Anno LV n. 2 - Giugno 2007 - C.C.P. 13647714
Spedizione in Abb. Post. Art. 2 comma 20/C legge 662/96 Filiale di Foggia
Provincia di San Michele Arcangelo
dei Frati Minori di Puglia e Molise
Provincia
di San Michele
Arcangelo
dei Frati Minori
di Puglia e Molise
s o m m a r i o
3
Editoriale
Il Dolore illuminato dalla fede
di fr. Leonardo Civitavecchia
LA VOCE DEL CUORE
4
Perseverate su questa strada
di Alfonso Forte
ATTUALITÀ
5
Il futuro che non c'è
di Ignazio Loconte
Anno LV n. 2
Giugno 2007
C.C.P. 13647714
Spedizione in Abb. Post.
Art. 2 comma 20/C legge 662/96
Filiale di Foggia
6
6
10
Auguri Santità
Il cammino del Papa
Chi ha paura del vero Gesù
di Vittorio Messori
12
Sacramentum Caritatis
intervista a Bruno Forte
Redattore:
fra Leonardo Civitavecchia
[email protected]
Dir. Resp.: Pietrangelo Melillo
Con approvazione
dei Superiori dell’Ordine
Autorizzazione
Tribunale di Foggia
n. 55 del 19.06.1953
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71100 FOGGIA
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71043 Manfredonia (Fg)
Tel. e Fax 0884.541962
e-mail:[email protected]
In copertina:
San Francesco
di Piero Casentini
APPROFONDIMENTI
13
Eutanasia
di Claudia Navarini
15
Anche omettere le cure è eutanasia
Mons. Sgreccia
16
L’uomo dei dolori, Gesù crocifisso
di Giuseppe Scotti
19
Dono prezioso da offrire a Dio per i fratelli
di Suor Chiara Angelica
20
Esperienza
di Massimo Selmi
21
Aperto l’hospice per i malati oncologici
di Michele Totaro
OFS
22
Elisabetta d’Ungheria icona del buon Samaritano
di Francesco Armenti
24
25° di formazione della fraternità OFS di Canosa
di Maria Lobasco
26
Il nostro ritiro di quaresima
di Pierino Contegiacomo
27
Non di solo Pane
di Vitina Loliva
28
Elisabetta pane e speranza per i poveri
di Pierino Contegiacomo
VITA DI FAMIGLIA
29
Il sagrato, luogo di meditazione
di fr. Pietro Carfagna
30
33
Turchia: la presenza cristiana in una vita tutta per Cristo
Francesco d’Assisi e l’incontro con l’altro credente
di Gwènolè Jeusset
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35
35
36
36
Nuovi presbiteri... araldi del Vangelo
50° di Sacerdozio di P. Angelico e P. Bernardino
Frati Minori Under Ten dell’Italia meridionale
La Reliquia del Beato Giovanni Duns Scoto
Festa della Provincia e 25° del Postnoviziato
In attesa della canonizzazione del Beato Giacomo
di fr. Giuseppe Tomiri
37
Un inno di lode a Dio in idioma garganico
di Luigi Ianzano
PIANETA GIOVANI
38
Papaboys
di Daniele Venturi
39
La Puglia pellegrina ad Assisi
Editoriale
Siamo avvolti ancora dall'evento
eccezionale della Risurrezione del
Maestro che riscalda i nostri cuori e ci
riempie di gioia e di speranza. Come per
gli Apostoli, di fronte allo sconforto, il
Risorto non ci lascia soli, interviene e ci
invita a riprendere il cammino. Ma si
arriva ad incontrare il Risorto se abbiamo
incontrato la Croce di Cristo...la nostra
Croce. «Il dolore e la malattia fanno parte
del mistero dell'uomo sulla terra. Certo,
è giusto lottare contro la malattia, perché
la salute è un dono di Dio. Ma è
importante anche saper leggere il disegno
di Dio quando la sofferenza bussa alla
nostra porta. La 'chiave' di tale lettura è
costituita dalla Croce di Cristo. Il Verbo
incarnato si è fatto incontro alla nostra
debolezza assumendola su di sé nel
mistero della Croce. Da allora ogni
sofferenza ha acquistato una possibilità
di senso, che la rende singolarmente
preziosa. Da duemila anni, dal giorno
della Passione, la Croce brilla come
somma manifestazione dell'amore che
Iddio ha per noi. Chi sa accoglierla nella
sua vita sperimenta come il dolore,
illuminato dalla fede, diventi fonte di
speranza e di salvezza» (Giovanni Paolo
II).
Anche per Francesco «il toccare e servire
la sofferenza e l'emarginazione - “usai con
essi misericordia” (Test 2) - è scoprire la
novità del Vangelo: la buona notizia di Dio
che in Gesù si rende presente negli ultimi,
nei sofferenti, nei poveri e negli emarginati.
Le antiche e le nuove povertà - redente e
rigenerate da Cristo - ci evangelizzano
perché il Re dei Cieli, il Signore dei Signori
ha privilegiato la via della debolezza e della
croce: proprio attraverso di esse possiamo
provare la concretezza dell'amore divino»
(cfr. P. Pietro Carfagna nella 54 Giornata
Mondiale dei Malati di Lebbra).
E' la dolcezza del Vangelo che vogliamo
comunicare, perchè «ciò che mi
sembrava cosa troppo amara - vedere i
lebbrosi - mi fu cambiato in dolcezza di
anima e di corpo» (dal Testamento di
San Francesco). Più ci avviciniamo alla
croce di Cristo, più ci avviciniamo gli
uni agli altri.
Signore, che sostieni la nostra vita, noi
ti ringraziamo perché conosci e
comprendi la nostra sofferenza. Donaci
fede e coraggio di fronte a grandi
sofferenze... Allontana da noi il senso
della disperazione. Quando il senso della
vita scompare dietro le nuvole della
sofferenza, fa' che possiamo volgere la
nostra attenzione a Cristo, che ha
sofferto per noi, ci ha conquistato, ci ha
fatto diventare un popolo redento.
Col cuore ardente di gioia per il dono
della Parola, del Pane della Pasqua e dello
Spirito Consolatore, vogliamo essere
testimoni, col dono dell'amore, sulle
strade di questa umanità, annunciando
a tutti il Vangelo della dolcezza.
3
la Voce del cuore
Da questo numero di Azione Francescana,
abbiamo deciso di inserire
una nuova pagina: La Voce del Cuore.
È la voce dei lettori:
per parlare liberamente di voi,
di ciò che vi sta a cuore,
della società o di un argomento
trattato sulla nostra rivista.
O semplicemente testimoniarci
il vostro affetto, come ci ha dimostrato
il nostro lettore di Bari
che ringraziamo con affetto.
Indirizzate le vostre lettere ad
Azione Francescana
Piazza S. Pasquale, 4 - Curia frati minori
71100 Foggia - Fax 0881.613562
[email protected]
R
ev.mo Padre Redattore,
mi è pervenuto il numero di dicembre 2006 della Vostra Rivista “Azione Francescana”
e mi è sorto spontaneo il bisogno di scriverVi pochi modesti righi,
per esprimere il mio sincero consenso per la pubblicazione che
ricevo da vario tempo e che ho sempre apprezzato.
Stavolta, però, nel Vostro periodico -senza togliere nessun merito
ai precedenti Redattori- c'è qualcosa di nuovo e, se mi consentite, di meglio.
E' anzitutto cambiata la veste tipografica. La copertina, impostata su carta lucida e
corredata di una foto eloquente e di ampio respiro, consente al lettore un più favorevole
accesso e lo dispongono nel modo migliore ad addentrarsi nelle parti interne dell'opuscolo.
E che dire dei contenuti? Ogni articolo è ispirato alla più autentica professione di fede.
I luminosi esempi di vita di Vostri confratelli e di umili cristiani che spesero l'intera esistenza
in opere di bene e in impegni di grande altruismo sono testimonianze notevoli di come
andrebbero vissuti i giorni di ciascuno di noi. Un materiale, quindi, altamente istruttivo,
soprattutto in questi nostri tempi fatti di distrazioni, di carenti vocazioni,
di temibile allontanamento dalla Chiesa e dai suoi insegnamenti.
L'augurio che Vi rivolgo è quello di perseverare su questa strada,
di dare ulteriori impulsi alla Rivista, di diffonderla quanto più possibile e,
'last not least', di aprire uno spiraglio -“La voce dei lettori” ?per recepire dai destinatari della pubblicazione pensieri,
opinioni e (perché no) suggerimenti.
Con i migliori auguri di buon lavoro
Dr. Alfonso Forte, Bari
4
Attualità
Sono settimane che il mondo, scusate
il gioco di verbi, ha iniziato a finire.
Gira per le scuole il film documentario
di Al Gore sulle malattie del pianeta, ed
i tiggì gareggiano a chi le fa più
catastrofiche. Filmati di tsunami,
alluvioni, tempeste e deserti dilagano
ovunque, ma la gente, almeno a
giudicare da chi guida nei centri
cittadini, non è che sembri preoccuparsi
un granchè: impera il fatalismo, e le
abitudini son dure a morire. E' tutto
un parla parla condito dai luoghi
comuni più triti: d'altronde sono
decenni che le stagioni non sono più
quelle di una volta.
Si va per blocchi di argomenti: i cani
che mordono i bambini (lo fanno a
stagioni alterne) il bullismo in classe,
ed ora la mancanza d'acqua. Grossi
problemi con semplicissime soluzioni,
se vivessimo in un mondo semplice.
Per i cani basterebbe il divieto
immediato per tutti di possedere quelli
pericolosi, (ma è del dieci maggio la
notizia che il ministero per la salute ha
proibito la soppressione dei suddetti: al
massimo il taglio della coda) per il
bullismo basterebbe reintrodurre il voto
di condotta ( ma poi come programmare
tanti corsi di formazione docenti con
esperti e trasferte ben pagate), per
l'inquinamento costruire soltanto auto
a gas, da subito (e i poveri petrolieri?).
Ci si mettono anche gli scienziati:
l'astrofisica Hack da diversi mesi va
ricordando che nel duemilatrentasei il
meteorite ci cadrà addosso. E noi
pugliesi: abbiamo un acquedotto che
perde per strada il sessanta per cento
della propria acqua, e ci fosse uno che
gli venisse in mente di rifare le tubature.
No, troppo semplice. E' più divertente
sfidare la sorte ed andare avanti fino a
sbattere il muso, come fanno gli
adolescenti. D'altronde cosa vogliamo
che educhi uno stato quando ci riesce a
stento la famiglia. Un vescovo che si
permette di ricordare l'importanza di
una sessualità ordinata finisce sulla lista
di prescrizione di ultràs senza volto e
senza vergogna, con il Parlamento
Europeo a far loro da supporter.
A furia di vivere in una società dalla
mentalità aperta, milioni di cervelli sono
rotolati per terra.
Viviamo in una struttura concettuale
così apocalittica che persino nello scrivere
non riesco ad uscirne: mille e non più
mille, con qualche anno di ritardo. Ma a
pensarci bene non si tratta di pessimismo,
quanto di ignavia diffusa, che dietro il
primo si nasconde e ad esso è equivalente.
Non c'è alcuna voglia di progettare, ed
al quotidiano con la sua pena preferiamo
il carpe diem dell'incoscienza. Progettare
cosa? E perché? E' una fatica, con così
poche idee in giro, per cui non sapendo
dove andare uniamo i partiti e
contiamoci, giusto per prender tempo.
Oppure uniamo gli stati, tenendoli
attaccati con un biglietto da cinque euro,
con lo stesso pressappochismo dei grandi
dittatori, oppure uniamo i sessi, giusto
per fare qualcosa di diverso, così da
annullare le diversità. E già che ci stiamo
uniamo le religioni o gli ordini religiosi,
per montare la grande melassa universale
dove regna la pace dell'intelligenza.
E progettare con chi? Siamo tutti ormai
fieramente individualisti. Una volta in
casa squillava un solo telefono, e tutti si
giravano verso la cornetta vivendo un
momento collettivo di condivisione della
curiosità, dell'ansia, della domanda. Ora
ognuno ha la sua suoneria, non c'è
possibilità di condivisione. Oggi è bello
poter dire: questo l'ho fatto io! Nel
lavoro, nello sport, nella genetica, nella
pastorale : l'altro è appena un incidente
necessario e fastidioso. Forse è per
questo che le famiglie non stanno tanto
in salute: acceso un mutuo per non
gettar soldi in affitto e messi al mondo
unovirgolatre figli giusto perché si
fanno, due persone come sopravvivono
se ognuna si progetta un futuro per
proprio conto!?
Mi viene in mente, in opposizione a
questa mentalità, il nostro san
Francesco, che una volta riempì il tempo
intervallato alla preghiera con il lavoro
manuale, modellando un vaso di creta,
per la precisione. Gli venne talmente
bene che gli sfuggì un legittimo
“…proprio bello!” . Ma non passò un
secondo che resosi conto di tale
orgogliosa autosufficienza lo prese e lo
ruppe. Aveva intravisto la società
dell'individuo, quello dove il Padre
Nostro è un eufemismo da citare con
un sorriso di sufficienza.
L'uomo quindi non è in pericolo perché
le nuvole non gli piangono più addosso,
ma perché non si progetta più e non ha
niente da condividere. Dal rubinetto
della speranza escono poche gocce
arrugginite. Può piovere sui giusti,
persino sugli ingiusti, ma è siccità sugli
indifferenti.
Che il futuro ci si sia o non ci sia, conta
così poco, e forse l'apocalisse non solo
è arrivata, ma si sta consumando.
Semplicemente non ce ne siamo accorti.
IGNAZIO LOCONTE
5
Attualità
Pregate il nostro buon Dio,
affinché voglia nei nostri giorni rafforzare la fede,
moltiplicare l'amore e aumentare la pace.
Egli renda me, suo misero servo, sufficiente per il suo
compito e utile per la vostra edificazione e mi conceda
uno svolgimento del servizio tale che, insieme con
il tempo donato, cresca la mia dedizione. Amen.
6
Attualità
Sintesi del libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI:
“Gesù di Nazaret”, dal 16 aprile in vendita nelle librerie italiane.
7
Attualità
Questo libro è la prima parte di un' opera
la cui stesura, secondo l'affermazione
dello stesso Autore, è stata preceduta da
un «lungo cammino interiore» (p. 7).
Esso rispecchia la ricerca personale del
«volto del Signore» da parte di Joseph
Ratzinger e non vuol essere un documento del Magistero («Perciò ognuno è
libero di contraddirmi» sottolinea il Pontefice nella Premessa, a p. 20). Lo scopo
principale dell'opera, nella cui seconda
parte il Papa spera di «poter ancora offrire anche il capitolo sui racconti
dell'infanzia» di Gesù e trattare il mistero
della sua passione, morte e risurrezione,
è «di favorire nel lettore la crescita di
un vivo rapporto» con Gesù Cristo (cfr.
p. 20).
Si tratta dunque in primo luogo di un
libro pastorale. Ma è anche l'opera di un
teologo rigoroso, che giustifica ogni sua
affermazione sulla base di una sterminata
conoscenza dei testi sacri e della letteratura critica. Egli sottolinea
l'indispensabilità del metodo storicocritico per un'esegesi seria, evidenzia
però anche i limiti di esso: «Credere che
proprio come uomo egli [Gesù] era Dio
[...] va al di là delle possibilità del metodo
storico» (p. 19). Eppure «senza il radicamento in Dio la persona di Gesù rimane fuggevole, irreale e inspiegabile».
Confermando questa conclusione di un
grande rappresentante cattolico
dell'esegesi storico-critica, il Papa dichiara che il suo libro «considera Gesù a
partire dalla sua comunione con il Padre»
(p. 10). Inoltre, in base a una «lettura
dei singoli testi della Bibbia nel quadro
della sua interezza» - una lettura «che
non è in contraddizione con il metodo
storico-critico, ma lo sviluppa in maniera
organica e lo fa divenire vera e propria
teologia» (p. 15) - l'Autore presenta «il
Gesù dei Vangeli come il Gesù reale,
come il “Gesù storico”», sottolineando
«che questa figura è molto più logica e
dal punto di vista storico anche più com-
8
prensibile delle ricostruzioni con le quali
ci siamo dovuti confrontare negli ultimi
decenni» (p. 18).
Per Benedetto XVI, nel testo biblico si
trovano tutti gli elementi per affermare
che il personaggio storico Gesù Cristo è
anche effettivamente il Figlio di Dio venuto sulla terra per salvare l'umanità e,
pagina dopo pagina, li esamina uno per
uno, guidando il lettore - credente ma
anche non credente - in un' avvincente
avventura intellettuale. Basandosi sul
fatto dell'intima unità tra l'Antico e il
Nuovo Testamento e avvalendosi
dell'ermeneutica cristologica che vede in
Gesù Cristo la chiave dell'intera Bibbia,
Joseph Ratzinger presenta il Gesù dei
Vangeli come il «nuovo Mosè» che adempie le antiche attese di Israele. Questo
nuovo e vero Mosè deve condurre il popolo
di Dio alla libertà vera e definitiva. Lo fa
con passi successivi che, tuttavia, lasciano
sempre intravedere il piano di Dio nella
sua interezza. Il battesimo di Gesù nel
Giordano «è l'accettazione della morte
per i peccati dell'umanità, e la voce dal
cielo“Questi è il Figlio mio prediletto” è
il rimando anticipato alla risurrezione»
(cap. 1). L'immersione di Gesù nelle
acque del Giordano è simbolo della sua
morte e della sua discesa «agli inferi» una realtà presente, però, in tutta la sua
vita. Per salvare l'umanità, «Egli deve
riprendere tutta la storia a partire dai
suoi inizi» (p. 48), deve vincere le tentazioni principali che minacciano, in forme
diverse, gli uomini di tutti i tempi e,
trasformandole in obbedienza, riaprire
la strada verso Dio (cap. 2), verso la vera
Terra promessa che è il «regno di Dio».
Questo termine, che può essere interpretato nella sua dimensione cristologica,
mistica o anche ecclesiastica, significa
in definitiva «la signoria di Dio, la sua
sovranità sul mondo e sulla storia [che]
va oltre la storia nella sua interezza e la
trascende [...]. Tuttavia, nello stesso tempo è qualcosa di assolutamente presente»
(pag. 81). Anzi, attraverso la presenza e
l'attività di Gesù «Dio è entrato nella
storia in modo completamente nuovo,
qui e ora, come Colui che opera». In
Gesù «Dio viene incontro a noi [...] regna
in modo divino, cioè senza potere mondano, regna con l’amore che va “sino
alla fine”» (p. 84). Il tema del «regno di
Dio» (cap. 3) che attraversa tutto
l'annuncio di Gesù viene ulteriormente
approfondito nella riflessione sul «Discorso della montagna» (cap. 4). In esso
Gesù appare chiaramente come il «nuovo
Mosè» che porta la nuova Torah o, meglio, che riprende la Torah di Mosè e,
attivando la dinamica intrinseca della
sua struttura, la porta a compimento. Il
Discorso della montagna, in cui le Beatitudini costituiscono i punti cardine
della nuova Legge e, al contempo, sono
un autoritratto di Gesù, dimostra che
questa Legge non è soltanto - come nel
caso di Mosè il risultato di un colloquio
«faccia a faccia» con Dio, ma reca in sé
la pienezza che proviene dall'intima unio-
Attualità
ne di Gesù con il Padre: Gesù è il Figlio
di Dio, la Parola di Dio in persona; «Gesù
intende se stesso come la Torah» (p.
137). «È questo il punto che esige una
decisione e perciò è il punto che conduce
alla croce e alla risurrezione» (cfr. p. 86).
L'esodo verso la vera «Terra promessa»,
verso la vera libertà, richiede la sequela
di Cristo. Il credente deve inserirsi nella
stessa comunione del Figlio col Padre.
Solo così l'uomo può «realizzarsi» pienamente, perché la sua natura più profonda è orientata verso la relazione con
Dio. Ciò significa che un elemento fondamentale della sua vita è il parlare con
Dio e 1'ascoltare Dio. Per questo Benedetto XVI dedica un capitolo intero alla
preghiera, spiegando il Padre nostro, che
Gesù stesso ci ha insegnato (cap. 5). Il
contatto profondo degli uomini con Dio
Padre mediante Gesù nello Spirito Santo
li raccoglie nel «noi» di una nuova famiglia che, mediante la scelta dei Dodici,
rimanda alle origini di Israele (i dodici
Patriarchi) e, insieme, apre la visione
verso la nuova Gerusalemme (cfr. Ap
21,9-14), la meta definitiva dell'intera
storia - del nuovo esodo sotto la guida
del «nuovo Mosè». Stando con Gesù, i
Dodici devono «dalla comunanza esteriore [...] arrivare alla comunione interiore con Lui», per essere poi in grado
di testimoniare il suo essere uno col
Padre e «diventare inviati “apostoli”
appunto - di Gesù che portano il suo
messaggio nel mondo» (p. 207). Pur
nella sua composizione quanto mai eterogenea, la nuova famiglia di Gesù, la
Chiesa di tutti i tempi, trova in Lui il
suo centro unificante e l'orientamento
per vivere il carattere universale del suo
Vangelo (cap. 6). Per rendere più accessibile il contenuto del suo messaggio e
farlo diventare, appunto, orientamento
pratico, Gesù si serve della forma della
parabola. Egli avvicina le realtà che intende comunicare - in definitiva si tratta
sempre del suo stesso mistero - alla comprensione dell'ascoltatore attraverso il
ponte della similitudine con le realtà a
lui ben conosciute.
Accanto a questo aspetto umano c'è però
anche una spiegazione puramente teologica del senso delle parabole, che Joseph Ratzinger evidenzia con un' analisi
di rara profondità. Egli si inoltra poi nel
commento più specifico di tre parabole,
mediante le quali illustra la ricchezza
inesauribile del messaggio di Gesù e la
sua perenne attualità (cap. 7). Anche il
capitolo seguente tratta di similitudini
usate da Gesù per spiegare il suo mistero:
sono le grandi immagini giovannee. Prima di analizzarle, il Papa espone un
riassunto molto interessante dei vari
risultati della ricerca scientifica su chi
era l'evangelista Giovanni. Con ciò, come
poi nella spiegazione delle immagini stesse, egli apre al lettore nuovi orizzonti che
rivelano Gesù in modo sempre più chiaro
come il «Verbo di Dio» fattosi uomo per
la nostra salvezza, come il «Figlio di Dio»,
venuto per ricondurre l'umanità verso
l'unità col Padre - la realtà di cui Mosè
era la figura (cap. 8).
Questa visione viene ulteriormente ampliata negli ultimi due capitoli. «Il racconto della trasfigurazione di Gesù [...] spiega
e approfondisce la confessione di Pietro
e, al tempo stesso, la collega al mistero
della morte e della risurrezione» (pp.
333s). Ambedue gli eventi sono momenti
decisivi per il Gesù terreno come anche
per i suoi discepoli. Ora viene stabilito
definitivamente qual è la vera missione
del Messia di Dio e qual è il destino di chi
vuole seguirlo. Ambedue gli eventi diventano comprensibili in tutta la loro portata
solo in base a una visione d'insieme
dell'Antico e del Nuovo Testamento. Gesù,
il Figlio del Dio vivente, è il Messia atteso
da Israele che, attraverso lo scandalo della
Croce, conduce l'umanità nel «regno di
Dio», alla libertà definitiva (cap. 9). Una
profonda analisi dei titoli che, secondo i
Vangeli, Gesù ha utilizzato per sé conclude
il libro del Pontefice (cap. l0). Ancora una
volta si palesa che solo una lettura delle
Scritture come un tutt'uno può rivelare
il significato dei tre termini «Figlio
dell'uomo», «Figlio» e «Io Sono».
Quest'ultimo è il nome misterioso con
cui Dio si rivelò a Mosè nel roveto ardente.
Ora questo nome lascia intravedere che
Gesù è quello stesso Dio. In tutti e tre i
titoli «Gesù insieme vela e svela il mistero
di sé. [...] Tutte e tre le espressioni dimostrano il suo profondo radicamento nella
parola di Dio, la Bibbia di Israele, l'Antico
Testamento [...], ricevono tuttavia il loro
significato pieno solo in Lui; hanno, per
cosi dire, atteso Lui» (p. 404).
Accanto all'uomo di fede, che cerca di
spiegare il mistero divino soprattutto a
se stesso, accanto al coltissimo teologo,
che spazia sui risultati delle analisi dottrinali antiche e recenti, emerge nel libro
anche il pastore che riesce davvero a «favorire nel lettore la crescita di un vivo
rapporto» con Gesù Cristo (cfr. p. 20)
quasi coinvolgendolo pian piano nella sua
amicizia personale col Signore. In questa
prospettiva il Pontefice non teme di denunciare un mondo che, escludendo Dio
e aggrappandosi solo alle realtà visibili e
materiali, rischia di autodistruggersi nella
ricerca egoistica di un benessere solo
materiale diventando sordo per la vera
chiamata dell' essere umano a divenire,
nel Figlio, figlio di Dio e a raggiungere
così la vera libertà nella «Terra promessa»
del «Regno di Dio».
Il Figlio di Dio è il Gesù storico
Un estratto del libro di Joseph
Ratzinger-Benedetto XVI: “Gesù di
Nazaret”.
[ ... ] ho voluto fare il tentativo di
presentare il Gesù dei Vangeli come il
Gesù reale, come il «Gesù storico» in
senso vero e proprio. lo sono convinto,
e spero che se ne possa rendere conto
anche il lettore, che questa figura è
molto più logica e dal punto di vista
storico anche più comprensibile delle
ricostruzioni con le quali ci siamo
dovuti confrontare negli ultimi decenni.
Io ritengo che proprio questo Gesù quello dei Vangeli - sia una figura
storicamente sensata e convincente.
Solo se era successo qualcosa di
straordinario, se la figura e le parole di
Gesù avevano superato radicalmente
tutte le speranze e le aspettative
dell'epoca, si spiega la sua crocifissione
e si spiega la sua efficacia.
Già circa vent' anni dopo la morte di
Gesù troviamo pienamente dispiegata
nel grande inno a Cristo della Lettera
ai Filippesi (cfr. 2,6-11) una cristologia,
in cui si dice che Gesù era uguale a Dio
ma spogliò se stesso, si fece uomo, si
umiliò fino alla morte sulla croce e che
a Lui spetta l'omaggio del creato,
l'adorazione che nel profeta Isaia (cfr.
45,23) Dio aveva proclamata come
dovuta a Lui solo. La ricerca critica si
pone a buon diritto la domanda: che
cosa è successo in questi vent'anni dalla
crocifissione di Gesù? Come si è giunti
a questa cristologia? L'azione di
formazioni comunitarie anonime, di
cui si cerca di trovare gli esponenti, in
realtà non spiega nulla. Come mai dei
raggruppamenti sconosciuti poterono
essere così creativi, convincere e in tal
modo imporsi?
Non è più logico, anche dal punto di
vista storico, che la grandezza si
collochi all'inizio e che la figura di Gesù
abbia fatto nella pratica saltare tutte le
categorie disponibili e abbia potuto così
essere compresa solo a partire dal
mistero di Dio? Naturalmente, credere
che proprio come uomo egli era Dio e
che abbia fatto conoscere questo
velatamente nelle parabole e tuttavia
in un modo sempre più chiaro, va al di
là delle possibilità del metodo storico.
Al contrario, se alla luce di questa
convinzione di fede si leggono i testi
con il metodo storico e con la sua
apertura a ciò che è più grande, essi si
schiudono, per mostrare una via e una
figura che sono degne di fede.
Diventano allora chiari anche la ricerca
complessa presente negli scritti del
Nuovo Testamento intorno alla figura
di Gesù e, nonostante tutte le diversità,
il profondo accordo di questi scritti.
9
Attualità
di VITTORIO MESSORI
Riportiamo l'articolo del giornalista e
scrittore cattolico Vittorio Messori apparso nell'edizione del 15 aprile 2007 del
Corriere della Sera a commento del libro
di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI “Gesù
di Nazaret”.
Sin dalle prime righe della Premessa al
suo Gesù di Nazaret, Joseph Ratzinger
(come preferisce essere indicato, scrivendo qui come studioso privato) spiega
perchè, con una sorta di urgenza, ha
dedicato al libro «ogni momento libero»
anche dopo «l'elezione alla sede episcopale di Roma». E spiega pure perchè,
«non sapendo quanto tempo e quanta
forza saranno ancora concessi», ha deciso
di anticipare i capitoli centrali del testo
progettato, quelli sulla vita pubblica del
Nazareno, rinviando al futuro la riflessione sui “vangeli dell'infanzia“ e sul
“mistero pasquale“, cioè i racconti di
passione, morte, risurrezione. Ratzinger,
dunque, spiega questa fretta usando
un'espressione significativa, che sembra
in contrasto con i suoi toni sempre pacati
ed equilibrati. Se ha deciso di andare alle
radici stesse, al Fondatore medesimo, è
perchè c'è oggi «una situazione drammatica per la fede». Fede che sta dissolvendosi, se non si contrasta l' aggressione che viene anche da certa intellighenzia
cattolica - alla verità storica dei racconti
evangelici. Il Cristo, il Messia, il Figlio
di Dio annunciato e adorato dalla Chiesa
non sarebbe che una costruzione tardiva,
che poco o nulla avrebbe a che fare con
il «Gesù della storia», oscuro predicatore
come tanti altri all'interno della tradizione ebraica. «E' penetrata profondamente
nella coscienza comune della cristianità»
scrive colui che ora è papa «l'impressione
che sappiamo ben poco di certo su Gesù
e che solo in seguito la fede nella sua
divinità avrebbe plasmato la sua immagine». Questo libro, dunque, vuole essere
uno strumento per “ricominciare da
capo“, per procedere a quella rievangelizzazione già auspicata pressantemente
da Giovanni Paolo II. Pagine, queste,
pensate e volute per rivisitare, riafferma-
10
re, salvaguardare il fondamento dell'intero
edificio cristiano.
Soltanto alla luce di
una certezza di fede
ritrovata è possibile
darsi ad elevazioni
spirituali e trarre
conseguenze
morali. Ma se
Gesù non è
l'Unto annunciato dai profeti
ed è solo uno
Yeoshua, un
predicatore
vagante dagli
incerti contorni dell'era
tra Augusto e
Tiberio, sono
abusive e
grottesche le
elucubrazioni
che si ricavano da un insegnamento
frutto di
chissà quali
oscure manipolazioni e
interpolazioni.
Pur allergico
alle iperboli
giornalistiche,
questa volta aggettivi come
“prezioso”, se non
“decisivo” (per i
credenti, ma forse
non solo) mi sembrano applicabili al
Gesù del teologo bavarese che proprio
oggi compie il suo ottantesimo anno e da due
è Vicario di quel Cristo di
cui qui parla. Mentre le
attuali classifiche dei best
seller librari nereggiano di
Attualità
«arcaica teologia romana», ma uno studioso tra i più apprezzati al mondo che
ha attraversato tutta la modernità per
affacciarsi, alla fine, al post-moderno.
L'epoca, cioè, in cui, dopo aver triturato
in ogni modo i versetti evangelici per
piazzarne i detriti nel cestino del mitico,
del didascalico, dell'edificante,
dell'interpolato, ci si è accorti che, in
realtà, in questo modo l'enigma di Gesù
non si dissolveva ma diventava più fitto.
E che, forse, la lettura semplice dei vangeli “così come stanno“ può essere più
chiarificatrice di quella di un accademico
tedesco.
titoli
che compatiscono l'innocenza o
denunciano l'ignoranza di coloro che si
ostinano a dirsi credenti, ecco un papaprofessore che spiazza piccoli e grandi
“maestri del sospetto“, mostrandosi più
aggiornato di loro. In effetti, vanno oggi
per librerie dei libelli che vorrebbero
dimostrare che “non possiamo più essere
cristiani“ riesumando la propaganda dei
polemisti ottocenteschi, ripetendo le trite
grossolanità dei farmacisti e dei notai
della provincia massonica. Si presentano
cioè, come rivelazioni devastanti per la
fede argomenti che entusiasmavano anche un giovane socialista, un autodidatta,
tal Benito Mussolini che - sul palco dei
comizi, avvolto in una bandiera rossa dava un minuto d'orologio all'inesistente
Dio per fulminarlo.
dologie dette
“storico-critiche”
sarebbero “scienza”
e, dunque, oggettive,
indiscutibili. Dimenticando, però, di avvertire
il lettore che quegli schemi
sono tanto poco “storici“ e
tanto poco “critici“ che ogni generazione di esegeti confuta quella
precedente, dando per sicura un'altra
verità, destinata ovviamente ad essere
essa pure ribaltata. Anche perchè, come
ricorda con ironia ma con verità Ratzinger, «chi legge queste ricostruzioni del
“vero” Gesù può subito constatare che
esse sono soprattutto fotografie degli
autori e dei loro ideali», ciascuno spacciando per “scienza“ il suo temperamento e lo spirito del suo tempo. Difficile
prendere sul tragico biblisti come questi,
che per decenni hanno venerato come
principe tra loro o, almeno, hanno rispettato un Rudolf Bultmann (al quale
Ratzinger dedica qualche battuta ironica)
che sentenziò che non esiste, che non
può e che non deve esistere alcun rapporto tra ciò che i vangeli raccontano e
ciò che davvero è successo, ma che al
contempo rifiutò sempre di andare in
Palestina: se i luoghi e l'archeologia
confutavano la teoria libresca, tanto
peggio per loro, non per la teoria.
Si diffondono, poi, libri certamente più
insidiosi perché più sofisticati, ma dove
su Gesù discettano professori formatisi
sugli schemi novecenteschi, secondo i
quali le incerte, spesso arbitrarie, meto-
A chi è rimasto al XIX o al XX secolo,
ecco ora far controcanto non un papa
che si appella al principio di autorità o
formato a quella che Hans Küng chiama,
con lo sprezzo del clericale “adulto“, la
Dico tedesco non a caso perché in Germania - dove ogni università anche pubblica ha due facoltà di teologia e di esegesi, una protestante l'altra cattolica - è
nato e si è via via ampliato, sino a divenire
ipertrofico, quel metodo “storico-critico“
accettato poi ovunque dai biblisti, intimiditi da nomi teutonici che si richiamano alla severa, inappellabile Wissenschaft,
la Scienza con la maiuscola. Formgeschichte, Redaktiongeschichte, Wirkunggeschichte, Entmithologisierung, Ur-Quelle
ed infinite altre teorie e sistemi che il
professor Ratzinger conosce benissimo,
che sono nati e coltivati nelle università
in cui è stato docente, che nella sua giovinezza hanno affascinato anche lui. E
che ora non condanna né rinnega, sia
chiaro. «Spero» scrive «che il lettore
comprenda che questo libro non è stato
scritto contro la moderna esegesi ma con
riconoscenza per il molto che ci ha dato
e continua a darci». Nulla rifiuta di quanto di valido venga dagli accademici sui
colleghi. Non vuole andare contro ma
oltre, consapevole che proprio la ricerca
-purché concreta, sensata e, dunque,
pronta a ogni possibilità, persino a quella
di aprirsi al Mistero- può mostrarci che
ci sono ben più cose nella Scrittura di
quanto non scorga la critica positivista,
il razionalismo esegetico. Così, alla fine
lo specialista come lui, consapevole di
ogni obiezione, rotto a ogni teoria, sistema, metodo può concludere che, se si
vuol raggiungere Gesù , «ci si può fidare
dei vangeli», che non è vero che la ricerca
storica sia in contrasto insanabile con la
fede. Al contrario, alla fine può confermarla. In questo senso, il libro che il
nostro docente ha iniziato da cardinale
e ha completato da pontefice, sembra
nella linea del grido di colui che sempre
chiama «il mio venerato e amato Predecessore». Ma sì, il «non abbiate paura!»
di Giovanni Paolo II risuona anche in
queste pagine che non temono la critica
dei sapienti, che la rispettano, che ne
colgono quanto vi è di positivo ma la
sorpassano.
11
Attualità
ACRAMENTUM
Intervista a BRUNO FORTE
sull’Esortazione Apostolica
Vasta eco ha avuto in tutto il mondo
l'Esortazione apostolica postsinodale di
Benedetto XVI “Sacramentum Caritatis”
sull'Eucaristia. Il documento ha raccolto
le indicazioni emerse dall'ultimo Sinodo
dei Vescovi, nell'ottobre del 2005, dedicato
al Mistero eucaristico. Sugli elementi
principali di questa Esortazione, Luca
Collodi ha intervistato l'arcivescovo di
Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte:
R. - Come primo elemento noto questa
profonda percezione del rapporto tra Eucaristia e carità, e amore. L'Eucaristia è
una storia d'amore, è una presenza
dell'amore di Dio fra gli uomini, una sua
vicinanza, una sua compassione - nel senso
proprio di 'compatire' - con le sofferenze
umane. Credo che questo sia uno straordinario messaggio, una buona novella,
che viene incontro alla grande attesa di
solidarietà, di comunione che la folla di
solitudine del post-moderno presenta. Una
seconda dimensione è questo profondo
richiamo all'aspetto contemplativo della
vita: l'adorazione. Noi viviamo in un'epoca
di fretta, dove tutto è “fast”, “fast food” e
così via. C'è bisogno di ritrovare spazi di
adorazione, spazi di silenzio contemplativo, di attesa, di ascolto, di lasciarsi umilmente illuminare dall'Altro. Credo che
l'Eucaristia viene colta non solo come
sorgente e culmine di
tutta la vita della
Chiesa in
12
ARITATIS
quanto vicinanza di Dio a noi, ma anche
come una sorta di profonda vocazione a
riscoprire il primato della vocazione contemplativa di cui tutti abbiamo enormemente bisogno per ritrovare noi stessi e
per ancorare la vita ai valori eterni. E poi,
credo che ci sia un forte valore di significato per il sociale e il pubblico, ma non
nel solo senso riduttivo, in cui hanno
voluto cercare di coglierlo oggi i media,
ma in un senso molto più ampio, cioè
l'Eucaristia è una forza per la giustizia, è
uno stimolo ad impegnarsi per i più deboli,
un'illuminazione per dire “no” alla violenza, all'uso della guerra ...
D. - Nell'Esortazione, il Papa parla di
“coerenza eucaristica”. In pratica, di cosa
si tratta?
R. - E' il numero 83 dell'Esortazione; si
tratta della corrispondenza tra la fede
vissuta e la fede celebrata. In altre parole,
chi vive l'Eucaristia dovrebbe portare nella
vita il dono di questo incontro di amore
con il Dio che si è fatto vicino, che si è
fatto pane per nutrirne l'esistenza. E questa coerenza eucaristica, questa fedeltà potremmo dire - al “Dio vicino”, va tradotta
in tutte le scelte nella vita personale, ma
anche nella testimonianza pubblica. In
modo particolare, il documento fa riferimento alla necessità di testimoniare quei
“valori non negoziabili” che
vengono anche elencati: rispetto e
difesa della
vita
dal
uno straordinario messaggio
di amore, solidarietà e fiducia
concepimento fino alla morte naturale, la
famiglia fondata sul matrimonio, la libertà
di educazione dei figli, la promozione del
bene comune. Mi sembra importante leggere questo numero 83, però, anche alla
luce di quello che dice il numero 89 della
stessa Esortazione, dove si parla delle
implicanze sociali del mistero eucaristico.
E le affermazioni, lì, sono anche molto
forti, perché si dice: “Non è compito della
Chiesa quello di prendere nelle sue mani
la battaglia politica per realizzare una
società più giusta possibile”: questo mi
sembra un punto di grande chiarezza. In
altre parole, si ribadisce l'autonomia dei
laici nella cosa pubblica, nella mediazione
storica, nella mediazione politica; si aggiunge però che la Chiesa non può e non
deve stare ai margini della lotta per la
giustizia, ma inserirsi in essa per via
dell'argomentazione razionale, risvegliando le forze spirituali senza le quali la giustizia non può affermarsi e prosperare.
D. - E proprio su questo, mons. Forte,
questa mattina vediamo alcuni commenti
sulla stampa: alcune parti politiche in
Italia sono convinte che questo documento
abbia una dimensione negativa, oscurantista, che torna ad intaccare la laicità
dello Stato. Lei che riflessione fa?
R. - Guardi, io ho dato un'ampia scorsa ai
quotidiani, questa mattina. La mia impressione è che molti parlino di questa Esortazione semplicemente senza averla letta:
cioè l'assolutizzare quattro-cinque righe
di un testo, dandone un'interpretazione
unicamente connessa ad una problematica locale come quella in questo
momento dei DICO in Italia, mi
sembra una grande forzatura del
testo stesso. Tanto più che chi
cita il numero 83 non tiene
presente anche il numero 89,
cioè esattamente i due testi
che ho appena citato e che si
illuminano reciprocamente.
Io credo che una lettura più
ampia e più serena, pacata
di questo documento, potrebbe farne cogliere i punti
di forza che sono molti, che
sono belli, che sono positivi.
Una visione tutt'altro che
oscurantista o negativa, ma
una visione di fiducia, di
proposta, di dialogo con
l'uomo.
Approfondimenti
Pubblichiamo l'intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la
Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio
Regina Apostolorum, per capire meglio
quali sono i punti che il Magistero sottolinea e come possono servire al dibattito
pubblico su questo grande tema
dell'eutanasia.
Nel Magistero della Chiesa Cattolica
l'eutanasia è definita chiaramente. In
particolare, la definizione compare nella
Dichiarazione sull'eutanasia Iura et bona
della Sacra Congregazione per la Dottrina
della Fede (1980), nella Carta degli Operatori Sanitari del Pontificio Consiglio
della Pastorale per gli Operatori Sanitari
(1995), nella Lettera Enciclica sul valore
e l'inviolabilità della vita umana Evangelium Vitae (25 marzo 1995).
Si tratta di una definizione molto conosciuta, e accettata anche da una parte
considerevole del mondo cosiddetto laico:
“Per eutanasia in senso vero e proprio si
deve intendere un'azione o un'omissione
che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare
ogni dolore.” (n. 65).
Troviamo in queste parole tutti gli ele-
menti necessari ad individuare e a valutare l'atto eutanasico. In primo luogo,
l'indifferenza, dal punto di vista morale,
fra l'azione e l'omissione. Si compie un
atto analogo per natura ed intenzione
quando si provoca la morte attraverso la
somministrazione di un farmaco letale
o attraverso la sospensione di (o
l'astensione da) un trattamento dovuto.
Questo principio, intuitivo per il buon
senso comune - chi riterrebbe che non
dare volontariamente il latte ad un neonato non è omicidio? - , è stato di recente
messo in discussione dalle prospettive
culturali favorevoli, compiacenti, tolleranti o eventualiste nei confronti
dell'eutanasia.
Dopo anni in cui, con poche eccezioni,
la letteratura bioetica aveva bocciato una
reale distinzione fra eutanasia “attiva” e
“passiva”, si trovano ora, in numero crescente, interventi etici, scientifici e legislativi che ripropongono la questione,
affermando che negare o sospendere un
trattamento dovuto non è veramente
eutanasia. Fra tutti, basti citare la definizione di eutanasia data nel 2003 dalla
European Association for Palliative Care
(EAPC): l'eutanasia è “l'azione di uccidere
intenzionalmente una persona, effettuata
da un medico, per mezzo della somministrazione di farmaci, assecondando la
richiesta volontaria e consapevole della
persona stessa” (Materstved L.J. et al., Eutanasia and physician-assisted suicide: a view
from an EAPC Ethics Task Force, “Palliative
medicine”, 17, 2003, p. 97-101).
In questo modo, si introduce una definizione ristretta di eutanasia, escludendo
atti sostanzialmente identici a quelli più
scontatamente eutanasici. Ciò è favorito
da una confusione di fondo, che imbriglia
talora anche i bene intenzionati, portandoli ad accettare tale indebita restrizione,
e facendo così il gioco dei fautori
dell'eutanasia, che con questo mezzo
intendono gradualmente introdurne la
pratica negli ordinamenti e nella medicina.
L'apparenza di bene che l'eutanasia
“passiva” sembra salvaguardare è la liceità
morale del rifiuto della terapia da parte
del paziente - almeno in alcune situazioni
- e il doveroso rifiuto dell'accanimento
terapeutico. In entrambi i casi, un certo
trattamento non viene eseguito, e a tale
astensione può seguire la morte del paziente. La legittimità di tali atti, tuttavia,
13
Approfondimenti
è strettamente legata all'oggetto degli
atti medesimi. Perché siano moralmente
accettabili, infatti, è necessario che essi
non vogliano direttamente la morte (propria o altrui), né come fine né come
mezzo. Violerebbero altrimenti il principio fondamentale per cui è sempre gravemente sbagliato uccidere un essere
umano innocente e quello per cui abbiamo il dovere di conservare e custodire il
bene della vita, la cui indisponibilità vale
anche nei confronti di noi stessi (cfr. C.
Navarini, Indisponibilità della vita umana
e autonomia: due principi da riordinare,
ZENIT, 28 gennaio 2007).
Un altro elemento fondamentale della
definizione “cattolica” è l'intenzionalità
dell'atto eutanasico. L'eutanasia implica
la volontà di farla. Diversamente, mancano gli elementi qualificativi dell'atto
umano, che ha nella deliberazione della
volontà un momento essenziale. Dunque,
l'errore medico che produca la morte del
paziente potrà configurare una serie di
responsabilità, etiche e penali, ma non
si potrà definire un atto di eutanasia.
Anche l'accanimento terapeutico, in questo senso, consisterà in un comportamento medico volutamente violento e sproporzionato da parte del medico, che
persiste in trattamenti inefficaci e gravosi
nell'imminenza della morte, pur sapendo
che non sussistono (più) le indicazioni
per effettuare il trattamento medesimo.
È chiaro, anche qui, che le ragioni per cui
un simile comportamento può attuarsi
non hanno nulla a che vedere con il bene
del paziente. Potranno andare dalla medicina difensiva all'intento sperimentale,
dalle ragioni politiche a quelle meramente
14
economiche. In ogni caso, il medico sa di
essere andato oltre, e sa che ciò che sta
offrendo al paziente non ha alcun valore
terapeutico o palliativo.
Nel caso dell'accanimento terapeutico, a
dire il vero, si parla talora di errore medico, intendendo con ciò un'errata valutazione del trattamento da parte del medico per un determinato paziente in una
determinata situazione clinica e psicologica. Tuttavia, sarebbe più corretto parlare
di malasanità, distinguendo così l'errore
in senso logico, che è l'affermazione non
intenzionale di un giudizio falso,
dall'errore in senso etico (e clinico), ovvero la colpevole trascuratezza dei propri
doveri deontologici e professionali, tali
per cui un medico sbaglia sapendo di
farlo.
Ancora, la definizione di Evangelium
Vitae non istituisce un collegamento
necessario fra l'eutanasia e la volontà di
morire del paziente, cioè non si concentra
sull'eutanasia su richiesta. Anche qui,
assistiamo nelle definizioni correnti ad
un'indebita restrizione, che ha confinato
l'eutanasia vera e propria nello spazio,
troppo angusto, dell'eutanasia volontaria.
Dal momento che, al contrario, un elemento decisivo è l'intervento di un terzo,
solitamente il medico, che esegue formalmente (e spesso materialmente) l'atto
occisivo, sarà importante che la definizione punti l'attenzione su tale soggetto,
indipendentemente dalla volontà della
vittima. La gravità morale dell'eutanasia,
infatti, non diminuisce per il fatto che il
paziente consenta alla sua eliminazione,
o addirittura la desideri, la chieda, la
pretenda. La responsabilità etica
dell'uccisore resta.
Infine, la definizione in esame enuncia
lo scopo dell'eutanasia, ovvero
l'eliminazione di ogni dolore. In altre
occasione ho precisato come tale sottolineatura richiami l'attenzione sul senso
della sofferenza e dunque sul senso della
vita, che entrano fortemente in crisi in
chi chiede di morire e in chi offre la
morte come mezzo. A ben vedere, infatti,
solo una profonda sofferenza interiore
può condurre una persona a rifiutare la
propria vita, e solo una tragica incomprensione del significato e della dignità
di ogni persona umana può portare a
togliere la vita altrui. È anche evidente
che in molti casi la soluzione alla sofferenza è davvero a portata di mano, consistendo eminentemente in una fatica
fisico-psichica a sopportare il dolore crescente. In questi casi, assai comuni,
l'apporto della terapia del dolore e in
generale delle cure palliative rettamente
intese è di aiuto decisivo, come dimostra
l'esperienza degli hospice e delle reti di
assistenza domiciliare.
Quel che mi sembra importante enfatizzare ora è però un altro aspetto: il riferimento della definizione di Evangelium
Vitae ad uno scopo in sé buono o lecito,
ovvero l'eliminazione del dolore, ribadisce
con fermezza che il fine non giustifica i
mezzi. L'atto eutanasico, dunque, è sempre gravemente immorale in quanto consiste nell'uccisione deliberata di un essere
umano innocente, e ciò rappresenta un
male in sé, indipendentemente dall'utilità
o dalla positività delle eventuali conseguenze, nonché dagli scopi perseguiti.
Come tale, segna profondamente
nell'intimo i singoli esecutori e ferisce
irrimediabilmente l'intero corpo sociale.
Approfondimenti
Monsignor Sgreccia
Intervenendo in merito al dibattito sul
tema dell'eutanasia e dell'accanimento
terapeutico suscitato da un articolo scritto dal Cardinale Carlo Maria Martini e
pubblicato su “Il Sole 24Ore”, monsignor
Sgreccia ha inteso sviluppare un dialogo
con l' Arcivescovo emerito di Milano,
ricordando che secondo l'Evangelium
Vitae l'eutanasia è “un'azione o
un'omissione che per natura sua o
nell'intenzione di chi la compie provoca
la morte con l'intenzione di alleviare il
dolore” (cfr. n. 65).
Il Presidente della Pontificia Accademia
per la Vita ha precisato di voler prendere
le distanze dal caso Welby, che secondo
il suo giudizio ha subito “una politicizzazione forzata” e un condizionamento
ideologico.
Entrando nel merito della definizione di
eutanasia, che per il Cardinale Martini
sarebbe “un gesto che intende abbreviare
la vita causando positivamente la morte”,
monsignor Sgreccia ha definito questa
definizione “insufficiente”, perché
“riguarda soltanto la cosiddetta eutanasia
attiva, mentre è eutanasia anche la 'omissione' di una terapia efficace e dovuta, la
cui privazione causa intenzionalmente
la morte. In questo senso si realizza appunto l'eutanasia omissiva, (non è appropriato chiamarla 'passiva', con un termine
eticamente debole e neutro)”.
Il Presidente dell'Accademia per la Vita
ha ribadito quindi che “la gravità morale
dell'eutanasia omissiva è uguale rispetto
a quella dell'azione 'positiva' di intervento
o gesto che causa la morte: l'una equivale
all'altra dal momento che provocano lo
stesso effetto e procedono dalla stessa
intenzione. Si tratta sempre di morte
provocata intenzionalmente”.
“Se accettassimo che l'eutanasia si configura soltanto quando è il risultato di
un gesto che causa positivamente la morte - ha spiegato monsignor Sgreccia -,
vorrebbe dire che tutto ciò che mira a
causare la morte per sottrazione di intervento (per esempio: sottrazione di cibo
o una intenzionale mancata rianimazione) non sarebbe eutanasia e, così anche,
il rifiuto intenzionale delle terapie valide
non costituirebbe un problema morale.
Il che non credo possa corrispondere alla
mente del cardinale Martini e, certamente, non corrisponde ai testi del Magistero
e della dottrina cattolica”.
Circa l'accanimento terapeutico, il presule ha voluto precisare che se “per accanimento terapeutico si intende in sostanza l'impiego di terapie o procedure
mediche di carattere sproporzionato”
questo, come afferma il Catechismo della
Chiesa cattolica, “è illecito sempre, in
quanto offende la dignità del morente”.
Altra cosa è invece l'insistenza terapeutica, quando esiste cioè una ragionevole
speranza del recupero del paziente, ha
quindi osservato.
Secondo monsignor Sgreccia il giudizio
sulla proporzionalità-sproporzionalità
richiede “una valutazione che va fatta dal
medico, sul piano squisitamente tecnicoscientifico e alla luce dei dati di
esperienza”.
Fatta salva “l'esigenza del tener conto
della volontà e del parere del paziente,
esigenza sentita nella dottrina tradizionale della morale cattolica”, il Presidente
dell'Accademia pro Vita ha affermato che
“quando si parla del 'rifiuto delle terapie'
da parte del paziente, il medico, pur avendo il dovere di ascoltare il paziente, non
può essere ritenuto un semplice esecutore
dei suoi voleri”.
“Se il medico riconosce la consistenza
dei motivi del rifiuto - ha continuato il
presule -, dovrà rispettare la volontà del
paziente; se invece vi scorge un rifiuto
immotivato, è tenuto a proporre la sua
posizione di coscienza e, se del caso,
proporre il ricorso all'autorità competente, ed eventualmente, dimettere il paziente che gli è stato affidato come
responsabilità”.
A questo proposito monsignor Sgreccia
ha sottolineato che “l'automatismo instaurato dalla legge francese (art. 6),
legge citata dal cardinale Martini nel suo
articolo, secondo la quale qualunque
rifiuto delle cure da parte del paziente
deve essere accolto ed eseguito dal medico
(dopo aver spiegato al paziente gli effetti
del rifiuto), può configurare un'eutanasia
omissiva sia da parte del paziente sia da
parte del medico”.
“Per questo - ha rilevato il Presidente
dell'Accademia Pro Vita - non vedo come
il modello francese, citato dal cardinale
Martini ma anche suggerito da altri, possa
rappresentare un criterio moralmente
valido. Io personalmente non mi auguro
la stessa cosa per l'Italia”.
Circa le cure palliative, monsignor Sgreccia ha scritto “condividiamo tutti il richiamo del cardinale circa l'impiego delle
cure palliative, che comprendono anzitutto la sedazione del dolore, e circa
l'obbligatorietà delle cure ordinarie (distinte dalle terapie!), quali
l'alimentazione, l'idratazione e la cura
del corpo, che rimangono obbligatorie
sempre, anche qualora si tratti di pazienti
in stato vegetativo persistente”.
Il Presidente della Pontificia Accademia
per la Vita ha concluso con un appello
allo Stato circa “l'adeguatezza
dell'assistenza terapeutica, palliativa e
umana specialmente nell'attuale clima
di difficoltà nelle strutture sottoposte a
restrizioni di spese e di personale, e specialmente quando si tratta di malati anziani e non autosufficienti”.
Ed ha poi indicato come “urgente il discorso di una formazione eticodeontologica del personale medicoassistenziale di fronte alla complessità
dei problemi ed anche di fronte alla non
chiarezza di alcune tendenze culturali
favorevoli all'eutanasia, mascherata di
rivendicazione di autonomia e afflitta
dalla solitudine morale”.
15
Approfondimenti
l'uomo dei dolori
GIUSEPPE (Pippi) SCOTTI
OFS di Bari
Dalla lettura della passione di Gesù, secondo la cronaca degli evangelisti canonici, si deduce che "Egli patì molto e fu
crocifisso". Ma in tali descrizioni manca
completamente una dimensione esistenziale per poter compatire (patire insieme)
con Cristo, quei terribili, (ma fondamentali per l'umanità), ultimi momenti della
Sua vita terrena.
Un particolare aiuto, in tal senso, potrebbe venirci da alcuni degli innumerevoli
studi effettuati sulla Sindone, la quale,
può offrirci sorprendentemente
l'immagine di un uomo che ha subito
tutto quello che ha patito Gesù durante
la Sua passione.
E' possibile pertanto accostare le considerazioni dedotte dagli inconsueti, quanto
interessanti studi medici svolti sui patimenti fisici dell'uomo della Sindone, con
quelli subiti dal Figlio dell'Uomo.
A tale riguardo fa testo il rapporto medico
16
stilato da un insigne studioso francese,
il chirurgo anatomo-patologo, Dottor
Barbet, che ha eseguito anni fa delle
ricerche sul famoso sudario conservato
a Torino. Facciamo nostro, qualche stralcio.
L'evangelista Luca scrive: "Gesù entrato
in agonia nel Getsemani pregava più
intensamente. E diede in un sudore come
gocce di sangue che cadevano a terra!".
Luca è il solo evangelista a riportare un
tale evento, e non è un caso che egli fosse
un medico. In medicina si sa che
l'ematoidrosi, o il sudar sangue, è un
fenomeno più che raro, riproducendosi
in condizioni fisiche del tutto eccezionali.
A provocarlo ci vuole una notevole spossatezza fisica, causata da una profonda
e violenta emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento, l'angoscia
terribile di doversi fare carico di tutti i
peccati degli uomini, devono aver schiacciato, e non solo psicologicamente, Gesù!
Una siffatta, enorme tensione produce
in condizioni estreme, la rottura delle
finissime vene capillari che si trovano
sotto le ghiandole sudoripare e pertanto
il sangue si mescola al sudore, raccogliendosi sulla pelle e finendo col colare per
tutto il corpo, fino a terra.
Altra considerazione: a tutti è nota la
farsa del processo imbastito dal sinedrio
ebraico, l'invìo di Gesù a Pilato ed il
ballottaggio fra il procuratore romano e
il re Erode.
Pilato cede e ordina la flagellazione di
Gesù. La flagellazione romana veniva
effettuata con delle strisce di cuoio multiplo sui cui estremi venivano fissate due
palle di piombo e degli ossicini in grado
di provocare un maggiore danno alla
carne del malcapitato. Ebbene, sulla Sindone le tracce della flagellazione sono
innumerevoli e maggiormente concentrate sulle spalle, sulla schiena, sui lombi
e sul petto. I carnefici devono essere stati
due, uno da ciascun lato e di corporatura
ineguale. Colpiscono a staffilate la pelle,
già alterata da milioni di microscopiche
emorragie del sudore di sangue. La pelle
Approfondimenti
si lacera e si spacca; il sangue zampilla.
Ad ogni colpo, Gesù trasale in un sussulto
di atroce dolore. Le forze gli vengono
meno: un sudore freddo gli imperla la
fronte, mentre la testa gli gira in una
vertigine di nausea, e brividi gli corrono
lungo la schiena. Se non fosse legato
molto in alto per i polsi, crollerebbe per
terra in una pozza di sangue. Non basta!
C'è lo scherno dell'incoronazione. I suoi
aguzzini dopo aver intrecciato i rami
spinosi e duri dell' acacia, a guisa di casco,
gliela applicano con forza sul capo, così
che le spine, durissime ed amare, penetrando nel cuoio capelluto lo fanno sanguinare (i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio capelluto, sottolinea il Dr
Barbet).
Ancora dallo studio sulla Sindone, si
rileva che sulla guancia destra del povero
torturato si sia formata una orribile piaga
contusa, in seguito a un forte colpo di
bastone inferto obliquamente; così come
il naso risulta deformato da una frattura
dell' ala cartilaginea.
Ed arriviamo al Sinedrio: Pilato, dopo
aver mostrato quell'uomo straziato, alla
folla inferocita ed eccitata, glielo consegna
per la crocifissione. Caricano sulle spalle
flagellate di Gesù il grosso braccio orizzontale della croce, pesante circa una
cinquantina di chili. Il palo verticale è
già piantato sul Calvario.
Gesù è costretto a camminare a piedi
scalzi su strade ciottolose, tirato dai soldati con delle ruvidissime corde. Il percorso è lungo circa 600 metri e ad ogni
strattone Egli, esausto, cade sulle ginocchia e la trave, sfuggendogli, gli scortica
il dorso già gravemente menomato
dall'avvenuta flagellazione.
Sul Calvario ha inizio la vera e propria
crocifissione.
I carnefici spogliano il condannato, ma
la sua tunica è incollata alle piaghe e
toglierla è davvero atroce (avete mai
staccato la garza di una medicazione da
una larga piaga contusa?). Ogni filo di
stoffa aderisce al tessuto della carne viva;
a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto dalle
piaghe. I carnefici danno uno strappo
violento. Il dolore è talmente insopportabile da provocare una vera sincope. Il
sangue riprende a scorrere. Gesù viene
disteso sul dorso. Le sue piaghe si incrostano di polvere e di ghiaietto.
Lo stendono sul braccio orizzontale della
croce. Il carnefice prende un lungo ed
appuntito chiodo quadrato, lo appoggia
sul polso di Gesù e con un colpo netto
di un pesante martello glielo pianta, ribattendo saldamente sul legno. Gesù deve
avere spaventosamente contratto il volto.
Nello stesso istante, poiché il nervo mediano è stato leso, il suo pollice, con un
movimento violento si è posto in opposizione nel palmo della mano. Il dolore
provato da Gesù in quel tragico istante
deve essere stato lancinante, acutissimo,
e dopo essersi diffuso nelle dita è zampillato come una lingua di fuoco nella
spalla, folgorandogli il cervello. E' il
dolore più insopportabile che un uomo
possa provare, (scrive ancora il Dr Barbet). Di solito provoca una sincope e fa
perdere conoscenza. In Gesù no! Almeno
il nervo fosse stato tagliato di netto ! La
cosa peggiore è che il nervo, essendo
stato distrutto solo parzialmente, fa si
che la lesione del tronco nervoso rimanga
in contatto col chiodo: quando il corpo
sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà come una corda di violino tesa sul
ponticello e ad ogni scossa, ad ogni movimento vibrerà risvegliando dolori atroci
e strazianti. Un supplizio che durerà
ben tre ore.
Ora Gesù viene sollevato ed appoggiato al palo verticale. Le
sue spalle strisciano dolorosamente sul legno ruvido.
Le punte taglienti della
grossa corona di spine
gli hanno lacerato il
cranio e la sua povera
testa è costretta a
rimanere inclinata
in avanti, poiché lo
spessore del casco
di spine gli impedisce di riposare sul legno.
Ogni volta che il
martire solleva
la testa, riprendono le
fitte acutissime. Gli inchiodano anche i piedi. E
quanto appena
provato per gli
arti superiori, si
ripropone ora
drammaticamente anche per
quelli inferiori.
E' mezzogiorno ormai. Gesù ha molta
sete; non beve dalla
sera precedente. I suoi
lineamenti sono tirati ed
il volto è una maschera di
sangue che lo rende quasi
irriconoscibile. La bocca è
semiaperta ed il labbro inferiore incomincia a pendere. La
gola, secca, gli brucia, ma egli non
può deglutire. Ha sete. Gli viene
offerta, per scherno da un soldato,
sulla punta di una canna, una spugna
imbevuta di una bevanda acidula in uso
tra i militari. E' un'ulteriore tortura,
atroce, l'epilogo della drammaticità di
quanto sta subendo per salvare l'umanità.
Uno strano fenomeno si produce sul
corpo di Gesù: gli si irrigidiscono i muscoli delle braccia in una contrazione
che va accentuandosi progressivamente.
I deltoidi ed i bicipiti fermi in quella
assurda posizione gli si irrigidiscono,
le dita si incurvano, quasi fosse in preda
ai terribili spasmi tipici del tetano, ciò
che i medici per l'appunto chiamano
tetanìa, quando i crampi si generalizzano e prima i muscoli dell' addome, si
irrigidiscono, seguiti da quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori.
Il respiro si è fatto a poco, a poco più
corto. L'aria entra con un sibilo ma non
riesce più ad uscire.
Gesù ora
respira
17
Approfondimenti
con l'apice dei polmoni ed ha sempre più
sete d'aria: come un asmatico in piena
crisi il suo volto pallido a poco, a poco
diventa rosso, poi trascolora nel violetto
purpureo ed infine nel cianotico.
Gesù colpito da asfissia, soffoca. I polmoni
gonfi d'aria non possono più svuotarsi;
la fronte è imperlata di sudore, gli occhi
escono fuori dalle orbite. Che dolori terribili devono aver tempestato il suo cranio. Inimmaginabili!
Ma che cosa avviene? Lentamente, con
uno sforzo sovrumano, Gesù ha preso
un punto d'appoggio sul chiodo dei piedi
e facendosi forza, a piccoli colpi si tira
su, alleggerendo la trazione delle braccia.
La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e il viso
riprende il pallore primitivo. Gesù vuole
parlare: "Padre, perdona loro perché non
sanno quello che fanno!".
Dopo un istante il corpo ricomincia ad
afflosciarsi e l' asfissìa riprende.
Sono state tramandate sette frasi pronunciate da Lui in croce: ogni volta che vorrà
parlare, dovrà sollevarsi tenendosi ritto
sui chiodi dei piedi: inimmaginabile!
Sciami di mosche (grosse mosche verdi
e blu come se ne vedono nei mattatoi e
nei depositi camei) ronzano ora fastidiosamente accanto al suo corpo martoriato;
gli si accaniscono sul viso ed Egli non
può far nulla per scacciarle.
Dopo un po' il cielo si oscura ed il sole
si nasconde: d'un tratto la tempesta si
abbassa. Fra poco saranno le tre del pomeriggio.
18
Gesù lotta sempre: ogni tanto si solleva
per respirare. E' l'asfissia periodica
dell'infelice che viene strozzato. Una
tortura che ormai dura da tre ore.
Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi,
l'asfissia, le vibrazioni dei nervi mediani,
le mosche, gli hanno strappato un lamento: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?".
Ai piedi della croce stava la madre di
Gesù. Potete immaginare lo strazio di
quella donna? Gesù grida rantolando:
"Tutto è compiuto!".
Poi con tutto il poco fiato che gli rimane
esclama a gran voce: "Padre, nelle Tue
mani raccomando il mio spirito!".
E muore.
Sono certo che, considerando la somma
dei dolori presenti in Gesù crocifisso,
tutti coloro che avranno l'opportunità di
leggere questi righi, potranno farsi una
propria idea della sofferenza del Figlio
dell'Uomo, seguendo la propria personale
immaginazione ed il proprio atteggiamento di fronte al dolore, identificandosi
con Lui senza accorgersene ...
Bibliografia: Anna Lisa Di Mascio Lorenzoni "La
crocifissione di Gesù" ed. Ancora Milano
Approfondimenti
Suor CHIARA ANGELICA
sorella povera di Mola di Bari
«Vedi che Cristo per te si è fatto oggetto
di disprezzo, e segui il suo esempio rendendoti, per amor suo, spregevole in questo mondo. Mira, o nobilissima regina,
lo Sposo tuo, il più bello tra i figli degli
uomini, divenuto per la tua salvezza il
più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo ripetutamente flagellato, e morente perfino tra i più struggenti dolori sulla croce. Medita e
contempla e brama di imitarlo.
Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai; se
con Lui piangerai, con Lui godrai; se in
compagnia di Lui morirai sulla croce
della tribolazione, possederai con Lui le
celesti dimore nello splendore dei santi,
e il tuo nome sarà scritto nel Libro della
vita e diverrà famoso tra gli uomini.
Perciò possederai per tutta l'eternità e
per tutti secoli la gloria del regno celeste,
in luogo degli onori terreni così caduchi;
parteciperai dei beni eterni, invece che
dei beni perituri e vivrai per tutti i secoli».
(2LAg FF2879-2880)
Cristo Gesù ci ha annunciato in diversi
modi l'amore di Dio per noi, ma è sulla
croce che ce lo ha rivelato nella maniera
più piena e totale. Lì abbiamo visto l'amore
portato fino alle sue ultime conseguenze,
l'amore che non teme di soffrire per
l'amato (ciascuno di noi) e di dare la propria vita perché noi potessimo avere la
vita in abbondanza.
Sulla croce, “il più bello tra i figli degli
uomini” è diventato il più vile e disprezzato, morendo non solo al modo di un
malfattore, ma ritenuto tale. S. Chiara,
nella sua II Lettera ad Agnese, ci dice:
guardalo, fermati a meditare, contemplalo
e desidera di imitarlo.
Sembra da folli voler imitare l'umiliazione,
la sofferenza, l'abbassamento che Cristo
ha sperimentato nella sua vita, ma è la
follia dell'amore. E questo non solo perché
l'amore donatoci gratuitamente da Dio è
così forte e travolgente da richiedere la
nostra risposta, ma perché, se percorriamo
la sua stessa strada, siamo sicuri di giun-
gere alla sua stessa meta. E' lì che lo
sguardo di Chiara era sempre rivolto perché, come dice S. Paolo, la nostra patria
è nei cieli, e là Chiara ha desiderato entrare
con tutta se stessa.
Lei ha “partecipato alle sofferenze di
Cristo”, nella malattia che l'ha preparata
a incontrare lo Sposo. Ci narra la sua
biografia: «Mentre l'austera penitenza
aveva fiaccato il suo corpo nel primo
periodo della sua vita religiosa, gli anni
seguenti furono contrassegnati da una
grave infermità, quasi che, come da sana
si era arricchita con i meriti delle opere,
si dovesse arricchire, da inferma, con i
meriti delle sofferenze. La virtù, infatti,
si fa perfetta nella malattia» (FF 3235).
La sofferenza è sempre un mistero nella
vita dell'uomo; ribellarsi ad essa non serve,
perché ce la fa diventare solo più pesante
e insopportabile.
Il S. Padre Benedetto XVI ci ricorda:
“Certo, la sofferenza ripugna all'animo
umano; rimane però sempre vero che,
quando viene accolta con amore ed è
illuminata dalla fede, diviene un'occasione
preziosa che unisce in maniera misteriosa
al Cristo Redentore, l'Uomo dei dolori,
che sulla Croce ha assunto su di sé il
dolore e la morte dell'uomo. Con il sacrificio della sua vita Egli ha redento la
sofferenza umana e ne ha fatto il mezzo
fondamentale della salvezza” (Visita al
Policlinico S. Matteo di Pavia, 22 aprile
2007).
E' proprio vero che quando la notte del
dolore e della sofferenza si apre alla luce
della fede, alla luce di Cristo appassionato,
morto e risorto, qualcosa cambia e la compassione, l'unirsi alle sofferenze di Cristo
ci solleva dal peso dell'incomprensione e
ci dona la grazia e la forza per andare
avanti con speranza.
Cristo non ci toglie la sofferenza. Lui
stesso, dopo una lunga lotta (agonia) nel
Getsemani, l'ha accolta: «Abbà, Padre!
Tutto è possibile a te, allontana da me
questo calice! Però non ciò che io voglio,
ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). E
l'evangelista Luca ci dice che «Gli apparve
allora un angelo dal cielo a confortarlo»
(Lc 22,43).
Nella sofferenza il Signore non ci lascia
soli e manda anche a noi angeli a confortarci; e sono persone, eventi, segni di
grazia che ci aiutano a percorrere questo
stretto sentiero che ci conduce alla conformazione a Cristo.
Come Lui, Chiara non ha ricusato la sofferenza, ma l'ha accolta come dono prezioso da offrire a Dio per i fratelli e le
sorelle: «in ventotto anni di continua
sfinitezza, non si ode una mormorazione,
non un lamento, ma sempre dalla sua
bocca proviene un santo conversare, sempre il ringraziamento» (FF 3236). Infatti,
alla fine della sua vita, mentre un frate la
esortava «alla pazienza nel lungo martirio
di così gravi infermità, con voce perfettamente libera da forzature gli rispose: “Da
quando ho conosciuto la grazia del Signore mio Gesù Cristo per mezzo di quel suo
servo Francesco, nessuna pena mi è stata
molesta, nessuna penitenza gravosa, nessuna infermità mi è stata dura, fratello
carissimo!”» (FF 3247).
Quello della sofferenza e della malattia è
un ministero vero e proprio, poiché ci
permette di unirci all'offerta che Cristo
fa di se stesso al Padre per la salvezza del
mondo. Lui ci doni di comprendere questo
mistero e di accoglierlo quando si presenta
nella nostra vita, perché, come dice il
Papa: «Il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori».
E ci doni pure di benedire, lodare, ringraziare Dio per il dono della vita anche nella
sofferenza, come Chiara ha fatto: «Tu,
Signore,sii benedetto, che mi hai creata!».
19
Approfondimenti
dott. MASSIMO SELMI
La prima volta che ho incontrato la sofferenza è stato a 23 anni, quando, studente di medicina, i medici mi hanno
detto che la mia fidanzata era affetta da
una grave malattia, la sclerosi multipla.
Pochi giorni prima le era morto il padre
ed avevano pensato di non comunicare
la notizia alla madre ma a me.
Fino a quel momento la mia vita era
andata sempre a gonfie vele: primogenito,
stimato in famiglia, bene gli studi, non
un problema nei rapporti sociali, mai un
problema di salute; nel mio orgoglio ho
pensato che le mie spalle fossero abbastanza larghe per portare quel peso e mi
sono dato da fare.
All'inizio tutto andava bene, ero sempre
vicino a Clara confortandola nei momenti
di riacutizzazione della malattia: difficoltà
nel camminare, malessere generale, difficoltà visive, che con alte dosi di cortisone (l'unica terapia allora possibile)
regredivano. Terminati i miei studi ed il
sevizio militare ci siamo sposati coronando un sogno che coltivavamo da tempo.
Poco tempo dopo sono cominciati i problemi: la vita in comune con le normali
incomprensioni, il progressivo aggravarsi
della malattia con le difficoltà fisiche
crescenti e le alterazioni di umore, anche
queste dovute alla sclerosi multipla, che
ci portavano a continui litigi e mi rendevano quasi impossibile l'esercitare la mia
professione di medico ospedaliero. Sono
arrivato ad una grave crisi esistenziale
vedendo il mio fallimento
nell'impossibilità di gestire il problema
20
di mia moglie e non trovando nessuna
via d'uscita possibile.
Fin da bambino ho sempre frequentato
la chiesa (dove, fra l'altro, ho conosciuto
Clara) partecipando i Sacramenti ed anche gruppi parrocchiali, ma senza che
questo mi differenziasse dagli altri amici
che non la frequentavano: ero come loro
salvo il tempo che dedicavo alle funzioni
religiose.
Quando sono stato umiliato nel mio orgoglio dalla croce della malattia di mia
moglie che ha messo a nudo la mia incapacità umana a risolvere i problemi e mi
ha fatto, sentire morto dentro, ho gridato
aiuto al Signore ed il Signore mi ha risposto.
Frequentando, assieme a Clara, un gruppo presso la nostra attuale parrocchia,
abbiamo fatto un cammino di fede dove
ci è stato detto che Gesù Cristo, morendo
sulla croce ha preso su di se tutto il male
del mondo e risorgendo ha distrutto la
morte, che la croce non è uno strumento
di tortura, ma il mezzo con cui Dio padre
ha voluto salvare il mondo, che non sono
il denaro, il successo, la salute fisica a
dare la vita, ma che solo facendo quella
che è la volontà di Dio per noi possiamo
vivere realizzati e nella pace in qualsiasi
situazione ci troviamo. Volontà di Dio
che non possiamo compiere con le nostre
forze umane, ma solo affidandoci a Gesù
Cristo. Che il cristianesimo non è un
ombrello per ripararsi dalle malattie a
dalle disgrazie, ma è la capacità di leggere
gli eventi della vita con gli occhi di Dio,
accettando la Sua volontà come ha fatto
il Suo figlio. Così, a poco a poco, ho
abbracciato la croce della malattia di
Clara, accettandone gradualmente tutte
le umiliazioni, ed ho visto che la croce
non mi schiacciava più perché la portava
il Signore Gesù Cristo: fra noi è tornata
la serenità e anche sul lavoro riesco a
svolgere i miei compiti al meglio.
Un altro motivo di sofferenza all'inizio
del nostro matrimonio è stato il problema
dei figli: i medici ci avevano sconsigliato
di averne perché, sempre a causa della
sclerosi multipla, si pensava che le gravidanze la potessero aggravare. Così eravamo chiusi alla vita e ci sentivamo menomati.
Un giorno ascoltando una catechesi sulla
famiglia, ci è stato detto che i figli, prima
di essere nostri, sono figli di Dio, che ha
per ciascuno di noi un piano, che
l'apertura alla vita ci rende partecipi
dell'azione creatrice di Dio. Ci siamo
fidati di Dio che ci ha ricompensati con
tre figli che oggi sono la nostra consolazione.
Oggi siamo sposati da 26 anni, la malattia
di Clara si è notevolmente aggravata: non
cammina, ha difficoltà di parola, ha bisogno di assistenza continua, nonostante
questo è serena, come lo sono io.
Frequentiamo la chiesa, preghiamo assieme e ringraziamo continuamente il
Signore della meravigliosa storia che ha
fatto con noi.
Approfondimenti
Una struttura di ricovero extraospedaliero, la prima nel suo genere in Capitanata,
destinata a completare l'offerta assistenziale extraospedaliera a favore dei pazienti oncologici.
dott. MICHELE TOTARO
Il 3 maggio u.s. l'Hospice Don Uva di Foggia
è ufficialmente operativo. Infatti è proprio
di quella data la determina regionale che
assegna un accreditamento istituzionale
ai 12 posti letto di cui è dotato. L'Hospice
Don Uva è una struttura sanitaria residenziale realizzata come se fosse il prolungamento della propria casa, dove il paziente
riesce a vivere con dignità la sua esistenza.
Il Don Uva Hospice dispone di 12 camere
singole con bagno privato. Le camere sono
dotate di poltrona letto per il parente che
desidera rimanere, ed è garantito anche il
pasto per il familiare che vi soggiorna.
Ogni camera è dotata di comfort quali
televisione, minifrigo, aria condizionata.
Comprende anche dei locali comuni, il
living e una tisaneria dove i parenti possono
scaldarsi bevande e pietanze. Nell'Hospice
Don Uva, dove il livello di assistenza è
molto alto, si respira un aria familiare e
serena. L'assistenza è completamente gratuita.
Nell'Hospice l'assistenza è rivolta essenzialmente alle cure palliative, con questo
termine s'intende la cura globale
dell'ammalato. Il controllo del dolore, dei
sintomi correlati alla malattia e alla terapia,
i problemi psicologici, riabilitativi, sociali
e spirituali sono di fondamentale importanza. Le cure palliative intendono migliorare la qualità di vita il più possibile sia
per i pazienti che per le loro famiglie.
Coloro che operano nell'Hospice Don Uva
sono professionisti di diverse discipline
raggruppati in equipe.
La peculiarità delle cure palliative è di
adattarsi giorno per giorno alle esigenze
del paziente. Pertanto, ogni cura e trattamento richiedono una revisione continua
delle terapie e una attenzione costante;
ogni progetto di cura applica i mezzi più
moderni e le terapie più avanzate. Una
particolare attenzione viene rivolta al dolore.Per migliorare l'adesione al trattamento da parte del paziente e il controllo più
efficace della sintomatologia dolorosa, la
terapia analgesica viene il più possibile
individualizzata utilizzando tutte le tecniche disponibili : da quella farmacologia
secondo le indicazioni
dell'Organizzazione Mondiale
della Sanità, preferendo quelle
più invasive (peridurale,
neuromodulazione, impianti
intratecali, ecc.) nel dolore
distrettuale, fino a quelle
interventistiche ( cifoplastica) per il dolore da metastasi ossee vertebrali.
Dalle esperienze acquisite
risulta che la casa è il luogo
ideale dove svolgere le cure
palliative nel modo più
adeguato. Esistono purtroppo alcune situazioni (il
sopraggiungere di complicazioni cliniche difficilmente
gestibili in ambito domiciliare; l'impossibilità della
famiglia ad assistere il malato a casa temporaneamente
o definitivamente.) che richiedono un ricovero in un
ambiente simile alla casa (Hospice) dove
il paziente viene assistito.
La durata della degenza in Hospice è in
media tra i 15 - 20 giorni, il tempo necessario per stabilizzare il paziente con un
efficace controllo del dolore, degli altri
sintomi, dei problemi psicologici, riabilitativi e assistenziali, quindi in accordo con
il paziente e con i familiari programmare
il ritorno a casa. In definitiva la scopo
dell'Hospice Don Uva è il raggiungimento
della miglior qualità di vita possibile per
i pazienti e le loro famiglie.
21
OFS
Sfida e modello per essere cristiani
e francescani nel terzo millennio
FRANCESCO ARMENTI
giornalista
Rievocare oggi, a distanza di otto secoli,
la figura di Elisabetta, penitente francescana e principessa d'Ungheria, deve voler
significare l'incarnazione nella nostra
vita, di credenti e cristiani, il suo insegnamento e rinverdire il carisma francescano .
Elisabetta è donna evangelica, donna
veramente evangelica, realmente francescana, innamorata e catturata dall'amore
di Dio, innamorata di Francesco d'Assisi
e dell'uomo .
Di lei guarderemo, illuminati dalla Parola
di Dio, la sua carità, il suo servire i poveri
e gli ultimi del suo tempo, il suo stile di
servizio evangelico e francescano.
Una premessa è importante fare per incastonare questa poliedrica figura nella
sua giusta collocazione anche per purificarla da libere interpretazioni e leggende
lontane dalla sua vita e dal suo insegnamento. Elisabetta è spesso, se non quasi
sempre, raffigurata dalla tradizione e
dalla devozione cristiana e francescana
con un cesto di pani, quel pane trasformatosi, secondo la devozione, dalle rose.
E' il pane della carità, dell'amore, del
servizio che, indipendentemente dalla
fondatezza storica del prodigio, ci rinvia
ad un grande insegnamento della santa
francescana: il suo servizio, il suo amore
per l'uomo povero e misero nasceva dal
22
sentirsi amata da Cristo, povero ed umile,
dal sentirsi trascinata dall'imitazione dei
figli di Francesco d'Assisi. Nel 1232 il suo
confessore, Corrado di Marburgo scrivendo al papa Gregorio IX, desideroso di
conoscere la vita e le virtù di Elisabetta,
dichiara che : «Ella aveva sempre consolato i poveri, ma da quando fece costruire
un ospedale presso un suo castello, e vi
raccolse malati di ogni genere, da allora
si dedicò interamente alla cura dei bisognosi. Distribuiva con larghezza i doni
della sua beneficenza non solo a coloro
che ne facevano domanda presso il suo
ospedale, ma in tutti i territori dipendenti
da suo marito. Arrivò al punto da erogare
in beneficenza i proventi dei quattro
principati di suo marito e da vendere
oggetti di valore e vesti preziose per
distribuirne il prezzo ai poveri. Aveva
preso l'abitudine di visitare tutti i suoi
malati personalmente, due volte, al giorno, al mattino e alla sera. Si prese cura
diretta dei più ripugnanti. Nutrì alcuni,
ad altri procurò un letto, altri portò sulle
proprie spalle, prodigandosi sempre in
ogni attività di bene, senza mettersi tuttavia per questo in contrasto con suo
marito. […] Prima della morte ne ascoltai la confessione e le domandai cosa si
dovesse fare dei suoi averi e delle suppellettili. Mi rispose che quanto sembrava
sua proprietà era tutto dei poveri e mi
pregò di distribuire loro ogni cosa…» .
Elisabetta comprese bene che negli ultimi
non vi è solo la possibilità di fare del bene
ma di incontrare, lavare, pulire, sfamare,
accogliere quel Cristo identificatosi nei
poveri (cfr Mt 25,31-46): «Che grande
fortuna per noi - diceva - poter lavare il
Signore e poter preparare il letto per
Lui».
Elisabetta e il Samaritano del Vangelo
Come incastonare Elisabetta nel parabola
di Luca? Tenterò di fare una lettura biblica
e personale: nessuna figura di cristiano
e di santo può essere compresa se è avulsa
dalla fonte della carità e del servizio che
è la Parola, il Cristo povero identificatosi
nei poveri, che si è cinto di un asciugatoio, del grembiule del servizio, paramento della sua carità, per lavare i piedi ai
suoi discepoli. Da notare che nessun testo
biblico dice che alla fine della lavanda il
Maestro depose l'asciugatoio.
L'evangelista Giovanni scrive che “riprese
le vesti” ma non che si tolse l'asciugatoio
con cui asciugò i piedi degli apostoli (cfr
Gv 13,1-12). Ogni cristiano, il giorno del
Battesimo, riceve lo stesso grembiule del
Cristo del cenacolo per non deporlo mai.
Con questa prospettiva entriamo
nell'icona biblica di riferimento.
1. Elisabetta ci fa identificare nel “dottore
della legge” che vuole mettere alla prova
Gesù ponendogli domande sulla vita eterna, sul “cosa fare” per essere felici. Il
OFS
SFO
centro della parabola è questa domanda
fondamentale dell'uomo: “Signore, cosa
devo fare per avere te, per essere felice,
per vivere pienamente la mia vita?”. Chi
sta interrogando Gesù conosce la legge,
i comandamenti ma ,forse, come ogni
uomo, vuole mettere alla prova il Signore.
Se quel teologo d'Israele vuole conoscere
la risposta da un “profeta senza studi
biblici” per metterlo alla prova, noi,
l'uomo, vogliamo forse avere la prova
dell'amore di Dio, sapere dove sta la felicità, se effettivamente questo Dio ci ama
e ci può rendere felici. Gesù rifacendosi
alla Legge di Mosè ci rimanda a Dio e
proponendo la parabola del Samaritano
unisce l'amore di Dio e l'amore di fratelli,
il primo come fonte dell'Amore(cfr 1 Gv
4,10 ss) il secondo come prova e coerenza
dell'amore verso Dio(cfr 1 Gv 4,20). Ecco
perché il raccontare di Gesù che invece
di fare discorsi teologici si cala nella vita,
porta la discussione su «Chi è il mio
prossimo?». Anche questa non è una
domanda qualsiasi e la stessa risposta di
Gesù non è un modo di rispondere qualunque. In Israele il prossimo è il «connazionale»,è lo straniero che viveva nella
terra di Israele, entrambi la Comunità
doveva “amare come se stesso”. Gli altri
stranieri, i samaritani stessi, gli eretici,
chi era fuori da questa visione non poteva
essere considerato prossimo. Gesù cosa
fa? Insegna che non era importante chiedersi e stabilire chi fosse il prossimo ma,
piuttosto, il diventare prossimo dell'altro.
2. Tutta la scena ha tre quadri: il viandante, l'uomo, che si avventura sulla
strada che da Gerusalemme porta a Gerico e nota per le aggressioni dei briganti,
il sacerdote ed il levita (esperti e conoscitori della legge e del culto, uomini e
ministri sacri) che pur passando non si
fermano, non si prendono cura di quel
povero malcapitato andando oltre e,
l'ultimo quadro, quello dell'eretico, del
Samaritano che non solo si accorge,
“vede” quell'uomo “mezzo morto” riverso
a terra, ma se ne prende cura.
3. I gesti del Samaritano diventano lo
stile della carità e del servizio del credente, uno stile che possiamo intravedere
anche in Elisabetta che nutriva, accoglieva, lavava non solo i poveri, ma i
“poveri dei poveri”(Madre Teresa) del
suo tempo come i lebbrosi, quelli, cioè,
che nessuno voleva, alla cui vista fuggivano per paura del contagio (come il
levita e il sacerdote paurosi di contaminarsi con il sangue o per la paura di
“fare tardi” per la fretta, visto che erano
diretti al tempio) o per il fetore che la
carne marcia emanava. Ecco sommariamente lo stile del servizio: saper vedere
con il cuore, capacità che nasce da un
sentimento che è alla base della carità:
la compassione. Una traduzione,
quell'”ebbe compassione”, che non rende
l'idea esatta di quel che avvenne nel Samaritano, indebolisce- scrive il Papa nel
suo libro su Gesù- “la vivacità del testo”.
Il Samaritano ebbe compassione nel senso che gli “si spezzò il cuore”, gli si attorcigliarono le viscere alla vista di
quell'uomo lasciato a terra, impeti di
tenerezza materna e di misericordia scossero la sua vita come quelli di una mamma alla visione del figlio sofferente e
malato… Ed è per questa capacità di
avere misericordia , è l'avere compassione
che ci rende prossimi dell'altro, che ci fa
diventare prossimo del fratello. La pedagogia del servizio si fa dialogo nello stile
di Gesù: da una domanda a trabocchetto
fa emergere la verità conducendo
l'interlocutore a sapersi ascoltare e ad
ascoltare: il Signore ha condotto il teologo d'Israele alla verità di scoprirsi prossimo dell'altro più che a chiedersi chi
fosse il suo prossimo. Una persona, un
testimone che serve, che sa vedere, accogliere, che sa nutrire compassione fa
sorgere interrogativi in chi vede, stimola
il cuore alla conversione.
Farsi prossimi come Elisabetta
Guardando alla carità, alla compassione
che Elisabetta ha vissuto e nutrito per
l'uomo del suo tempo, meditando quel
servizio che nasceva dalla contemplazione
del Cristo, dalla sua preghiera possiamo
anche noi servire da cristiani e
francescani perché «nel più
piccolo incontriamo
Gesù stesso e in Gesù
incontriamo
Dio». Cosa significa per
noi francescani
servire, cioè farci continuamente
“prossimi dell'altro” se non vivere il Vangelo “sine glossa”?. E il farsi prossimo
come e con Elisabetta ci traccia le linee
del servizio, del carisma francescano
vissuto nella carità, oggi. In sintesi ripercorriamo questo cammino:
Servire è “saper vedere” non solo e non
tanto con gli occhi ma con il cuore cioè
lasciarci convertire dalla stessa compassione che Cristo ha vissuto nel Samaritano. Quel Samaritano in cui i Padri
hanno visto la figura di Gesù, il Dio
fattosi prossimo per noi. Un saper vedere
che sa cogliere le grandi e le piccole
povertà del nostro tempo, che sa fermarsi
dinanzi alle ingiustizie, alle violenze
perpetrate ai danni dei popoli della fame
e della miseria, dell'Africa e dell'Asia,
derubati, spogliati dal nostro consumismo, dalle nostre ricchezze inique e diseguali. Saper vedere anche le povertà
della società opulenta in cui l'uomo è
stato spogliato della sua dignità, della
sua sete di trascendenza da noi, ristiani
e credenti sterili che «abbiamo portato
loro il cinismo di un mondo senza Dio,
dove contano solo potere e profitto» .
23
OFS
La Fraternità OFS di Canosa
di Puglia ha festeggiato il suo
25° di Formazione. Per una
meravigliosa coincidenza voluta dal Signore, Canosa ha celebrato, in concomitanza, l'8°
Centenario della nascita di S.
Elisabetta, accogliendone la
reliquia e l'icona itinerante.
Nella chiesa dell'istituto delle
Suore Francescane Alcantarine,
dall'8 al 12 Maggio, si sono vissute bellissime giornate di preghiera, che, animate da p.
Giammaria Apollonio, primo
assistente della Fraternità canosina, hanno visto alternarsi
testimonianze francescane, veglie di preghiera, celebrazioni
eucaristiche, momenti dedicati
ai poveri e agli ammalati, in
una vera e propria atmosfera di
annuncio francescano conclusosi con una solenne celebrazione presieduta dal Ministro
Provinciale, P. Pietro Carfagna.
La corale della parrocchia di
San Francesco, diretta dal maestro Mimmo Masotina, ha molto francescanamente allietato
la celebrazione eucaristica
dell'ultimo giorno.
Un sentito ringraziamento va a
tutti coloro i quali hanno accol-
to l'invito delle Terziarie di Canosa, e in particolare, ai disabili
del Gruppo Amici e
dell'Unitalsi, al Presidente Regionale Mimo Ardu, alle Fraternità del Settore che hanno collaborato alla loro realizzazione,
alle Suore Francescane Alcantarine che, come sempre, hanno offerto la loro disponibilità.
Grazie a tutti e…un arrivederci
ai prossimi 25 anni.
Pace e bene!
Maria Lobasco
Ministra della Fraternità
di Canosa
continua
Saper vedere una società in cui l'uomo
è violentato e martoriato con la droga,
la guerra, il traffico di organi, di persone
ridotte in schiavitù, sfruttate sessualmente, saper vedere un mondo ricco di cose
materiali ma povero di umanità, di Dio,
di amore.
Servire è sapersi fermare dinanzi al dolore
e alle pene dell'umanità sofferente e disorientata del nostro tempo, è non fuggire
per la paura, le paure, per le cose da fare,
gli impegni. Fermarsi per gli altri vuol
dire fermarsi anche per se stessi;il sapersi
fermare ci fa fare quel salto di qualità che
ci rende credenti, ci fa cristiani perché
«L'essere cristiani è passare dall'essere
per se stessi all'essere per l'altro» (Bene-
24
detto XVI). Sapersi fermare è
l'atteggiamento di chi sa veramente servire
perché sa “spossessarsi del sé” (Massimo
Cacciari), sa uscire da se stesso per entrare
nell'altro, sa vivere il vero Amore che è
interesse e compassione per l'altro e sa
escludere il vero contrario dell'Amore che
non è l'odio ma l'indifferenza.
Servire è lasciar entrare nella propria vita
lo straniero. Chi è secondo il cuore di Dio
nella parabola? E' un samaritano, un eretico, uno straniero secondo la legge di
Israele. Dio sceglie lo straniero, la Croce,
l'umiltà del Figlio, l'esodo di Gesù, il
Cristo, il ladrone pentito, la Maddalena…
per farsi prossimo dell'umanità, per farsi
strumento di amore e di prossimità. Gesù
sceglie di identificarsi nel Samaritano per
dirci che ogni uomo è capace di carità, di
servizio, di amore. Servire è accogliere lo
straniero, l'incompreso, il diverso da me,
fare della diversità e dell'alterità un valore
arricchente di dialogo, di crescita, di rafforzamento della mia identità.
Servire vuol dire lasciarsi salvare da un
povero che non è destinatario del “nostro
buon cuore” ma “locus Theologici” dove
incontrare il Signore, quel Signore che
nel Samaritano abbraccia ogni malcapitato, ogni uomo(un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico).«E' un paradosso,
ma è il paradosso della fede; accettare di
farci risollevare da un Dio abbattuto, rifiutato, straniero, eretico, uno dal quale
OFS
SFO
tutto ci aspetteremmo, meno che ci
possa salvare».
Servire la famiglia con Elisabetta,
donna, sposa e madre
Contrariamente a ciò che si
potrebbe sospettare la dedizione di Elisabetta a Dio e ai
fratelli non toglieva nulla
alla sua vocazione di sposa
e madre. Ella sposò nel
1221 Lodovico non per
ragioni politiche ed economiche ma per amore,
amore dal quale nacquero
i suoi tre figli(Ermanno,
Sofia e Gertrude).
Quando si fa scaturire
ogni cosa dall' amore per
Dio tutto acquista la sua
pienezza e la sua totalità.
Elisabetta rispettava il
proprio sposo, curava ed
amava i figli perché “Dio è
amore”, li amava con il
cuore stesso di Dio, li vedeva
con gli occhi stessi di Dio, li
curava con la medesima tenerezza di Dio. Le fonti ci
presentano la sua come una famiglia unita, sana, in cui si respirava amore, fedeltà, abnegazione,
una famiglia fondata su Dio, in cui
Dio non era ospite ma fondamento,
scaturigine, «valore supremo e incondizionato che alimentava tutti gli altri amori: verso lo sposo, verso i figli, verso i
poveri». Alcuni leggono con sospetto la
radicalità evangelica che spinse Elisabetta,
dopo la morte di Lodovico, a lasciare i
figli per dedicarsi alla preghiera e al servizio al prossimo. Non si tratta di incoscienza ma di una risposta totale, definitiva
a Dio. Nel suo abbandonarsi totalmente
al progetto di Dio vi è stato anche
l'affidamento totale dei propri figli alla
volontà di Dio che sa meglio di tutti,
anche della stessa madre, qual è il bene
di ciascuno. La sua offerta totale è stato
un beneficio per il figli, donarsi non è
perdere o perdersi ma guadagnare. Non
si dimentichi, però, che i biografi affermano che Elisabetta assicurò con “saggia
determinazione il futuro dei suoi figli”.
Nel 1981 Giovanni Paolo II, scrivendo alla
Chiesa ungherese in occasione dei 750
anni della morte della Santa,raccomandò
alle famiglie di meditare sulla vita familiare felice di santa Elisabetta: «Siate vicini
gli uni gli altri con fedeltà irremovibile.
Siate convinti che l'amore di Dio e la vita
cristiana coerente non solo non è un
ostacolo, bensì è una fonte inesauribile
dell'amore coniugale. Santificatevi vicendevolmente, aiutatevi vicendevolmente
nell'imitazione di Cristo… In Cristo potete
diventare quello che in virtù del sacramento del matrimonio dovete essere: un
corpo solo e un'anima sola. Accettate con
gratitudine il più bel dono del Dio Creatore: il dono della vita che è sacra sin dal
primo istante del concepimento. Trasfor-
mate
il vostro
focolare in
chiesa domestica, educate i vostri figli alla fede…
Santificate i vostri figli, insegnate loro ad amare Cristo e la sua
Chiesa, a servire disinteressatamente il
Popolo di Dio. Approfondite in voi la convinzione che con l'esempio della vostra
vita e con la trasmissione della vostra fede
date il meglio ai vostri figli. Potete diventare genitori di futuri santi, come anche
la terza figlia di Elisabetta, Gertrude, è
venerata come beata dai Premostratensi.
Conservate- conclude il Papa-l'intima
atmosfera della chiesa domestica, ma nello
stesso tempo siate aperti verso il grande
compito di costruire il Regno di Dio. Siate
un centro irradiante d'amore universale».
Parole che gli sposi e i figli dell'OFS devono saper far proprie in un difficile contesto culturale e sociale dove anche la
difesa della famiglia naturale è divenuta
una sfida che richiede testimonianza,
saggezza, prudenza e preghiera.
L'intimità, l'orazione di Elisabetta con il
Signore lo stile di vita della sua famiglia
ci aiuta a servire la famiglia cristiana
perché torni ad essere:
- “Chiesa domestica” che emana lo splendore dell'amore di Cristo;
- Chiesa che vive e aiuta a riscoprire la
fonte del Matrimonio nell'Eucaristia e
l'intima unione tra Famiglia\Matrimonio\Eucaristia perché: - il
matrimonio è il sacramento-segno
dell'amore eterno e vero tra Cristo e la
Chiesa (teologia paolina);
- Il Battesimo è il lavacro delle nozze che
precede l'Eucaristia, il banchetto delle
nozze;
- La Croce è il segno delle “nozze di Dio
con l'umanità”.
L'intima unione tra Matrimonio/Famiglia/Eucaristia avvalora la fedeltà
e l'indissolubilità del matrimonio perché
l'amore tra Cristo e la Chiesa, sua sposa,
è amore fedele, unico, indissolubile. Nella
realtà dell'unicità matrimoniale vi è un
“dato antropologico” che ne firma
l'unicità. Guardando alla nostra santa e
patrona gli sposi cristiani e francescani
dovrebbero lasciarsi accogliere da Cristo
“nello stato nuziale dell'incontro” e cambiare stile di vita per far propria la novità
del vangelo di Cristo. Elisabetta, donna
eucaristica, ci aiuta, inoltre, a valorizzare
la figura femminile nella Chiesa e nella
società e il suo essere sposa e madre.
25
OFS
OFS
Il nostro
Ritiro
di
Quaresima
OFS/MINORI DI PUGLIA-MOLISE
PIERINO CONTEGIACOMO
“La Chiesa ci presenta la Quaresima come
un periodo forte di riflessione, di revisione
della propria vita e di conversione. Anche
quest'anno, il consiglio regionale vi aiuta
a vivere questo evento, organizzando,
nelle varie zone, un giorno di preghiera,
di ascolto e di fraternità. Rifletteremo sul
tema “Non di solo pane…” aiutati dagli
assistenti regionali e da testimonianze”.
Con queste parole Mimmo caldeggiava
la partecipazione non solo dei professi
ma anche dei probandi, novizi e di quanti
volessero condividere questi momenti
forti che la Chiesa propone nella liturgia
della Pasqua.
Eccoci ad Andria fin dalle nove della
mattina accolti nei locali dell'Istituto
Professionale Statale per i Servizi Sociali
e Pubblici gentilmente consessi dal preside della scuola. La fraternità locale ha
preparato per i convenuti il rituale “latte
e caffé”. Siamo circa cinquecento arrivati
con pullmans e con auto. Ci salutiamo:
quelli della fraternità di Corato, Ruvo,
Bitonto, Acquaviva, Molfetta, Altamura,
Sannicandro, Bari, Mola, Valenzano, Castellana, Canosa, Bitetto, Monopoli, Putignano, Fasano, Capurso. Poi, tutti
nell'auditorium appositamente preparato
per la celebrazione della PAROLA e la
esposizione del SANTISSIMO.
In apertura il presidente Ardu ha rivolto
a tutti il saluto e il ringraziamento per
la sentita partecipazione e l'augurio per
una giornata intensa di preghiera e riflessione. Sono presenti naturalmente nelle
vesti di assistente regionale Padre Giancarlo Li Quadri-Cassini e di vice assistente
Padre Pasquale Gallo. I canti liturgici
sono eseguiti dal coro diretto da Rosa
Farella con accompagnamento di chitarra
ed organo. La processione che porta
l'ostensorio fa il suo ingresso in sala e il
Santissimo viene posto sull'altare appo-
26
sitamente costruito sul palco
dell'auditorium. Sul fondo si legge a
lettere cubitali “NON DI SOLO PANE…”,
il tema su cui Padre Giancarlo terrà la
attesa e sentita omelia (commentata in
altra parte di questo foglio n.d.r.). I momenti dell'adorazione sono sottolineati
dall'inno: “Nel Tuo silenzio accolgo il
mistero venuto a vivere dentro di me.
Sei Tu che vieni, o forse è più vero che
Tu mi accogli in Te, Gesù”. Viene letto
il passo “la tentazione di Gesù” dal vangelo secondo Matteo, la cui versione di
Luca 4,1-13 è stata riprodotta su di un
rotolo di pergamena consegnato ad ognuno di noi alla fine della celebrazione a
ricordo della giornata. Le preghiere spontanee si sono susseguite numerose da
parte dei fedeli inginocchiati davanti
all'Ostia Consacrata mentre veniva intercalato il canone “Nulla ti turbi, nella ti
spaventi…”. Prima ancora della benedizione finale Gesù Sacramentato è sceso
tra noi, in sala, passando di fila
in fila come a prenderci
per mano. Il celebrante poi così
ha detto
nella
pre-
ghiera di congedo: “Signore, che benedici
chi spera in Te, salva il Tuo popolo, benedici la Tua eredità, custodisci la pienezza
e l'unità delle Chiesa. A Te appartengono
la gloria, l'azione di grazie e l'adorazione:
Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre
nei secoli.”
Le ore del primo pomeriggio sono state
rallegrate da una serie di canzoni a sfondo
sociale e religioso presentate da fra Francesco Cicorella autore delle stesse. Vari
interventi di testimonianze fraterne sono
stati esposti da alcuni di noi. Infine la
celebrazione eucaristica presieduta da
padre Pasquale e la esposizione dell'icona
di Santa Elisabetta dava inizio alla
“peregrinato” in occasione dei festeggiamenti per l'VIII centenario della sua
nascita; il calendario predisposto dal
consiglio regionale prevede infatti l'arrivo
della immagine della Santa protettrice
dell'ofs in ogni fraternità della regione
fino a tutto il 18 novembre e la cerimonia
conclusiva a Foggia presso il Convento
S. Pasquale.
OFS
SFO
Non di solo pane…
“Incontrare Gesù
nella Parola
nell'Eucarestia
nella Fraternità”
VITINA LOLIVA
Questo il filo conduttore, anzi le piste di
riflessione del ritiro di quaresima preparato quest'anno dal nostro centro regionale. L'incontro quaresimale è ormai
una tappa fondamentale per il nostro
cammino di formazione e di conversione.
La quaresima ci richiama appunto a riflettere sul nostro cammino di fede e ci
consente di staccarci per un poco dalle
ordinarie occupazioni per soffermarci ad
analizzare il nostro essere cristiani e
francescani. Incontrarsi è sempre motivo
di gioia; pregare insieme è ancora più
bello. Ma anche più impegnativo perché
ognuno si fa carico delle “richieste” altrui
e l'ascolto comune diventa impegno di
tutti e per tutti. Il nostro assistente Padre
Giancarlo ha iniziato la sua riflessione
dicendo: “Spero che usciate da questo
incontro sconvolti, altrimenti la Parola
non sarà stata ascoltata. Spero che si
svegli il desiderio di cambiare mentalità…spero che tutti ci sentiamo sulla via
per Emmaus dove c'é buio, stanchezza,
delusione…Gesù si manifesta a queste
persone…li affianca, parla, racconta la
sua storia, parla del deserto e delle
tentazioni”.
Come i discepoli, anche noi ci siamo posti
in ascolto pensando alle tentazioni dei
nostri giorni: la tentazione delle
“sicurezze”, la tentazione della storia, la
tentazione degli idoli.
Le nostre sicurezze: il lavoro, il benessere,
gli affetti. Basta questo per sentirci tranquilli e padroni di tutto? Ma Dio è con
noi? Non è così. Dio non è necessario
alle persone con le mentalità borghesi e
la sua Parola non serve, anzi spesso disturba, mette in discussione il loro pensiero. Tali comportamenti non ammettono Dio come artefice della storia perché
diventa fatica accettare la sofferenza, il
dolore, la croce del quotidiano, il figlio
che si droga, il vicino ammalato, il coniuge che non ti ama, l'attesa per un
lavoro, la maternità negata. Sono tutte
delusioni e non esperienze da affrontare.
“Molti giovani accusano la delusione
dell'esistenza, ha detto P.
Giancarlo, perché, come le
donne al Sepolcro, non vedono
Gesù o lo cercano altrove: nel benessere, sulle passerelle del mondo,
nell'idolatria egocentrica che mette
l'uomo sotto i fari dell'attenzione: se
tutti mi amano io sto bene. E la Croce?
Vuoi vivere tu cristiano senza la Croce?”
L'interrogativo pesa su tutti noi: è sospeso nell'aria. Quante volte ci è stato detto
che la sofferenza della Croce porta a Dio,
che senza la sofferenza non c'è conversione. Ma questa condizione non è facile
accettarla! La Croce è una condizione
che si sente nell'intimo, fa soffrire, avvicina al Signore al quale si chiede ragione
della sofferenza che Lui permette e che
non sempre si capisce e si accetta. Diventa facile così correre dietro i “miracoli”
oppure cercare il placebo che aiuti a
poter eliminare la croce della sofferenza.
Il dio denaro può soddisfare il bisogno di
vivere tranquilli. La ricchezza dà sicurezza e permette anche di dare una mano
a chi è nel bisogno credendo così di vivere
secondo il Vangelo: ma come il giovane
ricco non sei disposto a lasciare tutto per
seguire Cristo. Ecco l'inganno della sicurezza! Le paure restano: quelle del dolore,
quelle della morte e si continua ad accumulare ricchezza per sconfiggerle e…
nascono le guerre.
“E' importante cambiare mentalità: bisogna conformarsi a Cristo Gesù; che si è
lasciato tentare per liberarci dalle paure
e avere fiducia in Lui. Dopo questo incontro con Cristo-Parola e CristoEucaristia possiate cambiare mentalità,
non confidare nelle sicurezze di questo
mondo ma nell'aiuto, nella presenza di
Dio accanto a voi ogni giorno”.
Sembrava un augurio che P. Giancarlo
faceva a ciascuno di noi: ritrovare il senso
di essere cristiano e francescano oggi,
in questa nostra società e in questo
momento della nostra storia. Non
fuggire perché delusi e stanchi,
ma riprendere il cammino con
la speranza nel cuore e con
la certezza che solo da Dio
può venirci il bene.
Quello che oggi non
riusciamo a comprendere e che ciò che ci
fa soffrire non rende
la morte ma esalta la
vita. Riprendiamo il
cammino sicuri che
Gesù è al nostro
fianco e ci parla;
racconta la Sua storia per dirci tutto il
suo amore. L'amore che ci rende diversi
e ci fa riconoscere, perché diverso è il
nostro approccio con gli altri, quando
sappiamo essere umili; sappiamo condividere; sappiamo andare incontro al fratello anche a quello che sentiamo più
lontano, che non riusciamo a capire e a
sopportare. “Vi riconosceranno da come
vi amate”. Bisogna essere testimoni
dell'Amore sempre e ovunque: tutti i
giorni, sul lavoro, in famiglia, in fraternità, nella comunità sociale.
Noi francescani abbiamo un maestro a
cui riferirci. Francesco d'Assisi ha tanto
amato l'Amore da chiedere di patire le
stesse sofferenze; per poter essere in tutto
conforme all'Amato. Allora possiamo
accettare la Croce con la convinzione che
non è solo sofferenza ma grazia e dono
di Dio per la nostra salvezza.
L'ascolto della riflessione condotta da P.
Giancarlo è stato “paralizzante”: credo
che tutti ci siamo veramente ritrovati
sulla strada di Emmaus, al buio, con tutte
le nostre incertezze, i dubbi, le delusioni,
la stanchezza del vivere quotidiano, la
paura del domani…ma quando Gesù Eucaristia è entrato in sala per essere esposto
sull'altare, l'emozione ha riempito non
solo i cuori, ma tutta la stanza ed è esplosa
in un susseguirsi di preghiere di lode e
di ringraziamento al nostro Dio che
ognuno di noi ha ritrovato accanto e lo
ha riconosciuto. Gesù si è fatto ancora
una volta compagno di viaggio e noi
liberati, almeno per un giorno, dalle
nostre paure abbiamo potuto cantare:
“Ora il tuo Spirito in me dice: Padre, non
sono io a parlare, sei Tu. Nell'infinito
oceano di pace Tu vivi in me, io in Te,
Gesù.”
27
OFS
OFS
“Elisabetta
Pane e Speranza
per i Poveri
”
Capitolo Spirituale Famiglia Francescana
Ofs/Minori di Puglia-molise
1° Maggio 2007
PIERINO CONTEGIACOMO
“Siamo pronti a vivere questa giornata
riflettendo sulla figura di Santa Elisabetta,
che arricchendo il proprio cuore di Gesù
e del Suo corpo, diventa, ella stessa, pane
e speranza per tutti i poveri che incontrava. E oggi vogliamo rinnovare i propositi, rilanciare i progetti. Cristo ci invita
a liberare il nostro cuore dalle paure
dall'ombra dell'incertezza, per essere
segni di speranza nella grande Famiglia
Francescana, nella quale ognuno di noi
fa il suo cammino di fede e svolge il suo
servizio”
Iniziava con queste parole la celebrazione
delle Lodi presieduta da Padre Giancarlo
Li Quadri-Casini, assistete regionale, e
dava inizio al Capitolo Spirituale che
quest'anno il consiglio regionale ha voluto programmare per il primo maggio
a Molfetta.
Eravamo più mille, arrivati da ogni parte
del Barese, della Daunia e del Molise,
occupando tutti i gradoni delle tribune
del palazzetto dello sport.. I giovani,
invece, tutti al centro del “campo”: loro
28
sono oltre 100 e tutti dalla gioventù
francescana. Il capitolo era indicato anche
per la Gi.Fra. e ancora la Gi.Fra presentava in questo contesto il nuovo consiglio
eletto proprio il giorno prima.
Su di un lato del palazzetto una grande
effige di S. Elisabetta, copia della icona,
dipinta da fra Tommaso Rignanese, che
in questi mesi è in “peregrinatio” presso
le fraternità della regione. Infatti il tema
della giornata era: “Elisabetta: Pane e
Speranza per i Poveri”. Ai piedi della
gigantografia un tavolo ha funzionato
come altare per la celebrazioni.
Ci onorava della sua presenza il M.R.P.
Provinciale Pietro Carfagna e, oltre a P.
Giancarlo, tutti i frati assistenti delle
varie fraternità locali; il presidente Mimmo Ardu non ha fatto mancare il suo
cordiale saluto a tutti i partecipanti ringraziando per la numerosa presenza.
Alla preghiera di Lode è seguito l'ascolto
di alcune testimonianze. Ecco le più
applaudite: la conversione di don Tonino
Catalano che ancora giovane, partito per
Roma dal suo paese della Calabria per
seguire l'effimero sogno di diventare
attore, si è trovato “implicato” nel servizio
volontario a favore dei “derelitti” e oggi,
diacono, è sulla via della consacrazione
al Signore; di Paolo, anche egli ancora
ragazzo, caduto nel baratro della devianza
e delle droga oggi può raccontare a tutti
la sua “resurrezione” alla vita. Tutto
questo, dicevano, grazie all'associazione
Nuovi Orizzonti, nata a Roma all'inizio
degli anni novanta ad opera della giovane
Chiara Amirante, dal desiderio di portare
un aiuto concreto nel mondo della strada
abitato da un popolo di disperati, di persone sole, di emarginati, sfigurati
dall'indifferenza del “prossimo”.
I ragazzi della gi.fra hanno poi presentato
un momento Mariano sottoforma di balletto svolto al centro della pista impostato
sul “FIAT”, espressione biblica della Madonna che si poneva all'ascolto incondizionato del Padre.
La ricreazione ha trasformato l'ambiente
in tanti gruppi, qua e la per i gradoni e
sulla pista del palazzetto, che si scambiavano con orgoglio e fratellanza quanto
avevano amorevolmente preparato a casa
e portato a sacco.
Siamo stati intrattenuti dalla esibizione
di alcuni brani di musica e dallo spettacolo “Grazie Mamma” fino alle sedici e
trenta quando, improvvisamente, è venuto a farci visita ed a salutarci il Vescovo
della diocesi di Molfetta S. E. Monsignor
Luigi Martella. La celebrazione eucaristica, presieduta dal nostro ministro provinciale Padre Pietro Carfagna, ha trovato
al momento dell'omelia il senso della
nostra chiamata al capitolo spirituale ove
il celebrante facendo una carrellata sul
vissuto di S. Elisabetta, metteva in evidenza le opere di carità che hanno caratterizzato la vita della nostra patrona
dell'ordine francescano secolare.
Vita
SFOdi famiglia
Capurso: Benedizione del nuovo sagrato
del Santuario della Madonna del Pozzo
Il Sagrato di una Chiesa
appare subito come un luogo
di passaggio, ai più forse insignificante e vissuto in maniera distratta
e superficiale. In realtà è un luogo ricco
di significati e di definizioni.
1. Innanzitutto il Sagrato è invito alla
chiesa, una preparazione ad entrarvi.
L'ingresso in Chiesa va preparato, per
cui è opportuno che non vi sia solo una
porta di ingresso, ma un cammino. E
questo è il Sagrato: un luogo in cui il
passaggio avviene in maniera graduale
e permette la giusta preparazione: è qui
che si viene attratti dal cuore del Chiesa.
E' il luogo della pace, che ci fa lasciare
i rumori e le distrazioni alle spalle per
incontrare Dio.
2. Il Sagrato, poi, è il luogo
dell'accoglienza. E' luogo di incontri,
di saluti. Spesso - lo è stato nel passato,
ma lo è ancora oggi tante volte - è luogo
di sosta dei bisogni e quindi luogo di
carità, dove si stende la mano per aiutare, per venire incontro; e questi sono
gesti significativi ed efficaci sia per prepararsi all'incontro con il Signore, sia
per esprimere quella carità di Dio di cui
ci si è arricchiti nelle celebrazioni fatte
in Chiesa.
3. Il Sagrato è anche
luogo della continuazione
e dell'ampliamento dello spazio
rituale sia per celebrazioni particolarmente accorsate dai fedeli, sia per altre esigenze difficilmente realizzabili nella Chiesa.
Veglie, processioni, la benedizione del
fuco nuovo nella veglia pasquale, sacre
rappresentazioni: oggi, come nel passato,
spesso riempiono questo spazio singolare
e prezioso.
In conclusione il Sagrato - luogo di immunità e di sepoltura fino al 1800 - rappresenta oggi un elemento indispensabile
di transizione, luogo di mediazione tra la
città e la chiesa, tra il popolo e il santuario,
tra il sacro e il profano. E' il luogo che
introduce nel sacro, inserisce la Città nel
Santuario, ma è anche il luogo che proietta il sacro verso la Città. Col Sagrato
tutta la Città è coinvolta nel recinto del
sacro e diventa essa stessa Santuario. E'
quello che è avvenuto anche qui. Capurso
non solo accoglie e ospita il santuario
della Madonna del Pozzo, ma è in qualche
maniera essa stessa parte del Santuario:
Capurso è conosciuta e vissuta come la
Città della Madonna del Pozzo. Per tutti
noi, devoti della Vergine Santissima, questo luogo, questo Sagrato rappresenta lo
spazio che esprime il desiderio di incontrare Maria, donna dell'attesa, donna
che accoglie l'annuncio della nuova creazione; lo spazio che rimanda
all'impegno di camminare con Lei, donna del SI, donna della risposta, in una
piena disponibilità e coinvolgimento nel
mistero della Nuova Alleanza.
Mentre - a nome della Fraternità locale,
ma anche di tutta la nostra Provincia,
che ha da secoli la cura di questo Santuario - ringrazio l'Amministrazione
Comunale per questo straordinario intervento di restauro e di recupero funzionale di questo luogo che è un tutt'uno
con il Santuario, l'auspicio e la preghiera
è che questo Sagrato rinnovato possa
d'ora in poi essere segno più visibile e
più efficace del nostro rinnovato impegno a lasciarci sempre guidare da Maria
all'incontro di vita nuova con il Signore
portatore di bene, di pace, di forza e di
letizia anche nelle prove, per tutti i
cittadini di Capurso e per tutti i fedeli
che sempre numerosi accorrono a questo mirabile Santuario della Madonna
del Pozzo.
fra PIETRO CARFAGNA, OFM
Ministro Provinciale
29
Vita di famiglia
OFS
Turchia: La Presenza Cristiana
IV Corso di Aggiornamento in Turchia
19 Febbraio - 2 Marzo 2007
In Una Vita Tutta Per Cristo
Una esperienza che ha lasciato una
traccia profonda in tutti i partecipanti
e una spinta eccezionale in quel processo di conversione che è il cuore di
ogni proposta di formazione permanente. L'incontro con Bartolomeo I,
Patriarca dei greco-ortodossi di Istanbul, e con le suore di Tarso e di Iconio
ci ha messo crudamente di fronte ad
un cristianesimo totalmente diverso
da quello a cui siamo abituati. La
nostra esperienza pastorale, fatta di
continue iniziative e di un attivismo
spesso soffocante, ha mostrato tutta
la sua fragilità di fronte alla testimonianza di due suore che non si stancavano di denunciare il loro essere
nulla in una società che tiene le fedi,
e soprattutto il cristianesimo, sotto
una forte pressione, con il continuo
rischio di essere accusati di proselitismo; ma tenacemente determinate
nel ritenere la loro presenza indispensabile e necessaria più che altrove.
Alla domanda che emergeva sulla
30
bocca di tutti: ma “cosa state a fare
qui?”, una risposta sconvolgente: “Se
andiamo via noi, di qui va via anche
Gesù”. Nel cuore del pellegrinaggio
abbiamo incontrato Gesù presente nel
piccolo tabernacolo della loro piccola
casa di fronte al memoriale di San
Paolo e la loro vita consumata tutta
e soltanto per Lui. Anche il Patriarca
ha evocato l'importanza decisiva di
una missione sostanziata della semplice presenza, nell'attesa di quelle
condizioni già prefigurate da Francesco nella RnB : “quando vedranno che
piacerà al Signore, annunzino la Parola di Dio”. Farlo apertamente oggi
in Turchia, dove c'è libertà di culto
ma non di religione, non è ancora
possibile. Ma basta quella speranza a
far spendere per il Signore la vita di
tanti consacrati e consacrate in quella
che è ancora considerata la Terra Santa
della Chiesa.
Fr. Pietro Carfagna, ofm
Diario di Viaggio:
“Sui passi di Paolo...incontro
con l'Ortodossia e l'Islam”
Turchia: la Terra Santa della Chiesa
19 febbraio - si parte...
Il 19 febbraio, di mattina presto, si dà
avvio al Corso di formazione e aggiornamento: “Sui passi di Paolo... incontro
con l'Ortodossia e l'Islam”. Dopo
un'intera giornata di viaggio e tre aerei,
atterriamo all'aeroporto di Adana e, in
pulman, raggiungiamo Iskenderun (Alessandretta), un grosso centro nel sud-est
della Turchia, ai confini con la Siria e il
Libano. Ci accolgono tre gentili suore
che collaborano con Mons. Luigi Padovese (cappuccino), che ci saluterà il Mercoledì delle Ceneri, celebrando con noi
- un presbiterio così numeroso per lui è
un evento raro che si rinnova ad ogni
pellegrinaggio di sacerdoti - l'inizio della
Quaresima, imponendoci le ceneri nell'ex
Convento dei frati cappuccini, ora sede
dell'Episcopio. Mons. Padovese inizia a
svelarci la realtà di una Chiesa ridotta a
“piccolo resto” e che ha che fare con
enormi difficoltà nell'evangelizzazione
Vita
SFOdi famiglia
in uno stato iperlaicista. L'arrivo dei
pellegrini, che spesso accompagna personalmente nelle escursioni, è sempre
motivo di incoraggiamento e sostegno
alla speranza.
20 febbraio - Antiochia
il Memoriale di San Pietro
Iniziamo il nostro pellegrinaggio il mattino dopo, accompagnati da Gevat, la
guida dell'Agenzia “Ponte Tour”, e da p.
Ruben Tierrablanca, responsabile della
nostra presenza ad Instanbul, il Convento
di S. Maria Draperis della Provincia toscana, che ci ha organizzato il Corso.
Entriamo in un ritmo che ci accompagnerà per tutto il cammino: brevi o lunghi trasferimenti in pulman, che diventerà luogo prezioso per le ampie
illustrazioni della guida sulla storia, la
geografia, la cultura e la religione
(l'Islam) della Turchia; per i brevi interventi di p. Ruben, sempre puntuali e
capaci di darci la giusta sintonia con i
luoghi-memorie del cristianesimo delle
origini; e, soprattutto, per la nostra preghiera: lodi e vespri, ascolto dei testi
dell'ufficio delle letture, santo rosario.
Siamo immersi subito nelle origini della
Chiesa, con la visita al Memoriale di San
Pietro ad Antiochia di Siria e celebriamo
presso la Chiesa dei Cappuccini, dove
apprendiamo che i cristiani in questa
città - dove per la prima volta i discepoli
di Gesù furono chiamati con questo nome
- si contano sulle dita di una mano. Il
parroco, p. Domenico Bertogli, ci parla
tuttavia delle varie iniziative culturali,
del dialogo ecumenico e interreligioso e
della stima che le autorità e la gente
hanno verso la piccola presenza cristiana,
che si trova in un posto centrale della
città. Facciamo anche un'escursione in
montagna dove visitiamo i resti imponenti di un grande monastero che circonda la base della grande colonna di
San Simone Stilita il giovane.
21 febbraio
Tarso: la patria di san Paolo
Il giorno successivo arriviamo a Tarso.
Ci accolgono due suore che hanno la loro
piccola casa proprio di fronte ai resti della
Basilica crociata dedicata a San Paolo.
Nell'ex chiesa, ora diventata museo statale
(paghiamo, infatti, il biglietto d'ingresso),
le suore ci parlano della loro presenza
silenziosa e nascosta, se non drammatica:
il cristiano qui è considerato un nulla ed
è costretto a sentirsi un nulla, come se
non esistesse nella sua specifica identità,
non potendo esprimersi pubblicamente
per quello che è. Non si può mostrare il
crocifisso, né distribuire vangeli o altri
opuscoli religiosi, né parlare in alcuna
maniera di fede cristiana: tutto è considerato proselitismo. Ma loro stanno lì,
decise e senza paura, come un seme nascosto, accogliendo i pellegrini che di
tanto in tanto arrivano anche da queste
parti. Per partecipare alla Messa devono
fare trenta chilometri al giorno. Alla
domanda: “ma perché state qui, cosa ci
state a fare?”, rispondono, riferendosi al
SS. Sacramento del loro piccolo tabernacolo: “Se andiamo via noi, va via anche
Gesù”... da Tarso, la patria di san Paolo.
22 febbraio - la Cappadocia
Il pellegrinaggio vive subito un momento
forte con l'ingresso nella Cappadocia dei
mille monasteri rupestri scavati nel tufo.
Visitiamo, insieme alle formazioni naturali tra le più strane e fantasiose - il
museo a cielo aperto di Göreme, la Valle
dei Camini delle fate, la Città sotterranea
di Derinkuyu (poteva contenere 25.000
persone in nove livelli di cunicoli e caverne per circa 30 Km.) - soprattutto
alcune delle migliaia di abitazioni dei
monaci scavate nella roccia e le suggestive Chiese rupestri (a Göreme ce ne sono
oltre 400). Erano migliaia e migliaia i
monaci che per secoli hanno vissuto in
queste terre aride per una scelta di vita
monastica cenobitica secondo la Regola
di San Basilio. Bellissime le numerose
Chiese dipinte con immagini che illustrano i principali episodi della vita di Cristo
in maniera semplice e suggestiva, che a
volte richiamano il moderno stile naif,
ma che ti penetrano lo spirito con la
vivacità dei colori e gli sguardi dei personaggi. Una vita essenziale, con i pochi
prodotti ricavati dalle strisce di terra
coltivabile e presso la preziosa acqua dei
ruscelli in fondo ai canyon. Per raggiungere alcune di queste chiese e ammirare
i loro straordinari affreschi, giunti per
miracolo fino a noi (molti sono stati
distrutti dai moderni turisti), scendiamo
oltre 400 gradini per arrivare fino al
fondo della valle detta di Peristrema.
23-24 febbraio
Le Chiese dell'Apocalisse
Il viaggio prosegue veloce tra le Chiese
fondate da Paolo e quelle dell'Apocalisse.
Ad Iconio incontriamo altre due suore
che sono in una condizione più fortunata
di quelle di Tarso, perché hanno la cura
di una vera e propria chiesa, frequentata
da due o tre famiglie cristiane, in una
città di quasi cinquecentomila abitanti.
Alla Messa abbiamo la sorpresa di vedere
la Chiesa piena. Sono un gruppo di cristiani Caldei, provenienti dall'Irak e in
transito verso l'Australia. In questa città
visitiamo il Mausoleo di Vetlana, uno dei
principali esponennti del Sufismo, contemporaneo di San Francesco e fondatore
dei Dervisci danzanti. La sera prima abbiamo partecipato alla loro preghieraspettacolo (pagando 25 euro a persona).
Quindi iniziamo a visitare i resti di qualche città dell'Apocalisse: Laodicea, Antiochia di Pisidia, Pergamo, Efeso. Ovunque
respiriamo il clima di quelle Chiese della
primitiva cristianità ascoltando e meditando le Lettere tramandateci
dall'Apocalisse o quelle di San Paolo.
Ascoltandole sui luoghi comprendiamo
meglio tanti particolari. Restiamo impressionati dai monumentali resti
dell'epoca greco-romana: dai templi più
diversi, ai teatri, alle terme, alle vie colonnate con le innumerevoli botteghe.
Ad Antiochia di Pisidia ci impressionano
i resti del Tempio di Augusto, e a Gerapoli
le cascate di pietra di un biancore abbagliante, prodotte dall'acqua calda ricca
di potassio, i templi, il teatro romano, i
resti della Basilica dell'apostolo San Filippo.
25 febbraio
Ad Efeso: Meryem Ana - (la casa di Maria)
Restiamo a bocca aperta appena ci immettiamo nella via colonnata della città romana di Efeso, con la stupenda facciata
della Biblioteca di Celso e il grande teatro
da 20.000 spettatori, dove ha parlato anche
Paolo. Ci impressiona la colonna che rappresenta l'unico resto del grande tempio
di Artemide. Visitiamo i resti della Basilica
del Concilio e di quella costruita sulla
tomba dell'Apostolo Giovanni. Densa di
emozioni la sosta e la celebrazione eucaristica presso la Casa della Madonna (Me-
31
Vita di famiglia
OFS
ryem ana), accolti da confratelli cappuccini. Per la prima volta vediamo l'abito
francescano, che qui è tollerato. P. Tecle
Vetrali, che nel frattempo ci ha raggiunti
da qualche giorno, ci illustra la struttura
e il significato dell'Apocalisse; ieri ci aveva
introdotto alla comprensione delle Lettere
alle Sette Chiese.
26 - 27 febbraio - verso Istanbul
Inizia il lungo viaggio di trasferimento
che ci prenderà due intere giornate per
raggiungere Instanbul. Lungo il percorso
abbiamo la possibilità di visitare le belle
rovine di Pergamo, con la sua magnifica
Acropoli; e quelle di Nicea: i resti della
Basilica di S. Sofia e del Teatro dove si
tennero le assemblee del Concilio. A Smirne celebriamo nella Chiesa, sede del Vescovo, dedicata a San Policarpo. Ad Instanbul ci fermeremo per tre giorni interi.
Riusciamo a sondare soltanto alcuni aspetti della vita di una megalopoli di 16/18
milioni di abitanti sparsi sulle due sponde
(la parte europea e quella asiatica) del mar
di Marmara. Veniamo alloggiati nella parte
europea della città, sul lato nord del
“Corno d'oro” (la rientranza di mare a
forma di corno che diventa dorato al sole
del tramonto) e di fronte alla zona
dell'antica Costantinopoli, con le sue basiliche divenute moschee e la sede del
Patriarcato di greco-ortodosso.
28 febbraio - 2 marzo
incontro con l'Islam e l'Ortodossia
Visitiamo quanto è possibile visitare nei
giorni a nostra disposizione: il Bazar e il
Mercato delle Spezie; la Moschea di Santa
Sofia e la Moschea Blu; il monastero di
San Salvatore in Chora, con i suoi splendidi e delicati mosaici che richiamano
quelli di Ravenna e della Cappella Palatina
32
di Palermo. Scopriamo la vivacità della
città moderna. Soprattutto della strada
centrale di Istanbul dove si affacciano il
Convento e la Chiesa di S. Maria Draperis,
dove alloggiano alcuni di noi. Una strada
ricca di negozi moderni, di banche e punti
di ristoro, librerie, chiese e piccole moschee, attraversata per tutto il giorno da
gente che corre per gli affari e il lavoro.
Ma è soprattutto la sera che la gente diventa un fiume in piena che bisogna almeno una volta tentare di attraversare
dall'inizio alla fine. Ed è quello che facciamo tutti.
P. Ruben ci presenta la sua Comunità che
ha come attività principale il dialogo con
l'Islam e l'Ortodossia, anche se c'è una
piccola parrocchia. In Chiesa spesso entrano musulmani a pregare davanti
all'immagine della Madonna.
In questi giorni ascoltiamo un altro intervento di p. Tecle sull'Ecumenismo; una
conferenza del giovane domenicano p.
Alberto Ambrosio sul Sufismo; e, soprattutto, le due interessanti conferenze di p.
Gwenolé Jeusset - della Comunità di S.
Maria Draperis - sul dialogo con l'Islam
secondo la tradizione e la metodologia
francescana .
L'esperienza più bella è, però, l'udienza
concessaci in extremis dal Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, proprio nel giorno
del suo compleanno. Ci colpisce la sua
semplicità e affabilità e la gioia che traspare dal suo viso nel vedere i figli di San
Francesco. Ci accoglie con grande cortesia
e ci mette subito a nostro agio, mentre ci
parla della situazione di sofferenza della
Chiesa greco-ortodossa, ridotta anch'essa
ai minimi termini. Ma grande è la speranza
nel futuro. Ritroviamo in Lui lo stesso
atteggiamento delle suore di Tarso: ciò
che conta è esserci; la testimonianza della
semplice presenza... nell'attesa che il Signore conceda tempi più propizi per il
cristianesimo e la fede.
3 marzo - si riparte...
Quando ripartiamo abbiamo tutti la sensazione di aver fatto un'esperienza, che
forse non riusciremo a ripetere, ma che
certamente non dimenticheremo facilmente. Un'esperienza che ha inciso profondamente nel nostro cuore e avrà delle
benefiche conseguenze di cambiamento
e di rinnovamento della nostra fede e della
nostra vita cristiana e francescana e che...
auguriamo a tutti di fare prima o poi.
Peter.ofm
Vita
SFOdi famiglia
E L'incontro
Con L'altro Credente
Istanbul • dal «Corso ecumenico e interreligioso»
Gwénolé Jeusset, ofm
Introduzione: dallo spirito di crociata
allo spirito di fratellanza.
Nella primavera, dopo la malattia dovuta
all'imprigionamento, Francesco di Assisi
ricomincia la sua vita, arruolandosi
nell'esercito del Papa. A Spoleto dove
passa la prima notte, ha la visione di una
sala d'armi e Cristo gli parla: « Francesco
è meglio seguire il Maestro o il servitore?»
E riceve l'ordine: «Ritorna ad Assisi».
Senza esitare ritorna e notiamo un cammino in tre tappe.
La guerra in cui Francesco pensa di
entrare vuol essere un servizio per la
Chiesa. Mettendosi al servizio di Innocenzo III, pensa di essere nella linea del
Vangelo. Il “ritorna ad Assisi” è un po'
come l' “Entra a Damasco” che il Signore
dice a S. Paolo. La sua vita è sconvolta. I
sogni di cavalleria scompaiono. Povertà
e spogliamento diventano la sua linea di
condotta. Quell'ordine infonde in Francesco di Assisi l'atteggiamento
dell'incontro, la grazia dell'incontro. Innanzi tutto l'incontro di colui che è Crocifisso. E' stata come una folgore... Francesco passa dalla mentalità di crociata
all'amore appassionato per il Signore
Gesù. (I tappa)
L'incontro con Cristo lo sconvolge ma
non lo rinchiude in sè: questo incontro
è un invio verso gli altri. Francesco passa
dalla mentalità di conquista alla mentalità
dell'incontro (II tappa). Ogni tipo di incontro: con i lebbrosi, con i briganti, col
lupo, col sultano, porta alla distruzione
di un muro, di una paura, di una frontiera.
Francesco appare come un personaggio
che va contro-corrente; la sua visione del
Vangelo lo rende come un uomo che va
al di là delle mura.
III tappa: dallo spirito di crociata allo
spirito di fraternità. Per Francesco
l'incontro con gli uomini è una questione
di fraternità. Cristo è mio fratello, Cristo
è il fratello di ogni uomo, dunque ogni
uomo è mio fratello o mia sorella. La sua
vita sarà un pellegrinaggio di fraternità...
Ogni incontro è un pellegrinaggio. Dio
mi invita a scoprire con lui l'altra faccia
dell'altro. Non posso vedere tutto
dell'altro, solo Dio lo conosce davvero.
Dio l'ha creato, Dio l'ha redento, Dio l'ha
incontrato. Finchè non ho incontrato
l'altro alla maniera di Dio - che solo può
giudicare, che solo ha l'intelligenza per
capire e la luce per vedere - guardo e
guarderò più facilmente la faccia odiosa
dell'altro con i miei poveri occhiali, piuttosto che il suo aspetto positivo alla maniera di Dio.
Devo accettare la differenza che vedo
nell'altro come Dio accetta la mia differenza con Lui, Dio. Dio, in Gesù Cristo
ha preso tutto di noi, eccetto la nostra
incapacità di amare fino all'estremo. Devo
cercare di vivere alla maniera di Dio, la
differenza che mi disgusta nell'altro. Fantastici i versetti di Matteo 5,45-48: «Se
salutate solo i vostri fratelli, che fate di
straordinario? I pagani non fanno forse
altrettanto!»
Salutare gli altri non vuol dire, secondo
il Vangelo, dire buongiorno con le labbra,
ma entrare in relazione. Salutare gli altri
come Gesù, allarga la mia fede, fa irrom-
pere dentro di me un'apertura evangelica,
mi rende ancor più discepolo, mi fa andare
dalla parte del santo volto di Dio. Il “Siate
perfetti come il Padre vostro celeste è
perfetto”, parola impossibile, diventa possibile nella misura in cui riesco a mettermi dalla parte del mio Dio.
L'incontro dell'altro deve essere gratuito,
ma in realtà questo incontro non è una
perdita. L'incontro gratuito non è un
insuccesso, anche se non cambio l'altro,
perchè lascio il posto a Dio dentro di me,
è la vittoria di Dio in me. Infatti l'altro
mi fa fare piazza pulita davanti a Dio;
l'altro mi aiuta a sbarazzarmi del mio
«caro io». Mi fa avvicinare a Dio, se accetto
lo spogliamento che mi fa subire. Se entro
in questo progetto divino, fra Dio e me,
c'è quel lebbroso che ho tendenza a gettar
fuori dalla mia città dei puri. Quando
riesco a distruggere queste mura, comincio il grande incontro con Colui che è
l'Altro, perchè non mi lascia camminare
solo. Ogni volta che accetto tra me e Dio,
l'integralista cristiano o mussulmano,
quell'ateo sgradevole, quell'uomo o quella
donna difficile della mia comunità, della
mia famiglia o del mio vicinato; quando
dunque accetto quest' altro tra Dio e me,
dò la possibilità e la gioia a Dio di mostrarsi Padre e di racchiudere in un medesimo sguardo l'altro e me, riuniti in
un amore che va al di là di tutte le barriere. Spogliato, come Francesco davanti al
vescovo di Assisi, Dio mi ricopre del suo
mantello e ci conduce, come la sera di
Pasqua, non da solo ma l'altro con me,
fino all'ostello della Condivisione dove
egli ha già preparato non due, ma tre
coperti.
Le Tappe Della Cultura Del Dialogo
1. Innanzi tutto occorre essere
uomini di apertura.
6.
Osare l'incontro.
7.
Osare un incontro francescano.
8.
La fraternità è una lotta.
3. L'interreligioso deve impregnare
tutta la formazione, iniziale e permanente.
9.
Povertà e fraternità.
10. Osare la preghiera.
15. Aprire le porte alla cortesia di
Dio.
4. Approfondire le fonti evangeliche
della Missione.
11. Credere che l'altro può fare lo stesso
cammino che abbiamo fatto.
16. Essere ottimisti nella speranza.
5. Cercare l'incontro più che il dialogo.
12. Saper guardare il nostro passato.
2. Conoscere l'altro dall'interno.
13. Saper guardare anche i testimoni
della sofferenza subita.
14. Credere allo Spirito che ci precede
nell'altro e può trasformarci.
33
Vita di famiglia
OFS
E' Francesco che ci ricorda la grandezza del Sacerdozio: "Il vedo in essi il Figlio di Dio" e si mette in ginocchio davanti al
sacerdote, e gli bacia le mani. Egli, il piccolo diacono, che si giudica indegno di salire l'altare, scrive a cardinali, a vescovi, a
principi: "Vi prego, miei signori, baciando le vostre mani, fate in modo che il Corpo di Gesù
sia trattato degnamente e da tutti debitamente rispettato".
«A voi Gesù ripete: "Non vi chiamo più servi, ma amici". Accogliete e coltivate questa divina amicizia con "amore eucaristico"!
Vi accompagni Maria, celeste Madre dei Sacerdoti…aiuti voi e ciascuno di noi, cari fratelli nel Sacerdozio, a lasciarci
trasformare interiormente dalla grazia di Dio. Solo così è possibile essere immagini fedeli del Buon Pastore; solo così si può
svolgere con gioia la missione di conoscere, guidare e amare il gregge che Gesù si è acquistato a prezzo del suo sangue. Amen!»
(Benedetto XVI)
Fr. STEFANO ERCOLE
14 aprile 2007, ore 18.30
Parrocchia “San Michele Arcangelo”- Bitetto (Ba)
Per le mani di S. E. Mons. JOHN MAGEE
Fr. FRANCESCO CICORELLA
21 aprile 2007, ore 18.30
Cattedrale “Santa Maria Assunta”- Conversano (Ba)
Per le mani di S. E. Mons. DOMENICO PADOVANO
Fr. ANTONIO PIO D'ORSI
24 aprile 2007, ore 19.00
Concattedrale “Natività della Beata Vergine Maria” Ascoli Satriano (Fg)
Per le mani di S. E. Mons. FELICE DI MOLFETTA
Fr. ALESSANDRO MARIA MASTROMATTEO
19 maggio 2007, ore 18.30
Santuario “San Francesco Antonio Fasani” Lucera (Fg)
Per le mani di S. E. Mons. FRANCESCO ZERRILLO
Fr. MIMMO ANTONIO SCARDIGNO
26 maggio 2007, ore 18.00
Parrocchia “Sant'Antonio di Padova”- Campobasso
Per le mani di S. E. Mons. ARMANDO DINI
Fr. GIUSEPPE MARIA DIMAGGIO
16 giugno 2007, ore 19.00
Cattedrale“Santa Maria Maggiore” - Barletta
Per le mani di S. E. Mons. MICHELE SECCIA
Rendiamo Grazie all'Onnipotente, Santissimo, Altissimo e Sommo Dio per il Dono del Presbiterato
34
50° di Sacerdozio
Vita
SFOdi famiglia
24 Marzo 2007
di P. Angelico Pilla e P. Bernardino Cataneo
Ischitella - Fg
Tabga-Israele
Frati Minori Under Ten dell'Italia Meridionale
Santuario di Stignano 10 • 14 Aprile 2007 • dal Documento finale
Dal 10 al 14 Aprile 2007 noi frati minori
Under Ten dell'Italia Meridionale ci siamo
riuniti presso l'Oasi di Spiritualità Francescana "Santa Maria di Stignano" in San
Marco in Lamis (Fg), per vivere il secondo
incontro interprovinciale proseguo di
quel percorso comune di approfondimento e di scambio iniziato lo scorso anno
nell'incontro di Palermo.
Eravamo circa quarantacinque frati. Il
tema sul quale ci siamo confrontati è
stato il seguente: "La Parola di Dio: una
provocazione grande e incredibile per un
annuncio autentico alla nostra gente".
Ci hanno accompagnato nel cammino il
biblista p. Ernesto della Corte, che ci ha
presentato con maestria un approfondimento sul cammino del discepolato nei
Vangeli di Marco e Luca, e fra Giacomo
Bini che ha tracciato con sapiente audacia
le linee fondamentali per un annuncio
da frati minori e per un progetto comune
di evangelizzazione fra tradizione ed
innovazione.
Dal confronto fraterno sono scaturite le
seguenti proposte:
- Continuare l'incontro annuale dei frati
Under Ten dell'Italia Merid.;
- Estendere la partecipazione ai Moderatori Fo.Pe., ai Responsabili Under Ten e,
almeno per un giorno, ai Ministri Provinciali del Sud-Italia;
- Avere...un momento di verifica, prevedendo la presenza di un Definitore Gen.
e/o del Segretario Gen. della Formazione
e Studi;
- Proporre a tutti i frati Under Ten
l'invito della provincia Spagnola
ofm a prestare collaborazione
nell'accolgienza dei pellegrini
che giungono a Santiago de
Compostela nel periodo Giugnosettembre 2007;
- Proporre un'esperienza di una
settimana di evangelizzazione
(preferibilmente in estate)
conseguenziale all'incontro
formativo di Aprile.
Auspichiamo che questo cammino continui nella gioia di saperci ascoltati e
sostenuti. Esprimendo la nostra gratitudine alla Provincia di Puglia e Molise,
che ci ha accolti nella sua terra, auguriamo a tutti voi il dono della Pace.
i frati minori Under Ten
dell'Italia Meridionale
la Reliquia
del Beato Giovanni Duns Scoto
a Castellana Grotte
Il 20 marzo con una concelebrazione
presieduta dal Vescovo, mons. Domenico Padovano, e alla presenza del
Ministro Provinciale, la comunità
francescana e l'intera comunità di Castellana G. ha salutato l'arrivo della reliquia
ex ossibus del Beato Giovanni Duns Scoto
al Santuario di Maria SS. della Vetrana. Un
dono del Postulatore Generale P. Luca De
Rosa a P. Giovanni Lauriola, in segno di
riconoscenza per l'amore al Beato.
35
Vita di famiglia
OFS
Festa della Provincia
e
25°del Postnoviziato di Bitetto
dall'intervento del Ministro provinciale
Fr. PIETRO CARFAGNA
La riapertura del Post-noviziato, oltre che
un vero e proprio atto di fede di qualcuno
che riuscì a vedere oltre, al punto da
anticipare i tempi e di fare scelte che,
forse, rappresentarono in quei tempi un
vero e proprio anticipo dell'attuale movimento di rifondazione della vita consacrata e francescana, è stata veramente
una benedizione per la nostra Provincia
se solo consideriamo che in questi 25
anni abbiamo avuto da questa Casa : 50
professi solenni (quasi il 50% degli attuali
frati della Provincia), di cui 40 sacerdoti,
3 diaconi, prossimi sacerdoti, 7 fratelli;
con la media di 2 all'anno. Anche il Santuario e il culto al Beato Giacomo hanno
avuto un rilancio eccezionale con le Celebrazioni Centenarie, la Ricognizione
del corpo e la ripresa della Causa di canonizzazione.
Voglio ricordare, tra quelli che hanno
contribuito a tutto questo, chi ormai è
in cielo: p. Amedeo Gravina e p. Guido
Laera; e poi i Maestri che in questi anni
hanno accompagnato i nostri giovani: p.
Fulgenzio Corcelli, p. Mario Di Genova,
p. Donato Sardella, p. Vito Dipinto e
l'attuale Maestro p. Giuseppe Capriati.
7 Maggio 2007
Un sentimento speciale di gratitudine
da parte della Provincia va naturalmente
al M.R.P. Leonardo Di Pinto, che ha avuto
un ruolo da protagonista nella ricostituzione del chiericato e nella rinascita di
questo Santuario.
Affido questa Casa ai nostri Santi fondatori - S. Francesco e S. Chiara - e alla
vigile “guardiania” del Beato Giacomo,
perchè possa continuare ad accogliere,
custodire e accompagnare con cura tutti
quei giovani che il Signore ci invia, non
solo perchè con essi ci permette di gioire
per il dono dei fratelli - come diceva San
Francesco nel Testamento - ma soprattutto perchè, forgiati dalla vita esemplare
del Beato, ancora tanti seguaci del Poverello di Assisi, vivendo “la regola e vita
dei frati minori, osservando - cioè - il
Santo Vangelo del Signore nostro Gesù
Cristo”, continuino ad essere nella Chiesa
e nel mondo testimoni di semplicità e
minorità, di pace e bene, nonchè protagonisti della nuova evangelizzazione
attraverso una luminosa
testimonianza di vita
fraterna e francescana.
In attesa della
del Beato Giacomo da Bitetto
Fr. GIUSEPPE TOMIRI
Postulatore Provinciale
Carissimi fratelli e sorelle e devoti del
Beato Giacomo il giorno 3 giugno 2007,
Solennità della Santissima Trinità, alle
ore 10,00, sotto una pioggia battente, il
Santo Padre Benedetto XVI in piazza S.
Pietro ha presieduto all'Eucaristia e ha
proceduto alla Canonizzazione dei Beati:
Giorgio Preca (1880-1962), presbitero,
fondatore della Societas Doctrinæ Christianæ; Szymon z Lipnicy (1435 ca.-1482),
presbitero, dell'Ordine dei Frati Minori;
Karel van Sint Andries Houben (18211893), presbitero, della Congregazione
della Passione di Nostro Signore Gesù
Cristo; Marie Eugénie de Jésus Milleret
(1817-1898), fondatrice dell'Istituto delle
Suore dell'Assunzione. Il Santo Padre
nella sua omelia ci fa fatto comprendere
la solennità odierna invitandoci a farci
avvolgere da questo sommo mistero e
ammirare la gloria di Dio, che si riflette
nella vita dei Santi.
Il mistero della Santissima Trinità, prosegue il papa nella sua omelia, lo contempliamo soprattutto in questi Beati che si
36
propongono ora alla venerazione della
Chiesa universale: Giorgio Preca, Szymon
di Lipnica, Karel van Sint Andries Houben
e Marie Eugénie de Jésus Milleret.
Infatti ogni singolo Santo partecipa della
ricchezza di Cristo ripresa dal Padre e
comunicata a tempo opportuno. È sempre
la stessa santità di Gesù, è sempre Lui, il
"Santo", che lo Spirito plasma nelle "anime sante", formando gli amici di Gesù.
Quindi le parole del Papa sono di grande
conforto per tutta la nostra Provincia
religiosa e per tutti i devoti del Beato
Giacomo, contemporaneo di Szymon z
Lipnicy frate minore di Cracovia in Polonia, un presbitero francescano che ha
soccorso gli appestati del suo paese. Che
strana coincidenza. Anche il Beato Giacomo si è prodigato nell'assistere in modo
infaticabile durante la peste del 1483 gli
appestati del suo paese e nelle terribili
estati di siccità, quando, attingendo acqua
dalle cisterne del convento, la distribuiva
alla gente che premeva alla porta del
convento.
La mia speranza
come quella vostra è
di vedere il Beato Giacomo
da Bitetto alla venerazione della Chiesa
universale perché i fedeli possono avere
un altro esempio da imitare per seguire
il Signore Nostro Gesù Cristo, il Santo
per eccellenza. Quindi pregate perché
ciò avvenga al più presto possibile.
Libreria
SFO
E’ stato presentato sabato 14 aprile dalla Fraternità Ofs San Matteo in San Marco in Lamis
Il titolo dell'opera Come ce 'mpizza la
cèreva [Come s'accosta la cerva] richiama
l'incipit del salmo 41. Suo autore è Luigi
Ianzano, che della Fraternità è consigliere
e maestro di formazione; già presidente
regionale Gifra, è professo dal 1999.
La pubblica presentazione è avvenuta nella
cornice del suggestivo auditorium della
biblioteca del Santuario di San Matteo, che
ha contenuto a fatica l'afflusso degli intervenuti, ed è ruotata attorno alle declamazioni della dr.ssa Daniela Pirro, accompagnate dalle esecuzioni musicali del maestro
violinista Maria Villani e dalle proiezioni
curate da Antonio Limo. Il prof. Gian Pasquale La Riccia, novizio Ofs, ha coordinato
la serata oltre che analizzato linguisticamente l'ode di Luigi. Il padre guardiano fr.
Gabriele Fania e il Vice Sindaco dr. Giuseppe Villani hanno introdotto la serata, che
si è chiusa con gli interventi del prof. Michele Coco (autore e critico letterario) e
Mons. Donato Coco, già vicario episcopale
nella Diocesi di Foggia-Bovino. Tutti i presenti si sono poi spostati nel refettorio del
convento per un momento di fraternità.
Luigi, come è nata l'idea di un inno di lode
a Dio?
Il leit motiv è la meraviglia per ciò che il
Signore opera fuori e dentro di me. Da ciò
è scaturito questo lungo salmo ispirato principalmente alla Sacra Scrittura, ma anche
ai Padri della Chiesa, ai documenti del Magistero, a opere varie che più hanno lasciato
il segno nel mio itinerario di fede. Si toccano
i grandi temi (giubilo, pace e ricchezza interiori, prova, amore coniugale, Eucarestia,
Parola, carità, speranza) per finire con una
toccante apoteosi della Vergine.
Perché in dialetto? Non parrebbe indecoroso per una preghiera?
Va detto che noi garganici siamo molto
legati ai nostri idiomi, comunque non li
consideriamo populistici e di basso macello,
li usiamo quotidianamente e confidenzialmente. Perciò parlare a Dio nella lingua
materna significa parlargli a quattr'occhi
in intimità, come si conviene tra padre e
figlio: col mio Abbà ho tolto di mezzo ogni
minimo formalismo. Ne è scaturito un
tributo di riconoscenza così limpido e disarmante che non credo riuscirò in futuro
a scrivere di meglio, se Lui stesso mi darà
la possibilità di continuare a coltivare questa
passione.
Sembra dunque che tu preferisca la lingua
locale all'italiano.
Sicuramente sì, per la capacità di essere
più espressiva della lingua nazionale, che
spesso percepisco monotona, poco verace,
culturalmente imposta com'è, poco adatta
alla mia creatività.
Non sei nuovo in fatto di produzione letteraria. Considerata l'età, ho pubblicato abbastanza. L'ultimo lavoro, Tarànta mannannéra [Taranta messaggera], una raccolta di
circa trenta componimenti in vernacolo,
ha avuto notevole successo di critica e
vendite. Vi è contenuta una Prijéra 'ncroce
[Preghiera nella prova], di cui Come ce
'mpizza la cèreva costituisce lo sviluppo: lì
prevale l'esperienza della notte oscura, la
percezione di un Dio lontano; qui la riscoperta della speranza, la presa di coscienza
del valore della prova alla luce della crescita
nella fede, la sicurezza di avere Dio sempre
a fianco, la piena convinzione che Lui basti!
Da ciò scaturisce la lode, e difatti è scaturita…
Vedo una introduzione del Ministro provinciale, e ben due interventi critici.
Sì, Padre Carfagna sa cogliere e porre in
risalto con giusta sensibilità ogni aspetto
di vita delle Fraternità francescane. L'Ofs
di San Matteo ha voluto inserire la pubblica
presentazione del volume nella cornice
dell'VIII centenario della nascita di S. Elisabetta, e il Provinciale ha richiamato “lo
sforzo che tutta la famiglia francescana sta
sviluppando in questi anni nel recuperare
la grazia delle origini”. La prefazione di
don Donato analizza poi l'opera sotto
l'aspetto poetico-religioso, e la postfazione
del preside Coco ne pone in evidenza gli
aspetti linguistici e la collocazione nella
letteratura neodialettale. Questi scritti autorevoli danno lustro al volume, e di certo
ne aumentano il valore.
Il libro, infine, ha una nobile finalità di
beneficenza. Io e mia moglie abbiamo pensato di devolvere il ricavato della vendita
alla Caritas, tolto il grosso delle spese di
pubblicazione. Ho lavorato in Caritas in
qualità di Obiettore di Coscienza, qualche
anno fa, ed ho visto personalmente quanto
può valere un centesimo, e che tipo di bene
esso fa. Il Signore ricompensa per cento
volte chi sa passare intelligentemente dalla
lode alla carità. Chi fa ogni giorno
l'esperienza della grazia, è pronto a confermarlo a chiare lettere!
37
Pianeta Giovani
“i ragazzi del Papa”
STORIE DI UNA
GENERAZIONE
CHE AVANZA
DANIELE VENTURI
Presidente Associazione Nazionale Papaboys
Evidenziare i reali poteri del mondo sulla
mente e sull'azione di noi, giovani
generazioni, è cosa ardua e non sempre
identificabile, soprattutto se valutiamo
che in maniera subliminale e argutissima
' il nemico ' ci prova a corrompere in
tutte le occasioni medie della nostra
giornata. Oggi la notizia che fa più
clamore nel nostro Paese, è che in Italia
si realizza un 'divorzio' ogni 4 minuti,
oppure che un figlio uccide i genitori e
viceversa: diciamo 'grazie!' a chi ha
realizzato questa brutale società, alla
quale si riesce con difficoltà a parlare,
che non ragiona più con il cuore, ma
solamente con l'istinto. Noi non ci
stiamo: poiché non siamo i giovani che
passeranno alla storia come ' il popolo
dei piercing ', poiché non siamo quella
maggioranza di insensibili al bene
comune, poiché abbiamo capito che il
Valore che abbiamo dentro, non ha
38
prezzo. Cari miei, è certo che non siamo
in vendita! Il riscatto per la nostra vita e
la nostra reale libertà, credenti e non
credenti, è stato pagato duemila anni fa
da un ' povero Cristo ' inchiodato su due
pezzi di legno: ma non dobbiamo
piangerci addosso, poiché quella
sofferenza è stata trasformata dalla
Resurrezione e quel dolore, che è il solito
' dolore del mondo ' di oggi, è servito per
sconfiggere la violenza, la cattiveria, la
morte stessa. E' sempre il libero arbitrio
a fregarci? Direi proprio di no, poiché
esso è l'essenza del nostro essere
autonomi, in grado di scegliere da che
parte stare: la Vera Libertà è questa, ed
è l'Unica, ma il mondo non sa più
riconoscerla, troppo preso come è, a
sfruttare i 'numeri', cioè noi stessi, dietro
a quel prodotto da comprare o da vendere.
Ed i giovani? Pedine da muovere alle
quali monopolizzare il cervello attraverso
un martellamento pneumatico di
emozioni forti e sensazioni facili, unite
a molta sensualità e ad una visione
sfrenata del sesso, a tal punto che per
porre rimedio alla prostituzione minorile
in una città come Roma, non si riesce a
trovare più saggia soluzione
dell'installazione di telecamere, così da
aumentare lo spirito di 'grande voyeur'
che ormai ci pervade. Ma qualcuno di
noi se ne è accorto crescendo, ed ha
voluto mettere a disposizione degli altri
la Verità, quella che ci rende liberi. Adesso
più che mai mi vengono in mente le
parole dell'Apostolo Paolo che afferma
in modo categorico: 'Non illudetevi: né
immorali, né idolatri, né adulteri, né
effeminati, né sodomiti, né ladri, né
ubriaconi, né maldicenti, né rapaci
erediteranno il Regno di Dio. ( Cor. 6,910)'. Duemila anni di storia non si
possono cancellare come una mail di
spam dal computer e quella tradizione
cristiana che ha salvato tante nostre
famiglie e tanti di noi, non si può
rinnegare in nome di una società dove,
nonostante tutto, si fa largo - perché
necessita urgentemente - la Storia di una
generazione che avanza.
Dopo quasi venti anni il prossimo
3 - 4 ottobre la Puglia è chiamata di nuovo ad
offrire l'olio per la lampada che è sempre accesa presso la
tomba del Poverello di Assisi, Patrono d'Italia.
Lo faremo insieme a tutta la Chiesa pugliese - i Vescovi sono stati
coinvolti quali primi protagonisti in rappresentanza della Comunità
ecclesiale - ma anche con tutta la società civile: parteciperanno,
infatti, anche il Presidente della Regione, il Sindaco di Bari - che
accenderà personalmente la lampada - i presidenti delle Province
civili e tutti i Sindaci, invitati a rappresentare i loro concittadini.
Si tratta, come si può facilmente considerare, di un evento eccezionale per il francescanesimo pugliese. Siamo, infatti, coinvolti
tutti ad annunciare, animare e organizzare questo evento perché
sia per tanti fedeli e abitanti della nostra Regione un'occasione di
incontro con Francesco, perché contemplando la sua vita, la sua
conversione, la sua capacità a rimettere Cristo e il Vangelo al
centro, si possa risvegliare in essi la fede e la vita cristiana. E' una
occasione e un evento di grazia per attuare e concretizzare quella
nuova evangelizzazione a cui ci richiamano continuamente il Papa
e i Vescovi italiani.
Messaggio dei Vescovi di Puglia
in occasione dell'offerta dell'olio alla Lampada Votiva
in onore di San Francesco d'Assisi Patrono di Italia 3-4 ottobre 2007
“ Il Signore vi dia pace”.
Con questo saluto pasquale, fiorito sulle labbra di San Francesco d'Assisi, Noi,Vescovi di Puglia,
auguriamo salute a voi, sorelle e fratelli carissimi, mentre vi invitiamo a peregrinare con noi
nei giorni 3-4 ottobre 2007 ai luoghi santificati dalla presenza del Poverello di Dio, umile
servo del Signore Gesù e il più piccolo di tutti i fratelli, per amore del Signore.
Ad Assisi, Noi Pastori, insieme con gli Amministratori della Cosa Pubblica, e voi fedeli tutti,
nella tradizionale offerta dell'olio e dell'accensione della Lampada votiva, che notte e giorno
arde sulla Tomba del Santo, intendiamo ringraziare e lodare l'”Altissimo, Onnipotente, bon
Signore”, per aver suscitato in San Francesco il bisogno di intraprendere una vita evangelica,
ponendosi a servizio di Cristo nei poveri e nei diseredati, facendosi egli stesso povero.
La Regione Puglia, raggiungendo Assisi, intende assolvere un debito di riconoscenza verso
San Francesco, “viva immagine del Cristo”. Da giovane, spensierato quale egli fu, sognò le
nostre terre come luogo di conquista e di onori cavallereschi.
Da uomo nuovo, afferrato
da Cristo, soggiornò tra le nostre contrade, predicando l'amore di Dio; unì a sé in comunione
di vita, alcuni nostri figli; e non mancò di visitare il Gargano dove onorò l'Arcangelo Michele.
Da allora, non ha cessato di far risuonare la sua voce attraverso i tanti fratelli e sorelle che,
mossi dal fascino del suo carisma, sono fermento di pace e bene sull'intero territorio pugliese.
E di questo siamo profondamente grati.
Come canta il Sommo Poeta, San Francesco d'Assisi “Altro non è ch'un lume di suo raggio”
(Paradiso XXVI, 33): irradiazione della luce di Cristo. E tale egli fu nei rivolgimenti sociali e
politici, religiosi e morali del suo tempo, contrassegnati da lacerazioni e oscuri progetti di vita.
Più che le sue parole, la sua esistenza fu luce, avendo preso, alla lettera, tutte le parole di
Gesù con il cuore semplice di un bambino, in un intensissimo rapporto di amore con Cristo.
Avendo realizzato in pienezza l'Evangelo attraverso una appassionata adesione e configurazione
a Cristo, Francesco potè denunciare con la sua vita la bramosia delle vanità del mondo e dei
beni terreni, nel generoso esercizio della carità e della povertà, divenendo così per tutti,
luminoso esempio di vita cristiana.
La fioritura di uomini e donne, votati all'amore di Cristo e dei fratelli, suscitata da San
Francesco, attesta che nei momenti più oscuri della storia di ieri e di oggi, il cuore e la pietà
delle persone più umili e più caritatevoli, arrivano a scuotere le coscienze più indurite, avviando
silenziosamente ed efficacemente la ricostruzione sociale, politica, evangelica che in varie
forme emerge dal cuore di tutti.
E' il grande miracolo compiuto ieri da San Francesco tutto serafico in ardore (Paradiso XI,
37) e oggi, da coloro che seguono il suo esempio di vita.
La Regione Puglia, offrendo l'olio per la lampada votiva, frutto della operosità della nostra
gente e della generosità dei nostri campi, vuole esprimere il proprio impegno di altruismo,
solidarietà e accoglienza di uomini e culture, pur nelle difficoltà di un cammino incerto e
faticoso, ma pur sempre carico di attese e di speranze, nell'abbraccio tra i popoli, culture e
religioni differenti.
Francesco, uomo di pace, perché totalmente pacificato e riconciliato con Dio, riaccese la fiamma
della concordia nel cuore degli uomini e delle istituzioni del suo tempo. Voglia ancora oggi
mettere nel cuore di ogni donna e ogni uomo di buona volontà la stessa sua passione per una
rinascita civile e religiosa dell'Italia e della nostra Regione, in un clima di fattiva e operosa
collaborazione.
E' con questa speranza nel cuore che i Vescovi delle Chiese di Puglia, facendo propria la
benedizione data da Francesco a frate Leone, chiedono al Signore che “vi benedica e vi
custodisca! Mostri il Suo volto e abbia di voi misericordia! Volga a voi il Suo sguardo e vi dia
pace”.
I Vescovi di Puglia
Testimoni del Risorto e strumenti della sua Pace
messaggio dei ministri provinciali francescani
Carissime sorelle e carissimi fratelli,
quest'anno le Chiese e le Città di Puglia, con e a nome di tutti i Comuni d'Italia, offriranno
l'olio per la lampada che arde accanto al sepolcro di san Francesco d'Assisi, patrono d'Italia.
La coincidenza dell'ottavo centenario della conversione di S. Francesco (1206) è occasione
per riscoprire le ragioni della santità di Francesco d'Assisi e per esprimere la gratitudine
dell'intera Regione, attraverso il pellegrinaggio e l'offerta dell'olio della nostra terra, a Colui,
che è motivo di speranza e strumento di pace per i cristiani, i credenti di ogni religione e
anche i non credenti.
Noi, Ministri Provinciali del Primo Ordine Francescano della Puglia, desideriamo condividere
con tutti i cittadini della Regione la bellezza di tale avvenimento e invitare a prepararsi
all'evento, risvegliando la SPERANZA nel cuore di ogni uomo di buona volontà.
Francesco d'Assisi, da giovane cavaliere, aveva un sogno: venire in Puglia per coprirsi di
gloria. Il suo sogno fu interrotto a Spoleto dalle ispirazioni del Signore; in Puglia Egli venne
successivamente come pellegrino al santuario dell'arcangelo Michele. Il seme della predicazione
del Vangelo da parte di S. Francesco si radicò nella nostra terra al punto da produrre una
fioritura di santità francescana.
Come non vedere nell'esperienza di vita santa francescana di S. Egidio da Taranto, S. Lorenzo
da Brindisi, S. Giuseppe da Copertino, S. Francesco Antonio Fasani di Lucera, S. Giacomo
da Bitetto, Beato Antonio Lucci da Bovino e tanti altri… fino a S. Pio da Pietrelcina dei
nostri giorni, la realizzazione del sogno di S. Francesco? Possiamo dire dunque, che la
Puglia è terra francescana, saldamente ancorata alla vocazione alla pace e aperta all'accoglienza
e al dialogo con gli uomini di ogni lingua, religione e nazione.
Proponiamo di prepararci all'offerta dell'olio della lampada di san Francesco con lo sguardo
della Chiesa italiana che, nel Convegno di Verona, ha annunciato Gesù risorto, speranza del
mondo e chiamando i cristiani che sono in Italia, ad impegnarsi nei cinque ambiti della vita
affettiva, della fragilità, della tradizione, del lavoro e della festa, della cittadinanza. È
importante osservare come il santo di Assisi sia un testimone esemplare in un ognuno di
tali ambiti.
La sua affettività si è tradotta nella scelta della fraternitas, alla quale egli addita come
modello di carità vicendevole quello sommo della madre, «poiché se la madre nutre e ama
il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello
spirituale?» (cf. Rb 6,8: FF 91).
Il santo di Assisi è entrato nella realtà della fragilità, sperimentandola appieno e integrandola
nella propria vocazione. Proprio il desiderio di condividere la fragilità umana suscita in lui
la scelta della minorità. Ai frati, infatti, insegna che «devono essere lieti quando vivono tra
persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i
mendicanti lungo la strada» (Rnb 9,2: FF 30).
San Francesco, ancora, appartiene alla nostra tradizione, sia ecclesiale che civile. Come si
potrebbe descrivere l'identità ecclesiale e civile dell'Italia e dell'Europa senza mettervi al
cuore la presenza di Francesco e della sua fraternità? Lo stesso Papa Benedetto XVI,
commentando tempo fa il salmo 121, ha esclamato: «Tutti abbiamo un po' un'anima
francescana!», a riconoscimento della vicinanza del francescanesimo alle nostre radici
cristiane dell'Europa, e della sua appartenenza alla spiritualità di tutta la Chiesa.
Importante è la lezione di san Francesco sul lavoro e sulla festa. Ai suoi frati, nella Regola,
illustra la «grazia» del lavoro e a questa dedica un apposito capitolo (cf. Rb 4: FF 88). Nel
Testamento ricorda di aver sempre lavorato con le proprie mani (cf. FF 119). Ma non
apprezza la formica, in quanto lavora senza sosta, provando simpatia piuttosto per la cicala,
che sa cantare a lode di Dio (cf. FF 757).
Infine, il primato di Dio nella sua vita non lo distacca dei suoi contemporanei, ma lo spinge
all'esercizio della cittadinanza, anche verso le istituzioni. Progetta di rivolgersi all'imperatore
Federico II, scrive una lettera ai reggitori dei popoli (cf. FF 210-213), e mai smette di
interessarsi alle vicende della propria città. È per questa passione civile che compone la
strofa del perdono nel Cantico, e manda i suoi frati a cantarla nella piazza di Assisi, con
l'intento riappacificare tra loro il Vescovo e il Podestà (cf.. FF 263).
Ma qual è la radice della perenne attualità di san Francesco? Certamente, la scelta di mettere
il Signore Gesù al centro della sua vita dall'inizio alla fine.
Per tutti noi francescani di Puglia, l'offerta dell'olio della lampada sia dunque l'occasione
di riscoprire la nostra vocazione come una conversione ininterrotta alla centralità del Signore
Gesù, per essere nella nostra bellissima terra, testimoni del Risorto e strumenti della sua
pace.
Ministri Provinciali francescani di Puglia
39
Info: 080.5288460
www.pugliassisi.it
olen
Programma S
3 OTTOBRE
ASSISI - Santa Maria degli Angeli
ORE 16.30
Piazza Garibaldi - Palazzo Capitano del Perdono. Incontro tra le
Autorità e le Delegazioni della Regione Puglia con la Municipalità
di Assisi.
ORE 17.00
Corteo da Piazza Garibaldi alla Basilica di Santa Maria degli Angeli.
ORE 17.30
Basilica della Porziuncola. Accoglienza delle Autorità da parte di
P. Alfredo Bucaioni, Custode del Convento di S.Maria degli Angeli
in Porziuncola.
Solenne Commemorazione del TRANSITO DI SAN FRANCESCO.
Presiede S. Ecc.za Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di BariBitonto.
Offerta di doni da parte del Sindaco di Assisi e delle Autorità
Istituzionali della Puglia.
i
Assis
n
i
i
n
razio
n i C e le b
ORE 21.00
Veglia di Preghiera presieduta dal Ministro Generale dell’Ordine
dei Frati Minori Cappuccini.
4 OTTOBRE
ASSISI - Piazza del Comune
ORE 8.30
Palazzo Municipale - Sala della Conciliazione. Incontro tra le
Autorità e le Delegazioni della Regione Puglia, delle Province e
dei Comuni di Puglia con la Municipalità di Assisi.
Saluti dei Sindaci di Assisi e di Bari.
ORE 9.00
Partenza del Corteo Civile dalla Piazza del Comune per la Basilica
di San Francesco.
Ogni Istituzione partecipa con il proprio Gonfalone.
ORE 9.30
Basilica Superiore
Accoglienza delle Autorità da parte di P. Vincenzo Coli, Custode
del Sacro Convento.
DIRETTA TELEVISIVA SU RAIUNO
ORE 10,00
Solenne Concelebrazione in Cappella papale presieduta da S.
Ecc.za Mons. Cosmo Francesco Ruppi, Arcivescovo di Lecce e
Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese.
Il Sindaco di Bari Michele Emiliano riaccenderà la LAMPADA
VOTIVA dei Comuni Italiani con l'olio offerto dalla Puglia.
Partecipa il Presidente del Consiglio dei Ministri o un suo delegato.
ORE 11.30
Loggia del Sacro Convento
Saluto del Ministro Generale dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali.
Saluto del Presidente della Regione Puglia, On. Nichi Vendola.
Messaggio all'Italia del Presidente del Consiglio dei Ministri o suo
delegato.
ORE 16.00
Basilica Inferiore di San Francesco.
Vespri Pontificali in Cappella Papale.
ORE 16.45
Corteo religioso con la partecipazione delle Autorità della Puglia
e di Assisi dalla Basilica Inferiore alla Piazza Superiore, da dove
sarà impartita la benedizione all'Italia e al mondo con l'AUTOGRAFO
DELLA BENEDIZIONE DI SAN FRANCESCO.
In caso di mancato recapito, rispedire al mittente, che si impegna a pagare quanto dovuto per legge. Grazie!
Curia Provinciale OFM - Convento San Pasquale - 71100 Foggia
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Numero Giugno 2007 del 01.06.2007