La Chiesa di San Pietro in Trapani e i suoi
Arcipreti - Memorie storico - biografiche
del Canonico curato P. Fortunato Mondello
Vice bibliotecario della Fardelliana
“La verità è sì forte che non si può uccidere”
Novelle antiche
Trascrizione del manoscritto n.218 (Biblioteca Fardelliana di Trapani)
curata da Gino Lipari
Al benigno lettore
Lo studio della storia patria, specialmente religiosa, fu nella precedente
età la passione dei nostri scritti sincroni, le cui monografie nella più parte
andarono perdute. Non è di poca importanza la coltura di cosiffatte memorie,
le quali si rapportano agl’interessi della storia civile; conservando dei preziosi
monumenti per cui si avvantaggia la letteratura, l’arte quindi ogni amatore
delle cose patrie dovrebbe aggiungersi di buona lena a mettere in chiaro e
ridurre in un sol corpo quelle a mettere in chiaro e ridurre in un sol corpo
quelle notizie sparse qua e là, dando un nuovo indirizzo a’ suoi lavori storici.
Commendevoli sono dunque coloro, che non perdonando a fatiche, si
provano alla ricerca de’ documenti che comprendono le glorie de’ maggiori e
la loro instancabile diligenza. Non è nuovo questo genere di studio in Italia.
Si potrebbero all’uopo citare parecchie opere, o monografie di gran valore,
ma credo dispensarmene in questa breve prefazione. Però inviterei di buon
grado il benigno lettore (se tale o forse) a tenermi dietro in queste storiche
investigazioni, in cui dimostrasi l’antichità e il primato della chiesa di San
Pietro in Trapani. I nostri storici o cronisti si sono dati lodevolmente alla
compilazione di simili lavori, e ve ne ha di quelli, che rimangono tuttavia
inediti, i quali trattano della mia tesi. Non so in verità se vi sia riuscito, anzi
temo che, per manco di speciali documenti, non possa del tutto soddisfare
all’esigenze di queste memorie storico-biografiche. Ad ogni modo ho supplito
colla indizione che, se non vo errato, è di qualche momento nella legge della
critica. Son lieto principalmente di poter presentare al mio lettore, la prima
volta, parecchie iscrizioni greche, greco-romano e bizantine, ed una latina; le
quali gittano uno sprazzo di luce sui tempi de’Greci e de’ Romani nella nostra
Città. Inoltre ho seguito i più accreditati scrittori, togliendo da loro le
testimonianze, per ribadire viemaggiormente la mia tesi. Nel trattare poi i
cenni biografici degli Arcipreti, ho stimato di rilevare dall’obbligo non solo
nomi venerandi sconosciuti dalla posteriorità, ma bensì di mettere in
rapporto la storia colla biografia, che in questo lavoro riescono, direi quasi, ad
unità di concetto. Ecco tutto il disegno del mio scritto, la cui sola intenzione è
di conservare, in questi tempi d’indifferenza religiosa, le vetuste memorie
locali del cristianesimo. Le quali si lascerebbero perire, senza mica ricordarsi
da’ nostri modernissimi, che per esse acquista lustro e decoro la cittadina
istoria.
Trapani, 28 dicembre 1879
INDICE
Capo I Antichità della chiesa di San Pietro in Trapani
Capo II La chiesa di San Pietro e l’antico vescovado di Trapani
Capo III Privilegi e chiesa attuale di San Pietro
Capo IV Biografie degli arcipreti di S. Pietro
CAPO I
Antichità della chiesa di San Pietro in Trapani
Da’ tempi più rimoti sino a’ giorni nostri si è scritto da diversi storici,
in parecchi volumi ed opuscoli, sulla città di Trapani, la cui origine si è
creduto fare risalire all’epoca della favola. Io non entro punto in siffatti studi,
perché oscuri, e d’altronde incompatibili colla natura del mio lavoro.
Solamente mi piace accennar di fuga che siccome in Sicilia tennero il loro
dominio genti straniere, Trapani subì col resto dell’isola le sorti della
conquista, che recava colla schiatta la forza delle armi o dell’intelletto. Fra le
tanti rivoluzioni, menzionate dalla storia, quelle che cambiarono
radicalmente la nostra Sicilia si devono al periodo romano, greco,
musulmano e normanno. Ciascuno di questi conquistatori portò seco genio e
linguaggio, e quindi a vicenda si mutarono le condizioni e la civiltà,
importate dalle novelle dominazioni. Qui la storia rivela non pochi
documenti per chiarire il vero, ed assegna un posto meritevole a quelle città
che primeggiarono e si distinsero fra le altre dell’isola. Non toccherò per ora
direttamente de’ vari periodi o cangiamenti stranieri, ma a volta a volta ne
prenderò nota nel decorso di queste memorie. Ciò che concerne di rilevare si
è anzitutto l’epoca cristiana che in Sicilia si ebbe splendidi principi. Parecchie
delle nostre chiese vantano lo stabilimento sin da’ tempi apostolici, ed alcune
cattedre vescovili pretendono di richiamare la loro istituzione da San Pietro.
Non son mica da rifiutarsi quelle opinioni, che punto non pregiudicano alla
storia , e che avvalorata dalla tradizione, sovente riescono compatibili colla
critica. Vi è più, se riflettasi col Di Blasi che “ i secoli bassi furono secoli
d’ignoranza, ne’ quali non si videro che delle cronache indigeste, imperfette e
piene di errori, e queste istesse mancano alla nostra Sicilia che restò priva di
notizie”. Perciò il difetto di documenti, già perduti, o la mancanza di cronisti
non dovrebbe recidere di un colpo tante verità che il tempo non ha rispettato,
e che gli uomini hanno negletto. Volendo ormai toccare davvicino la mia tesi
ed investigare l’antichità della chiesa di San Pietro in Trapani, confesso
anzitutto la deficienza di documenti che in modo diretto valgono a stabilirla,
ma se non mi inganno, v’ha del tanto che la sostenga e la convalidi. Sicché le
mie indagini dovrebbero primamente rivolgersi a determinare in qual tempo
la Sicilia avesse ricevuto la fede cristiana. Però sarebbe una fatica assai
improba calcare i medesimi passi di tanti e poi tanti scrittori che, con più o
meno documenti, ci provano che la religione di Gesù Cristo sia stata
introdotta nella nostra isola sin dai tempi apostolici. Chi avesse fatto per
avventura cotesti studi, si sarebbe accorto di leggieri che la verità storica
stesse per la parte nostra ma quando, soggiungo, Trapani piegò all’impero
della fede? E’ una domanda che attende la sua risposta. Consultando gli
storici o cronisti del nostro paese, osservo concordemente asserire, che
restituita la pace alla chiesa, e reso libero il culto da Costantino il Grande,
Trapani nell’anno 320 si ebbe la sorte di ubbidire alla legge del vangelo. Dalla
predicazione degli Apostoli all’introduzione del Cristianesimo nella nostra
Città passarono dunque quasi tre secoli. E qui non sarebbe certamente un
fuor d’opera se io venissi ad apporre una mia semplice opinione, cioè che la
fede in Trapani sia stata ricevuta sin da’ tempi apostolici. Imperocché ci
dicono parecchi storici che San Pietro, dopo di aver fondata la chiesa
d’Antiochia di Roma nel suo primo e secondo viaggio per la Sicilia, stabilì
delle cattedre vescovili, insediando San Marciano in Siracusa, San Pancrazio
in Taormina, e per tacere degli altri, San Pellegrino in Triocola. E il Pirri ci
avverte inoltre che Lilibeo si ebbe il primo suo vescovo in Santo Eustachio,
fiorito nell’anno 1254 e che in una a Teodoro, vescovo di Palermo, radunò un
sinodo in Sicilia contro l’eresia di Eracleone, sottomettendone gli atti a papa
Alessandro I, il quale spedì Sabiano come suo legato. Ciò premesso, segue
spontanea la induzione storica che potrebbe compendiarsi nel modo che qui:
Se nel principio del secolo secondo l’era volgare Lilibeo abbracciò la fede e si
ebbe il primo vescovo; non potrebbe inferirsi che Trapani poche leghe
distanti, fosse evangelizzata da Santo Eustachio o dà suoi missionari ?
Imperocchè non è da credersi che lo zelo de primitivi cristiani a
precipuamente de’ vescovi e de’ sacerdoti avesse permesso di lasciare le terre
vicine nell’idolatria. Così pare che l’abbia ancora inteso l’abate Amico,
quando scrisse: Se mancò Drepano di proprio vescovo, era soggetta senza dubbio al
lilibetano. La critica, ha detto Cesare Cantù, non è fine a se medesima, bensì
argomento e mezzo di verità; è una funzione della ragione che non crea principi
direttivi, ma li riceve da una facoltà superiore. Lascio quindi a lettori il giudizio
sulla mia storica induzione, che credo di supplire al difetto de’ documenti.
Piuttosto vorrei fermarmi un po’ intorno alla chiesa primitiva de’ novelli
cristiani trapanesi. Ricevuta ed ammessa la tradizione constantassimo che
Trapani accolse la fede sin da’ tempi del primo Cesare Cristiano, ovvero che
siavi stata introdotta nell’era apostolica, bisogna investigare in qual chiesa od
oratorio si radunavano i fedeli per le pratiche e l’esercizio del culto. Non
abbiamo per fermo degli scrittori sincroni che ci dinotano il sito e il nome
della prima chiesa in Trapani. No perché mancano cotesti scrittori ci sarà
lecito negare l’esistenza di quella chiesa? Quante città, riferite da Diodoro,
sono scomparse dalla Sicilia, delle quali non ricordarsi più il nome: oppure da
molti autori, in fede dello storico siciliano, si sono affermate, benché non si
conoscessero. Intanto pria che vada oltre per designare quale potea essere la
nostra prima chiesa cristiana, mi si permetta una digressione. Ho citato
innanzi le quattro rivoluzioni che mutarono radicalmente in Sicilia le
politiche e civili condizioni di essa. E prima de’ Romani, i quali volendo
opporsi alle conquiste de’ Cartaginesi e sebbene inesperti nell’arte di
navigare, allestire le loro galee, si mossero a combatterli con varie pugna e
varie fortune. Però l’anno di Roma 512 sotto il consolato di C. Lutazio Catullo
e di A. Postumio Albino, i Romani, vincitori in Lilibeo, costrinsero i
Cartaginesi a chieder pace.
Consentendo a patti, la Sicilia passò sotto il dominio delle Aquile
latine, fuorché il regno di Gerone di Siracusa; e dopo ventiquattro anni ebbe
termine la prima delle guerre puniche. Caduta dappoi Siracusa nella seconda
guerra cartaginese, i Romani finalmente si resero padroni di tutta l’isola negli
anni 210 avanti Cristo. Trapani divenne allora città consolare, ed avvegnachè
tenesse poi Cartaginesi; dovette subire le leggi, gli usi, i costumi e la religione
dei Romani. Ora converrebbe sapere se nella nostra città, abitata in varie
epoche da gente diversa, fosse mai esistito un tempio pagano. Se dovessimo
aggiustar fede agli scrittori indigeni, ripeterci col Ferro: “I nostri storiografi ci
hanno marcato il sito ove esisteva in Trapani il Santuario col simulacro di questo loro
Dio e cioè Saturno adorato da’ Fenici. Ci avvisano essi ancora che il luogo del tempio
di questo Nume, purgato da’ profani avanzi dell’idolatria, fosse stato da lì a
moltissimo tempo, quando cioè cominciò a trionfare il Cristianesimo, convertito in
chiesa di S. Bartolomeo”. Indi a poco toccando di un altro tempio, consacrato a
Nettuno, soggiunge lo storico trapanese: “La tradizione ci ha fatto conoscere che
questo Nume avesse avuto in Trapani il suo tempio, ove esiste al presente la
parrocchial chiesa di S. Nicolò. Verso l’anno 1770, nello svolgersi i fondamenti di
questo tempio, vi si scovì una bella statuetta di bronzo, tutta nuda e rappresentante
un votivo. Ella ci convalidò le nostre tradizioni che la distruggitrice mano del tempo
ci faccia di già vacillare”. Mi perdoni lo storico concittadino. Con quanta buona
ragione e saggia critica possano ventilarsi sì fatte notizie, io non saprei
sinceramente asserire. Un votivo poi non è punto un documento che ci attesti
la verità dell’esistenza del delubro. Evvi però tuttavia chi, senza fondamento
alcuno, sia andato più in la e gratuitamente ci viene a parlare di un altro
tempio, sacro a Nettuno. Si ascolti difatti il ciantro Paolo Maria Pero: “Non
potea alzarvi e il Drepano sull’ara distrutta di Nettuno che il solo aiuto possentissimo
nei mari, Lorenzo, che sortito dal popolo idolatra, cui apparteneasi il Drepano, era ne
di tutta la gentilità convertita il sommo Eroe, l’ornamento magnifico, ed il decoro
precipuo”. Immediatamente credendo parlare di un sotterraneo, preso in aiuto
di documento, soggiunge: “Il restante del sotterraneo, che dalla sorgente d’acqua
che sta in chiesa dilungavasi all’esterno muro settendrionale del sacrario, ove su d’un
altare a 27 luglio 1629 i celebri artisti Vito Carreca maestro del Novelli, ed Andrea
Carrega (sic) unico in Sicilia che potè emulare la gloria del Monrealese suo
precettore; Biogr. Tom. III, fog. 66, attentamente osservato l’affresco dell’arcilevita
con a’ piedi un delfino, asseriron sotto il sacramento del giuro di appartenere
quell’opera al secolo quarto di nostra salute; Exb arch. Coth; afforzano maggiormente
la verità di siffatto accadimento”. Passo ad esaminare non pertanto questo, già
stimato documento, per cui vuolsi spacciare l’antichità della chiesa di San
Lorenzo. Affermo primieramente col nostro biografo, che il giovane Levita sia
il protettore de’ mari; ma bisognerebbe sapersi dallo scrittore di cose patrie
che ove attualmente esiste la chiesa, eretta in onore dell’illustre Martire, vi fu
un tempo la loggia de’ Genovesi, con una cappella al Santo, fabricata
nell’anno 1129 costoro, navigatori e commercianti, a buon diritto, la
dedicarono a San Lorenzo, facendovi dipingere sotto la figura in affresco un
delfino, emblema marittimo.
Intorno poi alla testimonianza de’ nostri valenti artisti è da osservarsi,
o ch’essa sia apocrifa, ovvero adulterata; imperocchè un documento di tanta
importanza dovea testualmente riferirsi per intero: perciò credo, ammesso
l’affresco, che sia del secolo decimoquarto, e non mai del quarto secolo.
Inoltre richiamo a conoscenza de’ lettori che la loggia de’ Genovesi fu indi
casa di Giacomo Orlandini, come rilevasi da autentiche scritture pubbliche
dell’anno 1462 – 1464 ; passò dappoi alla famiglia Struppa, e finalmente
divenne proprietà del Gerbasi. Ritorniamo per poco a’ Romani. Qui una
domanda. Questo popolo conquistatore non si ebbe in Trapani un de lubro
per offrire i suoi voti a Marte o ad altro nume? Dove praticavasi l’esercizio
della sua religione? E’ assurdo supporre che non si avesse un tempio. Se i
documenti son prove storiche, ne rimettonno davanti i miei lettori. La chiesa
di San Pietro, come dirò appresso, in diversi tempi ha subito delle varie
costruzioni, a secondo i bisogni spirituali e il progresso della fede cristiana. In
quelle congiunture, scavandosi li fondamenta, si sono rinvenute non poche
lapidi con iscrizioni greche: alcune pagane votive e sepolcrali, ed altre
cristiane delle quali terrò conto, pubblicandole per la prima volta. Fra esse
venne fatto scoprire un’iscrizione latina, votiva a Cajo Cesare Ottaviano
Augusto. Senza pretenderla ad archeologo, chi ha sentore di questa più bella
parte della storia, si accorgerà di leggieri che le iscrizioni votive si
collocavano d’ordinario nel portico del tempio. La nostra legge così: C.C.O.
Augusto sacrum et genio civitatis Popolus Drepanit. Era conveniente che il
popolo drepanitano, nel delubro de’ Romani; appendesse anche un voto a
qual gran Cesare che la storia giudicò di riunire in sé tutti i poteri; finanza,
amministrazione, armata, giurisdizione, legislazione, religione, e che fu
amato e venerato dà popoli e dà re sino alla morte, avvenuta in Nola l’anno di
Roma 767, quattordicesimo dopo Gesù Cristo. Introdottasi dappoi la religione
del crocefisso in Sicilia, e ricevutosi in Trapani il vangelo – anco se si voglia –
a’ tempi di Costantino, va da sé che i primitivi cristiani trapanesi avessero
eretto un tempio, o un’edicola in quel luogo stesso ove i Romani, nemici del
cristianesimo, prestavano il loro culto agli dei, e che i nostri maggiori, in
memoria del Principe degli Apostoli, Santificatore della Sicilia, avrebbero
dedicato a San Pietro. Si consulti il Pugnatore, il quale così afferma: “quanto
alla prima chiesa di Trapani si tiene per fama comune che fosse quella di S. Pietro,
essendo oggi la più antica parrocchia di questa città”. Indi segue: “Credesi
inoltre che la fabrica di tal parrocchia fosse fondata, secondo il costume
de’primi tempi della chiesa nascente, sopra qualche tempio di profana deità
che allora si adorasse da’ Trapanesi”. Laonde scriveva alla sua volta il
cavalier Di Ferro: “Se vogliamo abbandonarci ai lumi della probabilità, convien
credere che si fossero offerti quei sacrifizi cristiani, in un piccolo luogo, ove oggidì stà
innalzata la Parrocchial Collegiata chiesa di S. Pietro, dedicata allora a qualche
mistero del Redentore”. Volgendomi ora a rassegnare brevemente il periodo
greco, mi avvedo, che sebbene i Romani s’impossessassero di tutta la Sicilia,
cacciandone i Cartaginesi e i Greci, pure questi ultimi, in diversi punti
dell’isola, vi si mantennero, conservando eziandio il proprio rito religioso ed
il linguaggio fino a che furono totalmente espulsi da’ Saraceni nell’anno 1058.
Qui il mio esame dovrebbe, senza dubbio, riferirsi al periodo greco - cristiano,
o bizantino; ma non permetterò di lasciare inosservato qualche importante
documento che ci assicura della nazionalità greco – sicula della nostra
Trapani. Una delle prove ch’essa fu città greca, si è appunto la sua medesima
denominazione, detta in plurale. Or se i Greci stanziarono in Trapani,
doveano aversi un luogo, ove celebrare i loro riti religiosi. Le iscrizioni votive
che qui riporterò colla versione latina, già ritrovata nella chiesa di San Pietro,
ci dicono anzitutto che i Romani si ebbero il loro delubro nel luogo stesso del
tempio dei Greci questa congettura è abbastanza guarentita dalle due
seguenti iscrizioni:
1) ....S ..S. ........ Diis omnibus Drepani;
2) ....S .G...S ....OS ....C… .....S ....F.S ...... .. ....G.S..S ...... Diis Bonis Urbis
tutelaribus Populus dolens Drepanitanus Beneficii causa.
Inoltre il rinvenimento di altre lapidi votive dell’epoca greco-romana ci
portano a credere che i Greci conservando, come si è detto, rito e linguaggio
riacquistarono, colla decadenza della dominazione dei Romani, il loro antico
delubro: al modo stesso che il tempio di Venere in Erice fu prima sacrario
dedicato ad Astarte Fenicia, poi ad Afrodite da’ nostri greco – siculi, indi
ancora di Venere all’epoca romana. Ecco le iscrizioni:
3) S ... Urbis Servatoribus Mensam et aram Lucius Malius ... Tribunus
militum Pater Patriae;
4) S ... Omni virtuti sapientiae et valor Claudi ... Caii ... Possuit et renovavit
Memoriae causa;
5) S ... Ductri Herculi pacifico invicto Sancto sacri voto suscepti L. Cornelius
L. F. Pa. Terentianus Et Lemnius Libertus fecerunt Petres Patriae.
Da ultimo non lungi dal tempio i Greci tenevano parimenti la loro
necropoli. Difatti chiamavano Ecataion il tempietto ferale, ove deponevano i
loro morti, e dedicavano delle offerte alla dea Ecate, protettrice de’ sepolcri.
Le qui appresso iscrizioni danno prova della loro necropoli in Trapani:
6) S ... Diis Maribus Sacrum Salve viater Salvata filii filiolae Jacet hic …..
Mori statutum est Omnibus;
7) G ... Diis Manibus Suo coniugi ... Qui vixit annis 73 Hoc monumentum
Posuit benevolenteae Et memoria causa Iulia conjux dulcissima.
Toccherò ora di fuga il periodo de’ bassi tempi cristiani, cioè a dire il
periodo greco – bizantino trattato da non pochi storici. Essendo scopo di
questo scritto rintracciare l’antichità della chiesa di San Pietro, credo riferirmi
solamente alla storia ecclesiastica. Ne ricaverò brevi notizie, riserbandomi in
appresso ad estenderle d’avvantaggio. Sono concordi gli storici nel mostrarci
che le chiese di Sicilia da Leone Isaurico vollero sottomettersi alla
giurisdizione del patriarca di Costantinopoli; perciò la lingua e il rito furono
affatto greci: siccome nella più parte erano greco – cristiane le colonie che
abitavano l’isola. Scrive infatti il dotto Salvatore Cusa che “la cultura era tutta
greca, come anche la Chiesa cui erano assoggettati villaggi e paesi non pochi; ed i
Normanni duraron tempo e fatica, finchè non ottennero che la cultura e chiesa latina
si avessero il di sopra”. E’ fuori dubbio che la nostra Trapani sia stata soggetta
all’oriente, e che il tempio, o edicola da’ greco – romani sia passato, per
l’esercizio religioso, a’ greco – cristiani. Ne fa fede la seguente iscrizione
votiva.
8) S ... O Alfa Iesus Christus Dei Filius Salvator et Crucifixus Omega .
Confermano ancora questa verità parecchie iscrizioni sepolcrali,
rinvenute nel medesimo luogo, le quali depongono ch’era lì presso il loro
cimitero. E’ pregio publicarle.
9) S ...Petronia ... Vixit probe et coste Annis 12 mens 4 diebus 4 Cornelius
pater Propriae suae filiae;
10) S ... Proprio filio facit mater;
11) Pescennia Sicula Drepanitana Benigna irreprensibilis Vixit annis ...
Aurelius maritus Uxori suae piissimae Posuit;
12)S ...autem filia ... Pia et bona ... Suae matri bonae Sepulcrum construxit;
13) Hic jacet ... Innocens et ... Uxor Adriana ... Marito pio;
14) Scribonia Vivens sibi Fecit Et suis propriis Omnibus.
In Trapani furono poi diverse chiese di rito greco, cioè: San Nicolò di
Bari, Santa Sofia, vergine e martire, oggi monastero del Soccorso, e Santa
Caterina, vergine e martire alessandrina, detta dell’Arena, fuori città questo
rito venne a mancare, come si è cennato innanzi, per opera di Ruggero,
strenuo propagatore del culto romano. Cito le parole del Pugnatore: “Mentre
visse Ruggiero tanta fu la cura che egli hebbe d’esaltar in Sicilia lo spiritual culto
divino secondo il Rito dell’apostolica Sede Romana, che quello della Greca vi
incominciò, et specialmente in Trapani, a gir di modo mancando, che non vi si
trovando alfine chi grecamente appena leggesse, non che poi, secondo il Rito di Greci
ministrar i sacramenti sapesse, estinto in pochi anni rimase” Al periodo greco bizantino tien dietro l’altro musulmano, il qual par che abbia seppellito sotto
le ruine, da esso cagionate alle chiese di Sicilia, le memorie più sacre de’nostri
antichi quando i Saraceni l’anno 844 sbarcarono nell’isola, Adelcamo assalì
Trapani che cadde in suo potere dopo un’invitta resistenza.
Nel tempo della loro dominazione la Sicilia fu contesa da’ più potenti
emiri, alle cui sorti soccombette del pari la nostra città. Sbrahin mandò un
poderoso esercito capitanato dal proprio figliuolo Abu-Abbaj-Adb-Allah,
vincitore de’ ribelli d’Africa. Costui salpò il 24 luglio del novecento con
centoventinove navi da trasporto, e quaranta da guerra, si diresse per
Mazara, ove arrivò il primo d’agosto, donte mosse all’assalto della Sicilia.
Non guari scese ancora nella nostra città uno sperimentato capitano, AbuSaio-Musaibn-Ahmeo, soprannominato Dhaif; e per tacer degli altri sino
all’emiro Abd-llah-Ben-Menhut, dal governo del quale fu poi tolta dal conte
Ruggero. Benchè gli avanzi della storia de’ Saraceni ci somministrino delle
prove che il loro dominio in avvantaggiasse le condizioni della cultura e della
civiltà, pure, nemici del nome cristiano, non tralasciavano distruggere i
monumenti dell’epoca bizantina, di perseguitare e di uccidere vescovi e
sacerdoti e semplici fedeli. Non mancano degli storici, i quali ci descrivono le
stragi de’ Musulmani; siccome ve ne ha di parecchii che ci mettono innanzi
de’documenti, in cui si accenna alla loro tolleranza verso il culto cristiano.
Però lo stesso chiarissimo storico, Michele Amari, che sente pur troppo in
favore de’ Saraceni, in più luoghi della sua storia, tien conto di varie
persecuzioni, sofferte da credenti; e soprattutto parlando d’Ibrahim, ci ricorda
che da Tunisi sbarcato in Trapani verso la fine di maggio, e raccolta gente;
pervenne all’8 di luglio in Palermo, e di lì precipitando sopra Taormina,
commise grandissima strage, strappando persino il cuore al vescovo
Procopio, e facendo scannare eziando gli altri prigioni sul corpo di lui e dopo
di averli arsi, si levò, dicendo: “Così sia consumato chi mi resiste” . Perciò
lamentiamo la perdita di antichi documenti; per cui la storia ecclesiastica di
Sicilia si cuopre di un densissimo velo; solo rimanendoci delle cronache che,
forti della tradizione costarono tanto studio ai frati siciliani, rifuggiti in
Calabria. Della sorte toccata alle chiese di Trapani, nel periodo musulmano
non si hanno delle notizie peculiari. Il nostro storico accenna solamente le
crudeltà de’ Saraceni e il timore de’ Trapanesi all’annunzio della loro
invasione. Però è oramai indubitabile che la nostra città abbia subito, come ho
detto le persecuzioni delle restanti dell’isola. Sicchè Pietro Diacono stimo
opportuno accingermi a trattare il periodo normanno, nel quale ci sarà
agevole riconoscere l’esistenza della chiesa di San Pietro e il suo primato, di
cui conservasi tuttavia la non interrotta tradizione. Durata circa due secoli e
mezzo la dominazione araba in Sicilia, alcuni avventurieri del Nord della
Scandinavia, contando sulla loro destrezza nelle armi, sul coraggio e
l’audacia, impresero la conquista di alcuni regni d’Europa. Favoriti dalla
fortuna, in breve tratto, esempio quasi unico nella storia; estesero il loro
dominio. Ruggero, capitano di questi Normanni scese in Sicilia nel 1061, e
dandosi a debellare i Musulmani, dopo ventinove anni, si rese assoluto
signore dell’isola.
La storia ci riferisce inoltre che Ruggero, nel corso delle sue imprese
non ostinandosi a combattere Benavert nelle fortezze di Val di Noto, col
nerbo de’ suoi eserciti, si diresse ad espugnar Trapani, città importantissima
sotto gli Arabi, come rilevasi dalle forze che vi dispone per aversela in potere.
Difatti nel mese di maggio dell’anno 1072 si mosse in persona all’assalto di
Trapani che il Malatesta, conservando fedelmente la prenunzia arabica,
chiama Trablas che confonde all’antico nome di Drepanum con quello più
ovvio di Tripoli. Lo storiografo del Conte Ruggero, il citato Goffredo
Malatesta, descrive poeticamente la spedizione di questo valoroso Normanno
per impossessarsi della nostra città. Ci rapporta che vi si condusse con forze
tanto insolite da poterle dinotare col nome di esercito e di armata, di cui non
allestì più bella e più formidabile il grande Alessandro, sfogando la gioia di
questo nuovo spettacolo in uno squarcio di versi. Frattanto Giordano, figlio
del conte, senza manifestarsi al padre, usando uno stratagemma, con cento
soli combattenti; tenne dietro a’ pastori ch’entravano in città; la quale tosto
caddero nelle sue mani, togliendola al governo di Abd-Allah-ben-Menut,
ultimo suo emiro. Resa libera Trapani dalla dominazione dei Saraceni,
Ruggero, prosciolto dalla scomunica, da papa Gregorio VII, si diete a riparare
la fede cristiana, grandemente illanguidita, o quasi estinta. Legato alla Sede
Apostolica, il pio conte indirizzò principalmente le sue cure e le sue
sollecitudini ad affrancare le chiese di Sicilia dalla soggezione del Metropolita
Costantinopolitano. Ripristinò vescovadi; altri ne fondò, rimettendo nel
maggior lustro il culto religioso. Trapani non fu l’ultima tra le città dell’isola
ad aversi da Ruggero la ristaurazione del Cristianesimo. Fece allora
ricostruire la chiesa di San Pietro, decorandone il capo, che ufficiavola, del
titolo di arciprete, come riferisce l’Orlandini, il quale fa poi seguito, fra gli
altri, dal Pirri che scrisse: “Anno 1076 a Comite Rogerio Archhipresbyterali
dignitate aucta est” anzi secondo il Pugnatore, l’arciprete di San Pietro fu
ancora capo e rettore del clero ericino. Trascrive le medesime parole del
nostro storico:
“Al tempo stesso del conte Roggero, ò almen puoco da poi fu da sommo
pontefice ordinato che lo arciprete di Trapani fosse dopo il vescovo di Mazarese, capo
et moderatore non solo di tutto il clero Trapanese ma etiando, et forse per maggior
sua degnità, di quello della città d’Erice. Si come si è stato da poi infin al tempo
presente, nel quale mentre si trattavan le cose del sacro concilio di Trento, è stato per
la Romana Sede apostolica della detta soggettione liberato, ordinando che di là
innanzi alcuno particolar sacerdote del proprio clero d’Erice et non altri fosse suo
Arciprete: parendo per avventura alla apostolica Sede predetta che l’arciprete di
Trapani non potesse essere bastante alla cura di dui cleri tanto tra loro distanti;
quanto, per si fatto bisogno, si veggono essere questi”.
Intanto si avverta che sotto il regime degli Arabi, per sentenza di
grandi autori, non iscamparono dalla ruina moltissime chiese di Sicilia; e ciò
vien confermato da’ primi atti del conte Ruggero, il quale eresse monasteri;
dotandoli riccamente; riedificò chiese per cui i contemporanei lo rimeritarono
del titolo di fondatore; siccome ci avverte l’abate Amico che, parlando de’
maggiori tempi di Trapani, se n’esce nei seguenti detti: “qual di San Pietro è la
sede dell’arciprete, il quale è primate del collegio canonico: riconoscere il tempio a
fondatore il conte Ruggiero dopo i Saraceni, e forma l’ornamento dell’antica
contrada“. Se non che giusta un vecchio brandello di disegno dell’antica
fabbrica di questa chiesa, riferito da un nostro minuzioso scrittore ci vien
fatto osservare che il conte normanno trovò degli avanzi che fece poi
rimettere; conservando la vetusta architettura del primo tempio cristiano
nella nostra città questo disegno quasi logoro e dimezzato ci presentava entro
un portico, con due fontane, due porte laterali; e nel corpo della chiesa alcune
cappelle d’antica struttura, con in fondo un solo altare, giusta l’uso primitivo
del Cristianesimo. Qui una osservazione: Ruggero nell’accingersi a riedificare
primieramente la chiesa di San Pietro, ci dice abbastanza che fino a’ suoi
tempi conservavasi memoria in Trapani non solamente dell’antichità di essa,
ma ancora del suo primato. Ne vale la poco esatta affermazione di qualche
scrittore che contesta la chiesa di San Pietro richiamare la sua origine da’
Normanni, mentre confessa che la fede cristiana sia stata importata
indubitatamente all’epoca di Costantino. Chi avesse seguito con attenzione
queste poche pagine, e ponderato l’immenso valore storico delle iscrizioni
greco - cristiane, si sarebbe di leggieri convinto e persuaso che, con tali
irrefragabili documenti; tornasse vana qualsivoglia negazione. Ed anco se si
vorrebbe pretendere che l’antichissima chiesa di Trapani non fosse punto
dedicata a San Pietro (difficilissimo a provare) ma bensì a qualsiasi apostolo,
ovvero a’ ministri del Redentore ; ciò non monta, poiché non distrugge
l’esistenza di quella chiesa che col tempo avrebbe assunto vari titoli, ne’ mica
la sua primazia. Volendo infine abbandonare di concessioni, ed ammettendo
ipoteticamente che la chiesa di San Pietro riconoscerebbe i suoi primordi da
Ruggero, è chiaro che questa precedesse di due secoli, almeno nel primato di
giurisdizione, la chiesa di San Nicolò, e di trecentocinquantotto anni quella di
San Lorenzo martire. La quale, per ordine del re Alfonso, ed a petizione de’
Giurati e dl popolo, fu elevata a parrocchia nel 1435, siccome leggersi
ne’manoscritti de’ cavalier Porto e Nobile, citati dal Fardella. Laonde, colla
scorta di altri documenti, verrò indi a poco a discorrere de’ privilegi, non
supposti, ma veri e reali; goduti da gran tempo dalla chiesa di San Pietro. I
quali vanno via maggiormente a ribadire la mia tesi, ed a chiarirci con
evidenza che spettavasi soltanto ad essa l’onore dell’antichità e del primato.
CAPO II
LA CHIESA DI S. PIETRO E L’ANTICO VESCOVADO IN TRAPANI
Non meno importante è, senza dubbio, la presente trattazione, in cui,
messi d’accordo gli storici, viene a convalidarsi l’antichità e la primazia della
chiesa di San Pietro. Nientemeno verrò qui a parlare dell’antico vescovado di
Trapani. E’ fuori stagione, mi si direbbe, lo spaccio di cotesta merce; molto
vecchia e stantia. Lo comprendo anch’io, ma memore del precetto
dell’Alighieri, dirò: La verità nulla menzognafrodi. E poi quale stranezza
sarebbe mai quella di uno scrittore che, amante delle cose patrie, raccogliesse
delle notizie, sparse qua e la, componendole a corpo? Se questo è un po’ di
bene ho divisato ed esposto lo scopo del mio scritto. Mi pare inoltre grave
colpa non mettere alla luce le opinioni di seri e dotti autori, che affidati a
lunghi e penosi studi, con sana logica e svariate dottrine, hanno chiarito non
poche verità, rispettate tuttavia dal tempo. E se tra questi scrittori ve ne ha di
pochissimi che si fanno a tacere; e qualcuno a negare per difetto di
documenti, l’esistenza dell’antico vescovado di Trapani, ad essi supplisce la
induzione storica, che rifonda tuttavia sulle basi delle tradizioni popolari.
Taormina, ci riferiscono non pochi scrittori, ebbe il primo vescovo, consacrato
dall’apostolo San Pietro. Questa verità storica si rese comune a tutti coloro
che trattarono delle più gravi quistioni intorno alle chiese primitive di Sicilia.
Ma donte hanno essi attinto una siffatta notizia? Primo a parlarne fu il solo
Metafraste, il quale non mai da documenti apprese la consacrazione del
vescovo Pancrazio, fatta da San Pietro; ma bensì dalla tradizione de’ tempi, in
cui egli visse. Fu allora seguito da moltissimi altri che la critica ha ritrovato
esatti. Ne mi si obbietti che i soli sincroni costituiscono irrefragabilmente
verità, se non si volesse permettere che io direi: Lacerate la storia le cui
pagine non son tutte dettate da’contemporanei, ma la più parte dai posteriori,
a’ quali è stata famigliare la tradizione, di che essa usa sovente quindi qual
meraviglia se in questo mio lavoro leggesi una serie di scrittori che,
stabilendo l’antico vescovado in Trapani, forse hanno attinto da una
medesima sorgente, e si sono serviti della tradizione? Per procedere intanto
con istorica esattezza e con metodo logico, conviene primeriamente riferirci a’
primi secoli del Cristianesimo, e al modo tenuto nella istituzione delle
cattedre vescovili. Gli Apostoli, divisi nel mondo, per predicare la buona
novella, si diedero a fondare de’ vescovadi nelle città divenute cristiane. Il
papa San Clemente, discepolo di San Paolo, nella sua prima epistola, diretta a
Corinti, se n’esce in queste espressioni:
Praedicantes igitur per regiones et urbes, primitias carum spiritu quum
probasset Episcopos et Diaconos corum qui eredituri erant constituerunt. Onde
scisse lo Scheltrate: Clemens Romanus aperte innuit ab Apostolis per civitates
ubique terrarum constitutos fuisse Episcopos.
E il prete di Aquilea, Rufino, nelle omelie dette ancora clementine,
recate in greco per volere del suo vescovo Gaudenzio, narra che San
Clemente, fatta conoscenza con vari Apostoli, nel suo viaggio d’Oriente, ed
unito a San Pietro tornò in Roma e di là scrisse a San Giacomo, vescovo di
Gerusalemme, una lettera (tema della 2° omelia o del 2° libro delle
Clementine) nella quale descrive le gesta dell’apostolo San Pietro; e narra
altresì gli assalti dei nemici della nuova credenza massime di Simone il
Samaritano; le fondazioni delle nuove chiese, eseguite dal principe degli
Apostoli, e molte altre cose riguardanti la propagazione del Cristianesimo nel
primo secolo dell’era volgare. Or nella citata lettera, creduta erroniamente
apocrifa dal ciantro Paolo Maria Pero dietro il parere di Labbeo e di Van
Espen (sic),leggesi tuttavia: In singulis vero civitatibus, singulos Episcopos
constitui precepit. Il dotto ciantro della nostra Cattedrale non si avvide della
grande importanza delle Clementine, in cui chiaro si scorge che fine precipuo
di tale scrittura, si è di supplire alle lacune degli Atti degli Apostoli, e di
collegare tal guisa gli atti dell’apostolo San Pietro colla fonfazione della chiesa
di Roma. Con ciò finiscono difatti le venti omelie e i dieci libri di Rufino che
l’antichità ci ha trasmessi come opera di San Clemente, e che sebbene non
sua, o forse interpolata di giuste posteriori, come generalmente la più parte
degli scritti del primo e secondo secolo, ritrae, al dir di Neauder, i sentimenti,
onde erano animati i primi tra Gentili convertiti alla fede. Inoltre San
Cipriano, fiorito verso la metà del terzo secolo, ha nella sua Epistola 52° ad
Antoniano, quanto segue: Cum jam pridem per omnes Provincias et per singulas
Urbes ordinati sunt ab Apostolis Episcopi, in actate antiqui, in fide integri, in
pressura probati, in persecutione proscripti. Da ultimo, per conchiudere col
Baronio, gli Apostoli, istituendo le cattedre vescovili, seguirono la divisione
civile delle Provincie, fatta da’ Romani; i quali distinsero le città dell’impero
in massime, maggiori e minori, e riguardarono parimenti i pregi e le
prerogative delle città, ove stabilivano i vescovadi: Majores enim in istituendis
Ecclesiarum sedibus, non aliam inuisse rationem quam secundum provinciarum
divisionem, et praerogativos a Romanis antea stabilitos, quam plurima sunt exempla.
Bisogna ormai sapere se Trapani sotto i Romani fosse tenuta come città
massima nel riordinamento delle provincie dell’impero. Polibio nel libro
primo della guerra punica distingue la nostra città col titolo di chiarissima
Civitas Clarissima; e Cornelio Nipote chiama Enna, Lilibeo e Trapani maxima
civitates. Non è quindi da stupire se Trapani, convertita alla fede cristiana, sia
stata decorata della cattedra vescovile ne’ tempi apostolici, o più tardi;
giacchè, secondo le antecedenti testimonianze, rilevasi il metodo e il costume
praticato dagli Apostoli nello stabilire le chiese. Ciò vien confermato
dall’Offinann che, parlando dell’Italia, asserisce di trovarsi più sedi vescovili
che città; e più sotto dandone in catalogo colla rubrica: Italiae urbes praecipuae,
ascrive Trapani fra il numero delle città cospicue: Idecirco Italia praestat tantum
aliis regionibus numero civitatum Episcopalium, non tamen numero urbium –
Drepanum, Trapani, in Sicilia.
Frattanto le chiese della nostra isola, considerate nella loro origine che
d’ordinario ripetesi dallo stesso apostolo San Pietro, acquistarono maggior
lustro, e si fornirono di prove tradizionali e storiche. Quanti autori si sono
accinti a trattare un tal soggetto, ci dicono per quasi unanime sentimento, che
San Pietro nel suo primo viaggio, ritornando dalla Grecia, toccò la Sicilia, e se
ne venne in Siracusa, ove costituì vescovo San Marciano, indi lasciò San
Pancrazio in Taormina e San Berillo in Catania. Queste notizie non si sono
raccolte primamente che dalla tradizione di tutte le chiese di Sicilia, siccome
ci avverte il Gaetani:” Petri Apostoli in Siciliam adventum super traditionem
Ecclesiarum Siciliae, plerique scriptores docet”. E prima di lui il Metafraste presso
Baronio, seguendo del pari la tradizione, commette alla storia la verità di
questo viaggio, non mai contraddetto dagli scrittori, anzi riconfermato da un
gran numero di essi che per brevità cito il Manni, lo Spirense, il Galesino e
Costantino Gaetano. Al primo seguì un secondo viaggio dell’Apostolo nella
parte Occidentale della nostra isola, dopo aver fondato la chiesa di
Cartagine55quale corso di navigazione abbia tenuto San Pietro nel recarsi in
Sicilia è il gomitolo di Arianna presso gli storici. Alcuni pretendono di essersi
portato in Lilibeo, come praticavasi da’ Cartaginesi nelle guerre puniche.
Altri seguendo l’opinione di Tucidide (Lib. VI) e di Polibio (Lib.I), tra gli
antichi, ci dicono che le armate de’ Cartaginesi, quando dall’Africa venivano
in Sicilia, approdavano nel porto di Trapani. Tra posteriori vi sono che recano
ad esempio (raffermando il loro parere) il corpo di San Luigi IX che nell’anno
1270, portato dall’armata francese da Tunisi, ancorò in Trapani: e Carlo V,
partito dalle coste dell’Africa 1535, se ne venne tra noi. Sono congetture che,
al dir del dotto cardinal Baronio, ci danno sovente la verosimiglianza e la
verità stessa; anzi riescono di sommo rilievo per la ricerca del vero. Non porto
i miei giudizi su tali quistioni, ma conseguente a’ principi esposti innanzi,
lascio la parola ad Inveges per semplice memoria dell’asserto: “questa
navigazione necessariamente costrinse S. Pietro a costeggiare le città di Sicilia,
situate nel suo lato Occidentale e Settendrionale; cioè come io credo tragittò in
Trapani, da qui in Palermo passò, navigò più oltre inver Cefalù e Tindara per indi
trasportarsi in Italia, ed ivi o per mare o per terra passò a Roma”, qui una
congettura. Ammettendo che una volta che San Pietro, partito da Cartagine,
avesse toccato Lilibeo, per indi recarsi altrove, non gli venne in mente di
visitar Trapani, città importante e primaria? Tenendo per l’opposta sentenza
si porterebbe grave ingiuria all’operoso zelo dell’Apostolo. Il Catalano, assai
caro al nostro ciantro Pero, accettando siffatta opinione, scrisse:
“questa predicazione del S. Apostolo, venne eseguita, e pratticata in quel
luogo appunto, ove nello stato presente, si mira la chiesa Parrocchiale di S. Pietro.
Tanto ci asserisce l’antica tradizione di Trapani. E cossì la ragione, per cui collo
scorrer degli anni, si eresse da’ Cristiani Trapanesi un Tempio in quel luogo, quale si
dedicò a S. Pietro, fu perché ivi appunto avea predicato il S. Apostolo e pubblicato
colla sua voce la Fede di Gesù Cristo. Vollero quindi gli antichi nostri Padri,
lasciarne a Posteri una perenne memoria. Se pure non vogliam dire che sin d’allora
avessero i primi Cristiani, ivi eretto un privato oratorio, per funzionarvi
occultamente gli Esercizi e le cerimonie pratticate dalla nostra Santa Cattolica
Religione”.
Toccando quindi innanzi dell’antico vescovado di Trapani, stabilito ne’
tempi apostolici, o più probabile ne’secoli posteriori, mi faccio a seguire le
opinioni di accreditati autori che, per tradizione pervenuta insino a noi, e per
qualche vecchio documento, ne affermarono l’esistenza. Parecchi di questi
storici sono stati da me consultati nel testo, per ciò ne allego le medesime
parole: gli altri, per difetto della loro opera in questa Fardelliana, sono stati
trascritti fedelmente, ricavandone le parole delle varie citazioni. Narra la
storia che Flavio Eraclio Costante II (641-668), primogenito dell’imperatore
Costantino, governando l’impero d’Oriente, per il progresso delle sue armi
soggiocò Arabi e Greci, stendendo le sue conquiste sino a Costantinopoli.
Questi protesse i Monoteliti; e si diede a perseguitare la fede cattolica.
Credendo di por fine alle contese religiose, emanò un editto che va sotto il
nome di Typios, in cui proibivasi ogni discussione teologica, sperando di
assodare in tal modo colla violenza il Monotelitismo. Sedeva in Vaticano
Martino I che, in una a’ vescovi d’Italia condannò l’assurdo editto; per cui
arrestato il papa nel 663 da Teodoro Calliopa fu tradotto a Messina, indi
all’isola di Nasso, di là a Costantinopoli, ed infine nel chersoneso Taurico, ove
morì nel settembre del 665. Furono similmente perseguitati molti altri
vescovi, tra quali San Massimo che morì in esilio nel Caucaso l’anno 662,
Costante allora scese in Italia, occupò Roma; dappoi se ne venne in Napoli,
indi a Siracusa; vessò crudelmente gli abitanti delle provincie di Calabria e di
Sicilia, dell’Africa e di Sardegna per alquanti anni con inaudita barbarie,
separando i mariti dalle mogli, i figli dai genitori, saccheggiando eziando le
chiese. Era il primo sintomodello scisma d’Oriente. Salito il 27 Marzo
dell’anno 718 sul trono di Costantinopoli Leone III Isaurico, detto
l’Iconoclasta, compivasi nel 730 la deplorevole divisione della chiesa greca
dalla latina, sottomettendo al Patriarcato costantinopolitano le chiese di
Sicilia. Questa divisione si continuò ancora sotto Costantino Copronimo,
Leone IV e successori; e si mantenne il rito della chiesa greca nella nostra isola
sino alla conquista de’ Normanni. Pietro Giannone, facendoci conoscere col
Doxopatrio, quanto possedeva prima dello scimma il Pontefece, e ciò che gli
fu usurpato dal patriarca di Costantinopoli, scrive ch’era Roma sottoposta a
tutta l’Europa, le Spagne insino alle colonne di Ercole coll’isola dell’Oceano
Occidentale, le Gallie, l’isole Britanne, la Pannonia, tutto l’Illirico, il
Peloponneso, gli Avari, i Sclavi, i Sciti in fino al Danubio, la Macedonia, la
Francia sino a Bisanzio, la Mauritania, l’isole del Mediterraneo, Creta, Sicilia,
la Sardegna e maiorica.
“Tutta l’Italia, cioè: Superiores Alpes, et quae ultra las extendentur: nec non
inferiores Gallias, quae Italiae sunt sive Lombardiam, quae nunc dicitur Longibardia,
et Apuliam et Calabriam et Campaniam omnem et Venetiam et Provincias, quae
ultra sinum Hadriaticum sese effundunt haec omnia Romano sub debantur”.
Indi sempre coll’autorità del Doxpatrio soggiunge:
“Ma da poi al trono costantinopolitano furono sottomesse molte provincie e
città non meno d’Oriente che d’Occidente. I Metropolitani di Tessalonica e di Corinto
si sottoposero al Patriarca di Costantinopoli, e molti altri Metropolitani ed
Arcivescovi seguitarono il loro esempio”. Sicilia praeterea et Calabria se
Costantinopolitano supposuerunt, et Sacta Severina, quae et Nicopolis dicitur. Sicilia
autem universa unum Metropolitam habebat SyracuSanum: reliquae vero Siciliae
Ecclesiae SyracuSani erant Episcopatus, etiam ipse, Panormus, et Therma et
Cephaludinon et reliquae.
E’ tempo ora di riconoscere la cattedra vescovile di Trapani, giusta il
consenso di grandissimi autori. Qui assumo l’ufficio di semplice relatore, e
tolgo di peso dal citato storico napolitano, quanto appresso: Nilo
Archimandrita, cognominato Doxopatrium in un suo trattato De quinque
Thronis Patriarchalibus che egli scrisse nell’anno 1143 per ordine del re
Ruggiero, toccando della sparizione de’ vescovi suffraganei al Patriarca di
Costantinopoli per disposizione di Augusto Audronico, afferma:
Avulsi Diocesi Romana, iamque Throno constantinopolitano subjecti
Metropolitani, et qui subsunt eis Episcopi, sunt hi: 1= THESSALONICCUSIS 2=
SYRACUSanUS 3= CORINTHIUS 4 = PHEGIENSIS 5= NICOPOLITANUS 6=
ATHENIENSIS 7= PATRENSIS Sub Syracusano Siciliae.1 Tauromitanus, 2
MesSaneusis, 3 Agrigentinus, 4 Croniensis, 5 Lilybei, 6 Drepani etc.
Nessuno degli scrittori che venne dappoi osò mettere in dubio
l’autorità di Doxopatrio, il quale è stato seguito dal Mireo, dal Goar, dal
Morgundo, dal Massabr, dal De Marco e da Lorenzo Beyerlinch, assai meno
esatto e purgato scrittore, prefetto della Vaticana, e regio storiografo di
Napoli e Sicilia, nella prefazione al tomo III della sua storia alla pag. VI e VII,
e precisamente al capitolo IX toccando delle notizie napolitane e sicule ci
rassicura che avendo avuto in mano cinque codici vaticani, ritrovò che ivi
trattavasi ancora del vescovado di Trapani. Di più il Gaetani, il Patti e l’Auria
ci danno concordemente la tradizionale cattedra della nostra città. E il Solito
riproducendo la testimonianza del Piccolo, riferita nella prima parte al capo
XXV De antiquo jure Siciliae Ecclesiae; a provare il vescovado d’Imera, si serve
parimenti di parecchi storici, che citano un antico manoscritto del monastero
del Santissimo Salvatore in Messina, dove nell’appendice si fa anche
mensione del vescovado di Trapani.
Alla serie de’ predetti storici si aggiunga tuttavia l’abate Amico, che
nelle sue note al Fugallo (Tomo I, lib.VII, pag.296), scrisse: Effulsit Drepanum
nonum salutis saeculum Episcopali dignitate. Tralascio il Pirri che seguendo in
consideratamente Leunclavio, nell’opera De jure Graecorum, ci da’ soggetto
all’impero bizantino le chiese di Sicilia sotto il regno di Leone il Sapiente nel
886; mentre in quel tempo l’isola era occupata da’ Saraceni, e gl’imperatori
d’Oriente non vi esercitavano alcun dominio. Quindi, parlando del
vescovado di Trapani, a buon diritto nota il cavalier Di Ferro:
“Infin dall’infanzia del Cristianesimo si conobbe da Fedeli la necessità di
moltiplicare i vescovi, quali vigilanti custodi del dogma e della morale. L’autorevole
testimonianza di S. Cipriano ci fa certi, che quasi in ogni città stato vi fosse il suo
proprio vescovo: che le sole piccole ed incalcolabili popolazioni eran quelle, che
venivano unicamente governate dal Presbitero”.
Avvalorarono questa nostra certezza storica gli annali ecclesiastici, la
cronaca del giorno, i fasti sacri della Sicilia e le tante disposizioni degli
Imperatori d’Oriente. Le opere loro conservatrici di queste notizie, e scritti da
una turba di storici Greci e Latini, ci marcano costantemente il vescovo
Drepanitano. Or chi si arrogherebbe l’audacia di cancellare con un frego di
penna tante preziose memorie, risultato di accurate ricerche e di elaborati
studi? Non è egli forse una temerità, conchiude il Di Ferro, il tracciare di mendacio
cotanti autori classici, ed illuminati, e che niuno impegno poteva indurre ad
ingannare la posterità. Ne mi paiono solide ragioni quelle si adducono per
distruggere l’antico nostro vescovado; tra le quali c’ha che nessun vescovo di
Trapani si rinviene firmato ne’ Concili di quel tempo. Le contese politiche e
religiose, e le difficoltà del viaggio non son mica da non tenersi in conto. Anzi
è probabile che i nostri pochi vescovi si fossero esentati; mentre a’ nostri
giorni, col vapore e le ferrovie monsignor Vincenzo Ciccolo Rinaldi, non
intervenendo al Concilio Vaticano, si ottenne la dispensa dalla Santa memoria
di Pio IX. Si è preteso inoltre aversi dovuto fare menzione dell’antico
vescovado di Trapani nella Bolla di Gregorio XVI. Però non si avverte che il
papa, consapevole degl’iterati ricorsi de’ capitoli collegiali di San Pietro e San
Lorenzo, volle declinare le quistioni storiche nella sua Bolla; ne’ punto si
piacque d’istituire, come suol dirsi modestamente, un Giurì di storici per
indagare la verità. Non facendone parola, il pontefice si tenne nella prudenza,
lasciando così alla più tarda critica le sue investigazioni. Se poi la Sede
apostolica si determinò, per tuttaltre ragioni ad erigere a cattedrale la chiesa
collegiata di San Lorenzo, a noi non ispetta che venerare la sapienza e
l’oracolo di Roma. Ma ciò che avvenne del vescovado di Trapani, sarebbe,
dirò così, una seconda parte di questo scritto. Il Coronelli nel suo Isolario
dell’Atlante veneto (tomo I, pag.10) si fa a dire:
“Prima che i Saraceni soggiocassero la Sicilia, molte più di quelle che hoggidi
sussistono, erano le cattedrali di essa; mentre si trova che S. Pietro ordinasse S.
Pancrazio ed indi S. Massimo per vescovi di Taurmina, che fu poi Metropolitana, et
hora è estinta, essendo ambe le Dignità rimaste unite in quella di Messina. Così è
successo di Piazza, Lentini, Trapani ed d’altre anticamente famose Città di quel
regno”.
Per la qual cosa Carmelo Martorana, levandosi contro le opinioni di
taluni scrittori, sostiene con saldi documenti che sebbene Ruggero, allorchè
venne in Sicilia, trovasse alcun piccolo nucleo di Cristiani, che doveano essere
Greci, nessun vescovado vi trovò in piedi, ma furono da lui primieramente
estinti, compreso quel di Palermo, già soppresso da’ Saraceni, quando ne
scacciarono le armi bizantine portatevi da Maniace. Ond’è che gli antichi e
nuovi vescovadi furono tutti eretti dal pio Conte, siccome ci attesta lo storico
normanno Ruggero di Hovede, fiorito nel XII secolo:
Rogerius vero frater Roberti Viscardi debellavit Siculos et totam sibi
subjugavit Siciliam, et factus est comes Siciliae. Sicilia insula est magna, et antequam
praefatus Rogerius debellasset eam, inhabitata fuit a Paganis, et erat de dominio
Imperatoris de’Africa. Sed praenominatus Rogerius, expulsis inde Paganis, legem
Christi instituit, et fecit in ea duos Archiepiscopatus et sex Episcopatus.
E papa Alessandro III, volendoci significare l’assoluta estinzione dei
vescovadi dell’Isola, sotto il dominio degli Arabi, in un suo Diploma
dell’anno 1168, diretto a Giovanni, vescovo di Catania, afferma:
Capta autem a sarracenorum populis Sicilia insula, ibi, (in Catania), et per
alias universae provinciae civitates, Episcopalis gloria periit, et crhistianae fidei
dignitas interit.
Pare inoltre che in Sicilia Ruggero abbia trovato quasi estinta la
gerarchia ecclesiastica. Altrimenti non potrebbe capirsi come questo
religiosissimo principe avesse designato alle cattedre vescovili sacerdoti
stranieri. Di fatti in Troina, che fu il primo vescovo da lui istituito, vi collocò
un suo congiunto, a nome Roberto. Indi rimesso quel di Palermo, vi fece
ritornare l’espulso Nicodemo, greco di nazione. Nel 1086, eretti i vescovadi di
Girgenti, Mazara, Siracusa e Catania volle che sedessero Gerlando Allobrogo,
Stefano Rotomagense, un tal Ruggiero, suo connazionale, ed un monaco
britanno. Dopo alquanti anni innalzò la sedia vescovile di Messina, fatta poi
Metropolitana, e vi trasferì il medesimo Roberto di Troina. Finalmente creò
un novello vescovado nella città di Patti; e lo conferì a frate Ambrogio che
trovavasi allora abate di un monastero di Lipari, eretto dallo stesso Conte.
Che se poi Ruggero non si diede a ristaurare tutte le antiche sedi
vescovili, si fu che molte città, per le ruine cagionate da’ Saraceni, non si
trovarono idonee ad aversi le cattedrali, siccome risulta chiaro dalle parole
del Diploma della chiesa di Catania: Per diversa Siciliae loca idonea Ecclesias
aedificavi. Se Ruggero avesse trovata idonea la chiesa di Trapani, avrebbe
ricostituito, senza dubbio, il vescovado nella prima chiesa della città che,
come si detto, non poteva essere se non quella di San Pietro, ristaurata o
eretta dalle fondamenta, a buon diritto, dalla pietà e munificenza del gran
Normanno. Il Pugnatore asserisce che Ruggero, sottomettendo alla sede
vescovile di Mazara Trapani e il suo clero, non potè ad essa assegnare de’
proventi certi; e questo si fu il motivo di non aver rimessa nella nostra città la
cattedra episcopale. Cito le parole dello storico:
“Et forse si può credere che il mancamento di questo commun patrimonio
fosse stato cagione che esso Conte non havesse fondato in Trapani una sua Episcopal
Sede, non vi veggendo, oltre a detti proventi, cosa alcuna altra, che; per convenevol
sostentamento di un tanto Prelato, le havesse del publico potuto assignare”.
Ma perché si sappia che la tradizione ci ha costantemente tramandata
l’antica sedia vescovile in Trapani, mettendo sotto gli occhi de’ miei lettori de’
documenti in parte raccolti da un nostro Annalista che, ad dir del ciantro
Pero, “coltivò con grande passione la storia patria, che stesa ne’suoi Annali, gli costò
venti anni di elaborati studi sui costumi e le leggi de’tempi, sul carattere delle
dinastie regnanti e sulle preminenze della feudalità”. E il patrizio Giuseppe
Fardella che, come parroco di San Nicolò, non fu esente dai pregiudizi contro
il primato della chiesa di San Pietro e de’ suoi arcipreti, senza riflettere
trovansi delle volte in contradizione. Questo illustre cronista che ci ha
conservato negli Annali di Trapani delle notizie preziose, segna al 1496 che
Francesco de Mango, abate di Santa Maria delle Giummarre, fu spedito
ambasciatore della città di Trapani al pontefice (Alessandro VI), e al re
(Alfonso II) per porgere domanda, onde ottenere la cattedra vescovile. Ricavo
dalle vecchie carte dell’archivio municipale un documento in cui dicesi che i
nostri Giurati, nella seduta consiliare del 19 giugno, X Ind. del 1522,
deliberarono d’indirizzarsi al papa (Adriano VI) e all’Imperatore (Carlo V),
per l’istituzione del vescovado, designando persino le condizioni e il nuovo
eligendo in persona del R.mo Alberto de Naso, vescovo di Nicopoli e vicario
generale di Palermo. Venuto poi in Trapani Giovanni d’Austria nel 1573, e
concesso agli ufficiali della città il titolo di Spettabili, promette di cooperarsi
per la restituzione del vescovado. Di più, l’abate di Roccaida nell’anno 1583,
trovandosi di passaggio, e fermatosi nella nostra città, vien pregato da’
Giurati di umiliare al sovrano la preghiera della popolazione di volere
restituita la cattedra vescovile. Filippo II dietro memoriale presentato dai
Giurati di Trapani, si diresse per lettera, in data del 27 marzo 1584, a
Marc’Antonio Colonna, vicerè in Sicilia, incaricandolo di occuparsi con
sollecitudine per istabilire la sede del vescovo. Nel 1781 esponevasi tuttavia
dal sindaco della città, Stanislao Maria Clavica, una lunga supplica a re
Ferdinando III di Sicilia e IV di Napoli, facendogli avvertire il bisogno
dell’impianto della diocesi drepanitana. Inoltre il sindaco Gaspare Burgio
drizzavasi parimenti nell’anno 1801 allo stesso Ferdinando, acciò si fosse
compiaciuto di fondare un vescovado titolare, scegliendone il degnissimo
sacerdote Diego De Luca. Stabilita dappoi per real dispaccio del 22 aprile
1812, la cattedra vescovile in Trapani non eretta per le vicende politiche del
Regno, venne finalmente a fondarsi da Gregorio XVI, con bolla del 31 maggio
1844, e da Ferdinando II, con Rescritto del 6 agosto 1845, preconizzando a
cattedrale l’elegante chiesa di San Lorenzo martire. Il primo vescovo ne fu il
dotto e caritatevole monsignor Vincenzo Maria Marolda del SS. Redentore; il
quale ne prese possesso il giorno 8 decembre del 1845, pel delegato
monsignor Giuseppe Menditti, vescovo di Noto. Ad ultimare frattanto questo
secondo capitolo, non riuscirà di scarico ai lettori, se io ponga fine coi detti
dell’illustre prelato della chiesa Drepanitana. Il quale, nella sua prima
pastorale, riassumendo la non interrotta secolare tradizione dell’antica
cattedra episcopale, esistente in Trapani, ne suggellava la memoria con le
parole che qui:
Nec parum vobis videri debet, quod inter cetera vestrae civitutis non pauca
ornamenta, et istud nunc addatur insigne, quod civitas unct. A Domino per
misericordiam Jesus Christi sit declarata, et multis adhinc annis sedens, proprio
viduata Pastore, tantem episcopali restituatur honori.
CAPO III
Privilegi e chiesa attuale di S. Pietro
Non potendo Ruggero, come si è detto, restituire a tutte le città
vescovili di Sicilia le loro antiche sedi, si diede a ristaurare parecchi tempi, già
rovinati all’epoca de’ Saraceni. La nostra cronaca cittadina, a cui spesso si è
dovuto fare ricorso, non che alla storia, ci dà come fondatore della chiesa di
San Pietro il pio Normanno. Il quale si piacque decorarla dell’arcipretura,
concedendo all’investito di quella dignità altresì la giurisdizione sul
chiericato del Monte San Giuliano. Di fatti i nostri Annali ci registrano che nel
1565, trovandosi a reggere la chiesa parrocchiale di San Pietro e quella di
Erice l’arciprete Giovanni di Landa, giusta il decreto del tridentino, dovette
rinunziare al beneficio ed alla cura di monte San giuliano, come per atto in
notaro Vincenzo Zizzo di Salemi sotto il giorno 22 settembre del cennato
anno. Il dignitoso titolo di arciprete dovrebbe poi convincerci della sua
autorità, del suo onore ed insieme della sua giurisdizione. Onde scrivea il
Giampellari:
“Distinto però dal parroco è l’arciprete., giacchè questo non solo vale un
curato, ma un prete che succede immediatamente dopo il vescovo, e da capo
rappresenta il presbiterio”.
Da ciò rilevasi che Ruggero non permise giammai alla prima chiesa di
Trapani di smettere tutti i suoi privilegi, non potendovi ristabilire il
vescovado. Si degnò ancora il religioso Conte dichiarare di regio patronato la
chiesa di San Pietro, siccome costa dal blasone normanno sull’arco maggiore
dell’abside che si osservava prima della nuova rifabricazione del tempio.
Concesse inoltre all’arciprete l’omnimoda cura, estesa posteriormente sui
comuni di Castellammare del golfo e di San Lorenzo la Xitta; come leggesi
chiaro nelle bolle originali, riguardanti l’elezione dell'arciprete in persona del
Millusio Tropiano, Gentili e Landa, transuntate alle minute di notar Girolamo
Roasi di Trapani, il 7 ottobre 1707. Emerge da ciò evidentemente l’esercizio
giurisdizionale dell’arciprete, il quale, prima del Tridentino, era investito di
vari benefici, tuttavia curati e parrocchiali. Questi diritti giurisdizionali,
concessi da Ruggero ed estesi a volta a volta, ribadiscono sempre più la
secolare tradizione che il Conte normanno ebbe intendimento di confirmare
in parte ciò che spettavasi al vescovo di Trapani, come a’tempi dell’esistente
cattedra. Inoltre, alla chiesa si San Pietro si pagavano ogn’anno le decime,
secondo ricavasi dal testamento di Perna Abbate, vedova di notar Ribaldo di
Trapani, rogato presso il notaio Nicolosio di Ruggiero della medesima città,
il 4 aprile, 2° Indizione dell’anno 1289, transuntato agli atti del concittadino
notaro Dionisio Di Blasi, nel dì 21 febbraio, 11° Indizione 1778.
Infine di questo testamento, oltre ai legati disposti dalla pia e nobil
donna, leggesi: Item legavit Ecclesiae Sancti Petri dietae Terrae Trapano pro
decimis unceam unam. Or le decime sulla tonnara, assegnate al vescovo di
Mazara, non richiamano punto l’istituzione fatta dal conte Ruggero; ma bensì
dal figlio di lui, il quale considerando le scarse risorse di quella diocesi,
ordinò che vi si assegnassero. Così leggesi nel Diploma di Ruggero II,
emanato in Palermo nel mese di marzo, VIII Indizione del 1144, transuntato
dappoi negli atti di notaro Manuele Paris di Mazara; 11 Aprile X Indizione
1567: Dontes in perpetuum tibi denuò et successoribus tuis canonice introntibus
decimas omnium Partuum et Tonnariarum tuae diocesis, nec non et Tonnariam quae
est in plagia Sibillinae inter Mazariam et marsaliam. Dippiù osservo
costantemente che nelle insorte controversie, sia co’ vescovi di Mazara, o coi
cappellani di San Lorenzo e San Nicolò, l’arciprete di San Pietro si dimostra,
come a dire, l’uomo dell’azione. Infatti nel 1420 si contende alla nostra
parrocchia da’ cappellani curati di San Lorenzo e San Nicolò il diritto della
preeminentia delle intonazioni nelle processioni, e Giovanni Pisano, allora
arciprete; sostiene la lunga lite, e vendicava se’ il diritto. Si possono all’uopo
consultare gli atti in notaio Giovanni de Nuris il 3 ottobre del predetto anno,
che poi furono transuntati ad istanza del sacerdote Alberto Vella, trapanese,
addi 8 aprile, XIV Indizione 1706, in notar Matteo de Blasi. Guglielmo di
Capua, vicario generale della chiesa di Mazara nel 1455 accompagnatosi con
monsignor Giorgio vescovo di Catania, delegato del cardinale Bessarione,
allora diocesano, viene in Trapani e si dispone a far la sua sacra visita. Enrico
Ballo, arciprete in San Pietro coadjuvato da altri sacerdoti, vi si oppone
allegando che la nostra città può unicamente andar soggetta alla vita
dell’ordinario, e protesta con atto pubblico del 15 agosto, rogato in notaro
Giovanni de Serineo. Si rinnovò la medesima opposizione nell’anno 1634,
quando monsignor Francesco Sanchez venne a visitare la diocesi, e fu
ricevuto in Trapani senza gli onori di rito: non ostante il dispaccio di re
Ferdinando, spedito nel 1415 a’ Giurati ed al clero, col quale esortavali a
ricevere onorevolmente il vescovo: quantenus assumentes, dice il dispaccio, in
proprium Episcopum: badasi, e non già quantenus retinentes. Lascio ora la parola
al Pirri:
Diocesim lustranti maxime displicuit Drepanensium (ut ipsi ajcent)
consuetudo, qui Praesulum suum solemni ritualis consueto ex cipere nolunt: cuius
rei occasionem esse dicunt, quodo inca urbe proprius olim fuerit antistes, qui
cathedram ibi constitutam aberet ut liquet ex dictis in 2 lib., tom.I de Not. Eccl.
Drepani.
Anzi lo stesso Rocco Pirri e l’inquisitore Trasmeira, venuti in Trapani
quai delegati visitatori, subirono del pari l’umiliante rifiuto di non essere in
verun modo accolti, e fu respinta energicamente la lor visita.
Cito le parole dello storiografo di Sicilia:
Contendebant interim tum capitulum Mazariensium canonicorum, tun
Drepanenses non posse ab alio, quam ob Episcopo Diocesano visitari, ego (Pirri) vero
e contentionibus maxme alienus, cum gravi etiam podagrae dolore postenerer,
Panormum redii. Mense Decembris Trasmeira Inquisitor, uti Episcopi procurator
Drepanum se contulit, et re infecta Panormum quoque mox redict” et Fra. Micaelem
Caravaglium Hispanum de familia S. Maria de Mercede transmisit.
Che se poi questo Inquisitore spagnolo visitò le nostre chiese, fu di
certo non in forza del diritto, ma di potente pressione fatta dal governo
viceregio. Dal fin qui detto è evidente che Trapani ha sempre riconosciuto nel
vescovo di Mazara, suo Ordinario, il visitatore jure delegato; e ciò ribadisce
vie maggiormente la prova della giurisdizione dell’arciprete e del diritto
concattedralità, spettante alla chiesa di San Pietro. I nostri annali sono lì
pronti a farci regione. Nel 1503 il vescovo diocesano, Giovanni VII Castrioto,
se non m’inganno, nella sua visita imponeva la riscossione del dritto del
cattedratico. Il clero, pregiudicato ne’ suoi antichi privilegi, che lo rendevano
esente da questa tassa, non volle punto soggiacervi, e fu gioco forza venirsi a
patti dall’Ordinario, giusta l’atto stipolato in notaro Rogerio Spirito, il 3
maggio del prescritto anno. Ora il dritto del cattedratico era stato imposto,
per la prima volta, dal Concilio II di Braga, città oggi nel Portogallo,
anticamente Bracara Augusta, spettante alla Spagna. Questo Concilio
prescriveva di pagarsi al vescovo nelle sacre visite il cennato onere, in
omaggio alla cattedra episcopale, ed a titolo di soggezione. Se il clero di
Trapani rifiutavasi a quest’atto, emise la più solenne manifestazione di
propugnare un suo antico privilegio che, nelle visite ordinarie e straordinarie,
il dritto del cattedratico riscuotevasi dall’arciprete, dovutegli in omaggio alla
sua giurisdizione, specialmente dalle chiese fuori città. Sicchè fu vecchio
costume, in forza del cattedratico, di collocare in cornu epistolae gli estinti
arcipreti, vestiti degli abiti pontificali, coll’assistenza di tutto il clero, nella
funebre cerimonia, compresi altresì i parroci, giusta i documenti transuntati
nell’ufficio di notar Giacomo Roasi di Trapani, ad istanza del sacerdote Pietro
Malato, ne’ giorni 27 aprile 1706, e 9 marzo 1719. Erano passati 480 anni da
che l’arciprete di San Pietro godeva pacificamente il suo autorevole titolo,
quando nel 1557 gli venne conteso da’ cappellani curati delle nostre due
parrocchie. Trovavasene allora investito Giovanni di Landa, che fatta valere
le sue buone ragioni, presso la corte vescovile di Mazara, vendicò a’
successori la preeminenza e i diritti relativi alla sua dignità. Titolo, che lo
stesso Annalista trapanese, il chiarissimo Giuseppe Fardella, parroco di San
Nicolò, e poi decano della cattedrale di Mazara non seppe contrastare sin
dall’anno 1305 come fece dappoi, e che da ultimo fu costretto riconoscerglielo.
Prima della riforma delle parrocchie, decretata dal Concilio Tridentino,
rilevasi che la giurisdizione esercitata, nella nostra città, dall’arciprete era
molto estesa, anzi pare che sia stata illimitata. Difatti il 1° luglio del 1575,
dodici anni dopo la Sanzione consiliare, faceasi assegno, per la prima volta,
dal diocesano, monsignor Antonio Lombardo, de’ separati terziari alle tre
parrocchie, estendendone il recinto a quella di San Pietro, la quale, in ogni
tempo, è stata la più popolosa. V’intervennero allora i Giurati e il patriziato,
si come costa dall’atto publico, rogato alle minute di notar Vito Daidone.
Inoltre lo stesso monsignor Lombardo, per atto della Corte Vescovile, in data
del 2 luglio, 3° Indizione del medesimo anno, assegnava parimenti alla chiesa
di San Pietro la processione del Corpus Domini; e che poi nel 1579, in corso di
sacra visita, rinnovando le sue disposizioni, confirmavane il privilegio,
dovutogli, non per altra cagione, come si è voluto dire incoerentemente e
futilmente; ma si bene in omaggio alla sua primazia. Si potrebbero qui
aggiungere moltissimi altri diritti e privilegi, goduti dalla nostra parrocchia;
ma siccome mi verrà a taglio farne parola nelle biografie degli arcipreti, credo
opportuno non ammassare in una sola volta tutti i documenti. Però, mi par
convenevole di ricordar tuttavia che la solenne benedizione delle palme,
solita a celebrarsi fuori città, coll’intervento del Senato, del clero delle
parrocchie e degli ordini regolari, spettavasi all’arcipretale chiesa di San
Pietro. Istituita dappoi le due collegiate dalla Santità di Clemente XII, per
bolla del 1 marzo 1736 quella di San Pietro conservò interi i propri diritti e
tutti i privilegi, siccome risulta dalle parole seguenti della bolla: Salvis tamen
et illesis eidem Parrocchiali Ecclesiae S.Petri remanentibus omnibus et singulis
privilegiis Indultis et prorogativis, et de Jure competentibus qui cade in acconcio
un’osservazione. Il ciantro Pero, intento a magnificare i privilegi della
collegiata di San Lorenzo, afferma che la bolla di papa Clemente è stata più
ricca di concessioni in favore della sua chiesa. Ebbene, sappiano i lettori che
l’antecedente clausola che salva a San Pietro gli antichi privilegi, non è punto
menzionata nella bolla di San Lorenzo, e fu mestieri supplicare il Pontefice,
che si piacque accordare le usate prerogative per separato rescritto in data del
6 settembre 1737. Cito le parole testuali, riferite dal ciantro: Eminentissimum de
Luna prodatarius facto prius verbo cum Sanctissimo declaravit, et mandavit habere
adiectas in bulla erectionis collegiatae S. Laurentii clausas praeservativas jurium:
Salvis tamen et illesis, etc. V’ha inoltre nella bolla, emessa per la collegiata di
San Pietro, il privilegio speciale di mantenere i dritti della parrocchialità, a
differenza della chiesa di San Lorenzo, in cui rimasero pel momento estinti, in
forza della nuova creazione collegiale, e fu bisogno richiamarsi nella bolla per
la reintegrazione. Eccone il testo:
Dictaeque Parochialis Ecclesiae Sancti Petri, et Cappellanie portionis forsam
nuncupatae perpetuo titulum Collatium nomina, denominationes nuncupationes,
naturas et essentias Parochialis Ecclesiae et Cappellanis collative non tamen ejusdem
Parochialis Ecclesiae Sancti Petri Parochialitate.
E’ da notarsi ancora che la collegiata di San Pietro nella bolla è detta
insigne ed è ugugliata ad altre distinte collegiate ne’ diritti e nelle
prerogative, cioè:
cum Capitulo, Clero, mensa Capitulari, Arca, Bursa, Sigillo, Comunibus
aliisque omnibus Signis et Insignis Collegialibus, aliisque saecularibus et insignibus
Collegiatis Ecclesiis de jure, usse stilo seu consuetudine autalias quomodo non tam ex
indulto seu privilegio, particulari competentibus.
Da ultimo il ciantro Pero nella citata Biografia pag.146 scrive:
“Il mio venerando Drepanitano capitolo sin dal suo nascere s’ebbe dal sommo
pontefice Clemente XII le sue decorazioni a tanta elevatezza (sic) sino a poterne far
mostra in qualsiasi luogo dell’orbe cattolico, financo nei Concilii ecumenici, avanti al
sacro collegio de’ principi di S. C., gli eminentissimi cardinali, ed il capitolo di S.
Pietro di Trapani non può fuori della propria chiesa usar le insegne che l’istesso Papa
gli diede”.
A parte delle citazioni testuali, dalle quali rifugge assolutamente; il
ciantro foggia, more solito, de’ privilegi concessi alla sua chiesa, negandoli
alle altre. Ricorro un’ultima volta alla bolla, la quale menziona che le insegne
canonicali, accordate alla Collegiata di San Pietro, possono vestirsi da’
beneficiati in quibus vis processionibus et actibus capitularibus tam publicis,
quam privatis, ac alias ubicumque locorum deferre et gestare illisque uti
libere et licite valeant authoritate nostra praedicta pariter perpetuo concedas
et indulgeas. Tralascio qui di parlare del privilegio, rimasto all’arciprete
anche dopo l’erezione del vescovado, cioè l’uso della palmatoria, ormai
vietatogli; poiché superiori ragioni non mi permettono di richiamarlo in
discussione, ma lascerò al tempo e alla giustizia l’ultima parola. Intanto a
conferma degli antichi privilegi della nostra chiesa, mi è duopo rassegnare
tuttavia parecchi re di Sicilia, che venuti in Trapani, si son condotti a rendere
omaggio al principe degli Apostoli, dichiarando col loro atto ossequente il
primato della nostra arcipretale Basilica. Oltre i re normanni e gli svevi, gli
aragonesi, i castigliani, gli austriaci, i sardi e i borboni, toccando la nostra
città, si recarono a visitare la chiesa di San Pietro, ed ivi giurarono il
mantenimento e l’osservanza delle leggi del regno, dei privilegi e delle
consuetudini de’ Comuni. Pietro d’Aragona, seguito poco dopo dalla regina
Costanza sua moglie, e da loro figliuoli, Alfonso, Giacomo, Federico, Pietro,
Jolanda, Isabella, con alcuni nobili aragonesi, venuto la prima volta in Sicilia
nel 1282, approdava in Trapani; e presentato in San Pietro, prestò il solenne
giuramento innanzi a’ tre Bracci, come allora si dicevano, cioè baronale,
demaniale ed ecclesiastico, rappresentanti i Comuni e il Parlamento, non che
innanzi a parecchi magnati e publici funzionari dell’isola.
Conservavasi di ciò memoria in una lapide, che conteneva questa
iscrizione: In hoc templo Petrus Aragoniae rex juravit 1282, ma che l’ignoranza
de’ tempi posteriori non seppe rispettare, in una alle altre che qui farà d’uopo
riferire. La seconda volta vi si recò quando egli, re Pietro, dovette lasciare la
sicilia per portarsi in Bordeaux al famoso duello con Carlo d’Angiò. Dopo il
giuramento partivasene accompagnato dall’illustre Palmerio Abbate, dal
valoroso Rodolfo Manuele e da altri regi militi trapanesi e siciliani. In questa
chiesa venne allora a stabilirsi dal general parlamento, ivi convocato, che
trovandosi assente re Pietro, dovea prestarsi obbedienza alla regina Costanza
e al suo figliuolo Giovanni, costituito vecerè di Sicilia e successore del regno
22 Il re Martino, colla regina Maria, assistette più volte in questo tempio alle
sacre cerimonie nel 1392 v’intervenne ancora, allorchè nel 1408, dovendo
lasciare la Sicilia, affidavane la reggenza a Bianca di Navarra, sua seconda
moglie, sciogliendo le vele da questo porto alla fine di ottobre. Fattavi non
breve dimora, nella prima e nella seconda venuta, stabiliva il suo domicilio
nel vecchio quartiere della nostra città, sino a dare il proprio nome alla casa
ed alla contrada di sua abitazione che tutt’ora chiamasi il cortile e l’isola di
Martino la quale è poco distante dalla torre de’ Pali. Nella nostra chiesa si
recò altresì l’imperatore Carlo V che, in attestato di sua divozione verso il
principe degli Apostoli, donava ad essa nel 1535 uno stendardo di broccato.
Allora vi si apponeva l’iscrizione come qui: vexillum a Carolo V imper huc
templo donatum. Or le riferite iscrizioni venivano dappoi estratte dalle varie
lapidi, e raccolte in un tabellone, fatto collocare dall’arciprete Mendietta
nell’ingresso della chiesa. Vi si leggeva:
Anno ab orbe redempto MDCCII die XXVI mortii, secundo a pontificatu
Clementis XI; a coronatione Philippi V Hispan Siciliaeque regis primo etc. Primoque
a gubernatione proregis Don Francisci Giudsici S.R.E. cardinalis:ad episcopatu Don
Bartolomei Castelli Mazariensis antistis septim et vigesimo primo ab
archipresbyteratu huius invictissimae urbis Drepani V. I. Don Don Antonii
Mendietta S. Angeli Abbatis, sacrosanctam beatissimi Petri Apostolorum principis
reliquiam impartivit: huic prototemplo a Comite Rogero dignificato millesimo
septuagesimo sexto Saracenis debellatis: a regis Petri Aragoniae millesimo
biscentesimo octuagesimo secundo juvamento illustrato: ditaloque Caroli V imperat
vexillo propter Funetis victoriam MDXXXV.
Salito al trono di Sicilia il re di Sardegna; Vittorio Amedeo, intervenne
nella chiesa di San Pietro al 1713, ove diede la sua assistenza alla gran mensa
ponteficale, celebrata dall’insigne letterato e politico trapanese, abate
Francesco Barbara, grande elemosiniere del re e suo cappellano maggiore,
proposto nel 1717 a vescovo di Patti ed indi caro all’imperatore Carlo VI, che
designa alla sede di Cefalù; ma che non vi pervenne, essendogli stata negata
da Roma la nomina.
Finalmente Ferdinando III e poi I, nell’anno 1801, si portò in detta
chiesa, ove ricevette la benedizione del Santissimo; siccome venne praticato
più tardi da Francesco I e da Ferdinando II. Ed ora brevemente nelle diverse
ricostruzioni della chiesa di San Pietro, fatte eseguire in vari tempi, per
l’operoso zelo de’ suoi arcipreti, e per la pietà e beneficienza, principalmente
dei suoi parrocchiani. Riedificata per la prima volta da conte Ruggero, questa
chiesa presentava nella sua semplicità il prospetto, con due porte laterali,
chiuse da un portico, con a’lati due fontane, secondo la vecchia pianta
architettonica, cennata avanti, e veduta dal Fogallo. Nel portico si ricevevano
le decime, le primizie e l'elemosine de’ fedeli, giusta il costume dei tempi.
Offriva poi il corpo della chiesa alcune cappelle, con in fondo il solo altare
maggiore. Dopo 228 anni circa dalla riedificazione di Ruggero, il primo atto
pubblico, a me noto, riferisce che nel 1305, i Giurati di Trapani asserissero
anche fra patroni della città, San Nicasio Burgio, martire e cavaliere
gerosolimitano. L’arciprete Nicasio Burgio, consanguineo del Santo,
v’innalzava allora una cappella, coll’annuo assegno di tarì quaranta d’oro
come ricavasi dal testamento di Guglielmo di Burgio nel 1347. A proposito di
San Nicasio non tralascio di ricordare che nel 1526, insorta controversia tra
due rami della famiglia Burgio, esistente in Trapani e in Mazara, circa il
possesso di una medaglia d’oro, rappresentante il nostro Martire, venne
deciso dal vicerè di Sicilia, Ettore Pignatelli duca di Monteleone, di
consegnarsi alla chiesa di San Pietro. Ma poi nell’anno 1534 venuto in Trapani
il vicerè Ferdinando Gonzaga, principe di Molfetta, chiese a’ Giurati la
medaglia e l’ebbe in dono per consenso de’ signori Burgio, giusta l’atto in
notaio Baldassare Daidone, il 15 decembre. Però conservossi nella cennata
chiesa l’immagine di S. Nicasio che Francesco Burgio e Bruno avea donata al
Senato, per atto in notaro Pietro Campo addì 11 ottobre 1533. Nell’anno 1558
veniva in Trapani quaresimalista il padre Ambrogio Fica, agostiniano, il
quale, per la sua dottrina e pe’ vantaggi spirituali, avuti in corso di
predicazione, riuscì grandevole al popolo. Questi si cooperò con istancabile
zelo all’ingrandimento della chiesa, resa angusta pel cresciuto numero de’
parrocchiani. I quali convennero per atto alle minute di notaro Giacomo
Barliri, in data del 17 marzo del citato anno di rifabricarla a loro spese. Questo
religioso esempio fu poi seguito nel 1571 da’ parrocchiani di San Lorenzo,
come prova l’atto stipolato dallo stesso notaro, il 5 aprile. Si ha notizia che in
questa riedificazione si conservò sempre il vecchio stile d’architettura, colla
soffitta di legno, e che sotto il regime dell’arciprete Baldassare Reggio fu
coperta di volta, affidandone la direzione al valente ingegnere trapanese,
Giovanni Amico, che fu ciantro della collegiata di San Lorenzo. Intanto la
chiesa, per manco di finestra, rimase oscura. Essa fu consacrata nel tempo del
menzionato Reggio il 29 ottobre del 1726, dal trapanese monsignor Giuseppe
Barlotta de’ principi di San Giuseppe, abate del Porco e vescovo di Telatta,
per delegazione del diocesano; e non già da monsignor Bartolomeo Castelli;
come notò il padre Benigno.
Deplorasi che la distrutta lapide non sia stata ancora supplita a
perpetua memoria della solennità del rito e dell’annua ricorrenza. Scorsi 210
anni dalla seconda riedificazione, copriva la carica di arciprete l’operoso
patrizio, Francesco Morello, zelante successore di ben trentanove arcipreti nel
corso di sette secoli. Il quale concepì il disegno di rifabricarla dalla
fondamenta, e renderla il più vasto religioso edificio della nostra città. Ne
commetteva l’incarico al bravo ingegnere trapanese Luciano Gambina, che
ardito imitare delle opere architettoniche, eseguite in questa città dal celebre
conventuale padre Bonaventura Certo da Messina, si accinse al grande
lavoro, che fatto a riprese, perdurò non meno di quarantasei anni. La chiesa
di San Pietro nello stato attuale presenta all’esterno una larga gradinata,
senza alcun prospetto. Vi si entra per tre porte che guardano all’occidente,
oltre di due laterali, rivolte una a Settendrione e l’altra a Mezzoggiorno. Sulla
porta maggiore, costruita a mo’ di cappella in pietra dolce, è collocata in una
nicchia una statua in marmo, detta volgarmente la madonna del Cardello,
dall’uccellino, tenuto dalla mano del Bimbo, in braccio alla Vergine Madre.
Nel suo piedistallo sono a basso rilievo delle figure, rappresentanti
l’Annunziazione questa scultura rivela probabilmente lo scalpello del Gagini,
o senza dubbio, un’opera della sua scuola. Essa venne posta, a’ tempi della
vecchia chiesa, sul terzo altare di destra. Sul frontone delle tre porte v’ha in
ciascuna uno stemma. In quella del centro è il blasone pontificio; nelle due
laterali quello di Trapani e l’altro dell’arciprete Antonio Caradonna. Entrati
appena si scorgono accanto alla porta maggiore due nicchie, l’una a destra e
l’altra a sinistra, contenenti due statue marmoree, quanto al vero,
rappresentanti San Pietro e San Paolo. La figura del primo è d’imperito
scarpello. A pochi passi, al lato destro, vi ha la cappella col fonte battesimale;
nel cui fondo si vede un quadro in legno, a mezzo rilievo, figurante il
battesimo di Gesù Cristo: scultura del prof. Pietro Croce. Di fronte, al lato
sinistro, è la coadiutoria col proprio archivio. L’una e l’altra son chiuse da
cancelli di ferro abbronzati: disegno del prof. Santi Saporito. Il cavalier Di
Ferro così ne descrive l’interno:
“Ella è questa la più vasta chiesa di Trapani venne essa rifabbricata a’ giorni
nostri, sin da suoi fondamenti. Quattordici colonne marmoree d’ordine dorico,
dividono la gran nave di mezzo. I pilastri di quelle laterali, sostengono coi loro archi
un passaggio pel d’innanzi degli altari delle cappelle questo transito invero è un poco
incomodo e disagiato”.
Questa chiesa è lunga metri 57, e centimetri 80, dalla parete interna
dell’abside fino alla soglia di essa; e dalla porta di Mezzogiorno a quella
dirimpetto. Contiene tredici altari, compresi quei delle due cappelle sfondate,
cioè l’una del Santissimo Sacramento, e l’altra di nostra Donna di Trapani,
statua in legno, posta sotto un baldacchino, sostenuto da otto colonne;
parimenti in legno, copiato su quello che si conserva nel Santuario
dell’Annunziata. Nello spazioso presbiterio si osserva il coro in legno, con
ventisei stalli pel collegio canonicale. Collocato sull’altare maggiore, e chiuso
in bellissima tribuna è il quadro della Trasfigurazione del celebre Andrea
Carreca che, al dir del cavalier Di Ferro “volle egli in tal lavoro copiare il divino
Raffaello. Carrera pose in moto l’anima sua onde brillare in quest’opera con tutte le
risorse del suo talento, e contraffare sensibilmente i tratti di genio dell’immortale
pittore di Urbino”. Non nego a questo insigne Trapanese genio ed arte, ma
l’istancabile fretta di moltiplicare i suoi quadri, qualche volta non lo fece
riuscire siffattamente accurato, come in parecchi dei suoi stupendi lavori. Ne
è prova il quadro di S. Andrea, chiamato da Gesù Cristo all’apostolato, sul
terzo altare dell’ala destra. La figura del Nazareno, per quanto sia piena di
bontà, come disse il Di Ferro, nella sua mal piantata positura, più che
imponente, ci pare al quanto minacciosa. Nell’altare del lato opposto, di
fronte alla cennata tela, è abbastanza commendevole il quadro di San Paolo,
creduto dal Ferro della scuola del Tintoretto. E’ opera di Marcello
Provenzano, giusta la segnatavi iscrizione: Marcellus Provenzanus fecit anno
Donmi 1616; la quale, essendo al quanto svanita in altre parole che seguono,
conteneva forse la patria dell’artista. Frattanto, non vorrei lasciare inosservata
la descrizione fattane dal nostro benemerito concittadino: “La testa, dice il Di
Ferro, è arieggiata con grazia, ed ha un carattere, che appalesa tutto l’ardore di
quell’Apostolo, per l’’adempimento de’suoi difficili doveri. I panni sono naturali, e
bene sventolati. Il disegno è corretto, a quell’ignoto pittore (sic) seppe ben mettere a
profitto i vaghi colori della sua scuola veneziana quel vaso d’oro, a forma degli
scaldini ebrei, è un carattere simbolico di quell’istancabile eroe”. Vi ha ancora da
osservare il quadro di Gesù, Maria e Giuseppe, opera di sconosciuto pittore,
ma che probabilmente rivela l’esperta mano del nostro Giacomo Lo Verde,
discepolo del Novelli, per la purezza del disegno e l’intonatura del colorito.
Ricordo eziandio due grandi quadri del pittore Trapanese, Francesco Matera,
rappresentanti il martirio di Santa Caterina, vergine d’Alessandria, e il
miracolo del vescovo San Donato. A questi si potrebbero aggiungere altri due
quadri, l’Arcangelo Raffaele e S. Eligio, figure di spropozionata grandezza,
uscite dal pennello del nostro Matteo Mauro, professore di disegno nella già
accademia degli studi. E’degno finalmente di speciale mensione S. Giovanni
Nepomuceno, quadro di mezzana forma, opera del valente concittadino,
cavalier Giuseppe Errante, oltre della via Crucis, rappresentata da quattordici
quadri ad oleografia, riprodotti dalle tele di bravi artisti, e chiusi in eleganti
cornici dorate. Giacchè siamo a rassegnare le opere d’arte, esistenti nella
chiesa di San Pietro, non è da pretarire la statua della vergine Addolorata, con
Gesù Cristo morto sulle ginocchia; scultura di Francesco Nolfo.
Ne’ punto l’altra del perito Mario Ciotta, raffigurante San Pietro, così
descritto dal Di Ferro:
“ci presenta dessa (la statua) quell’apostolo seduto ed ornato di tutti i moderni
abiti di sua pontificale dignità. Non fece ciò il nostro Mario, perché avesse ignorato
l’antica scenografia, e le avesse così peccato contro del costume. Potè egli ben
permettersi quella foggia di vestire, come un emblema caratteristico autorizzato
dall’uso, e ricevuto da tanti secoli. Per l’interesse poi dell’azione rappresentò egli a
Pietro nel momento di una cerimonia; gli diede quell’imponente bontà che conveniva
al principe degli Apostoli; ci fece rimarcare l’ardente di lui carattere, per
l’adempimento de’ suoi assai difficili doveri; e ce lo annunzia per quell’uomo
venerabile, a cui avesse Dio confidato una gran parte di sua potenza”.
Incastonati a due pilastri maggiori, che sostengono la cupola, costruita
a maniera un po’ tozza, stanno i marmorei cenotafi dell’arciprete Morello e di
faccia l’altra del fratello di lui: opere del pregiato scultore Federico Siracusa di
Trapani. Nella base del primo leggesi Don O. M. V.I. Don Don Francisco
Morello Ex baronibus fratris Joanni Huius Urbis archipresbytero Deo patriae avibus
Pietate eruditione zelo Valde Coro Merita parentalia Anno MDCCCIV. Nel
cenotafio del secondo notasi l’iscrizione come qui appresso: Don O.M. Don
Leonardo Morello Baroni Fratris Joannis Huius urbis secreto a.c. Il collegio de’
canonici presentarsi al bacio del piede, lasciando a fedeli nel dì festivo
l’ossequente pratica. Magistro procuratori regio Coniugalis amor Gratus moerens
padre Anno MDCCCIV. Inoltre sulle porte della sagrestia e dell’aula
canonicale, corniciate in marmo, a modo di cappellette, con in testa il blasone
papale, si contengono le seguenti epigrafi. Quella della sagrestia dice: Don
O.M. Electionis vasi Doctori Gentium regum filiorum que Israel S.A. MDCCXCIII.
E l’altra dell’aula comprende queste parole: Don O.M. Coelique Ioanitori
Beatissimo S.A. MDCXL. Richiamo ancora una volta l’attenzione del lettore sul
grandioso organo (1836- 47) esistente in questa chiesa: opera del perito
costruttore, Francesco la Grassa. Contiene settantadue registri, con sette
tastiere, delle quali tre nel centro e due per ogni vano; atte a prestarsi per tre
maestri di musica, tirando ciascuno alla sua parte i registri, secondo il
bisogno, per mezzo di un abile congegno. La canna del centro è di venti palmi
siciliani, pari a metri 5 e centimetri 16. E’ assai fornito di vari strumenti
musicali a fiato e a corda, con rara imitazione, oltre la grancassa e i tamburi. Il
prospetto dell’organo è poi elegantemente disegnato e costruito. Al di sopra è
un’aquila che stringe colle unghie due trombe, e sul frontone ed a’ lati
pendono diversi altri strumenti, intagliati in legno, con festoni e splendita
doratura. Per la costruzione di esso furono spese considerevoli somme, parte
erogate dalla chiesa, e parte a contribuzione, oltre quattrocento onze lasciate
dall’arciprete Tortorici, ed onze cento dal beneficio concittadino, monsignor
Luigi Scalabrini, vescovo di Mazara, a cui per gratitudine venne levato il
ritratto nell’aula de’ canonici. Da ultimo a compimento di questo capitolo, è
d’uopo che io faccia menzione della libreria Giacaloniana, situata in una sala
superiore poco discosta dall’archivio.
Questa benemerita istituzione, che serviva pel clero studioso, richiama
a fondatore il canonico Mario Giacalone, che dotavola altresì di un annuo
assegnamento per rimunerazione al bibliotecario, fornendola di scelte opere
ecclesiastiche, non che di qualche pregevole autografo.
CAPO IV
Biografie degli arcipreti di S. Pietro
Consultare le cronache cittadine, richiamando alla memoria de’
superstiti nomi ed azioni, rimaste tuttavia nell’oblio, mi pare nobilissimo
ufficio di uno scrittore, cui vanno sommamente a grado le cose patrie, che
reclamano il diritto di perpetuarsi nella storia, ovvero nella biografia. Guidato
da questo principio mi sono accinto a scrivere sommariamente le vite degli
arcipreti della parrocchiale chiesa di San Pietro in Trapani, raccogliendo
quelle brevi notizie che ci forniscono e manoscritti e libri. Avvertosi però che
in questa serie cronologica si difetta del numero totale degli arcipreti; poiché
nei documenti da me consultati si osservano delle lacune, ove rimangono
soppressi e nomi e tempi. Si badi inoltre di tenere a mente che io prendo le
mosse dal periodo normanno e dal primo arciprete eletto dallo stesso conte
Ruggero, fondatore della nostra chiesa.
I GUALTERIO
Il primo nome che declinasi dalle nostre cronache è appunto l’abate
Gualterio. Ignorasi la patria di lui. Investito dalla dignità d’arciprete, si ebbe
da Ruggero, come ripetute volte si è detto altrove, la giurisdizione sul clero di
Monte San Giuliano. I suoi meriti gli acquistarono splendida fama e onori.
Nel 1080 fu eletto ciantro della cattedrale di Palermo; e scorsi nove anni in
quella carriera, fu presentato nel 1089 dal pio Normanno alla Sede apostolica
colla nomina di vescovo di Malta. Sedeva allora Urbano II che, sansionata
l’elezione, consacravalo pastore di quella chiesa, evangelizzata dall’apostolo
San Paolo. Posto a reggere la piccola diocesi, monsignor Gualtero non mise
tempo in mezzo per guadagnarsi lo spirito divoto de’ buoni maltesi,
infervorandolo sempre più coll’esempio dei suoi virtuosi costumi e
coll’eloquente parola della sua predicazione. Non erano passati che sei anni
dal suo possesso, e l’ottimo prelato se ne moriva, lasciando memoria di sé, e
l’onore della cattedra al vescovo Biraldo, siccome costa dal privilegio dato da
Ruggero nell’anno 1095.
II ROBERTO DE URBE
Pochissime notizie rimangono di questo secondo arciprete. Se
vogliamo attenerci alle parole del Fogallo. Roberto de Urbe fiorì al secolo XI, e
venne decorato della laurea dottorale d’ambe le leggi. Il conte Ruggero se
l’ebbe assai caro e lo nominò suo cappellano. Versato nella scienza del dritto,
Roberto si provò a coadiuvarlo negli affari importantissimi dello Stato; sicchè
nell’anno 1093, grato il religioso Normanno ai servizi da lui prestati, lo scelse
a Gran Cancelliere del Regno. Ci è ignorata la patria di questo arciprete, che
perdurò non pochi anni alla reggenza della sua parrocchia.
III GIOVANNI CARISSIMA
Alla fine del secolo XI l’antica e nobile famiglia Carissima diete i natali
al nostro Giovanni, che divisando di vestire l’abito ecclesiastico, si rese prete.
Non ci è noto quando egli fosse venuto in Trapani; giacchè ritrovo che questo
illustre casato, originario di Bologna, si stabilì nella nostra città circa il 1248,
con Pascotto Storletti. Il quale continuò a chiamarsi col cognome acquistato
da un suo avo, il cavalier Gesualdo, che muovendo alla liberazione di
Terrasanta, vestì la Croce col motto: Carissima. Però da un altro catalogo
degli arcipreti ricavasi – trascrivo le medesime parole che “Giovanni Carissima
fu dottore, e nel 1132 vescovo in partibus”.
IV BALDOVINO FERRO
Dall’illustre patrizia famiglia Ferro, originaria di Fiandra, nacque
Baldovino che, giusta il citato Catalogo, fioriva nel secolo XII. Vissuta fra gli
onori della corte di Carlo il Calvo, questa famiglia noverò una lunga serie di
personaggi, celebri nelle armi, nelle scienze e nelle dignità chiesastiche.
Stefano e Giovanni di Ferro seguirono il conte Ruggero, loro parente, nella
spedizione di Sicilia. Il primo di questi fratelli fu poi uomo di chiesa, e nel
1093 occupò la cattedra vescovile di Mazara per elezione dello stesso
Ruggero. Giovanni si fermò in Marsala, dal quale nacquero Stefano, Silurnio,
e Berardo quest’ultimo si trasferì in Trapani sotto il regno di Alfonso
d’Aragona, lasciando ventisei Berardi, il cui titolo venne ad estinguersi col
cavalier Giuseppe Di Ferro, letterato e storico di bella fama. Credesi
probabilmente che il nostro Baldovino discendesse da Marsala. Il Catalogo ci
riferisce che egli fu regio abate, e poi arciprete dell’unica parrocchia della
nostra città. Si afferma inoltre che Baldovino venisse designato alla sede
vescovile di Siracusa, a cui non pervenne per cagione della sua morte: se è
vero che questo Baldovino fosse il LV vescovo di Siracusa, mensionato dal
Pirri sulla fede dello Schobar.
V RICCARDO CAVARRETTA
Senza alcuna data trovo al numero cinque del catalogo il nome di
Riccardo Cavarretta, investito dalla carica di Arciprete.
VI NICASIO BURGIO
Esordisco questi cenni biografici col titolo di un libro moderno: Eccomi
un po’ di luce. Nel corso di 162 anni dalla nuova fondazione della chiesa di
San Pietro, per quante fatiche abbia potuto durare; non sono riuscito che a
cavar fuori lo scarso numero di cinque dalla serie cronologica degli arcipreti.
Nicasio Burgio non è certamente il sesto: nel catalogo v’ha senza dubbio
qualche laguna. Però nella nostra serie è d’uopo assegnargli il numero
d’ordine progressivo. Questi nacque in Caltagirone, e fu secondogenito del
conte palatino, Guglielmo II, e della nobile Pintea, sua prima moglie.
L’illustre scrittore della Discendenza di Achmet così parla di questo
dignitario:
“Nicasio II di cui si fa mensione nel privilegio del 1239, creato arciprete di
Trapani dell’arcipretale chiesa di essa città sotto titolo del Principe degli apostoli S.
Pietro, vi fondò, si crede, nel 1305 come vuole il Venuti la cappella fregiata già col
gentilizio Stemma di sua Famiglia, e dell’annuo mantenimento dotata in onore di San
Nicasio Martire, a cui per Sanguinità era egli strettamente congiunto”.
Inoltre si fa memoria di questo arciprete in un documento del 1347, in
cui si riferisce il testamento di Guglielmo III Burgio, colpito di contagio, nel
suo medesimo giardino.
VII BENIGNO BALLO
Priacchè Sancio Ballo fosse venuto in Trapani nel 1378 ai tempi della
regina Maria,il nostro catalogo viene a parlare di Benigno Ballo, che coprì
l’onorevole carica di arciprete. Fu dottore in dignità, filosofia e diritto, ed uscì
di vita nell’anno 1359. Ebbe sepoltura nella propria chiesa.
VIII ANTONIO RAVIDA’
E’ assai probabile che Antonio Ravidà sia nato in Salemi, ove fioriva la
sua nobile famiglia; giacchè ricavo che questa si trasferì nella nostra città ai
tempi del re Martino cioè nel 1392, nel medesimo anno in cui il nostro
preclaro arciprete chiudeva i suoi giorni. Insignito della laurea dottoriale,
Antonio illustrò colla sua dottrina e colla castigatezza de’suoi costumi il
chiarissimo casato e la sua parrocchia. Fu consaguineo al beato Luigi Ravidà,
dell’ordine carmelitano, nato in Trapani sul finire del secolo XIV, e morto in
Randazzo circa l’anno 1444, colpito in fronte da un dardo, per tutelare
l’osservanza del proprio convento.
IX GIOVANNI PISANO
Essendo sullo scorcio il secolo XIV, Giovanni Pisano veniva alla luce in
Trapani. Nobile e ricco non trascurò di coltivare la mente e il cuore; e
bramoso di vivere allo studio e alla virtù, scelse lo stato ecclesiastico. Fu
laureato in teologia e in legge, e divenne grandemente accetto a monsignor
Giovanni rosa, che gli conferì il canonicato nella sua cattedra di Mazara, e lo
elevò a vicario della diocesi. Giovanni Ventimiglia, arcivescovo di Morreale,
sel tenne caro, ed imitando l’esempio del vescovo di Mazara, lo scelse
parimenti al vicariato della sua metropolitana. Alfonso il Magnanimo l’onorò
coll’investitura della Legazia apostolica per la Monarchia di Sicilia. Questo
arciprete concesse agli Ebrei di Trapani, parte degli orti di sua giurisdizione,
contigui ad una piccola chiesa, detta San Paolo, fuori le mura di scirocco della
città, precisamente ove un tempo sorse il convento e la chiesa di S. Maria di
Gesù, oggi ridotto e chiamato quartier vecchio. Una siffatta concessione
riguardava quella parte dell’orto verso Tramontana, per istabilirvi gli Ebrei la
loro sepoltura, come rilevasi dalle minute di notaro Giovanni Nuris sotto il
giorno 13 luglio, 12° indizione del 1418. E che poi lo stesso Pisano facea ad
essi una seconda concessione di altre terre da servire al medesimo uso, come
provano gli atti di Nuris il 17 novembre 1° indizione dell’anno 1422.
Giovanni Pisano avvegnachè fosse investito di parecchie cariche, resse
con zelo la sua parrocchia, e terminò di vivere il 17 ottobre del 1434. Fra la
serie degli arcipreti di San Pietro va egli segnato al numero vigesimo primo
nel catalogo di cui più volte si è fatta parola.
X GIOVANNI MILLUSO
Napoli fu la patria di Giovanni Milluso, o Milluxio, che erudito nelle
scienze sacre, venne innalzato ad onorevoli cariche dal re Alfonso, da cui fu
creato abate e suo cappellano. Trovavasi ascritto al collegio dei canonici nella
Cattedrale di Palermo, quando fu promosso all’arcipretura di San Pietro in
Trapani. Nelle bolle di sua elezione si mensiona di essergli stata conferita la
prefettura di Castellammare del Golfo, di antica giurisdizione dei nostri
arcipreti. Il celibre monaco Bessarione, costantinopolitano, di cui scrive
Lorenzo Nalla: Bessarion inter Graccos Graecissimus, inter Latinos Latinissimus,
tenne in prima la cattedra arcivescovile di Nicea, e fu al concilio di Firenze,
sedente Eugenio IV. Nel 1449, passato a reggere la chiesa di Mazara, chiamò
Giovanni Millusio all’arcidiaconato della sua cattedrale nell’anno 1457.
XI ENRICO BALLO
La cronaca cittadina ci riferisce che il trapanese Enrico Ballo, di patrizio
casato, fu dottore in dritto. Assunto alla dignità di arciprete, si dedicò
indefessamente alla cura delle anime, procacciandosi l’affetto dei suoi
parrocchiani. Tenne la carica per soli cinque anni, e finì la vita nel 1462.
XII NICOLO’ COSENTINO
Sin da’ tempi a noi lontani non vennero meno anche in Trapani le
controversie araldiche tra cospicue famiglie, che si contendevano i gradi di
nobiltà. Succedevansi con tanto scalpore fino a trovare dalla penna del dotto
di Giovanni, quanto appresso: “I Trapanesi tengono in conto il pregio della nobiltà
in una maniera così rigida che maggiore non si potrebbe mai pensare”. Difatti nel
1349 la famiglia Cosentino non punto riconosciuta nella sua pretesa nobiltà,
faceva valere i suoi diritti feudali. Prolungavasene la contesa infino all’anno
1485, ed ancora successivamente. Discese da questo patrizio casato l’arciprete
Nicolò, il quale prese laurea in teologia e filosofia. Di lui ci restano brevi
notizie. Solamente ricavasi da un vecchio documento, che cacciati gli Ebrei
dalla Sicilia nel 1492, per sovrana disposizione di Ferdinando il Cattolico ed
Isabella di Spagna, l’Università de’ Giudei di Trapani restituiva al nostro
arciprete, per il canone di tarì 27, le terre a loro vendute dal suo predecessore.
Inoltre ci dice il documento che il vicerè di Sicilia Ferdinando
d’Acugna, nel 1495 emanò le sue disposizioni per fortificarsi la nostra città, e i
Giurati chiesero all’arciprete Cosentino parte delle terre di sua spettanza; ove
fu fabricato il forte detto impossibile. Cessò di vivere l’anno 1496.
XIII ANTONIO SANCHEZ
Antonio Sances o Sanchez sortiva i natali in Messina, ed era in grande
stima alla corte di Ferdinando il Cattolico, il quale proponevalo a papa
AlesSandro VI per l’arcipretura di San Pietro in Trapani. Le sue bolle emanate
in Roma l’anno 1501, fanno menzione non solo della sua giurisdizione sul
clero della nostra città; ma bensì su quello di Monte San Giuliano. Occupò la
dignitosa arcipretura per pochi mesi, essendo stato eletto all’arcidiaconato
nella cattedrale della sua patria, ove chiuse i giorni a’ primi di gennaro del
1502.
XIV GIOVANNI TROPIANO
Nacque in Trapani dal nobile Giovanni Tropiano o Truppiano, che
sostenne la carica di senatore in questa sua patria negli anni 1506 e 1507
vestito chierico e promosso al sacerdozio, il nostro Giovanni fu maestro in
divinità ed eloquente oratore. Predicò in parecchie città d’Italia; e mentre
nella quaresima del 1502 Roma faceva plauso alla dotta parola del nostro
benemerito concittadino, gli venne partecipata la elezione all’arcipretura.
Diresse allora a suo padre la procura per il possesso, stipolata all’ufficio di
notaro Ugonotto Carini di Roma, il 12 marzo 5° indizione del sudetto anno.
Nella sua amministrazione si recava che Giovanni Tropiano, in compenso
della cessione di parte degli orti, vicini alla piccola chiesa di San Paolo, poi
fatta atterrare dal vicerè, duca d’Alba muovea domanda ai Giurati di aversi
delle pietre, onde porre i limiti alle terre che gli rimanevano, giusta il
documento altrove citato. Si rileva ancora dagli atti di notaro Andrea
Martino, in data del 12 maggio, 9° indizione del 1521 che questo arciprete
rinunziando in favore di Benedetto Gentili, faceva altresì mensione del
beneficio delle terre di San Giacomo della Xitta, spettante all’arcipretura di
Trapani. Di ciò si fa tuttavia parola nell’atto di divisione dei nobili Sigerio,
rogato alle minute di notaro Vincenzo Falco, il 10 ottobre, 13° indizione
dell’anno 1704, n.50. Il Tropiano fu strenuo difensore degli antichi diritti della
sua chiesa; e nel 1504, sorte delle contese fra le tre parrocchie intorno al posto
delle croci nelle processioni, seppe guarentirne le ragioni. Se ne moriva nel
medesimo anno della sua rinunzia, avendo gli onori della sepoltura nella
propria sua chiesa.
XV BERNARDO VILLAMARINO
Alla morte di Giovanni Tropiano insorgono dei pretendenti per
occupare la dignità di arciprete. Fra gli altri si trovano segnati i seguenti
nomi: Tommaso de Generis, il quale ne prende possesso, come per atto in
notaio Giacomo Lombardo del 16 marzo dell’anno 1520. Michele Coralta,
delegato pel possesso Vito Daidone, assume la reggenza della parrocchia, in
favore della quale l’anno 1510 avea stipolato atto per fabricare a proprie spese
in fondo dell’abside della chiesa la custodia, detta comunemente Cona, ora
non più esistente. Giovanni Sanchez alla sua volta riesce un terzo pretenzore,
siccome provasi dagli atti di notaro Giuliano Summa, in data del 16 maggio
del citato anno. Finalmente Bernardo Villamarino di Napoli, fatte valere le
sue pretese presso la corte vescovile di Mazara, ne ottenne il possesso dal
vicario foraneo, giusta l’atto del testè cennato notaro. Intanto il Villamarino
coprì quella carica, piuttosto per protezione di monsignor Giovanni, vescovo
diocesano, e del Grande Almirante del regno Giovanni Villamarino, suoi zii
paterni, che per le ragioni addotta di averne sostenuto l’economato. Però il
Gentili, reso forte della rinunzia del Tropiano in suo favore, ebbe ricorso alla
Santa Sede, la quale definiva di riconoscere in lui il legittimo successore
dell’estinto arciprete, obligando il Villamarino a rinunziarne la cura.
XVI BENEDETTO GENTILI
Genova diede origine a Benedetto detto Gentili, discendente da illustro
patriziato, che nel 1444 vantava una serie di cavalieri, commendatori, gran
croci, ed ammiragli dell’ordine Gerosolimitano. Abbracciata la vita
ecclesiastica, si dedicò indefessamente allo studio delle scienze. Venuto in
bella fama, si acquistò il grado di dottore, e fu eletto parimenti prelato
domestico di sua Santità. Un nostro cronista annova fra’ dotti scrittori
Benedetto Gentili, per una sua opera sul Primato della Sede apostolica forse
rimasta inedita. Fu canonico della cattedrale di Palermo, ed investito della
dignità arcipretale, si ebbe il beneficio di San Lorenzo la Xitta per se e per i
suoi successori, come costa dalle bolle pontificie date in Roma, il 3 giugno, 9°
indizione del 1521, esecutoriate in regno addì 5 luglio del medesimo anno; e
dall’atto publico del suo possesso, rogato nell’ufficio del notaro Giacomo
Gianferza, il 28 luglio dell’anno istesso. Nel tempo della sua regenza, e
precisamente al 1522, insorse contesa fra la parrocchia di San Pietro e San
Lorenzo sul conto di una donna inferma, la quale sebbene domiciliata nel
quartiere di San Lorenzo, pure era solita ricevere l’amministrazione de’
sacramenti nella chiesa di San Pietro. Prodotti de’ testimoni, nella corte
foranea, s’iniziò la causa, di cui ignorasi la definitiva risoluzione. Benedetto
Gentili nell’anno 1525 fu promosso all’arcidiaconato della Cattedrale di
Palermo, lasciando di se un nome imperituro.
XVII GASPARE CORALTA
Di questo arciprete ci dice la cronica cittadina ch’era semplice chierico,
quando fu investito della carica. Dotato d’ingegno e di scientifica coltura, fece
parte della lunga schiera de’ dottori, dei quali non pativasi difetto presso il
clero di quei tempi. Nel 1525 venne ascritto nel numero de’ Giurati della città;
e nel 1535 abbandonatosi al fasto della sua famiglia, de’conti si Santa
Colomba, rassegnò l’arcipretura,ritornando alla vita secolare.
XVII GIOVANNI LANDA
Si danno vari cognomi a questo arciprete, chiamato ora Chiambra ed
ora Olanda o Landa. Successo alla primaria dignità ecclesiastica per rinuncia
del Coralta, ne prese possesso, giusta l’atto in notar Baldo Daidone, il di 24
febbraio, 8° indizione del 1536, in rigore delle bolle papali date in Roma il 6
ottobre 8° indizione dell’anno 1535. Di animo affatto mite il Landa
soggiacque, suo malgrado, alle disposizioni di monsignor Giovanni Omodei,
vescovo di Mazara; il quale venuto in Trapani a 4 maggio del 1540, crede di
riparare alle continue discordie del clero, stabilendo la reggenza della
madricità a turno fra le tre parrocchie questo strano provvedimento non
potea guarentire la pace, anzi fu un nuovo fomite di contese che divise
irreparabilmente il clero. A 21 gennaio 1541 questo arciprete, per atto in
notaro Giacomo Lombardo; concedeva a Nicolò Provenzano, barone Cuddia,
la piccola chiesa di San Paolo, in grazia di un beneficio, fondato da lui l’11
giugno dello stesso anno, come alle minute dell’anzidetto notaro. Eseguita
intanto le Sanzioni del Tridentino intorno ai benefici (sess.XXIV, capadre17),
Giovanni Landa fu dimandato da monsignor Giacomo Lomellino di
rinunziare una delle due arcipreture, cioè o quella di Trapani ovvero l’altra
del Monte San Giuliano, goduti sin da’tempi normanni dai suoi predecessori.
Si determino allora di ritenersi quella della sua patria, lasciando la cura della
seconda al nobile trapanese, Cesare de Scrineis, ossia Scrigno, eletto in vigore
delle bolle, date in Salemi dal predetto diocesano, in corso di sacra visita. Ciò
rilevasi dagli atti di notaro Vincenzo Zizzo, il 25 settembre del 1565. Ne’
tempi del suo regime si fece eziandio dal vescovo di Mazara, Antonio
Lombardo, la divisione delle nostre tre parrocchie. Come del pari venne
assegnata alla chiesa di San Pietro la processione del Corpus Domini: Fu
presente al Sinodo diocesano tenuto in Mazara al 1575 dallo stesso monsignor
Lombardo, ove nell’elenco degl’intervenuti, leggesi: Don Ioannes Olanda
Archipresbyter civitatis Drepani. E poi nel 1584, sotto monsignor Bernardo
Bosco, si fece rappresentare nel nuovo Sinodo dal suo cappellano curato, Don
Vito la Ficara, come ricavasi dalle parole seguenti: Don Vitus Laficara,
procurator reverendi Don Joannis Olanda Archipresbyter (sic) civitatis Drepani. A
proposito de’ cappellani curati in San Pietro mi si permetta questa lunga nota.
Il ciantro Paolo Maria Pero, nella sua Biografia di monsignor Marolda
a pag. 100 e segg., volendo distruggere il titolo di arciprete, cita in suo favore
diversi atti, in cui sono chiamati i cappellani curati di San Pietro a
rappresentare altresì la cura nella parte civile. Onde il ciantro deduca che San
Pietro non ebbe mai arcipreti. Quindi acreo come egli dice, questo vano titolo.
I nomi che in quegli atti si declinano sono: Giovanni Landa e Vito La Ficara,
Antonio Caradonna e lo stesso La Ficara, Giacomo de Martino e Vito Salerno.
Ma qui riflettano un po’ i miei lettori che: Giovanni Olanda negli atti del
Sinodo vien detto: Archipresbyter civitatis Drepani. Or come in un contratto od
apoca è così di facile contentatura sino a farsi chiamare cappellano curato,
egli che avea difeso il suo titolo nel 1557, e che lo porta dignitosamente in
faccia. Sebbene il nostro arciprete fosse abbastanza paciero non seppe tuttavia
resistere alla violazione de’ suoi antichi diritti, pretesi dalle altre due
parrocchie, che per titolo della madricità a giro, volevano arrogarsi le
intonazioni nelle processioni fuori le mura della città; le quali aveano luogo in
due sabati di quaresima. Il 4 marzo del 1574 il Landa diresse il suo appello
alla corte foranea, la quale (salta un rigo)ad un Sinodo? Lo stesso è del
Caradonna e del di Martino, come si vedrà ne’ loro cenni biografici. Eppure il
nostro Ciantro, facilissimo nelle citazioni a suo modo, sognò di sciogliere il
bandolo di Arianna, senza aver voluto far capolino a’ Sinodi di Mazara.
Sappia inoltre monsignor Ciantro che Vito Laficara e Vito Salerno erano
semplici cappellani curati e non mai dignitari e capi. Di fatti La Ficara trovasi
firmato nel sinodo mazarese nel modo che qui: Don Vitus la Ficara Cappellanus
Ecclesiae Parrocchialis S. Petri Civitatis Drepani (pag. 183). Da ultimo la
rappresentanza civile de’ Cappellani curati in San Pietro, mi conviene a pieno
della somma importanza, in cui era tenuto l’arciprete, il quale
nell’amministrazione sia spirituale che civile si avea ne’ cappellani i suoi
delegati e i suoi procuratori decise di non punto pregiudicare l’inveterato
diritto della prima chiesa di Trapani, siccome costa posteriormente dagli atti
non mica interrotti de’ successori di lui. Tenne il medesimo zelo, quando nel
1557 gli si volea contendere il titolo di arciprete. Nell’anzidetto anno 1574
s’insinuò la peste nella nostra città, mietendo innumerevoli vittime. La carità
di Giovanni Landa fu operosissima. Si diete a conforto degli appestati,
somministrando loro i sacramenti, soccorrendo con ogni mezzo le desolate
famiglie. La sua parola divenne commoventissima, quando nella chiesa di
San Giacomo de’ Lucchesi, trasportato dal Santuario il simulacro di Nostra
Donna sermoncinò al popolo. Dopo cinquantatre anni di assidua cura verso
la sua parrocchia, questo affabile e zelante arciprete se ne moriva il 30
novembre del 1589.
XIX ANTONIO CARADONNA
Fu il trigesimoprimo arciprete della parrocchiale chiesa di San Pietro.
Nacque in Trapani verso la metà del secolo XVI. Si rese prete, coltivò le
scienze e meritatamente venne ascritto nel novero de’dottori: Nel tempo della
sua cura il barone Moxharta fondò il beneficio de Jure patronatus di tutti i
Santi, colla dote di alcuni censi e case, giusta l’atto in notaro Melchiorre
Castiglione nell’anno 1613. Il Caradonna, largo di sue dovizie, erogò una
buona parte del suo patrimonio a favore de’ poveri e a beneficio della propria
chiesa. Oltre allo stemma della sua famiglia, nell’architrave di una delle porte
laterali del nostro vasto tempio, si legge: Don Antonius Caradonna
Archipresbyter MDCVI. Il blasone fatto collocare sulla porta e l’iscrizione ci
riferiscono un titolo di gratitudine verso questo insigne arciprete che cessò di
vita il 16 marzo dell’anno 1614.
XIX GIACOMO DE MARTINO
Trapani fu la culla di questo arciprete, laureato in teologia e canonica:
già commissario del Tribunale dell’Inquisizione e vicario foraneo di
monsignor Marco La Cava, vescovo diocesano. Fra gli atti della sua reggenza
rilevasi che, morta in odore di Santità la venerabile suora Innocenza Rizzo e
Grimaldi, venne egli delegato dal vicario capitolare generale di Mazara,
Francesco d’Eliae Rubeis, per lettera in data del 16 giugno 1627, ad estendere
il processo della serva di Dio, scegliendo gravi e severi teologi. I quali furono;
il padre maestro Giuseppe Napoli de’minori conventuali; il padre maestro
Pietro Cannizzaro, domenicano; il padre Girolamo del terz’ordine di San
Francesco e il padre Giuseppe Lanzetta, preposito dell’oratorio di San Filippo
Neri. Questo processo, per ordine del di Martino, ebbe principio il 3 agosto
del citato anno, e terminò il 15 aprile del 1628. Parlando di suora Innocenza
Rizzo, mi perdonino i lettori se, distratta la loro attenzione dall’arciprete in
parola, la raccolgano per poco su di un’ultima notizia, riguardante la nobile
verginella. Nel 1867 chiusa al culto la chiesa di Sant’Anna in Trapani, fu
ridotta ad officina di lavoro. Alcuni de’ fabro ferrai, sfondato per avventura il
muro alla parte dell’epistola dell’altare della Concezione, trovarono la cassa
mortuaria ove si conservava il corpo della veneranda suora. Non sapendo che
fare, senza romperne i suggelli, la gittarono in una delle sepolture. Sparsa di
ciò la voce, monsignor Vincenzo Ciccolo Rinaldi, vescovo della diocesi, per la
ricognizione del corpo delegava il suo vicario generale, canonico Giuseppe
Ancona, il ciantro Alberto La Via e il cerimoniere beneficiale Vincenzo Naso.
Presente un popolo, il 17 maggio del 1874, aperti i suggelli, si osservò la
venerabile, coperta da un bianchissimo lenzuolo, come se fosse di fresco
uscito dal bucato, e sul capo tenea il suo velo monacale. N’era tutto intero il
corpo; soltanto vedeasi slogata la spalla destra dall’urto cagionato nel
precipitar la cassa entro la fossa.
Vestiva ancora la carne secca, e la pelle un po’ abbronzata,
presentando nei chiusi occhi la placidezza del sommo de’ giusti. La Santità ne
avea conservato gli avanzi. Era cosparsa di fiori che si rilevarono come
appassiti da pochi giorni: Risuggellata la cassa, provvisoriamente fu rimessa
nel primitivo luogo; indi venne trasportata nella Cattedrale. E ora
all’arciprete De Martino, il quale fu commendevole altresì per lo zelo
dimostrato nel procacciare la salute delle anime. Si tenne sempre pronto a’
bisogni richiesti dal suo onorevole ministero, per cui riuscì carissimo al
patriziato ed alla plebe, al clero e alle civili autorità che ne appresero i consigli
e ne eseguirono gli ammonimenti. Spese 26 anni nell’arcipretura e morì il
giorno 28 febbraio del 164, lasciando un patrimonio di virtù e di affetti, che
gli sopravvissero lunga pezza, oltre la tomba, nella memoria de’ suoi filiali
parrocchiani.
XXI FABRIZIO NOBILI
Fra la serie degli arcipreti di Trapani si annovera Fabrizio Nobili,
d’illustre casato. Sortiva una educazione religiosa, ed il suo carattere si formò
ai sentimenti di una vita, fatta pel chiostro. Indossò l’abito del chierico, e
percorsi gli studi, fu promosso al sacerdozio. Indi prese laurea in teologia,
filosofia e dritto, e si ebbe nome di dotto. Coperta la carica arcipretale nel
1641, venne parimente eletto vicario generale per la diocesi
dall’Eccellentissimo Cardinale Domenico Spinola, vescovo di Mazara. Nel
medesimo anno intervenne al Sinodo diocesano, togliendo a suo compagno
Stefano Aucino, cappellano curato nella sua parrocchia. In quel consenso
autorevole il Nobili è distinto per ben tre volte col titolo: Archipresbyter
Drepani, a differenza dei cappellani di San Lorenzo e San Nicolò che son detti
semplici curati. La distinzione del titolo, legato al nome di Trapani, ci è prova
assai chiara della sua primazia sul clero, tuttavolta riconosciuta in quei tempi.
Ne si adontarono di ciò i nostri curati; giacchè ne registri battesimali di San
Nicolò, sotto il 22 gennaio dello stesso anno 1641, si legge: Fabritius de Nobili
archipresbyter huius civitatis etc. sebbene fuggisse agli onori, il Nobili fu elevato
a protonotaro apostolico della Santa sede. Però amando piuttosto il ritiro e la
pace di una vita privata, stabilì di rendersi gesuita, rinunziando dopo una
breve reggenza, la carica dell' arcipretura. Sotto l’onorando sajo del Lojola, il
nostro Fabrizio non avea dimendicato il suo affetto alla chiesa di San Pietro.
Desideravane accresciuto lo splendore e la magnificenza del culto quindi
legava onze 78 annue per istituirvi le ore canoniche; e vagheggiando del pari
nella sua mente di vederla eretta alla preminenza di collegiata, determinavasi
di rilevare, parte delle somme legate, per beneficio assegnato a due canonici
ed al tesoriero, ch’è la terza dignità del Capitolo. Queste sue disposizioni si
leggono alle minute di notaro Bartolomeo Corso, il 15 maggio 2° Indizione
dell’anno 1650.
Nell’istituto di S. Ignazio il Nobili fu modello di virtù ai suoi
compagni, che fatti ammiratori di lui, ne commendavano soprattutto lo
spirito di abnegazione. Una vita laboriosa di ventinove anni, sottomessa di
continuo alle varie disposizioni de’ suoi rettori, dove chiudesi
repentinamente il 26 aprile del 1670 nella sua casa religiosa di Trapani.
XXII FRANCESCO OMODEI
La famiglia Amidei, siccome è noto, fioriva in Firenze nell’anno 1220.
Per la funzione de’ Buondelmonti fu costretta ad emigrare, prima in Milano,
regnando Federico II, indi in Messina e successivamente si diramò in
Randazzo e in Trapani. Giovanni, figlio di Raimondo, ottenuta la castellania
della nostra città da re Manfredi, sposò la nobile Isabella de’ Milite. Da
costoro seguì la patrizia discendenza degli Amidei in Trapani, che da un certo
Lando venne cambiata in Omodei, per cancellare le triste memorie delle
antiche fazioni. Da Giovan-Vito e Caterina nacque il nostro Francesco, il 18
febbraio del 1579. Piegò il suo animo alla vita ecclesiastica e ne vestì le divise.
Fu dottore in ambe le facoltà, e poi arciprete in San Pietro. Nel 1647 trovavasi
rettore del Monte di pietà; e nel 1648 istituiva il Monte De’ Preti, a beneficio
del clero che ufficiava la sua parrocchiale chiesa. Chiuse i giorni a’ 18 febbraio
del 1654.
XXIII GASPARE CRISCI E BURGIO
Da Francesco Burgio ed Isabella Tagliavia, dei baroni di Castelvetrano
venne alla luce in Trapani il nostro Gaspare. Seguendo le tradizioni del suo
illustre casato, volle ascriversi alla milizia ecclesiastica. Riportò la laurea nel
corso degli studi; e fu promosso al protonotariato apostolico ed alla
arcipretura. Essendo in guerra Filippo IV di Spagna, re di Sicilia, col giovane
Lodovico XIV di Francia, corse notizia ai 28 di ottobre dell’anno 1654 che la
flotta francese, comandata dal Duca di Guisa, tenevasi pronta in Favignana
per tentare l’occupazione di Trapani. All’uopo si mandarono da’ Ministri del
real patrimonio delle munizioni e vettovaglie nella nostra città, con una
compagnia di cavalli Borgognoni. L’arciprete Burgio, di spirito bellicoso ed
assai zelante per la causa del suo sovrano, raccolse quasi tutto il clero, ed
armatolo, si accinse al comando, disponendolo ad assalire le truppe francesi.
Ma il duca di Guisa, allontanatosi da’ mari di Sicilia, fu sbattuto dalla
tempesta nel porto di Malta, dove gli venne proibita la scesa dal Gran
maestro spagnuolo. Filippo IV, venuto a conoscenza della fedeltà del clero di
Trapani, mostrò il suo gradimento, ed insignì della commenda di cavaliere di
San Giacomo di Spagna l’arciprete Burgio. Nel 1658, per disposizione di lui; il
Monte de’ Preti, istituito dal suo predecessore, si ebbe regolarmente i suoi
capitoli.
Nel 1664 sostenne contro le pretese delle altre due parrocchie una
lunga lite intorno alla benedizione delle palme fuori le porte della città.
Questo dignitario cessò di vivere il giorno 25 agosto del 1670.
XXIV VITO SORBA
Brevi notizie ci sono pervenute di questo arciprete. Egli non è
certamente quel Vito Sorba, storico e poeta latino, non degli ultimi fra suoi
contemporanei; del quale dissero le lodi parecchi scrittori: ma è da credersi
che fosse stato nipote del nostro erudito concittadino. Nulla appare di rilievo
negli atti della sua amministrazione decennale: solamente si ha nel catalogo, a
cui più volte ho fatto ricorso, la data della sua morte, avvenuta il 5 dicembre
dell’anno 1680.
XXV ANTONIO MENDIETTA
Presento a miei lettori il trentesimosettimo arciprete, secondo la serie
cronologica, nell’abate e dottore Antonio Mendietta, nato in Trapani circa
l’anno 1632. Non mi fermo a rilevare la sua giovinezza, in cui mostrò pronto
animo e vivace ingegno che lo rese distinto fra’ più provetti teologi; ma dirò
che elevato al governo della sua chiesa, si dispose a contendere le pretese
delle due emule parrocchie; rinnovatesi nei suoi giorni con maggiore impeto
di parte. Non venne meno in tanta fervenza di passioni la maschia tempra del
suo animo, e sicuro del proprio diritto, seppe far valere le sue ragioni presso
la corte vescovile di Mazara. Chiamato nel 1698 dal più Santo fra’ vescovi
diocesani, monsignor Bartolomeo Castelli per assistere al Sinodo, Mendietta
si dimostrò alla presenza di quei venerandi padri strenuo difensore del
primato della sua parrocchiale chiesa. Si ebbe a compagni in quel consesso il
dottore in divinità Antonio Nolfo, secretario del Sinodo; Giuseppe Tobia,
protonotaro apostolico, allora giudice sinodale e poi arciprete, e il beneficiale
curato, dottor Vito Daidone, Doctor Parrocho, ac Rector Ecclesiae S. Petri Urb.
Drepani questo titolo, non mica pregiudizievole all’arcipretura, riuscì di
maggior decoro alla chiesa dell’antica parrocchia, che un tempo si ebbe anche
i suoi canonici, consistenti nell’associazione di alcuni preti e chierici, soggetti
alla regola monastica, data primieramente nel secolo VIII da San Crodogango,
vescovo di Metz. Costoro erano specialmente addetti al servizio delle
cattedrali. In questa istituzione, fondata nella chiesa di San Pietro (come
ricavasi dalla qui appresso iscrizione lapidaria del citato Tobia) si contiene
ancora una prova di più della sua tradizionale cattedralità. Inoltre l’arciprete
Mandietta fornì la chiesa di sacri arredi, e si ottenne da Roma un’insigne
reliquia dell’apostolo San Pietro. Ne’ suoi ventotto anni di cura si manifestò
padre e pastore verso i suoi parrocchiani, ed esempio di zelo a successori per
la difesa degli oppugnati diritti.
Nell’aula de’ canonici, a titolo di perenne gratitudine, venne collocato
pel primo il ritratto di sì benemerito arciprete, sotto del quale leggesi la
seguente iscrizione: Reverendus Donnus S. T. Don Don Antonius Mendietta
drepanensis drepanitanae urbs archipresbyter XXXVII primus delegatus ordinarius
Tribunalis Apostolicae Legatiae et Regiae Monarchiae huius Siciliae regni Abbas S.
Angeli diem Suum obiit IV a. psis MDCCVII sepultus in hac eadem archiprethali
Ecclesia iura cuius maioritatis in magna episcopali curia mazariensi acriter
propugnavit.
XXVI GIUSEPPE TOBIA
Chi si accinge a scrivere delle biografie per riuscirvi, deve anzitutto
prefiggersi lo studio della verità. Assai eccellente è l’ufficio di biografo, ma
molto difficile, specialmente nel ritrarre i caratteri degl’individui, de’quali si
narra la vita. Ne’ nostri cenni biografici, dettati con parsimonia di notizie per
difetto di documenti, abbiamo creduto di non tradire la verità, contenti di
quel poco che ci somministrano le cronache cittadine, o qualche altro libro.
Nostro scopo è stato principalmente quello di trarre dall’oblio non gli uomini
grandi, ma i pastori della parrocchiale chiesa di San Pietro quindi abbiamo
rinunziato ad ogni idea di magnificare i nostri arcipreti, attenendoci persino
alla modestia della forma e del dettato. Fra costoro è da annoverarsi
Giuseppe Tobia. La condizione della sua famiglia, ascritta tra la classe degli
operai, non lo defraudò punto de’ mezzi necessari alla cultura dell’intelletto e
del cuore. Le sue felici disposizioni, palesate per tempo, gli schiusero la
carriera ecclesiastica, e gli procacciarono l’onore della laurea. Indi fu canonico
in San Pietro, giusta la cennata istituzione, e poi creato arciprete, venne
insignito dell’abazia di S. Angelo, ed eletto giudice della monarchia in Sicilia.
Monsignor Bartolomeo Castelli lo scelse ad esaminatore sinodale ed a vicario
generale per la diocesi di Mazara. Fu integro nei costumi, zelante nel proprio
ministero, benefico co’poveri, dolce nelle maniere, caritatevole con tutti e
devotissimo dell’Arcangelo S. Raffaele. Largì in favore della sua chiesa una
buona parte del suo patrimonio, per cui gli venne dato il nome di benefattore.
Fornito il corso mortale, il dì 15 gennaio dell’anno 1721, il corpo di lui fu
deposto nel luogo designato per se e pe’ suoi, siccome costa dall’iscrizione
lapidaria che segue: Don Ioseph Tobia V.I.Don Archipresbyter Drepanitanus
Cognominis praesagio Clarus Peregrinans in terris, pervenne sentit Raphaelis
Arcangeli patrocinium Octies idex Astralae libram acquat Ad Patroni oraculum
Humana pertaesus canon.o creatus, vicarius generalis electus Diac. Cesis jura
custodit Ad Archangeli directionem Ex beneficiali Drepani Archipresbyteri Coelesti
patriae aspirans Astante aute thronu custode Ita sibi ac suis pusuit anno aetatis Suae
66, Archipadretus 9. Donni 1717 obiit Die 15 Jan.1721.
XXVII BALDASSARE REGGIO
Trapani diede i natali nel 1677 a Baldassare Reggio, discendente dalla
nobile prosapia de’ marchesi di Zibellino, o di Gibellina, come scrisse il
cavalier Di Ferro. D’ingegno assai fecondo, e ricco di mezzi, fornì la sua
carriera letteraria: primeggiò nella scuola, indi sulla cattedra. Conosciuto pel
Dottrina e probità, fu grandemente accetto ai vescovi di Mazara; monsignor
Castelli e monsignor Caputo. In attestato de’ suoi meriti, venne eletto
canonico della cattedrale esaminatore sinodale ed altresì vicario generale per
la diocesi. Non guari fu promosso a consultore e qualificatore del S. Uffizio,
ad abate di S. Maria di Casteltorto, a visitatore del regio beneficio di S.
Angelo e a delegato dell’apostolica Legazia. Sicchè ebbe a dire del Reggio il
predetto Monsignore. Nel 1717 mandato in Pantelleria, colla carica di
visitatore generale, per comporre le insorte contese tra il clero, vi riuscì con
soddisfazione delle parti e delle autorità chiesiastiche, mostrandosi
dottamente versato nelle discipline canoniche. Rimpatriatosi; gli venne offerta
la reggenza della parrocchia di San Lorenzo, e fu uno de’ suoi rettori curati.
Per la morte dell’arciprete Giuseppe Tobia, il Reggio si dispose a meritarsi
l’ascenso, e dati gli esami, fu investito dell’arcipretura, sendo in tale dignità il
trentesimonono. Investito della nuova carica, Baldassare Reggio attese
primieramente con grande amore a provedere la sua chiesa di arredi sacri
come ricavasi dalla visita generale fatta nel 1743 da monsignor Giuseppe
Stella. Tenutasi dappoi nel 1735 il Sinodo diocesano dal vescovo Alessandro
Caputo vi si trasferì insieme al pio Cristoforo Nolfo, dottore in sacra teologia.
Nel 1736 per le sue provvide cure e mercè le sue assidue sollecitudini, ottenne
da papa Clemente XII la bolla di erezione a collegiata in favore della sua
parrocchiale chiesa. Però rinnovatesi nel 1739 le vecchie contese contro i dritti
giurisdizionali, spettanti all’arcipretura, il nostro Baldassare mantenne con
fermezza l’inviolabilità delle sue prerogative e della sua primazia, come
provasi dagli atti in notaro Tusa. Nel tempo delle sue intellettuali occupazioni
(pag. 141 ms 218) si diete a scrivere diverse memorie canoniche, e prese anche
diletto di postillare una delle copie dell’Istoria di Trapani del Pugnatore che si
conserva presso la Biblioteca Fardelliana. Inoltre a carta 240 di questa storia
v’ha dello stesso Reggio, scritta nella tarda età, un’aggiunta sommaria
d’alcune notizie degli accadimenti del tempo che sono stato a servire questa
Arcipretura che fu dell’anno 1721 (MDCCXXI). Da ultimo fe’ erede del suo
patrimonio la chiesa, e toccati gli anni 88, finì la vita il 13 giugno del 1765. Di
questo insigne arciprete si osserva tuttora il ritratto nell’aula canonicale di
San Pietro.
XXVIII FRANCESCO MORELLO
Dalla famiglia Morello de’ baroni di Fragiovanni sortì i natali
Francesco, il 10 novembre 1723. Sin dalla giovinezza tolse a vestire l’abito
clericale, e fu indi sacerdote, poi canonico, in seguito decano e da ultimo
arciprete. Il cavalier Di Ferro, scrivendo la biografia di lui lo dice raro
d’ingegno. Non uso ad esagerare il motivo de’ nostri egregi concittadini,
affermo piuttosto che Francesco Morello si ebbe un talento capace di coltura,
di attitudine e di prontezza nel fare qualcosa. Però egli va distinto fra suoi
predecessori per il costante affetto dimostrato verso la sua parrocchiale
collegiata chiesa, eretta dalle fondamenta nel 1768. Per quella dispendiosa
fabbrica il Morello profuse non solamente il suo ricco patrimonio, ma bensì
quello della sua famiglia. Durò penose fatiche per condurre a fine il vasto
tempio, ma non secondato da propizi mezzi, lasciava a suoi successori il
compito di perfezionarlo. Non trascurò pertanto la strenua difesa nelle
discordie giurisdizionali, che agitavasi tra la sua collegiata e quella di San
Lorenzo. I suoi meriti gli acquistarono l’abazia di Santa Maria di Casteltorto,
la carica di deputato del beneficio di S. Angelo di Scopello, di consultore e
censore della inquisizione di Sicilia ed infine di vicario foraneo del vescovo
diocesano. Fu tenuto parimenti in grandissimo onore da sua Sacra Maestà il
re di Sardegna e duca di Savoia, che gli affidò alcune delegazioni. Scrisse di
storia patria, di canonica e di poesia; lasciando i qui appresso manoscritti, che
sventuratamente andarono di fresco perduti cioè: Confronto della chiesa di San
Pietro colle altre chiese; Dell’antichità della città di Trapani; Della venuta
dell’apostolo San Pietro in Trapani; sull’antico vescovado di Trapani; De primatu
Ecclesiae Don Petri Drepani, et de regio patronatu eiusdem; Ragioni che dimostrano
di essere la seconda dignità di San Pietro, ossia la decania, di patronato dell’arciprete.
Allegazione contro degl’incardenati a’ Castelli reali, che pretendono ordinarsi
colla dimissoria del cappellano maggiore senza la facoltà del proprio
ordinario, e contro il vescovo di Girgenti che avea un tal permesso accordato.
Poesie recitate in varie accademie queste opere del Morello, avvegnache
trascurate nella forma e nella lingua offrono tuttavia una ricca collezione di
documenti storici ed un buon corredo di scienza canonica. Allo studio delle
scienze delle lettere univa ancora un buon gusto per le arti disegni coloriti del
giovinetto Errante, spingeva il genio di lui nella carriera della pittura.
Accortosi bensì del pregevole quadro del Carreca, rappresentante la
vocazione di S. Andrea all’apostolo, lo salvò dalla ruina, essendo tenuto fra le
cose vecchie in un monastero. Finalmente il Morello, nella grave età di 78
anni dopo averne governato 35, cessava alla vita il dì 21 agosto dell’anno
1801. Ne’ solenni funerali recitava il suo elogio l’ex provinciale Vito Antonio
di S. Rocco, mercedario scalzo. Oltre il marmoreo cenotafio, si conserva di lui
il somigliante ritratto nell’aula de’ canonici.
XXIX MICHELE TORTORICI
Per la serie di parecchi anni le controversie di giurisdizione e di
primazia, disputatesi fra le due collegiate, aveano diviso il clero non senza
deplorevole scandalo dei parrocchiani. Investito dalla carica di arciprete il
dottore Michele Tortorici, nato in Trapani nel 1757, e morto il 2 febbraio del
1828, volle arginare alle turbolenze, e si tenne con ammirevole prudenza nella
sua amministrazione. Avea retto primieramente con senno e con zelo da
parroco la chiesa di San Nicolò, e la fermezza del suo carattere e la
conoscenza del cuore umano gli erano state solerte guida negli affari della
parrocchia. La vivacità del suo impegno, e i suoi studi, lo chiamarono a
professare filosofia, matematica, e poi fisica nella nostra reale Accademia
degli studi. Compreso della necessità della scienza e de’ doveri insieme del
suo sacro ministero, il Tortorici non venne meno a’ suoi decorosi uffici. La
chiesa e la cattedra gli fruttarono venerazione ed amore. Coprì eziando altre
cariche che lo resero benemerito. Fu abate di S. Maria di Castro Arquato,
visitatore, vicario foraneo, esaminatore sinodale, e consigliere degli ospizi,
colle funzioni di presidente. In mezzo alle sue cure tenne sempre legato il
cuore alla sua collegiata; e bramoso di vederne accresciuto il decoro, impetrò
dalla Santa Sede il privilegio di vestire la cappa magna. Difatti il 6 agosto del
1803, ne’ solenni vespri di Santo Alberto, il corpo collegiale funzionava in
coro colla nuova insegna. Inoltre legò onze 400 (£ 5100) per la costruzione di
un novello organo che gli stava cotanto a cuore. A ricordanza di questo dotto
arciprete si collocò nell’aula la sua vera immagine, con una ben sentita
iscrizione.
XXX SALVATORE MAURO
La modestia, assai commendevole presso i filosofi, non v’ha dubbio
che sia virtù necessaria principalmente a coloro ch’esercitano il magistero
dell’autorità. S’essa è di grave importanza in ordine alla classe de’ cittadini, e
poi indispensabile agli uomini di chiesa; i quali lasciano liberamente giudicar
di sè, perché le loro azioni si connettono a’ vari bisogni della vita popolare.
Dotato di cristiana modestia apparve sin da’ giovanili anni Salvatore Mauro,
nato in Trapani il giorno 25 novembre del 1770 da Isidoro e Francesca Ranno.
Vestì l’abito chiericale, e portò seco lo spirito di mansuetudine e di pietà
nell’esercizio de’ suoi doveri. La modestia, compatibile coll’amor della gloria,
gli fu tuttavia agevole nel conseguimento de’ gradi dottorali, appena ordinato
sacerdote.Divisando di condurre vita operosa, accettò il canonicato nella
collegiata di San Lorenzo. Indi, vacata la decania in San Pietro, s’insediò in
quel posto che, alla morte del Tortorici, per concorso, gli schiuse la carriera
dell’arcipretura. In quella dignitosa carica il Mauro ispiravasi sempre a’ miti
sensi della modestia: virtù che rifulse dalla cattedra, quando da professore
sostituto di varie facoltà, dettava le sue lezioni nella patria Accademia degli
studi; ove esercitò parimenti le funzioni di prefetto. L’istituzione letteraria
che in Trapani davasi il nome d’Accademia del Discernimento, tenne a socio
il nostro Mauro. Nel periodo della sua vita fu retto nei costumi, irreprensibile
nella giustizia, dolce con i suoi parrocchiani, e persino timido e scrupoloso in
coscienza. La modestia della sua indole (anco espressa nelle sue fattezze
fisiche) è stata ritratta artisticamente dall'esperto pennello del vecchio
Giuseppe Mazzarese; leggendosi in quella tela la meritata iscrizione; il giorno
e l’anno della sua morte, avvenuta il 24 decembre del 1837.
XXXI VITO MAURO
Nacque questi in Trapani il 28 aprile del 1800. I suoi genitori furono
Matteo e Leonarda D’Alì, i quali seppero educarlo a’ sani principi della
religione. Fatti gli studi necessari al ministero del sacerdozio, aspirò a
conseguire la laurea, e fu maestro in divinità. Come a suoi predecessori
divenne abbate di S. Maria di Castro Arquato, deputato del real beneficio di
S. Angelo di Scopello, speciale delegato della regia Monarchia, e per giusta
vicario foraneo de’ regii castelli e della diocesi di Mazzara, ed infine visitatore
de’monasteri: quanto gli stesse a cuore il lustro e il decoro della collegiale
parrocchia, lo dicono le sue azioni, intente a vantaggiare il culto della sua
chiesa colla magnificenza delle sacre funzioni colla eleganza de’ doviziosi
arredi; da lui acquistati, e coll’armonia dell’organo. Il quale, rifatto a nuovo,
presenta, per la sua grandiosità e per la sua variata strumentatura, un
capolavoro da contendere con quello di Trento, o coll’altro di Catania e di
Palermo. Opera quest’ultimo dello stesso Francesco La Grassa. Nel sostenere
poi i dritti della collegiata, rappresentante gli antichi privilegi, si dimostrò
energico e risoluto. Qui sarebbe gir per le lunghe, se volessi occuparmi di
tutto ciò che gli venne fatto di operare in favore della sua chiesa. Dirò
solamente che quando il voto della cittadinanza trapanese, desiderosa della
cattedra vescovile, fu appagato nel 1844, l’arciprete Mauro non avea posto
tempo in mezzo per esporre i diritti e i privilegi della chiesa di San Pietro,
unica erede della sedia episcopale. Se poi la corte di Roma e quella di Napoli
non si diedero per intese, onde soddisfare le ragioni, non si addebiti a manco
di dritto; ma bensì a tutt’altri motivi che qui non è duopo richiamare in
discussione. E sebbene definitivamente elevato a cattedrale la collegiata
chiesa di San Lorenzo, pure il Mauro, forte del proprio diritto, per supplica al
re Ferdinando II, in data del mese di giugno del 1849, esponeva di applicare
alla chiesa di San Pietro lo stesso provvedimento, accordato alla collegiata
chiesa di S. Maria Maggiore di Nicosia. La quale, per bolla di Pio IX del 20
luglio 1847 che comincia: Ad Ampliandum, veniva associata in un sol corpo
collegiale con quello della cattedrale, senza perdere la propria autonomia. Se
questo provvedimento è stato finora una ancora di speranza, pel trionfo della
giustizia, non sarà certamente abbandonato da successori del Mauro che, a
cagione della sua morte, avvenuta il 6 marzo del 1854, non potè replicare le
sue istanze. Fec’egli altresì valere presso il Tribunale di Monarchia il
privilegio della palmatoria e del presbitero assistente nelle funzioni
arcipretali, che per consuetudine inveterata, consentita sempre da’vescovi
diocesani, ne avea legalmente usato. Affranto dalle fatiche e da dispiaceri,
questo arciprete scendeva nel sepolcro colla coscienza di aver spesa la vita, ed
erogata una buona parte della domestica eredità, per sostenere le ragioni del
dritto che gli uomini vollero negargli. Il ritratto di lui si conserva nell’aula de’
canonici.
XXXII VITO BUSCAINO
Richiamo ormai l’attenzione de’ miei lettori sopra Vito Buscaino, nato
il 30 gennaio 1802; morto il 2 giugno 1869. La sua gioventù aprivasi colle
attrattive della domestica e della gentilezza. In quel torno vestiva l’abito
chiesiastico ed era affidato alle cure di privati insegnanti. Non forte per
tempra d’ingegno, ma sagace per discernimento e pronto per attitudine, fece
la carriera degli studi. Onesto sacerdote, e sempre grazioso nelle sue maniere,
si familiarizzò co’ patrizi del paese che il tennero assai caro. Scelto al posto di
secretario privato dall’Intendente di Trapani; il barone di San Gioacchino,
cesse, non per fasto od ambizione, ne’ mica per voglia di tenersi lontano dal
Santuario, piuttosto per convincere altrui, che il prete è bensì onorevole
cittadino, capace di un ufficio. Però non trascurando la sacra oratoria, più
volte fu inteso con edificazione e piacere. Occupato parimenti alla direzione
delle anime; fu abbastanza istruito in mistica teologica. I suoi meriti, uniti alla
squisitezza del suo animo, gli schiusero nuove vie ad ecclesiastici onori; ond’è
che il Buscaino divenne canonico della cattedrale di Trapani; indi arciprete di
San Pietro, abate di S. Maria di Castro Arquato, deputato del regio beneficio
di S. Angelo di Scopello e vicario foraneo dell’illustrissimo e reverendissimo
Vincenzo Lello, cappellano maggiore in Sicilia. Fu anche professore di
eloquenza, di teologia dogmatica e di dritto canonico in questo seminario
vescovile, esaminatore prosinodale, eziandio della diocesi di Mazara, e
vicario generale di monsignore Vincenzo Ciccolo Rinaldi. Studiosissimo, Vito
Buscaino di rendere pubblici i dritti e i privilegi della sua antica chiesa, e farla
una volta finita cogli scritti a stampa che correvano da soli senza alcuna
risposta, lasciava inedito un volume, che potrebbe intitolarsi: Sull’antichità e
sui privilegi della chiesa di San Pietro in Trapani. In questo lavoro sono da
ammirarsi l’esattezze storiche e la serie de’ documenti addotti in sostegno
dell’antichità e de’ privilegi della sua chiesa. L’autore si occupa
primieramente dell’origine di Trapani, etimologia del suo nome, forma
primitiva ed ingrandimento della città nell’epoca del re Giacomo d’Aragona,
allegando numerose testimonianze di accurati scrittori. Studiasi inoltre
provare che sin da’tempi di Ruggero, da cui venne ristaurata la chiesa,
l’arciprete esercitò la giurisdizione sopra le altre di Trapani; ed innanzi ai
tempi aragonesi fu il solo amministrare i sacramenti.
Indi se ne passa a tener conto della fondazione della chiesa di San
Lorenzo (1582), e combatte con pacatezza e con prove le avverse pretenzioni.
Poi tocca di tratto in tratto le quistioni de’ privilegi, agitatesi fra le due
collegiate, per la erezione a cattedrale della chiesa di San Lorenzo. Per essere
giusti diciamo che il nostro Buscaino in questo storico lavoro fe’ capitolare
delle opere manoscritte dall’arciprete Francesco Morello, intitolate; l’una:
Dell’antichità della città di Trapani; e l’altra: De primatu Ecclesiae Don Petri, et de
regio patronatu ejusdem, correggendo in parte i difetti e le lacune del suo
predecessore. Vi si osserva una diligente critica ed una naturale chiarezza
nella storica espansione e nello stile. Se poi venisse voglia a’ lettori di
conoscere lo scopo di questo scritto, direi a faccia fresca che l’arciprete
Buscaino, premuroso della sua chiesa, divisava di ottenere per essa lo stesso
privilegio di S. Maria maggiore di Nicosia, sperando nella giustizia di
monsignor Vincenzo Ciccolo Rinaldi. Il quale compreso della verità, per le
esposte ragioni, rimetteva un diligente rapporto alla congregazione de’
vescovi e regolari, onde difinitivamente conciliare le secolari vertenze che
non tralasciano di dividere il clero. Le vicende politiche non permisero allora
di sollecitare i necessari provvedimenti, Sendo tuttavia a giacere quel
prezioso documento fra le carte dell’archivio. A ricordanza di questo insigne
arciprete, fecesi ritrarre l’immagine sulla tela, con una iscrizione latina,
dettata da parroco di San Nicolò, Carmelo Palmeri.
XXXIII LEONARDO CALVINO
In una delle opere di Seneca ricordo di leggere le parole come qui:
Rendi testimonianza alla verità e non all’amicizia - questa sentenza del filosofo mi
tornò a memoria quando mi provai a scrivere questi cenni biografici intorno
all’arciprete Calvino, della cui amicizia e pregio onorarmi. E perché non
possa destare alcun sospetto, dirò la verità nudamente, come ce la presentano
i fatti di lui. Leonardo Calvino nacque in Trapani il dì 11 agosto dell’anno
1841 da Marco e Anna Maria Michela Caruso. I suoi agiati genitori si diedero
con premura a secondare la vocazione di lui per lo stato ecclesiastico. Mi
passo degli studi giovanili, fatti in questo seminario, e del suo gusto per le
lettere, la poesia e il disegno: dirò solo che apprese le discipline filosofiche dal
prof. P. Bonaventura Lucido, lettore giubilato tra Riformati di San Francesco,
e filosofo di merito; non che le teologiche presso il maestro reggente
conventuale, padre Salvatore Palmeri, e la canonica dell’arciprete Vito
Buscaino. Ordinato sacerdote, esordì il suo ministero col rianimare la
divozione verso la Vergine, istituendo al 1867 il mese mariano nella chiesa del
Purgatorio e la prima comunione, cotanto raccomandata da’vescovi, e
prescritta dal nostro dotto diocesano, monsignor Francesco Ragusa. Recatosi
in Palermo nel 1869, coll’unico suo fratello, studente in medicina e chirurgia
nell’università, fu scelto ad educatore e professore straordinario nel collegio
di S. Rocco.
Però l’anno appresso, volendovi ritornare, non gli fu consentito dal
vescovo, perché stimò più necessaria l’opera sua in Trapani, ove da vice
cancelliere diede i suoi servigi nella Curia vescovile circa due anni. Nel 1871
venne promosso al rettorato del patrio seminario, ed allora, per l’esigenze de’
tempi, divisò un nuovo impianto di scuole elementari quindi mise fuori in
istampa un diligente opuscolo titolato: Regolamento generale del convittoscuola, I buoni fanciulli in Trapani. Questo prezioso lavoretto, distribuito in
sette capitoli ed ottanta articoli, è scritto con matura e previdente tattica di
ottimo amministratore. Esso presenta nella sua interezza lo svolgimento del
programma, che vi si legge in principio, a mo’ di prefazione. Lo scopo del
Convitto-scuola, asserisce l’egregio compilatore è di combattere l’ignoranza e
il vizio da lui chiamati sennatamente: distruttori energici d’ogni benessere sociale,
negazione e tomba d’ogni possibile e ragionevole progresso. E più sotto aggiunge
che l’educazione sostituisce alla passione il dovere, la ragione all’istinto, alla
forza ed all’arbitrio l’intelligenza e il dritto. Sentita una speciale vocazione
per la sacra oratoria, il sacerdote Leonardo Calvino ascese il pulpito, e fu
inteso ripetute volte, sempre con piacere ed edificazione. Scelta indi a poco la
carriera di quaresimalista, nel 1871 predicò nella Matrice chiesa di Monte San
Giuliano, ove riscosse de’ meritati elogi, in componimenti poetici. L’anno
dappoi salì il pergamo della nostra cattedrale; e nel 1873 conciono in quella di
Mazara. Come sia stata accettata la sua parola non dirò da me, ma piuttosto
ne affido l'encomio alla dotta penna dell’arcidiacono Giuseppe Ingianni, che
in nome di quel capitolo, così esprimevasi: ”Mazara quest’anno 1873 ebbe nella
quaresima un eletto sacerdote pieno di fede, di speranza e di amore, il quale compreso
della vocazione del suo Santo ministero, si attivò l’attenzione di tutti gli spiriti e
l’amore d’ogni ordine di cittadini, i quali sempre concorsero affollati in numerosa
udienza per ascoltare la Santa parola”. Indi più presso toccando di lui, ne
descrive la florida giovinezza, e ne accenna la patria colle parole che
seguono:”Pieno di robusta gioventù, nella stessa età del divino Redentore, allorchè si
degnò tra noi fra la sua predicazione, di anni 31 l’esimio oratore è della illustre città
di Trapani, che ha d’onde ben gloriarsi per l’egregie doti del suo nobile figlio Leonardo
Calvino, valente predicatore; degno di meritato encomio”. Rassegnando infine i
meriti intellettuali e morali del nostro giovane oratore, l’Ingianni ne analizza
partitamente i pregi, uscendo in questi detti:
“Fornito egli la mente di eletti studi apologetici, e formato il cuore alla divina
espansione della carità celeste compie il suo ministero senza ira avventata, senza boria
di orgoglio e senza amarezza di zelo indiscreto. Modesto, calmo, instancabile,con voce
soave si fa ministro di quella parola, che è più affilata di spada a due tagli, e
penetrante nei più occulti meati e discerne i pensieri più reconditi, e le vie del cuore le
più ricoperte”. E via di seguito, conchiudendo: “I ragionamenti pur sono
stringenti e solidi sia per distruggere l’errore, sia per sciogliere le difficoltà, sia per
confermare la verità. Non fa abuso di figure, ne’pompa di stile, ma invece usa un
linguaggio preciso, familiare, intelligente ecc“.
Restituitosi in patria, nello stesso anno 1873 accettò di buona voglia,
col permesso del vescovo, una disputa pubblica con un certo Gaetano Fasulo,
che dicevasi ministro evangelico. Come sia terminata quella sfida potrà di
leggieri consultarsi lo scritto: Un fatto finito. Nel 1875 fu chiamato a professare
canonica nel seminario, con profitto di què pochi alunni che frequentavano la
scuola. Vacando l’arcipretura in San Pietro, il Calvino per concorso venne
assunto in quella carica, con bolla pontificia in data del 6 maggio 1876;
avendone preso possesso il 3 giugno del medesimo anno. Dati indi gli esami
della laurea, in Napoli, presso l’Almo Collegio de’ teologi, riportava il
diploma di dottore il 12 giugno del 1877, dietro ottenuta facoltà di licenza
degli studi teologici e la patente di baccelliere dello stesso Collegio. Il primo
atto della sua amministrazione principiò col tutelare il patrimonio della
chiesa quindi intese con sollecitudine al riordinamento dello smembrato
archivio, collocandolo in un nuovo armadio. Fece acquisto di arredi sacri, e si
accinse a solennizzare le annuali festività della sua chiesa con patrio decoro.
Istituiva per la prima volta in San Pietro, il Mese mariano e la prima
comunione, come si è detto, da lui iniziati in Trapani; e il mese di novembre
dedicato a suffragio delle anime purganti. Animato da sentimenti religiosi e
patriottici, l’arciprete Calvino, conoscitore de’ tempi si accinse alle pratiche,
onde promuovere l’istruzione elementare tra figlioli poveri de’ suoi
parrocchiani. Divisava perciò l’impianto di un Asilo-scuola, sopperendo in
parte colle rendite della chiesa. Se non è tuttavia riuscito all’uopo, non ne ha
smesso punto il pensiero. Inoltre propose a chi di ragione un altro istituto da
muovere dalla sua parrocchia, cioè una Libreria circolante, intenta a
propagare libri, ricami ed altre cose utili agli usi domestici, mettendo, in
parte, un argine agli sconci morali, cagionati alla famiglia dalla lettura di
pericolosi romanzi. Tutti questi progetti, sebbene non ancora attuati per
imperiose necessità, formano sempre l’oggetto delle sue investigazioni, onde
riuscire allo scopo. E siamo certi, che la ferma volontà di lui, lasciata libera,
regalerà al nostro paese queste benemerite istituzioni, a cui dovrebbe fare
buon viso ogni onesto cittadino. Frattanto, volendo rianimare la sua
collegiata, colpita dalla legge di soppressione, s’indirizzò al diocesano, onde
richiamare in vita parecchi de’ canonicati, coadiutori alla cura, già soppressi
da un pezzo. Vi riuscì allora con soddisfazione dell’onestà ed intelligente
cittadinanza, che fe’ plauso al suo operoso zelo. Tuttochè intento a’molteplici
affari della parrocchia, il Calvino ci rinnova a volte le prove del suo magistero
nella sacra oratoria. Ne’ solenni funerali di S. S. Pio IX, celebrati in Trapani il
2 marzo del 1878, fu scelto, per dirne gli encomi, dal diocesano monsignor
Giovan Battista Bongiorno, ora vescovo di Caltagirone. In quella orazione
(indecorosamente lasciata inedita dalla commissione) si fece provare che
questo vicario di Gesù Cristo, nella sua lunga vita, compendiò la sintesi del
papato, come a dire la sua storia, svolta nei Concili, Giubilei, Centenari,
Pellegrinaggi, Canonizzazioni di Santi, Definizioni dogmatiche, nulla
sfuggendo allo spirito indagatore di quel Sommo, che comprese il suo secolo
e lo smentì colle funzioni e l’altre prerogative di Pontefice. Inoltre, conosciuta
necessaria la meditazione su’misteri del redentore, cooperò a risvegliare la
fede ne’ suoi parrocchiani, impiantando nel 1879 la via Crucis, di cui si è fatto
cenno nel capitolo antecedente. Da ultimo, l’arciprete Leonardo Calvino vive
circondato dall’affetto de’ suoi parrocchiani, che riconoscono in lui il solerte
tutore de’loro spirituali interessi. (Morì il 22 maggio 1924).
DOCUMENTO I
Consiglio per lo quale fu accordato, che venisse lo vescovado in Trapani XVIIII Iunij
X Ind. 1522. Consilium congregatum per Mag: cos Iuratos ab.nte Donno Andrea
Licciulo propter eius indisponentem. In Logia Civitatis Drepani super eo: Perché lo
Reverendissimoo Maestro Alberto de Naso Episcopu Nicopolitano, et Vicario generale
di palermo ha scripto ad essi mag.ci Iurati, ed offertasi a soi dispisi tractare con la
Santità del Papa, e de la Cesarea Maiestati di lo Imperatore, e Re nostro Signore di
segregare Trapane, et lu Munti di la Diocetia di Mazzara, et Iurisditione di lo
Episcopu quista citati, et la terra di lu Munti di Sancto Giuliano subdito a lo ditto
Episcopatu di Trapani, dum modo che la elettione per nui sia ex nunc pro tunc in
persona di lo prefato Reverendissimo Maestro Alberto, et non di altra persona, et non
vale alto, che quello introito, di denari, che hanno avuto, et hanno li Episcopi di
Mazzara, et quillo de presenti havi lu Episcopu di Mazzara di li introiti tanto
temporali, come spirituali di Trapani, e di lu Munti, et de presenti teni lo Episcopo di
Mazzara vero che vorria, che la citati dotassi per dote di dettu Episcopatu di Trapani
alcuna cosa, che potessi vivere con li honori, et grado Episcopali, et tale quale ad essi
Magistrati Iurati, et Consiglio parissi, et isso Reverendissimo Maestro Alberto
Episcopo ut supra si offerisci in dota di detto Episcopato di Trapane aggregare una
Batia di uncias cinquanta di rendita, et tractare con sua Santità, et la prefata Cesarea
Maestà confirmeranno dicta donatione facta per esso de dicta Batia a lo ditto
Episcopatu di Trapani, per tanto ditti Magistri Iurati per esser cosa tanto honorata a
domandar Consiglio, et parere alli infrascritti Magistrati Officiali di acceptare dicta
offerta di lo prefato referito Maestro Alberto, et usarici tutta quella diligentia, che si
riquidirà per potere conseguire tali dignitati, che Trapani sia segregata di lo
Episcopato in Capite, et supplicar indi tanto la Santità del Papa, quanto alla ditta
Cesarea Maestà et quello che parisse a lo detto Consiglio di fare circa le cose presente.
Atto per lo quale Mastro Alberto de Naso vescovo si contenta venire senza dote.
XXI Martij XV Ind.e 1527
Nota come per Notaro publico dicto die facto manu Notarij Nicolai Picciuli fuit
doventum inter Universitatem, et Reverendissimu ed Magistrum Albertum de Nasis
Episcopum Nicopolitanum, quod relaxavit, et relaxat dictas uncias quinquaginta
redditus sibi promissas per dictam Universitatem virtute presentis Consilij, qui actus
fuit registratus in qunterno litterarum in anno XV Inditiones Instantis. Magistrum
Joannes Garofalus, Praefectus Civitatis Drepani dixit, che landa et consiglia, che si
accetta la ditta offerta, et che la Citati ci foza di la parte sua la possibile, et che la
elettione sia in persona di lo ditto Maestro Alberto, e quando sarrà eletto et
confirmato per la Santitati di lo Papa, e di la Catholica Maestà tanto si vedrà quillo,
che la città porrà dare. Magistri Polidorus Morana Magistri Notarius dixit pro ut
Prefectus, praeterquam exnunc la citati, che prometta in dotta di lo ditto Episcopo
con lo honore, et dignitati sua uncias cinquanta di rendita quolibet anno sopra la
Universitati, onde meglio allora si vedrà, et in perpetuum, li quali uncias cinquanta
si ci designeranno quando lo ditto Rev.mo Mastro Alberto sarà confirmato per la ditta
Santitati, et prefata Cesarea Maestati, Juxta la forma di la Repubblica, et avuta la
possessione, et che tutti quelli cosi, et scripturi, et Capitolationi, che saranno
necessarii circa prae ad cautela di la ditta Università li Magistri Iurati pozano fare
con Consiglio, et intervento di li Magistri Dottori della città.
Magistri Donnus Antonius de Ballo U.I. Don Index Regiae Curiae Civilis Civitatis
Drepani dixit ut proximus. Magistri Donnus Riccardus de Sigerio Regius Miles
dixit, che havuta la expeditione di ditto Episcopatu di la Santitati del Papa, et
ImperaturiN.ro Signore a tutti li spisi di isso Reverendissimo Mastro Alberto, et la
pacifica possessione di ditto Episcopatu che la litati lo sovenga, et assicura di uncias
quaranta in cinquanta quo libetanno in perpetuum. Magistri Donnus Iulianus de
Gaudino U.I. Don dixit ut Magistricus Polidorus Morana praeterquam di li uncias
cinquanta di rendita da donarsi a lo ditto Episcopu sia sopra la Universitati, et non
sopra li beni di nixuno particolari. Magistri Donnus Simon de Santo Clemente
Regius Miles ut Magistri Polidorus Morana. Magistri Franciscus de Vincenzo ut
poximus. Magistri Don Virardellus de Ferro ut proximus, e che la dota sia di uncias
sessanta. Magistri Joannes Petrus de Ferro ut Magistri Polidorus. Magistri Vitus de
Vincentio Baro ut proximus. Magistri Joannes de Naso ut proximus. Magistri
Franciscus Condam Donni Ioannis de Sigerio ut Magistri Virardellus de Ferro.
Magistri Franciscus de Burgio ut proximus. Magistri Nicolaus Magistri Polidori
Morana. Magistri Nicolaus de Incumbao ut proximus. Magistri Jacobus Condam
Donni Antonij de Vincentio ut proximus. Magistri Bartholus de Naso ut proximus.
Magistri Vincentius Pirolli ut proximus Magistri Jacobus condam Jacodi Barlotta
minoris ut Magistri Virardellus de Ferro. Nobile Matthaeus Morana ut proximus,
Antonius Ciminelli ut Nicolaus Polidorus Morana Nob: Joannes Matthaeus Septem
Soldis, ut Donnus Virardellus de Ferro, Antonius Scalisi, ut Magistri Polidorus
Morana. Nob: Philippus Cudia ut proximus. Jacobus Mucciacciu ut proximus,
Bartholus Cantuni ut proximus, Michael de Assaya ut Magistri Franciscus condam
Don Joannis Sieri: Franciscus Marchetto ut Magistri Jacobus de Vincentio, Mag.r
Petrus de Panhormo ut Magistri Polidorus Morana Joannes Girbasi ut proximus
Petrus Milianti ut proximus. Nicolaus Caradonna ut proximus. Gilibertus de Assaya
ut proximus Jacobus Andreas Larraiata ut Magistri Virardellus Antonius Mautisi,
Vincentius Polidorus, Antonius Crivaglia, ut Dominus Virardellus, Jacobus de
Costa, ut Magistri Polidorus, Joannes Lagugliaro ut proximus. Nobili: Gerardus
Mautisi ut proximus, Nobili: Bernardus Damianus ut proximus.
Ex Libro Rubeo Priviligioru ex.nte in Arca trium clanium Ill.mi Senatus huius
Invittissimae at quam fidelissimae Urbis Drepani R.C. Collatione Salva.
Marius Notari Marino Magister Notarius.
DOCUMENTO II
Lettera de la Maestà de Filippo II Re di Sicilia diretta a Marc’Antonio Colonna
Vicerè, acciò sa facci il vescovato in Trapani
El Rey
Illustre Marco Antonio Colonna P.ri n.ro Visorey y Lugotenente y capadreno
General, Por parte de los Iurados de la Ciudad de Trapena me ha vido presentado al
memorial del tenor seguiente:
S:A:R:M: Los Jurados de la Ciudad de Trapana, e nel reyno de Sicilia de zen
que como es notorio la dicha Ciudad es la principal mayor y mas problada de gente de
todo el valle da Mazzara muy fertil y abondantissima de todo genero de
mantenimientos anzi de tierra come de la mar y en donde ay gran tratto y comercio
por mar y por tierra, e specialmente en sachar ordenariamente mucha quantitad de
Sol, Atum, Coral, y ostras cosas que Hevan las naves y vaxelles por el Reyno y fucra
del como tambien por el concurso grande que ay de ordinario en achella devotissima y
nombrada casa y Monasterio de n.ra Senora de la Anunciada no solo de toto al Reyno
sino de fuera del que van de muchas legnos a visitar a quella Santa casa de manera
que solo tiene la dicha Ciudad una fatta grande en carescer de pastor y obispo
particular.
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Chiesa di San Pietro - Arcipreti