anno XViii - numero 81 - 27 novembre 2012 L’intervista Parla lo scenografo, premio Oscar, Dante Ferretti A Pag. 2 La storia dell’opera Quel veneziano «Tavolo zoppo» riparato per La Scala A Pag. 6 Il dogato genovese Solo nominale la similitudine con Venezia. La figura del vero Boccanegra. A Pag. 8e9 Storiticità dei personaggi Nobili e Mercatores nella Genova del Trecento A Pag. 10 Curiosità verdiane Melchiorre Delfico, il caricaturista di Verdi A Pag. 12 e 13 simon boccanegra di Giuseppe Verdi 2 simon boccanegra Parla lo scenografo Dante Ferretti «Ho guardato con semplicità alla Genova del Trecento, pensando però anche a Fellini» E’ archi a sesto acuto e di quelavventure del barone di l’alternarsi del le pareti con un rincorrersi Münchausen, 1989 per il bianco e del neverticale di una striscia doquale ha ricevuto la priro, di quelle fapo l’altra di bianco e di nema delle quattro nomisce alternate che richiaro, mi ha colpito. Ma la folnation all’Oscar), fino a mano alla mente archigorazione non è stata imZeffirelli (Amleto 1990, tetture tipicamente memediata. Ci ho pensato e riseconda nomination), a dioevali - ed in particolapensat: quelle strisce mi giMartin Scorsese con il re del ‘200 - dal duomo ravano per la testa e dopo quale ha vinto – insieme di Siena, a quello di Orho quindi capito che era all’inseparabile moglie vieto, fino alla Francesca Lo SchiaCattedrale di San vo, che anche qui Lorenzo a Genoall’Opera firma gli va. «Si, proprio per arredamenti scenici preparare questo - gli Oscar nel 2005 Simon Boccaneper The Aviator e gra sono andato a nel 2012 per Hugo Genova ed ho perCabret, mentre corso a piedi in larl’Oscar 2008 lo ha go e lungo le strade vinto per le scene di ed i “caruggi”, i viSweeney Todddi Tim coli della città, in Burton. cerca di ispirazioni, Cinque saranno le di particolari che scene disegnate da potessero caratteFerretti per questo rizzare questo alleBoccanegra. «Non mi stimento», ci dice sono occupato spesso Dante Ferretti, tre Dante Ferretti con la moglie Francesca Lo Schiavo, di musica, spero quinvolte premio Oscar sua collaboratrice, premiati con Oscar di spero che la mia let(2005, 2008 e 2012), tura dell’opera, del che ha curato le scene di quello il filone giusto da personaggio Boccanegra e questo spettacolo, firmasviluppare. Così ho buttato della Genova trecentesca, to per la regia dal britangiù qualche disegno. Immanon creandomi preconcetti, nico Keith Noble, primo gini quasi grafiche, quasi favorisca lo spettacolo. Ho dei tre titoli verdiani in industriali per la loro lineascelto, infatti, una chiave di cartellone all’Opera di rità». lettura piuttosto classica, Roma (gli altri saranno I Ferretti 69 anni, ha lavocercando comunque di riveDue Foscari ed il Nabucrato essenzialmente nel stire questo allestimento di co) per questo Bicentenacinema con i maggiori un tocco un po’ personale. rio della nascita di Verdi. registi da Pierpaolo PaIn particolare il mare. Il Uno spettacolo che vesolini (Il Vangelo secondo mare che è protagonista drà anche il debutto, in Matteo,1964; Uccellacci nell’opera ed accompagna questo titolo poco rapuccellini, 1966; Medea, un po’ tutta la vicenda. L’presentato, dello stesso 1969), a Federico Fellini ho voluto riproporre come Riccardo Muti, per la pri(Prova d’Orchestra, 1978; facevo con Fellini in tanti ma volta a dirigere il SiGinger e Fred, 1986; La vofilm, primo fra tutti E La mon Boccanegra. ce della Luna, 1990), ma nave Va (1983, n.d.r.): «Giunto davanti alla catteanche Jean Jaques Anstrisce di plastica con la ludrale di San Lorenzo – connaud (Il nome della rosa, ce che si riflette su di esse, tinua Dante Ferretti creando l’effetto increspato 1986), Terry Gillian (Le quell’architettura fatta di delle onde. Ma la Genova che ripropongo è una Genoil g iornale dei g randi eventi va” industriale”, che già al tempo era molto attiva nei Direttore responsabile commerci, negli scambi. Andrea Marini Per questo ho inserito dei Direzione Redazione ed Amministrazione silos. Silos come quelli del Via Courmayeur, 79 - 00135 Roma petrolio, ma di legno, che in e-mail: [email protected] fondo c’erano già allora per Editore A. M. contenere l’acqua ed i cereali. Questo vuol presenStampa Tipografica Renzo Palozzi tare una Genova operosa, Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) non arroccata nei palazzi Registrazione al Tribunale di Roma n. 277 del 31-5-1995 del potere, dove anche li si © Tutto il contenuto del Giornale è coperto da diritto d’autore guardava al pratico, al guadagno e si veniva eletti alle Visitate il nostro sito internet magistrature per censo e www.ilgiornalegrandieventi.it non per nobiltà di sangue». dove potrete leggere e scaricare i numeri del giornale andrea marini il giornale dei grandi eventi stagione 2013 del Teatro dell’opera di roma 27 gennaio - 3 febbraio il naso Direttore di Dmitrij Šostakovič Alejo Pérez 6 - 16 marzo i due foscari di Giuseppe Verdi Riccardo Muti Direttore 5 - 13 aprile samson eT dalila di Camille Saint-Saëns Charles Dutoit Direttore 10 - 18 maggio rienzi di Richard Wagner Stefan Soltesz Direttore 18 - 25 giugno don Pasquale di Gaetano Donizetti Bruno Campanella Direttore 16 - 23 luglio nabucodonosor di Giuseppe Verdi Riccardo Muti Direttore 23 - 31 ottobre TurandoT di Giacomo Puccini Pinchas Steinberg Direttore ~~ La Locandina ~ ~ Teatro Costanzi, 27 novembre - 11 dicembre 2012 simon boccanegra Melodramma in un prologo e tre atti Libretto di Francesco Maria Piave dal dramma “Simòn Bocanegra”di Antonio Garcìa-Gutiérrez (andato in scena Madrid, Teatro de la Cruz il 17.1.1843) Prima rappresentazione: Venezia, Teatro La Fenice, 12. 3. 1857 Libretto rivisto da Arrigo Boito per la seconda versione del 1881 Seconda versione: Milano, Teatro Alla Scala, 24. 3. 1881 Musica di Giuseppe Verdi Direttore Regia Maestro del Coro Scene Arredamento Costumi Luci Movimenti coreografici Riccardo Muti Adrian Noble Roberto Gabbiani Dante Ferretti Francesca Lo Schiavo Maurizio Millenotti Alan Burret Sue Lefton Personaggi / Interpreti Simon Boccanegra (Bar) George Petean / Dario Solari Maria Boccanegra (Amelia) (S) Maria Agresta / Eleonora Buratto Jacopo Fiesco (B) Dmitri Beloselskiy / Riccardo Zanellato Gabriele Adorno (T) Francesco Meli Paolo Albiani (Bar) Dario Solari / Marco Caria Pietro (Bar) Riccardo Zanellato / Luca Dall’Amico Un Capitano dei balestrieri (T) Saverio Fiore Un’ancella di Amelia (Ms) Simge Büyükedes ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA Nuovo allestimento ~ ~ La Copertina ~ ~ massimo giannoni – Simon Boccanegra – Ipotesi per una locandina (acquarello su cartone), 2012. il giornale dei grandi eventi A simon boccanegra d aprire la nuova stagione ancora una volta il maestro Muti sul podio, con ancora una volta un lavoro del repertorio verdiano non eccessivamente eseguito e che appartiene a quei titoli – come l’Attila lo scorso maggio – che il direttore di origini napoletane ha particolarmente studiato ed approfondito negli ultimi anni. Il Simon Boccanegra, in particolare, è un’opera che Muti non ha mai diretto e dunque è per lui un debutto, proprio in questo anno verdiano. Al Boccanegra – opera andata in scena per la prima volta a Venezia nel 1857 e, dopo l’insuccesso, ripresa 24 anni dopo a Milano nel 1881 con il li- bretto rivisto da Boito - spetterà dunque di aprire questo anno del Bicentenario della nascita di Verdi. Bicentenario che sarà celebrato all’Opera di Roma, sempre sotto la bacchetta di Muti, con altri due titoli verdiani, quali I Due Foscari a marzo ed il Nabucco a luglio. Peccato che in prossimità del giorno anniversario della nascita – il 10 ottobre – andrà invece in scena, il 23 ottobre, un’opera di Puccini, la Turandot. Questo nuovo allestimento del Boccanegra porta le firme per la regia di Adrian Noble, già direttore della Royal Shakespeare Company e per le scene del pluri premio Oscar Dante Ferretti, collabo- 3 ratore di registi come Fellini, Pasolini, Scorzese, il quale si è ispirato alla Giovedì 29 novembre, h. 20.00 bella geometria di Sabato 1 dicembre, h. 18.00 Martedì 4 dicembre, h. 20.00 alternanze di bian- Giovedì 6 dicembre, h. 20.00 co e nero della cat- Domenica 9 dicembre, h. 16.30 tedrale genovese Martedì 11 dicembre, h. 20.00 di San Lorenzo. I costumi sono sono di Maurizio Millenotti. Tra gli interpreti, diversi cantanti che già hanno lavorato con Muti negli allestimenti verdiani messi in scena a Roma. Le Repliche La prima volta di Muti con il Boccanegra per aprire la stagione Prologo - A Genova, verso la metà del secolo XIV (1339)- L 'elezione del nuovo doge divide in una sorda lotta aristocrazia e popolo. Un ambizioso plebeo, l'orefice Paolo Albiani, propone la candidatura di Simone Boccanegra, corsaro al servizio della Repubblica genovese, dal quale essendogli amico spera di ottenere adeguate ricompense. Simone però, uomo schivo di onori, è riluttante. L'unica cosa che da tempo gli sta a cuore è la sorte di Maria, la donna amata, che la patrizia arroganza del padre, Jacopo Fiesco, gli ha finora impedito di sposare. Paolo è al corrente del segreto tormento di Simone e per guadagnarne l'adesione al suo disegno gli fa intendere che, una volta assurto all'alta magistratura, il Fiesco non potrà più negargli le nozze riparatrici. Simone nuovamente e invano supplica il Fiesco di perdonargli la relazione clandestina. Ma Fiesco solo se Simone gli consegnasse la bimba avuta da sua figlia potrebbe forse dimenticare l'oltraggio patito della famiglia. È una condizione impossibile, perché la bimba, affidata a una nutrice in un paese straniero, è misteriosamente scomparsa ed ogni ricerca è stata vana. Simone, esasperato e pronto a sfidare chiunque gli contrastasse il passo, penetra nel palazzo dove sa essere tenuta segregata la sua donna e la rinviene cadavere. Intanto, in un frastuono di voci eccitate si annuncia l'avvenuta sua elezione. Ancora sconvolto dal dolore, il nuovo Doge, nel popolo che lo acclama, vede che una folla di fantasmi. esporre le loro ragioni. Era accaduto che gruppi di facinorosi si fossero arrogati di far giustizia sommaria di Gabriele Adorno, reo d'aver ucciso Lorenzino l'usuraio, indicato come presunto esecutore del ratto d'Amelia. Ignoto, però, risulta il mandante, un uomo potente. Lorenzino, in punto di morte, stava per dirne il nome e Gabriele s'è convinto invece che sia il doge stesso, perciò come gli è davanti tenta di pugnalarlo. Amelia-Maria, liberatasi con uno stratagemma da Lorenzino prima che fosse ucciso, arriva in tempo a interporsi fra fidanzato e padre, scagionando il Doge e, proclamando di conoscere il mandante, invoca per Gabriele la clemenza dogale. Il Boccanegra intuisce che il colpevole è Paolo Albiani e, per umiliarlo, lo costringe ad associarsi all'unanime esecrazione. La Trama aTTo Primo - Sono trascorsi 24 anni. E’ il 1363. - Amelia Grimaldi, rimasta sola a Genova, vive in uno stato di continua ansia da quando è a conoscenza che al complotto dei patrizi, volto ad abbattere Simon Boccanegra, partecipa anche il giovane amato, Gabriele Adorno. Poiché ha saputo che il Doge vorrebbe chiederla in moglie per il suo favorito Paolo Albiani, esorta Gabriele a sollecitare Andrea - suo tutore in assenza della famiglia esule - per il consenso al loro matrimonio. Andrea - sotto la cui identità si nasconde Jacopo Fiesco, dato per scomparso - lo accorda, ma insieme rivela che Amelia non è una Grimaldi, ma un'orfana prelevata da un convento a sostituire la vera Grimaldi morta neonata. Le sue oscure e umili origini Amelia le racconta anche a Simon Boccanegra, il quale, con il cuore traboccante di felicità, non tarda a riconoscere in lei la sua perduta figlia, Maria come la madre e, dopo aver inteso ch'ella è innamorata, avverte l'Albiani di non contare sulle progettate nozze. Furente, questo ordina che Amelia sia rapita e portata nella casa d'un tal Lorenzino, usuraio. A Palazzo degli Abati si svolge un’importante seduta: il doge, facendo propria l'appassionata invocazione di Francesco Petrarca a cessare le lotte fratricide, si sforza di scongiurare la guerra con Venezia che i consiglieri vogliono. Dalla piazza si leva il rumore minaccioso d'un tumulto popolare, tra grida di «evviva» e «a morte il Doge». Simone ordina che i manifestanti siano ammessi nel salone ad aTTo secondo - L'Albiani è stato bandito da Genova, ma prima di partire per l'esilio vuole vendicarsi del Doge. Non bastandogli un lento veleno che gli ha versato in una tazza, propone ad Andrea, cioè a quell'irriducibile ma non vile nemico del doge che è Jacopo Fiesco, di assassinarlo nel sonno. Ne riceve naturalmente sdegnoso rifiuto, mentre trova incline a prestargli fede Gabriele Adorno, insinuandogli che Amelia è divenuta l'amante del Doge. Amelia cerca pur tra reticenze - di persuadere Gabriele che i rapporti che la legano al Boccanegra sono ben diversi da quelli, ma un affettuoso colloquio, cui l'Adorno assiste non visto, sembra confermare l'accusa. In effetti, durante il dialogo AmeliaMaria ha confessato al padre d'amare Gabriele e per lui, che pure è nella lista dei cospiratori, ha ottenuto per la seconda volta la grazia. Ciò non toglie che Simone, addormentandosi dopo aver bevuto nella tazza avvelenata, corra nuovamente il rischio d'essere ammazzato dall'Adorno: lo salva la figlia ed ancora il doge perdona. Gabriele Adorno, scoperta finalmente la vera identità della fidanzata, promette che andrà dai congiurati messaggero della pace offerta dal Boccanegra e che, se non riuscirà a convincerli, tornerà per combatterli. aTTo Terzo - La sommossa è fallita. Mentre Paolo Albiani per essersi unito ai rivoltosi è condannato a morte e Maria e Gabriele celebrano le nozze, si susseguono le ultime agnizioni. Jacopo Fiesco apprende che fu l'Albiani a far rapire Amelia; che Simon Boccanegra è inesorabilmente consumato dal veleno; che Amelia Grimaldi non è altri che Maria figlia di sua figlia e del Boccanegra. Il Doge, che credeva morto il Fiesco, rivedendolo si illude per un istante che sia giunta l'attesa occasione di riceverne il perdono, ora che se n'è ritrovata la nipote. Anche Maria Boccanegra, apprende che Andrea è in realtà Jacopo Fiesco, suo nonno. Infine, si compie il dramma: Simon Boccanegra, assistito dai suoi congiunti in lacrime e tra la commozione della corte e del popolo, si spegne, additando Gabriele Adorno come suo successore. aceaenergia.it VIVI L’ENERGIA A MODO TUO. SCEGLI ACEA UNICA, IL NUOVO PACCHETTO CHE BLOCCA IL PREZZO DELL’ENERGIA PER 2 ANNI, TI DÀ UNO SCONTO SUL GAS E TI PREMIA SEMPRE. Per te che vuoi avere la sicurezza di un’energia a prezzo fisso, Acea Energia ha ideato Acea Unica. Attivando da subito il nuovo pacchetto per luce e gas, Acea Energia premia la tua fedeltà con un bonus di 200 kWh di energia elettrica in regalo ogni anno. Scopri i dettagli dell’offerta su aceaenergia.it il giornale dei grandi eventi simon boccanegra Dmitri Beloselskiy e Riccardo Zanellato George Petean e Dario Solari Jacopo, il nobile che cambiò identità Simon, il corsaro che divenne Doge E 5 A ’ affidato ai bassi dmitri beloselskiy e riccardo zanellato (9/12) il cantare come Boccanegra saranno i baritoni george Petean e ruolo del nobile Jacopo. dmitri beloselskiy, nato a Pàvlograd dario solari. george Petean è nato a Cluj-Napoca in Roma(Ucraina), si è diplomato all'Accademia di Musica Gnesin di Mosca. nia. Ha studiato canto presso la Dima Academy con corsi di Nel 2007 è stato vincitore del 2° premio al XIII Concorso internazionale perfezionamento con Vicente Sardinero e Giorgio Zancanaro .Il suo Tchaikovsky. Nel maggio 2010 ha debuttato in Nabucco nel ruolo debutto a teatro è in Romania di Zaccaria. Ha partecipato, nel ruolo di protagonista, alla reginel 1997, nel ruolo del protastrazione di The tale of the priest and his worker, Balda di Šostakovič. gonista in Don Giovanni. Nel Ha collaborato con direttori quali Spivakov, Bashmet, Fedoseyev, 1999, ha vinto il Gran Premio Koenig, Marin, Zanderling, Pletnev. Nel 2011 a Roma ha è stato del Concorso Hariclea DarZaccaria nel Nabucodonosor di Verdi diretto dal Maestro Muti e clee in Romania. Dal 2002 al successivamente, sempre all’Opera di Roma, ha cantato il ruolo di 2010, è stato solista permaFederico Barbarossa ne La battaglia di Legnano diretto dal Maestro nente all’Hamburg Opera e Steinberg. Attualmente è solista del Teatro Bol'šoj di Mosca. nello stesso periodo si è esiriccardo zanellato, dopo essersi aggiudicato il premio Operalia bito sui più prestigiosi palconel 1996, ha debuttato con Dom Sébastien di Donizetti al Comunascenici internazionali in prole di Bologna ed al Donizetti di Bergamo, riscuotendo il plauso di duzioni come: Il barbiere di Sipubblico e critica. Da li ha iniziato ad affermarsi come uno degli viglia, Pagliacci e molte altre. artisti di riferimento per i ruoli di basso verdiani della nuova geNella stagione 2010/’11 ha nerazione. Ha poi preso parte ne La vedova scaltra , Assassinio nelcantato al New National la cattedrale, Le nozze di Figaro ed Ifigenia. Importante la collaboraTheatre di Tokyo ed alla Bazione con Muti che lo ha scelto per le produzioni romane di Iphi- Dmitri Beloselskiy e George Petean yerische Staatsoper di Monagenié en Aulide, Nabucco e Moïse et Pharaon. Regolare ospite del Feco di Baviera. Con Così fan stival Verdi ed al Regio di Parma, ha interpretato Nabucco, La forza del detutte ha aperto la stagione 2011/’12 alla Los Angeles Opera, poi ha stino con la direzione di Gelmetti e quest’anno la Messa di Requiem di Vercantato Don Pasquale al Teatro Comunale di Treviso. di diretto da Temirkanov. Nel 2011 ha debuttato al Rossini Opera Festidario solari, nato a Montevideo-Uruguay nel 1976, ha studiato canto val nel Mosè in Egitto. Nel luglio 2012 invece in Norma a Caracalla. alla Scuola Nazionale di Arte Lirica del suo paese. Nel 1999 si Tra i prossimi impegni: Il barbiere di Siviglia e Così fan tutte, Don Giovanni, trasferisce in Italia, su invito di Katia Ricciarelli per perfezionarsi con al Covent Garden di Londra, e Don Pasquale al Théâtre des Champs-ElyPaolo Washington. Dopo importanti concorsi vinti, come il sées ed al Liceu di Barcellona. “Ferruccio Tagliavini”, l'“Iris Adami Corradetti” e il “Tito Schipa”, ha debuttato nel 2001 in diverse opere, tra cui La rondine di Puccini e Die Zauberflöte di Mozart. Ha preso parte all’inaugurazione della stagione Maria Agresta e Eleonora Buratto 2003/2004 del Teatro dell’Opera di Roma, come Cloteau in Marie Victoire di Respighi, sotto la direzione di Gelmetti. Nel 2006 è tornato all’Opera di Roma per Maria Stuarda (Lord Guglielmo Cecil) e per l’opera di Franco Alfano La leggenda di Sakùntala (Lo scudiero). Lo scorso anno come Macbeth ha inaugurato la stagione dell'Opera di Roma diretto da Muti. Poi in luglio è stato Ezio in Attila a Caracalla. d interpretare Maria la figlia scomTra i prossimi impegni Il Trovatore a Ravenna, Macbeth al Comunale parsa, saranno i soprano maria di Bologna per la regia di Bob Wilson e la direzione di Abbado, Don agresta ed eleonora buratto (9/12). Pasquale (Dottor Malatesta) a Toulouse, Les Pécheures des perles al San maria agresta, diplomata al Conservatorio Carlo di Napoli. di Salerno con il massimo dei voti e la lode, si è perfezionata sotto la guida di Raina Kabaivanska presso l’Istituto Vecchi-Tonelli di Francesco Meli Modena. E’ vincitrice di numerosi concorsi internazionali, tra cui il Concorso “Comunità Europea” del Teatro Lirico Sperimentale Agostino Belli di Spoleto, dove ha debutta- Maria Agresta to nel 2007 nei ruoli protagonisti de La bohème e de Il trovatore. Nel 2011 in occasione delle celebrazioni per i 150 anarà il baritono francesco meli a canni dell’Unità d’Italia ha debuttato ne I vespri siciliani, ottenendo un grantare come il giovane Adorno. Nato de successo. Da allora è iniziata la sua carriera internazionale con imnel 1980 a Genova, ha iniziato gli stuportanti debutti presso il Teatro alla Scala di Milano, all’ Israeli Opera di di canto a diciassette anni e nel 2002 ha di Tel Aviv, Arena di Verona, e molti altri. debuttato con Macbeth di Verdi. Nello steseleonora buratto, nata a Mantova nel 1982, nel 2006 si è diplomata in so anno ha cantato come solista nella Peticanto presso il Conservatorio Campiani di Mantova. Per tre anni ha te Messe Solennelle di Rossini e nella Messa studiato con Luciano Pavarotti, per un anno ha frequentato l’Accadedi gloria di Puccini, trasmessa dalla RAI mia di canto lirico di Mirella Freni e si è perfezionata con Paola Leolini. durante il Festival dei Due Mondi di SpoNel 2007 ha vinto la Competizione Arturo Belli del Lirico Sperimentaleto. Nel 2005 ha inaugurato le stagioni le di Spoleto, dove ha debuttato nel ruolo di Musetta ne La bohéme ed in della Scala con Idomeneo di Mozart, del quello di Dirindina ne La Dirindina va a teatro di Scarlatt. Ha cantato in Carlo Felice con Don Giovanni di Mozart, numerosi concerti, tra cui quello per il Premio Donizetti a Luciano Padel Rossini Opera Festival in una nuova Francesco Meli varotti ed il concerto per il 60° dal debutto di Leo Nucci. Nel 2009 ha laproduzione di Bianca e Falliero. E’ stato, vorato in Così fan tutte, nel Demofoonte di Jommelli, al Festival di Saliinoltre, interprete di recital solistici a Londra, Tokyo, Oslo, Poznan sburgo ed al Ravenna Festival diretta da Muti. Nel 2010 una tournée a e del Requiem di Verdi sotto la direzione di Gatti, Maazel, Noseda e Shanghai diretta dal Maestro Noseda. Nella stagione 2011/’12 succesTemirkanov. so come protagonista ne I due Figaro di Mercadante diretta dal Maestro Muti. Tra gli impegni della stagione 2012/2013: I due Figaro, Ariande auf Pagina a cura di Mariachiara Onori / Foto di Corrado M. Falsini Naxos, e la Messa in B minore di Bach diretta da Muti a Chicago. Maria (Amelia), la figlia ritrovata A Adorno, futuro Doge genovese S 6 simon boccanegra il giornale dei grandi eventi La Storia dell’opera Quel veneziano «Tavolo zoppo» riparato per La Scala «I l Boccanegra ha fatto a Venezia un fiasco quasi altrettanto grande di quello della Traviata».. Il parere di Verdi attingeva ai fatti: il 12 marzo 1857, alla Fenice di Venezia, l’opera – nella sua prima versione – andò incontro ad un evidente ed innegabile insuccesso. Poca fede egli serbava ai pettegolezzi di piazza, cioè all’idea che ci fosse un partito a lui avverso a prescindere, deciso a non fargliela passare liscia: un gruppo di ricchi israeliti sostenitori di tal Maestro Samuele Levi (1813-1883), autore di una Giuditta (1840) allestita e subito tolta dalle scene, che non vedeva di buon occhio un eventuale successo di Verdi, in quanto dannoso per la carriera del protetto, come riportava Cesare Vigna, collaboratore dell’informata Gazzetta Musicale di Milano, Giornale di Casa Ricordi. Si vociferava, proseguiva l’informato Vigna, ripreso da vari biografi odierni tra i quali Budden, ci fosse addirittura lo zampino di Giacomo (Jacob) Meyerbeer, ebreo anch'egli, i cui lavori stavano lentamente passando in secondo piano, essendo totalmente privi di quella forza drammatica che caratterizzava la musica delle più giovani generazioni di compositori, quella verdiana in primis. Tutto può essere, ma a Verdi questo non interessava: la sua musica era stata giudicata oscura, lugubre, severa, con «astrusità armoniche» ed al pubblico non era piaciuta, nonostante la più che buona interpretazione dei protagonisti, tra cui il baritono Leone Giraldoni, il soprano Luigia Bendazzi, il tenore Carlo Negrini. E questo nulla aveva a che fare con invidie e “complotti” di nemici veri o presunti: l’opera aveva degli oggettivi difetti. Prova ne fu che, anche negli anni immediatamente successivi, essa mai ottenne il successo sperato, salvo le rare volte in cui fu lo stesso Verdi a diri- gerla: trionfò, sì, pochi mesi dopo a Reggio Emilia, a Napoli ed a Roma nel ‘58, ma eclatante fu il fiasco alla Scala di Milano nel ‘59, con Sebastiano Ronconi nel ruolo del protagonista, occasione che provocò lo sfogo di Verdi nei confronti del pubblico milanese, reputato scortese e ingrato sin dai tempi di Un Giorno di Regno, caduto drasticamente in quello stesso teatro nel settembre del 1840. Insomma, per avere un riconoscimento adeguato del Boccanegra occorrerà aspettare più di vent’anni: dopo una attenta revisione e grazie al prezioso aiuto di Arrigo Boito, Verdi lo vedrà con successo alla Scala il 24 marzo 1881. Ma torniamo indietro. Era il marzo del 1856 quando Busseto il 31 luglio, di ritorno dalle vacanze al Lido di Venezia ed in partenza per un breve soggiorno a Parigi per seguire la rappresentazione del Trovatore in francese all’Opéra. «Credo di aver trovato il soggetto per Venezia e da Parigi ti manderò il programma», scriveva. La scelta del soggetto era caduta su un altro dramma dello spagnolo Antonio García-Gutiérrez – autore de El trovador fonte appunto de Il trovatore. In realtà, Piave non era probabilmente all’altezza del lavoro, né si dimostrava particolarmente solerte nella stesura del testo ed a nulla valsero i dettagliati suggerimenti “scenografici” che il compositore gli faceva puntualmente: «Metterei una seconda tela di fondo colla luna i cui difiche, gli adattamenti e la stesura del nuovo libretto avvennero all’insaputa di Piave, il quale fu avvertito da Verdi a cose fatte, anche se gli fu offerta la possibilità di non apporre il suo nome sul frontespizio. Lasciando da parte le amarezze e le diatribe che naturalmente sorsero tra compositore e librettista alla fine riconciliati - non v’è dubbio però che il testo del Boccanegra avesse risentito di tutti i rimaneggiamenti: era macchinoso e conteneva incongruenze e palesi imperfezioni. Il che, unito a quella destabilizzante tinta cupa, fu certamente causa non ultima dell’insuccesso. dopo l’insuccesso veneziano Manifesto della prima rappresentazione di Simon Boccanegra Verdi si recò a Venezia per una ripresa del Trovatore. Lì decise di accettare la commessa da parte della Fenice per un’opera nuova, ancora indeterminata. Il compositore veniva da un periodo piuttosto faticoso, da “gli anni di galera” fino alle dure prove de I Vespri Siciliani – in scena trionfalmente all’Opera di Parigi nel giugno del 1855 – e le vicissitudini legali contro l’impresa Calzado, che intendeva allestire un Trovatore «indegno» al ThéâtreItalien della stessa città. La prima notizia del Simon Boccanegra si trova in una lettera al librettista Francesco Maria Piave scritta da raggi battessero sul mare, che si dovrebbe vedere dal pubblico: il mare sarebbe una tela luccicante in pendio […]». Tanto che, alla fine, nell’impossibilità di lavorare proficuamente con il suo librettista, Verdi si vide costretto a chiedere, per una serie di importanti modifiche, l’intervento del poeta Antonio Somma – incontrato a Parigi e che poi sarà il librettista del Ballo in maschera - e non quello di Giuseppe Montanelli, poeta e patriota toscano che viveva all’epoca in esilio a Parigi a causa della sua partecipazione al governo rivoluzionario del 1849, come alcuni studiosi verdiani riportano. Le mo- Fu l'editore Giulio Ricordi, figlio di Tito, che con un’innata chiaroveggenza suggerì nel 1868 a Verdi di rivedere la partitura. Fu necessaria tutta la sua costanza e determinazione per riuscire a convincere il compositore, che soltanto nel 1880 si decise a «rinsaldare le gambe al tavolo zoppo» con l’aiuto del letterato 38nne Arrigo Boito, con cui aveva collaborato per l’Inno delle Nazioni nel 1862 e che sarebbe stato suo librettista per le ultime due opere, Otello (1887) e Falstaff (1893). E proprio Boito conferì al testo tutt’altra arte e drammaticità. Il nuovo Boccanegra, appare assai diverso rispetto alla versione originaria: più “verdiano” nel senso della drammaticità, maggiore la fusione dei personaggi con l’ambiente, più approfondita la loro psicologia, sottolineata puntualmente da una partitura magistrale. E se salutare per la rinata opera fu senza dubbio l’intervento di Boito, è vero anche che il soggiorno di Verdi a Genova - città del Boccanegra - Arrigo Boito durante la composizione, contribuì non poco alla resa descrittiva ed alla precisa contestualizzazione della vicenda. a milano il nuovo debutto Ma arriviamo a quel 24 marzo 1881, sera in cui il “nuovo” Boccanegra venne entusiasticamente applaudito alla Scala di Milano: nel cast Victor Maurel, Anna D' Angeri, Francesco Tamagno, Federico Salvati e da Edouard de Reszke. Sul podio Franco Faccio. Un riscatto indiscusso, anche se, a dir la verità, non si può parlare di un successo clamoroso e Verdi ne fu più che consapevole. Il giorno dopo all’amico Arrivabene scriveva che gli pareva «… fossero bene aggiustate le gambe rotte di questo vecchio Boccanegra» per aggiungere pochi giorni dopo: «Ora se lo vuoi sapere, ti dirò che il Boccanegra potrà fare il giro dei teatri come tant’altre sue sorelle, malgrado il soggetto sia triste assai». L’opera tenne il cartellone per nove sere soltanto ed a Ricordi il compositore, sempre attento all’aspetto commerciale delle sue opere, non nascose la propria amarezza «Ovazioni e bis non significano nulla se la cassetta non è gonfia…». In effetti il Boccanegra, pur entrata nel grande repertorio, rimane tutt’oggi opera poco popolare, nonostante contenga pagine magistrali. Ma è anche vero che senza i tormenti ed i profondi scandagli psicologici quest’opera, probabilmente non avremmo mai avuto l’Otello. barbara catellani il giornale dei grandi eventi simon boccanegra 7 Analisi dell’opera Il secondo Boccanegra più rispettoso della declamazione S trano destino quello del Simon Boccanegra, discusso e difeso, sin dalla sua prima stesura. Amato senza dubbio da Verdi se, anni dopo, decise di rimetterlo in discussione, con la collaborazione di Boito. Al di là degli esiti contingenti, certo è che “Boccanegra” rappresenta un doppio punto di svolta nella carriera verdiana. Lasciata alle spalle la trilogia popolare, archiviati gli anni di galera, colto il successo internazionale a Parigi con i Vespri siciliani, Verdi puntò su una più moderna visione del teatro, combinando la coralità delle opere risorgimentali con la tragedia individuale di personaggi colti nella loro complessità psicologica. Ora, avvenimenti politici, storici che investono una pluralità di persone si fondono con il dramma dei singoli, colti nella loro duplicità di passioni. E’ il caso di Simone, corsaro, doge, ma anche padre alla ricerca della propria figlia e per lei pronto a perdonare ai suoi nemici. Basato essenzialmente sulla solitudine dell’uomo di potere, Boccanegra è opera dalle voce virili, basse, caratterizzata da un’atmosfera cupa. Al centro, lo scontro di Boccanegra (baritono) con Fiesco (basso). La donna (soprano) è la figlia del primo e nipote del secondo. Un triangolo, dunque, anomalo. Il tenore (Adorno) è il promesso sposo di Maria, ma rivale politico di Boccanegra e alleato di Fiesco. Opera bifronte, il Boccanegra sembra anticipare l’Otello, per la concezione satanica di Jago, qui prefigurato nel carattere del traditore Paolo, ma guarda anche indietro, ad esempio al “Miserere” del Trovatore per la splendida pagina del “Lacerato spirito” in cui Fiesco intreccia il proprio declamato con i lamenti per la morte Stampina di Simon Boccanegra alla Scala, 1881 di Maria. La riduzione librettistica della versione originale segue fedelmente l’impianto del Simon Boccanegra di Antonio Garcìa-Gutiérrez, autore dal quale aveva precedentemente attinto per Il Trovatore. il rimaneggiamento e le sue differenze Dopo l’insuccesso veneziano del 1857, la versione del 1881 mantiene inalterate le grandi linee della vicenda, ma conferisce un rilievo assai maggiore al motivo politico e, sul piano musicale, opera vistosi interventi di carattere strutturale. Verdi dichiara guerra alle cavatine, opta per una architettura rispettosa della parola e della declamazione che predomina sulla scrittura lirica. Le arie tendono ad essere brevi, concentrate, come nel racconto di Paolo o nel citato “Lacerato spirito” di Fiesco. Ma soffermiamoci su alcune differenze fra le due versioni. Nel Prologo, Verdi ha soppresso il Preludio lasciando quasi inalterata la struttura, il che gli consente di introdurre il pubblico in una scena già in divenire. Nella scena di Fiesco solo si compendia il ritratto del personaggio: orgoglioso, inflessibile nel recitativo “A te l’estremo addio, palagio altero”; umanamente prostrato nel cantabile “Il lacerato spirito”, una romanza in due sezioni. L’arrivo di Simone porta a uno splendido duetto, un confronto serrato tra due forti personalità. Il duetto, senza alcuna cabaletta passa alla scena successiva dove Simone scopre la morte di Maria. Nella versione del 1857 Verdi aveva aperto il primo atto con una scena e cavatina di Amelia. Nella revisione è inserito un Preludio e soppressa la cavatina, sostituita da una frase di sole undici battute (Ei vien…l’amor) che approda direttamente al duetto fra soprano e tenore. Momento clou, il finale dell’atto I. Nel 1857 il pubblico assisteva ad una festa pubblica in una piazza di Genova interrotta dall’arrivo di Adorno che accusava il Doge di aver rapito Amelia. Nella versione rivista dopo 24 anni, il rapimento stesso viene inglobato in un contesto più ampio, nella congiura contro il Doge e nella rivolta popolare. Per questa scena (ambientata nella sala del Consiglio del Palazzo dogale) Verdi e Boito s’ispirarono ad alcune lettere di Petrarca ai Dogi delle due Repubbliche, invocanti la pace tra Genova e Venezia in nome della comune appartenenza all’Italia: una scelta significativa negli anni Ottanta quando, a Paese già unificato, si temevano spinte separatiste. Non c’è in questa grande scena la stretta finale, un procedimento ormai in disuso, sostituita dalla drammatica scena in cui il Doge costringe il traditore Paolo a maledire se stesso; da notare i possenti unisoni dell’orchestra in fortissimo, coi trilli dei tromboni e soprattutto la ripresa deformata del motivo cantato da Amelia nel concertato, ora affidato al clarinetto basso. Quando Verdi a Parigi frequentò l’Opera consultò spesso gli opuscoli chiamati “Livrets de mise en scene” contenenti de- scrizioni dettagliate della regia e della scenografia: una prassi da lui introdotta in Italia con il titolo di “Disposizioni sceniche”. A proposito di questa scena si legge nelle “Disposizioni sceniche”: «La scena fra il Doge e Paolo non avrà la sua voluta interpretazione se non da due attori sommamente intelligenti e che perciò sappiano sviscerare il concetto musicale ed il concetto drammatico ad un tempo e raggiungere così lo scopo d’interessare e commuovere gli spettatori». Il secondo atto è rimasto strutturalmente quasi inalterato. Del terzo atto vale la pena citare il finale. Vi si ritrova uno dei rari omaggi marini di Verdi (il doge che guarda l’orizzonte e rimpiange di non aver chiuso gli occhi nelle sue acque); poi la morte dignitosa con lo scettro del comando affidato ad Adorno. Una scena di rara potenza drammatica nella sua essenziale brevità. roberto iovino Vocabolario musicale Le cavatine I l termine “cavatina” deriva da “cavata”, ossia l’abilità dell’esecutore di trarre piena voce dallo strumento. Nell’opera dell’Ottocento è in generale equivalente ad “aria”: si tratta quindi di brano solistico che viene poi concluso da una cabaletta, come viene definita la seconda parte di un’aria di carattere virtuosistico e brillante che porta alla stretta conclusiva, magari di un duetto. Molto spesso il termine “cavatina” è usato per designare il primo intervento solistico di ciascun personaggio, mentre i successivi interventi prendono più facilmente il nome di “aria”, oppure di “romanza” od anche di “cantabile”. Verdi si attiene a questa terminologia fino all’Aroldo (agosto 1857), opera che segue di cinque mesi il Simon Boccanegra, poi il termine “cavatina” scompare. Si avverte la mutata terminologia mettendo a confronto la prima e la seconda versione del Simon Boccanegra: nella I° versione (1857) l’intervento solistico di Amelia è definito «Scena e cavatina» (I,1), mentre nella 2° versione (1881) lo stesso brano è denominato «Scena». Ti. al. 8 simon boccanegra il giornale dei grandi eventi Il ruolo storico del dogato genovese Un doge per Genova. Ovvero: “cambiare tutt N el 1339 a Genova la piazza si solleva. Il “popolo” ha vinto la sua battaglia. Tocca a Simone Boccanegra essere il primo titolare della nuova magistratura, il dogato a vita che esclude dal potere le vecchie famiglie, definite “nobili” non per sangue ma per censo e per antico esercizio di cariche. Il mutamento è rilevante, ma, come sempre accade a Genova, lo stato delle cose non cambia. Nel Medioevo nessuno si sogna di rivedere l’ordine stabilito da Dio e ciò che nell’Ottocento viene sottolineato come una rivoluzione dal basso è invece una cooptazione obbligata di uomini “nuovi”, simili Bozzetto per il prologo della prima rapresentazione scaligera del 1881 in tutto e per tutto a porto del Mediterraneo, la “più breve il passo che porta ad acquelli “vecchi”. A Genova, inatlantica” delle città italiane ed quisire prestissimo le entrate fatti, il potere è, e sarà costanteil principale forziere di “capitadel Comune a garanzia di comente, controllato dall’élite dele caldo”. Il Comune genovese, stanti prestiti privati; altrettangli affari, mentre alle arti “mecnato da una Compagna sorta da to breve sarà il passo verso la caniche” e alla plebe toccherà un accordo temporaneo per la formazione dell’associazione solo il ruolo di semplice massa protezione di interessi particodei creditori della Repubblica di manovra. lari, imprime una svolta che, all’inizio del Quattrocento, sostanziale e definitiva darà origine al famoso Banco di al sistema, disegnando San Giorgio, giustamente defiuna città - stato guidata nito da Niccolò Machiavelli da guerrieri - mercanti, «uno Stato nello Stato». Il Comuche, nel costante intrecne non ha una flotta, ma molte ciarsi di famiglie-azienflotte potenti stazionano in porda in politica ed econoto e l’intreccio delle vie di comia, esclude subito e per municazione è nelle mani dei sempre l’esistenza di clan. In un’epoca in cui non ciruno Stato permanente e cola denaro e domina un’ecotrascendente, facendo di nomia di consumo sono i genoGenova una grande sovesi a fornire alle Corone stracietà in nome collettivo. niere capitali, uomini e navi. La Sorretta da una formula, forza del sistema da cui, tra in cui il mercato si sposa Cinque e Seicento, germinerà il fin dall’inizio con famoso “Secolo dei Genovesi” è, e un’ampia e differenziata resterà sempre, l’assenza dello attività di investimento, Stato. Già nell’età del Boccanel’azione individuale è gra aumenta la potenza delle sostenuta da gruppi pagrandi famiglie “nobili” e “porentali diffusi dal Norpolari” che formano raggrupdeuropa alle coste atlanpamenti artificiali - gli “albertiche fino al Mar Nero, ghi” - a cui di fatto (e poi nel in una varietà di formule 1528 di diritto) è demandata la oscillanti tra pubblico e gestione del potere politico ed privato, intese alla ricereconomico. Ritratto del doge Giacomo Grimaldi, opera di ca di sempre nuovi inveGiuseppe Rossi (Genova 1732 - 1796) stimenti. A Genova lo un cooptazione Stato non sarà mai ricco, per censo ricchissimi invece saranno Fin dal Mille i genovesi hanno Ostinatamente fedeli alla forsempre i genovesi. Fin dall’inifatto della loro Città, posta nelmula originaria, in cui solo la zio le imprese guerresche sono l’estrema punta occidentale ricchezza scaturita dal mercaaffidate a società private. E’ dell’ Eurasia, il più importante to e dalla finanza consente la cooptazione nel patriziato, per tutta la durata della loro storia, i genovesi non vorranno mai che, tra tanti potenti, ne emerga qualcuno più potente degli altri. A Genova non ci sarà mai un signore o un principe, a meno che - tra tante lotte per il potere - una fazione scelga di averne uno straniero. Ma è questione di anni e poi tutto torna come prima. “Libertà” e “Repubblica”sono le parole d’ordine di un ceto dirigente che, nonostante denominazioni diverse e lente cooptazioni, non cambierà mai i suoi comportamenti. Tuttavia proprio la grande libertà d’investimento e l’estrema mobilità sul piano internazionale, che genera grandi rischi ma consente altissimi guadagni, dà spazio alla crescita di uomini “nuovi”, quelli appunto che all’epoca sono definiti “popolari”, peraltro spesso già legati in alleanze matrimoniali e affari con i “nobili” e cioè con le vecchie famiglie. Ciò provoca un lento ma progressivo allargamento dell’élite, di cui si av- Giovanni Agostino Giustino Campi Doge dal 27.11. 1591 al 26.11.1593 il giornale dei grandi eventi simon boccanegra 9 Il personaggio storico to perché nulla cambi” Simone Boccanegra vertono i primi segni al tempo del “capitanato del popolo” del prozio del futuro doge, il grande Guglielmo,- sotto il quale i genovesi prendono il controllo del mar Nero (1261), il primo del clan Boccanegra a svolgere un ruolo di governo. E’ lui a tentare, con l’appoggio della parte “ghibellina” (termine peraltro vuoto del significato che tradizionalmente gli si attribuisce), la stessa che sosterrà l’ascesa di Simone, un primo ridimensionamento dei “nobili” e un recupero politico delle”arti”. Ma Guglielmo, accusato di inclinazioni autocratiche, deve fuggire. Per un po’la situazione oscilla ancora, passando tra esperienze politiche diverse, finché il cambiamento diventa obbligato. le differenze tra genova e Venezia Così nel 1339 anche Genova, come Venezia, ha un Doge, soluzione di comodo per una repubblica in un’età di incombenti signorie. Ma, come sempre accade nella storia di queste due città tradizionalmente nemiche, il doge genovese è figura del tutto nuova e completamente diversa da quella veneziana. A quell’epoca, come anche nell’opera verdiana si ricorda, i genovesi non guardano più solo al Mediterraneo e all’Oriente, come invece fa Venezia. Signoreggiano il Mar Nero e già da due secoli stanno sulle rive dell’Atlantico, dove ora vanno “scoprendo” le isole oceaniche, lavorando con i loro ammiragli ed i loro capitali con portoghesi e con castigliani. Le schermaglie con Venezia sono ormai largamente superate da quelle, assai più pericolose, con la vicina Barcellona. Diversamente da quanto capita a Venezia, la loro storia fin dall’inizio guarda anche a Occidente, da dove poi per la Serenissima verrà la sconfitta portoghese nel mercato delle “spezie”. Nonostante sia anch’esso repubblicano, a differenza di quello genovese, il sistema politico veneziano, sorto sull’antica radice bizantina, tende subito alla centralizzazione. Fin dall’VIII secolo il Doge è una sorta di “principe della città” e anche se il suo potere viene gradualmente ridotto, egli continua ad essere il punto di riferimento unitario per un sistema in cui la prevalenza dell’aristocrazia resta sempre e comunque senza controllo politico dal basso. Nel 1297 la lista delle famiglie aristocratiche si allarga per chiudersi subito, ed inesorabilmente, fino al 1797. E’ questa una differenza sostanziale con Genova, e in questo senso forse l’“eroe” verdiano rappresenta davvero al massimo la diversità di fondo di queste due grandi realtà. gabriella airaldi Ordinario di Storia Medioevale Università di Genova repubblica di genova – Governo dei Dogi a vita (1139-1528), simone boccanegra (1339-1344) – genovino di iii tipo – Dritto: Castello entro una cornice doppia ad otto lobi – Rovescio: Croce patente entro una cornice doppia ad otto lobi – Oro – gr. 3,52 S imone Boccanegra, primo doge di Genova, proviene da una famiglia “popolare” di uomini d’affari - come il prozio e capitano del popolo Guglielmo - e di armatori e uomini di mare come suo fratello Egidio, il famosissimo “Barbanera”, corsaro temuto dagli Inglesi e ammiraglio della Corona castigliana, figura sulla quale forse nell’opera viene ricostruita la fisionomia di Simone. Del primo Doge poco si sa, anche se noti sono i legami di natura familiare con l’area toscana, da cui provengono la madre e la moglie, e soprattutto con Pisa ghibellina, dove sarà esule tra il primo dogato (13391344) e il secondo (1356-1363). Anche questo tema torna nell’opera di Verdi che però, pur colma di riferimenti storici, finisce con travisarne i reali contenuti. Nel panorama politico peninsulare sono importanti i suoi rapporti con la ghibellina Simone Boccanegra in un affresco. Milano, dove pure soggiorna Genova, Palazzo San Giorgio. ma con la quale, infine, avrà pessimi rapporti, legando una figlia in matrimonio con un transfuga visconteo. Primo doge a vita della Repubblica, acclamato il 23 settembre 1339, Simone agisce ad ampio raggio, ma il riordino delle magistrature, le leggi per il commercio, la navigazione e la sistemazione del territorio passano in secondo ordine di fronte ai problemi di carattere internazionale. In questo senso i comportamenti del Doge non si discostano molto da quelli dei suoi predecessori sia quando lancia un prestito forzoso per difendere gli insediamenti di Caffa e Tana dai Tartari, sia quando rafforza la sua collaborazione con la Corona di Castiglia ed infine quando opera nelle difficili relazioni con la Corona catalano- aragonese, con Milano, con Venezia, con le ribellioni corse. l’esilio Ma a Genova la vita di un Doge non è facile. Vero o no che sia, si dice che la sua famiglia abbia troppo potere, che egli ami eccessivamente il lusso, sicché il Boccanegra deve fuggire. Tra il 1345 e il 1356 , nel periodo in cui si succedono due dogi, la sua vita scorre a Pisa, dove ha un fratello capitano del popolo ed a Milano. I Visconti sono signori di Genova dal 1353 al 1356, ma è proprio lui, nel corso di un moto popolare, a cacciarli. Nel secondo dogato (1356-1363), in cui diventa vicario imperiale e ammiraglio di Carlo IV, le sue politiche non cambiano. Tuttavia il suo destino è segnato. Improvvisamente il 13 marzo 1363 Simone muore, forse avvelenato nel corso di un convito in onore di Pietro I di Lusignano, re di Cipro, nella residenza del guelfo Pietro Malocello. Il giorno successivo viene proclamato doge Gabriele Adorno. Ora la damnatio memoriae colpisce lui e la sua famiglia, costretta all’esilio, mentre il suo corpo viene rapidamente e discretamente inumato nell’ imponente monumento funebre da lui stesso voluto nella chiesa di San Francesco. Un dogato a vita in una repubblica palcoscenico di feroci lotte per un potere che travalica l’aspetto locale e regionale è un controsenso. Difatti, in circa duecento anni, solo quattro dogi moriranno nella pienezza dei poteri. ga. air. 10 simon boccanegra il giornale dei grandi eventi Storicità dei personaggi del Simon Boccanegra Nobili e Mercatores nella Genova del Trecento E ra una città scomposta in molti centri di potere in continua lotta Genova nel XIV secolo, con un precario senso dello stato e con un ingente debito pubblico, per nulla aiutato dal fiorente capitale privato del suo oltremare. Delle quattro "gentes" che componevano le antiche famiglie nobili, i Fieschi ed i Grimaldi rappresentavano la corrente guelfa, i Doria e gli Spinola quella ghibellina. Ma i tradizionali termini di guelfi e ghibellini, il cui storico antagonismo contrapponeva i fautori della Chiesa a quelli dell'Impero, erano ormai spogli del loro originale significato. Fieschi e Grimaldi costituivano, infatti, l'elemento conservatore che, forte del prestigio storico per i possedimenti extraurbani, da cui traeva mezzi e uomini, si inseriva ancora a pieno titolo nei giochi politici della città. Doria e Spinola, al contrario, confidavano sulla potenza mercantile in tutto il mediterraneo e rappresentavano l'elemento progressista che puntava alla stabilità finanziaria, con l'apertura agli emergenti mercanti popolari e con l'espansione del capitale fluido. Di queste quattro "gentes" carismatiche, nell'opera di Verdi soltanto i Doria e gli Spinola complice la revisione di Boito - sono citati nell'invettiva del Doge del primo atto, prima della solenne invocazione alla pace fraterna, che evidenzia l’autentico clima di conflittuale dell'epoca. i grimaldi Pur avendo una maggiore presenza nell'opera, i Grimaldi sono vittime delle libertà librettistiche per tentare di far intuire i reali intrighi politici legati all'elezione del Boccanegra. Sotto il nome di Grimaldi, infatti, si cela- no i personagappunto, gi del profugo nel 1339. Il Fiesco e della movimento giovane Ameche deterlia, in realtà minò l'asceuna trovatella sa del Bocche sostituicanegra, sce la legittimalgrado il ma erede nelcontrassela cui persona gno di "poSimone ricopolare", è noscerà la fiinteramente glia Maria. determinato Nella realtà dall'influenstorica i Griza straordimaldi, ostinanaria che la tamente ghiclasse dei bellini, non Mercatores volendo scen- Genua (Genova) in una pianta di Michael Wolgemut seppe condere a patti con quistarsi a libare nella repubblica. il nuovo doge, si arrocvello politico, dal moPer questo, nel 1362 i sicarrono nel feudo di Momento che lo stesso tergnori di Savignone, Rafnaco, scegliendo anche mine "populus", nel Trefaele e Niccolò Fieschi, l'avventura della piratecento indicava un insieaccusati di ostinata resiria contro le stesse navi me disomogeneo di strastenza, furono rinchiusi genovesi. ti sociali. Nell'elezione nelle carceri di Malapadi Simone Boccanegra, ga. La fortuna dei Fiei fieschi pertanto, l'aggettivo schi, derivava unica"popolare" si prestò ad mente dai domini exI Fieschi, invece, al conindicare solo una divertraurbani, che, contando trario delle altre gentes, sa influenza politica di numerosi castelli dissesono, nell'opera, rapprestampo non nobiliare. minati nell'oltregiogo, sentati dal vecchio Jacopermettevano un conpo, solennemente granigabriele adorno trollo strategico di queltico dal prologo al finale. le vie dei monti trascuJacopo Fiesco è, in defiNell'opera, come nella rate dalla Repubblica a nitiva, il coprotagonista storia, Gabriele Adorno vantaggio del mare. Prodell'opera ed il persoè il personaggio rappreprio attraverso questi naggio ben sintetizza la sentativo del rivoluziofeudi, vere e proprie ensua antica nobiltà. Nei nario cambiamento di claves private, le incursuoi confronti, dunque, rotta dopo l'epoca del sioni degli agguerriti la resa drammaturgica Boccanegra. L’opera (ecVisconti o del Marchese non tradisce la storia. cetto il finale che non ha di Monferrato costituiNella realtà i Fieschi, nulla di storico), pur acvano pericolosa minacconti di Lavagna, pur cennando un confronto cia alla stabilità politica estromessi dalla vita politico, evidenzia soldi Genova. pubblica e ritiratisi nei tanto quello sentimentapossedimenti appennile. Infatti, Gabriele i mercatores nici, ottennero inizialAdorno, nell’opera è mente il riconoscimento l'innamorato di Amelia Oltre alla classe dei nodegli antichi privilegi Grimaldi, alias Maria bili, il variegato tessuto imperiali, quali l'esenBoccanegra, il quale roso sociale della Genova del zione fiscale. A margine dalla gelosia, accomuna ‘300 comprendeva i Merdell'attività commercianell'avversione verso il catores, rappresentanti di le, nonostante i possedidoge problematiche poquella componente pomenti in Francia, in Rolitiche e personali. Ravpolare che appoggiò mania e nelle Fiandre, veduto in extremis, vola l'elezione del Boccanefurono, invece, influenti a nozze con Maria, giugra. La loro scalata sonella vita ecclesiastica sto in tempo per ricevere ciale, iniziata nel secolo tramite numerose persol'ultima benedizione di precedente, non soltanto nalità quali il potente Simone. Gabriele Adorcon le mercature e con cardinale Luca e Giono nell’opera è persoattività professionali forvanni, vescovo di Vernaggio sfuggente quantemente speculative, ma celli. Vissero in disparte to nella realtà. Come anche attraverso l'affiannella vita pubblica cittarampollo di una famicamento del ceto nobile dina, ma furono in peglia di mercanti presente in operazioni commersui mercati di Bruges, renne contrasto con il ciali ed in matrimoni di della Provenza, della Sidoge per i loro feudi apconvenienza, trovò la ria e della Romania, non penninici, che il Boccapiù alta affermazione, sembra aver sostenuto negra intendeva inglo- l'iniziale ascesa del Boccanegra. È certo, comunque, che ricevette la decisiva promozione sociale con la partecipazione alla spedizione di Simone Vignoso, nel 1346, contro Chio, comparendo come uno dei 12 azionisti della amministrazione di Chio e di Focea che stabilizzò l'apertura dei mercati levantini. Da allora l'Adorno comparve sempre più nella politica genovese, sostenuto da un clan familiare arrampicatore e forte economicamente. L'alleanza tra Adorno e Boccanegra fu raggiunta tramite il matrimonio - che influenzo i successivi legami – tra Bartolomeo, fratello del doge ed Eliana, figlia di Gaspare Adorno. Promosso al grado di "anziano" della repubblica ne11359, rappresentò Genova nelle trattative di pace con Pietro d'Aragona. In pratica fu fiduciario del doge nei rapporti diplomatici con la Santa Sede, con i Visconti e i reali di Castiglia, conquistando l'autorevolezza necessaria per la successione nel 1363. Per rinsaldare quel potere finalmente conquistato ed indirizzarlo a favore della sua "gens", stabilì alleanze con gli esclusi del precedente dogato, puntando sulla "damnatio capitis", con l'interdizione, cioè, dalla pubblica memoria della figura di Simone e dell'intera famiglia Boccanegra. Il feretro del vecchio doge, inumato nel monumento funebre della chiesa di San Francesco, non ricevette neppure le dovute esequie solenni. Su questo inquietante personaggio, che rimase sulla scena politica soltanto due anni, ma che permise l'affermazione degli Adorno nel periodo successivo, caddero, impietose le critiche dei suoi stessi storiografi. Tina alfieri il giornale dei grandi eventi simon boccanegra 11 Il Compositore e la città di Genova Lo stretto legame di Verdi con la patria del Boccanegra S imon Boccanegra è un poderoso affresco della Genova antica. Nessuna città forse ha avuto come il capoluogo ligure una rappresentazione così austera e partecipata, da parte di Verdi che, del resto anche in precedenza, quando componeva l’ultimo atto del Trovatore, si era ispirato al portico di palazzo Balbi: «Quell’elegante colonnato e quel giardino in fondo, chiuso da una cancellata, me li rivedevo sempre davanti come se si trattasse di una visione misteriosa!». Fra Verdi e Genova, insomma, c’è stato un lungo rapporto d’amore e non a caso il musicista vi ha mantenuto casa per oltre quarant’anni. «L’appartamento è magnifico, la vista stupenda e conto di passarvi una cinquantina d’inverni». Scriveva così Giuseppe Verdi all’amico conte Opprandino Arrivabene il 16 marzo 1867, annunciando di aver affittato un appartamento nel Palazzo Sauli in Carignano, nella zona centrale della città. Già negli anni Cinquanta Verdi giungeva di tanto in tanto a Genova e pernottava all’Hotel Croce di Malta. E’ di quegli anni l’incontro con Giuseppe De Amicis, cugino di Edmondo, destinato a diventare intimo amico e fiduciario del musicista. Fu De Amicis a cercar casa ai coniugi Verdi quando questi decisero di scegliere Genova come loro residenza invernale per sfuggire all’umido ed alle nebbie della “Bassa” e godere di un clima più mite. cittadino onorario E proprio nel 1867 il Comune di Genova decise di conferire al compositore bussetano la cittadinanza onoraria. Dai Verbali del Consiglio Comunale, alla riunione del 24 aprile 1867, si legge: «Gli Assessori Morro e Gavotti informano la Giunta che l’illustre Maestro Verdi, reduce da Parigi ove il brillantissimo successo della nuova opera Don Carlos gli procurò nuovi allori, prende stanza in Genova con animo di stabilirvisi. Genova, dicono, deve essere lieta di aver ospite questa Celebrità Europea che è gloria italiana e deve manifestarlo in modo speciale e pensano sarebbe cosa gradita a tutti veder conferita al famoso Maestro in solenne attesta- che l’avrebbe oppresso con invadenti attenzioni e assillanti proposte d’affari. I genovesi, riservati, lo lasciavano vivere. Passeggiava per le strade e la gente accennava appena ad un saluto: la parola d’ordine era “ignorarlo”. Alle sue spalle, naturalmente, si formavano gruppetti di melomani che commentavano il suo passaggio, ma nessuno osava fermarlo o importunarlo. uno spirito “genovese” La consegna a Verdi della cittadinanza di Genova (Dis. Adami) to di stima e simpatia la Cittadinanza Genovese…». Il 15 marzo 1868 Verdi scriveva al sindaco Andrea Podestà: « Ill. Sig. Sindaco, il Consiglio Comunale conferendomi la Cittadinanza Genovese, volle farmi onore grandissimo e di gran lunga superiore al mio poco merito. Ch’io sia grato a questa testimonianza di stima e simpatia con cui Genova volle onorarmi, nessuno lo metterà in dubbio, sapendo com’io abbia spontaneamente eletto domicilio in questa magnifica Città….». Tornando a Palazzo Sauli in Carignano, lì abitava anche Angelo Mariani, il primo grande direttore d’orchestra italiano nel senso moderno del termine (cioè a dirigere con la bacchetta in mano), amico e collaboratore di Verdi e primo interprete di Wagner in Italia. Nel 1873 Mariani si spense e l’anno dopo Verdi si trasferì nello splendido e austero Palazzo del Principe, residenza storica di Andrea Doria. Inizialmente andò ad occupare l’ammezzato, poi, nel 1877, si spostò nel piano nobile. Gli interni dell’abitazione erano ampi ed elegantemente arredati: singolare la cosiddetta “sala turca”, caratterizzata, secondo la moda del tempo, da pezzi d’arredamento d’origine mediorientale, tra cui un mobile egiziano finemente intarsiato, in un angolo del quale era intagliata la frase «Celeste Aida!».. Perché il musicista scelse Genova, come alternativa alla sua Villa di Sant’Agata? Nonostante l’immagine romantica di Massenet che, dopo avergli fatto visita, lo descrisse come una sorta di reincarnazione di Andrea Doria, ritto, capelli nel vento, di fronte al porto con le navi poco distanti dal suo giardino, Verdi non amava il mare. In realtà, di Genova Verdi amava la tranquillità e la riservatezza. Spirito libero, poco portato alla mondanità, il compositore non avrebbe mai potuto vivere a Milano (dove pure aveva cercato e trovato, con fatica, fortuna da giovane) Ringraziamento autografo di Giuseppe Verdi ai f.lli Klainguti Verdi era “caratterialmente” un genovese. Riservato, diffidente con gli estranei, ma generoso con gli amici, risparmiatore, ma capace di grandi gesti umanitari: basta ricordare l’ingente somma destinata nel suo atto testamentario a quattro istituti assistenziali genovesi. Il Bussetano si sentiva talmente “integrato” nella Città della Lanterna, da comportarsi come un cittadino qualsiasi. La mattina scendeva in centro a fare compere, girava i mercati, controllava la merce, s’informava sui prezzi. Un giorno il musicista si fermò al banco di un pescivendolo, Giacomo Origo che aveva voce di basso e cantava anche al Carlo Felice e al Politeama Genovese come comprimario. Origo, vedendo Verdi gli si presentò: «Mi permetta, signor Maestro, di dirle che io canto in teatro e che in questa stagione faccio il Re nella sua Aida». Al che Verdi, dando un’occhiata ai prezzi sul banco replicò: «Mi rallegro con lei, ma scommetto che ella guadagna di più a vendere questi pesci che non a cingere la corona regale nella mia opera». Buona forchetta, Verdi non disdegnava ravioli, pesci e lumache. Aveva inoltre un debole per i dolci. Negozi preferiti, Romanengo e Klainguti. Quest’ultimo, sul finire dell’Ottocento, provvedeva tutte le mattine a inviare al compositore una brioche calda, ripiena di marmellata con la glassa di zucchero, significativamente chiamata “Falstaff”. E Verdi lasciò al negozio uno spiritoso biglietto manoscritto, tuttora visibile dietro il banco: «Grazie dei Falstaff, buonissimi! Molto migliori del mio». roberto iovino 12 simon boccanegra il giornale dei grandi eventi Il caricaturista di Giuseppe Ver Melchiorre Dèlfico: l’arte di far sorridere celebra N egli anni che vanno dal 1845 al 1858, Napoli (che secondo molti studiosi era, all'epoca, l'unica capitale “europea” presente nella penisola italiana), conobbe una straordinaria vivacità musicale ed un gran fervore compositivo. A suscitare questo furore creativo, soprattutto giovanile, concorse anche ed in modo importante la presenza in quegli anni nella città partenopea del Maestro Giuseppe Verdi, presente una prima volta nel 1845, poi nel 1848-49, e quindi ancora nel 1857, sempre in carezzato dalla brezza proveniente dal golfo, egli aveva i suoi più cari amici, fan sfegatati che si spellavano i palmi delle mani per gli innumerevoli applausi. Così Verdi volentieri cadeva vittima dell’atmosfera napoletana e se ne lasciava travolgere. Eppure nella prima volta a Napoli la sua Alzira fu accolta tiepidamente, nonostante fossero già popolarissimi il Nabucco, Lombardi, Ernani e Foscari. Successivamente, nel 1849, presentò allo stesso pubblico un nuovo spartito Luisa Miller, accolto questa volta con relazione ad un contratto con il Teatro di San Carlo, ora per la messa in scena di sue opere, ora per la commissione di un nuovo lavoro. La ruvidezza contadina, il carattere schietto e integerrimo, le maniere spicce, erano le qualità tipiche che esagerandole metteva in campo Giuseppe Verdi ogni qualvolta necessitava sbarazzarsi della gente molesta. Come questo si conciliasse con il clima festaiolo di Napoli, città rumorosa per antonomasia, non è dato sapere, sta di fatto che essa fu amata almeno quanto la capitale lombarda. Milano era il luogo ideale per scrivere la sua musica, ma quando si trattava di andare in scena, la città partenopea usufruiva spesso del privilegio della prima rappresentazione. Qui, ac- entusiasmo stellare. Per la terza volta a Napoli fu il turno di Simon Boccanegra, che aveva debuttato con poco successo alla Fenice di Venezia, riscuotendo invece qui un discreto consenso, confermando - se ce ne fosse stato ancora bisogno - quanto la città vivesse di musica e nello specifico per quella del “Maestro”. 7 settembre 1860 - ingresso trionfale di Garibaldi in Napoli (Caricatura di M. Delfico) le prime non ne fu particolarmente entusiasta, salvo poi ricredersi per un particolare curioso: il suddetto nipote era eccellente caricaturista. Il Maestro, alla notizia della professione del giovane, esclamò «Farà la caricatura anche a me?», al che il 32enne rispose con emozione «Una? Ma cento maestro mio!», gridò enfatico. Grande fu la felicità di costui, Melchiorre De Filippis-Dèlfico, dei conti di Langano (Teramo 1825 - Portici 1895) – in arte Melchiorre Dèlfico, mutuando il nome del bisnonno materno, illustre pensatore ed uomo politico della seconda metà del Settecento - grande appassionato di musica ed autore anche di piccole opere li- riche. Da uomo del mondo dello spettacolo Verdi aveva subito intuito il valore propagandistico che tali disegni avrebbero potuto avere per la sua persona. Così dopo aver avuto l’onore di conoscere il grande operista, Dèlfico fu invitato nella sua dimora napoletana sulle rive dell’antico fiume Sebeto, nella zona orientale della città. Da questo momento il vignettista diventerà l'ombra di Verdi, immortalandone in eleganti e divertenti caricature momenti, vicende e seccature del soggiorno napoletano. Melchiorre seguirà il grande Maestro, con matita e bulino alla mano, in tutte le sue vicissitudini e di ognuna rea- l’incontro con Verdi Verso la primavera del 1857, un esponente del patriziato napoletano e colto musicista, entrato nelle grazie di Verdi, volle presentargli un suo nipote, non meno appassionato di musica dello zio, tanto da dedicarsi anche al componimento. Verdi abituato a gestire da tutta una vita ammiratori, talenti e presunti tali in cerca di fama, sul- Caricatura dal titolo: Quando ci sta di mezzo Cesarino... l’affare è fatto” lizzerà una propria interpretazione caricaturale, tanto da divenire noto come “Il caricaturista di Giuseppe Verdi”. Ciascuno dei suoi arguti disegni fu enormemente apprezzato dal grande musicista. Verdi l’amò per le tante ore liete e anche con sincera commozione per lo spirito e la discrezione di colui che affettuosamente chiamava «il gran Nadar napoletano», riferendosi per analogia al grande caricaturista parigino di quel tempo. una mano leggera e vivace I disegni di Dèlfico, infatti, si caratterizzano per una straordinaria capacità di espressione, il giornale dei grandi eventi simon boccanegra 13 di ndo il Maestro e le sue opere che egli affida al dettaglio, quale può essere una mano, un sorriso o uno sguardo. La sua è una caricatura “situazionale”, concentrata non tanto sulle particolarità fisionomiche del personaggio, quanto sulla sua impronta caratteriale e sugli atteggiamenti di quest’ultima rispetto al mondo esterno. Nei confronti del mondo musicale e teatrale, e nei riguardi di Verdi, lo sguardo del caricaturista rimase affettuosamente bonario fino alla fine e la sua satira non fu mai ferocemente dissacrante, ma risultò invece arguta ed elegante, dolcemente ironica. Per il mondo della musica è un caricaturista del "bel mondo", non un caricaturista bacchettatore dei costumi, diversamente dal Dèlfico “politico” più Savonarola, non fustigatore di popoli, ma degli oppressori dei popoli. A partire dagli anni ’60 dell’Ottocento i disegni satirici di Melchiorre si propagano con grande successo e coinvolgono tutti i personaggi del suo ambiente contemporaneo: imperatori, nobili e prelati, artisti e critici del mondo lirico e teatrale, importanti figure della politica risor- gimentale e postunitaria. La sua ironica matita propone una pubblicazione dopo l’altra e riceve spazi nei più importanti periodici italiani e stranieri, come L’Arlecchino. Giornale-caos di tutti i colori, L’Arca di Noè”, il Pulcinella, L’Omnibus, Vanity Fair, la Strenna dello Stenterello, il Caporale Terribile. Nei riguardi dell’attività del Maestro, Delfico propose sempre un commento allegorico nel modo che conosceva meglio. Ogni nuova rappresentazione in Napoli era illustrata con le facce estremamente espressive degli “attori” principali, sia quelli realmente sulla scena che gli altri protagonisti. quasi un reportage In una delle prime caricature dedicate al Mestro, osserviamo lo sbarco di Verdi dalla nave allo scalo dell’Immacolatella, con un’enorme tuba calcata in capo, accompagnato al braccio a madama Strepponi e con l’inseparabile Lulou, il prediletto cagnolino di Giuseppina, che saltella davanti a loro. Nelle sue caricature Dèlfico tenne l’animale Melchiorre Delfico (1825 -1895) sempre d’occhio: eccolo per esempio annusare il padrone che prova un pezzo con Fraschini; poi tra le quinte del San Carlo tra Morelli e Verdi; ad un’altra prova tra i piedi del Fraschini e della Fioretti; in posa davanti a Palizzi sulla gamba destra di Verdi; al fianco di Verdi bendato, fraternizzante col cagnolino del barone Genovesi e sui piedi di Verdi indisposto a letto. Curiosa la vignetta dove il Maestro se ne sta acquattato proteggendosi da una pioggia di proposte di scritture per nuove musiche, che per tutta la vita lo perseguiteranno, forse una delle più vivide immagini sull’attività verdiana. Quindi è il momento di immortalare l’affettuoso abbraccio con lo zio Genovesi, non una ma due caricature per l’occasione, reminescenza forse del primo incontro del caricaturista con la sua illustre vittima. Il suo canto del cigno fu, nel 1891, l'album "Pompei ed i pompeiani", del quale Giuseppe Verdi ebbe a scrivergli: «...Ma ditemi,... (scusate) perché andare a resuscitare un mondo che non è più il nostro? So bene che anche quel mondo antico sarà stato caricaturabile come lo è il nostro; ma noi a stento ce lo immaginiamo, ed a stento lo comprendiamo». Riunendo tutte le caricature verdiane del Dèlfico si potrebbe rivedere l’anima del Cigno di Busseto. Il risultato di questo sodalizio saranno le 2 suite di Caricature verdiane: la prima serie è costituita da 64 tavole e 20 bozzetti pieni di finezza e di brio dati alla stampa litografica nel 1858. Del 1862 è l'"Album di 12 caricature" sul viaggio di Verdi in Russia, 12 piccoli gioielli di arguzia e fantasia che il Maestro apprezzò molto. Infine, del 1888 è una particolarissima lettera che Delfico indirizzò a Verdi dopo averne ascoltato la nuova opera, l'Otello: si tratta di una lettera di 8 pagine pupazzettata e acquerellata, in cui il caricaturista traduceva in immagini e colori le impressioni ricevute dall'opera e ricordi e personaggi del soggiorno napoletano del Maestro. Verdi, commosso, giudicò le caricature semplicemente «bellissime». livio magnarapa simon boccanegra 14 il giornale dei grandi eventi Un parallelo fra i travagli compositivi delle due opere Il Simon Boccanegra e Tannhäuser: due lavori dalle mille revisioni S in dalla sua prima incarnazione il Simon Boccanegra rappresenta una deviazione dal percorso altrimenti sostanzialmente lineare della creatività verdiana, un frutto atipico rispetto al panorama melodrammatico coevo. «Il primo Boccanegra è una partitura dura», scrive Julian Budden, musicolo ingle- ripresa di Reggio Emilia, nella primavera del medesimo anno della prima esecuzione, ed ancora piccole modifiche intervengono in occasione delle recite napoletane del 1858. Le ragioni della revisione conclusiva vanno allora cercate proprio nell’alterità di un’opera ricca di potenzialità le quali, alla luce Giuseppe Verdi nel 1857, al tempo del primo debutto del Simon Boccanegra se morto nel 2007, «scabra, austera nella scrittura vocale, senza compromessi nell’espressione; ma non era un’opera di cui il compositore avesse ragione di vergognarsi».. Arduo è individuare le ragioni che spingono Verdi nel 1880 a riprendere in mano una partitura naufragata alla sua prima rappresentazione, a Venezia nel 1857, e mai affrancata dal giudizio sostanzialmente negativo del pubblico e della critica (a parte rare eccezioni), a dir poco disorientata da un lavoro che per molti versi sfugge alla maniera allora in voga. Aggiustamenti e ritocchi alla musica e al libretto erano già stati apportati per la di una raggiunta maturità compositiva, acquistano un valore del tutto nuovo. Eppure, nel corso del tempo, Giulio Ricordi aveva tentato in più occasioni di convincere il Maestro ad una ripresa, con i necessari ritocchi alla partitura, scontrandosi con ripetuti dinieghi e addirittura con il rifiuto di intraprendere un lavoro definito «inutile».. Forse l’incontro con Arrigo Boito fornisce l’impulso decisivo per concretizzare un desiderio che covava segretamente nella anima di Verdi. Comunque stiano le cose, il tarlo è ormai a tal punto radicato nella sua anima che questi, nel 1881, decide finalmente di aggiu- stare il “tavolo zoppo”, con la perizia di un paziente artigiano; nel frattempo dalla prima rappresentazione è trascorso un tempo lunghissimo e l’estetica del bussetano è profondamente mutata. il Tannhäuser Qualcosa di simile accade con il Tannhäuser, anche se in questo caso la vicenda è molto più complessa. Dopo l’insuccesso della prima rappresentazione andata in scena a Dresda nel 1845, Wagner modifica il finale per la ripresa del 1847. Ancora nel 1861, in occasione dell’allestimento parigino, l’opera viene sottoposta ad un ampio rimaneggiamento che non si arresta neppure negli anni successivi (in particolare tra il 1867 ed il 1876), scandendo un percorso estremamente tortuoso e travagliato che rende impossibile stabilire una redazione definitiva. La conferma viene dallo stesso Wagner il quale, poco prima di morire, confessa alla moglie Cosima di «essere ancora debitore al mondo del suo Tannhäuser». In entrambi i casi, per i lavori di questi due musicisti coetanei – nati nel 1913 – divisi da una storica rivalità placata solo nelle enunciazioni e mai nella pratica, una lunga gestazione genera particolari problematiche di carattere estetico. Sia nel Simon Boccanegra che nel Tannhäuser convivono inevitabilmente diversi livelli, i quali compromettono l’integrità stilistica, senza che questo debba per forza provocare un giudizio negativo al riguardo. Nel caso di Wagner, ad esempio, la riscrittura della parte di Venere raggiunge un chiaro obiettivo drammatico, accentuando le di- vergenze fra la naturalità con la quale il protagonista aspira a ricongiungersi ed il miraggio rappresentato dal Venusberg. Analogamente nel Simon Boccanegra le fratture stilistiche sono a tal punto evidenti che Massimo Mila giunge a parlare di un’opera “bifronte”, in bilico fra passato e futuro. Detto ciò, analoga- come l’arte di Verdi abbia sempre come obiettivo la funzionalità drammatica, a prescindere dai mezzi con i quali questa viene ottenuta. Del resto la sua intenzione non era certo quella di riscrivere completamente l’opera, ma di rivederla per approfondire quanto di buono era rimasto inespresso; un lavoro che sarebbe risulta- Richard Wagner mente a quanto osservato nel caso del Tannhäuser, si può affermare che il mantenimento di stilemi passatisti, in contrasto con la maniera dell’ultimo Verdi, a volte assurge a risultati drammaturgici di notevole efficacia. Si pensi alla conclusione del Prologo, dove alla disperazione di Simone, il quale ha appena scoperto il cadavere della donna amata, fa da contrappunto il ritmo incalzante di una marcetta certo non molto raffinata, ma estremamente incisiva nel definire il contrasto fra il dolore del protagonista e il tumultuoso ingresso della folla plaudente che lo acclama nuovo doge. Questo per dimostrare to essenziale per lo sbocciare definitivo della creatività verdiana, che avrebbe dato vita agli estremi capolavori dell’Otello e del Falstaff. Da vecchio Verdi sembra abbia detto del Boccanegra al nipote Carrara: «Gli ho voluto bene come si vuol bene ad un figlio gobbo!». Forse le parole pronunciate da Wagner a proposito del Tannhäuser potrebbero ugualmente adattarsi a Verdi, il quale, ragionando in punto di morte riguardo a questa opera tanto travagliata, avrebbe potuto pensare di essere ancora debitore al mondo del suo Simon Boccanegra. riccardo cenci il giornale dei grandi eventi simon boccanegra 15 L’autore della nostra copertina Massimo Giannoni, pittore della matericità che incanta E’ la matericità, la massa del colore, la profondità che essa è capace di donare all’immagine, a colpire l’ osservatore nella pittura di Massimo Giannoni, artista 58enne nato ad Empoli ma fiorentino d’adozione. Ammalia e quasi ipnotizza lo sguardo quella sua continua ricerca delle righe giustapposte che si capisce affascinarlo, che pare guidare la sua pittura prediligendo soggetti dove è la squadratura dello spazio a creare l’effetto. Così suo soggetto tipico sono divenute le biblioteche, storiche, antiche, ma anche gli scaffali di moderne librerie, dove il volume è accatastato - in casuale disordine - sul banco, primo piano di un ordine quasi maniacale e ripetitivo che è invece negli scaffali, un volume dietro l’altro. La luce gioca sui dorsi dei volumi, i quali prendono forma e paradossalmente, loro immobili, muovono la scena. Ma questa ricerca delle prospettive, delle linee di fuga, lo ha portato a confrontarsi con il paesaggio urbano, metropolitano, con quel rincorrersi ossessivo di palazzi che formano la città. Qui la sua visione è a volo d’angelo, per sublimare lo spazio, per esaltare la planimetria, alla ricerca sempre delle linee convergenti capaci di donare prospettiva e profondità. Così Roma, con la sua piazza del Popolo e le vie del Tridente, osservate da sopra a quella che era la porta d’ingresso alla città; così Manhattan dove i grattacieli trovano ordine in uno skyline che, baciato dalla luce, si riflette multicolore nell’ Hudson. Poi le borse, effimeri templi di una ancor più e effimera, instabile e falsata economia, fatti di scorci con monitor e computer punteggiati da quella bandiera a stelle e strisce la quale in questa caoticità di frenetici scambi di soli numeri, pare richiamare il ruolo di un sistema, basato talvolta sul nulla, che si è autoproclamato padrone del mondo. In tutto questo è la materia-colore a creare le forme. Osservando le tele da vicino lo sguardo non capisce, non comprende segni e spatolate che invece allontanandosi stupiscono ed affascinano, rubando lo spirito che si perde in questi labirinti onirici destinati ad incantare e rapire l’animo. andrea marini Novità editoriali Verdi in libreria per il suo Bicentenario L Manhattan La deliziosa favola sul Natale di Giancarlo Menotti Amahl e i visitatori notturni al Chiabrera di Savona U na Betlemme metropolitana, un presepio con le luci tenui della periferia, in cui le “statuine” ballano il rap: una favola per bambini tutta speciale, che nasce sullo schermo e rivive sulla ribalta. Amahl e i visitatori notturni, opera in un atto di Gian Carlo Menotti su libretto proprio, va in scena al Teatro Chiabrera di Savona lunedì 10 dicembre alle 11.30 e alle 16.30, ultimo titolo operistico del cartellone autunnale dell'Opera Giocosa. Di gran lunga il lavoro più noto di Menotti, Amahl e i visitatori notturni nasce in realtà come opera per la televisione americana: andò, infatti, in "onda" per la prima volta, nella versione inglese, alla NBC di New York. Era stata proprio la NBC, oltretutto, a proporre al compositore di scrivere qualcosa per lo schermo, ottenendo sulle prime un blando rifiuto. Ma il caso volle che Menotti, osservando al Metropolitan Museum la tela di Bosch L'Adorazione dei Magi, rimanesse colpito e decidesse di realizzare il progetto. Nacque così Amahl, una favola immersa nell'atmosfera del Presepe, che ripropone in tinte delicate ed accattivanti il mistero della Notte di Natale, dei Re Magi e della Stella Cometa, ricca di semplici melodie orecchiabili e particolarmente adatte ad un pubblico di bambini. Dopo il grande successo riscosso la notte della Vigilia del 1951, la fiaba fu teletrasmessa, sempre il 24 dicembre, nei tredici anni consecutivi e la fortuna le arrise anche quando venne “trasferita” sul palcoscenico. A Savona va in scena la versione in lingua italiana. Allestimento del Conservatorio di Musica “G. Puccini” La Spezia, sul podio Giovanni Di Stefano. info su www.operagiocosa.it a vita di Verdi è stata così lunga che dal Centenario della morte (21 gennaio 2001) al Bicentenario della nascita (10 ottobre 2013) sono passati solo pochi anni. Due ricorrenze le quali, se la prima è passata quasi dimenticata, la seconda avrà, in questo 2013 che si avvicina, diverse commemorazioni come quella del Teatro alla Scala di Milano che nell’arco di due anni rappresenterà tutte le opere del compositore come altrettanto sta facendo il Teatro Regio di Parma. L’appuntamento si presta anche per l’uscita - o meglio la riedizione - di diversi volumi, primo fra tutti il pregevole Verdi di Massimo Mila (1910-1988), uscito nel 2000 alla vigilia del Centenario della morte, riunendo a cura di Piero Gelli due testi importanti di Mila, quali La giovinezza di Verdi pubblicato nel 1974 e L’arte di Verdi, nel quale il musicologo riproponeva ampliato di alcuni studi il suo saggio del 1958 Verdi, a sua volta ampliamento della propria tesi di laurea Il melodramma di Verdi del 1933. Ora, invece, alla vigilia del Bicentenario, quel volume brossurato del 2000, importante sia per contenuto che per dimensioni, viene riproposto nella collana BUR della Rizzoli in un formato più comodo, rimanendo comunque un testo di riferimento sull’universo di Verdi. massimo mila – Verdi – a cura di Piero gelli - Pag. XXii + 681 – saggi bur - ottobre 2012 - €16,00. Sempre per i tipi della BUR finito di stampare in questo mese di novembre è il volume Vivavedi di Eduardo Rescigno, dal sottotitolo “dalla A alla Z Giuseppe Verdi e la sua opera”. Anche qui ci troviamo di fronte alla riedizione del Dizionario Verdiano, uscito sempre per la BUR nel marzo 2001. Un comodo strumento di consultazione che attraverso brevi voci, nella forma del dizionario, appunto, presenta gran parte dell’universo verdiano, dalle biografie dei cantanti dell’epoca, ai personaggi delle opere, ai direttori d’orchestra, agli impresari, fino ai parenti ed agli amici del compositore. Il volume è aperto da un’utile cronologia ed è chiuso da un panorama delle varie opere con gli elementi principali, quali le date di composizione e prima esecuzione, i personaggi, la trama e le arie. Rispetto alla precedente edizione aggiunta la parte finale con schede delle “Composizioni varie”, i “Luoghi verdiani” e “Videografia” la quale, quest’ultima, si aggiunge alla Bibliografia ed alla Discografia - ovviamente entrambe aggiornate - già presenti nell’edizione del 2001. eduardo rescigno – ViVaVerdi – Pag. 1079 – saggi bur – novembre 2012 - € 18,00. Infine, di poco interesse e molto autocelebrativo, nonché dichiaratamente ispirato da questo Bicentenario, ci appare il volume firmato Riccardo Muti Verdi, l’italiano. Un libro a cura del giornalista Armando Torno, che appare al lettore attento più che altro un’intervista messa in prima persona. Un volume scritto in grande corpo e con un ampio interlinea per occupare pagine e sviluppare così la già piccola corposità del libro, il quale non apporta molto alla conoscenza del compositore di Busseto, riportando conosciuti aneddoti verdiani mixati con qualche ricordo personale di Muti, a due anni esatti dalla propria autobiografia che già ne presentava alcuni e la quale Autobiografia esce anche lei ora in edizione economica. riccardo muti - Verdi, l’iTaliano – Pag. 218 – rizzoli – novembre 2012 - € 18,50. Ti. alf. POSTE PO STE IT ITALIANE ALIANE V VII IN INVITA VITA A SCOPRIRE SCOPRIRE LO SPAZIO SPAZIO FILATELIA, FILATELIA, UNA UN AV VETRINA ETRINA APERTA APERTA SUL SUL MONDO MONDO D DEI EI FRANCOBOLLI. 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