Ascolta la Parola
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la Parola
Una lettera d’amore
per gli abitanti della terra
a cura di Giuseppe Marrazzo
EDIZIONI ADV
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Segni dei tempi, anno LI, n. 1/2004
Pubblicazione semestrale già registrata presso
il tribunale di Firenze n. 837 del 12/02/1954.
In fase di registrazione presso il tribunale di Roma
Coordinatore: Giuseppe Marrazzo
Redazione: Maurizio Caracciolo
Grafica di copertina: Valeria Rizzo
Impaginazione: Enza Laterza
Editore: Edizioni ADV dell’Ente Patrimoniale U.I.C.C.A.
Falciani, Impruneta FI
Tel. 55/2326291 Fax 55/2326241
Sito: www.edizioniadv.it; E-mail: [email protected]
Stampatore: Legoprint SpA - Lavis TN
ISBN 88-7659-151-6
Direttore responsabile: Franco Evangelisti
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© 2004 Edizioni ADV dell’Ente Patrimoniale U.I.C.C.A.
Tutti i diritti sono riservati all’editore. La riproduzione in qualsiasi forma, intera o parziale è vietata in italiano e in ogni altra lingua. I diritti sono riservati in tutto il mondo.
I testi biblici riportati, salvo diversa indicazione, sono tratti dalla versione Nuova Riveduta, 1994 Società Biblica di Ginevra, CH 1211 Ginevra (Svizzera). Questa versione
traduce il tetragramma ebraico YHWH con SIGNORE in maiuscoletto per distinguerlo
dalla parola Signore che traduce «’adhonai». Là dove ricorre «’adhonai YHWH», l’espressione è stata resa con «il Signore, DIO» per evitare la ripetizione.
Tiratura: 6.000 copie
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PREFAZIONE
La Riforma protestante del XVI secolo ha semplificato e
purificato la religione cristiana, ponendo al centro della
devozione Cristo Gesù e la predicazione della Parola.
La Bibbia ha ritrovato il posto centrale nella vita della chiesa. Di fronte al moltiplicarsi di tradizioni, usanze,
dottrine e riti non sempre vagliati e verificati, i riformatori hanno ritrovato il fondamento della verità nelle
Scritture ed esse sono diventate il solo criterio di fede.
La chiesa non ha il potere di esercitare il suo ministero definendo infallibili le verità della fede o dei dogmi,
ma deve vegliare che la dottrina e l’insegnamento siano
fondati sulla Bibbia.
I credenti di Berea, nell’accogliere con entusiasmo la
predicazione di Paolo, verificarono che il suo messaggio
fosse in armonia con le Scritture. «Or questi erano di
sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica, perché ricevettero la Parola con ogni premura, esaminando ogni
giorno le Scritture per vedere se le cose stavano così»
(Atti 17:11).
Nessun libro è stato amato, odiato, riverito come la
Bibbia. Nel suo nome, uomini e donne sono stati perseguitati. Ha ispirato le più elevate e nobili azioni; ha dato
senso alla malattia e alla guarigione, alla vita e alla morte, al passato e al futuro.
La Bibbia resta un libro unico e la sua unicità non deriva da influssi culturali, politici e filosofici, ma dalla sua
origine: essa è la rivelazione del Padre e di Gesù Cristo,
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il Salvatore del mondo, e contiene un messaggio d’amore per gli uomini di tutti i tempi.
Un proverbio cinese dice: «È meglio accendere una
candela che maledire l’oscurità».
In un contesto di crisi e di conflittualità, i credenti,
con l’aiuto dello Spirito Santo, hanno il compito di riappropriarsi di una predicazione che sappia infondere fiducia, voglia di vivere, capacità di sognare e di immergersi nella vita quotidiana con la consapevolezza che Dio
ci ama. Occorre accendere un lume!
Ascolta la Parola è una presentazione semplice e sistematica delle verità contenute nella Scrittura e un’esortazione a vegliare per non restare esclusi dalla «nuova terra e dal nuovo cielo». Se non vegliamo, il Regno
verrà e non ce ne accorgeremo.
Occorre una conversione completa del cuore e della
coscienza per trasformare un luogo di dolore in una
«porta di speranza», una vita senza senso in una colma
di gioia e con tanta voglia di fare festa.
Nell’ora della fatica, della sonnolenza o in quella dell’addio continueremo ad affidarci alla misericordia e alla grazia del Signore, sapendo di potervi contare.
Gli Editori
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Capitolo 1
CHE COS’È LA BIBBIA?
«Il punto fondamentale da cui deve partire l’esperienza
di una comunità cristiana è la Bibbia. Solo nella Bibbia
Dio ha rivelato il suo carattere, i suoi scopi, il suo piano
per la salvezza dell’uomo. Certo, la natura e la stessa coscienza umana possono fornire delle tracce della presenza del Signore nel mondo, ma per diversi aspetti sono
indicazioni contraddittorie.
La religione cristiana è per definizione una religione
rivelata; essa non è il frutto di una scoperta “interiore”,
ma si basa su una lettera d’amore, a volte scomoda, che
Dio ha indirizzato all’uomo.
Certo, anche nella Bibbia è possibile osservare punti
poco chiari, a volte è necessario inserire questa rivelazione divina nel suo contesto storico. Ma è un dato di
fatto che l’uomo trova in essa il piano di Dio, la consolazione per la sua sofferenza, il coraggio per affrontare
l’oggi, la speranza per un domani migliore. Soprattutto
vi trova l’amore di Dio che più di ogni altra cosa si è concretizzato nell’esperienza di Gesù Cristo, vissuto, morto
e risorto per la salvezza dell’umanità.
La chiesa avventista, come altre denominazioni, accetta la Bibbia nella sua totalità: l’Antico Testamento secondo il canone ebraico e il Nuovo secondo il canone
cristiano» (V. Fantoni e R. Vacca).
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Capitolo 1
1. Che cosa significa la parola «Bibbia»?
Questo termine viene dal greco biblia, che significa «libri». In verità la Bibbia, pur presentandosi come un unico libro, è costituita da una collezione di libri divisi in
due grandi parti, dette Antico Testamento e Nuovo Testamento. Molti di questi «libri», però, non sono tali nel
senso corrente della parola: alcuni sono semplicemente
delle lettere e altri dei messaggi così brevi da potersi copiare in due o tre pagine dattiloscritte.
2. Antico e Nuovo Testamento
L’Antico Testamento raggruppa gli scritti compilati prima della venuta di Gesù Cristo; il Nuovo Testamento
quelli redatti dopo la morte del Salvatore. La parola «Testamento» è usata con il significato di «alleanza» e l’Antico Testamento indica appunto l’insieme degli scritti sacri che si riferiscono all’antica alleanza, quella cioè che
Dio concluse con il popolo d’Israele per mezzo di Mosè.
Il Nuovo Testamento designa invece i libri della nuova
alleanza, quella contratta da Dio con il popolo cristiano
mediante il Figlio suo.
Gli antichi ebrei raggruppavano i libri dell’Antico Testamento in tre grandi classi: la Torah, termine ebraico
che significa «legge» e che comprendeva i primi cinque
libri della Bibbia detti anche Pentateuco; i Nebi’im, ossia
i «Profeti» e i Ketubim, «Scritti», cioè gli altri libri rimasti fuori dalle due precedenti raccolte.
Se si considera il contenuto, i libri si possono raggruppare in:
a. Legali, riguardanti specialmente la legislazione sacra del popolo d’Israele.
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b. Storici, contenenti la narrazione degli avvenimenti
relativi al popolo eletto.
c. Profetici, che trattano delle rivelazioni divine date
ai profeti.
d. Didattici, che contengono specialmente norme pratiche per agire con rettitudine e saggezza.
Per analogia con i libri dell’Antico, anche quelli del
Nuovo Testamento si possono suddividere in libri storici
(i quattro evangeli e gli Atti degli Apostoli), didattici (le
epistole paoline e apostoliche) e profetici (l’Apocalisse).
3. Da chi fu scritta la Bibbia?
La redazione dei libri della Bibbia copre un periodo di
circa 1600 anni. I libri più antichi si ritiene siano stati
scritti da Mosè intorno al 1500 a.C., mentre l’ultimo libro, l’Apocalisse, fu scritto dall’apostolo Giovanni verso
il 96 d.C.
L’Antico Testamento fu redatto originariamente in
ebraico, salvo pochi brani in aramaico, e il Nuovo Testamento in greco. I libri, opuscoli o messaggi come meglio piace chiamarli, sono opera di una quarantina circa
di autori, dei quali Mosè per l’Antico Testamento e Paolo per il Nuovo furono i più fecondi. A Mosè si attribuiscono i primi cinque libri dell’Antico Testamento, e precisamente: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Paolo scrisse la maggior parte delle epistole, o
lettere, contenute nel Nuovo Testamento.
Altri scrittori notevoli furono Davide che scrisse una
gran parte dei salmi; Salomone, a cui sono attribuiti i libri dei Proverbi, dell’Ecclesiaste e del Cantico dei Cantici; Luca, che redasse l’Evangelo omonimo e il libro degli
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Capitolo 1
Atti degli Apostoli, e Giovanni, autore del quarto Evangelo, di tre epistole e dell’Apocalisse.
I numerosi autori biblici rappresentano un’ampia varietà di cultura e di esperienze.
Mosè fu educato in tutta la sapienza degli egizi e
guidò uno dei più imponenti movimenti di emancipazione di tutti i tempi.
Giosué fu il valente condottiero che introdusse Israele nella terra promessa.
Davide cominciò la sua esperienza come pastore e
ascese poi agli onori regali.
Il re Salomone portò Israele alle più alte vette della
gloria e della ricchezza; Daniele fu primo ministro di Babilonia per parecchi anni; Amos era un semplice mandriano; Matteo un esattore delle imposte; Luca un medico; Pietro un pescatore; Paolo un dottore della legge.
Quale moltitudine di uomini per scrivere un libro! E
la cosa più straordinaria è che i loro scritti si fondono in
modo così perfetto che sono rimasti insieme da quasi
duemila anni.
Considerando il luogo dove la Bibbia fu redatta si sa
che alcune sue parti furono scritte nel deserto del Sinai,
altre a Gerusalemme, altre ancora in Babilonia mentre
gli ebrei vi dimoravano in esilio. Diversi dei suoi libri furono scritti in una buia cella di Roma e l’ultimo nell’isola di Patmos, nel Mediterraneo orientale.
Il materiale usato era, evidentemente, quello dell’epoca: papiri, pergamene, pennelli, penne d’oca o d’osso.
Non è straordinario che gli scritti di tanti autori così
diversi, vissuti in luoghi distanti gli uni dagli altri, separati fra loro da secoli e secoli, siano diventati, una volta
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riuniti insieme, il più grande, il più conosciuto e il più
amato libro del mondo?
4. La Bibbia fu ispirata da Dio
Perché la Bibbia è un libro tanto straordinario? La spiegazione va ricercata nel fatto che i libri da cui è composta sono da ritenersi non semplici libri umani, ma «divini», perché furono scritti sotto quella particolare assistenza divina che è chiamata «ispirazione».
L’apostolo Paolo, riferendosi ai libri dell’Antico Testamento, dice infatti in una sua epistola: «Ogni scrittura è
ispirata da Dio» (1 Timoteo 3:16). E l’apostolo Pietro afferma: «Infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà
dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di
Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo» (2 Pietro 1:21).
Oltre duemilacinquecento volte gli scrittori della Bibbia testimoniano che quanto è stato da essi scritto non è
il frutto del loro pensiero, della loro immaginazione, ma
il risultato di ciò che è stato rivelato loro da Dio e ispirato dallo Spirito Santo. E questo affermano con le espressioni seguenti: «E il SIGNORE mi disse: “Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca”» (Geremia 1:9; cfr. 30:2;
Esodo 17:14; Isaia 30:8; 2 Samuele 23:2; Matteo 1:11; Atti 28:25).
Una prova speciale, decisiva per i cristiani, dell’ispirazione divina della Bibbia è la testimonianza data da Gesù Cristo stesso e dagli apostoli. Per essi le Scritture (cioè
l’Antico Testamento perché il Nuovo Testamento era ancora in via di formazione) avevano un’autorità assoluta,
incontestabile: esse non solo contenevano ma erano
realmente «gli oracoli di Dio», «la Parola di Dio».
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Di particolare interesse sono le seguenti dichiarazioni di Gesù Cristo: «Poiché in verità vi dico: finché non
siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto»
(Matteo 5:18); «la Scrittura non può essere annullata»
(Giovanni 10:35).
Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, si può dire
che esso contiene la rivelazione di Dio per eccellenza,
poiché narra la vita, le opere e la predicazione di Gesù,
il Messia, il Figlio di Dio, la «Parola di Dio fatta carne».
Dice l’autore dell’epistola agli Ebrei: «Dio, dopo aver
parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai
padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha
parlato a noi per mezzo del Figlio» (Ebrei 1:1,2).
È quindi ancora Dio che parla anche nel Nuovo Testamento, e gli scrittori dei libri di esso sono pure ispirati. Dice l’apostolo Paolo: «Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da
Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; e noi ne
parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali» (1 Corinzi 2:12,13).
E l’apostolo Giovanni inizia l’Apocalisse, il libro conclusivo dell’intera collezione biblica, con queste parole:
«Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli diede per mostrare ai suoi servi le cose che devono avvenire tra breve, e che
egli ha fatto conoscere mandando il suo angelo al suo servo Giovanni. Egli ha attestato come parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo tutto ciò che ha visto (1:1,2).
Non bisogna tuttavia pensare che gli scrittori biblici
siano stati degli automi o dei semplici amanuensi che
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hanno scritto sotto dettatura! I libri della Bibbia, pur
manifestando una mirabile unità per via del loro autore
principale, Dio, rivelano la diversa personalità dei loro
redattori umani.
Mosè non ha scritto come Samuele, né Isaia come
Michea od Osea. I libri di Geremia, Ezechiele, Daniele e
Giovanni sono lontani dall’avere lo stesso valore letterario. Giacomo, Paolo, Pietro e Marco si esprimono con
stile ben diverso. Dio, per rivelarsi all’umanità, si è servito di uomini ai quali ha fornito il contenuto del messaggio e una speciale assistenza per la stesura di esso, senza però violare la loro libertà e comprimerne o sminuirne la personalità. Ecco perché si dice che una delle particolarità della Bibbia è quella di essere al tempo stesso
parola di Dio e parola dell’uomo.
5. I manoscritti
Esiste oggi qualche manoscritto originale della Bibbia?
No! Nessuno, come non esistono quelli di Omero o di
Pindaro, di Cesare o di Cicerone.
Per quanto ne sappiamo, tutti questi documenti di valore inestimabile sono andati smarriti da lungo tempo. Probabilmente si sono dissolti in polvere già molti secoli fa.
Per fortuna in quei tempi molto lontani, degli uomini
pii ne compresero l’importanza e li copiarono. Poi, con
il passare dei secoli, furono copiati moltissime volte e
oggi, nei grandi musei e nelle biblioteche del mondo, si
conservano in gran numero questi documenti antichi o
parti di essi. Quasi sempre il lavoro di copiatura veniva
eseguito con una cura così meticolosa che le differenze
dovute a errori di trascrizione, differenze rilevabili a un
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confronto tra le copie, sono così lievi da non incidere sul
significato del testo.
È interessante ricordare che intorno all’anno 500 d.C.
un gruppo di sapienti israeliti, i Massoreti, si assunse il
compito di garantire la trasmissione esatta dal testo dell’Antico Testamento alle generazioni future. Questi studiosi stabilirono delle regole precise che tutti i copisti
avrebbero dovuto seguire da quel tempo in poi. Nessuna
parola, nessuna lettera doveva essere scritta a memoria.
L’amanuense doveva considerare attentamente ogni parola, e leggerla ad alta voce prima di trascriverla. Si doveva perfino contare le parole e le lettere di ogni periodo, e se queste non corrispondevano a quelle del testo
che il copista aveva sott’occhio, il lavoro veniva scartato
e si ricominciava daccapo.
Grazie alla preoccupazione degli studiosi moderni di
ricostruire il più fedelmente possibile il testo originale,
ogni manoscritto biblico scoperto nel tempo presente
viene studiato con paziente abilità.
Di qui l’entusiasmo straordinario che suscitò nel 1947
la notizia del ritrovamento di un numero notevole di antichissimi manoscritti in una caverna nei pressi del mar
Morto (rotoli di Qumran). Questo interesse si accrebbe
ancora quando gli studiosi annunciarono che i rotoli di
Isaia e di altri autori dell’Antico Testamento, da poco
scoperti, erano di parecchi secoli più antichi di qualunque manoscritto trovato in precedenza, risalendo probabilmente al secondo secolo a.C.
Quindi i manoscritti più antichi che si conoscono,
cioè le copie di alcuni libri dell’Antico Testamento, risalgono a poco più di un centinaio di anni prima di Cristo.
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Anche del Nuovo Testamento non si conosce alcun
documento originale. L’Evangelo autografo di Giovanni
varrebbe oggigiorno un regno, ma nessuno sa dove sia.
È probabile che sia finito bruciato durante una delle feroci persecuzioni subite dalla chiesa.
Provvidenzialmente dei cristiani devoti fecero numerosissime copie dei libri del Nuovo Testamento, delle
quali circa 4.500 sono custodite nei musei e nelle biblioteche di molti paesi del mondo.
Il più antico manoscritto di tutto il Nuovo Testamento è un minuscolo frammento che si trova nella biblioteca di John Rylands, a Manchester, Inghilterra. Si tratta di un testo incompleto del vangelo di Giovanni (18:3133,37,38), che misura solo cm 6,2x8,7. Fu scritto in Egitto durante la prima metà del secondo secolo, a meno di
cinquant’anni dalla morte dell’autore.
Il Codice Vaticano è probabilmente la più antica copia quasi completa della Bibbia. Il suo nome deriva dal
fatto che il manoscritto è custodito nella Biblioteca Vaticana sin dal 1481. Ben poco si sa della sua storia prima
di questa data, ma gli specialisti ci dicono che esso appartiene alla prima metà del quarto secolo.
Un altro manoscritto di gran valore custodito nel Museo Britannico è il Codice Sinaitico, scoperto nel 1844
dallo studioso tedesco Costantino Tischendorf nel monastero ortodosso di S. Caterina sul monte Sinai. Gli
specialisti lo fanno risalire all’incirca alla metà del quarto secolo, sicché esso ha più o meno la stessa età del Codice Vaticano.
Un terzo manoscritto di notevole pregio, denominato
Codice Alessandrino e custodito anch’esso nel Museo
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Britannico, data dalla prima metà del quinto secolo d.C.
Oltre a questi tre grandi volumi giuntici dai primi secoli, si sono pure conservati centinaia di altri frammenti del Nuovo Testamento d’importanza vitale. Molti di essi sono venuti alla luce negli anni recenti. Ognuno di
questi manoscritti, appena scoperto, è stato studiato criticamente dagli specialisti del Nuovo Testamento, per
poter stabilire un testo greco che rassomigli il più possibile all’originale perduto.
Di conseguenza, sebbene non esista più nessuno degli scritti originali di Mosè, di Davide, di Isaia, di Matteo,
di Marco, di Giovanni, ecc., si può affermare nondimeno con sicurezza che l’attuale testo ebraico dell’Antico
Testamento e quello greco del Nuovo sono tanto accurati quanto hanno potuto renderli uomini dalla più alta
capacità, onestà e devozione.
È interessante notare che per i classici della letteratura l’intervallo di tempo tra la loro redazione e il più antico manoscritto giunto fino a noi è addirittura enorme:
quattordici secoli per le tragedie di Sofocle, altrettanti
per Eschilo, Aristofane e Tucidide, sedici per Euripide e
Catullo, tredici per Platone, dodici per Demostene!
6. Suddivisione in capitoli e versetti
Al principio del secolo XIII, ogni libro della Bibbia fu
suddiviso in capitoli, di lunghezza pressappoco uguale,
da Stefano Langton, professore dell’Università di Parigi.
I capitoli furono poi suddivisi a loro volta in brevi frasi, chiamate «versetti» dall’editore Roberto Estienne,
quando pubblicò la Bibbia nel 1551.
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Queste suddivisioni hanno un valore esclusivamente
pratico e insieme all’indicazione del titolo del libro servono a facilitare il ritrovamento del passo o del brano
che si vuol citare.
Ecco alcuni esempi tipici di citazioni:
a. Se si trova scritto: Genesi 1:5, vuol dire che si cita il
libro della Genesi (il primo libro della Bibbia) e precisamente il primo capitolo e il quinto versetto. Cioè la prima indicazione riguarda il titolo del libro, il primo numero indica il capitolo e quello che viene dopo i due
punti indica il versetto.
b. Con Isaia 20:7-12, si indica invece il libro del profeta Isaia, capitolo 20, dal versetto 7 al versetto 12 compresi. Il trattino, sta a indicare «dal versetto… al versetto».
c. Con Apocalisse 5:1,5,7 si intende il libro dell’Apocalisse, capitolo quinto, versetti 1,5 e 7. La virgola segna
il distacco tra i versetti citati.
Conclusione
La Bibbia è il libro più tradotto e più venduto nel mondo. Nessun altro libro è stato amato, letto, studiato come
la Bibbia. Il messaggio che contiene è universale; ogni
uomo, credente e non, dell’emisfero nord o dell’emisfero
sud ha l’impegno morale di confrontarsi con la Scrittura, vero patrimonio dell’umanità.
La Bibbia è il documento fondamentale per una riflessione di fede in vista della fede dei suoi lettori. «Chi
ignora le Scritture, ignora la forza di Dio e la sua esperienza» (Girolamo).
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Capitolo 2
IL MISTERO DELLA TRINITÀ
Il termine trinità non è di origine biblica. Ma si è ritenuto che questa parola fosse la migliore possibile per far riferimento al Dio unico, che ha rivelato se stesso nelle
Scritture quale Padre, Figlio e Spirito Santo.
Questo concetto suggerisce l’idea che all’interno dell’essenza unica della divinità, dobbiamo distinguere tre
persone che non sono tre parti, o tre espressioni di Dio,
bensì tre persone distinte e coeterne.
Alcuni avranno la tendenza a opporsi a questa dottrina in quanto non è espressamente enunciata nelle Scritture. Ma benché possa apparire a prima vista contraddittoria, occorre non rifiutarla in partenza, con il pretesto che non ha senso, perché senza di essa molte affermazioni bibliche perderebbero di significato.
Una rivelazione ancora velata
Il contributo essenziale dell’Antico Testamento alla dottrina della trinità è la sua insistenza sull’unicità di Dio.
Dio non è uno tra i tanti (cfr. Esodo 20:2,3). Egli è il solo, l’unico: «Il SIGNORE, il nostro Dio, è l’unico SIGNORE»
(Deuteronomio 6:4).
L’ebraico usa il termine echad per indicare sia il numero cardinale «primo» («primo giorno» Genesi 1:5) sia
un’unità composita, invece per un’unità semplice utiliz16
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za yachid. Per esempio, per descrivere il matrimonio, la
Bibbia dice: «Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne»
(Genesi 2:24). L’espressione «una stessa carne» (lebasar
echad) implica un’unità plurale: i due coniugi sono uniti pur rimanendo personalità distinte.
Tuttavia già nell’Antico Testamento noi troviamo un
insegnamento implicitamente trinitario, come se Dio
preparasse lentamente e progressivamente la via a una
piena rivelazione della sua natura. La dottrina della trinità non è la sola in queste condizioni. Ci sono anche altre verità cristiane importanti, quali la morte sostitutiva
di Cristo o il millennio.
Nonostante si debba fare attenzione a non leggere il
Nuovo nell’Antico Testamento, queste referenze sono
molto più numerose di quanto non sembri a prima vista.
Fin dai primi versetti della Bibbia, Dio e lo Spirito di Dio
appaiono come distinti. Per cui si legge che, quando Dio
creò i cieli e la terra, lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque (Genesi 1:1,2). Si fa allusione ripetutamente allo stesso Spirito di Dio in altri brani dell’Antico Testamento (Genesi 41:38; Esodo 31:3; 1 Samuele
10:10; Isaia 61:1).
Lo Spirito di Dio, o lo Spirito del Signore, dà la vita
(Giobbe 33:4). Ha ispirato Mosè e i profeti (Numeri
11:24; 2 Cronache 15:1), ha spinto persone all’azione
(Giudici 13:25) e ha parlato per mezzo dei profeti (2 Samuele 23:2).
Consideriamo il testo di Isaia 48:16 in cui il Servo del
Signore, il Messia promesso, dichiara: «Avvicinatevi a
me, ascoltate questo: fin dal principio io non ho parlato
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Capitolo 2
in segreto; quando questi fatti avvenivano, io ero presente; ora, il Signore, Dio, mi manda con il suo Spirito».
Qui vengono menzionate tre persone. Il Messia promesso parla del Signore che lo ha mandato e dello Spirito
per il quale è mandato. Si tratta di chiare allusioni - a dispetto di un contesto fortemente monoteista - all’unicità
di Dio, al carattere distinto delle tre persone menzionate e alla complementarietà che esiste tra di loro. Tutto
questo si avvicina molto a un’affermazione trinitaria.
Lo stesso avviene per i frequenti riferimenti «all’angelo del Signore». Dio è presentato come un mediatore divino che appare sotto forma umana e parla faccia a faccia con personaggi dell’Antico Testamento. Per due volte
aiuta e incoraggia Agar (Genesi 16:7-14; 21:17). A due riprese chiama dal cielo Abraamo (Genesi 22:11,15-19). È
l’angelo del Signore che appare a Mosè nel pruno ardente e che identifica se stesso con il Signore (Esodo 3:2-6).
Questo stesso angelo ha protetto Israele nel suo esodo dall’Egitto (Esodo 14:19,20; 13:21). Moltissime volte
in queste narrazioni, l’angelo è chiamato: Signore, benché sia inviato di Dio (Esodo 23:20; 32:34). Si parla di lui
come «del Signore e dell’angelo del Signore». Tutto ciò
suggerisce una volta di più una chiara anticipazione della rivelazione completa della trinità così come si trova
nel Nuovo Testamento, come se questo insegnamento
fosse stato accuratamente tenuto in serbo per essere rivelato a tempo debito.
Dilemma per gli apostoli
Tutto si chiarisce quando si arriva al Nuovo Testamento,
dove sembra che l’incarnazione di Gesù, la crocifissione,
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la risurrezione, la venuta dello Spirito Santo alla Pentecoste - e il suo influsso nella chiesa - abbiano portato gli
apostoli a chiedersi come rendere conto di questi avvenimenti pur mantenendo la fede in un Dio unico. Come
può Dio essere uno e trino? È possibile conciliare sia l’unicità di Dio sia la divinità di Cristo? L’evento Cristo pone una domanda irrisolvibile.
Gli apostoli non pensavano minimamente di contestare la divinità del Padre e la sua personalità (1 Corinzi 1:3;
8:4,6; 15:24; Galati 1:1,3); Gesù stesso li aveva spesso
esortati a sottomettersi al Padre che è nei cieli (Matteo
6:1; 7:11; 18:14; 23:9) e parlava di lui come Dio. In Matteo 6:26 Gesù ricorda a chi lo ascolta che il nostro Padre
celeste nutre gli uccelli del cielo e, al v. 30, che il nostro
Dio riveste l’erba dei campi. Gesù conclude dicendo che
non dobbiamo preoccuparci di quello che mangeremo,
di quello che berremo e di che cosa ci vestiremo, «perché
il vostro Padre celeste sa di che cosa avete bisogno» (vv.
31,32). È evidente che per Gesù, Dio e il «vostro Padre celeste» sono espressioni interscambiabili che descrivono
una persona al di fuori di se stesso.
Per cui Gesù e il Padre sono due persone distinte.
Questo fatto viene sottolineato in diversi brani nei quali
il Signore parla del Padre come di suo Padre (Matteo
7:21; 10:32,33; 11:27; Luca 10:22; 22:29; Giovanni 5:17;
6:32) e si rivolge a lui dicendo semplicemente «Padre»
(cfr. Matteo 11:25,26; Marco 14:36; Luca 22:42; Giovanni 17:1,5,21,24).
Non solo il Padre è chiamato Dio, ma gli attributi che
lo caratterizzano appartengono solo a lui. Egli è santo
(cfr. Giovanni 17:11,25), sovrano (Matteo 6:10; 11:25;
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Luca 10:21), eterno (Giovanni 5:26; 6:57), onnipotente
(Marco 14:36; Apocalisse 3:21), glorioso (Matteo 16:27;
Efesini 1:17) e onnisciente (Matteo 6:8; Marco 13:32; Luca 12:30). Si deve adorare il Padre (Giovanni 4:23; Efesini 3:14). Chi è santo, onnipotente, eterno, glorioso, onnisciente e degno di essere adorato se non Dio stesso?
Non fu però facile per i primi cristiani di origine giudaica riconoscere la divinità di Cristo; tuttavia gli scritti
del Nuovo Testamento confermano questa radicale inversione di marcia, attribuendogli tutti i titoli.
Facendo eco alle rivendicazioni implicite di Gesù alla
divinità (Giovanni 8:58; 17:5; Marco 2:1-12), i primi cristiani parlano di lui come Dio (Tito 2:13; Ebrei 1:8; Romani 9:5) e lo chiamano spesso Signore (Atti 11:16;
19:17; 22:10; Romani 1:4,7; 10:9; Filippesi 4:5), non esitando, all’occasione, a usare superlativi quali: «Il Signore di tutti» (Atti 10:36), «il Signore della gloria» (1 Corinzi 2:8), «Gesù nostro Signore» (1 Corinzi 9:1), «nostro
Signore e Dio» (Apocalisse 4:11), «il Signore dei signori»
(Apocalisse 17:14; 19:16).
Scritto all’incirca sessantacinque anni dopo la risurrezione del Signore, il vangelo di Giovanni inizia con la
seguente affermazione: «La Parola era con Dio, e la Parola era Dio» (1:1). Anche qui, il Figlio è chiaramente distinto dal Padre. Tuttavia esiste tra di loro una stretta comunione, infatti la preposizione greca pros (con) non
esprime solo una prossimità fisica, ma ancor più un’intimità di rapporto tra il Padre e il Figlio.
Questo stesso punto di vista risalta in Filippesi 2:5-11,
dove Paolo descrive Gesù prima della sua incarnazione
come esistente «in forma di Dio» (v. 6). In questo brano,
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l’apostolo utilizza un termine greco che indica la somma
delle caratteristiche che fanno di una cosa ciò che è cioè la «sostanza» - e non semplicemente la forma o l’apparenza esteriore.
Il Cristo è celebrato come eterno (Matteo 28:20; 1
Giovanni 1:2), non creato, nato da nessuno (Giovanni
1:1; Apocalisse 22:13), santo (Ebrei 7:26; 1 Pietro 1:19;
Apocalisse 3:17), immutabile (Ebrei 1:12;13:8), onnipresente (Matteo 28:20; 18:20). Dobbiamo stupircene? Come il Padre, egli è impegnato nelle opere divine della
creazione (Giovanni 3:35; Colossesi 1:16), della provvidenza (Giovanni 3:35; Colossesi 1:17; Ebrei 1:3), del perdono dei peccati (Matteo 9:1-8); Colossesi 3:13) della risurrezione e del giudizio (Matteo 25:31-46; Giovanni
5:19-29; 2 Timoteo 4:1,8), della dissoluzione finale e del
rinnovamento di ogni cosa (Filippesi 3:21; 2 Pietro 3:813; Apocalisse 21:5).
Aggiungiamo che se il Padre è degno di adorazione,
altrettanto lo è Gesù Cristo. «Degno è l’Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la lode», cantano gli
esseri celesti (Apocalisse 5:12). Ed è proprio volontà del
Padre «che tutti onorino il Figlio come onorano il Padre» (Giovanni 5:23). Gli angeli stessi, su richiesta del
Padre, sono chiamati ad adorare Gesù (Ebrei 1:6).
Nei brani menzionati - e in altri ancora - Gesù non è
visto come un semidio, una parte di Dio o come uno simile a Dio ma, nel senso pieno del termine, come vero
Dio. Molto spesso gli autori biblici sottolineano l’unità
essenziale e l’uguaglianza che esistono tra il Padre e il Figlio. Tuttavia, non ci autorizzano a concludere che Dio è
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a volte Padre e a volte Figlio. Sono tutte e due al tempo
stesso uguali e chiaramente distinti.
La misteriosa terza persona
Che ne è dello Spirito Santo? È anch’essa una persona distinta dal Padre e dal Figlio? Senza dubbio il termine Spirito non suggerisce in modo così diretto la nozione di personalità come lo fanno le espressioni «Figlio di Dio» o
«Dio Padre». Oltre a ciò, contrariamente al Figlio di Dio,
lo Spirito Santo non è venuto in mezzo a noi come un essere umano. Si può capire perché nel corso della storia, alcuni cristiani abbiano negato la personalità dello Spirito.
Tuttavia non possiamo non rimanere colpiti dall’insegnamento continuo del Nuovo Testamento sulla personalità dello Spirito. Spesso si è detto che questi brani
non erano che semplici personificazioni dello Spirito e
che di conseguenza non implicassero la nozione di personalità. Ma questo genere di spiegazione difficilmente
si armonizza con le affermazioni bibliche. Si noti, per
esempio, che lo Spirito Santo parla di se stesso in prima
persona. Dice a Pietro, parlando dei servitori di Cornelio, «io li ho inviati» (Atti 10:20), e, alla chiesa di Antiochia, a proposito di Paolo e di Barnaba, «io li ho chiamati» (Atti 13:2). Chi, se non una persona, può dire «io»?
D’altronde lo Spirito agisce come solo una persona
può fare: parla (Atti 8:29), insegna (Luca 12:12), attesta
(Atti 20:23), rivela (Luca 2:26), sonda (1 Corinzi 2:10,11),
invia (Atti 13:2), guida, conduce e dirige (Atti 8:29;
11:12), annuncia le cose future (Giovanni 16:13) e testimonia (Romani 8:15,16).
Nell’originale il termine Spirito, pneuma, è gramma22
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ticalmente neutro. In greco, i pronomi che si riferiscono
a un termine neutro sono normalmente anch’essi neutri
(Giovanni 14:17,26; 15:26). Ma quando, a più riprese, si
trovano i pronomi che si riferiscono a pneuma al maschile, si è obbligati a concludere che lo Spirito non è
semplicemente la potenza di Dio o una personificazione
di quest’ultimo, ma che gli apostoli hanno voluto sottolineare la personalità dello Spirito Santo. Ed è quanto è
accaduto molte volte (cfr. Giovanni 14:26; 15:26; 16:13).
Anche in quest’ultimo caso viene descritto non solo come una persona, ma come una persona distinta dal Padre e dal Figlio (Giovanni 14:16,26; 15:26).
Se lo Spirito Santo è una persona, è egli Dio? Sicuramente, almeno agli occhi degli autori del Nuovo Testamento. Non solo è onnisciente (1 Corinzi 2:10,11), ma le
sue opere sono quelle di Dio stesso. Dalle Scritture apprendiamo che è lo Spirito Santo a parlare ai nostri padri per bocca dei profeti (Atti 28:25), che rende testimonianza della verità che è in Cristo (Giovanni 15:26), che
fortifica la fede (1 Corinzi 6:19), che convince il mondo
del giudizio divino (Giovanni 16:8-11), che rigenera o dà
nuova vita (Giovanni 3:8), che santifica (2 Tessalonicesi
2:13; 1 Pietro 1:2) e accorda alla chiesa i doni legati al
ministero (1 Corinzi 12:4-11). È una persona divina.
Su un piano di uguaglianza
Senza la minima esitazione - perché così è stato rivelato
- gli apostoli mettono lo Spirito Santo sullo stesso piano
di uguaglianza del Padre e del Figlio. Non solo il Padre
e il Figlio sono menzionati congiuntamente come degni
di adorazione e d’onore (1 Corinzi 1:3; 2 Tessalonicesi
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1:12; Efesini 5:5; 2 Pietro 1:1), ma altresì lo Spirito Santo è presentato con loro fin dall’origine, fonte stessa della grazia che Dio accorda.
Nei primi scritti di Paolo come negli ultimi, le tre persone sono menzionate insieme come fonti di benedizioni
e di salvezza (cfr. 1 Tessalonicesi 1:2-5; 2 Tessalonicesi
2:13,14; 1 Corinzi 12:4,5; Efesini 2:18; 3:2-6). Questa unione e uguaglianza tra le tre persone della divinità, sono sottolineate nella maniera più esplicita da Paolo: «La grazia
del Signore Gesù Cristo e l’amore di Dio e la comunione
dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Corinzi 13:13).
È anche il punto di vista di Gesù: «Andate dunque e
fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Matteo
28:19). L’importanza eccezionale di questa dichiarazione sta nel fatto che essa afferma in modo impressionante l’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito collegandoli strettamente con l’espressione «nel nome di» (al singolare) pur mettendo l’accento sul loro carattere specifico per mezzo della ripetizione dell’articolo definitivo davanti a ognuno di loro.
Conclusione
Dio è uno. Ci sono tre persone, ma un solo Dio.
Anche se apparentemente contraddittoria, quest’affermazione è tuttavia in armonia con le Scritture, che mostrano poco interesse per le formulazioni puramente speculative sull’unicità di Dio. I numerosi sforzi che sono stati fatti per tentare di spiegare questo concetto hanno portato allo sviluppo delle teorie triteiste e modaliste di Dio (le
triteiste negano l’unità dell’essenza divina, le modaliste ne24
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gano la realtà di tre persone distinte in seno alla divinità).
Tutte le obiezioni razionali e le speculazioni umane si
confondono perché tentano di spiegare il Creatore in termini di creatura e l’unicità di Dio in termini di unità matematica. Mentre i cristiani, basandosi sulla Bibbia, imparano a conoscere Dio così come egli stesso si è rivelato in
essa. Non si stupiscono di fronte a un elemento che rimane un mistero, perché Dio è Dio e noi siamo solo esseri
umani. Noi crediamo, in armonia con le Scritture che Dio
è uno, ma anche che in lui e per l’eternità c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: un solo Dio in tre persone.
La divinità di Gesù, insegnata nel Nuovo Testamento
e proclamata dalla chiesa primitiva, è stata oggetto di disputa teologica per alcuni secoli prima di raggiungere
una parola finale con la confessione di fede di Nicea (nel
325): «Cristo è Unigenito Figlio di Dio [monogenès uiòs],
nato dal Padre prima di tutti i secoli. Dio da Dio, luce da
luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della
stessa sostanza del Padre».
Nel 1530 La confessione augustana manifesta il completo accordo sul decreto del Concilio di Nicea: «… c’è
un’unica essenza divina la quale è chiamata ed è Dio, eterno, incorporeo, indivisibile, d’immensa potenza, sapienza, bontà, creatore e conservatore di tutte le cose visibili e
invisibili; e tuttavia che sono tre le Persone, della medesima essenza e potenza, e coeterne: il Padre, il Figlio e lo
Spirito Santo. E si usa il termine Persona con il significato con cui lo usarono, a questo proposito, i Padri della
chiesa, per indicare non una parte o una qualità inerente
a un altro essere, ma quel che esiste di per sé» (La confessione augustana del 1530, Claudiana, Torino, p. 115).
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Capitolo 3
LA CREAZIONE
«Uno degli attributi fondamentali di Dio in relazione all’uomo e al mondo è quello di “creatore”. Dio è creatore
non solo dell’uomo, ma di tutte le cose: l’universo è la sua
opera. Questo è, per il credente, oggetto primario di fede: “Per fede intendiamo che i mondi sono stati formati
dalla parola di Dio” (Ebrei 11:3).
Tuttavia, secondo la Bibbia, la natura e la ragione offrono ampi indizi della loro origine (e della grandezza
del Dio creatore) a chi si accosta a esse con animo disponibile e senza pregiudizi.
Il racconto della creazione della terra e dell’uomo trova posto nelle prime pagine della Scrittura (cfr. Genesi
capp. 1 e 2), pur con il linguaggio del tempo e in una cornice pedagogica.
La narrazione della Genesi e il quadro complessivo
del messaggio biblico sono in evidente e insanabile antitesi con l’evoluzionismo, un’ideologia che, comunque
adattata, contrasta con alcune verità bibliche essenziali.
Il genere umano è stato fatto da Dio “amministratore” e “guardiano” della creazione: l’attuale situazione di
irrefrenabile degrado del nostro pianeta mostra quanto
l’uomo abbia tradito questo suo elevato compito» (V.
Fantoni e R. Vacca).
Nel dialogo tra scienza e fede, l’ostacolo nell’annun26
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ciare la fede nella creazione è dato dall’atteggiamento
della teologia ufficiale che ha demandato agli studiosi di
scienze naturali il compito di spiegare le origini del
mondo e dell’uomo.
Questi specialisti, basandosi sui presupposti teoretici
della conoscenza scientifica, sono difficilmente in grado
di fornire prove verificabili, anche dai profani, delle loro
affermazioni, lasciando un notevole spazio al dubbio e
all’incertezza. Tuttavia, più il tentativo degli scienziati di
spiegare il mondo è incerto, più la concezione del cosmo, in ambito secolarizzato, diventa una realtà autonoma e autosufficiente.
Le teorie più acclamate per spiegare le origini del cosmo e della vita sono il Big bang, l’esplosione iniziale e
l’espansione progressiva dell’universo, e l’ipotesi di un’evoluzione trasformista (neodarwinismo) che escludono
e contrastano l’insegnamento biblico e non perché il testo sacro debba essere considerato un libro scientifico,
ma perché l’orientamento d’insieme della Bibbia prevede l’intervento di un Dio creatore.
Cercare in tutti i modi di conciliare i dati della scienza
con il testo biblico è un esercizio che può facilmente indurre in errore. La Bibbia non è un libro di informazioni
scientifiche e il tentativo di conciliare le sue affermazioni
con la scienza porta a snaturare l’intenzione stessa degli
autori sacri. L’intenzione del testo della Genesi non è
quella di «informare» ma di «insegnare».
La risposta dell’uomo è la fede: «Per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti» (Ebrei 11:3).
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Capitolo 3
Secondo il prologo del vangelo di Giovanni, non è necessario dimostrare in che cosa si differenzino i racconti
mitologici della creazione e le affermazioni bibliche, perché lo scopo della creazione non prevede la modalità: l’uomo non sa «come» Dio abbia creato. «Nel principio era la
Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era
nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di
lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta»
(Giovanni 1:1-3). «Tu, Signore, nel principio, fondasti la
terra, e i cieli sono opera delle tue mani» (Ebrei 1:10).
Dio creò dal nulla, non fu un demiurgo, come indicano i miti antichi, che trasformava la materia già esistente; non vi è neppure il sospetto che Dio possa confondersi con la materia, un dio panteista. Dio precede la
materia ed è distinto da essa.
La creazione è voluta da Dio
«Nel principio Dio creò cieli e terra» (Genesi 1:1). «Dio
creò»; non c’è nessuna incertezza né ambiguità di alcun
genere; l’atto della creazione è puntuale e definitivo, non
è prolungato nel tempo. Il verbo qui usato corrisponde
al nostro passato remoto e indica un’azione completa e
compiuta in un momento ben determinato.
Il verbo bârâ ha come soggetto esclusivamente Dio
che chiama all’esistenza il mondo e le singole creature.
«Tutte queste cose lodino il nome del SIGNORE, perch’egli comandò, e furono create» (Salmo 148:5).
«Poiché, ecco, egli forma i monti, crea il vento, e fa
conoscere all’uomo il suo pensiero; egli muta l’aurora in
tenebre, e cammina sulle alture della terra. Il suo nome
è il SIGNORE, Dio degli eserciti» (Amos 4:13).
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Dio non ha bisogno né di tempo né di intermediari: è
sufficiente la sua parola per creare. «Dio… chiama all’esistenza le cose che non sono» (Romani 4:17). «Poich’egli parlò, e la cosa fu; egli comandò e la cosa apparve»
(Salmo 33:9).
La creazione appare compiuta e non in divenire. «Infatti così parla il Signore che ha creato i cieli, il Dio che
ha formato la terra, l’ha fatta, l’ha stabilita, non l’ha creata perché rimanesse deserta, ma l’ha formata perché fosse abitata: “Io sono il Signore e non ce n’è alcun altro”»
(Isaia 45:18).
Tutto era «molto buono»
«Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Fu sera, poi fu mattina: sesto giorno» (Genesi
1:31). Dio creò ogni cosa «buona» e «molto buona». Una
valutazione che l’autore della Genesi ripete sette volte
(Genesi 1:4,10,12,18,21,26,31). Una creazione perfetta
contrasta con l’idea del progresso continuo dell’evoluzione trasformista, mito moderno per spiegare le origini
ma che la Bibbia, fin dalle prime pagine, sconfessa.
Dio crea per amore
Nei racconti babilonesi gli dèi, schiacciati da pene e fardelli, creano l’uomo per poter scaricare su di lui i pesi che
gravavano su di loro: essi ne hanno bisogno. Non però il
Dio della Bibbia! Egli non ha bisogno di creare l’uomo:
egli crea in modo libero ed è mosso solo dall’amore. Corre fino in fondo il rischio associato e cioè che la creatura
dotata di libero arbitrio possa anche allontanarsi da lui.
Solo un Dio libero può creare creature libere.
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Capitolo 3
L’uomo, una creatura particolare
«Io ti celebrerò, perchè sono stato fatto in modo stupendo. Meravigliose sono le tue opere e l’anima mia lo sa
molto bene» (Salmo 139:14). «Poi Dio disse: “Facciamo
l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”» (Genesi 1:26). L’uomo come «immagine di Dio» è l’essere libero e responsabile,
vero ambasciatore di Dio che ha il compito di preservare l’ambiente, ma anche di dominare la natura senza deturparla e senza distruggerla. L’uomo è amministratore
di beni non suoi, ma dei quali deve rispondere.
Un mondo sorretto da Dio
«Egli, con la sua potenza, ha fatto la terra; con la sua sapienza ha stabilito fermamente il mondo; con la sua in
ntelligenza ha disteso i cieli» (Geremia
emia 10:12).
).
(
«Ah, Signore, SIGNORE! Ecco, tu hai fatto il cielo e la terra con la tua gran potenza e con il tuo braccio steso; non
c’è nulla di troppo difficile per te» (32:17).
«Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen» (Romani 11:36).
Dio ha creato a partire da «se stesso», dalla sua potenza. Dio è onnipotente e trasforma la sua potenza e la
sua energia in materia. In questo senso ritroviamo la
teoria della relatività di Einstein, ma al contrario: l’uomo
trasforma la materia in energia, ma non può fare il contrario. Dio sì.
«Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono
in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abi30
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ta in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito
dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Egli ha
tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché
abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato
le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo,
come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno
di noi. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: “Poiché siamo
anche sua discendenza”» (Atti 17:24-28).
Nessuna forma di vita si mantiene da se stessa. Nessuno di noi può determinare i suoi giorni, la sua statura;
nessuno può vivere indipendentemente dalle leggi della
vita con le sole proprie forze. Dio non solo crea ma sostiene e mantiene in vita ogni cosa!
«Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. In lui abbiamo
la redenzione, il perdono dei peccati. Egli è l’immagine
del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché
in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e
sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potenze; tutte le cose sono state create per mezzo di
lui e in vista di lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui» (Colossesi 1:13-17).
Gesù è colui che continuamente mantiene la vita con
un piano perfetto. Nulla è stato creato per caso, ma anzi per uno scopo ben preciso, per una vocazione unica e
particolare. Niente vive in autonomia, dissociato dalla
fonte unica della vita. C’è un piano per ogni uomo che si
realizza tramite la comunione con il creatore.
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Capitolo 3
Conclusione
Il messaggio biblico della creazione è in realtà il messaggio del Creatore. La nostra conoscenza e la nostra relazione con la creazione diventano altra cosa se passano
attraverso la conoscenza del Creatore. E poiché si è fatto uomo ed è entrato nella nostra storia, è possibile vivere con lui una relazione personale. Da questa conoscenza procede la vera vita: «Tutto questo allo scopo di
conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui
nella sua morte» (Filippesi 3:10).
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Capitolo 4
UOMO, IMMAGINE DI DIO
«Capire la natura dell’essere umano è fondamentale per
confrontarsi anche con i problemi della storia. Chi è
l’uomo? Una macchina, un elemento produttivo? O semplicemente un animale? La Bibbia ci insegna che l’uomo
è stato fatto a immagine di Dio.
Questa sacralità dell’uomo, che in forma diversa fa
parte anche del patrimonio morale dei non credenti, è
alla base della sua dignità, dell’uguaglianza tra i popoli,
del suo diritto a una vita esuberante. L’idea dell’immagine di Dio, che perdura nell’uomo come marchio indelebile del suo Creatore, è fondamento di tanti atti di solidarietà tra gli uomini: parliamo dei malati, degli handicappati, dei deboli.
È perché l’uomo è a «immagine» di Dio che tanti cristiani si adoperano anche in favore di chi ha sbagliato,
di chi si trova nel vizio, dei tossicodipendenti, degli ammalati di Aids, degli alcolizzati. Ma parlare di “immagine di Dio” non è sufficiente. Ci sono infatti varie teorie
relative alla natura dell’uomo che hanno inciso pesantemente sulla storia e sulla prassi delle chiese cristiane.
Ad esempio, tradizionalmente, l’uomo è stato concepito secondo i criteri ellenistici che vedevano un’anima
immortale imprigionata nel corpo mortale. A ciò era collegata una superiorità dello spirito sulla materia con gra33
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Capitolo 4
vi conseguenze pratiche, come ad esempio la svalutazione di ogni attività corporea. La divisione fra anima e corpo, spirito e materia, ha lasciato delle eredità che pesano ancora oggi: dalla diversa dignità del lavoro (quello
intellettuale più considerato e remunerato), alla catastrofe ecologica, ecc. Ma la concezione biblica è diversa;
l’uomo è un’unità “psicosomatica”, è un’anima vivente
(cfr. Genesi 2:7). Le distinzioni presenti nella Bibbia fra
anima, spirito, corpo, carne, soffio esprimono, nella cultura del tempo, le varie manifestazioni dell’esistenza.
È importante sottolineare tutto ciò per due motivi:
1. che la chiesa deve adoperarsi per l’uomo «nella sua
totalità», deve essere al servizio delle esigenze spirituali,
ma se occorre anche di quelle fisiche, sociali ed educative.
2. per cui una giusta concezione dell’uomo è fondamentale, riguarda il nostro destino dopo la morte. Se
non esiste un’anima immortale, che ne sarà di noi?
Fedele alla tradizione ebraica anche il Nuovo Testamento non parla della sopravvivenza dell’anima, ma di
una risurrezione di ogni uomo alla fine dei tempi. Questa è la promessa di Dio. Le conseguenze dottrinali di
questa visione dell’uomo che la Scrittura presenta e che
la chiesa avventista accetta sono immaginabili: per
esempio essa rende inammissibile il culto dei morti, la
vita dell’aldilà, così com’è concepita da molti cristiani, lo
spiritismo, ecc.
La morte, che lascia l’uomo nell’incoscienza sino alla
risurrezione finale, resta la sua grande nemica e non il
passaporto per un’altra dimensione.
Essa sarà vinta definitivamente al ritorno di Gesù (cfr.
1 Corinzi 15:52-54)» (V. Fantoni e R. Vacca).
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«Poi Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine,
conforme alla nostra somiglianza, e abbia dominio sui
pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su
tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra.
Dio creò l’uomo a immagine di Dio; li creò maschio e
femmina» (Genesi 1:26,27).
1. MODI DIVERSI D’INTERPRETARE
La dottrina dell’imago Dei ha trovato spazio in molti
trattati sull’uomo senza però riuscire a stabilire una concordia sul suo significato. Per Filone di Alessandria, primo filosofo ebreo che cercò una mediazione tra la fede
religiosa e la ragione filosofica, l’immagine di Dio è «una
idea, un genere o un’impronta, è intellegibile, incorporea, né maschio né femmina, immortale per natura».
Nel periodo patristico l’interpretazione «dell’immagine di Dio» si situa su due piani: ontologico e soteriologico (legato alla redenzione).
a. Sul piano ontologico
L’immagine di Dio è la facoltà umana razionale che rispecchia la sapienza di Dio.
Per Clemente Alessandrino l’immagine di Dio consiste nella capacità di fare e di agire in modo simile a quello di Dio. Per Gregorio di Nissa è la libertà dell’uomo, «è
per la libertà che l’uomo è uguale a Dio». Per Agostino,
fondamentalmente seguace di Platone, la somiglianza
dell’uomo con Dio è da ricercarsi nella scintilla divina
dell’immortalità dell’anima e nelle funzioni della mente
umana distinta dal regno animale. «Dobbiamo quindi
coltivare in noi stessi la facoltà per la quale siamo supe35
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riori alle bestie, e rimodellarla in qualche modo… Utilizziamo allora la nostra intelligenza… per giudicare il nostro comportamento» - A. McGrath, Teologica cristiana,
Claudiana, Torino, p. 424.
Tommaso d’Aquino, seguace di Aristotele, ritiene che
il peccato non abbia cancellato l’immagine di Dio, infatti l’uomo continua ad avere l’anima immortale. «La riflessione cristiana sull’uomo fu affascinata dal tema dell’immagine di Dio. La categoria principale dell’antropologia patristica era appunto uno sviluppo speculativo di
tale tema».
b. Sul piano della redenzione
La dottrina della creazione a immagine di Dio è stata vista anche in stretta relazione con la redenzione. Tertulliano e Origene ritenevano che la salvezza elevasse l’uomo alla sua massima pienezza con una relazione perfetta in Dio, lo sviluppo culminante non poteva che essere
l’immortalità. Atanasio insegnava che Dio aveva creato
gli esseri umani dotati della capacità di relazionarsi con
la vita di Dio. La comunione con il Logos divino aveva la
sua massima partecipazione nel giardino dell’Eden, ma
poi le cose si sciuparono. Per lui Adamo ed Eva avrebbero potuto godere una relazione perfetta con Dio.
Per i padri cappadoci l’uomo era esente dalle normali debolezze che in seguito colpirono la natura umana,
per esempio la morte. Cirillo di Gerusalemme riteneva
che Adamo ed Eva non avessero alcuna necessità di perdere lo stato di grazia. Dopo la caduta per scelta volontaria, l’immagine di Dio è stata deturpata, una tara estesa a tutta l’umanità.
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In genere lo sviluppo del tema uomo-immagine di
Dio è fortemente influenzato dal pensiero ellenistico,
che attribuiva all’immagine una sorta di partecipazione
a proprietà ontologiche. Gli studiosi erano preoccupati
di definire le caratteristiche dell’essere, dimenticando
che la Bibbia pone l’uomo più su un piano esistenziale
(dinamico) che su quello ontologico (statico).
2. QUAL È L’INSEGNAMENTO BIBLICO AL RIGUARDO?
a. Una creazione speciale per l’uomo
Dio riserva all’uomo un trattamento speciale: «Facciamo
l’uomo a nostra immagine e somiglianza». Selem e demut sono quasi sinonimi, il primo indica la riproduzione plastica, la statua, e demut invece indica l’aspetto,
l’immagine. Non è pensabile che tale somiglianza possa
esprimersi unicamente sul piano fisico. L’Antico Testamento è dichiaratamente contrario a ogni riproduzione
di Dio; ogni tentativo di riprodurre materialmente l’immagine di Dio espone l’uomo al rischio di confondere la
cosa e l’oggetto con la persona rappresentata. Il prof. Alberto Soggin dichiara: «L’uomo sta a Dio come la copia
sta all’originale. Copia per così dire di autore e quindi
preziosissima, ma sempre e irrimediabilmente inferiore
all’originale, sul piano qualitativo».
b. L’uomo è una creatura
Il primo significato dell’uomo in qualità di immagine di
Dio è insito nel fatto che egli è una creatura.
L’incontro personale dell’uomo con Dio comporta anche l’accettazione del Creatore dell’universo intero e
quindi l’uomo prende consapevolezza del suo stato di
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creatura. Le due cose vanno insieme. L’antropologia biblica si fonda sul legame che unisce l’uomo con Dio e
questo legame è basato sul presupposto di accettare se
stesso come creatura e Dio come creatore.
Non è una questione teoretica, ma fondamentalmente esistenziale. Nel racconto della Genesi tutte le cose
create, luce, astri, mare, terra, vegetazione, animali sono
trattate in modo impersonale, «sia la luce», «produca la
terra…» solo l’uomo diventa l’interlocutore di Dio sulla
terra. Questo è il primo significato dell’uomo biblico;
egli è l’ambasciatore di Dio nei confronti e in rapporto
agli altri esseri che lo circondano.
La dipendenza dell’uomo da Dio non è alienante, scaturisce da una libera scelta e da un rapporto d’amore.
Giobbe, dal profondo del suo dolore e della sua rivolta
contro Dio, lo implora: «Ricordati che mi hai plasmato
come argilla… e tu mi fai ritornare in polvere!» (Giobbe
10:9; 33:6). Il poeta Davide, parlando dell’immensità e
dell’onniscienza di Dio, guarda se stesso e si riconosce
come un essere creato: «Sei tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre. Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo. Meravigliose sono le tue opere e l’anima mia lo sa molto bene» (Salmo 139:13,14).
L’uomo non può trovare in sé la propria ragion d’essere: è una creatura che dipende da Dio. Dio è il sovrano
che crea a partire dalla sua parola (Salmo 33:9), l’uomo
è un’esistenza effimera e bisognosa.
Ma la dipendenza da Dio non va intesa nel rapporto
padrone-schiavo, ma in quello di padre-figlio. Si tratta di
una dipendenza liberatoria, perché libera l’uomo da tut38
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te le altre dipendenze, come per esempio quella dell’uomo dall’uomo.
Davide cantava: «Come un padre è pietoso verso i
suoi figli, così è pietoso il SIGNORE verso quelli che lo temono. Poiché egli conosce la nostra natura; egli si ricorda che siamo polvere» (Salmo 103:13,14).
c. Il ruolo dell’immagine
Il ruolo e la funzione dell’immagine consistono nel rappresentare qualcuno. Nelle province lontane che il monarca non poteva visitare, faceva elevare delle statue della sua effigie e queste statue indicavano la sua reale presenza in mezzo a quel popolo; erano il segno visibile dell’affermazione del suo diritto sovrano. Allo stesso modo
l’uomo è posto sulla terra come immagine di Dio, come
rappresentante del suo governo e come segno della sua
maestà. Nel mondo dei faraoni, dei regnanti, dalla Mesopotamia all’Egitto, solo il re era l’immagine di Dio.
Se nell’Antico Testamento l’uomo tramite l’ubbidienza alla Torah può ripristinare l’immagine di Dio nella
sua vita, nel Nuovo Testamento l’immagine di Dio è Cristo Gesù (Colossesi 1:15 e Ebrei 1:23). Il credente riceve
la grazia, il dono, di diventare partecipe della vera immagine, vivendo la sua vita en to Christos, «in Cristo».
Con Cristo la domanda circa l’uomo trova una risposta
esauriente. Il Figlio dell’uomo si identifica con i malati e
li cura, si occupa dei peccatori, dei disprezzati, di coloro
che sono lontani da Dio. In Cristo le differenze fra gli uomini sono abolite.
Il messaggio di Gesù acquista un respiro universale e
la fede nel Risorto è la risposta al vero problema dell’uo39
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mo. Per Jürgen Moltmann «l’antropologia cristiana è
un’antropologia del crocifisso: è per rapporto al “Figlio
dell’uomo” che l’uomo conosce la sua verità e diventa
autentico».
Solo Cristo è l’immagine di Dio che viene, tramite la
fede, trasferita all’uomo. Tra il corpo attuale e quello rigenerato non c’è soluzione di continuità. La continuità è
assicurata da Dio tramite un miracolo. «La continuità è
creata unicamente da quel Dio che, quale creatore, non
abbandona la propria creatura neppure dopo la caduta,
e tanto meno nel segno della promessa e della grazia. In
tutta la storia, la continuità risulta unicamente dalla fedeltà di Dio, e quindi si manifesta nel miracolo».
La Bibbia non divinizza né disprezza l’uomo, ma
quando Dio creò l’uomo a sua immagine ne fece un essere responsabile e gli affidò una missione. All’uomo e
alla donna Dio ha affidato una duplice missione da realizzare: dominio sul creato e crescita biologica.
Dominio sulla terra
L’uomo ha la responsabilità di gestire la natura, di governare sugli animali. «Dio li benedisse e disse loro: …
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra» (Genesi 1:28).
Grazie alla sua intelligenza, al suo alto livello biologico, l’uomo può organizzarsi, inventare delle tecniche per
governare sul creato e per sviluppare il suo dominio. Si
capisce che il testo biblico non intende sopravvalutare la
natura al punto da farla diventare un idolo da venerare,
né però doveva essere sfruttata, come facciamo noi oggi, al punto da danneggiare seriamente il fragile equili40
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brio dell’ecosistema. L’uomo sta compromettendo il proseguimento della vita per le prossime generazioni. Era
compito dell’uomo costruire, sviluppare, proteggere
l’ambiente naturale dal quale dipende la sua stessa sopravvivenza.
Purtroppo la sua azione non è assimilabile a quella di
un benefattore, ma piuttosto a quella di un despota che
sfrutta il sottosuolo, distrugge la vegetazione, inquina
l’aria e l’acqua. La sua vocazione era tutt’altra; è venuto
meno. Dio aveva «posto ogni cosa sotto i suoi piedi»
(Salmo 8:6), ma l’uomo ha calpestato questo capitale
non suo, lo sta lentamente distruggendo, si prospetta in
futuro una lenta morte per suicidio.
«Crescete e moltiplicate»
Il secondo aspetto della missione affidata all’uomo riguarda la trasmissione della vita che a sua volta ha ricevuto in dono dal Padre suo, Dio stesso.
L’uomo è chiamato a partecipare all’opera creativa
trasmettendo ai suoi figli l’immagine di Dio che egli stesso ha ricevuto e da ora innanzi i figli saranno anche all’immagine dell’uomo. «Nel giorno che Dio creò l’uomo,
lo fece a somiglianza di Dio, li creò maschio e femmina,
li benedisse e diede loro il nome di “uomo”, nel giorno
che furono creati. Adamo visse centotrent’anni, generò
un figlio a sua somiglianza, a sua immagine e lo chiamò
Set» (Genesi 5:1-3).
Fare l’esperienza del genitore significa riscoprire il
senso e il valore dell’individuo. Come il Dio unico crea
un essere unico, così anche l’uomo non clona se stesso,
ma è capace di creatività, di trasmettere l’individualità
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ad altre creature, suoi figli. Il figlio quindi non è la copia
del padre o della madre, ma un essere umano che conserva tutta la sua originalità.
La paternità e la maternità, secondo il piano di Dio,
sono un’esperienza che arricchisce. L’ordine di Dio «crescete e moltiplicate» non è un invito a vivere irresponsabilmente il ruolo del genitore. Il Signore non chiede all’uomo di crescere alla rinfusa, senza criterio.
Permettere ad altre creature di affacciarsi all’esistenza terrena richiede passione, energia, intelligenza. La vera paternità e maternità devono essere responsabili, se
necessario controllate, perché il figlio possa essere accettato, accolto con amore, desiderato.
d. L’uomo in relazione
«Dio creò l’uomo a sua immagine… lo creò maschio e
femmina» (Genesi 1:27). La Bibbia ignora qualsiasi distinzione che possa discriminare gli esseri umani; né la
razza, né la cultura, né il ceto, né l’ideologia, né il sesso
dovranno mai costituire i presupposti per frapporre delle disuguaglianze tra gli esseri umani.
La Scrittura afferma che gli abitanti del pianeta terra
sono fondamentalmente uguali. L’uomo è la donna sono
stati creati all’immagine di Dio. La differenziazione sessuale esiste, ma non per dividere o per rendere superiore l’uomo rispetto alla donna, ma solo perché l’uomo e
la donna scoprano di essere «in relazione con…». Solo
accettando la diversità dell’altro è possibile apprezzare
la bellezza e la gioia del vero amore coniugale. «Il mio
amico è mio, e io sono sua» (Cantico dei Cantici 2:16)
sono due versi che esprimono il senso di appartenenza,
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il bisogno di relazione, il rincorrersi dei cuori e infine l’estasi dell’abbandono nell’altro, senza confondersi, senza
perdersi totalmente, ma continuando a restare «l’altro».
Uguaglianza
Nel mondo antico solo il re possedeva l’immagine di Dio,
solo il faraone era il figlio di Dio e quindi aveva pieni diritti per trattare gli altri come suoi sudditi. La Bibbia allarga questo privilegio a tutto il genere umano, l’umanità
intera è creata a immagine di Dio.
Nel nome di questa fondamentale uguaglianza vengono abbattute le pareti che la mentalità maschilista, presente in tutte le culture, ha eretto fra l’uomo e la donna,
per gettare un’ombra di discriminazione su quest’ultima.
Il disprezzo per la donna non si esprime solamente nel
considerarla un essere di serie b o nel trasformarla in
serva, schiava di un tiranno possessivo; spesse volte il disprezzo ha delle connotazioni più sottili, psicologiche.
Sessualità
La polarità sessuale è strettamente collegata all’immagine di Dio nell’uomo. L’uomo e la donna si cercano e si
amano perché il sesso non è qualcosa di «sporco», d’immorale. Non è neppure un dio esigente. L’amore si esprime attraverso la globalità della persona umana, non solo la sua mente e il suo spirito sono attraversate dalle onde, ma anche il corpo partecipa, senza falsi pudori, senza paura, senza angoscia, senza frustrazioni. L’uomo e la
donna, proprio perché sono stati creati a immagine di
Dio, continuano a rincorrersi e a cercarsi. L’amore è ricerca costante, non è qualcosa di acquisito una volta per
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tutte, ma è una crescita continua che si nutre di piccoli
gesti quotidiani, all’interno del piano di Dio per la coppia umana, per costituire una nuova famiglia, la cellula
vitale per il benessere (o il malessere) della società.
Una sessualità vissuta nel concetto biblico dell’uomo
che è da considerarsi un tutt’uno e nel quale non sussiste il dualismo che nobilita i processi mentali e degrada
tutto ciò che è legato alla corporeità, diventa una benedizione per l’uomo e la donna. «Godi la vita con la moglie che ami, per tutti i giorni della vita della tua vanità,
che Dio ti ha dato sotto il sole» (Ecclesiaste 9:9). «Vivi
lieto con la sposa della tua gioventù» (Proverbi 5:18). «Il
marito renda alla moglie ciò che le è dovuto; lo stesso
faccia la moglie verso il marito» (1 Corinzi 7:3).
L’uomo androgino esiste nella mitologia greca, dominata dalla visione dualista dell’uomo. L’androgino ama se
stesso e vive per se stesso. Il personaggio mitologico che
impersona questo aspetto è Narciso il quale contempla se
stesso con amore. Egli si guarda come se fosse una realtà
diversa, sfuggente, l’essere che si osserva non può mai vedersi completamente come oggetto. L’occhio di chi guarda non può vedersi, perché è il mezzo della visione. Questo concetto apre le porte al dualismo: il soggetto si vede
diviso in due sfere distinte: il mondo interiore e quello
esteriore, l’uomo materiale contrapposto a quello spirituale, l’anima da una parte e il corpo dall’altra. «Per il
pensiero biblico», dichiara Emil Brunner, «l’amore non
significa mai narcisismo o amore di sé, perché l’amore è
sempre comunicazione di sé, volontà di comunità».
L’uomo, in quanto immagine di Dio, significa quindi
che non vive ripiegato su se stesso, ma si apre verso gli
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altri e tale apertura si esprime nell’uguaglianza e nell’amore, compreso quello fisico nell’ambito della coppia.
Tuttavia, il vero amore si esprime solo là dove ci sono la
libertà e la responsabilità.
e. Libertà e responsabilità
La nozione dell’uomo in quanto «immagine di Dio» conduce verso la libertà e la responsabilità. L’uomo deve rispondere delle sue scelte e delle sue mancate scelte. Nell’uomo Dio non cercava il riflesso automatico, non ha
creato un robot né una marionetta, ma una persona in
grado di rispondere al suo appello d’amore. Dio cercava
il riflesso vivente del suo amore, che però può comunicarsi solo là dove c’è piena libertà.
L’uomo creato da Dio, ora deve inventare il suo destino, la sua vita e la sua morte dipendono anche da lui,
dalla sua libera decisione. In mezzo al giardino d’Eden
si trovava «l’albero della vita» (Genesi 2:9), il cui accesso
era affatto libero. Solo in questo modo l’uomo avrebbe
riconosciuto che la vita, la sua vita, dipendeva da qualcosa che non fosse insito in se stesso, ma che veniva dall’esterno. La fonte della vita è Dio stesso; l’uomo è libero
di accettare o rifiutare la dipendenza da lui. Se accetta
diventa suo «figlio», se rifiuta corre il rischio di sentirsi
lui stesso come un «dio».
«Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu
viva tu e la tua discendenza, amando il Signore, il tuo
Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui,
poiché egli è la tua vita e colui che prolunga i tuoi giorni» (Deuteronomio 30:19-20). «Scegli la vita» dice il Si45
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gnore: in questo modo l’uomo è invitato a fare un uso responsabile della sua libertà, dicendogli di sì. Dio ha corso dei rischi grandi nel creare l’uomo libero di scegliere,
ma era questo l’unico modo per garantirgli una dignità
superiore al cane, al gatto, alla scimmia. Molto peggio
sarebbe stato per l’uomo se gli fosse stata sequestrata la
libertà, se fosse stato programmato per fare solo il bene,
un bene non frutto di una libera scelta, di una volontà
che coscientemente accetta lo stato di figliolanza, o il risultato di un rapporto di fiducia e d’amore. Il rischio
sembra che sia stato attenuato dal fatto che Dio creò ogni
cosa «molto buona» (Genesi 1:31).
L’espressione tov meod applicata al creato e quindi anche all’uomo, sta a indicare che, fin dalle origini, l’uomo
non è stato catapultato in un processo evolutivo per migliorare il suo bagaglio genetico e il suo cervello. Alla fine
dell’atto creatore Dio «vide che tutto quello che aveva fatto, era molto buono (tov meod)». Nell’uomo c’era inclinazione verso il bene, l’amore e la pace. L’uomo cercava naturalmente l’amicizia con Dio e Dio alimentava nel cuore
dell’uomo la pianta del bene, in modo che non potesse
mai stancarsi di continuare a rispondere al suo amore. La
libertà dell’uomo, benché sia relativa perché quella assoluta appartiene solo a Dio, è la riprova che l’essere umano non è totalmente determinato e programmato.
f. L’uomo e il sabato
Il primo giorno dell’uomo fu un sabato. «Il settimo giorno Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo
giorno da tutta l’opera che aveva fatta. Dio benedisse il
settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò
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da tutta l’opera che aveva creata e fatta» (Genesi 2:2,3).
Il riposo di Dio della Genesi dimostra che la creazione era «molto buona»; Dio aveva completato l’opera,
non aveva solo fatto la bozza iniziale che il tempo avrebbe poi compiuto attraverso un processo evolutivo. No.
Durante il sabato Dio stesso prende la giusta distanza
dal mondo appena creato per contemplare.
L’uomo, durante il sabato, ricorda il suo stato di creatura, dipendente da Dio e la sua identità consiste nel ricercare la comunione con lui. Il sabato, il settimo giorno, diventa così il giorno dell’incontro con Dio, con i fratelli, con la famiglia e con la natura.
Nel contesto lavorativo contemporaneo il tempo è
stato sacrificato per ottenere un profitto maggiore. Chissà se le tante nevrosi dell’uomo moderno non derivino
anche da una vita convulsa! Il grande successo dei maestri orientali che hanno predicato la meditazione come
terapia mentale forse deriva dal fatto che in occidente il
«riposo» è stato completamente abbandonato.
Conclusione
L’uomo è un essere creato a immagine di Dio e ciò comporta una responsabilità, una missione e una comprensione del senso della vita.
Quest’affermazione ci permette di scoprire la vera
identità dell’essere umano, quella di creatura dipendente
da Dio. La vita presente e futura derivano da una relazione d’amore con lui, basata su verità e ubbidienza. La
creatura dotata di libero arbitrio può amare Dio e, per la
stessa legge di libertà, anche rivoltarglisi contro. Ogni
scelta per l’oggi impegna il presente ma anche il futuro.
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Capitolo 4
«Che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?» - dice il salmista - «tu lo hai fatto solo di poco inferiore a Dio, lo hai
coronato di gloria e d’onore» (Salmo 8:4-6).
Eppure in presenza di tanta ricchezza di senso, di vita realizzata, di felicità, di pace e d’amore è accaduto
qualcosa che ha seminato la diffidenza ed è apparsa
l’ombra della disperazione. Che cosa è successo?
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CRISI D’IDENTITÀ
«Oggi il concetto di “peccato” è sempre più fuori moda.
Recenti statistiche confermano che ben pochi sono i
peccati tradizionali considerati ancora tali. La coscienza
della gente condanna ancora gesti come l’omicidio, il
furto, la menzogna, mentre “riabilita” l’adulterio, la bestemmia, la violazione delle feste e in genere tutto ciò
che non comporta danni immediati alla società.
Cos’è in realtà il peccato?
Per rispondere occorre rifarsi al testo biblico, precisamente ai primi capitoli della Genesi, in cui è descritto
il primo peccato dell’umanità. L’episodio, al di là della
lettera, appare profondamente significativo.
Siamo di fronte a un dramma che, inserito in una cornice pedagogica adatta a ogni tempo, pone alla nostra
attenzione un problema esistenziale molto attuale: chi
deve decidere ciò che è giusto o sbagliato? Chi stabilisce
il codice etico a cui attenersi? L’uomo risponde in modo
chiaro disubbidendo all’ordine divino e affermando così
la propria autonomia, la propria sovranità.
La sfida alla sovranità di Dio s’inserisce, d’altra parte,
in una situazione di ribellione che trascende la terra e
abbraccia l’universo intero. In questo conflitto è presente l’inquietante personaggio di Satana.
Il desiderio di autonomia è il presupposto ideologico
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Capitolo 5
della nostra società: l’uomo vuole liberarsi da un Dio
concepito come un limite alle proprie potenzialità. Egli
vuole una libertà assoluta. Ma per quali mete?
Scopriamo, oggi più di ieri, che la nostra libertà si è
trasformata in arbitrio e le relative conseguenze ricadono pesantemente su di noi. Per esempio, nel suo rapporto con il creato, l’uomo ha aggredito la natura per
sfruttarla senza pudore, ponendo le basi per una prossima distruzione dell’ecosistema mondiale; sul piano etico ha aggredito il fratello, disinteressandosi della sua
sorte, della sua fame, della sua miseria.
Abbiamo pensato di essere “simili agli dèi” e ci ritroviamo, credenti e non, a parlare di una prossima fine del
mondo. In realtà questi gravissimi problemi globali, che
l’umanità affronta per la prima volta in maniera così
drammatica, hanno origine nel peccato di ogni singolo
individuo, nell’egoismo, nella superficialità, nel desiderio di potere, nel clima di sospetto e di critica, in cui
ognuno di noi è inserito.
La vita senza Dio appare a molti senza un preciso significato. Occorre una svolta: diversi avvertono confusamente questo bisogno, ma cercano ancora delle soluzioni all’interno della logica umana. C’è bisogno invece di
un atto di umiltà: come cristiani crediamo che il sovrano del mondo non sia l’uomo ma Dio.
Ci siamo smarriti lungo la strada, ma il Signore non
ci ha persi di vista. Abbiamo fallito, abbiamo dilapidato
le nostre risorse fisiche e morali, ma Dio desidera strapparci da questa situazione senza uscita, per la quale ha
previsto una via di salvezza: il suo meraviglioso perdono» (V. Fantoni e R. Vacca).
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In ogni tempo l’umanità ha sperimentato, suo malgrado, la triste realtà del dolore, della malattia, della
morte e di ogni altra perturbazione fisica e morale, giungendo così a una scoperta terribile, quella del «male».
Il problema del male è trattato a fondo nella Bibbia;
anzi, l’intera Scrittura è una descrizione drammatica
della vicenda umana, vista come tremendo conflitto tra
il bene e il male. Questo conflitto, che ha avuto un inizio, avrà pure una fine: il bene trionferà e il male sarà
annientato.
1. Origine del male
La Bibbia non spiega l’origine del male, ne constata la
presenza. Il male è inspiegabile, irrazionale e ingiustificato, se lo si spiega diventa comprensibile alla ragione.
Da vari passi biblici si può ricavare che il male è stato introdotto nell’universo da Satana e dai suoi accoliti.
Alcuni potranno sorprendersi nell’udir parlare di Satana come di un essere e non di un principio. Ma la
Scrittura non lascia dubbi circa la concreta esistenza del
maligno. Gesù stesso lo ha chiaramente affermato: «Io
vedevo Satana cadere dal cielo come folgore» (Luca
10:18); «egli è stato omicida fin dal principio e non si è
attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando
dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e
padre della menzogna» (Giovanni 8:44).
Altrove Satana è descritto come un angelo, decaduto,
diventato «il nemico di ogni giustizia», «l’ingannatore»,
«colui che seduce tutto il mondo», «il tentatore», «colui
che esercita la potenza delle tenebre», in breve il nemico
di Dio e degli uomini.
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Capitolo 5
Però la Scrittura, pur soffermandosi sull’esistenza e
sull’azione nefasta di Satana, non dice chiaramente in
che modo egli sia decaduto dalla sua eccelsa condizione
primitiva. Quello che essa ribadisce con sicurezza è che
il maligno ha iniziato un tempo la sua offensiva contro
Dio; un conflitto che ha proseguito e prosegue anche
contro l’uomo, con grande spiegamento di forze.
Ma la sua azione avrà un termine: la sua fine, insieme
con quella degli altri angeli ribelli, è segnata, come afferma Giuda: «Egli ha pure custodito nelle tenebre e in
catene eterne, per il gran giorno del giudizio, gli angeli
che non conservarono la loro dignità e abbandonarono
la loro dimora» (v. 6).
2. L’uomo nell’Eden
Vediamo ora com’ è avvenuto, secondo la Bibbia, il primo contatto tra l’uomo e il male. L’uomo era il capolavoro della creazione. Ne era anche il re, sebbene non in
senso assoluto.
Egli era libero nella sua volontà, ma se si fosse servito della sua libertà per agire contrariamente al volere del
Creatore sarebbe caduto nel male, perché tutto ciò che
non è conforme alla volontà di Dio è male. La felicità
presente e futura dell’uomo dipendeva, dunque, dall’armonia della sua volontà con quella di Dio. Questi l’aveva creato appunto per la felicità e perciò l’aveva avvertito di non gustare dell’albero della conoscenza del bene e
del male, gli aveva cioè detto di non violare le prescrizioni che egli, suo Creatore, gli aveva date per il bene suo
e dei suoi discendenti.
Adamo ed Eva si trovavano così, proprio perché libe52
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ri, dinanzi a due vie: la via del bene o dell’armonia con
Dio, e quella del male o dell’opposizione a Dio: garanzia
di felicità e di vita la prima, certezza di dolore e di morte la seconda.
3. Tentazione e caduta
Purtroppo i nostri progenitori non vollero seguire la via
del bene, e agirono contrariamente al volere di Dio.
L’occasione della caduta fu offerta da Satana. Questi,
presentandosi in veste innocua, abilmente tentò di
confondere la donna mescolando parole di Dio e parole
sue, sino a giungere ad affermare esattamente il contrario di quello che Dio aveva detto! Infatti, mentre il Signore aveva avvertito la prima coppia umana che la conseguenza inevitabile della violazione del suo divieto sarebbe stata la morte, Satana pretese che non sarebbe
stato così. E la trasgressione fu da lui presentata nella veste più seducente: nella mistificazione del maligno, la
conoscenza del bene e del male veniva mostrata come
degna di essere ambita e sperimentata e tale da rendere
intelligenti, anzi pari alla divinità. «... Sarete come Dio,
avendo la conoscenza del bene e del male» (Genesi 3:5)
fu la conclusione del diabolico discorso.
La donna, e poi l’uomo, credendo non più a Dio ma a Satana, dettero ascolto alle insinuazioni di questo e vollero
sperimentare tale conoscenza.
Così il male, che Dio intendeva fosse ignorato dagli uomini, entrò in questo mondo, attraverso una breccia che
andò sempre più allargandosi. L’umanità stava per essere lasciata in balia di Satana, dell’usurpatore, che poteva
ormai fregiarsi del titolo di «Principe di questo mondo».
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4. Conseguenze di una scelta sbagliata
Disastrose furono le conseguenze della caduta e noi, purtroppo, continuiamo a risentirne gli effetti dolorosi.
Adamo e Eva, vendutisi al loro nuovo padrone, ne erano ormai gli schiavi, e non avevano più il diritto di rimanere nel giardino dell’Eden. Abbandonarono quel luogo
di delizie sotto il peso della condanna divina. Dio disse ad
Adamo: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e
hai mangiato del frutto dall’albero circa il quale io ti avevo ordinato di non mangiarne, il suolo sarà maledetto per
causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni
della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai
l’erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo
volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai» (Genesi 3:17-19).
Prima gli aveva detto: «Perché nel giorno che tu ne
mangerai, certamente morirai» (Genesi 2:17). Infatti, è
come se Adamo ed Eva siano morti virtualmente il giorno funesto in cui sostituirono le forze positive di Dio con
quelle negative di Satana, e l’armonia con il disordine.
Adamo sarebbe stato ben presto il testimone impotente della dissoluzione del suo organismo. A lungo lottò coraggiosamente contro la disgregazione del suo corpo, dopo aver pianto sul gelido cadavere del figlio Abele, e dovette, alla fine, cedere alla morte e ritornare alla terra dalla quale era stato tratto e alla quale ormai apparteneva.
Il male si estese gradatamente diminuendo la longevità umana, assoggettando gli uomini a ogni tipo di malattie, indebolendo le loro facoltà intellettuali e morali e
finendo con il minare la natura stessa, la cui bellezza
primitiva è progressivamente scemata.
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5. Universalità del peccato
Nell’epistola ai Romani l’apostolo Paolo dichiara: «Perciò,
come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel
mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte
è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato...
Non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che
capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno... tutti hanno peccato e sono
privi della gloria di Dio» (Romani 5:12; 3:10-12,23).
Tra Adamo e i suoi discendenti non si può pensare a
una separazione netta. Egli, in qualità di unico antenato
dell’umanità, la conteneva interamente in potenza: tutti
gli uomini hanno il suo sangue, la sua essenza, la sua immagine divina e la sua vita. Santo, avrebbe trasmesso loro la sua natura santificata. Decaduto, essi hanno ereditato da lui una natura corrotta.
Ma eredità non è responsabilità. La colpa di Adamo
non può esserci né imputata né trasmessa. Ciò che egli
ci ha trasmesso, la deviazione morale e l’inclinazione al
male, sono il risultato del suo atto colpevole. Noi nasciamo tutti peccatori, non nel senso che abbiamo già
peccato, ma in quanto portiamo in noi il germe del male, che si svilupperà immancabilmente. E questo germe
è già una contaminazione e una causa sufficiente di separazione tra Dio e noi.
6. Promessa di redenzione
Da quanto sopra detto emerge la tragedia della nostra
volontà che, pur essendo attratta dal bene, è più facilmente incline al male, che pure non vorrebbe fare: tra55
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Capitolo 5
gedia espressa dall’apostolo Paolo come segue: «Sappiamo infatti che la legge è spirituale; ma io sono carnale,
venduto schiavo al peccato. Poiché, ciò che faccio, io
non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, ma
faccio quello che odio. Difatti, io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no. Infatti il
bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio,
quello faccio... Mi trovo dunque sotto questa legge:
quando voglio fare il bene, il male si trova in me. Infatti
io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l’uomo interiore, ma vedo un’altra legge nelle mie membra, che
combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra.
Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?»
(Romani 7:14,15,18,19,21-24).
Per uscire da questa angosciosa contraddizione, da
cui umanamente non c’è via d’uscita, è necessaria la grazia, il soccorso divino.
La promessa del Redentore brilla già sin dalle prime
pagine della Genesi, nell’oscura notte della prova dell’uomo. I nostri progenitori non furono lasciati nella disperazione. Prima ancora che lasciassero l’Eden, risuonò
per loro una promessa nelle parole rivolte dal Signore a
Satana: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua
progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno» (Genesi 3:15).
Come vedremo nel prossimo capitolo, la «progenie
della donna» che schiaccerà il capo al serpente, cioè che
sconfiggerà Satana liberando l’umanità dalla schiavitù
del male, si materializzerà nella persona di Gesù Cristo.
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Capitolo 6
CHI È GESÙ?
All’ora fissata da Dio, Gesù Cristo apparve per compiere
la sua missione di Salvatore del mondo: «Ma quando
giunse la pienezza del tempo - scrive Paolo - Dio mandò
suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge» (Galati 4:4).
1. Il mistero dell’incarnazione
«E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo
fra di noi» afferma Giovanni (1:14).
Figlio di Maria, ma concepito per virtù dello Spirito
Santo, Gesù nacque innocente, come innocenti erano
Adamo ed Eva prima della loro disubbidienza. Cristo è
il secondo Adamo. «Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente»; l’ultimo Adamo è spirito vivificante... Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il secondo uomo
è dal cielo» (1 Corinzi 15:45,47).
Cristo è stato veramente il «Figlio dell’uomo», nome
che egli preferiva a ogni altro. La sua umanità è stata reale, effettiva: cresciuto come noi, come noi ha conosciuto
fame, sete, sonno, stanchezza, gioia e dolore. Come noi
è stato esposto al peccato e «tentato in ogni cosa» ma, a
differenza di noi, non ha peccato. Gesù è perfino passato per la morte e in tal modo è stato veramente fatto «simile ai suoi fratelli in ogni cosa» (Ebrei 4:15; 2:17).
Cristo si è abbassato fino a noi per innalzarci sino a
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Capitolo 6
Dio. La sua incarnazione ha avuto l’effetto di:
a. Rivelare Dio al mondo.
b. Espiare il peccato con il sacrificio della croce.
c. Riconciliare l’uomo con Dio.
d. Distruggere il male.
Se Cristo è stato il Figlio dell’uomo per eccellenza, tanto che Pilato, nel presentarlo alla folla ebbe a esclamare:
«Ecce Homo - ecco l’Uomo!» è anche stato, ed è il Figlio
di Dio. Gesù esiste da prima della creazione. Egli stesso
ha affermato la sua preesistenza quando, ai giudei increduli che lo schernivano dicendo: «Tu non hai ancora cinquant’anni e hai veduto Abramo?», rispondeva: «Prima
che Abramo fosse nato, io sono» (Giovanni 8:57,58).
Prima di venire a nascere in una mangiatoia, Gesù
Cristo era, dunque, in cielo con Dio Padre. Agli stessi interlocutori sopra menzionati egli dichiarò: «Voi siete di
quaggiù; io sono di lassù; voi siete di questo mondo; io
non sono di questo mondo» (Giovanni 8:23).
La gloria che Cristo possedeva era allora quella divina. A essa egli allude nella sua famosa preghiera detta
«sacerdotale»: «Ora, o Padre, glorificami tu presso di te
della gloria che avevo presso di te prima che il mondo
esistesse» (Giovanni 17:5). Venendo su questa terra, Gesù
ha rivelato il Padre: «Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito
Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere» (Giovanni 1:18). Egli era partecipe delle perfezioni
di Dio: vita, luce, amore, giustizia, sapienza e potenza.
«In lui abita corporalmente tutta la pienezza della
Deità» (Colossesi 2:9).
Si aggiunga che la natura divina di Cristo Gesù è attestata non soltanto da Cristo stesso, ma anche da Dio: «Lo
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Spirito Santo scese su di lui in forma corporea, come
una colomba; e venne una voce dal cielo: “Tu sei il mio
diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto”» (Luca 3:22);
dagli angeli: «E l’angelo disse loro...: “Oggi, nella città di
Davide, v’è nato un salvatore che è Cristo, il Signore”»
(Luca 2:10,11); dagli apostoli: «Queste cose sono scritte,
affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio»
(Giovanni 20:31). Gli stessi demoni riconoscono che Gesù è il Figlio di Dio: «Anche i demoni uscivano da molti,
gridando e dicendo: “Tu sei il Figlio di Dio!”» (Luca 4:41).
La mente umana non può arrivare, quaggiù, a investigare il mistero dei rapporti esistenti fra Dio e il suo Figlio, né quello dell’unione in Gesù della natura divina e
umana. Però, credendo a queste verità, essa trova vita e
luce, pace e forza.
3. La vita di Gesù Cristo
Intorno all’anno 750 dalla fondazione di Roma, e cioè
quattro o cinque anni prima dell’inizio della nostra era,
il Figlio di Dio e dell’uomo nacque a Betlemme.
Fu chiamato Gesù, che vuol dire Salvatore; e in seguito, agli inizi del suo ministero messianico, egli assunse il titolo di Cristo, che significa Unto. Infatti, ricevette un’unzione, non di olio come la ricevevano in segno di consacrazione al loro ufficio i sacerdoti e i re dell’Antico Testamento, ma di Spirito Santo.
Gesù trascorse l’infanzia e la giovinezza a Nazaret. Se
si eccettua il racconto dell’incontro che egli, dodicenne,
ebbe con i dottori della legge a Gerusalemme, i vangeli
non forniscono particolari su questo primo periodo della sua vita. Gesù era sottomesso ai genitori e «cresceva
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in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini» (Luca 2:52). Sebbene Gesù sapesse già all’età di
dodici anni che la missione della sua vita era quella di
adempiere la volontà del Padre, nondimeno dovette
aspettare fino ai trenta per intraprendere il suo ministero pubblico, iniziatosi solennemente con il battesimo
che Giovanni il battista gli amministrò nelle acque del
Giordano. Questo ministero durò tre anni e mezzo.
4. Il suo insegnamento
«Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando
nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e
guarendo ogni malattia e ogni infermità» (Matteo 9:35).
L’insegnamento di Cristo, il Maestro per eccellenza,
era veramente unico, impartito con autorità. Il modo poi
con cui veniva presentato attirava e continua ad attirare
fortemente l’attenzione delle moltitudini. Gesù rivestiva
verità altissime con immagini tratte dalla natura e dalla
vita di tutti i giorni, riuscendo così accessibile a ogni categoria di ascoltatori.
Essendo Cristo «splendore della sua gloria e impronta
della sua essenza» (Ebrei 1:3), il contenuto del messaggio
suo agli uomini verteva principalmente sul carattere e
sulla volontà del Padre, che egli così rivelava al mondo, e
sul regno di Dio, che annunziava agli uomini come molto vicino e di cui precisava le condizioni per farne parte:
pentimento e conversione. Legge di questo regno è il decalogo, compreso da Cristo nel suo vero significato spirituale e riassunto in due precetti positivi, amore per Dio e
amore per il prossimo. In tale regno gli uomini sono tutti fratelli, in quanto figli di un unico Padre.
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5. I suoi miracoli
Il libro degli Atti (10:38) dice che: «Dio lo ha unto di Spirito Santo e di potenza; e com’egli è andato dappertutto
facendo del bene e guarendo tutti quelli che erano sotto
il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
Gesù fece moltissimi miracoli, e solo una parte di essi sono narrati nei vangeli. Manifestazioni della sua misericordia e potenza, essi consistevano principalmente
in guarigioni di lebbrosi, ciechi, paralitici e sordomuti,
per non parlare della risurrezione dei morti e dei miracoli sulla natura. Questi miracoli Gesù li compì mediante la sua parola, ma ne va ricercato il segreto nella sua
perfetta comunione con il Padre. D’altra parte, Gesù poneva generalmente una condizione per l’adempimento
dei miracoli stessi: la fede. Molte volte, infatti disse: «Se
tu credi…», «Se avete fede…».
6. Le sue sofferenze e la sua morte
Per «cercare e salvare ciò che era perduto» (Luca 19:10),
Gesù ha dovuto patire, e poi morire. Nel corso del suo ministero soffrì per l’incomprensione dei discepoli, uno dei
quali, Giuda, lo tradì, e un altro, Pietro, lo rinnegò; per l’ostilità dei capi religiosi e, soprattutto, per l’empietà generale. Sofferenze particolarmente crudeli e amare furono
poi per lui quelle della Passione. Nessuna umiliazione gli
fu risparmiata. Il supplizio della croce, considerato infamante, era sommamente doloroso, ma un’angoscia ancora più grande era aggiunta alle sue sofferenze dal peso assuntosi dei peccati del mondo che, separandolo per un
istante dal Padre, gli strappò il grido doloroso: «Dio mio,
Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matteo 27:46).
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Gesù, rimettendo il suo spirito nelle mani del Padre,
gridò «È compiuto!» (Giovanni 19:30), volendo significare,
con queste parole, che era stato raggiunto lo scopo principale della sua morte: la redenzione dell’umanità colpevole.
«Cristo è morto per i nostri peccati» (1 Corinzi 15:3).
«In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue»
(Efesini 1:7). Quello che Adamo, cedendo alle tentazioni
di Satana, aveva perduto per sé e per i suoi discendenti,
Cristo lo ha riconquistato vincendo il male, vivendo cioè
una vita di perfetta giustizia e in piena armonia con la
volontà del Padre. Grazie a questa vita santa egli non sarebbe dovuto morire, perché la morte è la conseguenza
del peccato; eppure il Cristo è morto, evidentemente non
per i propri peccati ma per quelli dell’umanità intera.
Dice l’apostolo Paolo, mettendo in relazione la caduta
d’Adamo con la redenzione di Cristo:« Dunque, come con
una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli
uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini. Infatti,
come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono
stati resi peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo, i molti saranno costituiti giusti» (Romani 5:18,19).
7. La sua risurrezione e ascensione
Gesù risuscitò al terzo giorno. Santo, signore della vita,
non poteva essere trattenuto dai legami della morte. Il
giorno stesso della sua risurrezione si presentò a Maria
Maddalena, alle pie donne, all’apostolo Pietro, ai due discepoli di Emmaus, e finalmente, agli apostoli.
Queste apparizioni continuarono sino alla sua ascensione al cielo, avvenuta quaranta giorni dopo la risurrezio62
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ne, alla presenza dei discepoli riuniti sul monte degli Ulivi.
La risurrezione di Cristo, solennemente attestata dalla testimonianza e dalla vita degli apostoli è, insieme con
la sua morte, l’evento più importante di tutta la storia.
Senza di essa, la fede cristiana crolla e il sacrificio di Cristo perde ogni suo significato. Infatti solo grazie alla risurrezione noi abbiamo la certezza di un Salvatore vivente; essa è garanzia della nostra stessa risurrezione
spirituale e di quella futura dell’intero nostro essere.
Dice l’apostolo Paolo: «Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti,
poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei
morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche
in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo» (1
Corinzi 15:20-23).
Cristo ha dunque trionfato sulla morte, e così sul male e su Satana, attuando le promesse fatte da Dio ad Adamo ed Eva, ai patriarchi e ai profeti. Egli è un Salvatore
perfetto, unico: «In nessun altro è la salvezza; perché
non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati» (Atti 4:12).
E ai suoi discepoli, dice la Bibbia, è offerta la stessa
possibilità di trionfo. Vincere il male può diventare
realtà effettiva fin da ora, mentre il trionfo sulla morte e
il definitivo instaurarsi del regno di Dio restano prospettive future, che troveranno il loro adempimento in seguito al verificarsi dell’evento di cui ci occuperemo nel
prossimo capitolo.
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Capitolo 7
IL SEGRETO DELLA FELICITÀ
«L’esperienza della salvezza nasce necessariamente da
quella della perdizione. Pare strano parlare di perdizione
in un momento storico come il nostro in cui generalmente i fenomeni psicologici dell’autonomia, dell’autosufficienza, dell’autorientamento sono alla base della
concezione individualista della società occidentale. Eppure, guardando al di là dei modelli culturali proposti dai
mass media, scorgiamo un uomo profondamente perplesso, incapace spesso di porsi in relazione con gli altri,
incapace di cogliere il significato ultimo della propria esistenza, ma anche di rassegnarsi a non vederne alcuno.
Al di là degli slogan che propongono l’uomo sempre
giovane, bello, attivo vediamo masse di individui che si
sentono emarginate, che sentono di non avere o di aver
perduto, i requisiti indispensabili per soddisfare le esigenze di una società basata più sull’ideologia dell’avere
che su quella dell’essere.
Ma proprio quando l’uomo scende nella profondità
della sua esistenza, quando sente il rimpianto per una vita spesa inutilmente, può essere raggiunto dalla grazia
di Dio. Una grazia che lo aiuta a ritrovare la pace con se
stesso e con gli altri, perché è solo nell’esperienza del
perdono di Dio che si instaurano anche relazioni interpersonali positive.
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A volte siamo imprigionati in una gabbia di rancori o
siamo ossessionati dai nostri errori. Ebbene, Gesù ci invita a vivere l’esperienza del perdono e della trasformazione. “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo” (Matteo 11:28). Ricordiamo
l’esperienza del “figlio prodigo”: ritornando a casa, si
aspettava d’incontrare un padre adirato, pronto a recriminare e invece l’incontro ha smentito ogni sua aspettativa. Il padre gli butta le braccia al collo, lo bacia e lo riporta a casa, la sua casa» (V. Fantoni e R. Vacca).
Non si sono mai presentati alla vostra mente interrogativi come: ma che cos’è in fondo la vita? Perché ci presenta tanti turbamenti, delusioni e dolori? Che significato ha? È possibile essere felici in questo mondo che sembra dominato da una sorte crudele?
Prima di cercare una risposta a tutte queste domande, fermiamoci un po’ a riflettere; qui e là vi sono alcune
persone che vivono nello stesso mondo difficile in cui viviamo noi, eppure sono gioiose. Conoscono la tranquillità d’animo. Niente ha il potere di spegnere loro il sorriso sulle labbra. Non possiamo fare a meno di notare che
anch’essi hanno i nostri medesimi problemi, eppure non
si mostrano delusi e scoraggiati. Che cosa mai li rende
diversi dalla maggior parte della gente che conosciamo?
Che cosa hanno essi che gli altri non posseggono? Come
possono affrontare le difficoltà coraggiosamente, con il
sorriso sulle labbra? Qual è il loro segreto?
1. Che cosa ci manca?
È evidente che, se alcuni hanno in sé un «quid» che li
mette in grado di affrontare la vita con coraggio e fiducia
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Capitolo 7
nonostante le delusioni, e se a noi manca, la vita diventa
pesante. Ma che cosa non abbiamo?
È proprio questo che la Bibbia dice dell’esperienza di
fede: «Chi presta attenzione alla parola se ne troverà bene,
e beato colui che confida nel SIGNORE!» (Proverbi 16:20).
«A colui che è fermo nei suoi sentimenti tu conservi
la pace, la pace, perché in te confida» (Isaia 26:3).
Questi versetti danno subito l’idea che la vita spirituale
è qualcosa di più di una semplice professione di fede o di
una dottrina. Essa è una vita in comunione con il divino.
Il credente è sicuro della realtà di Dio ed è unito con
lui in stretta relazione. La pace di cui egli gode mostra la
realtà dell’esperienza indicata nel versetto: «Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete» (Isaia 55:3).
Ecco un rimedio contro la preoccupazione e il timore:
fare di Dio il nostro amico personale, adottarne gli insegnamenti sulla condotta della vita. Cambieranno così completamente i nostri atteggiamenti e le nostre prospettive.
Nelle prove della vita, i credenti fiduciosi reagiranno
ben diversamente da coloro che non hanno fede in Dio!
Consideriamo, per esempio, la casa su cui si è abbattuta all’improvviso una malattia minacciosa. Nel focolare cristiano chi è afflitto si volge a Dio per chiedergli di
venire incontro alla sua difficoltà. Ha gran fiducia che
egli s’interessi personalmente al suo caso. Porta a lui i
problemi che lo angustiano e prega con fede per ottenere consolazione e aiuto. Mette il proprio caso nelle sue
mani, credendo che egli risponderà con amore per il suo
bene eterno. Chi ha imparato a portare a lui le proprie
preoccupazioni diventa tranquillo: «Nel giorno della
paura, io confido in te» (Salmo 56:3).
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Un uomo che si credeva cristiano, si preoccupava e si
tormentava per tutto e viveva nel timore continuo di cose che non succedevano mai. Una notte sognò di essere,
come al solito, preoccupato: si girava e rigirava nel letto
tormentatissimo al pensiero dell’avvenire. In risposta alla sua preghiera lamentosa: «O Dio, che cosa farò mai»
gli sembrò di udire come una risposta: «Dormi e lascia
che alle tue preoccupazioni ci pensi io». L’apostolo Paolo era riuscito a confidare in Dio proprio in questo modo: «Perché so in chi ho creduto, e sono convinto che
egli ha il potere di custodire il mio deposito fino a quel
giorno» (2 Timoteo 1:12). Chi ha fede in Dio è occupato
senza però essere preoccupato.
Secoli prima dell’apostolo, Davide conosceva per
esperienza che il «Signore è colui che ti protegge... non
permetterà che il tuo piè vacilli... il Signore ti proteggerà
quando esci e quando entri» (Salmo 121:5,3,8).
2. Come ottenere la fiducia?
Rispondere a questa domanda è abbastanza semplice,
ma prima di poter mettere in pratica la risposta c’è qualcosa da imparare. Anzi, per parecchie persone è il caso
di dire che, prima di poter apprendere le semplici verità
della fede, hanno molto da «disimparare».
Invece di accettare la nostra situazione interiore così
com’è e pensare sconsideratamente che la vita debba
procedere sempre su di uno stesso binario, miriamo con
ardore al possesso di una fiducia tale da cambiare totalmente il corso della nostra esistenza, e da darci pace al
posto del timore. Possiamo ottenerla. Ma come?
Il primo versetto biblico di questo capitolo ci dice che
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il nostro animo deve essere ancorato a Dio per poter trovare una simile pace. Per riuscirci occorre entrare in relazione con lui mediante una conoscenza personale della sua volontà e della vita che egli ha tracciato per noi. A
mano a mano che ci familiarizzeremo con la sua Parola
vedremo accrescersi in noi la fede e la fiducia. Paolo ci
assicura del buon esito di questo procedimento: «Così la
fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene
dalla parola di Cristo» (Romani 10:17).
Davide sapeva bene come ancorarsi a Dio e lo spiegò
così:« Ho conservato la tua parola nel mio cuore per non
peccare contro di te» (Salmo 119:11).
I credenti ripongono la Parola di Dio nel cuore e nella mente. Dio ci dà la certezza della sua pace nella nostra
vita, se facciamo dei principi della Scrittura la nostra regola di fede. Gesù ha spiegato che essa è importante per
noi non meno dello stesso pane quotidiano: «Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene
dalla bocca di Dio» (Matteo 4:4).
Il profeta Geremia trovò il segreto della pace perfetta
in mezzo alle difficoltà, e così si espresse: «Appena ho
trovato le tue parole, io le ho divorate; le tue parole sono
state la mia gioia, la delizia del mio cuore, perché il tuo
nome è invocato su di me, SIGNORE, Dio degli eserciti»
(Geremia 15:16).
Non è un mistero che molti abbiano paura di «divorare» gli insegnamenti contenuti nel Libro e di vivere in
armonia con essi. Farlo, li metterebbe contro corrente.
Così, ogni volta che si propongono di vivere secondo
questi insegnamenti, il loro cuore si riempie di timore.
Ma Gesù ci assicura che, se faremo della Parola la nostra
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regola di fede e di condotta, non avremo motivo di temere, perché Dio si prenderà cura delle nostre necessità
materiali come di quelle spirituali.
«Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte
queste cose vi saranno date in più» (Matteo 6:33).
Vi sono delle promesse meravigliose per tutti quelli
che mettono Dio al primo posto nella vita quotidiana:
«Io metterò le mie leggi nelle loro menti, le scriverò sui
loro cuori; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo» (Ebrei 8:10).
Il segreto della pace sta nell’appartenere a Dio e nell’averlo dimorante in noi. Una tale relazione fa cessare il
nostro timore del presente e del futuro: «Il SIGNORE è per
me; io non temerò; che cosa può farmi l’uomo?» (Salmo
118:6).
3. L’esperienza di una fede operante
La Bibbia contiene, dal principio alla fine, narrazioni
mirabili di fede operante. Un capitolo intero, l’undicesimo dell’epistola agli Ebrei, è dedicato agli eroi della fede,
i veri grandi uomini della storia. Nel corso dei secoli sono esistite delle persone che hanno trovato il senso della
propria esistenza e il resoconto ispirato di questa scoperta prodigiosa ci è stato trasmesso per nostra guida.
Alla possibile obiezione: «Questi racconti sono tutti molto interessanti, ma noi viviamo in tempi diversi, e cose simili, oggi, non succedono più», si può rispondere ricordando una verità eterna: «Io, il Signore, non cambio»
(Malachia 3:6), «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in
eterno» (Ebrei 13:8).
Il segreto del benessere è oggi lo stesso dei tempi bi69
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Capitolo 7
blici. La fede è tuttora una forza positiva. Pace e soddisfazione sopravvengono se impariamo ad avere fiducia
in Dio, sorgente di vera gioia. «Tu m’insegni la via della
vita; vi son gioie a sazietà in tua presenza» (Salmo
16:11).
Un operaio, schiavo dei liquori, era diventato alla fine
un alcolizzato cronico. Quando non aveva bevuto lo si
poteva dire una brava persona; ma, reso folle dal bere,
somigliava a un leone furioso. La pessima abitudine lo
privò del denaro, del lavoro e perfino dei mobili di casa.
La moglie e i figli vennero a trovarsi nell’indigenza, e
avevano paura di vederselo tornare a casa in preda ai fumi dell’alcol.
Ma una sera quest’uomo entrò barcollando in una
chiesa e si sedette su di una panca per ritrovare l’equilibrio. Qui, nonostante il suo ottenebramento mentale,
qualcosa gli toccò il cuore ed egli si consacrò a Dio.
Rinsavì, divenne temperante e continuò a esserlo. La
gente diceva che non sarebbe durata. Ma Dio dimorava
ormai in quell’uomo e la cosa durò. L’operaio riprese a
lavorare, ricostituì la sua casa, vestì i figli e riuscì persino ad acquistare un negozio. La moglie ebbe presto un
aspetto diverso, e la casa divenne per lei un piccolo paradiso in terra. I figli, che prima temevano l’arrivo serale del padre, ora gli correvano incontro per salutarlo.
Quell’uomo aveva riportato la vittoria grazie alla potenza salvatrice di Dio. Aveva ormai la pace in sé e nella
casa. Sì, il Signore è sempre la fonte di pace e di forza per
vincere il peccato! La fede in lui risponde a ogni necessità umana. Egli «non ha riguardi personali» (Atti 10:34),
e farà per voi quanto ha fatto per moltissimi altri.
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Naturalmente bisogna ricordarsi anche che la fede
non è un’assicurazione che copre «tutti i rischi». La malattia, la sofferenza ed esperienze negative non sono risparmiate ai credenti, ma la fede può darci la forza per
non lasciarsi sopraffare dal pessimismo e dallo sconforto.
Una credente venne colpita da un brutto male e dopo
l’intervento chirurgico, costretta a letto, i suoi familiari e
lei stessa vollero organizzare un incontro di preghiera al
suo capezzale.
Dopo la lettura di alcuni brani biblici il pastore invitò
i presenti a rivolgere delle preghiere al Signore ricordando che non sta all’uomo dare ordini a Dio, che l’intervento divino fosse solo per la sua gloria e per il bene
della nostra amica. In loro presenza la donna fece confessione di fede in Dio, e, rivolgendosi a sua sorella che
non aveva ancora scelto di seguire il Signore, le disse di
arrendersi al suo amore e poi aggiunse: «Abbiamo un
appuntamento nel cielo!».
Le figlie, il marito, la sorella e le altre persone presenti furono profondamente colpite e commosse. Subito si
elevarono preghiere di lode e ringraziamento a Dio per
il dono della grazia in Cristo Gesù e per il perdono dei
peccati. Negli atteggiamenti e nelle parole non c’era nulla di concitato né traccia di teatralità; si era creata, invece, un’atmosfera calma e colma di riverenza, mentre si
elevavano a Dio preghiere perché intervenisse come aveva già fatto fino a quel momento.
La guarigione non avvenne. Dopo circa un mese si
addormentò nel Signore, in pace con se stessa e con i
suoi cari. Dio aveva risposto in un modo diverso da come generalmente ci si aspetta.
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Capitolo 7
Conclusione
La fede in Dio ci permette di scoprire quel misterioso
«quid» che trasforma la nostra natura e ci dà una pace
che supera ogni intelligenza, anche quando la vita ci costringe a percorrere strade dure e scoraggianti.
Se a volte, paure segrete, problemi impossibili da risolvere sembrano avvelenare la nostra esistenza, possiamo portare queste nostre esitazioni al Signore con la
certezza che quand’anche il nostro grido restasse appeso nel vuoto, il Signore accompagna il nostro cammino
difficile. La Parola di Dio contiene la sapienza celeste e
la guida divina. Se poi cerchiamo la felicità non occorre
ingannarsi; la si può trovare soltanto in un’amicizia continua con il Signore.
Nella Bibbia sono contenuti i principi di vita che portano alla felicità, e quando percorriamo i gradini che Dio
ha stabilito in vista di essa, troviamo una pace duratura.
«Se tu fossi stato attento ai miei comandamenti la tua
pace sarebbe come un fiume, la tua giustizia, come le
onde del mare» (Isaia 48:18). È provato che «grande pace hanno quelli che amano la tua legge e non c’è nulla
che possa farli cadere» (Salmo 119:165).
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Capitolo 8
COME OTTENERE LA SALVEZZA
L’opera della redenzione, virtualmente compiuta sul Calvario, avrà il suo coronamento alla fine dei tempi, quando Cristo ritornerà per introdurre i suoi nel regno della
beatitudine eterna.
Ma non tutti gli uomini saranno nel numero degli eletti,
e questo non certamente per un arbitrario decreto di
Dio, il quale anzi vuole che «tutti gli uomini siano salvati», bensì per la loro libera scelta. Infatti Dio, pur offrendo a tutti la salvezza, non costringe nessuno ad accettarla, e la parola definitiva in merito spetta quindi all’uomo.
1. Solo Dio può salvare l’uomo
È evidente che l’uomo non può accettare la salvezza se
prima non si è reso conto di essere perduto e incapace
di salvarsi da solo. Ora, la Bibbia afferma con forza che
tutti gli uomini sono peccatori e quindi perduti, essendo
la morte il risultato del peccato. Essa dice infatti: «Tutti
hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Romani
3:23). «Non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti
si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno» (vv. 10-12).
Se i peccatori rimangono in questa condizione, non
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Capitolo 8
accettando la salvezza, l’unica loro prospettiva è la distruzione. Di loro dice infatti Paolo: «Essi saranno puniti di eterna rovina, respinti dalla presenza del Signore e
dalla gloria della sua potenza» (2 Tessalonicesi 1:9). E lo
stesso concetto è espresso in un’altra epistola, dove si
parla «del giorno del giudizio e della perdizione degli
empi» (2 Pietro 3:7). Non solo l’uomo è un peccatore, e
quindi un essere perduto ma - come già dicevamo - è anche incapace di porre rimedio al suo triste destino.
La Bibbia afferma ripetutamente che nessun sacrificio, nessuna opera buona compiuta dall’uomo è sufficiente per procurargli la salvezza. «Egli ci ha salvati non
per opere giuste da noi compiute» dice l’apostolo Paolo
nell’epistola a Tito (3:5). E altrove: «l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù» (Galati 2:16).
Cioè, anche se il peccatore smettesse di peccare e, con
l’intento di salvarsi, vivesse una vita perfettamente santa
in piena armonia con la legge divina, non riuscirebbe a
guadagnarsi la salvezza, perché la nuova vita non potrebbe in alcun modo annullare quella trascorsa nel peccato e la sua conseguenza inevitabile, che è la morte.
Visto ciò, e considerando la peccaminosità intrinseca
della natura umana, che non permette di compiere opere buone in senso assoluto, all’uomo non resta che sperare nella salvezza offerta da Dio. «Io, io sono il Signore
e fuori di me non c’è salvatore!» (Isaia 43:11).
E Dio agisce in favore dell’uomo per mezzo di Gesù
Cristo, suo Figlio. Come ha detto Pietro: «In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del
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quale noi dobbiamo essere salvati» (Atti 4:12).
La salvezza del peccatore non è dunque il frutto dei
suoi meriti, la ricompensa delle sue opere o delle sue
mortificazioni - qualunque cosa egli faccia è sempre un
condannato a morte - ma una grazia che Dio gli fa, un
dono gratuito che gli offre e che gli è stato acquistato
esclusivamente dai meriti di Cristo.
2. Necessità di un cambiamento
Per sperimentare questa potenza redentrice, occorre
però che l’uomo senta il bisogno di essere salvato.
Il giorno della Pentecoste migliaia di persone, riunite
in una piazza di Gerusalemme, sentirono questo bisogno e chiesero agli apostoli: «Fratelli che dobbiamo fare?» (Atti 2:37). Il carceriere di Filippi era spinto dal medesimo sentimento quando, gettandosi ai piedi di Paolo
esclamò: «Signori, che debbo fare per essere salvato?»
(Atti 16:30). La risposta di Pietro fu: «Ravvedetevi!» e
quella di Paolo: «Credi nel Signore Gesù!». Queste due
risposte si accordano perfettamente per indicare i due
aspetti di una stessa esperienza.
Per desiderare la salvezza, l’uomo deve essere convinto del suo stato di perdizione, riconoscere che il suo cuore è «incurabilmente malvagio», incapace di liberarsi da
sé, con le sole sue forze. Deve però, allo stesso tempo,
avere la rivelazione dell’amore di Dio, con i mille mezzi
di cui si serve la Provvidenza: amore che gli permetterà
di scoprire le perfezioni divine e, conseguentemente, di
valutare la propria miseria spirituale. Allora, curvo sotto
il peso della colpevolezza, l’uomo fa un’ammissione di
responsabilità e, sinceramente pentito e deciso a cam75
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biar vita, implora la liberazione di Dio.
3. L’ammissione di responsabilità
Dal pentimento sincero derivano la confessione dei peccati da parte dell’uomo e il perdono accordato da Dio.
Per essere pienamente riabilitato davanti al Signore, il
peccatore deve compiere un atto che prima gli risulta penoso, quello cioè di accusarsi e di confessare a Dio i suoi
peccati, esclamando come il pubblicano della parabola:
«Oh Dio, abbi pietà di me peccatore!» (Luca 18:13).
Questa confessione, ben diversa da un riconoscimento vago e anonimo di colpe non specificate, deve essere
individuale, sincera e completa. «Chi copre le sue colpe
non prospererà, ma chi le confessa e le abbandona otterrà misericordia» (Proverbi 28:13).
Si aggiunga che la confessione sincera impegna il
peccatore a indennizzare in tutti i modi possibili coloro
che furono da lui frodati e danneggiati. Se ogni peccato
è, in primo luogo, un’offesa a Dio e deve essere perciò
confessato a lui, il danno arrecato agli altri deve essere
pure confessato e riparato nella misura del possibile.
Questo, talvolta, implica dei passi difficili, che però procurano grande gioia a chi li compie.
4. Il perdono di Dio
La confessione sincera del peccatore porta al perdono di
Dio. «Davanti a te ho ammesso il mio peccato, non ho
taciuto la mia iniquità. Ho detto: “Confesserò le mie trasgressioni al SIGNORE, e tu hai perdonato l’iniquità del
mio peccato”» (Salmo 32:5).
Dio dichiara testualmente: «Io, io, sono colui che per
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amor di me stesso cancello le tue trasgressioni e non mi
ricorderò più dei tuoi peccati» (Isaia 43:25). E Giovanni
aggiunge: «Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele
e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1 Giovanni 1:9).
Se Dio perdona così il peccatore pentito, ciò non avviene perché le sue divine perfezioni si accordino con le
nostre umane imperfezioni, o perché la sua purezza sopporti il contatto con la nostra miseria; bensì perché Gesù,
il giusto, il santo, l’innocente, ha riscattato la nostra vita,
è morto per noi, ed è diventato nostro redentore e mediatore. «C’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra
Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti» (1 Timoteo 2:5,6).
5. L’uomo è riabilitato
Dio, perdonando, assolve e giustifica il colpevole pentito. Il peccatore è dichiarato giusto da Dio e trattato come tale. La sentenza di assoluzione non dipende dall’innocenza dell’accusato, ma dalla misericordia del Giudice e dall’espiazione di Cristo.
In Gesù Cristo si conciliano la giustizia di Dio e il suo
amore. In lui, Dio perdona, senza per questo rendersi
complice del male, senza essere tollerante verso il peccato né indifferente nei confronti del peccatore. Gesù
Cristo, versando il suo sangue, ci purifica da ogni peccato, ci dichiara giusti davanti a Dio e dona un significato
profondo alla vita.
«Senza spargimento di sangue non c’è perdono»
(Ebrei 9:22); «Il sangue di Gesù, suo figlio, ci purifica da
ogni peccato»… «Essendo ora giustificati per il suo san77
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gue» (1 Giovanni 1:7; Romani 5:9).
Cristo ha aperto per noi un nuovo cammino di fede:
«Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui» (2 Corinzi 5:21).
6. La parte dell’uomo
La morte di Cristo mette la giustificazione alla portata di
tutti gli uomini indistintamente. Però il disegno misericordioso del Padre si realizza solo per quelli che accettano tale giustificazione credendo alla validità del sacrificio espiatorio di Cristo.
Lo afferma egli stesso nella sua meravigliosa dichiarazione che riassume, per così dire, tutto il vangelo:
«Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo
unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Giovanni 3:16).
E ancora dichiara: «Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui» (3:36).
Quindi la sola condizione che Dio pone per la nostra
salvezza è che noi l’accettiamo con fede. La nostra giustificazione è dunque una grazia che Dio dona e di cui
noi ci impossessiamo mediante la fede. Questo dono divino ci è offerto esclusivamente per i meriti di Cristo.
Riassumendo: «Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di
Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti;
infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente
preparate affinché le pratichiamo» (Efesini 2:8-10).
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Allora, Dio è l’autore della salvezza del peccatore, il
suo amore ne è la sorgente; la morte di Cristo, il mezzo;
la fede del peccatore che fa propri i meriti di Cristo, la
condizione. «Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore»
(Romani 5:1).
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Capitolo 9
VIVERE IN CRISTO
Nel capitolo precedente si è visto che nessuno può diventare giusto con le proprie opere, e che «sorgente» della nostra giustificazione è l’«amore di Dio», «mezzo» il
«sangue di Gesù», «condizione» la nostra «fede». Per essa noi siamo considerati giusti: «Il giusto per fede vivrà»
(Romani 1:17).
1. Che cos’è la fede?
La fede di cui parla la Bibbia ha tre componenti fondamentali:
1. Un elemento intellettuale: la «dottrina», che chiama in causa il nostro intelletto; bisogna conoscere Dio
per amarlo, bisogna avere delle ragioni per credere.
2. Un elemento sentimentale, la «fiducia», che fa appello al nostro cuore: dopo aver conosciuto in qualche misura Dio, lo amiamo, e quanto più lo amiamo, tanto più
vogliamo conoscerlo. La dottrina e la fiducia, procedendo
l’una accanto all’altra, si sviluppano simultaneamente.
3. Un elemento volitivo, l’«ubbidienza», che è frutto
della volontà e, anche della conoscenza e dell’amore.
L’ubbidienza è la prova che noi effettivamente conosciamo e amiamo il Signore.
La fede, dunque, non può essere definita solo come
sentimento o come dottrina o come contemplazione di
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realtà eterne. Essa è un atto che riguarda l’uomo nella sua
completezza e coinvolge intelligenza, cuore e volontà.
L’epistola agli Ebrei ne rivela solo alcuni aspetti quando enuncia il principio: «Or la fede è certezza di cose che
si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono»
(Ebrei 11:1). Nondimeno, questa definizione mette in
evidenza il fatto che la fede trasporta l’uomo sul terreno
delle verità e delle ricchezze spirituali ed eterne, il cui
pieno possesso si realizzerà soltanto al momento della
«restaurazione di tutte le cose» (Atti 3:21).
La fede è fondamentale per stabilire una relazione
personale con Dio: «Or senza fede è impossibile piacergli» (Ebrei 11:6).
2. La nuova nascita
Quando la fede nasce nel cuore del peccatore, questi diviene consapevole della propria miseria morale e spirituale e implora la liberazione e la salvezza di Dio. Il peccatore cioè viene a conoscere il vero pentimento, che lo
induce a confessare i propri errori a Dio da cui sarà perdonato e considerato «giusto», grazie a Gesù.
Ma il pentimento non conduce solo al perdono, cioè
alla liberazione della colpa, ma anche a un cambiamento di mentalità, vale a dire a ciò che la Bibbia chiama
«conversione» o «nuova nascita».
Quest’ultima espressione fu usata da Cristo nel rispondere a un noto dottore della legge, Nicodemo: «Se
uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio»
(Giovanni 3:3).
La conversione, dunque, è la nascita nel mondo dello
spirito, cioè un movimento interno, della mente, del cuo81
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Capitolo 9
re e della volontà, che dà origine a un nuovo orientamento spirituale: non più verso il mondo ma verso Dio.
Il peccatore, che era morto a causa delle sue scelte
sbagliate, ora è restituito alla vita, grazie a Cristo e insieme con Cristo. «Ma Dio, che è ricco in misericordia,
per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando
eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo, è
per grazia che siete stati salvati» (Efesini 2:4,5).
L’uomo, che a motivo del peccato aveva perduto il diritto di essere chiamato figlio di Dio, ritorna ora a essere tale mediante la fede: «A tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome; i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio» (Giovanni 1:12,13).
Questa nuova nascita è una rigenerazione. La conversione è indispensabile. Nessuno può farne a meno, se
vuole essere salvato: «Ma se non vi ravvedete… perirete
tutti» (Luca 13:3).
3. Parabola del figlio prodigo
La nuova nascita è un miracolo della grazia di Dio. Gli
esempi di conversione che le Scritture riportano, dimostrano l’incapacità dell’uomo di rigenerarsi con le sole
sue forze e l’assoluta necessità dell’intervento divino. Si
aggiunga a questo la dimostrazione offerta dall’esperienza della vita di tutti i giorni.
Famoso, commovente fra tutti, e illustrazione di
quanto è detto sopra, è l’esempio biblico del figlio prodigo. Com’è noto, il protagonista di questa bellissima parabola così significativa ha abbandonato la casa paterna,
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ribellandosi al padre da lui considerato un tiranno, per
vivere la sua vita. Ma, nella sua presunta libertà, in breve divenne servo; dilapidò una ricchezza non sua per ritrovarsi, alla fine, povero e senza amici in un paese lontano, dimenticandosi della casa paterna. Ridottosi a fare il guardiano di porci, si rese conto finalmente della
gravità della sua condizione e il ricordo della casa paterna riaffiorò alla sua mente: nel cuore, a poco a poco, si
fece strada il pentimento. E un giorno decise: «Io mi alzerò e andrò da mio padre…». La conversione è l’atto
che riporta il figlio a casa. Accolto e perdonato il giovane conosce la gioia di una redenzione completa.
4. Una vita come piace a Dio
Se la conversione è la conseguenza del pentimento, la vita del credente è a sua volta lo sviluppo della conversione. Non basta, infatti, che il peccatore sia riabilitato nella sua dignità di «figlio», occorre pure che sia messo in
grado di ricevere la potenza per vincere il male e di compiere il bene, vivendo cioè in armonia con la volontà di
Dio: questa è la vita in Cristo.
Si tratta, in altre parole, dello sviluppo della vita spirituale che il peccatore pentito ha ricevuto al momento
della sua conversione, o nuova nascita. Il credente rinnova ogni giorno il suo «Sì» al Signore: è come se ogni
giorno avvenisse la conversione.
Nella giustificazione Dio agisce «per noi»: non tiene
conto del nostro passato, ci dichiara giusti e ci esorta a
praticare la giustizia; nella vita cristiana Dio agisce «in»
noi, tramite lo Spirito Santo e ci dona la forza di correggere il nostro carattere e renderlo alla sua immagine.
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5. Ubbidienza e rottura con il male
In questa crescita progressiva c’è un aspetto negativo e
uno positivo. Il primo consiste nella «rottura con il male»: il peccato è anche la trasgressione della legge di Dio,
espressione della sua santa e buona volontà, che il trasgressore non prende in considerazione.
L’aspetto positivo consiste in una totale «consacrazione a Dio», che occorre rinnovare continuamente. L’«ubbidienza» ai comandamenti diventa un modo per esprimere gratitudine al Signore per la salvezza ottenuta e
non per ottenerla.
«Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate
nuove. E tutto questo viene da Dio» (2 Corinzi 5:17,18).
«Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2:20).
Tutta la vita del credente è coinvolta in questo processo dinamico: «spirito, anima e corpo» (1 Tessalonicesi 5:23). Occorre essere in pace con tutti e vivere come
piace a Dio «altrimenti nessuno potrà vedere il Signore»
(Ebrei 12:14 Tilc).
6. La guida dello Spirito Santo
Lo Spirito Santo svolge un’opera importantissima nel
pentimento, nella conversione e nella santificazione.
Egli ci convince «quanto al peccato, alla giustizia e al
giudizio» (Giovanni 16:8), risvegliando in noi la coscienza del peccato, rivelandoci la giustizia di Dio e facendoci temere il giudizio finale. Questa è la prima fase della
sua azione.
Nella seconda fase egli opera per illuminarci nella ve84
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rità, in vista della nostra rigenerazione, venendo in aiuto alla debolezza umana.
Lo Spirito Santo fa di noi dei vincitori: «Se viviamo
nello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito»
(Galati 5:25).
Lo Spirito, come terza persona della divinità può essere contristato con la disubbidienza e con l’ostinazione
volontaria. A chi lo chiede con fede, lo Spirito è accordato da Dio, Padre celeste. «Siate ripieni dello Spirito»
(Efesini 5:18).
7. Studio della Parola di Dio e preghiera
I mezzi più importanti per la crescita spirituale del credente sono lo studio della Parola di Dio e la preghiera.
Lo studio delle Scritture rappresenta, per la vita spirituale, quello che il pane rappresenta per la vita fisica: un
nutrimento necessario. A questo proposito Cristo ha detto parole molto significative: «Non di pane soltanto vivrà
l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di
Dio» (Matteo 4:4).
Questa parola va studiata con umiltà e fede, con il sincero desiderio di uniformare la propria vita ai consigli e
agli ordini in essa contenuti, con la ferma determinazione di calcare le orme di colui che ne è il motivo centrale
e la cui luce si riverbera sulle sue pagine: Gesù Cristo.
Quanto alla preghiera, non s’insisterà mai abbastanza
sul suo valore e sulla necessità che ne abbiamo. Grazie
alla preghiera il credente può, nel nome di Gesù, mettersi in comunicazione con Dio che gli infonde la sua potenza. «In ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a
Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringra85
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ziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza,
custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù»
(Filippesi 4:6,7). Questo, però, a condizione che si ricordi il consiglio di Gesù: «Nel pregare non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole» (Matteo 6:7).
Conclusione
Il credente è chiamato a vivere per la fede che opera nell’amore; ma questo non viene da noi: si tratta di una grazia di Dio.
La nuova nascita, che è frutto del pentimento, della
confessione dei peccati e del perdono di questi, è il momento iniziale della santificazione la quale, a sua volta,
non è che lo sviluppo graduale e normale dell’uomo nuovo generato dallo Spirito Santo.
Dio mette a nostra disposizione la potenza del suo
Spirito e tutte le risorse della sua Parola alle quali abbiamo libero accesso mediante la preghiera, la meditazione e lo studio.
«Scopo» ultimo del credente è camminare verso la
perfezione, verso cui tende incessantemente senza raggiungerla ma sapendo che un giorno essa diventerà
realtà. «Ho questa fiducia: che colui che ha cominciato
in voi un’opera buona, la condurrà a compimento fino al
giorno di Cristo Gesù» (Filippesi 1:6).
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Capitolo 10
LA CHIESA
«La chiesa, così com’è concepita negli scritti neotestamentari e vissuta nel periodo apostolico, è la comunità
dei credenti che accettano Gesù Cristo come Signore e
Salvatore e pongono la rivelazione divina alla base della
propria solidale esperienza di fede.
In continuità con il popolo di Dio dell’Antico Testamento, la chiesa è chiamata a un mandato nel mondo:
una missione di servizio e di evangelizzazione. L’invito di
Gesù rivolto agli apostoli è diretto a tutti i credenti: «Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose
che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i
giorni, sino alla fine dell’età presente» (Matteo 28:19,20).
La chiesa riceve la propria autorità direttamente dal suo
fondatore e capo, Gesù Cristo, e dalla Parola di Dio.
La chiesa è la famiglia di Dio e come tale deve realizzare al suo interno un clima di ordine, solidarietà, impegno. La chiesa che il Nuovo Testamento presenta è
una comunità in cui si entra a far parte per scelta responsabile, per accettazione di Cristo, non per etnia o
per nascita. La chiesa è un’istituzione democratica, le
cui decisioni devono essere in armonia con la rivelazione e gli insegnamenti di Dio, e in cui i vari compiti sono
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Capitolo 9
assegnati in base alle scelte responsabili dei suoi membri. In una celebre immagine paolina la chiesa è definita come “il corpo di Cristo”; questa espressione offre
un’idea chiara dello spirito di unità, di simpatia, di tolleranza e d’amore che deve regnare fra coloro che, sapendosi salvati dalla grazia divina, si uniscono per compiere la sua missione.
L’esperienza cristiana senza la comunità è imperfetta
perché manca di una dimensione essenziale, quella orizzontale. Il credente è chiamato a percorrere il suo cammino con gli altri suoi fratelli per crescere insieme seguendo le orme di Gesù Cristo» (V. Fantoni e R. Vacca).
Questo capitolo è dedicato alla chiesa di Cristo che, fedele all’insegnamento delle Scritture, si distingue nel
mondo per la sua perseveranza, l’obbedienza ai comandamenti e la fede nel suo Signore (cfr. Apocalisse 14:12).
1. Origine della chiesa
Cristo, prima di lasciare questo mondo, riunì i discepoli
in una società religiosa, la «chiesa» - parola etimologicamente legata al vocabolo greco ecclesia, che significa
«assemblea», «adunanza».
Per i cristiani il termine «chiesa» è venuto a indicare
l’assemblea dei credenti, l’insieme dei discepoli di Gesù
chiamati fuori dal mondo da un appello amorevole di
Dio in vista di una nuova vita in Cristo, il Signore.
Nelle Scritture la chiesa è indicata anche con altre
espressioni quali «il popolo di Dio» (1 Pietro 2:10), «l’Israele di Dio» (Galati 6:16), «la sposa di Cristo» (Apocalisse 21:2 e 22:17), ecc.
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2. Il capo della chiesa
Il capo della chiesa è incontestabilmente Gesù Cristo.
Dio «ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi e lo ha dato per
capo supremo alla chiesa, che è il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti» (Efesini 1:22,23). Così la chiesa è costituita in modo
tale che essa deve obbedire al suo sposo (5:23,24). È questo uno dei motivi per cui la profezia simboleggia con la
figura di una donna, l’assemblea dei credenti.
Cristo, capo unico della chiesa, è pure il centro che assicura l’unità dei credenti, unità che è l’ideale verso cui
tutti i cristiani debbono tendere con tutte le loro forze
(Giovanni 10:16; Efesini 4:3-6). La persona del Salvatore è il centro vivente dell’unità cristiana, che si fonda sul
suo sacrificio e si compie mediante il suo Spirito.
L’apostolo Paolo, per aiutarci a comprendere l’azione
di Cristo come capo della chiesa, si serve di un’immagine: un corpo, di cui Gesù è il capo e i credenti le membra. Il capo deve ovviamente dirigere il corpo, e le membra, solidali le une con le altre, devono accettare l’autorità del capo.
Una chiesa priva di Gesù Cristo è come un corpo senza testa, che si viene a trovare per conseguenza nella totale impossibilità di vivere. Il binomio testa-corpo dà l’idea di un legame organico, e non di un semplice avvicinamento o contatto esteriore tra Cristo e i discepoli.
«Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua» (1 Corinzi 12:27,12).
Un’altra immagine di Paolo, sempre relativa alla chiesa, è quella di un edificio, di cui Cristo è la pietra angolare, i profeti e gli apostoli le pietre fondamentali, e gli
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altri credenti il resto della costruzione (Efesini 2:20-22; 1
Corinzi 3:11). Così, i credenti che entrano a far parte della chiesa diventano delle «pietre viventi».
Cristo guida la sua chiesa attraverso il Paracleto, il
Consolatore, cioè lo Spirito Santo: «E io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro consolatore, perché stia con
voi per sempre, lo Spirito della verità». «Quando però sarà
venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la
verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che
avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire». «Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio
nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello
che vi ho detto» (Giovanni 14:16; 16:13,14; 14:26).
3. La missione della chiesa
La chiesa è un mezzo di cui Dio si serve per tutelare la
verità nel mondo e per diffonderla. Perché questo obiettivo sia raggiunto la chiesa, quale «colonna e base della
verità» (1 Timoteo 3:15), deve:
a. Custodire gelosamente il deposito della verità, e
particolarmente le Scritture canoniche che ne sono il
documento (1 Timoteo 6:20; Romani 3:2; 9:4,5).
b. Reclutare i propri membri nel mondo intero, in tutte le nazioni e in tutte le classi della società, mediante la
predicazione evangelica e la testimonianza cristiana individuale (Marco 16:15,16).
c. Istruire, formare, educare questi membri finché
siano giunti tutti «alla statura di Cristo» (1 Corinzi 14:12;
Efesini 4:13,14; Colossesi 1:28).
L’evangelizzazione dev’essere universale sia rispetto
agli agenti che la trasmettono sia rispetto ai destinatari:
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«tutti» devono andare, e verso «tutti». Il Signore, nel salire in cielo, ha lasciato in eredità a tutti i credenti il dovere e il privilegio di far conoscere il messaggio del vangelo a ogni essere vivente, nel tempo più breve e con il
metodo più efficace possibile.
Questo si può avverare a due condizioni, entrambi
importanti: che l’opera dell’evangelizzazione sia portata
avanti dalla chiesa intera e che la potenza necessaria sia
data alla chiesa dallo Spirito Santo.
Ogni credente dev’essere un testimone, un operaio di
Dio. L’ideale delle Scritture è l’intero corpo dei credenti
all’opera per la salvezza degli individui.
4. I doni spirituali
La chiesa non sarebbe in grado di compiere la propria
missione nel mondo, se non potesse contare sui doni
spirituali che si manifestano nel suo seno.
Salendo al cielo, Cristo la ricolmò dei suoi doni celesti. Lo Spirito Santo, suo rappresentante, agisce con potenza distribuendo i suoi doni secondo le possibilità dei
singoli membri e per l’edificazione di tutti: «Ora a ciascuno è la manifestazione dello Spirito per il bene comune» (1 Corinzi 12:7).
I membri della chiesa sono responsabili dell’uso dei
doni affidati loro dallo Spirito Santo: essi sono dunque
degli economi, degli amministratori di beni dati loro in
custodia. L’enumerazione dei doni si trova nella prima
lettera ai Corinzi. «Infatti, a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza,
secondo il medesimo Spirito; a un altro, fede, mediante
il medesimo Spirito; a un altro, carismi di guarigioni, per
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mezzo del medesimo Spirito; a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un
altro, l’interpretazione delle lingue; ma tutte queste cose
le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i
doni a ciascuno in particolare come vuole» (12:8-11).
5. I ministeri
A questi corrispondono i «ministeri». Tutti coloro cioè
che hanno ricevuto dei doni, devono metterli al servizio
della chiesa, che è quanto dire al servizio del mondo per
la salvezza dei peccatori. È questo il significato dell’espressione: «esercitare un ministero».
Sempre negli scritti di Paolo è contenuta un’enumerazione, non completa, dei ministeri: «È lui cha ha dato
alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell’opera del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo» (Efesini 4:11,12).
Questi sono i cosiddetti «ministeri itineranti»: gli apostoli che fondano le comunità, i profeti che le edificano;
gli evangelisti, i pastori e i dottori che le istruiscono. Si
tratta di pionieri, di missionari, che vanno da un luogo
all’altro. Essi operano in collegamento con la chiesa.
Si aggiungono, per completare l’enumerazione, i «ministeri a posto fisso»: gli anziani e i diaconi, che esercitano la loro attività nei singoli gruppi di credenti.
L’anziano, così chiamato per la sua età ed esperienza,
è il pastore del gregge, il sovrintendente, il vescovo (nel
Nuovo Testamento i termini di «anziano», «pastore» e
«vescovo» indicano una sola e stessa funzione).
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L’anziano ha soprattutto il compito di condurre la comunità e di garantire ai membri il necessario cibo spirituale. I diaconi, invece, coadiuvati dalle diaconesse,
hanno compiti di genere piuttosto pratico come l’assistenza ai malati e ai bisognosi, la preparazione della santa Cena, ecc.
L’enumerazione dei doveri dell’anziano e del diacono
si trova nella prima lettera a Timoteo (3:1-13) e in quella a Tito (1:5-9).
6. I doveri reciproci dei membri
I doveri del cristiano verso i suoi fratelli spirituali si riassumono nell’amore fraterno, che si presenta sotto varie
forme:
a. La sottomissione reciproca (Efesini 5:21; Pietro 5:5).
b. La «tolleranza reciproca» (Filippesi 3:15,16; Romani 14:1), tolleranza che ha però dei limiti (Efesini 6:24;1
Corinzi 16:22).
c. La «confessione reciproca» e il «perdono delle offese» (Giacomo 5:16; Efesini 4:32).
d. Il «servizio» (1 Corinzi 12:7; 1 Pietro 4:10) che comprende la «sollecitudine» (Ebrei 10:24), la «preghiera»
(Efesini 6:18), l’«influsso del buon esempio» (Filippesi
3:17; 2 Tessalonicesi 3:9), l’«esortazione» (Ebrei 3:13;
10:25), l’«edificazione» (1 Tessalonicesi 5:11), la «consolazione» (4:18) e la «riprensione fraterna» (Galati 6:1).
e. La «generosità» (Galati 6:10). Questa dev’essere
praticata verso tutti, ma specialmente:
- verso i predicatori del Vangelo (Galati 6:6).
- verso i poveri (2 Corinzi 9:5-14).
- verso i fratelli di passaggio (Ebrei 13:1,2).
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7. Condizioni di appartenenza
Abbiamo il privilegio di appartenere alla chiesa di Gesù?
Essa è come una grande famiglia, che ci offre su questa terra l’esempio di una società più vasta, di una convivenza su scala universale, che ci fa uscire dalla nostra
solitudine talvolta angosciosa e dalla nostra limitatezza
insegnandoci a vivere in mezzo a fratelli di un’unica fede e a condividere i loro dolori e le loro gioie.
La chiesa, che è l’«immagine della città superna»
(Manzoni), sostiene i nostri passi guidandoci appunto
verso la città di Dio, dove faremo parte di una famiglia
ancora più vasta, la famiglia celeste.
Non rendiamoci schiavi delle cose terrene, non cambiamo con queste un’eternità di gloria: far parte della
chiesa è provvedere al proprio bene supremo.
Le porte della famiglia dei credenti sono aperte dal rito del battesimo. Sono il pentimento e la fede a condurci a esso; e il battesimo, a sua volta, c’introduce nella
chiesa dove troviamo le condizioni più favorevoli per
servire Dio, per realizzare la nostra crescita spirituale e
per collaborare alla salvezza dei nostri simili.
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IL BATTESIMO
«Per natura l’uomo ha bisogno di segni, manifestazioni
esteriori, impegni formali in relazione ai momenti fondamentali della sua esistenza.
Il battesimo è forse il rito della chiesa più carico di significati affettivi e di fede. Esso non è un atto che ha un
valore in sé, come un segno magico, ma è un simbolo
che testimonia l’accettazione di Gesù Cristo come personale Salvatore da parte di ogni credente.
Gli avventisti praticano il battesimo per immersione
degli adulti, come nella chiesa apostolica.
Il battesimo dei neonati non ha una base biblica, perché avviene senza un’espressione di fede esplicita e responsabile da parte di chi lo riceve.
Solo chi è in grado di “intendere e di volere” e ha conseguito una sufficiente conoscenza dei principi biblici,
così come sono compresi dalla chiesa, può richiedere alla stessa di essere battezzato. Coloro che amministrano
il battesimo sono i pastori e gli anziani ai quali la comunità delega, per elezione, anche questa autorità.
Il battesimo è simbolo innanzitutto di “morte e risurrezione”, cioè del processo spirituale della conversione
che richiede rinnovamento totale dell’esistenza.
Scrive Paolo: “... quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Noi sia95
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mo dunque stati con lui seppelliti mediante il battesimo
nella sua morte, affinché come Cristo è risuscitato dai
morti... così anche noi camminassimo in novità di vita”
(Romani 6:3,4).
Ovviamente, affinché la cerimonia abbia un significato, è necessario avere la fede nel Signor Gesù e vivere il
ravvedimento.
Il battesimo è dunque un patto, una promessa fra Dio
e l’uomo, di cui la chiesa è testimone. Mediante il battesimo si entra con pieno diritto, anche formale, nella comunità ecclesiale, con i privilegi e i doveri che questo ingresso comporta.
Il giorno del battesimo è quindi un nuovo compleanno per il credente, nato alla vita fisica e psichica dal seno materno, e rinato per mezzo dello Spirito con il battesimo, per vivere una nuova esistenza accanto al suo
Creatore e Salvatore» (V. Fantoni e R. Vacca).
Il battesimo è da considerarsi una delle istituzioni
fondamentali del cristianesimo. Le sue origini risalgono
al rito praticato da Giovanni il battista, il precursore di
Cristo, il quale immergeva nelle acque del fiume Giordano coloro che accettavano la sua predicazione mirante al ravvedimento e alla preparazione per la venuta del
Messia. Appunto per questa pratica Giovanni venne soprannominato il «battista», cioè il «battezzatore».
1. Cristo e il battesimo
Il rito del battesimo doveva acquistare pienezza di significato e di efficacia spirituale con Cristo. È lo stesso Giovanni ad affermarlo: «Giovanni rispose, dicendo a tutti:
«Io vi battezzo in acqua; ma viene colui che è più forte
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di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio
dei calzari. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco»
(Luca 3:16).
Prima di compiere quest’opera, Cristo fu battezzato
lui stesso e ricevette lo Spirito Santo.
«Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. Ma questi vi si opponeva dicendo: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?”. Ma Gesù gli rispose: “Sia
così ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo
modo ogni giustizia”. Allora Giovanni lo lasciò fare. Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall’acqua; ed ecco i
cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dai
cieli che disse: “Questo è il mio diletto Figlio, nel quale
mi sono compiaciuto”» (Matteo 3:13-17).
Gesù, che non aveva bisogno di ravvedimento, chiese
e ottenne il battesimo per identificarsi completamente
con l’umanità peccatrice. Cominciava ad adempiersi così la profezia di Isaia riguardo al Servo del Signore: «Egli
è stato contato fra i malfattori» (Isaia 53:12).
Così, Cristo guarda alla croce fin dagli inizi del suo
ministero. E la voce dal cielo conferisce pubblicamente
al battesimo di Gesù il significato di una prima manifestazione della sua dignità di Messia. Lo Spirito Santo,
nella sua pienezza, scese su lui per dotare la sua umanità
di tutte le grazie e di tutti i doni necessari per il compimento dell’opera per cui egli era venuto al mondo.
Una differenza sostanziale tra il battesimo di Giovanni e quello cristiano è da ricercarsi nella promessa del
dono dello Spirito Santo che accompagna il secondo.
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L’apostolo Pietro, nel suo discorso della Pentecoste,
alla moltitudine che ascoltava disse: «E Pietro a loro:
“Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di
Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo...”» (Atti 2:38).
Questo dono è il contrassegno dell’età messianica, la
prova che la nuova era, data come imminente dal battesimo di Giovanni, aveva avuto inizio.
3. Il mandato della chiesa
Ai suoi discepoli Cristo ha dato l’ordine di amministrare
il battesimo sino alla fine dei secoli: «Andate dunque, e
fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate...» (Matteo 28:19). «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà
stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto
sarà condannato» (Marco 16:15,16).
La menzione del nome (al singolare) del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, invocato sul neofita, significa
che la nuova vita, iniziata dal catecumeno al momento
del battesimo, è resa possibile dall’azione coordinata e
unitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
4. Simbolo della morte e della vita
Che cosa significa esattamente il termine battesimo? La
forma del rito fa pensare di per sé a una morte, a un seppellimento seguito da una risurrezione. Infatti il senso
profondo della cerimonia consiste in una specie d’incorporazione alla morte e alla risurrezione di Cristo.
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Due dichiarazioni di Paolo chiariscono il significato
del battesimo:
«Siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti» (Colossesi
2:12). «O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua
morte? Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il
battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato
risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita» (Romani 6:3,4).
Queste ultime parole, unite a quelle del versetto 8:
«Ora se siamo morti in Cristo, noi crediamo che altresì
vivremo con lui», fanno vedere che da parte del neofita
c’è stata una rottura con il peccato e un inizio di vita rinnovata, preludio di quella beata che incomincerà alla risurrezione.
L’abate Crampon così commenta il brano di Romani:
«Nei primi secoli il battesimo veniva conferito per immersione; il catecumeno veniva interamente sommerso
nell’acqua, dalla quale usciva subito. Paolo, in questo
duplice rito, non vede solo un simbolo esteriore della
morte (seguita da seppellimento) e della risurrezione
(l’uscita dal sepolcro) di Gesù Cristo; egli vi attribuisce
un significato più intimo: l’immersione è la morte al peccato, è il vecchio uomo, l’uomo secondo la carne, che
scompare sotto le acque e viene seppellito come in un sepolcro; l’emersione è la nascita dell’uomo nuovo, dell’uomo rigenerato dallo Spirito Santo».
E a proposito dello stesso versetto un altro commentatore dice: «La discesa nell’acqua rappresenta sempre
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un’immersione e perciò un seppellimento, mentre l’uscita dall’acqua raffigura una risurrezione. Come il seppellimento è la definitiva constatazione della realtà della
morte e la rottura dell’ultimo legame dell’uomo con la
sua vita terrena, così il battesimo del credente dimostra
pubblicamente la sua morte al peccato implicata nella
sua fede e la radicale rottura con la sua vecchia vita
mondana ed egoistica» - F. Godet, Commentaire sur l’épitre aux Romains, vol. 2, p. 20.
5. Un atto di rinuncia
Il battesimo non è il mezzo, ma il simbolo del grande rinnovamento morale che fa passare il peccatore dalla morte alla vita. Questo miracolo è opera dello Spirito Santo.
Il rito in questione è solo il segno esteriore mediante
il quale il catecumeno fa atto di rinuncia al mondo, alla
vita passata e manifesta il desiderio di vivere una vita
nuova in Cristo.
«Se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno
di Dio... Se uno non è nato d’acqua e di Spirito non può
entrare nel regno di Dio». «Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo... Sono stato
crocifisso con Cristo, e non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me...». «Se dunque uno è in Cristo egli è
una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco
sono diventate nuove». «Se dunque voi siete stati risuscitati con Cristo cercate le cose di sopra dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Abbiate l’animo alle cose di sopra,
non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la
vita vostra è nascosta con Cristo in Dio» (Giovanni 3:3,5;
Galati 3:27; 2:20; 2 Corinzi 5:17; Colossesi 3:1-3).
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6. Le condizioni del battesimo
Per essere valido, il battesimo richiede da parte del candidato l’adempimento di due condizioni fondamentali:
pentimento e fede.
«Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome
di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo» (Atti 2:38,37), fu la
risposta di Pietro alla folla assetata di verità e di pace che
aveva chiesto agli apostoli: «Fratelli, che dobbiamo fare?»
E alla domanda: «Ecco dell’acqua; che impedisce che io
sia battezzato?» fatta dallo statista etiope incontrato e
istruito in viaggio da Filippo, la risposta di questo fu: «Se
tu credi con tutto il cuore è possibile» (Atti 8:36,37). E
non dimentichiamo le parole di Cristo: «Chi avrà creduto
e sarà stato battezzato, sarà salvato» (Marco 16:16).
Mediante il battesimo il catecumeno entra nella chiesa; egli diventa una pietra vivente dell’edificio di cui Cristo è pietra angolare, un membro del corpo di Cristo:
«Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un unico Spirito per formare un unico corpo, giudei e greci,
schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo
Spirito» (1 Corinzi 12:13).
7. La forma del battesimo
Dopo quanto abbiamo detto sul significato del battesimo non sarebbe quasi necessario precisarne la forma,
perché è evidente non poter trattarsi che di un seppellimento, cioè di un’immersione totale.
È questo d’altronde, il significato etimologico del verbo «battezzare», che viene dal greco baptizein equivalente a «tuffare interamente nell’acqua un uomo o un og101
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getto per poi ritirarli successivamente». Purtroppo il sostantivo «battesimo» ha perduto il suo significato originario e perciò si è costretti generalmente ad aggiungervi, per indicare con precisione tale significato, l’espressione «per immersione», che in realtà è un pleonasma.
Che la forma biblica del battesimo sia quella per immersione risulta non solo dagli argomenti teologici e linguistici citati, ma anche da altri particolari di notevole
importanza.
La Bibbia ci dice infatti che Giovanni battezzava «nel
fiume Giordano» (Marco 1:5); che battezzava a «Enon,
presso Salim, perché c’era lì molta acqua» (Giovanni
3:23); che dopo il suo battesimo Gesù «salì fuori dell’acqua» (Marco 1:10); che l’etiope e il diacono Filippo scesero nell’acqua e poi ne uscirono.
Simbolo della morte e della risurrezione con Cristo,
cioè del seppellimento del «vecchio uomo» e della nascita dell’«uomo nuovo» rigenerato dallo Spirito Santo; testimonianza pubblica che rinuncia al mondo; condizione d’ingresso nella chiesa; frutto del pentimento e della
fede: il battesimo biblico ha un’importanza fondamentale. Ancora oggi Cristo ci ripete: «Chi avrà creduto e
sarà stato battezzato sarà salvato».
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LA SANTA CENA
«Anche questa cerimonia, istituita da Cristo come sostituzione e continuazione della Pasqua giudaica, è considerata dagli avventisti, come da altri cristiani, un simbolo, un segno, senza possedere in sé un’efficacia indipendente dal sentimento di chi vi partecipa.
Partecipare alla “Cena del Signore” significa commemorare il sacrificio di Cristo attraverso i simboli del corpo e del sangue del Salvatore rappresentati dal pane e
dal vino. Essa è quindi un’espressione di fede nell’azione
salvifica della croce.
Accanto all’elemento della commemorazione, la santa Cena presenta anche quello della speranza, dell’annuncio del ritorno di Gesù. Scrive l’apostolo Paolo: “Poiché ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di
questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga” (1 Corinzi 11:26).
A questa cerimonia, che simboleggia l’opera di salvezza di Dio per l’uomo, occorre accostarsi in pace con Dio
e con gli uomini. Essa è quindi anche un’occasione di verifica periodica della condizione spirituale del credente.
Gli avventisti, seguendo l’esempio di Gesù, fanno precedere al servizio di comunione quello della “lavanda dei
piedi”. “Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro,
v’ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni
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agli altri” (Giovanni 13:14). La “lavanda dei piedi” è una
cerimonia che, ricordando l’umiltà di Cristo, ha il compito di risvegliare questo sentimento nei credenti. Essi
sono invitati a cogliere l’aspetto comunitario della vita
cristiana che richiede tolleranza, spirito di perdono e disponibilità reciproci. Nelle chiese avventiste il servizio di
santa Cena è aperto a tutti i credenti in Cristo» (V. Fantoni e R. Vacca).
Alla vigilia della sua morte Cristo istituì in presenza
dei discepoli la santa Cena o Eucarestia, rito dotato di
una particolare carica emotiva e destinato a essere per i
credenti di ogni epoca un potente mezzo di grazia.
1. Una sublime lezione di umiltà
Prima di procedere all’istituzione vera e propria del rito
eucaristico Gesù, che ben conosceva i sentimenti di invidia e di gelosia che agitavano ancora nell’intimo i dodici, li volle rendere consapevoli delle loro lacune morali e, con sublime atto d’amore, dare loro una lezione di
umiltà che non fosse mai dimenticata.
Ecco come l’apostolo Giovanni, molti anni dopo riferisce i fatti: «Or prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo
mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel
mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il
diavolo aveva già messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio
di Simone, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli
aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a
Dio se ne tornava, si alzò da tavola, depose le sue vesti e,
preso un asciugatoio, se lo cinse. Poi mise dell’acqua in
una bacinella, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli, e
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ad asciugarli con l’asciugatoio del quale era cinto...
Quando dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe ripreso
le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi
dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti vi ho dato un
esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io.
In verità, in verità vi dico che il servo non è maggiore del
suo signore, né il messaggero è maggiore di colui che lo
ha mandato. Se sapete queste cose, siete beati se le fate»
(Giovanni 13:1-5,12-17).
La lavanda dei piedi che Gesù, dopo averne dato l’esempio, chiede ai discepoli di praticare tra loro, è un atto di umiltà che i cristiani di tutti i tempi sono invitati a
ripetere. Essa offre l’occasione di piegare il proprio orgoglio, la propria ambizione, di confessarsi miseri peccatori e di riconoscersi servitori gli uni degli altri: degna preparazione, questa, per accostarsi alla mensa eucaristica.
2. La Pasqua ebraica
Gli ebrei avevano l’abitudine di celebrare ogni anno la
Pasqua, festa di antica data. Essa era stata istituita nel
deserto per ricordare l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto e la conseguente liberazione dalla schiavitù.
Il termine «Pasqua» - da Pésakh «passaggio», e da pasakh «passare oltre» - rievocava al vivo quanto avvenne
in quell’occasione, quando cioè l’angelo inviato da Dio
per sterminare i primogeniti egiziani, «passò oltre» le case delle famiglie ebraiche risparmiandole perché esse,
ubbidendo agli ordini divini, avevano asperso gli stipiti e
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l’architrave delle loro porte con il sangue di un agnello.
La Pasqua era una festa non solo commemorativa,
ma anche tipica e prefigurativa. Annunziava e simboleggiava una liberazione molto più grande: quella che Cristo avrebbe compiuto salvando il suo popolo dai peccati.
Cristo è l’Agnello «senza difetto né macchia» di cui
non si doveva spezzare nessun osso. Spruzzando con il
sangue di un agnello gli stipiti e l’architrave della porta,
l’israelita, anche lo straniero, sfuggiva alla morte; analogamente, accettando il sacrificio espiatorio di Cristo sul
Calvario, il credente ottiene per fede la giustificazione
che lo libera dalla condanna a morte.
La Pasqua si era tramandata attraverso i secoli. Al
tempo di Gesù essa veniva ancora celebrata in pompa
magna, e per l’occasione una folla numerosa saliva a Gerusalemme. Anche Cristo nel corso del suo ministero
partecipò a questa festa per quattro volte, l’ultima delle
quali fu il giovedì della settimana di passione. Il giorno
successivo, venerdì, Gesù stesso moriva come l’Agnello
senza macchia che la Pasqua prefigurava.
3. Una nuova situazione
Prima di morire, Cristo volle sostituire il vecchio rito con
il nuovo. La Pasqua ebraica, infatti, non aveva più motivo di esistere. Tutto l’insieme dei riti e delle cerimonie
che annunciavano la morte di Cristo stava per essere
abolito. Gesù, servendosi di due elementi che aveva dinanzi, il pane e il vino, istituì appunto la santa Cena.
Questa cerimonia era destinata a diventare nel corso
dei secoli, il grande memoriale della morte di Cristo, come pure il simbolo perfetto della liberazione assicurata
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al credente dal sacrificio del Calvario e della necessità,
per il credente stesso, di nutrirsi ogni giorno del pane
spirituale che è la Parola della vita.
Ecco il racconto particolarmente commovente, che
l’apostolo Paolo fa della cerimonia: «Poiché ho ricevuto
dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che
il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: Questo è il
mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di
me. Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il
calice, dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio
sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e
bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga».
Al racconto, l’apostolo aggiunge un avvertimento circa le condizioni spirituali necessarie ai partecipanti:
«Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del
Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il
sangue del Signore. Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; poiché chi mangia e
beve, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non
discerne il corpo del Signore» (1 Corinzi 11:23-29).
4. Il «corpo» e il «sangue» di Cristo
Le parole di Cristo: «Questo (il pane) è il mio corpo…
questo (il vino) è il mio sangue…» hanno dato origine a
molte controversie. Si tratta di espressioni che vanno
comprese alla luce dello stile biblico in generale e di
quello adoperato da Cristo in particolare.
Gesù, rivolgendosi ai discepoli, si serviva di modi di
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dire, quali «voi siete il sale della terra», «la luce del mondo» che hanno, evidentemente, un senso figurato (voi
rappresentate, rispetto al resto del genere umano, quello che è il sale per le vivande, ecc.). Lo stesso valore hanno immagini adoperate da Cristo in riferimento a se
stesso come: «Io sono la vera vite», «la via», «la porta»,
«la stella rilucente del mattino» (rappresento, per la vita
spirituale dell’uomo, una guida sicura, paragonabile a
una strada, ecc.).
Ancora, altre espressioni analoghe a quelle usate da
Gesù nella santa Cena erano note nell’ambiente ebraico
con il senso figurato. Difatti troviamo nella Scrittura
molti passi in cui le benedizioni spirituali sono descritte
come un mangiare e un bere. Per esempio, nel libro dei
Proverbi, è scritto: «La saggezza ha fabbricato la sua casa, ha apparecchiato la sua mensa. Ha mandato fuori le
sue ancelle; dall’alto dei luoghi elevati della città dice: Venite, mangiate il mio pane e bevete il vino che ho preparato!» (9:1-5). Nel libro del profeta Isaia leggiamo ancora: «O voi tutti che siete assetati, venite alle acque; voi
che non avete denaro venite, comprate e mangiate! Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte!»
(Isaia 55:1). E anche nel Nuovo Testamento leggiamo
brani simili: «Beati quelli che sono affamati e assetati di
giustizia perché saranno saziati» (Matteo 5:6).
Un episodio avvenuto pochi giorni prima della santa
Cena chiarirà ancora meglio il senso delle espressioni
usate da Cristo nella Cena stessa.
Dopo aver compiuto il miracolo dei pani e dei pesci
Gesù dichiarò ai presenti che il Padre dava loro «il vero
pane che viene dal cielo». E, credendo gli uditori che si
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trattasse di pane materiale, egli si diede cura di spiegare: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà mai più sete» (Giovanni
6:35). Con queste parole Cristo ci fa capire in che senso
dobbiamo intendere quelle che seguono: «Chi mangia la
mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna» (v. 54).
Mangiare la carne di Cristo e bere il suo sangue significa andare a lui e credere. Cristo stesso ha cura di spiegare ai giudei di allora e a noi, oggi, che queste cose si
devono comprendere in senso spirituale: «È lo spirito
che vivifica; la carne non è di alcuna utilità, le parole che
vi ho dette sono spirito e vita» (v. 63).
5. Una commemorazione e un simbolo
Nell’insegnamento biblico la santa Cena è, soprattutto,
una commemorazione del sacrificio puro e perfetto consumato da Cristo, «Agnello senza difetto né macchia».
«Fate questo in memoria di me», ha detto il Salvatore.
Il pane spezzato rappresenta il corpo di Gesù che è
stato trafitto per noi. Il vino è il simbolo del sangue sparso per i peccatori ed è, anche, il suggello di una nuova alleanza. Essendo il pane e il vino i simboli del corpo e del
sangue di Gesù, l’atto della loro consumazione rappresenta la comunione personale del credente con il suo
Salvatore.
Il pane è un’immagine del sostentamento dell’esistenza: mangiarne significa nutrirsi spiritualmente. Il vino è
un’immagine del sangue, che è la vita («La vita della carne è nel sangue» Levitico 17:11). Così il pane e il vino
simboleggiano la pienezza della vita che Cristo trasmette ai suoi. Questa vita deve sostituirsi alla loro, così co109
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me il ceppo della vite trasmette la sua vita ai tralci. Il cristiano deve poter esclamare con Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo, non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2:20).
6. La grande speranza
Infine, la santa Cena annunzia e prepara un grande avvenimento, quello che fa divenire realtà la speranza più
profonda del cristiano: il ritorno del Signore.
Forse questo è l’aspetto del rito che ha procurato più
consolazione ai discepoli. Gesù infatti disse loro: «Vi dico che da ora in poi non berrò più di questo frutto della
vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio» (Matteo 26:29). E aggiunse (lo riporta Paolo): «Poiché ogni volta che mangiate questo
pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte
del Signore, finché egli venga» (1 Corinzi 11:26).
Così, la santa Cena commemora la morte di Cristo,
rappresenta la sua vita che alimenta la vita spirituale del
credente e annunzia il ritorno in gloria del Signore. Accanto al simbolo, in essa si scorge una grazia che comunica a chi vi partecipa gli effetti della morte del Salvatore, della sua risurrezione, della sua vita e la speranza del
suo ritorno in gloria.
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LA LEGGE DI DIO
«Gli avventisti si sentono chiamati da Dio al compito
particolare di riproporre con forza al mondo contemporaneo il valore eterno dei dieci comandamenti.
I credenti fedeli sono definiti nell’Apocalisse come coloro “... che osservano i comandamenti di Dio e la fede
in Gesù” (Apocalisse 14:12).
Le “dieci parole” del Sinai restano un punto di riferimento fondamentale con cui anche la morale laica deve
fare i conti. Ogni cosa nell’universo risponde a delle leggi; la vita fisica stessa si regge su leggi immutabili. Ma il
nostro vivere abbraccia anche valori non materiali: intelligenza, bellezza, volontà, etica, spiritualità. E anche
questi valori hanno le loro leggi.
Solo Dio, che ci ha creati, conosce le leggi che ci permettono di vivere in armonia con lui, con il suo progetto, con il prossimo, con la natura. La Bibbia afferma che
il nostro malessere morale deriva proprio dalla volontà
di sottrarci alle leggi che Dio ha donato e che sono
espressione del suo carattere; fra di esse i dieci comandamenti sono i più importanti.
L’apostolo Giacomo afferma: “Parlate e operate come
dovendo esser giudicati da una legge di libertà” (2:12).
L’evangelista Giovanni scrive: “E da questo sappiamo
che l’abbiam conosciuto: se osserviamo i suoi comanda111
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Capitolo 13
menti... Perché questo è l’amor di Dio: che osserviamo i
suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono
gravosi” (1 Giovanni 2:3; 5:3).
Il decalogo non scadrà mai perché la volontà umana
avrà sempre bisogno di una guida chiara e sicura. Ma
anche un’espressione così elevata di giustizia può trovare il suo senso più profondo solo nel messaggio di Cristo. Egli, con la sua vita, ha mostrato come l’ubbidienza
al Creatore resti il dovere fondamentale dell’uomo.
La legge è dunque un dono divino e come tale va accolta. Grazie a essa comprendiamo noi stessi, i nostri
ambiti, i nostri obblighi morali, vediamo i nostri limiti e
le nostre colpe; la legge è uno specchio che ci propone
continuamente l’esigenza del perdono divino.
L’ubbidienza alla volontà di Dio è frutto della grazia e
della “nuova nascita”. Chi si sente salvato dal Signore sa
che il suo privilegio è quello di essergli fedele e che la sua
felicità è legata all’armonia con i suoi precetti.
Gli avventisti accettano i dieci comandamenti nella
lettera e nello spirito con cui sono scritti in Esodo al capitolo 20» (V. Fantoni e R. Vacca).
L’universo è regolato da leggi che l’uomo cerca di scoprire. Gli astri si muovono secondo leggi determinate e
l’infinitamente piccolo è ugualmente sottoposto a leggi.
Anche gli uomini, sia collettivamente sia individualmente,
sono regolati da un insieme di norme. Ovunque troviamo
delle leggi. Questo significa che sono indispensabili.
1. Il decalogo
Sarebbe qui fuori luogo prendere in esame le leggi matematiche, fisiche, chimiche, psicologiche, sociali, ecc.; si
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parlerà piuttosto della legge per eccellenza che è servita
come base alla legislazione morale dei popoli, della legge
che desta l’ammirazione degli uomini, la cui osservanza
è la condizione fondamentale della felicità dei popoli e
degli individui. Il «decalogo» o «dieci comandamenti».
2. La sua promulgazione
I principi di questa legge Dio li fece conoscere ad Adamo
ed Eva, che furono incaricati di trasmetterli ai loro discendenti. I patriarchi la conoscevano bene dal momento che Dio nel rivolgersi a Isacco, si espresse nel modo
seguente: «Abraamo ubbidì alla mia voce e osservò quello che gli avevo ordinato: i miei comandamenti, i miei
statuti e le mie leggi» (Genesi 26:5).
Nondimeno Dio si proponeva di comunicare la sua
legge in forma concisa, lapidaria. Voleva proclamarla solennemente alla presenza di numerosi testimoni, in una
cornice indimenticabile e grandiosa di potenza. Questa
promulgazione avvenne sul monte Sinai, alla presenza
di tutto il popolo d’Israele riunito in un deserto, lontano
da ogni contatto con le altre nazioni, «dal fuoco, dalla
nuvola, dall’oscurità» (Deuteronomio 5:22-27).
3. Una legge divina, perfetta e immutabile
Promulgata in modo così solenne, dall’alto di un monte,
in presenza di un popolo scelto e incaricato di una missione speciale, questa legge mostra, nei confronti di quelle precedenti e contemporanee, in particolare del codice
di Hammurabi, re di Babilonia vissuto fra il XVIII e il XVI
secolo a.C., una superiorità grandissima. «La legge del Signore è perfetta... La legge è santa, e il comandamento è
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santo e giusto e buono» (Salmo 19:7; Romani 7:12). Essendo volontà di Dio immutabile ed eterna, la sua legge,
che ne è l’espressione stessa, è ugualmente immutabile
ed eterna. Volerla modificare o abolire equivarrebbe a
voler distruggere il carattere di Dio, che è impossibile.
Dio «non cambia» (Malachia 3:6); in lui «non c’è variazione né ombra di mutamento» (Giacomo 1:17).
Di lui è detto che: «Tutto quel che Dio fa è per sempre; niente c’è da aggiungervi, niente da togliervi» (Ecclesiaste 3:14). Egli stesso dichiara: «Non violerò il mio
patto e non muterò quanto ho promesso» (Salmo 89:34).
«La legge è necessaria tra Dio e le sue creature; la legge è essenziale alla nostra natura morale, in quanto la
nostra coscienza dice a noi tutti che abbiamo dei doveri
e che siamo fatti per obbedire; la legge è eterna come i
nostri rapporti con Dio e come Dio stesso; la legge è la
verità nell’ordine morale: ora la verità può essere abolita?» (Alessandro Vinet).
4. Due leggi
Oltre alla legge dei dieci comandamenti, Dio dette al popolo d’Israele un insieme di leggi cerimoniali e rituali
profondamente diverse per carattere e scopo. Mentre la
legge morale è spirituale, immutabile ed eterna - destinata a tutta l’umanità attraverso i secoli - la seconda,
cioè la legge cerimoniale, era transitoria e prefigurativa.
Quest’ultima aveva lo scopo di regolare le cerimonie,
i riti e i sacrifici, tutte cose che rappresentavano anticipatamente il sacrificio di Cristo. Essa aveva, di conseguenza, un valore profetico, e cessò di essere in vigore
dal momento in cui Cristo morì sulla croce. Allora il ve114
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lo del tempio che separava il luogo santo da quello santissimo (le due parti principali del tempio) si lacerò in
due parti, per indicare appunto l’abolizione delle leggi rituali e la fine del servizio levitico.
5. Cristo e la legge
Pur avendo, con la sua morte, messo fine al regime legale dell’antica alleanza, Cristo ha proclamato con forza,
mediante la vita e l’insegnamento, i principi eterni che
sono alla base del decalogo.
La sua missione era al tempo stesso quella di salvare
l’umanità morendo per essa, e rivelare il carattere e la
volontà del Padre suo: «Perché io non ho parlato di mio;
ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui
quello che devo dire e di cui devo parlare... Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a
me» (Giovanni 12:49,50).
Piena conformità nel pensiero e nell’azione: ecco ciò
che caratterizza i rapporti tra il Padre e il Figlio. Il Padre, come abbiamo visto, non cambia; la stessa cosa possiamo dire del Figlio: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e
in eterno» (Ebrei 13:8).
Poteva egli fare altro che proclamare la santità, l’immutabilità, l’eternità della legge e uniformarvisi? In due
dichiarazioni che non danno adito a equivoci, Cristo indica la perennità di questa legge che egli ha d’altra parte osservato in ogni circostanza.
«Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o
i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare
a compimento. Poiché in verità vi dico: finché non siano
passati il cielo e la terra, neppure uno iota o un apice del115
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la legge passerà senza che tutto sia adempiuto... È più facile che passino cielo e terra, anziché cada un solo apice
della legge» (Matteo 5:17,18; Luca 16:17).
Cristo ha adempiuto la legge. Non l’ha abolita; anzi,
l’ha esaltata, magnificata, evidenziandone il contenuto
spirituale. Egli l’ha anche liberata dalle tradizioni con
cui i giudei l’avevano appesantita e l’ha elevata al di sopra del materialismo dei farisei che ne osservavano la
lettera respingendone, però, lo spirito. A questo proposito il sermone sulla montagna è veramente significativo.
6. La sintesi della legge
Cristo ha mirabilmente riassunto il decalogo in questa
dichiarazione: «... “Ama il Signore Dio tuo con tutto il
tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te
stesso”» (Matteo 22:37-39).
Infatti il decalogo stabilisce i rapporti che devono, o
dovrebbero, esistere tra il Creatore e la creatura da una
parte, e fra l’uomo e il suo simile dall’altra; è la base dei
nostri doveri religiosi e dei nostri obblighi sociali; è elemento fondamentale di stabilità, sicurezza e progresso.
Nell’obbedienza volontaria a questa legge si trova la
condizione della libertà totale dell’uomo dal male morale, e, di conseguenza, della vera felicità.
I primi quattro comandamenti prescrivono i nostri
doveri verso Dio; gli ultimi sei, quelli verso il prossimo.
7. Il testo della legge
«Allora Dio pronunziò tutte queste parole:
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I. Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal
paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi
oltre a me.
II. Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che
sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque
sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e
alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso
bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che
mi amano e osservano i miei comandamenti.
III. Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano; perché il SIGNORE non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano.
IV. Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al SIGNORE Dio tuo; non fare in
esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua
figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame,
né lo straniero che abita nella tua città; poiché in sei giorni il SIGNORE fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è
in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il SIGNORE ha
benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato.
V. Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il SIGNORE il Dio tuo, ti dà.
VI. Non uccidere.
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Capitolo 13
VII. Non commettere adulterio.
VIII. Non rubare.
IX. Non attestare il falso contro il tuo prossimo.
X. Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua
serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del
tuo prossimo» (Esodo 20:1-17).
La legge di Dio non cambia. Oggi e per sempre, deve
essere osservata nella sua integrità. L’ubbidienza alla legge dimostra l’amore che proviamo per il nostro prossimo e per Dio. «Da questo sappiamo che amiamo i figli
di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. Perché questo è l’amore di Dio: che osserviamo
i suoi comandamenti, e i suoi comandamenti non sono
gravosi» (1 Giovanni 5:2,3).
«Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché
questo è il tutto per l’uomo» (Ecclesiaste 12:15).
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Capitolo 14
LA LEGGE E LA GRAZIA
«Sono sotto la legge o sotto la grazia?» è una domanda
che può facilmente affacciarsi alla mente del cristiano.
Può sembrare, infatti, che i due regimi si escludano a vicenda. Se egli non vuole riconoscere l’importanza della
legge, si metterà sotto il regime della grazia senza la legge; se egli poi s’inganna sul senso della grazia, cercherà di
ottenere la salvezza mediante le opere della legge. In entrambi i casi, manca la comprensione esatta della funzione che la legge e la grazia svolgono rispettivamente nella
salvezza dell’uomo come ci è rivelata nelle Scritture.
Non sarà dunque superfluo esaminare questo importante soggetto alla luce della Bibbia.
1. Le esigenze della legge
La legge divina, o decalogo, è l’espressione del carattere
e della volontà di Dio. Essa è perfetta, santa, giusta e
buona, in quanto riflesso di attributi divini: perfezione,
santità, giustizia e bontà. Dal momento che Dio è immutabile ed eterno, la legge non può essere che immutabile ed eterna a sua volta.
Essa richiede, da parte dell’uomo, un’ubbidienza perfetta. Non conosce mezze misure, responsabilità mitigate, osservanza incompleta dei suoi comandamenti. La
legge condanna inesorabilmente coloro che la trasgredi119
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Capitolo 14
scono. «Perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai» aveva detto Dio ad Adamo, alludendo alle conseguenze terribili di un’eventuale disobbedienza
(Genesi 2:17). E tale disobbedienza, che ci fu, ha portato la condanna a morte su tutta l’umanità. «Il peccato dice Giovanni – è anche la violazione della legge» (1 Giovanni 3:4). E «il salario del peccato è la morte» aggiunge Paolo (Romani 6:23).
«Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel
mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini... perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Romani 5:12; 3:23).
2. La legge è uno specchio
La legge è come uno specchio, dichiara Giacomo, nel
quale l’uomo si vede com’è nella realtà.
Effettivamente, in questo specchio il peccatore scopre
Dio e le perfezioni divine e nello stesso tempo la sua propria miseria morale e il suo egoismo, il suo orgoglio, la
bruttezza del suo peccato.
La legge, rivelando al peccatore le trasgressioni e le innumerevoli deviazioni, fa sì che egli acquisisca progressivamente coscienza della sua colpevolezza e dell’impossibilità di liberarsene con le sole sue forze. In questo modo il peccato viene inesorabilmente smascherato.
3. La legge: un «pedagogo»
La legge dunque non salva il peccatore, anzi lo condanna ed egli non può sottrarsi. Tutti i suoi sforzi sono inutili, perché gli è impossibile non solo osservare perfettamente la legge, ma anche cancellare mediante atti di ge120
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nerosità o di eroismo la condanna che essa ha pronunciato a suo carico, e riconciliarsi così con Dio. «L’uomo
non è giustificato per le opere della legge... per le opere
della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui» (Galati 2:16; Romani 3:20).
La legge, convincendo l’uomo della sua miseria morale e del suo stato di colpa, lo conduce a poco a poco al
pentimento e lo accompagna ai piedi di Cristo dove si
trovano perdono e giustificazione. Il suo compito è dunque quello di un «pedagogo» - come dice Paolo - che, dopo aver rivelato la condizione di malattia spirituale del
peccatore, non potendolo guarire, lo conduce a Cristo, il
grande Medico.
«La legge è stata come un precettore per condurci a Cristo, affinché noi fossimo giustificati per fede» (Galati 3:24).
4. La grazia di Dio
Cristo può salvarci perché Dio ci ama. «Dio è amore»,
dice l’apostolo (1 Giovanni 4:8).
Egli cerca di sottrarre l’uomo alla condanna a morte
alla quale la legge lo ha destinato. Egli sa che l’uomo merita la morte, per questo ci accorda la «grazia»: suo Figlio preferisce morire piuttosto che rinunciare a manifestare il suo amore per l’umanità caduta.
«Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio... e
sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù... Infatti è per grazia
che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da
voi; è il dono di Dio» (Romani 3:23,24; Efesini 2:8).
Non meritiamo questa grazia. Non possiamo nemmeno considerarla una ricompensa delle nostre opere o
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delle nostre mortificazioni; essa è un «dono gratuito»
che è stato meritato per noi dalle sofferenze e dalla morte di Gesù Cristo in croce.
Il peccatore, beneficiando di questa concessione che
accetta mediante la fede, passa dal regime della legge a
quello della grazia. «Il castigo, per cui abbiamo pace, è
caduto su di lui e grazie alle sue ferite noi siamo stati
guariti» (Isaia 53:5).
«Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che
sono in Cristo Gesù» (Romani 8:1). Egli salva pienamente tutti coloro che accettano la sua grazia.
5. La legge mantiene il suo compito
Il regime della grazia non abolisce la legge, che continua
ad avere un suo compito preciso.
Se si fosse potuto salvare il genere umano abolendo la
legge, non ci sarebbe stato bisogno di Cristo, della sua
nascita senza peccato, della sua morte in croce e della
sua risurrezione. È proprio perché la legge mantiene tutto il suo vigore che è necessaria la grazia. «Dove non c’è
legge non c’è neppure trasgressione» (Romani 4:15).
Senza legge, non vi è più peccato, come pure senza grazia non vi è più salvezza.
La morte di Gesù sul Calvario è certamente l’argomento principe in favore dell’immutabilità della legge.
Morendo, Cristo ne ha riconosciuto una volta per sempre l’autorità; l’ha esaltata come fondamento del governo di Dio, e ha condannato definitivamente i principi di
anarchia di Satana, le cui opere è venuto a distruggere.
La croce è il trionfo sia della legge sia della grazia, e costituisce per Satana il segno definitivo della sua sconfit122
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ta irrimediabile. Nella morte di Cristo sono stati riuniti,
per la salvezza del peccatore, i due attributi fondamentali di Dio: giustizia e amore.
La legge ha dunque il suo ruolo anche nella nuova alleanza. È sempre necessaria per smascherare il peccato.
È lo specchio che rivela le trasgressioni, e il «pedagogo»
che conduce il peccatore a Cristo, dal quale ottiene la
giustificazione per fede.
Legge e grazia, lungi dall’escludersi, si completano a
vicenda armonicamente. La legge rivela il peccato, condanna il peccatore e lo conduce alla grazia, ma non lo
salva, non può dare la giustizia di cui ha bisogno. La grazia interviene, giustifica il peccatore per mezzo di Cristo
tenendo conto della fede e riconduce a sua volta il peccatore alla legge.
6. Non sotto la legge ma sotto la grazia
Il credente non è più sotto la legge.« Ma se siete guidati
dallo Spirito, non siete sotto la legge» (Galati 5:18).
L’uomo che resta sotto il regime della legge propone
un’autosalvezza. Non c’è salvezza nella legge, senza la
grazia. «Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia... Per le
opere della legge; nessuna carne sarà giustificata» (Galati 5:4; 2:16).
Nessuno può, con le proprie forze conquistare il cielo,
data la peccaminosità intrinseca della natura umana.
«Tutta la nostra giustizia è come un abito sporco» (Isaia
64:6). Ma il fatto di essere liberati dalla condanna della
legge e di trovarsi sotto il regime della grazia non dispensa il credente dall’obbligo di osservare la legge di Dio.
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Capitolo 14
Paolo dice: «Il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia. Che faremo dunque? Peccheremo forse perché non siamo sotto la
legge ma sotto la grazia? No di certo!» (Romani 6:14,15).
Questa dichiarazione di Paolo può essere illustrata
con un esempio. Un criminale è stato condannato a
morte per aver trasgredito la legge del suo paese. Ma, a
un certo momento, viene graziato, nonostante meriti la
condanna. Torna così in libertà. Quale uso farà di questa
libertà? Gli darà forse il diritto di ricominciare a trasgredire la legge? O, per meglio dire, l’ex-condannato
avrà l’impressione che dal momento in cui è stato graziato non vi è più legge per lui, e può così agire a suo piacimento? Certamente no. Egli ammetterà che, in riconoscenza della libertà ottenuta, e anche in seguito all’esperienza diretta dell’importanza della legge e della gravità della punizione, è suo dovere sottomettersi alla legge ed evitare in tal modo una nuova condanna.
No, la grazia non è contro la legge, né la legge contro
la grazia. La giustificazione è, sì, un dono della grazia, al
di fuori della legge, ma in perfetto accordo con questa.
La fede del peccatore, che fa sua la grazia, non abolisce
la legge, anzi, la conferma. «Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la
legge» (Romani 3:31).
7. Sotto la grazia con la legge
Passando da un regime all’altro, il cristiano non respinge la legge, ma ha piuttosto la possibilità di osservarla.
Lo Spirito opera in lui il miracolo della rigenerazione.
La grazia di Dio trasfonde la vita di Gesù nella sua. La
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vita di Cristo ha dimostrato che è possibile vivere in armonia con i comandamenti di Dio e indicare il vero volto di Dio agli uomini.
Analogamente, anche nel credente deve realizzarsi la
giustizia della legge, e ciò può avvenire solamente mediante la potenza dello Spirito che opera in lui la nuova
nascita. «Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova
creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove» (2 Corinzi 5:17). «Sono stato crocifisso con
Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!»
(Galati 2:20).
Il credente rigenerato, divenuto partecipe della natura divina, compie le opere dello Spirito che sono: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà,
mansuetudine, autocontrollo» (Galati 5:22). A proposito
di queste l’apostolo aggiunge: «Contro queste cose non
c’è legge».
Il compito della grazia di Cristo è di portare a compimento in noi quello che il comandamento, a causa della
debolezza umana, non è in grado di fare. «Infatti, ciò che
era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha fatto; mandando il proprio Figlio in
carne simile a carne di peccato e, a motivo del peccato,
ha condannato il peccato nella carne, affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito»
(Romani 8:3,4).
Mediante la potenza dello Spirito, il cristiano attua
dunque la giustizia della legge. Così, egli non è «sotto la
legge» ma «con la legge», perché è «sotto la grazia».
L’opera della grazia è proprio quella di stabilire dure125
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Capitolo 14
volmente la legge nel cuore dell’uomo, di scolpirgliela
nel cuore, come dice la Bibbia con espressione efficace.
Il credente adempie non «per essere salvato», ma «perché è salvato». L’adempimento della legge non è «un
mezzo» di salvezza, ma «una conseguenza» di questa
salvezza, che è una grazia ricevuta mediante la fede.
Così, passando dal regime della condanna della legge
a quello della grazia, il cristiano non è sotto la legge senza la grazia, né sotto la grazia senza la legge, ma «sotto
la grazia con la legge».
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UN GIORNO APPARTIENE A DIO
«Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora
sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di
riposo, consacrato al SIGNORE Dio tuo; non fare in esso
nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia,
né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo
straniero che abita nella tua città; poiché in sei giorni il SIGNORE fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi,
e si riposò il settimo giorno; perciò il SIGNORE ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato» (Esodo 20:8-11).
«Tra i comandamenti del decalogo è uno dei più controversi, del quale attualmente è difficile comprendere la
portata e l’applicazione: il sabato va sperimentato oltre
che compreso. Possiamo domandarci: non è un atto formale l’interruzione delle normali attività umane? Quale
vantaggio ne ha il Signore? La risposta è semplice: è l’uomo che ne può trarre il maggior beneficio.
Nella storia dell’umanità il giorno festivo ha attenuato la schiavitù dell’uomo e gli ha ricordato che esiste un
“padrone” nel cielo, superiore a qualunque padrone terreno, che è dalla parte dei poveri e degli oppressi.
E anche oggi il giorno festivo settimanale assolve una
funzione importante. La nostra attenzione viene infatti
continuamente sollecitata per proporci consumi, per
imporci un attivismo frenetico, per insegnarci a divertir127
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ci spendendo. Tra questi stimoli rischiamo di dimenticare noi stessi. Il sabato biblico serve al credente per riscoprire se stesso e il suo rapporto con il Creatore.
Non dobbiamo concepire il tempo come radicalmente diviso fra sacro e profano: tutto il tempo può essere
dedicato alla gloria di Dio, anche quello utilizzato lavorando. Ma il Signore ci conosce e sa che solo fissando
dei limiti possiamo regolare la nostra vita secondo un
progetto equilibrato.
Ecco che, paradossalmente, un divieto, invece di rappresentare un limite per la libertà e la dignità dell’uomo,
tende a esaltarne tutte le potenzialità.
Il sabato non va vissuto come facevano i farisei, come
un insopportabile codice di divieti. Gesù ha rovesciato
questa concezione: “... Il sabato è stato fatto per l’uomo
e non l’uomo per il sabato” (Marco 2:27).
Ma perché proprio il sabato e non la domenica o un
altro giorno? La risposta è allo stesso tempo semplice e
complessa. Il fatto che la domenica non abbia basi bibliche risulta evidente anche a una lettura superficiale
del Nuovo Testamento. Perché allora proprio il sabato?
Nel racconto biblico il sabato risale direttamente alla
settimana creativa, è il settimo giorno durante il quale
Dio “si riposò” dando un esempio all’uomo, offrendo un
dono non a un popolo ma all’intera umanità.
Gli avventisti credono che nessuna autorità terrena,
neppure la chiesa, possa cambiare o eliminare un comandamento di Dio.
Come sarebbero diversi, migliori, gli uomini se riuscissero un giorno su sette a ritrovare la propria dimensione più profonda, riscoprendo il loro Dio e Creatore!
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La chiesa avventista invita tutti a fare questa esperienza
che, se capita nel suo giusto valore, può arricchire enormemente la vita di ognuno» (V. Fantoni e R. Vacca).
La Bibbia insegna che un giorno della settimana deve essere dedicato a Dio in modo particolare: si tratta del
giorno chiamato generalmente negli scritti sacri «giorno
di riposo», «settimo giorno» o «sabato».
1. Origine del giorno di riposo
L’istituzione del giorno di riposo è antichissima, risale
addirittura all’epoca della creazione. Dice infatti il libro
della Genesi: «Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l’esercito loro. Il settimo giorno, Dio compì l’opera che
aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera
che aveva fatta. Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che
aveva creata e fatta» (Genesi 2:1-3).
Dio stesso, dunque, istituì questo giorno, dando in
qualche modo il primo esempio della sua osservanza:
«Dio si riposò il settimo giorno» è detto infatti nel brano
citato. È ovvio che il riposo di Dio non può avere lo stesso significato del riposo dell’uomo. Il Creatore non si
stancò, non sentì il bisogno di riposarsi («Dio non si affatica e non si stanca», Isaia 40:28), ma piuttosto cessò
l’attività creativa, essendo ormai l’opera sua completa e
perfetta. Infatti il termine ebraico tradotto con «si riposò» significa letteralmente «cessò», da shâbat, che significa «cessare»; analogamente shabbât, sabato, vuol dire
«cessazione». Dio, quindi, «cessò» di creare nel settimo
giorno e per questo benedisse e santificò il sabato, quale suggello dell’opera creativa.
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Il settimo giorno fu così consacrato come «giorno festivo», e questa sua fisionomia gli conferisce dei caratteri particolari che lo distinguono nettamente dagli altri
giorni della settimana, caratteri che devono essere conosciuti dagli uomini, perché Dio istituì il giorno di riposo
proprio per il loro bene.
2. Un comandamento del decalogo
È tanta l’importanza che Dio attribuisce al giorno di riposo da ricordarne all’uomo l’osservanza con uno specifico comandamento del decalogo.
Ecco la traduzione integrale del comandamento che
trascriviamo dalla Bibbia annotata dall’abate Giuseppe
Ricciotti: «Ricordati di santificare il giorno del sabato.
Per sei giorni lavorerai, e attenderai a tutte le tue opere.
Ma il settimo giorno è il sabato del Signore Dio tuo; in
esso non farai alcun lavoro, il tuo figlio, la tua figlia, il tuo
servo, la tua ancella, il tuo giumento, e il forestiero che si
trova fra le tue porte. In sei giorni infatti il Signore fece
il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e nel settimo giorno si riposò; per questo, benedisse il Signore il
giorno del sabato, e lo dichiarò santo» (Esodo 20:8-11).
3. Quattro caratteristiche del sabato
1. Il sabato è un «memoriale», è il giorno commemorativo del maggior prodigio di tutti i tempi: la creazione,
l’apparizione cioè delle cose dal nulla in favore dell’uomo, l’espressione vivente dell’amore traboccante di Dio.
Così Filone, un filosofo contemporaneo di Cristo, diceva
del sabato: «Questo giorno è la festa, non di una città o
di una contrada, ma di tutta la terra. È l’unico giorno de130
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gno di essere chiamato giorno di festa per tutti i popoli
e anniversario della nascita del mondo».
2. Il sabato è un «giorno di riposo e di contemplazione». Un’attività senza sosta, fatta per amore del denaro
o dell’ambizione rischierebbe di minare la salute dell’uomo e di soffocarne le aspirazioni più elevate. Il sabato offre a ognuno la necessaria distensione oltre alla
gioia di appartenere a Dio e alla soddisfazione di ammirarne l’opera. «Se tu trattieni il piede dal violare il sabato, facendo i tuoi affari nel mio santo giorno; se chiami
il sabato una delizia e venerabile ciò che è sacro al SIGNORE; se onori quel giorno anziché seguire le tue vie e
fare i tuoi affari e discutere le tue cause, allora troverai
la tua delizia nel SIGNORE» (Isaia 58:13,14).
3. Il sabato è un «giorno di culto e di più intensa vita
spirituale», un giorno in cui l’uomo è invitato a dimenticare le preoccupazioni e le ansie della vita quotidiana, e
a ricercare una più intima comunione con il suo Dio,
con i propri simili e con le cose create. Chi osserva il sabato pensando con amore al suo Creatore, vede brillare
nella sua vita una luce reale: «Beato l’uomo che fa così,
il figlio dell’uomo che si attiene a questo, che osserva il
sabato astenendosi dal profanarlo» (Isaia 56:2).
4. Il sabato è un «segno» tra Dio e l’uomo. «Il SIGNORE parlò ancora a Mosè e disse: quanto a te, parla ai figli
d’Israele e di’ loro: badate bene di osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno tra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché conosciate che io sono il SIGNORE che vi santifica. I figli d’Israele quindi dovranno
osservare il sabato, lo celebreranno di generazione in generazione, come un patto perenne. Esso è un segno pe131
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renne tra me e i figli d’Israele; poiché in sei giorni il SIGNORE fece i cieli e la terra, e il settimo giorno cessò di
lavorare e si riposò» (Esodo 31:12,13,16,17). «Santificate i miei sabati e siano essi un segno fra me e voi, dal
quale si conosca che io sono il SIGNORE, il vostro Dio»
(Ezechiele 20:20).
4. L’osservanza del sabato nell’Antico Testamento
Tutto ci permette di supporre che il riposo sabatico sia
stato osservato regolarmente dagli uomini di Dio, dalla
creazione sino alla solenne promulgazione della legge al
Sinai. A proposito di uno dei maggiori patriarchi, per
esempio, Dio dice: «Perché Abraamo ubbidì alla mia voce e osservò quello che gli avevo ordinato: i miei comandamenti, i miei statuti e le mie leggi» (Genesi 26:5).
È vero che durante il soggiorno in Egitto gli israeliti
probabilmente ebbero delle difficoltà a osservare il riposo del sabato ma, una volta liberi ripresero, sotto l’energica guida di Mosè, l’osservanza del sabato. Lo testimonia il miracolo della manna, durante il soggiorno nel deserto. Per quarant’anni, allo scopo di permettere appunto agli israeliti l’osservanza del sabato, Dio ogni settimana operò un triplice miracolo riguardante la manna, il
loro cibo nel deserto: il sesto giorno ne cadeva una quantità doppia, il settimo invece non cadeva mai, si poteva
solo conservare per il sabato quella del sesto giorno.
Infine, come si è già visto, alla promulgazione della
legge dal Sinai, il riposo del sabato diventa oggetto di un
comandamento specifico, in cui Dio non solo spiega come rispettare questo santo giorno, ma ha anche cura di
ricordarne il significato profondo.
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Stabilito definitivamente Israele in nazione, il comandamento del sabato assume un nuovo aspetto: diviene una norma della legge civile. Non bisogna dimenticare che Israele era stato scelto da Dio per mantenere
nella loro integrità le verità divine in mezzo al paganesimo universale, e che doveva trasmettere queste verità al
resto del mondo. Occorreva dunque che il popolo eletto
si rendesse conto dell’importanza degli ordini divini in
generale e del comandamento del sabato in particolare,
e imparasse a metterlo in atto scrupolosamente.
5. Gesù e il sabato
Ai tempi di Cristo l’intera legge del decalogo era appesantita da un cumulo di tradizioni umane aggiunte dai
farisei. Come si è già visto, il Signore liberò la legge da
queste sovrastrutture, la esaltò, ne mise in rilievo il carattere spirituale e si attenne sempre a essa. Da quest’opera di ripristino della volontà divina trasse particolare
giovamento il sabato.
La casistica farisaica con formule, proibizioni e cavilli
aveva trasformato l’istituzione sabatica da comandamento divino a precetto umano. Ma Cristo ritornò all’essenza
del comandamento affermando: «Il sabato è stato fatto
per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Marco 2:27). Non
potendo accettarlo come lo osservavano i suoi contemporanei né tanto meno abolirlo senza mettersi in contraddizione con se stesso, egli restituì il sabato alla sua
primitiva funzione, quella di essere il giorno santo di
gioia e di comunione profonda con il Signore, che i patriarchi e i profeti avevano conosciuto, e che tutti i figli di
Dio sono chiamati a conoscere sino alla fine del mondo.
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Dio ordina di non fare nessun lavoro di sabato, ma
questo non significa che non si debba fare del bene. Infatti
alla domanda rivolta dai farisei a Cristo se fosse permesso guarire in giorno di sabato, egli rispose: «Chi è colui tra
di voi che, avendo una pecora, se questa cade in giorno di
sabato in una fossa, non la prenda e la tiri fuori? Certo un
uomo vale molto più di una pecora! È dunque lecito far
del bene in giorno di sabato» (Matteo 12:11,12).
Gesù «era solito andare» in giorno di sabato nella sinagoga (Luca 4:16) e desiderava che i suoi discepoli continuassero a osservare il sabato anche dopo la sua ascesa al cielo. Infatti, mentre parlava loro prevedendo la rovina di Gerusalemme, che doveva verificarsi quarant’anni dopo la sua morte, disse: «Pregate che la vostra fuga
non avvenga d’inverno né di sabato» (Matteo 24:20).
Con queste parole Cristo lascia intendere, per la futura
chiesa cristiana, la normalità e la necessità dell’osservanza del giorno di Dio.
6. Gli apostoli e il sabato
Il profondo rispetto che avevano del sabato coloro che
avevano vissuto con Gesù, è testimoniato, subito dopo la
morte del Salvatore, dall’atteggiamento di Maria di Magdala e di altre pie donne.
Pur desiderose di rendere a Cristo gli ultimi doveri, esse non furono tentate di violare il comandamento, ma attesero pazientemente la fine del sabato prima di recarsi
al sepolcro per procedere al lavoro d’imbalsamazione del
corpo del Maestro: «Ma il primo giorno della settimana,
la mattina prestissimo, esse si recarono al sepolcro, portando gli aromi che avevano preparati» (Luca 24:1).
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Anche gli apostoli si dimostrarono fedeli osservatori
del sabato. Dell’apostolo Paolo, per esempio, è detto che,
mentre dimorava a Corinto ospite dei coniugi Aquila e
Priscilla proveniente dall’Italia, «ogni sabato insegnava
nella sinagoga e persuadeva giudei e greci» (Atti 18:4).
Di lui e di alcuni suoi collaboratori è detto ancora: «Ed
essi, passando oltre Perga, giunsero ad Antiochia di Pisidia; ed entrati di sabato nella sinagoga, si sedettero...
Mentre uscivano, furono pregati di parlare di quelle medesime cose il sabato seguente. Dopo che la riunione si fu
sciolta, molti giudei e proseliti pii seguirono Paolo e Barnaba; i quali, parlando loro, li convincevano a perseverare nella grazia di Dio. Il sabato seguente quasi tutta la città
si radunò per udire la Parola di Dio» (Atti 13:14,42,44).
La professione di fede degli apostoli implica la loro
perfetta adesione alla sua osservanza. In effetti, come
avrebbero potuto pretendere di «credere tutte le cose
che sono scritte nella legge e nei profeti» (Atti 24:14) se
avessero respinto un comandamento? «Perché questo è
l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i
suoi comandamenti non sono gravosi» (1 Giovanni 5:3).
7. Il sabato nella nuova terra
Il sabato, quest’istituzione divina, è valida non solo per
gli uomini di tutti i tempi, ma è destinata a sussistere
nell’eternità. Sulla nuova terra «… avverrà che… di sabato in sabato, ogni carne verrà a prostrarsi dinanzi a
me, dice il SIGNORE» (Isaia 66:22,23).
Il sabato sarà allora il giorno di Dio osservato da tutti i redenti, una festa solenne e meravigliosa, un giorno
di dolce e inimmaginabile soddisfazione.
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STILE DI VITA
La salvezza che Dio ci offre in Cristo comprende l’intero
nostro essere: spirito, anima e corpo. Non deve quindi
meravigliare il fatto che le Scritture contengano dei precetti relativi alla salute fisica.
1. L’uomo: un capolavoro
Creato a immagine di Dio, l’uomo era destinato a divenire un eccellente amministratore della creazione. Egli era
un riflesso della perfezione divina: le sue facoltà spirituali, mentali e fisiche, armoniosamente equilibrate, facevano di lui un capolavoro. Purtroppo la sua caduta a causa
della trasgressione della legge di Dio ha turbato quest’armonia e ha provocato conseguenze gravissime, tra cui la
peggiore è la morte. Ma benché secoli e secoli di peccato
abbiano lasciato la loro triste traccia sul nostro corpo, esso continua, e continuerà sempre, a meravigliare gli
scienziati per la complessità della costituzione e la perfezione del funzionamento. Nessuna macchina, per quanto perfetta e complicata, potrà mai gareggiare con la stupefacente complessità dell’organismo umano.
2. Salute del corpo e della mente
L’organismo umano è sempre più inteso come unità
mente-corpo. La scienza sta, faticosamente, abbando136
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nando l’idea di un corpo «come macchina», separato
dalla testa, lasciando il posto al concetto di network.
In altre parole, l’organismo è da intendersi come una
rete che grazie all’azione di cellule nervose, ormoni e neurotrasmettitori mette in relazione gli organi del corpo, attivando un dialogo a livello biomolecolare e in reciproco
condizionamento. Quando questo dialogo funziona e
non trova ostacoli, possiamo godere di buona salute.
Questo risultato lo raggiungiamo mettendo in pratica
un completo stile di vita salutare che va dalla scelta di
una buona alimentazione a quella di svolgere dell’attività fisica, fino alla ricerca di serenità interiore, frutto
della condivisione di valori che mettono al primo posto
il rispetto di se stessi e degli altri, nonché l’approfondimento della relazione con Dio.
Parlare di benessere del corpo significa anche riferirsi
alla salute della mente. E viceversa. In questa prospettiva, la salute del corpo ha una grande influenza sulla vita
psichica e spirituale. Con un corpo indebolito è più arduo
compiere atti di volontà; anche lo spirito è stanco. La sofferenza e le malattie possono portare alla depressione e
diminuire così l’attività e la resistenza morale. Chi ha poca salute assolve con maggiore difficoltà i propri doveri
verso se stesso, verso gli altri e verso il suo Creatore. Un
buon equilibrio psicofisico, invece, rafforza le risoluzioni
dello spirito e favorisce i progressi del carattere.
«Carissimo - scrive Giovanni a Gaio - io prego che in
ogni cosa tu prosperi e goda buona salute, come prospera l’anima tua» (3 Giovanni 2).
Cristo ben sapeva tutto ciò, dal momento che dedicò
la maggior parte del suo ministero a guarire gli amma137
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Capitolo 16
lati: «Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e
guarendo ogni malattia e ogni infermità» (Matteo 9:35).
3. Il corpo, tempio dello Spirito Santo
Il corpo, come tutta la persona, appartiene a Dio che l’ha
creato e che ne assicura ogni giorno il funzionamento. Esso è stato pure redento, e rivivrà grazie alla risurrezione.
Deve perciò partecipare alla santificazione e prepararsi
per la glorificazione.
Inoltre i nostri pensieri vanno sottoposti all’influsso divino perché da essi possiamo trarre risorse fondamentali
per l’intero essere: «Vigila sui tuoi pensieri: la tua vita dipende da come pensi» (Proverbi 4:23); «Un cuore allegro
è un buon rimedio, ma uno spirito abbattuto secca le ossa» (Proverbi 17:22).
Vivere in condizioni di forte stress, coltivare pensieri
negativi, di rancore e ostilità provoca un abbassamento
delle nostre difese immunitarie.
Nella Bibbia, quindi, circa tre millenni fa vennero anticipate le ultime acquisizioni della neurobiologia e delle discipline mediche sui condizionamenti corpo-mente.
Per questo, la Parola di Dio, lungi dal trascurare il corpo umano, lo considera un tempio, il «tempio dello Spirito Santo». «Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio?
Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati
comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro
corpo» (1 Corinzi 6:19,20).
E chi non glorifica Dio nel corpo e non tiene conto delle leggi fisiche da lui stabilite, come di quelle morali, va
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incontro a dolorose conseguenze: «Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è
santo; e questo tempio siete voi» (1 Corinzi 3:17).
La salute non è l’effetto del caso né un dono della sorte, bensì il risultato di una buona armonia con se stessi,
con gli altri e con Dio.
Gesù conferma questo principio quando guarisce il
paralitico di Capernaum (Marco 2:1-12). In quell’episodio il Messia interviene sulla salute del paralitico perdonando i suoi peccati, sottolineando così la responsabilità
di quell’uomo per le sue gravi condizioni di salute.
4. «Tutto alla gloria di Dio»
Tutte le nostre facoltà devono essere sviluppate armoniosamente, e non unilateralmente, e così il nostro essere non deve essere trascurato: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi
in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Romani 12:1).
Se Gesù ha preso possesso del nostro cuore, noi saremo felici di mettere al servizio del Maestro tutto ciò che
abbiamo: forze, attività e talenti.
Ma quale servizio ci si può aspettare da chi si sente
stanco, privo di energie fisiche e mentali a causa dello
scarso riposo e per l’affaticamento eccessivo, di un sistema nervoso scosso da stress e stili di vita poco equilibrati, di un corpo reso meno efficiente dal dolore?
Trascurare la propria salute è come suicidarsi a lunga
scadenza: modo più sottile, ma quasi altrettanto riprovevole quanto quello di darsi la morte.
Trascurare la propria salute significa abbreviare la vi139
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ta, privare Dio del tempo e delle forze che avrebbero potuto essere consacrate allo sviluppo della sua opera.
Noi non dobbiamo né abusare delle leggi che soggiacciono al buon funzionamento dell’organismo, facendo scelte che mettano a rischio la nostra salute, né cadere nell’eccesso contrario, trattando il nostro fisico e le
nostre energie mentali come risorse prive di valore o addirittura spregevoli, di cui bisogna continuamente soffocare i desideri.
Dio ha creato i nostri sensi per la gioia: ha fornito i
fiori di profumo soave e vario per deliziare il senso dell’olfatto; ha creato lo splendore della natura per la gioia
degli occhi e la frutta fragrante e succosa per il godimento del palato; Dio non proibisce la soddisfazione legittima, condanna soltanto gli eccessi e i desideri malsani che «danno l’assalto contro l’anima» (1 Pietro 2:11).
Per guidarci nella scelta di ciò che è ragionevole e utile
per noi, la Scrittura dà un grande principio: «Sia dunque
che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio» (1 Corinzi 10:31).
D’altronde Dio stesso desidera che i suoi figli godano
di buona salute, e a tal fine è prodigo di consigli: «Figlio
mio, sta’ attento alle mie parole, inclina l’orecchio ai miei
detti; non si allontanino mai dai tuoi occhi, conservali in
fondo al cuore; poiché sono vita per quelli che li trovano,
salute per tutto il loro corpo» (Proverbi 4:20-22).
5. La dieta secondo la Bibbia
«Qual è il cibo migliore per l’uomo? Ce lo dice la Bibbia».
Così commenta in un suo libro Franco Berrino, direttore del Dipartimento di epidemiologia dell’Istituto tumori
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di Milano (Il cibo dell’uomo, Franco Angeli, 1999, p. 3).
Egli fa riferimento, in particolare, alle direttive che
Dio diede alla creazione, indicando così il regime più
adatto per l’essere che aveva creato: «Dio disse: “Ecco, io
vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la
terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento”» (Genesi 1:29).
Come si vede, il regime indicato all’uomo nella Bibbia
è quello vegetariano: cereali, legumi, frutta e verdura.
Recenti scoperte scientifiche ne hanno confermato l’eccellenza. E non deve quindi stupire più di tanto se eminenti studiosi facciano riferimento alle linee guida alimentari presenti nella Bibbia.
Attualmente, soprattutto nei paesi occidentali più ricchi, ci si è progressivamente allontanati dalla dieta ideale, dando il primo posto a cibi che un tempo erano mangiati solo eccezionalmente, come molti alimenti animali (carni e latticini) o che non erano affatto conosciuti,
come zucchero, farine molto raffinate (ottenibili solo da
procedimenti moderni), oli raffinati (estratti chimicamente da semi o frutti oleosi); o addirittura che non esistono in natura (additivi, conservanti, grassi presenti in
alcune margarine).
Soltanto dopo che il diluvio ebbe devastato la terra facendo sparire temporaneamente la vegetazione, la Scrittura accenna al permesso concesso all’uomo di nutrirsi
di carne. A partire da questo momento si rileva un brusco accorciamento della vita, di cui probabilmente è
causa fondamentale il passaggio al regime carneo e il
cambiamento dei fattori ambientali. Per le dieci generazioni antidiluviane la durata media della vita era di 912
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anni, mentre per le prime dieci postdiluviane precipita a
317 anni (e quella attuale, come tutti sappiamo, è ancora molto inferiore a quest’ultima!).
Tuttavia, per limitare i pericoli provenienti dall’uso
della carne, fu indicata una norma di scelta, per cui erano giudicati commestibili alcuni animali detti «puri», e
inadatti all’alimentazione gli altri, detti «impuri».
La formulazione precisa di questa distinzione si trova
nel capitolo 11 del libro del Levitico, dove sono elencati
vari criteri distintivi a seconda degli animali. Due comunque sono i più importanti, e li riportiamo qui sotto.
Si considerano «puri», e quindi commestibili, gli animali che presentano le tre caratteristiche di cui al v. 3:
«Mangerete ogni animale che ha l’unghia spartita, il piede forcuto e che rumina». E per i pesci: «Tutto ciò che
ha pinne e squame nelle acque, tanto nei mari quanto
nei fiumi» (v. 9). La mancanza di una sola di queste caratteristiche sopra menzionate toglie all’animale o pesce
la qualifica di «puro», cioè di adatto all’alimentazione.
Fra gli animali «impuri», si menziona e si condanna
particolarmente il maiale: «… e anche il porco che ha
l’unghia spartita ma non rumina; lo considererete impuro. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro
corpi morti» (Deuteronomio 14:8).
La scienza conferma la pericolosità dell’uso della carne di quest’animale per la salute dell’organismo umano.
La distinzione tra animali «puri» e «impuri» non ha
certamente niente d’arbitrario. È ragionevole supporre
che essa definisca inadatta all’organismo umano la carne degli animali impuri per i suoi effetti fisiologici diretti. Alcuni eminenti studiosi come il prof. Luciano Pec142
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chiai, ipotizza che alla base di alcune malattie genetiche
ci sia il consumo protratto nei secoli di questo tipo di carne. È nostro interesse dunque astenercene mettendo in
pratica le sagge istruzioni che ci sono date nella Bibbia.
6. L’autocontrollo cristiano
Ma non è sufficiente saper distinguere tra cibi adatti e cibi inadatti all’alimentazione per servirsi dei primi e astenersi dai secondi. Occorre pure far uso moderato degli
alimenti leciti, cioè essere temperati.
La temperanza o l’autocontrollo riguarda, ovviamente, non soltanto l’alimentazione, ma tutte le attività dell’essere umano, è una virtù biblica, un «frutto dello Spirito». Essa è la vera saggezza di chi ha imparato a moderare i suoi desideri e a vivere secondo principi basati
sulla Parola di Dio.
L’autocontrollo stabilisce un equilibrio intelligente tra
lavoro e riposo, evitando sia l’affaticamento eccessivo sia
l’ozio, e permette di svolgere una pratica sana e giudiziosa nell’ambito dello sport. Essa condanna ogni esagerazione, favorendo sotto ogni aspetto una vita sana, semplice e felice. È ben lontana quindi dall’essere un ostacolo al benessere e alla gioia, come alcuni pretendono.
7. L’alcolismo
Parlare di autocontrollo ci fa pensare subito a uno degli
abusi più noti e dannosi della nostra società, quello delle bevande alcoliche.
La Bibbia ci avverte al riguardo: «Il vino è schernitore, la bevanda alcolica è turbolenta, chiunque se ne lascia sopraffare non è saggio». «Guai a quelli che la mat143
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tina si alzano presto per correre dietro alle bevande alcoliche e fanno tardi la sera, finché il vino li infiammi»
(Proverbi 20:1; Isaia 5:11). Anche Paolo mette in guardia
i credenti contro i pericoli dell’ubriachezza: «Non ubriacatevi, il vino porta alla dissolutezza; ma siate ricolmi di
Spirito» (Efesini 5:18).
L’alcol degrada e deprava tutti quelli che cadono sotto il suo dominio. L’alcolismo è una delle maggiori piaghe del mondo moderno. Questo nemico dell’individuo
e della specie umana è la causa della maggior parte degli incidenti stradali e riempie prigioni e cliniche di esseri umani a lui dipendenti, quando non fa terminare i
giorni delle sue vittime in liti tremende.
La Bibbia dà un giudizio severo su tutti coloro che sono schiavi dell’alcol: «… né ubriachi, né oltraggiatori, né
rapinatori erediteranno il regno di Dio» (1 Corinzi 6:10).
8. L’esempio di Daniele e dei suoi compagni
L’Antico Testamento offre alla nostra meditazione un
notevole esempio degli effetti benefici di una sana alimentazione.
Giovanissimo, il profeta Daniele fu fatto prigionero e
deportato a Babilonia e fu scelto insieme con altri tre
giovani ebrei, nobili come lui, per servire nel palazzo del
re. Qui egli prese «in cuor suo la risoluzione di non contaminarsi con le vivande del re e col vino che il re beveva». Per questo, convinse il suo sorvegliante a nutrire lui
e i compagni con una semplice dieta vegetariana, per un
periodo di prova di dieci giorni. «Alla fine dei dieci giorni, essi avevano miglior aspetto ed erano più prosperosi
di tutti i giovani che avevano mangiato i cibi del re.
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Giunto il momento della loro presentazione, il capo degli eunuchi condusse i giovani da Nabucodonosor. Il re
parlò con loro; ma fra tutti quei giovani non se ne trovò
nessuno che fosse pari a Daniele, Anania, Misael e Azaria, i quali furono ammessi al servizio del re. Su tutti i
punti che richiedevano saggezza e intelletto, sui quali il
re li interrogasse, li trovava dieci volte superiori a tutti i
magi e astrologi che erano in tutto il suo regno» (Daniele 1:8,15,18-20).
L’esempio di Daniele e dei suoi compagni, e molti altri che si potrebbero citare, mostrano eloquentemente
che, se l’uomo mettesse in pratica i principi enunciati
dalla Bibbia e praticasse l’equilibrio e l’autocontrollo
nelle cose permesse, e l’astinenza in quelle nocive, non
solo vivrebbe più a lungo, ma godrebbe di una vita più
sana e felice.
[Aggiornato da Ennio Battista]
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MATRIMONIO E FAMIGLIA
«Il matrimonio fu istituito da Dio in Eden, e da Gesù fu
definito un’unione d’amore, per tutta la vita, fra un uomo e una donna.
Per il cristiano il matrimonio è un impegno con Dio
oltre che con il coniuge e perciò è bene che sia contratto solo fra due persone che condividono la stessa fede.
L’amore, l’onore, il rispetto e la responsabilità reciproci
sono gli elementi essenziali di questa relazione che deve
riflettere l’amore, la santità, l’intimità e la perpetuità della relazione esistente fra il Cristo e la sua chiesa.
Circa il divorzio, Gesù insegnò che la persona che lo
attua - salvo che per fornicazione - e contrae un nuovo
matrimonio, è colpevole di adulterio. Sebbene alcuni
rapporti coniugali possano allontanarsi dall’ideale, quei
coniugi che si sono impegnati reciprocamente in Gesù
Cristo, potranno raggiungere una vera unione grazie alla guida dello Spirito Santo e all’aiuto della chiesa. Dio
benedice la famiglia e vuole che i suoi membri si sostengano a vicenda per il raggiungimento di una completa maturità. I genitori devono educare i loro figli ad
amare e ubbidire a Dio. Con il loro esempio e con le loro parole devono insegnare loro che il Cristo è un Maestro affettuoso, tenero e pieno di attenzioni, che vuole
aiutarli a diventare membra del suo corpo che è la fa146
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miglia di Dio. Una delle caratteristiche del messaggio
evangelico finale è la maggiore unione familiare».
Introduzione
Le tre istituzioni create da Dio nell’Eden per il bene dell’uomo (famiglia, lavoro e sabato) sono diventate oggetto di un particolare attacco del nemico per snaturale e
modificarle.
La famiglia sta subendo un processo degenerativo tale da modificarne il suo senso originale. Eppure tutte le
istanze sociali sono concordi nel riconoscere alla famiglia un ruolo primario nella formazione di nuovi individui, nuovi cittadini, nuove persone. Se sussiste l’ideale
della famiglia come luogo privilegiato per facilitare la
crescita dell’individuo, sfortunatamente dobbiamo riconoscere che essa è anche il luogo delle liti, dei soprusi,
delle rivalità, dell’odio, spesso della violenza sui minori.
«Vendette, risentimenti, prepotenze, arroganze, abusi di
potere sono frequenti nei conflitti coniugali al punto che
la cattiveria di coppia è diventata un filone cinematografico a sé stante che ha come modello archetipico il
film A letto con il nemico, storie delle quotidiane angherie che un uomo possessivo esercita sulla personalità insicura di sua moglie… » - W. Pasini, Volersi bene volersi
male, Mondadori, 1993, p. 158.
«Gesù disse: “All’inizio non era così…» (Matteo 19:8).
I. IL MATRIMONIO BIBLICO
1. La famiglia al principio
Il Signore ha stabilito la famiglia per provvedere all’uomo l’unità di base per la vita sociale, per fornire agli in147
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dividui il senso d’appartenenza e sviluppare delle persone che sappiano essere al servizio di Dio e degli altri.
a. L’uomo e la donna sono stati creati a immagine di
Dio (Genesi 1:26,27). Il termine «uomo» è usato in senso generale per indicare sia l’uomo sia la donna. È inconcepibile pensare che il maschio sia stato creato all’immagine di Dio e la donna all’immagine dell’uomo.
b. Entrambi i generi sono inseriti nel tov meod («molto buono») di Dio (Genesi 1:31). L’uguaglianza fra l’uomo e la donna, nel contesto di due ruoli diversi, è garantita fin dall’inizio della creazione.
c. Per Adamo non ci fu «aiuto che fosse adatto a lui»
(Genesi 2:20). Il termine neged tradotto con «adatto» è
una preposizione che significa «davanti a… », «di fronte
a…», «corrispondente a…». In questo caso la persona
chiamata a stare accanto a lui doveva essere una compagna di pari dignità, capace di essere complementare;
ella è la sua controparte.
d. Adamo riconosce nella persona che gli sta di fronte e che chiamerà ishah (donna), cioè colei che è stata
tratta da ish (uomo), (Genesi 2:23), quella con la quale
può stabilire una relazione intima e profonda.
2. Il matrimonio
Dalla polarizzazione sessuale, due poli uno di fronte all’altro, il Signore creò l’unità. L’unione dei due li trasforma in uno solo. In questo modo il matrimonio diventa il
fondamento della famiglia e della società.
Il Signore benedisse la prima coppia (Genesi 1:28) e
diede loro l’ordine di moltiplicarsi.
Il fondamento del matrimonio è indicato in Genesi
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2:24. Secondo la Scrittura esso è l’atto legale del distacco dalle rispettive famiglie per unirsi fra di loro e creare
una nuova entità: la coppia. Secondo questo brano il
matrimonio biblico prevede quattro elementi: distacco,
unione, patto e intimità sessuale.
Il distacco. È vitale prendere le distanze dalle relazioni
precedenti. Il «distacco» è indispensabile per realizzare
l’unione. La separazione dal nucleo precedente non significa «abbandonare» i propri genitori. Molti matrimoni falliscono perché il distacco non è realmente avvenuto.
L’unione. Il verbo utilizzato significa «unirsi», «incollarsi», «saldarsi». Walter Trobish afferma: «Non potete veramente unirvi se non vi siete distaccati. Non potete veramente distaccarvi se non avete deciso di unirvi» - Ti ho
sposato, ed. GBU, 1973, p. 28.
Il legame utilizzato da Dio per unire l’uomo e la donna mostra la natura stessa del matrimonio. Lo stesso verbo viene utilizzato dalla Bibbia per indicare il rapporto
che unisce Dio al suo popolo (Deuteronomio 10:20).
La promessa è un patto. Nella Bibbia il voto matrimoniale viene chiamato «patto» (cfr. Malachia 2:14; Proverbi 2:16,17). Le relazioni fra marito e moglie vengono
inserite nella cornice più ampia del patto esistente fra
Dio e la sua chiesa (cfr. Efesini 5:21-33).
L’impegno di fedeltà reciproca caratterizza anche il
patto con il Signore (cfr. Salmo 89:34; Lamentazioni
3:23). La coppia di credenti è intesa come un patto di fedeltà per tutta la vita (Matteo 19:6).
Intimità sessuale. Il distacco, l’unione e il patto portano al mistero dell’intimità che non è solamente sessuale,
ma implica uno stesso percorso, uno stesso indirizzo,
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uno stesso obiettivo per vivere una profonda intimità
tanto sul piano fisico quanto su quello emotivo. Il sesso
è la cerniera che unisce gli aspetti fisici, emotivi, psicologici e spirituali.
3. La vita coniugale
Per i credenti un buon matrimonio è una relazione serena, semplice, intensa e armoniosa. Occorre impegno e
amicizia per conservare intatto nel tempo questo cocktail di intensità e di leggerezza.
Il legame di coppia diventa ancora più saldo se marito e moglie si sottomettono all’influsso dello Spirito Santo. Quel Dio che ha benedetto la prima coppia e che, con
la sua presenza a Cana, ha esaltato l’unione matrimoniale, può aiutare, incoraggiare e sostenere anche gli
sposi di oggi.
Camminare insieme
«Due uomini camminano forse insieme, se prima non si
sono accordati?» (Amos 3:3). Paolo esorta i membri della chiesa di Corinto a non mettersi sotto il giogo degli infedeli (2 Corinzi 6:14-16; 17-18). L’unione tra i coniugi richiede anche un accordo sull’indirizzo da dare alla vita
e all’esperienza religiosa. La diversità della fede implica
anche la diversità nello stile di vita.
Stare l’uno accanto all’altro
Diventare una stessa carne significa restare totalmente
leali l’uno all’altro. Con il matrimonio si rischia tutto e
s’investe tutto. Vuol dire che due persone condividono
tutto ciò che hanno, i loro beni, ma anche tutto ciò che
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sono; condividono i loro pensieri, i loro sentimenti, le loro gioie e le loro sofferenze, le speranze, le paure, i successi e le sconfitte. Pur continuando a rimanere due individualità distinte, i coniugi realizzano l’unione.
Intimità
Diventare una stessa carne implica l’intimità sessuale:
«Adamo conobbe Eva…» (Genesi 4:1).
L’affiatamento della coppia si esprime anche nella fisicità tramite quel leggero rincorrersi dei corpi che ci
cercano, si toccano e si possiedono nella gioia e nell’erotismo biblico (Proverbi 5:18,19).
Questo termine è un po’ sospetto, secondo il nostro
modo di vedere, ma la raccolta dei canti amorosi, il Cantico dei Cantici, è nella Bibbia per dimostrare che la coppia, nella completa santità (Ebrei 13:4), è chiamata a vivere questo momento piacevole senza sensi di colpa (Ecclesiaste 9:9). Il giovane sposo veniva esentato dal servizio militare perché doveva fare «lieta la moglie che ha
sposato» (Deuteronomio 24:5).
«Lo scambio sessuale armonioso può realizzarsi nella misura in cui ognuno dei coniugi si sente a proprio
agio, senza pregiudizi sfavorevoli, senza rimorsi né rimpianti. La paura e l’angoscia sono i maggiori ostacoli al
successo dello scambio d’amore» (George Vandenvelde).
Amore biblico
L’amore coniugale è una relazione reciproca costruita su
un’amicizia incondizionata, affettuosa e intima che ha lo
scopo di incoraggiare la crescita reciproca a immagine
di Dio sul piano fisico, emotivo, intellettuale e spirituale.
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Nel matrimonio convivono diversi tipi d’amore: romantico, appassionato, sentimentale, senso di appartenenza, ma il vincolo che maggiormente rende solido è
l’amore (agape), descritto nel Nuovo Testamento come
un cemento che tiene unite tutte le altre emozioni. Gesù
ha manifestato questo tipo di amore verso i suoi amici
(cfr. Giovanni 13:1), ma ha amato l’umanità nonostante
questa lo abbia rifiutato. L’amore (agape) ha il suo monumento in 1 Corinzi 13.
Responsabilità individuale e spiritualità
Tramite il matrimonio i due contraenti hanno stipulato
un patto, un impegno reciproco, entrambi devono portare l’onere della responsabilità che deriva dalle loro
scelte (2 Corinzi 5:10). Questo vuol dire che non possono scaricare la responsabilità su nessun altro se non su
loro stessi.
II. GLI EFFETTI DELLA CADUTA SUL MATRIMONIO
La disubbidienza di Adamo ed Eva ha avuto come conseguenza quella di sovvertire lo scopo della creazione.
L’immagine iniziale di Dio è stata offuscata dall’egoismo, motore principale di tutte le azioni dell’uomo. La
paura e l’incomunicabilità hanno messo una forte ipoteca non solo sulla relazione fra uomo e Dio, ma anche nei
rapporti umani. Lo spirito di accusa reciproca manifestato subito dopo il peccato dimostra in che modo la relazione affettiva della prima coppia, stabilita da Dio alla
creazione, era stata deteriorata.
Subito dopo il peccato Dio disse alla donna: «I tuoi
desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà
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su te» (Genesi 3:16). Dio aveva previsto per la prima coppia una parità di diritti, disgraziatamente questo principio venne distorto dalla trasgressione.
«Alla creazione, Dio le aveva dato pari dignità rispetto ad Adamo. Se la coppia avesse ubbidito alla grande
legge dell’amore, entrambi sarebbero vissuti per sempre
in perfetta armonia. Il peccato invece li aveva divisi, suscitando la discordia: così la loro unione si sarebbe mantenuta solo se una delle parti si fosse sottomessa all’altra» - Ellen G. White, Patriarchi e profeti, Ed. Adv, Impruneta, 2003, p. 43.
Alcune deviazioni sono state introdotte nella vita di
coppia, distruggendo il senso originario del matrimonio.
1. Poligamia
Pur essendo la poligamia una pratica culturale ammessa nella vita dei patriarchi, essa non fu mai, per il popolo di Dio, fonte di grandi benedizioni.
La pratica di avere più spose per un solo maschio divenne anche una fonte di maggiori risentimenti, amarezze, rivendicazioni e alienazioni:
- Agar e Sara si separarono a causa di Ismaele e di
Isacco (Genesi 16:1,2; 21:9-10).
- Giacobbe, innamorato di Rachele, ebbe un occhio di
riguardo per Giuseppe e Beniamino, suscitando l’odio
degli altri fratelli (Genesi 37:4).
La coppia monogamica dà un maggiore senso di appartenenza e un legame più intenso di intimità. Solo il
matrimonio monogamico riflette in modo più chiaro la
relazione esistente fra Cristo e la sua chiesa.
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2. Fornicazione e adulterio
Nel matrimonio cristiano i due sottoscrivono un impegno di fedeltà reciproca finché la morte non li separi.
Ogni relazione sessuale al di fuori del vincolo matrimoniale viene considerata adulterio.
1. Un comandamento vieta l’adulterio (Esodo 20:14).
2. Pur vivendo in un’epoca permissiva nella quale l’adulterio è stato cancellato dai codici della nostra civiltà,
l’Antico e il Nuovo Testamento condannano questa pratica (cfr. Levitico 20:10-12; Proverbi 6:24-32; 1 Corinzi
6:9,13,18; Galati 5:19; Efesini 5:3; 1 Tessalonicesi 4:3).
3. Queste relazioni possono avere effetti deleteri prolungati nel tempo: sfiducia nel partner, ferite fisiche ed
emozionali, conseguenze finanziarie, sociali e legali,
concetto di famiglia allargata, rischio di malattie veneree, bambini illegittimi. Senza considerare che spesso si
deve fare ricorso alla menzogna e alla disonestà che distruggono per sempre le relazioni.
3. Pensieri impuri
Il peccato non è solamente l’atto compiuto, ma raggiunge gli aspetti più profondi della mente umana, la Bibbia
parla del «cuore» (il termine ebraico lev indica la parte
non visibile, la parte più intima e interiore dell’uomo).
Gesù dice che i pensieri malvagi nascono nel cuore:
«Poiché dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi,
adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni» (Matteo 15:19). Gesù sa da dove proviene l’agente inquinante che porta la vita di un individuo verso
il disastro morale.
Nel sermone sul Monte, egli ribadì che l’infedeltà po154
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trebbe situarsi già a livello del pensiero e delle emozioni
(Matteo 5:27,28).
L’industria della pornografia sviluppa la perversione
dell’immaginazione. La cinematografia e la letteratura
sensuale non solo riducono le barriere morali, ma trasformano gli uomini e le donne in semplici oggetti sessuali. Non è questo il senso originale della sessualità secondo il piano di Dio. Invece di coltivare pensieri morbosi e insani, i credenti sono esortati a praticare l’igiene
mentale.
4. L’incesto
Alcuni genitori oltrepassano la barriera dell’espressione
affettiva e intrattengono relazioni intime sul piano fisico
ed emozionale con i loro figli. In certe culture ciò avviene con il tacito consenso della moglie che sa e preferisce
che l’adulterio si consumi in casa piuttosto che fuori.
I danni psicologici e fisici in questi giovani a volte diventano irreparabili. Il senso di colpa e di vergogna diventano pesi insopportabili, anche quando chi ha subito
simili violenze si sposa regolarmente. Nell’Antico Testamento l’incesto venne proibito: «Maledetto chi si corica
con la moglie di suo padre, perché ha sollevato il lembo
della coperta di suo padre!» (Deuteronomio 27:20). «Maledetto chi si corica con la propria sorella, figlia di suo
padre o figlia di sua madre!» (v. 22; cfr. Levitico 18:6-29).
Nel Nuovo Testamento, Paolo si espresse contro l’incesto: «Si ode addirittura affermare che vi è tra di voi
fornicazione; e tale immoralità, che non si trova neppure fra gli stranieri; al punto che uno di voi si tiene la moglie di suo padre! E voi siete gonfi, e non avete invece fat155
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to cordoglio, perché colui che ha commesso quell’azione
fosse tolto di mezzo a voi!» (1 Corinzi 5:1,2).
5. Divorzio
Secondo un espressione di Gesù il divorzio non sarebbe
dovuto comparire nell’orizzonte della coppia (cfr. Matteo 19:6; Marco 10:7-9). Così il matrimonio è sacro perché è stato consacrato da Dio. Dio ha unito marito e moglie. L’affermazione di Gesù ci fa capire che un matrimonio è indissolubile così come l’aveva concepito Dio
nel giardino dell’Eden. La legge di Mosè circa il divorzio
era una concessione da parte di Dio «a causa della durezza del vostro cuore» (Matteo 19:8). La sola ragione
che consente la separazione è quando uno dei due ha
rotto la fedeltà del patto reciproco (Matteo 5:32; 19:9).
Il matrimonio dovrebbe riflettere l’immagine di Dio in
una unione permanente e anche nel caso di infedeltà, il
coniuge credente è chiamato al pentimento e al perdono.
6. Omosessualità
Dio ha creato l’uomo e la donna per essere complementari l’uno verso l’altro. Il desiderio è rivolto verso il sesso
opposto al proprio, in una relazione eterosessuale (eteros
= altro). L’inversione di questo desiderio iniziale è stato
pervertito e così migliaia di uomini e donne vengono attratte dallo stesso sesso (omoios = simile).
La Scrittura condanna l’omosessualità in termini
molto negativi (cfr. Genesi 19:4-10; Giuda 7,8; Levitico
18:22; 20:13; Romani 1:26-28; 1 Timoteo 1:8-10). Queste
pratiche producono distorsioni serie dell’immagine di
Dio nell’uomo e nella donna.
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Poiché ogni peccato ci priva della gloria di Dio, i credenti non devono esprimere condanne e giudizi severi,
ma sapranno relazionarsi con persone che vivono un
simile disordine con sensibilità.
L’atteggiamento di Gesù verso la donna colta in adulterio fu di perdono: «Neppure io ti condanno, va e non
peccare più». Questo atteggiamento non deve essere
usato solo con chi ha tendenze omosessuali ma anche
con coloro che sono intrappolati da comportamenti ossessivi legati all’ansietà, senso di colpa, vergogna. Il credente deve sviluppare un orecchio esercitato per ascoltare con attenzione e sensibilità le sofferenze che derivano dall’aver abbandonato la via tracciata dal Signore.
Conclusione
Dio aveva un piano per l’uomo e la donna. Attraverso la
parabola vivente del matrimonio i due hanno l’opportunità di modellare il proprio carattere e di valorizzare
il senso della dedizione, della responsabilità, dell’abnegazione. «Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti e il
letto coniugale non sia macchiato da infedeltà; poiché
Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri» (Ebrei 13:4).
Vivendo insieme, volendosi bene e discutendo insieme, i coniugi imparano ad affrontare i conflitti in modo costruttivo, cioè come momenti di confronto e di
dialogo. Il matrimonio cristiano non è la tomba dell’amore, ma un pozzo profondo, nel quale si può gettare
il secchio mille volte, milioni di volte e si può essere sicuri che verrà su sempre pieno di acqua fresca. Potranno passare i mesi e gli anni, ma l’amore può restare giovane e fresco come quando si è giovani sposi.
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CRISTO RITORNA!
«Dinanzi ai problemi drammatici che angosciano la società moderna, a volte anche i cristiani restano disorientati o sprofondano nel pessimismo. Questo avviene perché troppi fra loro hanno dimenticato che la storia, al di
là delle sue contraddizioni, non è “allo sbando”, ma sfocerà in una rivoluzione operata da Dio stesso.
Si tratta di una promessa del Signore, ribadita tante
volte negli scritti neotestamentari: “Io tornerò”. Anche
se, per la coscienza moderna, tutto ciò può sembrare
una facile deresponsabilizzazione, il Signore ci invita a
guardare al futuro con speranza e ottimismo, pur non
dimenticando i nostri fratelli che oggi soffrono.
Il messaggio della Bibbia è che il destino del mondo
non è lasciato in balia del caso e delle passioni umane;
esso ci dice che il Signor Gesù tornerà materialmente e
visibilmente per giudicare ogni uomo, per offrire la vita
eterna ai credenti e per far cessare il peccato, la sofferenza, l’ingiustizia e la morte. Quest’attesa era parte integrante della fede della chiesa primitiva. Era la “beata
speranza” di cui parla l’apostolo Paolo (cfr. Tito 2:13).
Nessuno conosce la data del ritorno del Signore, “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”
(Matteo 25:13), e questo anziché un ostacolo rappresenta uno stimolo per ogni credente a "essere pronto", a non
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appiattirsi mai sui modelli del proprio tempo come se
fossero verità definitive, come se il presente fosse l’unica
dimensione della propria esistenza.
Una chiesa che vive veramente la sua missione in
questa prospettiva, non si difende dal mondo con le sue
stesse armi (violenza, potere, ricchezza, ecc.), né corre
il rischio di identificarsi attualmente col regno di Dio.
L’annuncio del prossimo ritorno di Gesù è il fondamento della missione della chiesa avventista nel mondo» (V. Fantoni e R. Vacca).
L’evento glorioso che le Scritture presentano quale
conclusione della storia umana e preludio dell’instaurarsi del Regno di Dio, è il ritorno di Cristo, «Re dei re».
La prima venuta di Gesù e il suo ritorno sono due momenti strettamente collegati al piano della salvezza del
genere umano e della terra intera: l’uno iniziale, l’altro
conclusivo, del trionfo del bene.
1. «Io torneró»
Alla vigilia della sua crocifissione, in uno degli ultimi
colloqui con i discepoli, Gesù descrisse gli eventi che si
sarebbero succeduti nel mondo e parlò della sua morte,
seguita dalla risurrezione e dal ritorno in cielo.
I discepoli che lo ascoltavano, cercando di afferrare il
significato e la portata della sua missione terrena, a poco a poco si sentirono pervadere da una grande tristezza. L’idea di una separazione dal Maestro risultava loro
inaccettabile. Gesù, che sapeva leggere nei cuori, li consolò con una promessa dicendo: «Il vostro cuore non sia
turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi
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avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo?
Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io,
siate anche voi» (Giovanni 14:1-3).
2. Conferma della promessa
«Tornerò». Questa breve affermazione bastò a tranquillizzare i discepoli. Non c’era motivo di temere, Gesù non li
abbandonava. Dopo essere salito in cielo per preparar loro le dimore sarebbe tornato e così essi sarebbero stati
sempre con lui. La promessa del Maestro ricevette poi miracolosa conferma nel giorno della sua ascensione. Ai discepoli che fissavano lo sguardo sulla nuvola che aveva
accolto Gesù, due angeli, apparsi all’improvviso, rivolsero
la parola in questi termini: «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima
maniera in cui lo avete visto andare in cielo» (Atti 1:11).
Da allora l’idea del ritorno di Cristo infuse coraggio e
sostenne i discepoli nel loro difficile ministero. Per tre
anni e mezzo la loro esistenza era stata strettamente legata a quella del Maestro e il solo pensiero di una possibile separazione li rattristava. Eppure, come riferisce
Luca, dopo l’ascensione «tornarono a Gerusalemme con
grande gioia» (Luca 24:52).
Le parole degli angeli confermavano la promessa di
Cristo, e così la prospettiva di rivedere un giorno il Maestro che tanto amavano li riempiva di gioia. La stessa
prospettiva, trasmessa dal loro cuore a quello dei cristiani della chiesa apostolica, divenne la leva irresistibile della fede e della speranza.
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3. Il tema dominante della Bibbia
La Bibbia intera può essere riassunta così: «Cristo sta
per venire, è venuto, ritornerà».
- Cristo sta per venire: è l’annuncio di tutto l’Antico
Testamento.
- Cristo è venuto: è la testimonianza concorde del
Nuovo Testamento.
- Cristo ritornerà: è la speranza gloriosa che anima
tutta la Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse.
A quest’ultimo e persistente motivo, alludono circa
duemila passi, più o meno direttamente. La seconda venuta di Cristo «postulata nell’Antico Testamento, annunciata nel Nuovo, è sostanzialmente dappertutto; è
impossibile toglierla dalle Scritture così come è impossibile estrarre da un foglio di carta da lettere la filigrana
visibile in trasparenza che è incorporata nella carta stessa» (Wilfred Monod).
Il ritorno di Gesù Cristo, ancor più della sua nascita,
costituisce attraverso tutta la Bibbia la grande speranza
che sostiene i credenti, l’ancora sicura e salda che sostiene la fede nei giorni difficili, l’alba benedetta che porta luce oltre il buio che avvolge il mondo.
Nella rivelazione biblica tutto si avvia sempre verso la
conclusione finale e definitiva della salvezza. La seconda
venuta di Cristo realizza in pieno il ristabilimento ultimo
di tutte le cose.
Pietro proclama questa verità ricorrendo all’autorità
dell’Antico Testamento: «Ravvedetevi dunque e convertitevi, perché i vostri peccati siano cancellati e affinché vengano dalla presenza del Signore dei tempi di ristoro e che
egli mandi il Cristo che vi è stato predestinato, cioè Gesù,
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che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; di cui Dio ha parlato fin dall’antichità per bocca dei suoi santi profeti» (Atti 3:19-21).
4. La testimonianza dei patriarchi e dei profeti
Patriarchi e profeti salutarono effettivamente da lontano
la restaurazione finale di tutte le cose, grazie al ritorno
di Cristo come giudice e re.
Le profezie che ci hanno presentato sul primo avvento di Cristo e che si sono poi avverate sono la garanzia
che anche il suo ritorno si adempierà.
Pietro dice che essi avevano fatto della salvezza «l’oggetto delle loro ricerche e investigazioni», e che lo Spirito che li animava «anticipatamente testimoniava delle
sofferenze di Cristo, e delle glorie che dovevano seguire»
(1 Pietro 1:10,11). Certamente, la prima venuta e il ritorno di Cristo erano divenuti lo scopo essenziale della
loro fede e delle loro predizioni.
Enoc, il settimo dei discendenti di Adamo, predisse:
«Ecco, il Signore è venuto con le sue sante miriadi per
giudicare tutti» (Giuda 14).
Giobbe, nell’ora della prova e della sofferenza atroce,
dette gloria a Dio e proclamò: «Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si alzerà sulla polvere... e lo
vedrò» (Giobbe 19:25,26).
Il salmista annunciò la venuta del re-giudice: «Poich’egli viene, viene a giudicare la terra. Egli giudicherà il
mondo con giustizia, e i popoli con verità» (Salmo
96:13). Il profeta Isaia esaltò la felicità degli eletti con le
seguenti parole: «In quel giorno, si dirà: Ecco, questo è
il nostro Dio; in lui abbiamo sperato, ed egli ci ha salva162
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ti. Questo è il Signore in cui abbiamo sperato; esultiamo,
rallegriamoci per la sua salvezza!» (Isaia 25:9).
Il profeta Daniele infine, contemplò in visione la fine
dei regni di questo mondo e l’instaurazione del regno
eterno, e assisté, sempre in visione, alla scena grandiosa
del giudizio (Daniele 2 e 7).
5. La testimonianza di Cristo
Nei discorsi e nelle parabole, sia con riferimenti precisi
sia con allusioni, Cristo parlò spesso del suo ritorno.
Abbiamo già visto la promessa fatta ai suoi discepoli.
Poi, durante il discorso profetico, disse altre cose: «Come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo... Allora apparirà
nel cielo il segno del Figlio dell’uomo; e allora tutte le
tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio
dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza
e gloria... Nell’ora che non pensate il Figlio dell’uomo
verrà» (Matteo 24:27,30,44).
E ancora, davanti al sommo sacerdote Caiafa e al Sinedrio, Gesù dichiarò: «Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo» (Matteo 26:64).
Nel libro dell’Apocalisse, che è la «rivelazione di Gesù
Cristo», egli viene descritto come il «capo della chiesa»,
nell’atto di camminare tra i candelabri, immagine della
chiesa nei suoi momenti successivi. E verso la fine del libro si leggono queste sue parole, ripetute per ben tre volte: «Io vengo presto» (22:7,12,20). Con ciò egli indica il
suo ritorno e la conseguente naturale conclusione della
storia terrena della chiesa.
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Il Figlio di Dio fece dunque del suo secondo avvento
uno dei punti chiave della sua predicazione. Gli apostoli ripresero lo stesso argomento e lo presentarono come
uno dei temi fondamentali del loro insegnamento. I fedeli che li ascoltavano erano così pervasi da quella speranza che avevano l’abitudine di salutarsi dicendo: «Maran-atà», che significa: «il Signore viene».
Giovanni esorta i fedeli a dimorare in Dio e a purificarsi in vista dell’avvento: «Ora, figlioli, rimanete in lui
affinché, quand’egli apparirà, possiamo aver fiducia e alla sua venuta non siamo costretti a ritirarci da lui, coperti di vergogna.. Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma
non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quand’egli sarà manifestato saremo simili a lui,
perché lo vedremo com’egli è» (1 Giovanni 2:28; 3:2,3).
Lo stesso apostolo, nel descrivere la sua visione apocalittica, afferma: «Ecco, egli viene con le nuvole e ogni
occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui»
(Apocalisse 1:7).
Pietro aspettava la fine dell’età presente e desiderava
il ritorno del Salvatore glorioso.
Nelle sue due epistole, egli esorta i fedeli a condurre
una vita santa in previsione di quel giorno: «Perciò, dopo aver predisposto la vostra mente all’azione, state sobri, e abbiate piena speranza nella grazia che vi sarà recata al momento della rivelazione di Gesù Cristo... Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi, quali
non dovete essere voi, per santità di condotta e per pietà,
mentre attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio»
(1 Pietro 1:13; 2 Pietro 3:11,1).
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Giacomo esorta i credenti alla pazienza in attesa dell’avvento del Signore: «Siate dunque pazienti, fratelli, fino
alla venuta del Signore. Osservate come l’agricoltore
aspetta il frutto prezioso della terra pazientando, finché
esso abbia ricevuto la pioggia della prima e dell’ultima stagione. Siate pazienti anche voi; fortificate i vostri cuori,
perché la venuta del Signore è vicina» (Giacomo 5:7,8).
Di tutti gli apostoli però, è Paolo quello che tratta più
diffusamente nei suoi scritti l’argomento del ritorno di
Cristo. Scrivendo al discepolo Tito, egli sottolinea la «la
beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro
grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù» (Tito 2:13). Rivolgendosi alla chiesa di Filippi, afferma: «La nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore» (Filippesi 3:20).
E ai membri della chiesa di Tessalonica, scrive: « il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la
tromba di Dio, scenderà dal cielo» (1 Tessalonicesi 4:16).
Giunto al termine del suo ministero, il grande apostolo, parlando della sua fine ormai prossima e del premio che lo aspetta, cita ancora il ritorno di Cristo: «Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il
giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a
me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione» (2 Timoteo 4:8).
Degno di nota anche il passo di Ebrei 9:28 dove sono
messi a confronto gli effetti della prima e della seconda
venuta di Gesù: «Così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola per portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza peccato, a coloro che lo
aspettano per la loro salvezza».
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Ecco, quindi, la considerevole testimonianza degli
apostoli che si aggiunge a quella di Cristo, dei patriarchi
e dei profeti. Tutte le dichiarazioni riportate, e altre ancora che non si sono potute citare per mancanza di spazio, gettano sul grande tema della Parusia una luce tale
da non dare adito a dubbi di sorta circa la sua realtà.
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I SEGNI DEI TEMPI
Un giorno uno studioso distratto che stava viaggiando in
treno, era totalmente immerso nella sua lettura, quando
sopraggiunse il controllore e gli chiese di mostrargli il biglietto. Il ricercatore cominciò a frugarsi le tasche freneticamente. Non riusciva a trovare il biglietto, proprio
non ci riusciva. Allora il controllore gli disse gentilmente: «Non importa, signore, quando lo avrà trovato, lo
spedisca alla compagnia. Sono certo che ce l’ha».
Lo studioso replicò in preda al panico: «Sono certo di
averlo, ma quello che vorrei sapere è in quale parte del
mondo mi sto recando!». Quel pover’uomo si era dimenticato dove era diretto.
È davvero possibile «dimenticare» dove siamo diretti,
perdere di vista la nostra destinazione? È possibile essere così assorbiti nel presente al punto tale che il futuro
diventa buio per noi?
L’ultimo libro della Bibbia ci offre un esame della realtà,
rivelandoci con chiarezza dove siamo diretti, sottoponendo alla nostra attenzione la seconda venuta del Signore.
Questo tema ritorna continuamente: «Ecco, egli viene con
le nuvole e ogni occhio lo vedrà» (Apocalisse 1:7).
Cristo ritornerà. Egli stesso lo ha preannunciato e ha
mostrato i «segni dei tempi» come indicatori nel calendario della storia, per comprendere in quale punto pos167
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siamo collocarci nel piano di Dio in relazione al tempo
del suo compimento finale. Questi segni sono importanti per alimentare la nostra speranza. Ma si può veramente conoscere il tempo, il modo e lo scopo del ritorno
glorioso di Gesù?
1. Che cos’è un «segno»?
In ebraico il «segno» (hoth) è qualcosa che rappresenta
in modo visibile ciò che è invisibile.
Nessuno è in grado di rappresentare Dio, il suo regno,
il suo amore; attraverso il «segno» possiamo ricordare
l’alleanza, la promessa, la speranza circa il compimento
di un evento futuro. Esso quindi ha valore nella misura
in cui ricorda un fatto, una qualità o un evento.
In Genesi capitolo 1 troviamo il «segno» nel cielo che
riguarda le stelle, la luna, il sole. Più avanti, dopo il diluvio, l’arcobaleno ricorda la fedeltà e la promessa di Dio.
Il sabato diventa un «segno nel tempo» che ci ricorda
che Dio è Creatore e Salvatore e libera il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto, ma ci ricorda anche che un giorno
saremo con lui, quindi è anche un segno di speranza.
Nella Scrittura esistono anche eventi che diventano
«segni nella storia». L’Esodo dall’Egitto per opera di un
liberatore, Mosè, ma soprattutto, frutto della potenza divina, per opera di miracoli e prodigi, ricorda la presenza
di Dio che accompagna le vicende del suo popolo. Il profeta Daniele parla di segni: la sua liberazione dalla fossa
dei leoni ricorda l’azione di Dio.
Nel Nuovo Testamento «i segni» (semeia, termine usato 75 volte e sempre al plurale) indicano la potenza di Dio
nell’operare prodigi e miracoli e questi diventano i segni
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del suo regno concreto, di liberazione e di creazione.
Alcune volte degli oggetti si trasformano in «segni».
Caino viene «segnato» affinché nessuno lo tocchi. La
pietra eretta a Betel (Genesi 31:13) da Giacobbe diventa
il segno della casa di Dio.
Tuttavia più che gli oggetti, i veri segni nella Scrittura
sono le persone: Osea è costretto a sposare Gomer, una
prostituta; lui è il «segno» di Dio, sposo fedele, che deve
convivere con un popolo infedele. Anche i figli di Osea,
di Isaia sono in qualche modo segni. Perfino Israele diventa il segno della presenza del Signore, perché porta
nel suo nome il nome di Dio. Isaia si spoglia e cammina
nudo per le strade della città, per indicare la realtà della
nudità del popolo. Geremia va in giro con un giogo sulle spalle. Ezechiele diviene muto e si mette a fare dei gesti, esponendosi perfino al ridicolo, come quando fa l’assedio del mattone su cui è disegnata Gerusalemme (cfr.
Ezechiele 4:1).
Anche nel Nuovo Testamento si parla di uomini che
diventano segni. Gesù stesso ne incarna uno. Quando dice: «Non avrete altro segno che quello di Giona» (Matteo 16:4; Luca 11:29), allude a se stesso.
2. Il segno crea il sospetto
Se, come abbiamo visto, il segno rende visibile l’invisibile, non può non suscitare, nella mentalità ebraica e in
tutta la Bibbia, sospetto e diffidenza. Mosè è il portavoce visibile del Dio invisibile, ma ecco che si è ritirato sul
monte e da molti giorni non si fa più vedere. Il popolo
comincia a preoccuparsi e chiede con insistenza che Aaronne faccia qualcosa per rendere visibile l’invisibile: la
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rivolta sfocia nel vitello d’oro. Il vero Dio nella Bibbia è
il Dio che non si vede.
Per Israele il «Dio nascosto» (Deus absconditus) è la
caratteristica che contraddistingue la verità su l’Essere
supremo. Gli idoli sono quindi dei segni riduttivi, rischiosi, negativi e il Signore ricorda nel comandamento:
«Non ti fare scultura alcuna…». Tutti i popoli che confinavano con Israele avevano queste divinità visibili.
Anche nel Nuovo Testamento troviamo lo stesso sospetto nei confronti dei segni. Tutte le volte che i contemporanei di Gesù chiedono un «segno» egli rifiuta di
accontentarli, perché il segno potrebbe diventare la prova tangibile e se qualcuno ha bisogno di una prova per
poter credere vuol dire che non ha veramente fede.
«Scendi dalla croce e noi crederemo in te!». «Quale segno fai per dimostrare la tua autorità?», ecc.
Quando il segno diventa la «prova tangibile» della
presenza di Dio, si trasforma in qualcosa di sospettoso,
dubbioso, pericoloso e perfino fuorviante. Dio non vuole darci la prova tangibile della sua presenza perché rispetta la nostra libertà di credere e di non credere, di accettarlo o di rifiutarlo. Dio non costringe nessuno a credere in lui, non forza e non estorce il nostro consenso.
Forse anche il dubbio è utile per avere la libertà di credere, anzi il dubbio potrebbe essere il segno della fede!
3. I segni del suo ritorno
Ai discepoli che affascinati osservano il tempio di Gerusalemme facendo notare a Cristo la magnificenza, egli
rispose: «Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra
su pietra che non sia diroccata» (Matteo 24:2).
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Gli interlocutori, che erano abituati a vedere nella
grandiosità del tempio un segno dell’approvazione divina, furono turbati da una simile risposta. Essi non volevano ammettere questa possibilità ma, se proprio dovevano adattarvisi, l’unica loro conclusione era che ciò potesse avvenire solo in seguito a una catastrofe senza precedenti e cioè alla fine del mondo, alla consumazione
dei secoli, contemporaneamente al ritorno di Gesù. Di
qui la domanda a Cristo: «Dicci, quando avverranno
queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della
fine dell’età presente?» (Matteo 24:3).
Gesù rispose con il celebre discorso escatologico (relativo alle cose finali), nel quale indicò una serie di segni
destinati ad annunciare sia la distruzione di Gerusalemme sia la consumazione dei secoli.
È risaputo che la distruzione della capitale ebraica
avvenne una quarantina d’anni più tardi, e cioè nel 70
d.C., per opera di Tito.
Circa la data della «fine dell’età presente» (o fine del
mondo), che coincide con quella del suo ritorno, Cristo
dichiarò: «Ma quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma
il Padre solo» (Matteo 24:36). E prima di salire al cielo,
egli disse ancora: «Non spetta a voi di sapere i tempi o i
momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità»
(Atti 1:7).
Nessuno può stabilire la data del ritorno di Cristo;
nessun versetto biblico vi fa riferimento. Cristo ha lasciato gli animi in sospeso su questa importante questione allo scopo di mantenerli vigilanti. Tuttavia, anche
se una data non è stata fissata, né può esserlo, sono sta171
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ti indicati dei segni precursori della fine, dai quali è possibile desumere la prossimità del ritorno di Cristo. Gesù
stesso infatti disse: «Or imparate dal fico questa similitudine: quando già i suoi rami si fanno teneri e mettono
le foglie, voi sapete che l’estate è vicina. Così anche voi,
quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, proprio alle porte» (Matteo 24:32,33).
Ma quali sono «tutte queste cose», o segni, di cui parla il Cristo?
4. Non sono le catastrofi
Molti diventano talmente ansiosi di conoscere i tempi e
i momenti, da leggere in chiave futuristica ogni evento
sensazionale: la più recente dichiarazione di guerra, l’ultimo atto terroristico, i danni irreversibili dell’ambiente,
l’esaurimento delle risorse energetiche.
Coloro che accarezzano questa passione creano un
clima di paura e di terrore perché sono in attesa del segno catastrofico finale, quello che porrà fine alla parentesi del male. Gesù invitava i suoi discepoli a non lasciarsi sedurre da questa frenesia (cfr. Matteo 24:4,5).
a. Gesù verrà in un tempo di crescente instabilità politica, di tensioni etniche in aumento, di sanguinosi conflitti internazionali e di mortali pericoli provenienti dall’impiego dell’energia nucleare.
La prima catastrofe citata dal Signore è la guerra.
Egli disse: «Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo» (Luca
21:26). «Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; sorgeranno nazioni contro nazioni, guardate di non
turbarvi» (Matteo 24:6). Infine l’Apocalisse inquadra il
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tempo che precederà la venuta di Cristo in questo modo:
«Le nazioni si erano adirate» (11:18).
Basta ripensare alle guerre della nostra epoca! La prima e la seconda guerra mondiale, la guerra di Corea,
quella del Vietnam, la guerra tra Iran e Iraq, le guerre
Arabo-israeliane, le guerre della Bosnia, del Kossovo, della ex-Jugoslavia, in Afghanistan, Cecenia, Irlanda, Iraq e
quelle nel continente africano: dal Ruanda alla Somalia,
dal Sudan al Congo, e la lista potrebbe continuare.
Una fonte d’informazione stima che siano state uccise nelle sole guerre del XX secolo 180 milioni di persone. Sono morte più persone nelle guerre del XX secolo
che in quelle di tutti i secoli passati messi insieme.
In un’epoca di crescenti conflitti etnici e di fragili trattati di pace, le armi nucleari sono ben più accessibili di
quanto non lo siano state in passato. Il club dei paesi nuclearizzati cresce paurosamente: l’India, il Pakistan, l’Iran, l’Iraq, la Corea del Nord e la Cina continuano a incrementare la loro potenza in questo campo.
Cristo tornerà in un tempo in cui la razza umana avrà
acquisito la capacità di autodistruggersi. Ma il Signore
aggiunge: «Infatti bisogna che questo avvenga, ma non
sarà ancora la fine» (Matteo 24:6). «Non sarà ancora la
fine» perché la chiesa non aspetta la fine, ma il fine. E il
fine ultimo non può essere la capacità autodistruttiva
dell’umanità, ma qualcosa di più.
b. Gesù verrà in un’epoca di disastri naturali senza precedenti, come gravi carestie e l’incremento rapido di strane malattie. In Matteo 24:7 Gesù afferma: «Ci saranno
carestie e terremoti in vari luoghi». La Bibbia predice il
grido della natura che vuole esser liberata da un pianeta
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ribelle. Epidemie possono prodursi sia per cause naturali sia per negligenza umana. L’inquinamento ambientale è divenuto un problema internazionale rilevante. Le
fabbriche americane da sole immettono nell’atmosfera
più di un milione di tonnellate di sostanze inquinanti, e
quasi centomila casi di morte prematura negli Stati Uniti sono associati all’esposizione a queste sostanze. L’aria
stessa che respiriamo è piena di veleni.
Quelle che le Scritture chiamano pestilenze possono
essere anche identificate con malattie inconsuete che
per giunta sfidano ogni tentativo di cura. È possibile che
il rapido sviluppo di malattie quali il virus Ebola, quello
di Marburg, la malattia di Lyme, l’infezione della Sars,
influenze che resistono agli antibiotici e, infine, l’Aids
possano essere tutti quanti classificati tra le «pestilenze»? Ci sono 35 milioni di casi documentati di Aids in
tutto il mondo e ben 9 milioni di bambini che soffrono
di questa malattia. E potremmo continuare. Gesù ha
detto che ci saranno dei terremoti e oggi si verificano
continuamente in Messico, Grecia, Turchia e Taiwan.
Tutta la natura sembra annunciare la venuta del Signore. Ma Gesù aggiunge che questo non è altro che «il
principio dei dolori» (v. 8).
c. Gesù verrà in un momento in cui il tessuto morale
della società è sul punto di lacerarsi. La decadenza morale della società occidentale grida il compimento delle parole di Gesù in Matteo 24:37: «Come fu ai giorni di Noè,
così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo».
Genesi 6:5-11 rivela le condizioni corrotte dei giorni
di Noè: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini
era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva sol174
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tanto disegni malvagi in ogni tempo... Or la terra era corrotta davanti a Dio; la terra era piena di violenza».
Perfino uno sguardo distratto a quanto accade nella
nostra società indica che c’è qualcosa di tragicamente
sbagliato. Negli Stati Uniti, un ragazzo di 14 anni ha potuto vedere in televisione in media 12.000 omicidi. La famiglia, che un tempo era un baluardo di forza e una specie di promontorio di Gibilterra, oggi è in pericolo.
Negli anni Novanta c’è stato in media un divorzio
ogni due matrimoni nella società occidentale, senza
contare la diffusione della pornografia e della pedofilia.
Ma neppure il degrado morale può essere il segno del regno che viene!
d. Gesù verrà in un clima di persecuzione e di sospetto
verso i suoi discepoli. Gesù disse: «Allora vi abbandoneranno all’oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da
tutte le genti a motivo del mio nome. Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. Molti falsi
profeti sorgeranno e sedurranno molti» (Matteo 24:9-11).
Né le beghe interne della chiesa né la persecuzione sono il segno della sua prossima venuta perché i discepoli
del Signore sono invitati a essere un segno di contraddizione in una società che vive e pensa solo per sé, e sarà
così fino alla fine.
e. Ci sarà l’aumento della malvagità e l’amore si raffredderà. «Poiché l’iniquità aumenterà, l’amore dei più si
raffredderà. Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà
salvato» (Matteo 24:12,13).
La stanchezza della chiesa per la lunga attesa non è
ancora il segno del regno che sta per venire. Se la fatica
di credere si esprime attraverso la rassegnazione o l’af175
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fievolimento della speranza, alcuni invece, sapranno tenere in alto la fiaccola dello Spirito con perseveranza e
senza stancarsi saranno pronti a scommettere sull’amore anche se mille volte traditi.
I segni precursori non sono le calamità, le guerre, le
carestie, i terremoti, le pestilenze, le persecuzioni o la
chiesa addormentata. I credenti non sono in attesa dell’angoscia e della paura. Aspettano qualcosa d’altro, anzi aspettano «Qualcuno».
5. L’attesa vigilante
Gesù disse: «Questo vangelo del regno sarà predicato in
tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine» (Matteo 24:14).
Ciò che caratterizza il popolo del tempo della fine sono la felicità, la gioia e la speranza. «Beato chi veglia»
(Apocalisse 16:15). Il popolo di Dio è chiamato a vivere
nella gioia perché i segni dei tempi ci invitano a gioire
della vita, perché la creazione è un dono di Dio. Se i credenti pensano di essere più vicini a Dio se sono tristi o
se fanno più rinunce, si sbagliano.
Vivere l’attesa del regno significa avere la consapevolezza che ogni schema culturale, etico e religioso può essere smentito. La speranza della prossima venuta di Cristo ci permette di prendere le distanze da ogni accampamento terreno, ma allo stesso tempo dà a noi stessi,
alla nostra vita quotidiana, ai nostri progetti, alla nostra
storia e alla nostra teologia un senso nuovo.
Senza questa continua vigilanza corriamo il rischio di
accontentarci di una vita di fede assonnata, opaca, priva
di passione. Se non vegliamo sull’approvvigionamento
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spirituale delle nostre chiese corriamo il rischio di trovarci nelle sacche di aridità o nelle paludi della stanchezza. Occorre un ritorno alla Scrittura, per riappropriarci di quella Parola capace di colmare la nostra sete
e di dare gusto alla vita. In questo modo l’impegno della
chiesa, oggi, alimenta l’attesa di domani e viceversa.
«Beato chi veglia!». La felicità non consiste nel mettersi a calcolare i tempi e i modi, ma nell’annunciare il
regno di Dio in mezzo ai conflitti, alle crisi e alle speranze del nostro tempo. Per fare questo occorre che ogni
credente diventi lui stesso un «segno».
La chiesa di Dio non dovrebbe vedere i segni della seconda venuta di Cristo nella caduta delle stelle o nel sole o nella luna, ma dovrebbe diventare, con senso di responsabilità, essa stessa un segno. Per fare questo non
basta la buona volontà, occorre abbandonare i surrogati della fede e riformare la nostra coscienza con una conversione personale al messaggio del regno di Dio.
Il confronto diretto con il Vangelo può offrirci una
nuova intelligenza della storia; questo annuncio può dare un senso nuovo anche a una società smarrita e frammentata. Il credente-«segno» proclama a tutti, fuori e
dentro le chiese, che il futuro si preannuncia pieno di
speranza, che l’amore prende il posto della paura, che la
fiducia sostituisce la rassegnazione e la rabbia impotente, perché il nostro futuro è nelle mani di Dio e soprattutto perché Dio avrà l’ultima parola.
6. Siate pronti!
Cristo ritornerà: questa è la grande verità che deve far
palpitare il cuore dei credenti, che sono chiamati ad
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Capitolo 19
aspettare il ritorno del Maestro in uno spirito di pazienza e di misericordia. Non deve essere un’attesa passiva,
ma continua e attiva, in grado di contribuire efficacemente alla proclamazione del regno di Gesù.
Pietro pronuncia al riguardo la seguente esortazione:
«Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi,
quali non dovete essere voi, per santità di condotta e per
pietà, mentre attendete e affrettate la venuta del giorno
di Dio» (2 Pietro 3:11,12).
Paolo pronuncia sui credenti questa mirabile benedizione: «Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e
il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del
Signore nostro Gesù Cristo» (1 Tessalonicesi 5:23).
Gesù Cristo stesso, infine, invita a vegliare, a pregare
e a essere pronti: «State in guardia, vegliate, poiché non
sapete quando sarà quel momento. È come un uomo
che si è messo in viaggio, dopo aver lasciato la sua casa,
dandone la responsabilità ai suoi servi, a ciascuno il proprio compito, e comandando al portinaio di vegliare. Vegliate dunque perché non sapete quando viene il padrone di casa; se a sera, o a mezzanotte, o al cantare del gallo, o la mattina; perché, venendo all’improvviso, non vi
trovi addormentati. Quel che dico a voi, lo dico a tutti:
vegliate» (Marco 13:33-37).
«Perciò, anche voi siate pronti; perché, nell’ora che
non pensate, il Figlio dell’uomo verrà» (Matteo 24:44).
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Capitolo 20
OLTRE LA MORTE
Da dove veniamo e dove andiamo? Ecco due domande
che gli uomini si pongono da millenni. Se è vero che essi si preoccupano del problema della loro origine, è altrettanto certo che s’interessano, e forse di più, a quello
del loro destino. Pascal, parlando del destino dell’uomo,
disse che «bisogna aver perduto ogni sentimento per essere indifferenti a ciò che ne sarà».
1. L’uomo è un essere immortale?
La Scrittura non considera l’uomo un essere immortale
né attribuisce immortalità all’anima. L’aggettivo «immortale», che si trova una sola volta nella Bibbia, è attribuito a Dio: «Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli» (1 Timoteo 1:17). Il sostantivo «immortalità», citato cinque
volte, non è mai riferito alla condizione attuale dell’uomo. In 1 Timoteo, l’apostolo Paolo afferma chiaramente
che «Dio solo possiede l’immortalità» (6:15,16).
L’uomo non può dirsi immortale per natura. Dio, dopo averlo creato, gli disse: «Ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel
giorno che tu ne mangerai, certamente morirai» (Genesi 2:17). Invece l’uomo disobbedì andando incontro alla
morte («Il salario del peccato è la morte» Romani 6:23).
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Capitolo 20
Se l’uomo non avesse peccato avrebbe goduto dell’immortalità; ma cadendo, divenne soggetto alla morte.
Tuttavia Dio, come già sappiamo, non ha lasciato le
sue creature senza speranza. Cristo è venuto su questa
terra proprio per restituire all’umanità la possibilità di
avere la vita, la vita eterna, l’immortalità. Molte sono le
dichiarazioni bibliche al riguardo: «Perché il salario del
peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in
Cristo Gesù, nostro Signore» (Romani 6:23).
«Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il
suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non
perisca, ma abbia vita eterna» (Giovanni 3:16).
«Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta
di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui» (Giovanni 3:36).
«Il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’immortalità mediante il vangelo» (2 Timoteo 1:10).
«Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere: vita
eterna a quelli che con perseveranza nel fare il bene cercano gloria, onore e immortalità» (Romani 2:7).
L’immortalità dell’uomo è ora condizionata all’accettazione della salvezza in Cristo mediante la fede. Essa diventerà realtà dopo la risurrezione.
2. Il soggiorno dei morti
Dove si va quando si muore? La Scrittura dice che i defunti scendono nel soggiorno dei morti, o Sheôl-Ades. La
parola ebraica Sheôl si trova sessantacinque volte nell’Antico Testamento, e il termine greco «Ades» è menzionato
undici volte nel Nuovo. I due termini sono equivalenti.
Lo Sheôl-Ades indica il sepolcro, la tomba, il soggior180
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no dei morti. È un luogo di tenebre paragonato a un carcere munito di porte che trattiene i suoi prigionieri fino
al giorno della risurrezione: «Così l’uomo giace, e non risorge più; finché non vi siano più cieli, egli non si risveglierà né sarà più destato dal suo sonno» (Giobbe 14:12).
3. Un sonno e un riposo
Nel soggiorno dei morti non c’è nessuna attività. I morti non sanno nulla: sono incoscienti; non sentono, non
vedono, non soffrono e non godono: «dormono».
Sulla base di quanto scritto dalla Bibbia, lo stato dei
morti può riassumersi con queste cinque parole: silenzio, oblio, incoscienza, sonno, riposo. «Se il SIGNORE non
fosse stato il mio aiuto, a quest’ora l’anima mia abiterebbe il luogo del silenzio» (Salmo 94:17). «Non sono i
morti che lodano il SIGNORE, né alcuno di quelli che
scendono nella tomba» (Salmo 115:17).
«Infatti, i viventi sanno che moriranno; ma i morti
non sanno nulla, e per essi non c’è più salario; poiché la
loro memoria è dimenticata. Il loro amore come il loro
odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto
quello che si fa sotto il sole» (Ecclesiaste 9:5,6).
«Molti di quelli che dormono nella polvere della terra
si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per la
vergogna e per una eterna infamia» (Daniele 12:2).
4. L’insegnamento di Gesù e degli apostoli
L’insegnamento di Gesù e degli apostoli è interamente
conforme a quello dell’Antico Testamento: la morte è
uno stato d’incoscienza.
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Capitolo 20
Il racconto della morte e della risurrezione di Lazzaro illustra molto bene quest’insegnamento: «Gesù disse
loro: “Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma vado a svegliarlo”. Perciò i discepoli gli dissero: “Signore,
se egli dorme, sarà salvo”. Or Gesù aveva parlato della
morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del
dormire del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente:
“Lazzaro è morto”» (Giovanni 11:11-14).
Il silenzio di Lazzaro è la chiara evidenza dello stato
d’incoscienza dei morti. Se Lazzaro avesse visto qualcosa nei cinque giorni successivi alla sua morte, non l’avrebbe raccontato? Paolo, per indicare i morti, si serve
ripetutamente del termine «addormentati»: «Fratelli,
non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli
che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che
non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì
e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù,
ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché vi diciamo questo fondandoci sulla parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati» (1 Tessalonicesi 4:13-15).
5. I morti rivivranno
Il Nuovo Testamento mette in luce la verità della risurrezione dei morti e stabilisce uno stretto legame fra questa verità e la vita eterna. Quest’ultima espressione, che
si ritrova quaranta volte, indica una vita diversa da quella attuale, che è invece temporanea, interrotta dalla morte. La vita eterna concessa al momento della risurrezione rappresenta il premio del fedele.
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«Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che
io non perda nessuno di quelli che egli mi ha dati, ma
che li risusciti nell’ultimo giorno. Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e
crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Giovanni 6:39,40).
«Non vi meravigliate di questo; perché l’ora viene in
cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in
risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio» (5:28,29).
6. La risurrezione di Cristo
La realtà della risurrezione e, quindi la possibilità della
vita eterna trovano la loro base sicura nella risurrezione
di Cristo, che è la manifestazione della fedeltà di Dio.
L’apostolo Pietro davanti a una moltitudine di israeliti testimoniò della risurrezione di Cristo in questi termini: «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole! Gesù il
Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra di voi mediante opere potenti, prodigi e segni che Dio fece per
mezzo di lui, tra di voi, come voi stessi ben sapete, quest’uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi, per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; ma Dio lo
risuscitò, avendolo sciolto dagli angosciosi legami della
morte, perché non era possibile che egli fosse da essa
trattenuto. Infatti Davide dice di lui: perché tu non lascerai l’anima mia nel soggiorno dei morti, e non permetterai che il tuo Santo subisca la decomposizione...
Egli dunque, essendo profeta e sapendo che Dio gli
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Capitolo 20
aveva promesso con giuramento che sul suo trono
avrebbe fatto sedere uno dei suoi discendenti, previde la
risurrezione di Cristo e ne parlò dicendo che non sarebbe stato lasciato nel soggiorno dei morti, e che la sua
carne non avrebbe subito la decomposizione. Questo
Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò, noi tutti siamo testimoni» (Atti 2:22-25,27,30-32).
Gesù non salì quindi al cielo, subito dopo la sua morte, ma discese nel soggiorno dei morti, da cui uscì quando risorse. Prova ne sono le parole che egli stesso rivolse a Maria Maddalena: «Non trattenermi perché non sono ancora salito al Padre» (Giovanni 20:17).
La Scrittura dice anche: «Dio, come ha risuscitato il
Signore, così risusciterà anche noi mediante la sua potenza» (1 Corinzi 6:14). «Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti vivificherà anche i vostri
corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi»
(Romani 8:11).
La risurrezione del Figlio di Dio è la garanzia della nostra, e ci dà la certezza che un giorno la morte sarà vinta.
7. Sintesi
L’insegnamento della Scrittura sull’importante soggetto
esaminato può riassumersi nel modo seguente:
1. Solo Dio possiede l’immortalità.
2. L’uomo non è immortale per natura, bensì mortale
a causa del peccato. Egli può ottenere l’immortalità credendo in Cristo.
3. I morti «dormono» in uno stato di assoluta incoscienza, in attesa della risurrezione.
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Così, pur non essendo immortali per natura, possiamo però diventarlo. Mediante la fede possiamo ricevere
la vita eterna, che si trova in Cristo Gesù, il quale ha detto: «Io sono la risurrezione e la vita» (Giovanni 11:25).
L’invito di Dio risuona oggi, come già echeggiò secoli
prima agli orecchi degli israeliti: «Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto
davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita» (Deuteronomio 30:19).
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Capitolo 21
ESISTE L’INFERNO?
Abbiamo già visto nel capitolo precedente che la natura
dell’uomo non è immortale. Egli può ricevere la vita
eterna accettando per fede la redenzione in Cristo. È anche detto che la vita eterna è riservata a coloro che «con
perseveranza nel fare il bene, cercano gloria e onore e
immortalità» (Romani 2:7).
1. Le due vie dell’uomo
Ma qual è la sorte di chi rifiuta il dono della salvezza?
«Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di
credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui» (Giovanni 3:36).
In questo versetto è descritta la sorte di chi, non credendo in Dio e in Cristo, respinge la salvezza: non avrà
la vita e quindi morirà per sempre, tornerà nel nulla.
Tutti risorgeranno, è vero, ma la risurrezione di chi
non ha creduto sarà un temporaneo ritorno alla vita fisica, con l’unica prospettiva di andare incontro alle conseguenze estreme del giudizio: «L’ora viene in cui tutti
quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne
verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio» (Giovanni 5:28,29).
La Bibbia dice che Dio rispetta la libertà dell’uomo, lo
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ha creato libero, offrendogli la possibilità di scegliere tra
la vita, ottenuta mediante la fede o il rifiuto della stessa,
cioè la morte e il ritorno al nulla. La prospettiva degli
empi è, quindi, quella della distruzione totale e irrimediabile, dell’annientamento. Non è possibile citare tutti i
passi della Bibbia nei quali ricorre, in una forma o nell’altra, questa idea. Eccone alcuni, citati secondo l’ordine dei vari libri: «L’empio perirà per sempre...; quelli che
lo vedevano diranno: Dov’è? Se ne volerà via come un
sogno, non si troverà più; si dileguerà come una visione
notturna» (Giobbe 20:7,8).
«Gli empi periranno; i nemici del SIGNORE, come grasso
d’agnelli, saranno consumati e andranno in fumo...» (Salmo 37:20). «Poiché, ecco, quelli che s’allontanano da te periranno; tu distruggi chiunque ti tradisce e ti abbandona»
(Salmo 73:27). «Chi pecca morirà» (Ezechiele 18:4).
«Poiché, ecco, il giorno viene, ardente come una fornace; allora tutti i superbi e tutti i malfattori saranno come stoppia. Il giorno che viene li incendierà, dice il SIGNORE degli eserciti, e non lascerà loro né radice né ramo» (Malachia 4:1). «Voi calpesterete gli empi, che saranno come cenere sotto la pianta dei vostri piedi, nel
giorno che io preparo, dice il SIGNORE degli eserciti» (v. 3).
«Ma per i codardi, gl’increduli, gli abominevoli, gli
omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e
di zolfo, che è la morte seconda» (Apocalisse 21:8).
3. Immagini eloquenti
A questa lista già lunga si potrebbero aggiungere molti altri passi. Gli empi sono paragonati a materie infiamma187
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Capitolo 21
bili, destinate a estinguersi: essi «sono come pula che il
vento disperde», «saranno interamente consumati, come
stoppia secca». «Come la cera si scioglie dinanzi al fuoco
così periranno gli empi dinanzi a Dio». «Non c’è avvenire per il malvagio; la lucerna degli empi sarà spenta».
«Come dunque si raccolgono le zizzanie e si bruciano
con il fuoco, così avverrà alla fine dell’età presente. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli che raccoglieranno
dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono l’iniquità e li getteranno nella fornace del fuoco» (Salmo 1:4; Naum 1:10; Salmo 68:2; Proverbi 24:20;
Matteo 13:40,41).
4. Una pena proporzionata
Però questa distruzione totale non avverrà senza sofferenza, che sarà patita nella fase preliminare della distruzione e varierà secondo il grado di colpevolezza, grado
che è determinato dai pensieri, dalle parole e dalle azioni, in rapporto alla responsabilità del singolo. Dalla distruzione istantanea alla lenta e dolorosa dissoluzione,
c’è posto per tutti i vari gradi di colpevolezza. «Quel servo che ha conosciuto la volontà del suo padrone e non ha
preparato né fatto nulla per compiere la sua volontà, riceverà molte percosse; ma colui che non l’ha conosciuta
e ha fatto cose degne di castigo, ne riceverà poche. A chi
molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è
stato affidato, tanto più si richiederà» (Luca 12:47,48).
5. Il «fuoco eterno»
Vi sono, a proposito della fine degli empi, dei versetti
biblici che hanno bisogno di chiarimenti: Cristo af188
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fermò che essi sarebbero stati gettati nella «geenna del
fuoco». «Se l’occhio tuo ti fa cadere in peccato, cavalo;
meglio è per te entrare con un occhio solo nel regno di
Dio, che avere due occhi ed essere gettato nella geenna,
dove il verme loro non muore e il fuoco non si spegne»
(Marco 9:47,48).
Ripensando alla Palestina del tempo di Cristo, appare
evidente il significato del versetto. La geenna, chiamata
anche valle di Hinnon, era un burrone stretto e profondo,
con pareti ripide e rocciose, situato nelle vicinanze di Gerusalemme. La parte sud-est di tale burrone, denominata
«Tophet» - ossia «luogo di fuoco» e «valle di uccisione» ai tempi di Cristo era l’immondezzaio della città e accoglieva anche i cadaveri degli animali da soma e dei condannati. Il fuoco continuo che divorava i cadaveri diede
luogo all’espressione «geenna del fuoco». Da questo burrone si elevava giorno e notte un fumo, segno di un fuoco
che «non si spegne» perché continuamente alimentato.
Anche in un altro discorso di Cristo ritorna l’immagine di
tale fuoco: «Allora dirà anche a quelli della sua sinistra:
“Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato
per il diavolo e per i suoi angeli!”» (Matteo 25:41).
Gesù voleva forse dire con questo che i malvagi saranno condannati a bruciare in eterno?
No! Esaminando più da vicino i passi citati, si nota che
essi non attribuiscono ai malvagi una vita eterna, una coscienza che sopravvive. Le espressioni di continuità e di
perennità sono usate soltanto in riferimento al fuoco e ai
vermi, cioè agli strumenti che devono eliminare i malvagi
stessi, significa che saranno distrutti per opera di quei due
agenti, annientati e, dopo i primi tormenti, una volta mor189
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Capitolo 21
ti non sentiranno più dolore, mentre i vermi e il fuoco non
avranno interrotto la loro azione. È questa la precisa visione di Isaia: «Quando gli adoratori usciranno, vedranno
i cadaveri degli uomini che si sono ribellati a me; poiché il
loro verme non morirà, e il loro fuoco non si estinguerà; e
saranno in orrore a ogni carne» (Isaia 66:24).
Ci sarà quindi un tempo in cui i malvagi saranno cadaveri, divorati dai vermi e bruciati dal fuoco che non si
spegnerà. Ma fino a quando brucerà questo fuoco?
Quando esaurirà la sua funzione? Leggiamo ancora
qualche passo della Scrittura: «Allo stesso modo Sodoma e Gomorra e le città vicine, che si abbandonarono,
come loro, alla fornicazione e ai vizi contro natura, sono
date come esempio, portando la pena di un fuoco eterno» (Giuda 7).
Anche l’apostolo Pietro cita queste due città e dice:
«Riducendole in cenere, perché servissero da esempio a
quelli che in futuro sarebbero vissuti empiamente» (2
Pietro 2:6). È chiaro dunque che le due città sono poste
come esempio della fine degli empi; e che sono state distrutte «portando la pena di un fuoco eterno».
Non c’è bisogno di dire che il fuoco caduto su Sodoma e Gomorra, sebbene sia definito «eterno», ha smesso di bruciare! Ma nessuno, a suo tempo, ha potuto spegnerlo e salvare la città: era inestinguibile.
Si comprende allora che cosa significhi «fuoco eterno». Si tratta di un’espressione ardita, consona allo stile
biblico, che sintetizza brevemente due concetti: fuoco
che non si estingue o che non può essere estinto prima
di aver terminato il suo compito, e fuoco che determina
risultati eterni.
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Sodoma e Gomorra furono distrutte per l’eternità.
Non sorgeranno mai più. Così i malvagi saranno distrutti per l’eternità; non rivivranno mai più.
Ha scritto l’apostolo Paolo: «… e a voi che siete afflitti, riposo con noi, quando il Signore Gesù apparirà dal
cielo con gli angeli della sua potenza, in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Dio, e di coloro che non ubbidiscono al vangelo del
nostro Signore Gesù. Essi saranno puniti di eterna rovina, respinti dalla presenza del Signore e dalla gloria della sua potenza» (2 Tessalonicesi 1:7-9).
Gesù stesso ha affermato, e si può dire in modo esplicito, che il corpo e l’anima di coloro che non temono Dio
saranno distrutti. Ecco le sue parole: «E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e
il corpo nella geenna» (Matteo 10:28).
Verrà dunque un tempo in cui gli empi saranno distrutti, e la stessa sorte la subiranno Satana, gli angeli ribelli, il peccato e la morte. Allora, non esistendo più tutto ciò che è male, regnerà solo il bene e per sempre.
«Poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle
mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni
principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna
ch’egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto
i suoi piedi. L’ultimo nemico che sarà distrutto, sarà la
morte. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha
sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti» (1
Corinzi 15:24-26,28).
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Capitolo 22
LA NUOVA TERRA
«Nella nuova terra, in cui vivranno i giusti, Dio assicurerà una dimora eterna per i redenti e un ambiente perfetto per la vita eterna, l’amore, la gioia e la conoscenza
in sua presenza. Dio stesso infatti abiterà con il suo popolo e la sofferenza e la morte non ci saranno più. Il gran
conflitto è finito e il peccato è stato eliminato. Ogni essere vivente e tutta la creazione dichiareranno che Dio è
amore ed egli regnerà per sempre.
La Bibbia dice chiaramente che il paradiso ci sarà. In
misura limitata, esso esisteva invero già all’inizio della
storia umana, quando Dio, dopo aver compiuto cielo e
terra, “vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono” (Genesi 1:31).
Il giardino dell’Eden era un vero paradiso. L’umanità
doveva trascorrervi un’esistenza di piena felicità, in condizioni di cui noi, ora, possiamo avere soltanto una pallida idea. Re della creazione, plasmato a somiglianza di
Dio, l’uomo era chiamato a esercitare il suo dominio su
tutte le creature e a coltivare il fiorente giardino dell’Eden che, continuamente estendendosi con l’accrescimento della popolazione, avrebbe finito con il coprire
l’intera superficie terrestre. Il dolore e la morte erano
sconosciuti e un’armonia perfetta regnava incontrastata
nel nostro pianeta. Nessuna nota stonata turbava l’inin192
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terrotta sinfonia eseguita dalla natura. Veramente, “tutto era molto buono”» (V. Fantoni e R. Vacca).
1. Il paradiso perduto
Purtroppo con il peccato di Adamo ed Eva, tutta questa
felicità doveva istantaneamente dileguarsi. Abbiamo già
visto che essa dipendeva dalla fiducia che i nostri progenitori avevano nelle direttive del Creatore. La dipendenza, la fiducia e l’amore delle creature per il Signore avevano come risultato la vita, mentre la sfiducia, il dubbio
e la disubbidienza hanno introdotto la morte. Malauguratamente, come sappiamo dal racconto biblico e dalla
nostra dolorosa esperienza personale, il paradiso fu perduto. Ebbe così inizio per l’umanità la via dolorosa della sofferenza e della morte rischiarata qua e là da bagliori di speranza. Il peccato aveva fatto il suo ingresso
nel mondo, e con esso il corteo di miserie che costituiscono il triste retaggio delle generazioni umane. Da quel
momento, il dominio della terra fu usurpato dall’avversario, il principe delle tenebre, che soggiogò i suoi abitanti. La maledizione era scesa sull’umanità e sulla terra
da essa abitata. «Il suolo sarà maledetto per colpa tua,
ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua
vita» (Genesi 3:17).
2. La promessa di una terra rinnovata
Questa maledizione, però, non doveva pesare in eterno.
Sin dai tempi più remoti, i patriarchi hanno potuto intravedere la speranza di un mondo nuovo, di un paradiso rinnovato, di un nuovo Eden paragonabile e persino
superiore all’antico.
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Capitolo 22
La prima promessa di un paradiso futuro ricordata nella
Bibbia è quella che Dio fece ad Abraamo: «Alza ora gli occhi e guarda, dal luogo dove sei, a settentrione, a meridione, a oriente, a occidente. Tutto il paese che vedi lo darò a
te e alla tua discendenza, per sempre... A te e alla tua discendenza dopo di te darò il paese dove abiti come straniero: tutto il paese di Canaan» (Genesi 13:14,15; 17:8).
Questa promessa era suscettibile di un duplice adempimento: il primo si doveva verificare al momento in cui
il paese di Canaan sarebbe stato abitato dai discendenti
di Abraamo; mentre il secondo, che non concerne la terra nel suo stato attuale, si riferisce a un’eredità futura, a
una terra rinnovata.
Stefano, il primo martire cristiano, pensava soprattutto a questa seconda applicazione, la sola che qui ci interessi, nel suo discorso di difesa davanti al Sinedrio che
lo accusava: «In esso però non gli diede in proprietà neppure un palmo di terra, ma gli promise di darla in possesso a lui e alla sua discendenza dopo di lui, quando
egli non aveva ancora nessun figlio» (Atti 7:5).
L’autore dell’epistola agli Ebrei dimostra ugualmente
che il patriarca aspettava, ma per un’altra esistenza, l’eredità eterna che gli era stata promessa, e che visse sulla terra come straniero e pellegrino.
«Per fede soggiornò nella terra promessa come in terra straniera, abitando in tende, come Isacco e Giacobbe,
eredi con lui della stessa promessa, perché aspettava la
città che ha le vere fondamenta e il cui architetto e costruttore è Dio» (Ebrei 11:9,10).
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3. La progenie di Abraamo
Ma qual è questa discendenza di Abraamo che deve beneficiare della promessa fatta al suo capostipite? Chi sono i figli della promessa?
Uno studio attento dei testi biblici che trattano l’argomento permette di giungere alla conclusione, cioé che il
riferimento non è agli israeliti secondo la carne, ma agli
israeliti secondo lo spirito.
«Però non è che la parola di Dio sia caduta a terra; infatti non tutti i discendenti d’Israele sono Israele; né per
il fatto di essere stirpe d’Abraamo, sono tutti figli d’Abraamo; anzi: è in Isacco che ti sarà riconosciuta una discendenza. Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio;
ma i figli della promessa sono considerati come discendenza» (Romani 9:6-8).
Paolo scrive ancora: «Se siete di Cristo, siete dunque
discendenza d’Abraamo, eredi secondo la promessa»
(Galati 3:29).
Perciò gli autentici discepoli di Cristo, veri israeliti secondo lo spirito, parteciperanno all’eredità della nuova
terra. Eredi di Dio, coeredi di Cristo: ecco i gloriosi titoli che la Scrittura attribuisce loro. «Se siete di Cristo, siete dunque discendenza d’Abraamo, eredi secondo la promessa» (Romani 8:16,17).
4. Una nuova terra
Le promesse della Scrittura riguardano dunque una terra restaurata, stabilita nel futuro. Ma questa «nuova terra», destinata a sostituire il paradiso perduto, sarà il nostro pianeta purificato in precedenza, oppure costituirà
un pianeta a sé, dopo la distruzione del nostro?
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Capitolo 22
La Bibbia dice che non ci sarà annientamento né sparizione del nostro pianeta, ma piuttosto un rinnovamento, una trasformazione completa della sua superficie purificata dal fuoco. È in questo senso che va inteso Giovanni quando dichiara: «Poi vidi un nuovo cielo e una
nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano
scomparsi, e il mare non c’era più» (Apocalisse 21:1).
Si tratta allora di una «nuova creazione» (Matteo
19:28), della «restaurazione di tutte le cose» annunziata
da Pietro (Atti 3:21); della grande purificazione finale il
cui agente è il fuoco, intorno alla quale afferma lo stesso
apostolo: «I cieli passeranno stridendo, e gli elementi infiammati si dissolveranno, e la terra e le opere che sono
in essa saranno arse». Così mediante il fuoco spariscono
gli effetti della lunga maledizione che è pesata sulla terra e la creazione stessa, la quale «geme» e «aspetta la
manifestazione dei figli di Dio», viene a beneficiare dell’opera di Cristo il quale è appunto venuto «per cercare
e salvare ciò che era perito» (Romani 8:22; Luca 19:10).
5. Il paradiso nell’immaginazione umana
Subito dopo la creazione, il giardino dell’Eden era perfetto. Così sarà la terra rinnovata, un nuovo Eden più
bello e più grande, altrettanto perfetta.
L’anelito dell’uomo verso questo mondo perfetto è
espresso nell’arte, spesso in belle forme. I pittori hanno
rappresentato le magnificenze del paradiso e i poeti ne
hanno cantato le beatitudini.
Nell’ultimo canto della Divina Commedia, Dante descrive gli incanti dei luoghi celesti, mentre Milton, nel
suo Paradiso perduto ne rievoca le delizie.
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Ed ecco i teologi esporci le loro concezioni: gli uni, ultraspiritualisti, non vedono che simboli nelle descrizioni
bibliche del paradiso e immaginano la patria degli eletti
come un luogo di contemplazione inoperosa, di immobilità costante; gli altri, ultramaterialisti, si dilungano
nel dare infiniti particolari di un’esistenza eterna, ma a
tinte nettamente materialistiche.
Tutti i concetti estremisti al riguardo non sono convalidati dalla Parola di Dio; essa raccomanda un sano equilibrio. Ma che cosa dice della futura patria degli eletti?
6. La fine del male
Premettendo che «le cose che occhio non vide, e che
orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo
amano» (1 Corinzi 2:9), le Scritture delineano il nuovo
paradiso innanzitutto sotto due aspetti: quello delle cose
attualmente esistenti, che non ci saranno più, e quello
delle cose quaggiù, inesistenti o presenti in misura limitata, che là si troveranno in grande abbondanza. Fra le
cose che non vi saranno più occorre citare in primo luogo il male, la sofferenza e la morte.
L’Apocalisse (22:3) ci dice che non «ci sarà più nulla
di maledetto», quindi il male sarà definitivamente eliminato. Con la sua soppressione spariranno anche le conseguenze. Non ci sarà più alcuna forma di sofferenza:
«Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci
sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21:4).
«Annienterà per sempre la morte; il Signore, Dio,
asciugherà le lacrime da ogni viso, toglierà via da tutta
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Capitolo 22
la terra la vergogna del suo popolo, perché il SIGNORE ha
parlato» (Isaia 25:8). «L’ultimo nemico che sarà distrutto, sarà la morte» (1 Corinzi 15:26).
7. Giustizia, pace e gioia
L’ingiustizia non turberà più i rapporti tra gli uomini, l’insicurezza non provocherà guerre, il malcontento non farà
scoppiare sommosse: solo giustizia, sicurezza e pace.
«Allora la rettitudine abiterà nel deserto, e la giustizia
abiterà nel frutteto. L’opera della giustizia sarà la pace e l’azione della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre. Il
mio popolo abiterà in un territorio di pace, in abitazioni sicure, in quieti luoghi di riposo» (Isaia 32:16-18). E vi sarà
un nuovo cielo e una nuova terra «dove giustizia abita».
Ogni tristezza verrà dissipata; tutti saranno consolati.
Una gioia senza infiltrazioni estranee regnerà in eterno,
alimentata dalla perenne presenza di Dio in seno ai riscattati. Aspirazioni, sogni, desideri, tutto verrà soddisfatto. Il paradiso rinnovato, il cui splendore e la cui bellezza non possono venire descritti che in misura molto
limitata da esseri umani, sarà l’espressione immutabile
ed eterna dell’immutabile ed eterno amore di Dio verso
le sue creature.
Dio, essendo «tutto in tutti», riempirà la terra della
sua gloria e una felicità senza fine rallegrerà i credenti:
«Poiché, ecco, io creo nuovi cieli e una nuova terra;
non ci si ricorderà più delle cose di prima; esse non torneranno più in memoria. Gioite, sì, esultate in eterno
per quanto io sto per creare; poiché, ecco, io creo Gerusalemme per il gaudio, e il suo popolo per la gioia»
(Isaia 65:17,18).
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Nell’Apocalisse, libro ricco di raffigurazioni simboliche, l’apostolo Giovanni descrive la visione che gli fu
mostrata della «santa città» o «nuova Gerusalemme»,
centro della vita futura dei figli di Dio: «Egli mi trasportò
in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la
santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da
presso Dio, con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino. Aveva delle mura grandi e alte;
aveva dodici porte, e alle porte dodici angeli. Sulle porte
erano scritti dei nomi, che sono quelli delle dodici tribù
dei figli d’Israele... le mura della città avevano dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi di dodici apostoli dell’Agnello... E la città era quadrata, e la sua lunghezza era uguale alla larghezza... Le mura erano costruite con diaspro e la città era d’oro puro, simile a terso
cristallo. I fondamenti delle mura della città erano adorni d’ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento
era di diaspro; il secondo di zaffiro; il terzo di calcedonio;
il quarto di smeraldo; il quinto di sardonico; il sesto di
sardio; il settimo di crisòlito; l’ottavo di berillo; il nono di
topazio; il decimo di crisopazio; l’undicesimo di giacinto;
il dodicesimo di ametista. Le dodici porte erano dodici
perle e ciascuna era fatta da una perla sola. La piazza della città era d’oro puro, simile a cristallo trasparente. Nella città non vidi alcun tempio, perché il Signore, Dio onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha
bisogno di sole, né di luna che la illumini, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada... Poi
mi mostrò il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In
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Capitolo 22
mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la
guarigione delle nazioni. Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello; i
suoi servi lo serviranno, non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché
il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli» (Apocalisse 21:10-12,14,16,18-23,27; 22:1-5).
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Capitolo 23
IL GIUDIZIO
«L’apostolo Paolo scrive: “Il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 6:23).
Il dono della vita eterna si realizzerà completamente
al ritorno di Gesù quando coloro che sono morti conservando la loro fede nel Signore risusciteranno per primi unendosi coi viventi fedeli nel tempo della fine.
L’immortalità non appartiene alla natura umana. Dio
“solo possiede l’immortalità” (1 Timoteo 6:16).
La risurrezione costituirà l’adempimento dell’opera
della salvezza individuale. La Scrittura (cfr. Apocalisse 20)
parla di un periodo di mille anni (il millennio) in cui i
redenti saranno con Cristo, mentre i perduti aspetteranno nel “sonno della morte” la loro risurrezione per il giudizio finale in seguito al quale saranno come se non fossero mai esistiti. Questa è chiamata “la morte seconda”
(cfr. Apocalisse 20:14).
Alla fine del millennio, insieme agli empi, saranno
giudicati anche Satana e i suoi angeli che verranno annientati dalla giustizia divina. Allora si compirà l’intero
piano di Dio che prevede la scomparsa del male, della
sofferenza e della morte, e un’eternità piena di significato in un mondo rinnovato per sempre.
La Parola di Dio non autorizza a credere all’esistenza
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Capitolo 23
di un inferno di pene eterne, del purgatorio e del limbo»
(V. Fantoni e R. Vacca).
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con
tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E
tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore
dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli della sua destra: “Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che
v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi
vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da
bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai
ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti
a trovarti?”. E il re risponderà loro: “In verità vi dico che
in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”. Allora dirà anche a quelli della
sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco
eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e
non mi deste da bere; fui straniero e non m’accoglieste;
nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi
visitaste”. Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: “Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete,
o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e
non ti abbiamo assistito?” Allora risponderà loro: “In ve202
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rità vi dico che in quanto non l’avete fatto a uno di questi minimi, non l’avete fatto neppure a me”. Questi se ne
andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna»
(Matteo 25:31-46).
Questo brano toccante e insieme ammonitore, che fa
parte del discorso profetico pronunciato da Gesù poco
prima della settimana della passione, insegna esplicitamente che vi sarà un giudizio.
La storia del genere umano sfocia, secondo la Scrittura, in questo avvenimento solenne al cui avverarsi ci
sarà la definitiva separazione tra giusti e gli empi: i primi entreranno in possesso dell’eredità preparata da Dio,
mentre i secondi subiranno la pena del «fuoco eterno»
cioè, come abbiamo già visto ampiamente, saranno colpiti di «eterna distruzione».
1. Certezza del giudizio
Frequentemente gli scrittori biblici affermano la solenne
realtà del giudizio.
Il patriarca Enoc presenta la venuta del Signore per
procedere al giudizio verso la totalità del genere umano:
«… Ecco il Signore è venuto con le sue sante miriadi per
giudicare tutti» (Giuda 14). Anche Isaia descrive il Signore in atto di sopraggiungere per il giudizio: «Il Signore verrà nel fuoco… il Signore eserciterà il suo giudizio
con fuoco e spada contro ogni carne» (Isaia 66:15,16).
Il profeta Geremia ci pone davanti al tempo terribile
in cui «... il SIGNORE, tuona la sua voce dalla sua santa
abitazione; egli entra in giudizio contro ogni carne; gli
empi li dà in balìa della spada, dice il SIGNORE»
(25:30,31).
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Capitolo 23
Daniele descrive nel suo libro una grande visione del
giudizio e Gioele profetizza che il Signore siederà «per
giudicare tutte le nazioni circostanti» (Gioele 3:12).
Gesù Cristo, oltre all’eloquente dichiarazione riportata inizialmente, ne fece altre riguardo al giudizio finale.
Egli affermò, per esempio, che le città di Sodoma e di
Gomorra, avendo rifiutato la luce inviata loro, sarebbero state trattate al giudizio con più clemenza delle città
del suo tempo che lo avevano disprezzato; che, analogamente, le città pagane di Tiro e Sidone avrebbero ricevuto al giudizio una condanna meno grave di Chorazin,
Betsaida e Capernaum, che lo avevano respinto.
Intorno al giudizio futuro Paolo predicò con tale sicurezza davanti al procuratore romano Felice da farlo
tremare. Altrove, l’apostolo mostrò che la convinzione di
un giudizio futuro si trova impressa nella coscienza
umana e che per gli empi questa è una prospettiva terribile: «Infatti, se pecchiamo volontariamente dopo aver
ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati; ma una terribile attesa del
giudizio e l’ardore di un fuoco che divorerà i ribelli»
(Ebrei 10:26,27).
Pietro mise in rilievo che sia gli angeli malvagi sia gli
uomini empi sono riservati al giudizio: «Dio infatti non
risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li inabissò,
confinandoli in antri tenebrosi per esservi custoditi per
il giudizio» (2 Pietro 2:4). «Ciò vuol dire che il Signore sa
liberare i pii dalla prova e riservare gli ingiusti per la punizione nel giorno del giudizio» (v. 9). Al giudizio degli
angeli decaduti devono partecipare i santi, cioè i redenti: «Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? Se
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dunque il mondo è giudicato da voi, siete voi indegni di
giudicare delle cose minime? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare le cose
di questa vita!» (Corinzi 6:2,3).
2. Dio ne ha fissato il tempo
Dio ha determinato in maniera precisa il tempo del giudizio. «Dio giudicherà il giusto e l’empio poiché c’è un
tempo per il giudizio di qualsiasi azione e, nel luogo fissato, sarà giudicata ogni opera» (Ecclesiaste 3:17).
Paolo avverte che Dio «ha fissato un giorno nel quale
giudicherà il mondo con giustizia» (Atti 17:31), mentre
Pietro dice: «I cieli e la terra attuali sono conservati dalla
medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione degli empi» (2 Pietro 3:7).
Come risulta anche da altri passi, il giudizio di cui
parlano le Scritture è un giudizio determinato per un’epoca stabilita, ciò implica che gli uomini non possono ricevere la loro rimunerazione prima di questa epoca.
Questo punto diventa più chiaro se è collegato con l’insegnamento biblico riguardante l’immortalità e lo stato
dei morti: immortalità condizionata, riservata ai credenti, e incoscienza dei morti in attesa della risurrezione
chiamata anche, nella Bibbia, risveglio.
3. Il giudizio universale alla fine dei tempi
È implicito che il giudizio biblico sarà universale e avverrà alla fine dei tempi. Dei malvagi si legge: «Così avverrà alla fine dell’età presente. Verranno gli angeli, e toglieranno i malvagi di mezzo ai giusti, e li getteranno nella fornace del fuoco». Anche la retribuzione dei giusti è
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Capitolo 23
differita alla conclusione della storia, cioè al ritorno di
Cristo: «Così avverrà alla fine dell’età presente. Verranno
gli angeli, e separeranno i malvagi dai giusti e li getteranno nella fornace ardente». «Mi è riservata la corona di
giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in
quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che
avranno amato la sua apparizione» (Matteo 13:49,50; 2
Timoteo 4:8). Ancora, il giudizio sarà «giusto», decisivo e
conseguentemente «eterno» (Ebrei 6:2). «Tu, invece, con
la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio. Egli renderà a ciascuno
secondo le sue opere» (Romani 2:5,6).
4. Giudizi parziali
Come incoraggiamento a proseguire nella via del bene,
e insieme ammonimento per evitare quella opposta, si
possono segnalare alcune manifestazioni della giustizia
divina, o «giudizi parziali», che la Bibbia riporta.
Uno di questi è l’incendio che consumò le città di Sodoma e di Gomorra all’epoca di Abraamo. Questo evento è raccontato nel libro della Genesi e riportato dall’apostolo Pietro nei termini seguenti: Dio «condannò alla
distruzione le città di Sodoma e Gomorra, riducendole
in cenere, perché servissero da esempio a quelli che in
futuro sarebbero vissuti empiamente» (2 Pietro 2:6).
Altri giudizi divini sono la caduta di Ninive, quella di
Babilonia, la rovina di Gerusalemme per opera di Tito e,
successivamente, di Adriano. Ma l’intervento divino di
maggiore evidenza è il cataclisma universale avvenuto ai
tempi di Noè «per queste stesse cause, il mondo di allo206
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ra, sommerso dalle acque, perì, mentre i cieli e la terra
attuali sono conservati dalla medesima parola, riservati
al fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione degli empi» (2 Pietro 3:6,7).
5. Il Giudice
Numerosi passi biblici affermano che Dio, in qualità di Sovrano dell’universo sarà il Giudice supremo. «Tutti compariremo davanti al tribunale di Dio» (Romani 14:10).
Altrove, la funzione di giudice è invece attribuita a
Cristo: «Dobbiamo tutti comparire dinanzi al tribunale
di Cristo» (2 Corinzi 5:10). «Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti» (2 Timoteo 4:1).
La contraddizione apparente si spiega con una dichiarazione dell’apostolo Paolo secondo la quale Dio
giudicherà il mondo mediante suo Figlio: «Tutto ciò si
vedrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo» (Romani 2:16). A Gesù,
Dio «ha dato autorità di giudicare, perché è il Figlio dell’uomo» (Giovanni 5:27).
In molti brani del Nuovo Testamento è sottolineato
che Giudice sarà il Figlio dell’uomo. Il genere umano
sarà così giudicato da uno dei suoi rappresentanti e precisamente da colui che, pur avendo assunto tutte le caratteristiche della natura umana, ha vissuto una vita perfetta. «Il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio» (5:22).
6. La norma del giudizio
Dice Giacomo: «Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo la legge di libertà» (2:12).
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Norma del giudizio sarà quindi la legge divina: la legge scritta per chi la conosce, quella della coscienza per
gli altri.
«Infatti, tutti coloro che hanno peccato senza legge
periranno pure senza legge; e tutti coloro che hanno peccato avendo la legge saranno giudicati in base a quella
legge; perché non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che l’osservano saranno giustificati. Infatti quando degli stranieri, che non hanno
legge, adempiono per natura le cose richieste dalla legge, essi, che non hanno legge, sono legge a se stessi; essi
dimostrano che quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori, perché la loro coscienza ne rende testimonianza e i loro pensieri si accusano o anche si scusano a vicenda. Tutto ciò si vedrà nel giorno in cui Dio giudicherà
i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo
il mio vangelo» (Romani 2:12-16).
7. Oggetto del giudizio
È già implicito in quanto si è detto che per giudizio futuro si intende il giudizio di ogni singolo essere umano.
Infatti sta scritto: «Come è vero che vivo, dice il Signore,
ogni ginocchio si piegherà davanti a me, e ogni lingua
darà gloria a Dio. Quindi ciascuno di noi renderà conto
di sé stesso a Dio» (Romani 14:11,12).
Questo giudizio avverrà in base ai pensieri, alle parole e alle azioni: «Io vi dico che di ogni parola oziosa che
avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno
del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato, e in base alle tue parole sarai condannato».
Dobbiamo tutti comparire in giudizio «affinché cia208
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scuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando
era nel corpo, sia in bene sia in male» (Matteo 12:36,37;
2 Corinzi 5:10).
La Bibbia parla anche di «libri» che un giorno riveleranno il loro contenuto: «I libri furono aperti... e i morti
furono giudicati dalle cose scritte nei libri, secondo le loro opere» (Apocalisse 20:12).
«Ma non c’è niente di nascosto che non sarà svelato,
né di segreto che non sarà conosciuto. Perciò tutto quello che avete detto nelle tenebre, sarà udito nella luce; e
quel che avete detto all’orecchio nelle stanze interne,
sarà proclamato sui tetti» (Luca 12:2,3). Tutto ciò che è
occulto in terra è ben conosciuto in cielo e diverrà manifesto alla fine dei tempi.
E potremmo terminare con le parole stesse dell’Ecclesiaste: «Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il
discorso: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l’uomo. Dio infatti farà venire in
giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia
male» (12:15,16).
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Capitolo 24
QUESTA È LA VIA
Quest’ultimo capitolo è un breve riepilogo delle verità
meravigliose che abbiamo scoperto nella Parola di Dio.
1. La Bibbia
La Bibbia, benché composta di parti scritte da autori diversi e in epoche diverse, rivela un’unità dovuta alla sua
ispirazione divina. Essa è la Rivelazione di Dio.
Questo libro, che comincia presentandoci, in rapidi
scorci, la storia dell’umanità - dalla creazione del mondo e dell’uomo alla caduta di questo e al sorgere del popolo ebraico - si sofferma poi sulle vicende di questo popolo, scelto da Dio come suo particolare rappresentante
in vista della salvezza del genere umano. Questa missione, vista chiaramente dai profeti ma non attuata da
Israele nella sua completezza, è stata realizzata da Cristo, che ha lasciato la continuazione della sua opera ai
discepoli, guidati dallo Spirito Santo.
Al suo termine, la Bibbia si spinge profeticamente sino
alla conclusione dei tempi preannunciando il rinnovamento di tutte le cose con l’instaurazione del Regno di Dio.
2. L’origine del male
Il male è presentato dalla Scrittura come problema fondamentale dell’uomo.
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Capolavoro della creazione, fatto a immagine di Dio,
l’uomo è invitato a seguire le prescrizioni del Creatore: è
questa la condizione della sua felicità. Disubbidendo dimostra di non fidarsi della sua parola e accorda maggiore credito alle parole dell’avversario.
Il male si estende a tutta la terra e tutti gli uomini sono soggetti alla sofferenza e alla morte.
3. Gesú Cristo nostro Salvatore
Dio, però, non intende abbandonare l’uomo in questa situazione, anzi vuole salvarlo perché «Dio è amore» (1
Giovanni 4:8).
Egli annuncia ad Adamo ed Eva la liberazione futura
grazie alla venuta di un Salvatore e una serie di promesse
e di anticipazioni a lui relative. Il Messia promesso appare alla fine dei tempi. È l’unigenito di Dio che, rivestendo
la condizione umana, diventa nello stesso tempo «Figlio
dell’uomo»e «Figlio di Dio». La sua vita senza peccato è un
esempio per tutti gli uomini e gli dà la facoltà di riscattare
con la propria morte tutti i peccatori. Egli è l’«Agnello di
Dio che toglie i peccati del mondo» (Giovanni 1:29).
4. Cristo ritornerà
Inviando suo Figlio, Dio ha proposto il ristabilimento finale di tutte le cose, cioè la fine del male, la distruzione
degli empi e la felicità eterna dei riscattati. Gli avvenimenti di questo mondo contribuiscono in un modo o
nell’altro al conseguimento di questo risultato.
L’evento che introdurrà questa restaurazione finale
sarà il ritorno di Cristo. «Io ritornerò» (Giovanni 14:1-3),
promette Gesù ai discepoli.
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Capitolo 24
Quando ritornerà? Nessuno può fissare la data del ritorno. Però molti dei segni predetti si sono verificati o
sono in via d’adempimento.
Come ritornerà? Nella stessa maniera in cui è salito in
cielo: sarà quindi personalmente e universalmente visibile.
Perché ritornerà? Per instaurare il suo regno eterno e
dare a ognuno «secondo le sue opere» (Apocalisse 22:12).
5. Giustificazione e santificazione
Al ritorno di Gesù saranno accolti da lui solo gli eletti,
coloro che, pentendosi delle loro colpe, hanno affidato la
loro vita al Signore, pronti a compiere la sua volontà anche se in modo imperfetto e incompleto e, perdonati da
Dio, sono da lui considerati giusti. Ogni uomo può essere un eletto, purché lo voglia. Dio infatti offre a tutti la
salvezza, ma non costringe nessuno ad accettarla.
Nell’opera della giustificazione l’amore di Dio è la sorgente, la morte di Cristo il mezzo, la fede dell’uomo la risposta. Il peccatore non può in nessun modo conseguire questa giustificazione con le proprie opere.
La giustificazione è il punto di partenza, mentre la vita in Cristo è un progresso continuo. Nella giustificazione Dio fa qualcosa «per noi»: perdona i nostri peccati;
nella santificazione Dio compie qualcosa «in noi»: ci
guarisce progressivamente dalla nostra inclinazione al
male. La preghiera è uno dei mezzi fondamentali per
coltivare l’amicizia con Dio.
6. La legge di Dio e le sue esigenze
La regola universale, che stabilisce la giustizia o meno
dei nostri atti, è la legge di Dio, che Cristo così compen212
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diò: «Ama il Signore Dio tuo… ama il prossimo tuo come te stesso» (Matteo 22:37-40; Esodo 20:1-17).
I primi quattro comandamenti del decalogo prescrivono i nostri doversi verso Dio, gli altri sei i doveri verso
il prossimo.
La legge di Dio è perfetta, santa e immutabile. Cristo
l’ha osservata scrupolosamente, l’ha esaltata e magnificata, mettendone in risalto l’essenza spirituale.
La legge non salva il peccatore, anzi lo condanna.
Però, convincendolo della sua colpevolezza, lo accompagna ai piedi di Cristo, dove si trovano perdono e giustificazione. Il suo compito è dunque, secondo Paolo,
quello di «pedagogo» che, dopo aver rivelato - ma senza
guarirlo - lo stato spirituale del malato, lo conduce dal
grande Medico, Cristo.
Accettando il Salvatore, che è morto per noi, riceviamo la «grazia» e la forza di osservare la legge stessa.
In questo modo, la grazia non è contro la legge, né
questa contro quella. Passando dal regime della legge a
quello della grazia il peccatore salvato non rinuncia alla
legge ma riceve, al contrario, la forza di osservarla. Così
egli non è più sotto la legge, ma con la legge.
Il quarto comandamento del decalogo prescrive l’osservanza del settimo giorno, il sabato, istituito alla creazione e destinato all’umanità intera. Cristo non ha abolito il sabato, anzi l’ha osservato, confermando così per
la sua chiesa la necessità di santificare questo giorno. Gli
apostoli hanno fatto altrettanto.
Osservando il sabato, noi non facciamo altro che seguire l’esempio di Dio, dei patriarchi, dei profeti, di Gesù e degli apostoli.
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Capitolo 24
7. L’uomo e il suo destino
Le Scritture non attribuiscono immortalità all’anima.
Esse dichiarano che Dio solo è immortale e che l’uomo ne avrebbe goduto se non avesse peccato ma che, in
seguito alla caduta, ha perduto questo privilegio ed è ormai un essere mortale.
Grazie al sacrificio di Cristo, Dio offre nuovamente all’uomo la possibilità di ottenere l’immortalità, per fede.
Essa, però, verrà data solo alla risurrezione finale. La
morte è di conseguenza, uno stato di incoscienza assoluta, simile a un sonno. Mentre gli eletti godranno della
vita eterna, agli empi è riservata l’«eterna distruzione».
8. Il battesimo
Il battesimo, che Cristo stesso ricevette a trent’anni (fu
Giovanni il battista a immergerlo nelle acque del Giordano) e che raccomandò alla sua chiesa di praticare sino alla fine dei secoli, è un rito dal significato profondo.
L’immersione significa la morte del vecchio uomo,
cioè dell’uomo secondo la carne; mentre l’emersione è la
nascita dell’uomo nuovo, rigenerato dallo Spirito.
Il battesimo è quindi il simbolo del grande rinnovamento morale che fa passare il peccatore dalla morte alla vita, oltre a ricordare la morte e la risurrezione di Cristo. Le condizioni necessarie per riceverlo sono il pentimento e la fede; la sua forma biblica, quella dell’immersione totale, praticata in età adulta.
9. La santa Cena
La santa Cena, che sostituisce la Pasqua ebraica, fu istituita da Cristo poco prima della sua morte. Questa ceri214
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monia è il grande memoriale del sacrificio di Cristo,
rappresenta la sua vita che alimenta la vita spirituale del
credente e annuncia il ritorno in gloria del Signore. Il rito che la precede, la lavanda dei piedi, è una lezione di
umiltà e un simbolo di purificazione morale la cui validità si estende ai cristiani di tutti i tempi.
10. Il nostro corpo: un tempio
La rigenerazione in Cristo, comprendendo l’intero essere, si estende al corpo. Di qui la presenza nella Bibbia di
precetti relativi alla salute, precetti che è nostro interesse seguire. Il nostro corpo è definito «tempio dello Spirito Santo» e noi siamo invitati a «fare tutto alla gloria di
Dio» (1 Corinzi 6:19; 10:31).
Osservando i principi della temperanza cristiana, godremo di maggiore gioia in questa vita e offriremo al nostro Salvatore un servizio più efficiente.
11. La chiesa
La chiesa di Cristo, caratterizzata dalla perseveranza, dall’ubbidienza ai comandamenti e dalla fede nel Salvatore,
trova nelle Scritture la sua regola di fede e di condotta.
Fondata da Gesù Cristo, essa è come un corpo di cui
egli è il capo, e i credenti le membra, come un edificio di
cui egli è la pietra angolare e i membri le pietre viventi.
Guidata dallo Spirito Santo, arricchita spiritualmente dai suoi doni, dotata di coesione interna in virtù dell’amore fraterno dei credenti, la chiesa è strumento nelle mani di Dio per custodire la verità e farla conoscere a
«tutto» il mondo attraverso «tutti» i suoi membri.
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12. Il paradiso e la terra
La Bibbia afferma che vi sarà un paradiso che ora non
possiamo immaginare, dal momento che è scritto: «Le
cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che
mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha
preparate per coloro che lo amano» (1 Corinzi 2:9).
In questo nuovo Eden si potrà infine realizzare l’originario piano divino di una terra senza contaminazione
- dove non vi saranno più né male, né sofferenza, né
morte, abitata da creature sante che godranno di una felicità eterna, in comunione con Dio e con Gesù Cristo.
La certezza biblica di questo futuro trionfo del bene
fa sentire i suoi benefici anche in questa vita terrena
infondendoci consolazione e serenità.
La comunione con Dio può già attuarsi in una certa
misura in questa terra, grazie alla Parola di Dio e alla
preghiera. Agendo in collaborazione con il cielo e cercando prima «il regno e la giustizia di Dio» (Matteo
6:33), possiamo sin da ora pregustare quella gioia che
sulla nuova terra godremo in modo pieno e perfetto.
13. «Questa è la via: camminate per essa»
Abbiamo studiato insieme le grandi verità rivelate da
Dio e contenute nella Scrittura. Abbiamo compreso che,
naufraghi nel grande mare dell’esistenza, abbiamo una
sola via di salvezza, quella della fede in Cristo e dell’ubbidienza alla volontà del nostro Creatore. Abbiamo deciso di accettare l’invito che Dio, tramite la Bibbia, ancora una volta ci rivolge: «Oggi, se udite la sua voce, non
indurite i vostri cuori» (Ebrei 3:7,8). «Questa è la via:
camminate per essa» (Isaia 30:21).
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CONCLUSIONE
Nel breve spazio di un tascabile come Ascolta la Parola
non è stato possibile affrontare tutti i temi relativi all’insegnamento biblico. Su un punto, però, siamo certi: la
Bibbia interpella l’uomo.
La Scrittura, pur trattandosi di un libro complesso,
scritto da uomini inseriti in un contesto storico specifico, con un linguaggio, una cultura e una teologia propri,
è la testimonianza della rivelazione divina. Non è un «libro sacro» nel senso magico. Non si tratta di credere ciecamente e in modo acritico.
Una lettura troppo letteralistica non serve, occorre
piuttosto uno studio storico e critico che sbocchi in un
approccio intelligente, che non si scandalizzi delle contraddizioni e della sua «umanità», ma colga l’appello che
Dio rivolge agli abitanti della terra: l’umanità fragile, debole, incompleta può essere riscattata solo tramite Gesù
Cristo, nostra salvezza e nostra speranza.
La speranza cristiana non è l’ottimismo che deriva dalla costruzione di un mondo migliore ad opera dell’uomo.
È piuttosto la certezza che Dio è fedele al suo mondo e al
suo popolo. Dio ha agito nel passato, agisce oggi e continuerà a farlo nel futuro.
L’avvenire si presenta come un evento possibile nonostante i disastri compiuti dalla tecnologia. La speranza
del credente è sperare contro ogni speranza, in quanto la
nostra debolezza tradisce ogni attesa. Ma nello stesso
tempo siamo ancorati a Cristo, vero caposaldo della redenzione e della giustizia divina.
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INDICE
Prefazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
Capitolo
Capitolo
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Capitolo
Capitolo
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Capitolo
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Capitolo
Capitolo
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Capitolo
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1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
Che cos’è la Bibbia? . . . . . . . . . . . . . 5
Il mistero della Trinità . . . . . . . . . . 16
La creazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26
Uomo, immagine di Dio . . . . . . . . 33
Crisi d’identità . . . . . . . . . . . . . . . . 49
Chi è Gesù? . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57
Il segreto della felicità . . . . . . . . . . 64
Come ottenere la salvezza . . . . . . . 73
Vivere in Cristo . . . . . . . . . . . . . . . 80
La chiesa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 87
Il battesimo . . . . . . . . . . . . . . . . . . 95
La santa Cena . . . . . . . . . . . . . . . 103
La legge di Dio . . . . . . . . . . . . . . . 111
La legge e la grazia . . . . . . . . . . . 119
Un giorno appartiene a Dio . . . . . 127
Stile di vita . . . . . . . . . . . . . . . . . . 136
Matrimonio e famiglia . . . . . . . . . 146
Cristo ritorna! . . . . . . . . . . . . . . . 158
I segni dei tempi . . . . . . . . . . . . . 167
Oltre la morte . . . . . . . . . . . . . . . . 179
Esiste l’inferno? . . . . . . . . . . . . . . 186
La nuova terra . . . . . . . . . . . . . . . 192
Il giudizio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 201
Questa è la via . . . . . . . . . . . . . . . 210
Conclusione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 217
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prima turbata poi illuminata dalla presenza del Signore. Maria della tradizione
è diventata una madre generosa e attenta, una creatura umana sì, ma beatissima e santissima, una «regina del cielo» da venerare e pregare. Quale delle due merita la nostra particolare attenzione?
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Samuele Bacchiocchi
IMMORTALITÀ
O
RISURREZIONE?
Ricerca biblica sulla natura
e il destino dell’uomo
Prefazione del Prof. Clark Pinnock
Anche nel nostro paese una fetta
sempre più grande di italiani è
convinta che la morte non è la fine
ma l’inizio di una vita immortale.
Il prof. Samuele Bacchiocchi
compie uno studio biblico completo circa la natura e il destino
umano, per sottolineare e approfondire una conclusione già nota:
cioè che il concetto dell’immortalità dell’anima è estraneo alla mentalità biblica. L’uomo, secondo le Scritture, è un’unità psicosomatica indivisibile.
Autore
Samuele Bacchiocchi è stato il primo studente non cattolico a frequentare la
Pontificia Università Gregoriana di Roma dove ha conseguito la laurea in storia ecclesiastica ottenendo la distinzione accademica di summa cum laude e
una medaglia d’oro offerta dal pontefice Paolo VI.
Immortalità o risurrezione
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(timbro della comunità locale)
Finito di stampare nel mese di maggio 2004
da Legoprint s.p.a. - Lavis TN
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