Dossier
Una riflessione sul dono della vita
Anno XXXII n° 11 Redazione: piazza Duomo, 12 Brindisi
E-mail: [email protected]
15 Dicembre 2009 tel. 340.2684464 | fax 0831.524296
editoriale
Quei bimbi
violati
due volte
Angelo Sconosciuto
L
a Parola si è fatta uomo:
si è fatta bambino e quel
bambino noi adoriamo
nella grotta di Betlem, perché è il
Dio-con-noi, che ha cambiato il
corso della storia.
È un modello quel bambino:
è un esempio. Il Natale ci dice
anche questo e, dopo qualche
giorno, la celebrazione dei Santi innocenti induce a riflettere
sulle aberrazioni della mente
umana, capace di commettere
i crimini più efferati sugli indifesi, sugli inermi, nel caso di
specie accomunati solo da un
fattore anagrafico al Dio che
Erode voleva uccidere.
E sarà proprio Gesù ad indicare, nella sua missione, da
adulto, lo stile del bambino,
quale il più consono al cristiano: «se non sarete come questi
bambini…».
Ma di quali bambini parliamo? Forse di quelli, che hanno
subìto, senza nemmeno conoscere cosa stesse loro accadendo, le più atroci mortificazioni
e le più inenarrabili violenze?
Anche loro sono vittime senza
colpa se non quella di aver turbato – ce ne convinciamo leggendo le cronache dei media
– il normale corso della giornata di chi aveva il compito di affiancare le famiglie nell’aperura alla vita, di far sì che questa
iniziasse a sorridere loro. Ed
invece, a dieci mesi alcuni sono
già bimbi violati, traumatizzati, persone da ricostruire, prima ancora di aver iniziato ad
abbozzare un loro progetto.
E se i bimbi sono incappati in
cattivi maestri, la televisione
ha fatto il resto. Mostrando, di
domenica e all’ora di pranzo, le
immagini di quei bimbi («Quelle che si potevano mostrare», è
stato anche detto) non ha fatto
giornalismo, non ha informato
nessuno: li ha violati due volte,
dando soddisfazione a quanti morbosamente non hanno
avuto il coraggio – sì, il coraggio – di spegnere l’apparecchio
o di mutare canale. Molti cattivi maestri a soli dieci mesi di
vita sono un autentico peccato
commesso da noi adulti.
Che il Bambino che nasce ci
perdoni.
Nelle scorse settimane l’opinione pubblica si
è ritrovata a riflettere sul senso della vita e
sul significato del dolore e della morte. La
vicenda di Mirna - la donna di 60 anni affetta
da sclerosi laterale amiotrofica ricoverata
all’Ospedale “Perrino” di Brindisi per sottoporsi
ad intervento di tracheotomia - e il dibattito
sul cosiddetto testamento biologico, hanno
riaperto la discussione e gli interrogativi.
€ 1,00
Speciale alle pagine 12 e 13
Spedizione in A.P. - art. 2 - c.20 - L.662/96
❑ vita diocesana
Santi giovani per
giovani santi.
L’Arcivescovo incontra
i giovani della Diocesi
Servizi a pag.
16
❑ territorio
Inaugurato a Brindisi
l’anno accademico
dell’Università
del Salento
Negro a pag.
❑ giustizia
Nostre interviste
al Procuratore Capo
e al Presidente
del Tribunale
19
Morelli a pag.
Buon Natale
20-21
La Parola del Papa
NATALE
OGNI GIORNO
Prosegue la rubrica che
vuole aiutarci a riflettere
su alcune parole-chiave
pronunciate dal Papa a
Brindisi nel corso della sua
Visita Pastorale avvenuta
il 14 e 15 giugno 2008.
C
Nella foto il particolare di un presepe realizzato da don Vittorio Trotto
Natale e Volontariato. Il Messaggio dell’Arcivescovo
D
io Padre volle mandare il Figlio. Gesù volle servire. Lo
Spirito volle soffiare amore
in tutte le direzioni. E abbiamo visto
tante meraviglie.
Il Natale è l’Evento che manifesta la
volontà divina come amore – Deus
caritas est – che in Gesù diventa servizio per una vita nuova. A Natale
Gesù è un Bambino, piccolo, debole,
solo. I pastori, inondati di luce e colmati di gioia, sono i primi volontari:
hanno saputo di Lui e sono andati,
offrendo i loro doni.
Un giorno Gesù dirà: «Quello che
avrete fatto al più piccolo tra voi
l’avete fatto a me» (Mt 25,40). È l’invito ad avere attenzione al “piccolo”,
al debole, al malato, all’emarginato,
all’emigrato, al carcerato, al tossicodipendente, alla mamma in difficoltà, al denutrito, all’uomo, ad ogni
uomo.
Il Volontariato è proprio questo:
attenzione al prossimo che diventa
servizio. Questo è vero a livello occasionale o sistematico, personale o
associato, civile o ecclesiale, materiale o spirituale, sociale o morale,
culturale o educativo: un tempo ridotto e un tempo pieno. Sì, anche a
tempo pieno quando uno vive il suo
lavoro quotidiano come servizio al
prossimo.
La volontà “forte” di Dio sostiene la
volontà debole dell’uomo: in questa
siamo immagine, nell’amore siamo
figli di Dio.
Gesù, il Maestro d’Israele, non è
stato forse il Volontario dell’amore?
È stato il Samaritano lungo la strada,
il Visitatore delle case degli uomini,
l’Ascoltatore delle esigenze umane.
Ha fatto bene ogni cosa. Si è speso
per gli altri. Ha donato se stesso sulla croce. È morto, solidale con ogni
uomo. È risorto, datore della vera
speranza.
Anche la prossima Giornata Mondiale della Pace ci inviterà alla forte
valorizzazione del volontariato nel
tempo della globalizzazione, alla solidarietà di fronte ai disastri naturali,
indicando come via di pace la custo-
dia e la salvaguardia del creato e il
rispetto della “ecologia umana” che
afferma la vita, insieme alla “ecologia
ambientale” che la rende vivibile.
La pace si rende visibile nei volontari, che sono costruttori della civiltà
dell’amore.
Il mondo terreno è la nostra vita
oggi: spendiamola bene vedendo
Gesù che amiamo in ogni uomo.
Il mondo celeste è la nostra felicità
senza tramonto: costruiamola e meritiamocela con i gesti d’amore. Ci
chiediamo ogni giorno cosa fare per
guadagnare la felicità eterna?
Il Natale fa passare l’amore in mezzo a noi e dà senso alla nostra esistenza. Il Volontariato è una forma
speciale per costruire l’amore e donare speranza.
Buon Natale a tutti.
Il vostro Arcivescovo
+ Rocco Talucci
Brindisi, 25 dicembre 2009
os’è Natale se non l’irrompere di Dio nella storia? «In un preciso
momento, se è permesso
dire così, (Egli) valicò una
frontiera, una frontiera
che nessun pensiero sa
afferrare; egli, l’EternoInfinito, il Santo Inaccessibile, entrò personalmente
nella storia», scrisse Romano Guardini, autore
molto caro a Papa Benedetto XVI, riferendosi al
Prologo del vangelo di
Giovanni.
E il Pontefice a Brindisi,
nell’omelia di domenica
15 giugno 2008, sul Piazzale di Sant’Apollinare ha
ribadito: «Lo stile di Gesù
è inconfondibile: è lo stile
caratteristico di Dio, che
ama compiere le cose più
grandi in modo povero e
umile» e poco oltre: «Questo è, quindi, il disegno di
Dio: diffondere sull’umanità e sul cosmo intero il
suo amore generatore di
vita. Non è un processo
spettacolare; è un processo umile, che tuttavia
porta con sé la vera forza
del futuro e della storia.
Un progetto, quindi, che
il Signore vuole attuare
nel rispetto della nostra
libertà, perché l’amore di
sua natura non si può imporre».
Ecco perché, se lo vogliamo davvero, è Natale
ogni giorno.
a. scon.
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PaginAperta
Lettera alla redazione
Noi studenti dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose abbiamo pensato di inviarvi
questo articolo, augurando, sin da ora, a
tutta la redazione e ai lettori di Fermento,
un Felice e Santo Natale:
“Gioite nel Signore sempre; ripeto, gioite. La
vostra mansuetudine sia conosciuta da tutti gli uomini: il Signore è vicino!” (Fil 4,4-5).
Con le parole dell’apostolo Paolo noi studenti
dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose desideriamo augurarvi un santo e felice Natale.
Scambiarsi gli auguri sembra non sia più il
gesto concreto di chi desidera il bene e la gioia dell’altro. L’attuale contesto sociale ha banalizzato l’atteggiamento rendendolo “sdolcinato” e poco autentico. Siamo specchio della
società in cui viviamo, stressati dalla continua
ricerca di cose (il più delle volte inutili), schiavi di quell’ospite inquietante che Nietzsche
chiama nichilismo. In questo supermarket
delle fedi, che è il nostro quotidiano, spesso
preferiamo seguire la corrente, molte poche
volte lavoriamo per comprendere di più, per
discutere senza pregiudizio, per stare dalla
parte di chi non ha voce, per mostrarci uomini e donne…secondo l’esempio della “mitezza
e della mansuetudine di Cristo” (2Cor 10, 1).
15 dicembre 2009
Lettera alla redazione
L’uomo, creato ad immagine di Dio, vivente
in questo mondo per un tempo finito e per
una personale missione, non può prescindere da Dio, nella sua origine e nella sua fine
e, di conseguenza nelle scelte di vita. Egli è
chiamato a destarsi dal sonno dell’abitudine,
della monotonia, della superficialità per mettersi in cammino alla sequela di Gesù Cristo,
morto e risorto nostrae salutis causa. Quanti
vogliono “rendere ragione della Speranza che
è in loro” (1Pt 3, 15) possono mettersi accanto
a noi in questo cammino di approfondimento
e di ricerca, di dialogo con i fratelli e le sorelle nella fede, di conoscenza più approfondita
delle scienze sacre e della persona di Gesù Cristo. “È apparsa la grazia di Dio, apportatrice
di Salvezza…per insegnarci a vivere in questo mondo” (Tt 2, 11-12). Ridesti il Natale, con
tutti i suoi segni esteriori, la nostalgia di Dio
per scoprirci capaci di “umanizzare” i luoghi
vitali delle nostre giornate. Allora sì che acquisterà senso l’augurio di un felice Natale “nel
Signore”, nostra gioia.
Francesco Carrozzo
e Cosimo Melcarne
Mi chiamo Francesca, ho 32 anni e ciò che
mi fa battere il cuore di gioia senza fine è
portare l’Amore,la gioia, l’allegria,la felicità
vera nei cuori di tutti gli uomini,le donne,i
ragazzi,i bambini..mi piace portare la gioia
vera e pura che solo Gesù può dare.
Gesù è Colui che mi ha dato la gioia vera e
un senso alla vita. E’ colui che mi ama così
come sono, è Colui che mi dà il coraggio di
andare avanti e superare con gioia e con il
sorriso sulle labbra gli ostacoli che incontro
nella mia vita!
E’ grazie a Lui che ognuno di noi può Risorgere nella vita non solo in un domani,quando
tutti risorgeremo dalla morte, ma oggi nel
nostro mondo dove viviamo ,in famiglia, al
lavoro , a scuola ,con gli amici,non dobbiamo
fare altro che una cosa semplicissima:”aprire
il nostro cuore a Dio”! Come? Essere noi stessi
e saremo felici, perchè secondo me in ognuno di noi c’è un grande dono,l’importante è
saperlo tirare fuori con coraggio e soprattutto credere che in ognuno di noi c’è Dio che
vuole portare e donare Amore a tutti !!!
Siamo tutti diversi e abbiamo doni diversi
ma ciò che ci unisce tutti è l’Amore. Siamo
nati dall’amore, siamo amore e saremo e
porteremo amore perchè Dio è Amore!
Solo così saremo felici! Secondo me possiamo
portare amore, gioia, pace a tutti nei piccoli
gesti: per esempio quando parliamo e ascoltiamo qualcuno. Tante volte ci accorgiamo
che non è felice oppure che gli manca qualcosa, gli manca una piccola parola di conforto e tante volte gli serve un sorriso piccolo
per aprirgli la porta del coraggio e subito in
lui si accende la scintilla della gioia.
E’ questo che mi ha spinto a donare a tutti
(in famiglia, tra gli amici, nell’ambiente di lavoro..) questo grande dono che ha fatto l’Arcivescovo ai giovani, così come mi è stato donato e ne farò tesoro. La gioia di Gesù invade
di grande gioia il profondo del mio cuore:ho
seguito semplicemente il mio cuore che non
desidera altro che anche gli altri incontrino
la dolcezza e la gioia infinita di Gesù !
Per arrivare a Dio abbiamo bisogno di una
mano e quindi cosa c’è di più bello che chiedere aiuto ai Santi? E conoscerli? Poi Santi
giovani,come me, come noi!!
La vita dei Santi mi ha sempre affascinata! I
Santi ci aiutano ad amare Gesù!
Auguro dal profondo del mio cuore una vita
santa e vera ! Gesù ne è la via,la verità e la
vita da seguire qualunque sia la nostra vocazione ! Perchè la prima vocazione di ogni
uomo è Amare, ovunque siamo!!
Francesca, Brindisi
Fermento torna a Gennaio
La redazione ricorda che è possibile inviare
articoli, foto, lettere e riflessioni entro e
non oltre il 5 gennaio 2010.
Il tutto può essere spedito all’indirizzo
e-mail [email protected],
oppure al numero di fax 0831/524296 o,
in alternativa, in busta chiusa indirizzata
a: Redazione Fermento - Piazza Duomo, 12
72100 Brindisi
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Primo Piano
15 dicembre 2009
giornata mondiale della pace Il Messaggio del Santo Padre Bendetto XVI
Se vuoi costruire la pace, custodisci il creato
E’
stato presentato il 15 dicembre scorso il Messaggio
di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della
Pace 2010. Ve ne proponiamo ampi stralci:
1. [...] Il rispetto del creato riveste grande rilevanza, anche
perché «la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 198)e la sua
salvaguardia diventa oggi essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità. Se, infatti, a causa della crudeltà dell’uomo
sull’uomo, numerose sono le minacce che incombono sulla
pace e sull’autentico sviluppo umano integrale, non meno
preoccupanti sono le minacce originate dalla noncuranza –
se non addirittura dall’abuso – nei confronti della terra e dei
beni naturali che Dio ha elargito. [...]
4. Pur evitando di entrare nel merito di specifiche soluzioni tecniche, la Chiesa, «esperta in umanità», si premura di
richiamare con forza l’attenzione sulla relazione tra il Creatore, l’essere umano e il creato. Nel 1990, Giovanni Paolo II
parlava di «crisi ecologica» e, rilevando come questa avesse
un carattere prevalentemente etico, indicava l’«urgente necessità morale di una nuova solidarietà» (cfr Messaggio per
la Giornata della Pace, 10). Questo appello si fa ancora più
pressante oggi, di fronte alle crescenti manifestazioni di una
crisi che sarebbe irresponsabile non prendere in seria considerazione. Come rimanere indifferenti di fronte alle problematiche che derivano da fenomeni quali i cambiamenti
climatici, la desertificazione, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e
delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento
di eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali? Come trascurare il crescente fenomeno
dei cosiddetti «profughi ambientali»: persone che, a causa
del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare
– spesso insieme ai loro beni – per affrontare i pericoli e le
incognite di uno spostamento forzato? Come non reagire di
fronte ai conflitti già in atto e a quelli potenziali legati all’accesso alle risorse naturali? Sono tutte questioni che hanno
un profondo impatto sull’esercizio dei diritti umani, come ad
esempio il diritto alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo
sviluppo.
5. [...] Le situazioni di crisi, che attualmente sta attraversando – siano esse di carattere economico, alimentare, ambientale o sociale –, sono, in fondo, anche crisi morali collegate
tra di loro. Esse obbligano a riprogettare il comune cammino
degli uomini. Obbligano, in particolare, a un modo di vivere
improntato alla sobrietà e alla solidarietà, con nuove regole
e forme di impegno, puntando con fiducia e coraggio sulle
esperienze positive compiute e rigettando con decisione
quelle negative. Solo così l’attuale crisi diventa occasione di
discernimento e di nuova progettualità.
6. [...] L’armonia tra il Creatore, l’umanità e il creato, che
la Sacra Scrittura descrive, è stata infranta dal peccato di
Adamo ed Eva [...] L’essere umano si è lasciato dominare
dall’egoismo, perdendo il senso del mandato di Dio, e nella
relazione con il creato si è comportato come sfruttatore, volendo esercitare su di esso un dominio assoluto. Ma il vero
significato del comando iniziale di Dio, ben evidenziato nel
Libro della Genesi, non consisteva in un semplice conferimento di autorità, bensì piuttosto in una chiamata alla responsabilità [...] Tutto ciò che esiste appartiene a Dio, che
lo ha affidato agli uomini, ma non perché ne dispongano
arbitrariamente. E quando l’uomo, invece di svolgere il suo
ruolo di collaboratore di Dio, a Dio si sostituisce, finisce col
provocare la ribellione della natura, «piuttosto tiranneggiata
che governata da lui» (cfr Lett. enc. Caritas in veritate, 48).
L’uomo, quindi, ha il dovere di esercitare un governo responsabile della creazione, custodendola e coltivandola (cfr Lett.
enc. Caritas in veritate, 50).
7. [...] L’eredità del creato appartiene, pertanto, all’intera
umanità. Invece, l’attuale ritmo di sfruttamento mette seriamente in pericolo la disponibilità di alcune risorse naturali
non solo per la generazione presente, ma soprattutto per
quelle future. (cfr Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 34). Non
è difficile allora costatare che il degrado ambientale è spesso il risultato della mancanza di progetti politici lungimiranti o del perseguimento di miopi interessi economici, che si
trasformano, purtroppo, in una seria minaccia per il creato.
Per contrastare tale fenomeno, sulla base del fatto che «ogni
decisione economica ha una conseguenza di carattere morale», (cfr Lett. enc. Caritas in veritate, 37) è anche necessario
che l’attività economica rispetti maggiormente l’ambiente.
Quando ci si avvale delle risorse naturali, occorre preoccuparsi della loro salvaguardia, prevedendone anche i costi – in
termini ambientali e sociali –, da valutare come una voce essenziale degli stessi costi dell’attività economica. [...]
8. Sembra urgente la conquista di una leale solidarietà
inter-generazionale. I costi derivanti dall’uso delle risorse
ambientali comuni non possono essere a carico delle generazioni future. [...] Oltre ad una leale solidarietà inter-generazionale, va ribadita l’urgente necessità morale di una
rinnovata solidarietà intra-generazionale, specialmente
nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e quelli altamente
industrializzati. [...] È infatti importante riconoscere, fra le
cause dell’attuale crisi ecologica, la responsabilità storica
dei Paesi industrializzati. I Paesi meno sviluppati e, in particolare, quelli emergenti, non sono tuttavia esonerati dalla
propria responsabilità rispetto al creato, perché il dovere di
adottare gradualmente misure e politiche ambientali efficaci
appartiene a tutti. Ciò potrebbe realizzarsi più facilmente se
vi fossero calcoli meno interessati nell’assistenza, nel trasferimento delle conoscenze e delle tecnologie più pulite.
9. [...] È necessario che le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti improntati
alla sobrietà, diminuendo il proprio fabbisogno di energia e
migliorando le condizioni del suo utilizzo. Al tempo stesso,
occorre promuovere la ricerca e l’applicazione di energie di
minore impatto ambientale e la «ridistribuzione planetaria
delle risorse energetiche, in modo che anche i Paesi che ne
sono privi possano accedervi» (cfr Lett. enc. Caritas in veritate, 49). [...] Auspico, pertanto, l’adozione di un modello
di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla
promozione e condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento
degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da
compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere domani.
10. [...] Occorre incoraggiare le ricerche volte ad individuare le modalità più efficaci per sfruttare la grande potenzialità
dell’energia solare. Altrettanta attenzione va poi rivolta alla
questione ormai planetaria dell’acqua ed al sistema idrogeologico globale. Vanno altresì esplorate appropriate strategie
di sviluppo rurale incentrate sui piccoli coltivatori e sulle loro
famiglie, come pure occorre approntare idonee politiche per
la gestione delle foreste, per lo smaltimento dei rifiuti, per la
valorizzazione delle sinergie esistenti tra il contrasto ai cambiamenti climatici e la lotta alla povertà. Occorrono politiche
nazionali ambiziose, completate da un necessario impegno
internazionale che apporterà importanti benefici soprattutto
nel medio e lungo termine. [...] La questione ecologica non
va affrontata solo per le agghiaccianti prospettive che il degrado ambientale profila all’orizzonte; a motivarla deve essere soprattutto la ricerca di un’autentica solidarietà a dimensione mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia
e del bene comune.
11. [...] Sempre più si deve educare a costruire la pace a
partire dalle scelte di ampio raggio a livello personale, familiare, comunitario e politico. [...] Occorre, inoltre, richiamare
la responsabilità dei media in tale ambito, proponendo modelli positivi a cui ispirarsi
12. I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri. Volentieri, pertanto, incoraggio l’educazione ad una responsabilità
ecologica, che, come ho indicato nell’Enciclica Caritas in veritate, salvaguardi un’autentica «ecologia umana» e, quindi,
affermi con rinnovata convinzione l’inviolabilità della vita
umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità
della persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all’amore per il prossimo e al rispetto della
natura (cfr Lett. enc. Centesimus annus, 38.39).
14. Proteggere l’ambiente naturale per costruire un mondo
di pace è, pertanto, dovere di ogni persona. Ecco una sfida
urgente da affrontare con rinnovato e corale impegno; ecco
una provvidenziale opportunità per consegnare alle nuove
generazioni la prospettiva di un futuro migliore per tutti.
azione cattolica dei ragazzi Come ogni anno l’associazione prova a declinare il messaggio in percorsi concreti
Quello stretto legame che ci fa sperare in un mondo diverso
C’
è un legame intimo e stretto tra il
perseguire la pace e la custodia
del creato. Lo afferma Benedetto
XVI nel suo annuale messaggio per la Giornata mondiale della pace. Un legame che
ha radici profonde, nella stessa opera creatrice di Dio: “e vide che era cosa buona” (Cf.
Gn 1,1-31). Mantenere l’armonia creatrice
di Dio, che nel creato trova una delle sue
espressioni più alte e più belle, è garanzia
di una pace vera e duratura. Non si può
sottovalutare che i numerosi problemi che
riguardano l’ambiente naturale dell’uomo
- come l’uso delle risorse, i cambiamenti
climatici, l’applicazione e l’uso delle biotecnologie, la crescita demografica – siano
spesso, ancora oggi, pretesto di prevaricazione, di situazioni di ingiustizia, di povertà assoluta, di guerre per la sopravvivenza.
Ed ecco che quell’ordine primordiale viene
sconvolto, e si rischia di seminare violenza
tra i popoli, per le generazioni presenti e
per quelle future.
Il monito del Papa sottolinea l’urgenza
di cominciare ad avere uno stile di vita sobrio, essenziale, che non misuri il benessere
solo sui consumi e sul Pil. È tempo di scelte coraggiose, che partano dal rinunciare al
superfluo permettendo al centro il valore
dell’essenzialità della vita.
La tutela dell’ambiente deve costituire una
sfida per l’umanità intera: si tratta del dovere, comune e universale, di rispettare un
bene collettivo. Nulla ci appartiene, ma tutto riceviamo come dono gratuito; per questo nessuno ha il diritto di accaparrarsi per
il proprio tornaconto personale quello che
è di tutti, sia esso un singolo o un popolo,
una famiglia o un’istituzione.
Il dovere di tutelare l’ambiente è una responsabilità che deve maturare in base alla
globalità della presente crisi ecologica e alla
conseguente necessità di affrontarla globalmente. Se si vuole coltivare il bene della
pace si deve favorire, infatti, una rinnovata
consapevolezza dell’interdipendenza che
lega tra loro tutti gli abitanti della terra. Tale
consapevolezza concorrerà ad eliminare diverse cause di disastri ecologici e garantirà
una tempestiva capacità di risposta quando
tali disastri colpiscono popoli e territori.
L’Azione Cattolica, come ogni anno, continua il suo costante impegno per la promozione della pace, provando a declinare in
percorsi, iniziative quello che il Santo Padre
dice a tutta la Chiesa nel suo messaggio.
Che legame c’è tra il percorso formativo
che l’Ac ha pensato per i suoi soci e questo
messaggio? In tutto questo anno associativo
stiamo riflettendo sulle relazioni, sul modo
con cui vanno vissute e alimentate. Ogni
buona relazione con gli altri parte innanzitutto da una buona relazione con se stessi,
con il mondo in cui si vive, con quello che
c’è intorno a noi, anche con le cose. Chi ha
la pretesa di riuscire a costruire relazioni di
pace con gli altri bypassando completamente il rapporto con il creato, con l’ambiente
in cui abita, vive in maniera disincarnata,
alimentando sempre più la dicotomia tra la
vita e l’esperienza daccettabile, è importante cominciare a fare scelte coraggiose nella
vita di ogni giorno, che possano dire quanto
i cristiani vogliano prendere sul serio l’essere costruttori di pace.
Insieme al percorso formativo, l’AC concretizza ogni anno un’iniziativa di pace che
possa aiutare i ragazzi a vivere l’attenzione
non solo ai vicini, ma anche ai fratelli meno
fortunati di loro. L’iniziativa “Carica la pace”,
è finalizzata a sostenere l’Azione Cattolica di Betlemme (CAB) e le sue finalità formative anche attraverso la ristrutturazione
dell’auditorium per: fornire ai ragazzi e ai
giovani un luogo dove crescere dal punto
di vista educativo; dove divertirsi, dove praticare sport e altre attività extrascolastiche;
fornire alle famiglie un luogo adatto per attività sociali e comunitarie; proporre attività
culturali e di intrattenimento attraverso la
visione di film, spettacoli teatrali e momenti
di danza folcloristica.
Mettersi in relazione con Betlemme sarà
l’occasione per tutti i ragazzi dell’ACR (ma
anche per i più grandi) di conoscere la realtà del luogo in cui Dio ha scelto di comunicarsi all’uomo attraverso l’incarnazione del
suo Figlio.
Un forte impegno ci attendo allora. Forse
non semplice, forse per alcuni troppo arduo. Ma cosa vorrà dire, allora, nei prossimi anni, dare una risposta come Chiesa alla
sfida educativa dell’oggi se non cominciamo seriamente a proporre dei cammini che
possano far intravedere che è possibile vivere in modo diverso, secondo la logica del
Vangelo? Incamminarci verso il prossimo
decennio pastorale con questa consapevolezza, forse potrà farci evitare il rischio di
finire a parlare di educazione, senza essere
capaci di proporre davvero uno stile di vita
differente.
Cominciamo a custodire il creato dunque.
Cominciamo da qui. E forse, se lo saremo
bene, custodiremo anche la pace.
Giorgio Nacci
4
Speciale Anno Sacerdotale
15 dicembre 2009
culturaSpulciando tra secoli di libri
Il sacerdote nella letteratura
D
iciamocela tutta, non è che il padre della narrativa
italiana li abbia trattati molto bene, i preti, non perché fosse un miscredente, tutt’altro: Boccaccio, da
credente, voleva colpirne gli esempi negativi, però anche
quelli positivi, come il frate che confessa ser Cepparello, “un
frate antico di santa e buona vita, (…) nel quale tutti i cittadini grandissima e speziale devozione avevano” non fanno una
gran figura, perché presi in giro dai furbi.
In compenso Petrarca ci aveva consegnato una bellissima
immagine di religioso quando ci mette di fronte alla figura
del fratello Gherardo: entrando in monastero questi diviene
la paolina spina nella carne per il fratello, in quanto esempio
di abbandono a Dio e nel contempo modello irraggiungibile.
Anche se andiamo a vedere la letteratura moderna, ci rendiamo conto che se non ci fosse stata, la figura del prete
avrebbe dovuto essere inventata, tanta è la dovizia di personaggi con la tonaca o il saio. Intanto guardiamo al Victor
Hugo dei Miserabili (1862), che pur nel suo radicalismo sociale, fa di una figura “istituzionale” come quella del vescovo Myriel il modello della carità e del perdono: pur derubato
da Valjean, finge di avergli donato i candelabri, spingendolo
con questo atto di misericordia verso la redenzione.
Padre Brown è diventato quello che oggi chiameremmo un
must, anche grazie alla serie televisiva che vide Renato Rascel nelle vesti del personaggio di Chesterton, prete-investigatore teso più a cogliere le risonanze profonde dell’anima
dei colpevoli che alla loro punizione; pochi però conoscono i
preti, “inventati” dallo scozzese Bruce Marshall (1899-1987).
Padre Malachia, per esempio, che deve fare i conti con l’incredulità della gente e con il razionalismo dei protestanti (razionalismo che scherzando e ridendo l’autore avvicina molto
all’incredulità), tanto da dover chiedere al buon Dio di “ritirare” (in Il miracolo di padre Malachia) un prodigio a causa
delle paradossali reazioni di coloro che pure ne constatano
l’evidenza. O padre Smith (Il mondo, la carne e padre Smith)
che alla fine deve accorgersi di quanto sia poco prevedibile il
progetto di Dio, tanto da non chiedersi più “perché scegliesse spesso gli uomini brutti ed ottusi a fare il lavoro degli angeli”, o padre Arturo che deve affrontare la sua crisi vocazio-
nale proprio durante le carneficine della guerra di Spagna, o
un ennesimo don, Gaston, stavolta, che in A ogni uomo un
soldo attraversa i due conflitti mondiali in Francia cercando semplicemente di alleviare le sofferenze anche a costo di
prendersele lui.
Anche Graham Greene (1904-1991) è stato alle prese con
personaggi di religiosi dilaniati dal dubbio, come nel romanzo Il potere e la gloria, dove il prete, in un Messico in cui essere cattolici era reato, lascia andare le ultime possibilità di
salvarsi per aiutare l’altro.
Non si può ovviamente far finta di nulla davanti alla testimonianza di Georges Bernanos (1888-1948), anche lui creatore di figure di preti nei suoi romanzi Sotto il sole di Satana e Diario di un parroco di campagna: preti che sembrano
schiacciati dall’enigma dell’esistenza del male e che invece
alla fine trovano uno spiraglio di luce nello scendere negli
stessi abissi dei diseredati, condividendo con loro non solo il
male materiale, ma anche la disperazione.
Ci sono ovviamente anche i preti visti grottescamente o ambiguamente, come Il prete bello, edito nel 1954, di Goffredo
Parise (1929-1986), schiacciato dal provincialismo dell’epoca
fascista, o Il prete lungo di Luciano Bianciardi (1922-1972),
ma erano gli anni dell’acre polemica contro la borghesia e il
conformismo in tutte le salse, cui rispondeva polemicamente
il Don Camillo (1948) di Giovanni Guareschi, contrapposto
al sindaco comunista Peppone. Da mettere nel conto “laico”
i frati talmente razionali da far nascere il sospetto di incredulità, come il francescano Guglielmo di Baskerville in Il nome
della rosa (1980) di Umberto Eco.
Anche se poi alcuni preti riescono a donare la fede perfino
in absentia, come il misterioso sacerdote (non compare mai)
del Quinto Evangelio (1975) di Mario Pomilio che attraverso
le tracce da lui lasciate spinge l’agnostico Bergin alla ricerca
del vangelo perduto.
Il protagonista del Diario di un parroco di campagna –lo
stesso titolo del romanzo di Bernanos che però era uscito nel
1936- di Nicola Lisi (1893-1975), scritto nel 1942, è capace di
cogliere i bagliori dell’Eterno anche nelle piccole cose, apparentemente periferiche e marginali.
E oggi? Come prima, più di prima: un prete è descritto da
Ferruccio Palazzoli mentre affronta il male e il bene di Milano in Per queste strade familiari e feroci (risorgerò), 2004, e
per compensazione geo-politica (stavolta andiamo a Taranto) un prete ancora è il protagonista di Il ragazzo che credeva
in Dio, di Vito Bruno, fresco di uscita.
Un prete per tutte le stagioni, come si vede, al centro dell’attenzione letteraria, perché nel bene e nel male la sua figura
richiama l’originale: la ricerca dell’altro fino a condividerne
gli abissi.
Marco Testi
testimonianzaDalla parrocchia San Leucio
la comunità parrocchiale
di età diverse sull’argomento, ne è venuto fuori il
concetto che il sacerdote
rappresenta: il Ministro di
Cristo; la guida spirituale delle anime; la voce stessa di Dio;
la chiave di collegamento tra la Chiesa e il popolo; colui
che guida le anime verso la salvezza eterna; colui che non
dovrebbe mai perdere la propria identità secolarizzandosi
con le mode del tempo.
Perciò, da tutto questo ne deriva, che il sacerdote, oggi
più che mai è chiamato a riscoprire e riaffermare la propria
identità e, sull’invito del Santo Padre Benedetto XVI, prenda come esempio la figura del santo Curato d’Ars sacerdote semplice, ma attento alla cura delle anime a lui affidate,
uomo di preghiera e di sacrificio.
Pensando ai vari disagi che un sacerdote incontra nel suo
ministero, mi viene spontaneo pensare al mio parroco che
vive, anzi viviamo insieme con lui, un disagio nelle strutture di ministero che ancora non abbiamo, visto che la comunità vive il suo momento celebrativo in un locale adibito a
luogo di culto che ormai non riesce a contenerci.
Nonostante questo nella mia parrocchia, per riscoprire il
valore della preghiera anima e sostegno di ogni ministero,
si sta celebrando ogni settimana “il Giovedì Sacerdotale”
con l’adorazione Eucaristica per la santificazione di tutti i
sacerdoti, per le vocazioni sacerdotali, missionarie e religiose. Infine a tutti i suoi fedeli il mio parroco ha lanciato
l’appello di offrire sacrifici rinunzie e atti di carità personali
sempre per la medesima intenzione.
Voglia il Signore in questo anno sacerdotale voluto dal
Santo Padre, accogliere gli sforzi e i sacrifici di tutta la Chie-
Il sacerdote, un mistero d’amore
E’
difficile parlare del sacerdote. Egli è un mistero
d’amore: quello di Cristo per l’umanità. E’ il prolungamento di Cristo stesso nella storia dell’uomo
di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Di lui si sono scritti libri, trattati, articoli e basterebbe ricopiare qualche stralcio per poterlo fotografare o indicare i
connotati di qualcuno per ben conoscerlo: di Sant’Antonio,
per esempio, di San Camillo di Lellis, di San Giovanni Maria Vianney, di San Lorenzo da Brindisi, San Giovanni Bosco, San Pio da Pietrelcina e di tanti, tantissimi altri segnati
dal calendario o nascosti nell’anonimato della quotidianità
della vita o addirittura sconosciuti agli occhi di tutti e che
operano nei luoghi di grandi difficoltà e a rischio della stessa vita.
Il sacerdote è anche colui davanti al quale, come diceva
San Francesco, bisognerebbe prostrarsi per il solo fatto che
le sue mani toccano e stringono il Verbo di Dio incarnato.
Tuttavia egli è un uomo come tanti altri ma scelto e chiamato a una missione speciale. Ne consegue che grande è la
sua responsabilità.
Ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni suo atteggiamento
buono o cattivo potrebbe costruire o distruggere le aspettative del singolo o di una comunità.
E’ necessario perciò pregare sempre per la sua santificazione, aiutarlo con ogni mezzo a diventare sempre più conforme a Cristo, anzi, come ci dice la teologia “Alter Cristus”
Chiedendo un po’ in giro, il parere di alcune persone del-
sa, illuminare ogni suo ministro, da lui scelto e chiamato a
riscoprire, il significato di una risposta data con amore, il
giorno dell’ordinazione, ma attuata nella quotidianità di un
ministero, che riposa tra le loro mani e le nostre preghiere.
Rosa Gallone
Speciale Anno Sacerdotale
15 dicembre 2009
5
riflessioni Prosegue il nostro cammino di approfondimento
Il Concilio Vaticano II
e la vita dei sacerdoti
ca ancorare la nostra vita, spesso sballottata tra incombenze
diverse e non sempre di sicuro valore, un punto fermo che
non viene meno, un punto-luce che illumina tutto il resto, un
punto di forza, anzi il punto di forza, su cui fare leva quando
anche per noi, come per tutti, viene il momento della prova.
Qualunque sacerdote, giovane o meno giovane, sa bene per
esperienza che, se perdiamo il riferimento all’Eucarestia, le
nostre giornate di colpo risultano vuote, anche se la nostra
agenda fosse fitta di impegni e la nostra testa fosse piena di
pensieri d’ogni genere. Non posso soffermarmi sulle applicazioni pratiche di questo principio basilare della nostra vita,
ma la prima ovvia conseguenza dovrebbe essere quella di
dare decoro, calma e cuore alle nostre celebrazioni eucaristiche festive e feriali.
N
on è un luogo comune. Tra tanti messaggi e documenti che si moltiplicano di continuo, anche noi,
anziché orientarci, rischiamo di confonderci. Meglio
andare alle fonti e attingere proprio alle sorgenti. Per la Chiesa del nostro tempo una fonte imprescindibile è il Concilio
Vaticano II. Personalmente sono persuaso che in tante occasioni sarebbe preferibile prendere in mano semplicemente
i testi del Vaticano II e farne tesoro, senza coprirli sotto gli
strati delle successive voluminose produzioni. Ad esempio,
un proposito di facile attuazione e di probabile efficacia in
quest’Anno sacerdotale, potrebbe essere quello di andare alla
fonte del magistero contemporaneo sul sacerdozio ministeriale, aprendo e meditando la Presbyterorum Ordinis (P.O.)
Questo decreto che il Vaticano II ha dedicato specificamente
al ministero e alla vita dei presbiteri, costituisce realmente
una trattazione completa e approfondita sull’argomento. In
questo breve articolo vorrei sottolinearne solo tre punti, che
mi sembrano rilevanti anche per il nostro personale itinerario verso Dio.
Anzitutto, una verità fondamentale, da cui scaturiscono
tante applicazioni pratiche: “è attraverso il ministero dei presbiteri che il sacrificio spirituale dei fedeli viene reso perfetto
nell’unione al sacrificio di Cristo, unico mediatore; questo sacrificio, infatti, per mano dei presbiteri e in nome di tutta la
Chiesa, viene offerto nell’Eucaristia in modo incruento e sacramentale, fino al giorno della venuta del Signore. A ciò tende e in ciò trova la sua perfetta realizzazione il ministero
dei presbiteri” (P.O. n.2). Chiarissimo e verissimo! Nell’Eucarestia trova senso e perfezione il nostro sacerdozio (tendit
et consummatur). Ciò naturalmente non significa escludere
o mettere tra parentesi tutti gli altri aspetti del nostro ministero, ma dare il giusto ordine alle cose, e soprattutto signifi-
Benedetto XVI:
«Imparare
dagli apostoli
del confessionale
S
an Giovanni Maria Vianney,
san Giuseppe Cafasso, san
Leopoldo Mandic, san Pio da
Pietrelcina. Sono alcune «figure
straordinarie» di «apostoli del
confessionale»,
«instancabili
dispensatori della misericordia divina», ricordate dal Papa
al termine dell’udienza del 2
dicembre. Benedetto XVI ha
ricordato il 25° anniversario
di promulgazione dell’Esortazione apostolica “Reconciliatio
et paenitentia”, che «richiamò
l’attenzione sull’importanza del
sacramento della penitenza nella vita dalla Chiesa». «L’esempio
di questi Santi, assidui e fedeli
ministri del perdono divino,
sia per i sacerdoti e per tutti i
cristiani un invito a confidare
sempre nella bontà di Dio, accostandosi e celebrando con
fiducia il Sacramento della Riconciliazione».
Nell’Eucarestia dunque la fonte e l’apice di tutta la nostra
vita presbiterale. In mezzo c’è tutta la gamma delle nostre attività. Possono essere, come di fatto sono, le più disparate: la
vita di parrocchia, la cura di un ufficio diocesano, l’impegno
specifico per un settore o per una categoria ecc. Ma se l’Eucarestia resta il vero riferimento di tutto, rimarrà chiara anche la finalità del nostro agire. Al riguardo,ecco l’altro punto
della Presbyerorum Ordinis che desidero sottolineare: “Il fine
cui tendono i presbiteri con il loro ministero e la loro vita
è la gloria di Dio Padre in Cristo. E tale gloria si dà quando
gli uomini accolgono con consapevolezza, con libertà e con
gratitudine l’opera di Dio realizzata in Cristo e la manifestano in tutta la loro vita. Perciò i presbiteri, sia che si dedichino
alla preghiera e all’adorazione, sia che predichino la parola,
sia che offrano il sacrificio eucaristico e amministrino gli altri
sacramenti, sia che svolgano altri ministeri ancora in servizio
degli uomini, sempre contribuiscono all’aumento della gloria
di Dio e nello stesso tempo ad arricchire gli uomini della vita
divina” (ibidem).
Dunque, non è la gloria nostra che dobbiamo cercare, ma
quella di Dio. La tentazione è ricorrente, e lo sappiamo. Non
è nuova, perché c’è sempre stata, e Gesù stesso ha raccomandato di non fare le cose per essere ammirati dall’uno o
dall’altro. Ma forse alcuni contesti storici possono essere più
a rischio da questo punto di vista, anche nella Chiesa. Credo
che si spieghi così un recente intervento del Papa. Nel settembre scorso, conferendo l’ordinazione in S.Pietro a 5 nuovi
vescovi, tutti provenienti dalla Curia romana, Benedetto XVI
ha toccato un tasto dal suono non molto frequente sotto le
volte delle nostre chiese:“La prima caratteristica, che il Signore richiede dal servo, è la fedeltà. Gli è stato affidato un
grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il servo deve
rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato.
Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Conduciamo gli uomini verso
Gesù Cristo e così verso il Dio vivente. Con ciò li introduciamo nella verità e nella libertà, che deriva dalla verità”. Queste
parole così esplicite di Benedetto XVI hanno avuto un’ovvia
Il testimone
Mons. Giuseppe Cavaliere
risonanza mediatica. Ci si è chiesto perché il Papa ha voluto
dire queste cose e si sono fatte delle illazioni. Ad ogni modo,
facendo le debite proporzioni, possiamo certamente riferire
anche noi ciò che Benedetto XVI ha detto agli ordinandi in
S. Pietro.
Dalla Presbyerorum Ordinis,infine, estraggo un terzo passaggio che mi sembra saliente. Dopo aver considerato la natura del sacerdozio nel suo rapporto con Cristo, il Vaticano II
passa a trattare delle condizioni concrete in cui i presbiteri
devono svolgere il loro ministero, e in particolare della loro
presenza tra gli uomini. Come deve essere questa presenza ?
Quali forme concrete deve assumere ? Il Concilio dice: “I presbiteri del Nuovo Testamento, in forza della propria chiamata
e della propria ordinazione, sono in un certo modo segregati in seno al popolo di Dio: ma non per rimanere separati da
questo stesso popolo o da qualsiasi uomo, bensì per consacrarsi interamente all’opera per la quale li ha assunti il Signore. Da una parte, essi non potrebbero essere ministri di Cristo
se non fossero testimoni e dispensatori di una vita diversa da
quella terrena; ma d’altra parte, non potrebbero nemmeno
servire gli uomini se si estraniassero dalla loro vita e dal loro
ambiente. Per il loro stesso ministero sono tenuti, con speciale
motivo, a non conformarsi con il secolo presente ma allo stesso tempo sono tenuti a vivere in questo secolo in mezzo agli
uomini” (P.O. n.3). Ecco l’autentico orientamento del Concilio, equilibrato come sempre, non per calcolo e diplomazia,
bensì per l’intento di tenere insieme aspetti diversi, ma complementari e coessenziali. D’altronde questo decreto, come
tutti gli altri testi conciliari, porta come prima firma quella
di Ego, Paulus. Mantenere la giusta rotta fra contrapposti
estremismi è stata la fatica e il merito più grande di Paolo
VI nel Concilio e nel post-Concilio. Né monaci né mondani,
dice dunque il Concilio circa i preti diocesani. “Nel mondo
ma non del mondo”, possiamo dire con Gesù. Deve esserci e
risultare sempre qualcosa di diverso nella vita del sacerdote, altrimenti egli viene fagocitato dal mondo, nell’accezione
negativa di questo termine. Al tempo stesso il presbitero non
deve vivere sulle nuvole o in un mondo artificiale, altrimenti
non potrà servire adeguatamente gli uomini del suo tempo.
Al riguardo possiamo chiederci ad esempio: sono nel mondo
o fuori del mondo certe nostre cose in tipico “ecclesialese” ?
A volte sembra che viviamo in un mondo tutto nostro, molto
rifinito a livello cartaceo, ma non corrispondente alla realtà
effettiva. In questo modo siamo davvero presbiteri diocesani, che vivono nel mondo ?
Per riflettere su queste cose, l’arco di un anno – l’Anno sacerdotale - può essere utile. Di certo non basterà un anno per
conformare la nostra vita a ciò che viene chiesto. Ci vorrà
un’esistenza intera. Tuttavia, sapere dove tendere ci aiuterà a
camminare sulla strada giusta.
don Fabio Ciollaro
Allarga i suoi programmi, fioriscono nuove iniziative:
l’Associazione dei Maestri cattolici, l’Azione Cattolica, il
gruppo Scout, il catechismo ai bambini e agli adulti, ma
punta particolarmente alla famiglia portandosi nei vari
ratteggiare un profilo biografico di Don Giuseppe Caplessi della parrocchia interessandosi ai vari problemi
valiere in poche righe, tralasciando molti particolari,
che talvolta allontanano dalla fede e dalla frequenza dei
è alquanto riduttivo. Ci proverò con grande emozione e
sacramenti.
lucidità a confezionare un passato che per me suona anAltra iniziativa fu quella di organizzare un ciclo di concora presente.
versazioni religiose presso il salone della Provincia, con
Chi era don Giuseppe Cavaliere? Era un sacerdote seml’apporto di sacerdoti e laici qualificati e l’inserimento
plice, uomo di preghiera, servitore umile e paziente,
nella parrocchia dell’associazione degli universitari.
nemico delle apparenze, estremamente sincero, cultore
Una grande attenzione la rivolse agli emarginati, ai
dell’amicizia, strumento essenziale per seminare la papoveri, ai figli della strada, tanto che davanti alla bara
rola evangelica.
più di qualcuno smozzicava delle frasi in preda al pianto
Mons. Semeraro lo definì «un grande bambino e un
“abbiamo perduto il nostro papà”.
grande amico dei bambini. La semplicità e la carità proVi pare che il suo dinamismo sacerdotale potesse finire
Monsignor Giuseppe Cavaliere qui? Allargò ancora i confini costruendo due Istituti per
pria dei piccoli hanno dato alla sua anima sacerdotale
una squisita bellezza evangelica».
ospitare i ragazzi abbandonati, privi di affetto e di comLe sue origini sono sanvitesi. Inizia la sua attività pastorale presso la chie- prensione.
sa degli Angeli come Rettore. E’un periodo storico difficile, perché appena
Tali luoghi diventarono una seconda Parrocchia, laddove tra sacrifici perordinato Sacerdote nel giugno del 1942 da Mons. De Filippis, incontra le sonali a tutti i livelli cercò di offrire il suo cuore, rinunziando alle proprie
miserie umane del dopoguerra.
comodità, ad una vita agiata consumandosi di amore per chi ha avuto la
Coraggiosamente metterà in campo tutto il suo zelo sacerdotale, l’ama- sventura di nascere senza il conforto di una mamma e un papà.
bilità del carattere, la parola illuminante per ricomporre gli sbandamenti
Il primo Istituto fu edificato a Laureto di Fasano, ideato come casa famimorali, le lacerazioni familiari, la miseria materiale facilmente contrab- glia, accogliendo bambine e bambini.
bandata con la coscienza.
Nel 1964 nacque l’Istituto Margiotta per i ragazzi di scuola media e con«Sono gli anni più belli e più difficili», scrisse nel suo diario. Il suo en- temporaneamente istituì a Brindisi il C.I.F. con l’annesso consultorio.
tusiasmo apostolico, le sue capacità organizzative non potevano passare
Purtroppo il microfono si spense improvvisamente il 16 novembre del
inosservate, sicché il 31 maggio del 1954 Mons. Margiotta lo nominò Par- 1980 nell’Istituto Margiotta, fra i suoi ragazzi.
don Vittorio Papadia
roco della Cattedrale. Ha appena 35 anni, ma ha tante energie fisiche e
spirituali da sprigionare.
T
6
Speciale Caritas in veritate
15 dicembre 2009
intervista A colloquio col prof. Gian Cesare Romagnoli, ordinario di economia politica
«Serve un agire umano aperto all’Assoluto»
L
e ha divorate quelle pagine. Chi lo conosce bene sa
quanta cura ha dedicato ai singoli paragrafi della Caritas in Veritate. E con la signorilità e squisitezza, che
lo contraddistinguono, il prof. Gian Cesare Romagnoli, Ordinario di Politica Economica e Presidente del corso di laurea
magistrale in Politiche Pubbliche, nonché Coordinatore della Sezione Governo e Istituzioni
della Scuola Dottorale in Scienze Politiche della omonima
Facoltà nell’Università di Roma Tre, decide di rispondere
alle nostre domande. In tutte le università dove ha insegnato,
egli ha lasciato traccia, a Pisa come a Firenze, a “La Sapienza” di Roma come ad Urbino, e nella Scuola Superiore della
Pubblica Amministrazione Locale.
massimizzazione del profitto e della sua utilità individuale. I
risultati drammatici di questa perdita di visione dell’umanesimo integrale, in nome dei benefici di una specializzazione
disciplinare artefatta, ad hoc, e quindi strumentale ma non
vera, che privilegia una morale consequenziale egoistica
sono sotto gli occhi di tutti, non solo nei paesi poveri ma anche in quelli ricchi toccati dalla crisi economica mondiale.
A questa insipienza epistemologica l’enciclica addebita la
povertà di senso e le contraddizioni delle società occidentali individualiste e sazie che stentano a riconoscere l’importanza fondamentale di alcuni beni in sé quali la relazione, la
reciprocità, il volontariato inteso come vocazione personale
all’amore nella verità e quindi alla giustizia e alla pace».
Professor Romagnoli, quale, secondo lei, l’autentica novità della Caritas in Veritate nell’ambito della Dottrina
sociale della Chiesa?
«Quella di riproporre la questione della diffusione dello sviluppo economico indicando una nuova via per attingerla.
Essa non passa solo per le regole, per quanto nuove, bensì
attraverso una conversione dell’uomo. In altre parole, questa
lettera pastorale indica che le regole sono necessarie ma non
sufficienti per questo obiettivo. Infatti, anche se esse fossero
perfette, potrebbero non essere rispettate. La soluzione non
può dipendere solo dalle istituzioni di cui le regole sono parte insieme alle organizzazioni.”Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato”(Mc 2,23-28)».
Alcuni media hanno parlato dell’enciclica della crisi economica. Poniamo che sia anche così, quando invece, ci
si spende espressamente per uno “sviluppo umano integrale nella verità e nella carità”. Ma passata questa crisi
economica, che rappresenta il contingente, cosa resterà
di queste pagine quale patrimonio perenne?
«La crisi economica viene richiamata più volte nel testo. La
sua sottolineatura appare come un appello al cambiamento,
alla metanoia anche per uno “sviluppo umano integrale nella
verità e nella carità”. La globalizzazione ci porta l’interazione
ma anche la necessità di governo al fine di attenuare gli squilibri distributivi che sono aumentati tra paesi e all’interno di
essi. Ma questa speranza rimane debole finché i paesi ricchi
non riconosceranno parità di diritti, a partire da quello della
vita ma anche dell’accesso all’acqua, alle medicine e all’alimentazione, da parte degli abitanti dei paesi poveri, soprattutto dell’Africa. Il dialogo presuppone l’incontro di soggettività diverse e rispettate. Il metodo del dialogo presuppone
però una parità di strumenti e di opportunità, altrimenti esso
maschera un confronto e uno scontro in cui si impone il più
forte dando luogo a un nuovo e forse ancor più crudele colonialismo mascherato ed anonimo.
Le situazioni di sottosviluppo non sono frutto del caso o di
una necessità storica, ma dipendono dalla responsabilità
umana. Nonostante i recenti successi delle economie dei
BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), i poveri totali nel mondo sono aumentati di 200.000 unità tra il 2007 e il 2009. Le
esternalità ambientali si moltiplicano a un ritmo che solo
pochi decenni fa era impensabile (si pensi al caso del clima).
Nell’assolutismo della tecnica è lecito fare tutto ciò che si può
fare separando il progresso dalla sua valutazione morale e,
quindi, dalla sua responsabilità che invece viene rimossa dal
relativismo. “L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di
quella universale Città di Dio verso cui avanza la storia della
famiglia umana”(7). Di qui l’esigenza sottolineata dal Papa di
un cambiamento nell’agire umano che sia aperto all’Assoluto
e di un governo planetario che dia luogo a un Nuovo Ordine
Economico Mondiale. Esso dovrebbe dare una risposta efficace anche alla crisi attuale usando il metodo della sussidiarietà. Seguendo questo principio, la potestà decisionale va
attribuita al livello su cui principalmente ricadono gli effetti
delle decisioni prese.
La ricerca della verità conduce a indicare le contraddizioni
nell’azione delle istituzioni internazionali che hanno fallito
sovente nei loro obiettivi più nobili e condivisi proprio perché la loro proposta di regolamentazione obbedisce a un’etica consequenziale gerarchizzata dagli interessi costituiti e
dal potere contrattuale che manca ai più deboli. Per questo
esse tendono a dare vantaggi a chi ne ha già e chiederne a
chi non ne ha. Esse trascurano la dipendenza delle istituzioni dei paesi poveri dal loro grado di sviluppo, impongono
la contraccezione o il controllo delle nascite quando è noto
che è lo sviluppo il principale regolatore del tasso di natalità, strumentalizzano gli standards internazionali (le forme
politicamente corrette della protezione produttiva e commerciale), incoraggiano i trasferimenti bilaterali che spesso nascondono scambi ineguali, o il fair trade che si presta
a fungere come nuova forma di marketing contrapposto alla
contraffazione che sovente è rischiosa.
Uno sviluppo di lungo periodo non è più possibile senza
l’etica ma la parola etica è inutile se manca il riferimento
ai suoi valori fondanti. Dobbiamo chiederci di quale civiltà
superiore siamo portatori se lasciamo che prevalga l’attuale
distribuzione del reddito e della ricchezza nel mondo e se
siamo capaci di esportare nelle aree meno favorite le crisi finanziarie da noi originate».
Angelo Sconosciuto
Tra i commenti della prima ora, c’è stato quello di Stefano Fontana che ha osservato: “L’enciclica sociale Caritas in veritate trasforma la dottrina sociale della Chiesa
nientemeno che nel rapporto tra la Chiesa e il mondo”.
Penso a quanto ha scritto Giovanni Paolo II nella Sollicitudo al nr.41 e chiedo: l’ambito le sembra più ampio o
più ristretto?
«Questa enciclica testimonia la continuità dell’attenzione
che la Chiesa ha posto sui temi dell’economia e della società.
la Sollicitudo rei socialis, scritta contro il crescente predominio dell’avere sull’essere el ventesimo anniversario della Populorum progressio di Paolo VI, e come la Centesimus annus
dove si esprime, dopo la delusione del socialismo reale, il
pericolo di affidare al libero mercato la soluzione di problemi tanto vasti, anche la Caritas in Veritate è ia tutti i popoli
della Terra. Carità e verità possono essere compresi e condivisi anche dalla ragione umana che anzi può farne una “base”
universale, globale, di dialogo tra tutti gli esseri umani, le nazioni, le culture. Il Papa si rivolge a tutti gli uomini di buona
volontà, credenti e non credenti, e quindi all’umanità intera.
Ma è arduo sostituire un’etica deontologica a quella consequenziale prevalente con una filosofia materialista, in assenza dell’amore divino e quindi di un orizzonte temporale infinito per gli individui».
Hayek hanno visto con chiarezza la palingenesi dello Universal Bogey o dell’homo oeconomicus considerandolo la “vergogna di famiglia”, è difficile ampliare il senso dell’economia
e dei suoi fini per un ritorno all’etica e al perseguimento del
bene comune. A questo deve essere mirata una rifondazione
economica centrata sulla responsabilità sociale dell’impresa
e sulla riduzione dell’asimmetria informativa che dovrebbe
coinvolgere tutti».
Annunciata per il 40° della Popolorum progressio, questa enciclica è stata pubblicata a ridosso di una riunione
del G8, che invece affrontava le questioni della crisi economica mondiale che ora giunge al suo secondo anno di
vita. E’ stata considerata da una lettura frettolosa indirizzata ai grandi della terra, mentre papa Benedetto l’ha inviata a “tutti gli uomini di buona volontà”. Quali impegni
questi ultimi traggono da quelle pagine?
«Non mi pare che questa enciclica abbia destinatari privilegiati. E’ un messaggio per tutti sul futuro umano mentre è
in via di globalizzazione. Ma questa ha avvicinato uomini e
donne rendendo intollerabili le differenze e le disparità. La
crisi finanziaria in atto è stata causata dal venir meno della
fiducia che è alla base degli scambi. La lettera avverte che
anche i sistemi economici dei paesi ricchi sono vulnerabili
agli sprechi, al degrado morale, alla speculazione. Ogni decisione economica ha conseguenze di carattere morale. La
delocalizzazione produttiva è eticamente lecita per gli imprenditori se e quando interagisce positivamente con le economie e le popolazioni locali, invece molte imprese multinazionali non rispettano questo principio. Anche i sindacati
dei lavoratori si devono aprire alla parte meno privilegiata
del mondo. Ogni lavoratore deve poter creare e diventare
imprenditore. Un compito enorme, complesso, audace ma
di grande portata perché dal suo successo dipende la giustizia e la pace nel mondo. Gli ostacoli principali sono costituiti dal condizionamento degli interessi in gioco e dal peso che
la tradizione scientifica della teoria economica neoclassica
individualista porta con sé. Infatti, se da una parte è vero che
grandi economisti liberali da Nassau Senior a Friedrich Von
La Chiesa non è contro il mercato, purchè esso non si riduca solo alla ricerca del profitto e ammetta la presenza
di più forme economiche, ed anche di più Stato e società
civile. Sembra, questo, il messaggio della Caritas in veritate: quale distanza esiste tra il nostro vivere quotidiano
e questa visione della società?
«Tra i modelli economici alternativi, solo quello keynesiano, soppiantato trenta anni fa dalla Nuova Macroeconomia
Classica che assume un mercato in grado di curare i suoi
fallimenti e dall’approccio delle rules vs discretion che ha
delegittimato metodologicamente la decisione politica discrezionale, condivide molti strumenti e obiettivi di politica
economica della Dottrina sociale della Chiesa. Esso può ancora offrire delle speranze a questo riguardo proprio mentre
la crisi mondiale ha demitizzato i successi del liberismo economico. Il compito di chiedere agli economisti di cimentarsi
su un paradigma più complesso, ma più completo di quello
che ha dominato il pensiero economico fino alla crisi, spetta
alla politica.
Questa lettera pastorale affronta tre questioni: una principale, l’uomo, e due subordinate, l’ambiente e la tecnica.
E’ chiaro nel testo che la preoccupazione dominante del
Papa è quella antropologica, matrice della questione sociale mondiale dello sviluppo ma anche di quella ambientale
e di quella tecnica dove la libertà di azione non si coniuga
alla responsabilità. Essa è legata al riduzionismo derivante
dalla rescissione del legame tra economia e scienze morali
che ha lasciato crescere, negli ultimi due secoli, una disciplina scientifica non per l’uomo ma per l’homo oeconomicus il
cui comportamento è basato sull’assunto di razionalità e di
Benedetto XVI firma la Caritas in veritate
L
7
Speciale Scuola
15 dicembre 2009
Tutti alla ricerca
del crocifisso
a sentenza delle Corte europea dei
diritti dell’uomo di Strasburgo, che
il 3 novembre scorso ha stabilito
che “la presenza dei crocefissi nelle aule
scolastiche costituisce una violazione del
diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione
alla libertà di religione degli alunni”, non
poteva non suscitare polemiche e dibattiti
tra l’opinione pubblica, mondo cattolico e
non, riguardo ad un segno che rappresenta le nostre radici cristiane e che fa parte
della nostra cultura. Ma, come spesso accade, è proprio dal male che emerge il lato
positivo. Infatti, a ridosso della decisione
della Corte europea si è verificato un vero
e proprio boom nell’acquisto di crocefissi,
in particolare a Brindisi, come ci racconta Patrizia Colaluce della Libreria Paoline
del centro cittadino: «Si è registrata una
grande vendita di crocefissi, ne sono stati
acquistati circa un centinaio, destinati sia
a scuole che ad uffici pubblici e privati,
ambienti di lavoro in generale e case, soprattutto per coloro che si sono accorti
di non averlo». E, tra tutti gli interessati
al crocefisso da tenere nelle proprie case
e nei luoghi di lavoro, non è mancato anche chi ha voluto fare dono della croce ad
amici e familiari: si è risvegliato, insomma, il senso di appartenenza alla nostra
cultura cristiana, testimoniando la propria fede e facendosi quasi testimoni del
crocefisso, come è accaduto in una scuola
media e come ci spiega Patrizia: «La gente
sta testimoniando una grande fede, come
ad esempio una catechista che, dopo un
incontro con alcuni ragazzi di una scuola,
i quali hanno sollevato l’argomento sulla
presenza o meno della croce negli istituti scolastici, ha voluto donarla a tutti loro
come simbolo di testimonianza tra i ragazzi e i loro coetanei. Ma anche dirigenti
scolastici, uffici del Comune e della Prefettura hanno provveduto ad avere anche
loro nel proprio ambiente il crocefisso al
muro». Di fronte alla privazione del segno
cardine della nostra fede, si sono mobilitate anche le mamme di una scuola che
hanno persino intrapreso una raccolta firme per impedire che vengano tolti i crocefissi dalle aule: un’altra testimonianza
di quanto sia inaccettabile per i cristiani
la sentenza emanata dalla Corte europea
e di quanto, invece, la fede cristiana sia
profondamente radicata e testimoniata
soprattutto quando si rischia di perdere
ciò che fa parte dell’identità di un popolo.
Daniela Negro
crocifisso a scuola La testimonianza di alunni e insegnanti
Un abbraccio d’amore
L
a Corte europea vorrebbe “cancellare” il crocifisso dalle
scuole. Dopo aver letto molti articoli tutti sappiamo che, anche negli altri anni, ci sono state alcune lamentele da parte
di famiglie che hanno protestato per togliere il crocifisso nelle aule
delle scuole italiane. Ma il Consiglio di Stato non ha accettato questa sentenza perché il crocifisso deve essere un simbolo di unione e non di divisione; inoltre esso indica il nostro Credo religioso
quindi è considerato un maestro di vita per gli italiani e per gli altri
popoli.
Tutti, quando viaggiamo o visitiamo una città che non conosciamo, cerchiamo in essa qualcosa di familiare. Sicuramente per tutti
ciò che ci fa sentire a casa nostra è il campanile: si riconosce subito per via dell’altezza e del crocifisso posto su di esso. Perché,
altrimenti, l’Italia sarebbe chiamata il Paese dei campanili? Ora,
insieme proviamo a pensare a come sarebbe la nostra Italia senza
campanili: un Paese “triste”, “spoglio”. Insomma, tante piccole croci fanno del nostro Paese un’Italia più bella: il crocifisso, simbolo
che ormai si tramanda di padre in figlio, è la storia di un Dio che si
è fatto uomo e che si è sacrificato, come una persona qualunque,
sulla croce, per dare a noi un mondo migliore. Per questo io, come
molti italiani, credo che la sentenza della Corte europea di togliere
i crocifissi dalle aule sia una pessima idea anche per chi non crede.
Proprio come ha detto Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI:
“La croce di Gesù unisce tutti i popoli in un solo grande abbraccio”. Secondo i Vescovi italiani la sentenza europea è “miope”, perché non riesce a guardare lontano. Secondo me non si dovrebbero
assolutamente togliere i crocifissi dalle aule perché allora non ci
dovrebbe più neanche essere la bandiera europea ispirata dall’aureola della Madonna, dipinta da un impiegato francese della Comunità europea
Corrado D’Amico
Classe VB 3º Circolo didattico
“Giovanni XXIII” - Ostuni
I
n relazione alla recente sentenza della Corte Europea dei
diritti dell’uomo sull’illegittimità della presenza dei crocifissi nelle scuole, la sezione UCIIM (Unione Cattolica Insegnanti Medi) di Brindisi esprime, ancora una volta, sdegno e
rammarico per prese di posizione a livello giudiziario che sanno tanto di livore antireligioso, come avvenne in occasione di
un’analoga sentenza del giudice Luigi Tosti nel lontano 2003.
Lo sdegno è giustificato dal fatto che la Corte ha completamente tralasciato di considerare che la civiltà europea (non
solo quella italiana)è figlia del cristianesimo,che, pur talvolta con eccessi e contraddizioni, ha permeato dei suoi valori
l’etica pubblica e privata dei popoli europei. Questo è tanto
vero che il crocifisso ha superato la mera simbologia religiosa per assurgere a testimonianza visiva della cultura e della
storia dell’umanità, pur conservando il suo significato originario del Figlio di Dio morto in croce per salvare l’uomo. E
comunque,anche se rappresentasse solo un simbolo cattolico
o cristiano, in Italia questa è ancora la religione prevalente e
non si vede perché i supposti diritti della minoranza debbano
essere tutelati a detrimento di quelli della maggioranza, altrimenti la scelta europea diverrebbe una gabbia costrittiva e
non un’occasione di crescita.
Il rammarico nasce dal constatare che la sentenza aprirà la
strada a nuove battaglie ideologiche,ad un muro contro muro
che non aiuta a costruire libertà e verità per tutti ma che può
solo generare l’intolleranza suscitata da altra intolleranza.
L’UCIIM, pertanto, auspica che la sentenza venga riformata
in appello e che prevalga il buon senso in tutte le scuole ove la
presenza del Cristo in croce è fonte di ammaestramento sulla
natura salvifica della sofferenza.
L’UCIIM di Brindisi
locorotondoPrestigioso riconoscimento per la “Marconi”
Lavorare per l’unità premia
N
ell’anno scolastico 2008/2009, la
scuola primaria “G. Marconi” di
Locorotondo ha partecipato al concorso provinciale “Religioni in dialogo” promosso da Regione Puglia, Prefettura di Bari,
Ufficio Scolastico Regionale, Provincia, Università e Comune di Bari.
Tale concorso è stato indetto in seguito
all’avvio di un sito web dedicato al dialogo
interreligioso, con la finalità di promuovere
e approfondire, in particolare tra i giovani, la
conoscenza della propria e altrui religione e
favorire una convivenza solidale.
Ai partecipanti era richiesta l’elaborazione di un logo per il sito; scopo del concorso
era, infatti, l’individuazione della soluzione
grafica che meglio riuscisse a rappresentare l’idea del dialogo tra le religioni. Le classi
quinte del “ Marconi” hanno partecipato inviando elaborati realizzati in gruppo sia su
cartaceo, che in formato elettronico.
La soddisfazione è stata grande, quando
all’inizio del nuovo anno scolastico è arrivata la comunicazione che una delle opere, realizzata da un gruppo di alunni della ex 5ªE
del plesso “G. Guarella”, in base alla graduatoria stilata dalla commissione esaminatrice,
si era classificata al secondo posto. Infatti,
nel bando, era prevista la premiazione delle
prime tre opere classificate. I premi consistevano in una targa ricordo per tutte e tre
le opere e un premio di 2.000,00 euro per la
scuola a cui afferiva il primo classificato, di
1.500,00 euro per la scuola a cui afferiva il
secondo classificato, e di 1.000,00 euro per
la scuola a cui afferiva il terzo classificato. La
premiazione è avvenuta il giorno 8 ottobre
c.a., presso la Prefettura di Bari.
La cerimonia si è svolta nella sala degli
Specchi del Palazzo del Governo dove erano
presenti tutti i rappresentanti degli enti che
hanno promosso questo concorso. Ha aperto la cerimonia, il Prefetto, Carlo Schilardi
che ha sottolineato l’importanza del dialogo
tra le religioni per superare ogni forma di intolleranza e come l’opera della scuola sia determinante per educare al rispetto delle differenze. Il Prefetto ha poi fatto notare come
questo concorso sia nato nell’ambito del
grande progetto del Tavolo Interreligioso che
si sta portando avanti. Dopo l’intervento del
Prefetto, hanno espresso il loro pensiero, gli
altri rappresentanti dei diversi enti promotori, ribadendo l’importanza dell’educazione
al dialogo e a saper considerare le differenze
come ricchezza. È stato sottolineato, anche,
che per educare alla legalità è bene parlare
di religione e che per poter progettare il futu-
Gli alunni premiati a Bari
ro, punto nodale è il pensiero religioso.
L’Ufficio Scolastico Regionale, nella persona del prof. Rocco di Vietro, si è impegnato a
continuare a porre in atto tutti gli sforzi possibili per promuovere iniziative che possano
educare al dialogo. A concludere gli interventi è stata la Prof.ssa L. Santelli Beccegato,
coordinatrice del Laboratorio di Pedagogia
Interculturale dell’Università di Bari che ha
espresso i ringraziamenti più sentiti a tutti
coloro che hanno partecipato e soprattutto
ai rappresentanti del Tavolo Interreligioso
presenti, mettendo l’accento sulla possibilità
di intendersi per vivere in pace, riconoscendosi e rispettandosi.
Si è passati infine alla premiazione e il Dottor Fornasari, del Laboratorio di Pedagogia
Interculturale dell’Università di Bari, ha illustrato le motivazioni che hanno portato a
dichiarare i tre vincitori, sottolineando che il
lavoro della commissione non è stato semplice poiché ben 138 scuole hanno risposto
al concorso.
Si è proceduto poi alla consegna delle targhe ricordo; ha ritirato il nostro premio, la
dirigente Dott.ssa Adele Quaranta, accompagnata dagli alunni componenti il gruppo
che ha realizzato l’opera.
La dirigente, nel ritirare il premio, ha
espresso la sua gioia e soddisfazione, sottolineando l’importanza della realizzazione in
gruppo, che già di per se costituisce, educativamente parlando, confronto e dialogo.
A cerimonia ultimata il gruppo ha ricevuto
un vivo apprezzamento da parte della Prof.
ssa Santelli Beccegato, che si è complimentata con la dirigente e con la docente D’Ignazio, per aver realizzato questo lavoro durante
l’ora di religione cattolica, a dimostrazione
che uno degli obiettivi che si vuole perseguire in detta ora, è quello dell’apertura al dialogo e al confronto, e non dell’indottrinamento
fine a se stesso.
Maria Antonietta D’Ignazio
8
Vita di Chiesa
15 dicembre 2009
assemblea cei A gennaio sarà licenziato il testo definitivo su Chiesa e Mezzogiorno
Sud, media e preti nell’agenda dell’episcopato
S
arà licenziato dal Consiglio episcopale
permanente, nella prossima sessione
di gennaio 2010, il testo definitivo della nota su “Chiesa e Mezzogiorno”, approvata
“a larghissima maggioranza” dai vescovi nel
corso dell’ultima assemblea generale (Assisi,
9-12 novembre). È quanto si legge nel comunicato finale dell’assemblea. La versione definitiva della nota, preparata a vent’anni dal
documento “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, e alla luce degli
esiti del convegno “Chiesa nel Sud, Chiese
del Sud”, svoltosi a Napoli nel febbraio scorso, è stata rimandata a gennaio “per recepire
le osservazioni emerse durante il dibattito di
Assisi”. L’intento è “pubblicare un documento che sia espressione dell’intero episcopato,
così da ribadire la nota della reciprocità, per
cui solo insieme si affrontano i problemi e le
sfide del Paese”. “I tratti caratteristici del Sud,
come la religiosità popolare, la vivacità educativa e la persistenza della tradizione associativa - si legge nel comunicato - sono beni
a disposizione di tutti”, ma “non vanno sottovaluti i segnali di un degrado che non è solo
sociale e economico”. Di qui “la necessità di
un forte appello alla conversione”, per far sì
che la nota “non resti un intervento isolato”,
ma si inserisca nella “sfida educativa” al centro degli Orientamenti Cei del prossimo decennio. Di seguito, alcuni “spunti” tratti dal
comunicato finale.
Non “censurare” la morte. “La sensibilità
culturale prevalente tende oggi a censurare
la morte”, mentre l’esigenza di annunciare la
“buona notizia” della morte e risurrezione
di Gesù Cristo è il “primo servizio da rendere a una sensibilità assopita e dissimulatrice, che coinvolge in particolare le giovani
generazioni in un processo di rimozione
collettiva”. Secondo i vescovi, oggi “occorre
aiutare le persone a guardare in modo meno
evasivo alla prospettiva della fine, considerandola parte integrante dell’esistenza, con
l’intento di sollevare lo sguardo a quanto la
speranza cristiana confida al cuore umano”.
Nella nuova edizione del Rito delle Esequie
- approvato dai vescovi ad Assisi, e che verrà pubblicato una volta ottenuta l’approvazione (“recognitio”) della Santa Sede - sarà
previsto un formulario specifico per quanti scelgono la cremazione. “La Chiesa, pur
preferendo la sepoltura tradizionale - precisa la Cei - non riprova tale pratica, se non
quando è voluta in disprezzo della fede, cioè
quando si intende con questo gesto postulare il nulla a cui verrebbe ricondotto l’essere
umano”. All’interno di questa prospettiva, “la
memoria dei defunti attraverso la preghiera liturgica e personale e la familiarità con
il camposanto costituiranno la strada per
contrastare, con un’appropriata catechesi, la
prassi di disperdere le ceneri o di conservarle al di fuori del cimitero o di un luogo sacro”.
Ciò che sta a cuore ai vescovi, in modo particolare, è che “non si attenui nei fedeli l’attesa
della risurrezione dei corpi, temendo invece
che la dispersione delle ceneri affievolisca la
memoria dei defunti, a cui siamo indelebilmente legati nella partecipazione al destino
comune dell’umanità”.
I media e il “nichilismo pratico”. L’attuale contesto mediatico, “segnato dai caratteri
del linguaggio digitale che ormai permeano
la cultura in ogni sua espressione”, è un contesto “inedito” che “rappresenta una sfida e
un’opportunità per l’annuncio cristiano”. Ne
sono convinti i vescovi italiani, che parlano del mondo virtuale come di “una sfida”,
perché “la cultura dominante promuove
forme di nichilismo pratico, in cui i media
non sono canali neutri, ma contribuiscono a
creare consenso nei confronti di una mentalità basata sull’intensità e sul pathos più che
sull’adesione al bene comune e al logos”, ma
anche come “opportunità”, perché la Chiesa
stessa può “ far ricorso alla ricchezza del suo
linguaggio, che è simbolico e paradossale”.
Proprio sul tema “Testimoni digitali: volti e
linguaggi nell’era ipermediale” la Cei ha in
programma un importante convegno, che si
svolgerà a Roma dal 22 al 24 aprile 2010. Per
i vescovi, inoltre, è urgente “un’antropologia
unitaria che non separi artificialmente l’etica
individuale dall’etica sociale”.
Il prete, uomo della “misericordia”. Una
delle “qualità” fondamentali del prete è la
“misericordia”, di cui, “paradossalmente,
proprio la cultura trasgressiva e intollerante oggi così diffusa sente drammaticamente
nostalgia”. “Nonostante circoscritti casi di
controtestimonianza”, riferiscono i vescovi a
proposito del dibattito svoltosi ad Assisi, “più
voci” hanno fatto notare come “la presenza
del sacerdote sia oggi richiesta con speciale attenzione, spesso anche dai cosiddetti
lontani”. Di qui la “gratitudine ammirata per
il servizio discreto e nascosto di tanti preti
nelle parrocchie e nei diversi ambiti pastorali, strada sicura per assicurare la prossimità
della Chiesa in ogni realtà”.
migrazioni Messaggio per la Giornata Mondiale 2010
Le attese dei piccoli migranti
“I
migranti ed i rifugiati minorenni”: sarà questo il tema della prossima giornata Mondiale
delle Migrazioni che si celebrerà il prossimo
17 gennaio. Per l’occasione papa Benedetto XVI ha
scritto un messaggio nel quale sottolinea che si tratta
di un fenomeno che «impressiona per il numero di
persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva,
per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale». Il messaggio è stato presentato nella Sala Stampa della Santa Sede da
mons. Antonio Maria Vegliò, mons. Agostino Marchetto e mons. Novatus Rugambwa, rispettivamente
presidente, segretario e sottosegretario del Pontificio
Consiglio per i migranti e gli itineranti.
Migrante, persona da rispettare. Il pensiero del
Papa va ai “più piccoli” ricordando che «Gesù stesso
da bambino ha vissuto l’esperienza del migrante». Ed
osserva: «Se la Convenzione dei Diritti del Bambino
afferma con chiarezza che va sempre salvaguardato
l’interesse del minore», purtroppo «nella realtà questo non sempre avviene». «Mentre cresce nell’opinione pubblica – spiega - la consapevolezza della necessità di un’azione puntuale e incisiva a protezione dei
minori, di fatto tanti sono lasciati in abbandono e,
in vari modi, si ritrovano a rischio di sfruttamento».
Da qui l’auspicio «che si riservi la giusta attenzione
ai migranti minorenni, bisognosi di un ambiente
sociale che consenta e favorisca il loro sviluppo fisico, culturale, spirituale e morale». Il Papa cita poi
«un aspetto tipico della migrazione minorile» che è
costituita dalla situazione dei ragazzi nati nei paesi
ospitanti oppure da quella dei figli che non vivono
con i genitori emigrati: «questi adolescenti fanno
parte di due culture con i vantaggi e le problematiche connesse alla loro duplice appartenenza, condizione questa che tuttavia può offrire l’opportunità di
sperimentare la ricchezza dell’incontro tra differenti
tradizioni culturali». Per questo è «importante che ad
essi sia data la possibilità della frequenza scolastica
e del successivo inserimento nel mondo del lavoro
e che ne vada facilitata l’integrazione sociale grazie
a opportune strutture formative e sociali. Non si dimentichi mai che l’adolescenza rappresenta una tappa fondamentale per la formazione dell’essere umano». Benedetto XVI ricorda poi i minori rifugiati che
chiedono asilo, il cui numero è in aumento. «Si tratta
– scrive - di un fenomeno da valutare con attenzione
e da affrontare con azioni coordinate, con misure di
prevenzione, di protezione e di accoglienza adatte,
secondo quanto prevede anche la stessa Convenzio-
ne dei Diritti del Bambino».
I diritti dei minori migranti. Il papa invita poi le
parrocchie e le associazioni cattoliche a compiere
«grandi sforzi per venire incontro alle necessità di
questi nostri fratelli e sorelle», esprimendo “gratitudine” per quanto si sta facendo con “grande generosità” ed invita i cristiani «a prendere consapevolezza
della sfida sociale e pastorale che pone la condizione
dei minori migranti e rifugiati».
Presentando il messaggio il presidente del Pontificio Consiglio, mons. Vegliò ha sottolineato l’importanza di «facilitare l’integrazione sociale dei migranti
minorenni«. E rispondendo ad una domanda dei
giornalisti ha detto: «Qual è la difficoltà di concedere
la cittadinanza a persone straniere presenti in Italia
da un po’ di tempo, e che hanno un lavoro, pagano le
tasse e hanno dei figli che degli figli che frequentano
le scuole italiane?», sottolineando che «fissare i tempi per ottenere la cittadinanza è una questione che
riguarda la politica». E’ «importante – ha poi aggiunto – e positivo che comunque se ne parli e se ne discuta». Ad un’altra domanda sull’iniziativa promossa dal comune di Coccaglio (Bs), su un censimento
degli immigrati nel proprio territorio, denominata
“White Christmas” mons. Marchetto ha sottolineato che è una vicenda «dolorosa»: il Natale «celebra
il mistero dell’annunciazione alla Vergine e chiama
all’accoglienza».
I volti e le storie. Il messaggio del Papa, spiega al Sir
mons. Giancarlo Perego, neo direttore generale della
Fondazione Migrantes «ci aiuta a guardare ai volti
dei minori migranti e rifugiati. Sono i volti di almeno
850.000 minori immigrati in Italia, che crescono ogni
anno di circa 100.000, tra nuovi nati e ricongiunti
alle famiglie; sono i volti dei 650.000 minori italiani
emigranti; sono i volti degli oltre 7500 minori non accompagnati e lontani dalla famiglia; sono i volti dei
circa 300 minori richiedenti asilo e rifugiati in Italia
nel 2008. Questi volti e storia chiedono anzitutto la
tutela di diritti fondamentali, primo fra tutti, la protezione soprattutto nelle situazioni di sfruttamento,
di abbandono».
Per il direttore della Migrantes la conoscenza di
questo mondo, «senza pregiudizi e superficialità,
oltre che essere un impegno per le istituzioni, è anche un compito pastorale importante per le nostre
comunità parrocchiali, soprattutto da parte delle comunità giovanili e degli oratori, della pastorale scolastica e familiare, per costruire modelli di casa e di
famiglia, di città che sappiano tradurre in esperienze
coerenti di cura e di inclusione ‘il Vangelo della solidarietà’».
Benedetto XVI a Piazza di Spagna nel giorno dell’Immacolata
Benedetto XVI:
«Serve la bella
notizia»
L
a ripetitività è una delle caratteristiche più evidenti del sistema della comunicazione (e del consumo) globalizzato. La smentita,
recita un vecchio adagio della professione giornalistica, è una notizia
data due volte. Oggi la ripetitività
è strutturale: una notizia ripetuta
continuamente ed intensamente
per un periodo breve, nella percezione del singolo utente, genera
fatti molteplici. Così un omicidio,
riproposto dagli angoli visuali più
diversi, diventa tanti omicidi, generando un evidente effetto nell’opinione pubblica, un effetto ad un
tempo di ansia e di banalizzazione.
Se poi aggiungiamo alla cronaca
(nera) la fiction, la dieta mediatica
quotidiana di grandi e piccini sovrabbonda di un “male raccontato,
ripetuto, amplificato”.
Lo ha ricordato l’8 dicembre, con
grande semplicità, il Papa, al centro del suo discorso dell’Immacolata. L’analisi di Benedetto XVI è stata breve ed intensa, mettendo in
luce un effetto di assuefazione, per
cui “il cuore si indurisce e i pensieri
si incupiscono”.
Che fare allora? Nessun anatema,
nessuna censura. Piuttosto un appello (implicito) alla responsabilità, alla consapevolezza, all’educazione. E una risposta più radicale.
Serve la “bella notizia”. Che non è
buonismo o moralismo di maniera:
la comunicazione ha le sue leggi
tecniche. La “bella notizia” è Maria
che ripete agli uomini ed alle donne del nostro tempo: non abbiate
paura, Gesù ha vinto il male; l’ha
vinto alla radice, liberandoci dal
suo dominio”.
È un appello alla realtà. Ed è questa in fondo la caratteristica del
cristiano nella moderna “città”, nel
vortice di tanti meccanismi disumanizzanti, in un grande frullatore che rende tutto precario, frammentario.
Ritorna l’appello che Benedetto
XVI ha ripetuto in diversi contesti,
a tenere conto, nel mondo di oggi,
per muoversi nella società di oggi,
non solo dell’ecologia ambientale,
ma anche di quella umana. È la
certezza serena, da vivere quotidianamente, conoscendo bene i meccanismi, della “bella notizia”, ascoltata, vissuta, testimoniata, messa
in pratica: “Non serve condannare,
lamentarsi, recriminare, ma vale di
più rispondere al male con il bene.
Questo cambia le cose; o meglio,
cambia le persone e, di conseguenza, migliora la società”. Una serenità che diventa vita vissuta.
15 dicembre 2009
9
Chiesa & Territorio
aurea 2009Si è svolta a Foggia la Borsa internazionale del Turismo Religioso e delle Aree Protette
Turismo religioso, tra arte e spiritualità
A
urea, Borsa internazionale del Turismo Religioso e
delle Aree Protette. Dal 26 al 28 novembre scorso si
è tenuta, presso la Fiera di Foggia, Aurea 2009, organizzata da Spazio Eventi in collaborazione con la Cei – Ufficio Nazionale della Pastorale del Tempo libero, del Turismo
e dello Sport e del Pontificio Consiglio della Cultura. In questa edizione hanno partecipato incaricati diocesani, agenzie
viaggio specializzate, animatori parrocchiali e rappresentanti del clero, che hanno incontrato in un’area esclusiva i
maggiori esponenti della miglior offerta internazionale di turismo religioso: organizzatori di pellegrinaggi, centri religiosi di accoglienza, luoghi di culto, case per ferie, ostelli della
gioventù, hotel, associazioni religiose e movimenti ecclesiali . Aurea 2009 ha esaltato il valore ed il richiamo dei luoghi
di culto, con particolare riguardo a quelli meno conosciuti,
questo il tema centrale del convegno inaugurale – Sulle Strade dell’uomo e dello spirito, per mettere in risalto che arte e
spiritualità possono creare eccezionali opportunità di sviluppo per una comunità. «Una rete di fede e spiritualità, - ha
sottolineato nel suo intervento Don Mario Lusek, Direttore
dell’Ufficio Nazionale della Cei – diffusa su tutto il territorio
nazionale, con oltre 3500 santuari definiti minori solo perché registrano afflussi inferiori rispetto ad altri, ma non per
questo meno interessanti dal punto di vista religioso, artisti-
co, culturale». Ed ancora, un focus specifico è stato dedicato
ai beni culturali di interesse religioso sia attraverso l’analisi
curata dal Prof. Maurizio Boiocchi, docente dell’Università
IULM , sul tema “Il turismo religioso: la valorizzazione dei
beni ecclesiastici come esperienza di fede e cultura”, e sia attraverso la riflessione sulle figure professionali specializzate,
nel seminario “Professionalità e carismi nel Turismo Religioso”.
Per la nostra Diocesi ha partecipato una delegazione
dell’Ufficio diocesano della Pastorale del Tempo libero, del
Turismo e dello Sport – prendendo parte ai lavori della Borsa e pubblicizzando i propri Luoghi di Accoglienza (www.
luoghidellaccoglienza.it). L’iniziativa ha messo in evidenza
l’evoluzione di un fenomeno internazionale di grandi dimensioni, nel quale l’Italia e la Puglia hanno una posizione
di primo piano. È possibile affermare, pertanto, che in questi
decenni molti cristiani hanno acquisito una visione più completa del turismo, non più come realtà marginale, ma come
opportunità di evangelizzazione, e prendendo spunto dagli
Orientamenti per la Pastorale del Turismo si può concludere
che il turismo potrebbe diventare “fattore di primaria importanza per un mondo aperto alla cooperazione fra tutti, grazie
alla conoscenza reciproca e all’accostamento diretto di realtà
diverse” .
Antonio Petraroli
ostuniRiaperto da pochi giorni il Centro residenziale per anziani Il Focolare
della Banca di Credito Cooperativo di Ostuni,
Trinchera, dal notaio Michele Errico all’impresa di Angelo Ayroldi, al commercialista
Pasquale Prudentino.
La Fondazione è assistita da un gruppo di
volontari che curano i vari aspetti tecnici
dell’attività, tra i quali figurano il Presidente del Consiglio comunale di Ostuni Angelo Melpignano, il professor Armando Saponaro, l’esperta
di Servizi Sociali Bernadette Giovene, l’ingegnere Giuditta
Moro, i medici Nicolino Pecoraro e Mariangela Rendina, il
consulente Pietro Rosselli, Domenico Melpignano Massimo
Casciano, (direttore tecnico).
Altri due medici (i dottori Ghionda e Saponaro) seguono
periodicamente gli ospiti, mentre due infermieri sono stati
assunti ex novo e lavorano insieme ai dipendenti ai quali è
stata riconfermata l’assunzione a tempo indeterminato, con
il pagamento di tutte le spettanze arretrate e dei TFR. Il personale è così esperto e ben formato, ed ha garantito fin dal
primo giorno della nuova attività un servizio qualificato.
La “Madonna Pellegrina” ha fatto il suo solenne ingresso
nella Cappella del Centro Solari, e Don Franco ha immediatamente dato corso a quelle attività di incontro intergenerazionale tra giovani ed anziani che sono negli obiettivi di costituzione della Fondazione, coinvolgendo gruppi ecclesiali
come gli Scout e “Comunione e liberazione”.
Il sogno lungimirante del Cavaliere Solari, così, non si è interrotto: il “Focolare” continuerà a riscaldare la vita di tanti
anziani (il Centro ne ha ospitato nella sua storia moltissimi,
e provenienti da varie parti d’Italia) che beneficiano del conforto morale e materiale di una comunità attenta a loro che
non abbandona chi ha più bisogno degli altri.
Ferdinando Sallustio
Il sogno di Solari non si infrange
U
na Chiesa attenta alle necessità della comunità locale e impegnata verso le fasce più deboli della società, gli anziani ed i lavoratori in difficoltà: l’impegno
delle forze ecclesiali, e dell’arcivescovo Mons. Talucci in prima persona, oltre alla generosa disponibilità di Don Franco
Blasi, responsabile della Fondazione “Madonna Pellegrina”,
hanno permesso la soluzione della vicenda legata alla casa
di riposo “Solari”di Ostuni, che andava avanti da otto mesi e
sembrava un groviglio inestricabile.
Nel marzo scorso le suore “Maestre di Santa Dorotea Figlie
dei Sacri Cuori” annunciarono l’intenzione di chiudere la
casa di riposo “Il Focolare-Onofrio e Celidea Solari” a causa delle difficoltà gestionali legati ai necessari adeguamenti
degli impianti della struttura e per la mancanza di vocazioni, che impediva di destinare alle attività del Centro suore di
giovane età.
Tale chiusura è in effetti avvenuta il 30 settembre, con la destinazione degli ospiti ad altre case per anziani e con la conseguente perdita del posto di lavoro per quindici dipendenti
che assicuravano i servizi del “Solari”.
Nel frattempo la Chiesa diocesana si è subito mossa per garantire una soluzione che assicurasse la continuità del Centro, e sono state valutate più di quaranta offerte di gestione,
alcune senza fondamento, mentre altre non hanno comunque portato ad alcun risultato concreto.
E’ stato allora che la Fondazione “Madonna Pellegrina” ha
inteso farsi avanti con un gesto di carità, nello spirito di generosa attenzione ai problemi sociali che aveva il suo fondatore, Don Italo Pignatelli, figura esemplare di amore verso i
poveri.
«La Fondazione- scriveva il responsabile Don Franco Blasisi predispone alla possibilità di rilevare il Centro e di gestirlo
in continuità, assicurando, per quanto possibile, il mantenimento dei livelli occupazionali, con l’impegno di adeguarlo alla normativa di legge. L’impegno profuso dalla Chiesa
diocesana trova la sua ragion d’essere più sulla fiducia nella
Provvidenza che sulle proprie forze, nell’intento di perseguire quel bene comune che va sempre difeso e promosso».
Don Franco, oltre a far capo alla “Banca della Provvidenza”
che sempre sostiene le imprese della Fede, ha scrupolosamente seguito delicatissimi passi amministrativi, contabili,
fiscali, bancari e finanche tecnici, quando sono stati eseguiti
in sole due settimane i lavori che hanno permesso la riapertura il 28 di novembre, con l’ingresso dei primi quattro anziani nel Centro rinnovato e funzionante a regola d’arte.
Oggi Don Franco, consapevole che molto resta da fare ancora per completare l’opera (ora il Centro ha 30 posti letto
ma la capienza prevista a breve di 99 posti, tutti in camere
estremamente confortevoli, con bagno e mobili nuovi) intende ringraziare di vero cuore tutti coloro che hanno permesso che la maxi operazione si concretizzasse, dall’Arcivescovo che ha tenacemente seguito la questione al Presidente
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Bioetica & Educazione
convegno nazionale Riunita a Ostuni la Società italiana di bioetica e Comitati etici (Sibce)
Etica a prassi medica, gli interrogativi e le urgenze
I
l giorno 5 dicembre 2009, presso l’Hotel Incanto in Ostuni, si è svolto un convegno nazionale della Società Italiana di Bioetica e Comitati Etici sul tema: “Etica e prassi
medica”.
Il saluto inaugurale ai convenuti è stato rivolto dal presidente
della società Prof. Filippo M. Boscia di Bari, mentre le ragioni che hanno motivato il convegno sono state illustrate del
Dott. Pietro Lacorte, Vicepresidente della società.
Alcuni dei più rinomati cultori della Bioetica si sono succeduti nella trattazione di varie problematiche etiche che si
prospettano, nel momento storico attuale, nell’esercizio di
una professione che non è più caratterizzata da quella “alleanza medico-paziente” che l’ha contraddistinta nel corso
dei secoli.
Il medico, oggi, è condizionato, sempre più, da direttive
verticistiche e, spesso, da insufficienti mezzi operativi che
non gli lasciano serenità, tempo e spazio per svolgere, in un
clima di libertà interiore, la propria nobile professione in favore dei pazienti che gli sono affidati. Egli viene lasciato solo
di fronte alle proprie responsabilità in un clima crescente di
sfiducia che, spesso, genera rivendicazioni sempre più esagerate.
“Prendersi cura” di un paziente significa partecipare empaticamente alla sua situazione di precarietà esistenziale,
aiutarlo a viverla il più possibile serenamente, alleviandogli
la sofferenze con l’impiego di tutte le proprie capacità professionali al fine di assicurargli una piena guarigione, ove
possibile, e restituirlo alla famiglia, alla società ed al lavoro.
Al giorno d’oggi la maturata coscienza dei diritti della persona impone a tutti, medici, amministratori e cittadini il dovere di farsi carico di ogni cura per servire chi vive in stato
di bisogno e di sofferenza con tutti i mezzi che la modernità
pone a disposizione.
Non è più possibile accettare condizioni di operatività precarie né che i medici, ai quali è giusto pretendere seria ed
indiscutibile professionalità operino senza quella serenità
necessaria per prendere decisioni importanti per la vita degli
altri e senza il conforto di esperti che possano consigliarlo in
momenti particolarmente difficili.
Tali sono i motivi che giustificano la necessità, non più derogabile, dell’istituzione in ogni AUSL di “Comitati Etici per
la pratica clinica” , ai quali affidare il compito di consigliare e sostenere gli operatori medici nel loro difficile compito
L’apertura del convegno nazionale © Hobby Foto
di prendersi cura delle persone sofferenti, alle quali garantire negli ospedali condizioni di vita rispettose della dignità
e della privacy, nonché la partecipazione e il conforto delle
persone a loro care. «Il malato» ha affermato E. Mounier, «è
un mistero di sacrificio, un sacramento nascosto in un letto
di malattia, in mezzo a tutte le grandi cose vicino alle quali
gli uomini passano senza voltarsi».
Un sistema di assistenza siffatto può essere garantito solo
dal concorso unanime dei medici, degli amministratori, delle istituzioni locali nonché, in modo particolare, dei “mondi vitali” del territorio, nell’osservanza di quel “principio di
sussidiarietà” , tanto declamato nella revisione del capitolo
V della Costituzione. In proposito, è stata ancora una volta affermato con estrema serietà che non è più accettabile
che la amministrazioni regionali gestiscano in esclusività le
AUSL, tramite direttori generali che esercitino le loro funzioni monocraticamente.
Nella prima sessione i Professori A. Bompiani, GB. Cavazzuti e L. Prenna hanno delineato i principi filosofici e morali
che sono alla base del codice etico di assistenza al paziente,
mentre il Prof. A. Novarini ha illustrato problematiche varie
che si prospettano nell’esercizio pratico della professione
medica. La Prof. M.B. Saponaro ha diretto il dibattito che ne
è seguito.
Nel pomeriggio, dopo un’introduzione del Prof. A Leocata,
il Prof. A. Spagnolo, ordinario di Bioetica presso la facoltà di
medicina dell’Università Cattolica di Roma, ha esposto le
modalità di funzionamento
dei Comitati Etici, mentre
il Prof. N. Zamperetti ha riferito sulle modalità operative del Comitato Etico per
la pratica clinica esistente
presso la AUSL di Vicenza.
Il Prof. F. Galluppi, dopo un
approfondito dibattito ha
tratto le conclusioni della tavola rotonda, affidando poi
al Prof. F.M. Boscia il saluto
finale e il ringraziamento a
quanti hanno partecipato al
convegno.
Giova riflettere, a fronte dell’attenzione mostrata
dai vari mass media della
regione,sulla poca sensibilità
mostrata dalle istituzioni del
territorio nei riguardi di temi
tanto importanti per i cittadini, illustrati da competenti
relatori, convenuti da sedi
lontane, in estrema disponibilità, i quali hanno offerto il
contributo del loro sapere e
della loro esperienza.
In un clima di disinteresse
dei responsabili della cosa
pubblica, e quel che è peggio, di alcune aggregazioni
laicali cattoliche che operano nel settore, verso problematiche afferenti il rispetto
della dignità dei cittadini, il
nostro territorio dovrà forse attendere ancora molto
per un servizio alla persona
all’altezza di tempi e delle relative acquisizioni in campo
etico.
L’«aspirazione ad una vita
felice con e per gli altri in
istituzioni giuste» del filosofo P. Ricoeur rischia di continuare ad essere vissuta come
illusorio auspicio.
E’ necessario prenderne
coscienza, per decidersi ad
esercitare una vera “cittadinanza attiva”.
Pietro Lacorte
La sfida
educativa:
famiglia e
scuola
D
i grande attualità,
questo
argomento
ha molto interessato noi
dell’Ufficio Scuola Diocesano e, quale rappresentante,
ho partecipato all’incontro
promosso dal Rotary International il 16 ottobre
ultimo scorso, presso l’Auditorium della Biblioteca
Comunale di Ostuni.
Relatori sono stati: Paola Bignardi, direttrice della rivista Scuola Italiana
Moderna, già Presidente
Nazionale dell’Azione Cattolica, e Silvano Marseglia
Dirigente scolastico. Di
grande rilievo, a conclusione, l’intervento del nostro
Arcivescovo mons. Rocco
Talucci.
Paola Bignardi ha esordito affermando che la
Famiglia è il primo e più
naturale luogo in cui avviene l’educazione anche se constatiamo come
l’educazione familiare stia
attraversando un momento difficile. «Il modo di vivere il rapporto di coppia,
la solitudine nelle prove e
nelle difficoltà, il mutare
stesso dell’idea di famiglia
e dell’atteggiamento di
fronte alla generazione, i
cambiamenti sociali in atto
sono alcuni motivi che determinano probabilmente
la fatica e l’incertezza di un
valido rapporto educativo».
Di qui i genitori si pongono
degli interrogativi: abbiamo dato ai nostri figli le regole necessarie per vivere?
Abbiamo offerto loro una
proposta di vita significativa? Li abbiamo aiutati a
valutare criticamente l’ambiente circostante?
Paola Bignardi ha risposto affermando che «non si
uscirà dall’attuale situazione di crisi se non attraverso l’impegno da parte degli
adulti a prendere in mano
la loro vita, a recuperare il
senso stesso dell’educare
inteso come sostegno ed
accompagnamento forte
e autorevole». Ciò chiede
naturalmente impegno e
fatica ma porta anche a vivere «una avventura umana appassionante, in cui si
sperimenta la bellezza di
crescere da adulti insieme
ai propri figli. In famiglia,
infatti, si educa attraver-
so l’affetto, la fiducia, la
cura, il calore, espressi
nella forma paterna e materna», perché la famiglia
trasmette valori importanti
attraverso lo stile della vita
familiare ancora prima che
attraverso le parole, pur
necessarie in un dialogo
educativo.
Infatti, «la conversazione
che si fa a tavola, il modo
con cui si racconta ciò che
è accaduto durante la giornata, le valutazioni che si
danno di situazioni e persone», orientano verso un
modo di vivere che pone
sé, gli altri e Dio al centro
o ai margini dell’esistenza
umana.
Se la famiglia è il primo
luogo in cui avviene l’educazione, la Scuola è chiamata a collaborare in questo processo educativo, per
formare personalità mature, responsabili, capaci di
compiere scelte autonome
e di esprimere giudici critici. In questo itinerario la
Scuola e la Famiglia devono necessariamente collaborare. Tutta la vita della
scuola deve concorrere invece a dare senso alla vita
dei giovani spesso priva di
motivazioni interiori. Gli
adolescenti trascorrono più
della metà del loro tempo
di crescita nella scuola, ed
è perciò indispensabile che
famiglia e scuola si aiutaino reciprocamente nel sostenere questo cammino
faticoso e bello della loro
crescita.
E la Chiesa? L’Arcivescovo Rocco Talucci intervenendo ha sottolineato la
fondamentale importanza
dell’impegno
educativo
della comunità ecclesiale.
E’ necessario che la Chiesa
si ponga accanto alle famiglie, per offrire loro occasioni di incontro, di approfondimenti dei problemi e
di aiuto reciproco. Paola
Bignardi ha evidenziato che
non si può educare oggi se
non insieme ad altri, creando reti di sostegno e di
reciproco aiuto. Occorre
che tutti coloro che hanno
una responsabilità educativa, inizino a “costruire dei
ponti” verso chi ha a cuore
la crescita serena, globale,
ricca di futuro e di speranza dei nostri giovani. La comunità cristiana potrebbe
quindi promuovere questo
movimento di vita familiare e sociale, per il bene di
tutti.
Cosimina Tarantino
Dossier
12
15 dicembre 2009
15 dicembre 2009
Dossier
13
Mirna, una vicenda che fa riflettere sul dono della vita
una lettura Oltre le notizie, Mirna ci dice molto di più
Il fatto Le tappe di un’avventura complessa
Creare una “società che cura”
M
Come si può mutare decisione
L
’opinione pubblica locale, nei giorni
passati, è stata costretta a riflettere su
temi serissimi. La vicenda di Mirna, la
donna di 60 anni affetta da sclerosi laterale
amiotrofica, giunta all’ospedale “Perrino”
per una crisi respiratoria e nell’impossibilità
di tornare nella sua residenza in una casa di
cura senza prima essere sottoposta a tracheotomia; la questione di chi debba decidere, e
in base a quali criteri, per chi è impossibilitato dal corpo a fornire queste indicazioni sulla propria vita; la questione più generale di
cosa sia biotestamento e come vada affrontata, sono interrogativi diventati pane quotidiano: nessuno può dire di non sapere, di
non aver mostrato un minimo di attenzione
all’intera vicenda, oltre le frasi di circostanza relative alla condizione in cui riducono la
persona simili malattie.
I riflettori si accendono il 15 novembre. I
media informano che una malata di Sla rifiuta le cure e sarebbe «decisa a morire piuttosto che assistere, consapevole, al lento
spegnersi delle sue funzioni vitali». È stata
intubata, ma la sua è una condizione transitoria, perché «dovrà sottoporsi a una tracheotomia». Il medico legale nominato dalla famiglia dice che è lucida nella sua decisione,
ma «vorrebbe a conforto del suo parere la
consulenza di uno psichiatra».
Il 16 novembre i giornali informano che «la
malata di Sla è lucidissima e può decidere
le cure». Lo psichiatra, perito nominato dal
sostituto procuratore De Nozza, interessato
dai medici al caso, non ha avuto dubbi. «Se
la situazione clinica della donna è quella
che mi è stata riferita, nessuno può imporle
di sottoporsi ad una procedura terapeutica dichiara Emanuele Vinci, direttore sanitario
I medici cattolici:
Insieme al malato
con scienza e
coscienza
M
ai come in questi tempi di
grandi trasformazioni al medico compete raccontare la medicina, la sua complessità tecnologica,
le sue straordinarie potenzialità di
curare ma anche i suoi limiti e i
conflitti etici che
accende per fugare ogni volontà di potenza.
Il medico non
può curare ad
ogni costo, né
può essere accondiscendente
alla rassegnazione del malato. Nel rispetto
della persona e delle sue scelte è
chiamato a personalizzare e umanizzare le cure sino a riconoscere
anche il diritto di morire, ma «in
tutta serenità e dignità umana e cristiana».
Il caso di Mirna non è solo una
vicenda personale che ha commosso l’opinione pubblica ma è
una chiara testimonianza della
estrema problematicità che accompagna il fine vita tra la deriva
eutanasica e quella dell’accanimento terapeutico.
Mirna, una donna come tante,
con la sua storia. In questa parte
della sua vita la malattia, inesorabile, progressiva, che toglie il re-
della Asl di Brindisi -. Lo stabilisce l’art. 32
della Costituzione che sancisce il diritto del
cittadino ad esprimere il proprio consenso o
dissenso a qualsiasi procedura diagnostica e
terapeutica».
Ed inevitabilmente, il titolo dei giornali è:
«Brindisi, la donna malata di Sla: “Voglio
morire”». Riferiscono che «battendo le palpebre in corrispondenza delle singole lettere dell’alfabeto che il marito le mostrava ha
espresso la sua terribile decisione, la stessa
che poi, raccolta su un foglio, il procuratore
della Repubblica mostra, visibilmente commosso in conferenza stampa. «Non sarà
condannata a vivere», scrivono i giornali e:
«”Vuole sottoporsi a tracheotomia?”, ha chiesto lo psichiatra alla donna ricoverata l’8 novembre scorso, nell’Unità di Rianimazione
dell’ospedale Perrino a seguito di una crisi
respiratoria alla presenza del marito e dei figli - raccontano -. Lei ha abbassato le palpebre due volte: ha detto no».
Ed intanto, il tribunale civile di Brindisi nomina il giudice tutelare incaricato di seguire
la vicenda. Dopo la visita – prevede la legge
– il giudice tutelare può procedere alla nomina di un amministratore di sostegno che
dovrà esprimere la volontà della donna, la
quale è solo in grado di battere le palpebre
per comunicare con i propri famigliari e con
il personale medico e paramedico.
In quelle ore, però, siamo tra il 17 ed il 18
novembre, la svolta: «“Sì, curatemi”, la malata di Sla non vuole più morire», titolano i
giornali e riferiscono come in quelle ore Sara
Foderaro, «il giudice tutelare incaricato dal
Tribunale di Brindisi di nominare l’amministratore di sostegno che avrebbe avuto il
compito di apporre la firma in calce al foglio
spiro. Il rifiuto della tracheotomia
e la disperazione prima, e la scelta
dell’intervento dopo. Ci sentiamo
scossi, medici e non, quando ci
proiettiamo sul limite sottile che
separa la vita dalla morte. Con
quanta cautela, rispetto e attenzione si dovrebbe, pertanto, pensare a una “legge sul fine vita”
quando sul confine tutto cambia
e ci diciamo invece quanto possa
essere vitale, al pari dell’ossigeno,
della tracheotomia, del respiratore, imparare ad amare, da medici,
da madri, da
padri, da figli, lavoratori,
sofferenti, per
poter accompagnare e farci
accompagnare
da
quell’Abbraccio vitale
che non teme
la morte o che
non lascia alla
morte l’ultima parola.
Nel rispetto dell’articolo 32 della
Carta Costituzionale e degli articoli 16, 17 e 38 del Codice di Deontologia Medica si auspica che si riconosca al medico non il ruolo di
semplice esecutore della volontà
del paziente o del tutore ma la responsabilità sua propria di operare, insieme al malato e ai suoi familiari, con “scienza e coscienza”,
rispettoso del suo limite di fronte
al mistero della vita umana minacciata più che dalla morte dalla
infelicità per il “senso di vuoto”, il
“vuoto di senso” e la mancanza di
amore.
Arcangela Donno
di rinuncia all’operazione», fosse «andata a
trovare la donna nella stanza di rianimazione del “Perrino” di Brindisi e ne è uscita nel
primo pomeriggio con la notizia che Mirna
ha cambiato idea. La donna ha deciso di sottoporsi all’intervento di tracheotomia che le
eviterà di contrarre le infezioni derivanti dalla ventilazione artificiale cui è sottoposta».
Le famiglie dei malati di Sla in Provincia,
intanto - ventidue - lamentano l’abbandono
da parte del pubblico e a stretto giro di stampa, l’assessore regionale ai Servizi sociali,
Elena Gentile, risponde di aver «provveduto
già a liquidare alle Asl pugliesi tutte le somme riconosciute sulla base delle domande
acquisite e istruite dalle Asl stesse». «Per la
Asl Brindisi - specifica - sono stati richiesti
euro 102.000,00 per 17 pazienti affetti da Sla
e in gravi condizioni di non autosufficienza».
Non va sottovalutato l’apporto dato al positivo evolvere della situazione da uno da
strumento elettronico: un comunicatore
a scansione oculare, che ha permesso alla
donna di dialogare con i medici e con giudice circa l’intervento. Non è lo strumento in
sè, che pure è stato importante a determinare la svolta, ma ciò che ha rappresentato: la
capacità per Mirna di esprimersi in maniera
compiuta, più autonoma, più articolata. Di
riconquistare, in una parola, un centro di attenzione che lei stessa forse aveva pensato di
aver perduto, a causa di un corpo che non rispendeva alle volontà della mente.
E nei giorni successivi Mirna è stata sottoposta a tracheotomia: ora va affrontato il decorso post operatorio.
Nella foto in alto ospiti della mensa Caritas. Nella foto qui sopra la presentazione del IX Rapporto Caritas-Zancan
irna è ammalata di s.l.a. (sclerosi laterale amiotrofica) da quindici anni. Questa malattia l’ha portata
progressivamente alla paralisi, sicchè da qualche
tempo Mirna è ospite di una casa di cura di Mesagne. Di recente, le sue condizioni si sono aggravate ed è stata ricoverata nell’Ospedale “Perrino” di Brindisi. Qui, i medici hanno ritenuto che, per salvarle la vita, fosse necessario un intervento
di tracheotomia, poiché, diversamente, Mirna non avrebbe
potuto più respirare. A questo atto medico vi è stata opposizione. Ma, successivamente, Mirna, messa in condizione
di esprimere la sua volontà mediante un comunicatore a comando oculare (uno strumento di alta tecnologia, che è in
grado di analizzare, attraverso un telecamera digitale, i movimenti dell’occhio) ha dato il suo consenso all’intervento di
tracheotomia ed alla applicazione di una p.e.g. (gastrostomia
endoscopica percutanea ) che le permette di alimentarsi.
Così, Mirna ha detto di sì alla vita. E lo ha detto in uno stato
che viene definito “vegetativo persistente”, uno stato psicofisico, cioè, che, secondo molti (purtroppo), giustifica l’eutanasia, vale a dire l’uccisione diretta e volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza, il quale abbia
chiesto (quando era ancora capace di intendere e di volere e,
magari, anche in piena salute ) o (quando non è più capace
di esprimersi) si presuma che chiederebbe di morire.
Il gesto di Mirna induce ad alcune riflessioni sul valore della vita e sul pressappochismo con il quale, a volte, si ritiene
di interpretare la volontà del malato.
Mirna ha impartito, anzitutto, una lezione di altissimo livello etico sulla dignità della vita umana, affermando, in buona
sostanza, che il diritto alla vita, peraltro costituzionalmente protetto (art. 2 della Costituzione Italiana, ma anche art.
2 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti
dell’uomo, ratificata in Italia con Legge n. 848/ 1995), resta
un diritto personalissimo ed indisponibile anche quando
l’esistenza è trafitta dai chiodi della sofferenza più degradante.
Non solo. Nella sua semplicità, questa donna -impotente di
fronte ad una malattia che progressivamente le divora ogni
celebrazioni Il Papa sulla prossima Giornata del Malato
dentro la notizia Nostra intervista al Vicario generale
Con slancio accanto a chi soffre
I
Mons. Satriano: «E’ necessario
ridare valore all’etica»
L
a vita, vissuta in qualsiasi circostanza e a qualunque condizione,
rimane pur sempre il bene più grande dell’uomo. Oggi, tra polemiche e accesi dibattiti, l’opinione pubblica è divisa tra il voler
interrompere l’esistenza di una persona di fronte ad uno stato di nonvita, come spesso viene definito in tutti quei casi in cui sono la malattia e il dolore a farla da padroni, e la scelta, invece di conservare quel
dono inestimabile, dandogli quel senso che gli appartiene, nonostante
tutto. Tante le storie, diversi i drammi vissuti da numerose famiglie che
ogni giorno si ritrovano a dover affrontare questa realtà. Come la storia di Mirna, la donna di San Giorgio Jonico affetta da SLA (sclerosi laterale amiotrofica) da circa 15 anni, ricoverata all’ospedale Perrino di
Brindisi dove è stata sottoposta, dopo la decisione iniziale di voler morire, ad un intervento di tracheotomia che le consente di continuare a
vivere artificialmente. Una vicenda di grande sofferenza ma anche di
grande coraggio e che inevitabilmente conduce a riflettere sul senso e
sull’importanza della vita, seppur nel dolore. Ne abbiamo parlato con
don Giuseppe Satriano, Vicario generale, che ha compiuto un percorso di studio presso la facoltà di bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina
Apostolorum.
Desiderio di morte e improvvisamente desiderio di vita: la storia
di Mirna, come tante altre che esistono in Italia, rappresenta una
grande testimonianza di vita, vissuta, comunque, proprio per il valore che caratterizza qualsiasi esistenza, seppur nel dolore. Qual è
il messaggio che dovremmo cogliere da chi vive questa realtà?
«Proprio nel giorno dell’Immacolata Concezione di Maria, il Santo Padre ha affermato che “ogni storia umana è una storia sacra, e richiede
il più grande rispetto”.
Dinanzi al dolore e alla sofferenza di un essere umano l’atteggiamento
credo sia quello della compassione, non intesa nell’accezione pietistica, quanto nella capacità di porsi accanto e condividere con rispetto
quanto viene vissuto. Accanimento terapeutico e mediatico non sono
rispettosi della persona. Viviamo in una cultura che pur affermando la
positività del vivere è una cultura di morte. Edonismo, individualismo
esasperato, negazione e rifiuto della morte sono realtà che connotano
un percorso che rifiuta di considerare come la sofferenza, il dolore e
la morte sono ingredienti che appartengono al vivere e la connotano
nella sua interezza.
Non dimentichiamo che la morte ha sempre occupato un posto centrale nella riflessione che l’Umanità ha progressivamente sviluppato
allo scopo di comprendere meglio sé stessa ed il proprio posizionamento sulla scena del mondo».
“Ogni vita”, scrivono i vescovi nel messaggio per la XXXII Giornata
per la Vita (7 febbraio 2010), “è degna di essere vissuta anche in
situazioni di grande povertà”, e in molti casi anche in una condizione di estrema sofferenza e disperazione. Quanto, invece, oggi
si rischia di perdere il senso della vita di fronte ad una realtà così
drammatica, che per molti è difficile da accettare?
«Certamente il dolore e la sofferenza costituiscono elementi di grande
povertà nell’esperienza esistenziale di ciascuno. Sfogliando il libro di
Giobbe cogliamo con chiarezza come l’entrare nella sofferenza corrisponda ad un autentico solcare una “terra straniera” dove diviene difficile ogni forma di comunicazione con l’esterno, con i propri cari, con
gli amici e tante sono le reazioni che si accumulano e si accavallano
nel cuore di colui che viene segnato e di quanti lo circondano. Guardare alla vita e al suo valore deve tradursi in una sana e reale capacità
di accompagnamento dell’ammalato o del morente. Se si vuole salvaguardare il rispetto della vita e la dignità del morire siamo chiamati a
ridefinire il contesto in cui avviene la cura del malato terminale chiamando in causa la medicina che se ne occupa, e la società che di quella cura si fa carico. C’è bisogno di un “approccio olistico”, che si faccia
carico di tutta la persona e non solo della malattia, vivendo un “prendersi cura che non ha fine” anche quando la cura della malattia sembra una partita persa».
facoltà, ma vera- ha ricordato a tutti che c’è una gerarchia
naturale ed insuperabile di diritti da rispettare quando, nel
conflitto tra il diritto di libertà e di autodeterminazione della
persona (garantito dall’art. 13 della Costituzione Italiana) e il
diritto alla vita, ha privilegiato quest’ultimo, riconoscendogli
una indiscutibile superiorità e prevalenza.
Infine, le lodevoli modalità seguite dai medici per consentire a Mirna di esprimere la sua volontà sul trattamento sanitario propostole dimostrano inequivocabilmente che spesso
i malati in “ stato vegetativo persistente” sono perfettamente
coscienti e che gli strumenti tecnologici che la scienza oggi
offre consentono di acquisirne in modo chiaro la determinazione, evitando,così, di ricorrere a pericolose quanto deboli
ed incerte presunzioni.
Ora, Mirna ha bisogno solo di affetto e di cure che ne migliorino quanto più è possibile la qualità della vita.
In fondo, la sua scelta di vivere è un appello forte e chiaro,
una domanda di aiuto rivolta non solo a chi le sta già vicino
e la ama, ma anche alla comunità della quale essa è parte, le
cui Istituzioni civili devono farsi carico di sostenere la famiglia con una assistenza domiciliare integrata e di realizzare,
ove manchino, dignitose e attrezzate strutture di accoglienza
permanente, oltrechè alla politica, che deve progettare e costruire una “società che cura”, in cui vi sia una disponibilità
diffusa a prendersi carico delle fragilità dell’esistenza, dalla
nascita alla morte.
Lorenzo Maggi
Qual è la posizione della Chiesa in merito all’accanimento terapeutico, al centro del dibattito in questi ultimi tempi?
«La posizione della Chiesa, rispettosa della centralità della persona,
è di netta chiarezza riguardo all’accanimento terapeutico e lo troviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n°2278: “L’interruzione di
procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la
rinuncia all’«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la
morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere
prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti,
da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. “
Il paziente può rinunciare all’accanimento terapeutico, che va distinto dall’eutanasia passiva, la quale al contrario non è mai ammessa. In
questa linea è anche lecito l’uso di analgesici e sedativi per il controllo
del dolore anche se ciò dovesse comportare − come effetto secondario
e non desiderato − l’accorciamento della vita del paziente. Le cure, che
d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata, invece non possono essere legittimamente interrotte, anche se la morte è imminente;
per questa ragione se la morte dovesse, ad esempio, conseguire alla
sospensione di idratazione e nutrizione si configurerebbe un’eutanasia per omissione.
La persona è un bene inestimabile e non possiamo sempre invocare
il diritto per salvarla e tutelarla. Ribadisco perciò che il processo del
morire, appartiene ancora al vivere, ed al vivere insieme, l’accompagnamento dell’ammalato permane la strada privilegiata. In tal senso
è importante ridare vigore all’etica, riscoprendo una capacità fondamentale di ogni uomo, che è al tempo stesso fondativa dell’esistere: il
rispetto e il valore dell’altro da me».
Daniela Negro
l 3 dicembre è stato reso pubblico il Messaggio del Papa in occasione della celebrazione della XVIII Giornata Mondiale
del Malato, in programma l’11 febbraio 2010,
memoria della Beata Maria Vergine di Lourdes.
Nel ricordare che quest’anno coincide con
il XXV anniversario dell’istituzione del Pontificio Consiglio della Pastorale Sanitaria, il
Santo Padre scrive: «La felice coincidenza con il 25°
anniversario dell’istituzione del Pontificio Consiglio
per gli Operatori Sanitari costituisce un motivo
ulteriore per ringraziare
Dio del cammino sinora
percorso nel settore della pastorale della salute.
Auspico di cuore che tale
ricorrenza sia occasione
per un più generoso slancio apostolico al servizio
dei malati e di quanti se ne
prendono cura».
«Nel mistero della sua passione, morte e risurrezione, l’umana sofferenza attinge senso
e pienezza di luce»- scrive Papa Benedetto
XVI - «Il Signore Gesù nell’Ultima Cena, prima di ritornare al Padre, si è chinato a lavare
i piedi agli Apostoli, anticipando il supremo
atto di amore della Croce. Con tale gesto ha
invitato i suoi discepoli ad entrare nella sua
medesima logica dell’amore che si dona specialmente ai più piccoli e ai bisognosi (cfr
Gv 13,12-17). Seguendo il suo esempio, ogni
cristiano è chiamato a rivivere, in contesti
diversi e sempre nuovi, la parabola del buon
Samaritano».
«A conclusione della parabola, Gesù ci
esorta a chinarci sulle ferite del corpo e dello
spirito di tanti nostri fratelli e sorelle che in-
contriamo sulle strade del mondo; ci aiuta a
comprendere che, con la grazia di Dio accolta e vissuta nella vita di ogni giorno, l’esperienza della malattia e della sofferenza può
diventare scuola di speranza». «Nell’attuale
momento storico-culturale» - continua il
Papa - «si avverte anche più l’esigenza di una
presenza ecclesiale attenta e capillare accanto ai malati, come pure di una presenza nella
società capace di trasmettere in maniera efficace i
valori evangelici a tutela
della vita umana in tutte le
fasi, dal suo concepimento
alla sua fine naturale».
«Ringrazio di cuore le
persone che, ogni giorno»
- ha detto infine il Papa «svolgono il servizio verso
i malati e i sofferenti», facendo in modo che «l’apostolato della misericordia
di Dio, a cui attendono, risponda sempre meglio alle
nuove esigenze».
«In quest’Anno Sacerdotale, il mio pensiero
si dirige particolarmente a voi, cari sacerdoti, ‘ministri degli infermi’, segno e strumento
della compassione di Cristo, che deve giungere ad ogni uomo segnato dalla sofferenza.
Vi invito, cari presbiteri, a non risparmiarvi
nel dare loro cura e conforto. Il tempo trascorso accanto a chi è nella prova si rivela fecondo di grazia per tutte le altre dimensioni
della pastorale».
«Mi rivolgo infine a voi, cari malati, e vi
domando di pregare e di offrire le vostre
sofferenze per i sacerdoti, perché possano
mantenersi fedeli alla loro vocazione e il loro
ministero sia ricco di frutti spirituali, a beneficio di tutta la Chiesa».
AU G U R I D I
BU O N NATAL E
S E D I O AB I TA L’ I N T E R I O R I TA’ D I C O P P I A
A
C
arissime famiglie,
la festa del Natale che si avvicina allieta le nostre case e il mondo intero: l’Onnipotente che nessun luogo avrebbe potuto
contenere si è fatto Uomo con un impensato gesto di amore, ridonandoci la luce della
creazione: “sia la luce” (Gn 1,1) “nella pienezza del tempo” (Gal 4,4).
Oggi, come i pastori, avvolti di luce (cf. Lc
2,9), con il cuore colmo di gratitudine, vorremmo condividere con voi, il Natale, festa
della Luce, che porta con se gioia e realizza
il sogno di Dio: “pace in terra agli uomini che
egli ama” (Lc 2,14).
Il Natale infatti non è una festa come le
altre, riesce a coinvolgere l’animo di ogni
uomo e di ogni donna e a renderlo più buono, trasalendo di esultanza indicibile all’annuncio dell’angelo: “Ecco vi annunzio una
grande gioia, che sarà di tutta la vostra famiglia. Oggi vi è nato … un salvatore, che è il Cristo Signore” (cf. Lc 2,10-11).
Perciò il compito delle famiglie cristiane
non è quello della lagnanza, ma della testimonianza di una vita intrisa di doni che
superano la materia. Il Card. Angelo Bagnasco nel suo messaggio di Natale , infatti, afferma: «Sarà un Natale più ristretto, come
è noto a tutti, ma proprio per questo … mi
auguro, che sia un Natale più ricco di bontà,
perché più attento a chi, vicino a noi, ha più
bisogno di noi, di un intervento, di una parola, di un gesto di attenzione, di amore, di
comprensione, di presenza, e che tutto questo possa tradursi in un Natale più bello in
modo particolare per le famiglie, i bambini,
i malati, coloro che, specialmente in questi giorni di festività, purtroppo sentiranno
maggiormente il peso della solitudine e anche di ristrettezze economiche aggiunte».
Perciò, come famiglie credenti, “senza indugio” (Lc 2, 16) abbiamo il compito di innervare questi valori nella società e nella
famiglia, perchè ogni famiglia è in grado di
esprimere un tratto della ricchezza dell’amore di Dio ed ha il potenziale di rendere presenti questi doni.
Nelle nostre famiglie, infatti, la nascita
di un figlio è un’esperienza forte per ogni
mamma e papà: per chi attende con speranza un bambino, per chi è ormai anziano e risente in cuore la tenerezza della vita offerta
ai propri figli, per ogni figlio che ringrazia i
genitori per il dono dell’esistenza.
Ma anche a chi non ha più i propri cari o
vive situazioni di famiglia difficili, a chi vive
solo, non ha famiglia o ce l’ha nel proprio
Paese …a tutti è annunciata la gioia.
Come i pastori, usciamo dalle tenebre
dell’egoismo che ci tengono prigionieri, dalle comodità dei nostri recinti, dalle sicurezze dei nostri affetti e “senza indugio” (Lc 2,
16) corriamo verso la Luce che ci ha avvolti
perché insieme abbiamo un Figlio da festeggiare, un Bambino da accogliere e da amare,
un dono prezioso da scoprire nel profondo
del cuore. Gesù, il Figlio di Dio, il Figlio di
Maria, nostro fratello appartiene a tutte le
nostre famiglie.
L’augurio a tutti e a ciascuno è che, come
scrisse don Tonino Bello “i pastori vi diano il
senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico
modo per morire ricchi”.
Anna Maria, Arturo
e don Massimo
lle coppie di sposi che hanno avuto
la sensibilità di accogliere l’invito,
don Lorenzo Elia, delegato vescovile
per la Pastorale della famiglia nella Diocesi
di Oria, ha donato, con gioiosa delicatezza
e luminosa profondità, un momento di preghiera in occasione dell’Avvento.
L’annunciazione, brano tratto dal vangelo di Luca, è stata oggetto della riflessione
dell’incontro, promosso dalla Commissione
Famiglia della nostra Diocesi e svoltosi presso l’auditorium della scuola elementare don
Lorenzo Milani, in S. Vito dei Normanni il 6
dicembre 2009. L’analisi del testo mirata a
riscoprire gli elementi fondamentali del brano ed a metterne in luce numerosi altri che
il lettore comune, privo di preparazione non
coglie, ha messo in evidenza come Dio, pur
scegliendo luoghi e persone sconosciuti e
agli occhi del mondo privi di importanza, ha
«coniugato l’ordinario della nostra vita con
lo straordinario dell’annuncio di Dio». L’incipit del brano: “Al sesto mese…”, che ci rimanda al sesto giorno della creazione in cui
Dio creò l’uomo, manifesta la volontà di dare
all’uomo un’altra possibilità nella sua grande bontà. E la condizione di verginità che
nel mondo antico era privo di valore, viene
da Dio resa preziosa, poiché una situazione di momentaneo vuoto da colmare, viene
trasformata per Maria, l’Arca dell’alleanza, in
un momento di attesa nella fede, nella speranza, quindi, delle cose che non si vedono.
Dio si “contamina” con l’uomo donando a
Maria una verginità feconda, gratuita, sorridente, affettuosa.
“Rallegrati”, il saluto che l’arcangelo Gabriele rivolge a Maria, entrando nel suo cuore, è
un invito alla gioia, la stessa gioia donata agli
sposi: essi si uniscono per rallegrarsi, completando l’uno la vita dell’altro. E Dio, pieno
L
di grazia e di gloria dona questa sua ricchezza a Maria colmando di grazia ogni sua vuotezza e consegnando a Lei per sempre, ed
anche a noi, la sua compagnia. Dio, attraverso l’angelo (“Non temere…”), rassicura Maria che, pur restando turbata, non dubita, si
chiede solo “come” avverrà ciò che le è stato
annunciato.
Maria viene invasa da Dio che fa riposare
la sua presenza in Lei diventando carne: è
la tenerezza di Dio, che l’uomo cerca nella
propria umanità e che abita in tutti. Quando
l’angelo dice “Lo Spirito santo scenderà su di
Te… la potenza dell’Altissimo Ti coprirà con
la sua ombra”, Dio si consegna a Maria (quindi, a noi) e Lei dona a Lui la sua stessa libertà
consegnandosi come serva. Si compie così
l’inizio della salvezza ed il termine delle promessa: noi siamo in Maria. Dobbiamo vivere
l’aspetto ordinario e straordinario del matrimonio, conservando la verginità del cuore
cercando ogni giorno di scoprire e riscoprire
l’altro senza pregiudizi vedendo in lui o lei il
completamento della propria vita.
Nulla è impossibile a Dio, e noi, uomini,
solo se ci vestiamo della sua umiltà potremo
diventare grandi come Lui ci vuole e Maria
è l’esempio cui quotidianamente possiamo
e dobbiamo attingere. La riflessione di don
Lorenzo ha avuto delle risonanze che egli
ha opportunamente approfondito e riversato nella nostra vita di famiglia aiutandoci a
leggere sempre più il nostro amore alla luce
della Parola di Dio, giacché Lui abita la nostra interiorità di coppia.
La serata si è conclusa con un momento
di condivisione nei locali della parrocchia
S. Rita: famiglie provenienti da diversi città
della diocesi che si sono ritrovate per vivere
insieme la gioia dell’attesa, come Maria.
Maria Pennella
D
e perciò possono essere condivisi. Queste
sofferenza comune ci porta a pregare per i
nostri figli e sperare, perché la vera speranza, quella che salva è un dono della fede,
che ci viene fatto da Dio, attraverso il suo
unico Figlio Gesù. Con questo spirito anche
quest’anno con l’Associazione vittime della
strada, ci siamo ritrovati per la celebrazione
della S. Messa in suffragio dei nostri figli. Per
noi importante è stata anche la presenza di
Padre Arcivescovo che ancora una volta non
ci ha lasciati da soli con il nostro dolore, ma
continua a guidarci e a sostenerci con la sua
parola, rafforzando nei nostri cuori la fede,
la speranza e l’amore».
Infatti, Padre Arcivescovo ha accarezzato i
cuori afflitti dei presenti con parole forti e
tenere allo stesso tempo, lasciando messaggi di speranza. La presenza di Dio si avverte
nel dare speranza a chi perde un figlio e si
sente solo e disperato. E’ proprio in questi
momenti che l’uomo si domanda: “Dove
era Dio?”, non comprendendo che Dio non è
laddove c’è il male, non è la causa del male,
non vuole il male. Egli è presente nel Bene
ed interviene per il Bene, misericordioso e
consolatore della sofferenza dei genitori, i
quali devono pensare “Dio non mi ha abbandonato, Dio abita in mio figlio”. Perciò,
pur nel dolore cresce la speranza e si rafforza l’amore che ognuno di noi ha verso la
persona cara che ha perduto che è un amore che sopravvive alla morte, perché amare
vuol dire “Tu non morirai!”.
omenica 15 novembre 2009, riprendendo il cammino dell’anno passato,
si è svolto il 1° incontro di formazione sulla
Bioetica, animato da don Giuseppe Satriano,
sul tema: “La fine della vita e la dignità del
vivere e del morire.”
Come sempre l’interessante tema che ha
sottolineato due aspetti quali l’eutanasia
e l’accanimento terapeutico, già dall’anno
scorso, ha portato ad una ricca partecipazione la maggior parte dei presenti: coppie
accompagnatrici dei percorsi in preparazione al matrimonio e responsabili dei gruppi
famiglia di tutta la nostra Diocesi.
In questo primo incontro è stata presentata la visione del film Million Dollar Baby che
ci ha fatto comprendere come la sofferenza,
quando ci visita, chiede di essere accolta, ci
sradica dalla nostra realtà e dalle relazioni
che ci coinvolgono. Il film si presta a molte
interpretazioni, ma non è un inno all’eutanasia e offre interessanti spunti di riflessione. Million Dollar Baby, in prima istanza,
presenta l’eutanasia come una scelta umanamente possibile. Forse anche come un
atto di amore. Un atto però sicuramente
portatore di infelicità. La felicità è ciò per cui
la pugile Meggie ha lavorato sodo per tanti
anni per raggiungere il suo sogno di vincere
il titolo mondiale. Ma quale felicità? Poiché
molti sono i problemi che ostacolano il cammino verso la felicità.
E per i protagonisti di Million Dollar Baby, i
problemi (situazioni) della vita sono oggettivamente grossi. Ma il problema vero, sembra
dire il finale del film, non sono le difficoltà in
sé stesse, ma il modo con cui si affrontano.
Il problema, sembra suggerire il film, non
sono “i problemi”, cioè la disabilità nel caso
di Meggie. Infatti, subito dopo l’incidente,
Frank continua a frequentare la palestra e
cura amorevolmente Meggie. Dopo l’eutansia, però Frank non mette più piede in palestra e lo si intravede solo dietro il vetro di un
bar nella foresta, davanti a una fetta di torta
al limone di cui Meggie era ghiotta.
Ma il luogo della felicità, il dolce rifugio
in cui aveva agognato di ritirarsi con Meggie è ora un luogo desolato, in cui Frankie è
un’ombra solitaria avvolta dalle nebbie della
morte.
Con questa conclusione, il film suggerisce
che chi fa il bene è lieto anche nelle difficoltà. Perché ciò che condanna l’uomo, ciò che
gli rovina la vita, è l’accettazione del male e
il conseguente convivere con i sensi di colpa,
non l’affrontarlo.
La cultura del benessere brucia i bisogni
marginali molto più in fretta di quanto provveda a soddisfarli, negandoci nello stesso
tempo, ogni giorno di più, la soddisfazione
dei bisogni reali e veri, elementari, indispensabili, come l’aria da respirare, l’acqua da
bere, un cibo sano e genuino.
L’eutanasia è uno dei temi di bioetica che ci
verranno proposti in maniera specifica negli
incontri che seguiranno, ci ha detto don Giuseppe Satriano.
Nel dibattito subito dopo il film tanti sono
intervenuti proprio sull’eutanasia, ma l’emotività non può far propendere per una scelta
– il dare la morte -, spesso spacciato come
l’unico gesto d’amore possibile. In realtà è
solo la scelta più immediata, la più spiccia,
che ignora il problema, il male.
Mirella e Nicola Distante
Teresa e Gennaro Romano
Un ricordo particolare
a Pastorale Familiare, solidale con
ogni famiglia, attenta ad ogni situazione, con spirito di carità e speranza
viva cerca “nel Dio di ogni consolazione, la
consolazione con cui consolare quelli che
si trovano in qualsiasi genere di afflizione
con la consolazione con cui noi stessi siamo
consolati da Dio” (cfr. 2Cor 1,3-5).
Ogni anno sulle strade italiane si contano migliaia di morti in incidenti stradali,
spesso causati da altri. Molte di queste vittime sono giovani o giovanissimi. Inoltre, ci
sono tanti altri giovani che perdono la vita
per cause diverse. Per tutti questi giovani,
come diocesi abbiamo offerto una solenne
celebrazione eucaristica presieduta da S.E.
Mons. Rocco Talucci l’ultima domenica di
novembre nella Chiesa di San Benedetto
in Brindisi. Alla celebrazione hanno preso
parte numerose famiglie ascritte nei gruppi
Genitori in cammino e familiari delle vittime della strada, tra questi i componenti del
gruppo Genitori in Cammino della Parrocchia SS Resurrezione di Brindisi, da cui scaturisce la testimonianza di Dorina Laneve,
mamma di un giovane vittima della strada:
«Molteplici sono le riflessioni che scaturiscono dopo anni di esperienza all’interno
del gruppo dei Genitori in cammino, ma il
comune denominatore, il filo rosso che unisce noi genitori e che ci dà la forza di continuare a vivere, è la consapevolezza che tutti
i sentimenti che noi proviamo riguardo a
questo terribile dolore non sono di natura
individuale, ma appartengono a tutti coloro che si trovano nella stessa condizione
L’A M O R E
G I US T I F I C A L A V I TA
15 dicembre 2009
15
Opera Vocazioni Ecclesiastiche
IL CONVEGNONel giorno della Solennità di Cristo Re dell’Universo
Vocazioni, impegno di tutti
S
La neo presidente dell’O.V.E. con l’Arcivescovo
abato 21 novembre, nei Primi Vespri
della solennità di Cristo Re dell’Universo, presso il Seminario di Brindisi si
è celebrato il Convegno annuale diocesano
dell’Opera Vocazioni Ecclesiastiche (O.V.E.)
alla presenza del Padre Arcivescovo mons.
Rocco Talucci il quale ha guidato una riflessione biblico-spirituale (lectio) sull’evento
speciale ed unico della “lavanda dei piedi”
nell’Ultima Cena di Gesù, narrato da San
Giovanni.
L’icona biblica scelta per il Convegno è la
stessa che ha accompagnato il Sinodo diocesano – tuttora in corso - e che ha come motto
la splendida frase detta da Gesù al termine
di quel gesto tanto alto quanto significativo
della lavanda dei piedi: “Come ho fatto io”.
Al Convegno erano presenti i rappresentanti di quasi tutte le parrocchie della diocesi, delegati, responsabili e semplici apparte-
nenti all’O.V.E.
Ad accoglierli vi era la Comunità del Seminario: il Rettore don Alessandro Luperto, gli
educatori don Cosimo Zecca e don Claudio
Galizia ed i nove giovanissimi seminaristi.
La bella e semplice chiesa del Seminario
era gremita di persone desiderose di vivere
una ricca esperienza ecclesiale.
Quest’anno il consueto Convegno che in
autunno puntualmente inaugura l’Anno
Pastorale si inseriva nell’Anno Sacerdotale indetto dal Papa, perciò si arricchiva di
un significato del tutto speciale poiché l’
O.V.E. ha come carisma proprio quello di
“promuovere, custodire ed aiutare tutte le
vocazioni ecclesiastiche per divulgare la
retta conoscenza del sacerdozio cattolico”
(dallo Statuto). Inoltre quest’anno il raduno
diocesano ha offerto la opportunità a tutti i
membri dell’O.V.E. lì convenuti di salutare e
ringraziare la Presidente diocesana uscente
la sig.na Nicolina Melcore, laica consacrata
nell’Istituto delle “Missionarie del Sacerdozio Regale di Cristo”, ed offrire un benvenuto
fraterno a me come nuova presidente designata dall’Arcivescovo.
L’incontro è terminato in serata con la proiezione di un breve video, realizzato dalla
stessa Comunità del Seminario, nel quale è
presentato il progetto educativo-spirituale
che la diocesi intende offrire, attraverso l’impegno degli educatori preposti, ai giovani seminaristi.
In questo particolare anno di Grazia il Signore doni a tutti coloro che collaborano
all’Opera Vocazioni Ecclesiastiche, copiosi
frutti spirituali.
Anna Maria De Matteis
Presidente Diocesana O.V.E.
Il dono della preghiera
per le vocazioni
L’
Anno Sacerdotale che stiamo vivendo
costituisce senz’altro un’occasione privilegiata per riproporre, nelle parrocchie, l’attualità e la bellezza del servizio che i
membri dell’O.V.E. da sempre offrono a favore
delle vocazioni sacerdotali.
Appartenere all’O.V.E. non significa innanzitutto dover “fare” qualcosa, ma condividere una passione, una sensibilità e un
impegno di preghiera per le vocazioni. Tale
obiettivo che è tipico dell’O.V.E., su invito del
Papa quest’anno si estende a tutti i cristiani
e agli operatori pastorali delle nostre comunità, affinché non manchi mai nella Chiesa
la disponibilità a pregare e a lavorare, perché siano molte e generose le risposte alla
chiamata del Signore.
Si potrebbe dire che l’O.V.E. costituisce come
la famiglia allargata del Seminario, il gruppo silenzioso, ma operoso, di tanti fratelli e
sorelle che concretizzano il proprio amore
per la Chiesa vivendo una vicinanza carica di preghiera e di attenzione verso i seminaristi e il loro cammino formativo. Essi
si occupano, nel loro piccolo, di sostenere e
promuovere le attività vocazionali del Seminario facendosene portavoce, ma soprattutto di tenere desta, nella propria comunità,
attraverso semplici iniziative, la sensibilità
vocazionale.
Il convegno è stato un’occasione privilegiata
per attingere entusiasmo e per rafforzare le
motivazioni che animano il nostro essere e il
nostro operare nella Chiesa.
Il momento centrale è stato quello della lectio divina tenuta dall’Arcivescovo, sul brano
della lavanda dei piedi, icona biblica del
Sinodo Diocesano e punto di riferimento
fondamentale per cogliere il senso del Sacerdozio di Gesù e della Chiesa. Ogni anno
l’Arcivescovo tiene molto ad essere presente
al Convegno e questo oltre ad esprimere la
sua vicinanza e la sua attenzione, conferisce un grande senso di ecclesialità al nostro
convenire, in quanto è il pastore stesso della
diocesi ad offrire le linee guida per il percorso annuale.
Subito dopo la lectio, in un clima spirituale
davvero molto intenso, abbiamo salutato e
ringraziato la presidente uscente, Nicolina
Melcore, tornata nella propria diocesi di
Milano, e accolto la nuova presidente, Anna
Maria De Matteis, laica consacrata nell’Ordo Virginum, insegnante di Religione. L’affetto della famiglia dell’O.V.E. si è espresso
in modo semplice ed intenso, sia nei confronti di Nicolina e di Anna Maria, sia nei
confronti dei giovani seminaristi, che hanno
condiviso con gioia e gratitudine il convegno, vera e propria tappa formativa all’interno del loro cammino.
L’augurio è per tutti di vivere con gioia la
propria vocazione nella chiesa, per poter
essere testimoni credibili di quella gioia che
il Signore sa donare a chi lo segue senza riserve.
don Alessandro Luperto
Come ho fatto io
I
l convegno annuale dell’Opera Vocazioni Ecclesiastiche ha avuto come
momento centrale l’ascolto della Parola di Dio, attraverso la lectio divina guidata
dall’Arcivescovo. Il brano preso in questione è stato quello della “lavanda dei piedi”,
da cui è stato tratto anche il titolo del convegno stesso: “Come ho fatto io” (Gv 13, 15).
Tale scelta è stato davvero provvidenziale,
in quanto ci ha fatto riflettere sul significato
del sacerdozio nel contesto dell’anno sacerdotale, come il ministero di Cristo Servo che
dona la sua vita per amore, e anche perché
tale brano, icona biblica del Sinodo diocesano, ci ha permesso di sintonizzarci con
questo cammino così importante che tutta
la diocesi sta compiendo.
Il vescovo l’ha definito il «vangelo dell’Amore», nel quale appare un servizio umile da
parte di Gesù verso i suoi, mosso da tanto
affetto. E’ l’amore incondizionato che domina questa pagina di vangelo! E’ quell’amore
che Gesù dona ai suoi discepoli senza limiti,
arrivando anche fino all’atto estremo: la sua
morte in croce: “li amò sino alla fine”. E’ una
cena di amore che dà senso alla sua passione, cioè a quel grande dono che Egli di lì a
poco farà per salvare tutti gli uomini.
In questa cena si nota una presenza carica
d’amore di Gesù anche verso Giuda, nonostante questi viva un rifiuto verso di Lui.
Gli altri quasi non si accorgono di questa
“presenza del male”, perché traspare di più
l’amore di servizio di Gesù. Questo servizio
si fa visibile attraverso alcuni atteggiamenti: si alza, si cinge il grembiule e si dispone
a lavare i piedi. E’ un servizio umiliante,
un’azione mortificante quella che vediamo
nel Signore, ma che rende davvero liberi i
suoi. Gesù presenta così simbolicamente,
attraverso questi gesti, la sua morte a cui seguirà la sua resurrezione.
Successivamente il vescovo ha descritto i
diversi personaggi che sono messi in luce in
questo vangelo: Pietro e Giuda. Pietro, come
sempre, assume un comportamento diverso
dagli altri o diverso da come Gesù lo vuole;
infatti egli è contrario al fatto che Gesù, il
Signore gli lavi i piedi. Gesù però interviene, bloccandolo: “Non avrai parte con me”.
Qui il Signore fa notare che è quello l’unico
modo possibile per entrare nella gloria che
egli stesso vuole per i suoi. Grazie all’educazione attenta di Gesù, Pietro ha capito che il
suo Maestro stava per donare la vita, stava
per donare tutto se stesso e lui doveva imparare a lasciarsi amare.
Al termine si fa avanti un grande rammarico per Gesù, un angoscia che affligge il Suo
animo: “Ora siete puri, ma non tutti”; infatti
Gesù scorge quella “presenza del male” in
Giuda, che pur avendo ricevuto la lavanda,
non è puro; ha chiuso il suo cuore all’amore, all’accoglienza, e all’amicizia con Cristo.
E’ un grande esempio quello che il Signore ci lascia, che può essere seguito da noi:
“Come ho fatto io, così fate anche voi”. Noi
siamo chiamati ad assomigliare del tutto a
Lui, e come ci ricorda San Paolo: “Abbiate
gli stessi sentimenti …”. La nostra vita, solo
così, può diventare autentico servizio. L’ora
del servizio, del dono, dell’amore è ogni ora
che noi viviamo, ogni persona che noi incontriamo. In altre parole questo significa
essere chiamati alla santità.
Concludendo, il vescovo, ha sottolineato
che Gesù, il Figlio di Dio, conosce il cuore dell’uomo e questa conoscenza diviene
amore che bussa ai nostri cuori; un amore
che sa tutto, un amore che ha saputo leggere ogni cuore dei suoi discepoli e ha saputo
anche intravedere quale cuore l’avrebbe tradito: “Ve lo dico fin d’ora prima che accada,
perché quando sarà avvenuto, crediate che
Io Sono” (vv. 19). Ecco la grande rivelazione
che Gesù manifesta all’uomo e da questa rivelazione, che è amore, nasce la missione:
“Chi accoglie colui che io manderò, accoglie
me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha
mandato”. Da qui i discepoli imparano che
bisogna vivere nella libertà di Dio. Se noi
crediamo in Dio avremo la vera libertà e Dio
manifesterà la sua bontà, attraverso di noi e
mediante il nostro umile servizio.
Riccardo Rizzato
16
Vicarie & Città
15 dicembre 2009
avvento PadreArcivescovo incontra i giovani in diverse città della Diocesi
Un cammino tra spiritualità e presenza viva
U
n momento intenso e vero di dialogo,
riflessione e preghiera. Si potrebbe
sintetizzare in queste parole l’incontro che il nostro arcivescovo ha avuto lo scorso 1 dicembre con i giovani e giovanissimi
delle comunità di Veglie e Leverano, insieme
ai loro educatori, ai loro animatori ed ai loro
sacerdoti presso il Convento “Santa Maria
delle Grazie” a Leverano.
Poco più di un’ora insieme per ricordare,
anche e soprattutto alle nuove generazioni,
la bellezza della santità, certi che tutti siamo
chiamati ad essere santi e tutti, partendo dai
piccoli gesti di ogni giorno, possiamo aspirare ad esserlo.
Dopo la preghiera iniziale è il Padre Arcivescovo che tiene una breve ma significativa
catechesi partendo da tre aspetti: la mancanza di veri modelli alla quale i giovani
oggi possano ispirarsi; la difficoltà nel rapporto con il mondo degli adulti; la chiamata ad essere santi.
Sono parole sentite, quelle di mons. Talucci, che portano a conclusioni utili per arricchire, continuare o cominciare un proprio
cammino di fede: essere missionari non vuol
dire fare grandi cose, per esserlo davvero basterebbe anche parlare della propria esperienza di fede e di gruppo agli amici e coetanei che sono lontani da Cristo.
Prima, però, di essere “apostoli di speranza
tra i coetanei”, bisogna saper essere discepoli, cioè “farsi ammaestrare dal Signore Gesù”.
È qui che sembra diventare utile ad ogni
giovane e giovanissimo il volumetto che l’Arcivescovo ha preparato e regalato a tutti loro
come dono di Natale al termine dell’incontro. “Santi giovani per giovani santi”: cioè
ripercorrere la vita di alcuni santi giovani,
appunto, facendoli diventare il proprio modello “di vita e di fede, di civiltà e di santità,
di solidarietà e di carità”. È seguendo questi
campioni di santità che potremmo percorrere anche noi strade di conversione, e magari,
perché no, diventare dei modelli da seguire.
Mons. Talucci nella sua introduzione al
volumetto ci ricorda che “abbiamo tutti bi-
E
sogno di essere santi, perché chi ci incontra
sia contento di averci incontrati”. E speriamo
possa essere davvero così.
Al termine dell’incontro, prima dei saluti e
della benedizione, spazio a due importanti
comunicazioni: l’udienza a Roma dal Santo
Padre con tutti i giovani e giovanissimi della nostra diocesi il prossimo 10 febbraio e la
tradizionale Gmg diocesana il prossimo 27
marzo a Brindisi.
Poi tutti a casa, con un impegno in più: diventare giovani santi ispirati da santi giovani.
Gianluca Marcucci
ster, Giobbe, Epulone, Maria, Cristo. Il
cammino di Avvento dei giovani della
Vicaria di Mesagne si compie con loro,
uomini e donne che sono diventati ricchi
coltivando la povertà più vera: la consapevolezza del bisogno di Dio. Uomini e donne poveri ognuno a modo proprio, ma ricchi tutti
dello stesso tesoro: una fede che è, insieme,
speranza e affidamento.
Per cinque venerdì consecutivi, a partire
dal 20 novembre per arrivare al 18 dicembre,
i giovani e i giovani adulti del paese si incontrano nella piccola chiesa di Sant’Anna,
nel cuore del centro cittadino: qui si avverte
forte la gioia del condividere la fede e di manifestare l’appartenenza a Cristo, ma anche
la “soddisfazione”, tutta umana, dell’essere
riusciti a coinvolgere qualcuno che si era allontanato dalla vita parrocchiale, o che, persino, era sempre stato distante dalla fede. La
cappella è affollatissima, e allora dentro si fa
strada il pensiero che nella comunità ci sia
un fermento cristiano, una ricerca di senso e
un’ansia di risposte che finalmente la chiesa
locale è riuscita ad intercettare con un’iniziativa dei giovani per i giovani, portata avanti
con metodi adatti all’età e alle esigenze dei
partecipanti, pubblicizzata, oltre che nelle
parrocchie attraverso una capillare opera di
volantinaggio e l’affissione di manifesti, persino su Facebook, oramai diventato il più
diffuso strumento di comunicazione per una
generazione che, spesso, vive il virtuale come
fosse reale. Rispetto alle catechesi bibliche
salice salentino Incontro interparrocchiale con il vescovo Bettazzi
Voltarsi indietro
per guardare avanti
La Chiesa e il mondo a 40 anni dal Concilio
U
n’Azione Cattolica sempre
propositiva, aperta al dialogo,
testimone della chiamata dei
laici ad un’esistenza cristiana fondata
sull’essenziale, pronta ad interrogarsi e
a coltivare la coscienza di appartenere
alla Chiesa, fedele all’invito del Signore
“Andate in tutto il mondo...” spinta dalla gioia di comunicare il Vangelo camminando tra gli uomini.
Questi, i connotati di una realtà associativa cittadina, che sentendosi “nel
mondo ma non del mondo”, ha accolto un testimone di una chiesa che vive
le situazioni, i travagli e le gioie di un
post-concilio. Su iniziativa dell’Azione
Cattolica della Parrocchia S. Giuseppe
e S.Maria Assunta, l’intera comunità
di Salice Salentino ha calorosamente
incontrato, il 14 novembre scorso, S.E.
Mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito
di Ivrea già presidente nazionale ed internazionale di Pax Christi, membro di
AC, presidente della FUCI e padre con-
ciliare del Vaticano II.
Una personalità dinamica, aperta al
dialogo e pronta a mettersi in discussione, a cambiare mantenendo pur
sempre le cose essenziali e seguendo i
segni di Dio, a ironizzare anche sui sottili dettagli del concilio e più in generale
sui particolari autobiografici. La serata,
pensata come “un incontro tra amici”,
con interventi di Maria Tondo e Luigi
Palazzo, si è rivelata un ottimo stimolo
per la riflessione e la meditazione sulla
rilevanza del laicato oggi, anche in virtù
dell’ultimo lavoro editoriale dello stesso mons. Bettazzi “In un dialogo con i
lontani-Memorie e riflessioni di un vescovo un po’ laico”.
Solitamente si associa l’idea di laico
con quella di “antireligioso” mentre, in
realtà, guardando all’etimologia del termine, di origine greca, se ne comprende il significato: “membro del popolo di
Dio” chiamato, quindi, ad agire in modo
umano e ragionevole perchè anche vivendo bene la vita da laici si può salvare il mondo. «Partecipando al Concilio
ho imparato cos’è la Chiesa»: così reagisce ad un interrogativo: occorre sempre
guardare al futuro e non chiudersi in se
stessi, ma testimoniare i propri principi
con la vita in modo da spingere anche i
“non cristiani” dopo al miglioramento.
Così come Dio è “una natura a tre persone”, semplificata, dal suo predecessore alla guida di pax Christi, don Tonino
Bello, con una banale ma significativa
operazione aritmetica “uno per uno per
uno uguale ad uno” piuttosto che “uno
più uno più uno uguale tre” come molti
intendono alludere, così “l’uomo deve
essere l’uno per l’altro” e non “uomo
per se” ragion per cui anche il concilio
fu concepito non in maniera dogmatica ma pastorale per partire dal basso, e
seguendo un percorso ascetico, salire
fino a Dio. Attraverso l’intermediazione di Gesù Cristo anch’egli “vero Dio e
vero uomo”. Rivolgendo uno sguardo ai
nostri tempi e partendo da una diversa
interpretazione dell’espressione evangelica “chi crede, in Cristo sarà salvo”,
Mons. Bettazzi non si è fermato alla differenza tra credenti e non credenti ma
tra pensanti e non pensanti: il Signore
ci ha invitati ad imparare l’amore da
esseri umani e per decodificare il suo
messaggio occorre imparare la sua lingua, è necessario “familiarizzare” con il
Vangelo e la Bibbia per essere in grado
di ascoltare.
Continui i riferimenti al passato ed
i rimandi alla società attuale, troppo
meccanizzata, automatizzata, in cui
tutto è già pensato. Un invito: “prudenti come i serpenti ma semplici come
la colomba”. Spesso si è tentati come i
farisei a guardare l’esterno ma questo
esporsi deve essere espressione, manifestazione dell’interno.
L’ideale dell’essere umano non sono i
ricchi e i potenti ma Gesù Cristo. Ecco
che quindi a 40 anni dal Concilio, sono
ancora attualizzabili le due “rivoluzioni”: non mondo per la Chiesa ma Chiesa per il mondo e nella Chiesa; non la
gerarchia e il laicato ma il popolo di
Dio e la Gerarchia al servizio del popolo di Dio.
Valentina Perrone
che si sono tenute nel periodo di Quaresima,
la grande novità di quest’anno è rappresentata dalla testimonianza, al termine di ogni
lectio, di laici o religiosi le cui esperienze di
fede richiamano in qualche modo l’esperienza del personaggio protagonista della serata:
le monache carmelitane di clausura, come
modello di vita contemplativa e di preghiera,
nel caso della regina Ester; i genitori di una
vittima della strada, la cui tragedia è assimilabile a quella di Giobbe, vessato dalle prove
drammatiche a cui il Signore lo sottopone; il
Vescovo, Sua Eccellenza Monsignor Rocco
Talucci, esempio di scelta radicale nella sequela di Cristo, così come il ricco Epulone; la
madre di un giovane prematuramente scomparso, che condivide con Maria l’immenso
dolore del sopravvivere al proprio figlio; e,
infine, l’attrice Claudia Koll, eccezionale testimone di un percorso di conversione che,
si spera, potrà servire da monito a chi stenta
a trovare la via della fede.
L’assistente della commissione vicariale
giovani, il giovanissimo don Claudio Cenacchi, viceparroco della parrocchia di San Pio,
è coadiuvato quest’anno da don Pietro De
Punzio, personalità estremamente carismatica della chiesa mesagnese. Sono entrambi
molto bravi nel rendere attuali le vicende e i
dissidi interiori dei personaggi scelti: colorano i racconti biblici con espressioni del gergo
giovanile, focalizzano il significato di queste
esperienze cercando di convogliare l’attenzione dell’uditorio sul senso della povertà,
che si esprime in modo diverso in ognuno
dei personaggi presi in considerazione, lanciano provocazioni che lasciano il segno e,
in alcuni, portano alla svolta.
Un cammino spirituale di fede, dunque, a
cui però si affianca una scelta, concreta, di
carità: un salvadanaio posto all’ingresso della chiesa conserva tutto quanto verrà raccolto nel corso dei cinque incontri per destinarlo alla condivisione con i poveri della vicaria,
dando voce a quello spirito di solidarietà che
racchiude il senso più profondo del Natale.
Marina Poci
U
n percorso fotografico alla ricerca
delle nostre radici,
delle nostre tradizioni ma
soprattutto di noi stessi.
Vedere ciò che eravamo
per paragonarlo a ciò che
siamo: un paese pieno di
tradizioni, sorrisi, speranze. È questo ciò che Angelo
Arcobelli, insieme alla collaborazione di moltissimi
altri compaesani, ha voluto
rappresentare nella mostra
“Cilinari” tenutasi a Cellino
San Marco, dal 22 al 29 Novembre, presso il vecchio
palazzo comunale sito in
piazza Aldo Moro. È straordinario pensare come la riscoperta di antichi valori e
vecchi sentimenti sia stata
resa possibile da un modernissimo mezzo di comunicazione quale Facebook,
che è diventato sia il luogo
dove ritrovare amici vicini
e lontani, sia il posto dove
condividere antiche foto
che rappresentano attimi
di vite semplici, radicate in
quei valori tipici della cultura contadina basata sul
rispetto delle tradizioni,
sull’amore per la famiglia e
su una profonda religiosità.
L’esposizione ha riscosso
un grandissimo successo in
tutta la popolazione; inoltre anche il nostro amato
vescovo è stato lieto di ripercorrere, attraverso le
foto, la storia del nostro
paese lasciando un messaggio che racchiude in se
il vero intento di tutta questa mostra: «è bello vedere
la storia di vita e di fede del
passato per saper orientare
al meglio il futuro, seguito
dalla speranza cristiana»
L’evento sarà ripetuto durante il periodo natalizio su
grande richiesta di tutti coloro che, essendo lontani,
non hanno potuto partecipare.
Ludovica Vergari
Vita Diocesana
15 dicembre 2009
17
anniversari L’annuncio fu dato il 15 dicembre 1969: era un lunedì
18 dicembre 2009
Ritiro spirituale del clero
18 dicembre 2009
Vicaria di Ostuni
Incontro dei giovani
con l’Arcivescovo
27 dicembre 2009
Concattedrale Ostuni
Cresime in vicaria
Calendario diocesano Dicembre 2009 - Gennaio 2010
30 dicembre 2009
Parrocchia Sacro Cuore
Concerto di Natale del Coro
Arcivescovile “San Leucio”
1 gennaio 2010
Giornata Mondiale della Pace
7 gennaio 2010
Ostuni. Ass. “La Missione”
Incontro per giovani
7 gennaio 2010
Seminario Arcivescovile
Adorazione Eucaristica giovani
8 gennaio 2010
Brindisi - S.Maria del Casale
Sinodo diocesano
10 gennaio 2010
Seminario Arcivescovile
Gruppo Samuel
10 gennaio 2010
Ostuni. Ass. “La Missione”
Incontro per giovani
11 gennaio 2010
San Leucio
Patrono della Diocesi
11 e 12 gennaio 2010
Vicaria del Salento
Laboratorio di formazione
Operatori Caritas Parrocchiali
13 gennaio 2010
Brindisi - S.Maria del Casale
Sinodo diocesano
14 gennaio 2010
Ostuni. Ass. “La Missione”
Incontro sulla Bibbia
14 e 15 gennaio 2010
Santuario di Jaddico
Corso base Pastorale Salute
16 gennaio 2010
Auditorium “M.E.Antelmi”
Scuola socio-politica
17 gennaio 2010
Veglie
Gruppo Emmaus
17 gennaio 2010
Giornata Mondiale Migrazioni
17 gennaio 2010
Giornata approfondimento
e dialogo tra ebrei e cristiani
18 gennaio 2010
Inizio Settimana di Preghiera
per l’unità dei cristiani
19 e 22 gennaio 2010
Vicaria di Mesagne
Laboratorio di formazione
Operatori Caritas Parrocchiali
20 gennaio 2010
Brindisi - S.Maria del Casale
Sinodo diocesano
Mons. Todisco, vescovo da 40 anni
Lunedì 15 dicembre 1969, in coincidenza con l’annuncio dato dal Papa al
Concistoro dei Cardinali, l’arcivescovo
mons. Orazio Semeraro comunicava
al capitolo ed al Clero di Ostuni l’elezione di mons. Settimio Todisco a Vescovo titolare di Bigastro e ad Amministratore “sede plena” delle diocesi di
Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi.
Nel rinnovare a mons. Todisco il nostro augurio e i nostri sentimenti di filiale devozione, vi proponiamo (nella
foto) la pagina di Pastorale Diocesana
(Ottobre-Dicembre 1969 N. 4) con una
lettera di mons. Semeraro e un breve
profilo biografico del nostro arcivescovo emerito tratto dal mensile cattolico
Lo Scudo (Anno XLIX – N. 12 – 22 Dicembre 1969).
D
on Settimio è nato a Brindisi il 10-5-1924. Compiuti gli
studi nel Seminario diocesano di Ostuni ed in quello regionale
di Molfetta veniva ordinato sacerdote da mons. Francesco De Filippis,
il 27-7-1947. Iniziava il ministero in
qualità di docente e di vice rettore
nel Seminario di Ostuni; contemporaneamente insegnava religione
nelle classi del Ginnasio e coadiuvava nella cura d’anime il parroco
della Cattedrale, can. Antonio Giglio.
Nell’ottobre del 1950, per il trasferimento del Seminario nella rinnovata sede di Brindisi, con la nomina
di rettore, tornava nella città natale.
Furono anni di intenso lavoro svolto da Don Settimio tra i ragazzi che
si preparavano al sacerdozio e tra i
giovani che frequentavano la FUCI e
l’Istituto Magistrale.
Nel giugno del 1957, per l’elezione
di mons. Orazio Semeraro a vescovo
di Cariati, l’arcivescovo mons. Margiotta lo richiamava in Ostuni nominandolo canonico teologo, prefetto
di curia, delegato vescovile per l’A.C.
ed assistente del Movimento Laureati. Nel 1962 Gli veniva affidato il
compito di Vicario Generale e, l’anno
successivo, riceveva la nomina pontificia di Protonotario Apostolico.
Attualmente Don Settimio è Arciprete del Capitolo Cattedrale, insegnante di religione nel Liceo classico
e membro della Consulta dell’Istituto pastorale pugliese. Infine, questa redazione ama ricordarlo quale
prezioso collaboratore del giornale.
Una molteplicità di compiti che, con
molti altri impegni, in questi anni,
hanno reso Don Settimio presente
ed operante nella vita della diocesi.
L’annuncio della Sua nomina giunge gradito ma non inatteso. La cordialità e la distinzione del tratto,
l’autentico spirito sacerdotale, la fedeltà ai principi, l’apertura alle istanze del tempo e la feconda incidenza
dell’azione Lo avevano posto all’attenzione e all’ammirazione comune.
La Sua elevazione alla dignità episcopale, mentre premia e corona
una eccezionale testimonianza sacerdotale, apre nuovi spazi ed offre
altre espressioni al Suo amore per
la Chiesa nell’esercizio dell’altissimo
ministero pastorale.
il ricordo Visse con coerenza la dottrina sociale cristiana
Errico Malvarosa e i braccianti di Brindisi
S
e i necrologi possono scadere nel formalismo, fare memoria di un testimone
che, ispirato dai principi della dottrina
sociale cristiana, ha segnato una stagione
dell’impegno sociale della nostra comunità,
è degno di particolare attenzione, ora che
sommessamente ha chiuso la sua esperienza
terrena.
È doveroso ricordare, su queste pagine, il
dott. Errico Malvarosa, fondatore e presidente della «Comunità dei Braccianti». Gli
anziani lavoratori della terra della Diocesi e
della Provincia lo ricordano con gratitudine
e quasi con venerazione, per la dedizione
premurosa e disinteressata, con cui ha servito la causa del bracciantato agricolo, in tempi difficili come quelli del dopoguerra.
La sensibilità della Chiesa ha rivolto lo
sguardo «agli ultimi» con senso di giustizia
per restituire dignità e speranza a lavoratori
e famiglie, spesso strumentalizzati dalla de-
magogia ideologica.
arcivescovile «Annibale De Leo», in piazza
L’annosa questione del Mezzogiorno era Duomo.
sempre più grave sulla precarietà di chi viErrico godeva di una personalità, che si
veva «alla giornata» e ogni sera si presentava nutriva dei grandi ideali cristiani, ispirati
in piazza, nella speranza di essere ingaggiato all’amore evangelico. Alla competenza proper un lavoro precario, detto appunto «occa- fessionale nel campo dell’agraria, aggiungesionale».
va la contemplazione della natura, espressa
In Puglia, nel capoluogo regionale, fu mons. nei versi di una sua composizione poetica
Michele Mincuzzi, poi vescovo di Lecce, che che, a conclusione, mi piace citare: «Apri le
promosse la costituzione della «Comunità finestre ai raggi del sole/ senti la natura tutta
dei braccianti» ed Errico Malvarosa, divenu- ridestarsi/ vedi i fiori dischiudersi nelle aiuoto suo diretto collaboratore per la Provincia le/ é un inno osannante alla bellezza...».
di Brindisi, scrisse certamente la storia della
La bellezza infinita di Dio, che egli ora conorganizzazione sul nostro territorio.
templa nella beatitudine del cielo.
Chi scrive fu, negli anni ‘50 e ‘60, l’assistente ecclesiastico delle Comunità bracciantili
Angelo Catarozzolo
e, con animo grato, attesta il generoso servizio sociale offerto dal caro
Errico.
Dopo le mutate condizioni
sociali scaturite dalla ricostruzione del Paese e dalla
Riforma agraria leggiferata
dall’on. Alcide De Gasperi,
Errico Malvarosa continuò a
Direzione: Piazza Duomo 12 - Brindisi
servire la nostra gente con il
Pubblicazione quindicinale
Tel. 340/2684464 - Fax 0831/524296
patronato, che volle a BrindiReg. Tribunale Brindisi n. 259 del 6/6/1978
[email protected]
si in piazza Cairoli, in continuità con lo spirito di servizio che lo contraddistinse.
Stampa:
Questo periodico
Martano Editrice S.r.l
è associato alla
Se il clamore di alcune forViale delle Magnolie, 23 - Z.I. BARI
Federazione Italiana
mazioni sindacali e politiche
Tel. 080/5383820
Settimanali Cattolici
dispiegano slogan e cartelloni nelle piazze, da persone di Direttore Responsabile:
Hanno collaborato a questo numero:
Chiesa non possiamo sotta- Angelo Sconosciuto
Danilo Di Leo, Daniela Negro,
Cecilia Farina, Katiuscia Di Rocco
cere il contributo umile e siDirettore:
Foto: SIR, Mario Gioia, Giovanni
lenzioso, ma fecondo, offerto Vice
Mino Miccoli
Morelli, Ivano Rolli, Antonella
da testimoni della tempra di Coordinatore di Redazione:
Iurlaro, Gianni Di Campi
Errico Malvarosa. Chi voles- Giovanni Morelli
se documentarsi su questa
realtà che non va dimentiSpedizione in abbonamento postale
art. 2 - comma 20 - legge 662/96
cata e magari, per superare
Abbonamento annuale € 15,00
il rischio dell’indifferenza
Conto Corrente Postale n. 10521722
assai diffuso nella cultura
intestato a:
FERMENTO QUINDICINALE
contemporanea, è invitato a
Piazza Duomo, 12 - 72100 Brindisi
consultare gli atti della «CoResponsabile del trattamento dei dati personali:
munità dei Braccianti», deAngelo Sconosciuto
positati presso la Biblioteca
18
Parrocchie & Associazioni
san leucio Festa del catechismo
Incontro al Maestro
D
ove possiamo incontrare Gesù gioioso, disponibile, accogliente, che
promette il regno di Dio a chi, svuotandosi completamente di se stesso, riempie
il proprio cuore di purezza? Ovviamente nei
bambini! Nei loro sguardi, nella loro gioia,
nei loro sorrisi. Questo è quello che la nostra parrocchia ha vissuto, domenica 22 novembre u.s. con l’iniziativa della “Festa del
catechismo”, in collaborazione con il Comitato provinciale del Centro Sportivo italiano.
Questa iniziativa rientra nella prima tappa
polisportiva “Sport in piazza”. L’iniziativa è
stata dedicata a tutti i bambini del catechismo, ricca di giochi, sport e divertimento. La
manifestazione ha avuto inizio alle ore 15.00,
dopo un breve saluto da parte del parroco
don Claudio Macchitella e del presidente del
CSI Brindisi a tutti i genitori ed in particolare ai ragazzi presenti che erano in fermento
e in attesa di giocare. I ragazzi di scuola media, si sono dilettati nella pallavolo, mentre i
bambini di scuola elementare, si sono divertiti con i giochi ludici e di movimento come:
caccia alla coda, la volpe tra i birilli, ruba
bandiera, palla alla corda e tanti altri. Ad allietare questo momento di aggregazione, in
un clima invernale, sono state le gustose torte e caldarroste preparate durante la festa dai
catechisti e collaboratori parrocchiali. Don
Claudio Macchitella è con noi da due anni e
sta cercando di portare avanti diverse iniziative , per un progetto di missionarietà della
parrocchia, per una presenza sul territorio
in mezzo alla gente, progetto, tanto agognata
dalla Cei, nell’ambito dell’orientamento pastorale di questo primo decennio del 2000,
teso a far riscoprire il “primo annuncio “, non
solo ai cristiani praticanti, ma anche a chi è
lontano dalla esperienza ecclesiale. Oltre ai
momenti celebrativi vissuti in parrocchia, rientra nelle intenzioni del Parroco evangelizzare il territorio con una presenza visibile. In
quest’ottica è nata l’iniziativa della Festa del
Catechismo. Dopo aver infatti vissuto, durante la celebrazione della S. Messa dei ragazzi,
il momento del mandato ai catechisti, è stata organizzata, per le ore pomeridiane, per il
secondo anno consecutivo, questo momento
di convivialità insieme alla famiglie dei nostri
ragazzi, utilizzando una via del nostro quartiere Minnuta. Iniziative di questo tipo sono
fondamentali , in quanto favoriscono anche
la conoscenza e la comunione tra noi operatori pastorali, primi, dopo il Parroco, a dare
testimonianza viva della nostra fede comunicandola con la nostra esperienza personale, avvicinando le famiglie, per far sentire la
presenza viva di Gesù, che accoglie, e che va
ancora oggi incontro agli uomini.
Il Gruppo Catechisti
san nicola Una mini missione popolare
Così abbiamo accolto Gesù
S
i è conclusa da pochi giorni nella nostra Parrocchia una mini missione ad
opera delle Suore Francescane Missionarie di Maria in occasione del 25° anniversario di vita religiosa di Suor Rosalba Penta
f.m.m., nostra parrocchiana. È stato un breve
ma intenso e felice ritorno delle care suore
che fino al 2002 erano presenti nel nostro
Quartiere e nella nostra Comunità.
La mini-missione è stata preparata dai nostri
operatori pastorali portando il Vangelo presso ogni famiglia e rivolgendo a quanti incontravano l’invito agli incontri di preghiera e di
catechesi.
Dal 2 al 5 Dicembre, poi, le suore hanno animato momenti di condivisione della Parola,
incontri con i giovani e facendo visita alle
scuole hanno incontrato bambini e adolescenti.
In cinque luoghi differenti del nostro quartiere si sono tenuti i centri d’ascolto per gli
adulti, in contemporanea con l’aiuto di due
giovani suore si sono tenuti gli incontri per i
giovanissimi (presso il Centro di aggregazione giovanile) e in tarda serata con i
giovani; felice è stata la risposta anche da parte della
Pastorale Giovanile vicariale.
Il tutto è stato accompagnato
dalla preghiera di adorazione
continua dinanzi a Gesù Sacramentato. Ogni momento
libero della giornata è stato
per le suore occasione di visita e incontro con numerose famiglie del quartiere in
particolar modo con le fami-
vincenziane Giunsero a Brindisi su invito di mons. Aguilar
Sempre accanto agli ultimi da 130 anni
C
Formazione per educatori di Ac
IL CARISMA DELLA RESPONSABILITA’
T
utte le volte che l’Azione Cattolica
chiama, gli educatori rispondono …
e la formazione continua! Non importa che siano giovani o adulti, che si occupino di ragazzi o giovani, che compiano i
“primi passi” nel servizio educativo o siano
“più allenati”; gli educatori che lavorano
quotidianamente nelle parrocchie rispondono ancora una volta “si” all’Associazione
e all’impegno formativo.
In tanti hanno accolto l’invito offerto dalle equipe diocesane dell’Acr e del
Settore Giovani di vivere una due giorni
di formazione e di impegno, ma anche di
condivisione, di allegria e di preghiera. Ed
ecco il 21 e 22 novembre scorsi, in Villa
della Speranza in Ostuni, si è data accoglienza agli educatori della scuola base e ai
responsabili educativi dell’Acr e del Settore
Giovani. Tante le tematiche affrontate:
nella Scuola Base dell’Acr si è lavorato su
come è strutturata la proposta formativa
che l’Azione Cattolica propone ai ragazzi,
partendo dal Progetto Formativo fino ad
arrivare all’utilizzo delle guide annuali;
nella Scuola Responsabili dell’Acr, nuova di nascita, si è analizzata la figura del
Responsabile associativo come colui che è
innanzitutto testimone di una Chiesa che
genera alla fede, che è capace di suscitare
vocazioni educative e che ha il compito di
accompagnare gli educatori della propria
parrocchia nel loro servizio e nella loro
formazione; il Settore Giovani invece ha lavorato sulla cura delle relazioni e su come
queste vanno gestite responsabilmente
con i giovani e i giovanissimi di oggi.
Ci ha aiutati nella riflessione Giovanni Morelli, Consigliere Nazionale per il
Settore Giovani di Azione Cattolica, che ha
tenuto una relazione intitolata “A servizio
della formazione - il carisma della responsabilità per la cura dell’Associazione”, in
cui è stato sottolineato quanto sia importante il ruolo dei responsabili educativi
ed associativi nel curare, come afferma il
Progetto Formativo «che il carisma dell’AC
venga vissuto nella sua autenticità e che
possa essere proposto e comunicato in
modo vero alle persone e alla comunità».
Educare alla fede e alla vita è una cosa
bellissima,difficile ma bellissima! Il Signore
ci chiede tanto ma ci dona anche tantissimo; l’impegno, la voglia di fare, la gioia, la
stanchezza di questo momento della vita
di ciascuno di noi sono un dono immenso,
ma ancora più grande è l’amore di Dio riflesso negli occhi di ogni ragazzo, giovane e
giovanissimo che incontriamo! Con questa
consapevolezza e con la gioia nel cuore
andiamo avanti!
Pamela Flore
15 dicembre 2009
entotrent’anni di presenza a Brindisi:
le Figlie della Carità dell’Istituto San
Vincenzo De Paoli hanno celebrato
l’anniversario dell’arrivo della comunità in
città con la solenne celebrazione eucaristica
presieduta dall’Arcivescovo, l’8 dicembre, in
Cattedrale.
La comunità, fondata da San Vincenzo De
Paoli insieme con Santa Luisa De Marillac
nel 1633, nel corso degli anni si è diffusa in
tutto il mondo dove le suore vincenziane affrontano, soprattutto nei paesi più poveri, la
lotta alla fame, occupandosi di immigrati,
malati, anziani, giovani e bambini. A Brindisi
giunsero, nel 1879, su invito di Mons. Anguillar, di aprire nel territorio della Diocesi un laboratorio per le figlie del popolo e la visita dei
poveri malati a domicilio. Nel 1886 venne affidato alle suore l’ospedale di Piazza Duomo
e l’orfanotrofio accanto che sorgeva nell’antico convento delle clarisse. E nel 1887, con
l’acquisto di Palazzo De Marco, sito in piazza
Duomo, proprietà dell’Istituto San Vincenzo,
le sorelle proseguirono e ampliarono le opere di carità iniziate sin dal loro arrivo a Brindisi. Da allora, il loro servizio è sempre stato
incessantemente presente nel territorio.
Alcuni momenti significativi, che la comunità ha vissuto e che meritano di essere ricordati, furono la donazione, da parte delle
suore, nel 1955, della statua della Madonna
al Monumento al Marinaio d’Italia, che domina sul porto di Brindisi, per celebrare solennemente l’anno mariano e affidare la città
a Maria Stella Maris; ed anche, in tempi più
vicini, il soccorso che le sorelle prestarono ai
profughi albanesi sbarcati in migliaia sulla
costa brindisina nel 1991: in quell’occasione,
che ha segnato la storia della città, le suore e
il Volontariato Vincenziano si prodigarono
per garantire il sostentamento e il soccorso
sanitario ai profughi.
Nel corso degli anni, l’Istituto è divenuto
punto di riferimento nell’esercizio delle opere di carità attraverso alcuni servizi che la comunità offre, quali il Centro socio-educativo
rivolto ai ragazzi dai 6 ai 14 anni per un cammino di formazione e di amicizia, favorendo
la loro crescita integrale ed equilibrata, coinvolgendo la famiglia nel percorso; il Centro
Ascolto costituito da un’equipe ben affiata-
glie che da qualche anno popolano la nuova
zona “Paradiso”.
Questo tempo di grazia è stato arricchito dalla festa di San Nicola, nostro protettore, dalla solennità dell’Immacolata Concezione di
Maria e dal rinnovo della professione religiosa di Suor Rosalba Penta.
“Lo accolse con gioia”, era il titolo della Mini
Missione, ma allo stesso tempo la nostra provocazione agli abitanti del quartiere.
Un vero desiderio di ricerca e di mettersi
in gioco è stata la gioiosa risposta di quanti
hanno accolto questo annuncio.
Abbiamo, così, rinnovato l’impegno missionario come dono e servizio da rendere alla
Chiesa grazie alla testimonianza di vita di
queste sorelle.
Vocazione – Missione, binomio inscindibile
della vita di ogni cristiano e per noi parrocchiani realtà da vivere mediante l’ascolto e
l’annuncio della Parola e da condividere con
l’Umanità.
La Comunità Parrocchiale
ta composta da psicoterapeuta, mediatrice
familiare e volontari a disposizione dei più
poveri attraverso l’ascolto e l’orientamento;
il Servizio Domiciliare rivolto alla cura degli
anziani.
Una comunità operosa, aperta al territorio
e alle sue problematiche, così come era desiderio di San Vincenzo: non donne sole ma
sorelle di tutti, aperte alle esigenze degli altri
non solo spiritualmente ma anche nella concretezza della quotidianità, stimolo costante
alla solidarietà e alla fratellanza.
In occasione dell’anniversario, le Figlie della
Carità hanno realizzato un opuscolo che intende fare memoria dei 130 anni di missione
a Brindisi: “oltre un secolo di presenza caritativa, una testimonianza di continuità, un
esempio di perseveranza, una speranza collaudata a favore dei poveri, a stimolo di chi
rimane ancora nell’indifferenza”, scrive l’Arcivescovo nella presentazione dell’opuscolo.
Un momento importante per la comunità e
la cittadinanza, come ci racconta suor Giovanna Fanuli, Suora Servente dell’Istituto :
«Ogni anniversario è sempre un momento
di riflessione sul passato e di prospettive per
il futuro. Fare memoria della storia del passato, per noi significa dire grazie al Signore e
alla sua divina Provvidenza per essere state,
insieme a tanti laici che hanno collaborato
con noi, strumenti della carità di Cristo in
questi anni».
Un anno di grazia per la famiglia vincenziana
dal momento che quest’anno si ricorda anche il 150° della nascita al Cielo di san Giustino de Jacobis, divenuto sacerdote vincenziano nella Cattedrale di Brindisi, titolare della
parrocchia del quartiere Bozzano in Brindisi
e che è ricordato da una statua marmorea
posta in cima alla facciata della Cattedrale,
insieme ai patroni della città.
L’Istituto San Vincenzo è stato e continua ad
essere punto di riferimento per tutti, soprattutto per chi ha bisogno di essere ascoltato,
accolto, accompagnato nelle ricerca di Dio,
nel discernimento del senso da dare alla propria vita e al proprio lavoro.
E a questo proposito suor Giovanna ci dice:
«l nostro impegno sarà quello di far trovare
ai fratelli un ambiente sempre più accogliente, familiare e poltrone sempre comode dove
il fratello possa sentirsi di casa e soprattutto
amato».
Daniela Negro
15 dicembre 2009
19
Territorio & Attualità
formazione Il presidente Fini ha inaugurato l’anno accademico all’Università del Salento
Brindisi ha desiderio di Università
S
i è svolta il 3 dicembre, presso il Nuovo
neo giovane che rappresenta una prestigiosa
Teatro Verdi di Brindisi, la cerimonia di
realtà accademica e culturale ma anche un
inaugurazione dell’Anno Accademico
buon modello per lo sviluppo economico –
2009/2010 dell’Università del Salento, alla
sociale del nostro meridione». «La scelta di
presenza del Presidente della Camera dei Desvolgere la cerimonia di inaugurazione qui a
putati Gianfranco Fini, dei Rettori di alcuni
Brindisi- ha detto il Presidente- rappresenta
atenei italiani, del Rettore dell’Università del
simbolicamente l’aspirazione della vostra citSalento Domenico Laforgia, dei Consiglieri
tà per costruire un solido pilastro del sapere
didattici delle facoltà, delle autorità civili, minel campo scientifico e tecnologico, quasi a
litari e religiose e di numerosi studenti.
complemento naturale di quella grande traLa cerimonia, dopo l’ingresso del corteo
dizione di studi umanistici e giuridici di cui è
accademico e l’esecuzione dell’inno d’Italia
permeata la storia di tutte le istituzioni unie dell’inno europeo, è stata introdotta dalla
versitarie d’Italia».
relazione tenuta dal Rettore dell’Università
Un’occasione prestigiosa per la città di Brindel Salento, il quale ha affermato che «nella
disi, scelta come teatro per questa importanstoria dell’accademia italiana, la cerimonia
te cerimonia: «una scelta strategica che può
di inaugurazione è sempre stata intesa come
rivelarsi vincente per ampliare l’offerta formomento di letizia, per l’apertura di un nuomativa e contribuire a superare quello sterevo anno di studi, di ricerca, di cultura. Ma in
otipo che, nella realtà non ha motivo più di
questi ultimi anni, la cerimonia ha assunto
esistere, di una cultura meridionale orientata
Il Presidente della Camera accanto al Rettore dell’Università del Salento © M. Gioia più ai fasti della Magna Grecia che alle sfide
più il segno di una riflessione sullo stato di
salute dell’istituzione universitaria che vive
della modernità», ha commentato Fini. Non
la sua stagione più critica, umiliata dalle diverse misure as- qualità del portale universitario, la ristrutturazione dell’am- può sfuggire, infatti, che nel patrimonio del Mezzogiorno
sunte dai diversi governi che si sono succeduti».
ministrazione centrale, la costruzione di due nuovi edifici esiste una tradizione scientifica che risale, all’inizio dell’800,
Attraverso un’analisi dei dati degli ultimi anni, sul nume- per la facoltà di Beni culturali ed Ingegneria, nonché la costi- al modello di una scuola politecnica di matrice napoleonica.
ro di studenti fuori corso e sull’aumento notevole di corsi tuzione e la resa operativa dell’osservatorio di ricerca.
Certamente, come il Rettore ha pubblicamente manifestadi laurea, Domenico Laforgia ha voluto esprimere il totaInoltre, non meno rilevante, è stato il ruolo del Comune to, l’Università necessita il bisogno di maggiori risorse, e in
le fallimento della riforma universitaria del 3+2 che non ha di Brindisi che si avvale ora di due facoltà, Ingegneria indu- risposta al grido di aiuto di Laforgia, il Presidente ha afferconsentito ai laureati triennali, come era stato previsto, un striale e Scienze sociali politiche e del territorio, fortemente mato che «le risorse devono essere reperite, per evitare che i
adeguato inserimento nel mondo del lavoro, e che, invece, volute dalla città, e a tal proposito il Rettore si è così espresso: nostri giovani lascino l’Italia per formarsi, la ricerca necessita
non solo ha determinato forzatamente il proseguimento de- «Il territorio brindisino che, voglio sottolineare si è distinto di adeguati investimenti finanziari. La diffusione della cultugli studi nei due anni successivi, ma anche il prolungamento a livello nazionale anche per aver saputo proteggere la pro- ra scientifica- ha aggiunto Fini al termine del discorso- rapdi un anno dello stesso corso di laurea. «La nostra universi- spettiva di uno sviluppo all’insegna della legalità, è un buon presenta un fattore determinante per la piena ripresa dello
tà migliora, ha dichiarato il Rettore, ma è soggetta a tagli di esempio di sinergia progettuale tra università e territorio, a sviluppo del Mezzogiorno».
risorse» che, comunque, non hanno impedito all’ateneo sa- sostegno della propria popolazione».
L’auspicio, dunque, resta soltanto questo, e cioè che le istilentino di progredire e migliorare il servizio agli studenti. InA seguire, dopo gli interventi del Presidente della Consul- tuzioni e il mondo politico più in generale possano saper
fatti Laforgia non ha mancato di elencare gli importanti passi ta del personale tecnico-amministrativo Antonio Melcar- ascoltare e, dopo aver ascoltato, meditare e decidere per il
compiuti verso il cammino di modernizzazione, tra i quali la ne e del Presidente del Consiglio degli studenti Francesco modo migliore, guardando al futuro dei giovani di questo
riformulazione dell’offerta formativa con 63 corsi di laurea Marzotta, ha preso la parola il Presidente della Camera Fini Paese.
anziché i 73 precedenti, il potenziamento dei servizi per gli il quale, all’inizio del suo discorso, ha sottolineato di esseDaniela Negro
studenti diversamente abili, il completamento della fase di re particolarmente lieto di partecipare all’inaugurazione
ammodernamento del sistema informatico per una migliore dell’Anno Accademico dell’Università del Salento, «un ate-
comunicazione Pubblicati i dati dell’8° Rapporto Censis-Ucsi
Più televisione, meno giornali
C
rescono i “consumi mediatici” degli italiani, si espandono in particolare quei media la cui fruizione è gratuita, la televisione si conferma come il mezzo di comunicazione con cui si ha più familiarità, mentre al “digital
divide” si contrappone un “press divide”. Sono alcuni dei risultati dell’8° Rapporto sulla comunicazione Censis-Ucsi, “I
media tra crisi e metamorfosi”, presentato il 19 novembre a
Roma. L’indagine, nata per iniziativa del presidente del Censis Giuseppe De Rita e del compianto presidente dell’Ucsi
(Unione cattolica stampa italiana) Emilio Rossi, da dieci anni
“monitora l’evoluzione della comunicazione” in Italia, ha rilevato Giuseppe Roma, direttore generale del Censis.
Al centro la tv. Come già ricordato da recenti ricerche al
riguardo, la televisione resta il mezzo centrale, utilizzato dal
97,8% della popolazione, con un affermarsi delle nuove forme di tv: da quella satellitare (+8,1% nel biennio 2007-2009)
al digitale terrestre (+14,6%), dalla tv via internet (che passa
dal 4,6% della popolazione al 15.2%) alla mobile tv (guardata
dall’1,7% degli italiani). Tuttavia “la televisione tradizionale - ha osservato il direttore del Censis - perde la sua unicità e monoliticità”. Non solo perché con più modi di accedere
alla tv si crea “una competizione” e una “ristrutturazione dei
consumi”, ma anche per l’affermarsi di strumenti differenti,
vecchi e nuovi: la radio (+12,4% di utenti) da una parte, internet (+26,9%) e i cellulari (+12,2%) dall’altra. Si affermano
come fenomeni di massa i social network, utilizzati in Italia
da quasi 20 milioni di persone. I più popolari sono Facebook
(conosciuto dal 61,6% degli italiani), YouTube (60,9%), Messenger (50,5%), Skype (37,6%) e MySpace (31,8%). Ma, se si
guarda ai giovani tra i 14 e i 29 anni, per nove ragazzi su dieci Facebook (90,3%), YouTube (89,2%) e Messenger (89,1%)
rappresentano mondi ben noti.
La crisi della carta stampata. Tra il 2007 e il 2009, rileva la
ricerca, è evidente “la generale espansione dei mezzi gratuiti e la sostanziale battuta d’arresto di quelli a pagamento”:
fanno eccezione la tv satellitare e digitale, che continua a
crescere, e i quotidiani on line (-3,4% nonostante la fruizione gratuita). I dati più significativi riguardano i cellulari e la
carta stampata. Sui primi, a fronte di un uso complessivo che
rimane pressoché stabile e che nel 2009 interessa l’85% degli italiani, si nota un crollo di smartphone (-15,8%) e videofonini (-7,2%, ora con una percentuale di appena lo 0,8% di
utenti). Nel triennio 20062009, invece, se il “digital
divide” riguarda la metà
degli italiani (il 48,7% degli italiani ha accesso a
internet mentre tre anni fa
era il 29%), è andato crescendo il “press divide”,
con un 39,3% di persone
che non utilizzano la carta
stampata. In particolare è
quasi triplicata, arrivando
al 12,9%, la percentuale di
quanti usano internet, ma
non i giornali su carta, ed
è significativo che tale incremento riguardi “uomini, giovani e istruiti”. “Non
si tratta - ha rilevato Roma
- solo di una questione di
costi”, ma di una disaffezione verso lo strumento:
Nella foto Marco Tarquinio, nuovo direttore di Avvenire
il settore più incerto è quello dei quotidiani, dove il calo delle pubblicazioni a pagamento (-12,2%) non viene compensato dalla free press (+1%).
Nessuna mediazione. Il bisogno di avere, da parte del singolo, “una diretta accessibilità alle notizie” è il segnale di
“un cambiamento profondo della nostra società” che è andato affermandosi in questo primo decennio del Duemila,
ha commentato il presidente del Censis, Giuseppe De Rita,
a proposito del crescente ricorso ai nuovi media e ai social
network. “Sembra che il prefisso «ri» - riconoscere, ripensare, riflettere - venga eliminato”, ha aggiunto. Un’analisi che va
al di là della “crisi della carta stampata”. “Oggi gli interessi si
autorappresentano direttamente senza ricorrere alla mediazione delle grandi organizzazioni sindacali” o di categoria,
ha osservato il sociologo facendo riferimento ai “big players”
dell’economia. Tale “tendenza ad agire direttamente per i
propri interessi - ha riconosciuto - è parallela a quella di accedere ai fatti senza mediazioni, né opinioni”.
La qualità dei media. Il presidente nazionale dell’Ucsi,
Andrea Melodia, parlando della televisione si è interrogato
sul “bisogno di aggregazione comunitaria attorno a palinsesti ragionati ed equilibrati” e sulla possibilità che essa abbia
un ruolo “socialmente utile”. Di sicuro, ha rimarcato, servono “uno spirito nuovo” e “buone soluzioni legislative nei
prossimi anni” affinché i mezzi d’informazione mantengano dei “punti fermi”, poiché “il livello di un Paese si misura
dalla qualità dei suoi media”. Guardando a internet, invece, il
presidente di Mediaset Fedele Confalonieri e l’amministratore delegato di Mondadori Maurizio Costa hanno chiesto
interventi per “proteggere il copyright”. Mentre il presidente
della Federazione degli editori (Fieg), Carlo Malinconico, ha
sottolineato il ruolo della carta stampata, che “consente riflessione e maggiore approfondimento”, ricordando che “se
lavoriamo bene la prospettiva non è quella di una morte annunciata”.
Francesco Rossi
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Speciale Giustizia
15 dicembre 2009
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Speciale Giustizia
E i cittadini si chiedono: «Giustizia, cosa (e dove) sei?»
Dinapoli: «Un sistema orientato alla promozione dell’uomo»
D
a poco più di un mese Brindisi ha un nuovo Procuratore della Repubblica presso il Tribunale. Si tratta
del dottor Marco Dinapoli, originario di Barletta, ma
residente a Bari. In magistratura dal 1975, il dottor Dinapoli, nella sua lunga carriera, ha svolto le funzioni di Pretore a
Sarzana e a Trinitapoli, di Giudice del lavoro e Sostituto alla
Procura circondariale di Bari, e in applicazione per 6 mesi a
Brindisi, di magistrato della Corte d’Assise e della Corte d’Assise d’Appello a Lecce, di Procuratore aggiunto a Bari.
Sposato sin da giovanissimo, «il mio è un matrimonio solidissimo» ci ha confidato, 4 figli maschi, 5 nipoti, il sesto in
arrivo, si definisce «un nonno molto affettuoso che ha sempre educato i suoi nipotini a distinguere, in ogni situazione,
quali sono le cose giuste e quali le cose sbagliate».
Il dottor Marco Dinapoli ci ha accolti nel suo ufficio al quinto
piano del Palazzo della Procura rispondendo con passione e
garbo alle nostre domande.
Signor Procuratore, cos’è la giustizia?
«E’ una domanda a cui non è semplice rispondere. Da uomo
di legge vedo la giustizia come un’esigenza insopprimibile
degli uomini. Tutti desiderano una giustizia sociale, cioè la
suddivisione equa delle risorse fra le persone e le popolazioni; tutti hanno l’esigenza di una giustizia morale, il riuscire
cioè a distinguere le cose giuste da quelle sbagliate, cosa che
è molto più difficile di quanto non si pensi. E poi c’è la giustizia del diritto che è un complesso di regole elaborate dagli uomini per servire altri uomini. Ci sono però persone che
credono ci sia solo un sistema di regole perdendo di vista il
secondo aspetto della questione, che si tratta, cioè, di un sistema di regole al servizio degli uomini. Quando si parte da
questa premessa è chiaro che l’interpretazione del sistema di
regole deve essere orientata verso la promozione e lo sviluppo dell’uomo e non verso una interpretazione che lo opprime».
Siamo nel pieno del dibattito sulla cosiddetta riforma
della giustizia. In cosa consistono le novità che il legislatore ha intenzione di introdurre? Come valuta queste
proposte?
«Sono diversi anni che vengono proposte riforme della giustizia senza ascoltare l’opinione dei giudici. Anzi, quando
questi manifestano le loro opinioni c’è quasi una sorta di
fastidio da parte della maggioranza di turno che le propone.
Lo scollegamento che, da diversi anni, esiste fra le persone
che decidono la politica della giustizia e quelle che devono
mettere in pratica le decisioni prese altrove, credo sia uno
scollegamento assolutamente dannoso. Da questo punto di
vista non vedo, nel breve periodo, un possibile miglioramento, cioè una ripresa di un dialogo più efficace. Negli ultimi
tempi non ho visto riforme dirette a migliorare l’efficienza
del servizio; essendo la giustizia un servizio reso all’uomo,
mi piacerebbe che fosse un servizio efficiente, che i cittadini
possano trovare delle risposte rapide secondo criteri di civiltà giuridica. Ma le ultime riforme non vanno verso questa
direzione anche se vengono presentate bene utilizzando slogan che riassumono in poche parole ad effetto il contenuto
della riforma che si sta per proporre. I cittadini, invece di approfondire le questioni, che sono tecniche e difficili da comprendere fino in fondo, si accontentano dello slogan.
Quando è stata fatta la riforma che affrontava la modifica
dell’art. 111 della Costituzione sul giusto il processo, non si è
tenuto conto delle conseguenze pratiche di tale riforma, perché se è giusta l’assoluzione degli innocenti non altrettanto
può essere l’assoluzione dei colpevoli per motivi procedurali.
Ora viene proposta una nuova riforma sotto la definizione di
“processo breve”: anche qui lo slogan utilizzato è efficacissimo. Quale cittadino vorrebbe un processo lungo invece di
uno breve? Il problema è che si vuole introdurre il “processo
breve” utilizzando solo le risorse attualmente disponibili.
Si parla anche della separazione delle carriere fra giudici e
pubblici ministeri e anche questa è una riforma che non incontra il consenso della stragrande maggioranza dei giudici
italiani. Si parla di togliere al pubblico ministero il potere di
iniziativa; è in atto cioè una tendenza a trasformare il pubblico ministero in una sorta di avvocato dell’accusa, togliendogli l’iniziativa delle indagini. Sarebbe lungo esaminare i motivi per cui questa soluzione è sbagliata ma io le dico soltanto
questo: ho fatto il pubblico ministero per tantissimi anni e mi
sono sempre trovato nella situazione in cui hai la disponibilità completa della prova. Nei primi momenti dell’indagine,
quando accade un fatto, arriva il pubblico ministero, il difensore non c’è ancora perché non è previsto dalla legge; se in
quel momento abbiamo un pubblico ministero giudice, siamo abbastanza tranquilli sul fatto che il pubblico ministero
cercherà di raccogliere tutte le prove, quelle a carico e quelle
a discarico. Se invece, abbiamo un pubblico ministero avvocato dell’accusa il pericolo di deformazione professionale è
altissimo, perché potrebbero raccogliersi solo elementi a ca-
Il Procuratore della Repubblica Marco Dinapoli
rico e, sottovalutare, magari in buona fede, quelli a discarico.
Facendo il pubblico ministero mi porto la cultura garantista
del giudice e quando ho fatto il giudice mi portavo la capacità di interpretare la prova del pubblico ministero».
Un giudizio sostanzialmente negativo, dunque…
«Il mio è un giudizio negativo perché non migliora il servizio,
non affretta la soluzione dei problemi, ma semmai riduce
l’efficienza dell’azione penale e anche le garanzie. Basti pensare alla questione delle intercettazioni telefoniche: limitarne l’uso vuol dire rinunciare a punire certi reati. Pensiamo al
reato di corruzione che si consuma in un ambiente chiuso:
ci sono due o più persone che si scambiamo delle utilità per
un atto pubblico, diciamo di favore, non c’è nessun altro oltre loro. I documenti, se si va a controllarli, sono tutti i regola,
l’unica possibilità di provare che c’è stato un accordo consiste nel fatto che a quel colloquio siamo presenti anche noi,
pubblica accusa, tramite le intercettazioni telefoniche».
Oggi si discute sempre più spesso di diritti, rivendicati o
negati. Si parla, per esempio, di un “diritto alla morte”,
oppure del riconoscimento di nuovi diritti civili. Qual’è il
suo parere in merito?
«Si tratta di un argomento estremamente delicato. Da uomo
di legge e da giurista dico che nel nostro ordinamento non è
previsto un “diritto alla morte”. Questo lo si desume con certezza dal fatto che è punito il reato di istigazione al suicidio.
Se il suicidio fosse attività lecita non potrebbe essere punita
l’attività di chi istiga. È pur vero, però, che la materia è in profonda evoluzione e, probabilmente, c’è la necessità di una
nuova legislazione che affronti le situazioni più complesse.
Una legislazione non è facile da realizzare perché qui si confrontano culture diverse e sentimenti religiosi contrastanti.
Rilevo soltanto che c’è una grande differenza fra la situazione di chi cerca la morte con un comportamento attivo e la
situazione di chi si limita a rifiutare le cure perché, probabilmente, per questa persona l’esistenza è soltanto sofferenza.
Penso che le due cose siano completamente diverse e quindi
vanno regolate in maniera differente».
Nelle aule di tribunale è presente il crocifisso. Cosa ne
pensa della sentenza della Corte Europea dei diritti
dell’uomo?
«I giudici sono abituati a rispettare le sentenze: l’ho detto
recentemente anche ai giovani avvocati. Inoltre, è completamente sbagliato ragionare in termini localistici dato che
il nostro Paese è inserito in una comunità supernazionale.
Quelle che sono le nostre tradizioni si devono confrontare con le tradizioni degli altri Paesi e, dunque, un organo di
giustizia sovranazionale serve anche a questo. Dobbiamo
abituarci a pensare ad un organo di giustizia sovranazionale
perché ormai con la globalizzazione dell’economia e dell’occupazione, con i problemi planetari relativi all’inquinamento, è superata l’idea di affrontare determinate questioni solo
con i tribunali locali.
Sull’oggetto di quella sentenza non ho condiviso i toni apocalittici utilizzati, in maniera strumentale, da esponenti anche molto noti. Mi sembra sia stato un fenomeno esageratamente amplificato; penso, infatti, che i valori della croce i
fedeli se li portino dentro, fanno parte della loro spiritualità
indipendentemente dal fatto che ci sia un simbolo visibile»
Procuratore, l’abbiamo vista emozionarsi durante la conferenza stampa in cui ha reso nota la decisione di Mirna
di non volersi sottoporre a tracheotomia. Questo significa che nell’amministrazione della giustizia è indispensabile una buona dose di umanità?
«Sono contento di come sia finita questa storia perché se la
signora si è sottoposta alle cure vuol dire che ha trovato ancora un interesse alla vita, nonostante sia una vita molto limitata. Già il buon esito della storia mi rallegra molto. Fare
questo mestiere costituisce un vero osservatorio privilegiato sull’umanità, perché il giudice, e ancor di più il pubblico
ministero, vede con i suoi
occhi tutte le cose che gli
altri leggono sui giornali.
Questo ti mette a contatto
direttamente con tutto quello che gli uomini sanno fare,
prevalentemente di male, ti
fa crescere e ti fa realizzare
esperienze straordinarie, mi
sembra di galleggiare sulle
miserie degli uomini, e ciò
lo trovo di straordinario interesse. Non sono mai riuscito
a considerare le questioni di
cui mi sono occupato come
pratiche da smaltire, nei fascicoli ci sono i sentimenti,
le passioni, le pulsazioni, le
motivazioni, non sono solo
carte, ci vogliono orecchie
e occhi attenti per cogliere questo aspetto. Niente impedisce al pubblico ministero
di interagire, di chiedersi perché succedono le cose, perché
gli uomini si comportano in un certo modo, se si è arrivati
in tempo o se si poteva arrivare prima. Credo sia necessario
capire le motivazioni degli uomini anche per dare una risposta giusta. La legge si muove entro un certo limite di pena, ci
sono criteri fissati dal codice, ma se non riusciamo a capire
le vere motivazioni non riusciremo neanche ad interpretare
il fatto concreto e a dare al fatto stesso la giusta risposta tramite le decisioni giudiziarie».
Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del
2002, Giovanni Paolo II di v.m. affermava che “non c’è
pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”.
Cosa significa questa affermazione rapportata all’amministrazione quotidiana della giustizia?
«La giustizia non può permettersi il lusso del perdono, ma si
deve muovere nell’ambito dei principi codificati. Per quanto
riguarda i minorenni c’è già la figura del perdono giudiziale, per quanto riguarda i maggiorenni ci sono alcune norme
promozionali che consentono comunque di commisurare
la pena sulla personalità della persona che ha commesso il
reato e quindi di tener conto di eventuali mutamenti di comportamento, del pentimento, della collaborazione. Credo
che più di questo non si possa fare perché quando si parla di
giustizia umana, ci dobbiamo attenere alle previsioni di legge e non possiamo sostituire la nostra volontà personale alla
volontà del legislatore».
Qual’è il compito di un Procuratore della Repubblica?
«Il Procuratore della Repubblica è il coordinatore dell’Ufficio della Procura. La Procura deve sostenere l’accusa e raccogliere le prove di colpevolezza, ma anche di innocenza,
sostenere l’accusa giuridica, presentarsi al dibattimento per
confrontarsi con gli avvocati: questo è il nostro sistema ispirato a principi di civiltà giuridica. Il confronto con la difesa
è oggi l’aspetto più complesso perché la difesa è l’organismo
che ha il compito di mettere in dubbio la tesi accusatoria. Se
ci pensiamo un attimo, non c’è sistema migliore di questo,
per quanto certe volte la difesa possa sembrare un ostacolo all’affermazione della tesi accusatoria, ma è un ostacolo
necessario e indispensabile perché in questa materia non
si può sbagliare, bisogna ridurre al minimo il rischio degli
errori e, dunque, la tesi accusatoria deve necessariamente
confrontarsi con la tesi difensiva per consentire al giudice di
arrivare alla sintesi e cercare di trovare la soluzione più giusta. Sono fermamente convinto di questo principio».
Come le è parsa la realtà di Brindisi?
«Penso che la situazione sia migliorata moltissimo rispetto all’ultima volta che ho lavorato a Brindisi. Tanti anni fa
la città era pesantemente gravata dall’esistenza di una cappa di mafiosità che faceva affari d’oro con il contrabbando
di tabacco e con tutto quello che arrivava dall’altra parte
dell’Adriatico. Purtroppo alcuni comuni della provincia sono
stati gravemente afflitti da questi conflitti di mafia. Devo dire
che la situazione è cambiata anche grazie al lavoro della polizia giudiziaria e alle sentenze della magistratura brindisina
e leccese. Occorre però vigilare perché non si verifichi più
questo grosso problema che ostacolava l’economia sana e la
vita delle persone per bene riducendo la qualità della vita.
Vedo un momento molto favorevole per la comunità brindisina, un coagularsi di energie sane e di persone seriamente
motivate a perseguire il bene comune».
Procuratore, benvenuto a Brindisi e buone feste!
«Grazie»
Giovanni Morelli
Giardino: «Uno dei primi
interrogativi che hanno
appassionato l’uomo»
D
al 16 settembre scorso il Tribunale di Brindisi ha
un nuovo presidente. Si tratta del dottor Francesco
Giardino, 58 anni, originario di Lecce, che ha preso
il posto di Vincenzo Fedele. Per il dottor Giardino si tratta di
un ritorno nella città adriatica: dato che dalla fine del 1998 ai
primi mesi del 2001, aveva ricoperto l’incarico di Presidente
di sezione.
In magistratura da oltre 31 anni, il dottor Giardino proviene
dalla seconda sezione civile del Tribunale di Lecce. La sua
carriera di magistrato, quasi tutta in ambito civile, è iniziata
nelle aule giudiziarie del Veneto, ma si è svolta per la gran
parte a Lecce, dove attualmente vive con la sua famiglia. Fermento lo ha incontrato nel suo ufficio al quinto piano del Palazzo di Giustizia.
Signor Presidente, cos’è la giustizia?
«Non è semplice rispondere a questa domanda: certamente
la giustizia è uno dei primi interrogativi che hanno appassionato l’uomo da quando questi ha raggiunto consapevolezza
di sé e dell’ambiente sociale che lo circondava. Esistono vari
concetti di giustizia: quella divina è un concetto immobile nel tempo e nello spazio, mentre la giustizia umana è un
concetto relativo, nel senso che si considera giusto quello
che in un determinato periodo di tempo e di luogo risponde
alla concezione che l’uomo e la società hanno in quel momento.
Se facciamo riferimento alla cultura italiana e occidentale possiamo definire la giustizia con i tre concetti dell’agire
correttamente, del non danneggiare nessuno e dell’attribuire
a ciascuno il suo. Concetti che, tra l’altro, si trovano, seppur
con modifiche lessicali, anche nel Vangelo e nella tradizione
del cristianesimo.
Al concetto generale di giustizia, inoltre, si affiancano quelli
di giustizia giusta, di giustizia sociale e di giustizia retributiva, i quali sono tutti aspetti e sfaccettature del concetto più
ampio. Funzione della giustizia è quella di regolare i rapporti
tra le persone in modo che ciascuno, nell’ambito della propria sfera di libertà, sia libero ma rispettoso della libertà altrui. La giustizia, cioè, deve salvaguardare i limiti di queste
reciproche libertà, che non possono mai essere considerate
libero arbitrio. Persino i diritti assoluti hanno elementi di doverosità nei confronti dell’altro».
Siamo nel pieno del dibattito sulla cosiddetta riforma
della giustizia. In cosa consistono le novità che il legislatore ha intenzione di introdurre? Come valuta queste
proposte?
«E’ bene precisare che l’attenzione di questa riforma, così
come tutte quelle degli ultimi anni, sembrerebbe più focalizzata sulla giustizia penale ed in particolare sul versante processuale.
Questa proposta di riforma prevede di introdurre il cosiddetto “processo breve”, il quale in linea di principio risponde alle convenzioni internazionali e al dettato costituzionale
che, con la riforma dell’art. 111 della nostra Costituzione, ha
elevato a rango costituzionale il concetto di ragionevole durata del processo.
Il problema di questa riforma è tipico di tutti gli interventi
legislativi in materia di giustizia. È certamente doveroso che
il processo sia contenuto in tempi ragionevoli, ma le modifiche proposte mal si raccordano con il funzionamento generale della giustizia. Il nostro processo penale è stato in gran
parte mutuato da quello americano senza però prevedere i
contrappesi propri di quel processo: il nostro è un processo
bellissimo che però non si cala in un contesto che ne garantisca l’efficacia ed il funzionamento. Basti pensare all’estrema
polverizzazione degli uffici giudiziari, alla facilità del ricorso
in Cassazione con tutti gli effetti di inflazione e carichi di lavoro che ciò comporta, mentre negli USA davanti alla Corte
Il Presidente del Tribunale Francesco Giardino
Suprema si va solo in casi eccezionali. Questa riforma, inoltre, mantiene tutto il sistema delle notifiche e le farraginosità
esistenti, che non sono compatibili con i tempi brevi processuali che invece si vogliono introdurre.
Esistono poi problemi di ordine tecnico: che fine fa la prescrizione dei reati con il processo breve, come si concilia la
decadenza del processo con la prescrizione del reato…?».
Oggi si discute sempre più spesso di diritti, rivendicati o
negati. Si parla, per esempio, di un “diritto alla morte”,
oppure del riconoscimento di nuovi diritti civili. Qual’è il
suo parere in proposito?
«Il nostro ordinamento positivo non riconosce un “diritto
alla morte”, perché punisce i vivi che hanno cagionato o tentato di cagionare la morte di un altro soggetto. La legge, per
esempio, non punisce il suicida, o chi lo tenta, ma colui che
istiga o induce al suicidio.
La nostra Carta Costituzionale sancisce un diritto diverso dal
cosiddetto “diritto alla morte”; all’articolo 32, infatti, riconosce il diritto di una persona a non sottoporsi agli interventi
medico-chirurgici, salvo i casi previsti per legge come le malattie contagiose o il trattamento sanitario obbligatorio».
Nelle aule di tribunale è presente il crocifisso. Cosa ne
pensa della sentenza della Corte europea dei diritti
dell’uomo?
«I magistrati della Repubblica hanno l’obbligo di rispettare le
decisioni di un altro giudice. Tra l’altro la sentenza in oggetto non è precettiva immediatamente, né nei confronti dello
Stato, né di singole strutture dello Stato, né di privati cittadini. È il governo italiano la parte processuale a cui spetta di
verificare se c’è un obbligo di conformarsi o meno».
Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del
2002, Giovanni Paolo II di v.m. affermava che “non c’è
pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”.
Cosa significa questa affermazione rapportata all’amministrazione quotidiana della giustizia?
«Penso sia riduttivo calare queste parole di Giovanni Paolo
II, che certamente hanno una portata universale, nella realtà
quotidiana dell’amministrazione della giustizia. È evidente,
altresì, che laddove la giustizia funziona poco o male ci sono
effetti negativi sulla stessa convivenza, per cui un’organizzazione statale deve prevedere gli strumenti che garantiscano
la pace sociale tra gli uomini ed evitare che questi si facciano
giustizia da sé.
Per quel che riguarda il rapporto tra giustizia e perdono,
sono convinto che il perdono è un fatto assolutamente privato. Anche nell’ordinamento giuridico ci sono forme di perdono, basti pensare all’istituto dell’amnistia e dell’indulto, o
al perdono giudiziale per i minori, ma in questi casi si tratta
di un perdono di tipo politico: lo Stato, cioè, valuta positivo
l’interesse a “mettere una pietra sopra” quel reato. Da questo
punto di vista rimane emblematico il perdono concesso, agli
uccisori di suo padre, dal figlio di Vittorio Bachelet (vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura assassinato dalle Brigate Rosse nel febbraio 1980, ndr) nel corso dei
funerali.
Il giudice deve verificare, non perdonare».
Qual’è il compito di un Presidente di Tribunale?
«Per alcuni versi continuo a fare il giudice, occupandomi
di affari giudiziari in materia familiare e societaria. Poi c’è
l’aspetto amministrativo che consiste nel dirigere una struttura complessa con 37 magistrati, con tutto il personale amministrativo e gli ufficiali giudiziari: il Tribunale è un microsistema soggetto ad alcune norme di cui il Presidente deve
assicurare il suo buon funzionamento.
Ma questo non sempre è facile a causa, soprattutto, della carenza di risorse economiche».
Qual’è lo stato di salute della giustizia in Provincia di
Brindisi?
«Fondamentalmente non dissimile, dal punto di vista della
giustizia civile, ad altre strutture del meridione contigue territorialmente o per sistema sociale.
È bene ricordare che, specialmente la giustizia civile, risente
dello stato dell’economia: se questa va male la giustizia va in
sofferenza perché vede aumentare i carichi di lavoro».
Buon lavoro e buon Natale, Signor Presidente.
«Grazie…»
Giovanni Morelli
22
Chiesa & Arte - Salento
15 dicembre 2009
guagnano Nel 1798, a lavori di ricostruzione finiti, fu consacrata da mons. Annibale De leo
Un’intera cittadina che guarda alla Vergine
L
a chiesa madre di Guagnano è dedicata a Santa Maria
Assunta, è a pianta longitudinale con navata centrale, due
minori laterali e transetto; 1798 è la
data che sancisce la fine dei lavori
di ricostruzione solennizzata dalla
consacrazione da parte dell’arcivescovo Annibale De Leo che pose
sull’altare maggiore le reliquie dei
martiri Urbano, Donato e Crescenzio. Un’epigrafe attesta gli avvenimenti; essa è però mutila di due righe nelle quali erano scritti il nome
e i titoli di Ferdinando IV di Borbone e che presumibilmente furono
cancellate o nel 1799 ad opera di
rivoluzionari della repubblica partenopea (a Guagnano vi erano giovani che, seguita la restaurazione si
ritrovarono accusati di complotto
contro i sovrani), o nel 1860 con la
caduta della dinastia dei Borboni e
la fine del regno delle Due Sicilie.
I lavori si protrassero per quasi
mezzo secolo probabilmente dal
1743; in quell’anno, il 20 febbraio,
il terremoto danneggiò talmente la
precedente parrocchiale del XIV-
XV secolo da ritenere opportuno l’avvio
di una nuova fabbrica con il contributo
economico dell’amministrazione civica; ciò anche in considerazione che, per
la continua crescita
demografica la piccola chiesa sarebbe
risultata largamente
insufficiente. Il sacro edificio era stato eretto sul luogo
del rinvenimento di
un’immagine della
Vergine del Rosario;
come spesso accade il rinvenimento
è accompagnato da
un fatto prodigioso:
qui, un toro staccatosi dalla mandria
fu trovato genuflesso dinnanzi a un
cespuglio di macchia mediterranea con una corona di rosario tra i
denti: tra i rovi i bovari scorsero la
sacra immagine. L’icona, del XIV
o XV secolo, è una pittura parietale a intonaco asciutto sul tipo della
tempera a calce che
segue il noto schema
della Madonna in
trono con bambino
e due angeli di carattere bizantino a testimoniare la persistenza della maniera
greca anche oltre
il medioevo. Oggi
è mutila sui quattro lati e collocata
al centro di una tela
in cui sono dipinti i
misteri del Rosario.
Per fare in modo che
l’antica immagine
non fosse spostata
dal luogo originario
si realizzò la nuova
chiesa in funzione di
essa, volgendo quindi la nuova facciata
ad oriente. Erra la
tradizione popolare
che tale orientamento immaginò quale segno di sfida
verso i Turchi che si pensò sconfitti
nello scontro navale di Lepanto per
la protezione accordata alla flotta
cristiana dalla Vergine del Rosario.
Il dipinto si trova ora nel lato terminale destro del nuovo transetto;
la facciata antica rimase a ponente
della sacrestia di cui si scorgono
ancora tracce di due finestre monofore all’esterno.
All’interno della chiesa sono l’organo e gli altari settecenteschi: quello
del Crocefisso con la tela, trafugata,
del Convito in casa di Levi sostituita dalla Cena in Emmaus di Umberto Colonna, di San Francesco
Saverio, Sant’Oronzo, della Madonna del Carmine, dei Santi Cosma e
Damiano, di San Francesco d’Assisi
e di San Giuseppe.
Il battistero, in pietra, è di epoca rinascimentale. La facciata, divisa in
due ordini e tripartita verticalmente, presenta nell’ordine superiore
elementi concavi laterali e termina con un fastigio semiellittico che
ricorda gli elementi convessi del
portale.
Ilaria Demitri
san donaci Bisogna andare indietro nel tempo, già prima del secolo XVI
Santa Maria delle Grazie, le origini della comunità
L
a chiesa cimiteriale di San Donaci
sorge sulla strada per Guagnano ed
è dedicata a Santa Maria delle Grazie. Le vicende di questa piccola chiesa
e del culto per la Madonna delle Grazie
risalgono ad ancor prima del XVI secolo.
Come rilevano gli atti di Santa Visita del
1570, all’interno della chiesa sono presenti già molti segni della devozione popolare
e molta cura degli altari.
In quell’anno doveva essere presente e
molto sentita la devozione per l’immagine di Santa Maria delle Grazie. Le origini dell’immagine sacra non sono molto
chiare; la sua riscoperta si vuole dovuta
alla circostanza che una donna, residente
nella zona, si sia accorta della fuga dal recinto di un toro. Immediatamente si diede
inizio alle ricerche insieme ai proprietari
della masseria da cui il toro era fuggito.
L’animale fu ritrovato in contrada Montecoco, immobile e silenzioso, quasi come
se fosse in preghiera innanzi l’immagine
di Santa Maria delle Grazie. Il racconto, nella sua dinamica, si lega al ritorno
dell’uomo in aree un tempo coltivate e
poi abbandonate per il regredire della linea dei coltivi. Le circostanze del ritrovamento presentano alcune caratteristiche
in comune con a leggenda di fondazione
del santuario della Madonna del Belvedere in Carovigno.
L’icona carovignese, infatti, fu scoperta cercando una giovenca. Il mandriano
che l’aveva persa la ritrovò “ginocchioni”
all’interno di una grotta in agro di Carovigno di fronte al dipinto della Madonna.
L’affresco sandonacese, quattrocentesco,
presenta un’impostazione prettamente
medievale, simile ad altre icone mariane molto venerate nel territorio diocesano, come quella celebre della Madonna
di Jaddico in Brindisi. È’ chiaro come sia
i colori che l’espressione della Madonna
abbiano subito modifiche nel corso degli
anni.
Frequentata e meta di pellegrinaggi nel
corso del XVI secolo, nella seconda metà
del successivo fu rinnovata conferendole,
come rileva il Bacci, un impianto barocco.
Di grande rilevanza furono i lavori eseguiti il 1935, ricordati in un’epigrafe posta
in controfacciata dettata dallo stesso padre Bacci. In quest’occasione fu riscoperto
l’affresco mariano cui era stata sovrapposta una tela avente soggetto la Madonna
del Rosario.
Oggi la chiesa si presenta con la semplice facciata della seconda metà del 1600.
L’interno è ad aula unica e ed ha coronamento nell’altare dedicato a Santa Maria
delle Grazie.
Nel 1965 mons. Nicola Margiotta, arcivescovo di Brindisi (1953-75), incoronava
la statua della Madonna delle Grazie con
il diadema d’argento benedetto da papa
Paolo VI. L’8 Maggio del 1998, mons. Settimio Todisco, arcivescovo di BrindisiOstuni (1975-2000) proclamava santa Maria delle Grazie, patrona di San Donaci,
conferendo così alla data del 5 Agosto, sua
ricorrenza, il grado di solennità liturgica.
Antonella Golia
Veglie, la chiesa in grotta di Santa Maria della Favana
L
ungo un remoto itinerario messapico,
sorge la chiesa in grotta di Santa Maria,
più nota oggi con la tarda denominazione
Favana, nei pressi dell’attuale cimitero di
Veglie, di fronte al convento dei Francescani Conventuali, fondato il 1579, con annessa
chiesa nota per i suoi notevoli affreschi. La
cripta della Favana o della Furana, come la
definì Cosimo De Giorgi, oggetto di studio
fin dall’Ottocento e meta di credenti, ricercatori e curiosi, può considerarsi “notevole
testimonianza di architettura rupestre legata alla cultura religiosa e alle forme liturgiche dell’area grecanica della Puglia”. Sul
periodo di costruzione e sulla derivazione
del nome sono state fatte molte congetture; certamente la chiesa in grotta doveva
essere funzionale a un insediamento rurale
articolato sullo schema del casale e utilizzato, nel tempo sia da greci che da latini.
Riguardo alla derivazione del nome, alcuni
ritengono che l’appellativo Favana derivi
da una delle immagini dipinte nel sotterraneo, in particolare quella raffigurante la
Madonna che allatta il suo Bambino. Da qui
il nome Favana che sta, nel volgare salentino, per “Residuo di latte cagliato”; potrebbe
anche riferirsi ad altra immagine a mezzo
busto di una Madonna con Bambino, che si
trova nell’attigua chiesa del convento, verso
la quale accorrevano i fedeli per impetrare
grazie contro il male della fava ossia il favismo. Ciò si evince dalla «Platea del Venerabile Convento di S. Maria della Favana dei
Frati Minori Conventuali in Veglie del 1735».
Per la descrizione si farà qui riferimento
essenziale al fondamentale testo di Luigi
Mazzotta. La struttura presenta una forma
architettonica di origine greco-orientale,
risalente ai secoli IX-XI. Vi si accede lateralmente, attraverso un dromos in cui è stata
ricavata una scala; è ad unica navata con
una piccola abside. Entrando, a sinistra è
un piccolo vano comunicante con la Cripta; probabilmente serviva da Pastophòrion,
locale adibito alle cerimonie preparatorie
delle funzioni religiose. Nell’abside vi è addossato un altare di recente fattura a destra
del quale si nota una nicchia che serviva
probabilmente da diakonicòn, cioè deposito
di arredi sacri. L’interno della cripta è decorato da un ciclo pittorico di natura sacra,
evidenziando la funzione cultuale del luogo. Tali affreschi, che risalgono per la gran
parte al XV secolo, sono in continuo deterioramento a causa dell’eccesso di umidità. La
figura meglio conservata, è quella, trecentesca, della Vergine, la cui dolcezza e vivacità
è espressa dagli occhi e dai tratti delicati
e fini del volto. Il suo capo è leggermente
reclinato verso il Bambino Gesù benedicente. Seguono le immagini di Santo Stefano
Protomartire e Sant’Antonio da Padova. Sulla
parete di fondo dell’abside è rappresentata
la Santissima Trinità: Dio Padre, vestito di
bianco è assiso sul trono; le braccia esageratamente lunghe si abbassano a sostenere
la croce sulla quale è una piccola e tozza
figura del Cristo. Ai lati vi sono raffigurati
San Giovanni Evangelista e San Giovanni Battista, considerata, quest’ultima, la più antica
immagine del santo patrono di Veglie. Al di
sopra di una nicchia, è raffigurato San Francesco d’Assisi inginocchiato nell’atto di ricevere le stimmate dal crocifisso. Nella parte
destra, vi è un’altra Madonna che, assisa in
trono, tra le braccia stringe il Bambino che
allatta. La scena successiva vede raffigurato
il piccolo Cristo, a mezzo busto, tra gli apostoli Pietro e Paolo che per contrasto appaiono enormi. In un altro riquadro Sant’Andrea e da ultimo Sant’Antonio Abate. Nelle
scene sono presenti iscrizioni sia greche che
latine. La cripta un tempo aveva il soffitto
completamente affrescato; se ne scorgono
frammenti che rimandano alla rappresentazione entro un cerchio del Cristo Pantocratore attorniato da quattro angeli con i simboli
degli Evangelisti.
Anna Candelieri
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Libri & Cultura
15 dicembre 2009
cultura Il 21 novembre Benedetto XVI ha incontrato gli artisti nella Cappella Sistina
Bellezza, percorso artistico e itinerario di fede
abbiamo vinto insieme
M
Il Santo Padre saluta gli artisti convenuti nella Cappella Sistina
L
a “via della bellezza” come “percorso artistico,
estetico” ma anche come “itinerario di fede”.
A riproporla agli artisti è stato Benedetto XVI,
incontrando il 21 novembre circa 300 esponenti del
mondo dell’arte nella Cappella Sistina. Occasione dell’incontro, promosso dal Pontificio Consiglio
della cultura, il decennale della Lettera di Giovanni
Paolo II agli artisti (4 aprile 1999) e il 45° anniversario dell’incontro di Paolo VI con gli artisti (7 maggio
1964). Il SIR ha rivolto alcune domande a Mariano Apa, docente di storia dell’arte contemporanea
all’Accademia di belle arti de L’Aquila, che ha partecipato all’evento.
“Rinnovare l’amicizia della Chiesa con il mondo
dell’arte”: con questo intento Benedetto XVI si è
inserito nel “solco” tracciato da Paolo VI e Giovanni Paolo II…
«A mio avviso, la cifra dell’incontro di papa Benedetto XVI con gli artisti sta nella volontà di ribadire
un’intera tradizione, che dal II Concilio di Nicea arriva fino al Concilio Vaticano II, passando per l’ultima giornata del Concilio di Trento, dedicata alla
questione delle immagini. Ribadire la centralità della tradizione, tuttavia, non è sinonimo – come taluni vorrebbero – di ideologia del tradizionalismo: è la
Chiesa che, depositaria del magistero, esplicita nei
segni dei tempi la condizione attraverso cui si svolge
il nostro cammino di fede, all’insegna dello stretto legame tra arte e liturgia. Nella Chiesa vive la bellezza
e la verità: ciascun artista di ogni tempo è chiamato a
farci i conti, attraverso le modalità espressive che gli
sono proprie. È nel tesoro della tradizione che l’artista trova la sua libertà: nelle parole del Papa trova
eco la tradizione anche recente della Chiesa, da Pio
XI a Pio XII, da Giovanni XXIII a Giovanni Paolo I –
che ha aperto la strada alla beatificazione del Beato
Angelico, patrono dei pittori, e di Claudio Granzotto,
patrono degli scultori, da parte del suo successore –
fino a Giovanni Paolo II, che oltre alla Lettera agli artisti ha dedicato un’opera intera al valore dell’arte: il
Trittico Romano».
La “via della bellezza” è la proposta del Papa
come antidoto alla “disperazione”: come evitare
che il nostro tempo cada nella trappola di una
bellezza “seducente e ipocrita”?
«La proposta che fa Benedetto XVI agli artisti è quella di camminare non tanto sul terreno della memoria, ma di qualcosa che è perennemente vivo: Cristo
morto e risorto. Il profondo legame tra arte e liturgia
è, dunque, il presupposto non dichiarato, ma imprescindibile, delle parole pronunciate dal Papa nella
Cappella Sistina. È il movimento liturgico che conduce al Concilio Vaticano II, come Joseph Ratzinger
dimostra nella sua opera sullo spirito della liturgia».
Nella coscienza di ciascun artista, la bellezza è
un appello ad un “oltre”: un forte richiamo per
un dialogo anche con i non credenti…
«Quello che ogni artista dovrebbe evitare è l’autoreferenzialità. Un’opera d’arte è tale nella misura in
cui si confronta con la questione del senso, e dunque
indaga sul mistero. Anche attraverso i propri dubbi,
i propri malumori, le proprie nevrosi, il proprio disagio, l’arte può definirsi tale se conduce alle domande
sul senso della morte e della rinascita. Se l’artista non
si fa carico della bellezza che pone la domanda, fa
del decorativismo e diviene preda dell’autoreferenzialità. L’inquietudine, la condizione esistenziale ai
limiti dell’esistenza stessa: tutto ciò conduce alla radicalità della domanda. È una via dolorosa che hanno percorso molti artisti, anche non credenti, che a
volte nella loro strada hanno trovato un compagno
di viaggio capace di dialogare con loro a partire dal
proprio vissuto di fede».
Cosa dice il simbolo delle cattedrali, “bibbie di
pietra”, all’Europa, dove – denuncia il Papa – l’arte rischia di essere incomprensibile, se non si tiene conto della sua anima religiosa?
«Si tratta di una questione delicatissima, e decisiva
per il futuro del nostro continente. In un’epoca di
globalizzazione come la nostra, dove con estrema
facilità si innalza un minareto, per erigere un campanile occorre ancora – come per le antiche cattedrali
– che si instauri un corretto rapporto, fatto di dialogo
ma a volte anche di salutari contrasti, tra il vescovo
e l’artista. Il riferimento, nel discorso del Papa, alle
cattedrali è un invito per l’artista a pensare nel concetto dell’opera totale, che trova il suo simbolo nella
cattedrale come cantiere dove lavora tutto il popolo
di Dio. L’Europa delle cattedrali è un’Europa fatta di
chiese che non si chiudono il giorno dell’inaugurazione, ma che nei secoli camminano, si evolvono, si
restaurano. Ancora una volta, arte come metafora
della liturgia: l’artista non può pensarsi come singolo individuo, deve vedere riflesso in se stesso tutti
quanti e capire che nella propria espressione artistica c’è tutto il popolo di Dio. Quello che si è succeduto nei secoli, ma anche quello che non si è ancora
convertito».
Per favore, solo notizie!
e uccide più la lingua che la spada, telefonica risalente a otto anni fa che BofN
si dice, e per estensione si può dire fo aveva preferito chiudere senza ulteriori
che qualcuno può essere ucciso, almeno gradi di giudizio; a tale documento si acprofessionalmente, anche dalla stampa.
Quattro mesi dopo il responsabile del delitto perfetto si dice ammirato del comportamento della vittima e, senza chiedere scusa, ammette di aver esagerato, come
quegli assassini delle barzellette che dicono che gli era soltanto scappato un colpo.
I protagonisti di questo sgradevole “noir”
si chiamano Vittorio Feltri, direttore de “Il
Giornale”, e Dino Boffo, ex direttore de
“L’Avvenire”. Boffo, il 3 settembre scorso,
si dimise dalla direzione del quotidiano
ecclesiale dopo una durissima campagna
di stampa orchestratagli contro da Feltri;
“Il Giornale” pubblicò una sentenza penale di condanna per un caso di molestia
compagnava una oscena e falsa informativa della Polizia, che demoliva moralmente
il direttore de “L’Avvenire”. L’informatore
di allora viene definito ancor oggi da Feltri
“attendibile e insospettabile” nonostante
lo squallore delle notizie false fornite, e
quindi il caso viene derubricato da “scandalo” a “bagatella” e Boffo viene riconsiderato da Feltri stesso “giornalista prestigioso ed apprezzato” ma “senza scuse né
lacrime, tantomeno retromarce, solo con
una doverosa precisazione”. Il comportamento di Boffo ora suscita “ammirazione”
in Feltri. Ovviamente la parziale e tardiva smentita di Feltri non ha avuto l’onore delle prime pagine dei giornali (ma “Il
etti una sera di gennaio ed
un messaggio sul telefonino,
inviato da “Giovanni” che ti dice:
«Sono stato trapiantato al fegato:
va tutto bene. Baci». Si prova un
tonfo al cuore incredibile e inenarrabile, soprattutto se pensi che, chi
scrive, nei continui colloqui si fregiava di essere, dell’amico e collega, «il biografo autorizzato» e con
lui si era scambiato, come sempre,
gli auguri per Natale e per il nuovo
anno. Di più - è ricordo dettagliato - lui aveva commentato gli ultimi pezzi della rubrica
«Quattro stagioni», che
tanta fortuna ha avuto
- come del resto i suoi
reportages da inviato - sulle colonne del
giornale «Avvenire» ed
aveva ricordato alcuni
avvenimenti vissuti in
comune,
riguardanti
l’immigrazione dall’Albania ed il recente
cammino di questo popolo, oggetto anche dei
suoi studi recenti.
Ad un «sms» così non
puoi rispondere: il telefonino è
spento. E attendi... L’attesa è stata per tutti diversa ed alla fine,
cos’ha fatto Giovanni Ruggiero? Il
viaggio più importante della sua
vita - «questo della sua malattia»,
dice - lo ha condensato in un libro
a quattro mani, realizzato assieme
ad Antonio Ascione, medico epatologo, che ha sempre curato con
grande impegno la comunicazione
con i pazienti. Due comunicatori
nati hanno così dato alle stampe
«Abbiamo vinto. Insieme» e le Edizioni Messaggero di Padova, hanno
inserito il libro nella collana «Terra
& cielo», quella che ha come propria mission, pubblicare «parole
che fanno riflettere. Libri che siano
compagni delle domande dell’uomo. Provocazioni che aiutino a
riscoprire una parte di noi». E così
ecco che Giovanni Ruggiero ed il
dott. Ascione, dialogano nel libro:
il giornalista è il paziente malato
che porta le sue emozioni e tutte le
sue domande (non solo quelle sulla malattia); il medico è invece nel
suo ruolo, ma sceglie di scrivere in
corsivo con tutta la leggerezza e
l’efficacia che questo carattere tipografico comportano: chiarezza
e precisione, mai scevre da un’indescrivibile carica di umanità, che
resta dall’una e dall’altra ottica, il
leit motiv di queste pagine che si
leggono d’un soffio (e non solo perchè sono le più belle tra le migliaia
scritte dall’amico).
In questo viaggio, che porta dalla cirrosi, al tumore, al trapianto,
Giovanni Ruggiero ricorda il primo
giorno in cui scopre di essere portatore sano, senza sapere che l’annunciatore di tale notizia sarebbe
diventato suo suocero, mentre il
dottore lo riconosce subito come
«Un uomo di fegato (ma malato)»,
poi c’è il «contrordine: non esiste il portatore sano»,
quindi c’è l’inizio di
un percorso alla ricerca dalla soluzione in
diversi modi ed in diversi luoghi, attraverso
analisi cliniche e ricoveri, ecografie e volti di
medici che tradiscono
la diagnosi anche con
una smorfia. E c’è soprattutto il ritorno ad
dialogo costante con il
medico dalle poche ed
efficaci parole, che ti
fa attendere nelle viste
programmate perchè il paziente sia
l’ultimo ed il discorso si faccia più
ampio, complesso, totale, sapendo
che un simile tipo di malattia, assorbe quasi totalmente l’energia
di una persona. E dalla cirrosi al
tumore al trapianto, Giovanni Ruggiero ed Antonio Ascione descrivono un percorso umano, talmente
toccante e coinvolgente che medicina e mondo sanitario sembrano
passare in secondo piano quando
invece sono l’argomento entro cui
ci si muove. Gli autori paragonano
questo cammino ad una scalata:
non una scalata in solitaria, ma una
cordata. «Con te devono starci tutti
i tuoi, moglie o marito, figli, amici,
colleghi di lavoro e il tuo medico,
che a metà percorso, quasi sempre,
fa già parte del gruppo degli amici
e viaggia insieme a te», si legge nel
libro. E Giovanni Ruggiero da uomo
di fede ha anche qualcuno in più
che lo accompagna, pronto a stare
con lui e a «dialogare con le stelle»,
qualora qualcosa non fosse andata
per il verso giusto.
E invece Giovanni e i suoi ce l’hanno fatta ed ora, «penso solo che
occorre raccontare tutto questo
- scrive -. Spero che la mia avventura, che si è chiusa positivamente,
possa aiutare altre persone».
Angelo Sconosciuto
almanacco
Giornale” l’ha messa in prima pagina) né
la risonanza televisiva dell’estate scorsa
(ne ha parlato solo il TG3).
Pare che l’Ordine dei giornalisti, che si
era già mosso per condannare il bislacco
servizio di “Mattino 5” che definiva “stravagante” il giudice che aveva condannato
la Fininvest a risarcire con 750 milioni di
euro il gruppo De Benedetti, stesse per intervenire su Feltri: fatto sta che ora come
non mai risuonano severe e di alto profilo
le parole del Presidente della CEI, Cardinale Bagnasco: «Quando la comunicazione
perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale finisce per non tenere più in
conto la centralità e la dignità inviolabile
dell’uomo». «Tutto il Paese- conclude Bagnasco - ha bisogno di un linguaggio serio
e sereno».
Da parte politica è intervenuta la più alta
autorità dello Stato, il Presidente della Repubblica Napolitano, che ha dichiarato: «I
mezzi di comunicazione e noi stessi che
lavoriamo nelle istituzioni, siamo troppo
spesso assorbiti dai comportamenti litigiosi, che caratterizzano la nostra società
politica, e non guardiamo con sufficiente
attenzione alle espressioni della nostra
società civile».
Basta, quindi ,anche con gli articoli dettagliati sulle abitudini intime del Premier
(a me personalmente anche le accuse di
connivenza con la mafia sembrano fantasie, se non calunnie) e spazio, per favore,
da destra e da sinistra, ai problemi della
comunità ed al modo per risolverli.
Ferdinando Sallustio
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Numero_11_2009 - Arcidiocesi di Brindisi