M E N S I L E D E L L A CA R I TA S I TA L I A N A - O R G A N I S M O PA S T O R A L E D E L L A C E I - A N N O X L - N U M E RO 1 - W W W. CA R I TA S I TA L I A N A . I T
POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA
febbraio 2007
Italia Caritas
RAPPORTO DELLA COMMISSIONE: LA POLITICA DEVE DECIDERE
CPT, GABBIE DA SVUOTARE
VITE FRAGILI LA SCUOLA DELLE RIFORME NON INTEGRA I DISABILI
LIBANO MIGRANTI, VITTIME DELLA GUERRA. E DEI “PADRONI”
MOZAMBICO IL PARCO APRE AL TURISMO, MA LA FORTUNA È PER POCHI
sommario
ANNO XL NUMERO 1
IN COPERTINA
Organismo Pastorale della Cei
via Aurelia, 796
00165 Roma
www.caritasitaliana.it
email:
[email protected]
M E N S I L E D E L L A CA R I TA S I TA L I A N A - O R G A N I S M O PA S T O R A L E D E L L A C E I - A N N O X L - N U M E RO 1 - W W W. CA R I TA S I TA L I A N A . I T
febbraio 2007
POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA
Immigrati clandestini
“trattenuti” in un Centro
di permanenza temporanea.
La commissione ministeriale
ha completato a fine gennaio
il suo rapporto; ora tocca
alla politica decidere
sul futuro di queste strutture
foto Romano Siciliani
Mensile della Caritas Italiana
Italia Caritas
Italia Caritas
direttore
Don Vittorio Nozza
direttore responsabile
Ferruccio Ferrante
RAPPORTO DELLA COMMISSIONE: LA POLITICA DEVE DECIDERE
CPT, GABBIE DA SVUOTARE
coordinatore di redazione
VITE FRAGILI LA SCUOLA DELLE RIFORME NON INTEGRA I DISABILI
LIBANO MIGRANTI, VITTIME DELLA GUERRA. E DEI “PADRONI”
MOZAMBICO IL PARCO APRE AL TURISMO, MA LA FORTUNA È PER POCHI
editoriale
di Vittorio Nozza
CONTRO IL MALE GLOBALE
GUARDIAMO LA TERRA DAL CIELO
Paolo Brivio
in redazione
Danilo Angelelli, Paolo Beccegato,
Salvatore Ferdinandi, Renato Marinaro,
Francesco Marsico, Francesco Meloni,
Giancarlo Perego, Domenico Rosati
editoriale di Vittorio Nozza
CONTRO IL MALE GLOBALE, GUARDIAMO LA TERRA DAL CIELO
parola e parole di Giovanni Nicolini
LA “VIOLENZA” DELLA MITEZZA, NUOVA SAPIENZA DELL’UMANITÀ
paese caritas di Antonio Pezzetti
LUPO, MA FRATELLO. IL CARCERE È QUESTIONE DI TUTTI
3
progetto grafico e impaginazione
Francesco Camagna ([email protected])
Simona Corvaia ([email protected])
5
stampa
Omnimedia
via Lucrezia Romana, 58 - 00043 Ciampino (Rm)
Tel. 06 7989111 - Fax 06 798911408
6
nazionale
“OSPITI” DIETRO LE SBARRE, I CPT SERVONO DAVVERO?
di Lê Quyên Ngô Ðình
STRUTTURE DA “SVUOTARE”, NECESSARIE CORSIE DIFFERENZIATE
dall’altro mondo di Franco Pittau
FINANZIARIA: IL FISCO NON BASTA PER RISOLLEVARE I POVERI
di Paolo Pezzana
database di Walter Nanni
LA SCUOLA DELLE RIFORME NON SA INTEGRARE I DISABILI
di Pietro Gava
contrappunto di Domenico Rosati
panoramacaritas ALLARGAMENTO UE, SOMALIA, FILIPPINE
progetti DIRITTO ALLA SALUTE
sede legale
viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma
8
redazione
tel. 06 66177226-502
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14
offerte
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18
Marina Olimpieri ([email protected])
tel. 06 66177202
Paola Bandini ([email protected])
tel. 06 66177205
inserimenti e modifiche nominativi
richiesta copie arretrate
spedizione
in abbonamento postale
D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46)
art.1 comma 2 DCB - Roma
Autorizzazione numero 12478
dell’8/2/1969 Tribunale di Roma
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Chiuso in redazione il 26/1/2007
AVVISO AI LETTORI
internazionale
LIBANO, I “PADRONI” E LA GUERRA: MIGRANTI, VITTIME DUE VOLTE
di Paolo Lambruschi e Silvio Tessari
casa comune di Gianni Borsa
«CRISTIANI IN TURCHIA, LA MISSIONE È L’AMICIZIA»
di Paolo Brivio
contrappunto di Alberto Bobbio
MOZAMBICO: TURISTI NEL GRANDE PARCO, FORTUNA PER POCHI?
di Maria Cecilia Graiff foto di Alberto Maria Rigon
guerre alla finestra di Paolo Beccegato
agenda territori
villaggio globale
26
Per ricevere Italia Caritas per un anno occorre versare un contributo alle spese di realizzazione di almeno 15 euro: causale contributo Italia Caritas.
31
31
La Caritas Italiana, su autorizzazione della Cei, può
trattenere fino al 5% sulle offerte per coprire i costi di
organizzazione, funzionamento e sensibilizzazione.
Le offerte vanno inoltrate a Caritas Italiana tramite:
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36
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Versamento su c/c postale n. 347013
●
Bonifico una tantum o permanente a:
- Banca Popolare Etica, piazzetta Forzaté 2, Padova
Cin: S - Abi: 05018 - Cab: 12100
conto corrente 11113
Iban: IT23 S050 1812 1000 0000 0011 113
Bic: CCRTIT2T84A
- Banca Intesa, piazzale Gregorio VII, Roma
Cin: D - Abi: 03069 - Cab: 05032
conto corrente 10080707
Iban: IT20 D030 6905 0320 0001 0080 707
Bic: BCITITMM700
●
Donazione con Cartasì e Diners,
telefonando a Caritas Italiana 06 66177001
Cartasì anche on line, sul sito
www.caritasitaliana.it (Come contribuire)
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40
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storie di speranza di Claudia Torre
IL GIOCO DELL’ARMANDO, LA VITA RICOMINCIA ALLA STAZIONE
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5 PER MILLE
Per destinarlo a Caritas Italiana, firmare il primo
dei quattro riquadri sulla dichiarazione dei redditi
e indicare il codice fiscale 80102590587
uona fine e miglior principio. Sul piano dei simboli, gli auguri al mutar dell’anno avvertono che la storia umana non
è una giostra mossa dalla ruota del caso, ma un cammino
verso un traguardo, che possiamo raggiungere o fallire. La fine e
l’inizio di un anno è il tempo sospeso che capovolge la clessidra,
e la sabbia perduta nel ventre dell’ampolla torna in cima e ridiventa promessa, inverte il rapporto tra memoria e speranza.
La sabbia della memoria dell’anno passato è sporca e
questi, il dialogo tra le culture e le
religioni (“una necessità vitale”), o la
crescente presa di coscienza da parte della comunità internazionale di
gravissime ingiustizie, come l’“inaccettabile scandalo della fame”. Tale
è, in sintesi, il tono dominante del
discorso di inizio anno tenuto da
Benedetto XVI al Corpo diplomatico. È un tono che colpisce, in quanto accompagna il quadro “preoccupante” che lo stesso papa traccia, a
insanguinata. Le fiamme di guerra,
proposito della globalizzazione del
divampanti o discontinue, dall’AfAnche quello trascorso
male: dai conflitti, tuttora numerosi
ghanistan alle Filippine, dallo Sri
è stato un anno
e sanguinosi, alla pace “fragile e
Lanka al Sudan, dal Libano, Israele e
insanguinato e denso
spesso derisa”, per esempio in Terra
Palestina al Corno d’Africa; i massadi attentati
Santa; dai pericoli per la libertà relicri quotidiani in Iraq, picco d’orrore,
alla dignità dell’uomo.
giosa agli “attentati” planetari alla
cui non è rimedio l’aver consegnato
Ma papa Benedetto
vita e alla famiglia tradizionale, fonal boia, ostentando il cappio, il corpo
ci invita a scorgere
data su valori classici.
di un detronizzato dittatore. E i congli “elementi positivi”
Il papa guarda con attenzione
flitti dimenticati e le guerre “invisibidell’oggi. Per affrontare
all’Africa dove, come se gli altri mali
li” nelle regioni del mondo dove la
falce prende il nome di fame, privanon bastassero, oggi “si tenta di bascelte decisive
zione, vita negata, malattia senza
nalizzare surrettiziamente l’aborto”,
farmaci, disperazione.
all’Asia, all’America Latina. Ma uno
Quando ci piovono addosso le sventure, qualcuno sguardo non meno intenso, non meno appassionato si
allarga rassegnato le braccia: «Pazienza, è quel che Dio posa sull’Europa, che è talmente a rischio da spingere
vuole». E no! Dio non vuole il male, e il male non viene Benedetto XVI ad augurarsi che anche in essa “i valori
da Dio. Sono gli uomini, siamo noi, nella nostra sciagu- fondamentali che sono alla base della dignità umana
rata insipienza, nei nostri errori, con i nostri bersagli siano pienamente protetti”.
mancati, le mete fallite, le strade perdute, a fare del
Ma il papa non si limita alla denuncia e oppone al
mondo un mistero d’iniquità. Siamo noi a darci sven- male globale il bene globale, che si basa sull’impegno
tura rinnegando l’amore. Saremo noi a sostenere spe- universale a favore della persona, di ogni persona: salranza e a gustare pace, dono di Dio, se ne faremo un vaguardare la piena dignità e ogni diritto è non soltanto
compito “come Dio vuole”.
un punto essenziale dell’umana convivenza, è anche il
modo più efficace per abolire ogni forma di violenza. In
altre parole, il compito che ci viene assegnato sta “nel
La piena dignità, ogni diritto
I tempi sono certamente difficili, ma la fiducia non può promuovere e consolidare tutto ciò che c’è di positivo
e non deve venir meno, anche perché alla nostra dram- nel mondo e nel superare con buona volontà, saggezza
matica epoca non mancano gli “elementi positivi”. Tra e tenacia tutto ciò che ferisce, degrada e uccide l’uomo”.
B
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FEBBRAIO 2007
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editoriale
parola e parole
di Giovanni Nicolini
Uno sguardo di speranza
È, questo, un compito non lieve, affidato a ciascuno e a
tutti. Esso impone una serie di scelte che vanno attuate
guardando la terra dal cielo, cioè con uno sguardo di speranza a tutta l’umanità. Innanzitutto la scelta di una ecoeconomia: possiamo continuare con i modelli esistenti,
andando incontro a un disastro economico e sociale senza precedenti, oppure adottare un nuovo modello economico, che sostituisca alla mera ricerca del profitto la giusta
considerazione del futuro della terra. C’è poi la scelta di
un rapporto armonico tra popolazione mondiale e ambiente, a partire dalla constatazione che gli uomini si
stanno concentrando nelle città, si sono insediati in modo massiccio lungo le coste, nelle valli dei grandi fiumi e
nelle sconfinate megalopoli urbane; l’ambiente e la cura o
lo sfruttamento della terra spostano intere popolazioni e
acuiscono le disparità di ricchezza, di servizi, di aspettative di vita. La scelta della dimensione del vivere urbano
muove dal fatto che la metà degli oltre sei miliardi degli attuali abitanti della terra vive in aree urbane: è difficile resistere all’attrattiva della città, per i vantaggi che essa offre e
per il fascino dei suoi modelli di vita. Tuttavia essa è vittima del suo stesso successo: aumentano bidonville e periferie-dormitorio; molte città sono prossime alla paralisi.
E altre scelte si impongono. La scelta di valorizzare
tutte le agricolture del mondo: la concorrenza di agricoltori dotati di attrezzature e mezzi sofisticati provoca da
decenni l’arresto dello sviluppo e l’impoverimento dei
soggetti più deboli. Eppure, per nutrire i nove miliardi di
uomini che nel 2050 si prevede popoleranno la terra, sarà
necessario il concorso di tutte le agricolture del mondo,
anche di quelle medio-piccole.
La scelta dell’acqua come patrimonio dell’umanità:
beviamo acqua ogni giorno, ma molti abitanti della terra soffrono di malattie provocate dalle falde contaminate o sono costretti a percorre molti chilometri per procurarsi questo bene prezioso. L’acqua non abbonda: occorre preservarla.
La scelta della consapevolezza che gli oceani e i mari
soffrono: la pesca incontrollata e la domanda sempre crescente dei prodotti del mare stanno portando alla devastazione dei fondali oceanici, dei coralli e degli equilibri
tra le specie marine. Di fronte a questo disastro, l’uomo è
chiamato a reagire tempestivamente.
La scelta tra dubbi e certezze sul clima del futuro: sappiamo tante cose sul clima, ma siamo lenti a trarne le conseguenze. Bisogna agire prima che sia troppo tardi.
La scelta di reinventare le energie del mondo: le risorse di petrolio, gas e carbone diminuiscono e, comunque,
producono molti guasti. Le energie rinnovabili sono una
priorità. Un mutamento energetico dovrà cambiare il nostro mondo; ma esso esige un adattamento mentale e culturale, politiche previdenti e una conversione economica.
La scelta di sostenere il microcredito: la povertà colpisce oggi quasi tre miliardi di persone. E se non si farà
nulla, la cifra raddoppierà nel volgere di trent’anni. Per
contrastarla, sarebbe efficace che tutti gli adulti del
mondo avessero accesso al credito per acquistare strumenti di lavoro. È questo il senso della microfinanza,
che già oggi permette a oltre 80 milioni di persone di
uscire dalla povertà.
Scelte impegnative. Ma improrogabili. Sfide per un
mondo più umano. Non è più tempo di tergiversare…
diamoci una mossa!
‘‘
Salvaguardare la piena dignità e ogni diritto
è non solo un punto essenziale dell’umana convivenza,
ma il modo più efficace per abolire ogni violenza
’’
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FEBBRAIO 2007
LA “VIOLENZA” DELLA MITEZZA,
NUOVA SAPIENZA DELL’UMANITÀ
Ma a voi che ascoltate, io dico:
(…) A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra. (Luca 6,27-38)
l cristianesimo non è né ideologia né utopia né idealismo. È la
grande avventura della Parola di Dio nella storia dell’umanità. È
il precipitare di Dio nella nostra ferita, sino al farsi Carne del
Verbo e sino alla Croce di nostro fratello, il Figlio di Dio. Non una vicenda asettica, ma l’immersione del Signore nella nostra povertà.
Per la salvezza dell’umanità, che Dio ama così com’è. Un povero
mondo malato, e prigioniero del Male e della Morte, un mondo che
Egli salva e riempie della sua potenza di bene, potenza d’Amore più
I
reagisce con la “violenza” della sua
mitezza. E lo fa perché la salvezza e
il bene di chi lo ha colpito gli importano tanto quanto la propria verità e la propria pace.
Scoprire la perla preziosa
Tutto chiaro? Sì! Però qui dentro c’è
un problema enorme, che è impossibile ignorare. Veniamo da secoli in
cui questi atteggiamenti, queste “riforte della morte stessa.
sposte al male”, sono stati confinati
Ed ecco l’audacia delle parole
nella sfera del comportamento indiIl mondo è invaso
del Salvatore: “Amate i vostri nemividuale, della testimonianza profeda odio e inimicizia.
ci, fate del bene a coloro che vi odiatica di individui superiori, di episodi
Ma Dio lo ama
no, benedite coloro che vi malediisolati e, proprio per questo, non
così com’è. E tramite
cono, pregate per coloro che vi malesemplari. Oggi però la vicenda stoGesù ci insegna
trattano”. Perché questo è il mondo:
ria delle chiese e dei popoli, dalle re“tecniche di pace”
lazioni più intime e immediate ai
invaso dall’inimicizia, dall’odio,
che anche oggi indicano
grandi e sanguinari conflitti, ci apdalla violenza dei pensieri e delle
una diversa prospettiva
pare troppo stringente e tumultuoopere. Ma ecco la potenza divina lidella storia,
sa, sino al pericolo di una universaberata nella storia e donata agli uonon sottomessa alla
mini e alle donne di tutto il mondo:
le autodistruzione.
prepotenza della morte
l’amore, la misericordia, la preghieProprio oggi è allora necessario
ra. Ecco le “terribili” armi di Dio! Ad
intraprendere coraggiosamente un
esse niente e nessuno può resistere. Da qui il comando cammino di riflessione e preghiera, un contatto più
perentorio, rivolto ai cristiani e alle chiese, di ripudiare continuo e serrato con il Testo Sacro, un impegno storiogni mondanità e ogni giustificazione del vecchio do ut co delle comunità cristiane più responsabile, per trarre
des e di una legge del taglione che, essendo puramente dalle parole di Gesù una sapienza nuova, una prospettivendicativa, moltiplica il male e non crea il bene.
va nuova della storia che faccia di queste perle evangeGesù ci regala anche qualche esempio, qualche “li- liche una provocazione a tutte le legislazioni, le istitunea di comportamento”, qualche “tecnica di pace”: “A zioni, i patti. Invece la storia sembra malinconicamente
chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra”. Ricor- subire la prepotenza del Signore della morte, e si fa tido sempre con gratitudine la grande del lezione di Lu- mida e restìa fino a concedere l’etica veramente evanciano Eusebi, valente studioso e cristiano limpido e ge- gelica solo all’obiezione di coscienza del singolo. E, anniale. Il “porgere l’altra guancia” ce lo indicava come il che questo, non sempre! Aiutiamoci, dunque, a scoprigesto forte, ben più forte del restituire la violenza subì- re insieme la “perla preziosa” di una nuova sapienza
ta. È il costringere l’altro ad assumersi la responsabilità dell’umanità, che faccia veramente del Vangelo la testidella sua violenza, fino a indurlo a pensare se ripeterla. monianza concreta e collettiva delle comunità cristiane,
Il “pacifista assoluto” non reagirebbe, ma il cristiano come bene per il mondo intero.
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FEBBRAIO 2007
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paese caritas
di Antonio Pezzetti
direttore Caritas Cremona
LUPO, MA FRATELLO
IL CARCERE È QUESTIONE DI TUTTI
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FEBBRAIO 2007
Italia Caritas
le notizie che contano
un anno con Italia Caritas
Nel 2004 abbiamo cambiato veste.
Da allora abbiamo migliorato sempre.
Contenuti incisivi. Opinioni qualificate.
Dati capaci di sondare i fenomeni sociali.
Storie che raccontano l’Italia e il mondo.
Un anno a 15 euro, causale “Italia Caritas”
Anno 7 numero 46.
Febbraio 2007.
€ 3,50
M E N S I L E D E L L A CA R I TA S I TA L I A N A - O R G A N I S M O PA S T O R A L E D E L L A C E I - A N N O X L - N U M E RO 1 - W W W. CA R I TA S I TA L I A N A . I T
valori
febbraio 2007
Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità
Italia Caritas
+
Fotoreportage > Aids in Africa
GUEORGUI PINKHASSOV / MAGNUM PHOTOS
L
POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA
lazione di progetti individualizzati
(percorsi lavorativi e assegnazione di
un alloggio esterno, dove riscoprire il
valore della propria intimità) per detenuti in possibilità di misura alternativa. Ma promuove anche servizi
comunitari nella struttura di accoglienza diocesana, che rappresentano un gesto di restituzione sociale e
un tentativo di riparazione da parte
del detenuto o ex detenuto; chi vuoMa è importante che la comunità
le, tra essi, può fruire della catechesi
cristiana trasmetta segni di speranza,
settimanale, garantita in tutte le sei le
Un centro d’ascolto
sia fuori che dentro al carcere. Così, la
sezioni del carcere.
nella casa circondariale.
cosa più naturale da fare è apparsa
Le parrocchie più coinvolte, oltre
Dal quale, con il tempo,
quella di raggiungere, tramite il centro
a promuovere testimonianze e innasce un articolato
d’ascolto, il bisogno là dove si manifecontri di approfondimento, hanno
progetto di reinserimento
fatto proprie alcune azioni concrete.
stava nella maniera più debole e al
sociale. Che coinvolge
Una grande spinta motivazionale è
contempo più significativa. All’esterno
derivata dalla marcia silenziosa, prodel carcere, nel tessuto diocesano e nel
anche le parrocchie.
mossa e guidata dal vescovo di Crecuore delle comunità parrocchiali, abDove la testimonianza
mona in occasione dell’annuale Setbiamo invece pensato di fare breccia
degli ultimi diventa
portando la testimonianza degli opetimana della carità: diverse centinaia
motore dell’aiuto
ratori diocesani e dei detenuti stessi.
di persone sono confluite nelle vie
Ne è nato “Fratello Lupo”, un progetto
della città, alternando il cammino a
che (anche grazie ai fondi 8xmille) dopo un anno di ascolto soste di riflessione profonda e concludendo con canti e
e di accoglienza ha alzato il tiro: non più solo colloqui, ac- preghiere nel cortile interno al carcere, davanti ai portoni
coglienze occasionali e qualche indumento, bensì un’at- che separano la libertà dalla pena.
tenzione più forte all’inserimento nel mondo del lavoro.
E ci sono state altre azioni, anche nel tentativo di
Abbiamo coinvolto aziende e cooperative locali, abbiamo coinvolgere i sempre troppo latitanti enti istituzionali.
costituito una nuova cooperativa sociale e abbiamo così Siamo partiti dall’ascolto, e per quante azioni si mettano
realizzato in proprio inserimenti lavorativi e abitativi. Alla in atto è sempre dall’ascolto che si riprende il cammino
comunità abbiamo tentato di restituire fratelli un po’ più re- per ogni attività. Dall’ascolto degli ultimi in carcere è nasponsabili, alle famiglie congiunti un po’ meno disperati.
to il desiderio di essere scandalo per le nostre comunità,
a volte quasi asettiche di fronte al problema dei detenuti,
solitamente considerati diretti responsabili del loro stato
Riparazione e catechesi
Attualmente Progetto Lupo garantisce un tempo di e quindi da ignorare, nemmeno da compatire. Con l’insiascolto individuale rivolto ai 300 ospiti della casa circon- stenza del cuore è stato possibile vincere l’indifferenza
dariale, il contatto con le famiglie, la fornitura di pacchi della mente: le parole hanno dato forma ai gesti, i luoghi
mirati di indumenti e di ausili e presidi medici, la formu- comuni hanno ceduto il passo al valore del perdono.
a presenza in città di una casa circondariale non è solo occasione
di scandalo e timori. A Cremona, la Caritas diocesana ha promosso nel 2001, all’interno della struttura, la presenza di un centro d’ascolto, strumento principe di prossimità ai soggetti detenuti. Fino ad allora la Caritas diocesana aveva sostenuto un’associazione provinciale impegnata nell’ambito carcerario, con l’invio di alcuni giovani
in servizio civile; inoltre aveva realizzato inserimenti abitativi di emergenza e di semiautonomia nella Casa dell’accoglienza diocesana.
Dossier > Prezzi gonfiati, rimedi inutili, pandemie inesistenti. Ma i titoli volano
RAPPORTO DELLA COMMISSIONE: LA POLITICA DEVE DECIDERE
CPT, GABBIE DA SVUOTARE
VITE FRAGILI LA SCUOLA DELLE RIFORME NON INTEGRA I DISABILI
LIBANO MIGRANTI, VITTIME DELLA GUERRA. E DEI “PADRONI”
MOZAMBICO IL PARCO APRE AL TURISMO, MA LA FORTUNA È PER POCHI
La salute truffata
Rinnovabili > Fine corsa per il mercato drogato dell’energia e dei rifiuti
Gas naturale > Dove va Gazprom mentre la Svezia punta a uscire dal petrolio
Gens > La vera storia dei banchieri Rotschild
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.P.
Occasione 2007
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nazionale
“OSPITI” DIETRO LE SBARRE
I CPT SERVONO DAVVERO?
servizi di Lê Quyên Ngô Ðình Caritas Italiana,
membro della Commissione ministeriale sui Cpt
Una commissione del ministero
dell’interno ha visitato in questi
mesi i Centri di permanenza
temporanea sparsi in tutta Italia.
Ne ha fatto parte anche
una rappresentante Caritas.
Ecco il suo racconto
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I TA L I A C A R I TA S
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FEBBRAIO 2007
entro di permanenza temporanea e assistenza
(Cpta, più comunemente Cpt) di Ponte Galeria,
sulla via verso l’aeroporto di Fiumicino, a Roma. Metà settembre 2006, giorno della visita
della Commissione ministeriale istituita dal
ministero degli interni a luglio. Ponte Galeria è
il più grande Cpt d’Italia: trecento persone, tra donne e
uomini, sono trattenuti in moduli da otto persone, chiusi
da inferriate tanto geometriche quanto invasive. Lo stesso
prefetto di Roma, Achille Serra, ci aveva messo in guardia
sull’orrore di quelle sbarre. E il medico di Ponte Galeria
aveva confermato il senso di oppressione che provocano,
invocandone l’abolizione come primo, utopico auspicio.
Ma per ora l’eliminazione di quelle barriere resta un
C
sogno. Almeno nel contesto normativo attuale, che attri- clamare la sua onestà. Anche lei, come altri, si rivolgerà a
buisce ai Cpt il compito di trattenere gli stranieri da rim- qualche avvocato che potrà ben poco, al cospetto di una
patriare, per consentirne l’identificazione e in attesa di normativa che non consente molti margini di manovra.
trovare il modo per rimandarli nel paese da cui provengo- Tutte lamentano la casualità che le condanna a un rimpano. Eppure dietro le inferriate non si incontrano crimina- trio coattivo, con divieto di reingresso per dieci anni in Itali incalliti. Alla mensa delle donne, per esempio, incon- lia. «Se fosse uscita una sanatoria, avrei potuto farcela. La
triamo molte colf o assistenti di anziani, alcune delle qua- signora da cui lavoravo me lo aveva promesso...».
li in passato erano state addirittura in regola con le norme
sul soggiorno. Provengono perlopiù dall’Europa orientale, Con Dio tutto è possibile
hanno dai 30 ai 50 anni, parlano un italiano a volte ottimo, Usciamo dalla mensa, gravata dall’angoscia delle trattea volte stentato, si lasciano avvicinare senza diffidenza. nute: qui, come negli altri Cpt, le chiamano “ospiti”, ma è
Raccontano speranze, infrantesi il giorno in cui sono sta- veramente un vezzo semantico. Chiedo di entrare nelle
stanze delle nigeriane. A
te fermate da un controllo
un primo sguardo è evidi routine e condotte al
dente che sono state ferCpt. «Non siamo delinmate in qualche retata delquenti! Non abbiamo mai
fatto nulla di male. Io ero
la polizia mentre venivano
solo uscita per comprare
fatte prostituire. Parlano
qualcosa per la signora che
male l’italiano, un inglese
mi dava lavoro. Non sono
stentato, ma a gesti si comunica. Cerco di indivimica una di quelle…», e
parte uno sguardo sprezduare qualche vittima di
zante al gruppo di prostitratta a cui indicare il ricortute poco lontano.
so al famigerato articolo
Una signora russa senza
18, che apre la via del recufamiglia in patria, che in
pero sociale, ma è evidenItalia aveva trovato lavoro
te che occorrono tempi e
come assistente a un mala- TRATTENUTI, ESPULSI
spazi che la visita della
commissione non consento, si dispera perché non le A sinistra, visita di parlamentari a un Cpt. Sopra, espulsione
di immigrati clandestini. Il trattenimento è spesso
te. Si crea però una corrensarebbe stata data la possi- dall’Italia
casuale e ha costi elevati; il rimpatrio non sempre è possibile
te di simpatia, che si acbilità, dopo il fermo che l’ha
condotta al Cpt, di tornare a recuperare i suoi effetti perso- centua quando vedo sul muro una croce, fatta con i tapnali e il denaro messo da parte: «Mi stanno per rimpatria- pi delle bottiglie di acqua minerale, e una scritta: With
re, ma in Russia la temperatura è già rigida e io ho solo God all is possibile, con Dio tutto è possibile.
Parlo con la psicologa e l’assistente sociale attive da
qualche maglietta! Non ho parenti qui, nessuno che si
preoccupi di me: l’anziano non vuole storie e si tiene le mie anni nel Cpt romano. Devono fare i conti con numeri elecose». Un’altra parla un italiano impeccabile, è in Italia da vatissimi di “ospiti”, riescono semplicemente a percorrere
oltre cinque anni ma è ricaduta nel girone infernale dell’ir- i corridoi e a chiacchierare con le persone. Non esistono
regolarità per un banale quanto tragico problema buro- schede personali e casi seguiti in profondità: la gente arricratico: costretta a tornare nel suo paese per sbrigare le va da tutta Italia e spesso è rimpatriata in pochi giorni,
pratiche del passaporto, al suo rientro in Italia il permesso meno dei 60 massimi consentiti dalla legge.
Raggiungo i colleghi nell’area maschile: molti rom
di soggiorno è scaduto e non è più riuscita a trovare un lavoro in regola. Una signora ucraina, addirittura, dichiara di ed ex detenuti. Tutti parlano italiano. Tra loro un russo,
essere stata fermata perché si era recata al commissariato che è stato in carcere per oltre dieci anni a causa di un
per denunciare un furto subìto: hanno accertato la man- grave reato e ora è qui, in attesa di identificazione! Semcanza del permesso di soggiorno, l’hanno condotta a Pon- bra incredibile, ma si cerca di ottenere in 60 giorni di
te Galeria. È costernata, chiaramente a disagio in un con- trattenimento nel Cpt quello che non si è ottenuto in oltesto che sembra un carcere; spende tutto il tempo a pro- tre un decennio di detenzione.
ROMANO SICILIANI
ROMANO SICILIANI
immigrazione
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nazionale
immigrazione
La pressione non scende
Le situazioni incontrate a Roma si ripropongono anche
nei Cpt di Torino, Milano, Gorizia, Bologna e Modena. Al
sud – in Sicilia, Calabria e Puglia – ci si confronta invece
con le conseguenze degli sbarchi e il problema dello smistamento. Qui le sigle si confondono anche per gli addetti
ai lavori: oltre ai Cpt, si visitano Centri di prima accoglienza (Cpa) e Centri di identificazione per i richiedenti asilo
(Cd’i), che però nella pratica non sempre manifestano differenze rispetto ai Cpt.
A Lampedusa, a fine luglio, entriamo nel Cpa divenuto
tale solo da marzo, dopo anni di gestione come Cpt, che lo
avevano visto al centro di polemiche di portata anche europea, soprattutto dopo le espulsioni brevi manu verso la
Strutture da “svuotare”,
necessarie corsie differenziate
Il rapporto presentato al governo dalla commissione De Mistura: fuori dai
Cpt alcune categorie di irregolari, rimpatri e reingressi vanno rimodulati
a Commissione sui Cpta è stata istituita dal
ministro dell’interno Giuliano Amato, con
decreto del 6 luglio 2006, al fine di procedere a una “indagine conoscitiva sulle condizioni di sicurezza e di vivibilità di tutte le
strutture destinate al trattenimento temporaneo e all’assistenza degli immigrati irregolari,
nonché all’ospitalità dei richiedenti asilo”. È stata prevista la consegna al governo, da parte del presidente
L
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FEBBRAIO 2007
ranno di parlarle, ma si capisce agevolmente che la maggior parte degli sbarcati ha ricevuto indicazioni, di cui si fida ciecamente, da chi li ha condotti fino all’isola. Occorrerebbero spazi e tempi riservati per aggirare la loro guardia;
la diffidenza è alta quanto la barriera linguistica e il controllo del gruppo. Il problema della coabitazione tra vittime e carnefici resta uno dei principali nodi da sciogliere
per una reale efficacia dell’intervento sociale e legale.
Da Lampedusa, comunque, ora i migranti vengono inviati a Crotone, dove vi è il più grande centro d’Europa (circa mille posti tra Cpa, Cd’i e Cpt), o altrove se mancano i
posti. Nei cosiddetti centri “polifunzionali” coesistono
nella stessa area le tre tipologie di centro, consentendo
senza troppe spese il passaggio degli “ospiti” da uno status
all’altro. Peccato che tutto finisca inevitabilmente per rassomigliare a un grande carcere: sbarre e filo spinato contraddistinguono la fisionomia anche di queste strutture.
Libia, sulla base di una mera valutazione dei tratti somatici: chiaro-olivastro di carnagione, “quindi” egiziano o magrebino, da espellere; scuro, “quindi” eritreo, liberiano, sudanese, da inviare a Crotone per la verifica. Con il nuovo
status, ora nessuno viene espulso direttamente dall’isolotto che dista più dal resto d’Italia (120 miglia) che dalla Tunisia (66 miglia) e il margine di errore si riduce. La pressione migratoria però non scende e la struttura continua a
sopportare sbarchi di 500-800 persone, avendo una ricettività teorica di 186 posti. Si lavora alacremente per l’apertura di un altro centro di 336 posti nell’entroterra, ma se si
chiude l’attuale Cpa, a ridosso del piccolo aeroporto, la capienza rimarrà insufficiente. Ne sono tutti consapevoli e
tutti alzano gli occhi al cielo per invocare una soluzione
che né legislatori né amministratori possono inventare,
nonostante i noti slogan sul “governo dell’immigrazione”.
Dentro la struttura incontro una giovanissima eritrea,
forse minorenne; cerco di farle alcune domande ma è visibilmente impaurita dalle matrone che la guardano a vista.
Mi fa capire di aver pagato “in natura” il costo del viaggio,
dopo mesi trascorsi ad attendere l’agognato viaggio in Libia. Si capisce che la sua è la sorte di molte giovani, fragili
e disorientate: forse farà domanda di asilo e le si riconoscerà uno status di protezione umanitaria valido un anno,
in attesa di un futuro incerto; forse riceverà un diniego e
vagherà per l’Italia preda di qualche rete di trafficanti. Segnalo il suo caso alla collega dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, che insieme all’Alto commissariato Onu per i rifugiati opera nel Cpa da marzo. Cerche-
della Commissione, l’ambasciatore e funzionario Onu
Staffan de Mistura, di una relazione sull’attività svolta
contenente anche “proposte e suggerimenti sulle possibili strategie future”. Della commissione mista hanno fatto parte, oltre a rappresentanti del ministero
dell’interno, esponenti di diversi organismi (Anci, Caritas Italiana, Asgi - Associazione per gli studi giuridici dell’immigrazione, Fcei - Federazione delle chiese
evangeliche, Arci, Acli e Cir).
Casualmente e gravemente
Dopo oltre sei mesi spesi a visitare, insieme alla Commissione, i centri italiani, nonché uno in Francia e uno in
Spagna, resta una domanda: i centri di trattenimento (di
ritenzione, di internamento, come li chiamano all’estero)
rispondono all’esigenza per cui sono nati?
In Italia si stima che vi siano circa 300 mila irregolari, ma i Cpt possono trattenere meno di duemila persone. Anche calcolando che il tasso di identificazione e di
espulsione sia del 100% (ciò che è lungi dall’esser vero,
soprattutto ora che, con l’entrata della Romania nella
Ue, viene meno il gruppo che garantiva il rimpatrio certo), quanti potranno essere gli espulsi con divieto di
reingresso? È evidente che il trattenimento colpisce casualmente e gravemente, con scarso beneficio per lo
stesso stato, dati i costi (per ogni rimpatrio occorrono
due agenti di polizia in trasferta per controllare il passeggero) e gli insuccessi.
Senza contare il limitato
entusiasmo che molti
consolati, privi di validi
incentivi, manifestano nel
collaborare. Gli addetti ai
lavori sono consapevoli
dell’assurdità di certe procedure. Ma la normativa
attuale, anche in ambito
europeo, quali soluzioni
permette?
SBARRE
E FILO SPINATO
Un immigrato
nel cortile di un Cpt.
Tecnicamente
non si tratta di strutture
detentive, ma spesso
struttura e gestione
somigliano a quelle
di un carcere
ROMANO SICILIANI
La compresenza di ex detenuti e di persone irregolari,
ma senza trascorsi carcerari, costituisce uno dei principali problemi denunciati da tutti: forze dell’ordine, enti gestori, nonché gli stessi trattenuti. Spesso gli atti di vandalismo o i tentativi di fuga sono attivati dai leader con trascorsi penali. Questo paradosso sarebbe dovuto a un
mancato coordinamento tra i ministeri della giustizia e
dell’interno; non a caso recentemente è stato costituito un
gruppo di lavoro sulla materia. La Commissione ministeriale ribadirà il problema, a dicembre, nel corso di un incontro con il sottosegretario alla giustizia, Luigi Manconi.
La questione va affrontata frontalmente e rapidamente,
non rinviandola a un “superamento” dei Cpt di cui si discute da anni, senza effetti concreti.
Da luglio a gennaio la Commissione ha effettuato visite presso i Cpta, i centri di prima accoglienza (Cpa) e i
centri di identificazione (Cd’i) di Lampedusa, Crotone,
Torino, Roma, Bari, Foggia, Brindisi, Gorizia, Modena,
Bologna, Milano, Trapani, Ragusa, Caltanissetta, Siracusa, Lamezia Terme. Ogni visita ha previsto incontri con
autorità locali, enti gestori, trattenuti, ong, nonché conferenze stampa. Le missioni sono state realizzate anche
in centri di trattenimento esteri (Parigi e Madrid). Dalle
16 questure e prefetture competenti per i 13 Cpta, 5 Cpa
e 4 Cd’i sono pervenute anche risposte a questionari.
Misure alternative
Nel suo rapporto conclusivo, elaborato nella seconda
metà di gennaio, la Commissione ha proposto uno
“svuotamento” dei Cpta italiani, attraverso una razionalizzazione del sistema che contempli la fuoriuscita
dai Cpta di alcune categorie: ex detenuti, vittime di
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nazionale
nazionale
immigrazione
dall’altro mondo
IMMIGRATI PENSIONATI,
GENERAZIONE SENZA SICUREZZE
di Franco Pittau
li stranieri immigrati sono una popolazione più giovane di quella italiana originaria: il 19,3% si collocano nella fascia 0-18 anni,
il 54,7% nella fascia 19-40 anni, il 23% nella fascia 41-60 anni, il
3% oltre i 60 anni. I cittadini stranieri hanno un’età media di 31,3 anni,
contro i 44 dell’intera popolazione residente. Il ritmo d’aumento della
popolazione immigrata si può quantificare, per i prossimi anni, nella
misura di almeno 300 mila unità l’anno: più di 50 mila nuovi nati in Italia, 100 mila ricongiungimenti familiari, circa 150 mila nuovi ingressi
per lavoro. Questo ritmo porta a ipotizzare per il 2010 il raddoppio
da parte dell’attuale decade (20062009); 20.600 nel periodo 2010-2014;
35.500 nel periodo 2015-2020.
Stimando che nel 2015 gli stranieri
presenti possano essere 6 milioni e
che il flusso di pensionamento dal
2006 al 2015 possa coinvolgere 152
mila persone, sommandole alle 100
mila già in pensione, si arriva a una
somma complessiva di 252 mila unità.
Tra gli italiani oggi vi è un pensiodella popolazione immigrata e
nato ogni 5 residenti (più di 10 milioun’incidenza sulla popolazione
ni), mentre tra gli immigrati nel 2015,
Secondo una stima
complessiva intorno al 10%.
secondo la stima, completata con le
Caritas-Inps, i lavoratori
Questi numeri disegnano un furisultanze dell’archivio Inps, vi sarà un
venuti dall’estero
turo non privo di insidie, sul fronte
pensionato ogni 24 residenti. Nel peche andranno
dell’accesso al pensionamento. I
riodo 2006-2015 il flusso dei pensioin pensione entro il 2015
nuovi insediamenti non eserciterannati immigrati, comunitari e non, risaranno 250 mila.
no un impatto previdenziale in temguarderà anzitutto la Lombardia (32
Ma saranno comunque
pi ravvicinati; i fattori sui quali impomila unità) e a seguire Lazio (25 mila),
uno ogni 24 stranieri
stare le stime sul futuro pensionistiEmilia Romagna (14 mila), Piemonte
residenti. E molti
(10 mila), Campania (9 mila), Sicilia (5
co degli immigrati sono quattro: le
avranno pensioni
classi di età, la normativa sull’età
mila), Liguria, Friuli Venezia Giulia e
integrate al minimo
pensionabile per i cittadini extracoMarche (4 mila), Trentino Alto Adige e
munitari non rimpatriati (60 per le
Puglia (3 mila), Abruzzo e Calabria (2
donne, 65 per gli uomini e 57 anni di età e 35 di contri- mila), Sardegna (mille), Molise e Basilicata (meno di mille).
buzione per la pensione di anzianità, secondo la normaLa retribuzione media percepita dai lavoratori immitiva vigente nel 2006), la ripartizione di genere e lo sca- grati nel 2003 è stata pari a 9.423 euro annuali (785,25 al
glionamento degli anni del prossimo pensionamento.
mese), circa il 40% in meno rispetto alle retribuzioni medie degli italiani. Partendo dal presupposto che una carContributori netti
riera assicurativa di quarant’anni consente di arrivare al
La stima del Dossier statistico immigrazione Caritas-Mi- 60% della retribuzione, ne consegue che, salvo un numegrantes si estende fino al 2020 e non prende in conside- ro ridotto di casi, le retribuzioni percepite dagli immigrarazione la classe di età 19-40 anni; essa include ti daranno luogo a una pensione integrata al minimo.
1.659.000 persone, lavoratori che per 20-25 anni saran- Pertanto gli immigrati di prima generazione, dopo aver
no contributori netti del sistema pensionistico italiano. svolto un ruolo estremamente positivo a beneficio del
Il flusso di pensionamento dei lavoratori stranieri, paese di arrivo (tramite il loro lavoro) e del paese di originella stima condotta dal Dossier in collaborazione con ne (tramite l’invio delle rimesse), sono destinati ad alil’Inps, è contrassegnata dai seguenti ritmi annuali: 4 mi- mentare le fila dei nuovi poveri. A meno che non vengala domande di pensione saranno avanzate nella secon- no adottate per tempo adeguate contromisure.
ROMANO SICILIANI
G
PANORAMI GRIGI
Due inquietanti vedute del Cpt
di Ponte Galeria, a Roma
tratta, colf e assistenti familiari, rom. Per costoro si
auspicano corsie differenziate, in ragione della loro
particolare condizione. Gli ex detenuti andrebbero
identificati già nella fase detentiva; le vittime di tratta
dovrebbero essere filtrate da sportelli ad hoc presso le
questure; colf e assistenti familiari offrono sufficienti
requisiti di reperibilità, stabilità del lavoro e utilità sociale per evitare loro un trattenimento nei Cpta; per i
rom occorrerebbe una valutazione a parte, dato che
molti non sono rimpatriabili.
Il superamento dell’attuale sistema risulta tanto
più necessario, alla luce della nuova condizione riguardante i rumeni, principale gruppo nazionale dei
trattenuti (oltre il 31%) nei Cpta, ma ora a tutti gli effetti cittadini europei della Ue, quindi inespellibili.
La riforma del sistema poggia sul ricorso a misure
alternative al Cpta e all’allontanamento forzato, che
risultano molto onerose (ai costi di gestione e di vigilanza dei Cpta si aggiungono, di norma, quelli dei due
poliziotti che devono scortare l’espellendo), oltre che
inefficaci senza la collaborazione alla propria identificazione da parte degli stranieri. Il rimpatrio assistito e
un dosato uso del divieto di reingresso potrebbero risultare utili per convincere gli irregolari a collaborare
per la propria identificazione, sinora il principale
ostacolo all’allontanamento.
La Commissione ha proposto di distinguere, fra gli
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FEBBRAIO 2007
irregolari, tre categorie:
irregolari di ritorno - overstayers: se non costituiscono un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, i lavoratori un tempo in regola non dovrebbero essere inviati nei Cpta e per loro si potrebbero immaginare percorsi di regolarizzazione attraverso un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, grazie anche alla collaborazione di enti locali e ong;
■ immigrati identificati o che collaborano fattivamente alla propria identificazione: per loro vanno
previsti l’accesso a un programma di rimpatrio assistito e un divieto di reingresso per uno-due anni;
■ immigrati non identificati e che resistono all’identificazione: trattenimento nei Cpta e rimpatrio senza
incentivi, con divieto di reingresso per dieci anni.
Dal lavoro svolto dalla Commissione emergono
pertanto alcune necessità: diversificazione delle risposte; gradualità e proporzionalità degli interventi; incentivazione della collaborazione tra immigrato e autorità; coinvolgimento della società civile. Tutto ciò si
traduce in una proposta che prevede il trattenimento
nei Cpta solo per le categorie di soggetti pericolosi per
l’ordine e la sicurezza pubblica; il rimpatrio assistito
per quanti collaborano alla propria identificazione; un
percorso di regolarizzazione, anche ad personam, per
coloro che presentano requisiti affidabili.
■
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nazionale
finanziaria
Per creare lavoro torna infine il credito di imposta per il
mezzogiorno, così da consentire una fiscalità di vantaggio
a chi faccia impresa in quelle aree; questa misura si somma alla più generale riduzione del costo del lavoro, operata con il taglio del cosiddetto “cuneo fiscale” e le altre agevolazioni alle imprese.
Si tratta di misure apprezzabili, anche se la leva fiscale
opera solo in favore di chi ha un reddito superiore alla cosiddetta “no tax area”, ossia un reddito annuo superiore a
importi che vanno da 4.500 a 8 mila euro l’anno. Poiché la
maggior parte delle famiglie (11 milioni) che l’Istat conteggia sotto la soglia di povertà relativa non raggiungono
tali livelli di reddito (sono i cosiddetti “incapienti”), è evidente che attraverso la leva fiscale non si incide sulla loro
condizione. Il governo, in extremis, ha inserito in Finanziaria la previsione di destinare a misure di sostegno agli
incapienti parte dell’eventuale extragettito fiscale che si
produrrà nel 2007, se i cittadini pagheranno le tasse oltre
le previsioni, come avvenuto nel 2006. È un piccolo segno
di consapevolezza, ma niente
più; ben altre e più ampie
avrebbero dovuto essere le misure per combattere la povertà
attraverso lo strumento del sostegno al reddito.
IL FISCO NON BASTA
PER RISOLLEVARE I POVERI
La Finanziaria 2007
manifesta una certa
sensibilità sociale.
La rimodulazione
dell’Irpef e altre
misure sono
nel segno dell’equità.
Ma per gli “incapienti”
si fa poco. Bene
i nuovi Fondi,
bisognerà vigilare
sulla loro attuazione
In Finanziaria alcune misure
favorevoli alle famiglie.
Ma il welfare non torna
al centro della vita pubblica
di Paolo Pezzana
a Finanziaria 2007, nella controversa forma di un unico articolo con 1.365 commi,
è dal 1° gennaio legge dello stato. In questa
selva di parole e numeri che spazio è stato
riservato al “sociale”? L’aspettativa verso il
nuovo governo era elevata e in effetti una
maggiore sensibilità sociale, nel segno dell’equità, dalla manovra emerge. L’atteso cambio di paradigma (da un welfare assistenziale, mero costo sociale, a un welfare per lo sviluppo, pensato come investimento per la crescita sostenibile del paese) tuttavia
non c’è stato. Né si può dire che il welfare venga riportato al centro della vita pubblica.
Gli strumenti di politica sociale utilizzati dal legislatore sono stati due: l’impiego della leva fiscale e la creazione
L
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FEBBRAIO 2007
di fondi specifici per finanziare interventi e servizi sociali.
La novità fiscale di maggiore rilievo è la rimodulazione
dell’Irpef, con l’annessa riforma degli assegni famigliari e
la reintroduzione delle detrazioni per carichi di famiglia
(figli, anziani e portatori di handicap). A tale scopo sono
stati stanziati più di tre miliardi di euro, che, senza penalizzare troppo i ceti più abbienti, porteranno un significativo risparmio fiscale alle famiglie più numerose o con
redditi più bassi. Agevolazioni fiscali specifiche e possibilità di detrazione sono state previste anche per le spese sostenute per badanti, alloggi per studenti fuori sede, veicoli per disabili. Sono inoltre state estese le indennità di malattia e i congedi parentali Inps anche ai lavoratori cosiddetti “precari”. Fiscalmente esenti da Iva sono state rese
tutte le prestazioni rivolte da onlus a soggetti svantaggiati.
ROMANO SICILIANI
ASPETTANDO
IL SOSTEGNO AL REDDITO
Natura sperimentale
Quanto ai fondi, il primo e forse più importante segnale è il
rifinanziamento del Fondo
nazionale per le politiche sociali, reintegrando i tagli degli ultimi due anni: si tratta
di circa 1,62 miliardi di euro, da ripartire tra le regioni,
secondo l’impianto previsto dal titolo quinto della Costituzione e dalla legge 328/00, della quale si spera possa rivivere lo spirito di integrazione e sussidiarietà. Tali
risorse non basteranno tuttavia a realizzare né un sistema compiuto di servizi e interventi sociali, né i livelli essenziali delle prestazioni assistenziali, che vengono finalmente previsti nel campo della non autosufficienza,
ma non sono ancora definiti né realizzati.
Il sistema è completato da un fondo per la famiglia,
uno per realizzare un piano di servizi socio-educativi e altri per i diritti e le pari opportunità, l’immigrazione e l’asilo, le non autosufficienze, l’inclusione sociale degli immigrati, le politiche giovanili, le comunità giovanili, le cosiddette “zone franche urbane” (aree di città del sud degradate sotto il profilo sociale e urbanistico, in cui realizzare
COOPERAZIONE INTERNAZIONALE
Più fondi, ma non per le pandemie
552 milioni di euro: pochi rispetto al bisogno e per centrare
l’obiettivo dello 0,33% del Pil entro il 2007, non molti in più
rispetto agli anni precedenti. I fondi stanziati dalla Finanziaria
2007 per la componente a dono della cooperazione allo sviluppo
rappresentano una svolta rispetto ai 382 milioni del 2006.
Ma l’inversione di tendenza rischia di essere pesantemente
ridimensionata se si dovrà attingere a questi fondi per rispettare
l’impegno preso nel 2001 con il Fondo globale per la lotta ad
Aids, tubercolosi e malaria (Gfatm): 280 milioni tra contributi
2006-2007 e debiti del 2005, di cui non vi è traccia
nella Finanziaria, mancanza che ribadisce l’insensibilità verso
pandemie che compromettono lo sviluppo di un continente,
l’Africa, e mietono milioni di vite nel mondo.
Ai 552 milioni di euro vanno comunque aggiunti i fondi gestiti
dal ministero dell’economia, che disporrà, per il 2007, di circa
900 milioni di euro per la cooperazione allo sviluppo
multilaterale (420 per il Fondo europeo di sviluppo,
442 per il Fondo speciale), che garantiranno la
partecipazione italiana a Banche e Fondi di sviluppo.
Nonostante l’aumento delle risorse della
componente a dono, il rapporto tra aiuti per lo sviluppo
e Pil scenderà ulteriormente rispetto al 2006, quando
era tenuto a galla dalla contabilizzazione della
cancellazione del debito di Iraq e Nigeria. Una positiva
novità è costituita proprio dalla modifica della legge
209 sul debito: attraverso la Finanziaria sarà possibile
cancellare e riconvertire il debito non solo dei paesi
colpiti da disastri umanitari, ma anche di quelli che
si impegneranno a finanziare programmi di sviluppo. Ciò renderà
possibile, secondo il ministero dell’economia, la cancellazione
di 2,3 miliardi di euro di debiti, una cifra consistente.
Una sfida aperta è quella dell’efficienza. La razionalizzazione
delle spese dovrà essere perseguita con forza dal ministero
degli esteri: è improcrastinabile un’azione volta a evitare
gli sprechi e a valorizzare le risorse, seppur limitate, rese
disponibili. Tale impegno potrebbe essere esercitato anche
sul fronte multilaterale: il nostro paese è, in termini assoluti, uno
dei maggiori finanziatori delle agenzie di sviluppo delle Nazioni
Unite e sarebbe importante che esercitasse pressioni per una
riduzione consitente di sprechi e costi di gestione, che in alcuni
casi superano il 50% del budget dei programmi di cooperazione
delle agenzie Onu.
[Danilo Feliciangeli]
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nazionale
nazionale
database
esclusione
politiche
sociale
sociali
finanziaria
BAMBINI INDIGENTI,
IN ITALIA SONO QUASI DUE MILIONI
SERVIZIO CIVILE
Si spende per le armi, non per la pace
interventi straordinari di bonifica). Gli obiettivi sono molteplici: si va dal sostegno delle famiglie numerose alla
riforma dei consultori, dalla costruzione di asili nido ai
servizi per non autosufficienti, dalla presenza di mediatori culturali nelle scuole alle emergenze derivanti dagli
sbarchi di clandestini. Complessivamente si tratta di circa
600 milioni di euro, diversamente ripartiti tra i fondi citati, i quali hanno, il più delle volte, natura sperimentale e
sono destinati a fare da catalizzatori per le misure che i
ministeri coinvolti prevedono di attivare entro le rispettive competenze. Bisognerà monitorare con attenzione
l’attuazione di tali fondi, resa complessa dalla necessità di
coordinare diverse competenze e strutture, ministeriali e
regionali. Senza contare l’esigenza di ottimizzare le risorse, puntando in maniera forte sull’integrazione socio-sa16
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FEBBRAIO 2007
di Walter Nanni
addirittura superati gli anziani, per i
quali (almeno al centro-nord) l’incidenza della povertà appare in diminuzione: a livello nazionale per i
piccoli è al 17%, per gli anziani al
14%. L’incidenza della povertà fra i
minori del centro-nord è più bassa
rispetto alla media nazionale, pari al
7,7%, ma in tali regioni le quote di
povertà sono complessivamente
più basse in tutte le classi di età (gli
che per il 2005 era pari a una spesa
anziani poveri sono il 7%, i giovani
media mensile di 936,58 euro al mese
poveri
costituiscono il 5,2%, gli
L’Istat ha diffuso i dati
per una famiglia di due componenti.
adulti
poveri
il 4,3%). Le regioni con
sulla povertà minorile:
Tenuto conto che in Italia risiedola
maggior
incidenza
di povertà tra i
i problemi riguardano
no 7.577.000 persone in condizioni di
minori
sono
Sicilia
(41%),
Campania
il 17% degli under 18,
povertà, secondo i parametri Istat, i
(34,5%)
e
Calabria
(30,6%).
I minori
in difficoltà si trova
bambini poveri rappresentano il
poveri
nelle
regioni
del
centro-nord
quasi un quarto
22,6% di tutti i poveri italiani. Inoltre,
fanno solitamente parte di famiglie
dei minori italiani.
la ricerca evidenzia che nel 2005 il
monoparentali, mentre al sud di faLa situazione
14,1% di tutte le famiglie italiane con
miglie numerose.
si fa più difficile
almeno un minore al proprio interno
Fra i bambini, i più poveri sono
nelle famiglie numerose
erano in condizione di povertà ecoquelli
che appartengono alla fascia
e nelle regioni del sud
nomica (stesso valore del 2004).
tra 0 e 5 anni. La percentuale di inIn generale, le difficoltà economicidenza della povertà fra questi è
che associate alla presenza di più figli all’interno della fa- infatti del 17,8% (ma al sud è quasi il doppio, 32,5%). Fra
miglia si fanno più evidenti quando i figli sono minori. i 6 e i 10 anni l’incidenza arriva al 17,6% (sud 32,6%), fra
L’incidenza di povertà, che è pari al 13,6% se in famiglia ci gli 11 e i 13 anni al 16% (28,7%), fra i 14 e i 17 anni al
sono due figli e al 24,5% se i figli sono tre o più, si innalza fi- 16,1% (27,3%).
no al 17,2% (con due figli) e al 27,8% (con tre o più figli)
I minori che vivono in famiglie sicuramente povequando i figli sono di età inferiore ai 18 anni. Il fenomeno re (al di sotto dell’80% della linea di povertà), cioè i più
risulta assai diffuso nelle regioni meridionali, dove risiede poveri fra i poveri, sono 799 mila (cioè il 7,9% dei mianche la maggior parte di tali famiglie: nel mezzogiorno è nori) e vivono al sud nell’80,9% dei casi. Molto preocpovero circa il 42,7% delle famiglie con tre o più figli mino- cupante appare la situazione delle famiglie, con miri. In altri termini, nelle regioni meridionali è povero un nori al proprio interno, che non hanno i soldi per
bambino ogni tre (30,4%, pari a 1.257.000 soggetti).
comprare cibo (346 mila, 178 mila delle quali al sud) e i
vestiti (1.347.000, 820 mila a sud), per pagare le spese
A rischio i piccolissimi
sanitarie (721 mila, 468 mila) e scolastiche (740 mila, 475
Tra i minori si registra la più alta incidenza di povertà, ri- mila), e persino i trasporti (750 mila, 474 mila) o le tasse
spetto alle altre fasce di età della popolazione; vengono (1.060.000, 720 mila).
n occasione della Giornata internazionale dell’infanzia, voluta dalle Nazione Unite (il 20 novembre di ogni anno) per non dimenticare i diritti dei più piccoli, l’Istituto nazionale di statistica ha diffuso
alcuni dati inediti sulla povertà economica e la condizione sociale dei
bambini e adolescenti in Italia. Secondo i dati Istat, nel nostro paese vi
sono quasi 10 milioni di minori; il 17% di costoro (1.718.000 minori) è in
situazione di povertà economica. Si tratta di bambini che vivono in famiglie con livelli di consumi inferiori alla soglia nazionale di povertà,
I
ELENA GAGLIARDI
Nonostante alcuni segnali positivi negli ultimi mesi del 2006
(un bando straordinario a settembre, la modifica dei criteri di valutazione
dei progetti in favore del volontariato, un bando straordinario per Napoli)
il mondo del servizio civile e dell’associazionismo per la pace giudica
con profonda delusione la Finanziaria 2007. La Cnesc (Conferenza
nazionale enti per il servizio civile), di cui Caritas Italiana fa parte,
ha denunciato che, ancora una volta, si aumentano le risorse destinate
ad armamenti e strutture militari (per il 2007, in totale, oltre 12 miliardi
di euro, circa 330 milioni in più rispetto al 2006), mentre per la difesa
civile e in particolare per il Servizio civile nazionale l’investimento
continua a essere insufficiente.
I fondi stanziati dalla Finanziaria (257 milioni) non bastano
a garantire la partenza allo stesso numero di giovani, circa 53 mila,
che hanno potuto avviare il servizio civile nel 2006 e che in ogni caso
sono molti meno di quanti vorrebbero impegnarsi in questa
esperienza, ogni anno circa 100 mila. Per il 2007 gli enti hanno
presentato progetti per più di 100 mila richieste. E il rapporto
sul servizio civile presentato dalla Cnesc il 12 dicembre ha evidenziato
il notevole investimento, oltre 11 milioni di euro solo nel 2005 e solo
in risorse umane, per garantire una sempre maggiore qualità della
proposta, da parte degli enti di servizio civile membri della Cnesc.
Il rapporto evidenzia un alto grado di soddisfazione dei volontari
per l’esperienza compiuta, soprattutto in ordine alla crescita umana
e alla dimensione civica e di cittadinanza. Anche in questo caso gli
enti, espressione della società civile, e soprattutto i giovani superano
la politica in termini di sensibilità e impegno.
[Fabrizio Cavalletti]
PARTONO IN POCHI
Una volontaria in servizio civile
in un ente per minori convenzionato
con Caritas. Nella Finanziaria 2007
fondi inadeguati rispetto alle domande
avanzate dai giovani
nitaria, sulla quale la Finanziaria non è esplicita.
Quanto al terzo settore e alla sua integrazione in tale scenario, la Finanziaria ripropone il 5 per mille, escludendo dal novero dei destinatari le amministrazioni
pubbliche, e limitando a 250 milioni annui, contro i 460
stimati nel 2006, l’importo massimo della misura. Continuano a mancare invece impegni sui fronti della lotta
all’Aids, della cooperazione internazionale, del potenziamento del servizio civile, a fronte di un aumento
complessivo delle spese militari. In definitiva, riconosciuta una certa sensibilità sociale del governo, occorre
sottolineare l’insufficienza degli sforzi compiuti, lavorando insieme per un’evoluzione futura di segno differente. Verso un nuovo welfare, motore di sviluppo, in
una cornice europea.
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nazionale
vite fragili
LA SCUOLA DELLE RIFORME
NON SA INTEGRARE I DISABILI
di Pietro Gava
MAURIZIO CAMAGNA
I
CAPACI DI SGUARDO AMPIO
Delegati al Convegno ecclesiale nazionale
di Verona, durante una fase dei lavori in assemblea.
Nelle pagine precedenti, preghiera sugl spalti dell’Arena
durante la cerimonia di apertura del Convegno
DIRITTI SULLA CARTA
Ragazzi diversamente abili in un istituto specializzato.
Le recenti riforme non hanno migliorato
la situazione dei disabili nelle scuole italiane
MAURIZIO CAMAGNA
diritti degli studenti disabili? Restano sulla carta.
A causa di ritardi atavici. Di scelte di decenni. E,
ultimi solo in ordine di tempo, degli effetti della
riforma scolastica varata dal precedente governo.
Il “taglio” notevole del numero dei posti dei docenti di sostegno, che accompagnano i minori
disabili nei loro percorsi di integrazione e apprendimento, risale a scelte politiche dei primi anni Novanta: allora si
introdusse il criterio della riduzione annuale di una certa
percentuale degli organici, motivato dalla diminuzione
del numero di studenti, dovuta al calo della natalità. Anche la riduzione delle ore di sostegno ha radici ormai decennali: il fenomeno si deve alla Finanziaria del 1997, prima della quale si prevedeva un posto di sostegno ogni
quattro alunni con disabilità, mentre dopo l’introduzione
del nuovo criterio si è stabilito di istituire un posto di sostegno ogni 138 alunni (disabili o non), valore modificabi-
Insegnanti di sostegno pochi e precari. Mancata formazione dei docenti curriculari. Ricorsi che danneggiano altri alunni. Si succedono i governi, ma i problemi restano
le con deroghe di nuovi posti precari annuali.
Il numero dei docenti di sostegno è comunque condizionato dall’aumento o dalla riduzione della popolazione
scolastica. Con l’estensione dell’obbligo scolastico da 14 a
16 anni, avvenuto nel 1999, numerosi alunni disabili che
prima non frequentavano le scuole superiori hanno cominciato a popolare soprattutto gli istituti tecnici, professionali e d’arte, proprio nel periodo in cui si registrava il
calo del numero complessivo degli alunni, quindi la diminuzione dei posti di sostegno in organico di diritto. A causa di ciò Letizia Moratti, ministero dell’istruzione del precedente governo, si è trovata costretta a concedere deroghe sempre crescenti: oggi quasi la metà dei docenti di sostegno sono precari con nomine annuali.
Secondo i dati degli ultimi cinque anni scolastici, pubblicati dal ministero dell’istruzione, il rapporto fra numero
di alunni con disabilità frequentanti le scuole statali e numero di posti per il sostegno è rimasto costante (circa un
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FEBBRAIO 2007
posto ogni 1,87 alunni con disabilità), mentre i dati disaggregati per regione mostrano un panorama squilibrato.
Umbria e Lazio sono le regioni con una percentuale più alta di alunni costretti a un rapporto penalizzante (un docente ogni quattro alunni): è una situazione che capita al
38,8% degli studenti disabili umbri e al 41,8% dei quelli laziali. Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna sono invece
le regioni con una percentuale più alta di alunni con disabilità che devono condividere il loro insegnante di sostegno con uno o al massimo due altri alunni disabili, mentre
le regioni del mezzogiorno assegnano più frequentemente
un docente di sostegno ogni alunno disabile. Tale situazione ottimale si registra a livello nazionale in circa il 20% dei
casi; in Sicilia e Basilicata ciò avviene una volta su tre.
Una guerra tra poveri
Le contestate (da sponde opposte) riforme scolastiche
introdotte negli ultimi anni dai governi di centrosinistra
e centrodestra hanno ribadito in maniera esplicita la necessità dell’integrazione degli alunni disabili. Ma permangono seri problemi. Esasperati da alcuni aspetti critici della riforma Moratti, ma dovuti in primo luogo a
cattive prassi e a negligenze. «La mancata formazione
dei docenti curriculari riguardo al tema dell’integrazione
scolastica ha determinato in Italia, specie nelle scuole
secondarie, una delega totale del progetto di integrazione ai soli docenti per il sostegno – spiega Salvatore Nocera, autore di un saggio sull’argomento in Vite fragili, il
sesto rapporto su povertà ed esclusione sociale pubblicato a ottobre per il Mulino da Caritas Italiana e Fondazione Zancan –. Ciò ha provocato un innalzamento della domanda di sostegno da parte dei genitori, sollecitata
talora anche in modo più o meno scoperto dagli stessi
dirigenti e docenti, per poter “coprire” tutte o quasi le ore
di insegnamento che spettano all’alunno con disabilità».
Tale meccanismo ha però finito con il determinare
una corsa alla magistratura amministrativa e civile, da
parte delle famiglie, per ottenere in via d’urgenza l’aumento di ore di sostegno insufficienti, o ridotte dall’amministrazione scolastica. Nell’arco di meno di due anni,
fra il 2004 e il 2005, si sono avute oltre duecento decisioni giudiziali, che hanno ribaltato l’orientamento ministeriale a ridurre le ore di sostegno nei singoli casi. Così molti dirigenti scolastici, invece di richiedere agli Uffici scolastici regionali ulteriori ore di sostegno, hanno
preferito ridurre ore di sostegno assegnate ad altri alunni per aumentare le ore assegnate ai vincitori dei ricorsi, finendo con lo scatenare una penosa guerra fra poveri. Le vittorie giudiziarie, in altre parole, non si sono ripercosse sull’amministrazione, ma sugli alunni con disabilità che non avevano fatto ricorso alla magistratura.
Nel suo saggio Nocera denuncia un altro fenomeno: le uscite dalla classe degli alunni con disabilità,
mandati in corridoio in compagnia dei bidelli, nelle
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nazionale
nazionale
contrappunto
vite fragili
Sostegno, assistenza, classi:
così si discrimina chi è debole
Un genitore di un ragazzo disabile che frequenta una scuola
media pubblica di Roma ha vinto una causa, lo scorso anno,
ottenendo che le ore di sostegno per suo figlio passassero
da nove a diciotto. Il dirigente scolastico non ha chiesto
ulteriori ore di sostegno all’Ufficio scolastico regionale;
si è limitato a togliere ore ad altri ragazzi, le cui famiglie
non avevano intrapreso la via giudiziaria. Purtroppo,
la decisione ha avuto come conseguenza il conflitto
fra i genitori e, soprattutto, la mancata copertura di ore
di sostegno durante l’anno scolastico.
È una piccola storia, ma emblematica degli ostacoli
che la scuola italiana pone all’integrazione degli alunni disabili.
Le scarse risorse disponibili, per esempio, stanno provocando
la riduzione del numero dei “collaboratori scolastici”,
i tradizionali bidelli, che sono le figure addette, secondo
quanto prevede il loro contratto collettivo nazionale, a fornire
assistenza igienica agli alunni con disabilità non autosufficienti.
Così non sono mancati casi di genitori che hanno trovato i loro
figli, al termine delle lezioni, in condizioni igieniche penose,
o non li hanno potuti portare a scuola fino a quando
le Direzioni scolastiche regionali o decisioni urgenti dei tribunali
hanno disposto un aumento dei collaboratori scolastici.
E anche il rispetto per la privacy degli alunni si è rivelato
un problema: collaboratori maschi sono stati assegnati
ad alunne disabili, o viceversa. In alcuni casi, sono state
chiamate le mamme per farle venire da casa a pulire i figli.
Le annuali ordinanze sugli organici di fatto del personale
ausiliario consentono ai dirigenti scolastici di ottenere
dai direttori scolastici regionali ulteriori assegnazioni di bidelli.
Ma i dirigenti scolastici e i direttori scolastici regionali,
per non apparire in contrasto con gli orientamenti ministeriali
di taglio della spesa nelle scuole statali, spesso fanno
di tutto per non concretizzare tali richieste.
Infine, anche pratiche improprie di applicazione
dell’autonomia scolastica influiscono sui percorsi
di integrazione. Alcuni dirigenti hanno disposto la nascita
di classi nelle quali sono stati raggruppati per buona parte
delle ore del giorno e della settimana tutti gli alunni
con disabilità presenti in una scuola, facendo ruotare attorno
a loro i docenti di classe e gruppetti di compagni, rompendo
così stabilmente l’unità delle classi di riferimento.
Alcuni dirigenti sono stati denunciati dalle associazioni
di genitori e condannati per abuso di potere.
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FEBBRAIO 2007
ore in cui manca il docente di sostegno, pratica in palese contrasto con il principio dell’integrazione scolastica. E non dimentica di sottolineare altre prassi discutibili: la riapertura di fatto di classi speciali o differenziali per disabili, gli scaricabarile tra scuole ed enti locali sull’impiego di assistenti per l’autonomia e la
comunicazione (previsti dalla legge 104/92), la mancata assistenza igienica agli alunni con disabilità non
autosufficienti, che i collaboratori scolastici e i bidelli
dovrebbero garantire in base al loro contratto collettivo nazionale.
La continuità dimenticata
Il panorama, insomma, è tutt’altro che confortante. Lo
confermano le denunce contenute in una lettera aperta, pubblicata in occasione delle elezioni dello scorso
aprile dal Coordinamento italiano degli insegnati di sostegno. Il loro presidente, Evelina Chiocca, segnalava
che “i vari ministri dell’istruzione che si sono succeduti
negli ultimi decenni sono intervenuti più volte e in più
occasioni sia sui percorsi formativi e professionalizzanti del docente di sostegno, sia su aspetti concernenti
l’integrazione, destando spesso negli insegnanti disorientamento e incertezze”.
Alcuni degli esempi proposti dal coordinamento appaiono tristemente eloquenti: “I percorsi di formazione
dei docenti di sostegno hanno subito oscillazioni significative riguardo alla durata (corsi annuali, biennali, di
800, 400 o 700 ore), spesso giocata al ribasso, dando la
sensazione di rispondere a logiche estranee all’integrazione”. Quanto alla continuità educativo-didattica, essa
“è condizionata dal continuo turn over di insegnanti di
sostegno, determinato da logiche di rispetto formale
delle graduatorie”. La discontinuità, oltre a ledere il diritto all’istruzione, “impedisce la costruzione della relazione fra docente e discenti, presupposto essenziale per
la positiva realizzazione dell’integrazione. Di continuità
educativo-didattica tutti parlano, ma di fatto, quando si
tratta di applicarla, tutti se ne dimenticano”. Infine, “il
ruolo di operatori quali l’assistente ad personam e il facilitatore per l’autonomia e per la comunicazione risulta non ancora definito e definibile nella prassi, creando
situazioni preoccupanti rispetto al diritto all’istruzione
riconosciuto a tutti gli alunni, anche ai gravissimi”. E l’elenco potrebbe continuare. I docenti di sostegno, ma
ancor più i disabili e le loro famiglie, si augurano di non
doverlo aggiornare in peggio, in occasione del prossimo
passaggio elettorale.
QUANTO COSTA LA POLITICA?
NON ARRENDIAMOCI AL SILENZIO
di Domenico Rosati
uanto costa la politica? Dipende. In dittatura i costi ci sono ma non
si vedono, perché il regime di turno non li rivela e il popolo, abbrutito dalla propaganda, ci crede. In democrazia, invece, i costi si
vedono e anzi, se si va a scavare, si scopre che ve ne sono di aggiuntivi rispetto a quelli dichiarati. Così, periodicamente e da ogni parte, si avviano cordate di buoni propositi per alleviare il peso degli “oneri di funzionamento”. Con o senza valore aggiunto di moralizzazione generale.
Ultimamente in Italia del problema si sono fatti carico tre parlamentari di sinistra, con una proposta di legge che, si sostiene, farebbe
risparmiare circa sei miliardi di euro. Applausi intensi e prolungati?
legge una disincantata riflessione:
“Come credere che il presidente di
una provincia di 50 mila abitanti rinunci all’auto blu con l’autista? Che
il parlamentare rinunci alla lauta
pensione? Che un partito con il
2,5% di consensi rinunci a tre ministeri e al giornale di partito con relativi contributi?”.
Si può allora concentrare l’attenzione su due grappoli di questioni.
In primo luogo c’è da constatare che
La lotta agli sprechi è sempre popolai processi di “decentramento” istiture fino al momento di entrare nell’azionale non sono avvenuti a costo
Gli “oneri
rea delle scelte pratiche. È come per le
zero, ma spesso hanno moltiplicato
di funzionamento”
tasse. Che le paghino tutti, ma si coi centri di spesa, accrescendo gli
in democrazia
minci dagli altri... Solo a parlare di rioneri senza avvantaggiare i cittadispesso sono più pesanti
duzione del numero dei parlamentani. Non è un pollice verso riguardo a
di quanto si dichiara.
ri e dei membri del governo, di abolifederalismo e dintorni; è un invito
In Italia molte iniziative
zione di enti inutili, di limiti ai trattaalla vigilanza sul funzionamento dei
per calmierarli, rimaste
menti dei rappresentanti del popolo
punti di erogazione.
però lettera morta.
In secondo luogo c’è da chiamare
a tutti i livelli (in Italia sono più alti
Anche perché
in
causa
il popolo sovrano, nei suoi
che altrove) si suscitano reazioni neil “popolo sovrano”
gative. Le quali però non sfociano in
atteggiamenti
di fronte al potere. Gli
non “marca” il potere
un grande dibattito pubblico sugli
eccessi di spesa non sono forse legati
oneri della “bolletta”, ma si diluiscono
anche al fatto che le cattive pratiche
in un grande, diffuso, partecipato silenzio. Figlio di una vengono alimentate dai cittadini, con richieste particolari
generosa tolleranza, se non di un’ineluttabile fatalità.
che il potere di turno asseconda per ottenere consenso?
Così l’accento si sposta sulla qualità della politica.
La logica della resa
Sul banco degli imputati non c’è la democrazia, come
Gli annali della nostra breve democrazia registrano deci- valore e come metodo, ma una degenerazione dei comne di iniziative volte a introdurre misure calmieratrici. portamenti politici, che aumenta i costi senza verificare
Tante volte si è pensato a regole meno elastiche e più tra- i ricavi. Ma se questo è vero, accanto alle correzioni lesparenti per il finanziamento dei partiti. Ma l’apporto dei gislative e istituzionali, bisogna mettere in cantiere una
privati continua a mantenersi in buona parte invisibile, vera pedagogia democratica, che rompa il circuito delle
perché le elargizioni avvengono in nero. E quello pubbli- clientele e abitui il potere, a ogni livello, a sentirsi “marco si risolve in operazioni di mera erogazione finanziaria, cato” da un controllo popolare intelligente e assiduo.
senza accertare se siano democratici i comportamenti Mosso dalla consapevolezza che se non cresce la bolletinterni delle strutture portanti della democrazia.
ta dei costi pubblici, può anche diminuire quella dei coIn uno dei blog apertisi dopo la proposta citata, si sti privati di ciascuno.
Q
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panoramacaritas
PILLOLE MIGRANTI
Rapporto discriminazione,
legge sullo sfruttamento
RAPPORTO EUMC 2006 SULLA DISCRIMINAZIONE
IN EUROPA. L’Osservatorio europeo dei fenomeni
di razzismo e xenofobia (Eumc) ha pubblicato a novembre
il suo Rapporto annuale, dal quale emerge che migranti
e minoranze etniche continuano a subire discriminazioni
in tutta l’Unione europea per quanto riguarda lavoro,
scuola e casa. Oltre ai dati riguardanti discriminazione
razziale e reati di matrice razzista, viene offerto
un panorama delle iniziative per combatterli.
http://eumc.europa.eu/eumc/index.php
STORIA DI UN ALLARGAMENTO. Il 1 gennaio 2007,
con l’entrata di Bulgaria e Romania, si è completato
il quinto allargamento dell’Unione europea. Il primo passo,
nel 1957, fu la Comunità economica europea (Cee)
composta da sei stati (Belgio, Francia, Germania, Italia,
Lussemburgo e Olanda), ai quali se ne sono aggiunti 19,
secondo le seguenti tappe: 1973, Danimarca, Irlanda
e Regno Unito; 1981, Grecia; 1986, Portogallo e Spagna;
1995, Austria, Finlandia e Svezia; 2004, Cipro, Estonia,
Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca,
Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Il cammino
dell’allargamento è destinato a proseguire nei prossimi
anni con l’adesione dei paesi dei Balcani occidentali
e quello controverso della Turchia. www.europafacile.net
SFRUTTAMENTO LAVORATORI: NUOVO DISEGNO DI LEGGE.
Il consiglio dei ministri del 17 novembre 2006 ha approvato
un disegno di legge sul contrasto del fenomeno dello
sfruttamento della manodopera di stranieri irregolarmente
presenti in Italia. La possibilità che allo straniero venga
concesso uno speciale permesso di soggiorno per motivi
di protezione sociale, quando emergano concreti pericoli
per la sua incolumità, era già prevista dall’ordinamento
e viene integrata con una più puntuale individuazione
della fattispecie di reato. www.asgi.it
UN NUMERO VERDE AIUTA I RIFUGIATI. Da fine 2006
richiedenti asilo e rifugiati hanno a disposizione uno
strumento in più per accedere ai servizi e conoscere
le procedure utili per muoversi nel nostro paese. Si tratta
di un numero verde in grado di fornire risposte adeguate,
orientamento e assistenza legale; risponde al numero verde
nazionale 800.90.55.70 ed è gratuito.
www.integrarsi.anci.it
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FEBBRAIO 2007
CHIESA ITALIANA
Marcia
per la pace,
tremila a Norcia
Ultimo dell’anno in
cammino per la pace.
Si è svolta a Norcia il 31
dicembre la 39a marcia
(nella foto), sul tema “La
persona umana cuore della
pace”, organizzata dalla
Commissione episcopale
per i problemi sociali e il
lavoro, la giustizia e la pace
della Cei, Caritas Italiana
e Pax Christi, oltre alla
diocesi di Spoleto-Norcia
e al comune di Norcia.
La giornata – testimonianze
e cammino silenzioso –
ha visto partecipare tremila
persone e si è conclusa
con la liturgia eucaristica
presieduta dal cardinale
Renato Martino, presidente
del Pontificio consiglio della
Giustizia e della Pace.
così, in una nota, Caritas
Italiana ha commentato,
a inizio anno, la cittadinanza
europea conquistata dagli
immigrati provenienti da due
paesi neocomunitari. Essa
“costituisce un’opportunità,
in particolare, per l’Italia
che in questi anni ha potuto
contare sul loro lavoro”.
Positiva, in particolare,
è “la possibilità di questi
lavoratori di circolare
liberamente e di continuare
a inserirsi nel mercato
del lavoro come badanti, colf,
operai edili, metalmeccanici
e stagionali, senza essere
più soggetti alla complicata
procedura del decreto flussi
e dello sportello unico”.
Secondo le stime Caritas
saranno almeno 60mila
i nuovi ingressi nel nostro
paese nel 2007 dopo
l’apertura delle frontiere
europee: una pressione
migratoria sostenibile, dato
“l’elevato fabbisogno
annuale di nuovi lavoratori
in Italia”. E il fatto che già
negli ultimi anni gli ingressi
dai due paesi si attestavano
su questi livelli.
SOMALIA
EUROPA
Rumeni e bulgari
nella Ue: sarà
un’opportunità
L’ingresso di Romania
e Bulgaria in Europa sarà
un’opportunità. Benché
“non bisogna ignorare
la diffusa preoccupazione
di quanti temono un pericolo
invasione, specialmente
da parte di cittadini rumeni,
e al loro interno, dei nomadi”:
No alla guerra,
continua a Baidoa
l’impegno Caritas
Fermare il bagno di sangue
in Somalia. E lasciare aperte
le frontiere per consentire
di aiutare la popolazione.
Lo ha chiesto Caritas
italiana, a fine dicembre,
nei giorni del conflitto
che ha visto le forze militari
etiopi, alleate al governo
di transizione, cacciare dal
paese le Corti islamiche.
I GIOVANI CHE SERVONO
Arriva una barca vuota,
gli ultimi li avremo sempre
«Il conflitto di questi giorni
è l’ennesima prova di una
storia di sofferenze senza
fine – affermava, nella nota
Caritas, monsignor Giorgio
Bertin, vescovo di Gibuti
e presidente di Caritas
Somalia –. La gran parte
della popolazione è in balia
degli eventi bellici, tutte le
fazioni ambiscono al potere».
Secondo il prelato anche
l’ingresso delle truppe
etiopiche «invece di risolvere
il problema, sembra
ingarbugliarlo sempre più».
Gli scontri si sono
assommati a una situazione
umanitaria già gravissima.
Nel 2006, dopo un periodo
di siccità, imponenti
inondazioni hanno colpito
alcune regioni somale;
secondo le Nazioni Unite
sarebbero 1,8 milioni le
persone coinvolte. Nella città
di Baidoa, dove sono iniziati
gli scontri, da alcuni mesi
è aperto un dispensario
gestito da uno staff sanitario
di Caritas Somalia, l’unico in
tutto il distretto che fornisce
assistenza gratuita a migliaia
di persone. Caritas Italiana
continua a sostenere questo
impegno e fa appello alla
generosità dei donatori
italiani per poter contribuire
ad altre iniziative d’aiuto.
FILIPPINE
Pesanti alluvioni
a fine novembre,
aiuti agli sfollati
Una colata di fango, terra
e sassi ha travolto le
abitazioni. Centinaia i morti,
migliaia gli sfollati. Il tifone
Durian, abbattutosi sulle
Filippine a fine novembre,
ha colpito una zona alle
pendici del vulcano Mayon,
nella regione di Bicol, a sud
della capitale Manila.
Le violente precipitazioni
si sono mescolate alle ceneri
vulcaniche, peggiorando
l’effetto. La Caritas delle
Filippine (Nassa – National
Secretariat of Social Action)
si è attivata a fianco delle
Caritas diocesane delle aree
colpite dal disastro per
prestare i primi soccorsi.
Caritas Italiana, che insieme
alla rete internazionale
sostiene da più di trent’anni
le azioni della chiesa locale,
con progetti rivolti
prioritariamente alle fasce
più deboli e dimenticate,
ha espresso solidarietà
e vicinanza nella preghiera
e ha messo a disposizione
50 mila euro per i primi
interventi; le offerte
dei donatori consentiranno
altri aiuti nel medio periodo.
Guido Di Bella, 29 anni, è volontario nell’oratorio salesiano San
Domenico Savio di Messina per l’Ispettoria salesiana sicula. Con
il racconto “Senza nome” ha vinto il concorso letterario “Vo.Ci”, il
primo rivolto a chi opera o ha operato nel settore del servizio civile. Promosso dalla delegazione regionale Caritas Piemonte e
Valle d’Aosta, ha visto pervenire 46 racconti, di cui 13 finiti nel libro “VoCi – Servizio civile volontario. Una scelta di pace”, edito dalle Edizioni Gruppo Abele e scaricabile dal sito www.progettovoci.it.
***
È la prima volta che scrivo un racconto. Tutto potevo
aspettarmi, fuorché vincere un concorso letterario. Certo, il
tema mi tocca profondamente e quando ho saputo del bando
ho scritto la prima bozza di getto, con la stessa passione che
ha caratterizzato il periodo del mio servizio come obiettore.
“Senza nome” cammina su due percorsi paralleli:
da un lato il sogno, un mondo in cui si muovono bambini
che giocano allegri, mai stanchi. E il protagonista disteso
sulla spiaggia, affascinato dall’immensità della notte.
Sembra tutto perfetto, scandito da un ritmo quasi magico, ma
l’innocenza di questo sogno viene turbata da una barca vuota
che arriva dal mare. All’inizio i bambini sono presi dall’euforia
del gioco e salgono sulla nave. Ma non è un gioco, e quando
la barca si allontana dalla riva il dramma si consuma.
In parallelo scorre il mondo reale, con il protagonista
che, come ogni giorno, va a svolgere il suo servizio in oratorio
percorrendo la solita strada, fino all’angolo dove aspetta
dei bambini – fratelli – che però quel giorno non arrivano.
Il giovane si ritrova così in una zona degradata della città,
entra nella casa dei bambini, ascolta il racconto disperato della
madre e scopre che i suoi figli sono stati venduti, schiavi nel
nostro tempo. Un mercato di cui il ragazzo non immaginava
l’esistenza. Decide allora che bisogna fare qualcosa.
Alla fine i due mondi sembrano fondersi. Un’immagine
forse più onirica che reale, che lascia al lettore la conclusione.
Ho dedicato questo racconto “ai volontari sempre in servizio”,
perché il servizio civile non è un’esperienza fine a se stessa,
ma un punto di partenza per una storia ancora più grande,
che non può avere termine. Gli “ultimi” ci sono sempre.
Io oggi sono ricercatore di ingegneria all’Università di
Palermo. Sono passati quattro anni da quando ho svolto il mio
anno di servizio civile. Quel periodo mi ha avvicinato ancora di
più all’ambiente salesiano che ho sempre frequentato. Proprio
qualche giorno fa sono diventato salesiano cooperatore. Sono
entrato nella famiglia salesiana come laico, per vivere nel
mondo il carisma di don Bosco. Con i giovani, per i giovani.
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internazionale
progetti > diritto alla salute
MICROPROGETTI
L’11 febbraio 2007, memoria
liturgica della Beata Vergine
di Lourdes, si celebra
a Seul la 15ª Giornata
mondiale del malato.
È un appuntamento che
porta alla ribalta, almeno
per un giorno, situazioni
di disagio che meriterebbero
attenzione costante.
La Caritas ha avviato
interventi nel settore
sanitario in tutto il mondo,
a sostegno delle comunità
locali, con particolare
attenzione alla tutela
dei diritti e della dignità
di ogni persona malata e
al ruolo che questa può avere
nella comunità ecclesiale
e nella società civile.
[
CONGO
Programma nutrizionale da sostenere
Il centro nutrizionale-sanitario Malaika è promosso dalla
Caritas diocesana di Isangi. Chiede un contributo per
l’acquisto di piccole attrezzature, per assicurare i servizi
nell’ambito di un programma nutrizionale coordinato dalla
Caritas nazionale. Il contributo locale è pari a 340 euro.
> Costo 3.825 euro
> Causale MP 476/06 Rep. Dem. Congo
Bangladesh
Honduras
Congo
Bambini e orfani, ma anche anziani: sono i destinatari
privilegiati del programma di sostegno sanitario
e di integrazione alimentare in favore di persone vittime
dell’Aids nella comunità di Kihesa. Il programma,
che prevede di fornire assistenza a 350 persone
(165 uomini e 185 donne), si articola in due interventi
parziali: fornitura di medicinali e di alimenti integrativi.
> Costo 5.800 euro
> Causale MP 479/06 Tanzania
]
BANGLADESH
Una rete di ambulatori, unico riferimento per gli abitanti delle campagne
Una rete di 63 ambulatori rurali, gestiti dalle sette Caritas
diocesane del paese, da quasi tre anni fornisce assistenza
sanitaria di base a più di 500 mila persone in aree rurali
tra le più povere del paese. La maggior parte dagli ospedali
del Bangladesh si trova nelle grandi città: l’assistenza sanitaria
nei molti piccoli villaggi rurali è quasi inesistente. Il ruolo degli
ambulatori Caritas è dunque cruciale per i territori non urbani,
sia nell’attività quotidiana, sia in occasione delle moltissime
calamità naturali che flagellano il paese come strutture
di pronto intervento sanitario. Il progetto si propone
di rafforzare la rete degli ambulatori, consentendo loro di
fornire assistenza sanitaria attraverso visite ambulatoriali e
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FEBBRAIO 2007
Tanzania
Il centro sanitario del quartiere di Tchekelezo di Korhogo,
sinistrato a causa della guerra civile, necessita di una
fornitura di piccole attrezzature, materiale sanitario e
medicinali reperibili sul mercato locale. L’intervento mira
a ripristinare l’attività della struttura, in una zona situata
all’estremo nord del Congo, in una zona tra le più povere
e più provate dai disordini causati dalla guerra civile.
> Costo 1.500 euro
> Causale MP 478/06 Costa d’Avorio
TANZANIA
Assistenza ai malati di Aids
MODALITÀ OFFERTE E 5 PER MILLE A PAGINA 2
LISTA COMPLETA MICROREALIZZAZIONI, TEL. 06.66.17.72.28
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Costa d’Avorio
COSTA D’AVORIO
Nuovo centro sanitario dopo la guerra
medicinali, di fornire un’educazione sanitaria di base
ai beneficiari, di organizzare corsi di formazione per
il personale, di contribuire al programma di vaccinazioni del
governo, diretto soprattutto ai bambini. Il contributo richiesto
sarà impiegato per l’acquisto di medicinali e attrezzature
mediche, nonché per l’educazione sanitaria della popolazione
locale e la formazione e retribuzione dello staff locale.
> Costo 45.986 euro
> Durata tre anni
> Beneficiari in un anno 446.400 assistiti esterni, 93 mila
assistiti interni, 18.900 partecipanti ai corsi formativi
> Causale Bangladesh/ambulatori
HONDURAS
Laboratorio dentistico per i più poveri
All’estrema periferia della capitale, la parrocchia
di San Juan Bautista intende avviare un laboratorio
dentistico in favore della popolazione più povera
del quartiere Colonia Kennedy. La parrocchia è organizzata
in diverse pastorali: una di esse è la pastorale della
salute, che si assumerebbe il compito di far funzionare
il laboratorio. Beneficiari diretti saranno tutti gli abitanti
della parrocchia che non hanno la possibilità di pagare
un dentista. Per contribuire al progetto vengono richiesti
attrezzature e materiali; il contributo locale,
della parrocchia, coprirà i costi di allestimento dei locali.
> Costo 5.440 euro
> Causale MP 409/06 Honduras
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internazionale
IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO
libano
Nel Libano travagliato
dai danni di guerra
e dalla crisi politica,
rimane sotto silenzio
il dramma di 140 mila
stranieri. Sfruttati,
senza documenti,
abbandonati durante
il conflitto: per molti
l’unico riferimento
è stata la Caritas
NORMALITÀ DA RICONQUISTARE
IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO
Ferite di guerra nel territorio libanese. A sinistra, devastazioni
causate dai bombardamenti israeliani in un quartiere sciita
di Beirut. Sopra, ricerca di bombe inesplose in un uliveto
I “PADRONI” E LA GUERRA: MIGRANTI, VITTIME DUE VOLTE
di Paolo Lambruschi
el Libano che continua a vivere in bilico
sull’abisso di una nuova guerra civile, sta
passando inosservato il dramma degli immigrati sfruttati. Sono circa 140 mila, hanno vissuto finora in una sorta di limbo
giuridico: i permessi di soggiorno nel paese dei cedri durano solo un anno, poi si finisce in una sorta di terra di nessuno da cui è difficile
uscire, ostaggi della povertà e della violenza. A questi
“invisibili” si aggiungono altri 400 mila palestinesi rifugiati e richiedenti asilo: vivono da sessant’anni in una
condizione di precarietà, nei campi dove invecchiano le
generazioni e si allevano kamikaze. Non possono essere
cittadini, sono senza patria e sono esclusi da ben 72 tipi
di impiego, praticamente possono fare solo lavori poco
qualificati. È in questo bacino di esclusione – più di un
N
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decimo della popolazione libanese –, che pescano manodopera a costi molto bassi sia i ricchi signori per i servizi domestici, sia il business fiorente e in continua
espansione della ricostruzione edilizia postbellica. “I lavoratori stranieri – rivela un rapporto del Centro migranti della Caritas libanese – sono arrivati nel paese negli anni Settanta, ai tempi del primo boom petrolifero,
per lavorare principalmente nel settore domestico. Provenivano dall’Asia (Sri Lanka, Filippine, Vietnam), incentivati dai loro governi, che volevano ricevere le rimesse. Non c’erano accordi diplomatici formali, ma
questa pratica si è consolidata nel tempo”. Anche perché questi lavoratori accettavano salari inferiori a quelli dei siriani e di altri lavoratori di origine araba.
Così oggi nel paese ci sono 80 mila srilankesi, 30 mila filippini e altrettanti etiopi. «Sta diventando sempre
più consistente – spiega Najla Chahda, direttrice del
Centro migranti della Caritas nazionale a Beirut – soprattutto la presenza di cristiani sudanesi in fuga dalle
persecuzioni. In molti casi si tratta di studenti universitari che, terminati gli studi, non vogliono tornare in un
stato che pratica la sharia, la legge islamica, e che li discrimina. Da settembre, poi, a causa della recrudescenza degli scontri e della pulizia etnica a Bagdad, arriva
dall’Iraq in media una famiglia di cristiani caldei al giorno. La metà sono bambini e per noi è difficile trovare soluzioni. In alcuni casi, al seguito ci sono malati psichici o
disabili. Cerchiamo di far avere loro un permesso di soggiorno e di trovare un’occupazione ai capi famiglia, ma
in questo momento l’economia libanese è ferma e la disoccupazione molto alta. Riusciamo a trovare alloggi nei
rifugi, ma fare progetti di permanenza è molto difficile».
Nessuna libertà di movimento
Il Centro migranti si trova in un palazzo moderno nella
parte settentrionale di Beirut, nel centro direzionale edificato durante il programma di ricostruzione degli anni
Novanta. Da qui sembrano lontani anni luce, e non solo
un’ora di auto nel traffico congestionato della capitale libanese, i quartieri meridionali e la zona occidentale di
Dahyeh, dove vive la maggior parte degli immigrati.
Ma durante i 33 giorni di bombardamenti israeliani
dell’estate 2006, è stato questo palazzo di vetro e cemento l’unico riferimento per migliaia di persone che fuggivano da case distrutte e abbandonate dai “padroni”. O
che scappavano da zone rimaste isolate e divenute
obiettivo bellico. Il centro migranti ne ha aiutate almeno
15 mila, accogliendole nei rifugi ricavati in parrocchie,
monasteri, scuole e ospedali cattolici, dove hanno riceI TA L I A C A R I TA S
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internazionale
libano
vuto generi di prima necessità e aiuti di tipo medico, oltre al conforto umano. Sono stati trattati come sfollati,
ma giuridicamente erano diventati illegali o clandestini.
In molti casi si è attivato il servizio legale della Caritas,
che quando possibile ha organizzato i rimpatri o è riuscito a ottenere un nuovo permesso di soggiorno, se il lavoratore aveva ancora un’occupazione.
«“Padroni”? È il termine giusto – conferma Najla –. La
fuga dei proprietari verso Europa, America o Siria ha fatto scappare anche i domestici, facendo emergere situazioni di sfruttamento al limite della schiavitù. Molti si sono rivolti a noi e abbiamo scoperto che, in diversi casi, i
lavoratori stranieri non venivano pagati, non avevano libertà di movimento perché erano stati loro sequestrati i
documenti, erano oggetto di abusi e maltrattamenti,
non avevano diritto a giorni di riposo né a cure mediche
in caso di malattia».
In altre parole, la guerra ha rivelato come il Libano
sia oggi una delle mete del traffico di esseri umani in
Medio Oriente. «In quei giorni – ricorda Najla – le ambasciate vennero prese d’assalto da persone che avevano perso tutto ed erano state abbandonate senza viveri
e spesso senza passaporto. Famiglie intere si erano accampate nei giardini delle sedi diplomatiche. Sotto le
bombe israeliane erano morti anche una decina di immigrati, nella maggior parte dei casi rimasti sotto le macerie o fatti a pezzi dalle schegge, e le notizia aveva letteralmente scatenato il panico. Molti volevano tornare a
casa. Sono stati rimpatriati, sino a fine 2006, 15 mila lavoratori attraverso la Siria; la metà erano srilankesi, circa seimila filippini».
braccia e schiena e a renderle invalide permanenti,
mentre per due settimane le famiglie tentavano invano
di contattarle. O come quella della domestica srilankese, Samudra, sposata e madre di due figli, arrivata a Beirut la scorsa primavera e che, all’esplodere del conflitto,
venne segregata in casa, affinché la vigilasse, dalla famiglia per cui lavorava. Riuscì a scappare, voleva tornare
dai figli; arrivò dall’agenzia di lavoro che l’aveva aiutata
a migrare ma il titolare le chiese una somma elevata in
cambio del disbrigo delle pratiche. Quando la donna rispose che aveva finito i soldi, venne rimandata in strada
sotto le bombe, finché non trovò chi la accompagnò alla Caritas. O come la storia di Nishanti, pure lei srilankese, minacciata con il coltello dal datore di lavoro
Samudra, segregata in casa
In questo scenario la Caritas ha raccolto, nei centri predisposti per il rimpatrio, diverse testimonianze di traffico e sfruttamento. Come quello delle due domestiche
filippine che, scaduto il permesso, sono state segregate
dal datore di lavoro e picchiate fino a rompere loro
Oltre l’odio, paradossi di pace:
«Ci siamo conosciuti meglio»
perché non partisse, e che riuscì a convincerlo dandogli i suoi gioielli. Invece Kidist, etiope, stava buttando la
spazzatura quando vide la casa dove lavorava distrutta
dalle bombe e la famiglia dei datori di lavoro morire
sotto le macerie: è stata trovata dai volontari Caritas dopo dodici giorni di vagabondaggio senza mangiare e
bere ed è tornata a casa a ottobre.
I 33 giorni di guerra dell’estate 2006 hanno dunque
sollevato il velo sul dramma di migliaia di persone immigrate. Ma nonostante i progetti e il lavoro di rete delle ong, degli organismi umanitari e della Caritas, l’opinione pubblica internazionale continua a non essere
informata. Eppure le storie di sfruttamento del Libano
sono la punta dell’iceberg di una situazione molto diffusa in Medio Oriente,
uno degli aspetti dell’eclisse dei diritti umani
sulle sponde est e sud
del Mediterraneo.
GENERAZIONI
SENZA PATRIA
Ragazzi palestinesi
nel campo profughi
di Borj El Barajneh.
I palestinesi rifugiati
in Libano da decenni
sono 400 mila
La guerra ha avuto un “impatto educativo” negativo, soprattutto sui giovani.
Ma ha avvicinato persone di religione diversa. Superando i timori reciproci
di Silvio Tessari
«I
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della Caritas eravamo il primo punto di riferimento per
gli sfollati, ma anche per quelli che non osavano uscire di
casa. Abbiamo aiutato tutti, ci imbattevano in particolare in urgenti problemi di igiene; è stata l’occasione per
imparare cose che non conoscevamo, del modo di vivere dei nostri vicini musulmani. Anche dopo essere tornate a casa, le famiglie vengono a trovarci per ringraziarci e farci piccoli regali. Questa difficile guerra ha avuto tre
conseguenze positive: ci ha insegnato a vivere il Vangelo
nel quotidiano, ci ha avvicinato ai poveri grazie a un’azione quotidiana sul terreno, ci ha rafforzato nella nostra
azione di Caritas».
Jacqueline Hokayem viene da Qlaaya, vicino a
Marjeyoun, nel sud, zona di intensi combattimenti. Il
suo è un villaggio cristiano considerato “traditore”, perché alcuni abitanti hanno collaborato con gli occupanti
israeliani, rimasti lì fino al 2000 nel corso della prece-
bollah, perché donate da
un’organizzazione inglese
che ci aveva messo sopra
la bandiera della Gran
Bretagna…».
IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO
l vostro Gesù, non ci piaceva. Ma dopo questa guerra, ci auguriamo che resti con noi».
Pronunciata da un libanese sciita accolto a
Jezzine da Sonia Azar, una volontaria di Caritas Libano, anche questa frase è un risultato inatteso della veloce e distruttiva guerra dell’estate
2006. Fra i tremila volontari che si sono messi all’opera
per accogliere la massa degli sfollati che si precipitava su
Beirut, è facile trovare chi racconta di come questo conflitto abbia paradossalmente aperto percorsi di pace. E
così Hilda Dammous narra del rischio degli spostamenti, poiché gli aerei israeliani colpivano ogni automezzo
sospetto. Ma parla di un rischio che non ha calcolato,
quando è stata chiamata da alcune donne sciite di Ali
Nahri, che non avevano ricevuto aiuti da Hezbollah perché rifiutavano di portare il velo. Le fa eco Joséphine el
Khoury di Deir el Ahmar, località vicina a Baalbeck: «Noi
Il dialogo dal basso
dente occupazione del sud del Libano: «In estate, durante la guerra, abbiamo accolto 400 famiglie, circa tremila
persone; anche alcuni wazzani (beduini nomadi) si sono avvicinati al nostro villaggio. Abbiamo accolto tutti e
siamo persino intervenuti a calmare le tensioni tra sunniti e sciiti che rifiutavano di coabitare nell’edificio che
avevamo messo a disposizione. I problemi non sono
mancati. Ad esempio le tende fatte smontare dagli Hez-
Costruire la pace e il dialogo. Dal basso. Lo si è cominciato fare proprio nei giorni più violenti e angoscianti. Marie-Rose Awad è un matura assistente sociale della
periferia nord di Beirut. «Non è stato facile per noi accogliere rifugiati sciiti. Sapevamo che dovevamo volergli bene e accettarli con le loro differenze; c’è anche chi li ha
aiutati a malincuore. Eppure mi hanno insegnato molto: il
fatto di non piangere i morti, il loro abbandono davanti alla volontà di Dio, la loro pace interiore. Ho imparato ad
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internazionale
internazionale
casa comune
libano
amarli e ad ammirarli. Quando sono ripartiti, mi hanno
lasciato un grande vuoto».
Si potrebbe continuare a lungo. Decine di testimonianze, raccontate quasi con distacco. Ma un denominatore comune: l’aver vissuto, malgrado tutto, un’esperienza di fraternità, come dimostrano le testimonianze di ringraziamento degli sfollati, espresse anche con bigliettini
appesi ai muri. O con scritte sulle lavagne delle scuole che
erano servite da alloggio.
Tutti i mali non vengono per nuocere? Purtroppo i semi dell’odio sono ancora presenti. Anche negli occhi dei
bambini che hanno vissuto una guerra improvvisa, condotta dal Libano, «la più grande potenza del mondo», come affermano i ragazzini di Furn el Chebbak, quartiere di
Beirut. Ibrahim ironizza: «Conservo nella mia camera da
letto un pezzo di obice con messaggi scritti dai bambini
israeliani…».
IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO
IMAGE/PERIODICI SAN PAOLO
Imparare a cedere qualcosa
BACINO DI ESCLUSIONE
Altre scene di vita
nel campo palestinese
di Borj El Barajneh.
I profughi si aggiungono
ai circa 140 mila immigrati
stranieri presenti
in Libano e come loro
sono costretti ad
accettare lavori precari
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Vi è dunque, ha scritto Caritas Libano in una sua pubblicazione, a novembre, un “impatto educativo della guerra”
che bisogna contrastare, oltre ogni pur indispensabile
operazione umanitaria. La non discriminazione fra le varie religioni del paese è la prima condizione: su questo
fronte, la funzione di mediazione vissuta sul campo dai
volontari di Caritas Libano costituisce un patrimonio rilevante per la comunità cristiana. Questa mediazione in futuro potrò condurre ad attività comuni fra cristiani e musulmani, per risolvere problemi e necessità comuni.
Se una lezione si può trarre dall’ultimo conflitto è,
appunto, che una guerra può non essere l’ultima parola, ma può avvicinare comunità contigue, che però non
si frequentavano molto. E forse, ancora più importante, emerge un’altra lezione: per convivere non ci si deve
adoperare per far fruttare le proprie posizioni di forza,
si deve imparare, reciprocamente, a cedere qualcosa.
«C’è chi ha ceduto l’appartamento, chi un po’ di orgoglio, chi ha lasciato un po’ di sicurezza… ora siamo
amici», riepiloga un anziano, seduto al bar, mentre fuma il narghilè.
L’IMPEGNO CARITAS
Caritas Italiana sostiene finanziariamente l’imponente sforzo avviato
da Caritas Libano all’indomani della guerra con Israele. Dopo aver aiutato 91.646
profughi di tutte le confessioni, Caritas Libano ha varato un programma di interventi,
fino a febbraio 2008, di circa 6,3 milioni di euro. Beneficiari diretti degli interventi
saranno circa 77 mila persone, scelte tra i soggetti più vulnerabili e residenti
nel Libano del sud (distretti di Tyr, Marjayoun, Bint Jbeil), nella valle della Bekaa,
a est di Beirut e nei villaggi di pescatori lungo la costa. Grazie ai suoi operatori
e volontari, attivi in 36 centri sociali e 8 cliniche mobili, Caritas proseguirà nelle attività
di prima assistenza (alimentazione, sanità, ricostruzione e riparazione di alloggi)
e attiverà interventi finalizzati alla riabilitazione delle attività economiche (agricoltura,
pesca, artigianato). Particolare attenzione sarà assicurata alla situazione di immigrati
e rifugiati, grazie all’azione del Centro migranti. Azioni sono previste anche
sul versante della riconciliazione fra le componenti religiose della società libanese,
puntando a condurre percorsi e attività pluriconfessionali, con lo scopo di diminuire
le tensioni, identificare le fonti di conflitto e gli ostacoli alla coesistenza pacifica.
STOP AI NEGOZIATI,
“TRE C” PER ENTRARE NELL’UNIONE
di Gianni Borsa inviato agenzia Sir a Bruxelles
nfine l’annunciato – da molti atteso – stop alla Turchia è arrivato. I capi di stato e di governo dell’Ue, riuniti a Bruxelles
per il consueto summit di dicembre, hanno decretato la sospensione parziale dei negoziati (8 dossier su 35) avviati nel 2005
con Ankara, che hanno per obiettivo finale l’adesione del paese
eurasiatico all’Unione. Ufficialmente nessuno sbatte la porta in
faccia al popolo e ai governanti turchi: le trattative proseguono.
Ma i leader dei 27 hanno voluto affermare due punti essenziali.
I
to d’ora in poi si fonderà su “consolidamento, condizionalità e comunicazione” e sarà “combinata con la capacità
dell’Ue di integrare nuovi membri”.
Approdo per i Balcani
Ai paesi che bussano, viene chiesto il
pieno rispetto dei Criteri di Copenaghen; si avvalora la necessità di spiegare ai cittadini significato e vantaggi
di prossimi eventuali ampliamenti; si
Il primo: l’Europa non è più dispostabilisce al contempo che “l’Unione
sta a fare sconti, come in parte è avvedeve poter effettivamente funzionare
Le trattative proseguono.
nuto con i dieci stati entrati nell’Ue il
e svilupparsi”. L’allargamento, in altri
Ma i colloqui tra Ue
1 maggio 2004: per essere parte della
termini, non deve essere in contrasto
e Turchia hanno subito
“casa comune” occorre guadagnarsi il
con il complessivo processo di inteun serio stop.
biglietto d’ingresso. Il concetto, in tergrazione. Vale per la Turchia, come
L’Unione non vuole
per gli altri paesi candidati, a partire
mini diplomatici, è spiegato così nelle
ripetere errori
dai Balcani occidentali, dei quali il
Conclusioni del Consiglio Ue: “L'andel recente passato:
summit ha ribadito il necessario, fudamento del processo di adesione dil’Europa, per ampliarsi,
turo approdo comunitario.
pende dai risultati delle riforme atdeve prima rafforzare
Il presidente francese Jacques
tuate nel paese che partecipa ai negola costruzione
ziati e ogni paese sarà valutato in baChirac,
tra i leader più tiepidi verso il
comunitaria
se ai suoi meriti”. E per non illudere
matrimonio con Ankara, ha spiegato:
nessuno, un ulteriore chiarimento:
«Sono sempre stato a favore dei ne“L’Unione eviterà di stabilire scadenze del processo di ade- goziati con la Turchia, anche se sono consapevole che sasione fintantoché i negoziati non siano prossimi al com- ranno lunghi e difficili e impongono» ad Ankara «riforme
pletamento”. Il presidente della Commissione, José Ma- importanti nella cultura e nell’insieme del paese».
nuel Barroso, si è spinto oltre, sostenendo che “per la TurAlla Turchia non resta che convincersi: se vuole timchia occorreranno forse ancora 15 anni di negoziati”.
brare il cartellino a Bruxelles deve riconoscere la piena soL’Ue ha infine compreso – ed è il secondo punto chiave vranità della repubblica di Cipro; deve effettuare significa– che l’allargamento, pur essendo un processo positivo e in tive riforme nell’amministrazione di stato, giustizia, tutela
qualche modo doveroso (tende a portare i confini comuni- dei diritti umani e delle minoranze; deve far crescere l’etari fino agli angoli estremi del continente, affermando de- conomia in senso liberista e aprire i suoi mercati alla conmocrazia, pace, diritti e sviluppo), rischia di far crollare l’edi- correnza; deve confermare il suo ruolo di “ponte” tra
ficio Ue. Il corpo cresce ma le gambe – politiche, istituziona- oriente e occidente. Quest’ultimo aspetto è forse quello su
li, finanziarie – che dovrebbero reggerlo rimangono sempre cui Ankara può maggiormente contare: l’Europa ha bisole stesse. Logica vuole che l’Ue si irrobustica all’interno, per gno di guardare a est e al mondo islamico. E la Turchia appoi procedere a nuovi ampliamenti. Le stesse Conclusioni pare una carta vincente. La visita del papa lo ha autoresanciscono la regola delle “tre C”: la strategia di allargamen- volmente confermato.
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internazionale
religioni e dialogo
Intervista a Sleiman Saikali,
segretario generale di Caritas
Turchia. La visita del papa,
a fine novembre, ha confermato
l’impegno all’apertura e al dialogo.
L’analisi dei problemi sociali.
E il ricordo di don Santoro
«CRISTIANI
IN TURCHIA,
LA MISSIONE
È L’AMICIZIA»
L’IMPEGNO CARITAS
L’attività di collaborazione tra Caritas Italiana
e Caritas Turchia ha assunto aspetti diversi nel corso
del tempo. L’emergenza causata dal terremoto di Adapazari,
nel 1999, ha intensificato la collaborazione. Dopo gli aiuti
di emergenza Caritas Italiana ha contribuito a diverse
iniziative: ad Antiochia e Iskenderun, alloggi per anziani
e supporto a gruppi femminili di mutuo aiuto; a Smirne,
costruzione di un auditorium per il Centro internazionale
per bambini autistici (fondato da una fondazione islamica),
ristrutturazione di una colonia per vacanze di bambini autistici
e poveri e sostegno all’uffico regionale Caritas; a Buça
(Smirne), costruzione di una casa di riposo; a Duzce
(Adapazari), sostegno alla formazione professionale
delle donne; a Istanbul, sostegno alle iniziative di aiuto
ai rifugiati da Medio Oriente e Iraq, ai programmi di assistenza
a donne vittime di violenza e adolescenti a rischio,
alla ricostruzione della facciata della chiesa caldea
(distrutta dalle bombe all’ambasciata inglese). Altri aiuti
di emergenza hanno fatto seguito, dal 2000 a oggi,
ai terremoti di Bingol e Batman e alle alluvioni di Mersin.
di Paolo Brivio
enedetto scalzo nello splendore della Moschea Blu. Un assorto momento di preghiera, e sembrano svaporare ruggini tignose, fattesi più opprimenti dopo Ratisbona. Ma com’è vivere, credere, testimoniare e lavorare da cristiano, nella Turchia
in biblico tra Europa e Oriente, tra proclami di modernità e rigurgiti di intolleranza? L’abbiamo
chiesto a Sleiman Saikali. Libanese, cattolico melchita,
sul Bosforo dirige da lunghi anni – in qualità di segretario generale – una Caritas nazionale piccola e dinamica.
Che dal lavoro sociale prova a trarre, ogni giorno, pratiche di apertura e di dialogo.
B
Il papa e l’imam
di Istanbul nella
Moschea Blu:
momento storico
per le relazioni
tra cattolicesimo e islam
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I TA L I A C A R I TA S
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FEBBRAIO 2007
ROMANO SICILIANI
PREGHIERA
ALL’UNICO DIO
Cominciamo dalla visita papale di fine novembre.
Anche secondo i turchi è stata un trionfo inaspettato,
sul fronte dei rapporti con le istituzioni e con il mondo islamico?
Sì, anche in Turchia abbiamo avuto questa impressione.
Le visite del papa a Santa Sofia e poi alla Moschea Blu sono stati i momenti più forti nella prospettiva del dialogo
con l’islam. A Santa Sofia (basilica cristiana bizantina, poi
moschea, oggi monumento nazionale laico, ndr) il papa ha
rispettato la sensibilità delle autorità e del popolo turchi,
non facendo alcun gesto religioso. Più tardi, entrando nel-
la Moschea Blu, si è tolto le scarpe: è stato un gesto bellissimo, significa unirsi ai sentimenti religiosi profondi dei
musulmani, riconoscere che per loro un certo luogo è casa di Dio. Poi, quando l’imam di Istabul ha proposto un
momento di serenità e riflessione, rivolgendosi verso la
Mecca, altrettanto ha fatto il papa, manifestando un atteggiamento di preghiera, senza però fare il segno della
croce. Con queste attenzioni, ha dimostrato sensibilità e
rispetto, che non hanno tolto niente al valore cristiano
della sua visita e della sua preghiera.
Pregare insieme: in Turchia le occasioni di scambio
spirituale si manifestano anche nella vita delle persone comuni?
La Turchia è un paese laico, in cui l’esperienza religiosa e
spirituale viene considerata come una cosa personale.
Dunque anche il dialogo non avviene sul piano pubblico.
Però esistono porte aperte, nella vita di ogni giorno. Per
esempio tanti musulmani ogni martedì vengono alla
chiesa conventuale di Sant’Antonio, nel centro di Istanbul, perché sanno che è aperta e possono partecipare agli
incontri. Il dialogo non si fa pregando: ciascuno ha i propri riti, il proprio stile, che non si possono cambiare. Ma
si può puntare sulle conseguenze di questa preghiera
nella vita quotidiana. Non possiamo restare chiusi nei
nostri recinti, perché rischieremmo di soffocare, anche
spiritualmente.
Un anno fa, a inizio febbraio, un fanatico islamico uccise don Andrea Santoro. Che idea si è fatta di quel
dramma?
Ho una mia convinzione sul brutale omicidio del martire
don Andrea. Ritengo che si sia voluta accreditare, per certi interessi, l’impressione generale che si trattasse di una
vicenda di musulmani contro cristiani. Ma a Trabzon
(Trebisonda), dove abitava don Andrea, nel nord della
Turchia, c’era anche tanta confusione. C’erano e ci sono
problemi sociali causati soprattutto dal traffico di persone
umane; sono questioni che vedono coinvolte le mafie, anche internazionali.
Dunque la chiave di lettura religiosa non basta a
spiegare la tragedia?
Non è la sola valida. Anzi, non lo è per nulla. Don Andrea –
quest’uomo un po’ solo, questo prete poco sostenuto, molto sensibile, che si impegnava ad aiutare le persone, soprattutto quelle che subivano ingiustizie sociali e violazioni dei diritti umani – era mio amico, so cosa stava per fare.
Penso che si sia intromesso in una storia molto complicata. Allora certe persone hanno cominciato a vedere in lui
un pericolo, perché ostacolava grossi interessi. Di fronte al
mio ufficio c’è una sua foto: mi guarda ogni giorno. Siamo
faccia a faccia, quando lavoro non posso non vederlo. È un
martire della carità e dell’aiuto alle persone bisognose.
Ma dopo l’omicidio altri sacerdoti, fedeli e comunità
hanno dovuto subire forme di pressione ed episodi di
intimidazione violenta. Quel clima persiste?
Non ha senso questa storia di gente che grida in nome di
Dio e ammazza le persone innocenti. Come mai accade
all’improvviso? Era un momento ben preciso, in Turchia
non era mai successo prima e non succederà in futuro.
Dopo un omicidio grave si possono anche organizzare
piccoli fatti non influenti, solo per far credere che sia in atto un clima di contrasto tra religioni. Quello turco non è
un islam che uccide. Sicuramente ci sono persone che
tentano di cambiare questa impostazione, ma i turchi, sin
dal tempo ottomano, pur volendo conservare la propria
fede sanno accogliere l’altro, sanno ascoltare.
Parliamo di Caritas Turchia. Una realtà molto attiva,
anche se espressione di una comunità cristiana molto piccola: a quali principi ispirate la vostra azione?
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internazionale
internazionale
contrappunto
ROMANO SICILIANI
religioni e dialogo
VOLO DI PACE
Alla cattedrale del Santo Spirito, a Istanbul, Benedetto XVI
libera una colomba, auspicio di dialogo tra le religioni
Fino all’agosto 1999 in genere il nostro lavoro si era limitato ai bisognosi delle nostre comunità, si era svolto tra i
cristiani. Ma dopo lo spaventoso terremoto nella regione
di Izmir – decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia
di senza tetto – Caritas non poteva stare a guardare: così
decidemmo di mescolarci a quelle persone, vivendo e soffrendo con loro, per aiutarli ma anche per cominciare un
cammino comune. In poco tempo abbiamo avuto una
quarantina di volontari musulmani, che si sono affiancati
a quelli cristiani. Sulla scia di quell’intervento Caritas ha
poi deciso di avviare progetti in ambiti diversi (handicap,
bambini di strada, adolescenti a rischio, anziani, donne
maltrattate). Abbiamo vinto le resistenze di chi non voleva che si continuasse nell’apertura alla società turca. Lavorando insieme, convergendo sulla difesa dei diritti e dei
valori umani più profondi, che derivano da principi religiosi riconosciuti dal cristianesimo e dall’islam, si supera
la paura reciproca e si fa vera amicizia. Benedetto XVI,
quando è venuto, ha confermato questa impostazione,
dicendo che non bisogna testimoniare Cristo con l’accumulo di ricchezze o con il potere, ma attraverso un amore
gratuito che si apre agli altri. Dobbiamo avere fiducia in
Dio, che ci aiuta a costruire questa amicizia.
Quali sono i problemi sociali più acuti, oggi, nella società turca?
Uno dei problemi più importanti è l’istruzione. E non per
mancanza di muri, di scuole o di università. Un bambino
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a scuola dovrebbe imparare a interpretare la realtà. Oggi in
Turchia non è così, l’istruzione che si impartisce è ancora
troppo autoritaria. Buona parte dei nostri giovani – anche
se qualcosa sta cambiando – non sono abituati a essere critici e creativi. Se la ricchezza si basa sulla libertà di scegliere, credo che oggi noi siamo molto poveri. Perché dietro a
tutte le povertà sociali c’è sempre una povertà culturale.
Esistono poi i problemi legati alle dinamiche demografiche, all’immigrazione interna, alla cattiva redistribuzione
della ricchezza. Anche il costo della vita è un problema grave, che provoca l’impoverimento della classe media e che
si avverte maggiormente nelle grandi città. Istanbul ha ormai 18 milioni di abitanti, l’80-90% arrivano dall’Anatolia,
immigrati che si accumulano in sterminate periferie. Senza provvedimenti politici adeguati, tra cinque anni potremmo avere problemi di povertà molto gravi, anche se
sul fronte assistenziale e previdenziale ci sono stati dei miglioramenti. Però, ripeto, è l’istruzione il punto essenziale.
La Turchia ha dovuto subire, a fine 2006, un congelamento nei negoziati di adesione all’Unione Europea.
Lo stop rischia di peggiorare la situazione economica e sociale?
Questo rischio esiste. L’ingresso nella Ue può diventare
un’occasione per rendere la Turchia più forte e più vicina
agli altri paesi. Quando si è soli si rischia sempre l’impoverimento. Dopo l’apertura dei colloqui con l’Unione Europea, in questi anni si è formata una vera e propria società civile: sono nate centinaia di associazioni non governative, ognuna con proprie ideologie e propri interessi,
che però rappresentano una Turchia nuova. Bisogna proseguire, anzitutto sul fronte interno, sforzandosi di migliorare le condizioni di vita della popolazione, di garantire livelli minimi di istruzione e di costruire un sistema socio-sanitario all’altezza delle altre realtà europee.
Alcuni giovani italiani in servizio civile operano a
Istanbul nell’ambito dei progetti di Caritas Turchia.
Come giudicate questa presenza?
È molto positiva, in primo luogo per le nostre comunità.
Questi giovani, con la loro testimonianza, rafforzano la
nostra speranza di creare esperienze forti di volontariato
anche in Turchia, dove tutti si preoccupano prevalentemente di lavorare e guadagnare di più per assicurarsi un
minimo per il futuro. La presenza dei giovani volontari
italiani dimostra ai nostri giovani quanto sia importante
donare agli altri le proprie energie, il proprio tempo, i
propri talenti.
EUROPA PIÙ LARGA,
MA QUALI SONO I SUOI VALORI?
di Alberto Bobbio
o scenario continentale forse si arricchisce. Ma sicuramente si
complica. L’Europa che si apre sul 2007 e corre verso il futuro dei
trenta o quaranta paesi, s’inchioda per ora a quota 27 con Romania
e Bulgaria, ultime stelle d’oro nella bandiera blu. Ma si sa che non tutti i
paesi sono uguali e i problemi che Bruxelles dovrà affrontare sono forse
maggiori dei benefici che potranno venire. Eppure la via sembra obbligata, anche perché c’è un allargamento politico trascinato dall’allargamento economico, un’Europa dei mercanti e delle merci che è disposta a fare
da sola quello che le istituzioni non sanno o non vogliono fare. Oggi la Romania, per esempio, è una colonia economica italiana – ogni tanto
pa, quali devono essere le sue radici
culturali, religiose, quali i suoi limiti
geografici e geopolitici. Ci si accanisce a discutere su quale sia l’“eurozona”, intendendo con essa uno
spazio buono solo per i mercanti.
Nessuno che cerchi di svincolare le
questioni legate all’euro da quelle
legate allo spazio culturale: per come stanno le cose oggi, l’“eurozona”
potrebbe andare da Lisbona a Pechino, dalla Finlandia a Città del Capo e alla Terra del Fuoco. Colpa di
è bene chiamare le cose con il proun dollaro debole, di chi cambia le
Con l’ingresso
prio nome –, nella quale i nostri brariserve in euro e di chi sogna che un
di Romania e Bulgaria,
vi padroni sfruttano poveracci e fangiorno il prezzo dell’energia venga
le stelle d’oro sulla
no quattrini a palate. È un paese dovalutato in euro.
bandiera dell’Unione
ve il reddito medio raggiunge i 200
L’Europa forse ha un problema e
sono diventate 27.
euro mensili se va bene. Dove c’è una
la cancelliera Merkel, che ne assume
Ma i criteri di
corruzione spaventosa, dove è inla presidenza per i primi sei mesi del
ammissione li decidono
stallato il più grande ufficio all’estero
2007 per conto della Germania, l’avi mercati o le istituzioni? vertirà. Ha un problema di identità,
delle polizie d’Europa, dove una colL’Ue ha un chiaro
ma la soluzione non sta nella chiutre di nebbia avvolge buoni e cattivi.
problema d’identità.
sura del club e nella definizione dei
In Italia, d’altronde, ci sono romeni
Però non deve chiudersi
che vivono come bestie, perché così
confini. L’Europa deve dire cos’è.
possono mandare a casa anche solo
Così l’adesione dei nuovi paesi potrà
cento euro. Che in Romania fanno la differenza.
essere stretta attorno a sensibilità culturali, a radici autentiche, non solo alle istituzioni comunitarie.
Benedetto XVI lo ha detto con grande chiarezza duranRileggere i grandi padri
Sorge dunque spontanea una domanda capitale: quali te il viaggio in Turchia. Non possiamo rischiare che l’Eurodiritti si rispettano, quali criteri si devono soddisfare per pa la facciano solo i mercanti, a volte senza scrupoli. Angeessere ammessi al club di Bruxelles? Le risposte sono va- la Merkel ha spiegato che lei vuole un’Europa fatta di perghe. Per la Turchia ci sono lacrime e bastonate, per altri i sone e per le persone, non un spazio buono per lobby e buproblemi politici, dei diritti e della libertà contano meno, rocrazie. Bisogna rileggere i grandi padri dell’Europa ree le porte si aprono più facilmente. Dice il presidente del- cente, ma forse sarà opportuno anche rileggere gli intelletla Commissione Ue, Barroso, che entreranno tutti coloro tuali dei tempi in cui l’Europa era quella delle grandi catteche sono pronti ad accettare regole e valori dell’Unione. drali, dei cammini, degli intrecci di popoli e culture. TeÈ una buona cosa. Ma quali sono i valori dell’Unione?
nendo presente che le idee hanno sempre viaggiato e hanSulla Costituzione, cioè la carta dei valori, non ci si no contribuito a costruire uno spazio identitario a collomette d’accordo. Neppure si sa cosa s’intende per Euro- quio con le culture. Anche oltre le rive del Bosforo.
L
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internazionale
mozambico
TURISTI
NEL GRANDE PARCO
UNA FORTUNA
PER POCHI?
PURA SUSSISTENZA
A sinistra, attività forestale nel parco dello Zinave. Sopra,
membri di una delle quattro piccole comunità del parco
ca e ancestrale, plasmata da una natura che la modernità
non ha sinora intaccato.
Dipendere dalla natura
edro, 8 anni, si alza ogni giorno alle 4, poco prima dell’alba. Insieme alla
mamma, si incammina verso il fiume Save, che dista otto chilometri dalla
capanna in cui vive insieme alla numerosa famiglia. Vanno a prendere l’acqua e bisogna tornare entro le 7 per la scuola. Ma Pedro si ritiene fortunato: molti suoi coetanei non possono studiare e devono aiutare in casa. C’è
tanto da fare, non ci si ferma mai fino al tramonto. Vita dura ma tutto sommato lineare, quella di Covane, una delle quattro comunità che si trovano
all’interno del parco nazionale dello Zinave, provincia di
Inhambane, Mozambico centro-meridionale. Vita dura e
lineare, che nuove strategie di gestione dei parchi rischiaLo Zinave del Mozambico,
no di sconvolgere, con il pretesto dello sviluppo turistico.
al confine con Sudafrica
Il parco dello Zinave è il più antico del Mozambico. Coe Zimbabwe, è inserito
stituito nel 1973, ricopre un’area di circa 40 mila ettari. Savana, grandi foreste, piccole lagune e a nord il fiume Save
in una vasta area transfrontaliera.
Lo sviluppo turistico però non giova costituiscono i principali ecosistemi. Le comunità all’interno del parco sono molto distanti tra loro: Covane, Maalle quattro comunità indigene.
chaquete, Malindile e Tanguane contano circa 4.500 residenti, che vivono in capanne di paglia. Un’Africa autentiChe chiedono politiche diverse
di Maria Cecilia Graiff
foto di Alberto Maria Rigon
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P
La maggior parte della popolazione adulta delle quattro
comunità è costituita da donne. Gli uomini migrano alla
ricerca di lavoro, verso le città del sud (Inhambane, Maputo) o verso il Sudafrica, per lavorare nelle miniere. Molti non fanno ritorno: in Sudafrica formano una nuova famiglia, così quella d’origine deve provvedere a se stessa.
La poligamia è pratica consueta, si stima che circa il 40%
dei matrimoni siano poligami. All’interno delle comunità
convivono l’autorità amministrativa e tradizionale. Il curandeiro (sciamano, guaritore) è una figura fondamentale
nella vita comunitaria: tutti lo temono e lo rispettano.
Le comunità del parco vivono in condizioni di pura
sussistenza. Dipendono totalmente dalle risorse naturali
del parco, piante e animali: raccolgono i cuori di palma
per spremerne una bevanda tradizionale alcolica, il vinho
de palma, destinata al consumo diretto e a un limitato
commercio locale; praticano un’agricoltura di sussistenza, soprattutto mais e manioca; spesso allevano capre e
galline. Un’importante fonte di sostentamento, soprattutto per le comunità relativamente più vicine al fiume, è la
pesca nel Save, condotta con metodi tradizionali.
Le comunità vivono in uno stato di isolamento. Vi sono solo due piste di sabbia in pessime condizioni che attraversano il parco. Invece tra i villaggi, che distano tra loro da 30 a 120 chilometri, non esistono piste dirette. Per
andare da Covane a Mabote, sede del distretto, ci vogliono
due giorni di bicicletta o ancora di più a piedi, lungo una
pista difficile di poco più di 90 chilometri. Non esistono te-
lefono né corrente elettrica, l’unica possibilità di comunicare è costituita dalle radio, bene prezioso che nessuna
comunità finora ha posseduto.
Comunicare, per sentirsi meno isolati, è uno dei principali bisogni espressi dalle comunità. Ognuna delle quali
ha una scuola, sotto una capanna di paglia, in cui i giovani maestri, che spesso non hanno neppure terminato il ciclo di studi superiore, sono costretti a riunire due classi in
una. Solo a Covane la scuola riesce a coprire fino alla sesta
classe (la nostra prima media), nelle altre comunità si arriva alla terza. Per frequentare la settima classe bisogna arrivare fino a Mabote e solo chi ha la fortuna di avere qualche
parente in grado di ospitarlo può continuare a studiare.
Così, solo il 7% della popolazione adulta ha avuto accesso
a una qualche forma di istruzione.
Altre situazioni critiche riguardano la salute e l’accesso
all’acqua. L’unica struttura sanitaria, che garantisce la presenza di un’infermiera, è situata nella comunità di Tanguane, l’unica a possedere un pozzo (di acqua salmastra)
che serve per il posto di salute e la scuola, ma a cui gli abitanti non possono accedere. Fonti d’acqua potabile accessibili sono il Save e i piccoli laghi ad esso collegati. Ma il fiume non scorre sotto casa: la comunità di Malindile è a 15
chilometri dalle sue sponde, ogni giorno donne e bambini coprono la distanza per procurare da bere alla famiglia.
L’arroganza degli investitori
Ma a questi problemi strutturali se ne sta aggiungendo
uno inedito, relativo alla gestione del parco. Nel 1992, al
termine della guerra civile che per un ventennio ha insanguinato il paese, tutte le strutture del parco erano distrutte e gli animali quasi scomparsi. Solo nel 2000 lo stato mozambicano ha stanziato fondi per il recupero e il controllo della riserva. Nel 2005 è stato firmato un accordo fra
Mozambico, Sudafrica e Zimbabwe per creare un’area
protetta transfrontaliera, ovvero un grande parco esteso
nelle zone di confine fra i tre paesi. Investimenti stranieri
e fondi della Banca Mondiale hanno dato impulso alla
protezione dei parchi già esistenti. D’altra parte il turismo
è stato inserito nelle politiche del Mozambico quale mezzo di sviluppo e settore prioritario nel quale investire.
Ma la scarsa capacità gestionale del ministero del turismo e l’arroganza degli investitori internazionali (soprattutto sudafricani) rendono difficile lo sviluppo turistico in
Mozambico. Aree ricche di bellezze naturali, come è successo per lunghi chilometri di coste a Inhambane o per
l’arcipelago di Bazaruto, vengono monopolizzati dai grandi investitori privati, che colludono con lo stato per otteI TA L I A C A R I TA S
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internazionale
internazionale
guerre alla finestra
mozambico
L’IMPEGNO CARITAS
Nel 2005 la Caritas Mozambicana ha espresso la volontà di lavorare con le comunità del parco
dello Zinave. Caritas Italiana, dal 2002 impegnata nel paese a fianco di Caritas Mozambicana, ha condiviso
la proposta, coinvolgendo l’ong piemontese Lvia. Così, attraverso un operatore Lvia e grazie a un finanziamento di
Caritas Italiana, Caritas Mozambicana è presente dall’inizio del 2006 nel parco nazionale per realizzare un progetto
di sviluppo integrato, che si propone di rispondere ai bisogni primari delle comunità, tentando, nel contempo,
di sensibilizzare le persone ai problemi ambientali e di educarle al valore della biodiversità intesa come risorsa.
Il particolare clima (periodi di estrema siccità, alternati a piogge a carattere alluvionale) e le grandi distanze
rendono difficile la sopravvivenza dei villaggi del parco. Negli ultimi anni il Programma alimentare mondiale
è intervenuto in situazioni di emergenza con programmi di tipo assistenziale, che però hanno creato forme
di dipendenza. Caritas Mozambicana cerca di dare risposte alternative: il progetto si propone di migliorare
la sicurezza alimentare e l’accesso all’acqua, l’accesso ai medicinali, il livello di alfabetizzazione.
Nel 2006, per esempio, è stato avviato a Covane un progetto di apicoltura, cofinanziato dal Programma
di sviluppo Onu, per formare venti apicoltori e dotarli di attrezzature e di cento arnie, garantendo l’acquisto del miele
da parte di una ditta locale. A gennaio 2007 ha preso il via un progetto per formare in ogni comunità levatrici e operatori
per interventi di alfabetizzazione e di educazione igienico-sanitaria. Ogni comunità verrà inoltre dotata di una radio.
E a marzo, terminata la stagione delle piogge, si cominceranno i lavori per realizzare un pozzo in ogni comunità.
Nel corso del 2006 è stato inoltre presentato al ministero degli esteri italiano un progetto più ampio
per valorizzare il ruolo della popolazione locale nello sviluppo del turismo nella zona costiera della provincia
di Inhambane e l’inserimento di strutture turistiche sostenibili nei parchi (in particolare Inhassoro e Zinave),
che prevedano il coinvolgimento dalle comunità locali, in termini di progettazione e gestione.
nere facilitazioni e costruiscono lodge di lusso, con margiCosì, anche nello Zinave, accade comunemente che le
ni di guadagno altissimi non condivisi con le comunità lo- comunità, sebbene nessuno parli più di delocalizzarle,
cali: perfino la manodopera è importata dal Sudafrica. Di vengano escluse dallo sviluppo del parco: non hanno pefatto si tratta di privatizzazioni di grandi aree, rese legali dal so politico e sono esposte alle decisioni assunte dal goverministero.
no, sotto le pressioni
Ma c’è di più. La legdegli investitori e della
ge mozambicana sui
Banca Mondiale. Fino
parchi, che vieta al loro
all’anno scorso al miniinterno qualsiasi attività
stero del turismo si resociale ed economica
spirava un aria di astio
che pregiudichi la connei confronti delle coservazione di flora e
munità residenti nei
fauna, è stata interpreparchi. Ora la Banca
tata negli ultimi anni in
Mondiale fa pressioni
modo unilaterale e raperché esse vengano
dicale. “Bisogna cacciacoinvolte nel processo
re le comunità dai pardi sviluppo dei parchi.
chi”: così hanno tradotDi fatto il nuovo attegto la legge apparati
giamento non si è però
pubblici e privati. Ma
concretizzato in scelte
per un africano è difficipolitiche o investimenlissimo abbandonare la TURISMO INSOSTENIBILE
ti di sviluppo a favore
propria terra d’origine. Boscaiolo nello Zinave. Il turismo, per ora, non frutta benefici ai locali
delle comunità indigeE per di più lo stato non ha le capacità economiche per ne. Il turismo, anziché volano di benessere, continuerà a
creare condizioni adeguate alla dislocazione delle comu- rappresentare una minaccia ai legami secolari che l’uomo
nità da secoli insediate nel territorio che oggi è parco.
ha creato con il suo ambiente?
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FEBBRAIO 2007
INTERESSI, LA CHIAVE
PER “DECOSTRUIRE” I CONFLITTI
di Paolo Beccegato
l mondo non ha pace. Mentre si raggiungono accordi per superare
situazioni di conflitto e avviare transizioni democratiche (è il caso
di Repubblica democratica del Congo, Uganda e Burundi), in altri
territori si manifestano nuovi scenari di guerra, o quantomeno proseguono, se non addirittura peggiorano, le violenze organizzate e sistematiche. Accade in Sri Lanka, Sudan, Somalia: come decostruire le ragioni delle armi e costruire, al contrario, percorsi di riconciliazione?
Un approccio fondamentale per tentare di trasformare le ostilità –
I
degli israeliani, grazie alla demilitarizzazione dell’area.
Il ruolo della “terza parte”
Dietro a opposte posizioni di solito
giacciono più interessi di ogni singola parte in gioco. Alcuni sono in
opposizione fra loro, altri possono
essere componibili. Occorre uno
spirito di ricerca e una tenacia costruttiva, per non abbandonare il
interpersonali, sociali, fino a quelle
campo anche di fronte al ri-esplointernazionali – in una conflittualità
dere delle violenze o a difficoltà a
Dietro le guerre
nonviolenta, si basa sulla distinzione
prima vista insuperabili.
sembrano esserci
fra posizioni e interessi. Gli interessi
In molte situazioni le parti traposizioni lontanissime.
sformano il loro problema in una disono ciò che spinge le parti a prendeIn realtà, le parti
sputa aperta e cercano di raggiungere determinate posizioni. Inoltre le
possono essere mosse
re i propri scopi attraverso un susseposizioni cambiano con il tempo, e
da motivazioni non
guirsi di posizioni via via più rigide.
ciò complica l’analisi della situazione.
sempre inconciliabili.
È possibile che l’ostilità aumenti e
Un caso storico, tratto da un
Un tenace spirito
che raggiungere un accordo diventi
conflitto internazionale, chiarisce
di ricerca può servire,
sempre più difficile. Le guerre di ogmeglio l’utilità di concentrarsi sugli
anche quando le ostilità
interessi, prima di analizzare le pogi sono sempre più “cicliche”: l’acnon si placano
sizioni. Israele occupa la penisola
crescersi delle ostilità è seguito da
del Sinai in seguito alla guerra dei
una guerra violenta; a essa può sucSei Giorni, combattuta nel 1967. Nel 1978, durante i ne- cedere una sospirata fase di relativa calma; poi possono
goziati fra Egitto e Israele a Camp David, le posizioni ap- riesplodere nuovi scontri. In questi casi l’intervento di
parivano incompatibili: Israele non aveva intenzione di una terza parte può cambiare la struttura del conflitto.
lasciare la penisola, l’Egitto affermava che ogni soluzioL’esperienza della rete Caritas in vari contesti del
ne che non riconsegnasse ogni acro del Sinai agli egizia- mondo, anche delle Caritas locali in aree di crisi note e
ni era inaccettabile. Esplorare e rendere espliciti gli inte- meno note, ha provato a rappresentare questo principio
ressi delle parti fu l’azione che rese possibile un accor- della “terza parte”. In situazioni di conflitti “dimenticati”,
do: l’interesse degli israeliani risiedeva nella sicurezza le Caritas si sono spinte a mediare la liberazione di bam(avere carri armati egiziani al confine, pronti a entrare in bini soldato (ad esempio in Sierra Leone) o ad avviare
ogni momento, non rappresentava una condizione di vere e proprie trattative tra le parti in guerra (è il caso di
sicurezza); l’Egitto era invece interessato alla sovranità Sri Lanka, nelle prime fasi del conflitto armato tra gover(la penisola era stata parte del territorio egiziano dal no e tigri tamil). Ed è in forza di questa esperienza pratitempo dei faraoni). Fu trovato un accordo accettabile da ca, che le riflessioni sui conflitti e sulla riconciliazione asentrambe le parti, che restituiva la sovranità sul Sinai sumono il valore di una “pedagogia dei fatti”, criterio e
agli egiziani, garantendo allo stesso tempo la sicurezza stile del lavoro di Caritas a ogni livello.
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agenda territori
bacheca
COMO
Il papa alla mensa di Colle Oppio
«Tra voi si tocca la presenza di Cristo»
Ricerca sui giovani:
forte identità,
scarsa curiosità
Caritas resta la sigla più nota ai donatori italiani
Comunicare la solidarietà? Non bisogna mercificare
È uscita a gennaio una ricerca
sui giovani lariani, condotta insieme
da Osservatorio delle povertà e delle
risorse della Caritas di Como, centri
di ascolto e Pastorale giovanile.
L’indagine prende in considerazione
il territorio della sponda ovest del Lario,
area geografica segnata da elementi
contradditori: accanto a una buona
qualità ambientale e a forti legami
identitari sono presenti denatalità,
dispersione demografica e difficili
rapporti sociali. Le nuove generazioni
sono caratterizzate ancora da una bassa
scolarizzazione, perché spesso si
preferisce trovare un impiego sotto casa
piuttosto che investire nella formazione
superiore, benché rispetto al passato
siano aumentati gli studenti universitari.
Infine, i problemi di mobilità sono alla
base di una scarsa curiosità culturale.
Nel 2006 un italiano su tre ha fatto donazioni. In media, 68 euro a testa.
È quanto emerge dall’annuale indagine Doxa sugli italiani e la solidarietà.
Preferita la ricerca medica, resta comunque alto l’interesse per la lotta
alla fame e alle povertà, come pure la mobilitazione in occasione di guerre
e calamità naturali. La Caritas conferma la sua notorietà complessiva:
è la sigla più nota in Italia (con Telefono Azzurro), conosciuta dal 77%
dei 1.007 intervistati. Caritas Italiana (59%) gode di un livello di notorietà
doppio rispetto a Caritas Internationalis (28%) e alle Caritas diocesane
(30%), con un picco del 78% tra gli “alto-donatori” (almeno 50 euro l’anno)
e un forte incremento, rispetto al 2005, soprattutto nella fascia 35-54
anni. Cresce, in generale, l’immagine di Caritas Italiana come organismo
a sostegno di poveri ed emarginati e viene inoltre confermato
il riconoscimento come organismo ufficiale della Chiesa cattolica
e come punto di riferimento per la difesa dei valori di giustizia e pace.
La ricerca Doxa è stata presentata nel seminario sul rapporto tra
comunicazione e animazione, al quale hanno partecipato, a metà dicembre
a Roma, una trentina di operatori di Caritas diocesane e Caritas Italiana.
Dopo la presentazione dell’indagine, Sandra Bruno (Doxa), Davide Cavazza
COMUNICARE, ANIMARE
(Unicef) e Paolo Beccegato (Caritas Italiana), con l’aiuto della giornalista Rai
Il coordinamento comunicatori Caritas:
Carmen Lasorella e di don Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana, si sono
sopra, i partecipanti; sotto, tavola
confrontati su cosa è solidarietà e cosa vuol dire fare animazione attraverso
rotonda con Carmen Lasorella
le campagne. Ne sono emersi molti nodi e qualche pista di lavoro
per riuscire a comunicare una solidarietà che vada al di là del gesto episodico e diventi atteggiamento costante.
«Tra voi è possibile toccare con mano
la presenza di Cristo nel fratello che ha
fame e in colui che gli offre da mangiare».
Così Benedetto XVI si è rivolto ai volontari
e agli ospiti della mensa della Caritas
romana di Colle Oppio, durante la sua
visita (nelle foto, due momenti) avvenuta
il 4 gennaio. Un discorso breve e intenso,
che ha ripreso alcuni passaggi della sua enciclica
Deus Cariats est. A cominciare proprio dall’esordio.
«Dio è amore – ha detto il pontefice –: non un
amore sentimentale, ma un amore che si è fatto
dono totale, sino al sacrificio della Croce». Papa
Ratzinger ha voluto anche sottolineare il senso
profondo dell’opera compiuta ogni giorno all’interno della struttura. Dove,
ha spiegato il pontefice, «non si vuole dare soltanto da mangiare, ma servire
la persona, senza distinzione di razza, religione e cultura». Semplice
ed essenziale anche la cerimonia di intitolazione della mensa. Bendetto XVI
ha tolto il velo che copriva l’insegna dedicata a papa Giovanni Paolo II,
rendendo omaggio al suo predecessore, che visitò la mensa nel 1992.
Ha poi ricevuto in dono uno dei grembiuli utilizzati dai volontari e una
coperta, immagine della sofferenza e del disagio, con la richiesta di portarli
con sé nei suoi prossimi viaggi come simboli della vicinanza di Roma
ai poveri del mondo. Da parte sua il pontefice ha ricambiato l’omaggio,
regalando un assegno di 100 mila euro, diecimila coperte e duemila
giacconi pesanti da distribuire agli indigenti.
BOLZANO
Lotta alle dipendenze,
altri quattro anni
al “Binario 7”
Anche nei prossimi quattro anni il centro
diurno di Bolzano, Binario 7, continuerà
a svolgere la sua azione di accoglienza
e consulenza verso le persone che
vivono situazioni di disagio fisico,
psichico e sociale dovute a problemi
di dipendenza. La Fondazione Odar,
la Caritas diocesana Bolzano-Bressanone
e la cooperativa sociale “Farsi prossimo”,
40
di Ferruccio Ferrante
ROMA
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FEBBRAIO 2007
promossa da Caritas Ambrosiana
(costituite in associazione temporanea
d’impresa), si sono aggiudicate la gara
d’appalto promossa dell’Azienda servizi
sociali del comune di Bolzano. Nel
centro di via Garibaldi, sei collaboratori
e la responsabile accolgono e supportano
persone che hanno esperienze
e problemi di dipendenza da sostanze
psico-attive illegali e da psicofarmaci.
Binario 7 opera seguendo la strategia
della bassa soglia. Si opera dunque
perché i soggetti maturino nel tempo
le motivazioni per uscire dalla dipendenza.
NAPOLI
Avvocati di strada,
quindici professionisti
difendono gli ultimi
Sono arrivati anche a Napoli gli Avvocati
di strada, in difesa dei diritti dei senza
dimora. Per ora sono quindici,
ma il numero dei volontari (civilisti
e penalisti, disposti ad assistere coloro
che non possono pagare) presto
aumenterà. Lo sportello di consulenza
e assistenza legale trova spazio,
da gennaio, nella sede del Binario
della Solidarietà, il centro di accoglienza
diurna promosso dalla Caritas
diocesana, e in quella della stessa
Caritas. Grazie agli Avvocati di strada,
si cercheranno le misure alternative
Essere nel territorio, educare facendo
Nelle campagne spesso c’è inquinamento tra logica del dono e operazione commerciale. Occorre dunque fare
attenzione, per evitare i rischi di mercificazione della solidarietà e dello sfruttamento a fini commerciali di un “logo
solidale”. Occorre poi distinguere tra raccolta fondi e campagna di animazione. La raccolta fondi è materia studiata,
patrimonio conoscibile. Fare campagne di animazione significa invece addentrarsi in terreno molto meno esplorato
e codificato, non riconducibile a mera tecnica, anche se c’è comunque necessità di strutturazione in fasi ben definite.
Tre sono, in definitiva, gli elementi caratterizzanti una campagna capace di fare animazione. Anzitutto
la presenza: per poter animare occorre essere nel territorio, capaci di utilizzare (anche a livello di comunicazione)
strumenti e opportunità locali; solo da un effettivo radicamento può nascere l’incontro-relazione capace di produrre
una progettualità costruita insieme. In secondo luogo occorre educare facendo: è il solo modo per ampliare
il cerchio di condivisione e partecipazione di una campagna. Il coinvolgimento porta pian piano dal dono di cose
al dono di sé. Infine, bisogna andare alle cause: una campagna raggiunge il suo scopo di animazione se riesce
a far riflettere sulle cause di una certa situazione, e se si rivela capace di attivare circoli virtuosi di advocacy
e di pressione, tali da indurre cambiamenti. Utile, alla luce di queste sollecitazioni, il confronto su due esperienze
di animazione a livello locale: una sul tema dei conflitti dimenticati, presentata dalla diocesi di Foligno, l’altra
sul microcredito, presentata dalla diocesi di Vicenza.
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FEBBRAIO 2007
41
agenda territori
ottoxmille
di Martina Ghersetti
Battaglia per il permesso di Andrés,
Nuovi Vicini crede nell’advocacy
Uno strumento per promuovere maggiore
giustizia sociale, ispirato all’idea che la violazione
del diritto di una persona debole non è un fatto
personale, ma ha valore universale: questo
è l’advocacy, procedura giuridica ispirata
non al principio romanistico di tutela del diritto
NUOVI VICINI
individuale, quanto a quello, più comune
La sede della Caritas
nel diritto anglosassone, che allarga gli orizzonti
di Concordia-Pordenone
a effetti che apportino beneficio alla collettività.
Abbraccia questa logica il progetto “Tutela & Advocacy”, finanziato grazie
a Caritas Italiana con i fondi Cei otto per mille e avviato dal servizio legale
di Nuovi Vicini onlus, il braccio operativo della Caritas della diocesi
di Concordia-Pordenone, che si propone anche come capofila della rete
regionale che coinvolge nella stessa strategia tutte le altre Caritas dei
capoluoghi di provincia del Friuli Venezia Giulia. Claudia Murador, avvocato
di Nuovi Vicini onlus, sta seguendo alcuni tra i primi casi affrontati con
l’innovativa procedura. «Cambiano anche le modalità operative d’intervento
– spiega l’avvocato –. Il legale non si sostituisce alla persona che tutela:
si cerca di renderla consapevole che il percorso si fa insieme, dialogando
con le istituzioni interessate; la persona seguita, dove può, interviene.
È un’impostazione difficile da attuare, perché spesso la persona non ha
gli strumenti per fare da sola, anche se questo rimane il nostro obiettivo:
promuovere l’autotutela». L’esperienza di Pordenone, tra l’altro, è innovativa
non solo per il Friuli Venezia Giulia, ma a livello nazionale.
Un caso che vale d’esempio
Andrés Rodriguez gestiva un’attività commerciale con il fratello, in un paese
sudamericano, ma è stato consigliato di allontanarsi, perché “non
desiderato” a causa dell’attività politica ”non gradita” che conduceva.
La sieropositività ha complicato la sua condizione; nonostante la malattia,
ha lavorato in nero per dieci anni in Italia. Ha anche avuto una condanna
penale, è stato in carcere, probabilmente perché l’attenuante dello stato
di necessità non è stata evidenziata dal legale d’ufficio. È un uomo che
ha fatto tesoro delle esperienze passate: oggi assiste una persona malata
e vorrebbe cavarsela da solo. Qui si è inserito l’accompagnamento legale
di Nuovi Vicini: tutte le memorie depositate in questura hanno avuto esito
negativo e finora non gli è stata riconosciuta la conversione del permesso
di soggiorno per cure mediche in quello per motivi umanitari. Il caso
del signor Rodriguez non è isolato: la speranza che la vicenda si concluda
in modo positivo, ed esemplare per altri casi simili, non è perduta.
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I TA L I A C A R I TA S
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FEBBRAIO 2007
per piccoli reati, ma si offrirà aiuto
anche per reati più importanti, nonché
per vicende riguardanti residenza
anagrafica, permessi di soggiorno,
contenziosi, pratiche per pensioni
di invalidità,
separazioni e
diritti genitoriali.
Tutto è iniziato
da un romanzo
di John
Grisham,
L’avvocato di strada, uscito nel 1998:
l’idea fu concretizzata a Bologna, nel
2000, dall’associazione Amici di Piazza
Grande, cui fecero seguito le esperienze
di Bolzano, Ferrara, Verona, Padova,
Milano, Bari, Foggia, Trieste, Lecce
e Venezia. A Napoli il progetto è stato
reso possibile grazie al protocollo
d’intesa tra assessorato alla solidarietà
della provincia, Caritas diocesana
e Fondazione Banco di Napoli
per l’assistenza all’infanzia, che oltre
a erogare un finanziamento curerà
uno studio sui diritti della povertà.
OSSERVATORI
Umbria e Sardegna,
mappa delle povertà
al microscopio
Prosegue la pubblicazione dei Rapporti
sulle povertà. In Umbria sono 23mila
le famiglie povere, tremila in più rispetto
al 2001. Lo rivela l’Osservatorio
regionale sulla povertà, istituto dalla
regione e dalla Conferenza episcopale
umbra, che coinvolge le Caritas
diocesane. Secondo l’indagine,
sarebbero 138mila gli umbri poveri
o che rischiano di diventarlo, pari
al 17% della popolazione. Tra chi vive
in condizioni di disagio sociale ci sono
gli anziani che percepiscono pensioni
insufficienti (uno su due nella regione),
i giovani con un lavoro precario, l’8,2%
delle giovani coppie con figli. Sono,
inoltre, molto povere il 4% delle famiglie.
L’Osservatorio sottolinea che dal 1997
al 2005 l’età media dei poveri estremi
è aumentata: si è passati da 37
a 42 anni. Tra costoro sono più
numerosi gli immigrati degli italiani,
le donne degli uomini. La ricerca mette
anche in luce che tra le cause che
spingono le persone verso la povertà
ci sono fenomeni legati all’usura e alle
malattie. Invece in Sardegna a trovarsi
in condizioni di disagio non sono solo
i senza dimora, ma anche quanti vivono
situazioni di fragilità all’interno
del proprio nucleo familiare, disoccupati,
lavoratori precari, “poveri dell’euro”,
immigrati, chi cerca rifugio nell’alcol
e nella droga, malati mentali e anziani
che non possono spendere. Il “Rapporto
2006 su povertà ed esclusione sociale
in Sardegna”, presentato a fine
dicembre e condotto analizzando
le richieste pervenute ai centri di
ascolto Caritas, propone anche storie
di vita delle persone in stato di disagio
e percezioni degli operatori e di testimoni
privilegiati, unendo l’approccio
quantitativo a quello qualitativo. Chiude
la pubblicazione un capitolo nel quale
si affrontano, in sintesi, i temi cruciali
relativi al welfare regionale.
FOGGIA
Riapre il Conventino:
anche laboratori oltre
a letti, mensa e docce
Dopo tre anni ha riaperto le porte
il Conventino di Foggia, una struttura
per senza dimora gestita dalla
Fondazione Fasano-Potenza e promossa
dalla Caritas diocesana. Il 29 dicembre
i locali ristrutturati di via Orientale sono
stati bendetti dal vescovo, monsignor
Francesco Pio Tamburino. Nel centro
di prima accoglienza sarà trasferita
sto in campagna
di Francesco Chiavarini
L’arte di fare campagne,
in un libro le sette regole d’oro
Il problema
Volontari, operatori sociali, dirigenti di cooperative,
aggiungete una parola nuova al vostro vocabolario:
campaigning. Termine inglese, indica le attività che
enti non profit, ma anche istituzioni, mettono in pratica
quando decidono di “scendere in piazza”
e di mobilitare l’opinione pubblica, cioè di organizzare
un campagna. Ci sono molti modi per farsi notare,
per attirare l’attenzione del pubblico, per sensibilizzarlo
su alcuni temi. Ma solo alcuni sono effettivamente efficaci. Chi conosce
i segreti di una buona campagna è il campaigner. Secondo gli esperti,
una figura in rapida ascesa, che fra qualche anno potrebbe contendere
il primato, all’interno delle organizzazioni non profit, al fundraiser
ed emanciparsi dalla subalternità rispetto al comunicatore.
Il sussidio
Per la prima volta un libro dedicato al campaigning è stato progettato
e pubblicato in Italia, grazie all’editrice Emi e ad Asvi, Agenzia per lo sviluppo
del non profit. La pubblicazione (“Campagne per le organizzazioni non profit.
Sette regole per i manager del cambiamento”, Emi, pagine 343) è curata
da Davide Cavazza, sotto la direzione editoriale di Marco Crescenzi,
e spiega i segreti del mestiere, cioè le sette regole d’oro per organizzare
un’efficace campagna di sensibilizzazione, dall’individuazione degli obiettivi
e dei tempi alla costruzione di alleanze strategiche con i partner migliori,
dalla comunicazione dei contenuti all’opinione pubblica all’analisi
dei risultati. Dopo la teoria, la prassi: nella seconda parte del volume
sono pubblicati alcuni case history, sono cioè raccontate alcune campagne
attraverso la voce dei loro promotori, da quella per l’accesso di farmaci
essenziali di Medici senza Frontiere a quella per la salvaguarda delle
foreste di Greenpeace a quella sui conflitti dimenticati di Caritas Italiana,
per citarne solo alcune. Notevole anche l’apparato bibliografico.
anche la mensa dei poveri che assicura
tre pasti al giorno, dal lunedì al sabato,
grazie al servizio di circa 70 volontari.
Inoltre si sposterà nella sede rinnovata
l’ambulatorio medico, convenzionato
con l’Asl Foggia Tre, nel quale operano
tutti i giorni nel tardo pomeriggio dieci
medici volontari. Il centro, oltre ad offrire
64 posti letto nelle sale dormitorio
riservate ad ospiti maschi, fornirà
a ospiti esterni un servizio docce
e di distribuzione di indumenti. Infine
saranno ospitati nella struttura
i laboratori multiculturali e artigianali
dove si svolgono corsi di italiano per
stranieri, di informatica, arti e mestieri.
I TA L I A C A R I TA S
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FEBBRAIO 2007
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villaggio globale
a tu per tu
SUSSIDI
Al Gore racconta
i disastri ambientali
ai tempi dei gas serra
Quaresima: attingere a un abbraccio
per imparare a ricambiare nell’amore
Crialese e un Nuovomondo tra memoria e identità
«L’emigrante? Colui che immaginava. Prima che la tv…»
“Come io vi ho amato”: tratto dal Vangelo di Giovanni,
è il tema scelto da Caritas Italiana e dall’Ufficio nazionale
Cei per la pastorale della famiglia per il tempo
di Quaresima e Pasqua 2007. Come di consueto,
sono stati preparati sussidi per vivere nella preghiera
e nell’azione caritativa questo particolare tempo liturgico:
un opuscolo dedicato alle famiglie, un album per i bambini,
un poster (nella foto), un salvadanaio e una scheda per l’animazione pastorale.
Gli uffici Cei propongono dunque di riflettere e pregare, nel cammino
di avvicinamento alla Pasqua, sul comandamento di un amore che si misura
su un modello che appare irraggiungibile, ma con la consapevolezza di essere
amati gratuitamente e teneramente, che invita a ricambiare.
Caritas e Ufficio famiglia propongono l’immagine dell’abbraccio come
esperienza umana alla quale attingere per saper amare gratuitamente
e fraternamente tutti, a cominciare da chi fa più fatica.
Per il suo Nuovomondo Venezia ha inventato il Leone d’Argento al film rivelazione.
E anche se, pur rappresentando l’Italia agli Oscar, non ce l’ha fatta a entrare nella cinquina
dei candidati per il miglior film straniero, sta riscuotendo apprezzamenti anche all’estero.
Del resto, già con il precedente Respiro, ambientato in un’assolata e arcaica Lampedusa,
Emanuele Crialese aveva ottenuto elogi internazionali. Con Nuovomondo il regista
racconta, seguendo le tracce di una famiglia di siciliani che partono per l’America,
di “quando gli immigrati eravamo noi”.
Un film che parla di emigrazione: un monito per un paese che oggi si trova ad accogliere
e che ha già dimenticato il passato? O semplicemente uno strumento per recuperare
una fase importante della nostra storia?
Anzitutto non siamo il solo paese a dimenticare. La rimozione è un fenomeno comune
a tutti gli uomini, un meccanismo che serve a difenderci dal peso degli errori
che spesso si commettono nella vita o da ricordi di ingiustizie subite. Detto
questo, l’urgenza di scrivere e realizzare un film dipende da diverse necessità.
Nel mio caso ci sono sicuramente le due ragioni dette, ma anche tante altre.
Come l’interesse per il sentimento particolare dell’emigrante, che vive una
condizione esistenziale di abbandono del noto per l’ignoto. È grazie alla capacità
di immaginare e di continuare a sperare in mondi più giusti e più liberi che
ci si priva della vita passata, della terra, dei morti, della famiglia e si attraversa
l’oceano. Per poi condurre un’esistenza quasi sempre legata alla nostalgia della
propria terra, in un Nuovo Mondo che la prima generazione non sentirà mai suo.
Nell’inquadratura della nave con a bordo gli emigranti che si stacca dal porto
sembra aprirsi una ferita. Destinata a non rimarginarsi mai…
È una lacerazione, come un pezzo unico che si divide. Una parte, quella
che si muove, cercherà di riprodursi e di esistere nella nuova terra, continuando
a mantenersi compatta e unita. Come ha fatto la comunità italiana nel mondo.
La lacerazione per aver lasciato affetti e radici c’era negli immigrati di ieri
e c’è in quelli di oggi. Con quali differenze?
Gli emigranti del secolo scorso partivano senza aver mai visto davvero il Nuovo
Mondo; dunque, forse, erano più ottimisti. Oggi coloro che arrivano hanno già
DESTINAZIONE AMERICA
Emanuele Crialese (sopra)
immagini nella loro testa. L’onnipresente televisione si è sostituita al fuoco intorno
e due scene del film Nuovomondo
al quale gli uomini si riunivano per raccontarsi storie. Ma non avrà mai la stessa
funzione perché in qualche modo, illustrando il mondo da una prospettiva molto precisa, spesso politica, non lascia libera
l’immaginazione degli uomini, anzi la intrappola in una rete di schemi manipolati che si mascherano da “cose vere”.
Cosa hanno comunicato al mondo gli emigrati italiani?
Gli italiani sono arrivati con le loro famiglie in tutti i paesi del mondo. Ci sono arrivati come lavoratori, non con
la violenza dei colonizzatori. Ovunque nel mondo essi hanno cominciato dal gradino più basso della scala sociale,
per poi integrarsi ed essere rispettati senza perdere mai l’identità. Portano il ricordo della loro terra e lo tramandano
di generazione in generazione. È uno degli aspetti che ci rendono molto diversi da tutti gli altri: esistere nel mondo
come italiani, anche se si abita un altro paese da tre generazioni.
È uscito il 19 gennaio nelle sale Una
scomoda verità, il film di Al Gore sui
disastri ambientali provocati dai gas
serra. Girato da Davis Gugenheim
(regista anche di alcuni episodi della
serie tv cult E.R.), il cine-notiziario
espone alla maniera di Micheal Moore
(9/11), dati scientifici, tabulati
e previsioni sul riscaldamento
del pianeta, frutto di oltre venti anni
di ricerche ambientali del braccio
destro di Clinton che
nel 2000 perse, per una
manciata di voti, la sua
corsa alla Casa Bianca
contro Bush. Per singolare
coincidenza il "quasidocumentario" è stato
distribuito in Italia
due settimane dopo
uno studio sulla situazione climatica
e ambientale della Commissione
europea che accredita, per la prima
volta, ipotesi drammatiche per il bacino
del Mediterraneo. Secondo questa
analisi, l'aumento della temperatura
provocato dalle emissione dannose
potrebbe costare all'Europa migliaia
di vite entro i prossimi 70 anni.
FUMETTI
Notte di San Nessuno,
l’equosolidale
formato striscia
La notte di San Nessuno è il primo
fumetto equosolidale in Italia, nato
dalla collaborazione tra la rivista
del Pime IM (Italia Missionaria)
e l’associazione Botteghe del Mondo.
Il primo numero, uscito nello scorso
44
di Danilo Angelelli
CINEMA
I TA L I A C A R I TA S
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FEBBRAIO 2007
maggio, raccontava,
con un linguaggio
adatto ai ragazzi,
l’odissea di una
tavoletta di cioccolato
dall’Africa fino
alle nostre tavole.
Il secondo, uscito ai primi di dicembre,
affronta invece la storia di un pallone
da calcio che arriva dal Pakistan
e ha il significativo titolo
di “Pallonasia”. Protagonista
è un ragazzo come tanti altri, Nelson,
che fa in sogno un lungo viaggio
in compagnia di Chandra, la luna
amica, per conoscere altri bambini
costretti al lavoro e allo sfruttamento.
Nato dalla matita del noto disegnatore
Fogliazza, La notte di San Nessuno
spiega in modo colorato l’importanza
del commercio equosolidale e propone
schede storiche e geografiche, oltre
alla testimonianza di un missionario.
Il terzo episodio, a maggio 2007,
porterà Nelson in America Latina.
LIBRI
Honduras violento,
la repressione
e i suoi meccanismi
Cosa sta dietro i fatti criminali che
insanguinano l’Honduras? La delinquenza
comune, o qualcosa di più profondo
e inquietante, una silenziosa rivoluzione
sociale individualista che scardina tutti
i paesi centroamericani? Sergio Spina,
già operatore di Caritas
Italiana nel paese
centroamericano,
racconta nella sua
seconda opera,
Honduras. Maschere
per il dominio (Edizione
Achab, 127 pagine), i meccanismi
della repressione messi in atto dal potere
e la resistenza ingaggiata dalla società
civile nel faticoso sforzo di costruire un
popolo. Uno sguardo originale sul Centro
America, una lunga inchiesta capace
di cogliere le notizie oltre le verità ufficiali
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FEBBRAIO 2007
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storie di speranza
villaggio globale
e di smascherare chi vorrebbe
occultarle. Un libro che ha
l’immediatezza di un album di fotografie
scattate durante un viaggio.
pagine altre pagine
di Francesco Meloni
La parola (scritta) ai testimoni:
Ingrao voleva la luna,
per Magris la storia non è finita
di Claudia Torre
IL GIOCO DELL’ARMANDO,
LA VITA RICOMINCIA ALLA STAZIONE
LIBRI
“Blood brothers”,
un vescovo in Galilea
vive per riconciliare
Esce in traduzione italiana Blood
Brothers (“Fratelli di sangue”),
il bestseller internazione (da cui venne
tratto il film Prophet in his own country)
di Elias Chacour, il vescovo
melchita di Galilea, per ben
tre volte candidato al Nobel
per la pace. Padre Elias
racconta in queste pagine
la sua straordinaria storia e
il suo impegno come cristiano nel tentativo
di riconciliare palestinesi ed ebrei.
Blood Brothers. Una testimonianza di pace
in Medio Oriente, Rubettino, 224 pagine.
RIVISTE
Comunità cristiana
e 11 settembre,
l’analisi di “Oasis”
I cristiani e l’11 settembre. La rivista
semestrale Oasis dedica l’ultimo numero
alle conseguenze per la comunità
cristiana dell’attentato alle Torri Gemelle.
Il numero è una buona occasione
per conoscere uno strumento culturale
nato due anni fa come ponte tra cultura
cristiana e islam e strumento
di approfondimento per i cristiani nei
paesi a maggioranza musulmana. Oasis
è promossa dai cardinali Scola (Vienna),
Barbarin (Lione), Bozanic (Zagabria),
Erdö (Budapest), Schönborn (Vienna)
e da numerosi vescovi ed esponenti
del mondo ecclesiale ed accademico.
Esce nelle librerie in quattro edizioni bilingui.
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I TA L I A C A R I TA S
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FEBBRAIO 2007
Le giovani generazioni appaiono sempre
più orientate a leggere la produzione editoriale
che consiste in testimonianze offerte
da personalità di spicco del mondo della politica,
della letteratura o dell’informazione. Una conferma
è l’interesse, editoriale e di critica, suscitato
da alcune recenti pubblicazioni.
In Volevo la luna (Einaudi 2006, pagine 376)
Pietro Ingrao fornisce un’appassionata ricostruzione
di una parabola personale e sociale, calata nelle
insanguinate e decisive vicende di oltre mezzo
secolo fa (il fascismo, la resistenza, l’elaborazione
della carta costituzionale), ma che approda a vicende e drammi a noi più vicini
(la rivolta studentesca, gli anni di piombo e il terrorismo, le figure di Moro
e Berlinguer, i rapporti tra mondo cattolico e politica).
L’ultimo romanzo di Lidia Ravera, Eterna ragazza (Rizzoli 2006, pagine
408) è un’aspra storia di relazioni e legami d’amore fra adulti, ma anche
in senso più universale: fra madre e figlio, fra padre e figlia, fra due giovani,
fra due che sono nonni dello stesso bambino, fra due amiche. Il personaggio
principale è Norma, l’eterna ragazza del titolo: sempre giovane, sempre
inquieta, mai riconciliata.
Senza Patricio di Walter Veltroni (Rizzoli, seconda edizione 2006) prende
le mosse da un giorno qualunque, lungo le strade di Buenos Aires.
Su un muro una scritta, tracciata con la vernice: “Patricio, te amo. Papà”.
Un graffito insolito, da cui Veltroni ha tratto lo spunto per immaginare
cinque storie intense e struggenti sulle angosce e i sogni del nostro tempo,
sul passato e sul futuro, ma soprattutto sul rapporto tra padri e figli
e sui sentimenti che lo accompagnano: competizione, rispetto, emulazione,
ma anche speranza e disperazione.
Claudio Magris raccoglie invece le sue riflessioni sull’attuale situazione
politica e civile del nostro paese in La storia non è finita (Garzanti 2006,
pagine 245). Non scende mai sul terreno delle sterili polemiche politiche;
preferisce affrontare alcuni nodi di fondo del dibattito culturale e politicofilosofico contemporaneo: laicità e rapporto dell’individuo con lo stato
e con la chiesa; famiglia e sue nuove forme; aziendalismo ed economicismo
imperanti; globalizzazione e incontro-scontro tra culture; guerra, pace
e pacifismo; strapotere della scienza, sperimentazione biomedica, cellule
staminali, procreazione assistita; devolution e riforma della Costituzione;
il significato di “democrazia”.
rmando è un figlio di Napoli. Nato sul finire della guerra, ultimo di otto fratelli,
genitori titolari di un bar-pasticceria-gelateria. In casa non mancava nulla.
Ma il padre morì che Armando aveva nove anni e la madre, dovendo badare al bar,
lo iscrisse al collegio dei padri Salesiani insieme a un fratello. Poi anche lei se ne andò:
Armando aveva 11 anni e dopo sei mesi il fratello maggiore, che gli faceva da tutore,
lo riportò a casa per non pagare la retta.
Armando non andò più a scuola. Passava le sue giornate al bar con i fratelli. Ma i più
grandi non si preoccupavano dei più piccoli e invece di gestire il negozio con passione
e sacrificio, come avevano fatto i genitori, sperperavano e giocavano a carte l’incasso.
In meno di dieci anni il bar fallì.
Maggiorenne, a 21 anni, Armando riscosse il buono del tesoro – un milione di lire –
lasciatogli in eredità. E scoprì che tutti gli interessi che gli spettavano erano spariti. Tornato
a Napoli dal servizio militare, trovò i suoi fratelli sistemati. Uno di loro gestiva un bar con
una piccola sala da biliardo; là, nel retrobottega, la sera si giocava a carte e Armando apriva
il gioco della “zecchinetta” facendo la “pidocchiosa”, una puntata bassa, che invitava
gli altri giocatori a entrare nel gioco e a puntare più alto. Così cominciò a giocare.
Poi lasciò Napoli. Prima una parentesi a Berlino, poi il trasferimento in Liguria,
dove cominciò a lavorare come cuoco. In un hotel tre stelle conobbe una ragazza calabrese
che faceva le pulizie delle camere, aveva una figlia ed era separata dal marito.
Convissero cinque anni, durante i quali lei smise di fare la cameriera e cominciò
con le supplenze come bidella. Per amore Armando pagava le bidelle ufficiali,
Era nato in una casa
per farle restare più a lungo in aspettativa e far salire il punteggio della compagna.
benestante. Ma la sua
Alla fine lei, raggiunti i punti sufficienti, se ne andò a lavorare a Torino.
scuola è stato il bar
di famiglia. E la passione E Armando, giocatore ormai compulsivo, restò solo.
Abitando a Diano Marina, giocava al casinò di San Remo. Oltrepassando
per l’azzardo
la
frontiera
francese, girava tutti i casinò della Costa Azzurra: Mentone, Nizza,
lo ha rovinato.
Cannes,
Montecarlo.
Per un certo periodo si controllò, cullando l’idea di mettere
Tornato a Napoli,
qualcosa
da
parte
per
acquistare una casa. Era giunto a risparmiare 67 milioni,
si è ritrovato senza
ma
alla
soglia
dei
60
anni
lo ha colto di nuovo la voglia di autodistruggersi.
dimora. Poi è arrivato
Armando
si
è
giocato
tutto
fino all’ultima lira. Allora è tornato a Napoli,
al “Binario”. E oggi
dove
ha
chiesto
aiuto
ai
fratelli,
ma si è sentito rispondere che avevano la loro
ha un desiderio…
famiglia a cui pensare. Colto dalla depressione, si è ridotto a dormire nella piazza
della stazione centrale. Ma è stata in qualche modo la sua salvezza. Perché lì
gli hanno indicato il “Binario della solidarietà”, un centro di accoglienza diurno per senza
dimora della Caritas diocesana di Napoli. Rosario ha ascoltato la sua vita, suor Giuseppina
lo ha invitato a far parte del gruppo dei giocatori anonimi, grazie al quale ha messo a fuoco
i suoi errori. Dopo otto mesi Armando è approdato alla redazione di Scarp de’ tenis, giornale
di strada che è anche un progetto per persone in difficoltà. Fa il venditore di strada
e in parrocchia. Da due anni è ospite della Caritas e del dormitorio comunale. Ma conta
di affittare un monolocale. Armando ha un solo rammarico. Non riesce a tornare in famiglia:
«Una cosa vorrei più di tutte. Che capiscano che non desidero altro che il loro amore».
A
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FEBBRAIO 2007
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Nuova sede,
nel segno
della comunione
Coordinarsi, per un’azione di annuncio,
testimonianza e servizio sempre più incisiva.
È il senso del nuovo complesso edificato, a Roma, dalla Conferenza episcopale
italiana. Nell’edificio, dal 1° gennaio 2007, è ospitata Caritas Italiana, insieme
ad altri organismi Cei: le fondazioni Migrantes e Missio.
Per tutti il trasferimento equivale a un nuovo impegno: realizzare una sinergia
sempre più ampia, sperimentando forme di collaborazione, per continuare
a comunicare e testimoniare il Vangelo.
ECCO I NUOVI RECAPITI
CARITAS ITALIANA VIA AURELIA, 796 - 00165 ROMA
TEL. 06.66.17.70.01 (CENTRALINO) - FAX: 06.66.17.76.02
[email protected]
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Numero 1 - Caritas Italiana