Rimini: Carlo Giuseppe Fossati, La pianta della città e il mare, incisione, 1870. [email protected] http://www.lionsriminimalatesta.com LIONS: Liberty, Intelligence, Our Nation’s Safety Collaboratori del 2° numero, anno 2013-2014 Mario Alvisi - Rita Maria Astolfi Oliva - Antonio Battistini - Mario Barnabè Maurizio Biordi - Marcello Cangini - Antonella Chiadini - Anna D’Araio Stefano De Carolis - Osvaldo De Tullio - Franca Fabbri Marani Enrico Maria Fantaguzzi - Giorgio Franchini - Anna Mariotti Biondi Danilo Re - Fernando Santucci - Lily Serpa Progetto grafico e impaginazione Anna Mariotti Biondi Fotografie Mario Alvisi Vita di Club Anno lionistico 2013 – 2014 Numero 2 Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta SOMMARIO: Incontri Conferenze Conviviali Servizi Viaggi Curiosità Novità Ricordi Arte Musica Poesia Amicizia Solidarietà Mostre Musei Gastronomia Posta Attualità Chiacchiere Pensieri Brevi Lionismo Anniversari Ospiti Atmosfere Nostalgie Progetti 4 La pagina del Presidente Saluto della Presidente 5 Lutto 7 Mondo Lions News ELIO BIANCHI: Una vera fede lionistica Un grande lion ci ha lasciati Ciao Elio, maestro buono Una Convention Internazionale in Italia 8 Mondo Lions 10 Meeting L’etica lionistica La campana di Rovereto, il 1° service dei Lions italiani Beni culturali allo sbaraglio 13 Rimini Ricorda Nel regno del vento 15 Archeologia Insectatio hominum summae potentiae 19 Rimini Sanità 20 anni dell’Ordine/20 secoli di sanità a Rimini 21 Arte&Natura Paesaggi invisibili 23 24 25 Service Meeting Rimini Storia Premio “E.Alvisi” Formazione e futuro Donne malatestiane a Scolca Inserto 33 Meeting Immagini da Scolca. Immagini rock. Immagini barocche L’arte della caccia 34 Meeting L’Unità di strada 36 Medicina&Salute Cannabis: droga leggera o mosca cocchiera? 37 Mondo Lions 38 L’intervista impossibile I vincitori dei Concorsi “Un poster per la pace” e “Saggi brevi” Quale libertà 40 Curiosità alvisiane Giochi d’altri tempi 43 Rimini Storia L’enigma dei bronzi di Cartoceto 45 Società&Solidarietà Tana libera tutti 46 L’angolo della poesia Solo questa poesia 47 Service Don’t stop believin’: 1. Il service, 2. Il concerto 55 56 57 Curiosità alvisiane Posta Storia&Religione Un cognome, una sorpresa Riceviamo e pubblichiamo Giubileo ad Orvieto 61 63 Storia d’Italia Mondo Lions News Una vita per la democrazia Il Lion De Giampietro campionissimo LA PAGINA DEL PRESIDENTE Cari amici, Il secondo numero annuale della nostra rivista Vita di Club corrisponde alla metà del mio mandato di presidenza di questo bellissimo e motivato Club Lions che ha dimostrato tutta la sua forza e unità d’intenti nell’ultimo evento pubblico realizzato per uno scopo umanitario. Mi riferisco al bellissimo Concerto Rock tenutosi al Teatro Novelli di Rimini il 15 marzo in favore della ONLUS Rimini Autismo per la realizzazione di progetti a supporto delle famiglie che vivono questa difficile realtà quotidiana. Il concerto ha visto un grande afflusso di pubblico ed ha riscosso molto successo. Tante testimonianze di stima e congratulazioni ci sono arrivate da più parti per aver saputo creare un momento di svago condiviso da centinaia di persone che per una sera si sono sentite partecipi di un unico scopo. Molti sono i ringraziamenti che doverosamente devo porgere a tutti coloro che hanno collaborato a questo successo. Mi riferisco in principal modo a tutti i club Lions della provincia di Rimini che hanno dato un supporto Concerto rock: l’abbraccio con concreto e generoso di partecipazione alla nostra iniziativa, Antonio Battistini. interpretando al meglio il grande spirito lionistico che ci unisce. Devo altresì ringraziare i componenti il Consiglio Direttivo che tanto si sono adoperati per la buona riuscita dell’evento, ma il ringraziamento più grande lo voglio rivolgere al nostro socio Antonio Battistini, "deus ex machina" di quest’importante iniziativa, che ha donato al nostro club un bellissimo e coinvolgente concerto assieme al suo bravissimo gruppo musicale: gli XPrep, a cui va tutta la nostra riconoscenza. Nei meeting che hanno fatto registrare una buona partecipazione abbiamo avuto modo di ascoltare interessanti relatori che ci hanno illuminato, con particolari approfondimenti, su tematiche interessanti che hanno spaziato su molti campi della Sul palco del Teatro Novelli con i Presidenti dei Lions conoscenza e della vita sociale. Club di zona. Grazie a questa rivista possiamo offrire ad un pubblico più vasto gli stessi piaceri d’ascolto che abbiamo registrato nei nostri incontri e da qualche tempo ciò avviene anche tramite la "rete" con la nostra pubblicazione on line sul sito www.lionsriminimalatesta.com Altri appuntamenti ci attendono prima della chiusura della mia bella esperienza e spero di vedere il mio club sempre così numeroso, coeso e partecipe. Pur avendo iniziato questa presidenza con titubanza e preoccupazione su come avrei saputo interpretare quello spirito lionistico ben definito nello slogan del nostro Governatore Raffaele Di Vito: "L’Essere e il Fare Lions", ad oggi sono convinta che solo con il supporto di un club e di tutti i suoi associati il ruolo di Presidente può essere motivato nel Fare e nel Essere Lions al fine di contribuire fattivamente a migliorare le vite altrui. Lily Serpa Allison Premio “E. Alvisi”: la consegna del dono del Lions Club Rimini Malatesta a Mario Alvisi e a Fabio De Angelis, Preside degli Istituti “Leonardo da Vinci” e “Odone Belluzzi”. 4 Vita di Club n. 2 LUTTO ELIO: UNA VERA FEDE LIONISTICA Il Presidente, il Consiglio Direttivo e tutti i soci del Lions Club Rimini Malatesta partecipano con profonda commozione e rimpianto al dolore di Adriana e dei famigliari per la scomparsa del Rag. Elio Bianchi ricordandone l'impegno professionale, le grandi doti umane, il profondo e generoso senso dell'amicizia, la lunga e fattiva appartenenza al Club, l'appassionata fede nei valori lionistici tradotta in una partecipazione attivissima ed entusiasta a tutte le iniziative anche in ambito distrettuale per cui gli è stata conferita la massima onorificenza lionistica, la MELVIN JONES FELLOW. di MARIO ALVISI E lio ci ha lasciati! Non ha più ripreso il cammino con noi come c’eravamo promessi all’inizio della sua malattia. Ed ora, invece, mi ritrovo a dover dire parole che non hanno più senso. Però anche il silenzio sarebbe una dimenticanza di un caro amico. Tanta era l’amicizia che ci legava, ed altrettanto grandi erano la sua autentica fede lionistica e l’attaccamento al nostro Club. Ero andato a trovarlo in clinica qualche giorno prima del suo decesso. Stava cenando aiutato dalla sua carissima Adriana. Come sempre in questi ultimi anni, gli incontri erano cadenzati dalla consegna della nostra rivista. Cosa che, nonostante la malattia, gli consentiva di restare in contatto con tutti noi e con la nostra attività sociale e di mantenere viva la conoscenza di ogni personaggio del club e dei collaboratori della rivista. Di quest’ultimo incontro ricordo che, mentre mangiava, non si era accorto che gli avevo messo la rivista sul letto. Appena l’ha vista ha voluto interrompere il pasto che con riluttanza mangiava, e ci siamo messi a commentarne i contenuti. Voleva sapere dei soci che non conosceva a causa della sua lunga degenza, essere informato sugli ultimi meeting e in particolare sulla Festa degli auguri. Gli parlavo dell’organizzazione del concerto rock con Antonio Battistini. Mentre di pagina in pagina sfogliavamo la rivista, i suoi occhi diventavano sempre più vivaci. Forse dimenticava per un attimo la malattia e si beava della sua sensibilità umana e lionistica. Con Elio ci siamo conosciuti nel lontano 1984, giusto trent’anni or sono. Fu presentato al club da Giancarlo Cecchi, come lui dirigente della Cassa di Risparmio. Facemmo subito amicizia perché avevamo conoscenze in comune e, forse, perché anch’io ero un “pignolo”. Da quei giorni mi chiamerà sempre Mariolino. Prese immediatamente “il volo”. Era nato lions. Si dedicò totalmente alla vita sociale con Elio appena insignito della “Melvin Jones Fellow”. carisma, pragmatismo, partecipazione e concretezza. Come già ebbi modo di scrivere, era il nostro “mentore”. La nostra guida. Conosceva molto bene lo statuto, i regolamenti, i codici etici, le funzioni organizzative dei lions distrettuali. Tanto che, scherzando, lo definivo un “carrierista”. Meritatamente, fece un’ottima carriera. Fu tantissime volte consigliere e poi presidente del nostro Club nel 1991/1992, Delegato di zona nel 1995/1996, Presidente di Circoscrizione nel 1999/2000, Officer Distrettuale con varie mansioni: l’ultima come Addetto stampa distrettuale nel 2009/2010. Poi si è ammalato. Se ciò non fosse successo, sarebbe sicuramente stato il candidato favorito alla carica di Governatore Distrettuale, come ci ha ricordato il Governatore Giuseppe Rossi durante la nostra ultima Charter del giugno dell’anno scorso. È stato insignito, nel 2010, della Melvin Jones Fellow, massima onorificenza, quale vero interprete della vita lionistica. Ma l’impegno lionistico più importante, quasi un pensiero 5 Vita di Club n. 2 illuminante, fu la sua ostinazione nel voler la realizzazione della Fondazione Lions Club per la solidarietà del Distretto 108/A. All’inizio contestata da molti club, cosa che gli costò qualche malumore, ma poi osannata per i suoi grandi interventi nella nostra società. Tutto questo era il lion Elio Bianchi, con razionale signorilità e con una fede incrollabile negli scopi che esaltano ancora la nostra attività sociale. Nel suo anno da Presidente, come evidenziato nel libro del Ventennale, ricordo l’entusiasmo con il quale organizzò la visita ufficiale del Governatore Raffaele Cera, in intermeeting con altri club. L’evento è stato il suo “paradiso”. Così ne scrisse: “Costituisce un esaltante premio alla nostra attività; motivo per tutti noi di compiacimento; questo mio primo meeting da Presidente, davanti le massime autorità del Distretto, è estremamente gratificante ed incoraggiante”. Prese a cuore, assieme a Stefano Cavallari, la stesura del nuovo statuto distrettuale (erano gli anni dei grandi cambiamenti sociali e anche i lions dovevano rivedere le loro regole). Fu il nostro primo Presidente a consegnare una Melvin Jones Fellow. Fra i vari candidati scelse Anna Lami Cavallari per il suo interessamento verso l’infanzia più bisognosa ed indifesa e le ragazze madri in gravi disagi socio-economici. Sul piano culturale promosse il restauro di un quadro di Carlo Leoni, pittore riminese del ‘600, esposto al Museo della Città di Rimini. Per testimoniare quanto l’amico Elio fosse permeato di fede lionistica e l’avesse trasmessa alla moglie Adriana, vorrei finire questo ricordo con un “rimprovero” che, in altre occasioni, avrei evitato se Elio fosse stato ancora fra noi. All’uscita della Chiesa di San Giuliano, dove si sono tenute le esequie, rinnovavo le condoglianze ai famigliari. Adriana mi prende dolcemente la mano per ringraziarmi e dirmi sommessamente: Come mai non avete letto la preghiera lions durante la santa messa? Elio ci avrebbe tenuto tanto! Ebbene, ora credo che tutti voi condividiate se la diciamo adesso: Ti ringraziamo, Signore, per essere qui riuniti per diventare migliori e per poter servire meglio i nostri simili. Dacci, Signore, l’umiltà, la conoscenza e la forza necessaria per compiere insieme i nostri doveri con entusiasmo e tenacia. Dacci la bontà e la tolleranza per rispettare le opinioni degli altri ed alimentare in tutti l’aspirazione a servire l’Umanità che soffre. Proteggi la nostra grande famiglia lionistica che lavora oggi, come sempre, per il culto dell’amicizia, dell’amore per il prossimo e del servizio disinteressato. Benedici, Signore, il nostro lavoro. ELIO BIANCHI …. UN GRANDE LION CI HA LASCIATI Ciao Elio, eri presidente di circoscrizione ed io un insicuro delegato di zona. Mi sei stato accanto ad indicarmi il percorso per vivere con lealtà e correttezza la vita lionistica. Ti ho visto sempre con gli occhi dei tanti tuoi amici lions, un uomo vero, forte e sicuro. Potevi apparire a volte timido, ma non lo eri. Sei stato sempre un “leader” capace di trasmettere sicurezza e buonsenso. Insieme agli amici del consiglio di amministrazione della Fondazione Lions del Distretto 108A ti vogliamo salutare e ricordare come esempio da imitare, per la tua dedizione al servizio, per il tuo impegno che appartiene ai forti, per il tuo ideale mai tramontato. Rimani il nostro Amico ed esempio di uomo onesto. Ciao Elio, grazie per quanto ci hai donato … ti abbraccio a nome di tutti. PDG Enrico Corsi (Presidente Fondazione) CIAO ELIO, MAESTRO BUONO! Elio Bianchi ben prima di me e tanto meglio di me avrebbe potuto fare il Governatore dei Lions, solo che lo avesse voluto. Fu un Maestro, anche per me, con il Suo piglio gentile, modesto ma autorevole, fin da quando Lo ebbi come guida, Lui Presidente della Circoscrizione Romagna, io Presidente della Zona di Ravenna, nell’anno 1999. Ho continuato a sentirlo e l’ho interpellato anche quando diventai Governatore per offrigli un incarico importante: Lui, schivo, come sempre, rifiutava, per dedicarsi al lavoro di Lions di base, nel Suo Club, nella Sua Città. 6 Vita di Club n. 2 Elio, con il Suo impegno e con il Suo esempio ha concretamente dimostrato che il Lionismo è un sentimento, il sentimento della solidarietà. Egli si è nutrito di pensieri liberi e forti ed ha percorso intensamente la Sua vita su due sponde: quella dell’amore vero e quella dell’amicizia sincera. Egli, per questo, ha svelato il segreto della memoria: non muore sulla terra colui il quale vive nel cuore di chi resta, perché ha lasciato al prossimo un po’ di sé! Elio ha altamente onorato il Codice dell’Etica Lionistica, dimostrando cittadinanza attiva umanitaria, qualificandosi come un leader al servizio comunitario ed umanitario, essendo un Uomo buono. Il nome di Elio Bianchi resterà iscritto per sempre nell’Albo d’Oro del Lions International. Elio oggi sta “In quel Ciel ch’è pura luce”. Beppe Rossi (Past Governatore Distrettuale) Elio era tra gli storici Redattori di “Vita di Club”: gli era affidata in particolare la rubrica “Mondo Lions” poiché nessuno come lui era informato sul Lionismo, la sua etica, il suo codice, il suo regolamento. Gli amici della Redazione, come hanno fatto durante la sua malattia, manterranno il suo nome tra i redattori … per non lasciarlo andare, per non rimanere sempre più soli. Anzi, per conservare viva l’illusione della sua presenza, vogliono ricordarlo in un momento lieto quando, con l’inseparabile, amatissima Adriana, partecipava alle gite del club, divertendosi e facendo divertire con i suoi spiritosi commenti. Qui sono insieme ritratti nella favolosa festa del Decennale del Comitato Gite nel 2007 a Villa Giustinian di Portobuffolè (Treviso). MONDO LIONS NEWS UNA CONVENTION INTERNAZIONALE IN ITALIA (da Lionsnotizie, 5 marzo 2014) A lle 0,50 del 4 marzo, un messaggio dell’ID Roberto Fresia annunciava al CC Enrico Pons che Milano ospiterà, dal 5 al 9 luglio del 2019, presso il Centro Congressi Milano Fiera, la 102ª Convention mondiale dell’Association of Lions Clubs International. Tutto è cominciato nel 2010 con la proposta del PDG del Distretto milanese Ib4, lion Carla di Stefano, fatta propria con entusiasmo dal CdG dell’annata 2010-2011, e tutto si è concluso negli Stati Uniti nella riunione del board del 3 marzo. Milano ha vinto ed è stata preferita a Boston e Singapore. Nel corso di questi millecinquecento giorni tutte le autorità lionistiche italiane che si sono succedute, qualunque sia stata la loro funzione, si sono attivate con competenza, passione e convinzione per far ottenere all’Italia questo ambito traguardo. Già lo scorso anno si pensava di poter essere preferiti, ma in dirittura d’arrivo la scelta cadde su Las Vegas. La Convention è la massima assise dei Lions di tutto il mondo. Oltre ventimila Lions e diecimila tra familiari e accompagnatori, si raduneranno per la prima volta in Italia per cinque intense giornate di lavoro, in amicizia e serenità. La solidarietà, in tutti i suoi aspetti, la farà da padrona, ma tanti saranno gli avvenimenti nel corso della manifestazione. La tradizionale sfilata per le vie cittadine sarà il clou della Convention. La rappresentanza di oltre duecentosei paesi, praticamente il mondo intero, percorrerà via Dante, passerà per il Castello per sciogliersi in piazza del Duomo in un tripudio di bandiere, di folklore, di musica e di colori. Amicizia e serenità, questi i messaggi della sfilata, ma anche la gioia di ritrovarsi senza barriere di razza, colore o religione in un abbraccio con la città nel segno della pace. Televisione, stampa, politica, cultura, impresa, insomma l’Italia intera, riscoprirà il Lions Clubs International attraverso tutto quello che i soci realizzano nelle centinaia di migliaia di service in Italia e all’estero. Prepariamoci, amici lions, fin da ora. Quando vogliamo, siamo i migliori! 7 Vita di Club n. 2 MONDO LIONS L’ETICA LIONISTICA Parzialmente tratto da “Conoscere il Lionismo” edito dal Centro studi del Lionismo di Roma da Mario Alvisi. di OSVALDO DE TULLIO (L.C. Roma Nomentanum) L a vita associativa del Lions International si sviluppa intorno a due fondamentali gruppi di norme. Da una parte le regole espresse nel “Codice dell’etica lionistica” e dall’altra l’enunciazione degli “Scopi del lionismo”. Questi ultimi, dei quali abbiamo parlato nei precedenti numeri della nostra rivista, costituiscono le finalità della nostra attività associativa e sono, quindi, sufficienti ad esaurire la nostra azione operativa nei confronti del “bene civico, sociale e morale della comunità” in cui viviamo. Ma, ad un esame più approfondito, ci accorgeremo che gli “scopi” non esauriscono, invece, tutti i contenuti della vita associativa. Tracciano un percorso, ma non ci danno precise indicazioni sulla meta finale. Ci dicono che cosa fare, ma non perché farlo, per quali finalità. Ci indicano, ad esempio, un fine da conseguire, quello dell’uomo retto e del buon cittadino, ma non ci chiariscono, da soli, quali e quante virtù lo caratterizzano. Ci richiamano al dibattito sulle problematiche sociali, ma non ci danno i contenuti conformi al nostro modo di essere Lions. La stessa comprensione fra i popoli del mondo sarebbe impercorribile se non fosse ispirata a principi di equilibrio e di giustizia. In una parola, può dirsi che la meta finale verso cui l’uomo e la società devono tendere sono, appunto, i “valori” che sono indicati nel codice etico e a cui devono ispirarsi le condotte quotidiane dei singoli uomini Lions e non solo. E questo è il primo e fondamentale “service” che noi siamo obbligati a svolgere e diffondere nella quotidianità con l’esempio e con l’operare secondo i “valori” profondi del nostro Codice Etico. Quali sono questi “valori”? In primis riguardano sicuramente l’ambiente in cui viviamo. “Avere sempre presente i doveri di cittadino verso la Nazione, lo Stato, la Comunità nella quale ciascuno vive”. Quindi le istituzioni e la società dove la nostra Associazione e il nostro Club rivolgono la loro attenzione preminentemente ai temi della Libertà, della Giustizia, dell’Uguaglianza, del Rispetto della dignità umana e della pacifica Convivenza sociale. Cioè un’azione pubblica (politica in senso lato) a tutela di beni inestimabili per la persona umana. Da ciò consegue l’opportunità dei Lions di poter incidere anche sul buon funzionamento delle pubbliche istituzioni, di portare i nostri “valori” nei luoghi di lavoro, nelle organizzazioni e nelle associazioni di ogni tipo in cui ci troviamo a svolgere la nostra quotidianità professionale ed umana. Il “valore del lavoro”: “Dimostrare con l’eccellenza delle opere e la solerzia del lavoro la serietà della vocazione al servizio”. Norma comportamentale dove il lavoro è caratterizzato dai concetti di “eccellenza delle opere” compiute in base alla nostra vocazione professionale. Dunque non un lavoro qualsiasi, ma un impegno sentito, svolto ai massimi livelli e con ottimi risultati. “Elitarietà” che deve distinguere i soci Lions ovviamente assieme alla disponibilità al servizio e a grande senso morale. E in quella disponibilità deve essere intesa anche quella secondaria, quella rivolta alla nostra Associazione, al nostro Club e ai nostri service dando la propria e piena disponibilità ad assumersi le cariche sociali e l’aiuto alla concretizzazione degli scopi sociali. E ancora il “valore della giustizia”: “Ricercare il successo, domandare le giuste retribuzioni e conseguire i giusti profitti senza pregiudicare la dignità e l’onore con atti sleali ed azioni meno che corrette”… “Ricordare che per sviluppare i propri interessi non è necessario danneggiare quegli degli altri”. La giustizia, come si vede, viene comunemente intesa come un giusto equilibrio fra interessi di carattere materiale contrapposti. Ma in realtà tutte le regole del nostro Codice spaziano in più ampie dimensioni. Ad esempio: Autorità e Libertà, Successo e Solidarietà, Ricchezza e Bisogni. Poli 8 Vita di Club n. 2 contrapposti che sono armonizzati in una visione di giustizia, in una perfetta proporzione fra il ricevuto e il dato. Il tutto con il ripudio, soprattutto, di esasperate forme legate al denaro, molto diffuse nella nostra epoca moderna. La casistica degli ultimi anni ci ricorda tensioni finanziarie e sociali di non poco conto. E allora, qui l’impegno dell’uomo Lions deve essere notevole per procurare alla società l’appagamento della sua ansia di giustizia: una giustizia che sia vera, concreta, effettiva, realizzabile. La stessa che pretende per se stesso. Infine, ultimo, ma non ultimo, il “valore dell’amicizia”: “Considerare l’amicizia come fine e non come mezzo, nella convinzione la vera amicizia non esiste per i vantaggi che può offrire, ma per accettare nei benefici lo spirito che li anima”… “Essere cauto nella critica, generoso nella lode sempre mirando a costruire e non distruggere”. L’amicizia, ce lo hanno insegnato fin dal primo giorno che abbiamo accettato di far parte dei Lions, è il bene fondamentale dell’Associazione. In un certo senso essa è la naturale corrispondenza tra soggetti che hanno una comune visione della vita. L’amicizia assume una funzione rilevante nella nostra struttura associativa in quanto essa è il tessuto connettivo che, legando fortemente le risorse umane dei Club, facilita il raggiungimento degli scopi sociali. Dall’amicizia discende poi “l’altruismo”, che è l’elemento caratterizzante e costante del servizio che rendiamo, che è sempre reso a favore degli altri, perché, com’è noto, la nostra attività lionistica è soltanto e sempre rivolta a perseguire interessi altrui e non degli associati. Non per nulla il “service” è il nostro pane quotidiano. Sempre nell’interesse degli altri. Che diventa imperativo quando il Codice dell’etica ci suggerisce di “Prestar loro (i cittadini della comunità in cui viviamo) con lealtà sentimenti, opere, lavoro, tempo e denaro”! Un grande impegno altruistico che testimonia delle buone radici che la nostra Associazione ha nel mondo. Non senza un certo legittimo orgoglio per quanto fatto e stiamo facendo. Tutto ciò è il senso del nostro essere Lions. LA CAMPANA DI ROVERETO, IL 1° SERVICE DEI LIONS ITALIANI... F usa a Trento dalla fonderia Luigi Colbacchini nel 1924 con il bronzo dei cannoni delle 19 nazioni che presero parte alla 1ª guerra mondiale, venne collocata inizialmente nel castello di Rovereto. A causa di una grave incrinatura, venne fusa ancora una volta nel 1964 grazie al sostegno finanziario di tutti i Lions Club italiani dalla Fonderia Capanni di Castelnuovo ne’ Monti. Fu benedetta il 4 novembre 1964 da Papa Paolo VI e collocata sul Colle di Miravalle. Pertanto, la campana di Rovereto, la più grande del mondo per il suono a “distesa” è un service dei Lions italiani: pesa 210 quintali, è alta 3,30 metri e ha un diametro di 3,20 metri. Gli altorilievi e le iscrizioni della “vecchia” campana sono fedelmente riportati nella “nuova”, sulla quale appaiono in più una dedica di Papa Giovanni XXIII, l’emblema del Lions e l’iscrizione in caratteri romani: “Rifusa nell’anno 1964 per volontà dei Lions d’Italia”. In quella occasione la RAI-TV ha effettuato servizi che sono andati in onda, alla radio nei giorni 26 e 28 ottobre e in televisione il 2 novembre su tutti i telegiornali del 1° canale. Diversi quotidiani nazionali di grande tiratura hanno pubblicato fotografie della nuova campana, commentando la notizia con articoli su varie colonne, mettendo in giusta evidenza che la lodevole iniziativa è dovuta ai Lions italiani, i quali ne hanno sopportato totalmente l’onere finanziario. -Il testo, tratto da articoli apparsi 50 anni fa su quotidiani e periodici a tiratura nazionale e sulla stampa lionistica, è di Sirio Marcianò, direttore responsabile di “Lion”, il mensile dei Lions Italiani. - Ci piace ricordare che in occasione della ricorrenza dello scoppio della 1ª guerra mondiale il Ravenna Festival ha scelto come tema “1914: l’anno che ha cambiato il mondo”. Il concerto conclusivo eseguito dall’ORCHESTRA GIOVANILE LUIGI CHERUBINI diretta dal maestro Riccardo Muti sarà replicato, nel solco del progetto “Le vie dell’amicizia”, nel Sacrario militare di Fogliano di Redipuglia (Gorizia). 9 Vita di Club n. 2 MEETING BENI CULTURALI ALLO SBARAGLIO “I beni archeologici dell' Africa nera e dell' America latina”: è l’interessante tema trattato nel corso del meeting del 14 gennaio 2014 da parte di Maurizio Biordi, archeologo che ha legato il suo nome dapprima all’archeologia riminese per poi dedicarsi all'archeologia ed all'antropologia extraeuropea (America precolombiana, Africa e Oceania) e alla museologia. È Direttore dei Musei Comunali di Rimini e Delegato del Comitato Nazionale Italiano dell' ICOM (International Council of Museum c/o UNESCO, Parigi). Riportiamo un breve stralcio della conversazione. di MAURIZIO BIORDI L a Convenzione UNESCO del 1972 ha dato inizio ad una serie di provvedimenti legislativi per la tutela e la conservazione del patrimonio culturale mondiale ed inoltre per debellare il traffico illecito dei beni culturali. Con l’avvento dell’ICOM (International Council of Museums), creato nel 1946 con il fine di conservare, trasmettere e fare conoscere il patrimonio naturale e culturale mondiale, presente e futuro, tangibile e intangibile, vengono adottati degli strumenti più incisivi. Nel periodo 22-24 ottobre 1997 viene convocato un Gruppo di lavoro internazionale ad Amsterdam, a cui partecipò anche lo scrivente per l’Italia, per redigere una lista (Red List) delle tipologie dei beni archeologici africani a maggiore rischio. Tale lista comprende i seguenti beni: Terrecotte NOK di Bauchi, Katsina e Sokoto (Nigeria), Terrecotte e bronzi Benin (Nigeria), Statue in pietra di Esie (Nigeria), Terrecotte, bronzi e ceramiche della Valle del Niger (Mali), Terrecotte, bronzi e statuette in pietra di Bura (Nigeria, Burkina Faso), Statue in pietra del nord del Burkina Faso e zone limitrofe, Terrecotte del nord del Ghana (Komaland) e A sin. e a ds.: Colgante, oro, Museo Nacional de Costa Rica. Al centro: Colgante, oro, Museo Antropologico de Arauz, Panama. Vasi Moche, Museo Nacional de Arquelogia, Antropologia e Historia del Perù. Figure Nayarit, Museo Nacional de Antropologia, Mexico. della Costa d’Avorio, Terrecotte e bronzi Sao (Tchad, Camerun e Nigeria). È seguita nel periodo 23-26 aprile 2002 a Bogotà la convocazione di un Gruppo di lavoro internazionale, a cui partecipò anche il sottoscritto per l’Italia, per redigere una lista (Red List) delle tipologie dei beni archeologici ed altro amerindiani a maggiore rischio. Tale lista comprende i seguenti beni: Ceramica Nayarit (Messico), Maschere 10 Vita di Club n. 2 teotihuacane (Messico), Figure olmeche (Messico), Vasi e rilievi maya (Messico, Guatemale, Belice e Honduras), Asce litiche (Nicaragua e Costa Rica), Oreficeria (Costa Rica e Panama), Sculture di San Augustin (Colombia), Ceramica Jama Coaque e oreficeria Tumaco Tolita (Ecuador), Ceramica e remi lignei (Perù), Tessuti e addobbi plumariiferu) Keros (Perù), Tavolette per allucinogeni (Cile), Urne amazzoniche (Brasile). Queste due liste originarie, con i dovuti aggiornamenti, sono la base operativa dell’ICOM per combattere, con gli stati interessati, il traffico illecito dei beni culturali che interessa anche l’Italia con vari interventi del Nucleo Tutela del Patrimonio dei Carabinieri e della Guardia di Finanza a cui ha partecipato e partecipa anche lo scrivente in qualità di Esperto di africanistica ed americanistica. La Presidente con Maurizio Biordi e il cerimoniere Marcello Pedrotti. A sin.: Testa Nok. La cultura Nok copre una zona larga ca. 500 km di lunghezza e 170 di larghezza sul Plateau de Bauchi nel centro nord della Nigeria. Statuette in terracotta sono state trovate in più di 20 siti diversi, di cui quello di Nok è stato scoperto per la prima volta nel 1938. Si tratta di teste o figurine intere antropomorfe o zoomorfe di diversa grandezza. Le teste sono cilindriche o coniche o sferiche; i tratti degli occhi sono triangolari o a semicerchi. Le sopraciglia sono archi, le pupille come le orecchie e le narici sono fori. A ds.: Terracotta di Ifè, capitale e centro religioso del sudest della Nigeria. Per lo più si tratta di teste isolate a grandezza naturale, forse ritratti idealizzati di re morti, cinti di diadema e adorni di collane. A sin.: Terracotta proveniente dalla valle del Niger. Sono dette Djenné dal nome del sito archeologico più vicino. Alte dai 20 ai 40 cm, sono figurine umane inginocchiate o assise, le braccia incrociate sul petto o le mani posate sulle cosce. Molte figure maschili hanno il busto stretto in un balteo sostenente una faretra. A ds.: Maschere teotihuacane, pietra, Museo Nacional de Antropologia, Mexico. 11 Vita di Club n. 2 A sin.: Statua in pietra (steatite) di Esie (Nigeria). In genere rappresentano uomini o donne seduti con le mani sulle ginocchia, ornati di collane e bracciali con pettinature molto elaborate. Al centro: Statua in terracotta dal sito di Bura, a sud-est del Niger e a est del Burkina Faso. In genere fissate su grandi orci funerari, hanno teste piatte, di forma rettangolare o oblunga. Alcune figure presentano scarificazioni e portano bandoliere con faretra e armi. A ds.: Stele funeraria in pietra piatta dal nord del Burkina Faso. I tratti del viso sono scolpiti in basso rilievo leggero, gli occhi tondi, il naso ovale, la bocca semiaperta; le braccia piegate formano una losanga. A sin: Testa di Giano. Le terrecotte, trovate su tumuli funerari in Ghana e Costa d’Avorio, sono particolari anche per gli ornamenti appariscenti e vesti con ponpon e maniche. A ds.: Terracotta Sao proveniente da luoghi di culto nei pressi del lago Tchad e risalente al II sec. a.C. Sono rappresentazioni umane molto stilizzate con appendici cornute sulla sommità della testa. Questa cultura si trova in tre paesi: nord-ovest della Nigeria, estremo nord del Camerun e ovest del Tchad. A ds.: Figurine olmeche, giada, Museo Nacional de Antropologia, Mexico. 12 Vita di Club n. 2 RIMINI RICORDA NEL REGNO DEL VENTO È il titolo di un piccolo libro di ricordi (ma grande per i sentimenti che lo ispirano) scritto da Giorgio Franchini e pubblicato nella diciannovesima ricorrenza della tragica vicenda, che coinvolse alcuni suoi amici velisti, per onorarne la memoria. Daniele Tosato, Ezio Belotti, Francesco Zanaboni, Giorgio Luzzi, Luciano Pedulli, Mattia De Carolis persero la vita durante una tappa di trasferimento per partecipare a una regata internazionale, “la Transat des Alizés”, facendo naufragio nel Golfo del Leone il 2-3 Novembre 1995 a bordo del Parsifal, una barca in legno progettata dall’architetto Carlo Sciarrelli e costruita dal cantiere Roberto e Stefano Carlini di Rimini. La barca era partita da Sanremo, con rotta verso le Canarie e poi verso i Caraibi. L’equipaggio di quella sfortunata avventura era formato inoltre dall’armatore Giordano Rao-Torres, Andrea Dal Piaz e Carlo Lazzari Agli, che riuscirono a salvarsi dopo diciotto ore trascorse nella disperata attesa di essere avvistati e soccorsi. Ne riportiamo la parte che ricostruisce la storia del Parsifal e di “un’onda gaffa”. di GIORGIO FRANCHINI L a storia angosciosa del Parsifal resta nella memoria di tutti i riminesi amanti della vela. Quello che è accaduto può essere la dimostrazione della forza della natura rispetto ai limiti umani. Limiti che si manifestarono, verosimilmente, nella disorganizzazione del Comitato di regata e purtroppo, forse, anche in una fatale imprudenza dell’equipaggio. Il percorso riguardava una tappa obbligatoria di trasferimento e non la vera regata: in seguito quella tragedia sembrò del tutto priva di senso. In ogni caso la perdita di vite umane si poteva evitare, se l’equipaggio fosse stato pronto alle dure condizioni di quella traversata, come aumentare al massimo le precauzioni, indossare i giubbotti di salvataggio, armare la zattera nel pozzetto. Prendere il mare, sia pure per una regata, in novembre nel Golfo del Leone con un avviso di burrasca forza dieci, richiedeva delle precauzioni in più. Il Comitato Promotore aveva consigliato vivamente ai partenti di scegliere rotte ridossate in attesa di un miglioramento delle condizioni del tempo. Tuttavia gli avvertimenti non sortirono l’effetto voluto e altri concorrenti, oltre al Parsifal, naufragarono con perdita di ulteriori vite umane. Paolo Venanzangeli, giornalista di “Nautica” e del “Corriere dello Sport” disse: “Alla domanda di un amico, non velista, ho risposto che uscire in mare con quelle previsioni non equivale assolutamente al suicidio, ma certamente a cercarsi una situazione estremamente scomoda dove tutto deve filare liscio. Possiamo forse - e con la necessaria umiltà ed il dovuto rispetto azzardare misurate perplessità sulle decisioni di chi (partecipanti ed organizzatori) non ha ascoltato le raccomandazioni e/o i segnali provenienti da più parti: soprattutto dobbiamo riflettere - ed imparare - che in condizioni limite non esistono margini di recupero e che l’aiuto esterno non può essere considerato una certezza, bensì una scommessa.” Un’onda anomala che si erge al disopra delle altre e ricade in un attimo sull’imbarcazione abbattendo l’albero, portando via l’autogonfiabile, aprendo verosimilmente lo scafo che, appesantito in pochissimo tempo affonda, rende inevitabile il disastro. Questo è stato il caso del Parsifal. Il relitto che in caso di naufragio non si deve mai abbandonare, come recitano i manuali di sopravvivenza in mare, in questa occasione non c’era più, si era inabissato. A galla, qualche tanica, qualche parabordo, poche cose giusto per fare una zattera di fortuna, per aiutare il galleggiamento, reso così difficoltoso dalle onde e dal freddo. L’Epirb fece il suo dovere, l’allarme fu lanciato, tuttavia il primo aereo arrivò in vista dei naufraghi diciotto ore più tardi, quattro di più di quello che, a quella temperatura, prevedono le tabelle di sopravvivenza massima. Tre naufraghi miracolosamente si salvarono, di uno fu recuperato il corpo, gli altri sono stati pietosamente dichiarati dispersi. È stato mai possibile che per partecipare ad una regata con caldi venti portanti (Alisei), nata con l’intento di attraversare l’Atlantico in compagnia per dare a tutti la possibilità di svernare ai Caraibi, quella che doveva essere una passeggiata alla ricerca di una chimerica traversata, ci si dovesse trasferire tutti insieme, a date stabilite e quindi senza poter scegliere il momento più opportuno, e proprio attraverso il Golfo del Leone? 13 Vita di Club n. 2 Chi va per mare è a conoscenza dell’esistenza dell’onda “gaffa”. In alcune circostanze le barche da diporto non possono affrontarla con sufficiente sicurezza. Si incontrano onde “matte” che sono molto più alte delle altre e che se colpiscono la barca la affondano in pochi minuti. L’uomo e il mare Uomo libero, tu amerai sempre il mare! Il mare è il tuo specchio; contempli la tua anima Nello svolgersi infinito della sua onda, E il tuo spirito non è un abisso meno amaro. Ti piace tuffarti nel seno della tua immagine; L’accarezzi con gli occhi e con le braccia e il tuo cuore Si distrae a volte dal suo battito Al rumore di questa distesa indomita e selvaggia. Siete entrambi tenebrosi e discreti: Uomo, nulla ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi, O mare, nulla conosce le tue intime ricchezze Tanto siete gelosi di conservare i vostri segreti! E tuttavia ecco che da innumerevoli secoli Vi combattete senza pietà né rimorsi, Talmente amate la carneficina e la morte, O eterni rivali, o fratelli implacabili! “Questa città, la cui immagine prevalente è ormai legata alla ‘notte’, nutre, laggiù sul porto, figli che ostinatamente intendono tener fede alle pur antiche radici marinare. L’amore per il giorno, per la luce, per il mare, per il vento e le stelle. I migliori di tutti noi, i più capaci in questo ostinato esercizio, un pugno di velisti, pagano con la vita questo smisurato amore. I nostri fratelli, i nostri amici non ce l’hanno fatta nell’attesa vana di vani soccorsi. Se ne sono andati ad uno ad uno dopo essersi tenuti la mano a lungo, troppo, sino all’ultimo stretti in un girotondo fatale, Le mani amiche si sono aperte ad una ad una senza più presa sul galleggiamento improvvisato. Ad una ad una in un freddo mattino senza sole...”. Dal necrologio pubblicato nel novembre 1995 su “Chiamami Città” di Rimini Charles Baudelaire, 1857 14 Vita di Club n. 2 ARCHEOLOGIA INSECTATIO HOMINUM SUMMAE POTENTIAE Ovvero: CONTRO PATRIMONIO. CHI NEGLIGE IL PROPRIO di RITA MARIA ASTOLFI OLIVA (Dama di Merito del SMOCSG) Q uando si parla di Patrimoni dell’Umanità, già di per sé, si dice di qualcosa che tutti, ma proprio tutti, sulla faccia del pianeta, devono ritenere prezioso, al di là e al di sopra di tutto: etnie, religioni, credi politici, caste, provenienza e ceto sociale. Or bene, che cosa vi sia di più prezioso del retaggio lasciatoci dai nostri Avi e Progenitori, noi non sapremmo. In essi retaggi, è racchiusa la nostra ascendenza, le nostre radici, la nostra cultura, tutto il bene e tutto il male che, nel corso di infiniti secoli è arrivato, i n t a t t o a noi; che si è iscritto nel nostro genoma, indelebilmente. Sottolineiamo, INTATTO! Che cosa dire quando, dopo aver portato alla luce tali meraviglie, intatte, lo ribadiamo, giunte sino a noi fulgide e spettacolari, ibernate dai secoli, prodigiosi lacerti di cultura massima e di massimo splendore … miracolosamente restituiteci integre, che hanno superato indenni i secoli, l’uomo – questo distratto, per esprimersi con un eufemismo, essere che si cura solo del proprio orticello, nel giro di qualche anno, porta a disfacimento e distruzione irreversibile … un ‘Patrimonio dell’Umanità’? L’occhio attonito dell’amante del Bello, dell’innamorato dell’archeologia tutta, del reverente essere che, au contraire, rispetta in religiosa consapevolezza anche il più piccolo lacerto che gli parli del suo passato … colui, infine, che ritenga un dono inestimabile poter rivedere il proprio passato, non può credere di trovarsi al cospetto dello scempio creato dall’uomo distratto di cui sopra! A questo proposito ci è sommamente grato poter saccheggiare una grande Tesi di Laurea a cura della Dott.ssa Giulia Grassi, Ingegnere, recentemente Laureatasi a pieni voti nel Corso di Laurea di Ingegneria Edile - Architettura 20102011. La qual Tesi porta per titolo: “Musealizzazione della ‘Domus del Mito’ a Sant’Angelo in Vado”. (…) Dunque in quei tempi – si riferisce alle epoche passate – l’ignoranza giustificava lo sciacallaggio, ma attualmente lo scempio di ritrovamenti già avvenuti o ancora da scoprire, non sarebbe in alcun modo ammissibile, poiché la tutela per le tracce del passato dovrebbe essere ormai un valore basilare del nostro Paese e quindi da tutti condiviso. (…) [ Giulia Grassi, Tesi di Laurea in Ingegneria Edile - Architettura, Anno Accademico 2010-2011, cap. II, sez 1-9, pag. 10]. Circa tre anni or sono prendemmo visione della DOMUS DEL MITO, recente scavo archeologico a fronte di rilevamenti fotogrammimetrici/cartografici compiuti da un volo a bordo di un deltaplano sul Campo della Pieve, appezzamento centrale di un Borgo medievale assai rinomato e ricchissimo di vestigia antiche: Sant’Angelo in Vado, l’antica Tifernum Mataurense che dista ben poco dal passo della Bocca Trabaria, della quale fu 15 Vita di Club n. 2 Capitale, in epoca assai remota, sull’Appenino marchigiano. Ciò che gli scavi avevano portato alla luce dopo circa 20 secoli di interramento, erano circa mille metri quadrati di splendidi tappeti musivi, policromi, appannaggio di una Domus insediatasi colà fra il I e il II secolo dopo Cristo, presunto momento della sua prima decadenza; benché dalle indagini stratigrafiche si possa, fuor di dubbio, affermare che a più riprese, il sito è restato in essere ed abitato con alterne fortune, almeno fino al VI secolo. A questo proposito ricordiamo, qui, en passant, l’anno 258 d.C. in cui un’altra Domus, quella del Chirurgo, in Rimini, fu distrutta da un incendio ad opera di Iutungi ed Alamanni. Vero è che quelle scorrerie barbariche venivano, per lo più dal mare … ma nulla vieta di ipotizzare, forse molto audacemente, che bande sciolte delle medesime orde si spingessero su per i monti circostanti alla sanguinosa ricerca di altro da distruggere! Dicevamo, a riguardo della Domus del Mito, della sua scoperta e conseguente scavo. La Dea Fortuna, mitica Protettrice della zona, volle che il primo ambiente, identificato come vano 6, ad essere scoperto fosse, appunto, il Vestibulum che prospicieva sul decumanus Nord-Sud ad Ovest. Quivi agli occhi attoniti si presentò un tappeto musivo composto da tessere minute chiamate vermiculatum in squillante color porpora/rosso pompeiano, raffigurante il “Trionfo del Dio Nettuno” affiancato dalla di lui sposa Anfitrite, su di un cocchio trainato da ippocampi, splendidi destrieri volanti estremamente espressivi, su di un mare ricco di pesci (tre delfini per la precisione): una visione strabiliante. Seguì, nel corso dello scavo, la scoperta di altri 26 vani per un totale di 27, spettacolari e stupefacenti ambienti impreziositi, per la maggior parte da raffigurazioni mitologiche o geometriche, precise al millesimo, vuoi di rappresentanza, vuoi di servizio, per la maggior parte policrome, bellissime, per un’area, come s’è detto, di circa 1000 mq. Tutto ciò nell’anno di grazia 2003. A questo punto non possiamo esimerci dal dare notizia del paradosso, assai ben descritto dalla Dottoressa Grassi, la quale, sempre con dovizia di particolari ci informa che, conseguente allo scavo, fu indetta una campagna di restauro minuzioso e preciso al fine di proteggere, rinforzare e tutelare lo spettacolare ritrovamento. Troppo lungo, qui, ripercorrere le varie tappe che ognun che abbia elementare conoscenza archeologica, può sapere. Ciò che lamentiamo a grandissime voci indignate è che tutte le risorse impiegate in quella grande campagna sono state gettate al vento. Un’unica cosa occorreva, urgentissima, prioritaria, una adeguata ed intelligente copertura onde evitare ciò che, ora, sta sotto gli occhi scandalizzati di tutti. Or tutto questo detto, il lettore immagini, se può, la sorpresa e lo stupore e, ci si passi la drammaticità, il colpo al cuore di chi, avendo visto tutto ciò solo una manciata di mesi or sono, si trovi davanti ad uno scempio indescrivibile, innominabile, incredibile. Sorpassata la soglia dello scavo, davanti, sempre, al Vestibulum, in luogo del sontuoso spettacolo che rifulgeva nella mente e nel ricordo, una visione di incuria e degrado senza uguali. Scomparso interamente il colore, una polvere, non secolare, bensì maledettamente attuale, copriva tutto lo splendido disegno. A fatica si poteva distinguere la scena e, dopo sforzi inenarrabili una pallidissima parvenza, sempre a Nord-Ovest, di un rimasuglio, di rosso?, macché, uno sbaffo di rosso e non altro! Dopo inevitabile piccolo grido di dolore, un’attonita immobilità come di chi, di fronte ad uno sterminio, debba prendere atto che tutto è 16 Vita di Club n. 2 stato irrimediabilmente perduto. Nulla al mondo potrà restituire lo splendore che pur, ci si diceva, era là solo pochissimi anni prima. Che cosa sono tre anni a fronte di 20 secoli? Una goccia nell’oceano del tempo. Ma sufficienti a distruggere per sempre un “Patrimonio dell’Umanità”. Infatti, dopo esserci riscossi dallo stupore, visitando tutta l’area ci si doveva, dolorosamente, accorgere che tutti gli altri tappeti musivi avevano subito la stessa sorte. Ora, dice la Dott.ssa Grassi al punto 2.3 (…)I pavimenti musivi di buona ed ottima qualità e per lo più ottimamente conservati, esibiscono soggetti vari che mostrano l’inserimento di Tifernum in un’ampia circolazione di cartoni ‘mobili’ e maestranze specializzate, e la presenza nella città di una committenza colta e raffinata.(…). [ Ibidem come sopra]. Ecco qua in longitudine e latitudine cosa il ‘nostro’ tempo è stato capace di fare. A qual scopo la committenza colta e raffinata s’era data tanto disturbo? Per consegnarci le loro meraviglie. Consegnarle, a chi ? Nolite ostendere margaritas ad porcos. Più avanti, sempre al punto 2.3 nel corso di una descrizione puntualissima, esaustiva, dotta, di tutta l’area e di ciascun tappeto musivo, riporta le parole di un grande archeologo, il compianto Dott. Giuliano De Marinis, di recente, prematuramente scomparso, che descriveva il mosaico della Medusa con queste lapidarie parole: (…) “Il ‘gioiello’ delle Marche”(…). Particolari del mosaico della Medusa. Questi 14 mq strepitosi ospitano una delle opere musive di superno livello, non solo nelle massime dimensioni, ( 7 x 7 m circa); di bellezza spettacolare, - un tempo - policromo, con i suoi quaranta tondi di figure simboliche, - non si dimentichi che proprio da quest'ultimo è sorta la titolazione dell’intero scavo! -; superbe le scene di caccia con cani, la lotta fra i pesci, la stessa composizione che si avvale di uno specialissimo accorgimento prospettico, talché se si potesse vederlo poggiandovi i piedi, le figure Particolari del Mosaico della caccia. Scena con magister canum. balzerebbero, alla vista, quasi in verticale. Inevitabilmente, a chiunque visiti lo scavo di Sant’Angelo in Vado sorge spontaneo paragonarlo ad un altro eccellentissimo scavo, quello di Suasa; a seguito di che, paratatticamente, deve riconoscere che nel confronto la Domus del Mito superava, ahinoi, in bellezza quello di Suasa pur magniloquente. Un prezioso gioiello che, ora, l’uomo ha relegato fra gli “irrecuperabili”. Qui non si vuole abbattere la scure della riprovazione su questo e quello; semplicemente dare fiato e sollevare l’indignazione dei ‘pochi’ che hanno a cuore le gemme di incalcolabile bellezza che l’antichità ci ha tramandato. Ciascuno, in cuor suo, sa quanto abbia pesato la propria indifferenza, la propria criminale trascuratezza e nonchalance. Ciascuno, per sua appartenenza reciti il “mea culpa”. Rileviamo una serie altamente tautologica di conseguenze di tal Vera Barbarie: ha mai 17 Vita di Club n. 2 qualcuno, in alto loco posizionato, pensato a quale ritorno, perfino economico, potrebbe venire da una opportuna divulgazione e mise en éspace di tali e tanti tesori? Ci siamo mai detti, in quest’ultima epoca di crisi planetaria, quanto sarebbero utili sia per il campo lavorativo, sia turistico di massa o d’élite opportune collocazioni in essere dei tesori - con conseguente fruizione da parte dei viaggiatori di tutto l’orbe terracqueo - di cui la nostra povera Italia è stracolma? Qui giunti, chi sa perché la nostra mente ci porta a ricordare che, già nove secoli or sono, perfino il nostro Padre Dante, apostrofava così l’Italia: (…) Ahi Serva Italia, di dolore ostello nave sanza nocchiere in gran tempesta non donna di provincie, ma bordello...(…) Dante Alighieri, Pg. VI, vv.76-79 Proprio vero che nulla muta sotto la volta celeste! Ci si è mai resi conto che distruggere il nostro glorioso passato equivale, né più, né meno che a dispregiare il nostro retaggio umano? La scure dell’incuria non si abbatte solo sulle opere restituiteci dai secoli, ma su noi, direttamente e rovinosamente. Come si fa a non comprendere che tutto ciò che facciamo o non facciamo ricada a pioggia sul genere umano in toto? Quel che ne scaturisce è l’impoverimento della razza umana degradata a “soi-disants hommes de monde”; di quale mondo, poi, si parli è fin troppo chiaro: ognun per sé e Dio per tutti, se mi si passa un vieto e becero luogo comune. Il dio denaro, un po’ latitante da ultimo in vero, è imperante e a tutto serve fuor che a raddrizzare le storture che s’infittiscono ogni santo giorno. In ogni campo e non solo nell’arte e nella archeologia. Allora, la nostra invettiva vuole semplicemente dire: chi ha più giudizio lo adoperi e non per correggere o tentare di usare un make-up inutile, ma per evitare che altri e forse più rovinosi scempi vengano compiuti. Mosaici del triclinium. Mosaico di Bacco. 18 Vita di Club n. 2 RIMINI SANITÀ 20 ANNI DELL’ORDINE 20 secoli di sanità a Rimini. di ANTONELLA CHIADINI e STEFANO DE CAROLIS I l Museo della Città di Rimini, dal 25 gennaio al 23 febbraio 2014, ha accolto la mostra sulla storia bimillenaria della sanità riminese, realizzata dall’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Rimini per festeggiare il proprio ventennale. Sotto l’occhio vigile di Iano Planco – alias Giovanni Bianchi (1693-1775), il più celebre medico riminese del passato, eletto dallʼOrdine a proprio “patrono” – oltre 150 tra oggetti e documenti, provenienti da enti e prestatori privati, hanno accompagnato il visitatore attraverso i secoli, a partire dalla celeberrima domus “del Chirurgo”, una straordinaria “casabottega” appartenuta a un medicus di origini orientali distrutta da un incendio nel 260 d.C. Dal basso Medioevo in poi l’assistenza ospedaliera ha caratterizzato la storia della sanità. Nel 1486, per volontà degli ultimi Malatesta, ciò che resta dei quasi cinquanta ospedali documentati a Rimini dal 1131 sino alla fine del Quattrocento viene riunito nell’ospedale trecentesco di Santa Maria della Misericordia formando un unico grande nosocomio. Già considerato «angusto» e scomodo agli inizi del Seicento, l’ospedale continua a servire la città per gli aspetti sanitari, caritativi e assistenziali fino al settembre 1800, allorché viene trasferito nell’ex Collegio dei Gesuiti assumendo l’attuale denominazione di “Ospedale degli Infermi”. Durante la seconda guerra mondiale subisce gravi danni e, nel 1961, si decide il suo Ligorio Donati (1725-post 1774), Ritratto di Iano Planco. Olio su tela, 95 x 73 cm. Rimini, Museo della Città. Fotografia di Gilberto Urbinati. trasferimento in località Colonnella. La nuova struttura, inaugurata il 15 giugno 1974, viene ampliata e ammodernata negli anni fino ai nostri giorni. Tra gli altri ospedali cittadini è ancora vivo il ricordo dell’Ospedalino dei Bambini (19101985) che, sotto la guida di valenti pediatri come il prof. Antonio Del Piano e il prof. Ugo Gobbi, ha raggiunto livelli altissimi nelle cure all’infanzia. Fino al 1970 disponeva anche di una Sala maternità (diretta dal dott. Adolfo Fochessati) dove molti adulti di oggi sono nati. Sempre nel Medioevo si sono sviluppate le condotte mediche, di pertinenza comunale e attive fino agli anni ’60 del Novecento. Il medico condotto doveva assistere e curare tutti i cittadini, gratuitamente quelli poveri. Figura innovativa e per certi versi eroica specie nelle aree più impervie e isolate, sapeva di medicina, chirurgia, pediatria e ostetricia. Spesso, ancor più nelle aree rurali, è il protagonista di azioni volte a migliorare le condizioni di vita assumendo così Francesco Brici (1870-1950), I sette medici riminesi (1901). Pastello su cartone, 48 x 200 cm. Rimini, Museo della Città. Fotografia di Gilberto Urbinati. 19 Vita di Club n. 2 anche un importante ruolo sociale e culturale. Parallelamente alle condotte mediche – soprattutto nelle campagne e per le patologie più disparate – si ricorreva alla figura del guaritore: uno per tutti quel Nicola Gambetti di Monterotondo (1832-1921) divenuto famoso nel Montefeltro per essere riuscito a risolvere felicemente la quinta gravidanza della Regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III (1914), che da otto giorni attendeva inutilmente di partorire. Il viaggio nelle tappe della vita attraverso le pratiche tradizionali, spesso folkloristiche e frutto di superstizione, messe in atto dalla gente di Romagna per difendersi da malattie o propiziarsi salute e fortuna, ben descrive il contesto sociale e culturale modificatosi nei secoli. Intorno al 1830 si comincia a venire a Rimini «per giovarsi o a diporto o a salute de’ Bagni di mare». Nel luglio 1843 viene inaugurato lo “Stabilimento Privilegiato di Bagni Marittimi” (su iniziativa del medico Claudio Tintori e dei conti Alessandro e Ruggero Baldini), riaperto dal Comune, dopo un periodo di stasi, nel 1873 e ampliato con le palazzine gemelle, il Kursaal e la Capanna svizzera. Nel 1876 sorge lo Stabilimento Idroterapico guidato da illustri medici quali Paolo Mantegazza e Augusto Murri, centro di rilievo nazionale per la talassoterapia. Nei decenni successivi, grazie agli ospizi marini e alle colonie climatiche scolastiche, i benefici delle cure marine vengono estesi anche alle classi popolari e all’infanzia. Il documentario Riminicinquanta, girato e montato dai medici Alberto De Giovanni (1921-1996) e Franco Bartolotti (1921-2013), racconta la Rimini proiettata sul turismo balneare, piena di voglia di vivere e ricostruirsi dopo il fronte. Rimasta legata alla chirurgia generale per lunghi secoli, l’odontoiatria è diventata una specialità autonoma solo a partire dall’Ottocento e grazie alle scoperte dell’asepsi, dell’anestesia e dei raggi X. Ricchissimo il materiale esposto, compreso un “riunito” Ritter del 1934 corredato di poltrona, lampada e altri accessori originali. In chiusura alla mostra non poteva mancare un richiamo ai valori della professione medica e uno sguardo al futuro e alle prospettive della ricerca scientifica, sempre fedeli però a quel principio filantropico che dovrebbe essere al centro della professione del medico, così ben descritto da Ippocrate oltre duemila anni fa: «Se c’è amore per l’uomo ci sarà anche amore per la scienza». La mostra è stata ideata e messa a punto dal Gruppo di lavoro dell’Ordine coordinato dal dott. Stefano De Carolis e composto dai medici Leonardo Cagnoli, Giovanni Cananzi, Antonella Chiadini, Maurizio Della Marchina, Mauro Giovanardi, Maurizio Grossi, Mario Nereo Marzaloni, Franco Mandolesi, Massimo Montesi e Giovanni Morolli. Il catalogo della mostra è disponibile presso l’Agenzia NFC Rimini (via XX Settembre 32, tel. 0541.673550) o al bookshop del Museo della Città di Rimini. Uno scorcio della sezione della mostra dedicata all’odontoiatria con il riunito Ritter completo di poltrona RB e lampada Rhein (1934). Fotografia di Giorgio Salvatori. Medaglia in oro (ø 28 mm), opera di Giuseppe Grava (1935 – vivente), coniata nel 1995 dalla ditta Johnson di Milano per l’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Rimini. Viene consegnata agli iscritti per i 60 anni di laurea. 20 Vita di Club n. 2 ARTE&NATURA PAESAGGI INVISIBILI Come entrare in un paesaggio d’arte. Ce lo insegnano Rosetta Borchia, pittrice e fotografa, e Olivia Nesci, docente di geomorfologia all'Università di Urbino, avendo individuato i luoghi che fecero da sfondo ad alcune opere di Piero della Francesca. Nel loro libro, Il paesaggio invisibile (ed. Il Lavoro Editoriale), si racconta la scoperta dei punti panoramici che lo ispirarono, i dettagli e le prove che ne confermano la veridicità. di ANNA MARIOTTI BIONDI G li storici dell’arte hanno sempre liquidato i paesaggi che facevano da sfondo ai capolavori di Leonardo da Vinci, Raffaello, Piero della Francesca e di altri grandi artisti come panorami irreali e immaginari. Rosetta Borchia e Olivia Nesci, cacciatrici di paesaggi, li hanno trovati, nascosti in spazi reali tra le colline del Montefeltro, e li hanno resi ‘visibili’: "quelle montagne, quelle rocce, quei fiumi dipinti, da sempre, erano stati lì sotto gli occhi di tutti e soprattutto sotto lo sguardo dei nostri grandi pittori … ad ogni rilievo, ad ogni fiume, o vallata, è stato riconsegnato un nome e un indirizzo". È stato ritrovato il reale paesaggio della leonardesca Gioconda che è una veduta aerea estesissima sull’antico Ducato di Urbino vista dalle alture della Valmarecchia, resa con una tecnica di rappresentazione prospettica, la “compressione” che ne sintetizza la bellezza. Tra i picchi e le rupi della Valmarecchia e le dolci colline della valle del Metauro si sono materializzati i paesaggi di Piero tanto che oggi nei punti che il pittore scelse per i suoi fondali sono stati allestiti “i Balconi di Piero”. Sono punti di osservazione, da cui si squadernano all’orizzonte panorami rimasti intatti nel tempo tanto che sembrano proiettarsi direttamente nei quadri. I balconi di Piero fanno parte di un progetto “MVR, Montefeltro Vedute Rinascimentali” messo a punto dalle due ricercatrici e da landscape promoter (Davide Boccadoro, Silvia Storini) che coinvolge le due province di Rimini, Pesaro e Urbino. Capofila del progetto è il Comune di San Leo. La finalità è ridare luce al “Paesaggio Invisibile” e creare nel territorio del Montefeltro un modello museale nuovo e unico al mondo: percorrere un itinerario ritrovato è come sfogliare un ricco catalogo di storia dell’arte. A poca distanza dal centro storico di San Leo a Monte Gregorio sono stati individuati due punti panoramici da cui osservare i paesaggi ‘invisibili’ dipinti in due sue famose opere di Piero della Francesca: il Dittico dei Duchi di Urbino (Galleria Uffizi, Firenze) e San Gerolamo e un devoto (Gallerie dell’Accademia, Venezia). Lo scenario che fa da sfondo al ritratto di Battista Sforza, combacia con il sorprendente panorama della Valmarecchia dalla rupe di 21 Vita di Club n. 2 Maioletto a Pennabilli e Talamello. Il balcone si trova tra San Leo e l’Alta Valmarecchia. Il panorama che fa da sfondo alla scena di San Gerolamo a colloquio con un devoto, presumibilmente il committente Girolamo Amadi, nobile veneziano, è un altro scorcio della Valmarecchia, ossia della valle che da Monte Ceti fino a Montebello sfuma verso l’Adriatico. Il balcone è posizionato nella dorsale di Monte Gregorio verso il mare di Rimini. Diversamente dai paesaggi del Dittico, Piero della Francesca ha usato per questo fondale una prospettiva non ‘aerea’, ma solo panoramica. La veduta ‘a volo d’uccello’ che fa da sfondo al ritratto di Federico da Montefeltro si trova, invece, sulla piana del fiume Metauro tra i Comuni di Urbania, Peglio e Sant’Angelo in Vado, ove è stato allestito un balcone. Verso l’orizzonte è riconoscibile Sant’Angelo in Vado e, dietro, l’Appennino tosco-marchigiano con la Massa Trabaria, l’Alpe della Luna, i Sassi Simone e Simoncello ed il Carpegna. Il fiume Metauro si snoda lungo la pianura fino a diventare un largo specchio d’acqua. Sulla sinistra del paesaggio dipinto, il fiume ed il lago lambiscono la tenuta di caccia dei Montefeltro: il Barco Ducale. Anche il fondale ai carri trionfali dei Duchi di Urbino, ritratti l’uno di fronte all’altra sul terrazzo della Pieve del Colle, è identificato con la pianura attraversata dal fiume Metauro nella zona a cavallo dei Comuni di Urbania, Fermignano, Urbino ed Acqualagna tra boschi, vallate e colline. Il balcone si trova a Piana di San Silvestro tra Fermignano ed Urbania all’interno del podere dell’Agriturismo Biologico Pieve del Colle. Come è visibile nel fotomontaggio tratto dal libro”Il paesaggio invisibile”, sulla tavoletta di destra, dietro il carro dove è seduta Battista Sforza, si intravedono tre colline curiosamente allineate, di cui la prima è San Lorenzo, la seconda anonima, la terza Farneta. Sulla tavoletta di sinistra, dietro il carro dove è seduto il Duca, si affaccia il colle di San Pietro. Al centro del dipinto si erge un rilievo piramidale corrispondente a Mondelce, un tempo Mons Hastrubali, che domina la piana ove avvenne la famosa battaglia del Metauro. Restituiti al mondo, i “paesaggi dipinti” sono pronti per essere ammirati in loco. Ieri e oggi paesaggi a confronto Immagini tratte dal libro “Il paesaggio invisibile”. 22 Vita di Club n. 2 SERVICE PREMIO “E. ALVISI” Il 14 dicembre 2013 nella sede dell’Istituto per Geometri “O. Belluzzi” è avvenuta la cerimonia di premiazione dei migliori diplomati dell’anno scolastico 2012-13, ai quali la presidente Lily Serpa Allison ha rivolto parole di lode per l’impegno e la passione dimostrati nello studio. Ha ricordato lo spirito che ha animato gli ideatori del Premio, Mario e Graziella Alvisi: trasmettere alle nuove generazioni il senso del Merito e il valore della Cultura, principio di crescita comune valido per La presidente del L.C. Rimini Malatesta con i soci ogni settore della vita sociale. Mario Alvisi e Alessandro Gaspari e il preside Ha altresì spiegato chi siano i LIONS in Italia e nel mondo: Fabio De Angeli attorniano i neogeometri 1.340.000 iscritti di un’organizzazione, riconosciuta dall’ONU, Federico Corbelli, Giacomo Mussoni, Federico che opera per la crescita culturale delle comunità e si distingue Saltarelli. per le politiche d’intervento nell’aiuto e sostegno umanitario laddove fame, guerre, calamità naturali, malattie endemiche colpiscono il nostro pianeta. Il Premio “Enrico Alvisi” in ventidue anni è stato assegnato a 76 geometri. Ricordiamo i loro nomi. Edizione Nr. Nominativo premiati Istituto per Geometri “Belluzzi” 1 2 1992/1993 1993/1994 3 3 3 4 1994/1995 1995/1996 3 4 5 1996/1997 4 6 1997/1998 7 7 1998/1999 8 8 9 10 1999/2000 2000/2001 2001/2002 3 3 4 11 2002/2003 3 12 13 14 15 16 17 2003/2004 2004/2005 2005/2006 2006/2007 2007/2008 2008/2009 3 3 3 3 2 5 18 19 20 21 2009/2010 2010/2011 2011/2012 2012/2013 3 3 3 3 CRISTIAN CECCOLI, MARILENA MORRI, ENRICO LUNEDEI DAVIDE PAGANELLI, MONICA EVANGELISTI, DANIELE BIANCHI MICHELA FRISONI, SIMONA BIANCHI, CLAUDIO BIANCHINI MANUELE CAMPIDELLI, GUIDO DI PANCRAZIO, MARIO RENZI, LUCA TORSANI LAURA COLINUCCI, OMBRETTA DEL PRETE, ALBERTO MAZZA, ALFIO GIOVAGNOLI GIULIANA BARULLI, PAOLO PATRIGNANI, MARCO SABATINI, ENRICA LUCCHI, ARIANNA CIOTTI, PAOLA ACCIARRI, LUCA MACRELLI GIANLUCA PERUZZI, FEDERICO RAVANO, ALESSANDRA MORRI, SILVIA RUBBIOLI, RAFFAELLA RINALDI, MICHELE MONTANARI, MELISSA ANTOLINI, SONIA CONTADINI ANNA ANTIMI, GLAUCO VIGENI, LUCA ZAMAGNA SUSANNA DIMILTA, FABIO GRASSI, LORENA GUALDI MORENO SIMONCINI, LUCA CRESCENTINI, PAMELA PEDRELLI, PAMELA AMICI VIRGINIA CERMARIA, SAMANTHA SILVAGNI, ROBERTO PAZZINI ANDREA GALANTI, FABIO PRETELLI, GIADA SPADA MARIKA FANTINI, MARTA MORRI, NICOLA SCHIAVONE DAVIDE GASPERONI, DANIELE PRUCCOLI, ANDREA BAROGI ANDREA AGRESTI, GIOIA BRUGHIERA, GIUSEPPE SICILIANO MICHELE RICCI, PIERPAOLO TROVANELLI ALESSANDRO URBINI, ANTONIO ABBATE, GIUSEPPE LOPARDO, SAMUELE MAZZA, SALVATORE TOTARO ALEX BALZI, ROBERTA PALOMBO, GAIA PADOVANO MANUEL DELL'OMO, LUCA GALLANTI, SABRINA GARUFFI ARIANNA PAGLIARINI, STEFANO PATRIGNANI, FABIO PIRONI FEDERICO CORBELLI, GIACOMO MUSSONI, FEDERICO SALTARELLI. 23 Vita di Club n. 2 MEETING FORMAZIONE E FUTURO Ovvero studiare per dare senso alla vita. La scuola non è solo un luogo di apprendimento. È anche e, soprattutto, un luogo in cui si insegna il mestiere di vivere, a essere uomini e donne liberamente capaci di aderire alla verità e di investire in un progetto esistenziale a lungo termine. Questo hanno indubbiamente imparato nel loro brillante percorso scolastico i tre neogeometri che hanno meritato quest’anno il premio “Enrico Alvisi”: Federico Corbelli, Giacomo Mussoni, Federico Saltarelli. Dopo la premiazione avvenuta presso l’Istituto “O.Belluzzi”, nella conviviale del 28 gennaio 2014 si sono svolti i festeggiamenti con la consegna del dono ‘materiale’ ai tre giovani alla presenza dei loro familiari, del Preside dell’Istituto, professor Fabio De Angeli, di numerosi soci e ospiti, riuniti attorno a Graziella e Mario Alvisi, ideatori e finanziatori del premio alla memoria del figlio Enrico, troppo presto perduto, ma eternato simbolicamente nei giovani che di anno in anno come in una ideale staffetta hanno ricevuto il premio dalle mani dei due generosi genitori. Come ha ricordato la presidente Lily Serpa Allison, fra gli scopi dell'azione del Lions, vi è il tema della crescita culturale delle realtà locali, ove sono presenti e attivi i club. Il premio “E. Alvisi”, come quello “V. Vitale”, organizzati dal Club Rimini Malatesta, rappresentano la concreta realizzazione di questo obiettivo e ne sono una indelebile testimonianza cittadina. Sopra: La Presidente con il Preside Fabio De Angeli, i tre giovani premiati, Alessandro Gaspari, già preside dell’Istituto Belluzzi, Mario Alvisi. A ds.: La Presidente con Graziella e Mario Alvisi 24 Vita di Club n. 2 RIMINI STORIA DONNE MALATESTIANE A SCOLCA Amico Aspertini (Bologna 1474-1552), Il giudizio di Paride, olio su tavola 19,5x59,5 cm., Milano, collezione Bargellesi A.M. Novelli. Ispirata al tema "Le donne malatestiane a Scolca" la quinta stagione de “I venerdì di Scolca. Salire al colle in una sera d’estate”. La rappresentazione del 2013 si è infatti soffermata su alcuni personaggi femminili che hanno incontrato Scolca nella loro vita, facendovi tappa per i più diversi motivi. Sono cinque grandi donne della prima metà del Quattrocento dalla comprovata religiosità. Raccontiamone la storia … di FRANCA FABBRI MARANI L a Scolca: località sacrale fin dall’antichità. Non poteva scegliere altro sito il signore di Rimini Carlo Malatesta, vicario papale, risolutore dello scisma dei tre papi e valente condottiero, per erigere nel 1418 l’abbazia intitolata alla Vergine Annunciata, a suffragio dell’anima dei genitori Galeotto Malatesta e Gentile da Varano. La volle bella, di armoniche e sobrie forme e sul soffitto a cassettoni fece dipingere uno degli stemmi araldici della casata, quel cimiero crestato che più sentiva appartenergli. E, vicina, volle per sé e per la sua famiglia una residenza estiva, sollievo alla calura, delizia per l’amenità del paesaggio, rifugio per il palpabile silenzio, conforto e luogo di preghiera nelle dolorose vicende della vita, soprattutto per le donne della sua casata. Della presenza di tante donne dei Malatesta ritroviamo l’eco alla Scolca, voci che provengono dal passato, ora serene, ora imperiose, ora malinconiche, ora gioiose, ora dolenti, ora ferventi, ora flebili e fioche all’appressarsi della morte. ● Elisabetta Gonzaga Malatesta Elisabetta Gonzaga Malatesta siede allo scrittoio, intenta a stilare una delle tante lettere redatte nel corso della sua vita, un ricco epistolario conservato in archivio che ci svela la sua personalità sotto il duplice profilo di donna e di signora. Nata nel 1363 da Ludovico Gonzaga e Alda d’Este, due importanti casate nel panorama storico dell’epoca, viene emancipata a soli 13 anni con una cospicua dote, depositata nel fondaco dei grani di Venezia, che gestisce personalmente1. Diviene signora di Rimini dopo il matrimonio con Carlo Malatesta, celebrato nel 1386. Donna intelligente, risoluta e pia, svolge il suo nuovo ruolo con capacità e consapevolezza, e, dal momento che le nozze si rivelano sterili, si dedica con attenzione e premura all’educazione dei nipoti del marito: Laura (detta Parisina),figlia di Andrea ed i maschi Galeotto Roberto, Sigismondo Pandolfo e Malatesta Novello, figli 1 Essendo una dote importante, nomina dei procuratori, cui invia diverse lettere per avere costanti informazioni. In un’occasione i denari dotali vengono dati al fratello Francesco per necessità di guerra. 25 Vita di Club n. 2 naturali di Pandolfo III, che Carlo farà legittimare con dispensa papale dal pontefice Martino V, affinché possano succedergli nella signoria. Pur inserendosi perfettamente nella nuova realtà, mantiene sempre vivi i legami con la famiglia e i luoghi d’origine anche quando non si reca più a Mantova e Borgoforte e resta costantemente a Rimini. L’epistolario ce la mostra in questa duplice veste: da un lato amorosa partecipe delle vicende dei parenti gonzagheschi, dall’altro abile “reggente” in assenza del marito, impegnato nelle campagne militari2. Nel carteggio che potremmo definire “intimo” compare sempre, sia in qualità di scrivente che di destinataria, il vezzeggiativo “Isabetta”, retaggio della sua giovinezza, segno eloquente del vincolo affettivo coi familiari che con questo nome usavano chiamarla. In queste lettere, specie in quelle dirette al fratello Francesco, signore di Mantova, lo stile ed il tono appaiono dimessi, riconoscimento dell’importanza del casato della famiglia di provenienza3. Ben diversi il tono e lo stile delle lettere ufficiali, inviate in qualità di “signora” che fa le veci del marito, ai vicari preposti al governo delle varie città, specie a quello di Osimo. In queste ci appare sicura e risoluta, consapevole del suo ruolo, accorta nella richiesta di informazioni e imperiosa nelle decisioni da prendere, donna che, per quell’intelligenza politica e diplomatica che le deriva dal ramo estense, anticipa le grandi figure femminili del Rinascimento. “Egregio legum Doctori, Domino Antonio de Trdento Vicario Auximano. Messer Antonio — Avimo recevudo una lectera dagli Anciani d’Ancona, la quale iglie scrive a mi Isabetta in la quale loro se dole che la gracia che io Isabetta fie a quiglie soy homini, che era lie presi per lo grano, che iglie aveva tratto senza licentia, non glie oservada in questa parte che disse ché le bestie non glieno state vendude, anco eno stado vendude. E per ciò voglio che caso le bestie siano stade vendude de poy che iglie l’abe la gracia, che subito glie sie vendude o i dinari o le so bestie. … 2 Queste lettere la rendono ambasciatrice inconsapevole di entrambe le signorie attraverso le informazioni offerte all’una e all’altra. 3 Elisabetta perde il padre quando è ancora ragazza, le restano sempre vicini il fratello Francesco e la sorella del padre, la zia Margherita, vedova di Giacomo di Carrara, signore di Padova. Alla morte del fratello (invano recatosi a Loreto per perorare la grazia) le lettere vengono inviate al nipote Gianfrancesco divenuto signore di Mantova e alla moglie Paola Malatesta. Anco ce scrive i detti Anciani che ce prega fasiamo che i soy possano trare el grano, l’altre biade che iglie ano racolto in quello di Osemo, Senegalia, Montefeltrano, Castelloficardo, Ofagnia, et cosie siamo contenti possa trare quelle che iglie ano raccolto pagando loro el so debito, cioè la gabella.” Isabetta et Galeotto del S. K. Veruculi, die XXVIII Augusti V. ind. 1412 Pur mostrandosi pia e fervente tanto da influenzare il nipote Galeotto Roberto nel suo zelo religioso, alla morte di Carlo, avvenuta nel castello di Longiano nel 1429, non si ritira, com’era consuetudine,in convento, preferendo restare a fianco del nuovo signore come guida nelle questioni di governo. Si spegne alla Scolca nel luglio1432, due mesi prima della morte del nipote prediletto Galeotto Roberto e tre anni dopo la morte del marito Carlo. Come lui, sarà sepolta nella chiesa di San Francesco, il futuro Tempio Malatestiano. È del 1399 il memorabile pellegrinaggio che fece con Carlo, da Rimini alla chiesa di Santa Maria del Ponte Metauro a Fano, intitolata, come la Scolca, alla S.S. Annunziata, con un imponente corteo di ottomila uomini al seguito di lui e cinquemila donne al seguito di lei. ●Laura Malatesta D’Este detta Parisina La leggiadra Parisina! L’incantevole Parisina! Alla nascita, nel 1404, tutte le fate alla sua culla: beltà, intelligenza, garbo, carattere, grazia, eleganza, nulla le manca, ma il destino tiene in serbo per lei eventi luttuosi ed una tragica fine. Ha appena pochi giorni di vita quando la madre Lucrezia viene uccisa col veleno da suo padre, Cecco Ordelaffi, perché ha scoperto la congiura da lei ordita, assieme al marito Andrea Malatesta, signore di Cesena, per spodestarlo dalla signoria di Forlì ed impadronirsi delle sue terre. Laura dapprima è accudita amorevolmente dalle nutrici e cresce assieme ai fratellastri, ma, quando il padre si risposa, la matrigna Polissena di Sanseverino si rivela insofferente a crescere la prole del marito e la separa da loro che, più grandi, vengono mandati a nozze. Si trova così a crescere in un ambiente divenuto opprimente ed estraneo e questo vissuto genera in lei un’esigenza di libertà ed autonomia che segnerà 26 Vita di Club n. 2 tutta la sua vita. A dodici anni, alla morte del padre, nel 1416, viene mandata a Rimini, alla corte dello zio Carlo Malatesta, divenuto suo tutore. Si prende cura di lei la zia Elisabetta Gonzaga Malatesta che, sotto la guida di validi maestri, fa sì che riceva una raffinata educazione. Impara a scrivere e parlare fluentemente in latino, si appassiona alla letteratura, diviene esperta di moda e galateo, coltiva la musica, pratica l’equitazione, la caccia e la falconeria, conosce le carte e i tarocchi. Si muove con grazia senza pari e, piano piano, il nome “Laura” viene dimenticato, per lasciar posto a quello di “Parisina”, la parigina, la sofisticata, la donna aggraziata, di gusto e di stile. Nel 1418, a soli quattordici anni, con patti nuziali stipulati dallo zio Carlo per motivi politici e strategico-militari, viene data in sposa a Nicolò III d’Este, marchese di Ferrara, più vecchio di lei di ben ventun anni. Gli porta una dote importante di terreni, vigne, ulivi, casali, animali, nella zona di Poggio Berni. Per evitare assembramenti di persone che potrebbero creare il rischio di una pestilenza, flagello frequente a Ferrara, le nozze sono celebrate senza sfarzo. Nella nuova città, ove giunge come signora, Parisina incanta sudditi, cortigiani e domestici con la sua avvenenza, il suo garbo, la sua eleganza; è amata per la sua gioia di vivere e la ventata di novità introdotta a corte. Lo stato estense, uno stato pacificato che persegue rapporti politici di neutralità mediante la diplomazia, è frequentato, in questa età di mezzo tra Gotico e Rinascimento, da personalità di rilievo, intellettuali ed artisti. In questo contesto Parisina, dai costumi eruditi e raffinati, si inserisce con tranquilla intelligenza e leggiadra sicurezza tanto da riuscire ad affascinare anche il marito, da sempre invaghito di Stella Tolomei, che governa la casa estense come se ne fosse la signora e gli ha dato tre figli maschi: l’amatissimo Ugo, legittimato a succedergli, Leonello e Borso. La Malatesta non si fa turbare né dalla presenza della favorita, che allontana subito dalla dimora estense4, né da 4 Stella è costretta a traslocare nella sontuosa residenza cittadina dei suoi fratelli. quella dei numerosi figli illegittimi, della cui educazione si prende cura. Sceglie come dimora il palazzo marchionale5, ampio ed arioso6, dove riserva per sé uno studiolo in cui rifugiarsi a leggere e suonare. Libera di spendere denari propri, si dedica al commercio, acquista terreni, amministra personalmente le finanze domestiche, fa correre i suoi cavalli nei vari agoni. Ma ciò che più affascina in questa donna è la gioia di vivere, espressa dagli innumerevoli passatempi e svaghi, che la vedono amazzone solitaria nel barco di Belfiore, cacciatrice instancabile nelle riserve venatorie del marito, esperta nel suono dell’arpa, collezionista di rarità, committente di pezzi di oreficeria, opere di pittura, miniature, tessuti e ricami. Ama leggere frequentemente il romanzo “Tristano”, di cui affida la legatura al suo cartulario di fiducia: Bartolomeo. Entre ses bras Yseut la reïne. Bien cuidoient estre a seor. Sorvient i par estrange eor Li roisque li nains i amene. Prendre les cuidoit a l'ovraine Mesmerci Deubien demorerent Quant aus endormis les troverent. Li rois les voitau naim a dit: Atendés moi chi un petit; En cel palais la sus irai, De mes barons i amerrai: Verront com les avon trovez; Ardoir les frai, quant ert pruvé. Tristran s'esvella a itant Voit le roimes ne fait senblant: Car el palés va il son pas. Tristram se dreche et dit: "A! las! 5 Precisamente l’appartamento al primo piano della Torre di Rigobello (l’attuale Torre della Vittoria nel palazzo municipale), sotto le luminose sale dell’archivio e della biblioteca, preferendolo al Castel Vecchio (l’attuale Castello Estense). 6 Le stanze erano confortevoli, alcune denominate, secondo l’uso del tempo, col nome dei soggetti dipinti alle pareti, spesso elementi araldici (ad esempio la camera delle colonne era ornata con dipinti di colonne dal capitello corinzio, uno degli elementi cari a Nicolò per indicare il suo governo saldo, la camera "degli alicorni" era decorata col motivo dell’unicorno, la "camara da le rode", col simbolo araldico della ruota). La camera dove dormiva Parisina era molto sfarzosa, arredata con vari mobili, un'alcova con le cortine color cremisi, una coperta di raso verde e nero ricamata al centro con una figura di donna che suona l’arpa. Sappiamo molto della "camareta", cioè la stanza da letto nella perduta delizia estense di Belliore che era decorata a ursi, l'alcova aveva tende in cui era replicato lo stesso soggetto, con un baldacchino cremisi e, tutt’intorno, una frangia pendente dalle tinte vivaci, verde, scarlatto e turchino. È stato riprodotto un esemplare che si può ammirare all'ingresso della chiesa. 27 Vita di Club n. 2 Amie Yseutcar esvelliez: Par engien somes agaitiez! Li rois a veü quanque avon fait Au palais a ses omes vait; Fra noss'il puetensenble prendre Par jugement ardoir en cendre. Je m'en voil alerbele amie Vos n'avez garde de la vie Car ne porez estre provee. alla clemenza di amici e consiglieri; nottetempo fa arrestare i due giovani, li fa portare nelle segrete del Castello e istruisce un processo veloce per dar parvenza di legalità alla sentenza di condanna a morte per decapitazione8, che viene eseguita il 21 maggio 14259. Parisina fino all’ultimo pensa solo a salvare Ugo e si attribuisce tutta la Con la consueta colpa, mentre Ugo baldanza, nella pensa solo a se stesso primavera del 1419, dà chiedendo pietà al l’annuncio in solenne padre. I due amanti latino ai maggiorenti di vengono sepolti la notte Modena del parto stessa vicino al gemellare di Ginevra e campanile della chiesa Lucia, con gioia ed di San Francesco. orgogliosamente, Muore la bella Parisina, incurante della "bellissima e vaga e delusione del [...] baldanzosa e marito, sempre lasciva, con due occhi in attesa del che amorosamente in maschio legittimo. Questi, Thomas d’Angleterre (XII sec.), Tristano e Isotta, capo le lampeggiavano" cui verrà posto il nome di (Matteo Bandello), ma Carlo Alberto, nascerà due anni più tardi, il 24 la sua fama attraverserà i secoli, parlando al maggio 1421, ma, debole e malaticcio, morirà cuore di scrittori e poeti di ogni tempo e nazione. pochi mesi dopo. Precorrendo una consuetudine tipicamente rinascimentale, Parisina ama i ● Margherita D’Este Malatesta viaggi: si reca spesso nelle delizie estensi fuori città, va a Venezia, Padova e nel Polesine, Margherita, dal latino margarita, perla ; questo compie pellegrinaggi, si reca in visita ai parenti il nome scelto da Stella Tolomei10, bionda riminesi e ravennati. Secondo una delle versioni bellezza senese, ingannata con una promessa di tramandate è proprio durante un viaggio a nozze mai mantenuta11, per l’unica figlia 7 Ravenna , fatto nel maggio 1424 con il figliastro partorita nel 1411 al marchese di Ferrara, Nicolò Ugo, ventenne come lei, che nascerà quell’amore III d’Este. Com’era negli intenti della madre che sfocerà in tragedia. Durante il soggiorno dandole questo nome, fu figlia prediletta dal presso la sorella Elisabetta da Polenta padre12 e tale rimase anche dopo la nascita delle un’amicizia basata sulle affinità si trasforma in figlie legittime, verso cui il marchese nutriva una passione travolgente. forma di insofferenza, perché gli rammentavano I due amanti si incontrano segretamente durante l’imperdonabile offesa fatta al suo orgoglio dalla tutto l’anno fino alla primavera del 1425, prima lontano da Ferrara, poi, imprudentemente, nello 8 In due celle distinte nei sotterranei della Torre stesso palazzo marchionale. Così la tresca viene Marchesana, la torre su cui attualmente batte l’orologio. 9 scoperta e ne è informato il marchese; questi, Con loro vengono giustiziati l'amico e complice dl Ugo, sconvolto ed incredulo, deve arrendersi Aldobrandino Rangoni da Modena e pare due damigelle dl Parisina. all’evidenza quando, da un buco fatto nel 10 Morta nel luglio 1419, Stella viene sepolta nella chiesa pavimento dell’archivio sovrastante la camera da di San Francesco che, insieme a Santa Maria degli Angeli letto di Parisina, vede l’amplesso dei fedifraghi. e al monastero del Corpus Domini, ha accolto nei secoli le Infuriato per l’affronto, non dà ascolto all’invito spoglie degli Estensi. 11 7 Questa l’ipotesi più attendibile. La "damnatio memoriae" volta a tutelare l'onore della casata ha fatto sparire i documenti relativi all’anno 1425, per cui non si sa esattamente lo svolgersi degli eventi. Nelle cronache coeve o posteriori viene sempre ricordata solo l’esecuzione capitale. Per quanto i Tolomei vantassero un rango patrizio, non era sufficiente per la corte estense ai fini delle strategiche scelte di nozze politicamente utili. 12 Secondo alcuni anche il largo uso dell’emblema floreale della malgarita da parte di Nicolò III sarebbe da ricollegare a questa predilezione. L’emblema sarà poi ripreso da Leonello per omaggiare la prima moglie Margherita Gonzaga. 28 Vita di Club n. 2 consorte Parisina Malatesta. Proprio la decisione della sua esecuzione diviene l’evento determinante nella vita di Margherita. Infatti Nicolò III, volendo rinsaldare il vincolo di alleanza con i Malatesta che la condanna di Parisina aveva rischiato di rompere, propone il matrimonio tra la figlia e Galeotto Roberto, sedicenne come lei, destinato a divenire signore di Rimini. I Malatesta, dal canto loro, non potendo rinunciare alla protezione di Ferrara, acconsentono. Il destino di Margherita viene così deciso sulla base della ragion di stato. Le trattative sono affidate a Leonello, che, in modo accorto, assegna come beni dotali a Margherita le terre e gli averi portati in dote agli Este da Parisina, riuscendo nel duplice intento di fornire alla sorella una ricca dote e cancellare il ricordo della fedifraga, restituendo ai Malatesta i beni aviti. Nicolò vuole accompagnare di persona la figlia a Rimini per le nozze, con gran pompa e un ricco seguito di dame e cavalieri 13. Nel settembre 1429, dopo la morte dello zio Carlo, Galeotto Roberto è chiamato al governo dello Stato assieme ai fratellastri Sigismondo Pandolfo e Malatesta Novello, ma il nuovo signore mostra chiaramente di non aver propensione per il governo così come non l’ha per l’amore coniugale. Uomo devoto a Dio (passerà alla storia col nome di Beato), trascorre il suo tempo in preghiera e penitenza. Ciò nonostante, Margherita, intelligente e pronta, non si lamenta delle sue nozze bianche e svolge da subito il suo ruolo di signora, esautorando Elisabetta Gonzaga dell’influenza sul governo. Con la sicurezza e la lungimiranza tipica delle donne estensi, sa consigliare il marito sulle questioni territoriali, politiche e militari in anni che si rivelano difficili per le sollevazioni popolari e la minaccia del papa Martino V di riprendersi le terre dell’Adriatico. Ma, proprio quando la situazione tende a normalizzarsi dopo la vittoria di Sigismondo contro le milizie pontificie, Galeotto Roberto non riesce più a rinunciare all’aspirazione della sua vita: ritirarsi da tutto e dedicarsi unicamente alla preghiera. A questo punto Margherita decide di non opporsi; nel luglio del 1432 il marito, dopo aver abdicato in favore dei fratelli, veste l’abito di terziario francescano, ritirandosi in un monastero dell’Ordine a Santarcangelo. Qui le pratiche estreme di purificazione e penitenza che egli 13 Gli storici non sono concordi sull'anno delle nozze, che viene individuato da alcuni nello stesso 1427, da altri spostate al 1428, da altri ancora al 1429. infligge a un corpo già debole e provato lo portano alla morte a soli ventun anni, dopo neanche tre mesi di vita religiosa. Sepolto il marito con un funerale modesto com’egli aveva disposto, Margherita resta ancora in Romagna finché non vi giunge Ginevra come moglie di Sigismondo e solo nel 1436, due anni dopo le nozze, torna nella natia Ferrara14. Ma l’esperienza fatta vicino al “Beato Malatesta” l’ha segnata profondamente: pur avendo solo venticinque anni, non vuole più saperne di matrimonio15. Durante i quarantaquattro anni di vedovanza è spesso in pellegrinaggio per monasteri ferraresi; dopo di che si fa terziaria di Santa Chiara e sorella “non professa” nel convento del Corpus Domini di Ferrara, dove più tardi prenderà i voti e la clausura Violante di Montefeltro, vedova di Malatesta Novello e dove verrà poi sepolta Lucrezia Borgia. Margherita tornerà a Rimini nella drammatica occasione della morte del figlio di Ginevra, Roberto Novello, quindi per le morti di Ginevra stessa e di Polissena. Verrà in Romagna anche nel 1475 dopo la scomparsa di Sigismondo Pandolfo, per redigere il proprio testamento, in cui dividerà i vari lasciti tra personalità e istituzioni religiose ferraresi, quali i conventi del Corpus Domini, di Santo Spirito e di San Guglielmo. Muore al monastero del Corpo di Cristo il 12 agosto1476. ● Ginevra D’Este Malatesta Ginevra è una delle due gemelle partorite al marchese di Ferrara Nicolò III d’Este il 25 marzo 1419 dalla giovanissima moglie Parisina. Con amore ed orgoglio la madre aveva scelto per una delle due creature questo nome a lei caro, tratto dalle canzoni di gesta e dai romanzi bretoni in voga a quell’epoca alla corte ferrarese e da lei prediletti. Ma il nome dato non 14 Qui prende alloggio nelle stanze affrescate con l’insegna araldica del Worbas. Il Worbas è un animale fantastico, da bestiario medievale, una specie di leone con una cresta da drago sul capo ed una coda di pesce squamosa e azzurra che finisce con un pennacchio di piume. Alcuni vogliono ricondurre questa scelta all’inquietudine della sua anima. 15 Quando Margherita torna a Ferrara, prima Nicolò III, poi il fratello Leonello progettano per lei nuovi matrimoni, ma Margherita non vuole saperne di nozze. Gustosa la leggenda che sia sfuggita al matrimonio col conte dl Montefeltro cui l’aveva promessa il fratello grazie all’intervento provvidenziale del defunto Galeotto Roberto, che fece morire il promesso sposo poche ore prima del matrimonio per una caduta accidentale. 29 Vita di Club n. 2 corrisponderà all’indole della fanciulla, il cui animo resterà irrimediabilmente segnato dalla perdita della madre in circostanze tragiche ad appena cinque anni. Fino a questo momento era stata fatta oggetto di attenzioni e di cure e la sua infanzia era trascorsa serena (a corte lei e la sorella erano chiamate “le madonnine”), ma, dopo la tragedia della madre, la sua vita si svolge all’insegna del rifiuto del padre, che non tollera la vista di chi costantemente gli ricorda l’onta arrecata al suo nome. L’insofferenza paterna la induce pertanto a far percepire il meno possibile la sua presenza, a cercare di rendersi invisibile. Diviene così incolore e silenziosa, preda di una struggente, inguaribile malinconia e ritrosia. Né sorte migliore ha quando approda, non ancora quindicenne, alla corte dei Malatesta, vittima sacrificale di un’unione con Sigismondo Pandolfo, voluta dal padre per rinsaldare quell’alleanza tra i due stati limitrofi che lo sfortunato matrimonio di Margherita e Galeotto Roberto non era riuscito a cementare. Alla sposa viene assegnata una dote estremamente povera senza alcuna assegnazione di contrade, poderi e casali; solo un corredo dotale alquanto irrisorio. Le nozze vengono celebrate in due tempi e in due luoghi distinti, ma si svolgono sempre all’insegna di tristi presagi. La prima celebrazione, tenuta a Ferrara nel marzo1433, in tempo di quaresima (auspicio di nozze infelici), vede un Sigismondo Pandolfo distratto e scontroso, che, poiché deve partire per la guerra, lascia Ginevra nella casa paterna, dove resterà ancora per un anno. Finalmente la giovanissima sposa lascia Ferrara ed il 7 febbraio 1434 si celebra in pompa magna il matrimonio a Rimini, ma, durante i festeggiamenti, i cattivi auspici si ripetono: una pioggia torrenziale cade sul corteo, inzuppando la ricca palandra della sposa e il mantello fiammingo bordato di ermellino, mentre il vento si accanisce a disfare la ricercata acconciatura di nastri bianchi. Ginevra vive poco, appena ventun anni, sempre in un abisso di malinconia, negletta nella nuova città da un marito diciassettenne, ambizioso e gagliardo, come un tempo lo era stata nella natia Ferrara, dove tornerà una sola volta, durante i sei anni riminesi, in occasione delle nozze di Leonello con Margherita Gonzaga. La sua vita di profonda solitudine al palazzo del Gattolo, che sarà poi trasformato nel principesco Castel Sismondo, scorre all’insegna degli eventi familiari: nascite, matrimoni e funerali, messe solenni in San Francesco, qualche soggiorno a Santa Maria di Scolca, per trovare un po’ di consolazione spirituale. Dai monaci della Scolca fa celebrare la messa in suffragio della gemella Lucia, morta improvvisamente appena sei mesi dopo le nozze con Carlo Gonzaga. Non può infatti recarsi al funerale, perché, finalmente, nella sua vita d’ombra e di tristezza è giunta una grande gioia: l’attesa del figlio tanto desiderato. Galeotto Roberto Novello nasce in una notte di fine settembre del 1437, ma Sigismondo si mostra indifferente alla nascita dell’erede. Non lascia la campagna militare che sta conducendo in Lombardia e torna solo a guerra finita, facendo rinviare il battesimo al febbraio 1438. Ed anche in questa occasione conferma il suo atteggiamento di noncuranza e disamore per la moglie non intervenendo ai cinque giorni di festeggiamenti tenuti in città per il lieto evento con tornei, balli e banchetti. La vita però sembra scorrere finalmente lieta per Ginevra, ma, improvvisamente, dopo pochi mesi di pace e di gioia, scoppia il terribile flagello: l’epidemia di peste. Il 18 novembre 1438 il bambino adorato esala l’ultimo respiro, lasciando la madre nella più profonda desolazione. Tornano i giorni del dolore, della mancanza, un dolore ed una mancanza più acuti e profondi, insanabili. E non basta: un anno e mezzo dopo la morte di Roberto Novello, a primavera inoltrata dell’anno 1440, Ginevra si reca a Ravenna, la città tanto amata dalla madre Parisina e qui riceve dal marito l’ultimo affronto. Sigismondo si rifiuta di fornire i mezzi per il suo ritorno, sperando forse di esiliare la moglie invisa ed è il padre Nicolò III che invia il denaro necessario per il noleggio delle tre navi che consentono alla signora di ritornare. Passata l’estate, Ginevra sale all’abbazia di Scolca per un periodo di isolamento e di riflessione; solo qui si sente placata, disancorata dalla crudele realtà del suo esistere16. “Andare alla Scolca, infatti, era una pace. L’ampio sagrato l’accoglieva, ogni volta, come in un abbraccio. A destra si ergeva la facciata austera della chiesa, in mattoni rossi com’erano le chiese ferraresi, con il portale bianco e scolpito che vi brillava sopra. A sinistra, rigorose, una in fila all’altra, correvano le celle serene dei monaci, e in direzione del mare c’era l’orto odoroso delle erbe officinali, 16 Confortanti le passeggiate fino al vicino santuario di Santa Maria delle Grazie, eretto dalla famiglia delle Camminate, amica dei Malatesta, presso una celletta miracolosa. 30 Vita di Club n. 2 con le quali i “fratelli” sapientemente cucinavano e si curavano. In faccia al sagrato salivano e scendevano le dolci colline riminesi, onde millenarie le cui curve non conoscevano tempeste, coltivate a olivi, riposanti, distensive, calmanti, una vera vacanza per l’anima quella bella vista, da godersi la sera, al tramonto, col sottofondo lirico delle orazioni vespertine. A Scolca, nelle notti d’estate, nella confortevole villa campestre costruita da Carlo Malatesti all’interno del medesimo podere che ospitava il monastero, Ginevra magari dormiva con le tende dell’alcova appena tirate e quelle della finestra aperte del tutto, per respirare generosamente la brezza che arrivava dai colli portando con sé odore di noci, di querce, di ginepro. Perché solo lì Ginevra era a casa.”17 Proprio a Scolca, tra la costernazione dei monaci, Ginevra trova la definitiva pace il 3 settembre 1440. Viene sepolta nella chiesa di San Francesco, accanto al suo bambino18. C’è, al Louvre, un dipinto di Pisanello, che ritrae il volto di una dama dalle fattezze morbide e dall’incarnato pallidissimo, quasi esangue, esaltato dall’acconciatura completamente tirata, pressoché inavvertibile e dalla fissità dello sguardo. Non vi è certezza nell’identificazione del soggetto ritratto, ma ipotesi plausibile è che si tratti di Ginevra. A suffragare tale ipotesi compare sulla manica dell’abito un ricamo raffigurante un’anfora a due anse, elemento araldico afferente, in età rinascimentale, solo alle due casate degli Este e Malatesta. Vi è poi, altrettanto significante, appuntato sull’abito, un rametto di ginepro, che potrebbe essere allusivo al suo nome e, al contempo, rimandare all’usanza, in voga nella Ferrara del XV secolo, da parte del popolo, di agitare un rametto di questo arbusto al passaggio dei cortei nuziali in segno di buon augurio. Certo, se di questo si tratta, non ebbe influsso sulla vita di Ginevra d’Este Malatesta, segnata da subito e per sempre 17 R. Iotti. Ginevra d'Este Malatesta in "Le donne di casa Malatesta" Banca Popolare dell'Emilia Romagna, pag 356. 18 Si dice che l’antica sepoltura si trovi nella Cappella dei giochi infantili dell’attuale Tempio Malatestiano. dalla solitudine interiore e da una profonda, inconsolabile tristezza. ● Polissena Sforza Malatesta L’intreccio dei matrimoni tra la casata dei Malatesta e quella degli Estensi s’ interrompe col secondo matrimonio di Sigismondo Pandolfo. Anche questo è un matrimonio senza amore, nato da calcoli politici: la sposa prescelta è Polissena, nata a Mortara nel 142819, figlia naturale di Francesco Sforza e Giovanna di Acquapendente, detta “Colombina”. Francesco, educato alla corte di Ferrara coi figli di Nicolò III, quando nasce Polissena non ha ancora superato la trentina, ma gode già di una fama consolidata di valente condottiero al soldo dei Visconti. Impaziente di possedere un dominio proprio, nel 1435 occupa la Marca di Ancona con un’azione militare, costringendo il papa Eugenio IV, la cui elezione non è stata legittimata dal Concilio di Basilea, a riconoscergli il possesso dei territori occupati. Consolidato il potere, sceglie come residenza il castello del Grifalco a Fermo, dove verrà celebrato il 22 settembre 1411 il matrimonio di Polissena con Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, vedovo della prima moglie Ginevra d’Este20. In base alla promessa di matrimonio precedentemente stipulata a Milano, Francesco Sforza concede alla figlia una dote di 15.000 ducati d’oro. Dal matrimonio passano sette mesi prima che la sposa raggiunga Rimini, dove il suo arrivo è celebrato con grandi festeggiamenti, conviti e tornei che si susseguono per tre giorni. 19 Polissena "nata est in Mortario agri Papiensis". Il nome imposto rinnova quello della defunta consorte del padre Polissena Ruffo di Altomonte. Francesco è stato relegato a Mortara per due anni senza stipendio da Filippo Maria Visconti a seguito di alcuni insuccessi militari (lo stato visconteo aveva perduto anche Bergamo e Brescia, faticosamente strappati pochi anni prima a Pandollo III Malatesta). 20 È un matrimonio nato sulla base della reciproca stima dei due condottieri, Francesco e Sigismondo. 31 Vita di Club n. 2 Il 17 gennaio dell’anno successivo Polissena partorisce un figlio maschio che viene battezzato col nome di Galeotto, avendo come padrino Fra’ Bartolo, generale dei Romiti di Scolca. Ma il bambino muore il 18 novembre, prima di compiere un anno. Poche le notizie di Polissena nelle cronache del tempo; anch’essa è trascurata come Ginevra da Sigismondo Pandolfo che introduce sempre più l’amata Isotta degli Atti nella sua vita privata e pubblica, relegando la moglie legittima in secondo piano. Sappiamo che il 15 giugno del 144721 si reca a Cesena, dalla cognata Violante, moglie di Malatesta Novello, a ricambiare la visita da lei fatta quando si era fermata a Rimini durante il ritorno da Roma a Cesena. Altra notizia si ha dell’incontro, nell’agosto dello stesso anno, a Santa Giustina col padre Francesco Sforza, in viaggio per Milano con la moglie Bianca Maria Visconti22. Nel 1449 a Rimini ricompare il flagello della peste. Polissena, già contagiata, viene portata all’abbazia di Scolca, dove muore il primo giugno, confortata dalla presenza di Margherita d’Este, la moglie del Beato Roberto. Sigismondo è lontano, impegnato in una campagna militare al soldo dei Veneziani. Viene sepolta in San Francesco, probabilmente nella stessa cappella dove era stata sepolta Ginevra d’Este. Sulla morte prematura di Polissena nascono moltissime illazioni volte ad accusare Sigismondo di uxoricidio, illazioni che, pur risultando contraddittorie e sostanzialmente infondate, si allargano anche al sospetto di veneficio nei confronti della prima moglie Ginevra. Il tutto nasce dalla pervicace azione denigratoria nei confronti di Sigismondo condotta dal papa Pio II Piccolomini, l’irriducibile nemico che con un progetto lucidamente concepito ed una volontà determinata riuscirà a distruggerlo di fronte all’opinione pubblica e ad annientarlo sul piano politico. Bibliografia “Le donne di casa Malatesta”, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, 2004, articoli di Grazia Bravetti Magnoni, Roberta Iotti, Bianca Orlandi. 21 Nello stesso anno Isotta degli Atti dà alla luce Giovanni, che muore nello stesso anno e, pur essendo illegittimo, viene sepolto in San Francesco con gli stessi onori tributati ai discendenti della famiglia. 22 Figlia naturale ed unica discendente di Filippo Maria Visconti aveva sposalo Francesco Sforza nell’ottobre 1441, pochi mesi dopo la formalizzazione della promessa di matrimonio tra Polissena e Sigismondo, avvenuta a Milano. In attesa del programma 2014 dei Venerdì di Scolca ricordiamo la suggestione dell’edizione 2013: Nella rappresentazione ideata da Annalisa Ciacci, mentre le cinque figure si stagliano sullo sfondo dell’Abbazia di Scolca, attraversano lo spazio, tra una processione di pellegrini e un corteo nuziale, alcuni personaggi che nei secoli furono alla Scolca: Giorgio Vasari e l’abate Faetani, il pittore Benedetto Coda (sono suoi gli affreschi dell’odierna sacrestia), Papa Giulio II che riparò a Scolca in fuga da Bologna incalzato dalle truppe francesi, Paolo Aurispa primo olivetano ad insegnare greco a Rimini, Ippolito Salò, abile matematico e costruttore di orologi … La suggestione è potente, si percepisce una conversazione … Abate Faetani: Messer Vasari, voi conoscete quanto vi abbiamo accolto con sincerissima affezione qui, al convento, come tutti li monaci vi abbiano molto onorato e come io medesimo vi abbia aiutato con amorevolezza nel correggere e mutare alcune cose nelle vostre “Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”. Vasari: Lo riconosco, reverendo abate, ma la tavola che ho a dipingere è opera di grande impegno; occorre studiare l’attitudine delle figure, le arie delle teste, il piegheggiare dei panni. Occorre studiare diversi abiti strani per Magi d’Oriente e ho in mente di mettervi animali bizzarri. No, la somma che chiedo è poca cosa. Abate Faetani: Ma, messere,il convento non è ricco … La musica ha un posto d’onore: sofisticata nella scelta dei brani e degli strumenti, eseguita con grande passione e professionalità dai musicisti Mattia Guerra all’organo Callido e Sara Mancuso all’arpa gotica e al claviciterio, e dai cantanti Angelo Bonazzoli, sopranista, Lykke Anholm, soprano e Arianna Lanci, mezzo soprano; i pezzi si susseguono per connessioni tematiche in brani rinascimentali e in brani più tardi, da Bach a Frescobaldi, da Pergolesi a Mozart. 32 Vita di Club n. 2 IMMAGINI DA SCOLCA Salire al colle in una sera d’estate... Fotografie di Stella Salvi I IMMAGINI ROCK Al Concerto c’erano proprio tutti!!! Da sin. a ds. X Prep, Chuck Berry, Steve Miller, Twisted Sister, Robert Palmer, Status Quo, Van Halen, Ramones, Sonics. II Da sin. a ds. Journey, BonJovi, X Prep, Antonio Battistini, Marcello Raggini, Sandro Serra, Cure, Stefania Zanetti, Janis Joplin, Elton John, Les Paul, Sex Pistols. III IMMAGINI BAROCCHE La Caccia nell’Arte Da sin a ds. sopra: - Jan Fyt - Frans Snijders Al centro: - Jacob Jordaens - Ludwig Burckhart - Jean Baptiste Oudry Sotto: - Jan Weenix - Peter van Bouck IV MEETING L’ARTE DELLA CACCIA Ovvero La caccia nell’arte. di ANNA MARIOTTI BIONDI L a cena di caccia edizione 2014, tradizionale, anzi istituzionale incontro organizzato da Maurizio Graziosi da più di vent’anni con il ricco bottino di selvaggina frutto della sua inesauribile passione di cacciatore, si è svolta il 6 febbraio con il rito consueto di riunire festosamente soci e amici attorno a pietanze ormai divenute rare sulle nostre tavole. A proposito lo conoscete il proverbio cinese che categoricamente afferma: ‘mangiare è uno dei quattro scopi della vita, quali siano gli altri tre nessuno lo ha mai scoperto’ … Ma divaghiamo perché non mi piace far la cronaca di eventi déjà vu: che ne dite di “caccia e arte”?… Gli animali cacciati furono tra i protagonisti della pittura di natura morta barocca; selvaggina di vario genere ormai inanimata prese vita nelle spettacolari composizioni dei visionari pittori barocchi tra il XVII e il XVIII secolo. Nell’epoca di Rubens, questo genere di pittura ebbe vasta diffusione nelle Fiandre grazie alla produzione di alta qualità che seppero elaborare Jan Fyt (1611-1661) e Frans Snijders (15791657), analogamente a quanto fecero contemporaneamente nell’Italia settentrionale Felice Boselli e i Crivelli padre e figlio. Con vivaci contrasti di luci e di colori Jan Fyt raccoglie la cacciagione su un tavolo in un interno scuro, forse uno scantinato: sul davanzale della finestra semiaperta è dipinta anche una scimmietta. (Inserto IV, fig. in alto a sin.) Uccelli cinguettanti, selvaggina appena cacciata e composizioni floreali decorano le nature morte di Frans Snijders realizzate con pennellate vigorose, energiche ed estremamente espressive. (Inserto IV, fig. in alto a ds.) In un periodo storico caratterizzato da una difficile situazione economica in Italia come nel resto d’Europa con un incremento considerevole del numero degli indigenti costretti a lottare per rimediare il pasto quotidiano, forse proprio per esorcizzare il pericolo della fame, sempre incombente, divenne uso comune decorare le Giovanni Crivelli detto il Crivellino (1730-1760), Cani da caccia con cacciagione, olio su tela. (sopra) Cane da caccia con cacciagione, olio su tela. (sotto) pareti delle case più agiate con dipinti di nature vive o nature morte, raffiguranti interni fumosi di cucine con animali, verdure e frutti destinati all’alimentazione. Lepri, fagiani, colombacci, pernici, tordi, frutta e ortaggi raccolti su tavoli vengono trasformati dai pittori in oggetti pregni di vita e di sentimento, a smentire la definizione di 'natura morta' introdotta nel mondo dell’arte con un’iniziale connotazione dispregiativa. Il termine sottolineava, infatti, il contrasto tra la vita pulsante nei soggetti raffigurati (come ad esempio le persone) e gli oggetti inanimati. Alle composizioni con selvaggina si aggiungono i dipinti che raffigurano, ambientati in piacevoli paesaggi boschivi, dei cani che sorvegliano mucchi di animali appena cacciati: nel dipinto di Giovanni Crivelli detto il Crivellino si riconoscono una lepre, dei fagiani con starne, una beccaccia ed un’anatra selvatica; grande attenzione viene data al contrasto fra la selvaggina cacciata e i cani in movimento, come nei dipinti di Frans Snijders. (Fig. sopra) Nel secondo dipinto il cane, esaurito il suo compito, 33 Vita di Club n. 2 si gode beatamente il meritato riposo tra le sue prede. (Fig. sotto) Il Crivellino1 fu specialista nel raffigurare scene con selvaggina, tema su cui si esercitò ampiamente già nella bottega del padre Angelo Maria (detto Crivellone). La sua maniera pittorica corposa è simile a quella di Jan Fyt, appresa nel corso dei suoi studi presso Felice Boselli, anch’egli grande pittore animalista. Dedichiamo all’amico Maurizio l’immagine de ‘Il cacciatore’, stanco, ma sazio, circondato dai suoi amatissimi cani e da uno stuolo di prede e concludiamo, a mo’ di augurio per il futuro esorcizzando la crisi attuale, con una ricchissima dispensa il cui contenuto straripante travalica il tavolo e finisce deposto a terra in grande abbondanza. L’opera estremamente decorativa è eseguita da Peter van Bouck, che fu tra i migliori allievi dello Snijders, secondo i canoni compositivi diffusi fra i maestri fiamminghi del Seicento. Il gusto barocco dell’eleganza, la frontalità della composizione disposta su due ripiani e il ricco impasto pittorico su fondo neutro sono le caratteristiche di questa ‘Natura morta con carni, selvaggina, pesci, verdure, un bacile di rame e brocca’. 1 Al Crivellino si deve tutta una serie di dipinti di caccia, a partire dal ciclo del castello Visconti di Saliceto, alle opere della collezione Cova Minotti di Milano eseguite per il castello Visconti di Modrone a Cassano d’Adda, annoverate dalla critica tra gli esiti più convincenti dell’artista. MEETING L’UNITÀ DI STRADA 1 Il meeting di martedì 25 Febbraio 2014 ha avuto come ospite la dott.sa Anna D’Araio , Ispettrice Provinciale delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, Comitato Provinciale di Rimini, che ha parlato del progetto “Unità di strada”. Si tratta di un nuovo servizio di sostegno ai senzatetto ad opera dei volontari della Croce Rossa Italiana che ha l’obiettivo di monitorare e assistere le persone più vulnerabili. I volontari, muniti dell’essenziale perché queste persone non trascorrano la notte a stomaco vuoto e al freddo (pacchi-cena, maglie e coperte …) e anche per evitare che siano tentate dal delinquere per procurarsi il cibo, setacciano i luoghi della sosta notturna dei senza dimora per portare aiuto e conforto, sulla scorta di quanto già avviene nelle grandi città, come Milano, dove sono attivi gli ‘Angeli della notte’. In alcune città l’Unità di Strada svolge anche un servizio di prevenzione sugli effetti e sui rischi legati al consumo di droghe attraverso il contatto diretto con i giovani nei luoghi del divertimento e dell’aggregazione e, nel contempo, attraverso un’azione di sensibilizzazione rivolta alle istituzioni locali, alle famiglie, agli operatori sociali, al mondo del volontariato, ai gestori dei locali e dei luoghi del divertimento, affinché si promuova e si diffonda una cultura del benessere e dell’utilizzo sano e corretto del tempo libero. di ANNA D’ARAIO A ll’inizio la cosa che ci premeva di più era stabilire come collaborare come Volontari nell’assistenza sociale. Dopo aver deciso, consultato, esaminato, interpellato, nel gennaio 2012 siamo partiti con l’Unità di Strada. L’innovatività del progetto derivava dalla carenza effettiva sul territorio di servizi adeguati e costanti a disposizione della categoria dei senza dimora che eroghino servizi di prima necessità, soprattutto in orari serali: orari in cui questa” piaga” è maggiormente visibile e mostra il maggior disagio, specialmente nei periodi invernali. Si riscontra, inoltre, la carenza sia di figure sociosanitarie che operino in questo settore, sia di un centro di ascolto per questa tipologia d’utenza. L’attivazione di tale servizio offre anche la possibilità di effettuare un monitoraggio sulle condizioni di salute degli utenti. La prevenzione anche delle più comuni patologie influenzali, contribuisce al mantenimento della salute pubblica. Inoltre il progetto è innovativo poiché la delicatezza degli interventi nelle relazioni di strada richiede volontari che conoscano le diverse tipologie di persone senza dimora e fungano da tramite tra queste e il personale socio-sanitario. Questo “andare sul territorio” settimanalmente è una presenza che non si limita ad un primo contatto, ma che cerca di realizzare relazioni d’aiuto, supporto e accompagnamento sociale. Non un volontariato generico, ma un volontariato 34 Vita di Club n. 2 assolutamente pianificato, preciso e puntuale, che, grazie alla presenza di donne e uomini di CRI in ogni fase del percorso, non è mai stata lasciata al caso, ma sempre affrontata con grande serietà e con l’intenzione di lavorare in équipe. Più passavano le settimane e più ci accorgevamo che la società stessa, la mentalità, i modi di vivere, di vedere sono in piena evoluzione così come è oggetto di cambiamento il destinatario del servizio. Volevamo che la nostra opera non fosse solo di tipo assistenziale, non volevamo lasciare le persone in uno stato di continua necessità, ma creare tra servizio e utente un rapporto di fiducia, affidamento e speranza. Il difficile era il superamento di ciò che questo tipo di rapporto richiede, cioè di impegnarsi a far scoprire all’uomo le sue capacità e attitudini, e a soffermarsi sui suoi bisogni reali. A poco a poco siamo riusciti a farci accettare, a chiamarli e farci chiamare con i nostri nomi, ad ascoltare le loro storie. La capacità di condivisione porta a difendere, valorizzare e promuovere beni e valori di tutti, legati all’uomo, alla sua storia, al suo ambiente, alle sue attuali condizioni di vita e ai suoi bisogni. Le esperienze di servizio che la CRI realizza in questa ottica di condivisione diventano così reali azioni promozionali e di sviluppo dell’intera comunità. Andando avanti, nel tempo, ci siamo accorti che assistere vuol dire ascoltare, avere pazienza, essere ottimista e saper dialogare. Essere pienamente se stessi in mezzo a noi, noi inteso come gruppo, e questo crea la voglia di sentirsi un membro attivo di una comunità, che è ancora ricca di ideali e di identità di aggregazione, e la voglia di condivisione. L’interesse di ogni singolo volontario si somma a quello degli altri per diventare interesse comune ed indivisibile, per trasformare la CRI in un’azione quotidiana che sia responsabile ed utile per cambiare qualcosa o dare qualcosa a chi ha bisogno. 1 Anna D’Araio nasce in Valmarecchia, si diploma a Rimini presso le Maestre Pie, poi consegue la laurea in Sociologia presso l’Università di Urbino. Fin da piccola partecipava assieme alla nonna alle visite di beneficenza a casa di persone bisognose, diventata adulta prosegue questo cammino, iniziando anche la figlia bambina ai treni bianchi verso Loreto. Questo interessamento verso le varie criticità sociali, la fa decidere di iscriversi alla Croce Rossa Italiana, seguendo il percorso delle Infermiere volontarie: due anni di studio teorico e pratico. Ora è Ispettrice Provinciale delle Infermiere Volontarie ed anche Delegata dell’Are2 (area Sociale) delle Croce Rossa Italiana comitato Provinciale di Rimini. Ora si sta interessando al progetto “l’Unità di Strada”. 35 Vita di Club n. 2 MEDICINA&SALUTE CANNABIS: DROGA LEGGERA O MOSCA COCCHIERA? È di questi giorni la notizia che il Presidente dell’Uruguay ha legalizzato il consumo di cannabis aprendo un varco che potrebbe allargarsi a macchia d’olio. Che cosa possiamo fare per evitare questo flagello? Su questo importante argomento abbiamo sentito il parere del Dott. Fernando Santucci, Direttore Sanitario del Poliambulatorio Valturio. di FERNANDO SANTUCCI D. Che cosa ne pensa della liberalizzazione della cannabis? R. Non entro nel merito di questo argomento, anche perché non ho competenza specifica in ambito legislativo, dico solo che, pur essendo di idee molto liberali e rispettose della libertà INDIVIDUALE, in un settore di questa delicatezza, consiglierei a tutti, ma in particolare ai giovani, certamente di comportarsi come meglio credono, ma, prima di farlo, di documentarsi su vantaggi, rischi e pericoli legati all’uso di queste sostanze. D. Che cos’é esattamente la cannabis? R. La cannabis o hashish o marijuana che dir si voglia è una droga che si estrae dalla pianta della canapa, è erroneamente considerata innocua e contiene al suo interno numerose sostanze chimiche denominate cannabinoidi, la più importante delle quali è il tetracannabinolo. D. Quali sono gli effetti che questa sostanza provoca nell’organismo di chi la usa? R. Nonostante non ci sia pieno accordo, secondo i dati più recenti, validati scientificamente, gli effetti provocati dal tetracannabinolo, variano da soggetto a soggetto, sono dose-dipendenti, e sono anche influenzati dal tempo di utilizzo, però, considerato che il maggior consumo riguarda una fascia d’età che va dai 15 ai 24 anni, direi che dobbiamo distinguere gli effetti che la droga provoca in acuto e in cronico: in acuto gli effetti si manifestano dopo 1 o 3 ore dall’ingestione e consistono in euforia, sensazioni piacevoli con visione di colori più nitidi, allentamento dello stress ed aumento dell’autostima, purtroppo però il tutto dura molto poco e in poco tempo all’euforia subentra la depressione, con tachicardia e necessità di fumare ancora. Piano, piano si diventa dipendenti ed allora si manifestano sintomi di malattie croniche che interessano: - il cervello, con ritardo dello sviluppo dello stesso (questo danno è particolarmente evidente negli adolescenti); - diminuzione della memoria e del potere di concentrazione, perdita dei riflessi e del tempo di reazione con gravi conseguenze soprattutto per chi guida; - aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa; - diminuzione dei poteri immunitari provocando mutazioni del DNA che col passar del tempo possono diventare fattori cancerogeni; danni anche all’apparato respiratorio che superano di gran lunga quelli delle normali sigarette. Questi effetti, se la cannabis è associata all’alcol o ad altre droghe, vengono moltiplicati con derive devastanti. - Compare la dipendenza e secondo il parere di molti studiosi essa è la mosca cocchiera che traina chi la usa verso altre droghe dagli effetti più gravi. D. Si tratta dunque di una droga vera e propria con effetti nel lungo termine; può provocare la morte? R. Direttamente no, però a causa dei danni a carico del sistema nervoso, chi guida può provocare incidenti e questo appartiene alla storia di tutti i giorni. 36 Vita di Club n. 2 D. Quale consiglio si può dare ad un adolescente per dissuaderlo dall’intraprendere questa brutta strada che il più delle volte diventa una prigione con scarse possibilità di uscita? R. Purtroppo l’adolescenza è un’età molto particolare, le tempeste ormonali tipiche di questa età, cui si aggiunge la faticosa ricerca di una nuova identità alimentano nei giovani la ribellione nei confronti della famiglia, della società e in generale dell’autorità precostituita, ed allora il nostro compito, considerato nella sua globalità (famiglia, scuola, media) è quello di informarli con amore, di convincerli a non intraprendere strade che potrebbero portarli a panorami non definibili, ma certamente inquietanti e gravidi di insidie per il loro futuro; solo se quest’opera di informazione e convincimento non sarà sufficiente, si arriverà alla proibizione facendo presente che anche il bastone è democratico se le spalle ... sono disponibili a capirlo ... MONDO LIONS I VINCITORI DEI CONCORSI “UN POSTER PER LA PACE” E “SAGGI BREVI” Il 15 febbraio, durante la Giornata Lions con le Nazioni Unite sono stati annunciati i vincitori dei Concorsi “Un poster per la pace” e “Saggi brevi”. Tongbram Mahesh Singh, un ragazzo indiano di 12 anni, è il vincitore del primo premio assoluto del concorso internazionale Lions Un Poster per la Pace. Il ragazzo è stato sponsorizzato dal Moirang Lions Club (India). Christian Varisco, un ragazzo italiano di 13 anni che frequenta la scuola media ”Pio XII" di Porto Viro, in provincia di Rovigo, sponsorizzata dal Lions Club Contarino Delta Po del Distretto 108 Ta3, già vincitore del primo premio nel Multidistretto italiano, si è classificato al 2° posto ex aequo a livello mondiale per originalità, valore artistico e adesione al tema dell’anno “Il nostro mondo, il nostro futuro". Il suo poster è uno dei 23 vincitori dei “premi di merito” scelti tra oltre 400.000 partecipanti di età compresa tra gli 11 e i 13 anni, provenienti da 62 paesi. Ashish Karki, un ragazzo nepalese di 12 anni, è il vincitore del primo premio assoluto del concorso internazionale Lions Saggi Brevi. Il ragazzo è stato sponsorizzato dal Kathmandu Ramechhap Lions Club. Nel suo saggio Ashish ha scritto: "Tramite l’educazione dobbiamo portare la luce della pace, della giustizia, della fratellanza, della responsabilità e del comportamento razionale". I vincitori del primo premio riceveranno un riconoscimento speciale e 5.000 USD. Entrambi i vincitori verranno premiati nel corso della 97ª Convention di Lions Clubs International, che avrà luogo a Toronto (Canada), dove i 24 poster finalisti saranno esposti. Vi invitiamo a visitare il sito www.lionsclubs.org per vedere i poster, trovare informazioni sul concorso e inviare cartoline elettroniche del “Poster della pace”. Congratulazioni a tutti i bambini e ai Lions che hanno partecipato! 37 Vita di Club n. 2 L’INTERVISTA IMPOSSIBILE QUALE LIBERTÀ Dal passato una lezione di responsabilità. di ANNA MARIOTTI BIONDI M aestro, mi permetta … Sono una sua ammiratrice, una sua vecchia lettrice. Per quarant’anni l’ho studiata, interpretata, insegnata a baldi giovani che pur incolti e spesso riottosi subivano immancabilmente il suo fascino. Ora la leggo per combattere il declino della memoria, sa, la senilità … La prego, Lei che ha ispirato Sermonti e Benigni a leggerla in tv, Lei che è penetrato nella mente dell’amico Chiaretti al punto che quasi la incarna, mi suggerisca … Devo riempire due paginette per una rivista. Dante: Chiedi pure e dammi del tu. Dante, che cosa è per te la libertà? Oggi la gente sembra conoscere solo la propria personale libertà e vuole disporre di sé senza alcuna restrizione. Dante: Io identifico la libertà con la libertà morale: l’uomo è libero quando segue spontaneamente le leggi divine perché conosce la propria misura e i propri limiti. Ho posto Catone come simbolo della libertà morale riconquistata grazie al suo suicidio e al suo essere pagano; è morto per fini universali, per la società degli uomini in tempi di guerre civili, in nome della rivendicazione della libertà generale di tutti ha scelto la morte, e nel suo paganesimo ha conosciuto il valore fondamentale dell’umanitarismo universale del cristianesimo. Pg. 1,71-74 libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta. / Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara / In Utica la morte, ove lasciasti / La vesta ch’al gran dì sarà sì chiara Come si giunge alla libertà? Dante: L’uomo giunge alla libertà attraverso la progressiva scoperta del vero: per ciò deve essere illuminato dalla grazia (e nella mancanza di essa sta il limite della civiltà classica) per arrivare ad essere finalmente davvero signore di se stesso. Catone ha il viso illuminato dalle quattro stelle della virtù. È magnanimo quanto Farinata ed Ulisse, ma solo lui conosce la misura, cioè il limite posto alla conoscenza Il superbo Ulisse, così come tutta l’antichità classica, ha osato sollevarsi alla conoscenza più alta senza essere sorretto dalla vera fede, dimostrando di essere folle come il suo volo. If. XXVI, 112- 120 o frati, dissi che per cento milia / perigli siete giunti a l'Occidente, / a questa tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’ è del rimanente, / non vogliate negar l'esperienza, / di retro al sol, del mondo sanza gente. / Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a vivere come bruti, / ma per seguir virtù e canoscenza. Virgilio, congedandosi da me, mi ha ricordato che egli ha esaurito il suo compito di guida perché la ragione non può andare oltre; una volta conquistata la libertà spirituale, l’uomo è libero e padrone di se stesso, ha istinti e desideri sani. La libertà morale non è una caratteristica dei puri spiriti, ma la meta cui l’uomo deve tendere senza negare in nulla la propria umanità. Pg. XXVII, 127-142 e disse: “il temporal foco e l'etterno / veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte / dov’ io per me più oltre non discerno. / Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; / lo tuo piacere omai prendi per duce; / fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l'arte. / Vedi lo sol che ‘n fronte ti riluce; / vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli / che qui la terra sol da sé produce. / Mentre che vegnan lieti gli occhi belli / che, lacrimando, a te venir mi fenno, / seder ti puoi e puoi andar tra elli. / Non aspettar mio dir più né mio cenno; / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno: / per ch'io te sovra te corono e mitrio”. Attraversando l’Inferno e il Purgatorio mi sono a poco a poco svincolato dalla schiavitù delle passioni, conquistando faticosamente la libertà spirituale e il dominio di me stesso. Questo costituisce per l’uomo la felicità e sede di questa felicità è il Paradiso terrestre nel quale sono entrato felice. Pg. XXVIII, 1-6 Vago già di cercar dentro e dintorno / La divina foresta spessa e viva, / ch’a li occhi temperava il novo giorno, / sanza più aspettar, lasciai la riva, / prendendo la campagna lento lento / su per lo suol che d’ogne parte auliva 38 Vita di Club n. 2 La libertà è dunque un dono di Dio? Dante: La libertà è il massimo dono che Dio ha fatto all’uomo e solo sottostando alla volontà di Dio l’uomo è libero: se segue il demonio è servo. L’uomo finché vive ha la possibilità di pentirsi e di salvarsi perché come dice Manfredi «...la bontà infinita ha sì gran braccia / che prende ciò che si rivolge a lei» (Pg. III). Pg. V, 19-24 Che potea io ridir, se non “lo vegno”? / Dissilo, alquanto del color consperso / che fa l’uom di perdon talvolta degno / E 'ntanto per la costa di traverso / venivan genti innanzi a noi un poco, / cantando 'Miserere' a verso a verso. Pg. XVI, 79- 80 A maggior forza e a miglior natura / Liberi soggiacete; e quella cria / La mente in voi, che ‘l ciel non ha in sua cura. Ma allora gli astri hanno influenza sugli uomini? Dante: I cieli influiscono sul mondo e quindi anche sull’uomo perché sono lo strumento attraverso il quale si realizza l’ordine provvidenziale voluto da Dio. Gli uomini sono soggetti ad una forza maggiore che è quella di Dio, non è però un rapporto di sudditanza, ma di accettazione dell’infinita superiorità di Dio che tutto preordina, anche la libertà umana, in un sistema perfetto secondo i suoi altissimi fini. Ma la mente dell’uomo è libera da influssi: il libero arbitrio è concesso all’uomo che quindi è responsabile delle sue azioni. Di conseguenza la morale è fondata sulla libertà. Pg. XVI, 73-79 Lo cielo i vostri movimenti inizia; / non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica, / lume v’è dato a bene e a malizia, / e libero voler; che, se fatica / ne le prime battaglie col ciel dura, / poi vince tutto, se ben si notrica. Pd. VIII, 97-135 Lo ben che tutto il regno che tu scandi / volge e contenta, fa esser virtute / sua provedenza in questi corpi grandi. / E non pur le nature provedute / sono in la mente ch’è da sé perfetta, / ma esse insieme con la lor salute: / per che quantunque quest’ arco saetta / disposto cade a proveduto fine, / sì come cosa in suo segno diretta. / Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine / producerebbe sì li suoi effetti, / che non sarebbero arti, ma ruine; / e ciò esser non può, se li ‘ntelletti / che muovon queste stelle non son manchi,/ e manco il primo, che non li ha perfetti. / Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?»./ E io: «Non già; ché impossibil veggio / che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi». / Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio / per l’omo in terra, se non fosse cive?». / «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio». / «E puot’ elli esser, se giù non si vive / diversamente per diversi offici? / Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive». / Sì venne deducendo infino a quici; / poscia conchiuse: «Dunque esser diverse / convien di vostri effetti le radici: / per ch’un nasce Solone e altro Serse,/ altro Melchisedèch e altro quello / che, volando per l’aere, il figlio perse. / La circular natura, ch’è suggello / a la cera mortal, fa ben sua arte,/ ma non distingue l’un da l’altro ostello. / Quinci addivien ch’Esaù si diparte / per seme da Iacòb; e vien Quirino / da sì vil padre, che si rende a Marte. / Natura generata il suo cammino / simil farebbe sempre a’ generanti,/ se non vincesse il proveder divino. Pg XVIII, 45-75 "Le tue parole e 'l mio seguace ingegno", / rispuos'io lui, "m'hanno amor discoverto, / ma ciò m 'ha fatto di dubbiar più pregno; / che, s'amore è di fuori a noi offerto, /e l'anima non va con altro piede, /se dritta o torta va, non è suo merto". /Ed elli a me: "Quanto ragion qui vede, / dir ti poss'io; da indi in là t'aspetta / pur a Beatrice, ch' è opra di fede. / Ogne forma sustanzial, che setta / è da matera ed è con lei unita, / specifica vertute ha in sé colletta, / la qual sanza operar non è sentita, / né si dimostra mai che per effetto, / come per verdi fronde in pianta vita. / Però, là onde vegna lo 'ntelletto / de le prime notizie, omo non sape, / e de' primi appetibili l'affetto, / che sono in voi sì come studio in ape / di far lo mele; e questa prima voglia / merto di lode o di biasmo non cape./ Or perché a questa ogn'altra si raccoglia,/ innata v'è la virtù che consiglia,/ e de l'assenso de' tener la soglia./ Quest'è 'l principio là onde si piglia / ragion di meritare in voi, secondo / che buoni e rei amori accoglie e viglia./ Color che ragionando andaro al fondo, / s'accorser d' esta innata libertate; / però moralità lasciaro al mondo./ Onde, poniam che di necessitate / surga ogne amor che dentro a voi s ' accende,/ di ritenerlo è in voi la podestate./ La nobile virtù Beatrice intende / per lo libero arbitrio, e però guarda / che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende". Leggasi anche Pd. I. La libertà ha anche un aspetto politico? Dante: La libertà politica è figura di quella morale. Politicamente, libertà è vivere in uno stato bene ordinato, con una precisa divisione dei compiti, delle mansioni e del lavoro; con leggi certe e sicurezza del diritto; e con un’autorità i cui compiti siano chiari e non confusi con altre autorità: in tal caso si avrebbe una somma che è usurpazione. Quindi solo la distinzione del potere temporale da quello spirituale garantisce la libertà. Pd. VIII, 118-120 «E puot’ elli esser, se giù non si vive / diversamente per diversi offici? / Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive». Pg. XVI, 94-97 Onde convenne legge per fren porre; / convenne rege aver che discernesse / de la vera cittade almen la torre. / Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Pg. XVI, 106-108 Soleva Roma, che 'l buon mondo feo, / due soli aver, che l'una e l'altra strada / facean vedere, e del mondo e di Deo. 39 Vita di Club n. 2 CURIOSITÀ ALVISIANE GIOCHI D’ALTRI TEMPI Il gioco è l’espressione più autentica della cultura umana, è sempre “figlio del tempo” e si adatta al contesto sociale in cui si svolge. I bambini d'altri tempi sfidavano anche il freddo per poter giocare fuori casa con gli amici! Si incontravano nei cortili, nelle strade, nelle piazze. Bastavano pochi elementi per creare un gioco e divertirsi un pomeriggio intero: uno straccio, una palla, un gessetto, qualche biglia. Oggi i giochi sono prodotti dalle industrie, la Tv e il computer hanno ucciso la creatività dei ragazzi, eliminando i segni educativi del gioco: il movimento, la comunicazione, la fantasia, l’avventura, la costruzione, la socializzazione. Un tempo con poco si sopravviveva alla noia, oggi purtroppo ciò non avviene più, come, a causa dell’aumento del benessere e del traffico, non si gioca più nelle strade e i giochi tradizionali continuano a vivere solo nella memoria dei più anziani. di MARIO ALVISI T utte le feste, dal Santo Natale alla Befana, sono tuttora caratterizzate da usanze e riti come la preparazione del Presepe e dell’albero, la vorticosa ricerca dei regali (una volta si diceva dei doni), il ritrovarsi tutti insieme per scambiarseli festosamente (talvolta con il rammarico per un qualcosa che sa di riciclato o che non è indovinato), consumare quanto di gustoso le mamme e le nonne hanno preparato, come gli immancabili cappelletti (mi raccomando non tortellini) e, dopo aver felicemente brindato, giocare all’immancabile tombola (quanti modelli!) e al più sofisticato monopoli. Dapprima grande partecipazione, gioia per le vincite o benevole imprecazioni per i numeri che non escono mai. Poi, a poco a poco, vedi che i più giovani, stanchi o annoiati perché non vincono, si allontanano dal grande tavolo pieno di dolciumi e monetine, e si rintanano seduti per terra a giocare con i tablet, gli smartphone, gli Ipad, e le playstation estraniandosi dai grandi, che ritengono “brontosauri”! Anche se poi loro si guardano i mostri nei videogiochi di “Dragon Age: Inquisition” o “The Witcher 3: caccia selvaggia”! Ma, secondo me, siccome tutto si crea e nulla si distrugge, in quei video game che manipolano con avidità e velocità i giovani d’oggi, è facile trovare quei giochi che un tempo non lontano, ma comunque passato, erano il passatempo di noi ragazzi romagnoli. Tutti gli sport che ora i giovani praticano in solitudine, ieri erano da noi giocati sui vari campi parrocchiali, se non in mezzo ad una strada o in qualche piazzetta di periferia. Le guerre stellari made in Giappone erano le nostre “battaglie” fra bande di ogni tipo che si scontravano con sassaiole, scazzottate, palle di neve e quant’altro l’avara natura del tempo ci concedeva di utilizzare. Non sembra, ma “la bastonatura è una componente fondamentale del divertimento in numerosissimi giochi di cui costituisce la conclusione esilarante”. Ricordo che da ragazzino, a Santarcangelo, andavo sulle sponde del fiume Uso e, con le canne di un florido canneto, difendevo l’onore dei paesani contro i nemici campagnoli! Per fortuna, sporco, affaticato e bastonato (noi di paese perdevamo quasi sempre), io tornavo in collegio e non trovavo i genitori, come gli altri miei amici, che poi ricevevano varie punizioni. Ricordo il gioco delle biglie (di vetro) sulle piste di sabbia al mare che, per ore e ore percorrevamo inginocchiati per terra. Pare esistessero già nell’antica Roma, dove i ricchi giocavano con biglie di vetro, i poveri con sassolini o noccioli di pesche. Si racconta anche che l’imperatore Augusto le portava sempre con sé e ogni qual volta incontrava 40 Vita di Club n. 2 bambini per strada che stavano giocando, si aggregava a loro. Poi le palline divennero di plastica con all’interno le immagini dei ciclisti o dei calciatori allora più famosi. E quando alle biglie si aggiunsero i tappi? La modernità avanzava … Ai miei ricordi avari, vorrei aggiungere alcuni giochi del tempo passato che ho scovato in un libro: “Giochi e balli dei contadini romagnoli” (Maggioli Editore, 1995) di Tomaso Randi, a cura di Dino Pieri e Maria Assunta Biondi. Ne sono riportati circa trecento, suddivisi in “Giochi di uomini - Giochi di uomini e donne Giochi di adulti e fanciulli - Giochi di fanciulli”, quasi tutti descritti in dialetto ravennate. Tralasciando i giochi per grandi, spulcerò qua e là fra quelli che in qualche maniera mi sembrano più noti, traducendoli parzialmente in italiano. La còrsa int i sech (la corsa nei sacchi): «vanno dentro de’ sacchi, e fattisi ivi legare per bene, cominciano a correre, ma molti cadono, e male si rialzano. Quello che arriva primo al segno destinato è vincitore». E’ didèl (il ditale): «si mettono tutti a sedere in fila. Il capo del gioco passa davanti agl’altri collo scopetto in una mano e un ditale di ferro dall’altra facendo conto di consegnarlo a tutti ma lo dà ad uno solo. Dopo di che torna indietro, e facendosi dal capo della fila dice: “sono sarto, sono sartore, so fare il mio lavoro, so cucire, so tagliare, ho perduto il mio ditale, sapreste indicarmelo?” Quello dice: ce l’ha Minghin o la Rusèna, per esempio. Allora egli va da quel tale e gli replica la filastrocca, e se quello non ha il ditale allora giù botte sulle mani con lo scopetto. E così fa di seguito con gli altri finché trova quello che ha il ditale». Ròmpar la pignatazza (rompere la pentolaccia): «la prima domenica di Quaresima come corollario del Carnevale si usa in ogni casa paesana rompere la pentolazza. Se il tempo è bello si rompe nel cortile o nell’aia, se brutto, in una camera. S’adunano maschi e femmine, tutti giovani, si mette la pentola nel mezzo, e sotto le monete, Poi si fa il tocco, e il primo designato viene bendato per bene, poi fattogli fare intorno a se stesso alquanti giri, gli si dà in mano un bastone, e si lascia libero. Allora egli così tentoni, come uno che cammina al buio, s’inoltra verso la pentola, e quando crede di essere a buon tiro, lascia cadere il bastone per colpire la pentola. Se la rompe, ciò che v’è sotto è suo; se il colpo falla, viene sbendato fra le risa, e i lazzi degl’astanti». Màn ròssa (mano rossa): «Si fa in due, tra fanciulli, ma più specialmente tra gli amanti. Scommettono qualche oggetto, moneta e chi sa anche qualche bacio, questi ultimi (altri tempi!). Siedono uno di fronte all’altro in modo che le ginocchia vengano a toccarsi. Uno dei due pone la propria mano destra volta in giù sul proprio ginocchio, e dice: “Màn ròssa!” l’altro, lesto, vi sovrappone la sua incrociandola e premendo con forza. Il primo ritira rapidamente la propria mano soggetta, e quella dell’altro viene a restar sotto, ed egli allora torna a sovrapporvi la sua, e ciò si fa con celerità, e con forza, di modo che alla fine del gioco le mani pigiate, battute e strigliate diventano rosse. Quello che resiste di più vince». La scaranèna d’òr (la sedia d’oro): «I bambini fanno un cerchio, e fatto il chi tocca, due si pongono nel mezzo, e pigliandosi l’un l’altro colle mani incrociate, uno dice: “la bella sedia d’oro, che si metta a sedere chi vuole”. Allora un bambino, pur che sia, va a sedersi sopra le mani incrociate degli altri due che formano come una sedia; e l’altro di questi dice: “Guarda la bella sedia che c’è su una figurina: in processione la vogliam portare, una gran botta ha da dare”. E, dopo averlo portato in giro, sciolgono le mani, e il bambino cade con il sedere per terra. Tutti gli altri esclamano verso di lui, ridendo e plaudendo: Ti sei goduto la sedia? Hai dato una bella bottarina”». La pèrla o mòsca (la pigna o la mosca): «È un giocattolo di legno fatto con il tornio, rotondo sulla parte superiore, ma che venendo a basso tende all’ovale restringendosi quasi in punta, e la punta viene fermata con un chiodo rotondo come una bolletta, di cui appaia soltanto poco più della capocchia. I fanciulli ravvolgono attorno al giocattolo un cordoncino. Detto “sfurzè” (strozzare), fermandolo con cappio prima alla parte superiore dove è una piccola escrescenza di legno, poi lo fanno direttamente alla capocchia nella parte inferiore, e poi cominciano a 41 Vita di Club n. 2 ravvolgerlo gradatamente per lo in su intorno alla pigna, fino che la fasciano quasi tutta, e avanza loro soltanto un poco di cordone, che si attorcono intorno alle dita, e stringendo allora la pigna voltata con il ferro in su, adarcano il braccio, e la tirano contro il terreno, svolgendosi allora tutto il cordone avvolta introno ad essa. Il qual cordone resta in mano del fanciullo mentre la pigna rimane libera per aria dalla forza impressale va a sbattere contro il terreno, e col ferro comincia a girare sopra se stessa ronzando come un moscone. Finché venutale meno la forza centrifuga, pian piano barcolla come un ferito o un ubriaco e cade.» Immagino abbiate riconosciuto la trottola di legno. Non sempre i bambini potevano permettersi una trottola di legno allora si arrangiavano con altri oggetti. Una curiosità: A Montedoro in Sicilia esiste un monumento dedicato alla trottola, segno evidente dell’importanza di questo gioco nella tradizione popolare. La pirlinghèna (non ho trovato nessuna traduzione): «Si fa passare uno stecchino nel foro di un bottone femmina, pigliando con le due dita pollice e indice, e talora anche con il medio, e dandole con essi forza centrifuga, si fa frullare sopra la mano sinistra, o sopra una tavola, o anche per terra, e chi la fa frullare di più a lungo rimane vincitore». I bucìon (le bolle): «I fanciulli sbattono del sapone nell’acqua dentro un catino, e pigliando una cannuccia, e bagnandone una estremità nel catino, e soffiando nell’altra con la bocca, e poi levandola in su, formano una bolla, che più soffiando più cresce, e infine si stacca dalla cannuccia, e se ne va per aria come un piccolo aerostato. Quello che fa la bolla più grossa, e che la manda più lontano, quegli è il vincitore». Oggi dalla Cina arrivano le bombolette di plastica per fare le bolle, ma noi ci arrangiavamo comunque. Nello scorrere il libro ho trovato uno dei pochissimi passatempi che ci erano permessi nella mia lunga permanenza in collegio, che, durante l’ultima guerra, era stato requisito prima dai tedeschi e poi dagli alleati. Costruivamo con la creta i soldati e il loro equipaggiamento cercando di riprodurre quelli con i quali avevamo condiviso quelle fatidiche giornate. Avevamo realizzato un ‘panel’ veramente bello. Io ero bravo solamente nel fare le jeep dei soldati americani; assomigliavano molto a delle scatolette con quattro ruote! I pièt, l’altarè, i bambòzz (i piatti, gli altarini, i bambocci): «I fanciulli pigliano della creta, e formando a lor modo de’ piatti, stoviglie, altarini, e figurine di animali, e d’uomini, fanno scommesse a chi li fa più belli: e quegli che ottiene i voti maggiori resta superiore». Potrei continuare, ma non posso impegnare tutta la rivista. Allora vorrei finire citando, tra le tante trovate nel libro, due filastrocche. Con la perdita delle vecchie nonne e l’avanzare inesorabile delle app (applicazioni per le nuove tecnologie) anche i baby (una volta li chiamavamo bambini) da 0 a 3 anni hanno i loro videogiochi. Che se ne fanno delle filastrocche? Vi rammento alcune di quelle che ho trovato nel libro e che mia mamma raccontava ai miei figli tenendoli sulle ginocchia facendoli saltare o sballottare per aria. Ve le scrivo in dialetto, seppur non facilmente leggibili, perché altrimenti perderebbero la rima e il loro fascino. Oc, urèc e nès: il bambino viene toccato gradatamente coll’indice, facendosi dagli occhi e dicendo: Quèst l’è l’ucì bèl – Quèst l’è su fradèl – Quèsta l’è l’urcina bèla – Quèsta l’è su surèla - Quèst l’è è campanòn – Che fa dòn don. Al dida dal màn: si comincia toccando in successione le dita del bambino cominciando dal pollice e dicendo: Quèst è dis che vò dè pàn – Quèst è dis che non ci n’è – Quèst è dis: cum a farègna ? – Quèst è dis: a rubarègna! Quèst è dis: nò fè, nò fè – Par la gola t’srè impichè. E ancora, e ancora, fino alla stanchezza del bambino che cade finalmente addormentato. Anch’io! Giochi storici: la mosca cieca, la campana, la cavallina, ruba bandiera. 42 Vita di Club n. 2 RIMINI STORIA L’ENIGMA DEI BRONZI DI CARTOCETO Due anni fa, dopo una gita in quel di Pergola, raccontammo l’esperienza sulla nostra rivista (Vita di Club 20112012 n.3, pagg. 26-29) e la storia dei bronzi riportati alla vita dopo secoli di sepoltura … «l’incredibile, imponente gruppo statuario che la terra ci ha casualmente restituito dopo averlo custodito per duemila anni, sottraendolo, dopo la furia iniziale che lo ha smembrato, ad altre violente rapine … ora splende nel suo rivestimento dorato sul grande palco allestito per rendere ai visitatori il senso della sua magnificenza e maestosità. … All’interno di un’unica fossa vennero alla luce nove quintali di frammenti, più di 300 pezzi di varie dimensioni. Tra questi erano riconoscibili le teste e le zampe dei due cavalli, parte di un busto e di due gambe maschili, la parte superiore e inferiore di una figura femminile, ed una infinità di altre parti di collocazione indeterminata. Quando i pezzi furono assemblati si intuì che i frammenti dovessero appartenere, in origine, ad un monumentale gruppo statuario d’epoca romana composto da due figure femminili, ammantate e velate, e da due cavalieri in veste militare d’alto rango, con cavalli riccamente ornati. Fin qui l’evidenza, poi gli interrogativi, perché il gruppo costituisce un grande enigma tuttora insoluto nonostante i numerosi studiosi che si sono avvicendati nelle ipotesi per rispondere alle domande sorte spontanee. Qual è l’origine: è un monumento pubblico o un monumento privato? Qual è la causa della singolare distruzione? E la datazione? E l’identificazione del cavaliere? E la località in cui il complesso era eretto? … Il mistero continua … ». Ora abbiamo trovato su “Chiamami città” un articolo che ci piace riportare perché aggiunge al mistero una nuova ipotesi decisamente interessante. È confutabile? Che importa? Lasciateci sognare! Anna Mariotti Biondi I BRONZI DORATI DI CARTOCETO ERANO IN ORIGINE COLLOCATI SULLA SOMMITÀ DELL’ARCO D’AUGUSTO A RIMINI? di DANILO RE L Ipotesi ricostruttiva dell’Arco d’Augusto secondo Traiano Finamore, Archivio Soprintendenza archeologica, Bologna. ’ipotesi è tutt’altro che peregrina: strano piuttosto che finora non sia mai stata avanzata da nessun’altro. Nel 1946 i bronzi furono rinvenuti in frammenti a Cartoceto (PU), sepolti a breve distanza dalla via Flaminia, che collega Rimini a Roma. Dopo un lungo restauro e un’altrettanto lunga contesa tra il Comune di Pergola ed il Museo Archeologico delle Marche in Ancona, i pezzi sono ora esposti presso il Museo dei bronzi dorati e della Città di Pergola. Le statue rappresentano a grandezza naturale due uomini a cavallo e due donne. Un cavaliere col suo cavallo e una delle donne sono ben conservati; la seconda donna è priva della parte superiore; il secondo cavaliere è quasi totalmente mancante, mentre la ricostruzione del suo cavallo risulta gravemente lacunosa. Varie sono le opinioni circa l’identità dei nostri quattro personaggi, che dovrebbero comunque appartenere ad un’unica famiglia romana d’alto rango. La datazione delle opere è posta alla seconda metà del I secolo a.C., ciò soprattutto in base all’acconciatura della anziana donna, tipica di quel periodo. Per quanto concerne la collocazione originale dei bronzi, ritrovati al di fuori di ogni contesto urbano o monumentale, sono state date varie risposte, nessuna definitiva. Secondo il professor Lorenzo Braccesi dell’Università di Padova, la sede più probabile sarebbe stata l’antica Pesaro; i due stalloni portano infatti dei pettorali ornati con figure di nereidi, tritoni, cavalli marini e delfini: segno palese di uno stretto legame tra i personaggi rappresentati ed il mare. L’insieme degli indizi porta invece, secondo me, a Rimini. Se cerchiamo una importante località di mare, connessa con la Flaminia, dotata di un luogo consono alla sistemazione di bronzi dorati della fine del I secolo a.C., arriviamo sicuramente al nostro Arco d’Augusto, eretto nel 27 a.C. . La mia idea colloca dunque le statue a Rimini, a un paio di giorni di cammino dal luogo del loro ritrovamento. Ma chi è il misterioso personaggio 43 Vita di Club n. 2 di mezz’età che indossa il paludamentum (il pesante mantello che contraddistingueva i comandanti militari), quello potenzialmente più facile da riconoscere nel gruppo? Un rappresentante della famiglia Giulio - Claudia? Un’altra personalità della corte imperiale? Oppure un notabile locale? L’ampia e simmetrica stempiatura, le due rughe che solcano la fronte e anche l’aggrottamento delle sopracciglia appartengono all’iconografia consueta per Caio Giulio Cesare (101 - 44 a.C.), il 'nipotino' di Venere nata dalla spuma del mare. Nella parte centrale del volto, soprattutto gli occhi ma anche l’incavatura delle guance differiscono leggermente dal modello; ciò è certamente da imputare alle difficoltà di restauro della sottile lamina bronzea, variamente deformata. La conformazione della bocca e quella del mento ritornano invece nell’alveo dell’identificazione proposta. Se si conviene con questa soluzione, il secondo cavaliere dell’Arco d’Augusto, quello quasi totalmente perduto, non può essere altri che Cesare Ottaviano Augusto (63 a.C. - 14 d.C.), vincitore di due battaglie navali: Nauloco e Azio. E le due matrone? La statua integra sfoggia un vistoso anello alla mano sinistra: era il segno d’appartenenza della famiglia all’ordine equestre. La gens di Gaio Ottavio, padre di Augusto, apparteneva appunto agli equites; anche se nei lunghi anni di schermaglie verbali tra i due, Marco Antonio aveva insinuato che Ottaviano discendesse invece da un liberto occupato come cordaio. A questo punto l’altra figura femminile, secondo il mio parere, deve essere Giulia minore (102 - 51 a.C.), sorella di Cesare e madre di Azia. Perché? Augusto, figlio adottivo di Cesare, sta instaurando una monarchia ereditaria: in quest’ottica i legami di sangue divengono fondamentali e anche le figure femminili della famiglia assurgono ad un’importanza mai rivestita prima all’interno della società romana. Da Rimini - la città dalla quale Cesare aveva scatenato la guerra civile - Augusto lancia un duplice messaggio politico: dell’avvenuta pacificazione, rappresentata nel gesto detto adlocutio, il braccio alzato dai cavalieri in segno di pace; e di continuità dinastica, visualizzabile nel suo personale albero genealogico tridimensionale. L’Arco di Rimini, una volta estraniato dalla sua funzione di porta urbana, diverrà il prototipo per gli archi di trionfo degli imperatori successivi: di utilità pratica nulla ma efficaci mezzi di propaganda. Che l’Arco dovesse essere corredato da statue è opinione unanimemente condivisa: alcuni avevano pensato ad una quadriga trionfale, altri ad una isolata statua equestre dell’imperatore. I quattro personaggi di Cartoceto unificano in certo senso le due congetture. Credo che il punto di forza della mia teoria stia nel fatto che risolve più problemi di quanti non ne sollevi; oltre a ciò, si basa su di un presupposto piuttosto semplice, cioè che un gruppo statuario prestigioso sia da associare ad un monumento di rilevanza notevole. E infine, come sono soliti dire negli Stati Uniti, una buona idea può venire a chiunque. Mi pare, ad esempio, che la scelta stessa di posizionare le copie ricostruttive dei bronzi (eseguite dalla Soprintendenza delle Marche) sulla terrazza sommitale del Palazzo Ferretti di Ancona, a considerevole altezza, riproduca le condizioni espositive originarie da me suggerite. Il piano attico dell’arco, su cui far poggiare il basamento per i bronzi, era un rettangolo di oltre quattro metri di profondità per un fronte più breve dell’attuale: una decina di metri circa. Infatti secondo la studiosa Maria Luisa Stoppioni ai lati delle statue, collocati su mensole poste più in basso, dovevano trovarsi due trofei, probabilmente simili a quello raffigurato sulla cosiddetta Gemma Augustea. I prigionieri della scena sono donne e guerrieri Galati, i giganteschi mercenari della guardia di Cleopatra. È suggestivo e plausibile immaginare che parte dell’immenso tesoro della regina d’Egitto sia servita a finanziare il complesso monumentale riminese. Per restare nel solco tracciato con la mia ricostruzione, penso che le circostanze del trafugamento dei bronzi, avvenuto in epoca imprecisata, siano anch’esse da legare alla storia di Rimini. Personalmente propendo per gli eventi legati agli anni della guerra gotica (535 - 553 d.C.), quando la città fu aspramente contesa tra Goti e Bizantini e persino il Ponte di Tiberio subì gravi danneggiamenti. Io punto il dito sui saccheggi perpetrati dai Longobardi al soldo dell’eunuco Narsete, che per la loro selvaggia ingovernabilità vennero allontanati in tutta fretta dall’Italia. Poi tornarono e se la conquistarono, ma questa è un’altra storia. 44 Vita di Club n. 2 SOCIETÀ&SOLIDARIETÀ TANA LIBERA TUTTI Una storia d’amore. di FRANCA FABBRI MARANI I n questa nostra epoca segnata dal fallimento di tante unioni e avvolta da un velo di cupezza che rende opaca la vita voglio raccontarvi una storia, una bella storia. È la storia di una famiglia formatasi nel 1978, una famiglia che, nel tempo, si è allargata all’infinito e continua ad allargarsi nel segno dell’amore ad opera di tante persone speciali. Paola ed Ortensio sono le prime due persone speciali che ho conosciuto poco dopo essere arrivata a Rimini da Milano; Ortensio era un collaboratore di mio marito al Colorificio Sammarinese ed io ebbi modo d’incontrarlo, insieme a quella che allora era la sua fidanzata, a Sant’Agata Feltria, in occasione della Sagra del Tartufo. Da subito mi colpirono i loro sorrisi: quello di Paola di una dolcezza e comunicatività particolari, quello di Orti vivo per intelligenza, che si rifletteva nell’acutezza dello sguardo. Dopo il loro matrimonio nacque la consuetudine della frequentazione; era sempre una gioia stare con queste belle persone, ritrovarsi a parlare lo stesso linguaggio, condividere esperienze, speranze, progetti. Anche i miei figli - allora bambini - si divertivano immensamente in queste serate di gioiosa serenità in cui non mancavano giochi in cui venivano coinvolti. Poi anche nella famiglia Cangini arrivarono i figli: prima Gioele e Carolina, quindi, a distanza, Marcello. Marcello, un bimbo speciale, con una x in più nei cromosomi e senza segni sui palmi delle mani, un bellissimo bimbo affetto dalla Sindrome di Down, ammirato da tutti alle nozze di mio figlio celebrate quindici giorni dopo la sua nascita. Marcello cresceva allegro e felice, affettuosissimo, dotato di un naturale istinto musicale, abilissimo nell’usare gli strumenti tecnologici, stimolato e cullato dall’amore di tutta la sua famiglia, una bella famiglia che camminava all’insegna dei valori e della promozione della persona. Ma al grande cuore di Paola ed Orti non bastava curarsi della crescita e della felicità del loro bambino speciale, chiudendosi nel cerchio dell’amore della famiglia; dalla loro esperienza hanno fatto nascere … il miracolo: una famiglia sempre in espansione in cui i bambini speciali e le loro famiglie sono sollecitati ad entrare e sono accolti come se ne facessero parte da sempre. E subito il loro mondo cambia: si trovano a vivere una realtà non più di isolamento e spesso di smarrimento, ma ricca di presenze, gioiosamente operosa, con tante persone che festosamente si impegnano per regalare stimoli e realizzare tantissime attività che, negli anni, sono divenute sempre più numerose e diversificate. Il nome di questo miracolo? “TANA LIBERA TUTTI”1, un nome che rispecchia il clima di continua festa e gioia di vivere che connota questa associazione e da cui resta subito contagiato chi, come me, ha la fortuna di frequentarla. 1 Tana Libera Tutti è un’associazione ONLUS di genitori e amici per la tutela di persone diversamente abili, nata nel gennaio 2000 che ha le strutture in località Ca’ del vento vicino a Novafeltria. È dotata di laboratori permanenti di: musica, informatica, falegnameria, giardinaggio, cucina e orto. Offre un servizio specialistico di ippoterapia e con personale qualificato lavora sul potenziamento delle abilità acquisite per una maggiore autonomia e responsabilità. Nei mesi di giugno-luglio organizza un centro estivo aperto a tutti i ragazzi nella fascia d’età dai cinque agli undici anni per creare esperienze di socializzazione e relazione attraverso il gioco. In occasione del Natale propone un mercatino con oggetti realizzati dai suoi ragazzi nei vari laboratori o regalati da amici e sostenitori dell’associazione. Dedichiamo a Marcello “L’angolo della poesia” perché egli l’ha scoperta nella profondità del suo essere, come scrive la sua insegnante Mariangela Di Pasquale, docente di Lettere dell’Istituto Einaudi di Novafeltria. 45 Vita di Club n. 2 “Quando la spieghi la poesia diventa banale. Meglio di ogni spiegazione è l'esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia a un animo predisposto a comprenderla". Cosi asseriva Pablo Neruda (Philippe Noiret) nel film "Il Postino" di M. Radford. La poesia non può essere spiegata. È un sussurro del|’anima, un anelito che si leva dal più profondo di noi stessi per svelare il mistero e la bellezza dell’essere. In ognuno di noi c’e un poeta che canta i suoi versi. Solo in pochi però sanno fidarsi di lui e dargli voce senza paura di essere banali. Marcello è un poeta. Ha avuto il coraggio di dar voce a quella parte di sé che sa vedere l’invisibile e svelare i segreti del suo cuore. La sua poesia coglie sempre l’essenza di ogni cosa o persona su cui egli posa lo sguardo. È semplice, essenziale e proprio per questo, è straordinaria. Vincenzo Cardarelli scriveva: "Poesia potrebbe anche definirsi: la fiducia di parlare a se stessi". Questo è quello che ha fatto Marcello. In quest’anno scolastico in cui in classe abbiamo studiato la poesia, Marcello "ha vissuto la poesia". Ha cantato l’amore, la solitudine, la scuola, le persone che ama... e l’ha fatto fidandosi di sé, del sussurro della sua anima. . L’ANGOLO DELLA POESIA SOLO QUESTA POESIA di MARCELLO CANGINI UN UOMO E UNA DONNA Si costruisce una nave. Un uomo e una donna, quando viene la sera, quando viene il tramonto, mangiano, fanno una festa e cantano al chiaro di luna. Quando viene la luna, le stelle brillano sul mare. Poi, viene costruita la nave con legno, chiodi, vernice fresca e sulla nave dormono e si sentono bene. Poi arrivano ad una città, illuminata, accesa. Il faro girava per chiamare le navi. Cinque uomini entrano in un bar, affittano una nave per fare una vacanza. Vanno verso il tramonto e mangiano al chiaro di luna. Alla fine fanno festa con i fuochi cl'artifici0. IL MIO CAVALLO C’é un cavaliere di nome Marcello. Marcello é sul suo cavallo Raya passerà alla storia e dice a Raya: "I tuoi capelli si muovono al soffio del vento e galoppi in libertà, senza pensare". CADONO LE FOGLIE Vedi quell’albero laggiù? Cadono le foglie... sembrano palle di neve o stelle cadenti. Vedi il sole dietro l’albero? Sembra una palla di fuoco che scalda il mare di Rimini. Segui la strada fino ad un’altra città, Pietracuta, e guarda l’autunno. SOLO QUESTA POESIA Sei gentile, e dolce e tanto bella. Tu sei carina con me, mi accarezzi il cuore e il fondo delle lacrime. Vedo i tuoi occhi e, io, senza un fiato. Quando mi parli, non ho le parole. Senza respiro, senza voce, per te, solo questa poesia. È MAGIA Quando è amore è magia. Quando lei mi abbaglia e mi colpisce il cuore. è magia NELLA MIA ANIMA IL SOLE E IL VENTO Poesia é andare in fondo, in profondità, nella mia anima e tirare fuori quello che c’é: la poesia. Guarda il sole! Sembra che bruci i tuoi capelli. E il vento che fa? Ti porta via da me. 46 Vita di Club n. 2 SERVICE DON’T STOP BELIEVIN’ “Non smettere di crederci” è un brano dei Journey che gli X Prep ci hanno fatto ascoltare nel corso del loro meraviglioso concerto organizzato al Teatro Novelli dal Lions Club Rimini Malatesta il 15 marzo 2014. Lo prendiamo a prestito per la finalità del nostro service, il cui ricavato quest’anno è devoluto a Rimini Autismo Onlus. Il termine autismo deriva dal greco αὐτός (stesso) e allude al fatto che la persona affetta da autismo tende ad astrarsi dalla realtà per isolarsi in una sorta di "mondo virtuale", personale e chiuso. L’associazione offre un sostegno concreto alle famiglie che devono assistere una persona autistica, senza limiti d'età o di posizione geografica. Si propone di stabilire stretti rapporti con gli enti pubblici e l’Azienda Usl per promuovere la creazione di servizi diretti a garantire il miglior sviluppo possibile delle potenzialità delle persone autistiche, la loro autonomia personale e lavorativa, migliorare la qualità della vita dei familiari. Organizza corsi di formazione sul tema dell’autismo, convegni, conferenze, dibattiti e cura pubblicazioni al fine di promuovere l’informazione sulle caratteristiche dell’autismo. 1. IL SERVICE C ari amici del Club Lions Rimini Malatesta, anzitutto un grazie di cuore da parte di Rimini Autismo per aver scelto di destinare i proventi della bellissima serata del 15 marzo scorso dal titolo ‘Il viaggio senza fine del Rock and Roll’ alla nostra associazione. Un grazie particolare al Presidente, Lily Serpa, per l’impegno e la grande determinazione profusi per la miglior riuscita di questo significativo appuntamento e grazie anche a tutti i club Lions che, con grande senso di squadra, si sono stretti attorno a questa bella iniziativa. Merito del successo va sicuramente ai protagonisti, il gruppo X-Prep capitanato dal dottor Antonio Battistini, che ha voluto regalarci questo concerto, significativo non solo dal punto di vista artistico, come tributo alla storia del Rock & Roll, ma anche come opportunità, per la nostra associazione, di farsi conoscere meglio da tutti voi. A tal proposito vorremmo condividere alcune importanti novità che riguardano la nostra associazione e il lavoro che stiamo facendo sul territorio: proprio in queste ultime settimane Rimini Autismo è stata convocata a Roma, in Senato, per essere ascoltata, fra altre associazioni, in merito alle nuove proposte di legge in materia di autismo; un riconoscimento importante a livello nazionale che ci onora e ci dà grande soddisfazione; oltre ciò, Rimini Autismo è stata fra le associazioni premiate per la provincia di Rimini con il “Premio Marco Biagi - Il Resto del Carlino per la solidarietà sociale” al quale abbiamo partecipato con uno dei nostri progetti di accoglienza: Autismo Friendly Beach la prima rete europea di accoglienza turistica di persone con autismo, di cui in questi giorni e con partner territoriali istituzionali, partirà la seconda fase dei lavori. Questi successi non appartengono solo a Rimini Autismo, ma alla città di Rimini che, trasversalmente, ha creduto e si è impegnata in questi anni al nostro fianco non facendo mai mancare generosità e sostegno. E anche l’evento da voi promosso ne è un significativo esempio. La fiducia, il consenso e la collaborazione fattiva ricevuti dalle tante istituzioni e realtà pubbliche e private del territorio incentivano il nostro impegno e il nostro lavoro che ricordiamo essere finalizzato ad accogliere le famiglie di persone con autismo e tutelarne i diritti. Lavoriamo al fianco della struttura sanitaria occupandoci del benessere dei nostri ragazzi, favorendo l’accoglienza e la relazione fra famiglie che vivono ogni giorno la difficoltà di un impegno serrato e promuovendo progetti finalizzati a diffondere quanto più possibile cultura sull’autismo, quella che anche voi, con la vostra amicizia, ci aiutate a trasmettere e condividere. Grazie a tutti anche dal consiglio direttivo e dalle famiglie di Rimini Autismo. Il Presidente Enrico Maria Fantaguzzi 47 Vita di Club n. 2 2. IL CONCERTO Il concerto ha ottenuto un grande successo di pubblico e dato vita ad una importante gara di solidarietà tra sponsor, Lions delle due zone e comuni cittadini. La strepitosa band X-Prep è formata da Antonio Battistini (batteria e voce ‘cantante e narrante’), Marcello Raggini (chitarra e voce), Demis Ranocchini (basso), Sandro Serra (chitarra), Stefania Zanetti (voce) e Gian Luca Terenzi (tastiere). Tra gli artisti ospiti, eccezionali le performance del chitarrista Boris Casadei e del cantante Erik Tognarini. «Per la verità stasera al posto suo – ha raccontato Antonio Battistini - doveva esserci proprio Ligabue, solo che aveva la comunione di suo nipote e non è potuto venire, allora abbiamo chiesto ad Erik di sostituirlo, dato che tanto ha la voce che assomiglia a Ligabue più di Ligabue. Ci è venuto a costare un … botto, ma ne valeva la pena. Volevo ringraziare per avercelo concesso tutti i componenti del suo gruppo, che si chiamano “Gli stranieri” (li ho presi sempre in giro per ‘sto nome, poi ho pensato che noi ci chiamiamo xprep che è il nome di una purga, e ho smesso) e sono una tribute band di Ligabue, cioè fanno solo brani di Ligabue, come l’originale.» Ringraziamenti sono andati a tutti coloro che hanno collaborato: in particolare al grafico Alessandro Piras, ad Alessandra Urbinati dell’associazione Rimini Autismo, al regista Matteo Comini, al fotografo Pier paolo Pistone, a Michela Rotunno (make up costumista e motivatrice storica degli Xprep), a Matteo Pelliccioni, ai tecnici (fonico, tecnico delle luci, tecnici di palco, autore riprese video). SAGGIO “Il viaggio senza fine del Rock and Roll” racconta, attraverso brani e autori noti al grande pubblico, la storia di un genere musicale che ha emozionato generazioni di giovani in tutto il mondo. Vite, curiosità, aneddoti impensabili e tanto altro che ignoriamo è il tessuto di questo ‘viaggio’ suonato e raccontato, supportato da immagini e filmati rari, che fa rivivere all’ascoltatore i momenti salienti di un genere musicale che, a torto o a ragione, può essere definito ‘planetario’ e, almeno per il momento, immortale. di ANTONIO BATTISTINI D al giorno più o meno certo della nascita del Rock sono trascorsi oltre sessant’anni e su questo genere musicale non sembra che il sole debba mai tramontare. Dopo tutto questo tempo, ha ancora senso definirla una musica per giovani? Non è forse il caso di iniziare a chiamarla musica per tutti? Come nasce il Rock and Roll? È dei bianchi o dei neri? Chi ha scritto il primo brano di Rock and Roll? È un genere americano o inglese? La vera chitarra è Fender o Gibson? Meglio Beatles o Rolling Stones? Il Punk è morto? Queste ed altre sono le domande alle quali abbiamo inteso dare risposta attraverso un concerto che è anche un saggio sulla musica Rock, un documentario nel quale trovano posto e si completano, immagini, note e parole. STATUS QUO Molte volte, nel fare ricerche sui vari artisti, mi sono ritrovato a pensare quanto l’Italia sia sempre stata completamente ai confini del mondo quanto a conoscenza musicale. È vero che spesso si tratta di artisti resi celebri da un unico brano o poco più, con carriere magari brevi, come i Sonics, i Free, la Steve Miller Band, ma sono certo che anche a proposito degli Status Quo pochi sanno qualcosa. Questo gruppo è stato fondato nel 1962 in Inghilterra da un inglese, il bassista Alan Lancaster, e dal chitarrista di origini italiane Francis Rossi. Ebbene questa storica band di R&R britannica può essere considerata la band dei record, ve ne cito solo alcuni: 120 milioni di dischi venduti, per cinquant’anni di fila ha avuto sempre almeno un suo brano in classifica nelle top 20 inglesi e addirittura sempre un album fra i primi 10 nelle top ten del Regno Unito, il maggior numero di singoli piazzati nelle classifiche inglesi, 67 dal 1960 ad oggi (per intenderci più degli U2), il maggior numero di concerti dal vivo (circa 7000), il maggior numero di apparizioni televisive, il maggior numero di concerti nella prestigiosa Wembley Arena di Londra. È stato anche il primo gruppo rock della storia al cui concerto hanno preso parte membri della famiglia Reale; il 21 settembre del 1991 la band tiene 4 concerti in 4 città differenti della Gran Bretagna in 11 ore e 11 minuti, tanto che, dai che te dai, nel 1997 al chitarrista Rick Parfitt viene 48 Vita di Club n. 2 un infarto durante un concerto. Sottoposto ad un intervento chirurgico, dopo tre mesi è di nuovo sul palco in uno storico concerto a Norwick. Tutti questi successi sono ancora più impressionanti, se si considera che sono record ottenuti avendo come concorrenti casalinghi in quegli anni, personaggi e gruppi come Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Who, Queen, David Bowie, Elton John, solo per citarne alcuni. Nel gennaio 2010, come riconoscimento per gli infiniti meriti musicali, i due membri storici del gruppo Rick Parfitt (quello dell’infarto) e Francis Rossi (quello di origini italiane, dei due è quello biondo), sono stati insigniti dalla Regina Elisabetta in persona del titolo di ufficiali dell’ordine dell’Impero Britannico per meriti musicali. In programma abbiamo messo due loro super classici: Rockin all over the World del 1977, con il quale aprirono come primo brano e primo gruppo lo storico Live Aid del 1985 seguito in diretta da oltre 300 milioni persone, e Down down del 1975. Per la verità Rockin all over the world è di John Fogerty, storico cantante e chitarrista dei Creedence Cleerwater Revival, dei quali avevamo già parlato e suonato qualche anno fa Proud Mary, solo che quando J. Fogerty lo pubblica nel suo primo album solista, nel 1976, come si dice per essere fini, non se lo caga nessuno; il brano piace agli Status Quo, che lo arrangiano e lo inseriscono in un loro album, e nel 1977 ne vendono subito 7 milioni di copie. ROBERT PALMER Il 26 settembre 2003 a 54 anni, muore per attacco cardiaco, in un hotel a 5 stelle sugli Champs Elysées, Robert Palmer; come direbbe qualcuno, è morto con stile come è sempre vissuto. Robert Palmer è uno di quegli artisti, apparentemente di secondo piano, che in realtà hanno avuto una carriera costellata di successi e gratificazioni. Suona tutti gli strumenti, è infatti chitarrista, bassista e tastierista, ha ricevuto per due volte il Grammy Award come miglior voce maschile nel 1987 e nel 1989, premio vinto prima di lui per esempio da Bob Dylan, Bruce Springsteen e Michael Jackson; nel 1987 lo vince col brano Addicted To love, che abbiamo fatto qualche hanno fa, poi reso ancor più famoso da Tina Turner che ne fece un suo cavallo di battaglia, ed in quell’occasione batte concorrenti come John Fogerty (quello di Rock’n all lover the world degli Status Quo di prima), Peter Gabriel e Billy Idol, ma, quando vince nel 1989, si lascia alle spalle addirittura Erick Clapton, Jo Cocker e Rod Stewart. Nel 1990 la rivista “Rolling Stones” lo nomina Best Dressed Rock Star, la rock star più elegante, in quanto oltre essere bravo a suonare e cantare, Palmer è anche un figo. Dal ‘76 al ‘94 è sempre stato in classifica in America, Australia ed Inghilterra, vincendo 5 dischi di platino e 4 d’oro. Uno dei suoi brani di maggior successo è Johnny and Mary del 1980 e, come tributo al grande artista scomparso, gli Status Quo, nel 1996, includono in un album di riarrangiamenti di brani a loro cari di grandi artisti come Beach Boys, Chuck Berry, Beatles, proprio questo brano di Robert Palmer, a testimonianza del suo valore. Il brano che si intitola “Bad case of lovin you”, del 1979, è molto famoso all’estero (ovviamente poco da noi). Lo abbiamo scelto al termine di un accurato lavoro di ricerca che si è svolto così: è entrato Demis in sala prove e ci ha detto “o ragazzi, ho sentito un pezzo alla radio che è una figata, è di Robert Palmer, mi sa che si intitola tipo Doctor doctor”, e in effetti si intitola anche così. PIECE OF MY HEART In questo caso mi ritrovo a dover fare, più che in altre occasioni, la storia del brano più che dell’artista. Quando la Stefania ha espresso il desiderio di scegliere “Piece of my heart” di Janis Joplin, le abbiamo fatto notare che di Janis Joplin avevamo già parlato, quindi il brano non si poteva fare, dato che, avendo a disposizione tutti i brani e gli artisti degli ultimi 60 anni, l’assortimento non mancava e si poteva non ripetersi. A nessuno era passato in mente che il brano più famoso di Janis Joplin non fosse di Janis Joplin, poi mi sono messo a cercare ed ho scoperto la prima versione del brano, precedente di un anno a quella di Janis Joplin, e l’interprete era, udite udite, miss Erma Franklin, sorella di Aretha Franklin, che tentava con questo brano la carriera solista dopo aver fatto da corista alla sorella famosa, ma la cosa si concluse lì. Il brano venne riproposto l’anno successivo dal gruppo Big Brother and the holding Company, che aveva Janis Joplin come cantante e da quel momento diventa per tutti un suo brano. Andando a spulciare, però, è risultato che il brano non è né dell’una né dell’altra, ma del quasi sconosciuto e sfortunato Bert Berns, autore anche niente po’ po’ di meno che di Twist and Shout resa famosa dai Beatles. Bert Berns, immigrato ebreo russo, contrae la malattia 49 Vita di Club n. 2 reumatica da bambino, durante i continui trasferimenti della sua famiglia estremamente povera, e, nonostante la salute cagionevole che lo porterà alla morte per insufficienza cardiaca a soli 38 anni, intraprende fin da giovane la carriera di musicista; viaggia molto e lavora per tanti artisti famosi, fra i quali anche Salomon Burke assieme al quale produce Everybody needs somebody to love, diventata poi celeberrima anni dopo grazie al film “The blues brothers”. Pensate quanta strada si fa partendo da una certezza sbagliata. Tra l’altro, questo brano sembra aver ispirato l’autore di un altro brano famoso che faremo tra poco. Viene da pensare quanto altro avrebbe potuto fare questo oscuro e fragile musicista, oscuro forse per noi, ma non per i Led Zeppelin che dedicarono il loro brano “Baby come on home” come loro tributo a Bert Berns. Detto questo, il brano rimane un successo di Janis Joplin, e dato che la Stefania quando si parla di Janis Joplin tende a cantarne due al prezzo di uno, ripropone anche una vera canzone di Janis Joplin, “Mercedes Benz”. VAN HALEN - TWISTED SISTER - BON JOVI Gli anni 80 sono stati spesso sbolognati dalla critica, in ambito artistico in senso lato, ovvero cinematografico, letterario e musicale, come anni di plastica, ovvero anni inconsistenti e futili. In ambito rock, per rimanere a noi, proprio in quegli anni esplose per un periodo di qualche anno, una corrente musicale definita “hair metal”, forse in relazione alle capigliature cotonate degli artisti, che era probabilmente l’apoteosi di quello che i denigratori degli anni ‘80 intendevano per anni di plastica. La scena dell’hair metal era concentrata principalmente in California ed in particolare a Los Angeles. Fra gli esponenti di spicco di questo genere c’erano tre gruppi che si spartivano il pubblico di appassionati, Van Halen, Bon Jovi e Twisted Sister. Gli appassionati della tecnica musicale seguivano Van Halen, gruppo fondato dai fratelli Alex ed Eddie Van Halen appunto, di origini olandesi. Alex Van Halen inizia suonando la chitarra ed Eddie la batteria, ma dopo un po’ decidono di scambiarsi gli strumenti, e questa risulta una scelta azzeccata dato che Eddie Van Halen diventa uno dei più grandi chitarristi della storia del rock, inventando un nuovo modo di suonare la chitarra, ed apportando addirittura modifiche costruttive alla struttura della celebre chitarra Fender Stratocaster modificata da lui con particolari accorgimenti tecnici. Il cantante del gruppo è David Lee Roth, a metà fra cantante e belloccio del gruppo, ed acrobata, buffone pagliaccio, celebre per le sue performance atletiche durante i concerti. Mentre per il pubblico femminile il sogno di tutte le adolescenti era senza dubbio Jon Bonjovi, cognome vero Bongiovanni, famiglia originaria di Sciacca in provincia di Agrigento. Bonjovi fonda il gruppo omonimo nel 1983, e grazie al suo aspetto avvenente, ma diciamo la verità anche per le doti vocali non comuni, diventa rapidamente un’icona dell’hair metal. Col senno di poi, a distanza di 30 anni, le adolescenti di oggi si chiederanno come potesse diventare una icona sexy un tamarro del genere, ma vi assicuro che all’epoca, quando c’era di mezzo lui non ce n’era per nessuno. In ogni caso questo signore col suo gruppo ha venduto 130 milioni di dischi, ha effettuato oltre 4000 concerti nel mondo per oltre 35 milioni di fan. E adesso arriviamo ai veri fenomeni di questo super trio ovvero i Twisted Sister; i loro fan non sono né amanti dei virtuosismi alla Van Halen, né dei fotomodelli alla Bon Jovi, questo è il gruppo più ruspante e i suoi fan non bevono meno di tre litri di birra a concerto, vestono come i cani, e alla fine dei concerti raramente riescono a trovare la strada di casa. Del fantastico cantante dei Twisted Sister, Dee Snider, bisogna apprezzare la … delicatezza del look, come anche quella del loro bassista Mark “the animal” Mendoza. Ma, come sempre succede in questi casi, l’abito non fa il monaco: questo gruppo ha avuto come gruppo supporter dei loro concerti, i Metallica, ed ha avuto come ospiti nei loro dischi Alice Cooper, Brian Setzer e Billy Joel, loro grandi fan da sempre. Il brano dei Twisted Sister prescelto, “Where not gonna take it”, è stato nel 1984 fonte di forti contestazioni per i suoi contenuti scandalosi e diseducativi. Rivista la cosa a distanza di trent’anni, fa quasi tenerezza, oggi una cosa così la trasmetterebbero su Disney Channel. Dei Van Halen proponiamo “Jump” del 1984, definito dalla critica il loro vero brano hair metal, l’unico brano dei Van Halen che raggiunse il primo posto in classifica, e caratterizzato dall’avere una gran parte del brano basata sulle tastiere, in un gruppo senza tastierista. Dei Bon Jovi, che invece non han fatto altro che collezionare primi posti in classifica, premi, 50 Vita di Club n. 2 riconoscimenti, dischi d’oro e di platino, scegliamo un brano un po’ meno conosciuto del ‘93, “In these arms”, quando sia come look che come arrangiamenti si erano sgrezzati un bel po’. Vi invito, come per i Journey, a guardarvi il film “Rock Of Ages”, dove l’argomento in questione è trattato in maniera fantastica. STEVE MILLER BAND La cosa che mi ha colpito di più nella storia di Steve Miller, fondatore della Steve Miller band, è stata che le sue prime lezioni di chitarra gli furono impartite a soli cinque anni da un amico di famiglia, solo che l’amico in questione era nientemeno che il signor Les Paul, il creatore della Gibson Les Paul, forse la chitarra più famosa al mondo assieme alla Fender stratocaster, per intendersi le due chitarre di Sandro. Dicono che ancora oggi quando compone, Miller usi le tecniche tramandategli dal vecchio Les Paul. Il successo vero per Steve Miller arriva nel 1973 con il celebre album The Joker, che ottiene un enorme successo grazie all’omonimo brano che faremo tra poco, il quale oltre essere entrato nella imperitura leggendaria classifica dei 100 brani più famosi della storia, ottiene anche dalla rivista “Rolling Stones” il riconoscimento come copertina del disco fra le 100 migliori di tutti i tempi. E qui, se devo proprio essere sincero non sono tanto d’accordo, questo mi pare un po’ Cristiano Malgioglio per la notte di Halloween, soprattutto guardando qualche altra copertina in questa classifica. Una caratteristica del brano è quella di utilizzare per la chitarra la tecnica detta “bottleneck”, ovvero del collo di bottiglia, in ricordo di quando all’inizio del 1900, i musicisti più poveri utilizzavano appunto un collo di bottiglia per ottenere un effetto in gergo “glissato”, facendolo scorrere sulle corde della chitarra. L’origine di questo accessorio è quasi sicuramente africana; importato in America dagli schiavi, veniva utilizzato per suonare uno strumento a corda molto simile a questi, che presero il nome inglese di “Diddley bow”. Non a caso questa tecnica era diffusissima fra tutti i bluesman afroamericani. L’oggetto successivamente realizzato prevalentemente in acciaio, poi più comunemente chiamato slide, viene ancora realizzato anche in vetro, e soprattutto quello in vetro è il più amato dal nostro chitarrista Caio, che ne compra regolarmente uno alla settimana, lo appoggia per terra vicino alla pedaliera della chitarra, lo pesta sbriciolandolo, e la settimana dopo lo ricompra nuovo. Alla fine ci siamo rassegnati al fatto che, lo slide, Caio è più bravo a pestarlo che ad usarlo, ed abbiamo chiesto aiuto ad un grande chitarrista di darci una dimostrazione magistrale di come si usa questo accessorio, il mitico Boris Casadei. In merito al brano scelto, “The Joker”, con tutto il rispetto per Steve Miller, non posso esimermi dal dire che le somiglianze con Piece of my heart del bravo Bert Berns, sono davvero tante, e non ci stupiremmo se fra i grandi estimatori di Berns, oltre ai Led Zeppelin, ci fosse anche Steve Miller. SONICS Il brano “Have love will travel” è stato reso famoso dai Sonics, uno dei complessi più originali e violenti del garage-rock dell’inizio anni ‘60 in America. Il garage rock era una forma di R&R più grezza ed aggressiva, nata come evoluzione della musica statunitense degli anni ‘50 e rappresenta un genere di svolta nell’evoluzione del rock, in quanto è ritenuto anticipatore del Punk. La cosa davvero strana di questo brano simbolo del genere e di un altro brano, pietra miliare anch’esso del garage rock, “Louie Louie”, reso famoso da un altro gruppo storico del genere, i Kingsmen, è che entrambi sono di un compositore della Louisiana, Richard Berry, pianista e seguace del genere definito Doo-Wop, per intenderci il genere dei Platters, quindi il più lontano immaginabile da quello dei Sonics. Il loro cantante Gerry Roslie passò alla storia per le urla maniacali ed il sassofonista Rob Lind perché sfasciava più di un amplificatore a concerto, tenendo volutamente il volume al massimo per provocare la distorsione del suono. Have love will travel, a onor del vero deve il suo successo però proprio ai Sonics, e proprio grazie a loro è diventata un grande classico del genere e della musica americana, tanto che Bruce Springsteen l’ha proposta nel suo tour Tunnel of love Express. Ne è stata proposta una versione anche da James Belushi e Dan Aykroid. JOURNEY Una delle più prestigiose riviste musicali degli Stati Uniti ha definito i Journey, uno dei gruppi americani più amati e talvolta odiati di genere pop rock commerciale. Come già visto prima per gli Status Quo, non sto neanche a risottolineare come gruppi musicali assolutamente celebri nel mondo siano 51 Vita di Club n. 2 praticamente sconosciuti da noi. Anche nel caso dei Journey, potrei rifarvi l’elenco dei milioni di dischi venduti (75), dei dischi d’oro di platino e di diamante vinti nella loro carriera ultra trentennale, del numero di piazzamenti ai vertici di tutte le classifiche, ma voglio parlarvi soprattutto del brano prescelto “Don’t stop believin”, ovvero “Non smettere di crederci”, uscito nel 1981, che ha già nel titolo l’essenza dello spirito americano per antonomasia. Questo brano, secondo me davvero splendido, è entrato così in profondità nella cultura musicale e nel sentire degli Americani, che da oltre trent’anni viene utilizzato a mani basse in ogni occasione, che si tratti di film, show televisivi, videogame o telefilm. In pratica i Journey sono entrati nella cultura popolare degli Stati Uniti; adorati da Mariah Carey che ne ha pubblicato una cover, più volte utilizzati e citati ne “I Simpson”, nella serie de “I Soprano”, della serie “Dr. House”, vengono nominati e gli viene praticamente dedicata un’intera puntata nella seconda serie del telefilm “Scrubs”, vi confesso il mio telefilm preferito, che addirittura intitola la puntata “Il mio viaggio” in lingua originale “My Journey” appunto, e per tutta la puntata, il personaggio principale della serie J.D., oltre a citare continuamente i Journey come suo gruppo preferito, ha in sottofondo e come sigla finale proprio “Don’t stop believin”, che ritroviamo anche nella serie cult attuale dei teenager “Glee”, assieme ad altri successi dei Journey. Per chiudere un omaggio coi fiocchi ai Journey e al mai abbastanza apprezzato rock degli anni ‘80, lo ritroviamo nel film “Rock of Ages”, che vi invito caldamente a vedere se ve lo siete perso, dove uno strepitoso Tom Cruise, nei panni di una rock star di quegli anni, chiude il film cantando in uno stadio strapieno di fan in delirio, proprio Don’t stop believin dei Journey. CHUCK BERRY Quest’uomo, a detta di molti, è colui che ha inventato il R&R ed è stato fonte di ispirazione e riferimento principale per Beatles, Rolling Stones, AC DC e Status Quo: Chuck Berry, nato a S Louis nel 1926. A differenza di tanti suoi coetanei di colore dell’epoca, Chuck Berry non viveva in un ambiente disagiato, crebbe in un quartiere di St Louis dove abitava gente del ceto medio, e suo padre era un imprenditore e diacono della chiesa battista; quindi la sua posizione sociale abbastanza agiata gli diede la possibilità di coltivare la passione per la musica in giovane età, e così a 18 anni riuscì a fare la sua prima apparizione pubblica. Nonostante questo Chuck Berry era un vero delinquente d’animo. Tre anni dopo venne arrestato ed incarcerato per la prima volta, per rapina a mano armata, dopo aver rapinato tre negozi di Kansas City, e rubato un’auto, ma era già talmente svergognato (come direbbero a Napoli), che cercò di giustificarsi dicendo che la pistola era non funzionante e scarica, e si era visto costretto a rubare un’auto dopo le tre rapine, perché quella che stava usando per scappare si era rotta. In ogni caso a vent’anni era già in riformatorio. Alla fine degli anni ’50, all’apice del successo, viene arrestato per aver avuto rapporti con una quattordicenne che lavorava in un locale di sua proprietà e si prende cinque anni di prigione e 5000 dollari di multa; in questa occasione si giustifica definendo la condanna razzista, ottenendo uno sconto di pena. Negli anni successivi viene condannato in ordine per: evasione fiscale, per possesso di marijuana (molta), e addirittura, e questa è la più bella, per aver installato nel bagno di un locale di sua proprietà, una telecamera nascosta per spiare le signore che usavano la toilette. Per quest’ultima trovata pagò un risarcimento di 1 milione di dollari. In ogni caso Chuck Berry va preso così com’è, e, che lo si voglia o no, gli va riconosciuto di essere il R&R. Il suo brano “Johnny B. good” è stato inserito tra i documenti portati nello spazio dalla sonda Voyager 1 come esempio della musica pop del genere umano, i suoi R&R music e “Roll over Beethoven” furono incisi entrambi dai Beatles. La canzone dal titolo “Surfin USA”, con la quale i Beach Boys scalarono le classifiche americane, in realtà era un plagio di una sua canzone dal titolo “Sweet little sixteen”, tanto che poi i Beach Boys gli dovettero risarcire 1 milione di dollari. Il 1 giugno del 1979, su richiesta del presidente Jimmy Carter, Chuck Berry fu chiamato ad esibirsi alla Casa Bianca. Anche in tempi più recenti, Quentin Tarantino, nel film “Pulp Fiction”, ha utilizzato la sua canzone “You never can tell” nella celebre scena della gara di ballo interpretata da John Travolta e Uma Turman. John Lennon una volta disse: “Se vuoi provare a dare un altro nome al R&R puoi chiamarlo Chuck Berry”. In ogni caso eccolo sempre qua, in questa foto con la chitarra che più lo rappresenta, la Gibson ES 335 Cherry red, e, dato che il mondo è piccolo, qui siamo al 52 Vita di Club n. 2 Jambooree Summer festival di Senigallia nel 2011 e il nostro amico ha 85 anni. SEX PISTOLS Il 10 marzo del ‘77, in una cerimonia, tenuta all’esterno di Buckingam Palace, per la stampa, il gruppo Punk dei Sex Pistols, dopo due anni di gavetta, firma un vero contratto discografico con la A&M records. Poco dopo, nella sede della casa discografica, il bassista del gruppo Sid Vicious, all’atto della firma ufficiale, in piena overdose di eroina, pensa bene di vomitare sulla scrivania del produttore. Sei giorni dopo i Sex Pistols sono di nuovo senza contratto. A maggio trovano un’altra etichetta discografica, e il 27 maggio ‘77, in occasione delle nozze d’argento della regina Elisabetta, pubblicano il singolo “God save the Queen”, un attacco feroce alla monarchia, che provoca un’ondata di ribellione in Inghilterra, tanto da essere bandito dalla BBC che proibisce di mandarla in onda, e molti negozi si rifiutano di vendere il disco. Nonostante ciò, il pezzo arriva in cima alle classifiche, il disco vende moltissimo, e dato che ai Sex Pistols viene proibito di suonare il brano in pubblico, questi affittano una barca sul Tamigi e cercano di suonarla davanti a Westminster. Tutta l’attività musicale dei Sex Pistols, che si è sviluppata dal ‘75 al ‘79, è stata un succedersi di scandali ed eccessi, continue risse e atti di autolesionismo del bassista Sid Vicious sul palco, che arriva ad incidersi sul torace col rasoio la scritta “Datemi un narcotico”, continuando a suonare sanguinante per tutta la serata. La loro breve storia si conclude col suicidio per overdose dello stesso Sid Vicious a 21 anni. Il loro equivalente oltreoceano erano i Ramones, dei quali avevamo già parlato tre anni fa come i pionieri del genere Punk, che nel ‘76 vengono definiti da un famoso critico musicale inglese “salvatori del R&R”, e, in quegli anni vendono molto più in Inghilterra che in America. Durante il loro primo concerto in Inghilterra, i Ramones incontrarono dei loro fan che facevano musica, erano membri dei Sex Pistols e dei Clash. I Ramones sono stati realmente i padri del Punk Rock, di loro abbiamo già lungamente parlato, e quel genere bistrattato come troppo crudo e semplice, magari assolutamente lontano da qualsiasi virtuosismo e con poche capacità tecniche, è stato ed è assolutamente fonte essenziale di ispirazione per tutti quelli che sono venuti dopo, per loro stessa ammissione: Green Day, Metallica, Offspring, Red-Hot-ChiliPeppers, Oasis, Guns&Roses, Nirvana, Simply red, fino a Bono degli U2. Bono alla premiazione agli MTV Awards del 2001 ha dichiarato: “Senza i Ramones molte band non sarebbero mai nate, tra queste sicuramente noi”. In successione proponiamo “I wanna be sedated” dei Ramones del 1978, considerata dalla rivista Rolling Stones una delle 500 migliori canzoni di tutti i tempi, al 144° posto; dei Sex Pistols “God Save the queen” al 173° della medesima classifica. Sempre nel settore curiosità, il batterista dei Ramones, Marky Ramone, è un grande goloso, eccolo fotografato al Sigep di Rimini assieme al presidente della provincia Stefano Vitali. ELTON JOHN Reginal Kenneth Dwight, meglio conosciuto come Elton John. Probabilmente, negli scorsi spettacoli, solo due volte mi è capitato di parlare di due superstar soliste a questo livello come popolarità, Michael Jackson e Madonna, però, nessuno me ne voglia, rispetto a questi due, come spessore artistico-musicale Elton John è qualche gradino al di sopra, diciamo 2 o 300. A tre anni i genitori lo trovano sempre al pianoforte intento a suonare ad orecchio i pezzi che sente alla radio e si sentono quasi costretti a mandarlo a lezione di pianoforte già a sei anni. Ad undici anni riceve una borsa di studio per la prestigiosa Royal Academy Music di Londra, e di lui un insegnante ricorderà un aneddoto, di quando, dopo avergli fatto ascoltare un brano di Hendel lungo quattro pagine, se lo vide risuonato immediatamente a memoria come un disco dal giovane allievo. Ma il sogno nel cassetto di Elton John è in realtà il R&R, i suoi riferimenti musicali sono Little Richard e Jerry Lee Lewis, artisti che avevano introdotto il pianoforte nel rock, fino al loro avvento sulle scene monopolizzato unicamente dalla chitarra elettrica. Decide quindi di impegnarsi come compositore di musica rock e, dopo innumerevoli tentativi che vanno all’incirca dal 1962 al 1967, nel giugno del 1967, avviene l’incontro magico che cambierà la sua vita e inciderà profondamente anche nella storia della musica. In quell’anno infatti si incontra con l’autore Bernie Taupin, e, da quel momento, i due danno inizio ad un sodalizio 53 Vita di Club n. 2 umano e professionale che ci regalerà i più bei brani di Elton John. Per fare un paragone a casa nostra, l’esempio perfetto è la coppia BattistiMogol. Dalla fine degli anni ‘60 a tutti gli anni ‘70 i due cavalcano un successo travolgente ed assolutamente meritato. Elton John, inizialmente timido ed introverso, trova la sua dimensione sul palco, tanto da diventare celebre per i suoi abbigliamenti pazzeschi, ma anche e soprattutto per una tecnica pianistica senza pari. Anzi per la verità dall’altra parte dell’oceano qualcuno al suo livello c’è, si chiama Billy Joel; i due si stimeranno e si stimano per tutta la vita, tanto che qualche anno fa hanno fatto una tournée assieme nella quale si sono scambiati i repertori cantando l’uno il repertorio dell’altro. Volevo fare un pezzo anche di Billy Joel, ma sono stato boicottato da quei bastardi dei chitarristi. Il risultato di questi anni di successi sono quasi mezzo miliardo di dischi venduti. Per i suoi meriti artistici ed umanitari (la sua fondazione no profit per la ricerca sull’AIDS ha finora raccolto 150 milioni di dollari) Elton John ha ricevuto nel ‘96 il titolo di commendatore dell’eccellentissimo ordine dell’Impero Britannico e nel ‘98 il titolo di Cavaliere dalla Regina Elisabetta per i servizi resi alla musica e cultura inglese. Nel 1998 la Royal Academy Music di Londra lo ha accolto come membro onorario, privilegio concesso in precedenza a Listz, Mendelsonn e Strauss. È stata la prima rockstar europea ad esibirsi in Unione Sovietica nel 1979 e, pur avendo avuto un apparente calo di popolarità verso la fine degli anni ‘70, il 13 settembre del 1980 si esibisce in uno storico concerto al Central Park di New York con un improbabile vestito da Donald Duck davanti ad un pubblico di mezzo milione di spettatori, a dimostrazione del fatto di essere ormai nell’Olimpo indiscusso dei grandi. Adora l’Italia tanto da aver comprato una palazzina del XV secolo all’isola della Giudecca a Venezia ed è a sua volta amato dai cantautori italiani che gli hanno plagiato le canzoni, in particolare De Gregori con “La leva calcistica” del ‘68 che ha una linea melodica identica a “The Greatest discovery”, ed Umberto Tozzi che ha utilizzato la parte iniziale di “Saturday Night Alright for fighting” (il brano che interpretiamo) per la sua Gloria (non penso che lui sappia neanche chi siano ‘sti due). L’unica artista italiana che ha avuto l’onore di esibirsi con Elton John è Giorgia, da lui definita una delle più belle voci del mondo. CURE I Cure, ed in particolare Robert Smith, fondatore ed anima del gruppo, rappresentano secondo me più di chiunque altro, l’inquietudine di una generazione di artisti, che si è trovata a vivere e maturare negli anni ’80, quando tutti i grandi miti ed i grandi movimenti di opinione erano tramontati. Erano finiti tutti i riferimenti e con loro si stavano esaurendo tutte le grandi spinte ideali. Non a caso Robert Smith vive questo disorientamento come un incubo senza fine diventando uno dei portabandiera ed inventori del look e dello stile musicale che prenderà il nome di Dark. Al suo modo di vestirsi e di truccarsi si ispirerà Tim Burton per il personaggio di “Edward mani di forbice”, e più recentemente Paolo Sorrentino in “This must to be place” per il personaggio interpretato da Sean Penn. Da ottimista nato, Robert Smith dichiarava che il suo sogno era diventare uno scrittore famoso e suicidarsi a 25 anni. Poi, dopo le prime esperienze musicali a fine anni ’70 col punk, diventa musicista, un grande musicista eroinomane di successo, cambia idea, si disintossica, e adesso è un maturo trippone simpatico che continua a fare concerti sempre truccato alla sua maniera. Il 10 gennaio del 1997 corona il suo sogno di suonare con David Bowie, e lo fa proprio per il 50° compleanno del Duca bianco, che considera tuttora un suo riferimento ed è a sua volta considerato da David Bowie uno dei più grandi geni musicali degli ultimi decenni. Gli anni ‘80, a detta di molti critici musicali, pur essendo stati avari di grandi innovatori, hanno prodotto tre gruppi degni di nota gli U2, i Depeche Mode ed i Cure. In particolare Depeche Mode e Cure sono ancora oggi dopo più di trent’anni grande fonte di ispirazione per tanti giovani, e cosa miracolosa, i loro brani di allora sono nella cultura musicale degli adolescenti, a differenza di un decennio di musica, quello appunto degli anni ‘80 finito per la maggior parte nel dimenticatoio. Per il momento il nostro viaggio senza fine del R&R finisce qua, a cavallo degli anni 90, pensiamo ci siano ancora una infinità di storie da raccontare, e chissà non ci si possa trovare assieme un’altra volta per raccontarcene un altro po’. 54 Vita di Club n. 2 CURIOSITÀ ALVISIANE UN COGNOME, UNA SORPRESA “La sorgente più copiosa dei cognomi è il soprannome” (Giovanni Flecchia, glottologo). di MARIO ALVISI Montiano. Q uando cerchi una cosa nel suo posto generalmente non la trovi. E allora cerchi, ricerchi, metti tutto sotto sopra, e sfogli, come nel mio caso, ogni raccoglitore. Cercavo il nome di un noto personaggio riminese. Ma durante questa ricerca mi imbatto sorprendentemente nel mio cognome: GEPI ALVISI (1921). Il mio cognome! Non conosco il personaggio. Allora lascio immediatamente perdere la ricerca che sto facendo e mi soffermo sulla nuova scoperta. Le origini della mia famiglia sono nel Cesenate, più precisamente a Montiano, borgo sulle colline fra Gambettola e Cesena, che risale al periodo longobardo e che nel 1566 passò ai Malatesti di Roncofreddo e nel 1639 agli Spada di Bologna. Perciò non pensavo di trovare un Alvisi a Rimini prima della venuta dei miei genitori che vi si trasferirono, per motivi di lavoro, negli anni trenta del secolo scorso. Siamo sempre stati convinti che fosse la prima famiglia nel riminese con il nostro cognome. Infatti, sull’elenco telefonico siamo restati a lungo solo noi. Invece … Invece la scoperta: il nostro cognome esisteva già prima del nostro arrivo a Rimini e apparteneva ad un certo Gepi Alvisi. “Carneade, chi era costui?” – ruminava tra sé e sé il don Abbondio di manzoniana memoria e io ho fatto la stessa cosa … non avendo mai sentito parlare di questo personaggio. Poi scopro che doveva essere noto a Rimini se Manlio Masini (l’attuale direttore della rivista “Ariminum”, storico e scrittore del nostro territorio) ne ha tratteggiato il profilo nella rubrica “Le Persone – Personaggi noti e meno noti tra ‘800 e ‘900 alla ribalta riminese”, del periodico Il Ponte. Masini così racconta: «I fascisti a Rimini fanno il loro ingresso ufficiale domenica primo maggio 1921. Sono una ventina e arrivano da Bologna come scorta ad un treno. Non trovandone un altro per il ritorno, causa lo sciopero di molti macchinisti, anziché rimanere in stazione ad aspettare, decidono di fare un giretto per la città. Camicie nere, pantaloni grigioverdi, stivaloni, cinture, manganelli, qualche medaglia al petto, procedono cantando a squarciagola. Al comando della squadra c’è Gepi Alvisi del direttorio bolognese; conosce Rimini perché d’estate frequenta la marina. Dopo aver tanto letto e tanto parlato di fascisti, finalmente anche Rimini li incontra e li sente; non che in città non ce ne siano – il fascio si è costituito da un mese – ma quei pochi che si conoscono sono persone ‘normali’, borghesi con tanto di giacca e cravatta. Manco se lo sognano di andare in giro per le strade a cantare: ‘All’armi siam fascisti / terror dei comunisti’. Curiosità d’obbligo, quindi, ma anche molto spavento stando alle cronache dei giornali del tempo. ‘La Riscossa’, infatti, molto dura nei confronti dei ‘rossi’ fa notare come questi, al passaggio dei ‘neri’, abbiano ‘chiuso ermeticamente porte e finestre, in preda ad un delirium tremens di marca fascista’. E, per dar risalto alla fifa di certi rivoluzionari nostrani, fa una statistica sulla esposizione delle bandiere. ‘L’anno scorso per la festa del 1° maggio – scrive il quindicinale repubblicano – varie bandiere rosse sventolavano al sole delle finestre di abitazioni ... socialiste. Quest’anno quelle bandiere sono rimaste sotto la polvere in pasto ai tarli’. Anche il giornale del ‘pipi’ (partito popolare), L’Ausa del 7 maggio 1921, insiste sul ‘terrore’ dei socialisti. Una giornata, scrive, che si è risolta senza ‘nessun incidente grave, tranne un po’ di corsa di resistenza fatta fare a qualche bolscevichino, che aveva protestato contro la pretesa provocazione fascista’. Un primo maggio insolito, dunque, un po’ folcloristico e rumoroso, ma tutto sommato tranquillo. D’altronde la vita politica a Rimini, fino a questo momento si è mantenuta nei limiti della polemica verbale, magari grossolana, ma priva di quegli eccessi di violenza che hanno investito altre città dell’ Emilia-Romagna. 55 Vita di Club n. 2 In agosto, quando Gepi Alvisi ritorna in vacanza, il clima è cambiato. Aggressioni, rappresaglie e morti di entrambe le fazioni sconvolgono la pacifica vita riminese e sembra che non rispettino neanche la stagione dei bagni. Un nucleo comunista di Arditi del popolo (‘sovversivi’ li definisce Germinal del 20 agosto 1921) riconosce Gepi Alvisi tra i bagnanti dell’albergo Ostenda nei pressi della chiesa dei salesiani. L’imboscata che gli preparano scatta domenica 14 agosto verso le quattro del pomeriggio. Quel giorno e a quell’ora, nonostante la pioggia, dalla strada litoranea alcuni comunisti chiamano a gran voce Gepi Alvisi invitandolo ad uscire dall’albergo. Insieme con il bolognese c’è l’amico Ambrosini: ha la pistola. I due, spavaldi, accettano la provocazione. Appena fuori vengono circondati da una sessantina di individui ‘sbucati dalle siepi vicine’. Sono armati e cominciano a sparare. Gepi Alvisi, colpito alla natica sinistra, impreca contro la malasorte. L’amico, riferisce L’Ausa il 20 agosto 1921, continua da solo a tenere ‘testa ai comunisti’ che in breve tempo si dileguano. Aiutato, poi, da tre ‘camerati’ in vacanza nell’hotel Villa Amati, l’Ambrosini parte, in macchina, alla caccia degli aggressori che però non trova. In compenso, riferisce Germinal il 3 settembre 1921, vengono bastonate ‘diverse persone estranee ad ogni lotta politica’. Gepi Alvisi, incerottato, interrompe il soggiorno riminese. Il viaggio in treno di ritorno a Bologna è molto scomodo; l’imbarazzante ferita lo costringe a restare in piedi per tutto il tragitto.» Alla fine della lettura tiro un gran sospiro di sollievo. Non è un Alvisi riminese. Neppure conosco quale fosse l’idea politica di mio padre, perché morì quando io ero ancora un ragazzino. Però una cosa ora è certa: Manlio Masini ridona alla mia famiglia il piacevole pensiero di essere stata la prima famiglia Alvisi a Rimini. Sarà poi così o riscoprirò qualche nuovo Alvisi prima di noi? Nel frattempo ho colto l’occasione per cercare qualche dato sul cognome Alvisi. Da Wikipedia: «in Emilia Romagna si contano 363 famiglie, di queste 12 sono nella provincia di Rimini (8 a Rimini e 4 a Santarcangelo). Il cognome Alvisi è tipicamente romagnolo, molto diffuso tra forlivese e bolognese, si tratta della ‘cognominizzazione di una forma genitiva paterna’ del nome medievale Alvise, il quale rappresenta una variante del nome Aloisio, legato in particolar modo alla tradizione onomastica veneta (soprattutto nell’area di Venezia). Storicamente pare che questa forma nasca da una lettura impropria del nome Aluisius come riportato nelle antiche iscrizioni latine su pietra o metalliche, in cui la vocale ‘u’ veniva trascritta con la consonante ‘v’ (da qui la trascrizione Alvisius, che però andrebbe letta Aluisius).» Invece Giovanni Vezzelli, noto autore riminese impegnato nell’attività di ricerca onomastica, che collabora con il Forum “www.cognomiitaliani.org”, nel suo ultimo libro “I Cognomi nel Riminese”, pur non citando direttamente il cognome Alvisi, il cui ceppo come già detto - proviene da Cesena, lo collega ai cognomi Aluigi-Aloisi e propone una derivazione dalla latinizzazione di Alois, che sarebbe di origine germanica e discenderebbe dall’antico alto tedesco (aat.) Alwìsi, col significato di “molto saggio”. Ai posteri l’ardua sentenza! POSTA Riceviamo e pubblichiamo Caro fratellone (Mario Alvisi), ho ricevuto il n.1 della vostra bella rivista che leggo sempre con gioia e interesse perché mi avvicina alla mia amata città. Questo numero è particolarmente ricco di articoli interessanti, scritti con passione e competenza che rivelano un lavoro approfondito di ricerca, davvero lodevole. Gli stimoli culturali sono numerosi e affascinanti nella narrazione. Ho mostrato la rivista con molto orgoglio a tutti i miei amici. Complimenti vivissimi BRAVI, BRAVI, BRAVI!!! Grazie, un abbraccio, Mirna Alvisi Carissimi Franca e Paolo (Marani), vi ringrazio immensamente per il regalo inviatomi attraverso i cari amici Vasini; un grazie ancora più sentito per il ricordo di Renato che avete inserito nella vostra interessante rivista che sto leggendo con vero piacere, ritrovando tanti ricordi e persone conosciute. Molti complimenti e ancora grazie. Un abbraccio affettuoso, Carla Ponzoni 56 Vita di Club n. 2 STORIA&RELIGIONE GIUBILEO AD ORVIETO Dal Lions Club Orvieto abbiamo ricevuto l’invito a partecipare al Giubileo Eucaristico Straordinario concesso dalla Santa Sede alla Diocesi di Orvieto – Todi in occasione della ricorrenza del 750° anniversario del Miracolo Eucaristico di Bolsena e della istituzione della solennità liturgica del Corpus Domini. Infatti ad Orvieto, all'epoca Sede Papale, Urbano IV redasse e firmò l’11 agosto del 1264 la storica Bolla “Transiturus” con la quale istituì la festa del Corpus Domini. Nel programma delle celebrazioni i Lions hanno ottenuto una giornata, il 7 giugno, dedicata alla nostra Associazione. Il presidente del Lions Club Orvieto Francesco Manciati ci ha anche inviato la storia del volo della Palombella, del miracolo di Bolsena e del Giubileo. ● LA PALOMBELLA Festa della Pentecoste ad Orvieto A lle 12 in punto del giorno di Pentecoste, il Vescovo della città, dal Palazzo dell’Opera del Duomo, agita un lino bianco. A questo segnale, il Capo Mastro fa accendere i razzi posti intorno ad una raggiera, alla quale è legata con nastrini rossi, una colomba bianca. Ecco che la "Palombella" scivola velocemente lungo il cavo fino al Cenacolo posto sul sagrato del Duomo. Mille scoppi, così vuole la tradizione, riempiono la piazza del Duomo e si diffondono fino alle campagne circostanti. È festa grande. La colomba, simbolo di pace e fecondità, al termine di questo volo viene consegnata all'ultima sposa che abbia celebrato le nozze nel Duomo, affinché la tenga con se e la curi fino al giorno della sua morte naturale. Così praticamente immutata, è la festa della Palombella, da sette secoli. Eccone la storia. 1387 - Già in questa data, ad Orvieto, la Pentecoste viene celebrata con una festa che ha modi molto particolari. Se ne ritrovano testimonianze scritte negli archivi dell’Opera del Duomo. 1404 - Fra scoppi di mortaretti e lancio di petali di rose, la colombina spicca il suo primo volo all'interno della cattedrale, dando inizio ad una rappresentazione sacra. Dialogano Pietro, i Giudei e gli Apostoli, il cui coro, dopo la discesa dello Spirito Santo, pronuncia "le parole più strane in un’accozzaglia di chissà quante lingue". Fiammelle di fuoco si accendono sulle loro teste. 1524 - La nobildonna Giovanna Monaldeschi della Cervara lascia in eredità all’Opera del Duomo la sua tenuta del Castello della Sala, affinché venga mantenuta per sempre in vita la festa con il volo della Palombella. 1846 - A partire da questa data, la festa non si svolge più all’interno del Duomo, ma sulla piazza, in osservanza ai dettami del Concilio Romano Lateranense del 1725, che vieta l’accensione di razzi e lo scoppio di mortaretti all'interno di luoghi sacri. Sul sagrato del Duomo viene eretto un Cenacolo in legno dipinto, ripreso dalle immagini degli affreschi di una delle Cappelle e dal Reliquiario del Corporale di Ugolino da Vieri. La colomba viene fatta partire da un "cielo" allestito sui tetti dei palazzi Saracinelli e Faina, di fronte al Duomo. 1940 - Si allunga il tragitto della colomba, ponendo il "cielo" sul tetto della Chiesa di San Francesco. Viene utilizzato per la prima volta un cavo d’acciaio. Nelle campagne che circondano Orvieto, la Pentecoste cade normalmente in un periodo dell’anno abbastanza tranquillo. Il grano è lì per essere raccolto, le vigne hanno acquistato il loro aspetto più fiorente, il vino nuovo è pronto per essere gustato. C’è tempo per una pausa, per il riposo. 57 Vita di Club n. 2 Ecco perché la "Palombella" ogni anno è veramente la festa degli orvietani. Un giorno in cui il turista, ospite sempre importante e amorevolmente accolto in una città come la nostra, sembra passare quasi in secondo piano. È tradizione celebrare in questo giorno le Prime Comunioni e le Cresime, che sono le feste della gioventù. I negozi e le botteghe sono tutte aperte. La fiera del bestiame e degli arnesi agricoli, che negli anni passati vivacizzava la città, si è trasformata oggi in mercatini d'artigianato ed altro, che fanno la felicità dei bambini e, perché no, dei loro genitori. Fischietti e palloncini animano le vie del centro storico, pervaso dal profumo del croccante e dello zucchero filato degli ambulanti convenuti per l’occasione. Sventolano bandiere e vessilli medioevali in ogni angolo. Fra il sacro e il profano, nella "Palombella" che vola (e guai se la sua discesa s’interrompesse, se ne trarrebbero cattivi auspici, specie per i raccolti del grano e dell’uva), c’é tutta la credenza popolare, c’é la vita stessa dei cittadini orvietani, in un tripudio che coinvolge anche coloro che si trovano a passare per caso in questo giorno nella piazza del Duomo. ● IL MIRACOLO DI BOLSENA La festa del Corpus Domini A Bolsena, nella chiesa di Santa Cristina, è conservata l’epigrafe in marmo, attribuita a Ippolito Scalza e realizzata nel 1573, con la descrizione dell’episodio che diede origine al cosiddetto Miracolo di Bolsena e a seguire alle celebrazioni del Corpus Domini. Secondo la tradizione nella tarda estate dell’anno 1263 (o 1264 secondo alte fonti) un sacerdote boemo, Pietro da Praga, fu assalito dal dubbio sulla reale presenza di Cristo nel pane e nel vino consacrati. In un periodo di controversie teologiche sul mistero eucaristico, il sacerdote intraprese un pellegrinaggio verso Roma, per pregare sulla tomba di Pietro e placare nel suo animo i dubbi di fede che, in quel momento, stavano mettendo in crisi la sua vocazione. La preghiera, la penitenza e la meditazione nella basilica di San Pietro rinfrancarono l’animo del sacerdote, che riprese quindi il viaggio di ritorno verso la sua terra. Percorrendo la via Cassia, si fermò a pernottare nella chiesa di Santa Cristina a Bolsena. Il ricordo della martire Cristina, la cui fede non aveva vacillato di fronte all’estremo sacrificio del martirio, turbò nuovamente il sacerdote e, il giorno dopo, Pietro chiese di celebrare messa nella chiesa. Di nuovo tornò l’incertezza di quello che stava facendo; pregò intensamente la santa perché intercedesse presso Dio affinché anche lui potesse avere «quella fortezza d'animo e quell’estremo abbandono che Dio dona a chi si affida a lui». Durante la celebrazione, dopo la consacrazione, alla frazione dell’Ostia, apparve ai suoi occhi un "prodigio" al quale da principio non voleva credere: l’Ostia che teneva tra le mani sarebbe diventata carne da cui stillava "miracolosamente" abbondante sangue. Impaurito e confuso ma, nello stesso tempo, pieno di gioia, cercò di nascondere ai presenti quello che stava avvenendo: concluse la celebrazione, avvolse tutto nel corporale di lino usato per la purificazione del calice che si macchiò immediatamente di sangue e fuggì verso la sacrestia. Durante il tragitto alcune gocce di sangue sarebbero cadute anche sul marmo del pavimento e sui gradini dell’altare. Il sacerdote andò subito da papa Urbano IV, che si trovava ad Orvieto, per riferirgli l’accaduto. Il papa inviò a Bolsena Giacomo, vescovo di Orvieto, per verificare la veridicità del fatto e riportare le reliquie. Secondo la leggenda, il presule fu accompagnato dai teologi Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio. Tra la commozione e l’esultanza di tutti, il vescovo di Orvieto tornò dal Papa con le reliquie del "miracolo". Urbano IV ricevette l’ostia e i lini che si supponeva fossero intrisi di sangue, li mostrò al popolo dei fedeli e li depose nel sacrario della cattedrale orvietana di Santa Maria. A seguito di ciò e delle rivelazioni della liegina Beata Giuliana di Cornillon, che aveva già 58 Vita di Club n. 2 proposto al suo Vescovo una solennità in onore del SS. Sacramento, nel 1264, con la bolla “Transiturus de mundo”, Urbano IV istituì la solennità del CORPUS DOMINI. A Tommaso d’Aquino fu affidato il compito di preparare i testi per la liturgia delle ore e per la Messa della nuova festività, stabilendo che questa venisse celebrata il giovedì dopo l’ottava di Pentecoste. Per custodire il corporale fu innalzato a Orvieto, sul luogo più alto, il Duomo, al quale si aggiunse la cappella del Corporale (1350-1364) e la Cappella Nuova (1408-1504). Il Duomo venne disegnato da Arnolfo di Cambio (1290) in forme tardo romaniche. I lavori iniziarono nel 1290, proseguirono in stile gotico sotto la guida di Lorenzo Maitani a partire dai primi anni del 1300 e terminarono solo alla fine del 1500, lasciando alla storia un capolavoro di rara bellezza architettonica, culturale e religiosa. La festa del Corpus Domini, rinnovando il mistero della “transustanziazione”, ripropone ogni anno con forza i valori della fede cristiana che si concretizzano nei tre pilastri fondamentali della credenza cristiana: la nascita di Gesù Cristo con il Natale, la sua Passione, Morte e Resurrezione con la Pasqua, il rinnovamento del suo sacrificio per la salvezza dell’uomo attraverso il mutamento del suo corpo e sangue nel pane e nel vino della celebrazione eucaristica. L’Eucarestia si pone dunque nella solennità del Corpus Domini come centro nevralgico e fondamento assoluto della Chiesa e della fede cristiana per tutti gli uomini del pianeta. ● IL GIUBILEO La sintesi storica I l giubileo cristiano, che riprende il nome da quello ebraico, è direttamente consequenziale alla venuta del Salvatore. Storicamente il primo Anno Santo venne indetto da papa Bonifacio VIII con la bolla “Antiquorum habet fidem” e la cui proclamazione è riportata iconograficamente nel noto affresco giottesco all’interno della Basilica Lateranense in cui il pontefice è effigiato nel momento solenne in cui lo indisse il 22 febbraio 1300. Non a caso l’epoca medievale è caratterizzata da una ricerca di una più profonda religiosità e di rinnovamento generale, anche sulla spinta dell’esperienza di Cluny e dei differenti movimenti, prima di stampo eretico e poi di profondo rinnovamento, che criticavano la secolarizzazione della Chiesa e la pratica della vendita delle indulgenze. Tale ricerca della religiosità e del rapporto con l’Altissimo viene espressa attraverso eventi e iniziative rivolte al recupero degli aspetti umani più profondi uniti ad una urgente rinascita spirituale. Basti pensare al caso della concessione “vivae vocis oraculo” dell’indulgenza plenaria della Porziuncola del 2 agosto del 1216 da papa Onorio III a Francesco di Assisi. Non si può poi prescindere dal fare riferimento alla nota perdonanza celestiniana che precede di pochi anni la scelta di Bonifacio VIII di indire il primo giubileo. Celestino V, infatti con la Bolla del Perdono “Inter sanctorum solemnia”, emanata nel 1294, concedeva l’indulgenza plenaria a chiunque, confessato e comunicato, entrava, attraverso la Porta Santa, nella basilica di S. Maria in Collemaggio a l’Aquila dai vespri del 28 agosto a quelli del 29. Varcare la Porta Santa aveva un preciso significato di impegno in Cristo che nel vangelo di Giovanni si identifica nella porta: “Io Sono La Porta”. Il rito della porta santa sarà da quel momento il segno visibile dell’ingresso a una vita di fede che è chiamata a rinnovarsi. Terminato il Giubileo la porta della basilica venne murata nuovamente proprio per stare significare la straordinarietà dell’evento giubilare e del suo tempo prezioso offerto al popolo di Dio. La scelta di Bonifacio VIII di indire il primo Anno Santo diviene, così, l’occasione per affrontare adeguatamente l’esigenza di dare una risposta all’ansia di salvezza dell’uomo di cui l’età di mezzo era impregnata. Nello stesso tempo, l’istituzione giubilare va ad assumere una straordinaria esperienza collettiva di riconciliazione e di rinascita. Il 22 febbraio1300, dunque, per volontà di Bonifacio VIII, viene istituito il primo vero Anno Santo della storia. Il Giubileo si sarebbe ripetuto in futuro ogni cento anni. Il Giubileo entra così a far parte della tradizione cristiana e a partire da quel momento sono giunte a noi molteplici testimonianze di quegli eventi dedicati al perdono e alla riconciliazione con Dio. 59 Vita di Club n. 2 Lo stesso Dante Alighieri riporta nella Divina Commedia che per il notevole afflusso di pellegrini, a Roma furono costretti a organizzare il flusso di marcia che andava verso San Pietro, passando sul ponte di Castel S. Angelo (Inferno XVIII, 28-33). Il Pascoli, nell’ode “La Porta Santa”, trasmette pienamente la lotta interiore tra l’anima e la ragione con la testimonianza della sua tormentata difficoltà di credere. Nell’anno 1350, papa Clemente VI decise di indire l’Anno Santo ogni cinquant’anni e nel 1470 Paolo II decretò che l’Anno Santo ordinario si celebrasse ogni venticinque anni. Ad oggi i Giubilei celebrati sono stati in totale 121 di cui 26 ordinari e 95 straordinari. A differenza del Giubileo ordinario che cade a scadenza prestabilita, quello straordinario è detto tale in quanto è legato ad un avvenimento di particolare rilievo storico e di fede (come il 1950° anniversario della morte e resurrezione di Cristo nel 1983 oppure l’anno Paolino dedicato all’Apostolo Paolo di Tarso nel 2008/09). ● IL GIUBILEO La Sintesi Religiosa L e origini del Giubileo vanno ricercate nell’Antico Testamento e nei tre termini a cui si possono far risalire i significati di giubileum. Tali termini sono: jobel (ariete), jobil (richiamo) e jobal (remissione). È necessario dunque, per capire le origini del Giubileo, fare riferimento al testo biblico in generale ed in particolare al seguente passo del libro del Levitico: “Conterete sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese farete squillare la tromba (jobel) dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo: ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia” (Lv 25,810). Il termine ebraico jobel indica, dunque, il corno dell’ariete che poi traslato, arrivò a indicare la tromba e quindi l’uso di questo strumento per richiamare (jobil) tutto il popolo, ogni 49 anni, alla solennità dell’anno della remissione (jobal). Tale remissione era riferita ai debiti. Le terre donate o vendute tornavano ai loro antichi proprietari. Il nuovo tempo solennemente proclamato recava, inoltre, la libertà degli schiavi e in genere ogni forma di riscatto. Da qui si desume, innanzitutto, che l’istituzione del Giubileo è uno strumento sacro posto al servizio della missione universale del popolo dell’Alleanza. Per comprendere il significato primordiale del Giubileo è bene soffermarsi sulla volontà di un rinnovamento profondo dell’uomo, nell’uomo e per l’uomo. L’istituzione del Giubileo non doveva lasciar tranquillo l’animo per il fatto di aver avuto l’indulgenza plenaria, in quanto il suo scopo è di rinnovare l’uomo a partire da se stesso. Riprendere l’esame di coscienza, riconsiderare i benefici ricevuti da Dio, ricordare gli impegni presi, ripensare ai propri doveri, maturare e quindi modificare i propri modi di pensare e di agire non conformi ai comandi di Dio, e quindi, con il suo aiuto e senza indugio, divenire migliori. Si trattava dunque di proporre ai credenti un nuovo ed impegnativo percorso di rinnovamento, supportati dal beneficio corroborante della Indulgenza Plenaria. Il Giubileo portava con sé la liberazione generale dalla condizione di miseria, dalla sofferenza, dall’emarginazione. Così la legge giunse a stabilire che nell’anno giubilare non si lavorassero i campi, che tutte le case acquistate dopo l’ultimo giubileo tornassero, senza indennizzo, al proprietario di origine e che gli schiavi riavessero la libertà. Il cristianesimo, col tempo, andrà a dare al giubileo una nuova prospettiva attraverso cui l’anno giubilare proclamato assunse un significato di anno di grazia, di perdono, un nuovo tempo di salvezza, partendo proprio dalla venuta di Cristo e riferito a tutti coloro che sono alla sua sequela. Da qui il senso del perdono generale, dell’indulgenza offerta a tutto il popolo e che il pontefice, successore di Pietro, concede, sotto determinate condizioni (Confessione Sacramentale, Comunione Eucaristica, Preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice) a tutti i fedeli che attraversano la Porta Santa. 60 Vita di Club n. 2 STORIA D’ITALIA UNA VITA PER LA DEMOCRAZIA Giornalista, patriota, intransigente antifascista, abile politico e intelligente diplomatico, così può essere sintetizzata la figura di Alberto Tarchiani. di MARIO BARNABÉ I n questo periodo di obnubilamento di valori dove gran parte dei politici sembra far prevalere gli interessi personali e di casta sull’interesse collettivo e la res publica pare essere ridotta a res nullius, senza alcuna considerazione per il bene pubblico, è opportuno ricordare la vita di quanti hanno invece indirizzato le proprie scelte a costo di sacrifici personali, fino a preferire la condizione di esule a quella di suddito. Fra questi merita di essere riproposta all’attenzione di chi si interessa alle tematiche della democrazia la figura di Alberto Tarchiani che, nato a Roma nel 1885, fin da giovane si dedicò al giornalismo, collaborando al Nuovo Giornale di Firenze e alla Tribuna di Roma. Dal 1907 fu a New York corrispondente di alcuni giornali, ma anche redattore de Il cittadino di New York. Fu proprio negli USA che abbandonò il nazionalismo di cui era permeato, per giungere ad apprezzare i principi di libertà e collaborazione fra i popoli. Partecipe degli ideali degli interventisti democratici, volle rientrare in Italia nel 1916 per combattere da volontario in fanteria. Terminata la guerra, fece parte con intellettuali giulianodalmati come Caprin e Spaini dell’Ufficio Speciale istituito a Berna da Giuseppe Antonio Borgese per la stampa e la propaganda fra le nazionalità oppresse dall’Impero austroungarico. Partecipò al Convegno delle nazionalità oppresse, da cui nacque il Patto di Roma, ispirato da Salvemini e Bissolati. In questo l’impegno nazionale italiano si coordinava con gli analoghi sforzi delle formazioni nazionali slovacche, boeme e jugoslave, pronte a realizzare quella solidarietà fra le patrie che fu alla base della Giovine Europa mazziniana. Manifestò una costanza salveminiana nell’opporsi ai pericoli del nazionalismo sostenendo i vantaggi dei metodi democratici. Divenne redattore-capo del Corriere della Sera diretto da Luigi Albertini. Quando questi fu allontanato dal giornale per la mancata adesione al fascismo, Tarchiani preferì per lo stesso motivo nel 1925 andare in esilio a Parigi dove restò fino all’invasione tedesca. Nel 1929 organizzò la fuga da Lipari degli amici Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti che vi erano confinati. Partì da Parigi e, utilizzando la rete fluviale francese, giunse a Marsiglia. Il quartier generale organizzativo fu stabilito a Tunisi, perché difficilmente questa città sarebbe stata considerata la meta dei fuggitivi vista la distanza da Lipari. Dopo un primo tentativo fallito alla fine del 1928, la fuga ebbe successo a fine luglio 1929. Tale fuga ebbe notevole risonanza internazionale e la notizia apparve, fra gli altri, su La Prensa di Buenos Aires, sul Times di Londra e sul New York Times, oltre che su giornali francesi, tedeschi, jugoslavi, svedesi, svizzeri e tunisini. Nello stesso anno Tarchiani fondò a Parigi il movimento Giustizia e Libertà con Gaetano Salvemini, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, Emilio Lussu, Alberto Cianca, Fausto Nitti, Cipriano Facchinetti, Andrea Caffi e Raffaele Rossetti. Il Comitato Esecutivo era costituito dalla triade Lussu, Rosselli e Tarchiani, che, richiamandosi all’esempio mazziniano, rappresentò sempre in questo movimento la corrente più propensa all’azione. Sempre nel 1929 a Parigi aiutò Riccardo Bauer e Ernesto Rossi a pubblicare nella "Collezione di nuova libertà" l’opuscolo "Stato fascista e stato liberale". Tale opuscolo, stampato clandestinamente, nell’ultima pagina recava l’indicazione Roma, marzo 1929. Nel 1930 organizzò con Rosselli il "volo della libertà" su Milano di Dolci e Bassanesi, che lanciarono su piazza Duomo alcune migliaia di manifestini antiregime. Tale iniziativa ebbe grande risonanza in tutta Europa. Il volo era partito dalla Svizzera 61 Vita di Club n. 2 perciò Tarchiani e Rosselli furono processati ed assolti a Lugano. Quando il 14 aprile 1931 fu proclamata la Repubblica in Spagna, Tarchiani con Rosselli e Bassanesi vi andarono per vedere se si potesse tentare di salvarla dai pericoli dell’autoritarismo. Il 5 giugno 1932 fu arrestato a Roma il muratore e anarchico veneto Angelo Sbardellotto. Dopo che gli fu trovata addosso una bomba, confessò sotto tortura di essere stato aiutato nell’organizzazione solo da alcuni fuorusciti e precisamente dall’anarchico Vittorio Cantarelli che viveva a Bruxelles, da Emidio Recchioni residente a Londra e da Alberto Tarchiani che abitava a Parigi. Fece questi nomi forse nella convinzione che difficilmente avrebbero potuto essere arrestati e nel tentativo di far credere a una più larga cospirazione internazionale. Dopo un processo lampo, fu fucilato. Sbardellotto aveva dichiarato che il contatto era avvenuto a Parigi, mentre in realtà Tarchiani era in Germania. Questo falso permise a Recchioni (altro fuoruscito indicato come complice da Sbardellotto) di far condannare per diffamazione, il 5 luglio 1933, il Daily Telegraph che aveva pubblicato l’accusa del tribunale speciale. Il 10 giugno Rosselli, Cianca, Lussu e Tarchiani, in una lettera aperta al presidente dal Tribunale Speciale, pur ribadendo con forza la propria estraneità all’accaduto, sottolinearono: "II nostro rispetto e la nostra ammirazione per chiunque, in un paese privato col terrore di tutte le sua libertà, sacrifica, secondo l’insegnamento di Mazzini, la propria vita in una lotta senza quartiere contro i responsabili della tirannia". Il programma politico di GL, redatto quasi interamente da Rosselli, Salvemini, Tarchiani e Lussu, fu pubblicato sul primo numero dei Quaderni di Giustizia e Libertà del 1932. Tarchiani, con gli pseudonimi di Tre stelle e Atar, collaborò ai quaderni di Giustizia e Libertà. Pubblicò nel fascicolo II (marzo 1932) la recensione del volume Mussolini diplomate di Gaetano Salvemini, che trattava della politica estera dl Mussolini, edito a Parigi da Bernard Grasset. Nel fascicolo III (giugno 1932) la recensione del libro di Silvio Trentin Le fascisme a Genève edito a Parigi da Rivière. Nel fascicolo V (dicembre 1932) apparve un suo articolo su "Il fascismo e le minoranze". Nel fascicolo X (febbraio 1934) comparve un suo lungo saggio su "La politica estera di Mussolini". Dal marzo 1934 Tarchiani attenuò la propria collaborazione a GL, non condividendo la nuova linea di progressivo distacco dalle democrazie occidentali, che a volte presentava toni offensivi verso esponenti di rilievo del liberalismo, come Einaudi e Croce. Quando nel giugno 1937 i fratelli Rosselli furono assassinati a Bagnoles sur l’Orne, Tarchiani a nome della famiglia si presentò al ministro degli Interni, il socialista Marx Dormoy, a chiedere con vigore che il governo francese facesse ogni sforzo per trovare e punire gli assassini. Nel dicembre 1937 fondò con Randolfo Pacciardi il movimento repubblicano La jeune Italie che, anche dal nome, volava proporsi come continuazione della lotta risorgimentale per la democrazia. Dopo l’invasione tedesca della Francia, Tarchiani lasciò Parigi insieme ai coniugi Pacciardi, poi, con Carlo Sforza, si fermò a Bordeaux per raggiungere Londra. Dopo un breve soggiorno londinese insieme alla famiglia di Carlo Sforza, cui era legato dalla stesse posizioni politiche di democrazia laica, si recò negli Stati Uniti. Qui nel frattempo era stata fondata, su iniziativa di Gaetano Salvemini, la Mazzini Society che, con evidente richiamo alla sinistra risorgimentale, voleva combattere per proporre un ritorno alla democrazia partendo da posizioni liberali e repubblicane e ricongiungersi così alla più genuina ed alta tradizione democratica dell’Italia risorgimentale. Il comitato direttivo era formato da Salvemini, Venturi e Borgese. Pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra agli USA da parte di Mussolini, anche Max Ascoli, docente universitario di Filosofia del diritto, esule in America dal 1933, aderì alla Mazzini Society di cui divenne presidente. Quando Tarchiani giunse negli Stati Uniti con Carlo Sforza, fu incaricato della segreteria della Mazzini Society. Si impegnò invano per ottenere dal governo degli USA il consenso alla formazione di una Legione Italica che al comando di Pacciardi (già comandante delle brigate internazionali nella guerra di Spagna) potesse combattere contro le truppe dell’Asse. Nel 1941 don Sturzo, che era ricoverato in sanatorio in Florida, fu invitato ad aderire alla Mazzini per trasformarla in una specie di governo in esilio, ma preferì rifiutare. Nello stesso anno il sindacalista italoamericano Serafino Romualdi fu inviato (con lettera di presentazione di Tarchiani) a Buenos Aires per coordinare l’attività degli antifascisti esuli in Sud America, mentre Dino Gentili fu inviato da 62 Vita di Club n. 2 Tarchiani a Londra per rappresentare la Mazzini in Gran Bretagna. Fra il 1942 e il 1943 si acuì il contrasto fra i sindacalisti italo-americani che volevano rendere la Mazzini quasi subalterna al governo USA e gli ex appartenenti a Giustizia e Libertà che rivendicavano autonomia di azione. Perciò, alla fine di febbraio del 1943, Tarchiani e Cianca diedero le dimissioni dalla Mazzini per poter agire con maggiore libertà nelle vicinanze dell’Italia, autonomamente dai governi alleati. Nel 1943, quando gli alleati sbarcarono in Italia, Tarchiani, Cianca, Garosci, Valiani e Bruno Zevi si recarono a Londra grazie all’aiuto di Lussu e di Max Salvadori che, di madre inglese, si era potuto arruolare nell’esercito britannico. Giunti a Londra, attivarono la radio clandestina di Giustizia e Libertà e attaccarono quotidianamente il regime e la monarchia che si era fatta complice per tanti anni della dittatura. Nell’agosto 1943 Tarchiani giunse a Salerno e, dopo aver condotto in salvo a Capri Benedetto Croce, partecipò allo sbarco di Anzio. Aderì al Partito d’Azione a cui rimase fedele fino al suo scioglimento. Ferruccio Parri nella lotta di Liberazione si poneva come obiettivo principale quello di risolvere in senso repubblicano la questione istituzionale che era, secondo le indicazioni di Mazzini, l’eredità non risolta del Risorgimento e mirava per tutti gli altri problemi solo all’interesse collettivo della nazione. Leo Valiani invece aveva come meta ultima gli Stati Uniti d'Europa e il suo obiettivo era quello di portare uomini della levatura di Parri alla testa del governo e di potergli affiancare politici del valore di Ugo La Malfa e Alberto Tarchiani. Quest’ultimo nel 1944 fu ministro dei lavori pubblici del Gabinetto Badoglio, anche se, come tutti gli azionisti, aveva accettato con estrema riluttanza il compromesso di un governo Badoglio-TogliattiSforza, deciso nell’accordo di Salerno. Tarchiani ricoprì il ruolo di ambasciatore d’Italia a Washington dal 1945 al 1955 e da tale esperienza trasse l’ispirazione per il libro autobiografico Dieci anni fra Roma e Washington, di grande importanza per la comprensione della politica estera italiana del dopoguerra. Nel 1951, ambasciatore italiano a Washington, nonostante la collaborazione di Carlo Sforza, non riuscì a ottenere dal governo USA il visto di ingresso per Altiero Spinelli, rifiutato per la passata militanza comunista. Spinelli ne fu rammaricato data la lunga amicizia con Tarchiani, ma commentò: "Sono fiero del mio passato comunista come San Paolo lo era del suo passato di fariseo". Tarchiani morì a Roma nel 1964 dopo una vita la cui coerenza appare oggi un anacronistico miraggio, come gli ideali che lo avevano guidato e portato con Salvemini a combattere senza tregua "la muffa nazionalista e il machiavellismo dozzinale", nella comune e insopprimibile passione per la verità e la giustizia. Larga parte dei politici attuali, privi di saldi parametri etici di riferimento, sembra essere invece insensibile agli attuali problemi della società e disposta piuttosto ad ogni genere di transazione, pur di non cedere i propri privilegi e il proprio potere. MONDO LIONS NEWS IL LION DE GIAMPIETRO CAMPIONISSIMO (da "La VOCE" di sabato 15 marzo 2014) MASTER: De Giampietro, Tagliaventi e Bernardi nella top ten delle classifiche FINA. Grande soddisfazione per la squadra Master del Garden Rimini che vede tre dei suoi atleti inseriti nella classifica delle 10 migliori prestazioni cronometriche mondiali Master stilata ogni anno dalla FINA (Federazione Internazionale Nuoto). La classifica, che esce sempre in questo periodo, si suddivide per gara e categoria distinguendo anche le prestazioni ottenute su vasca lunga (50 metri) o corta (25 metri) e vede presenti i riminesi Mario De Giampietro, Eleonora Tagliaventi e Fabio Bernardi. Nella classifica 2013 Mario De Giampietro M 90 (93 anni!) ha ottenuto il primo tempo nei 50,100 e 200 rana in vasca lunga, il secondo nei 50 e 100 rana e il terzo nei 200 in vasca corta. Mario ha inoltre il settimo tempo all time nei 200 rana (migliori 10 prestazioni mai nuotate al mondo nella categoria) e il quarto all time nei 50 rana in vasca lunga. 63 Vita di Club n. 2 Rimini: E. Meluzzi, Pianta città, litografia, 1882 (particolare).