ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
CURARE
FONDAZIONE MADRE CABRINI ONLUS
Spray of leaves
H. Matisse
Il cambiamento
SOMMARIO
Eitoriale
3
Contributi Professionali
5
Focus
14
Argento vivo
15
La ricetta
19
Tempo di bilanci- Appuntamenti-Corsi
28
Logo Fondazione
32
Pagina 2
E-mail : [email protected]
CURARE pubblicazione trimestrale della Fondazione Madre Cabrini
onlus
Collaboratori:Anziani del CDI, ,Daniela Tedeschi, Barbara Passoni, Giovanni Cutillo,
Cristina Rozzi, Laura Devecchi, Daniela Buttignoni, Laura devecchi, Paola Bellani, Maira Pedretti, Angelo Bricchi, Squadriglia Pantere gruppo scout S.Angelo, Monica Fassina, Le Suore della fondazione, Don Carlo Ferrari, Marco Ferri.
E-mail : [email protected]
Se vuoi inviare contributi alla rivista [email protected]
(Si prega di specificare nell’oggetto della mail come “articolo per curare”)
ANNO 7, NUMERO 1
SETTEMBRE 2013
Pagina 3
EDITORIALE
Voglio una diagnosi perché...cambio vita.
Diagnosticare una malattia degenerativa è spesso difficile comunicarne la diagnosi difficoltoso. Accettare il calvario di sofferenza, disabilità e di invalidità che una malattia come l’Alzheimer possono
comportare è al limite dell’eroico. Qualche anno fa su Lancet (una delle riviste di medicina più importanti al mondo) ci si domandava cosa fosse cambiato nella terapia della malattia da quando Alois Alzheimer ne diede una descrizione alla fine dell’Ottocento.
Effettivamente se si osserva la storia della malattia in termini “tecnologici” non è cambiato molto. Se
si osserva la malattia in termini tradizionali ma con più attenzione si può osservare che dall’inizio del
secolo la storia clinica della malattia è cambiata molto. La diagnosi è più precoce, la prognosi e cambiata e la terapia si è arricchita di strumenti farmacologici e non. La diagnosi è molto più precoce. Vi è
molta più attenzione alle patologie che colpiscono le persone anziane. Le società occidentali che tendono ad invecchiare hanno da tempo cominciato a fare i conti con il bilancio sanitario e si cerca di giungere a delle terapie con il miglior rapporto costi-benefici. Il sistema sanitario non è sostenibile
all’infinito. La precocità della diagnosi si è spinta sempre più avanti. Inizialmente le persone venivano
diagnosticate quando la malattia era già conclamata. Poi si è giunti a categorizzare il Mild Cognitive
Impairment (deficit cognitivo lieve) che non comportava necessariamente la presenza della malattia
ma ne rappresentava un possibile stadio precoce. Attualmente la nuova frontiera sono la proteomica e
l’imaging. Attualmente si cerca l’isotopo perfetto che possa legarsi con selettività e specificità ai prodotti di degradazione della Amiloide (proteina i cui sottoprodotti sono molto aumentati nel sistema
nervoso centrale dei pazienti con Alzheimer) e possa permettere alla PET (un tipo di tomografia che ci
mostra il cervello in alcuni suoi aspetti funzionali) di identificare i cervelli malati. Si dosano alcuni geni
che predicono, in termini di probabilità ancora relativamente bassa, la comparsa della malattia anche
con decenni di anticipo. Dall’ipotesi alla prassi.
Viene in ambulatorio un giovane di circa 40 aa che mi riferisce che suo padre di 70 è affetto da malattia di Alzheimer. Mi chiede di eseguire i test genetici di cui ha sentito parlare e che gli predirebbero
la comparsa della malattia anche con decenni di anticipo. Domando: come cambierebbe la sua vita se
sapesse che fra 30 aa avrà la malattia? Leggerei di più, mi interesserei maggiormente a ogni cosa, mi
sforzerei di vivere più intensamente. Quasi per scherzo gli dico... se davvero facesse queste cose mi
verrebbe voglia di dirle che ha il 100% di probabilità che fra 30 anni compariranno i primi segni della
malattia perché il suo proposito è eccellente di per sé per la vita e non per una possibile malattia.
La notizia della fine annunciata della nostra memoria rende quanto meno difficoltosa la costruzione
dell’amore per la vita. Saper con anticipo di decenni è anche rischioso in quanto ci si preoccupa di una
possibile malattia e non della vita da vivere. Non sappiamo già che la nostra vita avrà un termine? Non
abbiamo già sufficienti testimonianze che le malattie esistono? Perché sapere prima le cose se non
possiamo sapere come possiamo combatterle? I propositi di prevenzione che possiamo attuare nei confronti della malattia sono comunque stili di vita salutari che ci aiutano a vivere in pienezza.
Dopo queste considerazioni il giovane se ne va e penso di averlo deluso in quanto ho risposto in termini
di relazione umana ad una domanda che “tecnologica”. Dopo un mese rientra in ambulatorio con il padre
che trascina i piedi, ha lo sguardo basso, gli occhi di vuoti, vestiti un po’ arruffati e poco coordinati....sembra un quadro di Ottone Rosai. Sfumato, dai tratti e colori incerti.
Gli parlo e, dopo un lungo ostracismo mutacico, si apre come una diga che si rompe e mi travolge come
un fiume in piena con la sintesi della sua vita secondo il registro delle sue disgrazie, sfortune, delusioni. Il tutto con un linguaggio perfetto condito da diversi improperi (poco educati ma molto calzanti al
commento dei fatti che stava narrando) e fotografato dallo sguardo esterrefatto del figlio che cercava di credere a ciò che vedeva e sentiva. Non aveva davanti a sé il padre che aveva visto negli ultimi
sei mesi. Aveva ritrovato il padre che conosceva quando lui era un giovane studente. Tragicamente lucido nella sua analisi, saraccante come solo i Toscani che invocano la maremma in ogni occasione.
Pagina 4
Dopo questo peregrinare per la sua vita, come allo scadere del giro della molla, si spegne il sonoro e
con sguardo spento il suo pensiero sembra vagare in preda ad oscuri presagi attorniato dalla selva dei
pensieri che parevano accalcarsi nella sua mente con l’urgenza di straripare alla prossimo cedimento
della diga. IL figlio riavutosi “dalla visione del Sabba” mi esprime le sue scuse e non la finisce più di
esprimere il suo rammarico per il comportamento, a sua detta, bizzarro del padre. Gli chiedo.. perché
bizzarro? Semplicemente perché non si deve andare del medico a snocciolare le proprie disgrazie. Bisogna dire dei sintomi, dei segni. Gli rispondo che, di fatto, suo padre ha fatto quello che lui stava
sostenendo. Mi aveva fornito tutti gli strumenti per porre almeno due ipotesi diagnostica... o una depressione con psicosi associata o una forma di demenza cui si associa il delirio molto strutturato.
Gli prescrivo una terapia (farmacologica e non) con la promessa di rivederci dopo un paio di mesi.
Non li ho più visti per un pezzo. Ho a lungo pensato a quel paziente la cui storia di vita mi aveva particolarmente colpito. Per lungo tempo ho temuto di aver sbagliato tutto,che potevo semplicemente essere più umile e lasciarli entrambi nella inesorabile convinzione della decadenza prossima dell’Alzheimer.
Piuttosto che lanciarmi in nuove ipotesi diagnostiche dall’esito incerto!
Dopo due anni sono andato ad un congresso. Mentre facevo una piccola passeggiata sul lungo lago vedo
due tizi con camicie sgargianti che, come due sodali, stanno chiacchierando e pescando. Mi torna alla
mente la strana coppia che avevo visto in ambulatorio ma nel dubbio mi limitai a passare timidamente
vicino. Mentre passavo vicino riconobbi una parlata toscana ma ancora non osai e mi stavo lentamente
allontanando. Solo pochi passi più in là provai ancora a voltarmi e loro mi riconobbero. Oh dottore...buongiorno! Non si saluta? Mi scusi mi sembrava di avervi riconosciuto ma temevo di sbagliare...Grazie. Semplicemente Grazie!. Sono contento di essere venuto da lei perché mi ha dato la cura
giusta. Mi scusi.. se non sono più venuto è perchè sto bene. Sono riuscito a convivere con la morte di
mia moglie ed ora riesco a vivere perché sono riuscito a ritrovarmi e a ritrovare il rapporto con mio
figlio. Grazie. Dopo aver parlato ancora un pò mi sono allontanato contento. Proprio in quella mattina vi
era stata una lunga relazione sulla necessità della precocità della diagnosi che era anche stata fortemente discussa.
Morale. Diagnosi precoce sì ma non troppo ma soprattutto... diagnosi giusta e da verificare. Diagnosi sì
non sterili etichette. Terapia: tutte quelle possibili, farmacologiche e non; tecnologiche e umane.
Prognosi: dipende sostanzialmente dalla quantità di energia mettiamo nella cura e nella relazione con il
paziente.
Excusatio: Anche se la nostra piccola rivista non presenta difficoltà clamorose nel suo editing a volte chi la compone svolge que‐
sto lavoro in piccoli ritagli di tempo o in tarde ore serali. Può quindi capitare che un articolo “slitti” erroneamente da un numero a quello successivo. Può capitare che i margini o l’impaginazione non siano esattamente perfetti. Questo è accaduto diverse volte e, in particolare, al seguente articolo di Giovanni Cutillo che aveva puntualmente consegnato lo scritto per i numeri precedenti. Mi scuso per l’inconveniente. MF
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 5
CONTRIBUTI PROFESSIONALI
Il cambiamento della struttura in cui lavoriamo. A cura di Giovanni Cutillo Il cambiamento è davvero una delle poche certezze della nostra vita. Cambiamo noi e cambia tutto intorno a noi, a volte più in fretta a volte più lentamente, a volte in modo più evidente altre volte in modo più sottile, ma inesorabilmente. Ogni cambiamento costituisce una piccola morte, ci troviamo a dover lasciare qualcosa, qualcosa che spesso per noi era diventato un riferimento, per guardare verso un
futuro che, nel momento del cambiamento, ci appare incerto e a volte minaccioso, soprattutto se si
tratta di un cambiamento che ci fa paura o definiamo ‘negativo’. Ed è partendo da questo preambolo
che in breve vi illustrerò il cambiamento o meglio la novità che caratterizzerà la nostra struttura,
R.s.a Madre Cabrini Onlus. Dal settembre dello scorso anno sono iniziati i lavori per la costruzione di
una nuova struttura socio assistenziale per sacerdoti bisognosi dell’Asl/Diocesi di Lodi.
In particolare tale nuova struttura sorgerà adiacente alla Fondazione Madre Cabrini Onlus nella parte
anteriore della struttura. La nuova residenza per sacerdoti prevederà nove nuove camere confortevoli
e ultra moderne con tutte le caratteristiche e prescrizioni delle normative vigenti; otto camere al piano superiore e una camera nella parte sinistra della struttura al piano rialzato. Poi, essendo la struttura “praticamente collegata” alla Casa di Riposo, tant’è che l’ingresso generale sarà semplicemente più
contiguo alla cancellata, mentre l’ingresso alla struttura per sacerdoti laterale, nella parte destra del
piano rialzato vi saranno i nuovi uffici. Con open spaces, e molto confortevoli anch’essi. Quindi da qui il
cambiamento diciamo della parte amministrativa gestionale della Fondazione Madre Cabrini Onlus. Il
cambiamento in questo caso è solo positivo, in quanto
si passerà da uffici amministrativi e direzionali abbastanza fatiscenti e poco confortevoli ad una nuova
struttura gestionale assai ben delineata, capiente e
soprattutto con gli spazi adeguati alle diverse situazioni che si creano giornalmente e quindi nel corso
dell’attività operativa e organizzativa.
I lavori proseguono a spron battuto; la struttura in
cemento armato e relativi piloni maestri è già praticamente ultimata, nella fase successiva si adeguerà quindi la parte “prefabbricata” già in produzione
nei siti appositi. Si tratterà quindi di una struttura ultra moderna con tutte le caratteristiche conformi alle leggi, e quindi l’antisismicità, la resistenze alle barriere architettoniche e con una sorta di isolamento acustico di ultima generazione. La nostra Fondazione Madre Cabrini Onlus ha un impronta in
primo luogo cristiana e quindi molto familiare. Con gli adeguamenti dell’ultimo trentennio, ha sì rispettato quanto prevedono le leggi, si è trasformata da grande famiglia parrocchiale (pensate che inizialmente c’erano si e no una cinquantina di degenti e una trentina di dipendenti di reparto) in un azienda a
tutti gli effetti (ora gli Ospiti tra Casa di Riposo e Centro Diurno Integrato sono 163 e il personale
dipendente nelle varie mansioni 107); le caratteristiche però rimangano le stesse. Da noi si ha
l’impressione di essere sempre a casa. E’ vero vi è più rigidità, osservanza delle regole; però l’ambiente
familiare è rimasto. Se tu dai il massimo impegno in genere vieni premiato; e non si tratta di una gratificazione bene) ma di una rivalutazione umana della persona. I lavori dovrebbero terminare con la fine
dell’anno in corso e sebbene possano creare qualche disagio nell’operatività attuale
dell’amministrazione sono ben visti in attesa di una ricollocazione futura adeguata confortevole e moderna.
Pagina 6
Il cambiamento della postura. A cura di Alberto Beretta e Anna Bargigia La postura è la posizione del corpo umano nello spazio e la relativa relazione tra i suoi segmenti corporei; è frutto del vissuto della persona stessa nell'ambiente in cui vive, determinato anche da stress,
traumi fisici ed emotivi, posture professionali scorrette ripetute e mantenute nel tempo, respirazione
scorretta e squilibri biochimici derivati da una scorretta alimentazione. a postura del neonato è simile
alla forma del feto in utero, con i quattro arti in flessione per prevalenza del tono flessorio su quello
estensorio. Durante il sonno l'ipertono flessorio si attenua e gli arti si distendono sul piano di appoggio. Nel corso del primo anno si acquisiscono diverse posture: il controllo del capo non è presente alla
nascita, a 3 mesi il bambino regge la testa in posizione seduta, a 6-7 mesi è capace di sollevare il capo
stando disteso sul dorso. Alla nascita il bambino non mantiene la posizione seduta, a 3-4 mesi può restare seduto per brevi periodi, a 6 mesi può mantenersi seduto appoggiando le mani su un piano rigido,
a 8-9 mesi possiede un buon equilibrio, può mantenersi in piedi con l'aiuto di un appoggio e a 12 mesi
può stare in piedi senza appoggio, requisito essenziale per la deambulazione autonoma, che si raggiunge
a 13-15 mesi.
Nei paesi sviluppati il terreno, ossia la superficie sulla quale si sviluppa l'antigravitarietà posturale, è
piano. La postura è inquinata dal terreno piano e per conseguenza si rendono necessarie interfacce
uomo/ambiente che consentano il riposizionamento spaziale corporeo con le caratteristiche di correttezza antigravitaria.
Importanti sono i concetti di spazialità, antigravità ed equilibrio: quello di spazialità è immediatamente successivo a quello di postura; infatti la postura altro non è che il rapporto del corpo nei tre assi
dello spazio.
Per quanto riguarda l'equilibrio esso va definito come il miglior rapporto tra il soggetto e l'ambiente
circostante; ne deriva che il corpo, sia in statica che in dinamica, assume un equilibrio ottimale a seconda degli stimoli ambientali che riceve e del programma motorio che adotta.
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 7
Da quanto detto si evince che la postura dell'uomo è in costante e progressiva modificazione. Gli effetti di una postura inquinata e della retrazione muscolare si manifestano a livello articolare sotto
forma di compressione, rotazione assiale e traslazione, determinando modificazioni della struttura
scheletrica (scoliosi, iperlordosi, ipercifosi, valgismo e varismo delle ginocchia, ecc.) e possono evolvere in disordini posturali importanti fino a vere e proprie patologie. Anche l’invecchiamento coinvolge in
modo globale il corpo umano, creando cambiamenti negli organi e apparati che si riflettono sulle loro
funzioni. Questi fenomeni possono modificare gli equilibri dei vari sistemi così come possono condizionare la postura, sia statica che dinamica.
Il controllo delle oscillazioni posturali include una continua attività muscolare (primariamente dal piede
all’anca) come risposta integrata agli input sensitivi. Le oscillazioni posturali aumentano approssimativamente dopo i 30 anni. Nella direzione laterale, questo effetto età correlato è più pronunciato, suggerendo che il controllo posturale sul piano laterale è particolarmente problematico nei soggetti anziani. Ora l’instabilità posturale, quale indicatore di fragilità nell’anziano, riveste una grande importanza,
se si considera che un terzo degli ultrasettantenni è interessato da tale problema. Da qualche anno
quella che si tende a definire una vera e propria sindrome di instabilità posturale è diventato un argomento di particolare importanza visti i suoi rapporti con conseguenze tali come cadute, fratture, disabilità, istituzionalizzazione e un considerevole aumento della spesa sanitaria.
Pagina 8
Non commento quasi mai gli articoli dei colleghi autori della nostra piccola rivista. Leggendo l’articolo di Monica sono rimasto colpito (conoscendola un poco è solo stata una buona conferma) dalla passione posta e dalla visione ad am‐
pio raggio del cambiamento. Questo è il punto di vista che mi piace e che non finisce mai di stupirmi quando lo incon‐
tro. Questo è per me il vero significato del prendersi cura che merita una particolare sottolineatura. Eppoi…
conoscendo la passione di Monica per l’informatica….! La rivista ha ottenuto almeno altri due risultati: il primo è che Monica si sarà cimentata con la tastiera del computer e forse (come molti di noi) avrà fatto ridere un poco le sue fi‐
glie con i suoi primi passi, in punta di dita, sulla tastiera del computer. Grazie Monica. Il cambiamento nell’assistenza. A cura di Monica fassina Mi approccio all’argomento in maniera del tutto personale e limitata alla mia esperienza in questa
struttura., perciò è bene leggerlo come un racconto di vita vissuta.
La costruzione, in un paese, di una casa di riposo, quasi sempre di origine parrocchiale, dava agli anziani residenti una sorta di sicurezza per il loro avvenire.
Infatti la struttura stessa era frutto del sacrificio di ciascuno di loro poiché contribuivano sia economicamente sia
nella gestione e se ne sentivano parte integrante. La sicurezza e la serenità del loro futuro derivavano proprio dal
fatto che quando le loro forze fisiche o il loro stato di salute sarebbero venute meno sapevano che il loro “prevost”
avrebbe tenuto un posto nella “loro” casa di riposo. Ed ecco
che 15/20 anni fa la struttura era occupata da anziani poco
malati che richiedevano poca assistenza e desideravano
stare in compagnia di vecchi amici o addirittura parenti
(fratelli, sorelle,cugini,coniugi).Le persone che vi lavoravano erano di buona volontà ma non sempre
qualificate; la presenza del medico era saltuaria e gli ospiti stessi partecipavano alla gestione della
casa, come una grande famiglia: lavando i piatti,coltivando l’orto,cucendo e giocando.
Gli anni scorrono e le famiglie moderne hanno esigenze diverse: entrambe i coniugi lavorano allontanandosi sempre più dal paese nativo e quando un genitore si ammala seriamente diventa difficile gestirlo. Aumenta anche l’età media della vita col sorgere di un fenomeno: il figlio,già anziano, non ha più
le forze per assistere al proprio genitore ormai definito “grande anziano”.
Cambiano anche le patologie: si passa da semplici “acciacchi” a malattie cardiovascolari, ictus cerebri,
malattia di Parkinson, malattie oncologiche, ecc…che condizionano gravemente la vita dell’anziano richiedendo una assistenza sempre più mirata e professionale. Ho volutamente lasciato da parte la demenza perché richiede un’attenzione particolare in quanto, in questo caso, non si parla più purtroppo
di grandi anziani ma di persone abbastanza giovani che, pur essendo in salute, hanno un cervello che si
atrofizza velocemente rendendoli incapaci di vivere autonomamente. La loro gestione in famiglia diventa, a seconda dei livelli della malattia, molto complicata e a volte pericolosa, quindi si presenta la necessità di un ricovero precoce in queste strutture che spesso è vissuto drammaticamente dal caregiver. Questa patologia, indipendentemente dalla sua origine, richiede un livello assistenziale alto perché sono necessari molta sorveglianza , controllo, molta pazienza, molta gentilezza ma anche fermezza, elasticità negli schemi lavorativi quotidiani e cosi via. Sostanzialmente si ha necessità di personale
qualificato. Cambiano anche le organizzazioni ospedaliere che riducono al minimo i giorni di degenza
dimettendo persone bisognose di quasi tutto e accompagnate da una parentela impreparata ad accoglierle.
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 9
Ecco che le case di riposo, ormai diventate RSA (Residenze sanitarie per Anziani), diventano la valvola
di sfogo non solo per persone anziane, ma per “grandi malati anziani”. Non basta più la “buona volontà”dell’operatore, ma si richiede la presenza di personale di supporto: infermieri, medici , tecnici della
riabilitazione, educatori , ecc… che hanno come obiettivo in comune garantire una buona qualità di
vita fissando degli obiettivi personalizzati da raggiungere in un tempo prestabilito attraverso degli
indicatori (PAI). In questi anni ho osservato che, se gli anziani vivono in un ambiente protetto e sono
assistiti nelle necessità quotidiane, la probabilità che si ammalino è molto ridotta. Se l’ospite l’ospite
viene osservato attentamente da occhi esperti che riconoscono quando deve urinare, defecare, idratarsi, alimentarsi, colloquiare o essere rassicurato allora vive “bene” nonostante le sue limitazioni. Se
poi la rilevazione di un’alterazione del suo stato di salute viene identificata e segnalata subito al medico l’intervento non sarà troppo invasivo ma mirato alla guarigione della fase acuta. Sottolineo che il
termine “stato di salute “ per i nostri ospiti ha un concetto diverso dal comune poiché le loro condizioni precarie impediscono una vita autonoma, infatti molti non camminano ,o non si alimentano, o non si
muovono dal letto, o non parlano, o l’insieme di tutte queste
cose ,ma se noi li curiamo riusciamo a garantire una assistenza mirata e loro ci comunicano il loro stato di benessere
e di serenità. Per assicurare tutto questo è necessario avere del personale di nucleo che ha il tempo di conoscere le
abitudini e il carattere degli ospiti, capire quali interventi
più idonei siano necessari per soddisfare le loro richieste ,
donandosi totalmente e indirizzando le proprie energie in
maniera consapevole e mirata senza raggiungere al burn-out.
Tra i vari cambiamenti avvenuti ultimamente nella nostra
struttura si è creata una rotazione del personale di supporto fra i vari nuclei per permettere una conoscenza più complessiva della struttura e una unificazione
dell’operato ma, se da una parte vi è stata la possibilità di maggior confronto tra operatori e quindi
una crescita professionale, dall’altra parte si è visto diminuire l’assistenza personalizzata all’ospite
per un primo periodo e una seria difficoltà a mantenere l’equilibrio presente in precedenza poiché gli
ospiti non avevano più i loro punti di riferimento identificabili in quei specifici operatori. Negli articoli
precedenti si è parlato dei vari presidi e ausili che sono stati via via acquistati negli anni dall’RSA per
supplire ai deficit degli ospiti , per cui mi soffermo ad elencare una serie di strategie scoperte dal
nostro personale proprio in seguito all’attenta osservazione e all’assistenza personalizzata di cui parlavo prima. Per garantire una buona idratazione autonoma , agli ospiti con tremori abbiamo utilizzato il
bicchiere col beccuccio e con i due manici a sfondo curvo che non si rovescia. (Ospite idratato.. pavimento e ospite asciutti!).Quando qualche cuscino antidecubito si usura, usiamo i pezzi di silicone ritagliati in forma e ricoperti di tela di cotone da mettere fra le mani di coloro che le tengono serrate,
prevenendo decubiti. Abbiamo trovato necessario marcare col numero della lavanderia anche le scarpe poiché, chiedendo l’acquisto di pantofole chiuse di modello simile, risultavano tutte uguali ed era
difficile identificarle. Abbiamo trovato molto più conveniente e più bello calzare ai piedi degli ospiti
che permangono in carrozzina e non camminano le”babbucce” o le pantofole morbide anziché le scarpe. L’utilizzo dei “tutoni” su prescrizione medica e in determinate situazioni ha salvato molte manipolazioni…”improprie” (feci). Anche l’uso di magliette e camicie da notte aperte dietro e chiuse con lacci
sono risultate ottime per i pazienti rigidi. Gli ospiti con disturbi comportamentali tendono a toccare
tutto e a spostare gli oggetti di tutti perciò è buona abitudine etichettare tutti gli oggetti personali
col loro nominativo(occhiali,pettini, spazzolini, dentifrici,apparecchi acustici ecc.) Un occhio di riguardo va agli occhiali che se indossati da ospiti sbagliati possono essere causa di cadute! I denti (protesi)
rimangono un problema…! Abbiamo riscoperto la terapia ipodermica per l’idratazione parenterale quando non vi sono più accessi venosi oppure per gli ospiti che strappano gli aghi.
Pagina 10
Anche per l’alimentazione abbiamo fatto dei cambiamenti: ci sono ospiti che hanno difficoltà alla masticazione per edentulia o per protesi troppo mobili ma conservano ancora il gusto dei vari cibi perciò
abbiamo aggiunto alla dieta libera e al piatto unico frullato,già esistenti, lo stesso menù del giorno ma
ben tritato, con ottimi risultati! Una presenza che non è mai cambiata, ma mi auguro che non cambi
mai, è la presenza volontaria delle suore nella nostra struttura che portano una ventata di spiritualità,
di conforto, di relazione, di preghiera insostituibili non solo per ospiti e per i parenti ma anche per noi
operatori sanitari. Loro hanno un “sesto senso” per percepire uno stato di disagio, di incertezza e,
come d’incanto, sono lì con una parola,un sorriso, o anche con una caramella pronte ad ascoltarci o a
consolarci e ad incoraggiarci, che fortuna! (e…GRAZIE!). Per concludere , sicuramente in strutture più
vecchie della nostra o in centri Alzheimer a queste soluzioni c’erano già arrivati, ma per noi è stato
proprio un cambiare professionalmente,un confrontarci e soprattutto un ascoltarci partendo proprio
dalle persone più vicine ai nostri cari ospiti. Si respira ancora aria di cambiamento e dal mio punto di
vista sempre in miglioramento. E’ tuttavia importante tenere conto dell’abitudinarietà e del legame che
si instaura tra operatore e ospite e quanto questo renda efficace ed efficiente il lavoro del primo e
quanto serena e rassicurante la vita dell’altro.
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 11
Argento vivo Argento vivo Pagina 12
Il racconto:
Alla fine dei tempi, miliardi di persone furono portate su di una grande
pianura davanti al trono di Dio.
Molti indietreggiarono davanti a quel bagliore. Ma alcuni in prima fila
parlarono in modo concitato. Non con timore reverenziale, ma con fare
provocatorio. “Può Dio giudicarci? Ma cosa ne sa Lui della sofferenza?”,
sbottò una giovane donna. Si tirò su una manica per mostrare il numero
tatuato di un campo di concentramento nazista. “Abbiamo subito il terrore, le bastonature, la tortura, la morte!” In un altro gruppo un giovane
nero fece vedere il collo. “E che mi dici di questo?”, domandò mostrando i
segni di una fune. “Linciato. Per nessun altro crimine se non per quello di
essere nero”. In un altro schieramento c’era una studentessa in stato di
gravidanza con gli occhi consumati. “Perché dovrei soffrire”, mormorò,
“non fu colpa mia”.
Più in là nella pianura c’erano centinaia di questi gruppi. Ciascuno di essi
aveva dei rimproveri da fare a Dio per il male e la sofferenza che Egli aveva permesso in questo mondo. Come era fortunato Dio a vivere in un
luogo dove tutto era dolcezza e splendore, dove non c’era pianto né dolore, fame o odio. Che ne sapeva Dio di tutto ciò che l’uomo aveva dovuto
sopportare in questo mondo? “Dio conduce una vita molto comoda”, dicevano. Ciascun gruppo mandò avanti il proprio rappresentante, scelto per
aver sofferto in misura maggiore. Un ebreo, un nero, una vittima di Hiroshima, un artritico orribilmente deformato, un bimbo cerebroleso. Si radunarono al centro della pianura per consultarsi tra loro. Alla fine erano
pronti a presentare il loro caso. Era una mossa intelligente. Prima di poter essere in grado di giudicarli, Dio avrebbe dovuto sopportare tutto
quello che essi avevano sopportato. Dio doveva essere condannato a vivere sulla terra. “Fatelo nascere ebreo. Fate che la legittimità della sua nascita venga posta in dubbio. Dategli un lavoro tanto difficile che, quando
lo intraprenderà, persino la sua famiglia pensi che sia impazzito.
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 13
Fate che venga tradito dai suoi amici più intimi. Fate che debba affrontare accuse, che venga giudicato da una giuria fasulla e che venga condannato da un giudice codardo. Fate che sia torturato. Infine, fategli capire che cosa significa sentirsi terribilmente soli. Poi fatelo morire in
modo che non possa esserci dubbio sulla sua morte. Fate che ci siano dei
testimoni a verifica di ciò”. Mentre ogni singolo rappresentante annunciava la sua parte di discorso, mormorii di approvazione si levavano dalla
moltitudine delle persone riunite.
Quando l’ultimo ebbe finito ci fu un lungo silenzio. Nessuno osò dire una
sola parola. Perché improvvisamente tutti si resero conto che Dio aveva
già rispettato tutte le condizioni.
“E il Verbo si fece carne” (Giovanni 1,14).
Pagina 14
La ricetta: castagnaccio
…A grande richiesta torna la ricetta de “Il Castagnaccio”
Ingredienti:
 400 grammi di farina di castagne
 ¼ di litro di latte
 50 grammi di zucchero
 20 grammi di pinoli
 Rosmarino
 Olio
Sale
Procedimento:
In una ciotola setacciare la farina di castagne e, mescolando
con la frusta, versarvi il latte a
filo e due bicchieri d’acqua
fredda, fino ad ottenere un composto fluido e cremoso. Incorporarvi lo
zucchero, un pizzico di sale e tre cucchiai d’olio. Spennellare una teglia
rotonda sufficiente a contenere l’impasto di castagne non più alto di due
centimetri.
Cospargere la superficie di pinoli e di aghi di rosmarino e condire con poco olio versato a filo. Cuocere in forno preriscaldato a 180° per una quarantina di minuti. Servire il castagnaccio freddo oppure tiepido.
Curiosità:
Il castagnaccio è un tipico dolce toscano, in particolare di Firenze, dove
prende anche il nome di “pattona”. E’ una preparazione antichissima, tipica delle campagne, nutriente e molto popolare. Nella ricetta originale invece del latte si usava più semplicemente l’acqua e ai pinoli si poteva aggiungere l’uva sultanina. Anche la cucina ligure ha un suo castagnaccio,
con poche varianti rispetto alla ricetta toscana: semi di finocchi al posto
degli aghi di rosmarino, niente impiego di zucchero e buon olio ligure. In
Emilia-Romagna, invece, si prepara il castagnaccio fritto, specialità amatissima dai bambini.
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 15
Indovina chi viene a….intervistarci!!
Viva gli Scout!
Chi scrive ha fatto parte per moltissimi anni di questo movimento e ne ha
visto i molti pregi ed anche i difetti. Solo un breve cenno introduttivo.
La parola “scout” in Inglese significa “esploratore”. Il movimento fu fondato nel 1907 da un generale dell’esercito di sua maestà
britannica Lord Baden Powell Barone di Gilwell (BP). E’
un movimento educativo che include ragazzi e ragazze
di ogni età a partire dai più piccoli dai 6 agli 11 aa (i lupetti e le coccinelle) che fanno del libro della giungla
di R. Kipling il loro mondo fantastico. Mowgli, il cucciolo
d’uomo, è il loro eroe, il loro alter ego che li aiuta a
crescere nella giungla che poi è il simbolo della giungla
degli uomini. I capi dei lupetti vengono chiamati con il
nome di Akela che era, nel libro, il capo del branco dei
lupi che difendeva Mowgli. Dopo l’esperienza del branSir Baden Powell
co verso i 12 diventano esploratori o guide. In questa
fase domina l’avventura attraverso la quale i giovani
imparano il concetto di competenza ed iniziano ad apprendere molte tecniche che li dovrebbero rendere in futuro dei cittadini...passabili in un salotto ma fondamentali in una emergenza! Quando i ragazzi hanno circa 15-16
aa affrontano uno o due anni nel Noviziato durante il cui periodo si iniziano
ad affrontare le dinamiche del gruppo sociale il concetto di comunità. I ragazzi più grandi si chiamano Rover e Scolte. Il rover (che letteralmente significa girovago) è lo scout che da solo è in grado di affrontare la vita ed il
mondo dopo aver assimilato i concetti fondamentali della comunità umana e
del roverismo i cui punti fermi sono:strada, comunità, servizio. La Strada,
quella che ognuno di noi è chiamato a fare nella propria vita. La comunità
che è la dimensione umana che ci circonda ed il servizio è quello che noi
siamo chiamati a svolgere nei confronti del prossimo. Gli scout fanno una
promessa quando iniziano il loro cammino che recita così (spero di ricordare bene perché la prima volta avevo 5 anni)…
Pagina 16
Con l'aiuto di Dio, prometto sul mio onore di fare del mio meglio
per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio Paese, per aiutare gli
altri in ogni circostanza, per osservare la legge scout.
Legge scout? Gli scout hanno delle leggi che dovrebbero rispettare per
imparare ad essere buoni cittadini.
Ecco il decalogo degli scout che, per molti versi ricorda un ben più antico
decalogo
1 pongono il loro onore nel meritare fiducia;
2 sono leali;
3 si rendono utili e aiutano gli altri;
4 sono amici di tutti e fratelli di ogni altra Guida e Scout;
5 sono cortesi;
6 amano e rispettano la natura;
7 sanno obbedire;
8 sorridono e cantano anche nelle difficolta';
9 sono laboriosi ed economi;
10 sono puri di pensieri, parole ed azioni.
Vi sono poi molti simboli ma forse il più importante è il giglio degli scout.
Tutti gli scout del mondo portano come distintivo il GIGLIO di pace e purezza. B.P. stesso ci racconta perché lo scelse: " Nel medio evo Carlo re
di Napoli, aveva un fiordaliso nel suo stemma; fu sotto il suo regno che il
navigatore Flavio Gioia fece della bussola uno strumento pratico e preciso. Ora il quadrante della bussola portava le iniziali delle parole Nord,
Sud, Est, Ovest, e poiché in italiano Nord si diceva "tramontana", egli mise una grande T per indicare il Nord. Ma in omaggio al re fece una combinazione della lettera T con un fiordaliso che era emblema del sovrano, e
da allora per disegnare il Nord sulle carte nei disegni e nella bussola fu
adottato universalmente questo segno. Il vero significato del nostro distintivo é dunque questo: il Giglio che indica la giusta via senza piegare né
a destra né a sinistra il che significherebbe tornare indietro. Mostra la
via per compiere il nostro dovere di aiutare gli altri. Il Trifoglio è invece
il simbolo del Guidismo (le guide). Le tre punte del giglio e del trifoglio
ricordano i 3 punti della Promessa. Le 10 punte delle 2 stelle ricordano
gli articoli della Legge.
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 17
Il Giglio Inglese é quello in cui sotto sta scritto "Be prepared", "siate
pronti", che ricorda come dobbiamo essere sempre pronti a compiere il
nostro dovere, specialmente davanti a situazioni impreviste. Gli Scouts
dell’AGESCI (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani) lo hanno tradotto con le parole evangeliche … "ESTOTE PARATI", Oggi nel mondo si
stima che vi siano circa 38 milioni di scout dalla Scandinavia al Sudafrica,
dal Giappone alla California. In Italia sono circa 200.000. Anche a Lodi
da più di 60 anni ci sono gli scout ma anche a S.Angelo Lodigiano. Ricordo
ancora quando intorno al 1989 (anno di inizio del gruppo) Paolo Cerri e
forse altri hanno cominciato a venire a Lodi a prendere contatti per fondare un gruppo che al momento è uno dei più vivaci della nostra zona. Proprio a testimonianza di tale vivacità un gruppo di ragazze della branca E/
G (Esploratori/Guide) che si raggruppano in squadriglie (solitamente in 68) sono venute a farci visita e hanno fatto una impresa di questa loro esperienza facendo una piccola pubblicazione da portare come testimonianza alle altre ragazze del gruppo (reparto). Ringrazio molto la squadriglia Pantere. Non solo per la loro testimonianza ma anche per avermi permesso di parlare di noi scout che spesso (almeno quando ero io ragazzo
con una orgogliosa uniforme perfetta con i calzoncini corti anche
d’inverno) venivamo derisi e sbeffeggiati. Non abbiamo affatto dimenticato di cercare di fare del nostro meglio... come ci insegna il motto dei
lupetti...del nostro meglio, meglio meglio...e non abbiamo neppure dimenticato che...il modo di essere felici è procurare la felicità agli altri seguendo la nostra strada, con l’aiuto della comunità e con lo spirito di servizio.
Non siamo sempre bravi o perfetti ma ci proviamo!
Pagina 18
UN PASSO NEL PASSATO
Storie e racconti di
anziani
residenti alla
Casa di riposo di
Sant’angelo
Salveatutti,siamolasquadrigliaPanteredelgrupposcoutdi
Sant’AngeloLodigiano,RepartoPegaso.
Abbiamodecisodiscriverequestoopuscolo,intervistandoglian‐
zianidellacasadiRiposoSantaFrancescaCabrini,perricordarela
gioventùdiuntempoepercapirequantoiragazzidioggisiano
fortunati,sebbenenonsenerendanoconto.
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 19
Ginevra
La signora Ginevra ci racconta la sua storia partendo dal descrivere la sua famiglia. I suo genitori erano molto severi, imponevano un coprifuoco e la recitazione del rosario. Durante la
notte Ginevra si alzava per raggiungere le sue amiche alle feste del paese,cercando di non svegliare i suoi genitori. Ella ci
ha raccontato della sua passione per i viaggi ripentendo la frase: “ Non si sa mai cosa si trova nella vita”. Tra i suoi viaggi più
importanti ricordiamo quello a Ginevra, a Borna, ma in particolare il suo viaggio in Egitto, dove incontrò Re Faruc.Al loro incontro Re Faruc invitò Ginevra a partecipare ad un pranzo con
lui,nella sua umile dimora. La donna,emozionata, accettò con
piacere ed entusiasmo,ricordando quel momento con le lacrime
agli occhi. Un altro argomento che la signora Ginevra ci ha raccontato con emozione è l’incontro con suo marito. I due si incontrarono per la prima volta in una stazione,fu amore a prima
vista.Dopo un lungo corteggiamento, lui la invitò ad una cena
galante,dopo la quale la passione prese il sopravvento. Si sposarono dopo circa un anno,sebbene i genitori di lui non accettassero la signora Ginevra. Alla morte del marito la donna fu
costretta ad entrare in casa di riposo,dove vive tuttora.
Maria Teresa
La signora Maria Teresa ci racconta la sua vita passata.
All’età di quindici anni lavorava per aiutare la sua famiglia economicamente , ma aveva anche dei momenti di svago trascorrendoli con le sue amiche,non dimenticandosi di rispettare gli orari
prefissati dalla famiglia. All’età di diciassette anni conobbe
quello che poi fu suo marito. Inizialmente non era un amore corrisposto perché Maria Teresa non accettava il fatto che l’uomo
non sapesse ballare.
Pagina 20
In seguito la giovane si innamorò dello splendido carattere del ragazzo. All’età di ventisette anni Maria Teresa si sposò. Purtroppo
col passare del tempo si accorsero che non potevano avere figli ed
esclusero anche l’opzione di adottare. Passarono gli anni,l’amore e
la passione di coppia crescevano giorno dopo giorno. Il loro sogno
da persone anziane era quello di trascorrere il resto della loro vita in casa di riposo. Purtroppo,nulla andò secondo i loro piani. Il
marito della signora Teresa si ammalò di tumore ai polmoni,morendo nel giro di poco tempo. La donna,per realizzare il sogno
di suo marito,si trasferì alla casa di riposo. Maria Teresa scelse
una stanza singola,per il suo carattere indipendente. Ella non invidia i giovani di oggi perché hanno tutto e non apprezzano niente.
Da questa donna abbiamo compreso quanto l’amore sia importante
nella vita perché dando amore,si riceve amore.
Berto
La vita del signor Berto si è concentrata interamente sul lavoro.
Egli ci racconta in particolare i suoi primi lavori iniziati all’età di
quindi anni. Uno dei suoi primi lavori è stato la mietitura del grano,insegnata dal padre.Durante la sua gioventù egli non aveva molti momenti di svago. L’unico momento che si poteva permettere erano i giri in bici con i suoi amici.Un momento particolare della sua
vita è stata la festa della Madre Cabrini,celebrata a Sant’Angelo
Lodigiano,nella quale il signor Berto ha contribuito molto,ricevendo anche i complimenti del Don. Un’altra attività che ha
svolto durante la sua gioventù è stata la costruzione di
un’abitazione a Villanterio. Ci fu un grande temporale che distrusse tutto il lavoro svolto. Gli operai come Berto furono costretti a
ricominciare da capo. Non avendo possibilità economiche il signor
Berto non ha frequentato la scuola, rinunciando al saper leggere e
scrivere. Il signor Berto è una di quelle persone che non hanno potuto godersi a pieno loro gioventù,rinunciando ai piaceri di
quell’età.
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 21
L’angolo dello spirito.
La sofferenza: solo male?
Nel mese di Settembre si celebrano due feste da parte della Chiesa: la
prima, il giorno 14, ed è dedicata alla Santa Croce; la seconda, il giorno
15, ed è per onorare la Madonna Addolorata. Ci si può subito chiedere: si
riesce a far festa con gli occhi fissi alla “croce” e guardando alla Madonna Addolorata?
Il dolore e la croce portano istintivamente ad atteggiamenti contrari alla
gioia festante… Ed allora il rischio è di chiamare feste realtà marcate
dal segno opposto. E di fatto solo nel cristianesimo si riscontrano tali celebrazioni, ma sono di grande valore! Riflettiamo.
Il dolore e la sofferenza sono dimensioni umane che riguardano ogni persona. Presto o tardi ognuno incontra la sua croce. Spesso la reazione è
indecifrabile: a volte porta a gesti disperati, altre a rassegnazioni disperate, senza sbocco.
Gesù Cristo, dalla sua Croce e con accanto la sua Madre Addolorata, ha
aperto orizzonti nuovi. Ha compiuto una radicale rivoluzione culturale. E’
stato quello, infatti, il momento della redenzione piena dell’umanità intera. Per il credente si è aperto un percorso totalmente nuovo e positivo: di
purificazione, di perfezione, di santità! Sono in grande numero i santi che
hanno camminato su questa strada. Tutti i santi che si sono dedicati ai
malati di ogni tipo hanno capito tale valore, proprio perché dal Vangelo
viene data sicurezza della presenza di Gesù in ogni sofferente.
Comprendere la positività del soffrire non è facile: si richiede il balzo
della fede e lo sguardo fisso su Gesù e sulla sua Madre.
Chi compie con slancio tale balzo di fede sa affrontare anche le situazioni di sofferenza che la vita riserva. E se, in quei momenti, sa offrire se
stesso al Signore e cerca di mettersi in comunione con Lui, sperimenta
anche una significativa gioia spirituale che lo riconduce a una “festa particolare…e preziosa”. Cerchiamo di capire…per vivere da veri cristiani.
Don Carlo
Pagina 22
Poesie d’autunno
AUTUNNO
Cadono le foglie spinte dal vento
le guarda il bambino ed è contento
Di questo ballo improvvisato
Che le adagia piano sul prato.
Corre il bambino e le raccoglie
Può finalmente toccare le foglie
Gialle rossicce ed arancione
Sono i colori di questa stagione.
Ecco l’autunno è ritornato!
Lo dicono le foglie, gli alberi, il prato.
(R. Piumini)
PIOGGERELLA
Sei tornata pioggerella,
che ogni cosa rifai bella?
Pioggerella d'argento,
tiepida e senza vento,
innaffia erbe e germogli
sugli alberi ancor spogli.
Finisci presto il tuo lavoro
e lascia passare il sole d'oro.
(R. Piumini)
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 23
Quando raccontare è bello: intervista a Ginevra.
A cura di Laura Devecchi
Mancano pochi giorni al compleanno della nostra Ginevra (che
festeggerà il prossimo 26 agosto), gli anni sono tanti, ma per rispetto della sua volontà non riveleremo quanti sono! Lei è seduta
in refettorio, in carrozzina (perché anche se la sua figura è
snella, le gambe a stento riescono a sorreggere il suo corpo).
Indossa una camicetta di seta bianca con orlo in pizzo nero ricamato e un paio di pantaloni bordeaux. Ai piedi le immancabili
ciabattine leopardate e nelle mani stringe una nuova borsetta
dai toni chiari, un po’ estivi. La saluto e la conduco in un luogo
tranquillo, dov’è possibile parlare con calma, senza fretta. Lei si
guarda intorno e appare un po’ smarrita. Non riconosce nulla
della stanza in cui si trova, poi, però dopo poco mi guarda negli
occhi, mi sorride ed è come se mi riconoscesse. Le chiedo se ha
qualche pensiero in mente o dei ricordi che vorrebbe condividere e lei inizia così <<Ho amato un ragazzo quando avevo circa sedici anni, si chiamava Angelo, ma tutti lo chiamavano
“Angioletto”, faceva l’agricoltore, il bracciante ed era proprio
bello! Alto, moro, con occhi scuri e un bel sorriso solare. E’ stato amore a prima vista! Proveniva da una famiglia onesta, di lavoratori, ma povera in confronto a noi che eravamo benestanti.
Quando lavorava in campagna, indossava sempre una maglietta
bianca con una riga azzurra al centro. Lo ricordo ancora come se
fosse qui adesso. Suo padre veniva spesso da noi perché i miei
genitori erano dei commercianti di formaggio e Angelo ne andava ghiotto.
Pagina 24
Quando arrivava in negozio, parlava sempre del figlio e i miei
occhi s’ illuminavano. Purtroppo la mia famiglia si opponeva alla
nostra relazione perché Angelo era considerato “povero” rispetto a noi. Allora uscivamo di nascosto, non di rado ci hanno sorpreso nei campi di granoturco! Quante “botte” presi da mia madre. Ci sorvegliava continuamente e ogni occasione era un pretesto per arrabbiarsi con me e impedirmi di vedere Angelo. Non
voleva assolutamente che lo frequentassi, diceva che noi eravamo dell’alta società e per questo motivo dovevo fidanzarmi con
un ragazzo di buona famiglia e con una posizione sociale ed economica ben avviata e stabile>>.
Gli occhi diventano lucidi, Ginevra sospira, le chiedo se la storia
con Angelo è proseguita, lei mi dice <<Sa’, quando le cose finiscono, finiscono da sole. L’ho amato tanto, ma poi per noi era diventato sempre più difficile stare insieme. Così ho iniziato a uscire con un altro ragazzo, un musicista e compositore che scriveva canzoni d’amore per me, ma questa è un’altra storia >>.
Decido così di salutarla, la conduco in soggiorno in compagnia di
altre persone, è un po’ infreddolita, le prendo un golfino blu da
mettere sulle spalle, lei mi ringrazia e con toni cordiali mi saluta
<< Ora sto’ già meglio >>.
ANNO 7, NUMERO 3
SETTEMBRE 2013
Pagina 25
Lettere alla redazione...
La redazione ha ricevuto una lettera da parte di alcune “fedeli amiche”. Come siamo aperti a critiche e
suggerimenti non ci dispiace ricevere, talvolta , un gradevole e garbato plauso. Le nostre amiche ci
hanno scritto la lettera che riportiamo di seguito. Ci ha molto colpito la freschezza e la giovanilità dello scrivere…forse che seguire lo Spirito mantenga il cuore veramente giovane?
Cogliamo nuovamente l’occasione per ringraziare della loro significativa presenza fra noi.
Giugno 2013
Siamo le Suore della Casa di Riposo in vacanza a Pietra Ligure.
Abbiamo avuto la possibilità di leggere attentamente la rivista “Curare” del mese di
Giugno. L’abbiamo trovata istruttiva e molto interessante. Ci apre orizzonti nuovi per
l’assistenza agli Ospiti. Chiarisce diverse tematiche, ci stimola sempre più sul come
stare accanto alla persona, capirla e aiutarla a vivere serenamente questa tappa della
vita come dono di Dio con la conseguente capacità di sublimare e apprezzare questo
tempo prezioso pur in un mondo tanto distratto, che non riesce a cogliere i veri valori
della vita e a darle un senso. Ammiriamo e ci congratuliamo con tutti coloro che contribuiscono alla stesura della rivista e per questo…un grazie di cuore a tutti.
Il libro
Una vita narrata, Una memoria lucida e chiara, quello del figlio dello “sconosciuto”. Uno sconosciuto
che sembra irrompere nella vita della famiglia residuale con tutti i suoi deficit ingravescenti che
dfanno scoprire nuovi elementi della persona. Una
sfida difficile fatta di scelte dure e di sofferenza
ma anche di sensibilità nella valutazione delle diversità e delle “novità” che la patologia sembra riservare. Anche il peregrinare fra le strutture ed il
chiedersi costantemente se le scelte sono giuste.
Le molte incertezze e le molte stanchezze
dell’essere figlio di una persona affetta da malattia
di Alzheimer. Un libro intenso, vero. La lucida capacità di leggere la vita narrando la sua cronaca decadente ma cogliendo anche gli aspetti profondi e intensi dei rapporti umani,
Pagina 26
Appuntamenti...cosa c’è stato e cosa ci sarà.
Giovedì 18 luglio 2013
Ore 16.00 presso il BAR
Festa d’Estate in musica (con
Franco e Giancarlo)
Venerdì 9 agosto 2013
Ore 16.00 presso il BAR
Festa d’Estate in musica (con
Franco e Giancarlo)
Venerdì 20 settembre 2013
Presso salone polifunzionale (piano -1)
Corso di Formazione ECM per medici, infermieri, fisioterapisti, educatori, ASA e OSS.
In corso di definizione:
Pranzo in Collina (Ospiti dalla Sig. Giovanna)
Visita alla Casa Natale di Madre Cabrini
Uscita presso il Chiesuolo
Segui le nostre iniziative e le nostre pubblicazioni
anche ONLINE!
www.fondazionemadrecabrini.org
Sede legale ed operativa
Via Cogozzo n° 12
26866 Sant’Angelo Lodigiano (Lo)
Scarica

settembre - Fondazione Madre Cabrini > Home