PATRIMONIO DI OPERE RACCOLTE NEL CORSO DEI SUOI VENT’ANNI DI ATTIVITÀ. ALL’INTERNO DELLA RACCOLTA, IL VOLUME DOCUMENTA 250 OPERE DI 150 ARTISTI O GRUPPI DI ARTISTI, SUDDIVISI IN SEZIONI TEMATICHE DI CUI FORNISCE LE PRINCIPALI CHIAVI DI LETTURA. TRENTANOVE SCHEDE MONOGRAFICHE INCENTRATE SUI LAVORI DI ALTRETTANTI ARTISTI COMPONGONO IL FOCUS DELLA COLLEZIONE. SEGUONO UN’AMPIA PANORAMICA SU ALTRE OPERE DELLA RACCOLTA E CAPITOLI SPECIFICI DEDICATI ALL’ARTE DELL’AREA POSTSOVIETICA, AI LASCITI DEL COLLEZIONISTA CARLO PALLI E DEGLI EREDI DELL’ARTISTA LUCIANO ORI, AI LAVORI CON LA FOTOGRAFIA, IL VIDEO E IL FILM, ALLE RICERCHE DI ARCHITETTURA RADICALE. COMPLETANO LA GUIDA UN CAPITOLO SULLA COLLEZIONE DOCUMENTALE DEL CENTRO INFORMAZIONE E DOCUMENTAZIONE CID/ARTI VISIVE E UNA INTRODUZIONE ALL’ARCHITETTURA MUSEALE, DALL’EDIFICIO MODERNO DI ITALO GAMBERINI ALL’AVVENIRISTICO PROGETTO DI AMPLIAMENTO DI NIO ARCHITECTEN. 00000X € 00,00 LA COLLEZIONE NOVO IN ITALIA PER PROMUOVERE GLI SVILUPPI ARTISTICI PIÙ RECENTI, PRESENTA UN VASTO CENTRO PER L’ARTE CONTEMPORANEA LUIGI PECCI IL CENTRO PER L’ARTE CONTEMPORANEA LUIGI PECCI DI PRATO, PRIMO MUSEO COSTRUITO EX CENTRO PER L’ARTE CONTEMPORANEA LUIGI PECCI PRATO LA COLLEZIONE CENTRO PER L’ARTE CONTEMPORANEA LUIGI PECCI PRATO LA COLLEZIONE PAOLO COCCHI Assessore alla Cultura, al Commercio e al Turismo della Regione Toscana Nell’ambito di un progetto regionale che assegna al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato una collocazione centrale nel sistema toscano dell’arte, la valorizzazione e l’incremento della già ricca collezione permanente è obiettivo primario e indispensabile attorno a cui si ridefiniscono le funzioni, l’assetto istituziona le, organizzativo ed economico del Centro stesso. Il volume, progettato con cura e sapienza come una propria e vera “Guida al Museo e alla sua Collezione”, agile e puntuale, importante strumento di studio e di lavoro, di fatto celebra i venti anni di attività del Centro, uno dei primi musei di arte contemporanea del nostro paese, sorto per volontà dell’amministrazione comunale di Prato e della famiglia di imprenditori pratesi, i Pecci, che ancora oggi, a distanza di un ventennio, continua a scommettere sul futuro di questo museo con la fattiva collaborazione per il progetto di ampliamento dell’edificio - dell’architetto Maurice Nio - che restituirà dignità e respiro nazionale e internazionale alla prestigiosa collezione permanente. Fra le varie “sfide” incentrate sulle tematiche dell’arte contemporanea che la Regione sta affrontando, quella del Centro Pecci è senz’altro la più cogente: potenziare un centro che sia sì museo - con funzioni precipue di conservazione, tutela, ricerca, catalogazione, documentazione, esposizione- ma anche motore di ricerca e di produzione di attività multidisciplinari, radicato nel territorio ma con una vocazione ‘globale’; un centro che valorizzi e promuova in primis gli artisti toscani inserendosi così nel tessuto connettivo delle realtà operative del territorio con funzioni di centro-sistema per l’arte contemporanea nella nostra regione. Tutto questo e molto altro può realizzare questo museo rinnovato, nato nel 1988 come museo d’avanguardia attento ai processi sperimentali delle arti contemporanee. Ricordiamo il suo primo nucleo fondativo, agli inizi degli anni ’80, il Centro di Documentazione delle Arti visive con la preziosa Biblioteca specializzata, la storica sezione sulla didattica museale improntata sul metodo di Bruno Munari che qui ha lavorato. Dunque un museo che raccoglie un patrimonio inestimabile, luogo di storia e di memoria, la cui Collezione permanente ne rappresenta l’identità, ne racchiude i valori e tramanda la “conoscenza”. 1988 - 2008: il Centro Pecci festeggia dunque i suoi 20 anni; l’augurio è di contribuire, come Regione Toscana, alla crescita di un Centro che sia un vero strumento culturale per far crescere il livello di conoscenza dell’arte contemporanea. VALDEMARO BECCAGLIA Presidente del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci ha superato la soglia dei vent’anni, due interi decenni d’attività appassionanti che hanno consolidato la vocazione di Prato alla contemporaneità, al confronto con le sfide di oggi, alla propositività culturale. In un periodo di crisi economica e sociale profonda, come quello che stiamo attraversando, l’attenzione all’attualità e la consapevolezza di operare nel presente, seppure con difficoltà, costituiscono un patrimonio collettivo reale, non una via di fuga virtuale. La presenza del museo può essere infatti di stimolo alla capacità di ognuno di pensare, di impegnarsi e guardare avanti, alla volontà di non fermarsi su quello che è stato il passato, ma di riflettere su quello che sta accadendo e soprattutto su quello che potrà essere il futuro. L’approccio all’arte contemporanea richiede attenzione, curiosità e immaginazione, presume voglia di scoprire, di mettersi in gioco e stupirsi, offre in cambio la possibilità di allargare le conoscenze, le vedute, favorendo una coscienza critica. Vent’anni fa Prato si presentava come l’unica città italiana con un museo costruito appositamente per promuovere e documentare gli sviluppi artistici più recenti. Oggi siamo sicuri dell’importanza di quella scelta, avvalorata da un’esperienza ventennale di ricerche, idee, proposte, seppure fra problemi economici e limiti operativi, e riponiamo la nostra fiducia in nuovi progetti a venire. Di questa prospettiva sono testimoni il lavoro di Marco Bazzini e Stefano Pezzato, i curatori di questo libro che raccoglie un’ampia sintesi di scelte artistiche confluite nella collezione permanente del museo, e l’ambizioso progetto d’ampliamento dell’edificio museale che è qui documentato, fortemente voluto dal Consiglio direttivo del Centro e sostenuto con determinazione dalla famiglia Pecci, dal Comune di Prato e dalla Regione Toscana che ne ha recentemente riconosciuto il ruolo rilevante di “Museo regionale d’arte contemporanea”. La pubblicazione esce a dieci anni di distanza dalla realizzazione dell’ultimo catalogo dedicato alla Collezione permamente (1998), a sei anni dall’uscita del volume incentrato sulle Nuove acquisizioni (2002), per presentare al pubblico il patrimonio museale e fornirne le principali chiavi di lettura: una guida alle opere, alle correnti artistiche e alle tematiche più significative raccolte in vent’anni, ma anche un libro sul museo e la sua architettura, dall’edificio originario di Italo Gamberini al progetto d’ampliamento di Maurice Nio. Non si tratta quindi di un semplice catalogo aggiornato della collezione, ma di un nuovo capitolo dell’intensa storia del nostro museo, da cui bisogna ripartire. La collezione, come l’abbiamo conosciuta finora, appare qui in tutta la sua ricchezza e articolazione: le opere più significative e rappresentative accanto a quelle che costituiscono la vera ossatura della raccolta museale, provenienti dalle mostre ma anche dall’azione diretta di artisti e collezionisti privati, degli Amici del Museo Pecci e della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato; quindi le opere di artisti provenienti dall’area postsovietica, proposte a Prato prima che altrove nel 1990 all’epoca della Perestroika e integrate in occasione di una nuova vasta indagine nel 2007; le opere generosamente messe a disposizione del museo e della città dal collezionista pratese Carlo Palli, a cui il Centro ha dedicato una mostra e una pubblicazione specifiche nel 2006; quelle appena ricevute in lascito dagli eredi dell’artista Luciano Ori, a cui saranno presto dedicate un’esposizione e un catalogo esauriente; le fotografie, i video e i film che rappresentano le nuove tipologie di opere raccolte dal museo; l’Architettura Radicale toscana, di cui il Centro ha intrapreso la meritoria azione di raccolta e valorizzazione, che si affianca a quelle di altre realtà nazionali e internazionali come il Centre Georges Pompidou di Parigi; la collezione documentale del CID/Arti Visive che costituisce il primo nucleo fondativo del Centro, realizzato dal Comune di Prato nei primi anni Ottanta, e che oggi rappresenta anche uno dei fondamenti del nuovo rapporto di collaborazione e integrazione con i corsi specialistici dell’Accademia di Belle Arti di Firenze trasferiti a Prato. Bisogna pensare a queste collezioni, al plurale, anziché ad un unico fondo di opere e documenti di grande rilevanza artistica, come ad un bene comune per noi e per le generazioni future. Allo stesso modo bisogna ricordare l’impegno collettivo profuso dai direttori artistici, direttori pro tempore, curatori, collaboratori e da tutto il personale del Centro, dal 1988 ad oggi, per realizzare quello che oggi vediamo e presentiamo, perché rimanga e contribuisca anche un domani a far comprendere e aiutare ad affrontare la realtà in cui abbiamo vissuto. VITO ACCONCI | 22, 23 PIETRO GROSSI | 249 HUGHIE O'DONOGHUE | 188, 189 HANS PETER ADAMSKI | 144 CARLO GUAITA | 170, 171 ATHOS ONGARO | 190 VAHRAM AGHASYAN | 214, 215 DMITRI GUTOV | 220 - 222 JULIAN OPIE | 191 LUCA ANDREONI - ANTONIO FORTUGNO | ALBERT HIEN | 58, 59 LUCIANO ORI | 262 - 269 274 TAKASHI HOMMA | 286, 287 ANATOLY OSMOLOVSKY | 229 NOBUYOSHI ARAKI | 24 - 29 CRAIGIE HORSFIELD | 288 GIOVANNI OZZOLA | 304 ARCHIZOOM | 324 - 327 SHIRAZEH HOUSHIARY | 172 MIMMO PALADINO | 90, 91 ARCHIZOOM E SUPERSTUDIO | 320, 321 FRANCO IONDA | 173 PANAMARENKO | 305 STEFANO ARIENTI | 30, 31 EMILIO ISGRÒ | 60 - 63 GIULIO PAOLINI | 92, 93 KARIN ARINK | 145 ILYA KABAKOV | 223 PAOLO PARISI | 192, 193 MARCO BAGNOLI | 32, 33 VARDI KAHANA | 289 PERZI | 230 RICHARD BAQUIÉ | 146 ANISH KAPOOR | 64, 65 LAMBERTO PIGNOTTI | 256 ROBERTO BARNI | 34, 35 MASSIMO KAUFMANN | 174 MICHELANGELO PISTOLETTO | 94, 95 MASSIMO BARTOLINI | 275 NATASJA KENSMIL | 175 FABRIZIO PLESSI | 96, 97 MASSIMO BARZAGLI | 147 ANASTASIA KHOROSHILOVA | 224 ANNE E PATRICK POIRIER | 98 - 103 MASSIMO BARZAGLI - LUISA CORTESI | KAREN KILIMNIK | 176, 177 KOKA RAMISHVILI | 231 276, 277 KINKALERI | 290, 291 RENATO RANALDI | 194 -196 BIZHAN BASSIRI | 148 OLGA KISSELEVA | 225 R.E.P. | 232, 233 MIRELLA BENTIVOGLIO | 278 JOB KOELEWIJN | 178 GEORGES ROUSSE | 306 LAPO BINAZZI | 334, 335 WILLI KOPF | 179 BERHARD RÜDIGER | 197 LORENZO BONECHI | 149 SVETLANA KOPYSTIANSKY | 226 GIANNI RUFFI | 198, 199 EBERHARD BOSSLET | 150, 151 JANNIS KOUNELLIS | 66, 67 CHRIS SACKER | 307 BOTTO & BRUNO | 279 BARBARA KRUGER | 68 - 71 REMO SALVADORI | 104 - 107 ILYA BUDRAITSKIS - ALEKSANDRA VLADIMIR KUPRYANOV | 227 ANDREA SANTARLASCI | 200, 201 GALKINA - DAVID TER-OGANJAN | 216, 217 NANDA LANFRANCO | 292, 293 HUBERT SCHEIBL | 202, 203 UMBERTO BUSCIONI | 246 KETTY LA ROCCA | 250 JULIAN SCHNABEL | 108, 109 PEDRO CABRITA REIS | 152, 153 SOL LEWITT | 72 - 75 RAGHUBIR SINGH | 308, 309 PAOLO CANEVARI | 36, 37 RITA LINTZ | 294, 295 DANIEL SPOERRI | 110 - 113 ANTONIO CATELANI | 154, 155 ARRIGO LORA-TOTINO | 251 MAURO STACCIOLI | 114 - 117 GUGLIELMO ACHILLE CAVELLINI | 247 PHILIP LORCA DI CORCIA | 296, 297 ELISABET STIENSTRA | 204 LORIS CECCHINI | 38, 39 FRENCESCO LO SAVIO | 76, 77 ESTHER STOCKER | 205 GIUSEPPE CHIARI | 248 RENATO MAMBOR | 180 MARCO TIRELLI | 206, 207 MARCO CINGOLANI | 156, 157 LUCIA MARCUCCI | 252 LEONID TISHKOV | 234 MARTHA COLBURN | 280 AMEDEO MARTEGANI | 181 SANDRA TOMBOLONI | 208, 209 GILBERTO CORRETTI | 322, 323 PAOLO MASI | 182, 183 DAVID TREMLETT | 118 - 123 VITTORIO CORSINI | 158 ELISEO MATTIACCI | 78, 79 COSTAS TSOCLIS | 124, 125 ENZO CUCCHI | 40 - 43 MEDICAL HERMENUTICS | 228 UFO | 328 - 333 MARIO DELLAVEDOVA | 162, 163 FAUSTO MELOTTI | 80, 81 NOMEDA & GEDIMINAS URBONAS | 235 DANIELA DE LORENZO | 159 - 161 MARIO MERZ | 82 - 85 VALIE EXPORT | 310 ULAN DJAPAROV | 218 VITTORIO MESSINA | 184 JCJ VANDERHEYDEN | 311 ARMEN ELOYAN | 164, 165 EUGENIO MICCINI | 253 JOHAN VAN DER KEUKEN | 312 DIEGO ESPOSITO | 166 NINO MIGLIORI | 298 LUIGI VERONESI | 313 JAN FABRE | 44, 45 DOMINGO MILELLA | 299 MASSIMO VITALI | 126, 127 FACTORY OF FOUND CLOTHES | 219 ALBERTO MORETTI | 300, 301 RODOLFO VITONE | 257 CARLO FEI | 281, 282 LILIANA MORO | 86, 87 SERGEI VOLKOV | 236, 237 FLATZ | 46 - 49 UGO MULAS | 302 YELENA & VIKTOR VOROBYEV | 238, 239 SYLVIE FLEURY | 167 BRUNO MUNARI | 303 ERWIN WURM | 128 - 131 RAINER GANAHL | 283 VIK MUNIZ | 185 KENJI YANOBE | 132 - 135 MARCO GASTINI | 50 - 53 MAURIZIO NANNUCCI | 88, 89 SHAO YINONG & MU CHEN | 314, 315 ISABELLA GHERARDI | 168, 169, 284, 285 MARCO NERI | 186, 187 GILBERTO ZORIO | 136 - 139 PIERO GILARDI | 54 - 57 HERMANN NITSCH | 254, 255 KONSTANTIN ZVEZDOCHOTOV | 240, 241 SOMMARIO LA COLLEZIONE: UNA STORIA Marco Bazzini 15 - 17 FOCUS DELLA COLLEZIONE 19 - 139 OPERE DALLA COLLEZIONE 141 - 209 ARTE DALL’EX URSS 211 - 241 LASCITO DI CARLO PALLI 243 - 257 LASCITO EREDI DI LUCIANO ORI 259 - 269 FOTOGRAFIA, VIDEO, FILM 271 - 315 ARCHITETTURA RADICALE 317 - 335 COLLEZIONE CID/ARTI VISIVE 337 - 347 IL MUSEO Genesi e sviluppi dell’edificio museale di Stefano Pezzato L’edificio museale di Italo Gamberini Il progetto di ampliamento di NIO architecten 349 - 363 VITO ACCONCI NOBUYOSHI ARAKI STEFANO ARIENTI MARCO BAGNOLI ROBERTO BARNI PAOLO CANEVARI LORIS CECCHINI ENZO CUCCHI JAN FABRE FLATZ MARCO GASTINI PIERO GILARDI ALBERT HIEN EMILIO ISGRÒ ANISH KAPOOR JANNIS KOUNELLIS BARBARA KRUGER SOL LEWITT FRANCESCO LO SAVIO ELISEO MATTIACCI FAUSTO MELOTTI MARIO MERZ LILIANA MORO MAURIZIO NANNUCCI MIMMO PALADINO GIULIO PAOLINI MICHELANGELO PISTOLETTO FABRIZIO PLESSI ANNE E PATRICK POIRIER REMO SALVADORI JULIAN SCHNABEL DANIEL SPOERRI MAURO STACCIOLI DAVID TREMLETT COSTAS TSOCLIS MASSIMO VITALI ERWIN WURM KENJI YANOBE GILBERTO ZORIO FOCUS DELLA COLLEZIONE Il focus della collezione è costituito da opere di artisti che hanno tenuto grandi mostre personali o articolate retrospettive al museo, rimaste a testimonianza della storia espositiva del Centro. Fin dai primi anni di attività sono state proposte indagini puntuali e talvolta esaustive della produzione di singole personalità del panorama artistico contemporaneo. Le opere così raccolte compongono una sintesi concreta delle ricerche critiche e delle scelte curatoriali effettuate e, d’altro canto, rappresentano episodi salienti nel percorso creativo di questi artisti: la progressione naturale della Spirale di Mario Merz, la tensione energetica della Canoa di Gilberto Zorio, l’incrocio plastico del primo Multi-Bed di Vito Acconci, gli studi iniziali sulle Metamorphoses di Jan Fabre, l’intensità vitale del Continuo infinito presente di Remo Salvadori, l’intricato labirinto idraulico di Costas Tsoclis, l’enigmatica figura in bronzo policromo di Mimmo Paladino, la “bulimia” fotografica di Nobuyoshi Araki, l’affollato “paesaggio” umano ripreso da Massimo Vitali, la relazione fra spazio e luce di Francesco Lo Savio, le composizioni a pastelli di David Tremlett, le combinazioni di oggetti di Daniel Spoerri, le cancellature declaratorie di Emilio Isgrò. Altri autori rappresentati nella collezione, ai quali il Centro ha dedicato importanti mostre personali, sono Marco Bagnoli, Enzo Cucchi, Julian Schnabel, Jannis Kounellis, tra i maggiori protagonisti dell’arte degli ultimi decenni. Da mostre collettive, panoramiche e tematiche, provengono invece ricerche emblematiche come lo spazio contemplativo di Anish Kapoor, il “quadro specchiante” di Michelangelo Pistoletto, l’imprevedibile concetto di “scultura” di Erwin Wurm, la sofisticata installazione postatomica di Kenji Yanobe. A queste opere si aggiungono le grandi sculture collocate nel giardino: l’originale fontana ventricolare di Enzo Cucchi, l’algida fonte perpetua di Albert Hien, la scintillante colonna spezzata di Anne e Patrick Poirier, l’imponente “segno” ambientale di Mauro Staccioli, la stele “cosmica” di Eliseo Mattiacci, l’eterna deambulazione circolare modellata da Roberto Barni, l’armonica composizione astratta di Fausto Melotti. Alcune opere sono nate come progetti appositamente commissionati per la città di Prato e il museo: il monumentale mulino elettronico di Fabrizio Plessi, il messaggio esistenziale a caratteri cubitali di Barbara Kruger, il Wall Drawing geometrico e la struttura a “progressione irregolare” di Sol LeWitt. Di particolare rilievo, inoltre, appaiono opere di artisti la cui ricerca è confluita direttamente nella collezione museale, al di la di precedenti partecipazioni a mostre temporanee, come è il caso del Panorama di Giulio Paolini, dell’installazione interattiva di Piero Gilardi, dell’opera al neon di Maurizio Nannucci. Completano la selezione le esplorazioni spaziali della Schede monografiche di Marco Bazzini [M.B.] Giorgia Marotta [G.M.] Stefano Pezzato [S.P.] Desdemona Ventroni [D.V.] pittura materica di Marco Gastini, le “violente” autorappresentazioni dei lightbox di FLATZ e alcune fra le più significative proposte emerse in Italia fra i primi anni Novanta e gli inizi del Duemila: Stefano Arienti, Liliana Moro, Paolo Canevari, Loris Cecchini, rappresentano una nuova generazione di artisti italiani affermati e riconosciuti anche a livello internazionale. STEFANO PEZZATO Vito Acconci 14 NEW YORK, USA, 1940. VIVE E LAVORA A NEW YORK Multi-Bed #1, 1992 ferro e lamiera zincata, pannelli in plexiglass specchiante, pannelli riflettori in plexiglass, luci al neon, gommapiuma, nylon, cm 120x216x216 Poeta, body artist, performer e architetto, Vito Acconci si afferma tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta con azioni provocatorie di matrice concettuale e con opere video incentrate sull’investigazione di sé e sull’analisi delle relazioni (fisiche, linguistiche e psicologiche) con l’altro. Dall’incontro tra corpo fisico e corpo architettonico, tra spazio privato e spazio pubblico sperimentato in queste situazioni, nascono anche gli oggetti, le installazioni, i progetti e i prototipi elaborati dal 1988, nell’ambito dello studio di architettura fondato dall’artista a New York. Nel 1992 il Centro Pecci gli dedica un’ampia mostra personale incentrata principalmente su lavori basati “sull’idea della casa” (A. Barzel) che comprendono, oltre a video sculture, proposte per spazi pubblici e all’aperto, come Mobil Linear City (1991), accanto a oggetti d’arredamento “a metà strada tra il vestiario e l’architettura”, come Adjustable Wall Bra (1990-1991), o ispirati a forme organiche come Convertible Clam Shelter (1990). Ad essi Acconci alterna il design freddo di impronta minimalista dei mobili fluorescenti e dei letti incernierati, realizzati con materiali industriali, della serie dei Multi-Bed (1992): cinque installazioni fatte da due o più letti a una piazza collegati tra loro in vario modo, dove il tema dell’esplorazione del corpo si carica di riflessioni critiche a valenza politico-sociale che si estendono al mondo del lusso e dei consumi. “La testata e la pedana di ogni letto sono un telaio zincato; la testata è uno specchio esterno e un riflettore interno, mentre la pedana è uno specchio interno e un riflettore esterno. Il materasso di polistirene espanso è coperto con un nylon grigio pesante, del tipo convenzionalmente utilizzato per valigie o stuoie a tamburo; il materasso è sistemato su una lamiera di metallo espanso e chiodato al telaio del letto.” (Acconci). Multi-Bed #1, il primo di questa serie, è un letto per due persone composto da due strutture di ferro e lamiera zincata incrociate e fuse insieme nel mezzo in forma di croce greca, per cui una persona che ipoteticamente occupa un letto, costringe l’altra a giacervi sopra o sotto. Modificato nella sua funzione originaria di luogo di riposo e di piacere e dislocato dalla sfera privata della casa nello spazio pubblico del museo, Multi-Bed #1 coinvolge direttamente lo spettatore in una situazione che induce a riflettere e a sperimentare diverse possibilità di interazione e di comunicazione, evocando comportamenti che oscillano tra l’agonistico e il rituale, dando luogo a situazioni plastiche ambigue ed intriganti potenzialmente cariche di tensione e di violenza. [D.V.] Bibliografia A. Barzel (a cura di), Vito Acconci, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, Giunti, Firenze 1991. A. Barzel (a cura di), Opere dalla collezione. 1988-1992, catalogo, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 1992. S. Pezzato (a cura di), Collezione permanente, catalogo, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 1998. S. Paracone, S. Pezzato, A. Sonetti (a cura di), Entr’acte. Arte contemporanea nella Toscana industriale, catalogo della mostra, Fondazione Piaggio, Pontedera 1998. Nobuyoshi Araki 16 TOKYO, GIAPPONE, 1940. VIVE E LAVORA A TOKYO Viaggio in Italia, 2000 serie di 123 fotografie b/n, cm 30,5x40,1 ciascuna serie di 12 fotografie b/n, cm 40x50 ciascuna Comodato dell’artista Viaggio in Italia: Gente di Prato, 2000 serie di 133 fotografie b/n, cm 40,5x30,5 ciascuna Comodato dell’artista Viaggio in Italia: Napoli, 2000 serie di 167 fotografie a colori, cm 22,8x24,9 ciascuna Comodato dell’artista Diplomato in fotografia e cinema presso il Departement of Engineering della Chiba University, Nobuyoshi Araki ha lavorato per un decennio, fino al 1972, presso la Dentsu Advertising Agency, realizzando la sua prima mostra personale nel 1965 e affermandosi in alcuni importanti concorsi fotografici. Nel 1971 si unisce a Yoko Aoki, figura centrale nella sua vita privata e nel suo percorso artistico, musa ispiratrice della serie intitolata Sentimental Journey, in cui Araki rivela i momenti più intimi e poetici della loro luna di miele e l’interesse profondo per l’erotismo e il nudo femminile che lo farà emergere in patria e, in seguito, anche a livello internazionale. Negli anni Ottanta il fotografo getta il proprio sguardo vorace sui locali hard di Tokyo, producendo una ricerca poderosa sui gusti e le pratiche sessuali dei giapponesi, raccolta nel libro di culto Tokyo Lucky Hole. Nel 1990, anno della morte di Yoko, Araki realizza la serie Sentimental Journey / Winter Journey, incentrata ancora sul personale e struggente rapporto sentimentale con la donna amata. Da questo momento intensifica la sua attività, attraverso numerose pubblicazioni ed esposizioni in gallerie e musei di tutto il mondo, diventando una celebrità nel panorama della fotografia contemporanea. In occasione della mostra personale a Prato, nella primavera 2000, Araki ha compiuto il suo primo Viaggio in Italia e realizzato le tre serie fotografiche raccolte nella collezione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. In esse si ritrova il linguaggio diretto, privo di retorica e soprattutto di censure del fotografo, capace di riflettere continuamente la realtà che lo circonda riproducendola ossessivamente come una propria estensione immaginativa. L’obiettivo fotografico si trasforma in una vera e propria emanazione del corpo dell’autore, istintivamente rivolto agli elementi e ai simboli della bellezza, della sensualità, della natura, perennemente occupato nel rapporto tra il proprio “io” (spesso autorappresentato) e le persone incontrate e gli oggetti trovati per strada o nei luoghi frequentati. Esplorando il territorio segreto dei propri sentimenti, così come la vita pulsante delle città o la profondità sterminata del cielo, Araki divora la realtà senza cedere mai alla volgarità o al divertimento voyeuristico, nel tentativo di avvicinarsi al mistero e allo stupore dell’esistenza umana. A proposito del suo lavoro egli dichiara: “sento l’amore e la morte. Vedo e penso attraverso le fotografie”. [S.P.] Bibliografia B. Corà, F. Maggia (a cura di), Nobuyoshi Araki. Viaggio sentimentale, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Gli Ori, Prato 2000. Marco Bagnoli 18 EMPOLI, FIRENZE, 1949. VIVE E LAVORA A EMPOLI Città del sole (lucernaio), 1988 struttura in ferro, vetri sabbiati, luce elettrica, cm 230x600x330 Città del sole, 1987-1997 intonaco su tavola, graffito, luce sagomata, cm 252x184 Donazione dell’artista Sin dagli esordi negli anni Settanta il lavoro di Marco Bagnoli si sviluppa come ricerca di una sintesi possibile fra tensione spirituale dell’arte, natura trascendente dell’immagine e rigore scientifico adottato in esplorazioni e combinazioni di generi quali la scultura, la pittura e il disegno, ma soprattutto in riflessioni su forme e materiali organizzati dall’artista secondo schemi e formule ricorrenti. Elementi della cultura orientale e richiami a civiltà del passato si uniscono nelle sue opere a considerazioni filosofiche e verifiche sperimentali, collegati spesso all’elemento immateriale della luce, inteso da Bagnoli non solo come realtà fenomenica ma anche come entità mistico-religiosa. Nei lavori intitolati Città del sole, appartenenti alla collezione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, l’artista evoca l’omonimo saggio-utopia su una società ideale scritto agli inizi del Seicento dall’intellettuale e filosofo Tommaso Campanella. Il primo è costituito da una tavola trattata a intonaco e incassata a parete, realizzata da Bagnoli nel 1997 come nuova versione di un’opera di dieci anni prima esposta in occasione della mostra Europa Oggi (1988). Il disegno geometrico a graffito che vi compare visualizza in forma di mappa uno schema di X ripetute, detto a “quinconce”: il termine (dal latino: quincunx-uncis, cinque once, riferito alla frazione di 5/12) consiste nella ripetizione e congiunzione spaziale di quattro punti disposti ai vertici di un quadrato e uno nel mezzo, da cui deriva la disposizione di piante nell’orto e di alberi nei frutteti al fine di mantenerli sempre esposti alla luce del sole. Al centro dell’opera si staglia una banda verticale di colore rosso illuminata da un sagomatore, segno emblematico associato dall’artista al concetto di soglia, di apertura e quindi per estensione di comprensione e conoscenza. Il secondo lavoro, simile nella forma ai grandi lucernai posti sul tetto del museo, è composto da lastre di vetro sabbiato che ricoprono una struttura metallica. La luce emanata da una fonte posta al suo interno, collocata direttamente sul pavimento, ne ribalta la funzione originaria di finestra alludendo altresì ad uno spazio auratico che si sviluppa idealmente in profondità. La sezione triangolare dell’opera, i cui vertici rappresentano la relazione speculativa tra Arte, Religione e Scienza (ARS), rimanda simbolicamente alla stessa X assimilata dall’artista allo schema a “quinconce”. Questa rappresenta il termine centrale della formula SPAZIO X TEMPO, che contiene la derivazione IO X TE, in cui si sintetizza il rapporto fra l’artista e il mondo. [S.P.] Bibliografia A. Barzel (a cura di), Europa oggi, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Centro Di, Firenze / Electa, Milano, 1988. A. Barzel (a cura di), La collezione 1988-1990, catalogo, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 1990. A. Soldaini (a cura di), Marco Bagnoli, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 1995. S. Pezzato (a cura di), Collezione permanente, catalogo, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 1998. Loris Cecchini 20 MILANO, 1969. VIVE E LAVORA A PRATO Stage Evidence (Empty Stals), 2001 gomma uretanica, poliuretano, ferro, dimensioni ambiente Comodato dell’Associazione Amici del Museo Pecci Fra gli artisti italiani affermati nell’ultimo decennio, Loris Cecchini è sicuramente uno dei più apprezzati a livello internazionale. Ha tenuto mostre personali in spazi museali come il Palais de Tokyo a Parigi e il PS1 MoMa a New York e partecipato a varie rassegne internazionali, quali la Biennale di Venezia nel 2001 e 2005 e la Biennale di Shanghai nel 2006. Il suo lavoro consiste in un’indagine parodistica dell’esperienza reale e dei meccanismi che ne regolano la rappresentazione. L’artista realizza trasfigurazioni di oggetti e ambienti comuni attraverso sculture e installazioni in gomma o vetroresina, nelle quali crea un equilibrio precario tra verità e finzione. Il critico Augusto Pieroni le ha definite “stereorealtà”, riprendendo il termine coniato da Paul Virilio per descrivere la complessità della percezione contemporanea in cui coesistono differenti piani di realtà. Nell’opera Stage Evidence (Empty Stals) in collezione al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci dal 2002, Cecchini ironizza sulla “evidenza” di una messinscena teatrale, sottolineando il “vuoto” delle file di poltroncine per gli spettatori ridotte ad un’inconsistenza fisica di reminiscenza surrealista (Dalì) e pop (Oldenburg): simulacri di oggetti concreti, essi costituiscono la replica esatta di alcune porzioni di platea afflosciata su se stessa. Il riferimento al luogo pubblicamente deputato alla visione, il cinema o il teatro, rivela qui l’intenzione dell’artista di destabilizzare la percezione stessa degli oggetti, destrutturandoli nella sostanza e privandoli della loro funzione originaria. La riproduzione in gomma grigia, resa maggiormente ambigua dalla sapiente definizione di ogni dettaglio, trasforma l’immediata riconoscibilità degli oggetti in simultanea negazione della loro appartenenza al mondo reale. Delle “cose” perfino banali che conosciamo rimane solo la superficie, densa e resistente come la materia di cui sono fatte, su cui si infrangono e rimbalzano metaforicamente le nostre certezze, i nostri impulsi al controllo razionale e al possesso. L’apparente illusionismo degli oggetti di Cecchini lascia quindi il posto allo smarrimento e allo stupore di fronte all’astrazione e all’incorporeità di queste forme monocrome. [S.P.] Bibliografia S. Pezzato (a cura di), Collezione permanente. Nuove acquisizioni, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2002. Loris Cecchini. Sketchbook, drawings, projects, works 2000-2003, Maschietto Editore, Firenze 2003. Loris Cecchini. Monologue Patterns, catalogo, Photology, Milano 2005. M. Bazzini, S. Pezzato (a cura di), The age of metamorphosis. European art highlights from the Centro Pecci collection, catalogo della mostra, MoCA Shanghai, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2006. Emilio Isgrò 22 BARCELLONA POZZO DI GOTTO, MESSINA, 1937. VIVE E LAVORA A MILANO Dichiaro di essere Emilio Isgrò, 2008 acrilico su tela montata su legno, cm 400x287 Donazione dell'artista Weltanschauung, 2007 acrilico su tela montata su legno, 12 elementi, l'insieme cm 900x300 Donazione dell'artista Emilio Isgrò, artista, romanziere, poeta e giornalista, ha fatto della cancellatura la propria poetica a partire della metà degli anni Sessanta con la propria adesione all’ambiente della Poesia Visiva - dal quale prese le distanze pochi anni dopo sviluppando un linguaggio personale e autonomo. Isgrò ha trasformato un iniziale gesto provocatorio in un coerente linguaggio e ne ha fatto la propria visione del mondo. Cancellare per lui non è un atto metaforico: opera sui testi delle vere e proprie ‘coperture’, che ne trasformano e rinnovano il significato, senza annichilire e distruggere il valore della parola e, a partire dagli anni Ottanta, dell’immagine, che arriva ad assumere un effetto pittorico senza cedere alla pittura. “Alle origine - commenta Isgrò - probabilmente essa non fu che un gesto: uno dei tanti gesti che gli artisti compivano un tempo per segnare di sé il percorso della vita e del mondo”, e continua, “essa mi si è di fatto trasformata tra le mani anno per anno, minuto per minuto, piegandosi meglio di quanto volessi o sperassi al mio desiderio di artista.” Cancellando giornali, manifesti, libri (testi popolari e testi della cultura altisonante, come l’Enciclopedia Treccani o i codici antichi) e, dagli anni Settanta, le notizie ANSA sui telex o le carte geografiche, Isgrò non compie un gesto di ribellione, pone piuttosto l’accento - come recita uno dei primi libri cancellati del 1965 - su “ciò che ognuno vorrebbe ignorare”: il prima delle parole, il loro essere fisico e oggettuale. Con questo suo modo di vedere il mondo che l’ha reso figura unica e originale nel panorama dell’arte italiana, Emilio Isgrò, a cui il Centro Pecci per primo come museo ha dedicato nel 2008 una mostra personale, per oltre quarant’anni si è diviso sulla riflessione dell’essere e non essere, sui problemi del determinato e indeterminato, sulla potenza e l’impotenza dell’atto creativo. Proprio a questi temi rimandano le opere realizzate in occasione della mostra del 2008 - poi donate al Centro, tra le più imponenti create dall’artista, paragonabili solo alle installazioni realizzate dagli anni Settanta. Dichiaro di essere Emilio Isgrò, la grande tela che dava il titolo alla mostra e ne apriva il percorso, appare come il controcanto dell’opera Dichiaro di non essere Emilio Isgrò (1971), in cui l’artista certificava, con tanto di firma, la propria autocancellazione in seguito al disconoscimento di alcune proprie caratteristiche fisiche da parte dei propri parenti. La negazione, non, occultata, quasi quaranta anni dopo - e allo stesso tempo conservata un livello sotto il colore - conferma la caratteristica di fare corpo unico con la propria opera e di come tale opera sia sempre riuscita a parlare dell’esistenza individuale e collettiva. Nelle carte geografiche Isgrò cancella tutti i toponimi non il profilo del territorio. Alla determinazione di un suolo si contrappone così l’indeterminazione di un luogo, che altro non è che la nostra cultura. Cancellare i nomi dalle carte geografiche equivale a sottrarle a uno stato di artificialità per ricondurle ad uno stato di natura. Nell’opera composta da dodici cartine di epoca prussiana, vera e propria dichiarazione di poetica, Isgrò conserva soltanto i nomi dei continenti per spiegare una sua ideale visione del mondo attraverso l’atto della cancellatura che è “una sorta di Weltanschauung che spiega più cose di quanto non dica.” [M.B.] Bibliografia M. Bazzini, A. Bonito Oliva (a cura di), Dichiaro di essere Emilio Isgrò, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, 2008. M. Meneguzzo (a cura di), Emilio Isgrò. Fratelli d’Italia, catalogo della mostra, Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, 2008. Anish Kapoor 24 BOMBAY, INDIA, 1954. VIVE E LAVORA A LONDRA Here and There, 1987 17 pietre rotonde, 1 pietra cubica, pigmento, cm 90x260x160 Trasferitosi in Gran Bretagna, dove ha intrapreso gli studi artistici, Anish Kapoor si è affermato agli inizi degli anni Ottanta come una delle figure di spicco nell’ambito del movimento denominato New British Sculpture. Consacrato a livello internazionale sin dagli inizi degli anni Novanta con la partecipazione alla XLIV Biennale di Venezia (1990), dove ha rappresentato la Gran Bretagna vincendo il “Premio Duemila”, nel 1991 ha ottenuto il prestigioso Turner Prize. Nel 1988 Kapoor espone al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci alla mostra Europa Oggi con Here and There (1987), una scultura composita in pietra formata da un cumulo di elementi dall’aspetto vagamente biomorfico associati ad un voluminoso masso geometrico: solidi “manufatti culturali” le cui forme rimandano rispettivamente a quelle di vasi primitivi e a quelle arcaiche delle architetture dei templi e dei santuari, che si costituiscono allo stesso tempo come “metafore potenti dei nostri corpi e della nostra percezione di ciò che è interno” (Kapoor). Un’apertura sui due lati del blocco cubico ne lascia scorgere l’interno buio che lentamente, e solo ad una visione ravvicinata, si rivela essere ammantato da uno strato di pigmento blu di prussia. Usata in un primo momento per evidenziare l’emergenza delle forme nello spazio, la “materia dematerializzante” della polvere di pigmento che in questa fase scandisce le aperture e i tagli delle sculture, in Here and There segna il luogo in cui il “qui” sensibile della materia lascia percepire un “altrove” oscuro e indistinto, tra ctonio e celeste, finito e infinito, essere e non essere, schiudendo alla scoperta di una dimensione ulteriore dove “Il vuoto diventa un linguaggio reale, per cui la creazione inverte il suo processo, non viene alla luce, ma va verso le tenebre, laddove precipitano tutti i mondi.” (G. Celant). Attorno alla rivelazione del vuoto, visione onirica, esperienza sublime e presenza energetica che, dall’anima interna delle sculture estende la sua aura verso l’esterno, fino ad inglobare vertiginosamente lo spazio circostante, ruota l’intero universo poetico dell’artista, che alternando carica vitale e tensione ascetica, combinando suggestioni provenenti dalla mitologia, dalla filosofia e dalla psicologia, sperimentando nuove forme e materiali, continua ad indagarne l’essenza conferendogli, con le sue opere, molteplici e imprevedibili sembianze. [D.V.] Bibliografia A. Barzel (a cura di), Europa Oggi, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, Centro Di, Firenze / Electa, Milano 1988. A. Barzel (a cura di), La collezione 1988-1990, catalogo, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 1990. G. Celant (a cura di), Anish Kapoor, catalogo della mostra, Fondazione Prada, Milano, Charta, Milano 1994. S. Pezzato (a cura di), Collezione permanente, catalogo, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, 1998. M. Bazzini, S. Pezzato (a cura di), The age of metamorphosis. European art highlights from the Centro Pecci collection, catalogo della mostra, MoCA Shanghai, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2006. Barbara Kruger 26 NEWARK, NEW JERSEY, USA, 1945. VIVE E LAVORA FRA NEW YORK E LOS ANGELES Untitled (Prato), 1993 tempera su muro, lettere in forex, gigantografia scotchprint su forex Installazione realizzata sulla parete esterna del magazzino Imex Lane, rimossa nel 2001 Progetto acquisito dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci Associato a una T-shirt prodotta per l’occasione Formatasi tra la Syracuse University, la School of Visual Arts e la Parsons School of Design di New York, dove ha frequentato i corsi di Diane Arbus, Barbara Kruger ha lavorato come graphic designer per le edizioni Condé Nast. Ha quindi ricoperto il ruolo di art director e direttore d’immagine per varie pubblicazioni e riviste. Successivamente ha trasferito la propria esperienza professionale alla pratica artistica, trasformando le strategie linguistiche dei mass media in opere che, a partire dal 1974, ha proposto in gallerie e musei di tutto il mondo e diffuso largamente in luoghi e spazi pubblici quali inserzioni e tabelloni pubblicitari, mezzi di trasporto urbano, borse della spesa e magliette, ottenendo il “Leone d’oro” alla carriera alla Biennale di Venezia nel 2005. Il suo lavoro artistico si concentra da oltre trent’anni sulla struttura e sul significato di parole e immagini, associate e sovrapposte in forma di slogans e, dal 1990, anche di estese installazioni ambientali riferite per lo più a problematiche e rappresentazioni culturali del potere, del controllo, della sessualità e della razza di cui rivelano e contrastano gli stereotipi e i clichés. Caratterizzate dall’ingrandimento di frammenti fotografici riprodotti in bianco e nero e dall’uso di testi sintetici scritti in bianco su fondo rosso, le sue opere si rivolgono al pubblico in maniera diretta, tagliente, tuttavia senza fini didattici o moralistici, nel tentativo di scuoterlo e indurlo alla consapevolezza su questioni attinenti l’identità, l’autonomia, i bisogni, i desideri sia a livello sociale che individuale. Invitata dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci a partecipare alla mostra Inside Out. Museo Città Eventi, Kruger ha ideato il progetto per l’installazione realizzata nel 1993 sulla facciata del magazzino Imex Lane (posto davanti al museo e oggi adibito a diverse attività commerciali) dove è rimasta fino alla sua rimozione nel 2001. Montato ai lati di un occhio ripreso in primo piano che scruta e interroga il passante, “il testo, forse uno dei più poetici scritti da Kruger, parla di tessuti e del senso della vita” (Ida Panicelli), collegandosi alla tradizionale attività tessile di Prato per esprimere un’inedita riflessione sull’inevitabile percorso dell’esistenza umana “dalla nascita alla morte”: un memento mori indirizzato a un “tu” generico quanto universale. [S.P.] Bibliografia A. Soldaini (a cura di), Inside Out. Museo Città Eventi, catalogo della mostra, Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, Charta, Milano 1993. S. Risaliti (a cura di), Toscana contemporanea 1980-2001, catalogo, Maschietto Editore, Firenze 2002. Barbara Kruger, catalogo della mostra, Palazzo delle Papesse, Siena, Gli Ori, Prato 2002. Francesco Lo Savio 28 ROMA, 1935 - MARSIGLIA, FRANCIA, 1963 Filtro: depotenziamento cromatico e dinamica d’assorbimento, 1959 carta trasparente su cartone nero, cm 45x52,5 Comodato di collezione privata La breve e intensa vicenda artistica di Francesco Lo Savio, ricostruita in una mostra retrospettiva al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci nel 2004, è oggi considerata come un’anticipazione di ricerche affermate negli Stati Uniti e in Europa dopo la sua prematura scomparsa, definite coi termini di Arte minimale o ambientale. Fondata su studi e ricerche d’architettura intrapresi nella seconda metà degli anni Cinquanta, alimentata da interessi dichiarati per l’esperienza di Gropius e del Bauhaus oltreché per l’opera astratta di Piet Mondrian, alla cui memoria Lo Savio ha espressamente dedicato la pubblicazione del volume-manifesto Spazio-Luce: evoluzione di un’idea (1962), la sua indagine si incentra sulla relazione fisica e simbolica fra spazio e luce. Udo Kultermann, uno dei primi esegeti dell’opera di Lo Savio, ha individuato nel Pantheon romano lo “stimolo duraturo” da cui sono tratti gli “elementi” principali dei primi lavori dell’artista: “il cerchio nel quadrato, sono prefigurati nella relazione tra il foro aperto nella volta superiore del Pantheon ed i quadrati dei cassettoni della cupola e sul pavimento”. L’inserimento del cerchio nel “quadro” si configura fra il 1959 e il 1960 in una serie di dipinti a resine sintetiche su tela intitolati Spazio-Luce, che Lo Savio dichiara essere “diretti principalmente allo sviluppo di una concezione spaziale pura, dove la luce è l’unico elemento che definisce la strutturazione di superficie, tentando un contatto con lo spazio ambientale - realizzato mediante una situazione di differenti intensità cromatiche” (Lo Savio). Questi dipinti richiamano nel loro rigore formale l’assoluto “non-oggettivo” del Quadrato nero e del Cerchio nero (1923) di Kazimir Malevich e, nella loro instabilità percettiva, le contestuali riduzioni tonali e le vibrazioni atmosferiche della pittura di Mark Rothko. L’evoluzione dell’opera di Lo Savio in direzione stereoscopica e spaziale conduce simultaneamente alla sperimentazione meccanica delle dinamiche di “penetrazione della luce attraverso le superfici” (Kultermann) con i Filtri (1959-60). Realizzati sovrapponendo su un foglio di cartone, per lo più nero, alcuni strati di carta semitrasparente bianca o gialla, al cui interno è ritagliata la figura del cerchio, i Filtri “iniziano un reale contatto con lo spazio ambientale” (Lo Savio); contatto sviluppato successivamente dall’artista nella versione tecnologica dei Metalli (1960-61) e in quella architettonica delle Articolazioni totali (1962). [S.P.] Bibliografia Francesco Lo Savio, Spazio-Luce: evoluzione di un'idea, De Luca, Roma 1962. G. Celant (a cura di), Francesco Lo Savio, catalogo della mostra, Padiglione d'Arte Contemporanea, Milano 1979. U. Kultermann (a cura di), Francesco Lo Savio: Raum-Licht, catalogo della mostra, Kunsthalle Bielefeld, 1986. Lo Savio, catalogo della mostra, Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2004. Mario Merz 30 MILANO, 1925 - 2003 Lo spazio è curvo o diritto?, 1990 veduta parziale della mostra al Centro Pecci La spirale appare, 1990 ferro, fascine, vetro, neon, giornali, installazione ambiente Per la sua mostra personale al Centro Pecci nel 1990, intitolata Lo spazio è curvo o diritto?, Mario Merz ha realizzato un progetto pensato sin dal 1970 per il Museo Haus Lange a Krefeld: un’unica spirale di ferro e fascine lunga centinai di metri, “un’opera totale”, come l’ha definita Amnon Barzel, che concentrandosi e disperdendosi attorno ad un nucleo ideale posto al centro della piazza del teatro, all’esterno del museo, incideva e circoscriveva l’interno dello spazio espositivo al primo piano, ritmata da scheletri di igloo riempiti di fascine, coperti da vetri o lastre di pietra e cera e da grandi opere pittoriche dominate da evocazioni di animali preistorici. Presente nell’opera di Merz sin dagli esordi, dagli anni Settanta l’immagine cosmica della spirale diviene la cifra distintiva del suo lavoro, visualizzando la sequenza numerica scoperta nel 1202 dal matematico Leonardo da Pisa detto Fibonacci (secondo cui, procedendo da 0 a infinito, ogni cifra è il risultato delle due precedenti, 0,1,1,2,3,5,8,13…), scelta dall’artista a rappresentare i processi che regolano la crescita naturale. La spirale appare (1990) è un frammento della spirale originaria creata in occasione della mostra di Prato: si tratta della coda della grande installazione collocata allora nelle ultime due sale del Museo. Nella disposizione conferitagli dall’artista, la forma della spirale è suggerita dall’andamento curvilineo degli elementi che la compongono, instaurando una nuova relazione dinamica con lo spazio e suggerendo l’idea di qualcosa di organico che nasce e fluisce oltre l’architettura che la ospita, incontrando e oltrepassando il muro con l’accelerazione della sua energia. Protagoniste dell’opera, le esili e silenziose fascine di faggio e castagno evocano, con la loro “ombra furiosa”, la quotidianità e lo scorrere ciclico del tempo, mentre la struttura portante in ferro che le sostiene verticalmente ricorda l’arco vorticoso descritto dalla spirale definendo, quasi in trasparenza, il confine tra spazio interno e esterno sottolineato da una sequenza di archi metallici che rimandano alle calotte degli igloo. La luce al neon costituisce l’elemento vitale unificante che, scorrendo attraverso la progressione dei numeri di Fibonacci (da 1 a 10946), annulla l’inerzia del vetro e il peso delle pile di giornali (copie di un quotidiano locale scelto a rappresentare la città di Prato) trasformate da materia di scarto in un insieme di immagini fluide che raccontano il rumore e il disordine della società. La spirale appare avvolge idealmente lo spazio, portandovi dentro l’infinita prolificità della natura e la sua drammatica fragilità. Riassumendo in se l’intera poetica dell’artista, con il suo aspetto volutamente frammentario, l’opera rimanda a uno tra gli assunti più significativi di tutta l’opera di Merz, “Omero dell’Arte Povera”, come lo ha definito Lea Vergine, artista tra i più rappresentativi del panorama contemporaneo italiano e internazionale: quello del poeta mistico Rumi, trascritto spesso dall’artista coi tubi di luce al neon, che recita: Se la forma scompare la sua radice è eterna… [D.V.] Bibliografia Mario Merz, Voglio fare subito un libro, Hopefulmonster, Firenze 1985. Mario Merz. Lo spazio è curvo o diritto?, catalogo della mostra, Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, Hopefulmonster, Firenze 1990. A. Barzel (a cura di), La collezione 1988-1990, catalogo, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 1990. S. Pezzato (a cura di), Collezione Permanente, catalogo, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 1998. M. P. Mannini, S. Pezzato (a cura di), Corrispondenze, dal presente al passato. Opere scelte dalle collezioni del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci e del Museo Civico di Prato, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2006. Maurizio Nannucci 34 FIRENZE, 1939. VIVE E LAVORA A FIRENZE Sigillo di Salomone, 1992-2003 tubi al neon, cm 290x290 Comodato della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato Dalla metà degli anni Sessanta Maurizio Nannucci ha esplorato e attraversato i campi dell’arte, della filosofia e della scienza, investigando le complesse relazioni fra immagine e testo, fra spazio e idea, con proposte di matrice concettuale e tramite media diversi: dattilogrammi, tubi al neon, registrazioni audio, videotapes, fotografie, edizioni, libri d’artista. Con i lavori al neon presentati a partire dal 1967 l’artista ha dato sostanza fisica e forma immediata a concetti e pensieri, estendendone la percezione e l’interpretazione per effetto d’irradiazione anche all’architettura o all’ambiente urbano in cui sono collocati. Il Sigillo di Salomone, realizzato con tubi al neon nel 2003 sul modello di un precedente presentato a Villa Arson a Nizza nel 1992, quindi inserito all’interno della collezione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, richiama il simbolo conosciuto universalmente come “Stella di David”, la stella a sei punte formata da due triangoli rovesciati e sovrapposti fra loro. Emblema del perfetto equilibrio fra l’elemento maschile, il principio spirituale rappresentato dal triangolo con la punta rivolta verso l’alto, e l’elemento femminile, il principio corporale rappresentato dal triangolo con la punta rivolta verso il basso, il “sigillo” racchiude conoscenze e segreti legati alla cabalistica ebraica e a pratiche esoteriche. Sintetizza ad esempio i quattro elementi corrispondenti ai colori usati da Nannucci (fuoco/rosso, acqua/blu, aria/giallo, terra/verde, a cui si associano le quattro proprietà fondamentali della materia: caldo, freddo, secco, umido), riferibili pure alla forma quadrata entro cui l’artista ha compresso l’esagramma tradizionale. Il quadrato ricorre spesso nell’opera di Nannucci, come paradigma geometrico nel quale confluiscono e si visualizzano le sue riflessioni, dalla tautologica dei nomi di colori (blu, rosso, ecc.) dattiloscritti con caratteri o realizzati con tubi al neon degli stessi colori, fino alla soluzione meta-artistica delle tre lettere che compongono la parola ART, ciascuna di un colore primario, realizzate con tubi al neon e sovrapposte una all’altra. Nel Sigillo di Salomone Nannucci traduce il riferimento culturale in un’articolazione spaziale rigorosa e nell’energia cromatica dei tubi al neon, trasferendo il concetto originario in una nuova entità astratta. La vibrante immagine elaborata dall’artista coincide con l’esperienza stessa della sua forma, dei suoi colori, dello spazio che occupa e che illumina. Di fronte ad essa il significato simbolico del “sigillo” tende a svanire e trasformarsi in enigma. [S.P.] Bibliografia Maurizio Nannucci. Provisoire & Definitive 1964/1992, catalogo della mostra, Villa Arson, Nice 1992. M. P. Mannini, S. Pezzato (a cura di), Corrispondenze, dal presente al passato. Opere scelte dalle collezioni del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci e del Museo Civico di Prato, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2006. Massimo Vitali 36 COMO, 1944. VIVE E LAVORA A LUCCA Pic-Nic Allée, 2000 C-print, plexiglass, cm 180x220 Copia fuori edizione Donazione dell’artista Massimo Vitali ha studiato fotografia al London College of Printing. Negli anni Sessanta, in seguito all’incontro con il fondatore dell’agenzia Report, Simon Guttmann, ha intrapreso la carriera di fotoreporter per riviste e agenzie italiane ed europee. Negli anni Ottanta ha svolto attività di cineasta per la televisione e la pubblicità. Dalla metà degli anni Novanta si dedica alla fotografia come ricerca artistica, sviluppata quale “pratica aperta per un’esperienza del mondo” (Vitali). Da allora ha partecipato a rassegne internazionali, fra cui la Biennale di Venezia del 2001, e ha esposto le sue opere presso vari musei e gallerie in Europa e negli Stati Uniti. Il suo lavoro è il risultato di un procedimento complesso che va dalla scelta di luoghi frequentati dalle masse, all’adozione di un punto di vista rialzato che produce un apparente distacco dai soggetti ripresi, all’inquadratura con macchine di grande formato capaci di cogliere i minimi dettagli, alla ripetizione o scomposizione della scena in serie, alle disposizione delle immagini come elementi di comprensione dello spazio in cui vengono esposte. La proliferazione di azioni che si svolgono su piani differenti all’interno della stessa immagine, senza bisogno di interventi dell’artista sul soggetto, fanno assumere all’opera molteplici possibilità di lettura. Nel caso dell’opera donata al museo in seguito alla sua mostra del 2004 (prima personale dell’artista in un’istituzione museale), Vitali ha ripreso un momento della celebrazione del nuovo millennio associato alla festa nazionale francese del 14 luglio 2000, riproducendo il rito simbolico attraverso cui si è stabilito un legame tra il luogo virtuale dove passa il meridiano di Parigi, al Jardin du Luxemburg, e l’indistinta umanità radunatasi a banchettare per l’occasione. All’interno della fotografia Vitali esplora uno spazio di aggregazione sociale e lo scandaglia in dettagli individuali, le unità campione che scandiscono la realtà dei singoli ritratti nel complesso di un’azione svolta collettivamente. La sua attenzione si rivolge in particolare alla pratica comune del tempo libero. Nel Pic-Nic Allée di Parigi una moltitudine di persone si ritrova e si riconosce nella dimensione condivisa ed effimera del déjeuner sur l’herbe: tema che rimanda all’idea di svago introdotto nella società borghese alla fine del XIX secolo ma pure alla stretta relazione esistente allora fra l’arte en plein-air (Impressionismo) e la tecnica fotografica. Vitali riflette così sull’attuale contesto socioculturale del “ceto medio” francese ed europeo e lo ricollega all’immagine d’arte, storicamente intesa come modalità di vedere e conoscere il mondo. [S.P.] Bibliografia Massimo Vitali. Landscape with Figures, Steidl, Göttingen 2004 M. Bazzini, S. Pezzato (a cura di), Massimo Vitali. Fotografo, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2004. M. Bazzini, S. Pezzato (a cura di), The age of metamorphosis. European art highlights from the Centro Pecci collection, catalogo della mostra, MoCA Shanghai, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2006. Erwin Wurm 38 BRUCK/MUR, AUSTRIA, 1954. VIVE E LAVORA A VIENNA Tank, 1987 ferro, piombo, acciaio, cm 162x109x95 Two ways of carrying a bomb, 2003 Instructions on how to be politically incorrect C-print, cm 126x184, edizione 5/5 Comodato della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato Erwin Wurm conduce da oltre vent’anni un’originale riflessione sul concetto di scultura, esteso agli oggetti della vita quotidiana e mescolato o confuso agli altri mezzi impiegati nella sua ricerca artistica: il disegno, la scrittura, la performance, la fotografia, il video, l’installazione. Alla fine degli anni Ottanta Wurm realizza opere in legno o metallo a cui attribuisce valore volutamente ambiguo, tanto nella forma quanto nel titolo, come nel caso di Tank, acquistata dal Centro Pecci in seguito alla mostra collettiva Spazi ‘88. Essa riproduce un oggetto domestico, un contenitore metallico apparentemente innocuo che, mutando repentinamente il proprio significato, potrebbe assumere l’aspetto aggressivo di uno strumento bellico. Dagli anni Novanta Wurm si stacca dall’aspetto formale e dalla solidità materiale dell’oggetto plastico per concentrarsi maggiormente sui parametri linguistici che lo definiscono e sui processi che essi attivano con i visitatori. Ai concetti tradizionali di peso, gravità, staticità, stabilità, equilibrio, durata, l’artista sostituisce quelli trasgressivi di espansione, sospensione, dinamicità, instabilità, spontaneità, brevità. Nascono così opere d’ispirazione concettuale come un libro d’istruzioni per ingrassare o doppi ritratti che contemplano la dimensione temporale, prima e dopo il processo d’ingrassamento. Da queste discendono anche opere famose come i modelli ingrassati e luccicanti di automobili sportive, status symbol dell’opulenza nella società dei consumi. L’utilizzo del corpo umano come elemento base della scultura, della sua essenza di spazio occupato da una massa, da vita ad azioni performative di sapore grottesco, trasformate in scatti fotografici del momento esatto in cui avvengono: One Minute Sculptures, messe in scena improntate alla scomodità e al limite fisico dell’attore che si pone in relazione a vari oggetti comuni in maniera inconsueta o stravagante. Ad esse si associa anche l’opera Two ways of carrying a bomb / Instructions on how to be politically incorrect, acquisita in seguito alla mostra collettiva Opera Austria del 2006, sorta di parodia fotografica della preoccupazione securitaria diffusa dopo l’11 settembre 2001, secondo cui la doppia figura speculare di un uomo qualunque che riporta vistose quanto inverosimili protuberanze sul bacino, una davanti e l’altra dietro, potrebbe essere interpretata come “politicamente scorretta”, se non fisicamente sospetta. [S.P.] Bibliografia A. Barzel (a cura di), Spazi ‘88, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Centro Di / Electa, Firenze 1988. A. Barzel (a cura di), La collezione 1988-1990, catalogo, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 1990. S. Pezzato (a cura di), Collezione permanente, catalogo, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 1998. S. Paracone, S. Pezzato, A. Sonetti (a cura di), Entr’acte. Arte contemporanea nella Toscana industriale, catalogo della mostra, Fondazione Piaggio, Pontedera 1998. C. Bertsch, S. Höller, S. Pezzato (a cura di), Opera Austria. Frammenti di prospettive: l’arte nel cuore dell’Europa, catalogo della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Medicea, Firenze / Skarabaeus, Innsbruck 2006. M. Bazzini, S. Pezzato (a cura di), The age of metamorphosis. European art highlights from the Centro Pecci collection, catalogo della mostra, MoCA Shanghai, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2006. HANS PETER ADAMSKI KARIN ARINK RICHARD BAQUIÉ MASSIMO BARZAGLI BIZHAN BASSIRI LORENZO BONECHI EBERHARD BOSSLET PEDRO CABRITA REIS ANTONIO CATELANI MARCO CINGOLANI VITTORIO CORSINI MARIO DELLAVEDOVA DANIELA DE LORENZO ARMEN ELOYAN DIEGO ESPOSITO SYLVIE FLEURY ISABELLA GHERARDI CARLO GUAITA SHIRAZEH HOUSHIARY FRANCO IONDA MASSIMO KAUFMANN NATASJA KENSMIL KAREN KILIMNIK JOB KOELEWIJN WILLI KOPF RENATO MAMBOR AMEDEO MARTEGANI PAOLO MASI VITTORIO MESSINA VIK MUNIZ MARCO NERI HUGHIE O’DONOGHUE ATHOS ONGARO JULIAN OPIE PAOLO PARISI RENATO RANALDI BERNHARD RÜDIGER GIANNI RUFFI ANDREA SANTARLASCI HUBERT SCHEIBL ELISABET STIENSTRA ESTHER STOCKER MARCO TIRELLI SANDRA TOMBOLONI OPERE DALLA COLLEZIONE La panoramica tra le opere raccolte nel corso di vent’anni d’attività espositiva, intesa come repertorio di lavori esposti al Centro integrata con inserimenti determinati da varie occasioni, quali lasciti e depositi di artisti e collezionisti, appare nella sua articolata frammentazione come la parte più ricca ed eterogenea fra quelle individuate all’interno del patrimonio museale. Vi compaiono opere di artisti di diversa provenienza geografica (Italia, Austria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Portogallo, Svizzera e Stati Uniti d’America) con una buona rappresentanza di lavori prodotti da artisti attivi in Toscana, a dimostrazione dell’attenzione riservata dal Centro sia agli sviluppi della produzione artistica internazionale sia alle più interessanti espressioni artistiche emerse nel proprio territorio di appartenenza. Sono comprese principalmente opere realizzate negli ultimi due decenni, a testimonianza di una costante ricerca di aggiornamento delle proposte artistiche contemporanee, senza alcuna distinzione anagrafica o generazionale fra artisti più anziani e più giovani. In alcuni casi sono incluse anche ricerche antecedenti, come ad esempio quelle di Renato Ranaldi (1981), Athos Ongaro (1983-84), Lorenzo Bonechi (1986), in considerazione di una loro valenza “storica” oltreché della loro matrice toscana. La maggior parte delle opere presenti in questa sezione si incentra su soluzioni plastiche e installative, realizzate con diverse intenzioni e attraverso l’uso di vari materiali: riflessioni di tipo analitico e strutturale (Daniela De Lorenzo, Carlo Guaita, Willi Kopf); sperimentazioni di tipo energetico (Bernhard Rüdiger) o iconico (Massimo Kaufmann); proposte di matrice architettonica, spaziale o percettiva (Antonio Catelani, Vittorio Messina, Paolo Parisi); riferimenti meta-artistici di carattere anticonvenzionale (Sylvie Fleury, Renato Ranaldi); richiami diretti ad attività o azioni specifiche (Karin Arink, Richard Baquié, Sandra Tomboloni); interpretazioni figurative e simboliche (Bizhan Bassiri, Elisabet Stienstra); improvvisazione con materiali di recupero (Pedro Cabrita Reis); rivisitazione linguistica di elementi reali (Vittorio Corsini); riutilizzi semantici di oggetti comuni (Mario Dellavedova, Karen Kilimnik, Job Koelewijn, Gianni Ruffi); elaborazioni di materiali industriali (Eberhard Bosslet, Vik Muniz, Julian Opie). Non mancano gli sviluppi più recenti della pratica pittorica: concepita come composizione di forme essenziali (Marco Tirelli) o come immagine mistico-simbolica (Shirazeh Houshiary), proposta come analisi percettiva e spaziale (Paolo Masi, Renato Mambor, Esther Stocker), realizzata in forme neoespressive astratte (Hughie O’Donoghue, Hubert Scheibl) o figurative (Hans Peter Adamski, Armen Eloyan, Natasha Kensmil), ricodificata in accezione grafica e artificiale (Marco Cingolani), onirica e riflessiva (Andrea Santarlasci) o piuttosto in senso linguistico e autoreferenziale (Amedeo Martegani, Marco Neri). Completano il “quadro” alcune opere realizzate appositamente per il museo, collegate direttamente a elementi o a coordinate geografiche del luogo dove sono collocate (Massimo Barzagli, Diego Esposito), oppure inserite all’interno di uno spazio fisico o di un contesto socio-culturale specifici (Franco Ionda, Isabella Gherardi). STEFANO PEZZATO Richard Baquié 144 Massimo Barzagli MARSIGLIA, FRANCIA, 1952 - 1996 MARRADI, FIRENZE, 1960. VIVE E LAVORA A PRATO Fixer l’heure de départ. Fixer l’heure d’arrivée, 1988 ferro, piombo, legno, vetro, specchi, cm 180x178x54 Interno occidentale, 1991 olio su tela, cm 50x60, e divano Opera acquistata grazie al contributo di Valdemaro Beccaglia 145 Eberhard Bosslet SPEYER, GERMANIA, 1953. VIVE E LAVORA A DRESDA Flach, 1988 puntelli, pannelli cassaforme, cm 30x630x270 147 Antonio Catelani FIRENZE, 1962. VIVE E LAVORA A BERLINO Senza titolo,1990 legno, cartone dipinto, cm 240x400x100 Ordinare, 1986 lamiera di ferro verniciata, 6 elementi di varie dimensioni, installazione ambiente Comodato dell’artista 148 Marco Cingolani COMO, 1961. VIVE E LAVORA A MILANO La rivoluzione siamo noi, 1990-1991 olio su tela, cm 300x600 151 Renato Mambor 152 Amedeo Martegani ROMA, 1936. VIVE E LAVORA A ROMA MILANO, 1963. VIVE E LAVORA A MILANO L’osservatore e le coltivazioni, 1991 tecnica mista su tela tamburata, 20 elementi, cm 45x200 ciascuno, sagoma in legno (non riprodotta), installazione ambiente Donazione dell’artista La città che s’alza, 1990 olio su tela, cm 70x90 153 Marco Neri FORLÌ, 1968. VIVE E LAVORA A TORRIANA, RIMINI Landscape, 2006 tempera su lino, trittico, cm 160x600 Comodato dell’Associazione Amici del Museo Pecci 155 Paolo Parisi CATANIA, 1965. VIVE E LAVORA A FIRENZE Observatorium, 2004 pila di fogli di cartone svuotata, cm 265x261x261 Opera realizzata con il contributo della Galleria Fornello, Prato Donazione dell’artista 157 Andrea Santarlasci 159 PISA, 1964. VIVE E LAVORA A PISA Isolamento, 1994 Veduta dell’installazione Isolamento, 1994 disegni a china e grafite su legno, dittico, cm 160x220x5 ciascuno Donazione dell’artista VAHRAM AGHASYAN ILYA BUDRAITSKIS - ALEKSANDRA GALKINA - DAVID TER-OGANJAN ULAN DJAPAROV FACTORY OF FOUND CLOTHES DMITRI GUTOV ILYA KABAKOV ANASTASIA KHOROSHILOVA OLGA KISSELEVA SVETLANA KOPYSTIANSKY VLADIMIR KUPRYANOV MEDICAL HERMENEUTICS ANATOLY OSMOLOVSKY PERZI KOKA RAMISHVILI R.E.P. LEONID TISHKOV NOMEDA & GEDIMINAS URBONAS SERGEI VOLKOV YELENA & VIKTOR VOROBYEV KONSTANTIN ZVEZDOCHOTOV ARTE DALL’EX URSS La collezione di opere d’arte provenienti dai paesi dell’ex URSS, ora al Centro Pecci, è unica. lizzate nel decennio successivo. Tra i lavori di Gutov nella collezione spicca una delle sue prime e Nessuno tra i musei italiani ha una tale raccolta di opere e non vi è equivalente nemmeno in migliori video rappresentazioni, Demonstration, oltre a due magnifiche espressioni della sua pittu- Europa. Soltanto tre musei europei - la Moderna Galeria di Lubjana, il Museo d’Arte ra, alla quale approdò negli anni 2000. In the Field of my Father rappresenta meravigliosamente Contemporanea Kiasma a Helsinki e il MUKHA (Museum van Hedendaagse Kunst) ad Anversa Leonid Tishkov, che lavorò negli ultimi anni sui temi dei ricordi personali e autobiografici. In questa hanno riunito la produzione d’arte contemporanea russa. Il Centro Pecci può tuttavia esibire un pri- scia il video Scarlet Sails appartiene alle opere più significative e caratteristiche di Factory of mato storico: qui infatti le acquisizioni di opere d’arte russa iniziarono già nel 1990, al Kiasma due Found Clothes, il gruppo attivo nell’ultimo decennio. La collezione del recente panorama degli anni anni più tardi, mentre a Lubjana soltanto nel 2000 e ad Anversa nel 2003. Questo privilegio permise 2000 è stata iniziata a tutti gli effetti dal Centro Pecci. Si possono individuare al riguardo due instal- al Centro Pecci di approdare ad una collezione estremamente rappresentativa e di altissima qua- lazioni, Patriottismo del gruppo R.E.P. e Imperspicuitas di Ilya Budraitskis, Aleksandra Galkina, lità. Infine, anche la decisione del Centro Pecci di ampliare la collezione d’arte russa con le opere David Ter-Oganjan, che rappresentano in assoluto la migliore espressione della realtà contempo- degli artisti dell’ex Unione Sovietica non ha precedenti. Alla base dell’attuale collezione risiedono ranea resa da questi autori. Significativa anche la presenza all’interno della collezione dell’opera due mostre temporanee prodotte dal Centro Pecci, Artisti russi contemporanei del 1990 e fotografica (In)visible di Olga Kisseleva e Toys #1 di Anastasia Khoroshilova. Questi autori non sono Progressive Nostalgia. Arte contemporanea dall’ex URSS del 2007. Entrambe queste mostre (e i soltanto i migliori tra i giovani artisti russi, ma rappresentano anche il nuovo fenomeno dell’arte loro cataloghi) rappresentavano, con oggettiva completezza, l’arte di questo vasto territorio, in due russa “post-diaspora”, ovvero quegli artisti che vivono e producono in Occidente, al confine con diversi momenti storici, e diventarono così importanti precedenti nella vita artistica sia europea sia la Russia. Gli autori dell’ex Unione Sovietica in collezione al Centro Pecci sono meno rappresenta- post-sovietica. Iniziata nel 1990, la collezione del Centro Pecci abbraccia tre tappe fondamentali ti rispetto ai russi, tuttavia lo sono in maniera completa. Le installazioni Pro-test Lab Archive di dell’arte post-sovietica: tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, gli stessi anni Nomeda & Gediminas Urbonas e Photo for Memory. If a mountain doesn’t go to Mahomet di Yelena Novanta e, infine, la realtà artistica dell’ultimo decennio. Il primo di questi periodi è quello più rap- Vorobyeva & Viktor Vorobyev, i video E la nave va… di Ulan Djaparov e Change di Koka Ramishvili presentato al Centro Pecci. Nell’installazione Concerto per mosca blu e matita gialla, di uno dei fanno parte di quelle opere-chiave che hanno condotto gli autori oltre iI confine della loro regione, maggiori artisti russi dei nostri giorni, Ilya Kabakov introduce alle migliori espressioni della sua nei paesi baltici, nell’Asia Centrale e nel Caucaso. VIKTOR MISIANO opera. Attraverso tre installazioni si rappresenta l’opera del pioniere dell’arte russa degli anni Ottanta, Konstantin Zvezdochotov. Analogamente, altri lavori tra i migliori di quegli anni vengono raccolti al Centro Pecci, come quelli del gruppo Medical Hermeneutics, di enorme importanza in quel periodo. Anche la rappresentazione e le complesse installazioni di Sergei Volkov, di Svetlana Kopystiansky e del gruppo Perzi, appartengono a quanto di meglio sia stato espresso da quegli artisti, e in assoluto dall’arte russa di quegli anni. La situazione degli anni Novanta viene espressa dal Centro Pecci in maniera meno completa, ma tuttavia assai significativa. La foto-installazione Taganskaya (Moscow Metro) rappresenta una parte di un più ampio ciclo Metro, sul quale lavorò per tutto il decennio uno dei migliori autori, Vladimir Kupryanov. Sembra poi che Majakovski- Osmolovsky non sia semplicemente l’espressione più significativa dell’esponente degli anni Novanta Anatoly Osmolovsky, ma rappresenti proprio il simbolo dell’intera arte russa in quell’epoca tempestosa. L’opera dei tre principali esponenti degli anni Novanta, Dmitri Gutov, Leonid Tishkov e il gruppo Factory of Found Clothes, è presente per intero al Centro Pecci attraverso le opere rea- Vahram Aghasyan EREVAN, ARMENIA, 1974. VIVE E LAVORA A EREVAN Ghost Cities, 2005 C-Prints, serie di 8 stampe, cm 100x130 ciascuna Ruins of Modernity, 2007 DVD, video a colori, 3’ 30” 215 Ulan Djaparov 216 Factory of Found Clothes BISHKEK, KYRGYZSTAN, 1960. VIVE E LAVORA A BISHKEK OLGA EGOROVA (TSAPLYA) E NATALJA PERSINA-YAKIMANSKAYA (GLUKLYA). GRUPPO FORMATO A PIETROBURGO, RUSSIA, NEL 1995 E la nave va…, 2003 documentazione dell’azione, DVD, video a colori, 2’ 23” Comodato della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato Scarlet Sails, 2005 DVD, video a colori e bianco/nero, 12’. Veduta dell’installazione, 2007 217 Dmitri Gutov 218 Ilya Kabakov MOSCA, 1960. VIVE E LAVORA A MOSCA DNJEPROPETRVSK, UCRAINA, 1933. VIVE E LAVORA CON LA MOGLIE EMILIA A NEW YORK Demonstration, 2000 basato sull’azione di Radek Community, Manifestation DVD, video a colori, 9’ Donazione dell’artista Concerto per mosca blu e matita gialla, 1990 inchiostro, matita, acquerello, oggetti e testi su carta, serie di 7 collage su leggii di legno 219 Anastasia Khoroshilova 220 Olga Kisseleva MOSCA, 1978. VIVE E LAVORA TRA BERLINO E MOSCA PIETROBURGO, RUSSIA, 1965. VIVE E LAVORA A PARIGI Toys #1, 2006 C-Print, cm 120x94 Donazione dell’artista, Courtesy Hilger Contemporary, Vienna (In)visible, 2006 fotografia bianco/nero su diasec, cm 70x90 Donazione dell’artista 221 Svetlana Kopystiansky 222 Vladimir Kupryanov VORONEZ, RUSSIA, 1950. VIVE E LAVORA CON IL MARITO IGOR A NEW YORK MOSCA, 1954. VIVE E LAVORA A MOSCA Library, 1990 struttura di legno, libri, cm 300x180x180 Taganskaya (Moscow Metro), 1995 serie di stampe fotografiche a colori montate su alluminio 3 elementi cm 70x104 ciascuno, 2 elementi (riprodotti), cm 104x155 ciascuno 223 R.E.P. Revuljucionnyj Eksperimental’noe Prostranstvo 225 (SPAZIO SPERIMENTALE RIVOLUZIONARIO) GRUPPO FONDATO A KIEV, UCRAINA, NEL 2004 Patriotism. Hymn, 2007 PVC prespaziati, installazione sulla facciata esterna del museo Donazione degli artisti Sergei Volkov KAZAN, RUSSIA, 1956. VIVE E LAVORA A MOSCA Magazzino d’arte, 1990 scaffali di ferro, barattoli di vetro, oggetti vari, glicerina, spago, ceralacca, installazione ambiente 227 UMBERTO BUSCIONI GUGLIELMO ACHILLE CAVELLINI GIUSEPPE CHIARI PIETRO GROSSI KETTY LA ROCCA ARRIGO LORA-TOTINO LUCIA MARCUCCI EUGENIO MICCINI HERMANN NITSCH LAMBERTO PIGNOTTI RODOLFO VITONE LASCITO DI CARLO PALLI Le duecento opere che il collezionista pratese Carlo Palli ha donato al Centro sono state presentate, insieme ad un'altrettanto cospicua selezione che costituisce parte della sua raccolta privata, nella mostra Primo piano. Parole, azioni, suoni, immagini (sale espositive, estate 2006) e raccolte nel ricco catalogo omonimo - a cui si rimanda per la sua documentazione integrale. La donazione, a cui è seguito un altro nutrito numero di depositi, raccoglie opere di artisti aderenti alle neoavanguardie e in modo particolare esponenti delle espressioni verbo-visuali che nacquero a partire dai primi anni Sessanta, quando i fiorentini Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti, Luciano Ori, Lucia Marcucci, Ketty La Rocca, Roberto Malquori, insieme ai napoletani Stelio Maria Martini e Luciano Caruso e ai genovesi Rodolfo Vitone, Luigi Tola e Ugo Carrega ma anche ai più geograficamente solitari Sarenco, Arrigo Lora-Totino, Michele Perfetti e Achille Guglielmo Cavellini divennero, in anni diversi, protagonisti di una scena artistica che trasformava i principi delle avanguardie storiche in un linguaggio compiuto in cui parola e immagine non erano più gerarchiche tra loro. Reinventare i media appropriandosi dei suoi linguaggi per realizzare un'innovazione culturale, quindi anche politica, è quanto hanno fatto alcuni poeti quando hanno abbandonato l'esclusivo campo dell'editoria per conquistare le pareti delle gallerie d'arte. Quegli anni sono l'inizio della civiltà dell'immagine, nemica delle tecniche artigianali, dei talenti individuali, della letteratura, avida di comunicazione veloce e immediata, pronta a speculare sul caso e l'arbitrarietà delle scelte. E non casualmente in quegli anni gli artisti ricercano una nuova capacità espressiva - che implicava un allargamento del cosiddetto codice dominante. Sono gli inizi di un percorso assai complesso che dalla Poesia Concreta arriva alla nuova scrittura, dalla Poesia Visiva alla performance e che coinvolge, tra gli artisti presenti in questo corpus di opere, Hermann Nitsch, per quanto riguarda l'azionismo viennese, Umberto Buscioni, con la sua personalissima inclinazione al linguaggio pop d'oltreoceano, fino al campo della notazione musicale con le opere dei musicisti fiorentini Pietro Grossi, Giuseppe Chiari, Giancarlo Cardini e Daniele Lombardi. L'uso di materiali estratti dalla quotidianità e la convergenza delle diverse discipline artistiche amplia le tradizionali categorie del fare arte per aprire e integrare, nel ristretto campo delle arti visive, suono, poesia, teatro e cinema, rappresentando il superamento di ogni aspetto di formalizzazione estetica e come testimonianza di un comportamento etico alla base del rapporto arte vita. Un nucleo di opere numeroso e importante con cui è possibile tracciare delle piccole monografie per ogni singolo artista e che dimostra come queste ricerche siano ancora attive e attuali. Il contesto in cui viviamo non è cambiato, si è fatto forse soltanto più liquido, immateriale, e i percorsi aperti dagli artisti raccolti in questo lascito, con l'uso di “vocabolari secondi”, di una post-produzione su materiali mass mediali, sono oggi frequentati dalle generazioni più giovani. MARCO BAZZINI Giuseppe Chiari 246 Pietro Grossi FIRENZE, 1926 - 2007 VENEZIA, 1917 - FIRENZE, 2002 Gesti sul piano, 1973 fotografia bianco/nero, da una serie di 8, cm 18x12 ciascuna Donazione di Carlo Palli Attimi di home art, 1999 cibachrome, cm 30,5x45 Donazione di Carlo Palli 247 Ketty La Rocca 248 Arrigo Lora-Totino LA SPEZIA, 1938 - FIRENZE, 1976 TORINO, 1928. VIVE E LAVORA A TORINO Appendice per una supplica, 1971 tela emulsionata, cm 87,5x125 Comodato di Carlo Palli Alfabeto, 1972 stampa fotografica su carta, cm 29,5x42 Donazione Carlo Palli 249 Lamberto Pignotti 250 Rodolfo Vitone FIRENZE, 1926. VIVE E LAVORA A FIRENZE GENOVA, 1927. VIVE E LAVORA A GENOVA La cultura di massa, 1964 collage su cartone, cm 13,8x12,9 Donazione di Carlo Palli You-Me, 1973 lettere trasferibili su tela emulsionata, cm 70x70 Donazione di Carlo Palli 251 LASCITO EREDI DI LUCIANO ORI La recente donazione da parte della famiglia Boccaccini di un cospicuo nucleo di opere di Luciano Ori costituisce il maggiore “fondo” dedicato ad un singolo artista all’interno della collezione del Centro Pecci. Collegato idealmente alle opere provenienti dalla Collezione di Carlo Palli, in cui figurano vari lavori dello stesso Ori insieme a quelli di altri protagonisti delle ricerche verbo-visive e musicali, il lascito degli eredi di Luciano Ori si configura come traccia significativa dell’intero percorso creativo dell’artista, oggetto di una esposizione separata e di un’apposita pubblicazione monografica. La produzione artistica di Ori ha inizio nel contesto di una pittura figurativa di stampo postmetafisico successivamente tramutata in “realismo geometrico” di matrice astratta, ma si evidenzia soprattutto nell’ambito della “pittura tecnologica” e della Poesia visiva a partire dal 1963-64. L’artista è stato infatti tra i fondatori e teorici del secondo Gruppo ‘70 fiorentino (1964) e quindi del Gruppo internazionale della Poesia visiva (1972). In questo contesto ha promosso una “poetica tecnologica” basata sull’utilizzo di materiali logo-iconici prelevati dalla pubblicità su quotidiani e periodici, elaborati con il mezzo spesso esclusivo del collage. A questi ha affiancato interessi letterari che lo conducono a produrre “poesia lineare” e testi teatrali, a cui fanno seguito la realizzazione di una serie di tavole di “teatro visivo” (1966), la pubblicazione del primo “racconto visivo” a livello internazionale (1967) e del primo “romanzo visivo” (1970). Dal 1972 Ori realizza “musica visiva” ovvero, come l’ha definita Daniele Lombardi, “arte del rumore semantico inteso come un corpus di rimandi che tra visivo e verbale si tessono con i segni della musica, convenzioni grafiche che in sé slittano semanticamente, essendo prevedibile solo in parte il senso, l’emozione sonora che provocheranno”. Il lavoro di Ori si è sviluppato fino ai nostri giorni con estrema coerenza, caratterizzandosi per la sua rigorosità e organicità, nonchè per il virtuosismo compositivo, la scansione ritmica, l’ironia graffiante e l’inesauribile vena poetica. La razionalità delle sue opere trova riscontro nella sua lucida analisi dell’esperienza della Poesia visiva, di cui ha curato sia una collana per l’editore Carucci di Roma (1975) sia la grande mostra antologica in Palazzo Vecchio a Firenze (1979-80): “Lo stretto rapporto che la Poesia visiva instaura fin dall’inizio con i mezzi di comunicazione di massa (mass-media) è determinante perché si capisca quanto e come essa sia estranea alla linearità di una storia dell’arte che sembra contemplare al suo interno ogni possibile trasgressione ma non la necessità di approntare nuovi strumenti atti a recepire nuove realtà artistiche altrimenti non comprensibili. Ed è determinante per capire i processi ideologico-formali che la Poesia visiva ha via via sviluppato all’interno di questo rapporto, primo fra tutti l’estetizzazione delle strutture formali dei mass-media che recupera e assume a proprio modello, ma di cui denuncia il ruolo negativo nel contesto sociale” (Luciano Ori). STEFANO PEZZATO Luciano Ori FIRENZE, 1928 - 2007 Crescendo N°3, 1977 collage su tavola, cm 43x30 Donazione della famiglia Boccaccini Il quotidiano cancellato, 1985 collage su tavola, cm 25x18 Donazione della famiglia Boccaccini 257 Luciano Ori 258 259 FIRENZE, 1928 - 2007 Tra passato e presente, 1999 collage su tavola, cm 50x70 Donazione della famiglia Boccaccini Visita al museo di Luciano Ori, 2005 collage su tavola, cm 50x70 Donazione della famiglia Boccaccini LUCA ANDREONI - ANTONIO FORTUGNO MASSIMO BARTOLINI MASSIMO BARZAGLI - LUISA CORTESI MIRELLA BENTIVOGLIO BOTTO & BRUNO MARTHA COLBURN CARLO FEI RAINER GANAHL ISABELLA GHERARDI TAKASHI HOMMA CRAIGIE HORSFIELD VARDI KAHANA KINKALERI NANDA LANFRANCO RITA LINTZ PHILIP LORCA DI CORCIA NINO MIGLIORI DOMINGO MILELLA ALBERTO MORETTI UGO MULAS BRUNO MUNARI GIOVANNI OZZOLA PANAMARENKO GEORGES ROUSSE CHRIS SACKER RAGHUBIR SINGH VALIE EXPORT JCJ VANDERHEYDEN JOHAN VAN DER KEUKEN LUIGI VERONESI SHAO YINONG & MU CHEN FOTOGRAFIA VIDEO FILM Le opere realizzate con la fotografia, il video e il film costituiscono un corpus a sé all’interno della tura nell’opera di JCJ Vanderheyden. L’uso della fotografia si sviluppa come attenzione socio-politica collezione del Centro. Le accomuna l’utilizzo di apparecchi tecnologici, dall’analogico al digitale, per al lavoro artigianale (associata anche alla presenza di manufatti reali) nell’opera di Alberto Moretti, la registrazione e riproduzione di immagini le cui interpretazioni sono parte integrante della ricerca mentre assume carattere di supporto per un’ibridazione con l’impronta pittorica e la video-azione nel- artistica contemporanea, testimoniata in questo stesso volume dalle opere fotografiche e video l’opera congiunta di Massimo Barzagli e della performer Luisa Cortesi. La sezione comprende infine inserite nella sezione dedicata all’arte dell’area post sovietiva. Nel contesto artistico contempora- opere video realizzate in presa diretta dagli artisti Botto&Bruno, registi di una metaforica battaglia neo risulta significativa la “fotografia astratta” di Luigi Veronesi, protagonista dell’avanguardia sto- di strada a colpi di cartone, e Rainer Ganahl, autore di una spericolata quanto liberatoria soggettiva rica italiana nel “segno della sperimentazione e dell’abbattimento dei confini tra codici diversi” contromano fra le vie di Damasco; quindi l’articolata serie di videoset performativi sul tema simbo- (Mirella Bentivoglio), così come la riflessione concettuale sul linguaggio fotografico di Ugo Mulas e lico della “caduta” realizzati da Kinkaleri in varie città del mondo, l’immaginifico film d’animazione la creazione unica con la fotocopiatrice di Bruno Munari, esperienze trasversali agli ambiti della basato sull’incrocio tra cronaca, cosmesi e pittura di Martha Colburn e l’originale collage documen- fotografia e dell’arte. Su un piano analogo si pone l’opera-manifesto di VALIE EXPORT, tesa ad tario incentrato sulla ripetitività e similitudine delle principali occupazioni umane di Johan van der imporre un’originale forma di autorappresentazione attraverso l’azione fotografata con riferimenti Keuken. Completa la raccolta un’ampia selezione di film sperimentali recuperati e riversati in occa- sia all’iconografia cinematografica sia alla comunicazione di massa. L’attenzione all’utilizzo della sione della rassegna su Cinema d’artista. Toscana 1964-1980 (2005). STEFANO PEZZATO fotografia come concetto e strumento artistico risale alla mostra Un’altra obiettività. Fotografia arte contemporanea (1989), di cui rimane traccia nell’intimità familiare messa a fuoco dall’opera di Craigie Horsfield, seguita da altre collettive di “genere” come Fotoalchimie. La fotografia in Italia: sperimentazioni e innesti (2000), che ha introdotto nella collezione del Centro un cospicuo nucleo di opere a base fotografica legate ad un atteggiamento multidisciplinare (Mirella Bentivoglio, Nino Migliori, Ugo Mulas, Bruno Munari, Luigi Veronesi fra gli altri), e Instant City. Fotografia e metro- poli (2001), da cui provengono invece l’esplorazione fotografica di forme abitative nella periferia urbana italiana di Andreoni-Fortugno, le riprese di vita quotidiana nelle metropoli indiane di Raghubir Singh, lo studio a metà fra l’istantanea di strada e la finzione cinematografica di Philip Lorca di Corcia. Alle rassegne specifiche si sono aggiunte negli anni le mostre personali dedicate ai fotografi Nobuyoshi Araki (2000) e Massimo Vitali (2004), le cui opere sono ora considerate fra gli highlights della collezione museale, così come i progetti espositivi di Nanda Lanfranco (1997), Carlo Fei (2001), Isabella Gherardi (2001), Vardi Kahana (2008) di cui il Centro ha acquisito lavori significativi. La raccolta fotografica si è arricchita inoltre della rappresentazione fantascientifica del “sottomarino” di Panamarenko, dell’indagine sul proprio corpo di Chris Sacker, dell’intervento/performance di Massimo Bartolini sul paesaggio, dell’analisi di Takashi Homma sui sobborghi di Tokyo, delle ricerche di Rita Lintz e di Shao Yinong & Mu Chen su aspetti della realtà industriale e culturale pratese, come di quelle compiute da Domingo Milella e da Giovanni Ozzola su luoghi del proprio vissuto personale. Una propensione sottilmente illusionistica caratterizza invece la sovrapposizione e intersezione tra piani e volumi architettonici di Georges Rousse e la moltiplicazione dei diversi piani di let- Massimo Barzagli - Luisa Cortesi MASSIMO BARZAGLI, MARRADI, FIRENZE, 1960; LUISA CORTESI, PRATO, 1977. VIVONO E LAVORANO A PRATO La casa assente, 2003 DVD, da un’edizione di 3, 58’ 25’’, videoproiezione impronta ad acrilico su tela aerografata ad acrilico, cm 200x240, installazione ambiente Comodato dell’Associazione Amici del Museo Pecci 275 Craigie Horsfield 276 Vardi Kahana CAMBRIDGE, GRAN BRETAGNA, 1949. VIVE E LAVORA A LONDRA TEL AVIV, ISRAELE, 1959. VIVE E LAVORA A RAMAT HASHARON, ISRAELE E. Horsfield, Well St., East London (standing nude near corner of table), 1986 fotografia bianco/nero, cm 139x143 One family: three sisters, 1992 fotografia bianco/nero, cm 70x70 277 Rita Lintz 279 NEW YORK, USA, 1934. VIVE E LAVORA A NEW YORK Yellow Bale, 1985-2002 fotocostruzione, edizione 2/9, cm 128x216,5 Donazione di Loriano Bertini Red Bale, 1985-2002 fotocostruzione, edizione 2/9, cm 128x224 Donazione di Loriano Bertini Philip Lorca di Corcia HARTFORD, CONNECTICUT, USA, 1951. VIVE E LAVORA A NEW YORK Calcutta, 1998 ektacolor print, cm 75x100 Comodato della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato 281 Alberto Moretti CARMIGNANO, PRATO, 1922. VIVE E LAVORA A CARMIGNANO Techne e lavoro come arte, 1975-1976 serie di fotografie bianco/nero, cm 50x50 ciascuna, stampa 2002 Parte dell’installazione con 2 intrecci di rafia, 10 mazzi di rafia e 3 testi (Marcel Griaule, Martin Heidegger, Karl Marx) Donazione dell’artista 283 Giovanni Ozzola 284 Panamarenko FIRENZE, 1982. VIVE E LAVORA A FIRENZE ANVERSA, BELGIO, 1940. VIVE E LAVORA AD ANVERSA Camera verde, 2003 foto lambda su forex, cm 90x114 Comodato dell’Associazione Amici del Museo Pecci Panama, 1996 emulsione su carta montata su alluminio, 3 pannelli, cm 300x300 Donazione della Galleria Continua, San Gimignano 285 Raghubir Singh 287 JAIPUR, INDIA, 1942 - NEW YORK, 1999 Morning on Pachganga Ghat, Benares, Uttar Pradesh, 1985 fotografia, stampa cromogenica, cm 80x120, stampa del 2001 Donazione degli Eredi di Raghubir Singh Pilgrim camp, Lolarka Shashti Festival, Benares, Uttar Pradesh, 1985 fotografia, stampa cromogenica, cm 80x120, stampa del 2001 Donazione degli Eredi di Raghubir Singh VALIE EXPORT 288 JCJ Vandeheyden LINZ, AUSTRIA, 1940. VIVE E LAVORA A VIENNA DEN BOSCH, OLANDA, 1928. VIVE E LAVORA A DEN BOSCH Selfportrait: Transfer Identity, 1970 fotografia bianco/nero, edizione 2/5, cm 71,5x63, stampa del 2000 Comodato della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato Studio, 1995 stampa inkjet su tela, cm 130x195 Comodato della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato 289 ARCHIZOOM E SUPERSTUDIO GILBERTO CORRETTI ARCHIZOOM UFO LAPO BINAZZI ARCHITETTURA RADICALE L’esperienza dell’Architettura Radicale (termine coniato da Germano Celant nel 1972) si sviluppò a partire dalla mostra-manifesto Superarchitettura organizzata nel dicembre 1966 alla Galleria Jolly 2 di Pistoia dai gruppi fiorentini Archizoom e Supertudio: “la superarchitettura è l’architettura della superproduzione, del superconsumo, della superinduzione al superconsumo, del supermarket, del superman e della benzina super.” La loro ricerca sperimentale si situa a cavallo fra arte, architettura e design e si caratterizza per la carica ironica, le suggestioni derivate dalla Pop Art e l’attenzione alle dinamiche della produzione industriale e della comunicazione di massa, espresse già nel progetto di tesi di Gilberto Corretti per il Parco delle Cascine a Prato (1966). La successiva evoluzione dell’architettura in chiave “figurativa”, attraverso i progetti per Gazebi (1967) o gli studi per decorazioni d’interni, per finire con la formulazione del Dressing Design di Lucia e Dario Bartolini (1972-73), rappresenta i punti estremi della parabola creativa di Archizoom, incentrata in quegli anni sulla ribellione alla “regola” architettonica e sull’evasione trasversale in ambiti diversi. Le posizioni utopiche, antiaccademiche e interdisciplinari, condivise con altri gruppi e giovani architetti usciti dall’ateneo fiorentino, assunsero nel capoluogo toscano il carattere del movimento esteso. In questo contesto si pone il gruppo UFO fondato nel 1967 sulla base di una considerazione del design come fenomeno di comunicazione e nel tentativo di far coincidere l’esperienza artistica con la sperimentazione architettonica. I membri di UFO furono i primi a realizzare interventi performativi nel tentativo di modificare l’approccio all’architettura e favorire una nuova coscienza immaginativa, in opposizione al sistema tradizionale e al funzionalismo allora ampiamente diffuso. La serie dedicata alla Casa ANAS (1969-70) coniuga con sottile ironia e vena poetica il pensiero artistico e la pratica di abitare, costruire e allo stesso tempo ordinare un territorio, in seguito riproposti anche in soluzione autonoma da Lapo Binazzi (1991). L’uso della fotografia e la concezione seriale dei progetti di UFO, così come la successiva ibridazione linguistica del Pensatoio di Binazzi, assegna a questi lavori una dimensione fondamentalmente concettuale. Inserita nel 1972 nella mostra di anti-design Italy: the New Domestic Landscape al MoMA di New York, confluita nel 1973 all’interno di Global Tools, il “sistema di laboratori” coordinato da Andrea Branzi (già membro di Archizoom), l’Architettura Radicale fiorentina è stata oggetto di una vasta azione di recupero storico in Francia a partire dagli anni Novanta, con la consacrazione in collezioni pubbliche come il FRAC d’Orléans e il Centre Georges Pompidou di Parigi, nonché di varie ricognizioni in Europa e di significative esposizioni in Italia curate da uno dei suoi protagonisti, Gianni Pettena (Radicals, Biennale di Venezia, 1996; Archipelago, Palazzo Fabroni, Pistoia 1999). L’inserimento di una parte di queste ricerche nella collezione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci assume il valore della riscoperta delle loro radici e conseguenze culturali, nel contesto stesso in cui sono nate. STEFANO PEZZATO UFO 295 GRUPPO FONDATO A FIRENZE NEL 1967, ATTIVO FINO AL 1978 (LAPO BINAZZI, RICCARDO FORESI, TITTI MASCHIETTO, CARLO BACHI, PATRIZIA CAMMEO) Magazzino ANAS fronte, 1970 fotografia a colori, cm 30x24 Comodato della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato Casa ANAS con guard-rail fronte, 1970 fotografia a colori, cm 30x24 Comodato della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato UFO Progetto per l’Università di Firenze, 1971 serie di 5 fotografie ritoccate, cm 19x27 ciascuna Comodato della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato 297 Lapo Binazzi FIRENZE, 1943. VIVE E LAVORA A FIRENZE Il pensatoio, 1991 installazione, materiali vari, cm 650x500x300 Donazione di Pitti Immagine, Firenze 298 COLLEZIONE CID/ARTI VISIVE Centro informazione e documentazione CID/Arti visive 339 A CURA DI ANNAELISA BENEDETTI E EMANUELA PORTA CASUCCI Collezione Il CID/Arti Visive è l’archivio e biblioteca specializzata del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci per la raccolta di informazione e documentazione sugli eventi espositivi e sui movimenti dell’arte del XX e XXI secolo. La collezione documentaria si fonda su un patrimonio di oltre 40.000 unità bibliografiche, con un’ampia scelta di cataloghi di mostre, cataloghi di collezioni pubbliche e private, saggi, monografie specializzate e di alcune fra le pù prestigiose riviste italiane e straniere del settore. La biblioteca offre accoglienza e supporto alla ricerca orientata verso l’odierna multidisciplinarietà dell’arte contemporanea. Il nucleo originario della collezione si costituisce negli anni Settanta e primi Ottanta del XX secolo presso l’Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, attorno ai materiali eterogenei di documentazione prodotti a latere dell’attività espositiva dello stesso comune, insieme a quello proveniente dalla pubblicizzazione di analoghe manifestazioni di arte contemporanea che a partire dagli Sessanta si svolgono in molti comuni e provincie della Toscana, a fianco della tradizionale attività espressa dalle gallerie private. Sulla formazione di questo originale archivio di cataloghi, inviti, locandine e manifesti di mostra si appunta l’attenzione di critici d’arte e intellettuali che, fra gli anni Settanta e Ottanta, cercano di cogliere segni e trasformazioni nel pensiero artistico contemporaneo, anche in relazione al sistema della comunicazione e al costante progresso tecnologico1. Sull’onda di queste nuove suggestioni il Comune di Prato attiva, nel 1982, la sperimentazione di un progetto di documentazione sull’arte contemporanea, denominato Centro Informazione e Documentazione/Arti Visive (CID/Arti Visive). Confluisce in esso la raccolta sulle manifestazioni artistiche che si è andata formando localmente, mentre un comitato di consulenti pianifica le attività documentarie del nuovo centro, e costruisce una rete internazionale di corrispondenti di cui fanno parte musei, centri di arte contemporanea, fiere, gallerie private e collezionisti italiani e stranieri. Negli anni successivi sarà proprio tale rete di interscambio ad arricchire la raccolta iniziale che viene integrata anche dall’acquisto, nel 1985, di un importante fondo editoriale costituito dalle pubblicazioni edite nel periodo 1965-1980 dalla casa editrice fiorentina Centro Di e appartenuto al fondatore Ferruccio Marchi. Aperta al pubblico nel 1989, dopo essere confluita nel Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, la biblioteca arricchisce e integra il fondo generale con l’ac- quisizione di archivi di particolare interesse storico, sia librari che cartacei, nati come biblioteche personali di critici e studiosi, come archivi redattoriali di periodici o come archivi istituzionali di enti e fondazioni. Anche se taluni fondi hanno una tendenza più locale (Nicoletti e Santi, Galleria Il Bisonte di Firenze e Galleria Metastasio di Prato), altri presentano un respiro internazionale che rispecchia attività e interessi legati alla loro formazione (Marchi e Politi, Villa Romana e Vincitorio) e altri ancora rispecchiano la personalità e gli interessi dei donatori (Crispolti, Mucci e Bortolotti) o testimoniano l’avvvicendarsi delle direzioni artistiche e la storia del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci (Barzel, Panicelli, Archivio Storico Museo Pecci), tutti sono accomunati dalla capacità di documentare l’arte contemporanea internazionale a partire dal 1945. Principali fondi e raccolte della biblioteca Fondo generale Si intende con questa denominazione tutto il patrimonio a stampa che viene regolarmente ricevuto dai partner italiani e stranieri della rete di interscambio attiva nei primi anni Ottanta e costantemente aggiornata, con esclusione dei Fondi speciali, degli Archivi e della sezione Periodici. Fondo corrente in costante incremento è integrato anche dalle pubblicazioni pervenute in omaggio e dagli acquisti. Essenzialmente dedicato alla seconda metà del XX secolo e al XXI, vi si possono reperire anche pubblicazioni che documentano attività espositive riguardanti a ritroso fino al XIX secolo, che sono state considerate documentazione dell’attività espositiva dei partner. Costituisce la collezione centrale, conservata a scaffale aperto e classificata geocronologicamente o alfabeticamente per la sezione di saggistica. Dal Fondo generale sono state enucleate alcune sezioni: Audiovisivi, Locale, Didattica, Tesi, Doppie copie mentre gode di propria autonomia la sezione Periodici. Tutto il materiale schedato è visibile nel catalogo online della biblioteca e nel Catalogo collettivo provinciale pratese: www.centropecci.it http://www.sistemabibliotecario.prato.it/ Sezione Audiovisivi Costituito da 400 unità, fra VHS, CD-ROM e DVD, che documentano l’attività di artisti contemporanei, gli allestimenti delle mostre al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci e in altri enti e l’attività didattica di Bruno Munari (1907-1998) 340 nei laboratori tenuti al Centro Pecci o presso altri enti lungo gli anni Ottanta e Novanta. Raccolta soggetta a incremento, in corso di inventariazione e catalogazione, sono disponibili anche inventari a stampa del posseduto ed è consultabile a richiesta. Sezione Didattica La raccolta è costituita da 593 unità, tra volumi e opuscoli monografici dedicati alle attività e ai laboratori della Sezione Didattica del Centro Pecci e di altri musei sia italiani che stranieri. Di particolare rilevanza la documentazione sui laboratori e l’editoria per l’infanzia di Bruno Munari (1907-1998), uno dei maggiori protagonisti dell’arte, del design e della grafica del XX secolo e fautore di una ricerca poliedrica sul tema del gioco, dell’infanzia e della creatività. Raccolta soggetta a incremento, a scaffale aperto per la libera consultazione. Sezione locale È costituita da 608 unità di cataloghi di mostre, tra volumi e opuscoli, a documentare l’attività espositiva della città di Prato dagli anni Settanta in poi. Sezione Tesi Scorporata dalla sezione materiale minore dell’Archivio di Materiale effimero, la raccolta è costituita da 28 unità tra dissertazioni di laurea, e tesi di specializzazione e di dottorato in discipline contemporaneistiche, a tema monografico o museologico. Fondo soggetto a incremento è conservato in armadio, ma è in libera consultazione. Inventariato e schedato. Sezione Doppie copie La raccolta è costituita da 3277 unità tra volumi e opuscoli già rappresentati nel fondo generale o nei fondi speciali, e sono stati destinati alle attività di prestito in rete all’interno dei progetti Libri in rete (su base provinciale) e Libri nella rete (su base regionale), oppure per uso di sostituzione delle copie deteriorate o mancanti all’inventario. In corso di inventariazione, la raccolta è integrata alla collezione generale della biblioteca, a disposizione della consultazione. Sezione Periodici I periodici costituiscono una risorsa fondamentale per la ricerca sull’arte contemporanea: sono in grado di documentare l’attualità dell’arte e di registrarne le elaborazioni in tempo reale rispetto alla percezione editoriale che produce cataloghi e monografie. Il nucleo storico della collezione seriale fu costituito alla metà degli anni Ottanta del XX secolo, avvalendosi di uno studio condotto da un gruppo di specialisti per individuare le 100 testate più rappresentative del panorama artistico internazionale sulla scena dell’editoria italiana e straniera2. La raccolta documenta principalmente le arti visive, completate da periodici di architettura, fotografia e design, avendo subito modificazioni nel corso degli anni, per la cessazione di alcuni titoli e la nascita di nuove testate. Alle modificazioni naturalmente legate alla vicende editoriali delle riviste si sono affiancate nel tempo le nuove tecnologie che, con la possibilità di accedere in linea al formato elettronico delle riviste messo a disposizione sul web dagli stessi editori, hanno prodotto fonti informative periodiche complementari alle risorse a stampa presenti nella biblioteca dalle origini. Fondo corrente soggetto a incremento, arricchito dallo scorporo delle riviste appartenenti ai fondi Marchi e Politi, il patrimonio seriale complessivo ammonta a 305 titoli, di cui 221 sospesi o cessati, per un totale stimabile intorno alle 2480 annate con periodicità variabili da mensile a bimestrale, da trimestrale a quadrimestrale e semestrale, e con una copertura cronologica dal 1984 ad oggi. Fra i periodici correnti 43 testate sono italiane e 41 sono, invece, straniere: i titoli sono rilevabili online nel Catalogo Collettivo del Sistema Bibliotecario Pratese. Alcuni dei principali titoli: Abitare, Arte, arte e critica, Casabella, Domus, Flash art, Giornale dell’arte, Juliet, Rivista di estetica, Segno, Art in America, Art Monthly, Art press, Artforum, Artus, Beaux arts, Bijutsu techo, Bomb, Cahiers du Musee national d’art moderne, Camera Austria, El Croquis, Du, Frieze, Tate etc, Kunstforum international, Lapiz, October, Performing arts journal, Parkett, Source. Fra le rarità: A noir E Blanc I rouge U vert O bleu, Acrobat mime parfait, Figure, File, Il Marcatrè, Numero, Schema informazioni. Fondi Fondo Ferruccio Marchi Acquisito nel 1985 e costituito da 6.703 unità (cataloghi d’arte, monografie, opuscoli, riviste e 4000 manifesti) e prevalentemente dedicata al Secondo Dopoguerra, il fondo documenta avanguardie storiche e arte internazionale dagli Cinquanta al 1980 e rassegne storiche come la Biennale di Venezia, la Triennale di Milano e Documenta di Kassel, con particolare IL MUSEO Il museo di Italo Gamberini Realizzazione: 1985-1988 Inaugurazione: 25 giugno 1988 Superficie del terreno: 12.000 mq. Superficie sale espositive al primo piano: 1.646 mq. Superficie sale ovali al piano terra per sezione grafica, sezione didattica, caffetteria, sala riunioni: 984 mq. Uffici: 144 mq. Piano interrato per parcheggio e deposito: 2592 mq. Teatro all’aperto / n. posti: 850 Piazza: 864 mq Nel Museo di Prato è stata prevista una forma angolare delle sale di esposizione che dovevano avere un modulo per poter in un certo senso aiutare situazioni museali. Lo spazio più lineare è quindi destinato alle esposizioni, mentre lo spazio più organico è pensato in modo che le persone si possano ritrovare fra loro e conversare. Ho pensato che in questo caso io non dovevo irrigidirmi, ma lasciare le forme più morbide, più vicine all’uomo. Rispetto ad altri nuovi musei europei il museo di Prato è anche concepito su scala più intima. Nello stesso tempo questo museo presenta la combinazione di altri elementi legati ad una tradizione italiana, mediterranea. Io non posso dimenticare di essere nato in una città come Firenze, ricca di monumenti, di segnali di varie epoche che si sono sommati fra loro in maniera integrale, non superficiale. Nel museo sono presenti elementi - quali la piazza, il teatro, le stesse sale di incontro a piano terra - legati ad una tradizione italiana ed espressi qui con forme moderne. Oggi si pensa che il museo debba essere proiettato in un paesaggio esterno. L’architettura mediterranea, invece, si chiude addirittura con un muro verso l’esterno e si proietta tutta verso l’interno. Il museo di Prato è concepito in armonia con quest’ultima visione. Possiamo ritrovare inoltre un riferimento alle fabbriche, caratteristica pratese, negli shed di copertura. Tutti questi elementi sono sempre visti però in modo funzionale, non decorativo, tendenti ad un fine ben preciso e mai casuali. Cosi anche l’uso dei materiali. Io ho scelto materiali durevoli: elementi che appartengono ad una tradizione toscana, quali il cotto, e materiali nuovi, moderni come l’acciaio, la porcellana, il vetro. Alcuni di questi li avevo già sperimentati con ottimi risultati in precedenti progetti, come per esempio l’acciaio porcellanato, che ho usato 344 per la sede della Rai a Firenze, un progetto del 1975. Per le pareti ondulate a piano terra ho previsto l’uso di un vetro di colore bronzo chiaro che farà da specchio in certo senso, e di un materiale nuovo, che viene prodotto in Toscana, un materiale ricomposto vicino al marmo e al cemento e che presenta una sorta di movimento, un ripetersi di linee che formano giochi di luce e di ombre. Il progetto rispecchia la mia convinzione che il museo non deve snodarsi secondo una linea retta, ma attraverso una serie di moduli combinati in maniera libera in modo da creare degli sfalsamenti, dei movimenti attraverso un concetto di ripetitività. Nelle sale per l’esposizione, ad esempio, si possono ottenere degli elementi finiti di m.12x12, oppure la somma di tre elementi, con risultati sempre variabili e con possibilità di soluzioni diverse. I vari moduli sono uniti fra loro con una sorta di percorso che collega la città con gli spazi verdi e si snoda all’interno dell’edificio per proseguire di nuovo all’esterno nel passaggio sopraelevato coperto fino agli spazi che ospiteranno la sezione documentaria del Cid/Arti Visive. L’accesso al museo può avvenire pedonalmente a quote diverse: un ponte scoperto collega il piano della strada alle sale espositive. Nello stesso tempo è possibile accedere direttamente dai vialetti del giardino al piano terra, ai luoghi di incontro, quindi di conversazione, alle sale destinate ad ospitare convegni, attività didattiche. L’idea del percorso è presente in molti miei progetti, nella stazione di S.M. Novella in Firenze degli anni trenta, ad esempio, o nella sede del Monte dei Paschi che ho realizzato a Montecatini nel 1963, dove ho creato un passaggio al primo piano che si ricongiunge con la strada attraverso una scala. L’idea di trasportare il pubblico dal piano della strada ad un piano sopraelevato dove si possa immaginare una prospettiva diversa da quella comune, reale, mi è sembrata sempre interessante. ITALO GAMBERINI (1986) Plastico, Studio M, Firenze Nelle pagine seguenti: Vedute dell’edificio museale: esterno, interno e teatro Il progetto di ampliamento di NIO architecten Inizio del progetto: 2006 Completamento del progetto: 2008 Inizio dei lavori: 2009 Termine dei lavori: 2011 Superficie totale: 2.934,70 mq. Piano terra: 1.044,70 mq. Primo piano: 1.890 mq. Sale espositive: 2233-106 mq. di area a doppio livello, totale 2127 mq. Sala d’ingresso: 245+25 mq. di area esterna, totale 270 mq. Spazi attvità educative: 80 mq. di aule + 193 mq. di laboratori, totale 273 mq. Spazio commerciale e media-store: 107+8 mq., totale 115 mq. Sala ristorante e bar: 218 mq. Cucine: 71 mq. Spazi tecnici nel sottosuolo: 84 mq. Spazi tecnici al piano terra: 12 mq. Nuovo magazzino nel sottosuolo: 23 mq. Magazzino al piano terra: 28 mq. Bagni e WC: 28+28 mq., totale 56 mq. Area tecnica e di emergenza sotto alla Torre: 38 mq. Ponti di collegamento all’edificio esistente: 79 mq. Il museo è situato nella periferia di Prato, vicino all’uscita dell’autostrada A11, un luogo strategico dal quale, sulla sommità dell’edificio, si può vedere lo skyline di Firenze, la città dove regnano il turismo e la cultura antica. D’altra parte nella periferia di Prato dominano due aspetti contrastanti: industria (tessile) e arte contemporanea che il Centro Luigi Pecci tende a far dialogare riproponendone i temi, nella forma e nel contenuto. Il Centro pratese è inoltre uno dei pochi musei in Italia dedicati interamente all’arte contemporanea e possiede un’ampia collezione, immagazzinata in vari depositi a causa della mancanza di spazi espositivi. Per poter mostrare queste opere “invisibili” si è deciso di raddoppiare la superficie espositiva e, attraverso la nuova costruzione, di risolvere due questioni sensibili. La prima è che il museo non offre attualmente una possibilità di circolazione e che il percorso direzionale esistente è un percorso lineare: quando il visitatore arriva alla fine, deve rifare la stessa strada indietro. La seconda è che nessuno riesce a trovare l’entrata: sembra il palazzo imperiale di Tokyo, visibile a tutti, ma inaccessibile. Il primo problema è stato risolto mediante la creazione, al primo piano - dove si trovano tutte le sale espositive attuali - di un circuito, in modo tale da poter creare più 348 percorsi. Il secondo problema è stato risolto attraverso il collocamento, al piano terra, di tutte le funzioni rivolte al pubblico e orientando decisamente l’entrata centrale verso la strada. In contrasto al carattere del museo esistente, alquanto rigido e meccanico ed in parte ispirato all’architettura industriale di Prato, la nuova parte si presenta elastica e sognante. Essa circonda l’edificio esistente e lo tocca soltanto quando e dove è necessario per il circuito. Poiché l’angolazione del piano-mostre varia in continuazione, all’interno vengono creati spazi con diverse atmosfere e dunque diverse possibilità espositive. La torre è una questione a parte. Essa è l’incrocio fra un corno e un’antenna, da una parte è uno strumento che viene mostrato con orgoglio ai visitatori e ai passanti, dall’altra esplora condizioni non misurabili da radar e persone, sonda gli umori culturali, alla ricerca di nuovi movimenti. MAURICE NIO (2006) Plastico, Model&Objekt Dauwe den Hartog, Rotterdam Nelle pagine seguenti: Prospetti e simulazioni del progetto di ampliamento, esterno e interno Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci Prato La collezione PUBBLICAZIONE PROMOSSA DA CON IL CONTRIBUTO DI NELL’AMBITO DI L.R. 89/80 Progetto di iniziativa regionale 2008-2010 “Musei di qualità al servizio dei cittadini e delle cittadine toscani” CON IL SOSTEGNO DI PARTNER UFFICIALE LA PUBBLICAZIONE È STATA RESA POSSIBILE GRAZIE AL GENEROSO SUPPORTO DI La collezione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato è il frutto del lavoro di numerose persone, innanzi tutto degli artisti che le hanno realizzate, quindi dei loro eredi, dei galleristi, dei collezionisti, delle ditte e dei privati che le hanno messe a disposizione del museo, inoltre dei direttori, dei curatori e degli amministratori che le hanno acquisite nel corso degli anni. A tutti loro va la nostra più profonda riconoscenza. In particolare si ringraziano gli artisti Luca Andreoni e Antonio Fortugno Marco Bagnoli Mirella Bentivoglio Botto&Bruno Diego Esposito Isabella Gherardi Piero Gilardi Dmitri Gutov Takashi Homma Franco Ionda Emilio Isgrò Anastasia Khoroshilova Olga Kisseleva Nanda Lanfranco Sol LeWitt Renato Mambor Nino Migliori Domingo Milella Alberto Moretti Paolo Parisi Koka Ramishvili Renato Ranaldi R.E.P. Chris Sacker Andrea Santarlasci Remo Salvadori Daniel Spoerri Sandra Tomboloni Costas Tsoclis Nomeda & Gediminas Urbonas Massimo Vitali Kenji Yanobe per le donazioni delle loro opere al museo i collezionisti e le aziende Alessandro Alimonti Mirella Bentivoglio Loriano Bertini Stella Ceragioli Consorzio Prato Trade Eredi di Raghubir Singh Famiglia Boccaccini Famiglia Palmucci Finanziaria Breda Elda Franchi Pecci, in ricordo di Enrico Pecci Fabio e Virginia Gori Giuliano Gori Ivan Gori Paolo e Serena Gori Bianca Maria Martinelli e Andrea di Marsciano Antonia Mulas Officine Galileo Carlo Palli Alberto Pecci Elena Pecci Pitti Immagine, Firenze Rifinizione Nuove Fibre S.p.A. del Gruppo Mazzi, Montemurlo SMA Segnalazione Marittima ed Aerea Wolfgang Wassermann per le donazioni al museo delle opere da loro possedute o direttamente commissionate agli artisti gli artisti, i privati, le istituzioni Associazione Amici del Museo Pecci Nobuyoshi Araki Valdemaro Beccaglia Pedro Cabrita Reis Antonio Catelani Daniela De Lorenzo Famiglia Genoni FLATZ Fondazione Cassa di Risparmio di Prato Fondazione Teatro Metastasio, Prato Marco Gastini Carlo Guaita Kinkaleri Job Koelewijn Paolo Masi Eliseo Mattiacci Carlo Palli Selene Rosiello David Tremlett per la gentile concessione delle opere di loro proprietà in comodato al museo i privati, le gallerie, le istituzioni e le aziende Associazione Amici del Museo Pecci Valdemaro Beccaglia Comune di Montemurlo Famiglia Pecci Galleria Biagiotti, Firenze Galleria Continua, San Gimignano Galleria Fornello, Prato Hilger Contemporary, Vienna Ilcat S.p.A., Prato Sheratonn Targetti S.p.A. Tecnorestauri S.r.l. per il loro fondamentale contributo alla realizzazione e all’acquisizione delle opere in collezione IN COPERTINA Fotografia di Carlo Gianni CATALOGO Giunti Editore PRODUZIONE EDITORIALE Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci CURATORI DEL VOLUME Marco Bazzini Stefano Pezzato TESTI GENERALI E INTRODUZIONI ALLE SEZIONI Marco Bazzini Viktor Misiano Stefano Pezzato SCHEDE MONOGRAFICHE SUGLI ARTISTI Marco Bazzini Giorgia Marotta Stefano Pezzato Desdemona Ventroni INTRODUZIONE ALLA COLLEZIONE CID/ARTI VISIVE Anna Elisa Benedetti Emanuela Porta Casucci TESTI SULL’EDIFICIO MUSEALE Italo Gamberini Maurice Nio TRADUZIONE DAL RUSSO NTL Traduzioni, Firenze © 2009 Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci Prima edizione: gennaio 2009 Volume realizzato in collaborazione con Giunti Editore S.p.A., Firenze - Milano www.giunti.it GESTIONE E POSTPRODUZIONE IMMAGINI Raffaele Di Vaia COORDINAMENTO RICERCHE D’ARCHIVIO Roberto Fattori ASSISTENTI DI REDAZIONE Bettina Picconi Leri Risaliti Testi e immagini © Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci 2009 Immagini del progetto d’ampliamento © NIO architecten 2009 Per quanto riguarda i diritti di riproduzione, il Centro Pecci si dichiara pienamente disponibile a regolare eventuali spettanze per quelle immagini di cui non sia stato possibile reperire la fonte. Ristampa Anno 6 5 4 3 2 1 0 2013 2012 2011 2010 2009 Stampato presso Giunti Industrie Grafiche S.p.A. - Stabilimento di Prato PROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE Fabiana Bonucci Studio, Firenze con Francesca Bellini delle Stelle CREDITI FOTOGRAFICI Archivio Fotografico del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci Baldassarre Amodeo, Prato Carlo Cantini, Firenze Carlo Fei, Firenze Carlo Gianni, Prato Nanda Lanfranco, Genova NIO architecten, Rotterdam