Nel territorio di Campodoro regnava la dominazione Longobarda
Invasioni degli Ungari e dei Barbari
e poi dominio degli imperatori Sassoni
Sorgono i comuni liberi di Padova e Vicenza che si contendono
le terre d’acqua della nostra zona di confine.
Per esempio nel 1145 i Vicentini
chiudono il Bacchiglione per far morire i Padovani di sete.
Passaggio di Federico Barbarossa in Italia e lotto contro
la “Lega Lombarda” fra i comuni del nord
Pace di Costanza in cui i Comuni ottengono la sovranità sui territori
Verso il 1190 COSTRUZIONE DELLA TORRE ROSSA
(detta in un primo momento Torre del Corso) voluta da Ezzelino II° da
Romano, signore dei Padovani, per motivi difensivi sulla linea di confine
fra i comuni liberi di Padova e Vicenza.
1193
I Padovani partono dalla Torre di Bevadoro
sotto la guida di Obizzo d’Este e alleati di Ezzelino II°, per la battaglia a
Carmignano dove ne distruggono il castello e fanno prigionieri 2000
vicentini.
1311
Alla caduta degli Ezzelino, sotto la Torre le truppe padovane si
riordinano contro i vicentini, segue una battaglia a Camisano
in cui si distingue il letterato padovano Albertino Mussato
1313
Bevadoro e la Torre sono scena di guerra e incendio fra Martino Cane,
capitano dell’esercito Padovano (guelfo) e Can Grande della Scala, della
famiglia degli Scaligeri di Verona, alleati con Vicenza,
i Visconti di Milano e Mantova,
i 4 ghibellini sostenitori dell’imperatore di Germania
1314 (inizio) I Padovani con Martino Cane rientrano in possesso di Camisano e
ricostruiscono la Torre Rossa
1314 (fine) Can Grande della Scala conquista Camisano e getta in prigione
Martino Cane
1183
1164
1140
600
890 – 950
Cronistoria della Torre Rossa
Foto di interni >
Scaligeri e Carraresi sono in lotta per le terre
fra Vicenza e Padova: alla fine saranno spartite tra i due.
Carraresi e Visconti si contendono il potere;
la Torre potrebbe essere stata di proprietà dei conti vicentini
‘’Da Thiene’’.
Inizia il periodo di dominazione sotto la Serenissima Repubblica
di Venezia, proprietà dei nobili Malipiero.
Si dice usata come osservatorio ma divenne principalmente
una residenza privata.
La Torre è una residenza privata, fatto che la salvò dalla
distruzione durante la guerra fra Venezia e la Lega di Cambrai,
quando tutti i castelli della zona vennero rasi al suolo, tutti
tranne la Torre Rossa.
Passaggio di eserciti austriaci di Massimiliano d’Austria,
nel 1511 di francesi e nel 1514 di spagnoli che depredavano
e terrorizzavano: le leggende narrano che la popolazione
trovasse scampo nei sotterranei che partivano dalla Torre.
Si dice che i sotterranei fossero due: il 1° da Torre Rossa
a “La Colombara” (casa fortificata di Martino Cane)
all’antico castello di Camisano (attualmente detta ‘Ca Alta)
fino a Villa dei conti Capra a S. Maria.
Il 2° da Torre Rossa all’antica Abbazia dei Benedettini
(Via Badia Camisano) ai 4 torrioni di Rampazzo.
Altre fonti dicono che portasse a carceri segrete per lo stillicidio.
Venezia respinge gli spagnoli e rimane l’unica dominatrice
della zona fino all’epoca di Napoleone
La Torre diventa abitazione privata dei nobili Cavalli,
signori veneziani.
Proprietà dei Rezzonico, diventa per un periodo anche
una osteria, oltre a essere residenza abitativa.
Viene annesso un edificio nella parte orientale.
Un terremoto reca gravi danni alla torre.
Nella II° Guerra Mondiale viene utilizzata come comando
tedesco. Viene annessa un’ulteriore costruzione adiacente a est.
Ulteriori danni vengono provocati dal terremoto del Friuli
che la rende inabitabile.
La famiglia Brenner vende la Torre Rossa al Sig. Cioffi Giuseppe
che ne inizia subito il recupero con un restauro rispettoso e
amorevole
< Foto della Torre prima-durante-dopo il restauro
1985
1976
1850
1936
Anni 1940
1800
1600 – 1700
1514
1509 – 1514
1508 – 1509
1404 – 1405
1340 - 1402
1318 - 1340
Una delle più fantasiose è quella legata a un secchio d’oro che si troverebbe
all’interno del cunicolo che dalla cantina della torre conduce al mulino Sandini.
Attraverso questa galleria venivano portati i prigionieri da torturare con il crudele
sistema della goccia.
Ma la più famosa e suggestiva è la struggente storia d’amore e di guerra riportata sul
retro.
Le Leggende
Da uno scritto di Giuseppe Cioffi del 1997
“Stiamo continuando nell’ardua impresa di dare alla Torre non solo la
sicurezza statica, ma anche il futuro che la conservi al mondo della storia
e dell’arte.
Fin dall’inizio si è voluto doverosamente rispettare ogni mattone ed ogni
granello di calce del monumento.
Si è continuamente ricercato, nelle capacità architettoniche e nelle
costruzioni annesse
successivamente, le possibilità di
essere vissuta.
Il monumento nel suo complesso
dovrà esplicare le migliori
fattività culturali, economiche e
turistiche, che le daranno la
capacità di continuare a
testimoniare nel Veneto ed al
mondo, l’architettura, l’arte e la
storia del medioevo e del
rinascimento.”
Ricostruzione storica ottenuta da articoli di giornale, siti internet e ricerche private. Seguirà opuscolo storico verificato e approfondimento sul restauro degli ultimi 25 anni.
C’era una volta in Camisano la potente famiglia degli Acciari proprietaria di un maniero
e terre e fierissima del possesso di un fortilizio posto appena al di là del Ceresone e
proprio sulla linea di confine con il territorio padovano. Questa rocca era detta “Torre
Rossa” dal colore violento dei mattoni, colore che la staccava cupamente nel verde della
circostante palude e la mostrava ferrigna ad amici e nemici. Gilberto degli Acciari era il
signore: un uomo duro, coraggioso in ogni fatto d’arme, defendente degli Scaligeri,
inviso ai padovani, mimicissimo spietato degli Ezzelino. La Torre rossa lui l’aveva posta
come un’avanguardia al di là del Ceresone, ma anche sulla riva destra aveva innalzato
munite difese collegate con un passaggio segreto che correva sotto il corso d’acqua.
Pierfrancesca degli Acciari era sua figlia. La fama della bellezza di Pierfrancesca aveva
varcato i confini del Lombardo e del Veneto ed era giunta sin oltremare recata dalla gente
dei legni veneziani che solcano tutte le acque note. I trovadori cantavano la dolcezza di
Pierfrancesca, le sue trecce bionde di grano, la sua grazia, il suo sapere, la sua
intelligenza. Bella, bella, bella cantavano, ma i versi squisiti erano riservati agli occhi di
madonna Pierfrancesca che venivano definiti d’oro perché pareva che in essi vi fossero
pagliuzze brillanti.
E venne il dì che Gilberto degli Acciari mandò messi ovunque annuncianti che la figlia
Pierfrancesca sarebbe stata sposa di chi avesse sciolto le sciarade e vinto un difficile
torneo d’armi. Giunse il maggio e d’ogni parte convennero prenci e duchi per la grande
giostra: Otto von Hunzer di Germania, polito Fucino appena reduce da una Crociata in
Terrasanta, Donato degli Usberghi del mobilissimo ceppo dei Farinata, Ludovico Trenta
conte di Lucca imparentato con i Krozer d’Austria, e dieci e dieci altri giovani forti e
gentile che avevano percorso il mondo per giungere alla “Torre rossa” ai piedi di “Occhi
d’oro”.
Appena iniziato il gioco delle sciarade e poco prima che si alzasse il ponte levatoio
giunse un cavaliere mascherato: sotto la corazza una veste nera: nere pure le bardature
del cavallo; coperto con un drappo nero lo scudo. Frenò la corsa del destriero innanzi al
palco e al maestro di cerimonie chiede l’onore di essere ammesso alla emozionante
disputa. Il cerimoniere parlò breve con il suo signore, il quale, fra l’attesa generale, chinò
il capo e dette l’assenso.
Pierfrancesca che sotto la maschera cercava ognora di scoprire i lineamenti del giovane
che disarcionava e poteva a stento tener domo il suo destriero tutto ansante e tutto
coperto di schiuma. Ma fu proprio quando s’alzavano le accimazioni trionfali e i portoni
venivano spalancati alla folla del contado che un nome iniziò a serpeggiare; un nome che
il maestro cerimoniere sussurrò all’orecchio di Gilberto degli Acciari: un nome temuto,
odiato, quello di Fiordimonte degli Ezzelino uno dei nipoti del mimicissimo Ezzelino I il
Balbo. Qualche voce si elevò e improvvisamente si vide il nero cavaliere sollevarsi sulle
staffe e lanciare un urlo: la folla si aprì e il destriero venne lanciato verso la porta nord
proprio mentre stava per essere alzato il ponte levatoio. Il nero cavaliere e il suo fido
cavallo scomparvero nella campagna già posseduta da una leggera nebbia.
Narrano le cronache che lo scudiero venne subito posto in ceppi; lui affermava di non
Il tormento della goccia alla “Torre rossa”
e l’amore di Pierfrancesca dagli occhi d’oro
Progetto “Dove Sito?” per la riscoperta della storia e della cultura artistica del nostro territorio.
sapere nulla, di aver incontrato il misterioso cavaliere lungo la strada e di aver accettato –
per la propria bisogna – il compito di seguirlo alla giostra. Non venne creduto. Quando
gli strapparono la lingua le sue urla disumane giunsero sino al borgo di Camisano. E la
gente si rinchiuse nelle case.
Attorno al maniero (e in specie attorno alla “Torre rossa”) vennero rafforzate le scorte.
Ma si dice, le ombre della notte erano amiche del nero cavaliere che riusciva a giungere
sotto la “Torre rossa” e ad arrampicarsi sino all’ardito balconcino ov’era a sospirare
madonna Pierfrancesca dagli occhi d’oro. Sempre bella, bella, bella, la cantavano i
trovatori rimasti al maniero, ma adesso i loro versi erano soffusi della tristezza
dolorosissima che era negli occhi di Pierfrancesca.
Ancora le cronache narrano che ci fu il tradimento di una fante, certa Angiola di Cà Alta,
e che una notte un giovane, alto, fiero, in oscuri paludamenti, venne catturato dalle
scorte. Ne venne avvertito Gualtiero degli Acciari il quale lo fece chiudere nei sotterranei
della “Torre rossa” e poi attraverso il passaggio segreto scavato sotto il fiume Ceresone lo
fece trasportare nelle celle che ancor oggi si possono vedere sotto il molino. Richiesto
delle generalità, il prigioniero si affermò Lorenzino dei Mettifogo da Fara.
Dignitosamente sofferse le percosse e non mostrò né orrore né paura quando lo
trascinarono nell’ultimo piccolo stambugio e lo incatenarono per il tormento della goccia.
Un giorno e tutta una notte tenuto in ferri con il capo fermo in un collare sotto un gelido
stillicidio: “confessa che sei un Ezzelino! Colfessa di essere Fiordimonte, il cavaliere
nero!”.
Ancora una notte e un giorno, ma anche semisvenuto e febbricitante il giovane mai mutò
le proprie affermazioni. Al lume delle torce Pierfrancesca venne trascinata accanto alla
cella del tormento e il padre la obbligò a fissare a lungo il prigioniero mentre lui nel volto
della figlia cercava e studiava i possibili segni di una particolare emozione e con
espressioni di più grave minaccia voleva indurla a tradirsi. Il volto di Pierfrancesca
pareva scolpito nel marmo, solo i suoi occhi d’oro mandavano fiammanti bagliori.
Ancora una notte e un giorno, incatenato, con il capo fermo in un collare e sotto il gelido
stillicidio. E nella notte ancora seguente furono viste ombre furtive nel giardino attorno
alla “Torre rossa” mentre la nebbia s’abbassava sulla palude circostante. Dei rumori
soffocati. Poi una barca si staccò dalla riva e scese silenziosa e lenta la breve corrente del
Ceresone. Due figure incappucciate, vicine, strette, quasi fuse, erano sul legno. Al
mattino messer Gilberto seppe che il prigioniero era fuggito, che Pierfrancesca era
scomparsa e che il capocarceriere s’era come volatilizzato. Paurosa l’esplosione di rabbia
del signore della “Torre rossa” ma vana.
Da quel giorno – e qui la storia e leggenda confondono i confini – più nulla si seppe di
Fiordimonte degli Ezzelino e di Pierfrancesca degli Acciari, la madonna camisanese dagli
occhi d’oro.
Alfredo Mutterle— Il Giornale di Vicenza – Martedì 4 dicembre 1956
Pubblicazione interna/Luglio 2009 - Info e contatti: www.bevadoro.org
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La Torre Rossa
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