M E N S I L E D E L L A CA R I TA S I TA L I A N A - O R G A N I S M O PA S T O R A L E D E L L A C E I - A N N O X L - N U M E RO 1 - W W W. CA R I TA S I TA L I A N A . I T POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA febbraio 2007 Italia Caritas RAPPORTO DELLA COMMISSIONE: LA POLITICA DEVE DECIDERE CPT, GABBIE DA SVUOTARE VITE FRAGILI LA SCUOLA DELLE RIFORME NON INTEGRA I DISABILI LIBANO MIGRANTI, VITTIME DELLA GUERRA. E DEI “PADRONI” MOZAMBICO IL PARCO APRE AL TURISMO, MA LA FORTUNA È PER POCHI sommario ANNO XL NUMERO 1 IN COPERTINA Organismo Pastorale della Cei via Aurelia, 796 00165 Roma www.caritasitaliana.it email: [email protected] M E N S I L E D E L L A CA R I TA S I TA L I A N A - O R G A N I S M O PA S T O R A L E D E L L A C E I - A N N O X L - N U M E RO 1 - W W W. CA R I TA S I TA L I A N A . I T febbraio 2007 POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA Immigrati clandestini “trattenuti” in un Centro di permanenza temporanea. La commissione ministeriale ha completato a fine gennaio il suo rapporto; ora tocca alla politica decidere sul futuro di queste strutture foto Romano Siciliani Mensile della Caritas Italiana Italia Caritas Italia Caritas direttore Don Vittorio Nozza direttore responsabile Ferruccio Ferrante RAPPORTO DELLA COMMISSIONE: LA POLITICA DEVE DECIDERE CPT, GABBIE DA SVUOTARE coordinatore di redazione VITE FRAGILI LA SCUOLA DELLE RIFORME NON INTEGRA I DISABILI LIBANO MIGRANTI, VITTIME DELLA GUERRA. E DEI “PADRONI” MOZAMBICO IL PARCO APRE AL TURISMO, MA LA FORTUNA È PER POCHI editoriale di Vittorio Nozza CONTRO IL MALE GLOBALE GUARDIAMO LA TERRA DAL CIELO Paolo Brivio in redazione Danilo Angelelli, Paolo Beccegato, Salvatore Ferdinandi, Renato Marinaro, Francesco Marsico, Francesco Meloni, Giancarlo Perego, Domenico Rosati editoriale di Vittorio Nozza CONTRO IL MALE GLOBALE, GUARDIAMO LA TERRA DAL CIELO parola e parole di Giovanni Nicolini LA “VIOLENZA” DELLA MITEZZA, NUOVA SAPIENZA DELL’UMANITÀ paese caritas di Antonio Pezzetti LUPO, MA FRATELLO. IL CARCERE È QUESTIONE DI TUTTI 3 progetto grafico e impaginazione Francesco Camagna ([email protected]) Simona Corvaia ([email protected]) 5 stampa Omnimedia via Lucrezia Romana, 58 - 00043 Ciampino (Rm) Tel. 06 7989111 - Fax 06 798911408 6 nazionale “OSPITI” DIETRO LE SBARRE, I CPT SERVONO DAVVERO? di Lê Quyên Ngô Ðình STRUTTURE DA “SVUOTARE”, NECESSARIE CORSIE DIFFERENZIATE dall’altro mondo di Franco Pittau FINANZIARIA: IL FISCO NON BASTA PER RISOLLEVARE I POVERI di Paolo Pezzana database di Walter Nanni LA SCUOLA DELLE RIFORME NON SA INTEGRARE I DISABILI di Pietro Gava contrappunto di Domenico Rosati panoramacaritas ALLARGAMENTO UE, SOMALIA, FILIPPINE progetti DIRITTO ALLA SALUTE sede legale viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma 8 redazione tel. 06 66177226-502 10 13 14 offerte 17 18 Marina Olimpieri ([email protected]) tel. 06 66177202 Paola Bandini ([email protected]) tel. 06 66177205 inserimenti e modifiche nominativi richiesta copie arretrate spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46) art.1 comma 2 DCB - Roma Autorizzazione numero 12478 dell’8/2/1969 Tribunale di Roma 22 22 24 Chiuso in redazione il 26/1/2007 AVVISO AI LETTORI internazionale LIBANO, I “PADRONI” E LA GUERRA: MIGRANTI, VITTIME DUE VOLTE di Paolo Lambruschi e Silvio Tessari casa comune di Gianni Borsa «CRISTIANI IN TURCHIA, LA MISSIONE È L’AMICIZIA» di Paolo Brivio contrappunto di Alberto Bobbio MOZAMBICO: TURISTI NEL GRANDE PARCO, FORTUNA PER POCHI? di Maria Cecilia Graiff foto di Alberto Maria Rigon guerre alla finestra di Paolo Beccegato agenda territori villaggio globale 26 Per ricevere Italia Caritas per un anno occorre versare un contributo alle spese di realizzazione di almeno 15 euro: causale contributo Italia Caritas. 31 31 La Caritas Italiana, su autorizzazione della Cei, può trattenere fino al 5% sulle offerte per coprire i costi di organizzazione, funzionamento e sensibilizzazione. Le offerte vanno inoltrate a Caritas Italiana tramite: 35 36 ● Versamento su c/c postale n. 347013 ● Bonifico una tantum o permanente a: - Banca Popolare Etica, piazzetta Forzaté 2, Padova Cin: S - Abi: 05018 - Cab: 12100 conto corrente 11113 Iban: IT23 S050 1812 1000 0000 0011 113 Bic: CCRTIT2T84A - Banca Intesa, piazzale Gregorio VII, Roma Cin: D - Abi: 03069 - Cab: 05032 conto corrente 10080707 Iban: IT20 D030 6905 0320 0001 0080 707 Bic: BCITITMM700 ● Donazione con Cartasì e Diners, telefonando a Caritas Italiana 06 66177001 Cartasì anche on line, sul sito www.caritasitaliana.it (Come contribuire) 39 40 44 storie di speranza di Claudia Torre IL GIOCO DELL’ARMANDO, LA VITA RICOMINCIA ALLA STAZIONE 47 5 PER MILLE Per destinarlo a Caritas Italiana, firmare il primo dei quattro riquadri sulla dichiarazione dei redditi e indicare il codice fiscale 80102590587 uona fine e miglior principio. Sul piano dei simboli, gli auguri al mutar dell’anno avvertono che la storia umana non è una giostra mossa dalla ruota del caso, ma un cammino verso un traguardo, che possiamo raggiungere o fallire. La fine e l’inizio di un anno è il tempo sospeso che capovolge la clessidra, e la sabbia perduta nel ventre dell’ampolla torna in cima e ridiventa promessa, inverte il rapporto tra memoria e speranza. La sabbia della memoria dell’anno passato è sporca e questi, il dialogo tra le culture e le religioni (“una necessità vitale”), o la crescente presa di coscienza da parte della comunità internazionale di gravissime ingiustizie, come l’“inaccettabile scandalo della fame”. Tale è, in sintesi, il tono dominante del discorso di inizio anno tenuto da Benedetto XVI al Corpo diplomatico. È un tono che colpisce, in quanto accompagna il quadro “preoccupante” che lo stesso papa traccia, a insanguinata. Le fiamme di guerra, proposito della globalizzazione del divampanti o discontinue, dall’AfAnche quello trascorso male: dai conflitti, tuttora numerosi ghanistan alle Filippine, dallo Sri è stato un anno e sanguinosi, alla pace “fragile e Lanka al Sudan, dal Libano, Israele e insanguinato e denso spesso derisa”, per esempio in Terra Palestina al Corno d’Africa; i massadi attentati Santa; dai pericoli per la libertà relicri quotidiani in Iraq, picco d’orrore, alla dignità dell’uomo. giosa agli “attentati” planetari alla cui non è rimedio l’aver consegnato Ma papa Benedetto vita e alla famiglia tradizionale, fonal boia, ostentando il cappio, il corpo ci invita a scorgere data su valori classici. di un detronizzato dittatore. E i congli “elementi positivi” Il papa guarda con attenzione flitti dimenticati e le guerre “invisibidell’oggi. Per affrontare all’Africa dove, come se gli altri mali li” nelle regioni del mondo dove la falce prende il nome di fame, privanon bastassero, oggi “si tenta di bascelte decisive zione, vita negata, malattia senza nalizzare surrettiziamente l’aborto”, farmaci, disperazione. all’Asia, all’America Latina. Ma uno Quando ci piovono addosso le sventure, qualcuno sguardo non meno intenso, non meno appassionato si allarga rassegnato le braccia: «Pazienza, è quel che Dio posa sull’Europa, che è talmente a rischio da spingere vuole». E no! Dio non vuole il male, e il male non viene Benedetto XVI ad augurarsi che anche in essa “i valori da Dio. Sono gli uomini, siamo noi, nella nostra sciagu- fondamentali che sono alla base della dignità umana rata insipienza, nei nostri errori, con i nostri bersagli siano pienamente protetti”. mancati, le mete fallite, le strade perdute, a fare del Ma il papa non si limita alla denuncia e oppone al mondo un mistero d’iniquità. Siamo noi a darci sven- male globale il bene globale, che si basa sull’impegno tura rinnegando l’amore. Saremo noi a sostenere spe- universale a favore della persona, di ogni persona: salranza e a gustare pace, dono di Dio, se ne faremo un vaguardare la piena dignità e ogni diritto è non soltanto compito “come Dio vuole”. un punto essenziale dell’umana convivenza, è anche il modo più efficace per abolire ogni forma di violenza. In altre parole, il compito che ci viene assegnato sta “nel La piena dignità, ogni diritto I tempi sono certamente difficili, ma la fiducia non può promuovere e consolidare tutto ciò che c’è di positivo e non deve venir meno, anche perché alla nostra dram- nel mondo e nel superare con buona volontà, saggezza matica epoca non mancano gli “elementi positivi”. Tra e tenacia tutto ciò che ferisce, degrada e uccide l’uomo”. B I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 3 editoriale parola e parole di Giovanni Nicolini Uno sguardo di speranza È, questo, un compito non lieve, affidato a ciascuno e a tutti. Esso impone una serie di scelte che vanno attuate guardando la terra dal cielo, cioè con uno sguardo di speranza a tutta l’umanità. Innanzitutto la scelta di una ecoeconomia: possiamo continuare con i modelli esistenti, andando incontro a un disastro economico e sociale senza precedenti, oppure adottare un nuovo modello economico, che sostituisca alla mera ricerca del profitto la giusta considerazione del futuro della terra. C’è poi la scelta di un rapporto armonico tra popolazione mondiale e ambiente, a partire dalla constatazione che gli uomini si stanno concentrando nelle città, si sono insediati in modo massiccio lungo le coste, nelle valli dei grandi fiumi e nelle sconfinate megalopoli urbane; l’ambiente e la cura o lo sfruttamento della terra spostano intere popolazioni e acuiscono le disparità di ricchezza, di servizi, di aspettative di vita. La scelta della dimensione del vivere urbano muove dal fatto che la metà degli oltre sei miliardi degli attuali abitanti della terra vive in aree urbane: è difficile resistere all’attrattiva della città, per i vantaggi che essa offre e per il fascino dei suoi modelli di vita. Tuttavia essa è vittima del suo stesso successo: aumentano bidonville e periferie-dormitorio; molte città sono prossime alla paralisi. E altre scelte si impongono. La scelta di valorizzare tutte le agricolture del mondo: la concorrenza di agricoltori dotati di attrezzature e mezzi sofisticati provoca da decenni l’arresto dello sviluppo e l’impoverimento dei soggetti più deboli. Eppure, per nutrire i nove miliardi di uomini che nel 2050 si prevede popoleranno la terra, sarà necessario il concorso di tutte le agricolture del mondo, anche di quelle medio-piccole. La scelta dell’acqua come patrimonio dell’umanità: beviamo acqua ogni giorno, ma molti abitanti della terra soffrono di malattie provocate dalle falde contaminate o sono costretti a percorre molti chilometri per procurarsi questo bene prezioso. L’acqua non abbonda: occorre preservarla. La scelta della consapevolezza che gli oceani e i mari soffrono: la pesca incontrollata e la domanda sempre crescente dei prodotti del mare stanno portando alla devastazione dei fondali oceanici, dei coralli e degli equilibri tra le specie marine. Di fronte a questo disastro, l’uomo è chiamato a reagire tempestivamente. La scelta tra dubbi e certezze sul clima del futuro: sappiamo tante cose sul clima, ma siamo lenti a trarne le conseguenze. Bisogna agire prima che sia troppo tardi. La scelta di reinventare le energie del mondo: le risorse di petrolio, gas e carbone diminuiscono e, comunque, producono molti guasti. Le energie rinnovabili sono una priorità. Un mutamento energetico dovrà cambiare il nostro mondo; ma esso esige un adattamento mentale e culturale, politiche previdenti e una conversione economica. La scelta di sostenere il microcredito: la povertà colpisce oggi quasi tre miliardi di persone. E se non si farà nulla, la cifra raddoppierà nel volgere di trent’anni. Per contrastarla, sarebbe efficace che tutti gli adulti del mondo avessero accesso al credito per acquistare strumenti di lavoro. È questo il senso della microfinanza, che già oggi permette a oltre 80 milioni di persone di uscire dalla povertà. Scelte impegnative. Ma improrogabili. Sfide per un mondo più umano. Non è più tempo di tergiversare… diamoci una mossa! ‘‘ Salvaguardare la piena dignità e ogni diritto è non solo un punto essenziale dell’umana convivenza, ma il modo più efficace per abolire ogni violenza ’’ 4 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 LA “VIOLENZA” DELLA MITEZZA, NUOVA SAPIENZA DELL’UMANITÀ Ma a voi che ascoltate, io dico: (…) A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra. (Luca 6,27-38) l cristianesimo non è né ideologia né utopia né idealismo. È la grande avventura della Parola di Dio nella storia dell’umanità. È il precipitare di Dio nella nostra ferita, sino al farsi Carne del Verbo e sino alla Croce di nostro fratello, il Figlio di Dio. Non una vicenda asettica, ma l’immersione del Signore nella nostra povertà. Per la salvezza dell’umanità, che Dio ama così com’è. Un povero mondo malato, e prigioniero del Male e della Morte, un mondo che Egli salva e riempie della sua potenza di bene, potenza d’Amore più I reagisce con la “violenza” della sua mitezza. E lo fa perché la salvezza e il bene di chi lo ha colpito gli importano tanto quanto la propria verità e la propria pace. Scoprire la perla preziosa Tutto chiaro? Sì! Però qui dentro c’è un problema enorme, che è impossibile ignorare. Veniamo da secoli in cui questi atteggiamenti, queste “riforte della morte stessa. sposte al male”, sono stati confinati Ed ecco l’audacia delle parole nella sfera del comportamento indiIl mondo è invaso del Salvatore: “Amate i vostri nemividuale, della testimonianza profeda odio e inimicizia. ci, fate del bene a coloro che vi odiatica di individui superiori, di episodi Ma Dio lo ama no, benedite coloro che vi malediisolati e, proprio per questo, non così com’è. E tramite cono, pregate per coloro che vi malesemplari. Oggi però la vicenda stoGesù ci insegna trattano”. Perché questo è il mondo: ria delle chiese e dei popoli, dalle re“tecniche di pace” lazioni più intime e immediate ai invaso dall’inimicizia, dall’odio, che anche oggi indicano grandi e sanguinari conflitti, ci apdalla violenza dei pensieri e delle una diversa prospettiva pare troppo stringente e tumultuoopere. Ma ecco la potenza divina lidella storia, sa, sino al pericolo di una universaberata nella storia e donata agli uonon sottomessa alla mini e alle donne di tutto il mondo: le autodistruzione. prepotenza della morte l’amore, la misericordia, la preghieProprio oggi è allora necessario ra. Ecco le “terribili” armi di Dio! Ad intraprendere coraggiosamente un esse niente e nessuno può resistere. Da qui il comando cammino di riflessione e preghiera, un contatto più perentorio, rivolto ai cristiani e alle chiese, di ripudiare continuo e serrato con il Testo Sacro, un impegno storiogni mondanità e ogni giustificazione del vecchio do ut co delle comunità cristiane più responsabile, per trarre des e di una legge del taglione che, essendo puramente dalle parole di Gesù una sapienza nuova, una prospettivendicativa, moltiplica il male e non crea il bene. va nuova della storia che faccia di queste perle evangeGesù ci regala anche qualche esempio, qualche “li- liche una provocazione a tutte le legislazioni, le istitunea di comportamento”, qualche “tecnica di pace”: “A zioni, i patti. Invece la storia sembra malinconicamente chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra”. Ricor- subire la prepotenza del Signore della morte, e si fa tido sempre con gratitudine la grande del lezione di Lu- mida e restìa fino a concedere l’etica veramente evanciano Eusebi, valente studioso e cristiano limpido e ge- gelica solo all’obiezione di coscienza del singolo. E, anniale. Il “porgere l’altra guancia” ce lo indicava come il che questo, non sempre! Aiutiamoci, dunque, a scoprigesto forte, ben più forte del restituire la violenza subì- re insieme la “perla preziosa” di una nuova sapienza ta. È il costringere l’altro ad assumersi la responsabilità dell’umanità, che faccia veramente del Vangelo la testidella sua violenza, fino a indurlo a pensare se ripeterla. monianza concreta e collettiva delle comunità cristiane, Il “pacifista assoluto” non reagirebbe, ma il cristiano come bene per il mondo intero. I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 5 paese caritas di Antonio Pezzetti direttore Caritas Cremona LUPO, MA FRATELLO IL CARCERE È QUESTIONE DI TUTTI 6 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 Italia Caritas le notizie che contano un anno con Italia Caritas Nel 2004 abbiamo cambiato veste. Da allora abbiamo migliorato sempre. Contenuti incisivi. Opinioni qualificate. Dati capaci di sondare i fenomeni sociali. Storie che raccontano l’Italia e il mondo. Un anno a 15 euro, causale “Italia Caritas” Anno 7 numero 46. Febbraio 2007. € 3,50 M E N S I L E D E L L A CA R I TA S I TA L I A N A - O R G A N I S M O PA S T O R A L E D E L L A C E I - A N N O X L - N U M E RO 1 - W W W. CA R I TA S I TA L I A N A . I T valori febbraio 2007 Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità Italia Caritas + Fotoreportage > Aids in Africa GUEORGUI PINKHASSOV / MAGNUM PHOTOS L POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA lazione di progetti individualizzati (percorsi lavorativi e assegnazione di un alloggio esterno, dove riscoprire il valore della propria intimità) per detenuti in possibilità di misura alternativa. Ma promuove anche servizi comunitari nella struttura di accoglienza diocesana, che rappresentano un gesto di restituzione sociale e un tentativo di riparazione da parte del detenuto o ex detenuto; chi vuoMa è importante che la comunità le, tra essi, può fruire della catechesi cristiana trasmetta segni di speranza, settimanale, garantita in tutte le sei le Un centro d’ascolto sia fuori che dentro al carcere. Così, la sezioni del carcere. nella casa circondariale. cosa più naturale da fare è apparsa Le parrocchie più coinvolte, oltre Dal quale, con il tempo, quella di raggiungere, tramite il centro a promuovere testimonianze e innasce un articolato d’ascolto, il bisogno là dove si manifecontri di approfondimento, hanno progetto di reinserimento fatto proprie alcune azioni concrete. stava nella maniera più debole e al sociale. Che coinvolge Una grande spinta motivazionale è contempo più significativa. All’esterno derivata dalla marcia silenziosa, prodel carcere, nel tessuto diocesano e nel anche le parrocchie. mossa e guidata dal vescovo di Crecuore delle comunità parrocchiali, abDove la testimonianza mona in occasione dell’annuale Setbiamo invece pensato di fare breccia degli ultimi diventa portando la testimonianza degli opetimana della carità: diverse centinaia motore dell’aiuto ratori diocesani e dei detenuti stessi. di persone sono confluite nelle vie Ne è nato “Fratello Lupo”, un progetto della città, alternando il cammino a che (anche grazie ai fondi 8xmille) dopo un anno di ascolto soste di riflessione profonda e concludendo con canti e e di accoglienza ha alzato il tiro: non più solo colloqui, ac- preghiere nel cortile interno al carcere, davanti ai portoni coglienze occasionali e qualche indumento, bensì un’at- che separano la libertà dalla pena. tenzione più forte all’inserimento nel mondo del lavoro. E ci sono state altre azioni, anche nel tentativo di Abbiamo coinvolto aziende e cooperative locali, abbiamo coinvolgere i sempre troppo latitanti enti istituzionali. costituito una nuova cooperativa sociale e abbiamo così Siamo partiti dall’ascolto, e per quante azioni si mettano realizzato in proprio inserimenti lavorativi e abitativi. Alla in atto è sempre dall’ascolto che si riprende il cammino comunità abbiamo tentato di restituire fratelli un po’ più re- per ogni attività. Dall’ascolto degli ultimi in carcere è nasponsabili, alle famiglie congiunti un po’ meno disperati. to il desiderio di essere scandalo per le nostre comunità, a volte quasi asettiche di fronte al problema dei detenuti, solitamente considerati diretti responsabili del loro stato Riparazione e catechesi Attualmente Progetto Lupo garantisce un tempo di e quindi da ignorare, nemmeno da compatire. Con l’insiascolto individuale rivolto ai 300 ospiti della casa circon- stenza del cuore è stato possibile vincere l’indifferenza dariale, il contatto con le famiglie, la fornitura di pacchi della mente: le parole hanno dato forma ai gesti, i luoghi mirati di indumenti e di ausili e presidi medici, la formu- comuni hanno ceduto il passo al valore del perdono. a presenza in città di una casa circondariale non è solo occasione di scandalo e timori. A Cremona, la Caritas diocesana ha promosso nel 2001, all’interno della struttura, la presenza di un centro d’ascolto, strumento principe di prossimità ai soggetti detenuti. Fino ad allora la Caritas diocesana aveva sostenuto un’associazione provinciale impegnata nell’ambito carcerario, con l’invio di alcuni giovani in servizio civile; inoltre aveva realizzato inserimenti abitativi di emergenza e di semiautonomia nella Casa dell’accoglienza diocesana. Dossier > Prezzi gonfiati, rimedi inutili, pandemie inesistenti. Ma i titoli volano RAPPORTO DELLA COMMISSIONE: LA POLITICA DEVE DECIDERE CPT, GABBIE DA SVUOTARE VITE FRAGILI LA SCUOLA DELLE RIFORME NON INTEGRA I DISABILI LIBANO MIGRANTI, VITTIME DELLA GUERRA. E DEI “PADRONI” MOZAMBICO IL PARCO APRE AL TURISMO, MA LA FORTUNA È PER POCHI La salute truffata Rinnovabili > Fine corsa per il mercato drogato dell’energia e dei rifiuti Gas naturale > Dove va Gazprom mentre la Svezia punta a uscire dal petrolio Gens > La vera storia dei banchieri Rotschild Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.P. Occasione 2007 ABBONAMENTO CUMULATIVO CON VALORI È un mensile di economia sociale e finanza etica promosso da Banca Etica. Propone ogni mese “Osservatorio nuove povertà”, in collaborazione con Caritas Italiana. Dieci numeri annui dei due mensili a 40 euro. Per fruire dell’offerta • versamento su c/c postale n. 28027324 intestato a Soc. Cooperativa Editoriale Etica, via Copernico 1, 20125 Milano • bonifico bancario: c/c n. 108836 intestato a Soc. Cooperativa Editoriale Etica presso Banca Popolare Etica - Abi 05018 - Cab 12100 - Cin A Indicare la causale “Valori + Italia Caritas” e inviare copia dell’avvenuto pagamento al fax 02.67.49.16.91 L E G G I L A S O L I DA R I E T À , S C E G L I I TA L I A CA R I TA S Per ricevere il nuovo Italia Caritas per un anno occorre versare un contributo alle spese di realizzazione, che ammonti ad almeno 15 euro. A partire dalla data di ricevimento del contributo (causale ITALIA CARITAS) sarà inviata un’annualità del mensile. Per contribuire • Versamento su c/c postale n. 347013 • Bonifico una tantum o permanente a: - Banca Popolare Etica, piazzetta Forzaté 2, Padova Cin: S - Abi: 05018 - Cab: 12100 conto corrente 11113 - Iban: IT23 S050 1812 1000 0000 0011 113 Bic: CCRTIT2T84A - Banca Intesa, piazzale Gregorio VII, Roma Cin: D - Abi: 03069 - Cab: 05032 conto corrente 10080707 - Iban: IT20 D030 6905 0320 0001 0080 707 Bic: BCITITMM700 • Donazione con Cartasì e Diners, telefonando a Caritas Italiana 06.66.17.70.01 (orario d’ufficio) Cartasì anche on-line, sui siti www.caritasitaliana.it (Come contribuire) www.cartasi.it (Solidarietà) Per informazioni Caritas Italiana via Aurelia 796, 00165 Roma tel 06.66.17.70.01 - fax 06.66.17.76.02 e-mail [email protected] nazionale “OSPITI” DIETRO LE SBARRE I CPT SERVONO DAVVERO? servizi di Lê Quyên Ngô Ðình Caritas Italiana, membro della Commissione ministeriale sui Cpt Una commissione del ministero dell’interno ha visitato in questi mesi i Centri di permanenza temporanea sparsi in tutta Italia. Ne ha fatto parte anche una rappresentante Caritas. Ecco il suo racconto 8 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 entro di permanenza temporanea e assistenza (Cpta, più comunemente Cpt) di Ponte Galeria, sulla via verso l’aeroporto di Fiumicino, a Roma. Metà settembre 2006, giorno della visita della Commissione ministeriale istituita dal ministero degli interni a luglio. Ponte Galeria è il più grande Cpt d’Italia: trecento persone, tra donne e uomini, sono trattenuti in moduli da otto persone, chiusi da inferriate tanto geometriche quanto invasive. Lo stesso prefetto di Roma, Achille Serra, ci aveva messo in guardia sull’orrore di quelle sbarre. E il medico di Ponte Galeria aveva confermato il senso di oppressione che provocano, invocandone l’abolizione come primo, utopico auspicio. Ma per ora l’eliminazione di quelle barriere resta un C sogno. Almeno nel contesto normativo attuale, che attri- clamare la sua onestà. Anche lei, come altri, si rivolgerà a buisce ai Cpt il compito di trattenere gli stranieri da rim- qualche avvocato che potrà ben poco, al cospetto di una patriare, per consentirne l’identificazione e in attesa di normativa che non consente molti margini di manovra. trovare il modo per rimandarli nel paese da cui provengo- Tutte lamentano la casualità che le condanna a un rimpano. Eppure dietro le inferriate non si incontrano crimina- trio coattivo, con divieto di reingresso per dieci anni in Itali incalliti. Alla mensa delle donne, per esempio, incon- lia. «Se fosse uscita una sanatoria, avrei potuto farcela. La triamo molte colf o assistenti di anziani, alcune delle qua- signora da cui lavoravo me lo aveva promesso...». li in passato erano state addirittura in regola con le norme sul soggiorno. Provengono perlopiù dall’Europa orientale, Con Dio tutto è possibile hanno dai 30 ai 50 anni, parlano un italiano a volte ottimo, Usciamo dalla mensa, gravata dall’angoscia delle trattea volte stentato, si lasciano avvicinare senza diffidenza. nute: qui, come negli altri Cpt, le chiamano “ospiti”, ma è Raccontano speranze, infrantesi il giorno in cui sono sta- veramente un vezzo semantico. Chiedo di entrare nelle stanze delle nigeriane. A te fermate da un controllo un primo sguardo è evidi routine e condotte al dente che sono state ferCpt. «Non siamo delinmate in qualche retata delquenti! Non abbiamo mai fatto nulla di male. Io ero la polizia mentre venivano solo uscita per comprare fatte prostituire. Parlano qualcosa per la signora che male l’italiano, un inglese mi dava lavoro. Non sono stentato, ma a gesti si comunica. Cerco di indivimica una di quelle…», e parte uno sguardo sprezduare qualche vittima di zante al gruppo di prostitratta a cui indicare il ricortute poco lontano. so al famigerato articolo Una signora russa senza 18, che apre la via del recufamiglia in patria, che in pero sociale, ma è evidenItalia aveva trovato lavoro te che occorrono tempi e come assistente a un mala- TRATTENUTI, ESPULSI spazi che la visita della commissione non consento, si dispera perché non le A sinistra, visita di parlamentari a un Cpt. Sopra, espulsione di immigrati clandestini. Il trattenimento è spesso te. Si crea però una corrensarebbe stata data la possi- dall’Italia casuale e ha costi elevati; il rimpatrio non sempre è possibile te di simpatia, che si acbilità, dopo il fermo che l’ha condotta al Cpt, di tornare a recuperare i suoi effetti perso- centua quando vedo sul muro una croce, fatta con i tapnali e il denaro messo da parte: «Mi stanno per rimpatria- pi delle bottiglie di acqua minerale, e una scritta: With re, ma in Russia la temperatura è già rigida e io ho solo God all is possibile, con Dio tutto è possibile. Parlo con la psicologa e l’assistente sociale attive da qualche maglietta! Non ho parenti qui, nessuno che si preoccupi di me: l’anziano non vuole storie e si tiene le mie anni nel Cpt romano. Devono fare i conti con numeri elecose». Un’altra parla un italiano impeccabile, è in Italia da vatissimi di “ospiti”, riescono semplicemente a percorrere oltre cinque anni ma è ricaduta nel girone infernale dell’ir- i corridoi e a chiacchierare con le persone. Non esistono regolarità per un banale quanto tragico problema buro- schede personali e casi seguiti in profondità: la gente arricratico: costretta a tornare nel suo paese per sbrigare le va da tutta Italia e spesso è rimpatriata in pochi giorni, pratiche del passaporto, al suo rientro in Italia il permesso meno dei 60 massimi consentiti dalla legge. Raggiungo i colleghi nell’area maschile: molti rom di soggiorno è scaduto e non è più riuscita a trovare un lavoro in regola. Una signora ucraina, addirittura, dichiara di ed ex detenuti. Tutti parlano italiano. Tra loro un russo, essere stata fermata perché si era recata al commissariato che è stato in carcere per oltre dieci anni a causa di un per denunciare un furto subìto: hanno accertato la man- grave reato e ora è qui, in attesa di identificazione! Semcanza del permesso di soggiorno, l’hanno condotta a Pon- bra incredibile, ma si cerca di ottenere in 60 giorni di te Galeria. È costernata, chiaramente a disagio in un con- trattenimento nel Cpt quello che non si è ottenuto in oltesto che sembra un carcere; spende tutto il tempo a pro- tre un decennio di detenzione. ROMANO SICILIANI ROMANO SICILIANI immigrazione I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 9 nazionale immigrazione La pressione non scende Le situazioni incontrate a Roma si ripropongono anche nei Cpt di Torino, Milano, Gorizia, Bologna e Modena. Al sud – in Sicilia, Calabria e Puglia – ci si confronta invece con le conseguenze degli sbarchi e il problema dello smistamento. Qui le sigle si confondono anche per gli addetti ai lavori: oltre ai Cpt, si visitano Centri di prima accoglienza (Cpa) e Centri di identificazione per i richiedenti asilo (Cd’i), che però nella pratica non sempre manifestano differenze rispetto ai Cpt. A Lampedusa, a fine luglio, entriamo nel Cpa divenuto tale solo da marzo, dopo anni di gestione come Cpt, che lo avevano visto al centro di polemiche di portata anche europea, soprattutto dopo le espulsioni brevi manu verso la Strutture da “svuotare”, necessarie corsie differenziate Il rapporto presentato al governo dalla commissione De Mistura: fuori dai Cpt alcune categorie di irregolari, rimpatri e reingressi vanno rimodulati a Commissione sui Cpta è stata istituita dal ministro dell’interno Giuliano Amato, con decreto del 6 luglio 2006, al fine di procedere a una “indagine conoscitiva sulle condizioni di sicurezza e di vivibilità di tutte le strutture destinate al trattenimento temporaneo e all’assistenza degli immigrati irregolari, nonché all’ospitalità dei richiedenti asilo”. È stata prevista la consegna al governo, da parte del presidente L 10 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 ranno di parlarle, ma si capisce agevolmente che la maggior parte degli sbarcati ha ricevuto indicazioni, di cui si fida ciecamente, da chi li ha condotti fino all’isola. Occorrerebbero spazi e tempi riservati per aggirare la loro guardia; la diffidenza è alta quanto la barriera linguistica e il controllo del gruppo. Il problema della coabitazione tra vittime e carnefici resta uno dei principali nodi da sciogliere per una reale efficacia dell’intervento sociale e legale. Da Lampedusa, comunque, ora i migranti vengono inviati a Crotone, dove vi è il più grande centro d’Europa (circa mille posti tra Cpa, Cd’i e Cpt), o altrove se mancano i posti. Nei cosiddetti centri “polifunzionali” coesistono nella stessa area le tre tipologie di centro, consentendo senza troppe spese il passaggio degli “ospiti” da uno status all’altro. Peccato che tutto finisca inevitabilmente per rassomigliare a un grande carcere: sbarre e filo spinato contraddistinguono la fisionomia anche di queste strutture. Libia, sulla base di una mera valutazione dei tratti somatici: chiaro-olivastro di carnagione, “quindi” egiziano o magrebino, da espellere; scuro, “quindi” eritreo, liberiano, sudanese, da inviare a Crotone per la verifica. Con il nuovo status, ora nessuno viene espulso direttamente dall’isolotto che dista più dal resto d’Italia (120 miglia) che dalla Tunisia (66 miglia) e il margine di errore si riduce. La pressione migratoria però non scende e la struttura continua a sopportare sbarchi di 500-800 persone, avendo una ricettività teorica di 186 posti. Si lavora alacremente per l’apertura di un altro centro di 336 posti nell’entroterra, ma se si chiude l’attuale Cpa, a ridosso del piccolo aeroporto, la capienza rimarrà insufficiente. Ne sono tutti consapevoli e tutti alzano gli occhi al cielo per invocare una soluzione che né legislatori né amministratori possono inventare, nonostante i noti slogan sul “governo dell’immigrazione”. Dentro la struttura incontro una giovanissima eritrea, forse minorenne; cerco di farle alcune domande ma è visibilmente impaurita dalle matrone che la guardano a vista. Mi fa capire di aver pagato “in natura” il costo del viaggio, dopo mesi trascorsi ad attendere l’agognato viaggio in Libia. Si capisce che la sua è la sorte di molte giovani, fragili e disorientate: forse farà domanda di asilo e le si riconoscerà uno status di protezione umanitaria valido un anno, in attesa di un futuro incerto; forse riceverà un diniego e vagherà per l’Italia preda di qualche rete di trafficanti. Segnalo il suo caso alla collega dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, che insieme all’Alto commissariato Onu per i rifugiati opera nel Cpa da marzo. Cerche- della Commissione, l’ambasciatore e funzionario Onu Staffan de Mistura, di una relazione sull’attività svolta contenente anche “proposte e suggerimenti sulle possibili strategie future”. Della commissione mista hanno fatto parte, oltre a rappresentanti del ministero dell’interno, esponenti di diversi organismi (Anci, Caritas Italiana, Asgi - Associazione per gli studi giuridici dell’immigrazione, Fcei - Federazione delle chiese evangeliche, Arci, Acli e Cir). Casualmente e gravemente Dopo oltre sei mesi spesi a visitare, insieme alla Commissione, i centri italiani, nonché uno in Francia e uno in Spagna, resta una domanda: i centri di trattenimento (di ritenzione, di internamento, come li chiamano all’estero) rispondono all’esigenza per cui sono nati? In Italia si stima che vi siano circa 300 mila irregolari, ma i Cpt possono trattenere meno di duemila persone. Anche calcolando che il tasso di identificazione e di espulsione sia del 100% (ciò che è lungi dall’esser vero, soprattutto ora che, con l’entrata della Romania nella Ue, viene meno il gruppo che garantiva il rimpatrio certo), quanti potranno essere gli espulsi con divieto di reingresso? È evidente che il trattenimento colpisce casualmente e gravemente, con scarso beneficio per lo stesso stato, dati i costi (per ogni rimpatrio occorrono due agenti di polizia in trasferta per controllare il passeggero) e gli insuccessi. Senza contare il limitato entusiasmo che molti consolati, privi di validi incentivi, manifestano nel collaborare. Gli addetti ai lavori sono consapevoli dell’assurdità di certe procedure. Ma la normativa attuale, anche in ambito europeo, quali soluzioni permette? SBARRE E FILO SPINATO Un immigrato nel cortile di un Cpt. Tecnicamente non si tratta di strutture detentive, ma spesso struttura e gestione somigliano a quelle di un carcere ROMANO SICILIANI La compresenza di ex detenuti e di persone irregolari, ma senza trascorsi carcerari, costituisce uno dei principali problemi denunciati da tutti: forze dell’ordine, enti gestori, nonché gli stessi trattenuti. Spesso gli atti di vandalismo o i tentativi di fuga sono attivati dai leader con trascorsi penali. Questo paradosso sarebbe dovuto a un mancato coordinamento tra i ministeri della giustizia e dell’interno; non a caso recentemente è stato costituito un gruppo di lavoro sulla materia. La Commissione ministeriale ribadirà il problema, a dicembre, nel corso di un incontro con il sottosegretario alla giustizia, Luigi Manconi. La questione va affrontata frontalmente e rapidamente, non rinviandola a un “superamento” dei Cpt di cui si discute da anni, senza effetti concreti. Da luglio a gennaio la Commissione ha effettuato visite presso i Cpta, i centri di prima accoglienza (Cpa) e i centri di identificazione (Cd’i) di Lampedusa, Crotone, Torino, Roma, Bari, Foggia, Brindisi, Gorizia, Modena, Bologna, Milano, Trapani, Ragusa, Caltanissetta, Siracusa, Lamezia Terme. Ogni visita ha previsto incontri con autorità locali, enti gestori, trattenuti, ong, nonché conferenze stampa. Le missioni sono state realizzate anche in centri di trattenimento esteri (Parigi e Madrid). Dalle 16 questure e prefetture competenti per i 13 Cpta, 5 Cpa e 4 Cd’i sono pervenute anche risposte a questionari. Misure alternative Nel suo rapporto conclusivo, elaborato nella seconda metà di gennaio, la Commissione ha proposto uno “svuotamento” dei Cpta italiani, attraverso una razionalizzazione del sistema che contempli la fuoriuscita dai Cpta di alcune categorie: ex detenuti, vittime di I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 11 nazionale nazionale immigrazione dall’altro mondo IMMIGRATI PENSIONATI, GENERAZIONE SENZA SICUREZZE di Franco Pittau li stranieri immigrati sono una popolazione più giovane di quella italiana originaria: il 19,3% si collocano nella fascia 0-18 anni, il 54,7% nella fascia 19-40 anni, il 23% nella fascia 41-60 anni, il 3% oltre i 60 anni. I cittadini stranieri hanno un’età media di 31,3 anni, contro i 44 dell’intera popolazione residente. Il ritmo d’aumento della popolazione immigrata si può quantificare, per i prossimi anni, nella misura di almeno 300 mila unità l’anno: più di 50 mila nuovi nati in Italia, 100 mila ricongiungimenti familiari, circa 150 mila nuovi ingressi per lavoro. Questo ritmo porta a ipotizzare per il 2010 il raddoppio da parte dell’attuale decade (20062009); 20.600 nel periodo 2010-2014; 35.500 nel periodo 2015-2020. Stimando che nel 2015 gli stranieri presenti possano essere 6 milioni e che il flusso di pensionamento dal 2006 al 2015 possa coinvolgere 152 mila persone, sommandole alle 100 mila già in pensione, si arriva a una somma complessiva di 252 mila unità. Tra gli italiani oggi vi è un pensiodella popolazione immigrata e nato ogni 5 residenti (più di 10 milioun’incidenza sulla popolazione ni), mentre tra gli immigrati nel 2015, Secondo una stima complessiva intorno al 10%. secondo la stima, completata con le Caritas-Inps, i lavoratori Questi numeri disegnano un furisultanze dell’archivio Inps, vi sarà un venuti dall’estero turo non privo di insidie, sul fronte pensionato ogni 24 residenti. Nel peche andranno dell’accesso al pensionamento. I riodo 2006-2015 il flusso dei pensioin pensione entro il 2015 nuovi insediamenti non eserciterannati immigrati, comunitari e non, risaranno 250 mila. no un impatto previdenziale in temguarderà anzitutto la Lombardia (32 Ma saranno comunque pi ravvicinati; i fattori sui quali impomila unità) e a seguire Lazio (25 mila), uno ogni 24 stranieri stare le stime sul futuro pensionistiEmilia Romagna (14 mila), Piemonte residenti. E molti (10 mila), Campania (9 mila), Sicilia (5 co degli immigrati sono quattro: le avranno pensioni classi di età, la normativa sull’età mila), Liguria, Friuli Venezia Giulia e integrate al minimo pensionabile per i cittadini extracoMarche (4 mila), Trentino Alto Adige e munitari non rimpatriati (60 per le Puglia (3 mila), Abruzzo e Calabria (2 donne, 65 per gli uomini e 57 anni di età e 35 di contri- mila), Sardegna (mille), Molise e Basilicata (meno di mille). buzione per la pensione di anzianità, secondo la normaLa retribuzione media percepita dai lavoratori immitiva vigente nel 2006), la ripartizione di genere e lo sca- grati nel 2003 è stata pari a 9.423 euro annuali (785,25 al glionamento degli anni del prossimo pensionamento. mese), circa il 40% in meno rispetto alle retribuzioni medie degli italiani. Partendo dal presupposto che una carContributori netti riera assicurativa di quarant’anni consente di arrivare al La stima del Dossier statistico immigrazione Caritas-Mi- 60% della retribuzione, ne consegue che, salvo un numegrantes si estende fino al 2020 e non prende in conside- ro ridotto di casi, le retribuzioni percepite dagli immigrarazione la classe di età 19-40 anni; essa include ti daranno luogo a una pensione integrata al minimo. 1.659.000 persone, lavoratori che per 20-25 anni saran- Pertanto gli immigrati di prima generazione, dopo aver no contributori netti del sistema pensionistico italiano. svolto un ruolo estremamente positivo a beneficio del Il flusso di pensionamento dei lavoratori stranieri, paese di arrivo (tramite il loro lavoro) e del paese di originella stima condotta dal Dossier in collaborazione con ne (tramite l’invio delle rimesse), sono destinati ad alil’Inps, è contrassegnata dai seguenti ritmi annuali: 4 mi- mentare le fila dei nuovi poveri. A meno che non vengala domande di pensione saranno avanzate nella secon- no adottate per tempo adeguate contromisure. ROMANO SICILIANI G PANORAMI GRIGI Due inquietanti vedute del Cpt di Ponte Galeria, a Roma tratta, colf e assistenti familiari, rom. Per costoro si auspicano corsie differenziate, in ragione della loro particolare condizione. Gli ex detenuti andrebbero identificati già nella fase detentiva; le vittime di tratta dovrebbero essere filtrate da sportelli ad hoc presso le questure; colf e assistenti familiari offrono sufficienti requisiti di reperibilità, stabilità del lavoro e utilità sociale per evitare loro un trattenimento nei Cpta; per i rom occorrerebbe una valutazione a parte, dato che molti non sono rimpatriabili. Il superamento dell’attuale sistema risulta tanto più necessario, alla luce della nuova condizione riguardante i rumeni, principale gruppo nazionale dei trattenuti (oltre il 31%) nei Cpta, ma ora a tutti gli effetti cittadini europei della Ue, quindi inespellibili. La riforma del sistema poggia sul ricorso a misure alternative al Cpta e all’allontanamento forzato, che risultano molto onerose (ai costi di gestione e di vigilanza dei Cpta si aggiungono, di norma, quelli dei due poliziotti che devono scortare l’espellendo), oltre che inefficaci senza la collaborazione alla propria identificazione da parte degli stranieri. Il rimpatrio assistito e un dosato uso del divieto di reingresso potrebbero risultare utili per convincere gli irregolari a collaborare per la propria identificazione, sinora il principale ostacolo all’allontanamento. La Commissione ha proposto di distinguere, fra gli 12 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 irregolari, tre categorie: irregolari di ritorno - overstayers: se non costituiscono un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, i lavoratori un tempo in regola non dovrebbero essere inviati nei Cpta e per loro si potrebbero immaginare percorsi di regolarizzazione attraverso un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, grazie anche alla collaborazione di enti locali e ong; ■ immigrati identificati o che collaborano fattivamente alla propria identificazione: per loro vanno previsti l’accesso a un programma di rimpatrio assistito e un divieto di reingresso per uno-due anni; ■ immigrati non identificati e che resistono all’identificazione: trattenimento nei Cpta e rimpatrio senza incentivi, con divieto di reingresso per dieci anni. Dal lavoro svolto dalla Commissione emergono pertanto alcune necessità: diversificazione delle risposte; gradualità e proporzionalità degli interventi; incentivazione della collaborazione tra immigrato e autorità; coinvolgimento della società civile. Tutto ciò si traduce in una proposta che prevede il trattenimento nei Cpta solo per le categorie di soggetti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica; il rimpatrio assistito per quanti collaborano alla propria identificazione; un percorso di regolarizzazione, anche ad personam, per coloro che presentano requisiti affidabili. ■ I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 13 nazionale finanziaria Per creare lavoro torna infine il credito di imposta per il mezzogiorno, così da consentire una fiscalità di vantaggio a chi faccia impresa in quelle aree; questa misura si somma alla più generale riduzione del costo del lavoro, operata con il taglio del cosiddetto “cuneo fiscale” e le altre agevolazioni alle imprese. Si tratta di misure apprezzabili, anche se la leva fiscale opera solo in favore di chi ha un reddito superiore alla cosiddetta “no tax area”, ossia un reddito annuo superiore a importi che vanno da 4.500 a 8 mila euro l’anno. Poiché la maggior parte delle famiglie (11 milioni) che l’Istat conteggia sotto la soglia di povertà relativa non raggiungono tali livelli di reddito (sono i cosiddetti “incapienti”), è evidente che attraverso la leva fiscale non si incide sulla loro condizione. Il governo, in extremis, ha inserito in Finanziaria la previsione di destinare a misure di sostegno agli incapienti parte dell’eventuale extragettito fiscale che si produrrà nel 2007, se i cittadini pagheranno le tasse oltre le previsioni, come avvenuto nel 2006. È un piccolo segno di consapevolezza, ma niente più; ben altre e più ampie avrebbero dovuto essere le misure per combattere la povertà attraverso lo strumento del sostegno al reddito. IL FISCO NON BASTA PER RISOLLEVARE I POVERI La Finanziaria 2007 manifesta una certa sensibilità sociale. La rimodulazione dell’Irpef e altre misure sono nel segno dell’equità. Ma per gli “incapienti” si fa poco. Bene i nuovi Fondi, bisognerà vigilare sulla loro attuazione In Finanziaria alcune misure favorevoli alle famiglie. Ma il welfare non torna al centro della vita pubblica di Paolo Pezzana a Finanziaria 2007, nella controversa forma di un unico articolo con 1.365 commi, è dal 1° gennaio legge dello stato. In questa selva di parole e numeri che spazio è stato riservato al “sociale”? L’aspettativa verso il nuovo governo era elevata e in effetti una maggiore sensibilità sociale, nel segno dell’equità, dalla manovra emerge. L’atteso cambio di paradigma (da un welfare assistenziale, mero costo sociale, a un welfare per lo sviluppo, pensato come investimento per la crescita sostenibile del paese) tuttavia non c’è stato. Né si può dire che il welfare venga riportato al centro della vita pubblica. Gli strumenti di politica sociale utilizzati dal legislatore sono stati due: l’impiego della leva fiscale e la creazione L 14 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 di fondi specifici per finanziare interventi e servizi sociali. La novità fiscale di maggiore rilievo è la rimodulazione dell’Irpef, con l’annessa riforma degli assegni famigliari e la reintroduzione delle detrazioni per carichi di famiglia (figli, anziani e portatori di handicap). A tale scopo sono stati stanziati più di tre miliardi di euro, che, senza penalizzare troppo i ceti più abbienti, porteranno un significativo risparmio fiscale alle famiglie più numerose o con redditi più bassi. Agevolazioni fiscali specifiche e possibilità di detrazione sono state previste anche per le spese sostenute per badanti, alloggi per studenti fuori sede, veicoli per disabili. Sono inoltre state estese le indennità di malattia e i congedi parentali Inps anche ai lavoratori cosiddetti “precari”. Fiscalmente esenti da Iva sono state rese tutte le prestazioni rivolte da onlus a soggetti svantaggiati. ROMANO SICILIANI ASPETTANDO IL SOSTEGNO AL REDDITO Natura sperimentale Quanto ai fondi, il primo e forse più importante segnale è il rifinanziamento del Fondo nazionale per le politiche sociali, reintegrando i tagli degli ultimi due anni: si tratta di circa 1,62 miliardi di euro, da ripartire tra le regioni, secondo l’impianto previsto dal titolo quinto della Costituzione e dalla legge 328/00, della quale si spera possa rivivere lo spirito di integrazione e sussidiarietà. Tali risorse non basteranno tuttavia a realizzare né un sistema compiuto di servizi e interventi sociali, né i livelli essenziali delle prestazioni assistenziali, che vengono finalmente previsti nel campo della non autosufficienza, ma non sono ancora definiti né realizzati. Il sistema è completato da un fondo per la famiglia, uno per realizzare un piano di servizi socio-educativi e altri per i diritti e le pari opportunità, l’immigrazione e l’asilo, le non autosufficienze, l’inclusione sociale degli immigrati, le politiche giovanili, le comunità giovanili, le cosiddette “zone franche urbane” (aree di città del sud degradate sotto il profilo sociale e urbanistico, in cui realizzare COOPERAZIONE INTERNAZIONALE Più fondi, ma non per le pandemie 552 milioni di euro: pochi rispetto al bisogno e per centrare l’obiettivo dello 0,33% del Pil entro il 2007, non molti in più rispetto agli anni precedenti. I fondi stanziati dalla Finanziaria 2007 per la componente a dono della cooperazione allo sviluppo rappresentano una svolta rispetto ai 382 milioni del 2006. Ma l’inversione di tendenza rischia di essere pesantemente ridimensionata se si dovrà attingere a questi fondi per rispettare l’impegno preso nel 2001 con il Fondo globale per la lotta ad Aids, tubercolosi e malaria (Gfatm): 280 milioni tra contributi 2006-2007 e debiti del 2005, di cui non vi è traccia nella Finanziaria, mancanza che ribadisce l’insensibilità verso pandemie che compromettono lo sviluppo di un continente, l’Africa, e mietono milioni di vite nel mondo. Ai 552 milioni di euro vanno comunque aggiunti i fondi gestiti dal ministero dell’economia, che disporrà, per il 2007, di circa 900 milioni di euro per la cooperazione allo sviluppo multilaterale (420 per il Fondo europeo di sviluppo, 442 per il Fondo speciale), che garantiranno la partecipazione italiana a Banche e Fondi di sviluppo. Nonostante l’aumento delle risorse della componente a dono, il rapporto tra aiuti per lo sviluppo e Pil scenderà ulteriormente rispetto al 2006, quando era tenuto a galla dalla contabilizzazione della cancellazione del debito di Iraq e Nigeria. Una positiva novità è costituita proprio dalla modifica della legge 209 sul debito: attraverso la Finanziaria sarà possibile cancellare e riconvertire il debito non solo dei paesi colpiti da disastri umanitari, ma anche di quelli che si impegneranno a finanziare programmi di sviluppo. Ciò renderà possibile, secondo il ministero dell’economia, la cancellazione di 2,3 miliardi di euro di debiti, una cifra consistente. Una sfida aperta è quella dell’efficienza. La razionalizzazione delle spese dovrà essere perseguita con forza dal ministero degli esteri: è improcrastinabile un’azione volta a evitare gli sprechi e a valorizzare le risorse, seppur limitate, rese disponibili. Tale impegno potrebbe essere esercitato anche sul fronte multilaterale: il nostro paese è, in termini assoluti, uno dei maggiori finanziatori delle agenzie di sviluppo delle Nazioni Unite e sarebbe importante che esercitasse pressioni per una riduzione consitente di sprechi e costi di gestione, che in alcuni casi superano il 50% del budget dei programmi di cooperazione delle agenzie Onu. [Danilo Feliciangeli] I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 15 nazionale nazionale database esclusione politiche sociale sociali finanziaria BAMBINI INDIGENTI, IN ITALIA SONO QUASI DUE MILIONI SERVIZIO CIVILE Si spende per le armi, non per la pace interventi straordinari di bonifica). Gli obiettivi sono molteplici: si va dal sostegno delle famiglie numerose alla riforma dei consultori, dalla costruzione di asili nido ai servizi per non autosufficienti, dalla presenza di mediatori culturali nelle scuole alle emergenze derivanti dagli sbarchi di clandestini. Complessivamente si tratta di circa 600 milioni di euro, diversamente ripartiti tra i fondi citati, i quali hanno, il più delle volte, natura sperimentale e sono destinati a fare da catalizzatori per le misure che i ministeri coinvolti prevedono di attivare entro le rispettive competenze. Bisognerà monitorare con attenzione l’attuazione di tali fondi, resa complessa dalla necessità di coordinare diverse competenze e strutture, ministeriali e regionali. Senza contare l’esigenza di ottimizzare le risorse, puntando in maniera forte sull’integrazione socio-sa16 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 di Walter Nanni addirittura superati gli anziani, per i quali (almeno al centro-nord) l’incidenza della povertà appare in diminuzione: a livello nazionale per i piccoli è al 17%, per gli anziani al 14%. L’incidenza della povertà fra i minori del centro-nord è più bassa rispetto alla media nazionale, pari al 7,7%, ma in tali regioni le quote di povertà sono complessivamente più basse in tutte le classi di età (gli che per il 2005 era pari a una spesa anziani poveri sono il 7%, i giovani media mensile di 936,58 euro al mese poveri costituiscono il 5,2%, gli L’Istat ha diffuso i dati per una famiglia di due componenti. adulti poveri il 4,3%). Le regioni con sulla povertà minorile: Tenuto conto che in Italia risiedola maggior incidenza di povertà tra i i problemi riguardano no 7.577.000 persone in condizioni di minori sono Sicilia (41%), Campania il 17% degli under 18, povertà, secondo i parametri Istat, i (34,5%) e Calabria (30,6%). I minori in difficoltà si trova bambini poveri rappresentano il poveri nelle regioni del centro-nord quasi un quarto 22,6% di tutti i poveri italiani. Inoltre, fanno solitamente parte di famiglie dei minori italiani. la ricerca evidenzia che nel 2005 il monoparentali, mentre al sud di faLa situazione 14,1% di tutte le famiglie italiane con miglie numerose. si fa più difficile almeno un minore al proprio interno Fra i bambini, i più poveri sono nelle famiglie numerose erano in condizione di povertà ecoquelli che appartengono alla fascia e nelle regioni del sud nomica (stesso valore del 2004). tra 0 e 5 anni. La percentuale di inIn generale, le difficoltà economicidenza della povertà fra questi è che associate alla presenza di più figli all’interno della fa- infatti del 17,8% (ma al sud è quasi il doppio, 32,5%). Fra miglia si fanno più evidenti quando i figli sono minori. i 6 e i 10 anni l’incidenza arriva al 17,6% (sud 32,6%), fra L’incidenza di povertà, che è pari al 13,6% se in famiglia ci gli 11 e i 13 anni al 16% (28,7%), fra i 14 e i 17 anni al sono due figli e al 24,5% se i figli sono tre o più, si innalza fi- 16,1% (27,3%). no al 17,2% (con due figli) e al 27,8% (con tre o più figli) I minori che vivono in famiglie sicuramente povequando i figli sono di età inferiore ai 18 anni. Il fenomeno re (al di sotto dell’80% della linea di povertà), cioè i più risulta assai diffuso nelle regioni meridionali, dove risiede poveri fra i poveri, sono 799 mila (cioè il 7,9% dei mianche la maggior parte di tali famiglie: nel mezzogiorno è nori) e vivono al sud nell’80,9% dei casi. Molto preocpovero circa il 42,7% delle famiglie con tre o più figli mino- cupante appare la situazione delle famiglie, con miri. In altri termini, nelle regioni meridionali è povero un nori al proprio interno, che non hanno i soldi per bambino ogni tre (30,4%, pari a 1.257.000 soggetti). comprare cibo (346 mila, 178 mila delle quali al sud) e i vestiti (1.347.000, 820 mila a sud), per pagare le spese A rischio i piccolissimi sanitarie (721 mila, 468 mila) e scolastiche (740 mila, 475 Tra i minori si registra la più alta incidenza di povertà, ri- mila), e persino i trasporti (750 mila, 474 mila) o le tasse spetto alle altre fasce di età della popolazione; vengono (1.060.000, 720 mila). n occasione della Giornata internazionale dell’infanzia, voluta dalle Nazione Unite (il 20 novembre di ogni anno) per non dimenticare i diritti dei più piccoli, l’Istituto nazionale di statistica ha diffuso alcuni dati inediti sulla povertà economica e la condizione sociale dei bambini e adolescenti in Italia. Secondo i dati Istat, nel nostro paese vi sono quasi 10 milioni di minori; il 17% di costoro (1.718.000 minori) è in situazione di povertà economica. Si tratta di bambini che vivono in famiglie con livelli di consumi inferiori alla soglia nazionale di povertà, I ELENA GAGLIARDI Nonostante alcuni segnali positivi negli ultimi mesi del 2006 (un bando straordinario a settembre, la modifica dei criteri di valutazione dei progetti in favore del volontariato, un bando straordinario per Napoli) il mondo del servizio civile e dell’associazionismo per la pace giudica con profonda delusione la Finanziaria 2007. La Cnesc (Conferenza nazionale enti per il servizio civile), di cui Caritas Italiana fa parte, ha denunciato che, ancora una volta, si aumentano le risorse destinate ad armamenti e strutture militari (per il 2007, in totale, oltre 12 miliardi di euro, circa 330 milioni in più rispetto al 2006), mentre per la difesa civile e in particolare per il Servizio civile nazionale l’investimento continua a essere insufficiente. I fondi stanziati dalla Finanziaria (257 milioni) non bastano a garantire la partenza allo stesso numero di giovani, circa 53 mila, che hanno potuto avviare il servizio civile nel 2006 e che in ogni caso sono molti meno di quanti vorrebbero impegnarsi in questa esperienza, ogni anno circa 100 mila. Per il 2007 gli enti hanno presentato progetti per più di 100 mila richieste. E il rapporto sul servizio civile presentato dalla Cnesc il 12 dicembre ha evidenziato il notevole investimento, oltre 11 milioni di euro solo nel 2005 e solo in risorse umane, per garantire una sempre maggiore qualità della proposta, da parte degli enti di servizio civile membri della Cnesc. Il rapporto evidenzia un alto grado di soddisfazione dei volontari per l’esperienza compiuta, soprattutto in ordine alla crescita umana e alla dimensione civica e di cittadinanza. Anche in questo caso gli enti, espressione della società civile, e soprattutto i giovani superano la politica in termini di sensibilità e impegno. [Fabrizio Cavalletti] PARTONO IN POCHI Una volontaria in servizio civile in un ente per minori convenzionato con Caritas. Nella Finanziaria 2007 fondi inadeguati rispetto alle domande avanzate dai giovani nitaria, sulla quale la Finanziaria non è esplicita. Quanto al terzo settore e alla sua integrazione in tale scenario, la Finanziaria ripropone il 5 per mille, escludendo dal novero dei destinatari le amministrazioni pubbliche, e limitando a 250 milioni annui, contro i 460 stimati nel 2006, l’importo massimo della misura. Continuano a mancare invece impegni sui fronti della lotta all’Aids, della cooperazione internazionale, del potenziamento del servizio civile, a fronte di un aumento complessivo delle spese militari. In definitiva, riconosciuta una certa sensibilità sociale del governo, occorre sottolineare l’insufficienza degli sforzi compiuti, lavorando insieme per un’evoluzione futura di segno differente. Verso un nuovo welfare, motore di sviluppo, in una cornice europea. I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 17 nazionale vite fragili LA SCUOLA DELLE RIFORME NON SA INTEGRARE I DISABILI di Pietro Gava MAURIZIO CAMAGNA I CAPACI DI SGUARDO AMPIO Delegati al Convegno ecclesiale nazionale di Verona, durante una fase dei lavori in assemblea. Nelle pagine precedenti, preghiera sugl spalti dell’Arena durante la cerimonia di apertura del Convegno DIRITTI SULLA CARTA Ragazzi diversamente abili in un istituto specializzato. Le recenti riforme non hanno migliorato la situazione dei disabili nelle scuole italiane MAURIZIO CAMAGNA diritti degli studenti disabili? Restano sulla carta. A causa di ritardi atavici. Di scelte di decenni. E, ultimi solo in ordine di tempo, degli effetti della riforma scolastica varata dal precedente governo. Il “taglio” notevole del numero dei posti dei docenti di sostegno, che accompagnano i minori disabili nei loro percorsi di integrazione e apprendimento, risale a scelte politiche dei primi anni Novanta: allora si introdusse il criterio della riduzione annuale di una certa percentuale degli organici, motivato dalla diminuzione del numero di studenti, dovuta al calo della natalità. Anche la riduzione delle ore di sostegno ha radici ormai decennali: il fenomeno si deve alla Finanziaria del 1997, prima della quale si prevedeva un posto di sostegno ogni quattro alunni con disabilità, mentre dopo l’introduzione del nuovo criterio si è stabilito di istituire un posto di sostegno ogni 138 alunni (disabili o non), valore modificabi- Insegnanti di sostegno pochi e precari. Mancata formazione dei docenti curriculari. Ricorsi che danneggiano altri alunni. Si succedono i governi, ma i problemi restano le con deroghe di nuovi posti precari annuali. Il numero dei docenti di sostegno è comunque condizionato dall’aumento o dalla riduzione della popolazione scolastica. Con l’estensione dell’obbligo scolastico da 14 a 16 anni, avvenuto nel 1999, numerosi alunni disabili che prima non frequentavano le scuole superiori hanno cominciato a popolare soprattutto gli istituti tecnici, professionali e d’arte, proprio nel periodo in cui si registrava il calo del numero complessivo degli alunni, quindi la diminuzione dei posti di sostegno in organico di diritto. A causa di ciò Letizia Moratti, ministero dell’istruzione del precedente governo, si è trovata costretta a concedere deroghe sempre crescenti: oggi quasi la metà dei docenti di sostegno sono precari con nomine annuali. Secondo i dati degli ultimi cinque anni scolastici, pubblicati dal ministero dell’istruzione, il rapporto fra numero di alunni con disabilità frequentanti le scuole statali e numero di posti per il sostegno è rimasto costante (circa un 18 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 posto ogni 1,87 alunni con disabilità), mentre i dati disaggregati per regione mostrano un panorama squilibrato. Umbria e Lazio sono le regioni con una percentuale più alta di alunni costretti a un rapporto penalizzante (un docente ogni quattro alunni): è una situazione che capita al 38,8% degli studenti disabili umbri e al 41,8% dei quelli laziali. Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna sono invece le regioni con una percentuale più alta di alunni con disabilità che devono condividere il loro insegnante di sostegno con uno o al massimo due altri alunni disabili, mentre le regioni del mezzogiorno assegnano più frequentemente un docente di sostegno ogni alunno disabile. Tale situazione ottimale si registra a livello nazionale in circa il 20% dei casi; in Sicilia e Basilicata ciò avviene una volta su tre. Una guerra tra poveri Le contestate (da sponde opposte) riforme scolastiche introdotte negli ultimi anni dai governi di centrosinistra e centrodestra hanno ribadito in maniera esplicita la necessità dell’integrazione degli alunni disabili. Ma permangono seri problemi. Esasperati da alcuni aspetti critici della riforma Moratti, ma dovuti in primo luogo a cattive prassi e a negligenze. «La mancata formazione dei docenti curriculari riguardo al tema dell’integrazione scolastica ha determinato in Italia, specie nelle scuole secondarie, una delega totale del progetto di integrazione ai soli docenti per il sostegno – spiega Salvatore Nocera, autore di un saggio sull’argomento in Vite fragili, il sesto rapporto su povertà ed esclusione sociale pubblicato a ottobre per il Mulino da Caritas Italiana e Fondazione Zancan –. Ciò ha provocato un innalzamento della domanda di sostegno da parte dei genitori, sollecitata talora anche in modo più o meno scoperto dagli stessi dirigenti e docenti, per poter “coprire” tutte o quasi le ore di insegnamento che spettano all’alunno con disabilità». Tale meccanismo ha però finito con il determinare una corsa alla magistratura amministrativa e civile, da parte delle famiglie, per ottenere in via d’urgenza l’aumento di ore di sostegno insufficienti, o ridotte dall’amministrazione scolastica. Nell’arco di meno di due anni, fra il 2004 e il 2005, si sono avute oltre duecento decisioni giudiziali, che hanno ribaltato l’orientamento ministeriale a ridurre le ore di sostegno nei singoli casi. Così molti dirigenti scolastici, invece di richiedere agli Uffici scolastici regionali ulteriori ore di sostegno, hanno preferito ridurre ore di sostegno assegnate ad altri alunni per aumentare le ore assegnate ai vincitori dei ricorsi, finendo con lo scatenare una penosa guerra fra poveri. Le vittorie giudiziarie, in altre parole, non si sono ripercosse sull’amministrazione, ma sugli alunni con disabilità che non avevano fatto ricorso alla magistratura. Nel suo saggio Nocera denuncia un altro fenomeno: le uscite dalla classe degli alunni con disabilità, mandati in corridoio in compagnia dei bidelli, nelle I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 19 nazionale nazionale contrappunto vite fragili Sostegno, assistenza, classi: così si discrimina chi è debole Un genitore di un ragazzo disabile che frequenta una scuola media pubblica di Roma ha vinto una causa, lo scorso anno, ottenendo che le ore di sostegno per suo figlio passassero da nove a diciotto. Il dirigente scolastico non ha chiesto ulteriori ore di sostegno all’Ufficio scolastico regionale; si è limitato a togliere ore ad altri ragazzi, le cui famiglie non avevano intrapreso la via giudiziaria. Purtroppo, la decisione ha avuto come conseguenza il conflitto fra i genitori e, soprattutto, la mancata copertura di ore di sostegno durante l’anno scolastico. È una piccola storia, ma emblematica degli ostacoli che la scuola italiana pone all’integrazione degli alunni disabili. Le scarse risorse disponibili, per esempio, stanno provocando la riduzione del numero dei “collaboratori scolastici”, i tradizionali bidelli, che sono le figure addette, secondo quanto prevede il loro contratto collettivo nazionale, a fornire assistenza igienica agli alunni con disabilità non autosufficienti. Così non sono mancati casi di genitori che hanno trovato i loro figli, al termine delle lezioni, in condizioni igieniche penose, o non li hanno potuti portare a scuola fino a quando le Direzioni scolastiche regionali o decisioni urgenti dei tribunali hanno disposto un aumento dei collaboratori scolastici. E anche il rispetto per la privacy degli alunni si è rivelato un problema: collaboratori maschi sono stati assegnati ad alunne disabili, o viceversa. In alcuni casi, sono state chiamate le mamme per farle venire da casa a pulire i figli. Le annuali ordinanze sugli organici di fatto del personale ausiliario consentono ai dirigenti scolastici di ottenere dai direttori scolastici regionali ulteriori assegnazioni di bidelli. Ma i dirigenti scolastici e i direttori scolastici regionali, per non apparire in contrasto con gli orientamenti ministeriali di taglio della spesa nelle scuole statali, spesso fanno di tutto per non concretizzare tali richieste. Infine, anche pratiche improprie di applicazione dell’autonomia scolastica influiscono sui percorsi di integrazione. Alcuni dirigenti hanno disposto la nascita di classi nelle quali sono stati raggruppati per buona parte delle ore del giorno e della settimana tutti gli alunni con disabilità presenti in una scuola, facendo ruotare attorno a loro i docenti di classe e gruppetti di compagni, rompendo così stabilmente l’unità delle classi di riferimento. Alcuni dirigenti sono stati denunciati dalle associazioni di genitori e condannati per abuso di potere. 20 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 ore in cui manca il docente di sostegno, pratica in palese contrasto con il principio dell’integrazione scolastica. E non dimentica di sottolineare altre prassi discutibili: la riapertura di fatto di classi speciali o differenziali per disabili, gli scaricabarile tra scuole ed enti locali sull’impiego di assistenti per l’autonomia e la comunicazione (previsti dalla legge 104/92), la mancata assistenza igienica agli alunni con disabilità non autosufficienti, che i collaboratori scolastici e i bidelli dovrebbero garantire in base al loro contratto collettivo nazionale. La continuità dimenticata Il panorama, insomma, è tutt’altro che confortante. Lo confermano le denunce contenute in una lettera aperta, pubblicata in occasione delle elezioni dello scorso aprile dal Coordinamento italiano degli insegnati di sostegno. Il loro presidente, Evelina Chiocca, segnalava che “i vari ministri dell’istruzione che si sono succeduti negli ultimi decenni sono intervenuti più volte e in più occasioni sia sui percorsi formativi e professionalizzanti del docente di sostegno, sia su aspetti concernenti l’integrazione, destando spesso negli insegnanti disorientamento e incertezze”. Alcuni degli esempi proposti dal coordinamento appaiono tristemente eloquenti: “I percorsi di formazione dei docenti di sostegno hanno subito oscillazioni significative riguardo alla durata (corsi annuali, biennali, di 800, 400 o 700 ore), spesso giocata al ribasso, dando la sensazione di rispondere a logiche estranee all’integrazione”. Quanto alla continuità educativo-didattica, essa “è condizionata dal continuo turn over di insegnanti di sostegno, determinato da logiche di rispetto formale delle graduatorie”. La discontinuità, oltre a ledere il diritto all’istruzione, “impedisce la costruzione della relazione fra docente e discenti, presupposto essenziale per la positiva realizzazione dell’integrazione. Di continuità educativo-didattica tutti parlano, ma di fatto, quando si tratta di applicarla, tutti se ne dimenticano”. Infine, “il ruolo di operatori quali l’assistente ad personam e il facilitatore per l’autonomia e per la comunicazione risulta non ancora definito e definibile nella prassi, creando situazioni preoccupanti rispetto al diritto all’istruzione riconosciuto a tutti gli alunni, anche ai gravissimi”. E l’elenco potrebbe continuare. I docenti di sostegno, ma ancor più i disabili e le loro famiglie, si augurano di non doverlo aggiornare in peggio, in occasione del prossimo passaggio elettorale. QUANTO COSTA LA POLITICA? NON ARRENDIAMOCI AL SILENZIO di Domenico Rosati uanto costa la politica? Dipende. In dittatura i costi ci sono ma non si vedono, perché il regime di turno non li rivela e il popolo, abbrutito dalla propaganda, ci crede. In democrazia, invece, i costi si vedono e anzi, se si va a scavare, si scopre che ve ne sono di aggiuntivi rispetto a quelli dichiarati. Così, periodicamente e da ogni parte, si avviano cordate di buoni propositi per alleviare il peso degli “oneri di funzionamento”. Con o senza valore aggiunto di moralizzazione generale. Ultimamente in Italia del problema si sono fatti carico tre parlamentari di sinistra, con una proposta di legge che, si sostiene, farebbe risparmiare circa sei miliardi di euro. Applausi intensi e prolungati? legge una disincantata riflessione: “Come credere che il presidente di una provincia di 50 mila abitanti rinunci all’auto blu con l’autista? Che il parlamentare rinunci alla lauta pensione? Che un partito con il 2,5% di consensi rinunci a tre ministeri e al giornale di partito con relativi contributi?”. Si può allora concentrare l’attenzione su due grappoli di questioni. In primo luogo c’è da constatare che La lotta agli sprechi è sempre popolai processi di “decentramento” istiture fino al momento di entrare nell’azionale non sono avvenuti a costo Gli “oneri rea delle scelte pratiche. È come per le zero, ma spesso hanno moltiplicato di funzionamento” tasse. Che le paghino tutti, ma si coi centri di spesa, accrescendo gli in democrazia minci dagli altri... Solo a parlare di rioneri senza avvantaggiare i cittadispesso sono più pesanti duzione del numero dei parlamentani. Non è un pollice verso riguardo a di quanto si dichiara. ri e dei membri del governo, di abolifederalismo e dintorni; è un invito In Italia molte iniziative zione di enti inutili, di limiti ai trattaalla vigilanza sul funzionamento dei per calmierarli, rimaste menti dei rappresentanti del popolo punti di erogazione. però lettera morta. In secondo luogo c’è da chiamare a tutti i livelli (in Italia sono più alti Anche perché in causa il popolo sovrano, nei suoi che altrove) si suscitano reazioni neil “popolo sovrano” gative. Le quali però non sfociano in atteggiamenti di fronte al potere. Gli non “marca” il potere un grande dibattito pubblico sugli eccessi di spesa non sono forse legati oneri della “bolletta”, ma si diluiscono anche al fatto che le cattive pratiche in un grande, diffuso, partecipato silenzio. Figlio di una vengono alimentate dai cittadini, con richieste particolari generosa tolleranza, se non di un’ineluttabile fatalità. che il potere di turno asseconda per ottenere consenso? Così l’accento si sposta sulla qualità della politica. La logica della resa Sul banco degli imputati non c’è la democrazia, come Gli annali della nostra breve democrazia registrano deci- valore e come metodo, ma una degenerazione dei comne di iniziative volte a introdurre misure calmieratrici. portamenti politici, che aumenta i costi senza verificare Tante volte si è pensato a regole meno elastiche e più tra- i ricavi. Ma se questo è vero, accanto alle correzioni lesparenti per il finanziamento dei partiti. Ma l’apporto dei gislative e istituzionali, bisogna mettere in cantiere una privati continua a mantenersi in buona parte invisibile, vera pedagogia democratica, che rompa il circuito delle perché le elargizioni avvengono in nero. E quello pubbli- clientele e abitui il potere, a ogni livello, a sentirsi “marco si risolve in operazioni di mera erogazione finanziaria, cato” da un controllo popolare intelligente e assiduo. senza accertare se siano democratici i comportamenti Mosso dalla consapevolezza che se non cresce la bolletinterni delle strutture portanti della democrazia. ta dei costi pubblici, può anche diminuire quella dei coIn uno dei blog apertisi dopo la proposta citata, si sti privati di ciascuno. Q I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 21 panoramacaritas PILLOLE MIGRANTI Rapporto discriminazione, legge sullo sfruttamento RAPPORTO EUMC 2006 SULLA DISCRIMINAZIONE IN EUROPA. L’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia (Eumc) ha pubblicato a novembre il suo Rapporto annuale, dal quale emerge che migranti e minoranze etniche continuano a subire discriminazioni in tutta l’Unione europea per quanto riguarda lavoro, scuola e casa. Oltre ai dati riguardanti discriminazione razziale e reati di matrice razzista, viene offerto un panorama delle iniziative per combatterli. http://eumc.europa.eu/eumc/index.php STORIA DI UN ALLARGAMENTO. Il 1 gennaio 2007, con l’entrata di Bulgaria e Romania, si è completato il quinto allargamento dell’Unione europea. Il primo passo, nel 1957, fu la Comunità economica europea (Cee) composta da sei stati (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda), ai quali se ne sono aggiunti 19, secondo le seguenti tappe: 1973, Danimarca, Irlanda e Regno Unito; 1981, Grecia; 1986, Portogallo e Spagna; 1995, Austria, Finlandia e Svezia; 2004, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Il cammino dell’allargamento è destinato a proseguire nei prossimi anni con l’adesione dei paesi dei Balcani occidentali e quello controverso della Turchia. www.europafacile.net SFRUTTAMENTO LAVORATORI: NUOVO DISEGNO DI LEGGE. Il consiglio dei ministri del 17 novembre 2006 ha approvato un disegno di legge sul contrasto del fenomeno dello sfruttamento della manodopera di stranieri irregolarmente presenti in Italia. La possibilità che allo straniero venga concesso uno speciale permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale, quando emergano concreti pericoli per la sua incolumità, era già prevista dall’ordinamento e viene integrata con una più puntuale individuazione della fattispecie di reato. www.asgi.it UN NUMERO VERDE AIUTA I RIFUGIATI. Da fine 2006 richiedenti asilo e rifugiati hanno a disposizione uno strumento in più per accedere ai servizi e conoscere le procedure utili per muoversi nel nostro paese. Si tratta di un numero verde in grado di fornire risposte adeguate, orientamento e assistenza legale; risponde al numero verde nazionale 800.90.55.70 ed è gratuito. www.integrarsi.anci.it 22 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 CHIESA ITALIANA Marcia per la pace, tremila a Norcia Ultimo dell’anno in cammino per la pace. Si è svolta a Norcia il 31 dicembre la 39a marcia (nella foto), sul tema “La persona umana cuore della pace”, organizzata dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei, Caritas Italiana e Pax Christi, oltre alla diocesi di Spoleto-Norcia e al comune di Norcia. La giornata – testimonianze e cammino silenzioso – ha visto partecipare tremila persone e si è conclusa con la liturgia eucaristica presieduta dal cardinale Renato Martino, presidente del Pontificio consiglio della Giustizia e della Pace. così, in una nota, Caritas Italiana ha commentato, a inizio anno, la cittadinanza europea conquistata dagli immigrati provenienti da due paesi neocomunitari. Essa “costituisce un’opportunità, in particolare, per l’Italia che in questi anni ha potuto contare sul loro lavoro”. Positiva, in particolare, è “la possibilità di questi lavoratori di circolare liberamente e di continuare a inserirsi nel mercato del lavoro come badanti, colf, operai edili, metalmeccanici e stagionali, senza essere più soggetti alla complicata procedura del decreto flussi e dello sportello unico”. Secondo le stime Caritas saranno almeno 60mila i nuovi ingressi nel nostro paese nel 2007 dopo l’apertura delle frontiere europee: una pressione migratoria sostenibile, dato “l’elevato fabbisogno annuale di nuovi lavoratori in Italia”. E il fatto che già negli ultimi anni gli ingressi dai due paesi si attestavano su questi livelli. SOMALIA EUROPA Rumeni e bulgari nella Ue: sarà un’opportunità L’ingresso di Romania e Bulgaria in Europa sarà un’opportunità. Benché “non bisogna ignorare la diffusa preoccupazione di quanti temono un pericolo invasione, specialmente da parte di cittadini rumeni, e al loro interno, dei nomadi”: No alla guerra, continua a Baidoa l’impegno Caritas Fermare il bagno di sangue in Somalia. E lasciare aperte le frontiere per consentire di aiutare la popolazione. Lo ha chiesto Caritas italiana, a fine dicembre, nei giorni del conflitto che ha visto le forze militari etiopi, alleate al governo di transizione, cacciare dal paese le Corti islamiche. I GIOVANI CHE SERVONO Arriva una barca vuota, gli ultimi li avremo sempre «Il conflitto di questi giorni è l’ennesima prova di una storia di sofferenze senza fine – affermava, nella nota Caritas, monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e presidente di Caritas Somalia –. La gran parte della popolazione è in balia degli eventi bellici, tutte le fazioni ambiscono al potere». Secondo il prelato anche l’ingresso delle truppe etiopiche «invece di risolvere il problema, sembra ingarbugliarlo sempre più». Gli scontri si sono assommati a una situazione umanitaria già gravissima. Nel 2006, dopo un periodo di siccità, imponenti inondazioni hanno colpito alcune regioni somale; secondo le Nazioni Unite sarebbero 1,8 milioni le persone coinvolte. Nella città di Baidoa, dove sono iniziati gli scontri, da alcuni mesi è aperto un dispensario gestito da uno staff sanitario di Caritas Somalia, l’unico in tutto il distretto che fornisce assistenza gratuita a migliaia di persone. Caritas Italiana continua a sostenere questo impegno e fa appello alla generosità dei donatori italiani per poter contribuire ad altre iniziative d’aiuto. FILIPPINE Pesanti alluvioni a fine novembre, aiuti agli sfollati Una colata di fango, terra e sassi ha travolto le abitazioni. Centinaia i morti, migliaia gli sfollati. Il tifone Durian, abbattutosi sulle Filippine a fine novembre, ha colpito una zona alle pendici del vulcano Mayon, nella regione di Bicol, a sud della capitale Manila. Le violente precipitazioni si sono mescolate alle ceneri vulcaniche, peggiorando l’effetto. La Caritas delle Filippine (Nassa – National Secretariat of Social Action) si è attivata a fianco delle Caritas diocesane delle aree colpite dal disastro per prestare i primi soccorsi. Caritas Italiana, che insieme alla rete internazionale sostiene da più di trent’anni le azioni della chiesa locale, con progetti rivolti prioritariamente alle fasce più deboli e dimenticate, ha espresso solidarietà e vicinanza nella preghiera e ha messo a disposizione 50 mila euro per i primi interventi; le offerte dei donatori consentiranno altri aiuti nel medio periodo. Guido Di Bella, 29 anni, è volontario nell’oratorio salesiano San Domenico Savio di Messina per l’Ispettoria salesiana sicula. Con il racconto “Senza nome” ha vinto il concorso letterario “Vo.Ci”, il primo rivolto a chi opera o ha operato nel settore del servizio civile. Promosso dalla delegazione regionale Caritas Piemonte e Valle d’Aosta, ha visto pervenire 46 racconti, di cui 13 finiti nel libro “VoCi – Servizio civile volontario. Una scelta di pace”, edito dalle Edizioni Gruppo Abele e scaricabile dal sito www.progettovoci.it. *** È la prima volta che scrivo un racconto. Tutto potevo aspettarmi, fuorché vincere un concorso letterario. Certo, il tema mi tocca profondamente e quando ho saputo del bando ho scritto la prima bozza di getto, con la stessa passione che ha caratterizzato il periodo del mio servizio come obiettore. “Senza nome” cammina su due percorsi paralleli: da un lato il sogno, un mondo in cui si muovono bambini che giocano allegri, mai stanchi. E il protagonista disteso sulla spiaggia, affascinato dall’immensità della notte. Sembra tutto perfetto, scandito da un ritmo quasi magico, ma l’innocenza di questo sogno viene turbata da una barca vuota che arriva dal mare. All’inizio i bambini sono presi dall’euforia del gioco e salgono sulla nave. Ma non è un gioco, e quando la barca si allontana dalla riva il dramma si consuma. In parallelo scorre il mondo reale, con il protagonista che, come ogni giorno, va a svolgere il suo servizio in oratorio percorrendo la solita strada, fino all’angolo dove aspetta dei bambini – fratelli – che però quel giorno non arrivano. Il giovane si ritrova così in una zona degradata della città, entra nella casa dei bambini, ascolta il racconto disperato della madre e scopre che i suoi figli sono stati venduti, schiavi nel nostro tempo. Un mercato di cui il ragazzo non immaginava l’esistenza. Decide allora che bisogna fare qualcosa. Alla fine i due mondi sembrano fondersi. Un’immagine forse più onirica che reale, che lascia al lettore la conclusione. Ho dedicato questo racconto “ai volontari sempre in servizio”, perché il servizio civile non è un’esperienza fine a se stessa, ma un punto di partenza per una storia ancora più grande, che non può avere termine. Gli “ultimi” ci sono sempre. Io oggi sono ricercatore di ingegneria all’Università di Palermo. Sono passati quattro anni da quando ho svolto il mio anno di servizio civile. Quel periodo mi ha avvicinato ancora di più all’ambiente salesiano che ho sempre frequentato. Proprio qualche giorno fa sono diventato salesiano cooperatore. Sono entrato nella famiglia salesiana come laico, per vivere nel mondo il carisma di don Bosco. Con i giovani, per i giovani. I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 23 internazionale progetti > diritto alla salute MICROPROGETTI L’11 febbraio 2007, memoria liturgica della Beata Vergine di Lourdes, si celebra a Seul la 15ª Giornata mondiale del malato. È un appuntamento che porta alla ribalta, almeno per un giorno, situazioni di disagio che meriterebbero attenzione costante. La Caritas ha avviato interventi nel settore sanitario in tutto il mondo, a sostegno delle comunità locali, con particolare attenzione alla tutela dei diritti e della dignità di ogni persona malata e al ruolo che questa può avere nella comunità ecclesiale e nella società civile. [ CONGO Programma nutrizionale da sostenere Il centro nutrizionale-sanitario Malaika è promosso dalla Caritas diocesana di Isangi. Chiede un contributo per l’acquisto di piccole attrezzature, per assicurare i servizi nell’ambito di un programma nutrizionale coordinato dalla Caritas nazionale. Il contributo locale è pari a 340 euro. > Costo 3.825 euro > Causale MP 476/06 Rep. Dem. Congo Bangladesh Honduras Congo Bambini e orfani, ma anche anziani: sono i destinatari privilegiati del programma di sostegno sanitario e di integrazione alimentare in favore di persone vittime dell’Aids nella comunità di Kihesa. Il programma, che prevede di fornire assistenza a 350 persone (165 uomini e 185 donne), si articola in due interventi parziali: fornitura di medicinali e di alimenti integrativi. > Costo 5.800 euro > Causale MP 479/06 Tanzania ] BANGLADESH Una rete di ambulatori, unico riferimento per gli abitanti delle campagne Una rete di 63 ambulatori rurali, gestiti dalle sette Caritas diocesane del paese, da quasi tre anni fornisce assistenza sanitaria di base a più di 500 mila persone in aree rurali tra le più povere del paese. La maggior parte dagli ospedali del Bangladesh si trova nelle grandi città: l’assistenza sanitaria nei molti piccoli villaggi rurali è quasi inesistente. Il ruolo degli ambulatori Caritas è dunque cruciale per i territori non urbani, sia nell’attività quotidiana, sia in occasione delle moltissime calamità naturali che flagellano il paese come strutture di pronto intervento sanitario. Il progetto si propone di rafforzare la rete degli ambulatori, consentendo loro di fornire assistenza sanitaria attraverso visite ambulatoriali e I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 Tanzania Il centro sanitario del quartiere di Tchekelezo di Korhogo, sinistrato a causa della guerra civile, necessita di una fornitura di piccole attrezzature, materiale sanitario e medicinali reperibili sul mercato locale. L’intervento mira a ripristinare l’attività della struttura, in una zona situata all’estremo nord del Congo, in una zona tra le più povere e più provate dai disordini causati dalla guerra civile. > Costo 1.500 euro > Causale MP 478/06 Costa d’Avorio TANZANIA Assistenza ai malati di Aids MODALITÀ OFFERTE E 5 PER MILLE A PAGINA 2 LISTA COMPLETA MICROREALIZZAZIONI, TEL. 06.66.17.72.28 24 Costa d’Avorio COSTA D’AVORIO Nuovo centro sanitario dopo la guerra medicinali, di fornire un’educazione sanitaria di base ai beneficiari, di organizzare corsi di formazione per il personale, di contribuire al programma di vaccinazioni del governo, diretto soprattutto ai bambini. Il contributo richiesto sarà impiegato per l’acquisto di medicinali e attrezzature mediche, nonché per l’educazione sanitaria della popolazione locale e la formazione e retribuzione dello staff locale. > Costo 45.986 euro > Durata tre anni > Beneficiari in un anno 446.400 assistiti esterni, 93 mila assistiti interni, 18.900 partecipanti ai corsi formativi > Causale Bangladesh/ambulatori HONDURAS Laboratorio dentistico per i più poveri All’estrema periferia della capitale, la parrocchia di San Juan Bautista intende avviare un laboratorio dentistico in favore della popolazione più povera del quartiere Colonia Kennedy. La parrocchia è organizzata in diverse pastorali: una di esse è la pastorale della salute, che si assumerebbe il compito di far funzionare il laboratorio. Beneficiari diretti saranno tutti gli abitanti della parrocchia che non hanno la possibilità di pagare un dentista. Per contribuire al progetto vengono richiesti attrezzature e materiali; il contributo locale, della parrocchia, coprirà i costi di allestimento dei locali. > Costo 5.440 euro > Causale MP 409/06 Honduras I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 25 internazionale IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO libano Nel Libano travagliato dai danni di guerra e dalla crisi politica, rimane sotto silenzio il dramma di 140 mila stranieri. Sfruttati, senza documenti, abbandonati durante il conflitto: per molti l’unico riferimento è stata la Caritas NORMALITÀ DA RICONQUISTARE IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO Ferite di guerra nel territorio libanese. A sinistra, devastazioni causate dai bombardamenti israeliani in un quartiere sciita di Beirut. Sopra, ricerca di bombe inesplose in un uliveto I “PADRONI” E LA GUERRA: MIGRANTI, VITTIME DUE VOLTE di Paolo Lambruschi el Libano che continua a vivere in bilico sull’abisso di una nuova guerra civile, sta passando inosservato il dramma degli immigrati sfruttati. Sono circa 140 mila, hanno vissuto finora in una sorta di limbo giuridico: i permessi di soggiorno nel paese dei cedri durano solo un anno, poi si finisce in una sorta di terra di nessuno da cui è difficile uscire, ostaggi della povertà e della violenza. A questi “invisibili” si aggiungono altri 400 mila palestinesi rifugiati e richiedenti asilo: vivono da sessant’anni in una condizione di precarietà, nei campi dove invecchiano le generazioni e si allevano kamikaze. Non possono essere cittadini, sono senza patria e sono esclusi da ben 72 tipi di impiego, praticamente possono fare solo lavori poco qualificati. È in questo bacino di esclusione – più di un N 26 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 decimo della popolazione libanese –, che pescano manodopera a costi molto bassi sia i ricchi signori per i servizi domestici, sia il business fiorente e in continua espansione della ricostruzione edilizia postbellica. “I lavoratori stranieri – rivela un rapporto del Centro migranti della Caritas libanese – sono arrivati nel paese negli anni Settanta, ai tempi del primo boom petrolifero, per lavorare principalmente nel settore domestico. Provenivano dall’Asia (Sri Lanka, Filippine, Vietnam), incentivati dai loro governi, che volevano ricevere le rimesse. Non c’erano accordi diplomatici formali, ma questa pratica si è consolidata nel tempo”. Anche perché questi lavoratori accettavano salari inferiori a quelli dei siriani e di altri lavoratori di origine araba. Così oggi nel paese ci sono 80 mila srilankesi, 30 mila filippini e altrettanti etiopi. «Sta diventando sempre più consistente – spiega Najla Chahda, direttrice del Centro migranti della Caritas nazionale a Beirut – soprattutto la presenza di cristiani sudanesi in fuga dalle persecuzioni. In molti casi si tratta di studenti universitari che, terminati gli studi, non vogliono tornare in un stato che pratica la sharia, la legge islamica, e che li discrimina. Da settembre, poi, a causa della recrudescenza degli scontri e della pulizia etnica a Bagdad, arriva dall’Iraq in media una famiglia di cristiani caldei al giorno. La metà sono bambini e per noi è difficile trovare soluzioni. In alcuni casi, al seguito ci sono malati psichici o disabili. Cerchiamo di far avere loro un permesso di soggiorno e di trovare un’occupazione ai capi famiglia, ma in questo momento l’economia libanese è ferma e la disoccupazione molto alta. Riusciamo a trovare alloggi nei rifugi, ma fare progetti di permanenza è molto difficile». Nessuna libertà di movimento Il Centro migranti si trova in un palazzo moderno nella parte settentrionale di Beirut, nel centro direzionale edificato durante il programma di ricostruzione degli anni Novanta. Da qui sembrano lontani anni luce, e non solo un’ora di auto nel traffico congestionato della capitale libanese, i quartieri meridionali e la zona occidentale di Dahyeh, dove vive la maggior parte degli immigrati. Ma durante i 33 giorni di bombardamenti israeliani dell’estate 2006, è stato questo palazzo di vetro e cemento l’unico riferimento per migliaia di persone che fuggivano da case distrutte e abbandonate dai “padroni”. O che scappavano da zone rimaste isolate e divenute obiettivo bellico. Il centro migranti ne ha aiutate almeno 15 mila, accogliendole nei rifugi ricavati in parrocchie, monasteri, scuole e ospedali cattolici, dove hanno riceI TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 27 internazionale libano vuto generi di prima necessità e aiuti di tipo medico, oltre al conforto umano. Sono stati trattati come sfollati, ma giuridicamente erano diventati illegali o clandestini. In molti casi si è attivato il servizio legale della Caritas, che quando possibile ha organizzato i rimpatri o è riuscito a ottenere un nuovo permesso di soggiorno, se il lavoratore aveva ancora un’occupazione. «“Padroni”? È il termine giusto – conferma Najla –. La fuga dei proprietari verso Europa, America o Siria ha fatto scappare anche i domestici, facendo emergere situazioni di sfruttamento al limite della schiavitù. Molti si sono rivolti a noi e abbiamo scoperto che, in diversi casi, i lavoratori stranieri non venivano pagati, non avevano libertà di movimento perché erano stati loro sequestrati i documenti, erano oggetto di abusi e maltrattamenti, non avevano diritto a giorni di riposo né a cure mediche in caso di malattia». In altre parole, la guerra ha rivelato come il Libano sia oggi una delle mete del traffico di esseri umani in Medio Oriente. «In quei giorni – ricorda Najla – le ambasciate vennero prese d’assalto da persone che avevano perso tutto ed erano state abbandonate senza viveri e spesso senza passaporto. Famiglie intere si erano accampate nei giardini delle sedi diplomatiche. Sotto le bombe israeliane erano morti anche una decina di immigrati, nella maggior parte dei casi rimasti sotto le macerie o fatti a pezzi dalle schegge, e le notizia aveva letteralmente scatenato il panico. Molti volevano tornare a casa. Sono stati rimpatriati, sino a fine 2006, 15 mila lavoratori attraverso la Siria; la metà erano srilankesi, circa seimila filippini». braccia e schiena e a renderle invalide permanenti, mentre per due settimane le famiglie tentavano invano di contattarle. O come quella della domestica srilankese, Samudra, sposata e madre di due figli, arrivata a Beirut la scorsa primavera e che, all’esplodere del conflitto, venne segregata in casa, affinché la vigilasse, dalla famiglia per cui lavorava. Riuscì a scappare, voleva tornare dai figli; arrivò dall’agenzia di lavoro che l’aveva aiutata a migrare ma il titolare le chiese una somma elevata in cambio del disbrigo delle pratiche. Quando la donna rispose che aveva finito i soldi, venne rimandata in strada sotto le bombe, finché non trovò chi la accompagnò alla Caritas. O come la storia di Nishanti, pure lei srilankese, minacciata con il coltello dal datore di lavoro Samudra, segregata in casa In questo scenario la Caritas ha raccolto, nei centri predisposti per il rimpatrio, diverse testimonianze di traffico e sfruttamento. Come quello delle due domestiche filippine che, scaduto il permesso, sono state segregate dal datore di lavoro e picchiate fino a rompere loro Oltre l’odio, paradossi di pace: «Ci siamo conosciuti meglio» perché non partisse, e che riuscì a convincerlo dandogli i suoi gioielli. Invece Kidist, etiope, stava buttando la spazzatura quando vide la casa dove lavorava distrutta dalle bombe e la famiglia dei datori di lavoro morire sotto le macerie: è stata trovata dai volontari Caritas dopo dodici giorni di vagabondaggio senza mangiare e bere ed è tornata a casa a ottobre. I 33 giorni di guerra dell’estate 2006 hanno dunque sollevato il velo sul dramma di migliaia di persone immigrate. Ma nonostante i progetti e il lavoro di rete delle ong, degli organismi umanitari e della Caritas, l’opinione pubblica internazionale continua a non essere informata. Eppure le storie di sfruttamento del Libano sono la punta dell’iceberg di una situazione molto diffusa in Medio Oriente, uno degli aspetti dell’eclisse dei diritti umani sulle sponde est e sud del Mediterraneo. GENERAZIONI SENZA PATRIA Ragazzi palestinesi nel campo profughi di Borj El Barajneh. I palestinesi rifugiati in Libano da decenni sono 400 mila La guerra ha avuto un “impatto educativo” negativo, soprattutto sui giovani. Ma ha avvicinato persone di religione diversa. Superando i timori reciproci di Silvio Tessari «I 28 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 della Caritas eravamo il primo punto di riferimento per gli sfollati, ma anche per quelli che non osavano uscire di casa. Abbiamo aiutato tutti, ci imbattevano in particolare in urgenti problemi di igiene; è stata l’occasione per imparare cose che non conoscevamo, del modo di vivere dei nostri vicini musulmani. Anche dopo essere tornate a casa, le famiglie vengono a trovarci per ringraziarci e farci piccoli regali. Questa difficile guerra ha avuto tre conseguenze positive: ci ha insegnato a vivere il Vangelo nel quotidiano, ci ha avvicinato ai poveri grazie a un’azione quotidiana sul terreno, ci ha rafforzato nella nostra azione di Caritas». Jacqueline Hokayem viene da Qlaaya, vicino a Marjeyoun, nel sud, zona di intensi combattimenti. Il suo è un villaggio cristiano considerato “traditore”, perché alcuni abitanti hanno collaborato con gli occupanti israeliani, rimasti lì fino al 2000 nel corso della prece- bollah, perché donate da un’organizzazione inglese che ci aveva messo sopra la bandiera della Gran Bretagna…». IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO l vostro Gesù, non ci piaceva. Ma dopo questa guerra, ci auguriamo che resti con noi». Pronunciata da un libanese sciita accolto a Jezzine da Sonia Azar, una volontaria di Caritas Libano, anche questa frase è un risultato inatteso della veloce e distruttiva guerra dell’estate 2006. Fra i tremila volontari che si sono messi all’opera per accogliere la massa degli sfollati che si precipitava su Beirut, è facile trovare chi racconta di come questo conflitto abbia paradossalmente aperto percorsi di pace. E così Hilda Dammous narra del rischio degli spostamenti, poiché gli aerei israeliani colpivano ogni automezzo sospetto. Ma parla di un rischio che non ha calcolato, quando è stata chiamata da alcune donne sciite di Ali Nahri, che non avevano ricevuto aiuti da Hezbollah perché rifiutavano di portare il velo. Le fa eco Joséphine el Khoury di Deir el Ahmar, località vicina a Baalbeck: «Noi Il dialogo dal basso dente occupazione del sud del Libano: «In estate, durante la guerra, abbiamo accolto 400 famiglie, circa tremila persone; anche alcuni wazzani (beduini nomadi) si sono avvicinati al nostro villaggio. Abbiamo accolto tutti e siamo persino intervenuti a calmare le tensioni tra sunniti e sciiti che rifiutavano di coabitare nell’edificio che avevamo messo a disposizione. I problemi non sono mancati. Ad esempio le tende fatte smontare dagli Hez- Costruire la pace e il dialogo. Dal basso. Lo si è cominciato fare proprio nei giorni più violenti e angoscianti. Marie-Rose Awad è un matura assistente sociale della periferia nord di Beirut. «Non è stato facile per noi accogliere rifugiati sciiti. Sapevamo che dovevamo volergli bene e accettarli con le loro differenze; c’è anche chi li ha aiutati a malincuore. Eppure mi hanno insegnato molto: il fatto di non piangere i morti, il loro abbandono davanti alla volontà di Dio, la loro pace interiore. Ho imparato ad I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 29 internazionale internazionale casa comune libano amarli e ad ammirarli. Quando sono ripartiti, mi hanno lasciato un grande vuoto». Si potrebbe continuare a lungo. Decine di testimonianze, raccontate quasi con distacco. Ma un denominatore comune: l’aver vissuto, malgrado tutto, un’esperienza di fraternità, come dimostrano le testimonianze di ringraziamento degli sfollati, espresse anche con bigliettini appesi ai muri. O con scritte sulle lavagne delle scuole che erano servite da alloggio. Tutti i mali non vengono per nuocere? Purtroppo i semi dell’odio sono ancora presenti. Anche negli occhi dei bambini che hanno vissuto una guerra improvvisa, condotta dal Libano, «la più grande potenza del mondo», come affermano i ragazzini di Furn el Chebbak, quartiere di Beirut. Ibrahim ironizza: «Conservo nella mia camera da letto un pezzo di obice con messaggi scritti dai bambini israeliani…». IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO Imparare a cedere qualcosa BACINO DI ESCLUSIONE Altre scene di vita nel campo palestinese di Borj El Barajneh. I profughi si aggiungono ai circa 140 mila immigrati stranieri presenti in Libano e come loro sono costretti ad accettare lavori precari 30 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 Vi è dunque, ha scritto Caritas Libano in una sua pubblicazione, a novembre, un “impatto educativo della guerra” che bisogna contrastare, oltre ogni pur indispensabile operazione umanitaria. La non discriminazione fra le varie religioni del paese è la prima condizione: su questo fronte, la funzione di mediazione vissuta sul campo dai volontari di Caritas Libano costituisce un patrimonio rilevante per la comunità cristiana. Questa mediazione in futuro potrò condurre ad attività comuni fra cristiani e musulmani, per risolvere problemi e necessità comuni. Se una lezione si può trarre dall’ultimo conflitto è, appunto, che una guerra può non essere l’ultima parola, ma può avvicinare comunità contigue, che però non si frequentavano molto. E forse, ancora più importante, emerge un’altra lezione: per convivere non ci si deve adoperare per far fruttare le proprie posizioni di forza, si deve imparare, reciprocamente, a cedere qualcosa. «C’è chi ha ceduto l’appartamento, chi un po’ di orgoglio, chi ha lasciato un po’ di sicurezza… ora siamo amici», riepiloga un anziano, seduto al bar, mentre fuma il narghilè. L’IMPEGNO CARITAS Caritas Italiana sostiene finanziariamente l’imponente sforzo avviato da Caritas Libano all’indomani della guerra con Israele. Dopo aver aiutato 91.646 profughi di tutte le confessioni, Caritas Libano ha varato un programma di interventi, fino a febbraio 2008, di circa 6,3 milioni di euro. Beneficiari diretti degli interventi saranno circa 77 mila persone, scelte tra i soggetti più vulnerabili e residenti nel Libano del sud (distretti di Tyr, Marjayoun, Bint Jbeil), nella valle della Bekaa, a est di Beirut e nei villaggi di pescatori lungo la costa. Grazie ai suoi operatori e volontari, attivi in 36 centri sociali e 8 cliniche mobili, Caritas proseguirà nelle attività di prima assistenza (alimentazione, sanità, ricostruzione e riparazione di alloggi) e attiverà interventi finalizzati alla riabilitazione delle attività economiche (agricoltura, pesca, artigianato). Particolare attenzione sarà assicurata alla situazione di immigrati e rifugiati, grazie all’azione del Centro migranti. Azioni sono previste anche sul versante della riconciliazione fra le componenti religiose della società libanese, puntando a condurre percorsi e attività pluriconfessionali, con lo scopo di diminuire le tensioni, identificare le fonti di conflitto e gli ostacoli alla coesistenza pacifica. STOP AI NEGOZIATI, “TRE C” PER ENTRARE NELL’UNIONE di Gianni Borsa inviato agenzia Sir a Bruxelles nfine l’annunciato – da molti atteso – stop alla Turchia è arrivato. I capi di stato e di governo dell’Ue, riuniti a Bruxelles per il consueto summit di dicembre, hanno decretato la sospensione parziale dei negoziati (8 dossier su 35) avviati nel 2005 con Ankara, che hanno per obiettivo finale l’adesione del paese eurasiatico all’Unione. Ufficialmente nessuno sbatte la porta in faccia al popolo e ai governanti turchi: le trattative proseguono. Ma i leader dei 27 hanno voluto affermare due punti essenziali. I to d’ora in poi si fonderà su “consolidamento, condizionalità e comunicazione” e sarà “combinata con la capacità dell’Ue di integrare nuovi membri”. Approdo per i Balcani Ai paesi che bussano, viene chiesto il pieno rispetto dei Criteri di Copenaghen; si avvalora la necessità di spiegare ai cittadini significato e vantaggi di prossimi eventuali ampliamenti; si Il primo: l’Europa non è più dispostabilisce al contempo che “l’Unione sta a fare sconti, come in parte è avvedeve poter effettivamente funzionare Le trattative proseguono. nuto con i dieci stati entrati nell’Ue il e svilupparsi”. L’allargamento, in altri Ma i colloqui tra Ue 1 maggio 2004: per essere parte della termini, non deve essere in contrasto e Turchia hanno subito “casa comune” occorre guadagnarsi il con il complessivo processo di inteun serio stop. biglietto d’ingresso. Il concetto, in tergrazione. Vale per la Turchia, come L’Unione non vuole per gli altri paesi candidati, a partire mini diplomatici, è spiegato così nelle ripetere errori dai Balcani occidentali, dei quali il Conclusioni del Consiglio Ue: “L'andel recente passato: summit ha ribadito il necessario, fudamento del processo di adesione dil’Europa, per ampliarsi, turo approdo comunitario. pende dai risultati delle riforme atdeve prima rafforzare Il presidente francese Jacques tuate nel paese che partecipa ai negola costruzione ziati e ogni paese sarà valutato in baChirac, tra i leader più tiepidi verso il comunitaria se ai suoi meriti”. E per non illudere matrimonio con Ankara, ha spiegato: nessuno, un ulteriore chiarimento: «Sono sempre stato a favore dei ne“L’Unione eviterà di stabilire scadenze del processo di ade- goziati con la Turchia, anche se sono consapevole che sasione fintantoché i negoziati non siano prossimi al com- ranno lunghi e difficili e impongono» ad Ankara «riforme pletamento”. Il presidente della Commissione, José Ma- importanti nella cultura e nell’insieme del paese». nuel Barroso, si è spinto oltre, sostenendo che “per la TurAlla Turchia non resta che convincersi: se vuole timchia occorreranno forse ancora 15 anni di negoziati”. brare il cartellino a Bruxelles deve riconoscere la piena soL’Ue ha infine compreso – ed è il secondo punto chiave vranità della repubblica di Cipro; deve effettuare significa– che l’allargamento, pur essendo un processo positivo e in tive riforme nell’amministrazione di stato, giustizia, tutela qualche modo doveroso (tende a portare i confini comuni- dei diritti umani e delle minoranze; deve far crescere l’etari fino agli angoli estremi del continente, affermando de- conomia in senso liberista e aprire i suoi mercati alla conmocrazia, pace, diritti e sviluppo), rischia di far crollare l’edi- correnza; deve confermare il suo ruolo di “ponte” tra ficio Ue. Il corpo cresce ma le gambe – politiche, istituziona- oriente e occidente. Quest’ultimo aspetto è forse quello su li, finanziarie – che dovrebbero reggerlo rimangono sempre cui Ankara può maggiormente contare: l’Europa ha bisole stesse. Logica vuole che l’Ue si irrobustica all’interno, per gno di guardare a est e al mondo islamico. E la Turchia appoi procedere a nuovi ampliamenti. Le stesse Conclusioni pare una carta vincente. La visita del papa lo ha autoresanciscono la regola delle “tre C”: la strategia di allargamen- volmente confermato. I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 31 internazionale religioni e dialogo Intervista a Sleiman Saikali, segretario generale di Caritas Turchia. La visita del papa, a fine novembre, ha confermato l’impegno all’apertura e al dialogo. L’analisi dei problemi sociali. E il ricordo di don Santoro «CRISTIANI IN TURCHIA, LA MISSIONE È L’AMICIZIA» L’IMPEGNO CARITAS L’attività di collaborazione tra Caritas Italiana e Caritas Turchia ha assunto aspetti diversi nel corso del tempo. L’emergenza causata dal terremoto di Adapazari, nel 1999, ha intensificato la collaborazione. Dopo gli aiuti di emergenza Caritas Italiana ha contribuito a diverse iniziative: ad Antiochia e Iskenderun, alloggi per anziani e supporto a gruppi femminili di mutuo aiuto; a Smirne, costruzione di un auditorium per il Centro internazionale per bambini autistici (fondato da una fondazione islamica), ristrutturazione di una colonia per vacanze di bambini autistici e poveri e sostegno all’uffico regionale Caritas; a Buça (Smirne), costruzione di una casa di riposo; a Duzce (Adapazari), sostegno alla formazione professionale delle donne; a Istanbul, sostegno alle iniziative di aiuto ai rifugiati da Medio Oriente e Iraq, ai programmi di assistenza a donne vittime di violenza e adolescenti a rischio, alla ricostruzione della facciata della chiesa caldea (distrutta dalle bombe all’ambasciata inglese). Altri aiuti di emergenza hanno fatto seguito, dal 2000 a oggi, ai terremoti di Bingol e Batman e alle alluvioni di Mersin. di Paolo Brivio enedetto scalzo nello splendore della Moschea Blu. Un assorto momento di preghiera, e sembrano svaporare ruggini tignose, fattesi più opprimenti dopo Ratisbona. Ma com’è vivere, credere, testimoniare e lavorare da cristiano, nella Turchia in biblico tra Europa e Oriente, tra proclami di modernità e rigurgiti di intolleranza? L’abbiamo chiesto a Sleiman Saikali. Libanese, cattolico melchita, sul Bosforo dirige da lunghi anni – in qualità di segretario generale – una Caritas nazionale piccola e dinamica. Che dal lavoro sociale prova a trarre, ogni giorno, pratiche di apertura e di dialogo. B Il papa e l’imam di Istanbul nella Moschea Blu: momento storico per le relazioni tra cattolicesimo e islam 32 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 ROMANO SICILIANI PREGHIERA ALL’UNICO DIO Cominciamo dalla visita papale di fine novembre. Anche secondo i turchi è stata un trionfo inaspettato, sul fronte dei rapporti con le istituzioni e con il mondo islamico? Sì, anche in Turchia abbiamo avuto questa impressione. Le visite del papa a Santa Sofia e poi alla Moschea Blu sono stati i momenti più forti nella prospettiva del dialogo con l’islam. A Santa Sofia (basilica cristiana bizantina, poi moschea, oggi monumento nazionale laico, ndr) il papa ha rispettato la sensibilità delle autorità e del popolo turchi, non facendo alcun gesto religioso. Più tardi, entrando nel- la Moschea Blu, si è tolto le scarpe: è stato un gesto bellissimo, significa unirsi ai sentimenti religiosi profondi dei musulmani, riconoscere che per loro un certo luogo è casa di Dio. Poi, quando l’imam di Istabul ha proposto un momento di serenità e riflessione, rivolgendosi verso la Mecca, altrettanto ha fatto il papa, manifestando un atteggiamento di preghiera, senza però fare il segno della croce. Con queste attenzioni, ha dimostrato sensibilità e rispetto, che non hanno tolto niente al valore cristiano della sua visita e della sua preghiera. Pregare insieme: in Turchia le occasioni di scambio spirituale si manifestano anche nella vita delle persone comuni? La Turchia è un paese laico, in cui l’esperienza religiosa e spirituale viene considerata come una cosa personale. Dunque anche il dialogo non avviene sul piano pubblico. Però esistono porte aperte, nella vita di ogni giorno. Per esempio tanti musulmani ogni martedì vengono alla chiesa conventuale di Sant’Antonio, nel centro di Istanbul, perché sanno che è aperta e possono partecipare agli incontri. Il dialogo non si fa pregando: ciascuno ha i propri riti, il proprio stile, che non si possono cambiare. Ma si può puntare sulle conseguenze di questa preghiera nella vita quotidiana. Non possiamo restare chiusi nei nostri recinti, perché rischieremmo di soffocare, anche spiritualmente. Un anno fa, a inizio febbraio, un fanatico islamico uccise don Andrea Santoro. Che idea si è fatta di quel dramma? Ho una mia convinzione sul brutale omicidio del martire don Andrea. Ritengo che si sia voluta accreditare, per certi interessi, l’impressione generale che si trattasse di una vicenda di musulmani contro cristiani. Ma a Trabzon (Trebisonda), dove abitava don Andrea, nel nord della Turchia, c’era anche tanta confusione. C’erano e ci sono problemi sociali causati soprattutto dal traffico di persone umane; sono questioni che vedono coinvolte le mafie, anche internazionali. Dunque la chiave di lettura religiosa non basta a spiegare la tragedia? Non è la sola valida. Anzi, non lo è per nulla. Don Andrea – quest’uomo un po’ solo, questo prete poco sostenuto, molto sensibile, che si impegnava ad aiutare le persone, soprattutto quelle che subivano ingiustizie sociali e violazioni dei diritti umani – era mio amico, so cosa stava per fare. Penso che si sia intromesso in una storia molto complicata. Allora certe persone hanno cominciato a vedere in lui un pericolo, perché ostacolava grossi interessi. Di fronte al mio ufficio c’è una sua foto: mi guarda ogni giorno. Siamo faccia a faccia, quando lavoro non posso non vederlo. È un martire della carità e dell’aiuto alle persone bisognose. Ma dopo l’omicidio altri sacerdoti, fedeli e comunità hanno dovuto subire forme di pressione ed episodi di intimidazione violenta. Quel clima persiste? Non ha senso questa storia di gente che grida in nome di Dio e ammazza le persone innocenti. Come mai accade all’improvviso? Era un momento ben preciso, in Turchia non era mai successo prima e non succederà in futuro. Dopo un omicidio grave si possono anche organizzare piccoli fatti non influenti, solo per far credere che sia in atto un clima di contrasto tra religioni. Quello turco non è un islam che uccide. Sicuramente ci sono persone che tentano di cambiare questa impostazione, ma i turchi, sin dal tempo ottomano, pur volendo conservare la propria fede sanno accogliere l’altro, sanno ascoltare. Parliamo di Caritas Turchia. Una realtà molto attiva, anche se espressione di una comunità cristiana molto piccola: a quali principi ispirate la vostra azione? I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 33 internazionale internazionale contrappunto ROMANO SICILIANI religioni e dialogo VOLO DI PACE Alla cattedrale del Santo Spirito, a Istanbul, Benedetto XVI libera una colomba, auspicio di dialogo tra le religioni Fino all’agosto 1999 in genere il nostro lavoro si era limitato ai bisognosi delle nostre comunità, si era svolto tra i cristiani. Ma dopo lo spaventoso terremoto nella regione di Izmir – decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia di senza tetto – Caritas non poteva stare a guardare: così decidemmo di mescolarci a quelle persone, vivendo e soffrendo con loro, per aiutarli ma anche per cominciare un cammino comune. In poco tempo abbiamo avuto una quarantina di volontari musulmani, che si sono affiancati a quelli cristiani. Sulla scia di quell’intervento Caritas ha poi deciso di avviare progetti in ambiti diversi (handicap, bambini di strada, adolescenti a rischio, anziani, donne maltrattate). Abbiamo vinto le resistenze di chi non voleva che si continuasse nell’apertura alla società turca. Lavorando insieme, convergendo sulla difesa dei diritti e dei valori umani più profondi, che derivano da principi religiosi riconosciuti dal cristianesimo e dall’islam, si supera la paura reciproca e si fa vera amicizia. Benedetto XVI, quando è venuto, ha confermato questa impostazione, dicendo che non bisogna testimoniare Cristo con l’accumulo di ricchezze o con il potere, ma attraverso un amore gratuito che si apre agli altri. Dobbiamo avere fiducia in Dio, che ci aiuta a costruire questa amicizia. Quali sono i problemi sociali più acuti, oggi, nella società turca? Uno dei problemi più importanti è l’istruzione. E non per mancanza di muri, di scuole o di università. Un bambino 34 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 a scuola dovrebbe imparare a interpretare la realtà. Oggi in Turchia non è così, l’istruzione che si impartisce è ancora troppo autoritaria. Buona parte dei nostri giovani – anche se qualcosa sta cambiando – non sono abituati a essere critici e creativi. Se la ricchezza si basa sulla libertà di scegliere, credo che oggi noi siamo molto poveri. Perché dietro a tutte le povertà sociali c’è sempre una povertà culturale. Esistono poi i problemi legati alle dinamiche demografiche, all’immigrazione interna, alla cattiva redistribuzione della ricchezza. Anche il costo della vita è un problema grave, che provoca l’impoverimento della classe media e che si avverte maggiormente nelle grandi città. Istanbul ha ormai 18 milioni di abitanti, l’80-90% arrivano dall’Anatolia, immigrati che si accumulano in sterminate periferie. Senza provvedimenti politici adeguati, tra cinque anni potremmo avere problemi di povertà molto gravi, anche se sul fronte assistenziale e previdenziale ci sono stati dei miglioramenti. Però, ripeto, è l’istruzione il punto essenziale. La Turchia ha dovuto subire, a fine 2006, un congelamento nei negoziati di adesione all’Unione Europea. Lo stop rischia di peggiorare la situazione economica e sociale? Questo rischio esiste. L’ingresso nella Ue può diventare un’occasione per rendere la Turchia più forte e più vicina agli altri paesi. Quando si è soli si rischia sempre l’impoverimento. Dopo l’apertura dei colloqui con l’Unione Europea, in questi anni si è formata una vera e propria società civile: sono nate centinaia di associazioni non governative, ognuna con proprie ideologie e propri interessi, che però rappresentano una Turchia nuova. Bisogna proseguire, anzitutto sul fronte interno, sforzandosi di migliorare le condizioni di vita della popolazione, di garantire livelli minimi di istruzione e di costruire un sistema socio-sanitario all’altezza delle altre realtà europee. Alcuni giovani italiani in servizio civile operano a Istanbul nell’ambito dei progetti di Caritas Turchia. Come giudicate questa presenza? È molto positiva, in primo luogo per le nostre comunità. Questi giovani, con la loro testimonianza, rafforzano la nostra speranza di creare esperienze forti di volontariato anche in Turchia, dove tutti si preoccupano prevalentemente di lavorare e guadagnare di più per assicurarsi un minimo per il futuro. La presenza dei giovani volontari italiani dimostra ai nostri giovani quanto sia importante donare agli altri le proprie energie, il proprio tempo, i propri talenti. EUROPA PIÙ LARGA, MA QUALI SONO I SUOI VALORI? di Alberto Bobbio o scenario continentale forse si arricchisce. Ma sicuramente si complica. L’Europa che si apre sul 2007 e corre verso il futuro dei trenta o quaranta paesi, s’inchioda per ora a quota 27 con Romania e Bulgaria, ultime stelle d’oro nella bandiera blu. Ma si sa che non tutti i paesi sono uguali e i problemi che Bruxelles dovrà affrontare sono forse maggiori dei benefici che potranno venire. Eppure la via sembra obbligata, anche perché c’è un allargamento politico trascinato dall’allargamento economico, un’Europa dei mercanti e delle merci che è disposta a fare da sola quello che le istituzioni non sanno o non vogliono fare. Oggi la Romania, per esempio, è una colonia economica italiana – ogni tanto pa, quali devono essere le sue radici culturali, religiose, quali i suoi limiti geografici e geopolitici. Ci si accanisce a discutere su quale sia l’“eurozona”, intendendo con essa uno spazio buono solo per i mercanti. Nessuno che cerchi di svincolare le questioni legate all’euro da quelle legate allo spazio culturale: per come stanno le cose oggi, l’“eurozona” potrebbe andare da Lisbona a Pechino, dalla Finlandia a Città del Capo e alla Terra del Fuoco. Colpa di è bene chiamare le cose con il proun dollaro debole, di chi cambia le Con l’ingresso prio nome –, nella quale i nostri brariserve in euro e di chi sogna che un di Romania e Bulgaria, vi padroni sfruttano poveracci e fangiorno il prezzo dell’energia venga le stelle d’oro sulla no quattrini a palate. È un paese dovalutato in euro. bandiera dell’Unione ve il reddito medio raggiunge i 200 L’Europa forse ha un problema e sono diventate 27. euro mensili se va bene. Dove c’è una la cancelliera Merkel, che ne assume Ma i criteri di corruzione spaventosa, dove è inla presidenza per i primi sei mesi del ammissione li decidono stallato il più grande ufficio all’estero 2007 per conto della Germania, l’avi mercati o le istituzioni? vertirà. Ha un problema di identità, delle polizie d’Europa, dove una colL’Ue ha un chiaro ma la soluzione non sta nella chiutre di nebbia avvolge buoni e cattivi. problema d’identità. sura del club e nella definizione dei In Italia, d’altronde, ci sono romeni Però non deve chiudersi che vivono come bestie, perché così confini. L’Europa deve dire cos’è. possono mandare a casa anche solo Così l’adesione dei nuovi paesi potrà cento euro. Che in Romania fanno la differenza. essere stretta attorno a sensibilità culturali, a radici autentiche, non solo alle istituzioni comunitarie. Benedetto XVI lo ha detto con grande chiarezza duranRileggere i grandi padri Sorge dunque spontanea una domanda capitale: quali te il viaggio in Turchia. Non possiamo rischiare che l’Eurodiritti si rispettano, quali criteri si devono soddisfare per pa la facciano solo i mercanti, a volte senza scrupoli. Angeessere ammessi al club di Bruxelles? Le risposte sono va- la Merkel ha spiegato che lei vuole un’Europa fatta di perghe. Per la Turchia ci sono lacrime e bastonate, per altri i sone e per le persone, non un spazio buono per lobby e buproblemi politici, dei diritti e della libertà contano meno, rocrazie. Bisogna rileggere i grandi padri dell’Europa ree le porte si aprono più facilmente. Dice il presidente del- cente, ma forse sarà opportuno anche rileggere gli intelletla Commissione Ue, Barroso, che entreranno tutti coloro tuali dei tempi in cui l’Europa era quella delle grandi catteche sono pronti ad accettare regole e valori dell’Unione. drali, dei cammini, degli intrecci di popoli e culture. TeÈ una buona cosa. Ma quali sono i valori dell’Unione? nendo presente che le idee hanno sempre viaggiato e hanSulla Costituzione, cioè la carta dei valori, non ci si no contribuito a costruire uno spazio identitario a collomette d’accordo. Neppure si sa cosa s’intende per Euro- quio con le culture. Anche oltre le rive del Bosforo. L I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 35 internazionale mozambico TURISTI NEL GRANDE PARCO UNA FORTUNA PER POCHI? PURA SUSSISTENZA A sinistra, attività forestale nel parco dello Zinave. Sopra, membri di una delle quattro piccole comunità del parco ca e ancestrale, plasmata da una natura che la modernità non ha sinora intaccato. Dipendere dalla natura edro, 8 anni, si alza ogni giorno alle 4, poco prima dell’alba. Insieme alla mamma, si incammina verso il fiume Save, che dista otto chilometri dalla capanna in cui vive insieme alla numerosa famiglia. Vanno a prendere l’acqua e bisogna tornare entro le 7 per la scuola. Ma Pedro si ritiene fortunato: molti suoi coetanei non possono studiare e devono aiutare in casa. C’è tanto da fare, non ci si ferma mai fino al tramonto. Vita dura ma tutto sommato lineare, quella di Covane, una delle quattro comunità che si trovano all’interno del parco nazionale dello Zinave, provincia di Inhambane, Mozambico centro-meridionale. Vita dura e lineare, che nuove strategie di gestione dei parchi rischiaLo Zinave del Mozambico, no di sconvolgere, con il pretesto dello sviluppo turistico. al confine con Sudafrica Il parco dello Zinave è il più antico del Mozambico. Coe Zimbabwe, è inserito stituito nel 1973, ricopre un’area di circa 40 mila ettari. Savana, grandi foreste, piccole lagune e a nord il fiume Save in una vasta area transfrontaliera. Lo sviluppo turistico però non giova costituiscono i principali ecosistemi. Le comunità all’interno del parco sono molto distanti tra loro: Covane, Maalle quattro comunità indigene. chaquete, Malindile e Tanguane contano circa 4.500 residenti, che vivono in capanne di paglia. Un’Africa autentiChe chiedono politiche diverse di Maria Cecilia Graiff foto di Alberto Maria Rigon 36 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 P La maggior parte della popolazione adulta delle quattro comunità è costituita da donne. Gli uomini migrano alla ricerca di lavoro, verso le città del sud (Inhambane, Maputo) o verso il Sudafrica, per lavorare nelle miniere. Molti non fanno ritorno: in Sudafrica formano una nuova famiglia, così quella d’origine deve provvedere a se stessa. La poligamia è pratica consueta, si stima che circa il 40% dei matrimoni siano poligami. All’interno delle comunità convivono l’autorità amministrativa e tradizionale. Il curandeiro (sciamano, guaritore) è una figura fondamentale nella vita comunitaria: tutti lo temono e lo rispettano. Le comunità del parco vivono in condizioni di pura sussistenza. Dipendono totalmente dalle risorse naturali del parco, piante e animali: raccolgono i cuori di palma per spremerne una bevanda tradizionale alcolica, il vinho de palma, destinata al consumo diretto e a un limitato commercio locale; praticano un’agricoltura di sussistenza, soprattutto mais e manioca; spesso allevano capre e galline. Un’importante fonte di sostentamento, soprattutto per le comunità relativamente più vicine al fiume, è la pesca nel Save, condotta con metodi tradizionali. Le comunità vivono in uno stato di isolamento. Vi sono solo due piste di sabbia in pessime condizioni che attraversano il parco. Invece tra i villaggi, che distano tra loro da 30 a 120 chilometri, non esistono piste dirette. Per andare da Covane a Mabote, sede del distretto, ci vogliono due giorni di bicicletta o ancora di più a piedi, lungo una pista difficile di poco più di 90 chilometri. Non esistono te- lefono né corrente elettrica, l’unica possibilità di comunicare è costituita dalle radio, bene prezioso che nessuna comunità finora ha posseduto. Comunicare, per sentirsi meno isolati, è uno dei principali bisogni espressi dalle comunità. Ognuna delle quali ha una scuola, sotto una capanna di paglia, in cui i giovani maestri, che spesso non hanno neppure terminato il ciclo di studi superiore, sono costretti a riunire due classi in una. Solo a Covane la scuola riesce a coprire fino alla sesta classe (la nostra prima media), nelle altre comunità si arriva alla terza. Per frequentare la settima classe bisogna arrivare fino a Mabote e solo chi ha la fortuna di avere qualche parente in grado di ospitarlo può continuare a studiare. Così, solo il 7% della popolazione adulta ha avuto accesso a una qualche forma di istruzione. Altre situazioni critiche riguardano la salute e l’accesso all’acqua. L’unica struttura sanitaria, che garantisce la presenza di un’infermiera, è situata nella comunità di Tanguane, l’unica a possedere un pozzo (di acqua salmastra) che serve per il posto di salute e la scuola, ma a cui gli abitanti non possono accedere. Fonti d’acqua potabile accessibili sono il Save e i piccoli laghi ad esso collegati. Ma il fiume non scorre sotto casa: la comunità di Malindile è a 15 chilometri dalle sue sponde, ogni giorno donne e bambini coprono la distanza per procurare da bere alla famiglia. L’arroganza degli investitori Ma a questi problemi strutturali se ne sta aggiungendo uno inedito, relativo alla gestione del parco. Nel 1992, al termine della guerra civile che per un ventennio ha insanguinato il paese, tutte le strutture del parco erano distrutte e gli animali quasi scomparsi. Solo nel 2000 lo stato mozambicano ha stanziato fondi per il recupero e il controllo della riserva. Nel 2005 è stato firmato un accordo fra Mozambico, Sudafrica e Zimbabwe per creare un’area protetta transfrontaliera, ovvero un grande parco esteso nelle zone di confine fra i tre paesi. Investimenti stranieri e fondi della Banca Mondiale hanno dato impulso alla protezione dei parchi già esistenti. D’altra parte il turismo è stato inserito nelle politiche del Mozambico quale mezzo di sviluppo e settore prioritario nel quale investire. Ma la scarsa capacità gestionale del ministero del turismo e l’arroganza degli investitori internazionali (soprattutto sudafricani) rendono difficile lo sviluppo turistico in Mozambico. Aree ricche di bellezze naturali, come è successo per lunghi chilometri di coste a Inhambane o per l’arcipelago di Bazaruto, vengono monopolizzati dai grandi investitori privati, che colludono con lo stato per otteI TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 37 internazionale internazionale guerre alla finestra mozambico L’IMPEGNO CARITAS Nel 2005 la Caritas Mozambicana ha espresso la volontà di lavorare con le comunità del parco dello Zinave. Caritas Italiana, dal 2002 impegnata nel paese a fianco di Caritas Mozambicana, ha condiviso la proposta, coinvolgendo l’ong piemontese Lvia. Così, attraverso un operatore Lvia e grazie a un finanziamento di Caritas Italiana, Caritas Mozambicana è presente dall’inizio del 2006 nel parco nazionale per realizzare un progetto di sviluppo integrato, che si propone di rispondere ai bisogni primari delle comunità, tentando, nel contempo, di sensibilizzare le persone ai problemi ambientali e di educarle al valore della biodiversità intesa come risorsa. Il particolare clima (periodi di estrema siccità, alternati a piogge a carattere alluvionale) e le grandi distanze rendono difficile la sopravvivenza dei villaggi del parco. Negli ultimi anni il Programma alimentare mondiale è intervenuto in situazioni di emergenza con programmi di tipo assistenziale, che però hanno creato forme di dipendenza. Caritas Mozambicana cerca di dare risposte alternative: il progetto si propone di migliorare la sicurezza alimentare e l’accesso all’acqua, l’accesso ai medicinali, il livello di alfabetizzazione. Nel 2006, per esempio, è stato avviato a Covane un progetto di apicoltura, cofinanziato dal Programma di sviluppo Onu, per formare venti apicoltori e dotarli di attrezzature e di cento arnie, garantendo l’acquisto del miele da parte di una ditta locale. A gennaio 2007 ha preso il via un progetto per formare in ogni comunità levatrici e operatori per interventi di alfabetizzazione e di educazione igienico-sanitaria. Ogni comunità verrà inoltre dotata di una radio. E a marzo, terminata la stagione delle piogge, si cominceranno i lavori per realizzare un pozzo in ogni comunità. Nel corso del 2006 è stato inoltre presentato al ministero degli esteri italiano un progetto più ampio per valorizzare il ruolo della popolazione locale nello sviluppo del turismo nella zona costiera della provincia di Inhambane e l’inserimento di strutture turistiche sostenibili nei parchi (in particolare Inhassoro e Zinave), che prevedano il coinvolgimento dalle comunità locali, in termini di progettazione e gestione. nere facilitazioni e costruiscono lodge di lusso, con margiCosì, anche nello Zinave, accade comunemente che le ni di guadagno altissimi non condivisi con le comunità lo- comunità, sebbene nessuno parli più di delocalizzarle, cali: perfino la manodopera è importata dal Sudafrica. Di vengano escluse dallo sviluppo del parco: non hanno pefatto si tratta di privatizzazioni di grandi aree, rese legali dal so politico e sono esposte alle decisioni assunte dal goverministero. no, sotto le pressioni Ma c’è di più. La legdegli investitori e della ge mozambicana sui Banca Mondiale. Fino parchi, che vieta al loro all’anno scorso al miniinterno qualsiasi attività stero del turismo si resociale ed economica spirava un aria di astio che pregiudichi la connei confronti delle coservazione di flora e munità residenti nei fauna, è stata interpreparchi. Ora la Banca tata negli ultimi anni in Mondiale fa pressioni modo unilaterale e raperché esse vengano dicale. “Bisogna cacciacoinvolte nel processo re le comunità dai pardi sviluppo dei parchi. chi”: così hanno tradotDi fatto il nuovo attegto la legge apparati giamento non si è però pubblici e privati. Ma concretizzato in scelte per un africano è difficipolitiche o investimenlissimo abbandonare la TURISMO INSOSTENIBILE ti di sviluppo a favore propria terra d’origine. Boscaiolo nello Zinave. Il turismo, per ora, non frutta benefici ai locali delle comunità indigeE per di più lo stato non ha le capacità economiche per ne. Il turismo, anziché volano di benessere, continuerà a creare condizioni adeguate alla dislocazione delle comu- rappresentare una minaccia ai legami secolari che l’uomo nità da secoli insediate nel territorio che oggi è parco. ha creato con il suo ambiente? 38 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 INTERESSI, LA CHIAVE PER “DECOSTRUIRE” I CONFLITTI di Paolo Beccegato l mondo non ha pace. Mentre si raggiungono accordi per superare situazioni di conflitto e avviare transizioni democratiche (è il caso di Repubblica democratica del Congo, Uganda e Burundi), in altri territori si manifestano nuovi scenari di guerra, o quantomeno proseguono, se non addirittura peggiorano, le violenze organizzate e sistematiche. Accade in Sri Lanka, Sudan, Somalia: come decostruire le ragioni delle armi e costruire, al contrario, percorsi di riconciliazione? Un approccio fondamentale per tentare di trasformare le ostilità – I degli israeliani, grazie alla demilitarizzazione dell’area. Il ruolo della “terza parte” Dietro a opposte posizioni di solito giacciono più interessi di ogni singola parte in gioco. Alcuni sono in opposizione fra loro, altri possono essere componibili. Occorre uno spirito di ricerca e una tenacia costruttiva, per non abbandonare il interpersonali, sociali, fino a quelle campo anche di fronte al ri-esplointernazionali – in una conflittualità dere delle violenze o a difficoltà a Dietro le guerre nonviolenta, si basa sulla distinzione prima vista insuperabili. sembrano esserci fra posizioni e interessi. Gli interessi In molte situazioni le parti traposizioni lontanissime. sformano il loro problema in una disono ciò che spinge le parti a prendeIn realtà, le parti sputa aperta e cercano di raggiungere determinate posizioni. Inoltre le possono essere mosse re i propri scopi attraverso un susseposizioni cambiano con il tempo, e da motivazioni non guirsi di posizioni via via più rigide. ciò complica l’analisi della situazione. sempre inconciliabili. È possibile che l’ostilità aumenti e Un caso storico, tratto da un Un tenace spirito che raggiungere un accordo diventi conflitto internazionale, chiarisce di ricerca può servire, sempre più difficile. Le guerre di ogmeglio l’utilità di concentrarsi sugli anche quando le ostilità interessi, prima di analizzare le pogi sono sempre più “cicliche”: l’acnon si placano sizioni. Israele occupa la penisola crescersi delle ostilità è seguito da del Sinai in seguito alla guerra dei una guerra violenta; a essa può sucSei Giorni, combattuta nel 1967. Nel 1978, durante i ne- cedere una sospirata fase di relativa calma; poi possono goziati fra Egitto e Israele a Camp David, le posizioni ap- riesplodere nuovi scontri. In questi casi l’intervento di parivano incompatibili: Israele non aveva intenzione di una terza parte può cambiare la struttura del conflitto. lasciare la penisola, l’Egitto affermava che ogni soluzioL’esperienza della rete Caritas in vari contesti del ne che non riconsegnasse ogni acro del Sinai agli egizia- mondo, anche delle Caritas locali in aree di crisi note e ni era inaccettabile. Esplorare e rendere espliciti gli inte- meno note, ha provato a rappresentare questo principio ressi delle parti fu l’azione che rese possibile un accor- della “terza parte”. In situazioni di conflitti “dimenticati”, do: l’interesse degli israeliani risiedeva nella sicurezza le Caritas si sono spinte a mediare la liberazione di bam(avere carri armati egiziani al confine, pronti a entrare in bini soldato (ad esempio in Sierra Leone) o ad avviare ogni momento, non rappresentava una condizione di vere e proprie trattative tra le parti in guerra (è il caso di sicurezza); l’Egitto era invece interessato alla sovranità Sri Lanka, nelle prime fasi del conflitto armato tra gover(la penisola era stata parte del territorio egiziano dal no e tigri tamil). Ed è in forza di questa esperienza pratitempo dei faraoni). Fu trovato un accordo accettabile da ca, che le riflessioni sui conflitti e sulla riconciliazione asentrambe le parti, che restituiva la sovranità sul Sinai sumono il valore di una “pedagogia dei fatti”, criterio e agli egiziani, garantendo allo stesso tempo la sicurezza stile del lavoro di Caritas a ogni livello. I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 39 agenda territori bacheca COMO Il papa alla mensa di Colle Oppio «Tra voi si tocca la presenza di Cristo» Ricerca sui giovani: forte identità, scarsa curiosità Caritas resta la sigla più nota ai donatori italiani Comunicare la solidarietà? Non bisogna mercificare È uscita a gennaio una ricerca sui giovani lariani, condotta insieme da Osservatorio delle povertà e delle risorse della Caritas di Como, centri di ascolto e Pastorale giovanile. L’indagine prende in considerazione il territorio della sponda ovest del Lario, area geografica segnata da elementi contradditori: accanto a una buona qualità ambientale e a forti legami identitari sono presenti denatalità, dispersione demografica e difficili rapporti sociali. Le nuove generazioni sono caratterizzate ancora da una bassa scolarizzazione, perché spesso si preferisce trovare un impiego sotto casa piuttosto che investire nella formazione superiore, benché rispetto al passato siano aumentati gli studenti universitari. Infine, i problemi di mobilità sono alla base di una scarsa curiosità culturale. Nel 2006 un italiano su tre ha fatto donazioni. In media, 68 euro a testa. È quanto emerge dall’annuale indagine Doxa sugli italiani e la solidarietà. Preferita la ricerca medica, resta comunque alto l’interesse per la lotta alla fame e alle povertà, come pure la mobilitazione in occasione di guerre e calamità naturali. La Caritas conferma la sua notorietà complessiva: è la sigla più nota in Italia (con Telefono Azzurro), conosciuta dal 77% dei 1.007 intervistati. Caritas Italiana (59%) gode di un livello di notorietà doppio rispetto a Caritas Internationalis (28%) e alle Caritas diocesane (30%), con un picco del 78% tra gli “alto-donatori” (almeno 50 euro l’anno) e un forte incremento, rispetto al 2005, soprattutto nella fascia 35-54 anni. Cresce, in generale, l’immagine di Caritas Italiana come organismo a sostegno di poveri ed emarginati e viene inoltre confermato il riconoscimento come organismo ufficiale della Chiesa cattolica e come punto di riferimento per la difesa dei valori di giustizia e pace. La ricerca Doxa è stata presentata nel seminario sul rapporto tra comunicazione e animazione, al quale hanno partecipato, a metà dicembre a Roma, una trentina di operatori di Caritas diocesane e Caritas Italiana. Dopo la presentazione dell’indagine, Sandra Bruno (Doxa), Davide Cavazza COMUNICARE, ANIMARE (Unicef) e Paolo Beccegato (Caritas Italiana), con l’aiuto della giornalista Rai Il coordinamento comunicatori Caritas: Carmen Lasorella e di don Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana, si sono sopra, i partecipanti; sotto, tavola confrontati su cosa è solidarietà e cosa vuol dire fare animazione attraverso rotonda con Carmen Lasorella le campagne. Ne sono emersi molti nodi e qualche pista di lavoro per riuscire a comunicare una solidarietà che vada al di là del gesto episodico e diventi atteggiamento costante. «Tra voi è possibile toccare con mano la presenza di Cristo nel fratello che ha fame e in colui che gli offre da mangiare». Così Benedetto XVI si è rivolto ai volontari e agli ospiti della mensa della Caritas romana di Colle Oppio, durante la sua visita (nelle foto, due momenti) avvenuta il 4 gennaio. Un discorso breve e intenso, che ha ripreso alcuni passaggi della sua enciclica Deus Cariats est. A cominciare proprio dall’esordio. «Dio è amore – ha detto il pontefice –: non un amore sentimentale, ma un amore che si è fatto dono totale, sino al sacrificio della Croce». Papa Ratzinger ha voluto anche sottolineare il senso profondo dell’opera compiuta ogni giorno all’interno della struttura. Dove, ha spiegato il pontefice, «non si vuole dare soltanto da mangiare, ma servire la persona, senza distinzione di razza, religione e cultura». Semplice ed essenziale anche la cerimonia di intitolazione della mensa. Bendetto XVI ha tolto il velo che copriva l’insegna dedicata a papa Giovanni Paolo II, rendendo omaggio al suo predecessore, che visitò la mensa nel 1992. Ha poi ricevuto in dono uno dei grembiuli utilizzati dai volontari e una coperta, immagine della sofferenza e del disagio, con la richiesta di portarli con sé nei suoi prossimi viaggi come simboli della vicinanza di Roma ai poveri del mondo. Da parte sua il pontefice ha ricambiato l’omaggio, regalando un assegno di 100 mila euro, diecimila coperte e duemila giacconi pesanti da distribuire agli indigenti. BOLZANO Lotta alle dipendenze, altri quattro anni al “Binario 7” Anche nei prossimi quattro anni il centro diurno di Bolzano, Binario 7, continuerà a svolgere la sua azione di accoglienza e consulenza verso le persone che vivono situazioni di disagio fisico, psichico e sociale dovute a problemi di dipendenza. La Fondazione Odar, la Caritas diocesana Bolzano-Bressanone e la cooperativa sociale “Farsi prossimo”, 40 di Ferruccio Ferrante ROMA I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 promossa da Caritas Ambrosiana (costituite in associazione temporanea d’impresa), si sono aggiudicate la gara d’appalto promossa dell’Azienda servizi sociali del comune di Bolzano. Nel centro di via Garibaldi, sei collaboratori e la responsabile accolgono e supportano persone che hanno esperienze e problemi di dipendenza da sostanze psico-attive illegali e da psicofarmaci. Binario 7 opera seguendo la strategia della bassa soglia. Si opera dunque perché i soggetti maturino nel tempo le motivazioni per uscire dalla dipendenza. NAPOLI Avvocati di strada, quindici professionisti difendono gli ultimi Sono arrivati anche a Napoli gli Avvocati di strada, in difesa dei diritti dei senza dimora. Per ora sono quindici, ma il numero dei volontari (civilisti e penalisti, disposti ad assistere coloro che non possono pagare) presto aumenterà. Lo sportello di consulenza e assistenza legale trova spazio, da gennaio, nella sede del Binario della Solidarietà, il centro di accoglienza diurna promosso dalla Caritas diocesana, e in quella della stessa Caritas. Grazie agli Avvocati di strada, si cercheranno le misure alternative Essere nel territorio, educare facendo Nelle campagne spesso c’è inquinamento tra logica del dono e operazione commerciale. Occorre dunque fare attenzione, per evitare i rischi di mercificazione della solidarietà e dello sfruttamento a fini commerciali di un “logo solidale”. Occorre poi distinguere tra raccolta fondi e campagna di animazione. La raccolta fondi è materia studiata, patrimonio conoscibile. Fare campagne di animazione significa invece addentrarsi in terreno molto meno esplorato e codificato, non riconducibile a mera tecnica, anche se c’è comunque necessità di strutturazione in fasi ben definite. Tre sono, in definitiva, gli elementi caratterizzanti una campagna capace di fare animazione. Anzitutto la presenza: per poter animare occorre essere nel territorio, capaci di utilizzare (anche a livello di comunicazione) strumenti e opportunità locali; solo da un effettivo radicamento può nascere l’incontro-relazione capace di produrre una progettualità costruita insieme. In secondo luogo occorre educare facendo: è il solo modo per ampliare il cerchio di condivisione e partecipazione di una campagna. Il coinvolgimento porta pian piano dal dono di cose al dono di sé. Infine, bisogna andare alle cause: una campagna raggiunge il suo scopo di animazione se riesce a far riflettere sulle cause di una certa situazione, e se si rivela capace di attivare circoli virtuosi di advocacy e di pressione, tali da indurre cambiamenti. Utile, alla luce di queste sollecitazioni, il confronto su due esperienze di animazione a livello locale: una sul tema dei conflitti dimenticati, presentata dalla diocesi di Foligno, l’altra sul microcredito, presentata dalla diocesi di Vicenza. I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 41 agenda territori ottoxmille di Martina Ghersetti Battaglia per il permesso di Andrés, Nuovi Vicini crede nell’advocacy Uno strumento per promuovere maggiore giustizia sociale, ispirato all’idea che la violazione del diritto di una persona debole non è un fatto personale, ma ha valore universale: questo è l’advocacy, procedura giuridica ispirata non al principio romanistico di tutela del diritto NUOVI VICINI individuale, quanto a quello, più comune La sede della Caritas nel diritto anglosassone, che allarga gli orizzonti di Concordia-Pordenone a effetti che apportino beneficio alla collettività. Abbraccia questa logica il progetto “Tutela & Advocacy”, finanziato grazie a Caritas Italiana con i fondi Cei otto per mille e avviato dal servizio legale di Nuovi Vicini onlus, il braccio operativo della Caritas della diocesi di Concordia-Pordenone, che si propone anche come capofila della rete regionale che coinvolge nella stessa strategia tutte le altre Caritas dei capoluoghi di provincia del Friuli Venezia Giulia. Claudia Murador, avvocato di Nuovi Vicini onlus, sta seguendo alcuni tra i primi casi affrontati con l’innovativa procedura. «Cambiano anche le modalità operative d’intervento – spiega l’avvocato –. Il legale non si sostituisce alla persona che tutela: si cerca di renderla consapevole che il percorso si fa insieme, dialogando con le istituzioni interessate; la persona seguita, dove può, interviene. È un’impostazione difficile da attuare, perché spesso la persona non ha gli strumenti per fare da sola, anche se questo rimane il nostro obiettivo: promuovere l’autotutela». L’esperienza di Pordenone, tra l’altro, è innovativa non solo per il Friuli Venezia Giulia, ma a livello nazionale. Un caso che vale d’esempio Andrés Rodriguez gestiva un’attività commerciale con il fratello, in un paese sudamericano, ma è stato consigliato di allontanarsi, perché “non desiderato” a causa dell’attività politica ”non gradita” che conduceva. La sieropositività ha complicato la sua condizione; nonostante la malattia, ha lavorato in nero per dieci anni in Italia. Ha anche avuto una condanna penale, è stato in carcere, probabilmente perché l’attenuante dello stato di necessità non è stata evidenziata dal legale d’ufficio. È un uomo che ha fatto tesoro delle esperienze passate: oggi assiste una persona malata e vorrebbe cavarsela da solo. Qui si è inserito l’accompagnamento legale di Nuovi Vicini: tutte le memorie depositate in questura hanno avuto esito negativo e finora non gli è stata riconosciuta la conversione del permesso di soggiorno per cure mediche in quello per motivi umanitari. Il caso del signor Rodriguez non è isolato: la speranza che la vicenda si concluda in modo positivo, ed esemplare per altri casi simili, non è perduta. 42 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 per piccoli reati, ma si offrirà aiuto anche per reati più importanti, nonché per vicende riguardanti residenza anagrafica, permessi di soggiorno, contenziosi, pratiche per pensioni di invalidità, separazioni e diritti genitoriali. Tutto è iniziato da un romanzo di John Grisham, L’avvocato di strada, uscito nel 1998: l’idea fu concretizzata a Bologna, nel 2000, dall’associazione Amici di Piazza Grande, cui fecero seguito le esperienze di Bolzano, Ferrara, Verona, Padova, Milano, Bari, Foggia, Trieste, Lecce e Venezia. A Napoli il progetto è stato reso possibile grazie al protocollo d’intesa tra assessorato alla solidarietà della provincia, Caritas diocesana e Fondazione Banco di Napoli per l’assistenza all’infanzia, che oltre a erogare un finanziamento curerà uno studio sui diritti della povertà. OSSERVATORI Umbria e Sardegna, mappa delle povertà al microscopio Prosegue la pubblicazione dei Rapporti sulle povertà. In Umbria sono 23mila le famiglie povere, tremila in più rispetto al 2001. Lo rivela l’Osservatorio regionale sulla povertà, istituto dalla regione e dalla Conferenza episcopale umbra, che coinvolge le Caritas diocesane. Secondo l’indagine, sarebbero 138mila gli umbri poveri o che rischiano di diventarlo, pari al 17% della popolazione. Tra chi vive in condizioni di disagio sociale ci sono gli anziani che percepiscono pensioni insufficienti (uno su due nella regione), i giovani con un lavoro precario, l’8,2% delle giovani coppie con figli. Sono, inoltre, molto povere il 4% delle famiglie. L’Osservatorio sottolinea che dal 1997 al 2005 l’età media dei poveri estremi è aumentata: si è passati da 37 a 42 anni. Tra costoro sono più numerosi gli immigrati degli italiani, le donne degli uomini. La ricerca mette anche in luce che tra le cause che spingono le persone verso la povertà ci sono fenomeni legati all’usura e alle malattie. Invece in Sardegna a trovarsi in condizioni di disagio non sono solo i senza dimora, ma anche quanti vivono situazioni di fragilità all’interno del proprio nucleo familiare, disoccupati, lavoratori precari, “poveri dell’euro”, immigrati, chi cerca rifugio nell’alcol e nella droga, malati mentali e anziani che non possono spendere. Il “Rapporto 2006 su povertà ed esclusione sociale in Sardegna”, presentato a fine dicembre e condotto analizzando le richieste pervenute ai centri di ascolto Caritas, propone anche storie di vita delle persone in stato di disagio e percezioni degli operatori e di testimoni privilegiati, unendo l’approccio quantitativo a quello qualitativo. Chiude la pubblicazione un capitolo nel quale si affrontano, in sintesi, i temi cruciali relativi al welfare regionale. FOGGIA Riapre il Conventino: anche laboratori oltre a letti, mensa e docce Dopo tre anni ha riaperto le porte il Conventino di Foggia, una struttura per senza dimora gestita dalla Fondazione Fasano-Potenza e promossa dalla Caritas diocesana. Il 29 dicembre i locali ristrutturati di via Orientale sono stati bendetti dal vescovo, monsignor Francesco Pio Tamburino. Nel centro di prima accoglienza sarà trasferita sto in campagna di Francesco Chiavarini L’arte di fare campagne, in un libro le sette regole d’oro Il problema Volontari, operatori sociali, dirigenti di cooperative, aggiungete una parola nuova al vostro vocabolario: campaigning. Termine inglese, indica le attività che enti non profit, ma anche istituzioni, mettono in pratica quando decidono di “scendere in piazza” e di mobilitare l’opinione pubblica, cioè di organizzare un campagna. Ci sono molti modi per farsi notare, per attirare l’attenzione del pubblico, per sensibilizzarlo su alcuni temi. Ma solo alcuni sono effettivamente efficaci. Chi conosce i segreti di una buona campagna è il campaigner. Secondo gli esperti, una figura in rapida ascesa, che fra qualche anno potrebbe contendere il primato, all’interno delle organizzazioni non profit, al fundraiser ed emanciparsi dalla subalternità rispetto al comunicatore. Il sussidio Per la prima volta un libro dedicato al campaigning è stato progettato e pubblicato in Italia, grazie all’editrice Emi e ad Asvi, Agenzia per lo sviluppo del non profit. La pubblicazione (“Campagne per le organizzazioni non profit. Sette regole per i manager del cambiamento”, Emi, pagine 343) è curata da Davide Cavazza, sotto la direzione editoriale di Marco Crescenzi, e spiega i segreti del mestiere, cioè le sette regole d’oro per organizzare un’efficace campagna di sensibilizzazione, dall’individuazione degli obiettivi e dei tempi alla costruzione di alleanze strategiche con i partner migliori, dalla comunicazione dei contenuti all’opinione pubblica all’analisi dei risultati. Dopo la teoria, la prassi: nella seconda parte del volume sono pubblicati alcuni case history, sono cioè raccontate alcune campagne attraverso la voce dei loro promotori, da quella per l’accesso di farmaci essenziali di Medici senza Frontiere a quella per la salvaguarda delle foreste di Greenpeace a quella sui conflitti dimenticati di Caritas Italiana, per citarne solo alcune. Notevole anche l’apparato bibliografico. anche la mensa dei poveri che assicura tre pasti al giorno, dal lunedì al sabato, grazie al servizio di circa 70 volontari. Inoltre si sposterà nella sede rinnovata l’ambulatorio medico, convenzionato con l’Asl Foggia Tre, nel quale operano tutti i giorni nel tardo pomeriggio dieci medici volontari. Il centro, oltre ad offrire 64 posti letto nelle sale dormitorio riservate ad ospiti maschi, fornirà a ospiti esterni un servizio docce e di distribuzione di indumenti. Infine saranno ospitati nella struttura i laboratori multiculturali e artigianali dove si svolgono corsi di italiano per stranieri, di informatica, arti e mestieri. I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 43 villaggio globale a tu per tu SUSSIDI Al Gore racconta i disastri ambientali ai tempi dei gas serra Quaresima: attingere a un abbraccio per imparare a ricambiare nell’amore Crialese e un Nuovomondo tra memoria e identità «L’emigrante? Colui che immaginava. Prima che la tv…» “Come io vi ho amato”: tratto dal Vangelo di Giovanni, è il tema scelto da Caritas Italiana e dall’Ufficio nazionale Cei per la pastorale della famiglia per il tempo di Quaresima e Pasqua 2007. Come di consueto, sono stati preparati sussidi per vivere nella preghiera e nell’azione caritativa questo particolare tempo liturgico: un opuscolo dedicato alle famiglie, un album per i bambini, un poster (nella foto), un salvadanaio e una scheda per l’animazione pastorale. Gli uffici Cei propongono dunque di riflettere e pregare, nel cammino di avvicinamento alla Pasqua, sul comandamento di un amore che si misura su un modello che appare irraggiungibile, ma con la consapevolezza di essere amati gratuitamente e teneramente, che invita a ricambiare. Caritas e Ufficio famiglia propongono l’immagine dell’abbraccio come esperienza umana alla quale attingere per saper amare gratuitamente e fraternamente tutti, a cominciare da chi fa più fatica. Per il suo Nuovomondo Venezia ha inventato il Leone d’Argento al film rivelazione. E anche se, pur rappresentando l’Italia agli Oscar, non ce l’ha fatta a entrare nella cinquina dei candidati per il miglior film straniero, sta riscuotendo apprezzamenti anche all’estero. Del resto, già con il precedente Respiro, ambientato in un’assolata e arcaica Lampedusa, Emanuele Crialese aveva ottenuto elogi internazionali. Con Nuovomondo il regista racconta, seguendo le tracce di una famiglia di siciliani che partono per l’America, di “quando gli immigrati eravamo noi”. Un film che parla di emigrazione: un monito per un paese che oggi si trova ad accogliere e che ha già dimenticato il passato? O semplicemente uno strumento per recuperare una fase importante della nostra storia? Anzitutto non siamo il solo paese a dimenticare. La rimozione è un fenomeno comune a tutti gli uomini, un meccanismo che serve a difenderci dal peso degli errori che spesso si commettono nella vita o da ricordi di ingiustizie subite. Detto questo, l’urgenza di scrivere e realizzare un film dipende da diverse necessità. Nel mio caso ci sono sicuramente le due ragioni dette, ma anche tante altre. Come l’interesse per il sentimento particolare dell’emigrante, che vive una condizione esistenziale di abbandono del noto per l’ignoto. È grazie alla capacità di immaginare e di continuare a sperare in mondi più giusti e più liberi che ci si priva della vita passata, della terra, dei morti, della famiglia e si attraversa l’oceano. Per poi condurre un’esistenza quasi sempre legata alla nostalgia della propria terra, in un Nuovo Mondo che la prima generazione non sentirà mai suo. Nell’inquadratura della nave con a bordo gli emigranti che si stacca dal porto sembra aprirsi una ferita. Destinata a non rimarginarsi mai… È una lacerazione, come un pezzo unico che si divide. Una parte, quella che si muove, cercherà di riprodursi e di esistere nella nuova terra, continuando a mantenersi compatta e unita. Come ha fatto la comunità italiana nel mondo. La lacerazione per aver lasciato affetti e radici c’era negli immigrati di ieri e c’è in quelli di oggi. Con quali differenze? Gli emigranti del secolo scorso partivano senza aver mai visto davvero il Nuovo Mondo; dunque, forse, erano più ottimisti. Oggi coloro che arrivano hanno già DESTINAZIONE AMERICA Emanuele Crialese (sopra) immagini nella loro testa. L’onnipresente televisione si è sostituita al fuoco intorno e due scene del film Nuovomondo al quale gli uomini si riunivano per raccontarsi storie. Ma non avrà mai la stessa funzione perché in qualche modo, illustrando il mondo da una prospettiva molto precisa, spesso politica, non lascia libera l’immaginazione degli uomini, anzi la intrappola in una rete di schemi manipolati che si mascherano da “cose vere”. Cosa hanno comunicato al mondo gli emigrati italiani? Gli italiani sono arrivati con le loro famiglie in tutti i paesi del mondo. Ci sono arrivati come lavoratori, non con la violenza dei colonizzatori. Ovunque nel mondo essi hanno cominciato dal gradino più basso della scala sociale, per poi integrarsi ed essere rispettati senza perdere mai l’identità. Portano il ricordo della loro terra e lo tramandano di generazione in generazione. È uno degli aspetti che ci rendono molto diversi da tutti gli altri: esistere nel mondo come italiani, anche se si abita un altro paese da tre generazioni. È uscito il 19 gennaio nelle sale Una scomoda verità, il film di Al Gore sui disastri ambientali provocati dai gas serra. Girato da Davis Gugenheim (regista anche di alcuni episodi della serie tv cult E.R.), il cine-notiziario espone alla maniera di Micheal Moore (9/11), dati scientifici, tabulati e previsioni sul riscaldamento del pianeta, frutto di oltre venti anni di ricerche ambientali del braccio destro di Clinton che nel 2000 perse, per una manciata di voti, la sua corsa alla Casa Bianca contro Bush. Per singolare coincidenza il "quasidocumentario" è stato distribuito in Italia due settimane dopo uno studio sulla situazione climatica e ambientale della Commissione europea che accredita, per la prima volta, ipotesi drammatiche per il bacino del Mediterraneo. Secondo questa analisi, l'aumento della temperatura provocato dalle emissione dannose potrebbe costare all'Europa migliaia di vite entro i prossimi 70 anni. FUMETTI Notte di San Nessuno, l’equosolidale formato striscia La notte di San Nessuno è il primo fumetto equosolidale in Italia, nato dalla collaborazione tra la rivista del Pime IM (Italia Missionaria) e l’associazione Botteghe del Mondo. Il primo numero, uscito nello scorso 44 di Danilo Angelelli CINEMA I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 maggio, raccontava, con un linguaggio adatto ai ragazzi, l’odissea di una tavoletta di cioccolato dall’Africa fino alle nostre tavole. Il secondo, uscito ai primi di dicembre, affronta invece la storia di un pallone da calcio che arriva dal Pakistan e ha il significativo titolo di “Pallonasia”. Protagonista è un ragazzo come tanti altri, Nelson, che fa in sogno un lungo viaggio in compagnia di Chandra, la luna amica, per conoscere altri bambini costretti al lavoro e allo sfruttamento. Nato dalla matita del noto disegnatore Fogliazza, La notte di San Nessuno spiega in modo colorato l’importanza del commercio equosolidale e propone schede storiche e geografiche, oltre alla testimonianza di un missionario. Il terzo episodio, a maggio 2007, porterà Nelson in America Latina. LIBRI Honduras violento, la repressione e i suoi meccanismi Cosa sta dietro i fatti criminali che insanguinano l’Honduras? La delinquenza comune, o qualcosa di più profondo e inquietante, una silenziosa rivoluzione sociale individualista che scardina tutti i paesi centroamericani? Sergio Spina, già operatore di Caritas Italiana nel paese centroamericano, racconta nella sua seconda opera, Honduras. Maschere per il dominio (Edizione Achab, 127 pagine), i meccanismi della repressione messi in atto dal potere e la resistenza ingaggiata dalla società civile nel faticoso sforzo di costruire un popolo. Uno sguardo originale sul Centro America, una lunga inchiesta capace di cogliere le notizie oltre le verità ufficiali I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 45 storie di speranza villaggio globale e di smascherare chi vorrebbe occultarle. Un libro che ha l’immediatezza di un album di fotografie scattate durante un viaggio. pagine altre pagine di Francesco Meloni La parola (scritta) ai testimoni: Ingrao voleva la luna, per Magris la storia non è finita di Claudia Torre IL GIOCO DELL’ARMANDO, LA VITA RICOMINCIA ALLA STAZIONE LIBRI “Blood brothers”, un vescovo in Galilea vive per riconciliare Esce in traduzione italiana Blood Brothers (“Fratelli di sangue”), il bestseller internazione (da cui venne tratto il film Prophet in his own country) di Elias Chacour, il vescovo melchita di Galilea, per ben tre volte candidato al Nobel per la pace. Padre Elias racconta in queste pagine la sua straordinaria storia e il suo impegno come cristiano nel tentativo di riconciliare palestinesi ed ebrei. Blood Brothers. Una testimonianza di pace in Medio Oriente, Rubettino, 224 pagine. RIVISTE Comunità cristiana e 11 settembre, l’analisi di “Oasis” I cristiani e l’11 settembre. La rivista semestrale Oasis dedica l’ultimo numero alle conseguenze per la comunità cristiana dell’attentato alle Torri Gemelle. Il numero è una buona occasione per conoscere uno strumento culturale nato due anni fa come ponte tra cultura cristiana e islam e strumento di approfondimento per i cristiani nei paesi a maggioranza musulmana. Oasis è promossa dai cardinali Scola (Vienna), Barbarin (Lione), Bozanic (Zagabria), Erdö (Budapest), Schönborn (Vienna) e da numerosi vescovi ed esponenti del mondo ecclesiale ed accademico. Esce nelle librerie in quattro edizioni bilingui. 46 I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 Le giovani generazioni appaiono sempre più orientate a leggere la produzione editoriale che consiste in testimonianze offerte da personalità di spicco del mondo della politica, della letteratura o dell’informazione. Una conferma è l’interesse, editoriale e di critica, suscitato da alcune recenti pubblicazioni. In Volevo la luna (Einaudi 2006, pagine 376) Pietro Ingrao fornisce un’appassionata ricostruzione di una parabola personale e sociale, calata nelle insanguinate e decisive vicende di oltre mezzo secolo fa (il fascismo, la resistenza, l’elaborazione della carta costituzionale), ma che approda a vicende e drammi a noi più vicini (la rivolta studentesca, gli anni di piombo e il terrorismo, le figure di Moro e Berlinguer, i rapporti tra mondo cattolico e politica). L’ultimo romanzo di Lidia Ravera, Eterna ragazza (Rizzoli 2006, pagine 408) è un’aspra storia di relazioni e legami d’amore fra adulti, ma anche in senso più universale: fra madre e figlio, fra padre e figlia, fra due giovani, fra due che sono nonni dello stesso bambino, fra due amiche. Il personaggio principale è Norma, l’eterna ragazza del titolo: sempre giovane, sempre inquieta, mai riconciliata. Senza Patricio di Walter Veltroni (Rizzoli, seconda edizione 2006) prende le mosse da un giorno qualunque, lungo le strade di Buenos Aires. Su un muro una scritta, tracciata con la vernice: “Patricio, te amo. Papà”. Un graffito insolito, da cui Veltroni ha tratto lo spunto per immaginare cinque storie intense e struggenti sulle angosce e i sogni del nostro tempo, sul passato e sul futuro, ma soprattutto sul rapporto tra padri e figli e sui sentimenti che lo accompagnano: competizione, rispetto, emulazione, ma anche speranza e disperazione. Claudio Magris raccoglie invece le sue riflessioni sull’attuale situazione politica e civile del nostro paese in La storia non è finita (Garzanti 2006, pagine 245). Non scende mai sul terreno delle sterili polemiche politiche; preferisce affrontare alcuni nodi di fondo del dibattito culturale e politicofilosofico contemporaneo: laicità e rapporto dell’individuo con lo stato e con la chiesa; famiglia e sue nuove forme; aziendalismo ed economicismo imperanti; globalizzazione e incontro-scontro tra culture; guerra, pace e pacifismo; strapotere della scienza, sperimentazione biomedica, cellule staminali, procreazione assistita; devolution e riforma della Costituzione; il significato di “democrazia”. rmando è un figlio di Napoli. Nato sul finire della guerra, ultimo di otto fratelli, genitori titolari di un bar-pasticceria-gelateria. In casa non mancava nulla. Ma il padre morì che Armando aveva nove anni e la madre, dovendo badare al bar, lo iscrisse al collegio dei padri Salesiani insieme a un fratello. Poi anche lei se ne andò: Armando aveva 11 anni e dopo sei mesi il fratello maggiore, che gli faceva da tutore, lo riportò a casa per non pagare la retta. Armando non andò più a scuola. Passava le sue giornate al bar con i fratelli. Ma i più grandi non si preoccupavano dei più piccoli e invece di gestire il negozio con passione e sacrificio, come avevano fatto i genitori, sperperavano e giocavano a carte l’incasso. In meno di dieci anni il bar fallì. Maggiorenne, a 21 anni, Armando riscosse il buono del tesoro – un milione di lire – lasciatogli in eredità. E scoprì che tutti gli interessi che gli spettavano erano spariti. Tornato a Napoli dal servizio militare, trovò i suoi fratelli sistemati. Uno di loro gestiva un bar con una piccola sala da biliardo; là, nel retrobottega, la sera si giocava a carte e Armando apriva il gioco della “zecchinetta” facendo la “pidocchiosa”, una puntata bassa, che invitava gli altri giocatori a entrare nel gioco e a puntare più alto. Così cominciò a giocare. Poi lasciò Napoli. Prima una parentesi a Berlino, poi il trasferimento in Liguria, dove cominciò a lavorare come cuoco. In un hotel tre stelle conobbe una ragazza calabrese che faceva le pulizie delle camere, aveva una figlia ed era separata dal marito. Convissero cinque anni, durante i quali lei smise di fare la cameriera e cominciò con le supplenze come bidella. Per amore Armando pagava le bidelle ufficiali, Era nato in una casa per farle restare più a lungo in aspettativa e far salire il punteggio della compagna. benestante. Ma la sua Alla fine lei, raggiunti i punti sufficienti, se ne andò a lavorare a Torino. scuola è stato il bar di famiglia. E la passione E Armando, giocatore ormai compulsivo, restò solo. Abitando a Diano Marina, giocava al casinò di San Remo. Oltrepassando per l’azzardo la frontiera francese, girava tutti i casinò della Costa Azzurra: Mentone, Nizza, lo ha rovinato. Cannes, Montecarlo. Per un certo periodo si controllò, cullando l’idea di mettere Tornato a Napoli, qualcosa da parte per acquistare una casa. Era giunto a risparmiare 67 milioni, si è ritrovato senza ma alla soglia dei 60 anni lo ha colto di nuovo la voglia di autodistruggersi. dimora. Poi è arrivato Armando si è giocato tutto fino all’ultima lira. Allora è tornato a Napoli, al “Binario”. E oggi dove ha chiesto aiuto ai fratelli, ma si è sentito rispondere che avevano la loro ha un desiderio… famiglia a cui pensare. Colto dalla depressione, si è ridotto a dormire nella piazza della stazione centrale. Ma è stata in qualche modo la sua salvezza. Perché lì gli hanno indicato il “Binario della solidarietà”, un centro di accoglienza diurno per senza dimora della Caritas diocesana di Napoli. Rosario ha ascoltato la sua vita, suor Giuseppina lo ha invitato a far parte del gruppo dei giocatori anonimi, grazie al quale ha messo a fuoco i suoi errori. Dopo otto mesi Armando è approdato alla redazione di Scarp de’ tenis, giornale di strada che è anche un progetto per persone in difficoltà. Fa il venditore di strada e in parrocchia. Da due anni è ospite della Caritas e del dormitorio comunale. Ma conta di affittare un monolocale. Armando ha un solo rammarico. Non riesce a tornare in famiglia: «Una cosa vorrei più di tutte. Che capiscano che non desidero altro che il loro amore». A I TA L I A C A R I TA S | FEBBRAIO 2007 47 Nuova sede, nel segno della comunione Coordinarsi, per un’azione di annuncio, testimonianza e servizio sempre più incisiva. È il senso del nuovo complesso edificato, a Roma, dalla Conferenza episcopale italiana. Nell’edificio, dal 1° gennaio 2007, è ospitata Caritas Italiana, insieme ad altri organismi Cei: le fondazioni Migrantes e Missio. Per tutti il trasferimento equivale a un nuovo impegno: realizzare una sinergia sempre più ampia, sperimentando forme di collaborazione, per continuare a comunicare e testimoniare il Vangelo. ECCO I NUOVI RECAPITI CARITAS ITALIANA VIA AURELIA, 796 - 00165 ROMA TEL. 06.66.17.70.01 (CENTRALINO) - FAX: 06.66.17.76.02 [email protected]