UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI CASSINO
DIPARTIMENTO DI FILOLOGIA E STORIA
UNIVERSITA’ DI NAPOLI
DIPARTIMENTO DI FILOLOGIA MODERNA
“SALVATORE BATTAGLIA”
“IO ERO, QUELL’INVERNO,
IN PREDA AD ASTRATTI FURORI”
GIORNATA DI STUDI PER ELIO VITTORINI
Cassino, 27 gennaio 2009
a cura di
TONI IERMANO
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PASQUALE SABBATINO
(UNIVERSITA’ DI NAPOLI FEDERICO II)
LE SOFFERENZE D’ITALIA E LA NUOVA CULTURA
NEL «POLITECNICO» DI VITTORINI
I CASI DI CASSINO E NAPOLI
1. L’impegno civile della nuova cultura
Nell’articolo di fondo Una nuova cultura, apparso nel primo
numero del settimanale «Il Politecnico» (29 settembre 1945),1 Elio
Vittorini lancia un grido di dolore di fronte al gravissimo bilancio
dell’ultima grande guerra, con morti che «sono più di bambini che
di soldati», con le macerie di città plurisecolari, di abitazioni per i
civili, di monumenti storici, di cattedrali e di biblioteche, insomma
«di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile
dell’uomo», infine con i campi di concentramento (Mathausen,
Maidaneck, Buchenwald, Dakau).
L’elenco delle voci, che delinea le dimensioni apocalittiche
della seconda guerra mondiale, è naturalmente sintetico, come
richiede il genere dell’articolo per un settimanale, ma essenziale ed
efficace, al punto da zittire quanti credono e proclamano di aver
vinto. «Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia
vinto in questa guerra», commenta Vittorini, il quale ritiene
necessario porsi la domanda:
Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto?
Il periodico milanese «di cultura contemporanea» diretto da Elio Vittorini fu pubblicato dall’editore Giulio
Einaudi nella veste di settimanale prima (dal n. 1 del 29 settembre 1945 al n. 28 del 6 aprile 1946) e di mensile
poi (dal n. 29 del 1° maggio 1946 al n. 39 del dicembre 1947). Si cita da «Il Politecnco». Periodico di cultura
contemporanea, diretto da Elio Vittorini, ed. anast., Torino, Einaudi, 1975.
1
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L’analisi di Vittorini, a questo punto, si sofferma su uno dei
dati più inquietanti, i milioni di bambini uccisi, più dei soldati, e lo
interpreta, insieme ad altri elementi, come segno dell’inevitabile
sconfitta della cultura che per lunghi secoli, dall’antica Grecia al
primo Novecento, aveva predicato la sacralità dei bambini e di ogni
conquista civile e aveva insegnato l’inviolabilità degli innocenti e dei
diritti fondamentali dell’uomo:
Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare
sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva
insegnato ch’era sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni
di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e
distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa ‘cosa’ che c’insegnava la inviolabilità
loro. Non è anzitutto di questa ‘cosa’ che c’insegnava l’inviolabilità loro? Questa
‘cosa’, voglio subito dirlo, non è altro che la cultura: lei che è stata pensiero
greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo medioevale, umanesimo, riforma,
illuminismo, liberalismo, ecc., e che oggi fa massa intorno ai nomi di Thomas
Mann e Benedetto Croce, Benda, Huitzinga, Dewey, Maritain, Bernanos e
Unamuno, Lin Yutang e Santayana, Valery, Gide e Berdiaev.
E se il fascismo ha commesso quei crimini che la cultura aveva
combattuto da sempre come tali, bisogna trarre dalla storia l’unica
conclusione possibile, ammettendo che «l’insegnamento di questa
cultura non ha avuto che scarsa, forse nessuna, influenza civile sugli
uomini». Il limite della cultura, secondo Vittorini, è stato proprio
quello di circoscrivere l’azione alla sfera dell’intelletto dell’uomo,
rinunciando ad «influire sui fatti degli uomini», con il risultato
scontato che la cultura ha rigenerato se stessa e non l’uomo, ha
sviluppato principii e valori e non si è adoperata per realizzarli nella
società, ha guardato e consolato la sofferenza dell’umanità ma non
ha impedito ed eliminato le sofferenze.
Il nuovo corso della storia, secondo gli auspicii di Vittorini, ha
bisogno di una nuova cultura, capace di smettere la funzione
consolatrice e di assumere la difesa degli uomini, coraggiosa sia nel
porre fine alla delega a Cesare della vita sociale sia nel governare la
società. Alla luce di questa precisa scelta di Elio Vittorini vanno letti,
tra gli altri, gli articoli su Cassino e Napoli.
3
2. I bimbi di Cassino
La seconda grande guerra aveva prodotto la distruzione totale
di Cassino e la piaga della malaria che continuava a colpire bambini
e vecchi anche nei primi anni del dopoguerra. La gravità della
situazione, con migliaia di morti, richiedeva l’intervento delle
organizzazioni umanitarie.
Sin dall’ottobre del 1944, le forze cattoliche aprirono a Cassino
orfanatrofi e istituti per l’infanzia bisognosa. Tuttavia le dimensioni
della malaria richiesero misure più radicali e i bambini ammalati
furono allontanati dai territori dove la malaria si era estesa e furono
ricoverati al Nord presso istituti religiosi. Anche le forze politiche
intervennero e in particolare i comunisti, i quali tra dicembre 1945 e
gennaio 1946, in occasione del V Congresso del PCI tenuto a Roma,
decisero di impegnarsi nel programma umanitario di togliere i
bambini bisognosi di Cassino dall’inferno delle loro terre e di
accoglierli presso famiglie del Nord.2 Tra lo schieramento cattolico e
quello di sinistra ci fu ostilità, con reciproco scambio di accuse che
rimane come testimonianza (direi archeologica) dello scontro allora
vivace e feroce tra le parti.3
«Il Politecnico» prontamente accolse l’appello del PCI e lo
rilanciò con l’articolo redazionale Salvare i bimbi di Cassino (n. 21, 16
febbraio 1946), che suona come una vera e propria esortazione
all’impegno civile della nuova cultura. Già nell’aprile del 1944, la
statunitense Margaret Bourke White (1904-1971)4 aveva denunciato
in un foreportage di guerra le condizioni di Cassino, una città ridotta
a macerie, e della popolazione, costretta a cercare rifugio persino
nelle caverne dei monti. Due anni dopo, città e popolazione sono
2
Cfr. ESTELLA (TERESA NOCE), Salviamo i bambini di Cassino!, «L’Unità», 8 gennaio 1946.
Cfr. L'altra battaglia di Cassino contro la malaria a cinquant'anni dall'epidemia della Valle del Liri, 19461996, catalogo a c. di L. Merzagora, Università degli Studi di Cassino, 1996; EMILIO PISTILLI, Salviamo i
bambini di Cassino! 1946, «Studi cassinati», VII, 2007, n. 3; Aiuti nel Nord Italia all’infanzia abbandonata
della Ciociaria, in Il Lazio in guerra, 1943-1944: testimonianze dirette della guerra vissuta dalla popolazione della
regione, a cura di A. Ravaglioli, Roma, Newton Compton editori, 1997.
3
M. BOURKE-WHITE, Il mio ritratto, a c. di S. Antonelli e A. Mauro, Roma, Contrasto, 2003 (al quale si rimanda
anche per la bibliografia). Si veda inoltre il catalogo Margaret Bourke-White, testi di A. Mauro, Milano,
Corriere della sera, 2006.
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4
consumate da una lenta agonia, soffocate da povertà e malaria. I
bambini al di sotto dei quattro anni sono tutti morti e quelli al di
sopra, circa ventimila, attendono di essere salvati:
L’americana Margaret Bourke White, grande giornalista soprattutto nelle
fotografie che ha dato dell’Europa in lotta contro il fascismo, fu la prima a
gettare un grido d’allarme per quello che vide nella zona di Cassino. Era allora
l’aprile del ’44, gli eserciti alleati premevano da mesi sulla zona senza riuscire a
passar oltre, eppure Mrs. Bourke White vide già popolazioni di cittadine e di
villaggi cercare nelle caverne dei monti qualcosa che sostituisse le case distrutte.
Ma non soltanto le case, anche ogni possibiltà di soddisfare i bisogni più
elementari della vita erano perdute per loro. E su questo Mrs. Bourke White
gettò l’allarme. Descrisse in articoli e fotografie come quelle popolazioni
avevano potuto procurarsi da sole una salvezza immediata, mostrò la
solidarietà tra loro, la capacità che ancora avevano di aiutarsi l’un l’altro, ma si
chiese che cosa ne sarebbe accaduto quando fossero passati mesi su mesi, uno,
due, tre, quattro… Avrebbero potuto continuare a salvarsi DA SOLE? Mrs.
Bourke White non lo credeva possibile, e chiese al mondo che cosa pensasse di
fare. Non le rispose nessuno. Ora sono passati due anni, e le condizioni di vita
nella zona di Cassino non sono migliorate, sono anzi peggiorate, sono diventate
le condizioni di un’agonia. Chi passi di sera da quelle parti vede ovunque
fuochi sui pendii delle valli. Può pensare che sia una festa; si avvicina, e ad ogni
fuoco trova gruppi di uomini che abitano all’aperto (perché le caverne non
bastano) e col fuoco si riparano dal rigore delle stagioni o della notte ma non
dalle zanzare e dalla malaria. Essi non hanno più risorse; non si sa di che si
nutrano; sono vestiti di stracci o ignudi; e non hanno più nemmeno la forza di
aiutarsi l’un l’altro come le vittime del nazismo nei campi di concentramento
tedeschi. Per le vittime dei lager si può precisare di chi sia la colpa. Per costoro
la colpa è invece di tutto il mondo: di chi non rispose niente già due anni or
sono a Mrs. Bourke White, e di ognuno che tutte le sere può sedersi, lieto, al suo
desco pur sapendo che UN PADRE non ha più la forza, a Cassino, di prendersi
il proprio figlio sul collo e portarlo in salvo. Sono circa ventimila i bambini da
salvare nella zona di Cassino. Tutti i bambini inferiori ai quattro anni sono già
morti. I contadini dell’Emilia hanno ora offerto di accoglierli nelle case loro. Ma
bisogna vestirli, prestar le prime cure, pagare il biglietto, fare per essi quello che
i padri farebbero ancora se ne avessero le forze.
Accanto all’articolo la foto toccante di un bimbo stremato,
seduto sulle spalle di un uomo che lo porta in salvo, adagiato con le
braccia sul cappello e con la testolina ricurva. Alle spalle alcuni
adulti e avanti un altro bimbo. La didascalia enuncia l’imperativo
civile della nuova cultura con caratteri cubitali («PRENDERLI IN
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COLLO E PORTRARLI IN SALVO») ed esorta non solo gli italiani,
ma anche tutti i lettori di Svizzera e Francia, dove arriva il giornale,
a intervenire tutti e subito, versando le offerte «in denaro, indumenti
e medicinali». Di queste offerte «Il Politecnico» darà puntuale
notizia e le trasmetterà al Comitato di soccorso che ha sede a
Milano.
La foto sarà riprodotta tutte le volte che si fornisce l’elenco di
quanti danno le offerte: 23 febbraio 1946 (l’elenco è aperto dalla voce
«Direzione e redazione del Politecnico offrono L. 10.000»), 2 e 9
marzo. In quest’ultimo numero viene pubblicata la lettera della
«consultrice» Gisa Della Porta, indirizzata a Elio Vittorini. Nella
missiva scorrono le cifre dei bambini del Cassinate che vengono
inviati nelle colonie di sabato in sabato: 650 la settimana precedente,
1.000 la settimana successiva e altri 1.000 dopo. Ma è solo un
frammento della tragedia dalle proporzioni immani, spiega Gisa
Della Porta, per di più con un governo centrale non all’altezza
dell’emergenza («Quando avremo l’avocazione dei profitti di
guerra? Tu non sai, Elio, che cosa sia Roma»), mentre scatta tra le
città la rete della solidarietà per i bambini che partono e per quelli
che restano e si moltiplicano gli appelli per i beni primari
nell’immediato e per la costruzione di Cassino a medio e lungo
tempo:
I bambini bisognosi qui nel Mezzogiorno sono centinaia di migliaia e i soldi
sono così pochi […]. Milano è brava, anche Novara, Varese, Como rispondono.
Se tu vuoi mandare a noi direttamente i soldi, forse è meglio. Perché adesso
incominciamo, nel Cassinate stesso, la lotta contro la malaria per curare tutti gli
altri bambini che restano, lotta per aprire asili, per costruire ricoveri
antimalarici, lotta per convincere le madri a curare i bambini, lotta perché non
si venda al mercato nero il chinino, né le tende di garza che si mettono alle
finestre contro le zanzare… e avremo bisogno di soldi e di biciclette perché i
nostri compagni dovranno percorrere la zona passo passo per controllare, per
aiutare il medico, per prendere i bambini dalle case e portarli negli istituti […].
Ed abbiamo bisogno di miliardi per questa assistenza sociale che va al di là del
paio di scarpine o del vestito, e dovrà essere costruzione del paese, bonifica del
Rapido impantanato, eliminazione della malaria.. Ma ora dobbiamo lavorare
come negri per ottenere di togliere dalle tasche dei miliardari diecimila lire
(quando ci riusciamo!). […] Medicinali, se vogliono, li mandino a Pavia, per
esempio, dove sono andati i primi 650. Si tratterà di istituire (come già in corso)
centri veri e propri di cura antimalarica. Là domandano già chinino, vitamine,
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prodotti contro la scabbia e la tigna. Ma, in complesso, medicinali ce ne sono.
Mancano indumenti e soprattutto scarpe! A diecine di migliaia i bambini sono
scalzi e poi lenzuola e biancheria da letto per gli asili e le colonie, e lettini,
apparecchi Roentgen, siringhe e aghi per iniezioni, di che cosa non abbiamo
bisogno? Se potessimo avere degli apparecchi per fare i raggi X! E materiale
chirurgico-sanitario! Ma soprattutto, soldi, soldi!...
Nel commento alla lettera di Gisa della Porta, la redazione del
«Politecnico» segnala la divisione tra l’Italia della solidarietà e
l’Italia dell’egoismo, tra quanti lottano «per tutti, per la vita» e
quanti lottano «per la propria sopravvivenza». Inoltre la redazione
stigmatizza la divisione nell’ambiente cattolico, tra quanti
approvano l’iniziativa dei comunisti e quanti li accusano di fare
propaganda politica filosovietica, sulla base delle notizie fornite da
Gisa Della Porta nella lettera a Vittorini:
Lo sai che i preti venerdì notte sono andati casa per casa presso le madri che ci
avevano già affidato i bambini che dovevano partire il giorno dopo e le hanno
convinte a portarceli via dicendo loro che li portavamo in Russia? Lo sai che il
parroco di Cassino comizia sulla piazza gridando alle madri: tenete stretti
intorno a voi i vostri figli! E i figli muoiono letteralmente per la strada? Ma c’è
anche stato un cappuccino che ha voluto benedire il treno in partenza.
Accanto alla lettera, la foto di un albero morto nei pressi di
Cassino, con la scritta «Girare al largo! », simbolo dell’Italia
dell’egoismo e della «volontà di morte che non lascia rinascere il
nostro paese». Con fermezza, invece, «Il Politecnico», innalzando
l’insegna della nuova cultura che si impegna civilmente nella
scocietà, dà voce all’Italia della solidarietà e invita i lettori a
sottoscrivere per i bimbi di Cassino e ad «affermare» in tal modo «la
propria volontà di vita».
3. L’abbandono di Napoli
Sin dai primi numeri del «Politecnico» risulta ben evidente la
scelta politica di analizzare le sofferenze dell’Italia, radiografando le
singole realtà regionali d’Italia e alcune grandi città, per poi
diagnosticare lo stato di salute del nostro Paese all’indomani della
7
seconda grande guerra. La consapevolezza di un’Italia politicamente
unita, ma divisa economicamente e socialmente tra Nord e Sud,
comporta per «Il Politecnico» l’individuazione dei responsabili delle
attuali condizioni del Mezzogiorno. Nell’intervento redazionale,
che introduce alla lettura del servizio di Ugo Vittorini, L’acqua delle
Puglie (n. 1, 29 settembre 1945, p. 2), l’Italia del Nord, quella più
evoluta, con le sue banche che ricevono e impiegano il denaro
proveniente dal Sud, viene inchiodata senza mezzi termini alle sue
responsabilità:
Anche quassù a Milano, a Torino, a Genova, in quest’Italia ‘più evoluta’, siamo
tutti responsabili di come si vive in Sicilia o in Puglia. Milano non è la capitale
della Lombardia soltanto. Dove finisce il denaro che i ‘padroni’ pugliesi
ricavano dalla miseria dei loro braccianti? Certo non muore in Puglia, va nelle
banche, e tutte le vie delle banche portano a Milano. È a Milano, a Torino, a
Genova che viene impiegato il frutto del lavoro pugliese. Questo significa che
l’Alta Italia vive anche delle Puglie. Significa che Milano è capitale anche delle
Puglie.5
Dopo i servizi sulla Puglia6 e sulla Sicilia7 è la volta di una
grande città come Napoli e dei suoi numerosi problemi. Nell’indice
delle cose notevoli del n. 5 del «Politecnico» (27 ottobre 1945) si
legge:
Sotto l’abbandono di Napoli circola una smisurata possibilità di sviluppo e di
progresso, che cerca faticosamente la propria forma.
Da qui il rimando a tre testi che il lettore trova a p. 2: l’articolo
Napoli, città industriosa di Tommaso Giglio, la testimonianza
letteraria di Goethe in giro per le strade di Napoli, la poesia Alla mia
L’articolo di Ugo Vittorini è accostato dal titolo complessivo della redazione Capitalismo: in Puglia e in
America, a quello di WILLIAM Z. FOSTER (Segretario generale del Partito Comunista americano), Pericolo
fascista in America, e l’immagine fotografica di Hearst, Più diabolico di Goebbels.
6 Nel «Politecnico», n. 3, 13 ottobre 1945, p. 2, sotto il titolo redazionale Puglia medioevale, Stati Uniti
progressivi sono raccolti gli interventi di UGO VITTORINI, La vendita dei “cozzali” e di R.C., Tennessee Valley
Authority. Vittoria Democratica. I lettori sono posti di fronte a due realtà, il «mercato di uomini, in Puglia» e
«una grande iniziativa democratica per l’industria e per l’agricoltura in America», come si avverte in prima
pagina.
7 «Il Politecnico», n. 2, 6 ottobre 1945, p. 2. Sotto il titolo redazionale Sicilia non separatista, ma umiliata e offesa
sono raccolti l’intervento di SALVATORE AGLIANÒ, Uscire dall’isolamento è la prima esigenza del progresso in
Sicilia e una «pagina poco nota» di GIOVANNI VERGA, L’agonia d’un villaggio, tratta da Vagabondaggio (Milano,
Treves, 1901).
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terra di Gatto. Questi tre testi, secondo l’orientamento della
direzione del settimanale, vanno letti insieme come documenti di
una città che «crede nella vita»e come documenti di un popolo, gli
italiani, i quali «sono poveri, non stanchi». Nel trafiletto che
introduce i tre testi si fa cerchio attorno al luogo comune e
pessimista degli italiani come «un popolo stanco» e SOFFERENTE, che
nel tempo ha perso «ogni fede» e non ha più nemmeno «l’energia di
rifarsene una». Per abbattere questo luogo comune, che ferma in
modo capovolto il male dell’Italia, «Il Politecnico» adotta il punto di
vista antitetico e ottimista, che consente di raddrizzare ciò che
erroneamente era stato capovolto. La sofferenza dell’Italia non è
dovuta tanto all’assenza di energie, come solitamente si crede,
quanto alla «SOVRABBONDANZA DI ENERGIE accumulata durante tanti
lunghi secoli di storia» e alla «estrema varietà di energie moltiplicata
secondo le diverse esperienze delle sue tante regioni». E si sa che
anche la «sovrabbondanza» e la «varietà» di energie provocano
inevitabili complicazioni, facendo «a poco a poco groppo
nell’animo» dell’Italia, dandole «una natura intricata e complessa,
lenta a risolversi ed esprimersi, facile per la molteplicità dei suoi
impulsi a smarrirsi o a formarsi in un punto d’inerzia». L’eccesso,
dunque, è il male dell’Italia e degli italiani:
Vi sono in Italia regioni, vi sono città dove gli uomini sembrano vivere
schiacciati sotto il peso dell’esistenza, consumati, senza più volontà né
speranza. Ed invece è un senso troppo profondo e vasto dell’esistenza, un
eccesso di inclinazioni e di voglie, un calore troppo intenso del sangue che li
tiene a loro insaputa prigionieri e impacciati.
Da questo osservatorio, poi, si guarda a Napoli, comunemente
definita «oziosa», «torpida, indolente», e ancora «lacera e sfinita»,
una città che appare precipitata nella condizione dell’«abbandono»,
una città che sembra condurre una «vita sgretolata e disfatta o
irrigidita in consuetudini, credenze, istituti», una città segnata dal
«formalismo conservatore della sua borghesia, impiegatizia ed
avvocatesca» e provata dalla «miseria del suo popolo». Ma ciò che si
vede è solo l’apparenza ingannevole, oltre la quale con l’occhio della
ragione e della passione è possibile scorgere la vera natura,
l’essenza, la circolazione di «una smisurata possibilità di sviluppo e
9
di progresso che cerca oscuramente, ciecamente, faticosamente la
propria forma».
Nell’impostazione del «Politecnico», che apre continue finestre
sulle singole realtà regionali e urbane, il caso di Napoli, che vive
drammaticamente il contrasto tra l’interno e l’esterno, tra nuovo
contenuto e vecchia forma, tra essenza ed esteriorità, diviene
un’occasione per verificare nel particolare il contrasto che più
estesamente e in forme diverse si registra sull’intero territorio della
nostra penisola e per invitare i napoletani e gli abitanti di tutte le
città e di tutte le regioni a conquistare la fiducia in se stessi:
Bisogna avere fiducia in Napoli, bisogna avere fiducia in tutte le città, in tutte le
regioni d’Italia che come Napoli da secoli aspettano di utilizzare nel loro stesso
vantaggio la propria ricchezza. Bisogna che l’Italia abbia fiducia in se stessa, ed
impari a conoscersi e a esprimersi.
I tre pezzi, che la nota redazionale introduce, colgono tre
immagini di Napoli. La testimonianza di Goethe sul «popolo
napoletano» è tratta dal suo Viaggio in Italia, compiuto tra il
settembre del 1786 e l’aprile del 1788. L’intero stralcio ruota,
accerchiandolo, sul topos di una città abitata da vagabondi e
nullafacenti, «dai 30 ai 40 mila» secondo le stime di allora. Ma
l’osservazione diretta della «vita di questo popolo» porta a
conclusioni opposte: «mi sono potuto convincere – scrive Goethe –
che […] nessuno qui stia fermo o si muova, rimane mai inoperoso,
anche quelli che all’aspetto sembrano più miserabili».
Goethe si pone a osservare la gran folla dei supposti
vagabondi, gli strati più umili del tessuto sociale urbano,
immergendosi «in mezzo all’enorme movimento della città». Lo
scrittore dall’alba alla notte gira per strade e vicoli, visita piazze e
spiagge e avanza tra il popolo napoletano, fissandone le figure più
umili e classificandole «secondo la loro apparenza, i loro vestiti, le
occupazioni ed il contegno». L’occhio si ferma innanzitutto sulle
figure catalogabili nella categoria delle persone apparentemente
oziose, che di solito stanno «in piedi o seduti», ma invero hanno
«già qualche occupazione in vista». Sono perlopiù facchini, disposti
in luoghi precisi delle piazze, i quali «stavano aspettando che
qualcuno si servisse dell’opera loro»; oppure fiaccherai [vetturino],
10
barcaiuoli e pescatori che sono sul molo a riposo, «forse perché
soffia un vento contrario alla pesca».
Tutte le altre figure rientrano nella categoria delle persone che,
per il loro «andare e venire in ogni direzione», appaiono e sono
attive e industriose. L’attenzione di Goethe è attratta dalle
«moltissime persone» che «si occupano di portare via dalla città la
spazzatura caricandola su asini». Anzi questa attività ecologica era
sul finire del Settecento la maggiore attività economica, con un
esercito di lavoratori che pulivano la città lungo l’intero arco delle 24
ore, con un efficiente servizio di trasporto della spazzatura e con
discariche che la riutilizzavano:
Moltissime persone, sia di mezza età che ragazzi, ma tutte mal vestite, si
occupano di portare via dalla città la spazzatura caricandola su asini. La
campagna intorno a Napoli è tutta un grande orto e nei giorni di mercato è un
piacere vedere la quantità di ortaggi che entra in città e come poi l’industria
umana porti di nuovo nei campi gli avanzi di tutte le cucine, per accelerare il
ciclo della vegetazione. Appunto per questo immenso consumo di ortaggi, la
spazzatura di Napoli è in gran parte composta di torsi di cavoli, di broccoli e di
bucce di patate. Due grandi ceste pieghevoli pendono ai lati del dorso
dell’asino, e non solo queste ceste vengono riempite, ma su ognuna di esse con
grande maestria viene inalzata una specie di torre. Non c’è orto che non abbia
almeno un asino destinato esclusivamente a tale servizio. Ed un garzone, o un
ragazzo e qualche volta lo stesso padrone nelle ore consentite non fanno altro
che girare per la città, le cui strade offrono loro un ricco raccolto. È difficile
immaginare con quanta prontezza corrano a raccogliere lo sterco dei cavalli e
dei muli. Al cader della notte abbandonano mal volentieri le strade, ed il ricco o
il nobile che dopo la mezzanotte torna a casa dal teatro o da qualche
ricevimento non pensa neppure che prima dello spuntar dell’alba un uomo
solerte s’affretta a raccogliere quello che i suoi cavalli hanno lasciato lungo la
strada. Mi hanno assicurato che due uomini che si mettano a lavorare insieme,
comprando un asino e prendendo in affitto un piccolo orto da un grande
proprietario, riescono con un lavoro assiduo e per il clima felice a sviluppare
considerevolmente ed in breve tempo, la propria industria.
L’osservazione diretta della città e dei suoi abitanti porta
Goethe a concludere che a Napoli non vi sono vagabondi, fannulloni
o rubatempo, anzi proprio nella gran folla dei ceti sociali meni
abbienti «regna la maggior industriosità».
All’immagine goethiana di «Napoli senza vagabondi» viene
aggiunta l’immagine della «città industriosa» con l’articolo di
11
Tommaso Giglio. Nel periodo in cui l’Italia del Nord era ancora
occupata e gli alleati non andavano al di là della linea di Cassino,
Napoli divenne la capitale economica e industriale del Mezzogiorno
e «tutta la città si mise su un piano nuovo di produzione più vasta
ed intensa». Sorsero fabbriche di vernici e di scarpe, industrie di
farmaci, di cosmetici e persino di automobili, stabilimenti per la
produzione di bevande alcooliche, e la città un tempo artigianale si
trasformò in città industriale, un processo che, secondo Tommaso
Giglio, continua anche dopo la seconda grande guerra e avrebbe
portato vantaggi sia all’«economia generale del Mezzogiorno» sia a
«quella generale» dell’Italia.
Una terza immagine di Napoli ci viene consegnata dalla poesia
Alla mia terra del trentaseienne Alfonso Gatto, allora già consacrato
dagli interventi critici di Montale,8 Sandro Penna,9 Giansiro
Ferrata,10 Giuseppe De Robertis,11 Oreste Macrì12 e Adriano Seroni.13
Una brevissima nota bio-bibliografica accompagna il testo.14
Il componimento Alla mia terra, scritto nel 1943 e raccolto
successivamente in Il capo sulla neve,15 ci mostra il corpo di Napoli
doppiamente straziato, dal male antico della miseria e dal male
nuovo del bombardamento aereo che gli anglo-americani tra
novembre 1942 e inizio 1943 intensificarono su Torino, Milano,
Genova e Napoli.16
Cfr. E. MONTALE, «Isola» di Alfonso Gatto; «Risacca» di Giovanni Descalzo, «Pegaso», V, n. 5, maggio 1933, pp.
634-637 (ora in ID., Il secondo mestiere. Prose 1920-1979, a cura di G. ZAMPA, t. 1, Milano, Mondadori, 1996, pp.
486-491.
9 Cfr. S. PENNA, «Italia letteraria», 12 febbraio 1933.
10 Cfr. G. FERRATA, in «Letteratura», luglio 1937 (poi come prefazione a A. GATTO, Poesie 1929-1941, Milano,
Mondadori, 1961, pp, 13-50).
11 Cfr. G. DE ROBERTIS, Poesie [1939], in Scrittori del Novecento, Firenze, Le Monnier, 1940, pp. 355-359.
12 Cfr. O. MACRÌ, Esemplari del sentimento poetico contemporaneo, Firenze, Vallecchi, 1941, pp. 155-172.
13 Cfr. A. SERONI, Universo che mi spazia e m’isola, in «Incontro», 10, 1940 (poi in Ragioni critiche. Studi di
letteratura contemporanea, Firenze, Vallecchi, 1944).
14 La brevità della nota («Alfonso Gatto è nato a Salerno nel 1909. Fino al 1941 la sua opera di poeta è
raccolta nel volume delle Poesie ristampato nel ’43 a Firenze, da Vallecchi; quella di saggista e critico in
numerosi libri, opuscoli, raccolte») è dovuta a mere esigenze giornalistiche. Nel n. 29 del «Politecnico», 1°
maggio 1946, p. 4, il profilo è dettagliato e completo.
15 Quaderni di Milano-sera, n. 2, 1947, pp.45-46. La prefazione è di M. Bontempelli e la premessa di A. Gatto.
Il capo sulla neve confluisce poi nella Storia delle vittime. Poesie della Resistenza 1943-’47, 1963-‘65, Milano,
Mondadori, 1966. Cfr. A. GATTO, Tutte le poesie, a cura di S. Ramat, Milano, Mondadori, 2005, pp. 261-81, e la
nota al testo a p. 751.
16 Nella presentazione del componimento si legge: «Nei primi mesi del 1943, la guerra aerea, sulla penisola e
in particolare sulla città di Napoli cara al poeta, s’aggravava. Questi versi nacquero da quello strazio che
s’aggiungeva allo strazio antico della miseria e dei morti». Nello stesso numero del «Politecnico», p. 3,
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In 22 versi,17 ruotanti attorno all’anaforico «io so che», ripetuto
ben cinque volte, Gatto redige la sua deposizione sul profondo
dolore della città che conta i «morti nuovi», sul «pianto» che si leva
tra le macerie o proviene dalle case, sul «nero» della notte che
avvolge la città e sul nero che si radica nel cuore della gente, sul
«soliloquio» e sulla solitudine di una terra e degli abitanti.
Il corpo straziato della città, dopo la crocifissione del
bombardamento aereo, è come deposto tra le braccia del poeta, che
con la sua parola ne accarezza le carni lacerate, fino all’esplosione in
un lamento funebre:
Ossessa ossessa, mia terra fedele al soliloquio
Che sale incontro ai monti e le gramaglie trascina, le sue colpe,
l’innocenza ferita come un figlio.
(vv. 20-22)
La solitudine e il soliloquio della gente diventano la solitudine
e il soliloquio del poeta, il pianto della gente sui corpi morti il pianto
del poeta sul corpo morto, che ha tra le braccia, della sua terra e del
suo popolo:
Io so che nulla potrà mutare il cuore della mia gente,
il pianto dentro i muri nella sera
di paesi violati da un respiro di vento appena.
I morti nuovi brucerà l’estate, fumerà l’azzurro
dai ruderi che l’afa slarga dal mare.
(vv. 15-19)
vengono pubblicate due poesie di Franco Fortini, Coro dell’ultimo atto, Imitazione dal Tasso, accompagnate da
una breve nota biografica («è di Firenze, e ha meno di trent’anni. Scrive versi e prose, e presto pubblicherà
un volume di poesie. È socialista») e, fatto raro, da una lettura critica («Per taluni la poesia era un esercizio
rischioso, avventuroso, anche quando la si voleva portare con l’umiliato orgoglio di un mestiere. Poi diventò
un dovere. Stava per aprirsi la scena su di un ultimo atto di tragedia – una vita, una guerra – e il coro
avvertiva la continuità dell’esistenza al di là della pena personale. Gli anni della guerra ci trascinavano, come
pietre nel torrente, senza scampo, e dicevamo a noi stessi che saremmo stati egualmente dannati, dopo, alla
fatica silenziosa e umile di vivere, al lavoro, che era la sola dignità dei disperati. Oppure, sulla musica esatta
e fragile di un madrigale del Cinquecento, araldico come una divisa di torneo, un veleno d’amore tentava di
dissolversi. Il poeta forzava la compattezza di quegli endecasillabi antichi e diceva del suo amore quel che si
può dire di tutti gli amori, riprendendo appunto per questo le parole del Tasso: Fummo un tempo felici…»).
Sui poeti ospitati dal «Politecnico» e sulle posizioni di Vittorini e Fortini cfr. SABBATINO, Gli inverni di Fortini
cit., pp. 51-74 (Una nuova poesia entro una nuova cultura: il ruolo del «Politecnico»).
17 Sul numero dei versi, che varia nei passaggi da una sede all’altra, – 23 in GATTO, Il capo sulla neve cit. , 38 in
GATTO, Nuove poesie (1941-1949), Milano, Mondadori, 1950 -, a causa di tagli sulle singole unità versali, che
in tal modo vengono sdoppiate cfr. la nota di S. Ramat, in GATTO, Tutte le poesie cit., p. 754.
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Nel testo poetico Alla mia terra, dunque, Gatto scolpisce con le
parole la sua pietà tragica e laica.
Tra il componimento di Gatto, criticato da un lettore del
«Politecnico»,18 e la testimonianza di Goethe si trova una foto
accompagnata dalla didascalia, che insieme ci consegnano una
quarta immagine di Napoli. Nella foto, a sinistra, panni stesi e a
destra una persona davanti a un portone spalancato. La didascalia
orienta il lettore verso una interpretazione simbolica: «Il popolo
napoletano è da secoli dinanzi alle porte della vita. Si industria per
entrare e non vi riesce mai. Suoi nemici sono sì i suoi propri
pregiudizi, ma lo sono anche molti pregiudizi altrui».
Le quattro immagini di Napoli – 1) la città settecentesca senza
vagabondi di Goethe, 2) la città industriosa durante e dopo la
seconda guerra mondiale di Tommaso Giglio, 3) la città bombardata
di Gatto, 4) la città davanti alle porte della vita nella fotografia –
vanno viste non tanto in un quadro sinottico di parallelismi e
affinità, quanto in un campo magnetico attraversato da forza
centripeta. Infatti, secondo la volontà del «Politecnico» settimanale,
le quattro immagini convergono in un sol punto e danno vita a
un’unica immagine fatta di più immagini, a una sinergia di
sequenze: sotto la miseria di sempre e sotto le lacerazioni di oggi,
dietro i pregiudizi propri e altrui, Napoli svela «una misurata
possibilità di sviluppo e di progresso», una «propria ricchezza», una
propria energia. Da qui l’invito del settimanale ad avere fiducia in
Napoli e, - poiché Napoli viene elevata a campione di quanto
avviene, sia pure in modi diversi, sull’intero territorio della
penisola, - ad avere fiducia in tutte le città d’Italia.19
Il lettore Bertazzone Gandini si chiede: «Cosa significano certe poesie ermetiche come quelle di Stefano
Terra… di De Micheli… di Alfonso Gatto e di altri stranieri? Che cosa vogliono? E dov’è l’arte, la bellezza?».
Cfr. la rubrica Risposte ai lettori, «Il Politecnico», n. 7, 10 novembre 1945, p. 3.
19 Cfr. M. ZANCAN, Il progetto «Politecnico». Cronaca e strutture di una rivista, Venezia, Marsilio, 1984, pp. 131
ss. (I problemi sociali, economici, politici e storici).
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Relazione Sabbatino - Università degli Studi di Cassino