la Biblioteca di via Senato mensile, anno vi Milano n.6 – giugno 2014 IL PERSONAGGIO Julius Evola, l’estraneo incompreso di gianfranco de turris BIBLIOFILIA La grande collezione di Luigi Nocivelli di giancarlo petrella SPECIALE EMO Leopardi ed Emo: nulla e filosofia di giovanni sessa EDITORIA La civiltà perfezionata da Chamfort a Sciascia di massimo gatta SUL NOLANO Bruno e l’enigma degli archetipi di guido del giudice la Biblioteca di via Senato – Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VI – N.6/52 – MILANO, GIUGNO 2014 Sommario 4 Il Personaggio JULIUS EVOLA, L’ESTRANEO INCOMPRESO di Gianfranco de Turris 52 Speciale Andrea Emo LEOPARDI ED EMO: NULLA E FILOSOFIA di Giovanni Sessa 12 Editoria LA CIVILTÀ PERFEZIONATA DA CHAMFORT A SCIASCIA di Massimo Gatta 58 Speciale Andrea Emo MASSIMO DONÀ: «PER EMO NULLA È MAI QUELLO CHE È» di Giovanni Sessa 21 Bibliofilia LA GRANDE COLLEZIONE DI LUIGI NOCIVELLI di Giancarlo Petrella 65 L’Altro Scaffale LE MASCHERE E IL QUADRUPLICE VOLTO DEL FUTURISMO di Alberto Cesare Ambesi 28 Sul Nolano BRUNO E L’ENIGMA DEGLI ARCHETIPI di Guido del Giudice 33 IN SEDICESIMO – Le rubriche LE MOSTRE – L’INTERVISTA DEL MESE – LO SCAFFALE – IL LIBRO DEL MESE a cura di Luca Pietro Nicoletti, Luigi Sgroi e Paola Fossati 50 Punture di penna CONSIGLI INTELLETTUALI PER IL VERO MAÎTRE À PENSER di Luigi Mascheroni 69 Filosofia delle parole e delle cose «MURA DI UNA COSTRUZIONE DA PIETRE IN ROVINA» di Daniele Gigli 71 BvS: il ristoro del buon lettore A TAVOLA, A VILLA FELTRINELLI di Gianluca Montinaro 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO SI RINGRAZIANO LE AZIENDE CHE SOSTENGONO QUESTA RIVISTA CON LA LORO COMUNICAZIONE Fondazione Biblioteca di via Senato Biblioteca di via Senato – Edizioni Presidente Marcello Dell’Utri Redazione Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Consiglio di Amministrazione Marcello Dell’Utri Giuliano Adreani Fedele Confalonieri Ennio Doris Fabio Pierotti Cei Fulvio Pravadelli Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo de Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Presidente Achille Frattini Revisori Gianfranco Polerani Francesco Antonio Giampaolo Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Coordinamento pubblicità Ines Lattuada Margherita Savarese Progetto grafico Elena Buffa Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagine d’Arte - Milano Immagine di copertina Collage di alcuni segnalibro Sellerio Stampato in Italia © 2014 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale «L a cultura italiana non ha fatto ancora i conti con Julius Evola», scrive Gianfranco de Turris nell’articolo che apre questo numero de «la Biblioteca di via Senato». Già, non li ha fatti con Evola (in nome di un “politicamente corretto” tanto paesano quanto becero), come non li ha fatti con molti altri protagonisti della vita, intellettuale e politica, del nostro Paese. E sempre per le medesime ragioni. Ma, andando a ben vedere, cosa si cela dietro questo “politicamente corretto” che da decenni ingessa l’Italia? Viltà, menzogna, tornaconto personale, perenne compromesso, disonore; mascherati da illustri proclami e grandi ideali. Evola, un emarginato perché presunto “razzista”. Così come altri, perché presunti “reazionari”, “conservatori”, “fascisti”, “mafiosi”… Difficile credere che, nel lungo periodo, un Paese possa crescere e prosperare nel culto di un fantomatico nemico. Perché a un nemico inesistente presto si affiancherà e quindi sostituirà un “nulla” molto più pericoloso e distruttivo. Gianluca Montinaro 4 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 Il Personaggio JULIUS EVOLA, L’ESTRANEO INCOMPRESO Riflessioni a quarant’anni dalla morte GIANFRANCO DE TURRIS O gni società, ogni cultura ha il suo o i suoi outsider. Chi è “fiori posto” in quella cultura, chi è “fuori luogo” in quella società. Insomma, un “estraneo” al proprio tempo che non si adegua ai valori dell’epoca in cui vive, che ne cerca nuovi, che ne propone altri seguendo strade diverse e spesso non condivise o accettate dalla sua epoca. Venne intitolato proprio così nella traduzione italiana apparsa da Lerici nel 1956, il saggio di Colin Wilson, opera prima di uno scrittore inglese assai prolifico che ha pubblicato almeno cento libri di ogni tipo, spesso però in linea con quella impostazione d’esordio che gli diede la fama. Di certo Julius Evola si può considerare un outsider nel senso descritto: occupandosi proprio di Colin Wilson e di questo suo libro in un saggio dedicato ai beats, e inserito ne L’arco e la clava, Evola scrive che in esso l’autore esamina «la figura di ‘chi Sopra: il piccolo Giulio Cesare. (© Archivio famiglia Evola. Per gentile concessione). A sinistra: l’ultimo ritratto del filosofo. Pastello eseguito da Giuseppe A. Spadaro il 12 giugno 1974. (© Archivio Fondazione J. Evola. Per gentile concessione) sta fuori’, fuori dal mondo e dalla società normali». Evola, lungo tutta la vita, fu proprio così ed è questo il motivo della sua estraneità alla cultura dominante e del rifiuto che la cultura dominante ha sempre avuto nei suoi confronti. Sono trascorsi quaranta anni dalla sua morte (l’undici giugno 1974, a 76 anni) e la cultura italiana non ha fatto ancora i conti con Julius Evola. Diciamo meglio: non ha avuto il coraggio di fare seriamente i conti con la sua complessa figura dalle molte sfaccettature che possono spiazzare i cultori di un sapere unidirezionale e iper-specialistico. Pittore e poeta, esoterista, filosofo, alpinista, teorico politico, indagatore dell’eros, analista del neospiritualismo, studioso di dottrine orientali, e altro ancora,il tutto visto alla luce della Tradizione e dello spirito, non ha ancora trovato chi affronti nella sua totalità la sua incidenza sotto questi molteplici aspetti nella cultura italiana. Non potendosi ovviamente prendere in considerazione le vere e proprie stupidaggini scritte genericamente da Umberto Eco nei suoi confronti, delle specie di barzellette, gli unici aspetti che sono stati approfonditi dalla intellighenzia ufficiale 6 Sopra da sinistra: Evola militare nel 1917. Nel gruppo di commilitoni è il primo a destra. (© Archivio Fondazione J. Evola. Per gentile concessione); Monte Cimone (Asiago) agosto 1918. Evola, diciannovenne sottotenente di complemento, comandante di sezione d’artiglieria. (© Archivio Fondazione J. Evola. Per gentile concessione). A destra: la famiglia Evola, da sinistra, Ettore Giuseppe, la madre Concetta, Giulio Cesare e il padre Vincenzo. (© Archivio famiglia Evola. Per gentile concessione) (Germinario, Cassata ad esempio) sono quelli più che ovvi: il fascismo/nazismo e il razzismo, dove si aveva buon gioco per condanne a priori in nome del politicamente corretto. Questi due aspetti oscurano tutto il resto della sua attività di oltre mezzo secolo, impediscono in base a scontate parole d’ordine di affrontare criticamente la maggior parte dei suoi contributi in molti altri ambiti, anche se nomi importanti della nostra cultura gli hanno riconosciuto originalità e importanza a livello europeo in campo artistico e filosofico, solo per citare due spe- la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 cifici settori. E di conseguenza sono oscurate anche quelle opere esegetiche che li hanno esaminati con serietà. Sembra incredibile, ma nell’Italia del 2014 siamo ancora su questo piano: lo sdegnato rifiuto di occuparsi di un autore “proibito”, “maledetto”, “tabù”, come se la cultura, quella con la C maiuscola, potesse aver paura o timore delle idee… Eppure da un pezzo nomi come quelli di Pound e Cèline, accusati di razzismo e antisemitismo, di fascismo e nazismo, non sono più demonizzati: si pubblicano e si discutono e certe loro scelte non sono più discriminanti o centrali quando si parla di loro. Per Evola questo ancora non avviene, e i motivi rimangono poco chiari anche perché sotto certi aspetti egli non giunse ai loro livelli di bassa polemica. Eppure sono stati sdoganati, per usare un termine ormai d’uso, il Barone ancora no. In questo nostro Belpaese possono pubblicare romanzi autori, almeno un paio, condannati in via definitiva per omicidio (uno rifugiato all’estero, giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano l’altro graziato da Scalfaro) senza che nessuno si adonti del loro passato; in questo Belpaese ex terroristi assassini e neanche pentiti possono vedere le memorie dei loro fasti presentate nelle aule universitarie o in luoghi istituzionali senza alcuna protesta (a parte quelle dei parenti delle loro vittime); in questo Belpaese ci sono storici di fama che possono pubblicare apologie di Stalin, grande statista, grande modernizzatore della Russia nonostante abbia avuto sulla coscienza decine e decine di milioni di morti nei gulag, e nessuno s’indigna per questa minimizzazione. In questo Belpaese invece ci si adonta, ci si inalbera, ci si indigna se qualche ente pubblico o ente locale organizza, sponsorizza, finanzia un convegno su Evola, se si presenta qualche suo libro. È accaduto nel passato e accade ancora. Non c’è più alcun Gianni Borgna, comunista ma galantuomo senza pregiudizi, che sponsorizzò un convegno su Evola a Roma nel 1998... E mentre i libri degli autori di cui sopra sono recensiti sulla cosiddetta “grande stampa”, i libri di Evola sono ignorati rifiutandosi esplicitamente di recensirli, oppure, se per 7 caso accade, si è in obbligo di parlarne malissimo con frasi fatte e luoghi comuni. Ora, in occasione del quarantennale della sua scomparsa e a cinquant’anni dalla sua prima edizione, ecco che è stato ripubblicato un libro che potrebbe appunto servire per una seria riflessione su questa figura. Il cammino del cinabro (Roma, Edizioni Mediterranee, con un bel saggio introduttivo firmato da Geminello Alvi), che Julius Evola aveva pensato come «una guida ai miei libri», si può considerare una sorta di autobiografia intellettuale, o meglio interiore, e avrebbe dovuto apparire postumo, ma nel 1963 il giovane editore milanese Vanni Scheiwiller, venuto a conoscenza della sua esistenza, chiese al filosofo di farlo uscire subito con la speranza che le informazioni e le spiegazioni in esso contenute servissero in qualche modo a sopire le polemiche nate due anni prima con la pubblicazione, sempre per i suoi tipi, di un saggio fondamentale nell’opera complessiva evoliana, Cavalcare la tigre. La sua uscita suscitò indignazione e riserve nella intellighenzia italiana che non si aspettava un si- Sotto da sinistra: Julius Evola a Montestrutto nel 1932, ospite della tenuta di Sandra (al centro) e Liliana Scalero. («Futuro presente», n. 6, primavera 1995). Evola negli anni Trenta. (© Archivio Fondazione J. Evola. Per gentile concessione) 8 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 mile autore fra quelli di Scheiwiller: era una opinione preconcetta e non riguardava il contenuto del libro, che non era politico, ma indicava gli “orientamenti esistenziali per un’epoca della dissoluzione”. La ripubblicazione in una edizione arricchita di centocinquanta pagine di testi e documenti spesso inediti che spiegano, ampliano e approfondiscono quel che Evola scrive o solo accenna nel libro, avrebbe oggi in teoria la stessa funzione che nel 1963 sperava avesse Scheiwiller. Fu una illusione: Il cammino del cinabro non servì affatto a chiarire meglio le cose. Semplicemente perché le critiche venivano mosse per partito preso. Oggi sarà lo stesso? Chi lo sa? Certo è che l’arroganza e la supponenza di tanti giornalisti e intellettuali non depone a favore di un cambiamento di atteggiamento concentrato - et pour cause! - soltanto sulla trimurti fascimonazismo-razzismo. Oltre a questo non si è capaciti intellettualmente di andare forse per il sacro terrore di dover parlare bene (o anche solo “non male”) del “filosofo proibito”. Il cammino del cinabro è utile proprio per questo: dare una visione unitaria del percorso interiore del filosofo romano, per evitare di analizzarlo a compartimenti stani e utilizzare di lui e/o contro di lui quel che fa più comodo. Nonostante che la sua vita culturale, diciamo all’incirca dalla prima guerra mondiale sino alla morte avvenuta alla vigilia degli “anni di piombo”, possa essere divisa (ed Evola stesso la divide nel libro) in “periodi” o “fasi”, essi non sono indipendenti o in contraddizione fra loro e, anzi, uno è sempre la premessa dell’altro. Non ci sono iati ideali e di pensiero fra l’esordio come artista e le sue opere filosofiche che proponevano un superamento dell’idealismo, dalla sua personale interpretazione della magia agli esordi in politica su Lo Stato CONVEGNI SU JULIUS EVOLA FONDAZIONE JULIUS EVOLA SCUOLA ROMANA DI FILOSOFIA POLITICA EDIZIONI MEDITERRANEE Ottant’anni di “Rivolta contro il Mondo moderno” Roma, 7 Giugno 2014, ore 16,30 Sala de “L’Universale” Libreria/Galleria delle Arti Via Francesco Caracciolo 12 • • • • Mondo moderno”. Ore 18,00 Giovanni Sessa: Spazio, tempo, terra in “Rivolta”: per una esegesi comparativa. Ore 18,30 Stefano Arcella: Americanismo e bolscevismo: fonti spirituali e culturali della visione evoliana. Ore 19,00 Apertura del dibattito. Ore 19,30 Conclusioni e chiusura dei lavori. • Ore 16,30 Gianfranco de Turris: • • Perché questo Convegno. Ore 17,00 Nuccio D’Anna: Una proposta di alternativa di civiltà. Ore 17,30 Luca Valentini: Visione prospettica e terza dimensione della storia: l’attualità di “Rivolta contro il FONDAZIONE JULIUS EVOLA CASA EDITRICE PAGINE Julius Evola oltre il muro del tempo. Ciò che è vivo a quarant’anni dalla morte Roma, 11 giugno 2014, ore 16,30 Palazzo Ferrajoli, Piazza Colonna 335 • Ore 16,30 Gianfranco de Turris: Quarant’anni dopo. • Ore 17,00 Marcello Veneziani: La solitudine stellare di Julius Evola. • Ore 17,30 Gennaro Malgieri: Una via d’uscita dal totalitarismo del pensiero unico. • Ore 18,00 Diego Fusaro: Evola e Heidegger critici dell’americanismo. • Ore 18,30 Andrea Scarabelli: Cavalcare la decadenza: sfide ed opportunità. • Ore 19,00 Apertura del dibattito. • Ore 19,30 Conclusioni e chiusura dei lavori. Modera Luciano Lucarini giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 9 Sopra da sinistra: Jean Dee, La monade hiéroglyphique, Bibliothèque Charconac, Paris 1925, con appunti autografi di Evola. (© Archivio Fondazione J. Evola. Per gentile concessione). Sibilla Aleramo, Andando e stando. Prose, R. Bemporad & Figlio, Firenze 1922. (© Archivio Fondazione J. Evola. Per gentile concessione) Democratico di Colonna di Cesarò prima e Critica fascista di Bottai poi dove sostenne le identiche tesi “antidemocratiche”, dalla critica al neospiritualismo dei suoi tempi alla morfologia della storia, dalla proposta di un razzismo su tre livelli con preminenza di quello spirituale a una nuova teoria dell’erotismo, e così via. Le basi ideali sono sempre le stesse e voler isolare, a fine di screditarlo, alcuni momenti della sua attività sono forzature polemiche che per molti altri autori non valgono e non sono adottate. Qualcuno potrebbe considerare questo libro come una giustificazione ex post di alcune sue posizioni o scelte, ma la documentazione allegata dimostra che quanto Evola scrive, ad esempio, dei suoi rapporti con i regimi italiano e tedesco non so- no affatto attenuazioni o giustificazioni. Effettivamente venne considerato un outsider non classificabile da entrambi: non era né fascista né nazista in senso stretto, ma un “aristocratico reazionario” come si scriveva in un documento delle SS che lo riguardava, uno che pensava di poter “rettificare” e “orientare” i due regimi secondo il punto di vista di una Destra spirituale, che riteneva di poter costituire in Europa un “fronte conservatore” da affiancare a fascismo e nazismo senza identificarsi con essi, nel tentativo di correggerne gli errori. Sogni, utopie forse, ma così fu. E per questo le sue idee e la sua opera erano malviste e spesso osteggiate, con alti e bassi favorevoli e sfavorevoli ai suoi intenti. Molti documenti dell’Archivio Centrale dello Sta- 10 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 to di Roma, alcuni dei quali riprodotti nel libro comprese alcune note informative della Polizia Politica italiana, stanno a provarlo. Basterebbe leggere l’incipit del Cammino del cinabro per confermare la definizione del “fuori posto”, dell’ “estraneo” al proprio tempo, là dove Evola scrive: «In buona misura ho dovuto aprirmi da solo la via. Quasi come un disperso ho dovuto cercare di riconnettermi con i miei propri mezzi ad un esercito allontanatosi, spesso attraversando terre infide e perigliose». Una immagine di grande suggestione e dal sapore militare che fa venire in mente il suo quadro giovanile Truppe di rincalzo sotto la pioggia. Di questa poliedrica e per molti contraddittoria figura dopo quaranta anni la cultura italiana non sa farsene una ragione, diciamo quasi che ne JULIUS EVOLA. Bibliografia essenziale • Arte Astratta (1920; Fondazione • • • • • • Julius Evola, 1992). Saggi sull’idealismo magico (1925; Edizioni Mediterranee, 2006). L’uomo come potenza (1925; Edizioni Mediterranee, 2011). Teoria dell’Individuo Assoluto (1927; Edizioni Mediterranee, 1998). Imperialismo pagano (1928; Edizioni Mediterranee, 2004). Fenomenologia dell’individuo Assoluto (1930; Edizioni Mediterranee, 2007). La tradizione ermetica (1931, • • • • • • Edizioni Mediterranee, 1996). Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo (1932; Edizioni Mediterranee, 2008). Rivolta contro il mondo moderno (1934; Edizioni Mediterranee, 1998). Il Mistero del Graal (1937; Edizioni Mediterranee, 1997). Il mito del sangue (1937; Edizioni di Ar, 2009). La dottrina del risveglio (1943; Edizioni Mediterranee, 1995). Lo yoga della potenza (1949; Edizioni Mediterranee, 1994). • Orientamenti (1950; Il Cerchio• • • • • • • Fondazione Julius Evola, 2005). Gli uomini e le rovine (1953; Edizioni Mediterranee, 2001). Metafisica del sesso (1958; Edizioni Mediterranee, 1996). Cavalcare la tigre (1961; Edizioni Mediterranee, 2009). Il cammino del cinabro (1963; Edizioni Mediterranee, 2014). Il fascismo (1964; Edizioni Mediterranee, 2001). L’arco e la clava (1968; Edizioni Mediterranee, 2000). Ricognizioni, uomini e problemi (Edizioni Mediterranee, 1974). giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 11 Nella pagina accanto da sinistra: Angelo Brelich, Aspetti della morte nelle iscrizioni sepolcrali dell’impero romano, 1937 (con dedica dell’autore a Evola); Tristan Tzara, 7 manifestes dada, Editions du diorama, Paris 1924. A destra: Maria de Naglowska, Malgré les tempêtes..., P. Maglione & C. Strini, Roma 1921. (Immagini © Archivio Fondazione J. Evola. Per gentile concessione) ha ancora paura, nonostante non sia affatto un minore del Novecento italiano come hanno dimostrato studiosi anche stranieri, anzi per capire la complessità del Novecento, è stato detto, bisogna leggere Evola. Come filosofo (Saggi sull’Idealismo magico, Teoria dell’Individuo assoluto, Fenomenologia dell’Individuo assoluto) è stato posto insieme a Croce e Gentile nella triade italiana del secolo scorso da Franco Volpi, il massimo conoscitore e divulgatore di Heidegger nel nostro Paese. Il suo saggio Arte astratta è uno dei testi più profondi su quell’«arte modernissima» come spiegò Massimo Cacciari. Per intendere il senso vero e non ciarlatanesco di magia, alchimia ed esoterismo bisogna leggere Introduzione alla magia e La tradizione ermetica. Le radici della crisi dell’Occidente sono spiegate anticipate nella Rivolta contro il mondo moderno, una delle più suggestive opere della cosiddetta “letteratura della crisi” europea. Di molte tendenze e mode culturali contemporanee Evola aveva già dato una spiegazione e una più alta interpretazione già fra le due guerre: dalla critica allo pseudo spiritualismo (Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo) alle dottrine orientali volgarizzate all’occidentale, anzi all’americana (tantrismo,zen, buddhismo) con Lo yoga della potenza e La dottrina del risveglio. Intuì il retroterra simbolico e sacrale delle narrazioni mitiche (saghe, epopee, romanzi cavallereschi, ma anche fiabe e folklore) ne Il mistero del Graal. Si oppose anche alla banalizzazione dell’eros e al pansessualismo da cui oggi siano dominati con Metafisica del sesso, un vero antidoto contro l’ideologia gender. Indicò gli errori di quella che definì la «demonia dell’economia» che tutti oggi denunciano, e gli eccessi dell’iperliberismo e del mercantilismo in Gli uomini e le rovine. Scrisse una sorta di “manuale di sopravvivenza” personale per i “tempi ultimi”, per il «mondo dove Dio è morto» con Cavalcare la tigre, un’opera che, come scrisse Stefano Zecchi, insegna una «etica della responsabilità». Precorse il revisionismo storiografico con un piccolo libro intitolato Il fascismo. Analisi critica dal punto di vista della Destra. Soprattutto in ogni suo scritto fece intendere come ci si doveva comportare rettamente, seguendo certi valori (che oggi tutti invocano), senza però ipocrisie e moralismi d’accatto, anche in un mondo che non si considera nostro. Valorizzò sempre la persona contro la massa informe e lo Stato “totalitario”. Julius Evola non fu un “tuttologo” come oggi se ne trovano a bizzeffe sui giornali o in tv. Quel che scriveva lo scriveva con cognizione di causa e con un retroterra culturale unificante che gli permetteva di parlare della Tradizione millenaria ma anche di criticare gli aspetti contingenti del mondo sotto i suoi occhi. In un momento di crisi valoriale come quello che stiano vivendo, in cui non esiste più la centralità dell’Io, in cui tutto è relativo (dall’etica alla politica, dalla religione persino al sesso) rileggerlo e rimeditarlo, al di là degli stupidi pregiudizi di chi sostanzialmente non ha mai letto una sua riga, sarebbe oltremodo utile. 12 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 Editoria LA CIVILTÀ PERFEZIONATA DA CHAMFORT A SCIASCIA Risvolti editoriali volanti ovvero dei segnalibri della Sellerio MASSIMO GATTA Prima parte N ell’ambito composito del peritesto editoriale1 un precedente storico assimilabile al segnalibro utilizzato dalla palermitana Sellerio quale risvolto editoriale volante (transitorio, funzionale, fragile e deteriorabile) per la sua prima collana La civiltà perfezionata (1969), è riconducibile a quello convenzionalmente definito “santino laico”,2 cioè la strana pubblicità editoriale creata nel ‘46 dal genio di Leo Longanesi per i volumi della sua casa editrice. Il verso dei “santini” è infatti concettualmente limitrofo al risvolto di copertina (seppure in maniera anomala), mentre il recto riporta il titolo, l’autore e la riproduzione di una piccola incisione xilografica, solitamente opera dello stesso Longanesi.3 Questa innovativa pubblicità editoriale (fragile e transeunte, esattamente com’era quella selleriana ma in forma di segnalibro), nelle varie tipologie grafiche realizzate4, era inserita nei volumi editi dalla Longanesi & C., poi diventata una delle tipologie di ephemera, quelle cartacee inezie5 soggette spesso a collezionismo minore6. Entrambi questi peritesti editoriali costituiscono una novità nel panorama editoriale italiano (e non solo) del ‘900, e la loro natura di oggetti cartacei transeunti li rende particolarmente fragili quindi rari, non essendo stata prevista una loro pur minima forma di conservazione e descrizione bibliografica all’interno degli standard catalografici, esattamente come accadeva anni fa per le sovraccoperte7, sovente separate dai libri di appartenenza e disperse8, con notevole danno filologico9 (soprattutto per quelle illustrate) mettendo in discussione la doppia storicità dello scritto10 e, di fatto, “mutilando” il libro il quale, ricordava lo studioso Thomas Tanselle, è altra cosa dal testo. Pensiamo anche alle etichette di librerie (Book-labels), poco studiate da un punto di vista bibliografico (pur se di una bibliografia come palinsesto di una storia minore11), ma a volte fonti preziose, anche iconografiche, per l’analisi e lo sviluppo del commercio librario in determinate aree geografiche12; oppure alle ancor meno studiate “cartoline editoriali di commissione libraria”, esistenti già a fine ‘80013, e infine le “fascette editoriali” che condividono con i “santini laici”, i segnalibri e le cartoline una natura volante altamente labile e dispersiva.14 14 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Tutto quanto detto finora attesta la validità, dopo oltre vent’anni, dell’affermazione di Thomas Tanselle secondo il quale: “[…] i libri non sono considerati comunemente in termini fisici, in termini di cultura materiale, perché esistono in gran parte allo scopo di trasmettere testi verbali […] e molti che vogliono leggere e capire quei testi considerano gli aspetti fisici del libro irrilevanti per i loro interessi. […] La gente usa la parola “libro” più spesso per indicare un’opera verbale che un oggetto fisico. […] Non c’è di fatto alcun modo di giustificare su basi razionali la nozione che certi manufatti siano intrinsecamente meno degni di conservazione di altri e che le testimonianze fisiche nei libri siano irrilevanti per la lettura dei testi che contengono. […] Il progresso graduale nel capire i nessi tra aspetti fisici e aspetti intellettuali dei libri – tra i processi della produzione libraria e gli stati dei testi – è uno dei racconti affascinanti (e trascurati) nella storia del pensiero”.15 La differenza principale che distingue però le due tipologie peritestuali sopraindicate sta nel fatto che tutti i segnalibri della collana della Sellerio16, giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano di cui ci occuperemo e realizzati unicamente per quella prima collana editoriale17, costituivano, all’interno della topografia peritestuale dell’edizione, l’unico luogo (la zona di cui scriveva Genette18) in cui trovavano spazio testi redazionali, tratti dall’introduzione, oppure espressamente scritti da Sciascia per quel titolo. Infatti i libri della collana “La civiltà perfezionata” avevano la quarta di copertina e i risvolti senza testo (muti). Gli scritti di Sciascia stampati sui segnalibri furono scritti per I veleni di Palermo (1970) di Rosario La Duca (primo titolo della collana), Pirandello (1975) di Georges Piroué, Souvenirs (1976) di Alberto Savinio, L’Armada (1977) di Franz Zeise, Casanova o la dissipazione (1977) di Robert Abirached (in copertina una lastra di Mino Maccari19), L’affaire Moro (1978) dello stesso Sciascia (immagine di copertina L’uomo solo di Fabrizio Clerici20), Ciuri di strata (1978) di Francesco Guglielmino, Il vero Julien Sorel (1978) di René Fonvieille, Gli ultimi anni di Carlo V (1978) di William H. Prescott, Aneddoti e ritratti (1979) di Charles-Joseph de Ligne, La cattura (1979) di Paolo Maura, Il delitto di lord Arturo Savile (1979) di Oscar Wilde, Racine e Shakespeare (197921) di Stendhal, Il fiume Alfeo (1980) di Roger Caillois22, Giovan Battista Vico e il 15 suo secolo (1985) di Nicolò Tommaseo, Viaggio nella mente barocca (1986), Il gioco del caso (1987) e Un avventuriero nella Napoli del Settecento (1983) di Gianfranco Dioguardi. Altri testi stampati sui segnalibri erano firmati da Italo Calvino (Mimi siciliani di Francesco Lanza), Dominique Fernandez (Goethe in Palermo di Giuseppe Pitrè), Philippe Renard (Lezioni su Stendhal di Tomasi di Lampedusa), Marco Diani (Di un nuovo complotto contro gli industriali di Stendhal), Giacinto Spagnoletti (Appunti di una vita del pittore Emilio Greco23), Fernando Pessoa (Meu amigo de alma di Màrio de Sà-Carneiro), Giuliano Compagno, Maurice Nadeau, Carlo A. Madrignani, Vittorio Frosoni, Mario Fusco, Giovanni M. Bestini, Gesualdo Bufalino, Lucio Sarno, Paolo Fabbri, Gianfranco Rubino, Attilio Brilli, Alberto Vàrvaro, Roland Barthes, Marco Lorandi, Roger Caillois, Diana Grange Fiori, Fernando Savater, Giuseppe Scaraffia; mentre altri erano redazionali, non firmati. La carta utilizzata per il segnalibro era la vergata avorio, la stessa delle pagine interne del volume; a volte però alcuni segnalibri risultano stampati su carta di grammatura diversa. Il processo di scrittura sciasciana del risvolto testimonia sismograficamente la cura e la tensio- 16 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 ne artigianale autoriale per un aspetto così intimo e intrinseco al libro: “Era un’esperienza interessante e non facilmente dimenticabile osservare Leonardo Sciascia mentre scriveva un risvolto di copertina. Sfogliato il libro in bozze – ma a volte nemmeno questo: lo conosceva già, oppure rapiva la sua immaginazione appena il titolo o un ricordo connesso – con la sua grande stilografica, una Waterman con un enorme pennino d’oro, vergava placidamente su un foglietto il suo commento. E lo faceva con una scrittura lentissima e spigolosa e una velocità di composizione, al contrario, inimmaginabile. Per tutti i pochi istanti – minuti a volte di meno – non sollevava lo sguardo dalla penna, la penna dal foglio. Vi erano anche i risvolti che scriveva a casa sua, alla macchina da scrivere, ma quelli fatti in casa editrice nascevano tutti così. Non rileggeva mai quello che aveva scritto, e non lo correggeva nemmeno se un redattore osava (ma presto disimparammo quell’audacia) fargli notare un’imprecisione (del resto faceva così anche con le pagine più impegnative)”.24 Sciascia ha costeggiato spesso il paratesto editoriale addentrandosi nei dintorni del testo, di genettiana memoria; oltre che coi risvolti, le copertine, e i segnalibri, anche con le epigrafi, che in lui diventano quasi un sottogenere letterario: “In Sciascia l’epigrafe, come il titolo, come l’illustrazione in copertina – sempre dallo scrittore scelta e indicata all’editore -, come la dedica, come ogni altro elemento del paratesto, è quanto di più vicino, di più connaturato al testo ci sia. La sua epigrafe è sempre di un autore scelto per ammirazio- giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 17 ne e immedesimazione, è brano, frase d’un’opera sotto la cui luce bisogna porre il testo che ci accingiamo a leggere. […] Amava il disegno, Sciascia, le gravures acqueforti e puntesecche, che, con il loro segno nero si potevano accostare alla scrittura, erano anzi per lui un’altra affascinante forma di scrittura, simile allo scrivere che è «imprevedibile quanto il vivere»”.25 Risvolti, epigrafi, prefazioni, introduzioni, illustrazioni per copertine, note, segnalibri, dediche, invii autografi26, tutto un complesso reticolo peritestuale che si materializza quando entra in campo lo Sciascia editore. Insieme alla sopraccoperta, il “santino laico” longanesiano e il segnalibro-risvolto della Sellerio costituiscono una triade peritestuale transitoria, ognuna con caratteristiche proprie (tipologiche, grafiche, cromatiche, autoriali, tipografiche, materiali). Questa tipologia peritestuale è assimilabile al prière d’insérer, di cui ha scritto Genette nel suo saggio dell’87, tipologia altrettanto fragile, transeunte e difficilmente catalogabile: “Il prière d’insèrer è senza dubbio, almeno in NOTE 1 “Chiamo peritesto editoriale tutta quella zona del peritesto che dipende dalla responsabilità diretta e principale (ma non esclusiva) dell’editore, o forse, più astrattamente, ma più esattamente, dell’edizione, cioè dal fatto che un libro venga pubblicato, ed eventualmente ripubblicato e proposto al pubblico con una o più presentazioni, più o meno diverse. La parola zona indica che il tratto caratteristico di questo aspetto del paratesto è essenzialmente spaziale e materiale”, Gerard Genette, Il peritesto editoriale, in ID., Soglie. I dintorni del testo, a cura di Camilla Maria Cederna, Torino, Einaudi, 1989, p. [17], corsivo nel testo. 2 Salvatore Silvano Nigro, in Una specie Francia, uno degli elementi più caratteristici del paratesto moderno. E’ anche uno dei più difficili da considerare storicamente, poiché alcuni dei suoi stadi hanno una forma particolarmente fragile, che a mia conoscenza nessuna collezione pubblica ha saputo raccogliere per mettere a disposizione della ricerca”.27 Fine prima parte. La seconda verrà pubblicata sul numero di luglio-agosto 2014 collaterale della critica, in Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri, a cura di Salvatore S. Nigro, Palermo, Sellerio, 2003, erroneamente equipara il “segnalibro” al “santino laico”, tipologie diverse. Scrive Nigro (p. 15): “[…] Pur nell’inevitabilità delle soluzioni accorciative, i risvolti di Sciascia (e con essi i segnalibri, o santini laici, che dei risvolti sono parenti volanti) continuamente scivolano oltre i limiti dei propri margini di servizio. E sono reattivi”. 3 Cfr. Quella strana pubblicità. L’album dei “santini” di Leo Longanesi, a cura di Massimo Gatta, scritti di Mauro Chiabrando, Piero Gadda Conti, Alberto Ravaglioli, Campobasso, Università degli Studi del Molise, 2003; sul tema vedi Mauro Chiabrando, Il catalogo in cornice. I “santini” di Leo Longanesi, «Charta», n. 41, 1999, pp. 58-61, Giuseppe Marcenaro, Nei “santini” di Longanesi lo sciocchezzaio d’Italia, «Tuttolibri», sabato 4 settembre 2004, Massimo Gatta, I ‘santini’ laici di Leo Longanesi. Il fascino discreto di quella strana pubblicità editoriale, in Il gusto dei libri. Gli amici ricordano Ettore Pisano, a cura di Vincenzo Trombetta, Napoli, Alfredo Guida, 2009, pp. 43-56. Segnalo infine Leo Longanesi, I santini, Il Bianciardino n. 8, redazione Marcello Baraghini, Ettore Bianciardi, Pitigliano (GR), Comitato Antifondazione Luciano Bianciardi, s.a. [ma 2008]. 4 Sono documentati “santini laici” di identica misura con cornice (solo al recto) di colore celeste, tabacco o rosa (in genere, ma 18 non sempre, numerati in basso a destra del verso); oppure quelli su fondo bianco o su fondo grigio, di varie misure e non numerati, con al recto una piccola xilografia solitamente di Longanesi. 5 Mauro Chiabrando, Il racconto delle inezie. Piccole curiosità cartacee sui e nei libri, «Charta», n. 132, marzo-aprile 2014, pp. 48-53. 6 L’essere ritenuto un oggetto paratestuale intrinseco al volume nel quale è inserito ha fatto si che molti librai antiquari si rifiutino di estrapolare il “santino” editoriale dal volume per venderlo separatamente, per cui i volumi della Longanesi che contengono il relativo “santino” pubblicitario sono ritenuti più completi e rari di quelli che ne sono privi. Sul mercato antiquario si è arrivati a proporre a 30 euro ciascun “santino”, cfr. Design del libro e storia dell’industria. Opuscoli e frammenti pubblicitari italiani 1900-1960, introduzione di Paolo Tonini, Gussago, L’Arengario Studio Bibliografico, 3 marzo 2014, pp. 88-89, schede 198.1-198.15. Sul collezionismo minore rimando almeno a Massimo Alberini, Collezionismo minore, Milano, Vallardi, 1984. 7 Cfr. D. B. [Daniele Baroni], Sovraccoperta, in Manuale enciclopedico della bibliofilia, Milano, Sylvestre Bonnard, 1997, pp. 566567; vedi anche l’analisi condotta già nel 1946 da Jan Tschichold, Sovraccoperte e fascetta, in ID., La forma del libro, introduzione di Robert Bringhurst, Milano, Sylvestre Bonnard, 2003, pp. 165-169. 8 “Nel 1916 J.M. Bulloch si chiedeva se le biblioteche stessero facendo qualcosa per ‘conservare quelle foderine di carta colorata che oggi avvolgono i libri rilegati in stoffa, in particolare quelli di narrativa’. Una tale attenzione, a quella data, risulta davvero eccezionale: persino il British Museum iniziò a raccogliere le sopraccoperte dei libri che vi entravano solo nel 1923 – e già nel 1931, ritenuta eccessiva la mole del materiale accumulatosi, fu stabilito di effettuare una selezione preliminare”, Paola Puglisi, Le sopraccoperte in biblioteca, in EAD., Sopraccoperta, Roma, Associazione Italiana Biblioteche, 2003 [Enciclopedia Tascabile, 22], pp. 111-113 [111], con bi- la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 bliografia finale [pp. 143-158]. In Italia solo nel 1962 ci si comincia a porre il problema della loro conservazione; come giustamente rilevava Francesco Barberi: “Quante sono le biblioteche che conservano le sopraccoperte dei libri? Sarebbe interessante indagarlo per conoscere se, e in quale misura, potranno salvarsi dalla distruzione esemplari di un’espressione grafica, la cui importanza documentaria ed estetica si fa ogni giorno più evidente”, Francesco Barberi, Conservare le sopraccoperte, Roma, «AIB-Bollettino d’informazione», n. s., 2, 6, pp. 185-187, rist. in ID., Biblioteche in Italia. Saggi e conversazioni, Firenze, Giunta regionale Toscana-La Nuova Italia, 1981 [Archivi e biblioteche, 3], pp. 445-447 [445]; cfr. anche Mauro Chiabrando, Pubblicità editoriale, paratesto, collezionismo e ricerca storica. Un abito gettato alle ortiche, in Conservare il Novecento: i vestiti del libro, Atti del Convegno nazionale (Salone Internazionale dell’arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali., Ferrara, 26 marzo 2004) a cura di Giuliana Zagra, Roma, AIB, pp. 55-65; ID., Breve storia della sopraccoperta: da effimero “imballo” a parte integrante del libro moderno, «Charta», n. 59, 2002, pp. 24-29; Renzo Frattarolo, Marco Santoro, Vocabolario biblio-tipografico, Ravenna, Longo, 1982; cfr. anche Roberto Palazzi, I tipi di collezioni di libri (e altro), in Un mestiere che diventa arte. La legatoria italiana tra antico e moderno, Roma, «Quaderni di vita italiana», n. 1, gennaio-marzo 1988, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Direzione Generale delle Informazioni, dell’Editoria e della Proprietà letteraria-Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1988, pp. 40-45, rist. in Roberto Palazzi, Scritti di bibliografia, editoria e altre futilità, a cura di Massimo Gatta e Mauro Chiabrando, introduzione di Corrado Bologna, scritti di Mario Perniola, Piero Piani, Pietro Spirito, Macerata, Biblohaus, 2008, pp. 111-124 [117-119]. Di notevole interesse è poi anche Conservare il Novecento: i vestiti del libro, Atti del convegno nazionale (Ferrara, 26 marzo 2004), a cura di Giuliana Zagra, Roma, AIB, 2005. Per una traduzione letteraria e fantastica del vincolo sovraccoperta-libro mi permetto di rimandare a Massimo Gatta, La separazione degli amanti. Racconto, «L’Esopo. Rivista trimestrale di bibliofilia», n. 97-98, Milano, Rovello, marzo-giugno 2004, pp. 8589, quindi in «Contributi», Roma, Associazione Italiana Biblioteche, 2005 [visionabile al link: http://www.aib.it/aib/contr/gatta1.htm]. 9 Un esempio di perdita filologica per la distruzione delle sopraccoperte è quello relativo al volume di Carlo Frassinelli, Trattato di architettura tipografica, Torino, Frassinelli, 1941; le due alette interne della sopraccoperta, infatti, contengono una serie di brevi giudizi critici sul volume rintracciabili unicamente in quella sede. L’assenza della sopraccoperta, abbastanza frequente per questo volume, costituisce quindi una doppia perdita: sia dei codici iconografici della sovraccoperta stessa (illustrata), sia del suo valore quale contenitore di informazioni critiche. 10 Utilizzo qui il termine secondo la definizione datane da Roger Chartier in Culture écrite et litterature à l’âge moderne, «Annales. Histoire, Sciences Sociales», LVI, (2001), n. 4-5, pp. 783-803, cit. in Lodovica Braida, Della materialità dei libri. Copertine e sovraccoperte nell’editoria del ‘900, «La Fabbrica del Libro», a. XII, n. 1, Milano, Franco Angeli, 2006, pp. 26 [3]: “Era come se le parole scritte nei libri fossero immateriali e avessero una loro forza indipendente dal formato, dalla presenza o assenza di illustrazioni, dallo scorrere in pagine fitte fitte o tra ampi spazi bianchi. Tale “cecità” per la materialità del libro ha caratterizzato anche le modalità con cui le nostre biblioteche hanno conservato tipologie diverse di stampati che normalmente accompagnano i libri: i loro “vestiti”, quali le copertine, le sopraccoperte, i gadget, dimenticando che anche in questi supporti “esterni” la storia del libro continua, non solo perché spesso si tratta di legature editoriali, ma anche perché su questi supporti a volte compaiono testi di promozione, quali citazioni tratte da recensioni (nel caso di traduzioni o di riedizioni) o testi redazionali pienamente inseriti nella storia di quell’edizione”, ibid, p. 2. Correlato al testo di Charter è poi Lodovica Braida, La doppia storicità del testo nella riflessione di giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano Roger Chartier, in Testi, forme e usi del libro. Teorie e pratiche di cultura editoriale, Giornate di studio 2006, Milano, Università degli Studi-APICE, 13-14 novembre 2006, a cura di Lodovica Braida e Alberto Cadioli, Milano, Sylvestre Bonnard, 2007, pp. 26-38; ma cfr., nello stesso volume il saggio di Roger Chartier, Le materialità dello scritto. Che cos’è un libro? Risposte a una domanda di Kant, [pp. 13-25]. 11 Utilizzo, modificandolo, il titolo della suggestiva introduzione di Neil Harris, La bibliografia e il palinsesto della storia, al volume di George Thomas Tanselle, di cui alla successiva nota 15. 12 Anche per le etichette di librerie non esistono in Italia studi specifici come invece accaduto, ad esempio, in Austria. Rimando comunque a Roberto Palazzi, Questioni di etichetta. Storie minime dell’insegna libraria, «Charta», n. 58, maggio-giugno 2002, pp. 6468, ora in ID., Scritti di bibliografia, editoria e altre futilità, cit., pp. 309-318; Mauro Chiabrando, Le piccole insegne. Vademecum per il collezionista di etichette librarie moderne, «Charta», n. 97, maggio-giugno 2008, pp. 6873; Piero Piani, Questioni di etichetta, con uno scritto di Fabio Pierantoni, Bologna, Edizioni Libreria Naturalistica, 2002 [edizione di 1000 copie numerate]. Il riferimento specifico all’Austria riguarda il saggio di REINHARD ÖHLBERGER, Wenn am Buch der Händler klebt, Wien, Löcker Verlag, 1999+1 [in 999 esemplari.]. 13 Nella “Collezione Enrico Sturani” (Roma) è conservata una cartolina editoriale del 1894 di F. Fontana, autore-editore di Castello (Lecco), che offriva per lire 1,25 in edizione italiana o meneghina, La polpetta del RE, volume con illustrazioni di L. Conconi e E. Longoni; sull’argomento cfr. Mauro Chiabrando, Il libro in cartolina. Sessant’anni di propaganda editoriale a mezzo postale, «Charta», n. 107, gennaio-febbraio 2010, pp. 50-55 [la cartolina di Fontana è riprodotta a p.51]. 14 Sulle fascette editoriali rimando a Mauro Chiabrando, Fascette delle mie brame, «Charta», n. 108, marzo-aprile 2010. 15 George Thomas Tanselle, Descrizione della bibliografia descrittiva (1992), in Letteratura e manufatti (tit. orig. Literature and artifacts, Charlottesville, The Bibliographical Society of the University of Virginia, 1998), trad. it. di Luigi Crocetti, introduzione di Neil Harris, Firenze, Le Lettere, 2004 [Pinakes, I], pp. 151-186 [151-152, 158, 160], corsivo mio. Per il nostro discorso cfr. anche ID., Bibliografia enumerativa e libro fisico (1993), ivi, pp. 221-236. 16 Collezione privata dell’autore. 17 Cfr. le considerazioni di Genette sulla “collana” in Collane, in ID., Gerard Genette, Soglie. I dintorni del testo, cit., pp. 22-24. Per questa specifica collana selleriana cfr. il raro La civiltà perfezionata. Catalogo 1984, Palermo, Sellerio, settembre 1984 [unica copia localizzata presso la Biblioteca della “Fondazione Carlo e Marise Bo per la letteratura europea moderna e contemporanea” dell’Università degli studi di Urbino, collocazione: CG 06 CIVP001]. 18 “La parola zona indica che il tratto caratteristico di questo aspetto del paratesto è essenzialmente spaziale e materiale; si tratta del peritesto più esterno: la copertina, il frontespizio e i loro annessi; e della realizzazione materiale del libro, la cui esecuzione è competenza dello stampatore, ma la decisione, dell’editore, eventualmente in accordo con l’autore; scelta del formato, della carta, della composizione tipografica”, Gerard Genette, Il peritesto editoriale, cit., p. 17, corsivo nel testo. 19 Sciascia amava molto il segno graffiante ed espressionista di Mino Maccari, cfr. Antonio Motta, Leonardo Sciascia e i peintres et acqua-fortistes, (vedi nota 20, p.330) e Mino Maccari, Caso chiuso ovvero «l’enigma delle tazze di caffè», «L’Indiscreto», n. 1, Firenze, marzo 1975. 20 Cfr. Antonio Motta, Leonardo Sciascia e i peintres et acqua-fortistes, «Nuova Antologia», n. 2221, gennaio-marzo 2002, p. 331: “Nel settantotto sarà Clerici a disegnare la copertina dell’Affaire Moro, per questo racconto borgesiano e pirandelliano, egli inciderà L’uomo solo, lasciato solo dal partito e dai suoi amici di un tempo. Sarà Sciascia a scrivere il 19 testo per i disegni di Clerici, “Alle cinque da Savinio”, edito a Roma, Franca Mey, 1983. 21 Datato da Antonio Motta al 1979, cfr. Id., Bibliografia degli scritti di Leonardo Sciascia, cit., p. 192 n.1100, mentre Salvatore Silvano Nigro lo data al 1980, cfr. Leonardo Sciascia scrittore editore, cit., p. 53. 22 Trad. it. di Maria Andronico (Petralia Soprana, 1922 – Palermo, 2009), moglie di Leonardo Sciascia. 23 Il primo pittore e scultore entrato nella galassia amicale di Sciascia. Fu il celebre artista catanese a illustrare la prima raccolta di poesie di Sciascia, La Sicilia, il suo cuore, Roma, Bardi, 1952; come di Greco è la piccola testa che figura nei primi dieci numeri della collana “Quaderni di «Galleria»”, curata dallo stesso Sciascia per l’editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta. Sull’amicizia tra l’artista e lo scrittore cfr. Emilio Greco, Con Sciascia davanti alla stufa, «Il Tempo», Roma, 10 novembre 1989 quindi in Il sereno pessimista. Omaggio a Leonardo Sciascia, a cura di Antonio Motta, Manduria, Lacaita, 1991; ma cfr. anche Antonio Motta, Leonardo Sciascia e i peintres et acquafortistes, cit., p. 327. Su Leonardo Sciascia e l’omonimo editore cfr. Sebastiano Addamo, Leonardo Sciascia «editore» e Salvatore Sciascia, editore a Caltanissetta, entrambi in Id., Racconti di editori, Milano, Libri Scheiwiller, 1991, pp. 63-70, 57-61. 24 Maurizio Barbato, Testimonianza, in Leonardo Sciascia scrittore editore, cit., p. 37. 25 Vincenzo Consolo, Prefazione, in Pino Di Silvestro, Le epigrafi di Leonardo Sciascia, con uno scritto di Pino Di Silvestro (Inchiostro acido) e illustrate da suoi 25 disegni a china, Palermo, Sellerio, 1996, pp. 12-13. 26 Per gli invii autografi di Sciascia rimando a Leonardo Sciascia, Bibliomania: gli invii autografi, «L’Esopo», n.36, dicembre 1987, Milano, Rovello, pp. 9-12 [con la riproduzione del testo manoscritto], rist. in Agli amatori dei buoni libri. Raccolta di articoli e saggi di bibliofilia, a cura di Mario Scognamiglio, Milano, Rovello, 1995, pp. 17-19. 27 Gerard Genette, Il prière d’insérer, in ID., Soglie. I dintorni del testo, cit., pp. 102-114 [102]. giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 21 Bibliofilia LA GRANDE COLLEZIONE DI LUIGI NOCIVELLI Architettura e antiquaria: passioni di un industriale bibliofilo GIANCARLO PETRELLA È custodita nella quiete della casa del Podestà di Lonato, già dimora del senatore Ugo Da Como, e ora sede della Fondazione che ne porta il nome, la collezione libraria appartenuta all’industriale bresciano e cavaliere della Legion d’Onore Luigi Nocivelli (19302006). Qui l’appassionato bibliofilo era di casa e proprio nella quiete della dimora lonatese aveva imparato ad amare e capire il libro a stampa antico di pregio consultando incunaboli e cinquecentine radunati a inizio Novecento dal senatore Da Como. Qualche anno fa gli eredi, adempiendo alle volontà testamentarie, hanno perciò deciso di lasciare alla Fondazione Da Como in deposito decennale la raccolta Nocivelli, magnifico esempio di collezione privata di trattati e libri illustrati di architettura, antiquaria e archeologia dal XV al XIX secolo. Allestita nel corso degli anni in un raro connubio di passione e compeNella pagina accanto: A. Palladio, I quattro libri dell’architettura, Venezia, D. De Franceschi, 1570. Sopra: G. Maggi, Della fortificazione delle città, Venezia, R. Borgominieri, 1564, esemplare Nocivelli in superba legatura alle armi cardinalizie di Lanfranco Margotti (1558-1611) tenza, compulsando cataloghi di vendita e bibliografie specifiche, consta di circa 180 edizioni, dal XV al XIX secolo, per un totale di oltre 360 volumi. A renderla unica è la qualità delle singole edizioni (quasi tutte prime edizioni rappresentative dei migliori trattati rinascimentali e sei-ottocenteschi) e soprattutto di parecchi esemplari in pregevoli legature coeve. La prima edizione del trattato Della fortificazione delle città (Venezia, Rutilio Borgominieri, 1564) di Girolamo Maggi (15231572) appartenne al cardinale Lanfranco Margotti di Parma (1558-1611) di cui conserva la superba legatura in piena pelle alle armi; una pregevolissima raccolta tardo seicentesca di incisioni dei palazzi romani (Pietro Ferrerio, Palazzi di Roma, Roma, G.G. De Rossi, s.a.) fu comprata a Roma da un colto nobile inglese che apparteneva all’ordine della Giarrettiera fondato da Edoardo III nel 1348, come da ex libris con stemma araldico e motto «Honi soit qui mal y pense». Ex libris inglesi confessano altre raccolte romane di tavole sei-settecentesche generalmente riunite a formare un album nel formato in folio oblungo e offerte ad artisti, architetti o semplici gentiluomini che praticavano il Grand Tour. Tra queste uno 22 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Vitruvius, De architectura (comm. fra G. Giocondo), Venezia, G. Tacuino, 1511, frontespizio dei gioielli dell’incisione settecentesca, la rara prima edizione Delle magnificenze di Roma antica e moderna che Giuseppe Vasi (1710-1782), incisore specializzato in volumi illustrati e stampe al dettaglio, allestì in 14 anni di lavoro tra il 1747-1761. Scandita in 10 libri (dalle porte ai giardini di Roma), riunisce circa 240 acqueforti che offrono un completo panorama di luoghi e monumenti di Roma quali apparivano nel XVIII secolo. L’esemplare Nocivelli tradisce una doppia provenienza d’Oltremanica: appartenne infatti, come accertano gli ex libris, agli statisti inglesi Thomas William Anson, first Earl of Lichfield (1795-1854), e sir Robert Peel (1788-1850). Infine, il Campus Martius antiquae urbis di Piranesi (1762) con legatura alle armi del pontefice Clemente XIV. Bibliofilicamente meno eclatante, ma altrettanto suggestivo, l’ensemble dei sette Libri d’architettura di Sebastiano Serlio (1475-1554) appartenuto nel Cinquecento a un misconosciuto architetto france- se che si firma «Je. bean ien. Architecte 1550» e poi, nel Settecento, giunto nelle mani di «Ierome Beausire archit. Regis 1740», il cui cognome rimanda inequivocabilmente alla famiglia Beausire nella quale si sono distinte, sin dal XVII secolo, varie figure di architetti, fra cui l’architetto reale Jean Beausire (1651-1743) e suo figlio Jean Baptiste (16931764). Come si è venuta formando negli anni questa collezione? Qualcosa si intravede. A dispetto di quanto sovente accade nelle raccolte private, dove spesso si rimane pressoché all’oscuro delle circostanze che hanno portato all’ingresso del volume nella collezione o soprattutto del modo di procedere del collezionista – vale a dire i suoi gusti, i desiderata, le riflessioni a margine degli acquisti – , questo è invece uno di quei rari e fortunati casi in cui è possibile, per certi versi, accertarne l’impalcatura bibliografica. Assieme alla raccolta di libri, alla biblioteca Da Como sono infatti giunti anche un frammento dell’archivio personale di Nocivelli bibliofilo (alludo a materiale eterogeneo e piuttosto confuso, che raduna, senza un ordinamento interno, appunti autografi sparsi, note d’acquisto, fotocopie inviategli da antiquari italiani e d’Oltremanica) e quello che definisco lo ‘scrittoio’ del collezionista (cataloghi di mostre, bibliografie, manuali di storia dell’architettura e una nutrita serie di cataloghi d’aste e di librerie antiquarie italiane e straniere), ossia quegli strumenti bibliografici che Luigi Nocivelli si procurò dapprima per allestire il progetto della nascente raccolta e poi per collazionare gli esemplari disponibili sul mercato con quelli descritti in accurate e affidabili schede bibliografiche. L’analisi di questo materiale consente di ricostruire a ritroso l’origine della raccolta e al contempo accertare il metodo di lavoro di un collezionista sostanzialmente autodidatta, senza alcuna preparazione nell’ambito delle disci- giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 Vitruvius, Libri de architectura traducti in vulgare (comm. Cesare Cesariano), Como, Gottardo Da Ponte, 1521, frontespizio pline bibliografiche. Appunti sparsi e annotazioni anche di natura privata disseminate all’interno dei singoli volumi aiutano poi a seguirne il progressivo incremento. Propongo qui solo un paio di esempi significativi. Pur accertata una precoce contiguità con la biblioteca Da Como, la raccolta Nocivelli mosse però i primi passi e crebbe sotto le nobili insegne della Fowler Architectural Collection, ossia la prestigiosa collezione di architettura radunata nella prima metà del Novecento dall’americano Laurence Hall Fowler, architetto di professione, e da questi donata, nel 1945, alla John Hopkins University. Non so se Nocivelli sentisse davvero di ricalcarne le orme. Di certo però imparò a fare tesoro del prestigioso, e a tutt’oggi insostituibile, catalogo che scaturì dalla generosa donazione Fowler, tanto da procurarsi copia del The Fowler Architectural Collection of John Hopkins University Catalogue allestito nel 1961 da Elizabeth Baer. La copia del Fowler ‘postillata’ da Nocivelli, vale a dire con i suoi interventi a margine delle schede, rappresenta dunque uno strumento affidabile in grado di fornire informazioni non altrimenti raggiungibili sui criteri di allestimento della raccolta e persino sulle conoscenze di natura bibliologica del collezionista. Nell’introduzione (p. VI) Nocivelli prende nota degli autori irrinunciabili («i protagonisti del Rinascimento: Alberti Serlio Vignola Palladio Scamozzi», ribadito dalla sottolineatura a testo degli stessi nomi a p. VIII). Quindi segna con un asterisco le edizioni che acquista e confronta il proprio esemplare con quello descritto nella scheda bibliografica, soffermandosi soprattutto sulle dimensioni della copia, l’integrità dell’apparato iconografico (è facile infatti che nei trattati architettonici possa mancare qualcuna delle tavole a piena o doppia pagina) e possibili varianti. Nocivelli divenne negli anni un gran divoratore di cataloghi di mostre e librerie, strumenti indispensabili, come ben sa qualunque collezionista, per incrementare la propria collezione e dare sfogo alle proprie pulsioni. Tra la messe di simili strumenti bibliografici è allora doveroso confessare la presenza anche di ben due copie del catalogo della mostra Il gran teatro delle Fabbriche. Libri di architettura dal XV al XIX secolo allestita presso la Biblioteca di via Senato a Milano ormai quasi quindici anni fa (Milano, Edizioni di via Senato, 2000). Nocivelli se ne servì dapprima come bibliografia architettonica integrativa: ad esempio a margine della schede dedicata al Serlio (n. 75) verga il marginale bibliografico «ordine di pubblicazione 1° 1537 IV libro 2° 1540 III libro 1551 V libro». Quindi sottolineò spesso il commento alle schede e vi diffuse frequenti note che attestano il progressivo incremento della sua collezione o più espliciti desiderata («da cercare!» o «già in 24 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Sopra da sinistra: A. Dürer, Della simmetria dei corpi umani, Venezia, D. Nicolini da Sabbio, 1591; S. Serlio, Il terzo libro … nel quale si descrivono le antiquità di Roma, Venezia, F. Marcolini, 1544 casa!»). Ad esempio, in relazione alle due edizioni vitruviane del 1511 (n. 90) e del 1556 (n. 96), nella prima copia del catalogo annota «da cercare!», poi sostituito, nella seconda copia dello stesso catalogo, da un bene evidenziato «acquistato!». Altrove la postilla tradisce l’orgoglio del collezionista di fronte alle mancanze altrui: così, già in apertura del catalogo, a margine della scheda per la prima edizione in ordine cronologico di Leon Battista Alberti (Parigi 1512), Nocivelli annota «dell’Alberti abbiamo l’edizione del 1485 (I edizione)». Altrove l’indicazione acquistato è corredata dalla data, elemento fondamentale per tracciare la storia dell’incremento della collezione. Propongo qui qualche dato: Peter P. Rubens, Palazzi di Genova, Anversa 1622 «aquistato 2004»; V. Scamozzi, L’idea dell’architettura universale, Venezia 1615 «aquistato 2003»; S. Serlio, Il terzo libro, Venezia, F. Marcolini, 1540 «aquistato 2004». Un allegato foglietto di appunti confessa inoltre un paio di più eclatanti desiderata che il collezionista non riuscì a soddisfare prima della scomparsa, ma che attestano di ipotetici incrementi della collezione, se non fosse stata bruscamente interrotta. Alludo soprattutto alla princeps dell’Hypnerotomachia (irrinunciabile per qualsiasi bibliofilo ma in questo caso cercata, credo, espressamente per le silografie di gusto architettonico-antiquario) e ad altre esplicite mancanze: «Baldassarre Peruzzi: esiste qualcosa di questo architetto? Hypnerotomachia Polifili 1499 da Aldo Manuzio! Pozzo Andrea (abbiamo un esemplare non di 1 edizione!) Le logge di Raffaello? Borromini (non abbiamo NULLA!)». Ma veniamo ora ai libri veri e propri. La raccolta copre l’arco cronologico dal tardo Quattrocento al pieno Ottocento. Le due edizioni più antiche, che già individuano due settori affini ma chiaramente distinti della disciplina, vale a dire l’architettura e l’ingegneria militare, sono la seconda edizione latina in assoluto del De re militari di Roberto Valturio, impressa a Verona nel febbraio 1483 da Bonino Bonini, e la princeps fiorentina del De architectura di Leon Battista Alberti, curata da Angelo Poliziano e licenziata nel dicembre 1485 (Firenze, Nicolaus Laurentii Alamanus, 29 dicembre 1485). Questo duplice interesse, che è riflesso di quanto accadeva nella trattatistica rinascimentale con gli architettiingegneri che si dividevano fra costruzioni civili e costruzioni e macchinari bellici (si pensi all’opera di Leonardo), si riflette nella raccolta di edizioni del XVI secolo. Alberti e Valturio sono i capostipiti di una florida letteratura tecnica che la collezione Nocivelli ben testimonia. Si può addirittura affermare che la collezione riunisce le prime edizioni di quasi tutti i più importanti architetti e ingegneri militari giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano del Rinascimento: nel settore delle fortificazioni e delle costruzioni militari, si segnala la presenza dei trattati di Girolamo Cattaneo, Bonaiuto Lorini, Francesco de Marchi e Girolamo Maggi. La princeps fiorentina del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti, uscita grazie alle cure editoriali di Angelo Poliziano, che firma l’epistola dedicatoria a Lorenzo il Magnifico, rappresenta, dal punto di vista bibliografico, il primo trattato a stampa in assoluto sull’argomento, precedendo di circa un anno la princeps romana di Vitruvio, quest’ultima però assente nella collezione nocivelliana. L’esemplare Nocivelli, «buono, ma scarso di margini», come lamentava l’insoddisfatto collezionista confrontandolo con l’esemplare Fowler assai più marginoso, conserva legatura antica in mezza pelle con piatti di legno e timbro a secco alle prime tre carte non identificato, ma probabilmente di collezione nobiliare (corona a cinque punte, due leoni rampanti reggono uno stemma araldico non meglio decifrabile). Solo la prematura scomparsa impedì probabilmente a Nocivelli di accostare alla princeps incunabola anche le altre edizioni cinquecentesche italiane di Leon Battista Alberti. Delle quattro edizioni del XVI secolo (Venezia, Vincenzo Valgrisi, 1546; Firenze, Lorenzo Torrentino, 1550; Mondovì, Leonardo Torrentino, 1565; Venezia, Francesco de’ Franceschi, 1565) figura infatti solo L’Architettura tradotta in lingua fiorentina, Firenze, L. Torrentino, 1550, princeps della fortunata versione in volgare approntata da Cosimo Bartoli e prima edizione illustrata in assoluto del De re aedificatoria, arricchita da 83 incisioni (una delle quali a doppia pagina) raffiguranti edifici antichi e opere architettoniche moderne. Si tratta di un interessante esemplare, con probabile provenienza dalla biblioteca romana del conte Francesco Maria Cardelli (1715-1778), contraddistinto da fitte e costanti postille marginali di un’unica mano coeva riconducibili a un architetto cinquecentesco. Accanto all’Alberti non può mancare la fonte classica, ossia il De architectura di Vitruvio. Qui Nocivelli riuscì invece a riunire su un unico scaffale le tre versioni cin- 25 quecentesche più significative che rappresentanto altrettanti momenti della ricezione umanistica dell’unico testo classico di architettura sopravvissuto: l’edizione illustrata e commentata da fra Giocondo da Verona sottoscritta a Venezia da Giovanni Tacuino nel 1511, l’edizione in volgare del 1521 con commento del bramantesco Cesare Cesariano (Como, Paolo Gottardo da Ponte, 1521) e infine l’edizione con commento del patriarca di Aquileia Daniele Barbaro (Venezia, Francesco Marcolini, 1556). Partendo dai due testi fondanti, la collezione riunisce quindi tutto il Rinascimento architettonico: Andrea Palladio, Sebastiano Serlio (di cui Nocivelli raccoglie tutti i sette libri Dell’Architettura editi separatamente e in successione irregolare fra Lione, Parigi e Venezia a partire dal 1537), Pietro Cattaneo, il Vignola, fino all’Architettura universale (Venezia, Giorgio Valentini, 1615) di Vincenzo Scamozzi. Significativa, seppur eterogenea rispetto alla trattatistica architettonica, la presenza della prima edizione italiana del trattato sulla proporzione dei corpi umani di Dürer (Venezia, Nicolini da Sabbio, 1591). Il secondo filone che contraddistingue la raccolta libraria appartenuta all’ingegnere Nocivelli è quello del vedutismo e degli studi archeologici. L’interesse per l’antiquaria e i trattati archeologici è però rivolto quasi esclusivamente agli studi e scoperte settecentesche piuttosto che agli albori rinascimentali. Tra i volumi di maggior pregio si segnalano qui soprattutto la raccolta completa delle Antichità di Ercolano di Antonio Ottaviano Bajardi impresse a Napoli dalla Regia Stamperia dal 1757 al 1792; la prima edizione dei Monumenti etruschi dell’erudito Francesco Inghirami (1772-1846), stampati a Fiesole tra il 1821 e il 1826; la princeps del testo di riferimento dell’archeologia cristiana, ossia Antonio Bosio (1575-1629), Roma sotterranea nella quale si tratta de’ sacri cimiteri di Roma, Roma, G. Facciotti, 1632; il Voyage pittoresque ou Description des royaumes de Naples et de Sicile (Parigi, Clousier, 17811786) di Jean Claude Richard de Saint-Non. Possono infine considerarsi una collezione nella collezio- 26 ne i volumi dedicati alla riscoperta dell’antico Egitto, che spazia da alcuni precoci trattati tardo settecenteschi, fra cui il Voyage d’Ègypte et de Nubie del danese Frederik Lewis Norden, fino alla raccolta completa della prima straordinaria edizione della Description de l’Ègypte, pubblicata in fascicoli, per complessivi nove volumi di testo e dieci di tavole in folio a litografia, dal 1809 al 1817. Provenienze per lo più d’Oltremanica confessano parecchie raccolte di stampe sei-settecentesche. Si tratta, prevalentemente, di incisioni raffiguranti palazzi ed edifici antichi e moderni di Roma riunite a formare un album nel formato in folio o in quarto oblungo, che veniva offerto, fin dal Cinquecento, a pellegrini, artisti o semplici gentiluomini che praticavano il Grand Tour. Anche Nocivelli ne subì il fascino, al punto da allestire una raccolta assai significativa per numero e qualità degli esemplari, che prende le mosse dalle 40 tavole incise che compongono I vestigi dell’antichità di Roma raccolti e ritratti in perspettiva di Étienne Dupérac (Roma, Lorenzo della Vaccheria, 1575) e prosegue sino alle più universalmente note edizioni di Giambattista Piranesi. A Roma, fra Sei e Settecento, era la bottega di Giovanni Giacomo e Domenico De Rossi a ricoprire un ruolo di primo piano nella stampa e diffusione di tale materiale. Non è perciò un caso che proprio all’officina calcografica De Rossi sita «in Roma alla Pace all’insegna di Parigi» rimandino parecchie edizioni oggi presenti nella collezione Nocivelli. Tra queste, il bel volume composito con legatura in piena pelle coeva, appartenuto al teologo francese François Robert Secousse (1696?-1771), come da suo ex libris, che cuce assieme l’edizione sine anno dei Disegni di vari altari e cappelle nelle chiese di Roma con le loro facciate, [1685-1713] e quella degli Insignium Romae templorum prospectus exteriores interioresque a celebrioribus architectis inventi (1684); i tre libri dello Studio d’architettura civile di Alessandro Specchi (pubblicati dal 1702 al 1721) in una copia con provenienza nobiliare d’Oltremanica (ex libris «The Eart of Chichester»); infine le pregevolissime edizioni la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 dei due maggiori incisori romani del Seicento: Il nuovo teatro delle fabriche di Roma di Giovanni Battista Falda (1665-1669), in tre volumi per un totale di quasi 150 tavole, e l’edizione senza data che accosta, per complessive 105 incisioni, I palazzi di Roma de’ più celebri architetti di Pietro Ferrerio ai Nuovi disegni dell’architetture e piante de’ palazzi di Roma de’ più celebri architetti del Falda. Quest’ultimo esemplare, in superba legatura in piena pelle con stemma impresso in oro al piatto anteriore con corona a cinque palle e motto «Honi soit qui mal y pense», appartenne a un nobile inglese che poteva fregiarsi dell’altissima onorificenza dell’Ordine della Giarrettiera. Alle incisioni seicentesche Nocivelli ha saputo inoltre accostare un gioiello meno noto dell’incisione settecentesca: la prima edizione Delle magnificenze di Roma antica e moderna che il vedutista Giuseppe Vasi, specializzato in volumi illustrati e stampe al dettaglio, allestì in 14 anni di lavoro tra il 17471761. Scandita in 10 libri (dalle porte ai giardini di Roma), riunisce circa 240 acqueforti (nella prima edizione corredate di un breve testo descrittivo al verso, lasciato invece bianco nella seconda edizione tirata dal figlio Mariano nel 1786) che offrono un completo panorama di luoghi e monumenti di Roma quali apparivano nel XVIII secolo. Come già l’esemplare del Ferrerio, anche in questo caso la copia Nocivelli, come tradisce l’ex libris al risguardo anteriore, proviene da una raffinata biblioteca privata d’Oltremanica: appartenne infatti allo statista inglese sir Robert Peel (1788-1850). Questa porzione della collezione Nocivelli prosegue con una ricca serie di edizioni illustrate e raccolte di vedute di argomento anche non romano, che rivelano un forte interesse per gli scenografici volumi illustranti monumenti, palazzi e scorci delle principali città italiane. Appartengono a questo nucleo la prima edizione distinta in due parti per complessive 139 incisioni de I palazzi di Genova (Anversa 1622) di Peter Paul Rubens in un esemplare con nota di possesso dello statista svedese Benedict Oxenstierna (1603-1672); le 103 acqueforti che compon- giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 27 Sopra da sinistra: Vitruvius, Libri de architectura traducti in vulgare (comm. Cesare Cesariano), Como, Gottardo Da Ponte, 1521, illustrazioni raffiguranti i prospetti del Duomo di Milano: Vitruvius, I dieci libri dell’architettura tradutti e commentati da monsignor Barbaro (comm. Daniele Barbaro), Venezia, F. Marcolini, 1556, silografie circolari pieghevoli raffiguranti i teatri di Curione gono Le fabriche e vedute di Venetia, [Venezia, G.B. Finazzi, post 1703] del vedutista Luca Carlevarijs, fino alla prima e unica edizione in folio grande dedicata a Carlo III di Borbone e sottoscritta Napoli, Regia Stamperia, 1756 di Luigi Vanvitelli, Dichiarazione dei disegni del reale palazzo di Caserta, che riunisce 13 tavole incise che rappresentano piante, sezioni, prospetti e due vedute a volo d’uccello dell’intero complesso reale di Caserta. Persino la presenza sugli scaffali di resoconti e descrizioni di viaggio in edizioni riccamente illustrate di imponente formato è giustificata dai gusti e dagli interessi finora individuati. È il caso, per proporre qui un solo esempio, del Voyage pittoresque ou Description des royaumes de Naples et de Sicile (Parigi, Clousier, 1781-1786), il più straordinario dei libri di viaggio illustrati settecenteschi frutto del Tour compiuto nell’Italia meridionale dall’abate Jean Claude Richard de Saint-Non in compagnia di uno stuolo di artisti e vedutisti (tra cui Fragonard) che raccolsero appunti, schizzi e disegni che avrebbero poi formato, al rientro in Francia, l’ossa- tura della monumentale impresa tipografica nella quale descrizioni e riproduzioni archeologiche, evocative vedute di monumenti ed edifici antichi si mescolano a minute osservazioni di prima mano su usi e costumi degli abitanti. Il primo volume apparve nel 1781, i successivi con scadenza annuale. Il Voyage è un’opera imponente per mole (cinque volumi in folio), ricchezza di informazioni disseminate (oltre alla storia del Regno la schedatura dei beni artisti delle chiese e i reperti archeologici), apparato illustrativo (oltre 300 tavole incise) e numero dei collaboratori. La narrazione (frutto di materiale assemblato e non sempre di mano del Saint-Non) è scandita da 542 tavole (per lo più acqueforti) – di cui Nocivelli prese nota in un ampio appunto bibliografico – , realizzate da un’équipe di pittori e incisori, che riproducono, secondo il gusto pittoresco dell’epoca, vedute di città, paesaggi, reperti archeologici coperti da cespugli infestanti e avvolti da un’atmosfera di decadenza. Un autentico piacere per gli occhi, come d’altronde buona parte dei libri raccolti dal cavaliere Luigi Nocivelli. 28 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Sul Nolano BRUNO E L’ENIGMA DEGLI ARCHETIPI Il mistero delle immagini e un libro sconosciuto GUIDO DEL GIUDICE N ella primavera del 1588, la lunga peregrinatio di Giordano Bruno fece tappa a Praga, residenza dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, dove lo attiravano le notizie sul mecenatismo del sovrano. Questa breve parentesi è legata alla pubblicazione di un trattato, i Centosessanta articoli contro i Matematici, da me recentemente tradotto, per la prima volta in italiano (Giordano Bruno, Contro i matematici, Roma, Di Renzo Editore 2014, pp. 192, 14 euro). Dell’opera era nota, finora, soltanto la dedica a Rodolfo II, uno dei brani più letti e celebrati di Bruno, in quanto costituisce una limpida esposizione del suo credo filosofico. L’aspetto più interessante dell’opuscolo è costituito, però, dal rilevante corredo iconografico, il più ampio mai realizzato dal Nolano, composto da 42 xilografie. Si tratta di un’opera di occasione, composta in fretta e furia, come attestato, cosa inconsueta per il filosofo, da numerose imprecisioni (numerazioni errate degli articoli, brani interpolati in maniera disordinata), comprensibili soltanto alla luce dell’urgenza di preparare un “biglietto di presentazione” per l’imperatore. Fu stampata in pochissimi esemplari, di cui soltanto quattro sono giunti fino a noi. Oltre a quello di Monaco di Baviera, mutilo però delle figure, e a quello moscovita contenuto nel Codice Norov, ne esiste un esemplare alla Nationale de Paris, che è quello utilizzato da Felice Tocco per la prima edizione delle opere latine, e uno, finora del tutto trascurato, ottimamente conservato presso la Biblioteca Comunale di Como, che ho esaminato personalmente. Le prime undici figure sono distribuite su otto grandi tavole fuori testo (sette con una sola incisione e l’ottava con quattro), senza alcuna didascalia che le designi. In particolare, le prime tre, da Bruno definite archetipi “fecondissimi”, corrispondenti alla trinità ermetica di Mente, Intelletto e Amore, assumono un’importanza che va aldilà della matematica, sconfinando nella mathesis, quella sorta di geometria trascendentale che egli ereditò dal suo maestro Niccolò Cusano. In essa la figura, il signum, assume la funzione di strumento di supporto a un’indagine che, dal piano delle forme, si innalza a quello metafisico. Questi tre diagrammi, di impianto platonizzante, vengono richiamati continuamente in tutto il trattato attraverso tre simboli: un sole, una luna e una stella a cinque punte, ripresi dal De occulta philosophia di Cornelio Agrippa. Nessun astruso giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano linguaggio cifrato, come concluse disinvoltamente Frances Yates, che evidentemente non si era data pena di leggere il libro, ma semplicemente tre notae che rimandano all’archetipo corrispondente all’operazione illustrata nel testo. Il confronto tra gli Articuli e le successive opere di argomento matematico rivela l’esistenza di un piccolo mistero, riguardante l’esatta identificazione di due delle tre figure archetipe. Giovanni Aquilecchia, nella nota introduttiva alle Prelaectiones geometricae e all’Ars deformationum, aveva per primo fatto notare come le tres principes figurae (Mentis, Intellectus e Amoris) coincidessero con i tre atria (Apollinis, Minervae e Veneris) del De triplici minimo. Non si era però accorto che due di esse, quella dell’Intelletto e quella dell’Amore, risultavano invertite rispetto all’atrio di Minerva e a quello di Venere, a cui egli, secondo logica, le aveva abbinate. Anche Mino Gabriele, nel suo Corpus iconographicum, fa osservare come la seconda immagine dell’esemplare parigino, commentata sia da Tocco che da Frances Yates come figura Intellectus diventi nel De minimo l’atrio di Venere mentre la terza, considerata figura Amoris, diventi l’atrio di Minerva del poema. Qual’é, dunque, l’archetipo dell’Intelletto e quale quello dell’Amore? Quello definito negli Articuli o quello del De minimo? Gabriele ipotizza che lo scambio sia dovuto a un errore di impaginazione della copia parigina, e che basti invertire le immagini per ristabilire l’ordine corretto. Non tiene conto però di due importanti particolari, da cui si evince senza ombra di dubbio che le due figure cui Bruno si riferisce corrispondono proprio all’ordine dell’esemplare di Parigi. Nel capitolo denominato Figuratio, infatti, egli non solo descrive le immagini, ma ne enuncia anche il significato “matesico”: La seconda, consistente in sette cerchi tangenti, cioè in punti che non si penetrano ed intersecano a vicenda, è detta figura dell’Intelletto, che tutto distingue e distribuisce secondo le proprie ragioni. Inoltre, essendo forma- 29 Presunto ritratto, di autore anonimo, di Giordano Bruno, Juleum - Bibliotecheksaal, Helmsted ta da tre cerchi concentrici, siccome hanno uno stesso, unico centro indivisibile, che è il principio, e non di meno un’unica circonferenza, che è l’estremità, è detta figura che certamente tutto comprende e unisce. La terza, che si esplica in cerchi ora tangenti, ora intersecati tra loro, è denominata figura dell’Amore, poiché la sostanza dell’universo è ora contraria e ora concorde, in quanto conserva perpetuamente nella contrarietà la concordia, nella concordia la contrarietà, nell’unione la differenza e nella differenza l’unione, la moltitudine nell’unità e l’unità nella moltitudine. Inoltre, nel medesimo capitolo, Bruno assegna alle tre figurae il simbolo che corrisponde all’immagine richiamata di volta in volta nelle praxes (costruzioni), descritte nei membri in cui il libro è suddiviso. Ciò ci permette di affermare con assoluta certezza che, nella Figuratio, egli considera come figura Intellectus l’immagine che nel De minimo diventerà atrium Veneris e come figura Amoris quella 30 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 1 2 3 4 5 6 1 Figura Mentis; 2 Figura Intellectus; 3 Figura Amoris; 4 Atrium Apollinis; 5 Atrium Minervae; 6 Atrium Veneris che diventerà atrium Minervae, mentre la figura Mentis rimarrà sotto il dominio di Apollo. L’ipotesi dell’errore di impaginazione viene, pertanto, a cadere, tanto più che, esaminando la copia di Como, ho potuto rilevare che in essa la sequenza delle tre figure risulta ancora diversa, a riprova che il posizionamento delle stesse è del tutto ininfluente sulla loro identificazione. Nel IV libro del De minimo, con la consueta tecnica mnemonica, il Nolano descrive la costruzione delle tre immagini, servendosi di associazioni mitologiche, per cui è probabile che egli abbia scelto, in fase di elaborazione, la figura che meglio si prestava alla memorizzazione dei miti utilizzati secondo uno schema geometrico. Nel passaggio dalla trinità ermetica degli Ar- ticuli alla trinità mitologica del De minimo, i sigilli si cristallizzano definitivamente in quelli assegnati alle tre divinità Olimpiche e come tali saranno analizzati nei dettagli nelle Prelaectiones geometricae e nell’Ars deformationum. Si tratta, anche in questo caso, di scritti d’occasione, che raccolgono gli appunti delle lezioni tenute da Bruno a Padova quando cercò di accreditarsi per la cattedra di matematica lasciata vacante da Giuseppe Moleti e poi assegnata a Galileo. Essi sono successivi ai poemi francofortesi e, pertanto, presentano una migliore sistemazione della materia, per quanto riguarda sia l’iconografia che la trattazione. Ne risultano due testi che, pur nella loro brevità, sono molto precisi e curati, a differenza degli Articuli. Quanto detto dimostra l’importanza molto relativa che il filosofo attribuiva al- giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano l’opuscolo praghese, presentato anche nella dedica a Rodolfo II, soltanto come un’introduzione ad altre opere che sarebbero seguite, molto più esaurienti e accurate. Del resto, non è insolito per Bruno ritornare su concetti già espressi in opere precedenti, modificandoli o, talvolta, addirittura capovolgendoli. La Figuratio rimane, comunque, una vera e propria anteprima del De minimo. La definizione dei tre archetipi come: figure fecondissime, che riguardano al massimo grado non solo la geometria, ma anche tutto il campo del sapere, dell’osservare ed operare, delle quali certamente senza difetto, non possono esisterne che più poche e più inutili, verrà ribadita nel poema latino: Riterrai dunque feconde quelle figure non solo perché comprendono i presupposti di ogni genere di misura, ma anche perché, con la loro configurazione, rappresentano l’archetipo e il sigillo delle cose. La peculiarità degli Articuli è quella di farci comprendere, in tutti i suoi aspetti, il valore che Bruno attribuiva all’immagine. Come riferisce Johann Wechel, lo stampatore francofortese dei poemi latini, egli aveva inciso personalmente gli stampi dei diagrammi del De minimo, e la stessa cosa dove- 31 va aver fatto per quelli degli Articuli, che sono sostanzialmente identici. Questa pratica assumeva per lui, molto probabilmente, un significato di tipo “mandalico”. Carl Gustav Jung, che studiò a lungo questo tipo di espressione, definì il mandala: un mezzo per la meditazione, attraverso la cui costruzione l’uomo libera lo spirito, purifica l’anima, entra in comunione con tutte le forze positive presenti nel cosmo. Allo stesso modo, le figure rappresentavano per il filosofo di Nola uno strumento di introiezione di quei meccanismi naturali (ciclo della vicissitudine, coincidenza dei contrari e indivisibilità dei minimi) che costituivano i fondamenti della sua potente, a tratti ossessiva visione dell’infinità dell’universo. Come si vede, quest’opuscolo misconosciuto del Nolano, se correttamente analizzato, assume grande importanza nella comprensione del suo stupefacente approccio sincretistico alla verità, realizzato attraverso una fusione di elementi multi-sapienziali di derivazione ermetica, mnemotecnica e magico-naturale. Il sigillo, l’archetipo, si rivela un potentissimo talismano, in grado di concentrare un enorme patrimonio conoscitivo, diventando ideale strumento di intermediazione tra uomo e divinità, tra micro e macrocosmo. Una ulteriore conferma che lo studio serio e approfondito delle opere bruniane, quando non si limita alle consuete strumentalizzazioni di basso profilo, è in grado di svelare orizzonti conoscitivi ancora inesplorati. Bibliografia essenziale • BRUNO, Giordano. Opera latine • conscripta, publicis sumptibus edita, recensebat F. Fiorentino [V. Imbriani, C.M. Tallarigo, F. Tocco, H. Vitelli], Neapoli, Morano [Florentiae, Le Monnier], 18791891, 3 voll. in 8 parti. BRUNO, Giordano. Corpus iconographicum. Le incisioni • nelle opere a stampa, Catalogo, ricostruzioni grafiche e commento di Mino Gabriele, Milano, Adelphi, 2001. BRUNO, Giordano. Praelectiones geometricae e Ars deformationum, a cura di G. Aquilecchia, Roma, Ed. di Storia e Letteratura, 1964.Operae latine • del GIUDICE, Guido. Io dirò la • • verità. Intervista a Giordano Bruno, Roma, Di Renzo, 2012. JUNG, Carl Gustav. L’uomo e i suoi simboli, Milano, Longanesi, 1980. YATES, Frances A. Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Roma-Bari, Laterza, 1969. BEVI RESPONSABILMENTE IL PRIMO CREMAMARO BEVILO GHIACCIATO. giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO LE MOSTRE – L’INTERVISTA DEL MESE – LO SCAFFALE – IL LIBRO DEL MESE LA MOSTRA/1 SCULTURA CHE SI FA CON L’ARIA L’arte “pneumatica” di Franco Mazzucchelli a cura di luca pietro nicoletti Il lavoro di Franco Mazzucchelli ha due assi portanti, uno di natura tecnica, l’altro, pe ricaduta, di natura ideologica. Il primo, del tutto eccezionale nel panorama italiano, sta nel fatto di aver mostrato che, fra i nuovi materiali a disposizione della scultura vi poteva essere anche il più inaspettato e inusuale, il più impalpabile, l’ultimo con cui verrebbe in mente di poter fare una scultura: l’aria. È questa, infatti, la vera materia, l’atto costitutivo del volume plastico delle sue opere, senza di essa, le sue forme ottenute con resine poliestere, poliuretano espanso, termoretraibili e p.v.c. gonfiabile, non avrebbero autonoma consistenza di opere, se non come traccia potenziale di opera da mettere in attto. Da questo assunto di partenza dipendono due aspetti intrinseci al lavoro stesso: da una parte l’opera, specie se di grandi dimensioni, è per vocazione effimera e adatta all’esperienza performativa. Se ne rese conto l’artista stesso, quando precocemente coniò per questi suoi interventi la sigla A.TO A, da leggersi sia come «Art to Abandon» (Arte da I abbandonare), in modo da rimarcare il dato estemporaneo legato al qui e ora di un’immagine che, una volta data allo spazio, è lasciata al proprio destino e alla propria irrinunciabile autodistruzione; sia, alla francese, come «A toi», (“Per te”), indicando la destinazione collettiva dell’intervento urbano. Non manca, in questo, un risvolto ideologico, una precisa volontà, dichiarata dall’artista stesso in una dichiarazione di poetica del 1995, di sottolineare l’«irriducibilità a merce» dell’arte. Come tale, dunque, un lavoro di questo genere di serve della fotografia come strumento di trasmissione e di racconto (per cui anche di FRANCO MAZZUCCHELLI. PNEUMA. PROGETTI, ASSEMBLAGGI, FOTOGRAFIE (1964-2014) MILANO, BIBLIOTECA DELL’ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI BRERA Dal 7 maggio al 27 giugno 2014 http://www.francomazzucchelli.it Accademia di Belle Arti di Brera, Milano 1996 reinvenzione) dell’evento stesso. È un destino comune alle ricerche con vocazione ambientale, specie quando irrompono, come in questo caso, nello spazio pubblico per conferirgli un significato semantico differente. L’arte pubblica di Mazzucchelli, infatti, è tale perché modifica la percezione di uno spazio dato, ne impone, con la sua presenza aliena e che ambisce al gigantismo, un senso inedito. Memorabili, in tal senso, i suoi interventi, a Milano, per San Carpoforo e per il cortile dell’Accademia di Belle Arti di Brera. oppure la sua partecipazione a Volterra 1973 su invito di Enrico Crispolti. Questi interventi mettono in chiaro la tensione di impegno sociale della 34 ricerca: sulla scorta delle istanze concettuali, scrive Mazzucchelli nella dichiarazione già ricordata, il suo obiettivo era di «far dilagare i processi poetici e conoscitivi dell’arte nel sociale», e in tal modo «creare nuove forme di comunicazione con il pubblico». La performance che va in piazza mira infatti a una condivisione collettiva, fa da segnale di richiamo verso un luogo che è di tutti: è segno che chiama a raccolta, che si lascia condividere fino alla propria auto estinzione. «Allora», scrive Marina Pugliese a proposito di Mazzucchelli, «si parlava di operare nel sociale perché l’arte uscisse dai templi del sapere per dare e scoprire nuove dimensioni, nuovi linguaggi. Un intervento del genere oggi potrebbe solo servire per una indagine sul cambiamento dei costumi: l’interattività reale non fa più parte della contemporaneità». Allo stesso tempo, osserva sempre la Pugliese, «Mazzucchelli ah sovrapposto il suo intervento ad alcuni monumenti del passato spiazzando sia la percezione distratta del passante che il significato originale dell’opera». la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Sopra da sinistra: Galleria Diagramma 1969, Richini 1985, Alfapomeo 1971 In questo, la ricerca di Mazzucchelli si allinea, a mio modo di vedere, alla volontà di partecipazione di altri artisti della sua generazione attivi non solo a Milano, da Staccioli a Spagnulo. Rispetto a questi, però, egli non rischia di cadere nel peso grave e solenne del monumento, da cui anzi si difende per un’implicita ironia, per un’accezione ludica, di cui parla egli stesso: «la sperimentazione ludica con i materiali propri della produzione industriale vuole infiltrarsi nelle smagliature del sistema di produzione delle merci anche artistiche, mettendone in discussione i principi di consumo e rivalutandone la natura estetica e speculativa». Ma soprattutto, faceva parte di un certo immaginario pop. Lo aveva capito bene, in America, Claes Oldenburg quando, prima di cedere alle lusinghe capitaliste, aggrediva con mordente i simboli della società di consumo. Anche lui, negli anni Sessanta, si era serviti di grandi sculture gonfiabili, ma con una evidente preoccupazione iconica. Mazzucchelli, invece, non rinuncia al dato lirico della geometria solida più dura, di imponente impianto costruttivo. Da un punto di vista formale e operativo, Mazzucchelli procede a una progettazione vicina ai modi del design: il suo lavoro non può fare a meno di passare attraverso il disegno, sia esso reale o in forme virtuali, come momento di decantazione e di messa a punto di quanto si andrà poi a realizzare. È il lavoro, come dice qualcuno, dello scultore “architetto” che progetta una struttura: e con questa, offre, un nuovo, talvolta disorientante e sempre interrogativo, lessico di lettura dello spazio. (l.p.n.) giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano LA MOSTRA/2 LA PASSIONE SECONDO CAROL RAMA Una Wunderkammer torinese arol Rama, per scelta è per vocazione, ha scelto da tempi remoti una via anticanonica alla rappresentazione, fatta di ironia, ma soprattutto di provocazione, di un tratto nitido e graffiante, un segno intenzionalmente iattante, e forse per questo più corrosivo, più adatto, con la sua ostentata naiveté estetica, a contenuti di smaccata impronta sessuale. Lo mostra bene la piccola e preziosa mostra curata da Maria Cristina Mundici alla GAM di Torino, quindicesima tappa del progetto “Wunderkammer” curato con vigile ed entusiasta sensibilità da Virginia Bertone: mostre contenute di spazio e numero di opere, ma preziose nei contenuti e raccolte nel modo di proporsi al pubblico, che di volta in volta propongono degli affondi nel ricchissimo e ancora non completamente sondato patrimonio grafico del Gabinetto Disegni e Stampe del museo. Viene da qui, infatti, il selezionato e prezioso corpus proposto in mostra, costituito da opere su carta C “IL GARBO È TUTTO”. SEGNI E CARTE DI CAROL RAMA a cura di Maria Cristina Mundici TORINO, G D’ARTE MODERNA 16 aprile – 15 giugno 2014 http://www.gamtorino.it/wunder kammer/ che rimontano fino agli esordi dell’artista (il suo primo lavoro, esposto in mostra, data 1936), a serie di 35 incisioni degli anni Ottanta, oltre ad alcuni degli acquerelli più belli del suo percorso. Accanto a queste, però, è insolita, specialmente per una mostra di grafica, la presenza di Movimento e immobilità di Birnam, del 1978, che con il suo sobrio e austero assemblaggio di vilpelle, nastri, gomme di bicicletta e di un gancio su tela, pare un omaggio all’algido rigore di Appassionata, 1940, Acquerello e matita su carta, GAM, Gabinetto Disegni e Stampe, FD/210, Acquisto della Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris, Torino, 1986 36 Kounellis. Quest’opera, tuttavia, si stacca dal tronco principale del lavoro di Carol Rama, scopertamente autobiografico, volutamente ribelle e amorevole, come dice l’artista stesso, vero «gli oggetti e le situazioni che venivano rifiutati». La sua storia privata, infatti, era stata sufficientemente attraversata di eventi tragici perché l’artista avesse un proprio immaginario di figure e di ossessioni da cui attingere costantemente, come in un costante tentativo di sovvertimento dell’ordine costituito. Si sarebbe potuta dedicare ai generi tradizionali della natura morta o del paesaggio, e invece Carol Rama aveva messo in scena un mondo di oggetti che inclinano al grottesco, dalle protesi ortopediche ai pennelli da barba agli scenari da ospedale psichiatrico, ricordo di un breve ricovero della madre: ella prende il proprio vissuto e lo manipola, vi imbastisce sopra una continua riflessione. È l’artista stessa ad affermarlo, in una frase riportata in apertura della mostra stessa: «io dipingo prima di tutto per guarirmi, se la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 In alto da sinistra: Appassionata, 1940, Acquerello e matita su carta, GAM, Gabinetto Disegni e Stampe, FD/211, Acquisto della Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris, Torino, 1986; Le Parche VI, 1947, Acquaforte, GAM, Gabinetto Disegni e Stampe, grf/2699, Acquisto Franco Masoero, 1999, Torino. Qui sopra: un ritratto di Caro Lama nel suo studio ho in più di trovare sincronizzata bene la persona che guarda ciò che faccio io, può anche succede che possa guarire anche lei». È in questa chiave che si può leggere il piccolo acquerello dell’Appassionata, del 1940. Nuda, distesa in una stanza d’ospedale su uno smilzo materasso adagiato su una logora struttura metallica, libera dalle cinghie che la tenevano legata (la passione non si può vincolare, sembra dirci, anche quando rasenta la follia); su di lei incombe una fantasia di cinghie, pesi e un intreccio di fildiferro, che fra loro creano un motivo geometrico terribile e incantevole poesia. Un’altra Appassionata, dello stesso 1940, altro acquerello e matita su carta, è ancora più graffiante: nuda, i capelli a caschetto alla moda e mutila macchia bianca, il corpo femminile ridotto a un tronco è incorniciato dalla sedia a rotelle, le cui ruote diventano come una teoria di cherubini a raggi metallici ai lati del trono su cui la fanciulla è seduta. Si rimane interdetti quando si nota, sul predellino della sedia per disabili, in primo piano, un paio di scarpette rosse che nessun piede potrà indossare. Eppure, una strana passione colpisce anche questa figura: il sesso è in vista e non lascia adito ad equivoci, ma dal suo capo cresce un’aureola vegetale di mimose, nate dalla fronte della fanciulla come da una zolla. (l.p.n.) giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano LA MOSTRA/3 PASOLINI “NEBBIOSO” A MILANO Una mostra fotografica “collettiva” er molto tempo si è pensato che Pier Paolo Pasolini non amasse Milano, che fra i “nipoti dell’ingegnere” la città meneghina fosse territorio di Giovanni Testori e, fino a una certa data, di Alberto Arbasino, mentre lo sguardo e la sensibilità di P.P.P. erano rivolti con più partecipazione alla vita “violenta” dei ragazzi di vita delle borgate romane. Eppure, a non molti anni di distanza dalla pubblicazione del romanzo Il dio di Roserio di Testori (1954), Pasolini aveva scritto la sceneggiatura de La Nebbiosa (1959), che avrebbe dovuto P prendere vita, al cinema, con la regia di Gian Rocco e Pino Serpi. Doveva essere un film dedicato ai teddy boys italiani, figli ribelli della piccola borghesia che si rifacevano alla subcultura giovanile britannica, ma LA NEBBIOSA. LO SGUARDO DI PASOLINI SU UNA MILANO ORMAI SCOMPARSA MILANO, PALAZZO MORIGGIA 8 maggio-14 settembre 37 legata al rock’n’roll statunitense. Del film non si fece nulla: un estratto della sceneggiatura fu pubblicato, nel ventennale della morta di P.P.P. (1995) su “Filmcritica”, ma La Nebbiosa sarebbe rimasta celata ancora per oltre un quindicennio, fino all’edizione integrale, nel 2013, nella collana le Silerchie del Saggiatore. È questo evento editoriale, in primis, che ha offerto l’occasione di questa mostra allestita presso Palazzo Moriggia di Milano: la Milano “nebbiosa” raccontata da Pasolini, come il suo film, non esistono più. Quel film non sarebbe realizzabile, oggi, in un’atmosfera completamente mutata. Ma che volti avrebbero potuto avere i protagonisti di quel film? La mostra gioca proprio questa scommessa: costruire un racconto foto- http://www.lanebbiosa.it/ Gianni Berengo Gardin, anni ‘60, Contrasto 38 grafico, fra immagini e parole, con fotografie d’autore di quegli anni che accompagnano passi significativi del testo pasoliniano. Con un’inguaribile filo di nostalgia, si rivede percorrere una città ormai ignota o non conosciuta fra i più dei suoi abitanti, lontana salvo per quelli che hanno visto più primavere, ma sottotraccia esibisce anche la sintonia che lo scrittore aveva trovato con la città, come ne avesse capito le atmosfere e i volti. Ma l’iniziativa promossa da il Saggiatore fa un ulteriore passo avanti. La mostra, infatti, si divide in due: da una parte, la Milano raccontata da P.P.P. e “illustrata” da fotografie d’autore (da Berengo Gardin a Bruno Barbey a Mario Cattaneo e altri), dall’altra, il progetto intorno a la Nebbiosa inaugura la prima “social exhibition milanese” che coinvolge i cittadini in prima persona: a partire dal 5 giugno, infatti, i milanesi hanno la possibilità di condividere il ricordo della la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Sopra: Bruno Barbey, anni ‘60, Magnum Photo/Contrasto. A sinistra: Mario Cattaneo, 1960, Mufoco Museo Fotografia Contemporanea loro città, portando una foto d’epoca dal proprio album personale che documenti la città degli anni del film pasoliniano. Non foto di persone, naturalmente, ma soprattutto foto che mostrino una Milano “com’era”, ma vista dagli occhi di chi, allora, quotidianamente l’ha vissuta. C’è, a monte, la convinzione che le vecchie fotografie, tramandate o custodite nei cassetti, siano la testimonianza di una storia che non è stata raccontata, proprio come La Nebbiosa. Una storia fatta di ricordi e immagini che, spesso, non hanno nulla da invidiare a quelle dei grandi fotografi. I visitatori che porteranno con sé una o più fotografie scattate a Milano e dintorni tra il 1950 e il 1965 avranno la possibilità di esporre in mostra, con il loro nome, le migliori. Sarà disponibile un numero limitato di caselle (1850) per le foto dei visitatori, che formeranno la seconda sezione della mostra La Nebbiosa. Milano si racconta, dunque, ma aspetta che siano i milanesi stessi a raccontarla. 40 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 LA MOSTRA/4 DI REGGIA IN REGGIA, DA MODENA A VENARIA Opere dalla Pinacoteca Estense a programmazione culturale della Venaria Reale, la Reggia d’Italia, guarda alla storia, alle tradizioni ed alla bellezza della produzione artistica nazionale con un progetto espositivo dedicato alle grandi corti italiane, la cui prima tappa, Splendori delle corti italiane: gli L SPLENDORI DELLE CORTI ITALIANE: GLI ESTE. RINASCIMENTO E BAROCCO A FERRARA E MODENA SALA DELLE ARTI DELLA REGGIA DI VENERIA 8 marzo – 6 luglio 2014 Este, si è aperta proprio nel 2014. Uno straordinario percorso tra Umanesimo, Rinascimento e Barocco dedicato al collezionismo e al mecenatismo artistico della dinastia estense dal Cinquecento al Settecento attraverso opere di Cosmè Tura, Dosso Dossi, Correggio, Tiziano, Tintoretto, Guercino, Velàzquez Jean Boulanger. Si tratta di un’occasione imperdibile per ammirare alcuni tra i principali capolavori provenienti dalla celebre Galleria Estense di Modena, attualmente chiusa al pubblico in seguito agli eventi sismici del 2012, e giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 41 da altri prestigiosi musei italiani ed europei. L’esposizione, curata da Stefano Casciu, intende presentare il ruolo e l’importanza artistica della lunga storia della corte degli Este (una delle più longeve tra le dinastie italiane) per la prima volta secondo uno specifico taglio critico inedito che unisce le corti di Fer- Nella pagina accanto: Annibale Carracci Ovali con divinita Venere 1590-92 Modena Galleria Estense. Sopra da sinistra: Sante Peranda, Conversione di SanPaolo, Dopo Restauro; Annibale Castelli Madonna Con Bambino e Santi , Dopo Restauro rara, sede originaria e capitale del primo dominio estense, e di Modena, nuova capitale dal 1598, dopo la restituzione forzata dei territori ferraresi al dominio diretto del Papa. Grazie ad una accurata selezione di opere d’arte legate al collezionismo dinastico ed alle grandi imprese decorative, la mostra accompagna il pubblico anche non specialista in un viaggio affascinante che va dal pieno Rinascimento dell’età del duca Alfonso I (1505-1534), committente di Tiziano, Dosso Dossi e dei leggendari Camerini d’alabastro del castello di Ferrara, allo splendore barocco del regno di Francesco I (1629-1658), il duca la cui immagine è indelebilmente iscritta nella sto- ria dell’arte europea grazie ai suoi ritratti realizzati dal Velázquez e dal Bernini, e che seppe trasformare Modena in una nuova capitale, con splendidi edifici decorati dai maggior artisti del tempo, “creando” quasi da zero, nel suo Palazzo Ducale, una leggendaria galleria di pittura, celeberrima ai suoi tempi ed ancora oggi memorabile. Né vengono tralasciate la coeva preziosa produzione letteraria e la cultura musicale estense, rievocata con la presenza della famosa Arpa Estense e del Violoncello barocco di Domenico Galli. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 L’INTERVISTA DEL MESE CRISI DEL SISTEMA E DIFESA DELL’IDENTITÀ Geopolitica, geografia sacra e simbologia secondo Claudio Bonvecchio di luigi sgroi he cosa è la geopolitica? Quali sono, secondo lei, i suoi presupposti filosofici e culturali? La geopolitica è una branca della Scienza relativamente giovane : si può dire infatti che nasca con Friedrich Ratzel verso la fine dell’Ottocento. Il suo proposito è collegare gli eventi più strettamente politici con il quadro geografico ambientale e umano. Direi che è un tipico lascito dell’età liberalborghese in cui - mandati in soffitta sovrani e dinastie - i protagonisti della storia diventavano i popoli e lo spazio in cui essi venivano a collocarsi: con tutti i problemi rilevanti a ciò connessi, come l’allargamento dei mercati, la difesa dell’identità spazio-culturale e la ricerca spasmodica di uno spazio Vitale. C Se la geopolitica è, in breve, il rapporto storico tra geografia e politica su varie scale, perché questo termine è relativamente recente? La mia risposta è già contenuta in quella alla prima domanda. Sinteticamente risponde a una concezione diversa della politica e, in un certo senso paradossalmente si lega alla diffusione della democrazia. Nell’antico regime la geopolitica malgrado Montesquieu l’avesse in un certo senso anticipata - coincideva con la volontà dei sovrani e con i loro ghiribizzi. Era un prolungamento della geografia corporea del sovrano - erano i matrimoni dinastici a realizzarla non della geografia fisica di una regione o di uno stato. Con la democrazia parlamentare scompare la politica dinastica e la geopolitica nasce come l’espressione del rapporto che la politica e i cittadini hanno con il territorio in cui dimorano, vorrebbero dimorare o vorrebbero che fosse il territorio della loro patria. Riprendo i termini “liberalborghese” e “spazio Vitale”. Mi sembra quindi che la geopolitica vista in questo senso sia il modello precursore di quella che oggi chiamiamo “globalizzazione”… La geopolitica nasce nell’Ottocento ed è, a mio parere, debitrice dell’idea hegeliana della totalità del sapere connessa alla storia e al ruolo del destino cultural-politico che necessariamente ne deriva. A questo si aggiunge poi l’espansione economica che delinea aree economiche che coincidono o collidono con quelle politiche. Le due cose unite rimandano all’idea di un divenire politico-culturale-economico che trova nella geopolitica lo strumento ideologico-pratico per supportare una politica espansiva; in tutti i campi. Se è vero che ogni epoca ha avuto la sua idea di “mondo globale” dobbiamo dedurre che sia esistita prima della modernità un’idea di geopolitica. Com’era concepita nell’antichità e fino all’età moderna la geopolitica? Quali erano i suoi elementi connotativi? Prima dell’età moderna non esisteva certo la geopolitica come la intendiamo noi. Nel Medioevo e nel Rinascimento esistevano - ed esisteranno anche dopo la Riforma aree geo-religiose in cui il discriminante era il credo di ciascun popolo. Credo a cui si affiancavano, coincidendovi, i regni a loro volta raggruppati in Imperi. In questo caso le politiche religiose si univano e si ibridavano con quelle dinastiche. Fuori da queste aree c’era il nulla o, ancora peggio, il caos o il demoniaco. L’analoga cosa è avvenuta nel mondo antico in cui il discriminante era mitico-antropologico invece che religioso (in senso cristiano). L’appartenenza a un “sistema mitico” configurava quello che oggi potremmo definire “aree geopolitiche” al di fuori delle quali c’era l’ignoto o i “barbari” come pensavano i Greci dei Persiani… Anche in questo caso si affiancavano ai principi identitari di tipo mitico ibridazioni giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano dinastiche che definivano i perimetri territoriali da tutti, comunque accettati. Ci può dire qualcosa del rapporto fra geopolitica e geografia sacra? La geografia sacra coincide in un certo senso con i caratteri miticoreligiosi di una precisa area territoriale: dalla particolare location alla architettura dei templi e delle chiese sino agli usi, ai costumi , alle credenze e alla ritualità che le erano proprie di tale area. Tutto questo nasceva dal territorio e dalla sua conformazione geo-culturale e nel contempo confermava il territorio nei suoi caratteri sacrali. Con la geopolitica moderna, al pensiero mitico si è dapprima sostituita l’ideologia derivata da un determinato sistema ideologico o filosofico. Oggi da caratteri economici. È il portato della secolarizzazione. Facciamo un salto nella simbologia politica: tutti conosciamo due simboli che hanno fatto la storia politica e sociale del Novecento: il fascio littorio e la falce e il martello. Qual è la loro rispettiva genealogia? Hanno ancora oggi un loro valenza simbolica così forte? C laudio Bonvecchio è Professore Ordinario di Filosofia delle Scienze Sociali nell’Università degli Studi dell’Insubria (Varese) dove è anche Coordinatore del Dottorato in Filosofia delle Scienze Sociali e Comunicazione I simboli sono il linguaggio delle strutture portanti del nostro inconscio e strutturano il nostro immaginario collettivo. Essi esprimono sempre un’idea di totalità in cui il materiale e lo spirituale si uniscono. E questa è una costante. Ciò che varia è il loro contenuto: la loro sostanza storica per così dire. Così il fascio littorio esprime l’unione del singolo con il tutto che può diventare pericoloso quando vuole proteggersi (la scure del fascio littorio). Falce e martello rappresentano l’unione della terra (il falcetto che taglia il grano o la luna, entrambi immagini del femminile a sua volta connesso alla terra), mentre il martello è da sempre associato alla potenza del cielo (Thor insegna) o al fulmine. La forza del simbolo l’aspirazione alla totalità di cui è veicolo - dunque è sempre identica; varia, come ho detto, il contenuto. Basta pensare ai simboli politici attuali dove c’è sempre un richiamo al cielo (lo spirituale, espresso dall’arcobaleno, dal colore azzurro, dalle cinque stelle) e alla terra, sotto forma di immagine o di parola. Un’ultima domanda Professore: come vede lei in un prossimo futuro la situazione politica Simbolica. È Direttore Scientifico della rivista «Metabasis». Autore di innumerevoli saggi e pubblicazioni, è direttore di svariate collane editoriali per varie case editrici. È Member dell’Advisory Board della Eranos Foundation di Ascona (Svizzera). 43 italiana alla luce della geopolitica? Che cosa dobbiamo augurarci per i prossimi anni e per il futuro dei nostri figli? L’Italia e non solo l’Italia, attraversa una crisi identitaria fortissima associata a una più generale e rovinosa crisi di sistema, dalla durata imprecisata. Il rischio è l’implosione, la frammentazione o l’aggressività compensativa che possono generare in aperta conflittualità sociale. Ciò può produrre aggregati territoriali diversi da quello che oggi diciamo essere l’Italia: cosa questa non ovviamente augurabile. Ma potrebbe produrre altre e difficilmente ipotizzabili forme di conflittualità. Il carattere becero dell’attuale classe politica non sembra garantire una capacità di risoluzione. E quindi ci possiamo solo augurare che questa classe politica venga spazzata via e che ne subentri un’altra migliore. Ma anche che sorga una nuova consapevolezza identitaria unita a un nuovo modello culturale a fronte dell’attuale assenza di ogni modello. Da questo dipende l’avvenire nostro e quello dei nostri figli. Se le cose non cambieranno il mio consiglio, purtroppo, è di andarsene. 44 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 LO SCAFFALE Pubblicazioni di pregio più o meno recenti, fra libri e tomi di piccoli e grandi editori Miriam Fileti Mazza, “Storia di una collezione. I disegni e le stampe degli Uffizi dal periodo napoleonico al primo conflitto mondiale”, Firenze, Olschki, 2014, pp.182, e 85 Affrontando la storia di questo nuovo periodo nella vita del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze, ci si rende conto di come l’Ottocento abbia fortemente mutato la stessa morfologia degli strumenti preposti alla tutela del patrimonio, e insieme a essi la mentalità del conservatore. Si assiste alla nascita e alla complessa strutturazione delle soprintendenze e dei commissariati di tutela del bene culturale, che dopo l’Unità d’Italia si articolarono in varie parti del territorio. La verifica della politica di controllo che da Roma si estendeva alle sezioni periferiche della penisola, trovò nel settore dei numerosissimi disegni e incisioni un campo di applicazione particolarmente stimolante e complesso, rappresentando un prototipo da imitare nelle modalità del metodo e nella resa della gestione. In tutta questa complessa orchestrazione gli inventari e i cataloghi confermano la loro straordinaria valenza di strumenti unici per il controllo del patrimonio, specchio della configurazione stessa della collezione e territorio di verifiche e arricchimenti storiografici. Una rigorosa appendice documentaria restituisce la trascrizione integrale di molti manoscritti inediti, cui si aggiungono le trascrizioni dei repertori più significativi pubblicati tra la fine dell’800 e il 1915. “Catalogo del Fondo Antico della Fondazione Luigi Firpo - Centro di studi sul pensiero politico”, a cura di Cristina Stango e Andrea Di Pasquale, Volume IV (R-S), Firenze, Olschki, 2014, pp.276, e 85 La biblioteca della Fondazione Luigi Firpo di Torino conserva e mette a disposizione degli studiosi la prestigiosa raccolta di libri antichi - ora di proprietà dello Stato - a cui il grande storico del pensiero politico (19151989) ha dato vita nel corso di mezzo secolo. I generi e le tematiche rappresentate coprono gran parte della produzione editoriale tra la fine del Quattrocento e il 1830: la politica in primo luogo, ma anche la letteratura, la filosofia, la religione, la storiografia, il diritto, la storia, la geografia, la manualistica, la memorialistica. Di questa collezione, fra le più cospicue mai allestite da un singolo studioso, viene ora pubblicato il catalogo a stampa, suddiviso in sei volumi, l’ultimo dei quali sarà dedicato agli indici degli autori secondari, dei luoghi di stampa, dei tipografi, editori e librai e dei possessori. Come nei primi tre volumi, si registrano qui, accanto alle opere di grandi e notissimi autori, quelle di una folla di ‘minori’ e di anonimi: un concerto polifonico che restituisce la variegata complessità di tre secoli di storia della cultura e della civiltà europea. Volumi precedenti: I (A-C): 2005, LXVI-422 pp. con 37 figg. n.t. e 1 tav. f.t., 82 euro. II (D-L): 2007, XII-436 pp. con 57 figg. n.t., 80 euro. III (M-Q): 2010, XVI-312 pp. con 52 figg. n.t., 85 euro. 46 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 LIBRO DEL MESE SULL’UTILITÀ DELL’ARTEPOESIA Riflessioni intorno all’ultima opera di Ettore Bonessio di Terzet di paola fossati rtepoesia, che cos’è? È sintagma che l’autore dice derivare da Stevens e che usa per dire che la vera attività artisticopoetica non può essere più distinta tra poesia e pittura (arte), come non essere più distinto lo spazio dal tempo. Bisogna sintetizzare, basta analizzare come hanno fatto e fanno la maggior parte delle avanguardie storiche e della contemporaneità; riprendere il filo della Grande Tradizione Europea dopo Apollinaire, Baudelaire, Corbière, Rimbaud, Auden, Matisse, Musil, Duchamp, de Stael, Le Coubusier, Ungaretti and so on. Riprendere il filo delle idee e smetterla di seguire le emozioni e le sensazioni come nell’odierno si usa perché, appunto, senza idee, senza orizzonti vasti, artisti (sic) e poeti (sic) sono relegati, nell’angusto e moribondo quotidiano. Quest’ultimo volume di Bonessio di Terzet (a cui diciamo che seguirà Il piacere dell’artepoesia) porta un titolo in opposizione al discorso crociano, diventato luogo comune, dove l’arte e la poesia hanno come caratteristica il loro “nobile distacco” non solo alla pragmaticità ed utilità, ma nobile Ettore Bonessio di Terzet, L’utilità dell’artepoesia, Roma, Aracne, 2014, pp. 160, 13 euro. Ettore Bonessio di Terzet è titolare della Cattedra di Estetica presso l’Università degli Studi di Genova, Scuola di Scienze Sociali. Detiene lo stesso insegnamento anche presso la Facoltà di Architettura. Artista e saggista ha al suo attivo numerose mostre (personali e collettive) e molteplici pubblicazioni, fra cui: L’esperienza dell’arte; L’arte come forma di sapere; Il principio della parola; Il rasoio di Ockham; Del Frammento Organico. Per una teoria del discorso; Lo splendore del vuoto; I pesci gialli. Dal 1981 dirige «Il Cobold», rivista di estetica e spazi creativi, che dal 2009 è anche on line. A distacco da tutto, persino dalla vita, non dalla storia, ricordandosi il Croce di Hegel. L’autore sostiene che la grande utilità dell’artepoesia è quella di far emergere, quindi far conoscere e capire agli autori e ai “fruitori”, la dimensione più nascosta dello spirito umano. Il volume si presenta, per una parte, come una storia dell’artepoesia europea ed occidentale attraverso aforismi che partono dal 1968 per giungere al 2013. In altra parte, troviamo una scrittura lineare dove si toccano problemi di etica di geopolitica di differenzazione e identità della cultura moderna e contemporanea; in altra ancora si propongono artistipoeti con relativi “testi”: da Auden a Porta, da Melotti a Serse, da Rondoni a Gaudio, da Licini a Cerveglieri, da Spagnuolo a Leoni, da Roma a de Stael, da Perrotta a Fettolini. Persone e opere che possono considerarsi continuatori del lascito niciano-duchampiano. Sì, perché Bonessio di Terzet sostiene che i due punti cardinali della cultura e dell’artepoesia europea sono Nietzsche e Duchamp da cui necessita riprendere il filo per la costituzione e continuazione di un agire autonomo autentico originale senza annullare La Grande Tradizione, senza cadere nella moda e nella soggezione della cultura occidentale che, dal 1945 e per l’artepoesia dalla Biennale di Venezia del 1964 - lo “sbarco” della popwharoliana, ha contaminato e sterilizzato il pensiero e l’atto poetico. Araldo del contemporaneo, messaggero di poesia. Bonessio di giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 47 48 Terzet, poeta poetante dentro il mito, non in quanto estraneazione dal proprio tempo, ma in qualità di possessore del tempo vissuto. Artistapoeta che narra fiutando la storia presente, libero da artefici, dalla tecnica, dalle sopraffazioni, dalla moda. Perché perfezionare ciò che perfezionabile non è? Nell’imperfezione si racconta il reale in quanto antagonista nonché agonista del reale. Comodo star seduti , immobili a criticare la storia e a prevedere il futuro. L’artistapoeta è passato- presente-futuro assieme, dove l’incognito è noto e il coniato è falso. Mentre il suo cuore brucia ancora sul rogo, al fianco di Giordano Bruno, i suoi occhi piangono la porta d’oriente ed il giorno in cui fu chiusa irrimediabilmente, ma non fu il suo tempo a darne consapevolezza bensì l’anno 1945. la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Un drogato senza droga in stato di costante ebbrezza che ironicamente propaga l’idea informe del pensiero ecologico, non in quanto risonanza di parola, non in quanto purezza di parola, ma in quanto racconto del sentire. Es-t-etica: due realtà che si scontrano ed incontrano, il luogo dove Autenticità ed Originalità si relazionano, si con-fondono. È un destino non destinato, è l’abito nuovo dell’imperatore, è una maratona senza arrivo, è la maratona di Carroll, non è l’opera nella sua plasticità, è il mezzogiorno di Pan dove il Tutto tace in levare per onorare r innalzare lo stupore, la meraviglia. La critica è il battere, è il gong, è il limen e la critica è una morsa al braccio dalla quale l’artepoesia non può che divincolarsi e nei vicoli non si perde chi sa muoversi nel buio; lo fa perché ben conosce la luce. Non puoi perderti se possedendo ciò che incontri sei nel potenziale di ripercorrere la medesima strada. Sei perso quando non sai cosa hai attraversato e ti ostini a far congetture sulla meta, confidando sulla potenza e non sull’atto, che è gesto e in quanto gesto idea e ideazione creante. Discorso sulla pittura e sulla poesia correlate, alleate alla ricerca della Poesia: artepoesia non vuole fermare il tempo, ma capirlo nel suo svolgersi reale. Artepoesia è la speranza prima per l’uomo di capire la propria naturale e culturale finalità: quella di accedere alla dimensione oltreumana, alla dimensione divina (gottlich), a dispetto di individui inutili che rimangono indifferenti e disinteressati (per interessi privatistici) a mutare convinzioni abitudini costumi che non si accordano più con una nova vita aeterna. 50 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Punture di penna Consigli intellettuali per il vero Maître à penser Ovvero: come furoreggiare nei salotti – parte ottava LUIGI MASCHERONI “IL NUOVO LIBRO DI…” Aggiungere alla lista delle cose di cui non ci interessa un cazzo. che per i titoli di politica italiana bastano due varianti: “Paese di merda” e “Testa di cazzo”. E se i politici di cui si sta parlando sono molti: “Teste di cazzo”. Ma il senso non cambia, specificava. PREMI LETTERARI Ov- viamente non piacciono a nessuno. Ma fa piacere vincerli. Come la tv: fa schifo a tutti, ma tutti vogliono andarci. INTELLETTUALE “CON- TRO” Curioso ossimoro, molto usato dai giornali, per indicare scrittori e filosofi che si propongono come spine nel fianco di un establishment del quale adorano fare parte. FARINETTI, OSCAR Sintetizzare icasticamente il dissenso per la filosofia radical-chic di Eataly: “Nel marketing sono bravi”. Sopra: Luigi Mascheroni FILOSOFIA MINIMA/1 “Non si vive per vivere. Si vive per agire”. “Possibilmente ben agiati”. FILOSOFIA MINIMA/2 “Lo stile è superiore alla verità”. “È una bugia”. LE POSIZIONI MIGLIO- RI POLITICAMENTE (PER NON AVERE SUCCESSO) Le destre della sinistra e le sinistre della destra. STORYTELLER Siamo tutti degli storyteller. GIORNALI&POLITICA Montanelli al Giornale diceva DECALOGO DELLO SCRITTORE A MODO Cosa deve fare 1) Arriva sempre in ritardo alle presentazioni dei propri libri. A quelli degli altri invece non si presenta. E in genere odia le presentazioni. Soprattutto non si sente rappresentato da alcuna etichetta. Tanto meno dal New italian epic, che considera un’enorme stronzata. Odia i TQ, pur avendone fatto parte per un breve periodo. 2) Per lui l’etichetta sta nell’infrangere tutte le etichette. Non porta la cravatta neanche alla prima della Scala. Sale le scale prima delle signore. Adora, anche se sa di sale, il pane altrui. Se può, taglia la fila al buffet. Parla male dei festival, e se lo invitano chiede l’ospitalità anche per giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano un’accompagnatrice. Se è maschio. O per un accompagnatore, se è femmina,e a volte anche se è maschio. Alle etichette, comunque, preferisce le fascette, da mettere sui propri libri: “Terza ristampa”, “Da questo libro l’omonima serie tv”, “Candidato allo Strega”. E se vince lo Strega, beve a canna dalla bottiglia. A volte, rutta. 3) È a suo agio in qualsiasi situazione, se parlano di lui, e mette a proprio agio gli altri, parlando di sé. Cita i propri libri, ma con nonchalance. La frase che ama di più è “La nostra epoca soffre i mali del’individualismo sfrenato”. 4) Non mette in imbarazzo gli altri che hanno problemi di soldi. Preferisce farsi offrire tutto. Ai Gettoni di Vittorini, peraltro, ha sempre preferito quelli di presenza. 5) È sempre vestito in maniera consona alla situazione, ma è la situazione che è sempre sbagliata. Ma lui se ne frega: “Non sono schiavo delle mode”. “Nemmeno quelle letterarie?”. “Dipende”. 6) Scrive o collabora con Minimum fax, o per Einaudi. Occasionalmente per Mondadori, ma solo se intanto scrive su la Repubblica. 7) Spegne il telefonino durante i convegni. Per dormire. 8) Dice che i film di, o con, una delle Rohrwacher sono “qualcosa di fenomenale”. E sa stabilire la giusta gerarchia di valori tra Stephen King e Domenico Starnone. A favore del secondo. 9) Occasionalmente è razzista, ma non si mostra mai antisemita. 10) Guarda con sospetto, se non con malcelato disgusto, i personaggi televisivi di successo. Finché non lo invita Lilli Gruber. O la Bignardi. Cosa che non deve fare: 1) Dire la verità: cioè che gli scrittori, come tutti gli intellettuali, provocano al Paese più danni che vantaggi. E che si scrive per una sola cosa. La vanità. Tutto il resto è attesa. 2) Usare twitter. Al massimo facebook, ma twitter proprio no: come si può sintetizzare la propria prosa aulica e le proprie intuizioni poetiche, in 140 caratteri? E comunque, in quanto a carattere, il vero scrittore ne ha da vendere, non come quei cialtroni di giornalisti. 3) Definirsi giornalista. Mettiamo in chiaro le cose: un conto è orchestrare un romanzo dal grande afflato epico, la scrittura controllata, lo stile incisivo e personalissimo. Un conto è scrivere un articolo di merda per il «Corriere della sera», figurati per «il Giornale». E il giornalisti che vogliono fare i romanzieri, sono solo patetici. Se qualcuno fa notare che “Gramellini vende moltissimo”, rispondere: “Non confondiamo il mercato con l’arte”. 4) Indossare pantaloni fucsia. 51 Perché? Non si sa. 5) Vantarsi della propria intelligenza. A questo, ci pensano gli altri. 6) Spettegolare sui colleghi scrittori, o sui critici, o sugli addetti stampa che non vi valorizzano abbastanza, o sugli editori che non credono completamente in voi. Con tutti questi pezzenti, regolerete i conti quando pubblicheranno i vostri diari postumi. 7) Scrivere per la Mondadori. A meno che si abbia un contratto firmato prima che la comprasse Berlusconi. In quel caso, giustificare la cosa dicendo che il vostro è un rapporto personale e di fiducia con grandi professionisti che lavorano a Segrate. E comunque, semmai siete voi che fate guadagnare Lui, non Lui voi. 8) Mettere il papillon con il nodo già fatto alla “prima” della Scala. O ai party al festival di Venezia. Piuttosto, si va in jeans e giacca di velluto. Se qualcuno ha qualcosa da dire, rispondere che anche Kafka non badava alle formalità. Se qualcuno vi fa notare che non siete Kafka, interrompete subito la conversazione. Discutere con i cafoni non è elegante. 9) Chiedere recensioni dei propri libri ai giornalisti (questo è compito degli uffici stampa). 10) Negare la verità che “Non si vive per scrivere. Si scrive per vivere”. Possibilmente ben pagati. 52 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 SPECIALE ANDREA EMO Leopardi ed Emo: nulla e filosofia Negazione e “misterio grande” nel Leopardi di Massimo Donà GIOVANNI SESSA È forse opportuno muovere, al fine di contestualizzare pienamente sotto il profilo teoretico e storico tanto il pensiero di Andrea Emo, quanto la potente lettura che ne dà Massimo Donà nella seconda parte dell’intervista qui di seguito pubblicata, dalle conclusioni cui il filosofo veneziano in essa perviene. Donà cita, non casualmente, il suo ultimo libro, Misterio Grande. Filosofia di Giacomo Leopardi (nelle librerie per i tipi di Bompiani). Ci pare infatti che, in questo testo, il pensatore dell’Università Vita-Salute di Milano, da un lato porti a conclusione una via esegetica significativa rispetto all’opera del grande recanatese, inaugurata all’inizio degli anni Novanta da Severino e Givone, tesa a sottolineare l’assoluta rilevanza filosofica della produzione leopardiana, ma che, al medesimo tempo, prenda le distanze da essa in modo radicale. Ciò è determinato dal fatto che, a parere di Donà, la lettura del nulla leopardiano dei due illu- Alberto Savinio (1891-1952), Ritratto di Andrea Emo (1941), collezione privata stri interpreti, è viziata dal tratto ontologico. Essi si riferiscono: «al mero non essere o non esistere di ciò che è o esiste». Tale nulla, in quanto detto, pensato, in realtà si prospetta come la maschera di un altro essere, è un nulla ricondotto alla dimensione della positività. Per Leopardi invece il nulla, in quanto nulla-di-determinato, niente, non può essere ridotto ad alcuna determinazione. Porlo come pre-esistente alle cose significherebbe effettivamente ricondurlo alla dimensione della cosalità, dimidiarlo, in quanto ciò non gli appartiene. Per Leopardi non vi è un Principio primo e universale delle cose, esse sono il loro esistere, la loro fatticità, senza inizio e senza fine: «L’esistenza è l’arcano mirabile e spaventoso che né viene “da” né va “verso” qualcosa”», misterio grande. In ciò si mostra, in termini espliciti, l’opzione teoretica che, profondamente, connota di sé la posizione leopardiana: quella propria del pensiero ellenico. D’altro lato, Donà ci ricorda che la formazione “illuminista”, libertina, del poeta-filosofo, lo aveva indotto a interpretare l’ex-sistere dell’umana stirpe come mosso dal vano inseguimento del piacere. Vano perché il baluginio che il desiderio di volta in volta accende davanti ai nostri occhi, inaugurando la correlazione di coscienza attraverso l’agnizione volitiva e apprensiva dell’oggetto desiderato, della cosalità, incontra sempre il limite, la partizione. La medesima che, dal punto di vista gnoseologico, fin dai versi giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano del poema Intorno alla natura, del “Maestro venerando e terribile” Parmenide, l’uomo occidentale ha abbracciato lungo il “Sentiero del giorno” e della conoscenza centrata sulla ratio. In entrambi i casi, dal punto di vista pratico e gnoseologico, ci è toccato in sorte di incontrare rispettivamente la dimensione dell’esclusione e quella dell’insoddisfazione. Al contrario, Leopardi per primo, e con lui pochi altri, nel Novecento Andrea Emo, recuperano e riaprono una diversa prospettiva sulle cose del mondo e della vita. Dico “recuperano” (nel senso di ri-presentano) ciò che era già chiaro ai più antichi pensatori dell’Ellade, al pensiero aurorale, ai “filosofi sovraumani” per usare un’espressione di Giorgio Colli. Noi desideriamo in quanto la dimensione erotica che ci connota in profondità (la cosa è stata rilevata con particolare vigore speculativo da Romano Gasparotti), ci spinge oltre la cosalità: «a esser desiderato da noi…è qualcosa che non essendo riducibile a nes- 53 sun questo e a nessun quello, dice l’in-finito». Leopardi ha compreso, sulla scorta di un antiplatonismo essenziale, che il non-essere o in-finito non è mai risolto, come vorrebbe il principio firmissimum di non contraddizione, in un’altra positività, nell’eteron. Infatti, nulla è ciò che sembra essere. Essere e nulla, in questo senso, sono uno nell’altro: anzi, ancor più radicalmente come in termini espliciti dirà Emo, l’essere è il nulla, la presenza, la fatticità è l’altro volto della medaglia LA VITA. Andrea Emo, brevi note biografiche acque a Battaglia Terme il 14 ottobre 1901. Fu il primo di tre figli, assieme a Gabriele e Maria. Questa, ancora bambina, contrasse una forma di meningite che la condusse a prematura morte. Suo padre, Angelo Emo Capodilista, discendeva da un’antica casata patrizia veneziana-patavina, sua madre Emilia Barracco, apparteneva ad una altrettanto nobile famiglia calabro-napoletana. La madre morì nel 1905 a causa di una polmonite. Gli Emo Capodilista appartenevano all’aristocrazia della Serenissima, la loro importanza trova riscontro anche nella letteratura italiana. Di Angelo Emo, Capitano generale della Repubblica di San Marco, vissuto nella seconda metà del ‘700, fa menzione Ippolito Nievo, in Le Confessioni di un italiano. Gli Emo trascorrevano il periodo estivo nella villa di Bat- N taglia Terme, e quello invernale a Roma. Qui Andrea frequentò il liceo Torquato Tasso e, nel 1918, si iscrisse alla facoltà di Filosofia dove seguì, con ammirazione, le lezioni di Giovanni Gentile, che dette una prima significativa impronta alla sua formazione. Chiamato a prestare servizio militare di leva, dopo il congedo decise non proseguire più con gli studi universitari, avendo ormai individuato un proprio percorso di ricerca. Aderì al fascismo partecipando alla Marcia su Padova, ma soprattutto dette avvio al suo esercizio quotidiano di scrittura, ritirandosi nella ricca biblioteca, che aggiornò fino agli ultimi giorni della sua vita. Poliglotta, leggeva in diverse lingue. Nel 1938 si sposò con Giuseppina Pignatelli dei principi di Monteroduni che gli donò la gioia di due figlie, Marina ed Emilia. Fu amico di Benedetto Gentile, Ugo Spirito, Alberto Arbasino, Enrico Castelli di Zubiena. Conobbe e fu in contatto epistolare anche con la scrittrice Cristina Campo, che molto stimava. Schivo e riservato, visse appartato, intento ai suoi studi. Nel 1953 si candidò alla Camera dei Deputati nelle liste del MSI: risultò il primo dei non eletti in Veneto. Lettore e studioso appassionato di teologia, filosofa e letterature, scrisse i suoi aforismi su 398 quaderni per computisteria, che solo dopo la morte, avvenuta a Roma l’11 dicembre 1983, per intercessione dell’amico musicista Ernesto Rubin de Cervin, furono proposti in lettura a Massimo Cacciari. Questi immediatamente comprese l’importanza del lavoro di Emo e dette incarico a Massimo Donà e Romano Gasparotti di curarne la pubblicazione. Il lavoro di pubblicazione degli inediti è ancora in corso. 54 del ni-ente. Più precisamente, Donà sostiene, commentando tale snodo teorico, che Leopardi ha ben compreso: «come sia da ultimo la stessa aporia del nonessere a imporgli di riconoscere che nessun ente è sic et simpliciter “quel che è”». Se il non-essere ha il volto del finito, tutto ciò che “è” dovrà essere originaria espressione dell’impossibilità per l’in-finito di essere se medesimo. L’arte in generale, la poesia in particolare, nel recanatese divengono, per questa ragione, un fare-conoscere che allude all’impossibile. A tanto riescono, in quanto la condizione finita del mondo, degli enti, non impedisce loro di presentarli, a differenza di quanto non faccia la ragione filosofico-scientifica moderna, in una sorta di sguardo liberato e distante dalla dimensione apprensiva, che induce il darsi del “vago” e dell’ “indeterminato”. Da ciò l’uso, nelle liriche del recanatese, di arcaismi e latinismi atti, sotto il profilo fonetico-sonoro, a richiamare tali dimensioni, metafore del ni-ente. Ma quale stato interiore vive l’artista? Quello della “noia”, risponde Donà con Leopardi. E’ noto che la scuola iconologica warburghiana ha valorizzato la situazione emotiva della melanconia saturnina, presentandola quale conditio sine qua non del poietico. Donà sostiene che la noia è, per il poeta recanatese, ancor più rilevante: essa rende esplicito che il finito, la pre- la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 A sinistra: Carlo Michelstaedter (1887-1910), in una foto del 1908. Sopra: Giacomo Leopardi, in un ritratto di Silvio Ferrazzi conservato a Recanati, a casa Leopardi (1820 ca) senza non è tale, è in-finito. Essa palesa che il nulla è, proprio in quanto nulla è. La noia costringe all’inazione, facendoci gradualmente acquisire una modalità d’operare interiormente, rendendoci “compagni di noi stessi”, indeterminati come l’aria. Per questo, l’universale dolore che stilla sotto ogni cosa, la sventura prometeica sulla quale l’autore si sofferma analiticamente, nella metamorfosi estetica, paradosso essenziale, diviene fonte di piacere. Così Donà: «Tale esperienza comporta la perfetta indifferenza tra agire e non agire», in antitesi con la vocazione tipica dell’homo platonicus, e inoltre in quanto esperienza innaturale, la noia ha un tratto aristocratico, è situazio- 56 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 ne emotiva dell’uomo di spirito, non dell’uomo pervaso dal senso comune. La grandezza di Leopardi sta nel rimarcare la valenza mimetica della produzione estetica: la vera arte è immagine, specchio del reale. È, per dirla con Emo, icona del nulla, immagine non escludente che si differenzia dalla ratio in quanto atta a rappresentare “concretamen- appresso a poco. Si che in relazione a esso il vero sia sempre e comunque anche falso». A questo proposito, l’autore individua la prossimità Leopardi-Nietzsche, svalutando, al contrario, il rapporto tra il recanatese e Schopenhauer, istituito da De Sanctis. Infatti, vero artista è colui che riesce a negare la sua soggettività, facendosi “cosa” rappresentata, rendendosi, in una parola, vita fluente. Il poeta è così, come nel mito, voce della na- te” il vero, è imitazione che si nega. Leopardi riesce, sulla scorta di tale posizione, a recuperare la dimensione “sistematica” del sapere, in quanto coglie le relazioni armoniche che “legano” la natura, ne rileva il senso oltre le determinazioni indotte dal matematismo: «Bello è il vago, ossia l’indefinito; l’in-differente ciò il cui apparire è I LIBRI. Scritti di Andrea Emo editi postumi • Il Dio negativo. Scritti teoretici • • • • 1925/1981, a cura di M. Donà e R. Gasparotti, prefazione di M. Cacciari, Marsilio, Venezia 1989; tradotto in lingua tedesca con il titolo Metamorphose des Nichts. Philosophische Fragmente 1925/1981, a cura di C. von Wolzogen, Zürich 1997. Le voci delle Muse. Scritti sulla religione e sull’arte 1918/1981, a cura di M. Donà e R. Gasparotti, prefazione di M. Cacciari, Marsilio, Venezia 1992. Supremazia e maledizione. Diario filosofico 1973, a cura di M. Donà e R. Gasparotti, Raffaello Cortina editore, Milano 1998. Il monoteismo democratico. Religione, politica e filosofia nei quaderni del 1953, a cura di L. Sanò, prefazione di M. Donà, Bruno Mondadori, Milano 2003. Quaderni di metafisica, 1927/1981, a cura di M. Donà e R. • • • • • • Gasparotti, prefazione di M. Cacciari, Bompiani, Milano 2006. Qui anche, Prisca contaminatio (Selezione di frammenti inediti a cura di M. Donà), pp. 1549/1544. Aforismi per vivere. Tutte le parole non dette si ricordano di noi, a cura di R. Toffolo, postfazione di M. Donà, con foto della famiglia Emo, Mimesis, Milano 2007. La voce incomparabile del silenzio. Dai taccuini, a cura di M. Donà e R. Toffolo, Gallucci, 2013. Una inesplicabile necessità, a cura di M. Donà, “Anfione Zeto”, 2/3, 1989, pp. 199/203. Cette chanson d’amour qui toujours recommence, a cura di M. Donà, “Paradosso”, 5, 1993, pp. 53/92. Arte e bellezza…“ecce mysterium”, a cura di M. Donà, “Qnst. Il giornale degli artisti”, 1, 1992, p. 3. In principio era il Verbo, poi venne la conversazione, a cura di R. • • • • • Gasparotti, “Itinerari filosofici”, 6/7, 1993, pp. 149/159. La Chiesa è cortigiana della storia, “la Repubblica” (“Mercurio” n. 20), 22 Luglio 1989, pp. 14/15. Dio è morto con i conforti religiosi (Una lettera invita a Ennio Flaiano il 18 Luglio 1970); “la Repubblica” (“Mercurio”, n. 20), 22 Luglio 1989, pp. 14/15. Tre lettere di Andrea Emo a Cristina Campo, a cura di G. Fozzer, “Città di vita”, 55 (2000), n. 2, Marzo/Aprile, pp. 207/218. Andrea Emo: Lettere a Cristina Campo 1972/1976, a cura di G. Fozzer, “In forma di parole”, n. 3. 2001. A. Emo, L'eternità si può amare solo sotto forma di presenza, In Appendice a G. Sessa, La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di A. Emo, Bietti, Milano 2014, prefazione di R. Gasparotti, pp. 329-401. giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 Sopra da sinistra: Immanuel Kant (1724-1804), da una vignetta di inizio Ottocento; Friedrich Nietzsche in una vignetta degli inizi del Novecento tura. Ma la sua è: «Felicità riducibile all’utopia costituita da un esser-cosa che mai potrà darsi nel contesto di un’esperienza durevole e propriamente soggettivatrattandosi di una condizione decisamente oltre-umana». È solo nella tensione chimerica che muove al conseguimento di tale condizione che l’uomo, con Emo e Donà, può sperimentare lo stato emotivo, esteriore-interiore, della Serenità, alla quale si fa riferimento nella parte conclusiva dell’intervista che segue. Essa è energia vitale risuonante nell’animo rallegrato di un essere: «che rimarrà comunque umano». Si evince, pertanto, da tale conclusione in cosa consista l’atteggiamento anti-cristiano del poeta-filosofo, esso sta nel rifiuto dell’idea della perfettibilità antropologica, costruita sulla tesi dell’uomo imago Dei. E, sulla scorta di ciò, come aveva già notato acutamente Cesare Galimberti, nel poeta di Recanati si manifesta una significativa capacità di lettura del momento storicopolitico in cui gli toccò in sorte di vivere, non riducibile all’esaltazione semplicistica delle sorti progressive del mondo. Esattamente la medesima capacità diagnostico-terapeutica è rintracciabile in Emo. Legga, pertanto, con attenzione, chi fin qui ha avuto la pazienza di seguirci, tanto l’intervista su Emo quanto il libro su Leopardi di Donà. In entrambi incontrerà stimoli finalizzati ad aprire un rapporto “altro” con la vita, certamente desueti rispetto al senso comune contemporaneo, ma ahimè, desueti in particolare nei confronti di ciò che, ci si perdoni la contraddizione in termini, si mostra come “il senso comune filosofico” dei nostri giorni. Pensieri forti, ossessivamente mirati all’affermazione di un’idea coscientemente aporetica, quelli di Leopardi ed Emo, viatico essenziale e segno tangibile di ogni autentica vocazione filo-sofica. 58 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 SPECIALE ANDREA EMO Massimo Donà: «Per Emo nulla è mai quello che è» Il pensiero oltre le filosofie dell’essere e del divenire GIOVANNI SESSA È mo è latore nella nostra epoca della vocazione aporetica del filosofare in quanto ha esperito la stessa struttura aporetica del vero. Per comprendere a fondo tale prospettiva, risulta essenziale aver presente la concezione emiana del tempo: è in essa che è possibile, come lei ha osservato, decifrare i segni della destinazione originariamente temporale dell’esperienza, senza che ciò implichi (come nel post-moderno) abbandonare il tratto epistemico del vero. (M. Donà, Il tempo della verità, Mimesis, MilanoUdine 2010). Ci presenta il concetto emiano di tempo e le sue implicazioni? Si deve innanzi tutto ricordare la concezione agostiniana della temporalità. Da lì, infatti, prende le mosse il nostro filosofo. Da un’idea di tempo, cioè, che nulla sembra aver a che fare con le moltissime raffigurazioni che, sempre della medesima dimensione, ci sarebbero state conse- gnate dalla scienza moderna e contemporanea. Insomma, il tempo non è per lui una freccia scoccata nel tunnel della storia; ma ha piuttosto a che fare con un’attualità che si creerebbe solo mediante la propria negazione. Andrea, in questo senso, lo sa bene: che “il tempo è divenire, ma non può uscire dalla presenza”. Da cosa viene infatti disegnata la presenza da cui mai riusciamo ad uscire (stante che il passato appare “ora” come passato, così come Massimo Donà insegna Metafisica e Ontologia dell’arte presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È curatore, con Romano Gasparotti, dell’opera postuma di Andrea Emo. Fra i suoi libri si ricordano: Le forme del fare, con Massimo Cacciari e Romano Gasparotti (Liguori, Napoli 1987); Sull’assoluto. Per una reinterpretazione dell’idealismo hegeliano (Einaudi, Torino 1992); Aporia del fondamento (La Città del Sole, Napoli 2000); Aporie platoniche. Saggio sul ‘Parmenide’ (Città Nuova, Roma 2003); Filosofia del vino (Bompiani, Milano 2003); Magia e filosofia (Bompiani, Milano 2004); L’aporia del fondamento (Mimesis, Milano 2008); Filosofia dell’errore. Le forme dell’inciampo (Bompiani, Milano 2012). giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano il futuro appare solo “ora” come futuro)? Da cosa, se non da quel che non è più e da quel che non è ancora? Ossia, da ciò che, in quanto tale, non è più o non è ancora “presente” - per esprimerci al modo del senso comune. Insomma, il “presente” verrebbe creato dalle sue negazioni; venendo sempre dalle medesime reso davvero “intrascendibile” - perché non v’è altro se non “passato” e “futuro… nella supposta ricchezza della mia vita presente. Il tempo, d’altro canto, vive sempre dell’origine e della fine, concepiti come ipostasi destinate ad esprimere, in senso proprio, il costitutivamente “impossibile”. Ovvero, ciò che mai potrà darsi, appunto, secondo l’ordine del tempo - perché così come la fine non può avere un tempo (che sancirebbe il suo non essere la “fine” che dice di essere), neppure l’origine può averlo; stante che, al tempo, quest’ultima dovrebbe appunto dare origine. Si tratta insomma di due evidenti espressioni dell’impossibile - lo stesso che ci consente di ridurre il tempo a presenza. Di renderlo cioè esperibile nella forma limitata e determinata che ad esso compete in quanto spazio misurabile di quel che c’è; ossia, del “presente”. D’altronde, sono proprio la fine e l’origine - considerate e riconosciute nella loro costitutiva “impossibilità” - a fare di ogni esperienza finita il disegno di uno spazio che inizia e finisce là dove la fine è sempre un nuovo inizio e l’inizio è sempre anche una fine. Dove, cioè, così come nessuna fine dice “la fine” che vorrebbe essere (quella che non dovrebbe farsi nuovo “inizio”), allo stesso modo nessun inizio dice “l’inizio” che anch’esso vorrebbe essere (un inizio, cioè, che non sia, neppure esso, anche “fine”). Perciò nulla è mai quello che è; perciò anche misurare il tempo, ci spiega Emo, è “negarlo”. Perché il tempo, che ha sempre quella fine e quell’inizio, in verità non inizia mai là dove inizia, e non finisce mai là dove finisce. Esso, infatti, continua sempre anche dopo ogni fine, ed è sempre già cominciato prima di qualsivoglia supposto inizio. Eppure, una fine che non è “la fine” e un inizio che non è “l’inizio”, dicono il semplice negarsi tanto di “quella fine” quanto di “quell’inizio”. Anzi, il negarsi tanto dell’esser finale da parte della fine quanto dell’esser iniziante dell’inizio. Di una fine e di un inizio che comunque appaiono sempre “come fine” e “come inizio” - per quanto si tratti di determinazioni dell’impossibile, infatti, nella loro negazione, a negarsi sono sempre e comunque “un inizio” e “una fine”. Che a noi si danno in ogni caso come tali; appunto… da un lato come fine e dall’altro come inizio. Pur non riuscendo mai a dirsi senza negarsi. Da dove, dunque, l’esperienza di questo come inizio e di quella come fine… se il primo non è l’inizio e la seconda non è la 59 fine? Il fatto è che, in ogni caso, inizio e fine si danno; così come l’essere e il nulla di cui parlavamo prima. Come l’essere che si nega e il non essere che è. La “differenza”, insomma, si dà; per quanto i differenti si neghino. Si dà certo… come negantesi. Ma si dà. D’altro canto, il negarsi non implica affatto l’oscurarsi del “negato”. Allo stesso modo in cui si dà sempre e comunque anche il principio di non contraddizione; anche solo per il fatto che continuano a darsi i distinti da esso resi possibili, per quanto fatti essere come originariamente “negantisi”. Insomma, si dà il principio dei principi (il principio che tutto distingue - da cui il suo costituirsi di fatto come principio della distinzione), perché le cose si distinguono - sia pur come “negantisi”. Insomma, la verità di ogni cosa è data in primis dal suo “distinguersi”; anche se quest’ultimo si dà sempre nella forma del suo originario negarsi. Eccola, dunque… la verità che tutto rende conoscibile, per quanto il conosciuto non sia mai quello che è - e sempre in virtù del medesimo e intrascendibile negarsi. Una verità che non viene mai meno, dunque, per il semplice negarsi dei distinti da essa comunque resi possibili. Ma dice, piuttosto, la propria costitutiva “inconoscibilità”. Non a caso Emo mette in relazione la differenza e l’inconoscibilità. E ci invita a prendere congedo dalla convinzione secondo cui il vera mente 60 conoscibile sarebbe solo l’essere, o il positivo, ovvero la determinatezza in quanto comunque ‘differente’ (anche perché il conoscere è sempre e comunque un de-terminare). Secondo lui, infatti, la temporalità dice al contrario che il conosciuto, il vera mente conosciuto, è sempre e solamente l’inconoscibile (il non conoscibile che è tale perché, quel che si rende conoscibile, di ogni realtà, è appunto il suo farsi immediatamente passata e non meno immediatamente futura). Ecco perché la prospettiva emiana ci obbliga anche a fare i conti con una verità (la differenza istituita dal principio di non contraddizione) che, pur nel “negarsi”, sembra destinata ad esibire anche quel che, sempre per essa, in ogni caso “si nega”. Esibendo qualcosa che essa può negare, insomma, solo “mostrandolo”. Ossia, affermandolo. Certo, “come negato”… fermo restando, però, che in questa negazione, a parlarci è sempre e comunque “la verità” - la stessa che, pur negandosi, ossia facendosi in ogni caso memoria di un passato e attesa di un futuro, non smetterà mai di “distinguere” quel che, apparendo, continuerà comunque a dire il proprio originario non “distinguersi”. Perciò, in Emo, l’originaria temporalità dell’esistere, lungi dal mettere in scacco l’eterna verità che, in ogni manifestazione, per l’appunto, sembra destinata a negarsi, continua a farci assaporare l’impossibile la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 implicato da quel che, pur rimanendo impossibile, continua ad offrirsi in modo sufficientemente chiaro e distinto, sia pur in una forma destinata a dire il suo stesso non esser mai quello che è. Emo scelse, quali simboli della vocazione aporetica del pensiero, Fenice e Chimera. La consapevolezza di aver conquistato solo Chimere, diceva Emo, dona alla misera esistenza umana gioia, bellezza, possibilità imprevedibili. Tra queste ultime vi è spazio per la passione della Serenità? Le pongo questa domanda perché lei ha dedicato estrema attenzione a tale sentimento che, quando lo si viva davvero, si mostra in ogni atto della vita, sottraendoci a rigide appartenenze e ad utopistiche speranze (M. Donà, Serenità. Una passione che libera, Bompiani, Milano 2005). È proprio vero: Emo istituisce un raffinatissimo ‘gioco’ in virtù del quale, a palesarsi, sembra non poter essere altro che l’infinito alternarsi tra la chimericità degli scopi e delle mete che continuamente ci proponiamo e di cui è fatta ogni umana esistenza (che da esse trae comunque continuo nutrimento) -, e la Fenice che, dalla loro evaporante inconsistenza, sempre e comunque risorge, di là dalla durezza con cui il reale continua a ribadire la loro destinale inconsistenza. Insomma, per il nostro filosofo la maledizione che incombe su un reale fatto in verità di ‘nulla’, dice in-uno la supremazia di una potenza che è dell’essere, proprio in quanto espressione di un “negativo” originariamente destinato a vanificare qualsivoglia sua dinamica costitutiva. D’altro canto, anche là dove si riferisce all’enigma del linguaggio e delle parole da cui quest’ultimo è costituito, il nostro riconosce un’analoga aporia. Lo mostrano bene le straordinarie pagine dell’ultimo volume emiano pubblicato da Gallucci Editore (i cui frammenti sono stati scelti e sapientemente organizzati da Raffaella Toffolo): là dove si mostra, appunto, come in ogni discorso venga di fatto a palesarsi una sorta di vera e propria, nonché paradossale, serenità coscienziale. Conforme peraltro ad un’espressione che potrà farsi ‘serena’ solo in quanto risultante dal paradossale negarsi del proprio oggetto e del sentimento comunque destinato ad animarlo. Il discorso che “argomenta” sembra insomma evocare una “serenità” intimamente connessa all’attività della contemplazione. Esso, cioè, può essere valutato, giudicato e finanche confutato, solo in forza di una serenità d’animo che è risolutamente necessaria al semplice dispiegarsi di questi esercizi. Per quanto, quel che in esso viene ogni volta a dirsi, è sempre il contrario della serenità; vale a dire… un magma fatto di 62 passioni, sentimenti e sensazioni che verrebbero in ogni caso a disegnarsi a partire dalla forza con cui gli oggetti stessi e il mondo in quanto tale sembrano destinati a scontrarsi con la nostra originaria intenzionalità. Tutto questo, sempre secondo il filosofo veneto, va peraltro ribadito anche in rapporto al linguaggio poetico; non vale cioè solo per quello della prosa. Va affermato cioè anche in rapporto ad un linguaggio che non è certo appannaggio della logica dimostrativa o argomentativa caratterizzante il logos filosofico. Anche la poesia è infatti per lui “la conquista della serenità con la catarsi, il superamento delle passioni”. Perciò nel “dire”, che è sempre il dirsi di un’inquietudine fondamentalmente connessa al patimento originario (in relazione al quale, va anche ricordato… si dipana ogni umana esistenza), a venire testimoniata è l’esperienza di una stellare ‘solitudine’; quella che rischia di affliggere chiunque veda il mondo, che preme sul suo fragile sistema biologico, dalla finestra di una ormai guadagnata inattaccabilità. Come se ci si trovasse in una radura popolata da idee eterne ed immutabili, di cui si potesse argomentare e disquisire a prescindere dalle turbolenze che continuano peraltro a minare le nostre esistenze quotidiane. Rispetto alle quali, dunque, l’animo del pensatore può dirsi “sereno” solo alla luce della paradossalità con cui il la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 “vero” continua ad implicare il negarsi di qualsiasi sua passione reale; di cui può farsi testimone, appunto, solo la quiete della riflessione. Perché il gioco infernale delle passioni, che spesso travolge e annienta le nostre esistenze, può essere realmente assunto nella sua originaria destinazione solo da chi sappia riconoscerne la vanità; riconoscendo anche l’esser invero già mio da parte di tutto ciò che, nel gioco determinato dallo scontro frontale tra me il mondo - un mondo comunque impegnato a resistere e a vanificare ogni mio progetto -, rimane comunque vocato a farmi fare esperienza dell’irriducibile estraneità del reale in quanto tale. Per Emo, insomma, la serenità del filosofo fa tutt’uno con la sempre possibile comprensione di una paradossale verità che, negli scontri mortali di cui è fatta ogni vicenda storica, viene posta solo per essere ‘negata’. Anzi, viene posta proprio da una negazione di cui siamo da ultimo tutti espressioni; facendoci finanche consapevoli di esserlo. D’altro canto, è solo in virtù di tale consapevolezza, che osiamo prenderci il lusso di ragionarne, guardando alle mattanze di cui è lastricato il terreno della storia, con lo stesso sguardo sereno caratterizzante la divina indifferenza che in esse comunque si afferma, anche se per via eminentemente “negativa”. Nella consapevolezza di trovarci in verità sempre al di là di quel bene e di quel male in forza dei quali rischiamo spesso di mettere in gioco la nostra peraltro insostituibile esistenza. Credo insomma che tanto a me, quanto a Romano Gasparotti e a Massimo Cacciari, così come a Giulio Giorello - cioè, agli amici con i quali da anni curo la pubblicazione dell’opera emiana -, Emo abbia insegnato innanzitutto a diffidare delle troppo facili antinomie che hanno comunque dominato, e a lungo (per quanto impropriamente), la scena del nostro Occidente. Come quelle venutesi a costituire alla luce di una lotta mortale che ha visto contrapposti, da un lato i teoreti agli storici, e dall’altro i teorici fautori della contemplazione a-posteriori agli araldi di una filosofia concepita come strumento da utilizzarsi in vista di un’azione pratico-politica volta innanzitutto a modificare il mondo, più che a pensarlo. Emo ha capito perfettamente, cioè, che non vanno affatto contrapposte la serenità dello stoico che si ritrae dal mondo e l’impegno attivo di chi fa della propria giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 Sopra da sinistra: ritratto fotografico di Francesco De Sanctis (1817-1883); Georg Friedrich Hegel (1770-1831), in un ritratto di Ludwig Sebbers (1804-1843) del 1828, conservato a Stoccardo, presso il Museo Hegel. Nella pagina accanto in basso: Julius Evola (1898-1974), in una foto degli anni Sessanta inquietudine la ragione di un agire comunque volto a redimere i peccati del mondo: ha capito cioè che, in tali scontri, a “giocarci” è qualcosa quel che né noi né il mondo possiamo davvero decidere; senza che per questo ci si ritrovi costretti ad accedere ad un disincantato fatalismo di maniera… che ci motivi ad accettare supinamente il verdetto della storia. Infatti, quel che sempre si dà ossia il negarsi di un “Assoluto” comunque risolventesi in questo suo stesso negarsi - vive solo nelle azioni che tutti noi compiamo in virtù di una convinzione che ci fa credere di essere padroni dei nostri destini. Infatti, sempre per il suo originario negarsi, il corso del destino finisce per annunciarsi innanzitutto là dove al medesimo ci si sappia contrapporre con la massima forza possibile. Perciò la serenità del filosofo non viene affatto confutata dall’inquietudine degli umani impegnati ad indirizzare il corso della propria e dell’altrui esistenza - ma può al contrario riflettersi proprio in questo stesso impegno, almeno… là dove si sia in grado di riconoscerne la divina e dunque ineludibile inessenzialità. Temi questi, su cui anch’io ho avuto modo di ragionare nel libro da Lei gentilmente citato e dedicato appunto al tema della “serenità”; e che mi vedono particolarmente debitore nei confronti del para- dossale e aporetico approccio emiano al tema della verità e a quello delle oblique connessioni tra verità e vita. Per concludere: un’altra idea di verità si afferma in Emo, oltre quella tematizzata dalla ratio calcolante e delle sue evidenze solari, negli stessi anni in cui in Italia Julius Evola radicalizzava la teoria dell’Atto gentiliana, facendosi latore di una filosofia della libertà il cui “presupposto”, come Lei stesso per primo ha riconosciuto, consisteva nel tentativo di rendere pensabile la possibilità dell’impossibile. In quale senso la proposta evoliana è più radica- 64 le (se, a suo modo di vedere, lo è), rispetto a quella di Emo? Se devo dirle la verità, a questa sua peraltro pertinente domanda, faccio davvero fatica a rispondere. Ma, badi bene, non tanto perché non sappia decidermi tra i due pensatori; o perché non abbia ancora preso posizione in relazione a tale questione. E tanto meno per non volermi assumere la responsabilità di un tale giudizio. Il fatto è che si tratta di due pensatori ugualmente radicali; per questo, la differenza che comunque distingue le due prospettive filosofiche qui chiamate in causa, non riesce a farsi, in me, ragione sufficiente per una diversa valutazione in rapporto alla radicalità del loro pensiero. Insomma, la verità è che si tratta di due diverse vie (diverse, ma comunque appartenenti ad un medesimo orizzonte speculativo, sicuramente rinviante al precedente hegeliano, ma soprattutto connesso ad un continuo, per quanto inquieto, rapporto - spesso finanche conflittuale - con il magistero gentiliano) destinate a farci toccare un analogo e comunque vertiginoso ‘abisso’ concettuale. D’altro canto, è come se lei mi chiedesse chi sia più radicale, a mio parere, tra Kant ed Hegel. Mi troverei in un identico imbarazzo. Si tratta infatti di vertici del pensiero, esprimenti sì diverse forme di radicalità, ma pur sempre vertiginose. Kant ed Hegel hanno entrambi ragione, così co- la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 me sono entrambi confutabili. Vie diverse, quindi, che la verità finisce per percorrere al fine di dirsi e disegnare il proprio sempre naufragante trionfo. Il fatto è che, come ho cercato di mostrare anche in un mio recente volume, infatti (Filosofia dell’errore. Le forme dell’inciampo, Bompiani, Milano 2012), dovremmo smetterla di dare ragione a questo piuttosto che a quell’altro filosofo, credendo di poterci magari liberare di altri pensatori in quanto ormai “superati”. Il fatto è che nessun pensiero può mai dirsi ‘superato’, in senso proprio. Anche perché è la verità stessa a non farsi mai catturare né superare da nessuno; o meglio, da nessuna parola… soprattutto là dove quest’ultima abbia finito per convincersi di essersi messa definitivamente al riparo dalla potenza deflagratoria dell’errore. La verità vive infatti solo nelle proprie infinite erranze; si tratta di impegnarsi a riconoscerne i tratti e i distinti itinerari. Ché, come Emo aveva capito molto bene - vorrei ribadire in chiusura - la verità si dice, ovvero si afferma, solo negandosi; e vive dunque solo nelle catastrofi in cui il suo trionfo sempre e comunque finisce per consolidarsi, perpetuandosi come tale. Ognuno potrà sottolinearne determinati tratti, disegnando comunque solo alcuni dei suoi infiniti possibili erramenti; perciò le parole dei filosofi dovrebbero essere intese come le sempre nuove e sempre identiche erranze di un “vero” destinato a vivere solo nelle e delle proprie smentite. Ad ogni modo, mi sento di affermare che tanto Evola quanto Emo parlano dalle vette; anche se di diverse montagne… pur sempre di vette si tratta, infatti. Perciò anche i loro errori, dove mai vi fossero stati, non potrebbero che essere stati “grandi” errori, innanzitutto in virtù dell’incondizionatezza del “vero” di cui sono riusciti a farsi entrambi mirabili espressioni. Emblemi, in questo senso, di una potenza culturale che non ha davvero avuto eguali; e che ha fatto dell’Italia una delle nazioni filosoficamente più potenti e significative, almeno dal secondo ottocento sino al Ventesimo secolo. Grazie ad Evola ed Emo, così come grazie a Michelstaedter, ma prima ancora grazie a Spaventa e Gentile, su su, sino a Rosmini e Gioberti… e, non da ultimo, all’immenso Leopardi (alla cui prospettiva filosofica è non a caso dedicato il mio ultimo volume edito da Bompiani, e intitolato appunto: Misterio grande. Filosofia di Leopardi). D’altro canto, ancora oggi, credo, noi italiani rimaniamo, dal punto di vista speculativo, i più significativi, di sicuro all’interno di un panorama internazionale per lo più abitato da pensatori impegnati ad inseguire le vacue sirene dell’attualità (o meglio ancora, i cicalecci della cronaca) piuttosto che i potenti, per quanto spesso inattuali, richiami del “vero”. giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 65 L’Altro Scaffale Le maschere e il quadruplice volto del futurismo Piccole ma preziose proposte di collezionismo ALBERTO CESARE AMBESI I l futurismo fu uno e trino, anzi quadruplice, negli assunti poematici e negli esiti estetici, negli sviluppi e nei ripensamenti temporali. Talvolta non mancò di mascherarsi o permise ad altri di servirsi di taluni, suoi procedimenti o travisamenti sintattici, allo scopo di lasciare un’orma consistente nella storia delle arti. Vi riuscì in gran parte. Questo è indubbio: all’inizio, dal 1911 e per poco meno di un decennio, contrapponendo il movimento e la destrutturazione (Umberto Boccioni, 1882-1916) alla scomposizione formale di stampo cubista; poi, accettando di confrontarsi con la scienza e la tecnica, esaltando e stravolgendo ogni suo tema, anche nell’invenzione dell’oggettistica (Giacomo Balla, 1874-1958) o giustapponendo toni favolistici ad articolazioni meccannicistiche (Fortunato Depero, 1892-1960); e, infine, accettando che temi simbolici e/o astratti - il tempo e lo spazio, la medianità e il paesaggio - divenissero nuovamente soggetti de- Frontespizio della prima edizione (1915) de L’Ellisse e la Spirale di Paolo Buzzi gni di meditazioni visive: da Gerardo Dottori (1888-1977) a Enrico Prampolini (1894-1956), a Fillia (1904-1936). Fino a qui i primi e più significativi nomi che ci è stato facile richiamare subito alla mente. Ma occorrerà pure rammentare che al fianco di questi pittori (o prevalentemente tali) operarono musicisti, scrittori, architetti e scultori degni di un ricordo non affrettato. Fra gli altri: Luigi Russolo (1885-1947), ideatore delle macchine intonarumori, e Francesco Balilla Pratella (1880-1955), compositore e musicologo; Filippo Tommaso Marinetti (18761944), in primo luogo, Farfa (1879-1964), Luciano Folgore (1888-1966) e Geppo Tedeschi (1907-1993), in ambito letterario; Antonio Sant’Elia (18881916), visionario progettista di monumentali città del futuro e di nuovo Boccioni, nell’alveo plastico, da lui concretato come se le forme nello spazio trovassero, tutte e ciascuna, una tacita giustificazione nella filosofia dell’élan vital di Henri-Louis Bergson (1859-1941), oltre che in taluni antefatti stilistici del liberty. L’importanza del futurismo, entro i corsi e i ricorsi della storia dell’arte, è dunque indubbia, quali che siano state le interne, sue contraddizioni. Il Chiaro di Luna che intendeva uccidere, difatti, saprà più e più volte rinnovarsi fino ai giorni nostri. Non 66 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Copertina del primo numero di «Poesia» (febbraio 1905), rassegna internazionale diretta da Marinetti, Benelli e Ponti per nulla, appare oggi più illusorio che comprensibile che vi sia l’aspirazione, qua e là, di fondare una specie di neofuturismo latino, in raccordo, o meno, con le ipotesi futuribili e comunque in opposizione (ma perché mai?) alla cultura centro-europea: sorta di malaccorto capovolgimento delle note tesi di Thomas Mann negli anni della Prima Guerra Mondiale. Una ragione in più, affinché si giunga al più presto a un riesame critico di tutto il futurismo novecentesco. Riesame, questo è sottinteso, da svilupparsi con appassionata obiettività. Utili, utilissime, a tale scopo, le numerosissime, recenti proposte in argomento - grafica, manifesti e libri - formulate dallo Studio Bibliografico L’Arengario di Gussago (Brescia) e dalla Libreria Antiquaria Prometheos di Roma. Le schede che seguiranno dovranno pertanto intendersi come prescelte quasi per caso. Dal catalogo dell’Arengario, per esempio, sarà il caso di subito segnalare il libro L’ellisse e la spirale, talentuoso montaggio filmico di parolibere di Paolo Buzzi (18741956), scrittore di geniale versatilità e in grado di esprimersi con molteplici stili, tanto che, nell’opera in parola, risalente al 1915, il suo ardito impaginato riesce spesso ad apparire come un’autentica, sorprendente partitura verbale… Forse semiconscia tra- sposizione di quanto aveva appreso, in età giovanile, con specifici studi musicali. La copia posta in vendita de L’Ellisse e la Spirale, pubblicata dalle Edizioni Futuriste di Poesia di Milano, è integra in ogni parte, può tranquillamente identificarsi con la prima edizione (una brossura di 15,5x 12 cm.), reca la fotografia dell’autore e conta pp. (12),346,(4). L’esemplare offerto, per la verità, ha una citazione fittizia di migliaio sul retro della copertina e tracce d’uso sull’ intero involucro. Il prezzo richiesto appare ragionevole: millequattrocento euro. Si è accennato all’intrinseca fisionomia musicale del volume L’Ellisse e la Spirale. Ebbene, un’analoga, implicita articolazione dovrà riconoscersi a un altro, singolare componimento poetico, sempre posto in vendita da L’Arengario e il cui titolo così si presenta: Piedigrotta. Col manifesto sulla declamazione dinamica sinottica di Marinetti. Autore dichiarato: Francesco Cangiullo (18881997), scrittore e pittore per lo più apprezzato soltanto da una ristretta cerchia di specialisti, ma entro un orizzonte subito europeo, avendo avuto stretti rapporti con la famosa cerchia dadaista, gravitante intorno al Cabaret Voltaire di Zurigo. E, in effetti, in Piedigrotta le tavole di parolibere di Cangiullo e la stessa copertina sembrano esigere dal lettore/ascoltatore una particolare capacità interpretativa dei giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano diversi disegni tipografici, forse plurisensi… o forse senza alcun coerente significato, se non il suono man mano evocato. Giusto come lasciano intuire le 28 pagine “d’istruzione”, non numerate, scritte da Marinetti. Pubblicata nel marzo 1916, in brossura, dalle Edizioni Futuriste di Poesia, nel formato 26,5x19 cm., l’opera di Cangiullo, alla vigilia di un secolo di vita, conserva per intero uno spiccato valore letterario “di punta”, non di rado caratterizzato da un’ironia anche sfrontata. L’esemplare offerto in vendita, poiché si tratta di una prima edizione ben conservata, ha il prezzo di quattromilacinquecento euro. Di nuovo L’Arengario - Studio Bibliografico e le milanesi Edizioni Futuriste di Poesia domandano la nostra attenzione. In particolare, con il libro Equatore Notturno. Parole in libertà di Francesco Meriano (1896-1943), personaggio poliedrico ed estroso. Difatti, con pari impegno, fu giornalista e rigoroso filologo, poeta sperimentale, deputato della Lista Nazionale (1924) e diplomatico, nonché (nel 1919), fondatore dei fasci di combattimento di Savignano. Ma soprattutto - e sicuramente - uno dei più acuti scrittori futuristi, tanto da praticare talvolta l’ironia nei confronti dell’avanguardismo contemporaneo e da non nascondere che la sua personalissima esperienza con le parole in libertà poteva anche non collimare con il futurismo di stretta osservanza. Non a caso, nel periodico «Humanitas» (4-11 agosto 1918, pagina 148) giungerà a formulare la seguente, ovvia osservazione d’impronta tradizionale, anzi romantica: «La bellezza è la trascendenza d’ una passione, che deve essere prima passata attraverso la carne e lo spirito». Perciò non stupisce che, nell’Equatore notturno, siano proposti plurimi percorsi di lettura, ma non del tutto casuali, in concordanza e oltre i paralleli labirinti di Cangiullo. Libro di pp. 51,(5), formato 20,5x15,8, in brossura, Equatore notturno è un testo che merita un posto d’onore in qualsiasi biblioteca. La copia in vendita fa parte dell’edizione originale e costa milleseicento euro. Di altro segno le proposte futuriste della giovane libreria romana Prometheos, compren- 67 dendo, in gran parte, plachette, periodici e fogli volanti del movimento. A cominciare, per esempio, dal numero datato ottobre 1905, n. 9 di «Poesia», rassegna internazionale diretta da F. T. Marinetti, Sem Benelli e V. Ponti. Pubblicazione in 8° oblungo (mm. 270 x 255), in brossura editoriale a colori disegnata da A. Martini, ha 2 pp. nn., 16 pp. numerate e infine, altre 2 pp nn. Contiene il primo scritto poetico pubblicato di Paolo Buzzi, Divina anima puerilis, una prosa dello stesso autore e la prima pubblicazione del lavoro di F. T. Marinetti, la religieuse et le marchand de pourceaux. La copia del periodico è in eccellente stato di conservazione e costa quattrocento euro. Trecento euro è invece il prezzo del famoso (famigerato?) poemetto Uccidiamo il chiaro di luna! di Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Russolo e Ugo Piatti ritratti nel loro Laboratorio degli Intonarumori (Milano) intorno al 1915 68 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Sopra da sinistra: frontespizio e quarta di copertina della prima edizione (1911) di Uccidiamo il chiaro di luna! di Filippo Tommaso Marinetti; ritratto fotografico di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) tratto da una cartolina del Movimento Futurista degli inizi degli anni Trenta solitamente reperibile in contesti antologici di lingua francese, ma quivi proposto nella rarissima, prima versione italiana (1911) e come opera a sé stante. Pubblicato dalle Edizioni Futuriste di Poesia in 8° (mm. 215 x 157), è opera che conta 23 pagine numerate, più una pagina pubblicitaria. L’esemplare in vendita ha piccole mende alla brossura, ma si tratta, tutto sommato, di una copia in buone condizioni di conservazione. È risaputo: ripensare il passato con il senno di poi è facile. Tuttavia la tentazione permane e non senza giustificazioni. Ci si può chiedere, per esempio: quale senso poteva avere, alla fine del XIX secolo, progettare e realizzare strumenti intonarumori, ripartibili nelle opinabili classi degli ululatori, rombatori, crepitatori, stropicciatori, scoppiatori, ronzatori, gorgogliatori e sibilatori? Ma è ovvio; per il suo ideatore, il pittore e musicista Luigi Russolo (18851947), ciò rispondeva all’esigenza di costruire una nuova arte sonora che fosse parallela, anche nel perfezionamento, «al moltiplicarsi delle macchine che collaborano dovunque con l’uomo». Beata fede, vagamente positiviINDIRIZZO E RECAPITI L’ARENGARIO STUDIO BIBLIOGRAFICO Via Pratolungo, 192 25065 Gussago (BS) Tel. 030.2522472 LIBRERIA ANTIQUARIA PROMETHEOS Via Santa Maria dell’Anima, 54 00186 Roma Tel. 06.35348364 sta, più tardi in parte corretta, sotto il profilo della progettazione strumentale, dallo stesso Russolo e che a stento si potrebbe vedere come anticipatrice della “musica concreta” fiorita mezzo secolo più tardi. I fatti, comunque, sono i fatti, e il manifesto, L’arte dei rumori è un importante documento nella storia della musica, in particolare, e nella storia delle arti, in generale, essendo stringato, ma non esile (4 pagine in 4°, mm. 290 x 230) e arricchito da un intervento parolibero di Marinetti. Pubblicato dalla Direzione del Movimento Futurista, in data 11 marzo 1913, il proclama di Luigi Russolo è oggi offerto dalla Libreria Prometheos al “curioso” prezzo di centocinquanta euro, pur trattandosi di una copia dell’edizione originale in buono stato di conservazione. giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 69 Filosofia delle parole e delle cose «Mura di una costruzione da pietre in rovina» Stare nel complesso gioco, sola via per uscirne DANIELE GIGLI M a come risvegliarle, allora, queste parole trite e marce, queste parole che più usiamo più perdiamo e che ad un tempo meno usiamo e meno sanno diventare nostre? Perché alla fine le parole stanno assieme, esigono legarsi l’una all’altra ed è in questo legame che significano ogni volta una novità, che rivelano – non acquistano, rivelano – una parte del proprio senso. E se questa è la normalità del nostro vivere e parlare, tanto più questo svelamento accade nel linguaggio della poesia, quel linguaggio che – come amava ripetere il troppo poco compianto Rodolfo Quadrelli, che a questa rubrichina dà il titolo – è il solo «che possa consegnare una tradizione al futuro, […] che conferisce l’essere al niente».1 E se l’affermazione, così posta, può apparire all’urto magniloquente ed eccessiva, basta in mente? Come può porre questi due aggettivi insieme e qui, proprio in questo posto, in questo ritmo? Così il verso successivo è commento chiaro e consequenziale: «fiducioso della buona sorte/ dell’anima»3 e perciò umilmente servo e desiderosamente ghiotto del mondo tutto che gli si pone innanzi. Rovine romane con San Paolo che prega, 1735, olio su tela, Museo del Prado, Madrid vedere un esempio di grande poesia per accorgersi che non lo è. Pensiamo al «viso servo e ghiotto» con cui Luzi descrive il suo compagno di treno in Tra notte e giorno:2 «servo» e «ghiotto» un viso? Come fa a venirgli Ci sembra niente un aggettivo, il posto in cui lo mettiamo, ma è proprio questa attenzione all’ordine con cui facciamo le cose quotidiane che ci svela lo scarto, la differenza di peso che una parola può portare. Allora la sosta del treno luziano in aperta campagna può non essere più solo un impiccio (si ferma il treno, che noia, perché?), ma mostrarsi come «Una tappa del lungo andirivieni/ tra casa e fuori», con questo «casa e fuori» che, per meglio farsi intendere, immediatamente si sdoppia in una metafora animale: «Una 70 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 Vincent Van Gogh (1853-1890), La casa bianca di notte (1890), Museo dell’Hermitage, San Pietroburgo tappa del lungo andirivieni/ tra casa e fuori, tra la tana e il campo».4 Sul piano utilitaristico questo sdoppiamento è del tutto innecessario: ma è un’immagine che senza definire, per semplice accostamento, ci aiuta a entrare nella scena e a farla nostra, vicina a questa «nostra vita» cui Luzi pensa spesso «come del lavorìo d’un animale strano tra formica e talpa».5 Questo parlare per immagini tanto caro a Dante – e a Eliot che studiando Dante lo ha riproposto al Novecento – è il vero mistero attraverso cui la poesia, riportandoci all’esperienza che le fa nascere, ci resti- tuisce nuove quelle parole di cui quotidianamente usiamo e giocoforza abusiamo. Perché un’alba è certamente un’alba, ma lo è di più se chi ce la racconta ce la descrive nel suo nascere allo sguardo: «“È un luogo verso Pisa” rispondo/ mentre guardo nella profondità grigia il vio- NOTE 1 Rodolfo Quadrelli, Il linguaggio della poesia, Vallecchi, Firenze 1969, p. 10. 2 Mario Luzi, Tra notte e giorno, 19. 3 Ibidem, 20-21. 4 Ibidem, 7-8. 5 Ibidem, 10-11. 6 Ibidem, 4-6. 7 Ibidem, 22-29. la/ cinerino dei monti affondare nel colore dell’ireos».6 Per arrivare a questo uso delle parole in poesia, Luzi ha dovuto attraversare e superare la tentazione simbolista, il suo amato e reietto Mallarmé, l’illusione malvagia di potere e dovere cercare la purezza della parola al di fuori dell’esperienza. Ha dovuto farsi anche lui in qualche modo – vivendo e amando, scrivendo e pensando – «servo e ghiotto», di una realtà tante volte sorda e noiosa. Ha dovuto entrare nel gioco, iniziare a rubare pietre alle rovine per farne mura di una costruzione. Come il suo compagno di viaggio, che – da oggetto di un apparente rimprovero – esce ammirato vincitore: «“Anche tu sei nel gioco,/ anche tu porti pietre/ rubate alle rovine/ verso i muri dell’edificio” penso;/ e penso ad un amore più grande del mio/ che vince questa ripugnanza/ e insieme a una saggezza più perfetta che prende il buono/ e per il buono chiude un occhio sul corrotto e il guasto».7 Una saggezza più perfetta, capace non solo di «chiudere un occhio sul guasto», ma di intuirne la sanguignità necessaria; e, perciò, di elargire quel segreto che fa delle parole non gabbie di significati, ma rilevatori di senso, aperture di una strada a un significato sempre da ripercorrere e riconquistare. giugno 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 71 BvS: il ristoro del buon lettore A tavola, a Villa Feltrinelli Crespuscolo di un’era e decadenza di una famiglia GIANLUCA MONTINARO C i sono luoghi fatati. Che toccano l’anima. E che, per fascinosa malia, trascinano nel sogno. Villa Feltrinelli è uno di questi. Magnifica, immersa nel suo lussureggiante parco, distesa sui bordi del lago di Garda - nel piccolo paese di Gargnano - vive una propria crepuscolare dimensione oltre la realtà. Fra i suoi muri carichi di storia, nelle sue stanze perfettamente preservate, ancora riecheggiano i passi e le voci degli illustri personaggi che l’hanno abitata: la dinastia dei Feltrinelli (macchiata dalle gesta di Gian Giacomo) e Benito Mussolini, nei tragici anni di Salò. Un’atmosfera elegiaca vi si respira, quasi tutto dovesse concludersi a breve. Sembra di vedere «muoversi verso la sala da pranzo» queste presenze. Ecco la famiglia Feltrinelli su quelle sedie! Ecco i Mussolini a quel tavolo! Gli uni si confondono con gli altri. Trasfigurati nella dimensione letteraria sono come un’altra dinastia dei Buddenbrook (i protagonisti dell’omonimo romanzo di Thomas Mann, che la Biblioteca di via Senato possiede nella prima edizione italiana, stampata a Milano, dalla casa Barion, nel Villa Feltrinelli Via Rimembranza, 38 Gargnano (Bs) Tel. 0365/798000 1930): tutti condannati alla decadenza. E difatti «Albergo dell’Altra Vita» chiamò Villa Feltrinelli Pierre Pascal, alla fine dell’esiziale aprile del 1945, prendendo commiato dai suoi abitanti destinati alla morte. Sedersi ora a uno dei pochi preziosi tavoli di questo luogo magico è un’esperienza unica. In cucina uno dei cuochi più promettenti d’Italia: Stefano Baiocco. Per una cena, in linea con il luogo, senza eguali. “Irradiazioni” le creazioni di Baiocco, che colpiscono nel luogo descrittivo più che narrativo. Che vivono di intuizione più che di deduzione. Piatti come il risotto cotto in ac- qua di pomodoro e limone con crudo di gamberi o i riccioli di avocado ripieni di salmone e foie gras su salsa “Ponzu” indagano la bellezza e distillano la purezza. Fino alla «comparsa dell’enorme prosciutto arrostito con salsa di scalogno e aspretto»: piatto principesco che giunge sul prezioso desco dei Buddenbrook. Pietanza sontuosa che, all’inizio del libro, quasi annuncia il contrappasso della fine della famiglia. A Villa Feltrinelli il maialino arriva arrostito sulla cotenna e accompagnato da una royale di patate alla vaniglia, fave e carciofi “in porchetta”. Un cubo di tenerezza cotto a bassa temperatura, e quindi scottato per renderlo croccante. A specchio un cucchiaio di fondo di maiale, setoso e impalpabile. Ad accompagnarlo, nel bicchiere, un Sorì Tildin di Angelo Gaja: perfetto matrimonio d’armonia, in una dimensione non terrena. Scende intanto la notte, l’atmosfera si fa intima e introversa, mentre il lago mormora nell’aria… ci si guarda intorno, rendendosi conto di trovarsi nel più fascinoso degli universi, un attimo prima della dissoluzione… 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO LUIGI MASCHERONI Luigi Mascheroni ha lavorato per «Il Sole24 Ore», «Il Foglio» e, dal 2001, per «il Giornale». Scrive soprattutto di Cultura, Spettacoli e Costume. Ha una cattedra di Teoria e tecnica dell’informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Fra i suoi libri, il pamphlet Manuale della cultura italiana (2010) e Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia (2012). Sta lavorando a un saggio sui plagi letterari e giornalistici. È fra i fondatori del blog “Dcult” (difendere la cultura): http://www.dcult.it/. Dal 2011 ha un videoblog, primo in Italia, di videorecensioni: http://blog.ilgiornale.it/mascheroni. la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2014 ALBERTO C. AMBESI Alberto Cesare Ambesi (1931), scrittore e saggista, ha insegnato storia dell’arte e semiotica all’International College of Sciences and Arts e all’Istituto Europeo del Design. Fra le sue opere si ricordano qui: Oceanic Art (1970), L’enigma dei Rosacroce (1990), Atlantide e Le Società esoteriche (1994), Il panteismo (2000), Scienze, Arti e Alchimia (riedizione ampliata e rinnovata di un precedente saggio, Hermatena, Riola, 2007) e le particolari monografie Nella luce di Mani (2007) e Il Labirinto (2008). È stato critico musicale del quotidiano «L’Italia» e ha collaborato alle pagine culturali de «La Stampa». GUIDO DEL GIUDICE Guido del Giudice, è considerato uno dei più profondi conoscitori della vita e dell’opera di Giordano Bruno, cui ha dedicato decenni di studi e ricerche, coronate da importanti scoperte. Numerose sono le sue pubblicazioni, fra libri e articoli. Nel 2008 ha vinto la prima edizione del Premio Internazionale Giordano Bruno con il testo La disputa di Cambrai (Camoeracensis Acrotismus). Fra le sue opere si ricorda anche la prima traduzione italiana della Summa terminorum metaphysicorum. Dal 1998 cura il sito internet www.giordanobruno.com punto di riferimento per appassionati e studiosi di tutto il mondo. GIANFRANCO DE TURRIS G. de Turris ha lavorato in Rai dal 1983 al 2009, come vice-caporedattore dei servizi culturali del Giornale Radio. Ha ideato e condotto la trasmissione di approfondimento culturale L'Argonauta, con cui ha vinto nel 2004 il Premio Saint-Vincent di giornalismo. Si occupa di politica culturale da un lato e di letteratura dell'Immaginario dall'altro, scrivendo di questi argomenti su quotidiani, settimanali e mensili, nonché su enciclopedie e dizionari, dirigendo riviste e collane, curando l' edizione e l'introduzione di centinaia fra romanzi e saggi, e pubblicando una quindicina di libri. È direttore responsabile della rivista «Antares». MASSIMO GATTA Massimo Gatta (1959) ricopre l’incarico, dal 2001, di bibliotecario presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli. LUCA PIETRO NICOLETTI Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata 2013). GIANCARLO PETRELLA Giancarlo Petrella insegna discipline del libro presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Si occupa di letteratura geografico-antiquaria fra Medioevo e Rinascimento (L’officina del geografo. La Descrittione di tutta Italia di Leandro Alberti e gli studi geografico-antiquari tra Quattro e Cinquecento, 2004) e di storia del libro a stampa fra Quattro e Cinquecento in numerosi articoli e monografie (fra cui l’ultimo L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento dei Frati Minori di Santa Maria del Fiume, 2012). Collabora con il «Giornale di Brescia» e con la «Domenica del Sole 24 ore». GIOVANNI SESSA Giovanni Sessa (1957), è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Numerosi sono i suoi scritti, alcuni dei quali apparsi sulle riviste «Letteratura-Tradizione»; «Palomar» e «il Borghese». Fra i suoi volumi si ricordano: Trascendenza e gnosticismo in E. Voegelin, Caratteri gnostici della moderna politica economica e sociale; Il maestro della Tradizione. Dialoghi su Julius Evola. LUIGI SGROI Luigi Sgroi (Milano, 1961) lavora in ambito artistico, interessandosi alle “vie del corpo”. Spazia dal teatro d’avanguardia, al mimo classico, al buddhismo zen e, dal 1990, alle varie forme dello yoga. DANIELE GIGLI Daniele Gigli (Torino, 1978) lavora nella conservazione dei beni culturali. Studioso di T.S. Eliot, ne ha curato alcune traduzioni, tra cui quelle di The Hollow Men (2010) e Ash-Wednesday, di imminente uscita. Ha pubblicato le plaquette Fisiognomica (2003) e Presenze (2008) e sta attualmente lavorando al libro Fuoco unanime. PAOLA FOSSATI Paola Fossati è Assistente alla Cattedra di Estetica dell’Università di Genova. Arteterapeuta e pedagogista, lavora presso la Caritas diocesana di Tortona in qualità di Referente ai Servizi della Persona e presso l’Istituto Penitenziario di Voghera in qualità di Agente di Rete.