Anno LV n. 2 - Giugno 2007 - C.C.P. 13647714 Spedizione in Abb. Post. Art. 2 comma 20/C legge 662/96 Filiale di Foggia Provincia di San Michele Arcangelo dei Frati Minori di Puglia e Molise Provincia di San Michele Arcangelo dei Frati Minori di Puglia e Molise s o m m a r i o 3 Editoriale Il Dolore illuminato dalla fede di fr. Leonardo Civitavecchia LA VOCE DEL CUORE 4 Perseverate su questa strada di Alfonso Forte ATTUALITÀ 5 Il futuro che non c'è di Ignazio Loconte Anno LV n. 2 Giugno 2007 C.C.P. 13647714 Spedizione in Abb. Post. Art. 2 comma 20/C legge 662/96 Filiale di Foggia 6 6 10 Auguri Santità Il cammino del Papa Chi ha paura del vero Gesù di Vittorio Messori 12 Sacramentum Caritatis intervista a Bruno Forte Redattore: fra Leonardo Civitavecchia [email protected] Dir. Resp.: Pietrangelo Melillo Con approvazione dei Superiori dell’Ordine Autorizzazione Tribunale di Foggia n. 55 del 19.06.1953 Direzione e Amministrazione: CURIA PROVINCIALE O.F.M. Convento S. 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Sgreccia 16 L’uomo dei dolori, Gesù crocifisso di Giuseppe Scotti 19 Dono prezioso da offrire a Dio per i fratelli di Suor Chiara Angelica 20 Esperienza di Massimo Selmi 21 Aperto l’hospice per i malati oncologici di Michele Totaro OFS 22 Elisabetta d’Ungheria icona del buon Samaritano di Francesco Armenti 24 25° di formazione della fraternità OFS di Canosa di Maria Lobasco 26 Il nostro ritiro di quaresima di Pierino Contegiacomo 27 Non di solo Pane di Vitina Loliva 28 Elisabetta pane e speranza per i poveri di Pierino Contegiacomo VITA DI FAMIGLIA 29 Il sagrato, luogo di meditazione di fr. Pietro Carfagna 30 33 Turchia: la presenza cristiana in una vita tutta per Cristo Francesco d’Assisi e l’incontro con l’altro credente di Gwènolè Jeusset 34 35 35 35 36 36 Nuovi presbiteri... araldi del Vangelo 50° di Sacerdozio di P. Angelico e P. Bernardino Frati Minori Under Ten dell’Italia meridionale La Reliquia del Beato Giovanni Duns Scoto Festa della Provincia e 25° del Postnoviziato In attesa della canonizzazione del Beato Giacomo di fr. Giuseppe Tomiri 37 Un inno di lode a Dio in idioma garganico di Luigi Ianzano PIANETA GIOVANI 38 Papaboys di Daniele Venturi 39 La Puglia pellegrina ad Assisi Editoriale Siamo avvolti ancora dall'evento eccezionale della Risurrezione del Maestro che riscalda i nostri cuori e ci riempie di gioia e di speranza. Come per gli Apostoli, di fronte allo sconforto, il Risorto non ci lascia soli, interviene e ci invita a riprendere il cammino. Ma si arriva ad incontrare il Risorto se abbiamo incontrato la Croce di Cristo...la nostra Croce. «Il dolore e la malattia fanno parte del mistero dell'uomo sulla terra. Certo, è giusto lottare contro la malattia, perché la salute è un dono di Dio. Ma è importante anche saper leggere il disegno di Dio quando la sofferenza bussa alla nostra porta. La 'chiave' di tale lettura è costituita dalla Croce di Cristo. Il Verbo incarnato si è fatto incontro alla nostra debolezza assumendola su di sé nel mistero della Croce. Da allora ogni sofferenza ha acquistato una possibilità di senso, che la rende singolarmente preziosa. Da duemila anni, dal giorno della Passione, la Croce brilla come somma manifestazione dell'amore che Iddio ha per noi. Chi sa accoglierla nella sua vita sperimenta come il dolore, illuminato dalla fede, diventi fonte di speranza e di salvezza» (Giovanni Paolo II). Anche per Francesco «il toccare e servire la sofferenza e l'emarginazione - “usai con essi misericordia” (Test 2) - è scoprire la novità del Vangelo: la buona notizia di Dio che in Gesù si rende presente negli ultimi, nei sofferenti, nei poveri e negli emarginati. Le antiche e le nuove povertà - redente e rigenerate da Cristo - ci evangelizzano perché il Re dei Cieli, il Signore dei Signori ha privilegiato la via della debolezza e della croce: proprio attraverso di esse possiamo provare la concretezza dell'amore divino» (cfr. P. Pietro Carfagna nella 54 Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra). E' la dolcezza del Vangelo che vogliamo comunicare, perchè «ciò che mi sembrava cosa troppo amara - vedere i lebbrosi - mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo» (dal Testamento di San Francesco). Più ci avviciniamo alla croce di Cristo, più ci avviciniamo gli uni agli altri. Signore, che sostieni la nostra vita, noi ti ringraziamo perché conosci e comprendi la nostra sofferenza. Donaci fede e coraggio di fronte a grandi sofferenze... Allontana da noi il senso della disperazione. Quando il senso della vita scompare dietro le nuvole della sofferenza, fa' che possiamo volgere la nostra attenzione a Cristo, che ha sofferto per noi, ci ha conquistato, ci ha fatto diventare un popolo redento. Col cuore ardente di gioia per il dono della Parola, del Pane della Pasqua e dello Spirito Consolatore, vogliamo essere testimoni, col dono dell'amore, sulle strade di questa umanità, annunciando a tutti il Vangelo della dolcezza. 3 la Voce del cuore Da questo numero di Azione Francescana, abbiamo deciso di inserire una nuova pagina: La Voce del Cuore. È la voce dei lettori: per parlare liberamente di voi, di ciò che vi sta a cuore, della società o di un argomento trattato sulla nostra rivista. O semplicemente testimoniarci il vostro affetto, come ci ha dimostrato il nostro lettore di Bari che ringraziamo con affetto. Indirizzate le vostre lettere ad Azione Francescana Piazza S. Pasquale, 4 - Curia frati minori 71100 Foggia - Fax 0881.613562 [email protected] R ev.mo Padre Redattore, mi è pervenuto il numero di dicembre 2006 della Vostra Rivista “Azione Francescana” e mi è sorto spontaneo il bisogno di scriverVi pochi modesti righi, per esprimere il mio sincero consenso per la pubblicazione che ricevo da vario tempo e che ho sempre apprezzato. Stavolta, però, nel Vostro periodico -senza togliere nessun merito ai precedenti Redattori- c'è qualcosa di nuovo e, se mi consentite, di meglio. E' anzitutto cambiata la veste tipografica. La copertina, impostata su carta lucida e corredata di una foto eloquente e di ampio respiro, consente al lettore un più favorevole accesso e lo dispongono nel modo migliore ad addentrarsi nelle parti interne dell'opuscolo. E che dire dei contenuti? Ogni articolo è ispirato alla più autentica professione di fede. I luminosi esempi di vita di Vostri confratelli e di umili cristiani che spesero l'intera esistenza in opere di bene e in impegni di grande altruismo sono testimonianze notevoli di come andrebbero vissuti i giorni di ciascuno di noi. Un materiale, quindi, altamente istruttivo, soprattutto in questi nostri tempi fatti di distrazioni, di carenti vocazioni, di temibile allontanamento dalla Chiesa e dai suoi insegnamenti. L'augurio che Vi rivolgo è quello di perseverare su questa strada, di dare ulteriori impulsi alla Rivista, di diffonderla quanto più possibile e, 'last not least', di aprire uno spiraglio -“La voce dei lettori” ?per recepire dai destinatari della pubblicazione pensieri, opinioni e (perché no) suggerimenti. Con i migliori auguri di buon lavoro Dr. Alfonso Forte, Bari 4 Attualità Sono settimane che il mondo, scusate il gioco di verbi, ha iniziato a finire. Gira per le scuole il film documentario di Al Gore sulle malattie del pianeta, ed i tiggì gareggiano a chi le fa più catastrofiche. Filmati di tsunami, alluvioni, tempeste e deserti dilagano ovunque, ma la gente, almeno a giudicare da chi guida nei centri cittadini, non è che sembri preoccuparsi un granchè: impera il fatalismo, e le abitudini son dure a morire. E' tutto un parla parla condito dai luoghi comuni più triti: d'altronde sono decenni che le stagioni non sono più quelle di una volta. Si va per blocchi di argomenti: i cani che mordono i bambini (lo fanno a stagioni alterne) il bullismo in classe, ed ora la mancanza d'acqua. Grossi problemi con semplicissime soluzioni, se vivessimo in un mondo semplice. Per i cani basterebbe il divieto immediato per tutti di possedere quelli pericolosi, (ma è del dieci maggio la notizia che il ministero per la salute ha proibito la soppressione dei suddetti: al massimo il taglio della coda) per il bullismo basterebbe reintrodurre il voto di condotta ( ma poi come programmare tanti corsi di formazione docenti con esperti e trasferte ben pagate), per l'inquinamento costruire soltanto auto a gas, da subito (e i poveri petrolieri?). Ci si mettono anche gli scienziati: l'astrofisica Hack da diversi mesi va ricordando che nel duemilatrentasei il meteorite ci cadrà addosso. E noi pugliesi: abbiamo un acquedotto che perde per strada il sessanta per cento della propria acqua, e ci fosse uno che gli venisse in mente di rifare le tubature. No, troppo semplice. E' più divertente sfidare la sorte ed andare avanti fino a sbattere il muso, come fanno gli adolescenti. D'altronde cosa vogliamo che educhi uno stato quando ci riesce a stento la famiglia. Un vescovo che si permette di ricordare l'importanza di una sessualità ordinata finisce sulla lista di prescrizione di ultràs senza volto e senza vergogna, con il Parlamento Europeo a far loro da supporter. A furia di vivere in una società dalla mentalità aperta, milioni di cervelli sono rotolati per terra. Viviamo in una struttura concettuale così apocalittica che persino nello scrivere non riesco ad uscirne: mille e non più mille, con qualche anno di ritardo. Ma a pensarci bene non si tratta di pessimismo, quanto di ignavia diffusa, che dietro il primo si nasconde e ad esso è equivalente. Non c'è alcuna voglia di progettare, ed al quotidiano con la sua pena preferiamo il carpe diem dell'incoscienza. Progettare cosa? E perché? E' una fatica, con così poche idee in giro, per cui non sapendo dove andare uniamo i partiti e contiamoci, giusto per prender tempo. Oppure uniamo gli stati, tenendoli attaccati con un biglietto da cinque euro, con lo stesso pressappochismo dei grandi dittatori, oppure uniamo i sessi, giusto per fare qualcosa di diverso, così da annullare le diversità. E già che ci stiamo uniamo le religioni o gli ordini religiosi, per montare la grande melassa universale dove regna la pace dell'intelligenza. E progettare con chi? Siamo tutti ormai fieramente individualisti. Una volta in casa squillava un solo telefono, e tutti si giravano verso la cornetta vivendo un momento collettivo di condivisione della curiosità, dell'ansia, della domanda. Ora ognuno ha la sua suoneria, non c'è possibilità di condivisione. Oggi è bello poter dire: questo l'ho fatto io! Nel lavoro, nello sport, nella genetica, nella pastorale : l'altro è appena un incidente necessario e fastidioso. Forse è per questo che le famiglie non stanno tanto in salute: acceso un mutuo per non gettar soldi in affitto e messi al mondo unovirgolatre figli giusto perché si fanno, due persone come sopravvivono se ognuna si progetta un futuro per proprio conto!? Mi viene in mente, in opposizione a questa mentalità, il nostro san Francesco, che una volta riempì il tempo intervallato alla preghiera con il lavoro manuale, modellando un vaso di creta, per la precisione. Gli venne talmente bene che gli sfuggì un legittimo “…proprio bello!” . Ma non passò un secondo che resosi conto di tale orgogliosa autosufficienza lo prese e lo ruppe. Aveva intravisto la società dell'individuo, quello dove il Padre Nostro è un eufemismo da citare con un sorriso di sufficienza. L'uomo quindi non è in pericolo perché le nuvole non gli piangono più addosso, ma perché non si progetta più e non ha niente da condividere. Dal rubinetto della speranza escono poche gocce arrugginite. Può piovere sui giusti, persino sugli ingiusti, ma è siccità sugli indifferenti. Che il futuro ci si sia o non ci sia, conta così poco, e forse l'apocalisse non solo è arrivata, ma si sta consumando. Semplicemente non ce ne siamo accorti. IGNAZIO LOCONTE 5 Attualità Pregate il nostro buon Dio, affinché voglia nei nostri giorni rafforzare la fede, moltiplicare l'amore e aumentare la pace. Egli renda me, suo misero servo, sufficiente per il suo compito e utile per la vostra edificazione e mi conceda uno svolgimento del servizio tale che, insieme con il tempo donato, cresca la mia dedizione. Amen. 6 Attualità Sintesi del libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: “Gesù di Nazaret”, dal 16 aprile in vendita nelle librerie italiane. 7 Attualità Questo libro è la prima parte di un' opera la cui stesura, secondo l'affermazione dello stesso Autore, è stata preceduta da un «lungo cammino interiore» (p. 7). Esso rispecchia la ricerca personale del «volto del Signore» da parte di Joseph Ratzinger e non vuol essere un documento del Magistero («Perciò ognuno è libero di contraddirmi» sottolinea il Pontefice nella Premessa, a p. 20). Lo scopo principale dell'opera, nella cui seconda parte il Papa spera di «poter ancora offrire anche il capitolo sui racconti dell'infanzia» di Gesù e trattare il mistero della sua passione, morte e risurrezione, è «di favorire nel lettore la crescita di un vivo rapporto» con Gesù Cristo (cfr. p. 20). Si tratta dunque in primo luogo di un libro pastorale. Ma è anche l'opera di un teologo rigoroso, che giustifica ogni sua affermazione sulla base di una sterminata conoscenza dei testi sacri e della letteratura critica. Egli sottolinea l'indispensabilità del metodo storicocritico per un'esegesi seria, evidenzia però anche i limiti di esso: «Credere che proprio come uomo egli [Gesù] era Dio [...] va al di là delle possibilità del metodo storico» (p. 19). Eppure «senza il radicamento in Dio la persona di Gesù rimane fuggevole, irreale e inspiegabile». Confermando questa conclusione di un grande rappresentante cattolico dell'esegesi storico-critica, il Papa dichiara che il suo libro «considera Gesù a partire dalla sua comunione con il Padre» (p. 10). Inoltre, in base a una «lettura dei singoli testi della Bibbia nel quadro della sua interezza» - una lettura «che non è in contraddizione con il metodo storico-critico, ma lo sviluppa in maniera organica e lo fa divenire vera e propria teologia» (p. 15) - l'Autore presenta «il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il “Gesù storico”», sottolineando «che questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico anche più com- 8 prensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni» (p. 18). Per Benedetto XVI, nel testo biblico si trovano tutti gli elementi per affermare che il personaggio storico Gesù Cristo è anche effettivamente il Figlio di Dio venuto sulla terra per salvare l'umanità e, pagina dopo pagina, li esamina uno per uno, guidando il lettore - credente ma anche non credente - in un' avvincente avventura intellettuale. Basandosi sul fatto dell'intima unità tra l'Antico e il Nuovo Testamento e avvalendosi dell'ermeneutica cristologica che vede in Gesù Cristo la chiave dell'intera Bibbia, Joseph Ratzinger presenta il Gesù dei Vangeli come il «nuovo Mosè» che adempie le antiche attese di Israele. Questo nuovo e vero Mosè deve condurre il popolo di Dio alla libertà vera e definitiva. Lo fa con passi successivi che, tuttavia, lasciano sempre intravedere il piano di Dio nella sua interezza. Il battesimo di Gesù nel Giordano «è l'accettazione della morte per i peccati dell'umanità, e la voce dal cielo“Questi è il Figlio mio prediletto” è il rimando anticipato alla risurrezione» (cap. 1). L'immersione di Gesù nelle acque del Giordano è simbolo della sua morte e della sua discesa «agli inferi» una realtà presente, però, in tutta la sua vita. Per salvare l'umanità, «Egli deve riprendere tutta la storia a partire dai suoi inizi» (p. 48), deve vincere le tentazioni principali che minacciano, in forme diverse, gli uomini di tutti i tempi e, trasformandole in obbedienza, riaprire la strada verso Dio (cap. 2), verso la vera Terra promessa che è il «regno di Dio». Questo termine, che può essere interpretato nella sua dimensione cristologica, mistica o anche ecclesiastica, significa in definitiva «la signoria di Dio, la sua sovranità sul mondo e sulla storia [che] va oltre la storia nella sua interezza e la trascende [...]. Tuttavia, nello stesso tempo è qualcosa di assolutamente presente» (pag. 81). Anzi, attraverso la presenza e l'attività di Gesù «Dio è entrato nella storia in modo completamente nuovo, qui e ora, come Colui che opera». In Gesù «Dio viene incontro a noi [...] regna in modo divino, cioè senza potere mondano, regna con l’amore che va “sino alla fine”» (p. 84). Il tema del «regno di Dio» (cap. 3) che attraversa tutto l'annuncio di Gesù viene ulteriormente approfondito nella riflessione sul «Discorso della montagna» (cap. 4). In esso Gesù appare chiaramente come il «nuovo Mosè» che porta la nuova Torah o, meglio, che riprende la Torah di Mosè e, attivando la dinamica intrinseca della sua struttura, la porta a compimento. Il Discorso della montagna, in cui le Beatitudini costituiscono i punti cardine della nuova Legge e, al contempo, sono un autoritratto di Gesù, dimostra che questa Legge non è soltanto - come nel caso di Mosè il risultato di un colloquio «faccia a faccia» con Dio, ma reca in sé la pienezza che proviene dall'intima unio- Attualità ne di Gesù con il Padre: Gesù è il Figlio di Dio, la Parola di Dio in persona; «Gesù intende se stesso come la Torah» (p. 137). «È questo il punto che esige una decisione e perciò è il punto che conduce alla croce e alla risurrezione» (cfr. p. 86). L'esodo verso la vera «Terra promessa», verso la vera libertà, richiede la sequela di Cristo. Il credente deve inserirsi nella stessa comunione del Figlio col Padre. Solo così l'uomo può «realizzarsi» pienamente, perché la sua natura più profonda è orientata verso la relazione con Dio. Ciò significa che un elemento fondamentale della sua vita è il parlare con Dio e 1'ascoltare Dio. Per questo Benedetto XVI dedica un capitolo intero alla preghiera, spiegando il Padre nostro, che Gesù stesso ci ha insegnato (cap. 5). Il contatto profondo degli uomini con Dio Padre mediante Gesù nello Spirito Santo li raccoglie nel «noi» di una nuova famiglia che, mediante la scelta dei Dodici, rimanda alle origini di Israele (i dodici Patriarchi) e, insieme, apre la visione verso la nuova Gerusalemme (cfr. Ap 21,9-14), la meta definitiva dell'intera storia - del nuovo esodo sotto la guida del «nuovo Mosè». Stando con Gesù, i Dodici devono «dalla comunanza esteriore [...] arrivare alla comunione interiore con Lui», per essere poi in grado di testimoniare il suo essere uno col Padre e «diventare inviati “apostoli” appunto - di Gesù che portano il suo messaggio nel mondo» (p. 207). Pur nella sua composizione quanto mai eterogenea, la nuova famiglia di Gesù, la Chiesa di tutti i tempi, trova in Lui il suo centro unificante e l'orientamento per vivere il carattere universale del suo Vangelo (cap. 6). Per rendere più accessibile il contenuto del suo messaggio e farlo diventare, appunto, orientamento pratico, Gesù si serve della forma della parabola. Egli avvicina le realtà che intende comunicare - in definitiva si tratta sempre del suo stesso mistero - alla comprensione dell'ascoltatore attraverso il ponte della similitudine con le realtà a lui ben conosciute. Accanto a questo aspetto umano c'è però anche una spiegazione puramente teologica del senso delle parabole, che Joseph Ratzinger evidenzia con un' analisi di rara profondità. Egli si inoltra poi nel commento più specifico di tre parabole, mediante le quali illustra la ricchezza inesauribile del messaggio di Gesù e la sua perenne attualità (cap. 7). Anche il capitolo seguente tratta di similitudini usate da Gesù per spiegare il suo mistero: sono le grandi immagini giovannee. Prima di analizzarle, il Papa espone un riassunto molto interessante dei vari risultati della ricerca scientifica su chi era l'evangelista Giovanni. Con ciò, come poi nella spiegazione delle immagini stesse, egli apre al lettore nuovi orizzonti che rivelano Gesù in modo sempre più chiaro come il «Verbo di Dio» fattosi uomo per la nostra salvezza, come il «Figlio di Dio», venuto per ricondurre l'umanità verso l'unità col Padre - la realtà di cui Mosè era la figura (cap. 8). Questa visione viene ulteriormente ampliata negli ultimi due capitoli. «Il racconto della trasfigurazione di Gesù [...] spiega e approfondisce la confessione di Pietro e, al tempo stesso, la collega al mistero della morte e della risurrezione» (pp. 333s). Ambedue gli eventi sono momenti decisivi per il Gesù terreno come anche per i suoi discepoli. Ora viene stabilito definitivamente qual è la vera missione del Messia di Dio e qual è il destino di chi vuole seguirlo. Ambedue gli eventi diventano comprensibili in tutta la loro portata solo in base a una visione d'insieme dell'Antico e del Nuovo Testamento. Gesù, il Figlio del Dio vivente, è il Messia atteso da Israele che, attraverso lo scandalo della Croce, conduce l'umanità nel «regno di Dio», alla libertà definitiva (cap. 9). Una profonda analisi dei titoli che, secondo i Vangeli, Gesù ha utilizzato per sé conclude il libro del Pontefice (cap. l0). Ancora una volta si palesa che solo una lettura delle Scritture come un tutt'uno può rivelare il significato dei tre termini «Figlio dell'uomo», «Figlio» e «Io Sono». Quest'ultimo è il nome misterioso con cui Dio si rivelò a Mosè nel roveto ardente. Ora questo nome lascia intravedere che Gesù è quello stesso Dio. In tutti e tre i titoli «Gesù insieme vela e svela il mistero di sé. [...] Tutte e tre le espressioni dimostrano il suo profondo radicamento nella parola di Dio, la Bibbia di Israele, l'Antico Testamento [...], ricevono tuttavia il loro significato pieno solo in Lui; hanno, per cosi dire, atteso Lui» (p. 404). Accanto all'uomo di fede, che cerca di spiegare il mistero divino soprattutto a se stesso, accanto al coltissimo teologo, che spazia sui risultati delle analisi dottrinali antiche e recenti, emerge nel libro anche il pastore che riesce davvero a «favorire nel lettore la crescita di un vivo rapporto» con Gesù Cristo (cfr. p. 20) quasi coinvolgendolo pian piano nella sua amicizia personale col Signore. In questa prospettiva il Pontefice non teme di denunciare un mondo che, escludendo Dio e aggrappandosi solo alle realtà visibili e materiali, rischia di autodistruggersi nella ricerca egoistica di un benessere solo materiale diventando sordo per la vera chiamata dell' essere umano a divenire, nel Figlio, figlio di Dio e a raggiungere così la vera libertà nella «Terra promessa» del «Regno di Dio». Il Figlio di Dio è il Gesù storico Un estratto del libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: “Gesù di Nazaret”. [ ... ] ho voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il «Gesù storico» in senso vero e proprio. lo sono convinto, e spero che se ne possa rendere conto anche il lettore, che questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni. Io ritengo che proprio questo Gesù quello dei Vangeli - sia una figura storicamente sensata e convincente. Solo se era successo qualcosa di straordinario, se la figura e le parole di Gesù avevano superato radicalmente tutte le speranze e le aspettative dell'epoca, si spiega la sua crocifissione e si spiega la sua efficacia. Già circa vent' anni dopo la morte di Gesù troviamo pienamente dispiegata nel grande inno a Cristo della Lettera ai Filippesi (cfr. 2,6-11) una cristologia, in cui si dice che Gesù era uguale a Dio ma spogliò se stesso, si fece uomo, si umiliò fino alla morte sulla croce e che a Lui spetta l'omaggio del creato, l'adorazione che nel profeta Isaia (cfr. 45,23) Dio aveva proclamata come dovuta a Lui solo. La ricerca critica si pone a buon diritto la domanda: che cosa è successo in questi vent'anni dalla crocifissione di Gesù? Come si è giunti a questa cristologia? L'azione di formazioni comunitarie anonime, di cui si cerca di trovare gli esponenti, in realtà non spiega nulla. Come mai dei raggruppamenti sconosciuti poterono essere così creativi, convincere e in tal modo imporsi? Non è più logico, anche dal punto di vista storico, che la grandezza si collochi all'inizio e che la figura di Gesù abbia fatto nella pratica saltare tutte le categorie disponibili e abbia potuto così essere compresa solo a partire dal mistero di Dio? Naturalmente, credere che proprio come uomo egli era Dio e che abbia fatto conoscere questo velatamente nelle parabole e tuttavia in un modo sempre più chiaro, va al di là delle possibilità del metodo storico. Al contrario, se alla luce di questa convinzione di fede si leggono i testi con il metodo storico e con la sua apertura a ciò che è più grande, essi si schiudono, per mostrare una via e una figura che sono degne di fede. Diventano allora chiari anche la ricerca complessa presente negli scritti del Nuovo Testamento intorno alla figura di Gesù e, nonostante tutte le diversità, il profondo accordo di questi scritti. 9 Attualità di VITTORIO MESSORI Riportiamo l'articolo del giornalista e scrittore cattolico Vittorio Messori apparso nell'edizione del 15 aprile 2007 del Corriere della Sera a commento del libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI “Gesù di Nazaret”. Sin dalle prime righe della Premessa al suo Gesù di Nazaret, Joseph Ratzinger (come preferisce essere indicato, scrivendo qui come studioso privato) spiega perchè, con una sorta di urgenza, ha dedicato al libro «ogni momento libero» anche dopo «l'elezione alla sede episcopale di Roma». E spiega pure perchè, «non sapendo quanto tempo e quanta forza saranno ancora concessi», ha deciso di anticipare i capitoli centrali del testo progettato, quelli sulla vita pubblica del Nazareno, rinviando al futuro la riflessione sui “vangeli dell'infanzia“ e sul “mistero pasquale“, cioè i racconti di passione, morte, risurrezione. Ratzinger, dunque, spiega questa fretta usando un'espressione significativa, che sembra in contrasto con i suoi toni sempre pacati ed equilibrati. Se ha deciso di andare alle radici stesse, al Fondatore medesimo, è perchè c'è oggi «una situazione drammatica per la fede». Fede che sta dissolvendosi, se non si contrasta l' aggressione che viene anche da certa intellighenzia cattolica - alla verità storica dei racconti evangelici. Il Cristo, il Messia, il Figlio di Dio annunciato e adorato dalla Chiesa non sarebbe che una costruzione tardiva, che poco o nulla avrebbe a che fare con il «Gesù della storia», oscuro predicatore come tanti altri all'interno della tradizione ebraica. «E' penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità» scrive colui che ora è papa «l'impressione che sappiamo ben poco di certo su Gesù e che solo in seguito la fede nella sua divinità avrebbe plasmato la sua immagine». Questo libro, dunque, vuole essere uno strumento per “ricominciare da capo“, per procedere a quella rievangelizzazione già auspicata pressantemente da Giovanni Paolo II. Pagine, queste, pensate e volute per rivisitare, riafferma- 10 re, salvaguardare il fondamento dell'intero edificio cristiano. Soltanto alla luce di una certezza di fede ritrovata è possibile darsi ad elevazioni spirituali e trarre conseguenze morali. Ma se Gesù non è l'Unto annunciato dai profeti ed è solo uno Yeoshua, un predicatore vagante dagli incerti contorni dell'era tra Augusto e Tiberio, sono abusive e grottesche le elucubrazioni che si ricavano da un insegnamento frutto di chissà quali oscure manipolazioni e interpolazioni. Pur allergico alle iperboli giornalistiche, questa volta aggettivi come “prezioso”, se non “decisivo” (per i credenti, ma forse non solo) mi sembrano applicabili al Gesù del teologo bavarese che proprio oggi compie il suo ottantesimo anno e da due è Vicario di quel Cristo di cui qui parla. Mentre le attuali classifiche dei best seller librari nereggiano di Attualità «arcaica teologia romana», ma uno studioso tra i più apprezzati al mondo che ha attraversato tutta la modernità per affacciarsi, alla fine, al post-moderno. L'epoca, cioè, in cui, dopo aver triturato in ogni modo i versetti evangelici per piazzarne i detriti nel cestino del mitico, del didascalico, dell'edificante, dell'interpolato, ci si è accorti che, in realtà, in questo modo l'enigma di Gesù non si dissolveva ma diventava più fitto. E che, forse, la lettura semplice dei vangeli “così come stanno“ può essere più chiarificatrice di quella di un accademico tedesco. titoli che compatiscono l'innocenza o denunciano l'ignoranza di coloro che si ostinano a dirsi credenti, ecco un papaprofessore che spiazza piccoli e grandi “maestri del sospetto“, mostrandosi più aggiornato di loro. In effetti, vanno oggi per librerie dei libelli che vorrebbero dimostrare che “non possiamo più essere cristiani“ riesumando la propaganda dei polemisti ottocenteschi, ripetendo le trite grossolanità dei farmacisti e dei notai della provincia massonica. Si presentano cioè, come rivelazioni devastanti per la fede argomenti che entusiasmavano anche un giovane socialista, un autodidatta, tal Benito Mussolini che - sul palco dei comizi, avvolto in una bandiera rossa dava un minuto d'orologio all'inesistente Dio per fulminarlo. dologie dette “storico-critiche” sarebbero “scienza” e, dunque, oggettive, indiscutibili. Dimenticando, però, di avvertire il lettore che quegli schemi sono tanto poco “storici“ e tanto poco “critici“ che ogni generazione di esegeti confuta quella precedente, dando per sicura un'altra verità, destinata ovviamente ad essere essa pure ribaltata. Anche perchè, come ricorda con ironia ma con verità Ratzinger, «chi legge queste ricostruzioni del “vero” Gesù può subito constatare che esse sono soprattutto fotografie degli autori e dei loro ideali», ciascuno spacciando per “scienza“ il suo temperamento e lo spirito del suo tempo. Difficile prendere sul tragico biblisti come questi, che per decenni hanno venerato come principe tra loro o, almeno, hanno rispettato un Rudolf Bultmann (al quale Ratzinger dedica qualche battuta ironica) che sentenziò che non esiste, che non può e che non deve esistere alcun rapporto tra ciò che i vangeli raccontano e ciò che davvero è successo, ma che al contempo rifiutò sempre di andare in Palestina: se i luoghi e l'archeologia confutavano la teoria libresca, tanto peggio per loro, non per la teoria. Si diffondono, poi, libri certamente più insidiosi perché più sofisticati, ma dove su Gesù discettano professori formatisi sugli schemi novecenteschi, secondo i quali le incerte, spesso arbitrarie, meto- A chi è rimasto al XIX o al XX secolo, ecco ora far controcanto non un papa che si appella al principio di autorità o formato a quella che Hans Küng chiama, con lo sprezzo del clericale “adulto“, la Dico tedesco non a caso perché in Germania - dove ogni università anche pubblica ha due facoltà di teologia e di esegesi, una protestante l'altra cattolica - è nato e si è via via ampliato, sino a divenire ipertrofico, quel metodo “storico-critico“ accettato poi ovunque dai biblisti, intimiditi da nomi teutonici che si richiamano alla severa, inappellabile Wissenschaft, la Scienza con la maiuscola. Formgeschichte, Redaktiongeschichte, Wirkunggeschichte, Entmithologisierung, Ur-Quelle ed infinite altre teorie e sistemi che il professor Ratzinger conosce benissimo, che sono nati e coltivati nelle università in cui è stato docente, che nella sua giovinezza hanno affascinato anche lui. E che ora non condanna né rinnega, sia chiaro. «Spero» scrive «che il lettore comprenda che questo libro non è stato scritto contro la moderna esegesi ma con riconoscenza per il molto che ci ha dato e continua a darci». Nulla rifiuta di quanto di valido venga dagli accademici sui colleghi. Non vuole andare contro ma oltre, consapevole che proprio la ricerca -purché concreta, sensata e, dunque, pronta a ogni possibilità, persino a quella di aprirsi al Mistero- può mostrarci che ci sono ben più cose nella Scrittura di quanto non scorga la critica positivista, il razionalismo esegetico. Così, alla fine lo specialista come lui, consapevole di ogni obiezione, rotto a ogni teoria, sistema, metodo può concludere che, se si vuol raggiungere Gesù , «ci si può fidare dei vangeli», che non è vero che la ricerca storica sia in contrasto insanabile con la fede. Al contrario, alla fine può confermarla. In questo senso, il libro che il nostro docente ha iniziato da cardinale e ha completato da pontefice, sembra nella linea del grido di colui che sempre chiama «il mio venerato e amato Predecessore». Ma sì, il «non abbiate paura!» di Giovanni Paolo II risuona anche in queste pagine che non temono la critica dei sapienti, che la rispettano, che ne colgono quanto vi è di positivo ma la sorpassano. 11 Attualità ACRAMENTUM Intervista a BRUNO FORTE sull’Esortazione Apostolica Vasta eco ha avuto in tutto il mondo l'Esortazione apostolica postsinodale di Benedetto XVI “Sacramentum Caritatis” sull'Eucaristia. Il documento ha raccolto le indicazioni emerse dall'ultimo Sinodo dei Vescovi, nell'ottobre del 2005, dedicato al Mistero eucaristico. Sugli elementi principali di questa Esortazione, Luca Collodi ha intervistato l'arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte: R. - Come primo elemento noto questa profonda percezione del rapporto tra Eucaristia e carità, e amore. L'Eucaristia è una storia d'amore, è una presenza dell'amore di Dio fra gli uomini, una sua vicinanza, una sua compassione - nel senso proprio di 'compatire' - con le sofferenze umane. Credo che questo sia uno straordinario messaggio, una buona novella, che viene incontro alla grande attesa di solidarietà, di comunione che la folla di solitudine del post-moderno presenta. Una seconda dimensione è questo profondo richiamo all'aspetto contemplativo della vita: l'adorazione. Noi viviamo in un'epoca di fretta, dove tutto è “fast”, “fast food” e così via. C'è bisogno di ritrovare spazi di adorazione, spazi di silenzio contemplativo, di attesa, di ascolto, di lasciarsi umilmente illuminare dall'Altro. Credo che l'Eucaristia viene colta non solo come sorgente e culmine di tutta la vita della Chiesa in 12 ARITATIS quanto vicinanza di Dio a noi, ma anche come una sorta di profonda vocazione a riscoprire il primato della vocazione contemplativa di cui tutti abbiamo enormemente bisogno per ritrovare noi stessi e per ancorare la vita ai valori eterni. E poi, credo che ci sia un forte valore di significato per il sociale e il pubblico, ma non nel solo senso riduttivo, in cui hanno voluto cercare di coglierlo oggi i media, ma in un senso molto più ampio, cioè l'Eucaristia è una forza per la giustizia, è uno stimolo ad impegnarsi per i più deboli, un'illuminazione per dire “no” alla violenza, all'uso della guerra ... D. - Nell'Esortazione, il Papa parla di “coerenza eucaristica”. In pratica, di cosa si tratta? R. - E' il numero 83 dell'Esortazione; si tratta della corrispondenza tra la fede vissuta e la fede celebrata. In altre parole, chi vive l'Eucaristia dovrebbe portare nella vita il dono di questo incontro di amore con il Dio che si è fatto vicino, che si è fatto pane per nutrirne l'esistenza. E questa coerenza eucaristica, questa fedeltà potremmo dire - al “Dio vicino”, va tradotta in tutte le scelte nella vita personale, ma anche nella testimonianza pubblica. In modo particolare, il documento fa riferimento alla necessità di testimoniare quei “valori non negoziabili” che vengono anche elencati: rispetto e difesa della vita dal uno straordinario messaggio di amore, solidarietà e fiducia concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio, la libertà di educazione dei figli, la promozione del bene comune. Mi sembra importante leggere questo numero 83, però, anche alla luce di quello che dice il numero 89 della stessa Esortazione, dove si parla delle implicanze sociali del mistero eucaristico. E le affermazioni, lì, sono anche molto forti, perché si dice: “Non è compito della Chiesa quello di prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare una società più giusta possibile”: questo mi sembra un punto di grande chiarezza. In altre parole, si ribadisce l'autonomia dei laici nella cosa pubblica, nella mediazione storica, nella mediazione politica; si aggiunge però che la Chiesa non può e non deve stare ai margini della lotta per la giustizia, ma inserirsi in essa per via dell'argomentazione razionale, risvegliando le forze spirituali senza le quali la giustizia non può affermarsi e prosperare. D. - E proprio su questo, mons. Forte, questa mattina vediamo alcuni commenti sulla stampa: alcune parti politiche in Italia sono convinte che questo documento abbia una dimensione negativa, oscurantista, che torna ad intaccare la laicità dello Stato. Lei che riflessione fa? R. - Guardi, io ho dato un'ampia scorsa ai quotidiani, questa mattina. La mia impressione è che molti parlino di questa Esortazione semplicemente senza averla letta: cioè l'assolutizzare quattro-cinque righe di un testo, dandone un'interpretazione unicamente connessa ad una problematica locale come quella in questo momento dei DICO in Italia, mi sembra una grande forzatura del testo stesso. Tanto più che chi cita il numero 83 non tiene presente anche il numero 89, cioè esattamente i due testi che ho appena citato e che si illuminano reciprocamente. Io credo che una lettura più ampia e più serena, pacata di questo documento, potrebbe farne cogliere i punti di forza che sono molti, che sono belli, che sono positivi. Una visione tutt'altro che oscurantista o negativa, ma una visione di fiducia, di proposta, di dialogo con l'uomo. Approfondimenti Pubblichiamo l'intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, per capire meglio quali sono i punti che il Magistero sottolinea e come possono servire al dibattito pubblico su questo grande tema dell'eutanasia. Nel Magistero della Chiesa Cattolica l'eutanasia è definita chiaramente. In particolare, la definizione compare nella Dichiarazione sull'eutanasia Iura et bona della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (1980), nella Carta degli Operatori Sanitari del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari (1995), nella Lettera Enciclica sul valore e l'inviolabilità della vita umana Evangelium Vitae (25 marzo 1995). Si tratta di una definizione molto conosciuta, e accettata anche da una parte considerevole del mondo cosiddetto laico: “Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un'azione o un'omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore.” (n. 65). Troviamo in queste parole tutti gli ele- menti necessari ad individuare e a valutare l'atto eutanasico. In primo luogo, l'indifferenza, dal punto di vista morale, fra l'azione e l'omissione. Si compie un atto analogo per natura ed intenzione quando si provoca la morte attraverso la somministrazione di un farmaco letale o attraverso la sospensione di (o l'astensione da) un trattamento dovuto. Questo principio, intuitivo per il buon senso comune - chi riterrebbe che non dare volontariamente il latte ad un neonato non è omicidio? - , è stato di recente messo in discussione dalle prospettive culturali favorevoli, compiacenti, tolleranti o eventualiste nei confronti dell'eutanasia. Dopo anni in cui, con poche eccezioni, la letteratura bioetica aveva bocciato una reale distinzione fra eutanasia “attiva” e “passiva”, si trovano ora, in numero crescente, interventi etici, scientifici e legislativi che ripropongono la questione, affermando che negare o sospendere un trattamento dovuto non è veramente eutanasia. Fra tutti, basti citare la definizione di eutanasia data nel 2003 dalla European Association for Palliative Care (EAPC): l'eutanasia è “l'azione di uccidere intenzionalmente una persona, effettuata da un medico, per mezzo della somministrazione di farmaci, assecondando la richiesta volontaria e consapevole della persona stessa” (Materstved L.J. et al., Eutanasia and physician-assisted suicide: a view from an EAPC Ethics Task Force, “Palliative medicine”, 17, 2003, p. 97-101). In questo modo, si introduce una definizione ristretta di eutanasia, escludendo atti sostanzialmente identici a quelli più scontatamente eutanasici. Ciò è favorito da una confusione di fondo, che imbriglia talora anche i bene intenzionati, portandoli ad accettare tale indebita restrizione, e facendo così il gioco dei fautori dell'eutanasia, che con questo mezzo intendono gradualmente introdurne la pratica negli ordinamenti e nella medicina. L'apparenza di bene che l'eutanasia “passiva” sembra salvaguardare è la liceità morale del rifiuto della terapia da parte del paziente - almeno in alcune situazioni - e il doveroso rifiuto dell'accanimento terapeutico. In entrambi i casi, un certo trattamento non viene eseguito, e a tale astensione può seguire la morte del paziente. La legittimità di tali atti, tuttavia, 13 Approfondimenti è strettamente legata all'oggetto degli atti medesimi. Perché siano moralmente accettabili, infatti, è necessario che essi non vogliano direttamente la morte (propria o altrui), né come fine né come mezzo. Violerebbero altrimenti il principio fondamentale per cui è sempre gravemente sbagliato uccidere un essere umano innocente e quello per cui abbiamo il dovere di conservare e custodire il bene della vita, la cui indisponibilità vale anche nei confronti di noi stessi (cfr. C. Navarini, Indisponibilità della vita umana e autonomia: due principi da riordinare, ZENIT, 28 gennaio 2007). Un altro elemento fondamentale della definizione “cattolica” è l'intenzionalità dell'atto eutanasico. L'eutanasia implica la volontà di farla. Diversamente, mancano gli elementi qualificativi dell'atto umano, che ha nella deliberazione della volontà un momento essenziale. Dunque, l'errore medico che produca la morte del paziente potrà configurare una serie di responsabilità, etiche e penali, ma non si potrà definire un atto di eutanasia. Anche l'accanimento terapeutico, in questo senso, consisterà in un comportamento medico volutamente violento e sproporzionato da parte del medico, che persiste in trattamenti inefficaci e gravosi nell'imminenza della morte, pur sapendo che non sussistono (più) le indicazioni per effettuare il trattamento medesimo. È chiaro, anche qui, che le ragioni per cui un simile comportamento può attuarsi non hanno nulla a che vedere con il bene del paziente. Potranno andare dalla medicina difensiva all'intento sperimentale, dalle ragioni politiche a quelle meramente 14 economiche. In ogni caso, il medico sa di essere andato oltre, e sa che ciò che sta offrendo al paziente non ha alcun valore terapeutico o palliativo. Nel caso dell'accanimento terapeutico, a dire il vero, si parla talora di errore medico, intendendo con ciò un'errata valutazione del trattamento da parte del medico per un determinato paziente in una determinata situazione clinica e psicologica. Tuttavia, sarebbe più corretto parlare di malasanità, distinguendo così l'errore in senso logico, che è l'affermazione non intenzionale di un giudizio falso, dall'errore in senso etico (e clinico), ovvero la colpevole trascuratezza dei propri doveri deontologici e professionali, tali per cui un medico sbaglia sapendo di farlo. Ancora, la definizione di Evangelium Vitae non istituisce un collegamento necessario fra l'eutanasia e la volontà di morire del paziente, cioè non si concentra sull'eutanasia su richiesta. Anche qui, assistiamo nelle definizioni correnti ad un'indebita restrizione, che ha confinato l'eutanasia vera e propria nello spazio, troppo angusto, dell'eutanasia volontaria. Dal momento che, al contrario, un elemento decisivo è l'intervento di un terzo, solitamente il medico, che esegue formalmente (e spesso materialmente) l'atto occisivo, sarà importante che la definizione punti l'attenzione su tale soggetto, indipendentemente dalla volontà della vittima. La gravità morale dell'eutanasia, infatti, non diminuisce per il fatto che il paziente consenta alla sua eliminazione, o addirittura la desideri, la chieda, la pretenda. La responsabilità etica dell'uccisore resta. Infine, la definizione in esame enuncia lo scopo dell'eutanasia, ovvero l'eliminazione di ogni dolore. In altre occasione ho precisato come tale sottolineatura richiami l'attenzione sul senso della sofferenza e dunque sul senso della vita, che entrano fortemente in crisi in chi chiede di morire e in chi offre la morte come mezzo. A ben vedere, infatti, solo una profonda sofferenza interiore può condurre una persona a rifiutare la propria vita, e solo una tragica incomprensione del significato e della dignità di ogni persona umana può portare a togliere la vita altrui. È anche evidente che in molti casi la soluzione alla sofferenza è davvero a portata di mano, consistendo eminentemente in una fatica fisico-psichica a sopportare il dolore crescente. In questi casi, assai comuni, l'apporto della terapia del dolore e in generale delle cure palliative rettamente intese è di aiuto decisivo, come dimostra l'esperienza degli hospice e delle reti di assistenza domiciliare. Quel che mi sembra importante enfatizzare ora è però un altro aspetto: il riferimento della definizione di Evangelium Vitae ad uno scopo in sé buono o lecito, ovvero l'eliminazione del dolore, ribadisce con fermezza che il fine non giustifica i mezzi. L'atto eutanasico, dunque, è sempre gravemente immorale in quanto consiste nell'uccisione deliberata di un essere umano innocente, e ciò rappresenta un male in sé, indipendentemente dall'utilità o dalla positività delle eventuali conseguenze, nonché dagli scopi perseguiti. Come tale, segna profondamente nell'intimo i singoli esecutori e ferisce irrimediabilmente l'intero corpo sociale. Approfondimenti Monsignor Sgreccia Intervenendo in merito al dibattito sul tema dell'eutanasia e dell'accanimento terapeutico suscitato da un articolo scritto dal Cardinale Carlo Maria Martini e pubblicato su “Il Sole 24Ore”, monsignor Sgreccia ha inteso sviluppare un dialogo con l' Arcivescovo emerito di Milano, ricordando che secondo l'Evangelium Vitae l'eutanasia è “un'azione o un'omissione che per natura sua o nell'intenzione di chi la compie provoca la morte con l'intenzione di alleviare il dolore” (cfr. n. 65). Il Presidente della Pontificia Accademia per la Vita ha precisato di voler prendere le distanze dal caso Welby, che secondo il suo giudizio ha subito “una politicizzazione forzata” e un condizionamento ideologico. Entrando nel merito della definizione di eutanasia, che per il Cardinale Martini sarebbe “un gesto che intende abbreviare la vita causando positivamente la morte”, monsignor Sgreccia ha definito questa definizione “insufficiente”, perché “riguarda soltanto la cosiddetta eutanasia attiva, mentre è eutanasia anche la 'omissione' di una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte. In questo senso si realizza appunto l'eutanasia omissiva, (non è appropriato chiamarla 'passiva', con un termine eticamente debole e neutro)”. Il Presidente dell'Accademia per la Vita ha ribadito quindi che “la gravità morale dell'eutanasia omissiva è uguale rispetto a quella dell'azione 'positiva' di intervento o gesto che causa la morte: l'una equivale all'altra dal momento che provocano lo stesso effetto e procedono dalla stessa intenzione. Si tratta sempre di morte provocata intenzionalmente”. “Se accettassimo che l'eutanasia si configura soltanto quando è il risultato di un gesto che causa positivamente la morte - ha spiegato monsignor Sgreccia -, vorrebbe dire che tutto ciò che mira a causare la morte per sottrazione di intervento (per esempio: sottrazione di cibo o una intenzionale mancata rianimazione) non sarebbe eutanasia e, così anche, il rifiuto intenzionale delle terapie valide non costituirebbe un problema morale. Il che non credo possa corrispondere alla mente del cardinale Martini e, certamente, non corrisponde ai testi del Magistero e della dottrina cattolica”. Circa l'accanimento terapeutico, il presule ha voluto precisare che se “per accanimento terapeutico si intende in sostanza l'impiego di terapie o procedure mediche di carattere sproporzionato” questo, come afferma il Catechismo della Chiesa cattolica, “è illecito sempre, in quanto offende la dignità del morente”. Altra cosa è invece l'insistenza terapeutica, quando esiste cioè una ragionevole speranza del recupero del paziente, ha quindi osservato. Secondo monsignor Sgreccia il giudizio sulla proporzionalità-sproporzionalità richiede “una valutazione che va fatta dal medico, sul piano squisitamente tecnicoscientifico e alla luce dei dati di esperienza”. Fatta salva “l'esigenza del tener conto della volontà e del parere del paziente, esigenza sentita nella dottrina tradizionale della morale cattolica”, il Presidente dell'Accademia pro Vita ha affermato che “quando si parla del 'rifiuto delle terapie' da parte del paziente, il medico, pur avendo il dovere di ascoltare il paziente, non può essere ritenuto un semplice esecutore dei suoi voleri”. “Se il medico riconosce la consistenza dei motivi del rifiuto - ha continuato il presule -, dovrà rispettare la volontà del paziente; se invece vi scorge un rifiuto immotivato, è tenuto a proporre la sua posizione di coscienza e, se del caso, proporre il ricorso all'autorità competente, ed eventualmente, dimettere il paziente che gli è stato affidato come responsabilità”. A questo proposito monsignor Sgreccia ha sottolineato che “l'automatismo instaurato dalla legge francese (art. 6), legge citata dal cardinale Martini nel suo articolo, secondo la quale qualunque rifiuto delle cure da parte del paziente deve essere accolto ed eseguito dal medico (dopo aver spiegato al paziente gli effetti del rifiuto), può configurare un'eutanasia omissiva sia da parte del paziente sia da parte del medico”. “Per questo - ha rilevato il Presidente dell'Accademia Pro Vita - non vedo come il modello francese, citato dal cardinale Martini ma anche suggerito da altri, possa rappresentare un criterio moralmente valido. Io personalmente non mi auguro la stessa cosa per l'Italia”. Circa le cure palliative, monsignor Sgreccia ha scritto “condividiamo tutti il richiamo del cardinale circa l'impiego delle cure palliative, che comprendono anzitutto la sedazione del dolore, e circa l'obbligatorietà delle cure ordinarie (distinte dalle terapie!), quali l'alimentazione, l'idratazione e la cura del corpo, che rimangono obbligatorie sempre, anche qualora si tratti di pazienti in stato vegetativo persistente”. Il Presidente della Pontificia Accademia per la Vita ha concluso con un appello allo Stato circa “l'adeguatezza dell'assistenza terapeutica, palliativa e umana specialmente nell'attuale clima di difficoltà nelle strutture sottoposte a restrizioni di spese e di personale, e specialmente quando si tratta di malati anziani e non autosufficienti”. Ed ha poi indicato come “urgente il discorso di una formazione eticodeontologica del personale medicoassistenziale di fronte alla complessità dei problemi ed anche di fronte alla non chiarezza di alcune tendenze culturali favorevoli all'eutanasia, mascherata di rivendicazione di autonomia e afflitta dalla solitudine morale”. 15 Approfondimenti l'uomo dei dolori GIUSEPPE (Pippi) SCOTTI OFS di Bari Dalla lettura della passione di Gesù, secondo la cronaca degli evangelisti canonici, si deduce che "Egli patì molto e fu crocifisso". Ma in tali descrizioni manca completamente una dimensione esistenziale per poter compatire (patire insieme) con Cristo, quei terribili, (ma fondamentali per l'umanità), ultimi momenti della Sua vita terrena. Un particolare aiuto, in tal senso, potrebbe venirci da alcuni degli innumerevoli studi effettuati sulla Sindone, la quale, può offrirci sorprendentemente l'immagine di un uomo che ha subito tutto quello che ha patito Gesù durante la Sua passione. E' possibile pertanto accostare le considerazioni dedotte dagli inconsueti, quanto interessanti studi medici svolti sui patimenti fisici dell'uomo della Sindone, con quelli subiti dal Figlio dell'Uomo. A tale riguardo fa testo il rapporto medico 16 stilato da un insigne studioso francese, il chirurgo anatomo-patologo, Dottor Barbet, che ha eseguito anni fa delle ricerche sul famoso sudario conservato a Torino. Facciamo nostro, qualche stralcio. L'evangelista Luca scrive: "Gesù entrato in agonia nel Getsemani pregava più intensamente. E diede in un sudore come gocce di sangue che cadevano a terra!". Luca è il solo evangelista a riportare un tale evento, e non è un caso che egli fosse un medico. In medicina si sa che l'ematoidrosi, o il sudar sangue, è un fenomeno più che raro, riproducendosi in condizioni fisiche del tutto eccezionali. A provocarlo ci vuole una notevole spossatezza fisica, causata da una profonda e violenta emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento, l'angoscia terribile di doversi fare carico di tutti i peccati degli uomini, devono aver schiacciato, e non solo psicologicamente, Gesù! Una siffatta, enorme tensione produce in condizioni estreme, la rottura delle finissime vene capillari che si trovano sotto le ghiandole sudoripare e pertanto il sangue si mescola al sudore, raccogliendosi sulla pelle e finendo col colare per tutto il corpo, fino a terra. Altra considerazione: a tutti è nota la farsa del processo imbastito dal sinedrio ebraico, l'invìo di Gesù a Pilato ed il ballottaggio fra il procuratore romano e il re Erode. Pilato cede e ordina la flagellazione di Gesù. La flagellazione romana veniva effettuata con delle strisce di cuoio multiplo sui cui estremi venivano fissate due palle di piombo e degli ossicini in grado di provocare un maggiore danno alla carne del malcapitato. Ebbene, sulla Sindone le tracce della flagellazione sono innumerevoli e maggiormente concentrate sulle spalle, sulla schiena, sui lombi e sul petto. I carnefici devono essere stati due, uno da ciascun lato e di corporatura ineguale. Colpiscono a staffilate la pelle, già alterata da milioni di microscopiche emorragie del sudore di sangue. La pelle Approfondimenti si lacera e si spacca; il sangue zampilla. Ad ogni colpo, Gesù trasale in un sussulto di atroce dolore. Le forze gli vengono meno: un sudore freddo gli imperla la fronte, mentre la testa gli gira in una vertigine di nausea, e brividi gli corrono lungo la schiena. Se non fosse legato molto in alto per i polsi, crollerebbe per terra in una pozza di sangue. Non basta! C'è lo scherno dell'incoronazione. I suoi aguzzini dopo aver intrecciato i rami spinosi e duri dell' acacia, a guisa di casco, gliela applicano con forza sul capo, così che le spine, durissime ed amare, penetrando nel cuoio capelluto lo fanno sanguinare (i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio capelluto, sottolinea il Dr Barbet). Ancora dallo studio sulla Sindone, si rileva che sulla guancia destra del povero torturato si sia formata una orribile piaga contusa, in seguito a un forte colpo di bastone inferto obliquamente; così come il naso risulta deformato da una frattura dell' ala cartilaginea. Ed arriviamo al Sinedrio: Pilato, dopo aver mostrato quell'uomo straziato, alla folla inferocita ed eccitata, glielo consegna per la crocifissione. Caricano sulle spalle flagellate di Gesù il grosso braccio orizzontale della croce, pesante circa una cinquantina di chili. Il palo verticale è già piantato sul Calvario. Gesù è costretto a camminare a piedi scalzi su strade ciottolose, tirato dai soldati con delle ruvidissime corde. Il percorso è lungo circa 600 metri e ad ogni strattone Egli, esausto, cade sulle ginocchia e la trave, sfuggendogli, gli scortica il dorso già gravemente menomato dall'avvenuta flagellazione. Sul Calvario ha inizio la vera e propria crocifissione. I carnefici spogliano il condannato, ma la sua tunica è incollata alle piaghe e toglierla è davvero atroce (avete mai staccato la garza di una medicazione da una larga piaga contusa?). Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto della carne viva; a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto dalle piaghe. I carnefici danno uno strappo violento. Il dolore è talmente insopportabile da provocare una vera sincope. Il sangue riprende a scorrere. Gesù viene disteso sul dorso. Le sue piaghe si incrostano di polvere e di ghiaietto. Lo stendono sul braccio orizzontale della croce. Il carnefice prende un lungo ed appuntito chiodo quadrato, lo appoggia sul polso di Gesù e con un colpo netto di un pesante martello glielo pianta, ribattendo saldamente sul legno. Gesù deve avere spaventosamente contratto il volto. Nello stesso istante, poiché il nervo mediano è stato leso, il suo pollice, con un movimento violento si è posto in opposizione nel palmo della mano. Il dolore provato da Gesù in quel tragico istante deve essere stato lancinante, acutissimo, e dopo essersi diffuso nelle dita è zampillato come una lingua di fuoco nella spalla, folgorandogli il cervello. E' il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, (scrive ancora il Dr Barbet). Di solito provoca una sincope e fa perdere conoscenza. In Gesù no! Almeno il nervo fosse stato tagliato di netto ! La cosa peggiore è che il nervo, essendo stato distrutto solo parzialmente, fa si che la lesione del tronco nervoso rimanga in contatto col chiodo: quando il corpo sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà come una corda di violino tesa sul ponticello e ad ogni scossa, ad ogni movimento vibrerà risvegliando dolori atroci e strazianti. Un supplizio che durerà ben tre ore. Ora Gesù viene sollevato ed appoggiato al palo verticale. Le sue spalle strisciano dolorosamente sul legno ruvido. Le punte taglienti della grossa corona di spine gli hanno lacerato il cranio e la sua povera testa è costretta a rimanere inclinata in avanti, poiché lo spessore del casco di spine gli impedisce di riposare sul legno. Ogni volta che il martire solleva la testa, riprendono le fitte acutissime. Gli inchiodano anche i piedi. E quanto appena provato per gli arti superiori, si ripropone ora drammaticamente anche per quelli inferiori. E' mezzogiorno ormai. Gesù ha molta sete; non beve dalla sera precedente. I suoi lineamenti sono tirati ed il volto è una maschera di sangue che lo rende quasi irriconoscibile. La bocca è semiaperta ed il labbro inferiore incomincia a pendere. La gola, secca, gli brucia, ma egli non può deglutire. Ha sete. Gli viene offerta, per scherno da un soldato, sulla punta di una canna, una spugna imbevuta di una bevanda acidula in uso tra i militari. E' un'ulteriore tortura, atroce, l'epilogo della drammaticità di quanto sta subendo per salvare l'umanità. Uno strano fenomeno si produce sul corpo di Gesù: gli si irrigidiscono i muscoli delle braccia in una contrazione che va accentuandosi progressivamente. I deltoidi ed i bicipiti fermi in quella assurda posizione gli si irrigidiscono, le dita si incurvano, quasi fosse in preda ai terribili spasmi tipici del tetano, ciò che i medici per l'appunto chiamano tetanìa, quando i crampi si generalizzano e prima i muscoli dell' addome, si irrigidiscono, seguiti da quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori. Il respiro si è fatto a poco, a poco più corto. L'aria entra con un sibilo ma non riesce più ad uscire. Gesù ora respira 17 Approfondimenti con l'apice dei polmoni ed ha sempre più sete d'aria: come un asmatico in piena crisi il suo volto pallido a poco, a poco diventa rosso, poi trascolora nel violetto purpureo ed infine nel cianotico. Gesù colpito da asfissia, soffoca. I polmoni gonfi d'aria non possono più svuotarsi; la fronte è imperlata di sudore, gli occhi escono fuori dalle orbite. Che dolori terribili devono aver tempestato il suo cranio. Inimmaginabili! Ma che cosa avviene? Lentamente, con uno sforzo sovrumano, Gesù ha preso un punto d'appoggio sul chiodo dei piedi e facendosi forza, a piccoli colpi si tira su, alleggerendo la trazione delle braccia. La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e il viso riprende il pallore primitivo. Gesù vuole parlare: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!". Dopo un istante il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l' asfissìa riprende. Sono state tramandate sette frasi pronunciate da Lui in croce: ogni volta che vorrà parlare, dovrà sollevarsi tenendosi ritto sui chiodi dei piedi: inimmaginabile! Sciami di mosche (grosse mosche verdi e blu come se ne vedono nei mattatoi e nei depositi camei) ronzano ora fastidiosamente accanto al suo corpo martoriato; gli si accaniscono sul viso ed Egli non può far nulla per scacciarle. Dopo un po' il cielo si oscura ed il sole si nasconde: d'un tratto la tempesta si abbassa. Fra poco saranno le tre del pomeriggio. 18 Gesù lotta sempre: ogni tanto si solleva per respirare. E' l'asfissia periodica dell'infelice che viene strozzato. Una tortura che ormai dura da tre ore. Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi, l'asfissia, le vibrazioni dei nervi mediani, le mosche, gli hanno strappato un lamento: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Ai piedi della croce stava la madre di Gesù. Potete immaginare lo strazio di quella donna? Gesù grida rantolando: "Tutto è compiuto!". Poi con tutto il poco fiato che gli rimane esclama a gran voce: "Padre, nelle Tue mani raccomando il mio spirito!". E muore. Sono certo che, considerando la somma dei dolori presenti in Gesù crocifisso, tutti coloro che avranno l'opportunità di leggere questi righi, potranno farsi una propria idea della sofferenza del Figlio dell'Uomo, seguendo la propria personale immaginazione ed il proprio atteggiamento di fronte al dolore, identificandosi con Lui senza accorgersene ... Bibliografia: Anna Lisa Di Mascio Lorenzoni "La crocifissione di Gesù" ed. Ancora Milano Approfondimenti Suor CHIARA ANGELICA sorella povera di Mola di Bari «Vedi che Cristo per te si è fatto oggetto di disprezzo, e segui il suo esempio rendendoti, per amor suo, spregevole in questo mondo. Mira, o nobilissima regina, lo Sposo tuo, il più bello tra i figli degli uomini, divenuto per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo ripetutamente flagellato, e morente perfino tra i più struggenti dolori sulla croce. Medita e contempla e brama di imitarlo. Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai; se con Lui piangerai, con Lui godrai; se in compagnia di Lui morirai sulla croce della tribolazione, possederai con Lui le celesti dimore nello splendore dei santi, e il tuo nome sarà scritto nel Libro della vita e diverrà famoso tra gli uomini. Perciò possederai per tutta l'eternità e per tutti secoli la gloria del regno celeste, in luogo degli onori terreni così caduchi; parteciperai dei beni eterni, invece che dei beni perituri e vivrai per tutti i secoli». (2LAg FF2879-2880) Cristo Gesù ci ha annunciato in diversi modi l'amore di Dio per noi, ma è sulla croce che ce lo ha rivelato nella maniera più piena e totale. Lì abbiamo visto l'amore portato fino alle sue ultime conseguenze, l'amore che non teme di soffrire per l'amato (ciascuno di noi) e di dare la propria vita perché noi potessimo avere la vita in abbondanza. Sulla croce, “il più bello tra i figli degli uomini” è diventato il più vile e disprezzato, morendo non solo al modo di un malfattore, ma ritenuto tale. S. Chiara, nella sua II Lettera ad Agnese, ci dice: guardalo, fermati a meditare, contemplalo e desidera di imitarlo. Sembra da folli voler imitare l'umiliazione, la sofferenza, l'abbassamento che Cristo ha sperimentato nella sua vita, ma è la follia dell'amore. E questo non solo perché l'amore donatoci gratuitamente da Dio è così forte e travolgente da richiedere la nostra risposta, ma perché, se percorriamo la sua stessa strada, siamo sicuri di giun- gere alla sua stessa meta. E' lì che lo sguardo di Chiara era sempre rivolto perché, come dice S. Paolo, la nostra patria è nei cieli, e là Chiara ha desiderato entrare con tutta se stessa. Lei ha “partecipato alle sofferenze di Cristo”, nella malattia che l'ha preparata a incontrare lo Sposo. Ci narra la sua biografia: «Mentre l'austera penitenza aveva fiaccato il suo corpo nel primo periodo della sua vita religiosa, gli anni seguenti furono contrassegnati da una grave infermità, quasi che, come da sana si era arricchita con i meriti delle opere, si dovesse arricchire, da inferma, con i meriti delle sofferenze. La virtù, infatti, si fa perfetta nella malattia» (FF 3235). La sofferenza è sempre un mistero nella vita dell'uomo; ribellarsi ad essa non serve, perché ce la fa diventare solo più pesante e insopportabile. Il S. Padre Benedetto XVI ci ricorda: “Certo, la sofferenza ripugna all'animo umano; rimane però sempre vero che, quando viene accolta con amore ed è illuminata dalla fede, diviene un'occasione preziosa che unisce in maniera misteriosa al Cristo Redentore, l'Uomo dei dolori, che sulla Croce ha assunto su di sé il dolore e la morte dell'uomo. Con il sacrificio della sua vita Egli ha redento la sofferenza umana e ne ha fatto il mezzo fondamentale della salvezza” (Visita al Policlinico S. Matteo di Pavia, 22 aprile 2007). E' proprio vero che quando la notte del dolore e della sofferenza si apre alla luce della fede, alla luce di Cristo appassionato, morto e risorto, qualcosa cambia e la compassione, l'unirsi alle sofferenze di Cristo ci solleva dal peso dell'incomprensione e ci dona la grazia e la forza per andare avanti con speranza. Cristo non ci toglie la sofferenza. Lui stesso, dopo una lunga lotta (agonia) nel Getsemani, l'ha accolta: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). E l'evangelista Luca ci dice che «Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo» (Lc 22,43). Nella sofferenza il Signore non ci lascia soli e manda anche a noi angeli a confortarci; e sono persone, eventi, segni di grazia che ci aiutano a percorrere questo stretto sentiero che ci conduce alla conformazione a Cristo. Come Lui, Chiara non ha ricusato la sofferenza, ma l'ha accolta come dono prezioso da offrire a Dio per i fratelli e le sorelle: «in ventotto anni di continua sfinitezza, non si ode una mormorazione, non un lamento, ma sempre dalla sua bocca proviene un santo conversare, sempre il ringraziamento» (FF 3236). Infatti, alla fine della sua vita, mentre un frate la esortava «alla pazienza nel lungo martirio di così gravi infermità, con voce perfettamente libera da forzature gli rispose: “Da quando ho conosciuto la grazia del Signore mio Gesù Cristo per mezzo di quel suo servo Francesco, nessuna pena mi è stata molesta, nessuna penitenza gravosa, nessuna infermità mi è stata dura, fratello carissimo!”» (FF 3247). Quello della sofferenza e della malattia è un ministero vero e proprio, poiché ci permette di unirci all'offerta che Cristo fa di se stesso al Padre per la salvezza del mondo. Lui ci doni di comprendere questo mistero e di accoglierlo quando si presenta nella nostra vita, perché, come dice il Papa: «Il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori». E ci doni pure di benedire, lodare, ringraziare Dio per il dono della vita anche nella sofferenza, come Chiara ha fatto: «Tu, Signore,sii benedetto, che mi hai creata!». 19 Approfondimenti dott. MASSIMO SELMI La prima volta che ho incontrato la sofferenza è stato a 23 anni, quando, studente di medicina, i medici mi hanno detto che la mia fidanzata era affetta da una grave malattia, la sclerosi multipla. Pochi giorni prima le era morto il padre ed avevano pensato di non comunicare la notizia alla madre ma a me. Fino a quel momento la mia vita era andata sempre a gonfie vele: primogenito, stimato in famiglia, bene gli studi, non un problema nei rapporti sociali, mai un problema di salute; nel mio orgoglio ho pensato che le mie spalle fossero abbastanza larghe per portare quel peso e mi sono dato da fare. All'inizio tutto andava bene, ero sempre vicino a Clara confortandola nei momenti di riacutizzazione della malattia: difficoltà nel camminare, malessere generale, difficoltà visive, che con alte dosi di cortisone (l'unica terapia allora possibile) regredivano. Terminati i miei studi ed il sevizio militare ci siamo sposati coronando un sogno che coltivavamo da tempo. Poco tempo dopo sono cominciati i problemi: la vita in comune con le normali incomprensioni, il progressivo aggravarsi della malattia con le difficoltà fisiche crescenti e le alterazioni di umore, anche queste dovute alla sclerosi multipla, che ci portavano a continui litigi e mi rendevano quasi impossibile l'esercitare la mia professione di medico ospedaliero. Sono arrivato ad una grave crisi esistenziale vedendo il mio fallimento nell'impossibilità di gestire il problema 20 di mia moglie e non trovando nessuna via d'uscita possibile. Fin da bambino ho sempre frequentato la chiesa (dove, fra l'altro, ho conosciuto Clara) partecipando i Sacramenti ed anche gruppi parrocchiali, ma senza che questo mi differenziasse dagli altri amici che non la frequentavano: ero come loro salvo il tempo che dedicavo alle funzioni religiose. Quando sono stato umiliato nel mio orgoglio dalla croce della malattia di mia moglie che ha messo a nudo la mia incapacità umana a risolvere i problemi e mi ha fatto, sentire morto dentro, ho gridato aiuto al Signore ed il Signore mi ha risposto. Frequentando, assieme a Clara, un gruppo presso la nostra attuale parrocchia, abbiamo fatto un cammino di fede dove ci è stato detto che Gesù Cristo, morendo sulla croce ha preso su di se tutto il male del mondo e risorgendo ha distrutto la morte, che la croce non è uno strumento di tortura, ma il mezzo con cui Dio padre ha voluto salvare il mondo, che non sono il denaro, il successo, la salute fisica a dare la vita, ma che solo facendo quella che è la volontà di Dio per noi possiamo vivere realizzati e nella pace in qualsiasi situazione ci troviamo. Volontà di Dio che non possiamo compiere con le nostre forze umane, ma solo affidandoci a Gesù Cristo. Che il cristianesimo non è un ombrello per ripararsi dalle malattie a dalle disgrazie, ma è la capacità di leggere gli eventi della vita con gli occhi di Dio, accettando la Sua volontà come ha fatto il Suo figlio. Così, a poco a poco, ho abbracciato la croce della malattia di Clara, accettandone gradualmente tutte le umiliazioni, ed ho visto che la croce non mi schiacciava più perché la portava il Signore Gesù Cristo: fra noi è tornata la serenità e anche sul lavoro riesco a svolgere i miei compiti al meglio. Un altro motivo di sofferenza all'inizio del nostro matrimonio è stato il problema dei figli: i medici ci avevano sconsigliato di averne perché, sempre a causa della sclerosi multipla, si pensava che le gravidanze la potessero aggravare. Così eravamo chiusi alla vita e ci sentivamo menomati. Un giorno ascoltando una catechesi sulla famiglia, ci è stato detto che i figli, prima di essere nostri, sono figli di Dio, che ha per ciascuno di noi un piano, che l'apertura alla vita ci rende partecipi dell'azione creatrice di Dio. Ci siamo fidati di Dio che ci ha ricompensati con tre figli che oggi sono la nostra consolazione. Oggi siamo sposati da 26 anni, la malattia di Clara si è notevolmente aggravata: non cammina, ha difficoltà di parola, ha bisogno di assistenza continua, nonostante questo è serena, come lo sono io. Frequentiamo la chiesa, preghiamo assieme e ringraziamo continuamente il Signore della meravigliosa storia che ha fatto con noi. Approfondimenti Una struttura di ricovero extraospedaliero, la prima nel suo genere in Capitanata, destinata a completare l'offerta assistenziale extraospedaliera a favore dei pazienti oncologici. dott. MICHELE TOTARO Il 3 maggio u.s. l'Hospice Don Uva di Foggia è ufficialmente operativo. Infatti è proprio di quella data la determina regionale che assegna un accreditamento istituzionale ai 12 posti letto di cui è dotato. L'Hospice Don Uva è una struttura sanitaria residenziale realizzata come se fosse il prolungamento della propria casa, dove il paziente riesce a vivere con dignità la sua esistenza. Il Don Uva Hospice dispone di 12 camere singole con bagno privato. Le camere sono dotate di poltrona letto per il parente che desidera rimanere, ed è garantito anche il pasto per il familiare che vi soggiorna. Ogni camera è dotata di comfort quali televisione, minifrigo, aria condizionata. Comprende anche dei locali comuni, il living e una tisaneria dove i parenti possono scaldarsi bevande e pietanze. Nell'Hospice Don Uva, dove il livello di assistenza è molto alto, si respira un aria familiare e serena. L'assistenza è completamente gratuita. Nell'Hospice l'assistenza è rivolta essenzialmente alle cure palliative, con questo termine s'intende la cura globale dell'ammalato. Il controllo del dolore, dei sintomi correlati alla malattia e alla terapia, i problemi psicologici, riabilitativi, sociali e spirituali sono di fondamentale importanza. Le cure palliative intendono migliorare la qualità di vita il più possibile sia per i pazienti che per le loro famiglie. Coloro che operano nell'Hospice Don Uva sono professionisti di diverse discipline raggruppati in equipe. La peculiarità delle cure palliative è di adattarsi giorno per giorno alle esigenze del paziente. Pertanto, ogni cura e trattamento richiedono una revisione continua delle terapie e una attenzione costante; ogni progetto di cura applica i mezzi più moderni e le terapie più avanzate. Una particolare attenzione viene rivolta al dolore.Per migliorare l'adesione al trattamento da parte del paziente e il controllo più efficace della sintomatologia dolorosa, la terapia analgesica viene il più possibile individualizzata utilizzando tutte le tecniche disponibili : da quella farmacologia secondo le indicazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, preferendo quelle più invasive (peridurale, neuromodulazione, impianti intratecali, ecc.) nel dolore distrettuale, fino a quelle interventistiche ( cifoplastica) per il dolore da metastasi ossee vertebrali. Dalle esperienze acquisite risulta che la casa è il luogo ideale dove svolgere le cure palliative nel modo più adeguato. Esistono purtroppo alcune situazioni (il sopraggiungere di complicazioni cliniche difficilmente gestibili in ambito domiciliare; l'impossibilità della famiglia ad assistere il malato a casa temporaneamente o definitivamente.) che richiedono un ricovero in un ambiente simile alla casa (Hospice) dove il paziente viene assistito. La durata della degenza in Hospice è in media tra i 15 - 20 giorni, il tempo necessario per stabilizzare il paziente con un efficace controllo del dolore, degli altri sintomi, dei problemi psicologici, riabilitativi e assistenziali, quindi in accordo con il paziente e con i familiari programmare il ritorno a casa. In definitiva la scopo dell'Hospice Don Uva è il raggiungimento della miglior qualità di vita possibile per i pazienti e le loro famiglie. 21 OFS Sfida e modello per essere cristiani e francescani nel terzo millennio FRANCESCO ARMENTI giornalista Rievocare oggi, a distanza di otto secoli, la figura di Elisabetta, penitente francescana e principessa d'Ungheria, deve voler significare l'incarnazione nella nostra vita, di credenti e cristiani, il suo insegnamento e rinverdire il carisma francescano . Elisabetta è donna evangelica, donna veramente evangelica, realmente francescana, innamorata e catturata dall'amore di Dio, innamorata di Francesco d'Assisi e dell'uomo . Di lei guarderemo, illuminati dalla Parola di Dio, la sua carità, il suo servire i poveri e gli ultimi del suo tempo, il suo stile di servizio evangelico e francescano. Una premessa è importante fare per incastonare questa poliedrica figura nella sua giusta collocazione anche per purificarla da libere interpretazioni e leggende lontane dalla sua vita e dal suo insegnamento. Elisabetta è spesso, se non quasi sempre, raffigurata dalla tradizione e dalla devozione cristiana e francescana con un cesto di pani, quel pane trasformatosi, secondo la devozione, dalle rose. E' il pane della carità, dell'amore, del servizio che, indipendentemente dalla fondatezza storica del prodigio, ci rinvia ad un grande insegnamento della santa francescana: il suo servizio, il suo amore per l'uomo povero e misero nasceva dal 22 sentirsi amata da Cristo, povero ed umile, dal sentirsi trascinata dall'imitazione dei figli di Francesco d'Assisi. Nel 1232 il suo confessore, Corrado di Marburgo scrivendo al papa Gregorio IX, desideroso di conoscere la vita e le virtù di Elisabetta, dichiara che : «Ella aveva sempre consolato i poveri, ma da quando fece costruire un ospedale presso un suo castello, e vi raccolse malati di ogni genere, da allora si dedicò interamente alla cura dei bisognosi. Distribuiva con larghezza i doni della sua beneficenza non solo a coloro che ne facevano domanda presso il suo ospedale, ma in tutti i territori dipendenti da suo marito. Arrivò al punto da erogare in beneficenza i proventi dei quattro principati di suo marito e da vendere oggetti di valore e vesti preziose per distribuirne il prezzo ai poveri. Aveva preso l'abitudine di visitare tutti i suoi malati personalmente, due volte, al giorno, al mattino e alla sera. Si prese cura diretta dei più ripugnanti. Nutrì alcuni, ad altri procurò un letto, altri portò sulle proprie spalle, prodigandosi sempre in ogni attività di bene, senza mettersi tuttavia per questo in contrasto con suo marito. […] Prima della morte ne ascoltai la confessione e le domandai cosa si dovesse fare dei suoi averi e delle suppellettili. Mi rispose che quanto sembrava sua proprietà era tutto dei poveri e mi pregò di distribuire loro ogni cosa…» . Elisabetta comprese bene che negli ultimi non vi è solo la possibilità di fare del bene ma di incontrare, lavare, pulire, sfamare, accogliere quel Cristo identificatosi nei poveri (cfr Mt 25,31-46): «Che grande fortuna per noi - diceva - poter lavare il Signore e poter preparare il letto per Lui». Elisabetta e il Samaritano del Vangelo Come incastonare Elisabetta nel parabola di Luca? Tenterò di fare una lettura biblica e personale: nessuna figura di cristiano e di santo può essere compresa se è avulsa dalla fonte della carità e del servizio che è la Parola, il Cristo povero identificatosi nei poveri, che si è cinto di un asciugatoio, del grembiule del servizio, paramento della sua carità, per lavare i piedi ai suoi discepoli. Da notare che nessun testo biblico dice che alla fine della lavanda il Maestro depose l'asciugatoio. L'evangelista Giovanni scrive che “riprese le vesti” ma non che si tolse l'asciugatoio con cui asciugò i piedi degli apostoli (cfr Gv 13,1-12). Ogni cristiano, il giorno del Battesimo, riceve lo stesso grembiule del Cristo del cenacolo per non deporlo mai. Con questa prospettiva entriamo nell'icona biblica di riferimento. 1. Elisabetta ci fa identificare nel “dottore della legge” che vuole mettere alla prova Gesù ponendogli domande sulla vita eterna, sul “cosa fare” per essere felici. Il OFS SFO centro della parabola è questa domanda fondamentale dell'uomo: “Signore, cosa devo fare per avere te, per essere felice, per vivere pienamente la mia vita?”. Chi sta interrogando Gesù conosce la legge, i comandamenti ma ,forse, come ogni uomo, vuole mettere alla prova il Signore. Se quel teologo d'Israele vuole conoscere la risposta da un “profeta senza studi biblici” per metterlo alla prova, noi, l'uomo, vogliamo forse avere la prova dell'amore di Dio, sapere dove sta la felicità, se effettivamente questo Dio ci ama e ci può rendere felici. Gesù rifacendosi alla Legge di Mosè ci rimanda a Dio e proponendo la parabola del Samaritano unisce l'amore di Dio e l'amore di fratelli, il primo come fonte dell'Amore(cfr 1 Gv 4,10 ss) il secondo come prova e coerenza dell'amore verso Dio(cfr 1 Gv 4,20). Ecco perché il raccontare di Gesù che invece di fare discorsi teologici si cala nella vita, porta la discussione su «Chi è il mio prossimo?». Anche questa non è una domanda qualsiasi e la stessa risposta di Gesù non è un modo di rispondere qualunque. In Israele il prossimo è il «connazionale»,è lo straniero che viveva nella terra di Israele, entrambi la Comunità doveva “amare come se stesso”. Gli altri stranieri, i samaritani stessi, gli eretici, chi era fuori da questa visione non poteva essere considerato prossimo. Gesù cosa fa? Insegna che non era importante chiedersi e stabilire chi fosse il prossimo ma, piuttosto, il diventare prossimo dell'altro. 2. Tutta la scena ha tre quadri: il viandante, l'uomo, che si avventura sulla strada che da Gerusalemme porta a Gerico e nota per le aggressioni dei briganti, il sacerdote ed il levita (esperti e conoscitori della legge e del culto, uomini e ministri sacri) che pur passando non si fermano, non si prendono cura di quel povero malcapitato andando oltre e, l'ultimo quadro, quello dell'eretico, del Samaritano che non solo si accorge, “vede” quell'uomo “mezzo morto” riverso a terra, ma se ne prende cura. 3. I gesti del Samaritano diventano lo stile della carità e del servizio del credente, uno stile che possiamo intravedere anche in Elisabetta che nutriva, accoglieva, lavava non solo i poveri, ma i “poveri dei poveri”(Madre Teresa) del suo tempo come i lebbrosi, quelli, cioè, che nessuno voleva, alla cui vista fuggivano per paura del contagio (come il levita e il sacerdote paurosi di contaminarsi con il sangue o per la paura di “fare tardi” per la fretta, visto che erano diretti al tempio) o per il fetore che la carne marcia emanava. Ecco sommariamente lo stile del servizio: saper vedere con il cuore, capacità che nasce da un sentimento che è alla base della carità: la compassione. Una traduzione, quell'”ebbe compassione”, che non rende l'idea esatta di quel che avvenne nel Samaritano, indebolisce- scrive il Papa nel suo libro su Gesù- “la vivacità del testo”. Il Samaritano ebbe compassione nel senso che gli “si spezzò il cuore”, gli si attorcigliarono le viscere alla vista di quell'uomo lasciato a terra, impeti di tenerezza materna e di misericordia scossero la sua vita come quelli di una mamma alla visione del figlio sofferente e malato… Ed è per questa capacità di avere misericordia , è l'avere compassione che ci rende prossimi dell'altro, che ci fa diventare prossimo del fratello. La pedagogia del servizio si fa dialogo nello stile di Gesù: da una domanda a trabocchetto fa emergere la verità conducendo l'interlocutore a sapersi ascoltare e ad ascoltare: il Signore ha condotto il teologo d'Israele alla verità di scoprirsi prossimo dell'altro più che a chiedersi chi fosse il suo prossimo. Una persona, un testimone che serve, che sa vedere, accogliere, che sa nutrire compassione fa sorgere interrogativi in chi vede, stimola il cuore alla conversione. Farsi prossimi come Elisabetta Guardando alla carità, alla compassione che Elisabetta ha vissuto e nutrito per l'uomo del suo tempo, meditando quel servizio che nasceva dalla contemplazione del Cristo, dalla sua preghiera possiamo anche noi servire da cristiani e francescani perché «nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio». Cosa significa per noi francescani servire, cioè farci continuamente “prossimi dell'altro” se non vivere il Vangelo “sine glossa”?. E il farsi prossimo come e con Elisabetta ci traccia le linee del servizio, del carisma francescano vissuto nella carità, oggi. In sintesi ripercorriamo questo cammino: Servire è “saper vedere” non solo e non tanto con gli occhi ma con il cuore cioè lasciarci convertire dalla stessa compassione che Cristo ha vissuto nel Samaritano. Quel Samaritano in cui i Padri hanno visto la figura di Gesù, il Dio fattosi prossimo per noi. Un saper vedere che sa cogliere le grandi e le piccole povertà del nostro tempo, che sa fermarsi dinanzi alle ingiustizie, alle violenze perpetrate ai danni dei popoli della fame e della miseria, dell'Africa e dell'Asia, derubati, spogliati dal nostro consumismo, dalle nostre ricchezze inique e diseguali. Saper vedere anche le povertà della società opulenta in cui l'uomo è stato spogliato della sua dignità, della sua sete di trascendenza da noi, ristiani e credenti sterili che «abbiamo portato loro il cinismo di un mondo senza Dio, dove contano solo potere e profitto» . 23 OFS La Fraternità OFS di Canosa di Puglia ha festeggiato il suo 25° di Formazione. Per una meravigliosa coincidenza voluta dal Signore, Canosa ha celebrato, in concomitanza, l'8° Centenario della nascita di S. Elisabetta, accogliendone la reliquia e l'icona itinerante. Nella chiesa dell'istituto delle Suore Francescane Alcantarine, dall'8 al 12 Maggio, si sono vissute bellissime giornate di preghiera, che, animate da p. Giammaria Apollonio, primo assistente della Fraternità canosina, hanno visto alternarsi testimonianze francescane, veglie di preghiera, celebrazioni eucaristiche, momenti dedicati ai poveri e agli ammalati, in una vera e propria atmosfera di annuncio francescano conclusosi con una solenne celebrazione presieduta dal Ministro Provinciale, P. Pietro Carfagna. La corale della parrocchia di San Francesco, diretta dal maestro Mimmo Masotina, ha molto francescanamente allietato la celebrazione eucaristica dell'ultimo giorno. Un sentito ringraziamento va a tutti coloro i quali hanno accol- to l'invito delle Terziarie di Canosa, e in particolare, ai disabili del Gruppo Amici e dell'Unitalsi, al Presidente Regionale Mimo Ardu, alle Fraternità del Settore che hanno collaborato alla loro realizzazione, alle Suore Francescane Alcantarine che, come sempre, hanno offerto la loro disponibilità. Grazie a tutti e…un arrivederci ai prossimi 25 anni. Pace e bene! Maria Lobasco Ministra della Fraternità di Canosa continua Saper vedere una società in cui l'uomo è violentato e martoriato con la droga, la guerra, il traffico di organi, di persone ridotte in schiavitù, sfruttate sessualmente, saper vedere un mondo ricco di cose materiali ma povero di umanità, di Dio, di amore. Servire è sapersi fermare dinanzi al dolore e alle pene dell'umanità sofferente e disorientata del nostro tempo, è non fuggire per la paura, le paure, per le cose da fare, gli impegni. Fermarsi per gli altri vuol dire fermarsi anche per se stessi;il sapersi fermare ci fa fare quel salto di qualità che ci rende credenti, ci fa cristiani perché «L'essere cristiani è passare dall'essere per se stessi all'essere per l'altro» (Bene- 24 detto XVI). Sapersi fermare è l'atteggiamento di chi sa veramente servire perché sa “spossessarsi del sé” (Massimo Cacciari), sa uscire da se stesso per entrare nell'altro, sa vivere il vero Amore che è interesse e compassione per l'altro e sa escludere il vero contrario dell'Amore che non è l'odio ma l'indifferenza. Servire è lasciar entrare nella propria vita lo straniero. Chi è secondo il cuore di Dio nella parabola? E' un samaritano, un eretico, uno straniero secondo la legge di Israele. Dio sceglie lo straniero, la Croce, l'umiltà del Figlio, l'esodo di Gesù, il Cristo, il ladrone pentito, la Maddalena… per farsi prossimo dell'umanità, per farsi strumento di amore e di prossimità. Gesù sceglie di identificarsi nel Samaritano per dirci che ogni uomo è capace di carità, di servizio, di amore. Servire è accogliere lo straniero, l'incompreso, il diverso da me, fare della diversità e dell'alterità un valore arricchente di dialogo, di crescita, di rafforzamento della mia identità. Servire vuol dire lasciarsi salvare da un povero che non è destinatario del “nostro buon cuore” ma “locus Theologici” dove incontrare il Signore, quel Signore che nel Samaritano abbraccia ogni malcapitato, ogni uomo(un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico).«E' un paradosso, ma è il paradosso della fede; accettare di farci risollevare da un Dio abbattuto, rifiutato, straniero, eretico, uno dal quale OFS SFO tutto ci aspetteremmo, meno che ci possa salvare». Servire la famiglia con Elisabetta, donna, sposa e madre Contrariamente a ciò che si potrebbe sospettare la dedizione di Elisabetta a Dio e ai fratelli non toglieva nulla alla sua vocazione di sposa e madre. Ella sposò nel 1221 Lodovico non per ragioni politiche ed economiche ma per amore, amore dal quale nacquero i suoi tre figli(Ermanno, Sofia e Gertrude). Quando si fa scaturire ogni cosa dall' amore per Dio tutto acquista la sua pienezza e la sua totalità. Elisabetta rispettava il proprio sposo, curava ed amava i figli perché “Dio è amore”, li amava con il cuore stesso di Dio, li vedeva con gli occhi stessi di Dio, li curava con la medesima tenerezza di Dio. Le fonti ci presentano la sua come una famiglia unita, sana, in cui si respirava amore, fedeltà, abnegazione, una famiglia fondata su Dio, in cui Dio non era ospite ma fondamento, scaturigine, «valore supremo e incondizionato che alimentava tutti gli altri amori: verso lo sposo, verso i figli, verso i poveri». Alcuni leggono con sospetto la radicalità evangelica che spinse Elisabetta, dopo la morte di Lodovico, a lasciare i figli per dedicarsi alla preghiera e al servizio al prossimo. Non si tratta di incoscienza ma di una risposta totale, definitiva a Dio. Nel suo abbandonarsi totalmente al progetto di Dio vi è stato anche l'affidamento totale dei propri figli alla volontà di Dio che sa meglio di tutti, anche della stessa madre, qual è il bene di ciascuno. La sua offerta totale è stato un beneficio per il figli, donarsi non è perdere o perdersi ma guadagnare. Non si dimentichi, però, che i biografi affermano che Elisabetta assicurò con “saggia determinazione il futuro dei suoi figli”. Nel 1981 Giovanni Paolo II, scrivendo alla Chiesa ungherese in occasione dei 750 anni della morte della Santa,raccomandò alle famiglie di meditare sulla vita familiare felice di santa Elisabetta: «Siate vicini gli uni gli altri con fedeltà irremovibile. Siate convinti che l'amore di Dio e la vita cristiana coerente non solo non è un ostacolo, bensì è una fonte inesauribile dell'amore coniugale. Santificatevi vicendevolmente, aiutatevi vicendevolmente nell'imitazione di Cristo… In Cristo potete diventare quello che in virtù del sacramento del matrimonio dovete essere: un corpo solo e un'anima sola. Accettate con gratitudine il più bel dono del Dio Creatore: il dono della vita che è sacra sin dal primo istante del concepimento. Trasfor- mate il vostro focolare in chiesa domestica, educate i vostri figli alla fede… Santificate i vostri figli, insegnate loro ad amare Cristo e la sua Chiesa, a servire disinteressatamente il Popolo di Dio. Approfondite in voi la convinzione che con l'esempio della vostra vita e con la trasmissione della vostra fede date il meglio ai vostri figli. Potete diventare genitori di futuri santi, come anche la terza figlia di Elisabetta, Gertrude, è venerata come beata dai Premostratensi. Conservate- conclude il Papa-l'intima atmosfera della chiesa domestica, ma nello stesso tempo siate aperti verso il grande compito di costruire il Regno di Dio. Siate un centro irradiante d'amore universale». Parole che gli sposi e i figli dell'OFS devono saper far proprie in un difficile contesto culturale e sociale dove anche la difesa della famiglia naturale è divenuta una sfida che richiede testimonianza, saggezza, prudenza e preghiera. L'intimità, l'orazione di Elisabetta con il Signore lo stile di vita della sua famiglia ci aiuta a servire la famiglia cristiana perché torni ad essere: - “Chiesa domestica” che emana lo splendore dell'amore di Cristo; - Chiesa che vive e aiuta a riscoprire la fonte del Matrimonio nell'Eucaristia e l'intima unione tra Famiglia\Matrimonio\Eucaristia perché: - il matrimonio è il sacramento-segno dell'amore eterno e vero tra Cristo e la Chiesa (teologia paolina); - Il Battesimo è il lavacro delle nozze che precede l'Eucaristia, il banchetto delle nozze; - La Croce è il segno delle “nozze di Dio con l'umanità”. L'intima unione tra Matrimonio/Famiglia/Eucaristia avvalora la fedeltà e l'indissolubilità del matrimonio perché l'amore tra Cristo e la Chiesa, sua sposa, è amore fedele, unico, indissolubile. Nella realtà dell'unicità matrimoniale vi è un “dato antropologico” che ne firma l'unicità. Guardando alla nostra santa e patrona gli sposi cristiani e francescani dovrebbero lasciarsi accogliere da Cristo “nello stato nuziale dell'incontro” e cambiare stile di vita per far propria la novità del vangelo di Cristo. Elisabetta, donna eucaristica, ci aiuta, inoltre, a valorizzare la figura femminile nella Chiesa e nella società e il suo essere sposa e madre. 25 OFS OFS Il nostro Ritiro di Quaresima OFS/MINORI DI PUGLIA-MOLISE PIERINO CONTEGIACOMO “La Chiesa ci presenta la Quaresima come un periodo forte di riflessione, di revisione della propria vita e di conversione. Anche quest'anno, il consiglio regionale vi aiuta a vivere questo evento, organizzando, nelle varie zone, un giorno di preghiera, di ascolto e di fraternità. Rifletteremo sul tema “Non di solo pane…” aiutati dagli assistenti regionali e da testimonianze”. Con queste parole Mimmo caldeggiava la partecipazione non solo dei professi ma anche dei probandi, novizi e di quanti volessero condividere questi momenti forti che la Chiesa propone nella liturgia della Pasqua. Eccoci ad Andria fin dalle nove della mattina accolti nei locali dell'Istituto Professionale Statale per i Servizi Sociali e Pubblici gentilmente consessi dal preside della scuola. La fraternità locale ha preparato per i convenuti il rituale “latte e caffé”. Siamo circa cinquecento arrivati con pullmans e con auto. Ci salutiamo: quelli della fraternità di Corato, Ruvo, Bitonto, Acquaviva, Molfetta, Altamura, Sannicandro, Bari, Mola, Valenzano, Castellana, Canosa, Bitetto, Monopoli, Putignano, Fasano, Capurso. Poi, tutti nell'auditorium appositamente preparato per la celebrazione della PAROLA e la esposizione del SANTISSIMO. In apertura il presidente Ardu ha rivolto a tutti il saluto e il ringraziamento per la sentita partecipazione e l'augurio per una giornata intensa di preghiera e riflessione. Sono presenti naturalmente nelle vesti di assistente regionale Padre Giancarlo Li Quadri-Cassini e di vice assistente Padre Pasquale Gallo. I canti liturgici sono eseguiti dal coro diretto da Rosa Farella con accompagnamento di chitarra ed organo. La processione che porta l'ostensorio fa il suo ingresso in sala e il Santissimo viene posto sull'altare appo- 26 sitamente costruito sul palco dell'auditorium. Sul fondo si legge a lettere cubitali “NON DI SOLO PANE…”, il tema su cui Padre Giancarlo terrà la attesa e sentita omelia (commentata in altra parte di questo foglio n.d.r.). I momenti dell'adorazione sono sottolineati dall'inno: “Nel Tuo silenzio accolgo il mistero venuto a vivere dentro di me. Sei Tu che vieni, o forse è più vero che Tu mi accogli in Te, Gesù”. Viene letto il passo “la tentazione di Gesù” dal vangelo secondo Matteo, la cui versione di Luca 4,1-13 è stata riprodotta su di un rotolo di pergamena consegnato ad ognuno di noi alla fine della celebrazione a ricordo della giornata. Le preghiere spontanee si sono susseguite numerose da parte dei fedeli inginocchiati davanti all'Ostia Consacrata mentre veniva intercalato il canone “Nulla ti turbi, nella ti spaventi…”. Prima ancora della benedizione finale Gesù Sacramentato è sceso tra noi, in sala, passando di fila in fila come a prenderci per mano. Il celebrante poi così ha detto nella pre- ghiera di congedo: “Signore, che benedici chi spera in Te, salva il Tuo popolo, benedici la Tua eredità, custodisci la pienezza e l'unità delle Chiesa. A Te appartengono la gloria, l'azione di grazie e l'adorazione: Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre nei secoli.” Le ore del primo pomeriggio sono state rallegrate da una serie di canzoni a sfondo sociale e religioso presentate da fra Francesco Cicorella autore delle stesse. Vari interventi di testimonianze fraterne sono stati esposti da alcuni di noi. Infine la celebrazione eucaristica presieduta da padre Pasquale e la esposizione dell'icona di Santa Elisabetta dava inizio alla “peregrinato” in occasione dei festeggiamenti per l'VIII centenario della sua nascita; il calendario predisposto dal consiglio regionale prevede infatti l'arrivo della immagine della Santa protettrice dell'ofs in ogni fraternità della regione fino a tutto il 18 novembre e la cerimonia conclusiva a Foggia presso il Convento S. Pasquale. OFS SFO Non di solo pane… “Incontrare Gesù nella Parola nell'Eucarestia nella Fraternità” VITINA LOLIVA Questo il filo conduttore, anzi le piste di riflessione del ritiro di quaresima preparato quest'anno dal nostro centro regionale. L'incontro quaresimale è ormai una tappa fondamentale per il nostro cammino di formazione e di conversione. La quaresima ci richiama appunto a riflettere sul nostro cammino di fede e ci consente di staccarci per un poco dalle ordinarie occupazioni per soffermarci ad analizzare il nostro essere cristiani e francescani. Incontrarsi è sempre motivo di gioia; pregare insieme è ancora più bello. Ma anche più impegnativo perché ognuno si fa carico delle “richieste” altrui e l'ascolto comune diventa impegno di tutti e per tutti. Il nostro assistente Padre Giancarlo ha iniziato la sua riflessione dicendo: “Spero che usciate da questo incontro sconvolti, altrimenti la Parola non sarà stata ascoltata. Spero che si svegli il desiderio di cambiare mentalità…spero che tutti ci sentiamo sulla via per Emmaus dove c'é buio, stanchezza, delusione…Gesù si manifesta a queste persone…li affianca, parla, racconta la sua storia, parla del deserto e delle tentazioni”. Come i discepoli, anche noi ci siamo posti in ascolto pensando alle tentazioni dei nostri giorni: la tentazione delle “sicurezze”, la tentazione della storia, la tentazione degli idoli. Le nostre sicurezze: il lavoro, il benessere, gli affetti. Basta questo per sentirci tranquilli e padroni di tutto? Ma Dio è con noi? Non è così. Dio non è necessario alle persone con le mentalità borghesi e la sua Parola non serve, anzi spesso disturba, mette in discussione il loro pensiero. Tali comportamenti non ammettono Dio come artefice della storia perché diventa fatica accettare la sofferenza, il dolore, la croce del quotidiano, il figlio che si droga, il vicino ammalato, il coniuge che non ti ama, l'attesa per un lavoro, la maternità negata. Sono tutte delusioni e non esperienze da affrontare. “Molti giovani accusano la delusione dell'esistenza, ha detto P. Giancarlo, perché, come le donne al Sepolcro, non vedono Gesù o lo cercano altrove: nel benessere, sulle passerelle del mondo, nell'idolatria egocentrica che mette l'uomo sotto i fari dell'attenzione: se tutti mi amano io sto bene. E la Croce? Vuoi vivere tu cristiano senza la Croce?” L'interrogativo pesa su tutti noi: è sospeso nell'aria. Quante volte ci è stato detto che la sofferenza della Croce porta a Dio, che senza la sofferenza non c'è conversione. Ma questa condizione non è facile accettarla! La Croce è una condizione che si sente nell'intimo, fa soffrire, avvicina al Signore al quale si chiede ragione della sofferenza che Lui permette e che non sempre si capisce e si accetta. Diventa facile così correre dietro i “miracoli” oppure cercare il placebo che aiuti a poter eliminare la croce della sofferenza. Il dio denaro può soddisfare il bisogno di vivere tranquilli. La ricchezza dà sicurezza e permette anche di dare una mano a chi è nel bisogno credendo così di vivere secondo il Vangelo: ma come il giovane ricco non sei disposto a lasciare tutto per seguire Cristo. Ecco l'inganno della sicurezza! Le paure restano: quelle del dolore, quelle della morte e si continua ad accumulare ricchezza per sconfiggerle e… nascono le guerre. “E' importante cambiare mentalità: bisogna conformarsi a Cristo Gesù; che si è lasciato tentare per liberarci dalle paure e avere fiducia in Lui. Dopo questo incontro con Cristo-Parola e CristoEucaristia possiate cambiare mentalità, non confidare nelle sicurezze di questo mondo ma nell'aiuto, nella presenza di Dio accanto a voi ogni giorno”. Sembrava un augurio che P. Giancarlo faceva a ciascuno di noi: ritrovare il senso di essere cristiano e francescano oggi, in questa nostra società e in questo momento della nostra storia. Non fuggire perché delusi e stanchi, ma riprendere il cammino con la speranza nel cuore e con la certezza che solo da Dio può venirci il bene. Quello che oggi non riusciamo a comprendere e che ciò che ci fa soffrire non rende la morte ma esalta la vita. Riprendiamo il cammino sicuri che Gesù è al nostro fianco e ci parla; racconta la Sua storia per dirci tutto il suo amore. L'amore che ci rende diversi e ci fa riconoscere, perché diverso è il nostro approccio con gli altri, quando sappiamo essere umili; sappiamo condividere; sappiamo andare incontro al fratello anche a quello che sentiamo più lontano, che non riusciamo a capire e a sopportare. “Vi riconosceranno da come vi amate”. Bisogna essere testimoni dell'Amore sempre e ovunque: tutti i giorni, sul lavoro, in famiglia, in fraternità, nella comunità sociale. Noi francescani abbiamo un maestro a cui riferirci. Francesco d'Assisi ha tanto amato l'Amore da chiedere di patire le stesse sofferenze; per poter essere in tutto conforme all'Amato. Allora possiamo accettare la Croce con la convinzione che non è solo sofferenza ma grazia e dono di Dio per la nostra salvezza. L'ascolto della riflessione condotta da P. Giancarlo è stato “paralizzante”: credo che tutti ci siamo veramente ritrovati sulla strada di Emmaus, al buio, con tutte le nostre incertezze, i dubbi, le delusioni, la stanchezza del vivere quotidiano, la paura del domani…ma quando Gesù Eucaristia è entrato in sala per essere esposto sull'altare, l'emozione ha riempito non solo i cuori, ma tutta la stanza ed è esplosa in un susseguirsi di preghiere di lode e di ringraziamento al nostro Dio che ognuno di noi ha ritrovato accanto e lo ha riconosciuto. Gesù si è fatto ancora una volta compagno di viaggio e noi liberati, almeno per un giorno, dalle nostre paure abbiamo potuto cantare: “Ora il tuo Spirito in me dice: Padre, non sono io a parlare, sei Tu. Nell'infinito oceano di pace Tu vivi in me, io in Te, Gesù.” 27 OFS OFS “Elisabetta Pane e Speranza per i Poveri ” Capitolo Spirituale Famiglia Francescana Ofs/Minori di Puglia-molise 1° Maggio 2007 PIERINO CONTEGIACOMO “Siamo pronti a vivere questa giornata riflettendo sulla figura di Santa Elisabetta, che arricchendo il proprio cuore di Gesù e del Suo corpo, diventa, ella stessa, pane e speranza per tutti i poveri che incontrava. E oggi vogliamo rinnovare i propositi, rilanciare i progetti. Cristo ci invita a liberare il nostro cuore dalle paure dall'ombra dell'incertezza, per essere segni di speranza nella grande Famiglia Francescana, nella quale ognuno di noi fa il suo cammino di fede e svolge il suo servizio” Iniziava con queste parole la celebrazione delle Lodi presieduta da Padre Giancarlo Li Quadri-Casini, assistete regionale, e dava inizio al Capitolo Spirituale che quest'anno il consiglio regionale ha voluto programmare per il primo maggio a Molfetta. Eravamo più mille, arrivati da ogni parte del Barese, della Daunia e del Molise, occupando tutti i gradoni delle tribune del palazzetto dello sport.. I giovani, invece, tutti al centro del “campo”: loro 28 sono oltre 100 e tutti dalla gioventù francescana. Il capitolo era indicato anche per la Gi.Fra. e ancora la Gi.Fra presentava in questo contesto il nuovo consiglio eletto proprio il giorno prima. Su di un lato del palazzetto una grande effige di S. Elisabetta, copia della icona, dipinta da fra Tommaso Rignanese, che in questi mesi è in “peregrinatio” presso le fraternità della regione. Infatti il tema della giornata era: “Elisabetta: Pane e Speranza per i Poveri”. Ai piedi della gigantografia un tavolo ha funzionato come altare per la celebrazioni. Ci onorava della sua presenza il M.R.P. Provinciale Pietro Carfagna e, oltre a P. Giancarlo, tutti i frati assistenti delle varie fraternità locali; il presidente Mimmo Ardu non ha fatto mancare il suo cordiale saluto a tutti i partecipanti ringraziando per la numerosa presenza. Alla preghiera di Lode è seguito l'ascolto di alcune testimonianze. Ecco le più applaudite: la conversione di don Tonino Catalano che ancora giovane, partito per Roma dal suo paese della Calabria per seguire l'effimero sogno di diventare attore, si è trovato “implicato” nel servizio volontario a favore dei “derelitti” e oggi, diacono, è sulla via della consacrazione al Signore; di Paolo, anche egli ancora ragazzo, caduto nel baratro della devianza e delle droga oggi può raccontare a tutti la sua “resurrezione” alla vita. Tutto questo, dicevano, grazie all'associazione Nuovi Orizzonti, nata a Roma all'inizio degli anni novanta ad opera della giovane Chiara Amirante, dal desiderio di portare un aiuto concreto nel mondo della strada abitato da un popolo di disperati, di persone sole, di emarginati, sfigurati dall'indifferenza del “prossimo”. I ragazzi della gi.fra hanno poi presentato un momento Mariano sottoforma di balletto svolto al centro della pista impostato sul “FIAT”, espressione biblica della Madonna che si poneva all'ascolto incondizionato del Padre. La ricreazione ha trasformato l'ambiente in tanti gruppi, qua e la per i gradoni e sulla pista del palazzetto, che si scambiavano con orgoglio e fratellanza quanto avevano amorevolmente preparato a casa e portato a sacco. Siamo stati intrattenuti dalla esibizione di alcuni brani di musica e dallo spettacolo “Grazie Mamma” fino alle sedici e trenta quando, improvvisamente, è venuto a farci visita ed a salutarci il Vescovo della diocesi di Molfetta S. E. Monsignor Luigi Martella. La celebrazione eucaristica, presieduta dal nostro ministro provinciale Padre Pietro Carfagna, ha trovato al momento dell'omelia il senso della nostra chiamata al capitolo spirituale ove il celebrante facendo una carrellata sul vissuto di S. Elisabetta, metteva in evidenza le opere di carità che hanno caratterizzato la vita della nostra patrona dell'ordine francescano secolare. Vita SFOdi famiglia Capurso: Benedizione del nuovo sagrato del Santuario della Madonna del Pozzo Il Sagrato di una Chiesa appare subito come un luogo di passaggio, ai più forse insignificante e vissuto in maniera distratta e superficiale. In realtà è un luogo ricco di significati e di definizioni. 1. Innanzitutto il Sagrato è invito alla chiesa, una preparazione ad entrarvi. L'ingresso in Chiesa va preparato, per cui è opportuno che non vi sia solo una porta di ingresso, ma un cammino. E questo è il Sagrato: un luogo in cui il passaggio avviene in maniera graduale e permette la giusta preparazione: è qui che si viene attratti dal cuore del Chiesa. E' il luogo della pace, che ci fa lasciare i rumori e le distrazioni alle spalle per incontrare Dio. 2. Il Sagrato, poi, è il luogo dell'accoglienza. E' luogo di incontri, di saluti. Spesso - lo è stato nel passato, ma lo è ancora oggi tante volte - è luogo di sosta dei bisogni e quindi luogo di carità, dove si stende la mano per aiutare, per venire incontro; e questi sono gesti significativi ed efficaci sia per prepararsi all'incontro con il Signore, sia per esprimere quella carità di Dio di cui ci si è arricchiti nelle celebrazioni fatte in Chiesa. 3. Il Sagrato è anche luogo della continuazione e dell'ampliamento dello spazio rituale sia per celebrazioni particolarmente accorsate dai fedeli, sia per altre esigenze difficilmente realizzabili nella Chiesa. Veglie, processioni, la benedizione del fuco nuovo nella veglia pasquale, sacre rappresentazioni: oggi, come nel passato, spesso riempiono questo spazio singolare e prezioso. In conclusione il Sagrato - luogo di immunità e di sepoltura fino al 1800 - rappresenta oggi un elemento indispensabile di transizione, luogo di mediazione tra la città e la chiesa, tra il popolo e il santuario, tra il sacro e il profano. E' il luogo che introduce nel sacro, inserisce la Città nel Santuario, ma è anche il luogo che proietta il sacro verso la Città. Col Sagrato tutta la Città è coinvolta nel recinto del sacro e diventa essa stessa Santuario. E' quello che è avvenuto anche qui. Capurso non solo accoglie e ospita il santuario della Madonna del Pozzo, ma è in qualche maniera essa stessa parte del Santuario: Capurso è conosciuta e vissuta come la Città della Madonna del Pozzo. Per tutti noi, devoti della Vergine Santissima, questo luogo, questo Sagrato rappresenta lo spazio che esprime il desiderio di incontrare Maria, donna dell'attesa, donna che accoglie l'annuncio della nuova creazione; lo spazio che rimanda all'impegno di camminare con Lei, donna del SI, donna della risposta, in una piena disponibilità e coinvolgimento nel mistero della Nuova Alleanza. Mentre - a nome della Fraternità locale, ma anche di tutta la nostra Provincia, che ha da secoli la cura di questo Santuario - ringrazio l'Amministrazione Comunale per questo straordinario intervento di restauro e di recupero funzionale di questo luogo che è un tutt'uno con il Santuario, l'auspicio e la preghiera è che questo Sagrato rinnovato possa d'ora in poi essere segno più visibile e più efficace del nostro rinnovato impegno a lasciarci sempre guidare da Maria all'incontro di vita nuova con il Signore portatore di bene, di pace, di forza e di letizia anche nelle prove, per tutti i cittadini di Capurso e per tutti i fedeli che sempre numerosi accorrono a questo mirabile Santuario della Madonna del Pozzo. fra PIETRO CARFAGNA, OFM Ministro Provinciale 29 Vita di famiglia OFS Turchia: La Presenza Cristiana IV Corso di Aggiornamento in Turchia 19 Febbraio - 2 Marzo 2007 In Una Vita Tutta Per Cristo Una esperienza che ha lasciato una traccia profonda in tutti i partecipanti e una spinta eccezionale in quel processo di conversione che è il cuore di ogni proposta di formazione permanente. L'incontro con Bartolomeo I, Patriarca dei greco-ortodossi di Istanbul, e con le suore di Tarso e di Iconio ci ha messo crudamente di fronte ad un cristianesimo totalmente diverso da quello a cui siamo abituati. La nostra esperienza pastorale, fatta di continue iniziative e di un attivismo spesso soffocante, ha mostrato tutta la sua fragilità di fronte alla testimonianza di due suore che non si stancavano di denunciare il loro essere nulla in una società che tiene le fedi, e soprattutto il cristianesimo, sotto una forte pressione, con il continuo rischio di essere accusati di proselitismo; ma tenacemente determinate nel ritenere la loro presenza indispensabile e necessaria più che altrove. Alla domanda che emergeva sulla 30 bocca di tutti: ma “cosa state a fare qui?”, una risposta sconvolgente: “Se andiamo via noi, di qui va via anche Gesù”. Nel cuore del pellegrinaggio abbiamo incontrato Gesù presente nel piccolo tabernacolo della loro piccola casa di fronte al memoriale di San Paolo e la loro vita consumata tutta e soltanto per Lui. Anche il Patriarca ha evocato l'importanza decisiva di una missione sostanziata della semplice presenza, nell'attesa di quelle condizioni già prefigurate da Francesco nella RnB : “quando vedranno che piacerà al Signore, annunzino la Parola di Dio”. Farlo apertamente oggi in Turchia, dove c'è libertà di culto ma non di religione, non è ancora possibile. Ma basta quella speranza a far spendere per il Signore la vita di tanti consacrati e consacrate in quella che è ancora considerata la Terra Santa della Chiesa. Fr. Pietro Carfagna, ofm Diario di Viaggio: “Sui passi di Paolo...incontro con l'Ortodossia e l'Islam” Turchia: la Terra Santa della Chiesa 19 febbraio - si parte... Il 19 febbraio, di mattina presto, si dà avvio al Corso di formazione e aggiornamento: “Sui passi di Paolo... incontro con l'Ortodossia e l'Islam”. Dopo un'intera giornata di viaggio e tre aerei, atterriamo all'aeroporto di Adana e, in pulman, raggiungiamo Iskenderun (Alessandretta), un grosso centro nel sud-est della Turchia, ai confini con la Siria e il Libano. Ci accolgono tre gentili suore che collaborano con Mons. Luigi Padovese (cappuccino), che ci saluterà il Mercoledì delle Ceneri, celebrando con noi - un presbiterio così numeroso per lui è un evento raro che si rinnova ad ogni pellegrinaggio di sacerdoti - l'inizio della Quaresima, imponendoci le ceneri nell'ex Convento dei frati cappuccini, ora sede dell'Episcopio. Mons. Padovese inizia a svelarci la realtà di una Chiesa ridotta a “piccolo resto” e che ha che fare con enormi difficoltà nell'evangelizzazione Vita SFOdi famiglia in uno stato iperlaicista. L'arrivo dei pellegrini, che spesso accompagna personalmente nelle escursioni, è sempre motivo di incoraggiamento e sostegno alla speranza. 20 febbraio - Antiochia il Memoriale di San Pietro Iniziamo il nostro pellegrinaggio il mattino dopo, accompagnati da Gevat, la guida dell'Agenzia “Ponte Tour”, e da p. Ruben Tierrablanca, responsabile della nostra presenza ad Instanbul, il Convento di S. Maria Draperis della Provincia toscana, che ci ha organizzato il Corso. Entriamo in un ritmo che ci accompagnerà per tutto il cammino: brevi o lunghi trasferimenti in pulman, che diventerà luogo prezioso per le ampie illustrazioni della guida sulla storia, la geografia, la cultura e la religione (l'Islam) della Turchia; per i brevi interventi di p. Ruben, sempre puntuali e capaci di darci la giusta sintonia con i luoghi-memorie del cristianesimo delle origini; e, soprattutto, per la nostra preghiera: lodi e vespri, ascolto dei testi dell'ufficio delle letture, santo rosario. Siamo immersi subito nelle origini della Chiesa, con la visita al Memoriale di San Pietro ad Antiochia di Siria e celebriamo presso la Chiesa dei Cappuccini, dove apprendiamo che i cristiani in questa città - dove per la prima volta i discepoli di Gesù furono chiamati con questo nome - si contano sulle dita di una mano. Il parroco, p. Domenico Bertogli, ci parla tuttavia delle varie iniziative culturali, del dialogo ecumenico e interreligioso e della stima che le autorità e la gente hanno verso la piccola presenza cristiana, che si trova in un posto centrale della città. Facciamo anche un'escursione in montagna dove visitiamo i resti imponenti di un grande monastero che circonda la base della grande colonna di San Simone Stilita il giovane. 21 febbraio Tarso: la patria di san Paolo Il giorno successivo arriviamo a Tarso. Ci accolgono due suore che hanno la loro piccola casa proprio di fronte ai resti della Basilica crociata dedicata a San Paolo. Nell'ex chiesa, ora diventata museo statale (paghiamo, infatti, il biglietto d'ingresso), le suore ci parlano della loro presenza silenziosa e nascosta, se non drammatica: il cristiano qui è considerato un nulla ed è costretto a sentirsi un nulla, come se non esistesse nella sua specifica identità, non potendo esprimersi pubblicamente per quello che è. Non si può mostrare il crocifisso, né distribuire vangeli o altri opuscoli religiosi, né parlare in alcuna maniera di fede cristiana: tutto è considerato proselitismo. Ma loro stanno lì, decise e senza paura, come un seme nascosto, accogliendo i pellegrini che di tanto in tanto arrivano anche da queste parti. Per partecipare alla Messa devono fare trenta chilometri al giorno. Alla domanda: “ma perché state qui, cosa ci state a fare?”, rispondono, riferendosi al SS. Sacramento del loro piccolo tabernacolo: “Se andiamo via noi, va via anche Gesù”... da Tarso, la patria di san Paolo. 22 febbraio - la Cappadocia Il pellegrinaggio vive subito un momento forte con l'ingresso nella Cappadocia dei mille monasteri rupestri scavati nel tufo. Visitiamo, insieme alle formazioni naturali tra le più strane e fantasiose - il museo a cielo aperto di Göreme, la Valle dei Camini delle fate, la Città sotterranea di Derinkuyu (poteva contenere 25.000 persone in nove livelli di cunicoli e caverne per circa 30 Km.) - soprattutto alcune delle migliaia di abitazioni dei monaci scavate nella roccia e le suggestive Chiese rupestri (a Göreme ce ne sono oltre 400). Erano migliaia e migliaia i monaci che per secoli hanno vissuto in queste terre aride per una scelta di vita monastica cenobitica secondo la Regola di San Basilio. Bellissime le numerose Chiese dipinte con immagini che illustrano i principali episodi della vita di Cristo in maniera semplice e suggestiva, che a volte richiamano il moderno stile naif, ma che ti penetrano lo spirito con la vivacità dei colori e gli sguardi dei personaggi. Una vita essenziale, con i pochi prodotti ricavati dalle strisce di terra coltivabile e presso la preziosa acqua dei ruscelli in fondo ai canyon. Per raggiungere alcune di queste chiese e ammirare i loro straordinari affreschi, giunti per miracolo fino a noi (molti sono stati distrutti dai moderni turisti), scendiamo oltre 400 gradini per arrivare fino al fondo della valle detta di Peristrema. 23-24 febbraio Le Chiese dell'Apocalisse Il viaggio prosegue veloce tra le Chiese fondate da Paolo e quelle dell'Apocalisse. Ad Iconio incontriamo altre due suore che sono in una condizione più fortunata di quelle di Tarso, perché hanno la cura di una vera e propria chiesa, frequentata da due o tre famiglie cristiane, in una città di quasi cinquecentomila abitanti. Alla Messa abbiamo la sorpresa di vedere la Chiesa piena. Sono un gruppo di cristiani Caldei, provenienti dall'Irak e in transito verso l'Australia. In questa città visitiamo il Mausoleo di Vetlana, uno dei principali esponennti del Sufismo, contemporaneo di San Francesco e fondatore dei Dervisci danzanti. La sera prima abbiamo partecipato alla loro preghieraspettacolo (pagando 25 euro a persona). Quindi iniziamo a visitare i resti di qualche città dell'Apocalisse: Laodicea, Antiochia di Pisidia, Pergamo, Efeso. Ovunque respiriamo il clima di quelle Chiese della primitiva cristianità ascoltando e meditando le Lettere tramandateci dall'Apocalisse o quelle di San Paolo. Ascoltandole sui luoghi comprendiamo meglio tanti particolari. Restiamo impressionati dai monumentali resti dell'epoca greco-romana: dai templi più diversi, ai teatri, alle terme, alle vie colonnate con le innumerevoli botteghe. Ad Antiochia di Pisidia ci impressionano i resti del Tempio di Augusto, e a Gerapoli le cascate di pietra di un biancore abbagliante, prodotte dall'acqua calda ricca di potassio, i templi, il teatro romano, i resti della Basilica dell'apostolo San Filippo. 25 febbraio Ad Efeso: Meryem Ana - (la casa di Maria) Restiamo a bocca aperta appena ci immettiamo nella via colonnata della città romana di Efeso, con la stupenda facciata della Biblioteca di Celso e il grande teatro da 20.000 spettatori, dove ha parlato anche Paolo. Ci impressiona la colonna che rappresenta l'unico resto del grande tempio di Artemide. Visitiamo i resti della Basilica del Concilio e di quella costruita sulla tomba dell'Apostolo Giovanni. Densa di emozioni la sosta e la celebrazione eucaristica presso la Casa della Madonna (Me- 31 Vita di famiglia OFS ryem ana), accolti da confratelli cappuccini. Per la prima volta vediamo l'abito francescano, che qui è tollerato. P. Tecle Vetrali, che nel frattempo ci ha raggiunti da qualche giorno, ci illustra la struttura e il significato dell'Apocalisse; ieri ci aveva introdotto alla comprensione delle Lettere alle Sette Chiese. 26 - 27 febbraio - verso Istanbul Inizia il lungo viaggio di trasferimento che ci prenderà due intere giornate per raggiungere Instanbul. Lungo il percorso abbiamo la possibilità di visitare le belle rovine di Pergamo, con la sua magnifica Acropoli; e quelle di Nicea: i resti della Basilica di S. Sofia e del Teatro dove si tennero le assemblee del Concilio. A Smirne celebriamo nella Chiesa, sede del Vescovo, dedicata a San Policarpo. Ad Instanbul ci fermeremo per tre giorni interi. Riusciamo a sondare soltanto alcuni aspetti della vita di una megalopoli di 16/18 milioni di abitanti sparsi sulle due sponde (la parte europea e quella asiatica) del mar di Marmara. Veniamo alloggiati nella parte europea della città, sul lato nord del “Corno d'oro” (la rientranza di mare a forma di corno che diventa dorato al sole del tramonto) e di fronte alla zona dell'antica Costantinopoli, con le sue basiliche divenute moschee e la sede del Patriarcato di greco-ortodosso. 28 febbraio - 2 marzo incontro con l'Islam e l'Ortodossia Visitiamo quanto è possibile visitare nei giorni a nostra disposizione: il Bazar e il Mercato delle Spezie; la Moschea di Santa Sofia e la Moschea Blu; il monastero di San Salvatore in Chora, con i suoi splendidi e delicati mosaici che richiamano quelli di Ravenna e della Cappella Palatina 32 di Palermo. Scopriamo la vivacità della città moderna. Soprattutto della strada centrale di Istanbul dove si affacciano il Convento e la Chiesa di S. Maria Draperis, dove alloggiano alcuni di noi. Una strada ricca di negozi moderni, di banche e punti di ristoro, librerie, chiese e piccole moschee, attraversata per tutto il giorno da gente che corre per gli affari e il lavoro. Ma è soprattutto la sera che la gente diventa un fiume in piena che bisogna almeno una volta tentare di attraversare dall'inizio alla fine. Ed è quello che facciamo tutti. P. Ruben ci presenta la sua Comunità che ha come attività principale il dialogo con l'Islam e l'Ortodossia, anche se c'è una piccola parrocchia. In Chiesa spesso entrano musulmani a pregare davanti all'immagine della Madonna. In questi giorni ascoltiamo un altro intervento di p. Tecle sull'Ecumenismo; una conferenza del giovane domenicano p. Alberto Ambrosio sul Sufismo; e, soprattutto, le due interessanti conferenze di p. Gwenolé Jeusset - della Comunità di S. Maria Draperis - sul dialogo con l'Islam secondo la tradizione e la metodologia francescana . L'esperienza più bella è, però, l'udienza concessaci in extremis dal Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, proprio nel giorno del suo compleanno. Ci colpisce la sua semplicità e affabilità e la gioia che traspare dal suo viso nel vedere i figli di San Francesco. Ci accoglie con grande cortesia e ci mette subito a nostro agio, mentre ci parla della situazione di sofferenza della Chiesa greco-ortodossa, ridotta anch'essa ai minimi termini. Ma grande è la speranza nel futuro. Ritroviamo in Lui lo stesso atteggiamento delle suore di Tarso: ciò che conta è esserci; la testimonianza della semplice presenza... nell'attesa che il Signore conceda tempi più propizi per il cristianesimo e la fede. 3 marzo - si riparte... Quando ripartiamo abbiamo tutti la sensazione di aver fatto un'esperienza, che forse non riusciremo a ripetere, ma che certamente non dimenticheremo facilmente. Un'esperienza che ha inciso profondamente nel nostro cuore e avrà delle benefiche conseguenze di cambiamento e di rinnovamento della nostra fede e della nostra vita cristiana e francescana e che... auguriamo a tutti di fare prima o poi. Peter.ofm Vita SFOdi famiglia E L'incontro Con L'altro Credente Istanbul • dal «Corso ecumenico e interreligioso» Gwénolé Jeusset, ofm Introduzione: dallo spirito di crociata allo spirito di fratellanza. Nella primavera, dopo la malattia dovuta all'imprigionamento, Francesco di Assisi ricomincia la sua vita, arruolandosi nell'esercito del Papa. A Spoleto dove passa la prima notte, ha la visione di una sala d'armi e Cristo gli parla: « Francesco è meglio seguire il Maestro o il servitore?» E riceve l'ordine: «Ritorna ad Assisi». Senza esitare ritorna e notiamo un cammino in tre tappe. La guerra in cui Francesco pensa di entrare vuol essere un servizio per la Chiesa. Mettendosi al servizio di Innocenzo III, pensa di essere nella linea del Vangelo. Il “ritorna ad Assisi” è un po' come l' “Entra a Damasco” che il Signore dice a S. Paolo. La sua vita è sconvolta. I sogni di cavalleria scompaiono. Povertà e spogliamento diventano la sua linea di condotta. Quell'ordine infonde in Francesco di Assisi l'atteggiamento dell'incontro, la grazia dell'incontro. Innanzi tutto l'incontro di colui che è Crocifisso. E' stata come una folgore... Francesco passa dalla mentalità di crociata all'amore appassionato per il Signore Gesù. (I tappa) L'incontro con Cristo lo sconvolge ma non lo rinchiude in sè: questo incontro è un invio verso gli altri. Francesco passa dalla mentalità di conquista alla mentalità dell'incontro (II tappa). Ogni tipo di incontro: con i lebbrosi, con i briganti, col lupo, col sultano, porta alla distruzione di un muro, di una paura, di una frontiera. Francesco appare come un personaggio che va contro-corrente; la sua visione del Vangelo lo rende come un uomo che va al di là delle mura. III tappa: dallo spirito di crociata allo spirito di fraternità. Per Francesco l'incontro con gli uomini è una questione di fraternità. Cristo è mio fratello, Cristo è il fratello di ogni uomo, dunque ogni uomo è mio fratello o mia sorella. La sua vita sarà un pellegrinaggio di fraternità... Ogni incontro è un pellegrinaggio. Dio mi invita a scoprire con lui l'altra faccia dell'altro. Non posso vedere tutto dell'altro, solo Dio lo conosce davvero. Dio l'ha creato, Dio l'ha redento, Dio l'ha incontrato. Finchè non ho incontrato l'altro alla maniera di Dio - che solo può giudicare, che solo ha l'intelligenza per capire e la luce per vedere - guardo e guarderò più facilmente la faccia odiosa dell'altro con i miei poveri occhiali, piuttosto che il suo aspetto positivo alla maniera di Dio. Devo accettare la differenza che vedo nell'altro come Dio accetta la mia differenza con Lui, Dio. Dio, in Gesù Cristo ha preso tutto di noi, eccetto la nostra incapacità di amare fino all'estremo. Devo cercare di vivere alla maniera di Dio, la differenza che mi disgusta nell'altro. Fantastici i versetti di Matteo 5,45-48: «Se salutate solo i vostri fratelli, che fate di straordinario? I pagani non fanno forse altrettanto!» Salutare gli altri non vuol dire, secondo il Vangelo, dire buongiorno con le labbra, ma entrare in relazione. Salutare gli altri come Gesù, allarga la mia fede, fa irrom- pere dentro di me un'apertura evangelica, mi rende ancor più discepolo, mi fa andare dalla parte del santo volto di Dio. Il “Siate perfetti come il Padre vostro celeste è perfetto”, parola impossibile, diventa possibile nella misura in cui riesco a mettermi dalla parte del mio Dio. L'incontro dell'altro deve essere gratuito, ma in realtà questo incontro non è una perdita. L'incontro gratuito non è un insuccesso, anche se non cambio l'altro, perchè lascio il posto a Dio dentro di me, è la vittoria di Dio in me. Infatti l'altro mi fa fare piazza pulita davanti a Dio; l'altro mi aiuta a sbarazzarmi del mio «caro io». Mi fa avvicinare a Dio, se accetto lo spogliamento che mi fa subire. Se entro in questo progetto divino, fra Dio e me, c'è quel lebbroso che ho tendenza a gettar fuori dalla mia città dei puri. Quando riesco a distruggere queste mura, comincio il grande incontro con Colui che è l'Altro, perchè non mi lascia camminare solo. Ogni volta che accetto tra me e Dio, l'integralista cristiano o mussulmano, quell'ateo sgradevole, quell'uomo o quella donna difficile della mia comunità, della mia famiglia o del mio vicinato; quando dunque accetto quest' altro tra Dio e me, dò la possibilità e la gioia a Dio di mostrarsi Padre e di racchiudere in un medesimo sguardo l'altro e me, riuniti in un amore che va al di là di tutte le barriere. Spogliato, come Francesco davanti al vescovo di Assisi, Dio mi ricopre del suo mantello e ci conduce, come la sera di Pasqua, non da solo ma l'altro con me, fino all'ostello della Condivisione dove egli ha già preparato non due, ma tre coperti. Le Tappe Della Cultura Del Dialogo 1. Innanzi tutto occorre essere uomini di apertura. 6. Osare l'incontro. 7. Osare un incontro francescano. 8. La fraternità è una lotta. 3. L'interreligioso deve impregnare tutta la formazione, iniziale e permanente. 9. Povertà e fraternità. 10. Osare la preghiera. 15. Aprire le porte alla cortesia di Dio. 4. Approfondire le fonti evangeliche della Missione. 11. Credere che l'altro può fare lo stesso cammino che abbiamo fatto. 16. Essere ottimisti nella speranza. 5. Cercare l'incontro più che il dialogo. 12. Saper guardare il nostro passato. 2. Conoscere l'altro dall'interno. 13. Saper guardare anche i testimoni della sofferenza subita. 14. Credere allo Spirito che ci precede nell'altro e può trasformarci. 33 Vita di famiglia OFS E' Francesco che ci ricorda la grandezza del Sacerdozio: "Il vedo in essi il Figlio di Dio" e si mette in ginocchio davanti al sacerdote, e gli bacia le mani. Egli, il piccolo diacono, che si giudica indegno di salire l'altare, scrive a cardinali, a vescovi, a principi: "Vi prego, miei signori, baciando le vostre mani, fate in modo che il Corpo di Gesù sia trattato degnamente e da tutti debitamente rispettato". «A voi Gesù ripete: "Non vi chiamo più servi, ma amici". Accogliete e coltivate questa divina amicizia con "amore eucaristico"! Vi accompagni Maria, celeste Madre dei Sacerdoti…aiuti voi e ciascuno di noi, cari fratelli nel Sacerdozio, a lasciarci trasformare interiormente dalla grazia di Dio. Solo così è possibile essere immagini fedeli del Buon Pastore; solo così si può svolgere con gioia la missione di conoscere, guidare e amare il gregge che Gesù si è acquistato a prezzo del suo sangue. Amen!» (Benedetto XVI) Fr. STEFANO ERCOLE 14 aprile 2007, ore 18.30 Parrocchia “San Michele Arcangelo”- Bitetto (Ba) Per le mani di S. E. Mons. JOHN MAGEE Fr. FRANCESCO CICORELLA 21 aprile 2007, ore 18.30 Cattedrale “Santa Maria Assunta”- Conversano (Ba) Per le mani di S. E. Mons. DOMENICO PADOVANO Fr. ANTONIO PIO D'ORSI 24 aprile 2007, ore 19.00 Concattedrale “Natività della Beata Vergine Maria” Ascoli Satriano (Fg) Per le mani di S. E. Mons. FELICE DI MOLFETTA Fr. ALESSANDRO MARIA MASTROMATTEO 19 maggio 2007, ore 18.30 Santuario “San Francesco Antonio Fasani” Lucera (Fg) Per le mani di S. E. Mons. FRANCESCO ZERRILLO Fr. MIMMO ANTONIO SCARDIGNO 26 maggio 2007, ore 18.00 Parrocchia “Sant'Antonio di Padova”- Campobasso Per le mani di S. E. Mons. ARMANDO DINI Fr. GIUSEPPE MARIA DIMAGGIO 16 giugno 2007, ore 19.00 Cattedrale“Santa Maria Maggiore” - Barletta Per le mani di S. E. Mons. MICHELE SECCIA Rendiamo Grazie all'Onnipotente, Santissimo, Altissimo e Sommo Dio per il Dono del Presbiterato 34 50° di Sacerdozio Vita SFOdi famiglia 24 Marzo 2007 di P. Angelico Pilla e P. Bernardino Cataneo Ischitella - Fg Tabga-Israele Frati Minori Under Ten dell'Italia Meridionale Santuario di Stignano 10 • 14 Aprile 2007 • dal Documento finale Dal 10 al 14 Aprile 2007 noi frati minori Under Ten dell'Italia Meridionale ci siamo riuniti presso l'Oasi di Spiritualità Francescana "Santa Maria di Stignano" in San Marco in Lamis (Fg), per vivere il secondo incontro interprovinciale proseguo di quel percorso comune di approfondimento e di scambio iniziato lo scorso anno nell'incontro di Palermo. Eravamo circa quarantacinque frati. Il tema sul quale ci siamo confrontati è stato il seguente: "La Parola di Dio: una provocazione grande e incredibile per un annuncio autentico alla nostra gente". Ci hanno accompagnato nel cammino il biblista p. Ernesto della Corte, che ci ha presentato con maestria un approfondimento sul cammino del discepolato nei Vangeli di Marco e Luca, e fra Giacomo Bini che ha tracciato con sapiente audacia le linee fondamentali per un annuncio da frati minori e per un progetto comune di evangelizzazione fra tradizione ed innovazione. Dal confronto fraterno sono scaturite le seguenti proposte: - Continuare l'incontro annuale dei frati Under Ten dell'Italia Merid.; - Estendere la partecipazione ai Moderatori Fo.Pe., ai Responsabili Under Ten e, almeno per un giorno, ai Ministri Provinciali del Sud-Italia; - Avere...un momento di verifica, prevedendo la presenza di un Definitore Gen. e/o del Segretario Gen. della Formazione e Studi; - Proporre a tutti i frati Under Ten l'invito della provincia Spagnola ofm a prestare collaborazione nell'accolgienza dei pellegrini che giungono a Santiago de Compostela nel periodo Giugnosettembre 2007; - Proporre un'esperienza di una settimana di evangelizzazione (preferibilmente in estate) conseguenziale all'incontro formativo di Aprile. Auspichiamo che questo cammino continui nella gioia di saperci ascoltati e sostenuti. Esprimendo la nostra gratitudine alla Provincia di Puglia e Molise, che ci ha accolti nella sua terra, auguriamo a tutti voi il dono della Pace. i frati minori Under Ten dell'Italia Meridionale la Reliquia del Beato Giovanni Duns Scoto a Castellana Grotte Il 20 marzo con una concelebrazione presieduta dal Vescovo, mons. Domenico Padovano, e alla presenza del Ministro Provinciale, la comunità francescana e l'intera comunità di Castellana G. ha salutato l'arrivo della reliquia ex ossibus del Beato Giovanni Duns Scoto al Santuario di Maria SS. della Vetrana. Un dono del Postulatore Generale P. Luca De Rosa a P. Giovanni Lauriola, in segno di riconoscenza per l'amore al Beato. 35 Vita di famiglia OFS Festa della Provincia e 25°del Postnoviziato di Bitetto dall'intervento del Ministro provinciale Fr. PIETRO CARFAGNA La riapertura del Post-noviziato, oltre che un vero e proprio atto di fede di qualcuno che riuscì a vedere oltre, al punto da anticipare i tempi e di fare scelte che, forse, rappresentarono in quei tempi un vero e proprio anticipo dell'attuale movimento di rifondazione della vita consacrata e francescana, è stata veramente una benedizione per la nostra Provincia se solo consideriamo che in questi 25 anni abbiamo avuto da questa Casa : 50 professi solenni (quasi il 50% degli attuali frati della Provincia), di cui 40 sacerdoti, 3 diaconi, prossimi sacerdoti, 7 fratelli; con la media di 2 all'anno. Anche il Santuario e il culto al Beato Giacomo hanno avuto un rilancio eccezionale con le Celebrazioni Centenarie, la Ricognizione del corpo e la ripresa della Causa di canonizzazione. Voglio ricordare, tra quelli che hanno contribuito a tutto questo, chi ormai è in cielo: p. Amedeo Gravina e p. Guido Laera; e poi i Maestri che in questi anni hanno accompagnato i nostri giovani: p. Fulgenzio Corcelli, p. Mario Di Genova, p. Donato Sardella, p. Vito Dipinto e l'attuale Maestro p. Giuseppe Capriati. 7 Maggio 2007 Un sentimento speciale di gratitudine da parte della Provincia va naturalmente al M.R.P. Leonardo Di Pinto, che ha avuto un ruolo da protagonista nella ricostituzione del chiericato e nella rinascita di questo Santuario. Affido questa Casa ai nostri Santi fondatori - S. Francesco e S. Chiara - e alla vigile “guardiania” del Beato Giacomo, perchè possa continuare ad accogliere, custodire e accompagnare con cura tutti quei giovani che il Signore ci invia, non solo perchè con essi ci permette di gioire per il dono dei fratelli - come diceva San Francesco nel Testamento - ma soprattutto perchè, forgiati dalla vita esemplare del Beato, ancora tanti seguaci del Poverello di Assisi, vivendo “la regola e vita dei frati minori, osservando - cioè - il Santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo”, continuino ad essere nella Chiesa e nel mondo testimoni di semplicità e minorità, di pace e bene, nonchè protagonisti della nuova evangelizzazione attraverso una luminosa testimonianza di vita fraterna e francescana. In attesa della del Beato Giacomo da Bitetto Fr. GIUSEPPE TOMIRI Postulatore Provinciale Carissimi fratelli e sorelle e devoti del Beato Giacomo il giorno 3 giugno 2007, Solennità della Santissima Trinità, alle ore 10,00, sotto una pioggia battente, il Santo Padre Benedetto XVI in piazza S. Pietro ha presieduto all'Eucaristia e ha proceduto alla Canonizzazione dei Beati: Giorgio Preca (1880-1962), presbitero, fondatore della Societas Doctrinæ Christianæ; Szymon z Lipnicy (1435 ca.-1482), presbitero, dell'Ordine dei Frati Minori; Karel van Sint Andries Houben (18211893), presbitero, della Congregazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo; Marie Eugénie de Jésus Milleret (1817-1898), fondatrice dell'Istituto delle Suore dell'Assunzione. Il Santo Padre nella sua omelia ci fa fatto comprendere la solennità odierna invitandoci a farci avvolgere da questo sommo mistero e ammirare la gloria di Dio, che si riflette nella vita dei Santi. Il mistero della Santissima Trinità, prosegue il papa nella sua omelia, lo contempliamo soprattutto in questi Beati che si 36 propongono ora alla venerazione della Chiesa universale: Giorgio Preca, Szymon di Lipnica, Karel van Sint Andries Houben e Marie Eugénie de Jésus Milleret. Infatti ogni singolo Santo partecipa della ricchezza di Cristo ripresa dal Padre e comunicata a tempo opportuno. È sempre la stessa santità di Gesù, è sempre Lui, il "Santo", che lo Spirito plasma nelle "anime sante", formando gli amici di Gesù. Quindi le parole del Papa sono di grande conforto per tutta la nostra Provincia religiosa e per tutti i devoti del Beato Giacomo, contemporaneo di Szymon z Lipnicy frate minore di Cracovia in Polonia, un presbitero francescano che ha soccorso gli appestati del suo paese. Che strana coincidenza. Anche il Beato Giacomo si è prodigato nell'assistere in modo infaticabile durante la peste del 1483 gli appestati del suo paese e nelle terribili estati di siccità, quando, attingendo acqua dalle cisterne del convento, la distribuiva alla gente che premeva alla porta del convento. La mia speranza come quella vostra è di vedere il Beato Giacomo da Bitetto alla venerazione della Chiesa universale perché i fedeli possono avere un altro esempio da imitare per seguire il Signore Nostro Gesù Cristo, il Santo per eccellenza. Quindi pregate perché ciò avvenga al più presto possibile. Libreria SFO E’ stato presentato sabato 14 aprile dalla Fraternità Ofs San Matteo in San Marco in Lamis Il titolo dell'opera Come ce 'mpizza la cèreva [Come s'accosta la cerva] richiama l'incipit del salmo 41. Suo autore è Luigi Ianzano, che della Fraternità è consigliere e maestro di formazione; già presidente regionale Gifra, è professo dal 1999. La pubblica presentazione è avvenuta nella cornice del suggestivo auditorium della biblioteca del Santuario di San Matteo, che ha contenuto a fatica l'afflusso degli intervenuti, ed è ruotata attorno alle declamazioni della dr.ssa Daniela Pirro, accompagnate dalle esecuzioni musicali del maestro violinista Maria Villani e dalle proiezioni curate da Antonio Limo. Il prof. Gian Pasquale La Riccia, novizio Ofs, ha coordinato la serata oltre che analizzato linguisticamente l'ode di Luigi. Il padre guardiano fr. Gabriele Fania e il Vice Sindaco dr. Giuseppe Villani hanno introdotto la serata, che si è chiusa con gli interventi del prof. Michele Coco (autore e critico letterario) e Mons. Donato Coco, già vicario episcopale nella Diocesi di Foggia-Bovino. Tutti i presenti si sono poi spostati nel refettorio del convento per un momento di fraternità. Luigi, come è nata l'idea di un inno di lode a Dio? Il leit motiv è la meraviglia per ciò che il Signore opera fuori e dentro di me. Da ciò è scaturito questo lungo salmo ispirato principalmente alla Sacra Scrittura, ma anche ai Padri della Chiesa, ai documenti del Magistero, a opere varie che più hanno lasciato il segno nel mio itinerario di fede. Si toccano i grandi temi (giubilo, pace e ricchezza interiori, prova, amore coniugale, Eucarestia, Parola, carità, speranza) per finire con una toccante apoteosi della Vergine. Perché in dialetto? Non parrebbe indecoroso per una preghiera? Va detto che noi garganici siamo molto legati ai nostri idiomi, comunque non li consideriamo populistici e di basso macello, li usiamo quotidianamente e confidenzialmente. Perciò parlare a Dio nella lingua materna significa parlargli a quattr'occhi in intimità, come si conviene tra padre e figlio: col mio Abbà ho tolto di mezzo ogni minimo formalismo. Ne è scaturito un tributo di riconoscenza così limpido e disarmante che non credo riuscirò in futuro a scrivere di meglio, se Lui stesso mi darà la possibilità di continuare a coltivare questa passione. Sembra dunque che tu preferisca la lingua locale all'italiano. Sicuramente sì, per la capacità di essere più espressiva della lingua nazionale, che spesso percepisco monotona, poco verace, culturalmente imposta com'è, poco adatta alla mia creatività. Non sei nuovo in fatto di produzione letteraria. Considerata l'età, ho pubblicato abbastanza. L'ultimo lavoro, Tarànta mannannéra [Taranta messaggera], una raccolta di circa trenta componimenti in vernacolo, ha avuto notevole successo di critica e vendite. Vi è contenuta una Prijéra 'ncroce [Preghiera nella prova], di cui Come ce 'mpizza la cèreva costituisce lo sviluppo: lì prevale l'esperienza della notte oscura, la percezione di un Dio lontano; qui la riscoperta della speranza, la presa di coscienza del valore della prova alla luce della crescita nella fede, la sicurezza di avere Dio sempre a fianco, la piena convinzione che Lui basti! Da ciò scaturisce la lode, e difatti è scaturita… Vedo una introduzione del Ministro provinciale, e ben due interventi critici. Sì, Padre Carfagna sa cogliere e porre in risalto con giusta sensibilità ogni aspetto di vita delle Fraternità francescane. L'Ofs di San Matteo ha voluto inserire la pubblica presentazione del volume nella cornice dell'VIII centenario della nascita di S. Elisabetta, e il Provinciale ha richiamato “lo sforzo che tutta la famiglia francescana sta sviluppando in questi anni nel recuperare la grazia delle origini”. La prefazione di don Donato analizza poi l'opera sotto l'aspetto poetico-religioso, e la postfazione del preside Coco ne pone in evidenza gli aspetti linguistici e la collocazione nella letteratura neodialettale. Questi scritti autorevoli danno lustro al volume, e di certo ne aumentano il valore. Il libro, infine, ha una nobile finalità di beneficenza. Io e mia moglie abbiamo pensato di devolvere il ricavato della vendita alla Caritas, tolto il grosso delle spese di pubblicazione. Ho lavorato in Caritas in qualità di Obiettore di Coscienza, qualche anno fa, ed ho visto personalmente quanto può valere un centesimo, e che tipo di bene esso fa. Il Signore ricompensa per cento volte chi sa passare intelligentemente dalla lode alla carità. Chi fa ogni giorno l'esperienza della grazia, è pronto a confermarlo a chiare lettere! 37 Pianeta Giovani “i ragazzi del Papa” STORIE DI UNA GENERAZIONE CHE AVANZA DANIELE VENTURI Presidente Associazione Nazionale Papaboys Evidenziare i reali poteri del mondo sulla mente e sull'azione di noi, giovani generazioni, è cosa ardua e non sempre identificabile, soprattutto se valutiamo che in maniera subliminale e argutissima ' il nemico ' ci prova a corrompere in tutte le occasioni medie della nostra giornata. Oggi la notizia che fa più clamore nel nostro Paese, è che in Italia si realizza un 'divorzio' ogni 4 minuti, oppure che un figlio uccide i genitori e viceversa: diciamo 'grazie!' a chi ha realizzato questa brutale società, alla quale si riesce con difficoltà a parlare, che non ragiona più con il cuore, ma solamente con l'istinto. Noi non ci stiamo: poiché non siamo i giovani che passeranno alla storia come ' il popolo dei piercing ', poiché non siamo quella maggioranza di insensibili al bene comune, poiché abbiamo capito che il Valore che abbiamo dentro, non ha 38 prezzo. Cari miei, è certo che non siamo in vendita! Il riscatto per la nostra vita e la nostra reale libertà, credenti e non credenti, è stato pagato duemila anni fa da un ' povero Cristo ' inchiodato su due pezzi di legno: ma non dobbiamo piangerci addosso, poiché quella sofferenza è stata trasformata dalla Resurrezione e quel dolore, che è il solito ' dolore del mondo ' di oggi, è servito per sconfiggere la violenza, la cattiveria, la morte stessa. E' sempre il libero arbitrio a fregarci? Direi proprio di no, poiché esso è l'essenza del nostro essere autonomi, in grado di scegliere da che parte stare: la Vera Libertà è questa, ed è l'Unica, ma il mondo non sa più riconoscerla, troppo preso come è, a sfruttare i 'numeri', cioè noi stessi, dietro a quel prodotto da comprare o da vendere. Ed i giovani? Pedine da muovere alle quali monopolizzare il cervello attraverso un martellamento pneumatico di emozioni forti e sensazioni facili, unite a molta sensualità e ad una visione sfrenata del sesso, a tal punto che per porre rimedio alla prostituzione minorile in una città come Roma, non si riesce a trovare più saggia soluzione dell'installazione di telecamere, così da aumentare lo spirito di 'grande voyeur' che ormai ci pervade. Ma qualcuno di noi se ne è accorto crescendo, ed ha voluto mettere a disposizione degli altri la Verità, quella che ci rende liberi. Adesso più che mai mi vengono in mente le parole dell'Apostolo Paolo che afferma in modo categorico: 'Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio. ( Cor. 6,910)'. Duemila anni di storia non si possono cancellare come una mail di spam dal computer e quella tradizione cristiana che ha salvato tante nostre famiglie e tanti di noi, non si può rinnegare in nome di una società dove, nonostante tutto, si fa largo - perché necessita urgentemente - la Storia di una generazione che avanza. Dopo quasi venti anni il prossimo 3 - 4 ottobre la Puglia è chiamata di nuovo ad offrire l'olio per la lampada che è sempre accesa presso la tomba del Poverello di Assisi, Patrono d'Italia. Lo faremo insieme a tutta la Chiesa pugliese - i Vescovi sono stati coinvolti quali primi protagonisti in rappresentanza della Comunità ecclesiale - ma anche con tutta la società civile: parteciperanno, infatti, anche il Presidente della Regione, il Sindaco di Bari - che accenderà personalmente la lampada - i presidenti delle Province civili e tutti i Sindaci, invitati a rappresentare i loro concittadini. Si tratta, come si può facilmente considerare, di un evento eccezionale per il francescanesimo pugliese. Siamo, infatti, coinvolti tutti ad annunciare, animare e organizzare questo evento perché sia per tanti fedeli e abitanti della nostra Regione un'occasione di incontro con Francesco, perché contemplando la sua vita, la sua conversione, la sua capacità a rimettere Cristo e il Vangelo al centro, si possa risvegliare in essi la fede e la vita cristiana. E' una occasione e un evento di grazia per attuare e concretizzare quella nuova evangelizzazione a cui ci richiamano continuamente il Papa e i Vescovi italiani. Messaggio dei Vescovi di Puglia in occasione dell'offerta dell'olio alla Lampada Votiva in onore di San Francesco d'Assisi Patrono di Italia 3-4 ottobre 2007 “ Il Signore vi dia pace”. Con questo saluto pasquale, fiorito sulle labbra di San Francesco d'Assisi, Noi,Vescovi di Puglia, auguriamo salute a voi, sorelle e fratelli carissimi, mentre vi invitiamo a peregrinare con noi nei giorni 3-4 ottobre 2007 ai luoghi santificati dalla presenza del Poverello di Dio, umile servo del Signore Gesù e il più piccolo di tutti i fratelli, per amore del Signore. Ad Assisi, Noi Pastori, insieme con gli Amministratori della Cosa Pubblica, e voi fedeli tutti, nella tradizionale offerta dell'olio e dell'accensione della Lampada votiva, che notte e giorno arde sulla Tomba del Santo, intendiamo ringraziare e lodare l'”Altissimo, Onnipotente, bon Signore”, per aver suscitato in San Francesco il bisogno di intraprendere una vita evangelica, ponendosi a servizio di Cristo nei poveri e nei diseredati, facendosi egli stesso povero. La Regione Puglia, raggiungendo Assisi, intende assolvere un debito di riconoscenza verso San Francesco, “viva immagine del Cristo”. Da giovane, spensierato quale egli fu, sognò le nostre terre come luogo di conquista e di onori cavallereschi. Da uomo nuovo, afferrato da Cristo, soggiornò tra le nostre contrade, predicando l'amore di Dio; unì a sé in comunione di vita, alcuni nostri figli; e non mancò di visitare il Gargano dove onorò l'Arcangelo Michele. Da allora, non ha cessato di far risuonare la sua voce attraverso i tanti fratelli e sorelle che, mossi dal fascino del suo carisma, sono fermento di pace e bene sull'intero territorio pugliese. E di questo siamo profondamente grati. Come canta il Sommo Poeta, San Francesco d'Assisi “Altro non è ch'un lume di suo raggio” (Paradiso XXVI, 33): irradiazione della luce di Cristo. E tale egli fu nei rivolgimenti sociali e politici, religiosi e morali del suo tempo, contrassegnati da lacerazioni e oscuri progetti di vita. Più che le sue parole, la sua esistenza fu luce, avendo preso, alla lettera, tutte le parole di Gesù con il cuore semplice di un bambino, in un intensissimo rapporto di amore con Cristo. Avendo realizzato in pienezza l'Evangelo attraverso una appassionata adesione e configurazione a Cristo, Francesco potè denunciare con la sua vita la bramosia delle vanità del mondo e dei beni terreni, nel generoso esercizio della carità e della povertà, divenendo così per tutti, luminoso esempio di vita cristiana. La fioritura di uomini e donne, votati all'amore di Cristo e dei fratelli, suscitata da San Francesco, attesta che nei momenti più oscuri della storia di ieri e di oggi, il cuore e la pietà delle persone più umili e più caritatevoli, arrivano a scuotere le coscienze più indurite, avviando silenziosamente ed efficacemente la ricostruzione sociale, politica, evangelica che in varie forme emerge dal cuore di tutti. E' il grande miracolo compiuto ieri da San Francesco tutto serafico in ardore (Paradiso XI, 37) e oggi, da coloro che seguono il suo esempio di vita. La Regione Puglia, offrendo l'olio per la lampada votiva, frutto della operosità della nostra gente e della generosità dei nostri campi, vuole esprimere il proprio impegno di altruismo, solidarietà e accoglienza di uomini e culture, pur nelle difficoltà di un cammino incerto e faticoso, ma pur sempre carico di attese e di speranze, nell'abbraccio tra i popoli, culture e religioni differenti. Francesco, uomo di pace, perché totalmente pacificato e riconciliato con Dio, riaccese la fiamma della concordia nel cuore degli uomini e delle istituzioni del suo tempo. Voglia ancora oggi mettere nel cuore di ogni donna e ogni uomo di buona volontà la stessa sua passione per una rinascita civile e religiosa dell'Italia e della nostra Regione, in un clima di fattiva e operosa collaborazione. E' con questa speranza nel cuore che i Vescovi delle Chiese di Puglia, facendo propria la benedizione data da Francesco a frate Leone, chiedono al Signore che “vi benedica e vi custodisca! Mostri il Suo volto e abbia di voi misericordia! Volga a voi il Suo sguardo e vi dia pace”. I Vescovi di Puglia Testimoni del Risorto e strumenti della sua Pace messaggio dei ministri provinciali francescani Carissime sorelle e carissimi fratelli, quest'anno le Chiese e le Città di Puglia, con e a nome di tutti i Comuni d'Italia, offriranno l'olio per la lampada che arde accanto al sepolcro di san Francesco d'Assisi, patrono d'Italia. La coincidenza dell'ottavo centenario della conversione di S. Francesco (1206) è occasione per riscoprire le ragioni della santità di Francesco d'Assisi e per esprimere la gratitudine dell'intera Regione, attraverso il pellegrinaggio e l'offerta dell'olio della nostra terra, a Colui, che è motivo di speranza e strumento di pace per i cristiani, i credenti di ogni religione e anche i non credenti. Noi, Ministri Provinciali del Primo Ordine Francescano della Puglia, desideriamo condividere con tutti i cittadini della Regione la bellezza di tale avvenimento e invitare a prepararsi all'evento, risvegliando la SPERANZA nel cuore di ogni uomo di buona volontà. Francesco d'Assisi, da giovane cavaliere, aveva un sogno: venire in Puglia per coprirsi di gloria. Il suo sogno fu interrotto a Spoleto dalle ispirazioni del Signore; in Puglia Egli venne successivamente come pellegrino al santuario dell'arcangelo Michele. Il seme della predicazione del Vangelo da parte di S. Francesco si radicò nella nostra terra al punto da produrre una fioritura di santità francescana. Come non vedere nell'esperienza di vita santa francescana di S. Egidio da Taranto, S. Lorenzo da Brindisi, S. Giuseppe da Copertino, S. Francesco Antonio Fasani di Lucera, S. Giacomo da Bitetto, Beato Antonio Lucci da Bovino e tanti altri… fino a S. Pio da Pietrelcina dei nostri giorni, la realizzazione del sogno di S. Francesco? Possiamo dire dunque, che la Puglia è terra francescana, saldamente ancorata alla vocazione alla pace e aperta all'accoglienza e al dialogo con gli uomini di ogni lingua, religione e nazione. Proponiamo di prepararci all'offerta dell'olio della lampada di san Francesco con lo sguardo della Chiesa italiana che, nel Convegno di Verona, ha annunciato Gesù risorto, speranza del mondo e chiamando i cristiani che sono in Italia, ad impegnarsi nei cinque ambiti della vita affettiva, della fragilità, della tradizione, del lavoro e della festa, della cittadinanza. È importante osservare come il santo di Assisi sia un testimone esemplare in un ognuno di tali ambiti. La sua affettività si è tradotta nella scelta della fraternitas, alla quale egli addita come modello di carità vicendevole quello sommo della madre, «poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» (cf. Rb 6,8: FF 91). Il santo di Assisi è entrato nella realtà della fragilità, sperimentandola appieno e integrandola nella propria vocazione. Proprio il desiderio di condividere la fragilità umana suscita in lui la scelta della minorità. Ai frati, infatti, insegna che «devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada» (Rnb 9,2: FF 30). San Francesco, ancora, appartiene alla nostra tradizione, sia ecclesiale che civile. Come si potrebbe descrivere l'identità ecclesiale e civile dell'Italia e dell'Europa senza mettervi al cuore la presenza di Francesco e della sua fraternità? Lo stesso Papa Benedetto XVI, commentando tempo fa il salmo 121, ha esclamato: «Tutti abbiamo un po' un'anima francescana!», a riconoscimento della vicinanza del francescanesimo alle nostre radici cristiane dell'Europa, e della sua appartenenza alla spiritualità di tutta la Chiesa. Importante è la lezione di san Francesco sul lavoro e sulla festa. Ai suoi frati, nella Regola, illustra la «grazia» del lavoro e a questa dedica un apposito capitolo (cf. Rb 4: FF 88). Nel Testamento ricorda di aver sempre lavorato con le proprie mani (cf. FF 119). Ma non apprezza la formica, in quanto lavora senza sosta, provando simpatia piuttosto per la cicala, che sa cantare a lode di Dio (cf. FF 757). Infine, il primato di Dio nella sua vita non lo distacca dei suoi contemporanei, ma lo spinge all'esercizio della cittadinanza, anche verso le istituzioni. Progetta di rivolgersi all'imperatore Federico II, scrive una lettera ai reggitori dei popoli (cf. FF 210-213), e mai smette di interessarsi alle vicende della propria città. È per questa passione civile che compone la strofa del perdono nel Cantico, e manda i suoi frati a cantarla nella piazza di Assisi, con l'intento riappacificare tra loro il Vescovo e il Podestà (cf.. FF 263). Ma qual è la radice della perenne attualità di san Francesco? Certamente, la scelta di mettere il Signore Gesù al centro della sua vita dall'inizio alla fine. Per tutti noi francescani di Puglia, l'offerta dell'olio della lampada sia dunque l'occasione di riscoprire la nostra vocazione come una conversione ininterrotta alla centralità del Signore Gesù, per essere nella nostra bellissima terra, testimoni del Risorto e strumenti della sua pace. Ministri Provinciali francescani di Puglia 39 Info: 080.5288460 www.pugliassisi.it olen Programma S 3 OTTOBRE ASSISI - Santa Maria degli Angeli ORE 16.30 Piazza Garibaldi - Palazzo Capitano del Perdono. Incontro tra le Autorità e le Delegazioni della Regione Puglia con la Municipalità di Assisi. ORE 17.00 Corteo da Piazza Garibaldi alla Basilica di Santa Maria degli Angeli. ORE 17.30 Basilica della Porziuncola. Accoglienza delle Autorità da parte di P. Alfredo Bucaioni, Custode del Convento di S.Maria degli Angeli in Porziuncola. Solenne Commemorazione del TRANSITO DI SAN FRANCESCO. Presiede S. Ecc.za Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di BariBitonto. Offerta di doni da parte del Sindaco di Assisi e delle Autorità Istituzionali della Puglia. i Assis n i i n razio n i C e le b ORE 21.00 Veglia di Preghiera presieduta dal Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. 4 OTTOBRE ASSISI - Piazza del Comune ORE 8.30 Palazzo Municipale - Sala della Conciliazione. Incontro tra le Autorità e le Delegazioni della Regione Puglia, delle Province e dei Comuni di Puglia con la Municipalità di Assisi. Saluti dei Sindaci di Assisi e di Bari. ORE 9.00 Partenza del Corteo Civile dalla Piazza del Comune per la Basilica di San Francesco. Ogni Istituzione partecipa con il proprio Gonfalone. ORE 9.30 Basilica Superiore Accoglienza delle Autorità da parte di P. Vincenzo Coli, Custode del Sacro Convento. DIRETTA TELEVISIVA SU RAIUNO ORE 10,00 Solenne Concelebrazione in Cappella papale presieduta da S. Ecc.za Mons. Cosmo Francesco Ruppi, Arcivescovo di Lecce e Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese. Il Sindaco di Bari Michele Emiliano riaccenderà la LAMPADA VOTIVA dei Comuni Italiani con l'olio offerto dalla Puglia. Partecipa il Presidente del Consiglio dei Ministri o un suo delegato. ORE 11.30 Loggia del Sacro Convento Saluto del Ministro Generale dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali. Saluto del Presidente della Regione Puglia, On. Nichi Vendola. Messaggio all'Italia del Presidente del Consiglio dei Ministri o suo delegato. ORE 16.00 Basilica Inferiore di San Francesco. Vespri Pontificali in Cappella Papale. ORE 16.45 Corteo religioso con la partecipazione delle Autorità della Puglia e di Assisi dalla Basilica Inferiore alla Piazza Superiore, da dove sarà impartita la benedizione all'Italia e al mondo con l'AUTOGRAFO DELLA BENEDIZIONE DI SAN FRANCESCO. In caso di mancato recapito, rispedire al mittente, che si impegna a pagare quanto dovuto per legge. Grazie! Curia Provinciale OFM - Convento San Pasquale - 71100 Foggia