anno XViii - numero 81 - 27 novembre 2012
L’intervista
Parla lo scenografo, premio Oscar,
Dante Ferretti
A Pag.
2
La storia dell’opera
Quel veneziano «Tavolo zoppo»
riparato per La Scala
A Pag.
6
Il dogato genovese
Solo nominale la
similitudine con Venezia.
La figura del vero Boccanegra.
A Pag.
8e9
Storiticità dei personaggi
Nobili e Mercatores
nella Genova del Trecento
A Pag.
10
Curiosità verdiane
Melchiorre Delfico,
il caricaturista di Verdi
A Pag.
12 e 13
simon boccanegra
di Giuseppe Verdi
2
simon boccanegra
Parla lo scenografo Dante Ferretti
«Ho guardato con semplicità alla Genova del
Trecento, pensando però anche a Fellini»
E’
archi a sesto acuto e di quelavventure del barone di
l’alternarsi del
le pareti con un rincorrersi
Münchausen, 1989 per il
bianco e del neverticale di una striscia doquale ha ricevuto la priro, di quelle fapo l’altra di bianco e di nema delle quattro nomisce alternate che richiaro, mi ha colpito. Ma la folnation all’Oscar), fino a
mano alla mente archigorazione non è stata imZeffirelli (Amleto 1990,
tetture tipicamente memediata. Ci ho pensato e riseconda nomination), a
dioevali - ed in particolapensat: quelle strisce mi giMartin Scorsese con il
re del ‘200 - dal duomo
ravano per la testa e dopo
quale ha vinto – insieme
di Siena, a quello di Orho quindi capito che era
all’inseparabile moglie
vieto, fino alla
Francesca Lo SchiaCattedrale di San
vo, che anche qui
Lorenzo a Genoall’Opera firma gli
va. «Si, proprio per
arredamenti scenici
preparare questo
- gli Oscar nel 2005
Simon Boccaneper The Aviator e
gra sono andato a
nel 2012 per Hugo
Genova ed ho perCabret,
mentre
corso a piedi in larl’Oscar 2008 lo ha
go e lungo le strade
vinto per le scene di
ed i “caruggi”, i viSweeney Todddi Tim
coli della città, in
Burton.
cerca di ispirazioni,
Cinque saranno le
di particolari che
scene disegnate da
potessero caratteFerretti per questo
rizzare questo alleBoccanegra. «Non mi
stimento», ci dice
sono occupato spesso
Dante Ferretti, tre
Dante Ferretti con la moglie Francesca Lo Schiavo,
di musica, spero quinvolte premio Oscar sua
collaboratrice, premiati con Oscar
di spero che la mia let(2005, 2008 e 2012),
tura dell’opera, del
che ha curato le scene di
quello il filone giusto da
personaggio Boccanegra e
questo spettacolo, firmasviluppare. Così ho buttato
della Genova trecentesca,
to per la regia dal britangiù qualche disegno. Immanon creandomi preconcetti,
nico Keith Noble, primo
gini quasi grafiche, quasi
favorisca lo spettacolo. Ho
dei tre titoli verdiani in
industriali per la loro lineascelto, infatti, una chiave di
cartellone all’Opera di
rità».
lettura piuttosto classica,
Roma (gli altri saranno I
Ferretti 69 anni, ha lavocercando comunque di riveDue Foscari ed il Nabucrato essenzialmente nel
stire questo allestimento di
co) per questo Bicentenacinema con i maggiori
un tocco un po’ personale.
rio della nascita di Verdi.
registi da Pierpaolo PaIn particolare il mare. Il
Uno spettacolo che vesolini (Il Vangelo secondo
mare che è protagonista
drà anche il debutto, in
Matteo,1964; Uccellacci
nell’opera ed accompagna
questo titolo poco rapuccellini, 1966; Medea,
un po’ tutta la vicenda. L’presentato, dello stesso
1969), a Federico Fellini
ho voluto riproporre come
Riccardo Muti, per la pri(Prova d’Orchestra, 1978;
facevo con Fellini in tanti
ma volta a dirigere il SiGinger e Fred, 1986; La vofilm, primo fra tutti E La
mon Boccanegra.
ce della Luna, 1990), ma
nave Va (1983, n.d.r.):
«Giunto davanti alla catteanche Jean Jaques Anstrisce di plastica con la ludrale di San Lorenzo – connaud (Il nome della rosa,
ce che si riflette su di esse,
tinua Dante Ferretti creando l’effetto increspato
1986), Terry Gillian (Le
quell’architettura fatta di
delle onde. Ma la Genova
che ripropongo è una Genoil g iornale dei g randi eventi
va” industriale”, che già al
tempo era molto attiva nei
Direttore responsabile
commerci, negli scambi.
Andrea Marini
Per questo ho inserito dei
Direzione Redazione ed Amministrazione
silos. Silos come quelli del
Via Courmayeur, 79 - 00135 Roma
petrolio, ma di legno, che in
e-mail: [email protected]
fondo c’erano già allora per
Editore A. M.
contenere l’acqua ed i cereali. Questo vuol presenStampa Tipografica Renzo Palozzi
tare una Genova operosa,
Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma)
non arroccata nei palazzi
Registrazione al Tribunale di Roma n. 277 del 31-5-1995
del potere, dove anche li si
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guardava al pratico, al guadagno e si veniva eletti alle
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non per nobiltà di sangue».
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andrea marini
il
giornale dei grandi eventi
stagione 2013
del Teatro dell’opera di roma
27 gennaio - 3 febbraio
il naso
Direttore
di Dmitrij Šostakovič
Alejo Pérez
6 - 16 marzo
i due foscari
di Giuseppe Verdi
Riccardo Muti
Direttore
5 - 13 aprile
samson eT dalila
di Camille Saint-Saëns
Charles Dutoit
Direttore
10 - 18 maggio
rienzi
di Richard Wagner
Stefan Soltesz
Direttore
18 - 25 giugno
don Pasquale
di Gaetano Donizetti
Bruno Campanella
Direttore
16 - 23 luglio
nabucodonosor
di Giuseppe Verdi
Riccardo Muti
Direttore
23 - 31 ottobre
TurandoT
di Giacomo Puccini
Pinchas Steinberg
Direttore
~~
La Locandina ~ ~
Teatro Costanzi, 27 novembre - 11 dicembre 2012
simon
boccanegra
Melodramma in un prologo e tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma “Simòn Bocanegra”di Antonio Garcìa-Gutiérrez
(andato in scena Madrid, Teatro de la Cruz il 17.1.1843)
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro La Fenice, 12. 3. 1857
Libretto rivisto da Arrigo Boito per la seconda versione del 1881
Seconda versione: Milano, Teatro Alla Scala, 24. 3. 1881
Musica di Giuseppe Verdi
Direttore
Regia
Maestro del Coro
Scene
Arredamento
Costumi
Luci
Movimenti coreografici
Riccardo Muti
Adrian Noble
Roberto Gabbiani
Dante Ferretti
Francesca Lo Schiavo
Maurizio Millenotti
Alan Burret
Sue Lefton
Personaggi / Interpreti
Simon Boccanegra (Bar)
George Petean / Dario Solari
Maria Boccanegra (Amelia) (S)
Maria Agresta /
Eleonora Buratto
Jacopo Fiesco (B)
Dmitri Beloselskiy / Riccardo Zanellato
Gabriele Adorno (T)
Francesco Meli
Paolo Albiani (Bar)
Dario Solari / Marco Caria
Pietro (Bar)
Riccardo Zanellato / Luca Dall’Amico
Un Capitano dei balestrieri (T)
Saverio Fiore
Un’ancella di Amelia (Ms)
Simge Büyükedes
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
Nuovo allestimento
~ ~ La Copertina ~ ~
massimo giannoni – Simon Boccanegra – Ipotesi
per una locandina (acquarello su cartone), 2012.
il
giornale dei grandi eventi
A
simon boccanegra
d aprire la nuova stagione ancora una
volta il maestro Muti sul podio, con ancora una volta un lavoro del repertorio verdiano non eccessivamente eseguito e che appartiene a quei titoli – come l’Attila lo scorso maggio
– che il direttore di origini napoletane ha particolarmente studiato ed approfondito negli ultimi
anni. Il Simon Boccanegra, in particolare, è un’opera che Muti non ha mai diretto e dunque è per lui
un debutto, proprio in questo anno verdiano.
Al Boccanegra – opera andata in scena per la prima volta a Venezia nel 1857 e, dopo l’insuccesso,
ripresa 24 anni dopo a Milano nel 1881 con il li-
bretto rivisto da Boito - spetterà dunque di aprire questo anno del Bicentenario della nascita di
Verdi. Bicentenario che sarà celebrato all’Opera
di Roma, sempre sotto la bacchetta di Muti, con
altri due titoli verdiani, quali I Due Foscari a marzo ed il Nabucco a luglio. Peccato che in prossimità del giorno anniversario della nascita – il 10 ottobre – andrà invece in scena, il 23 ottobre,
un’opera di Puccini, la Turandot.
Questo nuovo allestimento del Boccanegra porta
le firme per la regia di Adrian Noble, già direttore della Royal Shakespeare Company e per le scene del pluri premio Oscar Dante Ferretti, collabo-
3
ratore di registi come Fellini, Pasolini, Scorzese, il quale si è ispirato alla Giovedì 29 novembre, h. 20.00
bella geometria di Sabato 1 dicembre, h. 18.00
Martedì 4 dicembre, h. 20.00
alternanze di bian- Giovedì 6 dicembre, h. 20.00
co e nero della cat- Domenica 9 dicembre, h. 16.30
tedrale genovese Martedì 11 dicembre, h. 20.00
di San Lorenzo. I
costumi sono sono di Maurizio Millenotti. Tra gli
interpreti, diversi cantanti che già hanno lavorato con Muti negli allestimenti verdiani messi in
scena a Roma.
Le Repliche
La prima volta di Muti con il Boccanegra per aprire la stagione
Prologo - A Genova, verso la metà del secolo XIV
(1339)- L 'elezione del nuovo doge divide in una sorda
lotta aristocrazia e popolo. Un ambizioso plebeo, l'orefice Paolo Albiani, propone la candidatura di Simone
Boccanegra, corsaro al servizio della Repubblica genovese, dal quale essendogli
amico spera di ottenere adeguate ricompense. Simone però, uomo schivo di onori, è riluttante. L'unica cosa che da tempo gli sta a cuore è la sorte di Maria, la
donna amata, che la patrizia arroganza del padre, Jacopo Fiesco, gli ha finora impedito di sposare. Paolo è al corrente del segreto tormento di Simone e per guadagnarne l'adesione al suo disegno gli fa intendere che, una volta assurto all'alta magistratura, il Fiesco non potrà più negargli le nozze riparatrici. Simone nuovamente e invano supplica il Fiesco di perdonargli la relazione clandestina. Ma
Fiesco solo se Simone gli consegnasse la bimba avuta da sua figlia potrebbe forse dimenticare l'oltraggio patito della famiglia. È una condizione impossibile,
perché la bimba, affidata a una nutrice in un paese straniero, è misteriosamente
scomparsa ed ogni ricerca è stata vana. Simone, esasperato e pronto a sfidare
chiunque gli contrastasse il passo, penetra nel palazzo dove sa essere tenuta segregata la sua donna e la rinviene cadavere. Intanto, in un frastuono di voci eccitate si annuncia l'avvenuta sua elezione. Ancora sconvolto dal dolore, il nuovo
Doge, nel popolo che lo acclama, vede che una folla di fantasmi.
esporre le loro ragioni. Era accaduto che gruppi di facinorosi si fossero arrogati di far giustizia sommaria di
Gabriele Adorno, reo d'aver ucciso Lorenzino l'usuraio,
indicato come presunto esecutore del ratto d'Amelia.
Ignoto, però, risulta il mandante, un uomo potente. Lorenzino, in punto di morte, stava per dirne il nome e Gabriele s'è convinto invece che sia il doge stesso,
perciò come gli è davanti tenta di pugnalarlo. Amelia-Maria, liberatasi con uno
stratagemma da Lorenzino prima che fosse ucciso, arriva in tempo a interporsi
fra fidanzato e padre, scagionando il Doge e, proclamando di conoscere il mandante, invoca per Gabriele la clemenza dogale. Il Boccanegra intuisce che il colpevole è Paolo Albiani e, per umiliarlo, lo costringe ad associarsi all'unanime
esecrazione.
La Trama
aTTo Primo - Sono trascorsi 24 anni. E’ il 1363. - Amelia Grimaldi, rimasta
sola a Genova, vive in uno stato di continua ansia da quando è a conoscenza che
al complotto dei patrizi, volto ad abbattere Simon Boccanegra, partecipa anche il
giovane amato, Gabriele Adorno. Poiché ha saputo che il Doge vorrebbe chiederla in moglie per il suo favorito Paolo Albiani, esorta Gabriele a sollecitare Andrea - suo tutore in assenza della famiglia esule - per il consenso al loro matrimonio. Andrea - sotto la cui identità si nasconde Jacopo Fiesco, dato per scomparso - lo accorda, ma insieme rivela che Amelia non è una Grimaldi, ma un'orfana prelevata da un convento a sostituire la vera Grimaldi morta neonata. Le
sue oscure e umili origini Amelia le racconta anche a Simon Boccanegra, il quale, con il cuore traboccante di felicità, non tarda a riconoscere in lei la sua perduta
figlia, Maria come la madre e, dopo aver inteso ch'ella è innamorata, avverte l'Albiani di non contare sulle progettate nozze. Furente, questo ordina che Amelia
sia rapita e portata nella casa d'un tal Lorenzino, usuraio.
A Palazzo degli Abati si svolge un’importante seduta: il doge, facendo propria
l'appassionata invocazione di Francesco Petrarca a cessare le lotte fratricide, si
sforza di scongiurare la guerra con Venezia che i consiglieri vogliono. Dalla piazza si leva il rumore minaccioso d'un tumulto popolare, tra grida di «evviva» e «a
morte il Doge». Simone ordina che i manifestanti siano ammessi nel salone ad
aTTo secondo - L'Albiani è stato bandito da Genova, ma prima di partire per l'esilio vuole vendicarsi del Doge. Non bastandogli un lento veleno che
gli ha versato in una tazza, propone ad Andrea, cioè a quell'irriducibile ma non
vile nemico del doge che è Jacopo Fiesco, di assassinarlo nel sonno. Ne riceve naturalmente sdegnoso rifiuto, mentre trova incline a prestargli fede Gabriele
Adorno, insinuandogli che Amelia è divenuta l'amante del Doge. Amelia cerca pur tra reticenze - di persuadere Gabriele che i rapporti che la legano al Boccanegra sono ben diversi da quelli, ma un affettuoso colloquio, cui l'Adorno assiste non visto, sembra confermare l'accusa. In effetti, durante il dialogo AmeliaMaria ha confessato al padre d'amare Gabriele e per lui, che pure è nella lista dei
cospiratori, ha ottenuto per la seconda volta la grazia. Ciò non toglie che Simone, addormentandosi dopo aver bevuto nella tazza avvelenata, corra nuovamente il rischio d'essere ammazzato dall'Adorno: lo salva la figlia ed ancora il
doge perdona. Gabriele Adorno, scoperta finalmente la vera identità della fidanzata, promette che andrà dai congiurati messaggero della pace offerta dal
Boccanegra e che, se non riuscirà a convincerli, tornerà per combatterli.
aTTo Terzo - La sommossa è fallita. Mentre Paolo Albiani per essersi unito ai rivoltosi è condannato a morte e Maria e Gabriele celebrano le nozze, si susseguono le ultime agnizioni. Jacopo Fiesco apprende che fu l'Albiani a far rapire
Amelia; che Simon Boccanegra è inesorabilmente consumato dal veleno; che
Amelia Grimaldi non è altri che Maria figlia di sua figlia e del Boccanegra. Il Doge, che credeva morto il Fiesco, rivedendolo si illude per un istante che sia giunta l'attesa occasione di riceverne il perdono, ora che se n'è ritrovata la nipote. Anche Maria Boccanegra, apprende che Andrea è in realtà Jacopo Fiesco, suo nonno. Infine, si compie il dramma: Simon Boccanegra, assistito dai suoi congiunti
in lacrime e tra la commozione della corte e del popolo, si spegne, additando Gabriele Adorno come suo successore.
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il
giornale dei grandi eventi
simon boccanegra
Dmitri Beloselskiy e Riccardo Zanellato
George Petean e Dario Solari
Jacopo, il nobile
che cambiò identità
Simon, il corsaro
che divenne Doge
E
5
A
’ affidato ai bassi dmitri beloselskiy e riccardo zanellato (9/12) il
cantare come Boccanegra saranno i baritoni george Petean e
ruolo del nobile Jacopo. dmitri beloselskiy, nato a Pàvlograd
dario solari. george Petean è nato a Cluj-Napoca in Roma(Ucraina), si è diplomato all'Accademia di Musica Gnesin di Mosca.
nia. Ha studiato canto presso la Dima Academy con corsi di
Nel 2007 è stato vincitore del 2° premio al XIII Concorso internazionale
perfezionamento con Vicente Sardinero e Giorgio Zancanaro .Il suo
Tchaikovsky. Nel maggio 2010 ha debuttato in Nabucco nel ruolo
debutto a teatro è in Romania
di Zaccaria. Ha partecipato, nel ruolo di protagonista, alla reginel 1997, nel ruolo del protastrazione di The tale of the priest and his worker, Balda di Šostakovič.
gonista in Don Giovanni. Nel
Ha collaborato con direttori quali Spivakov, Bashmet, Fedoseyev,
1999, ha vinto il Gran Premio
Koenig, Marin, Zanderling, Pletnev. Nel 2011 a Roma ha è stato
del Concorso Hariclea DarZaccaria nel Nabucodonosor di Verdi diretto dal Maestro Muti e
clee in Romania. Dal 2002 al
successivamente, sempre all’Opera di Roma, ha cantato il ruolo di
2010, è stato solista permaFederico Barbarossa ne La battaglia di Legnano diretto dal Maestro
nente all’Hamburg Opera e
Steinberg. Attualmente è solista del Teatro Bol'šoj di Mosca.
nello stesso periodo si è esiriccardo zanellato, dopo essersi aggiudicato il premio Operalia
bito sui più prestigiosi palconel 1996, ha debuttato con Dom Sébastien di Donizetti al Comunascenici internazionali in prole di Bologna ed al Donizetti di Bergamo, riscuotendo il plauso di
duzioni come: Il barbiere di Sipubblico e critica. Da li ha iniziato ad affermarsi come uno degli
viglia, Pagliacci e molte altre.
artisti di riferimento per i ruoli di basso verdiani della nuova geNella stagione 2010/’11 ha
nerazione. Ha poi preso parte ne La vedova scaltra , Assassinio nelcantato al New National
la cattedrale, Le nozze di Figaro ed Ifigenia. Importante la collaboraTheatre di Tokyo ed alla Bazione con Muti che lo ha scelto per le produzioni romane di Iphi- Dmitri Beloselskiy e George Petean
yerische Staatsoper di Monagenié en Aulide, Nabucco e Moïse et Pharaon. Regolare ospite del Feco di Baviera. Con Così fan
stival Verdi ed al Regio di Parma, ha interpretato Nabucco, La forza del detutte ha aperto la stagione 2011/’12 alla Los Angeles Opera, poi ha
stino con la direzione di Gelmetti e quest’anno la Messa di Requiem di Vercantato Don Pasquale al Teatro Comunale di Treviso.
di diretto da Temirkanov. Nel 2011 ha debuttato al Rossini Opera Festidario solari, nato a Montevideo-Uruguay nel 1976, ha studiato canto
val nel Mosè in Egitto. Nel luglio 2012 invece in Norma a Caracalla.
alla Scuola Nazionale di Arte Lirica del suo paese. Nel 1999 si
Tra i prossimi impegni: Il barbiere di Siviglia e Così fan tutte, Don Giovanni,
trasferisce in Italia, su invito di Katia Ricciarelli per perfezionarsi con
al Covent Garden di Londra, e Don Pasquale al Théâtre des Champs-ElyPaolo Washington. Dopo importanti concorsi vinti, come il
sées ed al Liceu di Barcellona.
“Ferruccio Tagliavini”, l'“Iris Adami Corradetti” e il “Tito Schipa”, ha
debuttato nel 2001 in diverse opere, tra cui La rondine di Puccini e Die
Zauberflöte di Mozart. Ha preso parte all’inaugurazione della stagione
Maria Agresta e Eleonora Buratto
2003/2004 del Teatro dell’Opera di Roma, come Cloteau in Marie
Victoire di Respighi, sotto la direzione di Gelmetti. Nel 2006 è tornato
all’Opera di Roma per Maria Stuarda (Lord Guglielmo Cecil) e per
l’opera di Franco Alfano La leggenda di Sakùntala (Lo scudiero). Lo
scorso anno come Macbeth ha inaugurato la stagione dell'Opera di
Roma diretto da Muti. Poi in luglio è stato Ezio in Attila a Caracalla.
d interpretare Maria la figlia scomTra i prossimi impegni Il Trovatore a Ravenna, Macbeth al Comunale
parsa, saranno i soprano maria
di Bologna per la regia di Bob Wilson e la direzione di Abbado, Don
agresta ed eleonora buratto (9/12).
Pasquale (Dottor Malatesta) a Toulouse, Les Pécheures des perles al San
maria agresta, diplomata al Conservatorio
Carlo di Napoli.
di Salerno con il massimo dei voti e la lode,
si è perfezionata sotto la guida di Raina Kabaivanska presso l’Istituto Vecchi-Tonelli di
Francesco Meli
Modena. E’ vincitrice di numerosi concorsi
internazionali, tra cui il Concorso “Comunità Europea” del Teatro Lirico Sperimentale
Agostino Belli di Spoleto, dove ha debutta- Maria Agresta
to nel 2007 nei ruoli protagonisti de La bohème e de Il trovatore. Nel 2011 in occasione delle celebrazioni per i 150 anarà il baritono francesco meli a canni dell’Unità d’Italia ha debuttato ne I vespri siciliani, ottenendo un grantare come il giovane Adorno. Nato
de successo. Da allora è iniziata la sua carriera internazionale con imnel 1980 a Genova, ha iniziato gli stuportanti debutti presso il Teatro alla Scala di Milano, all’ Israeli Opera
di di canto a diciassette anni e nel 2002 ha
di Tel Aviv, Arena di Verona, e molti altri.
debuttato con Macbeth di Verdi. Nello steseleonora buratto, nata a Mantova nel 1982, nel 2006 si è diplomata in
so anno ha cantato come solista nella Peticanto presso il Conservatorio Campiani di Mantova. Per tre anni ha
te Messe Solennelle di Rossini e nella Messa
studiato con Luciano Pavarotti, per un anno ha frequentato l’Accadedi gloria di Puccini, trasmessa dalla RAI
mia di canto lirico di Mirella Freni e si è perfezionata con Paola Leolini.
durante il Festival dei Due Mondi di SpoNel 2007 ha vinto la Competizione Arturo Belli del Lirico Sperimentaleto. Nel 2005 ha inaugurato le stagioni
le di Spoleto, dove ha debuttato nel ruolo di Musetta ne La bohéme ed in
della Scala con Idomeneo di Mozart, del
quello di Dirindina ne La Dirindina va a teatro di Scarlatt. Ha cantato in
Carlo Felice con Don Giovanni di Mozart,
numerosi concerti, tra cui quello per il Premio Donizetti a Luciano Padel Rossini Opera Festival in una nuova Francesco Meli
varotti ed il concerto per il 60° dal debutto di Leo Nucci. Nel 2009 ha laproduzione di Bianca e Falliero. E’ stato,
vorato in Così fan tutte, nel Demofoonte di Jommelli, al Festival di Saliinoltre, interprete di recital solistici a Londra, Tokyo, Oslo, Poznan
sburgo ed al Ravenna Festival diretta da Muti. Nel 2010 una tournée a
e del Requiem di Verdi sotto la direzione di Gatti, Maazel, Noseda e
Shanghai diretta dal Maestro Noseda. Nella stagione 2011/’12 succesTemirkanov.
so come protagonista ne I due Figaro di Mercadante diretta dal Maestro
Muti. Tra gli impegni della stagione 2012/2013: I due Figaro, Ariande auf
Pagina a cura di Mariachiara Onori / Foto di Corrado M. Falsini
Naxos, e la Messa in B minore di Bach diretta da Muti a Chicago.
Maria (Amelia),
la figlia ritrovata
A
Adorno,
futuro Doge genovese
S
6
simon boccanegra
il
giornale dei grandi eventi
La Storia dell’opera
Quel veneziano «Tavolo zoppo»
riparato per La Scala
«I
l Boccanegra ha fatto
a Venezia un fiasco
quasi
altrettanto
grande di quello della Traviata».. Il parere di Verdi attingeva ai fatti: il 12 marzo
1857, alla Fenice di Venezia,
l’opera – nella sua prima
versione – andò incontro ad
un evidente ed innegabile
insuccesso. Poca fede egli
serbava ai pettegolezzi di
piazza, cioè all’idea che ci
fosse un partito a lui avverso a prescindere, deciso a
non fargliela passare liscia:
un gruppo di ricchi israeliti
sostenitori di tal Maestro
Samuele Levi (1813-1883),
autore di una Giuditta
(1840) allestita e subito tolta
dalle scene, che non vedeva
di buon occhio un eventuale successo di Verdi, in
quanto dannoso per la carriera del protetto, come riportava Cesare Vigna, collaboratore dell’informata
Gazzetta Musicale di Milano, Giornale di Casa Ricordi. Si vociferava, proseguiva l’informato Vigna, ripreso da vari biografi odierni
tra i quali Budden, ci fosse
addirittura lo zampino di
Giacomo (Jacob) Meyerbeer, ebreo anch'egli, i cui lavori stavano lentamente
passando in secondo piano,
essendo totalmente privi di
quella forza drammatica
che caratterizzava la musica delle più giovani generazioni di compositori, quella
verdiana in primis.
Tutto può essere, ma a Verdi questo non interessava:
la sua musica era stata giudicata oscura, lugubre, severa, con «astrusità armoniche» ed al pubblico non era
piaciuta, nonostante la più
che buona interpretazione
dei protagonisti, tra cui il
baritono Leone Giraldoni, il
soprano Luigia Bendazzi, il
tenore Carlo Negrini. E
questo nulla aveva a che fare con invidie e “complotti”
di nemici veri o presunti:
l’opera aveva degli oggettivi difetti. Prova ne fu che,
anche negli anni immediatamente successivi, essa
mai ottenne il successo sperato, salvo le rare volte in
cui fu lo stesso Verdi a diri-
gerla: trionfò, sì, pochi mesi
dopo a Reggio Emilia, a Napoli ed a Roma nel ‘58, ma
eclatante fu il fiasco alla
Scala di Milano nel ‘59, con
Sebastiano Ronconi nel ruolo del protagonista, occasione che provocò lo sfogo di
Verdi nei confronti del pubblico milanese, reputato
scortese e ingrato sin dai
tempi di Un Giorno di Regno, caduto drasticamente
in quello stesso teatro nel
settembre del 1840. Insomma, per avere un riconoscimento adeguato del Boccanegra occorrerà aspettare
più di vent’anni: dopo una
attenta revisione e grazie al
prezioso aiuto di Arrigo
Boito, Verdi lo vedrà con
successo alla Scala il 24
marzo 1881.
Ma torniamo indietro. Era il
marzo del 1856 quando
Busseto il 31 luglio, di ritorno dalle vacanze al Lido di
Venezia ed in partenza per
un breve soggiorno a Parigi
per seguire la rappresentazione del Trovatore in francese all’Opéra. «Credo di
aver trovato il soggetto per Venezia e da Parigi ti manderò il
programma», scriveva. La
scelta del soggetto era caduta su un altro dramma
dello spagnolo Antonio
García-Gutiérrez – autore
de El trovador fonte appunto de Il trovatore. In realtà,
Piave non era probabilmente all’altezza del lavoro, né
si dimostrava particolarmente solerte nella stesura
del testo ed a nulla valsero i
dettagliati suggerimenti
“scenografici” che il compositore gli faceva puntualmente: «Metterei una seconda
tela di fondo colla luna i cui
difiche,
gli
adattamenti e
la stesura del
nuovo libretto
avvennero all’insaputa
di
Piave, il quale fu
avvertito da Verdi
a cose fatte, anche
se gli fu offerta la
possibilità di non apporre il suo nome sul frontespizio. Lasciando da parte
le amarezze e le diatribe che
naturalmente sorsero tra
compositore e librettista alla fine riconciliati - non
v’è dubbio però che il testo
del Boccanegra avesse risentito di tutti i rimaneggiamenti: era macchinoso e
conteneva incongruenze e
palesi imperfezioni. Il che,
unito a quella destabilizzante tinta cupa, fu certamente causa non ultima
dell’insuccesso.
dopo l’insuccesso
veneziano
Manifesto della prima rappresentazione di Simon Boccanegra
Verdi si recò a Venezia per
una ripresa del Trovatore.
Lì decise di accettare la
commessa da parte della
Fenice per un’opera nuova,
ancora indeterminata. Il
compositore veniva da un
periodo piuttosto faticoso,
da “gli anni di galera” fino
alle dure prove de I Vespri
Siciliani – in scena trionfalmente all’Opera di Parigi
nel giugno del 1855 – e le vicissitudini legali contro
l’impresa Calzado, che intendeva allestire un Trovatore «indegno» al ThéâtreItalien della stessa città. La
prima notizia del Simon
Boccanegra si trova in una
lettera al librettista Francesco Maria Piave scritta da
raggi battessero sul mare, che
si dovrebbe vedere dal pubblico: il mare sarebbe una tela
luccicante in pendio […]».
Tanto che, alla fine, nell’impossibilità di lavorare proficuamente con il suo librettista, Verdi si vide costretto a
chiedere, per una serie di
importanti modifiche, l’intervento del poeta Antonio
Somma – incontrato a Parigi e che poi sarà il librettista
del Ballo in maschera - e non
quello di Giuseppe Montanelli, poeta e patriota toscano che viveva all’epoca in
esilio a Parigi a causa della
sua partecipazione al governo rivoluzionario del
1849, come alcuni studiosi
verdiani riportano. Le mo-
Fu l'editore Giulio Ricordi,
figlio di Tito, che con un’innata chiaroveggenza suggerì nel 1868 a Verdi di rivedere la partitura. Fu necessaria tutta la sua costanza e determinazione per
riuscire a convincere il compositore, che soltanto nel
1880 si decise a «rinsaldare le
gambe al tavolo zoppo» con
l’aiuto del letterato 38nne
Arrigo Boito, con cui aveva
collaborato per l’Inno delle
Nazioni nel 1862 e che sarebbe stato suo librettista
per le ultime due opere,
Otello (1887) e Falstaff
(1893). E proprio Boito conferì al testo tutt’altra arte e
drammaticità. Il nuovo Boccanegra, appare assai diverso rispetto alla versione originaria: più “verdiano” nel
senso della drammaticità,
maggiore la fusione dei
personaggi con l’ambiente,
più approfondita la loro
psicologia,
sottolineata
puntualmente da una partitura magistrale. E se salutare per la rinata opera fu senza dubbio l’intervento di
Boito, è vero anche che il
soggiorno di Verdi a Genova - città del Boccanegra -
Arrigo Boito
durante la composizione,
contribuì non poco alla resa
descrittiva ed alla precisa
contestualizzazione della
vicenda.
a milano il nuovo debutto
Ma arriviamo a quel 24 marzo 1881, sera in cui il “nuovo” Boccanegra venne entusiasticamente applaudito alla Scala di Milano: nel cast
Victor Maurel, Anna D' Angeri, Francesco Tamagno,
Federico Salvati e da Edouard de Reszke. Sul podio
Franco Faccio. Un riscatto
indiscusso, anche se, a dir la
verità, non si può parlare di
un successo clamoroso e
Verdi ne fu più che consapevole. Il giorno dopo all’amico Arrivabene scriveva che
gli pareva «… fossero bene aggiustate le gambe rotte di questo vecchio Boccanegra» per
aggiungere pochi giorni dopo: «Ora se lo vuoi sapere, ti
dirò che il Boccanegra potrà fare il giro dei teatri come tant’altre sue sorelle, malgrado il soggetto sia triste assai». L’opera
tenne il cartellone per nove
sere soltanto ed a Ricordi il
compositore, sempre attento
all’aspetto commerciale delle sue opere, non nascose la
propria amarezza «Ovazioni
e bis non significano nulla se la
cassetta non è gonfia…».
In effetti il Boccanegra, pur
entrata nel grande repertorio, rimane tutt’oggi opera
poco popolare, nonostante
contenga pagine magistrali.
Ma è anche vero che senza i
tormenti ed i profondi scandagli psicologici quest’opera, probabilmente non
avremmo mai avuto l’Otello.
barbara catellani
il
giornale dei grandi eventi
simon boccanegra
7
Analisi dell’opera
Il secondo Boccanegra
più rispettoso della declamazione
S
trano destino quello
del Simon Boccanegra,
discusso e difeso, sin
dalla sua prima stesura.
Amato senza dubbio da
Verdi se, anni dopo, decise di rimetterlo in discussione, con la collaborazione di Boito. Al di là degli
esiti contingenti, certo è
che “Boccanegra” rappresenta un doppio punto di
svolta nella carriera verdiana. Lasciata alle spalle
la trilogia popolare, archiviati gli anni di galera,
colto il successo internazionale a Parigi con i Vespri siciliani, Verdi puntò
su una più moderna visione del teatro, combinando
la coralità delle opere risorgimentali con la tragedia individuale di personaggi colti nella loro complessità psicologica. Ora,
avvenimenti politici, storici che investono una
pluralità di persone si
fondono con il dramma
dei singoli, colti nella loro
duplicità di passioni. E’ il
caso di Simone, corsaro,
doge, ma anche padre alla
ricerca della propria figlia
e per lei pronto a perdonare ai suoi nemici.
Basato essenzialmente
sulla solitudine dell’uomo
di potere, Boccanegra è
opera dalle voce virili,
basse, caratterizzata da
un’atmosfera cupa. Al
centro, lo scontro di Boccanegra (baritono) con
Fiesco (basso). La donna
(soprano) è la figlia del
primo e nipote del secondo. Un triangolo, dunque,
anomalo. Il tenore (Adorno) è il promesso sposo di
Maria, ma rivale politico
di Boccanegra e alleato di
Fiesco.
Opera bifronte, il Boccanegra sembra anticipare
l’Otello, per la concezione
satanica di Jago, qui prefigurato nel carattere del
traditore Paolo, ma guarda anche indietro, ad
esempio al “Miserere” del
Trovatore per la splendida
pagina del “Lacerato spirito” in cui Fiesco intreccia il proprio declamato
con i lamenti per la morte
Stampina di Simon Boccanegra alla Scala, 1881
di Maria. La riduzione librettistica della versione
originale segue fedelmente l’impianto del Simon
Boccanegra di Antonio
Garcìa-Gutiérrez, autore
dal quale aveva precedentemente attinto per Il Trovatore.
il rimaneggiamento
e le sue differenze
Dopo l’insuccesso veneziano del 1857, la versione
del 1881 mantiene inalterate le grandi linee della
vicenda, ma conferisce un
rilievo assai maggiore al
motivo politico e, sul piano musicale, opera vistosi
interventi di carattere
strutturale. Verdi dichiara
guerra alle cavatine, opta
per una architettura rispettosa della parola e
della declamazione che
predomina sulla scrittura
lirica. Le arie tendono ad
essere brevi, concentrate,
come nel racconto di Paolo o nel citato “Lacerato
spirito” di Fiesco.
Ma soffermiamoci su alcune differenze fra le due
versioni. Nel Prologo,
Verdi ha soppresso il Preludio lasciando quasi
inalterata la struttura, il
che gli consente di introdurre il pubblico in una
scena già in divenire. Nella scena di Fiesco solo si
compendia il ritratto del
personaggio: orgoglioso,
inflessibile nel recitativo
“A te l’estremo addio, palagio altero”; umanamente prostrato nel cantabile
“Il lacerato spirito”, una
romanza in due sezioni.
L’arrivo di Simone porta a
uno splendido duetto, un
confronto serrato tra due
forti personalità. Il duetto,
senza alcuna cabaletta
passa alla scena successiva dove Simone scopre la
morte di Maria. Nella versione del 1857 Verdi aveva aperto il primo atto
con una scena e cavatina
di Amelia. Nella revisione
è inserito un Preludio e
soppressa la cavatina, sostituita da una frase di sole undici battute (Ei
vien…l’amor) che approda direttamente al duetto
fra soprano e tenore. Momento clou, il finale dell’atto I. Nel 1857 il pubblico assisteva ad una festa
pubblica in una piazza di
Genova interrotta dall’arrivo di Adorno che accusava il Doge di aver rapito Amelia.
Nella versione rivista dopo 24 anni, il rapimento
stesso viene inglobato in
un contesto più ampio,
nella congiura contro il
Doge e nella rivolta popolare. Per questa scena
(ambientata nella sala del
Consiglio del Palazzo dogale) Verdi e Boito s’ispirarono ad alcune lettere di
Petrarca ai Dogi delle due
Repubbliche, invocanti la
pace tra Genova e Venezia in nome della comune
appartenenza all’Italia:
una scelta significativa
negli anni Ottanta quando, a Paese già unificato,
si temevano spinte separatiste.
Non c’è in questa grande
scena la stretta finale, un
procedimento ormai in
disuso, sostituita dalla
drammatica scena in cui il
Doge costringe il traditore
Paolo a maledire se stesso; da notare i possenti
unisoni dell’orchestra in
fortissimo, coi trilli dei
tromboni e soprattutto la
ripresa deformata del motivo cantato da Amelia nel
concertato, ora affidato al
clarinetto basso.
Quando Verdi a Parigi
frequentò l’Opera consultò spesso gli opuscoli
chiamati “Livrets de mise
en scene” contenenti de-
scrizioni dettagliate della
regia e della scenografia:
una prassi da lui introdotta in Italia con il titolo di
“Disposizioni sceniche”.
A proposito di questa
scena si legge nelle “Disposizioni sceniche”: «La
scena fra il Doge e Paolo non
avrà la sua voluta interpretazione se non da due attori
sommamente intelligenti e
che perciò sappiano sviscerare il concetto musicale ed il
concetto drammatico ad un
tempo e raggiungere così lo
scopo d’interessare e commuovere gli spettatori».
Il secondo atto è rimasto
strutturalmente
quasi
inalterato.
Del terzo atto vale la pena
citare il finale. Vi si ritrova
uno dei rari omaggi marini di Verdi (il doge che
guarda l’orizzonte e rimpiange di non aver chiuso
gli occhi nelle sue acque);
poi la morte dignitosa con
lo scettro del comando affidato ad Adorno. Una
scena di rara potenza
drammatica nella sua essenziale brevità.
roberto iovino
Vocabolario musicale
Le cavatine
I
l termine “cavatina” deriva da “cavata”, ossia
l’abilità dell’esecutore di trarre piena voce dallo
strumento. Nell’opera dell’Ottocento è in generale equivalente ad “aria”: si tratta quindi di brano
solistico che viene poi concluso da una cabaletta,
come viene definita la seconda parte di un’aria di
carattere virtuosistico e brillante che porta alla
stretta conclusiva, magari di un duetto.
Molto spesso il termine “cavatina” è usato per designare il primo intervento solistico di ciascun
personaggio, mentre i successivi interventi prendono più facilmente il nome di “aria”, oppure di
“romanza” od anche di “cantabile”.
Verdi si attiene a questa terminologia fino all’Aroldo (agosto 1857), opera che segue di cinque
mesi il Simon Boccanegra, poi il termine “cavatina”
scompare. Si avverte la mutata terminologia mettendo a confronto la prima e la seconda versione
del Simon Boccanegra: nella I° versione (1857)
l’intervento solistico di Amelia è definito «Scena e
cavatina» (I,1), mentre nella 2° versione (1881) lo
stesso brano è denominato «Scena».
Ti. al.
8
simon boccanegra
il
giornale dei grandi eventi
Il ruolo storico del dogato genovese
Un doge per Genova. Ovvero: “cambiare tutt
N
el 1339 a Genova la piazza si
solleva. Il “popolo” ha vinto la sua
battaglia. Tocca a Simone Boccanegra essere il primo titolare della nuova magistratura,
il dogato a vita che
esclude dal potere le
vecchie famiglie, definite “nobili” non per
sangue ma per censo e
per antico esercizio di
cariche. Il mutamento
è rilevante, ma, come
sempre accade a Genova, lo stato delle cose
non cambia. Nel Medioevo nessuno si sogna di rivedere l’ordine stabilito da Dio e ciò
che nell’Ottocento viene sottolineato come
una rivoluzione dal
basso è invece una cooptazione obbligata di
uomini “nuovi”, simili Bozzetto per il prologo della prima rapresentazione scaligera del 1881
in tutto e per tutto a
porto del Mediterraneo, la “più
breve il passo che porta ad acquelli “vecchi”. A Genova, inatlantica” delle città italiane ed
quisire prestissimo le entrate
fatti, il potere è, e sarà costanteil principale forziere di “capitadel Comune a garanzia di comente, controllato dall’élite dele caldo”. Il Comune genovese,
stanti prestiti privati; altrettangli affari, mentre alle arti “mecnato da una Compagna sorta da
to breve sarà il passo verso la
caniche” e alla plebe toccherà
un accordo temporaneo per la
formazione dell’associazione
solo il ruolo di semplice massa
protezione di interessi particodei creditori della Repubblica
di manovra.
lari, imprime una svolta
che, all’inizio del Quattrocento,
sostanziale e definitiva
darà origine al famoso Banco di
al sistema, disegnando
San Giorgio, giustamente defiuna città - stato guidata
nito da Niccolò Machiavelli
da guerrieri - mercanti,
«uno Stato nello Stato». Il Comuche, nel costante intrecne non ha una flotta, ma molte
ciarsi di famiglie-azienflotte potenti stazionano in porda in politica ed econoto e l’intreccio delle vie di comia, esclude subito e per
municazione è nelle mani dei
sempre l’esistenza di
clan. In un’epoca in cui non ciruno Stato permanente e
cola denaro e domina un’ecotrascendente, facendo di
nomia di consumo sono i genoGenova una grande sovesi a fornire alle Corone stracietà in nome collettivo.
niere capitali, uomini e navi. La
Sorretta da una formula,
forza del sistema da cui, tra
in cui il mercato si sposa
Cinque e Seicento, germinerà il
fin
dall’inizio
con
famoso “Secolo dei Genovesi” è, e
un’ampia e differenziata
resterà sempre, l’assenza dello
attività di investimento,
Stato. Già nell’età del Boccanel’azione individuale è
gra aumenta la potenza delle
sostenuta da gruppi pagrandi famiglie “nobili” e “porentali diffusi dal Norpolari” che formano raggrupdeuropa alle coste atlanpamenti artificiali - gli “albertiche fino al Mar Nero,
ghi” - a cui di fatto (e poi nel
in una varietà di formule
1528 di diritto) è demandata la
oscillanti tra pubblico e
gestione del potere politico ed
privato, intese alla ricereconomico.
Ritratto del doge Giacomo Grimaldi, opera di
ca di sempre nuovi inveGiuseppe Rossi (Genova 1732 - 1796)
stimenti. A Genova lo
un cooptazione
Stato non sarà mai ricco,
per censo
ricchissimi invece
saranno
Fin dal Mille i genovesi hanno
Ostinatamente fedeli alla forsempre i genovesi. Fin dall’inifatto della loro Città, posta nelmula originaria, in cui solo la
zio le imprese guerresche sono
l’estrema punta occidentale
ricchezza scaturita dal mercaaffidate a società private. E’
dell’ Eurasia, il più importante
to e dalla finanza
consente la cooptazione nel patriziato,
per tutta la durata
della loro storia, i
genovesi non vorranno mai che, tra
tanti potenti, ne
emerga
qualcuno
più potente degli altri. A Genova non ci
sarà mai un signore
o un principe, a meno che - tra tante lotte per il potere - una
fazione scelga di
averne uno straniero. Ma è questione
di anni e poi tutto
torna come prima.
“Libertà” e “Repubblica”sono le parole
d’ordine di un ceto
dirigente che, nonostante denominazioni diverse e lente cooptazioni, non cambierà mai i suoi
comportamenti.
Tuttavia proprio la grande libertà d’investimento e l’estrema mobilità sul piano internazionale, che genera grandi rischi ma consente altissimi
guadagni, dà spazio alla crescita di uomini “nuovi”, quelli
appunto che all’epoca sono
definiti “popolari”, peraltro
spesso già legati in alleanze
matrimoniali e affari con i
“nobili” e cioè con le vecchie
famiglie. Ciò provoca un lento ma progressivo allargamento dell’élite, di cui si av-
Giovanni Agostino Giustino Campi
Doge dal 27.11. 1591 al 26.11.1593
il
giornale dei grandi eventi
simon boccanegra
9
Il personaggio storico
to perché nulla cambi” Simone Boccanegra
vertono i primi segni al tempo
del “capitanato del popolo”
del prozio del futuro doge, il
grande Guglielmo,- sotto il
quale i genovesi prendono il
controllo del mar Nero (1261),
il primo del clan Boccanegra a
svolgere un ruolo di governo.
E’ lui a tentare, con l’appoggio
della parte “ghibellina” (termine peraltro vuoto del significato che tradizionalmente gli
si attribuisce), la stessa che sosterrà l’ascesa di Simone, un
primo ridimensionamento dei
“nobili” e un recupero politico
delle”arti”. Ma Guglielmo, accusato di inclinazioni autocratiche, deve fuggire.
Per un po’la situazione oscilla
ancora, passando tra esperienze politiche diverse, finché il cambiamento diventa
obbligato.
le differenze
tra genova e Venezia
Così nel 1339 anche Genova,
come Venezia, ha un Doge, soluzione di comodo per una repubblica in un’età di incombenti signorie.
Ma, come sempre accade nella
storia di queste due città tradizionalmente nemiche, il doge
genovese è figura del tutto
nuova e completamente diversa da quella veneziana.
A quell’epoca, come anche
nell’opera verdiana si ricorda,
i genovesi non guardano più
solo al Mediterraneo e all’Oriente, come invece fa Venezia. Signoreggiano il Mar
Nero e già da due secoli stanno sulle rive dell’Atlantico,
dove ora vanno “scoprendo”
le isole oceaniche, lavorando
con i loro ammiragli ed i loro
capitali con portoghesi e con
castigliani. Le schermaglie con
Venezia sono ormai largamente superate da quelle, assai più pericolose, con la vicina Barcellona.
Diversamente da quanto capita a Venezia, la loro storia fin
dall’inizio guarda anche a Occidente, da dove poi per la Serenissima verrà la sconfitta
portoghese nel mercato delle
“spezie”.
Nonostante sia anch’esso repubblicano, a differenza di
quello genovese, il sistema politico veneziano, sorto sull’antica radice bizantina, tende subito alla centralizzazione. Fin dall’VIII secolo il Doge
è una sorta di “principe della
città” e anche se il suo potere
viene gradualmente ridotto,
egli continua ad essere il punto di riferimento unitario per
un sistema in cui la prevalenza dell’aristocrazia resta sempre e comunque senza controllo politico dal basso.
Nel 1297 la lista delle famiglie
aristocratiche si allarga per
chiudersi subito, ed inesorabilmente, fino al 1797.
E’ questa una differenza sostanziale con Genova, e in
questo senso forse l’“eroe”
verdiano rappresenta davvero
al massimo la diversità di fondo di queste due grandi realtà.
gabriella airaldi
Ordinario di Storia Medioevale
Università di Genova
repubblica di genova – Governo dei Dogi a vita (1139-1528), simone
boccanegra (1339-1344) – genovino di iii tipo – Dritto: Castello entro una
cornice doppia ad otto lobi – Rovescio: Croce patente entro una cornice
doppia ad otto lobi – Oro – gr. 3,52
S
imone Boccanegra, primo
doge di Genova, proviene
da una famiglia “popolare” di uomini d’affari - come il
prozio e capitano del popolo
Guglielmo - e di armatori e uomini di mare come suo fratello
Egidio, il famosissimo “Barbanera”, corsaro temuto dagli Inglesi e ammiraglio della Corona castigliana, figura sulla quale forse nell’opera viene ricostruita la fisionomia di Simone.
Del primo Doge poco si sa, anche se noti sono i legami di natura familiare con l’area toscana, da cui provengono la madre e la moglie, e soprattutto
con Pisa ghibellina, dove sarà
esule tra il primo dogato (13391344) e il secondo (1356-1363).
Anche questo tema torna nell’opera di Verdi che però, pur
colma di riferimenti storici, finisce con travisarne i reali contenuti. Nel panorama politico
peninsulare sono importanti i
suoi rapporti con la ghibellina
Simone Boccanegra in un affresco.
Milano, dove pure soggiorna
Genova, Palazzo San Giorgio.
ma con la quale, infine, avrà
pessimi rapporti, legando una figlia in matrimonio con un
transfuga visconteo. Primo doge a vita della Repubblica, acclamato il 23 settembre 1339, Simone agisce ad ampio raggio,
ma il riordino delle magistrature, le leggi per il commercio, la
navigazione e la sistemazione del territorio passano in secondo ordine di fronte ai problemi di carattere internazionale. In
questo senso i comportamenti del Doge non si discostano
molto da quelli dei suoi predecessori sia quando lancia un
prestito forzoso per difendere gli insediamenti di Caffa e Tana dai Tartari, sia quando rafforza la sua collaborazione con
la Corona di Castiglia ed infine quando opera nelle difficili relazioni con la Corona catalano- aragonese, con Milano, con
Venezia, con le ribellioni corse.
l’esilio
Ma a Genova la vita di un Doge non è facile. Vero o no che sia,
si dice che la sua famiglia abbia troppo potere, che egli ami eccessivamente il lusso, sicché il Boccanegra deve fuggire. Tra il
1345 e il 1356 , nel periodo in cui si succedono due dogi, la sua
vita scorre a Pisa, dove ha un fratello capitano del popolo ed
a Milano. I Visconti sono signori di Genova dal 1353 al 1356,
ma è proprio lui, nel corso di un moto popolare, a cacciarli.
Nel secondo dogato (1356-1363), in cui diventa vicario imperiale e ammiraglio di Carlo IV, le sue politiche non cambiano.
Tuttavia il suo destino è segnato. Improvvisamente il 13 marzo 1363 Simone muore, forse avvelenato nel corso di un convito in onore di Pietro I di Lusignano, re di Cipro, nella residenza del guelfo Pietro Malocello. Il giorno successivo viene
proclamato doge Gabriele Adorno. Ora la damnatio memoriae
colpisce lui e la sua famiglia, costretta all’esilio, mentre il suo
corpo viene rapidamente e discretamente inumato nell’ imponente monumento funebre da lui stesso voluto nella chiesa di
San Francesco. Un dogato a vita in una repubblica palcoscenico di feroci lotte per un potere che travalica l’aspetto locale e
regionale è un controsenso. Difatti, in circa duecento anni, solo quattro dogi moriranno nella pienezza dei poteri.
ga. air.
10
simon boccanegra
il
giornale dei grandi eventi
Storicità dei personaggi del Simon Boccanegra
Nobili e Mercatores nella Genova del Trecento
E
ra una città scomposta in molti centri di potere in
continua lotta Genova
nel XIV secolo, con un
precario senso dello stato e con un ingente debito pubblico, per nulla
aiutato dal fiorente capitale privato del suo oltremare.
Delle quattro "gentes"
che componevano le antiche famiglie nobili, i
Fieschi ed i Grimaldi
rappresentavano la corrente guelfa, i Doria e gli
Spinola quella ghibellina. Ma i tradizionali termini di guelfi e ghibellini, il cui storico antagonismo contrapponeva i
fautori della Chiesa a
quelli dell'Impero, erano
ormai spogli del loro originale significato.
Fieschi e Grimaldi costituivano, infatti, l'elemento conservatore che,
forte del prestigio storico
per i possedimenti extraurbani, da cui traeva
mezzi e uomini, si inseriva ancora a pieno titolo
nei giochi politici della
città. Doria e Spinola, al
contrario, confidavano
sulla potenza mercantile
in tutto il mediterraneo e
rappresentavano l'elemento progressista che
puntava alla stabilità finanziaria, con l'apertura
agli emergenti mercanti
popolari e con l'espansione del capitale fluido.
Di queste quattro "gentes" carismatiche, nell'opera di Verdi soltanto
i Doria e gli Spinola complice la revisione di
Boito - sono citati nell'invettiva del Doge del primo atto, prima della solenne invocazione alla
pace fraterna, che evidenzia l’autentico clima
di conflittuale dell'epoca.
i grimaldi
Pur avendo una maggiore presenza nell'opera, i
Grimaldi sono vittime
delle libertà librettistiche
per tentare di far intuire
i reali intrighi politici legati all'elezione del Boccanegra. Sotto il nome di
Grimaldi, infatti, si cela-
no i personagappunto,
gi del profugo
nel 1339. Il
Fiesco e della
movimento
giovane Ameche deterlia, in realtà
minò l'asceuna trovatella
sa del Bocche sostituicanegra,
sce la legittimalgrado il
ma erede nelcontrassela cui persona
gno di "poSimone ricopolare", è
noscerà la fiinteramente
glia
Maria.
determinato
Nella realtà
dall'influenstorica i Griza straordimaldi, ostinanaria che la
tamente ghiclasse dei
bellini, non
Mercatores
volendo scen- Genua (Genova) in una pianta di Michael Wolgemut
seppe condere a patti con
quistarsi a libare nella repubblica.
il nuovo doge, si arrocvello politico, dal moPer questo, nel 1362 i sicarrono nel feudo di Momento che lo stesso tergnori di Savignone, Rafnaco, scegliendo anche
mine "populus", nel Trefaele e Niccolò Fieschi,
l'avventura della piratecento indicava un insieaccusati di ostinata resiria contro le stesse navi
me disomogeneo di strastenza, furono rinchiusi
genovesi.
ti sociali. Nell'elezione
nelle carceri di Malapadi Simone Boccanegra,
ga. La fortuna dei Fiei fieschi
pertanto,
l'aggettivo
schi, derivava unica"popolare" si prestò ad
mente dai domini exI Fieschi, invece, al conindicare solo una divertraurbani, che, contando
trario delle altre gentes,
sa influenza politica di
numerosi castelli dissesono, nell'opera, rapprestampo non nobiliare.
minati nell'oltregiogo,
sentati dal vecchio Jacopermettevano un conpo, solennemente granigabriele adorno
trollo strategico di queltico dal prologo al finale.
le vie dei monti trascuJacopo Fiesco è, in defiNell'opera, come nella
rate dalla Repubblica a
nitiva, il coprotagonista
storia, Gabriele Adorno
vantaggio del mare. Prodell'opera ed il persoè il personaggio rappreprio attraverso questi
naggio ben sintetizza la
sentativo del rivoluziofeudi, vere e proprie ensua antica nobiltà. Nei
nario cambiamento di
claves private, le incursuoi confronti, dunque,
rotta dopo l'epoca del
sioni degli agguerriti
la resa drammaturgica
Boccanegra. L’opera (ecVisconti o del Marchese
non tradisce la storia.
cetto il finale che non ha
di Monferrato costituiNella realtà i Fieschi,
nulla di storico), pur acvano pericolosa minacconti di Lavagna, pur
cennando un confronto
cia alla stabilità politica
estromessi dalla vita
politico, evidenzia soldi Genova.
pubblica e ritiratisi nei
tanto quello sentimentapossedimenti appennile. Infatti, Gabriele
i mercatores
nici, ottennero inizialAdorno, nell’opera è
mente il riconoscimento
l'innamorato di Amelia
Oltre alla classe dei nodegli antichi privilegi
Grimaldi, alias Maria
bili, il variegato tessuto
imperiali, quali l'esenBoccanegra, il quale roso
sociale della Genova del
zione fiscale. A margine
dalla gelosia, accomuna
‘300 comprendeva i Merdell'attività commercianell'avversione verso il
catores, rappresentanti di
le, nonostante i possedidoge problematiche poquella componente pomenti in Francia, in Rolitiche e personali. Ravpolare che appoggiò
mania e nelle Fiandre,
veduto in extremis, vola
l'elezione del Boccanefurono, invece, influenti
a nozze con Maria, giugra. La loro scalata sonella vita ecclesiastica
sto in tempo per ricevere
ciale, iniziata nel secolo
tramite numerose persol'ultima benedizione di
precedente, non soltanto
nalità quali il potente
Simone. Gabriele Adorcon le mercature e con
cardinale Luca e Giono nell’opera è persoattività professionali forvanni, vescovo di Vernaggio sfuggente quantemente speculative, ma
celli. Vissero in disparte
to nella realtà. Come
anche attraverso l'affiannella vita pubblica cittarampollo di una famicamento del ceto nobile
dina, ma furono in peglia di mercanti presente
in operazioni commersui mercati di Bruges,
renne contrasto con il
ciali ed in matrimoni di
della Provenza, della Sidoge per i loro feudi apconvenienza, trovò la
ria e della Romania, non
penninici, che il Boccapiù alta affermazione,
sembra aver sostenuto
negra intendeva inglo-
l'iniziale ascesa del Boccanegra. È certo, comunque, che ricevette la decisiva promozione sociale con la partecipazione
alla spedizione di Simone Vignoso, nel 1346,
contro Chio, comparendo come uno dei 12 azionisti della amministrazione di Chio e di Focea
che stabilizzò l'apertura
dei mercati levantini. Da
allora l'Adorno comparve sempre più nella politica genovese, sostenuto
da un clan familiare arrampicatore e forte economicamente. L'alleanza tra Adorno e Boccanegra fu raggiunta tramite il matrimonio - che
influenzo i successivi legami – tra Bartolomeo,
fratello del doge ed Eliana, figlia di Gaspare
Adorno.
Promosso al grado di
"anziano" della repubblica ne11359, rappresentò Genova nelle trattative di pace con Pietro
d'Aragona.
In pratica fu fiduciario
del doge nei rapporti diplomatici con la Santa
Sede, con i Visconti e i
reali di Castiglia, conquistando l'autorevolezza necessaria per la successione nel 1363. Per
rinsaldare quel potere finalmente conquistato ed
indirizzarlo a favore della sua "gens", stabilì alleanze con gli esclusi del
precedente dogato, puntando sulla "damnatio capitis", con l'interdizione,
cioè, dalla pubblica memoria della figura di Simone e dell'intera famiglia Boccanegra.
Il feretro del vecchio doge, inumato nel monumento funebre della
chiesa di San Francesco,
non ricevette neppure le
dovute esequie solenni.
Su questo inquietante
personaggio, che rimase
sulla scena politica soltanto due anni, ma che
permise l'affermazione
degli Adorno nel periodo successivo, caddero,
impietose le critiche dei
suoi stessi storiografi.
Tina alfieri
il
giornale dei grandi eventi
simon boccanegra
11
Il Compositore e la città di Genova
Lo stretto legame di Verdi con la patria del Boccanegra
S
imon Boccanegra è un poderoso affresco della Genova antica. Nessuna città
forse ha avuto come il capoluogo ligure una rappresentazione
così austera e partecipata, da
parte di Verdi che, del resto anche in precedenza, quando
componeva l’ultimo atto del
Trovatore, si era ispirato al portico di palazzo Balbi: «Quell’elegante colonnato e quel giardino in
fondo, chiuso da una cancellata,
me li rivedevo sempre davanti come se si trattasse di una visione
misteriosa!».
Fra Verdi e Genova, insomma,
c’è stato un lungo rapporto
d’amore e non a caso il musicista vi ha mantenuto casa per oltre quarant’anni.
«L’appartamento è magnifico, la
vista stupenda e conto di passarvi
una cinquantina d’inverni». Scriveva così Giuseppe Verdi all’amico conte Opprandino Arrivabene il 16 marzo 1867, annunciando di aver affittato un
appartamento nel Palazzo Sauli in Carignano, nella zona centrale della città.
Già negli anni Cinquanta Verdi
giungeva di tanto in tanto a Genova e pernottava all’Hotel
Croce di Malta. E’ di quegli anni l’incontro con Giuseppe De
Amicis, cugino di Edmondo,
destinato a diventare intimo
amico e fiduciario del musicista. Fu De Amicis a cercar casa
ai coniugi Verdi quando questi
decisero di scegliere Genova
come loro residenza invernale
per sfuggire all’umido ed alle
nebbie della “Bassa” e godere
di un clima più mite.
cittadino onorario
E proprio nel 1867 il Comune
di Genova decise di conferire al
compositore bussetano la cittadinanza onoraria. Dai Verbali
del Consiglio Comunale, alla
riunione del 24 aprile 1867, si
legge: «Gli Assessori Morro e Gavotti informano la Giunta che l’illustre Maestro Verdi, reduce da
Parigi ove il brillantissimo successo della nuova opera Don Carlos
gli procurò nuovi allori, prende
stanza in Genova con animo di
stabilirvisi. Genova, dicono, deve
essere lieta di aver ospite questa
Celebrità Europea che è gloria italiana e deve manifestarlo in modo
speciale e pensano sarebbe cosa
gradita a tutti veder conferita al
famoso Maestro in solenne attesta-
che l’avrebbe oppresso con invadenti attenzioni e assillanti
proposte d’affari.
I genovesi, riservati, lo lasciavano vivere. Passeggiava per le
strade e la gente accennava appena ad un saluto: la parola
d’ordine era “ignorarlo”. Alle
sue spalle, naturalmente, si formavano gruppetti di melomani
che commentavano il suo passaggio, ma nessuno osava fermarlo o importunarlo.
uno spirito “genovese”
La consegna a Verdi della cittadinanza di Genova (Dis. Adami)
to di stima e simpatia la Cittadinanza Genovese…».
Il 15 marzo 1868 Verdi scriveva
al sindaco Andrea Podestà: «
Ill. Sig. Sindaco, il Consiglio Comunale conferendomi la Cittadinanza Genovese, volle farmi onore
grandissimo e di gran lunga superiore al mio poco merito. Ch’io sia
grato a questa testimonianza di
stima e simpatia con cui Genova
volle onorarmi, nessuno lo metterà in dubbio, sapendo com’io abbia
spontaneamente eletto domicilio
in questa magnifica Città….».
Tornando a Palazzo Sauli in
Carignano, lì abitava anche
Angelo Mariani, il primo grande direttore d’orchestra italiano nel senso moderno del termine (cioè a dirigere con la
bacchetta in mano), amico e
collaboratore di Verdi e primo
interprete di Wagner in Italia.
Nel 1873 Mariani si spense e
l’anno dopo Verdi si trasferì
nello splendido e austero Palazzo del Principe, residenza
storica di Andrea Doria. Inizialmente andò ad occupare
l’ammezzato, poi, nel 1877, si
spostò nel piano nobile.
Gli interni dell’abitazione erano ampi ed elegantemente arredati: singolare la cosiddetta
“sala turca”, caratterizzata, secondo la moda del tempo, da
pezzi d’arredamento d’origine
mediorientale, tra cui un mobile egiziano finemente intarsiato, in un angolo del quale era
intagliata la frase «Celeste Aida!»..
Perché il musicista scelse Genova, come alternativa alla sua
Villa di Sant’Agata?
Nonostante l’immagine romantica di Massenet che, dopo
avergli fatto visita, lo descrisse
come una sorta di reincarnazione di Andrea Doria, ritto, capelli nel vento, di fronte al porto con le navi poco distanti dal
suo giardino, Verdi non amava
il mare. In realtà, di Genova
Verdi amava la tranquillità e la
riservatezza. Spirito libero, poco portato alla mondanità, il
compositore non avrebbe mai
potuto vivere a Milano (dove
pure aveva cercato e trovato,
con fatica, fortuna da giovane)
Ringraziamento autografo di Giuseppe Verdi ai f.lli Klainguti
Verdi era “caratterialmente”
un genovese. Riservato, diffidente con gli estranei, ma generoso con gli amici, risparmiatore, ma capace di grandi gesti
umanitari: basta ricordare l’ingente somma destinata nel suo
atto testamentario a quattro
istituti assistenziali genovesi.
Il Bussetano si sentiva talmente
“integrato” nella Città della
Lanterna, da comportarsi come
un cittadino qualsiasi. La mattina scendeva in centro a fare
compere, girava i mercati, controllava la merce, s’informava
sui prezzi.
Un giorno il musicista si fermò
al banco di un pescivendolo,
Giacomo Origo che aveva voce
di basso e cantava anche al Carlo Felice e al Politeama Genovese come comprimario. Origo,
vedendo Verdi gli si presentò:
«Mi permetta, signor Maestro, di
dirle che io canto in teatro e che in
questa stagione faccio il Re nella
sua Aida».
Al che Verdi, dando un’occhiata ai prezzi sul banco replicò:
«Mi rallegro con lei, ma scommetto che ella guadagna di più a vendere questi pesci che non a cingere
la corona regale nella mia opera».
Buona forchetta, Verdi non disdegnava ravioli, pesci e lumache. Aveva inoltre un debole
per i dolci. Negozi preferiti,
Romanengo e Klainguti. Quest’ultimo, sul finire dell’Ottocento, provvedeva tutte le mattine a inviare al compositore
una brioche calda, ripiena di
marmellata con la glassa di
zucchero, significativamente
chiamata “Falstaff”.
E Verdi lasciò al negozio uno
spiritoso biglietto manoscritto,
tuttora visibile dietro il banco:
«Grazie dei Falstaff, buonissimi!
Molto migliori del mio».
roberto iovino
12
simon boccanegra
il
giornale dei grandi eventi
Il caricaturista di Giuseppe Ver
Melchiorre Dèlfico: l’arte di far sorridere celebra
N
egli anni che
vanno dal 1845
al 1858, Napoli
(che secondo molti studiosi era, all'epoca, l'unica capitale “europea”
presente nella penisola
italiana), conobbe una
straordinaria vivacità
musicale ed un gran fervore compositivo. A suscitare questo furore
creativo, soprattutto giovanile, concorse anche
ed in modo importante
la presenza in quegli anni nella città partenopea
del Maestro Giuseppe
Verdi, presente una prima volta nel 1845, poi
nel 1848-49, e quindi ancora nel 1857, sempre in
carezzato dalla brezza
proveniente dal golfo,
egli aveva i suoi più cari
amici, fan sfegatati che
si spellavano i palmi
delle mani per gli innumerevoli applausi. Così
Verdi volentieri cadeva
vittima dell’atmosfera
napoletana e se ne lasciava travolgere.
Eppure nella prima volta a Napoli la sua Alzira
fu accolta tiepidamente,
nonostante fossero già
popolarissimi il Nabucco,
Lombardi, Ernani e Foscari. Successivamente, nel
1849, presentò allo stesso pubblico un nuovo
spartito Luisa Miller, accolto questa volta con
relazione ad un contratto con il Teatro di San
Carlo, ora per la messa
in scena di sue opere,
ora per la commissione
di un nuovo lavoro.
La ruvidezza contadina,
il carattere schietto e integerrimo, le maniere
spicce, erano le qualità
tipiche che esagerandole
metteva in campo Giuseppe Verdi ogni qualvolta necessitava sbarazzarsi della gente molesta. Come questo si conciliasse con il clima festaiolo di Napoli, città
rumorosa per antonomasia, non è dato sapere, sta di fatto che essa fu
amata almeno quanto la
capitale lombarda.
Milano era il luogo ideale per scrivere la sua
musica, ma quando si
trattava di andare in scena, la città partenopea
usufruiva spesso del privilegio della prima rappresentazione. Qui, ac-
entusiasmo stellare.
Per la terza volta a Napoli fu il turno di Simon
Boccanegra, che aveva
debuttato con poco successo alla Fenice di Venezia, riscuotendo invece
qui un discreto consenso, confermando - se ce
ne fosse stato ancora bisogno - quanto la città
vivesse di musica e nello
specifico per quella del
“Maestro”.
7 settembre 1860 - ingresso trionfale di Garibaldi in Napoli (Caricatura di M. Delfico)
le prime non ne fu particolarmente entusiasta,
salvo poi ricredersi per
un particolare curioso: il
suddetto nipote era eccellente caricaturista. Il
Maestro, alla notizia della professione del giovane, esclamò «Farà la caricatura anche a me?», al
che il 32enne rispose con
emozione «Una? Ma cento maestro mio!», gridò
enfatico. Grande fu la felicità di costui, Melchiorre De Filippis-Dèlfico,
dei conti di Langano
(Teramo 1825 - Portici
1895) – in arte Melchiorre Dèlfico, mutuando il
nome del bisnonno materno, illustre pensatore
ed uomo politico della
seconda metà del Settecento - grande appassionato di musica ed autore
anche di piccole opere li-
riche. Da uomo del mondo dello spettacolo Verdi aveva subito intuito il
valore propagandistico
che tali disegni avrebbero potuto avere per la
sua persona.
Così dopo aver avuto
l’onore di conoscere il
grande operista, Dèlfico
fu invitato nella sua dimora napoletana sulle
rive dell’antico fiume
Sebeto, nella zona orientale della città. Da questo momento il vignettista diventerà l'ombra di
Verdi, immortalandone
in eleganti e divertenti
caricature momenti, vicende e seccature del
soggiorno napoletano.
Melchiorre seguirà il
grande Maestro, con
matita e bulino alla mano, in tutte le sue vicissitudini e di ognuna rea-
l’incontro con Verdi
Verso la primavera del
1857, un esponente del
patriziato napoletano e
colto musicista, entrato
nelle grazie di Verdi,
volle presentargli un suo
nipote, non meno appassionato di musica dello
zio, tanto da dedicarsi
anche al componimento.
Verdi abituato a gestire
da tutta una vita ammiratori, talenti e presunti
tali in cerca di fama, sul-
Caricatura dal titolo: Quando ci sta di mezzo Cesarino... l’affare è fatto”
lizzerà una propria interpretazione caricaturale, tanto da divenire noto come “Il caricaturista
di Giuseppe Verdi”.
Ciascuno dei suoi arguti
disegni fu enormemente
apprezzato dal grande
musicista. Verdi l’amò
per le tante ore liete e
anche con sincera commozione per lo spirito e
la discrezione di colui
che
affettuosamente
chiamava «il gran Nadar
napoletano», riferendosi
per analogia al grande
caricaturista parigino di
quel tempo.
una mano leggera
e vivace
I disegni di Dèlfico, infatti, si caratterizzano
per una straordinaria
capacità di espressione,
il
giornale dei grandi eventi
simon boccanegra
13
di
ndo il Maestro e le sue opere
che egli affida al dettaglio, quale può essere
una mano, un sorriso o
uno sguardo. La sua è
una caricatura “situazionale”, concentrata
non tanto sulle particolarità fisionomiche del
personaggio,
quanto
sulla sua impronta caratteriale e sugli atteggiamenti di quest’ultima rispetto al mondo
esterno. Nei confronti
del mondo musicale e
teatrale, e nei riguardi
di Verdi, lo sguardo del
caricaturista rimase affettuosamente bonario
fino alla fine e la sua satira non fu mai ferocemente dissacrante, ma
risultò invece arguta ed
elegante, dolcemente
ironica. Per il mondo
della musica è un caricaturista del "bel mondo",
non un caricaturista
bacchettatore dei costumi, diversamente dal
Dèlfico “politico” più
Savonarola, non fustigatore di popoli, ma degli
oppressori dei popoli.
A partire dagli anni ’60
dell’Ottocento i disegni
satirici di Melchiorre si
propagano con grande
successo e coinvolgono
tutti i personaggi del
suo ambiente contemporaneo:
imperatori,
nobili e prelati, artisti e
critici del mondo lirico e
teatrale, importanti figure della politica risor-
gimentale e postunitaria.
La sua ironica matita
propone una pubblicazione dopo l’altra e riceve spazi nei più importanti periodici italiani e
stranieri, come L’Arlecchino. Giornale-caos di
tutti i colori, L’Arca di
Noè”, il Pulcinella, L’Omnibus, Vanity Fair, la
Strenna dello Stenterello,
il Caporale Terribile.
Nei riguardi dell’attività
del Maestro, Delfico
propose sempre un
commento allegorico
nel modo che conosceva
meglio. Ogni nuova rappresentazione in Napoli
era illustrata con le facce
estremamente espressive degli “attori” principali, sia quelli realmente
sulla scena che gli altri
protagonisti.
quasi un reportage
In una delle prime caricature dedicate al Mestro, osserviamo lo sbarco di Verdi dalla nave
allo scalo dell’Immacolatella, con un’enorme
tuba calcata in capo, accompagnato al braccio a
madama Strepponi e
con l’inseparabile Lulou, il prediletto cagnolino di Giuseppina, che
saltella davanti a loro.
Nelle sue caricature Dèlfico tenne l’animale
Melchiorre Delfico (1825 -1895)
sempre d’occhio: eccolo
per esempio annusare il
padrone che prova un
pezzo con Fraschini; poi
tra le quinte del San
Carlo tra Morelli e Verdi; ad un’altra prova tra
i piedi del Fraschini e
della Fioretti; in posa
davanti a Palizzi sulla
gamba destra di Verdi;
al fianco di Verdi bendato, fraternizzante col
cagnolino del barone
Genovesi e sui piedi di
Verdi indisposto a letto.
Curiosa la vignetta dove
il Maestro se ne sta acquattato proteggendosi
da una pioggia di proposte di scritture per
nuove musiche, che per
tutta la vita lo perseguiteranno, forse una delle
più vivide immagini
sull’attività verdiana.
Quindi è il momento di
immortalare l’affettuoso
abbraccio con lo zio Genovesi, non una ma due
caricature per l’occasione, reminescenza forse
del primo incontro del
caricaturista con la sua
illustre vittima.
Il suo canto del cigno fu,
nel 1891, l'album "Pompei ed i pompeiani", del
quale Giuseppe Verdi
ebbe a scrivergli: «...Ma
ditemi,... (scusate) perché
andare a resuscitare un
mondo che non è più il nostro? So bene che anche
quel mondo antico sarà
stato caricaturabile come
lo è il nostro; ma noi a
stento ce lo immaginiamo,
ed a stento lo comprendiamo».
Riunendo tutte le caricature verdiane del Dèlfico si potrebbe rivedere
l’anima del Cigno di
Busseto. Il risultato di
questo sodalizio saranno le 2 suite di Caricature verdiane: la prima serie è costituita da 64 tavole e 20 bozzetti pieni
di finezza e di brio dati
alla stampa litografica
nel 1858. Del 1862 è
l'"Album di 12 caricature"
sul viaggio di Verdi in
Russia, 12 piccoli gioielli di arguzia e fantasia
che il Maestro apprezzò
molto. Infine, del 1888 è
una particolarissima lettera che Delfico indirizzò a Verdi dopo averne
ascoltato la nuova opera, l'Otello: si tratta di
una lettera di 8 pagine
pupazzettata e acquerellata, in cui il caricaturista traduceva in immagini e colori le impressioni ricevute dall'opera
e ricordi e personaggi
del soggiorno napoletano del Maestro. Verdi,
commosso, giudicò le
caricature semplicemente «bellissime».
livio magnarapa
simon boccanegra
14
il
giornale dei grandi eventi
Un parallelo fra i travagli compositivi delle due opere
Il Simon Boccanegra e Tannhäuser:
due lavori dalle mille revisioni
S
in dalla sua prima
incarnazione il Simon Boccanegra rappresenta una deviazione
dal percorso altrimenti
sostanzialmente lineare
della creatività verdiana,
un frutto atipico rispetto
al panorama melodrammatico coevo. «Il primo
Boccanegra è una partitura dura», scrive Julian
Budden, musicolo ingle-
ripresa di Reggio Emilia,
nella primavera del medesimo anno della prima
esecuzione, ed ancora
piccole modifiche intervengono in occasione
delle recite napoletane
del 1858. Le ragioni della
revisione
conclusiva
vanno allora cercate proprio
nell’alterità
di
un’opera ricca di potenzialità le quali, alla luce
Giuseppe Verdi nel 1857, al tempo del primo debutto del Simon Boccanegra
se morto nel 2007, «scabra, austera nella scrittura
vocale, senza compromessi
nell’espressione; ma non
era un’opera di cui il compositore avesse ragione di
vergognarsi».. Arduo è
individuare le ragioni
che spingono Verdi nel
1880 a riprendere in mano una partitura naufragata alla sua prima rappresentazione, a Venezia
nel 1857, e mai affrancata
dal giudizio sostanzialmente negativo del pubblico e della critica (a
parte rare eccezioni), a
dir poco disorientata da
un lavoro che per molti
versi sfugge alla maniera
allora in voga. Aggiustamenti e ritocchi alla musica e al libretto erano
già stati apportati per la
di una raggiunta maturità compositiva, acquistano un valore del tutto
nuovo. Eppure, nel corso
del tempo, Giulio Ricordi aveva tentato in più
occasioni di convincere il
Maestro ad una ripresa,
con i necessari ritocchi
alla partitura, scontrandosi con ripetuti dinieghi e addirittura con il rifiuto di intraprendere un
lavoro definito «inutile»..
Forse l’incontro con Arrigo Boito fornisce l’impulso decisivo per concretizzare un desiderio
che covava segretamente
nella anima di Verdi. Comunque stiano le cose, il
tarlo è ormai a tal punto
radicato nella sua anima
che questi, nel 1881, decide finalmente di aggiu-
stare il “tavolo zoppo”,
con la perizia di un paziente artigiano; nel frattempo dalla prima rappresentazione è trascorso un tempo lunghissimo e l’estetica del bussetano è profondamente
mutata.
il Tannhäuser
Qualcosa di simile accade con il Tannhäuser, anche se in questo caso la
vicenda è molto più
complessa. Dopo l’insuccesso della prima rappresentazione andata in
scena a Dresda nel 1845,
Wagner modifica il finale per la ripresa del 1847.
Ancora nel 1861, in occasione dell’allestimento
parigino, l’opera viene
sottoposta ad un ampio
rimaneggiamento che
non si arresta neppure
negli anni successivi (in
particolare tra il 1867 ed
il 1876), scandendo un
percorso estremamente
tortuoso e travagliato
che rende impossibile
stabilire una redazione
definitiva. La conferma
viene dallo stesso Wagner il quale, poco prima
di morire, confessa alla
moglie Cosima di «essere
ancora debitore al mondo
del suo Tannhäuser». In
entrambi i casi, per i lavori di questi due musicisti coetanei – nati nel
1913 – divisi da una storica rivalità placata solo
nelle enunciazioni e mai
nella pratica, una lunga
gestazione genera particolari problematiche di
carattere estetico. Sia nel
Simon Boccanegra che nel
Tannhäuser convivono
inevitabilmente diversi
livelli, i quali compromettono l’integrità stilistica, senza che questo
debba per forza provocare un giudizio negativo al
riguardo. Nel caso di Wagner, ad esempio, la riscrittura della parte di
Venere raggiunge un
chiaro obiettivo drammatico, accentuando le di-
vergenze fra la naturalità
con la quale il protagonista aspira a ricongiungersi ed il miraggio rappresentato dal Venusberg.
Analogamente nel Simon
Boccanegra le fratture stilistiche sono a tal punto
evidenti che Massimo
Mila giunge a parlare di
un’opera “bifronte”, in
bilico fra passato e futuro. Detto ciò, analoga-
come l’arte di Verdi abbia
sempre come obiettivo la
funzionalità drammatica,
a prescindere dai mezzi
con i quali questa viene
ottenuta. Del resto la sua
intenzione non era certo
quella di riscrivere completamente l’opera, ma di
rivederla per approfondire quanto di buono era rimasto inespresso; un lavoro che sarebbe risulta-
Richard Wagner
mente a quanto osservato
nel caso del Tannhäuser,
si può affermare che il
mantenimento di stilemi
passatisti, in contrasto
con la maniera dell’ultimo Verdi, a volte assurge
a risultati drammaturgici
di notevole efficacia. Si
pensi alla conclusione del
Prologo, dove alla disperazione di Simone, il quale ha appena scoperto il
cadavere della donna
amata, fa da contrappunto il ritmo incalzante di
una marcetta certo non
molto raffinata, ma estremamente incisiva nel definire il contrasto fra il
dolore del protagonista e
il tumultuoso ingresso
della folla plaudente che
lo acclama nuovo doge.
Questo per dimostrare
to essenziale per lo sbocciare definitivo della
creatività verdiana, che
avrebbe dato vita agli
estremi capolavori dell’Otello e del Falstaff. Da
vecchio Verdi sembra abbia detto del Boccanegra al
nipote Carrara: «Gli ho
voluto bene come si vuol bene ad un figlio gobbo!».
Forse le parole pronunciate da Wagner a proposito del Tannhäuser potrebbero
ugualmente
adattarsi a Verdi, il quale,
ragionando in punto di
morte riguardo a questa
opera tanto travagliata,
avrebbe potuto pensare
di essere ancora debitore
al mondo del suo Simon
Boccanegra.
riccardo cenci
il
giornale dei grandi eventi
simon boccanegra
15
L’autore della nostra copertina
Massimo Giannoni, pittore della matericità che incanta
E’
la matericità, la massa del colore, la
profondità che essa è capace di donare all’immagine, a colpire l’ osservatore nella pittura di Massimo Giannoni, artista
58enne nato ad Empoli ma fiorentino d’adozione. Ammalia e quasi ipnotizza lo sguardo
quella sua continua ricerca delle righe giustapposte che si capisce affascinarlo, che pare guidare la sua pittura prediligendo soggetti dove
è la squadratura dello spazio a creare l’effetto.
Così suo soggetto tipico sono divenute le biblioteche, storiche, antiche, ma anche gli scaffali di moderne librerie, dove il volume è accatastato - in casuale disordine - sul banco, primo piano di un ordine quasi maniacale e ripetitivo che è invece negli scaffali, un volume
dietro l’altro. La luce gioca sui dorsi dei volumi, i quali prendono forma e paradossalmente, loro immobili, muovono la scena. Ma questa ricerca delle prospettive, delle linee di fuga,
lo ha portato a confrontarsi con il paesaggio
urbano, metropolitano, con quel rincorrersi ossessivo di palazzi che formano la città. Qui la
sua visione è a volo d’angelo, per sublimare lo
spazio, per esaltare la planimetria, alla ricerca
sempre delle linee convergenti capaci di donare prospettiva e profondità. Così Roma, con la
sua piazza del Popolo e le vie del Tridente, osservate da sopra a quella che era la porta d’ingresso alla città; così Manhattan dove i grattacieli trovano ordine in uno skyline che, baciato
dalla luce, si riflette multicolore nell’ Hudson.
Poi le borse, effimeri templi di una ancor più e
effimera, instabile e falsata economia, fatti di
scorci con monitor e computer punteggiati da
quella bandiera a stelle e strisce la quale in
questa caoticità di frenetici scambi di soli numeri, pare richiamare il ruolo di un sistema,
basato talvolta sul nulla, che si è autoproclamato padrone del mondo. In tutto questo è la
materia-colore a creare le forme. Osservando
le tele da vicino lo sguardo non capisce, non
comprende segni e spatolate che invece allontanandosi stupiscono ed affascinano, rubando
lo spirito che si perde in questi labirinti onirici
destinati ad incantare e rapire l’animo.
andrea marini
Novità editoriali
Verdi in libreria
per il suo Bicentenario
L
Manhattan
La deliziosa favola sul Natale di Giancarlo Menotti
Amahl e i visitatori notturni
al Chiabrera di Savona
U
na Betlemme metropolitana, un presepio con le
luci tenui della periferia, in cui le “statuine” ballano il rap: una favola per bambini tutta speciale, che
nasce sullo schermo e rivive sulla ribalta. Amahl e i visitatori notturni, opera in un atto di Gian Carlo Menotti su libretto proprio, va in scena al Teatro Chiabrera
di Savona lunedì 10 dicembre alle 11.30 e alle 16.30, ultimo titolo operistico del cartellone autunnale
dell'Opera Giocosa.
Di gran lunga il lavoro più noto di Menotti, Amahl e i
visitatori notturni nasce in realtà come opera per la televisione americana: andò, infatti, in "onda" per la prima volta, nella versione inglese, alla NBC di New
York. Era stata proprio la NBC, oltretutto, a proporre
al compositore di scrivere qualcosa per lo schermo, ottenendo sulle prime un blando rifiuto. Ma il caso volle che Menotti, osservando al Metropolitan Museum
la tela di Bosch L'Adorazione dei Magi, rimanesse colpito e decidesse di realizzare il progetto. Nacque così
Amahl, una favola immersa nell'atmosfera del Presepe, che ripropone in tinte delicate ed accattivanti il mistero della Notte di Natale, dei Re Magi e della Stella
Cometa, ricca di semplici melodie orecchiabili e particolarmente adatte ad un pubblico di bambini. Dopo il
grande successo riscosso la notte della Vigilia del
1951, la fiaba fu teletrasmessa, sempre il 24 dicembre,
nei tredici anni consecutivi e la fortuna le arrise anche
quando venne “trasferita” sul palcoscenico. A Savona
va in scena la versione in lingua italiana.
Allestimento del Conservatorio di Musica “G. Puccini” La Spezia, sul podio Giovanni Di Stefano.
info su www.operagiocosa.it
a vita di Verdi è stata così lunga che dal Centenario della morte (21 gennaio 2001) al Bicentenario della nascita (10 ottobre 2013) sono passati solo pochi anni. Due ricorrenze
le quali, se la prima è passata quasi dimenticata, la seconda avrà, in questo 2013 che si avvicina, diverse commemorazioni come quella del Teatro alla Scala di Milano che nell’arco
di due anni rappresenterà tutte le opere del compositore come altrettanto sta facendo il
Teatro Regio di Parma.
L’appuntamento si presta anche per l’uscita - o meglio la riedizione - di diversi volumi, primo fra tutti il pregevole Verdi di Massimo Mila (1910-1988), uscito nel 2000 alla vigilia del
Centenario della morte, riunendo a cura di Piero Gelli due testi importanti di Mila, quali La giovinezza di Verdi pubblicato nel 1974 e
L’arte di Verdi, nel quale il musicologo riproponeva ampliato di alcuni studi il suo saggio del 1958 Verdi, a sua volta ampliamento della propria tesi di laurea Il melodramma di Verdi del 1933. Ora, invece,
alla vigilia del Bicentenario, quel volume brossurato del 2000, importante sia per contenuto che per dimensioni, viene riproposto nella collana BUR della Rizzoli in un formato più comodo, rimanendo
comunque un testo di riferimento sull’universo di Verdi.
massimo mila – Verdi – a cura di Piero gelli - Pag. XXii + 681 –
saggi bur - ottobre 2012 - €16,00.
Sempre per i tipi della BUR finito di stampare in questo mese di novembre è il volume Vivavedi di Eduardo Rescigno, dal sottotitolo “dalla A alla Z Giuseppe
Verdi e la sua opera”. Anche qui ci troviamo di fronte alla riedizione del Dizionario Verdiano,
uscito sempre per la BUR nel marzo 2001. Un comodo strumento di
consultazione che attraverso brevi voci, nella forma del dizionario,
appunto, presenta gran parte dell’universo verdiano, dalle biografie
dei cantanti dell’epoca, ai personaggi delle opere, ai direttori d’orchestra, agli impresari, fino ai parenti ed agli amici del compositore.
Il volume è aperto da un’utile cronologia ed è chiuso da un panorama delle varie opere con gli elementi principali, quali le date di composizione e prima esecuzione, i personaggi, la trama e le arie. Rispetto alla precedente edizione aggiunta la parte finale con schede delle
“Composizioni varie”, i “Luoghi verdiani” e “Videografia” la quale,
quest’ultima, si aggiunge alla Bibliografia ed alla Discografia - ovviamente entrambe aggiornate - già presenti nell’edizione del 2001.
eduardo rescigno – ViVaVerdi – Pag. 1079 – saggi bur – novembre 2012 - € 18,00.
Infine, di poco interesse e molto autocelebrativo, nonché dichiaratamente ispirato da questo
Bicentenario, ci appare il volume firmato Riccardo Muti Verdi, l’italiano. Un libro a cura del
giornalista Armando Torno, che appare al lettore attento più che altro un’intervista messa in
prima persona. Un volume scritto in grande corpo e con un ampio interlinea per occupare
pagine e sviluppare così la già piccola corposità del libro, il quale non apporta molto alla conoscenza del compositore di Busseto, riportando conosciuti aneddoti verdiani mixati con
qualche ricordo personale di Muti, a due anni esatti dalla propria autobiografia che già ne
presentava alcuni e la quale Autobiografia esce anche lei ora in edizione economica.
riccardo muti - Verdi, l’iTaliano – Pag. 218 – rizzoli – novembre 2012 - € 18,50.
Ti. alf.
POSTE
PO
STE IT
ITALIANE
ALIANE V
VII IN
INVITA
VITA A SCOPRIRE
SCOPRIRE LO SPAZIO
SPAZIO FILATELIA,
FILATELIA,
UNA
UN
AV
VETRINA
ETRINA APERTA
APERTA SUL
SUL MONDO
MONDO D
DEI
EI FRANCOBOLLI.
FRANCOBOLLI.
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numero gratuito 803 160
ROMA: Piazza San Silvestro n. 20
MILANO:
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ILANO: Via Cordusio n. 4
VENEZIA: Dorsoduro 3510 Fondamenta del Gaffaro
NAPOLI:
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APOLI: Via Monteoliveto n. 46
TRIESTE:
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RIESTE: Via Giorgio Galatti n. 7/D
TORINO:
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RINO: Via Alfieri n. 10
Per informazioni da rete mobile chiama il 199.100.160. Il costo della chiamata è legato al piano tariffario dell’operatore utilizzato ed è pari al massimo a 0,60 euro al minuto più 0,15 euro alla risposta.
La Filatelia.
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