Capitolo 1
da quel soffio
di vento…
Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e
luoghi citati sono invenzioni dell’autore. Qualsiasi
analogia con fatti, luoghi e persone, vive o
scomparse, è assolutamente casuale.
Storia n. 1
Da quel soffio di vento…
Trama
BENEDETTO TESSITORE
1.
Ai miei genitori…Giovanni e Teresa
Treviso. Un sabato mattina di fine agosto, il giovane Leonardo appena
tornato a casa dal suo giro in mountain bike, riceve una telefonata
dall’abitazione di Sarah, la sua fidanzata; una richiesta di aiuto alquanto
strana, fatta di poche parole.
All’altro capo del telefono una voce bassa e sofferente…
Quella telefonata da casa sua… di chi era quella voce misteriosa all’altro
capo del ricevitore… possibile si trattasse di lei?
Leonardo incredulo decide di correre da Sarah il prima possibile…
Un racconto capace di mescolare il sacro col profano…
Realtà, sogno… tutto collegato ad un agghiacciante incubo.
ii
PROLOGO
Treviso, Italia
Ore 07.20
È un sabato mattina come tanti altri di metà agosto con un caldo afoso. Un leggero venticello fresco estivo, invogliava a trascorrere una
bella giornata con la propria fidanzata in riva al mare… bastarono cinque minuti affinché quella prospettiva di bella giornata si
trasformasse in un vero inferno…
iii
1
Il ventiseienne Leonardo Toffanin, laureato in Economia Aziendale, abitava non molto distante dal centro di Treviso, in una bella villetta a
due piani avvolta dalla natura.
Il giardino all’inglese ben curato, la piccola fontana al lato in cui vi erano varie specie di pesciolini d’acqua dolce, rendevano una
tartarughina padrona di tutto quel verde.
Era consueto ogni mattina, verso le ore 06.00, uscire per circa un’oretta con la sua mountain bike, tornare a casa, farsi una doccia
rilassante e prepararsi per andare ad aprire, alle ore 09.00 del mattino, il suo negozio di abbigliamento.
Ne andava molto fiero… il locale dalle modeste dimensioni era situato proprio in Piazza dei Signori, uno dei luoghi più rappresentativi
della città di Treviso, per il suo rilievo urbanistico, per il suo legame al periodo che più ha inciso sulla storia della città e, per le vicende
recenti che lo hanno visto semi distrutto dalla guerra e con ferma volontà ricostruito quasi a simboleggiare la rinascita della città.
Non era stato molto facile riuscire ad avere la possibilità di costruirsi una vita del tutto indipendente.
Per Leonardo, iniziare quella nuova vita, realizzare il suo sogno così atteso dopo tanti sacrifici, era davvero una grande soddisfazione.
Grazie anche all’aiuto, sia morale sia finanziario, dei suoi genitori.
Ormai passato più di un anno, andava tutto a gonfie vele.
iv
2
DRIIIIIN DRIIIIIN… DRIIIIIN DRIIIIIN…
”Sarah”… DRIIIIIN
<<Si, Pronto?>>
<<………………..>>
<<Pronto?… Sarah sei tu?>> Era strano che ricevesse una telefonata alle ore 07.20 del mattino, in particolare modo da Sarah, di solito si
sentivano sempre dopo circa dieci minuti aver aperto il negozio. <<Amore, che bello sentirti la mattina presto>> uscito da poco dalla
doccia e indossando solo un asciugamano.
<<Oggi lavoro mezza giornata sai… chiudo prima, passo a prenderti così scappiamo via ad abbronzarci, ok?!>> Tenendo fermo il cellulare
fra la spalla e l’orecchio, mentre tentava di infilarsi il boxer.
<<Sei d’accordo? Forse sei di turno oggi?>>
Dall’altro capo del telefono nessuna risposta.
<<Amore?... Pronto Amore!?!>>
<<a-a-aiu-too…>> Leonardo con molta fatica, riuscì quasi a sentire un debole lamento.
<<Sarah??!! Sarah??? Che succede?? Pronto?? Amoreee??!!>>
TUUTUU-TUUTUU-TUUTUU-TUUTUU
Lo spavento, l’ansia, il terrore, una marea di domande presero il sopravvento nella sua mente.
v
“Di chi era quella voce dall’altro capo del ricevitore?” Pensando ad alta voce. “Possibile che fosse Sarah?” Fissando il telefono “se le
fosse accaduto qualcosa?... La devo richiamare!”
0422885….
Driiiiin…driiiiin…driiiiin…driiiiin…driiiiin…driiiiin…driiiiin…
driiiiin…
-L’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile.“Niente, non risponde” rimanendo immobile come una pietra a pensare… “devo andare subito da lei.”
Indossò di corsa il primo jeans a portata di mano, una t-shirt presa al volo, mise le scarpe, prese le chiavi della macchina e corse via,
sbattendo violentemente la porta di casa, senza curarsi di nient’altro tanto da dimenticare il cellulare per riprovare a chiamarla.
3
Sarah Pellegrini, un anno più piccola di Leonardo, era una donna molto bella, intelligente, con un viso adolescenziale, molti uomini le
facevano la corte, ragazzi, amici, colleghi, perfino uomini sposati, molti si voltavano al suo passare riempiendola di complimenti. Ne era
molto lusingata ma non era una persona che dava conto a tutte quelle avances… da poco meno di un anno era terminata una storia
molto importante per lei… era difficile riuscire a conquistare il suo cuore. Dentro sé possedeva un animo gentile… una ragazza davvero
speciale.
vi
Laureatasi con ottimi voti all’università degli studi di Milano con il Diploma universitario per Infermiere, lavorava nell’ospedale di Treviso
come infermiera professionale da poco più di due anni.
Da qualche mese trasferita nel reparto terapia intensiva; si erano conosciuti circa tre anni prima in una bella giornata primaverile così per
caso.
Grazie ad un soffio di vento…
<<Oh No, il mio cappello uffa!>> Gridando ad alta voce e tenendo ferma la sua gonna corallo, abbinata ad un top bianco con un
particolare taglio ovale sul davanti che le donava una bellezza raggiante.
<<Il vento me lo farà cadere nel fiume>> guardandolo volare via.
Dopo una corsa, un piccolo salto ed una capriola alquanto fantasiosa un ragazzo, davvero molto eroico, riuscì a prendere al volo il
cappello di questa giovane donna, poco prima che cadesse nel Sile.
Camminare lungo il Sile, fiume di risorgiva, è un piacere dei sensi. Sia quando si insinua nella città, tra fossati e canali, sia quando
serpeggia nella campagna, tra porti antichi, ville veneziane, sponde erbose.
Capace di far innamorare due persone al primo sguardo… o grazie ad un soffio di vento…
Lì per lì, non sapeva di chi fosse quel cappello alquanto strano. Un cappello alla pescatora, bianco, con intorno tanti campanellini che di
sicuro il proprietario, o proprietaria, si sarebbe fatto sentire ad un chilometro di distanza.
Quando ad un tratto vide arrivare verso sé una dolce fanciulla dai lineamenti celestiali. Non riuscì subito a capire ciò che stesse
osservando finché non vide arrivare planando verso di sé quel meraviglioso angelo, prenderlo per una spalla e tirarlo su; osservando il
movimento delle labbra non riusciva a capire ciò che stesse dicendo.
Ad un certo punto, dopo essere sceso dalle nuvole, disse sorridendo: <<Avrò preso un brutto colpo, ma… vedo un angelo>>.
vii
4
Ormai mancava poco per arrivare a casa di Sarah… pochi chilometri li separavano. Con la sua BMW 330xi MSport dal colore nero fumè,
gareggiava contro il tempo. Sarah era in pericolo, pensava, la strada era semi deserta ma il rombo della sua auto, portata ad alta velocità
era capace di far scattare gli antifurti delle altre macchine al solo suo passare… sfrecciava dritto verso il suo amore. Immaginò Sarah con
il suo sorriso pieno d'allegria, passando per quella bella strada alberata con al centro di una piazzola un grande faggio.
Leonardo si ricordò della loro gita in provincia di Rieti: si erano fermati davanti al Faggio di San Francesco, affascinante ed inquietante al
tempo stesso, un albero millenario che si distingueva, oltre che per l'età, anche per l'aspetto incredibilmente tortuoso del suo tronco e dei
suoi rami.
La leggenda vuole che si torcia in questo modo così anomalo per proteggere San Francesco da una tempesta. Ripensò alle parole di
Sarah, dette dopo essere rimasta incantata dal quel faggio e affascinata dalla sua storia… guardandolo con quegli occhi gioiosi, pieni
d’amore.
<<Mi proteggerai da qualsiasi tempesta, vero?>> Disse a Leonardo abbracciandolo con tutta la sua energia.
Di sicuro, una forte tempesta incombeva in quel momento in casa sua.
Finalmente, giunto davanti il palazzo con la sua automobile, parcheggiò sotto un pesco di modeste dimensioni.
Il primo istinto di Leonardo fu quello di andare velocemente verso l’ingresso principale, costituito da una vetrata molto grande con di
fianco il cancello ed i citofoni.
La giornata non era iniziata per niente bene e non sembrava migliorare.
Dopo aver preso una storta, alquanto banale, cadde urtando violentemente contro la vetrata, procurandosi un gran bernoccolo sul lato
destro della fronte.
viii
Qualche secondo di buio totale.
Riacquistata presto la lucidità, alzandosi provò a citofonare. Come pensava non rispose nessuno. Per fortuna, un suo conoscente uscì dal
palazzo con la sua vespa, vecchia d'anni ma ben curata, aprendo il cancello automatico. Così, senza neanche badare a quella persona,
entrò di corsa dirigendosi verso l’appartamento di Sarah.
Attraversando il giardino a passo veloce, notò che anche essendo un mese estivo, un periodo di vacanza, molte persone erano lì. Fermi,
immobili, lo guardavano sottocchio bisbigliando fra loro. Non diede tanto peso a questo, forse si chiedevano dove andasse così di corsa,
o forse avendo assistito a quella grande caduta e udito il fracasso contro la vetrata, volevano sapere come stesse.
Leonardo aveva altro a cui pensare.
Arrivato di fronte l‘appartamento di Sarah, vide che la porta era socchiusa… entrò di corsa senza pensare, gridando più volte il nome di
Sarah.
La casa era buia, tutte le finestre chiuse, si sentiva uno strano odore provenire dalla cucina. Calpestando dei frammenti di vetro,
d’improvviso si bloccò. Trovandosi davanti ad una scena agghiacciante… il corpo di Leonardo rabbrividì all’istante. Era arrivato tardi.
Sarebbe voluto sprofondare davanti quell’orrore…
Un colpo improvviso, lo stese al suolo facendogli perdere i sensi.
ix
5
Il palazzo dove abitava Sarah era situato poco vicino le porte di Treviso. Costituito da sei piani, in cui risiedevano persone molto raffinate
e distinte, con vari studi legali e medici al suo interno; l’appartamento dove lei viveva si trovava al primo piano. Un’abitazione modesta
con due camere da letto, cucina, un bagno, non molto grande, ed un bel terrazzo con lo sguardo rivolto proprio verso Piazza dei Signori,
con intorno varie piante e fiori; le acetoselle, scelti da Sarah per il loro significato (la caratteristica che contraddistingue questo fiore è il
ripiegarsi su sé stessa durante le piogge o il forte vento, come a proteggersi. Infatti, hanno un preciso significato nel linguaggio dei fiori:
protezione e amore materno… tutto ciò che Sarah avrebbe desiderato). Con lei vivevano la madre, impiegata statale e il fratello minore
Ivan di diciotto anni.
6
Ivan, un ragazzo molto irrequieto, ritiratosi da tempo da scuola, non considereva nemmeno l’ipotesi di trovare un piccolo lavoro che
potesse tenerlo occupato durante il giorno. Così facendo, trascorreva le giornate senza far nulla. Il suo unico scopo era quello di
mangiare, dormire e… sniffare l’eroina che riusciva a procurare grazie ai soldi che la madre con molto “amore” gli dava.
Da quasi due anni, aveva gravi problemi di tossicodipendenza.
La madre di Sarah, dopo essersi separata dal marito, era caduta in depressione. Riusciva a sfogare il suo malessere, solo facendo le
quotidiane pulizie di casa e trattando male la figlia come se fosse tornata indietro negli anni, ai tempi della schiavitù americana e delle
crociate antischiaviste.
Senza accorgersi del vero problema in famiglia.
x
Leonardo non era ben accetto in quella casa, molte volte si era scontrato con la madre e quasi sempre parlava di quell'assurda situazione
con Sarah, insistendo sul fatto di fuggire via ed andar a vivere con lui, per poi sposarsi e finalmente essere felici.
Lei avrebbe tanto voluto, però le dispiaceva sentir dire quelle cose sulla sua famiglia, avrebbe desiderato vivere in pace facendoli riunire…
ma infondo Leonardo aveva pienamente ragione!
7
Quello che gli dava più fastidio era un forte mal di testa. Una strana musica assordante rimbombava per tutta casa senza limite, era
illogico tutto ciò.
Leonardo, aprendo bene gli occhi, rammentando cosa avvenne prima di quel colpo meschino alle spalle, diede un urlo di rabbia
fortissimo. Più che un urlo, sembrava un gemito… un suono cupo e offuscato da un qualcosa che non era quella musica alta, ma un
bavaglio che gli copriva la bocca. Guardandosi intorno, pur non avendo molta luce si rese subito conto di trovarsi nella stanza di Sarah,
legato al suo letto pieno di grandi e piccoli peluches, che lui stesso le aveva regalato.
Affianco a sé un corpo di spalle che giaceva immobile sul pavimento. Era Sarah.
Le urla, le grida, ogni tentativo di farsi sentire e di avvicinarsi al corpo inerme, erano vani; lì bloccato, come una mosca intrappolata nella
tela di un ragno.
Ricordò di aver portato con sé il suo cellulare, lo teneva nella tasca posteriore del jeans, ma nella posizione in cui era messo era molto
difficile riuscire a prenderlo. Provò qualsiasi strategia di movimento, ma niente… quando d‘improvviso squillò: due, tre, quattro, cinque,
sei, sette squilli… ma lui demoralizzato non riuscì a rispondere.
xi
Ad un certo punto, dopo vari tentativi di liberarsi, sentì quella musica fastidiosa diminuire e, nello stesso tempo, un ticchettio di qualcosa
di cui non capiva l’origine, o meglio… temeva che fosse qualcosa di poco piacevole.
Vide entrare nella camera da letto… Luna. La gattina di Sarah.
La piccola certosina, avvicinandosi alla sua bella padrona lì distesa, si lisciava il pelo. Forse per avvertirla che era ora dei suoi biscottini.
Così Leonardo si rilassò per un secondo; il ticchettio proseguiva… d’istinto spostò lo sguardo dal gatto alla porta, rimanendo impietrito.
Iniziò davvero a sentirsi indifeso in quella posizione e ad essere impaurito.
8
<<Sono le ore 10.35 il negozio dovrebbe essere già aperto>> disse perplesso il padre di Leonardo, trovandosi in Piazza dei Signori con la
moglie per una passeggiata.
<<Prova a telefonare>> rispose lei aggiungendo: <<magari, con questa bella giornata ha deciso di andare in ferie un giorno prima.>>
Due, tre, quattro, cinque, sei, sette squilli… ma nessuno rispose.
I genitori di Leo (come lo chiamava di solito la madre), erano sposati da circa ventott’anni. Lui, cinquantaduenne, direttore di
un’importante azienda di telecomunicazioni. Lei, due anni in meno al marito, professoressa di letteratura moderna; un matrimonio felice,
con i loro alti e bassi, un’ottima educazione data al loro figlio Leonardo e alla sorella diciannovenne Rebecca, studentessa universitaria in
Scienze dei Beni Culturali che quel giorno si trovava fuori città con il fidanzato ed amici, per passare un divertente fine settimana in un
parco giochi della riviera romagnola.
xii
Entrambi sapevano quanto era preciso ed anche un po’ pignolo nel suo lavoro… vedere le saracinesche del negozio chiuse, anche con
una bella giornata, sembrava loro alquanto strano.
Non avrebbero mai potuto immaginare che, dopo pochi minuti, sarebbe arrivata una telefonata che nessun genitore desidererebbe
ricevere.
9
Era lì che li osservava attraverso il buio appoggiato alla porta. Nella mano un qualcosa che urtava lentamente, un tintinnio leggero contro
il muro… il suo puntale appuntito era sporco di sangue. Era la picozza che usava Sarah durante le lunghe e tranquille passeggiate nel
Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.
Uno scenario naturale, dove si potevano osservare le splendide vette delle Dolomiti, con la cima più alta della Marmolada, fino alle aspre
alture calcaree delle Prealpi, susseguite da pareti verticali e imponenti massicci rocciosi. Sarah amava quei posti magici, adorava fare
lunghe passeggiate in compagnia di Leonardo, che in quel momento avrebbe tanto desiderato, trovarsi lì con lei.
Quel poco di luce che penetrava, in quel luogo così tetro, non era abbastanza sufficiente da permettere di riconoscere il volto di quello
strano individuo… avvolto nell’oscurità. Dalla fisionomia, dai pochi movimenti ed in particolar modo, da quel luccichio proveniente da uno
sguardo alquanto tenebro, capì che si trattava proprio di lui.
<<Finalmente ti sei svegliato!>> Parlando in un modo alquanto nauseante masticando con gusto un panino fatto da sé, poco dopo aver
colpito a tradimento il povero Leonardo, facendo cadere della salsa e delle briciole in terra che finanche il gatto non degnava di uno
sguardo.
<<MMMMM-MMMMM-MMMMM>>
xiii
<<Ah scusa, ora ti levo il bavaglino>> sghignazzando, con la bocca sporca di salsa; con una forte e decisa presa, gli levò via con violenza
il bavaglio.
Scuotendogli la testa già di per sé frastornata.
<<Ahiii>> gridò Leonardo. <<Maledetto, cosa hai fatto a Sarah?>> con tono sofferente.
<<IO?!?!>> rispondendo, come era suo solito, con aria da povera vittima.
<<Io, non ho fatto proprio un bel niente… forse devi dirmi tu cosa hai combinato!>> Fissandolo e ridendo come fosse soltanto un gioco.
Un momento di pausa…
Leonardo non capiva, era spaesato, non riusciva ancora a credere che tutto ciò che stava accadendo fosse reale.
<<Che cosa stai dicendo… pazzo?>> iniziava ad alterarsi, anche se, non era nella posizione giusta per poter reagire e ad avere la meglio
sul cognato.
<<Dimmi subito cosa hai fatto alla mia Sarah?!>>
<<La tua Sarah???>> Avvicinandosi minacciosamente con quel bastone a punta tra le mani. <<Eri quasi riuscito a portare via la mia cara
sorellina>> con tono sarcastico. <<Convincere mia madre che… IO, fossi un malato mentale.>>
Una risata molto sgradevole rimbombò nel buio, poco adatta a quella situazione. <<Per fortuna qui in casa… IO, sono l’unica persona
capace di capire qualcosa>> gridando sempre più forte <<l’unico che ha dei seri problemi in questo momento… sei TU!!!>> Ivan era fuori
di sé.
xiv
10
La prima volta che Leonardo conobbe Ivan ebbe una buona impressione: gli parve un ragazzo tranquillo, timido, anche molto simpatico.
Vestiva secondo la moda, con un piercing sul sopracciglio destro e un piccolo ragno tatuato sotto l’orecchio sinistro… dall’oscuro
significato. Con il passare del tempo e scoprendo pian piano la sua vera storia, cambiò idea, quando notava Sarah con strani lividi su
varie parti del corpo.
Lei sosteneva sempre di urtare contro gli angoli dei mobili. Lui n'era poco convinto.
Una volta, aspettandola fuori dal palazzo, per una seratina romantica, vide uscire di corsa Ivan, dopo pochi minuti arrivò Sarah…
Leonardo si accorse che aveva un livido sotto l’occhio sinistro, lei provò ad inventarsi delle scuse, sapendo che avrebbe sicuramente
peggiorato la situazione dicendo la verità. Leonardo non ci pensò due volte a correre verso Ivan per fargliela pagare di tutto quel male
causato alla sorella; fu grazie ad un vicino di casa che, passando per il cortile con la sua vespa di vecchia data, s'intromise fra i due
litiganti portando via Ivan da sotto la furia “omicida” di Leonardo.
Da quella volta… fu odio tra i due.
11
<<Ivan… tu devi farti curare, dove è tua madre?>>
Ivan si chinò verso di lui, lo guardò dritto negli occhi, faccia a faccia, quasi sembrasse il diavolo in persona. Invece era soltanto un povero
drogato che aveva sniffato la sua dose poco tempo prima, tutto era un gioco per lui, tutto gli era dovuto, sapeva benissimo che avrebbe
potuto fare tutto ciò che voleva in quella casa…
xv
Con la picozza gli diede un altro violento colpo sulla nuca in modo da fargli perdere nuovamente conoscenza.
12
La sera prima Ivan, era tornato a casa nervoso, lamentandosi, accusando la gente di non capire niente. Come al solito era ubriaco.
La prima cosa che faceva di ritorno a casa, era quella di cercare la madre chiedendole dei soldi. Insultarla, infastidirla, mangiare a sbafo
per poi uscire nuovamente e passare la notte dormendo sotto qualche ponte come un barbone.
Sarah era al telefono che parlava con Leonardo come ogni sera e, come ogni sera parlavano dei litigi e delle urla che si sentivano in quella
casa… maledetta.
Dopo essersi dati la buonanotte e chiusa la comunicazione, Sarah sentì le urla della madre contro il fratello.
Non erano le solite urla di una madre disperata e menefreghista cui era abituata sentire, bensì delle vere e proprie minacce.
Sarah, provò ad avvicinarsi alla porta per cercare di capire meglio cosa stesse succedendo. Non ne ebbe il tempo.
Ivan la travolse come un uragano per correre a chiudersi nella sua stanza facendola cadere lungo il corridoio.
Un tranquillo silenzio durò pochi secondi, giusto il tempo di rialzarsi.
Musica a palla, la madre piangeva in cucina, Sarah, lì con lei, l’abbracciava cercando di consolarla.
La TV trasmetteva il meteo che annunciava la bella giornata di sole che ci sarebbe stata il giorno seguente. La voce del cronista era
offuscata da quella musica tanto alta da impedire perfino la percezione di un gran colpo di pistola…
xvi
13
Un’ambulanza passando di corsa in prossimità del terrazzo di Sarah a sirene spiegate fece sobbalzare di paura Leonardo. Si risvegliò con
un dolore lancinante alla nuca.
Cercò di urlare con tutte le sue forze, ma la porta era troppo distante da far sì che le sue grida, intrappolate dal bavaglio, si sentissero fin
là fuori.
Provò a far rumore vicino la serranda, ma… nella posizione in cui si trovava, era molto difficile. Sperava che qualcuno lo sentisse e
venisse a bussare alla porta di casa. “Possibile che nessun inquilino del palazzo si sia accorto di tutto questo trambusto?! Dove sarà la
madre!?” Pensò tra sé e sé.
“Maledetto” con il pensiero rivolto ad Ivan “dove sarai finito ora!”
Non sapeva di preciso da quanto tempo si trovava lì, legato a quel letto in quella posizione, ma le sue parti del corpo indolenzite
iniziavano a dare i primi sintomi di dolore.
<<MMMMM-MMMMM-MMMMM>> “Sarah, per Dio svegliati, ti prego” non voleva considerare per niente l’ipotesi che forse lei…
Un leggero sibilo si sentì echeggiare nell’aria
<<ma-a-mma.>>
Leonardo n'era sicuro. Sapeva che lei era viva… appena vide il suo corpo dare i primi segni di vita non riuscì a fare a meno di dimenarsi e
gridare. Con le lacrime agli occhi.
<<Sa-MMMMMM Sar-MMMMMM.>>
<<Cosa…>> Sarah non si ricordava nulla di quanto fosse accaduto. Non sapeva cosa era successo, non ricordava perché si trovasse lì
distesa in terra… l’unico suo ricordo era la madre.
xvii
<<La mia testa sanguina… mi fa male>> non accorgendosi che dietro di sé ci fosse il suo fidanzato legato e imbavagliato… come un
prigioniero del medioevo che, dopo essere stato torturato era pronto per incamminarsi verso la morte.
Quelle atroci grida, un misto di paura e gioia, la fecero girare all’istante.
La stanza era semi buia. Sarah vedeva in penombra una forma sagomata che si dimenava e urlava con tutta la sua forza facendo
barcollare tutti i suoi peluches senza rendersi conto di chi o cosa potesse essere.
Dopo alcuni secondi, mise a fuoco quella scena. Si alzò di scatto anche se, con il trauma alla testa, non fu molto rapida nel cercare
l‘interruttore della luce.
Rimase impietrita nel vedere quella persona incatenata lì al suo letto. Scoppiò a piangere dalla contentezza nel vedere il suo unico vero
amore ma, nello stesso tempo… erano lacrime di terrore.
Corse subito a liberarlo.
14
<<Signore, sta bene?>>
<<mhmh… Sì credo di sì.>>
<<E’ stato davvero molto gentile a correre e prendere al volo il mio cappello. È stato buffo vederla fare quella piccola capriola!>> Sarah
emise un sottile sorriso dolce e delicato e al tempo stesso sensuale.
<<Signore, sicuro che sta bene? La vedo un po’ stordito, forse... ha sbattuto la testa?!>>
xviii
<<Oh… no no, sto bene, davvero, la ringrazio.>> Appoggiandosi la mano sulla testa… la verità era che Leonardo non dava ascolto alle
parole di Sarah, no che non glie ne importasse, ma era completamente ipnotizzato dal suo viso luminoso, pieno di gioia, da quegli occhi
verdi di una bellezza unica, che sembrava quasi di vedere -The Dresden Green- il diamante verde di Dresda. Una gemma rara dalla
straordinaria qualità.
<<Mi chiamo Leonardo>> senza mai distogliere lo sguardo da quei brillanti luminosi incastonati nel suo volto. <<Forse… ci vorrebbe
qualcosa da bere per rinfrescarmi un po’, dopo questa strana caduta>> continuando a fissarla e cercando le parole giuste per...
<<sarebbe così gentile da accompagnarmi… mhm… magari ad un bar qui vicino?>>
Superando la sua timidezza… non poteva farsi scappare un’opportunità come questa, più unica che rara.
<<Veramente io…>> Sarah divenne rossa come un peperone, rimase sbigottita davanti quest’invito così strano… ma anche molto carino.
<<Non saprei, forse sarebbe meglio che… l’accompagnassi in ospedale?!>> Non sapendo cosa dire e arrossendo sempre più.
<<No, davvero, è molto gentile, ma preferirei di più scambiare quattro chiacchiere con lei davanti una bella granita di fragole. Sempre che
non le dispiaccia!>> Sarah era lì che lo guardava sempre più meravigliata, era confusa, era tentata a lasciar perdere… seguì solamente il
suo istinto.
<<Sarah... mi chiamo Sarah>> incantata da quella buffa persona <<in ogni caso, sì, ne sarei molto lieta. Grazie.>>
Da quel giorno, ci fu un susseguirsi d'incontri sempre più piacevoli.
xix
15
<<Sarah amore mio come stai? Cosa è successo?>> Osservando la testa sporca di sangue.
<<E’ stato Ivan… mhm… ieri sera, ma… non ricordo bene… ero con mia madre in… in cucina, lei piangeva e poi… poi è arrivato lui.>>
Un attimo di silenzio. Sarah si bloccò. La sua mente ebbe un flashback di alcuni secondi… quell’immagine della madre… il fratello con in
mano… poi il buio totale.
<<Sarah?!>> Leonardo la guardò stupito, si accorse che le era tornato in mente qualcosa, ma non capiva cosa.
<<Mia madre?? Dov'è mia madre?>> Urlò Sarah.
Dopo averlo liberato, corse di là nelle altre stanze ma niente, la madre non era lì. Si ricordò di averla lasciata lì in cucina, si avvicinò al
tavolo e ad una grossa macchia dallo strano colore; vedendola più da vicino riapparve all’istante davanti ai suoi occhi quella scena
drammatica del giorno precedente.
<<Dove sei? Aspettami!>> Leonardo le corse dietro e la trovò vicino al tavolo, ferma, immobile, rigida come una statua.
<<Che cosa fai qui?!>> gli domandò avvicinandosi a lei. Fermo li vicino a fissare quella strana macchia che emanava un forte tanfo.
<<Sarah dimmi, cosa è successo ieri? Cos’è quella macchia?>> appoggiandole le mani sulle spalle e accarezzandola con decisione e
dolcezza.
<<Lui, le ha…>> Sarah fu disorientata <<è arrivato e le ha…>> non riusciva a pronunciare quella parola, non riusciva ad esternare quel
triste momento con una semplice parola.
<<Parla Sarah, ti prego, raccontami che vi è accaduto.>> Leonardo la fece voltare verso di sé cercando di scuoterla un po’ per farle
riprendere i sensi <<parla… parla.>>
xx
Sarah lo guardava in modo assente fissando il vuoto. <<L’ha… uccisa>> sibilando quella parola, distaccandosi dal mondo e da chi le era
accanto.
<<Che cosa hai detto???>> Leonardo era confuso, non riusciva a mettere a fuoco quelle parole, anche se sapeva, che il fratello, sotto gli
effetti della droga, era capace di qualunque cosa.
<<L’ha uccisa?!? Come? Parli di tua madre?>> Sarah iniziò a piangere e si strinse il più forte che poteva a Leonardo.
<<Le ha sparato>> travolta da quella orrenda frase.
16
BANG
Tutti quei rumori, suoni, sembravano essere svaniti nel nulla dopo quell‘orribile e tremendo… boato!
Ivan, chiuso nella sua camera, mise sotto sopra l’armadio per impugnare la pistola nascosta sotto dei panni… una beretta 9mm procurata
chissà dove.
Fermo lì sull’uscio della porta in cucina con dinanzi la sorella abbracciata alla madre… sparò un colpo, così, alla cieca.
Sarah si sollevò di scatto. Guardò incredula il fratello e d'istinto rivolse lo sguardo verso la madre, china sul tavolo, sembrava non essersi
accorta di nulla... quasi stesse dormendo.
Si pose come una barriera tra la madre e il fratello in modo da proteggerla.
xxi
<<Maledetto, cosa stai facendo???>> Accorgendosi che la sua mano era sporca di sangue… si diede un’occhiata veloce per capire da
dove provenisse quella macchia rossastra. Sul suo corpo nemmeno un graffio; quella pallottola sparata senza pensare andò a conficcarsi
proprio vicino la sua mano, appoggiata teneramente al fianco della madre.
<<Mamma, mamma rispondi>> cercando di tamponarle la ferita <<mamma tranquilla, chiamo subito l’ambulanza.>>
Il fratello, non rendendosi conto di quello che aveva combinato, andò maggiormente in crisi e l’unica soluzione che gli passò per la mente
fu quella di colpire la sorella in testa con il calcio della pistola facendola cadere in terra perdendo i sensi.
17
<<Presto, dobbiamo andare via da qui.>> Disse Leonardo con voce forte e decisa rivolgendosi a Sarah <<prima che arrivi…>>
Leonardo si bloccò, avvertendo una presenza alle sue spalle.
<<Ehi, già volete andare via?!>> Ivan era lì, dietro di loro, con quell’aria da arrogante. <<Senza neanche prendere l’ultimo caffè della
giornata?>>
Leonardo furibondo si scagliò contro di lui. Urlando. <<Assassino maledetto.>>
La canna della pistola gli fermò la corsa.
<<Forse non hai capito bene, ma da qui non ti muovi… STRONZO.>> Ivan era potente, sapeva di avere il potere nelle sue mani.
<<Ora non fai più lo spavaldo?>> Con quel ghigno malefico.
xxii
Leonardo si sentiva inerme, vedendo quell’arma da fuoco a canna corta tra i suoi occhi. Non sapeva più cosa fare per proteggere la sua
amata.
<<Ivan, possiamo aiutarti, metti giù la pistola.>> Cercando di mantenere la calma.
<<AIUTARMI???>> Urlò Ivan furibondo. Puntandogli sempre più vicino la pistola. <<Io non ho motivo di essere aiutato da uno come te.>>
Lo colpì con violenza dandogli un calcio secco e diretto proprio sotto la cintura, facendolo inginocchiare dal dolore. Appoggiandogli la
pistola sulla testa: <<Addio Leonardo, hai finito di rovinare la mia famiglia.>> Si sentì il carrello della semi automatica scattare e…
<<Hai ucciso nostra madre>> intervenne Sarah, dopo un annebbiamento mentale, salvando così Leonardo… per ora.
<<Le hai sparato… perché l’hai fatto?>> Fissando Ivan dritto negli occhi.
<<Non l’ho fatto apposta… credimi Sarah>> rispose Ivan con gli occhi pieni di lacrime <<è stato un incidente giuro, io… io non volevo.>>
Cercando di giustificarsi arrampicandosi sugli specchi.
<<Come stai facendo ora con Leonardo? Sarà anche con lui un banale incidente?!>> Rispose Sarah cercando di tenere in pugno la
situazione e fare in modo che posasse quell’arma.
<<E’ lui l’assassino, se lui non fosse mai entrato nella mia… nella nostra vita, forse tutto questo non sarebbe mai accaduto.>>
Puntandogli sempre più forte la pistola nelle tempie. <<Lo devo uccidere, così tornerà tutto alla normalità.>>
Ormai Ivan, non ragionava più.
<<Tua madre?>> Domandò Leonardo.
<<Dopo avermi ucciso ed essere tornati alla normalità, come giustificherai l’assenza di tua madre?>> Con un dolore atroce, proveniente
dal basso ventre.
<<DEVI STARE ZITTO BASTARDO.>> Ivan lo colpì con un pugno forte sul viso, proprio su quella protuberanza, che si era procurato
poche ore prima scontrandosi contro la vetrata del palazzo.
xxiii
<<Ora basta Ivan… te ne prego>> disse Sarah disperata.
Ivan andò in panico, mise le mani tra i capelli cercando di capire cosa stesse succedendo. <<Dove hai portato nostra madre???>> Gli
gridò Sarah ad alta voce.
<<Lei è… è al sicuro>> con un tono vago… poco sincero.
18
Sarah, priva di sensi, lì distesa in terra dopo essere stata colpita con violenza dal fratello. La madre ormai pallida giaceva lì, immobile su
quel tavolo in cucina.
Ivan non sapeva più cosa fare: “che cazzo ho fatto” pensò guardando quell’arma letale che aveva tra le mani. Tremava al solo pensiero di
vedere quell’orribile scena che lui stesso aveva creato.
Prese la sorella per un braccio e la trascinò come un sacco di patate fin dentro la sua camera da letto. La lasciò distesa lì, ormai
immobile, senza curarsi del fatto che avrebbe potuto avere bisogno d'aiuto.
Tornò di corsa dalla madre, cercò di scuoterla nella speranza di risvegliarla. Piangeva come un bambino. <<Mammina scusa… svegliati
per favore.>> Niente da fare, la madre non rispondeva. Il viso era ormai diventato paonazzo… aveva perso molto sangue.
Iniziò a girovagare per tutta casa con le braccia che urtavano qualsiasi cosa incrociasse sulla sua strada. Andò verso il mobile
nell’ingresso e, con molta dimestichezza (dopo tutto quel casino) preparò una striscia di eroina, cercando di farsi venire un’idea al più
presto. Sniffò, ma l’unica idea che gli venne in mente fu quella di prepararsi un’altra striscia…
xxiv
L’orologio a pendolo scoccò d’improvviso la mezzanotte. L’ora dei fantasmi... anime dannate che vagavano in cerca di riposo… Ivan
impaurito gli gettò contro un cigno di swarovski, preso per l'appunto da sopra il mobile dell’ingresso, mancandolo notevolmente…
Si sedette in terra, appoggiandosi al muro dell’ingresso, sotto la finestra che affacciava sulla strada principale. Senza interessarsi del fatto
che il corridoio era invaso da piccole schegge di cristallo. Tutto ad un tratto sentì un rumore provenire dalla strada. Si sollevò di scatto per
affacciarsi, era curioso di vedere da dove provenisse quel rumore. Era il camion dei netturbini che ritirava i rifiuti. Notò che si trovavano a
pochi isolati di distanza dal palazzo.
Un lampo di genio, contorto, s'insinuò nella sua mente.
Corse verso il ripostiglio, prese un sacco nero di plastica. Osservandolo bene si rese conto che non era abbastanza grande per quello che
gli sarebbe servito. Guardandosi meglio intorno, con quegli occhi che sembravano quasi uscissero fuori dalle orbite, prese con sé la
picozza della sorella appoggiata al muro; andò in cucina dalla madre.
<<Mamma perdonami, ti prometto che verrò a prenderti presto… molto presto.>>
Ormai Ivan era su un altro pianeta.
La colpì duramente, il sangue schizzava da tutte le parti come una fontanella, lì distesa su quel tavolo come un animale da macello, le
spezzò le gambe in modo da far entrare tutto il corpo in quel sacco nero. Lo sigillò. La caricò sulle spalle e, come se niente fosse uscì da
casa, proprio come una persona normale che getta la spazzatura nel bidone, giusto in tempo prima dell’arrivo dei netturbini.
Ritornato dentro, tutto sporco di sangue, dopo aver compiuto quel gesto al dir poco disumano, non si accorse di aver lasciato la porta di
casa semichiusa. Si distese sul letto ormai esausto addormentandosi come un bambino che, torna a casa dopo un pomeriggio frenetico
al parco giochi.
xxv
19
Erano le 07.20 del sabato mattina quando Ivan si svegliò di soprassalto sentendo strani rumori; Sarah, con tutta la forza che aveva riuscì
a telefonare…
<<a-a-aiu-too…>>
La conversazione non durò molto. Ivan la raggiunse e le tirò via la cornetta dalle mani, staccando la comunicazione, poi prese il suo
cellulare scagliandolo contro il muro. Distruggendolo completamente.
Non sapeva a chi avesse telefonato o se fosse riuscita a farsi sentire da qualcuno ma, immaginava che se così fosse stato presto
avrebbero ricevuto visite.
Ivan era incazzato come una bestia ma non perché aveva telefonato a qualcuno… ma perché Sarah non lo aveva fatto dormire fino a
tardi, lui odiava svegliarsi presto la mattina. Iniziò a dare calci alla sorella distesa per terra in una posizione fetale per cercare di
proteggersi dai colpi violenti del fratello. Dopo alcuni istanti di percosse,Ivan si avviò di nuovo verso il letto... stanco morto. Sarah
dolorante allungò lo sguardo alla sua picozza, proprio situata accanto a lei, le bastò allungare il braccio per prenderla. Riuscì ad alzarsi e
corse verso il fratello di spalle. <<Bastardo.>>
Ivan si voltò di scatto bloccandole la mano in cui aveva la picozza facendola cadere in terra. <<Sorellina, dovresti sapere che divento
matto quando mi svegliano di prima mattina…>> La spinse con cattiveria contro il mobile della camera, urtò violentemente la testa
contro lo spigolo e cadde per terra… senza dare più segni di vita!
xxvi
20
<<DOVE L’HAI NASCOSTA?!?!?>> Urlando furiosamente contro il fratello.
<<Dove è mia madre? Dimmelo!>> I suoi occhi cambiarono d’improvviso colore, da un verde smeraldo ad un rosso fuoco acceso.
Ivan, appoggiato al muro, con il viso nascosto dal terrore… non riusciva nemmeno a guardare la sorella, con quegli occhi pieni d'ira.
L’angoscia iniziava ad appesantirsi sempre più… si trovava in difficoltà, lui voleva solo spaventare la madre non… ucciderla.
Stava per dire qualcosa, Sarah gli si scagliò contro con tutta la rabbia che aveva dentro… era disposta a tutto pur di sapere dove si
trovasse la madre e, nello stesso momento, desiderava fargliela pagare per tutto il male che aveva procurato alla sua famiglia.
21
Sarah, nel suo inconscio, odiava Ivan più d'ogni altra cosa, ma ancor di più la madre. Era stata tutta colpa sua se il padre decise di
divorziare e sparire per sempre dalla loro vita.
Circa dopo dieci anni la nascita di Ivan, il ragazzo fu investito da uno scooter mentre giocava con la bicicletta nel giardino del palazzo.
Una corsa in ospedale lunga una vita. Lì si accorsero della gravità dell’incidente e delle gravi ferite riportate da Ivan.
Aveva bisogno di un'urgente trasfusione di sangue. Il gruppo sanguigno della madre e della sorella non corrispondevano quindi, senza
neanche pensarci, si offrì volontario il padre. Per una strana sorte anche il suo gruppo sanguigno era completamente diverso da quello del
figlio: in quella circostanza venne a sapere che non era lui il padre biologico.
xxvii
Il vero padre era un uomo d'origini asiatiche che, ai tempi del concepimento, lavorava, come imbianchino nella scala del palazzo
adiacente la loro.
Quella fu l’ultima volta che la piccola diciassettenne Sarah vide suo padre.
Tra Sarah e il padre c’era un legame davvero speciale.
Suo padre era un capitano di corvetta della Marina Militare Italiana, passava mesi imbarcato su navi a circumnavigare i mari da un
continente all’altro ma, ogni volta che ritornava a casa il suo unico lavoro era quello di passare ogni minuto con la sua famiglia… una
famiglia molto unita, fino a quando lui non sarebbe dovuto ripartire per una nuova missione!
Sarah da molti tempo riceveva circa una o due volte al mese una e-mail dal padre, le scriveva sempre che andava tutto bene le mandava
le sue foto e le raccontava i viaggi dei luoghi dove era stato, che in Giappone il sushi era alquanto strano, in Polinesia c’era un mare così
trasparente da poter vedere il fondo marino in tutto il suo splendore, in Australia aveva gareggiato con un canguro nella corsa a ostacoli,
erano posti fantastici e un giorno sarebbe tornato per prenderla e portala via con sé a visitare quei posti meravigliosi… le mancava
tantissimo.
Erano passati poco più di due anni da questo loro sentirsi ed essere vicini attraverso il computer (in modo clandestino per non farsi
scoprire dalla madre); desiderava tanto che una mattina il padre arrivasse per portarla via con sé navigando per gli oceani; sapeva che
prima o poi sarebbe tornato. Ormai erano quasi tre mesi che non riceveva più e-mail dal padre, lei gli scriveva ma non riceveva nessuna
risposta. Quando una mattina citofonò il postino portando una raccomandata proveniente della Marina Militare, destinatario la madre. Era
perplessa da questa strana lettera. Perché scrivere una lettera? Proprio a lei? La sua ex moglie? Quella mattina la madre non c’era, era a
lavoro, aprendo quella lettera Sarah la lesse senza battere ciglio, finì di leggere, la ripiegò e la gettò via senza dirlo a nessuno… il padre
era morto in un attacco missilistico nelle vicinanze di Mogadiscio.
xxviii
22
Sarah si lanciò contro di lui.
Ivan spaventato le puntò contro la beretta 9mm… sparandole.
Fortunatamente Leonardo si rialzò da terra. Senza considerare il suo dolore riuscì a spingerlo contro il muro, scaraventandolo sul
pavimento con tutta la forza che gli era rimasta. Così facendo deviò la pallottola. Bloccò la mano che impugnava l’arma e, con tenacia lo
tenne fermo al suolo. Sarah era salva…
Ivan, avvinghiato al corpo di Leonardo si dimenava come un'anguilla.
Capovolgendo la situazione i ruoli s'invertirono.
La pistola volò in aria. Cadendo in terra ruzzolò e andò a finire a poca distanza da Sarah, lì inerte…
Leonardo ed Ivan, stesi in terra come fossero due guerrieri che combattevano l’antica lotta del pancrazio… con calci e prese rotolando e
urtando dolorosamente contro i mobili della cucina.
Sarah, disperata, non sapendo più cosa fare prese da terra quella maledetta pistola. Cercò di intimare i due lottatori a finire quell'assurdo
massacro ma sembrava che loro non la sentissero...
Ad un tratto Leonardo riuscì a bloccare Ivan in modo tale che la sorella, volendo, potesse mirare e sparargli.
<<Ora Sarah… spara presto.>> In quell’istante le tornarono in mente gli ultimi otto anni passati con quel mostro del fratellastro, non riuscì
a ricordare neanche un istante felice trascorso insieme.
<<Per l’ultima volta, dimmi dove hai nascosto mia madre… bastardo!>> Non scherzava per nulla, non era una persona lucida in quel
momento… avrebbe sparato davvero se lo avesse voluto.
xxix
<<Non mi sparerai mai puttanella…>> guardando la sorella ma bloccato nella morsa di Leonardo.
<<Non la troverete mai…>> La sua risatina perfida si spense in un gemito sofferente… dalla canna infuocata della 9mm esplose un
proiettile che lo colpì dritto al cuore. Il colpo, sparato a distanza ravvicinata, ebbe una tale potenza che dopo avergli trafitto il cuore passò
da parte a parte senza fermarsi. Uscendo dal suo corpo, ma colpendo la spalla di Leonardo.
<<AHHH!!!>> Un grido sofferente. Un urlo cupo rimbombava per la stanza.
<<Dio mio cosa ho fatto>> facendo cadere la pistola e correndo verso Leonardo.
<<Fammi vedere presto>> stringendo forte la mano sulla ferita <<andremo subito in ospedale, non è niente di grave amore mio, ti
rimetterai presto credimi.>>
Leonardo dolorante guardò dritto negli occhi di Sarah. Come non aveva mai fatto prima d’ora.
<<Sarah, devo dirti una cosa!>> stringendola forte a sé <<ti amo… vuoi sposarmi?>>… Sarah non riuscì a rispondergli subito, il dolore
era troppo forte, Leonardo svenne tra le sue braccia.
23
<<Dottore presto, corra, il paziente si è risvegliato.>>
<<Oh perfetto… ora vedrò subito come sta.>>
<<Leonardo, come si sente? Si ricorda cosa è successo?>> ondeggiando uno strano aggeggio da sinistra verso destra per verificare i
riflessi delle pupille.
<<mhm… Sì, ero dalla mia fidanzata… lo sparo… la spalla… la testa>> ancora impaurito.
xxx
<<Leonardo mi ascolti bene, ok?>> Parlando in un modo professionale. <<Sono il dottor Stefano Meneghin, lei si trova in ospedale, a
Treviso, nel reparto terapia intensiva>> continuando a visitarlo. <<E’ stato investito da una BMW che correva ad alta velocità lungo la
strada alberata mentre lei era in bicicletta. Ha riportato un forte trauma cranico dovuto all’impatto violento contro il vetro anteriore
dell’automobile. Di seguito, dopo uno spaventoso volo, deve aver urtato la spalla, lussandosi la clavicola sinistra. E’ stato in coma
profondo per cinque lunghi giorni… per fortuna molti passanti lì nelle vicinanze l’hanno soccorsa aspettando l’arrivo dell’ambulanza… è
normale che la sua mente non ricordi niente di quello che è accaduto.>>
Leonardo lo guardava con aria stupefatta.
“La bicicletta… la macchina… il coma…” niente di tutto questo ricordava.
<<Come sta la mia fidanzata?>> Chiese Leonardo esausto.
<<Era da solo quando è stato investito, non c’era nessuno con lei.>> Sapendo perfettamente che essendo stato in coma, la sua mente si
era come bloccata in quei giorni e risvegliandosi era normale che avesse quegli strani ricordi.
<<Ora dico all’infermiera di avvisare i suoi familiari e di vedere se c’è già qualcuno qui fuori, ok?!>> molto contento di quel risveglio.
<<Infermiera… per favore, avvisi subito i genitori di questo ragazzo, dica loro che il miracolo è avvenuto… passo dopo per un ulteriore
controllo.>> Aggiustandosi la cravatta andò verso un’altra stanza da un altro paziente ricoverato da pochi giorni. Era stato malmenato da
alcuni adolescenti, così per gioco, derubato di una pistola che custodiva dentro casa di cui non si avevano ancora notizie, riportava gravi
lesioni allo sterno.
<<Certo dottore>> rispose l’infermiera. <<Corro subito ad avvisarli, saranno felicissimi>> mandando un dolce e affettuoso sorriso al
paziente Leonardo.
<<TU… TU…>> cercando di gridare all’infermiera, con voce molto rauca.
<<Stia tranquillo>> gli disse l’infermiera <<si riposi, tornerò subito.>>
Leonardo era sicuro che lei fosse…
xxxi
<<Mio padre era un capitano della Marina Militare e quando accadeva qualcosa di brutto diceva sempre: Scirocco chiaro e tramontana
scura mettiti in mar e non aver paura… non hai niente di cui temere ora, credimi, il peggio è passato oramai! Ti rimetterai presto... Sarah,
mi chiamo Sarah.>> Sorridendo si allontanò verso la segreteria e da lì chiamò i suoi genitori per dare la bella notizia, così tanto attesa.
Leonardo la guardava in modo incredulo, lui la conosceva.
Infondo, dopo quel forte trauma, quegli strani ricordi nella sua mente non ne era poi così tanto convinto…
EPILOGO
ZZZ-ZZZ-ZZZ
Il cellulare di Sarah suonava in modalità silenzionsa così da non dar fastidio alle persone ricoverate.
<<Si, pronto Ivan… come? Non ti sento, sono in ospedale… dove sei? In questura? Avvisa mamma... la discarica?! Non capisco… cerco
di arrivare il prima possibile.>>
xxxii
RINGRAZIAMENTI
Ringrazio di cuore Alessia Tessitore, Massimiliano Trepiccione, per avermi aiutato ad elaborare al meglio questa storia. Grazie alle loro
idee e alla loro pazienza.
xxxiii
Storia N. 2
Navigando
tra le
bambole...
Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e
luoghi citati sono invenzioni dell’autore. Qualsiasi
analogia con fatti, luoghi e persone, vive o
scomparse, è assolutamente casuale.
Navigando… tra le bambole
Trama
La giovane Roberta dopo aver conosciuto su un sito web
Veronica, entrarono in società nel magico mondo telematico dei
reborns, bambole modellate alla perfezione identiche a veri
bambini.
Un’affascinante storia d’amicizia virtuale, si trasformerà in una
evoluzione di incontri reali, misti con il surreale della loro mente…
A mio padre Giovanni… per tutti i suoi insegnamenti
A mia madre Teresa… per il suo infinito amore
un thriller pieno di imprevisti, intrighi, colpi di scena faranno venire
a galla misteriose sparizioni.
A mia sorella Alessia… per essermi sempre vicina
Grazie…
35
1
Navigando via internet mi trovai per caso su un sito dove era possibile comprare e vendere all’asta qualsiasi tipo di oggetto. Sfogliando le
pagine web nel suo interno, trovai una parte dedicata alle bambole. La mia passione.
Rimasi colpita, erano perfette, identiche a dei veri bambini.
Non feci altro che iscrivermi al sito, contattare questo venditore, VITAETERNA, dal nickname alquanto particolare e senza tanti preamboli
conclusi questo mio primo affare…
Dopo solo tre giorni mi arrivò a casa questa grande scatola. Scartandola rimasi senza parole.
Era bellissimo, quasi un bambino vero; il materiale del bambolotto era molto particolare, morbido, liscio, emanava un delicato profumo di
talco…
Mandai subito una e-mail a VitaEterna scrivendole che la bambola era arrivata in ottime condizioni e ne ero rimasta molto entusiasta.
Con il passare del tempo allacciammo una stretta amicizia “virtuale”, entrambe avevamo una forte passione per le bambole di ogni tipo,
in particolare di quelle strane ma bellissime imitazioni di bambini… i reborns.
Grazie a questa nostra amicizia, anche se solo virtuale, VitaEterna riuscì a farmi entrare in questo piccolo ma grande negozio di bambole
on-line.
Lei, due o tre volte al mese, fabbricava queste piccole creature colorando il loro corpo in ogni piccolo particolare, nel mio tempo libero,
quando non frequentavo l’università, cucivo e ricamavo su misura i vestitini da lei richiesti.
Era passato ormai un anno da questa nostra collaborazione telematica e nessuna di noi poteva lamentarsi delle vendite. Per me questo
non era un vero lavoro (mi mancavano altri due anni per potermi laureare in scienze politiche) ma mi faceva molto piacere che i nostri
prodotti venissero apprezzati da tante persone che come noi avevano questa passione.
36
Riuscivamo a vendere anche tre bambole al mese partendo da un’asta di euro 200,00 l’una e comunque non mi dispiaceva avere qualche
soldo in più, giusto da rendermi un po’ indipendente (dal momento che vivevo ancora con i miei genitori).
Una mattina, accendendo il mio computer, trovai una e-mail di VitaEterna: <<Cara DolceLuna…>> il mio nickname <<oramai è da tanto
tempo che ci conosciamo e lavoriamo insieme, anche se non ci siamo mai viste>> infondo era vero, il nostro unico contatto era via e-mail
e per posta. <<Penso che tu sia una persona davvero dolce, che ne pensi se questa nostra amicizia “virtuale” si trasformi in un’amicizia
reale?>> Davvero molto gentili le sue parole. <<Ti andrebbe di vederci dal vivo e rafforzare questo nostro legame? Fammi sapere. Baci
VitaEterna… Veronica>>.
Rimasi colpita da quella bella e-mail… in realtà di lei non sapevo proprio nulla, quanti anni avesse, se era sposata, quale fosse davvero il
suo lavoro (non credevo potesse mantenersi solo vendendo bambole), conoscevo giusto il suo nome e l’indirizzo di casa.
Ero un po’ indecisa sul risponderle o meno, infondo era un bel po’ che ci conoscevamo pur non essendoci mai incontrate, ma ero anche
curiosa di vedere dal vivo questa mia fantomatica amica/collega. Così le risposi scrivendole...
<<Buongiorno Veronica… hai un nome molto bello, sapevi che deriva dal greco Berenike e significa "la vittoriosa"?! Grazie del bel
risveglio che mi hai dato leggendo le tue dolci parole, mi farebbe molto piacere poterti incontrare e conoscere la mia “socia” in affari>>
sorridevo mentre scrivevo <<come possiamo fare per incontrarci? Un bacione e buona giornata. Roberta>>.
Ad essere sincera era da tanto che aspettavo questo momento, anche se ero un po’ titubante su questo nostro incontro. Poco mi
interessava, in un modo o nell’altro avremmo trovato l’occasione giusta per incontraci.
Nel primo pomeriggio mi arrivò la sua e-mail di risposta dove mi spiegava che la settimana successiva sarebbe venuta a Roma a trovare
amici e così ci saremmo incontrate per scambiare quattro chiacchiere; mi scrisse che era molto contenta di conoscermi di persona e mi
lasciò il numero del suo cellulare in modo da metterci d’accordo sul dove e quando vederci.
37
2
Era ora di cena, preparavo le ultime cose da portare in tavola quando il Tele Giornale annunciava un’altra orrenda sparizione di un povero
bambino di appena sette mesi.
Questa non era la prima volta che sentivo una tragedia del genere… in poco più di un anno erano spariti molti bambini… così nel nulla,
non si riusciva a capire chi potesse essere quel mostro capace di queste atrocità e dove nascondesse quelle povere anime innocenti.
Mio padre diceva che appena la polizia avrebbe trovato questo maniaco, non avrebbero dovuto rinchiuderlo in carcere, ma lasciarlo alla
mercé delle persone.
Mi passò perfino l’appetito. Sapevo che non lo avrebbero mai trovato…
La mattina seguente accesi la TV per sentire se c’era qualche novità sul bambino rapito, o meglio, se avessero scoperto qualcosa per
seguire una pista e indagare su qualcuno in particolare.
Ma come sempre, nessuno sapeva niente.
D’istinto accesi il computer collegandomi in rete. Dopo pochi secondi mi arrivò una e-mail.
Era VitaEterna.
<<Ciao DolceLuna, fra tre giorni arrivo a Roma, visto che mi servirebbe anche un vestitino per una nuova bambola che ne diresti di
darmelo di persona? Ti va bene se ci vediamo venerdì verso le sei del pomeriggio davanti l’obelisco in Piazza San Pietro? Per conferma
mandami un sms. Ciao tesoro a presto.
PS: regolati che il vestitino è per un bimbo di quasi otto mesi. Baci>>.
Da quel poco che sapevo di lei era una persona un po’ ambigua: ormai erano due mesi che non mi ordinava dei vestiti per le sue
bambole, poi d’improvviso mi avvertiva che gli serviva d’urgenza un vestito. Come se cadessero dal cielo questi vestitini...
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Finalmente quel venerdì così tanto atteso arrivò.
Erano le 17.30 di una giornata molto calda, io già ero lì che giravo per Piazza San Pietro con una busta che conteneva il mio bel vestitino
fatto con le mie dolci manine.
Ero impaziente di conoscere questa persona stravagante… erano trascorsi solo dieci minuti quando vidi arrivare una donna con in
grembo un bambino davvero splendido, con due occhi color ghiaccio, molto belli e particolari.
C’erano tante persone lì quel giorno ed era difficile capire chi fosse davvero VitaEterna… Veronica… come una stupida non le chiesi
neanche come avremmo fatto per riconoscerci. Mi ricordai che avevo il suo numero di telefono, provai a chiamare per chiederle dove era
in quel momento o come fosse vestita, in modo da riconoscerla.
Andai vicino l’obelisco e da lì chiamai... non appena digitai l’ok per la chiamata sentii proprio vicino a me un telefonino che squillava,
andai per girarmi e rimasi esterrefatta. Vidi quella donna con il bambino dagli occhi di ghiaccio con il cellulare in mano che stava per
rispondere quando di scatto guardò verso di me staccando la comunicazione. Si avvicinò chiamandomi per nome.
Era Veronica, una ragazza di circa trent’anni, molto bella, indossava una salopette di jeans scuro e un marsupio a tracolla dove vi era quel
bambino stupendo, suo figlio pensai.
Non mi aveva mai detto di avere un figlio, un bambino di pochi mesi…
<<Roberta… che piacere conoscerti>> ero contenta di vederla, <<finalmente ci incontriamo, penso sia inutile presentarci no?>>
Scoppiammo a ridere…
<<Veronica, tutto bene il viaggio?>> non sapevo che dirle, ero un po’ emozionata <<e questo bel bimbo come si chiama? È tuo figlio?>>
Lei mi guardava e rideva, prese in braccio il figlioletto e me lo porse tra le braccia. <<Lui è Alessio>>.
Rimasi come una stupida quando mi accorsi che “Alessio” era un altro dei bambolotti da lei creato.
Mi disse: <<Immagino che nella busta tu abbia il vestitino che ti ho chiesto vero?>> Allungando la mano verso di me. Era una donna
sicura di sé <<mi piace è carino… brava, grazie mille>>.
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Carino? Non immaginava neanche il lavoro che avevo dovuto fare per trovare la stoffa giusta per cucire quel vestitino in soli tre giorni,
meno male che le piaceva.
Rimanemmo davanti la basilica di San Pietro a parlare per circa una mezz’oretta così da conoscerci un po’ meglio… la piazza era piena di
gente proveniente da ogni parte del mondo, il papa era tornato da uno dei suoi lunghi viaggi, le persone oltre che visitare l’interno del
Vaticano speravano tanto di vederlo in lontananza, dalla finestra del suo studio, la sagoma del loro benefattore.
Tutto quel caos di voci intorno a noi… italiane, spagnole, francesi mischiate fra loro quasi a sembrare un ronzio continuo… non potevano
distogliere il mio sguardo da quella donna così affascinante, mai vista prima, mai sentita prima d’ora, ma che, nonostante ciò, sembravo
conoscere da una vita… ero come incantata dalle sue parole, dai suoi racconti… era una donna molto intelligente, carismatica, piena di
iniziativa… forse il contrario di me!!!
Ci incamminammo verso piazza del risorgimento dove c’era un piccolo mercatino con tante bancarelle di ogni genere, così per far fare un
piccolo giro turistico a Veronica e… al piccolo Alessio.
Mentre passeggiavamo notai che Veronica zoppicava leggermente… mi sembrava poco educato domandarle il perché di quel piccolo
difetto, magari aveva preso solo una storta… nulla di importante!
Dopo aver fatto un po’ di compere tra le bancarelle ci sedemmo su una panchina gustandoci un buon gelato che mi aveva gentilmente
offerto ringraziandomi di questo incontro.
Il suo dito sfiorò dolcemente la mia bocca sporca di vaniglia, mi vide arrossire e sorrise. <<Scusa, non volevo farti arrossire>> mi disse
con una voce sottile… un po’ maliziosa.
<<Allora Roberta, ancora non mi hai detto dove abiti di preciso, che fai nella vita oltre che cucire per me questi bei vestitini>>.
Infondo era vero, in quelle due ore avevamo parlato solo di lei, ma a me piaceva molto ascoltarla (anche se non aveva parlato molto della
sua vita privata).
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<<Io abito qui vicino, a piedi ci vogliono circa dieci minuti, sono al terzo anno di scienze politiche, mi piace molto la facoltà che ho scelto,
vorrei laurearmi al più presto con il massimo dei voti, lavorare accanto a persone importanti e cercare di dare sempre il meglio di me
stessa in qualsiasi cosa che farò>>.
Vedevo che mi osservava con entusiasmo, molto concentrata sulle mie parole, ero contenta che non la stavo annoiando, poche persone
mi ascoltavano con piacere… mi disse che era sicura che avrebbe passato una bella giornata con me, che conoscerci era stata proprio
una bella idea, ed io ero d’accordo con lei!
Senza neanche rendercene conto erano passate già le 21.30; la invitai a cenare a casa mia ma lei preferì salutarmi lì quella sera con la
speranza di rivederci molto presto. Anche perché l’indomani mattina si sarebbe dovuta svegliare presto per prendere il treno delle 07.00 di
ritorno a Firenze, in quanto doveva finire un lavoro lasciato in sospeso...
Non mi disse nient’altro, mi salutò con un po’ di tristezza negli occhi mi abbracciò forte a sé e mi diede un gran bacio sulla guancia, quasi
per farmi capire che non sarebbe voluta partire così presto, ma purtroppo doveva.
Salì sull’autobus con in braccio il piccolo “Alessio” e mentre si allontanava mi uscì una piccola lacrima che pian piano sfociò in un pianto
triste.
Rammaricata dalla sua partenza mi incamminai verso via Cola di Rienzo diretta a casa, con in mano un fazzoletto di carta cercando di
tamponare quelle lacrime da bambina, mi sentivo davvero una bambina in quella situazione, ma odiavo quei malinconici addii… mentre
percorrevo la strada di casa ripensai a quelle poche ore (ma fantastiche) in compagnia di Veronica… e Alessio! Era davvero una ragazza
molto simpatica, spigliata nelle parole, mi piaceva molto come ragionava era sempre sicura di sé. Continuavo a pensare che fosse proprio
l’opposto di me!
Ero sicura che sarebbe nata una gran bella amicizia fra noi due, ci saremmo riviste molto presto… magari sarei andata io a trovarla.
Chissà…
Mi domandavo il perché della sua partenza anticipata e di quella fretta di tornare a Firenze, mi aveva solo detto che era molto dispiaciuta
di doversene andare così presto e che aveva un lavoro urgente da finire e che avrebbe dovuto risolvere il prima possibile.
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Arrivata a casa mangiai un po’ di verdura che mi aveva preparato mio padre per cena. (Che stava già dormendo). Diedi una ripulita veloce
in cucina, mi struccai leggermente (tanto una bella parte del trucco era già andata via dopo quel pianto infantile) e andai in camera mia
per accingermi a dormire… dopo quella piacevole camminata ero un po’ stanca, l’indomani mi sarei dovuta svegliare presto per andare
all’università… le scrissi un sms per darle la buona notte.
3
Erano passati ormai cinque giorni dal quel nostro fatidico incontro così tanto atteso, ma di Veronica neanche l’ombra, un sms, una e-mail,
niente di niente… forse non le ero piaciuta dal vivo, mi aveva mentito dicendomi di aver passato una bella giornata in mia compagnia quel
giorno… non voleva più sentirmi, questa era la verità ed io povera sciocca che mi ero anche messa a piangere alla sua partenza… che
rabbia, che delusione!!!
Ero a pranzo con mio padre quel giorno, mia madre era a lavoro e sarebbe ritornata verso le 15.30, lavorava in uno studio legale… il
Telegiornale delle 13.30 annunciava un tremendo comunicato. Noi pensammo a qualche altro rapimento (anche se ci sembrava strano),
invece la notizia riguardava il ritrovamento di un bambino rapito circa quattro mesi prima di appena otto mesi, trovato morto, nudo e
avvolto in un sacco di plastica nero dentro il vagone di un treno nella stazione di Firenze.
Mio padre non poteva crederci… era stravolto da quelle notizie e da questo susseguirsi di rapimenti di povere anime che venivano poi
ritrovate nude, morte per soffocamento come nel caso di questo povero bimbo.
Cosa aveva fatto per meritarsi questo atroce destino a soli otto mesi di età? Avrebbe avuto tutta una vita davanti a sé, se non fosse
capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato incrociando quel maledetto divoratore di vite umane… mi alzai da tavola senza dire una
parola… vedendo le reazioni di mio padre sparecchiai la tavola, misi i piatti, i bicchieri e le posate sporche nella lavastoviglie, spazzai
velocemente in cucina e andai a chiudermi nella mia stanza… piangendo.
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Non riuscivo a capire il perché, il motivo di quel silenzio da parte di Veronica… la mia “VitaEterna”. In quel momento non mi interessava di
nient’altro all’infuori della mia amica “virtuale”… la dovevo sentire, la dovevo rivedere al più presto, alle mie e-mail non rispondeva, il
cellulare era sempre staccato… ma perché? Cosa le ho fatto? Nella mia testa vagavano domande e domande ma senza alcuna risposta,
come se non bastasse la notte mi sognavo tutti quei bambini rapiti e mai ritrovati, sentivo le loro urla strazianti nelle mie orecchie… <<mamma… uee uee…>> non c’è la facevo più, stavo impazzendo.
Dovevo ritrovare Veronica…
Era mezzogiorno passato quando il mio cellulare squillò facendomi svegliare di soprassalto. Ero ancora a letto a quell’ora, non mi ero
neanche degnata di svegliarmi per andare all’università… non avevo dormito per niente quella notte e se non fosse stato per il telefono
non mi sarei mai svegliata quel giorno… ero stanchissima, avevo passato una nottataccia… ma chi era che mi chiamava a quell’ora? Chi
era che mi disturbava ora che stavo riposando un po’…?
<<Un numero privato>>.
Risposi, era Veronica, le mie preghiere erano state ascoltate da qualcuno lassù… poterla risentire mi rese davvero felice in quel
momento.
Sapevo che mi avrebbe richiamato, non poteva stare senza di me…
<<Roberta perdonami se non mi sono fatta sentire più, ma ho avuto un problema da risolvere a Firenze e non potevo chiamarti… mi sei
mancata>>.
In quell’istante provai una gioia immensa nel sentire quelle parole…
“mi sei mancata”.
<<Veronica sono davvero contenta di sentirti, mi sei mancata molto anche tu, pensavo non volessi più sentirmi… sarei morta credimi>>.
<<Sarei stata solo una pazza a fare una cosa del genere. Ho voglia di vederti, vieni qualche giorno a casa mia… saremo solo io e te>>.
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Avevo i corsi da seguire alla facoltà, a mio padre cosa avrei detto?
Che andavo dalla mia amica virtuale a Firenze?! Che l’ho vista solo una volta per qualche ora e che di lei non so proprio niente…della sua
vita?
L’indomani presi il treno eurostar dalla stazione di Roma Termini delle 08:50 con arrivo alla stazione di Firenze Santa Maria Novella alle
10:29; i biglietti di andata e di ritorno mi vennero a costare all’incirca sessanta euro.
Il viaggio me lo volle regalare mio padre, gli dissi che andavo a trovare una mia vecchia professoressa di università che poteva aiutarmi su
alcune materie per la mia tesi di laurea.
Mi sarei trattenuta qualche giorno lì da lei…
4
Era il venerdì del 2 Giugno 2006, l’anniversario della nascita della Repubblica Italiana.
Sul treno tutti i posti erano occupati, la maggior parte da turisti che avevano approfittato di questo piccolo ponte di festa per rilassarsi e
godersi il week-end a Firenze, città d’arte. Considerata il luogo d'origine del Rinascimento, Firenze è conosciuta in tutto il mondo come
una delle culle dell'arte e dell'architettura, con i suoi numerosi edifici storici, monumenti, e ricchi musei…
Finalmente l’eurostar si fermò.
Ero giunta a destinazione... non ero più nella pelle, ero già stata lì al terzo anno di liceo classico, in gita scolastica per studio, ma quei tre
giorni passati lì più che di studio furono solo giorni di completo divertimento.
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Scesi dal treno e andai verso il giornalaio al centro della stazione, dove Veronica mi aspettava… la vidi (era sola questa volta), si girava
intorno cercando di riconoscermi in mezzo a tutte quelle persone piene di valige. Mi vide. Alzò il braccio per salutarmi r in modo che la
notassi… arrivata da lei. Senza neanche salutarla l’abbracciai a me stringendola con tutte le mie energie… fu più forte di me… lo stesso
fece lei. Desideravo quel momento come mai prima d’ora… ci accingemmo verso l’uscita dirette a casa sua per posare la mia valigia,
darmi una sistemata e subito dopo mi avrebbe portata a pranzo in un bel ristorantino di un suo vecchio amico. Casa sua era situata non
molto lontana della stazione Santa Maria Novella, che prende il nome dalla chiesa di situata al suo fianco.
Il suo appartamento era a pian terreno, piccolo ma molto carino.
Un bel salone, un cucinino incastonato nell’angolo della stanza con di fianco il bagno, una scala a chiocciola portava su alla camera da
letto e ad una piccola mansarda dove era predisposto il suo laboratorio. Lì con molta tranquillità poteva modellare le sue meravigliose
bambole, che adornavano la sua bella casetta.
Fu una giornata memorabile, mi portò in tanti bei posti, il Ponte Vecchio, la Galleria degli Uffizi, la Galleria Palatina, al Bargello e nei musei
Palazzo Pitti. Arrivammo alla chiesa di Santa Maria del Fiore a al Duomo di Firenze spiegandomi che era la quarta chiesa d'Europa per
grandezza, dopo San Pietro in Vaticano, Saint Paul a Londra e il Duomo di Milano… andammo fin sopra il suo campanile, salendo ben
quattrocento quattordici scalini fino ad arrivare su in cima.
Era fantastico osservare dall’alto quella bella città… mi indicò il palazzo dei Pazzi, mi disse scherzando che non era un “manicomio” ma
de i Pazzi. Erano una famiglia di banchieri fiorentini che si scontrarono con le decisioni de i Medici: da qui la così detta Congiura de i
Pazzi; io lo avevo studiato e lo sapevo benissimo ma ero talmente incantata dai suoi racconti, dalle sue spiegazioni, dai suoi gesti nel
descrivere gli avvenimenti passati che non potevo fare altro che ascoltarla.
Oramai era buio, tornammo a casa dopo quella giornata così intensa, piena di entusiasmo, l’adrenalina era al massimo. Il tempo di
salutarci e scambiarci la buona notte che subito caddi in un sonno profondo.
La sognai!
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Erano passate le tre di notte e mi svegliai sentendo un rumore… non ci badai più di tanto e richiusi gli occhi. Sentii un lamento. Era un
bambino che piangeva… cercai di alzarmi ma mi sentivo bloccata.
Bloccata da qualcosa, ero sveglia, vedevo tutto intorno a me ma non riuscivo a muovermi… a malapena riuscivo a sbattere le braccia per
cercare di far rumore e svegliare Veronica che dormiva al piano di sopra.
Il lamento diveniva sempre più forte, come se chi lo emettesse fosse i prossimità del mio letto.
Cercavo di urlare ma nessuno mi sentiva… quel lamento era più forte delle mie grida.
Perché Veronica non scendeva?!
Il lamento finì… iniziò un susseguirsi di pianti di neonati, qualcuno riusciva, singhiozzando, a dire “ma-mma”.
Urlai dalla paura con tutto il fiato che avevo in corpo, d’improvviso mi sentii scuotere e finalmente aprii gli occhi, mi trovai accanto
Veronica che, sentendo i miei lamenti, era scesa di corsa per vedere cosa fosse successo.
<<Hai avuto un incubo Roberta, tranquilla che ci sono io qui con te…>>, si sdraiò al mio fianco, mi abbracciò e dormì con me fin quando
non spuntarono le prime luci dell’alba…
Aprii gli occhi, la finestra era semi chiusa, vedevo entrare un sottile raggio di sole che illuminava una piccola parte delle mie gambe… mi
rigirai e notai che ero sola nel letto. Può essere di aver sognato, di aver dormito abbracciata a Veronica?! Volsi il mio sguardo verso la
cucina… lei era lì.
<<Buongiorno mia dolce principessa, dormito bene?>> Sorrideva con in mano una tazza di caffè e dei croissant al cioccolato, i miei
preferiti.
Indossava una canottierina gialla con un pantaloncino nero a strisce gialle, era troppo carina, sembrava un canarino sceso giù dall’albero
per augurarti un buon inizio di giornata.
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Venne verso di me, mi sedetti appoggiata allo schienale del divano letto, lei si mise al mio fianco comoda anche lei sul letto offrendomi
quella gustosa colazione.
<<A parte quel brutto sogno, ho dormito molto bene sapendo che eri qui con me… ti ringrazio>>.
Mi accarezzò dolcemente il viso con la sua mano delicata… si avvicinò a me dandomi un bacio forte ma tenero sulla guancia.
Il mio croissant mi scivolò dalle mani per l’emozione cadendo sul tovagliolo senza sporcare il lenzuolo… Veronica rise e mi disse di
alzarmi e seguirla di sopra, voleva farmi vedere una cosa che poche persone avevano avuto l’onore di vedere. Io incredula la seguii…
salimmo fin verso la mansarda, aprii la porta e mi mostrò con molto orgoglio il suo laboratorio di bambole.
Era una piccola mansarda ben curata, con una finestrella che affacciava sul convento domenicano di Santa Maria Novella, acquisito dal
Comune di Firenze nel 1868, uno degli ambienti più suggestivi del percorso museale è il Chiostro Verde, interamente affrescato con scene
del Vecchio Testamento, tra le quali spiccano gli episodi del Diluvio Universale e dell’Ebbrezza di Noè…
Girandomi intorno vidi che al suo interno c’era un tavolo da lavoro con tanti utensili con cui modellare le varie parti del corpo del
bambolotto appena “partorito” e un mobile dove custodiva gelosamente tutti i documenti, che autenticavano la validità delle bambole
come pezzi unici.
Un grande baule dove conservava delle bambole comprate in vari mercatini rionali e che poi sarebbero servite per far nascere uno dei
suoi grandi capolavori artistici.
Così io definivo le sue bambole, dei veri e propri capolavori artistici.
Mi spiegò poi che all'inizio del ventesimo secolo, delle note aziende lanciarono un nuovo modello: i "reborns", delle bambole
dall'espressione facciale molto intensa su un viso fortemente caratterizzato.
Una piccola scrivania dove era posizionato il suo notebook con vari attestati di concorsi vinti per la miglior bambola realistica.
Quella piccola stanza mi procurava un’emozione unica… avrei tanto voluto essere brava come lei…
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5
Era già agosto, erano passati poco più di due mesi da quell’indimenticabile week-end trascorso con la mia migliore amica. Veronica.
Un po’ per i miei esami all’università un po’ per i suoi impegni lavorativi (mi aveva detto che lavorava come segretaria presso uno studio
medico di un pediatra), non avevamo avuto più nessun’altra occasione per incontraci.
Ci sentivamo per telefono, ci raccontavamo “scrivendo” le nostre storie giornaliere via e-mail, come se per noi fosse un piccolo diario ove
raccontare i nostri più intimi segreti o un modo come tanti per sentirsi sempre vicine.
Non mi chiedeva più vestitini, forse non aveva tempo per modellare le sue bambole ma io, da brava amica del cuore, le avevo cucito un
fantastico vestitino con una stoffa particolare presa in un luogo… incantato!
Leggendo una sua e-mail mi confidò che delle volte passeggiando per Firenze o in qualunque posto si trovasse, andava in cerca di
bambini così in modo da avere un’ispirazione per creare uno dei suoi fantastici modelli reborns.
Scrisse in via confidenziale che molte volte vedendo quei bambini così belli aveva quasi voglia di rapirli e portarli via con sé… quando
venne a trovarmi a Roma, la prima volta che ci incontrammo, mi confessò che si era innamorata di un bambino davvero molto carino che
viaggiava con lei nell’autobus di ritorno al suo albergo e avrebbe tanto voluto portarselo via.
Pensandoci bene, in mansarda dove era sistemato il suo grazioso studio di lavoro, notai che di fianco al baule, dove conservava tutti i vari
pezzi delle bambole che poi avrebbe assemblato, c’era una piccola linea retta… non era un graffio sul muro… sembrava una parte del
muro un po’ più alta, come se fosse un’incavatura che contraddistingue una porta chiusa, una piccola botola posta proprio dietro il baule,
forse come copertura di non so cosa… avevo provato ad avvicinarmi per dare meglio un’occhiata ma lei mi fermò di colpo e, con la scusa
di farmi vedere una cosa giù in salotto, mi trascinò via improvvisamente.
Non diedi subito peso al suo gesto poco delicato ma ripensandoci con calma e ripensando al quel cassone colmo di piccole braccia,
gambe, testoline e quella specie di botola così ben nascosta, mi vennero i brividi.
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Ma in fondo non erano cose che mi riguardavano.
Io non le chiesi mai niente a riguardo e lei non mi parlò mai di quel nascondiglio misterioso. Sempre che lo fosse…
Era da tanto ormai che non ci vedevamo e le nostre chiacchierate per telefono o le nostre e-mail andavano pian piano scomparendo.
Molte volte le chiesi quando sarebbe venuta a trovarmi oppure quando sarei potuta andare io (con molto piacere) ma lei, quelle poche
volte che mi rispondeva, diceva che era molto impegnata con il lavoro e non sapeva proprio quando liberarsi un po’.
Erano passati poco più di sei mesi da questa nostra lontananza, ormai ci sentivamo forse una o due volte a settimana. Scoprii anche il
perché non mi chiamava più per ordinare i vestitini: non perché non creava più bambole ma semplicemente perché aveva trovato un’altra
ragazza che le cuciva su misura quei vestiti.
Mi colpì al cuore questa triste notizia, nemmeno ebbe il coraggio di dirmelo in faccia, per telefono, scrivendomi una semplice e-mail… di
sicuro aveva conosciuto qualche sgualdrinella della sua città per chat e le aveva proposto di lavorare con lei in cambio chissà di cosa…
non poteva farmi questo.
Dopo tutta la fatica, il lavoro, le notti in bianco che avevo passato per lei, tutto l’amore che le avevo dimostrato, questo era il
ringraziamento? Questo era il suo affetto nei miei confronti? Tradirmi con un misero essere vivente?
Non avrebbe mai dovuto farmi questo, non avrebbe mai dovuto mettersi contro di me. Avrebbe pagato caro questo suo affronto...
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Erano trascorse poco più di due settimane dall’ultima volta che avemmo una discussione molto accesa per telefono. Io l’avrei anche
perdonata se solo avesse lasciato quella sua nuova amica… ma lei mi rispose dandomi della pazza e dicendo che tra noi non c’era mai
stato niente e niente sarebbe mai capitato. Decisi di andare a Firenze a casa di Veronica.
Erano le 19.00 di un sabato pomeriggio come tanti altri, sapevo che non lavorava nei week-end e così mi presentai a casa sua.
Mentre mi avvicinavo verso la porta d’entrata sentii dei rumori provenire da dentro casa e d’improvviso vidi spalancare la porta.
Non so neanche io perché lo feci ma d’istinto mi nascosi dietro un’automobile, lì, ferma nel cortile del palazzo. Nessuno mi vide.
Vidi uscire da casa una ragazza e ferma sull’uscio della porta c’era proprio lei. Veronica.
Si salutarono dandosi un bacio affettuoso sulla guancia, dicendosi che si sarebbero viste lunedì alla solita ora. Non potei fare a meno di
pensare che fosse lei la persona maledetta che mi aveva rubato il cuore di VitaEterna.
Si avviò verso l’uscita del palazzo, aspettai che Veronica rientrasse in casa e così, senza farmi notare, uscì da quel nascondiglio per
seguirla.
Si incamminò verso la stazione, proseguì sempre dritta fino a quando non svoltò per una stradina, la seguivo ma non sapevo neanche io
il perché. Avevo voglia di fermarla e dirle di lasciar stare il mio unico amore ma non ne ebbi il coraggio. Mentre camminavamo si fermò.
Cercava qualcosa dentro la sua borsa, estrasse un mazzo di chiavi, di sicuro quelle di casa sua.
Eravamo solo noi due in quella stradina semi buia, non un’anima viva, non un cane per strada, forse dovuto a dei lavori di ristrutturazione.
Sicura di me mi avvicina per parlarle, l’unica cosa che seppi dirle fu… muori troia!
La colpii violentemente con una sbarra di ferro che trovai lì appoggiata al muro vicino un cartello con scritto “lavori in corso”. La colpii
ripetutamente fino a quando non stramazzò al suolo priva di sensi. Non si muoveva più, non sentivo più il suo respiro, vedevo solo
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fuoriuscire il sangue dalla sua testa… mi spaventai, gettai per terra quell’asta metallica e fuggii senza dar conto più a niente, corsi verso la
stazione senza mai voltarmi indietro.
Presi al volo il primo treno diretto per Roma.
Il vagone dove io avevo preso posto era quasi vuoto, come la mia testa in quel momento… osservavo fuori dal finestrino tutti quegli
alberi, tutti quegli oggetti che scorrevano velocemente davanti i miei occhi. Ero in viaggio da quasi un’ora ma mi sembrava un’eternità,
quel viaggio non sembrava finire mai, altri quaranta minuti e finalmente sarei arrivata a casa. Non vedevo l’ora di farmi un bel bagno caldo
e dimenticare al più presto quell’assurda storia.
Non avrei mai voluto fare quel gesto… ma, pensandoci bene, non ne avevo colpa. Nessuno le aveva detto di mettersi in mezzo tra me e
Veronica. Non era giusto rovinare una così bella storia tra due persone, due amiche, due colleghe, due ragazze innamorate l’una
dell’altra… dinanzi a me una bella coppia, lei molto carina, appoggiata dolcemente con la testa sulla spalla del suo bel fidanzato che le
stringeva la mano con tanto amore. Desideravo tanto che lì, in quel posto, in quell’istante, fossimo sedute io e il mio amore. VitaEterna.
Ma in quel momento sognavo solo ad occhi aperti eppure, sentivo dentro me che il giorno seguente lei mi avrebbe chiamata chiedendomi
scusa per tutto il male recato in quel periodo, che fosse pentita e che avesse bisogno di me.
Io ero l’unica su cui poteva contare davvero, l’unica che poteva prepararle dei fantastici vestitini per dar vita ai suoi irreali “REBORNS”.
Era bello viaggiare con il pensiero in quei mondi così lontani ma così vicini al mio corpo. Quando d’improvviso sentii una voce…
<<Signorina buonasera>>.
Un signore di circa cinquant’anni, indossava una giacca color verde, un pantalone nero con una camicia celeste ben sistemata, la
cravatta non stretta a sufficienza ed un copricapo che avevo già visto da qualche parte, una borsetta nera a tracolla e… era il capotreno
che mi chiedeva gentilmente il biglietto da vidimare. Per fortuna il biglietto lo avevo comprato qualche giorno prima di partire per Firenze
ma, nella fretta di prendere un treno per il ritorno, mi dimenticai di obliterarlo. Il controllore con un sorriso gentile ed un po’ di stanchezza
per le ore di viaggio accumulate aveva un qualcosa di strano che non capivo, notai che mi fissava la mano sinistra. Era sporca di sangue.
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Fu quando la colpii con tutto il mio odio che dalla sua testa schizzò fuori quel suo sangue infetto sporcando le mie bellissime mani e,
osservando meglio, anche il mio vestito nuovo, comprato proprio per far bella figura con Veronica, era macchiato.
Mattia, questo era il nome del controllore dell’eurostar numero 75463, leggendo le sue generalità sul cartellino sistemato con una pinzetta
sulla sua divisa ferroviaria mi chiese come mai ero così sporca di sangue e se mi fossi fatta male.
Appena salita sul treno, proprio come una stupida, non pensai proprio di andare subito in bagno per lavarmi e pulire quelle orrende
macchie rossastre da sopra il vestito che, di sicuro, si sarebbe rovinato. Inventai una scusa.
Il signor Mattia insistette per darmi un’occhiata toccandomi sul braccio ma io, inconsciamente, diedi un fortissimo urlo, tanto forte da
attirar l’attenzione di tutti i passeggeri di quella carrozza. L’ultima cosa che avrei desiderato in quel momento… <<Beh, il resto delle storia
la conosce benissimo… commissario>>.
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Chiusa in una stanza buia nel seminterrato della questura di Roma, giustificarmi con dei poliziotti incompetenti, per la mia legittima difesa
contro una persona che voleva rovinare la mia vita e quella della mia compagna.
Era assurdo tutto ciò. Non potevano tenermi chiusa in una stanza puzzolente, seduta su una sedia di plastica, ammanettata come un
qualsiasi carcerato. Avevo i miei diritti, mio padre era stato avvertito di questo piccolo disguido e sarebbe arrivato a momenti per portarmi
via da quel macello e denunciare tutti i poliziotti che avevano avuto la sfortuna di parlare con me!
Ero alloggiata in quella piccola sala. Sola, spaventata… di fronte avevo solo uno specchio. Non ero stupida, avevo visto tanti film
polizieschi e sapevo benissimo che dietro quella superficie liscia, ove viene prodotta una riflessione regolare di raggi luminosi, c’era
qualcuno che mi osservava… urlavo, mi dimenavo con tutta la mia forza, gli facevo le linguacce!!!
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<<Era sul treno Firenze - Roma Termini, il controllore di turno ci ha avvertiti dicendo che sul vagone c’era una ragazza sulla ventina d’anni
con il braccio sporco di sangue con una macchia di sangue anche sul vestito. Aveva provato a chiederle cosa era successo ma dopo aver
strillato come una pazza lo aveva assalito mordendolo sul braccio. Per fortuna delle persone sul vagone, vedendo la scena, riuscirono a
bloccarla e tenerla ferma fino all’arrivo in stazione. A quel punto siamo intervenuti noi!>>.
Ernesto Paudetti, era un uomo di circa quarantacinque anni, originario della Sardegna, ma da circa sei anni trasferitosi nella capitale
italiana dopo aver vinto il concorso da commissario. Divorziato da poco più di un anno era una persona molto ligia al suo dovere, passava
giorni interi chiuso nella sua “roccaforte”, come amava chiamare la questura a cui era stato assegnato.
Non soddisfatto, portava il suo lavoro fin dentro casa sua, passando notti insonni cercando di trovare una verità ai suoi tanti casi irrisolti
ancora pieni di enigmi. Triste e solo in quella casa… non aveva più avuto una sua vita sociale da quando la moglie lo lasciò, portando via
con sé le loro due figlie di tredici e otto anni.
Era lì che osservava Roberta nella stanza adiacente la loro, nascosto dietro quel falso specchio. Di fianco al commissario Paudetti c’era il
nonno paterno della ragazza arrestata. Oreste Mastrangeli.
<<Non capisco. Perché Roberta era a Firenze? Perché è chiusa lì in questo momento? Cosa ha fatto di preciso?>> Suo nonno era
arrivato da poco tempo in commissariato, gli avevano spiegato come fosse arrivata lì in questura, ma non gli avevano detto perché la
tenevano chiusa lì dentro in quel modo.
<<Sua nipote sostiene di aver colpito a sprangate una ragazza per legittima difesa ma, non sa il nome di questa ragazza e non si ricorda
neanche dove si trova ora il suo corpo. Non ha voluto dirci altro, pretende di essere liberata perché lei non ha colpe in merito>> il nonno
lo guardava incredulo. <<Abbiamo mandato un campione del sangue trovato sui suoi vestiti per farlo analizzare dalla scientifica. Per
controllare se nel database risulti il nome della vittima. Ho anche avvertito i colleghi di Firenze per cercare il corpo di questa ragazza, per
ora non si sa ancora niente, ma presto avremo i risultati… mi dispiace dirglielo ma sua nipote si è messa in grossi guai>>.
I suoi occhi erano pieni di lacrime, non poteva credere che fosse tutto vero.
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<<Una cosa vorrei chiederle…>> disse il commissario al nonno di Roberta <<Suo figlio dov’è in questo momento? Il padre della ragazza
come mai ancora non è venuto? Sua nipote lo cerca insistentemente, dice che sta per arrivare…>> il nonno lo bloccò subito prima di far
finire la frase.
<<Suo padre morì quando lei aveva solo dieci anni. Mio figlio e mia nuora ebbero un incidente motociclistico anni fa, colpa di un pirata
della strada ubriaco che non rispettò il segnale di STOP>>.
Il commissario lo guardava fisso negli occhi, come per dire “capita quasi tutti i giorni una cosa del genere”.
<<Furono scaraventati in aria per oltre dieci metri, finendo contro un muro di cinta di una casa lì sul ciglio della strada. Il padre morì sul
colpo. La madre fu soccorsa subito grazie all’intervento della padrona di casa che, sentendo lo schianto, corse immediatamente fuori a
vedere cosa fosse successo ma una volta arrivata in ospedale… entrò in coma profondo e dopo due giorni cessò di vivere. E di quel
maledetto non si seppe più niente. Scappò via. Da quel giorno Roberta ha sempre vissuto con me, sono io il suo tutore legale>>.
Il commissario, dopo tanti anni di esperienza, si era fatto un piccolo quadro generale della ventunenne Roberta Mastrangeli, una ragazza
scioccata dalla perdita straziante dei suoi genitori, vedendola comportarsi in quel modo in quella stanza già di per sé agghiacciante e
avendo sentito la sua confessione di “legittima difesa”… aveva stabilito che per il momento, almeno fino a quando non sarebbero arrivate
tutte le risposte che stavano aspettando, era meglio se quella notte fosse rimasta sotto la custodia della polizia.
Erano passate ormai più di quattro ore da quando Roberta aveva messo piede lì, in quella stanza vuota e buia della questura di Roma.
Fu trasferita per la notte in un’altra stanza con un letto, la porta chiusa a chiave ed un poliziotto di guardia.
Un urlo svegliò di soprassalto il commissario Paudetti che dormiva appisolato sulla poltrona del suo studio.
Era l’agente Bracolin Giacomo in servizio quella notte, un ragazzo friulano di appena vent’anni, diplomato da poco, e dopo aver vinto il
concorso di polizia, fu mandato in quel distretto come prima assegnazione.
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Gli consegnò d’urgenza i risultati delle analisi richieste per quel caso inconsueto di quella sera, in contemporanea gli fu dato anche un fax
ricevuto dai colleghi fiorentini riguardante una persona trovata morta qualche ora dopo l’arresto della ragazza. Tra una pagina e l’altra,
Paudetti guardava perplesso Bracolin che non riusciva a comprendere le sue smorfie.
D’improvviso il commissario ordinò all’agente di avvisare subito il signor Mastrangeli, il nonno della ragazza e dirgli che poteva tornare per
riprenderla.
Era libera!
Il giovane poliziotto lo guardò in modo alquanto strano, ma senza controbattere eseguì all’istante il suo ordine.
Quella sera era iniziata in modo alquanto anomalo, e dopo aver ricevuto quei documenti si era reso conto di quanto fosse diventata
strana e complicata quella situazione.
Chiuso nel suo ufficio prese in mano il telefono e iniziò a sfogliare la sua rubrica, quella notte sarebbe stata molto lunga…
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Roberta dormiva tranquilla nel suo letto, era ormai tardo pomeriggio quando aprì gli occhi, in fondo era stata una nottataccia quella che
aveva passato in questura la sera prima. Aveva confessato di essere lei l’assassina di quella povera donna, era stata consegnata alla
polizia sporca di sangue… sporca di quell’orrendo delitto commesso poche ore prima il suo arresto, ma ciò nonostante era stata lasciata
libera.
Come mai le avevano detto che poteva tornare a casa tranquillamente? Cosa aveva scoperto il commissario per cambiare idea solo
poche ore dopo averla chiusa in una stanza di sicurezza?
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Queste erano le domande che giravano per la mente di nonno Oreste, seduto sul divano del salotto con lo sguardo rivolto verso la finestra
della stanza.
Non riusciva a trovare una spiegazione logica all’accaduto, pur sapendo che non era la prima volta che la nipote si cacciava in guai del
genere.
Dopo la morte dei genitori lei non fu più la stessa… aveva rimosso subito quel tragico incidente dalla sua mente e dopo circa dieci anni
da quel maledetto giorno lei era ancora convinta che i genitori fossero lì vicino a lei… di sicuro lo erano, ma non nella realtà. Questa era
una delle tante cose che, il nonno non poteva negarle. Credere alla loro esistenza.
Ogni martedì verso le 17.00 veniva sempre a trovarla Samantha, una sua cara amica. Roberta la conobbe circa sette anni fa, come amica
della madre.
Lei andava sempre a trovarla per chiacchierare quasi un’oretta a settimana. In verità, la quarantaduenne Samantha era una dottoressa di
psicologia che la teneva in cura. Per motivi personali non le avevano mai rivelato niente, d’accordo con il nonno, per non recare ulteriori
danni alla sua mente già abbastanza traumatizzata.
A momenti sarebbe arrivata la dottoressa; il nonno si era alzato dal divano per dirigersi verso la cucina per bere un goccio di caffè, diede
uno sguardo alla porta della stanza ancora chiusa della piccola Roberta… di sicuro era molto stanca.
Squillò il telefono, neanche fece in tempo a fare il secondo squillo che subito alzò la cornetta. Rispose Roberta. Qualche minuto di
silenzio, poco dopo riattaccato il telefono si preparò di fretta e furia e uscì di corsa da casa, mandando un bacio al nonno e dicendogli
che sarebbe tornata presto… vedendola uscire di corsa non capì all’istante cosa stesse accadendo, riuscì solamente a dirle <<dove stai
andando? Sta salendo Samantha…>>
Ma neanche fece in tempo a finire la frase che sentì la porta di casa chiudersi.
La giornata non era delle migliori… un cielo molto buio offuscava l’intera città di Roma. Nuvole nere ammassate l’una all’altra
circondavano la città eterna pronte per un attacco devastante… dal primo piano di un edificio, si intravedeva a mala pena l’ombra di una
persona impegnata a leggere un qualcosa che neanche essa riusciva a capire con chiarezza.
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Lì seduto a quello scrittoio, con il capo chino su quei fascicoli, il commissario Paudetti leggeva e rileggeva quei documenti faxati la notte
prima, inerenti al ritrovamento di una ragazza morta in un vicolo di Firenze.
La descrizione del medico legale della scientifica di Roma corrispondeva a quella della ragazza trovata sul treno Firenze - Roma, dove lei
stessa confessò di aver assassinato con un bastone di ferro quella povera ragazza, di cui non conosceva neanche il nome. E quel sangue
trovatole addosso? La scientifica confermò che quel sangue apparteneva ad un animale, per l’esattezza si trattava di un ratto. Se non era
stata lei ad effettuare quell’atroce delitto perchè si era autoaccusata? Come faceva a sapere tutte quelle cose? Se lei non c’entrava niente
con la vittima, di sicuro stava proteggendo qualcun’altro!
Ma chi…?
Erano le 20.15 quando Roberta ritornò a casa. Il nonno le chiese dove fosse stata e come mai era scappata così di corsa.
Mentre aspettava una risposta squillò il telefono, ma stavolta riuscì a rispondere prima lui.
Cercavano la nipote. Era Veronica… piangeva al telefono per la morte di una sua collega, si confidò con la sua ex amica “virtuale”
dicendole che poco prima della sua uccisione, era stata a casa sua per prelevare dei documenti da portar poi in ufficio il lunedì mattina.
Non riusciva a capacitarsi di quella strana sorte che le era toccata. Perché proprio a lei? Cosa aveva fatto di male per meritarsi una
sofferenza così penosa? Perfino lei aveva paura di uscire da casa, sapendo che un maniaco si aggirava per la città.
Roberta l’ascoltava con un sorrisetto sotto i baffi, che purtroppo non vedeva nessuno. Da amica lei le disse in maniera triste <<mi
dispiace davvero tanto Veronica, ora non potrà più farti i vestitini per le bambole…>> interruppe la frase con una risata soffocata dalla
mano che andò a coprire il ricevitore del telefono.
<<Ma cosa stai dicendo?>> Rispose la sua amica. <<Lei non c’entrava niente con le mie bambole, mica era lei che mi cuciva i vestiti. Ti
sei dimenticata che me ne hai spedito uno tu la settimana scorsa?!?>>
La telefonata si concluse poi con un saluto della buona notte… e con una promessa da parte di Roberta <<mia cara piccola VitaEterna, ti
auguro una dolce notte e ti garantisco che nessuno ti farà mai del male>>.
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La comunicazione terminò, ma quelle parole non rassicurarono per niente lo stato d’animo di Veronica.
9
La mattina seguente alla questura di Roma, arrivò un’altra comunicazione. Questa volta si trattava dell’ennesima sparizione di un
bambino.
Un piccolo batuffolo di appena tre mesi, residente a Roma che si trovava a Firenze con i genitori per un week-end come tanti altri, finito in
un’atroce ritrovamento nauseante.
Il commissario Paudetti fu chiamato d’urgenza.
Dopo tante ore passate a leggere e capire meglio quella storia così stramba, ricevette una telefonata alle 07.00 del mattino. Dopo
neanche tre ore di sonno, Ernesto Paudetti si rivestì velocemente e corse nuovamente in centrale.
<<Commissario buongiorno>>. Se così si poteva definire quella mattina. <<Poco fa ci è arrivato questo comunicato dalla questura di
Firenze. Riguarda un bambino romano sparito e poi ritrovato dopo qualche ora. Abbiamo pensato di chiamarla subito perché… la cosa ci
è sembrata alquanto assurda…>> l’agente Bracolin consegnò il foglio al commissario il quale aveva due borse sotto gli occhi tali che
chiunque avrebbe capito che era una vita ormai che non dormiva serenamente.
Incredulo Paudetti leggeva le pagine di quel fax appena ricevuto. I colleghi Fiorentini avevano deciso di inviare queste informazioni alla
questura romana, oltre al fatto che la povera vittima era residente a Roma, anche perché sul corpo del bambino seminudo, erano state
ritrovate tracce di sangue.
Dopo averle fatte analizzare dalla scientifica, erano risultate appartenenti a Elena Opuscoli. La ragazza assassinata qualche ora prima.
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Possibile che era lei il serial-killer di tutte quelle piccole creature strappate alla loro vita?! Morta dopo aver commesso il suo ultimo
delitto… assassinata da qualcuno che l’aveva vista mentre lacerava la vita a quella minuscola persona? Forse il padre stesso del
bambino? Seguirla dopo aver visto quella orrenda fine del suo ometto per poi colpirla a morte con una spranga di ferro?
Perché non fermarla prima? Ma la cosa che più di tutte inquietava il commissario, era una domanda a cui ancora non riusciva a trovare
riposta… cosa c’entrava Roberta Mastrangeli in tutto questo?! Possibile che avesse assistito al massacro?!? Era deciso a trovare tutte le
risposte necessarie per capire chi fosse davvero coinvolto dietro questa ripugnante storia.
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“Tu…!!! svegliati… perché mi hai fatto questo… cosa ti ho fatto di male per meritarmi questa orrenda fine… non ti conosco, chi sei?!”
<<Mhmhmhm…>> la stanza era buia, l’oscurità vigilava intorno al letto di Roberta. Si lamentava. Sentiva voci.
I lamenti dei bambini le riempivano la testa di nauseanti incubi. E poi… quella voce. Ma di chi era? Cosa voleva da lei? <<Mhmhmhm…>>
si girava e rigirava nel tormento di quelle sera, ogni notte era sempre uguale, incubi ricorrenti, bambini nudi piangevano davanti al suo
capezzale, ma quella voce nuova… le incuteva terrore e angoscia.
Non poteva andare avanti così, aveva bisogno di aiuto, doveva parlare con qualcuno. Doveva essere protetta, e allo stesso tempo, porre
fine a tutti quei massacri… nella sua mente.
Erano ormai passati due giorni da quando il commissariato di Firenze avvisò i suoi colleghi romani di quel… di quei due tragici omicidi
avvenuti quella notte.
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All’apparenza sembrava non avere senso il collegamento fra loro, ma il commissario Paudetti, della questura di Roma, non ne era poi così
tanto convinto.
Due giorni chiuso nel suo studio a leggere quei maledetti fax, le perizie mediche parlavano chiaro.
Era stata Elena Opuscoli ad uccidere il bambino per poi svestirlo della sua camicetta a righe, trovato nel vicolo adiacente a quello in cui ci
fu il ritrovamento del corpo dell’assassina, con il cranio spappolato da una spranga di ferro.
Ma qualcosa non quadrava per il commissario. L’ora dei decessi, più o meno era la stessa, qualche minima differenza fra l’uno e l’altro.
Si doveva solo capire bene chi dei due fosse morto per primo.
I medici della scientifica stavano lavorando a quel caso da ore, era complessa quella storia, ma ce la stavano mettendo tutta.
Quella ragazza poi… trovata sul treno sporca di sangue… era lei la colpevole dell’uccisione di Elena, aveva confessato, eppure i reperti
medici dimostravano il contrario. Sapeva come erano davvero andati i fatti su quell’omicidio, conosceva l’arma del delitto, ma ne
impronte né sangue corrispondevano a lei. Non era chiaro tutto questo, sapeva qualcosa… era lì, aveva visto tutto.
Ha confessato solo per proteggere qualcuno! Non riusciva a darsi pace Ernesto Paudetti… decise di andare a Firenze per controllare
meglio il corpo di quelle due povere vittime durante l’autopsia che si sarebbe tenuta nel primo pomeriggio.
La sera stessa era già di ritorno verso casa sua... per meglio dire la questura di Roma.
Portando con se l’agente Bracolin.
<<Quattro occhi lavorano meglio di due…>> gli disse prima di entrare nell’obitorio di Firenze per analizzare i corpi del reato.
Neanche fece in tempo a finire la frase, che appena il medico legale tolse il lenzuolo della vittima, vedendo il cranio fracassato della
ragazza, Bracolin svenne all’istante. Si risvegliò dopo circa quattro ore finito il lavoro, su un lettino ospedaliero, di fianco a un vagabondo
con metà pettorale aperto per un’autopsia. L’urlo forte del ragazzo, fece notare al commissario e ai medici di turno il suo risveglio.
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Viaggiavano su un treno eurostar diretto a Roma, Bracolin, dopo quelle “dure ore di lavoro” riposava con occhi socchiusi tenendo tra le
mani una rivista motociclistica. Il commissario con lo sguardo fisso sulla relazione medica lasciatagli dopo aver concluso quella straziante
autopsia sui cadaveri, rileggeva per l’ennesima volta il capitolo dove diceva che il piccolo corpo trovato soffocato da un fazzoletto, poco
distante dal corpo martoriato della sua presunta omicida, non corrispondeva all’ora presunta del decesso.
Il bambino era stato ucciso, chiaramente, dopo l’uccisione della Opuscoli. Come era possibile? L’assassina quindi non era lei? Se era
stata uccisa prima del bimbo, come mai tracce del suo sangue erano stata trovate sul piccolo?
Era stata una causalità la morte delle due vittime, o è stato tutto programmato per sviare le indagini? Roberta era la chiave del mistero, di
sicuro c’era un nesso fra loro. Ma quale!?!?
<<Buonasera, biglietti per favore…>> l’arrivo del controllore interruppe tutte quelle domande chiuse nella mente del commissario.
Mentre estraeva fuori il biglietto dal taschino del giaccone, notava con sguardo perplesso l’atteggiamento del suo collega nonché vicino
di posto.
L’agente Bracolin fu svegliato di soprassalto dall’arrivo del controllore, si muoveva velocemente per riuscire a trovare il suo biglietto…
niente, il suo viso diventò rosso, non voleva fare un’altra gaffe con il suo capo.
Alla fine cedette… <<non trovo più il biglietto, commissario>>. Con voce triste e con il viso pieno di vergogna. Paudetti lo fissò con
sguardo fulmineo, si vedeva nei suoi occhi rosso fuoco una gran voglia di prenderlo a sberle… non aveva niente contro di lui, era solo
tutta l’ansia accumulata in quei giorni. Riuscì a tranquillizzarsi e diede al visore del treno il suo biglietto.
<<Bracolin… abbiamo acquistato un solo biglietto unico per due posti a sedere>>. L’agente divenne più piccolo di come era già, vedendo
il controllore ridere sotto i baffi, si sentiva quasi sprofondare, avrebbe voluto tornare a casa a piedi.
Il commissario Paudetti, notava l’incaricato del treno di quella sera, mentre vidimava il suo biglietto. “Il biglietto era uno solo, ma per due
posti vicini…” ricordò le parole del collega ferroviario quando chiamò la polizia per denunciare il ritrovamento di Roberta.
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<<Come ho fatto a non pensarci prima, ora tutto ha più logica! Il biglietto, l’ora del decesso che non corrispondeva con l’assasinio…>>
l’agente lo guardava in modo ambiguo, non capiva a cosa si stesse riferendo…
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“Era tremendo tutto questo…” non si poteva togliere la vita ad una persona in un modo così barbaro… spezzare la vita a quel povero
angioletto innocente, rovinare così le speranze di quella famiglia, ormai distrutta per tutta la vita da una disgrazia orribile.
Quanti di loro hanno sofferto per quest’incubo, quanti altri dovranno subire una così tremenda sorte?
Questo era uno dei tanti pensieri che angosciavano, in quei giorni di lutto, la mente di Veronica. Collega, nonché amica della vittima.
Si era presa alcuni giorni di ferie dal lavoro, dopo quello sconcertante episodio avvenuto qualche giorno prima. Aveva bisogno di rilassare
la sua mente.
La paura di quel “maniaco” che girava per la sua città la terrorizzava… così ne approfittò anche per far visita al suo ortopedico, che la
aveva in cura da poco più di un anno.
Veronica aveva avuto una vita felice, poco dopo essersi diplomata in ragioneria, ebbe la fortuna di trovare subito un posto di lavoro, grazie
ad una sua ex professoressa. Lavorava in uno studio pediatrico come segretaria.
In quel periodo, tramite amici di scuola, conobbe le infinite vie della chat. Siti via internet ove poteva tranquillamente “parlare” con i suoi
ex compagni di classe, chattando e scrivendo tramite computer.
Dopo qualche anno, presa confidenza con le chat, iniziò anche a conoscere altri siti web del genere. Conobbe un ragazzo.
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Si conobbero e chattarono per un bel po’ di tempo, scrivendosi e raccontatosi la loro vita quotidiana e col passare del tempo anche i loro
più intimi segreti. Era un ragazzo davvero dolcissimo. Decisero di incontrarsi.
Il fato volle che i due piccioncini virtuali, dopo mesi di conversazione telematica, oltre che essere residenti nella stessa città, abitassero
anche a pochi metri di distanza l’uno dall’altra.
Si conobbero dal vivo, si frequentarono per un bel po’ di tempo, si sposarono ed ebbero una splendida bambina di nome Giada. Vissero
felici e contenti… almeno per i primi mesi dalla nascita della loro primogenita.
Giorgio, il marito di Veronica, era un ragazzo proveniente da una famiglia di agricoltori benestanti, lavorava (per così dire) nell’azienda
agricola di suo padre. Era uno dei tanti figli di papà, abituato ad avere sempre soldi in tasca, e ad ottenere sempre qualsiasi cosa.
In particolar modo quando si trattava di donne! Per Veronica, scoprire tutto questo non fu molto difficile. Selvaggio… questo era il nick di
suo marito, quando ebbe la “fortuna” di conoscerlo tempo prima in chat. Aveva perfino la faccia tosta di portare con sé, ubriaco, le sue
amanti fin dentro casa.
La moglie non poteva sopportare una cosa del genere. Ne parlò con il marito cercando di trovare un punto di incontro, come i vecchi
tempi, cercare di stare in armonia soprattutto per l’amore che li univa alla loro piccina.
l’unica cosa che Giorgio seppe fare, fu quella di malmenare Veronica fino a spezzarle una gamba e andar via di casa portandosi dietro la
piccola Giada.
Da quel giorno iniziò una lunga causa per il divorzio, le percosse ricevute da quel lurido animale e problema maggiore, l’affidamento della
loro figlioletta.
Fu in quel periodo nero che Veronica iniziò a lavorare sui piccoli bambolotti reborns in modo tale da essere in un certo qual modo, vicino
alla sua adorata Giada e conobbe, sempre via internet, la sua amica DolceLuna…
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Era una bella mattina come tante altre, quando Roberta uscì dalla questura per tornare a casa.
Fu convocata dal commissario Paudetti in merito alla questione di quel caso ancora irrisolto.
Il commissario riempì di domande la giovane ragazza, voleva sapere tutto. Come faceva lei a conoscere tante cose su quella drammatica
sera? Voleva conoscere la verità sul vero assassino.
Ancora non riusciva a capire la vera connessione di Roberta in quella situazione. Figuriamoci se lei poteva dire qualcosa in merito. Era
una persona completamente diversa da quel giorno in cui confesso l’omicidio.
Questa volta era una persona lucida, attenta a ciò che rispondeva, cercava di confondere le idee a chi la stesse ascoltando.
L’impressione che diede all’agente Bracolin (che era con loro nella stanza) era quella di una ragazza un po’ sfacciata.
Neanche un’ora dopo quell’interrogatorio, (che era stato un controbattere di botta e risposta verso il commissario che incassava colpi su
colpi) ridendo andò via senza lasciar nessuna prova concreta che potesse imporle di trattenerla più di quanto non avesse già fatto.
Soddisfatta uscì dalla questura per tornare a casa…
Il commissario era furioso, sputava fuoco dalla bocca, gli occhi erano pieni di lampi che si scagliavano con tremenda durezza verso quel
poverino di Bracolin. <<Ma cosa fai ancora QUI??? Presto pedinala e scopri tutto quello che puoi e cosa c’entra lei in tutto questo>>.
L’agente scattò sugli attenti, impaperandosi nei movimenti, inciampando contro la sedia al suo fianco. <<Agli ordini commissario>> corse
verso la porta d’uscita dell’ufficio, Paudetti lo osserva consapevole di aver, forse, sbagliato ad incaricare proprio lui per un compito così
delicato.
<<Bracolin mi raccomando, non farti scoprire…>> rispose al commissario con un cenno del capo, urtando violentemente contro lo
spigolo della porta.
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Ernesto Paudetti con le mani tra i capelli si voltò dall’altra parte, con la paura che combinasse altri guai…
Roberta passeggiava tranquillamente per le vie di Roma con il suo zainetto giallo di Titti che, dietro aveva gatto Silvestro che stava
preparando un’altro dei suoi ingegnosi attacchi verso il piccolo canarino… la ragazza si dirigeva verso l’entrata della stazione Termini,
facendo un giro per i negozi al suo interno, per poi dirigersi verso la metropolitana, direzione Battistini.
La stazione era affollata come sempre da turisti, pendolari, gente che si trovava lì in quel momento aspettando l’arrivo dei loro cari.
Per fortuna lo zainetto giallo dietro le spalle della ragazza, era un’ottima visuale per l’agente Bracolin in missione segreta.
Indossava giacca e pantalone beige, casual, una camicia classica e un paio di scarpe da ginnastica nere, consigliatogli affettuosamente
dal commissario, sapendo che avrebbe camminato parecchio.
Si sforzava di essere un ottimo “investigatore” nel seguire le tracce della sospettata, anche perché sapeva che se avesse commesso
anche il più piccolo errore, il commissario, dopo aver passato dei seri guai per non aver riferito ai suoi capi di questo strano
pedinamento, lo avrebbe mangiato vivo.
Bracolin non aveva proprio voglia di essere divorato per l’ennesima volta da Paudetti.
La seguiva come un vero segugio, a debita distanza riusciva a tenerla sott’occhio, e nello stesso tempo a non farsi riconoscere per non
creare sospetti. Una volta dentro la metro, sapeva che sarebbe scesa alla fermata di Ottaviano, l’uscita diretta per casa sua. Ma invece
senza quasi che se ne accorgesse, la vide uscire dopo la terza fermata da Termini, scendendo a Piazza di Spagna. In tutta fretta l’agente
si buttò tra la folla, cercando di non perderla d’occhio. Non la vedeva più.
Si girava e rigirava su se stesso sperando di ritrovare le sue tracce, trovarla tra la folla non era più tanto facile come prima. Stava
perdendo quasi ogni speranza, ma pensando alla tragica fine che avrebbe fatto se fosse tornato in questura a mani vuote, si riprese
d’animo e continuò a cercarla.
Ad un tratto, vide in lontananza lo zainetto giallo e dalla contentezza di averla ritrovata, immaginò Titti con le sue minuscole alette che lo
chiamava per fargli seguire la giusta direzione.
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Finalmente usciti dai sotterranei della metropolitana, vide Roberta fermarsi proprio sotto la famosa scalinata di Trinità dei Monti.
Famosa anche per le sue sfilate di alta moda, nonché per la sua bellezza.
Era lì con il suo cellulare in mano, da lontano sembrava che stesse parlando, ma non si poteva capire con chi. Si girava intorno, quasi
sembrasse che stesse cercando qualcuno. Magari la persona con cui parlava in quel momento.
Ad un tratto terminò la comunicazione posando il telefonino nel taschino del suo giubbetto. Salì di corsa le scale fino ad arrivare su,
bloccandosi davanti la chiese di Trinità dei Monti.
Tenendola sempre sott’occhio, l’agente intravide arrivare da lontano una donna vestita come una barbona. Indossava stracci, camminava
con delle pantofole rotte ai piedi, portava con sé delle buste piene di roba che solo lei sapeva cosa contenessero… non fece poi tanto
caso a quella persona, un po’ gli dispiaceva del fatto che ancora oggi esistono delle persone disagiate e senza aiuto, mal momento aveva
ben altro a cui pensare.
I suoi occhi fissavano ancora Roberta, quando la vide muoversi e andare verso… la barbona. Gli sembrò alquanto strano, pochi secondi
fa l’aveva vista chiacchierare al telefono chissà con chi, per poi correre verso la chiesa.
Forse le aveva fatto pena quella povera donna, voleva soltanto donarle qualche soldo per poterle permettere di mangiare un po’ meglio.
Ma l’agente Bracolin notò che, contrariamente a quanto avesse immaginato, non diede proprio niente alla donna, bensì vide con i suoi
occhi da lince, che stavano discutendo.
Anzi, Roberta parlava agitando le mani in modo strano, sembrava quasi la stesse rimproverando di qualcosa. Lei era con il capo
abbassato, come un cagnolino che viene sgridato dal suo padrone perchè ha fatto la pipì sul tappeto di casa.
Bracolin già si immaginava il commissario che si sarebbe complimentato con lui per il lavoro ben fatto. Mentre sognava ad occhi aperti,
diede un occhiata in giro, l’aveva persa di nuovo. Questa volta non si fece prendere dall’ansia e andò diretto verso la chiesa, girò intorno
ad essa e vide dietro le mura, lo zainetto di Roberta messo in terra dietro un angolo del muro. Si avvicinò silenziosamente per capire cosa
stesse succedendo, prese in mano lo zaino e…
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Drinnn-drinnn- drinnn-drinnn- drinnn-drinnn- drinnn-drinnn-drinnnn…
Oramai erano passate più di sette ore da quando l’agente Bracolin era uscito dalla questura per seguire Roberta… il commissario
Paudetti girovagava incessantemente per il suo ufficio col telefono in mano, andava su e giù trascinando con sé tutta la stanchezza di
quei giorni, voleva mettersi in contatto con l’agente per sapere che fine avesse fatto. Dopo alcuni minuti di squilli, finalmente cessò quel
fastidioso “drinnn-drinnn”. <<Era ora che rispondessi…>> il commissario infuriato come sempre <<hai scoperto qualcosa di interessante
Bracolin?>>
Paudetti si bloccò all’istante al centro della stanza, di fronte la sua scrivania con varie cornici, tra quali custodiva gelosamente la sua
laurea ottenuta con alti voti e varie onorificenze conferitegli in varie occasioni durante la sua carriera. Appeso proprio sopra al posto dove
lui sedeva per comandare le varie operazioni poliziesche, c’era il quadro con l’attuale Presidente della Repubblica.
Dopo alcuni minuti di conversazione al telefono, riattaccò rimanendo immobile verso la finestra.
Radunò subito due dei sui agenti in servizio quella sera, già pronti con l’auto fuori il portone principale della questura, fece avvertire via
radio altre volanti e si diresse a tutta velocità verso Trinità dei Monti.
Una volta arrivati lì, il primo ad andare verso il commissario fu il sacerdote responsabile della chiesa. Spiegandogli con calma come erano
andati i fatti prima della sua telefonata.
Paudetti con gli agenti, insieme al sacerdote Costantino, andarono dietro la chiesa: una parte della mura un po’ nascosta, un angolo quasi
coperto anche grazie all’aiuto degli alberi che circondavano la chiesa.
Il commissario con gli agenti arrivarono lì, il sacerdote rimase indietro di qualche metro, per non rivedere quell’orribile e nauseante scena.
Uno degli agenti si girò all’istante per vomitare dopo aver visto quel terrificante scenario, avvenuto poche ore prima in un contesto così
sacro. Paudetti fermo con lo sguardo fisso… non batteva ciglio, non muoveva le labbra, pietrificato come un gargoyle che non aspetta
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altro la mezzanotte per liberarsi dalla sua pietrificazione e volare libero per le strade in cerca delle sue prede notturne… l’altro agente,
cercando di assistere il suo collega che vomitò anche l’anima, notò che nonostante la freddezza che avvolgeva il corpo del loro
commissario, delle lacrime fuoriuscivano dai suoi occhi congelati da quella vista.
Ernesto Paudetti non poteva perdonarsi di aver mandato proprio l’agente Bracolin in quella stupida “missione”, un agente così inesperto,
un ragazzino che aveva voluto intraprendere quella carriera per seguire le orme di suo padre e suo nonno, che Paudetti conosceva
benissimo.
Chi mai avrebbe avuto il coraggio di dire alla madre che suo figlio, appena ventenne, era stato trovato morto per un ordine avuto dal suo
capo, all’insaputa dei suoi diretti superiori?
Il sacerdote Costantino, custodiva ormai da anni quella sacra chiesa. Trinità dei Monti.
Anticamente era una grandiosa villa che sorgeva dove l'Acqua Vergine usciva dal condotto sotterraneo, il quale attraversava su arcate il
Campo Marzio. Questa era la villa di Lucullo, iniziata nel 1502 per volere di Luigi XII, re di Francia, con l'intenzione di concederla ai
religiosi francesi dell'Ordine di San Francesco da Paola.
I lavori continuarono per molto tempo, con una sosta di ben sessant’anni, a causa dei vari danni avvenuti in quegli anni.
Il sacerdote, facendo il giro del cortile della chiesa, notò un cane randagio dietro un angolo. Lo vide piegato come per abbeverarsi ad una
pozzanghera d’acqua. Avvicinandosi ad esso diede un urlo di paura e indietreggiò facendosi il segno della croce, facendo scappare di
corsa il bastardino che leccava tranquillamente nella pozzanghera di “sangue”, che fuoriusciva dal cranio fracassato da una tegola, posta
proprio vicino al corpo del povero ragazzo, chino verso il basso, col capo rivolto verso l’angolo buio delle mura, come segno di umiltà
verso chissà chi...
Si fece coraggio e prese di corsa il telefonino che squillava dal taschino laterale della giacca… della povera vittima!
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La notte era scura… il vento trascinava con se forti voci oscure fin dentro la casa buia e vuota di Ernesto Paudetti.
Immobile sul suo divano guardava l’oscurità divorare la sua anima ormai avvolta dalle fiamme. In mano un bicchiere di whisky semi
vuoto… tentò di riempirlo di nuovo ma, accorgendosi che la bottiglia era ormai vuota, la scagliò con violenza contro la parete
immaginando girare intorno a sé anime di dannati, che aspettavano l’ora del suo decesso... prese la lametta da barba poggiata sul
tavolinetto con la foto della sua famiglia… senza pensare più a niente si recise la vena del polso sinistro per poi passare a quello destro…
l’indomani mattina un fortissimo rumore svegliò di soprassalto Ernesto.
Spalancando gli occhi notò di avere le braccia sporche di sangue con vari graffi, non capiva il perché. Gli girava tutta la testa. Vide in terra
una bottiglia rotta di whisky, si alzò lentamente e andò versò il bagno.
Per fortuna la sera prima, era talmente ubriaco, che non riuscì neanche a trovare le vene giuste per quel folle suicidio.
Si fece subito una doccia d’acqua gelida, per schiarirsi la mente.
Si vestì e si avviò verso l’uscita di casa sua diretto in questura.
Una volta spalancata la porta si bloccò. Non fece neanche un passò per oltrepassare l’uscio che ricordò quel triste episodio di Bracolin, il
quale gli era stato revocato il mandato e gli erano stati dati alcuni giorni di ferie forzate. Fino a quando non si fosse riposato e rilassato
mentalmente.
Paudetti non era tipo da poter stare con le mani in mano, specialmente dopo l’uccisone di un suo agente… lui era il responsabile di tutti i
suoi agenti in questura, lui aveva voluto affidare l’incarico al giovane Bracolin, ucciso per mano di un folle omicida e ora toccava a lui fargli
onore e vendicare la sua morte, in qualsiasi modo.
Il suo suicidio mal compiuto, era stato come una grazia ricevuta, solo per poter continuare le sue ricerche per scoprire la verità.
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Finalmente uscì di casa sbattendo la porta talmente forte, che fece sobbalzare la signora che abitava sullo stesso pianerottolo del
palazzo, ricambiandole il favore di qualche ora prima, che lo aveva risvegliato dal suo sonno profondo, con il fragore della sua
aspirapolvere.
Sapeva benissimo che era inutile andare da Roberta, di sicuro aveva avuto qualche alibi per difendere la sua finta innocenza.
Così di punto in bianco, decise di andare nuovamente a Firenze.
Ma stavolta a casa di Veronica Tanini.
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Toc-toc… <<posso entrare piccola mia?>> chiese dolcemente il nonno alla nipotina, distesa a pancia in giù nel suo letto, con il volto
rivolto al muro...
Si sedette accanto a lei che non disse una parola.
Forse dormiva, o forse non aveva voglia di parlare.
Il nonno iniziò ad accarezzarle delicatamente il capo mentre le parlava: <<Come stai mia dolce Roberta? Stai riposando non è vero?
Infondo non sei poi così tanto stanca…>> con le dita della mano destra, le spostava lentamente i capelli che coprivano il suo volto, <<sei
proprio sicura che tu non debba dirmi proprio niente? Hai fatto la brava bimba in questi giorni? O mi devo preoccupere?>>
Ora era lì che le stringeva la spalla, fino ad arrivare sulla schiena…
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<<Ho saputo che ne hai combinata un’altra delle tue non è vero? Questa volta un bel po’ grave… te ne rendi conto? Penso proprio che tu
debba avere una sana lezione per questa tua distrazione>>.
La mano viscida del nonno scendeva e saliva su per la schiena della giovane ragazza, sempre lì distesa ed immobile, le dita le sfioravano i
fianchi fino a scendere giù per le gambe, rigide come un fusto d’albero, per poi risalire fin su per andare a stringere con forza il suo bel
sederino sodo.
<<Avete sbagliato ad uccidere quell’agente! Un maledetto ficcanaso, ma pur sempre uno sbirro. Ora dobbiamo stare attenti a come ci
muoviamo, di sicuro avranno sguinzagliato mezza questura per l’uccisione di quello lì, meglio che ti rilassi un pò, avrai gli occhi puntati da
quel commissario…>> si bloccò un attimo non ricordando il nome. <<Ernesto Paudetti…>> rispose Roberta come sempre immobile su
quel letto. <<Hai ragione nonno Oreste, ho sbagliato, devo essere punita>>.
Si rigirò sul letto e con lo sguardo rivolto verso il vuoto, permise al nonno di salirle addosso per ricevere la sua giusta punizione… la notte
calò d’improvviso, tutto divenne buio nel giro di pochi secondi, l’incubo ebbe inizio… le tenebre iniziarono a offuscare la mente di Roberta
costretta a subire quell’assurda “punizione”.
Non durò più di dieci minuti… ma non era la prima volta che Roberta subiva quei massacri di violenza fisica, oltre che mentale, dalla
persona che le era rimasta accanto per tanti anni per prendersi cura di lei dopo la morte dei sui cari genitori…
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Erano le quattro del pomeriggio quando Veronica sentì bussare alla porta di casa, andò ad aprire e trovò dinanzi a sé il commissario
Paudetti.
Dopo essersi presentato davanti l’uscio di casa, lo fece entrare facendolo accomodare sul divano, pieno di bambole e raggiunse la cucina
per preparagli un caffè.
Paudetti si scusò per quella sua intrusione inaspettata. Voleva farle qualche domanda riguardante la sua collega assassinata poco meno
di una settimana fa.
L’indirizzo di casa glielo aveva dato un suo collega fiorentino, dopo aver preso la sua deposizione il giorno dell’omicidio…
<<Tutto quello che sapevo l’ho già detto ai sui colleghi commissario, non saprei cos’altro dirle ora>>.
Ernesto era molto imbarazzato per essersi presentato lì in quel triste momento, non era stata una settimana facile per la donna.
Per la sua collega e per non parlare poi del suo ex marito, trovato morto la notte precedente per circostanze ancora da chiarire, ma si
trattava quasi sicuramente di un’overdose di anfetamine.
<<Le ruberò solo pochi minuti, giusto per qualche chiarimento, riguardo…>> mentre discutevano, da bravo investigatore girava lo
sguardo in giro per la casa, si bloccò all’istante fissando una foto sul tavolinetto del salotto, accanto alla porta.
La foto ritraeva lei insieme a Roberta Mastrangeli, scattata a Firenze, con alle spalle il Ponte Vecchio. Si alzò tranquillamente
avvicinandosi alla foto, senza dire una parola.
Veronica lo osservava arricciando la fronte, chiedendosi dove stesse andando. Il commissario prese in mano la cornice con la foto e si
girò verso la padrona di casa domandandole come mai conosceva questa persona.
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Veronica gli rispose con molta sincerità dicendo che erano da un po’ amiche e qualche volta lei le aveva cucito dei vestitini per le
bambole reborns che lei costruiva.
Paudetti ritorno a sedersi sul divano, con la cornice fra le mani, chiedendole un bicchiere di acqua fredda e spiegandole il perché di quella
sua domanda.
Forse quella visita a Firenze si era rilevata un’ottima idea per recuperare i vari tasselli che mancavano alla ricostruzione di quel
fantomatico mosaico.
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Su quel letto c’era solo il suo corpo, un corpo sporco, denudato della sua innocenza… quel vecchio bastardo lì vicino a lei, si guardava
allo specchio mentre tranquillamente si rimetteva apposto l’abito, tirando su la patta dei calzoni.
<<Datti una ripulita stupida, che tra poco arriverà Samantha per la sua visita settimanale… >> con molta calma, quel corpo ormai vuoto si
alzò dal letto rivestendosi, andare verso il bagno per una doccia veloce, cercando di levare tutta quella sudiceria che da anni copriva il
suo corpo.
Dopo circa un’oretta bussarono alla porta, Roberta era ancora chiusa in bagno e sentì dire dal nonno con molta calma <<cara stai
tranquilla, vado io ad aprire…>> tutto doveva essere perfetto, nessuno doveva scoprire chi si celava sotto quella maschera da dolce
nonno, offertosi, dopo la morte di suo figlio e di sua nuora, di prendersi cura della sua adorata nipotina.
Di fronte alla psicologa, doveva fare più che bella figura… per sembrare il nonno che tutti desidererebbero avere!
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Arrivò vicino la porta e l’aprì. Una forte spinta lo fece barcollare all’indietro, per poi inciampare contro il tavolino lì nell’ingresso e farlo
cadere in terra.
Con aria spaventata guardò verso l’alto, cercando di strisciare all’indietro voleva dire qualcosa, ma… un qualcosa gli barricò la strada.
Era la sua dolce nipotina dietro di lui, che lo osservava dall’alto sorridendo, il nonno fu contento di trovarla lì in quel momento, aveva
bisogno di aiuto. D’improvviso il suo sguardo cambiò, il suo viso contento si trasformò in una smorfia di paura, di dolore…
Un colpo forte alla nuca gli fece perdere i sensi…
Samantha non sarebbe venuta oggi a fare la sua solita visita, spacciandosi per un’amica. Chiamò il giorno prima avvisando che non
sarebbe potuta venire per problemi personali, sarebbe passata di sicuro la settimana dopo.
Alla telefonata rispose Roberta, dicendo che di sicuro avrebbe avvisato suo nonno. Il nonno non seppe mai nulla.
Aspettando la psicologa alla solita ora, aprì la porta con tranquillità.
Mai si sarebbe aspettato di vedere proprio lei…
La donna davanti l’entrata di casa, indossava stracci, ai piedi delle pantofole rotte, era la sua ex moglie, la nonna di Roberta, che dopo la
morte di suo figlio, fu ricoverata in una clinica privata per persone con gravi disturbi mentali. Un’ex manicomio… dopo essere scappata,
nessuno seppe più niente di lei.
Aveva in mano un bastone di legno. Dopo aver spinto per terra il vecchio, bloccato dalla nipote, gli sferrò un forte colpo alla nuca
facendolo svenire.
Non aveva nessuna intenzione di ucciderlo… per ora.
Finalmente Oreste riaprì gli occhi, vedeva tutto offuscato, era buio, si sentiva ancora tramortito da quel colpo violento.
Aveva un forte dolore alle tempie e non riusciva a muoversi. Cercò di urlare ma nella sua bocca c’era una palla da tennis ermeticamente
sigillata da un nastro adesivo.
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Dopo un po’ la sua vista mise a fuoco l’habitat in cui si trovava.
Sembrava si trovasse dentro un garage, non sapeva come ci fosse arrivato, ma sapeva benissimo chi ce lo aveva portato. Si girò intorno
vedendo delle strane cose, in particolare una macchina da cucire con vicino dei vestitini per neonati.
Ad un tratto una piccola lampadina si accese emanando una sottile luce color arancione. Vide la serranda del box aprirsi ed entrare
proprio loro.
La nipote con sua nonna.
Roberta si avvicinò al nonno girandogli intorno… lo vedeva dimenarsi per cercare di liberarsi, ma era inutile.
<<Nonno stai calmo, conserva le energie per dopo. E’ inutile che ti agiti per così poco, mi chiederai piangendo di farti morire all’istante…
peccato che tu non possa parlare UAHAHAHA>> guardò la nonna con lo sguardo rivolto in basso, poi si girò di scatto sputando in piena
faccia al maniaco sessuale che era.
<<Non sei contento di rivedere la nonna? Ti è mancata vero? Dicevi sempre che io assomigliavo tanto a lei, era per questo che mi hai
costretto a scopare con te fin da piccola? Perché ti ricordavo lei non è vero?>> Una lacrima uscì fuori dai suoi occhi tristi.
<<Adesso eccola qui… tu sapevi vero???>> la donna di cui Roberta diceva fosse la nonna, si avvicinò lentamente all’uomo, non diceva
una parola, lo guardava dritto negli occhi senza battere ciglio.
Con un forte colpo secco e deciso andò a colpirlo sul ginocchio destro, procurandogli un tremendo dolore. D’istinto con il manico del
bastone lo colpì violentemente anche sul mento, facendogli disarticolare la mandibola.
Lo colpiva sempre più forte, ovnque, senza pietà, senza pentirsi di ciò che stesse facendo… ad un certo puntò fece cadere in terra il
bastone di legno, si spostò leggermente sulla sinistra e iniziò a tirare una corda.
Pian piano, tirando questa corda, le gambe del nonno si allargavano sospese nell’aria… l’unico sostegno erano le mani attaccate ad un
gancio fissato al soffitto.
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Roberta si avvicino nuovamente al nonno, chiedendogli se si fosse divertito e se fosse contento di questa inaspettata sorpresa. Lui con la
testa china, con il sangue che gli fuoriusciva ormai da tutto il corpo.
Forse neanche riuscì a sentirla.
<<Nonno. Ora è meglio che vi lasci un po’ soli, penso che abbiate bisogno di un po’ di intimità non credi?>>
Si girò di spalle e si avviò verso l’uscita. Prima di uscire, si fermò un attimo rigirandosi verso il nonno.
<<Adesso chi tra noi è il cacciatore e chi la preda?>>
Con una risata forte e decisa uscì chiudendo dietro di se la serranda.
La barbona, prese da vicino al muro un’asta di ferro di circa un metro. Appuntita. Si mise dietro le spalle del povero animale appeso, e
con una cattiveria inaudita lo trafisse dalla parte del fondoschiena, fino a farla uscire fuori dal petto… lo sguardo della vittima si alzò di
scatto verso l’alto, abbagliato da quella luce foca, per poi spegnersi completamente del tutto…
Tornata in casa, Roberta andò in bagno aprendo il rubinetto dell’acqua calda, intenzionata ad immergersi nella vasca da bagno bollente,
piena di bollicine schiumate.
Posò la borsa sulla sedia in camera sua, appoggiò il giubbino sul letto e andò verso il mobile per prendere un asciugamano grande, in
modo da potersi asciugare con tranquillità.
La giornata era stata più pesante del solito. Si svestì in bagno e si calò dentro quella vasca saponata. Appoggiò la testa su un piccolo
cuscino di gomma, che usava sempre per tenere più comoda la testa e, finalmente si rilassò… dieci minuti dopo la sua permanenza nel
più completo relax, squillò il telefono.
Era proprio lì a portata di mano, ma non aveva nessuna intenzione di rovinare quell’atmosfera così tranquilla rispondendo.
Dopo sette squilli rispose molto infastidita.
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<<PRONTO?!?... ah ciao… si dimmi… certo che per me va bene… sono molto contenta che tu mi abbia telefonato… non vedo l’ora di
vederti… un bacio e a presto>>.
Quella telefonata sembrava averle rovinata la giornata, invece era stata una piacevole sorpresa. Ricevere quella telefonata, essere
chiamata da Veronica proprio in quel momento in cui aveva tanto bisogno d’affetto, sentirsi dire che lei avrebbe voluto vederla, non
poteva che farle molto piacere. Quel riposo era più che meritato ora…
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<<Ricordi… quando ci siamo conosciute? Quando ci siamo viste la prima volta? Era proprio qui… Dio come ero emozionata. Avevo la
pelle d’oca, come ora d’altronde>>.
Queste furono le prima parole di Roberta verso Veronica. Appena la vide, la strinse forte a sé abbracciandola con tutto il suo amore, era
passato tanto tempo dall’ultimo loro incontro, si sentivano per telefono, ma non era la stessa cosa di toccarsi e parlare dal vivo.
Nella telefonata ricevuta il giorno prima, Veronica non spiegò bene il motivo di questo loro incontro. Aveva ancora timore per la vicenda
della sua collega. Voleva passare qualche giorno di pace e tranquillità con la sua amica romana. Roberta era più che contenta di ospitarla
a casa sua, le disse che suo nonno era andato a trovare dei suoi parenti a Treviso, quindi avevano la casa tutta per loro.
Arrivate a casa, Veronica andò in bagno per darsi una sciacquata veloce, mentre la padrona di casa le preparò un caffè.
Uscita dal bagno, passò vicino la camera di Roberta dando uno sguardo furtivo. C’era un bel po’ di disordine in quella stanza, di fronte ad
essa, una stanza chiusa, forse quella di suo nonno.
Ritornò in cucina senza dar troppo nell’occhio, si sedette a tavola e, sorseggiando quella “ciofeca” di caffè, parlarono del più e del meno.
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Ad un tratto Roberta le chiese se si era saputo di più sulla morte del suo ex. Veronica, con viso indifferente le rispose che erano certi che
fosse morto per un miscuglio di pasticche e droghe leggere, mescolate fra esse.
Ma nello stesso tempo pensò a come poteva sapere della sua morte, visto che nessuno ancora aveva dato quella notizia e lei di sicuro
non glielo aveva accennato.
Per far in modo che non si insospettisse di questo suo saper troppo, colse l’occasione per dirle che forse aveva ottime probabilità per
l’affidamento della piccola Giada.
Roberta era molto contenta di questo avvenimento. L’unica cosa che disse fu: <<Sapevo che sarebbe andata a finire così…>>, non
continuò il discorso, ma sembrava come se lei già sapesse tutto.
La giornata sembrava non finire mai, tra chiacchiere, brutti e bei ricordi… dopo aver cenato, Roberta si alzò per preparale il letto e tutta la
roba necessaria per dormire nella stanza degli ospiti.
La giornata era stata un po’ stancante per Veronica, così decise di andare a dormire. Almeno l’indomani sarebbe stata ben riposata per
passare una bella giornata in dolce compagnia….
Era notte tarda ormai… Roberta dormiva beata e tranquilla come mai aveva fatto… la casa era semi illuminata grazie alle tapparelle non
abbassate del tutto, in modo tale da far entrare la luce della luna piena di quella notte.
Veronica si aggirava per la casa in cerca di qualcosa… neanche lei sapeva bene cosa stesse cercando, il commissario Paudetti le aveva
detto di trovare anche il minimo particolare che potesse collegare Roberta all’assassinio dell’agente Bracolin.
Apriva cassetti, rovistava dentro i mobili cercando di far attenzione a non fare il minimo rumore, rischiando così di svegliare l’indiziata.
Mentre girovagava per casa in modo furtivo, Veronica non sapeva neanche il perché aveva accettato una missione così pericolosa, forse
perchè Paudetti l’aveva convinta del fatto che lei c’entrava qualcosa anche con il misterioso omicidio di Elena Opuscoli. La sua collega.
Aprendo un cassetto, trovò uno strano libro… era uno di quegli album grandi, con dentro delle foto ritagliate dai giornali… le foto erano
dei vari bambini rapiti per poi essere brutalmente soffocati e denudati.
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Non si spiegava bene il perché di tutte quelle foto, cosa c’entrava questo con la sua amica trovata morta? Perché Roberta conservava
queste foto? Il pensiero di quel bambino trovato morto a pochi metri dal cadavere di Elena, che il commissario le aveva raccontato sfiorò
la sua mente… non fece in tempo a rimettere apposto quello strano libro, che un colpo violento dietro la nuca la fece barcollare per poi
cadere in terra come una pera cotta…
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Aprendo gli occhi, si trovò immobile sul divano preparato amorevolmente da Roberta, per farle passare una lieta nottata in casa sua.
Aveva le mani legate dietro la schiena, i piedi legati anch’essi ad una corda, e più cercava di liberarsi, più la corda le stringeva i polsi e le
caviglie.
Una luce abbagliante le fu puntata dritta negli occhi.
Non riusciva a capire bene chi ci fosse dietro quella luce così accecante, immaginava Roberta si, ma chi era l’altra persona dietro di lei?
Veronica in tasca aveva un aggeggio datole dal commissario, che per un qualsiasi presagio di pericolo, bastava pigiare sull’apposito
pulsante e lui si sarebbe precipitato di corsa in suo aiuto.
Ma la posizione in cui si trovava non era delle migliori per poter fare ciò.
Andò in panico.
<<Veronica, cosa sei venuta a fare qui in casa mia? La telefonata di ieri mi è sembrata alquanto strana… non era normale che dopo tanto
tempo tu mi chiamassi e volessi incontrarmi, addirittura passare qualche giorno con me… in casa mia>>.
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Veronica non poteva risponderle, era imbavagliata e, comunque a Roberta non interessava una sua risposta, l’aveva presa in giro, quindi
aveva altri progetti per lei quella sera.
<< Ti presento mia nonna…>> puntandole la lampada in faccia, il suo viso con lo sguardo come sempre rivolto in basso, i suoi capelli
bianchi e spettinati avevano un ricordo familiare nella mente di Veronica, l’aveva già vista da qualche parte, ma non ricordava dove.
<<Mia cara Veronica, perché mi hai fatto questo?! Potevamo essere felici noi due insieme, sai? La mia cara nonnina, ha sistemato per le
feste quello schifoso di mio nonno, così noi potevamo goderci la sua pensione tranquillamente, diciamo che lo abbiamo mandato in
vacanza per un bel po’… lontano da occhi indiscreti>>.
Una risata forte rivolta verso la nonna echeggiò in quella stanza, con una luce potente fissa sul suo viso!
<<Io ti ho accolto qui in casa mia, ti ho offerto il mio amore… e tu invece? Come contraccambi questo mio amore? Venendo a spiarmi fin
dentro casa??? IO, che ho fatto in modo che i tuoi desideri potessero avverarsi, con l’affidamento della tua cara figlioletta…>>
Veronica la guardava come stordita da tutte quelle parole, non capiva… <<E’ inutile che mi guardi in questo stupido modo, io ho fatto si
che il tuo ex marito, quel verme… non avrebbe mai dovuto andare via di casa portando con sè tua figlia. Lei deve stare con te, gli è
bastato vedere una donna sexy… ed è stato un gioco da ragazzi farlo venire con me per poi offrirgli un cocktail di anfetamine facendogli
avere un arresto cardiaco all’istante. Gli uomini!>>.
Veronica non poteva credere a quello che aveva sentito…
<<Amore mio…>> continuò Roberta <<io ti amo, per te farei di tutto!
Ho eliminato anche quella sciacquetta della tua collega che ci provava spudoratamente con te, tu sei mia e basta, lo capisci questo?!?>>
Veronica aveva gli occhi che le uscivano dalle orbite nel sentire quelle cose… aveva ragione Paudetti allora, mai prima d’ora avrebbe
tanto voluto mettersi in contatto con lui.
<<Cosa guardavi nel mobile? Hai visto il mio libro di ricordi? Anche quello è stato fatto per te… non sono una sarta, non so cucire
neanche un bottone ad una camicia, così grazie a mia nonna, prendevo in “prestito” dai bambini amorevolmente i loro vestitini, e con il
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suo aiuto poi li aggiustavamo per spedirli a te, per le tue favolose bambole… vedi quante belle cose ho fatto io per te? Finche ti sono
servita ero tua amica… ma poi??? Vieni in casa mia cercando di tradirmi sotto i baffi!!! Me la pagherai per questo… nonna prendila e
portiamola giù>>.
Veronica iniziò a dimenarsi come una furia quando la nonna la sollevò dal divano per caricarla sulle spalle, si muoveva troppo per
scendere in silenzio fin giù il garage, così per farla star tranquilla le diede una bastonata in testa, in modo da farle perdere i sensi.
Roberta avviandosi verso l’uscita di casa, si bloccò d’improvviso appoggiandosi al muro del corridoio… la nonna con in braccio la
giovane ragazza si avvicinò a lei domandandole cosa avesse… <<No niente nonna, sbrigati portiamola giù>>.
Con un respiro profondo, si riprese staccandosi dal muro e proseguendo la strada verso il garage.
Il loro piccolo garage… un box auto come tanti altri… tutti i condomini del loro palazzo ne avevano uno, ma ironia della sorte, uno dei
garage era vuoto. Posto sotto sequestro insieme all’appartamento di un notaio del palazzo che era stato arrestato per frode fiscale. Così
Roberta lo aveva preso in prestito usandolo come dimora della nonna, e inseguito come stanza delle torture…
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Ernesto Paudetti, era lì, seduto in macchina sotto casa dell’indiziata numero uno, di pattuglia per proteggere Veronica… aveva sbagliato
ad immischiarla in quella faccenda così strana… una giovane ragazza come lei.
Era pentito di averla fatta andare da sola.
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Aspettava un suo squillo, una chiamata o qualcosa del genere che potesse tranquillizzarlo che andava tutto bene. Ma niente. Iniziò a
preoccuparsi, notò una luce accendersi, proveniva dall’appartamento dove “l’infiltrata” era andata a perlustrare, rimase accesa per un
po’, vedeva strane ombre animarsi per la stanza. Poi luce spenta.
Scese dalla macchina intenzionato a salire su per portar via la sua neo spia segreta.
Non poteva commettere di nuovo un errore, non poteva portare sulla coscienza un’altra persona, uccisa per una sua ossessione nel
trovare il responsabile di quei delitti. Oltre al fatto che di sicuro avrebbe perso completamente il posto di lavoro passando guai seri, non
poteva rovinare la vita a quella ragazza.
Di corsa entrò dentro il portone del palazzo, si avviò verso le scale quando gli sembrò di udire dei lamenti provenienti dall’ascensore (era
Veronica imbavagliata e legata sulla spalla della donna, che iniziava a risvegliarsi dopo il duro colpo ricevuto), che scendeva verso il piano
terra. Il commissario si mise proprio davanti la porta in modo tale da poter fare un attacco a sorpresa, prima che qualcuno si rendesse
conto di cosa stesse succedendo.
La cabina fu azionata da un argano a motore elettrico… arrivata a piano terra… continuò la sua corsa proseguendo verso i garage.
Paudetti balbettando qualcosa, scese velocemente la rampa delle scale, che portava giù nella parte bassa dell’edificio. Uscito fuori dalle
rampe, si ritrovò d’improvviso nel buio più totale… non era sicuro che in quell’ascensore ci fosse davvero lei, ma qualcosa non gli
quadrava.
D’istinto vide un’ombra avvicinarsi a lui. Il buio, i riflessi di un uomo ormai non più giovane, ma soprattutto la paura, fecero in modo che
Paudetti non si accorgesse di un colpo violento che lo colpì dritto allo stomaco, facendolo cadere in ginocchio proprio davanti
quell’ombra proveniente dal buio intenso. Un ulteriore colpo sulla schiena lo distese completamente per terra, privo di sensi.
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Luce tenebrosa, occhi sgranati dal terrore, voglia di sentirsi libero, di muoversi, di correre via da quell’inferno. Queste erano le sensazioni
di vita che in quell’istante sentiva dentro sé Ernesto.
Il commissario Ernesto Paudetti, mandato in ferie forzate per non compromettere ancora di più il danno che aveva procurato facendo
morire, dopo un inseguimento non autorizzato, l’agente Bracolin di appena vent’anni, era lì immobile seduto in terra, appoggiato ad un
muro, legato e imbavagliato con del nastro isolante.
Intorno a sé un mucchio di roba vecchia. Alla sua sinistra una sagoma di un uomo, appeso al soffitto, con un qualcosa che gli fuoriusciva
dal petto e l’altra metà che scendeva giù per le gambe… sangue ovunque.
Una scena davvero disgustosa.
Pian piano che la sua vista iniziò ad abituarsi gradualmente a quella luce, notò di fianco a sé una persona rannicchiata con mani e braccia
legate.
Riconobbe i lunghi capelli. Veronica era lì con lui, non capiva bene dove, ma riflettendo un attimo capì dove erano finiti…
<<Urlare serve a ben poco idiota, nessuno ti sente quaggiù, specialmente a quest’ora di notte, stavo dormendo tranquillamente, invece
voi due volevate fare i detective. In casa mia. Ti avevo avvertito di lasciarmi stare, invece hai voluto fare l’eroe, proprio come il tuo giovane
agente, molto carino, è stato proprio un peccato vederlo morire sotto gli occhi… ora farai la sua stessa fine>>.
Queste furono le parole di Roberta prima di uscire dal garage per tonare su in casa sua e riprendere il sonno che aveva lasciato poche ore
prima.
Prima di uscire la donna con in mano un bastone, domandò alla nipote cosa doveva fare della ragazza. Roberta si girò sorridendo.
<<Svegliala, falle guardare la bella scena che hai in serbo per il suo bel commissario, poi dopo… uccidila>>. Così andò via.
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La nonna non fece altro che seguire gli ordini di sua nipote.
Andò vicino il corpo inerme di Veronica, la scosse fortemente per farla risvegliare.
Ernesto intanto, cercava di urlare ma il suono delle sue parole era bloccato da quel nastro che copriva la sua bocca. Aveva le mani
attaccate alle caviglie. Dimenandosi fortemente, riuscì ad allargare di poco il nastro che le teneva unite, giusto quel poco per fargli
prendere una piccola pistola che aveva nella sua custodia attaccata al polpaccio.
All’istante si girò di scatto la donna colpendolo violentemente alla nuca…
Roberta era quasi entrata dentro l’ascensore, quando sentì un colpo di pistola. Corse di nuovo verso il garage “sequestrato”, aprì
velocemente la saracinesca e vide sua nonna colpire violentemente, ripetutamente, con rabbia, con quel suo bastone di legno, il corpo
ormai senza vita di Paudetti.
Sembrava carne da macello, sangue da tutte le parti, la testa era un tutt’uno con il pavimento del box. Sua nonna Elvira si voltò verso di
lei… aveva fatto tutto per lei fino a quell’istante… lo aveva fatto contro il suo volere, solo per il bene di sua nipote. Le voleva bene... più di
quanto immaginasse.
Si avvicinò ad essa cadendo al suolo, come un albero che viene tagliato della propria vita per poi schiantarsi a terra.
Roberta la guardo lì distesa vicino a lei, povera nonnina pensò, prese con forza Veronica ormai sotto shock dopo la visione di quegli
orribili attimi di pura follia, trascinandola con sé verso l’esterno.
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Portò il corpo ormai inerme di Veronica su dritta in casa, la legò per sicurezza chiudendola dentro il bagno. Scese nuovamente giù in
garage, portò il corpo del nonno martoriato dentro il loro box auto, chiudendolo in un baule. Cercando di portar via anche il commissario,
notò che aveva con sé le chiavi della macchina, facendo mente locale ricordò che qualche ora prima, rientrando con Veronica a casa,
notò un’Alfa 33 vecchia di anni proprio ferma davanti il suo portone. La stessa che vide nel commissariato qualche giorno prima. Era la
macchina del commissario Paudetti che dopo averlo chiuso in un gran sacco di plastica nera, lo portò con forza fin su il pianerottolo del
portone chiudendolo dentro il suo portabagagli. Ritornò giù di corsa, prese una tanica color nero petrolio posta sotto a delle mensole
vicino la macchina da cucire.
Da questa tanica fece fuoriuscire della benzina, versandola per tutto il garage, ormai sottosequestro da tempo, in particolare sul corpo
della nonna avvolto in un telo di plastica.
Uscì fuori chiudendo a chiave quella maledetta sala delle torture, rimettendo in ordine tutti i nastri della polizia come prova che nessuno
mai fosse entrato in un posto sotto autorità della polizia. Fece passare un accendino attraverso l’apertura superiore della porta,
appiccando l’incendio.
Salì a casa con tutta tranquillità, come se niente fosse accaduto. Sapeva che aveva un po’ di tempo prima che qualcuno si accorgesse…
di ciò che stava accadendo. Entrò in casa andando diretta verso il bagno, Veronica era lì appoggiata alla vasca che riposava
tranquillamente, con tanta tenerezza Roberta la portò in camera sua appoggiandola sul letto… <<riposa un altro po’ amore mio, mi faccio
una doccia e torno subito da te>>. Dandole un bacio sulle labbra per poi dirigersi verso la vasca da bagno.
Era passato un bel po’ da quando era risalita in casa, strano che ancora nessuno si fosse accorto dell’incendio. Eppure la puzza di fumo
iniziava a sentirsi… uscì dalla vasca asciugandosi delicatamente sulla sua pelle rinata, si sentiva un’altra persona, più pulita, più solare…
dopo un bel po’ i vigili del fuoco furono avvertiti dell’incendio, tutte le persone del palazzo furono svegliate di soprassalto avvisate di
evacuare urgentemente scendendo giù nel cortile. L’incendio ormai era salito fin su ai piani alti, bruciando gran parte del palazzo. Tutti i
condomini erano lì davanti i suoi occhi, chi piangeva, chi urlava, i pompieri rimasero lì fino alle 08.00 del mattino cercando di spegnere
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ancora qualche ultima fiamma… una serata davvero indimenticabile… da quella sera, nessuno riuscì più a sapere niente di Oreste e
Roberta Mastrangeli!!!
Epilogo
<<La polizia consegnò il verbale di quella sera all’amministratore del condominio, dopo qualche giorno il telegiornale annunciava il
ritrovamento di tuo padre morto bruciato dentro un baule del suo garage, una barbona, di cui non si conosceva l’identità, trovata
carbonizzata dentro un vecchio garage già sottosequestro dalla polizia e per concludere trovarono dopo più di una settimana il corpo
ormai senza vita del famigerato commissario Ernesto Paudetti. Una persona che mancava nella lista dei sopravvissuti era Roberta
Mastrangeli. Mai più ritrovata, sono passati quasi tre anni, tu sei diventata una signorina ormai, mia piccola Elvira. Perché ora non vai a
giocare con Giada? Io vado a vedere zia Veronica cosa sta combinando>>.
Eva si alzò dalla poltrona, lasciando libera di giocare sua figlia Elvira.
La piccola creatura nata da uno dei terribili rapporti sessuali avvenuti con suo nonno, andò tranquillamente a giocare con la “sorellina”
Giada, colorando insieme un libricino pieno di disegni del loro cartone animato preferito.
Eva si sedette vicino a Veronica, immobile come sempre davanti la tv spenta… dopo quel tremendo shock avuto qualche anno prima non
fu più in grado di muoversi e parlare, come se fosse diventata un vegetale… denunciare quella mente malata e contorta, era ormai quasi
impossibile.
Solo un miracolo poteva risolvere tutto facendo salire a galla fatti ormai nascosti dalle ceneri.
<<Amore come stai? Come ti senti oggi? Ora vado a prenderti una copertina da mettere sulle spalle, così io poi vado a lavoro. Lo sai
bene anche tu che il medico dello studio pediatrico non sopporta che la sua segretaria preferita arrivi in ritardo… meno male che a
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Firenze c’è poco traffico. Un bacio amore, e stai attenta alle bambine. Se capitasse qualcosa a loro… io ne morirei>>. Indossando il
capotto e salutando sua figlia.
Eva (alias Roberta Mastrangeli dopo quel terribile incendio scappò via portando con sé Veronica Tanini cambiando completamente tutta la
sua vita, compresa la sua vera identità), uscì di casa… gli occhi di Veronica la seguivano in ogni suo piccolo movimento… non appena
vide chiudere la porta di casa, un sorriso illuminò quel suo volto cadaverico.
Le sue dita, le dita della mano sinistra si muovevano…
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RINGRAZIAMENTI
Ed eccoci arrivati alla fine del mio “secondo” libro, spero di averlo scritto in un modo fluido e di avervi fatto gustare ogni sua piccola riga.
Ho lavorato un po’ più del solito mettendo dentro molta fantasia nel descrivere i miei vari personaggi, ma parte dei ringraziamenti va
anche ai miei “collaboratori”. Ringrazio di cuore Alessia Tessitore, Massimiliano Trepiccione, per avermi aiutato ad elaborare al meglio
questa storia. Grazie alle loro idee e alla loro pazienza… grazie ragazzi!!!
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Storia N. 3
L’IRA
I Vizi capitali
Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e
luoghi citati sono invenzioni dell’autore. Qualsiasi
analogia con fatti, luoghi e persone, vive o
scomparse, è assolutamente casuale.
Storia n. 3
L’IRA I Vizi capitalii
BENEDETTO TESSITORE
L’IRA, una parte della mia personalità che cerco invano di placare evitando spiacevoli incontri. Abito in
un condominio le cui persone possono solo definirsi veri animali. Iniziando la mattina per andare a
lavoro: faccio la corsa per uscire in orario, chiudo la porta di casa, pigio il pulsante per chiamare
l’ascensore e sento un cigolio provenire dalla porta accanto. La porta si apre. Una puzza orrenda
fuoriesce da quella casa malandata, un alone verdastro avvolge lui, si proprio lui, il mio caro vicino di
casa. Il suo saluto si risolve in un minimo cenno di capo verso il basso che risale respirando per poi
alitare catrame dai suoi polmoni. Ora basta, non posso andare avanti così, “lavati prima di uscire, lavati
la sera prima di andare a letto da quella povera donna di tua moglie, lavati ogni dieci secondi, puzzi te
ne rendi conto, mi fai schifo lurido maiale che non sei altro. Puzzi, pensi che sia una discarica questa?!”
Queste sono le cose che avrei voluto dirgli. L’ascensore arriva. Un nuovo bel giorno sta per iniziare.
Percorro la strada verso l’ufficio, la stessa strada che da venti lunghi anni percorro ogni mattina. Da un
anno a questa parte spesso incontro lei. Il mio capo. Donna. Più giovane di me come età ma vecchia
nell’animo e nel corpo. Io le ho sempre detto di smettere di fumare, ma lei niente. Il tempo di spegnere
una sigaretta che già è pronta per accenderne un’altra nella mia macchina. Che odio, questo non è
rispetto. La butteri giù dalla macchina in corsa e per sicurezza farei retromarcia, schiacciandola, per
essere sicuro della mia opera di convincimento nello smettere di fumare. Ma cos’ì non è.
Vogliamo parlare del mio collega d’ufficio? Il solito nullafacente che si presenta di buon’ora leggendo la
gazzetta dello sport comodamente seduto, l’unico momento in cui si degna di alzarsi è quello della
pausa caffè. Praticamente dieci minuti dopo il suo arrivo. Mi chiede gentilmente se gradisco un caffè ed
io persuaso dalla sua generosità accetto volentieri. Alla fine sono sempre io a pagare. Non posso
andare al bar, devo rimanere incollato al computer per terminare il lavoro della giornata. Torna il mio
stimato collega, con quel sorriso stampato in faccia la quale avrei una gran voglia di spaccargli e
provocargli una perenne paralisi facciale in modo da obbligarlo a mangiare con una cannuccia il
brodino della mamma. Ma mi limito a scrivere e riscrivere per non pensare a nulla. Almeno porta il caffè.
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Corretto con il latte che mi dà acidità di stomaco e quindi non posso berlo. Che rabbia, che ira dentro me per questi inutili individui che ostacolano la mia vita. Se non hanno
rispetto di se stessi come potrebbero averne per gli altri?! Ho concluso il mio lavoro e sono pronto a consegnarlo al capo. Vengo urtato di proposito dal collega che
impossessandosi del mio lavoro corre dal capo per farsi bello alle mie spalle. NO!!! Ora basta. Lo blocco, cerco di tirargli via dalle mani quei fogli di carta contenenti il mio
sudore ma lui li lascia andare e cado per terra con i fogli che volano via. Esce il capo infuriato per il baccano e mi urla contro dicendomi che la devo smettere
immediatamente o prenderà seri provvedimenti. AHHHH, un urlo violento esce dalle mie viscere, scaravento per l’aria tutto quello che incontro. Mando al diavolo chiunque
mi guarda e scappo via dalla realtà. Un’altra bella giornata si è conclusa.
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Storia n. 4
Il Sangue di Eva
Una notte come tante... un uomo, una donna, i loro
destini... Una notte come tante che nessuno più
ricorderà...
Storia n. 4
Il Sangue di Eva
BENEDETTO TESSITORE
1.
Al mio Amore…Federica
<<Aaahhhh… No, no ti prego nooooo…>>
<<Mi dispiace, non ricordo niente di cosa accadde quella sera, ora vorrei rimanere da
solo per favore>>.
<<Capisco signor Weaver, un’ultima domanda prima di andarmene. Come si è fatto
quel segno sul collo?>>
<<Beh, io… non saprei, le ho già detto che non ricordo niente, mi dispiace. Buona
notte ispettore>>.
<<Ok. Sono rammaricato che il suo viaggio in Italia si sia trasformato in un incubo, le
prometto che farò di tutto per trovare il suo aggressore. Dormi bene signor
Weaver>>.
Il tempo non passava mai in quella stanza d’ospedale. Ben Weaver, un uomo d’affari
londinese di 35 anni, fisico atletico dalla carnagione scura, capelli lunghi, neri e ben
curati. Occhi color ghiaccio.
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Circa una settima prima, in un locale al centro di Treviso frequentato da persone di classe, si apprestava a finire il suo drink dopo una
lunga giornata di lavoro finita nei migliori dei modi. Ben Weaver uscì dal locale incamminandosi in direzione dell’albergo dove alloggiava
già da quattro giorni, sarebbe dovuto ripartire per l’Inghilterra il giorno seguente. Era buio, passata mezzanotte di una gelida serata di
marzo. La strada era deserta ma ben illuminata… girato l’angolo della via passò sotto un lampione fulminato, il tempo di dare un’occhiata
furtiva verso l’alto che… niente! Tutto ritornò ad essere buio nella sua mente. L’unico ricordo vivo di quella sera fu quel segno sul collo, un
morso di qualche animale all’apparenza, ma sembrava l’impronta di qualcos’altro, se fosse stato un ingenuo avrebbe pensato al morso di
un… vampiro. Perso nei suoi fervidi pensieri di leggende metropolitane chiuse gli occhi è cadde in un sonno profondo.
Le prime luci del mattino si addentravano furtive nella stanza numero 17, dove era ricoverato Ben Weaver che dormiva placido su un letto
ospedaliero. La luce del sole inondava di allegria la stanza fino ad arrivare a lambire il braccio del paziente. Nel giro di pochi secondi Ben
sobbalzò dal letto sentendo ardere la sua pelle. L’urlo di dolore fu percepito dall’infermiere di turno che, precipitandosi nella stanza si
trovò di fronte ad una scena inconsueta. Eva Cruore, giovane infermiera, trovò il paziente sotto il letto, implorando di chiudere al più
presto la serranda in modo da non far passare più nessun spiraglio di luce. Eva aiutò Ben a rialzarsi rimettendo tutto in ordine e
controllare meglio quella bruciatura sul braccio destro. Avvicinò il suo sguardo alla ferità ma dovette allontanarsi tempestivamente prima
che lui le potesse mordere il collo. Ben iniziò ad agitarsi. Eva senza perdere coraggio gli iniettò una dose di calmante nel tubicino della
flebo, così che in pochi istanti Ben Weaver si rilassò del tutto.
Poche ore dopo, Eva tornò dal paziente Weaver per vedere come stese. Dormiva ancora. Lei notò che mancava il crocefisso nella stanza.
Ben d’improvviso aprì gli occhi e bloccandola la trascinò a sé mordendole il collo. Lei riuscì a liberarsi nell’istante in cui entrò il medico per
la visita giornaliera. Ben disorientato la spinse indietro facendola cadere senza rendersi conto del suo gesto folle. Sporco del suo sangue.
Sentendosi intimare di restare calmo dal dottore e da altri infermieri, arrivati in soccorso, cercò subito una via di fuga e con uno scatto
felino raggiunse una finestra. Ruppe il vetro e si lanciò nel vuoto. Il dottore si affacciò incredulo dalla finestra stando attento al vetro rotto.
Ben Weaver era fuggito dalla stanza ospedaliera numero 17 lanciandosi dal terzo piano.
Eva Cruore fu ricoverata d’urgenza dopo quell’attacco improvviso proprio nel reparto ospedaliero dove lei prestava servizio da ben due
anni. Era una ragazza di origine siciliana, dai tipici lineamenti mediterranei, alta ,slanciata, dalle forme sinuose, capelli ricci e neri come il
carbone, due occhi color verde elettrico. Vinto il concorso come infermiera professionale presso l’ospedale di Treviso, si ritrovò sola in
una città nuova. Conobbe Sarah Pellegrini, una sua collega che ben presto diventò la sua migliore amica. Eva le fu molto accanto quando
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la madre di Sarah morì per un incidente dovuto ad un’ arma da fuoco causato dal figlio minore Ivan, di cui ancora oggi si trovava nel
carcere di malattie mentali vicino Milano. Le due ragazze dividevano lo stesso appartamento da poco più di un anno.
Eva fu risvegliata dal via vai degli infermieri che passavano per il controllo quotidiano. Eva aveva dormito per 24 ore di fila. Aperti gli occhi
le ci vollero circa dieci minuti per far mente locale e ricordare il caos della sera prima, affianco a lei c’era Sarah. Era di turno quella sera è
quindi passava spesso e volentieri per darle un’occhiata e verificare quei segni che aveva sul collo. Fortunatamente la ferita non era poi
cosi grave. Sembrava quasi rimarginata. Sarah le accarezzò il viso dicendole: <<tranquilla Eva, stai bene e qui sei al sicuro. Tornerò tra
poco… aspettami e non ti muovere>>. Si allontanò sorridendo dopo lunghe ore di pianto nell’attesa che la sua amica si risvegliasse da
quel brutto incubo. Eva bevve un po’ d’acqua minerale rinfrescandosi la gola ormai secca. Pensava a Ben Weaver, il paziente ricoverato
qualche giorno prima. Prima di compiere quel salto nel buio, lui la osservò dritta negli occhi senza parlarle. Lei però era convinta di aver
sentito: <<ritornerò…>>.
Ben Weaver prima di fuggire dell’ospedale civile di Treviso, era stato ricoverato d’urgenza perché trovato vicino un cassonetto
dell’immondizia in stato confusionale. Nei giorni seguenti al ricovero, non diede spiegazioni sufficienti all’ispettore di polizia Ezio Del Mull
che, incredulo, non riusciva a darsi una spiegazione plausibile dell’accaduto. L’ispettore Del Mull era un uomo di circa 45 anni originario
del Friuli Venezia Giulia, ma residente da oltre vent’anni a Treviso dove viveva con sua moglie e le sue tre figlie. Era una persona ligia al
dovere e per questo si trovava a passare notti intere a girovagare nel suo appartamento cercando di studiare a fondo uno dei tanti casi
ancora irrisolti… cosa che portava, la maggior parte delle volte, a litigi e urla da parte della moglie trascurata a causa del suo continuo
lavoro. L’ ispettore era ormai seduto da ore sul divano di casa nel bel mezzo della notte, cercando di capire il perché di quel gesto folle.
Pazzia, paura… cosa aveva scatenato in quell’uomo così tanta violenza. Mordere una persona… saltare da una finestra di un terzo piano
e dileguarsi cosi velocemente senza neanche riportare una lieve ferita o quant’altro. Le palpebre gli si chiudevano e i suoi ragionamenti
risultavano sempre più sfogati e mischiati fra i tanti pensieri che attanagliavano la sua mente. Come quasi ogni notte, si ritrovò
addormentato sul divano privo di qualsiasi risposta, con un unico pensiero… Ben Weaver.
Era proprio lì, davanti a sé. Lo vedeva… lo braccava nel buio cercando di correre , fuggire da lui ma… niente, era veloce, velocissimo…
era dietro di lui, cercava una via di uscita, ma lui era lì, sempre lì… guardava e rideva, sembrava quasi fosse un gioco per lui… cadde, si
rialzò, continuò a scappare, voleva urlare ma la paura bloccava quella poca forza che gli restava…
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Era buio, neanche un’anima via… ricadde ma non ebbe più la forza di rialzarsi. Lui era lì, lo osservava come un verme strisciare sotto i
suoi piedi. Lo supplicò di lasciarlo libero tra pianti e lamenti… ma lui rideva. Lui rideva assaporando l’odore della sua preda. Lui lo sollevò
da terra con forza e messo contro un muro gli conficcò con forza il suo braccio dritto nel petto, strappandogli il cuore ancora pulsante fra
le sue mani. Una risata cupa echeggiò nella sua mente… lei si svegliò di soprassalto, sudata e bianca cadaverica… Eva Cruore aveva
solo sognato, solo un orrendo incubo!
Erano circa le cinque del mattino di una bellissima giornata di fine marzo… un leggero venticello autunnale soffiava tra le strade di Treviso,
ove la maggior parte delle persone era ancora nel mondo dei sogni. La giornata sembrava iniziare nel miglior dei modi… in un vecchio
casolare abbandonato da anni, in un angolo buio della stanza giaceva un’anima in pena… Ben Weaver era lì. Si era rifugiato in quella casa
vecchia per nascondersi dalla luce del sole e dalle sue paure. Era chino in terra disperato come non mai, non riusciva a capire il perché di
quella strana situazione, non capiva il suo comportamento e non riusciva a credere al suo cambiamento corporeo. A distanza di poche
ore il colore scuro della sua pelle era diventato più chiaro… quasi color cadaverico. La sua forza era aumentata e non riusciva a credere a
quei salti incredibilmente lunghi che riusciva a fare correndo lungo la strada. Toccandosi la faccia avvertiva chiaramente diversità nel suo
volto e cosa più strana sentiva i suoi canini più lungi e affilati tanto da graffiarsi involontariamente un dito il quale fuoriuscì del sangue…
sangue. Dentro sé desiderava sempre più del sangue umano!!! Non riusciva a spiegarsi il perché ma ripensando alla caccia di qualche ora
prima e ricordando il dolce sapore del sangue della sua vittima e i suoi lamenti di dolore non fece a meno di pensare che la notte
seguente avrebbe cercato altro sangue fresco. Chiuso lì dentro nel buio di quelle stanze desolate e piene di muffa… d’improvviso si gettò
in terra, si sedette appoggiandosi al muro e disgustato di se stesso iniziò a mordere e succhiare il sangue di un ratto, tentando invano di
sfuggire dalle sue mani, forti come tenaglie. Dopo pochi secondi il movimento della vittima cessò e Ben lanciò con forte orrore il ratto
contro una parete della stanza creando cosi un rumore acuto che rimbombò in quella stanza vuota. Voleva sangue fresco… vero sangue
umano… avrebbe dovuto aspettare solo poche ore prima del tramonto per poi uscire nuovamente dal suo nascondiglio e poter essere di
nuovo per le strade del centro in cerca di nuove vittime… aveva bisogno di altro sangue per poter rimettersi in forza e poter andare alla
ricerca della sua amata… Eva Cruore. Qualcosa in lei lo attirava più di ogni altra cosa… il suo corpo aveva bisogno del sangue di Eva,
doveva averla a qualsiasi costo e avrebbe messo a soqquadro l’intera città per arrivare a lei… lei lo sapeva benissimo, anche la giovane
Eva sentiva dentro di sé la voglia infrenabile di Ben e il suo desiderio di possederla. Sentiva il suo corpo, sentiva il suo respiro, ogni suo
minimo pensiero… presto sarebbe stata sua.
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Le ore della giornata trascorrevano tranquille per le persone che lavoravano, stanche e desiderose di poter tornare a casa dalla loro
famiglia. Per Ben Weaver le ore passavano dando la caccia a piccoli ratti in modo da poter far pratica ed esercitare i suoi attacchi, sempre
più fulminei. Più le ore trascorrevano in quel gioco nauseante più lo stimolo di caccia aumentava nell’anima, ormai morta, del vecchio
uomo d’affari Ben Weaver.
Il sole calava nel buio più profondo, il cielo scuro sembrava avvolgere l’intera città in un alone di terrore il quale costringeva le persone,
ignare del pericolo, a rientrare in casa e chiudere al più presto porte e finestre senza un preciso perché. L’ospedale di Treviso era in piena
attività lavorativa. Gente che entrava e usciva. La sala operatoria con dentro l’equipe medica era quasi pronta per dar vita a un nuovo
angelo. In lontananza un’ambulanza arrivava a sirene spigate portando con sé un ragazzo di appena ventitre anni coinvolto in un incidente
motociclistico. Alcune persone ridevano, altre inerte fissavano il vuoto. Un via vai di infermieri… la stanza numero 23 era chiusa. Eva era lì.
Si girava e rigirava nel letto tra lenzuola umide di sudore, con la sua mano graffia la ferita ormai chiusa, ma ben visibile sul collo. La luce si
spense. Eva si irrigidì. D’improvviso si sentì sollevare, aprì gli occhi e lui era lì. Ben Weaver era tornato. Indossava un abito nero corvino
con una camicia color porpora coperto da un lungo cappotto che rendeva la stanza a dir poco agghiacciante. Senza dir niente Eva si alzò
dal letto e si avviò verso di lui. Nello stesso istante Ben si girò di scatto e con l’altra mano blocco l’ispettore Ezio Del Mul stringendogli il
capo. Del Mul sapeva che prima o poi Ben Weaver sarebbe tornato. L’ispettore era nascosto in quella stanza da molte ore ormai e
nessuno sapeva di questo suo appostamento. Weaver con una sola stretta di mano deformò il cranio del povero Del Mul fino a
frantumarlo facendo cadere il suo corpo ormai inerme sul pavimento. Weaver si ripulì la mano sporca di sangue leccandosi le dita, per poi
strappare il camice che copriva il corpo di Eva. Lei era di una bellezza unica, la pelle liscia come la seta, le sue linee perfette procuravano
un brivido dentro al mostro che era diventato.
Lui la strinse dolcemente al suo petto e iniziò ad avvicinarsi al collo per finire l’opera che aveva iniziato giorni prima. La porta si aprì, una
luce forte illuminò l’intera stanza tanto da accecare Ben Weaver costretto a nascondersi nell’ombra dal suo cappotto. Lì sulla soglia
dell’entrata c’era Sarah. Immobile, cercando di capire cosa stesse accadendo in quell’istante. Lui era lì, quella luce intensa. Sarah, poche
ore prima, aveva preso il crocefisso dalla stanza di Eva per pulirlo meglio e ora glielo voleva restituire. Al contatto col demonio il
crocefisso aveva emanato una luce divina in modo da far allontanare il vampiro e costringerlo a lasciar la sua preda e scappare via. Con
una smorfia di dolore il vampiro Ben Weaver corse verso la finestra pronto per un salto nel buio, ma prima di saltare si fermo e guardò
fisso Eva. Dopo di che si dileguò nelle tenebre. Sarah sconvolta corse vicino Eva, svenuta dalla paura. Subito le diede il primo soccorso
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ma guardando alle sue spalle vide l’ispettore Del Mul in terra con la testa a pezzi. Riguardò Eva dicendole che era tutto finito e ora
avrebbe chiamato i soccorsi. Lei si avvicinò per abbracciarla e stringerla forte a sé ma… Eva Cruore morse il collo di Sarah succhiando il
suo sangue. Eva seguì alla lettera le ultime parole lette nella mente del suo padrone prima di fuggire… presto sarebbe nata una nuova
razza di vampiri…
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