Rimini: Carlo Giuseppe Fossati, La pianta della città e il mare, incisione, 1870.
[email protected]
http://www.lionsriminimalatesta.com
LIONS: Liberty, Intelligence, Our Nation’s Safety
Collaboratori del 2° numero, anno 2013-2014
Mario Alvisi - Rita Maria Astolfi Oliva - Antonio Battistini - Mario Barnabè
Maurizio Biordi - Marcello Cangini - Antonella Chiadini - Anna D’Araio
Stefano De Carolis - Osvaldo De Tullio - Franca Fabbri Marani
Enrico Maria Fantaguzzi - Giorgio Franchini - Anna Mariotti Biondi
Danilo Re - Fernando Santucci - Lily Serpa
Progetto grafico e impaginazione
Anna Mariotti Biondi
Fotografie
Mario Alvisi
Vita di Club
Anno lionistico 2013 – 2014
Numero 2
Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta
SOMMARIO:
Incontri
Conferenze
Conviviali
Servizi
Viaggi
Curiosità
Novità
Ricordi
Arte
Musica
Poesia
Amicizia
Solidarietà
Mostre
Musei
Gastronomia
Posta
Attualità
Chiacchiere
Pensieri
Brevi
Lionismo
Anniversari
Ospiti
Atmosfere
Nostalgie
Progetti
4
La pagina del Presidente
Saluto della Presidente
5
Lutto
7
Mondo Lions News
ELIO BIANCHI: Una vera fede lionistica
Un grande lion ci ha lasciati
Ciao Elio, maestro buono
Una Convention Internazionale in Italia
8
Mondo Lions
10
Meeting
L’etica lionistica
La campana di Rovereto, il 1° service dei Lions
italiani
Beni culturali allo sbaraglio
13
Rimini Ricorda
Nel regno del vento
15
Archeologia
Insectatio hominum summae potentiae
19
Rimini Sanità
20 anni dell’Ordine/20 secoli di sanità a Rimini
21
Arte&Natura
Paesaggi invisibili
23
24
25
Service
Meeting
Rimini Storia
Premio “E.Alvisi”
Formazione e futuro
Donne malatestiane a Scolca
Inserto
33
Meeting
Immagini da Scolca. Immagini rock. Immagini
barocche
L’arte della caccia
34
Meeting
L’Unità di strada
36
Medicina&Salute
Cannabis: droga leggera o mosca cocchiera?
37
Mondo Lions
38
L’intervista impossibile
I vincitori dei Concorsi “Un poster per la pace” e
“Saggi brevi”
Quale libertà
40
Curiosità alvisiane
Giochi d’altri tempi
43
Rimini Storia
L’enigma dei bronzi di Cartoceto
45
Società&Solidarietà
Tana libera tutti
46
L’angolo della poesia
Solo questa poesia
47
Service
Don’t stop believin’: 1. Il service, 2. Il concerto
55
56
57
Curiosità alvisiane
Posta
Storia&Religione
Un cognome, una sorpresa
Riceviamo e pubblichiamo
Giubileo ad Orvieto
61
63
Storia d’Italia
Mondo Lions News
Una vita per la democrazia
Il Lion De Giampietro campionissimo
LA PAGINA DEL PRESIDENTE
Cari amici,
Il secondo numero annuale della nostra rivista Vita di Club
corrisponde alla metà del mio mandato di presidenza di questo bellissimo e
motivato Club Lions che ha dimostrato tutta la sua forza e unità d’intenti
nell’ultimo evento pubblico realizzato per uno scopo umanitario.
Mi riferisco al bellissimo Concerto Rock tenutosi al Teatro Novelli di Rimini il 15
marzo in favore della ONLUS Rimini Autismo per la realizzazione di
progetti a supporto delle famiglie che vivono questa difficile realtà
quotidiana. Il concerto ha visto un grande afflusso di pubblico ed ha
riscosso molto successo. Tante testimonianze di stima e congratulazioni ci
sono arrivate da più parti per aver saputo creare un momento di svago
condiviso da centinaia di persone che per una sera si sono sentite
partecipi di un unico scopo.
Molti sono i ringraziamenti che doverosamente devo porgere a tutti coloro
che hanno collaborato a questo successo. Mi riferisco in principal modo a
tutti i club Lions della provincia di Rimini che hanno dato un supporto Concerto rock: l’abbraccio con
concreto e generoso di partecipazione alla nostra iniziativa, Antonio Battistini.
interpretando al meglio il grande spirito lionistico che ci unisce.
Devo altresì ringraziare i componenti il Consiglio
Direttivo che tanto si sono adoperati per la buona
riuscita dell’evento, ma il ringraziamento più grande
lo voglio rivolgere al nostro socio Antonio Battistini,
"deus ex machina" di quest’importante iniziativa, che
ha donato al nostro club un bellissimo e coinvolgente
concerto assieme al suo bravissimo gruppo musicale:
gli XPrep, a cui va tutta la nostra riconoscenza.
Nei meeting che hanno fatto registrare una buona
partecipazione abbiamo avuto modo di ascoltare
interessanti relatori che ci hanno illuminato, con
particolari
approfondimenti,
su
tematiche
interessanti che hanno spaziato su molti campi della Sul palco del Teatro Novelli con i Presidenti dei Lions
conoscenza e della vita sociale.
Club di zona.
Grazie a questa rivista possiamo offrire ad un pubblico più vasto gli stessi piaceri d’ascolto che abbiamo
registrato nei nostri incontri e da qualche tempo ciò avviene anche tramite la "rete" con la nostra
pubblicazione on line sul sito www.lionsriminimalatesta.com
Altri appuntamenti ci attendono prima della chiusura della mia bella esperienza e spero di vedere il mio
club sempre così numeroso, coeso e partecipe.
Pur avendo iniziato questa presidenza con titubanza e preoccupazione su come avrei saputo interpretare
quello spirito lionistico ben definito nello slogan del nostro Governatore Raffaele Di Vito: "L’Essere e il
Fare Lions", ad oggi sono convinta che solo con il supporto di un club e di tutti i suoi associati il ruolo di
Presidente può essere motivato nel Fare e nel Essere Lions al fine di contribuire fattivamente a
migliorare le vite altrui.
Lily Serpa Allison
Premio “E. Alvisi”: la consegna
del dono del Lions Club Rimini
Malatesta a Mario Alvisi e a
Fabio De Angelis, Preside degli
Istituti “Leonardo da Vinci” e
“Odone Belluzzi”.
4 Vita di Club n. 2
LUTTO
ELIO: UNA VERA FEDE LIONISTICA
Il Presidente, il Consiglio Direttivo e tutti i soci del Lions Club Rimini Malatesta
partecipano con profonda commozione e rimpianto al dolore di Adriana e dei
famigliari per la scomparsa del Rag. Elio Bianchi ricordandone l'impegno
professionale, le grandi doti umane, il profondo e generoso senso dell'amicizia, la
lunga e fattiva appartenenza al Club, l'appassionata fede nei valori lionistici
tradotta in una partecipazione attivissima ed entusiasta a tutte le iniziative anche
in ambito distrettuale per cui gli è stata conferita la massima onorificenza
lionistica, la MELVIN JONES FELLOW.
di MARIO ALVISI
E
lio ci ha lasciati! Non ha più ripreso il
cammino con noi come c’eravamo
promessi all’inizio della sua malattia.
Ed ora, invece, mi ritrovo a dover dire
parole che non hanno più senso. Però anche il
silenzio sarebbe una dimenticanza di un caro
amico. Tanta era l’amicizia che ci legava, ed
altrettanto grandi erano la sua autentica fede
lionistica e l’attaccamento al nostro Club.
Ero andato a trovarlo in clinica qualche giorno
prima del suo decesso. Stava cenando aiutato
dalla sua carissima Adriana. Come sempre in
questi ultimi anni, gli incontri erano cadenzati
dalla consegna della nostra rivista. Cosa che,
nonostante la malattia, gli consentiva di restare
in contatto con tutti noi e con la nostra attività
sociale e di mantenere viva la conoscenza di
ogni personaggio del club e dei collaboratori
della rivista. Di quest’ultimo incontro ricordo
che, mentre mangiava, non si era accorto che gli
avevo messo la rivista sul letto. Appena l’ha
vista ha voluto interrompere il pasto che con
riluttanza mangiava, e ci siamo messi a
commentarne i contenuti. Voleva sapere dei soci
che non conosceva a causa della sua lunga
degenza, essere informato sugli ultimi meeting e
in particolare sulla Festa degli auguri. Gli
parlavo dell’organizzazione del concerto rock
con Antonio Battistini. Mentre di pagina in
pagina sfogliavamo la rivista, i suoi occhi
diventavano sempre più vivaci. Forse
dimenticava per un attimo la malattia e si beava
della sua sensibilità umana e lionistica.
Con Elio ci siamo conosciuti nel lontano 1984,
giusto trent’anni or sono. Fu presentato al club
da Giancarlo Cecchi, come lui dirigente della
Cassa di Risparmio. Facemmo subito amicizia
perché avevamo
conoscenze
in
comune e, forse,
perché anch’io ero
un “pignolo”. Da
quei giorni mi
chiamerà sempre
Mariolino. Prese
immediatamente
“il volo”. Era nato
lions. Si dedicò
totalmente
alla
vita sociale con Elio appena insignito della
“Melvin Jones Fellow”.
carisma,
pragmatismo, partecipazione e concretezza.
Come già ebbi modo di scrivere, era il nostro
“mentore”. La nostra guida. Conosceva molto
bene lo statuto, i regolamenti, i codici etici, le
funzioni organizzative dei lions distrettuali.
Tanto che, scherzando, lo definivo un
“carrierista”.
Meritatamente, fece un’ottima carriera. Fu
tantissime volte consigliere e poi presidente del
nostro Club nel 1991/1992, Delegato di zona nel
1995/1996, Presidente di Circoscrizione nel
1999/2000, Officer Distrettuale con varie
mansioni: l’ultima come Addetto stampa
distrettuale nel 2009/2010. Poi si è ammalato. Se
ciò non fosse successo, sarebbe sicuramente
stato il candidato favorito alla carica di
Governatore Distrettuale, come ci ha ricordato il
Governatore Giuseppe Rossi durante la nostra
ultima Charter del giugno dell’anno scorso. È
stato insignito, nel 2010, della Melvin Jones
Fellow, massima onorificenza, quale vero
interprete della vita lionistica. Ma l’impegno
lionistico più importante, quasi un pensiero
5 Vita di Club n. 2
illuminante, fu la sua ostinazione nel voler la
realizzazione della Fondazione Lions Club per
la solidarietà del Distretto 108/A. All’inizio
contestata da molti club, cosa che gli costò
qualche malumore, ma poi osannata per i suoi
grandi interventi nella nostra società. Tutto
questo era il lion Elio Bianchi, con razionale
signorilità e con una fede incrollabile negli scopi
che esaltano ancora la nostra attività sociale.
Nel suo anno da Presidente, come evidenziato
nel libro del Ventennale, ricordo l’entusiasmo
con il quale organizzò la visita ufficiale del
Governatore Raffaele Cera, in intermeeting con
altri club. L’evento è stato il suo “paradiso”.
Così ne scrisse: “Costituisce un esaltante premio
alla nostra attività; motivo per tutti noi di
compiacimento; questo mio primo meeting da
Presidente, davanti le massime autorità del
Distretto, è estremamente gratificante ed
incoraggiante”.
Prese a cuore, assieme a Stefano Cavallari, la
stesura del nuovo statuto distrettuale (erano gli
anni dei grandi cambiamenti sociali e anche i
lions dovevano rivedere le loro regole).
Fu il nostro primo Presidente a consegnare una
Melvin Jones Fellow. Fra i vari candidati scelse
Anna Lami Cavallari per il suo interessamento
verso l’infanzia più bisognosa ed indifesa e le
ragazze madri in gravi disagi socio-economici.
Sul piano culturale promosse il restauro di un
quadro di Carlo Leoni, pittore riminese del ‘600,
esposto al Museo della Città di Rimini.
Per testimoniare quanto l’amico Elio fosse
permeato di fede lionistica e l’avesse trasmessa
alla moglie Adriana, vorrei finire questo ricordo
con un “rimprovero” che, in altre occasioni,
avrei evitato se Elio fosse stato ancora fra noi.
All’uscita della Chiesa di San Giuliano, dove si
sono tenute le esequie, rinnovavo le
condoglianze ai famigliari. Adriana mi prende
dolcemente la mano per ringraziarmi e dirmi
sommessamente: Come mai non avete letto la
preghiera lions durante la santa messa? Elio ci
avrebbe tenuto tanto!
Ebbene, ora credo che tutti voi condividiate se la
diciamo adesso: Ti ringraziamo, Signore, per essere
qui riuniti per diventare migliori e per poter servire
meglio i nostri simili.
Dacci, Signore, l’umiltà, la conoscenza e la forza
necessaria per compiere insieme i nostri doveri con
entusiasmo e tenacia.
Dacci la bontà e la tolleranza per rispettare le opinioni
degli altri ed alimentare in tutti l’aspirazione a servire
l’Umanità che soffre.
Proteggi la nostra grande famiglia lionistica che lavora
oggi, come sempre, per il culto dell’amicizia, dell’amore
per il prossimo e del servizio disinteressato.
Benedici, Signore, il nostro lavoro.
ELIO BIANCHI …. UN GRANDE LION CI HA LASCIATI
Ciao Elio,
eri presidente di circoscrizione ed io un insicuro delegato di zona. Mi sei stato accanto ad indicarmi il
percorso per vivere con lealtà e correttezza la vita lionistica. Ti ho visto sempre con gli occhi dei tanti
tuoi amici lions, un uomo vero, forte e sicuro. Potevi apparire a volte timido, ma non lo eri. Sei stato
sempre un “leader” capace di trasmettere sicurezza e buonsenso. Insieme agli amici del consiglio di
amministrazione della Fondazione Lions del Distretto 108A ti vogliamo salutare e ricordare come
esempio da imitare, per la tua dedizione al servizio, per il tuo impegno che appartiene ai forti, per il tuo
ideale mai tramontato. Rimani il nostro Amico ed esempio di uomo onesto.
Ciao Elio, grazie per quanto ci hai donato … ti abbraccio a nome di tutti.
PDG Enrico Corsi
(Presidente Fondazione)
CIAO ELIO, MAESTRO BUONO!
Elio Bianchi ben prima di me e tanto meglio di me avrebbe potuto fare il Governatore dei Lions, solo che
lo avesse voluto. Fu un Maestro, anche per me, con il Suo piglio gentile, modesto ma autorevole, fin da
quando Lo ebbi come guida, Lui Presidente della Circoscrizione Romagna, io Presidente della Zona di
Ravenna, nell’anno 1999. Ho continuato a sentirlo e l’ho interpellato anche quando diventai Governatore
per offrigli un incarico importante: Lui, schivo, come sempre, rifiutava, per dedicarsi al lavoro di Lions di
base, nel Suo Club, nella Sua Città.
6 Vita di Club n. 2
Elio, con il Suo impegno e con il Suo esempio ha concretamente dimostrato che il Lionismo è un
sentimento, il sentimento della solidarietà. Egli si è nutrito di pensieri liberi e forti ed ha percorso
intensamente la Sua vita su due sponde: quella dell’amore vero e quella dell’amicizia sincera. Egli, per
questo, ha svelato il segreto della memoria: non muore sulla terra colui il quale vive nel cuore di chi resta,
perché ha lasciato al prossimo un po’ di sé!
Elio ha altamente onorato il Codice dell’Etica Lionistica, dimostrando cittadinanza attiva umanitaria,
qualificandosi come un leader al servizio comunitario ed umanitario, essendo un Uomo buono.
Il nome di Elio Bianchi resterà iscritto per sempre nell’Albo d’Oro del Lions International.
Elio oggi sta “In quel Ciel ch’è pura luce”.
Beppe Rossi
(Past Governatore Distrettuale)
Elio era tra gli storici Redattori di “Vita di Club”:
gli era affidata in particolare la rubrica “Mondo
Lions” poiché nessuno come lui era informato sul
Lionismo, la sua etica, il suo codice, il suo
regolamento. Gli amici della Redazione, come
hanno fatto durante la sua malattia, manterranno il
suo nome tra i redattori … per non lasciarlo
andare, per non rimanere sempre più soli.
Anzi, per conservare viva l’illusione della sua
presenza, vogliono ricordarlo in un momento lieto
quando, con l’inseparabile, amatissima Adriana,
partecipava alle gite del club, divertendosi e
facendo divertire con i suoi spiritosi commenti.
Qui sono insieme ritratti nella favolosa festa del
Decennale del Comitato Gite nel 2007 a Villa
Giustinian di Portobuffolè (Treviso).
MONDO LIONS NEWS
UNA CONVENTION INTERNAZIONALE IN ITALIA (da Lionsnotizie, 5 marzo 2014)
A
lle 0,50 del 4 marzo, un messaggio dell’ID Roberto Fresia annunciava al
CC Enrico Pons che Milano ospiterà, dal 5 al 9 luglio del 2019, presso il Centro Congressi
Milano Fiera, la 102ª Convention mondiale dell’Association of Lions Clubs International.
Tutto è cominciato nel 2010 con la proposta del PDG del Distretto milanese Ib4, lion Carla di Stefano,
fatta propria con entusiasmo dal CdG dell’annata 2010-2011, e tutto si è concluso negli Stati Uniti nella
riunione del board del 3 marzo. Milano ha vinto ed è stata preferita a Boston e Singapore. Nel corso di
questi millecinquecento giorni tutte le autorità lionistiche italiane che si sono succedute, qualunque sia
stata la loro funzione, si sono attivate con competenza, passione e convinzione per far ottenere all’Italia
questo ambito traguardo. Già lo scorso anno si pensava di poter essere preferiti, ma in dirittura d’arrivo la
scelta cadde su Las Vegas. La Convention è la massima assise dei Lions di tutto il mondo. Oltre ventimila
Lions e diecimila tra familiari e accompagnatori, si raduneranno per la prima volta in Italia per cinque
intense giornate di lavoro, in amicizia e serenità. La solidarietà, in tutti i suoi aspetti, la farà da padrona,
ma tanti saranno gli avvenimenti nel corso della manifestazione. La tradizionale sfilata per le vie cittadine
sarà il clou della Convention. La rappresentanza di oltre duecentosei paesi, praticamente il mondo intero,
percorrerà via Dante, passerà per il Castello per sciogliersi in piazza del Duomo in un tripudio di
bandiere, di folklore, di musica e di colori. Amicizia e serenità, questi i messaggi della sfilata, ma anche
la gioia di ritrovarsi senza barriere di razza, colore o religione in un abbraccio con la città nel segno della
pace. Televisione, stampa, politica, cultura, impresa, insomma l’Italia intera, riscoprirà il Lions Clubs
International attraverso tutto quello che i soci realizzano nelle centinaia di migliaia di service in Italia e
all’estero. Prepariamoci, amici lions, fin da ora. Quando vogliamo, siamo i migliori!
7 Vita di Club n. 2
MONDO LIONS
L’ETICA LIONISTICA
Parzialmente tratto da “Conoscere il Lionismo” edito dal Centro studi del Lionismo di
Roma da Mario Alvisi.
di OSVALDO DE TULLIO (L.C. Roma Nomentanum)
L
a
vita
associativa
del
Lions
International si sviluppa intorno a due
fondamentali gruppi di norme. Da una
parte le regole espresse nel “Codice
dell’etica lionistica” e dall’altra l’enunciazione
degli “Scopi del lionismo”. Questi ultimi, dei
quali abbiamo parlato nei precedenti numeri
della nostra rivista, costituiscono le finalità della
nostra attività associativa e sono, quindi,
sufficienti ad esaurire la nostra azione operativa
nei confronti del “bene civico, sociale e morale
della comunità” in cui viviamo. Ma, ad un esame
più approfondito, ci accorgeremo che gli “scopi”
non esauriscono, invece, tutti i contenuti della
vita associativa. Tracciano un percorso, ma non
ci danno precise indicazioni sulla meta finale. Ci
dicono che cosa fare, ma non perché farlo, per
quali finalità. Ci indicano, ad esempio, un fine da
conseguire, quello dell’uomo retto e del buon
cittadino, ma non ci chiariscono, da soli, quali e
quante virtù lo caratterizzano. Ci richiamano al
dibattito sulle problematiche sociali, ma non ci
danno i contenuti conformi al nostro modo di
essere Lions. La stessa comprensione fra i popoli
del mondo sarebbe impercorribile se non fosse
ispirata a principi di equilibrio e di giustizia. In
una parola, può dirsi che la meta finale verso cui
l’uomo e la società devono tendere sono,
appunto, i “valori” che sono indicati nel codice
etico e a cui devono ispirarsi le condotte
quotidiane dei singoli uomini Lions e non solo. E
questo è il primo e fondamentale “service” che
noi siamo obbligati a svolgere e diffondere nella
quotidianità con l’esempio e con l’operare
secondo i “valori” profondi del nostro Codice
Etico. Quali sono questi “valori”?
In primis riguardano sicuramente l’ambiente in
cui viviamo. “Avere sempre presente i doveri di
cittadino verso la Nazione, lo Stato, la Comunità
nella quale ciascuno vive”. Quindi le istituzioni
e la società dove la nostra Associazione e il
nostro Club rivolgono la loro attenzione
preminentemente ai temi della Libertà, della
Giustizia, dell’Uguaglianza, del Rispetto della
dignità umana e della pacifica Convivenza
sociale. Cioè un’azione pubblica (politica in
senso lato) a tutela di beni inestimabili per la
persona umana. Da ciò consegue l’opportunità
dei Lions di poter incidere anche sul buon
funzionamento delle pubbliche istituzioni, di
portare i nostri “valori” nei luoghi di lavoro,
nelle organizzazioni e nelle associazioni di ogni
tipo in cui ci troviamo a svolgere la nostra
quotidianità professionale ed umana.
Il “valore del lavoro”: “Dimostrare con
l’eccellenza delle opere e la solerzia del lavoro
la serietà della vocazione al servizio”. Norma
comportamentale dove il lavoro è caratterizzato
dai concetti di “eccellenza delle opere” compiute
in base alla nostra vocazione professionale.
Dunque non un lavoro qualsiasi, ma un impegno
sentito, svolto ai massimi livelli e con ottimi
risultati. “Elitarietà” che deve distinguere i soci
Lions ovviamente assieme alla disponibilità al
servizio e a grande senso morale. E in quella
disponibilità deve essere intesa anche quella
secondaria,
quella
rivolta
alla
nostra
Associazione, al nostro Club e ai nostri service
dando la propria e piena disponibilità ad
assumersi le cariche sociali e l’aiuto alla
concretizzazione degli scopi sociali.
E ancora il “valore della giustizia”: “Ricercare il
successo, domandare le giuste retribuzioni e
conseguire i giusti profitti senza pregiudicare la
dignità e l’onore con atti sleali ed azioni meno
che corrette”… “Ricordare che per sviluppare i
propri interessi non è necessario danneggiare
quegli degli altri”. La giustizia, come si vede,
viene comunemente intesa come un giusto
equilibrio fra interessi di carattere materiale
contrapposti. Ma in realtà tutte le regole del
nostro Codice spaziano in più ampie dimensioni.
Ad esempio: Autorità e Libertà, Successo e
Solidarietà, Ricchezza e Bisogni. Poli
8 Vita di Club n. 2
contrapposti che sono armonizzati in una visione
di giustizia, in una perfetta proporzione fra il
ricevuto e il dato. Il tutto con il ripudio,
soprattutto, di esasperate forme legate al denaro,
molto diffuse nella nostra epoca moderna. La
casistica degli ultimi anni ci ricorda tensioni
finanziarie e sociali di non poco conto.
E allora, qui l’impegno dell’uomo Lions deve
essere notevole per procurare alla società
l’appagamento della sua ansia di giustizia: una
giustizia che sia vera, concreta, effettiva,
realizzabile. La stessa che pretende per se stesso.
Infine, ultimo, ma non ultimo, il “valore
dell’amicizia”: “Considerare l’amicizia come
fine e non come mezzo, nella convinzione la vera
amicizia non esiste per i vantaggi che può
offrire, ma per accettare nei benefici lo spirito
che li anima”… “Essere cauto nella critica,
generoso nella lode sempre mirando a costruire
e non distruggere”. L’amicizia, ce lo hanno
insegnato fin dal primo giorno che abbiamo
accettato di far parte dei Lions, è il bene
fondamentale dell’Associazione. In un certo
senso essa è la naturale corrispondenza tra
soggetti che hanno una comune visione della
vita. L’amicizia assume una funzione rilevante
nella nostra struttura associativa in quanto essa è
il tessuto connettivo che, legando fortemente le
risorse
umane
dei
Club,
facilita
il
raggiungimento degli scopi sociali.
Dall’amicizia discende poi “l’altruismo”, che è
l’elemento caratterizzante e costante del servizio
che rendiamo, che è sempre reso a favore degli
altri, perché, com’è noto, la nostra attività
lionistica è soltanto e sempre rivolta a perseguire
interessi altrui e non degli associati.
Non per nulla il “service” è il nostro pane
quotidiano. Sempre nell’interesse degli altri. Che
diventa imperativo quando il Codice dell’etica ci
suggerisce di “Prestar loro (i cittadini della
comunità in cui viviamo) con lealtà sentimenti,
opere, lavoro, tempo e denaro”! Un grande
impegno altruistico che testimonia delle buone
radici che la nostra Associazione ha nel mondo.
Non senza un certo legittimo orgoglio per quanto
fatto e stiamo facendo.
Tutto ciò è il senso del nostro essere Lions.
LA CAMPANA DI ROVERETO,
IL 1° SERVICE DEI LIONS ITALIANI...
F
usa a Trento dalla fonderia Luigi Colbacchini nel
1924 con il bronzo dei cannoni delle 19 nazioni che
presero parte alla 1ª guerra mondiale, venne
collocata inizialmente nel castello di Rovereto. A causa
di una grave incrinatura, venne fusa ancora una volta nel
1964 grazie al sostegno finanziario di tutti i Lions Club
italiani dalla Fonderia Capanni di Castelnuovo ne’ Monti.
Fu benedetta il 4 novembre 1964 da Papa Paolo VI e
collocata sul Colle di Miravalle. Pertanto, la campana di
Rovereto, la più grande del mondo per il suono a
“distesa” è un service dei Lions italiani: pesa 210 quintali,
è alta 3,30 metri e ha un diametro di 3,20 metri. Gli
altorilievi e le iscrizioni della “vecchia” campana sono
fedelmente riportati nella “nuova”, sulla quale appaiono in
più una dedica di Papa Giovanni XXIII, l’emblema del
Lions e l’iscrizione in caratteri romani: “Rifusa nell’anno
1964 per volontà dei Lions d’Italia”. In quella occasione la RAI-TV ha effettuato servizi che sono andati in onda, alla
radio nei giorni 26 e 28 ottobre e in televisione il 2 novembre su tutti i telegiornali del 1° canale. Diversi quotidiani
nazionali di grande tiratura hanno pubblicato fotografie della nuova campana, commentando la notizia con articoli su
varie colonne, mettendo in giusta evidenza che la lodevole iniziativa è dovuta ai Lions italiani, i quali ne hanno
sopportato totalmente l’onere finanziario.
-Il testo, tratto da articoli apparsi 50 anni fa su quotidiani e periodici a tiratura nazionale e sulla stampa lionistica, è di
Sirio Marcianò, direttore responsabile di “Lion”, il mensile dei Lions Italiani.
- Ci piace ricordare che in occasione della ricorrenza dello scoppio della 1ª guerra mondiale il Ravenna Festival ha scelto come
tema “1914: l’anno che ha cambiato il mondo”. Il concerto conclusivo eseguito dall’ORCHESTRA GIOVANILE LUIGI
CHERUBINI diretta dal maestro Riccardo Muti sarà replicato, nel solco del progetto “Le vie dell’amicizia”, nel Sacrario
militare di Fogliano di Redipuglia (Gorizia).
9 Vita di Club n. 2
MEETING
BENI CULTURALI ALLO SBARAGLIO
“I beni archeologici dell' Africa nera e dell' America latina”: è l’interessante
tema trattato nel corso del meeting del 14 gennaio 2014 da parte di Maurizio
Biordi, archeologo che ha legato il suo nome dapprima all’archeologia
riminese per poi dedicarsi all'archeologia ed all'antropologia extraeuropea (America
precolombiana, Africa e Oceania) e alla museologia. È Direttore dei Musei
Comunali di Rimini e Delegato del Comitato Nazionale Italiano dell' ICOM
(International Council of Museum c/o UNESCO, Parigi).
Riportiamo un breve stralcio della conversazione.
di MAURIZIO BIORDI
L
a Convenzione UNESCO del 1972 ha
dato inizio ad una serie di
provvedimenti legislativi per la tutela
e la conservazione del patrimonio
culturale mondiale ed inoltre per debellare il
traffico illecito dei beni culturali.
Con l’avvento dell’ICOM (International Council
of Museums), creato nel 1946 con il fine di
conservare, trasmettere e fare conoscere il
patrimonio
naturale e culturale mondiale,
presente e futuro, tangibile e intangibile,
vengono adottati degli strumenti più incisivi.
Nel periodo 22-24 ottobre 1997 viene convocato
un Gruppo di lavoro internazionale ad
Amsterdam, a cui partecipò anche lo scrivente
per l’Italia, per redigere una lista (Red List) delle
tipologie dei beni archeologici africani a
maggiore rischio.
Tale lista comprende i seguenti beni:
Terrecotte NOK di Bauchi, Katsina e Sokoto
(Nigeria), Terrecotte e bronzi Benin (Nigeria),
Statue in pietra di Esie (Nigeria), Terrecotte,
bronzi e ceramiche della Valle del Niger (Mali),
Terrecotte, bronzi e statuette in pietra di Bura
(Nigeria, Burkina Faso), Statue in pietra del
nord del Burkina Faso e zone limitrofe,
Terrecotte del nord del Ghana (Komaland) e
A sin. e a ds.: Colgante, oro, Museo Nacional de Costa Rica.
Al centro: Colgante, oro, Museo Antropologico de Arauz,
Panama.
Vasi Moche, Museo Nacional de Arquelogia, Antropologia
e Historia del Perù.
Figure Nayarit, Museo Nacional de Antropologia, Mexico.
della Costa d’Avorio, Terrecotte e bronzi Sao
(Tchad, Camerun e Nigeria).
È seguita nel periodo 23-26 aprile 2002 a Bogotà
la convocazione di un Gruppo di lavoro
internazionale, a cui partecipò anche il
sottoscritto per l’Italia, per redigere una lista
(Red List) delle tipologie dei beni archeologici
ed altro amerindiani a maggiore rischio.
Tale lista comprende i seguenti beni:
Ceramica
Nayarit
(Messico),
Maschere
10 Vita di Club n. 2
teotihuacane (Messico), Figure olmeche
(Messico), Vasi e rilievi maya (Messico,
Guatemale, Belice e Honduras), Asce litiche
(Nicaragua e Costa Rica), Oreficeria (Costa
Rica e Panama), Sculture di San Augustin
(Colombia), Ceramica Jama Coaque e oreficeria
Tumaco Tolita (Ecuador), Ceramica e remi
lignei (Perù), Tessuti e addobbi plumariiferu)
Keros (Perù), Tavolette per allucinogeni (Cile),
Urne amazzoniche (Brasile).
Queste due liste originarie, con i dovuti
aggiornamenti, sono la base operativa
dell’ICOM per combattere, con gli stati
interessati, il traffico illecito dei beni culturali
che interessa anche l’Italia con vari interventi del
Nucleo Tutela del Patrimonio dei Carabinieri e
della Guardia di Finanza a cui ha partecipato e
partecipa anche lo scrivente in qualità di Esperto
di africanistica ed americanistica.
La Presidente con Maurizio Biordi
e il cerimoniere Marcello Pedrotti.
A sin.: Testa Nok. La cultura Nok copre una zona larga ca. 500 km di lunghezza e 170 di
larghezza sul Plateau de Bauchi nel centro nord della Nigeria. Statuette in terracotta
sono state trovate in più di 20 siti diversi, di cui quello di Nok è stato scoperto per la
prima volta nel 1938. Si tratta di teste o figurine intere antropomorfe o zoomorfe di
diversa grandezza. Le teste sono cilindriche o coniche o
sferiche; i tratti degli occhi sono triangolari o a
semicerchi. Le sopraciglia sono archi, le pupille come le
orecchie e le narici sono fori.
A ds.: Terracotta di Ifè, capitale e centro religioso del
sudest della Nigeria. Per lo più si tratta di teste isolate a
grandezza naturale, forse ritratti idealizzati di re morti,
cinti di diadema e adorni di collane.
A sin.: Terracotta proveniente dalla
valle del Niger. Sono dette Djenné dal
nome del sito archeologico più vicino.
Alte dai 20 ai 40 cm, sono figurine
umane inginocchiate o assise, le
braccia incrociate sul petto o le mani
posate sulle cosce. Molte figure
maschili hanno il busto stretto in un
balteo sostenente una faretra.
A
ds.:
Maschere
teotihuacane,
pietra,
Museo
Nacional
de
Antropologia, Mexico.
11 Vita di Club n. 2
A sin.: Statua in pietra (steatite) di Esie (Nigeria). In genere rappresentano uomini o donne seduti con le mani sulle
ginocchia, ornati di collane e bracciali con pettinature molto elaborate.
Al centro: Statua in terracotta dal sito di Bura, a sud-est del Niger e a est del Burkina Faso. In genere fissate su grandi
orci funerari, hanno teste piatte, di forma rettangolare o oblunga. Alcune figure presentano scarificazioni e portano
bandoliere con faretra e armi.
A ds.: Stele funeraria in pietra piatta dal nord del Burkina Faso. I tratti del viso sono scolpiti in basso rilievo leggero, gli
occhi tondi, il naso ovale, la bocca semiaperta; le braccia piegate formano una losanga.
A sin: Testa di Giano. Le terrecotte,
trovate su tumuli funerari in Ghana e
Costa d’Avorio, sono particolari
anche per gli ornamenti appariscenti
e vesti con ponpon e maniche.
A ds.: Terracotta Sao proveniente da
luoghi di culto nei pressi del lago
Tchad e risalente al II sec. a.C.
Sono rappresentazioni umane molto
stilizzate con appendici cornute sulla sommità della testa. Questa cultura si trova
in tre paesi: nord-ovest della Nigeria, estremo nord del Camerun e ovest del
Tchad.
A ds.: Figurine olmeche, giada, Museo Nacional de
Antropologia, Mexico.
12 Vita di Club n. 2
RIMINI RICORDA
NEL REGNO DEL VENTO
È il titolo di un piccolo libro di ricordi (ma grande per i sentimenti che lo ispirano) scritto da Giorgio Franchini e
pubblicato nella diciannovesima ricorrenza della tragica vicenda, che coinvolse alcuni suoi amici velisti, per
onorarne la memoria. Daniele Tosato, Ezio Belotti, Francesco Zanaboni, Giorgio Luzzi, Luciano Pedulli,
Mattia De Carolis persero la vita durante una tappa di trasferimento per partecipare a una regata internazionale,
“la Transat des Alizés”, facendo naufragio nel Golfo del Leone il 2-3 Novembre 1995 a bordo del Parsifal, una
barca in legno progettata dall’architetto Carlo Sciarrelli e costruita dal cantiere Roberto e Stefano Carlini di Rimini.
La barca era partita da Sanremo, con rotta verso le Canarie e poi verso i Caraibi. L’equipaggio di quella sfortunata
avventura era formato inoltre dall’armatore Giordano Rao-Torres, Andrea Dal Piaz e Carlo Lazzari Agli, che
riuscirono a salvarsi dopo diciotto ore trascorse nella disperata attesa di essere avvistati e soccorsi. Ne riportiamo
la parte che ricostruisce la storia del Parsifal e di “un’onda gaffa”.
di GIORGIO FRANCHINI
L
a storia angosciosa del Parsifal resta
nella memoria di tutti i riminesi amanti
della vela. Quello che è accaduto può
essere la dimostrazione della forza
della natura rispetto ai limiti umani. Limiti che si
manifestarono,
verosimilmente,
nella
disorganizzazione del Comitato di regata e
purtroppo, forse, anche in una fatale imprudenza
dell’equipaggio. Il percorso riguardava una tappa
obbligatoria di trasferimento e non la vera
regata: in seguito quella tragedia sembrò del
tutto priva di senso. In ogni caso la perdita di
vite umane si poteva evitare, se l’equipaggio
fosse stato pronto alle dure condizioni di quella
traversata, come aumentare al massimo le
precauzioni, indossare i giubbotti di salvataggio,
armare la zattera nel pozzetto. Prendere il mare,
sia pure per una regata, in novembre nel Golfo
del Leone con un avviso di burrasca forza dieci,
richiedeva delle precauzioni in più. Il Comitato
Promotore aveva consigliato vivamente ai
partenti di scegliere rotte ridossate in attesa di un
miglioramento delle condizioni del tempo.
Tuttavia gli avvertimenti non sortirono l’effetto
voluto e altri concorrenti, oltre al Parsifal,
naufragarono con perdita di ulteriori vite umane.
Paolo Venanzangeli, giornalista di “Nautica” e
del “Corriere dello Sport” disse: “Alla domanda
di un amico, non velista, ho risposto che uscire
in mare con quelle previsioni non equivale
assolutamente al suicidio, ma certamente a
cercarsi una situazione estremamente scomoda
dove tutto deve filare liscio. Possiamo forse - e
con la necessaria umiltà ed il dovuto rispetto azzardare misurate perplessità sulle decisioni di
chi (partecipanti ed organizzatori) non ha
ascoltato le raccomandazioni e/o i segnali provenienti da più parti: soprattutto dobbiamo
riflettere - ed imparare - che in condizioni limite
non esistono margini di recupero e che l’aiuto
esterno non può essere considerato una certezza,
bensì una scommessa.” Un’onda anomala che si
erge al disopra delle altre e ricade in un attimo
sull’imbarcazione abbattendo l’albero, portando
via l’autogonfiabile, aprendo verosimilmente lo
scafo che, appesantito in pochissimo tempo
affonda, rende inevitabile il disastro.
Questo è stato il caso del Parsifal. Il relitto che in
caso di naufragio non si deve mai abbandonare,
come recitano i manuali di sopravvivenza in
mare, in questa occasione non c’era più, si era
inabissato. A galla, qualche tanica, qualche
parabordo, poche cose giusto per fare una zattera
di fortuna, per aiutare il galleggiamento, reso
così difficoltoso dalle onde e dal freddo.
L’Epirb fece il suo dovere, l’allarme fu lanciato,
tuttavia il primo aereo arrivò in vista dei
naufraghi diciotto ore più tardi, quattro di più di
quello che, a quella temperatura, prevedono le
tabelle di sopravvivenza massima. Tre naufraghi
miracolosamente si salvarono, di uno fu
recuperato il corpo, gli altri sono stati
pietosamente dichiarati dispersi. È stato mai
possibile che per partecipare ad una regata con
caldi venti portanti (Alisei), nata con l’intento di
attraversare l’Atlantico in compagnia per dare a
tutti la possibilità di svernare ai Caraibi, quella
che doveva essere una passeggiata alla ricerca di
una chimerica traversata, ci si dovesse trasferire
tutti insieme, a date stabilite e quindi senza poter
scegliere il momento più opportuno, e proprio
attraverso il Golfo del Leone?
13 Vita di Club n. 2
Chi va per mare è a conoscenza dell’esistenza
dell’onda “gaffa”. In alcune circostanze le
barche da diporto non possono affrontarla con
sufficiente sicurezza. Si incontrano onde “matte”
che sono molto più alte delle altre e che se
colpiscono la barca la affondano in pochi minuti.
L’uomo e il mare
Uomo libero, tu amerai sempre il mare!
Il mare è il tuo specchio; contempli la tua anima
Nello svolgersi infinito della sua onda,
E il tuo spirito non è un abisso meno amaro.
Ti piace tuffarti nel seno della tua immagine;
L’accarezzi con gli occhi e con le braccia e il tuo cuore
Si distrae a volte dal suo battito
Al rumore di questa distesa indomita e selvaggia.
Siete entrambi tenebrosi e discreti:
Uomo, nulla ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi,
O mare, nulla conosce le tue intime ricchezze
Tanto siete gelosi di conservare i vostri segreti!
E tuttavia ecco che da innumerevoli secoli
Vi combattete senza pietà né rimorsi,
Talmente amate la carneficina e la morte,
O eterni rivali, o fratelli implacabili!
“Questa città, la cui immagine prevalente è ormai
legata alla ‘notte’, nutre, laggiù sul porto, figli che
ostinatamente intendono tener fede alle pur antiche
radici marinare. L’amore per il giorno, per la luce, per
il mare, per il vento e le stelle. I migliori di tutti noi, i
più capaci in questo ostinato esercizio, un pugno di
velisti, pagano con la vita questo smisurato amore. I
nostri fratelli, i nostri amici non ce l’hanno fatta
nell’attesa vana di vani soccorsi. Se ne sono andati ad
uno ad uno dopo essersi tenuti la mano a lungo, troppo,
sino all’ultimo stretti in un girotondo fatale, Le mani
amiche si sono aperte ad una ad una senza più presa sul
galleggiamento improvvisato. Ad una ad una in un
freddo mattino senza sole...”.
Dal necrologio pubblicato nel novembre 1995 su “Chiamami
Città” di Rimini
Charles Baudelaire, 1857
14 Vita di Club n. 2
ARCHEOLOGIA
INSECTATIO HOMINUM SUMMAE POTENTIAE
Ovvero: CONTRO
PATRIMONIO.
CHI
NEGLIGE
IL
PROPRIO
di RITA MARIA ASTOLFI OLIVA (Dama di Merito del
SMOCSG)
Q
uando
si
parla
di
Patrimoni
dell’Umanità, già di per sé, si dice di
qualcosa che tutti, ma proprio tutti, sulla
faccia del pianeta, devono ritenere
prezioso, al di là e al di sopra di tutto: etnie,
religioni, credi politici, caste, provenienza e ceto
sociale. Or bene, che cosa vi sia di più prezioso
del retaggio lasciatoci dai nostri Avi e
Progenitori, noi non sapremmo. In essi retaggi, è
racchiusa la nostra ascendenza, le nostre radici,
la nostra cultura, tutto il bene e tutto il male che,
nel corso di infiniti secoli è arrivato, i n t a t t o a
noi; che si è iscritto nel nostro genoma,
indelebilmente. Sottolineiamo, INTATTO!
Che cosa dire quando, dopo aver portato alla
luce tali meraviglie, intatte, lo ribadiamo, giunte
sino a noi fulgide e spettacolari, ibernate dai
secoli, prodigiosi lacerti di cultura massima e di
massimo splendore
… miracolosamente
restituiteci integre, che hanno superato indenni i
secoli, l’uomo – questo distratto, per esprimersi
con un eufemismo, essere che si cura solo del
proprio orticello, nel giro di qualche anno, porta
a disfacimento e distruzione irreversibile … un
‘Patrimonio dell’Umanità’?
L’occhio attonito dell’amante del Bello,
dell’innamorato dell’archeologia tutta, del
reverente essere che, au contraire, rispetta in
religiosa consapevolezza anche il più piccolo
lacerto che gli parli del suo passato … colui,
infine, che ritenga un dono inestimabile poter rivedere il proprio passato, non può credere di
trovarsi al cospetto dello scempio creato
dall’uomo distratto di cui sopra! A questo
proposito ci è sommamente grato poter
saccheggiare una grande Tesi di Laurea a cura
della Dott.ssa Giulia Grassi, Ingegnere,
recentemente Laureatasi a pieni voti nel Corso di
Laurea di Ingegneria Edile - Architettura 20102011. La qual Tesi porta per titolo:
“Musealizzazione della ‘Domus del Mito’ a
Sant’Angelo in Vado”. (…) Dunque in quei
tempi – si riferisce alle epoche passate –
l’ignoranza giustificava lo sciacallaggio, ma
attualmente lo scempio di ritrovamenti già
avvenuti o ancora da scoprire, non sarebbe in
alcun modo ammissibile, poiché la tutela per le
tracce del passato dovrebbe essere ormai un
valore basilare del nostro Paese e quindi da tutti
condiviso. (…) [ Giulia Grassi, Tesi di Laurea in
Ingegneria Edile - Architettura, Anno
Accademico 2010-2011, cap. II, sez 1-9, pag.
10].
Circa tre anni or sono
prendemmo visione
della DOMUS DEL MITO, recente scavo
archeologico
a
fronte
di
rilevamenti
fotogrammimetrici/cartografici compiuti da un
volo a bordo di un deltaplano sul Campo della
Pieve, appezzamento centrale di un Borgo
medievale assai rinomato e ricchissimo di
vestigia antiche: Sant’Angelo in Vado, l’antica
Tifernum Mataurense che dista ben poco dal
passo della Bocca Trabaria, della quale fu
15 Vita di Club n. 2
Capitale, in epoca assai remota, sull’Appenino
marchigiano.
Ciò che gli scavi avevano portato alla luce dopo
circa 20 secoli di interramento, erano circa mille
metri quadrati di splendidi tappeti musivi,
policromi, appannaggio di una Domus
insediatasi colà fra il I e il II secolo dopo Cristo,
presunto momento della sua prima decadenza;
benché dalle indagini stratigrafiche si possa, fuor
di dubbio, affermare che a più riprese, il sito è
restato in essere ed abitato con alterne fortune,
almeno fino al VI secolo.
A questo proposito ricordiamo, qui, en passant,
l’anno 258 d.C. in cui un’altra Domus, quella del
Chirurgo, in Rimini, fu distrutta da un incendio
ad opera di Iutungi ed Alamanni. Vero è che
quelle scorrerie barbariche venivano, per lo più
dal mare … ma nulla vieta di ipotizzare, forse
molto audacemente, che bande
sciolte delle medesime orde si
spingessero su per i monti
circostanti
alla
sanguinosa
ricerca di altro da distruggere!
Dicevamo, a riguardo della
Domus del Mito, della sua
scoperta e conseguente scavo. La
Dea Fortuna, mitica Protettrice
della zona, volle che il primo
ambiente, identificato come vano
6, ad essere scoperto fosse,
appunto, il Vestibulum che
prospicieva
sul
decumanus
Nord-Sud ad Ovest.
Quivi agli occhi attoniti si
presentò un tappeto musivo
composto da tessere minute
chiamate
vermiculatum
in
squillante color porpora/rosso pompeiano,
raffigurante il “Trionfo del Dio Nettuno”
affiancato dalla di lui sposa Anfitrite, su di un
cocchio trainato da ippocampi, splendidi
destrieri volanti estremamente espressivi, su di
un mare ricco di pesci (tre delfini per la
precisione): una visione strabiliante.
Seguì, nel corso dello scavo, la scoperta di altri
26 vani per un totale di 27, spettacolari e
stupefacenti ambienti impreziositi, per la
maggior parte da raffigurazioni mitologiche o
geometriche, precise al millesimo, vuoi di
rappresentanza, vuoi di servizio, per la maggior
parte policrome, bellissime, per un’area, come
s’è detto, di circa 1000 mq. Tutto ciò nell’anno
di grazia 2003. A questo punto non possiamo
esimerci dal dare notizia del paradosso, assai ben
descritto dalla Dottoressa Grassi, la quale,
sempre con dovizia di particolari ci informa che,
conseguente allo scavo, fu indetta una campagna
di restauro minuzioso e preciso al fine di
proteggere, rinforzare e tutelare lo spettacolare
ritrovamento. Troppo lungo, qui, ripercorrere le
varie tappe che ognun che abbia elementare
conoscenza archeologica, può sapere. Ciò che
lamentiamo a grandissime voci indignate è che
tutte le risorse impiegate in quella grande
campagna sono state gettate al vento. Un’unica
cosa occorreva, urgentissima, prioritaria, una
adeguata ed intelligente copertura onde evitare
ciò che, ora, sta sotto gli occhi scandalizzati di
tutti.
Or tutto questo detto, il lettore immagini, se può,
la sorpresa e lo stupore e, ci si passi la
drammaticità, il colpo al cuore di chi, avendo
visto tutto ciò solo una manciata di mesi or sono,
si trovi davanti ad uno scempio indescrivibile,
innominabile, incredibile.
Sorpassata la soglia dello scavo, davanti, sempre,
al Vestibulum, in luogo del sontuoso spettacolo
che rifulgeva nella mente e nel ricordo, una
visione di incuria e degrado senza uguali.
Scomparso interamente il colore, una polvere,
non secolare, bensì maledettamente attuale,
copriva tutto lo splendido disegno. A fatica si
poteva distinguere la scena e, dopo sforzi
inenarrabili una pallidissima parvenza, sempre a
Nord-Ovest, di un rimasuglio, di rosso?, macché,
uno sbaffo di rosso e non altro!
Dopo inevitabile piccolo grido di dolore,
un’attonita immobilità come di chi, di fronte ad
uno sterminio, debba prendere atto che tutto è
16 Vita di Club n. 2
stato irrimediabilmente perduto. Nulla al mondo
potrà restituire lo splendore che pur, ci si diceva,
era là solo pochissimi anni prima.
Che cosa sono tre anni a fronte di 20 secoli? Una
goccia nell’oceano del tempo. Ma sufficienti a
distruggere per sempre un “Patrimonio
dell’Umanità”. Infatti, dopo esserci riscossi dallo
stupore, visitando tutta l’area ci si doveva,
dolorosamente, accorgere che tutti gli altri
tappeti musivi avevano subito la stessa sorte.
Ora, dice la Dott.ssa Grassi al punto 2.3 (…)I
pavimenti musivi di buona ed ottima qualità e
per lo più ottimamente conservati, esibiscono
soggetti vari che mostrano l’inserimento di
Tifernum in un’ampia circolazione di cartoni
‘mobili’ e maestranze specializzate, e la
presenza nella città di una committenza colta e
raffinata.(…). [ Ibidem come sopra]. Ecco qua in
longitudine e latitudine cosa il ‘nostro’ tempo è
stato capace di fare. A qual scopo la
committenza colta e raffinata s’era data tanto
disturbo? Per consegnarci le loro meraviglie.
Consegnarle, a chi ? Nolite ostendere margaritas
ad porcos.
Più avanti, sempre al punto 2.3 nel corso di una
descrizione puntualissima, esaustiva, dotta, di
tutta l’area e di ciascun tappeto musivo, riporta
le parole di un grande archeologo, il compianto
Dott. Giuliano De Marinis, di recente,
prematuramente scomparso, che descriveva il
mosaico della Medusa con queste lapidarie
parole: (…) “Il ‘gioiello’ delle Marche”(…).
Particolari del mosaico della Medusa.
Questi 14 mq strepitosi ospitano una delle opere
musive di superno livello, non solo nelle
massime dimensioni, ( 7 x 7 m circa); di bellezza
spettacolare, - un tempo - policromo, con i suoi
quaranta tondi di figure simboliche, - non si
dimentichi che proprio da quest'ultimo è sorta la
titolazione dell’intero scavo! -; superbe le scene
di caccia con cani, la lotta fra i pesci, la stessa
composizione che si avvale di uno specialissimo
accorgimento prospettico, talché se si potesse
vederlo poggiandovi i piedi, le figure
Particolari del Mosaico della caccia.
Scena con magister canum.
balzerebbero, alla vista, quasi in verticale.
Inevitabilmente, a chiunque visiti lo scavo di
Sant’Angelo in Vado sorge spontaneo
paragonarlo ad un altro
eccellentissimo
scavo,
quello di Suasa; a seguito
di che, paratatticamente,
deve riconoscere che nel
confronto la Domus del
Mito superava, ahinoi, in
bellezza quello di Suasa pur magniloquente. Un
prezioso gioiello che, ora, l’uomo ha relegato fra
gli “irrecuperabili”.
Qui non si vuole abbattere la scure della
riprovazione su questo e quello; semplicemente
dare fiato e sollevare l’indignazione dei ‘pochi’
che hanno a cuore le gemme di incalcolabile
bellezza che l’antichità ci ha tramandato.
Ciascuno, in cuor suo, sa quanto abbia pesato la
propria indifferenza, la propria criminale
trascuratezza e nonchalance. Ciascuno, per sua
appartenenza reciti il “mea culpa”.
Rileviamo una serie altamente tautologica di
conseguenze di tal Vera Barbarie: ha mai
17 Vita di Club n. 2
qualcuno, in alto loco posizionato, pensato a
quale ritorno, perfino economico, potrebbe
venire da una opportuna divulgazione e mise en
éspace di tali e tanti tesori? Ci siamo mai detti,
in quest’ultima epoca di crisi planetaria, quanto
sarebbero utili sia per il campo lavorativo, sia
turistico di massa o d’élite opportune
collocazioni in essere dei tesori - con
conseguente fruizione da parte dei viaggiatori di
tutto l’orbe terracqueo - di cui la nostra povera
Italia è stracolma?
Qui giunti, chi sa perché la nostra mente ci porta
a ricordare che, già nove secoli or sono, perfino
il nostro Padre Dante, apostrofava così l’Italia:
(…) Ahi Serva Italia, di dolore ostello
nave sanza nocchiere in gran tempesta
non donna di provincie, ma bordello...(…)
Dante Alighieri, Pg. VI, vv.76-79
Proprio vero che nulla muta sotto la volta
celeste! Ci si è mai resi conto che distruggere il
nostro glorioso passato equivale, né più, né meno
che a dispregiare il nostro retaggio umano?
La scure dell’incuria non si abbatte solo sulle
opere restituiteci dai secoli, ma su noi,
direttamente e rovinosamente. Come si fa a non
comprendere che tutto ciò che facciamo o non
facciamo ricada a pioggia sul genere umano in
toto? Quel che ne scaturisce è l’impoverimento
della razza umana degradata a “soi-disants
hommes de monde”; di quale mondo, poi, si
parli è fin troppo chiaro: ognun per sé e Dio per
tutti, se mi si passa un vieto e becero luogo
comune. Il dio denaro, un po’ latitante da ultimo
in vero, è imperante e a tutto serve fuor che a
raddrizzare le storture che s’infittiscono ogni
santo giorno. In ogni campo e non solo nell’arte
e nella archeologia.
Allora, la nostra invettiva vuole semplicemente
dire: chi ha più giudizio lo adoperi e non per
correggere o tentare di usare un make-up inutile,
ma per evitare che altri e forse più rovinosi
scempi vengano compiuti.
Mosaici del triclinium.
Mosaico di Bacco.
18 Vita di Club n. 2
RIMINI SANITÀ
20 ANNI DELL’ORDINE
20 secoli di sanità a Rimini.
di ANTONELLA CHIADINI e STEFANO DE CAROLIS
I
l Museo della Città di Rimini, dal 25
gennaio al 23 febbraio 2014, ha accolto la
mostra sulla storia bimillenaria della sanità
riminese, realizzata dall’Ordine dei Medici
Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di
Rimini per festeggiare il proprio ventennale.
Sotto l’occhio vigile di Iano Planco – alias
Giovanni Bianchi (1693-1775), il più celebre
medico riminese del passato, eletto dallʼOrdine a
proprio “patrono” – oltre 150 tra oggetti e
documenti, provenienti da enti e prestatori
privati, hanno accompagnato il visitatore
attraverso i secoli, a partire dalla celeberrima
domus “del Chirurgo”, una straordinaria “casabottega” appartenuta a un medicus di origini
orientali distrutta da un incendio nel 260 d.C.
Dal basso Medioevo in poi l’assistenza
ospedaliera ha caratterizzato la storia della
sanità. Nel 1486, per volontà degli ultimi
Malatesta, ciò che resta dei quasi cinquanta
ospedali documentati a Rimini dal 1131 sino alla
fine del Quattrocento viene riunito nell’ospedale
trecentesco di Santa Maria della Misericordia
formando un unico grande nosocomio. Già
considerato «angusto» e scomodo agli inizi del
Seicento, l’ospedale continua a servire la città
per gli aspetti sanitari, caritativi e assistenziali
fino al settembre 1800, allorché viene trasferito
nell’ex Collegio dei Gesuiti assumendo l’attuale
denominazione di “Ospedale degli Infermi”.
Durante la seconda guerra mondiale subisce
gravi danni e, nel 1961, si decide il suo
Ligorio Donati (1725-post 1774), Ritratto di Iano
Planco. Olio su tela, 95 x 73 cm. Rimini, Museo della
Città. Fotografia di Gilberto Urbinati.
trasferimento in località Colonnella. La nuova
struttura, inaugurata il 15 giugno 1974, viene
ampliata e ammodernata negli anni fino ai nostri
giorni.
Tra gli altri ospedali cittadini è ancora vivo il
ricordo dell’Ospedalino dei Bambini (19101985) che, sotto la guida di valenti pediatri come
il prof. Antonio Del Piano e il prof. Ugo Gobbi,
ha raggiunto livelli altissimi nelle cure
all’infanzia. Fino al 1970 disponeva anche di una
Sala maternità (diretta dal dott. Adolfo
Fochessati) dove molti adulti di oggi sono nati.
Sempre nel Medioevo si sono sviluppate le
condotte mediche, di pertinenza comunale e
attive fino agli anni ’60 del Novecento. Il medico
condotto doveva assistere e curare tutti i
cittadini, gratuitamente quelli poveri. Figura
innovativa e per certi versi eroica specie nelle
aree più impervie e isolate, sapeva di medicina,
chirurgia, pediatria e ostetricia. Spesso, ancor più
nelle aree rurali, è il protagonista di azioni volte
a migliorare le condizioni di vita assumendo così
Francesco Brici (1870-1950), I sette medici riminesi (1901). Pastello su cartone, 48 x 200 cm. Rimini, Museo della Città.
Fotografia di Gilberto Urbinati.
19 Vita di Club n. 2
anche un importante ruolo sociale e culturale.
Parallelamente alle condotte mediche –
soprattutto nelle campagne e per le patologie più
disparate – si ricorreva alla figura del guaritore:
uno per tutti quel Nicola Gambetti di
Monterotondo (1832-1921) divenuto famoso nel
Montefeltro per essere riuscito a risolvere
felicemente la quinta gravidanza della Regina
Elena, moglie di Vittorio Emanuele III (1914),
che da otto giorni attendeva inutilmente di
partorire. Il viaggio nelle tappe della vita
attraverso le pratiche tradizionali, spesso
folkloristiche e frutto di superstizione, messe in
atto dalla gente di Romagna per difendersi da
malattie o propiziarsi salute e fortuna, ben
descrive il contesto sociale e culturale
modificatosi nei secoli.
Intorno al 1830 si comincia a venire a Rimini
«per giovarsi o a diporto o a salute de’ Bagni di
mare». Nel luglio 1843 viene inaugurato lo
“Stabilimento Privilegiato di Bagni Marittimi”
(su iniziativa del medico Claudio Tintori e dei
conti Alessandro e Ruggero Baldini), riaperto dal
Comune, dopo un periodo di stasi, nel 1873 e
ampliato con le palazzine gemelle, il Kursaal e la
Capanna svizzera. Nel 1876 sorge lo
Stabilimento Idroterapico guidato da illustri
medici quali Paolo Mantegazza e Augusto Murri,
centro di rilievo nazionale per la talassoterapia.
Nei decenni successivi, grazie agli ospizi marini
e alle colonie climatiche scolastiche, i benefici
delle cure marine vengono estesi anche alle
classi popolari e all’infanzia. Il documentario
Riminicinquanta, girato e montato dai medici
Alberto De Giovanni (1921-1996) e Franco
Bartolotti (1921-2013), racconta la Rimini
proiettata sul turismo balneare, piena di voglia di
vivere e ricostruirsi dopo il fronte.
Rimasta legata alla chirurgia generale per lunghi
secoli, l’odontoiatria è diventata una specialità
autonoma solo a partire dall’Ottocento e grazie
alle scoperte dell’asepsi, dell’anestesia e dei
raggi X. Ricchissimo il materiale esposto,
compreso un “riunito” Ritter del 1934 corredato
di poltrona, lampada e altri accessori originali.
In chiusura alla mostra non poteva mancare un
richiamo ai valori della professione medica e uno
sguardo al futuro e alle prospettive della ricerca
scientifica, sempre fedeli però a quel principio
filantropico che dovrebbe essere al centro della
professione del medico, così ben descritto da
Ippocrate oltre duemila anni fa: «Se c’è amore
per l’uomo ci sarà anche amore per la scienza».
La mostra è stata ideata e messa a punto dal
Gruppo di lavoro dell’Ordine coordinato dal
dott. Stefano De Carolis e composto dai medici
Leonardo Cagnoli, Giovanni Cananzi, Antonella
Chiadini, Maurizio Della Marchina, Mauro
Giovanardi, Maurizio Grossi, Mario Nereo
Marzaloni, Franco Mandolesi, Massimo Montesi
e Giovanni Morolli. Il catalogo della mostra è
disponibile presso l’Agenzia NFC Rimini (via
XX Settembre 32, tel. 0541.673550) o al
bookshop del Museo della Città di Rimini.
Uno scorcio della sezione
della
mostra
dedicata
all’odontoiatria
con
il
riunito Ritter completo di
poltrona RB e lampada
Rhein (1934). Fotografia di
Giorgio Salvatori.
Medaglia in oro (ø 28 mm), opera di Giuseppe Grava (1935 – vivente), coniata nel 1995 dalla ditta Johnson di Milano
per l’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Rimini. Viene consegnata agli iscritti per i 60
anni di laurea.
20 Vita di Club n. 2
ARTE&NATURA
PAESAGGI INVISIBILI
Come entrare in un paesaggio d’arte. Ce lo insegnano Rosetta Borchia,
pittrice e fotografa, e Olivia Nesci, docente di geomorfologia all'Università
di Urbino, avendo individuato i luoghi che fecero da sfondo ad alcune
opere di Piero della Francesca. Nel loro libro, Il paesaggio invisibile (ed.
Il Lavoro Editoriale), si racconta la scoperta dei punti panoramici che lo
ispirarono, i dettagli e le prove che ne confermano la veridicità.
di ANNA MARIOTTI BIONDI
G
li storici dell’arte hanno sempre
liquidato i paesaggi che facevano
da sfondo ai capolavori di
Leonardo da Vinci, Raffaello, Piero
della Francesca e di altri grandi artisti come
panorami irreali e immaginari. Rosetta
Borchia e Olivia Nesci, cacciatrici di paesaggi,
li hanno trovati, nascosti in spazi reali tra le
colline del Montefeltro, e li hanno resi
‘visibili’: "quelle montagne, quelle rocce, quei
fiumi dipinti, da sempre, erano stati lì sotto gli
occhi di tutti e soprattutto sotto lo sguardo dei
nostri grandi pittori … ad ogni rilievo, ad ogni
fiume, o vallata, è stato riconsegnato un nome e
un indirizzo". È stato ritrovato il reale paesaggio
della leonardesca Gioconda che è una veduta
aerea estesissima sull’antico Ducato di Urbino
vista dalle alture della Valmarecchia, resa con
una tecnica di rappresentazione prospettica, la
“compressione” che ne sintetizza la bellezza.
Tra i picchi e le rupi della Valmarecchia e le
dolci colline della valle del Metauro si sono
materializzati i paesaggi di Piero tanto che oggi
nei punti che il pittore scelse per i suoi fondali
sono stati allestiti “i Balconi di Piero”. Sono
punti di osservazione, da cui si
squadernano
all’orizzonte
panorami rimasti intatti nel tempo
tanto che sembrano proiettarsi
direttamente nei quadri. I balconi
di Piero fanno parte di un
progetto “MVR, Montefeltro
Vedute Rinascimentali” messo a
punto dalle due ricercatrici e da landscape
promoter (Davide Boccadoro, Silvia Storini) che
coinvolge le due province di Rimini, Pesaro e
Urbino. Capofila del progetto è il Comune di San
Leo. La finalità è ridare luce al “Paesaggio
Invisibile” e creare nel territorio del Montefeltro
un modello museale nuovo e unico al mondo:
percorrere un itinerario ritrovato è come
sfogliare un ricco catalogo di storia dell’arte.
A poca distanza dal centro storico di San Leo a
Monte Gregorio sono stati individuati due punti
panoramici da cui osservare i paesaggi
‘invisibili’ dipinti in due sue famose opere di
Piero della Francesca: il Dittico dei Duchi di
Urbino (Galleria Uffizi, Firenze) e San
Gerolamo
e
un
devoto
(Gallerie
dell’Accademia, Venezia).
Lo scenario che fa da sfondo al
ritratto di Battista Sforza, combacia
con il sorprendente panorama della
Valmarecchia
dalla
rupe
di
21 Vita di Club n. 2
Maioletto a Pennabilli e Talamello. Il balcone si
trova tra San Leo e l’Alta Valmarecchia.
Il panorama che fa da sfondo alla scena di San
Gerolamo a colloquio con un devoto,
presumibilmente il committente Girolamo
Amadi, nobile veneziano, è un altro scorcio della
Valmarecchia, ossia della valle che da Monte
Ceti fino a Montebello sfuma verso l’Adriatico.
Il balcone è posizionato nella dorsale di Monte
Gregorio verso il mare di Rimini.
Diversamente dai paesaggi del Dittico, Piero
della Francesca ha usato per questo fondale una
prospettiva non ‘aerea’, ma solo panoramica.
La veduta ‘a volo d’uccello’ che fa da sfondo al
ritratto di Federico da Montefeltro si trova,
invece, sulla piana del fiume Metauro tra i
Comuni di Urbania, Peglio e Sant’Angelo in
Vado, ove è stato allestito un balcone. Verso
l’orizzonte è riconoscibile Sant’Angelo in Vado
e, dietro, l’Appennino tosco-marchigiano con la
Massa Trabaria, l’Alpe della Luna, i Sassi
Simone e Simoncello ed il Carpegna. Il fiume
Metauro si snoda lungo la pianura fino a
diventare un largo specchio d’acqua. Sulla
sinistra del paesaggio dipinto, il fiume ed il lago
lambiscono la tenuta di caccia dei Montefeltro: il
Barco Ducale.
Anche il fondale ai carri trionfali dei Duchi di
Urbino, ritratti l’uno di fronte all’altra sul
terrazzo della Pieve del Colle, è identificato con
la pianura attraversata dal fiume Metauro nella
zona a cavallo dei Comuni di Urbania,
Fermignano, Urbino ed Acqualagna tra boschi,
vallate e colline. Il balcone si trova a Piana di
San Silvestro tra Fermignano ed Urbania
all’interno
del
podere
dell’Agriturismo
Biologico Pieve del Colle.
Come è visibile nel fotomontaggio tratto dal
libro”Il paesaggio invisibile”, sulla tavoletta di
destra, dietro il carro dove è seduta Battista
Sforza, si intravedono tre colline curiosamente
allineate, di cui la prima è San Lorenzo, la
seconda anonima, la terza Farneta. Sulla
tavoletta di sinistra, dietro il carro dove è seduto
il Duca, si affaccia il colle di San Pietro. Al
centro del dipinto si erge un rilievo piramidale
corrispondente a Mondelce, un tempo Mons
Hastrubali, che domina la piana ove avvenne la
famosa battaglia del Metauro.
Restituiti al mondo, i “paesaggi dipinti” sono
pronti per essere ammirati in loco.
Ieri e oggi paesaggi a confronto
Immagini tratte dal libro “Il paesaggio invisibile”.
22 Vita di Club n. 2
SERVICE
PREMIO “E. ALVISI”
Il 14 dicembre 2013 nella sede dell’Istituto per Geometri “O.
Belluzzi” è avvenuta la cerimonia di premiazione dei migliori
diplomati dell’anno scolastico 2012-13, ai quali la presidente
Lily Serpa Allison ha rivolto parole di lode per l’impegno e la
passione dimostrati nello studio. Ha ricordato lo spirito che ha
animato gli ideatori del Premio, Mario e Graziella Alvisi:
trasmettere alle nuove generazioni il senso del Merito e il
valore della Cultura, principio di crescita comune valido per La presidente del L.C. Rimini Malatesta con i soci
ogni settore della vita sociale.
Mario Alvisi e Alessandro Gaspari e il preside
Ha altresì spiegato chi siano i LIONS in Italia e nel mondo: Fabio De Angeli attorniano i
neogeometri
1.340.000 iscritti di un’organizzazione, riconosciuta dall’ONU, Federico Corbelli, Giacomo Mussoni, Federico
che opera per la crescita culturale delle comunità e si distingue Saltarelli.
per le politiche d’intervento nell’aiuto e sostegno umanitario
laddove fame, guerre, calamità naturali, malattie endemiche colpiscono il nostro pianeta.
Il Premio “Enrico Alvisi” in ventidue anni è stato assegnato a 76 geometri. Ricordiamo i loro nomi.
Edizione
Nr. Nominativo premiati Istituto per Geometri “Belluzzi”
1
2
1992/1993
1993/1994
3
3
3
4
1994/1995
1995/1996
3
4
5
1996/1997
4
6
1997/1998
7
7
1998/1999
8
8
9
10
1999/2000
2000/2001
2001/2002
3
3
4
11
2002/2003
3
12
13
14
15
16
17
2003/2004
2004/2005
2005/2006
2006/2007
2007/2008
2008/2009
3
3
3
3
2
5
18
19
20
21
2009/2010
2010/2011
2011/2012
2012/2013
3
3
3
3
CRISTIAN CECCOLI, MARILENA MORRI, ENRICO LUNEDEI
DAVIDE PAGANELLI, MONICA EVANGELISTI, DANIELE
BIANCHI
MICHELA FRISONI, SIMONA BIANCHI, CLAUDIO BIANCHINI
MANUELE CAMPIDELLI, GUIDO DI PANCRAZIO, MARIO RENZI,
LUCA TORSANI
LAURA COLINUCCI, OMBRETTA DEL PRETE, ALBERTO
MAZZA, ALFIO GIOVAGNOLI
GIULIANA BARULLI, PAOLO PATRIGNANI, MARCO SABATINI,
ENRICA LUCCHI, ARIANNA CIOTTI, PAOLA ACCIARRI, LUCA
MACRELLI
GIANLUCA PERUZZI, FEDERICO RAVANO, ALESSANDRA
MORRI, SILVIA RUBBIOLI, RAFFAELLA RINALDI, MICHELE
MONTANARI, MELISSA ANTOLINI, SONIA CONTADINI
ANNA ANTIMI, GLAUCO VIGENI, LUCA ZAMAGNA
SUSANNA DIMILTA, FABIO GRASSI, LORENA GUALDI
MORENO SIMONCINI, LUCA CRESCENTINI, PAMELA
PEDRELLI, PAMELA AMICI
VIRGINIA CERMARIA, SAMANTHA SILVAGNI, ROBERTO
PAZZINI
ANDREA GALANTI, FABIO PRETELLI, GIADA SPADA
MARIKA FANTINI, MARTA MORRI, NICOLA SCHIAVONE
DAVIDE GASPERONI, DANIELE PRUCCOLI, ANDREA BAROGI
ANDREA AGRESTI, GIOIA BRUGHIERA, GIUSEPPE SICILIANO
MICHELE RICCI, PIERPAOLO TROVANELLI
ALESSANDRO URBINI, ANTONIO ABBATE, GIUSEPPE
LOPARDO, SAMUELE MAZZA, SALVATORE TOTARO
ALEX BALZI, ROBERTA PALOMBO, GAIA PADOVANO
MANUEL DELL'OMO, LUCA GALLANTI, SABRINA GARUFFI
ARIANNA PAGLIARINI, STEFANO PATRIGNANI, FABIO PIRONI
FEDERICO CORBELLI, GIACOMO MUSSONI, FEDERICO
SALTARELLI.
23 Vita di Club n. 2
MEETING
FORMAZIONE E FUTURO
Ovvero studiare per dare senso alla vita. La scuola non è solo un luogo di apprendimento. È anche e, soprattutto,
un luogo in cui si insegna il mestiere di vivere, a essere uomini e donne liberamente capaci di aderire alla verità e
di investire in un progetto esistenziale a lungo termine. Questo hanno indubbiamente imparato nel loro brillante
percorso scolastico i tre neogeometri che hanno meritato quest’anno il premio “Enrico Alvisi”: Federico Corbelli,
Giacomo Mussoni, Federico Saltarelli.
Dopo la premiazione avvenuta presso l’Istituto “O.Belluzzi”, nella conviviale del 28 gennaio 2014 si sono svolti i
festeggiamenti con la consegna del dono ‘materiale’ ai tre giovani alla presenza dei loro familiari, del Preside
dell’Istituto, professor Fabio De Angeli, di numerosi soci e ospiti, riuniti attorno a Graziella e Mario Alvisi, ideatori
e finanziatori del premio alla memoria del figlio Enrico, troppo presto perduto, ma eternato simbolicamente nei
giovani che di anno in anno come in una ideale staffetta hanno ricevuto il premio dalle mani dei due generosi
genitori.
Come ha ricordato la presidente Lily Serpa Allison, fra gli scopi dell'azione del Lions, vi è il tema della crescita
culturale delle realtà locali, ove sono presenti e attivi i club. Il premio “E. Alvisi”, come quello “V. Vitale”, organizzati
dal Club Rimini Malatesta, rappresentano la concreta realizzazione di questo obiettivo e ne sono una indelebile
testimonianza cittadina.
Sopra: La Presidente con il Preside Fabio De Angeli, i tre
giovani premiati, Alessandro Gaspari, già preside dell’Istituto
Belluzzi, Mario Alvisi.
A ds.: La Presidente con Graziella e Mario Alvisi
24 Vita di Club n. 2
RIMINI STORIA
DONNE MALATESTIANE A SCOLCA
Amico Aspertini (Bologna 1474-1552), Il giudizio di Paride, olio su tavola 19,5x59,5 cm., Milano, collezione Bargellesi A.M. Novelli.
Ispirata al tema "Le donne malatestiane a Scolca" la quinta stagione de “I venerdì di Scolca. Salire al colle in una
sera d’estate”. La rappresentazione del 2013 si è infatti soffermata su alcuni personaggi femminili che hanno
incontrato Scolca nella loro vita, facendovi tappa per i più diversi motivi. Sono cinque grandi donne della prima
metà del Quattrocento dalla comprovata religiosità. Raccontiamone la storia …
di FRANCA FABBRI MARANI
L
a Scolca: località
sacrale
fin
dall’antichità. Non poteva scegliere
altro sito il signore di Rimini Carlo
Malatesta, vicario papale, risolutore
dello scisma dei tre papi e valente condottiero,
per erigere nel 1418 l’abbazia intitolata alla
Vergine Annunciata, a suffragio dell’anima dei
genitori Galeotto Malatesta e Gentile da Varano.
La volle bella, di armoniche e sobrie forme e sul
soffitto a cassettoni fece dipingere uno degli
stemmi araldici della casata, quel cimiero
crestato che più sentiva appartenergli.
E, vicina, volle per sé e per la sua famiglia una
residenza estiva, sollievo alla calura, delizia per
l’amenità del paesaggio, rifugio per il palpabile
silenzio, conforto e luogo di preghiera nelle
dolorose vicende della vita, soprattutto per le
donne della sua casata.
Della presenza di tante donne dei Malatesta
ritroviamo l’eco alla Scolca, voci che
provengono dal passato, ora serene, ora
imperiose, ora malinconiche, ora gioiose, ora
dolenti, ora ferventi, ora flebili e fioche
all’appressarsi della morte.
● Elisabetta Gonzaga Malatesta
Elisabetta Gonzaga Malatesta siede allo scrittoio,
intenta a stilare una delle tante lettere redatte nel
corso della sua vita, un ricco epistolario
conservato in archivio che ci svela la sua
personalità sotto il duplice profilo di donna e di
signora. Nata nel 1363 da Ludovico Gonzaga e
Alda d’Este, due importanti casate nel panorama
storico dell’epoca, viene emancipata a soli 13
anni con una cospicua dote, depositata nel
fondaco dei grani di Venezia, che gestisce
personalmente1. Diviene signora di Rimini dopo
il matrimonio con Carlo Malatesta, celebrato nel
1386. Donna intelligente, risoluta e pia, svolge il
suo nuovo ruolo con capacità e consapevolezza,
e, dal momento che le nozze si rivelano sterili, si
dedica con attenzione e premura all’educazione
dei nipoti del marito: Laura (detta Parisina),figlia
di Andrea ed i maschi Galeotto Roberto,
Sigismondo Pandolfo e Malatesta Novello, figli
1
Essendo una dote importante, nomina dei procuratori, cui
invia diverse lettere per avere costanti informazioni. In
un’occasione i denari dotali vengono dati al fratello
Francesco per necessità di guerra.
25 Vita di Club n. 2
naturali di Pandolfo III, che Carlo farà
legittimare con dispensa papale dal pontefice
Martino V, affinché possano succedergli nella
signoria. Pur inserendosi perfettamente nella
nuova realtà, mantiene sempre vivi i legami con
la famiglia e i luoghi d’origine anche quando
non si reca più a Mantova e Borgoforte e resta
costantemente a Rimini.
L’epistolario ce la mostra in questa duplice
veste: da un lato amorosa partecipe delle vicende
dei parenti gonzagheschi, dall’altro abile
“reggente” in assenza del marito,
impegnato nelle campagne militari2.
Nel carteggio che potremmo definire
“intimo” compare sempre, sia in qualità
di scrivente che di destinataria, il
vezzeggiativo “Isabetta”, retaggio della
sua giovinezza, segno eloquente del
vincolo affettivo coi familiari che con
questo nome usavano chiamarla. In
queste lettere, specie in quelle dirette al
fratello Francesco, signore di Mantova,
lo stile ed il tono appaiono dimessi,
riconoscimento dell’importanza del
casato della famiglia di provenienza3.
Ben diversi il tono e lo stile delle lettere
ufficiali, inviate in qualità di “signora”
che fa le veci del marito, ai vicari
preposti al governo delle varie città,
specie a quello di Osimo. In queste ci
appare sicura e risoluta, consapevole del
suo ruolo, accorta nella richiesta di informazioni
e imperiosa nelle decisioni da prendere, donna
che, per quell’intelligenza politica e diplomatica
che le deriva dal ramo estense, anticipa le grandi
figure femminili del Rinascimento.
“Egregio legum Doctori, Domino Antonio de Trdento
Vicario Auximano.
Messer Antonio — Avimo recevudo una lectera dagli
Anciani d’Ancona, la quale iglie scrive a mi Isabetta in la
quale loro se dole che la gracia che io Isabetta fie a
quiglie soy homini, che era lie presi per lo grano, che iglie
aveva tratto senza licentia, non glie oservada in questa
parte che disse ché le bestie non glieno state vendude,
anco eno stado vendude. E per ciò voglio che caso le
bestie siano stade vendude de poy che iglie l’abe la gracia,
che subito glie sie vendude o i dinari o le so bestie. …
2
Queste lettere la rendono ambasciatrice inconsapevole di
entrambe le signorie attraverso le informazioni offerte
all’una e all’altra.
3
Elisabetta perde il padre quando è ancora ragazza, le
restano sempre vicini il fratello Francesco e la sorella del
padre, la zia Margherita, vedova di Giacomo di Carrara,
signore di Padova. Alla morte del fratello (invano recatosi
a Loreto per perorare la grazia) le lettere vengono inviate
al nipote Gianfrancesco divenuto signore di Mantova e alla
moglie Paola Malatesta.
Anco ce scrive i detti Anciani che ce prega fasiamo che i
soy possano trare el grano, l’altre biade che iglie ano
racolto in quello di Osemo, Senegalia, Montefeltrano,
Castelloficardo, Ofagnia, et cosie siamo contenti possa
trare quelle che iglie ano raccolto pagando loro el so
debito, cioè la gabella.”
Isabetta et Galeotto del S. K.
Veruculi, die XXVIII Augusti V. ind. 1412
Pur mostrandosi pia e fervente tanto da
influenzare il nipote Galeotto Roberto nel suo
zelo religioso, alla morte di Carlo, avvenuta nel
castello di Longiano nel 1429, non si ritira,
com’era consuetudine,in convento,
preferendo restare a fianco del
nuovo signore come guida nelle
questioni di governo.
Si spegne alla Scolca nel
luglio1432, due mesi prima della
morte del nipote prediletto
Galeotto Roberto e tre anni dopo la
morte del marito Carlo. Come lui,
sarà sepolta nella chiesa di San
Francesco, il futuro Tempio
Malatestiano.
È del 1399 il memorabile
pellegrinaggio che fece con Carlo,
da Rimini alla chiesa di Santa
Maria del Ponte Metauro a Fano,
intitolata, come la Scolca, alla S.S.
Annunziata, con un imponente
corteo di ottomila uomini al seguito
di lui e cinquemila donne al seguito di lei.
●Laura Malatesta D’Este detta Parisina
La leggiadra Parisina! L’incantevole Parisina!
Alla nascita, nel 1404, tutte le fate alla sua culla:
beltà, intelligenza, garbo, carattere, grazia,
eleganza, nulla le manca, ma il destino tiene in
serbo per lei eventi luttuosi ed una tragica fine.
Ha appena pochi giorni di vita quando la madre
Lucrezia viene uccisa col veleno da suo padre,
Cecco Ordelaffi, perché ha scoperto la congiura
da lei ordita, assieme al marito Andrea
Malatesta, signore di Cesena, per spodestarlo
dalla signoria di Forlì ed impadronirsi delle sue
terre. Laura dapprima è accudita amorevolmente
dalle nutrici e cresce assieme ai fratellastri, ma,
quando il padre si risposa, la matrigna Polissena
di Sanseverino si rivela insofferente a crescere la
prole del marito e la separa da loro che, più
grandi, vengono mandati a nozze. Si trova così a
crescere in un ambiente divenuto opprimente ed
estraneo e questo vissuto genera in lei
un’esigenza di libertà ed autonomia che segnerà
26 Vita di Club n. 2
tutta la sua vita. A dodici anni, alla morte del
padre, nel 1416, viene mandata a Rimini, alla
corte dello zio Carlo Malatesta, divenuto suo
tutore. Si prende cura di lei la zia Elisabetta
Gonzaga Malatesta che, sotto la guida di validi
maestri, fa sì che riceva una raffinata
educazione. Impara a scrivere e parlare
fluentemente in latino, si appassiona alla
letteratura, diviene esperta di moda e galateo,
coltiva la musica, pratica l’equitazione, la caccia
e la falconeria, conosce le carte e i tarocchi. Si
muove con grazia senza pari e, piano piano, il
nome “Laura” viene dimenticato, per lasciar
posto a quello di “Parisina”, la parigina, la
sofisticata, la donna aggraziata, di gusto e di
stile. Nel 1418, a soli quattordici anni, con patti
nuziali stipulati dallo zio Carlo per motivi
politici e strategico-militari, viene data in sposa a
Nicolò III d’Este, marchese di Ferrara, più
vecchio di lei di ben ventun anni. Gli
porta una dote importante di
terreni, vigne, ulivi, casali,
animali, nella zona di
Poggio Berni.
Per evitare assembramenti
di persone che potrebbero
creare il rischio di una
pestilenza,
flagello
frequente a Ferrara, le
nozze sono celebrate senza
sfarzo. Nella nuova città,
ove giunge come signora,
Parisina
incanta
sudditi,
cortigiani e domestici con la sua
avvenenza, il suo garbo, la sua eleganza; è amata
per la sua gioia di vivere e la ventata di novità
introdotta a corte. Lo stato estense, uno stato
pacificato che persegue rapporti politici di
neutralità mediante la diplomazia, è frequentato,
in questa età di mezzo tra Gotico e
Rinascimento, da personalità di rilievo,
intellettuali ed artisti.
In questo contesto Parisina, dai costumi eruditi e
raffinati, si inserisce con tranquilla intelligenza e
leggiadra sicurezza tanto da riuscire ad
affascinare anche il marito, da sempre invaghito
di Stella Tolomei, che governa la casa estense
come se ne fosse la signora e gli ha dato tre figli
maschi: l’amatissimo Ugo, legittimato a
succedergli, Leonello e Borso. La Malatesta non
si fa turbare né dalla presenza della favorita, che
allontana subito dalla dimora estense4, né da
4
Stella è costretta a traslocare nella sontuosa residenza
cittadina dei suoi fratelli.
quella dei numerosi figli illegittimi, della cui
educazione si prende cura.
Sceglie come dimora il palazzo marchionale5,
ampio ed arioso6, dove riserva per sé uno
studiolo in cui rifugiarsi a leggere e suonare.
Libera di spendere denari propri, si dedica al
commercio, acquista terreni, amministra
personalmente le finanze domestiche, fa correre i
suoi cavalli nei vari agoni. Ma ciò che più
affascina in questa donna è la gioia di vivere,
espressa dagli innumerevoli passatempi e svaghi,
che la vedono amazzone solitaria nel barco di
Belfiore, cacciatrice instancabile nelle riserve
venatorie del marito, esperta nel suono dell’arpa,
collezionista di rarità, committente di pezzi di
oreficeria, opere di pittura, miniature, tessuti e
ricami. Ama leggere frequentemente il romanzo
“Tristano”, di cui affida la legatura al suo
cartulario di fiducia: Bartolomeo.
Entre ses bras Yseut la reïne.
Bien cuidoient estre a seor.
Sorvient i par estrange eor
Li roisque li nains i amene.
Prendre les cuidoit a l'ovraine
Mesmerci Deubien demorerent
Quant aus endormis les troverent.
Li rois les voitau naim a dit:
Atendés moi chi un petit;
En cel palais la sus irai,
De mes barons i amerrai:
Verront com les avon trovez;
Ardoir les frai, quant ert pruvé.
Tristran s'esvella a itant
Voit le roimes ne fait senblant:
Car el palés va il son pas.
Tristram se dreche et dit: "A! las!
5
Precisamente l’appartamento al primo piano della Torre
di Rigobello (l’attuale Torre della Vittoria nel palazzo
municipale), sotto le luminose sale dell’archivio e della
biblioteca, preferendolo al Castel Vecchio (l’attuale
Castello Estense).
6
Le stanze erano confortevoli, alcune denominate,
secondo l’uso del tempo, col nome dei soggetti dipinti alle
pareti, spesso elementi araldici (ad esempio la camera
delle colonne era ornata con dipinti di colonne dal
capitello corinzio, uno degli elementi cari a Nicolò per
indicare il suo governo saldo, la camera "degli alicorni"
era decorata col motivo dell’unicorno, la "camara da le
rode", col simbolo araldico della ruota). La camera dove
dormiva Parisina era molto sfarzosa, arredata con vari
mobili, un'alcova con le cortine color cremisi, una coperta
di raso verde e nero ricamata al centro con una figura di
donna che suona l’arpa. Sappiamo molto della "camareta",
cioè la stanza da letto nella perduta delizia estense di
Belliore che era decorata a ursi, l'alcova aveva tende in cui
era replicato lo stesso soggetto, con un baldacchino
cremisi e, tutt’intorno, una frangia pendente dalle tinte
vivaci, verde, scarlatto e turchino. È stato riprodotto un
esemplare che si può ammirare all'ingresso della chiesa.
27 Vita di Club n. 2
Amie Yseutcar esvelliez:
Par engien somes agaitiez!
Li rois a veü quanque avon fait
Au palais a ses omes vait;
Fra noss'il puetensenble prendre
Par jugement ardoir en cendre.
Je m'en voil alerbele amie
Vos n'avez garde de la vie
Car ne porez estre provee.
alla clemenza di amici e consiglieri; nottetempo
fa arrestare i due giovani, li fa portare nelle
segrete del Castello e istruisce un processo
veloce per dar parvenza di legalità alla sentenza
di condanna a morte per decapitazione8, che
viene eseguita il 21 maggio 14259.
Parisina fino all’ultimo pensa solo a salvare Ugo
e si attribuisce tutta la
Con
la
consueta
colpa, mentre Ugo
baldanza,
nella
pensa solo a se stesso
primavera del 1419, dà
chiedendo pietà al
l’annuncio in solenne
padre. I due amanti
latino ai maggiorenti di
vengono sepolti la notte
Modena
del
parto
stessa
vicino
al
gemellare di Ginevra e
campanile della chiesa
Lucia, con gioia ed
di
San
Francesco.
orgogliosamente,
Muore la bella Parisina,
incurante della
"bellissima e vaga e
delusione del
[...]
baldanzosa
e
marito, sempre
lasciva, con due occhi
in
attesa
del
che amorosamente in
maschio legittimo. Questi, Thomas d’Angleterre (XII sec.), Tristano e Isotta,
capo le lampeggiavano"
cui verrà posto il nome di
(Matteo Bandello), ma
Carlo Alberto, nascerà due anni più tardi, il 24
la sua fama attraverserà i secoli, parlando al
maggio 1421, ma, debole e malaticcio, morirà
cuore di scrittori e poeti di ogni tempo e nazione.
pochi mesi dopo. Precorrendo una consuetudine
tipicamente rinascimentale, Parisina ama i
● Margherita D’Este Malatesta
viaggi: si reca spesso nelle delizie estensi fuori
città, va a Venezia, Padova e nel Polesine,
Margherita, dal latino margarita, perla ; questo
compie pellegrinaggi, si reca in visita ai parenti
il nome scelto da Stella Tolomei10, bionda
riminesi e ravennati. Secondo una delle versioni
bellezza senese, ingannata con una promessa di
tramandate è proprio durante un viaggio a
nozze mai mantenuta11, per l’unica figlia
7
Ravenna , fatto nel maggio 1424 con il figliastro
partorita nel 1411 al marchese di Ferrara, Nicolò
Ugo, ventenne come lei, che nascerà quell’amore
III d’Este. Com’era negli intenti della madre
che sfocerà in tragedia. Durante il soggiorno
dandole questo nome, fu figlia prediletta dal
presso la sorella Elisabetta da Polenta
padre12 e tale rimase anche dopo la nascita delle
un’amicizia basata sulle affinità si trasforma in
figlie legittime, verso cui il marchese nutriva una
passione travolgente.
forma di insofferenza, perché gli rammentavano
I due amanti si incontrano segretamente durante
l’imperdonabile offesa fatta al suo orgoglio dalla
tutto l’anno fino alla primavera del 1425, prima
lontano da Ferrara, poi, imprudentemente, nello
8
In due celle distinte nei sotterranei della Torre
stesso palazzo marchionale. Così la tresca viene
Marchesana, la torre su cui attualmente batte l’orologio.
9
scoperta e ne è informato il marchese; questi,
Con loro vengono giustiziati l'amico e complice dl Ugo,
sconvolto ed incredulo, deve arrendersi
Aldobrandino Rangoni da Modena e pare due damigelle dl
Parisina.
all’evidenza quando, da un buco fatto nel
10
Morta nel luglio 1419, Stella viene sepolta nella chiesa
pavimento dell’archivio sovrastante la camera da
di San Francesco che, insieme a Santa Maria degli Angeli
letto di Parisina, vede l’amplesso dei fedifraghi.
e al monastero del Corpus Domini, ha accolto nei secoli le
Infuriato per l’affronto, non dà ascolto all’invito
spoglie degli Estensi.
11
7
Questa l’ipotesi più attendibile. La "damnatio memoriae"
volta a tutelare l'onore della casata ha fatto sparire i
documenti relativi all’anno 1425, per cui non si sa
esattamente lo svolgersi degli eventi. Nelle cronache coeve
o posteriori viene sempre ricordata solo l’esecuzione
capitale.
Per quanto i Tolomei vantassero un rango patrizio, non
era sufficiente per la corte estense ai fini delle strategiche
scelte di nozze politicamente utili.
12
Secondo alcuni anche il largo uso dell’emblema floreale
della malgarita da parte di Nicolò III sarebbe da ricollegare
a questa predilezione. L’emblema sarà poi ripreso da
Leonello per omaggiare la prima moglie Margherita
Gonzaga.
28 Vita di Club n. 2
consorte Parisina Malatesta. Proprio la decisione
della sua esecuzione diviene l’evento
determinante nella vita di Margherita. Infatti
Nicolò III, volendo rinsaldare il vincolo di
alleanza con i Malatesta che la condanna di
Parisina aveva rischiato di rompere, propone il
matrimonio tra la figlia e Galeotto Roberto,
sedicenne come lei, destinato a divenire signore
di Rimini. I Malatesta, dal canto loro, non
potendo rinunciare alla protezione di Ferrara,
acconsentono. Il destino di Margherita viene così
deciso sulla base della ragion di stato.
Le trattative sono affidate a Leonello, che, in
modo accorto, assegna come beni dotali a
Margherita le terre e gli averi portati in dote agli
Este da Parisina, riuscendo nel duplice intento di
fornire alla sorella una ricca dote e cancellare il
ricordo della fedifraga, restituendo ai Malatesta i
beni aviti. Nicolò vuole accompagnare di
persona la figlia a Rimini per le nozze, con gran
pompa e un ricco seguito di dame e cavalieri 13.
Nel settembre 1429, dopo la morte dello zio
Carlo, Galeotto Roberto è chiamato al governo
dello Stato assieme ai fratellastri Sigismondo
Pandolfo e Malatesta Novello, ma il nuovo
signore mostra chiaramente di non aver
propensione per il governo così come non l’ha
per l’amore coniugale. Uomo devoto a Dio
(passerà alla storia col nome di Beato), trascorre
il suo tempo in preghiera e penitenza. Ciò
nonostante, Margherita, intelligente e pronta,
non si lamenta delle sue nozze bianche e svolge
da subito il suo ruolo di signora, esautorando
Elisabetta Gonzaga dell’influenza sul governo.
Con la sicurezza e la lungimiranza tipica delle
donne estensi, sa consigliare il marito sulle
questioni territoriali, politiche e militari in anni
che si rivelano difficili per le sollevazioni
popolari e la minaccia del papa Martino V di
riprendersi le terre dell’Adriatico. Ma, proprio
quando la situazione tende a normalizzarsi dopo
la vittoria di Sigismondo contro le milizie
pontificie, Galeotto Roberto non riesce più a
rinunciare all’aspirazione della sua vita: ritirarsi
da tutto e dedicarsi unicamente alla preghiera. A
questo punto Margherita decide di non opporsi;
nel luglio del 1432 il marito, dopo aver abdicato
in favore dei fratelli, veste l’abito di terziario
francescano, ritirandosi in un monastero
dell’Ordine a Santarcangelo. Qui le pratiche
estreme di purificazione e penitenza che egli
13
Gli storici non sono concordi sull'anno delle nozze, che
viene individuato da alcuni nello stesso 1427, da altri
spostate al 1428, da altri ancora al 1429.
infligge a un corpo già debole e provato lo
portano alla morte a soli ventun anni, dopo
neanche tre mesi di vita religiosa. Sepolto il
marito con un funerale modesto com’egli aveva
disposto, Margherita resta ancora in Romagna
finché non vi giunge Ginevra come moglie di
Sigismondo e solo nel 1436, due anni dopo le
nozze, torna nella natia Ferrara14.
Ma l’esperienza fatta vicino al “Beato
Malatesta” l’ha segnata profondamente: pur
avendo solo venticinque anni, non vuole più
saperne di matrimonio15.
Durante i quarantaquattro anni di vedovanza è
spesso in pellegrinaggio per monasteri ferraresi;
dopo di che si fa terziaria di Santa Chiara e
sorella “non professa” nel convento del Corpus
Domini di Ferrara, dove più tardi prenderà i voti
e la clausura Violante di Montefeltro, vedova di
Malatesta Novello e dove verrà poi sepolta
Lucrezia Borgia.
Margherita tornerà a Rimini nella drammatica
occasione della morte del figlio di Ginevra,
Roberto Novello, quindi per le morti di Ginevra
stessa e di Polissena. Verrà in Romagna anche
nel 1475 dopo la scomparsa di Sigismondo
Pandolfo, per redigere il proprio testamento, in
cui dividerà i vari lasciti tra personalità e
istituzioni religiose ferraresi, quali i conventi del
Corpus Domini, di Santo Spirito e di San
Guglielmo. Muore al monastero del Corpo di
Cristo il 12 agosto1476.
● Ginevra D’Este Malatesta
Ginevra è una delle due gemelle partorite al
marchese di Ferrara Nicolò III d’Este il 25
marzo 1419 dalla giovanissima moglie Parisina.
Con amore ed orgoglio la madre aveva scelto per
una delle due creature questo nome a lei caro,
tratto dalle canzoni di gesta e dai romanzi
bretoni in voga a quell’epoca alla corte ferrarese
e da lei prediletti. Ma il nome dato non
14
Qui prende alloggio nelle stanze affrescate con l’insegna
araldica del Worbas. Il Worbas è un animale fantastico, da
bestiario medievale, una specie di leone con una cresta da
drago sul capo ed una coda di pesce squamosa e azzurra
che finisce con un pennacchio di piume. Alcuni vogliono
ricondurre questa scelta all’inquietudine della sua anima.
15
Quando Margherita torna a Ferrara, prima Nicolò III,
poi il fratello Leonello progettano per lei nuovi matrimoni,
ma Margherita non vuole saperne di nozze. Gustosa la
leggenda che sia sfuggita al matrimonio col conte dl
Montefeltro cui l’aveva promessa il fratello grazie
all’intervento provvidenziale del defunto Galeotto
Roberto, che fece morire il promesso sposo poche ore
prima del matrimonio per una caduta accidentale.
29 Vita di Club n. 2
corrisponderà all’indole della fanciulla, il cui
animo resterà irrimediabilmente segnato dalla
perdita della madre in circostanze tragiche ad
appena cinque anni. Fino a questo momento era
stata fatta oggetto di attenzioni e di cure e la sua
infanzia era trascorsa serena (a corte lei e la
sorella erano chiamate “le madonnine”), ma,
dopo la tragedia della madre, la sua vita si svolge
all’insegna del rifiuto del padre, che non tollera
la vista di chi costantemente gli ricorda l’onta
arrecata al suo nome. L’insofferenza paterna la
induce pertanto a far percepire il meno possibile
la sua presenza, a cercare di rendersi invisibile.
Diviene così incolore e silenziosa, preda di una
struggente, inguaribile malinconia e ritrosia. Né
sorte migliore ha quando approda, non ancora
quindicenne, alla corte dei Malatesta, vittima
sacrificale di un’unione con Sigismondo
Pandolfo, voluta dal padre per rinsaldare
quell’alleanza tra i due stati limitrofi che lo
sfortunato matrimonio di Margherita e Galeotto
Roberto non era riuscito a cementare. Alla sposa
viene assegnata una dote estremamente povera
senza alcuna assegnazione di contrade, poderi e
casali; solo un corredo dotale alquanto irrisorio.
Le nozze vengono celebrate in due tempi e in
due luoghi distinti, ma si svolgono sempre
all’insegna di tristi presagi. La prima
celebrazione, tenuta a Ferrara nel marzo1433, in
tempo di quaresima (auspicio di nozze infelici),
vede un Sigismondo Pandolfo distratto e
scontroso, che, poiché deve partire per la guerra,
lascia Ginevra nella casa paterna, dove resterà
ancora per un anno. Finalmente la giovanissima
sposa lascia Ferrara ed il 7 febbraio 1434 si
celebra in pompa magna il matrimonio a Rimini,
ma, durante i festeggiamenti, i cattivi auspici si
ripetono: una pioggia torrenziale cade sul corteo,
inzuppando la ricca palandra della sposa e il
mantello fiammingo bordato di ermellino,
mentre il vento si accanisce a disfare la ricercata
acconciatura di nastri bianchi. Ginevra vive
poco, appena ventun anni, sempre in un abisso di
malinconia, negletta nella nuova città da un
marito diciassettenne, ambizioso e gagliardo,
come un tempo lo era stata nella natia Ferrara,
dove tornerà una sola volta, durante i sei anni
riminesi, in occasione delle nozze di Leonello
con Margherita Gonzaga. La sua vita di profonda
solitudine al palazzo del Gattolo, che sarà poi
trasformato nel principesco Castel Sismondo,
scorre all’insegna degli eventi familiari: nascite,
matrimoni e funerali, messe solenni in San
Francesco, qualche soggiorno a Santa Maria di
Scolca, per trovare un po’ di consolazione
spirituale. Dai monaci della Scolca fa celebrare
la messa in suffragio della gemella Lucia, morta
improvvisamente appena sei mesi dopo le nozze
con Carlo Gonzaga. Non può infatti recarsi al
funerale, perché, finalmente, nella sua vita
d’ombra e di tristezza è giunta una grande gioia:
l’attesa del figlio tanto desiderato. Galeotto
Roberto Novello nasce in una notte di fine
settembre del 1437, ma Sigismondo si mostra
indifferente alla nascita dell’erede. Non lascia la
campagna militare che sta conducendo in
Lombardia e torna solo a guerra finita, facendo
rinviare il battesimo al febbraio 1438. Ed anche
in questa occasione conferma il suo
atteggiamento di noncuranza e disamore per la
moglie non intervenendo ai cinque giorni di
festeggiamenti tenuti in città per il lieto evento
con tornei, balli e banchetti. La vita però sembra
scorrere finalmente lieta per Ginevra, ma,
improvvisamente, dopo pochi mesi di pace e di
gioia, scoppia il terribile flagello: l’epidemia di
peste. Il 18 novembre 1438 il bambino adorato
esala l’ultimo respiro, lasciando la madre nella
più profonda desolazione. Tornano i giorni del
dolore, della mancanza, un dolore ed una
mancanza più acuti e profondi, insanabili.
E non basta: un anno e mezzo dopo la morte di
Roberto Novello, a primavera inoltrata dell’anno
1440, Ginevra si reca a Ravenna, la città tanto
amata dalla madre Parisina e qui riceve dal
marito l’ultimo affronto. Sigismondo si rifiuta di
fornire i mezzi per il suo ritorno, sperando forse
di esiliare la moglie invisa ed è il padre Nicolò
III che invia il denaro necessario per il noleggio
delle tre navi che consentono alla signora di
ritornare. Passata l’estate, Ginevra sale
all’abbazia di Scolca per un periodo di
isolamento e di riflessione; solo qui si sente
placata, disancorata dalla crudele realtà del suo
esistere16. “Andare alla Scolca, infatti, era una
pace. L’ampio sagrato l’accoglieva, ogni volta,
come in un abbraccio. A destra si ergeva la
facciata austera della chiesa, in mattoni rossi
com’erano le chiese ferraresi, con il portale
bianco e scolpito che vi brillava sopra. A
sinistra, rigorose, una in fila all’altra, correvano
le celle serene dei monaci, e in direzione del
mare c’era l’orto odoroso delle erbe officinali,
16
Confortanti le passeggiate fino al vicino santuario di
Santa Maria delle Grazie, eretto dalla famiglia delle
Camminate, amica dei Malatesta, presso una celletta
miracolosa.
30 Vita di Club n. 2
con le quali i “fratelli” sapientemente
cucinavano e si curavano. In faccia al sagrato
salivano e scendevano le dolci colline riminesi,
onde millenarie le cui curve non conoscevano
tempeste, coltivate a olivi, riposanti, distensive,
calmanti, una vera vacanza per l’anima quella
bella vista, da godersi la sera, al tramonto, col
sottofondo lirico delle orazioni vespertine. A
Scolca, nelle notti d’estate, nella confortevole
villa campestre costruita da Carlo Malatesti
all’interno del medesimo podere che ospitava il
monastero, Ginevra magari dormiva con le
tende dell’alcova appena tirate e quelle della
finestra aperte del tutto, per respirare
generosamente la brezza che arrivava dai colli
portando con sé odore di noci, di querce, di
ginepro. Perché solo lì Ginevra era
a casa.”17
Proprio a Scolca, tra la
costernazione
dei
monaci,
Ginevra trova la definitiva pace
il 3 settembre 1440. Viene
sepolta nella chiesa di San
Francesco, accanto al suo
bambino18.
C’è, al Louvre, un dipinto di
Pisanello, che ritrae il volto di
una dama dalle fattezze morbide
e dall’incarnato pallidissimo,
quasi
esangue,
esaltato
dall’acconciatura completamente
tirata, pressoché inavvertibile e
dalla fissità dello sguardo. Non
vi è certezza nell’identificazione
del soggetto ritratto, ma ipotesi
plausibile è che si tratti di
Ginevra. A suffragare tale ipotesi compare sulla
manica dell’abito un ricamo raffigurante
un’anfora a due anse, elemento araldico
afferente, in età rinascimentale, solo alle due
casate degli Este e Malatesta. Vi è poi,
altrettanto significante, appuntato sull’abito, un
rametto di ginepro, che potrebbe essere allusivo
al suo nome e, al contempo, rimandare
all’usanza, in voga nella Ferrara del XV secolo,
da parte del popolo, di agitare un rametto di
questo arbusto al passaggio dei cortei nuziali in
segno di buon augurio. Certo, se di questo si
tratta, non ebbe influsso sulla vita di Ginevra
d’Este Malatesta, segnata da subito e per sempre
17
R. Iotti. Ginevra d'Este Malatesta in "Le donne di casa
Malatesta" Banca Popolare dell'Emilia Romagna, pag 356.
18
Si dice che l’antica sepoltura si trovi nella Cappella dei
giochi infantili dell’attuale Tempio Malatestiano.
dalla solitudine interiore e da una profonda,
inconsolabile tristezza.
● Polissena Sforza Malatesta
L’intreccio dei matrimoni tra la casata dei
Malatesta e quella degli Estensi s’ interrompe col
secondo matrimonio di Sigismondo Pandolfo.
Anche questo è un matrimonio senza amore,
nato da calcoli politici: la sposa prescelta è
Polissena, nata a Mortara nel 142819, figlia
naturale di Francesco Sforza e Giovanna di
Acquapendente, detta “Colombina”.
Francesco, educato alla corte di Ferrara coi figli
di Nicolò III, quando nasce Polissena non ha
ancora superato la trentina, ma gode già di una
fama consolidata di valente
condottiero al soldo dei
Visconti. Impaziente di
possedere un dominio
proprio, nel 1435 occupa la
Marca di Ancona con
un’azione
militare,
costringendo
il
papa
Eugenio IV, la cui elezione
non è stata legittimata dal
Concilio di Basilea, a
riconoscergli il possesso
dei
territori
occupati.
Consolidato
il
potere,
sceglie come residenza il
castello del Grifalco a
Fermo,
dove
verrà
celebrato il 22 settembre
1411 il matrimonio di
Polissena con Sigismondo
Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, vedovo
della prima moglie Ginevra d’Este20. In base alla
promessa di matrimonio precedentemente
stipulata a Milano, Francesco Sforza concede
alla figlia una dote di 15.000 ducati d’oro. Dal
matrimonio passano sette mesi prima che la
sposa raggiunga Rimini, dove il suo arrivo è
celebrato con grandi festeggiamenti, conviti e
tornei che si susseguono per tre giorni.
19
Polissena "nata est in Mortario agri Papiensis". Il nome
imposto rinnova quello della defunta consorte del padre
Polissena Ruffo di Altomonte. Francesco è stato relegato a
Mortara per due anni senza stipendio da Filippo Maria
Visconti a seguito di alcuni insuccessi militari (lo stato
visconteo aveva perduto anche Bergamo e Brescia,
faticosamente strappati pochi anni prima a Pandollo III
Malatesta).
20
È un matrimonio nato sulla base della reciproca stima
dei due condottieri, Francesco e Sigismondo.
31 Vita di Club n. 2
Il 17 gennaio dell’anno successivo Polissena
partorisce un figlio maschio che viene battezzato
col nome di Galeotto, avendo come padrino Fra’
Bartolo, generale dei Romiti di Scolca. Ma il
bambino muore il 18 novembre, prima di
compiere un anno. Poche le notizie di Polissena
nelle cronache del tempo; anch’essa è trascurata
come Ginevra da Sigismondo Pandolfo che
introduce sempre più l’amata Isotta degli Atti
nella sua vita privata e pubblica, relegando la
moglie legittima in secondo piano. Sappiamo che
il 15 giugno del 144721 si reca a Cesena, dalla
cognata Violante, moglie di Malatesta Novello, a
ricambiare la visita da lei fatta quando si era
fermata a Rimini durante il ritorno da Roma a
Cesena. Altra notizia si ha dell’incontro,
nell’agosto dello stesso anno, a Santa Giustina
col padre Francesco Sforza, in viaggio per
Milano con la moglie Bianca Maria Visconti22.
Nel 1449 a Rimini ricompare il flagello della
peste. Polissena, già contagiata, viene portata
all’abbazia di Scolca, dove muore il primo
giugno, confortata dalla presenza di Margherita
d’Este, la moglie del Beato Roberto. Sigismondo
è lontano, impegnato in una campagna militare
al soldo dei Veneziani. Viene sepolta in San
Francesco, probabilmente nella stessa cappella
dove era stata sepolta Ginevra d’Este.
Sulla morte prematura di Polissena nascono
moltissime illazioni volte ad accusare
Sigismondo di uxoricidio, illazioni che, pur
risultando contraddittorie e sostanzialmente
infondate, si allargano anche al sospetto di
veneficio nei confronti della prima moglie
Ginevra. Il tutto nasce dalla pervicace azione
denigratoria nei confronti di Sigismondo
condotta dal papa Pio II Piccolomini,
l’irriducibile nemico che con un progetto
lucidamente concepito ed una volontà
determinata riuscirà a distruggerlo di fronte
all’opinione pubblica e ad annientarlo sul piano
politico.
Bibliografia
“Le donne di casa Malatesta”, Banca Popolare
dell’Emilia Romagna, 2004, articoli di Grazia
Bravetti Magnoni, Roberta Iotti, Bianca
Orlandi.
21
Nello stesso anno Isotta degli Atti dà alla luce Giovanni, che muore nello stesso anno e, pur essendo illegittimo, viene
sepolto in San Francesco con gli stessi onori tributati ai discendenti della famiglia.
22
Figlia naturale ed unica discendente di Filippo Maria Visconti aveva sposalo Francesco Sforza nell’ottobre 1441, pochi mesi
dopo la formalizzazione della promessa di matrimonio tra Polissena e Sigismondo, avvenuta a Milano.
In attesa del programma 2014 dei Venerdì di Scolca ricordiamo la suggestione dell’edizione 2013:
Nella rappresentazione ideata da Annalisa Ciacci, mentre le cinque figure si stagliano sullo sfondo dell’Abbazia di
Scolca, attraversano lo spazio, tra una processione di pellegrini e un corteo nuziale, alcuni personaggi che nei secoli
furono alla Scolca: Giorgio Vasari e l’abate Faetani, il pittore Benedetto Coda (sono suoi gli affreschi dell’odierna
sacrestia), Papa Giulio II che riparò a Scolca in fuga da Bologna incalzato dalle truppe francesi, Paolo Aurispa primo
olivetano ad insegnare greco a Rimini, Ippolito Salò, abile matematico e costruttore di orologi … La suggestione è
potente, si percepisce una conversazione …
Abate Faetani: Messer Vasari, voi conoscete quanto vi abbiamo accolto con sincerissima affezione qui, al convento,
come tutti li monaci vi abbiano molto onorato e come io medesimo vi abbia aiutato con amorevolezza nel correggere e
mutare alcune cose nelle vostre “Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”.
Vasari: Lo riconosco, reverendo abate, ma la tavola che ho a dipingere è opera di grande impegno; occorre studiare
l’attitudine delle figure, le arie delle teste, il piegheggiare dei panni. Occorre studiare diversi abiti strani per Magi
d’Oriente e ho in mente di mettervi animali bizzarri. No, la somma che chiedo è poca cosa.
Abate Faetani: Ma, messere,il convento non è ricco …
La musica ha un posto d’onore: sofisticata nella scelta dei brani e degli strumenti, eseguita con grande passione e
professionalità dai musicisti Mattia Guerra all’organo Callido e Sara Mancuso all’arpa gotica e al claviciterio, e dai
cantanti Angelo Bonazzoli, sopranista, Lykke Anholm, soprano e Arianna Lanci, mezzo soprano; i pezzi si susseguono
per connessioni tematiche in brani rinascimentali e in brani più tardi, da Bach a Frescobaldi, da Pergolesi a Mozart.
32 Vita di Club n. 2
IMMAGINI DA SCOLCA
Salire al colle in una sera d’estate...
Fotografie di Stella Salvi
I
IMMAGINI ROCK
Al Concerto c’erano proprio tutti!!!
Da sin. a ds.
X Prep, Chuck Berry, Steve Miller, Twisted
Sister, Robert Palmer, Status Quo, Van Halen,
Ramones, Sonics.
II
Da sin. a ds.
Journey, BonJovi, X Prep, Antonio
Battistini, Marcello Raggini, Sandro
Serra, Cure, Stefania Zanetti, Janis
Joplin, Elton John, Les Paul, Sex
Pistols.
III
IMMAGINI BAROCCHE
La Caccia
nell’Arte
Da sin a ds. sopra: - Jan Fyt - Frans
Snijders
Al centro: - Jacob Jordaens
- Ludwig Burckhart - Jean Baptiste Oudry
Sotto: - Jan Weenix - Peter van Bouck
IV
MEETING
L’ARTE DELLA CACCIA
Ovvero La caccia nell’arte.
di ANNA MARIOTTI BIONDI
L
a cena di caccia edizione 2014,
tradizionale, anzi istituzionale incontro
organizzato da Maurizio Graziosi da
più di vent’anni con il ricco bottino di
selvaggina frutto della sua inesauribile passione
di cacciatore, si è svolta il 6 febbraio con il rito
consueto di riunire festosamente soci e amici
attorno a pietanze ormai divenute rare sulle
nostre tavole. A proposito lo conoscete il
proverbio cinese che categoricamente afferma:
‘mangiare è uno dei quattro scopi della vita,
quali siano gli altri tre nessuno lo ha mai
scoperto’ … Ma divaghiamo perché non mi
piace far la cronaca di eventi déjà vu: che ne dite
di “caccia e arte”?…
Gli animali cacciati furono tra i protagonisti
della pittura di natura morta barocca; selvaggina
di vario genere ormai inanimata prese vita nelle
spettacolari composizioni dei visionari pittori
barocchi tra il XVII e il XVIII secolo.
Nell’epoca di Rubens, questo genere di pittura
ebbe vasta diffusione nelle Fiandre grazie alla
produzione di alta qualità che seppero elaborare
Jan Fyt (1611-1661) e Frans Snijders (15791657), analogamente a
quanto
fecero
contemporaneamente nell’Italia settentrionale
Felice Boselli e i Crivelli padre e figlio.
Con vivaci contrasti di luci e di colori Jan Fyt
raccoglie la cacciagione su un tavolo in un
interno scuro, forse uno scantinato: sul davanzale
della finestra semiaperta è dipinta anche una
scimmietta. (Inserto IV, fig. in alto a sin.)
Uccelli cinguettanti, selvaggina appena cacciata
e composizioni floreali decorano le nature morte
di Frans Snijders realizzate con pennellate
vigorose, energiche ed estremamente espressive.
(Inserto IV, fig. in alto a ds.)
In un periodo storico caratterizzato da una
difficile situazione economica in Italia come nel
resto d’Europa con un incremento considerevole
del numero degli indigenti costretti a lottare per
rimediare il pasto quotidiano, forse proprio per
esorcizzare il pericolo della fame, sempre
incombente, divenne uso comune decorare le
Giovanni Crivelli detto il Crivellino (1730-1760), Cani
da caccia con cacciagione, olio su tela. (sopra)
Cane da caccia con cacciagione, olio su tela. (sotto)
pareti delle case più agiate con dipinti di nature
vive o nature morte, raffiguranti interni fumosi
di cucine con animali, verdure e frutti destinati
all’alimentazione. Lepri, fagiani, colombacci,
pernici, tordi, frutta e ortaggi raccolti su tavoli
vengono trasformati dai pittori in oggetti pregni
di vita e di sentimento, a smentire la definizione
di 'natura morta' introdotta nel mondo dell’arte
con un’iniziale connotazione dispregiativa.
Il termine sottolineava, infatti, il contrasto tra la
vita pulsante nei soggetti raffigurati (come ad
esempio le persone) e gli oggetti inanimati.
Alle composizioni con selvaggina si aggiungono
i dipinti che raffigurano, ambientati in piacevoli
paesaggi boschivi, dei cani che sorvegliano
mucchi di animali appena cacciati: nel dipinto di
Giovanni Crivelli detto il Crivellino si
riconoscono una lepre, dei fagiani con starne,
una beccaccia ed un’anatra selvatica; grande
attenzione viene data al contrasto fra la
selvaggina cacciata e i cani in movimento, come
nei dipinti di Frans Snijders. (Fig. sopra) Nel
secondo dipinto il cane, esaurito il suo compito,
33 Vita di Club n. 2
si gode beatamente il meritato riposo tra le sue
prede. (Fig. sotto)
Il Crivellino1 fu specialista nel raffigurare scene
con selvaggina, tema su cui si esercitò
ampiamente già nella bottega del padre Angelo
Maria (detto Crivellone). La sua maniera
pittorica corposa è simile a quella di Jan Fyt,
appresa nel corso dei suoi studi presso Felice
Boselli, anch’egli grande pittore animalista.
Dedichiamo all’amico Maurizio l’immagine de
‘Il cacciatore’, stanco, ma sazio, circondato dai
suoi amatissimi cani e da uno stuolo di prede e
concludiamo, a mo’ di augurio per il futuro
esorcizzando la crisi attuale, con una ricchissima
dispensa il cui contenuto straripante travalica il
tavolo e finisce deposto a terra in grande
abbondanza. L’opera estremamente decorativa è
eseguita da Peter van Bouck, che fu tra i
migliori allievi dello Snijders, secondo i canoni
compositivi diffusi fra i maestri fiamminghi del
Seicento. Il gusto barocco dell’eleganza, la
frontalità della composizione disposta su due
ripiani e il ricco impasto pittorico su fondo
neutro sono le caratteristiche di questa ‘Natura
morta con carni, selvaggina, pesci, verdure, un
bacile di rame e brocca’.
1
Al Crivellino si deve tutta una serie di dipinti di caccia, a partire dal ciclo del castello Visconti di Saliceto, alle opere della
collezione Cova Minotti di Milano eseguite per il castello Visconti di Modrone a Cassano d’Adda, annoverate dalla critica tra gli
esiti più convincenti dell’artista.
MEETING
L’UNITÀ DI STRADA
1
Il meeting di martedì 25 Febbraio 2014 ha avuto come ospite la dott.sa Anna D’Araio , Ispettrice Provinciale delle
Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, Comitato Provinciale di Rimini, che ha parlato del progetto “Unità
di strada”. Si tratta di un nuovo servizio di sostegno ai senzatetto ad opera dei volontari della Croce Rossa Italiana
che ha l’obiettivo di monitorare e assistere le persone più vulnerabili. I volontari, muniti dell’essenziale perché
queste persone non trascorrano la notte a stomaco vuoto e al freddo (pacchi-cena, maglie e coperte …) e anche
per evitare che siano tentate dal delinquere per procurarsi il cibo, setacciano i luoghi della sosta notturna dei senza
dimora per portare aiuto e conforto, sulla scorta di quanto già avviene nelle grandi città, come Milano, dove sono
attivi gli ‘Angeli della notte’. In alcune città l’Unità di Strada svolge anche un servizio di prevenzione sugli effetti e
sui rischi legati al consumo di droghe attraverso il contatto diretto con i giovani nei luoghi del divertimento e
dell’aggregazione e, nel contempo, attraverso un’azione di sensibilizzazione rivolta alle istituzioni locali, alle
famiglie, agli operatori sociali, al mondo del volontariato, ai gestori dei locali e dei luoghi del divertimento, affinché
si promuova e si diffonda una cultura del benessere e dell’utilizzo sano e corretto del tempo libero.
di ANNA D’ARAIO
A
ll’inizio la cosa che ci premeva di più
era stabilire come collaborare come
Volontari
nell’assistenza sociale.
Dopo aver deciso, consultato,
esaminato, interpellato, nel gennaio 2012 siamo
partiti con l’Unità di Strada. L’innovatività del
progetto derivava dalla carenza effettiva sul
territorio di servizi adeguati e costanti a
disposizione della categoria dei senza dimora
che eroghino servizi di prima necessità,
soprattutto in orari serali: orari in cui questa”
piaga” è maggiormente visibile e mostra il
maggior disagio, specialmente nei periodi
invernali. Si riscontra, inoltre, la carenza sia di
figure sociosanitarie che operino in questo
settore, sia di un centro di ascolto per questa
tipologia d’utenza. L’attivazione di tale servizio
offre anche la possibilità di effettuare un
monitoraggio sulle condizioni di salute degli
utenti. La prevenzione anche delle più comuni
patologie
influenzali,
contribuisce
al
mantenimento della salute pubblica. Inoltre il
progetto è innovativo poiché la delicatezza degli
interventi nelle relazioni di strada richiede
volontari che conoscano le diverse tipologie di
persone senza dimora e fungano da tramite tra
queste e il personale socio-sanitario. Questo
“andare sul territorio” settimanalmente è una
presenza che non si limita ad un primo contatto,
ma che cerca di realizzare relazioni d’aiuto,
supporto e accompagnamento sociale. Non un
volontariato generico, ma un volontariato
34 Vita di Club n. 2
assolutamente pianificato, preciso e puntuale,
che, grazie alla presenza di donne e uomini di
CRI in ogni fase del percorso, non è mai stata
lasciata al caso, ma sempre affrontata con grande
serietà e con l’intenzione di lavorare in équipe.
Più passavano le settimane e più ci accorgevamo
che la società stessa, la mentalità, i modi di
vivere, di vedere sono in piena evoluzione così
come è oggetto di cambiamento il destinatario
del servizio. Volevamo che la nostra opera non
fosse solo di tipo assistenziale, non volevamo
lasciare le persone in uno stato di continua
necessità, ma creare tra servizio e utente un
rapporto di fiducia, affidamento e speranza. Il
difficile era il superamento di ciò che questo tipo
di rapporto richiede, cioè di impegnarsi a far
scoprire all’uomo le sue capacità e attitudini, e a
soffermarsi sui suoi bisogni reali. A poco a poco
siamo riusciti a farci accettare, a chiamarli e farci
chiamare con i nostri nomi, ad ascoltare le loro
storie. La capacità di condivisione porta a
difendere, valorizzare e promuovere beni e valori
di tutti, legati all’uomo, alla sua storia, al suo
ambiente, alle sue attuali condizioni di vita e ai
suoi bisogni. Le esperienze di servizio che la
CRI realizza in questa ottica di condivisione
diventano così reali azioni promozionali e di
sviluppo dell’intera comunità. Andando avanti,
nel tempo, ci siamo accorti che assistere vuol
dire ascoltare, avere pazienza, essere ottimista e
saper dialogare. Essere pienamente se stessi in
mezzo a noi, noi inteso come gruppo, e questo
crea la voglia di sentirsi un membro attivo di una
comunità, che è ancora ricca di ideali e di
identità di aggregazione, e la voglia di
condivisione. L’interesse di ogni singolo
volontario si somma a quello degli altri per
diventare interesse comune ed indivisibile, per
trasformare la CRI in un’azione quotidiana che
sia responsabile ed utile per cambiare qualcosa o
dare qualcosa a chi ha bisogno.
1
Anna D’Araio nasce in Valmarecchia, si diploma a Rimini presso le Maestre Pie, poi consegue la laurea in Sociologia presso
l’Università di Urbino. Fin da piccola partecipava assieme alla nonna alle visite di beneficenza a casa di persone bisognose,
diventata adulta prosegue questo cammino, iniziando anche la figlia bambina ai treni bianchi verso Loreto. Questo
interessamento verso le varie criticità sociali, la fa decidere di iscriversi alla Croce Rossa Italiana, seguendo il percorso delle
Infermiere volontarie: due anni di studio teorico e pratico. Ora è Ispettrice Provinciale delle Infermiere Volontarie ed anche
Delegata dell’Are2 (area Sociale) delle Croce Rossa Italiana comitato Provinciale di Rimini. Ora si sta interessando al progetto
“l’Unità di Strada”.
35 Vita di Club n. 2
MEDICINA&SALUTE
CANNABIS: DROGA LEGGERA O MOSCA COCCHIERA?
È di questi giorni la notizia che il Presidente dell’Uruguay ha legalizzato il
consumo di cannabis aprendo un varco che potrebbe allargarsi a macchia
d’olio. Che cosa possiamo fare per evitare questo flagello? Su questo
importante argomento abbiamo sentito il parere del Dott. Fernando
Santucci, Direttore Sanitario del Poliambulatorio Valturio.
di FERNANDO SANTUCCI
D. Che cosa ne pensa della liberalizzazione della cannabis?
R. Non entro nel merito di questo argomento, anche perché non ho competenza specifica in ambito
legislativo, dico solo che, pur essendo di idee molto liberali e rispettose della libertà INDIVIDUALE, in
un settore di questa delicatezza, consiglierei a tutti, ma in particolare ai giovani, certamente di
comportarsi come meglio credono, ma, prima di farlo, di documentarsi su vantaggi, rischi e pericoli
legati all’uso di queste sostanze.
D. Che cos’é esattamente la cannabis?
R. La cannabis o hashish o marijuana che dir si voglia è una droga che si estrae dalla pianta della canapa,
è erroneamente considerata innocua e contiene al suo interno numerose sostanze chimiche denominate
cannabinoidi, la più importante delle quali è il tetracannabinolo.
D. Quali sono gli effetti che questa sostanza provoca nell’organismo di chi la usa?
R. Nonostante non ci sia pieno accordo, secondo i dati più recenti, validati scientificamente, gli effetti
provocati dal tetracannabinolo, variano da soggetto a soggetto, sono dose-dipendenti, e sono anche
influenzati dal tempo di utilizzo, però, considerato che il maggior consumo riguarda una fascia d’età che
va dai 15 ai 24 anni, direi che dobbiamo distinguere gli effetti che la droga provoca in acuto e in cronico:
in acuto gli effetti si manifestano dopo 1 o 3 ore dall’ingestione e consistono in euforia, sensazioni
piacevoli con visione di colori più nitidi, allentamento dello stress ed aumento dell’autostima, purtroppo
però il tutto dura molto poco e in poco tempo all’euforia subentra la depressione, con tachicardia e
necessità di fumare ancora. Piano, piano si diventa dipendenti ed allora si manifestano sintomi di malattie
croniche che interessano:
- il cervello, con ritardo dello sviluppo dello stesso (questo danno è particolarmente evidente negli
adolescenti);
- diminuzione della memoria e del potere di concentrazione, perdita dei riflessi e del tempo di
reazione con gravi conseguenze soprattutto per chi guida;
- aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa;
- diminuzione dei poteri immunitari provocando mutazioni del DNA che col passar del tempo
possono diventare fattori cancerogeni;
danni anche all’apparato respiratorio che superano di gran lunga quelli delle normali sigarette.
Questi effetti, se la cannabis è associata all’alcol o ad altre droghe, vengono moltiplicati con derive
devastanti.
- Compare la dipendenza e secondo il parere di molti studiosi essa è la mosca cocchiera che traina chi
la usa verso altre droghe dagli effetti più gravi.
D. Si tratta dunque di una droga vera e propria con effetti nel lungo termine; può provocare la
morte?
R. Direttamente no, però a causa dei danni a carico del sistema nervoso, chi guida può
provocare incidenti e questo appartiene alla storia di tutti i giorni.
36 Vita di Club n. 2
D. Quale consiglio si può dare ad un adolescente per dissuaderlo dall’intraprendere questa brutta
strada che il più delle volte diventa una prigione con scarse possibilità di uscita?
R. Purtroppo l’adolescenza è un’età molto particolare, le tempeste ormonali tipiche di questa età, cui si
aggiunge la faticosa ricerca di una nuova identità alimentano nei giovani la ribellione nei confronti della
famiglia, della società e in generale dell’autorità precostituita, ed allora il nostro compito, considerato
nella sua globalità (famiglia, scuola, media) è quello di informarli con amore, di convincerli a non
intraprendere strade che potrebbero portarli a panorami non definibili, ma certamente inquietanti e gravidi
di insidie per il loro futuro; solo se quest’opera di informazione e convincimento non sarà sufficiente, si
arriverà alla proibizione facendo presente che anche il bastone è democratico se le spalle ... sono
disponibili a capirlo ...
MONDO LIONS
I VINCITORI DEI CONCORSI “UN POSTER PER LA PACE” E “SAGGI BREVI”
Il 15 febbraio, durante la Giornata Lions con le Nazioni Unite sono
stati annunciati i vincitori dei Concorsi “Un poster per la pace” e
“Saggi brevi”.
Tongbram Mahesh Singh, un ragazzo indiano di 12 anni, è il
vincitore del primo premio assoluto del concorso internazionale
Lions Un Poster per la Pace. Il ragazzo è stato sponsorizzato dal
Moirang Lions Club (India).
Christian Varisco, un ragazzo italiano di 13 anni che frequenta la
scuola media ”Pio XII" di Porto Viro, in provincia di Rovigo,
sponsorizzata dal Lions Club Contarino Delta Po del Distretto 108
Ta3, già vincitore del primo premio nel Multidistretto italiano, si è
classificato al 2° posto ex aequo a livello mondiale per originalità,
valore artistico e adesione al tema dell’anno “Il nostro mondo, il
nostro futuro". Il suo poster è uno dei 23 vincitori dei “premi di
merito” scelti tra oltre 400.000 partecipanti di età compresa tra gli 11
e i 13 anni, provenienti da 62 paesi.
Ashish Karki, un ragazzo nepalese di 12 anni, è il vincitore del
primo premio assoluto del concorso internazionale Lions Saggi Brevi.
Il ragazzo è stato sponsorizzato dal Kathmandu
Ramechhap Lions Club. Nel suo saggio Ashish ha
scritto: "Tramite l’educazione dobbiamo portare la
luce della pace, della giustizia, della fratellanza,
della responsabilità e del comportamento razionale".
I vincitori del primo premio riceveranno un
riconoscimento speciale e 5.000 USD. Entrambi i
vincitori verranno premiati nel corso della 97ª
Convention di Lions Clubs International, che avrà
luogo a Toronto (Canada), dove i 24 poster finalisti
saranno esposti.
Vi invitiamo a visitare il sito www.lionsclubs.org
per vedere i poster, trovare informazioni
sul
concorso e inviare cartoline elettroniche del “Poster
della pace”.
Congratulazioni a tutti i bambini e ai Lions che
hanno partecipato!
37 Vita di Club n. 2
L’INTERVISTA IMPOSSIBILE
QUALE LIBERTÀ
Dal passato una lezione di responsabilità.
di ANNA MARIOTTI BIONDI
M
aestro, mi permetta … Sono una sua ammiratrice, una sua vecchia lettrice. Per quarant’anni
l’ho studiata, interpretata, insegnata a baldi giovani che pur incolti e spesso riottosi subivano
immancabilmente il suo fascino. Ora la leggo per combattere il declino della memoria, sa, la
senilità … La prego, Lei che ha ispirato Sermonti e Benigni a leggerla in tv, Lei che è penetrato nella
mente dell’amico Chiaretti al punto che quasi la incarna, mi suggerisca … Devo riempire due paginette
per una rivista.
Dante: Chiedi pure e dammi del tu.
Dante, che cosa è per te la libertà? Oggi la gente sembra conoscere solo la propria personale libertà
e vuole disporre di sé senza alcuna restrizione.
Dante: Io identifico la libertà con la libertà morale: l’uomo è libero quando segue spontaneamente le
leggi divine perché conosce la propria misura e i propri limiti. Ho posto Catone come simbolo della
libertà morale riconquistata grazie al suo suicidio e al suo essere pagano; è morto per fini universali, per
la società degli uomini in tempi di guerre civili, in nome della rivendicazione della libertà generale di tutti
ha scelto la morte, e nel suo paganesimo ha conosciuto il valore fondamentale dell’umanitarismo
universale del cristianesimo.
Pg. 1,71-74 libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta. / Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara /
In Utica la morte, ove lasciasti / La vesta ch’al gran dì sarà sì chiara
Come si giunge alla libertà?
Dante: L’uomo giunge alla libertà attraverso la progressiva scoperta del vero: per ciò deve essere
illuminato dalla grazia (e nella mancanza di essa sta il limite della civiltà classica) per arrivare ad essere
finalmente davvero signore di se stesso. Catone ha il viso illuminato dalle quattro stelle della virtù. È
magnanimo quanto Farinata ed Ulisse, ma solo lui conosce la misura, cioè il limite posto alla conoscenza
Il superbo Ulisse, così come tutta l’antichità classica, ha osato sollevarsi alla conoscenza più alta senza
essere sorretto dalla vera fede, dimostrando di essere folle come il suo volo.
If. XXVI, 112- 120 o frati, dissi che per cento milia / perigli siete giunti a l'Occidente, / a questa tanto picciola vigilia
/ d’i nostri sensi ch’ è del rimanente, / non vogliate negar l'esperienza, / di retro al sol, del mondo sanza gente. /
Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a vivere come bruti, / ma per seguir virtù e canoscenza.
Virgilio, congedandosi da me, mi ha ricordato che egli ha esaurito il suo compito di guida perché la
ragione non può andare oltre; una volta conquistata la libertà spirituale, l’uomo è libero e padrone di se
stesso, ha istinti e desideri sani. La libertà morale non è una caratteristica dei puri spiriti, ma la meta cui
l’uomo deve tendere senza negare in nulla la propria umanità.
Pg. XXVII, 127-142 e disse: “il temporal foco e l'etterno / veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte / dov’ io per me più
oltre non discerno. / Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; / lo tuo piacere omai prendi per duce; / fuor se’ de l’erte
vie, fuor se’ de l'arte. / Vedi lo sol che ‘n fronte ti riluce; / vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli / che qui la terra sol da sé
produce. / Mentre che vegnan lieti gli occhi belli / che, lacrimando, a te venir mi fenno, / seder ti puoi e puoi andar tra
elli. / Non aspettar mio dir più né mio cenno; / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno: /
per ch'io te sovra te corono e mitrio”.
Attraversando l’Inferno e il Purgatorio mi sono a poco a poco svincolato dalla schiavitù delle passioni,
conquistando faticosamente la libertà spirituale e il dominio di me stesso. Questo costituisce per l’uomo
la felicità e sede di questa felicità è il Paradiso terrestre nel quale sono entrato felice.
Pg. XXVIII, 1-6 Vago già di cercar dentro e dintorno / La divina foresta spessa e viva, / ch’a li occhi temperava il
novo giorno, / sanza più aspettar, lasciai la riva, / prendendo la campagna lento lento / su per lo suol che d’ogne parte
auliva
38 Vita di Club n. 2
La libertà è dunque un dono di Dio?
Dante: La libertà è il massimo dono che Dio ha fatto all’uomo e solo sottostando alla volontà di Dio
l’uomo è libero: se segue il demonio è servo. L’uomo finché vive ha la possibilità di pentirsi e di salvarsi
perché come dice Manfredi «...la bontà infinita ha sì gran braccia / che prende ciò che si rivolge a
lei» (Pg. III).
Pg. V, 19-24 Che potea io ridir, se non “lo vegno”? / Dissilo, alquanto del color consperso / che fa l’uom di perdon
talvolta degno / E 'ntanto per la costa di traverso / venivan genti innanzi a noi un poco, / cantando 'Miserere' a verso a
verso.
Pg. XVI, 79- 80 A maggior forza e a miglior natura / Liberi soggiacete; e quella cria / La mente in voi, che ‘l ciel non
ha in sua cura.
Ma allora gli astri hanno influenza sugli uomini?
Dante: I cieli influiscono sul mondo e quindi anche sull’uomo perché sono lo strumento attraverso il
quale si realizza l’ordine provvidenziale voluto da Dio. Gli uomini sono soggetti ad una forza maggiore
che è quella di Dio, non è però un rapporto di sudditanza, ma di accettazione dell’infinita superiorità di
Dio che tutto preordina, anche la libertà umana, in un sistema perfetto secondo i suoi altissimi fini. Ma la
mente dell’uomo è libera da influssi: il libero arbitrio è concesso all’uomo che quindi è responsabile delle
sue azioni. Di conseguenza la morale è fondata sulla libertà.
Pg. XVI, 73-79 Lo cielo i vostri movimenti inizia; / non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica, / lume v’è dato a bene e a
malizia, / e libero voler; che, se fatica / ne le prime battaglie col ciel dura, / poi vince tutto, se ben si notrica.
Pd. VIII, 97-135 Lo ben che tutto il regno che tu scandi / volge e contenta, fa esser virtute / sua provedenza in questi
corpi grandi. / E non pur le nature provedute / sono in la mente ch’è da sé perfetta, / ma esse insieme con la lor salute:
/ per che quantunque quest’ arco saetta / disposto cade a proveduto fine, / sì come cosa in suo segno diretta. / Se ciò
non fosse, il ciel che tu cammine / producerebbe sì li suoi effetti, / che non sarebbero arti, ma ruine; / e ciò esser non
può, se li ‘ntelletti / che muovon queste stelle non son manchi,/ e manco il primo, che non li ha perfetti. / Vuo’ tu che
questo ver più ti s’imbianchi?»./ E io: «Non già; ché impossibil veggio / che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi». /
Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio / per l’omo in terra, se non fosse cive?». / «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion
non cheggio». / «E puot’ elli esser, se giù non si vive / diversamente per diversi offici? / Non, se ’l maestro vostro ben vi
scrive». / Sì venne deducendo infino a quici; / poscia conchiuse: «Dunque esser diverse / convien di vostri effetti le
radici: / per ch’un nasce Solone e altro Serse,/ altro Melchisedèch e altro quello / che, volando per l’aere, il figlio
perse. / La circular natura, ch’è suggello / a la cera mortal, fa ben sua arte,/ ma non distingue l’un da l’altro ostello. /
Quinci addivien ch’Esaù si diparte / per seme da Iacòb; e vien Quirino / da sì vil padre, che si rende a Marte. / Natura
generata il suo cammino / simil farebbe sempre a’ generanti,/ se non vincesse il proveder divino.
Pg XVIII, 45-75 "Le tue parole e 'l mio seguace ingegno", / rispuos'io lui, "m'hanno amor discoverto, / ma ciò m 'ha
fatto di dubbiar più pregno; / che, s'amore è di fuori a noi offerto, /e l'anima non va con altro piede, /se dritta o torta
va, non è suo merto". /Ed elli a me: "Quanto ragion qui vede, / dir ti poss'io; da indi in là t'aspetta / pur a Beatrice, ch'
è opra di fede. / Ogne forma sustanzial, che setta / è da matera ed è con lei unita, / specifica vertute ha in sé colletta, /
la qual sanza operar non è sentita, / né si dimostra mai che per effetto, / come per verdi fronde in pianta vita. / Però, là
onde vegna lo 'ntelletto / de le prime notizie, omo non sape, / e de' primi appetibili l'affetto, / che sono in voi sì come
studio in ape / di far lo mele; e questa prima voglia / merto di lode o di biasmo non cape./ Or perché a questa ogn'altra
si raccoglia,/ innata v'è la virtù che consiglia,/ e de l'assenso de' tener la soglia./ Quest'è 'l principio là onde si piglia /
ragion di meritare in voi, secondo / che buoni e rei amori accoglie e viglia./ Color che ragionando andaro al fondo, /
s'accorser d' esta innata libertate; / però moralità lasciaro al mondo./ Onde, poniam che di necessitate / surga ogne
amor che dentro a voi s ' accende,/ di ritenerlo è in voi la podestate./ La nobile virtù Beatrice intende / per lo libero
arbitrio, e però guarda / che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende". Leggasi anche Pd. I.
La libertà ha anche un aspetto politico?
Dante: La libertà politica è figura di quella morale. Politicamente, libertà è vivere in uno stato bene
ordinato, con una precisa divisione dei compiti, delle mansioni e del lavoro; con leggi certe e sicurezza
del diritto; e con un’autorità i cui compiti siano chiari e non confusi con altre autorità: in tal caso si
avrebbe una somma che è usurpazione. Quindi solo la distinzione del potere temporale da quello
spirituale garantisce la libertà.
Pd. VIII, 118-120 «E puot’ elli esser, se giù non si vive / diversamente per diversi offici? / Non, se ’l maestro vostro
ben vi scrive».
Pg. XVI, 94-97 Onde convenne legge per fren porre; / convenne rege aver che discernesse / de la vera cittade almen la
torre. / Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Pg. XVI, 106-108 Soleva Roma, che 'l buon mondo feo, / due soli aver, che l'una e l'altra strada / facean vedere, e del
mondo e di Deo.
39 Vita di Club n. 2
CURIOSITÀ ALVISIANE
GIOCHI D’ALTRI TEMPI
Il gioco è l’espressione più autentica della cultura umana, è sempre “figlio del
tempo” e si adatta al contesto sociale in cui si svolge. I bambini d'altri tempi
sfidavano anche il freddo per poter giocare fuori casa con gli amici! Si
incontravano nei cortili, nelle strade, nelle piazze. Bastavano pochi elementi per
creare un gioco e divertirsi un pomeriggio intero: uno straccio, una palla, un
gessetto, qualche biglia. Oggi i giochi sono prodotti dalle industrie, la Tv e il
computer hanno ucciso la creatività dei ragazzi, eliminando i segni educativi del
gioco: il movimento, la comunicazione, la fantasia, l’avventura, la costruzione, la socializzazione. Un tempo con
poco si sopravviveva alla noia, oggi purtroppo ciò non avviene più, come, a causa dell’aumento del benessere e
del traffico, non si gioca più nelle strade e i giochi tradizionali continuano a vivere solo nella memoria dei più
anziani.
di MARIO ALVISI
T
utte le feste, dal Santo Natale alla
Befana, sono tuttora caratterizzate da
usanze e riti come la preparazione del
Presepe e dell’albero, la vorticosa
ricerca dei regali (una volta si diceva dei doni), il
ritrovarsi tutti insieme per scambiarseli
festosamente (talvolta con il rammarico per un
qualcosa che sa di riciclato o che non è
indovinato), consumare quanto di gustoso le
mamme e le nonne hanno preparato, come gli
immancabili cappelletti (mi raccomando non
tortellini) e, dopo aver felicemente brindato,
giocare all’immancabile tombola (quanti
modelli!) e al più sofisticato monopoli.
Dapprima grande partecipazione, gioia per le
vincite o benevole imprecazioni per i numeri che
non escono mai. Poi, a poco a poco,
vedi che i più giovani, stanchi o
annoiati perché non vincono, si
allontanano dal grande tavolo pieno di
dolciumi e monetine, e si rintanano
seduti per terra a giocare con i tablet,
gli smartphone, gli Ipad, e le
playstation estraniandosi dai grandi,
che ritengono “brontosauri”!
Anche se poi loro si guardano i mostri
nei videogiochi di “Dragon Age:
Inquisition” o “The Witcher 3: caccia
selvaggia”!
Ma, secondo me, siccome tutto si crea
e nulla si distrugge, in quei video game che
manipolano con avidità e velocità i giovani
d’oggi, è facile trovare quei giochi che un tempo
non lontano, ma comunque passato, erano il
passatempo di noi ragazzi romagnoli.
Tutti gli sport che ora i giovani praticano in
solitudine, ieri erano da noi giocati sui vari
campi parrocchiali, se non in mezzo ad una
strada o in qualche piazzetta di periferia. Le
guerre stellari made in Giappone erano le nostre
“battaglie” fra bande di ogni tipo che si
scontravano con sassaiole, scazzottate, palle di
neve e quant’altro l’avara natura del tempo ci
concedeva di utilizzare. Non sembra, ma “la
bastonatura è una componente fondamentale del
divertimento in numerosissimi giochi di cui
costituisce la conclusione esilarante”.
Ricordo che da ragazzino, a Santarcangelo,
andavo sulle sponde del fiume Uso e, con le
canne di un florido canneto, difendevo
l’onore dei paesani contro i nemici
campagnoli! Per fortuna, sporco,
affaticato e bastonato (noi di paese
perdevamo quasi sempre), io tornavo
in collegio e non trovavo i genitori,
come gli altri miei amici, che poi
ricevevano varie punizioni.
Ricordo il gioco delle biglie (di vetro)
sulle piste di sabbia al mare che, per
ore e ore percorrevamo inginocchiati
per terra. Pare esistessero già
nell’antica Roma, dove i ricchi
giocavano con biglie di vetro, i poveri
con sassolini o noccioli di pesche. Si racconta
anche che l’imperatore Augusto le portava
sempre con sé e ogni qual volta incontrava
40 Vita di Club n. 2
bambini per strada che stavano giocando, si
aggregava a loro.
Poi le palline divennero di plastica con
all’interno le immagini dei ciclisti o dei
calciatori allora più famosi. E quando alle biglie
si aggiunsero i tappi? La modernità avanzava …
Ai miei ricordi avari, vorrei aggiungere alcuni
giochi del tempo passato che ho scovato in un
libro: “Giochi e balli dei contadini romagnoli”
(Maggioli Editore, 1995) di Tomaso Randi, a
cura di Dino Pieri e Maria Assunta Biondi.
Ne sono riportati circa trecento, suddivisi in
“Giochi di uomini - Giochi di uomini e donne Giochi di adulti e fanciulli - Giochi di fanciulli”,
quasi tutti descritti in dialetto ravennate.
Tralasciando i giochi per grandi, spulcerò qua e
là fra quelli che in qualche maniera mi
sembrano
più
noti,
traducendoli
parzialmente in italiano.
La còrsa int i sech (la corsa nei sacchi):
«vanno dentro de’ sacchi, e fattisi ivi
legare per bene, cominciano a correre, ma
molti cadono, e male si rialzano. Quello
che arriva primo al segno destinato è
vincitore».
E’ didèl (il ditale): «si mettono tutti a
sedere in fila. Il capo del gioco passa
davanti agl’altri collo scopetto in una
mano e un ditale di ferro dall’altra
facendo conto di consegnarlo a tutti ma
lo dà ad uno solo. Dopo di che torna
indietro, e facendosi dal capo della fila
dice: “sono sarto, sono sartore, so fare
il mio lavoro, so cucire, so tagliare, ho
perduto il mio ditale, sapreste
indicarmelo?” Quello dice: ce l’ha
Minghin o la Rusèna, per esempio.
Allora egli va da quel tale e gli replica
la filastrocca, e se quello non ha il ditale
allora giù botte sulle mani con lo
scopetto. E così fa di seguito con gli
altri finché trova quello che ha il
ditale».
Ròmpar la pignatazza (rompere la
pentolaccia): «la prima domenica di
Quaresima come corollario del Carnevale si usa
in ogni casa paesana rompere la pentolazza. Se il
tempo è bello si rompe nel cortile o nell’aia, se
brutto, in una camera. S’adunano maschi e
femmine, tutti giovani, si mette la pentola nel
mezzo, e sotto le monete, Poi si fa il tocco, e il
primo designato viene bendato per bene, poi
fattogli fare intorno a se stesso alquanti giri, gli
si dà in mano un bastone, e si lascia libero.
Allora egli così tentoni, come uno che cammina
al buio, s’inoltra verso la pentola, e quando crede
di essere a buon tiro, lascia cadere il bastone per
colpire la pentola. Se la rompe, ciò che v’è sotto
è suo; se il colpo falla, viene sbendato fra le risa,
e i lazzi degl’astanti».
Màn ròssa (mano rossa): «Si fa in due, tra
fanciulli, ma più specialmente tra gli amanti.
Scommettono qualche oggetto, moneta e chi sa
anche qualche bacio, questi ultimi (altri tempi!).
Siedono uno di fronte all’altro in modo che le
ginocchia vengano a toccarsi. Uno dei due pone
la propria mano destra volta in giù sul proprio
ginocchio, e dice: “Màn ròssa!” l’altro, lesto, vi
sovrappone la sua incrociandola e premendo con
forza. Il primo ritira rapidamente la propria
mano soggetta, e quella dell’altro viene a
restar sotto, ed egli allora torna a
sovrapporvi la sua, e ciò si fa con celerità,
e con forza, di modo che alla fine del
gioco le mani pigiate, battute e strigliate
diventano rosse. Quello che resiste di più
vince».
La scaranèna d’òr (la sedia d’oro): «I
bambini fanno un cerchio, e fatto il chi tocca,
due si pongono nel mezzo, e
pigliandosi l’un l’altro colle mani
incrociate, uno dice: “la bella sedia
d’oro, che si metta a sedere chi vuole”.
Allora un bambino, pur che sia, va a
sedersi sopra le mani incrociate degli
altri due che formano come una sedia;
e l’altro di questi dice: “Guarda la
bella sedia che c’è su una figurina: in
processione la vogliam portare, una
gran botta ha da dare”. E, dopo averlo
portato in giro, sciolgono le mani, e il
bambino cade con il sedere per terra.
Tutti gli altri esclamano verso di lui,
ridendo e plaudendo: Ti sei goduto la
sedia? Hai dato una bella bottarina”».
La pèrla o mòsca (la pigna o la
mosca): «È un giocattolo di legno fatto
con il tornio, rotondo sulla parte
superiore, ma che venendo a basso
tende all’ovale restringendosi quasi in punta, e la
punta viene fermata con un chiodo rotondo come
una bolletta, di cui appaia soltanto poco più della
capocchia. I fanciulli ravvolgono attorno al
giocattolo un cordoncino. Detto “sfurzè”
(strozzare), fermandolo con cappio prima alla
parte superiore dove è una piccola escrescenza di
legno, poi lo fanno direttamente alla capocchia
nella parte inferiore, e poi cominciano a
41 Vita di Club n. 2
ravvolgerlo gradatamente per lo in su intorno
alla pigna, fino che la fasciano quasi tutta, e
avanza loro soltanto un poco di cordone, che si
attorcono intorno alle dita, e stringendo allora la
pigna voltata con il ferro in su, adarcano il
braccio, e la tirano contro il terreno, svolgendosi
allora tutto il cordone avvolta introno ad essa. Il
qual cordone resta in mano del fanciullo mentre
la pigna rimane libera per aria dalla forza
impressale va a sbattere contro il terreno, e col
ferro comincia a girare sopra se stessa ronzando
come un moscone. Finché venutale meno la
forza centrifuga, pian piano barcolla come un
ferito o un ubriaco e cade.» Immagino abbiate
riconosciuto la trottola di legno. Non
sempre i bambini potevano permettersi
una trottola di legno allora si arrangiavano
con altri oggetti.
Una curiosità: A Montedoro in Sicilia
esiste un monumento dedicato alla
trottola, segno evidente dell’importanza
di questo gioco nella tradizione
popolare.
La pirlinghèna (non ho trovato nessuna
traduzione): «Si fa passare uno stecchino nel
foro di un bottone femmina, pigliando con le due
dita pollice e indice, e talora anche con il medio,
e dandole con essi forza centrifuga, si fa frullare
sopra la mano sinistra, o sopra una tavola, o
anche per terra, e chi la fa frullare di più a lungo
rimane vincitore».
I bucìon (le bolle): «I fanciulli sbattono del
sapone nell’acqua dentro un catino, e pigliando
una cannuccia, e bagnandone una estremità nel
catino, e soffiando nell’altra con la bocca, e poi
levandola in su, formano una bolla, che più
soffiando più cresce, e infine si stacca dalla
cannuccia, e se ne va per aria come un piccolo
aerostato. Quello che fa la bolla più grossa, e che
la manda più lontano, quegli è il vincitore». Oggi
dalla Cina arrivano le bombolette di plastica per
fare le bolle, ma noi ci arrangiavamo comunque.
Nello scorrere il libro ho trovato uno dei
pochissimi passatempi che ci erano permessi
nella mia lunga permanenza in
collegio, che, durante l’ultima guerra, era stato
requisito prima dai tedeschi e poi dagli alleati.
Costruivamo con la creta i soldati e il loro
equipaggiamento cercando di riprodurre quelli
con i quali avevamo condiviso quelle fatidiche
giornate. Avevamo realizzato un ‘panel’
veramente bello. Io ero bravo solamente nel fare
le jeep dei soldati americani; assomigliavano
molto a delle scatolette con quattro ruote!
I pièt, l’altarè, i bambòzz (i piatti, gli altarini, i
bambocci): «I fanciulli pigliano della creta, e
formando a lor modo de’ piatti, stoviglie,
altarini, e figurine di animali, e d’uomini, fanno
scommesse a chi li fa più belli: e quegli che
ottiene i voti maggiori resta superiore».
Potrei continuare, ma non posso
impegnare tutta la rivista. Allora vorrei
finire citando, tra le tante trovate nel libro,
due filastrocche. Con la perdita delle
vecchie nonne e l’avanzare inesorabile
delle app (applicazioni per le nuove
tecnologie) anche i baby (una volta li
chiamavamo bambini) da 0 a 3 anni hanno
i loro videogiochi. Che se ne fanno delle
filastrocche? Vi rammento alcune di quelle che
ho trovato nel libro e che mia mamma
raccontava ai miei figli tenendoli sulle ginocchia
facendoli saltare o sballottare per aria. Ve le
scrivo in dialetto, seppur non facilmente
leggibili, perché altrimenti perderebbero la rima
e il loro fascino.
Oc, urèc e nès: il bambino viene toccato
gradatamente coll’indice, facendosi dagli occhi e
dicendo: Quèst l’è l’ucì bèl – Quèst l’è su fradèl –
Quèsta l’è l’urcina bèla – Quèsta l’è su surèla - Quèst l’è
è campanòn – Che fa dòn don.
Al dida dal màn: si comincia toccando in
successione le dita del bambino cominciando
dal pollice e dicendo: Quèst è dis che vò dè pàn –
Quèst è dis che non ci n’è – Quèst è dis: cum a farègna ? –
Quèst è dis: a rubarègna! Quèst è dis: nò fè, nò fè – Par
la gola t’srè impichè.
E ancora, e ancora, fino alla stanchezza del
bambino che cade finalmente addormentato.
Anch’io!
Giochi storici: la mosca cieca, la campana, la cavallina, ruba bandiera.
42 Vita di Club n. 2
RIMINI STORIA
L’ENIGMA DEI BRONZI DI CARTOCETO
Due anni fa, dopo una gita in quel di Pergola, raccontammo l’esperienza sulla nostra rivista (Vita di Club 20112012 n.3, pagg. 26-29) e la storia dei bronzi riportati alla vita dopo secoli di sepoltura …
«l’incredibile, imponente gruppo statuario che la terra ci ha casualmente restituito dopo averlo custodito per
duemila anni, sottraendolo, dopo la furia iniziale che lo ha smembrato, ad altre violente rapine … ora splende nel
suo rivestimento dorato sul grande palco allestito per rendere ai visitatori il senso della sua magnificenza e
maestosità. … All’interno di un’unica fossa vennero alla luce nove quintali di frammenti, più di 300 pezzi di varie
dimensioni. Tra questi erano riconoscibili le teste e le zampe dei due cavalli, parte di un busto e di due gambe
maschili, la parte superiore e inferiore di una figura femminile, ed una infinità di altre parti di collocazione
indeterminata. Quando i pezzi furono assemblati si intuì che i frammenti dovessero appartenere, in origine, ad un
monumentale gruppo statuario d’epoca romana composto da due figure femminili, ammantate e velate, e da due
cavalieri in veste militare d’alto rango, con cavalli riccamente ornati. Fin qui l’evidenza, poi gli interrogativi, perché il
gruppo costituisce un grande enigma tuttora insoluto nonostante i numerosi studiosi che si sono avvicendati nelle
ipotesi per rispondere alle domande sorte spontanee. Qual è l’origine: è un monumento pubblico o un monumento
privato? Qual è la causa della singolare distruzione? E la datazione? E l’identificazione del cavaliere? E la località
in cui il complesso era eretto? … Il mistero continua … ».
Ora abbiamo trovato su “Chiamami città” un articolo che ci piace riportare perché aggiunge al mistero una nuova
ipotesi decisamente interessante. È confutabile? Che importa? Lasciateci sognare!
Anna Mariotti Biondi
I BRONZI DORATI DI CARTOCETO ERANO IN ORIGINE COLLOCATI SULLA
SOMMITÀ DELL’ARCO D’AUGUSTO A RIMINI?
di DANILO RE
L
Ipotesi ricostruttiva dell’Arco d’Augusto
secondo Traiano Finamore, Archivio
Soprintendenza archeologica, Bologna.
’ipotesi è tutt’altro che peregrina:
strano piuttosto che finora non sia mai
stata avanzata da nessun’altro. Nel
1946 i bronzi furono rinvenuti in
frammenti a Cartoceto (PU), sepolti a breve
distanza dalla via Flaminia, che collega Rimini a
Roma. Dopo un lungo restauro e un’altrettanto
lunga contesa tra il Comune di Pergola ed il
Museo Archeologico delle Marche in Ancona, i
pezzi sono ora esposti presso il Museo dei bronzi
dorati e della Città di Pergola. Le statue
rappresentano a grandezza naturale due uomini a
cavallo e due donne. Un cavaliere col suo
cavallo e una delle donne sono ben conservati; la
seconda donna è priva della parte superiore; il
secondo cavaliere è quasi totalmente mancante,
mentre la ricostruzione del suo cavallo risulta
gravemente lacunosa.
Varie sono le opinioni circa l’identità dei nostri
quattro personaggi, che dovrebbero comunque
appartenere ad un’unica famiglia romana d’alto
rango. La datazione delle opere è posta alla
seconda metà del I secolo a.C., ciò soprattutto in
base all’acconciatura della anziana donna, tipica
di quel periodo. Per quanto concerne la
collocazione
originale
dei
bronzi, ritrovati al
di fuori di ogni
contesto urbano o
monumentale,
sono state date
varie
risposte,
nessuna definitiva.
Secondo il professor Lorenzo Braccesi
dell’Università di Padova, la sede più probabile
sarebbe stata l’antica Pesaro; i due stalloni
portano infatti dei pettorali ornati con figure di
nereidi, tritoni, cavalli marini e delfini: segno
palese di uno stretto legame tra i personaggi
rappresentati ed il mare. L’insieme degli indizi
porta invece, secondo me, a Rimini. Se
cerchiamo una importante località di mare,
connessa con la Flaminia, dotata di un luogo
consono alla sistemazione di bronzi dorati della
fine del I secolo a.C., arriviamo sicuramente al
nostro Arco d’Augusto, eretto nel 27 a.C. .
La mia idea colloca dunque le statue a Rimini, a
un paio di giorni di cammino dal luogo del loro
ritrovamento. Ma chi è il misterioso personaggio
43 Vita di Club n. 2
di mezz’età che indossa il paludamentum (il
pesante mantello che contraddistingueva i
comandanti militari), quello potenzialmente più
facile da riconoscere nel gruppo? Un
rappresentante della famiglia Giulio - Claudia?
Un’altra personalità della corte imperiale?
Oppure un notabile locale? L’ampia e
simmetrica stempiatura, le due rughe che solcano
la fronte e anche l’aggrottamento delle
sopracciglia
appartengono
all’iconografia
consueta per Caio Giulio Cesare (101 - 44 a.C.),
il 'nipotino' di Venere nata dalla spuma del mare.
Nella parte centrale del volto, soprattutto gli
occhi ma anche l’incavatura delle guance
differiscono leggermente dal modello; ciò è
certamente da imputare alle difficoltà di restauro
della sottile lamina bronzea, variamente
deformata. La conformazione della bocca e
quella del mento ritornano invece nell’alveo
dell’identificazione proposta. Se si conviene con
questa soluzione, il secondo cavaliere dell’Arco
d’Augusto, quello quasi totalmente perduto, non
può essere altri che Cesare Ottaviano Augusto
(63 a.C. - 14 d.C.), vincitore di due battaglie
navali: Nauloco e Azio. E le due matrone? La
statua integra sfoggia un vistoso anello alla mano
sinistra: era il segno d’appartenenza della
famiglia all’ordine equestre. La gens di Gaio
Ottavio, padre di Augusto, apparteneva appunto
agli equites; anche se nei lunghi anni di
schermaglie verbali tra i due, Marco Antonio
aveva insinuato che Ottaviano discendesse
invece da un liberto occupato come
cordaio.
A questo punto l’altra figura
femminile, secondo il mio parere,
deve essere Giulia minore (102 - 51
a.C.), sorella di Cesare e madre di
Azia. Perché? Augusto, figlio adottivo
di Cesare, sta instaurando una
monarchia ereditaria: in quest’ottica i
legami di sangue divengono fondamentali e
anche le figure femminili della famiglia
assurgono ad un’importanza mai rivestita prima
all’interno della società romana.
Da Rimini - la città dalla quale Cesare aveva
scatenato la guerra civile - Augusto lancia un
duplice messaggio politico: dell’avvenuta
pacificazione, rappresentata nel gesto detto
adlocutio, il braccio alzato dai cavalieri in segno
di pace; e di continuità dinastica, visualizzabile
nel
suo personale
albero genealogico
tridimensionale. L’Arco di Rimini, una volta
estraniato dalla sua funzione di porta urbana,
diverrà il prototipo per gli archi di trionfo degli
imperatori successivi: di utilità pratica nulla ma
efficaci mezzi di propaganda.
Che l’Arco dovesse essere corredato da statue è
opinione unanimemente condivisa: alcuni
avevano pensato ad una quadriga trionfale, altri
ad una isolata statua equestre dell’imperatore. I
quattro personaggi di Cartoceto unificano in
certo senso le due congetture. Credo che il punto
di forza della mia teoria stia nel fatto che risolve
più problemi di quanti non ne sollevi; oltre a ciò,
si basa su di un presupposto piuttosto semplice,
cioè che un gruppo statuario prestigioso sia da
associare ad un monumento di rilevanza
notevole. E infine, come sono soliti dire negli
Stati Uniti, una buona idea può venire a
chiunque. Mi pare, ad esempio, che la scelta
stessa di posizionare le copie ricostruttive dei
bronzi (eseguite dalla Soprintendenza delle
Marche) sulla terrazza sommitale del Palazzo
Ferretti di Ancona, a considerevole altezza,
riproduca le condizioni espositive originarie da
me suggerite. Il piano attico dell’arco, su cui far
poggiare il basamento per i bronzi, era un
rettangolo di oltre quattro metri di profondità per
un fronte più breve dell’attuale: una decina di
metri circa. Infatti secondo la studiosa Maria
Luisa Stoppioni ai lati delle statue, collocati su
mensole poste più in basso, dovevano trovarsi
due trofei, probabilmente simili a quello
raffigurato sulla cosiddetta Gemma Augustea. I
prigionieri della scena sono donne e guerrieri
Galati, i giganteschi mercenari
della guardia di Cleopatra.
È
suggestivo e plausibile
immaginare
che
parte
dell’immenso tesoro della regina
d’Egitto sia servita a finanziare il
complesso
monumentale
riminese. Per restare nel solco
tracciato con la mia ricostruzione,
penso che le circostanze del trafugamento dei
bronzi, avvenuto in epoca imprecisata, siano
anch’esse da legare alla storia di Rimini.
Personalmente propendo per gli eventi legati agli
anni della guerra gotica (535 - 553 d.C.), quando
la città fu aspramente contesa tra Goti e
Bizantini e persino il Ponte di Tiberio subì gravi
danneggiamenti. Io punto il dito sui saccheggi
perpetrati dai Longobardi al soldo dell’eunuco
Narsete, che per la loro selvaggia ingovernabilità
vennero allontanati in tutta fretta dall’Italia.
Poi tornarono e se la conquistarono, ma questa è
un’altra storia.
44 Vita di Club n. 2
SOCIETÀ&SOLIDARIETÀ
TANA LIBERA TUTTI
Una storia d’amore.
di FRANCA FABBRI MARANI
I
n questa nostra epoca segnata dal
fallimento di tante unioni e avvolta da un
velo di cupezza che rende opaca la vita
voglio raccontarvi una storia, una bella
storia. È la storia di una famiglia formatasi nel
1978, una famiglia che, nel tempo, si è allargata
all’infinito e continua ad allargarsi nel segno
dell’amore ad opera di tante persone speciali.
Paola ed Ortensio sono le prime due persone
speciali che ho conosciuto poco dopo essere
arrivata a Rimini da Milano; Ortensio era un
collaboratore di mio marito al Colorificio
Sammarinese ed io ebbi modo d’incontrarlo,
insieme a quella che allora era la sua fidanzata, a
Sant’Agata Feltria, in occasione della Sagra del
Tartufo. Da subito mi colpirono i loro sorrisi:
quello di Paola di una dolcezza e comunicatività
particolari, quello di Orti vivo per intelligenza,
che si rifletteva nell’acutezza dello sguardo.
Dopo il loro matrimonio nacque la consuetudine
della frequentazione; era sempre una gioia stare
con queste belle persone, ritrovarsi a parlare lo
stesso linguaggio, condividere esperienze,
speranze, progetti. Anche i miei figli - allora
bambini - si divertivano immensamente in queste
serate di gioiosa serenità in cui non mancavano
giochi in cui venivano coinvolti. Poi anche nella
famiglia Cangini arrivarono i figli: prima Gioele
e Carolina, quindi, a distanza, Marcello.
Marcello, un bimbo speciale, con una x in più
nei cromosomi e senza segni sui palmi delle
mani, un bellissimo bimbo affetto dalla
Sindrome di
Down,
ammirato da
tutti
alle nozze di mio figlio celebrate quindici giorni
dopo la sua nascita. Marcello cresceva allegro e
felice, affettuosissimo, dotato di un naturale
istinto musicale, abilissimo nell’usare gli
strumenti tecnologici, stimolato e cullato
dall’amore di tutta la sua famiglia, una bella
famiglia che camminava all’insegna dei valori e
della promozione della persona. Ma al grande
cuore di Paola ed Orti non bastava curarsi della
crescita e della felicità del loro bambino
speciale, chiudendosi nel cerchio dell’amore
della famiglia; dalla loro esperienza hanno fatto
nascere … il miracolo: una famiglia sempre in
espansione in cui i bambini speciali e le loro
famiglie sono sollecitati ad entrare e sono accolti
come se ne facessero parte da sempre. E subito il
loro mondo cambia: si trovano a vivere una
realtà non più di isolamento e spesso di
smarrimento, ma ricca di presenze, gioiosamente
operosa, con tante persone che festosamente si
impegnano per regalare stimoli e realizzare
tantissime attività che, negli anni, sono divenute
sempre più numerose e diversificate. Il nome di
questo miracolo? “TANA LIBERA TUTTI”1,
un nome che rispecchia il clima di continua festa
e gioia di vivere che connota questa associazione
e da cui resta subito contagiato chi, come me, ha
la fortuna di frequentarla.
1
Tana Libera Tutti è un’associazione ONLUS di genitori e amici per la tutela di persone diversamente abili, nata nel gennaio
2000 che ha le strutture in località Ca’ del vento vicino a Novafeltria. È dotata di laboratori permanenti di: musica, informatica,
falegnameria, giardinaggio, cucina e orto. Offre un servizio specialistico di ippoterapia e con personale qualificato lavora sul
potenziamento delle abilità acquisite per una maggiore autonomia e responsabilità. Nei mesi di giugno-luglio organizza un
centro estivo aperto a tutti i ragazzi nella fascia d’età dai cinque agli undici anni per creare esperienze di socializzazione e
relazione attraverso il gioco. In occasione del Natale propone un mercatino con oggetti realizzati dai suoi ragazzi nei vari
laboratori o regalati da amici e sostenitori dell’associazione.
Dedichiamo a Marcello “L’angolo della poesia” perché egli l’ha scoperta nella profondità del suo essere,
come scrive la sua insegnante Mariangela Di Pasquale, docente di Lettere dell’Istituto Einaudi di
Novafeltria.
45 Vita di Club n. 2
“Quando la spieghi la poesia diventa banale. Meglio di ogni spiegazione è l'esperienza diretta delle emozioni che può svelare
la poesia a un animo predisposto a comprenderla".
Cosi asseriva Pablo Neruda (Philippe Noiret) nel film "Il Postino" di M. Radford.
La poesia non può essere spiegata. È un sussurro del|’anima, un anelito che si leva dal più profondo di noi stessi per svelare il
mistero e la bellezza dell’essere. In ognuno di noi c’e un poeta che canta i suoi versi. Solo in pochi però sanno fidarsi di lui e
dargli voce senza paura di essere banali. Marcello è un poeta. Ha avuto il coraggio di dar voce a quella parte di sé che sa
vedere l’invisibile e svelare i segreti del suo cuore. La sua poesia coglie sempre l’essenza di ogni cosa o persona su cui egli
posa lo sguardo. È semplice, essenziale e proprio per questo, è straordinaria. Vincenzo Cardarelli scriveva: "Poesia potrebbe
anche definirsi: la fiducia di parlare a se stessi". Questo è quello che ha fatto Marcello. In quest’anno scolastico in cui in
classe abbiamo studiato la poesia, Marcello "ha vissuto la poesia". Ha cantato l’amore, la solitudine, la scuola, le persone che
ama... e l’ha fatto fidandosi di sé, del sussurro della sua anima.
.
L’ANGOLO DELLA POESIA
SOLO QUESTA POESIA
di MARCELLO CANGINI
UN UOMO E UNA DONNA
Si costruisce una nave.
Un uomo e una donna,
quando viene la sera,
quando viene il tramonto,
mangiano,
fanno una festa
e cantano al chiaro di
luna.
Quando viene la luna,
le stelle brillano sul mare.
Poi,
viene costruita la nave
con legno,
chiodi,
vernice fresca
e sulla nave dormono
e si sentono bene.
Poi arrivano ad una città,
illuminata,
accesa.
Il faro girava
per chiamare le navi.
Cinque uomini
entrano in un bar,
affittano una nave
per fare una vacanza.
Vanno verso il tramonto
e mangiano
al chiaro di luna.
Alla fine fanno festa
con i fuochi cl'artifici0.
IL MIO CAVALLO
C’é un cavaliere
di nome Marcello.
Marcello é sul suo cavallo
Raya
passerà alla storia
e dice a Raya:
"I tuoi capelli
si muovono al soffio del
vento
e galoppi in libertà,
senza pensare".
CADONO LE FOGLIE
Vedi quell’albero laggiù?
Cadono le foglie...
sembrano palle di neve
o stelle cadenti.
Vedi il sole dietro l’albero?
Sembra una palla di fuoco
che scalda il mare di
Rimini.
Segui la strada
fino ad un’altra città,
Pietracuta,
e guarda l’autunno.
SOLO QUESTA POESIA
Sei gentile,
e dolce
e tanto bella.
Tu sei carina con me,
mi accarezzi il cuore
e il fondo delle lacrime.
Vedo i tuoi occhi
e, io, senza un fiato.
Quando mi parli,
non ho le parole.
Senza respiro,
senza voce,
per te,
solo questa poesia.
È MAGIA
Quando è amore
è magia.
Quando lei mi abbaglia
e mi colpisce il cuore.
è magia
NELLA MIA ANIMA
IL SOLE E IL VENTO
Poesia
é andare in fondo,
in profondità,
nella mia anima
e tirare fuori quello che c’é:
la poesia.
Guarda il sole!
Sembra che bruci i tuoi
capelli.
E il vento che fa?
Ti porta via
da me.
46 Vita di Club n. 2
SERVICE
DON’T STOP BELIEVIN’
“Non smettere di crederci” è un brano dei Journey che gli X Prep ci hanno fatto ascoltare nel corso del loro
meraviglioso concerto organizzato al Teatro Novelli dal Lions Club Rimini Malatesta il 15 marzo 2014.
Lo prendiamo a prestito per la finalità del nostro service, il cui ricavato quest’anno è devoluto a Rimini Autismo
Onlus. Il termine autismo deriva dal greco αὐτός (stesso) e allude al fatto che la persona affetta da autismo tende
ad astrarsi dalla realtà per isolarsi in una sorta di "mondo virtuale", personale e chiuso. L’associazione offre un
sostegno concreto alle famiglie che devono assistere una persona autistica, senza limiti d'età o di posizione
geografica. Si propone di stabilire stretti rapporti con gli enti pubblici e l’Azienda Usl per promuovere la creazione di
servizi diretti a garantire il miglior sviluppo possibile delle potenzialità delle persone autistiche, la loro autonomia
personale e lavorativa, migliorare la qualità della vita dei familiari. Organizza corsi di formazione sul tema
dell’autismo, convegni, conferenze, dibattiti e cura pubblicazioni al fine di promuovere l’informazione sulle
caratteristiche dell’autismo.
1. IL SERVICE
C
ari amici del Club Lions Rimini
Malatesta, anzitutto un grazie di cuore
da parte di Rimini Autismo per aver
scelto di destinare i proventi della
bellissima serata del 15 marzo scorso dal titolo
‘Il viaggio senza fine del Rock and Roll’ alla
nostra associazione.
Un grazie particolare al Presidente, Lily Serpa,
per l’impegno e la grande determinazione
profusi per la miglior riuscita di questo
significativo appuntamento e grazie anche a tutti
i club Lions che, con grande senso di squadra, si
sono stretti attorno a questa bella iniziativa.
Merito del successo va sicuramente ai
protagonisti, il gruppo X-Prep capitanato dal
dottor Antonio Battistini, che ha voluto regalarci
questo concerto, significativo non solo dal punto
di vista artistico, come tributo alla storia del
Rock & Roll, ma anche come opportunità, per la
nostra associazione, di farsi conoscere meglio da
tutti voi.
A tal proposito vorremmo condividere alcune
importanti novità che riguardano la nostra
associazione e il lavoro che stiamo facendo sul
territorio: proprio in queste ultime settimane
Rimini Autismo è stata convocata a Roma, in
Senato, per essere ascoltata, fra altre
associazioni, in merito alle nuove proposte di
legge in materia di autismo; un riconoscimento
importante a livello nazionale che ci onora e ci
dà grande soddisfazione; oltre ciò, Rimini
Autismo è stata fra le associazioni premiate per
la provincia di Rimini con il “Premio Marco
Biagi - Il Resto del Carlino per la solidarietà
sociale” al quale abbiamo
partecipato con uno dei
nostri
progetti
di
accoglienza:
Autismo
Friendly Beach la prima
rete europea di accoglienza
turistica di persone con
autismo, di cui in questi
giorni e con partner territoriali istituzionali,
partirà la seconda fase dei lavori.
Questi successi non appartengono solo a Rimini
Autismo, ma alla città di Rimini che,
trasversalmente, ha creduto e si è impegnata in
questi anni al nostro fianco non facendo mai
mancare generosità e sostegno. E anche l’evento
da voi promosso ne è un significativo esempio.
La fiducia, il consenso e la collaborazione fattiva
ricevuti dalle tante istituzioni e realtà pubbliche e
private del territorio incentivano il nostro
impegno e il nostro lavoro che ricordiamo essere
finalizzato ad accogliere le famiglie di persone
con autismo e tutelarne i diritti. Lavoriamo al
fianco della struttura sanitaria occupandoci del
benessere dei nostri ragazzi, favorendo
l’accoglienza e la relazione fra famiglie che
vivono ogni giorno la difficoltà di un impegno
serrato e promuovendo progetti finalizzati a
diffondere quanto più possibile cultura
sull’autismo, quella che anche voi, con la vostra
amicizia, ci aiutate a trasmettere e condividere.
Grazie a tutti anche dal consiglio direttivo e dalle
famiglie di Rimini Autismo.
Il Presidente Enrico Maria Fantaguzzi
47 Vita di Club n. 2
2. IL CONCERTO
Il concerto ha ottenuto un grande successo di pubblico e dato vita ad una importante gara di solidarietà tra
sponsor, Lions delle due zone e comuni cittadini.
La strepitosa band X-Prep è formata da Antonio Battistini (batteria e voce ‘cantante e narrante’), Marcello Raggini
(chitarra e voce), Demis Ranocchini (basso), Sandro Serra (chitarra), Stefania Zanetti (voce) e Gian Luca Terenzi
(tastiere). Tra gli artisti ospiti, eccezionali le performance del chitarrista Boris Casadei e del cantante Erik
Tognarini.
«Per la verità stasera al posto suo – ha raccontato Antonio Battistini - doveva esserci proprio Ligabue, solo che
aveva la comunione di suo nipote e non è potuto venire, allora abbiamo chiesto ad Erik di sostituirlo, dato che tanto
ha la voce che assomiglia a Ligabue più di Ligabue. Ci è venuto a costare un … botto, ma ne valeva la pena.
Volevo ringraziare per avercelo concesso tutti i componenti del suo gruppo, che si chiamano “Gli stranieri” (li ho
presi sempre in giro per ‘sto nome, poi ho pensato che noi ci chiamiamo xprep che è il nome di una purga, e ho
smesso) e sono una tribute band di Ligabue, cioè fanno solo brani di Ligabue, come l’originale.»
Ringraziamenti sono andati a tutti coloro che hanno collaborato: in particolare al grafico Alessandro Piras, ad
Alessandra Urbinati dell’associazione Rimini Autismo, al regista Matteo Comini, al fotografo Pier paolo Pistone, a
Michela Rotunno (make up costumista e motivatrice storica degli Xprep), a Matteo Pelliccioni, ai tecnici (fonico,
tecnico delle luci, tecnici di palco, autore riprese video).
SAGGIO
“Il viaggio senza fine del Rock and Roll” racconta, attraverso brani e autori
noti al grande pubblico, la storia di un genere musicale che ha emozionato
generazioni di giovani in tutto il mondo. Vite, curiosità, aneddoti impensabili e
tanto altro che ignoriamo è il tessuto di questo ‘viaggio’ suonato e raccontato,
supportato da immagini e filmati rari, che fa rivivere all’ascoltatore i momenti salienti di un genere musicale che, a torto
o a ragione, può essere definito ‘planetario’ e, almeno per il momento, immortale.
di ANTONIO BATTISTINI
D
al giorno più o meno certo della
nascita del Rock sono trascorsi oltre
sessant’anni e su questo genere
musicale non sembra che il sole debba
mai tramontare. Dopo tutto questo tempo, ha
ancora senso definirla una musica per giovani?
Non è forse il caso di iniziare a chiamarla musica
per tutti? Come nasce il Rock and Roll? È dei
bianchi o dei neri? Chi ha scritto il primo brano di
Rock and Roll? È un genere americano o inglese?
La vera chitarra è Fender o Gibson? Meglio
Beatles o Rolling Stones? Il Punk è morto? Queste
ed altre sono le domande alle quali abbiamo
inteso dare risposta attraverso un concerto che è
anche un saggio sulla musica Rock, un
documentario nel quale trovano posto e si
completano, immagini, note e parole.
STATUS QUO
Molte volte, nel fare ricerche sui vari artisti, mi
sono ritrovato a pensare quanto l’Italia sia
sempre stata completamente ai confini del
mondo quanto a conoscenza musicale. È vero
che spesso si tratta di artisti resi celebri da un
unico brano o poco più, con carriere magari
brevi, come i Sonics, i Free, la Steve Miller
Band, ma sono certo che anche a proposito degli
Status Quo pochi sanno qualcosa. Questo
gruppo è stato fondato nel 1962 in Inghilterra da
un inglese, il bassista Alan Lancaster, e dal
chitarrista di origini italiane Francis Rossi.
Ebbene questa storica band di R&R britannica
può essere considerata la band dei record, ve ne
cito solo alcuni: 120 milioni di dischi venduti,
per cinquant’anni di fila ha avuto sempre almeno
un suo brano in classifica nelle top 20 inglesi e
addirittura sempre un album fra i primi 10 nelle
top ten del Regno Unito, il maggior numero di
singoli piazzati nelle classifiche inglesi, 67 dal
1960 ad oggi (per intenderci più degli U2), il
maggior numero di concerti dal vivo (circa
7000), il maggior numero di apparizioni
televisive, il maggior numero di concerti nella
prestigiosa Wembley Arena di Londra. È stato
anche il primo gruppo rock della storia al cui
concerto hanno preso parte membri della
famiglia Reale; il 21 settembre del 1991 la band
tiene 4 concerti in 4 città differenti della Gran
Bretagna in 11 ore e 11 minuti, tanto che, dai che
te dai, nel 1997 al chitarrista Rick Parfitt viene
48 Vita di Club n. 2
un infarto durante un concerto. Sottoposto ad un
intervento chirurgico, dopo tre mesi è di nuovo
sul palco in uno storico concerto a Norwick.
Tutti questi successi sono ancora più
impressionanti, se si considera che sono record
ottenuti avendo come concorrenti casalinghi in
quegli anni, personaggi e gruppi come Beatles,
Rolling Stones, Led Zeppelin, Who, Queen,
David Bowie, Elton John, solo per citarne alcuni.
Nel gennaio 2010, come riconoscimento per gli
infiniti meriti musicali, i due membri storici del
gruppo Rick Parfitt (quello dell’infarto) e
Francis Rossi (quello di origini italiane, dei due è
quello biondo), sono stati insigniti dalla Regina
Elisabetta in persona del titolo di ufficiali
dell’ordine dell’Impero Britannico per meriti
musicali. In programma abbiamo messo due loro
super classici: Rockin all over the World del
1977, con il quale aprirono come primo brano e
primo gruppo lo storico Live Aid del 1985
seguito in diretta da oltre 300 milioni persone, e
Down down del 1975. Per la verità Rockin all
over the world è di John Fogerty, storico
cantante e chitarrista dei Creedence Cleerwater
Revival, dei quali avevamo già parlato e suonato
qualche anno fa Proud Mary, solo che quando J.
Fogerty lo pubblica nel suo primo album solista,
nel 1976, come si dice per essere fini, non se lo
caga nessuno; il brano piace agli Status Quo, che
lo arrangiano e lo inseriscono in un loro album, e
nel 1977 ne vendono subito 7 milioni di copie.
ROBERT PALMER
Il 26 settembre 2003 a 54 anni, muore per
attacco cardiaco, in un hotel a 5 stelle sugli
Champs Elysées, Robert Palmer; come direbbe
qualcuno, è morto con stile come è sempre
vissuto. Robert Palmer è uno di quegli artisti,
apparentemente di secondo piano, che in realtà
hanno avuto una carriera costellata di successi e
gratificazioni. Suona tutti gli strumenti, è infatti
chitarrista, bassista e tastierista, ha ricevuto per
due volte il Grammy Award come miglior voce
maschile nel 1987 e nel 1989, premio vinto
prima di lui per esempio da Bob Dylan, Bruce
Springsteen e Michael Jackson; nel 1987 lo
vince col brano Addicted To love, che abbiamo
fatto qualche hanno fa, poi reso ancor più
famoso da Tina Turner che ne fece un suo
cavallo di battaglia, ed in quell’occasione batte
concorrenti come John Fogerty (quello di
Rock’n all lover the world degli Status Quo di
prima), Peter Gabriel e Billy Idol, ma, quando
vince nel 1989, si lascia alle spalle addirittura
Erick Clapton, Jo Cocker e Rod Stewart. Nel
1990 la rivista “Rolling Stones” lo nomina Best
Dressed Rock Star, la rock star più elegante, in
quanto oltre essere bravo a suonare e cantare,
Palmer è anche un figo. Dal ‘76 al ‘94 è sempre
stato in classifica in America, Australia ed
Inghilterra, vincendo 5 dischi di platino e 4
d’oro. Uno dei suoi brani di maggior successo è
Johnny and Mary del 1980 e, come tributo al
grande artista scomparso, gli Status Quo, nel
1996, includono in un album di riarrangiamenti
di brani a loro cari di grandi artisti come Beach
Boys, Chuck Berry, Beatles, proprio questo
brano di Robert Palmer, a testimonianza del suo
valore.
Il brano che si intitola “Bad case of lovin you”,
del 1979, è molto famoso all’estero (ovviamente
poco da noi). Lo abbiamo scelto al termine di un
accurato lavoro di ricerca che si è svolto così: è
entrato Demis in sala prove e ci ha detto “o
ragazzi, ho sentito un pezzo alla radio che è una
figata, è di Robert Palmer, mi sa che si intitola
tipo Doctor doctor”, e in effetti si intitola anche
così.
PIECE OF MY HEART
In questo caso mi ritrovo a dover fare, più che in
altre occasioni, la storia del brano più che
dell’artista. Quando la Stefania ha espresso il
desiderio di scegliere “Piece of my heart” di
Janis Joplin, le abbiamo fatto notare che di
Janis Joplin avevamo già parlato, quindi il brano
non si poteva fare, dato che, avendo a
disposizione tutti i brani e gli artisti degli ultimi
60 anni, l’assortimento non mancava e si poteva
non ripetersi. A nessuno era passato in mente che
il brano più famoso di Janis Joplin non fosse di
Janis Joplin, poi mi sono messo a cercare ed ho
scoperto la prima versione del brano, precedente
di un anno a quella di Janis Joplin, e l’interprete
era, udite udite, miss Erma Franklin, sorella di
Aretha Franklin, che tentava con questo brano la
carriera solista dopo aver fatto da corista alla
sorella famosa, ma la cosa si concluse lì.
Il brano venne riproposto l’anno successivo dal
gruppo Big Brother and the holding Company,
che aveva Janis Joplin come cantante e da quel
momento diventa per tutti un suo brano.
Andando a spulciare, però, è risultato che il
brano non è né dell’una né dell’altra, ma del
quasi sconosciuto e sfortunato Bert Berns,
autore anche niente po’ po’ di meno che di Twist
and Shout resa famosa dai Beatles. Bert Berns,
immigrato ebreo russo, contrae la malattia
49 Vita di Club n. 2
reumatica da bambino, durante i continui
trasferimenti della sua famiglia estremamente
povera, e, nonostante la salute cagionevole che
lo porterà alla morte per insufficienza cardiaca a
soli 38 anni, intraprende fin da giovane la
carriera di musicista; viaggia molto e lavora per
tanti artisti famosi, fra i quali anche Salomon
Burke assieme al quale produce Everybody
needs somebody to love, diventata poi
celeberrima anni dopo grazie al film “The blues
brothers”. Pensate quanta strada si fa partendo da
una certezza sbagliata. Tra l’altro, questo brano
sembra aver ispirato l’autore di un altro brano
famoso che faremo tra poco. Viene da pensare
quanto altro avrebbe potuto fare questo oscuro e
fragile musicista, oscuro forse per noi, ma non
per i Led Zeppelin che dedicarono il loro brano
“Baby come on home” come loro tributo a Bert
Berns. Detto questo, il brano rimane un successo
di Janis Joplin, e dato che la Stefania quando si
parla di Janis Joplin tende a cantarne due al
prezzo di uno, ripropone anche una vera canzone
di Janis Joplin, “Mercedes Benz”.
VAN HALEN - TWISTED SISTER - BON
JOVI
Gli anni 80 sono stati spesso sbolognati dalla
critica, in ambito artistico in senso lato, ovvero
cinematografico, letterario e musicale, come anni
di plastica, ovvero anni inconsistenti e futili. In
ambito rock, per rimanere a noi, proprio in
quegli anni esplose per un periodo di qualche
anno, una corrente musicale definita “hair
metal”, forse in relazione alle capigliature
cotonate degli artisti, che era probabilmente
l’apoteosi di quello che i denigratori degli anni
‘80 intendevano per anni di plastica.
La scena dell’hair metal era concentrata
principalmente in California ed in particolare a
Los Angeles. Fra gli esponenti di spicco di
questo genere c’erano tre gruppi che si
spartivano il pubblico di appassionati, Van
Halen, Bon Jovi e Twisted Sister. Gli
appassionati della tecnica musicale seguivano
Van Halen, gruppo fondato dai fratelli Alex ed
Eddie Van Halen appunto, di origini olandesi.
Alex Van Halen inizia suonando la chitarra ed
Eddie la batteria, ma dopo un po’ decidono di
scambiarsi gli strumenti, e questa risulta una
scelta azzeccata dato che Eddie Van Halen
diventa uno dei più grandi chitarristi della storia
del rock, inventando un nuovo modo di suonare
la chitarra, ed apportando addirittura modifiche
costruttive alla struttura della celebre chitarra
Fender Stratocaster modificata da lui con
particolari accorgimenti tecnici.
Il cantante del gruppo è David Lee Roth, a metà
fra cantante e belloccio del gruppo, ed acrobata,
buffone pagliaccio, celebre per le sue
performance atletiche durante i concerti.
Mentre per il pubblico femminile il sogno di
tutte le adolescenti era senza dubbio Jon
Bonjovi, cognome vero Bongiovanni, famiglia
originaria di Sciacca in provincia di Agrigento.
Bonjovi fonda il gruppo omonimo nel 1983, e
grazie al suo aspetto avvenente, ma diciamo la
verità anche per le doti vocali non comuni,
diventa rapidamente un’icona dell’hair metal.
Col senno di poi, a distanza di 30 anni, le
adolescenti di oggi si chiederanno come potesse
diventare una icona sexy un tamarro del genere,
ma vi assicuro che all’epoca, quando c’era di
mezzo lui non ce n’era per nessuno. In ogni caso
questo signore col suo gruppo ha venduto 130
milioni di dischi, ha effettuato oltre 4000
concerti nel mondo per oltre 35 milioni di fan.
E adesso arriviamo ai veri fenomeni di questo
super trio ovvero i Twisted Sister; i loro fan non
sono né amanti dei virtuosismi alla Van Halen,
né dei fotomodelli alla Bon Jovi, questo è il
gruppo più ruspante e i suoi fan non bevono
meno di tre litri di birra a concerto, vestono
come i cani, e alla fine dei concerti raramente
riescono a trovare la strada di casa.
Del fantastico cantante dei Twisted Sister, Dee
Snider, bisogna apprezzare la … delicatezza del
look, come anche quella del loro bassista Mark
“the animal” Mendoza. Ma, come sempre
succede in questi casi, l’abito non fa il monaco:
questo gruppo ha avuto come gruppo supporter
dei loro concerti, i Metallica, ed ha avuto come
ospiti nei loro dischi Alice Cooper, Brian Setzer
e Billy Joel, loro grandi fan da sempre.
Il brano dei Twisted Sister prescelto, “Where not
gonna take it”, è stato nel 1984 fonte di forti
contestazioni per i suoi contenuti scandalosi e
diseducativi. Rivista la cosa a distanza di
trent’anni, fa quasi tenerezza, oggi una cosa così
la trasmetterebbero su Disney Channel.
Dei Van Halen proponiamo “Jump” del 1984,
definito dalla critica il loro vero brano hair
metal, l’unico brano dei Van Halen che
raggiunse il primo posto in classifica, e
caratterizzato dall’avere una gran parte del brano
basata sulle tastiere, in un gruppo senza
tastierista.
Dei Bon Jovi, che invece non han fatto altro che
collezionare primi posti in classifica, premi,
50 Vita di Club n. 2
riconoscimenti, dischi d’oro e di platino,
scegliamo un brano un po’ meno conosciuto del
‘93, “In these arms”, quando sia come look che
come arrangiamenti si erano sgrezzati un bel po’.
Vi invito, come per i Journey, a guardarvi il film
“Rock Of Ages”, dove l’argomento in questione
è trattato in maniera fantastica.
STEVE MILLER BAND
La cosa che mi ha colpito di più nella storia di
Steve Miller, fondatore della Steve Miller band,
è stata che le sue prime lezioni di chitarra gli
furono impartite a soli cinque anni da un amico
di famiglia, solo che l’amico in questione era
nientemeno che il signor Les Paul, il creatore
della Gibson Les Paul, forse la chitarra più
famosa al mondo assieme alla Fender
stratocaster, per intendersi le due chitarre di
Sandro. Dicono che ancora oggi quando
compone, Miller usi le tecniche tramandategli
dal vecchio Les Paul.
Il successo vero per Steve Miller arriva nel 1973
con il celebre album The Joker, che ottiene un
enorme successo grazie all’omonimo brano che
faremo tra poco, il quale oltre essere entrato
nella imperitura leggendaria classifica dei 100
brani più famosi della storia, ottiene anche dalla
rivista “Rolling Stones” il riconoscimento come
copertina del disco fra le 100 migliori di tutti i
tempi. E qui, se devo proprio essere sincero non
sono tanto d’accordo, questo mi pare un po’
Cristiano Malgioglio per la notte di Halloween,
soprattutto guardando qualche altra copertina in
questa classifica.
Una caratteristica del brano è quella di utilizzare
per la chitarra la tecnica detta “bottleneck”,
ovvero del collo di bottiglia, in ricordo di quando
all’inizio del 1900, i musicisti più poveri
utilizzavano appunto un collo di bottiglia per
ottenere un effetto in gergo “glissato”, facendolo
scorrere sulle corde della chitarra. L’origine di
questo accessorio è quasi sicuramente africana;
importato in America dagli schiavi, veniva
utilizzato per suonare uno strumento a corda
molto simile a questi, che presero il nome
inglese di “Diddley bow”. Non a caso questa
tecnica era diffusissima fra tutti i bluesman
afroamericani.
L’oggetto
successivamente
realizzato prevalentemente in acciaio, poi più
comunemente chiamato slide, viene ancora
realizzato anche in vetro, e soprattutto quello in
vetro è il più amato dal nostro chitarrista Caio,
che ne compra regolarmente uno alla settimana,
lo appoggia per terra vicino alla pedaliera della
chitarra, lo pesta sbriciolandolo, e la settimana
dopo lo ricompra nuovo. Alla fine ci siamo
rassegnati al fatto che, lo slide, Caio è più bravo
a pestarlo che ad usarlo, ed abbiamo chiesto
aiuto ad un grande chitarrista di darci una
dimostrazione magistrale di come si usa questo
accessorio, il mitico Boris Casadei.
In merito al brano scelto, “The Joker”, con tutto
il rispetto per Steve Miller, non posso esimermi
dal dire che le somiglianze con Piece of my heart
del bravo Bert Berns, sono davvero tante, e non
ci stupiremmo se fra i grandi estimatori di Berns,
oltre ai Led Zeppelin, ci fosse anche Steve
Miller.
SONICS
Il brano “Have love will travel” è stato reso
famoso dai Sonics, uno dei complessi più
originali e violenti del garage-rock dell’inizio
anni ‘60 in America. Il garage rock era una
forma di R&R più grezza ed aggressiva, nata
come evoluzione della musica statunitense degli
anni ‘50 e rappresenta un genere di svolta
nell’evoluzione del rock, in quanto è ritenuto
anticipatore del Punk. La cosa davvero strana di
questo brano simbolo del genere e di un altro
brano, pietra miliare anch’esso del garage rock,
“Louie Louie”, reso famoso da un altro gruppo
storico del genere, i Kingsmen, è che entrambi
sono di un compositore della Louisiana, Richard
Berry, pianista e seguace del genere definito
Doo-Wop, per intenderci il genere dei Platters,
quindi il più lontano immaginabile da quello dei
Sonics. Il loro cantante Gerry Roslie passò alla
storia per le urla maniacali ed il sassofonista Rob
Lind perché sfasciava più di un amplificatore a
concerto, tenendo volutamente il volume al
massimo per provocare la distorsione del suono.
Have love will travel, a onor del vero deve il suo
successo però proprio ai Sonics, e proprio grazie
a loro è diventata un grande classico del genere e
della musica americana, tanto che Bruce
Springsteen l’ha proposta nel suo tour Tunnel of
love Express. Ne è stata proposta una versione
anche da James Belushi e Dan Aykroid.
JOURNEY
Una delle più prestigiose riviste musicali degli
Stati Uniti ha definito i Journey, uno dei gruppi
americani più amati e talvolta odiati di genere
pop rock commerciale.
Come già visto prima per gli Status Quo, non sto
neanche a risottolineare come gruppi musicali
assolutamente celebri nel mondo siano
51 Vita di Club n. 2
praticamente sconosciuti da noi. Anche nel caso
dei Journey, potrei rifarvi l’elenco dei milioni di
dischi venduti (75), dei dischi d’oro di platino e
di diamante vinti nella loro carriera ultra
trentennale, del numero di piazzamenti ai vertici
di tutte le classifiche, ma voglio parlarvi
soprattutto del brano prescelto “Don’t stop
believin”, ovvero “Non smettere di crederci”,
uscito nel 1981, che ha già nel titolo l’essenza
dello spirito americano per antonomasia. Questo
brano, secondo me davvero splendido, è entrato
così in profondità nella cultura musicale e nel
sentire degli Americani, che da oltre trent’anni
viene utilizzato a mani basse in ogni occasione,
che si tratti di film, show televisivi, videogame o
telefilm. In pratica i Journey sono entrati nella
cultura popolare degli Stati Uniti; adorati da
Mariah Carey che ne ha pubblicato una cover,
più volte utilizzati e citati ne “I Simpson”, nella
serie de “I Soprano”, della serie “Dr. House”,
vengono nominati e gli viene praticamente
dedicata un’intera puntata nella seconda serie del
telefilm “Scrubs”, vi confesso il mio telefilm
preferito, che addirittura intitola la puntata “Il
mio viaggio” in lingua originale “My Journey”
appunto, e per tutta la puntata, il personaggio
principale della serie J.D., oltre a citare
continuamente i Journey come suo gruppo
preferito, ha in sottofondo e come sigla finale
proprio “Don’t stop believin”, che ritroviamo
anche nella serie cult attuale dei teenager “Glee”,
assieme ad altri successi dei Journey. Per
chiudere un omaggio coi fiocchi ai Journey e al
mai abbastanza apprezzato rock degli anni ‘80,
lo ritroviamo nel film “Rock of Ages”, che vi
invito caldamente a vedere se ve lo siete perso,
dove uno strepitoso Tom Cruise, nei panni di una
rock star di quegli anni, chiude il film cantando
in uno stadio strapieno di fan in delirio, proprio
Don’t stop believin dei Journey.
CHUCK BERRY
Quest’uomo, a detta di molti, è colui che ha
inventato il R&R ed è stato fonte di ispirazione e
riferimento principale per Beatles, Rolling
Stones, AC DC e Status Quo: Chuck Berry,
nato a S Louis nel 1926. A differenza di tanti
suoi coetanei di colore dell’epoca, Chuck Berry
non viveva in un ambiente disagiato, crebbe in
un quartiere di St Louis dove abitava gente del
ceto medio, e suo padre era un imprenditore e
diacono della chiesa battista; quindi la sua
posizione sociale abbastanza agiata gli diede la
possibilità di coltivare la passione per la musica
in giovane età, e così a 18 anni riuscì a fare la
sua prima apparizione pubblica. Nonostante
questo Chuck Berry era un vero delinquente
d’animo. Tre anni dopo venne arrestato ed
incarcerato per la prima volta, per rapina a mano
armata, dopo aver rapinato tre negozi di Kansas
City, e rubato un’auto, ma era già talmente
svergognato (come direbbero a Napoli), che
cercò di giustificarsi dicendo che la pistola era
non funzionante e scarica, e si era visto costretto
a rubare un’auto dopo le tre rapine, perché quella
che stava usando per scappare si era rotta. In
ogni caso a vent’anni era già in riformatorio.
Alla fine degli anni ’50, all’apice del successo,
viene arrestato per aver avuto rapporti con una
quattordicenne che lavorava in un locale di sua
proprietà e si prende cinque anni di prigione e
5000 dollari di multa; in questa occasione si
giustifica definendo la condanna razzista,
ottenendo uno sconto di pena. Negli anni
successivi viene condannato in ordine per:
evasione fiscale, per possesso di marijuana
(molta), e addirittura, e questa è la più bella, per
aver installato nel bagno di un locale di sua
proprietà, una telecamera nascosta per spiare le
signore che usavano la toilette. Per quest’ultima
trovata pagò un risarcimento di 1 milione di
dollari.
In ogni caso Chuck Berry va preso così com’è, e,
che lo si voglia o no, gli va riconosciuto di essere
il R&R. Il suo brano “Johnny B. good” è stato
inserito tra i documenti portati nello spazio dalla
sonda Voyager 1 come esempio della musica
pop del genere umano, i suoi R&R music e “Roll
over Beethoven” furono incisi entrambi dai
Beatles. La canzone dal titolo “Surfin USA”, con
la quale i Beach Boys scalarono le classifiche
americane, in realtà era un plagio di una sua
canzone dal titolo “Sweet little sixteen”, tanto
che poi i Beach Boys gli dovettero risarcire 1
milione di dollari.
Il 1 giugno del 1979, su richiesta del presidente
Jimmy Carter, Chuck Berry fu chiamato ad
esibirsi alla Casa Bianca.
Anche in tempi più recenti, Quentin Tarantino,
nel film “Pulp Fiction”, ha utilizzato la sua
canzone “You never can tell” nella celebre scena
della gara di ballo interpretata da John Travolta e
Uma Turman. John Lennon una volta disse: “Se
vuoi provare a dare un altro nome al R&R puoi
chiamarlo Chuck Berry”. In ogni caso eccolo
sempre qua, in questa foto con la chitarra che più
lo rappresenta, la Gibson ES 335 Cherry red, e,
dato che il mondo è piccolo, qui siamo al
52 Vita di Club n. 2
Jambooree Summer festival di Senigallia nel
2011 e il nostro amico ha 85 anni.
SEX PISTOLS
Il 10 marzo del ‘77, in una cerimonia, tenuta
all’esterno di Buckingam Palace, per la stampa, il
gruppo Punk dei Sex Pistols, dopo due anni di
gavetta, firma un vero contratto discografico con
la A&M records. Poco dopo, nella sede della casa
discografica, il bassista del gruppo Sid Vicious,
all’atto della firma ufficiale, in piena overdose di
eroina, pensa bene di vomitare sulla
scrivania del produttore. Sei giorni
dopo i Sex Pistols sono di nuovo
senza contratto. A maggio trovano
un’altra etichetta discografica, e il
27 maggio ‘77, in occasione delle
nozze d’argento della regina
Elisabetta, pubblicano il singolo
“God save the Queen”, un attacco
feroce alla monarchia, che provoca
un’ondata di ribellione in Inghilterra, tanto da
essere bandito dalla BBC che proibisce di
mandarla in onda, e molti negozi si rifiutano di
vendere il disco. Nonostante ciò, il pezzo arriva
in cima alle classifiche, il disco vende
moltissimo, e dato che ai Sex Pistols viene
proibito di suonare il brano in pubblico, questi
affittano una barca sul Tamigi e cercano di
suonarla davanti a Westminster.
Tutta l’attività musicale dei Sex Pistols, che si è
sviluppata dal ‘75 al ‘79, è stata un succedersi di
scandali ed eccessi, continue risse e atti di
autolesionismo del bassista Sid Vicious sul palco,
che arriva ad incidersi sul torace col rasoio la
scritta “Datemi un narcotico”, continuando a
suonare sanguinante per tutta la serata.
La loro breve storia si conclude col suicidio per
overdose dello stesso Sid Vicious a 21 anni.
Il loro equivalente oltreoceano erano i Ramones,
dei quali avevamo già parlato tre anni fa come i
pionieri del genere Punk, che nel ‘76 vengono
definiti da un famoso critico musicale inglese
“salvatori del R&R”, e, in quegli anni vendono
molto più in Inghilterra che in America. Durante
il loro primo concerto in Inghilterra, i Ramones
incontrarono dei loro fan che facevano musica,
erano membri dei Sex Pistols e dei Clash.
I Ramones sono stati realmente i padri del Punk
Rock, di loro abbiamo già lungamente parlato, e
quel genere bistrattato come troppo crudo e
semplice, magari assolutamente lontano da
qualsiasi virtuosismo e con poche capacità
tecniche, è stato ed è assolutamente fonte
essenziale di ispirazione per tutti quelli che sono
venuti dopo, per loro stessa ammissione: Green
Day, Metallica, Offspring, Red-Hot-ChiliPeppers, Oasis, Guns&Roses, Nirvana, Simply
red, fino a Bono degli U2. Bono alla premiazione
agli MTV Awards del 2001 ha dichiarato: “Senza
i Ramones molte band non sarebbero mai nate, tra
queste sicuramente noi”.
In successione proponiamo “I wanna be sedated”
dei Ramones del 1978, considerata dalla rivista
Rolling Stones una delle 500 migliori canzoni di
tutti i tempi, al 144° posto; dei Sex
Pistols “God Save the queen” al
173° della medesima classifica.
Sempre nel settore curiosità, il
batterista dei Ramones, Marky
Ramone, è un grande goloso,
eccolo fotografato al Sigep di
Rimini assieme al presidente della
provincia Stefano Vitali.
ELTON JOHN
Reginal Kenneth Dwight, meglio conosciuto
come Elton John. Probabilmente, negli scorsi
spettacoli, solo due volte mi è capitato di parlare
di due superstar soliste a questo livello come
popolarità, Michael Jackson e Madonna, però,
nessuno me ne voglia, rispetto a questi due, come
spessore artistico-musicale Elton John è qualche
gradino al di sopra, diciamo 2 o 300.
A tre anni i genitori lo trovano sempre al
pianoforte intento a suonare ad orecchio i pezzi
che sente alla radio e si sentono quasi costretti a
mandarlo a lezione di pianoforte già a sei anni.
Ad undici anni riceve una borsa di studio per la
prestigiosa Royal Academy Music di Londra, e di
lui un insegnante ricorderà un aneddoto, di
quando, dopo avergli fatto ascoltare un brano di
Hendel lungo quattro pagine, se lo vide risuonato
immediatamente a memoria come un disco dal
giovane allievo. Ma il sogno nel cassetto di Elton
John è in realtà il R&R, i suoi riferimenti
musicali sono Little Richard e Jerry Lee Lewis,
artisti che avevano introdotto il pianoforte nel
rock, fino al loro avvento sulle scene
monopolizzato unicamente dalla chitarra elettrica.
Decide quindi di impegnarsi come compositore di
musica rock e, dopo innumerevoli tentativi che
vanno all’incirca dal 1962 al 1967, nel giugno del
1967, avviene l’incontro magico che cambierà la
sua vita e inciderà profondamente anche nella
storia della musica. In quell’anno infatti si
incontra con l’autore Bernie Taupin, e, da quel
momento, i due danno inizio ad un sodalizio
53 Vita di Club n. 2
umano e professionale che ci regalerà i più bei
brani di Elton John. Per fare un paragone a casa
nostra, l’esempio perfetto è la coppia BattistiMogol. Dalla fine degli anni ‘60 a tutti gli anni
‘70 i due cavalcano un successo travolgente ed
assolutamente meritato. Elton John, inizialmente
timido ed introverso, trova la sua dimensione sul
palco, tanto da diventare celebre per i suoi
abbigliamenti pazzeschi, ma anche e soprattutto
per una tecnica pianistica senza pari. Anzi per la
verità dall’altra parte dell’oceano qualcuno al suo
livello c’è, si chiama Billy Joel; i due si
stimeranno e si stimano per tutta la vita, tanto che
qualche anno fa hanno fatto una tournée assieme
nella quale si sono scambiati i repertori cantando
l’uno il repertorio dell’altro. Volevo fare un
pezzo anche di Billy Joel, ma sono stato
boicottato da quei bastardi dei chitarristi.
Il risultato di questi anni di successi sono quasi
mezzo miliardo di dischi venduti. Per i suoi meriti
artistici ed umanitari (la sua fondazione no profit
per la ricerca sull’AIDS ha finora raccolto 150
milioni di dollari) Elton John ha ricevuto nel ‘96
il titolo di commendatore dell’eccellentissimo
ordine dell’Impero Britannico e nel ‘98 il titolo di
Cavaliere dalla Regina Elisabetta per i servizi resi
alla musica e cultura inglese. Nel 1998 la Royal
Academy Music di Londra lo ha accolto come
membro onorario, privilegio concesso in
precedenza a Listz, Mendelsonn e Strauss.
È stata la prima rockstar europea ad esibirsi in
Unione Sovietica nel 1979 e, pur avendo avuto un
apparente calo di popolarità verso la fine degli
anni ‘70, il 13 settembre del 1980 si esibisce in
uno storico concerto al Central Park di New York
con un improbabile vestito da Donald Duck
davanti ad un pubblico di mezzo milione di
spettatori, a dimostrazione del fatto di essere
ormai nell’Olimpo indiscusso dei grandi.
Adora l’Italia tanto da aver comprato una
palazzina del XV secolo all’isola della Giudecca
a Venezia ed è a sua volta amato dai cantautori
italiani che gli hanno plagiato le canzoni, in
particolare De Gregori con “La leva calcistica”
del ‘68 che ha una linea melodica identica a “The
Greatest discovery”, ed Umberto Tozzi che ha
utilizzato la parte iniziale di “Saturday Night
Alright for fighting” (il brano che interpretiamo)
per la sua Gloria (non penso che lui sappia
neanche chi siano ‘sti due). L’unica artista
italiana che ha avuto l’onore di esibirsi con Elton
John è Giorgia, da lui definita una delle più belle
voci del mondo.
CURE
I Cure, ed in particolare Robert Smith,
fondatore ed anima del gruppo, rappresentano
secondo me più di chiunque altro, l’inquietudine
di una generazione di artisti, che si è trovata a
vivere e maturare negli anni ’80, quando tutti i
grandi miti ed i grandi movimenti di opinione
erano tramontati. Erano finiti tutti i riferimenti e
con loro si stavano esaurendo tutte le grandi
spinte ideali. Non a caso Robert Smith vive
questo disorientamento come un incubo senza
fine diventando uno dei portabandiera ed
inventori del look e dello stile musicale che
prenderà il nome di Dark. Al suo modo di vestirsi
e di truccarsi si ispirerà Tim Burton per il
personaggio di “Edward mani di forbice”, e più
recentemente Paolo Sorrentino in “This must to
be place” per il personaggio interpretato da Sean
Penn. Da ottimista nato, Robert Smith dichiarava
che il suo sogno era diventare uno scrittore
famoso e suicidarsi a 25 anni. Poi, dopo le prime
esperienze musicali a fine anni ’70 col punk,
diventa musicista, un grande musicista
eroinomane di successo, cambia idea, si
disintossica, e adesso è un maturo trippone
simpatico che continua a fare concerti sempre
truccato alla sua maniera. Il 10 gennaio del 1997
corona il suo sogno di suonare con David Bowie,
e lo fa proprio per il 50° compleanno del Duca
bianco, che considera tuttora un suo riferimento
ed è a sua volta considerato da David Bowie uno
dei più grandi geni musicali degli ultimi decenni.
Gli anni ‘80, a detta di molti critici musicali, pur
essendo stati avari di grandi innovatori, hanno
prodotto tre gruppi degni di nota gli U2, i
Depeche Mode ed i Cure. In particolare Depeche
Mode e Cure sono ancora oggi dopo più di
trent’anni grande fonte di ispirazione per tanti
giovani, e cosa miracolosa, i loro brani di allora
sono nella cultura musicale degli adolescenti, a
differenza di un decennio di musica, quello
appunto degli anni ‘80 finito per la maggior parte
nel dimenticatoio. Per il momento il nostro
viaggio senza fine del R&R finisce qua, a cavallo
degli anni 90, pensiamo ci siano ancora una
infinità di storie da raccontare, e chissà non ci si
possa trovare assieme un’altra volta per
raccontarcene un altro po’.
54 Vita di Club n. 2
CURIOSITÀ ALVISIANE
UN COGNOME, UNA SORPRESA
“La sorgente più copiosa dei cognomi è il soprannome”
(Giovanni Flecchia, glottologo).
di MARIO ALVISI
Montiano.
Q
uando cerchi una cosa nel suo posto
generalmente non la trovi. E allora
cerchi, ricerchi, metti tutto sotto sopra, e
sfogli, come nel mio caso, ogni
raccoglitore. Cercavo il nome di un noto
personaggio riminese. Ma durante questa ricerca
mi imbatto sorprendentemente nel mio cognome:
GEPI ALVISI (1921). Il mio cognome! Non
conosco il personaggio. Allora lascio
immediatamente perdere la ricerca che sto
facendo e mi soffermo sulla nuova scoperta. Le
origini della mia famiglia sono nel Cesenate, più
precisamente a Montiano, borgo sulle colline fra
Gambettola e Cesena, che risale al periodo
longobardo e che nel 1566 passò ai Malatesti di
Roncofreddo e nel 1639 agli Spada di Bologna.
Perciò non pensavo di trovare un Alvisi a Rimini
prima della venuta dei miei genitori che vi si
trasferirono, per motivi di lavoro, negli anni
trenta del secolo scorso. Siamo sempre stati
convinti che fosse la prima famiglia nel riminese
con il nostro cognome. Infatti, sull’elenco
telefonico siamo restati a lungo solo noi. Invece
… Invece la scoperta: il nostro cognome esisteva
già prima del nostro arrivo a Rimini e
apparteneva ad un certo Gepi Alvisi.
“Carneade, chi era costui?” – ruminava tra sé e
sé il don Abbondio di manzoniana memoria e io
ho fatto la stessa cosa … non avendo mai sentito
parlare di questo personaggio. Poi scopro che
doveva essere noto a Rimini se Manlio Masini
(l’attuale direttore della rivista “Ariminum”,
storico e scrittore del nostro territorio) ne ha
tratteggiato il profilo nella rubrica “Le Persone –
Personaggi noti e meno noti tra ‘800 e ‘900 alla
ribalta riminese”, del periodico Il Ponte.
Masini così racconta: «I fascisti a Rimini fanno il
loro ingresso ufficiale domenica primo maggio
1921. Sono una ventina e arrivano da Bologna
come scorta ad un treno. Non trovandone un
altro per il ritorno, causa lo sciopero di molti
macchinisti, anziché rimanere in stazione ad
aspettare, decidono di fare un giretto per la
città. Camicie nere, pantaloni
grigioverdi, stivaloni, cinture,
manganelli, qualche medaglia al
petto, procedono cantando a
squarciagola. Al comando della squadra c’è
Gepi Alvisi del direttorio bolognese; conosce
Rimini perché d’estate frequenta la marina.
Dopo aver tanto letto e tanto parlato di fascisti,
finalmente anche Rimini li incontra e li sente;
non che in città non ce ne siano – il fascio si è
costituito da un mese – ma quei pochi che si
conoscono sono persone ‘normali’, borghesi con
tanto di giacca e cravatta. Manco se lo sognano
di andare in giro per le strade a cantare:
‘All’armi siam fascisti / terror dei comunisti’.
Curiosità d’obbligo, quindi, ma anche molto
spavento stando alle cronache dei giornali del
tempo. ‘La Riscossa’, infatti, molto dura nei
confronti dei ‘rossi’ fa notare come questi, al
passaggio dei ‘neri’, abbiano ‘chiuso
ermeticamente porte e finestre, in preda ad un
delirium tremens di marca fascista’.
E, per dar risalto alla fifa di certi rivoluzionari
nostrani, fa una statistica sulla esposizione delle
bandiere. ‘L’anno scorso per la festa del 1°
maggio – scrive il quindicinale repubblicano –
varie bandiere rosse sventolavano al sole delle
finestre di abitazioni ... socialiste. Quest’anno
quelle bandiere sono rimaste sotto la polvere in
pasto ai tarli’. Anche il giornale del ‘pipi’
(partito popolare), L’Ausa del 7 maggio 1921,
insiste sul ‘terrore’ dei socialisti. Una giornata,
scrive, che si è risolta senza ‘nessun incidente
grave, tranne un po’ di corsa di resistenza fatta
fare a qualche bolscevichino, che aveva
protestato contro la pretesa provocazione
fascista’. Un primo maggio insolito, dunque, un
po’ folcloristico e rumoroso, ma tutto sommato
tranquillo. D’altronde la vita politica a Rimini,
fino a questo momento si è mantenuta nei limiti
della polemica verbale, magari grossolana, ma
priva di quegli eccessi di violenza che hanno
investito altre città dell’ Emilia-Romagna.
55 Vita di Club n. 2
In agosto, quando Gepi Alvisi ritorna in
vacanza, il clima è cambiato. Aggressioni,
rappresaglie e morti di entrambe le fazioni
sconvolgono la pacifica vita riminese e sembra
che non rispettino neanche la stagione dei bagni.
Un nucleo comunista di Arditi del popolo
(‘sovversivi’ li definisce Germinal del 20 agosto
1921) riconosce Gepi Alvisi tra i
bagnanti dell’albergo Ostenda nei
pressi della chiesa dei salesiani.
L’imboscata che gli preparano scatta
domenica 14 agosto verso le quattro
del pomeriggio. Quel giorno e a
quell’ora, nonostante la pioggia, dalla
strada litoranea alcuni comunisti
chiamano a gran voce Gepi Alvisi
invitandolo ad uscire dall’albergo.
Insieme con il bolognese c’è l’amico
Ambrosini: ha la pistola. I due,
spavaldi, accettano la provocazione. Appena
fuori vengono circondati da una sessantina di
individui ‘sbucati dalle siepi vicine’. Sono
armati e cominciano a sparare. Gepi Alvisi,
colpito alla natica sinistra, impreca contro la
malasorte. L’amico, riferisce L’Ausa il 20
agosto 1921, continua da solo a tenere ‘testa ai
comunisti’ che in breve tempo si dileguano.
Aiutato, poi, da tre ‘camerati’ in vacanza
nell’hotel Villa Amati, l’Ambrosini parte, in
macchina, alla caccia degli aggressori che però
non trova. In compenso, riferisce Germinal il 3
settembre 1921, vengono bastonate ‘diverse
persone estranee ad ogni lotta politica’. Gepi
Alvisi, incerottato, interrompe il soggiorno
riminese. Il viaggio in treno di ritorno a Bologna
è molto scomodo; l’imbarazzante ferita lo
costringe a restare in piedi per tutto il tragitto.»
Alla fine della lettura tiro un gran sospiro di
sollievo. Non è un Alvisi riminese. Neppure
conosco quale fosse l’idea politica di mio padre,
perché morì quando io ero ancora un ragazzino.
Però una cosa ora è certa: Manlio Masini ridona
alla mia famiglia il piacevole pensiero di essere
stata la prima famiglia Alvisi a Rimini. Sarà poi
così o riscoprirò qualche nuovo Alvisi prima di
noi?
Nel frattempo ho colto l’occasione per cercare
qualche dato sul cognome Alvisi. Da
Wikipedia: «in Emilia Romagna si
contano 363 famiglie, di queste 12 sono
nella provincia di Rimini (8 a Rimini e
4 a Santarcangelo). Il cognome Alvisi è
tipicamente romagnolo, molto diffuso
tra forlivese e bolognese, si tratta della
‘cognominizzazione di una forma
genitiva paterna’ del nome medievale
Alvise, il quale rappresenta una
variante del nome Aloisio, legato in
particolar modo alla tradizione
onomastica veneta (soprattutto nell’area di
Venezia). Storicamente pare che questa forma
nasca da una lettura impropria del nome
Aluisius come riportato nelle antiche iscrizioni
latine su pietra o metalliche, in cui la vocale ‘u’
veniva trascritta con la consonante ‘v’ (da qui la
trascrizione Alvisius, che però andrebbe letta
Aluisius).»
Invece Giovanni Vezzelli, noto autore riminese
impegnato nell’attività di ricerca onomastica,
che
collabora
con
il
Forum
“www.cognomiitaliani.org”, nel suo ultimo libro
“I Cognomi nel Riminese”, pur non citando
direttamente il cognome Alvisi, il cui ceppo come già detto - proviene da Cesena, lo collega
ai cognomi Aluigi-Aloisi
e propone una
derivazione dalla latinizzazione di Alois, che
sarebbe di origine germanica e discenderebbe
dall’antico alto tedesco (aat.) Alwìsi, col
significato di “molto saggio”.
Ai posteri l’ardua sentenza!
POSTA
Riceviamo e pubblichiamo
Caro fratellone (Mario Alvisi),
ho ricevuto il n.1 della vostra bella rivista che leggo sempre con gioia e interesse perché mi avvicina alla mia amata
città. Questo numero è particolarmente ricco di articoli interessanti, scritti con passione e competenza che rivelano un lavoro
approfondito di ricerca, davvero lodevole. Gli stimoli culturali sono numerosi e affascinanti nella narrazione. Ho mostrato la
rivista con molto orgoglio a tutti i miei amici. Complimenti vivissimi BRAVI, BRAVI, BRAVI!!! Grazie, un abbraccio,
Mirna Alvisi
Carissimi Franca e Paolo (Marani),
vi ringrazio immensamente per il regalo inviatomi attraverso i cari amici Vasini; un grazie ancora più sentito per il ricordo di
Renato che avete inserito nella vostra interessante rivista che sto leggendo con vero piacere, ritrovando tanti ricordi e persone
conosciute. Molti complimenti e ancora grazie. Un abbraccio affettuoso,
Carla Ponzoni
56 Vita di Club n. 2
STORIA&RELIGIONE
GIUBILEO AD ORVIETO
Dal Lions Club Orvieto abbiamo ricevuto l’invito a partecipare al
Giubileo Eucaristico Straordinario concesso dalla Santa Sede alla
Diocesi di Orvieto – Todi in occasione della ricorrenza del 750°
anniversario del Miracolo Eucaristico di Bolsena e della istituzione
della solennità liturgica del Corpus Domini.
Infatti ad Orvieto, all'epoca Sede Papale, Urbano IV redasse e firmò
l’11 agosto del 1264 la storica Bolla “Transiturus” con la quale istituì la
festa del Corpus Domini. Nel programma delle celebrazioni i Lions
hanno ottenuto una giornata, il 7 giugno, dedicata alla nostra
Associazione.
Il presidente del Lions Club Orvieto Francesco Manciati ci ha anche
inviato la storia del volo della Palombella, del miracolo di Bolsena e
del Giubileo.
● LA PALOMBELLA
Festa della Pentecoste ad Orvieto
A
lle 12 in punto del giorno di Pentecoste,
il Vescovo della città, dal Palazzo
dell’Opera del Duomo, agita un lino
bianco. A questo segnale, il Capo Mastro fa
accendere i razzi posti intorno ad una
raggiera, alla quale è legata con nastrini rossi,
una colomba bianca. Ecco che la "Palombella"
scivola velocemente lungo il cavo fino al
Cenacolo posto sul sagrato del Duomo. Mille
scoppi, così vuole la tradizione, riempiono la
piazza del Duomo e si diffondono fino alle
campagne circostanti. È
festa grande. La
colomba, simbolo di pace e fecondità, al termine
di questo volo viene consegnata all'ultima sposa
che abbia celebrato le nozze nel Duomo,
affinché la tenga con se e la curi fino al giorno
della sua morte naturale. Così praticamente
immutata, è la festa della Palombella, da sette
secoli. Eccone la storia.
1387 - Già in questa data, ad Orvieto, la
Pentecoste viene celebrata con una festa che ha
modi molto particolari. Se ne ritrovano
testimonianze scritte negli archivi dell’Opera del
Duomo.
1404 - Fra scoppi di mortaretti e lancio di petali
di rose, la colombina spicca il suo primo volo
all'interno della cattedrale, dando inizio ad una
rappresentazione sacra. Dialogano Pietro, i
Giudei e gli Apostoli, il cui coro, dopo la
discesa dello Spirito Santo, pronuncia "le parole
più strane in un’accozzaglia di chissà quante
lingue". Fiammelle di fuoco si accendono sulle
loro teste.
1524 - La nobildonna Giovanna Monaldeschi
della Cervara lascia in eredità all’Opera del
Duomo la sua tenuta del Castello della Sala,
affinché venga mantenuta per sempre in vita la
festa con il volo della Palombella.
1846 - A partire da questa data, la festa non si
svolge più all’interno del Duomo, ma sulla
piazza, in osservanza ai dettami del Concilio
Romano Lateranense del 1725, che vieta
l’accensione di razzi e lo scoppio di mortaretti
all'interno di luoghi sacri. Sul sagrato del
Duomo viene eretto un Cenacolo in legno
dipinto, ripreso dalle immagini degli affreschi di
una delle Cappelle e dal Reliquiario del
Corporale di Ugolino da Vieri. La colomba
viene fatta partire da un "cielo" allestito sui tetti
dei palazzi Saracinelli e Faina, di fronte al
Duomo.
1940 - Si allunga il tragitto della colomba,
ponendo il "cielo" sul tetto della Chiesa di San
Francesco. Viene utilizzato per la prima volta un
cavo d’acciaio.
Nelle campagne che circondano Orvieto, la
Pentecoste cade normalmente in un periodo
dell’anno abbastanza tranquillo. Il grano è lì per
essere raccolto, le vigne hanno acquistato il
loro aspetto più fiorente, il vino nuovo è
pronto per essere gustato. C’è tempo per una
pausa, per il riposo.
57 Vita di Club n. 2
Ecco perché la "Palombella" ogni anno è
veramente la festa degli orvietani. Un giorno in
cui il turista, ospite sempre importante e
amorevolmente accolto in una città come la
nostra, sembra passare quasi in secondo piano.
È tradizione celebrare in questo giorno le Prime
Comunioni e le Cresime, che sono le feste della
gioventù. I negozi e le botteghe sono tutte
aperte. La fiera del bestiame e degli arnesi
agricoli, che negli anni passati vivacizzava la
città, si è trasformata oggi in mercatini
d'artigianato ed altro, che fanno la felicità dei
bambini e, perché no, dei loro genitori. Fischietti
e palloncini animano le vie del centro storico,
pervaso dal profumo del croccante e dello
zucchero filato degli ambulanti convenuti per
l’occasione. Sventolano bandiere e vessilli
medioevali in ogni angolo.
Fra il sacro e il profano, nella "Palombella" che
vola (e guai se la sua discesa s’interrompesse, se
ne trarrebbero cattivi auspici, specie per i
raccolti del grano e dell’uva), c’é tutta la
credenza popolare, c’é la vita stessa dei cittadini
orvietani, in un tripudio che coinvolge anche
coloro che si trovano a passare per caso in
questo giorno nella piazza del Duomo.
● IL MIRACOLO DI BOLSENA
La festa del Corpus Domini
A
Bolsena, nella chiesa di Santa
Cristina, è conservata l’epigrafe in
marmo, attribuita a Ippolito Scalza e
realizzata nel 1573, con la descrizione
dell’episodio che diede origine al cosiddetto
Miracolo di Bolsena e a seguire alle celebrazioni
del Corpus Domini.
Secondo la tradizione nella tarda estate dell’anno
1263 (o 1264 secondo alte fonti) un sacerdote
boemo, Pietro da Praga, fu assalito dal dubbio
sulla reale presenza di Cristo nel pane e nel vino
consacrati. In un periodo di controversie
teologiche sul mistero eucaristico, il sacerdote
intraprese un pellegrinaggio verso Roma, per
pregare sulla tomba di Pietro e placare nel suo
animo i dubbi di fede che, in quel momento,
stavano mettendo in crisi la sua vocazione. La
preghiera, la penitenza e la meditazione nella
basilica di San Pietro rinfrancarono l’animo del
sacerdote, che riprese quindi il viaggio di ritorno
verso la sua terra.
Percorrendo la via Cassia, si fermò a pernottare
nella chiesa di Santa Cristina a Bolsena.
Il ricordo della martire Cristina, la cui fede non
aveva vacillato di fronte all’estremo sacrificio
del martirio, turbò nuovamente il sacerdote e, il
giorno dopo, Pietro chiese di celebrare messa
nella chiesa. Di nuovo tornò l’incertezza di
quello che stava facendo; pregò intensamente la
santa perché intercedesse presso Dio affinché
anche lui potesse avere «quella fortezza d'animo
e quell’estremo abbandono che Dio dona a chi si
affida a lui».
Durante la celebrazione, dopo la consacrazione,
alla frazione dell’Ostia, apparve ai suoi occhi un
"prodigio" al quale da principio non voleva
credere: l’Ostia che teneva tra le mani sarebbe
diventata
carne
da
cui
stillava
"miracolosamente" abbondante sangue.
Impaurito e confuso ma, nello stesso tempo,
pieno di gioia, cercò di nascondere ai presenti
quello che stava avvenendo: concluse la
celebrazione, avvolse tutto nel corporale di lino
usato per la purificazione del calice che si
macchiò immediatamente di sangue e fuggì
verso la sacrestia. Durante il tragitto alcune
gocce di sangue sarebbero cadute anche sul
marmo del pavimento e sui gradini dell’altare.
Il sacerdote andò subito da papa Urbano IV, che
si trovava ad Orvieto, per riferirgli l’accaduto. Il
papa inviò a Bolsena Giacomo, vescovo di
Orvieto, per verificare la veridicità del fatto e
riportare le reliquie. Secondo la leggenda, il
presule fu accompagnato dai teologi Tommaso
d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio. Tra
la commozione e l’esultanza di tutti, il vescovo
di Orvieto tornò dal Papa con le reliquie del
"miracolo". Urbano IV ricevette l’ostia e i lini
che si supponeva fossero intrisi di sangue, li
mostrò al popolo dei fedeli e li depose nel
sacrario della cattedrale orvietana di Santa
Maria.
A seguito di ciò e delle rivelazioni della liegina
Beata Giuliana di Cornillon, che aveva già
58 Vita di Club n. 2
proposto al suo Vescovo una solennità in onore
del SS. Sacramento, nel 1264, con la bolla
“Transiturus de mundo”, Urbano IV istituì la
solennità del CORPUS DOMINI. A Tommaso
d’Aquino fu affidato il compito di preparare i
testi per la liturgia delle ore e per la Messa della
nuova festività, stabilendo che questa venisse
celebrata il giovedì dopo l’ottava di Pentecoste.
Per custodire il corporale fu innalzato a Orvieto,
sul luogo più alto, il Duomo, al quale si aggiunse
la cappella del Corporale (1350-1364) e la
Cappella Nuova (1408-1504).
Il Duomo venne disegnato da Arnolfo di
Cambio (1290) in forme tardo romaniche. I
lavori iniziarono nel 1290, proseguirono in stile
gotico sotto la guida di Lorenzo Maitani a
partire dai primi anni del 1300 e terminarono
solo alla fine del 1500, lasciando alla storia un
capolavoro di rara bellezza architettonica,
culturale e religiosa.
La festa del Corpus Domini, rinnovando il
mistero della “transustanziazione”, ripropone
ogni anno con forza i valori della fede cristiana
che si concretizzano nei tre pilastri fondamentali
della credenza cristiana: la nascita di Gesù Cristo
con il Natale, la sua Passione, Morte e
Resurrezione con la Pasqua, il rinnovamento del
suo sacrificio per la salvezza dell’uomo
attraverso il mutamento del suo corpo e sangue
nel pane e nel vino della celebrazione
eucaristica. L’Eucarestia si pone dunque nella
solennità del Corpus Domini come centro
nevralgico e fondamento assoluto della Chiesa e
della fede cristiana per tutti gli uomini del
pianeta.
● IL GIUBILEO
La sintesi storica
I
l giubileo cristiano, che riprende il nome da
quello
ebraico,
è
direttamente
consequenziale alla venuta del Salvatore.
Storicamente il primo Anno Santo venne
indetto da papa Bonifacio VIII con la bolla
“Antiquorum habet fidem” e la cui
proclamazione è riportata iconograficamente nel
noto affresco giottesco all’interno della Basilica
Lateranense in cui il pontefice è effigiato nel
momento solenne in cui lo indisse il 22 febbraio
1300. Non a caso l’epoca medievale è
caratterizzata da una ricerca di una più profonda
religiosità e di rinnovamento generale, anche
sulla spinta dell’esperienza di Cluny e dei
differenti movimenti, prima di stampo eretico e
poi di profondo rinnovamento, che criticavano
la secolarizzazione della Chiesa e la pratica della
vendita delle indulgenze.
Tale ricerca della religiosità e del rapporto con
l’Altissimo viene espressa attraverso eventi e
iniziative rivolte al recupero degli aspetti umani
più profondi uniti ad una urgente rinascita
spirituale. Basti pensare al caso della
concessione
“vivae
vocis
oraculo”
dell’indulgenza plenaria della Porziuncola del 2
agosto del 1216 da papa Onorio III a
Francesco di Assisi. Non si può poi prescindere
dal fare riferimento alla nota perdonanza
celestiniana che precede di pochi anni la scelta di
Bonifacio VIII di indire il primo giubileo.
Celestino V, infatti con la Bolla del Perdono
“Inter sanctorum solemnia”, emanata nel
1294, concedeva l’indulgenza plenaria a
chiunque, confessato e comunicato, entrava,
attraverso la Porta Santa, nella basilica di S.
Maria in Collemaggio a l’Aquila dai vespri del
28 agosto a quelli del 29. Varcare la Porta Santa
aveva un preciso significato di impegno in
Cristo che nel vangelo di Giovanni si identifica
nella porta: “Io Sono La Porta”.
Il rito della porta santa sarà da quel momento il
segno visibile dell’ingresso a una vita di fede
che è chiamata a rinnovarsi. Terminato il
Giubileo la porta della basilica venne murata
nuovamente proprio per stare significare la
straordinarietà dell’evento giubilare e del suo
tempo prezioso offerto al popolo di Dio.
La scelta di Bonifacio VIII di indire il primo
Anno Santo diviene, così, l’occasione per
affrontare adeguatamente l’esigenza di dare una
risposta all’ansia di salvezza dell’uomo di cui
l’età di mezzo era impregnata. Nello stesso
tempo, l’istituzione giubilare va ad assumere una
straordinaria
esperienza
collettiva
di
riconciliazione e di rinascita.
Il 22 febbraio1300, dunque, per volontà di
Bonifacio VIII, viene istituito il primo vero
Anno Santo della storia. Il Giubileo si sarebbe
ripetuto in futuro ogni cento anni.
Il Giubileo entra così a far parte della
tradizione cristiana e a partire da quel
momento sono giunte a noi molteplici
testimonianze di quegli eventi dedicati al
perdono e alla riconciliazione con Dio.
59 Vita di Club n. 2
Lo stesso Dante Alighieri riporta nella Divina
Commedia che per il notevole afflusso di
pellegrini, a Roma furono costretti a organizzare
il flusso di marcia che andava verso San Pietro,
passando sul ponte di Castel S. Angelo (Inferno
XVIII, 28-33).
Il Pascoli, nell’ode “La Porta Santa”, trasmette
pienamente la lotta interiore tra l’anima e la
ragione con la testimonianza della sua tormentata
difficoltà di credere. Nell’anno 1350, papa
Clemente VI decise di indire l’Anno Santo
ogni cinquant’anni e nel 1470 Paolo II decretò
che l’Anno Santo ordinario si celebrasse ogni
venticinque anni.
Ad oggi i Giubilei celebrati sono stati in totale
121 di cui 26 ordinari e 95 straordinari. A
differenza del Giubileo ordinario che cade a
scadenza prestabilita, quello straordinario è detto
tale in quanto è legato ad un avvenimento di
particolare rilievo storico e di fede (come il
1950° anniversario della morte e resurrezione
di Cristo nel 1983 oppure l’anno Paolino
dedicato all’Apostolo Paolo di Tarso nel
2008/09).
● IL GIUBILEO
La Sintesi Religiosa
L
e origini del Giubileo vanno ricercate
nell’Antico Testamento e nei tre termini
a cui si possono far risalire i significati di
giubileum. Tali termini sono: jobel (ariete), jobil
(richiamo) e jobal (remissione). È necessario
dunque, per capire le origini del Giubileo, fare
riferimento al testo biblico in generale ed in
particolare al seguente passo del libro del
Levitico: “Conterete sette settimane di anni, cioè
sette volte sette anni; queste sette settimane di
anni faranno un periodo di quarantanove anni.
Al decimo giorno del settimo mese farete
squillare la tromba (jobel) dell’acclamazione;
nel giorno dell’espiazione farete squillare la
tromba per tutto il paese. Dichiarerete santo il
cinquantesimo anno e proclamerete la
liberazione nel paese per tutti suoi abitanti. Sarà
per voi un giubileo: ognuno di voi tornerà nella
sua proprietà e nella sua famiglia” (Lv 25,810).
Il termine ebraico jobel indica, dunque, il corno
dell’ariete che poi traslato, arrivò a indicare la
tromba e quindi l’uso di questo strumento per
richiamare (jobil) tutto il popolo, ogni 49 anni,
alla solennità dell’anno della remissione (jobal).
Tale remissione era riferita ai debiti. Le terre
donate o vendute tornavano ai loro antichi
proprietari. Il nuovo tempo solennemente
proclamato recava, inoltre, la libertà degli schiavi
e in genere ogni forma di riscatto.
Da qui si desume, innanzitutto, che l’istituzione
del Giubileo è uno strumento sacro posto al
servizio della missione universale del popolo
dell’Alleanza. Per comprendere il significato
primordiale del Giubileo è bene soffermarsi
sulla volontà di un rinnovamento profondo
dell’uomo,
nell’uomo
e
per
l’uomo.
L’istituzione del Giubileo non doveva lasciar
tranquillo l’animo per il fatto di aver avuto
l’indulgenza plenaria, in quanto il suo scopo è di
rinnovare l’uomo a partire da se stesso.
Riprendere l’esame di coscienza, riconsiderare i
benefici ricevuti da Dio, ricordare gli impegni
presi, ripensare ai propri doveri, maturare e
quindi modificare i propri modi di pensare e di
agire non conformi ai comandi di Dio, e quindi,
con il suo aiuto e senza indugio, divenire
migliori. Si trattava dunque di proporre ai
credenti un nuovo ed impegnativo percorso
di
rinnovamento, supportati dal beneficio
corroborante della Indulgenza Plenaria. Il
Giubileo portava con sé la liberazione
generale dalla condizione di miseria, dalla
sofferenza, dall’emarginazione. Così la legge
giunse a stabilire che nell’anno giubilare non si
lavorassero i campi, che tutte le case acquistate
dopo l’ultimo giubileo tornassero, senza
indennizzo, al proprietario di origine e che gli
schiavi riavessero la libertà. Il cristianesimo, col
tempo, andrà a dare al giubileo una nuova
prospettiva attraverso cui l’anno giubilare
proclamato assunse un significato di anno di
grazia, di perdono, un nuovo tempo di salvezza,
partendo proprio dalla venuta di Cristo e riferito
a tutti coloro che sono alla sua sequela. Da qui il
senso del perdono generale, dell’indulgenza
offerta a tutto il popolo e che il pontefice,
successore di Pietro, concede, sotto determinate
condizioni
(Confessione
Sacramentale,
Comunione Eucaristica, Preghiera secondo le
intenzioni del Sommo Pontefice) a tutti i fedeli
che attraversano la Porta Santa.
60 Vita di Club n. 2
STORIA D’ITALIA
UNA VITA PER LA DEMOCRAZIA
Giornalista, patriota, intransigente antifascista, abile politico e intelligente diplomatico,
così può essere sintetizzata la figura di Alberto Tarchiani.
di MARIO BARNABÉ
I
n questo periodo di obnubilamento di valori
dove gran parte dei politici sembra far
prevalere gli interessi personali e di casta
sull’interesse collettivo e la res publica
pare essere ridotta a res nullius, senza alcuna
considerazione per il bene pubblico, è opportuno
ricordare la vita di quanti hanno invece
indirizzato le proprie scelte a costo di sacrifici
personali, fino a preferire la condizione di esule
a quella di suddito.
Fra questi merita di essere riproposta
all’attenzione di chi si interessa alle tematiche
della democrazia la figura di Alberto Tarchiani
che, nato a Roma nel 1885, fin da giovane si
dedicò al giornalismo, collaborando al Nuovo
Giornale di Firenze e alla Tribuna di Roma. Dal
1907 fu a New York corrispondente di alcuni
giornali, ma anche redattore de Il cittadino di
New York. Fu proprio negli USA che abbandonò
il nazionalismo di cui era permeato, per giungere
ad apprezzare i principi di libertà e
collaborazione fra i popoli.
Partecipe degli ideali degli interventisti
democratici, volle rientrare in Italia nel 1916 per
combattere da volontario in fanteria. Terminata
la guerra, fece parte con intellettuali giulianodalmati come Caprin e Spaini dell’Ufficio
Speciale istituito a Berna da Giuseppe Antonio
Borgese per la stampa e la propaganda fra le
nazionalità oppresse dall’Impero austroungarico. Partecipò al Convegno delle
nazionalità oppresse, da cui nacque il Patto di
Roma, ispirato da Salvemini e Bissolati. In
questo l’impegno nazionale italiano si
coordinava con gli analoghi sforzi delle
formazioni nazionali slovacche, boeme e
jugoslave, pronte a realizzare quella solidarietà
fra le patrie che fu alla base della Giovine
Europa mazziniana.
Manifestò
una
costanza
salveminiana
nell’opporsi ai pericoli del nazionalismo
sostenendo i vantaggi dei metodi democratici.
Divenne redattore-capo del Corriere della Sera
diretto da Luigi Albertini. Quando questi fu
allontanato dal giornale per la mancata adesione
al fascismo, Tarchiani preferì per lo stesso
motivo nel 1925 andare in esilio a Parigi dove
restò fino all’invasione tedesca.
Nel 1929 organizzò la fuga da Lipari degli amici
Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto
Nitti che vi erano confinati. Partì da Parigi e,
utilizzando la rete fluviale francese, giunse a
Marsiglia. Il quartier generale organizzativo fu
stabilito a Tunisi, perché difficilmente questa
città sarebbe stata considerata la meta dei
fuggitivi vista la distanza da Lipari. Dopo un
primo tentativo fallito alla fine del 1928, la fuga
ebbe successo a fine luglio 1929. Tale fuga ebbe
notevole risonanza internazionale e la notizia
apparve, fra gli altri, su La Prensa di Buenos
Aires, sul Times di Londra e sul New York
Times, oltre che su giornali francesi, tedeschi,
jugoslavi, svedesi, svizzeri e tunisini.
Nello stesso anno Tarchiani fondò a Parigi il
movimento Giustizia e Libertà con Gaetano
Salvemini, i fratelli Carlo e Nello Rosselli,
Emilio Lussu, Alberto Cianca, Fausto Nitti,
Cipriano Facchinetti, Andrea Caffi e Raffaele
Rossetti. Il Comitato Esecutivo era costituito
dalla triade Lussu, Rosselli e Tarchiani, che,
richiamandosi
all’esempio
mazziniano,
rappresentò sempre in questo movimento la
corrente più propensa all’azione.
Sempre nel 1929 a Parigi aiutò Riccardo Bauer e
Ernesto Rossi a pubblicare nella "Collezione di
nuova libertà" l’opuscolo "Stato fascista e stato
liberale".
Tale
opuscolo,
stampato
clandestinamente, nell’ultima pagina recava
l’indicazione Roma, marzo 1929. Nel 1930
organizzò con Rosselli il "volo della libertà" su
Milano di Dolci e Bassanesi, che lanciarono su
piazza Duomo alcune migliaia di manifestini
antiregime. Tale iniziativa ebbe grande risonanza
in tutta Europa. Il volo era partito dalla Svizzera
61 Vita di Club n. 2
perciò Tarchiani e Rosselli furono processati ed
assolti a Lugano. Quando il 14 aprile 1931 fu
proclamata la Repubblica in Spagna, Tarchiani
con Rosselli e Bassanesi vi andarono per vedere
se si potesse tentare di salvarla dai pericoli
dell’autoritarismo.
Il 5 giugno 1932 fu arrestato a Roma il muratore
e anarchico veneto Angelo Sbardellotto. Dopo
che gli fu trovata addosso una bomba, confessò
sotto tortura di essere stato aiutato
nell’organizzazione solo da alcuni fuorusciti e
precisamente dall’anarchico Vittorio Cantarelli
che viveva a Bruxelles, da Emidio Recchioni
residente a Londra e da Alberto Tarchiani che
abitava a Parigi. Fece questi nomi forse nella
convinzione che difficilmente avrebbero potuto
essere arrestati e nel tentativo di far credere a
una più larga cospirazione internazionale. Dopo
un processo lampo, fu fucilato.
Sbardellotto aveva dichiarato che il contatto era
avvenuto a Parigi, mentre in realtà Tarchiani era
in Germania. Questo falso permise a Recchioni
(altro fuoruscito indicato come complice da
Sbardellotto)
di
far
condannare
per
diffamazione, il 5 luglio 1933, il Daily
Telegraph che aveva pubblicato l’accusa del
tribunale speciale. Il 10 giugno Rosselli, Cianca,
Lussu e Tarchiani, in una lettera aperta al
presidente dal Tribunale Speciale, pur ribadendo
con forza la propria estraneità all’accaduto,
sottolinearono: "II nostro rispetto e la nostra
ammirazione per chiunque, in un paese privato
col terrore di tutte le sua libertà, sacrifica,
secondo l’insegnamento di Mazzini, la propria
vita in una lotta senza quartiere contro i
responsabili della tirannia".
Il programma politico di GL, redatto quasi
interamente da Rosselli, Salvemini, Tarchiani e
Lussu, fu pubblicato sul primo numero dei
Quaderni di Giustizia e Libertà del 1932.
Tarchiani, con gli pseudonimi di Tre stelle e
Atar, collaborò ai quaderni di Giustizia e Libertà.
Pubblicò nel fascicolo II (marzo 1932) la
recensione del volume Mussolini diplomate di
Gaetano Salvemini, che trattava della politica
estera dl Mussolini, edito a Parigi da Bernard
Grasset. Nel fascicolo III (giugno 1932) la
recensione del libro di Silvio Trentin Le fascisme
a Genève edito a Parigi da Rivière. Nel fascicolo
V (dicembre 1932) apparve un suo articolo su "Il
fascismo e le minoranze". Nel fascicolo X
(febbraio 1934) comparve un suo lungo saggio
su "La politica estera di Mussolini". Dal marzo
1934 Tarchiani attenuò la propria collaborazione
a GL, non condividendo la nuova linea di
progressivo
distacco
dalle
democrazie
occidentali, che a volte presentava toni offensivi
verso esponenti di rilievo del liberalismo, come
Einaudi e Croce. Quando nel giugno 1937 i
fratelli Rosselli furono assassinati a Bagnoles sur
l’Orne, Tarchiani a nome della famiglia si
presentò al ministro degli Interni, il socialista
Marx Dormoy, a chiedere con vigore che il
governo francese facesse ogni sforzo per trovare
e punire gli assassini.
Nel dicembre 1937 fondò con Randolfo
Pacciardi il movimento repubblicano La jeune
Italie che, anche dal nome, volava proporsi
come continuazione della lotta risorgimentale
per la democrazia. Dopo l’invasione tedesca
della Francia, Tarchiani lasciò Parigi insieme ai
coniugi Pacciardi, poi, con Carlo Sforza, si
fermò a Bordeaux per raggiungere Londra.
Dopo un breve soggiorno londinese insieme alla
famiglia di Carlo Sforza, cui era legato dalla
stesse posizioni politiche di democrazia laica, si
recò negli Stati Uniti. Qui nel frattempo era stata
fondata, su iniziativa di Gaetano Salvemini, la
Mazzini Society che, con evidente richiamo alla
sinistra risorgimentale, voleva combattere per
proporre un ritorno alla democrazia partendo da
posizioni liberali e repubblicane e ricongiungersi
così alla più genuina ed alta tradizione
democratica dell’Italia risorgimentale. Il
comitato direttivo era formato da Salvemini,
Venturi e Borgese. Pochi giorni dopo la
dichiarazione di guerra agli USA da parte di
Mussolini, anche Max Ascoli, docente
universitario di Filosofia del diritto, esule in
America dal 1933, aderì alla Mazzini Society di
cui divenne presidente. Quando Tarchiani giunse
negli Stati Uniti con Carlo Sforza, fu incaricato
della segreteria della Mazzini Society. Si
impegnò invano per ottenere dal governo degli
USA il consenso alla formazione di una Legione
Italica che al comando di Pacciardi (già
comandante delle brigate internazionali nella
guerra di Spagna) potesse combattere contro le
truppe dell’Asse.
Nel 1941 don Sturzo, che era ricoverato in
sanatorio in Florida, fu invitato ad aderire alla
Mazzini per trasformarla in una specie di
governo in esilio, ma preferì rifiutare. Nello
stesso anno il sindacalista italoamericano
Serafino Romualdi fu inviato (con lettera di
presentazione di Tarchiani) a Buenos Aires per
coordinare l’attività degli antifascisti esuli in Sud
America, mentre Dino Gentili fu inviato da
62 Vita di Club n. 2
Tarchiani a Londra per rappresentare la Mazzini
in Gran Bretagna. Fra il 1942 e il 1943 si acuì il
contrasto fra i sindacalisti italo-americani che
volevano rendere la Mazzini quasi subalterna al
governo USA e gli ex appartenenti a Giustizia e
Libertà che rivendicavano autonomia di azione.
Perciò, alla fine di febbraio del 1943, Tarchiani e
Cianca diedero le dimissioni dalla Mazzini per
poter agire con maggiore libertà nelle vicinanze
dell’Italia, autonomamente dai governi alleati.
Nel 1943, quando gli alleati sbarcarono in Italia,
Tarchiani, Cianca, Garosci, Valiani e Bruno Zevi
si recarono a Londra grazie all’aiuto di Lussu e
di Max Salvadori che, di madre inglese, si era
potuto arruolare nell’esercito britannico. Giunti a
Londra, attivarono la radio clandestina di
Giustizia
e
Libertà
e
attaccarono
quotidianamente il regime e la monarchia che si
era fatta complice per tanti anni della dittatura.
Nell’agosto 1943 Tarchiani giunse a Salerno e,
dopo aver condotto in salvo a Capri Benedetto
Croce, partecipò allo sbarco di Anzio.
Aderì al Partito d’Azione a cui rimase fedele
fino al suo scioglimento. Ferruccio Parri nella
lotta di Liberazione si poneva come obiettivo
principale quello di risolvere in senso
repubblicano la questione istituzionale che era,
secondo le indicazioni di Mazzini, l’eredità non
risolta del Risorgimento e mirava per tutti gli
altri problemi solo all’interesse collettivo della
nazione. Leo Valiani invece aveva come meta
ultima gli Stati Uniti d'Europa e il suo obiettivo
era quello di portare uomini della levatura di
Parri alla testa del governo e di potergli
affiancare politici del valore di Ugo La Malfa e
Alberto Tarchiani. Quest’ultimo nel 1944 fu
ministro dei lavori pubblici del Gabinetto
Badoglio, anche se, come tutti gli azionisti,
aveva accettato con estrema riluttanza il
compromesso di un governo Badoglio-TogliattiSforza, deciso nell’accordo di Salerno.
Tarchiani ricoprì il ruolo di ambasciatore d’Italia
a Washington dal 1945 al 1955 e da tale
esperienza trasse l’ispirazione per il libro
autobiografico Dieci anni fra Roma e
Washington, di grande importanza per la
comprensione della politica estera italiana del
dopoguerra. Nel 1951, ambasciatore italiano a
Washington, nonostante la collaborazione di
Carlo Sforza, non riuscì a ottenere dal governo
USA il visto di ingresso per Altiero Spinelli,
rifiutato per la passata militanza comunista.
Spinelli ne fu rammaricato data la lunga amicizia
con Tarchiani, ma commentò: "Sono fiero del
mio passato comunista come San Paolo lo era
del suo passato di fariseo".
Tarchiani morì a Roma nel 1964 dopo una vita la
cui coerenza appare oggi un anacronistico
miraggio, come gli ideali che lo avevano guidato
e portato con Salvemini a combattere senza
tregua "la muffa nazionalista e il machiavellismo
dozzinale", nella comune e insopprimibile
passione per la verità e la giustizia. Larga parte
dei politici attuali, privi di saldi parametri etici di
riferimento, sembra essere invece insensibile agli
attuali problemi della società e disposta piuttosto
ad ogni genere di transazione, pur di non cedere i
propri privilegi e il proprio potere.
MONDO LIONS NEWS
IL LION DE GIAMPIETRO CAMPIONISSIMO (da "La VOCE" di sabato 15 marzo 2014)
MASTER: De Giampietro, Tagliaventi e Bernardi nella top ten delle
classifiche FINA. Grande soddisfazione per la squadra Master del Garden
Rimini che vede tre dei suoi atleti inseriti nella classifica delle 10 migliori
prestazioni cronometriche mondiali Master stilata ogni anno dalla FINA
(Federazione Internazionale Nuoto).
La classifica, che esce sempre in questo periodo, si suddivide per gara e
categoria distinguendo anche le prestazioni ottenute su vasca lunga (50 metri) o corta (25 metri) e vede
presenti i riminesi Mario De Giampietro, Eleonora Tagliaventi e Fabio Bernardi.
Nella classifica 2013 Mario De Giampietro M 90 (93 anni!) ha ottenuto il primo tempo nei 50,100 e 200
rana in vasca lunga, il secondo nei 50 e 100 rana e il terzo nei 200 in vasca corta. Mario ha inoltre il
settimo tempo all time nei 200 rana (migliori 10 prestazioni mai nuotate al mondo nella categoria) e il
quarto all time nei 50 rana in vasca lunga.
63 Vita di Club n. 2
Rimini: E. Meluzzi, Pianta città, litografia, 1882 (particolare).
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Rimini: Carlo Giuseppe Fossati, La rlo Giuseppe Fossati, La