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Con il Patrocinio
Comune Guidizzolo
Comune Moglia
Provincia di Mantova
GVG Gruppo Volontari Guidizzolesi
Parrocchia di Guidizzolo
Parrocchia di Moglia
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Franco Mondadori
La lunga vita di
Don Antonio Ilario Fortunati
(1738 - 1830)
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L’autore ringrazia quanti hanno agevolato con piena disponibilità il suo compito,
in particolare:
Angeli Paolo, Moglia; Mons. Roberto Brunelli, direttore del Museo storico diocesano;
Don Gambarelli Augusto, Reggio Emilia; Tosi Sandra; Zangobbi Giovanni, Birbesi; Zovetti Guerrina, Cavriana; Cerini Bruno; Scuderi Gilberto, Mantova; Fontanesi Stefania
che ha rivisto il testo; Andrea Dal Prato autore delle fotografie e coordinatore
del volume.
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Presentazione
Il Centro Culturale San Lorenzo ha tra i suoi compiti statutari quello di
promuovere la crescita culturale della comunità locale, anche attraverso
la pubblicazione di opere che si pongono l’obiettivo di approfondire la
conoscenza su aspetti importanti del nostro presente e del nostro passato.
Quest’ultima opera del prof. Franco Mondadori nel proporci la figura di
don Antonio Ilario Fortunati, al quale peraltro è anche intitolata la nostra
Scuola Media, ci consente di approfondire la conoscenza di un periodo
significativo della storia della nostra comunità.
Un lavoro encomiabile, quello del prof. Mondadori, condotto come sua
consuetudine con meticolosità e rigore.
E’ un’opera che colma una lacuna nella ricostruzione della storia locale
e ci fa scoprire una figura che ha avuto un ruolo rilevante nella vita della
comunità locale dell’epoca.
Sono pagine che si leggono con piacere, e non solo da chi ha passione
per la storia.
Narrano di vicende, grandi e piccole, che lette in un contesto più ampio
offrono un quadro delle condizioni di vita di un’epoca che si estende per
5
mezzo secolo.
S’è detto della comunità locale, cioè Guidizzolo. Ma a ben riflettere la
lettura del libro è interessate per il suo carattere culturale in senso ampio.
Don Fortunati infatti fu uno studioso, un intellettuale, ebbe corrispondenti personaggi eminenti dell’epoca.
Guidizzolo non gli ha dato i natali, ma è lieta di tramandarne il ricordo.
Un’opera, quindi, che interpreta compiutamente i nostri intenti e della
quale siamo grati all’autore.
Graziano Pelizzaro
Presidente Centro Culturale San Lorenzo
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Prefazione
È opinione corrente tra gli storici d’oggi che le grandi sintesi del
comune passato - quelle, per intenderci, dei trattati universali, delle voci
enciclopediche, dei libri di scuola - pecchino, quasi inevitabilmente, di
generalizzazioni, di approssimazioni, di valutazioni affrettate che non
sempre reggono ad accurate verifiche. Pertanto esse vanno costantemente
riviste e, se occorre, rettificate alla luce di studi più circoscritti ma più approfonditi, in grado di mettere bene a fuoco le singole figure, le situazioni
particolari che concorrono a delineare il quadro d’insieme; studi in grado
di dare fondamenta certe ai giudizi su specifici momenti storici. Studi, dei
cui frutti questo libro offre un esempio.
Il professor Franco Mondadori non è nuovo a simili imprese; è
ben noto come e quanto i suoi libri abbiano illuminato la storia della minuscola porzione di mondo chiamata Guidizzolo. Se tutte le altre porzioni
potessero disporre di altrettanto lume, il racconto di quanto è successo nel
mondo intero risulterebbe forse diverso da come lo conosciamo; in ogni
caso vediamo qui i riflessi locali di una fase storica tra le più complesse
e traumatiche. Nell’arco della sua pur lunga vita, il protagonista del libro
ha conosciuto Mantova e il suo territorio soggetti a dominazione stranie7
ra; ma non solo: li ha visti passare in brevi anni da una consolidata dominazione austriaca a quella francese, per poi ritornare all’Austria, di nuovo
alla Francia e quindi ancora alla prima, con rivolgimenti politici disorientanti, che hanno seminato i germi delle rivolte e poi delle guerre per l’indipendenza. Sul piano ecclesiale lui, prete, ha visto la Chiesa squassata
da una bufera con ben pochi precedenti, con un vescovo, Antonio Guidi
di Bagno, tenacemente teso a garantire l’indipendenza della Chiesa dal
regime; il suo successore, Giovanni de Portugal de la Puebla, mosso dagli
stessi intenti ma costretto per questo a dimettersi; quello che ne prese il
posto, Giovanni Battista de Pergen, arrendersi supinamente alle volontà
dell’Austria, e all’arrivo dei francesi subire l’esilio; e dopo di lui la diocesi restare per ben sedici anni senza vescovo. Ha visto, don Fortunati, e
anzi ne ha subìto in prima persona le conseguenze, la soppressione di tutti
i monasteri e i conventi e le confraternite, con la confisca delle loro proprietà e di gran parte delle altre destinate al sostentamento del clero e alle
opere di carità. Ha visto inimmaginabili mutamenti territoriali, per cui ad
esempio, prima di divenire a tutti gli effetti prete mantovano, egli è nato
in quella che era allora diocesi di Reggio Emilia ed è divenuto parroco di
Guidizzolo allora in diocesi di Brescia.
Ma proprio questi travagli hanno messo in luce le sue migliori qualità: il
coraggio con cui, a differenza di altri, egli ha saputo restare saldo nella
fedeltà alla Chiesa; la tenacia con cui ne ha rivendicato i diritti; l’intelligenza con cui ha cercato tutti gli spiragli lasciati aperti dalle avverse circostanze, per mantenere viva tra il popolo affidatogli la fiammella della
fede. E ha trovato anche il tempo e la serenità necessari a coltivare gli
studi: quelli funzionali al suo ministero, ma anche, secondo l’impostazione della cultura settecentesca, studi - di cui lasciò spesso memoria scritta
- nei più disparati campi del sapere profano, allo scopo scavando negli
archivi pubblici e privati, recandosi di persona alla ricerca di altri documenti, coltivando relazioni con celebri eruditi. Per studiare, malgrado le
ristrettezze in cui i tempi lo costrinsero a vivere si compose una scelta
biblioteca, che lasciò per testamento ai guidizzolesi: particolare, questo,
che rivela un tratto eloquente dell’amore per la comunità di cui fu pastore
per ben cinquantotto anni.
Uomo d’eccezione, don Antonio Ilario Fortunati: e se il tempo ne ha velato il ricordo, è da salutare come benemerito questo libro che ce ne restituisce vivi i pregi e i meriti.
Roberto Brunelli
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI,
L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
Antonio nasce il 14 gennaio 1738 a Moglia di Gonzaga, diocesi di Reggio Emilia. Primogenito di Benedetto Fortunati e di Pedroni Margherita. Gli sposi avranno altri figli, nell’ordine Gaetano
1740, Maria Arcangela 1746, Elisabetta Rosa 1748, Maria Teresa
I750, Luigi Giuseppe 1753, Fortunato Felice, nato forse a Gonzaga, paese di Margherita. Padrino di Antonio Ilario al battesimo, lo
stesso giorno della nascita, l’eccellentissimo dottor Antonio Codè,
medico a Gonzaga.
Benedetto era di condizione civile “onesta”, agiata, un possidente, in grado e premuroso nel provvedere all’istruzione dei figli.
Antonio Ilario all’età di 12 anni fu mandato a Mantova nel collegio
dei Gesuiti dove frequentò con profitto i corsi di retorica, filosofia e
teologia e dove maturò la “vocazione” alla vita sacerdotale.
Poco altro sappiamo degli anni trascorsi a Mantova, soltanto che nel
1763 presta servizio nella chiesa di Santa Caterina.
A Reggio Emilia fu ordinato sacerdote dal Vescovo mons.
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
Atto di battesimo di don Antoniuo (A.P.M. 1738)
Gian Maria Castelvetri il 22 settembre 1764. Celebrò una delle prime Messe nella chiesa parrocchiale di San Benedetto di Gonzaga.
In quell’occasione il Padre Saverio Bettinelli della Compagnia di Gesù compose il sonetto:
Sole, che già della funerea benda
ti copristi per senso alto di doglia
quando sul monte la cruda opra orrenda
l’opra compissi ond’è che ancor ti doglia,
Se rimirar del primo oltraggio hai voglia
per la stessa divina Ostia l’emenda,
e quale onor all’adorata spoglia
santo ministro al santo altar ascenda.
Alla sua voce, chè di Dio, l’ardenti
per sua gloria nel ciel ferma auree rote,
voce sovrana in operar portenti,
che se per Giosuè furono immote,
con più ragione ai celestiali accenti
frenar tuo corso ed arrestar si puote. 1
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
Fotografia d’epoca
Circa il 1772 don Fortunati è cappellano dell’altare di San
Giovanni nella chiesa parrocchiale di Guidizzolo, mansione cui
corrisponde “in modo del tutto lodevole”.2
Notizie concernenti la nomina alla parrocchia di Guidizzolo,
prima come Vicario, ci sono fornite da lui stesso.3 Fu eletto Parroco
Attuale della Cura di Guidizzolo col titolo di Vicario del capitolo
dei Padri Olivetani il 3 settembre 1772 e presentato dall’Abate don
Giuseppe Maria Tagliavacca al card. Giovanni Molino, vescovo di
Brescia, per essere ammesso e approvato. Conseguì la “patente”
previo esame l’11 gennaio 1773, riconosciuta e confermata dalla
Regia Giunta Delegata di Mantova il 29 gennaio dello stesso anno.4
Dal 1508, per intercessione di Isabella d’Este, con bolla di Papa
Giulio II, la pieve di Guidicciolo era unita al Monastero Olivetano
di Santa Maria del Gradaro in Mantova.
I monaci si erano assunti l’impegno della cura d’anime, ma
nel corso degli anni il loro rapporto con la comunità non era stato
esente da tensioni. Pertanto don Fortunati, 34 anni, deve affrontare
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
una situazione difficile.
Il 15 marzo 1773 sottoscrive per la prima volta il verbale nel Libro della Compagnia
del SS. Sacramento, d. Antonius Fortunati vidit et approbavit.
A seguito delle soppressioni degli Ordini religiosi, o
meglio della chiusura di loro
conventi, volute dall’Austria
Stemma di Mons. Pergen
negli anni: settanta del XVIII secolo, il convento di Santa Maria del Gradaro in Mantova fu requisito e destinato a caserma. Gli Olivetani furono trasferiti in San Cristoforo.
Nelle circostanze solenni da Mantova veniva a Guidizzolo
l’abate, don Giuseppe Tagliavacca nel 1773 a benedire le nuove
campane, per una solenne festa mariana nel 1780, don Giulio Benvenuti nel 1784 a benedire la rifusa campana del Comune.
L’abate Olivetano era il titolare della Parrocchia, a lui spettava il primo posto.
Di fatto la sua autorità “in loco” era ormai soltanto nominale.
Dal 1770 era Vescovo di Mantova mons. Giovanni Battista Pergen,
viennese, abile interprete e solerte esecutore della politica giuseppinistica. Pose attenzione al clero diocesano e alle parrocchie, suoi
collaboratori dovevano essere i parroci, scelti tra i sacerdoti secolari. Non i religiosi o frati, che ubbidendo all’Ordine di appartenenza, erano meno controllabili. Mons. Pergen, ligio alle disposizioni
imperiali, d’accordo con gli orientamenti giuridiszionalisti, non si
dolse delle soppressioni, nè delle ferite che esse apportavano al patrimonio della Chiesa.
In questa luce è da vedere la nomina di don Fortunati quale
Vicario. Al quale la soggezione all’Abate olivetano non garbava.
Quando finalmente gli Olivetani lasciarono il governo par12
LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
rocchiale don Fortunati nel
1803 potè vedersi assegnato il
titolo di Arciprete con decreto
vescovile del 12 maggio e riconosciuta la piena autonomia nel
reggere la parrocchia.
Con i provvedimenti
che avevano colpito la Congregazione Olivetana vennero
demaniati i terreni di proprietà
della parrocchia e quelli delle
cappellanie derivanti da lasciti
di antiche famiglie.5
Di conseguenza la condizione
economica del parroco non era
florida, anzi era al limite della
povertà.
Una pratica per il recupero dei beni era stata avviata Saverio Bettinelli (1718-1808)
nel maggio del 1800 quando
i deputati dell’Estimo della comunità di Guidizzolo come pure il
Priore e Ufficiali della Compagnia del SS. Sacramento diedero
l’incarico al dott. Luigi Fiorio di Mantova di promuovere e sostenere presso il Regio Governo le ragioni della parrocchia sopra i
beni costituiti in dote dalla stessa comunità e nel passato goduti dal
soppresso e abolito monastero degli Olivetani di San Cristoforo.
All’avvocato consegnarono documenti relativi alla pratica e lo abilitavano ad agire per la felice riuscita della stessa. L’iniziativa non
ebbe esito positivo cosicchè i Deputati del Comune nel 1804 intervennero prospettando al Ministro del Culto come “questo beneficio
parrocchiale e la Chiesa in forza della soppressione degli Olivtani
di Mantova hanno sofferto molto. Domandano quindi un aumento
di congrua al parroco e un assegno per la manutenzione della chiesa
e per le spese di culto.”
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
DON FORTUNATI COLPITO DA SFRATTO
A queste “provvidenze” governative” sono da aggiungere i
redditi assai modesti di un campo e di un prato posti intorno alla
chiesa. Nel 1813 una “bufera” si abbatte su queste pezze di terra e
sulla stessa casa di abitazione vendute dal Demanio.
Don Fortunati espropriato e sfrattato. Come premessa all’intricata vicenda occorre rifarsi a una circolare del Ministero per il
Culto in data 12 luglio 1810. Essa assicura ai parroci o coadiutori
presso le chiese parrocchiali prima servite da Congregazioni religiose una conveniente abitazione. Gli Olivetani di Mantova rimossi nel 1772 dalla cura parrocchiale acconsentirono a che il Vicario
Parroco da essi eletto subentrasse nell’annua pensione e occupasse
la così detta Abbazia, antica abitazione parrocchiale, con la riserva
di alcuni ambienti in tempo di villeggiatura, e godesse del reddito di
alcune striscie di terreno di pochissime tavole attorno alla chiesa e
cimitero “il cui frutto è minore di quanto importa il cotidiano mantenimento dell’Oglio (sic!) a illuminare il SS. Sacramento”.
Con la soppressione degli Olivetani di Mantova vengono
messi in vendita i loro beni, compresi quelli nel territorio di Guidizzolo. Una perizia dell’ing. Baietta circa il 1803 aveva distinto tra i
beni di proprietà dei monaci e quelli assegnati al Vicario Fortunati
così come aveva suggerito l’economato dipartimentale.
Sennonché quando, verso il 1813, il Regio Demanio passò alla
vendita di tutti i residui fondi della soppressa Congregazione Olivetana vi incluse i numeri di mappa concernenti casa e campicelli.
A questa tegola che gli cadde sul capo don Fortunati reagì
con forza. e intentò causa al compratore, Luigi Boselli, abitante a
Volta e con domicilio legale a Castiglione presso Lodrini Antonio.
Non omise don Fortunati di far sentire nei debiti modi le sue ragioni.
La casa posta accanto alla chiesa ha sempre servito, da tempo
immemorabile, a quella chiesa ed è sempre stata goduta e posseduta
dal parroco o arciprete incaricato della cura d’anime. Le due piccole
proprietà, campo e prato denominato la Bassa di circa pertiche dieci
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
circondanti la chiesa e cimitero, sono possedute e godute da 40 e più
anni da don Fortunati in qualità di parroco.
E’ cosa notoria in Guidizzolo che la casa, prato e campo
furono destinati all’uso del parroco e a servizio del culto e sono di
assoluta necessità all’uso e servizio medesimi. Don Fortunati sostiene la cura di parroco da 40 e più anni e per tutto questo lasso di
tempo ha sempre abitato, posseduto e goduto, siccome in oggi abita,
possiede e gode la casa, prato e campo confinanti con la chiesa e
cimitero.
Ma! in data 27 agosto 1813 la direzione demaniale gli partecipa che il Prefetto ha dichiarato insussistenti le osservazioni presentate dal parroco, non saranno prese in considerazione, anzi il
parroco dovrà rifondere al Demanio i carichi pagati dallo stesso e i
frutti indebitamente percepiti.
Don Fortunati ricorre di nuovo e in sostanza ribadisce gli argomenti già addotti. Le intimazioni minacciate dal Demanio avrebbero senso se don Fortunati fosse stato in malafede, ma la realtà
dimostra il contrario. Sarebbe meno per lui insopportabile vedersi
rinserrato in una casuccia peggiore di quella di un bifolco, quale
verrebbe ad essere la canonica di Guidizzolo, senza rustico e senza
libero ingresso, di quel che lo è una sì odiosa imputazione lesiva
della sua onorabilità. La prelodata circolare e la intemerata giustizia
del ricorso diventano il solo fortissimo appoggio dell’ossequioso
ricorrente, il quale ad altro non tende che a reclamare i propri diritti
sulle pezzette di terra, offrendosi tuttal’ più ad assumersi per l’avvenire le pubbliche tasse prediali dalle quali, in forza della primitiva
convenzione, i monaci “allora padroni” andarono sempre immuni.
Don Fortunati chiude esprimendo fiducia di essere sollevato dalle
sue angustie.
Il 18 novembre l’usciere del Tribunale di Castiglione, Anselmo Quintavalle, consegna a don Fortunati il decreto di sfratto
sollecitato e ottenuto dal Boselli. Lo stesso Quintavalle il 4 dicembre si presenta a ritirarlo, “riservandosi il Sig. Boselli di agire nelle
vie indicate dalla Legge”. Col risultato che il giorno 29 l’usciere è
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
latore di una citazione. Don Fortunati, Schiavetti Tommaso, Conti
Francesco e Mattioli Giovanni cointeressati nella lite sono citati a
comparire entro 8 giorni davanti al Tribunale di Castiglione “per
sentirsi pronunciare in via ordinaria che l’arciprete Fortunati nel
termine che verrà stabilito dal Tribunale dovrà rilasciare all’istante
casa, prato e campo posti nel tenore di Guidizzolo”.
Il balletto di repliche e controrepliche continua. E don Fortunati presenta un nuovo appello. Casa, campo e prato appartengono
non ai beni dei soppressi Olivetani, come erroneamente ha ritenuto
il Demanio facendo atto di vendita al Boselli con rogito del notaio
Bacchi del 15 settembre 1813, ma al parroco, che chiamato dalla
CASA PARROCCHIALE ABITAZIONE
DI DON FORTUNATI
L’accesso alla casa è dal piazzale davanti alla chiesa. Una
piccola porta nel mezzo del muro di cinta, mette all’orticello
e ad una angustissima corte divisa da un marciapiedi in mattoni.
L’andito, col pavimento in quadri e il soffitto d’assi e travetti
ha una portella comunicante con il coro della chiesa. Dall’andito si passa alla caminata con un camino in cotto così detto
alla francese e soglia di marmo. Dalla caminata si passa alla
cucina dove il camino ha la soglia di marmo e accanto tre fornelle in cotto. Nella parete a monte vi è un armadio a muro.
Un corridoio immette nella bassa corte.
Dalla caminata parte la scala in mattoni che sale al
piano superiore. Una camera ad arco, corrispondente alla caminata, un’altra pure ad arco comunica con un piccolo locale
che si affaccia al coro della chiesa.
Di nuovo a piano terra dall’andito si discende alla cantina divisa in due locali. Ambienti rustici nella bassa corte la
legnaia, il fornello per il bucato, la colombaia.
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
legge è costretto a difendere questa inattacabile e necessaria dotazione. La casa fin dal 1488 venne formalmente assegnata dalla
competente superiore Autorità alla parrocchia e fin da allora dato
e trasferito il reale possesso per sè e di lui successori al parroco
secolare don Luigi Redini con Istrumento del 23 giugno dello stesso anno del notaio... Bertelli fu Alessandro. Se la casa fu in uso e
godimento temporaneo dei Padri olivetani ciò avvenne per essere
stata la parrocchia loro affidata, e fin quando la parrocchia ebbe
come parroco un Padre olivetano, nè la possedette per altro titolo, e
non cessò quindi di essere la casa parrocchiale. Nel 1772 l’Autorità
austriaca rimuove gli Olivetani dalla cura parrocchiale, la casa fu
immediatamente consegnata al secolare parroco vicario don Fortunati, ma soppressi nel 1797 gli Olivetani, venne egli creato Parroco
assoluto col titolo di Arciprete, come in oggi, in pieno possesso e
libero godimento della casa, prato e campo.
La causa si protrasse per anni, anche per un nuovo colpo di
scena.
Il 18 gennaio 1818 con rogito del notaio Agostino Coffani,
Luigi Boselli vendette l’Abbazia a don Gianbattista Confalonieri
che la acquistò per interesse proprio ed eredi.
Don Gianbattista Confalonieri (1784-1855) appartiene a famiglia
agiata residente a Guidizzolo in contrada della Fornace (oggi vicolo
Volto). Porta il nome del nonno paterno notaio come il padre Bartolomeo. Una relazione di don Fortunati quando don Gianbattista ha
25 anni lo descrive “sacerdote di costumi propri di un ecclesiastico,
modesto, grave, esemplare, studioso, impiegato a insegnare con superiore approvazione la lingua latina ai giovani.
Addetto alla chiesa per le confessioni coadiuva lo zio don Luigi così
abilitandosi a succedergli come Curato”.
Non risultano reazioni di don Fortunati alla compravendita.
Don Confalonieri sarà tra gli esecutori testamentari scelto dal Fortunati che continuò ad occupare la solita abitazione fino alla morte.
Morto il Fortunati la questione tornò all’esame. Il 2 giugno 1830 il
subeconomo ai beni vacanti don Bettini di Volta domanda alla fab17
LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
briceria se un “certo tale” abbia in nome proprio acquistato la casa
detta Abbazia servendosi di denari di pubblica provenienza al fine
di ampliare la stretta abitazione del parroco. In caso affermativo
chiede di conoscere la provenienza del denaro impiegato all’acquisto. La fabbriceria esigerà dall’acquirente il rogito di compera con
la dichiarazione legale di cessione della casa al fine di consegnarla
al nuovo parroco che verrà eletto.
L’11giugno la fabbriceria risponde con lettera redatta dal Segretario notaio Coffani Agostino. Da essa si desume come il 18 gennaio 1818 con rogito dello stesso notaio Coffani il prete Giabattista
Confalonieri acquistò per interesse proprio ed eredi dal Signor Luigi Boselli di Volta la proprietà Abbazia. Alla fabbriceria non consta le cessione. Quanto al denaro del suddetto acquisto corre voce
provenga da oblazioni ed offerte spontanee sia per l’acconto che
per il successivo saldo seguito per altro rogito dello stesso notaio 1’
11 dicembre 1820. Sembra dunque che la proprietà spetti al Confalonieri. Don Bettini il 21 giugno invita la fabbriceria a convocare
il Confalonieri e lo sollocita ad emettere una dichiarazione da cui
risulti il modo e con quali mezzi abbia acquistato la casa Abbazia e
nel caso i denari fossero stati della chiesa per oggetto di culto debba
fornire spiegazioni onde informare le superiori Autorità.
La risposta dal tono perentorio del Confalonieri merita di
essere trascritta: “Essendo di mia ragione la Casa in cui ha cessato
di vivere l’ora defunto nostro Arciprete don Antonio Fortunati facente parte dell’Abbazia da me acquistata dal Sig. Luigi Boselli di
Volta a rogito del notaio Agostino Coffani nel gennaio 1818, così
invito questa Fabbriceria a fare sgomberare la suddetta abitazione
di tutti gli oggetti in essa esistenti e di ragione del Defunto o della
chiesa, onde possa io fare della medesima quell’uso che parrà a me
conveniente; non ricusandomi perciò di accordare temporaneamente alla Fabbriceria la suddetta Casa, se me ne farà regolare istanza,
riserbandomi però il diritto di potervi entrare ogniqualvolta mi sarà
duopo. Ho l’onore di prospettarmi con distinta stima.
Guidizzolo, 21 luglio 1830. Prete Gianbattista Confalonieri”.
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
Dopo qualche anno il nuovo Parroco don Giosafatte Benedini convoca per il 23 febbraio 1834 la Fabbriceria dal notaio Coffani
per la pubblicazione dell’Istrumento di donazione fatta dal sacerdote don Gianbattista Confalonieri del locale detto l’ Abbazia fatta
alla stessa e ai Parroci pro tempore della Parrocchia. É sorprendente
come il Confalonieri sia giunto a tale decisione. Forse perchè i locali dell’Abbazia, in particolare la casa che serviva di abitazione al
Fortunati con corticella dalla quale si entrava nella piazzetta della
chiesa e cimitero, erano assai ammalorati e necessitavano di costosi
interventi.
L’Abbazia fatiscente non verrà restaurata e fu lasciata in abbandono. Don Benedini abitò in casa d’affitto in via di Mezzo (via
Chiassi) fino alla morte nel 1855. Aveva avviato la pratica per la
costruzione ex novo di una casa canonica, quella attuale, dove nei
primi anni ‘60 entrerà don Andrea Irma.
RIPRENDIAMO ORA LA VICENDA BIOGRAFICA
I ministri del Culto e delle Finanze si accordarono per un aumento della congrua al parroco da lire 2000 mantovane a lire 2400
all’anno, parificandolo agli altri parroci di campagna.
Decisero pure un assegno annuo di lire 600 per la manutenzione
della chiesa e le spese di culto.6
A Guidizzolo don Antonio trascorrerà tutti gli anni della sua
lunga vita. La casa parrocchiale era ben organizzata, con la presenza delle sorelle, Maria Arcangela ed Elisabetta Rosa, coadiuvate nel
corso degli anni da diverse persone di servizio.
Giulio Torazzi, domestico tutto-fare, Anna Maria Fantolini,
solerte e garrula, sempre in movimento, Francesca Stancari, giovane sposa morta a 25 anni nel 1789, umile, seria, obbediente così da
essere proposta ad esempio. Margherita Marani stimata da don Antonio più come una figlia che come ancella, per la sua fedeltà, dote
assai rara in ogni tempo. Nella notte del 6 dicembre 1775 nella casa
parrocchiale avvenne un furto di stoviglie in peltro, biancheria e
altre suppellettili in rilevante quantità. I ladri operarono una breccia
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
nel muro. Don Antonio fece diligenti ricerche e riuscì a rintracciare
il compratore, uomo di cattiva fama dimorante nello Stato veneto,
aiutato da un “basista” guidizzolese del quale non fu possibile ritrovare l’identità. La refurtiva fu in parte recuperata.
Non mancarono i lutti. Nel maggio 1802 a 53 anni per febbre
malarica morì la sorella Elisabetta Rosa, vergine consacrata.
In luglio venne a mancare la nipote Carolina, figlia del fratello Felice, giovane di appena 16 anni. Dopo la morte della zia
Elisabetta era stata ospite in casa del farmacista Giovanni Battista
Franzoni in via di Mezzo. Il 10 febbraio 1809 morì Maria Arcangela, “soror dulcissima”, vergine consacrata.
Don Antonio, vissuto tanto a lungo, non godette buona salute.
Si ammalò più volte, ma delle malattie non si conosce con chiarezza
la natura.
Fu ammalato nel 1801, nel1809, nel 1810, gravemente infermo nel 1814. Nell’autunno del 1802 delega don Luigi Confalonieri,
curato junior, e trascorre “patriis Gonzagensibus Laribus” un periodo di riposo per recuperare la salute da qualche tempo sofferente. Fu
questa una delle poche volte che lasciò la parrocchia.
Le altre furono assenze brevi, in giornata, come nel 1807
quando a Mantova partecipò ai solenni funerali dell’amato vescovo
Pergen, assai benemerito della parrocchia di Guidizzolo. O nei paesi vicini a leggere e decifrare iscrizioni.
Don Antonio avrebbe potuto trasferirsi a Mantova eletto Arciprete di San Leonardo nel 1790, così come in precedenza aveva
avuto l’opportunità di concorrere alla parrocchia di San Gervasio,
possibilità ambedue rifiutate. Leopoldo Camillo Volta, che pure desiderava avere l’amico a Mantova, si rallegrò della presa risoluzione: “Ella ne avrà merito presso Dio e presso gli uomini, non avendo
ceduto alle lusinghe di un maggior interesse e decoro.
Tali sono i sentimenti di tutti che l’amano e la stimano davvero”. La nomina vescovile a San Leonardo è del 16 giugno 1790,
la rinuncia porta la data del 17 novembre. Il Clero e i Deputati comunali, a nome di tutto il popolo, avevano indirizzato a don Antonio
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LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
una supplica nella quale lo invitavano caldamente a non lasciare
Guidizzolo.
Da anni Vicario parroco a nome dell’Abate olivetano, nel
1803 gli fu riconosciuto o restituito il titolo di Arciprete, caduto in
disuso dopo la rinuncia alla parrocchia di don Luigi Redini agli inizi del ‘500, e riconosciuta, come si è visto, la piena autonomia nel
governo della parrocchia.
Il 3 maggio 1803 i Deputati comunali Sante Guarnieri, Gianbattista Tazzoli, Andrea Palazzini e il Sindaco Carlo Grassi scrivono al Vicario generale della Diocesi mons. Zecchi con l’istanza “a
volersi degnare di
ridonare al loro Parroco attuale l’antico
suo titolo di Arciprete”. E alla lettera
uniscono una supplica a mons. Vescovo. Mons. Zecchi nella risposta ai
Deputati li informa
che il “Vescovo si è
compiaciuto di aderire alla loro giusta
domanda.”
Il documento vescovile porta la
data del 12 maggio.
La
morte
della sorella Maria
Arcangela nel 1809
segnò la fine per
don Antonio di uno
stretto legame fami- Gennaio 1830: don Antonio ultranovantenne
sottoscrive un atto della Fabbriceria
liare.
21
LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
Ultrasettantenne don Antonio rallentò l’attività esterna, non
quella di studioso. Si fecero sentire i disturbi dell’età e il tremolio
della mano rese incerta la grafia. A un confratello scrisse chiedendo
la carità di pregare e di implorare la divina misericordia “nel mio
non molto lontano passaggio al gran rendiconto della mia vita e
ministero”.
Scrisse il suo ultimo testamento il 6 luglio 1829, istituendo
eredi i nipoti Gaetano di San Nicolò Po e Benedetto abitante a Mantova. Nominò esecutori testamentari i sacerdoti don Luigi Franzoni, don Gianbattista Confalonieri e il signor Gianbattista Tazzoli.
Il coadiutore don Giuseppe Fantolini, all’aggravarsi della malattia,
gli impartì l’Olio santo, non l’Eucarestia perchè non in grado di
deglutire. Don Fortunati morì alle 10 e 30 antimeridiane il 24 maggio 1830 nella sua stanza
ad arco contigua all’altare
maggiore della chiesa, in età
di 92 anni e 4 mesi, causa
della morte la febbre catarrale.
Il giorno seguente il
funerale celebrato da don
Giuseppe Gottardi rettore
di Birbesi. Dai parrocchiani
gli furono resi tutti gli onori
possibili. Essi gli dimostrarono la loro gratitudine ed
affetto con una presenza numerosa nonostante fossero
giorni di grande lavoro ad
accudire, a sfogliare i gelsi
per nutrire i bachi da seta. Il
feretro fu levato da quattro
parroci viciniori e col seguito di molti sacerdoti e frati
22
LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
23
LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
24
LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
anche forestieri e di tutta la Compagnia del SS. Sacramento portato
a spalle uscì dal portone della cosidetta Abbazia o casa parrocchiale.
La processione percorse1a contrada del Verre o Borgo Inferiore, lambì la via del Mercato, proseguì per la Piazza e la via di
Mezzo fino alla Chiesa.7
Terminata la funzione di suffragio, la bara fu portata al sepolcro o deposito fatto presso il muro del battistero entrando in
chiesa a mano destra “con la lusinga di porvi la lapide sepolcrale”
così conclude la cronaca di don Fantolini.
Non una lapide con iscrizione, ma venne eretto un monumento, in alto il sarcofago, nella parte mediana l’epigrafe con fregio
di due fiaccole accese e capovolte. Sotto una lastra basamento.
Neoclassico, lo stile dell’epoca.
Il testo dell’iscrizione fu attribuito in passato al Morcelli, attribuzione errata poichè il Morcelli era morto nel 1821. L’autore del
testo potrebbe essere un allievo della scuola dell’illustre epigrafista.
Pure la ricerca della committenza e di chi ha disegnato il progetto non ha avuto esito. La spesa, probabilmente sostenuta dalla
Fabbriceria, non è documentata.
25
LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
NOTE
Saverio Bettinelli Mantova, (1718-1808) ex gesuita, poeta e letterato. E’ probabile che il Fortunati sia stato suo allievo.
1
A. S. D. M. Fondo C. V. Serie Visite pastorali, Bozzi 1824.
L’altare di San Giovanni Battista con la Cappellania e le rendite di
pezze di terra nell’anno 1748 era stato ceduto con testamento alla
cura e direzione della Confraternita del SS: Sacramento dal tenente
Felice Zappettini la cui famiglia ne aveva il giuspatronato.
2
A.S.D.M. Relazione dello stato della Chiesa di Guidizzolo, vicariato di Castiglione delle Siviere,18 novembre 1778.
3
L’elezione e approvazione a vicario o parroco attuale di don Fortunati ebbe conferma da un’indagine compiuta dal subeconomo ai
benefici vacanti don Bettini, arciprete di Volta mn. 2 giugno 1830.
Circa il travagliato rapporto tra il monastero e la comunità di Guidizzolo don Fortunati ispirò e scrisse nel 1776 un “Ristretto di Fatto e di Ragione per la Comunità e Popolo di Guidizzolo contro il
Possesso che hanno l’Abate e Monaci Olivetani”.
A.S.D.M., Relazioni b. 3, fasc. IV.
Cfr. “Carteggio relativo ai vantati diritti dei Monaci Olivetani sui
beni e Chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo di Guidizzolo e
circa l’opposizione accampata dalla Comunità di Guidizzolo pei
detti diritti” e “Carta riguardante il ‘gius’ dei RR. Padri Olivetani
detti di Gradaro di Mantova sopra la Chiesa e Parrocchia dei Santi
Pietro e Paolo di Guidizzolo“
A.S. MN Carte Portioli, b. 8, fasc. IV
4
Nel 1786 con provvedimento governativo vennero soppresse le
cappellanie e demaniati i beni di loro proprietà.
Beni immobiliari della Parrocchia di Guidizzolo.
Un elenco del 23 giugno 1488, “Copia lnventarij bonorum imobilium plebis Guidizoli” ( A.S.M., Archivio del Principato di Castelgoffredo, b. 34, notaio Alessandro Bertelli) concorda con quel-
5
26
LA FAMIGLIA, GLI STUDI, L’ORDINAZIONE SACERDOTALE
lo compilato circa il 1508-’09 quando agli Olivetani fu affidata la
Parrocchia e gli stessi furono investiti dei suoi beni.
I beni immobiliari, cioè i terreni, assommavano a circa 230 biolche. L’elenco rinnovato il 7 luglio 1561, conferma le 230 biolche
(A.S.M. M.C.A. b. 194, notaio Pomelli Giacomo in Castelgoffredo).
Il dato si ritrova pure nel ristretto del 1776, e nella Relazione dello
Stato e Circostanze della Parrocchia di Guidizzolo sotto la Vicaria
foranea di Castiglione delle Stiviere abbassata sotto il 17 gennaio
1786 (A.S.M., Relazione ecc. b. 3 fasc.I).
Le terre (petiam terre ...) possedute dalla Parrocchia erano distribuite e dislocate in vari appezzamenti derivanti probabilmente da
donazioni e lasciti di epoche diverse. Interessano i nomi di campi
e contrade, alcuni in uso ancora oggi. Vengono riportati come curiosità.
Rivi Gambarelli, li lame, Breda mala, Camarione, la Concha, de la
Giesia, Salvaricio, Sancto Martino, del Pir, Poza Ridonda, Linariis,
Fornacis, Rivi Marij, Ridelli, Ruperis Belle, Pozza Rotonda sive
Stradella, Ecclesia, Pozzacarini, delle Motelle, iI Vigro, Paludis,
Pratti Moreni, Dosso d’ Aione, Sancti Georgij, il Campo del Marinone.
Per la laboriosa descrizione dei beni posseduti dalla parrocchia
si rimanda a Carlo Togliani, Il Principe e l’Eremita, 2009, pagg.
113-117.
Lettere del 25 e 29 giugno, lettera del 13 luglio 1804, Repubblica
italiana, anno III del Subeconomato del Dipartimento del Mincio al
cittadino Parroco di Guidizzolo.
6
Via del Verre, oggi via Rizzini; via del Mercato oggi piazza Pezzati; via della Piazza oggi via Vittorio Veneto; via di Mezzo oggi via
Chiassi.
7
27
28
PREGHIERA E LITURGIA
“Tu solus sanctus”, fosse divenuto vescovo don Fortunati
avrebbe scelto questo motto. E si mantenne sempre fedele al primato di Dio. Solida la sua formazione a Mantova presso i Gesuiti.
A Guidizzolo deve confrontarsi con due passaggi, quello dalla reggenza olivetana e quello del cambiamento di diocesi. Infatti il
vescovo di Brescia, mons. Giovanni Nani, riuniti i canonici del Capitolo, il 23 dicembre 1784 comunicò il provvedimento di rilasciare
alla giurisdizione del vescovo di Mantova undici parrocchie a sudest del territorio bresciano e confinanti, con la diocesi di Mantova,
tra le quali Guidizzolo.1 In questo passaggio è da vedere ancora una
volta la volontà del governo, intervenuto direttamente o mediante
pressioni sulle autorità ecclesiastiche, mirante a far collimare con
le circoscrizioni civili quelle diocesane per meglio controllarle. La
diocesi mantovana allargò i propri confini, e se ne compiacque il vescovo Pergen che con lettera del 22 maggio 1786 ordinò ai parroci
delle parrocchie passate da Brescia a Mantova di festeggiare in per29
PREGHIERA E LITURGIA
petuo il giorno di
S. Anselmo, e non
più quello dei santi
Faustino e Giovita,
patroni di Brescia.
Don Antonio si
adeguò e cercò di
conciliare le due
tradizioni. Basti un
esempio. Mantenne l’antica consuetudine di celebrare
il Triduo dei morti
nei giorni precedenti la Quaresima.
Un decreto di Pio VI del
22 gennaio 1779,
sollecitato da don L’abate Luigi Valenti Gonzaga
Antonio, concesse
l’indulgenza plenaria per il Triduo suddetto.
Nel 1780 i giorni 8, 9 e 10 aprile, furono giorni di grande
festa per la traslazione del venerato simulacro dell’Immacolata a
nuovo altare nella chiesa parrocchiale. Dell’avvenimento don Antonio lasciò una descrizione particolareggiata. Si succedettero nel
presiedere le sacre funzioni l’abate Giulio Benvenuti olivetano e
don Nazario Muti Arciprete di Castiglione delle Stiviere e Vicario
foraneo. Era presente la domenica 9 il conte Giuseppe Cauzzi, consigliere delegato, in rappresentanza dell’Autorità civile.
Su richiesta del clero e del popolo, ancora una volta mediata
da don Fortunati, il Papa acconsentì nel 1797 a trasferire la festa di
San Luigi dal 21 giugno all’ultima domenica di settembre, quando
meno pressante era il lavoro dei campi.
30
PREGHIERA E LITURGIA
Di don Antonio sono rimaste preghiere e istruzioni per le
varie feste dell’anno.
Non si lasciava sfuggire occasione alcuna per rendere più solenni le celebrazioni. Così, essendo il card. Luigi Valenti Gonzaga
ospite della madre a Castelgrimaldo, invitò il porporato ad amministrare la Cresima il 15 settembre 1777.2 L’evento, preparato con
cura, coinvolse anche i paesi vicini e i cresimati, ragazzi e adulti,
furono ben 126. E il 20 ottobre 1811 amministrò la Cresima mons.
Francesco Paolucci, vescovo di Fano, che si trovava relegato a Mantova in domicilio coatto per avere rifiutato il giuramento di fedeltà
a Napoleone, giuramento che era stato richiesto ai vescovi dello
Stato pontificio.Don Antonio lo invitò a nome del Vicario capitolare
Girolamo Trenti.
Nè trascurava circostanze propizie a favorire il sentimento
religioso.
L’abate Morcelli, prevosto di Chiari, aveva ottenuto dal
Papa Pio VI il corpo della martire Agape, trovato nel cimitero di
Callisto, per la propria chiesa. Don Fortunati, amico del Morcelli,
fece sostare la reliquia a Guidizzolo come atto di devozione nel
gennaio 1796. Il corpo della martire venne accolto e venerato nella
casa della famiglia Guarneri, contigua la chiesa dei Disciplini in
via di Mezzo. Il Morcelli ,in un opuscolo dedicato a Santa Agape,
narra una conversione miracolosa. Un soldato francese si sarebbe
convertito in punto di morte.Ed ecco il racconto di don Fortunati:
“Giovanni Descorps, originario di Ambares (Francia), centurione
della 30° coorte dell’esercito gallico, di circa 30 anni, allo scopo di
riprendersi dalla salute malferma era ospite dell’amico Sante Guarneri, nella casa dove nel gennaio 1796 aveva sostato il corpo di
Santa Agape. Giovanni ricorse a tutte le cure più efficaci e valide
dell’arte medica, ma non ne voleva sapere della salute dell’anima.
Perciò io, spinto da compassione per quell’anima destinata a rovina, mi rivolsi con assidua preghiera a Santa Agape affinchè con la
sua intercessione giovasse all’infermo presso Dio misericordioso. E
affinchè la casa onorata dal corpo della Martire non venisse disono31
PREGHIERA E LITURGIA
32
PREGHIERA E LITURGIA
La Festa Mariana del 1780
33
PREGHIERA E LITURGIA
rata dalla morte di un empio.
Oh portento della Divina Clemenza! L’infermo a un tratto
ravveduto inaspettatamente chiese di me, si confessò, anzi volle che
il Viatico gli fosse portato il giorno seguente, domenica, a edificazione del popolo. Aggravatosi infine e confortato dall’Olio santo
spirò nel bacio del Signore con la morte dei giusti quanto l’umana
fragilità lascia conoscere e sperare”.
Nella parrocchia erano istituite cappellanie originate da lasciti o donativi dei fedeli per la celebrazione di Messe a un altare
della chiesa. Della cappellania Ranzetti, con terreni verso Cavriana,
si hanno poche notizie. Più documentata la cappellania Zappettini
con l’altare di San Giovanni Battista e la cappellania all’altare di
Sant’Antonio da Padova con la custodia delle Reliquie di juspatronato della comunità che ne amministrava i beni. Erano attive Confraternite o associazioni di fedeli per l’esercizio di opere di pietà
e di carità. I proventi derivavano da offerte o dai redditi di terreni affittati. Cappellanie e confraternite caddero sotto la scure delle
soppressioni e i loro beni furono incamerati dal governo. Potevano
sopravvivere come associazioni di laici devoti.
La più antica è la Confraternita del SS. Sacramento. Quella
del Rosario è di epoca postridentina con l’altare della Madonna,
costruito nel 1739. La Disciplina, il cui movimento risale al XIII
secolo, ebbe origine a Guidizzolo negli anni successivi alla visita
di San Carlo(I580). Essa provvide nel 1610 a edificare la propria
chiesa nella via di Mezzo.
Don Fortunati volendosi erigere di nuovo la Confraternita
del SS. Sacramento, “olim infeliciter dissoluta” ne scrisse nel 1788
le regole. L’iscrizione aperta a tutti i parrocchiani, l’abito di colore
rosso o bianco. Il parroco è a capo della Confraternita, gli ufficiali
sono il Priore, un Sotto-Priore, un cassiere, un cancelliere, due infermieri. Le regole descrivono il compito di ciascuno: come amministrare le eventuali entrate, le offerte, le elemosine. Gli infermieri
visiteranno gli ammalati e procureranno loro gli opportuni sussidi
tanto spirituali quanto corporali.3
34
PREGHIERA E LITURGIA
Sorgi, e fra il plauso trionfale, e ‘l pianto
Scorri le adorne vie, Beata Immago
Di Lei, che l’aureo Sol ave per manto,
Sul crin le Stelle, e al piè la Luna, e ‘l Drago.
Bieca la Morte andò coll’arco infranto,
E in van s’ aprì de’ guai l’ampia vorago
Qualora all’ara tua sen corse a canto
Il popol tuo de’ tuoi favor presago.
L’Ara novella ascendi, e i dì remoti
Il doppio lato la vedranno onusta
D’un luminoso eletto ordin di voti.
Sì la vedran, Beata Immago augusta,
E diran, quanto, i più lontan nipoti,
Quella , che l’ erse, alta pietà fu giusta!
Sonetto di Francesco Antonio Coffani (1780)
Era costituita pure la confraternita della Dottrina e quella
delle anime purganti con altare proprio dove la pala raffigura le anime imploranti misericordia.
Nel 1780 il Consiglio comunale incaricò don Fortunati di
provvedere due nuove urne dove trasferire le reliquie dei santi Martiri. Nelle due urne di legno, dipinte di rosso, ornate all’esterno con
opere di rame lavorato e con velatura d’argento, munite di quattro
cristalli ciascuna, don Fortunati ripose le reliquie e le sigillò il 3
agosto.4
LA PROCESSIONE DEL CORPUS DOMINI
“Essendo questa processione riguardata come trionfale per
confondere la perfidia degli eretici e l’incredulità dei miscredenti
35
si procuri di concorrere a far conoscere la solennità trionfale e
ciò sarà rimuovendo gli impedimenti, e nettando la sordidezza
e immondizie nelle strade per le
quali avrà a passare la processione. Sarà cosa lodevole edificante e commovente spargere le
stesse strade d’erbe odorifere e
di vaghi fiori sull’esempio di chi
intervenne al trionfale ingresso
del Divin Redentore nella città
di Gerusalemme nella domenica
Reliquiario con il femore di
san Defendente
36
delle Palme. Non sarà cosa vana ma anzi plausibilissima coprire le
mura, o stendere dalle finestre tappeti e coperte più onorevolmente
e religiosamente che si può per far conoscere la gratitudine e obbligazione che abbiamo di procurare d’onorare e servire il solo Signore e Salvatore nostro, che si degna passando d’onorare le nostre
strade.”
Urna con le reliquie dei santi Martiri
37
PREGHIERA E LITURGIA
NOTE
Con Guidizzolo Brescia cedette Castiglione delle Stiviere, Medole,
Solferino, Birbesi, Bocchere, Ostiano, Volongo, Canneto sull’Oglio,
Fontanella e Carzaghetto.
1
Luigi Valenti Gonzaga percorse una brillante carriera diplomatica al servizio della Santa Sede e ricoprì incarichi di Curia a Roma.
2
Sarebbero passati parecchi anni prima che il desiderio di don Antonio potesse realizzarsi, fino al 1799, quando l’ I.R. Commissario
conte Cocastelli dispose che le Confraternite del SS. Sacramento,
già erette nelle chiese parrocchiali e soppresse o dall’Impero o dalla Cisalpina, fossero ripristinate e venissero restituiti ad esse i fondi di loro appartenenza, purchè non azionati o venduti.
3
Le reliquie dei santi Martiri pervennero da Roma (Cimitero di
Priscilla) nel 1764.
La chiesa parrocchiale di Guidizzolo si arricchì pure di una reliquia del martire San Defendente dono al paese natale dell’avv.
Pietro Tazzoli che l’aveva acquistata dal soppresso monastero di S.
Elena di Canneto sull’Oglio. Don Fortunati provvide a farla autenticare dal Vicario generale capitolare mons. Trenti nel 1811. (Cf.
“Camminiamo insieme” “Dic. 1986)
4
Ricordo della Comunione
pasquale 1804
38
PER IL DECORO DELLA
CHIESA PARROCCHIALE
Nel 1778, riparata la cappella maggiore della chiesa, fu allargata la Sagrestia secentesa e approntato in essa su iniziativa dei
fratelli don Gianbattista e don Francesco Guarnieri il sepolcro dei
Sacerdoti.
Nei primi anni ‘90 a nord furono costruiti un’ampia sala per
i confratelli e un Oratorio contiguo dove celebrare. Sotto la mensa
dell’altare il Cristo morto.1
Il 19 luglio 1806 circa le quattro del pomeriggio una violenta
bufera di vento fece crollare la facciata superiore della chiesa. Venne ricostruita e ornata e la spesa fu sostenuta in parte dalle offerte
dei fedeli e in parte dal ricavato di materiali venduti della chiesa di
S. Andrea demolita nel 1804.2
Del 1809 è il nuovo battistero, entrando in chiesa a destra.
“Nel dopopranzo della domenica 11 maggio 1788 i signori Giacomo
Poli e altri ufficiali della Compagnia del SS. Sacramento convocati
in chiesa firmarono il contratto col signor Vincenzo Bertazzoni fale39
PER IL DECORO DELLA CHIESA PARROCCHIALE
gname con bottega a Mantova per fare il baldacchino sopra l’altare
del Santissimo in compimento del legato del signor tenente Antonio
Maria Prina da me parroco suggerito”. Cosi scrisse don Fortunati.
Il signor Bertazzoni si obbligò a dare il baldacchino entro agosto,
lavorato sul modello di quello esistente nella chiesa parrocchiale di
Ceresara e della stessa misura; all’arbitrio dell’artefice migliorare
il disegno. L’indoratura di oro zecchino veneto, la guarnizione di
frangia, cordoni e fiocchi di damasco e seta. Il priore e gli ufficiali
si impegnarono a pagare all’artefice lire 3000 di Mantova in tre
rate, la prima al principio del lavoro, la seconda a metà dell’opera,
l’ultima al compimento.
Antonio Prina era morto 1’8 luglio 1786.
Per gli addobbi in damasco e seta destinati a tappezzare cantoria, lesene e arcate venne stilata il 27 dicembre 1790 una Scrittura,
avente forza di pubblico Istrumento, tra i rappresentanti della parrocchia e il signor Pietro Brozzoni artefice di damaschi nella città di Brescia. L’accordo
prevedeva la fornitura da
parte della parrocchia di
sessanta libbre circa di
seta lavorata a trama, al
prezzo di lire 50 di Mantova per ogni libbra.
Il rimanente del
debito sarebbe stato pagato in due rate, entro il
1791 e il 1792.
Quadri di buona fattura arricchirono
la chiesa negli anni del
ministero pastorale di
don Fortunati. I quattordici dipinti raffiguranti L’interno della Chiesa Parrocchiale prima
le stazioni della via Cru- dell’ampliamento
40
PER IL DECORO DELLA CHIESA PARROCCHIALE
cis sono opera del pittore don Luigi Nicolini, morto a Mantova nel
1800. Don Fortunati li benedisse il 22 settembre 1793.
Gli ovali, attribuiti a Pietro Fabbri, morto nel 1758, olio su
tela, “San Francesco di Sales”, “La Madonna e San Gaetano Thiene
col Bambino”, “L’Immacolata Concezione”, “S. Andrea Avellino”,
“S. Francesca Romana” e “La Maddalena penitente” furono acquisiti dal Collegio dei Teatini in Mantova quando il convento fu
chiuso a seguito delle leggi di soppressione di fine ‘700. Nel 1807
Pietro Soresina, egregio pittore, originario di Catania e residente a
Mantova, si trattenne a Guidizzolo ospite del Fortunati e dipinse la
tela “Maria Vergine Immacolata in trono e ai piedi i santi Pietro e
Paolo”.
Dal 1674 erano venerate le reliquie dei martiri poste entro
due urne ornate d’argento e con vetri molati. Don Fortunati nel procedere a una nuova ricognizione procurò, dismesse le vecchie, due
Guidizzolo, chiesa parrocchiale (1979, graffito di Alessandro Dal Prato)
41
PER IL DECORO DELLA CHIESA PARROCCHIALE
urne uguali di legno, dipinte di rosso, ornate all’esterno con opere di
rame lavorato e con velatura d’argento e munite ciascuna di quattro
cristalli.
L’avv. Pietro Tazzoli, giudice conciliatore a Canneto
sull’Oglio, acquistò dal soppresso monastero delle monache agostiniane una Reliquia di San Defendente, custodita in un elegante reliquiario in legno, munito di due cristalli e ornato nella parte inferiore
di una lamina d’argento lavorato a sbalzo e ne fece dono alla chiesa
di Guidizzolo, suo paese d’origine.
Nel dotare la chiesa, un tempo squallida e povera, di vesti,
paramenti e suppellettili utili al culto divino fu molto sollecito il
coadiutore don Francesco Tazzoli.3
Molte opere murarie non esistono più così come molti arredi,
soggetti all’usura del tempo o in disuso per le mutate esigenze liturgiche. I quadri si possono tuttora ammirare.Delle opere scomparse
si fa menzione in quanto don Fortunati le volle “a maggior gloria
dell’Altissimo e per il decoro più splendido della sua santa Casa”.
IL PARMIGIANINO
Nel 1615 Annibale Conegrani, Commissario ducale a Guidizzolo, donava con l’arredo anche il dipinto rappresentante la Vergine col Bambino sulle ginocchia, e i santi Giovanni Battista fanciullo, e Caterina d’Alessandria alla Confraternita della SS. Trinità
per essere collocato nell’Oratorio della medesima costruito cinque
anni prima in via di Mezzo (oggi via Chiassi). Estinto il sodalizio
il 12 giugno 1786 per volere dell’Imperatore Giuseppe II ( giusto
o sbagliato lo sa Dio!) il dipinto venne assegnato alla Confraternita
del Sacramento come pala d’altare nella cappella costruita di nuovo
e benedetta da don Fortunati il 13 aprile 1794. Secondo gli esperti
la tavola (olio su tela,98 x 120) poteva essere riferita alla Scuola di
Francesco Mazzoli, detto il Parmigianino.
Il quadro necessitava di pulizia e restauro. Don Fortunati
interpellò don Alessandro Barozzi di Mantova che suggerì per il
restauro don Luigi Nicolini che per la chiesa parrocchiale aveva
42
PER IL DECORO DELLA CHIESA PARROCCHIALE
eseguito le stazioni della via Crucis.4
ALLA MEMORIA DI UN AMICO BENEMERITO
“Il quadro di San Giovanni Nepomuceno, canonico di Praga
e martire del segreto della confessione (XIV sec.), dipinto nel 1728
dall’ Amidei, era venerato con grandissimo onore a Mantova dai
soldati tedeschi nella chiesa di San Carlo presso i Chierici regolari
della Congregazione di San Paolo Decollato.
In seguito, occupata, ahimè! nel 1799 questa città dai francesi, distrutto con molti altri il tempio di San Carlo, questo quadro
con la sua magnifica cornice lavorata con maestria, come tuttora si
può vedere, fu venduto per la misera somma di 22 monete locali a
Giovanni Oliani, uomo pio e insigne letterato, Ministro nello Studio
mantovano.
Da lui con munifico dono fu dato il 12 giugno 1805 al suo
carissimo amico Antonio Ilario Fortunati, parroco di Guidizzolo,
perchè nella sua chiesa fosse venerato in perpetuo come da antica
tradizione.
Voglia il Cielo si realizzi il suo desiderio!”
LA MADONNA NASCOSTA
A Dio Ottimo e Massimo
Guidizzolo, Sabato 14 Novembre 1778
In tale giorno, in occasione di essersi riparate le minaccianti rovine
di questo Coro e riadattata la Sagrestia, temendosi qualche decreto
superiore contrario nell’incontro della sacra Visita pastorale, che
si attende il 18 corrente da Mons. Giovanni Nani nostro Vescovo di
Brescia, la presente sacra immagine della Beatissima Vergine Maria di antichissima pittura, già un tempo, non si sa per qual motivo,
dalla famiglia Bazzoli, per quanto si dice, trasferita dal Venzago,
situato nella Parrocchia di Lonato, Diocesi di Verona e in questo
muro fissata’ per quel titolo’, che può constare da scrittura, che si
pretende conservata un tempo dalla detta Famiglia, ma fino ad oggi
43
PER IL DECORO DELLA CHIESA PARROCCHIALE
La Vergine col Bambino e i Santi Giovanni Battista fanciullo e Caterina
d’Alessandria (Scuola del Parmigianino)
non ritrovata, nè prodotta, e dalle donne con particolare culto di
offerte e di voti molto venerata sotto il titolo di Madonna delle Grazie, poté cominciare a dire: “Le tenebre mi avvolgono e le pareti mi
nascondono ( Ecclesiastico, 23 - 26)” finchè sorga lo spirito di un
nuovo Zorobabele, che compia l’opera nella casa del Signore Dio
degli eserciti.
Antonio Ilario Fortunati vicario parrocchiale
Perchè l’immagine venne nascosta? Due le ipotesi: o perchè essendo
molto venerata, in particolare dalle donne, l’affollarsi dei devoti nel
presbiterio contrastava con la presenza reale del Santissimo Sacramento o perchè gli abitanti di Castel Venzago, territorio di Lonato,
da dove l’immagine proveniva, ne avevano richiesta la restituzione.
44
PER IL DECORO DELLA CHIESA PARROCCHIALE
La Madonna delle Grazie
45
PER IL DECORO DELLA CHIESA PARROCCHIALE
NOTE
La scultura raffigurante il Cristo morto, in legno policromato, è
collocabile alla metà del XVIII secolo.
1
L’Oratorio di S. Andrea sorgeva fuori paese sulla strada per Medole. Verso la fine del ‘700 fu chiuso per ordine dell’ Autorità civile
in quanto era stato profanato da ladri che se ne servivano come
ricettacolo di refurtiva.
2
Pietro Tazzoli (1783 - 1847) è il padre di don Enrico, il capo spirituale dei Martiri di Belfiore. Don Francesco Tazzoli (1733-1806)
è un avo di don Enrico, fratello del bisnonno.
3
La quadrilunga Tavoletta d’eccellente pennello fu restaurata da
Monici-Cavallara negli anni ‘80 del secolo scorso con un criterio
conservativo per il recupero e il consolidamento dell’originale.
4
46
UNA SOCIETÀ PREINDUSTRIALE
Nel 1784 Guidizzolo parrocchia conta 1477 abitanti, compresi 11 preti, le famiglie sono 341, i maschi liberi 167, le femmine
202, coniugati maschi 326, femmine 328. Fanciulli maschi 237, le
bambine 206. Il numero degli abitanti in quegli anni varia di poco.
Nel 1824 sale a 1691.
Nel 1786 a ogni cantonata del paese viene dato il nome della
via e alle case vengono assegnati i numeri civici.
Il territorio mantovano era diviso in 19 circoscrizioni amministrative con a capo un pretore, otto più numerose ed estese. Tra le
undici preture minori era compresa Guidizzolo con Ceresara.
Così fino all’epoca di Giuseppe II, imperatore dal 1780 al
1790. Le magistrature civili, Commissario, Pretore, Sindaco, Segretario, Deputato comunale, Cancelliere, Maestro di scuola si susseguono nel periodo con varie competenze. Con questi personaggi o
rappresentanti della Comunità (“spectabilis huius Communitatis”)
don Fortunati usò sempre la massima deferenza.
47
UNA SOCIETÀ PREINDUSTRIALE
Ma non risparmia giudizio severo ( e ironico) con i prepotenti. In via di Mezzo vi era la regia Dispensa del sale (oggi al civ.
54) . Il milanese Moroni Francesco era il “minister”. Malaticcio non
si curava, trasandato nel vestire, sgarbato, recava fastidio alla gente
per la sua “longobardica” asprezza.
Non erano avvertiti contrasti di classe e la popolazione viveva protetta, per così dire, sotto l’ombrello dell’Autorità civile ed
ecclesiastica. Il lavoro dei campi era il più diffuso. Nell’ agricultura
erano impegnati sia i possidenti che i fittavoli.
La siccità era la nemica più temuta. Gli artigiani, sellai, marangoni, fabbri, fornivano carri e attrezzi. Importante 1’attività connessa con l’allevamento del baco da seta.
Tintoria, filatura e tessitura occupavano uomini e donne.
Era un lavoro di tipo familiare e si svolgeva negli ambienti
rustici, nelle barchesse,
nei cortili.
E gli svaghi? Erano numerose le osterie
al punto da dare il nome
a una via (oggi via Solferino). Vi sostavano
compagnie girovaghe
di comici e teatranti.
All’osteria approdava
di tanto in tanto una
ballerina e si esibiva a
danzare o a fare l’equilibrista . Giovani e uomini accorrevano con
disappunto di fidanzate, mogli e madri.
Esercitavano la libera
professione il notaio, il
Lavori campestri: aratura, erpicatura, livellamento del terreno e semina.
giurisperito, il medico,
48
UNA SOCIETÀ PREINDUSTRIALE
l’aromatario, l’ingegnere, il geometra.
I poveri vivevano rassegnati la loro condizione, se miserabili, ricorrevano all’accattonaggio. Passava per la strada a mendicare
la donna malferma sulle gambe appoggiandosi a due bastoni.
Una mamma si portava appresso la bambina di appena otto
anni. Una ragazza sordomuta e mezzo scema andava di casa in casa
a chiedere l’elemosina.
In soccorso dei poveri interveniva la parrocchia, e molti benestanti di animo generoso. Lo attesta il ritratto seguente “Diligente
madre di famiglia, con la sua parsimonia, aumentò il patrimonio
domestico. Mai negò aiuto agli sfortunati, sussidio ai poveri, assistenza agli infermi, dote, secondo possibilità, alle ragazze “pericolanti”. Un quadretto idilliaco? Don Fortunati indulge alla retorica?
Comunque sia riflette sempre la realtà.
L’avaro mai non
desiste dal condurre
una vita meschina per
mascherare la quantità di oro e argento accumulata. “Perchè? a
quale scopo?”
C’è chi se la
spassa, sperpera l’eredità paterna nelle osterie e nelle bettole, bevendo e giocando. E
chi è assiduo a feste,
danze e baccanali.
Non tutti i bambini frequentavano la
scuola. Molti genitori
li collocavano come
famigli presso “un padrone”, a curare le be- Il cantastorie.
49
UNA SOCIETÀ PREINDUSTRIALE
stie della stalla, a sfogliare i gelsi per nutrire i bachi da seta e così a
nove, dieci anni. I ragazzetti dormivano nei fienili, nella stalla.
Le famiglie abbienti , mandavano i figli a Mantova per proseguire
gli studi.
Non tutti i giovani erano docili e rispettosi con i genitori.
E le mamme a rincorrere, a cercare affannosamente i figli
scapestrati. Altri giovani si arruolavano ,con Napoleone, con Francesco d’Austria, secondo il volgere delle vicende politiche.
E nelle difficoltà? Con problemi da risolvere? Oltre ai preti
la gente comune si rivolgeva per consiglio a persone sagge e stimate, capaci di conciliare liti e interessi contrapposti .
Un anziano è divenuto molesto e importuno per l’età e gli
acciacchi? il figlio lo assiste amorevolmente. Don Fortunati loda la
sposa, giovanissima, che con umiltà e sottomissione a poco a poco
riesce ad addolcire l’animo ostile della suocera e della cognata. Se
una donna prestava servizio presso la stessa famiglia come fantesca
o ancella per lungo periodo, per oltre trent’anni, don Fortunati la
elogiava con parole affettuose.
I rapporti di coppia allora come oggi sono una croce e in
alcuni casi solo la morte di uno dei due pone termine ai contrasti,
lasciando finalmente libero il
coniuge superstite.
Una giovane
vedova,
prossima a risposarsi, dona
alla Madonna gli
orecchini d’oro
ornati di perle
avuti dal primo
marito.
Meno com50
UNA SOCIETÀ PREINDUSTRIALE
prensione è riservata ai rapporti extra coniugali.
Don Fortunati li accenna con riserbo, non riferisce nomi,
protegge l’anonimato usando un linguaggio convenzionale noto a
lui solo, scrivendo con lettere dell’alfabeto greco antico.
I neonati esposti, dopo il battesimo, venivano portati a Mantova , in orfanatrofio. Nascite illegittime capitavano anche nelle
classi alte. Nel 1828 muore una bambina, frutto di illecito amore.
Poichè sono coinvolte persone della oggi si direbbe società bene,
interviene l’Autorità comunale e per evitare lo scandalo ne ordina
la sepoltura in segreto. Dopo il battesimo, la principale preoccupazione del parroco, come lo era nel confronto di neonati in pericolo
di morte.
51
UNA SOCIETÀ PREINDUSTRIALE
Li battezzava con l’acqua l’ostetrica, che doveva essere approvata e conoscere la formula del battesimo.
Se il piccolo sopravviveva veniva poi portato in chiesa dove
il sacerdote completava la cerimonia.
Persone, fatti, vicende pubbliche e private, rivivono nel latino limpido, classico, conciso di don Fortunati. La sintassi è di
un’architettura perfetta. Un giorno gli si presenta una scena quale
avrebbe potuto descrivere Virgilio. Nel cortile di una famiglia poverissima. Una capretta domestica, avendo intuito che la mamma non
era in grado di soddisfare la fame della piccina, si avvicina a una bimba di pochi mesi e si appresta ad allattarla.
“Matri ad hanc satis nutriendam omnino impoti domestica
supplebat capella, quae vix audito infantis vagitu, mox pascuo relicto, sponte properans ad eam lacte saturandam belle et commode
sese adaptabat”.
Sembra di leggere Cicerone.
52
“SALVO IL MIO DIRITTO...”
Il comune di Guidizzolo comprendeva due parrocchie, quella del capoluogo e quella della frazione di Birbesi.
I parroci, tutti in generale, erano custodi severi dei confini, non era consentito sconfinare dai rispettivi territori, erano quasi
gelosi della propria giurisdizione. Lo era pure don Fortunati come
dimostra un episodio del 1813. Il 27 aprile avvenne a Birbesi una
disgrazia mortale. Moratti Giuseppe, giovane di 24 anni e sposato
con Carini Domenica, era intento al lavoro nel mulino di Ressato quando improvvisamente fu trascinato dalla velocità delle ruote entro l’ingranaggio. L’abitazione del mugnaio si trovava entro i
confini della parrocchia di Birbesi, mentre il mulino contiguo, dove
avvenne la disgrazia, apparteneva alla parrocchia di Guidizzolo
Svolte le pratiche di legge, don Luigi Maltini, parroco di Birbesi, celebrò il funerale nella sua chiesa di San Giorgio, più vicina
di quella di Guidizzolo1. Ma don Fortunati sosteneva una tesi diversa, a lui sarebbe spettato celebrare quelle esequie nella sua chiesa.
53
“SALVO IL MIO DIRITTO...”
Lasciò correre “pro bono pacis’ salvo il diritto suo e dei suoi successori, come ebbe a puntualizzare.
Altra questione spinosa e controversa riguardava il diritto
del parroco ad assistere “in morte e dopo morte” il parroco viciniore. 2
Nel marzo 1784 don Fortunati acconsentì alla richiesta del
parroco di Birbesi ammalato che l’aveva pregato di assisterlo e amministrargli i Sacramenti. Don Antonio si trattenne presso l’infermo
prestandogli ogni servizio sia spirituale che corporale, fino all’ultimo respiro di don Paolo Botturi il dopo pranzo del 3 aprile. Era don
Fortunati appena uscito dalla stanza del morto quando si presentò
il rettore di Bocchere don Gianbattista Bellini scusandosi cortesemente del suo tardo arrivo.
A mezzo di altra persona don Bellini fece con bel modo intendere di aver diritto al funerale dell’estinto, escludendo don Fortunati col motivo o pretesto che questi era vicario parroco amovibile. Per non accrescere il cordoglio dei famigliari dolenti con una
scandalosa altercazione don Fortunati condiscese con poche parole,
protestando però che lo”spoglio”, cioè le offerte funerarie, rimanessero in deposito fino a chiarimento della questione.
Così avvenne parte per amore e parte per forza.
Don Fortunati non frappose tempo in mezzo, interpellò il
vicario generale mons. Antonio Medici che incaricò di rispondere
il cancelliere don Giacomo Pinzoni. Il quale con sua lettera non
protocollare riferì come fosse consuetudine della diocesi riservare
il diritto ai funerali di un parroco defunto al parroco viciniore, o residente nello stesso comune. La lettera calmò i furori di don Bellini.
E lo “spoglio” fu devoluto a totale disposizione di don Fortunati.
Avvenne frattanto il passaggio dalla diocesi di Brescia a quella di
Mantova. Don Bellini fidando che le costituzioni della diocesi mantovana fossero favorevoli al suo intento riprodusse la causa del suo
preteso diritto al nuovo foro ecclesiastico. Ma ebbe il dispiacere di
ricevere decreto contrario il 30 aprile 1785 a firma del vicario generale Carlo Nonio: spettava a don Fortunati quale parroco viciniore
54
“SALVO IL MIO DIRITTO...”
amministrare i Sacramenti al morente parroco di Birbesi, come di
fatto era avvenuto, e gli competeva lo “spoglio” sebbene fosse vicario parroco amovibile.
Anni dopo la questione si riaccese, lungi dall’essere stata
definita una volta per tutte. Nel I8I2 il rettore di Bocchere don Pasquale Arrisi (don Bellini era stato trasferito a Mariana) con una lettera del 29 giugno al Fortunati risollevò la “vexata quaestio”. Don
Fortunati non si lasciò intimidire e “a costo di uno sforzo del suo
naturale carattere pacifico” avrebbe difeso e garantito con la ragione e con la forza la sua competenza e l’avrebbe sostenuta a favore
dei suoi successori.
La diatriba tornò attuale nel 1825, nel maggio, quando da
circa mezz’anno era morto l’arciprete di Cavriana e ancora non era
stata raggiunta una decisione circa lo “spoglio” ed elemosine per
l’obito di don Turrina.
Attori della garbata polemica don Fortunati e il parroco di
Solferino Paolo Gaburri. Chi dei due abitava più vicino alla casa del
morto? Don Paolo pensò bene di far misurare da due ingegneri la
lunghezza della strada che dalla casa canonica di Solferino e dalla
canonica di Guidizzolo porta a quella di Cavriana. E ciò senza mira
di interesse, solo per conoscere l’esatta distanza. Non era intenzione
di don Paolo offendere o recare dispiacere a don Fortunati, agiva
solo per curiosità, e perchè l’operazione sarebbe stata di riferimento
in altre simili contingenze.
E la distanza, minore, risultava favorevole al parroco di Solferino, come facilmente rilevabile dalla perizia. E tutta questa pratica per stabilire quale dei due sacerdoti fosse viciniore al parroco di
Cavriana. Don Paolo era desideroso soltanto di porre fine a “cosa
cotanto rancida” e lo “spoglio” l’avrebbe usato a suffragio dell’Arciprete defunto.
Per orientarsi nell’intricata vicenda occorre rifarsi all’anno
prima quando don Turrina aveva detto a don Fortunati che a lui più
che ad altri apparteneva il diritto allo “spoglio”, al momento della
sua morte.
55
“SALVO IL MIO DIRITTO...”
A causa dell’età avanzata allorchè il “Supremo Padrone” chiamò
a sè don Turrina, don Fortunati non si sentì di andare a Cavriana e
incaricò di rappresentarlo i parroci di Birbesi e di Castelgrimaldo,
e nel caso il funerale fosse stato celebrato da altri, protestassero in
suo nome e la protesta fosse scritta nel necrologio. Don Gaburri rifiutò di farlo. Don Fortunati ne provò sommo dispiacere, aggravato
dal fatto che don Gaburri diede pubblicità alla vicenda.
Al vedere poi gli ingegneri effettuare con le catene la misura
o lunghezza della strada a Cavriana la gente rideva e si sparsero
dicerie indecorose sul conto di don Fortunati. Ma egli scrisse a don
Paolo una lettera affettuosa e paterna: “Da altri si dica e si pensi
quel che si vuole, da noi si pensi e si faccia quel che conviene. Se io
non fossi tanto anziano volerei subito a Solferino per abbracciarla
e godere della cara Sua compagnia e far conoscere al mondo che
siamo quei confratelli amorevoli che eravamo prima della vertenza
accaduta. Anzi venga Lei da me a frugale pranzo nel quale con la
presenza di qualche altro confratello si dimostri a tutti la nostra amicizia”.
Nella diocesi l’annosa questione continuerà ad agitarsi al
punto che il vescovo Gianbattista Bellè scriverà ai parroci il 23
maggio 1837 “Le continue querele e le divisioni tra i parroci in occasione della morte di uno di loro e che provocano funeste impressioni nei fedeli, ci hanno oltremodo amareggiato e spinto alle nostre
determinazioni da osservarsi scrupolosamente”.
Seguono alcune regole che in sostanza danno la preminenza
al Vicario Foraneo.
56
“SALVO IL MIO DIRITTO...”
NOTE
Nell’Atto di morte si legge che il cadavere di Giuseppe, svolte le
pratiche di legge, “pro viae commoditate et casus necessitate” fu
portato alla chiesa di Birbesi dove furono celebrate le esequie.
1
Sullo “spoglio” o spoglio della cera si erano espressi i Papi Benedetto XIII nel 1725 e Benedetto XIV nel 1746. Copia dei loro decreti
si trovava nell’archivio di don Fortunati.
2
57
58
LO STUDIOSO
“EBBE FAMA DI SCIENZIATO E DI LETTERATO”
(A. Bertolotti).
Una relazione di curia intorno al 1788 descrive don Fortunati “come uomo dotto, zelante, esemplare, sollecito del divin culto e di rara pietà”. La sua cultura spaziava non solo nell’ambito
delle materie religiose, ma anche in quello delle scienze, dell’arte, della storia e della letteratura. Si cimentò anche come scrittore, ma difficile è ricostruirne la bibliografia, poichè molte sue
opere furono interrotte, o sono inedite, mutile, ed altre perdute.
Si interessò alla figura della beata Paola Montaldi con l’idea di scriverne la vita. 1 Fu tra gli associati nel 1827 per la pubblicazione del
vocabolario mantovano-italiano di Francesco Cherubini. Con lui il
curato don Gianbattista Confalonieri.
Tra le opere inedite perchè incompiute rimane il manoscritto
“Mantua Sacra” con notizie storiche delle Congregazioni religiose
mantovane, e pure inediti i “Documenti spettanti ai preti romiti del59
LO STUDIOSO
la Congregazione di Santa Maria
di Gonzaga” da lui raccolti e arricchiti con annotazioni storiche.
Questi, in codice cartaceo già
custoditi nell’archivio parrocchiale di San Gervasio sono ora
nell’ A.S.D. 2 Di una vita del beato Marconi, cui attendeva quando fu colto dalla morte, abbiamo
solo notizia indiretta. 3
Don Antonio ebbe care e coltivò
amicizie assai qualificate. Autorevoli studiosi lo stimarono e lo
consultavano. Forse il Bettinelli
fu un suo insegnante. Era corrispondente di Leopoldo Camillo
Volta, l’illustre fondatore della
Biblioteca comunale di Mantova. Presso la biblioteca Teresiana
sono conservate 281 lettere indirizzate dal Volta a don Fortunati.
L’argomento principale è quello
della ricerca storica, lo scambio di
libri, la corretta interpretazione di
antiche epigrafi, la lettura di documenti. In una lettera del gennaio
1788 il Volta preferisce l’ipotesi
che “Le piacevoli novelle” e “Il
giuoco piacevole” siano da attribuire ad Ascanio Mori da Ceno
e non a fra Gervaso Gobbi, o Levanzio da Guidizzolo, come inclinerebbe il Fortunati. Era aperta la
discussione. 4
Altro esempio. Nel 1789 il Volta fornisce alcuni chiarimen60
LO STUDIOSO
ti circa l’antica iscrizione guidizzolese del II secolo riguardante il
titolo sepolcrale di Marco Servilio che il Fortunati era intenzionato
a commentare con uno scritto erudito. Nello stesso fondo della Teresiana sono incluse 48 lettere del Fortunati, indirizzate a diversi
corrispondenti.
“STUDIOSISSIMO DELLA STORIA PATRIA”
(B. Arrighi)
Avrebbe voluto il Fortunati ripresentare aggiornandolo il
vastissimo albero genealogico dei Gonzaga, nel ramo principale e
in quelli minori. A tale progetto si accinse con impegno, avrebbe
corredato l’albero di notizie, corretto errori. Oltre a rifarsi ad autori
del passato, quali il Possevino e l’Agnelli, potè affermare in un suo
scritto, una sorta di prefazione, “di aver svisecerato alcuni archivi
dei viventi Gonzaga”, attento ad accertare le morti almeno dei primogeniti, ad apporvi un elogio, un epitaffio tolto di sotto ai loro
ritratti o sopra alle loro tombe. Minuzie, piccole cose, ma il trovarle
e porle al luogo conveniente non è merito di poco conto.
Per la lettura delle epigrafi è lo stesso Fortunati a illustrare
il metodo da lui seguito. “Con grande sollecitudine mi sono applicato a rintracciare tutte le lapidi ed iscrizioni sacre e profane, di
avvenimenti e personaggi dei Gonzaga e di altri, le quali servono
mirabilmente a dilucidare le Storie e al lettore recano il piacere di
rinvenire con più esattezza i tempi dell’edificazione, o dei restauri
di una fabbrica, le nascite e le morti di personaggi, l’epoca di memorabili cose accadute. In questa ricerca non ho io perdonato a fatica per rileggerle tutte, non fidandomi se non dei miei occhi per non
essere ingannato dagli altri, nonostante fossero corrose dal tempo, o
incomode per la loro posizione, o anche astruse per il gotico carattere”. Suo maestro nella scienza epigrafica Stefano Antonio Morcelli,
abate di Chiari. 5 Nel 1827 don Fortunati pubblicò alcune epigrafi
da lui dettate.
61
LO STUDIOSO
LA LIBRERIA
Don Fortunati, sull’esempio del Morcelli, che con tanti anni
di studi e risparmi aveva radunata una sceltissima libreria e ancora
in vita ne aveva fatto dono al paese di Chiari, lasciò ai guidizzolesi
la sua libreria. Nel suo ultimo testamento il 6 luglio 1829 scrisse;
“Do e lascio per ragione di legato la mia libreria con li scaffali onde
62
LO STUDIOSO
sia a beneficio comune, ma
però sotto la custodia e cura del
Parroco pro tempore della detta
parrocchia di Guidizzolo e sotto la sorveglianza della Fabbriceria del luogo”.
Una veloce rassegna
consente di distinguere tra libri di argomento sacro e libri
di argomento profano. Tomi di
teologia, varie edizioni della
Bibbia, i commenti dei Padri,
le collezioni di omelie, opuscoli recanti gli echi di controversie e dispute nel mondo
ecclesiastico svelano l’uomo
tutto d’un pezzo, fedele alla
Chiesa, mentre le opere enciclopediche, i testi di storia, le
rassegne letterarie, i libri di scienza e di medicina appartengono
all’uomo dotto interessato a varie materie profane. Alcuni volumi sono assai pregevoli per rarità o caratteri di stampa. Ci limitiamo a citare la “Storia della Letteratura italiana” di Gerolamo
Tiraboschi e i libri ‘De stilo inscriptionum latinarum” del Morcelli.
La libreria era collocata in una camera con soffitto ad archi nella cosidetta Abbazia, già abitata dai monaci, abitazione di don Fortunati.
Dopo la sua morte seguirono le pratiche di legge per per l’accettazione del legato. Venne fatto un elenco dei libri e stimato il loro
valore complessivo in Lire austriache 2329,09. Don Benedini in
qualità di parroco accettò, per sé, e successori, l’onere della custodia della libreria, nella integrità numerica dei volumi elencati il 19
aprile 1836. Si impegnava pure, d’accordo con la fabbriceria, a trovare un locale idoneo e sicuro ove collocarla. Forse la casa attigua
alla chiesa dei Disciplini, ma l’idea ventilata non ebbe esecuzione e
63
LO STUDIOSO
anni dopo i libri vennero sistemati nella soffitta della casa canonica
di nuova costruzione negli anni 60 dell’800. 6 Dal 2001 i “suoi”
libri sono nella nuova biblioteca parrocchiale. Quasi a custodirli lo
stesso Fortunati nel ritratto che lo raffigura. Il pittore, anonimo, lo
ha rappresentato nell’imponenza di persona dai lineamenti decisi,
sguardo fermo, occhi d’aquila.
Non si appoggia allo schienale della poltrona riccamente
scolpita, ma se ne discosta, in posizione quasi eretta. Tiene tra le
mani e mostra un manoscritto con i Salmi. Sul tavolo, ricoperto
da un drappeggio insolito decorato di motivi orientali, stanno il
campanello, il calamaio, il portapenne, il monocolo, l’anello con il
sigillo, il servizio completo per scrivere. Sullo sfondo una scaffalatura colma di libri, paludata da tendaggio scorrevole. Dal ritratto,
di mano sicura e con una scelta determinata dei particolari, emerge
un personaggio autorevole, non astratto ma vivo con i “ferri del
mestiere” di studioso e di scrittore. Il dipinto reca su cartiglio una
scritta latina la cui versione italiana è la seguente: Antonio Ilario
Fortunati nato a Moglia di Gonzaga, a 34 anni eletto vicario parroco
di Guidizzolo, amò la bellezza della casa di Dio, benefico a molti,
e in epoca posteriore furono aggiunte le parole: Caro a tutti i buoni,
morì in pace il 24 maggio 1830. Se ne deduce che il ritratto sia stato
eseguito su commissione dello stesso Fortunati.
Non è noto il nome del pittore.
“L’Eremo
di San Lorenzo”
64
LO STUDIOSO
NOTE
Paola Montaldi nacque a Montaldo, frazione di Volta Mantovana
nel 1443. A soli quindici anni entrò nel monastero delle clarisse di
S. Lucia a Mantova. Tre volte abbadessa, condusse vita penitente
e austera. Mori il 18 agosto 1514. Il suo corpo riposa nella chiesa
parrocchiale di Volta Mantovana.
1
La Congregazione dei Padri Romiti di Santa Maria di Gonzaga
fu promossa da don Girolamo Redini, ministro e confidente del
marchese Francesco Gonzaga, verso la fine del ‘400. Ottennero a
Guidizzolo l’Eremo di San Lorenzo. Scrive don Fortunati: “Merita
speziale riflesso la circostanza d’ essersi l’Eremo di San Lorenzo
conservato in fiore fino a quando si protrasse la presenza dei Padri”. Infatti la Congregazione ebbe vita breve. Gli Eremiti lasciarono San Lorenzo nel 1578.
A.S.D. Relazioni, b.4; A.S.M. carte Portioli b, 8/bis, fasc.2.
Nell’ archivio di don Fortunati si trovavano 11 lettere di Girolamo
Redini riguardanti la regola della Congregazione da lui fondata.
2
Marco Marconi nasce a Mantova nel 1480. A sedici anni vestì
l’abito dei Girolamini nel convento di San Matteo nei pressi del Migliareto. Trascorse nell’Ordine quindici anni nella preghiera, nello
studio delle Sacre Scritture, nella mortificazione e nel nascondimento. Morì il 24 febbraio 1510. La salma del Beato Marco si trova
nella cappella dell’Incoronata nel Duomo di Mantova.
3
Leopoldo Camillo Volta è nato a Mantova nel 1751. Sin da giovane si appassiona alla letteratura e alla pittura. Avviato però allo
studio delle leggi, conseguì la laurea dottrinale in giurisprudenza.
Nel 1776 si recò a Vienna al fine di perfezionarsi nella scienza del
diritto. A Vienna contrasse illustri amicizie, tra le quali il poeta
cesareo Pietro Metastasio. Il ministro di Maria Teresa barone di
Sperges lo incaricò di erigere e di ordinare la Biblioteca mantovana. Occupò pure incarichi importanti nella vita pubblica, deputato
della Cisalpina, ai Comizi nazionali di Lione, 1801, 1802, indetti
4
65
LO STUDIOSO
da Napoleone per decidere la Costituzione della Repubblica Cisalpina acclamata il 26 gennaio 1802. Mori a Mantova nel 1823.
Don Gianbattista Casnighi nel 1823 ebbe in regalo da don Fortunati un volume con le opere di Ascanio. Don Fortunati aggiungeva
alcune memorie e alcuni documenti manoscritti relativi allo stesso autore. Presso l’archivio di don Fortunati, a cui attinge con
frequenza don Carlo Gozzi, era possibile consultare il manoscritto
sui principi Gonzaga. Il manoscritto “Vita dei principi Gonzaga”,
dopo la lettura, fu dal Gozzi restituito. Per don Casnighi e don
Gozzi si rimanda alla bibliografia.
Stefano Antonio Morcelli nacque a Chiari, provincia e diocesi di
Brescia, il 17 gennaio 1737 da Francesco e Giovanna Rocca. A 14
anni entrò a Brescia nel Collegio dei Gesuiti e dopo due anni manifestò la volontà di farsi religioso in quella Congregazione. Inviato
a Roma frequentò gli studi di retorica, filosofia e teologia. Prese i
quattro voti nel 1771, ma sciolta la Compagnia di Gesù il Morcelli
a Roma fu ospitato e protetto dal card. Alessandro Albani, che gli
affidò la cura della sua biblioteca. Nel 1791 fu chiamato a Chiari
a reggere la parrocchia in qualità di prevosto. Il nuovo impegno,
svolto con grande sollecitudine non gli impedì di continuare gli studi prediletti e la pubblicazione di molte opere dotte di argomento
storico e letterario. Già a Roma, nel 1781, aveva pubblicato “De
stilo inscriptionum”. All’epigrafia dedicò altri suoi scritti dove illustra la tecnica della più elegante e perfetta maniera di comporre
iscrizioni. Mori il 10 gennaio 1821. Le sue spoglie mortali, ottenuto
il permesso dell’I.R. Governo, furono imbalsamate e deposte presso
il corpo della santa martire Agape, per la quale egli ebbe in vita
devotissima tenerezza.
5
6
Nell’agosto 1836 l’I. R. Governo approvò il legato della libreria.
66
IL TRONO E L’ALTARE
AUSTRIA FELIX
Il 29 gennaio 1781 nella chiesa di Guidizzolo il poeta Francesco Antonio Coffani, cancelliere della Comunità, pronunciò
un’orazione in morte dell’augustissima Imperatrice Regina Maria
Teresa in occasione dei solenni funerali, discorso celebrativo detto
con molta enfasi e udito con molta ammirazione. 1
Per tre giorni nel marzo 1790 suonarono le campane in segno
lugubre e furono celebrate le esequie a suffragio dell’Imperatore
Giuseppe II deceduto il 20 febbraio.
Tornarono a suonare all’Ave Maria con suono lugubre le
campane per un’ora intera e per tre giorni e si ripetè il rito di suffragio per la morte nel 1792 dell’Augusto Imperatore e Re Leopoldo
II. Frequenti erano pure preghiere e implorazioni nella guerra intimata dai francesi contro l’Austria sia per implorare vittoria sia di
ringraziamento per i prosperi successi dell’Impero austriaco e suoi
alleati negli anni 1792-1794. Sono gli anni della I coalizione forma67
IL TRONO E L’ALTARE
tasi contro la Francia rivoluzionaria. Nelle chiese si prega per ottenere da Dio l’assistenza nei bisogni della guerra che “Sua Maestà il
Nostro Pio Sovrano sostiene a difesa della Santa Religione Romana
Cattolica, delle Leggi e delle proprietà minacciate dei fedeli suoi
sudditi”. Don Fortunati era uomo d’ordine ed eseguiva con scrupolo e convinzione questi adempimenti.
UN FATTO D’ORDINE PUBBLICO
CON RISVOLTI POLITICI
Fin dagli anni ‘60 del XVIII secolo alla Ronda di Giustizia della città di Mantova spettava il compito di vigilare e impedire attentati notturni, ruberie e altri disordini. 2 Nel 1794 accadde
un episodio in sè poco documentato, ma gli atti e i provvedimenti
presi dall’Autorità implicitamente lo confermano.Gli avvenimenti
della rivoluzione francese erano conosciuti negli stati dell’Impero
austriaco. Chi però aderiva o si entusiasmava per gli slogan “Libertà Fraternità Eguaglianza” qualora manifestasse i suoi sentimenti
incorreva nei rigori della polizia. Alcuni guidizzolesi esaltati (o traviati ?) dalle idee giunte d’Oltralpe vennero fermati di notte
a Mantova sorpresi ubriachi in
abbigliamento egualitario con
la coccarda tricolore o seminudi a cantare e inneggiare alla libertà e all’eguaglianza, eccitati
anche ad attaccare la Chiesa.
Il Delegato di polizia Luigi Maria R. li fece arrestare e
soggiacere a sequestro personale per sei giorni. La mattina
del 24 maggio, dopo esame, li
ha liberati con formale precetto
per l’avvenire di non molestare
alcuno, attendere ai loro rispet68
IL TRONO E L’ALTARE
tivi mestieri, viver bene e cristianamente, non andare vagando di
notte, nè cantare canzoni di qualunque sorta, rispettare la Chiesa e
i suoi Sacerdoti, sotto l’irremissibile pena del carcere ed altra maggiore a norma di legge in caso di contravvenzione o recidiva. Per
tentare la loro resipiscenza, qualora la si ritenga possibile, ed essere
accertato del loro emendamento li ha precettati sotto la stessa pena
a presentare ogni bimestre la fede dei loro costumi redatta dal Parroco e da un Deputato comunale. E ciò per un anno. Il Delegato
informò con lettera don Fortunati perchè quando gli chiederanno
tale certificato possa rilasciarlo. I protagonisti del fatto sono nove,
dal più anziano Moratti Cesare, 41 anni, sposato con Giacobini Maria, ai giovanissimi Marangoni Giuseppe e Gavarini Giovanni di
18 e 17. Il papà di Giuseppe, Pietro, originario di ricca famiglia
mantovana di commercianti, a Guidizzolo era titolare della dispensa del sale. Morì a 66 anni nel giugno dello stesso anno 1794. Uomo
onesto, mite e paziente nei casi avversi della vita, sopportò le gravi “perturbationes” dei figli. L’età degli altri, Gasapini Domenico,
Avanzi Giacomo, Simoncelli Stefano, Beltrami Silvestro oscilla tra
questi estremi. Don Fortunati li definisce individui sfrenati, atei e
materialisti. Ma riserva il giudizio più severo a Giacomo Mutelli e
a Leopoldo Zappettini, il primo appartenente a famiglia agiata di
professionisti, il padre e il nonno sono notai, il secondo è il discendente di antica famiglia che ebbe già il giuspatronato dell’altare di
San Giovanni nella parrocchiale. È probabile siano essi la mente,
spetti loro il ruolo di capi. Leopoldo era nato nel 1769 e quando il
24 febbraio 1800 sposa in chiesa Levori Pasqua don Fortunati assiste o presiede al matrimonio “sebbene malvolentieri” e delega don
Luigi Tazzoli a celebrare la Messa e impartire la benedizione nuziale con l’augurio che “Dio la confermi e moltiplichi dimentico delle
malefatte compiute nell’esecrabile Democratica Repubblica”. E nel
1809 Leopoldo da tempo ammalato ricevette “in qualche modo” gli
ultimi Sacramenti. Le sofferenze della malattia, la morte immatura
sono viste dal Fortunati quale preclaro esempio della divina vendetta per gli spiriti increduli, liberi e indocili.
69
IL TRONO E L’ALTARE
Stemma di Francesco II
Austria Felix
La Repubblica Cisalpina
Stemma di Mons. Trenti
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IL TRONO E L’ALTARE
NAPOLEONE IN ITALIA
Il generale Bonaparte, mandato dal Direttorio francese, scese
in Italia nel marzo 1796. Seguirono sei mesi di successi che nessuno
avrebbe saputo pronosticare. A metà maggio era già giunto a Milano e vi aveva “messo in atto un ingresso degno dei grandi trionfi
romani”, entrandovi da Porta Romana su un cavallo bianco, alla
testa di un pittoresco corteo di suoi soldati e di prigionieri. Aveva
solo 27 anni. In quella primavera e nell’estate l’alto mantovano, per
le alterne vicende della guerra e per i vari spostamenti di truppe,fu
attraversato da migliaia di soldati francesi e austriaci. Il 30 maggio
giunsero a Guidizzolo 16.000 soldati dell’esercito francese, diretti
ad assediare la città di Mantova e le popolazioni dovettero pagare
il pedaggio di queste temporanee occupazioni militari. Frequenti le
requisizioni di fieno e paglia per gli accampamenti, di animali da
macellare, di cereali e derrate alimentari, di vino, la consegna forzata di carri.
Dopo la battaglia svoltasi il 3 agosto nel territorio di Castiglione ai piedi dei colli di Solferino, anche a Guidizzolo si organizzò l’opera di soccorso. L’Oratorio della soppressa Confraternita
della SS. Trinità in via di Mezzo fu adattato ad ospedale per i feriti.
A un fante tedesco di 50 anni venne amputata la gamba destra. Ma
nello stesso ospedale venivano curati anche soldati francesi. Il capitano Giovanni Bulderant, in trasferta da Goito a Brescia accompagnando alcuni prigionieri tedeschi, assalito dalla febbre volle
fermarsi a Guidizzolo dove fu ricoverato e assistito. Accanto tuttavia ai molti esempi di umana solidarietà, che accomuna francesi e
austriaci, la cronaca riporta soprusi e violenze. Nel pomeriggio del
sabato 6 agosto una banda di francesi di passaggio a Guidizzolo
depredò tutte le famiglie, non eccettuata quella del parroco. E si
allontanò dopo aver devastato tutta la zona. La spedizione in Egitto
(1798) allontanerà Napoleone dall’Italia per qualche tempo consentendo agli Austriaci di riprendere il governo della Lombardia,
rifaranno le valigie dopo essere stati sconfitti a Marengo nel giugno
1800. Frattanto tra il 1797 e il principio del 1799 l’Italia andava
71
IL TRONO E L’ALTARE
costellandosi di Repubbliche, sotto la protezione della Francia. In
Lombardia Bonaparte costituì la Repubblica cisalpina.
MALEDETTA LA CISALPINA
Delle mutazioni di Stato don Antonio Fortunati non si mostra contento, non forse perchè aborrisca la savia e ragionevole libertà civile che per essere favorita dai governi esige prudenza, ma
perchè il suo animo è turbato, come ebbe a esprimersi col Morcelli,
dal vedere impunemente sovvertite e disprezzate le istituzioni sia
civili che ecclesiastiche, pieno il mondo di ribelli e di apostati. E le
autorità della Cisalpina a imporre e intromettersi anche nella cose
del culto.
In nome della Repubblica una ed indivisibile dal Commissario del Dipartimento del Benaco nel 24 frimale anno sesto repubblicano (15 dicembre 1797) venne spedita ai parroci una circolare
avente come oggetto la sacra predicazione “primo e più sacro dovere dei Parroci e dei Vescovi nel culto cattolico. Essa è sempre stata
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IL TRONO E L’ALTARE
esercitata nei primi secoli quando con la più pura morale venivano predicati anche i principi della Democratica Eguaglianza.” La
circolare prosegue lamentando come invece ora non della buona
morale, ma i predicatori trattano di cose politiche, spesso di satire
maliziosamente velate contro il Governo. Il Commissario pertanto
ingiunge che la predicazione sia fatta dai parroci o viceparroci e
solo in caso di necessità, su delegazione del Vescovo, venga affidata
ad altro Sacerdote previa approvazione dello stesso Commissario.
Non sarà lecito invitare il popolo a fare elemosine nè questue, nè
direttamente, nè indirettamente a favore di chi predica.
L’11 germinale dell’anno VI repubblicano (1° aprile 1798)
il Commissario Monti scrive al cittadino parroco di Guidizzolo:
“Mi ha recato grandissima sorpresa l’intendere la scandalosa vostra condotta riguardo al predicatore quaresimale. Sono informato
che dal pulpito si raccomanda l’elemosina e che la si raccomanda
con calore. Immemore degli ordini emanati con la circolare del 24
frimale permettete questo vergognoso abuso in discapito della vera
Religione e a danno della popolazione già stata sin ora troppo aggravata dalle ecclesiastiche gabelle e requisizioni. Voi vi siete reso
responsabile o di negligenza o di trasgressione innanzi alla legge,
e a voi viene di nuovo intimato il pronto adempimento di quanto
prescritto dalla suddetta circolare. Esaminatela e regolatevi. Salute
e fratellanza”.
Puntuale ed articolata la risposta del 2 aprile. Don Fortunati
non è per nulla sorpreso per l’accusa di negligenza o di trasgressione della legge, perchè consente al predicatore quaresimale di
raccomandare l’elemosina, e la raccomandi con calore. “Buon per
me che siamo in tempi nei quali si fa giustizia alla ragione ,come
questo mio popolo acclamò con trasporto tra gli evviva in occasione del solenne innalzamento dell’Albero della Libertà nella passata
settimana qui celebrato. 3 E in conseguenza mi giova sperare che
questa stessa giustizia verrà pur fatta alla mia ragione approvando
la mia condotta”. Secondo l’uso, le offerte raccolte nelle prediche
quaresimali, sono sempre state destinate a sussidiare le famiglie più
73
IL TRONO E L’ALTARE
bisognose e i poveri sono da sempre uno degli oggetti più teneri e
interessanti della sollecitudine del parroco. Non può egli soccorrerli col suo superfluo, perchè da sei mesi del tutto privo di congrua
oppure con le rendite dei legati, perchè da due anni non vengono
corrisposte dall’Istituto elemosiniere di Mantova che ne ha i capitali. Poichè l’Istituto non ha denaro in cassa ritiene, don Fortunati, di
non contravvenire alla legge permettendo di raccomandare le elemosine destinate chiaramente ai poveri e se il predicatore, il francescano Bartolomeo Botturi,lo ha fatto con calore è perchè i poveri da
soccorrere sono molti.
Don Fortunati ha già iniziato la distribuzione delle offerte e
continuerà a farlo fino alla Pasqua 16 aprile, senza che un quattrino
sia versato a favore del predicatore. Potrà il Commissario certificare la verità di queste asserzioni e trovatele sincere non sarà più
sorpreso dalla condotta del parroco, trascurerà piuttosto le accuse
di persone che “mosse da sola malignità, non certo da patriottico
zelo, macchinano per alimentare il disordine e la discordia”. E si
sottoscrive col motto “Salute e rispetto”.
Nel breve periodo 1799-1800, come già accennato, la II coalizione riporta nel mantovano il governo austriaco. Tutte le conquiste
francesi in Italia erano andate perdute, e contro i francesi si scatenarono vendette e rancori privati. Scrive don Fortunati: “Con il
favore di Dio misericordioso, esauditi i voti dei fedeli, cessata la
Cisalpina Repubblica, maledetta da Dio, scomunicata dalla Chiesa,
esecrata dagli uomini, tornammo felicemente al faustissimo Impero
dell’Apostolica Cesarea Maestà”.
E in agosto un solenne Te Deum per essere stati restituiti
sotto l’antico dominio austriaco. Alla sera illuminazione e sparo di
mortaretti e allegoriche iscrizioni di evviva a Sua Maestà Francesco
II.
Il marchese Antonio Maffei della Congregazione delegata
dello Stato di Mantova il 30 settembre 1799 pubblica un avviso
dove invita a festeggiare l’onomastico dell’Imperatore, il 4 ottobre,
preceduto da solenne Triduo, “coll’illuminare la sera le abitazioni
74
IL TRONO E L’ALTARE
MUTAMENTI POLITICI IN LOMBARDIA
ALL’EPOCA DI DON FORTUNATI
Lombardia austriaca
1796, Napoleone e la prima campagna d’Italia
27-7-1797, Fondazione della Repubblica Cisalpina
1799, ritorno, con la II coalizione del dominio austriaco
1800, 2 giugno, rifondazione della Repubblica Cisalpina
ora Repubblica Italiana
1802 Napoleone console a vita
1804 Napoleone Imperatore
1805 Napoleone re d’Italia
6 aprile 1814, Fontainebleau, abdicazione di Napoleone.
“Rinuncio ai troni di Francia e d’Italia per me e la mia discendenza”. Napoleone all’isola d’Elba.
26 febbraio 1815: Napoleone fugge dall’isola d’Elba:
“i cento giorni”
22 giugno 1815, dopo Waterloo (18 giugno) II e definitiva
abdicazione.
5 maggio 1821 Napoleone muore a soli 52 anni nell’isola di
S. Elena.
1814-1815: con il congresso di Vienna e la Restaurazione il
Regno Lombardo-Veneto fa parte dell’Impero Austriaco.
Un arciduca con il titolo di Vicere vi rappresenta l’Imperatore.
e offrire all’adorabile Monarca, di cui si è sospirato lungamente il
ritorno, un nuovo tributo di ossequio e di fedeltà, che sempre più
faccia palese la pubblica riconoscenza a quella mano benefica, che
l’ha sottratta all’infelice abiezione e allo squallore in cui furono gettati questa Città e Stato dalla barbarie dei suoi oppressori e ha spezzate le aborrite catene che strinsero duramente la misera Italia.” La
requisizione esorbitante di grano, fieno, vino imposta dal generale
Suvarof è ignorata dall’obbligato pubblico tripudio, che però ebbe
la durata di pochi mesi. A Marengo il 14 giugno 1800 Napoleone
75
IL TRONO E L’ALTARE
sconfisse gli austriaci e di nuovo si ripetè l’occupazione francese
con la ripresa della Repubblica Cisalpina. Rievocare pure in succinto tanti bruschi e rapidi mutamenti pone un interrogativo. Come
comportarsi con coerenza al cambio di governi, di indirizzi politici,
come non compromettersi?
Don Fortunati è parroco e non può uscire di scena, nè starsene appartato. E con la Cisalpina il rapporto fu burrascoso.
MALEFATTE FRANCESI E UN SACRILEGIO
Requisizioni di scorte e granaglie, saccheggio di case, alloggi
forzati di militari sono le malefatte dei francesi. A Guidizzolo alcuni
uomini furono costretti ad arruolarsi nell’esercito gallico. Una donna,
Benati Angela, moglie di Bicelli Giovanni Battista, impazzì a causa
“della paura della nefandezza militare francese” e morì nell’ospizio
attiguo al convento di S. Maria delle Grazie presso Mantova. I sacerdoti non si recavano a casa degli ammalati e i funerali si celebravano in
forma privata e di fretta, non essendoci alcuno che li accompagnasse.
Un venerdi, il 19 dicembre, “circa le nove notturne, al ritorno
dell’esercito gallico, furono presi da terrore tutti gli abitanti, nel
momento che quasi tutte le case furono devastate e spogliate alla
maniera dei barbari, non eccetuata la casa parrocchiale cinque volte
ripetutamente assalita e saccheggiata”.
A quella razzia seguì la notte del 20 un furto sacrilego nella
chiesa. Alcuni predoni dell’esercito francese, comportandosi da pagani, dopo aver infranto le porte della chiesa, penetrarono in essa e
rotta sull’altare maggiore la porticina del Tabernacolo, asportarono
tutto ciò che in esso era conservato, e precisamente il SS. Sacramento, sia nell’Ostia grande per la Benedizione, sia nelle particole consacrate. Il mattino le particole vennero ritrovate dove erano
state gettate da mano sacrilega nella pubblica via fuori le mura del
Cimitero sopra un mucchio di sassi. Don Fortunati le raccolse con
reverenza e le bruciò col fuoco poichè si erano guastate a causa
dell’umidità.
Napoleone si avvia dal Consolato all’Impero.
76
IL TRONO E L’ALTARE
Non per questo cessano i soprusi incontrollati o incontrollabili. Ignazio Geminiano nasce dalla violenza di un soldato francese
subita da una ragazza venuta dalla provincia di Reggio Emilia a
Guidizzolo nel 1801 nella “stagione dei bachi” a sfrondare le foglie
dei gelsi. Il bambino, nato alla corte Ridello il 31 gennaio 1802,
viene battezzato da don Fortunati il primo febbraio e subito dal
Comune fatto portare al Brefotrofio di Mantova.
Nonostante gli inni sperticati alla libertà, non era consentito
esprimere giudizi difformi dalla linea ufficiale e chi osasse farlo veniva censurato e punito. Don Fortunati lo fece schiettamente in più
circostanze, tanto che nel marzo 1801 gli fu comminata una multa,
una tassa a suo modo di vedere eccessiva, di cento lire milanesi da
pagare entro tre giorni a motivo di opinione, come dice la lettera
verbale, “a causa di idee in disaccordo con quelle moderne”. Analoga disavventura accadde al prevosto di Castelgoffredo e ad alcuni reggenti comunali chiamati alla pretura di Castiglione al fine di
giustificarsi perchè denunciati come “Nemici del governo francese,
aristocratici e persone vendute ai Tedeschi”. Vennero rilasciati quali
onesti cittadini, ma non esonerati dalla tassa d’opinione che dovettero pagare entro quindici giorni nella somma di due Luigi d’oro a
testa.
DON GIUSEPPE AMADORI E I DEPORTATI
DELLA CISALPINA
Il 14 e il 15 febbraio 1799 si svolse a Mantova la festa dell’Albero della Libertà. Tra i presenti al rito simbolico vi è il sacerdote
don Giuseppe Amadori, curato a Montanara. Era nato a Guidizzolo
il 12 aprile 1743 e, stando alle memorie di don Fortunati, benchè
educato e istruito religiosamente, divenne sacerdote senza vocazione e condusse una vita incorreggibile attraverso le circostanze più
varie. La sola nota positiva era che diceva la Messa devotamente e
a voce chiara. Al profilarsi della reazione austro-russa la sorte mutò
segno per lui e per gli altri simpatizzanti giacobini. Nell’estate
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IL TRONO E L’ALTARE
gli Austriaci assediarono e occuparono Mantova. La popolazione
scatenò vendette contro i filofrancesi. L’Autorità pur intervenendo
a frenare gli eccessi istruì processo contro gli ex giacobini. I loro
nomi sono noti come Deportati Cisalpini.
I condannati furono condotti a Verona. Incatenati a due
a due marciarono in colonna per andare a imbarcarsi sull’Adige.
Da Venezia, stanchi e affamati, giunsero in Dalmazia e a Sebenico chiusi in un orrido carcere sotterraneo, dove febbri violente colpirono anche i più robusti. Trasferiti a Petervaradino confusi con condannati per delitti comuni, trascorsero i mesi della
prigionia tra durissimi stenti. Con la pace di Luneville (1801)
Napoleone ottenne da Francesco II la liberazione dei deportati repubblicani (non tutti erano sopravvissuti) e don Amadori potè ritornare a Mantova dove però, non riprese il ministero sacerdotale.
Questa breve cronaca, che sembra tratta da “Le mie prigioni” di
Silvio Pellico, l’avesse conosciuta non avrebbe commosso don Fortunati. Il suo giudizio, impietoso, sul prete spretato rimane decisamente severo. Alla morte di Giuseppe, poverissimo, il 15 aprile
1814, lapidario il commento: “Quale visse tale morì. Chi vive male,
male muore”. 4
NAPOLEONE IMPERATORE E RE D’ITALIA
Nel 1804 Napoleone mediante un plebiscito si fece conferire il titolo di Imperatore dei Francesi con diritto ereditario
e l’anno seguente il 26 maggio ebbe luogo nel duomo di Milano
l’incoronazione a Re d’Italia. E per l’atteso felice avvenimento l’orazione “Defende quaesumus Domine” ogni volta che si
darà la benedizione del SS. Sacramento e la colletta “Pro Rege”
il giorno di Pentecoste e per tutta l’ottava. Il celebrante starà ritto davanti all’ultimo gradino dell’altare. Questo l’ordine impartito
dal vescovo Pergen a mezzo del Vicario Generale mons. Zecchi.
“Dio onnipotente per la prosperità d’Italia le ha ridonata la corona
nella persona dell’invittissimo Napoleone il Grande, Monarca delle
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IL TRONO E L’ALTARE
Gallie, il quale l’ha riposta sul capo dell’ amato figlio della diletta
consorte Giuseppina”.
Nel dicembre 1806, l’amabile sposa del Vicerè Eugenio Beauharnais è in attesa di un figlio. Fervide preghiere e voti per un
parto felice, cui seguirà il Te Deum alla nascita del bambino nel
marzo 1807. La sposa di Eugenio è Amalia Augusta di Baviera e
per sua Altezza la Viceregina si ripeteranno le preghiere nel 1808 e
nel 1810 a Dio che “si è degnato di fecondare il talamo dei Principi
imperiali Eugenio e Amalia”.
Dopo la morte del vescovo Pergen (1807) è il Vicario capitolare, mons. Trenti, a impartire ordini perchè nelle chiese si preghi
per il Grande Napoleone I e per il principe Eugenio “nostro clementissimo Vicerè. Essi ne sono meritevoli perchè si occupano con tanto zelo nel conservare il buon ordine, nell’amministrare la giustizia,
nel promuovere il pubblico bene”. Così il 27 febbraio 1808.
Alcuni parroci dissentono meravigliati che Napoleone da generale repubblicano, fatto console, quindi Imperatore, abbia sepolto
ogni repubblica con la erezione del Regno d’Italia, composto da circa sei milioni di sudditi. Con Ferrara e Bologna rubate alla Chiesa
e umiliato il Papa. I francesi portarono in Italia vandalismi e immoralità. E come denunciato dal Prefetto in alcune chiese della diocesi
si omettono le pubbliche preci per Sua Maestà l’Imperatore e Re. Il
richiamo di mons. Trenti a mezzo dei Vicari foranei indusse o illuse
il prefetto a pensare che tutti avrebbero obbedito “risparmiando a
lui il dispiacere di fare rapporto al governo delle trasgressioni di
qualcuno”.
Non è da escludere che don Fortunati fosse tra i dissenzienti,
ma è poco probabile perchè nel Regno d’Italia napoleonico vedeva
ripristinati alcuni valori a lui cari, come la forza delle leggi.
La parola Regno gli è assai più congeniale che non la parola Repubblica. 5
IL RE DI ROMA
Adesto Domine… ascolta, Signore, le nostre suppliche per il
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IL TRONO E L’ALTARE
felice parto della tua serva l’Imperatrice Maria Luisa e nostra Regina e con l’intercessione della beata e gloriosa sempre Vergine Maria
concedi la grazia che imploriamo. La sera del 23 marzo 1811 furono
suonate tutte le campane su ordine governativo per la nascita del
Re di Roma, figlio di Napoleone e di Maria Luisa d’Austria. Monsieur, madame tornano in uso, vanno scomparendo i rivoluzionari
cittadino, cittadina. L’impetuoso spirito francese aveva rovesciato
la vecchia monarchia, aveva sperimentato il governo popolare, un
esperimento che aveva portato all’ascesa del generale Bonaparte e
all’espandersi nel continente del dominio francese. Quello spirito
ha fatto il suo tempo, ora c’è voglia di ordine.
La domenica 9 giugno don Fortunati battezza un bambino.
Napoleone è il nome scelto dai genitori. Alla stessa ora con rito solenne da tramandare a perpetua memoria, a Parigi viene battezzato
il figlio di Napoleone, baluardo del trono e difensore della Chiesa,
centro e perno del mondo. Tanta enfasi dalla penna di don Fortunati
non stupisce. Tre anni prima, nel 1808, a Mantova per volere del
Vicerè era stata istituita una parrocchia castrense, con sede nella
chiesa di San Maurizio e dedicata a un fantomatico San Napoleone
martire. In quegli anni molti genitori sceglievano il nome di Napoleone per i loro figli. 6
“IL RITORNO DI ASTREA”
Napoleone rientrato dalla disastrosa campagna di Russia e
sconfitto a Lipsia (ottobre 1813)rinunciò incondizionatamente nell’
aprile del 1814 ai troni di Francia e d’Italia. Un’insurrezione popolare scoppiata a Milano contro i francesi, durante la quale venne
assassinato il ministro delle finanze Giuseppe Prina, fornì pretesto
all’Austria per occupare (o riprendersi) la Lombardia annettendola
al suo impero. Don Fortunati era informato degli avvenimenti dalla
“Gazzetta di Milano”. Il 25 maggio il conte Enrico di Bellegarde,
commissario plenipoteziario nelle province del cessato Regno d’Italia già appartenute alla Lombardia Austriaca compreso il territorio
mantovano, emana da Milano un proclama, dove conferma provvi80
IL TRONO E L’ALTARE
soriamente gli organismi esistenti per l’ordinaria amministrazioe,
mentre dichiara cessata l’attività del Senato, del Consiglio di Stato e
dei Collegi Elettorali e proibisce a quanti ne facevano parte riunioni
o congressi che non potranno essere giustificati da qualsiasi causa o
titolo.
E il 27 settembre dalla Curia mantovana arriva al clero e al
popolo un Avviso: “Il prossimo 4 ottobre mentre richiama l’annuale
festa di San Francesco rappresenta pure alla nostra mente la persona
dell’Augusto nostro Sovrano, che ne porta il nome; quel nome, che
tra gli evviva di esultanza sincera risuonò su tutte le labbra nella circostanza lietissima del nostro ritorno sotto il suo paterno dominio”.
Seguono le disposizioni pratiche per la Città e le parrocchie forensi
e cioè il suono delle campane e il canto del Te Deum, con tutto
l’apparato della pompa religiosa come desidera e come si è espresso il conte di Bellegarde con il Vicario Capitolare mons. Trenti.
Come la gente comune reagisse al frequente invito alla preghiera per i governanti è difficile dire. Certamente un affetto schietto
legava i sudditi ai principi, gioie e lutti di questi erano condivisi
con una immediatezza che oggi ci sorprende, ma che era palese in
81
IL TRONO E L’ALTARE
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IL TRONO E L’ALTARE
quell’epoca. C’è da aggiungere che il popolino era curioso di matrimoni, nascite e molto indulgente sulla condotta morale dei potenti
di turno. Nella frazione guidizzolese di Rebecco il 10 settembre fu
celebrata una solenne funzione eucaristica poichè grazie agli Illustrissimi Imperatori uniti “sanctissimo foedere”, cioè una santa alleanza, dopo che furono distrutti i vestigi della gallica tirannide, cessò
la guerra, e all’Italia furono ridonate serenità e pace. Purtroppo la
festa fu funestata da una disgrazia mortale. Bignotti Luigi, giovane
di 25 anni e sposo da pochi mesi, mentre lavorava a decorare con
festoni la facciata della chiesa fu colpito da una pesante trave caduta
accidentalmente. Soccorso e portato in una casa vicina gli fu amministrata appena in tempo l’Estrema Unzione.
Il riassunto degli avvenimenti politici, come appare nel capitolo che qui si conclude, ha lo scopo di illuminare il pensiero di
don Fortunati, cresciuto sotto l’Impero austriaco, avverso alla Repubblica Cisalpina, più disponibile nei confronti del Regno d’Italia
e dell’Impero napoleonico e felice del ritorno dell’Austria. Gli anni
della Restaurazione coincidono con l’ultimo periodo della sua lunga vita.
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IL TRONO E L’ALTARE
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IL TRONO E L’ALTARE
NOTE
Francesco Antonio Coffani (Guidizzolo 1751, Castiglione Stv.
1788) notaio e cancelliere della Comunità, poeta arcade, amicissimo del Fortunati che di Francesco serbò sempre “dolce memoria”.
1
2
A.S.M. Archivio Gonzaga, Mandati 1765-1767 b. 138
“Ecco l’arbor trionfale / A cui scritto intorno sta / In carattere
immortale / Eguaglianza e Libertà”. Si ballava e cantava la carmagnola.
3
Un libro ora introvabile e pubblicato a Mantova prima della II
guerra mondiale esaltava i deportati cisalpini per le sofferenze patite in prigionia. In clima di acceso nazionalismo la propaganda
di quegli anni, con una forzatura dei fatti, intendeva legittimare le
mire italiane sulla Dalmazia. Ventisette i mantovani reduci dalla
prigionia e i loro nomi sono incisi su una lapide murata nell’atrio
comunale di Via Roma a Mantova.
4
Durante il Regno d’Italia l’emancipazione degli Ebrei, la riduzione dei privilegi feudali, il codice civile, l’istituzione dei licei sono
provvedimenti o riforme innegabilmente positive.
5
Il 6 giugno Napoleone proclamò il 15 agosto, giorno del suo compleanno, festa di San Napoleone. Ebbe a dire, tra il serio e il faceto,
“San Napoleone mi deve molto, e dovrebbe però fare il massimo
per me quando sarò nell’altro mondo. Poverino, prima di me nessuno lo conosceva, tanto che il suo nome neppure appariva nei calendari.” Al ritorno dell’Austria la parrocchia militare fu soppressa.
Il 6 giugno 1811 il sindaco di Guidizzolo Gianbattista Fantolini
invita la fabbriceria a predisporre il Te Deum per la domenica 9,
giorno del battesimo del Re di Roma, per manifestare devozione
“all’augustissimo nostro Monarca”. L’inno ambrosiano sarà cantato anche il 7 maggio 1812 nell’anniversario dell’incoronazione
di S. M. Napoleone Imperatore e Re. All’alba una salva di artiglie-
6
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IL TRONO E L’ALTARE
ria annuncerà la ricorrenza memoranda. Così il 15 agosto 1812 e
1813, con l’intervento di sindaco, amministratori, consiglieri, ufficiali della Guardia Nazionale. Fu vera gloria? Risponde Pasquino,
alla morte di Napoleone: “Fu genio onnipotente, / fece tremare il
mondo: / ora è sparito in fondo / all’abisso del niente: / ed è morto
di male, / è morto tale e quale / come muore un ciociaro / un papa o
un pifferaio”. Abbandonato e dimenticato. Maria Luisa la sera, appresa la notizia, si recò ugualmente al lirico di Parma ad ascoltare
“Il barbiere di Siviglia”.
86
APPARATI DOCUMENTARI
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SUPPLICA
1790: Il Clero, i deputati comunali e il Popolo al reverendo
signor Vicario don Fortunati
Il Clero, i Deputati comunali e il Popolo tutto di Guidizzolo
non potendo soffrire la perdita che sono per fare di vostra Signoria
illustrissima destinata per disposizione di mons. Vescovo ad abbandonare questa Parrocchia per passare al governo di quella di S. Leonardo di Mantova, ricordevoli dell’ ottima cura che ha sempre avuta
della santa Casa di Dio, della carità e zelo usato nell’ammaestrare il
suo gregge e nel procurare sempre la buona unione e la carità fraterna, dell’aver fatto e procurate larghe elemosine per il maggior decoro della Chiesa e per il soccorso dei poveri e di tante altre generose
e singolari sue azioni, che fece loro concepire il più sincero e forte
amore verso di Lei, si presentano supplichevoli affinchè si degni,
per quanto possa da Lei dipendere, a non abbandonare il governo
della sua fedele parrocchia.
PROCURA
1790: don Antonio Fortunati, vicario della chiesa parrocchiale di Guidizzolo costituisce come Procuratore don Gaetano
Bregantini, vicario economo della vacante chiesa di S. Leonardo in
Mantova.
Don Bregantini è delegato davanti alla Curia vescovile a dichiarare che don Fortunati rinuncia “liberamente e spontaneamente,
senza riserve e condizioni, alla nomina di Parroco della chiesa di
San Leonardo graziosamente data dal Vescovo mons. Pergen il 16
giugno 1790, rinuncia inviata anche per iscritto”.
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EPIGRAFI DETTATE
DA DON FORTUNATI
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Già nell’antica casa Parrocchiale
AETERNITATI SACER
QUOD
ALOJSIUS CARD (INALIS) VALENTIUS PATRICIUS MANTUANUS
CESAREAE ARCHIEP(ISCOPUS) OBITIS LEGATIONIBUS
APUD HELVETIOS ET IN HISPANIA DOMUM
RESTITUTUS HEIC PRIVATIM PUEROS PUELLASQUE
POSTQUAM POPULUM IN AEDE SANCTORUM PETRI ET PAULI
APOSTOLORUM) SOLEMNI RITU CHRISMATIS
SACRAMENTO CONFIRMAVIT XVII KAL(ENDAS) OCT (OBRES)
MDCCLXXVII. INVITANTE JOANNE NANIO ANTISTITE BRIX(IENSI).
PETENTE ANTONIO HILARIO FORTUNATO EIUSJDEM AEDIS
VICARIO PAROCHO,
QUI TANTAE PIETATIS MEMOR
AE(TERNAM) M(EMORIAM) P(OSUIT)
Imperituro e sacro il fatto che / il Cardinale LUIGI Valenti,
Patrizio mantovano e Arcivescovo di Cesarea / tornato in patria
dopo aver assolte le ambascierie in Svizzera e in Spagna / qui il 15
settembre 1777 / nella chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo / a
proprio nome confermò con rito solenne il popolo adulto, fanciulli
e fanciulle / con il Sacramento della Cresima. Su invito del Vescovo
di Brescia Giovanni Nani e su richiesta di Antonio Ilario Fortunati
Vicario Parroco della medesima chiesa, il quale memore di così
grande benevolenza pose (questa) eterna memoria.
Luigi Valenti Gonzaga, come già lo zio card. Silvio, Segretario di Stato di Papa Benedetto XIV, percorse una bril1ante carriera
diplomatica al servizio della S. Sede e ricoprì incarichi di Curia a
Roma.
Don Fortunati cogliendo l’occasione del cardinale ospite
della madre, Francesca, a Castelgrimaldo, lo invitò ad amministrare
la Cresima nella chiesa di Guidizzolo. L’evento fu preparato con
cura e coinvolse i paesi vicini. I cresimati furono 126, dei quali 52
di Guidizzolo e 74 di parrocchie vicine, adulti, adolescenti e ragazzi.
90
Nella chiesa di Castelgrimaldo è murata una lapide in cui si legge:
ALOJSIO VALENTIO GONZAGA
S.R.E. CARDINALI
MANTUA
QUOD
EX LEGATIONE HISPANICA
IN CASTRUM GRIMOALDUM
APUD FRANCISCAM MATREM DULCISSIMAM
SACRO FACTO
XVII KAL(ENDAS) OCTOBR(ES) MDCCLXXVII
EUCHARISTIAM POPULO MINISTRAVIT
VINCENTIUS RAPHANINIUS ARCHIPR(ESBITER) BENIGNITATIS
RELIGIONISQUE
EIUS MONUMENTUM SEMPITERNUM
A Luigi Valenti Gonzaga, Cardinale di Santa Romana Chiesa, poichè dall’ambascieria in Spagna venendo da Mantova a Castelgrimaldo dalla madre carissima Francesca il 15 settembre 1777, dopo
la celebrazione della Messa, amministrò l’Eucarestia al popolo,
l’Arciprete Vincenzo Rafanino (pose questo) sempiterno monumento della sua devota cortesia.
91
Esistente nella chiesa Parrocchiale
IM = IMAGINIS
VIRG = VIRGINIS
P = POPULUS
G = GUIDITIOLENSIS
Il popolo guidizzolese solennemente trasferiva a questo altare a lei
dedicato, il 10 aprile 1780, il simulacro dell’Immacolata Vergine
Maria, proposto al culto dalla confraternita del SS. Sacramento
venerato dalla fede del popolo per le grazie ricevute
10 aprile 1780
L’iscrizione ricorda il trasferimento a nuovo altare di un’immagine o statua della Madonna Immacolata, dopo tre giorni di festeggiamenti e al termine di solenne processione. Un sonetto e un
componimento in forma di egloga, composti dal poeta concittadino
Francesco Antonio Coffani, e una relazione di don Fortunati ricordano pure l’avvenimento.
Dipinta su lavagna.
92
Il 15 Gennaio 1796
il venerabile corpo della santa martire Agape
che da Roma veniva trasportato a Chiari
fu accolto devotamente in questo luogo.
L’abate Morcelli, prevosto di Chiari, dotto epigrafista e corrispondente del Fortunati, ottenne per la propria chiesa dal Papa
Pio VI l’insigne reliquia della martire Agape. Questa santa è ricor93
data nella “Bibliotheca Sanctorum” con poche e incerte notizie. In
quegli anni a Roma erano in corso grandiosi lavori di scavi nella
catacombe e molte reliquie di martiri venivano richieste dalle varie
chiese. Sulla autenticità di parecchie è lecito il dubbio e Agape potrebbe essere un nome fittizio.
Esso significa umiltà o carità e anche convivialità.
Don Fortunati, amico del Morcelli, fece sostare la reliquia
a Guidizzolo, compiendo, per sè e per la sua comunità, un atto di
devozione, che volle tramandare con un’epigrafe.
Il luogo indicato è la casa Guarnieri, attigua alla Chiesa dei
Disciplini in via di Mezzo, dove la lapide rimase fino agli anni ‘60
del Novecento, quando a motivo della ristrutturazione del caseggiato, venne affidata alla Parrocchia.
Sulla santa martire Agape il Morcelli pubblicò un opuscolo.
94
Espiate la colpe dei defunti
con la vittima di salvezza
a favore di ognuno offerta
quotidianamente e in perpetuo
su questo altare maggiore
sarà lucrata l’indulgenza
(concessa) da Pio VI pontefice
massimo come
da suo rescritto del 23
novembre 1799 dato a Firenze
dove ahimè! cosa nefasta, era
tenuto
prigioniero dai
francesi.
L’iscrizione sembra incontrare tre incongruenze di carattere storico:
Florente può essere inteso Firenze? È corretta la lettura di XBIAS
con decembres? La data del 23 novembre 1799 è accettabile?
Il Papa Pio VI (Angelo Braschi) dal marzo 1799 si trovava in Francia, deportato nella fortezza di Valence, dove morì il 29 agosto. Il
successore Papa Pio VII (Barnaba Chianamonti) fu eletto soltanto
nel marzo 1800 a Venezia dove si svolse il conclave. Pertanto la
sede papale nel novembre 1799 era vacante. Se per Florente si intende il locativo Florentiae il rescritto potrebbe essere stato redatto
a Firenze dove Pio VI, costretto dai Francesi ad abbandonare Roma
fin dal febbraio 1798, era stato trattenuto dieci mesi nella Certosa.
L’iscrizione, dipinta su tavola di legno, era appesa in alto a sinistra
dell’arco maggiore del presbiterio, demolito negli anni 1969-70.
95
Essendo stati recuperati i diritti del presbiterio e dell’altare maggiore della Chiesa parrocchiale e restituita all’originaria autonomia la legittima autorità del suo Arciprete, venuti meno in circa trecento anni per la discordia dei padri e la prepotenza dei (monaci)
beneficiari, il Clero e il Popolo di Guidizzolo nell’anno 1804 fatti
consapevoli per ispirazione divina del voto realizzato, a ragione
lieti ed esultanti posero (questo) eterno monumento
96
Di questa iscrizione esistono tre versioni, una, a stampa,
dell’abate Morcelli, la seconda, conservata in Archivio parrocchiale, con qualche intervento di don Fortunati, la terza, con ulteriori
modifiche, corrisponde al testo definitivo.
È presumibile che don Fortunati si sia rivolto all’amico Morcelli, dotto epigrafista, e che successivamente abbia ritenuto di apportare qualche modifica.
Un esame critico delle tre versioni le mette a confronto.
Al generico “guiditiolenses” don Fortunati ha premesso “neocori et municipes” unendo comunitià religiosa e civile. Ha specificato come l’area presbiterale fosse di pertinenza dei monaci
olivetani, mentre la manutenzione della chiesa era a spese dei parrocchiani. Senza negare le discordie “dei padri” ha voluto evidenziare la prepotenza dei monaci descritti come “diacathocori”,
che godevano cioè delle rendite del beneficio parrocchiale e trascuravano a volte la cura pastorale.
Per comprendere queste sottolineature occorre ricordare
come don Fortunati per circa trent’anni, dal 1772, era stato Vicario
Parroco, mentre titolare della parrocchia continuava a essere l’abate
di S. Maria del Gradaro di Mantova. Il tono dell’iscrizione esprime l’orgoglio di don Fortunati che fu capace di pilotare, non senza
traumi, la difficile lunga transizione dal governo olivetano al clero
secolare, sostenuto e in linea per altro con le direttive del vescovo
Pergen.
L’iscrizione, dipinta su tavola di legno, era esposta a destra
dell’arco maggiore del presbiterio.
97
Mons. Giovanni Battista De Pergen, vescovo di Mantova dal
1770 al 1807, seguì con grande prudenza il passaggio della cura
d’anime dai Monaci Olivetani al clero secolare nella persona di don
Antonio Ilario Fortunati, prima Vicario parrocchiale e quindi Parroco col titolo di Arciprete (1804). L’iscrizione si trovava nella demolita sagrestia sulla porta che immetteva nel coro ed era sovrastata da
un busto raffigurante lo stesso vescovo.
98
B.M. = Bene merentis
Septembr = Septembribus
ann = anno
sal = salutis
Aet = Aetatis
S = Suae
M = Menses
Entrando e uscendo
ricordatevi di Luigi Maltini
benemerito Rettore di questa chiesa
che
caro agli amici, benefico ai poveri, avverso a nessuno
morì il 5 settembre nell’anno della salvezza 1813
all’età di 84 anni e mesi 4.
Luigi Maltini nacque a Birbesi nella corte Maltini. Fu Rettore della parrocchia natia dal 1784 al 1813. Il necrologio riassume così
la sua vita: “fu sacerdote di intensa preghiera, povero tra i poveri,
caro agli amici, utile a molti, avverso a nessuno”.
Scritto di pugno da don Fortunati il necrologio coincide con il
testo dell’epigrafe. Se ne deduce che don Fortunati è pure l’autore
del testo epigrafico.
Don Maltini fu sepolto il 6 settembre fuori la porta minore della
chiesa, luogo da lui indicato nel testamento, così come la volontà
di collocare l’epigrafe in marmo sulla parete della chiesa, dove
ancora oggi si trova.
99
Già nella chiesa parrocchiale di Guidizzolo
AD PERPETUAM REI MEMORIAM
MONACHI OLIVETANAE FAMILIAE MANTUANAE
OLIM CURIAE HUIUS CUM BONIS DOTALIBUS DIACATHOCHI
AEQUO AN IURE INIQUO - DEUS SCIT TABELLAM HAC IN FRONTE DEPICTAM JUS EORUM OSTENTANTEM
EXTRA FINES
COLLOCAVERANT
PRO CERES MUNICIPII FACTI NOVITATE AFFECTI
JUS PROPRIUM FORENSE ACTIONE FELICI EXITU
VINDICAVERUNT
TABELLAQUE INDE REMOTA SIMULACRUM SERVATORIS CRUCIFIXI
AUGUSTISSIMUM ANNO M DCC XVIII POSUERUNT.
QUOD VETUSTATE CORRUPTUM IN MELIOREM FORMAM REDUCTUM
ET RITE PIATUM
ANNO SALUTIS M DCCC XX PIO VII PONTIFICE MAXIMO
ECCLESIAE MANTUANAE SEDE IAMDIU VACANTE
ANTONIO ILARIO FORTUNATI OCTUAGENARIO CURIONE
NEOCORI ACTUALES FRANCISCUS BERNARDINI MUTI, JO. BAPTISTA
FRANCISCI SARACENI, PAULUS FRANCISCI TONOLI
REPOSUERE
100
I monaci Olivetani della Congregazione mantovana / un
tempo titolari di questa parrocchia e dei beni dotali della stessa secondo giustizia o ingiustamente - lo sa Dio - / avevano collocato
sull’arco maggiore una tavoletta dipinta / che vantava il loro (presunto) diritto fuori dei confini (del presbiterio).
I maggiorenti del Municipio / stupiti della novità del fatto/
con un’azione legale dall’esito felice / rivendicarono il proprio diritto.
Pertanto nell’anno 1718 / dopo aver tolta la tavoletta / posero (sull’arco maggiore) l’augustissima immagine del Salvatore
Crocefisso. Poichè il medesimo coll’andar del tempo era rovinato
lo ricollocarono restaurato a forma migliore / e benedetto secondo
iI rito nell’anno della salvezza 1820, durante il pontificato di Pio
VII, Pontefice Massimo vacante da tempo la sede della chiesa mantovana / essendo parroco l’ottuagenario Antonio Ilario Fortunati e
fabbriceri in carica Francesco Muti (figlio) di Bernardino, Giovanbattista Saraceni di Francesco e Tonoli Paolo di Francesco.
L’area presbiterale era di pertinenza dei monaci, mentre la
navata con le cappelle laterali era di spettanza della comunità.
101
102
TESTI EPIGRAFICI ATTRIBUIBILI
A DON FORTUNATI
103
Sulla facciata della Chiesa di San Pietro a Castiglione delle Stiviere
D. PETRO
ANTIQUO LOCI CUSTODI
AEDEM RANC SACRAM
SERVIS B. M. V. ASSIGNATAM
HIS DEIN AD D. ALOYSII TRASLATIS
IN ALIOS USUS CONVERSAM PROFANATAMQUE
JO. BAPTISTA PALEA
P. P. REDEMIT
QUAM
VETUSTATE DEFORMATAM ET FATISCENTEM
UTI DIVINO CULTUI REDDERETUR
IN ELEGANTIOREM FORMAM
AB INCROATO REFICIENDAM
CURAVIT
D. SS. C. ANNO 1800
Questo tempio sacro - al Divo Pietro, antico custode del luogo, - assegnato ai Servi della Beata Maria Vergine, - poi, dopo che questi
vennero trasferiti nel Convento di S. Luigi - convertito in altri usi
e profanato - Giovanni Battista Paglia - redense - e procurò che
esso - per l’antica età deformato e cadente - in più elegante forma
- fosse da capo rifatto - per essere restituito al culto divino - D. SS.
C. - Anno 1800.
104
Castiglione delle Stiviere: nel Duomo di fronte al Presbiterio
MARTA E TANAE GONZAGAE
ALOYSII ILLIUS SANCTI
MATRIS
O. VI KAL. MAIAS MDCV
O. H. SS.
QUAE
IN TEMPLO MARIANO FF. FRANCISCALIUM
LN OBSCURO LOCO PRIMUM HUMATA
ERUTA INDE FUERE ET IN DECORO DEPOSITA
ANNO MDCC LXIII
POSTREMUM TEMPIO ILLO HEU EVERSO
PER CULTORES ALOYSIANOS
HUC TRANSLATA SUNT
XI KAL. JUN. MDCCCIV
O = obiit
O = ossa
H = hic
SS = sita sunt
Di Marta Tana Gonzaga - madre dell’inclito San Luigi - morta il
26 aprile 1605 - riposano qui le ossa - che - nel tempio mariano dei
Frati Francescani - in un oscuro luogo prima sepolte, vennero di là
esumate e deposte in altro luogo decoroso - l’anno 1763 - infine essendo ahimè! stato abbatuto quel tempio - qui furono trasportate
- per opera di (alcuni) devoti a San Luigi il 22 Maggio 1804.
105
Medole: chiesa parrocchiale, nella cappella del compianto
SACRUM
SEPULCRO . AUGUSTO
D. N. IESU . CHRISTI. REPARATORIS
QUOD
FAMILIA . AUGUSTINIANA . DISSOLUTA
ET . ECCLESIA . MARIAE . DEIPARAE . ANNUNCIATAE
VETUSTATE . DIRUTA . ET . PLANE . EVERSA
EX . CELLA . EIDEM . ADICTA
UNA . CUM . SIGNIS . ADORANTI BUS
INCOLAE . MEDULENSES
AD . PATRIUM . TEMPLUM . CURIALE
ANNO . M. DCCC . VIII
LAETI . TRANSTULERUNT
ET . NOVO . SPLENDIDIORE . CULTU . ORNAVERUNT
ANNO M . DCCC . XXVI
AD VENERATIONEM . ET . PRAESIDIUM
SIBI . FILIIS . POSTERISQUE
Santuario dedicato al santo sepolcro di nostro Signore Gesù
Cristo Redentore / che / dopo la soppressione della Famiglia agostiniana / essendo rovinata dal tempo e (poi) del tutto demolita la
chiesa di Maria Annunciata Madre di Dio / da una cappella attigua
alla stessa / gli abitanti di Medolle / lieti trasportarono insieme con
le figure adoranti / al patrio tempio parrocchiale nell’anno 1808 / e
ornarono con nuovo magnifico culto nell’anno 1826 / quale devoto
ossequio e protezione / per sè, i figli e i posteri.
La chiesa e il convento dell’Annunciata risalgono alla IIª
metà del XV secolo. Il convento fu soppresso e indemaniato da
Giuseppe II nel 1782. Il Sepolcro, in figure al naturale, in legno e
stucco, (opera attribuita al Modanino), venne portato nella chiesa
parrocchiale di Medole nel 1808, quando chiesa e convento furono
messi all’asta.
106
Questa iscrizione (il testo autografo è conservato nell’Archivio parrocchiale), potrebbe essere del Fortunati o del Morcelli. Lapide con epigrafe forse mai collocata nel Convento di S.
Maria a Castiglione. Oppure distrutta. Erminio Centi non la riporta.
CELLA IN QUA S. ALOYSIUS GONZAGA
PUTANS SE A PATRE EPULSUM DISCIPLINIS
CRUCIANS AC ORATIONI INCUMBENS PER ALIQUOS
DIES SANCTISSIME SUBITAVIT ANNO DOMINI
1584
SUCCEDE HOSPES
ET DA LIMINI OSCULUM
HUC SE ANNO M D LXXXIIII ALOYSIUS ILLE SANCTUS RECEPIT
QUUM A PATRE REJECTUS
CORPUSCULUM PLURES IN DIES INSONS PIE ETERE INSTITIT
ET DEUM SUPY PLEX SECUNDUM VOTA
EXORAVIT
Stanza nella quale S. Luigi Gonzaga / poichè pensava di essere
stato cacciato dal padre / nell’anno del Signore 1584 si trattenne
santissimamente per qualche giorno / affliggendosi con penitenze e
dedicandosi alla preghiera.
Fermati, o viandante, e bacia la soglia / qui dove nel 1584 l’illustre
San Luigi si ritirò / quando respinto dal padre / per molti giorni
percosse il corpo innocente / e supplice implorò Dio che esaudisse
le (sue) aspirazioni.
107
108
IL LATINO DI DON FORTUNATI
VOCABOLARIO E LESSICO
DESUNTO DA AUTORI LATINI E NEOLOGISMI
Aeditumus: custode del tempio, sagrestano
Amita: zia sorella del padre
Aromatarius: farmacista
Ars mercartoria: professione mercantile
Ars textrina: tessitura
Auriga: cocchiere “
Avunculus: fratello della madre
Bombyx: baco da seta
Cachessia: deperimento organico cronico
Carminare: cardare
Cella solaria: soffitta
Coementarius: muratore
Equile: stalla del cavallo
Febris tabifica: epidemia, peste
Ferrarius faber: fabbro
Faber lignarius: falegname
Fossarius: seppellitore
Glos: cognata
Globus plumbeus: proiettile da fucile
Helluo: ghiottone, dissipatore
Inaures: orecchini
Latista:
Laterarius: mattonaio
Lues variolarum: varicella, vaiolo
Libitinarius: impresario di pompe funebri
Margaritum parentum: perla dei genitori
Morbus comitialis: epilessia
Morbus pelagrae: pellagra
Morus: gelso
Nectrix: tessititrice
Neotericus: moderno, nuovo
109
Patruus: zio paterno
Patruus magnus: fratello del nonno
Persimplex: scemo/a
Petauristes: acrobata, funambolo
Privignus: figliastro, figlioccio
Pulsator titntinnabulorum: campanaro
Scrutarius: rigattiere
Socrus: suocera
Subformarius: levamantici
Sudor repressus: sudore ritirato
Tabinarius:
Tignum: trave
Vitricus: patrigno
DIZIONARIETTO
Caminata: sala provvista di un caminetto.
Colletta: Preghiera che il sacerdote recita nella celebrazione della
Messa prima delle letture.
Congrua: assegno corrisposto dall’autorità governativa o di Stato ai
beneficiari di un ufficio ecclesiastico a integrazione delle rendite del
beneficio stesso.
Fabbriceria: ente che gestisce i beni di una chiesa.
Legato: disposizione testamentaria che istituisce redditi per provvedere a suffragi o altro.
Ottava: Periodo di sette giorni che segue a una solennità di cui costituisce un prolungamento.
Pasquino: nome attribuito dal popolino romano al torso di un’antica
statua sulla quale a partire dal XVI secolo autori anonimi appendevano satire politiche.
Ristretto: compendio, riassunto
Tenore:territorio
Vacchetta: registro di forma allungata, in origine rilegato in pelle.
110
FONTI ARCHIVISTICHE
- Mantova, Archivio storico diocesano: Serie delle visite pastorali
relative al periodo.
- Guidizzolo, Archivio parrocchiale: Anagrafe (battesimi, matrimoni e necrologio). Registri redatti da don Fortunati.
Corrispondenza e memorie, carte sparse dello stesso Fortunati. Serie di manifesti a stampa, ordinanze, avvisi della Curia e del Governo ai parroci, dal 1780 al 1810.
- Birbesi, Archivio parrocchiale, Necrologio 1813.
- Cavriana, Archivio parrocchiale, Necrologio 1824.
- Moglia di Gonzaga, Archivio parrocchiale, Battesimi, dal 1738 al
1753.
- Reggio Emilia, Archivio storico diocesano: Ordinazioni sacerdotali del 1764.
- Mantova, Archivio di Stato: Mille scrittori mantovani, voll. III e
IV.
- Mantova, Biblioteca comunale teresiana: Lettere di Antonio
Ilario Fortunati a Leopoldo Camillo Volta e ad altri corrispondenti.
BIBLIOGRAFIA
- AA. VV. La battaglia di Castiglione del 5 agosto 1796. L’amministrazione napoleonica dell’alto mantovano (I796-I799). Associazione colline moreniche, 1996.
- G. Baraldi, Notizia biografica di Stefano Antonio Morcelli, Modena 1825.
- R. Brunelli, Diocesi di Mantova, ed. La Scuola, Brescia 1986.
- A. Caprioli, A. Rimoldi, L. Vaccari, Diocesi di Brescia, ed. La
Scuola, Brescia 1992.
- G. Casnighi, Raccolta di memorie e documenti riguardanti i tre
paesi di Acquanegra, Barbasso e Medole, nel mantovano.
111
Brescia, Tip. Bendiscioli, ora editoriale Sometti, Mantova
- E. Centi, Iscrizioni latine di Castiglione delle Stiviere,
Pavoniana, Brescia 1960.
- C. Gozzi, Raccolta di documenti per la Storia di Castel Goffredo,
a cura di Cobelli e Vignoli, ed. Sometti, anno 2000.
- C. Gozzi, Raccolta di documenti per la Storia patria ed effemeridi
storiche patrie, tomo II vol. 3° e 4°, a cura di Cobelli e Vignoli ed.
Sometti, MN. 2003; tomo III, vol 5°, MN. 2004.
- F. Mondadori, Storia e fede nei secoli, ed. “La Notizia” Guidizzolo 1996.
- F. Mondadori, Guidizzolo: Epigrafi e iscrizioni, ed. Centro Culturale San Lorenzo, 2006.
- P. Pelati, Birbesi, ed. grafiche Ceschi, Quistello 1978.
- C. Togliani, Il principe e l’eremita, ed. Sometti 2009.
PERIODICI
- Gazzetta di Milano, 8 gennaio 1821.
- La Settimana Cattolica, giugno 1915.
- La Cittadella, 15 giugno 1980 “Don A. I. Fortunati” di P. Pelati.
- Camminiamo insieme, periodico della Parrocchia di Guidizzolo,
1978, 1979, 1986.
ABBREVIAZIONI
A. P. G. A. P. C. A. P. B. A. P. M. A. S. D. A. S. M. 112
Archivio parrocchiale di Guidizzolo
Archivio parrocchiale di Cavriana
Archivio parrocchiale di Birbesi
Archivio parrocchiale di Moglia
Archivio storico diocesano di Mantova
Archivio di Stato di Mantova
POSTFAZIONE
UOMO DEL SUO TEMPO
Il nome di famiglia Fortunati, panitaliano, ma con alta concentrazione soprattutto nella Lombardia occidentale e in Emilia, deriva dal ceppo “Fortuna”. Nome ben augurante, presente nel tardo
latino, già cognome in età repubblicana, dove “Fortuna” è intesa
come sorte in senso positivo. Don Antonio corrisponde bene a queste premesse, confermate dalla longevità, dall’esperienza di vigile
pastore d’anime, dall’attività di studioso.
Gli anni tra ‘700 e ‘800 erano percorsi da particolari fermenti: le riforme di Maria Teresa d’Austria, la rivoluzione francese,
Napoleone, il ritorno degli Austriaci, le Società segrete,
i primi moti liberali.
Pio VII il 13 settembre 1821 con una lettera apostolica diramata ai parroci condannò la Carboneria. Don Fortunati fu attento
ai rapidi mutamenti, quando la gente fu sballottata senza tregua da
un’ondata politica a un’altra e visse i rivolgimenti più inaspettati.
Non è però facile delineare una sua linea coerente in materia politica, anche perchè a partire dal 1815 la documentazione è assai scarsa. Fu uomo dell’Ancien Régime? Era cauto e prudente di fronte
alle novità?
Come parroco fu formalmente rispettoso dell’Autorità civile, come uomo affidò in forma occasionale giudizi, pensieri e sentimenti ai suoi scritti.
OLTRE LA STORIA LOCALE
La biografia appartiene a un genere letterario da alcuni ritenuto melenso, bollato dallo Strutturalismo come retrò, ma, se non
romanzate, oggi le biografie hanno un importante ruolo storico-letterario e un meritato successo. Questo libro poi rientra nel settore
storiografico che suole definirsi “storia locale”, da alcuni decenni in
ripresa d’interesse.
113
La sua lettura non è riservata a Guidizzolo, dove don Antonio rimase 58 anni, fino alla morte, non si rivolge alla sola comunità
guidizzolese con la quale Egli identificò la propria vita.
Il libro ha la pretesa di essere l’affresco di un’epoca, dove
usi e costumi paiono incomprensibili alle epoche successive, ma
giustificati nel loro tempo, si prestano a confronti, a riflessioni utili
alle epoche successive, fino ad oggi.
LO SCRITTORE
Il nome di don Antonio non era ignoto ai guidizzolesi. Glielo ricordava il monumento-sepoltura. Nel 1987 gli fu dedicata la
Scuola Media. Moglia di Gonzaga, il paese natale, gli ha intitolata
una via.
Come scrittore può essere collocato tra i poligrafi settecenteschi, a torto o a ragione confinati nel sonno della dimenticanza.
Questa biografia lo ha dissepolto dal cimitero dove giacciono autori dimenticati e l’ha sottratto “all’invido morso del tempo”.
114
INDICE
Presentazione ........................................................................ pag.
Prefazione ............................................................................. pag.
5
7
La famiglia, gli studi, l’ordinazione sacerdotale .................
Preghiera e liturgia ..............................................................
Per il decoro della chiesa parrocchiale ...............................
Una società preindustriale ...................................................
“Salvo il mio diritto...” .........................................................
Lo studioso ...........................................................................
Il trono e l’altare ..................................................................
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
9
29
39
47
53
59
67
Apparati documentari ..........................................................
Supplica ........................................................................
Procura .........................................................................
Epigrafi dettate da don Fortunati .........................................
Testi epigrafici attribuibili a don Fortunati .........................
Il latino di don Fortunati ..............................................
Dizionarietto .................................................................
Fonti archivistiche ........................................................
Bibliografia ...................................................................
Periodici .......................................................................
Abbreviazioni ................................................................
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
87
88
88
89
103
108
109
110
110
111
111
Postafazione ......................................................................... pag. 112
115
116
Finito di stampare
nel mese di luglio
dell’anno 2010
dalla tipografia
Arti Grafiche Studio 83
di Verona
Progetto grafico:
Claudia Dal Prato Design Studio
117
118
119
120
Scarica

La lunga vita di don Antonio Ilario Fortunati