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Sommario
Sandro Montorfano
I
La filosofia secondo me
Filosofia e Cristianesimo la
Patristica .......................................... p.04
II
I Dottori della Chiesa ......................... p.10
III
L’Opera DI Sant’Agostino .................. p.16
IV
Il Pensiero Medioevale....................... p.22
V
San Benedetto ................................... p.26
VI
Gregorio Magno................................. p.29
VII
Le Invasioni e il Medioevo.................. p.32
VIII L’Islam in Europa ............................... p.40
IX
La Grande Sintesi .............................. p.44
X
Giovanni Scoto .................................. p.47
XI
Il Nuovo Millennio Il Medioevo ........... p.50
XII
San Tommaso d’Aquino..................... p.55
XIII Gli Scolastici Francescani.................. p.60
XIV Eclissi del Papato .............................. p.64
XV
Il Rinascimento .................................. p.68
XVI Platonismo e Aristotelismo
Rinascimentale .................................. p.73
XVII Il Rinascimento Europeo.................... p.78
XVIII Riforma e Controriforma ................... p.85
Epilogo............................................... p.90
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Sommario
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VOLUME II
Credo per Capire
ANNO II
I
FILOSOFIA E CRISTIANESIMO LA PATRISTICA
Capisco per credere
La Filosofia Secondo Me
±±±±±±±±±±±±±±±±±±±±
Sandro Montorfano
Quando il Cristianesimo apparve in Palestina, fu predicato e
diffuso da ebrei a ebrei, come fosse un giudaismo riformato in
un ambiente saturo di speranze di salvezza religiosa, non solo
messianiche ed ebraiche. Già prima, ma principalmente dopo la
rivolta, antiromana del 70 d.C., gli ebrei, si dispersero in tutte le
principali città dell’antichità formando delle colonie, di profughi
si direbbe oggi, destando un certo interesse tra le popolazioni,
per le loro dottrine religiose. Coloro che, tra i gentili, non si
riconoscevano più nello stoicismo, né nelle religioni ufficiali
greche o romane, ne furono attratti e manifestarono un certo
interesse, anche se la teoria di un popolo eletto veniva vista con
sospetto.
Il Cristianesimo, che inizia proprio allora ad essere
conosciuto e apprezzato dal mondo romano occidentale, opera
fin dall’inizio una differenziazione dottrinale nei confronti del
giudaismo ortodosso, rafforzando l’orientamento platonico e
stoico, che provoca negli ambienti ebraici oltranzisti un
irrigidimento su posizioni più tradizionaliste, causandone il
distacco, fino all’ostilità (protrattasi per secoli) tra le due
religioni. Gli apostoli, nella loro opera di proselitismo, si resero
conto che la nuova religione, volendo divenire universale e non
circoscritta alla Palestina o al mondo ebraico, incontrava delle
difficoltà nella diffusione a causa di alcune pratiche rituali della
legge mosaica, troppo restrittiva e poco attraente per i non ebrei,
(circoncisione, il rifiuto di carne di maiale).
E’ San Paolo, con le sue predicazioni, ad imporre un
cambiamento dottrinale non marginale. Ciò è stato possibile
5
I
* Filosofia e Cristianesimo la Patristica
attraverso le numerose comunità cristiane da lui fondate e
diffuse in tutto il Mediterraneo, composte da ebrei convertiti, ma
anche da pagani che aderivano con grande fervore e
partecipazione alla nuova religione. In un’età di decadenza
religiosa, i suoi dogmi resero attraente il giudaismo presso le
comunità non ebraiche, lasciando decadere alcune pratiche
troppo rigorose. Il Cristianesimo, grazie all’opera di San Paolo,
superò l’ostacolo, conservando quelle prerogative della dottrina
ebraica che i nuovi adepti ritennero accettabili e modificando le
pratiche più arcaiche, considerate di difficile applicazione.
Gli indirizzi dottrinali prevalenti nella società in quel
momento erano due: lo gnosticismo, che costituiva una via di
mezzo tra il paganesimo e il Cristianesimo, perché pur onorando
Cristo, sosteneva la ragione come solo mezzo di salvazione;
l’altro il manicheismo, che combinava elementi Cristiani e
zoroastriani, insegnava che il male è un principio insito nella
materia, mentre il bene è parte dello spirito, per cui la salvezza la
devi ricercare solo nella spiritualità. Tali dottrine intermedie,
contribuirono non poco nell’indirizzare verso la nuova religione
alcuni uomini colti, di lingua greca e di cultura Ellenista.. Fu
attraverso il manicheismo che Sant’Agostino giunse alla fede
cattolica. Gli adepti di queste filosofie, continuarono a
prosperare fino a quando l’impero divenne cristiano, poi ebbero
una influenza minore e più nascosta. Nel VI sec. una delle
dottrine di queste sette gnostiche, fu adottata da Maometto.
Quando il Cristianesimo emerse con la propria fisionomia,
non poche furono le difficoltà che si interposero con il mondo
pagano di cultura ellenistica; a cominciare dal rifiuto di
riconoscere la divinità dell’imperatore, l’affermazione della
separazione tra sfera politica e sfera religiosa, l’uguaglianza
proclamata tra gli uomini, la decisa contestazione della
corruzione nella società e della classe politica cui i cristiani si
6
I
* Filosofia e Cristianesimo la Patristica
contrapponevano con una forte coerenza etica.
Seguirono periodi di grande tensione e incomprensioni tra i
due modi di approccio alla vita pubblica, con persecuzioni e
disordini, favoriti anche da dispute interne al cristianesimo di
ordine dottrinale, ai quali anche gli imperatori non erano estranei
secondo convenienza.
Poi a poco a poco, il confronto sul piano etico e politico
venne agevolato e assimilato con l’editto di Costantino prima,
ma soprattutto con l’imperatore Teodosio, che dando il suo
appoggio alla parte cattolica ortodossa, giunse ad una
pacificazione tra impero e cristianesimo.
Sul piano propriamente culturale il confronto fu più
impegnativo ma meno conflittuale tanto che l’affinità della
filosofia ellenistica e neoplatonica si può già vedere dai primi
scritti cristiani dell’evangelista Giovanni, dove Cristo si
identifica con il Logos platonico-stoico. Più ancora si osserva
nelle epistole di S. Paolo e negli scritti dei Padri, che mostrano
una notevole conoscenza della cultura greca.
Almeno due furono gli atteggiamenti di approccio del
cristianesimo con la cultura pagana dominante; quello
intransigente, che trova la verità racchiusa nel Cristianesimo in
virtù di una testimonianza superiore, per cui non serve ricercarla
con la filosofia ma basta la Fede (Tertulliano). L’altro quello
conciliativo, (scuola di Alessandria), che accetta la rivelazione
del messaggio cristiano, domandandosi qual è il significato e per
quale via può veramente intenderlo e farlo suo. Riconosciuta la
verità quale è rivelata come valore assoluto, si determina
nell’uomo, l’esigenza di comprenderla nel suo significato
autentico onde poterla vivere nella sua pienezza. E’ compito
della filosofia soddisfare questa esigenza di ricerca che rinasce
nell’uomo dalla stessa rivelazione, venendo in suo aiuto nel
tradurla in linguaggio umano (S. Giustino, Origene ecc.).
7
I
* Filosofia e Cristianesimo la Patristica
Un terzo atteggiamento, che ha avuto scarsa influenza ma fu
un fenomeno elitario, proponeva che, solo con la ragione (gnosi)
era comprensibile il messaggio cristiano e che bastava la
conoscenza razionale per ottenere la salvezza (gnosticismo). Tra
le prime due prevalse alla fine la seconda e le conseguenze che
ne seguirono furono decisive.
Con la formazione di un patrimonio culturale originale,
nacque dalla religione cristiana, una filosofia cristiana, frutto
dell’incontro tra elementi biblici e la concezione del mondo
filosofico. Gli strumenti indispensabili per questo compito il
Cristianesimo, li trova già pronti nella filosofia greca, le cui
dottrine dell’ultimo periodo, prevalentemente religioso
(neoplatonismo), si prestano egregiamente ad esprimere in modo
comprensibile all’uomo, il significato della rivelazione di Cristo.
Compito della filosofia cristiana, libera dalla necessità di
scoprire nuove verità e di ampliarne l’originalità della dottrina, è
di indicare la via migliore e più approfondita per farla propria,
perché ciò che è necessario alla salvezza e alla verità dell’uomo
lo ha insegnato Cristo suggellandolo con il martirio.
Nella Chiesa cristiana la filosofia è diretta a chiarire una
verità, già nota fin dall’inizio, nell’ambito di una responsabilità
collettiva, nella quale ogni individuo trova una guida ed un
limite. Diversamente dalla filosofia greca, dove a fissare i
termini e il significato del problema è il frutto di una ricerca
autonoma, qui i termini e la natura del problema sono già dati.
Nel confronto con sistemi di pensiero tanto complessi, le
comunità cristiane si trovarono impegnate nel difficile compito
di presentarsi con un’espressione compiuta e definita per quanto
concerne l’identità, sotto il profilo filosofico e dottrinale, oltre ai
temi dell’integrazione nella società e della responsabilità
pubblica.
Questo periodo di elaborazione (patristica), che si prolunga
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I
* Filosofia e Cristianesimo la Patristica
fino al VII sec., è caratterizzato dagli scritti dei Padri della
Chiesa le cui opere accettate e fatte proprie dalla Chiesa,
pongono le basi e danno un contributo essenziale alla
elaborazione dottrinale del cristianesimo.
Storicamente, questi sono secoli di grandi stravolgimenti,
causa le complesse trasformazioni territoriali, politiche, culturali
oltre che di cambiamento del pensiero filosofico e formativo.
Tale periodo, può essere suddiviso in tre parti.
Il primo che dura fino al 200, è dedicato alla difesa del
cristianesimo contro pagani ed ebrei, ma anche contro i nemici
interni, le sette e le dottrine eresiaste dei primi secoli che minano
dall’interno l’unità spirituale del cristianesimo (gnosticismo). In
questi primi tempi è già esplicitato il principio che il
cristianesimo è la “vera filosofia” e che solo i cristiani hanno
quel concetto di Dio, dal quale deriva necessariamente la
considerazione della natura quale appare nei cieli e sulla terra e
che fa pensare che tutto sia mosso con necessità da colui che
governa tutto.
Il secondo periodo arriva fino al 450 dedicato alla
formulazione dottrinale vera e propria. In questa successiva
elaborazione, vengono meno i motivi polemici degli apologisti
precedenti e cresce l’esigenza di costituire la dottrina
ecclesiastica in un organismo unico e coerente, fondato su una
solida base logica. La parte filosofica diventa preponderante e la
continuità stabilita fra cristianesimo e filosofia pagana si rinsalda
e si approfondisce, fino a rappresentare, il cristianesimo, la vera
e autentica filosofia che assorbe e porta alla verità il sapere
antico. Mediante questo fervore, le dottrine trovano la loro
sistemazione definitiva, e le speranze di affermazione delle
numerose sette fiorite nel periodo precedente, vengono meno.
Questo, è stato il periodo decisivo per la costruzione dell’intero
edificio dottrinale del cristianesimo.
Sommario
9
I
10
* Filosofia e Cristianesimo la Patristica
II
L’ultimo periodo che si protrae fino al 750 circa è dedicato
alla rielaborazione e sistemazione delle dottrine già formulate. A
partire dalla metà del V° secolo la patristica perde ogni vitalità
speculativa. In Oriente, questa attività sopravvive nelle dispute
teologiche, quindi diventa servizio della politica ecclesiastica,
perdendo ogni valore filosofico. In Occidente, la civiltà romana
è andata in frantumi sotto i colpi dei barbari ed il pensiero
speculativo si è addormentato con il sonno della civiltà europea.
La cultura è al traino del passato, gli scrittori latini dell’ultima
patristica si muovono sulla scia di S. Agostino, manifestando la
stessa mancanza di originalità speculativa dei loro
contemporanei greci e la stessa tendenza a riesporre, coordinare
e sistemare dottrine già conosciute. Rimane solo un nucleo
culturale di interesse laico, che si indirizza verso le arti liberali
(grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, astronomia, musica,
geometria).
Questa debolezza strutturale e morale della civiltà di quel
momento, è la causa prima della rapida e totale affermazione
araba che, dopo la morte di Maometto nel 632, prima verso la
Siria e l’Oriente, poi dall’Egitto, nell’arco di poche decine di
anni, dilagò a macchia d’olio nel nord Africa fino alla Spagna,
dando origine a una diversa forma di civiltà.
I DOTTORI DELLA CHIESA
I dottori della Chiesa d’occidente sono quattro:
Sant’Ambrogio, San Gerolamo, Sant’Agostino e papa Gregorio
Magno. Di questi i primi tre furono contemporanei, mentre il
quarto è di un’epoca successiva. Ambrogio, Gerolamo e
Agostino, vissero tra il 340 e il 430 circa, nel periodo del trionfo
della Chiesa cattolica nell’impero romano, fino alle invasioni
barbariche in Italia e in Africa. Gli imperatori, dal 335 al 378
favorirono più o meno apertamente la dottrina ariana, ma nel
379, Teodosio, dando il suo appoggio ai cattolici assegnò loro la
vittoria in tutto l’impero.
Successivamente, nell’occidente vi fu un’altra dominazione
ariana, quella dei Goti e dei Vandali che durò per circa un
secolo, fino alla definitiva sconfitta per mano di Giustiniano, dei
Longobardi e dei Franchi, popolazioni convertite al
cattolicesimo ortodosso.
Durante i secoli bui e per tutto il periodo medioevale,
l’opera e l’autorità indiscussa di questi padri della Chiesa,
costituì l’impronta su cui la cristianità si configurò.
Sant’Ambrogio precisò la concezione ecclesiastica delle
relazioni tra Stato e Chiesa; San Gerolamo dette alla Chiesa
occidentale la sua Bibbia in latino e gran parte dello slancio
verso il monachesimo; Sant’Agostino definì la teologia della
Chiesa fino alla Riforma, e fu il fulcro delle controversie
teologiche del XVI e XVII secolo.
Sant’Ambrogio nacque nel 340 a Treviri una città di
frontiera con i Germani, il padre era un alto funzionario presso
popoli Galli. Ambrogio fu mandato a Roma all’età di tredici anni
a studiare, tra l’altro con ottimo profitto, soprattutto in letteratura
greca. In età adulta si dedicò alla Legge con successo, finché a
11
II
* I Dottori della Chiesa
trent’anni venne nominato governatore della Liguria e
dell’Emilia in qualità di Prefetto, rappresentando per parecchi
anni, con molta competenza il suo incarico, nei confronti della
comunità. Capitale dell’impero d’Occidente era Milano e quando
il vescovo ariano Ausenzio venne a mancare per cause naturali,
la popolazione acclamò Ambrogio suo successore, incarico che
fu in seguito approvato e sottoscritto dall’imperatore.
Non si sa con certezza se in quel momento Ambrogio fosse
già cristiano o, ancora pagano, si sa solo che nel giro di una
settimana il funzionario governativo ricevette i sacramenti, gli
ordini e il cappello episcopale. Dette i suoi beni ai poveri e
dedicò completamente la sua vita al servizio della Chiesa.
La sua carica lo portava frequentemente a contatto con gli
imperatori con i quali si rapportava da uguali o frequentemente
da superiore. Caratteristico dei tempi, erano i rapporti con la
corte imperiale di profondo contrasto, dovuto ad uno Stato
debole e incompetente guidato da arrivisti senza principi,
completamente incapaci di una politica lungimirante, mentre la
Chiesa era vigorosa, abile, guidata da uomini pronti a
sacrificarsi, capaci di una politica saggia per poterla condurre
alla vittoria. Sant’Ambrogio scrisse molto, numerosi sono gli
scritti rimasti conservati.
Le più importanti e interessanti lettere sono rivolte agli
imperatori contestando o suggerendo il punto in cui hanno
mancato al loro dovere, oppure congratulandosi per averlo
osservato. Fu eminente uomo di Stato, che con l’astuzia e il
grande coraggio ha consolidato il potere della Chiesa. Esempio
di ciò fu, quando sorse una disputa sulla necessità di concedere
una chiesa della città a favore dei fedeli ariani, egli rifiutò, il
popolo milanese si schierò con lui e occupò la chiesa. Soldati e
funzionari dell’imperatore (ariani), furono mandati a prenderne
possesso ma arringati da Sant’Ambrogio, fraternizzarono con la
12
II
* I Dottori della Chiesa
folla, rifiutandosi di usare violenza e l’imperatore fu
costretto a rinunciare. Questo fu uno dei tanti episodi che
sancirono, nella lunga lotta per il potere tra Stato e Chiesa, la
sottomissione di quello a questa. Ambrogio ebbe modo in altre
occasioni di dimostrare che ci sono delle questioni che anche lo
Stato e l’imperatore devono sottostare all’autorità della Chiesa.
Oltre che come uomo di Stato, fu per altri aspetti un tipico uomo
di chiesa del suo tempo. Scrisse come altri, un trattato sulla
verginità e un altro di biasimo per le seconde nozze delle
vedove.
Anche se come erudito fu inferiore a Gerolamo e filosofo
non eccelso come Agostino, come uomo di Stato, con coraggio e
decisione, si pone in una posizione di primo piano, nel
consolidamento del potere della Chiesa.
Gerolamo nacque nel 345 non lontano da Aquileia non da
famiglia ricca ma benestante. Studiò retorica a Roma dove
condusse una vita libertina, viaggiò in Gallia, e alla fine si stabilì
ad Aquileia dove condusse una vita da asceta. Si recò in Siria per
5 anni conducendo vita da eremita nel deserto, in espiazione
delle sue colpe e dei trascorsi della vita romana. Dopo questo
periodo si recò a Costantinopoli, proseguì e si stabilì a Roma,
dove divenne consigliere del papa Damaso il quale lo incoraggiò
a intraprendere la traduzione della Bibbia in latino (La Vulgata).
San Gerolamo sostenne molte dispute. A causa della sua
ammirazione, rivelatasi molto incauta, nei confronti dell’opera di
Origene sulla Trinità, dovette dedicare tempo ed energia nel
ripudiare i suoi errori teologici, a seguito della scomunica
dell’opera di questi, tanto da rompere l’amicizia con Rufino. La
traduzione in latino del Vecchio Testamento fu duramente
criticata dai cristiani, ma lui la respinse nettamente; disputò
violentemente con Pelagio e dopo la morte di Damaso ebbe dei
contrasti col nuovo papa tanto da convincersi a lasciare Roma
13
II
* I Dottori della Chiesa
per Betlemme (386), fino alla morte nel 420, fu anche
l’iniziatore della pratica monacale.
Gerolamo è degno di nota principalmente per aver tradotto
in latino la Bibbia ammessa ufficialmente, ancora oggi, dalla
Chiesa Cattolica. All’inizio, ci furono forti resistenze ad
accettare la sua versione, a causa dell’aiuto chiesto a dei rabbini,
da sempre sospettati di manipolare i testi Sacri. Alla fine però
finì con l’imporsi anche con l’aiuto di Sant’Ambrogio che lo
appoggiò senza riserve. Le sue numerose lettere esprimono i
sentimenti indotti dalla sempre peggiore situazione dell’Impero
romano che egli vide, dopo il sacco di Roma, oramai in completa
rovina e devastazione. Pochi anni dopo, la travolgente orda
barbarica invase l’Impero, da nord a sud. In una lettera a un
amico scrive: “il mondo precipita in rovina. La famosa città,
capitale dell’Impero romano, è avvolta da un tremendo incendio;
e non c’è parte della terra dove i Romani non siano in esilio…
tuttavia le nostre menti sono ancora occupate dal desiderio di
guadagno… le nostre case risplendono di oro, così i soffitti e i
capitelli dei nostri pilastri, mentre Cristo muore davanti alle
nostre porte nudo e affamato, nella persona dei Suoi poveri ”.
Sant’Agostino nacque in Algeria a Tagaste nel 354. Dalla
madre Monica, sin da piccolo, ricevette una buona educazione e
l’insegnamento del latino, essendo essa cristiana. Passò
l’adolescenza e la gioventù tra Tagaste e Cartagine, coltivando
gli studi con buon profitto, ma senza trascurare le donne e la vita
disordinata, si avvicinò allo scetticismo e all’eclettismo della
Media Accademia. A Cartagine insegnò retorica per dieci anni e
aderì alla religione manichea. Un giorno gli capitò tra le mani
“l’Ortensio” di Cicerone (andato perduto), opera che esortava ad
avvicinarsi alla filosofia e fu da questa attratto e conquistato. A
26 anni scrisse il suo primo libro, ma intanto si insinuarono i
primi dubbi sulla verità del manicheismo, dubbi che furono
14
II
* I Dottori della Chiesa
confermati quando, interpellato il più famoso manicheo del
tempo, Fausto, questi non seppe dargli le risposte che cercava.
Qualche anno dopo si recò a Roma intenzionato a insegnare
retorica ma le sue speranze non si realizzarono e un anno dopo
con l’aiuto del prefetto Simmaco si trasferì a Milano dove in
seguito venne raggiunto anche dalla madre.
Vescovo di Milano era Sant’Ambrogio che aveva fama di
grande predicatore e Agostino, per curiosità professionale
assistette ad alcune prediche e ne fu conquistato e coinvolto
dall’entusiasmo che suscitava tra l’uditorio e incoraggiato dalla
madre, si convinse della verità del cristianesimo e si fece
catecumeno. Le letture delle opere dei neoplatonici e di Plotino
in particolare, diedero ad Agostino l’indirizzo morale e religioso
definitivo. Nell’autunno del 386 lasciò l’insegnamento e con
alcuni amici e parenti si ritirò a meditare, in una villa della
Brianza presso Milano e qui finalmente grazie al loro aiuto,
superando ogni ostacolo di ordine pratico, morale e spirituale (la
convivente che aveva lasciata a Cartagine e l’amante che si era
portato in villa) si convertì. Fu battezzato il 25 aprile del 387
dalle mani di Sant’Ambrogio, in una cerimonia assieme al figlio
Adeodato (avuto dalla convivente rimasta in patria) ed un amico.
Iniziò da quel momento a prendere coscienza della missione
verso la quale era chiamato maturando la necessità e l’urgenza,
di diffondere la verità cristiana in patria. Si mise in viaggio di
ritorno accompagnato dalla madre con la quale trascorse giorni
di grande intesa spirituale, arrivarono a Ostia ma nei giorni di
attesa per l’imbarco, la madre morì.
Dopo una permanenza a Roma, nel 388 ritornò a Tagaste, fu
ordinato prete nel 391, e nel 395 fu consacrato Vescovo di
Ippona. Qui vi rimase fino alla morte avvenuta nel 430,durante
l’assedio della città da parte dei Vandali di Genserico.
Non ci si può stupire che l’Impero cadesse in rovina, dal
Sommario
15
II
16
* I Dottori della Chiesa
III
momento che le migliori e più vigorose menti erano tanto
lontane dagli interessi temporali dell’Impero , e ciò lo è stato per
Sant’Agostino, ma anche per Ambrogio che pure fu un politico,
ma solo al servizio della Chiesa.
L’OPERA DI SANT'AGOSTINO
La filosofia Cristiana nasce con S. Agostino, e le sue opere
ne sono la fedele documentazione dell’itinerario di pensiero che
come uomo, lo portano a superare il manicheismo giovanile, per
approdare alla conversione in Cristo. Diversamente da Origene
che vede, Cristianesimo e platonismo fianco a fianco senza
compenetrarsi, egli è il primo, a percepire la necessità di far
incontrare le Scritture con la filosofia platonica anche se questa,
sotto certi aspetti, si trova in disaccordo con la Genesi.
Agostino, stimolato dal desiderio di conoscere, indirizza la
sua attività e le sue opere a chiarire i principi della fede,
essenzialmente come ricerca e non passiva sottomissione a un
dogma esteriore. In quanto ricerca, richiede la ragione, “credo
per capire e capisco per credere”, la quale non elimina né
sostituisce l’intelligenza, ma al contrario la stimola.
La sua opera è rivolta anche a contrastare le dottrine che
ostacolano l’espansione della Chiesa, in primo luogo il
manicheismo, il donatismo e il pelagianesimo.
Il sacco di Roma nel 410 perpetrato dai Goti di Alarico,
attualizza presso la popolazione pagana la tesi, che la forza
dell’impero romano è legata al paganesimo e che il
cristianesimo, oramai ammesso ufficialmente, ne rappresenti un
elemento di debolezza e dissoluzione. E’ contro questa tesi che
S. Agostino indirizzerà con forza per respingerla, la sua opera
filosofica più completa: “la città di Dio”.
La storia, per i Greci, è un ciclo ripetitivo per il quale non
ha senso domandarsi quale è il suo significato, né verso quale
direzione essa tende; per il cristiano dice Agostino, la storia ha
una direzione e un significato che Dio fin dall’inizio ha
assegnato, per
17
III
* L’Opera di Sant’Agostino
cui tutti gli eventi, anche se agli uomini sembrano
imperscrutabili, fanno parte di questo disegno divino, e la
vittoria finale del bene sul male, dello spirito sulla carne, della
città celeste su quella terrena, come alternanza sempre presente
che domina la storia dell’umanità, è una certezza assoluta.
Nessuna differenza esteriore distingue le due città che da sempre
sono mescolate insieme. La vita dell’uomo singolo è dominata
dall’alternativa fondamentale: vivere secondo la carne o secondo
lo spirito ed è solo interrogando se stessi che è possibile scorgere
a quale delle due città si appartiene. Il cristiano non ha motivo
di scoraggiarsi, perché sa che sulla terra accanto alla città del
demonio c’è sempre la città di Dio.
Atene e Roma sono giudicate da S. Agostino soprattutto
per il loro politeismo religioso. Roma viene identificata come la
Babilonia originata da un fratricidio, quello di Romolo, che
riflette quello di Caino dal quale nacque la città terrena. Le virtù
romane sono solo virtù apparenti anzi vizi, perché la virtù senza
Cristo non è possibile.
La filosofia pagana (Atene) viene esaminata soffermandosi
soprattutto su Platone che egli chiama “il più meritamente
famoso fra i discepolo di Socrate”. Platone, come gli altri filosofi
pagani ammette il culto politeistico, ma pur non glorificandolo
come tale, ha riconosciuto la spiritualità e l’unità di Dio.
Agostino sottolinea pure le coincidenze non casuali tra le
dottrine, la platonica e la cristiana, evidenti e inconfutabili.
Quanto ai neoplatonici, dei quali Agostino se n’è avvalso dei
loro scritti per la sua conversione, hanno intravisto, sia pure
oscuramente, il termine dell’uomo, la patria celeste, ma non
hanno saputo additarne la via segnata dall’apostolo Giovanni:
l’incarnazione del Verbo.
Agostino affronta il tema della creazione secondo il testo
del Vecchio Testamento il quale insegna che tutto fu creato dal
18
III
* L’Opera di Sant’Agostino
nulla in sei giorni, un’idea questa del tutto estranea alla
filosofia greca. Tanto Platone quanto Aristotele parlano di
creazione, immaginata come sostanza primitiva eterna e increata
a cui Dio artefice da forma per sua volontà, quindi non creatore
ma architetto. Contro questa tesi Sant’Agostino sostiene che Dio
non si servì di una materia qualsiasi per creare il mondo ma dal
nulla creò la sostanza, la ordinò e le diede una disposizione. La
ragione per cui il mondo fu creato in sei giorni è che sei è un
numero perfetto. L’opinione greca, per cui dal nulla non può
nascere nulla si è ripetuta saltuariamente anche in tempi cristiani
dando origine al panteismo. Questo punto di vista sostiene che
Dio e il mondo sono una cosa sola, e che tutto nel mondo è parte
di Dio. Nel corso dei primi secoli è accaduto che qualcuno,
soprattutto tra i mistici, abbia trovato arduo rimanere nell’ambito
ortodosso, cioè accettare di credere che il mondo sia al di fuori
di Dio. Agostino al contrario, non incontra difficoltà alcuna su
questo punto; la Genesi è esplicita e questo è abbastanza per lui.
Dio con la creazione ha creato anche il tempo, che di quella,
è contenitore e conseguenza, perciò se prima non esisteva il
tempo, non può esserci stato nessun prima, per cui tutto il tempo
esiste in Dio nell’eternità del suo presente, che non trapassa ne
avviene, ma è, immutabile eterno-presente. Ma che cosa è il
tempo nella sua realtà non costante? Il passato è tale perché non
è più, anche il futuro è tale perché non è ancora, solo il presente
realmente è, ma il presente è breve, stretto tra il trascorso e il
divenire, tanto che se non trapassa continuamente nel passato,
ma rimane nel presente, non è tempo, ma eternità, per altro solo
passando è possibile misurarlo in tempo breve o lungo, sia per
quello trascorso che quello avvenire. Sembra una
contraddizione, solo il presente che è reale non è misurabile, ma
la strada che Agostino trova per superarla, è quella di suggerire,
che tanto il passato quanto il futuro si trovano nell’anima
19
III
* L’Opera di Sant’Agostino
conservati come presente, il passato come memoria presente
delle cose vissute, il futuro come attesa presente di ciò che non è
ancora e l’uno e l’altro, nella coscienza, sono atti presenti.
La teoria che il tempo sia soltanto un aspetto dei nostri
pensieri è una delle forme di soggettivismo che ha visto
Agostino, partito alla ricerca della realtà oggettiva del tempo,
giunge invece a chiarirne la soggettività.
Per Agostino Dio e l’anima non richiedono due indagini
parallele o diverse, perché Dio si rivela nella più riposta
interiorità dell’anima, la quale si ricerca e si conosce
ripiegandosi in se stessi, nella propria spiritualità (confessione);
l’anima viene richiamata e guidata alla sincerità del
riconoscimento dalla verità, la quale è interiore, ma
contemporaneamente trascendente, proprio in colui che la ricerca
nell’interiorità della coscienza.
La ricerca della verità deve impegnare tutto l’uomo e non il
solo intelletto, perché nulla è più contrario, nella convinzione di
Agostino, della pura conoscenza razionale del divino (gnosi), per
cui tale ricerca va indirizzata verso la vera via e la vera vita,
secondo la parola evangelica. Questo naturalmente non implica
l’abbandono di una disciplina rigorosa: Agostino non si
abbandona a credere facilmente, non tenta di evitare e di eludere
le difficoltà, né chiude gli occhi davanti agli ostacoli della fede,
ma li affronta incessantemente, ritornando sulle proprie posizioni
per approfondirle e chiarirle.
Temi non secondari della ricerca agostiniana sono gli scritti
contro le eresie e le devianze dottrinali del tempo: i Manichei
ammettevano l’eterno contrasto tra Dio e l’esistenza del
principio del male, per cui questo, potendo nuocere a Dio ne
deriva che Dio è corruttibile, mentre se ciò non fosse, non vi è
motivo per temere il male. La realtà del male contraddice la
bontà perfetta di Dio e quale che sia la soluzione a cui si ricorre,
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III
* L’Opera di Sant’Agostino
si giunge sempre ad una contraddizione, se non negando la
realtà del male. Questa è appunto la soluzione che propone
Agostino, ridurre il male a tradimento della volontà umana di
fronte all’essere.
Il donatismo, che dilagava in Africa quando Agostino venne
consacrato vescovo, propugna l’assoluta intransigenza della
Chiesa nei confronti dello Stato, per cui nessuna autorità
religiosa (comunità di perfetti) doveva avere o tollerare ogni
contatto con le autorità civili, pena la decadenza della capacità di
amministrare i sacramenti. Ritenendoli dei traditori i fedeli
dovevano rinnovare i sacramenti ricevuti da essi. Questa pratica
rendeva difficile la disciplina dei sacramenti, esponendo gli
stessi ad un dubbio continuo, legato alla condotta di vita del suo
ministro. Contro questo scisma, viene affermata la validità dei
sacramenti a prescindere dal ministro, essendo Cristo ad operare
attraverso il sacerdote. Inoltre la comunità dei fedeli non può
essere ridotta ad una conventicola di isolati, avendo la Chiesa
innalzato le tende ovunque tra la vita civile, testimoniando con la
sua presenza la validità universale del Vangelo.
L’altra forte polemica Agostino la rivolse contro Pelagio,
monaco inglese che viveva a Roma, che con l’amico Celestio
diffusero le loro convinzioni proprio nel gregge di Agostino,
quando all’avvicinarsi dei Goti, molte famiglie romane si
rifugiarono in Africa. Il punto di vista di Pelagio consisteva nel
negare che il peccato di Adamo avesse compromesso
radicalmente la libertà originaria dell’uomo e la sua capacità di
fare del bene. L’uomo anche dopo il peccato originale è
naturalmente capace di operare virtuosamente senza bisogno del
soccorso straordinario della grazia. La conseguenza di questa
dottrina conduce a ritenere inutile l’opera e il sacrificio di Cristo
e rendere inservibile il servizio della Chiesa che amministra i
sacramenti. Di fronte a una prospettiva così rovinosa, Agostino
Sommario
21
III
22
* L’Opera di Sant’Agostino
IV
reagisce energicamente affermando, che il libero arbitrio
concesso da Dio ad Adamo, consistente nel “poter non peccare”,
è stato disatteso e con lui, infrangendo questa opportunità, ha
peccato tutto il genere umano e nessun membro può sottrarsi alla
sua colpa se non con l’aiuto della misericordia divina, peraltro
non dovuta.
L’enorme forza di suggestione che Agostino ha esercitato,
non solo sul pensiero cristiano e medioevale, ma anche sul
pensiero moderno e contemporaneo, gli è derivata dal suo
slancio mistico e dall’entusiasmo religioso verso la verità, la
razionalità e il rigore nella ricerca, come disciplina interiore, ciò
ne fa un punto di riferimento e una base per la ricerca stessa,
rivitalizzandola.
IL PENSIERO MEDIOEVALE
Dopo la morte di Sant’Agostino e la caduta dell’impero
d’occidente nel V° secolo, grandi cambiamenti si verificarono,
in seguito alle distruzioni dovute all’invasione di popoli barbari
provenienti da oriente e da nord i quali, per ondate successive, si
abbatterono sul mondo occidentale. Ci fu un secolo di
distruzioni e guerre che paralizzò la circolazione e lo scambio di
merci, e conoscenza, con conseguente scarsa attività filosofica,
spingendo i dotti del tempo e la cultura, a classificare e ordinare
i frammenti della sapienza antica più che produrre un proprio
pensiero originale.
Questo secolo servì però ampiamente a tracciare le linee
base, secondo le quali si sviluppò il profilo dell’Europa.
L’invasione della Britannia da parte degli Inglesi, l’occupazione
della Gallia dei Franchi, i Vandali si insediarono in Spagna
dando il nome all’Andalusia, in Irlanda un monaco, S. Patrizio,
convertì quelle popolazioni al Cristianesimo, nell’Europa
continentale, rozzi regni germanici si sostituirono alla burocrazia
centralizzata dell’impero, e questo venne a cessare. Le grandi vie
di comunicazione andarono in disuso, le guerre e le scorrerie
posero termine ai commerci su larga scala e in tutto il mondo
occidentale si tornò a vivere in ambito locale. Solo la Chiesa,
anche se con grande difficoltà, in occidente, rimase come
autorità centrale.
Alle difficoltà oggettive di questo periodo, la Chiesa dovette
affrontare anche ostacoli di carattere dottrinale, per una
complessa controversia intorno all’Incarnazione sorta tra
Nestorio e Cirillo patriarca di Costantinopoli il primo e di
Alessandria il secondo, per derimere la quale vennero convocati
dei Concili, dai quali ne uscirono il primo condannato per
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IV
* Il Pensiero Medioevale
eresia, il secondo santificato. In seguito altre difficoltà
sorsero intorno allo stesso problema, ma per la versione opposta
a quella nestoriana, la questione detta monofisita, e fu con il
Concilio di Calcedonia (451), promosso da Papa Leone, che
condannò i monofisiti e stabilì in modo definitivo la dottrina
dell’Incarnazione. I nestoriani, come i monofisiti si rifiutarono di
sottomettersi e gli uni e gli altri si diffusero in tutto l’impero
d’oriente dall’Egitto alla Siria e oltre, fino alla Cina. Il protrarsi
di questi dissidi interni al cristianesimo, crearono le condizioni
per una facile conquista maomettana, di ciò che restava
dell’impero d’oriente, e delle province romane del nord Africa.
In Italia, la conquista gotica non pose fine alla civiltà
romana. Sotto Teodorico, (493-526) uomo saggio ed energico, re
dei Goti e d’Italia, l’amministrazione civile rimase romana, e
l’Italia godette pace e tolleranza religiosa. Per quanto ariano,
Teodorico fu in buoni rapporti con la Chiesa di Roma, almeno
fino ai suoi ultimi anni, quando credendo di essere vittima di un
complotto tra gli uomini del suo governo, fece imprigionare e
poi giustiziare il suo ministro e senatore Severino Boezio, che fu
uno dei pochi grandi, nella storia della cultura del VI° secolo,
assieme a Giustiniano, San Benedetto e Gregorio Magno.
Severino Boezio nacque a Roma intorno al 480, fu console
di Teodorico re dei Goti, nel 524, caduto in disgrazia fu
giustiziato. Uomo di grande cultura scrisse molto, indirizzando
gli studi alla traduzione e interpretazione delle opere di Platone e
Aristotele, senza tuttavia riuscire a completare questo vasto
progetto. In contrasto con gli stoici, gli epicurei e gli altri da lui
chiamati usurpatori, manifesta la sua ammirazione nei confronti
dei tre grandi della filosofia greca Socrate, Platone e Aristotele.
La sua opera famosa il “De consolatione philosophiae“ fu
scritta in prigione mentre aspettava di essere giustiziato. Questo
suo lavoro, più di altri del suo tempo, venne letto e studiato
24
IV
* Il Pensiero Medioevale
durante tutto il Medio Evo. Ammirato e considerato un
devoto cristiano, trattato come uno dei Padri, lo si ritenne un
martire della persecuzione ariana. Tuttavia i suoi scritti non
dimostrano che egli fosse cristiano, ma certamente, la filosofia
platonica ebbe su di lui una presa maggiore della teologia
cristiana. Questo ha fatto nascere il sospetto, in tempi recenti,
addirittura che fosse pagano, oppure cristiano solo di nome.
L’importanza che le opere di Boezio ebbero sulla cultura
medioevale è stata enorme. Le opere logiche hanno introdotto la
logica aristotelica nell’insegnamento e nella cultura scolastica,
gli opuscoli teologici hanno fornito alle discussioni teologiche
medioevali i concetti, la terminologia e il metodo. Con questo
Boezio, non perviene al rango di filosofo originale, ma fu un
abile operatore e un retore eloquente, che ha adattato alla
mentalità latina la speculazione greca, secondo l’insegnamento
di S. Agostino: “unisci, nel limite del possibile, fede e ragione”.
Nel 527 divenne imperatore d’Oriente Giustiniano, che
regnò in modo discutibile fino al 565. Famoso è il suo trattato di
giurisprudenza “Digesto”. Da uomo pio e devoto ortodosso, fece
chiudere le scuole di filosofia ad Atene, centri di cultura dove il
paganesimo regnava ancora incontrastato. Tre anni dopo questo
provvedimento (532) prese la decisione di costruire la basilica di
Santa Sofia a Costantinopoli. Giustiniano aspirava a riunificate
anche la parte occidentale dell’impero e nel 535 invase l’Italia
ottenendo, in un primo momento, una rapida vittoria sui Goti. Il
popolo cattolico lo accolse con gioia, come loro rappresentante
contro i barbari. Ma i Goti si ripresero e la guerra si protrasse per
diciotto anni, durante i quali, Roma venne conquistata a turno,
per ben cinque volte fino a decadere al rango di piccolo villaggio
e l’Italia in genere, patì fame e carestia più che ai tempi delle
invasioni barbariche. Qualcosa del genere capitò alle province in
Africa, che Giustiniano riuscì a
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IV
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* Il Pensiero Medioevale
V
riconquistare e fu ben accolto, ma in seguito le popolazioni
scoprirono quanto l’amministrazione bizantina fosse corrotta e il
regime fiscale rovinoso, per cui in molti auspicarono il ritorno
dei Goti e dei Vandali. La Chiesa, per la sua ortodossia, lo
fiancheggiò fino agli ultimi anni. Nel 548 moriva la moglie (di
credo monofisita) e per Giustiniano fu un colpo tremendo. Gli
ultimi anni della sua vita furono tormentati dalla malattia, e dagli
screzi con la Chiesa di Roma, per la promessa fatta alla moglie
in punto di morte: difendere l’eresia monofisita, dove già a Corte
aveva fatto molti proseliti. Per questo non esitò a schierarsi
energicamente contro il Papa del quale, aveva cercato l’amicizia
durante la guerra coi Goti. Tre anni dopo la morte di
Giustiniano, nel 568, l’Italia venne invasa da un’altra tribù
germanica, i Longobardi, che per circa duecento anni, quasi fino
al tempo di Carlo Magno contesero ai Bizantini gran parte della
penisola. I papi, in questo periodo, trattavano con deferenza gli
imperatori d’Oriente e Roma rimase nominalmente soggetta a
loro, pur se questi ebbero pochissima, o nessuna, autorità.
Nella generale decadenza della civiltà del VI° secolo e
successivi, fu soprattutto la Chiesa a conservare e custodire
quanto rimaneva della cultura latina e romana antica. Adempì a
questo compito però in modo imperfetto, a causa del fanatismo e
della superstizione che dominavano allora, finendo spesso col
giudicare la cultura secolare, come opera malvagia. Nondimeno,
le istituzioni ecclesiastiche, seppero creare una solida ossatura
culturale che più tardi rese possibile un risveglio umanistico.
Tra gli uomini che contribuirono a imporre la Chiesa come
guida della civiltà, in quel momento di disfacimento, un posto
importante è occupato da San Benedetto fondatore dell’ordine
benedettino, e precursore della pratica monastica in occidente,
l’altro fu papa Gregorio Magno, uomo di Stato, forse più che
uomo di Chiesa, anche se in seguito fu da questa santificato.
San Benedetto
San Benedetto nacque a Norcia intorno al 480 da facoltosa
famiglia umbra. Studiò a Roma ma all’età di venti anni
abbandonò gli studi e si ritirò in solitudine prima in un villaggio
sul fiume Aniene, per poi ritirarsi in una caverna dove visse tre
anni in solitudine e preghiera. Successivamente al diffondersi di
voci che operava miracoli, venne chiamato a dirigere un
convento ma a causa del regolamento troppo severo da lui
istituito, i monaci decisero di assassinarlo per liberarsene.
Fortunatamente il complotto venne smascherato, e lui si trasferì
a Subiaco dove fondò alcuni monasteri. Anche qui però ebbe una
controversia con il parroco del paese e Benedetto abbandonò la
città per non farvi più ritorno. Nel suo girovagare capitò a
Montecassino, a metà strada tra Roma e Napoli, e qui si stabilì
definitivamente fondando il famoso Monastero, per il quale
scrisse la “Regola Benedettina”. Questa regola, pone sotto il
controllo dell’Abate i monasteri ed entro i limiti stabiliti,
acquisisce il potere di controllo dei monaci, mettendo fine a una
serie di pratiche ascetiche stravaganti attuate autonomamente. La
Regola, il cui motto si riassume in: “prega e lavora”, è contenuta
in settantatre brevi capitoli e rimane ancor oggi uno dei pilastri e
la testimonianza tra le più alte e originali, del Cristianesimo.
All’inizio, i monaci sono dediti all’agricoltura e a quei mestieri
che consentono la sussistenza del monastero. La questua, la
preghiera e la lettura delle orazioni occupano gran parte della
giornata. In seguito si fanno notare per la loro cultura e per la
ricchezza delle biblioteche nelle quali viene custodito e
catalogato gran parte del sapere rimasto. Il monastero diviene
meta di pellegrinaggio da parte di chi chiede un pezzo di pane o
chi desidera salvarsi l’anima. Fuori i tempi sono grami, nel sesto
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V * San Benedetto
V * San Benedetto
secolo in Italia infuria la guerra gotico-bizantina, la carestia,
la malaria, la peste bubbonica, decimano la popolazione, e il
convento diviene l’unico posto dove è possibile avere un piatto
di minestra e nel contempo sfuggire al contagio e ai nemici.
Per chi intende entrare come novizio, la vita del monastero
è dura e deve godere di una salute di ferro per poterla sopportare.
Dopo un anno di tirocinio e aver superato una lunga serie di
esami viene accettato e ordinato membro di diritto e fa voto di
preghiera, di penitenza e di castità, rinuncia a tutti i suoi averi in
favore dei poveri o del convento che col passare del tempo,
andrà quasi per intero a favore del secondo.
Nel 543, quattordici anni dopo la fondazione del Monastero
di Montecassino, San Benedetto muore in seguito a un attacco di
febbre. Viene sepolto accanto alla tomba della sorella Scolastica
alla quale in vita, è stato particolarmente legato.
Il monachesimo ha avuto una parte importante nella vita
economica e sociale del Medio Evo soprattutto in Italia. Quando
gli eserciti barbari distruggevano città e villaggi, le campagne
venivano abbandonate e i raccolti saccheggiati, i poteri centrali
civili, incapaci ad opporsi, cessarono di funzionare e quelli
periferici oramai senza controllo, divennero loro stessi centri di
oppressione. La popolazione indifesa, per sfuggire alle violenze,
si rifugia allora nei monasteri in cerca di protezione, offrendo in
cambio le proprie braccia, anticipando di alcuni secoli il
feudalesimo. I conventi, soprattutto i grandi, a poco a poco si
trasformarono in città fortificate, autarchiche, isolate, chiuse al
resto del mondo.
L’Abate del monastero diviene sovrano assoluto alla pari di
un duca longobardo, con gli stessi poteri e privilegi. Impone dazi
e tasse, batte moneta, arruola truppe e amministra la giustizia,
senza alcun controllo da parte dell’autorità episcopale. Con le
continue e cospicue donazioni di Re e grandi proprietari terrieri,
preoccupati di salvarsi l’anima, i monasteri si ingrandiscono
manifestando la pericolosa tendenza a trasformare i poveri
coloni in servi della gleba.
Riunendo nelle proprie mani il potere civile, religioso e
militare, gli Abati, non fecero che fronteggiare una drammatica
emergenza. Abusandone però, finirono per tradire quello spirito
evangelico, fondamento della Regola monastica voluta da San
Benedetto.
Grande merito va riconosciuto ai monaci che negli archivi e
nelle biblioteche dei monasteri, realizzarono il più prezioso
favore alla conoscenza e al sapere: il salvataggio dell’eredità
culturale di Roma tramandandoci le opere di Cicerone, di
Orazio, di Tacito, le quali sarebbero andate altrimenti perdute,
sicuramente travolte dalla furia dei barbari.
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VI * Gregorio Magno
VI
Gregorio Magno
Gregorio Magno il primo pontefice a portare questo nome,
nacque a Roma nel 540 da famiglia ricca e nobile. Frequenta gli
studi nelle migliori scuole romane e a venti anni si laurea in
grammatica e retorica, poi entra nell’amministrazione civile. Nel
573 viene nominato presidente del Senato ma questa carica non è
di suo gradimento, non corrispondendo un effettivo potere e allo
scadere del mandato si fa frate. Alla morte del padre, eredita un
enorme patrimonio che lui per una parte dona ai poveri e con il
resto finanzia sei monasteri. Tenne per sé il palazzo dov’era nato
e lo trasformò in convento e si fece benedettino. Qui trascorse tre
anni di studio e di rinunce. Fu chiamato a ricoprire incarichi
diplomatici di prestigio a Bisanzio, ma nel 585 il pontefice lo
volle con se a Roma.
Appena rientrato, di nuovo si ritirò in convento per cinque
anni e quando il pontefice morì di peste, venne acclamato dal
popolo suo successore. Per allontanare dall’Urbe il flagello che
aveva decimato gli abitanti, Gregorio ordinò una solenne
processione per le strade della città fino alla basilica di San
Pietro, alla quale parteciparono migliaia di persone. Durante la
marcia ci furono una ottantina di morti, ma quando il corteo
giunse in prossimità del Mausoleo di Adriano, Gregorio, che ne
era alla testa, vide sulla cima del monumento un angelo che
riponeva la spada nella guaina, il gesto prodigioso venne
interpretato come l’inizio della fine della pestilenza.
Nell’autunno del 590 giunse a Roma la conferma imperiale
della sua nomina e venne trascinato dal popolo in San Pietro e
consacrato Papa.
Il primo compito che dovette affrontare fu
l’amministrazione della città e del patrimonio ecclesiastico
divenuto oramai ragguardevole. La tragica situazione in cui
versavano le campagne e i villaggi a causa delle pestilenze,
della carestia e delle guerre barbariche, si rifletteva sulla
popolazione e sulle proprietà, che venivano abbandonate e intere
famiglie affluivano verso i monasteri o verso le città che
offrivano una migliore protezione, abbandonando vasti territori e
nominando la Chiesa erede universale dei loro beni. I vasti fondi
in possesso in Campania, nel Lazio e nelle isole fecero del Papa
il più grande proprietario terriero della penisola.
L’altro problema grave da risolvere era il rapporto tra il
potere laico e quello ecclesiastico. Giustiniano aveva trasformato
i Vescovi in ufficiali imperiali delegando loro tutte le funzioni
amministrative che i vecchi organi municipali, dei tempi di
Augusto e di Traiano non erano più in grado di assolvere. Le
vecchie magistrature non esistevano più, il Senato aveva cessato
di esistere, il prefetto cittadino era l’esecutore di ordini che
venivano dal Papa ed ancora era il Pontefice che arruolava e
armava le truppe. La Chiesa, costruiva ospedali, ospizi e
brefotrofi, intanto il potere andava concentrandosi ogni giorno di
più nelle mani del Papa.
Gregorio riformò la liturgia e la disciplina della Curia.
Compose inni sacri bellissimi (canti Gregoriani) che dirigeva
personalmente nel coro di San Pietro. Affidò l’amministrazione
della Chiesa a personale esclusivamente ecclesiastico
licenziando il personale civile. Impegnato in tutte queste imprese
alcune delle quali di assoluto impegno, trovò anche il tempo per
dedicarsi alla scrittura, della quale non fu eccelso ma un
prolifico autore.
Nel 592 scongiurò l’invasione del Lazio trattando il ritiro
dell’esercito con il Duca Ariulfo all’insaputa di Agilulfo il quale
offeso, per rappresaglia, mosse alla conquista dell’Urbe nella
primavera successiva. Quando Gregorio vide, dall’alto dei
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VI * Gregorio Magno
VII
bastioni, avvicinarsi l’esercito Longobardo, credette
s’avvicinasse la fine del mondo, e ancora per risparmiare alla
città e ai suoi abitanti gli orrori del saccheggio, chiese e ottenne
un negoziato col Re, che si effettuò fuori della basilica di San
Pietro. Le suppliche e le promesse del Papa sortirono l’effetto
sperato e Agilulfo rinunciò ai suoi piani e il Pontefice a una fetta
del suo tesoro.
Questo accordo sortì un doppio effetto. Una pace duratura
in tutta la penisola, sanzionando la divisione in tre sfere
d’influenza: la longobarda, la bizantina e la romana. Il secondo,
fu la premessa per la conversione al cattolicesimo dei
conquistatori ariani, in questo favorita dalla regina cattolica
Teodolinda.
Nella primavera del 603 dopo undici anni di matrimonio,
Teodolinda, diede alla luce un figlio che venne battezzato col
rito cattolico. Questo fu il segnale per l’imminente conversione
in massa al Cattolicesimo dei Longobardi.
Nel marzo del 604, Papa Gregorio muore stroncato da un
attacco di gotta. Le esequie vengono celebrate in San Pietro dove
la salma viene tumulata. Dopo la morte circolarono voci
calunniose sul suo conto, accusandolo di aver dilapidato il tesoro
di San Pietro.
Gregorio Magno fu l’ultimo dei quattro dottori della Chiesa.
Certamente uno dei più grandi uomini del VI° secolo e tra i papi,
politicamente il più significativo, per aver dato al Papato un
potere temporale inimmaginabile in un periodo di totale
desolazione civile. Grande statista, saggio amministratore e
accorto diplomatico, seppe governare la Chiesa tra la tempesta
barbarica, uscendone vittorioso. Non è secondario tuttavia,
l’altro grande merito, quello di avere mantenuto viva la cultura
nella situazione di totale decadenza, riuscendo a conservarla e
custodirla per quanto gli fu possibile.
Le invasioni e il Medio Evo
I Goti prima e i Longobardi dopo, sottrassero l’Italia
all’Impero di Bisanzio, il quale però riuscì a conservare Ravenna
come caposaldo e il Papa come interlocutore. Roma ribadiva
l’obbedienza all’Imperatore, ma ne trasgrediva regolarmente gli
ordini. Il rapporto del Papa col Patriarca di Costantinopoli erano
tesi e due eventi precipitarono la crisi: l’editto contro le dispute
religiose -Tipo-, e contro il culto delle immagini -Iconoclasmo-.
Il “Tipo” fu bandito da Costante II nel 648, con lo scopo, di
eliminare le interminabili diatribe che si scatenavano tra gli
ecclesiasti per futili questioni dottrinali, nell’illusione di
restituire il clero alla cura delle anime, sanzionandolo nel caso
non si fosse uniformato. Il Patriarca a Bisanzio lo ratificò e da
Roma il Papa lo scomunicò. L’Imperatore, sottintese la
scomunica rivolta a se stesso e ordinò all’Esarca Olimpio di
assassinare il Papa. L’agguato falli una prima volta, ma Costante
II non si arrese e affidò ad un nuovo Esarca la medesima
missione ottenendo migliore esito. Il Pontefice venne catturato e
trasportato con una nave a Nasso imprigionato e sottoposto ad
angherie e disagi. L’anno dopo venne trasferito a Costantinopoli
e processato, riconosciuto colpevole di vicinanza con i nemici di
Cristo, e di scarsa devozione alla Vergine. La condanna a morte
venne commutata con il confino che scontò a Cherso, nel Ponto
Leusino dove morì in assoluta povertà e dimenticanza nel 665.
La Chiesa lo consacrò Santo.
Intanto gli avvenimenti politici si susseguivano, e i
musulmani premevano elle frontiere a est, minacciando di
sommergere la Grecia. L’imperatore mosso da paura, balenò
l’idea di riportare la capitale dell’impero a Roma restaurando
l’Impero d’Occidente.
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* VII Le Invasioni e il Medio Evo
L’assurdo progetto sembrò realizzarsi quando il 5 luglio del
663 varcò le mura di Roma accolto da Papa Vitaliano
benedicente e scortato dal popolo trionfante fino dentro la
basilica di San Pietro. Costante restò a Roma il tempo per
scoperchiare il Pantheon e trafugarne il tetto in rame. Il
tredicesimo giorno partì con le sue navi, cariche del bottino, alla
volta di Siracusa. Morì nel 668 in Sicilia, sepolto con lui,
l’ultimo tentativo di riportare l’Italia sotto l’Impero Bizantino.
L’editto con il quale venne vietato l’Iconoclasmo venne
promulgato nel 726 dall’Imperatore Leone III, uomo caparbio,
ambizioso e grande soldato. Nel 717 si fece notare liberando
Costantinopoli dalla flotta saracena che incrociava al largo del
Bosforo. Alla morte di Giustiniano II, sbaragliò gli avversari e si
fece proclamare Imperatore. Regnava da nove anni quando
proibì il culto delle immagini, forse influenzato dal giudaismo o
dall’Islam, la nuova religione, ordinandone la loro distruzione.
In tutto l’Impero, l’industria dell’immagine sacra era assai
fiorente e il suo abuso dava luogo a uno scandaloso commercio,
a superstizioni ed occasioni di instabilità politica. Nel 730
davanti al Senato proclamò, “traditore della Patria”, chiunque ne
praticasse il culto. L’alto clero lo appoggiò, quello basso e i
monaci, diretti penalizzati, gli si rivoltarono contro e il popolo si
sollevò, provocando sanguinosi tumulti che culminarono con la
deposizione di Leone. In Italia il Papa, convocò un Concilio che
scomunicò l’Imperatore, dispensando i Romani dal versamento
delle tasse all’impero .
Ritornando alla situazione in Italia con gli accadimenti che
seguirono. Siamo nel 539, quando dai contrafforti delle Alpi si
affacciò e poi discese nella pianura del Po un’orda di guerrieri,
biondi e ferocissimi, distruggendo villaggi, razziando animali e
campi, massacrando uomini, bruciando chiese, sembravano
ritornati i tempi di Attila o di Alarico.
34
* VII Le Invasioni e il Medio Evo
Contemporaneamente, Bizantini e Ostrogoti, si stavano
dilaniando in guerre che alla fine durarono trenta anni,
trasformando la penisola in un cimitero. Questi nuovi arrivati
chiamati Franchi, erano di origine germanica, provenivano dal
basso Reno e stanziavano nella parte settentrionale della Gallia,
che da allora cambiò nome in Francia. Questa valanga (era la
prima volta), che si rovesciò nelle verdi valli padane senza
possibilità di contenimento, per fortuna, rientrò quasi subito,
sciogliendosi come neve al sole, a causa di una forte epidemia di
tifo che li decimò.
Da queste numerose tribù, stanziali al di là delle Alpi,
spesso in guerra tra loro, che solo raramente, riunivano le loro
forze per saccheggiare e depredare le terre vicine, erano emersi
due gruppi potenti i quali allearono gli altri e si spartirono il
territorio, occupando i “Ripuarii” il bacino della Mosella e i
“Salii” la restante parte. Nel 481 questi ultimi proclamarono loro
Re un giovanotto di nome Clodoveo, nipote di un certo
Meroveo, capostipite della dinastia dei Merovingi.
Clodoveo era un guerriero audace, accorto e ambizioso.
Desideroso di espandere il suo territorio, invase le terre tra la
Marna e la Senna occupò Parigi e dilagò nell’Ile de France
andando a scontrarsi con gli Alemanni, stanziati nell’alta valle
del Reno. Ci vollero cinque anni ma alla fine riuscì a piegarli. Si
racconta che la vittoria fu un segno divino, dovuto alla
conversione di Clodoveo alla religione cattolica. Il giorno di
Natale del 496 con la veste di catecumeno addosso, ricevette il
battesimo insieme al suo popolo, nella chiesa di Reims. I Franchi
furono i primi tra le popolazioni germaniche a convertirsi al
Cattolicesimo, divenendo i paladini barbari dell’ortodossia. In
seguito sottomisero i Burgundi, i Visigoti e i Ripuarii,
comprendendo territori che si estendevano dall’Atlantico al
Reno. Nel 511, Clodoveo muore e viene sepolto a
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* VII Le Invasioni e il Medio Evo
* VII Le Invasioni e il Medio Evo
Parigi, all’età di 46 anni. La Chiesa lo celebrò come il più
Cristiano dei Re di Francia. Seguirono decenni in cui i
successori dispersero e dilapidarono il territorio, fino al 613
quando un nipote, Clotario, lo riunificò e ne allargò i confini,
dando vita, a grandi linee, alla Francia moderna.
Per altre due volte l’esercito dei merovingi invase la pianura
Padana, nel 576, e nel 590 e per altrettante volte fu ricacciato
oltre il confine dai Longobardi oramai padroni della penisola. In
seguito Agilulfo stipulò una tregua coi Franchi che durò
cetocinquanta anni. Quando i merovingi ebbero minacciata la
Provenza dagli Arabi, chiesero aiuto ai Longobardi che con
Liutprando, respinse e volse in fuga i Mussulmani.
Seguì un lungo periodo in cui la monarchia, salvo poche
eccezioni, regnò ma non governò, delegando il potere nelle mani
dei primi ministri (maestri di Palazzo) che dal canto loro,
provvedevano al governo, all’amministrazione dei beni e al
risarcimento dell’apparato militare, in merci e terreni.
Nel 622 re Dagoberto nominò Maestro di Palazzo un certo
Pipino, uomo avveduto e coraggioso, il quale fece in modo che
questa carica andasse in eredità al figlio, sottraendola alla
volontà di nomina del monarca e modificandola in diritto
ereditario. Da questa dinastia, dei Pipinidi, nacque Carlo
soprannominato Martello per la sua forza erculea, il quale legò il
suo nome a uno degli avvenimenti storici, più importanti e
decisivi della storia. La sconfitta dei Musulmani di Abderrahman
a Poitiers nel 732, ponendo fine alle mire espansioniste arabe in
Europa.
Carlo Martello, amministrò con giudizio, favorì
l’evangelizzazione dei Germani di qua e di là dal Reno, fece
abbattere gli idoli pagani, ma non fu bigotto, separò la Chiesa
dallo Stato e decise che le decime venissero pagate a questo e
non a quella, per questo venne scomunicato. Morì nel 741
lasciando eredi i due figli Carlomanno il maggiore e Pipino,
detto il Breve per la sua statura. Il regno venne suddiviso e i due,
governarono i rispettivi territori come Maestri di Palazzo. Pochi
anni dopo, 746, Carlomanno decise di ritirarsi in convento e
l’anno successivo si trasferì a Montecassino. Pipino rimase
arbitro assoluto della situazione, trovandosi nelle sue mani tutti i
poteri di Francia, anche se ufficialmente il monarca era l‘inetto e
malaticcio Re Childerico III.
I tempi erano maturi per deporre una dinastia che oramai da
troppi anni non governava più. I rapporti tra Pipino e la Chiesa
erano ottimi, e l’un l’altro avevano interesse a rafforzarli: Pipino
offriva la sua protezione nel caso di contrasti del Papa coi temuti
Longobardi, a sua volta la Chiesa, poteva consacrare
ufficialmente un’usurpazione, gabellandola come un atto della
Provvidenza. L’intesa fu raggiunta facilmente e Pipino venne
incoronato Re dei Franchi, dal Vescovo Bonifacio a Soisson.
Childerico, l’ultimo dei Merovingi, fu rinchiuso in un
monastero. In cambio Pipino, accordava al Papa, Ravenna e tutto
il territorio dell’Esarcato in Italia.
Quando nel 744 Liutprando, Re dei Longobardi morì,
seguirono anni di transizione, fino a quando, la corona di ferro,
passò sul capo del fratello Astolfo, che sognò di riunire l’Italia
quando nel 751 strappò Ravenna ai Bizantini, ma il progetto alla
fine non riuscì.
Con la caduta della capitale bizantina in Italia in mani
longobarde e la successiva occupazione delle terre della
Pentacoli e dell’Esarcato, Roma, privata del suo naturale alleato,
si trovò esposta alla minaccia di Pavia capitale Longobarda. La
disputa tra la Chiesa e Astolfo si accese sul diritto proprietario
delle terre dell’ex Impero d’Oriente in Italia sulle quali, il Papa,
avanzava l’appartenenza, quale: “naturale erede dell’Impero
Romano”.
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38
* VII Le Invasioni e il Medio Evo
* VII Le Invasioni e il Medio Evo
Astolfo, opponendosi, venne scomunicato e per tutta
risposta bandì la persecuzione dei cattolici.
Il Papa fu costretto a chiedere la pacificazione firmando una
tregua di quarant’anni. Seguirono schermaglie e rappresaglie che
costrinsero Stefano a chiedere aiuto a Pipino, scongiurandolo di
marciare in difesa di Roma. Il Re gli rispose invitandolo in
Francia.
L’incontro avvenne il giorno dell’Epifania 754. il Papa
supplicò Pipino di adoperarsi per indurre Astolfo a rendergli
l’Esarcato e la Pentacoli. Il Re promise e Stefano lo incoronò per
la seconda volta Re di Francia, in una cerimonia in cui erano
presenti anche la moglie e i figli Carlo e Carlomanno incoronati
anche loro come “difensori di Roma”.
Fondamento per la pretesa, sui diritti di “eredità naturale”
dei territori Bizantini di occidente, è la cosiddetta ”Donazione di
Costantino”, una specie di editto, nel quale Costantino, in
seguito a fatti miracolosi e situazioni prodigiose, prima di
imbarcarsi per l’Oriente, dove fondò la città che porta il suo
nome, donò a Papa Silvestro l’Italia e l’Occidente in segno di
gratitudine. Ciò conferì automaticamente al papato, la potestà
sull’Impero d’Occidente.
Questa colossale mistificazione, dei rapporti intercorsi tra
Costantino e Silvestro, fu ribadita per secoli dagli storici della
Chiesa e smascherata solo nel 1440, dimostrando in modo
clamoroso la falsità del documento, che permise alla Chiesa nel
757, di sottrarsi al Cesaropapismo Bizantino, salvaguardarla da
quello Carolingio, e legalizzare un potere temporale usurpato, in
nome di Cristo. Nell’Europa dei secoli bui nessuno avanzò dubbi
sull’autenticità della “donazione”, forse anche Pipino ci credette.
In seguito alla visita di Silvestro a Pipino dell’Epifania del
754, venne dichiarata la guerra tra Franchi e Longobardi, questi
vennero sconfitti e messi in fuga. La città di Pavia fu assediata
e costretta ad arrendersi. Il Papa dettò le condizioni della
pace. Astolfo s’impegnava a restituire la Pentacoli e l’Esarcato
alla Chiesa e Pipino rientrò al di là delle Alpi. Da subito i
Longobardi non si sottomisero a Pipino e alla Chiesa, ma dopo
ripetute guerre vennero sconfitti.
Infine nel 774, Carlo Magno, figlio di Pipino, sconfisse
definitivamente i Longobardi e si autonominò loro Re, discese a
Roma dove confermò la donazione dei territori bizantini alla
Chiesa, la quale dal canto suo, assecondò Carlo Magno nel suo
disegno di espansione, vedendo in lui la possibilità di convertire
nuove popolazioni. Nel 772 Carlo trovò il pretesto di invadere e
conquistare la Sassonia, giustificandola con il mancato
pagamento delle tasse di queste popolazioni. Seguirono decenni
di guerre, rappresaglie, deportazioni e colonizzazioni forzate,
che compresero la Baviera, la Boemia, l’Austria e molte terre al
di là del Danubio, nelle quali si crearono le condizioni, con
energiche persecuzioni, per la conversione al Cristianesimo di
questi popoli.
La campagna di Spagna del 778, contro l’Emiro di
Cordoba, invece si risolse con un clamoroso fallimento, nel
quale numerosi furono le figure di rango che rimasero sul terreno
della collina di Roncisvalle. Nel Natale dell’800 venne
incoronato Imperatore da Papa Leone III° , facendo rivivere,
nella sua persona, l’Impero d’Occidente, comprendente l’attuale
Francia con parte della Spagna al di la dei Pirenei, l’Europa
continentale, la Boemia e l’Ungheria fino alla Dalmazia e l’Italia
comprese le isole. Nell’806 Carlo Magno, convocò
un’assemblea di ecclesiastici e di nobili e assegnò l’Impero ai
suoi tre figli Pipino, Carlo e Luigi. Purtroppo i primi due
morirono nel volgere di pochi anni, rimanendo unico erede Luigi
detto il Pio. Sentendosi oramai vecchio, nell’813 alla presenza
dei Vescovi e dei Conti franchi, nel corso di una cerimonia
Sommario
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40
* VII Le Invasioni e il Medio Evo
VIII
svoltasi ad Aquisgrana, pose sul capo di Luigi la sua corona
imperiale. Ai primi di novembre venne colto da febbre alla quale
seguì una complicazione polmonare. Sentendo avvicinarsi la fine
chiese l’estrema unzione e il 28 gennaio dell’ 814 morì, all’età di
72 anni dopo 46 anni di governo.
La morte del fondatore fu il principio della fine dell’Impero
Carolingio. Luigi non fu all’altezza del compito assegnatogli dal
padre, smembrò l’impero tra i suoi tre figli, i quali si
combatterono a vicenda trascinando la dinastia Carolingia verso
la fine che sopraggiunse quando tribù bellicose provenienti da
nord, i Normanni, tra l’880, e 885 invasero e devastarono
numerose città fino a Parigi e in seguito la Borgogna. Finiva così
una dinastia che in cento anni cambiò la faccia dell’Europa.
Aveva perduto l’impronta romana e acquistato quella germanica.
Dopo la disgregazione dei Merovingi, i Franchi, con Carlo
Martello e Pipino il Breve, si adoperarono per ripristinare
l’amministrazione pubblica caduta nel caos. Carlo Magno la
consolidò decentrandola e sottoponendola ad un ferreo controllo
periferico. Questo propiziò la “rinascita Carolingia”, con la
riscoperta e la trascrizione degli antichi manoscritti greci e latini,
permettendo un ricupero letterario, artistico e culturale che ebbe
del miracoloso.
Campioni e artefici di questo rinnovamento furono Alcuino,
Paolo Diacono ed Eginardo, senza i quali, l’Umanesimo sarebbe
stato impossibile e la civiltà occidentale avrebbe subito un
diverso corso.
L’Islam in Europa
Abbiamo già avuto occasione di parlare della civiltà
mussulmana che ebbe grande influenza nella cultura soprattutto
nell’Impero d’Oriente ma anche in Europa fino alla sconfitta di
Poitiers. A differenza delle invasioni barbariche subite
dall’Impero d’Occidente in cui i conquistatori si conformarono
alla civiltà e alla religione dei conquistati, la conquista araba,
seguì un percorso diverso, influenzando fortemente l’Impero
Bizantino e la parte mediterranea dell’Africa fino alla Spagna,
dando vita ad una forma propria di civiltà e una nuova religione.
L’era mussulmana inizia nel 622 quando Maometto, fugge
“Egira” dalla Mecca verso Medina. Qui inizia il suo proselitismo
che lo porta in seguito a rientrare trionfalmente alla Mecca, da
dove il suo credo, “Corano” viene diffuso. Maometto non si
dichiara divino ne tanto meno i suoi seguaci lo affermano, le
regole di osservanza del Corano, sono semplici come semplice è
la liturgia, non complicata da tematiche teologiche. Il libro, a
differenza della Bibbia, è l’opera di un solo uomo, Abu Bekr suo
successore e apostolo, che assistito dagli altri “Compagni”,
ricostruirono a memoria, con le stesse parole dette dal Profeta, i
capitoli (sure), poi ordinati in un manoscritto. Fonte di
ispirazione è sempre quella ebraica, cui aveva attinto anche il
Cristianesimo: un solo Dio che dopo aver creato il mondo, lo
guida, sia pure attraverso gli errori dell’uomo, verso la salvezza
finale. Il Corano, fornì agli Arabi il catechismo di una milizia
missionaria, potendo opporre non solo spada a spada, ma
Scrittura a Scrittura, andando alla conquista del mondo cristiano.
Maometto fu il primo arabo a superare la concezione tribale,
dandogli un sentimento nazionale e una lingua codificata,
riuscendo a far credere che i mussulmani formano una
41
VIII * L’Islam in Europa
“fratellanza”, per la quale si impone la rinunzia alle lotte
intestine. Fu un grande organizzatore civile e militare e gli effetti
si videro, dopo la morte, nel 632, quando il suo piccolo esercito,
militarmente ben preparato, con grande rapidità e
determinazione, si propagò per tutto il medio Oriente fino
all’India, l’Africa mediterranea e gran parte della Spagna, il tutto
in meno di cento anni.
Varie furono le circostanze che facilitarono questa
espansione. L’Impero d’Oriente e la Persia erano esausti per le
lunge guerre, i Siriaci di osservanza nestoriani, subivano
continue persecuzioni da parte dei cattolici ortodossi, così pure
in Egitto la gran massa monofisita, mentre i maomettani da parte
loro tolleravano tutte le sette cristiane purché pagassero il loro
tributo. In Africa gli arabi si allearono con i Berberi del luogo e
insieme invasero la Spagna aiutati dagli ebrei che i Visigoti
avevano duramente perseguitato.
L’Impero arabo era una monarchia assoluta, capeggiata dal
Califfo, successore del Profeta, dal quale ereditava anche le
prerogative religiose. Di nomina elettiva in principio, divenne
presto ereditaria.
Gli Arabi, per quanto abbiano conquistato gran parte del
mondo in nome di una nuova religione, non erano religiosissimi,
il motivo delle loro conquiste era principalmente il bottino e il
saccheggio, piuttosto che la religione. E’ stato solo per la
mancanza di fanatismo che un gruppo di guerrieri, governò
senza difficoltà vaste popolazioni, di civiltà elevata e di diversa
religione. Diversamente i Persiani, dotti pensatori, dopo la
conversione, fecero dell’Islam, qualcosa di più religioso e
filosofico di quanto immaginato dal Profeta e dai suoi seguaci. Il
sistema politico e sociale degli Arabi ha in sé i difetti di tutte le
monarchie assolute. Con la morte del monarca si innesca una
guerra che termina con la vittoria di uno dei figli e la morte di
42
VIII * L’Islam in Europa
tutti gli altri pretendenti
La cultura del mondo mussulmano fiorì principalmente alle
estremità dell’impero, in Persia e in Spagna, pur essendo
cominciata in Siria, da dove gli Arabi acquisirono la conoscenza
della filosofia greca, principalmente Aristotelica, anche se
mescolata di neoplatonismo. In Persia, i maomettani, attraverso
gli scritti sanscriti, vennero in contatto con l’India e le
conoscenze di astronomia. Un traduttore dal sanscrito, trascrisse
dei libri di matematica e astronomia, da uno dei quali, diffuso e
tradotto anche in latino nel XII secolo, l’Occidente per la prima
volta imparò quelli che noi chiamiamo numeri arabi, ma in realtà
provenienti dall’India. Un libro di algebra dello stesso autore
venne usato come testo in Occidente fino al XVI° secolo. Fino
all’invasione Mongola del XIII secolo, la civiltà Persiana fu
ammirevole, sia artisticamente che intellettualmente, ma poi non
ebbe la forza di riprendersi.
I filosofi arabi, attribuirono grande importanza ad Aristotele
per la logica, tramandata loro dai nestoriani, in seguito
apprezzarono anche l’astrologia, l’alchimia, la zoologia e
l’astronomia. Due filosofi maomettani sono degni di menzione:
uno persiano, Avicenna, famoso tra i maomettani (980-1037),
insegnò medicina e filosofia. Compose una enciclopedia, che
ebbe una certa influenza in Occidente attraverso le traduzioni
latine. Fu più famoso in medicina che in filosofia, della quale
apprezzò in modo particolare Aristotele, più di altri intellettuali
mussulmani. Come alcuni scolastici cristiani, egli si occupò del
problema degli universali, commentando le opinioni di Platone e
di Aristotele, giungendo ad una conclusione conciliativa dei
diversi punti di vista.
Averroè (1126-1198), l’altro filosofo mussulmano, vissuto
all’altra estremità del mondo Islamico, in Spagna, molto
apprezzato dai cristiani ortodossi. Studiò teologia,
Sommario
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44
VIII * L’Islam in Europa
IX
giurisprudenza, medicina, matematica e filosofia. Fu
medico alla corte del Califfo a Cordova, in seguito venne
rimosso e esiliato in Marocco, a causa l’opposizione degli
integralisti, accusato di coltivare la filosofia degli antichi a
danno della vera fede. Poco dopo questo periodo, il territorio dei
Mori in Spagna si ridusse in corrispondenza delle conquiste
cristiane. La filosofia mussulmana in Spagna finì con Averroè;
tutti i libri di logica e di metafisica che si poterono trovare,
furono dati alle fiamme e nel resto del mondo maomettano, una
rigida ortodossia pose fine alla ricerca filosofica.
Si può dire in generale che per i filosofi arabi, le teorie
scientifiche discendono dagli scritti di Aristotele, dai
neoplatonici in logica e metafisica, da Galeno in medicina, da
fonti greche e indiane in matematica e astronomia. Dove
mostrano una certa originalità è in chimica, come risultato delle
ricerche di alchimia, ma la civiltà maomettana fu ammirevole,
nella sua epoca d’oro, nelle arti in architettura e in molti campi
della tecnica.
La filosofia araba non ebbe una originalità propria di
pensiero, ma l’opera di uomini come Avicenna e Averroè ebbe
un’importanza non trascurabile nell’aver permesso di conservare
durante i tempi bui del Medioevo, la filosofia e la civiltà antica,
che già l’Europa aveva conosciuto, e traghettarla fino al nuovo
rinascimento. I Maomettani assieme ai Bizantini, pur mancando
dell’energia necessaria per innovare, seppero conservare per il
futuro, l’apparato della civiltà: l’educazione, i libri e la cultura.
Entrambi, servirono da stimolo per l’Occidente quando
questi emerse dalla barbarie, producendo e stimolando nuove
correnti di pensiero, superiori a quelle prodotte direttamente
dagli intermediari.
La Grande Sintesi
Oramai da parecchie pagine non trattiamo più temi
filosofici, ciò non perché si è voluto dare un diverso indirizzo
alle nostre argomentazioni, ma proprio perché la storia, i fatti e i
personaggi, per come ci siamo impegnati a riferire secondo una
linea di continuità e collocazione temporale, non danno motivo a
considerazioni o a pensieri filosofici innovativi, riconoscendo
implicitamente, che per lunghi secoli la cultura non seppe
esprimere e formare pensatori capaci di un pensiero originale.
Altri erano i problemi e le preoccupazioni che i popoli
dell’Europa stavano affrontando. La possibilità di scambio, di
incontro e di confronto tra diverse conoscenze, era scesa
praticamente a zero, tanto da non permettere il formarsi di
aperture culturali, per cui anche il numero di pensatori è andato
drasticamente riducendosi. D’altro canto quando la fame, la
carestia, la guerra, le pestilenze, i massacri e le vendette si
susseguono e si incrociano sulle popolazioni quasi
individualmente, la barbarie e la violenza non hanno freni o
limiti, l’unico pensiero che impegna la mente è l’egoismo della
sopravvivenza. Questo è il tempo dell’azione, della forza bruta,
dell’arrangiarsi, il pensiero e la conoscenza, non hanno dimora,
non possiedono la forza per sollevarsi e produrre novità,
avanzamento, promozione, per cui tutto, civiltà e cultura, si
appiattisce e si perde. Solo qualche illuminato, trova la forza di
raccogliere, riordinare e classificare quel poco di sapere antico,
sopravissuto alle distruzioni e con grande sforzo di ricerca,
radunarlo e con cura custodirlo, sottraendolo al pericolo del
saccheggio.
Questa, sopra descritta, è la situazione e la condizione in cui
si trova il mondo Occidentale, nei secoli bui che vanno dal V°
45
IX * La Grande Sintesi
al XI° secolo. Secoli in cui l’Europa, alla fine dell’Impero
romano, con grandi sforzi, si è divisa e ricostruita in nazioni,
guidate da sovrani e principi rozzi e il più delle volte violenti,
che si combattono reciprocamente per la supremazia del proprio
popolo.
In questo clima, solo la Chiesa appena formata, si trova
nella condizione morale per essere accettata, se non investita, a
rappresentare le aspirazioni e i desideri delle popolazioni
sottratte alla protezione dell’Impero, contro la minaccia di
distruzione della civiltà antica. Questo compito viene svolto dai
monaci e dagli ecclesiastici colti, che racchiusi nelle abbazie nei
monasteri e nei conventi, si adoperano per conservare la cultura
e il sapere e nel contempo, elaborare e creare una filosofia che si
adatti al Cristianesimo, analizzando e arrangiando l’antico
sapere, alla nuova fede.
In questa situazione però la ricerca, sminuita nelle sue
prerogative di indagine verso tutte le conoscenze, viene
indirizzata entro un percorso obbligato, al servizio della dottrina
e per la grandezza della Chiesa, in una mescolanza tra potere e
fede.
Il Cristianesimo, partito in una situazione di grande
svantaggio, durante questo lungo periodo seppe riunire in sé
molti elementi di grande importanza, proveniente da varie fonti,
riuscendo a progredire fino a portarsi alla pari con i suoi
competitori nel campo della filosofia, sviluppandone una propria
mediante un’opportuna modificazione del neoplatonismo e dei
rituali dal tempo di Ambrogio, rendendo più attraente e
spettacolare la parte liturgica. Il Vecchio Testamento, le religioni
orientali del mistero, la filosofia greca, i metodi romani di
amministrazione, tutti, furono assorbiti e combinati dalla Chiesa,
fino a creare un insieme e darle una forza, che nessuna
organizzazione sociale precedente aveva raggiunto.
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IX * La Grande Sintesi
Diversa e migliore è stata la situazione dell’altra parte
dell’Impero, quello Orientale, il quale non subì le violenze e le
distruzioni barbariche se non in minima parte, ma godette di un
periodo di sviluppo ed espansione molto felice. Con l’avvento
della religione maomettana ne guadagnò anche la filosofia,
permettendo, principalmente nei primi secoli, lo studio e la
conservazione della conoscenza greca-orientale nella sua
universalità, favorendone la trasmissione alla parte occidentale
del mondo, nel momento in cui questo uscì dal buio del
Medioevo.
Sommario
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X * Giovanni Scoto
X
Giovanni Scoto
Giovanni Scoto, irlandese vissuto nel IX° secolo, fu il
personaggio più sorprendente della sua epoca. Sconosciute sono
le sue origini e la fine. Della sua vita se ne conosce solo la parte
in cui egli fu al servizio di Re Carlo il Calvo. Profondo studioso
del greco, neoplatonico, pelagiano e panteista, pur lontano
dall’ortodossia cattolica, sfuggì alla persecuzione, anzi il suo
parere veniva richiesto dagli ecclesiastici, per risolvere le
controversie.
Per meglio comprendere l’uomo, occorre fare un passo
indietro fino al tempo delle invasioni barbariche della Gallia,
quando gli uomini colti del continente, fuggivano al di la dal
mare, cioè in Irlanda, per evitare i Germani, portando insieme ai
missionari, cultura e progresso tra la popolazione isolana,
trapiantando gran parte delle scienze e della civiltà che sul
continente andava scomparendo. Poco si sa della storia Irlandese
di quei secoli, durante i quali conservarono la tradizione della
cultura classica. Questa, legata ai monasteri, impregnata di
religiosità, non eccedeva in sottigliezze teologiche, ne tanto
meno era caratterizzata da una concezione amministrativa come
gli ecclesiastici del continente dopo Gregorio Magno, in pratica
era rimasta isolata, fuori dal contatto con Roma, considerando il
papa ancora come al tempo di Sant’Agostino e non come nella
realtà del nono secolo.
Causa l’invasione degli Scandinavi dell’Inghilterra e
dell’Irlanda, nell’800 il flusso migratorio si ripeté a ritroso verso
il continente, favorito dall’accoglienza di Re Carlo, il quale
chiamò Giovanni alla testa della scuola di corte.
Una disputa, sorta sulla predestinazione e il libero arbitrio,
alla quale Giovanni vi partecipò con un trattato sulla
“Divina Predestinazione”, prese posizione molto netta a
favore del libero arbitrio sostenendo che ragione e rivelazione
sono entrambi fonti di verità, per cui non possono confliggere,
ma nel caso sembrassero in conflitto andrebbe preferita la
ragione. Questa tesi sollevò indignazione, ritenuta non del tutto
ortodossa e condannata da due Concili. Fu solo per l’appoggio
del Re che sfuggì alla persecuzione. La sua opera maggiore si
chiama “sulla Divisione della Natura”. L’intera “Natura”,
comprensiva di ciò che è, ed anche di ciò che “non è”, viene
divisa in quatto classi:
1° ciò che crea e non è creato; questo è Dio. Dio è il
principio il centro e la fine delle cose, la sua essenza è
inconoscibile agli uomini. Perfino a se stesso Egli è
inconoscibile, perché Egli non è un “quale”.
2° ciò che è creato e crea; sono le idee (platoniche) che
sussistono in Dio. Il mondo delle idee è eterno e tuttavia creato.
Queste prime cause danno origine al mondo delle cose
particolari, la cui materialità è illusoria.
3° ciò che è creato ma non crea; sono le cose nello spazio e
nel tempo. La creazione è un processo eterno; la sostanza di tutte
le cose finite è Dio. La creatura non è un essere distinto da Dio e
Dio si manifesta nella creatura in una maniera ineffabile.
4° ciò che non è creato e non crea; è ancora Dio come Fine
e Proposito di tutte le cose. Ciò che emana da Lui aspira a
tornare a Lui; così la fine di tutte le cose è identica al loro
principio. Il ponte tra l’Uno e i molti è il Logos, perché è il
principio che riporta i molti all’Uno, e l’uomo a Dio. La parte
che effettua questa unione, diventa divina.
La pericolosità dottrinale di Giovanni risulta evidente e la
sua indipendenza mentale, dimostrata da queste eresie, è
sorprendente nel IX° secolo. Fu ripetutamente condannato come
eretico e nel 1225, papa Onorio III°, ordinò la distruzione di
Sommario
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X * Giovanni Scoto
XI
tutte le copie del libro. Fortunatamente questo ordine non
venne eseguito con grande cura.
Con ogni probabilità il neoplatonismo era comune in Irlanda
tra il V° e il IX° come lo era tra i padri Greci del IV° e V° sec.
per cui, se del Cristianesimo irlandese di quei secoli, che
sappiamo molto poco a causa dell’isolamento, ne sapessimo di
più, probabilmente non troveremmo così sorprendente la figura e
l’opera di Giovanni Scoto.
Il Nuovo Millennio Il Medioevo
Le condizioni politiche del X sec., dopo la dissoluzione
dell’impero Carolingio, pur avendo apportato qualche progresso,
non si dimostrarono sufficientemente solide per dare continuità
alla ripresa intellettuale dell’Occidente. Nell’XI sec., con Ottone
il Grande, si ristabilisce l’unità dell’impero e il movimento
culturale, riprende con rinnovata spinta, in modo multiforme e
durevole, tanto che il rapido progresso susseguente non andò
disperso.
Nella seconda metà di questo secolo, in Occidente, rinasce
il pensiero filosofico. Con la riforma monastica, la cultura esce
dalle abbazie e l’insegnamento si accresce, prendendo la forma
che si affermerà nel XIII sec. con le Università. I Normanni
cacciano i Saraceni dalla Sicilia, gli Ungheresi, oramai
convertiti, cessano di razziare ai confini orientali, anche in
Francia e in Inghilterra i Normanni, respingono le incursioni
scandinave.
In campo artistico l’architettura, rimasta fino ad allora
barbarica, dove non influenzata dai Bizantini, all’improvviso
raggiunse risultati sorprendenti. Il livello dell’educazione crebbe
enormemente, nel clero e nell’aristocrazia laica.
Si prospettò allora per la Chiesa, trovandosi in una
situazione favorevole rispetto al potere laico, la necessità di un
governo ecclesiastico unificato ed indipendente dall’imperatore,
guidato dal papa. Per conseguire questo disegno, i riformatori,
intervennero energicamente per regolamentare, reprimere e
correggere le eresie e le deviazioni, richiamando il clero ad un
miglior accordo con i principi cristiani. I mali che più di altri
affliggevano il clero erano la simonia e il concubinaggio e questi
vennero contrastati con il massimo vigore.
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XI * Il Nuovo Millennio Il Medioevo
Il mondo laico, esprimeva il proprio potere di ricatto sul
clero attraverso il Re, nel piegare e legare al proprio interesse i
vescovi dei loro territori, sui quali aveva il diritto di nomina, e
nominato era colui che più aveva pagato. Per cui dopo la
nomina, è da supporre che il vescovo, si preoccupasse più del
recupero delle spese, che gli interessi spirituali della comunità.
L’altro male verso il quale vi fu grande scontro con la parte
riformista, fu il celibato del clero. La dove i sacerdoti erano
sposati, questi tentavano di trasmettere in eredità ai figli le
proprietà della Chiesa e anche quando ciò non era possibile,
esisteva il pericolo che avrebbero trovato i mezzi per alienare
illegalmente parte delle terre della Chiesa. Era anche
convinzione, che per imporre la propria autorità sul popolo,
fosse necessario al clero, la libertà dal vincolo matrimoniale, allo
scopo di rappresentare una più forte presenza morale. Questi
elementi portarono il clero verso una profonda riforma morale e
tutti gli obbiettivi preposti furono raggiunti durante l’XI sec.
Resta da dire del risveglio intellettuale di questo secolo,
propiziato in gran parte dai monaci legati al movimento di
riforma. Problema fondamentale della filosofia scolastica è:
analizzare e giustificare le dottrine della fede. La soluzione per
alcuni, viene indicata nella ragione e nella scienza, le quali,
affidandosi alla dialettica, sembrano meglio adattarsi nella
ricerca di una soluzione; per altri è limitare la ricerca filosofica
alla difesa delle dottrine rivelate, appellandosi all’autorità dei
santi e dei profeti.
La polemica tra dialettici e teologi, che occuperà tutto l’XI
secolo, viene proposta da Anselmo, il quale riconosce alla
ragione lo strumento di conoscenza della fede, pur mantenendo
sempre a questa il primato, in altre parole, con la ragione si
chiarisce ciò che già si possiede con la fede. L’argomentazione
con la quale Anselmo pone la sua tesi è quella dell’ateo che dice
52
XI * Il Nuovo Millennio Il Medioevo
“Dio non esiste”. Con questa espressione ne dimostra la
contraddizione semplicemente perché, riconosce alla parola
“Dio”, il senso di “essere perfettissimo” dimostrando,
inconsciamente, che è possibile pensare all’idea di essere
perfettissimo. La conclusione cui perviene è che Dio deve
necessariamente esistere nella mente e nella realtà, non essendo
possibile negare, l’impossibilità di un “perfettissimo”.
La soluzione di Anselmo non trovò i filosofi tutti concordi,
anzi si divisero in due schieramenti, pro (Cartesio, Leibnitz ed
Hegel) e contro (San Tommaso e Kant) il cosiddetto, argomento
ontologico. Questa discussione è un chiaro esempio della vivace
disputa tra dialettici e tradizionalisti, che si ripercuote anche
nella controversia sugli universali dei quali Anselmo sostiene la
concezione realistica. La filosofia di Anselmo è derivata per lo
più da Sant’Agostino, dal quale riceve molti elementi platonici
(crede nella teoria delle idee) e si muove all’interno di questa
tradizione, prevalente fino al XIII secolo, più che in quella
aristotelica.
C’è da considerare che Platone, almeno fino al XIII secolo,
era conosciuto solo di seconda o di terza mano, a parte qualche
frammento del Timeo. La sua conoscenza proviene
principalmente da scritti di Dionigi, autore di incerta
collocazione temporale, probabilmente discepolo di Proclo. A
parte Dionigi, l’altra fonte del platonismo nel Medioevo fu
Boezio. Questa conoscenza era inerente a temi di interesse e di
indirizzo religioso, sottolineandone certi aspetti a detrimento di
altri, secondo un già conosciuto adattamento operato da Plotino
nel III secolo. Anche di Aristotele, la conoscenza era
frammentaria e fino al XII secolo ciò che si conosceva erano le
traduzioni delle “Categorie” e del “de Emendatione “ di Boezio,
per cui i due furono recepiti, questo come dialettico puro e l’altro
come filosofo religioso. Nel corso del Medioevo queste
53
XI * Il Nuovo Millennio Il Medioevo
concezioni furono corrette, ma per Platone, questo processo
si protrasse fino al Rinascimento.
La scolastica, in senso stretto, come scuola filosofica, inizia
con il XII secolo presentando delle caratteristiche determinate. Il
suo autore, di solito, esprime le sue opinioni, su precetti di fede,
entro i limiti dell’ortodossia e se sanzionato da un Concilio, non
chiede di meglio che ritrattare. E’ il periodo in cui Aristotele
viene sempre meglio conosciuto studiato e accettato come
autorità suprema, relegando Platone in secondo piano. Questo è
il momento della dialettica nel ragionare sillogistico, il carattere
generale del dissertare è minuzioso e pronto alla controversia.
Anche se la questione degli universali non è argomento di
fondamentale importanza per i filosofi del tempo, essa rende
esplicita la domanda sui poteri della ragione e sulla validità dei
suoi strumenti nell’analisi della realtà, avanzando una
concezione nuova della libertà umana.
In tutta Europa si assiste alla diffusione della cultura araba e
finalmente si riscoprono di prima mano le grandi opere di
Aristotele, Platone e degli altri filosofi del mondo greco, grazie
all’opera dei commentatori arabi, Avicenna e soprattutto
Averroè.
Si manifestano aspre polemiche nell’interpretazione
dell’aristotelismo dividendosi in due correnti, tra coloro che
vogliono tenere separata la scienza dalla teologia, trattandosi di
due verità diverse e discordanti (averroisti) e i fautori della
conciliazione tra aristotelismo e cristianesimo, proponendone la
sostituzione all’apparato concettuale platonico-agostiniano.
Protagonista principale di questa seconda tesi
rivoluzionaria è Tommaso d’Aquino, del quale parleremo nel
prossimo capitolo, ma il XIII° sec. toccò il vertice di tutto il
movimento culturale del Medioevo. I grandi uomini di questo
secolo, oltre a Tommaso sono: papa Innocenzo III, San
54
XI * Il Nuovo Millennio Il Medioevo
Francesco e Federico II, che in modo diverso, sono i
massimi rappresentanti dei loro mondi. Questo è il secolo delle
grandi cattedrali gotiche in Francia, della fioritura della
letteratura romanza (i trovadori) intorno alle imprese di Carlo
Magno e i suoi paladini, gli inizi di un governo costituzionale
con la "Magna Charta” e la Camera dei Comuni.
Sommario
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XII * San Tommaso d’Aquino
XII
San Tommaso d’Aquino
Tommaso d’Aquino figlio del conte di questa località nei
pressi di Montecassino nacque nel 1225 da padre tedesco e
madre normanna. Dopo il diploma, acquisito a Montecassino, si
reca a Napoli per proseguire gli studi presso l’università fondata
da Federico II, dove insegnano i più celebri maestri d’Europa. A
diciannove anni entra nell’ordine domenicano contro il volere
del padre e della famiglia, si reca a Parigi prima e poi a Colonia
per perfezionare i suoi studi con Alberto Magno, vescovo di
Ratisbona grande conoscitore della filosofia greca e di
Aristotele, diventando suo diligente allievo. Rientrò in Italia nel
1259 dove rimase per il resto della vita (1274).
San Tommaso è considerato il più importante filosofo
scolastico. Ancora oggi, in tutti gli istituti cattolici dove si
insegna filosofia il suo sistema è una regola di studio. L’influsso
che esercita è tuttora vivo, al pari di Platone e Aristotele, verso il
quale l'Aquinate, ha dimostrato una tale affinità culturale,
d’avergli procurato, tra i cattolici, quasi l’autorità di uno dei
Padri, assicurandogli la supremazia su Platone, almeno fino al
Rinascimento.
L’eredità lasciata da Tommaso alla Chiesa, non solo dal
punto di vista teologico, è la “Summa contra Gentiles”, la sua
maggiore opera scritta tra il 1259-64, una specie di enciclopedia
cattolica in cui è esposta tutta la filosofia scolastica. Suo
intendimento principale è, affermare la verità di quanto la fede
cattolica professa, “ricorrendo solo alla ragione naturale, dato
che i gentili non accettano l’autorità delle Scritture”. Per questo,
le varie problematiche sono esposte in forma di domanda alla
quale risponde, prima secondo la Bibbia, poi secondo la dottrina
dei Padri, infine secondo la Ragione. A queste tre posizioni,
contrappone l’obiezione di un immaginario avversario,
identificato in un filosofo arabo, al quale viene dimostrata la
verità, servendosi dell’autorità del “Filosofo”, cioè con il
metodo aristotelico.
Tutto questo con pignoleria e onestà intellettuale, senza
lasciarsi fuorviare o trascinare dalla passione religiosa. Questa
opera più che formulare nuove dottrine, cerca di mettere
d’accordo quelle antiche pagane con quelle ufficiali cristiane.
Per riuscire in questo, Tommaso dispone di tutte le qualità
necessarie per un simile compito: la logica limpida, l’ordine
metodologico, la misura del giusto mezzo.
Dopo il 1259, per breve tempo, si reca a Parigi chiamato a
derimere un contrasto sorto tra le autorità universitarie e i
domenicani averroisti, rappresentanti un forte partito all’interno
dell’università, sospettati di eresia a causa, l’interpretazione
dell’aristotelismo troppo aderente alle dottrine arabe.
Tommaso, che a differenza dei suoi predecessori, aveva
realmente una conoscenza profonda di Aristotele, ebbe un
personale successo riuscendo a persuadere la Chiesa che il
sistema aristotelico, quale base della filosofia cristiana, era da
preferirsi a quello platonico, dimostrando quanto maomettani e
cristiani averroisti avessero male interpretato Aristotele.
Interessante è la giustificazione che da dell’autonomia e
armonia tra filosofia e teologia, tra “Ragione e Fede”.
La filosofia, si fonda sulle conoscenze naturali quali
l’esperienza e la ragione, è perciò del tutto separata dalla fede,
anche se in qualche caso può sapere verità preliminari alla fede,
come l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio.
La teologia invece, si fonda sulla rivelazione di verità
soprannaturali accolte per fede, per cui non necessita di
giustificazioni razionali. Nessun aiuto, può dare la filosofia alla
conoscenza dei misteri della fede, i quali, pur non essendo
57
XII * San Tommaso d’Aquino
irrazionali, sono al di sopra delle possibilità della ragione.
Poiché la ragione e la rivelazione hanno come sorgente Dio,
quale creatore della ragione e autore della rivelazione, esse non
possono essere insufficienti nel loro ambito, né essere in
contrasto tra loro.
In quanto all’anima dell’uomo, Tommaso, la considera
unita al corpo e come tutte le sostanze intellettuali è immateriale
e incorruttibile, essa non viene trasmessa dal seme, ma creata dal
nulla per ogni uomo ed è presente tutta intera in ogni parte del
corpo.
Nel dibattito sul problema degli universali, Tommaso si
schiera a favore della tesi del realismo moderato di origine
aristotelica: l’universalità dei concetti è dovuta al potere
astrattivo dell’intelletto. Reale è l’individuo non l’universale, il
quale però ha fondamento nella realtà da cui è dedotto. Gli
universali non sussistono al di fuori dell’anima, ma l’intelletto,
che fa parte dell’anima di ciascun uomo, nel comprendere gli
universali, comprende cose che sono al di fuori dell’anima
Nel campo dell’etica e della politica Tommaso si accorda
sulle tesi prettamente aristoteliche, armonizzandole con il
cristianesimo. Il bene dell’uomo è la felicità, ma questa non
consiste nell’attività intellettuale ma nella contemplazione di Dio
che è il fine ultimo dell’uomo. Nella vita terrena l’uomo è libero
di scegliere tra una molteplicità di beni relativi. In questa scelta,
per evitare di allontanarsi da Dio, deve applicare la legge morale,
servendosi della coscienza, vale a dire della legge naturale
essendo questa eterna. Alla legge naturale deve conformarsi la
legge positiva, fatta dall’uomo, cioè il diritto civile. Oltre la
legge naturale e quella positiva esiste anche la legge divina, la
volontà di Dio, conosciuta dall’uomo mediante la rivelazione.
La legge divina, ci spinge ad amare Dio e in misura minore,
anche il nostro prossimo. Da questa discende una serie di regole
58
XII * San Tommaso d’Aquino
e divieti di ordine etico e comportamentale. Questa legge,
vieta la fornicazione, perché il padre deve stare con la madre per
allevare bene i figli, vieta il controllo delle nascite perché contro
natura, bisogna osservare la monogamia, il matrimonio è
indissolubile, non tutti i rapporti carnali sono peccaminosi,
trattandosi di cosa naturale, ma il matrimonio non è buono come
la castità, l’incesto è vietato perché rende difficile la vita
familiare, la poliandria rende incerta la paternità. Tutte queste
argomentazioni ed altre sull’etica sessuale, si richiamano a
considerazioni puramente razionali e non a proibizioni divine,
dimostrando, e in questo l’Aquinate si compiace, come la
ragione lo abbia portato a conclusioni in armonia con le
Scritture.
C’è una interessante discussione intorno al problema della
povertà volontaria, che come è lecito attendersi, pur sollevando
con forza e realismo tutte le obbiezioni poste dal clero secolare,
giunge a conclusioni in armonia con i principi degli Ordini
mendicanti.
Anche la società politica si fonda sulla legge naturale e il
suo scopo è il bene comune, cioè la vita buona e felice su questa
terra. L’uomo è perciò animale politico tenuto, in coscienza, a
rispettare le leggi positive stabilite dal governo legittimo. Questa
società quindi rientra nel piano della creazione ed è pertanto
positiva. Per San Tommaso la costituzione migliore è la
monarchia, dove il principe riceve dal popolo l’autorità che Dio
ha conferito alla società politica. La peggiore è la tirannia, che in
caso di necessità può essere abbattuta uccidendo il tiranno.
L’ultimo libro si occupa di problemi teologici come la
Trinità, l’incarnazione, la supremazia del Papa, dei Sacramenti e
della resurrezione della carne, tutti temi che, seppure di grande
importanza dottrinale, non competono strettamente la filosofia,
per cui termino la riflessione su San Tommaso, sottolineandone
Sommario
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XII * San Tommaso d’Aquino
XIII
l’originalità nell’avere promosso e imposto il pensiero di
Aristotele, adattandolo con minime alterazioni, al dogma
cristiano. Per dimostrare quanto rivoluzionaria sia stata la sua
opera, basti considerare le aspre polemiche e ripetute condanne
all’aristotelismo da parte della Chiesa, dalle quali anche
Tommaso, che i posteri chiamarono Dottor Angelico, non è stato
esente, accusato, a tre anni dalla morte, di eresia, e solo dopo
molti anni riabilitato e proclamato Santo nel 1323. Durante il
Concilio di Trento, che sanzionò la spaccatura del mondo
cristiano in cattolico e protestante, la sua “Summa contra
Gentiles” fu posta sull’altare assieme ai Vangeli e la filosofia
tomista divenne quella ufficiale della Chiesa.
Gli Scolastici Francescani
San Bonaventura, generale dell’ordine francescano (12211274), contemporaneo di Tommaso, gli oppose la convinzione
che la sapienza cristiana si costruisce esclusivamente sulla fede,
considerando il nuovo aristotelismo, una seria minaccia al
Cristianesimo. Grande estimatore di Sant Agostino, nei suoi
scritti non vengono mai citati autori arabi o pagani.
Crede nelle idee platoniche, che però soltanto Dio conosce
alla perfezione. L’unica sapienza è quella rivelata dalla Scrittura.
Oggetto di indagine è la natura che la ragione rende
conoscibile, ma non la può dominare completamente. La ragione
non può essere lasciata in piena autonomia, altrimenti si
verrebbero a creare due forme di sapienza tra loro contrapposte.
Dio è l’essere stesso, la cui essenza comprende la stessa
esistenza, pertanto non può non esistere necessariamente.
Poiché l’uomo possiede in sé l’idea dell’essere, quindi
l’idea di Dio, l’esistenza di Dio non ha bisogno di essere
dimostrata, è evidente per sé stessa.
Conformemente ai neoplatonici, Bonaventura, concepisce il
mondo come “segno, specchio di Dio”. Nell’Itinerarium mentis
descrive le tre tappe del cammino dell’anima verso Dio:
Conoscenza del mondo esterno, per mezzo della sensazione
e dell’immaginazione, impronta lasciata dalla creazione;
conoscenza che l’anima ha di se stessa, cioè dell’immagine
di Dio, dovuto alle tre facoltà di questa (memoria, conoscenza,
amore) come immagine della Trinità, ottenuta attraverso la
ragione e l’intelletto;
conoscenza di Dio, per mezzo dell’intelligenza e della
capacità innata di riconoscere ciò che è bene e male, ottenuta per
similitudini.
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XIII * Gli Scolastici Francescani
Duns Scoto (1226-1308) nacque nell’Ulster, divenne
francescano a Oxford, fu il più acuto maestro del XIII sec., per il
suo ingegno chiamato Doctor subtilis, assieme a Tommaso,
rappresenta il vertice della scolastica, pur seguitando la
controversia francescana con l’Aquinate, distaccandosi da questi
per quanto riguarda la separazione netta, tra filosofia e teologia,
senza dover ricercare l’accordo tra fede e ragione.
In ordine alla concezione dell’essere, sostiene che la prima
nozione posseduta dall’intelletto umano è quella di ente, privo di
ogni determinazione, essenza o esistenza, che considera
sinonimi, cioè la più astratta e generica tra tutte le nozioni.
Questo concetto indeterminato e univoco, dotato di un solo
significato, è la condizione di intelligibilità di qualsiasi ente.
Studiando a fondo il concetto di ente, Scoto, accanto ai principi
aristotelici di forma e materia, pone un terzo principio, il quale
ne individua e ne determina l’essenza degli enti. Proprio questo
terzo “ecceitas” (particolare), che fa dire di un ente; questo,
questa, è il carattere che costituisce l’essenza dell’individuo.
Con questa dottrina, Scoto, ha voluto valorizzare al
massimo l’individualità, sostenendo che se le cose sono distinte,
esse devono distinguersi per qualche differenza qualitativa.
Guglielmo di Occam, è dopo San Tommaso, il più
importante degli scolastici. Della sua vita si conosce molto
imperfettamente, la nascita probabile tra il 1280 e il 1300 nello
Yorkshire e morì nel 1349-50. Studiò a Oxford e a Parigi come
allievo e poi come rivale di Duns Scoto. Fu implicato nella
controversia sulla povertà, dell’ordine francescano con papa
Giovanni XXII. La maggioranza dell’ordine capeggiata dal
generale, Michele da Cesena si ribellò, alla pretesa del papa con
la quale, l’ordine avrebbe dovuto accettare “la proprietà”,
Guglielmo e Marsilio da Padova, altro importante personaggio,
presero le difese di Michele e tutti e tre furono scomunicati
62
XIII * Gli Scolastici Francescani
nel 1328. Si rifugiarono a Monaco presso l’imperatore Luigi
e il papa scomunicò anche lui. Luigi si appellò contro di lui,
dinanzi a un Concilio generale, e il papa venne accusato di
eresia. Guglielmo rimase, con Marsilio, alla corte
dell’imperatore scrivendo trattati politici di notevole importanza.
Base della sua riflessione filosofica è la netta separazione
tra fede e attività terrene scienza e filosofia incluse.
Indispensabile è liberare la fede da tutti i vincoli terreni. Fede e
ragione sono asimmetriche; le verità rivelate vanno sottratte
radicalmente alla sfera del razionale, anzi il voler spiegare la
fede con la ragione è un atto di superbia. Compito vero del
teologo non è dimostrare con la ragione la verità accettata per
fede, ma dimostrare, dall’altezza di quella verità, l’insufficienza
della ragione; “credo et intelligo”. Con questa dottrina si separa
definitivamente la fede dalla ragione.
Per quanto riguarda il problema degli universali, Occam,
aderisce alla linea nominalista, negando l’esistenza, riducendoli
a semplici “flatus vocis”. Gli universali non esistono, nemmeno
come concetto della mente per cogliere ciò che è comune, a enti
diversi. Essi sono semplicemente un segno che “sta al posto di”
un gruppo di individui e non hanno nessun legame reale con ciò
che stanno a significare.
Il linguaggio è una pura convenzione, una arbitraria
applicazione di segni ad esperienze individuali che hanno
significato, solo tra chi ha compiuto quelle esperienze,
consentendo di riconoscerle, ma non di saperle.
La logica come analisi dei discorsi universali ha grande
valore, essendo il migliore strumento delle arti. Essa, mettendo
in rapporto tra loro vari termini, non considera la realtà, ma solo
una struttura convenzionale, perciò le regole del linguaggio non
sono le regole della realtà. Anche la scienza con le sue
formulazioni universali non ha per oggetto le cose, ma contenuti
Sommario
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XIII * Gli Scolastici Francescani
XIV
mentali che stanno “al posto di” cose. Pertanto, anche la
conoscenza scientifica è basata sui segni convenzionali del
linguaggio, per cui ha un valore relativo, avendo bisogno essa
stessa di continue smentite e conferme da parte dell’esperienza,
quale unica fonte certa di conoscenza.
Non complicare inutilmente le cose semplici, questo
principio metodologico detto, rasoio di Occam si fonda sulla
constatazione che la ricerca va indirizzata esclusivamente su
elementi semplici, gli enti individuali. Non ha senso disperdersi
nelle inutili dispute della metafisica, la ricerca possibile è, verso
la fisica, basata esclusivamente sull’esperienza, e verso la
teologia, basata esclusivamente sulla fede.
Anche l’esistenza di Dio può essere solo creduta, non
dimostrata. A maggior ragione non si possono conoscere gli
attributi di Dio, ma anch’essi vanno creduti per fede.
Il pensiero politico di Occam, interpreta con notevole
intelligenza la caduta delle due idealità medioevali: il papato e
l’impero. Egli teorizza la separazione dei poteri, il temporale con
competenza all’imperatore, la cui autorità non viene da Dio
attraverso il papa, ma è assolutamente indipendente. La Chiesa
viene vista soprattutto come libera comunità di fedeli, all’interno
della quale il papato non sia dominatore ma servitore, perché
solo così la Chiesa come comunità universale dei fedeli è
infallibile, mentre papato e concilio sono fallibili.
Dopo Occam la scolastica perde la sua forza di
proposizione, segnando il passaggio tra due ere di filosofi e di
civiltà, dal Medioevo al Rinascimento. Non è esatto dire che fu
un precursore di Cartesio, o di Kant, o di altri , egli si occupò
principalmente di restaurare un genuino Aristotele, liberandolo
dalle incrostazioni arabe e per un certo verso anche agostiniane,
ma i francescani, continuarono a seguire Agostino molto più da
vicino di Tommaso.
Eclissi del Papato
Insieme all’emergere e al rafforzarsi delle monarchie
nazionali in Inghilterra e in Francia, e al conseguente declino
dell’autorità morale papale in Europa, gli accadimenti più
importanti che caratterizzarono il XIV secolo furono; il sorgere
di una ricca classe commerciale e il risveglio culturale dei laici.
Questi fenomeni, iniziarono entrambi in Italia ed ebbero la
maggiore diffusione nelle grandi città del Nord, più che nel resto
dell’Occidente, protraendosi fino alla metà del XVI secolo.
Queste città, più ricche di qualsiasi altra dei paesi settentrionali,
attiravano studiosi laici, specie in legge e medicina, per cui,
quando le minacce di saccheggi e repressioni da parte
dell’imperatore si attenuarono, si manifestò presto un forte
desiderio di autonomia e indipendenza, rivolgendo lo stesso
sentimento laico di libertà contro il papato.
Anche nell’Europa giravano, benché in grado minore, le
stesse correnti di pensiero, nelle Fiandre, nelle città anseatiche,
nella stessa Inghilterra dove il commercio della lana era fonte di
ricchezza. Era un’epoca in cui le tendenze democratiche erano
molto forti, e il papato, appariva più che altro un’agenzia di
tasse, che traeva e se vaste ricchezze, mentre i papi non avevano,
né meritavano più, l’autorità morale che aveva dato loro il
potere. Quando Clemente V inaugura nel 1309, il periodo
avignonese del papato sotto la protezione del re di Francia, si
concretizzò l’alleanza per un’azione congiunta, contro l’ordine
dei Templari.
Entrambi erano nella necessità impellente di danaro, il papa
perché dedito al favoritismo e al nepotismo, il re Filippo per la
guerra contro l’Inghilterra, la rivolta fiamminga e le spese
crescenti del regno. Dopo avere depredato i banchieri di
Lombardia e perseguitato gli ebrei fino al limite che
65
XIV * L’Eclissi del Papato
il loro commercio poteva sopportare, il papa si ricordò dei
Templari, che oltre ad essere banchieri, avevano immense
proprietà terriere in Francia. Tra i due poteri si stabilì,
insolitamente, un patto con il quale, la Chiesa avrebbe scoperto
che i Templari erano caduti in eresia. Il Re con un’azione ben
congegnata arrestò in un sol giorno tutti i capi e seguendo una
lista di domande precedentemente preparata, vennero interrogati,
sottoposti a torture, e costretti a confessare d’avere commesso
ogni genere di infamia. Alla fine dei processi nel 1313, il papa
soppresse l’ordine e ovviamente, tutte le proprietà vennero
confiscate. In seguito, dopo approfonditi riscontri storiografici,
Henry C. Lea, nel suo libro (history of the Inquisition), giunse a
concludere che, le accuse contro i Templari erano false e frutto
di estorsioni.
La rivolta contro il dominio papale presentò forme diverse,
a secondo di come le situazioni si presentavano, poteva prendere
la forma di un nazionalismo monarchico, o la reazione puritana
contro la corruzione, o l’ostilità verso la mondanità della corte
papale. Succedeva così che l’imperatore, contro l’autorità
religiosa, proteggesse pensatori come Occam o Marsilio da
Padova, in seguito per la stessa ragione Wycliffe fu protetto da
Giovanni di Gaunt. Si andò avanti così tra contrasti, fino al 1378
quando iniziò il grande scisma che durò una quarantina di anni.
La Francia e i suoi alleati, riconoscevano i papi di
Avignone ed i nemici della Francia riconoscevano quelli indicati
da Roma. Allorché un papa moriva, immediatamente i suoi
cardinali ne eleggevano un altro. Ogni mezzo venne ricercato per
risolvere la disputa, alla fine con molta fatica si riuscì a
convocare un concilio a Pisa, per derimere la questione, ma lo
scopo fallì in modo ridicolo. Dichiarando deposti i due papi,
(che naturalmente gli interessati ignorarono), ne venne eletto un
terzo col mandato di indire immediatamente un nuovo concilio,
66
XIV * L’Eclissi del Papato
ma per colmo di sfortuna, questi morì quasi subito. I
cardinali in tutta fretta ripiegarono su un altro successore
Baldassarre Cossa, che risultò essere un noto filibustiere.
Tuttavia, dal precedente, aveva ereditato l’impegno di indire un
nuovo concilio, che naturalmente ritardò fino a quando potè,
onde potere godere dei benefici che la tiara gli consentiva.
L’imperatore Sigismondo, in una situazione di stallo, si prese la
briga di indire lui un nuovo concilio, che nel 1414 venne
convocato a Costanza sotto la sua presidenza, invitando tutto il
Gotha della Chiesa, dell’aristocrazia e della cultura. Il concilio
durò tre anni e alla fine, deposto Giovanni XXIII (papa Cossa),
fatto dimettere Gregorio XI (papa di Roma), liquidato per non
avere più alcun consenso Benedetto (papa di Avignone), dal
concilio, oramai senza più opposizione, uscì eletto Oddone
Colonna, che prese il nome di Martino V, era il 1417, lo scisma
era finito.
Questi furono gli avvenimenti che anticiparono il XV
secolo, il quale si presenta con il papato oramai in fase di rapido
declino, mentre la Scienza conosce un momento di grande
rilancio. In Francia e in Inghilterra la monarchia si allea con il
ceto medio più facoltoso, e insieme sconfiggono l’anarchia
aristocratica. Con la scoperta della polvere da sparo, si
rafforzano i governi centrali a scapito della nobiltà feudale.
Questi fatti, assieme ad altre cause, producono un rapido e
profondo mutamento sociale, politico, economico e culturale.
In Italia, quasi libera dalle armi nordiche, stranamente
silenti fino alla fine del secolo, progredisce rapidamente in
cultura e ricchezza. La nuova cultura, apprezza essenzialmente la
Grecia e Roma, l’architettura e lo stile letterario aderiscono agli
antichi modelli, disdegnando il Medioevo. I profughi greci,
fuggiti da Costantinopoli, invasa dai Turchi, vengono ben accolti
in Italia dagli umanisti. Per merito dei Bizantini, Platone viene
Sommario
67
XIV * L’Eclissi del Papato
68
XV
Il Rinascimento
conosciuto e studiato di prima mano e integralmente, non
attraverso la trasposizione neoplatonica o agostiniana
Colombo e Vasco de Gama allargano il mondo e Copernico
ingrandisce i cieli.
Lunghi secoli di ascetismo e ristrettezze sono finiti e
dimenticati in un tripudio di arte, di poesia e di piaceri pagani
per la fama, la bellezza e l’avventura. L’ebbrezza, non poteva
durare a lungo, ma per il momento scacciò la paura.
Il mondo moderno, vide la luce in questo XV secolo di
gioiosa liberazione.
Nel 1559, con la pace di Chateau-Cambresis, moriva
definitivamente il sogno imperiale di Carlo V, e gli Stati nazione
assumevano il ruolo di protagonista della propria storia. Al di là
delle Alpi, Spagna, Francia e Inghilterra si stavano impegnando
a costruire la propria vocazione nazionale e ad irrobustire le
proprie strutture politico-amministrative. In Italia la situazione
era diversa. Causa le continue controversie tra le varie Signorie,
nessuna delle quali sufficientemente forte da egemonizzare le
altre, non si riuscì ad unire in una nazione le genti della penisola,
e il suo territorio divenne preda, delle potenze straniere.
Nel corso del XV secolo tuttavia si diffuse, con una certa
rapidità un nuovo modo di pensare, tra la colta borghesia
industriosa, impegnata nei traffici e tesa verso una economia
aperta. Questo fenomeno culturale, il Rinascimento, in origine
tipicamente italiano, si discosta nettamente dalla cultura
dominante medioevale, marcando un profondo mutamento
spirituale, tale da apportare una vera rinascita culturale, che si
presenta con le seguenti caratteristiche;
l’esaltazione della vita laica, attiva e mondana, con un
accentuato sensualismo
la mondanizzazione della religione, correlato ad una
tendenza esibizionista del culto
uno spiccato individualismo, e un rinnovato senso della
storia
infine uno straordinario gusto artistico
Tutto questo, ci da del Rinascimento, una immagine
immanentistica, antropocentrica e individualista, contrapposta a
quella trascendentistica, teocentrica e universalista, Medioevale.
Non è corretto, opporre in modo netto, il Rinascimento come
69
XV * Il Rinascimento
nuova cultura contro la precedente non cultura, ma molto più
semplicemente e correttamente si è trattato della nascita di
un’altra cultura e civiltà. In realtà le anticipazioni del nuovo
clima sono da ricercarsi nel XIV secolo, quando ancora pochi
erano coloro che possedevano una mentalità innovativa e tra
questi Petrarca e Cola di Rienzo, i quali, seppur in campi e
situazioni totalmente diversi, seppero indicare la strada della
modernità pur nel solco di una continuità. Si deve quindi parlare
del Rinascimento, come della nascita di una cultura umanistica
diversa, dalla cultura Medioevale.
I termini Rinascimento e Umanesimo, per lungo tempo sono
stati usati come sinonimi, per indicare il movimento culturale
fiorito in Italia nel quattrocento e diffuso poi in tutta Europa nel
cinquecento, nel segno del rinnovamento della letteratura, delle
scienze, della filosofia e dell’arte. In seguito però (XIX sec.) i
due termini vennero differenziati e presero una diversa
connotazione. Con Umanesimo si è inteso indicare il carattere
soprattutto letterario-tecnico di quel periodo, in cui i testi classici
greci e latini, vengono riletti come veri “maestri di umanità” e
interpretati con un diverso senso del tempo e della storia. Gli
umanisti sono ritenuti dei filologi anche se, in concreto, il loro
mestiere si rivela molto di più di un semplice lavoro filologico,
perciò l’Umanesimo e il Rinascimento costituiscono le due
facce, dello stesso fenomeno culturale, la prima filologica, l’altra
filosofica.
Nel campo filosofico il ritorno ai classici riguarda
principalmente Platone e Aristotele che riletti come maestri di
umanità, forniranno le basi per la conoscenza della nuova
concezione dell’uomo.
Platone, diviene il Maestro di pensiero, sia per lo stile
poetico e artistico, sia perché gli viene assegnato la funzione di
avversario di Aristotele e della filosofia scolastica, che aveva
70
XV * Il Rinascimento
permeato la cultura medioevale. Favorito dalla traduzione
completa dell’ampia gamma dei suoi dialoghi da parte di
Marsilio Fucino, ne viene ampliata la conoscenza ad una nuova e
più vasta platea di studiosi.
Anche la rilettura di Aristotele, non avverrà secondo i
parametri tomistico-medioevale ma con termini diversi di
raffronto. In particolare, apparirà ai rinascimentali come
esponente di una mentalità naturalistica e razionalista, portato a
vedere nella natura il campo privilegiato dell’indagine razionale.
Il pensiero di Aristotele, autorizzerà a sostenere la concezione di
una radicale separazione tra, l’ambito della fede e quello della
ragione (teoria della doppia verità). Questa dottrina della doppia
verità, ha permesso a molti studiosi del periodo, di professare
con una certa disinvoltura nuove dottrine, sottraendosi in parte
agli Inquisitori ecclesiastici, facilitando il processo di
laicizzazione della cultura.
Gli Umanisti, non si limitarono a porre la propria attenzione
su Platone e Aristotele, ma anche per gli stoici, gli epicurei e
altri autori antichi ebbero una nuova considerazione. In
particolare, sorprende l’interesse suscitato dalla rilettura di
opere, erroneamente attribuite ai cosiddetti “Poeti-Maghi”
Ermete Trismegisto, Zoroastro e Orfeo, che in certi aspetti
marginali delle loro dottrine, potevano combinarsi con alcune
pratiche del Cristianesimo, permettendo altresì l’accostamento,
almeno in parte, dell’impianto astrologico e gnostico che tali
dottrine contenevano. Questo, legittima e giustifica la visione del
platonismo rinascimentale, diversa da quello medioevale,
circondato da una sensibilità magica, gnostica ed esoterica che
non tarderà a connotare il mestiere di filosofo alla stregua dei
maghi e dei “teurghi” antichi, e la filosofia un’arte, con finalità
mistico-religiosa.
Tra i caratteri generali del Rinascimento vi è il
71
XV * Il Rinascimento
riconoscimento del primato della vita attiva su quella
contemplativa. Si tratta dell’esaltazione dell’uomo operoso,
capace di dare forma alle cose, in vista dell’utilità non solo per il
singolo, ma disponibile a tutti gli uomini. L’ideale medioevale
della contemplazione vissuta in solitudine, si affievolisce davanti
alla nuova concezione che vede l’uomo impegnato a trasformare
il mondo in collaborazione con l’opera creatrice di Dio. Il lavoro
non più visto come maledizione del peccato originale ma in
competizione con l’ascetismo-mistico. Il denaro, quale frutto del
lavoro, viene riguardato con occhio positivo.
Infine il tempo, assume una nuova dimensione, perde gran
parte dell’atmosfera sacrale assunta nel Medioevo basata
sull’evidenza sensibile dell’alba e del tramonto, la cui durata
fruibile, varia nel corso dell’anno secondo le stagioni. Il tempo,
con l’introduzione dell’orologio meccanico, diventa artificiale
sempre uguale a se stesso, comunicando anche un cambiamento
di mentalità, in particolar modo negli agglomerati urbani. Esso
assume una diversa connotazione legata al profitto e
all’intensificarsi dei ritmi di lavoro, comportando di riflesso un
aumento del guadagno e una migliore condizione di vita. Al
tempo qualitativo, dominato dai ritmi sociali dettati dalla Chiesa,
subentra il tempo meccanico, laico, più individualista e sempre
più assoggettato al profitto; “il tempo è diventato veramente
danaro”.
La cultura, che durante il Medioevo e nell’età comunale, era
concentrata nelle Università sotto il monopolio quasi esclusivo
della Chiesa, ora nelle Accademie, si fa laica e passa nelle mani
della borghesia, diventando portatrice di rinnovamento in tutti i
campi della conoscenza. Ben presto nuovi luoghi del sapere si
affiancano alle vecchie strutture, diventando poli di incontro e
luoghi di elaborazione di una nuova cultura, diversa dalla
scolastica. L’intellettuale troverà nuovi itinerari di ricerca,
72
XV * Il Rinascimento
andando a scontrarsi sempre più spesso contro il sapere
costituito, fino alla rottura definitiva con il passato. Anche se ciò
rimane ancora cultura elitaria, nuove possibilità di fruizione del
sapere si aprono ad un pubblico sempre più vasto e desideroso di
sapere, grazie alle scoperte della scienza e all’invenzione della
stampa.
Per quanto riguarda l’atteggiamento degli studiosi
rinascimentali, è difficile spiegarne i comportamenti nei
confronti della Chiesa, perché molti di loro, pur essendo
notoriamente dei liberi pensatori non disdegnano la
riappacificazione all’approssimarsi della morte. Altri umanisti,
anche se colpiti e infastiditi dalle perversità dei papi e
dall’amoralità dei costumi, essendo al loro servizio
abbondantemente ripagati con onori e denaro, ben si guardano
dall’obbiettare e mettere in discussione il sistema. L’eterodossia
italiana, inevitabilmente fu puramente intellettuale, e non portò a
scismi né ad alcun tentativo di creare un movimento popolare al
di fuori della Chiesa. Fatta eccezione per Savonarola, nessuno in
Italia in quel momento avrebbe rischiato qualcosa per la politica.
Anche da parte del potere laico i guai della corruzione erano
evidenti, ma nulla venne fatto per porvi rimedio. La necessità di
una Italia unita era ovvia, ma nessun principe o sovrano fu
capace di trovare un accordo, nonostante il pericolo imminente
di una ingerenza straniera. Al contrario ogni principe era pronto
a invocare l’aiuto di qualche potenza esterna, pur di contrastare
le ambizioni di un altro sovrano autoctono.
Queste erano le condizioni politiche e sociali durante il
Rinascimento che, fuori dalla sfera morale, ebbero enormi
meriti, facendo rinascere la conoscenza del mondo greco, dando
impulso allo sviluppo del genio individuale, portando ad una
fioritura straordinaria in architettura, pittura, e poesia rimasta
ancora oggi insuperata, producendo uomini sommi in tutti i
campi, come Leonardo, Michelangelo e Machiavelli.
Sommario
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XVI * Platonismo e Aristotelismo Rinascimentale
XVI
Platonismo e Aristotelismo Rinascimentali
Per gli umanisti della metà del 1400, l’espressione (Nicola
Cusano) “l’uomo è un dio umano”, è accolta come loro sigla
spirituale, volendo significare la rappresentazione di uomo,
inteso come “microcosmo”. Evidente è l’allusione all’antica
massima anassagorea “tutto è in tutto”, cioè ciascun essere in
quanto contrazione-rivelazione di Dio, riassume in se l’intero
universo e Dio stesso. Per questo l’uomo, avendo la
consapevolezza di contrarre in sé medesimo tutte le cose, sente
la certezza di essere un tutto, un microcosmo.
Le basi filosofiche sulle quali poggia questa idea è il
ritenere che, la conoscenza, (N. Cusano), consista
essenzialmente nel comparare l’ignoto con il noto. Questo
presupposto induce ad una sproporzione fondamentale, nel caso
in cui la nostra mente indaghi l’infinito. Infatti la nostra mente è
finita, rispetto all’infinito verso cui essa tende. Se la nostra
conoscenza dell’infinito è sproporzionata ad esso, si rivela come
ignoranza, ma se tale è la consapevolezza della nostra ignoranza,
questa diventa dotta, una “dotta ignoranza”.
Il sapere umano, ricorda il ”So di non sapere” socratico, ma
questo ora non è solo il punto di partenza della ricerca, ma
diventa anche quello di arrivo. Il nostro sapere quindi, è
piuttosto un non sapere e per questo, si apre la possibilità ad una
infinita ricerca per approssimazione, estendendo così a tutta la
filosofia il metodo della conoscenza negativa. I concetti, che
sono gli strumenti che l’uomo ha a disposizione per la
conoscenza universale e infinita, sono inadeguati perché possono
definire solo una cosa in relazione a un’altra, una parte nota, in
relazione a un’altra parte ignota, ma la conoscenza del tutto nella
sua unità rimane inarrivabile.
Cusano, paragona il nostro intelletto ad un poligono
inscritto in una circonferenza che aumentando i lati, tanto più
sarà simile al cerchio, tuttavia non sarà mai uguale anche
aumentandoli all’infinito. La conoscenza deve procedere per
congetture, metafore, simboli, in modo particolare servendosi dei
concetti e delle immagini geometriche e matematiche, le quali
più si avvicinano alla vera armonia dell’universo.
Talune originali concezioni del rapporto tra Dio e il mondo,
portano Cusano al rifiuto della concezione cosmologica
aristotelica, preludio geniale alla rivoluzione copernicana. Il
senso del suo itinerario e dell’insegnamento, sta tutto nell’aver
intuito e portato in primo piano la dignità dell’uomo. A partire
dall’Ottocento, la storiografia filosofica gli ha riconosciuto, una
posizione centrale come precursore della filosofia moderna.
Marsilio Ficino, ritiene che la tradizione platonica e
neoplatonica, può essere la base del rinnovamento dell’uomo
collocato al centro del mondo. L’anima come congiunzione tra
mondo fisico e mondo intelligibile, diviene l’essenza media, il
nodo vivente della creazione e il fondamento della dignità
dell’uomo. Ciò che unisce armonicamente tutto l’universo
consentendo di uscire dal caos e raggiungere l’ordine e la
perfezione è l’Amore, nel senso platonico, il quale altro non è
che l’amore cristiano, che alla fine dell’ascesa verso la
perfezione si accende in Dio facendosi eterno.
Per Ficino, non vi è differenza tra teologia e filosofia,
ognuna nasce da un’illuminazione della mente, come i fondatori
di religioni e gli antichi filosofi sono tutti degli “illuminati” che
hanno contribuito a diffondere la verità, originariamente derivata
da quella fonte universale che è il Logos.
Nessuna contraddizione quindi tra filosofia e religione, tra
magia e teologia, tra Cristianesimo e platonismo, del resto Ficino
oltre che filosofo e traduttore, era sacerdote e mago,
75
XVI * Platonismo e Aristotelismo Rinascimentale
condizione che gli costò anche un’accusa di negromanzia da
parte della Chiesa.
La dignità dell’uomo, derivata dalla sapienza orientale
attribuita a Ermete Trismegisto, è la libertà. Questo è il pensiero
di Pico della Mirandola, che considera l’uomo fortunato,
perché diversamente da tutte le altre creature, non ha una natura
predeterminata, ma posto in mezzo al mondo, può plasmarsi
secondo la modalità che ritiene meglio per sé. Non essendo né
celeste né terrestre, né mortale né immortale, libero da ogni
prerogativa, potrà essere artefice e sovrano della sua dignità.
Degenerare nelle cose inferiori da bruti, o rigenerarsi nelle cose
superiori che sono divine. In Pico della Mirandola si riconosce
un certo platonismo, ma anche altre tradizioni esoteriche (la
Cabala ebraica di cui è cultore) che vengono riprese in un nuovo
contesto, per dare l’immagine dell’uomo attivo, le cui
potenzialità devono essere sollecitate per potersi adeguare
all’entusiasmo dei tempi.
Secondo P. Pomponazzi che, al contrario dei precedenti, si
richiama all’interpretazione alessandrina di Aristotele, l’anima
non è immortale, non essendo separata dal corpo, perché di
questo ne è la forma, dunque nasce e muore con esso. Questa tesi
suscitò grande scalpore soprattutto perché nel Concilio
Lateranense del 1513 venne solennemente proclamato il dogma
dell’immortalità dell’anima.
Ma per Pomponazzi ciò non è in contrasto con la dottrina,
perché se è ragionevole per la ragione e per Aristotele che
l’anima in quanto forma del corpo è mortale, tuttavia sulla base
della fede, anche l’altra tesi può essere accettata per vera, perché
supportata dalla rivelazione delle Scritture, secondo la teoria
della doppia verità. Egli ritiene comunque che la ragione umana
essendo fallibile e limitata, è incapace a dimostrare l’immortalità
dell’anima individuale. Sebbene in forma sfumata e non del tutto
76
XVI * Platonismo e Aristotelismo Rinascimentale
esplicita, sembra abbia sostenuto una certa dottrina ateista
politica, ossia la tesi dell’impostura religiosa, come criterio per
meglio sottomettere i popoli ribelli.
Figlio del Rinascimento Niccolò Machiavelli (1469-1527)
non fu un filosofo, ma scienziato della politica. Basata
sull’esperienza diretta, la sua politica è scientifica, tesa a trovare
i mezzi adatti per il fine determinato, senza dover indagare né
giudicare della loro bontà. Molta della cattiva fama legata al
personaggio, è dovuta all’indignazione degli ipocriti, i quali
mistificano la franca ammissione delle cattive azioni.
Una simile onestà intellettuale ben difficilmente sarebbe
stata tollerata in altro posto e altri tempi; forse solo nella Grecia
classica dove l’educazione teorica sofista e la preparazione
pratica ai costumi e abitudini dei piccoli Stati, fu la necessaria
base politica dei geni, come lo fu nell’Italia del Rinascimento.
La sua opera maggiore “il Principe” vuol ricercare
attraverso la storia e gli eventi del tempo come si conquistano, si
tengono e perché si perdono gli Stati e più in generale il potere.
L’Italia del XV secolo offre una grande varietà di simili esempi.
Pochi erano i sovrani legittimi e altrettanto i papi eletti senza
corruzione.
E’ osservando di prima mano che ha potuto trarre
insegnamento e materiale per i suoi studi. Il sovrano, egli dice,
non può essere sempre magnanimo pena la sua caduta, egli
dovrà essere furbo come la volpe e feroce come il leone; un
principe, quando è il caso, deve mancare alla parola data; anche
la fede va mantenuta solo quando conviene. Naturalmente
bisognerà che questa situazione venga ben presentata, perché gli
uomini sono tanto creduloni che chi inganna troverà sempre chi
si lascerà ingannare.
Machiavelli, termina con un eloquente appello ai signori di
Firenze (i Medici), perché liberino l’Italia dai “barbari” (francesi
Sommario
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XVI * Platonismo e Aristotelismo Rinascimentale
XVII
e spagnoli), che dominano la penisola, non nella
convinzione che una simile impresa possa recare gloria
disinteressata, ma cinicamente per amore del potere e della fama.
Come si può vedere, l’Umanesimo nel suo complesso,
attraverso pensatori laici o religiosi, ripropone l’uomo al centro
del mondo e della storia in antitesi con il Medioevo, durante il
quale era la teologia e la religione in posizione centrale
dell'interesse della cultura dominante.
Questa nuova visione della vita adatta all’uomo per l’uomo,
fa nascere l’idea di una concordia universale tra le filosofie e le
religioni, una sorte di neoeclettismo religioso in cui gli elementi
platonici e orientali (prevalenti), si mescolano con elementi
aristotelici, che in condizione di libera interpretazione si
intrecciano e spesso si superano. Con la rinascita del mondo
greco, si crea quell’atmosfera in cui il genio individuale può
fiorire in piena libertà, come non lo era stato dai tempi di
Alessandro.
Tutto questo risorgere di nuovi interessi, di idee e
movimenti ebbe una grande forza propulsiva e propositiva, ma
bisogna sottolineare, nel complesso l’Umanesimo rimase un
movimento elitario, che poco ebbe a incidere profondamente
nella realtà storica dei vari popoli.
Il Rinascimento Europeo
Mentre l’Italia, che ha rappresentato il polo propulsore per
la diffusione in Europa dell’Umanesimo, si avviava verso un
periodo di involuzione e di torpore, i paesi a nord delle Alpi, si
avvicinarono alla nuova cultura, con un atteggiamento più
moderato e costruttivo, non influenzato da controversie
teologiche. Questa condizione però durò poco e mutò ben presto
con l’approssimarsi e l’intrecciarsi con la Riforma protestante.
I motivi di differenza, che caratterizzarono la nuova cultura
europea, dal Rinascimento italiano, furono diversi: Sicuramente
meno brillante ma più solida, meno adatta alle manifestazioni
individuali di cultura, ma ansiosa di estenderla il più possibile,
fu meno anarchica e più moralista, camminò in parallelo con la
pietà e la virtù, applicando gli schemi scolastici alla Bibbia, della
quale venne elaborato un testo più accurato di quello della
Vulgata.
Gli uomini che più di altri, contribuirono al Rinascimento
europeo prima di Lutero, furono Erasmo da Rotterdam,
Tommaso Moro, Michel de Montaigne.
Erasmo nacque a Rotterdam nel 1466 o forse nel ’69, figlio
naturale di un prete, che alla sua morte, assieme al fratello,
venne adottato da dei parenti che se ne liberarono molto presto
mandandolo in convento. Dopo aver preso i voti abbandonò il
convento e andò a servire come segretario, il vescovo di
Cambrai. La sua condotta morale non fu delle più irreprensibili,
il continuo bisogno di denaro parte per i piaceri e parte per gli
studi, lo portarono a ricercare mecenati tra i parenti dei suoi
allievi, e fra questi Mountyoj, che lo portò con se in Inghilterra
dove ebbe contatto con tutti i più alti esponenti della cultura
umanista britannica, tra i quali Tommaso Moro, per il quale
79
XVII * Il Rinascimento Europeo
manifestò una profonda amicizia che durò tutta la vita. Fu
un girovago instancabile, conobbe tutte le città e le università più
importanti d’Europa, partecipò attivamente alla vita di società
senza perdere occasione per farsi conoscere e farsi ammirare.
Viaggiava in abiti civili avendo abbandonato il saio, secondo una
concessione ottenuta da Giulio II, almeno così lui si giustificava,
tutti sapendo che non era vero, ma nessuno avanzò obiezioni.
Erasmo fu una figura centrale della cultura europea
dell’epoca, godette della protezione di papi e di sovrani, ebbe
corrispondenza con i maggiori dotti suoi contemporanei. Nel
1521 si stabilì a Basilea poi a Friburgo, rientrò definitivamente a
Basilea dove nel ’36 morì.
Era famoso per le traduzioni di Cicerone, di Euripide, di
Luciano, scrisse un saggio sulla follia che ebbe grande successo,
fece una traduzione dal testo greco del Nuovo Testamento
aggiornando e puntualizzando il testo già esistente di San
Gerolamo considerato intoccabile dalla Chiesa, sollevando
violente proteste tra i teologi, ma il pubblico gli rese ragione
decretandone il successo editoriale.
Il suo “Elogio della Pazzia”, scritto in uno stile brillante e
socraticamente ironico, passa in rassegna, con sfumature critiche
e paradossali, tutte le illusioni e i costumi corrotti della
commedia umana del tempo, con lo scopo di portare alla luce e
smascherare ciò che si nasconde sotto la maschera di
un’apparente moralismo perbenista. Nelle varie situazioni che
offre la follia personificata, vengono esaminati tutti i lati della
vita umana, di tutte le classi e le professioni, partendo
dall’estremo negativo che rivela la parte peggiore dell’uomo,
all’opposto positivo identificato con la croce di Cristo, “scandalo
per i Giudei, stoltezza per i pagani”. Senza la pazzia la razza
umana scomparirebbe perché nessuno con un minimo di
saggezza, si sposerebbe. Solo per pazzia l’uomo prenderebbe
80
XVII * Il Rinascimento Europeo
moglie, “essendo la donna animale inetto e stolto”, ma che
per la sua follia, rende meno aspro e triste l’umore di lui. Gli
uomini più felici sono i più vicini ai bruti e a coloro che si
spogliano della ragione (pazzi). La migliore felicità è quella
basata sulla illusione dato che costa meno, perché più facile
immaginarsi re che esserlo veramente. Particolarmente critico e
violento risulta l’attacco agli ordini monastici: i monaci sono
“dei pazzi malati al cervello che hanno in sé pochissima
religione, e si comportano come se questa consistesse tutta in
una minuziosa scrupolosità. Le scarpe devono avere tanti nodi,
la cintura della tale qualità, il cintolo del tal colore, la veste
formata di tanti pezzi, e così via, eppure Cristo ha lasciato un
solo precetto “amarsi l’un l’altro”, ma nessuno ha udito
sostenere d’averlo fedelmente messo in atto. Tuttavia questi
uomini sono temuti perché attraverso le confessioni, vengono a
conoscenza di molti segreti, che spesso rivelano quando sono
ubriachi.”
Anche per i papi Erasmo, non risparmia ironia e sarcasmo.
Invece di imitare il loro Maestro in umiltà e povertà, essi
dispensano con larghezza sospensioni, indulgenze, gravami,
assoluzioni, anatemi terribili con i quali, un beatissimo padre
può cacciare a suo giudizio, qualunque anima all’inferno.
Ciò che Erasmo intende sostenere è, tutto ciò che l’uomo ha
fatto nel corso dei secoli non è frutto della ragione, ma è dovuto
solo alla sua follia, intesa come l’istinto, la passione,
l’entusiasmo, cioè tutto quanto è impulso irrazionale. Una
esistenza razionale sarebbe insopportabile: non conoscerebbe
poesia, eroismo, sogni, né amore. Bisogna perciò liberarsi di tutti
coloro che vorrebbero pianificare la vita, a cominciare dai
teologi, che si arrogano dei poteri che non hanno, in nome di un
Dio che non gliene ha delegato nessuno.
Con lo scritto “sul Libero Arbitrio”, considerato come
81
XVII * Il Rinascimento Europeo
anticipatore dei temi della Riforma, si potrebbe supporre
che Erasmo accogliesse con favore il programma protestante di
Lutero, in realtà le differenze di metodo sono profonde, e Lutero
giudicò quest’opera con disprezzo, contrapponendogli un suo
scritto “sul Servo Arbitrio”.
Il pensiero riformista di Erasmo, si esprime nel ritorno alle
radici del cristianesimo, cioè “ritornare alla natura ben creata” e
ricondurla alla semplicità della verità evangelica, la quale sola è
in grado di liberare la Chiesa dalle pastoie del potere, diventando
il punto di partenza per un rinnovamento profondo della società.
La riforma quindi, doveva innanzitutto: partire dai vertici
della Chiesa, prima ancora che dalle masse popolari;
Diffidare delle forze sociali e politiche, incapaci di cogliere
l’autenticità del messaggio evangelico;
Sostanziarsi in una concezione positiva dell’uomo.
Credo fosse quest’ultima la vera discrepanza di opinione
con Lutero; nella difesa tutta umanistica e moderna della libertà
umana, senza la quale Dio non salva l’uomo. Diversamente
Lutero, nella convinzione fondamentalmente medioevale, per cui
l’uomo non può nulla per la sua salvezza se non abbandonarsi
completamente all’onnipotenza divina, dimostra la sua visione
negativa nell’uomo.
Secondo alcuni studiosi è quasi da escludere che Erasmo
sentisse profondamente il problema religioso, ma sicuramente
colse il sentire della pubblica opinione, e pur dimostrando coi
fatti, che non intendeva fomentare scismi dentro la Chiesa, non
si sottrasse alla tentazione di esprimere da par suo, il comune
sentire, contribuendo in tal modo a precipitare la crisi. Non
immaginava certo che, entrato nella polemica per amore del
successo più che per giustizia, si sarebbe trasformata in una
drammatica guerra di religione, per la posizione presa da Lutero
in favore dell’uso della violenza, che a lui ripugnava.
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XVII * Il Rinascimento Europeo
Tommaso Moro, (Thomas More 1478-1535) umanista e
filosofo, uomo profondamente religioso, amico fraterno di
Erasmo come uomo fu più ammirevole, ma non ebbe la sua
influenza. Percorse una brillante carriera politica durante il regno
di Enrico VIII: fu membro della Camera dei comuni, poi
componente del consiglio privato della corona, e gran
cancelliere. Tuttavia, quando nel 1534 il parlamento votò l’Atto
di supremazia, che sanciva lo scisma anglicano, Moro si rifiutò
di giurarlo: per questo venne imprigionato e giustiziato.
La sua opera maggiore, “Utopia”, parola posta ad indicare
“ciò che non è in alcun luogo”, è il racconto immaginario di un
marinaio di nome Raphael, il quale ha avuto la ventura di
visitare questa isola e ritornato in patria ne racconta la vita di
quella società perfetta e delle sue sagge istituzioni.
In questo senso la prima opera di utopia politica, è la
Repubblica di Platone, nella quale, come in questa, tutte le cose
sono in comune, perché il bene pubblico non si può avere là
dove esiste la proprietà privata, e senza comunismo non ci può
essere uguaglianza. L’enorme successo della parola utopia
inventata da Tommaso Moro, sta a indicare una coordinata
fondamentale del pensiero umano, per un concetto già presente
da lungo tempo.
Gli insegnamenti basilari su cui regge la vita sociale
dell’isola di Utopia sono: l’assenza della proprietà privata e la
comunanza totale dei beni, in modo da eliminare tutte quelle
barriere che separano gli uomini tra loro. L’assenza della
proprietà fa scomparire immediatamente le differenze sociali:
tutti gli abitanti si avvicendano ai vari lavori in modo da non
introdurre alcuna discriminazione sociale. Il lavoro non ha il
carattere massacrante che aveva al tempo di Moro, infatti dura
solo sei ore, tre al mattino e tre nel pomeriggio, lasciando ampio
spazio allo svago e alle attività ludiche. La pace è il risultato
83
XVII * Il Rinascimento Europeo
naturale e obbligato ad Utopia e tutti seguono il sano
piacere, onorando Dio in modi differenti, sapendo tollerare e
comprendere le diversità altrui.
I principi di Utopia, alcuni dei quali sopra elencati, sono in
perfetto accordo con la ragione e rappresentano quell’ideale
normativo che riproduce un criterio sicuro con cui riformare la
società, soffocata, in quel momento, dall’ingiustizia e intrisa di
violenza, anche se non immediatamente traducibile in un
programma sociale.
Il grosso difetto della filosofia di Moro, sta in una vita
intollerabilmente malinconica. Questo è il limite di tutti i sistemi
sociali pianificati, quelli immaginari come quelli reali.
In dissenso con quanto sosteneva il suo amico Erasmo, che
solo la follia, l’irrazionalità, ha dato all’umanità, eroi, sogni,
poesia e amore, ma questa a Utopia, mancando diversità e
varietà per l’uomo, sarebbe stato difficile trovarla.
Scrittore e filosofo francese, Michel Montaigne (15331592) negli anni in cui la Francia era sconvolta dalle guerre di
religione, scrisse la sua opera più celebre, i “Saggi”. Le sue
riflessioni si collocano in un momento di profondo rivolgimento
nella cultura e nella storia europea.
Egli fu testimone di eccellenza, della crisi di valori e del
sistema di conoscenze scientifiche e filosofiche della seconda
metà del cinquecento: la caduta del geocentrismo, la critica
feroce all’aristotelismo, le innovazioni mediche, le nuove
acquisizioni umane nelle scienze e infine la scoperta
dell’America e di nuove terre, tutto ciò imponeva una riflessione
sui valori morali fino ad allora considerati immutabili e sicuri.
Con questa premessa e partendo da se stesso, Montaigne,
mette in luce il carattere problematico dell’esistenza, la quale
non è mai una questione definitivamente risolta, ma richiede una
continua e incessante ricerca.
84
XVII * Il Rinascimento Europeo
Il sovvertimento dell’orizzonte culturale, lo persuade come
il cambiamento non sia una condizione provvisoria, passata la
quale, segue un assestamento definitivo del mondo umano. La
mutevolezza viene all’improvviso recepita dalla sua mente,
come espressione tipica dell’esistenza, impossibilitata a
raggiungere verità e certezze definite: da qui il suo scetticismo e
la critica alla ragione stoica, che convinta della sua capacità di
liberazione umana, non si accorge a sua volta di essere
influenzata da consuetudini e determinazioni di tipo geografiche
e storiche.
Prosegue poi con la critica a tutta una serie di altre certezze
come l’antropocentrismo, che lo porta a dubitare delle capacità
conoscitive dell’uomo, la centralità dei valori dell’uomo europeo
e del suo diritto di qualificare come “barbarie” ciò che si
discosta dal suo costume. La critica serrata al suo universo
multiforme è tale, da apparirgli impossibile costruire una via
alternativa al suo scetticismo: la natura umana che gli stoici
raccomandavano di seguire, per lui, si rivela inconoscibile.
Anche la morte, quale elemento costitutivo e limite
dell’esistenza umana, viene intesa come una medicina a sostegno
dell’uomo per vivere in maniera più profonda e piena. Essa non
va quindi esorcizzata ma accettata, “tu non muori perché
malato, ma muori perché sei vivo”, in quanto ci porta a
considerare la vita nella sua totalità. Il suo pensiero, sollecitando
un maggior impegno a vivere ed operare, è uno stimolo ad
accettare responsabilmente la nostra esistenza.
Infine lo scetticismo in Montaigne, rifacendosi all’ironia
socratica, si esprime nel rifiuto della teologia razionale e nel
fideismo religioso da un lato, e dall’altro nella proposta di una
morale mondana, antistoica.
Sommario
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XVIII * Riforma e Controriforma
XVIII
Riforma e Controriforma
Secondo Bertrand Russell, “la Riforma e la Controriforma,
rappresentano entrambe la ribellione delle nazioni europee meno
civili, contro il dominio intellettuale italiano”. Nel caso della
Riforma la rivolta fu anche politica e teologica, e venne
realizzata principalmente dai Principi delle nazioni germaniche,
contrapposti all’autorità del papa, e ai suoi diritti di riscossione
dei tributi. Nel caso della Controriforma, la rivolta fu solo contro
la libertà morale e intellettuale dell’Italia Rinascimentale e del
potere papale, il quale non fu ridotto, ma fortemente
ridimensionato nei costumi, dei Borgia e dei Medici. Questa fu
sopratutto spagnola al culmine della sua potenza economica e
coincise con le guerre di religione contro i suoi nemici.
Sfortunatamente, l’indignazione morale ebbe molta parte
nella Riforma contro gli italiani, comportando l’ostilità anche
contro ciò che di buono fece l’Italia per la civiltà.
I tre grandi della Riforma e della Controriforma furono
Lutero, Calvino e Loyola, tutti e tre intellettualmente e
filosoficamente Medioevali quindi agostiniani. Dall’inizio della
Riforma almeno per un secolo non vi furono grandi filosofi.
Lutero e Calvino si avvalsero di Agostino per quanto
riguarda il rapporto con Dio, rifiutando sdegnosamente la parte
riguardante la Chiesa. Il rifiuto della dottrina delle indulgenze,
l’abolizione del purgatorio, la dottrina della predestinazione, pur
aiutando l’affermazione protestante nella lotta contro il papa,
impedì alle chiese protestanti nei paesi protestanti, di acquisire
potere tanto quanto la Chiesa cattolica nei paesi cattolici.
Tra i riformisti, si presentò fin dall’inizio una questione, che
portò alla scissione, intorno a chi spettasse il riconoscimento di
capo della Chiesa nelle varie nazioni protestanti. Lutero era
del parere che dove il re o il principe era protestante lo si
dovesse riconoscere come capo di quella Chiesa. Con questa tesi
si allinearono il re Enrico VIII d’Inghilterra, i principi protestanti
della Scandinavia della Germania e dopo la rivolta contro la
Spagna, anche dell’Olanda, accrescendo in questo modo il loro
potere individuale.
Molti di questi protestanti, presero sul serio gli aspetti
individualisti della nuova dottrina e se prima della Riforma si
trovarono in contrasto con il potere del papa, altrettanto
malvolentieri ora si sottomettono al dispotismo del Principe.
Nascono quindi dei conflitti molto aspri, non solo di ordine
religioso, ma vere rivolte sociali e popolari, che si protraggono
per decenni. A queste si uniscono predicatori seguaci di Lutero,
che in un primo momento appoggiano queste rivendicazioni dei
poveri e degli umili, che attratti dal messaggio riformatore,
vedono in esso una possibilità storica di rinnovamento radicale,
sia religioso che economico-sociale. Da qui ha origine il
movimento anabattista, che si propone di realizzare una nuova
società più giusta ed egualitaria, la “Gerusalemme Celeste”,
dove la parola di Dio e la pace trionfino tra gli uomini.
Ma quando la violenza si manifestò incontrollata, Lutero
non esitò a schierarsi contro i rivoluzionari, esortando i Principi
a combatterli ed annientarli con le armi. Nella Germania gli
anabattisti vennero praticamente soppressi, ma le loro dottrine,
portate dai fuoriusciti, si diffusero in Olanda e in Inghilterra. Per
molti di coloro che non si adattarono, non rimase altro che
abbandonare tutto e avviarsi verso l’emigrazione soprattutto
nell’America settentrionale.
La Riforma, fino ad allora caratterizzata dalla spontaneità
popolare, venne appoggiata dall’autorità costituita, con i Principi
collocati in sua difesa, a tutela dell’ordine pubblico.
Poco alla volta però, si manifestò una certa stanchezza. Alle
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XVIII * Riforma e Controriforma
continue e inconcludenti guerre di religione, fece seguito
l’idea e il desiderio di tolleranza tra le varie dottrine cristiane.
Questo fu uno dei motivi all’origine dei movimenti, che nei
secoli successivi, confluirono nelle filosofie libertarie.
Calvino (1509-1564) si accostò al protestantesimo per un
vivo interesse alla riforma ecclesiastica, ampiamente diffusa tra i
circoli umanisti ginevrini, dove impegnò la maggior parte della
sua attività organizzativa per quella comunità riformata.
Principi della sua dottrina sono: una rigida disciplina nel
confronto della comunità cristiana, assoluta intolleranza per chi
non accetta la fede evangelica, stretto controllo dell’autorità sul
comportamento morale e religioso dei cittadini, quindi ingerenza
dello Stato nella vita religiosa e conseguente comportamento
etico dello Stato. Nel contempo predica una “ordinata”
resistenza contro il potere politico quando questo nega
l’appoggio alla sua riforma. Risulta evidente l’uso dello Stato
come collaboratore della Chiesa per imporre i propri principi.
Il movimento riformatore di Calvino seppe esprimere una
originalità nuova e più dinamica, tanto da distinguersi
nettamente dal luteranesimo, dando all’uomo perduto e
indebolito dal peccato originale, la certezza della provvidenziale
elezione di Dio.
Se il fine della predestinazione divina nei confronti
dell’uomo sono ignoti, egli però può in qualche modo, avvalersi
di segni indicatori della propria positiva destinazione. Calvino
individua questi segni nel successo della propria attività, “quali
indicatori della presenza e del dominio di Dio in noi”. Data la
stretta connessione tra fede e vita societaria, il consenso, il
denaro, la ricchezza, sono segni positivi della predestinazione.
Ma il successo economico è pur sempre dono e opera di Dio, per
questo il cristiano non può disporre egoisticamente dei beni
prodotti, ma deve restituirli, in altri modi a Dio.
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XVIII * Riforma e Controriforma
L’attaccamento alla fede dei calvinisti, ma anche l’apporto
dato alla formazione di una mentalità etica propria della nascente
borghesia capitalista, spiega la spinta ideale a fare del denaro, lo
scopo del lavoro (inteso come professione “beruf”), perdendo
quel carattere di maledizione conseguente al peccato originale,
per assumere quello positivo-religioso di “vocazione”.
Appassionato studioso e più radicale di Lutero, Zuinglio
(1484-1531), caratterizzò la riforma nella Svizzera di lingua
tedesca, in condizioni ambientali un po’ diverse dalla confinante
Germania luterana. In contrasto con Lutero sulla
consustanziazione nell’Eucarestia, Zuinglio, giunge a negarne la
presenza di Cristo, riducendo il rito a puro gesto simbolico.
Tutta la ritualità e ogni sovrastruttura della vita religiosa viene
abolita. La sua riforma presenta anche dei risvolti sociali,
proponendo un pensiero originale rispetto a Lutero. Il ritorno alla
fede evangelica deve coinvolgere tutta la vita sociale e politica,
impostandola sull’esempio delle prime comunità cristiane,
giungendo a negare l’obbedienza all’autorità politica, nel caso
questa non persegua l’organizzazione di un’autentica comunità
cristiana.
Zuinglio, con le sue idee, si mostra molto vicino a quei
movimenti evangelici, politicamente rivoluzionari, sorti
all’inizio della riforma, che furono violentemente repressi dai
Principi, con l’appoggio incondizionato di Lutero.
Il movimento protestante ebbe all’inizio una rapida ascesa,
ma venne fortemente contrastato, in seguito alla creazione
dell’ordine dei gesuiti da Ignazio di Loyola. Quest’ordine,
fondato su un modello militare per cui ogni aderente doveva
obbedienza assoluta al Generale, era impegnato nella guerra
contro l’eresia, completamente votato alla causa cattolica per
mezzo di abilissimi propagandisti. La loro teologia era
all’opposto di quella protestante. Essi tralasciarono quella parte
Sommario
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XVIII * Riforma e Controriforma
Epilogo
di insegnamento di S. Agostino enfatizzata dai protestanti,
schierandosi in favore del libero arbitrio e contrastando l’idea
della predestinazione. La salvezza non proviene solo della fede,
ma dalla fede e dalle opere. Divennero popolari come confessori
essendo più tolleranti degli altri ecclesiasti fuorché nei riguardi
delle eresie, si dedicarono all’educazione proponendo i migliori
collegi possibili a quel tempo e con il loro zelo missionario
acquistarono grande prestigio, guadagnandosi una forte presa sui
giovani.
Sul fronte politico, seguendo la scia delle conquiste
spagnole, convinsero i Principi cattolici ad effettuare
sistematiche persecuzioni nei confronti degli eretici, ristabilendo
il terrore dell’Inquisizione e l’istituzione dell’indice dei libri
proibiti, evidenziando uno spirito difensivo sospettoso del
mondo e pronti a custodire a spada tratta la Verità anche a costo
di allontanarla dalla Carità.
Se al principio i risultati della Riforma e Controriforma
furono del tutto negativi, nel lungo periodo la guerra dei
Trent’anni persuase che né i cattolici né i protestanti potevano
uscirne vittoriosi. Fu quindi necessario abbandonare l’idea di
una unità dottrinale, e dare ad ognuno la libertà di pensare
autonomamente anche sulle cose fondamentali. Le differenti
dottrine nei diversi Stati, permisero di sfuggire alle persecuzioni
e il rifiuto dei conflitti teologici, permise alle menti più capaci di
volgere l’attenzione verso le scienze e la matematica. Queste
sono alcune delle ragioni per cui, dopo Lutero, il XVI sec. fu
sterile di filosofi e di studiosi, se si fa eccezione per Copernico
mentre il XVII sec. ebbe grandi filosofi e scienziati, paragonabili
all’epoca migliore della Grecia. Cartesio su tutti, e poi Keplero,
Galileo e Newton.
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Volendo motivare questa mia seconda esperienza, direi che
essa è il risultato (non so quanto rilevante per gli altri) del
desiderio (peraltro piacevole) di voler conoscere quanto
complesso ma importante sia stato e quali processi e accadimenti
storici hanno concorso, nella formazione del pensiero filosofico
ed etico della nostra società, volendone conoscere e capire le
varie fasi evolutive, dall’antichità fino ad oggi.
In questo senso ho inteso continuare quasi senza soluzione
di continuità in ordine cronologico, al mio precedente scritto “So
Solo di non Sapere”, sottolineando la diversa impostazione, più
storica questa, dovuta a condizioni e accadimenti contingenti, nei
quali la filosofia perde il suo spirito genuino di ricerca del sapere
in ogni direzione, e viene guidata e piegata a sostegno di una
sola delle sue scienze, la teologia. E’ per questo che volendo
collocare quel poco di pensiero filosofico originale, espresso dai
rari intellettuali liberi, all’interno di una certa situazione storica,
ho dovuto descrivere l’ambito storico in cui ciò si è verificato e
maturato. In questa situazione la filosofia mi è parsa un qualcosa
che sta in mezzo tra la scienza e la teologia, in una terra di
nessuno, soggetta agli attacchi da entrambe le parti, senza
riuscire a comprendere a quale dei due o a nessuno di loro debba
essere da supporto.
Questo dubbio spero poterlo sciogliere, avvicinandomi ai
grandi filosofi moderni a partire da Cartesio, Spinosa e a tutti gli
altri grandi, che non ho incluso in questo scritto, essendomi
fermato nell’analisi al XVI secolo. Naturalmente mi riprometto
di proseguire in queste mie riflessioni in un prossimo futuro, se
ancora avrò il desiderio di cimentarmi con la medesima curiosità
che fin qui mi ha accompagnato.
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2° Vol. Credo per Capire , Capisco per credere