REGDOC 07-2012 cop:REGDOC 21-2009 cop.qxd 13/04/2012 12.54 Pagina 4 Gianfranco Ravasi Lettura della Bibbia 2012 7 I cofanetti con CD/MP3 propongono i commenti dalla viva voce del card. Ravasi, che accompagna a scoprire le ricchezze della Sacra Scrittura. € • • • • • • • • • Leggere la Bibbia nello Spirito Esodo e Giobbe Rut. Giuditta. Ester Il libro dei Salmi Il Cantico dei cantici Il profeta Isaia Il Vangelo di Matteo Il Vangelo di Marco Il Vangelo di Luca € • Il libro della Genesi 1 e 2 • Il Vangelo di Giovanni 1 e 2 quindicinale di attualità e documenti • Lettera ai Romani • Lettere ai Corinzi novità • Ezechiele e i profeti postesilici • Gli Atti degli Apostoli • Il libro dell’Apocalisse Documenti 193 Benedetto XVI in Messico e a Cuba Ruotano intorno al tema del ruolo pubblico della fede i principali discorsi tenuti dal papa nel corso del suo 23° viaggio all’estero (23-29 marzo). 213 La Chiesa in Irlanda due anni dopo In nostra traduzione, la sintesi delle conclusioni della visita apostolica voluta dal papa a seguito dell’emergere delle violenze sui minori da parte del clero. 226 Gli argomenti del nuovo ateismo In una relazione su «La negazione di Dio e la questione antropologica» M. Epis esamina in chiave teologica le tesi di R. Dawkins, D. Dennet, S. Harris. 236 Il lavoro dignitoso Le «convergenze» delle diverse religioni in tema di lavoro dignitoso e giustizia sociale in un manuale dell’Organizzazione internazionale del lavoro. imminente • Lettere agli Efesini e ai Colossesi Via Nosadella 6 – 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 email: [email protected] www.dehoniane.it Anno LVII - N. 1120 - 1 aprile 2012 - IL REGNO - Via Nosadella 6 - 40123 Bologna - Tel. 051/3392611 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna” REGDOC 07-2012 cop:REGDOC 21-2009 cop.qxd 13/04/2012 12.54 Pagina 2 quindicinale di attualità e documenti D DANIEL MARGUERAT - ÉRIC JUNOD ocumenti Chi ha fondato il cristianesimo? 1.4.2012 - n. 7 (1120) Caro lettore, in questi giorni di aprile la Chiesa si appresta a festeggiare Benedetto XVI al compimento del suo 85° compleanno e nel settimo anniversario dell’elezione a sommo pontefice. Riascoltiamo le parole con cui, il 20 aprile 2005, si rivolse ai cardinali al termine della prima eucaristia presieduta dopo l’elezione: «Tu sei il Cristo! Tu sei Pietro! Mi sembra di rivivere la stessa scena evangelica; io, successore di Pietro, ripeto con trepidazione le parole trepidanti del pescatore di Galilea e riascolto con intima emozione la rassicurante promessa del divino Maestro. Se è enorme il peso della responsabilità che si riversa sulle mie povere spalle, è certamente smisurata la potenza divina su cui posso contare: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18). Scegliendomi quale vescovo di Roma, il Signore mi ha voluto suo vicario, mi ha voluto “pietra” su cui tutti possano poggiare con sicurezza. Chiedo a lui di supplire alla povertà delle mie forze, perché sia coraggioso e fedele pastore del suo gregge, sempre docile alle ispirazioni del suo Spirito». R Benedetto XVI 193 Portatori di nuova speranza { Viaggio apostolico in Messico e a Cuba (23-29 marzo 2012) } Una missione per il continente (Omelia alla messa a León presso il parco Expo bicentenario) Sentinelle per la vita dell’uomo (Ai vescovi del Messico e dell’America Latina) Cuore e ragione per un futuro migliore (Ai giornalisti durante il volo) L’ansia della verità (Omelia alla messa a L’Avana in Plaza de la revolución) Rendere possibile il dialogo (Alla cerimonia di congedo da Cuba) 201 Camaldoli: la speranza e il futuro { Per il millenario di fondazione della Congregazione camaldolese } Tradizione pluriforme (Omelia del papa) La disciplina del silenzio (Omelia dell’arcivescovo di Canterbury) Santa Sede 205 Acqua, un elemento essenziale per la vita { Nota del Pontificio consiglio della giustizia e della pace } 213 Sulla visita apostolica in Irlanda { Sintesi delle conclusioni } Cosa dicono i testimoni dei primi secoli Chiesa in Italia 218 La crisi italiana nell’Anno della fede { CEI – Consiglio permanente (Roma, 26-29 marzo 2012). Comunicato finale } 221 Come pietre vive { CEI – Ufficio catechistico nazionale, Vademecum per la preparazione ai convegni catechistici regionali } Studi e commenti 226 La negazione di Dio e la questione antropologica { Massimo Epis sugli argomenti del nuovo ateismo } «RELIGIONE E RELIGIONI» pp.120 - € 10,00 236 Lavoro dignitoso e giustizia sociale nelle tradizioni religiose { OIL, Santa Sede, CEC, Organizzazione islamica per l’educazione, la scienza e la cultura } ( '&% '$% #"! $"% &% &&$!&"% % "&&"% "% % $$$% !$% "$% &"$%%!% &"%$&%'$!!"%"""%$""% &%$"% &%%&" "!"%&%#$%%$% "$! $% %%"$%&!%" "%&%$&"$"%('%"$ &"!"%$%& $ "%&%&&$!&% &%&&%"&% &%"$"&%$ $!&%&%&&%"&& % &&$!&"% "& &!$&% % "% &"% $% $"% $!&% $% !% &&$% % $%!"%"&"%"!&%!&!" $% &%$"&%$!&'&%%"%"$ NELLA STESSA COLLANA R. CANTALAMESSA - R. PENNA - G. SEGALLA Gesù di Nazaret tra storia e fede A cura di Giovanni Giorgio EDB pp. 88 - € 7,50 $#"! ""!!!!!" !!!!"!! REGDOC 07-2012 cop:REGDOC 21-2009 cop.qxd 13/04/2012 12.54 Pagina 2 quindicinale di attualità e documenti D DANIEL MARGUERAT - ÉRIC JUNOD ocumenti Chi ha fondato il cristianesimo? 1.4.2012 - n. 7 (1120) Caro lettore, in questi giorni di aprile la Chiesa si appresta a festeggiare Benedetto XVI al compimento del suo 85° compleanno e nel settimo anniversario dell’elezione a sommo pontefice. Riascoltiamo le parole con cui, il 20 aprile 2005, si rivolse ai cardinali al termine della prima eucaristia presieduta dopo l’elezione: «Tu sei il Cristo! Tu sei Pietro! Mi sembra di rivivere la stessa scena evangelica; io, successore di Pietro, ripeto con trepidazione le parole trepidanti del pescatore di Galilea e riascolto con intima emozione la rassicurante promessa del divino Maestro. Se è enorme il peso della responsabilità che si riversa sulle mie povere spalle, è certamente smisurata la potenza divina su cui posso contare: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18). Scegliendomi quale vescovo di Roma, il Signore mi ha voluto suo vicario, mi ha voluto “pietra” su cui tutti possano poggiare con sicurezza. Chiedo a lui di supplire alla povertà delle mie forze, perché sia coraggioso e fedele pastore del suo gregge, sempre docile alle ispirazioni del suo Spirito». R Benedetto XVI 193 Portatori di nuova speranza { Viaggio apostolico in Messico e a Cuba (23-29 marzo 2012) } Una missione per il continente (Omelia alla messa a León presso il parco Expo bicentenario) Sentinelle per la vita dell’uomo (Ai vescovi del Messico e dell’America Latina) Cuore e ragione per un futuro migliore (Ai giornalisti durante il volo) L’ansia della verità (Omelia alla messa a L’Avana in Plaza de la revolución) Rendere possibile il dialogo (Alla cerimonia di congedo da Cuba) 201 Camaldoli: la speranza e il futuro { Per il millenario di fondazione della Congregazione camaldolese } Tradizione pluriforme (Omelia del papa) La disciplina del silenzio (Omelia dell’arcivescovo di Canterbury) Santa Sede 205 Acqua, un elemento essenziale per la vita { Nota del Pontificio consiglio della giustizia e della pace } 213 Sulla visita apostolica in Irlanda { Sintesi delle conclusioni } Cosa dicono i testimoni dei primi secoli Chiesa in Italia 218 La crisi italiana nell’Anno della fede { CEI – Consiglio permanente (Roma, 26-29 marzo 2012). Comunicato finale } 221 Come pietre vive { CEI – Ufficio catechistico nazionale, Vademecum per la preparazione ai convegni catechistici regionali } Studi e commenti 226 La negazione di Dio e la questione antropologica { Massimo Epis sugli argomenti del nuovo ateismo } «RELIGIONE E RELIGIONI» pp.120 - € 10,00 236 Lavoro dignitoso e giustizia sociale nelle tradizioni religiose { OIL, Santa Sede, CEC, Organizzazione islamica per l’educazione, la scienza e la cultura } ( '&% '$% #"! $"% &% &&$!&"% % "&&"% "% % $$$% !$% "$% &"$%%!% &"%$&%'$!!"%"""%$""% &%$"% &%%&" "!"%&%#$%%$% "$! $% %%"$%&!%" "%&%$&"$"%('%"$ &"!"%$%& $ "%&%&&$!&% &%&&%"&% &%"$"&%$ $!&%&%&&%"&& % &&$!&"% "& &!$&% % "% &"% $% $"% $!&% $% !% &&$% % $%!"%"&"%"!&%!&!" $% &%$"&%$!&'&%%"%"$ NELLA STESSA COLLANA R. CANTALAMESSA - R. PENNA - G. SEGALLA Gesù di Nazaret tra storia e fede A cura di Giovanni Giorgio EDB pp. 88 - € 7,50 $#"! ""!!!!!" !!!!"!! 193-200:Layout 3 13-04-2012 8:46 Pagina 193 B enedetto XVI | AMERICA Portatori di nuova speranza Una missione per il continente Viaggio apostolico in Messico e C u b a ( 2 3 - 2 9. 3 . 2 0 1 2 ) Omelia alla messa a León presso il parco Expo bicentenario Il 23o viaggio apostolico di Benedetto al di fuori dell’Italia, che ha avuto come meta il Messico e Cuba, ha visto al centro il ruolo pubblico della fede rispetto a regimi politici che solo recentemente hanno concesso aperture in tema di libertà religiosa e in contesti marcati da una forte violenza (Messico) e dalla povertà (Cuba). Nei testi del pontefice si parla della religiosità popolare come via «del cuore» verso Cristo; del ruolo dei laici nella Chiesa, che non devono essere «considerati come persone di poco conto» e della necessità di custodire lo «spirito di comunione… evitando divisioni sterili»; dei punti di somiglianza tra la Misión continental lanciata dall’episcopato latinoamericano ad Aparecida nel 2007 e lo spirito del prossimo Anno della fede. Vi sono tuttavia anche delle «spine» che minacciano il Vangelo, come la «persecuzione» o «la mancanza di mezzi» o «i limiti imposti alla libertà della Chiesa nell’adempimento della sua missione», ovvero al legittimo «contributo» che i credenti possono offrire «all’edificazione della società». Stampa (5.4.2012) da sito web www.vatican.va. Titolazione redazionale. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 Cari fratelli e sorelle, sono contento di essere tra voi, e desidero ringraziare vivamente mons. José Guadalupe Martín Rábago, arcivescovo di León, per le sue gentili parole di benvenuto. Saluto l’episcopato messicano, come pure i signori cardinali e gli altri vescovi qui presenti, in particolare quelli che provengono dall’America Latina e dai Caraibi. Rivolgo inoltre il mio cordiale saluto alle autorità che ci accompagnano e a tutti coloro che si sono riuniti per partecipare a questa santa messa presieduta dal successore di Pietro. Il dolore del popolo messicano «Crea in me, Signore, un cuore puro» (Sal 50,12), abbiamo invocato nel salmo responsoriale. Questa esclamazione mostra la profondità con la quale dobbiamo prepararci per celebrare, la prossima settimana, il grande mistero della passione, morte e risurrezione del Signore. Questo ci aiuta anche a guardare nel profondo del cuore umano, specialmente nei momenti che uniscono dolore e speranza, come quelli che attraversa attualmente il popolo messicano e anche altri popoli dell’America Latina. L’anelito di un cuore puro, sincero, umile, gradito a Dio, era già molto sentito da Israele, man mano che prendeva coscienza della persistenza del male e del peccato nel suo seno, come un potere praticamente implacabile ed impossibile da superare. Non restava che confidare nella misericordia di Dio onnipotente e nella speranza che egli cambiasse dal di dentro, dal cuore, una situazione insopportabile, oscura e senza futuro. Così si aprì la strada al ricorso alla misericordia infinita del Signore, che non vuole la morte del peccatore, 193 193-200:Layout 3 13-04-2012 8:46 Pagina 194 B enedetto XVI ma che si converta e viva (cf. Ez 33,11). Un cuore puro, un cuore nuovo, è quello che si riconosce impotente da sé stesso e si mette nelle mani di Dio per continuare a sperare nelle sue promesse. In questo modo, il salmista può dire convinto al Signore: «Torneranno a te i peccatori» (Sal 50,15). E, verso la fine del salmo, darà una spiegazione che è contemporaneamente una ferma confessione di fede: «Un cuore affranto e umiliato, tu non lo disprezzi» (v. 19). La storia d’Israele narra anche grandi gesta e battaglie, ma nel momento d’affrontare la sua esistenza più autentica, il suo destino più decisivo, cioè la salvezza, più che nelle proprie forze, ripone la sua speranza in Dio che può ricreare un cuore nuovo, non insensibile e arrogante. Questo può ricordare oggi a ognuno di noi e ai nostri popoli che, quando si tratta della vita personale e comunitaria, nella sua dimensione più profonda, non basteranno le strategie umane per salvarci. Si deve ricorrere anche all’unico che può dare vita in pienezza, perché egli stesso è l’essenza della vita e il suo autore, e ci ha fatto partecipi di essa attraverso il suo figlio Gesù Cristo. Il Vangelo di oggi prosegue facendoci vedere come questo antico anelito alla vita piena si è realizzato realmente in Cristo. Lo spiega san Giovanni in un passaggio nel quale si incrociano il desiderio di alcuni greci di vedere Gesù e il momento in cui il Signore sta per essere glorificato. Alla domanda dei greci, rappresentanti del mondo pagano, Gesù risponde dicendo: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato» (Gv 12,23). Risposta strana che sembra incoerente con la domanda dei greci. Che cosa c’entra la glorificazione di Gesù con la richiesta d’incontrarsi con lui? In realtà c’è una relazione. Qualcuno potrebbe pensare – osserva sant’Agostino – che Gesù si sentisse glorificato perché andavano da lui i pagani; qualcosa di simile all’applauso della moltitudine che dà «gloria» ai grandi del mondo, diremmo oggi. Ma non è così. «Conveniva che alla sublimità della sua glorificazione precedesse l’umiltà della sua passione» (In Ioannis Ev., 51,9: PL 35, 1766). La risposta di Gesù, che annuncia la sua passione imminente, dice che un incontro occasionale in quei momenti sarebbe superfluo e forse ingannevole. Quello che i greci vogliono vedere, in realtà lo vedranno innalzato sulla croce, dalla quale egli attirerà tutti a sé (cf. Gv 12,32). Lì inizierà la sua «gloria», a causa del suo sacrificio d’espiazione per tutti, come il chicco di grano caduto in terra, che, morendo, germina e dà frutto abbondante. Incontreranno colui che, sicuramente senza saperlo, andavano cercando nel loro cuore: il vero Dio che si rende riconoscibile a tutti i popoli. Questo è anche il modo in cui nostra Signora di Guadalupe ha mostrato il suo divino Figlio a san Juan Diego. Non come un eroe portentoso da leggenda, ma come il vero Dio per il quale si vive, il creatore delle persone, della vicinanza e della prossimità, il creatore del cielo e della terra (cf. Nican Mopohua, v. 33). Ella, in quel momento, fece quello che aveva già sperimentato nelle nozze di Cana. Davanti all’imbarazzo per la mancanza di vino, indicò chiaramente ai servi che la via da seguire era suo Figlio: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). 194 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 In pellegrinaggio verso l’amore Cari fratelli, venendo qui ho potuto avvicinarmi al monumento a Cristo re, in cima al «Cubilete». Il mio venerato predecessore, il beato papa Giovanni Paolo II, benché lo desiderasse ardentemente, non poté visitare questo luogo emblematico della fede del popolo messicano, nei suoi viaggi a questa cara terra. Sicuramente oggi si rallegrerà dal cielo che il Signore mi abbia concesso la grazia di poter stare ora con voi, così come avrà benedetto i tanti milioni di messicani che hanno voluto venerare, recentemente, le sue reliquie in tutti gli angoli del paese. Ebbene, in questo monumento si rappresenta Cristo re. Ma le corone che lo accompagnano, una da sovrano e un’altra di spine, indicano che la sua regalità non è come molti la intesero e la intendono. Il suo regno non consiste nel potere dei suoi eserciti per sottomettere gli altri con la forza o la violenza. Si fonda su un potere più grande, che conquista i cuori: l’amore di Dio che egli ha portato al mondo col suo sacrificio e la verità, di cui ha dato testimonianza. Questa è la sua signoria che nessuno gli potrà togliere e che nessuno deve dimenticare. Per questo è giusto che, innanzitutto, questo santuario sia un luogo di pellegrinaggio, di preghiera fervente, di conversione, di riconciliazione, di ricerca della verità e accoglienza della grazia. A lui, a Cristo, chiediamo che regni nei nostri cuori, rendendoli puri, docili, pieni di speranza e coraggiosi nella loro umiltà. Anche oggi, da questo parco, con il quale si vuole ricordare il bicentenario della nascita della nazione messicana, che ha unito molte differenze, ma con un destino e un’aspirazione comuni, chiediamo a Cristo un cuore puro, dove egli possa abitare come principe della pace, «grazie al potere di Dio, che è il potere del bene, il potere dell’amore». E, affinché Dio abiti in noi, bisogna ascoltarlo, bisogna lasciarsi interpellare dalla sua Parola ogni giorno, meditandola nel proprio cuore, sull’esempio di Maria (cf. Lc 2,51). Così cresce la nostra amicizia personale con lui, s’impara quello che egli attende da noi e si riceve incoraggiamento per farlo conoscere agli altri. Ad Aparecida, i vescovi dell’America Latina e dei Caraibi hanno colto con lungimiranza la necessità di confermare, rinnovare e rivitalizzare la novità del Vangelo, radicata nella storia di queste terre «dall’incontro personale e comunitario con Gesù Cristo che susciti discepoli e missionari» (V CONFERENZA GENERALE DELL’EPISCOPATO LATINOAMERICANO, Documento di Aparecida, 29.6.2007, n. 11; Regno-doc. 15,2007,507). La Misión continental che si sta portando avanti, diocesi per diocesi, in questo continente, ha precisamente l’obiettivo di far arrivare questa convinzione a tutti i cristiani e alle comunità ecclesiali, affinché resistano alla tentazione di una fede superficiale e abitudinaria, a volte frammentaria e incoerente. Anche qui si deve superare la stanchezza della fede e recuperare «la gioia di essere cristiani, l’essere sostenuti dalla felicità interiore di conoscere Cristo e di apparte- 193-200:Layout 3 13-04-2012 8:46 Pagina 195 MARIANO INGHILESI nere alla sua Chiesa. Da questa gioia nascono anche le energie per servire Cristo nelle situazioni opprimenti di sofferenza umana, per mettersi a sua disposizione, senza ripiegarsi sul proprio benessere» (BENEDETTO XVI, Discorso alla curia romana, 22 dicembre 2011; Regno-doc. 1,2012,6). Lo vediamo molto bene nei santi, che si dedicarono completamente alla causa del Vangelo con entusiasmo e con gioia, senza badare ai sacrifici, anche quello della propria vita. Il loro cuore era un’opzione incondizionata per Cristo dal quale avevano imparato ciò che significa veramente amare fino alla fine. In questo senso, l’«Anno della fede», che ho convocato per tutta la Chiesa, «è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo (…). La fede, infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia» (lett. ap. Porta fidei, 11.10.2011, nn. 6.7; Regno-doc. 19,2011, 578.579). Chiediamo alla vergine Maria che ci aiuti a purificare il nostro cuore, specialmente nell’avvicinarci alla celebrazione delle feste di Pasqua, affinché giungiamo a partecipare meglio al mistero di salvezza del suo Figlio, come ella lo ha fatto conoscere in queste terre. E chiediamole anche che continui ad accompagnare e proteggere i suoi cari figli messicani e latinoamericani, affinché Cristo regni nelle loro vite e li aiuti a promuovere con coraggio la pace, la concordia, la giustizia e la solidarietà. Amen. L’incontro fra Gesù e Pilato Processo al processo e teologia di Giovanni 18–19 Percorso storico, giuridico ed esegetico León, 25 marzo 2012. Sentinelle per la vita dell’uomo I l processo più famoso della storia ruota attorno a Gesù. Ma c’è un altro attore, non protagonista, a cui l’evangelista Giovanni dà ampio spazio: Pilato. La sua figura è in discussione da secoli. Lo studio completo sul processo raccoglie i contributi disponibili sul tema, dal punto di vista storico e giuridico, e li unisce sviluppando l’esegesi. Nell’incontro fra Gesù e Pilato il lettore potrà immedesimarsi e riconoscere forse tratti della propria personalità, nell’accettazione o nel rifiuto del Nazareno. pp. 400 - € 33,50 «BIBLICA» Ai vescovi del Messico e dell’America Latina Signori cardinali, cari fratelli nell’episcopato. È una grande gioia pregare con tutti voi in questa basilica-cattedrale di León, dedicata a Nostra Signora della luce. Nella bella immagine che si venera in questo tempio, la santissima Vergine tiene il suo Figlio in una mano con grande tenerezza, mentre stende l’altra per soccorrere i peccatori. Così vede Maria la Chiesa di tutti i tempi, che la loda per averci dato il Redentore e a lei si affida perché è la Madre che il suo divin Figlio ci ha affidato dalla croce. Per questo, noi l’imploriamo frequentemente come «speranza nostra», perché ci ha mostrato Gesù e trasmesso i prodigi che Dio ha fatto e fa per l’umanità, in maniera semplice, come spiegandoli ai piccoli della casa. Un segno decisivo di questi prodigi ce lo offre la lettura breve che è stata proclamata in questi vespri. Gli abitanti di Gerusalemme e i suoi capi non riconobbero Cristo, ma, condannandolo a morte, in realtà, diedero compimento alle parole dei profeti (cf. At 13,27). Sì, la DELLO STESSO AUTORE INNO ALL’AMORE NEGLI ULTIMI GIORNI DI GESÙ Meditazioni bibliche su Gv (cc. 13.18-20) e 1Cor (c. 13) pp. 176 con CD/MP3 - € 15,00 www.dehoniane.it Via Nosadella 6 40123 Bologna Tel. 051 4290011 Edizioni Dehoniane Bologna IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 195 Fax 051 4290099 193-200:Layout 3 13-04-2012 8:46 Pagina 196 B enedetto XVI Cuore e ragione per un futuro migliore D urante il volo verso il Messico, venerdì 23 marzo, il papa ha come di consueto incontrato i giornalisti che gli hanno rivolto alcune domande. Ne pubblichiamo una sintesi assieme alle relative risposte di Benedetto XVI (www.vatican.va). – (…) Santo padre, dal Messico lei ha detto di volersi rivolgere all’intera America Latina nel bicentenario dell’indipendenza. L’America Latina, nonostante lo sviluppo, continua a essere una regione di contrasti sociali, dove si trovano i più ricchi accanto ai più poveri. A volte sembra che la Chiesa cattolica non sia sufficientemente incoraggiata a impegnarsi in questo campo. Si può continuare a parlare di «teologia della liberazione» in un modo positivo, dopo che certi eccessi – sul marxismo o la violenza – sono stati corretti? Naturalmente la Chiesa deve sempre chiedere se si fa a sufficienza per la giustizia sociale in questo grande continente. Questa è una questione di coscienza che dobbiamo sempre porci. Chiedere: che cosa può e deve fare la Chiesa, che cosa non può e non deve fare. La Chiesa non è un potere politico, non è un partito, ma è una realtà morale, un potere morale. In quanto la politica fondamentalmente dev’essere una realtà morale, la Chiesa, su questo binario, ha fondamentalmente a che fare con la politica. Ripeto quanto avevo già detto: il primo pensiero della Chiesa è educare le coscienze e così creare la responsabilità necessaria; educare le coscienze sia nell’etica individuale, sia nell’etica pubblica. E qui forse c’è una mancanza. Si vede, in America Latina ma anche altrove, presso non pochi cattolici, una certa schizofrenia tra morale individuale e pubblica: personalmente, nella sfera individuale, sono cattolici, credenti, ma nella vita pubblica seguono altre strade che non corrispondono ai grandi valori del Vangelo, che sono necessari per la fondazione di una società giusta. Quindi, bisogna educare a superare questa schizofrenia, educare non solo a una morale individuale, ma a una morale pubblica, e questo cerchiamo di farlo con la dottrina sociale della Chiesa, perché, naturalmente, questa morale pubblica dev’essere una morale ragionevole, condivisa e condivisibile anche da non credenti, una morale della ragione. Certo, noi nella luce della fede possiamo meglio vedere tante cose che anche la ragione può vedere, ma proprio la fede serve anche per liberare la ragione dagli interessi falsi e dagli oscuramenti degli interessi, e così creare nella dottrina sociale i modelli sostanziali per una collaborazione politica, soprattutto per il superamento di questa divisione sociale, antisociale, che purtroppo esiste. Vogliamo lavorare in questo senso. Non so se la parola «teologia della liberazione», che si può anche interpretare molto bene, ci aiuterebbe molto. Importante è la comune razionalità alla quale la Chiesa offre un contributo fondamentale e che deve sempre aiutare nell’educazione delle coscienze, sia per la vita pubblica, sia per la vita privata. – (…) Santità, guardiamo a Cuba. Tutti ricordiamo le famose parole di Giovanni Paolo II: «Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba». Sono passati 14 anni, ma sembra che queste parole siano ancora attuali. Come lei sa, durante l’attesa del suo viaggio, molte voci di oppositori e di sostenitori dei diritti umani si sono fatte sentire. Santità, lei pensa di riprendere il messaggio di Giovanni Paolo II, pensando sia alla situazione interna di Cuba, sia a quella internazionale? (…) Mi sento in assoluta continuità con le parole del santo padre Giovanni Paolo II, che sono ancora attualissime. Questa visita del papa ha inaugurato una strada di collaborazione e di dialogo costruttivo; una strada che è lunga e che esige pazienza, ma va avanti. Oggi è evidente che l’ideologia marxista, com’era concepita, 196 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 non risponde più alla realtà: così non si può più rispondere e costruire un società; devono essere trovati nuovi modelli, con pazienza e in modo costruttivo. In questo processo, che esige pazienza ma anche decisione, vogliamo aiutare in spirito di dialogo, per evitare traumi e per aiutare il cammino verso una società fraterna e giusta come la desideriamo per tutto il mondo e vogliamo collaborare in questo senso. È ovvio che la Chiesa stia sempre dalla parte della libertà: libertà della coscienza, libertà della religione. In tale senso contribuiamo, contribuiscono proprio anche semplici fedeli in questo cammino in avanti. – (…) Santità, dopo la Conferenza di Aparecida si parla di «missione continentale» della Chiesa in America Latina; fra pochi mesi vi sarà il Sinodo sulla nuova evangelizzazione e inizierà l’Anno della fede. Anche in America Latina vi sono le sfide della secolarizzazione, delle sette. A Cuba vi sono le conseguenze di una lunga propaganda dell’ateismo, la religiosità afrocubana è molto diffusa. Pensa che questo viaggio sia un incoraggiamento per la «nuova evangelizzazione» e quali sono i punti che le stanno più a cuore in questa prospettiva? Il periodo della nuova evangelizzazione è cominciato con il Concilio; questa era fondamentalmente l’intenzione di papa Giovanni XXIII; è stata molto sottolineata da papa Giovanni Paolo II e la sua necessità, in un mondo che è in grande cambiamento, diventa sempre più evidente. Necessità nel senso che il Vangelo deve esprimersi in modi nuovi; necessità anche nell’altro senso, che il mondo ha bisogno di una parola nella confusione, nella difficoltà d’orientarsi oggi. C’è una situazione comune del mondo, c’è la secolarizzazione, l’assenza di Dio, la difficoltà di trovare accesso, di vederlo come una realtà che concerne la mia vita. E dall’altra parte ci sono i contesti specifici. (…) Da una parte dobbiamo partire dal problema comune: come oggi, in questo contesto della nostra moderna razionalità, possiamo di nuovo riscoprire Dio come l’orientamento fondamentale della nostra vita, la speranza fondamentale della nostra vita, il fondamento dei valori che realmente costruiscono una società, e come possiamo tener conto della specificità delle situazioni diverse. Il primo mi sembra molto importante: annunciare un Dio che risponde alla nostra ragione, perché vediamo la razionalità del cosmo, vediamo che c’è qualcosa dietro, ma non vediamo come sia vicino questo Dio, come concerne me e questa sintesi del Dio grande e maestoso e del Dio piccolo che è vicino a me, mi orienta, mi mostra i valori della mia vita è il nucleo dell’evangelizzazione. Quindi un cristianesimo essenzializzato, dove si trova realmente il nucleo fondamentale per vivere oggi con tutti i problemi del nostro tempo. E dall’altra parte, tenere conto della realtà concreta. In America Latina, in genere, è molto importante che il cristianesimo non sia mai tanto una cosa della ragione, ma del cuore. La Madonna di Guadalupe è riconosciuta e amata da tutti, perché capiscono che è una madre per tutti ed è presente dall’inizio in questa nuova America Latina, dopo l’arrivo degli europei. E pure in Cuba abbiamo la Madonna del Cobre, che tocca i cuori e tutti sanno intuitivamente che è vero, che questa Madonna ci aiuta, che esiste, ci ama e ci aiuta. Ma questa intuizione del cuore deve collegarsi con la razionalità della fede e con la profondità della fede che va oltre la ragione. Dobbiamo cercare di non perdere il cuore, ma di collegare cuore e ragione, così che cooperino, perché solo così l’uomo è completo e può realmente aiutare e lavorare per un futuro migliore. 23 marzo 2012. 193-200:Layout 3 13-04-2012 8:46 Pagina 197 malvagità e l’ignoranza degli uomini non è capace di frenare il piano divino della salvezza, la redenzione. Il male non può fare tanto. Un’altra meraviglia di Dio ce la ricorda il secondo salmo che abbiamo appena recitato: la «rupe» si trasforma «in un lago, la roccia in sorgenti d’acqua» (Sal 113,8). Quello che potrebbe essere pietra d’inciampo e di scandalo, col trionfo di Gesù sulla morte si trasforma in pietra angolare: «Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi» (Sal 117,23). Non ci sono motivi, dunque, per arrendersi alla prepotenza del male. E chiediamo al Signore risorto che manifesti la sua forza nelle nostre debolezze e mancanze. Il Vangelo tra le spine Attendevo con grande desiderio questo incontro con voi, pastori della Chiesa di Cristo che peregrina in Messico e nei diversi paesi di questo grande continente, come un’occasione per guardare insieme Cristo, che vi ha affidato il prezioso compito d’annunciare il Vangelo in questi paesi di forte tradizione cattolica. La situazione attuale delle vostre diocesi presenta certamente sfide e difficoltà d’origine molto diversa. Ma, sapendo che il Signore è risorto, possiamo proseguire fiduciosi, con la convinzione che il male non ha l’ultima parola della storia, e che Dio è capace di aprire nuovi spazi ad una speranza che non delude (cf. Rm 5,5). Ringrazio per il cordiale saluto che mi ha rivolto l’arcivescovo di Tlalnepantla, presidente della Conferenza episcopale messicana e del Consiglio episcopale latinoamericano, facendosi interprete e portavoce di tutti. Chiedo a voi, pastori delle varie Chiese particolari, che, ritornando alle vostre sedi, trasmettiate ai vostri fedeli l’affetto profondo del papa, che porta nel suo cuore tutte le loro sofferenze e le loro attese. Vedendo nei vostri volti il riflesso delle preoccupazioni del gregge di cui avete cura, mi vengono alla mente le assemblee del Sinodo dei vescovi, nelle quali i partecipanti applaudono quando intervengono coloro che esercitano il loro ministero in situazioni particolarmente dolorose per la vita e la missione della Chiesa. Questo gesto germoglia dalla fede nel Signore, e significa fraternità nel lavoro apostolico, come pure gratitudine ed ammirazione per coloro che seminano il Vangelo tra le spine, alcune in forma di persecuzione, altre d’esclusione o di disprezzo. Non mancano neppure preoccupazioni per la mancanza di mezzi e risorse umane, o i limiti imposti alla libertà della Chiesa nell’adempimento della sua missione. Il successore di Pietro partecipa a questi sentimenti e ringrazia per la vostra sollecitudine pastorale paziente e umile. Voi non siete soli nelle difficoltà, e neppure lo siete nei successi dell’evangelizzazione. Tutti siamo uniti nelle sofferenze e nella consolazione (cf. 2Cor 1,5). Sappiate che avete un posto particolare nella preghiera di colui che ha ricevuto da Cristo l’incarico di confermare nella fede i suoi fratelli (cf. Lc 22,31), che li incoraggia anche nella missione di far sì che il nostro Signore Gesù Cristo sia co- nosciuto sempre di più, amato e seguito in queste terre, senza lasciarsi spaventare dalle contrarietà. In spirito di comunione ecclesiale La fede cattolica ha segnato in modo significativo la vita, i costumi e la storia di questo continente, nel quale molte delle sue nazioni stanno commemorando il bicentenario della propria indipendenza. È un momento storico nel quale ha continuato a splendere il nome di Cristo, arrivato qui per opera di insigni e generosi missionari che lo proclamarono con coraggio e con sapienza. Essi donarono tutto per Cristo, mostrando che l’uomo trova in lui la propria consistenza e la forza necessaria per vivere in pienezza ed edificare una società degna dell’essere umano, come il suo creatore l’ha voluto. L’ideale di non anteporre nulla al Signore e di far penetrare la parola di Dio in tutti, servendosi delle caratteristiche proprie e delle migliori tradizioni, continua a essere un prezioso orientamento per i pastori d’oggi. Le iniziative che vengono realizzate a motivo dell’«Anno della fede» devono essere finalizzate a condurre gli uomini a Cristo, la cui grazia permetterà loro di lasciare le catene del peccato che li rende schiavi e d’avanzare verso la libertà autentica e responsabile. In questo un aiuto è dato anche dalla Misión continental, promossa ad Aparecida, che sta già raccogliendo tanti frutti di rinnovamento ecclesiale nelle Chiese particolari dell’America Latina e dei Caraibi. Tra essi, lo studio, la diffusione e la meditazione della sacra Scrittura, che annuncia l’amore di Dio e la nostra salvezza. In questo senso, vi esorto a continuare ad aprire i tesori del Vangelo, affinché si trasformino in forza di speranza, libertà e salvezza per tutti gli uomini (cf. Rm 1,16). E siate anche fedeli testimoni e interpreti della parola del Figlio incarnato, che visse per compiere la volontà del Padre e, essendo uomo con gli uomini, si prodigò per essi fino alla morte. Cari fratelli nell’episcopato, nell’orizzonte pastorale e di evangelizzazione che si apre davanti a noi, è di capitale rilevanza seguire con grande attenzione i seminaristi, incoraggiandoli affinché non si vantino «di sapere altro se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1Cor 2,2). Non meno fondamentale è la vicinanza ai sacerdoti, ai quali non deve mancare mai la comprensione e l’incoraggiamento del loro vescovo e, se fosse necessario, anche la sua paterna ammonizione su atteggiamenti inopportuni. Sono i vostri primi collaboratori nella comunione sacramentale del sacerdozio, ai quali dovete mostrare una costante e privilegiata vicinanza. Lo stesso si deve dire delle diverse forme di vita consacrata, i cui carismi devono essere stimati con gratitudine e accompagnati con responsabilità e rispetto del dono ricevuto. E un’attenzione sempre più speciale si deve riservare ai laici maggiormente impegnati nella catechesi, nell’animazione liturgica o nell’azione caritativa e nell’impegno sociale. La loro formazione nella fede è cruciale per rendere presente e fecondo il Vangelo nella società d’oggi. E non è giusto che si sentano considerati come persone di poco IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 197 193-200:Layout 3 13-04-2012 8:46 Pagina 198 B enedetto XVI conto nella Chiesa, nonostante l’impegno che pongono nel lavorare in essa secondo la loro propria vocazione, e il gran sacrificio che a volte richiede questa dedizione. In tutto ciò, è particolarmente importante per i pastori che regni uno spirito di comunione tra sacerdoti, religiosi e laici, evitando divisioni sterili, critiche e diffidenze nocive. Con questi fervidi auspici, vi invito a essere sentinelle che proclamano giorno e notte la gloria di Dio, che è la vita dell’uomo. Siate dalla parte di coloro che sono emarginati dalla violenza, dal potere o da una ricchezza che ignora coloro ai quali manca quasi tutto. La Chiesa non può separare la lode a Dio dal servizio agli uomini. L’unico Dio Padre e Creatore è quello che ci ha costituiti fratelli: essere uomo è essere fratello e custode del prossimo. In questo cammino, unita a tutta l’umanità, la Chiesa deve rivivere e attualizzare quello che è stato Gesù: il buon samaritano, che venendo da lontano si è inserito nella storia degli uomini, ci ha sollevati e si è prodigato per la nostra guarigione. Cari fratelli nell’episcopato, la Chiesa in America Latina, che molte volte si è unita a Gesù Cristo nella sua passione, deve continuare a essere seme di speranza, che permetta a tutti di vedere come i frutti della risurrezione raggiungono e arricchiscono queste terre. Che la madre di Dio, invocata con il titolo di Maria santissima della luce, dissipi le tenebre del nostro mondo e illumini il nostro cammino, affinché possiamo confermare nella fede il popolo latinoamericano nelle sue fatiche e speranze, con fermezza, con coraggio e con fede ferma in colui che tutto può e tutti ama fino all’estremo. Amen. León, cattedrale Madre santissima della luce, 25 marzo 2012. L’ansia della verità Omelia alla messa a L’Avana in Plaza de la revolución Cari fratelli e sorelle! «Benedetto sei tu, Signore Dio (…) benedetto il tuo nome glorioso e santo» (Dn 3,52). Questo inno di benedizione del Libro di Daniele risuona oggi nella nostra liturgia invitandoci ripetutamente a benedire e lodare Dio. Siamo parte della moltitudine di quel coro che celebra il Signore incessantemente. Ci uniamo a questo insieme di azioni di grazie, e offriamo la nostra voce gioiosa e fiduciosa che cerca di consolidare nell’amore e nella verità il cammino della fede. «Benedetto sia Dio» che ci riunisce in questa piazza emblematica, affinché ci immergiamo più profondamente nella sua vita. Provo una grande gioia nell’essere oggi tra voi e presiedere questa santa messa nel cuore di questo anno giubilare dedicato alla vergine della carità del Cobre. 198 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 Saluto cordialmente il cardinale Jaime Ortega y Alamino, arcivescovo di L’Avana, e lo ringrazio per le cordiali parole che mi ha rivolto a nome di tutti. Estendo il mio saluto ai signori cardinali, ai miei fratelli vescovi di Cuba e di altri paesi che hanno voluto partecipare a questa solenne celebrazione. Saluto anche i sacerdoti, i seminaristi, i religiosi e tutti i fedeli qui convenuti, come pure le autorità che ci accompagnano. Il cuore freddo del relativismo Nella prima lettura che è stata proclamata, i tre giovani, perseguitati dal sovrano babilonese, preferiscono affrontare la morte bruciati dal fuoco piuttosto che tradire la loro coscienza e la loro fede. Essi trovarono la forza di lodare, glorificare e benedire Dio (cf. Dn 3,51) nella convinzione che il Signore del cosmo e della storia non li avrebbe abbandonati alla morte e al nulla. In effetti, Dio non abbandona mai i suoi figli, non li dimentica mai. Egli sta al di sopra di noi ed è capace di salvarci con il suo potere. Allo stesso tempo, è vicino al suo popolo, e per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo ha voluto porre la sua dimora tra noi. «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31). Nel brano del Vangelo che è stato proclamato, Gesù si rivela come il Figlio di Dio Padre, il Salvatore, l’unico che può mostrare la verità e dare la vera libertà. Il suo insegnamento provoca resistenza e inquietudine tra i suoi interlocutori, ed egli li accusa di cercare la sua morte, alludendo al supremo sacrificio della croce, ormai vicino. Ma li esorta a credere, a rimanere nella sua Parola, per conoscere la verità che redime e onora. In effetti, la verità è un anelito dell’essere umano, e cercarla suppone sempre un esercizio d’autentica libertà. Molti, tuttavia, preferiscono le scorciatoie e cercano d’evitare questo compito. Alcuni, come Ponzio Pilato, ironizzano sulla possibilità di poter conoscere la verità (cf. Gv 18,38), proclamando l’incapacità dell’uomo di raggiungerla o negando che esista una verità per tutti. Questo atteggiamento, come nel caso dello scetticismo e del relativismo, produce un cambiamento nel cuore, rendendo freddi, vacillanti, distanti dagli altri e rinchiusi in sé stessi. Persone che si lavano le mani come il governatore romano e lasciano correre il fiume della storia senza compromettersi. D’altra parte, ci sono altri che interpretano male questa ricerca della verità, portandoli all’irrazionalità e al fanatismo, per cui si rinchiudono nella «loro verità» e cercano d’imporla agli altri. Sono come quei legalisti accecati che, vedendo Gesù colpito e sanguinante, gridano infuriati: «Crocifiggilo!» (cf. Gv 19,6). In realtà, chi agisce irrazionalmente non può arrivare a essere discepolo di Gesù. Fede e ragione sono necessarie e complementari nella ricerca della verità. Dio ha creato l’uomo con un’innata vocazione alla verità e per questo lo ha dotato di ragione. Certamente non è l’irrazionalità, ma l’ansia della verità quello che promuove la fede cristiana. Ogni essere umano deve scrutare la verità e optare per essa quando la trova, anche a rischio d’affrontare sacrifici. 193-200:Layout 3 13-04-2012 8:46 Pagina 199 Inoltre, la verità sull’uomo è un presupposto ineludibile per raggiungere la libertà, perché in essa scopriamo i fondamenti di un’etica con la quale tutti possono confrontarsi e che contiene formulazioni chiare e precise sulla vita e la morte, i doveri e i diritti, il matrimonio, la famiglia e la società, in definitiva, sulla dignità inviolabile dell’essere umano. Questo patrimonio etico è quello che può avvicinare tutte le culture, i popoli e le religioni, le autorità e i cittadini, e i cittadini tra loro, e i credenti in Cristo con coloro che non credono in lui. Il cristianesimo, ponendo in risalto i valori che sostengono l’etica, non impone, ma propone l’invito di Cristo a conoscere la verità che rende liberi. Il credente è chiamato a rivolgerlo ai suoi contemporanei, come lo fece il Signore, anche davanti all’oscuro presagio del rifiuto e della Croce. L’incontro personale con colui che è la verità in persona ci spinge a condividere questo tesoro con gli altri, specialmente con la testimonianza. Liber tà religiosa: un cammino da completare Cari amici, non esitate a seguire Gesù Cristo. In lui troviamo la verità su Dio e sull’uomo. Egli ci aiuta a sconfiggere i nostri egoismi, a uscire dalle nostre ambizioni e a vincere ciò che ci opprime. Colui che opera il male, colui che commette peccato, è schiavo del peccato e non raggiungerà mai la libertà (cf. Gv 8,34). Solo rinunciando all’odio e al nostro cuore indurito e cieco, saremo liberi, e una nuova vita germoglierà in noi. Con la ferma convinzione che Cristo è la vera misura dell’uomo, e sapendo che in lui si trova la forza necessaria per affrontare ogni prova, desidero annunciarvi apertamente il Signore Gesù come via, verità e vita. In lui tutti troveranno la piena libertà, la luce per capire in profondità la realtà e trasformarla con il potere rinnovatore dell’amore. La Chiesa vive per rendere partecipi gli altri dell’unica cosa che possiede, e che non è altro che Cristo stesso, speranza della gloria (cf. Col 1,27). Per poter svolgere questo compito, essa deve contare sull’essenziale libertà religiosa, che consiste nel poter proclamare e celebrare anche pubblicamente la fede, portando il messaggio d’amore, di riconciliazione e di pace, che Gesù portò al mondo. È da riconoscere con gioia che sono stati fatti passi a Cuba affinché la Chiesa compia la sua ineludibile missione d’annunciare pubblicamente e apertamente la sua fede. Tuttavia, è necessario proseguire, e desidero incoraggiare le autorità governative della nazione a rafforzare quanto già raggiunto e a proseguire in questo cammino di genuino servizio al bene comune di tutta la società cubana. Il diritto alla libertà religiosa, sia nella sua dimensione individuale sia in quella comunitaria, manifesta l’unità della persona umana che è, nel medesimo tempo, cittadino e credente. Legittima anche che i credenti offrano un contributo all’edificazione della società. Il suo rafforzamento consolida la convivenza, alimenta la speranza in un mondo migliore, crea condizioni propizie per la pace e per lo sviluppo armonioso e, contemporanea- IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 mente, stabilisce basi solide sulle quali assicurare i diritti delle generazioni future. Quando la Chiesa mette in risalto questo diritto, non sta reclamando alcun privilegio. Pretende solo di essere fedele al mandato del suo divino fondatore, cosciente che dove Cristo si rende presente, l’uomo cresce in umanità e trova la sua consistenza. Per questo, essa cerca d’offrire questa testimonianza nella sua predicazione e nel suo insegnamento, sia nella catechesi come negli ambienti formativi e universitari. È da sperare che presto giunga anche qui il momento in cui la Chiesa possa portare nei vari campi del sapere i benefici della missione che il suo Signore le ha affidato e che non può mai trascurare. Esempio illustre di questo lavoro fu l’insigne sacerdote Félix Varela, educatore e maestro, figlio illustre di questa città di L’Avana che è passato alla storia di Cuba come il primo che ha insegnato al suo popolo a pensare. Il padre Varela ci presenta la strada per una vera trasformazione sociale: formare uomini virtuosi per forgiare una nazione degna e libera, poiché questa trasformazione dipenderà dalla vita spirituale dell’uomo; infatti, «non c’è patria senza virtù» (Lettere a Elpidio, VI, Madrid 1836, 220). Cuba ed il mondo hanno bisogno di cambiamenti, ma questi ci saranno solo se ognuno è nella condizione di interrogarsi sulla verità e si decide a intraprendere il cammino dell’amore, seminando riconciliazione e fraternità. Invocando la materna protezione di Maria santissima, chiediamo che ogni volta che partecipiamo all’eucaristia diventiamo anche testimoni della carità che risponde al Ernesto Preziosi Giuseppe Toniolo «Per una società di santi» Il profilo biografico e il pensiero di laico cristiano, in un volume arricchito da un interessante e articolato dvd. pp. 72 € 9,00 Editrice Ave Acquista direttamente sul sito www.editriceave.it puoi pagare con carta di credito Scrivi a [email protected] Telefono 06/661321 199 193-200:Layout 3 13-04-2012 8:46 Pagina 200 B enedetto XVI male con il bene (cf. Rm 12,21), offrendoci come ostia viva a chi con amore offrì se stesso per noi. Camminiamo alla luce di Cristo, che può disperdere la tenebra dell’errore. Supplichiamolo che, con il valore e il vigore dei santi, giungiamo a dare una risposta libera, generosa e coerente a Dio, senza paure, né rancori. Amen. 28 marzo 2012. Rendere possibile il dialogo Alla cerimonia di congedo da Cuba Signor presidente, signori cardinali e cari fratelli nell’episcopato, distinte autorità, signore e signori, amici tutti. Rendo grazie a Dio che mi ha permesso di visitare questa bella isola, che ha lasciato un segno così profondo nel cuore del mio amato predecessore, il beato Giovanni Paolo II, quando venne in queste terre come messaggero della verità e della speranza. Anch’io ho desiderato ardentemente di venire tra voi come pellegrino della carità, per ringraziare la vergine Maria per la presenza della sua venerata immagine del santuario del Cobre, dal quale, da quattro secoli, accompagna il cammino della Chiesa in questa nazione e infonde coraggio a tutti i cubani, affinché, dalla mano di Cristo, scoprano il vero senso delle ansie e dei desideri che si annidano nel cuore umano, e abbiano la forza necessaria per costruire una società solidale, nella quale nessuno si senta escluso. «Cristo, che è risorto dai morti, brilla in questo mondo, e lo fa nel modo più chiaro proprio là dove secondo il giudizio umano tutto sembra cupo e privo di speranza. Egli ha vinto la morte – egli vive – e la fede in lui penetra come una piccola luce tutto ciò che è buio e minaccioso» (Veglia di preghiera coi giovani, Friburgo im Breisgau, 24.9.2011). Ringrazio il signor presidente e le altre autorità del paese per l’interesse e la generosa collaborazione prestata per il positivo svolgimento di questo viaggio. La mia viva gratitudine va anche ai membri della Conferenza dei vescovi cattolici di Cuba che non hanno lesinato sforzi e sacrifici per questo stesso fine, come pure a quanti hanno offerto il loro contribuito, in vario modo, in particolare con la preghiera. Porto nell’intimo del mio cuore tutti e ciascuno dei cubani, che mi hanno circondato con la loro preghiera e il loro affetto, offrendomi una cordiale ospitalità e facendomi partecipe delle loro più profonde e giuste aspirazioni. Sono venuto qui come testimone di Gesù Cristo, nella ferma convinzione che, dove egli arriva, lo scoraggiamento lascia il posto alla speranza, la bontà allontana le incertezze, e una forza vigorosa apre l’orizzonte a inusitate e benefiche prospettive. Nel suo nome, e come successore dell’apostolo Pietro, ho voluto ricordare il suo messaggio di salvezza perché rafforzi l’entusiasmo e la sollecitudine dei 200 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 vescovi cubani, come pure dei loro sacerdoti, dei religiosi e di coloro che si preparano con impegno al ministero sacerdotale e alla vita consacrata. Alla ricerca di ciò che unisce Che serva anche come nuovo impulso a quanti cooperano, con costanza e abnegazione, nell’opera d’evangelizzazione, specialmente ai fedeli laici, affinché, intensificando la loro dedizione a Dio negli ambienti di vita e nel lavoro, non si stanchino d’offrire con responsabilità il loro apporto al bene e al progresso integrale della patria. Il cammino che Cristo propone all’umanità, e a ogni persona e popolo in particolare, non la coarta in nulla, anzi è il fattore primo e principale per il suo autentico sviluppo. La luce del Signore, che ha brillato con fulgore in questi giorni, non si spenga in chi l’ha accolta e aiuti tutti a rafforzare la concordia e a far fruttificare il meglio dell’anima cubana, i suoi valori più nobili, sui quali è possibile fondare un società di ampi orizzonti, rinnovata e riconciliata. Che nessuno si senta impedito a prendere parte a questo appassionante compito, per limitazione delle proprie libertà fondamentali, né si senta esonerato da esso, per negligenza o carenza di mezzi materiali. Situazione che risulta aggravata quando misure economiche restrittive imposte dal di fuori del paese pesano negativamente sulla popolazione. Concludo qui il mio pellegrinaggio, ma continuerò a pregare ardentemente affinché continuiate il vostro cammino e Cuba sia la casa di tutti e per tutti i cubani, dove convivano la giustizia e la libertà, in un clima di serena fraternità. Il rispetto e la cura della libertà che palpita nel cuore d’ogni uomo è imprescindibile per rispondere in modo adeguato alle esigenze fondamentali della sua dignità, e costruire così una società nella quale ciascuno si senta protagonista indispensabile del futuro della propria vita, della propria famiglia e della propria patria. L’ora presente reclama in modo urgente che, nella convivenza umana, nazionale e internazionale, si eliminino posizioni inamovibili e i punti di vista unilaterali che tendono a rendere più ardua l’intesa e inefficace lo sforzo di collaborazione. Le eventuali discrepanze devono essere risolte ricercando, senza stancarsi, ciò che unisce tutti, con un dialogo paziente e sincero e una volontà sincera di ascolto che accolga obiettivi portatori di nuove speranze. Cuba, ravviva in te la fede dei tuoi padri! Prendi da questa fede la forza per edificare un avvenire migliore, abbi fiducia nelle promesse del Signore, apri il tuo cuore al suo Vangelo per rinnovare in modo autentico la vita personale e sociale. Mentre vi rivolgo il mio commosso addio, chiedo a nostra Signora della carità del Cobre che protegga col suo manto tutti i cubani, li sostenga in mezzo alle prove e ottenga dall’Onnipotente la grazia che maggiormente desiderano. Hasta siempre, Cuba, terra impreziosita dalla presenza materna di Maria. Che Dio benedica il tuo futuro. Molte grazie. L’Avana, 28 marzo 2012. 201-204:Layout 3 13-04-2012 8:47 Pagina 201 B enedetto XVI | ANNIVERSARI Camaldoli: la speranza e il futuro Tradizione pluriforme Per il millenario di fondazione della Congregazione camaldolese Omelia del papa Lo scorso 10 marzo, nella memoria del transito di san Gregorio Magno, Benedetto XVI ha presieduto i primi vespri della domenica, III di Quaresima, al monastero camaldolese di San Gregorio al Celio in Roma. La liturgia è stata «connotata da un profondo carattere ecumenico» per la presenza dell’arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa d’Inghilterra, Rowan Williams, che ha voluto così partecipare – nel «luogo nativo del legame tra il cristianesimo nelle terre britanniche e la Chiesa di Roma» – alla celebrazione dei mille anni di fondazione della famiglia monastica di Camaldoli (cf. ampiamente Regno-att. 4,2012,99ss). Il dialogo ecumenico, ha riconosciuto il papa, è ormai «parte dello spirito» di una tradizione monastica «di grande fecondità» che – fedele al carisma di san Romualdo – ha sempre ricercato nel corso della sua storia «il giusto equilibrio tra lo spirito eremitico e quello cenobitico, tra l’esigenza di dedicarsi interamente a Dio nella solitudine e quella di sostenersi nella preghiera comune e di accogliere i fratelli», perché essi possano in ogni tempo «giudicare le vicende del mondo con coscienza veramente evangelica». Stampa (20.3.2012) da sito web www.vatican.va. Titolazione redazionale. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 Vostra grazia, venerati fratelli, cari monaci e monache camaldolesi, cari fratelli e sorelle! È per me motivo di grande gioia essere qui oggi in questa basilica di San Gregorio al Celio per la solenne celebrazione vespertina nella memoria del Transito di san Gregorio Magno. Con voi, cari fratelli e sorelle della famiglia camaldolese, rendo grazie a Dio per i mille anni dalla fondazione del Sacro eremo di Camaldoli da parte di san Romualdo. Mi rallegro vivamente della presenza, in questa particolare circostanza, di sua grazia il dottor Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury. A lei, caro fratello in Cristo, a ciascuno di voi, cari monaci e monache, e a tutti i presenti rivolgo il mio cordiale saluto. Abbiamo ascoltato due brani di san Paolo. Il primo, tratto dalla Seconda lettera ai Corinzi, è particolarmente in sintonia con il tempo liturgico che stiamo vivendo: la Quaresima. Esso, infatti, contiene l’esortazione dell’Apostolo ad approfittare del momento favorevole per accogliere la grazia di Dio. Il momento favorevole è naturalmente quello in cui Gesù Cristo è venuto a rivelarci e donarci l’amore di Dio per noi, con la sua incarnazione, passione, morte e risurrezione. Il «giorno della salvezza» è quella realtà che san Paolo chiama in un altro luogo la «pienezza dei tempi», il momento in cui Dio incarnandosi entra in modo del tutto singolare nel tempo e lo riempie con la sua grazia. A noi spetta dunque accogliere questo dono, che è Gesù stesso: la sua Persona, la sua Parola, il suo Santo Spirito. Inoltre, sempre nella prima lettura che abbiamo ascoltato, san Paolo ci parla anche di se stesso e del suo apostolato: di come egli si sforzi di essere fedele a Dio nel suo ministero, perché esso sia veramente efficace e non risulti invece di ostacolo per la fede. Queste parole ci fanno pensare a san Gregorio Magno, alla testimonianza luminosa che diede al popolo di Roma e alla Chiesa intera con un servizio irreprensibile e pieno di 201 201-204:Layout 3 13-04-2012 8:47 Pagina 202 B enedetto XVI zelo per il Vangelo. Veramente si può applicare anche a Gregorio ciò che Paolo scrisse di sé: la grazia di Dio in lui non è stata vana (cf. 1Cor 15,10). È questo, in realtà, il segreto per la vita di ciascuno di noi: accogliere la grazia di Dio e acconsentire con tutto il cuore e con tutte le forze alla sua azione. È questo il segreto anche della vera gioia, e della pace profonda. La seconda lettura era tratta invece dalla Lettera ai Colossesi. Sono le parole – sempre così toccanti per il loro afflato spirituale e pastorale – che l’Apostolo rivolge ai membri di quella comunità per formarli secondo il Vangelo, perché qualunque cosa facciano, «in parole e opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù» (Col 3,17). «Siate perfetti» aveva detto il Maestro ai suoi discepoli; e ora l’Apostolo esorta a vivere secondo questa misura alta della vita cristiana che è la santità. Può farlo perché i fratelli a cui si rivolge sono «scelti da Dio, santi e amati». Anche qui alla base di tutto c’è la grazia di Dio, c’è il dono della chiamata, il mistero dell’incontro con Gesù vivo. Ma questa grazia domanda la risposta dei battezzati: richiede l’impegno di rivestirsi dei sentimenti di Cristo: tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità, perdono reciproco, e sopra tutto, come sintesi e coronamento, l’agape, l’amore che Dio ci ha donato mediante Gesù e che lo Spirito Santo ha effuso nei nostri cuori. E per rivestirsi di Cristo è necessario che la sua parola abiti tra noi e in noi con tutta la sua ricchezza, e in abbondanza. In un clima di costante rendimento di grazie, la comunità cristiana si nutre della Parola e fa risalire verso Dio, come canto di lode, la parola che lui stesso ci ha donato. E ogni azione, ogni gesto, ogni servizio, viene compiuto all’interno di questa relazione profonda con Dio, nel movimento interiore dell’amore trinitario che scende verso di noi e risale verso Dio, movimento che nella celebrazione del sacrificio eucaristico trova la sua forma più alta. Testimoni nel silenzio e nel servizio Questa Parola illumina anche le liete circostanze che ci vedono riuniti oggi, nel nome di san Gregorio Magno. Grazie alla fedeltà e alla benevolenza del Signore, la Congregazione dei monaci camaldolesi dell’Ordine di san Benedetto ha potuto percorrere mille anni di storia, nutrendosi quotidianamente della parola di Dio e dell’eucaristia, così come aveva insegnato loro il fondatore san Romualdo, secondo il «triplex bonum» della solitudine, della vita in comune e dell’evangelizzazione. Figure esemplari di uomini e donne di Dio, come san Pier Damiani, Graziano – l’autore del Decretum –, san Bruno di Querfurt e i cinque fratelli martiri, Rodolfo I e II, la beata Gherardesca, la beata Giovanna da Bagno e il beato Paolo Giustiniani; uomini di scienza e di arte come fra Mauro il Cosmografo, Lorenzo Monaco, Ambrogio Traversari, Pietro Delfino e Guido Grandi; storici illustri come gli annalisti camaldolesi Giovanni Benedetto Mittarelli e Anselmo Costadoni; zelanti pastori della Chiesa, fra i quali spicca il papa Gregorio XVI, hanno mostrato gli orizzonti e la grande fecondità della tradizione camaldolese. 202 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 Ogni fase della lunga storia dei camaldolesi ha conosciuto testimoni fedeli del Vangelo, non soltanto nel silenzio del nascondimento e della solitudine e nella vita comune condivisa con i fratelli, ma anche nel servizio umile e generoso verso tutti. Particolarmente feconda è stata l’accoglienza offerta dalle foresterie camaldolesi. Ai tempi dell’umanesimo fiorentino le mura di Camaldoli hanno accolto le famose disputationes, alle quali partecipavano grandi umanisti quali Marsilio Ficino e Cristoforo Landino; negli anni drammatici della Seconda guerra mondiale, gli stessi chiostri hanno propiziato la nascita del famoso «Codice di Camaldoli», una delle fonti più significative della Costituzione della Repubblica italiana. Non furono meno fecondi gli anni del concilio Vaticano II, durante i quali sono maturate tra i camaldolesi personalità di grande valore, che hanno arricchito la congregazione e la Chiesa e hanno promosso nuovi slanci e insediamenti negli Stati Uniti d’America, in Tanzania, in India e in Brasile. In tutto questo, era garanzia di fecondità il sostegno di monaci e monache che accompagnavano le nuove fondazioni con la preghiera costante, vissuta nel profondo della loro «reclusione», qualche volta fino all’eroismo. Un segno per l’unità dei cristiani Il 17 settembre 1993, il beato papa Giovanni Paolo II, incontrando i monaci nel Sacro eremo di Camaldoli, commentava il tema del loro imminente Capitolo generale, «Scegliere la speranza, scegliere il futuro», con queste parole: «Scegliere la speranza e il futuro significa, in ultima analisi, scegliere Dio (…). Significa scegliere Cristo, speranza di ogni uomo». E aggiungeva: «Ciò avviene, in particolare, in quella forma di vita che Dio stesso ha suscitato nella Chiesa ispirando san Romualdo a fondare la famiglia benedettina di Camaldoli, con la caratteristica complementarità di eremo e monastero, vita solitaria e vita cenobitica tra loro coordinate». Il mio beato predecessore sottolineò inoltre che «scegliere Dio vuol dire anche coltivare umilmente e pazientemente – accettando, appunto, i tempi di Dio – il dialogo ecumenico e il dialogo interreligioso», sempre a partire dalla fedeltà al carisma originario ricevuto da san Romualdo e trasmesso attraverso una millenaria e pluriforme tradizione. Incoraggiati dalla visita e dalle parole del successore di Pietro, voi monaci e monache camaldolesi avete proseguito il vostro cammino ricercando sempre di nuovo il giusto equilibrio tra lo spirito eremitico e quello cenobitico, tra l’esigenza di dedicarvi interamente a Dio nella solitudine, quella di sostenervi nella preghiera comune e quella di accogliere i fratelli perché possano attingere alle sorgenti della vita spirituale e giudicare le vicende del mondo con coscienza veramente evangelica. Così voi cercate di conseguire quella perfecta caritas che san Gregorio Magno considerava punto di arrivo di ogni manifestazione della fede, impegno che trova conferma nel motto del vostro stemma: «Ego vobis, vos mihi», sintesi della formula di alleanza tra Dio e il suo popolo, e fonte della perenne vitalità del vostro carisma. 201-204:Layout 3 13-04-2012 8:47 Pagina 203 Il monastero di San Gregorio al Celio è il contesto romano in cui celebriamo il millennio di Camaldoli insieme con sua grazia l’arcivescovo di Canterbury che, insieme con noi, riconosce questo monastero come luogo nativo del legame tra il cristianesimo nelle terre britanniche e la Chiesa di Roma. L’odierna celebrazione è dunque connotata da un profondo carattere ecumenico che, come sappiamo, fa parte ormai dello spirito camaldolese contemporaneo. Questo monastero camaldolese romano ha sviluppato con Canterbury e la Comunione anglicana, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, legami ormai tradizionali. Per la terza volta oggi il vescovo di Roma incontra l’arcivescovo di Canterbury nella casa di san Gregorio Magno. Ed è giusto che sia così, perché precisamente da questo monastero il papa Gregorio scelse Agostino e i suoi quaranta monaci per inviarli a portare il Vangelo fra gli angli, poco più di mille e quattrocento anni fa. La presenza costante di monaci in questo luogo, e per un tempo così lungo, è già in se stessa testimonianza della fedeltà di Dio alla sua Chiesa, che siamo felici di poter proclamare al mondo intero. Il segno che insieme porremo davanti al santo altare dove Gregorio stesso celebrava il sacrificio eucaristico, ci auguriamo che resti non soltanto come ricordo del nostro incontro fraterno, ma anche come stimolo per tutti i fedeli, cattolici e anglicani, affinché, visitando a Roma i sepolcri gloriosi dei santi apostoli e martiri, rinnovino anche l’impegno di pregare costantemente e di operare per l’unità, per vivere pienamente secondo quell’«ut unum sint» che Gesù ha rivolto al Padre. Questo desiderio profondo, che abbiamo la gioia di condividere, lo affidiamo alla celeste intercessione di san Gregorio Magno e di san Romualdo. Amen. BENEDETTO XVI La disciplina del silenzio Omelia dell’arcivescovo di Canterbury Santità, fratelli e sorelle in Cristo, è per me un grande onore trovarmi qui, nel luogo in cui i miei predecessori stettero nel 1989 e 1996, e offrire ancora una volta, come abbiamo fatto più recentemente in Westminster (e Assisi), il sacrificio della lode, che dobbiamo al Signore nel cui nome siamo battezzati: l’unico Signore che per mezzo del suo Spirito rende riconoscibile in ogni membro del suo corpo sacramentale l’immagine e la vita abbondante del Cristo suo Figlio, attraverso le tentazioni e le lotte della nostra vocazione battesimale. San Gregorio Magno ha parlato molto delle lotte e delle tentazioni proprie di coloro che sono chiamati a rivestire un ministero nella Chiesa di Dio. Essere chiamati a questo servizio significa essere chiamati a diversi tipi di sofferenze – il tormento della compassione, come egli lo chiama (Moralia, 30.25.74), la consapevolezza quotidiana delle urgenti necessità, corporali e spirituali, dell’umanità, e il tormento delle lodi ricevute, dell’adulazione, della posizione che si occupa (Moralia, 26.34.62). Quest’ultima è un tormento poiché quanti sono chiamati a questo ministero sono ben consapevoli della loro propria debolezza e instabilità interiore. Ma questa consapevolezza è una consapevolezza salutare che, fra le altre cose, ci aiuta a servire effettivamente quanti sono in difficoltà, e ci ricorda che noi possiamo trovare stabilità, soliditas, solo nella vita del corpo di Cristo, non nel nostro risultato (Homilies on Ezekiel). Sono, queste, intuizioni profondamente radicate nella formazione monastica di san Gregorio. L’umiltà è la chiave di ogni ministero fedele, un’umiltà che cerca costantemente di essere immersa, introdotta nella vita del corpo di Cristo, senza mirare a un eroismo o a una santità individuali. Ed è questa umiltà che l’autore della prima vita di san Gregorio, scritta in Inghilterra all’inizio dell’VIII secolo, pone in testa alla lista delle sue virtù di santo, associandola con il dono della profezia, che gli permetteva di vedere ciò di cui il popolo inglese aveva bisogno e di rispondervi con l’invio, da questo luogo, della missione di sant’Agostino. Lo stesso san Gregorio, in verità, opera quest’associazione tra umiltà e profezia nei Dialoghi. Il vero pastore e guida nella Chiesa è colui che, essendo rapito nell’eterno atto di auto-offerta di Gesù Cristo attraverso i misteri sacramentali della Chiesa, è libero per poter vedere le necessità degli altri come veramente sono. Ciò può causare tormento, poiché questi bisogni possono essere tanto profondi e tragici; ma ciò ci spinge anche all’azione, per rispondere a questi bisogni nel nome e con la forza di Cristo. E qui si trova il cuore della visione monastica di Gregorio, quella visione che sino ai nostri giorni cercano di vivere i fratelli e le sorelle di Camaldoli, il cui millennio celebriamo qui oggi con profonda gioia. Contemplazione e discernimento Essere immersi nella vita sacramentale del corpo di Cristo richiede l’immersione quotidiana della contemplazione: senza di essa, non possiamo vederci gli uni gli altri con chiarezza; senza di essa non riusciremo a riconoscerci veramente e ad amarci veramente gli uni gli altri, e a crescere insieme nel suo corpo uno, santo, cattolico e apostolico. Nella vita monastica, l’equilibrio tra solitudine, da una parte, e lavoro e preghiera in comune, dall’altra, – equilibrio particolarmente sviluppato nella vita di Camaldoli – è qualcosa che cerca di rendere possibile una chiara, direi addirittura profetica visione degli altri. Vederli, come suggerisce la tradizione cristiana orientale rappresentata da Evagrio, nella luce della loro autentica essenza spirituale, non in quanto relazionati alle nostre passioni o alle nostre preferenze. L’impresa inseparabile di azione e contemplazione, solitudine e comunità, ha a che fare con la costante purificazione della consapevolezza che abbiamo gli uni degli altri nella luce di Dio, che IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 203 201-204:Layout 3 13-04-2012 8:47 Pagina 204 B enedetto XVI incontriamo nel silenzio e nella dimenticanza di noi stessi. Santità, cari fratelli e sorelle, sarebbe sbagliato suggerire che noi entriamo nella contemplazione al fine di vederci gli uni gli altri più chiaramente; e tuttavia, se qualcuno dovesse dire che la contemplazione nella Chiesa è un qualcosa di superfluo, qualcosa di immateriale per la salute del corpo, noi dovremmo rispondere che senza di essa ci troveremmo ad avere a che fare costantemente con ombre e finzioni, non con la realtà del mondo nel quale viviamo. La Chiesa è chiamata a mostrare quel medesimo spirito profetico che è riconosciuto a san Gregorio, la capacità di vedere dove si trova il bisogno autentico e di rispondere alla chiamata di Dio che si manifesta nella persona del bisognoso. Per fare ciò, ci è richiesto un habitus di discernimento, la capacità di penetrare al di là dei pregiudizi e degli stereotipi che colpiscono anche i credenti, in una cultura che è così precipitosa e superficiale in tanti dei suoi giudizi. E all’habitus del discernimento appartiene l’habitus di riconoscerci gli uni gli altri come agenti della grazia, della compassione e della redenzione di Cristo. Un tale habitus si svilupperà unicamente se noi apprenderemo quotidianamente la disciplina del silenzio e della pazienza, aspettando che sia la verità a manifestarsi a noi, mentre noi lentamente lasciamo da parte le storture nella nostra visione, causate dall’egoismo e dalla cupidigia. Negli ultimi anni, abbiamo visto svilupparsi un sistema di irrealtà estremamente sofisticato, creato e sostenuto dall’avidità; un complesso di comportamenti economici nei quali i bisogni degli esseri umani reali sem- FACOLTÀ TEOLOGICA PUGLIESE ISTITUTO TEOLOGICO «REGINA APULIAE» Gestis verbisque Saggi in onore di Michele Lenoci nel suo 70° compleanno A CURA DI GIACOMO LORUSSO E PIO ZUPPA I l volume celebra il prof. Lenoci, docente di Sacra Scrittura, offrendo contributi di tre tipi: approcci ermeneutici interdisciplinari alla Bibbia, saggi di esegesi biblica, studi sul legame tra Chiesa e Parola di Dio. Un’opera di sicuro interesse per tutti gli studiosi della materia. «MOMENTI DELLA CHIESA ITALIANA» EDB Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna brano essere quasi interamente oscurati. Siamo divenuti familiari con una cultura febbrile della pubblicità, in cui veniamo indotti a sviluppare desideri irreali e sproporzionati. Noi tutti – cristiani e pastori inclusi – necessitiamo di una disciplina che purifichi la nostra visione e ci ridoni un qualche senso della verità del nostro mondo, anche se ciò può produrre il «tormento» di sapere più chiaramente quanto la gente soffre e quanto poco possiamo fare per loro a partire dai nostri soli sforzi. Comunione e verità Santità, nel 1989, qui a Roma, i nostri predecessori di venerata memoria, papa Giovanni Paolo II e l’arcivescovo Robert Runcie, definirono «certa (…) anche se imperfetta» la comunione che le nostre due Chiese condividono. «Certa», a motivo della comune visione ecclesiale alla quale entrambe le nostre comunità sono impegnate, condividendo la convinzione che la Chiesa sia per carattere insieme una e particolare: la prospettiva della restaurazione della piena comunione sacramentale, di una vita eucaristica che sia pienamente visibile, e perciò di una testimonianza che sia pienamente credibile, in modo che il mondo confuso e tormentato possa entrare nella luce accogliente e trasfigurante di Cristo. E tuttavia «imperfetta», a motivo del limite della nostra visione, e del deficit nella profondità della nostra speranza e pazienza. Il nostro riconoscere l’unico corpo nella vita corporativa gli uni degli altri è instabile e incompleto; e senza un tale definitivo riconoscimento noi non siamo ancora pienamente liberi di condividere il potere trasformante del Vangelo nella Chiesa e nel mondo. «La verità vi farà liberi», dice il nostro Signore. Nella disciplina della contemplazione e della quiete, noi siamo condotti più vicini alla verità, e così anche più vicini alla croce del Signore. Apprendiamo le nostre debolezze e apprendiamo qualcosa del mistero di come Dio si relazioni a esse – non ignorandole o rigettandole, ma abbracciandone le conseguenze nell’incarnazione e nella passione di Cristo. Il suo auto-svuotamento richiede il nostro rinnegare noi stessi – un tema appropriato per questo tempo di Quaresima. Noi impariamo a mettere da parte le nostre agende piene e auto-referenziali, e a permettere al Cristo che dona se stesso di vivere in noi, di aprire i nostri occhi e di renderci capaci di servire. Oggi, mentre rendiamo grazie per un millennio di testimonianza monastica, celebriamo i doni della vera e chiara visione che sono stati resi possibili da tale testimonianza. E preghiamo per tutti coloro che sono chiamati a esercitare un ministero pubblico nella Chiesa di Cristo, affinché sia loro concessa la grazia della disciplina contemplativa e della chiarezza profetica nella loro testimonianza, in modo che la gloria della croce di Cristo risplenda nel nostro mondo anche in mezzo alle nostro debolezze e insuccessi. pp. 320 - € 26,50 ROWAN WILLIAMS, arcivescovo di Canterbury Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 204 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 205-212:Layout 3 13-04-2012 8:48 Pagina 205 S anta Sede | SVILUPPO E DIRITTI Acqua, un elemento essenziale per la vita A. Nota del Pontificio consiglio della giustizia e della pace L’acqua «va custodita come un bene universale che è indispensabile per lo sviluppo integrale dei popoli e per la pace». La nota, che rappresenta «il contributo della Santa Sede al VI Forum mondiale dell’acqua» (Marsiglia, 12-17.3.2012), si propone due obiettivi. Da un lato, richiamare l’urgenza di un problema preoccupante e sottostimato: nel mondo «l’accesso all’acqua potabile non solo è gravemente insufficiente sul piano della quantità ma lo è anche dal punto di vista della qualità. Le cifre reali sono davvero allarmanti», se come confermano studi recenti «l’accesso all’acqua potabile non verrebbe garantito a circa la metà della popolazione mondiale». Dall’altro – di fronte alla crisi di un bene essenziale, destinato a tutti e disegualmente distribuito – si invita a ricercare subito «soluzioni sostenibili». La nota sottolinea la necessità di superare «una visione e un comportamento eccessivamente mercantili» e l’esigenza di tutelare e promuovere «il diritto all’acqua per tutti», aspetto che sembra raggiungibile attraverso «un apposito inquadramento giuridico» e una struttura di governance internazionale in grado di «promuovere legislazioni nazionali compatibili col diritto all’acqua» e di monitorare «gli stati rispetto agli impegni presi in ambito internazionale». Stampa (26.3.2012) da sito web www.justpax.va. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 Introduzione I. Il contributo della Chiesa cat tolica al dibat tito internazionale In occasione dei Forum mondiali dell’acqua del 2003, del 2006 e del 2009, la Santa Sede ha elaborato alcune riflessioni. Sulla base della sua competenza, che è di ordine prevalentemente morale, ha evidenziato diversi argomenti riguardanti l’acqua, ribadendone l’importanza e caldeggiando azioni destinate a migliorare la sua fruizione e la sua protezione a livello mondiale. 1. Kyoto 2003 In occasione del Forum di Kyoto, il documento Water, an essential element for life della Santa Sede1 rilevò come l’acqua fosse un fattore comune ai tre pilastri – economico, sociale e ambientale – dello sviluppo sostenibile. Riguardo alla drammatica situazione in cui vivono le persone che non dispongono di acqua potabile, venne evidenziata la predominanza sia dei problemi di accesso e di gestione delle risorse rispetto a quelli legati alla disponibilità globale, sia dei problemi causati dall’uso eccessivo e irresponsabile dell’acqua nei paesi sviluppati rispetto a quelli causati dalla domanda crescente motivata dall’aumento della popolazione. Il documento definisce l’acqua come un triplice bene: bene sociale, collegato alla salute, al cibo, e ai conflitti ; bene economico, necessario alla produzione di altri beni e correlato con l’energia, ma che comunque non può essere considerato come qualsiasi altro bene commerciale in quanto è un bene indispensabile alla vita e dono di Dio; bene ambientale, nel senso che esso è connesso alla sostenibilità dell’ambiente e alle catastrofi naturali. Inoltre, la Santa Sede, sempre in occasione del Forum di Kyoto, auspicò il riconoscimento formale del diritto all’acqua potabile quale diritto umano fondamentale e inalienabile, fondato sulla dignità umana. L’acqua, infatti, è una condizione indispensabile per la vita e per la crescita umana integrale. Da ultimo, ne ha evidenziato la valenza religiosa e i molteplici collegamenti con le problematiche della povertà. 205 205-212:Layout 3 13-04-2012 8:48 Pagina 206 S anta Sede 2. Mexico 2006 A Città del Messico, aggiornando il precedente documento,2 la Santa Sede considerò sopratutto l’acqua come una responsabilità di tutti, essendo un bene fondamentale della creazione di Dio destinato a ogni persona e popolo. Il suo accesso è un fattore chiave di pace e di sicurezza. Il nuovo documento giunge ad auspicare la promozione di una cultura dell’acqua tale da valorizzarla, rispettarla, e considerarla non una semplice merce, bensì un bene destinato a tutti. Simile cultura è fondamentale per la gestione dell’acqua secondo giustizia e responsabilità, anche con riferimento alle catastrofi naturali. 3. Istanbul 2009 Infine, in vista del V Forum di Istanbul, il documento iniziale venne aggiornato col sottotitolo And now a matter of greater urgency. Il nuovo testo,3 in particolare, sollecita ad analizzare come un’unica e importante questione l’acqua potabile e i servizi igienici, entrambi fondamentali per determinare i contenuti dello stesso diritto. Riguardo al diritto all’acqua, la Santa Sede ne constata l’affermazione giuridica ancora insufficiente e poco esplicita, nonostante esso sia stato riconosciuto indirettamente in vari testi internazionali. Propone un richiamo alla promozione e il riconoscimento esplicito di tale diritto, radicato nella dignità umana. Osservando le tendenze statistiche in atto, infine, la Santa Sede rilevò che gli Obiettivi di sviluppo del millennio4 concernenti l’acqua non sarebbero stati verosimilmente raggiunti entro il 2015 e che in caso di tale insuccesso, qualsiasi percentuale della loro realizzazione avrebbe rappresentato una grave mancanza della comunità internazionale. II. Il tempo di un bilancio per impostare soluzioni future Nel 1990, il beato Giovanni Paolo II lanciò un accorato appello sull’«urgente necessità morale di una nuova solidarietà [riguardo alla] crisi ecologica»5 e sull’uso corretto delle risorse naturali. Due anni dopo, l’ONU organizzò a Rio de Janeiro un summit su «Ambiente e sviluppo», evento storico che ebbe un’influenza e ripercussioni a livello mondiale. Esso contribuì significativamente a impostare le riflessioni e i progetti d’azione sullo sviluppo per i 20 anni successivi. Il ruolo particolare dell’acqua nello sviluppo è stato ampiamente riconosciuto, come dimostrano varie iniziative, quali: le prime attività del Consiglio mondiale per l’acqua a metà degli anni Novanta; la decisione dell’ONU di indire un decennio per l’acqua per la vita (2005-2015); la creazione presso vari governi e organizzazioni internazionali di strutture dedicate alle complesse problematiche dell’acqua. Oggi, dopo l’inizio di una violenta crisi economica, anche collegata allo sfruttamento delle risorse naturali e allo scollamento fra finanza e economia reale, fra profitto e sostenibilità, è giunto il momento di fare un bilancio dell’attuale situazione per impostare urgentemente soluzioni efficaci per le problematiche rimaste aperte, in vista della Conferenza di Rio+20 che si terrà a giugno di quest’anno 206 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 e di ulteriori e necessarie riflessioni sull’acqua considerate in relazione allo sviluppo integrale dei popoli. È motivo di speranza che gli organizzatori del VI Forum mondiale dell’acqua abbiano scelto di intitolare l’evento «Time for solutions». La Santa Sede auspica che nel 2012 siano prese decisioni incisive fondate su validi principi e siano condivise pratiche «virtuose» da istituzionalizzare e universalizzare, per quanto possibile, a partire dall’anno successivo, dedicato dall’ONU alla cooperazione relativamente ai problemi dell’acqua.6 In questa stessa ottica, la Santa Sede spera che questo documento possa offrire un utile contributo. B. La situazione attuale I. Progressi nell’affermazione del dirit to all’acqua e riconoscimento del bisogno di at tuarlo 1. La Santa Sede e la proposta di diritti relativi ai beni collettivi compresa l’acqua Nel 1990, il beato Giovanni Paolo II parlava del «diritto a un ambiente sicuro, come di un diritto che sarebbe dovuto rientrare in un’aggiornata Carta dei diritti dell’uomo».7 L’anno seguente, nella sua enciclica Centesimus annus, esso viene presentato come un diritto che corrisponde a un «bene collettivo», la cui salvaguardia non può essere assicurata da «semplici meccanismi di mercato»,8 bensì tramite la collaborazione di tutti. Sempre Giovanni Paolo II, nel 2003, rifletteva sull’affermarsi di una crescente e preoccupante forbice tra una serie di nuovi diritti promossi nelle società tecnologicamente avanzate e consumistiche e i diritti umani elementari non ancora soddisfatti soprattutto in situazioni di sottosviluppo, come il diritto all’acqua potabile.9 Nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, pubblicato nel 2004, si specifica che «il diritto all’acqua come tutti i diritti dell’uomo, si basa sulla dignità umana, e non su valutazioni di tipo meramente quantitativo», e si precisa «che è un diritto universale e inalienabile».10 Nel 2009, sua santità Benedetto XVI, evidenziandone la connessione con gli altri diritti, sottolinea che esso riveste un ruolo importante per il loro conseguimento, a cominciare dal diritto primario alla vita.11 2. Il cammino delle Nazioni Unite Anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, negli ultimi anni, si è più volte interessata al diritto all’acqua e lo ha esplicitamente consacrato nel 2010, definendolo «right to safe and clean drinking water and sanitation».12 Nella stessa risoluzione lo si riconosce come diritto fondamentale essenziale al pieno esercizio del diritto alla vita e di tutti i diritti umani. Nel preambolo di questa storica risoluzione, l’Assemblea generale ricorda, inoltre, l’Osservazione n. 15 (2002), del Comitato dei diritti economici, sociali e culturali (ECOSOC), che precisa il contenuto normativo del diritto all’acqua, gli obblighi degli stati parte al 205-212:Layout 3 13-04-2012 8:48 Pagina 207 Patto delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali e quelli degli attori non statali coinvolti, incluse le istituzioni finanziarie internazionali.13 L’anno successivo, il relatore speciale per il diritto all’acqua, la signora Catarina de Albuquerque,14 ha dato un importante contributo a una migliore comprensione delle concrete possibilità di realizzazione di questo diritto, presentando alcune buone pratiche e condizioni di successo fra cui la chiara individuazione delle responsabilità. Sempre nel 2011, sulla scia di questo auspicato riconoscimento, basandosi sul suddetto rapporto, il Consiglio per i diritti umani ha lanciato un appello agli stati per la sua effettiva attuazione.15 1. Troppe persone sono senz’acqua potabile Ancora oggi, in contesti diversi, molte persone non possono vivere dignitosamente e sono particolarmente esposte a morbilità e mortalità. Manca, infatti, un sufficiente accesso all’acqua potabile in quantità e qualità adeguate. Si tenga, inoltre, presente che le cifre relative a tale accesso comunemente avanzate nelle sedi internazionali non rispecchiano la complessità del fenomeno. La distribuzione geografica delle persone tuttora necessitate di un accesso adeguato, poi, rende ancor più difficile la soluzione dei problemi. a. Accesso all’acqua potabile in quantità inadeguata. Ad alcune comunità manca l’acqua in quantità sufficiente per soddisfare i propri bisogni, oppure non dispongono di acqua in prossimità e, dunque, le persone devono percorrere lunghe distanze per procurarsela.16 O, ancora, dipendono da risorse che variano a seconda delle stagioni e delle precipitazioni. A tali restrizioni naturali se ne aggiungono altre di tipo antropico e tecnico, come: la carenza di istituzioni adeguate; l’impossibilità di conservare o di pagare l’acqua potabile; la mancanza improvvisa delle abituali sorgenti o delle strutture di gestione dell’acqua, a causa di conflitti o di nuove attività ad alto consumo.17 b. Accesso all’acqua di qualità potabile inadeguata. La buona qualità dell’acqua potabile non è garantita se non si possiedono efficaci meccanismi di depurazione e adeguati servizi igienici. E nemmeno se manca l’informazione necessaria per distinguere l’acqua veramente potabile dall’acqua apparentemente potabile che, invece, richiede trattamenti per potabilizzarla.18 In altri contesti, alcune comunità dispongono e padroneggiano meccanismi efficaci di depurazione e servizi igienici compatibili con il loro livello tecnologico ed economico, ma che non sono sufficienti per trattare acque altamente inquinate, come acque nere o reflue di origine industriale. c. Le cifre della sete sottostimate. Queste situazioni riguarderebbero circa 800-900 milioni di persone, stando alle statistiche internazionali comunemente diffuse, fra le quali quelle delle Nazioni Unite. Ma, adottando una definizione larga di accesso all’acqua – un accesso regolare e costante ad acqua potabile che sia accessibile economicamente, legalmente e di fatto, e che sia accettabile dal punto di vista della fruibilità –, la realtà descritta da alcuni studi è ancor più preoccupante: 1,9 miliardi di persone avrebbero a loro disposizione solo acqua insalubre, mentre 3,4 miliardi di persone utilizzerebbero saltuariamente acqua di qualità insicura. Secondo queste ultime statistiche, l’accesso all’acqua potabile non verrebbe, in definitiva, garantito a circa la metà della popolazione mondiale.19 d. Una distribuzione geografica complessa. La maggior parte delle persone prive di un regolare accesso all’acqua potabile – 84% stando all’Organizzazione mondiale della salute20 –, vive in zone rurali, ovvero in zone in cui le possibilità di fornire acqua potabile sono limitate. In esse, vari fattori – come la lontananza di alcune comunità e il costo delle infrastrutture –, rendono improbabile un rapido e netto miglioramento della situazione. Peraltro, anche nelle zone urbane possono rivelarsi problemi difficili da risolvere. Infatti, milioni di persone ricevono acqua corrente insalubre a causa del fatto che vivono in contesti richiedenti grandi investimenti in infra- 1 Cf. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Water, an essential element for life, Città del Vaticano 2003. 2 Cf. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Water, an essential element for life. An update, Città del Vaticano 2006. 3 Cf. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Water, an essential element for life and now a matter of greater urgency. An update, Città del Vaticano 2009. 4 ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, Risoluzione 55/2 Millennium Declaration, 8.9.2000, n. 19. 5 GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXIII Giornata mondiale della pace, 1.1.1990, n. 10; Regno-doc. 1,1990,3. 6 ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, Risoluzione 65/154 International Year of Water Cooperation 2013, A/RES/65/154, 11.2.2011. 7 GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXIII Giornata mondiale della pace, 1.1.1990, n. 9; Regno-doc. 1,1990,3. 8 GIOVANNI PAOLO II, lett. enc. Centesimus annus nel centenario della Rerum novarum, 1.5.1991, n. 40; EV 13/203. 9 GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXXVI Giornata mondiale della pace, 1.1.2003, n. 5; Regno-doc. 1,2003,3. 10 PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 485, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2004, 265. 11 Cf. BENEDETTO XVI, lett. enc. Caritas in veritate sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità, 29.6.2009, n. 27; Regnodoc. 15,2009,467. 12 ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, The Human Right to Water and Sanitation, A/64/L.63/Rev.1*, 26.7.2010. 13 Cf. ECOSOC, General comment n. 15 (2002). The Right to Water (arts. 11 and 12 of the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights), E/C.12/2002/11, 20.1.2003. 14 Cf. ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, Report of the Special Rapporteur on the human right to safe drinking water and sanitation, Catarina de Albuquerque, A/HRC/18/33, 4.7.2011. 15 Cf. ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, The human right to safe drinking water and sanitation, A/HRC/18/L.1, 23.9.2011. 16 Con una conseguente riduzione del tempo disponibile per altre attività fondamentali come l’istruzione e il lavoro. 17 Acqua pompata per usi industriali e agricoli. 18 È emblematica l’attività di educatori sanitari che consiste, in paesi in via di sviluppo, nello spiegare alla gente che l’acqua corrente o l’acqua trasportata da camion cisterna non è necessariamente acqua potabile, indipendentemente dal fatto che venga fornita dalle autorità pubbliche locali o da enti privati. 19 Cf. GERARD PAYEN, «Les besoins en eau potable dans le monde sont sous-estimés: des milliards de personnes sont concernées», in HENRI SMETS (a cura di), Implementing the right to drinking water and sanitation in Europe, Académie de l’Eau, France 2011, 26 (il testo in lingua francese è disponibile sul sito web www.academie-eau.org nella sezione «Publications»; ndr). 20 Cf. ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ, World health statistics 2011, 18 (Il testo in lingua inglese è disponibile sul sito web www.who.int nella sezione «Publications»; ndr). II. C ’è ancora molto da fare IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 207 205-212:Layout 3 13-04-2012 8:48 Pagina 208 S anta Sede strutture e tecnologie per la potabilizzazione dell’acqua corrente. Tale distribuzione geografica degli assetati – così si potrebbero definire coloro che non hanno un regolare accesso all’acqua – rende particolarmente preoccupante la situazione in quanto i progressi saranno verosimilmente lenti e costosi. Inoltre, in alcune zone urbane del mondo, si nota un forte squilibrio fra crescita della popolazione e aumento delle infrastrutture idriche. 2. Il ritardo nei servizi igienici I progressi nel settore dei servizi igienici appaiono insufficienti. Oltre un miliardo di persone non avrebbe accesso a nessun tipo di servizio igienico21 e le tendenze attuali lasciano presagire che si procede lentamente in questo ambito. Questo fenomeno è preoccupante perché i servizi igienici, così come la depurazione, rivestono un ruolo essenziale nei processi di riuso dell’acqua e nel contrasto a possibili pericoli per la salute umana, causati dall’acqua inquinata o stagnante. L’assenza di servizi igienici e di adeguati sistemi di depurazione è una seria minaccia per l’ambiente specie nelle grandi città a forte densità abitativa, in quanto elevate quantità d’acqua inquinata vengono riversate nell’ambiente, in uno spazio limitato. 3. I rischi di una visione mercantile Le regole e i negoziati del commercio internazionale dovrebbero mirare al bene di tutti, in particolare di quelle persone che sono povere e vulnerabili e a garantire i mezzi per la sussistenza umana.22 L’essenzialità dell’acqua, dono di Dio,23 per l’esistenza umana obbliga a considerarla non come un bene commerciale qualsiasi. Purtroppo, sul piano della prassi, permane talvolta una concezione eccessivamente mercantile dell’acqua che rischia di cadere nell’errore di considerarla come una qualsiasi mercanzia, pianificando gli investimenti secondo il criterio del profitto per il profitto, senza tener conto della valenza pubblica dell’acqua. Una visione e un comportamento eccessivamente mercantili possono portare a programmare investimenti per infrastrutture solo in zone dove appare redditizio realizzarle, ossia dove appare proficuo, là dove abitano numerose persone. Esiste il rischio di non percepire i propri fratelli e sorelle come esseri umani aventi il diritto a un’esistenza dignitosa bensì di considerarli come semplici clienti. Un tale approccio mercantilistico induce a creare in alcuni casi una dipendenza non necessaria (da reti, da procedure, da burocrazie, da brevetti) e predispone a fornire l’acqua solo a chi è in grado di pagarla. Altro limite dell’approccio mercantile della gestione dell’acqua (e di altre risorse naturali) è quello di curare e salvaguardare l’ambiente assumendosi le proprie responsabilità solo se e quando ciò è economicamente conveniente. 4. Un diritto da tutelare e promuovere Un diritto, una volta riconosciuto, va tutelato e promosso con un apposito inquadramento giuridico e con adeguate istituzioni che permettano di definire chiaramente le responsabilità, di stabilire in quali circostanze il 208 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 diritto non è garantito e che consentano di denunciare e chiedere riparazione in caso di mancato rispetto. Alcuni paesi hanno inserito il diritto all’acqua nel loro ordinamento legislativo interno, precisando criteri di qualità e di quantità per i vari soggetti e identificando le strutture responsabili della sua attuazione. Ciò è importante perché lo stato è, nell’ambito del proprio territorio, il soggetto responsabile che deve garantire i diritti e il benessere delle persone nonché la corretta gestione delle risorse naturali. Purtroppo, non tutti gli stati hanno recepito nel loro ordinamento giuridico nazionale il diritto all’acqua. Alcuni stati tollerano o pongono in essere nel loro territorio azioni direttamente o indirettamente lesive del diritto delle comunità appartenenti a stati confinanti, o giungono a utilizzare l’acqua come strumento di pressione politica o economica. D’altra parte, a livello internazionale, dopo che è stato riconosciuto un diritto così importante, appare in maniera ancora più eclatante l’inadeguatezza del «complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente»24 i diritti e sono destinate a garantirli. La necessità di migliorare e rafforzare le istituzioni internazionali esistenti «appare del resto evidente, se si pensa al fatto che l’agenda delle questioni da trattare a livello globale diventa costantemente più ampia»25 e che alcune problematiche non sono più gestibili da un singolo stato. Ciò vale a maggior ragione per l’acqua che, per natura sua, scorre sia in superficie sia nel sottosuolo indipendentemente dai confini stabiliti dagli uomini. Oltre alla carenza delle istituzioni, si «deve registrare, purtroppo, la non infrequente esitazione della comunità internazionale nel dovere di rispettare e applicare i diritti umani».26 III. L’affermarsi di una necessaria visione integrata e multi-livello nella ricerca di soluzioni sorret ta da apposite strut ture internazionali La Santa Sede apprezza la consapevolezza che non è possibile cercare, e ancora meno trovare e applicare, soluzioni alla questione dell’acqua considerandola come indipendente da varie altre problematiche correlate allo sviluppo, e nemmeno limitandosi a un unico livello di intervento. Negli ultimi anni ci sono state evoluzioni incoraggianti in tali settori. L’apparizione di alcune strutture multinazionali o internazionali, peraltro da rafforzare, riflette la progressiva presa di coscienza della comunità internazionale riguardo alla loro necessità. 1. L’acqua in un approccio globale dello sviluppo È oramai noto che non si può analizzare e tentare di risolvere la questione dell’acqua in modo isolato, senza collegarla ad altre tematiche sociali, economiche e ambientali interconnesse.27 Essa viene comunemente associata alle questioni della fame e della sottoalimentazione, dell’economia e della finanza, dell’energia, dell’ambiente in senso lato, della produzione e dell’industria, dell’igiene, dell’agricoltura, dell’urbanizzazione, delle catastrofi naturali, delle «siccità devastanti e dell’aumento dei livelli 205-212:Layout 3 13-04-2012 8:48 Pagina 209 delle acque».28 Fra queste problematiche esiste un elevato grado di interdipendenza. Esse vanno, quindi, affrontate congiuntamente in vista di un vero sviluppo integrale e sostenibile. 2. I vari livelli di analisi Per interpretare e affrontare adeguatamente le suddette problematiche, l’analisi interdisciplinare viene comunemente praticata – e deve continuare a esserlo – a vari livelli. Vanno tenuti debitamente in conto il livello globale e quello locale, la struttura regionale e quella nazionale, come richiede il principio di sussidiarietà. Gli acquiferi internazionali, i fiumi e i laghi transnazionali, le attività che potenzialmente incidono sulla disponibilità di acqua in un altro stato costituiscono naturalmente una questione sociale sovranazionale. La prevenzione e la gestione delle crisi in zone di tensione richiedono anch’esse un’analisi a vari livelli, in quanto le decisioni nazionali possono ripercuotersi sulle situazioni locali, come pure eventuali conflitti locali possono creare instabilità a livello regionale. Peraltro, la possibilità di cooperazione fra realtà locali e globali – per seguire progetti, per diffondere buone pratiche, per mirare investimenti – richiede anch’essa un’analisi a vari livelli. 3. Nuove strutture intergovernative ancora insufficienti La Santa Sede apprezza la creazione, all’interno delle Nazioni Unite o in strutture intergovernative regionali, di gruppi di consulenza o di organizzazioni di coordinamento specialmente dedicati alle questioni dell’acqua. Tale tendenza, iniziata coi primi anni 2000, dimostra l’attenzione crescente prestata al «bene pubblico» che è l’acqua. Ciò nonostante, per la gestione equa dell’acqua a livello internazionale, rimangono da compiere ulteriori progressi istituzionali. sumo in vari paesi. Cresce la domanda di acqua e di energia, adoperate anche per scopi non essenziali e nella produzione di beni di consumo non sempre necessari. A tale riguardo, sono particolarmente preoccupanti «lo sperpero di risorse [destinate] ad alimentare un insaziabile consumismo»29 e l’«accumulazione illimitata di beni (...) riservati a un piccolo numero di persone e proposti come modelli alla massa».30 2. Risorse compromesse A un’accresciuta domanda di acqua fa, peraltro, riscontro la carenza di un tale bene, e sono manifeste le «preoccupazioni per la crescente diminuita disponibilità di acqua».31 Infatti le risorse idriche sono compromesse anche da attività direttamente imputabili a una cattiva gestione, ossia: l’inquinamento che agisce a vari livelli nel ciclo dell’acqua; l’eccessivo pompaggio, che non considera debitamente i tempi di rigenerazione della risorsa acqua. Gravano su di essa anche le perdite negli impianti mal progettati o mal gestiti e gli sprechi dovuti a consumi irresponsabili. Il riscaldamento globale, in alcune zone particolarmente affette da mutamenti climatici, assottiglia le risorse disponibili. Tale fenomeno verosimilmente colpirà e sarà maggiormente percepito in zone con poca acqua e abitate da popolazioni vulnerabili. Milioni di persone32 potrebbero venir private dell’acqua per dissetarsi e veder la loro produzione agricola – che dipende soprattutto dall’abbondanza o meno delle piogge – essere posta a repentaglio. Alcuni paesi hanno peraltro sovrautilizzato l’acqua disponibile compromettendone le riserve e oltrepassando i limiti di sostenibilità.33 La sicurezza e la sostenibilità delle risorse d’acqua rimane, pertanto, una questione di cui bisogna occuparsi urgentemente.34 C. Soluzioni sostenibili IV. Una richiesta crescente 1. Le ragioni In futuro ci sarà una richiesta crescente di acqua sul piano mondiale, visto che la popolazione del globo è in aumento. D’altra parte, indipendentemente dall’aumento della popolazione, si innalzano i livelli di vita e di con21 Ivi. Cf. S.M. TOMASI, Intervento della Santa Sede al Consiglio dell’Organizzazione mondiale del commercio sugli aspetti dei diritti sulla proprietà intellettuale attinenti al commercio, Ginevra, 8.6.2010. 23 Nessuno può avvalersi del merito dell’acqua, nel senso che nessuno ne è all’origine. 24 BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, n. 7; Regno-doc. 15,2009,459. 25 PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2011, n. 3; Regno-doc. 19,2011,612. 26 GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXXVI Giornata mondiale della pace, 1.1.2003, n. 5; Regno-doc. 1,2003,3. 27 Cf. ONU – GENERAL’S HIGH-LEVEL PANEL ON GLOBAL SUSTAINABILITY, Resilient People, Resilient Planet: a Future Worth Choosing, 30.1.2012, 6 (il testo in lingua inglese è disponibile sul sito web www.un.org/gsp; ndr). 22 Ci troviamo, dunque, in un contesto in cui il diritto all’acqua è stato internazionalmente riconosciuto, ma i progressi nella sua attuazione, nei vari contesti di sviluppo, sono lenti. Di fronte a una tale sfida, è sempre più necessario che la comunità internazionale prospetti soluzioni sostenibili e che vengano applicate efficacemente ai vari livelli. 28 BENEDETTO XVI, Discorso per la festa di accoglienza dei giovani, Sydney, 17.7.2008. 29 Ivi. 30 BENEDETTO XVI, Discorso ai nuovi ambasciatori presso la Santa Sede in occasione della presentazione collettiva delle lettere credenziali, 17.12.2009. 31 L. TRAVAGLINO, Intervento della Santa Sede alla 37a sessione della Conferenza della FAO, 28.6.2011. 32 Il Rapporto di sintesi Changements Climatiques 2007 del Gruppo di esperti sul clima (Intergovernmental Panel on Climate Change; IPCC) avanza addirittura la stima di 75-250 milioni addizionali di persone che soffriranno di stress idrico in Africa entro il 2020 a causa del cambiamento climatico. 33 Cf. ONU – DEPARTMENT OF ECONOMIC AND SOCIAL AFFAIRS, The Millenium Development Goals Report 2011, New York 2011, 52 (il testo in lingua inglese è disponile sul sito web www.un.org/millenniumgoals/; ndr). 34 Cf. Ivi, 4. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 209 205-212:Layout 3 13-04-2012 8:48 Pagina 210 S anta Sede I. Il bisogno di soluzioni immediate La Santa Sede sottolinea l’aspetto «urgente» del problema e si augura che la ricerca di soluzioni in corso nella comunità internazionale non si esprima solo con dichiarazioni di intenti sia pure suffragate da copiosi studi. Nel programmare economie sostenibili a medio e lungo termine, non vanno trascurate questioni spinose, su cui è difficile trovare un consenso unanime, ma che comunque richiedono una solerte attenzione e azioni urgenti e efficaci, miranti a tutelare la dignità umana e la vita di milioni di persone. «Quando è in gioco la vita umana, il tempo si fa sempre breve: in verità, il mondo è stato testimone delle vaste risorse che i governi sono in grado di raccogliere per salvare istituzioni finanziarie ritenute “troppo grandi per fallire”. Certamente lo sviluppo integrale dei popoli della terra non è meno importante: è un’impresa degna dell’attenzione del mondo».35 II. Strut ture e governance Emerge, con riferimento a varie problematiche sovranazionali, tra cui quelle dell’ambiente e dell’acqua, la necessità di una governance internazionale.36 Tale governance non va vista come un principio superiore che opprime le iniziative locali o statali, bensì come una necessità di coordinamento e di orientamento per una valorizzazione e un uso armoniosi e sostenibili dell’ambiente e delle risorse naturali in vista della realizzazione del bene comune mondiale. 1. Il compito della governance Serve, cioè, un assetto di istituzioni che garantisca a tutti e ovunque un accesso all’acqua regolare e adeguato,37 che risponda ai deficit già segnalati: indicando standard qualitativi e quantitativi; offrendo criteri che aiutino a promuovere legislazioni nazionali compatibili con il diritto all’acqua riconosciuto internazionalmente; monitorando se gli stati rispettano i loro impegni. Compito importante è quello di favorire varie forme di cooperazione: la cooperazione scientifica e il trasferimento di tecnologie; la cooperazione amministrativa e manageriale. Sono necessarie altresì misure comuni di controllo contro la corruzione e l’inquinamento, nonché per la prevenzione e la gestione dei conflitti. In particolare, è da incoraggiare l’istituzione di autorità a livello regionale e transfrontaliero competenti per una gestione congiunta, integrata, equa, razionale e solidale delle comuni risorse. La governance deve, inoltre, garantire il primato della politica – responsabile del bene comune – sull’economia e la finanza. Occorre ricondurre queste ultime entro i confini della loro reale vocazione e della loro funzione, in considerazione delle loro evidenti responsabilità nei confronti dell’ambiente, del bene pubblico che è l’acqua, e della società, per dare vita a mercati e istituzioni finanziarie che siano effettivamente a servizio della persona, 210 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 che siano capaci, cioè, di rispondere alle esigenze del bene comune e della fraternità universale38 e che non siano motivate dal solo profitto per il profitto. 2. Ragion d’essere della governance: assicurare la destinazione universale dei beni L’umanità ha ricevuto da Dio la missione di curare e di amministrare con saggezza l’ambiente, l’acqua e le altre risorse, che sono «beni comuni» e come tali contribuiscono al «bene comune mondiale» per la cui realizzazione sono indispensabili istituzioni proporzionate. Tali istituzioni devono incaricarsi di garantire a livello globale la destinazione universale dei beni. La dottrina sociale della Chiesa, infatti, fonda l’etica delle relazioni di proprietà rispetto ai beni della terra sulla prospettiva biblica che indica il creato come dono di Dio a tutti gli esseri umani: «Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, avendo come guida la giustizia e compagna la carità. Pertanto, quali che siano le forme della proprietà, adattate alle legittime istituzioni dei popoli, in vista delle diverse e mutevoli circostanze, si deve sempre ottemperare a questa destinazione universale dei beni. Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri».39 Il diritto all’uso dei beni terreni, compreso l’uso dell’acqua, è un diritto naturale e inviolabile, di valore universale, in quanto compete a ogni essere umano. Esso deve essere tutelato e reso effettivo con leggi e istituzioni adeguate.40 III. Nuove politiche 1. Politiche per l’acqua La promozione del bene comune – tra le cui condizioni di realizzazione odierna vi è la tutela e la promozione del diritto all’acqua –, è un «dovere delle autorità civili».41 Occorrono, dunque, politiche che tutelino il suddetto bene, nelle sue condizioni contemporanee di realizzazione. A questo proposito, la Santa Sede è cosciente che le situazioni sono molto diverse. Ciò obbligherà a pensare a politiche che siano valide ed efficaci per i vari contesti. a. Gli operatori privati. Premesso che l’autorità pubblica mantiene la funzione normativa e di controllo, venendo al caso degli operatori privati nel settore dell’acqua, va detto che è impossibile stabilire regole o norme universali di collaborazione privato-pubblico. Se è comprensibile e logico che gli attori privati tendano a sviluppare attività redditizie, essi non devono dimenticare che l’acqua ha una valenza sociale e deve essere accessibile a tutti. A tal proposito, l’autorità deve garantire, mediante un’adeguata legislazione, che l’acqua mantenga la sua destinazione universale, «con particolare attenzione ai settori più vulnerabili della so- 205-212:Layout 3 13-04-2012 8:48 Pagina 211 cietà».42 Gli attori privati, hanno un ruolo essenziale nel perseguimento dello sviluppo e nella gestione di varie risorse naturali e pertanto non ne vanno aprioristicamente esclusi. Essi, però, non debbono comportarsi come se l’acqua fosse un bene di tipo meramente mercantile, e non un «bene pubblico». Vanno, pertanto, orientati a seguire comportamenti «virtuosi», ossia gestioni dei servizi di distribuzione dell’acqua conformi alle esigenze del bene comune. b. Le politiche pubbliche. Vanno promosse politiche «coraggiose», concepite con lungimiranza, non influenzate da interessi particolaristici né varate opportunisticamente per ottenere il successo elettorale. Riguardo all’acqua, il mondo della politica deve agire in maniera responsabile, rinunciando a interessi economici immediati o a ideologie, che finiscono per umiliare la dignità umana. La legge positiva deve fondarsi sui principi della legge morale naturale per garantire il rispetto della dignità e del valore della persona umana43 che possono essere intaccati qualora il diritto all’acqua non sia garantito e promosso. Servono, pertanto, legislazioni e strutture a servizio del diritto all’acqua. Ma soprattutto servono persone rette, ossia persone con forte sensibilità del bene comune e del «bene pubblico» che è l’acqua. tendo di accedere ai beni fondamentali. Se la dignità umana è trascurata, sono vanificate le riforme delle strutture, la stessa governance e l’orientamento morale offerto dai grandi principi. 3. L’impegno della società civile La Santa Sede in quest’occasione non dimentica che la gestione dell’acqua non è un problema riguardante solo alcuni tecnici, solo alcuni politici o alcuni amministratori. È e deve essere una preoccupazione di tutti, di tutta la società civile. Quest’ultima si avvale in particolare dell’ausilio della comunità politica per raggiungere i suoi fini. Ciò, però, non significa che la società civile possa essere supplita nella sua responsabilità primaria. La comunità politica è a servizio dei fini della società civile e riceve da questa il compito di produrre tutte quelle politiche e istituzioni che sono necessarie al bene comune.46 L’autorità politica svolge bene il suo compito se nella tutela e nella promozione del diritto all’acqua valorizza l’apporto della società civile e la sollecita a organizzarsi. La corretta gestione del bene pubblico che è l’acqua si attua secondo solidarietà e sussidiarietà. La società civile conserva la responsabilità ultima per cui, quando la comunità politica non si mostra in grado di svolgere il suo compito, deve mobilitarsi affinché ciò avvenga. 2. Politiche basate sulla solidarietà Le politiche devono essere espressione della solidarietà, intergenerazionale e infragenerazionale, intesa come amore per il bene comune e dedizione generosa, corale, sistematica a esso, a seconda dei contesti storici. Pertanto, esse vanno configurate tenendo conto delle condizioni concrete della sua realizzazione, fra le quali oggi emerge la necessità dell’accesso di tutti al bene dell’acqua. La Santa Sede riafferma l’urgente necessità morale di una nuova solidarietà44 riguardo alle risorse naturali, alla gestione dell’ambiente e in particolare all’acqua, secondo una dimensione internazionale che abbraccia i paesi più poveri e che implica una gestione parsimoniosa delle risorse del pianeta. Ricorda, inoltre, che per tradurla «in azione effettiva c’è bisogno di idee nuove, che migliorino le condizioni di vita in aree importanti»,45 oltre che di decisioni eticamente qualificate. Senza una reale solidarietà, non si possono concepire meccanismi finanziari né progettare politiche funzionali alla realizzazione del diritto all’acqua. La solidarietà, infatti, è una virtù di natura etica, che favorisce una vita dignitosa di tutti, consen35 BENEDETTO XVI, Discorso in occasione dell’incontro con le autorità civili a Westminster Hall, London, 17.9.2010; Regno-doc. 17,2010,530. 36 Cf. BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, n. 67; Regno-doc. 15,2009,486. 37 Cf. Ivi, n. 27; Regno-doc. 15,2009,467. 38 Cf. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale, n. 4; Regno-doc. 19,2011,615. 39 CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, cost. past. Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, n. 69; EV 1/1551. 40 Cf. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Per una migliore distribuzione della terra, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1997, n. 28. IV. Sobrietà e giustizia In una società che persegue l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile e inclusivo, tutti sono chiamati a vivere con sobrietà e giustizia.47 1. Sobrietà nei consumi Alcune società hanno la possibilità e l’abitudine di consumare, per diversi scopi più o meno essenziali, più volte al giorno, la quantità d’acqua indispensabile per una vita dignitosa e di cui sono tragicamente prive altre società. Questa diseguaglianza nell’accesso e nel consumo di acqua non può essere approvata. Non possono essere lodate le società che consumano acqua per finalità superflue, in preda a un consumismo sempre più sfrenato, orientate all’accumulazione illimitata di beni,48 giacché rappresentano pratiche contrarie a uno sviluppo sostenibile. Non è condivisibile la motivazione secondo cui il consumo o il risparmio di acqua in un determinato luogo, particolarmente in un paese avanzato, non avrebbe con41 BENEDETTO XVI, Discorso in occasione dell’incontro con le autorità civili a Westminster Hall; Regno-doc. 17,2010,529. 42 GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXIII Giornata mondiale della pace, n. 9; Regno-doc. 1,1990,3. 43 Cf. BENEDETTO XVI, Messaggio per la XLIV Giornata mondiale della pace, 1.1.2011, n. 12; Regno-doc. 1,2011,. 44 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXIII Giornata mondiale della pace, n. 10, Regno-doc. 1,1990,3. 45 BENEDETTO XVI, Discorso in occasione dell’incontro con le autorità civili a Westminster Hall; Regno-doc. 17,2010,530. 46 Cf. VATICANO II, Gaudium et spes, n. 74; EV 1/1567. 47 Cf. Tt 2,12. 48 Cf. BENEDETTO XVI, Discorso ai nuovi ambasciatori presso la Santa Sede in occasione della presentazione collettiva delle lettere credenziali, 17.12.2009. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 211 205-212:Layout 3 13-04-2012 8:48 Pagina 212 S anta Sede seguenze altrove, soprattutto in paesi in via di sviluppo. L’acqua costituisce un «sistema» su scala mondiale e, se anche non ci fosse un collegamento diretto fra consumo e disponibilità in due luoghi diversi, esistono altri nessi indiretti che vanno tenuti presenti: trasportare, depurare e consumare acqua costa e richiede energia. Orbene, le somme richieste potrebbero essere spese in modo più utile aiutando i più poveri. Non si dimentichi, poi, il fatto che tale energia viene talora sottratta a regioni che ne hanno maggiormente bisogno. La Santa Sede, pertanto, ribadisce l’importanza della sobrietà nei consumi, invocando la responsabilità delle amministrazioni, delle imprese e dei singoli cittadini. Tale sobrietà è sorretta da valori quali l’altruismo, la solidarietà e la giustizia. 2. Principio di giustizia Il principio della giustizia, articolato negli aspetti commutativi, contributivi, distributivi, ossia come giustizia sociale, deve ispirare le soluzioni della questione dell’acqua. Questo stesso principio deve, ad esempio, orientare la suddivisione equa degli investimenti necessari allo sviluppo e a promuovere l’attuazione del diritto all’acqua. I paesi in via di sviluppo e le economie emergenti devono contribuire a tali investimenti, in proporzione alle loro possibilità, affiancandosi così ai tradizionali stati donatori. La comunità internazionale, dal canto suo, è chiamata ad adottare modalità innovative di finanzia- mento. Tra queste può essere inclusa quella rappresentata dai capitali ricavati da un’eventuale tassazione sulle transazioni finanziarie. Il principio di giustizia deve, inoltre, aiutare a individuare i danni causati al bene dell’acqua e a proporre possibili riparazioni o sanzioni. A tale scopo appaiono funzionali corti di giustizia abilitate alla ricezione di reclami da parte di coloro il cui diritto all’acqua non è garantito. Parimenti, il suddetto principio orienta l’equa distribuzione dell’acqua. La Santa Sede, in proposito, sottolinea che esistono livelli minimi per un’esistenza dignitosa, peraltro non garantiti in molti paesi in via di sviluppo, che vanno soddisfatti in modo prioritario rispetto ad altri livelli elevati di consumo, tipici dei paesi maggiormente sviluppati. Inoltre, per la Santa Sede, la giustizia, in armonia con il principio di sussidiarietà, deve operare su tutti i livelli, dal locale al transfrontaliero, dal nazionale al regionale, dal continentale all’internazionale. Come la solidarietà, essa deve essere intergenerazionale e infragenerazionale. Il principio di giustizia, dal momento che deve salvaguardare il diritto di tutti in particolare dei più deboli, sollecita a considerare che certe politiche forzose di controllo delle nascite imposte a questi ultimi non sono una soluzione equa. Tali politiche costringono, infatti, le comunità più povere a condizionare il loro sviluppo demografico per consentire ad altre società di mantenere i loro livelli eccessivi di consumo. D. ARRIGO CHIEREGATTI Osea Miliardi di persone sono ancora senz’acqua in quantità o in qualità sufficiente per una vita dignitosa, sicura e confortevole. La Santa Sede, fiduciosa nel senso di responsabilità dei vari attori coinvolti nella gestione dell’acqua, desidera condividere il proprio punto di vista con i governi e con tutte le persone di buona volontà. Richiamando il dovere di solidarietà, auspica che gli impegni presi vengano rispettati e che siano adottate soluzioni sostenibili con urgenza e con particolare attenzione ai più vulnerabili e alle generazioni future. I prossimi grandi eventi internazionali potranno così proporre tali soluzioni, giuste e sostenibili per l’ambiente, sorrette da meccanismi innovativi che ne garantiscano il rispetto e una rapida attuazione. Non è da ignorare che nell’attuazione del diritto all’acqua influisce il divario tra i finanziamenti ritenuti necessari e quelli effettivamente mobilitati. L’acqua troppo frequentemente è oggetto di inquinamento, di sprechi e di speculazioni, è sempre più contesa ed è una nota causa di persistenti conflitti. Essa, invece, va custodita come un bene universale che è indispensabile per lo sviluppo integrale dei popoli e per la pace. Lettura spirituale O sea è definito il profeta dell’amore: nel suo libro il rapporto tra Dio e l’umanità sua sposa viene presentato come simbolo e modello dell’amore sponsale e di ogni incontro d’amore. Con stile comunicativo, l’autore accompagna in una lettura spirituale del testo biblico, utile strumento per un cammino di spiritualità coniugale. «CONVERSAZIONI BIBLICHE» pp. 136 - € 14,00 DELLO STESSO AUTORE CANTICO DEI CANTICI Lettura spirituale pp. 92 - € 12,00 EDB Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna Città del Vaticano, 11 marzo 2012. Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it Conclusione 212 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 213-217:Layout 3 13-04-2012 8:49 Pagina 213 S anta Sede | VIOLENZE SUI MINORI Sulla visita apostolica in Irlanda Sintesi delle conclusioni A due anni esatti – il 19.3.2012 – dalla lettera di Benedetto XVI ai cattolici d’Irlanda sulle violenze su minori da parte di personale ecclesiastico, il testo che sintetizza le conclusioni della visita apostolica effettuata nell’Isola tra il novembre 2010 e il giugno 2011 a quattro diocesi, ai seminari e agli istituti religiosi (Regno-att. 6,2012,160) non è firmato, ma – si legge – è stato «approvato dagli uffici che hanno condotto la visita» e contiene «anche alcune (…) osservazioni della Santa Sede». Per quanto riguarda l’ambito delle diocesi, tra le altre cose, si sottolinea la necessità di rafforzare l’organismo che controlla l’applicazione delle linee guida. Per quello dei seminari s’insiste sulla questione dell’«autentica» e «ben fondata identità sacerdotale». Infine, per quello dei religiosi, da un lato si chiede di mettere mano a un programma di rinnovamento a partire dalle «fonti più importanti» della vita religiosa; dall’altro di rivitalizzare gli «strumenti di dialogo e di comunione» tra carismi diversi e complementari nella Chiesa. Il testo chiude ribadendo che «il dissenso» rispetto agli insegnamenti della Chiesa «non costituisce il percorso autentico verso il rinnovamento». O Stampa (19.3.2012) da sito web www.vatican.va. Nostra traduzione dall’inglese; titolazione redazionale. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 ra che la visita apostolica in Irlanda ad alcune diocesi, ai seminari e istituti religiosi è conclusa, s’intende qui offrire, secondo quanto affermato nel comunicato del 6 giugno 2011, una sintesi complessiva dei risultati e delle prospettive per il futuro emersi dalla visita. Bisogna tener presente che si trattava di una visita di natura pastorale e che il santo padre intendeva «aiutare la Chiesa locale nel suo cammino di rinnovamento» (BENEDETTO XVI, Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda, 19.3.2010, n. 14; Regno-doc. 7,2010,200). Non si voleva sostituire o soppiantare la responsabilità ordinaria di vescovi e superiori religiosi e neppure interferire «né con l’attività ordinaria dei magistrati locali, né con l’attività delle commissioni d’indagine istituite dal Parlamento irlandese, né con il lavoro di una qualsiasi autorità legislativa, competente nel campo della prevenzione delle violenze sessuali su minori» (Comunicato della Sala stampa della Santa Sede, 12.11.2010). Rendendo nota questa sintesi delle conclusioni della visita apostolica, la Santa Sede fa nuovamente eco al senso di sgomento e tradimento espresso dal santo padre nella sua Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda riguardo agli atti peccaminosi e criminali alla radice di questa crisi particolare. Una panoramica completa La visita alle diocesi è stata effettuata in quattro sedi metropolitane nei primi mesi del 2011. I quattro visitatori, accompagnati da persone qualificate e autorizzate e in collegamento con gli arcivescovi delle sedi interessate, hanno incontrato persone delle varie categorie elencate nel comunicato del 12 novembre 2010, assieme ad altre persone che hanno chiesto d’essere ascoltate, fra cui rappresentanti del National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church. È stata accordata una particolare priorità agli incontri con le vittime delle violenze, alle quali è stata assicurata la particolare vicinanza del santo padre. Alcune arcidiocesi hanno organizzato liturgie penitenziali molto commoventi nelle proprie cattedrali, con 213 213-217:Layout 3 13-04-2012 8:49 Pagina 214 S anta Sede la partecipazione di clero, di fedeli e anche di vittime delle violenze. Queste quattro visite hanno incluso incontri con i vescovi suffraganei e hanno raccolto informazioni sufficienti a delineare un quadro adeguato della situazione della Chiesa in Irlanda, escludendo così la necessità di estendere la visita alle sedi suffraganee. La visita ai seminari ha esaminato la situazione di quattro istituti: il Pontificio collegio irlandese a Roma; il collegio Saint Malachy a Belfast; due istituti nell’arcidiocesi di Dublino: il seminario nazionale, Saint Patrick’s College a Maynooth, e l’istituto Milltown della Compagnia di Gesù. L’All Hallows College a Dublino ha informato il visitatore del fatto che non offre più un programma di formazione sacerdotale, per cui non è stato incluso nella visita. Prima della visita a ciascun istituto, il visitatore ha avuto la possibilità di studiare la documentazione relativa all’istituto in questione. Al suo arrivo, con l’aiuto di vari vescovi e preti, tutti previamente autorizzati dalla Congregazione per l’educazione cattolica, il visitatore ha esaminato, per quanto possibile, tutti gli aspetti della formazione sacerdotale in base alle linee indicate nel comunicato stampa del 31 maggio 2010. Il visitatore e i suoi assistenti hanno incontrato singolarmente i formatori e i seminaristi, nonché altre persone con incarichi nei seminari e i responsabili della protezione dei minori. Sono stati invitati a un colloquio personale anche i sacerdoti ordinati negli ultimi tre anni che lo desideravano. L’esame dell’istituto Milltown, che è un centro universitario più che un seminario, ha riguardato solo la formazione teologica offerta ai futuri sacerdoti. La visita agli istituti religiosi è stata preceduta da un attento studio delle risposte a un questionario inviato a tutti gli istituti con case di religiosi in Irlanda. Il questionario mirava a raccogliere informazioni sulle misure e sulle politiche di protezione attualmente adottate da ogni istituto e sull’effetto dell’attuale crisi sui membri dell’istituto stesso. Poi i visitatori hanno avuto vari incontri con vescovi, superiori e formatori delle varie comunità, con alcuni gruppi in particolare, come le vittime di violenze, che avevano chiesto di incontrarli e con rappresentanti del National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church. Sono stati incontrati anche i membri della Conferenza dei religiosi in Irlanda, in assemblee sia a livello nazionale sia a livello regionale in tutto il paese. I visitatori hanno avuto l’opportunità di visitare in modo ampio e approfondito 31 istituti. Essi ritengono di aver potuto dialogare, durante le loro visite, con una porzione significativa dei religiosi che vivono in Irlanda. Per promuovere l’opera di rinnovamento richiesta dal santo padre, la Congregazione dei vescovi e la Congregazione per l’educazione cattolica hanno analizzato attentamente le informazioni raccolte dai rispettivi visitatori. Tenendo presenti le norme del documento Towards Healing and Renewal emanate dalla Conferenza episcopale irlandese, hanno comunicato le loro conclusioni ai quattro arcivescovi metropolitani e alle autorità ecclesiastiche dei seminari visitati, indicando percorsi d’azione. 214 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 Gli arcivescovi e le autorità ecclesiastiche hanno inviato le loro risposte. Anche la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica sta inviando le sue conclusioni ai superiori di tutti gli istituti di vita consacrata e società di vita apostolica con case in Irlanda. Verrà inviato un rapporto di sintesi anche al nunzio apostolico perché lo condivida con i vescovi dell’Irlanda. Diocesi all’ascolto delle vit time Durante la loro permanenza in Irlanda, i visitatori hanno potuto constatare personalmente che le carenze del passato hanno determinato un’inadeguata comprensione e reazione al terribile fenomeno della violenza sessuale sui minori, anche da parte di vari vescovi e superiori religiosi. Con un profondo senso di sofferenza e vergogna, bisogna riconoscere che nella comunità cristiana bambini e adolescenti innocenti hanno subìto violenza da parte dei sacerdoti e dei religiosi alle cui cure erano affidati, mentre coloro che avrebbero dovuto vigilare spesso non lo hanno fatto in modo efficace. Sono state inferte «ferite al corpo di Cristo» (BENEDETTO XVI, Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda, n. 6; Regno-doc. 7,2010,195). Per queste colpe bisogna chiedere ancora una volta perdono: a Dio e alle vittime! Come disse il beato Giovanni Paolo II, «non c’è posto nel sacerdozio e nella vita religiosa per chi potrebbe far del male ai giovani» (Discorso ai cardinali degli Stati Uniti, 23.4.2002; Regno-doc. 9,2002,266). Allo stesso tempo i visitatori hanno potuto verificare che, a partire dagli anni Novanta, è progressivamente aumentata la consapevolezza della gravità del problema delle violenze sessuali, sia nella Chiesa sia nella società, e, di conseguenza, la necessità di adottare misure adeguate per farvi fronte. La visita mirava anche a verificare se le strutture e le procedure adottate dalla Chiesa in Irlanda da quel momento in poi erano adeguate a evitare che si ripetesse la tragedia delle violenze sessuali sui minori. A questo proposito, la Santa Sede ha fatto le seguenti osservazioni: 1) Si è accordata una particolare attenzione all’assistenza offerta dalla Chiesa in Irlanda alle vittime di violenze sessuali del passato. Tutti i visitatori riconoscono che, a partire dai vescovi e dai superiori religiosi, l’attenzione e la cura per le vittime, in termini sia di assistenza spirituale e psicologica sia di aiuto legale e finanziario, è stata consistente. Si raccomanda perciò che, sull’esempio offerto da Benedetto XVI nei suoi incontri con vittime di violenze sessuali, le autorità diocesane irlandesi e quelle degli istituti religiosi continuino a dedicare molto tempo all’ascolto e all’accoglienza delle vittime, fornendo aiuto a loro e alle loro famiglie. 2) Gli incontri con le vittime di violenza sessuale hanno aiutato i visitatori a comprendere meglio i vari aspetti del problema delle violenze sessuali sui minori avvenute in Irlanda. I visitatori e la Chiesa in Irlanda sono grati per questo contributo e vogliono assicurare alle vittime che il loro benessere è una preoccupazione sommamente importante per la Chiesa. 213-217:Layout 3 13-04-2012 8:49 Pagina 215 PHILIPPE LÉCRIVAIN 3) Nei loro incontri con i responsabili del National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church e vari responsabili diocesani, i visitatori hanno potuto verificare l’osservanza delle norme attuali contenute in Safeguarding Children – Standard and Guidance Document for the Catholic Church in Ireland (in seguito, Linee guida) del 2009. I visitatori apprezzano il processo già avviato dal National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church di regolare verifica dell’applicazione delle Linee guida. Si raccomanda che questo processo di copertura di tutte le diocesi e di tutti gli istituti religiosi attraverso verifiche regolari sia portato a termine rapidamente. 4) Negli ultimi anni, il National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church ha operato con cura e su ampia scala, per cui i vescovi, i superiori religiosi e tutta la comunità ecclesiale in Irlanda dovrebbero sostenerlo e continuare ad assicurargli personale e fondi sufficienti. 5) Gli arcivescovi delle arcidiocesi visitate hanno assicurato che tutti i nuovi casi di violenza sessuale scoperti sono stati comunicati prontamente sia all’autorità civile competente sia alla Congregazione per la dottrina della fede. 6) Le norme e procedure applicative contenute nelle Linee guida devono essere aggiornate in base alle indicazioni emanate il 3 maggio 2011 dalla Congregazione per la dottrina della fede (cf. Lettera circolare; Regno-doc. 11,2011,333ss) e riviste periodicamente. Le Linee guida devono essere emendate in modo da creare un modello comune per tutte le diocesi e tutti gli istituti religiosi ed esaminate periodicamente per assicurare una maggiore efficacia sotto ogni punto di vista sia nel lavoro di prevenzione sia nella risposta ai casi di violenza, per il bene di tutte le persone coinvolte. 7) A causa della scarsità di personale esperto in diritto canonico, i visitatori hanno sottolineato la necessità di una riorganizzazione dei tribunali ecclesiastici in Irlanda, da effettuare in collaborazione con gli organi competenti della Santa Sede, in modo che i vari casi ancora in attesa di una soluzione definitiva possano essere adeguatamente trattati. 8) I visitatori sono stati favorevolmente impressionati dagli sforzi fatti in tutto il paese da vescovi, preti, religiosi e fedeli laici per applicare le Linee guida e creare ambienti sicuri. Nelle quattro arcidiocesi, i risultati di questi sforzi sono stati giudicati eccellenti. Oltre al grande numero di volontari, essi hanno notato in varie strutture di protezione la presenza di uomini e donne che mettono a disposizione della comunità cristiana le migliori competenze professionali. La vita religiosa in tempo di crisi: un rischio e un’opportunità C hiamata a ritrovare le motivazioni originarie, la vita religiosa stenta oggi a conformarsi a Cristo in modo rinnovato. Il testo ne ricostruisce i tratti tipici nel corso dei secoli, individua le ragioni teologiche e storiche alla base dei grandi modelli del cattolicesimo occidentale e li colloca nella crisi attuale. Uno stimolo a ripensare la vita consacrata guardando al futuro. «PROBLEMI DI VITA RELIGIOSA» EDB 7/2012 www.dehoniane.it Fare il confessore oggi I n modo organico l’autore affronta la prassi della confessione, inserendosi nella sua tradizione e rinnovandola. Destinato ai ministri del sacramento della penitenza, pur senza prescindere da un percorso di preparazione, il manuale mira all’acquisizione di una competenza specifica. Un’opera unica nel suo genere, di cui si avverte grande bisogno nel mutato contesto pastorale odierno. Nella visita ai seminari, sono stati esaminati questi elementi: la dottrina teologica sul sacerdozio; il governo del seminario; le domande relative all’ammissione dei candidati al seminario e la loro valutazione prima dell’ordinazione; il processo formativo (umano, spirituale, intellettuale e pastorale); le possibili modalità d’assistenza ai preti di recente ordinazione. È stata posta una particolare attenzione all’ammissione dei candidati e ai programmi di formazione spirituale e umana miranti ad abilitare i seminaristi a vivere DOCUMENTI Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 BASILIO PETRÀ Seminari: una formazione solida IL REGNO - Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna pp. 208 - € 19,50 «TRATTATI DI ETICA TEOLOGICA» pp. 240 - € 21,50 DELLO STESSO AUTORE I LIMITI DELL’INNOCENZA Il peccato involontario nel pensiero cattolico e nella tradizione orientale pp. 200 - € 18,00 215 EDB Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 213-217:Layout 3 13-04-2012 8:49 Pagina 216 S anta Sede un celibato sacerdotale fedele e gioioso. La visita ai seminari ha dato la priorità alle questioni relative alla protezione dei minori. Al riguardo, la Santa Sede ha steso queste osservazioni: 1) La visita ha potuto constatare che nei seminari irlandesi esistono formatori che si dedicano con passione al compito della formazione sacerdotale. In generale i seminaristi stessi sono stati lodati per le loro qualità umane e spirituali e per la loro motivazione e dedizione alla Chiesa e alla sua missione. Gli studi sono presi sul serio e si presta attenzione alla formazione umana e spirituale. 2) Ogni seminario ha in essere chiare norme per la protezione dei minori e i seminari irlandesi sono impegnati a educare i futuri preti a un’ampia comprensione di tutto ciò che riguarda la protezione dei minori nella Chiesa. 3) Per un ulteriore miglioramento della vita nei seminari, sono state fatte, laddove fossero necessarie, queste proposte: – a) assicurare che la formazione offerta sia radicata in un’autentica identità sacerdotale, fornendo una preparazione più sistematica per una vita di celibato sacerdotale mediante il mantenimento di un giusto equilibrio fra dimensione umana, spirituale ed ecclesiale; – b) potenziare le strutture del governo episcopale sui seminari; – c) introdurre criteri di ammissione più coerenti attraverso il coinvolgimento del seminario, in consultazione con le diocesi, nell’esame e nella decisione d’ammissibilità dei candidati; – d) dedicare una maggiore attenzione alla formazione intellettuale dei seminaristi, assicurandosi che sia pienamente conforme al magistero della Chiesa; – e) includere nel programma accademico una formazione approfondita sulle questioni della protezione dei minori, con una maggiore attenzione pastorale per le vittime di violenza sessuale e per le loro famiglie; – f) valutare nuovamente il programma pastorale, assicurandosi che sia sacramentale, sacerdotale e apostolico e debitamente orientato alla preparazione dei candidati, alla celebrazione dei sacramenti e alla predicazione; – g) assicurarsi che gli edifici del seminario siano riservati esclusivamente ai seminaristi della Chiesa locale e a coloro che li preparano al sacerdozio, per garantire una ben fondata identità sacerdotale. Rinnovare la vita religiosa in Irlanda Il compito affidato dalla Santa Sede ai visitatori delle case religiose era duplice: 1) assicurarsi che tutte le congregazioni religiose avessero protocolli adeguati per la protezione dei minori e li osservassero; 2) incoraggiare i membri degli istituti e delle società a una rinnovata vitalità nella loro vita e missione come religiosi o membri di società di vita apostolica. In spirito di collaborazione con i vescovi, il clero e i fedeli laici dell’Irlanda, i superiori e i membri degli istituti di 216 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 vita consacrata e società di vita apostolica sono incoraggiati a sviluppare le risorse a loro disposizione, per essere più equipaggiati per affrontare le necessità di coloro che ancora patiscono le conseguenze delle violenze sessuali. Alla luce dell’enorme contributo che essi hanno offerto in passato alla vita della Chiesa in Irlanda e della loro notevole attività missionaria in tutto il mondo, le persone consacrate dovrebbero rinnovare l’impegno a costruire comunità in grado d’offrire ai loro membri un mutuo sostegno nel cammino verso la santità e di contribuire efficacemente al rinnovamento dell’intera comunità della Chiesa locale. Al riguardo, la Santa Sede ha steso le seguenti osservazioni. 1) I religiosi in Irlanda assieme ai vescovi dovrebbero riflettere, programmare e collaborare, rivitalizzando gli strumenti di dialogo e di comunione che sono stati previsti dal magistero (cf. Mutuae relationes). I vescovi per parte loro dovrebbero convocare e guidare il processo di rinnovamento del dialogo e della collaborazione concreta nel campo della protezione dei minori, cercando anche d’instaurare una comunione più efficace e profonda fra i carismi diversi e complementari nella Chiesa locale. 2) I superiori maggiori di ciascun istituto in Irlanda dovrebbero elaborare un programma nuovamente incentrato, per i prossimi tre anni, sulle sorgenti fondamentali dell’istituto, specialmente sulla sequela di Cristo così come è rivelata nelle Scritture e contenuta nella tradizione apostolica dell’insegnamento della Chiesa, sulla pratica dei loro voti nel contesto contemporaneo, e sulla vita, le opere e il carisma del fondatore dell’istituto (cf. Perfectae caritatis; Vita consecrata). 3) Tutti gli istituti dovrebbero procedere a una verifica dei loro dati sul personale, se non è stato ancora fatto. Come nel caso delle diocesi, ogni congregazione religiosa, sia attiva che contemplativa, dovrebbe procedere a una regolare verifica, monitorando l’applicazione delle norme contenute nelle Linee guida, in collaborazione con il National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church. 4) I superiori maggiori dovrebbero elaborare, con i membri dei propri istituti, strumenti concreti per rivitalizzare le comunità con la preghiera, la vita comunitaria e la missione. 5) Ai religiosi in Irlanda si dovrebbe chiedere di prendere in considerazione l’elaborazione di un comune programma d’assistenza pastorale per le persone che soffrono per le conseguenze delle violenze. Alla luce della proposta dei visitatori e delle osservazioni fatte da vari dicasteri della Santa Sede, si raccomanda ai vescovi di Irlanda e ai superiori religiosi di continuare a esaminare e aggiornare, in collaborazione con il National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church, l’attuale Interim Guidance – Leave from Sacred Ministry and Apostolate for Clergy and Religious, avendo come finalità quella di: 1) formulare linee guida per il trattamento dei vari casi delle persone che sono state accusate, ma nei confronti delle quali il pubblico ministero ha deciso di non procedere; 2) formulare politiche per il caso di persone falsamente accusate e per il loro reintegro nel ministero; 213-217:Layout 3 13-04-2012 8:49 Pagina 217 3) formulare politiche per la cura pastorale di coloro che sono stati condannati per violenza: appropriate sistemazioni e condizioni di vita secondo le quali gli autori di violenza sessuale dovranno vivere. Per una Chiesa unita I visitatori hanno potuto constatare che, al di là della sofferenza delle vittime, i dolorosi avvenimenti degli ultimi anni hanno aperto anche molte ferite nella comunità cattolica irlandese. Molti fedeli laici hanno sperimentato una perdita di fiducia nei propri pastori. Molti buoni preti e religiosi si sono sentiti ingiustamente colpiti per essere stati associati agli accusati da parte dell’opinione pubblica; alcuni non si sono sentiti sufficientemente difesi dai propri vescovi e superiori. Gli stessi vescovi e superiori si sono sentiti spesso isolati quando hanno cercato di far fronte alle ondate d’indignazione e a volte hanno fatto fatica a concordare una linea d’azione comune. D’altra parte, questo tempo di prova ha portato anche alla luce la continua vitalità della fede del popolo irlandese. I visitatori hanno sottolineato il modo esemplare con cui molti vescovi, preti e religiosi vivono la loro vocazione, i legami umani e spirituali fra i fedeli in un tempo di crisi, la profonda fede di molti uomini e donne, un notevole livello di coinvolgimento dei fedeli laici nelle strutture di protezione dei minori, il cordiale impegno dimostrato da vescovi e superiori religiosi nel loro servizio alla comunità cristiana. Questi sono solo alcuni dei segni di speranza che i visitatori hanno rilevato, parallelamente alle difficoltà, nella vita della Chiesa in Irlanda. È di vitale importanza che, in un momento storico segnato da una rapida trasformazione culturale e sociale, tutte le componenti della Chiesa in Irlanda odano anzitutto un rinnovato appello alla comunione: comunione fra i vescovi e con il successore di Pietro; comunione fra i vescovi diocesani e il proprio clero; comunione fra i pastori e i fedeli laici; comunione fra le strutture diocesane e le comunità di vita consacrata, comunione che non si raggiunge con accordi o strategie puramente umane, ma soprattutto ascoltando umilmente la parola di Dio e ciò che lo Spirito Santo dona e chiede alla Chiesa del nostro tempo. Solo una Chiesa unita può testimoniare efficacemente Cristo nel mondo. Fra le priorità pastorali emerse con maggior forza vi è la necessità di una formazione più profonda nel campo della fede per i giovani e gli adulti; una formazione teologica e spirituale permanente ampia e ben pianificata per i chierici, i religiosi e i fedeli laici; una nuova centratura sul ruolo dei fedeli laici, che sono chiamati a impegnarsi sia nella Chiesa sia nella testimonianza nella società, secondo la dottrina sociale della Chiesa. Vi è la necessità di sfruttare il contributo dei nuovi movimenti ecclesiali per poter raggiungere più facilmente le giovani generazioni e imprimere un nuovo slancio alla vita cristiana. Vi è la necessità di un’attenta revisione della preparazione offerta agli insegnanti di religione, dell’identità cattolica delle scuole e dei loro rapporti con le parrocchie alle quali appartengono, per assicurare un’educazione sana e bilanciata. Poiché i visitatori hanno riscontrato anche una certa tendenza, non prevalente ma comunque piuttosto diffusa fra preti, religiosi e fedeli laici, a sostenere opinioni teologiche difformi dagli insegnamenti del magistero, questa grave situazione richiede una particolare attenzione, volta principalmente al miglioramento della formazione teologica. Deve essere evidenziato il fatto che il dissenso rispetto agli insegnamenti fondamentali della Chiesa non costituisce il percorso autentico verso il rinnovamento. La visita ha messo in discussione anche l’attuale configurazione delle diocesi in Irlanda e la loro capacità di rispondere adeguatamente alle sfide della nuova evangelizzazione. La Santa Sede e l’episcopato locale hanno già avviato su questa materia una riflessione comune, nella quale bisogna coinvolgere le comunità interessate, in vista dell’adozione di strutture diocesane più adatte alla missione attuale della Chiesa in Irlanda. Infine, la visita ha sottolineato la grande necessità che la comunità cattolica irlandese faccia sentire la propria voce sui media e stabilisca una giusta relazione con coloro che operano in questo campo, per far conoscere la verità del Vangelo e della vita della Chiesa. Da parte sua, la Santa Sede ricorda l’importanza permanente della lettera apostolica Novo millennio ineunte, che propone una visione generale che può utilmente illuminare le priorità pastorali della Chiesa in Irlanda, e la speciale attenzione che deve essere accordata alle generazioni più giovani. Il prossimo congresso eucaristico internazionale costituirà certamente una tappa importante in questo processo, come anche la successiva missione nazionale, che si spera offrirà a tutti i membri della comunità ecclesiale una fruttuosa opportunità di preghiera, riflessione e istruzione comune sui contenuti del credo cristiano, in sintonia con la visione del santo padre per l’imminente Anno della fede. Come ha detto papa Benedetto nella sua Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda, «con la preghiera fervorosa di fronte alla reale presenza del Signore, potete compiere la riparazione per i peccati di abuso che hanno recato tanto danno e al tempo stesso implorare la grazia di una rinnovata forza e di un più profondo senso della missione da parte di tutti i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli» (n. 14; Regno-doc. 7,2010,200). A nome del santo padre, occorre ringraziare cordialmente ancora una volta tutti coloro che hanno lavorato generosamente per assicurare un fruttuoso esito della visita pastorale; in primo luogo i visitatori e i loro assistenti, poi l’intera comunità cattolica d’Irlanda: i fedeli laici, comprese le tante vittime di violenza sessuale, i vescovi, il clero e le comunità religiose che hanno risposto così positivamente a questo segno concreto di sollecitudine del successore di Pietro per il futuro della Chiesa in Irlanda. Di conseguenza, ora la visita apostolica dovrebbe essere considerata conclusa. La Santa Sede affida le sue conclusioni alla responsabilità di vescovi, clero, religiosi e fedeli laici dell’Irlanda, nella speranza che esse portino frutti degni di quel processo di guarigione, riparazione e rinnovamento che papa Benedetto XVI desidera così ardentemente per l’amata Chiesa in Irlanda. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 217 218-220:Layout 3 13-04-2012 8:49 Pagina 218 C hiesa in Italia | CONFERENZA EPISCOPALE La crisi italiana nell’Anno della fede U CEI – Consiglio permanente (Roma, 26-29 marzo 2012) Comunicato finale «Principi e valori» della società italiana si trovano, nell’attuale crisi, «su un piano inclinato», come è evidente, anzitutto, in riferimento alla famiglia; i vescovi hanno analizzato le «cause esterne» di una tale deriva, ma hanno anche «scandagliato le responsabilità che stanno in capo alla comunità ecclesiale», sottolineando il compito formativo di quest’ultima, in particolare in vista dell’Anno della fede indetto dal papa. Oltre alla consueta disamina della situazione del paese e della Chiesa, i vescovi del Consiglio permanente della CEI, riunitosi a Roma per la sessione primaverile, hanno svolto importanti adempimenti, in ordine: alla prossima Assemblea generale, che si occuperà de «Gli adulti nella comunità» e dei materiali complementari della terza edizione italiana del Messale romano; a due futuri documenti sugli oratori e sul tempo del fidanzamento; a numerose nomine (in parte conferme, in parte avvicendamenti) negli organi e negli organismi della Conferenza episcopale. Stampa (3.4.2012) da sito web www.chiesacattolica.it. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 n esercizio di discernimento ecclesiale, compiuto con i piedi saldamente ancorati alla terra («Il mondo intero è dentro la nostra anima») e con cuore credente («e noi lo presentiamo ogni giorno al Signore»): questa duplice dimensione ha caratterizzato i lavori della sessione primaverile del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, riunito a Roma dal 26 al 29 marzo 2012, sotto la presidenza del Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova, recentemente confermato per un secondo quinquennio dal Santo Padre alla guida dell’Episcopato italiano. Attorno ai nodi centrali dell’apprezzata prolusione del Presidente si è sviluppato un confronto fraterno e aperto, che ha portato i Vescovi anzitutto a cogliere nell’utilitarismo la matrice di quella mentalità che consegna la persona alla solitudine di un individualismo esasperato, privandola di punti di riferimento condivisi. Al contrario, il realismo della speranza cristiana permette di leggere tra le pieghe di questo tempo un invito a modificare abitudini e modi di pensare. Di qui l’appello alle istituzioni e alla società, affinché riconoscano, con segni concreti, il valore irrinunciabile della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, la rilevanza antropologica della domenica, la necessità di non tradire i giovani, maturando la disponibilità a riequilibrare le risorse e a impegnarsi per assicurare loro possibilità di lavoro nella linea urgente dello sviluppo della Nazione. La Chiesa, hanno ribadito i Vescovi, non rinuncia a portare un contributo essenziale alla vita del Paese, che si esprime, anzitutto, nella presenza capillare e costante con cui essa costruisce, anima e sostiene sul territorio una rete di prossimità solidale. Nel contempo, la consapevolezza di come la carità sia generata dalla fede fa sì che resti prioritario l’impegno a condividere l’opera di riforma interiore perseguita dal Santo Padre, Benedetto XVI. In questo orizzonte, il Consiglio Permanente ha approvato il programma della prossima Assemblea Generale (Roma, 21-25 maggio) e ha abbozzato una prima proposta tematica per il Convegno ecclesiale nazionale che si terrà a Firenze nel 2015. Il progetto di una nota pastorale sugli oratori ha costituito lo spunto per un ampio confronto sulla loro natura, sulle finalità educative e sulla loro funzione sociale 218 218-220:Layout 3 13-04-2012 8:49 Pagina 219 e culturale nei confronti dei ragazzi e dei giovani. È stato, inoltre, esaminato e approvato nel suo complesso il documento sul fidanzamento e la preparazione al matrimonio, che sarà pubblicato nei prossimi mesi. Il Consiglio Permanente ha costituito, all’interno della Segreteria Generale, l’Ufficio Nazionale per l’apostolato del mare, approvandone il regolamento, e ha licenziato il testo della convenzione per il servizio dei presbiteri destinati all’assistenza degli emigrati italiani all’estero. Ha approvato, inoltre, la misura del contributo per il funzionamento dei Tribunali ecclesiastici regionali e ha stabilito che la XLVII Settimana Sociale dei Cattolici Italiani si celebri a Torino nell’autunno del 2013. In vista della prossima Assemblea Generale, ha autorizzato l’invio ai Vescovi dei materiali complementari della terza edizione italiana del Messale Romano, della bozza delle nuove Disposizioni concernenti la concessione di contributi finanziari per i beni culturali ecclesiastici e la proposta di ripartizione dei fondi dell’otto per mille per l’anno corrente. Infine, sono state approvate modifiche agli statuti dell’Associazione Canonistica Italiana e dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani. 1. Dentro l’anima, il mondo intero Visione utilitaristica, allergia alle regole, individualismo esasperato, perdita dell’orizzonte del prossimo, punti di riferimento condivisi deboli: sollecitati in maniera puntuale dalla prolusione del Cardinale Presidente, i membri del Consiglio Permanente sono andati alla radice della metamorfosi culturale che sfilaccia il tessuto della società italiana e svuota la fiducia nell’opera di perseguimento del bene comune, nonostante il persistere incoraggiante di molte realtà positive che confermano la speranza cristiana. Principi e valori – quali l’indisponibilità della vita umana, la centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, il rispetto, la compassione e la solidarietà verso i più deboli – vengono così a trovarsi su un piano inclinato, che minaccia derive pericolose, che rischiano l’indifferenza dell’opinione pubblica. I riflessi più evidenti di tale crisi sono riconoscibili, anzitutto, nella volontà di ridurre la famiglia ad «aggregato di individui», a «soggetto da ridefinire a seconda delle pressioni di costume»: una realtà che si vorrebbe dai «confini precari» e dai «tempi incerti», dimenticando come essa rimanga «l’unico luogo degno» dell’accoglienza della vita. In quanto tale, essa costituisce un valore imprescindibile, un punto di forza riconfermato anche nell’attuale crisi economica. Di qui la richiesta alle istituzioni di sostenerla con iniziative concrete e, in parallelo, di tutelare il valore antropologico della domenica, giorno della festa e del riposo: calpestarlo in nome di illusorie ragioni economiche contribuisce a rendere meno coesa l’intera collettività. Nel contempo, i Vescovi hanno prestato voce alle esigenze dei giovani, richiamando la comunità sociale al dovere di non tradirli: provati dalla precarietà, essi si misurano con un contesto poco disponibile a riequilibrare le risorse, a partire dalla possibilità di accedere al lavoro. È la crisi economica stessa a esigere il recupero di una visione forte e condivisa, come condizione per ricostruire un clima di fiducia, indispensabile per riavviare, anche a prezzo di sacrifici e adattamenti, una dinamica virtuosa, in grado di valorizzare anche i corpi intermedi. In questa linea, i Vescovi hanno ribadito la ricchezza delle scuole di formazione socio-politica che, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, possono fornire solide basi culturali, assicurare un’anima al vasto mondo del volontariato e delle aggregazioni laicali, nonché contribuire a rigenerare i fondamenti stessi dell’impegno politico. 2 . Un mondo presentato ogni giorno al Signore L’analisi dei Vescovi non si è fermata alle cause esterne che indeboliscono «i presidi dell’umano», ma con coraggio e onestà ha scandagliato anche le responsabilità che stanno in capo alla comunità ecclesiale. Nonostante il costante impegno nella formazione dei bambini, dei ragazzi e degli adulti – con testi autorevoli come il Catechismo degli Adulti – molti credenti e praticanti stentano a cogliere le implicazioni culturali della fede, come se la relazione con Gesù Cristo non avesse un nesso con la vita né la forza di incidere in maniera significativa sulle scelte e i comportamenti dei singoli e della società. Di qui, l’adesione convinta all’Anno della fede, indetto dal Papa, preziosa occasione di verifica pastorale circa i contenuti e le modalità dell’annuncio e la loro incidenza sulle problematiche umane. In questa prospettiva, l’Anno della fede offrirà l’occasione per rilanciare non solo l’annuncio e la catechesi ma anche la formazione all’impegno socio-politico e alla presenza nella vita pubblica. Il rinnovamento della fede rappresenta la principale priorità dell’azione ecclesiale. L’Anno della fede deve portare le comunità a rendersi maggiormente presenti nei diversi ambienti di vita, esprimendo così tutta la valenza di quella carità che appartiene alla grande tradizione ecclesiale e che non solo abbraccia la risposta a bisogni materiali, ma è sinonimo di accoglienza, prossimità, riscoperta della fecondità esistenziale dei misteri centrali dell’annuncio cristiano. Riprendere i contenuti del Catechismo della Chiesa Cattolica diventa così il modo più autentico per celebrare il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. 3. Comunità che educano alla vita buona: l’oratorio e il tempo del fidanzamento Nella prospettiva degli Orientamenti pastorali per il decennio, è stata ampiamente condivisa la proposta di una nota sugli oratori, che ha offerto lo spunto per un vivace confronto sulle prospettive della pastorale dei ragazzi e dei giovani, a conferma del crescente e diffuso interesse nei confronti di queste esperienze, che costi- IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 219 218-220:Layout 3 13-04-2012 8:49 Pagina 220 C hiesa in Italia tuiscono una risposta dinamica alle complesse sfide dell’educazione delle nuove generazioni. In particolare, è stata ribadita l’importanza di qualificare l’oratorio nel suo stretto rapporto con le comunità parrocchiali e le famiglie. Esso costituisce spesso anche un ponte con il territorio, un’alternativa alla strada e un’occasione di integrazione sociale. Negli interventi espressi in Consiglio Permanente, proprio l’oratorio è stato descritto come il luogo decisivo che può aiutare le famiglie a superare la dicotomia tra la partecipazione alla catechesi e quella alla vita liturgica e a vivere la domenica come giorno del Signore. Particolare attenzione è stata dedicata all’esame del documento, predisposto dalla Commissione Episcopale per la famiglia e la vita, dedicato al tempo del fidanzamento e alla preparazione al matrimonio. Consapevoli del ruolo insostituibile della famiglia, i Vescovi hanno sottolineato la necessità di individuare percorsi formativi adatti alle diverse età e situazioni delle persone. Il testo, arricchito dalle osservazioni emerse nel dibattito, sarà pubblicato nei prossimi mesi. 4. Adempimenti giuridici A seguito della ridefinizione delle competenze della Fondazione Migrantes, il Consiglio Permanente ha costituito un nuovo Ufficio nazionale all’interno della Segreteria Generale, dedicato all’apostolato del mare, approvandone il regolamento. È stato altresì licenziato il testo della nuova convenzione per il servizio dei presbiteri destinati all’assistenza degli emigrati italiani all’estero, ambito pastorale che anche al presente esige un’attenzione specifica. Infine, è stata determinata la misura del contributo economico per il funzionamento dei Tribunali ecclesiastici regionali e sono state approvate modifiche agli statuti dell’Associazione Canonistica Italiana e dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani. Si è anche stabilito che la XLVII Settimana Sociale dei Cattolici Italiani si celebri a Torino nell’autunno del 2013. 5. In vista dell’Assemblea Generale Il Consiglio Permanente ha approvato il programma della prossima Assemblea Generale (Roma, 21-25 maggio), il cui tema principale avrà per titolo «Gli adulti nella comunità: maturi nella fede e testimoni di umanità», e ha avviato la riflessione in vista della definizione dei contenuti del Convegno ecclesiale nazionale, che si terrà a Firenze nel novembre 2015. È stato autorizzato l’invio ai Vescovi dei materiali complementari della terza edizione italiana del Messale Romano e della bozza delle nuove disposizioni concernenti la concessione di contributi finanziari per i beni culturali ecclesiastici. Entrambi i testi saranno esaminati nella prossima Assemblea Generale. Infine, è stata approvata la proposta di ripartizione dei fondi dell’otto per mille per l’anno corrente. 220 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 6. Nomine Nel corso dei lavori, il Consiglio Permanente ha proceduto alle seguenti nomine: – Vescovo promotore dell’apostolato del mare: S.E. Mons. Francesco Alfano, Arcivescovo eletto di Sorrento – Castellammare di Stabia. – Assistente ecclesiastico nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI): S.E. Mons. Edoardo Menichelli, Arcivescovo di Ancona – Osimo. – Sottosegretario della CEI: Don Bassiano Uggé (Lodi). – Coordinatore degli Uffici e Servizi della Segreteria Generale e Responsabile del Servizio Nazionale per il progetto culturale: Dott. Vittorio Sozzi. – Direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali: Mons. Domenico Pompili, Sottosegretario della CEI. – Direttore dell’Ufficio Nazionale per l’apostolato del mare: Don Natale Ioculano (Oppido Mamertina – Palmi). – Vice Responsabile del Servizio Nazionale per il progetto culturale: Dott. Ernesto Diaco. – Assistente Ecclesiastico Nazionale del Movimento studenti dell’Azione Cattolica Italiana: Don Tony Drazza (Nardò – Gallipoli). – Coordinatore nazionale della pastorale per i cattolici vietnamiti in Italia: Don Agostino Nguyen Van Du (Treviso). – Consulente ecclesiastico nazionale dell’Associazione Cattolica Operatori Sanitari (ACOS): Don Francesco Coluccia (Otranto). – Assistente ecclesiastico nazionale dei Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia: Padre Michele Pischedda, Oratoriano. – Assistente ecclesiastico nazionale del Movimento Apostolico Sordi (MAS): Padre Vincenzo Di Blasio, Piccola Missione per i Sordomuti di Roma. La Presidenza, nella riunione del 26 marzo, ha proceduto alle seguenti nomine: – Vescovo emerito membro della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata: S.E. Mons. Benigno Luigi Papa, Arcivescovo emerito di Taranto. – Membri del Comitato per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose: Mons. Piero Coda (Frascati); Don Andrea Toniolo, Responsabile del Servizio Nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose. – Membro del Comitato per gli enti e i beni ecclesiastici: Don Rocco Pennacchio, Economo della CEI. – Membro del Comitato per il progetto culturale: Prof. Francesco Bonini. – Direttore della Fondazione «Centro Unitario per la cooperazione missionaria tra le Chiese» (CUM): Don Dante Amedeo Cristino (San Severo). – Revisore dei conti della Fondazione Missio: Don Mariano Salpinone (Gaeta). La Presidenza ha espresso il benestare alla nomina del Segretario Nazionale della Pontificia Unione Missionaria e della Pontificia Opera di San Pietro Apostolo: Don Alfonso Raimo (Salerno – Campagna – Acerno). Roma, 30 marzo 2012. 221-225:Layout 3 13-04-2012 8:50 Pagina 221 C hiesa in Italia | CATECHESI Come pietre vive V CEI - Ufficio catechistico nazionale Vademecum per la preparazione ai convegni catechistici regionali erso i Convegni Regionali 2012 1. Le ragioni di una scelta Nel contesto della nuova evangelizzazione, le comunità parrocchiali sono consapevoli che «la catechesi ha assunto sempre più un orizzonte di “proposta” della fede cristiana», e non di «mantenimento»? Sta crescendo nelle diocesi la consapevolezza che l’iniziazione cristiana (IC) sia espressione di «una comunità cristiana che vive, crede, educa»? Queste e altre domande innervano la «Griglia di lavoro» del Vademecum che l’Ufficio catechistico nazionale (UCN) della CEI ha predisposto a metà del 2011 per preparare in forma unitaria la serie di convegni catechistici regionali che avrà luogo nei prossimi mesi sul tema «“Come pietre vive” (1Pt 2,4-8). Rinnovare l’Iniziazione Cristiana nelle nostre Chiese». Scopo della verifica regionale è infatti «confrontare le sperimentazioni di IC di fanciulli e ragazzi nelle Chiese particolari, così da “discernere, valutare e promuovere una serie di criteri che ... possano delineare il processo di rinnovamento della catechesi”». Il Vademecum ha già saputo mettere in moto «un intenso lavoro di riflessione e di conoscenza delle realtà diocesane»: lo scrive il direttore dell’UCN, don Guido Benzi, in Regno-att. 6,2012,161ss. Stampa opuscolo (2.4.2012) da sito web www.chiesacattolica.it. Omesse le parti II e III, di carattere strettamente operativo; inserite alcune note redazionali. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 Lo sforzo di rinnovamento dell’Iniziazione Cristiana (IC) – recepito e promosso dalle tre Note1 e testimoniato dal diffondersi delle sperimentazioni a livello regionale, diocesano e parrocchiale che ha caratterizzato l’ultimo decennio – ha giustamente posto l’accento in modo esplicito sulla comunità cristiana che vive in un territorio. Non poteva che essere così, in quanto il «primo» responsabile della catechesi è ciascun Vescovo all’interno della comunità cristiana di cui è Pastore. La dimensione «regionale» sembra offrire quel contesto – al tempo stesso omogeneo e diversificato – in cui le varie esperienze di IC possono confrontarsi in modo arricchente e operativo a beneficio di tutte le Chiese che sono in Italia. I Convegni Regionali 2012 sono sembrati pertanto uno strumento utile per rispondere a quella domanda di verifica e confronto sulle sperimentazioni che emerge dagli Orientamenti Pastorali2 (n. 54a; ECEI 8/3881s) e per offrire un contributo, a partire dalle realtà diocesane, alla riflessione dei Vescovi circa il rinnovamento della catechesi. 2 . Fisionomia e obiet tivi a. Un unico convegno «diffuso» nelle regioni La scelta è quella di celebrare un Convegno «diffuso» nelle 16 regioni ecclesiastiche. Gli obiettivi e le scelte di fondo, pertanto, saranno uniche per tutti i 16 Convegni, ma si potranno prevedere anche delle parti e/o dei momenti di riflessione su tematiche proprie di ciascuna realtà regionale. Ogni regione potrà così riflettere sulla propria specificità e insieme metterla a confronto con il più ampio panorama nazionale. I Convegni porteranno un unico titolo: «“Come pietre vive” (1Pt 2,4-8). Rinnovare l’Iniziazione cristiana 221 221-225:Layout 3 13-04-2012 8:50 Pagina 222 C hiesa in Italia nelle nostre Chiese. Convegni Catechistici Regionali 2012». Ogni regione potrà poi apporre un proprio sottotitolo. b. Il tema: il rinnovamento della IC di fanciulli e ragazzi Il tema dei Convegni è riferito al n. 54a (ECEI 8/3881) degli OP 2010-2020, che affermano come l’IC metta in luce la «forza formatrice dei sacramenti per la vita cristiana, realizzi l’unità e l’integrazione fra annuncio, celebrazione e carità, e favorisca alleanze educative». Per questo appare necessaria una seria verifica regionale per confrontare le sperimentazioni di IC di fanciulli e ragazzi nelle Chiese particolari, così da «discernere, valutare e promuovere una serie di criteri che dalle sperimentazioni in atto possano delineare il processo di rinnovamento della catechesi». Inoltre, si ritiene opportuno incoraggiare la responsabilità primaria della comunità cristiana, le forme del primo annuncio, gli itinerari di preparazione al battesimo e la conseguente mistagogia per i fanciulli, i ragazzi e i giovani, il coinvolgimento della famiglia, la centralità del giorno del Signore e dell’Eucaristia, l’attenzione alle persone disabili, la catechesi degli adulti quale impegno di formazione permanente. c. Una riflessione sui «nodi» attuali della catechesi La celebrazione dei Convegni Regionali 2012 permetterà inoltre una riflessione «incarnata» sugli attuali «nodi» della catechesi già messi a tema dalla Commissione episcopale, in vista della redazione di un «documento condiviso» che, a partire dal Documento base,3 riaggiorni il quadro progettuale della Chiesa italiana. d. Obiettivi specifici – Verificare lo status della catechesi nelle singole regioni. – Monitorare il rinnovamento dell’IC e la presenza delle sperimentazioni in atto nelle singole realtà diocesane. – Individuare e promuovere criteri condivisi di rinnovamento. – Individuare iniziative atte a promuovere i tre Settori (Catecumenato, Apostolato Biblico e Disabilità). – Fare «il punto», in ordine alla catechesi, sulla formazione dei catechisti (a livello parrocchiale, diocesano, regionale, nazionale) e sulle forme di coinvolgimento degli altri ambiti pastorali (pastorale integrata). 3. Griglia di lavoro per la verifica regionale (secondo gli OP 2010-2020) a. A che cosa serve La griglia di lavoro che segue ha l’obiettivo di aiutare la riflessione all’interno degli Uffici Catechistici Diocesani (UCD) sullo status della catechesi e del rinnovamento dell’IC in diocesi. La condivisione in ambito regionale permetterà, poi, di cogliere una fotografia 222 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 quanto più possibile «reale» della situazione della IC nella propria regione. In senso più ampio la griglia rappresenta anche uno strumento per riproporre all’attenzione delle équipe diocesane gli snodi del rinnovamento della catechesi in Italia, per ri-motivare, avviare e/o proseguire il rinnovamento dell’IC nelle singole regioni. Destinatari del questionario sono dunque i Direttori UCD che si avvarranno del confronto e della riflessione delle proprie équipe, per fornire delle risposte il più possibile aderenti alla realtà diocesana in cui operano. b. Come è strutturata Le domande sono state ordinate a partire dal testo degli OP, numeri 39, 40 e 54. A una domanda più ampia (in neretto) seguono domande specifiche che articolano il problema e lo concretizzano. Ogni Ufficio regionale deciderà su quali quesiti basare la propria verifica (non è necessario sceglierli tutti). Rimane però fondamentale, per un confronto nazionale, che tutte le regioni si verifichino almeno sui quesiti 3 e 4. G riglia di lavoro I. Il quadro generale (quesiti 1- 4) 1. Una catechesi evangelizzante La catechesi è il «primo atto educativo della Chiesa nell’ambito della sua missione evangelizzatrice» (OP 39; ECEI 8/3837). Gli OP riprendono tutta la riflessione sull’evangelizzazione, e in particolare, l’indicazione autorevole del Direttorio Generale per la Catechesi del 1997 ai nn. 47-49,4 il quale colloca la catechesi nel processo dell’evangelizzazione, distinguendo tra: Primo Annuncio (PA); Catechesi dell’IC; Catechesi permanente delle persone e delle comunità. La catechesi, di fronte al nuovo contesto culturale, sta assumendo sempre più un volto missionario. Domanda n. 1. In questo contesto di nuova evangelizzazione, le comunità parrocchiali sono consapevoli che la catechesi ha assunto sempre più un orizzonte di «proposta» della fede cristiana, più che di «mantenimento» della fede? – Quali sono le iniziative più riuscite di apertura missionaria delle comunità parrocchiali? – Quali gli ostacoli più frequentemente incontrati nel realizzarle? 2. Una catechesi che educa la «mentalità di fede» La catechesi, che accompagna la crescita del cristiano dall’infanzia all’età adulta, «ha come sua specifica finalità “non solo di trasmettere i contenuti della fede, ma di educare la ‘mentalità di fede’, di iniziare alla vita ecclesiale, di integrare fede e vita”» (OP 39; ECEI 8/3837). Compito fondamentale dell’educatore cristiano, quindi, è favorire nell’educando la maturazione di una mentalità 221-225:Layout 3 13-04-2012 8:50 Pagina 223 «cristiana», che consiste nell’«educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo» (DB 38; ECEI 1/2482). Tra le strade percorribili per giungere a questo traguardo, si pone anche l’introduzione in modo organico e sistematico alle verità di fede come significative per la vita. Domanda n. 2. Ritieni acquisita nella Diocesi la consapevolezza che la catechesi educa alla «mentalità di fede»? Come viene inteso il rapporto tra mentalità di fede e conoscenza dei contenuti della fede? – Persiste nella prassi parrocchiale l’applicazione di itinerari catechistici «solo» centrati sulla trasmissione dei contenuti dottrinali, o «solo» riferiti all’esperienza? – Secondo la vostra esperienza l’uso dei Catechismi nazionali sostiene e incentiva questo rapporto tra esperienza e conoscenza? 3. La formazione permanente dei cristiani Gli OP riaffermano che la «catechesi sostiene in modo continuativo la vita dei cristiani e in particolare gli adulti, perché siano educatori e testimoni per le nuove generazioni» (n. 39; ECEI 8/3837). La condivisione della vita, dei criteri di valutazione e delle scelte di Cristo, non si acquisiscono una volta per tutte: la maturità della fede non si può dare mai perfettamente compiuta. Quindi, gli adulti sono interpellati nella loro formazione innanzitutto perché destinatari privilegiati di percorsi che li aiutino nella loro comprensione ed esperienza del mistero di Cristo, ma anche in quanto responsabili dell’educazione cristiana delle nuove generazioni. Domanda n. 3. Ritieni che la Diocesi stia riflettendo su quale formazione offrire agli adulti, e in particolare ai «catechisti-adulti nella fede» nell’ambito della comunità, perché siano in grado di trasmettere la fede alle nuove generazioni? Cosa favorisce / può favorire la loro crescita umana e spirituale, la loro competenza teologica, culturale e pedagogica in questo decennio? – Di cosa avrebbero bisogno le nostre comunità parrocchiali e le Chiese diocesane per realizzare la formazione permanente? – Quale tipo di iniziative parrocchiali, diocesane e regionali per la formazione di catechisti accompagnatori e di formatori dei catechisti sono state attivate? Quali andrebbero attivate/potenziate? – Quale tipo di visibilità/attenzione viene data al gruppo di catechisti? 1 Il Vademecum si riferisce qui alle seguenti note pastorali del CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE: L’iniziazione cristiana 1. Orientamenti per il catecumenato degli adulti, 30.3.1997; ECEI 6/613ss; L’iniziazione cristiana 2. Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, 23.5.1999; ECEI 6/2040ss; L’iniziazione cristiana 3. Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione cristiana in età adulta, 8.6.2003; ECEI 7/956ss. 2 EPISCOPATO ITALIANO, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020, 4.10.2010; ECEI 8/3690ss (d’ora in poi OP). 3 EPISCOPATO ITALIANO, Documento pastorale Il rinnovamento 4. L’iniziazione cristiana come processo Gli OP definiscono l’IC come «l’esperienza fondamentale dell’educazione alla vita di fede», non una delle attività della comunità cristiana, ma quella che «qualifica l’esprimersi proprio della Chiesa nel suo essere inviata a generare alla fede e realizzare se stessa come madre» (n. 40; ECEI 8/3840). In questa espressione è sottintesa la definizione di IC della Nota dell’UCN sui catechismi CEI:5 «per iniziazione cristiana si può intendere il processo globale attraverso il quale si diventa cristiani. Si tratta di un cammino diffuso nel tempo e scandito dall’ascolto della Parola, dalla celebrazione e dalla testimonianza dei discepoli del Signore attraverso il quale il credente compie un apprendistato globale della vita cristiana e si impegna a una scelta di fede e a vivere come figli di Dio, ed è assimilato, con il battesimo, la confermazione e l’eucaristia, al mistero pasquale di Cristo nella Chiesa» (n. 7; ECEI 5/259). Domanda n. 4. Ritieni acquisita questa consapevolezza nella Diocesi? Come viene inteso e realizzato il rapporto tra ascolto, celebrazione e testimonianza? – Persiste nella prassi parrocchiale l’uso di itinerari catechistici solamente centrati sulla preparazione ai Sacramenti? – Con quale modalità e tempi vengono valorizzate le esperienze nell’itinerario di IC, perché sia un vero apprendistato di vita cristiana? L’apprendimento e gli atteggiamenti di fede e di vita sono percepiti come aspetti fondamentali? Si offrono ai genitori e alle parrocchie griglie di approfondimento e di verifica? – I gruppi di catechesi in che modo sono in contatto con la comunità parrocchiale? (ad esempio quali attività con la Caritas parrocchiale; quale impegno nella vita liturgica della comunità; quale rapporto con le proposte alle famiglie e ai giovani…). II. Alcuni aspet ti specifici del rinnovamento (quesiti 5-8) 5. L’ispirazione catecumenale I vescovi, nello scorso decennio,6 hanno avvertito la necessità di «ripensare costantemente l’IC nel suo insieme e gli strumenti catechistici che l’accompagnano» (OP 2000-2010, 57; ECEI 7/237), scegliendo di configurare l’intera pastorale secondo il modello dell’IC (cf. OP 20002010, 59), ispirata al catecumenato antico. Gli OP parlano di «ispirazione» (n. 40; ECEI 8/3840) al modello catecumenale che permette di favorire meglio nei catedella catechesi, 2.2.1970, ECEI 1/2362ss. Si è trattato del «documento base» (d’ora in poi DB) per la catechesi e la compilazione, nel postconcilio, dei nuovi catechismi della Chiesa italiana. 4 CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio Generale per la Catechesi, 15.8.1997; EV 16/741ss; qui EV 16/794ss. 5 UFFICIO CATECHISTICO NAZIONALE (UCN), Il Catechismo per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi. Nota per l’accoglienza e l’utilizzazione del Catechismo della CEI, 15.6.1991; ECEI 5/231ss. 6 EPISCOPATO ITALIANO, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000, 29.6.2001; ECEI 7/139ss (d’ora in poi OP 2000-2010). IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 223 221-225:Layout 3 13-04-2012 8:50 Pagina 224 C hiesa in Italia chizzandi la progressiva consapevolezza della fede, mediante itinerari differenziati che conducono a mettersi in relazione con Cristo, formano alla globalità della vita cristiana e aprono alla conoscenza di Cristo nella vita della Chiesa. Domanda n. 5. Ritieni che la Diocesi abbia recepito questo orientamento? – La Diocesi si è dotata di un Direttorio per il Catecumenato? – Esistono sperimentazioni parrocchiali/diocesane di IC rinnovata sull’ispirazione catecumenale? – Quali sono i «metodi» maggiormente usati? Quali, gli elementi di rinnovamento presenti? – Le sperimentazioni diocesane in atto di IC in che rapporto sono con il Progetto Catechistico Italiano e i Catechismi nazionali? – Riescono a innescare un cambiamento di mentalità della comunità riguardo la responsabilità della trasmissione della fede? (e inoltre: Quali sono gli indicatori di questo cambiamento?) 6. Il Primo Annuncio I Lineamenta al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione,7 al n. 19, ribadiscono che la riflessione sul Primo Annuncio (PA) ha evidenziato come questo momento previo alla catechesi, che «ha la funzione di annunciare il Vangelo e la conversione, in genere, a coloro che tuttora non conoscono Gesù», non può essere nettamente distinto dalla catechesi che «promuove e fa maturare questa conversione iniziale, educando alla fede il convertito e incorporandolo nella comunità cristiana (…), si tratta di una duplice attenzione che spesso si trova coniugata nella medesima azione pastorale. Capita frequentemente, infatti, che le persone che accedono alla catechesi necessitano di vivere ancora una vera conversione» (Regno-doc. 5,2011,148). Per questo il PA deve diventare anche «prima evangelizzazione» dentro la catechesi dell’IC, come già affermato dal DB al n. 25 (ECEI 1/2442ss), ricercando nuove forme e strumenti per elaborare discorsi su Dio che intercettino le attese e le ansie dell’uomo di oggi. Domanda n. 6. Ritieni acquisita questa consapevolezza? – Quale posto occupa la Parola di Dio nella proposta catechistica della Diocesi? Quali sono le iniziative dell’Apostolato Biblico? – Quali sono le forme di PA presenti negli itinerari di IC? – Le forme di PA riescono a intercettare le domande e le attese di fanciulli, giovani e adulti coinvolti nel processo di IC? – Quali suggerimenti possono offrire all’elaborazione di itinerari di IC ed alle iniziative di PA della Diocesi la Lettera ai cercatori di Dio8 e altri simili documenti dell’Episcopato? 7. Gli itinerari pre e postbattesimali L’affermazione della Lettera per il 40° del DB 9 per cui l’IC comincia quando i genitori chiedono il Batte- 224 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 simo per il loro bambino a poche settimane o mesi di vita, e si apre agli ulteriori sviluppi nelle età successive, spinge a tenere presente l’intero arco della crescita del bambino, anche l’arco da 0 a 7 anni. La cosiddetta pastorale battesimale rimane un’opportunità che consente di mettere in atto un’azione missionaria nei confronti dei genitori, perché anche i bambini siano educati nella fede. Pastoralmente, questo impegno nella catechesi pre e post-battesimale ai genitori e agli altri componenti della famiglia, compresi i padrini, diventa uno straordinario snodo per mettere in campo sinergie educative tra catechesi, pastorale familiare e le agenzie educative per l’infanzia. I bambini possiedono, infatti, uno straordinario potenziale religioso che va riconosciuto, rispettato ed educato. Domanda n. 7. Ritieni che la Diocesi stia attuando una adeguata riflessione sulla pastorale battesimale? – Sono presenti nelle parrocchie/diocesi itinerari che accompagnano le famiglie nell’attesa del figlio, ne educano la domanda del Battesimo e ne seguano la crescita dei figli fino a 6 anni? – Questi itinerari sono inseriti nel più ampio contesto di un progetto parrocchiale di rinnovamento di IC? – Sono in atto delle sinergie con la Pastorale Famigliare, con le Scuole Materne paritarie, con Associazioni e Movimenti ecclesiali? – Lo stile dell’accompagnamento è entrato nel vissuto e nel percorso formativo dei catechisti e delle comunità parrocchiali? 8. La mistagogia Un autentico cammino di IC immette nella vita cristiana che va continuamente alimentata attraverso l’aiuto della grazia sacramentale e una progressiva appropriazione esistenziale della conoscenza del mistero di Dio, per giungere a una piena «conformazione» a Cristo Signore. Questo percorso, che ha assunto sin dai primi secoli il nome di mistagogia, cioè accompagnamento all’interiorizzazione dei sacramenti e all’assunzione di una vita concreta e attiva dentro la comunità cristiana, aiuta la persona a sviluppare una dimensione di carità educativa e di servizio/ministero all’interno della comunità (catechesi, animazione liturgica, oratoriale, giovanile…) e della società (scuola, lavoro, ricerca, impegni sociali o politici…), fino a giungere a una consapevole risposta vocazionale. L’attenzione e la cura degli adolescenti e dei giovani, snodo fondamentale per un vero rinnovamento dell’IC, conduce a ipotizzare itinerari per loro, che pur nella continuità con il percorso già fatto, siano segnati da una discontinuità con i modi della catechesi dell’infanzia, attraverso l’incontro con dei testimoni di fede che mostrino come sia «possibile» e sia «significativo» vivere da cristiani nell’età giovanile. Domanda n. 8. Esiste nella Diocesi un’adeguata sensibilità alle sfide educative che provengono dal mondo giovanile? Nella progettazione dell’itinerario rinnovato di IC si è tenuto conto del coinvolgimento della Pastorale giovanile? 221-225:Layout 3 13-04-2012 8:50 Pagina 225 – Sono presenti nelle parrocchie/diocesi itinerari che prevedano un adeguato tempo mistagogico per adolescenti e giovani? – Se sì, è stata riscontrata una presenza significativa di ragazzi che continuano il loro cammino di formazione dopo l’IC? – Gli itinerari di IC sono aperti alla pastorale degli adolescenti e dei giovani? – Prevedono momenti di incontro/confronto con giovani testimoni (animatori/educatori)? – Da che cosa si può valutare il buon esito del processo di IC? III. Per una proget tazione pastorale (quesiti 9-10) 9. Pastorale integrata e alleanze educative ad intra e ad extra (famiglia, giovani, scuola/IRC, sport e tempo libero, cultura…) La scelta di articolare i lavori del Convegno di Verona in alcuni ambiti fondamentali esemplificativi intorno a cui si dispiega l’esistenza umana (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità, tradizione, cittadinanza), ha permesso di porsi maggiormente a servizio dell’unità della persona, orientando la pastorale a formare le coscienze e chiamandola a interagire con le diverse dimensioni della vita dell’uomo. Si passa, quindi, dall’unità della pastorale, alla pastorale unitaria attorno alla persona. In questo contesto, l’IC diventa uno snodo essenziale per la «tessitura» di alleanze educative ad intra, cioè tra uffici pastorali che hanno un qualche riferimento all’IC (liturgia, carità, famiglia, giovani, scuola, università, insegnamento della religione, lavoro e formazione, sport e tempo libero, vocazioni, comunicazioni sociali …) e ad extra, cioè tra le agenzie educative sul territorio (famiglie, luoghi aggregativi, scuola e università, corsi di musica, di ballo, di calcio, sport, palestre, luoghi della cultura e della formazione, volontariato, media…). Domanda n. 9. La Diocesi è consapevole della necessità di una pastorale unitaria intorno alla persona? Nella progettazione dell’itinerario rinnovato si è tenuto conto del coinvolgimento dei servizi pastorali che hanno riferimento all’IC? Quale coinvolgimento delle famiglie nell’itinerario? – Esistono esperienze di «relazioni» tra comunità cristiana e agenzie educative presenti nel territorio e frequentate dai ragazzi coinvolti nell’IC? – Si riesce a «tessere» queste alleanze educative dentro la stessa comunità parrocchiale, grazie alla valorizzazione del Consiglio Pastorale Parrocchiale? – Si è riscontrata una maggiore coscienza da parte 7 XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI (7-28.10.2012), Lineamenta, 2.2.2011; Regno-doc. 5,2011,129ss. 8 CEI- COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, L’ANNUNCIO E LA CATECHESI, Lettera ai cercatori di Dio, 12.4.2009; ECEI 8/2570ss. dei genitori della loro responsabilità primaria nell’educazione dei figli? – Hanno sentito il desiderio di iniziare percorsi di fede in gruppi parrocchiali? 10. Partecipazione alla vita della comunità «L’Iniziazione Cristiana è “espressione di una comunità che educa con tutta la sua vita e manifesta la sua azione dentro una concreta esperienza di ecclesialità”» (Lettera per il 40° del DB, n. 14; ECEI 8/3580). La catechesi non è opera di singoli, bensì dell’intera comunità ecclesiale (cf. DB 200), che è la prima responsabile dell’IC (cf. OP 54), «l’ambiente vitale entro cui (…) può svolgersi con frutto» (Nota dell’UCN sui catechismi CEI, n. 3; ECEI 5/247), il luogo dove si vive la comunione con i fratelli, si alimenta un’autentica relazione con Dio, si favorisce la formazione della coscienza adulta, si propongono esperienze di libera e cordiale appartenenza, di servizio e di promozione sociale, di aggregazione e di festa (cf. OP 39). La catechesi, anche quella più interattiva, rimarrà debole se non avrà la forza che le proviene dalla testimonianza viva di adulti e giovani, cui i fanciulli possono guardare come compagni di strada. In tal senso è essenziale la valorizzazione di due elementi: l’Eucaristia domenicale e l’esperienza di momenti di vita comune. È proprio l’Eucaristia domenicale il vero punto di forza dell’IC: dove questa è celebrata in tutta la sua bellezza, le persone che vi partecipano scoprono un tesoro che le affascina. Così come le esperienze estive prolungate o i momenti forti di vita comune nel corso dell’anno, sono occasioni nelle quali il cammino formativo compiuto durante l’anno viene sintetizzato e vissuto in esperienze ricche di rapporti umani, di vita comune, di preghiera e di momenti formativi. Domanda n. 10. Ritieni che la consapevolezza che l’IC sia espressione di una comunità cristiana che vive, crede, educa stia crescendo nella Diocesi? Quali indicatori la rilevano? – Negli itinerari rinnovati di IC com’è vissuto concretamente il rapporto con la comunità cristiana (coinvolgimento nella progettazione, nell’attuazione e nella verifica)? – È stato rilevato un aumento nella partecipazione all’Eucaristia domenicale da parte dei ragazzi e/o delle loro famiglie? Nella scansione dell’itinerario sono stati previsti momenti forti di vita comune? – In che senso si è data attenzione alle situazioni di disabilità e marginalità? – Si è riscontrato un aumento di ragazzi e/o famiglie disposti a un impegno attivo nella comunità parrocchiale? 9 CEI - COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, L’ANNUNCIO E LA CATECHESI, lettera Annuncio e catechesi per la vita cristiana nel quarantesimo del documento di base Il rinnovamento della catechesi, 4.4.2010; ECEI 8/3566ss. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 225 226-235:Layout 3 13-04-2012 8:51 Pagina 226 S tudi e commenti | TEOLOGIA La negazione di Dio e la questione antropologica N Massimo Epis sugli argomenti del nuovo ateismo Le tesi del nuovo ateismo (new atheism), propugnate da autori come Richard Dawkins, Daniel Dennet, Sam Harris e altri, sono rappresentative di un modello scientifico di razionalità che ripropone le idee sulla religione come proiezione o alienazione, ma che in ultima analisi arriva a dover fare i conti con la comprensione della singolarità umana. E questo è il luogo dove la questione di Dio si rivela ineludibile sia per la filosofia sia per la teologia. La riflessione del teologo Massimo Epis su «La negazione di Dio e la questione antropologica. Gli argomenti del nuovo ateismo», nel corso del convegno di studio «Pensare Dio nell’era del disincanto» organizzato dalla Scuola di teologia del Seminario vescovile Giovanni XXIII di Bergamo (22-24 marzo 2012), mette in luce che «l’alternativa radicale non è tra teismo e ateismo, ma tra un’ontologia dell’alterità (che muove dalla fenomenologia della singolarità umana, in specie come attestato nel dinamismo di responsabilità) e una metafisica monistica (in questo caso, nella versione di un naturalismo materialista di stampo biologico-evolutivo)». Stampa da supporto digitale in nostro possesso. Gli atti del convegno saranno pubblicati prossimamente dall’editrice Glossa. Sottotitoli redazionali. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 ello scenario caratterizzato da una parte dall’affermazione di un’indifferenza che rinuncia alla militanza e sancisce l’inanità di ogni apologetica, e dall’altra da un ritorno del religioso («God is back») come fenomeno variegato e ambiguo, la letteratura genericamente classificata come «nuovo ateismo» sembra occupare, a dispetto della sua animosità, un posto di nicchia. La scelta di prenderla in esame e di proporne una valutazione teologico-fondamentale non è preoccupata tanto di smascherarne le incongruenze e di denunciare i pregiudizi e gli equivoci, quanto piuttosto di raccogliere la sfida epistemologica di una negazione di Dio che deve essere indagata nel suo implicito antropologico.1 Il cosiddetto nuovo ateismo è un fenomeno ben attestato nell’area anglosassone e, in misura minore, nel resto dell’Europa. Potendo contare su di un’imponente copertura mediatica, ha fatto breccia nella letteratura di alta divulgazione e gode di grande visibilità nelle risorse online. La polemica nei confronti delle configurazioni storico-istituzionali delle religioni – in specie del cristianesimo –, che fa da sfondo alla disputa argomentativa, può esser brevemente riepilogata in questo assunto: l’ideale della tolleranza è a priori incompatibile con ogni fede.2 Concedere la libertà di professare un credo religioso costituisce, secondo Sam Harris,3 una minaccia per l’umanità, poiché «fede» è sinonimo di particolarismo integralista: le credenze religiose costituiscono un grave impedimento alla realizzazione di un unico governo mondiale. Perciò l’attendismo dei moderati è ipocrita e pericoloso. A questi rilievi si associa Christopher Hitchens,4 quando sostiene che la fede religiosa distorce completamente le origini del cosmo e dell’uomo (facile leggervi la polemica nei confronti della lettura fondamentalista dei creazionisti). Combinando il massimo della servilità con il massimo del solipsismo, le religioni sono alleate violente del razzismo e del tribalismo; gravide di ignoranza, si dimostrano spregiatrici delle donne e coercitive con i bambini.5 La condanna rivolta alle religioni si giustifica per i soprusi storicamente perpetrati in nome di Dio, anche di recente.6 Da questa letteratura si deve certamente acco- 226 226-235:Layout 3 13-04-2012 8:51 Pagina 227 Il biologo evolutivo di Cambridge, Richard Dawkins, professa un naturalismo filosofico, secondo il quale «non vi è nulla al di là del mondo fisico e naturale»,8 e qualsiasi intelligenza abbastanza complessa è solo il prodotto finale di un lungo processo di evoluzione graduale.9 Sotto il profilo scientifico – biologico-evolutivo, l’unico normativo –10 l’esistenza di Dio è un’ipotesi superflua.11 Infatti l’ipotesi di un architetto renderebbe necessario pensarne l’origine («chi ha progettato il progettista?»12) con gli stessi parametri dell’indagine scientifica, immettendoci in un infinito processo a ritroso.13 Nella prospettiva di Dawkins, la collocazione extraterritoriale della questione di Dio rispetto al piano dell’accertamento scientifico ne decreta ipso facto l’implausibilità.14 La selezione naturale è la terza via tra il caso e il progetto: è più «economico» pensare in termini evolutivi, anche rispetto al puro caso, perché – nell’ipotesi di un’assoluta cecità del movimento – la spiegazione della complessità che si è andata realizzando sarebbe altamente improbabile. «Come mai la selezione naturale risolve il problema dell’improbabilità, laddove il caso e il progetto restano al palo? Perché è un processo cumulativo, che scompone il problema in piccole parti. Ciascuna parte è leggermente, ma non totalmente improbabile. Quando innumerevoli eventi leggermente improbabili si accumulano uno dietro l’altro, il prodotto finale è molto, molto improbabile; così improbabile da non poter essersi verificato per caso. È di questi prodotti finali che parlano tanto i creazionisti portando sempre gli stessi, triti argomenti. Il creazionista non coglie il punto: egli infatti (alle donne, per una volta, non dispiacerà l’uso del pronome maschile) si ostina a trattare la genesi dell’improbabilità statistica come un evento unico e straordinario. Non capisce il potere dell’accumulazione».15 Muovendosi nella prospettiva continuista dell’omogeneità fisico-biologica di ogni realtà, Dawkins ammette di non essere in grado di spiegare le leggi e le costanti in vigore nell’universo in evoluzione. Ciononostante, Dawkins ribadisce l’opzione naturalistica,16 nella quale il darwinismo biologico viene esteso anche alla fisica: l’ipotesi del «multiverso» risponde all’esi- 1 In questo saggio presento in forma rielaborata alcuni contenuti già pubblicati nei contributi «La questione di Dio oggi. Il “nuovo ateismo”», in Orientamenti bibliografici (2011) 37, 20-30, e «Il “nuovo” ateismo e la questione antropologica», in Credere oggi 32(2012) 1, 8195, ai quali rinvio per una documentazione bibliografica integrativa. 2 «Finché accetteremo il principio secondo il quale la fede religiosa va rispettata in quanto tale, sarà difficile negare rispetto alla fede di Osama bin Laden e dei terroristi suicidi. L’alternativa, così palese che in teoria parrebbe superfluo incoraggiarla, è rinunciare all’idea che la fede vada di per sé rispettata. Questo è uno dei motivi per cui faccio tutto il possibile per mettere la gente in guardia contro la religione, e non solo contro quella dei cosiddetti “estremisti”. Gli insegnamenti della religione “moderata”, benché non estremi di per sé, sono un aperto invito all’estremismo. […] La fede religiosa […] ha la straordinaria capacità di mettere a tacere il calcolo razionale e di solito ha la meglio su ogni altra considerazione. Credo che questo accada soprattutto per la facile e attraente promessa che la morte non sarà la fine e che il paradiso dei martiri sarà glorioso. Ma accade anche perché la fede, per sua stessa natura, scoraggia nel porsi domande» (R. DAWKINS, L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere, Mondadori, Milano 2010, 302s). 3 Cf. S. HARRIS, La fine della fede. Religione, terrore e il futuro della ragione, Nuovimondimedia, San Lazzaro di Savena (BO) 2006. 4 Cf. C. HITCHENS, Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa, Einaudi, Torino 2007. 5 È significativo che M. ONFRAY abbia posto in esergo al suo Trattato di ateologia. Fisica della metafisica, Fazi, Roma 2005, una citazione dal § 8 («Perché io sono un destino») dell’Ecce homo di Nietzsche, nel quale si leva la protesta nei confronti dell’invenzione del concetto di «Dio» in opposizione alla «vita» (cf. Adelphi, Milano 1981, 136s). 6 L’ampia pubblicistica al riguardo va dal furore di K. DESCHNER, Sopra di noi… niente. Per un cielo senza dèi e un mondo senza preti, Ariele, Milano 2008, al sarcasmo di M. SCHMIDT-SALOMON, Wo bitte geht’s zu Gott?, fragte das kleine Ferkel – Ein Buch für alle, die sich nichts vormachen lassen, Alibri, Aschaffenburg 2007. Per una rassegna cf. G.M. HOFF, Die neuen Atheismen. Eine notwendige Provokation, Topos – Pustet, Regensburg 2009; H. SCHULZ, «Alter Wein in neuen Schläuchen oder der Siegeszug des Trivialen. Zur Kritik des sogenannten Neuen Atheismus», in Theologische Literaturzeitung 135(2010) 1, 3-20. 7 «Come scienziato, sono ostile alla religione integralista perché fa di tutto per allontanare la gente dall’avventura della scienza. Ci insegna a non cambiare mai idea e a non cercare di conoscere le tante cose belle che ci circondano. Sovverte lo spirito scientifico e fiacca l’intelletto» (DAWKINS, L’illusione di Dio, 279). 8 Cf. DAWKINS, L’illusione di Dio, 24. 9 Cf. ivi, 39. 10 Dawkins – in polemica con S.J. Gould – esclude che si possa contemplare un regime veritativo ulteriore rispetto a quello dell’epistemologia scientifica (qui vuol dire biologico-evolutiva), e che quindi si debba rimanere agnosticamente aperti ad altri magisteri non sovrapponibili. 11 Cf. DAWKINS, L’illusione di Dio, 53. 12 Cf. ivi, 160. 13 Cf. ivi, 112s. 14 Cf. ivi, 121. Con buona pace, quindi, dei creazionisti, che vorrebbero far tappare a Dio «i buchi» della scienza (cf. ivi, 130). In Dawkins la negazione di Dio prende di mira una rappresentazione ipernaturalistica della sua potenza. 15 Cf. ivi, 123. 16 «Se qualcosa sembra trovarsi al di là del mondo naturale quale ci appare allo stato attuale delle nostre conoscenze, l’ateo spera alla fine di comprenderlo in base ai parametri naturali» (DAWKINS, L’illusione di Dio, 24). gliere la preoccupazione di contrastare ogni superstizione e idolatria, come anche di debellare ogni prevaricazione e totalitarismo d’ispirazione teocratica. Però l’investigazione intellettuale deve volgersi ai principi invocati a baluardo contro le nefandezze ammantate di religione. Si tratta di istanze formulate in modo disparato, riconducibili più genericamente alla già evocata tolleranza necessaria alla convivenza democratica e, più specificamente, alla libertà della ricerca scientifica, nel quadro di un Illuminismo ancora da compiere.7 Mentre alla fede si accompagnano il dogmatismo e l’oscurantismo, la battaglia per i Lumi è una lotta per la libertà, a tutela di un’autonomia che è condizione di sopravvivenza e di progresso. Ma quanto è critico questo appello all’obiettività e all’universalità dell’indagine scientifica, in specie applicata al fenomeno religioso? Procediamo a una verifica per campionatura, considerando alcune opere che, sotto il profilo metodologico, appaiono rappresentative del dibattito attuale. Il naturalismo filosofico e la nascita della religione Il naturalismo di Dawkins IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 227 226-235:Layout 3 13-04-2012 8:51 Pagina 228 S tudi e commenti genza di estendere il meccanismo evolutivo all’universo nel suo complesso.17 Ci si chiede però dove trovino legittimazione le valutazioni concernenti la collocazione del fenomeno umano nel meccanismo evolutivo.18 Il rinvio all’accumulazione, l’appello alla statistica, gli apprezzamenti impliciti nelle categorie di «miglioramento» e di «fortuna» non rimandano ancora a una comprensione finalistica della realtà?19 Nell’evoluzionismo eretto a sistema di spiegazione universale non è forse tutto accidentale, all’interno di una legge di coerenza energetica? Mi pare significativo che Dawkins da una parte – in nome di un biologismo esaustivo – professi un continuismo,20 e dall’altra apra alle massime kantiane,21 in un quadro applicativo di tipo consequenzialista,22 nell’orizzonte di una teoria prospettivistica (relativistica) della verità.23 L’approccio funzionalista di Dennett L’opera del filosofo cognitivista e neuroscienziato Daniel Dennett presenta notevoli affinità dal punto di vista del metodo rispetto all’impostazione di Dawkins.24 Il tratto più originale concerne l’obiettivo di indagare dal punto di vista scientifico la nascita e l’evoluzione della religione come fenomeno naturale,25 ovvero in conformità alle leggi della fisica e della biologia. Magari Dio esiste davvero e si relaziona in modo amorevole al nostro mondo. La verità di un tale assunto rimane però inverificabile rispetto al canone biologicoevolutivo; perciò esula dall’orizzonte della razionalità. L’approccio di Dennett al fenomeno religioso può essere definito funzionalista, stante l’esplicita iscrizione nella linea di pensiero empirista. Dennett si definisce un filosofo brillante (bright) che, ispirandosi in special modo alle riflessioni di J. Locke, W. James e D. Hume,26 conclude che la verità di qualsiasi realtà è definibile solo a partire dal meccanismo del suo funzionamento. Infatti, per l’intelligenza cieca di Madre-natura27 tutti i valori intrinseci sono valori strumentali.28 Anche del fenomeno religioso, dunque, si deve puntare a una spiegazione esaustiva in termini biologico-evolutivi.29 «Come il cervello di ogni animale, il cervello umano si è evoluto per affrontare i problemi specifici degli ambienti in cui gli esseri umani devono vivere. L’ambiente sociale e linguistico sorto dalla coevoluzione con il cervello umano conferisce agli umani dei poteri che nessun’altra specie possiede, ma ha anche creato nuovi problemi che le religioni popolari sembrano progettate per gestire. L’apparente stravaganza delle pratiche religiose può essere spiegata nei termini austeri della biologia dell’evoluzione».30 Dal punto di vista biologico-funzionale la religione soddisfa a tre scopi principali: confortarci nel dolore e attenuare la paura della morte; spiegare fenomeni altrimenti inspiegabili; incoraggiare la cooperazione sociale per far fronte alle difficoltà e ai nemici.31 Il conseguimento di tali obiettivi rimanda sul piano evolutivo alla composizione tra un fattore biologico e uno culturale. Il fattore biologico è un atteggiamento intenzionale o disposizione animistica.32 Il dispositivo di attribuzione intenzionale può attivarsi a molteplici livelli: semplice 228 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 (quando si considera una cosa come un agente dotato di desideri e scopi), di secondo grado (quando si crede che un altro agente creda) o di terzo (quando si vuole che un altro essere animato creda che io pensi qualcosa). Dennett definisce impulso innato33 quel dispositivo di intenzionalità, che secondo la sua stessa rudimentale esposizione si dispiega mediante appaiamento e trasposizione. L’originarietà di tale dispositivo viene indagata non nella direzione del riconoscimento della coscienza fino all’analisi dell’ipseità, nel quadro delle con-costitutive relazioni interpersonali,34 ma soltanto nella trama dei bisogni e delle soluzioni utilitaristiche che vedono interdipendenti i processi di evoluzione biologica e culturale.35 Non c’è iato che impedisca di spiegare la cultura e la società umana in modo casuale, a partire da una natura cieca, meccanica e robotica.36 Ricapitolando: il disagio e il bisogno di fronte alla morte; la potenza amplificatrice degli incontri a opera del linguaggio; la credenza nella credenza manipolata dalle pratiche divinatorie e le procedure ipnotiche delle guarigioni sciamaniche sono i fattori principali che, secondo Dennett, presiedono al passaggio dalle religioni popolari (le cui autorità rimangono disseminate) a quelle strutturate in corporazioni. Quando raggiungono tale livello di organizzazione, perfezionano strategie proibizionistiche e autoimmunizzanti (specialmente nei confronti del vaglio scientifico),37 rifugiandosi nell’esoterismo.38 L’etica come postulato In nome di un’ontologia enfaticamente designata come concreta e razionale, Dennett contesta la validità degli itinerari razionali a Dio tradizionali, in particolare polemizza con quanti vorrebbero (come nella filosofia analitica) riproporre l’argomento anselmiano. Per provare che una qualche realtà abbia effetto nel mondo fisico bisogna addurre metodi almeno in parte empirici e, quand’anche ci si volesse appoggiare a una dimostrazione puramente logica, incolmabile sarebbe il divario tra questo «Essere più grande» e un Essere che sia misericordioso, giusto e amorevole. Sarebbe più economico spiegare l’universo come un tutto che è causa di sé. «L’argomento cosmologico, che nella sua forma più semplice dichiara che, siccome ogni cosa deve avere una causa, allora l’universo deve avere una causa – cioè Dio –, non rimane in piedi a lungo. Alcuni negano la premessa, perché la fisica dei quanti ci insegna (o sbaglio?) che non tutto ciò che accade ha necessariamente una causa. Altri preferiscono accettare la premessa, dopodiché chiedono: qual è la causa di Dio? La risposta secondo cui Dio è causa di sé (in qualche modo) suscita allora la domanda: se qualcosa può essere causa di sé, perché l’universo come un tutto non può essere quella cosa che è causa di sé?».39 Dalla tesi dell’autocreazione del mondo – questo mondo è sacro! –40 Dennett conclude che non c’è bisogno di Dio. La fede funziona come un innamoramento; l’amore, però, non è argomento sufficiente per metterci al riparo dai dittatori.41 A coloro che volessero obiettare sul piano epistemologico che lo sguardo scientifico sulla realtà non si avvede dell’ordine dei significati, Dennett 226-235:Layout 3 13-04-2012 8:51 Pagina 229 replica che sul piano delle interpretazioni è impossibile sperare in un consenso,42 per cui non rimane che l’obiettività dei riscontri fattuali.43 In conclusione è lo stesso Dennett a dichiarare che la sua riflessione rimane sospesa a un’opzione materialista – l’alternativa sarebbe il dualismo, per il quale esistono due tipi di sostanze completamente diverse –,44 nel quadro di un’esigenza etica fatta valere in termini postulatori. «Possiamo fare appello alla scienza per chiarire o confermare certe presupposizioni fattuali alla base delle nostre discussioni morali, ma essa non fornisce e non stabilisce i valori su cui si basano i nostri giudizi e argomenti etici. Noi che abbiamo fede nella scienza non dobbiamo essere restii a riconoscerlo più di coloro che hanno fede in una religione o in un’altra. Tutti dovrebbero cercare di adottare la stabile posizione intermedia che Balkin45 raccomanda: un atteggiamento aperto («ambivalente») che permetta al dialogo razionale di affrontare le questioni che riguardano i popoli, per quanto radicalmente diversi siano i loro retroterra culturali. […] La riuscita di questa conversazione dipende dalla con- 17 Il principio di Ockham, secondo il quale non si deve mai ricorrere a una spiegazione complessa quando può bastare una più semplice, viene invocato per fare economia degli argomenti ritenuti fallaci, in quanto non in grado di legittimarsi sul piano dei rilievi empiricooggettivanti. 18 «La selezione naturale funziona perché è una strada cumulativa a senso unico volta al miglioramento. Occorre una certa fortuna per iniziare e il principio antropico dei “miliardi di pianeti” ce la concede. Forse anche per altri passaggi successivi della storia evolutiva occorrono forti iniezioni di fortuna con giustificazione antropica» (DAWKINS, L’illusione di Dio, 143s). 19 La stessa nozione di evoluzione non è ancora inferibile a partire da un principio di ordine, ché, altrimenti, non sarebbe più coerente limitarsi a registrare un’apparente complessificazione? L’assunto che la vita è un valore non travalica gli unici parametri ritenuti validi, quelli biologicoevolutivi? Anche l’impiego della categoria di «natura» come designazione complessiva e totalizzante non trascende il canone naturalistico? 20 «Non ci sono linee di confine nell’evoluzione. L’illusione del confine è data dal fatto che gli stadi intermedi evolutivi sono estinti. […] La continuità biologica dimostra che non c’è una distinzione assoluta [e quindi non siamo legittimati a concedere all’umanità uno status speciale]. Il principio morale che distingue gli esseri umani in maniera assoluta è miseramente minato alla base dalla realtà dell’evoluzione» (DAWKINS, L’illusione di Dio, 298). 21 In particolare, nella riproposizione della massima «mai semplicemente come mezzo e sempre come fine» (cf. I. KANT, Fondazione della metafisica dei costumi, in ID., Scritti morali, UTET, Torino 1970, 88) come si giustificano la reciprocità ivi articolata e l’incondizionatezza presupposta? 22 Senza chiarire se e quale possa essere l’orizzonte valoriale della sua applicazione. Cf. DAWKINS, L’illusione di Dio, 297.289. Per una più ampia discussione dei presupposti teorici di Dawkins si veda R. LANGTHALER, K. APPEL, Dawkins’ Gotteswahn. 15 kritische Antworten auf seine atheistische Mission, Böhlau, Wien-Köln-Weimar 2010. 23 «Quello che vediamo del mondo reale non è il mondo reale puro e semplice, ma un modello del mondo reale, regolato e corretto da dati sensoriali; un modello che è elaborato in maniera da aiutare l’animale ad affrontare il mondo reale. La natura del modello dipende dal tipo di animale» (DAWKINS, L’illusione di Dio, 365). Laddove è in vigore un modello oggettivistico del sapere, la qualità ermeneutica del comprendere può essere apprezzata solamente in termini relativistici. 24 Cf. D.C. DENNETT, Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale (2006), Cortina, Milano 2007. 25 «Nessuna persona profondamente religiosa dovrebbe opporsi a uno studio scientifico che muova dal presupposto che la religione sia un fenomeno del tutto naturale. Se essa non è del tutto naturale, se davvero ci sono dei miracoli, il miglior modo (anzi, il solo modo) per mostrarlo agli scettici è mostrarlo scientificamente. Chi rifiuta di giocare con queste regole può solo indurre il sospetto che, in realtà, egli non creda veramente che la religione sia un fenomeno soprannaturale» (DENNETT, Rompere l’incantesimo, 27). 26 Cf. DENNETT, Rompere l’incantesimo, 20-28. 27 Cf. ivi, 183. 28 «La biologia cerca di scavare sotto la superficie dei valori “intrinseci” per chiedersi perché essi sussistano, e ogni risposta che sia sostenuta dai fatti ha l’effetto di mostrare che in realtà il valore in questione è (o era) strumentale, non intrinseco, anche se a noi non sembra possibile. […] Quindi, un’ipotesi da prendere sul serio è che tutti i nostri valori “intrinseci” siano sorti come valori strumentali, e ora che il loro scopo originario è venuto meno, almeno ai nostri occhi, sopravvivono come cose che ci piacciono solo perché ci piacciono» (DENNETT, Rompere l’incantesimo, 75). 29 «L’evoluzione consente alle innovazioni che interessano i progetti culturali di accumularsi così gradualmente che la paternità si distribuisce su milioni di innovatori ciechi, attraverso migliaia di generazioni, proprio come le innovazioni progettuali che rinnovano i geni» (DENNETT, Rompere l’incantesimo, 420, nota 6). 30 DENNETT, Rompere l’incantesimo, 101s. 31 Cf. ivi, 110. 32 «L’atteggiamento intenzionale è una prospettiva utile per un animale che vive in un mondo ostile […], perché nel mondo ci sono cose che potrebbero volerlo aggredire, avendo credenze riguardo alla sua posizione e direzione» (DENNETT, Rompere l’incantesimo, 119). «I vari folletti, ninfe, fate e demoni (tutti facili da ricordare) che affollano le mitologie di ogni popolo sono i discendenti immaginari di un abito iperattivo, che ci spinge a trovare agenti ovunque ci sia qualcosa che ci disorienta o terrorizza» (ivi, 133). Con riferimento agli studi dell’etologia cognitiva e della psicologia del pensiero, tesi analoghe vengono proposte nel volume di V. GIROTTO, T. PIEVANI, G. VALLORTIGARA, Nati per credere. Perché il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin, Codice, Torino 2008. «L’ipotesi che le credenze nelle varie religioni e nel soprannaturale derivino dagli adattamenti biologici connessi alla nostra “psicologia ingenua” appare ben fondata. Essa spiega bene, tra l’altro, l’intuitiva persuasività degli argomenti basati sul disegno e le caratteristiche tipiche delle religioni, la credenza nell’esistenza di entità immateriali, la sopravvivenza dopo la morte, la creazione del mondo da parte di un artefice, il significato dell’esistenza delle creature come prodotti di un artefice... Insomma, sembra proprio che sia l’evoluzione che ha creato Dio e non, come credono i creazionisti e i cultori del disegno intelligente, Dio che ha creato l’evoluzione» (VALLORTIGARA, ivi, 112). 33 Cf. DENNETT, Rompere l’incantesimo, 120. 34 Mi pare sia questo l’intreccio che l’analisi fenomenologica scopre all’origine della costituzione del senso e quindi alla radice delle condizioni istitutive dell’esperienza; condizioni che Dennett ritiene adeguatamente indagabili sul piano dell’osservazione biologico-funzionale. 35 Cf. DENNETT, Rompere l’incantesimo, 123-151. 36 Cf. ivi, 203. 37 Cf. ivi, 255.276-279.383. 38 «La fondamentale incomprensibilità di Dio è rivendicata come principio essenziale della fede, e le proposizioni in questione sono dichiaratamente e sistematicamente elusive per chiunque. Anche se possiamo affidarci agli esperti, quando ci consigliano quali enunciati bisogna dire di credere, essi ripetono anche che nemmeno loro possono usare la loro competenza per dimostrare – nemmeno gli uni agli altri – che sanno di cosa parlano. Questi argomenti sono misteriosi per tutti, esperti e profani. Perché la gente accetta questa situazione? La risposta è ovvia: crede nella credenza» (DENNETT, Rompere l’incantesimo, 237). 39 DENNETT, Rompere l’incantesimo, 259. 40 Cf. ivi, 262. 41 Cf. ivi, 272. 42 Si deve osservare anche a riguardo di Dennett che, per rapporto al canone oggettivistico del sapere, l’istanza ermeneutica viene intesa come dissolutrice della verità. 43 Cf. DENNETT, Rompere l’incantesimo, 280s. 44 Cf. ivi, 324.329. L’opzione materialista spinge Dennett a raccomandare: a) l’adesione alla teoria dell’evoluzione, per una custodia della biodiversità (cf. ivi, 287); b) l’assunzione di un atteggiamento di umile curiosità, stupore e puro incanto di fronte alla complessità del mondo (cf. ivi, 326). 45 Cf. J.M. BALKIN, Cultural Software. A Theory of Ideology, Yale University Press, New Haven 1998. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 229 226-235:Layout 3 13-04-2012 8:51 Pagina 230 S tudi e commenti GIANNI SANTOPIETRO divisione, da parte dei partecipanti, di due valori trascendenti, verità e giustizia, e dalla coscienza di condividerli. Ciò vuol dire che entrambe le parti accettano che quei valori siano inevitabilmente presupposti dai progetti umani a cui prendiamo parte tutti, per il semplice fatto di essere vivi: progetti che consistono nel rimanere in vita, e il più possibile al sicuro».46 Sotto gli auspici di un mondo migliore, l’appello alla disposizione dialogale ricorda da vicino l’ideale pragmatico della comunità comunicativa, sotto l’egida di due valori – la verità e la giustizia – che l’epistemologia scientifica si limita a postulare. Senso della vita e incontro con Dio C he senso ha la vita? C’è qualcosa oltre la morte? Le più importanti domande di senso non sono cancellate dai progressi della scienza e della tecnica. Attraverso le parole di personaggi di rilievo del nostro tempo, il lettore potrà confrontarsi con la testimonianza di moderni «cercatori di Dio», a caccia del senso ultimo dell’esistenza. Una spiritualità senza Dio I valori morali, culturali e spirituali che si sono affermati in nome di Dio possono sopravvivere senza di lui.47 In nome dell’autonomia del soggetto umano, André Comte-Sponville respinge ogni pretesa di fondare la morale in una religione, appellandosi – come se si trattasse di un’evidenza – alla superiorità della sincerità, del coraggio, della generosità, della giustizia e dell’amore.48 L’assolutezza che contraddistingue tali doveri rinvia a un’istanza definita di reciprocità o di comunione che è il sacro immanente.49 A questo riconoscimento, osserva Comte-Sponville, s’oppongono il nichilismo dal punto di vista pratico e la sofistica dal punto di vista teorico. Con il primo s’intende «qualsiasi posizione che pretende di rovesciare o di abolire la morale […], perché essa sarebbe […] nefasta e menzognera». Con la seconda «qualsiasi posizione che si sottomette a qualcosa di diverso dalla verità o che pretende di sottomettere la verità a qualcosa di diverso da lei stessa».50 «FEDE E ANNUNCIO» pp. 152 - € 14,00 EDB Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it NUNZIO GALANTINO Come preservare l’umanesimo «La verità, per numerosi nostri contemporanei, non è altro che l’ultima delle illusioni, di cui bisogna liberarsi... Dubitiamo che la morale le sopravvivrà. Se nulla è vero, nessuno è colpevole di nulla, nessuno è innocente, non rimangono obiezioni da opporre ai negazionisti o ai bugiardi, e nemmeno ai massacratori (poiché non è vero che essi lo sono), né a sé stessi. Ed è così che la sofistica prepara il giaciglio – confortevole e mortifero – per il nichilismo».51 Fedeltà alla ragione (nella progressiva sconfitta dell’irrazionalismo a opera della scienza) e fedeltà all’umanità sono i due baluardi che la religione non fonda e dai quali l’ateismo non può dispensare. Sullo sfondo della condanna nei confronti di un’accezione eteronoma della religione (e le sue filiazioni, che sono il dogmatismo, l’oscurantismo e l’integralismo), Comte-Sponville affronta la questione di Dio sotto il profilo epistemologico, sostenendo che in materia di Dio nessuno possiede un vero sapere.52 La questione di Dio è obiettivamente indecidibile (semmai è solo soggettivamente valida), perché non è verificabile: non ha le caratteristiche di un risultato comunicabile e controllabile di una dimostrazione (in conformità al canone analitico) o di un’esperienza (conformemente al canone dell’accertamento sperimentale). Quanto alla tradizione del pensiero occidentale, Abitare le parole Alla ricerca della consapevolezza di sé PRESENTAZIONE DI ARMANDO MATTEO C on lo scopo di provocare una riflessione e suggerire comportamenti che definiscano l’identità e lo stile di vita del giovane, il piccolo vademecum per studenti invita ad andare oltre il ricorso superficiale a parole che, pur facendo parte del vocabolario comune, presentano un’intrinseca ricchezza. Il testo prosegue la collana di formazione per universitari. EDB Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna «SPIRITUALITÀ DELLO STUDIO» pp. 96 - € 7,00 Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 230 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 226-235:Layout 3 13-04-2012 8:51 Pagina 231 Comte-Sponville raccoglie attorno a tre argomenti i motivi per non credere in Dio. Anzitutto la debolezza delle cosiddette prove: ontologica (come già aveva denunciato Kant, è illegittimo passare dal piano del pensiero, del concetto, all’esperienza; e, se mai valesse come prova di un essere assolutamente infinito, perché dovrebbe essere Dio e non la Natura, ovvero un essere immanente e impersonale?), cosmologica (se il mondo esiste come contingente e non necessario rinvia a una spiegazione al di fuori di sé, senza che si possa regredire all’infinito: si deve risalire a un essere assolutamente necessario;53 ora, però, perché, più semplicemente, non ammettere che il mondo avrebbe potuto non essere e basta?) e fisico-teologica (l’ordine mirabile del cosmo può essere più economicamente spiegato con l’evoluzione; ciò che rimarrebbe non spiegato è solo l’esistenza delle leggi).54 In secondo luogo, la questione Dio non può contare su di un’esperienza personale di Dio; eppure, se Dio esistesse, dovrebbe vedersi o sentirsi (non ha valore obiettare che il silenzio e l’invisibilità di Dio sarebbero a favore della nostra libertà, altrimenti dovremmo dire che noi siamo più liberi di Dio e dei beati!). In terzo luogo, invece che spiegare quel che non si capisce con qualcosa che si capisce ancora meno (Dio) è meglio accettare il mistero per quello che è.55 Non c’è nulla di più misterioso dell’esistenza del mondo, della natura, dell’essere; ma questo è ciò che chiamiamo l’immanenza, mentre si suppone che Dio sia trascendente. L’universo è già abbastanza misterioso. Perché inventare altro mistero? 46 DENNETT, Rompere l’incantesimo, 401s. «La tolleranza è un bene troppo prezioso perché la si confonda con l’indifferenza o la mollezza. Niente di peggio che rimanere impigliati in un faccia a faccia mortale tra il fanatismo degli uni – quale che sia la religione che professano – e il nichilismo degli altri. Vale invece la pena di combatterli tutti, senza confonderli e senza cadere nei rispettivi difetti» (A. COMTE-SPONVILLE, Lo spirito dell’ateismo. Introduzione a una spiritualità senza Dio, Ponte alle Grazie, Milano 2007, 8). 48 Analoga convinzione viene espressa nell’approccio utilitaristico di A. DE BOTTON, Del buon uso della religione. Una guida per i non credenti, Guanda, Milano 2011: le tradizioni religiose (soprattutto quella cristiana e, in misura minore, quella giudaica e buddhista) offrono un patrimonio di intuizioni utili nella vita laica, soprattutto in relazione ai problemi sollevati dalla convivenza. Ciò sia detto in dissenso con gli atei fanatici e nonostante l’implausibilità dei dogmi delle grandi tradizioni religiose. 49 «Nessuna società può fare a meno di comunione; ma (a meno che non si definisca la religione a partire dalla comunione, cosa che renderebbe inutile uno dei due termini) la comunione non è necessariamente religiosa: possiamo sentirci in comunione in dimensioni diverse dal divino e dal sacro. Quello che importa è prima di tutto la reciprocità» (COMTE-SPONVILLE, Lo spirito dell’ateismo, 23). Il sacro è «la dimensione della verticalità, dell’assoluto o del dovere (a seconda delle parole che vorremo utilizzare) della specie umana, dimensione che ci rende – grazie alla civiltà – diversi dagli animali. Chiaramente, non possiamo che esserne lieti; ma ciò non richiede alcuna particolare metafisica, né alcuna fede propriamente religiosa! L’umanità, la libertà o la giustizia non sono entità sovrannaturali. L’ateo le può rispettare – e sacrificarsi per esse – allo stesso titolo di un credente» (ivi). 50 Cf. COMTE-SPONVILLE, Lo spirito dell’ateismo, 45. 51 Ivi, 46. «Se non ci fosse verità non ci sarebbe conoscenza né, quindi, progresso della conoscenza. Se non ci fossero valori, o se questi non avessero nessuna valenza, non ci sarebbero né diritti umani né progresso sociale e politico. Qualsiasi battaglia sarebbe vana, e la pace altrettanto. A questa doppia tentazione della nostra epoca è urgente, soprattutto per gli atei, opporre un doppio baluardo: quello del razionalismo (contro la sofistica), e quello dell’umanesimo (contro il nichili47 Comte-Sponville enumera anche altri argomenti che positivamente inducono a credere che Dio non esista: 1) gli eccessi del male (come spiegare l’onnipresenza del male in un mondo creato da un Dio onnipotente e infinitamente buono?); 2) la mediocrità dell’uomo (come copie di Dio saremmo ridicoli o inquietanti); 3) perché preferirebbe che Dio esistesse (un Dio d’amore è il sogno di tutti; un sogno, appunto. Comte-Sponville teme che per la perfetta corrispondenza con i suoi desideri sia stato inventato per soddisfarli: «Ed è questo che rende sospetta la religione: è tutto troppo bello, come si suol dire, per essere vero!»).56 Dalla spiritualità alla mistica atea Poiché non avere una religione non è un motivo per rinunciare a una vita spirituale, quale spiritualità per gli atei? Una spiritualità senza Dio non è contraddittoria; soltanto si deve pensare che anche lo spirito è immanente, perché tutto è immanente. Comte-Sponville propone un materialismo onnicomprensivo, anche dello spirito. Nella sua tesi panontologica57 l’Assoluto è il Tutto, come ciò che dipende solo da se stesso, che esiste indipendentemente da ogni relazione. A questo mistero che ci comprende noi abbiamo accesso solo relativamente. «Se per “assoluto” intendiamo il senso ordinario della parola, ciò che esiste indipendentemente da qualsiasi condizione, da qualsiasi relazione o da qualsiasi punto di vista – per esempio l’insieme di tutte le condizioni (la natura), di tutte le relazioni (l’universo), che insmo). Questi due bastioni, insieme, costituiscono quello che chiamiamo, dal XVIII secolo, Illuminismo» (ivi, 47). 52 Cf. COMTE-SPONVILLE, Lo spirito dell’ateismo, 66s.82. «Se incontrate uno che vi dice “So che Dio non esiste”, sappiate che non è un ateo: è un imbecille. E allo stesso modo, a mio parere, se incontrate uno che vi dice “So che Dio esiste”, si tratta di un imbecille che prende la propria fede per un sapere» (COMTE-SPONVILLE, Lo spirito dell’ateismo, 64). Perciò definisce se stesso un ateo non dogmatico (cf. P. CAPELLE, A. COMTE-SPONVILLE, Dieu. Existe-t-il encore?, Cerf, Paris 2005, 41). 53 Che, come direbbe Leibniz, abbia in sé la ragione della propria esistenza. «Potrebbe benissimo trattarsi dell’apeiron (l’infinito, l’indeterminato) di Anassimandro, del fuoco sempre mutevole di Eraclito (il divenire), dell’Essere impersonale di Parmenide, del Tao – anch’esso impersonale – di Laozi ... Potrebbe essere la Sostanza di Spinoza, che è assolutamente necessaria, causa di sé e di tutto, eterna e infinita, ma immanente (i suoi effetti sono in essa) e priva, come ricordavo a proposito della prova ontologica, di qualsiasi attributo antropomorfico: priva di coscienza, di volontà, di amore» (COMTE-SPONVILLE, Lo spirito dell’ateismo, 74s). 54 Ciò che, invece, Dawkins vorrebbe ricondurre ancora a un meccanismo evolutivo. 55 «Perché c’è qualcosa, invece di niente? Non lo sappiamo; non lo sapremo mai. Ma è vero anche da un punto di vista fisico o scientifico. Perché le leggi di natura sono quelle che sono? Non sappiamo neppure questo. È verosimile che non lo sapremo mai (poiché non potremmo spiegarle che con altre leggi). Chiamare questo mistero “Dio” significa trovare una rassicurazione a buon mercato, senza svelarlo. Perché Dio piuttosto che niente? Perché questa legge piuttosto che un’altra? Il silenzio, di fronte al silenzio dell’universo, mi sembrerebbe più giusto, più fedele all’evidenza e al mistero» (COMTE-SPONVILLE, Lo spirito dell’ateismo, 90). «L’esistenza dell’essere è dunque fondamentalmente misteriosa, è questo che dobbiamo comprendere, e questo mistero è irriducibile. Lo è perché è impenetrabile? Al contrario: perché noi ci siamo immersi. Perché è troppo oscuro? Al contrario: perché è la luce stessa» (COMTE-SPONVILLE, Lo spirito dell’ateismo, 77). 56 COMTE-SPONVILLE, Lo spirito dell’ateismo, 108. 57 Cf. ivi, 119. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 231 226-235:Layout 3 13-04-2012 8:51 Pagina 232 S tudi e commenti globa anche tutti i punti di vista possibili o reali (la verità) – non vediamo come se ne potrebbe negare l’esistenza: l’insieme di tutte le condizioni è necessariamente incondizionato, l’insieme di tutte le relazioni è necessariamente assoluto, l’insieme di tutti i punti di vista non è un punto di vista. È quello che possiamo chiamare naturalismo, immanentismo o materialismo. Queste tre posizioni metafisiche, senza essere sempre identiche, convergono riguardo al soggetto di cui ci stiamo occupando e, almeno negativamente, sull’essenziale: esse rifiutano qualsiasi realtà sovrannaturale, qualsiasi trascendenza, qualsiasi spirito immateriale (quindi qualsiasi Dio creatore). Io le faccio mie tutte e tre. La natura, per me, è la totalità del reale (il soprannaturale non esiste), ed esiste indipendentemente dallo spirito (che è lei a produrre, invece di esserne prodotta)».58 Comte-Sponville è convinto che la natura esista prima dello spirito che la pensa. Da qui il naturalismo conduce al materialismo: «Essere materialisti, nel senso filosofico del termine, significa negare l’indipendenza ontologica dello spirito, non la sua esistenza (perché allora il materialismo stesso diverrebbe impensabile). Lo spirito non è la causa della natura: è il suo risultato più interessante, il più spettacolare, il più promettente – poiché non c’è interesse, manifestazione né promessa che per lui».59 Dal naturalismo materialista scaturisce, secondo Comte-Sponville, una spiritualità connotata come esperienza dell’immanenza e dell’immensità;60 un sentimento oceanico, nel quale ci si percepisce come un tutt’uno con tutto;61 l’esperienza di un’enstasi,62 di un puro presente della presenza.63 Qui la vita spirituale tocca la «mistica»,64 intesa da Comte-Sponville come stato modificato di coscienza, caratterizzato dalla sospensione della familiarità o della banalità (per far emergere il nuovo e lo stupefacente, al di là di qualsiasi razionalità: il mistero, appunto); dalla sospensione delle questioni (su tutte, quella che si chiede «perché c’è qualcosa piuttosto che niente?», dato che non c’è altro che la realtà: è l’evidenza o il mistero dell’essere); dalla sospensione del bisogno (non c’è altro che l’essere, non c’è altro che la gioia: la pienezza, appunto); e dalla sospensione del linguaggio (del discorso, della ragione, per concludere al silenzio). La concatenazione di queste sospensioni conduce alla semplicità (non vi è che una vita, ma senza altro soggetto che lei stessa), all’unità (non c’è più separazione tra l’io e il tutto), all’eternità (non resta altro che il presente); alla serenità (non c’è più spazio per le speranze e i rimpianti; subentra l’atarassia come assenza di turbamento; anche la morte non può indurre paura, perché non si deve avere paura di nulla e dire di sì a tutto); all’accettazione (tutto è un relativismo, ma non un nichilismo, perché abitiamo l’assoluto); all’indipendenza, poiché si tratta non di guarire l’io, ma di guarire dall’io; non di salvare il sé, ma di affrancarsi da esso.65 Nonostante Comte-Sponville sia partito dall’istanza illuministica dell’autonomia del soggetto, giunge a queste perorazioni: «Non si tratta di salvare il sé, insisto, ma di liberarsene. Non di chiudersi nella propria anima, ma 232 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 di abitare l’universo. È lo spirito di Buddha (niente Sé: né Atman né Brahman). È lo spirito di Spinoza (nient’altra libertà in me che la verità, che è tutto). È lo spirito in sé. Aprite le finestre! Aprite l’ego (finché non diventa come “un cerchio fattosi talmente ampio da non poter più circondare nulla”, diceva Prajnanpad, un cerchio dal raggio infinito: una linea retta!). Lo spirito è questa apertura (sì: “aperto nell’Apertura”, come avrebbe detto Rilke), non il ripiegamento comodo e meschino nella vita “interiore”».66 «La verità è troppo grande per il sé, o meglio, il sé è troppo piccolo per la verità. Questa piccolezza è ciò che chiamo l’ego. Questa grandezza è ciò che chiamo lo spirito. È dunque l’ego che è schiavo, e che imprigiona; ed è lo spirito a essere libero, e a liberare».67 Comte-Sponville oppone all’eteronomia un immanentismo; alla trascendenza pensata entro il dispositivo della separazione un’immanenza univocamente (naturalisticamente) intesa. La questione è di rilevanza metafisica. Se è di Dio tutto ciò che è,68 non è più semplice pensare che tutto è Dio? Che cosa vuol dire che il finito può essere pensato solamente nell’assoluto? Se ci deve essere un assoluto perché esista il finito, come può darsi una reale alterità rispetto all’assoluto? Il risveglio dal sonno positivista per lo stupore nei confronti del mistero dell’essere apre in Comte-Sponville a un misticismo, il cui ateismo non è discutibile tanto per la negazione di Dio, quanto per la de-soggettivizzazione dell’esperienza.69 Nell’immanentismo materialista si approda a un monismo che riduce l’alterità alla finitezza e la finitezza a epifenomeno dell’uno-tutto. Per un’antropologia al di là del dualismo e del monismo Le tesi portanti del nuovo ateismo possono essere compendiate in questa sequenza: «– l’essere coincide con la natura cosmica, e quindi al di fuori della materia in evoluzione non c’è Dio, non c’è anima e non c’è un’altra vita dopo la morte; – l’uomo è per intero il prodotto di un’evoluzione biologica cieco e senza finalità, e pertanto non è il centro della creazione, ma soltanto un organismo marginale, “una scimmia nuda”; – l’uomo, come ogni altro animale, è guidato da impulsi e da voglie, che costituiscono da soli l’unica base per un’etica universale; – la natura si riproduce da sé senza uno scopo o una finalità globale che ne determini i movimenti e le mutazioni: quindi l’ipotesi di un Creatore è del tutto inutile (oltre che sbagliata); – ogni fenomeno che accade nella natura, che costituisce tutto l’essere, è spiegabile in modo completo ed esaustivo nel solo ambito delle cause naturali: è pertanto sufficiente la sola scienza, senza alcun bisogno di ricorrere a cause divine o soprannaturali (peraltro scientificamente indimostrabili); – tutte le dinamiche e le caratteristiche degli esseri viventi, compresa l’intelligenza e il comportamento, sono spiegabili in termini puramente naturalistici che, per i nuovi atei, coincidono con i principi evoluzionistici darwiniani. Ne consegue che, al di fuori dell’ambito 226-235:Layout 3 13-04-2012 8:51 Pagina 233 della biologia, tutto ciò che è classificato come “spirituale” non ha nessun senso».70 Un conto è sostenere che ogni realizzazione della nostra esistenza ha un sostrato biologico – e quindi può/deve essere indagata dal punto di vista del suo funzionamento e della sua storia evolutiva –; altro è ritenere che la verità di ogni attuazione dell’esistenza rimane circoscritta al dispositivo del suo funzionamento. Nello scientismo naturalista la verità viene identificata con l’ambito delle determinazioni empirico-sperimentali,71 salvo il ricorso a un orizzonte valoriale che rimane postulato. Non è il segno che l’esperienza sporge rispetto alla capacità di captazione critica dell’accertamento scientifico-sperimentale? Soggiacente vi è una questione epistemologica, che è una questione antropologica fondamentale: gli obiettivi dell’indagine critico-razionale (quindi anche di quella scientifica) debbono essere ripensati a partire dall’umano, compreso nella forma singolare della sua esistenza. Ciò è possibile a condizione di superare una concezione minimalista della razionalità: quella strutturata secondo i canoni formali-procedurali ed empirico-procedurali, di necessità esterni a ogni discorso sul senso.72 Il confronto con la letteratura del nuovo ateismo consente di identificare il «luogo proprio» di articolazione di tale discorso. Se è vero che il naturalismo non può essere superato su di un piano naturalistico (ciò lo si dica soprattutto ai fautori dell’Intelligent design), nondimeno abbiamo osservato che l’opzione naturalistica viene costantemente trascesa nella rivendicazione di un’obiettiva intelligibilità del mondo73 e nella riaffermazione di un’istanza etica nel contesto di un’intersoggettività originaria. L’appello alla responsabilità nei confronti della salvaguardia della biodiversità e la condanna nei confronti delle manifestazioni violente di matrice fondamentalista suppongono il riconoscimento di un’incondizionatezza che non si spiega per semplice derivazione da un’omogenea catena evolutiva. La legittima indagine biologicoevolutiva della comparsa dell’umanità non adegua la complessità nella quale l’umano si attesta.74 Non si tratta di rappresentare una trascendenza per separazione dall’esistenza concreta e fattuale, ma di riconoscere una profondità costitutiva (in questo senso immanente) della nostra soggettività: la cronologia cosmica s’istituisce sempre 58 Ivi, 116s. Il testo così prosegue: «Ne discende che tutto è immanente al Tutto (se designiamo in questo modo, con la maiuscola, più per convenzione che per deferenza, l’insieme di tutto ciò che esiste o accade: il to pan di Epicuro, la summa summarum di Lucrezio, la Natura di Spinoza) e che non c’è nient’altro. Che questo Tutto sia unico, fa parte della sua stessa definizione (se ce ne fossero molti, il Tutto sarebbe la loro sommatoria). Esso è privo di creatore (dato che qualsiasi creatore fa parte del Tutto, non saprebbe creare quello stesso Tutto), senza un altrove, senza eccezioni, senza finalità. […] Natura, sive omnia: la natura, cioè tutto. Questo, lungi dall’escludere la spiritualità, la mette al suo posto – che non è il primo, certamente, nel mondo, ma il più alto, almeno da un certo punto di vista, nell’uomo» (ivi, 117). 59 COMTE-SPONVILLE, Lo spirito dell’ateismo, 118. 60 Cf. ivi, 122-124. 61 Cf. ivi, 127. 62 Cf. ivi, 131. 63 Cf. ivi, 133. 64 Cf. ivi, 120-122.137-163. 65 Cf. ivi, 157. 66 Ivi, 165; cf. anche 167. 67 Ivi, 168. 68 Secondo la formulazione spinoziana: «Tutto ciò che è, è in Dio, e senza Dio nessuna cosa può essere né essere concepita» (B. SPINOZA, Etica, parte I, proposizione XV, RCS, Milano 2007, 35). 69 Non fa problema che l’assoluto esista, ma che esista io. A quali condizioni posso ancora qualificare l’esperienza come «mia»? È soltanto un’apparenza, oppure detiene un rilievo ontologico? 70 G. SGUBBI, «Il “nuovo ateismo”, la fede e la teologia», in Rivista teologica di Lugano 15(2010) 3, 443, sulla falsariga di quanto aveva già rilevato J.F. HAUGHT, Dio e il nuovo ateismo, Queriniana, Brescia 2009, 19s. 71 Il nuovo ateismo si appella alle procedure della ragione scientifica – in specie biologico-evolutiva –, fino alla sua ipostatizzazione. Che il sapere scientifico debba sostituire ogni religione e ogni fede viene espressamente sostenuto, tra gli altri, da V. J. STENGER, God. The Failed Hypothesis. How Science Shows that God does not Exist, Prometheus, Amherst (NY) 2007; «La matematica e la scienza sono l’unica vera religione, il resto è superstizione» (P. ODIFREDDI, Caro papa, ti scrivo. Un matematico ateo a confronto con il papa teologo, Mondadori, Milano 2011, 182). 72 Cf. H. LAUX, «Exigences et conditions d’un discours philosophique sur l’affirmation de Dieu aujourd’hui», in Gregorianum 89(2008) 4, 855. Dire che il «mondo» è l’orizzonte intrascendibile di ogni determinazione del senso non è sufficiente per chiarire il rilievo veritativo dell’esperienza che istituisce il sapere scientifico stesso. Basti ricordare che nella determinazione e nell’esecuzione di ogni protocollo di ricerca trovano articolazione un interesse e uno scopo; per non dire della mediazione linguistica dei risultati. Cf. M. EPIS, «Kerygma e logos di Dio: la responsabilità della teologia», in G. ANGELINI ET AL., Cristianesimo e Occidente. Quale futuro immaginare?, Glossa, Milano 2011, 52-56. 73 In Liquidazione della religione? Il fanatismo scientifico e le sue conseguenze, Queriniana, Brescia 2011, R. SCHRÖDER rileva che un naturalismo conseguente sarebbe uno scetticismo. Chi volesse spiegare tutto con l’aiuto di un darwinismo universalizzato dovrebbe pur sempre fare un’eccezione, a proposito della propria spiegazione. Questa deve essere infatti giusta o vera, e per questo egli adduce delle ragioni e si attende che gli altri assentano. Altrimenti si cade in aporie logiche. Allora la conoscenza che il pensiero è una qualità della materia è a sua volta una qualità della materia e così pure il fatto che io dico questo, e così di seguito. Oltre alla «materia», e a tutte le ricerche che possiamo fare a suo riguardo, esiste quindi perlomeno anche il ricercatore e, oltre all’evoluzione darwinista, anche il teoretico dell’evoluzione. Ed esiste almeno un «oggetto», al quale il darwinismo non è applicabile in maniera pura e semplice: il darwinista. Questi non si concepisce infatti come sospinto dal moto della selezione, bensì come colui che conosce la realtà così come essa è realmente. Per un avanzamento epistemologico, si dovrebbe ripartire dalla considerazione dell’ineluttabile conformazione linguistico-narrativa anche del sapere scientifico. 74 La natura umana è più di un «fatto», poiché si trova posta nella condizione di una relazione appellante, che schiude alla coscienza lo spazio di un incontro. Secondo H. LAUX, Le Dieu excentré. Essai sur l’affirmation de Dieu, Beauchesne, Paris 2001, 55-66, è l’esperienza di un’obbligazione, la quale assume il tratto dell’ingiunzione fondamentale a non uccidere. Qui si giunge alla radice della libertà, al principio rispetto al quale ogni singolo soggetto prende posizione, realizzando la propria unicità. Soltanto in questa prospettiva l’esperienza del male può essere compresa nella sua forma radicale (al di là di ogni tentativo di dissimulazione tecnica), in quanto esperienza di una libertà che si scopre già in scacco senza potersi dispensare dall’obbligo di agire (di contro – per dirla con le parole di L. PAREYSON –, abbiamo il nichilismo confortevole e consolatorio, privo di tragicità, che nega sia il male, sia Dio; cf. ID., «La filosofia di fronte al male», in G. FERRETTI (a cura di), La ragione e il male, Marietti, Genova 1988, 40s). Proprio perché il male è l’esperienza nella quale la squalifica di sé è la più vivamente subita (come violazione di un ordine di giustizia), è l’esperienza nella quale la questione dell’origine mi è più vivamente manifesta. Cf. LAUX, Le Dieu excentré, 93. «Da dove viene questa parola che mi obbliga? Da dove viene l’intimazione a non essere l’omicida di mio fratello? Sebbene la cultura abbia condotto le coscienze a un progresso tale che una simile interdizione vada generalmente da sé, nondimeno rimane vero che dà da pensare. Come incontrare l’assoluto nella vita senza dire qualcosa di questo assoluto?» (H. LAUX, «Exigences et conditions d’un discours philosophique sur l’affirmation de Dieu aujourd’hui», in Gregorianum 89(2008) 4, 861). Nell’esperienza di un’ingiunzione si attesta una presenza che non può essere qualificata meno che come un’istanza radicale di libertà (solo la libertà può generare la libertà). Il senso della singolarità IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 233 226-235:Layout 3 13-04-2012 8:51 Pagina 234 S tudi e commenti MICHELE MARCATO in un tempo etico.75 Eccede i limiti di questa riflessione mettere a tema le condizioni effettive di tale incondizionatezza. Però la praticabilità della questione teo-logica si decide qui: al cuore della questione antropologica, come l’interrogativo sulle condizioni di autenticazione della nostra unicità. Qual è la volontà di Dio? (Rm 12,2b) Tra unicità e annientamento dell’io Il discernimento cristiano nella lettera ai Romani L’alternativa radicale viene prospettata dalla letteratura esaminata nei termini del «grande racconto» di uno scientismo animista, come ideale fusionale con Madrenatura, nel flusso di una vita inesauribile, con toni che richiamano da vicino elementi buddhisti e inflessioni schopenhaueriane. L’accettazione dell’indifferenziazione generalizzata di tutte le cose è espressione tardo-moderna di una crisi della soggettività che, nella versione occidentale, si coniuga con l’ideale pragmatico dell’autopoiesi contrattualista di un soggetto collettivo e impersonale. Due esempi al riguardo. Piergiorgio Odifreddi dichiara di schierarsi a favore del realismo scientifico e storico, o per l’al di qua laico della scienza, contro i monoteismi religiosi tradizionali che si assumono equamente la responsabilità dei terrori del fondamentalismo. Quel che c’è è la Natura, nella sua sterminata varietà e complessità, che tutto genera da sé e per sé.76 L’Uomo – inteso come entità superiore agli individui che la compongono – ne è l’ultimogenito, col dovere di rispettare e preservare l’ambiente e tutte le altre forme di vita. Questo «materialismo umanistico» o «umanesimo materialista» è contraddistinto da una fede non soltanto nella Natura e nell’Uomo, ma anche nello Spirito che si manifesta nella coscienza che noi abbiamo del mondo e di noi stessi.77 Si tratta di uno Spirito puramente immanente, che procede dalla Natura e dall’Uomo, emergendo dalla complessificazione del sistema. Con il nostro Spirito scopriamo che la Natura non è caotica ma ordinata, secondo un ordine non soggettivamente imposto dall’Uomo, bensì oggettivamente intrinseco alle cose, come quello matematico degli oggetti aritmetici o geometrici o quello logico dei ragionamenti.78 Nella Natura si manifesta dunque un ordine universale, una Ragione che ci permette di dare un senso letterale a Gv 1,1 – in principio era la Ragione, e la Ragione era presso Dio, e Dio era la Ragione – intendendo per «Dio» la Natura. Con accenti di chiara assonanza pitagorico-stoica, Odifreddi puntualizza che la ragione umana è uno dei modi in cui la Ragione cosmica si manifesta nell’ordine della Natura. «Essendone una manifestazione, essa partecipa della Sua essenza. E può percepirne altre analoghe manifestazioni, che esprime in quelle leggi di Natura, la cui ricerca e scoperta costituiscono gli scopi primi e ultimi dell’impresa scientifica. Ma essendone appunto soltanto una manifestazione, la ragione umana trova nella Ragione cosmica una trascendenza che la sovrasta, e al cospetto della quale non può che percepire la propria limitatezza».79 L’esperienza religiosa viene dunque sublimata nel sentimento che l’Uomo prova di fronte alla Natura, attraverso la mediazione dello Spirito, e della sua quintessenza L a domanda su quale sia la volontà di Dio accomuna persone anche molto diverse. Lo studio, incentrato su un versetto della lettera ai Romani, offre una lettura sincronica dell’intero scritto paolino. Un ampio capitolo di comparazione col pensiero del filosofo stoico Epitteto mette in luce l’originalità dell’Apostolo delle genti. «SUPPLEMENTI ALLA RIVISTA BIBLICA» pp. 384 - € 35,00 EDB Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it SERGEJ BULGÀKOV Il Paraclito P er il suo valore scientifico e la sua portata, lo studio costituisce un’opera fondamentale nel campo della teologia dello Spirito Santo. Scritto nel 1936 e tradotto dal russo in francese nel 1946, prende in esame tutta la dottrina cattolica e ortodossa su un argomento vasto e controverso. Un classico riproposto in edizione economica. «ECONOMICA EDB» pp. 568 - € 29,00 EDB Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 234 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 226-235:Layout 3 13-04-2012 8:51 Pagina 235 che è la Ragione.80 Si tratta di una religione vera, perché profonda e intellettuale, pitagorica, di cui le religioni istituzionali rappresentano superficiali caricature. Sam Harris, dopo aver sostenuto che tutte le persone ragionevoli hanno come nemico comune la fede che minaccia di distruggere il futuro sereno dell’umanità,81 e dopo aver puntualizzato che tutte le credenze sono chiamate a una verifica sul piano della coerenza logica e dei fatti,82 non si attesta su di uno scientismo bieco, poiché ammette che in ciascuno di noi vi è una dimensione sacra, non appagata da una comprensione scientifica del mondo. Se non dobbiamo essere irrazionali per infondere amore e compassione, nemmeno dobbiamo rinunciare a qualsiasi forma di spiritualità per onorare la razionalità.83 Quali sono i tratti che Harris riconosce a una spiritualità della coscienza come mente? Uno scetticismo pirroniano,84 che conduce all’atarassia – perché ciò che conosciamo è semplicemente apparenza e impressione soggettiva –: nel corso di un’approfondita introspezione (secondo metodologie ispirate alle filosofie religiose orientali) l’io è destinato a scomparire.85 Il sentimento di indi- vidualità s’iscrive infatti, secondo Harris, in un dualismo, che la credenza in Dio contribuisce a rafforzare. Un approccio empirico all’esperienza spirituale conduce piuttosto al monismo non dualistico86 del continuum dell’esperienza.87 È l’atteggiamento che Harris qualifica come misticismo scientifico di una coscienza sovraindividuale e impersonale. In conclusione, potrebbe essere utile richiamare una classificazione già illuministica ripresa da Dawkins,88 per proporne una lettura antifrastica: il nuovo ateismo appare come un panteismo che tenta di spogliarsi dell’intrinseca portata religiosa, eppure rivendica ancora una validità universale, impiegando un dispositivo di totalizzazione. L’alternativa radicale non è tra teismo e ateismo, ma tra un’ontologia dell’alterità (che muove dalla fenomenologia della singolarità umana, in specie come attestato nel dinamismo di responsabilità)89 e una metafisica monistica90 (in questo caso, nella versione di un naturalismo materialista di stampo biologico-evolutivo).91 75 Il rischio che si profila è di adoperarsi per un’emancipazione dell’umano in una direzione che propugna addirittura un superamento dell’umano. In L’exception humaine, Cerf, Paris 2011, P. VALADIER affronta la questione se la pretesa di affermare un «proprio» dell’uomo non venga messa in scacco dalle teorie dell’evoluzione (delle variazioni casuali e/o delle variazioni genetiche per selezione naturale cieca). Benché il concetto di post-umano si dispensi dal precisare i contenuti della post-istoria a venire, lo scientismo soggiacente dà per scontato che la nuova condizione non potrà che essere migliore. Ma non si tratta di una riproposizione dell’entusiasmo fideista per la scienza e il progresso? (ivi, 143). 76 Cf. ODIFREDDI, Caro Papa, ti scrivo, 179s. 77 Cf. ivi, 180. 78 Cf. ivi, 180s.164. 79 Ivi, 181; cf. anche 65. 80 Di questa fede Odifreddi offre persino una formulazione dottrinale: «Credo in un solo Dio, la Natura, Madre onnipotente, generatrice del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, l’Uomo, plurigenito Figlio della Natura, nato dalla Madre alla fine di tutti i secoli: natura da Natura, materia da Materia, natura vera da Natura vera, generato, non creato, della stessa sostanza della Madre. Credo nello Spirito, che è Signore e dà coscienza della vita, e procede dalla Madre e dal Figlio, e con la Madre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti dell’Intelletto. Aspetto la dissoluzione della morte, ma non un’altra vita in un mondo che non verrà» (ID., Caro Papa, ti scrivo, 182). 81 Cf. HARRIS, La fine della fede, 111. 82 Cf. ivi, 53; 62-65. 83 Cf. ivi, 37. 84 Secondo gli insegnamenti di Pirrone di Elide, circa 365-270 a.C. Cf. HARRIS, La fine della fede, 253, nota 9. 85 Cf. HARRIS, La fine della fede, 184. 86 Cf. ivi, 255, nota 12. 87 Cf. ivi, 186-190. «Sviluppare una concezione monistica dei rapporti tra corpo e mente è un processo intellettuale che richiede un grande sforzo e che deve fare i conti quotidianamente, anche nella vita di uno scienziato cognitivo, con le profonde radici biologiche del nostro dualismo intuitivo» (G. VALLORTIGARA in GIROTTO, PIEVANI, VALLORTIGARA, Nati per credere, 102). Per il superamento del dualismo creazionistico e ontologico, a favore di un’antropologia naturalistica dell’homo imago mundi (imperniata sulla nozione evolutiva di emergenza) e di un’etica dell’ecoappartenenza, s’esprime O. FRANCESCHELLI, Darwin e l’anima. L’evoluzione dell’uomo e i suoi nemici, Donzelli, Roma 2009, 47-68.83s.143-161. Auspicano una normalizzazione naturalistica anche i contributi raccolti in MicroMega (2012) 1. 88 «Il teista crede in un’intelligenza soprannaturale che, oltre ad avere creato in origine l’universo, continua a sorvegliare e influenzare le successive vicende della propria creazione. […] Anche il deista crede in un’in- telligenza soprannaturale, il cui compito però è limitato a stabilire le leggi che governano l’universo. Il Dio deista non interviene mai e certo non s’interessa alle vicende umane. I panteisti non credono in un Dio soprannaturale, ma usano il termine “Dio” come sinonimo non soprannaturale di Natura o di universo o di leggi che governano l’universo. […] Quanto alla differenza tra deisti e panteisti, il Dio deista è una sorta di intelligenza cosmica, anziché il sinonimo poetico o metaforico con cui il panteista designa le leggi dell’universo. Il panteismo è un ateismo “ornato”. Il deismo è un teismo annacquato» (DAWKINS, L’illusione di Dio, 27s; cf. anche 45). 89 Mi sembra degno di nota che nel capitolo dedicato alla libertà – c. VIII, «La libertà condizionale» –, sulla base delle analisi di B. LIBET, Mind Time. Il fattore temporale della coscienza, Cortina, Milano 2007, sul ritardo di mezzo secondo tra la stimolazione dei neuroni della corteccia sensoriale e la percezione cosciente, Odifreddi concluda che gli ordini coscienti derivano sempre da qualcosa che li precede, che ne è la vera causa, e che è di ordine materiale, ammiccando a una spiegazione deterministica. Cf. ODIFREDDI, Caro Papa, ti scrivo, 67-75. 90 Nella concezione naturalistica della realtà, che – a dispetto dell’evoluzione – sul piano del suo sostrato materiale è soggetta a una necessità onninclusiva, è ravvisabile una riproposizione del naturalismo greco della physis (ovvero della logica – razionalistica – della necessità). «Il modello epistemologico è costituito dalla vita della physis, che da sempre sboccia per suo conto, svelando ciò che è e ha. […] Non si dà alcunché fuori dal circuito della physis. In ultima analisi, e in forma paradossale, la non libertà della physis diventa paradigmatica, cifra di stabilità nell’equilibrio tra ciò che può e ciò che deve, tra potenza e atto. Il naturalismo greco è tutto qui. La physis non rappresenta il gradino più basso della scala degli enti, bensì la forma paradigmatica del pensare e del vivere» (O. TODISCO, La libertà fondamento della verità. Ermeneutica francescana del pensare occidentale, Messaggero, Padova 2008, 69). Sarebbe interessante mettere a confronto la Weltanschauung naturalistica e le tesi neoparmenidee di E. Severino. 91 Commentando alcuni saggi di W. Jäger, J. WERBICK osserva: «Questa capacità delle concezioni monistico-olistiche di “collegarsi” alla visione del mondo delle scienze moderne della natura e della vita ha sicuramente il suo prezzo: l’auto-prodursi di Dio e il processo evolutivo sono tendenzialmente un’unica cosa. […] Ogni differenziazione e individualizzazione appare come un fenomeno superficiale destinato a tramontare, a cui non può essere attribuita alcuna “permanenza”. […] Quando l’auto-referenzialità del processo evoluzionistico, che non lascia nulla fuori di sé, viene a connotare il divino stesso, allora il nichilismo di un processo naturale finalizzato a se stesso, che si risolve in se stesso, entropico e la gratuità dell’amore divengono indiscernibili. Se dunque qui non si può sostenere alcuna dualità, allora non c’è più nemmeno differenza tra annientamento e adempimento. E questa differenza nemmeno può essere più significativa per ciò che accade nella storia» (ID., Un Dio coinvolgente. Dottrina teologica su Dio, Queriniana, Brescia 2010, 190s). MASSIMO EPIS IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 235 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:52 Pagina 236 S tudi e commenti | FEDE E SOCIETÀ Lavoro dignitoso e giustizia sociale nelle tradizioni religiose OIL, Santa Sede, CEC, Organizzazione islamica per l ’e d u c a z i o n e , l a s c i e n z a e l a c u l t u r a «In religioni e tradizioni spirituali diverse vi è una grande convergenza… sul tema del lavoro. La dignità umana, la solidarietà e soprattutto la connessione tra lavoro, giustizia sociale e pace ci pongono su un terreno comune». Su questo aspetto fondamentale dell’esistenza umana si scaricano molti squilibri e contraddizioni della globalizzazione e della «crescita senza occupazione», con gravi rischi per la pace e la giustizia sociale. All’interno del processo «Agenda per il lavoro dignitoso» avviato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), il 23 gennaio è stato pubblicato il manuale Convergenze. Lavoro dignitoso e giustizia sociale nelle diverse tradizioni religiose, elaborato insieme al Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), al Pontificio consiglio della giustizia e della pace e all’Organizzazione islamica per l’educazione, la scienza e la cultura, con la partecipazione della Yeshiva University per l’ebraismo e dell’Associazione buddhista europea. Non si propone come una sintesi, ma permette di cogliere il contributo di ciascuna tradizione per il miglioramento delle condizioni del lavoro. Stampa (25.1.2012) da sito web www.ilo.org. Nostra traduzione dall’inglese. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 Prefazione «Una pace universale e durevole può essere fondata soltanto sulla giustizia sociale». I fondatori dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) furono davvero dei visionari quando, nel 1919, posero le premesse di questa nuova organizzazione. Con queste parole la Costituzione dell’OIL riconosceva che la pace non poteva essere ridotta all’assenza di guerra. Vi fu un’ampia convergenza sul fatto che era anche una questione di rispetto della dignità umana e che bisognava dichiarare guerra all’indigenza e all’ingiustizia. L’OIL nacque dalle battaglie della vita reale per un’equità incentrata sul posto di lavoro in quanto cuore pulsante dell’economia e della società. Nel lavoro le questioni della dignità umana, del benessere e della stabilità delle famiglie, delle comunità e delle società sono tutte interconnesse con il sistema produttivo. Dopo le devastazioni della Prima guerra mondiale, l’OIL rappresentò la speranza e la promessa di un sistema economico con pesi e contrappesi che potevano creare una giustizia sociale, dove il lavoro costituiva il principale strumento di questo processo. La sua missione è distillata nella nozione di lavoro dignitoso. Nel corso di questi ultimi decenni, il mondo ha sperimentato lo sconvolgimento di un processo di globalizzazione dal quale molti hanno tratto vantaggio, mentre troppi altri non ne hanno tratto minimamente. Le ripercussioni si potevano certo prevedere e, a seguito della peggior crisi economica dopo la Grande depressione, si è giunti al culmine, con un numero sempre maggiore di persone che si rendono conto di essere troppo irrilevanti per contare, che la dignità umana ha poco peso, e che alla globalizzazione manca un fondamento etico. Vi è un crescente sentimento di rabbia e di smarrimento. Il rovescio della medaglia della globalizzazione è normalmente sperimentato nel mondo del lavoro: salari e condizioni di lavoro inadeguati, disoccupazione, sottoccupazione, lavoro forzato, lavoro minorile, sweat 236 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:52 Pagina 237 factories (ambiente di lavoro insalubre, pericoloso o inaccettabile a causa di paghe molto basse, orari eccessivi, noncuranza delle leggi sul lavoro minorile e sulla sicurezza; ndt), assistenza sociale carente o assente, restrizioni in materia di associazione sindacale; e l’elenco potrebbe continuare. Oggi la realizzazione di un lavoro dignitoso per tutti – ossia la promozione di opportunità di lavoro in modi che rispettino la dignità umana e nel contesto di ogni società – è un imperativo che impone di ripristinare l’equilibrio e di operare scelte politiche che si fondino sul rispetto dei valori umani. Nel 2010 incontrai Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC); ci rendemmo conto che le nostre organizzazioni dovevano impegnarsi in un percorso comune fondato sulla convinzione e la consapevolezza che la pace, la giustizia sociale e il mondo del lavoro sono fortemente interconnessi. Questo manuale è il primo risultato di quell’incontro. Ci rallegrammo molto quando il nostro progetto venne rafforzato con la partecipazione del Pontificio consiglio della giustizia e della pace e dell’Organizzazione islamica per l’educazione, la scienza e la cultura. La spiritualità e i valori sono essenziali nella ricerca di una globalizzazione giusta. Questo manuale dimostra che in religioni e tradizioni spirituali diverse vi è una grande convergenza riguardo ai valori sul tema del lavoro. La dignità umana, la solidarietà e soprattutto la connessione tra lavoro, giustizia sociale e pace ci pongono su un terreno comune. E in questo terreno c’è molto che può ispirare e guidare azioni future. Questo manuale è un primo passo. Vedo ampie possibilità di futura collaborazione per accelerare l’arrivo dell’alba di una nuova era di giustizia sociale attingendo ai nostri valori comuni. Mi auguro con tutto il cuore che la nostra collaborazione continui. JUAN SOMAVIA, direttore generale dell’OIL I ntroduzione La pace e la giustizia sociale in un’era di globalizzazione Oggi la globalizzazione sta esigendo il suo tributo. L’OIL e la sua «Agenda per il lavoro dignitoso» possono contribuire in maniera significativa a costruire una globalizzazione più giusta attraverso i suoi valori espressi in maniera molto chiara e precisa, e i suoi obiettivi concreti per il miglioramento delle condizioni del lavoro e del mercato. A partire da questo contesto, abbiamo continuato il nostro cammino di dialogo con varie organizzazioni e comunità religiose. Abbiamo avuto una permanente e costante interazione con il CEC e con la Chiesa cattolica attraverso il Pontificio consiglio della giustizia e della pace. Ha aderito e partecipato a questo dialogo anche l’Organizzazione islamica per l’educazione, la scienza e la cultura (ISESCO), un’organizzazione della Conferenza islamica e di studiosi musulmani. In maniera del tutto naturale, insieme abbiamo discusso dei nostri valori fondamentali: le questioni della dignità umana, della solidarietà e della sicurezza, della pace e della giustizia sociale: valori profondamente inclusi nell’«Agenda per il lavoro dignitoso». Con i leader religiosi, una comune preoccupazione per il futuro I leader religiosi, quando partecipano al dialogo, riflettono non soltanto le loro tradizioni e il loro patrimonio, ma anche il loro impegno nei confronti della società. In queste conversazioni, il futuro della nostra comune umanità diventa il problema centrale. Le comunità religiose condividono la vita quotidiana e le preoccupazioni dei propri fedeli. Esse riconoscono che il lavoro è la pietra angolare della dimensione umana di ogni persona. Un lavoro dignitoso – un lavoro che si svolge in condizioni di dignità e di sicurezza – aiuta a sostenere gli individui e le loro famiglie, i bambini e i giovani. Esso significa anche la possibilità di fornire assistenza agli anziani. Contribuisce al benessere dei singoli individui, di chi sta loro intorno, della società e dell’ambiente. Una convergenza globale sui valori Mentre la crisi economica e altri mutamenti si andavano diffondendo su scala globale, abbiamo condotto una serie di seminari con i leader religiosi. Dovunque siamo andati – Addis Abeba, Dakar, Ginevra e Santiago – le convergenze erano molto marcate. Questo nel presente manuale emerge chiaramente. Convergenza significa rispetto di ogni tradizione. Non abbiamo voluto avviare un dibattito di carattere etico, di portata troppo «globale» e, in definitiva, tale da risultare irrispettoso nei confronti della storia e della missione propria di ciascuna comunità. Così abbiamo deciso di evitare una sintesi generale e di presentare invece ciascuna tradizione con le sue stesse parole e dal suo proprio punto di vista. Ciascuna tradizione esaminata qui dovrebbe essere in grado di riconoscere i propri orientamenti e le proprie fonti. Convergenza significa anche arricchimento reciproco. Molti gruppi hanno già partecipato a dialoghi interreligiosi e hanno sperimentato la profonda e ampia comprensione che ne consegue, così come l’importanza che il dialogo tra culture diverse può avere per la pace. Essi sono anche testimoni dei limiti di questi scambi. Tuttavia dialogare su un tema come il «posto di lavoro» è stata in un certo senso un’esperienza del tutto nuova. Il mosaico di voci che compongono questo manuale è un invito a tenere spazi aperti al dialogo. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 237 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:52 Pagina 238 S tudi e commenti Infine, la convergenza rende possibile una collaborazione leale. Questo manuale è stato sostenuto dal CEC, dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace e dall’ISESCO. Inoltre, siamo stati notevolmente supportati dagli studiosi della Yeshiva University e da quelli dell’Associazione buddhista europea (EBA). A livello locale, delegati cileni ed etiopi hanno deciso di creare un consiglio interreligioso per la promozione del lavoro dignitoso nei loro rispettivi paesi. Poiché i nostri seminari continuano a coinvolgere altre regioni, la nostra speranza è che vengano create ulteriori piattaforme. Queste costituiranno la base per una cooperazione futura. A mano a mano che andremo scoprendo nuove convergenze, molte tradizioni religiose saranno invitate a partecipare al dibattito. Questo ci aiuterà ad approfondire la nostra comprensione reciproca e speriamo sinceramente che questo primo tentativo possa facilitare future cooperazioni. La nostra rete può anche essere estesa in modo da coinvolgere studiosi e università in questo dibattito molto approfondito sull’etica nel mondo del lavoro. anche altri due testi importanti che affrontano la questione della globalizzazione in relazione a questi valori: la Dichiarazione sui principi e i diritti fondamentali nel lavoro (1998) e la Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta (2008). Entrambi questi documenti si pongono come obiettivi il miglioramento delle condizioni dei lavoratori e l’apporto del mondo del lavoro all’economia globale, avendo come riferimento i valori fondamentali dell’Organizzazione. L’Organizzazione internazionale del lavoro La Costituzione dell’OIL (1919) è il documento fondativo dell’Organizzazione. In seguito alla Costituzione, tre dichiarazioni dell’OIL hanno definito i valori dell’Organizzazione, il suo programma e le sue priorità: – Dichiarazione di Filadelfia (1944); – Dichiarazione sui principi e i diritti fondamentali del lavoro (1998); – Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta (2008). Verso progetti concreti Questo manuale presenta anche altri impegni. La convergenza di valori che esso riflette dimostra chiaramente che noi possiamo fare di più insieme per la pace: la pace attraverso la giustizia sociale. Il lavoro ha varie risonanze nella vita di molti. Questo è riconosciuto dalle comunità religiose e dai loro leader, molti dei quali sono fortemente preoccupati in modo particolare per i loro giovani. Molti vogliono anche che la dignità, la sicurezza e le aspirazioni personali costituiscano una parte fondamentale della vita di ciascuno. Questo processo che abbiamo avviato mira ad aprire dialoghi e a costruire ponti alla ricerca di soluzioni a questi problemi. Insieme riusciremo a cercare vie per aiutare il futuro dei nostri giovani? Insieme riusciremo a trovare e a garantire un’adeguata protezione sociale per tutti? Ciò è ancora da verificare, ma queste convergenze lasciano ben sperare. U n’organizzazione fondata su valori Oggi il mandato dell’OIL è pienamente espresso attraverso l’«Agenda per il lavoro dignitoso». Il «lavoro dignitoso» è definito da quattro obiettivi strategici egualmente importanti: l’occupazione, la protezione sociale, il dialogo sociale e i diritti fondamentali nel lavoro. Questi obiettivi sono inseparabili, interconnessi e interdipendenti. Focalizzando la propria attenzione su questi ambiti, l’OIL porta avanti il suo impegno, avviato quasi cento anni fa, nel dare risposte fondate su valori alle sfide che pone il mondo del lavoro. I valori centrali dell’OIL sono stati indicati in due documenti fondamentali: la Costituzione dell’OIL (1919) e la Dichiarazione di Filadelfia (1944). Vi sono 238 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 La pace e la giustizia sociale: valori nella storia dell’Organizzazione La Costituzione dell’OIL La ricerca della pace attraverso la giustizia sociale e il miglioramento delle condizioni di lavoro sono i due valori espressi nel corso di tutta la storia dell’OIL e considerati centrali nella sua concezione e nel suo mandato. Il Trattato di Versailles (1919) gettò le basi per la Costituzione dell’OIL. Nata, nel periodo postbellico, dalla crescente consapevolezza dell’interdipendenza economica del mondo, la Costituzione volle essere una risposta al bisogno di cooperazione internazionale al fine di ottenere condizioni di lavoro simili ed equiparabili a livello mondiale. L’OIL fu la prima organizzazione tripartita, riunendo all’interno della sua struttura governi, datori di lavoro e lavoratori. Il preambolo della Costituzione afferma: «Una pace universale e durevole può essere fondata soltanto sulla giustizia sociale»; il miglioramento delle condizioni di lavoro influisce in maniera diretta sulla realizzazione della pace; «Vi sono condizioni di lavoro che implicano per un gran numero di persone ingiustizia, miseria e privazioni, generando un malcontento tale da mettere in pericolo la pace e l’armonia del mondo; e urge prendere provvedimenti per migliorare simili condizioni»; tali miglioramenti possono preconizzare una maggiore e duratura cooperazione tra paesi, agevolata dall’Organizzazione; «la mancata adozione, da parte di uno stato, di un regime di lavoro veramente umano ostacola gli sforzi delle altre nazioni, che desiderano migliorare le condizioni dei lavoratori nei propri paesi». Questi valori di fondo hanno espresso il generale obiettivo dell’Organizzazione e hanno, di conseguenza, ispirato le sue attività e le sue iniziative. 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:52 Pagina 239 LILIA BONOMI La Dichiarazione di Filadelfia (1944) Dolori inutili Durante la Seconda guerra mondiale, l’Organizzazione riaffermò questi principi e la Dichiarazione di Filadelfia, adottata dalla Conferenza internazionale del lavoro del 1944, confermò questo impegno. Essa enunciò con forza che: – il lavoro non è una merce; – la libertà d’espressione e d’associazione è condizione essenziale per un progresso durevole; – la povertà, ovunque esista, costituisce una minaccia per la prosperità di tutti; – la lotta contro l’indigenza deve essere portata avanti in ogni paese con instancabile vigore e accompagnata da continui e concertati sforzi internazionali nei quali i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro, in condizione di parità con i rappresentanti governativi, discutano liberamente e prendano decisioni di carattere democratico nell’intento di promuovere il bene comune. Inoltre, l’Organizzazione riaffermò il suo impegno per la giustizia sociale articolando con maggior forza i suoi valori e i suoi obiettivi: – tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dal sesso, hanno il diritto di perseguire il proprio benessere materiale e il proprio sviluppo spirituale in condizioni di libertà e dignità, sicurezza economica e pari opportunità. Questo obiettivo deve costituire «lo scopo principale della politica nazionale e internazionale». Applicare detti principi in quest’ottica è il ruolo dell’Organizzazione. È significativo che il benessere materiale e lo «sviluppo spirituale» siano il nucleo della Dichiarazione e siano centrali rispetto al mondo del lavoro. In seguito alla Dichiarazione del 1944, nel clima della Guerra fredda, l’Organizzazione adottò delle convenzioni fondamentali che mutarono lo scenario dei rapporti di lavoro e vennero ratificati ad alto livello. Infatti durante il periodo compreso tra il 1930 e il 1999 furono adottate sei delle otto convenzioni basilari dell’OIL. Nello stesso tempo l’OIL creò ed estese una cooperazione tecnica, spianando la strada per il suo lavoro futuro nel campo della giustizia sociale e della globalizzazione. Le emozioni che fanno male O gnuno di noi si trova a convivere con dolori inutili: atteggiamenti altrui da cui ci lasciamo troppo a lungo ferire e cattiverie che infliggiamo agli altri, magari credendo di far loro del bene. Con stile agile, l’autrice accompagna in un cammino di liberazione, per imparare a tralasciare i motivi per cui inutilmente si soffre. Un testo sapiente, che aiuta a vivere meglio. «MEDITAZIONI» pp. 176 - € 12,00 EDB Ricevere da chi si incontra P achacamac è un agglomerato di baracche, alla periferia di Lima, che gli autori hanno ‘incontrato’. Il testo raccoglie emozioni e fatti di quella realtà, con l’intento di prestare la parola ai suoi abitanti, piccoli e poveri del Regno: con le loro storie di vita, essi rinnovano in Cristo le speranze di cieli e terre nuovi. La Dichiarazione sui principi e i diritti fondamentali nel lavoro (1998) «MEDITAZIONI» La necessità di adottare una nuova dichiarazione che precisasse i doveri dei membri dell’OIL emerse con 7/2012 www.dehoniane.it Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico A cavallo tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo, l’espansione della globalizzazione e la recente crisi sociale e finanziaria hanno lanciato nuove sfide, a fronte delle quali l’OIL è stata costretta a riesaminare il proprio ruolo come organizzazione fondata su valori e a definire la propria funzione sulla scena internazionale. DOCUMENTI Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 ENZA ANNUNZIATA - RINALDO PAGANELLI I valori nell’era della globalizzazione IL REGNO - Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna 239 EDB pp. 200 - € 12,00 Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:52 Pagina 240 S tudi e commenti l’espansione della globalizzazione in un contesto in cui «lo sviluppo economico è essenziale ma non sufficiente ad assicurare equità, progresso sociale e sradicamento della povertà». A questo scopo, la dichiarazione del 1998 sintetizza i principi e i diritti fondamentali nel lavoro: – la libertà di associazione e il riconoscimento effettivo del diritto di contrattazione collettiva; – l’eliminazione di ogni forma di lavoro forzato od obbligatorio; – l’abolizione effettiva del lavoro minorile; – l’eliminazione della discriminazione in materia d’impiego e occupazione. I principi che erano stati affermati nelle convenzioni fondamentali dell’OIL furono incorporati in questa dichiarazione. La Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta (2008) L’attuale processo di globalizzazione può essere caratterizzato dalla diffusione di nuove tecnologie, dalla circolazione di idee e capitali, dallo scambio di beni e servizi e dall’internazionalizzazione del mondo degli affari e dei suoi processi. Inoltre la globalizzazione ha determinato l’aumento della circolazione delle persone, soprattutto di lavoratrici e lavoratori. Tutti questi cambiamenti hanno rimodellato profondamente il mondo del lavoro. Questo processo di cooperazione e d’integrazione economica ha permesso a diversi paesi di registrare un elevato tasso di crescita economica e di creazione d’occupazione. Inoltre queste nazioni sono state in grado di assorbire gran parte della popolazione rurale povera nell’economia urbana, di avanzare verso il raggiungimento dei propri obiettivi di sviluppo e di stimolare l’innovazione nell’attività produttiva e nella circolazione di idee. Tuttavia il processo d’integrazione economica globale ha anche costretto molti paesi e settori ad affrontare grandi sfide fra cui la disuguaglianza dei redditi, il persistere di elevati livelli di disoccupazione e di povertà e la vulnerabilità dell’economia rispetto agli shock esterni. Inoltre la globalizzazione ha contribuito a un aumento da un lato del lavoro privo di tutele, e dall’altro dell’economia informale. Ciò ha influito, a sua volta, sul rapporto di lavoro e sulle protezioni che esso tradizionalmente offre (OIL, Dichiarazione sulla giustizia sociale). «L’OIL si occupa di lavoro dignitoso. L’obiettivo non è solo la creazione di posti di lavoro, ma la creazione di posti di lavoro di qualità accettabile. La quantità di occupazione non può essere separata dalla sua qualità. Tutte le società hanno una nozione di lavoro dignitoso, ma la qualità dell’occupazione può avere molti significati. Potrebbe riferirsi alle diverse forme di lavoro, ma anche alle diverse condizioni di lavoro, nonché ai sentimenti di valore e soddisfazione. La necessità oggi è quella di concepire sistemi sociali ed economici che garantiscano una sicurezza di fondo e l’occupazione, pur conservando la capacità di adat- 240 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 tarsi alle circostanze in rapida evoluzione, proprie di un mercato globale altamente competitivo» (Juan Somavia, direttore generale dell’OIL, 87a Sessione della Conferenza internazionale del lavoro, 1999). L’obiettivo di un’occupazione piena e produttiva e di un lavoro dignitoso è ormai ampiamente riconosciuto anche a livello mondiale. Nel Vertice mondiale delle Nazioni Unite del 2005, 150 leader politici del mondo decisero di porre questo obiettivo al centro delle proprie azioni politiche e strategie nazionali e internazionali. Questo impegno venne riaffermato nel 2006 nel Consiglio economico e sociale dell’ONU, e sono stati sollecitati gli organismi delle Nazioni Unite e le istituzioni finanziarie internazionali a inserire pienamente tale obiettivo nelle loro politiche, nei loro programmi e nelle loro attività. Le preoccupazioni riguardo agli effetti della globalizzazione hanno portato nel 2008 alla Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta e alla riaffermazione dei valori fondamentali della libertà, della dignità umana, della giustizia sociale, della sicurezza e della non discriminazione. Questi valori sono stati indicati come essenziali per uno sviluppo e un’efficienza sostenibili in campo economico e sociale. Sono valori che rafforzano l’«Agenda per il lavoro dignitoso» e evidenziano lo spirito delle attività e degli impegni dell’OIL. La Dichiarazione sulla giustizia sociale si fonda sul concetto di lavoro dignitoso come è formulato nell’«Agenda per il lavoro dignitoso». I valori dell’OIL vengono ora espressi chiaramente attraverso i quattro obiettivi strategici esposti in quella dichiarazione: occupazione, protezione sociale, principi e diritti fondamentali nel lavoro e dialogo sociale, dove l’uguaglianza tra uomini e donne costituisce un’iniziativa trasversale. L a religione in dialogo: un contributo per la pace e la giustizia sociale Il dialogo interreligioso è uno strumento efficace e importante per la costruzione della pace e della giustizia a livello locale, nazionale e internazionale. A questo fine, l’OIL ha sempre lavorato nello spirito del dialogo interreligioso, inteso come parte della sua permanente ricerca del significato del lavoro e della giustizia sociale. L’OIL e atri soggetti della società civile, tra cui diverse organizzazioni religiose, hanno identificato e precisato insieme valori e obiettivi comuni. Grazie a questi dibattiti, essi sono attrezzati a comprendere più a fondo le questioni del lavoro e della giustizia sociale, e a trovare soluzioni nuove per farle passare a tutti i livelli. Inoltre questa cooperazione interreligiosa ha condotto a un più ampio riconosci- 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 241 mento dei valori universali relativi al lavoro dignitoso, e a intensificare gli sforzi per la loro realizzazione. In preparazione a questo progetto abbiamo predisposto una raccolta di informazioni sulle concezioni religiose, filosofiche e spirituali riguardo al lavoro e alla giustizia sociale. Essa è stata funzionale sia a facilitare un confronto tra le diverse risposte confessionali a questi temi, sia a individuare le convergenze e le differenze filosofiche negli ambiti di interesse comune come il lavoro minorile, i minimi salariali, il lavoro forzato e i diritti legati alla maternità. Inoltre queste collaborazioni hanno aiutato a riflettere a fondo sul significato stesso del dialogo interreligioso e sul suo contributo allo sviluppo internazionale. Il primo dialogo interreligioso dell’OIL su una base molto ampia venne organizzato sulla scia dell’adozione dell’«Agenda per il lavoro dignitoso». Dopo un intero anno di consultazioni, e in collegamento con il CEC, nel febbraio 2002 a Ginevra si tenne un seminario sulle prospettive religiose e spirituali sul lavoro dignitoso. A questo seminario parteciparono studiosi e attivisti di livello internazionale, in rappresentanza delle diverse fedi religiose e tradizioni filosofiche che condivisero i loro punti di vista sul lavoro dignitoso. Attraverso questa iniziativa s’instaurarono delle relazioni con un organismo comunitario internazionale e interconfessionale che sfociarono nella pubblicazione di Prospettive filosofiche e spirituali sul lavoro dignitoso, a cura dell’OIL e del CEC (2004). Dal dialogo del 2002, l’OIL ha continuato a costruire una rete di partner interessati a continuare una discussione comparativa di natura filosofica e religiosa sul lavoro. Alcuni di questi partner parteciparono a un secondo seminario, che si tenne a Ginevra nell’aprile 2011, organizzato in cooperazione con il CEC, con il Pontificio consiglio della giustizia e della pace, con l’ISESCO e con altri (come globethics.net). I partecipanti rivolsero la loro attenzione ai temi della giustizia sociale, ai diritti, all’etica e al significato del lavoro in ciascuna tradizione. A loro volta, gli esperti dell’OIL esposero in maniera dettagliata le attuali sfide che interessano l’occupazione giovanile, il lavoro minorile e la protezione sociale, ed esposero i parametri stabiliti dall’OIL. L’OIL recentemente ha anche dislocato questo dialogo interreligioso fuori dalla sua sede centrale di Ginevra, per trasferirlo in varie regioni del mondo. Nel dicembre 2009 a Dakar, in Senegal, si è tenuto il seminario «Il lavoro dignitoso: prospettive interreligiose», promosso dall’OIL in collaborazione con l’Organizzazione della cooperazione islamica. L’Ufficio dell’OIL di Santiago del Cile, in collaborazione con il CEC e con il Pontificio consiglio della giustizia e della pace, ha promosso un incontro nel luglio 2011 per discutere le prospettive confessionali del programma dell’OIL nel contesto cileno con rappresentanti delle tradizioni cattolica, cristiana evangelica ed ebraica. Da questo incontro è scaturita una dichiarazione per creare in Cile una Commissione interreligiosa sul lavoro dignitoso, con lo scopo di proseguire e approfondire il dialogo sociale sull’argomento in questo paese. Nel novembre 2011 un altro dialogo interreligioso sulla giustizia sociale e sull’«Agenda per il lavoro dignitoso» si è tenuto ad Addis Abeba, in Etiopia, tra rappresentanti della Chiesa ortodossa, della comunità musulmana, e delle comunità luterana ed evangelicale. In concomitanza con questi dialoghi, l’OIL ha collaborato anche con centri di ricerca e con centri religiosi per realizzare studi accademici, ricerche e atti di conferenze, accessibili a studiosi che si occupano di giustizia sociale e che si dedicano al dialogo interreligioso. Il CEC, che fa parte della società civile, è un partner di vecchia data dell’OIL, e i due hanno collaborato nell’organizzazione di seminari interreligiosi e hanno pubblicato documenti congiunti. Il CEC ha fornito e continua a fornire guida e supporto all’OIL nella sua attività inerente al dialogo interreligioso. Naturalmente l’OIL non è l’unica organizzazione a incoraggiare il dialogo interreligioso per la promozione della giustizia sociale. Il dialogo interreligioso o interconfessionale è un mezzo tenuto in grande considerazione per realizzare una comprensione tra gruppi diversi in una comunità globalizzata pluralistica. Il CEC ha alle spalle un lungo programma di dialoghi interreligiosi e di cooperazione. Il suo manuale Considerazioni ecumeniche per il dialogo e le relazioni con persone di altre religioni (2003) espone dei principi-guida su come affrontare il pluralismo religioso e auspica una cooperazione «in una ricerca comune della giustizia, della pace e di un’azione costruttiva per il bene di tutti gli uomini». Il CEC ha anche partecipato in maniera regolare a dialoghi bilaterali con altre tradizioni religiose. Nel corso degli ultimi dieci anni si è concentrato specialmente sulla cooperazione interreligiosa con organizzazioni musulmane. Nel novembre 2010 ha co-organizzato un importante incontro con due istituzioni musulmane di primo piano, che hanno messo a fuoco i modi in cui l’educazione può incoraggiare l’apertura e il dialogo interreligioso. Il CEC ha cooperato anche con il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e con l’Alleanza evangelicale mondiale. Insieme, queste tre organizzazioni hanno pubblicato un «codice di condotta» che espone i principi di una corretta testimonianza cristiana (cf. Regno-doc. 21,2011,696). Per parte sua, il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso – l’ufficio centrale della Chiesa cattolica per la promozione del dialogo interreligioso – fu istituito dalla Chiesa per la promozione della comprensione, del rispetto e della collaborazione reciproci tra diverse religioni e per incoraggiare lo studio della religione e favorire il dialogo. Recentemente ha collaborato con il Royal Institute for Interfaith Studies. Questo istituto venne fondato con il patrocinio del principe El Hassan bin Talal. I suoi studi inizialmente si concentrarono sul cristianesimo nella società araba e islamica, e da allora ha ampliato l’oggetto delle sue ricerche fino a comprendere le differenze culturali e IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 241 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 242 S tudi e commenti di civiltà a livello regionale e globale. Il Royal Institute e il Pontificio consiglio hanno collaborato a un progetto educativo, usando le due tradizioni come punto di partenza per una discussione e un dibattito sui concetti di educazione umana ed educazione religiosa. Tradizioni protestanti La Bibbia è la principale fonte di riferimento. Il movimento ecumenico ha tenuto regolarmente delle conferenze mondiali nelle quali ha assunto degli impegni a favore della giustizia sociale. Prima della fondazione del CEC sono state tenute le seguenti conferenze: – Conferenza di Stoccolma, 1925: Rapporto della Conferenza universale cristiana di Vita e azione; – Conferenza di Oxford, 1937: le Chiese fecero un’analisi dei loro compiti e ne riferirono alla Conferenza. Dalla sua fondazione, il CEC si è riunito regolarmente in varie assemblee, tra cui: Amsterdam (1948), New Delhi (1961), Uppsala (1968), Nairobi (1975), Vancouver (1983), Canberra (1991), Harare (1998) e Porto Alegre (2006). Tradizione cattolica La Bibbia è la principale fonte di riferimento. Per la dottrina sociale della Chiesa i suoi testi maggiori sono: – CONCILIO VATICANO II, cost. past. Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo; EV 1/1319ss; – LEONE XIII, lett. enc. Rerum novarum, 15.5.1891; EE 3/861; – PIO XI, lett. enc. Quadragesimo anno, 15.5.1931; EE 5/583; – GIOVANNI XXIII, lett. enc. Mater et magistra, 15.5.1961; EE 7/222; Pacem in terris, 11.4.1963; EE 7/541; – PAOLO VI, lett. enc. Populorum progressio, 26.3.1967; EE 7/930; – GIOVANNI PAOLO II, lett. enc. Laborem exercens, 14.9.1981; EE 8/206; Centesimus annus, 1.5.1991; EE 8/1300; – BENEDETTO XVI, lett. enc. Caritas in veritate, 1.7.2009; Regno-doc. 15,2009,457; PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE , Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2004. Tradizione islamica Il testo fondamentale della fede islamica è il Corano, che si crede sia la parola letterale di Dio, rivelata al profeta Mohammed. Essa fu esemplificata e illustrata dalla Sunna e dagli Hadith. Il sacro Corano è il documento della guida morale e spirituale della dottrina, della legge e della morale islamiche. La Sunna è la legge desunta dalle pratiche normative istituite dal Profeta. Essa dà forma concreta agli insegnamenti coranici: i vari gradi di ammissibilità e di proibizione. Gli Hadith sono il racconto delle pratiche 242 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 normative del Profeta da parte di singoli compagni. Vi sono cinque azioni, o pilastri, dell’islam che ogni musulmano deve seguire: 1) la testimonianza; 2) la preghiera; 3) il digiuno; 4) l’elemosina; 5) il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita (se un fedele può permetterselo). Tradizione ebraica La principale fonte è la Torah, costituita da 5 libri (nota anche come Pentateuco): Genesi, Esodo, Numeri, Levitico e Deuteronomio. Oltre ai 5 libri della Torah, ve ne sono altri 19, per un totale di 24. – Nevi’im (i Profeti) si compone di 8 libri; – Ketuvim (gli Scritti) si compone di 11 libri. Insieme, queste tre parti – Torah, Nevi’im e Ketuvim – formano il Tanakh. Il Talmud («istruzione», «insegnamento») è la raccolta dei commenti, dei dibattiti e delle discussioni dei rabbini sulla legge, la morale, la filosofia, gli usi e le tradizioni e la storia ebraici. Esso si divide in due parti: 1) la Mishnah (ca. 200 a.C.), un compendio scritto della legge ebraica; 2) la Gemara (ca. 500 d.C.), commento e discussione sulla Mishnah e sul Tanakh. Da due importanti centri di studio della teologia ebraica vengono due diversi Talmud: la compilazione più antica è il Talmud di Gerusalemme (IV secolo, Israele), e il Talmud babilonese (500 d.C.). Quest’ultimo è il testo che viene usato più comunemente. Buddhismo Il Buddhismo è una religione e una filosofia che si fonda soprattutto sugli insegnamenti di Siddharta Gautama, noto anche come il Buddha («il risvegliato»). Il Buddha visse e insegnò nel subcontinente indiano in un’epoca compresa tra il VI e il IV secolo a.C. Nella filosofia buddhista vi sono tre diversi yana (veicolo o via all’illuminazione): il buddhismo Mahayana (del «Grande veicolo»), il buddhismo Hinayana (del «Piccolo veicolo»), e la corrente buddhista Vajrayana (del «Veicolo del diamante»). Ciascun ramo del buddhismo stabilisce e indica requisiti diversi per passare dall’ignoranza all’illuminazione. Il Mahayana è il «Grande» veicolo perché è il più accessibile e il più ampiamente praticato. Si è diffuso in tutta l’Asia orientale ed è oggi praticato in Cina, Giappone, Corea e Vietnam. È anche la forma di buddhismo più ampiamente conosciuta in Europa. I l significato del lavoro nelle tradizioni religiose Il lavoro tocca molti aspetti della vita umana. Il tipo di lavoro che le persone svolgono e il modo in cui esse sono trattate mentre sono al lavoro influiscono in maniera diretta sul loro senso di dignità, sul loro senso 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 243 AIMONE GELARDI di solidarietà, sulla loro vita privata e domestica, e sulla loro partecipazione alla vita sociale e comunitaria. La comprensione del significato che le diverse tradizioni religiose attribuiscono al lavoro fornisce degli strumenti per capire meglio quali prospettive hanno lavoratori e datori di lavoro, quali sono le loro responsabilità e i loro rapporti, come pure le diverse concezioni riguardo alla protezione e alla giustizia sociale. Questa sezione offre un’indagine sintetica sul significato che il lavoro ha in cinque tradizioni: protestantesimo, cattolicesimo, islam, ebraismo e buddhismo. Tuttavia, grazie a queste brevi sezioni potremo cominciare a tracciare dei collegamenti tra queste fedi, cosa che potrebbe, a sua volta, aiutarci a porre le basi per un dialogo. E... poi? Una rivisitazione delle «cose ultime» C he cosa ci attende alla fine della vita? Con lo stile agile che lo contraddistingue, l’autore accompagna a riflettere sulle realtà ultime, sull’escatologia, offrendo alcune semplici parole chiarificatrici su aspetti della fede spesso poco trattati: morte, giudizio, inferno, paradiso. Perché il lettore sappia rendere ragione della propria speranza. Protestantesimo L’impegno ecumenico riguardo al lavoro e alla giustizia sociale è precedente alla fondazione del CEC nel 1948. Più di dieci anni prima, la conferenza di Vita e azione tenutasi a Oxford nel 1937 affermò inconfutabilmente i diritti economici e sociali di tutti i lavoratori. Questo viene asserito in base al principio secondo cui l’immagine di Dio si può trovare in ogni persona, così che ogni persona deve essere trattata con dignità. Questo principio ha ispirato molte delle attività del CEC connesse con il lavoro, che si sono concentrate sulle questioni della razza, della casta, dell’uguaglianza di genere, delle migrazioni causate dalle condizioni economiche e dai conflitti e, specialmente, sulla ricerca di un sistema economico internazionale giusto. Già a partire dagli anni Ottanta, il Gruppo di consultazione del lavoro e dell’impiego sulle questioni economiche del CEC ha focalizzato la propria attenzione sul problema della «crescita senza occupazione». Nel 1996, nell’assemblea di Harare, il CEC ha continuato a porre le sfide della globalizzazione economica al centro dell’agenda ecumenica, affermando che: «Per il movimento ecumenico, la globalizzazione deve essere valutata rispetto all’obiettivo di una vita vissuta in maniera dignitosa in comunità giuste e sostenibili». Da allora, il CEC è stato molto critico nei confronti dei presupposti che stanno alla base dell’attuale sistema economico, compresa la femminilizzazione delle questioni legate al lavoro (l’espressione indica l’insieme delle caratteristiche qualitative, come la precarietà, storicamente presenti nel lavoro femminile, che stanno diventando fattori sempre più decisivi per gli attuali processi produttivi; ndt), le politiche commerciali, gli effetti dei cambiamenti climatici sui mezzi di sussistenza delle popolazioni indigene e della globalizzazione dei capitali sulla disoccupazione e sull’agricoltura. Tutto questo ha portato a una serie di campagne, tra cui la campagna mondiale «Trade for People» del 2002, che ha chiesto «il riconoscimento che i diritti umani e le convenzioni sociali e ambientali abbiano la priorità sugli accordi commerciali». IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 «MEDITAZIONI» pp. 104 - € 7,90 DELLO STESSO AUTORE IL BRUCO E LA FARFALLA Una rivisitazione delle virtù pp. 96 - € 7,90 EDB Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it ANTONIO CARBONARA Verso Medjugorje La risposta a una «chiamata» A ccogliendo l’insolito invito di una sua collega, l’autore si è ritrovato a Medjugorje: il pellegrinaggio, pensato come una vacanza, si è trasformato in un tempo di conversione, non voluto, non previsto, tutto affidato all’insondabilità dei progetti divini. Dalla voce del protagonista, il racconto vivace e autentico di un’esperienza di grazia sorprendente e inaspettata. «ITINERARI» pp. 128 - € 9,90 243 EDB Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 244 S tudi e commenti 244 Cat tolicesimo Islam Nel magistero cattolico, il significato del lavoro deriva dal significato che viene attribuito alla vita umana. Uomini e donne cooperano con Dio e a essi sono affidati il creato, la natura, l’ambiente e ciò che è «visibile e invisibile». Tutte le attività umane, che vanno dall’agricoltura all’industria, dal terziario alla pubblica amministrazione, sono parte integrante di questo rapporto. Nella Laborem exercens, Giovanni Paolo II ribadisce questa idea: «Nella Parola della divina rivelazione è iscritta molto profondamente questa verità fondamentale, che l’uomo, creato a immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore, e a misura delle proprie possibilità, in un certo senso, continua a svilupparla e la completa, avanzando sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori racchiusi in tutto quanto il creato» (n. 25; EE 8/318). Da un lato il lavoro ci porta gioia e soddisfazione, ma dall’altro dolore e sofferenza. Anche se è vero che l’uomo si nutre con il pane prodotto dal lavoro delle sue mani – intendendo non solo quel pane quotidiano col quale mantiene in vita il suo corpo, ma anche con il pane della scienza e del progresso, della civiltà e della cultura –, è pure vero che egli si nutre di questo pane «con il sudore del suo volto». Questo significa che non solo attraverso lo sforzo e la fatica personali, ma anche in mezzo a tante tensioni, conflitti e crisi, il rapporto che l’uomo ha con la realtà del lavoro sconvolge la vita delle singole società e anche di tutta l’umanità (cf. n. 4). La dottrina sociale cattolica ha sempre valutato con grande attenzione le condizioni di lavoro, suggerendo come i principi della giustizia possano essere a esso costantemente applicati. L’approccio migliore per introdurre i principi della giustizia nel lavoro è quello di non perdere mai di vista la dimensione soggettiva del lavoro. La dimensione oggettiva muta in maniera drastica nel corso del tempo, con lo sviluppo e l’espansione della tecnologia, della produzione industriale, delle comunicazioni, del commercio e dei rapporti commerciali. Tuttavia, «il soggetto proprio del lavoro rimane l’uomo», e lo scopo di tutte le azioni umane è servire e realizzare la sua umanità. Pertanto, il lavoro non è e non può essere trattato come una merce. Tuttavia, come Giovanni Paolo II avverte, esiste sempre il pericolo di trattare il lavoro come una «merce sui generis» «o come una anonima forza» (n. 7; EE 8/234). Infine possiamo trovare un’espressione del significato del lavoro nel dibattito sui salari. La dottrina sociale della Chiesa ha sempre sottolineato che una giusta remunerazione non può limitarsi esclusivamente al lavoro che è stato eseguito. I salari devono permettere ai lavoratori e alle loro famiglie di vivere al di sopra della soglia di povertà, garantendo loro la possibilità di procurare in maniera sufficiente cibo, alloggio e riposo, e di adempiere alle responsabilità familiari compresa l’educazione dei figli. L’equivalente arabo della parola «lavoro» è ‘amal, che si riferisce a una forma di culto in un’accezione islamica ampia. Secondo questa concezione, i rituali religiosi nell’islam non si esauriscono solo nella preghiera, nel digiuno e nel pellegrinaggio, ma si adempiono anche attraverso il lavoro lecito. Il Corano afferma: «In verità il Compassionevole concederà il suo amore a coloro che credono e compiono il bene» (Sura 19, 96). Diversi Hadith (detti del profeta Mohammed) ribadiscono questa idea. Il Profeta ha detto: «Colui che, alla fine della giornata, è esausto a causa del lavoro delle sue mani, è perdonato da Dio» (Tabarani). Per questo motivo, i musulmani non vengono incoraggiati a smettere di lavorare e di guadagnarsi da vivere, neppure per rendere culto a Dio. Un altro termine arabo equivalente della parola «lavoro» è sun’ che significa creazione e produzione di opere d’arte e d’artigianato. Nella tradizione islamica, vi sono differenze sostanziali tra le azioni di Dio e quelle degli esseri umani. A differenza delle azioni di Dio, le azioni umane non sono mai di creazione ex nihilo, ma di trasformazione, talora in una maniera creativa: da una materia in un’altra, da una materia in energia, da energia in una materia, da energia in altra energia. Inoltre Dio non si aspetta di essere ricompensato. Al contrario, il lavoro umano è motivato da un pagamento ed eseguito in cambio di compensi (chiamati ajr in arabo), che sostentano i lavoratori e le loro famiglie. Il lavoro può essere costituito da caritatevoli opere di bontà non retribuite, il cui compenso si ottiene nell’aldilà. Nella tradizione islamica il lavoro è una fatica ed è considerato un carico positivo piuttosto che un fardello negativo. Ogni attività viene considerata lavoro se è intenzionale e consapevole, orientata a uno scopo e compiuta lecitamente. Qualsiasi attività dannosa, anche se procura una grande ricchezza, è illecita IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 Ebraismo La concezione del significato del lavoro nell’ebraismo è tratta dalle sue tradizioni scritte e orali, che insieme ispirano le concezioni ebraiche sulla giustizia sociale e sul lavoro. In questa tradizione, il lavoro è a un tempo un privilegio e un obbligo. Le persone godono di un senso di dignità quando a esse viene assegnato un lavoro che si basa sulla loro capacità e la loro creatività. Il lavoro è un diritto fondamentale che garantisce a una persona il proprio sostentamento e le fornisce i mezzi per servire Dio. In ebraico due parole sono connesse con il concetto di lavoro: melakhah e avodah. La prima significa «inviato del re» e può essere usata per descrivere angeli che operano al servizio di Dio. La seconda si può riferire o all’attività di un lavoratore o al servizio svolto nel Tempio. Avodah, in realtà, può essere usato in ri- 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 245 ferimento al lavoro di schiavi. La connessione tra «lavoro» e «schiavitù» che viene espressa attraverso questa parola dimostra il potenziale scivolamento verso il basso che può avvenire nel passaggio dal lavoro allo scopo di glorificare Dio al lavoro compiuto per servire un padrone. Diventare prigionieri del lavoro può essere una scelta individuale, o può accadere a causa di fattori esterni. In entrambi i casi la schiavitù viene ripudiata dall’ebraismo: un principio che deriva dalla schiavitù che gli ebrei avevano subito nell’antico Egitto. Si ritiene che il lavorare sotto coercizione determini diseguaglianze sociali. Al fine di perseguire l’uguaglianza, la tradizione ebraica delinea diritti e doveri dei datori di lavoro e dei lavoratori. Insieme, i significati dei termini melakhah e avodah mostrano la fluidità presente nel concetto ebraico di lavoro. Il lavoro è a un tempo un modo di glorificare Dio e di portare il proprio contributo al mondo presente. Buddhismo Molti buddhisti riconoscono che il lavoro ha due funzioni principali. La prima: è il mezzo per guadagnarsi da vivere e garantirsi l’autonomia. I buddhisti considerano l’indipendenza economica come un atto di generosità perché il resto della comunità non è gravato dal peso di provvedere al singolo individuo. Questa generosità si manifesta anche quando il lavoro permette alle persone di garantire ai propri figli un ambiente sano e stabile. La seconda: il lavoro favorisce lo sviluppo e la crescita personali. Buddha consigliava ai suoi seguaci di verificare i suoi insegnamenti quotidianamente e di analizzare continuamente il loro significato. Le tensioni della vita quotidiana e l’azione in campi quali la politica, l’economia, la vita familiare generano reazioni emotive. Attraverso queste tensioni, i credenti sperimentano la verità degli insegnamenti del Buddha. Il significato che attribuiamo al lavoro dipende in larga parte dall’intenzione con cui esso viene svolto. Anche se analizzare costantemente le responsabilità e le contraddizioni che la vita ci presenta può essere estenuante, questo processo ci apre anche uno spazio per comprendere la sofferenza nostra e altrui. Attraverso questa sofferenza è possibile percepire fino a che punto siamo in contatto con il nostro sé interiore e capire come le emozioni possano offuscare il nostro giudizio. I valori basilari dell’OIL nelle tradizioni religiose «L’obiettivo primario dell’OIL oggi è promuovere opportunità di lavoro dignitoso e produttivo in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana per uomini e donne» (Juan Somavia, direttore generale dell’OIL). Tre valori – dignità umana, solidarietà e sicurezza, giustizia sociale – stanno alla base delle attività dell’OIL. Da quando nel 1919 fu redatta la Costituzione questi valori sono stati successivamente perfezionati e sfumati per riflettere le lotte che hanno caratterizzato ciascuna epoca e per fronteggiare un’economia in evoluzione e un mondo globalizzato. Questo approccio al rispetto dei lavoratori – approccio fondato sui valori – è stato al centro di un’attenta analisi da parte di molte tradizioni religiose. Infatti, proprio come l’OIL, molte tradizioni religiose hanno fondato le loro posizioni su approfondite analisi dei concetti di dignità, solidarietà e sicurezza, giustizia sociale. Dignità umana Tutte le attività dell’OIL scaturiscono dal concetto che «il lavoro non è una merce». Espresso per la prima volta nella Dichiarazione di Filadelfia del 1944, questo concetto ha contribuito a creare e a precisare la definizione che l’OIL dà della dignità umana. Poiché la piena occupazione e il lavoro produttivo sono fattori essenziali per garantire la dignità umana, il rispetto per i lavoratori e per il lavoro riveste un’importanza primaria. Il preambolo alla Dichiarazione indica i seguenti requisiti fondamentali che il lavoro deve avere: «La regolamentazione delle ore di lavoro, compresa l’istituzione di una giornata e di una settimana lavorativa massima, la regolamentazione dell’offerta di lavoro, la prevenzione della disoccupazione, la fornitura di un salario di sussistenza adeguato, la tutela del lavoratore contro le malattie, infermità e danni causati dal lavoro che una persona svolge, la protezione dei bambini, dei giovani e delle donne, risorse per la vecchiaia e la malattia, la tutela degli interessi dei lavoratori occupati in paesi diversi del proprio, il riconoscimento del principio di un’uguale retribuzione per un lavoro di pari valore, il riconoscimento del principio della libertà di associazione, dell’organizzazione della formazione professionale e tecnica e altri provvedimenti». L’OIL non è la sola organizzazione a offrire una sua definizione di diritti inerenti al lavoro e della dignità umana. La maggior parte dei diritti esposti nella Dichiarazione di Filadelfia e nelle successive dichiarazioni dell’OIL sono congruenti con testi e commenti religiosi per i quali il lavoro è un diritto fondamentale che porta all’autorealizzazione della persona e garantisce la sua indipendenza. Tradizioni protestanti. Il lavoro è sia una chiamata divina sia un dovere. 1 Pietro 4,10 proclama che ogni persona ha una vocazione e dei carismi che le sono stati donati da Dio: «Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio». Ciascuna persona è responsabile dello sviluppo di questa vocazione per diventare un membro attivo e partecipe in vari modi della società. In tal modo, l’individuo vive con dignità sostenendo la propria famiglia e la propria comunità. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 245 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 246 S tudi e commenti Tradizione cattolica. Gli insegnamenti religiosi spiegano il ruolo e l’importanza del lavoro come parte dell’esperienza umana. Questo concetto è legato alla tradizione del personalismo che pone l’essere umano al centro della creazione in relazione a Dio e anche al centro della questione sociale. «Il lavoro è un diritto fondamentale ed è un bene per l’uomo: un bene utile, degno di lui perché adatto appunto a esprimere e ad accrescere la dignità umana. La Chiesa insegna il valore del lavoro non solo perché esso è sempre personale, ma anche per il carattere di necessità» (Compendio, n. 287). Incoraggiando l’«Agenda per il lavoro dignitoso», papa Benedetto XVI ha sviluppato compiutamente l’idea che le condizioni di lavoro rispettano e promuovono la dignità umana quando il lavoro è scelto liberamente e associa efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità, e quando permette ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione (cf. Caritas in veritate, n. 63). Tradizione islamica. Karama è la parola araba che significa «dignità». Il Corano e, in diverse occasioni, il Profeta hanno affermato inequivocabilmente che il lavoro va compiuto in un ambiente e in condizioni che salvaguardino la dignità degli esseri umani. Nell’islam è proibito il lavoro in condizioni servili o degradanti, specialmente quello che reifica e disumanizza i lavoratori in nome della produttività e del profitto. Sulla dignità del lavoro e sui diritti dei lavoratori nell’islam il Profeta ha detto: «I vostri servi sono i vostri fratelli. Dio li ha affidati alle vostre cure, dunque nutriteli con quello che mangiate anche voi, vestiteli con quello che indossate anche voi, non assegnate loro incombenze che non sono in grado di sopportare e, se lo fate, aiutateli nel loro duro compito» (AlBukhari). Nell’islam, pertanto, condizioni dignitose di lavoro e rispetto della dignità umana sono dei doveri. Tradizione ebraica. La Scrittura ribadisce il valore del lavoro e la dignità che esso dà ai lavoratori. Nel Talmud babilonese, in Berakhot 8a, i rabbini affermano: «Chi trae piacere dal proprio lavoro è più meritevole di chi si accontenta di temere Dio». Deuteronomio 24,14-15 spiega che tutti i lavoratori vanno rispettati e pagati per il loro lavoro, indipendentemente da chi siano: «Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno dei forestieri che stanno nel tuo paese, nelle tue città; gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e vi volge il desiderio; così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato». Tradizione buddhista. Buddha ha insegnato che i datori di lavoro dovrebbero offrire ai loro dipendenti buone condizioni di lavoro, prestando molta attenzione a promuovere il decoro e la dignità. Analogamente, ha sottolineato che i lavoratori dovrebbero contribuire allo sviluppo del loro luogo di lavoro al meglio delle loro capacità. Buddha, in tal modo, ha messo in evidenza l’interdipendenza di tutti i soggetti 246 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 coinvolti. In quest’epoca di deregolamentazione, si tende a concentrarsi sull’interesse personale e sui guadagni a breve termine. Alla fine, tuttavia, l’interdipendenza diviene ineludibile. La mancanza di rispetto per la dignità degli altri deriva da una precisa causa: non essere, o non cercare di essere, pienamente presenti alla propria situazione. Sopraffatte da preoccupazioni superficiali nel mondo del lavoro, le persone sono continuamente assalite da torrenti di emozioni e cercano un’immediata gratificazione per trovare rassicurazione. Le ingiustizie nel luogo di lavoro non sono una conseguenza dell’odio, ma piuttosto della cecità al fatto che le persone non colgono il loro essere interconnesse. Anche se ciascuna tradizione ha una sua concezione propria del significato del lavoro, vi è nondimeno un accordo unanime e tacito sul fatto che il lavoro è un diritto fondamentale di tutti. Nel vedersi concesso questo diritto, gli individui possono acquisire un senso di dignità attraverso il lavoro e la potenziale capacità di sostenere sé stessi e le proprie famiglie. Questo accordo unanime dà un implicito supporto al principio guida dell’OIL dell’occupazione piena e produttiva per tutti e apre la strada alla costruzione di sostegno reciproco tra le parti religiose e sociali e l’OIL. Solidarietà e sicurezza L’OIL riconosce che la solidarietà tra le nazioni e la sicurezza per i lavoratori sono elementi fondamentali per il benessere di tutti. La dimensione sociale del lavoro indica che i lavoratori devono unirsi e cooperare per portare a termine il lavoro che devono svolgere. Quando ai lavoratori e ai datori di lavoro si permette di organizzarsi, la loro voce collettiva diventa un mezzo efficace col quale possono difendere i propri diritti derivati da questo riconoscimento. Il diritto fondamentale alla libertà di associazione venne scritto nella Costituzione dell’OIL e in seguito riaffermato nella Dichiarazione di Filadelfia che lo indicò come « essenziale per un progresso durevole». Questo genera sicurezza non solo nel posto di lavoro, ma anche per le famiglie e per la comunità. Inoltre, sin dalla sua fondazione, l’OIL ha riconosciuto che questa sicurezza non poteva essere garantita fino a che la cooperazione e la solidarietà tra nazioni non fossero radicate all’interno di un’organizzazione internazionale. L’istituzione dell’OIL è nata da questo riconoscimento. Con il suo ordinamento tripartito, l’OIL ha inscritto il dialogo sociale nella sua stessa struttura, e le sue attività supportano governi e organizzazioni di lavoratori e di datori di lavoro fissando standard internazionali di lavoro e fornendo cooperazione tecnica. In tal modo, l’OIL contribuisce alla promozione della solidarietà e della sicurezza sin dalla fine della Prima guerra mondiale. Le concezioni che le varie tradizioni religiose hanno sulla solidarietà e sulla sicurezza nel mondo del lavoro sono radicate nei testi di ciascuna fede e sono state rea- 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 247 A CURA DI lizzate nella loro applicazione nel corso di tutta la storia e nelle varie regioni. Le tradizioni protestanti hanno una storia di promozione della solidarietà mediante la difesa dei diritti e della dignità dei lavoratori in modo che possano trarre appagamento e profitto dal loro duro lavoro. In effetti i riformati concordarono sul fatto che i diritti e la libertà di associazione dei lavoratori fossero diritti politici fondamentali. Oggi il sistema non gerarchico delle tradizioni protestanti offre una posizione adeguata da cui il dialogo sociale può essere incoraggiato. La dottrina sociale cattolica riconosce che le attività degli individui e anche le società nel loro complesso sono sempre più interdipendenti. Questo vale anche per il lavoro: le persone non lavorano solo per sé stesse ma anche per gli altri. Giovanni XXIII indica questa tendenza come una delle ragioni positive dello sviluppo dei diritti economici e sociali (cf. Mater et magistra). Tuttavia, vi sono due obblighi che derivano da questa tendenza: in primo luogo, occorre sviluppare e rafforzare la cooperazione tra stati ed entità politiche, così che la solidarietà non venga limitata da confini. In secondo luogo, è necessario rafforzare la «responsabilità di proteggere». Papa Benedetto XVI ha sottolineato questa dimensione in un discorso rivolto alle Nazioni Unite (ONU, 18 aprile 2008). Bisogna, pertanto, rivolgere un’attenzione speciale ai poveri come pure allo sradicamento della povertà. Nella tradizione islamica, il termine arabo haqq lega insieme i concetti di diritti e quello di doveri. Uno dei cinque pilastri dell’islam è la zakat: la donazione annuale di una certa quota della propria ricchezza in beneficenza. La zakat è un metodo obbligatorio per i musulmani per purificare sia fisicamente sia spiritualmente i propri guadagni annuali, eliminando il superfluo rispetto ai propri bisogni primari. La zakat può anche assumere la forma di utile lavoro volontario non retribuito. Nella tradizione islamica, questi lavori vengono ricompensati nel presente e nell’aldilà. La zakat aiuta a stabilire rapporti più equilibrati fra i ricchi e i poveri e dimostra come l’equità, il rispetto reciproco e la considerazione per gli altri siano inerenti agli insegnamenti morali dell’islam. Questi stessi principi devono stare alla base anche dei rapporti tra datore di lavoro e lavoratore. L’importanza che gli ebrei attribuiscono alla solidarietà è radicata nel codice talmudico, che contiene leggi specifiche che tutelano i diritti del lavoratore. Era idea comune e diffusa che i lavoratori avessero bisogno di protezione, come pure di libertà d’associazione, dal momento che il dialogo sociale è un elemento essenziale per creare solidarietà. Nel XX secolo, le leggi talmudiche intese a creare solidarietà furono messe in pratica quando vennero create, prima in Europa e più tardi negli Stati Uniti d’America, forti organizzazioni ebraiche di lavoratori. Queste organizzazioni in pratica furono laiche, ma derivavano da leggi e valori ebraici tradizionali. Un concetto-chiave sia nel buddhismo sia nella globalizzazione è l’interdipendenza: l’esclusione può avere IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 TULLIO BENINI Venite, adoriamo Schemi di preghiera per l’adorazione eucaristica C ompiuta nel totale silenzio, l’adorazione eucaristica può risultare faticosa e ardua. Le tracce proposte accompagnano e orientano la meditazione: sette schemi di preghiera, con le formule per la benedizione eucaristica e alcune riflessioni sul significato dell’eucaristia nella vita del credente. «PREGHIERA VIVA» EDB pp. 64 - € 2,80 Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it SALLY ANN WRIGHT - MOIRA MACLEAN Leggi e gioca con la Bibbia P er ogni racconto della Bibbia, arricchito da coloratissime illustrazioni, sono proposti disegni da completare, quiz e giochi a tema. 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Tuttavia rimane aperta la questione su come incoraggiare la cooperazione collettiva quando l’etica o la morale hanno fallito. Non esiste una soluzione unica per creare solidarietà nel posto di lavoro. Il supporto a un impegno comune e collettivo non può essere stabilito per legge e reso obbligatorio, e un atteggiamento etico positivo nasce solo da un impegno individuale. Una possibilità è aiutare le persone a riconoscere le proprie rivalità e dimostrare loro quanto questi sentimenti possano essere dannosi, logoranti e insaziabili. Una seconda risposta è incoraggiare le persone a essere pienamente presenti al proprio lavoro e aiutarle a essere più consapevoli delle proprie emozioni e di quelle degli altri. Anche se non è certo facile mantenere questo stato di consapevolezza nella vita di ogni giorno, una volta acquisito esso andrebbe coltivato. Il riconoscimento di questa auto-consapevolezza lascia spazio per costruire solidarietà. Inoltre, quando la solidarietà si sviluppa e si allarga, si sviluppa e cresce anche la sicurezza: la sicurezza fisica aumenta perché le persone si proteggono a vicenda, e la sicurezza psicologica aumenta quando le persone entrano in maggiore sintonia con sé stesse. Giustizia sociale «Vengo a lei dall’Organizzazione internazionale del lavoro con un appello laico a tutte le persone di fede: dobbiamo agire ora, senza indugio, con urgenza. In primo luogo, abbiamo bisogno, ciascuno di noi, di vivere i nostri valori, di integrare i principi di giustizia, equità, uguaglianza e amore per il prossimo nella nostra vita di ogni giorno, nell’intimità delle nostre case come nelle relazioni con il mondo esterno. Di usare con coscienza la nostra bussola morale per prendere decisioni e per influenzare decisioni. Di far ascoltare le nostre voci. Di promuovere una solidarietà senza confini» (Juan Somavia, indirizzo d’omaggio a Giovanni Paolo II e ai partecipanti al Giubileo dei lavoratori, Città del Vaticano, 1.5.2000). Prima ancora della crisi economica e finanziaria mondiale, l’OIL aveva espresso le sue preoccupazioni sul modo in cui la globalizzazione stava ridisegnando il mondo del lavoro. La Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta del 2008 è la risposta dell’OIL alle diseguaglianze dilaganti in tutto il mondo, dovute in parte a un’economia globalizzata in forte crescita. La Dichiarazione definisce la globalizzazione come un processo caratterizzato «dalla diffusione di nuove tecnologie, dalla circolazione di idee, dallo scambio di beni e servizi, dall’aumento dei movimenti di capitali e di flussi finanziari, dall’internazionalizza- 248 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 zione del mondo degli affari e dei suoi processi, del dialogo così come della circolazione delle persone, soprattutto di lavoratori e lavoratrici». L’intento era che le misure e le raccomandazioni contenute nel documento venissero recepite da leader e responsabili politici a livello locale, nazionale e internazionale per migliorare la qualità della vita e i mezzi di sussistenza di tutti. Oggi, di fronte alla crisi mondiale, queste raccomandazioni sono ancor più perentorie per dare un aiuto ai lavoratori, ai poveri, ai disoccupati e ai sottoccupati e alle loro famiglie. La Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta e l’«Agenda per il lavoro dignitoso» sono le attuali enunciazioni dell’OIL sui modi per attuare cambiamenti nel mondo. Come questa sezione ha indicato, ciascuna tradizione religiosa ha espresso la propria interpretazione della giustizia sociale. Essa emerge in maniera chiara attraverso le loro definizioni della dignità umana, attraverso i loro commenti sulle responsabilità personali e sociali e il riconoscimento di diritti e l’istituzione di norme nel mondo del lavoro. Queste formulazioni religiose sono spesso basate su centinaia, talora su migliaia di anni di reinterpretazione dei testi sacri. Tuttavia, come l’OIL, queste fedi continuano anche a evolversi riflettendo sulle condizioni attuali e rielaborando le proprie rispettive posizioni sulle questioni della giustizia sociale e ripensando il proprio ruolo nel mondo. Tradizioni protestanti. Nel corso di tutta la sua storia, il movimento ecumenico ha fatto della giustizia sociale l’oggetto delle sue riflessioni e del suo impegno. Oggi la sua principale organizzazione, il CEC, è il movimento ecumenico più ampio e più inclusivo impegnato nella ricerca dell’unità della Chiesa. Fondato nel 1948, questa «unione fraterna» comprende la maggior parte delle Chiese ortodosse del mondo, le Chiese vecchiocattoliche e la Chiesa Mar Thoma, Chiese di tradizionali denominazioni storiche come la Chiesa anglicana, quella battista, quella luterana, quella metodista e quella riformata, numerose Chiese unite e in via di unione, e anche Chiese come la mennonita, gli amici (quaccheri), i congregazionalisti e i Discepoli di Cristo. Parte della missione del CEC consiste nell’impegnarsi nel servizio proprio del cristianesimo attraverso programmi di giustizia sociale volti ad abbattere le barriere e a promuovere la giustizia e la pace. Parte del suo mandato consiste nel dare il proprio contributo al dialogo interreligioso, riconoscendo il ruolo che esso può avere nella risoluzione di conflitti e nella costruzione della pace. Il CEC persegue i propri obiettivi attraverso incontri multilaterali e bilaterali che creano fiducia e cooperazione al fine di rispondere alle sfide comuni e di fronteggiare la conflittualità. Tradizione cattolica. La Laborem exercens afferma: «L’impegno in favore della giustizia deve essere intimamente unito a quello per la pace nel mondo contemporaneo» (n. 2; EE 8/212). Dalla fine del XIX secolo e in seguito alla rivoluzione industriale, la tradizione cattolica ha più volte riconsiderato il proprio impegno per la giustizia sociale. L’enciclica Rerum 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 249 novarum, sottotitolata «Le condizioni degli operai», che papa Leone XIII pubblicò il 15 maggio 1891, è la prima risposta moderna della Chiesa ai conflitti sociali che erano derivati dalla rivoluzione industriale. Questo documento contiene un’analisi dettagliata delle questioni della giustizia connesse con il posto di lavoro. A seguito della Rerum novarum furono numerosi i documenti della Chiesa che analizzarono più a fondo questi temi, nel modo più esplicito con la Laborem exercens di papa Giovanni Paolo II (1981) e recentemente con l’enciclica Caritas in veritate di papa Benedetto XVI (2009). Dopo Giovanni XXIII, la Chiesa cattolica romana ha più volte espresso il proprio sostegno all’attività dell’OIL. Questo impegno per la giustizia sociale è anche fortemente connesso con un impegno per la pace. Secondo la dottrina sociale della Chiesa, la giustizia sociale rappresenta un vero e proprio sviluppo della giustizia in generale, dove lavorare a favore della giustizia non significa limitarsi alla mera osservanza della legge. Piuttosto «la giustizia sociale, esigenza connessa alla questione sociale, che oggi si manifesta in una dimensione mondiale, concerne gli aspetti sociali, politici ed economici e, soprattutto, la dimensione strutturale dei problemi e delle correlative soluzioni» (Compendio, n. 201). Nella tradizione islamica la giustizia sociale include la valutazione della protezione del lavoro e del lavoratore. Wajib, il termine arabo comune che significa «dovere», contiene ed esprime la nozione di obbligo legale. Fa parte del dovere di un lavoratore onorare il contratto legale di lavoro: «O voi che credete: rispettate gli impegni» (Sura 5, 1) e, in cambio, essi godranno di determinati diritti. Il Corano prevede: «Daremo una vita eccellente a chiunque, maschio o femmina, sia credente e compia il bene. Compenseremo quelli che sono stati costanti in ragione delle loro azioni migliori [nell’aldilà]» (Sura 16, 97). Il profeta Muhammad ha detto: «Dai all’operaio il suo salario prima che il suo sudore si asciughi» (Ibn Majah) e «Io stesso sarò il pubblico accusatore del datore di lavoro che non dà all’operaio quanto gli spetta». Inoltre lo stato islamico ha un ruolo importante nel salvaguardare i diritti dei lavoratori e dei datori di lavoro oltre al benessere sociale. Questi doveri reciproci sono intesi a creare una coesistenza pacifica, una condizione indispensabile per una lunga prosperità economica e sociale e un buon governo. L’islam proibisce tutte le forme di aggressione e di violenza, tranne che in casi di autodifesa, e incoraggia ad accettare la pace con gli avversari, quando possibile. Anche se permette che i criminali siano consegnati alla giustizia, l’islam invoca anche il perdono una volta che si siano pentiti. La fede islamica incoraggia ciascun fedele a promuovere la giustizia, anche se questo significa andare contro la propria famiglia, il ricco o il potente. Il male dovrebbe essere combattuto e neutralizzato con buone azioni. Il concetto ebraico di tikkun olam, che significa «riparare il mondo», è un altro prisma attraverso il quale possiamo comprendere come questa religione intenda la «giustizia sociale». Intorno al II secolo e.v., il termine olam, «mondo», aveva un significato filosofico connesso con il concetto di eternità. Molto più tardi, l’espressine tikkun olam fu oggetto di reinterpretazioni e il significato di olam si estese fino a includere il mondo fisico. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, tikkun olam è stato fatto proprio per lo più dal movimento riformato e questo concetto ha avuto un forte impatto su comunità ebraiche sparse in tutto il mondo. Questa espressione viene oggi ampiamente usata per insegnare che tutti possono essere attori del cambiamento, dal momento che ciascuno possiede i mezzi per migliorare il nostro mondo e la vita di tutti. Nel buddhismo, una persona dimostra di impegnarsi per la giustizia sociale sia con le parole sia con l’azione, e questo impegno solitamente è ispirato da un sentimento di umanità. Le azioni delle persone potrebbero essere originate o da un sentimento di empatia o dalla paura, determinando in ciascun caso un diverso atteggiamento nei confronti della giustizia sociale e formando un codice etico individuale. Nella tradizione buddhista vi sono due modi principali per impegnarsi a livello sociale. Un modo è unirsi con coloro che condividono gli stessi ideali per dare sostegno a chi si trova in condizioni svantaggiate e lavorare per migliorare le situazioni di maggiore ingiustizia. Gandhi ha indicato un’altra opzione per l’impegno sociale: «Sii come tu vuoi che il mondo sia». Questa concezione promuove non l’attivismo ma la trasformazione. Quando le persone sono prima individualmente e poi collettivamente ispirate da un’ottica di progresso sociale, possono determinare un vero cambiamento. Questi due modelli di impegno sociale – quello dell’attivismo e quello della trasformazione – non si escludono a vicenda ed è possibile passare dall’uno all’altro a seconda delle circostanze. Colui che abbraccia il modello della trasformazione può partecipare a «cerchi di silenzio» (una manifestazione non violenta di dissenso; ndt) o essere delegato a negoziare in situazioni difficili per far dialogare le parti in conflitto al fine di trovare soluzioni eque. L’etica sta alla base del buddhismo. Come minimo, questo significa non fare del male a nessuno e, oltre a ciò, essere generosi, rispettosi delle regole, pazienti e capaci di entusiasmo nel lavoro, e concentrarsi sull’aiuto agli altri. Il vivere secondo questi principi riflette sia il modello di vita attivo sia il modello di vita trasformativo, in breve, il buddhista come soggetto di trasformazione come espresso da Gandhi. Vivere in questo modo significa che l’impegno sociale diventa anche un impegno personale che prima si attua attraverso il pensiero e poi si trasforma in uno stato d’essere permanente. I buddhisti tendono ad accompagnare i movimenti sociali per nutrirli e alimentarli con la loro energia trasformatrice, non a creare dei movimenti sociali loro propri. Questo perché i buddhisti non ricercano l’unanimità e il consenso; piuttosto, essi sono incoraggiati ad analizzare le situazioni individualmente e poi a sostenere gli altri nelle loro convinzioni. Le persone, pertanto, fanno il possibile per raggiungere il loro massimo senza essere influenzate dalla decisione degli altri. IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 249 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 250 S tudi e commenti Attraverso il combinarsi di queste rielaborazioni del significato della giustizia sociale in un mondo globalizzato, le tradizioni religiose stanno dimostrando di essere dei soggetti forti sulla scena mondiale. Molte di queste fedi hanno propri programmi già in atto e hanno stabilito profonde relazioni nelle comunità sparse nel mondo. Non solo grazie all’impegno a mantenere queste tradizioni e organizzazioni in dialogo, ma anche attraverso la cooperazione a livello di programmi e linee d’azione, molti individui appartenenti alle fasce vulnerabili della popolazione in ciascuna regione possono essere salvati dall’indigenza. L’ «Agenda per il lavoro dignitoso» in dialogo con le tradizioni religiose I concetti centrali della dignità, della solidarietà e sicurezza e della giustizia sociale trovano la loro attuale espressione nell’«Agenda per il lavoro dignitoso» dell’OIL. L’Agenda traduce questi valori primari in obiettivi pratici e operativi, ponendo l’occupazione piena e produttiva e il lavoro dignitoso al centro delle politiche economiche e sociali. Fondata su quattro pilastri interdipendenti – la creazione di occupazione, il rispetto e la tutela dei diritti fondamentali nel lavoro, il rafforzamento della protezione sociale e della sicurezza per tutti, la promozione del dialogo sociale e il progetto trasversale di pari opportunità di genere – essa struttura i programmi e le priorità dell’OIL, e tiene vivi i problemi dei lavoratori nell’agenda internazionale. Occupazione Creare e promuovere occupazione costituisce il fulcro centrale del pilastro dell’occupazione su cui poggia l’«Agenda per il lavoro dignitoso». A livello individuale, assicurare delle condizioni istituzionali ed economiche accettabili significa che le persone hanno la possibilità di sviluppare le proprie conoscenza e competenze, avendo accesso a un lavoro produttivo e l’opportunità di autorealizzarsi pienamente. È possibile rendere più sostenibili le imprese pubbliche e private, facendole crescere e nel contempo creando opportunità di occupazione e di reddito per tutti. Per quanto riguarda le nazioni, promuovere l’occupazione aiuta le società a raggiungere gli obiettivi di sviluppo economico, migliora il tenore di vita dei cittadini e contribuisce al progresso sociale. L’«Agenda globale per l’occupazione» dell’OIL contiene esaurienti indicazioni e linee guida sull’occupazione concordate dalle istituzioni e organizzazioni che costituiscono l’OIL. Lo scopo primario di questa Agenda è porre l’occupazione al centro delle politiche economiche e sociali al fine di migliorare la vita dei disoccupati o di coloro la cui retribuzione corrente è insufficiente ad aiutare a uscire dalla povertà. Tradizioni protestanti. La creazione di occupazione 250 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 è generalmente considerata come una responsabilità della comunità, soprattutto dei benestanti. Vi è il dovere di fornire occupazione ai lavoratori e di considerare la propria ricchezza come un mezzo per creare opportunità di lavoro per gli altri. La responsabilità di istruire e di formare gli individui compete alla società. La tradizione impone che a tutte le persone venga data l’opportunità d’imparare a leggere, a scrivere e a far di conto, dal momento che questi sono gli strumenti per acquisire la libertà politica ed economica. Il Consiglio ecumenico delle Chiese nel 1925 affermò che anche se non è compito della Chiesa creare opportunità d’occupazione, essa dovrebbe essere presente per offrire sostegno morale e spirituale ai suoi fedeli. Membri della Chiesa furono incoraggiati a lavorare nelle proprie comunità per contribuire a trovare soluzioni per la disoccupazione. Tradizione cattolica. L’enciclica papale più recente, la Caritas in veritate, affronta il problema dell’occupazione affermando che l’obiettivo dell’accesso a un lavoro stabile e sicuro per tutti dovrebbe restare nell’agenda internazionale (cf. n. 32). L’enciclica esorta tutti, in special modo i governi, a proseguire gli sforzi per rinnovare «gli assetti economici e sociali del mondo» senza dimenticare, nel contempo, che «il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona», i cui diritti vanno pienamente salvaguardati (n. 25; Regno-doc. 15,2009,466). Tradizione islamica. L’islam insegna che tutti coloro che ne hanno la capacità e la possibilità devono lavorare senza dipendere dall’assistenza privata o pubblica. La pigrizia è esecrata: nella preghiera quotidiana è inclusa una supplica a Dio di proteggere ogni persona dal peccato. Secondo il Profeta, «il cibo migliore che l’uomo gusta è quello guadagnato con il lavoro delle sue mani» (Al-Bukhari). In effetti, anche il Profeta aveva una professione: dapprima fu un pastore, poi un mercante e un uomo d’affari, persino mentre stava adempiendo alla sua missione divina, riaffermando in tal modo il valore del lavoro. Ai musulmani viene ordinato di apprendere una professione e di essere addestrati in un’arte o in un’attività artigianale. Il Profeta ha detto: «Dio gradisce che quando uno/a di voi compie un lavoro, lo esegua in maniera professionale» (Soyouti). Egli ha detto anche: «Dio gradisce che il credente abbia una professione» (Tabarani). Tradizione ebraica. Il lavoro è un diritto, un mezzo per assicurarsi la propria indipendenza, ed è anche un dovere. Inoltre la pigrizia e l’accidia vengono biasimate. In Proverbi 18,9 si legge: «Chi è già indolente nel suo lavoro è fratello del dissipatore». Inoltre, una volta che una persona ha imparato una professione, ci si aspetta che eserciti le proprie competenze e il proprio sapere per contribuire al bene comune. Il Midrash Tanhuma, Mishpatim 2 afferma: «Se una persona istruita partecipa agli affari pubblici e funge da giudice o arbitro, quella persona dà stabilità al paese (...). Ma se uno si siede nella sua casa e dice a se stesso: “Che cos’hanno a che fare gli affari della società con me? (...) Perché dovrei preoccuparmi delle voci di protesta della 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 251 AIMONE GELARDI gente? Lasciate in pace la mia anima!”, se uno si comporta così, demolisce il mondo». Tradizione buddhista. Buddha esortava i ricchi a garantire condizioni dignitose di lavoro ai loro dipendenti. Similmente, ai lavoratori si raccomandava di lavorare nel miglior modo possibile per assicurare il buon funzionamento dell’azienda. Oggi, il significato del concetto di occupazione è cambiato e viene usato in opposizione a quello di disoccupazione. Questo cambiamento ha avuto profonde implicazioni sul modo in cui noi consideriamo i lavoratori, usandoli come pedine da spostare sulla scacchiera dei lavori, invece di rispettare il talento individuale. Di conseguenza valori come la dignità, la solidarietà e la sicurezza vengono messi da parte, così come viene messo da parte ogni dibattito che intenda approfondire il significato di una vita professionale e lavorativa realizzata. Tali atteggiamenti non solo mancano di rispetto ai lavoratori, ma hanno anche un effetto deleterio sulle loro condizioni psicologiche, portando potenzialmente all’ansia, a un crescente stato di solitudine e alla sensazione di mancanza di prospettive di miglioramento. Questo attuale modello non cambierà tanto rapidamente: la storia dimostra che la ragione ben di rado prevale sull’emozione, e in questo caso è l’avidità a imporre le decisioni inerenti all’occupazione. Inoltre, poiché la struttura di potere connessa a tale modello ha radici così profonde e tenaci, il meccanismo del cambiamento supera di gran lunga le capacità di ogni singolo individuo. I buddhisti, pertanto, tendono ad affrontare questo problema dalla prospettiva della trasformazione, per cui alcuni aderiranno a movimenti non violenti per contribuire a portare una maggiore saggezza nel mondo. I magnifici Sette I Sacramenti C on linguaggio semplice e chiaro, l’autore accompagna i piccoli ad addentrarsi in uno degli aspetti cruciali della fede cristiana. Dedicato ai bambini della fascia elementare, il volumetto li aiuta a capire che cosa sono i sette Sacramenti, il modo con cui Gesù vuole essere vicino agli uomini in tutte le tappe importanti della vita. «PRIMI PASSI» pp. 48 - € 2,50 DELLO STESSO AUTORE 7 CONTRO 7 Una strana partita. I vizi e le virtù pp. 48 - € 2,50 Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it ( junior) LUCIANO MANICARDI La vita religiosa: radici e futuro Protezione sociale Il pilastro della protezione sociale è fondato su due priorità che generano dignità per tutti: la sicurezza sociale e la protezione nel lavoro. Per quanto riguarda la prima, l’OIL raccomanda che la sicurezza sociale sia garantita a tutti e che essa includa delle misure per regolamentare la protezione del reddito di base. Riguardo alla seconda, la protezione nel lavoro dovrebbe implicare la garanzia di condizioni di lavoro salubri e sicure, come pure la tutela dei salari e di orari di lavoro dignitosi. I programmi e le linee politiche di ogni nazione dovrebbero essere attuati in una maniera sostenibile e a seconda delle congiunture nazionali. Tradizioni protestanti. Parte del concetto protestante di sicurezza sociale includeva il farsi carico di dare un lavoro ai disoccupati. Già nel XVI secolo i protestanti riformati si battevano a favore della stesura di contratti tra lavoratori e datori di lavoro e reclamavano la tutela giuridica dei diritti dei lavoratori. Nel 1937 la Dichiarazione di Oxford del CEC richiedeva che venissero garantiti salari dignitosi a tutti i lavoratori, a prescindere dal loro tipo di lavoro, come pure condizioni di lavoro sicure per tutti. Le tradizioni protestanti IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 L a crisi che la vita consacrata sta attraversando è colta dall’autore come appello e come opportunità. Sull’esempio e sul fondamento di Gesù, essa è chiamata a essere anzitutto una vita umana e umanizzata all’interno delle strutture antropologiche del celibato e della vita comune. Un valido contributo al cammino di rinnovamento della vita religiosa. «PROBLEMI DI VITA RELIGIOSA» 251 EDB Edizioni Edizioni Dehoniane Dehoniane Bologna Bologna pp. 160 - € 14,50 Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 252 S tudi e commenti hanno sempre rivendicato il diritto di prendere un giorno di riposo dal lavoro. Tradizione cattolica. La sicurezza sociale, nella sua forma tradizionale, è salvaguardata attraverso le opere di carità. Ai cristiani viene insegnato ed essi sono incoraggiati a prendersi cura degli altri, in special modo dei poveri, degli anziani, dei disabili, di coloro che sono vulnerabili e deboli. Prima che qualsiasi forma di lavoro possa avere inizio, deve essere stipulato un contratto che garantisca un salario equo e un equo orario di lavoro, reciprocamente concordato tra il lavoratore e il datore di lavoro. Da un lato i lavoratori dovrebbero adempiere ai propri compiti «completamente e onestamente», come da contratto stipulato. Dall’altro lato, i datori di lavoro devono trattare i lavoratori con rispetto, lasciando loro del tempo per le pratiche religiose, garantendo un sano ambiente di lavoro e accordando un giorno di riposo la settimana. I sistemi di sicurezza sociale sono essenziali anche per costruire solidarietà tra i lavoratori e all’interno della società. Quando nel 2008 cominciò la crisi economica, papa Benedetto XVI attirò l’attenzione sui pericoli che la sicurezza sociale poteva correre sia nei paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo a causa delle turbolenze finanziarie. Tradizione islamica. Nell’islam si esorta a proteggere i lavoratori, i datori di lavoro e i loro dipendenti. Il Corano delinea una visione integrale della protezione sociale: «Adorate Allah e non associategli alcunché. Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto, il viandante e chi è schiavo in vostro possesso. In verità Allah non ama l’insolente, il vanaglorioso» (Sura 4, 36). Il Corano dice anche: «Rendi il loro diritto (haqq-ahu) ai parenti, ai poveri e al viandante, senza [per questo] essere prodigo» (Sura 17, 26). L’islam predica il consumo moderato, esorta i fedeli a evitare di sprecare le risorse e incoraggia a mantenere l’equilibrio naturale necessario per promuovere la stabilità sociale ed economica e la sicurezza. La sicurezza sociale, pertanto, è a un tempo un diritto e una responsabilità degli individui e della società. Tradizione ebraica. Il termine ebraico tsedek («giustizia») sta alla base del comandamento ebraico di dare prova di tzedakah («fare giustizia»). La tradizione insegna che prendersi cura dei poveri e aiutare a sradicare la povertà è un’espressione di solidarietà umana. Nel posto di lavoro, lavoratori e datori di lavoro devono stipulare un contratto che specifichi il tipo di lavoro, la sua durata e la retribuzione. Idealmente, i lavoratori e i datori di lavoro dovrebbero considerarsi partner ed entrambi sono servi di Dio, com’è scritto in Levitico 25,55: «Poiché gli israeliti sono miei servi; essi sono servi miei, che ho fatto uscire dalla terra d’Egitto». I salari devono essere pagati alla fine di ogni giornata, come sancito in Deuteronomio 24,14-15 e in Levitico 19,13: «Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; non tratterrai il salario del bracciante al tuo servizio fino al mattino dopo». I lavoratori 252 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 e i datori di lavoro sono tenuti a prendersi un giorno di riposo dal tramonto del venerdì al tramonto successivo. Infatti astenersi dal lavoro nel giorno di sabato è un mitzvah, una buona azione. Tradizione buddhista. Nel buddhismo al principio dell’interdipendenza sono connessi i concetti di solidarietà e di protezione sociale essenziale. La natura e l’ampiezza della solidarietà e della protezione sociale essenziale variano a seconda delle concrete realtà nazionali; tuttavia, il problema nasce quando la protezione sociale viene mercificata e corrotta da accordi finanziari fondati sull’avidità. Quando questo accade, l’uguaglianza e il rispetto perdono la priorità. Tali situazioni sono profondamente ingiuste, tradiscono un diritto fondamentale inerente al lavoro e distruggono la generosità che gli individui offrivano alle loro comunità e alle loro famiglie. Dialogo sociale Il terzo pilastro dell’OIL è costituito dall’insieme di tutte le forme di negoziazione e consultazione o dal semplice scambio d’informazioni fra i rappresentanti dei governi, degli imprenditori e dei lavoratori. L’obiettivo principale del dialogo sociale è favorire la formazione del consenso e promuovere la partecipazione democratica di tutti i principali attori del mondo del lavoro. Un dialogo efficace può risolvere importanti questioni economiche e sociali, favorire la pace sociale e la stabilità e stimolare il progresso economico. Il dialogo sociale dovrebbe avere luogo in forma o bipartita o tripartita tra lavoratori e dirigenza (o tra sindacati dei lavoratori e organizzazioni datoriali). Può essere informale o istituzionale, e a livello nazionale, regionale o aziendale. Il dialogo sociale può aver luogo anche tra diversi settori, professioni o combinazioni di essi. Il ruolo dell’OIL nel dialogo sociale è aiutare gli stati membri a istituire o a rafforzare strutture giuridiche, istituzioni, apparati o processi per un dialogo sociale bipartito o tripartito. L’OIL ha anche l’obiettivo di promuovere il dialogo sociale tra stati membri e gruppi regionali o sub-regionali come mezzo per creare consenso, promuovere uno sviluppo sociale ed economico e favorire una buona governance. Tradizioni protestanti. Nel corso di tutta la sua storia, il movimento ecumenico ha sostenuto e incoraggiato la crescita di sindacati e la partecipazione di cristiani all’interno di queste organizzazioni. Nel 1937, durante la conferenza di Oxford, i membri dell’assemblea espressero l’opinione che il ruolo dei sindacati fosse fondamentale per limitare la concentrazione del potere all’interno delle società. Nel 1948 il movimento ecumenico ribadì il proprio sostegno ai sindacati, riconoscendo il ruolo positivo che possono avere nell’umanizzazione del mondo del lavoro e della sfera economica. Questo vale specialmente quando i loro membri agiscono con onestà e rettitudine e in spirito di dialogo. Nel 1954 questo sostegno venne ulteriormente affermato quando la conferenza incoraggiò il 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 253 dialogo tra gli imprenditori e i lavoratori. Più tardi venne aggiunto un aspetto riguardante la partecipazione dei lavoratori ai processi decisionali all’interno delle aziende (1966). Tradizione cattolica. La dottrina sociale della Chiesa riconosce l’importanza che i lavoratori e gli imprenditori costituiscano delle organizzazioni sindacali per facilitare il dialogo. I sindacati dei lavoratori sono particolarmente utili per difenderne i diritti e promuovere la solidarietà. È chiaro che «i sindacati sono propriamente i promotori della lotta per la giustizia sociale, per i diritti degli uomini del lavoro, nelle loro specifiche professioni: “Questa ‘lotta’ deve essere vista come un normale adoperarsi ‘per’ il giusto bene; (...) non è una lotta ‘contro’ gli altri”» (Compendio, n. 306). L’obiettivo ultimo del dialogo sociale è il raggiungimento del bene comune dell’intera società. Islam. Anche se la moschea è un luogo di culto, le sue attività non sono limitate alla preghiera. In realtà, attenendosi all’insegnamento del Profeta, i musulmani considerano la preghiera uno stile di vita. Nel corso di tutta la storia islamica la moschea è stata la corte di giustizia, un’istituzione educativa e culturale e un luogo d’incontro. Ogni venerdì i musulmani di tutto il mondo si recano alla moschea non solo per recitare le preghiere rituali, ma anche per discutere come comunità le questioni del giorno. Da queste pratiche possiamo dedurre che il dialogo sociale comunitario sta al centro dell’islam ed è coerente con il dialogo sociale tra lavoratori, imprenditori e organismi legislativi per la promozione di diritti e valori attraverso mezzi pacifici. Tradizione ebraica. Le relazioni tra lavoratore e datore di lavoro dovrebbero essere paritarie, così che ciascuna parte rispetti le condizioni del contratto stipulato e lo metta in atto al meglio delle proprie capacità. Tradizione buddhista. Buddha insegna che il discernimento è un pilastro della saggezza. Il dialogo sociale trae la sua forza dal confronto d’opinioni e dall’espressione di interessi divergenti. Il dialogo ha due virtù. Innanzitutto rappresenta un’ultima risorsa contro la violenza, e in secondo luogo risveglia la coscienza e fornisce le risorse per nuove fonti di conoscenza. Il dialogo di per sé non è né buono né cattivo. Proprio come una barca a vela è condotta dal vento, il dialogo riflette le intenzioni dei relatori dominanti, e può così sfociare in un discorso ambiguo come pure in una riconciliazione. Quando s’impegnano in un dialogo sociale tutti sono responsabili delle proprie intenzioni, parole e azioni. I dirit ti fondamentali nel lavoro I quattro diritti inclusi in quest’ultimo pilastro si fondano sulla Dichiarazione sui principi e i diritti fondamentali del lavoro dell’OIL, del 1998, nella quale sono evidenziati i seguenti principi: a) libertà di associazione e riconoscimento effettivo del diritto di contrattazione collettiva; b) eliminazione di ogni forma di lavoro forzato od obbligatorio; c) abolizione effettiva del lavoro minorile; e d) eliminazione della discriminazione in materia di impiego e occupazione. Per ciascuno di questi principi vi sono corrispondenti convenzioni che vengono sostenute e promosse affinché possano ricevere una ratifica e un’applicazione a livello mondiale. Garantendo l’effettiva applicazione da parte degli stati membri dei diritti fondamentali nel lavoro, l’OIL ha raccolto la sfida internazionale di stabilire standard minimi internazionali delle condizioni di lavoro e dei diritti fondamentali dei lavoratori in risposta alle realtà della globalizzazione. Lavoro forzato Il termine lavoro forzato od obbligatorio indica ogni lavoro o servizio estorto a una persona sotto minaccia di una punizione o per il quale detta persona non si sia offerta spontaneamente. Secondo le stime dell’OIL, nel mondo le persone vittime del lavoro forzato sono circa 12,3 milioni, provenienti di solito da gruppi etnici e sociali minoritari poveri già soggetti a discriminazione. Il lavoro forzato è un reato che riguarda ogni regione del mondo e una vasta gamma di settori. L’OIL si sta impegnando a sradicare il lavoro forzato controllando e verificando l’attuazione delle convenzioni ratificate da ciascuno degli stati membri e fornendo una cooperazione tecnica per aiutare gli stati membri ad adempiere ai propri obblighi. Il supporto maggiore fornito dall’OIL agli stati membri è costituito dal suo Programma speciale di azione contro il lavoro forzato (SAP-FL). Dal 2002 l’OIL ha aumentato la consapevolezza pubblica, ha offerto consulenza riguardo alle linee d’azione concrete e alla capacity-building (forme d’assistenza per rafforzare le competenze in vista della programmazione e gestione dei fondi e della costruzione di strutture amministrative e organizzative efficaci; ndt) e costruito comunità basate su programmi di prevenzione in collaborazione con governi, istituzioni e organizzazioni membri dell’OIL. Tradizioni protestanti. Queste tradizioni hanno espressamente denunciato il lavoro forzato od obbligatorio, prospettiva questa che ha ispirato le convenzioni di Ginevra. Tradizione cattolica. La dottrina sociale cattolica è contro il lavoro forzato perché è considerato come antitetico rispetto alla libertà e alla dignità umana. È una forma di oppressione e una manifestazione di mercificazione dell’essere umano. Inoltre si osserva che «anche nei paesi dove vigono forme di governo democratico, non sempre questi diritti sono del tutto rispettati» (Centesimus annus, n. 47; EE 8/1460). Tradizione islamica. Il lavoro non è né una penitenza né una punizione. Quando Adamo ed Eva lasciarono il paradiso, furono perdonati e fu garantito loro il libero arbitrio. Il Profeta ha detto: «Le opere sono intenzionali e ciascuno avrà ciò che a lui/a lei è destinato» (Al-Buchari e Muslim). Tutte le persone hanno dei diritti, indipendentemente dalla loro occupazione, e farle lavorare in maniera forzata o sovraccaricarle di incombenze e compiti non solo viola i loro diritti, ma va contro i valori islamici. Nel Corano è IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 253 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 254 S tudi e commenti scritto che «Allah non impone a nessun’anima al di là delle sue capacità» (Sura 2, 286). Tradizione ebraica. Il pericolo di coercizione nel lavoro è sempre in agguato e per questa ragione datori di lavoro e lavoratori devono essere considerati uguali. Al fine di mantenere il rapporto egualitario ottimale, la tradizione sancisce dei diritti dei lavoratori e dei datori di lavoro, e sottolinea che entrambi sono in ultima analisi servi di Dio. In epoca biblica, quando la schiavitù di fatto esisteva, anche agli schiavi venivano riconosciuti dei diritti, ed era prescritto che essi venissero liberati al termine di sette anni di servizio. Esodo 21,2 recita: «Quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto». Se però lo schiavo sceglie di non andarsene in libertà, Esodo 21,6 afferma: «Allora il suo padrone lo condurrà davanti a Dio, lo farà accostare al battente o allo stipite della porta e gli forerà l’orecchio con la lesina, e quegli sarà suo schiavo per sempre». Tradizione buddhista. Secondo l’etica buddhista, il principio morale fondamentale è «non fare danno». Il lavoro forzato contraddice in maniera diretta questo principio, in quanto tutte le forme di lavoro forzato schiavizzano le persone, impedendo loro di esercitare la propria autonomia e libertà. La schiavitù genera odio e rancore e alla fine porta a un’incontrollabile violenza sociale. Il lavoro forzato, pertanto, è un fattore che genera violenza e un amplificatore di violenza. Coloro che impongono il lavoro forzato spesso non si rendono conto delle conseguenze sociali potenzialmente negative e cruente che esso ha, e dimenticano che il cambiamento sociale è possibile. Lavoro minorile L’eliminazione del lavoro minorile è diventata una priorità dell’OIL sin dal 1919, quando fu adottata la prima Convenzione internazionale contro il lavoro minorile. Questa Convenzione sull’età minima (C 5) dichiarava che i bambini di età inferiore ai 14 anni non potevano, ad esempio, essere assunti a lavorare in aziende industriali, a lavorare nelle miniere e nelle cave, nel settore manifatturiero, edile e dei trasporti. Dal 1992 la maggior parte dell’attività dell’OIL volta all’eliminazione del lavoro minorile è stata svolta grazie al suo Programma internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile (IPEC). Due obiettivi di uguale importanza stanno alla base delle attività dell’IPEC: attuare e monitorare programmi e progetti sul campo e aumentare la consapevolezza del problema a livello locale, nazionale e internazionale. L’IPEC sta già lavorando con organizzazioni religiose a livello locale e nazionale per dare il suo aiuto a monitorare il lavoro minorile, a sensibilizzare e coinvolgere le società, a tutelare i minori costretti a lavorare e a condurre ricerche al riguardo. Dato che si stima che siano tuttora 215 i milioni di minori costretti a lavorare, 115 milioni dei quali sono impegnati in lavori pericolosi, c’è davvero ancora molto da fare. Tradizioni protestanti. I diritti e la dignità dei bam- 254 IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 bini dovrebbero essere salvaguardati e vi è l’obbligo di proteggere la terra che essi erediteranno. Questa questione è stata direttamente affrontata nel 1925 alla Conferenza del CEC di Stoccolma, che dichiarò che i minori non dovrebbero essere costretti a lavorare, ma educati. Inoltre il lavoro precoce comporta la possibilità di mettere in pericolo la crescita e la salute fisica del bambino e il suo sviluppo intellettivo. Queste idee sono state riprese e ribadite nel 1991, nella Conferenza di Canberra, che approvò la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. Tradizione cattolica. «Il lavoro minorile, nelle sue forme intollerabili, costituisce un tipo di violenza meno appariscente di altri, ma non per questo meno terribile» (Compendio, n. 296). Sin dalle origini della dottrina sociale della Chiesa, la tradizione cattolica si è dichiarata assolutamente contraria alla violenza e all’ingiustizia legate al lavoro minorile. Papa Leone XIII diffuse questo monito: «Quanto ai fanciulli si badi a non ammetterli nelle officine prima che l’età ne abbia sufficientemente sviluppate le forze fisiche, intellettuali e morali. Le forze, che nella puerizia sbocciano simili all’erba in fiore, un movimento precoce le sciupa, e allora si rende impossibile la stessa educazione dei fanciulli» (Rerum novarum, n. 33; EE 3/919). Tradizione islamica. In qualsiasi professione regolamentare, un lavoratore deve stipulare un contratto con il datore di lavoro reciprocamente concordato. Secondo l’islam, i fanciulli non hanno la facoltà giuridica di stipulare alcun contratto finché non hanno raggiunto un’età adeguata. Di conseguenza, il lavoro minorile è illegale; inoltre, i bambini godono anche di determinati diritti. Il primo e più importante di questi è il diritto a essere adeguatamente allevati ed educati. Il Profeta ha detto: «Ciascuno di voi è un pastore e ciascuno è responsabile di tutto ciò cade sotto la sua responsabilità. Un uomo è come il pastore della sua propria famiglia ed è responsabile di essa» (Al-Buchari e Muslim). Di conseguenza, è possibile concludere che i bambini non dovrebbero lavorare fino a una determinata età, prima del raggiungimento della quale i loro genitori e i loro tutori devono garantire che le incombenze domestiche non pregiudichino la loro educazione e la loro crescita. Tradizione ebraica. Al fine di rispettare e proteggere la dignità di tutti i bambini e i fanciulli, la tradizione ha indicato chiaramente i doveri e le responsabilità che spettano alla famiglia e alla comunità. I genitori sono tenuti ad assumersi la responsabilità della cura quotidiana dei propri figli, di educarli, di far sì che imparino un mestiere e di renderli capaci di proteggersi e difendersi da soli. In assenza dei genitori, la comunità deve fornire ai minori cibo, istruzione, indumenti e asilo. Maimonide nel suo Codice afferma che i bambini non dovrebbero venire sottoposti a lavori pesanti né a essi ci si dovrebbe rivolgere con parole dure, in quanto è un grave errore che provoca loro del male. Tradizione buddhista. Le questioni inerenti al lavoro forzato si applicano anche al lavoro minorile. Non bisogna dimenticare che i bambini hanno talenti e capa- 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 255 cità che un giorno saranno di beneficio all’umanità e quindi costringerli a lavorare significa arrestare lo sviluppo delle loro potenzialità. Chi si rende responsabile di lavoro forzato e di lavoro minorile si viene a trovare in situazioni che sono terribili da sopportare, vivendo in un terribile stato di angoscia psicologica. Anche se è possibile sopportare questa situazione per qualche tempo, ben presto diviene un insostenibile modo di vivere. Tuttavia, il problema del lavoro minorile è assai complesso perché per molti genitori la vendita o la cessione temporaneamente dei figli rappresenta l’unica maniera per sopravvivere. Vi è molta ignoranza su questo tema e, oltre a insegnare ai genitori quali sono i rischi di questo comportamento, le soluzioni di alto livello a questo problema dovrebbero comprendere l’approvazione di leggi contro il lavoro forzato e contro il lavoro minorile. Libertà di associazione «Libertà di associazione» significa che lavoratori e imprenditori hanno il diritto di costituire liberamente organizzazioni – o di aderirvi liberamente – che promuovono o difendono i loro interessi nel lavoro senza interferenze reciproche o dello stato. Questo diritto si applica a ciascuno in ogni settore e dovrebbe essere garantito dallo stato. Il diritto alla contrattazione collettiva prevede un processo di tipo volontario attraverso il quale i datori di lavoro (o le loro organizzazioni) e i sindacati (o rappresentanti dei lavoratori) negoziano i loro rapporti riguardo al luogo di lavoro, alla retribuzione e ad altri termini e condizioni di lavoro. Questo meccanismo aiuta a far trovare soluzioni reciprocamente vantaggiose all’interno di rapporti potenzialmente conflittuali tra lavoratori e imprenditori, e costruisce fiducia tra le parti. Si tratta di diritti fondamentali, dal momento che stanno alla base di principi democratici come la scelta di rappresentanti e la governance. L’OIL fornisce assistenza su questi diritti alle istituzioni e organizzazioni costituenti attraverso attività di patrocinio, iniziative di sensibilizzazione, corsi di formazione, servizi di consulenza, cooperazione tecnica e capacity-building. Milioni di persone ancora non godono di questi diritti, nonostante il loro diffuso riconoscimento. Con l’aiuto di organizzazioni religiose, una voce più alta e più forte può far sì che si crei un contesto più favorevole al rispetto di questi diritti nel posto di lavoro, dovunque esso sia. Tradizioni protestanti. La fede protestante in genere ha un approccio di tipo più economico alla questione, asserendo che la contrattazione collettiva e la libertà di associazione rappresentano gli aspetti economici dei diritti politici basilari. Tradizione cattolica. L’attivismo sociale e l’impegno per la collettività possono avere un ruolo fondamentale nella società quando le associazioni e le istituzioni di tipo volontario supportano il loro sviluppo. Quando le persone aderiscono a tali organizzazioni lo spirito collettivo ne viene rafforzato e obiettivi altrimenti irraggiungibili diventano realizzabili. Queste organizzazioni incoraggiano gli individui a prendere ini- ziative e ad assumersi la responsabilità per la propria comunità, e a promuovere i diritti di ciascuno. Per queste ragioni, la Chiesa cattolica incoraggia con forza la costituzione e l’adesione alle organizzazioni sindacali e ad altre forme di associazionismo dei lavoratori. Infatti il Compendio della dottrina sociale della Chiesa afferma che «le organizzazioni sindacali, perseguendo il loro fine specifico al servizio del bene comune, sono un fattore costruttivo di ordine sociale e di solidarietà e quindi un elemento indispensabile della vita sociale» (Compendio, n. 305). Tradizione islamica. Anche se la legge islamica garantisce a ciascuno il diritto d’intraprendere una qualsiasi professione o attività lavorativa legittima, vi sono alcuni principi guida che indirizzano il trattamento dei lavoratori. In primo luogo vanno stipulati contratti di lavoro precisi e corretti, preferibilmente scritti. In secondo luogo tutti gli accordi, siano essi orali o scritti, devono essere trasparenti, equi e in conformità con le leggi. Il profeta Mohammed esorta a essere saldi e a lottare per i propri diritti. Sulla base di questi principi, diventa evidente che i lavoratori possono esercitare la libertà di associazione e costituire sindacati per stabilire e tutelare i propri diritti, ottenere potere contrattuale e ricevere una retribuzione equa. Tradizione ebraica. Nel periodo antico della storia ebraica, quando tra lavoratori e datori di lavoro sorgevano delle controversie, ci si aspettava che queste venissero composte nella sede del tribunale rabbinico. Nell’epoca in cui venne codificato il Talmud, vi è traccia dell’esistenza di organizzazioni di lavoratori, e i lavoratori avevano il diritto di contrattazione collettiva e il diritto di sciopero. Sin dall’inizio del XX secolo si registra, sia in Europa sia nel Nord America, una forte presenza di gruppi di lavoratori ebrei che costituiscono sindacati e che lottano per i diritti dei lavoratori. Tradizione buddhista. Unirsi insieme per raggiungere un obiettivo comune è un impulso umano fondamentale che influisce su tutti gli ambiti della vita, e del lavoro in particolare. Combinare insieme la forza, l’abilità e la conoscenza degli individui riduce il lavoro forzato e le discriminazioni, promuovendo nel contempo valori di giustizia sociale. Questo tipo d’impegno collettivo viene talora considerato come sovversivo al punto da venire proibito e represso. Ma un eccesso di violenza non ha mai portato alla pace. Solo il compromesso può offrire una via d’uscita al conflitto. La libertà d’associazione e il dialogo sociale, di conseguenza, sono pilastri immateriali dei valori democratici. Discriminazioni «Discriminazione sul lavoro» significa trattare alcuni in maniera svantaggiata rispetto ad altri a causa di aspetti non connessi alle capacità delle persone o ai requisiti necessari per svolgere quel lavoro. L’OIL s’adopera per eliminare le discriminazioni basate sulla razza, sul colore della pelle, sul genere, sulla religione, IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 255 236-256:Layout 3 13-04-2012 8:53 Pagina 256 S tudi e commenti sulle opinioni politiche, sulla nazionalità e sull’origine sociale. Si sta battendo anche contro altre forme di discriminazione legate all’età, alla disabilità e all’HIV/AIDS, oltre che alla persistente e diffusa discriminazione anti-sindacale. Tutte le forme di discriminazione sono una violazione di diritti umani e uno spreco di talenti, e possono anche avere un effetto devastante sulla produttività e sulla crescita economica. Inoltre dalla discriminazione possono nascere diseguaglianze socio-economiche che vanno ad accrescere i problemi di coesione sociale e di solidarietà e a rallentare la riduzione della povertà. Una delle principali forma di discriminazione è quella fondata sul genere. L’uguaglianza tra i sessi è l’unica iniziativa trasversale nell’«Agenda per il lavoro dignitoso» e l’Ufficio dell’OIL per la parità di genere offre servizi consultivi, informazioni, cooperazione tecnica e approfondimenti sui problemi legati all’eguaglianza di genere. Oltre a ciò ha avviato una verifica di genere, la prima di questo tipo nell’ambito delle strutture dell’ONU. Questa verifica diretta promuove una formazione individuale e collettiva sui metodi d’integrazione delle questioni di genere per raggiungere l’uguaglianza tra uomini e donne. Tradizioni protestanti. Le Chiese protestanti hanno denunciato ogni tipo di discriminazione sul lavoro. Si ritiene che l’opposizione alle discriminazioni dovrebbe DIRETTORE RESPONSABILE CAPOREDATTORE PER ATTUALITÀ Gianfranco Brunelli CAPOREDATTORE PER DOCUMENTI Guido Mocellin SEGRETARIA DI REDAZIONE Chiara Scesa ABBONAMENTI tel. 051/4290077 - fax 051/4290099 e-mail: [email protected] QUOTE DI ABBONAMENTO PER L’ANNO 2012 Il Regno - attualità + documenti + Annale 2012 - Italia € 63,00; REDAZIONE p. Marco Bernardoni / Gianfranco Brunelli / Alessandra Deoriti / p. Alfio Filippi / Maria Elisabetta Gandolfi / p. Marcello Matté / Guido Mocellin / p. Marcello Neri / p. Lorenzo Prezzi / Daniela Sala / Piero Stefani / Francesco Strazzari / Antonio Torresin Europa € 102,00; Resto del mondo € 114,00. EDITORE Centro Editoriale Dehoniano, spa Il Regno digitale - attualità + documenti + Annale 2012 - € 63,00; Il Regno - attualità + documenti Italia € 61,00; Europa € 100,00; Resto del mondo € 112,00. Solo Attualità o solo Documenti Italia € 45,00; Europa € 68,00; Resto del mondo € 73,00. Una copia e arretrati: € 3,70. PROGETTO GRAFICO Scoutdesign Srl CCP 264408 intestato a Centro Editoriale Dehoniano. IMPAGINAZIONE Omega Graphics Snc - Bologna Chiuso in tipografia il 13.4.2012. Il n. 5 è stato spedito il 22.3.2012; il n. 6 il 6.4.2012. In copertina: A. TOMINETTI, Aratura a Miazzina (part.), 1899 ca, Pallanza, Museo del Paesaggio. STAMPA italia tipolitografia s.r.l. - Ferrara Registrazione del Tribunale di Bologna N. 2237 del 24.10.1957. Associato all’Unione Stampa Periodica Italiana 256 DIREZIONE E REDAZIONE Via Nosadella, 6 40123 Bologna tel. 051/3392611 - fax 051/331354 www.ilregno.it e-mail: [email protected] IL REGNO - DOCUMENTI 7/2012 L’editore è a disposizione degli aventi diritto che non è stato possibile contattare, nonché per eventuali e involontarie inesattezze e/o omissioni nella citazione delle fonti iconografiche riprodotte nella rivista. scaturire non solo dalla Chiesa, ma anche da un senso personale di responsabilità cristiana volto a correggere le ingiustizie sociali. Nel 1992 un incontro ecumenico internazionale sull’economia e la fede cristiana dichiarò che, nonostante i progressi fatti nell’eguaglianza di genere, c’era ancora spazio per miglioramenti in questo campo, specialmente riguardo alla parità di retribuzione, ai permessi per maternità e al riconoscimento del lavoro domestico. Tradizione cattolica. Tutti gli esseri umani sono uguali indipendentemente dalla posizione sociale; pertanto, tutte le forme di discriminazione umana – come quelle basate su razza, credo religioso e genere – vanno contro il progetto di Dio. Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa riconosce i «diritti delle donne nel lavoro (…) specialmente sotto l’aspetto retributivo, assicurativo e previdenziale» (Compendio, n. 295). Tradizione islamica. Tutti gli esseri sono uguali agli occhi di Dio. Questo significa che l’islam nega ogni discriminazione basata su classe, razza, colore della pelle e genere. Nel Corano si afferma: «O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda» (Sura 49, 13). L’islam celebra la diversità nel lavoro riconoscendo una vasta gamma di attitudini e capacità umane. Non dà priorità a certi lavori rispetto ad altri, né indica una preferenza per il lavoro intellettuale o manuale, per quello umile, per quello domestico, agricolo o commerciale. Inoltre, l’islam proibisce trattamenti preferenziali dei lavoratori maschi rispetto alle lavoratrici. Il Corano dice anche: «Non farò andare perduto nulla di quello che fate, uomini o donne che siate, ché gli uni vengono dagli altri» (Sura 3,195). Tradizione ebraica. La tradizione crede nell’uguaglianza tra le persone. Esodo 12,49 recita: «Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero che soggiorna in mezzo a voi». Tradizione buddhista. La discriminazione è un mezzo di separazione tra sé stessi e gli altri: negando l’altro, colui che compie una discriminazione si sente temporaneamente più importante. È anche una forma di follia, perché va contro la ragione, e una forma d’ignoranza, perché è governata da congetture che sviliscono qualità umane. L’illusione di legittimità creata dalla discriminazione genera ulteriore ignoranza, quando non si è disposti a porne in discussione i fondamenti. Per di più la discriminazione è instabile, e colui che compie la discriminazione può facilmente diventarne a sua volta vittima. Chi discrimina pone ostacoli al proprio auto-arricchimento spirituale e impedisce a se stesso di ricevere i doni che gli altri possono portargli. In realtà, se portiamo l’argomentazione fino ai suoi estremi limiti, la discriminazione è simile a uccidere il proprio prossimo, in quanto perpetuare stereotipi significa anche venire esclusi dal cambiamento sociale e dal progresso. Le implicazioni della discriminazione sono perciò molto gravi. REGDOC 07-2012 cop:REGDOC 21-2009 cop.qxd 13/04/2012 12.54 Pagina 4 Gianfranco Ravasi Lettura della Bibbia 2012 7 I cofanetti con CD/MP3 propongono i commenti dalla viva voce del card. Ravasi, che accompagna a scoprire le ricchezze della Sacra Scrittura. € • • • • • • • • • Leggere la Bibbia nello Spirito Esodo e Giobbe Rut. Giuditta. Ester Il libro dei Salmi Il Cantico dei cantici Il profeta Isaia Il Vangelo di Matteo Il Vangelo di Marco Il Vangelo di Luca € • Il libro della Genesi 1 e 2 • Il Vangelo di Giovanni 1 e 2 quindicinale di attualità e documenti • Lettera ai Romani • Lettere ai Corinzi novità • Ezechiele e i profeti postesilici • Gli Atti degli Apostoli • Il libro dell’Apocalisse Documenti 193 Benedetto XVI in Messico e a Cuba Ruotano intorno al tema del ruolo pubblico della fede i principali discorsi tenuti dal papa nel corso del suo 23° viaggio all’estero (23-29 marzo). 213 La Chiesa in Irlanda due anni dopo In nostra traduzione, la sintesi delle conclusioni della visita apostolica voluta dal papa a seguito dell’emergere delle violenze sui minori da parte del clero. 226 Gli argomenti del nuovo ateismo In una relazione su «La negazione di Dio e la questione antropologica» M. Epis esamina in chiave teologica le tesi di R. Dawkins, D. Dennet, S. Harris. 236 Il lavoro dignitoso Le «convergenze» delle diverse religioni in tema di lavoro dignitoso e giustizia sociale in un manuale dell’Organizzazione internazionale del lavoro. imminente • Lettere agli Efesini e ai Colossesi Via Nosadella 6 – 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 email: [email protected] www.dehoniane.it Anno LVII - N. 1120 - 1 aprile 2012 - IL REGNO - Via Nosadella 6 - 40123 Bologna - Tel. 051/3392611 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna”