUCTIVE PATHOLOGY CLAUDIO SPINELLA1, RODOLFO PACILIO2, AMBRA CASTAGNACCI2 1 2 U.O.C. Pneumologia A.O.S. Filippo Neri - Roma U.O.C. Pneumologia Villa Tiburtina Policlinico Umberto I - Roma Parole chiave: Patologia ostruttiva respiratoria, Fase stabile, Linee guida, Applicazioni. Key words: Respiratory obstructive pathology, Stable phase,Guidelines. È noto ormai da anni presso tutta la comunità scientifica internazionale la sempre più elevata incidenza delle patologie ostruttive polmonari. Solo in Italia le malattie a carico dell’apparato respiratorio rappresentano la terza causa di decesso dopo le patologie cardiovascolari e dopo i tumori. Sono dati estremamente preoccupanti se si pensa che circa 2,6 milioni di italiani soffrono di BPCO, patologia ostruttiva che rappresenta negli uomini oltre i 65 anni la quarta causa di morte mentre nelle donne della stessa fascia di età rappresenta la sesta causa di morte. Meno preoccupanti ma non per questo da sottovalutare i dati riguardanti l’asma, l’altra patologia ostruttiva polmonare che allo stato attuale è preceduta solo dalla BPCO ma la cui tendenza all’aumento è ormai nota da anni e il cui numero di pazienti colpiti solo in Italia si aggira attorno ai 3 milioni di individui, con un tasso di prevalenza pari al 5,5 % negli adulti e del 10% nei bambini. Notevoli e preoccupanti i riflessi economici di quanto appena detto nell’ambito della spesa sanitaria nazionale. Sulla base dell’evidenza clinica sin dallo scorso decennio si stima una spesa sanitaria complessiva pari a 36 miliardi di dollari per la cura ed il management dei pazienti affetti da patologie ostruttive. Definiamo meglio però cosa intendiamo per patologie ostruttive polmonari: sono un gruppo di affezioni a carico dell’apparato respiratorio caratterizzate da una riduzione del flusso aereo che determina come primo segnale clinico la comparsa di difficoltà respiratoria o dispnea. Quattro le principali patologie polmonari a carattere ostruttivo: 1. 2. 3. 4. Broncopneumopatia cronica ostruttiva Asma Bronchiectasie Fibrosi cistica BPCO e asma rappresentano da sole oltre 5 milioni di malati solo in Italia. Solo queste due patologie costituiscono la quarta causa di ospedalizzazione nel mondo e la sola BPCO ha causato nel 2000 2,74 milioni di morti, candidandosi così a diventare nel 2020 la terza causa di morte nel mondo. Malgrado l’elevata diffusione e la rilevanza socio economica di tale patologia solo il 17,5 % dei pazienti BPCO riceve cure mediche e di questi solo il 70 % riceve cure mediche adeguate. Sulla scorta di tali dati l’OMS ha patrocinato la nascita di apposite commissioni per la creazione di linee guida per la diagnosi, la cura e la prevenzione di tale patologie: GINA global iniziative for asthma e GOLD global iniziative for chronic obstructive lung disease Tenendo conto delle linee guida sopra citate, aldilà delle possibili e presenti differenze cliniche ed anatomopatologiche intercorrenti fra le due patologie, l’asma e la BPCO sono due affezioni caratterizzate entrambe da un’ostruzione al flusso aereo nelle vie respiratorie; solo che nell’asma l’ostruzione risulta reversibile alle prove spirometriche dopo la somministrazione di broncodilatatori b2 agonisti short acting, mentre nella BPCO la quota di ostruzione rimane pressoché invariata nonostante la somministrazione del broncodilatatore. A livello clinico il paziente BPCO risponde alle seguenti caratteristiche: a tosse con espettorazione per tre mesi l’anno per almeno due anni consecutivi b abitudine al fumo c età maggiore di 55 anni d dispnea da sforzo f respiro sibilante soprattutto in espirazione e MV ridotto all’esame obiettivo Come già accennato precedentemente a li- C. Spinella et al.: Applicazione delle linee guida nella fase stabile della patologia ostruttiva respiratoria vello spirometrico si riscontrerà un valore di FEV1/FVC < 70%, mentre la prova con il broncodilatatore risulterà non significativa (variazione del FEV1 pre/post < 12%). La BPCO può essere classificata in vari stadi clinici: Stadio 0 (a rischio) spirometria normale, presenza di tosse ed espettorato Stadio 1 (BPCO lieve) FEV1/FVC <70%, FEV1 <80% del valore predetto anche in assenza di sintomi cronici Stadio 2 (BPCO moderata) FEV1/FVC <70%, 30% <FEV1 <70% anche in assenza di sintomi cronici Stadio 3 (BPCO grave) FEV1< del 30% del valore predetto o FEV1 < 50% del valore predetto con insufficienza respiratoria o segni di cuore polmonare cronico Il paziente affetto da asma a livello clinico risponde ai seguenti requisiti: 1. qualsiasi età compresi i bambini 2. dispnea accessionale (da sforzo o da contatto con allergeni) 3. familiarità per asma o atopia 4. all’esame obiettivo del torace si presentano sibili e ronchi espiratori Tuttavia la certezza della diagnosi di asma si ha con le prove di funzionalità respiratoria, in questo caso si potrà presentare una spirometria con FEV1/FVC < 70% con una variazione del FEV1 post somministrazione di broncodilatatore > del 12%. Tuttavia, in presenza di segni clinici che depongano per asma, nonostante la spirometria presenti parametri normali, si può procedere con un test di broncocostrizione aspecifica (test alla metacolina). Nel caso in cui il FEV1 durante il test risulti abbattuto di almeno il 20% si sarà autorizzati a formulare diagnosi di asma. A corredo dei dati clinici e delle prove di funzionalità respiratoria, lo specialista deve indagare anche la presenza di eventuali allergie, sottoponendo il paziente a test allergologici in vitro ed in vivo ( prick test, IgE sieriche totali e specifiche) e ricercando nel siero gli eosinofili e l’ECP come eventuali marcatori di infiammazione. Così come la BPCO anche l’asma si può presentare in diversi stadi clinici: Stadio 1 asma intermittente FEV1 >80%, sintomi saltuari meno di una volta alla settimana nell’arco di tre mesi Stadio 2 asma lieve persistente FEV1>80%, sintomi più di una volta la settimana ma meno di una volta al giorno nell’arco d tre mesi Stadio 3 asma medio persistente 60%<FEV1 <80%, sintomi quotidiani, uso di b2 short acting quotidiano Stadio 4 asma grave persistente FEV1<60%, episodi continui Citiamo brevemente anche i cardini terapeutici dell’asma: a) corticosteroidi per os e per via inalatoria; b) broncodilatatori b2 agonisti short e long acting; c) broncodilatatori della famiglia degli anticolinergici; d) cromoni; e) antileucotrienici; f) metilxantine; g) antistaminici e della BPCO: a) corticosteroidi per os e pr via inalatoria; b) broncodilatatori short e long acting; c) teofilline; d) immunomodulatori; e) mucolitici e antiossidanti; f) ossigeno; g) fisiokinesiterapia; h) terapia chirurgica (ove indicata); i) consulenza nutrizionale; l) ventiloterapia; m) terapia comportamentale (antitabagica). BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Linee guida GINA e GOLD 33 Dati SIMer e AIMAR ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 INSUFFICIENZA RESPIRATORIA E MODELLI DI ASSISTENZA AL PAZIENTE OBESO RESPIRATORY FAILURE AND MEDICAL CARE IN OBESITY CARMELA MAIOLO1, MASSIMO DOMINICI2, GIUSEPPE CULLA1, LINA LARDIERI1, GIUSEPPE REALE1 1 2 U.O.S. di Riabilitazione Respiratoria, ACO San Filippo Neri,Roma U.O.C. Malattie dell’Apparato Respiratorio, ACO San Giovanni Addolorata, Roma Parole chiave: BPCO, Insufficienza respiratoria, Obesità, Assistenza, BIA, OSAS. Key words: CODP, Respiratory failure, Obesity, Medical care, BIA, OSAS. Introduzione Numerose evidenze scientifiche confermano che la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) non è una malattia limitata all’apparato respiratorio. Le manifestazioni extrapolmonari fra cui l’infiammazione sistemica e le modificazioni dello stato nutrizionale, che si manifestano in alterazioni ponderali, le conferiscono le caratteristiche di malattia sistemica (1). L’eccesso ponderale e l’obesità comportano notevoli disturbi respiratori. Per “obesità” attualmente si intende una condizione caratterizzata da un eccesso di tessuto adiposo nell’organismo umano in misura tale da indurre un aumento significativo di rischio per lo stato di salute. In passato il termine obesità era utilizzato per indicare una condizione caratterizzata da aumento di peso corporeo al di sopra di valori considerati fisiologici. In tempi più recenti, studi epidemiologici e clinici hanno spostato l’interesse verso gli aspetti qualitativi e quantitativi dei distretti corporei che contribuiscono alla definizione della composizione corporea riferendo lo stato di obesità all’entità della massa grassa, fattore primario nell’origine e nella valutazione prognostica di tale condizione patologica(2-4). La valutazione dei compartimenti corporei (il corpo umano viene immaginato come suddiviso in due compartimenti: appunto massa magra e massa grassa) può essere effettuata attraverso varie metodiche fra cui la più utilizzata è la bioimpedenziometria elettrica (BIA)(5). L’uso di tale metodica sui pazienti affetti da BPCO, anche in presenza di valori normali di body massa index (BMI) può consentire di rilevare una diminuzione nell’entità della massa muscolare ed un aumento della massa grassa, favorendo quindi un precoce intervento terapeutico riabilitativo (progressivo riallenamento all’esercizio per contrastare la degenerazione musco- lare(6,7) e migliorare il rendimento(8), soprattutto dei muscoli somatici) e nutrizionale individualizzato. L’eccesso ponderale in aggiunta è uno dei principali fattori di rischio per la sindrome delle apnee ostruttive da sonno (OSAS). A seconda degli studi viene riportato che il 60-90% dei pazienti con OSAS sono obesi. L’obesità che si associa ad OSAS è l’obesità centrale, caratterizzata da aumento della circonferenza vita e quindi a deposizione di tessuto adiposo a livello viscerale (obesità androide). Un altro fattore di rischio è la circonferenza del collo. Lo scopo della presentazione di questo caso clinico è quello di porre in evidenza come un soggetto affetto da BPCO ed in “sovrappeso” possa presentare patologie non infrequenti come l’insufficienza respiratoria e la sindrome delle apnee ostruttive notturne che richiedono indagini strumentali e strategie terapeutiche personalizzate. Caso clinico Un uomo di 74 anni si presentava nella nostra unità operativa nel mese di settembre 2006 lamentando dispnea da lieve attività fisica, roncopatia e sonnolenza diurna. Il paziente era a conoscenza di essere affetto da insufficienza respiratoria da BPCO da alcuni anni (assumeva ossigeno terapia da due anni e broncodilatatori inalatori). Aveva fumato per circa 40 anni 60 sigarette al giorno. Il paziente era altresì affetto da ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, insufficienza renale. Negli ultimi tre mesi il suo peso corporeo era aumentato di circa 10 kg. All’ingresso presentava una statura di 168 cm, un peso corporeo di 84,5 kg; la circonferenza vita era 120 cm; la circonferenza del collo 49 cm. All’ingresso in reparto il paziente è stato C. Maiolo et al.: Insufficienza respiratoria e modelli di assistenza al paziente obeso sottoposto a radiografia del torace (che non rilevava alterazioni pleuroparenchimali acute), esame funzionale della respirazione [VC: 2.96 L (85.5% del pred), FVC: 2.65 L (79.3% del pred), FEV1: 1.19 L/s (46.5% del pred), FEV1/VC: 40.20%, TLC: 6.16 L (98% del pred), RV: 3.20 L (126% del pred], che documentava un quadro ostruttivo grave, emogasanalisi arteriosa con O2: 2 l/min con cannule nasali (Pa O2: 63 mm Hg; Pa CO2: 55 mm Hg, pH: 7.38). L’emocromo mostrava una poliglobulia (emoglobina: 18.5 g/dl). In seguito il paziente è stato sottoposto a impedenziometria biolettrica (figura 1) per lo studio della composizione corporea. Come si può evincere dai valori presentati nella figura 1 il paziente aveva un valore di BMI pari a 29,9 kg/m2; una massa grassa stimata pari a 33,1 kg, che corrispondeva a circa il 39% del suo peso corporeo; ed una massa magra di 51,4 kg, pari a circa il 61% del peso corporeo. Il valore calcolato di body cell mass index (BCMI) era di 6,7. In parallelo il paziente veniva sottoposto a saturimetria transcutanea notturna (figura 2) per la valutazione dell’ossigeno terapia in atto. I valori medi di saturazione ossiemoglobinica percutanea (Sap O2) erano pari a 83% ed il valore minimo di Sap O2 era pari a 51%. All’Epworth sleepiness scale il paziente mostrava un punteggio pari a 13. Sulla base dei risultati di tali esami è stato quindi sottoposto a monitoraggio cardirespiratorio completo con O2 a 3 l/min con cannule nasali (tabella 1). Il tracciato mostrava numerosi episodi di ipopnee ed un indice apnee/ipopnee (AHI) pari a 30. La Sap O2 media veniva confermata pari a 85%. Successivamente il paziente è stato sottoposto a trattamento con N-CPAP, che non risultava tuttavia tollerata. In seguito si è iniziato il trattamento durante il sonno con ventilatore bi-level (IPAP: 12 cm H2O; EPAP: 4 cm H2O; in modalità assistita/controllata, FR: 12 atti/min) e ossigeno terapia con O2 4 l/min. Il tracciato del successivo monitoraggio cardiorespiratorio completo documentava la quasi totale scomparsa degli episodi di ipopnee ed il raggiungimento di valori di Sap O2 notturni accettabili (Sap O2 media 92%). Al paziente veniva altresì consigliato un trattamento nutrizionale individualizzato. Discussione Come si può evincere dai parametri presentati nella figura 1 il paziente aveva un valore di BMI pari a 29,9 kg/m2; quindi classificabile sulla base delle indicazioni dell’OMS(9) 35 come in condizione di pre-obesità. Tuttavia la diagnosi dell’obesità necessita della quantificazione della massa grassa, non essendo sufficiente esprimere tale diagnosi solo sulla base del peso corporeo o di un indice peso-altezza, quale il BMI. In tal senso l’impedenza bioelettrica, esame non invasivo, di semplice esecuzione, ci consente di valutare la composizione corporea e di quantificare i distretti massa grassa e massa magra. In particolare per i pz con BPCO sono state validate delle formule di predizione mediante confronto con un’altra metodica di valutazione della composizione corporea (DXA) come gold standard(10,11). All’esame BIA infatti la massa grassa stimata risultava pari a 33,1 kg, che corrispondeva a circa il 39% del suo peso corporeo; tale dato indica una condizione di chiara obesità e sulla base dei dati antropometrici (circonferenza vita pari a 120 cm) si può diagnosticare una obesità prevalentemente centrale. A riguardo della diagnosi delle ipopnee, con la metodica del monitoraggio cardiorespiratorio completo non era possibile distinguere le ipopnee ostruttive da quelle centrali. La differenziazione può essere dedotta dalla presenza nelle ipopnee ostruttive di movimenti toraco-addominali paradossi, forma appiattita della porzione inspiratoria della curva di flusso, presenza di incremento della intensità del russamento. Per scopi di ricerca si raccomanda di utilizzare il sensore di pressione endotoracica per la diagnosi differenziale. In alternativa il Pulse Transit Time (PTT), un pletismografo collocabile al dito della mano può essere utile nella differenziazione delle ipopnee(12). In ogni caso la rilevazione degli arousal può essere effettuata con precisione solo mediante PSG, cui il paziente non è stato sottoposto. D’altro canto il trattamento non sarebbe cambiato in quanto il paziente rifiutava qualsiasi tipo di intervento chirurgico ORL. Conclusioni Da questo caso clinico si può evincere che con una discreta frequenza, alcune BPCO con insufficienza respiratoria, possono essere complicate dalla presenza di altre condizioni morbose come l’obesità che peggiorano notevolmente le condizioni generali del paziente e la sua prognosi finale. Tale situazione è spesso suscettibile di un modello di assistenza che preveda ausili ventilatori e terapia non solo farmacologica, ma anche comportamentale e fisica con notevole miglioramento sintomatologico, fisiopatologico e prognostico. 36 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 BIBLIOGRAFIA 1. Wouters EFM, Creutzberg EC, Schols AMWJ. Systemin effects in COPD. Chest 2002; 121:12730. 2. Yanovski SZ, Yanovski JA. Obesity. N Engl J Med 2001; 346 (8):591-602. 3. De Lorenzo A, Maiolo C, D’Agostino G, Arcudi G. Guidelines and malpractice in obesity treatment. Clin Ter 2006;157(2):143-52. 4. Villareal DT, Apovian CM, Kushner RF, Klein Samuel. Obesity in older adults: technical review and position statement of the American Society for Nutrition and NAASO, The Obesity Society. Am J Clin Nutr 2005; 82:923-34. 5. Ellis KJ. Human body composition: in vivo methods. Physiological reviews; 2000; Vol 80(2): 649-80. 6. Couillard A, Prefaut C. From muscle disuse to myopathy in COPD: potential contribution of oxidative stress. Eur Respir J 2005;26(4):70319. 7. Koechlin C, Couillard A, Cristol JP, Chanez P, Hayot M, Le Gallais D, Prefaut C. Does systemic inflammation trigger local exercise-induced oxidative stress in COPD? Eur Respir J 2004;23(4):538-44. 8. Couillard A, Koechlin C, Cristol JP, Varray A, Prefaut C. Evidence of local exercise-induced systemic oxidative stress in chronic obstructive pulmonary disease patients. Eur Respir J. 2002;20(5):1123-9. 9. WHO: Diet, nutrition and the prevention of chronic diseases. World Health Organ Tech Rep Ser ;916:i-viii, 1-149, Geneva, 2003. 10. Steiner MC et al. Bedside methods versus dual energy X- ray absorptyometry for body composition measurement in COPD. Eur Resp J 2002, 19:626-31. 11. Kyle UG et al. New bioelectrical impedance formula for patients with respiratory insufficiency: comparison to dual-energy X-ray absorptiometry. Eur Resp J 1998, 12:960-6. 12. Patruno V, Bosi M, Sanna A, et al. Gli indici per la diagnosi strumentale delle apnee nel sonno: standardizzazione del calcolo con polisonnografia e monitoraggio cardiorespiratorio. Rass Pat Mal App Resp 2006; 21:22-27. ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 EFFETTI SISTEMICI DELLA BPCO SYSTEMIC EFFECTS OF COPD ALFREDO SEBASTIANI Dipartimento Malattie Polmonari Servizio di Terapia della Insufficienza Respiratoria (STIRS) Azienda Ospedaliera San Camillo - Forlanini, Roma Parole chiave: BPCO, Effetti sistemici. Key words: COPD, Systemic effects. La BPCO è e rimarrà una malattia ad alta morbilità e mortalità. I numeri sono impressionanti: 600 milioni di malati nel mondo (2,6 milioni in Italia), 2,7 milioni di morti l’anno, in incremento progressivo (+103% negli USA dal 1970 al 2002), in controtendenza rispetto alle altre patologie croniche (-63% cardiopatie, -52% ictus cerebrale). La BPCO rimane però largamente sottodiagnosticata e sottotrattata e la scarsa attenzione ad essa dedicata è dovuta spesso alla convinzione che gli interventi terapeutici finalizzati a limitare il progredire dell’ostruzione delle vie aeree sono inefficaci (broncostruzione “irreversibile”). Per la prima volta le recenti linee guida (2004) delle società scientifiche statunitense ed europea (ATS/ERS) hanno riconosciuto che la BPCO, pur essendo una malattia polmonare, ha importanti effetti sistemici. Ciò lo si era intuito da tempo attraverso varie considerazioni: l’allungamento della sopravvivenza ottenuto coll’ossigenoterapia a lungo termine non si associa a modifiche della funzione respiratoria, i fenotipi dei malati sono notevolmente diversi indipendentemente dal grado di riduzione del FEV1, la incapacità a compiere un esercizio fisico si era dimostrato che è dovuta spesso a precoce fatica muscolare, più che ai limiti ventilatori. Negli ultimi 15 anni si sono accumulati ulteriori osservazioni e studi che hanno spostato l’attenzione sulle manifestazioni extrapolmonari della malattia,che hanno notevole rilevanza dal punto di vista clinico e prognostico. EFFETTI SISTEMICI DELLA BPCO – – – – infiammazione sistemica effetti cardiovascolari perdita di peso, cachessia disfunzione muscoli scheletrici (perdita di massa magra, atrofia, diminuzione della forza, accelerata apoptosi, alterato metabolismo etc.) – osteoporosi-osteopenia – effetti sul sistema nervoso BPCO e infiammazione. Nella BPCO è presente una abnorme risposta infiammatoria (in genere provocata dal fumo) sia nelle vie aeree centrali che in quelle periferiche (piccole vie aeree). È documentata una attivazione e infiltrazione di varie cellule infiammatorie (neutrofili, macrofagi, linfociti CD8) che provocano alterazioni strutturali e danno (“rimodellamento”) anatomico delle vie aeree e del parenchima polmonare. È di recente dimostrazione che l’infiammazione per- siste nelle vie aeree dei malati di BPCO anche dopo la sospensione dell’agente irritante (fumo) e che è presente una persistente infiammazione sistemica oltre a quella polmonare. Numerosi studi hanno evidenziato elevati livelli di citochine proinfiammatorie nel circolo sistemico come l’IL-6, IL-8, il TNF-alfa e altri, sia nella fase stabile della malattia, che durante gli episodi di riacutizzazione, in cui si raggiungono le concentrazione più elevate. Questo stato di infiammazione sistemica e l’aumento di varie citochine circolanti può es- 38 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 sere responsabile,almeno in parte, delle manifestazioni extrapolmonari della BPCO, in associazione ad altri fattori quali l’ipossia tissutale, lo stress ossidativo, la sedentarietà, la predisposizione genetica. BPCO e malattie cardiovascolari. Essere affetti da BPCO aumenta il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari (ischemia cardiaca, ictus, morti improvvise etc.) di 2-3 volte, a parità degli altri fattori di rischio “classici” (fumo, ipertensione, diabete etc), ed il rischio cresce al diminuire del FEV1. Sorprendentemente vari studi epidemiologici dimostrano che la più frequente causa di morte nei malati di BPCO sono le patologie cardiovascolari. Il meccanismo che innesca questo fenomeno non è del tutto chiaro. La persistente infiammazione sistemica avviata da quella polmonare è una delle ipotesi più convincenti. Elementi significativi a questo proposito sono il riscontro di elevati livelli ematici di proteina C reattiva, fibrinogeno e altri markers notoriamente correlati al rischio cardiovascolare, l’ipercoagulabilità e la predisposizione alla trombosi indotta dall’IL-6, l’accelerata aterosclerosi e la rottura della placca dovuta alla flogosi. BPCO e apparato muscolo-scheletrico. Si stima che circa il 50% dei pazienti con malattia in fase avanzata e il 15% di quelli con BPCO di grado moderato sviluppino progressiva perdita di peso, dovuta a perdita di massa muscolare scheletrica, soprattutto a carico degli arti. L’atrofia dei muscoli scheletrici è soprattutto a carico delle fibre di tipo I, deputate alla resistenza ed è associata anche a diminuzione della forza e alterazioni del metabolismo delle fibre rimanenti(disfunzione muscolare). Queste alterazioni hanno un importante impatto prognostico: i malati con ridotto indice di massa corporea (BMI) e ridotta massa magra muscolare hanno minore sopravvivenza e peggiore qualità di vita, anche a parità di funzione respiratoria (FEV1). La incapacità a sostenere un esercizio fisico e la dispnea da sforzo compaiono prima nei malati con spiccata atrofia muscolare e innescano un circolo vizioso che porta alla sedentarietà,ulteriore decondizionamento all’esercizio e disfunzione muscolare, depressione. Il meccanismo alla base dell’atrofia muscolare non è noto, ma esistono dati bioptici che dimostrano alterazioni infiammatorie e accelerata apoptosi nelle fibre muscolari e ciò,insieme al frequente riscontro di elevati livelli ematici di TNF-alfa nei pazienti con più spiccata atrofia,aumentano la probabilità che siano coinvolti meccanismi di tipo infiammatorio. L’osteoporosi e l’osteopenia sono frequenti, specie nei pazienti con ridotta massa magra muscolare. Questo può essere dovuto a molteplici fattori: sedentarietà, dieta, terapia con steroidi, aumento delle citochine infiammatorie circolanti. BPCO e sistema nervoso. La depressione è molto comune, in parte reattiva alla condizione di isolamento e invalidità correlati alla malattia, ma anche probabilmente per l’aumento delle citochine circolanti. Deficit cognitivi sino alla demenza potrebbero essere imputati all’ipossia cronica, ma anche per queste manifestazioni si ipotizza un ruolo delle citochine circolanti a livelli più elevati della norma. Alcuni studi segnalano alterazioni nel controllo del sistema nervoso autonomo, specie nei pazienti con basso BMI, con modificazione del normale ritmo circadiano della leptina che regola importanti funzioni quali l’appetito, il controllo del peso corporeo e la termogenesi. Effetti sistemici e prognosi. La prognosi e le classificazioni di gravità della BPCO (GOLD, ATS/ERS) sono tradizionalmente basate sulla funzione respiratoria (FEV1, FEV1/FVC). Come già ricordato fattori extrapolmonari (BMI, capacità di esercizio) possono influenzare la sopravvivenza indipendentemente dal grado di ostruzione delle vie aeree. Un indice prognostico multifattoriale (BODE index) comprendente FEV1, capacità di esercizio (metri percorsi nel test del cammino dei 6 minuti e grado di dispnea espresso nella scala MRC) e BMI si è dimostrato molto più accurato del solo FEV1 nel predire la sopravvivenza. La possibilità che markers infiammatori quali PCR, IL-6 e TNF-alfa possano fornire ulteriori indicazioni prognostiche è attualmente in fase di intenso studio Prospettive terapeutiche Trattare gli effetti sistemici della BPCO può migliorare la sopravvivenza di questi pazienti più delle terapie rivolte a modificare la funzione respiratoria. Particolare interesse suscitano le evidenze che la terapia con steroidi infiammatori(CSI) può diminuire persistentemente i livelli ematici di proteina C reattiva e che apparentemente riduce la mortalità per cause cardiovascolari in alcuni gruppi di malati con BPCO. È ormai noto che le associazioni tra beta2 adrenergici inalatori a lunga azione(LABA) e CSI possono ridurre il numero di episodi di riacutizzazione e le relative compli- 39 A. Sebastiani: Effetti sistemici della BPCO canze (aumento dei markers infiammatori, ulteriore perdita di peso etc). L’integrazione tra replezione nutrizionale, riabilitazione respiratoria ed ossigenoterapia personalizzata può migliorare fattori prognostici cruciali quali la conservazione di una massa muscolare scheletrica adeguata, la tolleranza all’esercizio fisico e la dispnea. La somministrazione di steroidi anabolizzanti, di ormone della crescita e di creatina hanno influenzato positivamente il BMI, la forza e la resistenza della muscolatura scheletrica di questi malati e attendono conferme e protocolli di intervento più definiti. Infine nuovi approcci farmacologici (anticorpi anti-TNF alfa, anti-IL-6) e farmaci in uso per altre patologie (ACE-inibitori, statine) potrebbero intervenire sui meccanismi infiammatori di base della malattia. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Agusti AG et al “Systemic effects of chronic obstructive pulmonary disease” Eur Respir J 2003, 21:347-60 Celli BR et al “The body-mass index, airflow obstruction, dyspnea and exercise capacity index in chronic obstructive pulmonary disease”. N Engl J Med 2004; 350:1005-12 Gan WQ et al “Association between chronic obstructive pulmonary disease and systemic inflammation: a systematic review and a meta-analysis”. Thorax 2004, 59:574-80 Sin DD et al “The relationship between reduced lung function and cardiovascular mortality. Chest 2005, 127:1952-9 ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 TECNICHE DI TERAPIA INALATORIA NELL’ASMA E NELLA BPCO: ASPETTI TEORICI ED APPLICAZIONI PRATICHE INHALATORY THERAPY IN ASTHMA AND COPD: PRACTICAL AND THEORETIC POINTS OF VIEW MARIO GIUSEPPE ALMA U.O.C. Broncopneumologia e Tisiologia Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini, Roma Parole chiave: Asma, BPCO, Terapia inalatoria, Tecniche. Key words: Asthma, COPD, Inhalatory therapy. Introduzione Le linee guida GINA nell’asma e le GOLD nella BPCO attribuiscono chiaramente una grande importanza alla terapia inalatoria sia per la notevole efficacia che per la ottima tollerabilità in quanto con basse dosi di farmaco è possibile ottenere una marcata azione locale. Attualmente sono disponibili farmaci sempre più potenti ma vi è da precisare che l’efficacia di tale terapia è condizionata dal fatto che una sufficiente dose di farmaco possa raggiungere le vie aeree inferiori e pertanto esplicare l’azione terapeutica. In sintesi maggiore sarà la percentuale di deposizione di particelle aerosolizzate a livello polmonare più marcato risulterà l’effetto terapeutico. I fattori più importanti a tal fine sono: 1) Diametro Aerodinamico Mediano di Massa (MMAD) delle particelle e Deviazione Geometrica Standard (GSD) Per comprendere questo concetto bisogna considerare che le particelle aerosolizzate non sono sferiche ma presentano una morfologia irregolare e pertanto per misurarne appieno le caratteristiche si misura per convenzione il Diametro Aerodinamico (Dae) che è definito dal diametro di una sfera di densità unitaria (1/cm cubico) che, in caduta libera nell’aria, assuma la stessa densità della sfera in esame e cioè in pratica dal diametro aerofisico della particella x la radice quadrata della sua densità. La grandezza delle particelle dipende chiaramente sia dal tipo di erogatore che dalla sostanza aerosolizzata. Orbene è ormai ben assodato che: a) Particelle con Dae > 8 micron impattano sull’orofaringe; b) Particelle con Dae < 5 micron e > 0,5 micron raggiungono il polmone. Tali particelle costituiscono la cosidetta “Frazione respirabile “che non è altro che la frazione di particelle terapeutiche realmente attiva; c) Particelle con Dae < 0,5 micron vengono rirespirate Il valore mediano in micron dei Dae di tutte le particelle erogate dal sistema costituisce il MMAD. La Deviazione Geometrica Standard è invece una misura della variabilità del Dae delle particelle. Differenzia gli aerosol monodispersi con GSD < 1.22 da quelli eterodispersi con GSD > 1,22, con notevoli implicazioni pratiche. Gli apparecchi più frequentemente utilizzati per la misura degli aerosol sono attualmente: Twin Impinger (TI), Diffrazione Laser (LD), Cascade Impactor (CI) e Tofabs: 2) Igroscopicità - Particelle altamente igroscopiche (come ad esempio le polveri) quando vengono inalate nelle vie respiratorie, ove vige un alto tasso di umidità, incrementano il loro diametro con conseguente minore deposizione nelle vie aeree inferiori. 3) Tipo di respirazione del paziente - Un flusso vorticoso determina una grande velocità da parte delle particelle che pertanto vanno ad impattare sulle biforcazioni bronchiali e sulle loro pareti con perdita di energia e quindi minore deposizione nelle vie aeree periferiche. Quando è possibile è sempre preferibile un flusso laminare nel quale le particelle, sospese in un flusso a bassa velocità, si depositano per effetto della gravità. 4) Calibro delle vie aeree - Una restrizione delle vie aeree determina una maggiore vorticosità del flusso con pertanto minore deposizione periferica. È evenienza comune il fatto che quando è presente broncospasmo il paziente riferisce minore efficacia della terapia inalatoria. 41 M.G. Alma: Tecniche di terapia inalatoria... SISTEMI DI EROGAZIONE (DEVICES) Questi sono principalmente costituiti da: A) Nebulizzatori pneumatici elettrici ed ultrasonici; B) Aerosol dosati (MDI); C) Inalatori di polvere secca (DPI); D) Aerosol dosati attivati col respiro (BAI). A) Nebulizzatori: Devono presentare un MMAD < a 5 micron. Il MMAD di quelli elettrici dipende dalla struttura dell’ampolla e dal flusso oltre l’ampolla (“flusso dinamico”) che non deve mai risultare inferiore a 6 li- tri/minuto mentre il MMAD di quelli ad ultrasuoni dipende principalmente dalla frequenza del cristallo piezoelettrico (praticamente è inversamente proporzionale ai 2/3 della frequenza). Per una ottimale aerosolizzazione è necessario: 1) Inserire nell’ampolla 4-5 cc. di sospensione e/o soluzione; 2) Scuotere bene i flaconi prima di inserire i farmaci (se in sospensione); 3) Usare il boccaglio; 4) Respirare a volume corrente; 5) Dopo l’utilizzo detergere sempre l’ampolla con acqua calda e periodicamente sterilizzarla. NEBULIZZATORI A CONFRONTO N. pneumatici N. ultrasonici sfruttano l’effetto Venturi hanno migliore efficienza di nebulizzazione producono particelle con MMAD inferiore producono particelle eterodisperse l’aerosol prodotto tende a raffreddarsi sfruttano le vibrazioni di un cristallo piezoelettrico hanno maggiore portata sono più silenziosi producono particelle mono-disperse l’aerosol prodotto mantiene la temperatura possono alterare la struttura molecolare dei farmaci in sospensione A proposito dei Nebulizzatori ma anche in generale dei Devices quando è possibile è semSOLUZIONE Capacità di mantenere costante nel tempo il MMAD delle particelle Elevata precisione di dosaggio grazie alla concentrazione costante pre meglio adoperare farmaci in soluzione piuttosto che in sospensione: SOSPENSIONE Tendenza alla formazione di macroaggregati e, quindi, all’erogazione di particelle con MMAD non ottimale Semplice utilizzo del farmaco (la soluzione non deve essere agitata prima dell’uso) Formazione di precipitati durante l’aerosolizzazione con mancata erogazione di parte del principio attivo Minore praticità d’uso (la sospensione deve essere agitata prima dell’uso) Fine micronizzazione delle particelle erogate, con migliore veicolazione nelle vie aeree inferiori. Insufficiente micronizzazione delle particelle erogate, con conseguente ridotta veicolazione nelle vie aeree inferiori. B) Aerosol dosati o MDI (Metered Dose Inhaler): Sono costituiti da una bomboletta all’interno della quale il farmaco si trova in sospensione o in soluzione con dei surfactanti, dei lubrificanti e con un propellente (CFC o HFA) alla pressione di circa 3 atmosfere o meno.A causa dei noti problemi di coordinazione temporale è indispensabile l’uso dello spaziatore. Per una ottimale aerosolizzazione con MDI + spaziatore è necessario: 1) Scuotere bene la bomboletta (se sospensione). 2) Espirare completamente. 3) Spruzzare una volta. 4) Inspirare lentamente ed in modo costante fino a CPT. 5) Trattenere il respiro per circa 10 secondi (tempo di mixing). 42 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 D) Inalatori a polvere secca o DPI (Dry Powder Inhaler): Le polveri, contenute all’interno degli apparecchi o inserite in questi dentro capsule di gelatina, sono in genere costituite da un carrier (solitamente lattosio) rivestito del farmaco micronizzato in particelle. Pur non contenendo propellenti e surfactanti e quindi non causando l’effetto Freon degli MDI, possono determinare fenomeni irritativi con tosse e broncospasmo. Per una ottimale aerosolizzazione con DPI è necessario: 1) Espirare completamente. 2) Inalare con un flusso minimo di 15 - 30 lt./min circa (il flusso ottimale varia in base al tipo di Device). 3) Trattenere il respiro per circa 10 secondi. E) Aerosol dosati attivati col respiro o BAI (Breath Actuated Inhaler): Sono degli MDI attivati dal respiro (non presentano pertanto alcun problema di coordinazione). I propellenti sono ridotti di circa il 60 % rispetto agli MDI. La tecnica di inalazione è simile a quella dei DPI. MDI, DPI, BAI a confronto MDI+spaziatore producono particelle con MMAD minore (in genere) poco pratici BAI necessario un flusso di almeno 30 lt/min. notevole impatto orofaringeo Distinte categorie di pazienti. Ai fini di una corretta aerosolterapia i pazienti possono essere distinti in: 1) Collaboranti. 2) Non collaboranti. Orbene da quanto precedentemente detto noi sappiamo che: A) Per una ottimale aerosolizzazione con MDI + spaziatore è necessario: 1) Inspirare lentamente ed in modo costante fino a CPT. 2) Trattenere il respiro per circa 10 secondi (tempo di mixing). B) Per una ottimale aerosolizzazione con DPI è necessario: 1) Inalare con un flusso minimo di 15-30 lt./min circa (il flusso ottimale varia in base al tipo di Device). 2) Trattenere il respiro per circa 10 secondi (tempo di mixing). È chiaro che la categoria di non collaboranti: pazienti non può assolutamente avvalersi di MDI, BAI o DPI sia per la incapacità di inspirare profondamente che per l’incapacità di trattenere il respiro per 10 secondi. DPI necessario un flusso di almeno 15-30 lt/min notevole impatto oro-faringeo altamente igroscopici Per una ottimale aerosolterapia con Nebulizzatori è necessario: Respirare a volume corrente. Indicazioni all’uso dei Nebulizzatori: vi è indicazione assoluta in tutti quei casi in cui il paziente, per i più svariati motivi, non è in grado di praticare in modo corretto la terapia con MDI, DPI o BAI. I Nebulizzatori infatti non necessitano di alcuna collaborazione da parte del malato. Contrariamente a quanto ritenuto dalla maggior parte dei pazienti, i Nebulizzatori sono meno efficaci rispetto agli altri Devices (a meno di adoperare speciali apparecchi di aerosol di alto costo capaci di erogare particelle con MMAD < 2 -2,5 micron). Conclusioni La terapia aerosolica nella BPCO e nell’Asma è un utilissimo presidio terapeutico che, oltre alla efficacia dei farmaci inalati, non può assolutamente prescindere da un uso corretto dei vari sistemi di erogazione con speciale riguardo alle diverse tipologie di pazienti. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Crimi N. “Gli Aerosol dosati nella terapia dell’Asma bronchiale”. Edizioni Scientifiche Valeas 1995 Terzano C., Mannino F. “Aerosol caratteristiche, analisi, applicazioni terapeutiche”. McGraw-Hill 1997 Todisco T., Dottorini M. “Gli Aerosoli in terapia ina- latoria ed in patologia ambientale”. Biofisica, Tecnologia per le applicazioni, Diagnostica e Terapia Piccin Editore 1996 Vaghi A. “Aerosolterapia nelle patologie dell’apparato respiratorio. Consigli pratici”. Syntagma Edizioni 1995 ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 BRONCHIETTASIE E BPCO: CONFINI FREQUENTEMENTE INDETERMINATI THE BORDERS OFTEN UNCERTAIN BETWEEN COPD AND BRONCHIECTASIS GIANFRANCO FARINELLI III U.O.C. Pneumologia - Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini, Roma Parole chiave: Bronchiettasie, BPCO, Confini. Key words: Bronchiectasis, COPD, Borders. Nel quadro dei profondi mutamenti epidemiologici avvenuti nel campo delle malattie polmonari di origine infettiva con l’avvento della terapia antibiotica e con il generale miglioramento delle possibilità di diagnosi, terapia e prevenzione, uno dei fenomeni di grande rilievo è stata la progressiva netta diminuzione di incidenza delle bronchiettasie, che storicamente hanno rappresentato per lo più una sequela della malattia tubercolare e di altre broncopneumopatie cronicizzati. Già nella seconda metà degli anni ’70 si parlava delle bronchiettasie come di una malattia “orfana”, comunque in via di “estinzione”. E’ stato con l’avvento e la diffusione della TC torace ad alta risoluzione (HRCT) che è apparso sempre più evidente come la presenza di alterazioni bronchiettasiche fosse assai più frequente di quanto generalmente ritenuto (anche di fronte a quadri radiografici standard del torace non dimostrativi). Negli anni recenti si è così potuto verificare come la malattia bronchiettasica sia tutt’altro che scomparsa, anche nelle società più progredite; in aggiunta i progressi nella comprensione dei meccanismi patogenetici e nelle possibilità di intervento terapeutico hanno ridestato un profondo interesse scientifico per il problema. E infatti nei dati epidemiologici attuali viene riferita un’incidenza di alterazioni bronchiettasiche in circa 1/1000 adulti in Inghilterra; negli USA la prevalenza riportata (per le forme non-Fibrosi Cistica) è di 53 per 100.000 adulti, con un costo stimato di 630 milioni di $/anno. In uno studio recente condotto in volontari sani con HRCT si è riscontrata la presenza di almeno una alterazione bronchiettasica in circa il 50% dei soggetti esaminati (Lynch, 1993). Gli aspetti clinici della malattia bronchiettasica sono piuttosto diversi, potendo variare da forme paucisintomatiche fino a quadri di grave malattia persistente con insufficienza respiratoria e CPC. I sintomi sono come noto principalmente costituiti da tosse cronica con iperproduzione cronica di espettorato, frequenti riesacerbazioni infettive, segni di alterata funzione respiratoria, dispnea più o meno grave. Il quadro sintomatologico coincide con quello peculiare della Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva, di cui la malattia bronchiettasica costituisce in molti casi un fondamentale substrato anatomopatologico. Prenderemo in esame le principali caratteristiche del complesso clinico BPCO/Bronchiettasie, definendone in particolare la frequenza e i peculiari aspetti clinici, prognostici e terapeutici. Nei principali studi effettuati, l’associazione fra bronchiettasie e BPCO è stata riscontrata con frequenza che va da circa il 30% fino al 50% dei casi (Gursel, 2006; O’Brien, 2000). In un lavoro di Patel e coll. pubblicato nel 2004 vengono presi in esame prevalenza ed estensione di bronchiettasie all’HRCT in un gruppo di pazienti con BPCO da moderata a severa, e stabilite le correlazioni dell’associazione con: presenza di colonizzazione batterica delle vie aeree distali, frequenza, gravità e durata delle riesacerbazioni, (sono presi in esame solo i casi con score bronchiettasico di 2 o +). Il 50% dei pazienti è risultato portatore di alterazioni bronchiettasiche, per lo più a livello dei lobi inferiori; non sono state messe in evidenza significative correlazioni fra score bronchiettasico e sintomatologia nella fase di stabilità, così come già emerso in studi precedenti (O’Brien, Smith) nei quali nelle forme BPCO moderate/severe è stata riscontrata una scarsa correlazione tra storia clinica ed obiettività con gli aspetti HRCT. Anche per quanto riguarda la funzione re- 44 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 spiratoria non sono emerse significative correlazioni fra score bronchiettasico e valori spirometrici. In una recente casistica (Santamaria, 2006) si mette in evidenza come i dati funzionali respiratori non costituiscano un metodo sicuro di valutazione della gravità della malattia polmonare nei soggetti con bronchiettasie; nel già citato lavoro di Smith del 1996 si dimostrava comunque l’esistenza di una correlazione negativa fra estensione delle lesioni bronchiettasiche e FEV1. Per quanto riguarda le riacutizzazioni infettive è stata riscontrata una specifica correlazione fra estensione delle bronchiettasie nei lobi inferiori e: 1. Presenza di colonizzazione batterica delle vie aeree profonde (in particolare da parte di Haem. Influenzae). 2. Più alto livello di marcatori di infiammazione nell’espettorato (IL-8 e IL-6). 3. Maggiore gravità delle riacutizzazioni. 4. Più lunga durata dei sintomi di riacutizzazione. 5. Assenza di correlazione con la frequenza delle riacutizzazioni (Patel IS, 2004) Anche la frequenza di positività della coltura dell’espettorato nelle riacutizzazioni di BPCO è risultata significativamente associata alla presenza di bronchiettasie all’HRCT , in particolare dei ceppi di Pseudomonas Aeruginosa, normalmente presenti nelle forme più estese della malattia. In un gruppo di soggetti con COPD+bronchiettasie è stata riscontrata una più elevata frequenza di colonizzazione delle vie aeree profonde da parte di Pseudomonas Aeruginosa, significativamente correlabile a: a) Più grave insufficienza respiratoria ipercapnica; b) Maggior numero di ricoveri ospedalieri per riacutizzazione; c) Mortalità più elevata (Khalid M, 2004). L’infezione da Pseudomonas è di frequente riscontro nelle forme bronchiettasiche con maggior deterioramento funzionale respiratorio, rappresentando perciò un marker di gravità della malattia, ma non sembra essere correlabile ad un più accelerato declino funzionale (Davies G et al, 2006). In conclusione in merito alla associazione BPCO/Bronchiettasie alla luce dei dati della letteratura recente è possibile affermare che: 1. È assai frequente la presenza di alterazioni bronchiettasiche in pazienti BPCO. 2. Non sono evidenti significative correlazioni cliniche e funzionali nelle fasi di stabilità della malattia con l’estensione delle bronchiettasie. 3. L’associazione comporta comunque riacutizzazioni di maggiore gravità e durata. 4. Più frequente risulta l’incidenza di infezioni difficili, e la presenza di bronchiettasie è alla base delle forme più difficili di BPCO. 5. La prognosi nelle forme avanzate appare più severa per quanto riguarda gravità dell’insufficienza respiratoria e mortalità BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Patel IS et al. Bronchiectasis, exacerbation indices, and inflammation in Chronic Obstructive Pulmonary Disease. Am J Respir Crit Care Med 2004; 170: 400-7 Smith IE et al. Correlation between clinical features and findings on HRCT of the chest. Thorax 1996; 51: 914-8 ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 PNEUMOLOGO E MEDICO DI MEDICINA GENERALE: GESTIONE INTEGRATA NELL’ASMA E BPCO TRA OSPEDALE E TERRITORIO PNEUMOLOGY AND GENERAL CARE MEDICINE: INTEGRATED, MANAGEMENT OF ASTHMA AND COPD IN HOSPITAL AND AT HOME VINCENZO CILENTI Servizio di Fisiopatologia Respiratoria IRCCS- Regina Elena. Roma Parole chiave: Asma, BPCO, Ospedale, Territorio, Gestione integrata. Key words: Asthma, COPD, Hospital, Home, Integrated management. La patologia ostruttiva cronica polmonare classicamente comprende la BPCO e l’asma, due patologie che, data la loro incidenza, rappresentano una notevole fonte di costi sia sociali che umani. È unanimemente riconosciuto dalla letteratura scientifica che esiste una sottostima di queste patologie respiratorie, secondo studi epidemiologici la sottostima è del 30-50% rispetto alla prevalenza attesa, e ciò è dovuto a molteplici cause quali una diversa sensibilità e preparazione al riguardo della classe medica, una diversa percezione della malattia da parte delle persone, una relativa minore conoscenza delle patologie, il costo per le indagini diagnostiche e la sottovalutazione dei rischi collaterali. Si tratta di patologie che ingenerano costi elevati per il sistema sanitario sia per quelli diretti (interventi sanitari) che quelli, non meno importanti, indiretti (costi sociali per il paziente e di chi se ne prende cura). Per quanto concerne ad esempio la BPCO questa causa 18.000 decessi all’anno, 130.000 ricoveri annui con 11 giorni di degenza media del paziente presso strutture sanitarie, il 75% delle persone con sintomi compatibili con questa patologia non ha una diagnosi adeguata, inoltre la maggior parte dei costi diretti è determinata dall’ospedalizzazione dovuta all’evento riacutizzazione, che studi longitudinali stimano che siano comprese tra 1 e 4 episodi l’anno (da 10 a 20 milioni complessivamente). Anche per quanto riguarda l’asma i costi sono principalmente imputabili al mancato “controllo” della malattia e mentre i costi diretti sono pari all’1-2% della spesa sanitaria totale quelli indiretti rappresentano oltre il 50% della spesa totale. Inoltre i costi della patologia ostruttiva polmonare aumentano con la severità della stessa mentre l’assistenza specialistica ne ri- duce la mediana dei costi negli stati avanzati. Il “disease management” costituisce perciò la chiave di gestione ottimale per il controllo sia clinico che economico della patologia ostruttiva. Nei fatti una diagnosi tardiva o una sua sottovalutazione comporta danni seri al paziente in termini di salute ed aumenta la spesa carico del SSN per i trattamenti diagnostico-terapeutici, ricoveri, trattamenti riabilitativi, ecc. È indubbio che l’approccio diagnostico e terapeutico basato “sull’evidenza” consente, tra l’altro, un miglioramento anche dei costi indiretti e della qualità di vita dei pazienti. Se infatti da tale approccio può derivare un aumento della spesa farmaceutica, dell’assistenza di base e specialistica si ha però una riduzione della spesa per gli interventi di emergenza, le ospedalizzazioni e le giornate lavorative perse:in definitiva una ridistribuzione interna dei costi diretti e indiretti. In definitiva la cura dei pazienti secondo l’EBM produce validi outcomes ed anche in presenza di scarse risorse fornisce un livello di cura soddisfacente (good practice). Altro punto importante per una efficace terapia è l’adesione alla stessa da parte dei pazienti: uno studio recente ha evidenziato che il passaggio della compliance da 0,5 a 1 (perfetto) ha ridotto il tasso di ospedalizzazione dal 12% all’8% e diminuito il tasso di mortalità. I limiti della qualità dell’assistenza nella patologia ostruttiva polmonare si possono riassumere così: buone conoscenze con scarse ricadute nella pratica, scarso recepimemto da parte del medico di medicina generale del concetto di malattia cronica, discontinuità degli interventi basati soprattutto nel trattamento dell’acuzie invece che sull’eziopatogenesi di fondo., mancata presa incarico del problema “globale” e mancata offerta di soluzioni di cura avanzate. 46 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 Per quanto detto sopra la gestione ottimale della patologia ostruttiva polmonare richiede una diagnosi la più tempestiva possibile tramite le linee guida validate dall’EBM, l’uso di tecniche diagnostico-strumentali sempre meno sofisticate ed invasive, la progressiva riduzione della durata della degenza ospedaliera; il raggiungimento di tale obiettivo ha reso sempre più necessaria una costante interazione tra il MMG e lo specialista pneumologo nella gestione della malattia soprattutto nella fase cronica e del follow-up, anche direttamente a domicilio del paziente. Basti pensare che in Olanda e in UK circa l’85% dei pazienti con asma e BPCO sono interamente gestiti in cure primarie (General Practice Airways Group). D’altra parte il forte spostamento della domanda sanitaria verso le malattie croniche, ponendo il problema della “continuità assistenziale” come punto centrale sia strategico che clinico ha indirizzato la medicina moderna dalla concezione “ospedalocentrica” a quella “territoriale”: risulta perciò fondamentale sinergizzare nel modo più efficace tutti gli operatori sanitari coinvolti attraverso progetti di “continuità assistenziale” in cui si realizzi l’integrazione tra assistenza territoriale ed ospedaliera e tra servizi sanitari e sociali. Le finalità di questo processo di integrazione sono: definire il percorso assistenziale del paziente al fine di ridurne e /o eliminarne pericolosi vuoti, eliminare sovrapposizioni di interventi assistenziali, trasferire competenze ed esperienze,coniugare etica e management. Nel tentativo perciò di dare risposte più efficaci alle suddette esigenze il sistema si è arricchito di altri elementi rispetto al solo ospedale quali i servizi territoriali e distrettuali. Nell’ambito delle cure territoriali, in genere, un ruolo centrale è svolto dal MMG, sia esso d’assistenza primaria che di continuità assistenziale, per dare risposte ai bisogni di salute del cittadino in termini di prevenzione ed educazione alla salute, diagnosi e terapia. Perciò anche per la corretta ed efficace gestione della patologia cronica ostruttiva polmonare diventa essenziale elaborare linee guida diagnostico-assistenziali condivise che vedano il coinvolgimento, secondo lo stato della patologia e le necessità clinico-assistenziali, l’ospedale, il territorio e il domicilio per realizzare quella “continuità” che è l’espressione più concreta della capacità da parte del SSN, nelle sue articolazioni regionali e locali, di rispondere con un’adeguata “rete” di servizi alla domanda di salute di particolari fasce di popolazione affette da patologia cronica. Il MMG, in particolare, dovrebbe avere la disponibilità ed essere messo in condizione di interfacciarsi ed interagire maggiormente con le strutture sanitarie della “rete” e con gli altri professionisti coinvolti, ognuno con il proprio ruolo, coordinandone gli interventi secondo linee di azione condivise. In particolare il modello di gestione della patologia ostruttiva dovrebbe imperniarsi su di una concreta ed efficiente interazione tra ospedale, servizi territoriali di pneumologia, servizi di riabilitazione, home care, medici del territorio, al fine di raggiungere il massimo dell’efficacia degli interventi, una sicura deospedalizzazione, un’alta qualità delle cure primarie. L’equipe territoriale “dedicata” ha nello pneumologo e nel MMG i due professionisti principali che progettano e sviluppano attività diagnostiche e terapeutiche interamente realizzabili in ambito ambulatoriale (modello del Project Management) riferite alla patologia ostruttiva del polmone, per gli operatori dell’equipe territoriale (modello del Training on the job). Alle figure professionali suddette si aggiungono a completare il “team dedicato” l’infermiere professionale esperto in attività ambulatoriali e anche in training per i famigliari dei pazienti, il riabilitatore, il personale dei Servizi sociali territoriali, il volontariato, il farmacista. Lo pneumologo territoriale e il MMG formato per l’Assistenza domiciliare promuovono perciò la strutturazione di un programma a gestione integrata finalizzato alla prevenzione e trattamento della patologia ostruttiva polmonare, l’appropiatezza e l’aderenza all’uso dei farmaci specifici e al programma terapeutico in genere, al miglioramento della qualità di vita famigliare e sociale del paziente, alla prevenzione delle riacutizzazioni onde avere in definitiva il miglior controllo della malattia, utilizzando al meglio le risorse disponibili, e perciò una riduzione dei controlli specialistici, dell’accesso ai servizi d’emergenza e dei ricoveri non appropiati. Espressione di quest’integrazione ospedale-territorio sono in particolare l’ADI (assistenza domiciliare integrata) dove tramite la “telemedicina”, cioè sistemi di comunicazione di tipo telematico-informatico, si può avere la trasmissione in tempo reale di informazioni tra il reparto di dimissione ospedaliero e il servizio di cure domiciliari, ed il “country hospital” o ospedale di comunità. L’ospedale di comunità (nasce in Inghilterra negli anni ’20) dovrebbe rappresentare l’anello di congiunzione tra ospedale e territorio, in Italia oggi se ne contano 45 attivi di cui 1 nel Lazio e entro la fine del 2006 ne dovrebbero essere attivati altri 45. Destinati all’ospedale di comunità sono V. Cilenti: Pneumologo e medico di medicina generale: gestione integrata nell’asma e BPCO tra ospedale… 47 quei casi attualmente ricoverati in ospedale e definiti “ricoveri impropri”, codificati, secondo il sistema DRG, “outliers”, come ad esempio i pazienti affetti da patologia ostruttiva cronica, dimessi o seguiti da reparti ospedalieri specialistici, che necessitano di un controllo ravvicinato nel tempo. Senza soffermarci a lungo sui punti critici di questa sistema organizzativo (basti pensare all’incongruità e alla disomogeneità nell’utilizzo delle risorse, la pratica assenza, al momento, di linee guida condivise, la disorganizzazione, l’assenza di una valutazione dei costi sociali, ecc.), un efficace ed efficiente modello integrato impone di certo una revisione delle cure primarie ed una reale e concreta razionalizzazione della rete ospedaliera, una organizzazione più aderente alle necessità di quanti operano nel sociale. Le prospettive immediate per le quali è necessario lavorare sono: l’implementazione dell’interdisciplinarietà, la programmazione dell’attività territoriale, le sperimentazioni cliniche interdisciplinari, la gestione condivisa delle problematiche territoriali, l’infor- mazione costante in “rete” fra gli attori, la ricerca di risorse finanziarie finalizzate. È indubbio in ogni modo che di fronte ad una popolazione sempre più anziana nella quale la patologia cronica, quale quella ostruttiva polmonare, è ad alta prevalenza, di fronte alla complessità dei bisogni da questa indotti, e le trasformazioni del modello famigliare, le risposte non possono essere che flessibili ed articolate soprattutto nell’ambito di un sistema d’assistenza intermedio, “intermediate health care”, in altre parole esiste una fase di malattia in cui è necessario prendersi cura del malato in un ambito situato tra l’assistenza domiciliare “semplice” e l’assistenza ospedaliera ad “alta intensità” di cure ed alta tecnologia. È in quest’area di “cure intermedie” (ADI, DH, assistenza presso le RSA ed ospedale di comunità ) che la costante collaborazione ed interazione tra medico di medicina generale e specialista pneumologo potrà determinare il raggiungimento di un’assistenza altamente professionale e favorire un approccio ed una gestione ragionata ed efficace del paziente affetto da patologia ostruttiva polmonare. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Atella e al. “Drug compliance, copayment and health outcomes: evidence from a Panel of Italian patiens”, 2000. Dal Negro R. e Coll. “Respiratory Medicine”. 2003; 97 (Suppl C). S43-S50 Meridiano Sanità “Una sanità al servizio dei cittadini”, 2006, Ambrosetti S.p.A. Sanna G., Ricerca Clinica METIS-FIMMG, 2003 Wouters EFM. “Economic analysis of COPD survey: an overview of results”. Respiratory Medicine. 2003; 97 (Suppl C). S3-S14 ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 Articolo originale IL TRATTAMENTO ENDOVASCOLARE DELL’ANEURISMA DELL’AORTA ADDOMINALE: NOSTRA ESPERIENZA ENDOVASCULAR TREATMENT OF ABDOMINAL AORTIC ANEURISMS: OUR EXPERIENCE GIOVANNI BERTOLETTI, MARCO MASSUCCI, GENOVESE VINCENZO, ABI RACHED HADI, GIULIA IANNI, FILIPPO NAPOLI, BARBARA PRAQUIN, LAURA CAPOCCIA, ROBERTO CIANNI, ALESSANDRO VARRONI U.O. di Chirurgia Vascolare. Ospedale S. Maria Goretti. Latina RIASSUNTO: Obiettivo. Lo scopo di questo lavoro è quello di analizzare risultati raccolti di 114 procedure endovascolari eseguite presso il nostro centro, in pazienti selezionati in base a specifiche caratteristiche cliniche ed anatomiche. Metodi. Dal dicembre del 2002 e il maggio 2006, 114 pazienti, portatori di AAA, sono stati trattati per via endovascolare. Di questi, centootto pazienti erano maschi (94,7%) e sei femmine (5,3%), l’età media era di 73,3 anni con range di 57-86 anni. La media del diametro massimo dell’AAA era 50,35 mm. Sono stati utilizzati tre tipi di endoprotesi, la maggior parte delle quali biforcate (97,3%). Le endoprotesi usate sono state: Excluder, Talent, Zenith. Risultati. La mortalità perioperatoria è statra nulla, gli endoleak di tipo I sono stati 5 (4,3%), e 11 (9,6%) endoleak di tipo II. In 27 casi è stata necessaria l’esclusione di un arteria ipogastrica. Abbiamo rilevato due occlusioni precoci di branca, 2 lesioni iliache, due ematomi (renale ed inguinale) ed 1 embolizzazione periferica. Il follow-up medio è di 18,6 mesi. Diciassette pazienti sono deceduti durante il follow-up; undici (9,6%) sono stati i leaks tardivi, 3 (2,6%) le trombosi di branca; Il diametro medio degli aneurismi, il diametro del colletto, il diametro delle iliache o delle ipogastriche e le variabili cliniche generali non hanno mostrato differenze statisticamente significative tra i tre gruppi. In ogni gruppo la morfologia dell’aneurisma e il diametro del colletto aortico sono state analizzate in riferimento alla comparsa di endoleak di I e II tipo, ma non sono s0tate riscontrate differenze statisticamente significative tra i tre gruppi eccetto che per l’endoleak di tipo II nel gruppo Talent che è stato riscontrato nel 100% dei casi di aneurismi senza trombo (p<0,05). Conclusioni. I fallimenti strutturali, insieme alla crescita della sacca aneurismatica e la pervietà delle branche, continuano ad essere una sfida continua. Con il permanere di queste problematiche il trattamento endovascolare continua ad essere un trattamento “ imperfetto” in cui è fondamentale un accurato follow-up. Attualmente la riduzione degli insuccessi va ricercata in una accurata selezione dei pazienti in base alle caratteristiche anatomiche e morfologiche dell’aneurisma Parole chiave: aneurisma aorta addominale, chirurgia aortica, terapia endovascolare. SUMMARY: Background. This report prospectively analyzes collected data of endovascular treatment of abdominal aortic aneurysms in 114 patients selected to receive stent implantation based on anatomic criteria and surgical risk. Methods. From December 2002 to May 2006, 114 patients with abdominal aortic aneurism receive endovascular treatment. 108 were men (94,7%) and 6 female; age range was 57-86 years with mean age of 73.3. The mean maximum diameter of the AAA was 5.71 cm (range 3.7- 13.0). Three different types of stents were used most of which were bifurcated in design (97,3%). Endograft used were: Excluder, Talent; Zenith-Cook. Results. No perioperative mortality was observed; 5 (4,3%) type I and 11 (9,6%) type II endoleak were detected; Iliac extension with exclusion of the internal iliac artery was required in 27 cases. We observed 2 right branch, 2 iliac lesions, 2 ematoma and 1 distal vessels embolization surgically treated Mean follow-up period was 18,6 months. 17 patients died during follow-up. 11 endoleak were discovered during follow-up and in 3 cases thrombosis of a branch occurred. Mean aneurysm diameter, neck diameter, iliac or hypogastric diameter or the clinical characteristics showed no statistical significant differences among the three group (on the results). In each group influence of aneurysm and neck morphology and diameter on type I or II endoleak was analyzed but no statistical significant differences were detected among the three groups except for type-II endoleak in the Talent group that was registered in 100% of no mural thrombus – aneurysms (p<0,05). Conclusions. Together with aneurysm sac growth and G. Bertoletti et al.: Il trattamento endovascolare dell’aneurisma dell’aorta addominale: nostra esperienza 49 branch vessels’ patency, structural failures continues to be a challenging problem. As long as no solution will be find out for them endovascular aneurysm repair will remain an imperfect long-term treatment and continued follow-up will be mandatory. Key words: Aortic aneurysm, Aortic surgery, Endovascular treatment. Gli aneurismi dell’aorta addominale rappresentano nell’ambito delle malattie vascolari una patologia di sempre piu’ frequente riscontro; ricerche epidemiologiche hanno mostrato infatti come l’incidenza degli aneurismi in soggetti compresi tra la sesta ed ottava decade di vita sia valutabile tra l’1,5 ed il 3%1,4. La storia naturale di questa patologia è caratterizzata dal progressivo aumento del diametro fino alla rottura5,6 ed il trattamento di scelta è stato rappresentato, fin dal 1952, anno in cui Dubost7 effettuò il primo intervento di resezione di un aneurisma aortico e sostituzione con materiale omologo, dal trattamento chirurgico. I successivi progressi della chirurgia vascolare legati essenzialmente all’introduzione ed allo sviluppo dei materiali protesici, alla standardizzazione della tecnica operatoria, al miglioramento dei presidi anestesiologici ed al migliorato supporto tecnologico per la valutazione del paziente hanno comportato una progressiva ottimizzazione dei risultati immediati ed a distanza di questo tipo di chirurgia, tanto che la mortalità operatoria, per gli interventi eseguiti in elezione, si è ridotta dall’ 8-10% agli attuali 2-4%8-11 con una sopravvivenza a distanza che si è dimostrata sovrapponibile a quella aspettata nella popolazione generale di pari età 12. Si può pertanto affermare che la chirurgia si è rivelata in grado di modificare la storia naturale della malattia in maniera sensibile. Inoltre i buoni risultati hanno comportato una progressiva estensione dell’indicazione chirurgica che interessa oggi anche pazienti anziani ed in condizioni generali compromesse. È proprio però l’incidenza di complicanze ed i peggiori risultati in termini di mortalità in questi pazienti ad “alto rischio” che ha fatto percorrere, sulla base delle conoscenze acquisite nel campo degli stent, la strada del trattamento endovascolare degli aneurismi aortici. Si deve a Parodi il confezionamento e, nel 1990, il posizionamento nell’uomo della prima endoprotesi aortica retta13. Da allora lo sviluppo di protesi modulari ha permesso l’estensione delle indicazioni e migliorato i risultati. I vantaggi ipotizzati dall’utilizzo del trattamento endovascolare includevano in questi pazienti la riduzione delle complicanze legate all’accesso chirurgico traumatico, al clampaggio aortico, alla perdita di sangue, alle ripercussioni su altri organi con una riduzione della morbidità maggiore e dei tempi di degenza. Nel corso degli anni, sulla base dell’esperienza di molti Autori e dei risultati di alcuni studi multicentrici sono state elaborate le indicazioni e le controindicazioni anatomiche al trattamento endovascolare14-18. Lo studio riporta l’analisi dei risultati raccolti di 114 procedure endovascolari eseguite presso il nostro centro, in pazienti selezionati in base a specifiche caratteristiche cliniche ed anatomiche. Materiali e metodi Nel periodo compreso tra il dicembre del 2002 e il maggio 2006 sono stati eseguiti presso l’Unità Operativa di Chirurgia Vascolare dell’Ospedale Civile S. Maria Goretti di Latina, 287 interventi per patologia aneurismatica aorto-iliaca. Di questi 114 (39,7%) sono stati selezionati per essere sottoposti a trattamento endovascolare sulla base delle caratteristiche cliniche ed anatomiche. Centotto pazienti erano maschi (94,7%) e sei femmine (5,3%); l’età media è stata di 73,3 anni con range di 57-86 anni (tabella 1). Le caratteristiche anatomiche utilizzate per considerare idoneo un paziente sono state le seguenti: diametro traverso minimo superiore a 40 mm, diametro del colletto aortico sottorenale compreso tra 16 e 32 mm con lunghezza minima di 10 mm, angolo minore di 60°, diametro traverso minimo dell’aorta distale > di 18 mm, lunghezza 50 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 della zona di ancoraggio distale di 15 mm e diametro iliaco di almeno 8 mm. Un colletto sottorenale con diametro > di 32 mm è stato considerato non idoneo per il trattamento endovascolare, in quanto è necessario un oversizing della endoprotesi del 1020% e il diametro massimo delle endoprotesi disponibili in commercio è di 34 mm. Si è ritenuta necessaria una lunghezza di 15 mm del colletto sottorenale per un adeguato ancoraggio o di almeno 10 mm per ottenere un idoneo aggancio soprarenale. La lunghezza del colletto è stata calcolata dal margine inferiore dell’arteria renale più bassa, l’angolazione del colletto prossimale è stato calcolato come l’angolo compreso tra l’asse dell’aneurisma e il colletto e classificato come lieve (0°-30°), moderato (30°-60°), severo (> 60°). Il colletto aortico è stato valutato in termini di morfologia, presenza di calcificazioni e di trombo murale. Sulla base della morfologia il colletto è stato definito come regolare, conico o di forma conica invertita. Le calcificazioni del colletto prossimale sono state classificate con un punteggio che va da 0-2 in accordo con la classificazione riportata da Chaikof19 (0: < 25% della circonferenza, 1 tra 25 e 50% della circonferenza, 2 > del 50% della circonferenza). Nel nostro studio il trombo murale è stato considerato come un importate fattore che influenza lo “shrinkage”, rimodellamento della sacca, ed è stato classificato con un punteggio che va da 0 a 2 (0: assenza di trombo, 1 trombo inferiore al 50% della circonferenza aortica e 2 > al 50%). La stessa classificazione è stata utilizzata per la valutazione del trombo del colletto aortico. Sono stati utilizzati tre tipi di endoprotesi, la maggior parte delle quali biforcate (97,3%) (Tabella 2). Le endoprotesi usate sono state: Excluder (W.L. Gore and Associates, Inc., Flagstaff, AZ), Talent (Medtronic AVE, Sunrise, FL), Zenith (Cook, Bloomington, IN). L’endoprotesi modulare Excluder è costituita da ePTFE supportato da uno stent in nitinolo; è precaricata su un sistema molto flessibile e presenta un sistema di rilascio a filo che attribuiscono alla protesi caratteristiche di facilità di utilizzo e adattabilità alla morfologia aorto-iliaca; necessita di introduttori per il posizionamento in aorta. L’endoprotesi Talent è una protesi modulare in poliestere completamente supportata da stent che si estendono, prossimalmente, nel tratto soprarenale con una configurazione scoperta. Il sistema che permette il rilascio dell’endoprotesi presenta una manegevolezza e dimensioni che non ne rendono indicato l’uso su arterie calcifiche e di piccole dimensioni; consente però di tratta- Tabella 1 - Fattori demografici e rischio anestesiologico N° pazienti età maschi Femmine Fumo Cardiopatia ischemica IRC BPCO Diabete Ipertensione ICV Arteriopatia Neoplasia ASA 2 ASA 3 ASA 4 Talent Excluder 38 70,15±17,6 38 – 16 19 1 16 7 19 7 2 4 5 25 8 62 71,09±14,47 57 5 18 23 2a 21 1 31 9 1 10 15 37 10 Cook 14 76,28±4,99 13 1 4 7 – 5 1 3 1 – 2 2 12 – G. Bertoletti et al.: Il trattamento endovascolare dell’aneurisma dell’aorta addominale: nostra esperienza 51 re aneurismi con colletto di calibro notevole. L’endoprotesi trimodulare Zenith si caratterizza per la presenza di uncini sullo stent soprarenale per la stabilizzazione della protesi soprattutto nei casi di colletti aortici corti; il catetere di introduzione e rilascio dell’endoprotesi si presenta flessibile e di diametro contenuto. ratterizza il successo clinico. Il follow-up è stato eseguito con esame ecoduplex ed esame TC con mezzo di contrasto ed con RX diretta addome. Il protocollo prevede un esame TC entro un mese e ad un anno, un esame ecoduplex ad un mese, a 3, a 6 e a 12 mesi per il primo anno e successivamente ogni sei mesi. Valutazione preoperatoria La valutazione preoperatoria è stata eseguita secondo un protocollo stabilito al fine di determinare il rischio anestesiologico (classificazione ASA) e che comprendeva anche lo studio del sistema vascolare. Per la valutazione morfologica dell’aneurisma, tutti i pazienti sono stati sottoposti ad esame TC torace ed addome-pelvi, senza e con mezzo di contrasto con tagli a 3 mm in sede di colletto aortico. L’arteriografia con catetere centimetrato è stata riservata a casi selezionati in cui le immagini tomografiche non erano giudicate sufficienti e nei casi di lesioni iliache associate. Il consenso informato è stato ottenuto in tutti i pazienti. Risultati La riparazione endovascolare di aneurismi dell’aorta addominale sottorenale è stata eseguita con successo in 114 su 115 pazienti; in 1 caso la presenza di una arteria iliaca di piccolo calibro e calcifica ha reso impossibile l’introduzione del sistema endovascolare cosicché la procedura è stata convertita in chirurgia tradizionale. I dati sono stati raccolti prospetticamente in un database in relazione al tipo di device usato. La presenza di comorbidità non ha mostrato significative differenze tra i tre gruppi eccetto che per la percentuale di pazienti ASA3 che sono risultati significatamente più alti nel gruppo delle protesi Zenith e Talent. I risultati sono presentati nelle tabelle 3, 4, 5, 6. Procedura chirurgica Le procedure sono state eseguite in sala operatoria da un equipe di chirurghi vascolari e radiologi interventisti con un apparecchio angiografico portatile. L’anestesia generale è stata utilizzata in 12 pazienti (10,4%), anestesia epidurale in 93 pazienti (80,9%) e anestesia locale in 10 (8,7%). Tutti i pazienti sono stati anticoagulati in modo sistematico con eparina sodica a dosaggio di 100 UI/Kg. L’apertura del corpo protesico ed il successivo pallonamento sono stati effettuati in ipotensione controllata. L’arteriografia di controllo è stata eseguita al termine della procedura in tutti i casi. L’assenza di complicanze e di una nuova procedura caTabella 2 - Tipo di protesi usate in 114 casi Tipo di protesi Talent Excluder Zenith Configurazione della protesi Biforcata Aorto-unilaca 38 (33,3%) 62 (54,4%) 14 (12,3%) 111 (97,4%) 3 (2,6%) Excluder. Sono state impiantate 62 endoprotesi modello Excluder. L’età media è stata di 71.09 anni (range 61-86) con il 37% di pazienti affetti da cardiopatia e l’ 1,7 da diabete. Il 59% dei pazienti è stato classificato come ASA 3 e il 16% come ASA 4. L’analisi morfologica ha mostrato un colletto medio di 20.64 mm di diametro (range 16-30 mm) con una lunghezza media di 24.29 mm, maggiore se comparata con altri gruppi. Inoltre questo gruppo la morfologia del colletto a tipo “reverse-tapered” era presente solo nel 4.8% dei casi con una severa angolazione del colletto nell’1.6% dei casi, senza trombo nel colletto nel 79% dei casi e calcificazioni del colletto di classe 0 nel 66,1%. Trombo murale nell’aneurisma di classe 0 è stato evidenziato nel 32.2% dei casi con una media del diametro dell’aneurisma di 50.63 mm. Si è registrato un endoleak di tipo II perioperatorio in 6 casi (9,6%). Inoltre si sono evidenziati quattro casi di endoleak di tipo I alla fine della procedura; tre leak sono stati corretti con il posizionamento di cuffie durante la stessa procedura endova- 52 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 Tabella 3 - Caratteristiche del colletto aortico Talent 22,3±3,31 23±6,1 32 5 1 32 4 2 17 20 1 24 14 0 Diametro Lunghezza Angolazione: lieve moderata severa Morfologia: Straight Tapered Reverse tapered Calcificazioni: < 25% = 0 25-50% = 1 > 50% = 2 Trombo colletto: assenza < 50% = 1 > 50% = 2 Excluder 20,64±2,75 24,29±5,15 56 5 1 51 8 3 41 19 2 49 12 1 Cook 22,78±4 20,14±5,85 12 2 0 9 3 2 5 9 0 6 8 0 Tabella 4 - Caratteristiche anatomiche del aneurisma e arterie iliache* Talent 52,28±7,30 4 27 7 13 8 6 4 19,65±9,8 16,31±9 28,94±3,8 15,1 ±1,29 10,9 ±1,34 10,68±2,73 Diametro aneurisma Trombo murale: assenza trombo =0 < 50% = 1 > 50% = 2 Aneurisma iliaco destro Aneurisma iliaco sinistro Aneurisma ipogastrico destro Aneurisma ipogastrico sinistro Diametro arteria iliaca dx Diametro arteria iliaca sn Diametro corpo protesico Diametro delle branche Diametro arteria iliaca esterna dx Diametro arteria iliaca esterna sn Excluder 50,63±7,12 20 39 3 11 12 6 7 15,43±7,17 15,87±8,53 25,21±5,46 13,72±2,83 10 ±1,29 10,87±4,98 Cook 50,35±5,85 7 6 1 3 1 1 0 16,14±4,98 14,42±4,15 30,28±2,19 15,5 ±4,05 10,71±1,11 10,57±1,39 * (i diametri sono espressi in mm e valutati su immagini TC) Tabella 5 - Risultati perioperatori Talent Endoleak tipo I Endoleak tipo II Cuffia prox Cuffia dist Esclusione ipogastrica Complicanze perioperatorie 2 5 – – 12 1 1 1 1 1 embolia occlusione branca versamento pleurico lesione iliaca ematoma renale sin Excluder 1 6 3 15 13 1 ematoma Cook 1 – – 3 2 1 occlusione branca 1 dissezione iliaca 1 decesso G. Bertoletti et al.: Il trattamento endovascolare dell’aneurisma dell’aorta addominale: nostra esperienza 53 Tabella 6 - Risultati e evoluzione durante il follow-up* Diametro colletto 1° Follow-up Diametro AAA 1° Follow-up Diametro colletto 2° Follow-up Diametro AAA 2° Follow-up Diametro colletto 3° Follow-up Diametro AAA 3° Follow-up Endoleak tipo I Endoleak II 1° Follow-up Endoleak II 2° Follow-up Endoleak II 3° Follow-up TOT decessi (distanza) Talent 24,41±2,93 46,96±8,62 23,94±3 45,36±7,74 24,14±1,7 44,73±8,56 2 2 2 5 Ima, 2 neoplasia 2 non nota Excluder 22,29±2,25 45,48±8,34 22,26±3,05 46,3±8,4 21,75±3,41 49±9,98 1 4 3 2 3 neoplasia, 2 IMA Cook 27,5±3,69 48±2,64 24,5±2,12 42,5±7,77 (27) (36) 0 0 0 0 1 neoplasia, 1 IMA * (i diametri sono espressi in mm e valutati su immagini TC) scolare; un leak non trattato non è stato più osservato al follow-up, dovuto probabilmente alla natura autoespandibile dell’endoprotesi che permette, con il passare del tempo, una adeguata adesione al sito di ancoraggio. Una estensione iliaca è stata richiesta in 16 casi con embolizzazione dell’arteria ipogastrica in 8 casi. I risultati sono stati caratterizzati da un successo tecnico del 98.3% senza conversione chirurgica e senza mortalità perioperatoria. Al follow-up di sei mesi due dei sei endoleak di tipo II non sono stati più riscontrati; tre leak sono stati evidenziati ad un controllo a 12 mesi e due a 24 mesi. Un paziente ha presentato ad un controllo a 30 mesi migrazione dell’endoprotesi ed è stato sottoposto a trattamento chirurgico per accrescimento dell’aneurisma; non si è osservata alcuna rottura delle branche della endoprotesi od angolazione delle stesse. Durante il follow-up si sono registrati 5 decessi non correlati alla procedura (3 per neoplasia, 2 per IMA). In questo gruppo il diametro medio degli aneurismi ha mostrato una significativa riduzione ad un follow-up di 6 mesi (50.63 mm vs 45.48 mm, 10.1%, p=0.001) con una lieve riduzione al dodicesimo mese (43.99 mm, -3.27%, p=NS) ed una nuova crescita a 24 e 36 mesi (45.16 mm, +2.59%, p=NS; 45.20 mm + 0.08%, p=NS). Al primo follow-up il diametro del colletto ha mostrato un aumento (22.29 mm, +7.4%, p<0.005) senza significativa variazione ai successivi controlli. Talent. Sono state impiantate 38 endoprotesi modello Talent. In questo gruppo l’età media è stata di 70, 15 anni (range 57-83) con il 50% dei pazienti affetti da ipertensione e cardiopatia. Il 65,7% dei pazienti è stata classificata come ASA3; il 21% dei pazienti è stato classificato come ASA4. Per quanto attiene alla morfologia, il diametro medio del colletto è stato di 22.3 mm (range 16-29 mm) con una angolazione moderatasevera nel 15.1% dei casi e una morfologia “reverse-tapered” nel 5.26%. Calcificazioni di classe 1 sono state osservate nel 52.6% dei casi mentre una trombosi murale dell’aneurisma di classe 1 è stata registrata nel 71% di essi. La lunghezza media del colletto è stata di 23 mm. Il diametro medio degli aneurismi è stato di 52.28 mm con un aneurisma ipogastrico associato nel 26% dei casi. Il diametro della protesi più frequentemente utilizzato è stato di 28 mm per il corpo principale e di 14 mm per le branche iliache; una estensione iliaca si è resa necessaria in 16 casi con esclusione di una arteria ipogastrica in 11 casi e in un caso con esclusione ipogastrica bilaterale. Il successo tecnico si è avuto nel 92.1% dei casi; non è stata eseguita alcuna conversione chirurgica. Abbiamo registrato 4 endoleak di tipo I peri-operatorio; in due pazienti sono state utilizzate due cuffie prossimali per correggere il leak con buon risultato finale, mentre in due pazienti non è stata eseguita una procedura aggiuntiva e non sono stati sottoposti a con- 54 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 versione chirurgica per rifiuto da parte dei pazienti. Di essi 1 paziente è deceduto ad un anno e l’altro a 18 mesi.in questi casi non è stato possibile stabilire una correlazione tra patologia aortica e decesso. Abbiamo osservato una trombosi di una branca destra, 1 embolizzazione distale e una dissezione di una iliaca sinistra che è stata trattata chirurgicamente; non sono state osservate angolazioni o rotture di protesi. Inoltre abbiamo registrato 5 casi di endoleak di tipo II (13.1%) al termine della procedura che sono stati osservati nel tempo: tutti questi sono stati evidenziati nel gruppo senza trombo murale. Ad un follow-up di 6 mesi, tre dei 5 endoleak di tipo II sono scomparsi spontaneamente mentre due di essi sono stati evidenziati ad un follow-up di 12 e 24 mesi senza aumento delle dimensioni della sacca aneurismatica. Al follow-up sono stati evidenziati 9 decessi (6 per IMA, 2 per neoplasia 2 da cause non note). Non abbiamo evidenziato conversione chirurgica ne ulteriori endoleak. Il diametro medio dell’aneurisma si è significativamente ridotto ad un followup di 6 mesi (52.28 mm vs 46.96 mm, 10.1%, p<0.005) con una sottile riduzione a 12, 24 e 36 mesi (rispettivamente 45.36 mm, -3.4%, p=NS; 44.73 mm, -1.38%, p=NS and 44.03 mm, -1.5%, p=NS). Il diametro del colletto ha mostrato un aumento al primo follow-up (24.41 mm, +8.6%, p<0.01) senza significative variazioni ai successivi controlli. Zenith. Sono state impiantate 14 endoprotesi mod. Zenith. Questo gruppo di pazienti è stato caratterizzata da una età più anziana (età media 76,28 anni: range 68-83 anni) e classificati come ASA 3 nell’ 85.7% dei casi; il 50% dei pazienti era affetto da cardiopatia ma solo il 21.4% da ipertensione rispetto ai gruppi precedenti. Il diametro medio del colletto era di 22.78 mm (range 18-31 mm) con un 64.2% di casi con calcificazioni del colletto di classe 1 e un 57.1% di casi di trombo del colletto del tipo classe 1. Inoltre questo gruppo ha mostrato una morfologia del colletto “reverse-tapered” nel 14.2% dei casi. Interessante è che il 50% dei pazienti non presentava trombo murale nella sacca e noi non abbiamo registrato nessun caso di endoleak di tipo II; questo può essere parzialmente spiegato dal numero limitato di casi in cui abbiamo utilizzato tale endoprotesi. Il diametro medio dell’aneurisma è stato di 50.35 mm. Il diametro più frequentemente utilizzato è stato di 32 mm per il corpo principale e di 16 mm per le branche. L’estensione iliaca è stata utilizzata in 3 casi con esclusione della iliaca interna in due casi e senza occlusione bilaterale. Il successo tecnico è stato del 92.8%. Nessuna conversione chirurgica si è resa necessaria ma abbiamo registrato un endoleak perioperatorio di tipo I corretto dal posizionamento di cuffie aggiuntive. Non sono state usate altre cuffie aggiuntive prossimali. Abbiamo osservato una trombosi della branca destra trattata con un by-pass femoro-femorale crosse-over ed una dissezione della arteria iliaca destra che è stata trattata chirurgicamente. Non abbiamo osservato rottura dell’endoprotesi e/o leak di II tipo. Abbiamo osservato due decessi non correlati alla procedura (1 per IMA, 1 per neoplasia). Il diametro medio non ha mostrato significativa riduzione ad un follow-up di 6, 12, 24 e 36 mesi (rispettivamente 45.25 mm, -10.1%, p=NS; 42.5 mm, -6%, p=NS; un solo paziente è stato osservato ad un follow-up di 36 mesi). Anche in questo gruppo il diametro del colletto ha mostrato un aumento al primo follow-up (27.5 mm, +17.16%, p=NS) con decremento non significativo ai controlli successivi. Il diametro medio degli aneurismi, il diametro del colletto, il diametro delle iliache o delle ipogastriche e le variabili cliniche generali non hanno mostrato differenze statisticamente significative tra i tre gruppi. In ogni gruppo la morfologia dell’aneurisma e il diametro del colletto aortico sono state analizzate in riferimento alla comparsa di endoleak di I e II tipo, ma non sono state riscontrate differenze statisticamente significative tra i tre gruppi eccetto che per l’endoleak di tipo II nel gruppo Talent che è stato riscontrato nel 100% dei casi di aneurismi senza trombo (p<0,05). Discussione Il trattamento endovascolare costituisce una possibile alternativa al trattamento tradizionale nei pazienti portatori di aneurisma dell’ aorta addominale sottorenale definiti ad alto rischio per la chirurgia tradizionale. L’applicazione del trattamento endovascolare ha trovato consensi sempre più G. Bertoletti et al.: Il trattamento endovascolare dell’aneurisma dell’aorta addominale: nostra esperienza ampi con la conseguente applicazione della metodica ad un gruppo sempre più vasto di pazienti. Il tutto è confermato da studi clinici che confrontando i risultati tra chirurgia tradizionale ed endovascolare riportano benefici precoci che si traducono in una migliore qualità di vita per i pazienti14-18. Le complicanze sistemiche dopo chirurgia convenzionale sono ben riconosciute ed includono eventi cardiaci, respiratori, insufficienza renale cronica. Attualmente la morbilità e mortalità dopo chirurgia tradizionale dell’aneurisma dell’aorta addominale non rotto è compresa tra l’ 1.6 e il 6.5%20, mentre l’ UK Small Aneurysm Trial riporta una mortalità a 30 giorni del 5.8%21. Il trattamento endovascolare può ridurre ulteriormente la mortalità soprattutto nel paziente anziano e nel paziente ad alto rischio escluso dal trattamento tradizionale. La constatazione che il 35% dei pazienti con aneurisma dell’aorta addominale con diametro maggiore di 55 mm ed esclusi dal trattamento tradizionale va incontro alla rottura, fa si che, in questo gruppo di pazienti, il trattamento endovascolare possa costituire una valida alternativa al trattamento chirurgico22. Arko riporta, in uno studio comparativo, una significativa riduzione della mortalità a 30 giorni dopo trattamento endovascolare e i primi promettenti risultati sono stati confermati da altri lavori in cui la mortalità variava tra lo 0 e il 4.8% in pazienti considerati non idonei alla chirurgia tradizionale23. Lo studio UK EVAR 1 compara i risultati di pazienti trattati con chirurgia tradizionale e con chirurgia endovascolare, mentre l’EVAR 2 i risultati tra il trattamento endovascolare e medico in pazienti considerati non idonei alla chirurgia tradizionale24,25. Il DREAM trial include nello studio i dati sulla qualità di vita dopo trattamento tradizionale ed endovascolare e tuttora non ha dimostrato differenze significative sulla qualità di vita dopo trattamento endovascolare rispetto al trattamento tradizionale anche se la tendenza è a favore del trattamento endovascolare26. La mortalità a trenta giorni per l’EVAR 1 è stata del 1.7% per il trattamento endovascolare e del 4.7% per il trattamento tradizionale, mentre il DREAM trial riporta una mortalità del 1.2% nel gruppo trattato con endoprotesi rispetto al 4.6% del gruppo chi- 55 rurgico26. Nella nostra serie la mortalità è stata dell’1.7%. I Trials che hanno valutato i risultati della chirurgia tradizionale ed endovascolare hanno mostrato maggiori benefici nel breve termine nei pazienti trattati con metodica endovascolare ma anche un più alto tasso di complicanze e reinterventi24,25. Infatti sono descritte in letteratura rottura di aneurisma con endoprotesi, migrazioni, separazione dei moduli che costituiscono l’endoprotesi, anche se una parte di queste complicanze sono state riportate in pazienti trattati con le prime generazioni di endoprotesi e con protesi ad ancoraggio infrarenale 27,28,29. Nella nostra serie riportiamo 2 decessi in pazienti con endoleak di I° tipo e una migrazione del corpo protesico al follow-up di 30 mesi e due occlusioni di branca trattate con un by-pass femoro-femorale. Non abbiamo trovato nessuna relazione statistica tra i nostri risultati e le variabili preoperatorie e intraoperatorie riguardo le complicanze ottenute. Come per altri autori è la forma dell’aneurisma e le altre caratteristiche anatomiche a determinare la fattibilità del trattamento endovascolare e indirizzare verso la scelta del tipo di endoprotesi30. Tuttavia il trattamento endovascolare presenta complicanze che rendono necessaria una stretta sorveglianza al follow-up. L’incidenza di migrazione di endograft differisce significativamente tra le diverse endoprotesi e varia tra lo 0 e il 45%31-34. Sebbene la conversione chirurgica determina una risoluzione permanente della complicanza endovascolare, essa può essere associata a una significativa morbilità e mortalità. Difatti la conversione chirurgica è associata ad una mortalità peri-operatoria compresa tra il 20 e il 30%35. Quindi la selezione dei pazienti da sottoporre a trattamento è fondamentale per ottenere risultati di rilievo e ridurre gli eventi avversi. Inizialmente il successo del trattamento endovascolare era focalizzato sull’assenza di endoleak. Il rationale nell’usare l’assenza di endoleak come indicatore del successo del trattamento deriva dal fatto che in presenza di endoleak l’aneurisma dovrebbe continuare a crescere fino alla eventuale rottura. Tuttavia studi recenti hanno dimostrato che la correlazione tra la presenza e l’assenza di endoleak e il cambiamento post-operatorio della morfologia dell’aneurisma non è cosi 56 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 certa. In letteratura sono riportati casi di rottura senza evidenti segni di endoleak. Recenti lavori dimostrano che è l’endotension piuttosto che il flusso entro la sacca, a determinare l’espansione dell’aneurisma e la sua rottura. L’endotension può essere presente in assenza di flusso all’interno della sacca, tuttavia diversi autori sostengono che la continua espansione o riespansione della sacca dopo procedura endovascolare rappresenti un indicazione alla presenza di endotension e verosimilmente un indicazione ad intervento secondario36,37. Diversi autori hanno riportato cambiamenti nel diametro dell’aneurisma dopo trattamento endovascolare sia in presenza che in assenza di endoleak38-42. Sebbene l’endoleak o l’endotension sono considerati fattori predisponenti alla rottura altri fattori come specifici fattori biologici (p.e. attività delle metallo-proteinasi) possono contribuire all’aumento del diametro aneurismatico e predisporre alla rottura. L’influenza del diametro iniziale dell’aneurisma sulle modificazioni seguenti all’intervento, è ben dimostrato. Pazienti con voluminoso aneurisma preoperatorio presentano una maggiore e più rapida riduzione del diametro dello stesso rispetto ai pazienti con endoleak di II e III tipo o presenza di trombo e/o calcificazioni del colletto. I risultati dell’ EUROSTAR hanno mostrato che la presenza di endoleak di tipo I e III è legato ad un alto rischio di rottura aneurismatica e conversione chirurgica, mentre l’endoleak di tipo II non mostra relazione stretta con questi eventi. Di conseguenza l’intervento in presenza di endoleak di tipo II dovrebbe essere eseguito solo in caso di aumento del diametro dell’aneurisma43. Greenberg44 ha dimostrato che l’endoleak ha un moderato effetto sul rimodellamento e contrazione della sacca aneurismatica e tuttavia l’assenza di endoleak non pone il paziente al riparo dall’endotension. La relazione tra la pressione della sacca e il suo rimodellamento sono descritti da Dias45; in questo studio infatti la riduzione delle dimensioni dell’aneurisma era associata ad una bassa pressione registrata all’interno della sacca aneurismatica, mentre un aumento delle dimensioni era associata ad una elevata pressione interna. Adolph 46 et al. hanno osservato che il trombo entro la sacca aneurismatica presenta fissurazioni e canalicoli che sono permeabili ai fluidi e, in modo indiretto, concludono che la pressione intraluminale nell’aneurisma è la stessa entro la sacca dell’aneurisma. Armon47 invece riporta come il trombo all’interno della sacca sia protettivo verso un endoleak di II tipo. Infatti la presenza di trombo sull’ostio dei collaterali sembra proteggere dalla formazione dell’endoleak. È stato inoltre riportato come il rischio di endoleak sia maggiore quando i vasi originano da una zona non coperta da trombo 41. Nella nostra casistica riportiamo 11 endoleak di II tipo: in 9 pazienti il leak non era associato a cambiamenti del diametro, mentre in 2 casi si rilevava una piccola crescita durante il followup; è comunque da notare che tale crescita è stata notata in aneurismi senza trombo. Questi endoleak sono dovuti alla pervietà della arteria mesenterica inferiore, che gioca un ruolo importante nello sviluppo di endoleak di tale tipo41. Noi abbiamo notato una riduzione persistente nel diametro della sacca aneurismatica in pazienti trattati con protesi Talent Medtronic and Zenith Cook durante il follow-up a 12, 24 e 36 mesi; mentre nei pazienti trattati con endoprotesi Excluder Gore non abbiamo rilevato tale riduzione. Anche in letteratura si riporta, per quanto riguarda l’endoprotesi Excluder, una minore riduzione del diametro dell’aneurisma rispetto alle altre endoprotesi e un modesto aumento del diametro della sacca senza evidenza di endoleak29. Noi riportiamo una migrazione endoprotesica a 30 mesi in paziente trattato con endoprotesi Excluder; anche se le caratteristiche morfologiche in questo paziente erano al limite per il trattamento endovascolare, noi consideriamo fisiologica la sua evoluzione come riportato dalla maggioranza degli autori. Difatti Greenberg44 ha approfondito queste considerazioni individuando dei criteri anatomici per definire un trattamento endovascolare ad alto rischio: lunghezza prossimale del colletto inferiore a 15 mm, diametro del colletto prossimale maggiore di 28 mm, angolazione del colletto prossimale maggiore di 60°, estrema tortuosità aortica ed iliaca, lesioni ostruttive degli assi iliaci con diametro inferiore a 8 mm ed impossibilità di preservare almeno un arteria ipogastrica. Questi criteri definiscono un paziente con G. Bertoletti et al.: Il trattamento endovascolare dell’aneurisma dell’aorta addominale: nostra esperienza “high-anatomic and physiologic risk” in cui il trattamento endovascolare può essere offerto come alternativa alla semplice osservazione clinica. Fallimenti strutturali delle protesi sono state descritte comunque con la maggior parte delle endoprotesi anche se sono state apportate importanti modifiche strutturali. I fallimenti riportati in letteratura48-53 sono occorsi nella maggior parte dei casi dopo due anni dall’impianto come anche nel nostro caso su riportato. I fallimenti strutturali, insieme alla crescita della sacca aneurismatica e la pervietà delle branche, continuano ad essere una sfida continua. Con il permanere di queste problematiche il trattamento endovascolare continua ad essere un trattamento “imperfetto” in cui è fondamentale un accurato follow-up. Attualmente la riduzione degli insuccessi va ricercata in una accurata selezione dei pazienti in base alle caratteristiche anatomiche e morfologiche dell’aneurisma. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. BIBLIOGRAFIA 1. Castleden M., Mercer J. Abdominal aortic aneurysm in Western Australia: descriptive epidemiology and patterns of rupture. Br. J. Surg. 1985; 72: 109-21 2. Allen P., Gourevitch D. Population screening for aortic aneurysm. Lancet 1987; 2: 736-9 3. Scott R., Ashton M., Sutton G. Ultrasound screening of a general practice population for aortic aneurysm. Br. J. Surg:, 1986; 73: 318-24 4. Reilly J.M., Tilson M.D. Incidence and etiology of abdominal aortic aneurysm in high risk patients. Surg Clin North Am. 1989; 69: 755-64 5. White GH, May J, Mcgahan T, et al. Historic control comparison of outcome for endoluminal versus open repair of abdominal aortic aneurysms. J Vasc Surg. 1996; 23:201-12 6. Collin J, Araujo L, lindsell D. 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Latina (LT) E-mail: [email protected] - Tel: 0773/6553472; fax 0773/6553470 ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 9, Numero 2, Aprile-Giugno 2007 Gestione e organizzazione sanitaria MIGLIORAMENTO DELLE STRATEGIE DI INTERVENTO IN CASO DI ARRESTO CARDIACO NELL’AZIENDA OSPEDALIERA SAN CAMILLO-FORLANINI IMPROVEMENT OF THE STRATEGIES OF INTERVENTION IN THE EVENT OF CARDIAC ARREST AT THE “SAN CAMILLO-FORLANINI” HEALTH TRUST CATERINA AMODDEO, MARIA ROSARIA COCCO U.O.C. Qualità e Formazione A.O. San Camillo-Forlanini, Roma RIASSUNTO: La morte cardiaca improvvisa è un evento che va gestito prontamente e correttamente per aumentare le probabilità di sopravvivenza. L’Azienda Ospedaliera S. Camillo Forlanini, attraverso la costituzione di una apposita Commissione, si è attivata per far fronte a tale tipologia di emergenza. La Commissione, stabilendo criteri di “dotazione” delle diverse tipologie di defibrillatori e priorità formative, sia per la rianimazione cardiopolmonare di base (corsi BLS-D), che per quella avanzata (corsi ALS), ha posto le basi per la realizzazione degli interventi della “catena della sopravvivenza mista” su tutto il territorio aziendale. Sono stati acquisiti e distribuiti i defibrillatori; è stata consegnata a tutte le strutture aziendali copia dell’opuscolo “Arresto cardiaco e defibrillazione precoce nell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini”. È costante l’organizzazione di corsi aziendali di BLS-D; PBLS; BLS-D retraining; ALS. Parole chiave: Defibrillatore. Rianimazione cardiopolmonare. SUMMARY: Sudden cardiac death is a relatively frequent event also in hospital environment. It has to be managed promptly and properly in order to increase the chances of survival. The “San Camillo-Forlanini” Health Trust, by means of the constitution of a dedicated Commission, is activated to obtain the instrumental and trained/qualified health personnel needed to face this kind of emergency. In order to limit the consequences of a non-prompt and ineffective cardiopulmonary resuscitation intervention it is necessary to predispose an organizational and training plan that can guarantee therapeutical interventions with the order and efficacy of the “Mixed Survival Chain”. It has acquired and assigned the defibrillators and distributed to all medical, surgical and administrative Departments the pamphlet “Cardiac arrest and early defibrillation at San Camillo-Forlanini Health Trust” for diffusion of the knowledge. The training on Basic Life Support and Defibrillation (BLS-D) and Advanced Life Support (ALS) is continuous. Key words: Defibrillator; Cardiopulmonary resuscitation. Introduzione Negli anni 2002 e 2003, all’interno della Azienda Ospedaliera S.Camillo Forlanini, sono stati formati 280 dipendenti, di tutte le qualifiche, sulla metodologia del Miglioramento Continuo della Qualità (MCQ). I corsi, teorico-pratici, hanno portato alla elaborazione di 36 progetti di MCQ, ossia un progetto per ogni gruppo di lavoro costituito da circa 8 discenti: partendo dall’analisi del proprio contesto lavorativo, ciascun partecipante ha contribuito alla stesura di una lista di problemi, ordinati secondo criteri di priorità, sui quali sono stati elaborati i progetti di miglioramento. Uno degli elaborati proposti si è orien- 60 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 tato al “Paziente con arresto cardiaco in area non protetta”. Tale iniziativa, il cui input era stato determinato da un episodio di arresto cardiaco accaduto qualche tempo prima presso il centro di prenotazione unico (CUP) aziendale, ha rappresentato lo stimolo per un progetto allargato a tutta l’azienda, con particolare attenzione alle degenze non intensive ed alle aree di diagnostica ed ambulatoriali, ove, senza l’aiuto tempestivo di personale medico specialistico e con le difficoltà logistiche non presenti nelle aree critiche, le probabilità di ritardo degli interventi di defibrillazione sono maggiori rispetto alle aree critiche. Razionale La morte cardiaca improvvisa (MCI), intesa come cessazione imprevista, brusca e non traumatica dell’attività cardiorespiratoria in soggetti con o senza malattia cardiovascolare, è un evento non raro, anche in ambito intraospedaliero. Tra i principali fattori che condizionano l’outcome di un paziente con arresto cardiocircolatorio in ospedale, vi sono oltre quelli riferibili al paziente (età, pregressa malattia), anche elementi pianificabili, correlati a logistica, risorse strumentali ed umane. Poiché la rianimazione cardiocircolatoria e la defibrillazione precoce aiutano sicuramente ad aumentare la sopravvivenza, nel 2001 è stata emanata la legge n° 120(1) che ha consentito l’uso del defibrillatore semiautomatico esterno (DAE), in sede extraospedaliera, anche al personale sanitario non medico ed al personale non sanitario, specificamente formato nelle attività di rianimazione cardiopolmonare. Il legislatore, con l’emanazione di tale direttiva, ha inteso estendere l’utilizzo dei defibrillatori semiautomatici anche al personale non sanitario e sanitario non medico, in ambiente extraospedaliero, dando probabilmente per acquisito l’utilizzo degli stessi in ospedale da parte degli operatori sanitari. Ma evidentemente, tale principio non era così chiaro, se nel 2004, con la legge n. 69 (2), è stato necessario esplicitare l’utilizzo del defibrillatore semiautomatico da parte del personale sanitario non medico e del personale non sanitario in sede intraospedaliera. L’ampliamento d’uso dei defibrillatori al personale sanitario non medico è possibile grazie alla evoluzione tecnologica nei confronti di tali macchine. I defibrillatori semiautomatici esterni (DAE) sono, infatti, poco ingombranti e di facile uso, in quanto dotati di un software in grado di riconoscere i ritmi defibrillabili, ossia la Tachicardia Ventricolare (TV) e la Tachicardia Ventricolare senza polso o Fibrillazione Ventricolare (FV) che, nei pazienti con improvviso arresto cardiaco, rappresenta l’aritmia più frequentemente documentata (75-80%) (3). In caso di arresto cardiorespiratorio, dunque, anche l’operatore sanitario non medico ed il personale non sanitario formato/abilitato, possono avviare le manovre di rianimazione cardiopolmonare (RCP) apprese con la relativa propedeutica formazione durante i corsi di BLS-D ed attivare il DAE per l’analisi del ritmo. La diagnosi di TV o di FV viene effettuata dal DAE con una specificità prossima al 100% ed una sensibilità del 98%. Qualora la macchina riconosca la necessità di defibrillazione, si predispone automaticamente per l’ erogazione della scarica e segnala all’operatore che la stessa può essere erogata. Le manovre di rianimazione cardiopolmonare sono una serie di interventi terapeutici che, per essere efficaci, devono essere messi in atto nel giusto ordine ed in tempi ben definiti e molto brevi (4-10 minuti) (4). Quanto più gli interventi sono consequenziali e strettamente correlati (anelli della catena), tanto maggiore è la probabilità di successo (sopravvivenza). Per tale motivo, si parla di “Catena della sopravvivenza”. Metodologia A) Multidisciplinarietà Al fine di conoscere lo stato dell’arte ed ottenere razionalizzazione, uniformità e regolamentazione dei defibrillatori aziendali, nel mese di luglio 2004 è stata deli- C. Amoddeo et al.: Miglioramento delle strategie di intervento in caso di arresto cardiaco ... berata l’istituzione di una “Commissione per il miglioramento delle strategie d’intervento in caso di arresto cardiaco”, composta da: • 2 Cardiologi, di cui uno responsabile dei corsi ALS e l’altro quale componente del gruppo di lavoro dell’iniziale progetto di MCQ; • 1 Anestesista - rianimatore, responsabile dei corsi BLS-D; • 1 Medico della medicina d’urgenza, istruttore BLS-D; • 1 Dirigente medico, responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione ed 1 Dirigente del Servizio di Fisica Sanitaria, componenti del gruppo di lavoro che avevano partecipato all’iniziale progetto di MCQ; • 2 Coordinatori Infermieristici; • il Direttore della UOC Qualità e Formazione, quale promotore e coordinatore della Commissione, coadiuvato da un assistente amministrativo per le attività di segreteria. Tra gli obiettivi da raggiungere, vi erano: 1. la definizione di criteri per stabilire la dotazione necessaria di defibrillatori su tutto il territorio aziendale; 2. la distribuzione delle varie tipologie di defibrillatori, in funzione di un tempestivo ed efficace intervento, sia nella rianimazione cardiopolmonare di base, che in quella avanzata; 3. la definizione di criteri di priorità di accesso ai corsi formativi, soprattutto per il personale infermieristico. Di fatto, alcuni membri della Commissione, già da qualche mese, avevano cominciato a riunirsi periodicamente per avviare il progetto di “Miglioramento delle strategie d’intervento in caso di arresto cardiaco”, convenendo di procedere innanzitutto al censimento dei defibrillatori presenti in Azienda. L’elaborazione di una apposita scheda ha favorito la rilevazione della dotazione complessiva di defibrillatori, con relativa tipologia, marca e modello; ambiente di 61 collocazione, funzionalità e stato di manutenzione. Sono stati altresì valutati la presenza di eventuali protocolli d’intervento ed il numero di operatori abilitati all’uso/ formati BLS-BLSD, ALS. Le informazioni e le registrazioni sono state rilevate presso ciascuna struttura dalla Coordinatrice Infermieristica assegnata alla UOC Qualità, nei mesi di febbraio e marzo 2004. Sono state esaminate 159 strutture (Reparti, CC.OO., Servizi, D.H./D.S.): di queste, soltanto 52 risultavano dotate di defibrillatore, per un totale di 104 apparecchi così suddivisi : 1 DAE, 59 manuali, 44 manuali/ semiautomatici, di cui la gran parte obsoleti e/o fuori supporto tecnico. Soltanto 10 strutture avevano un protocollo d’intervento. Acquisiti tali dati, c’era da raggiungere il primo obiettivo e, dunque, stabilire i criteri di dotazione, che sono stati definiti adattando le evidenze scientifiche alla realtà locale: • è stato valutato il complesso ospedaliero in termini di estensione ed articolazione, essendo lo stesso costituito da 2 presidi che si sviluppano su un’area di oltre 40 ettari, separati da una strada comunale, strutturalmente differenti, essendo il S. Camillo organizzato a padiglioni ed il Forlanini a corpo unico, suddiviso in settori; • si è tenuto conto della accessibilità alle strutture e dell’attività in h 12 o h 24; • sono stati calcolati i tempi d’intervento, tenendo presente quanto ampliamente dimostrato dalla letteratura scientifica e cioè che il successo della defibrillazione, e quindi la probabilità di sopravvivenza del paziente in arresto cardiocircolatorio per TV o FV, dipende dalla tempestività dell’intervento stesso; • si è preso atto della organizzazione aziendale esistente nei confronti di tale tipologia di emergenza, e quindi della presenza di anestesisti preparati ed autosufficienti per interventi di livello avanzato. Sulla base di quanto sopra, la Commissione si è orientata per una gestione della “Catena della Sopravvivenza mista”. Tale 62 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 organizzazione, in caso di arresto cardiorespiratorio, prevede il primo intervento da parte del personale dell’U.O. ove si è verificato l’evento, con successivo sostegno dell’equipe ALS per l’assistenza avanzata. In merito al secondo obiettivo, ovvero la distribuzione delle varie tipologie di defibrillatori, la Commissione ha ritenuto indispensabile l’allocazione di: • 1 DAE presso ciascun reparto di degenza, comprensivo di eventuale annesso ambulatorio e/o D.H.; nelle aree con utenza esterna (CUP, Centro Prelievi); Camera mortuaria; Sedi Corsi Universitari; • 1 defibrillatore manuale/semiautomatico in ciascuna Camera Operatoria e sala risveglio, nei servizi di Radiologia ove si erogano esami con mezzo di contrasto, Day Surgery, e comunque in tutte le aree critiche; • 1 defibrillatore manuale/semiautomatico in ciascun padiglione del S.Camillo ed in ogni settore del Forlanini, per poter mettere in atto il più precocemente possibile il sostegno degli operatori dell’emergenza per la rianimazione cardiopolmonare avanzata. Poiché, in attuazione della normativa vigente, l’uso del defibrillatore semiautomatico DAE è consentito soltanto al personale sanitario non medico che abbia ricevuto una formazione specifica nelle attività di rianimazione cardiopolmonare, considerato l’elevato numero di trasferimenti inter ed intraziendali interessanti il personale infermieristico, è emersa la necessità di verificare periodicamente le UU.OO. che hanno il minore numero di personale sanitario formato BLS-D: agli infermieri ed ai medici di tali UU.OO. viene assicurata la necessaria priorità formativa. B) Formazione In applicazione delle citate innovazioni normative e tecnologiche, all’interno dell’Azienda Ospedaliera S. Camillo Forlanini si è costituito un gruppo multidisciplinare e multiprofessionale di istruttori cer- tificati IRC-ERC, in grado di svolgere autonomamente corsi formativi di BLS-D (Basic Life Support-Defibrillation), ALS (Advanced Life Support) esecutore e PTC (Prehospital Trauma Care), approvati dall’Italian Resuscitation Council (IRC), indirizzati a medici ed infermieri, cui sono destinati anche i corsi di BLS Pediatrico (PBLS). Nel 2001 l’IRC ha riconosciuto l’ autonomia didattica di tale gruppo, costituito da medici anestesisti-rianimatori, medici d’urgenza, cardiologi, infermieri, ed ha certificato il nostro ospedale quale “Centro di Formazione” sui temi dell’urgenzaemergenza. La formazione teorico pratica dei corsi BLS-D, consente ai discenti di acquisire le conoscenze teoriche e l’apprendimento di abilità pratiche nella rianimazione cardiopolmonare di base, secondo le Linee Guida European Resuscitation Council (ERC), nonché le tecniche di defibrillazione precoce con defibrillatore semiautomatico DAE; il corso aiuta anche a migliorare la gestione in equipe dell’arresto cardiaco. Con il corso ALS si consente l’acquisizione di conoscenze, abilità manuali e tecniche in tema di rianimazione cardiopolmonare avanzata, si approfondiscono argomenti quali la gestione delle vie aeree e ventilazione, la defibrillazione manuale, la cardioversione elettrica. La formazione migliora anche le capacità relazionali e comunicative correlate alla gestione in equipe. Nell’Azienda Ospedaliera S.Camillo Forlanini, dal 2001 al 2006, sono stati formati/addestrati, con corsi BLS, BLS-D, IRC-ERC approved, 1377 operatori sanitari, prevalentemente infermieri e medici. Di questi, 434 hanno successivamente partecipato a corsi ALS; 104 hanno effettuato corsi di retraining BLS-D. Sono stati formati anche 550 operatori sugli argomenti del BLS Pediatrico, anch’esso IRC-ERC approved, soprattutto nell’area pediatrica, emergenza ed urgenza e SES 118, essendo quest’ultimo parte integrante dell’azienda fino a tutto il 2004. Tutti i corsi espletati sono stati accreditati ECM presso il Ministero della Salute. C. Amoddeo et al.: Miglioramento delle strategie di intervento in caso di arresto cardiaco ... Alla fine del 2006, sia per l’elevato numero di trasferimenti ad altre aziende da parte del personale infermieristico, che a seguito dell’autonomia aziendale del SES118, il numero di personale formato/abilitato BLS-D e BLS Pediatrico presente in azienda, è risultato essere rispettivamente di 1140 e 151; gli operatori formati/abilitati ALS sono stati 265. C) Diffusione conoscenze Tutto il lavoro realizzato dalla Commissione è stato sintetizzato dalla UOC Qualità e Formazione in un libretto di 76 pagine, intitolato “Arresto cardiaco e defibrillazione precoce nell’Azienda Ospedaliera S.Camillo-Forlanini”, che è stato distribuito a tutte le strutture aziendali. Lo stesso è articolato in 4 parti: • la prima rappresenta lo stato dell’arte alla data del censimento, e quindi, per ciascun defibrillatore è indicata la struttura di ubicazione, la relativa specifica tipologia, modello e marca, numero di inventario; • la 2° parte illustra i criteri adottati per stabilire la dotazione aziendale di defibrillatori. Sono anche presenti 2 mappe, una per ciascun presidio, che consentono di individuare rapidamente la tipologia e l’ubicazione di tutti i defibrillatori presenti in azienda; • particolare rilievo assume il 3° capitolo per i riferimenti legislativi riportati e per gli elenchi del personale formato fino alla data del 21 gennaio 2005, data della stampa dell’opuscolo. Attualmente, gli elenchi del personale formato, aggiornati annualmente, sono consultabili on line, sul sito aziendale; • nella 4ª sezione vi sono alcune raccomandazioni relative alla gestione e manutenzione, sia del defibrillatore, che del carrello per l’emergenza. Risultati Sulla base delle esigenze esplicitate dalla Commissione, la Direzione Aziendale ha proceduto alla gara d’acquisto di 69 defibrillatori DAE e 9 semiautomatici/manuali SMPO che, nel mese di giugno 2005, sono stati distribuiti alle strutture destinatarie. 63 Previa esecuzione di prove di funzionalità e prove di sicurezza elettrica da parte del Servizio di Fisica Sanitaria, sono state anche disposte otto ricollocazioni di defibrillatori manuali/semiautomatici già presenti in azienda. La dotazione complessiva attuale è di 192 defibrillatori, di cui: • • • • 70 DAE 57 Manuali/Semiautomatici 9 SMPO 56 Manuali I defibrillatori DAE possono essere utilizzati anche in caso di arresto cardiaco nei bambini di età compresa tra uno e otto anni, previa applicazione degli elettrodi pediatrici. Conclusioni Il progetto, pur comportando un onere economico per l’Azienda, determinato dall’acquisto dei defibrillatori, ha comunque rappresentato un buon investimento, sia in termini economici ed organizzativi, che di ricaduta sull’outcome del paziente con arresto cardiorespiratorio. La scarsa conoscenza della possibilità di utilizzare defibrillatori DAE, l’assenza di criteri di dotazione e di un piano di intervento, può portare i singoli Direttori/Responsabili di U.O. alla richiesta di defibrillatori manuali/semiautomatici anche per le aree non critiche, e quindi all’acquisto di apparecchi molto più costosi dei DAE. La presenza di un così elevato numero di apparecchiature con caratteristiche identiche, ha dato la possibilità alla Commissione di organizzare nei 2 Presidi, in concomitanza della distribuzione dei DAE, quattro presentazioni di tali apparecchi, per illustrarne caratteristiche e funzionalità. Alla presentazione è stato invitato tutto il personale infermieristico già formato e tutti i dirigenti medici. L’omogeneità delle apparecchiature è un elemento fondamentale non solo per favorire l’addestramento del personale, ma anche per consentirne l’utilizzo da parte del massimo numero di operatori, non risentendo dei processi di mobilità interna. 64 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 9, 2, 2007 La presenza di mappe e di piani operativi favorisce la riduzione dei tempi di intervento e contribuisce al buon esito della “Catena della sopravvivenza”. È agevolata la manutenzione e l’azienda acquisisce un maggiore potere d’acquisto, e quindi di contenimento costi, anche sul materiale di consumo. Attraverso i dati acquisiti dal magazzino economale, relativi al consumo degli elettrodi per defibrillatore DAE, si evince che, nell’arco di un anno, ossia dal mese di luglio 2005 a giugno 2006, vi è stato un consumo di 18 elettrodi per adulti e nessun consumo di elettrodi pediatrici. Da alcune indagini effettuate nei reparti e servizi che hanno richiesto gli elettrodi, sono emersi dati positivi, ma non esaustivi, sugli interventi effettuati, per cui si è ritenuta opportuna una verifica della qualità degli interventi, attraverso la elaborazione di un modulo raccolta dati, sul quale registrare dettagli ____ Per richiesta estratti: Dott.ssa. Caterina Amoddeo - Tel. 06 58702433 email: [email protected] delle procedure di rianimazione e loro esito. La corretta e completa compilazione del modulo consentirà di rilevare tempi e tipologie di intervento, l’eventuale necessità di correzioni logistiche, ed ogni suggerimento ritenuto utile per rinforzare gli eventuali anelli deboli della catena. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Legge 3 aprile 2001, n.120. Utilizzo dei defibrillatori semiautomatici in ambiente extraospedaliero GU n. 88 del 14-4-2001; Legge 15 marzo 2004, Modifica all’articolo 1 della legge 3 aprile 2001, n. 120, in materia di utilizzo dei defibrillatori semiautomatici - GU n. 66 del 19-32004; Linee guida Task Force sulla Morte Cardiaca Improvvisa, Società Europea di Cardiologia Ital Heart J. Suppl 2002; 3:1051-6); Resuscitation After Cardiac Arrest A3-Phase Time Sensitive Model JAMA, 2002; 288: 3035-8.