La Chiesa di San Pietro in Trapani e i suoi Arcipreti - Memorie storico - biografiche del Canonico curato P. Fortunato Mondello Vice bibliotecario della Fardelliana “La verità è sì forte che non si può uccidere” Novelle antiche Trascrizione del manoscritto n.218 (Biblioteca Fardelliana di Trapani) curata da Gino Lipari Al benigno lettore Lo studio della storia patria, specialmente religiosa, fu nella precedente età la passione dei nostri scritti sincroni, le cui monografie nella più parte andarono perdute. Non è di poca importanza la coltura di cosiffatte memorie, le quali si rapportano agl’interessi della storia civile; conservando dei preziosi monumenti per cui si avvantaggia la letteratura, l’arte quindi ogni amatore delle cose patrie dovrebbe aggiungersi di buona lena a mettere in chiaro e ridurre in un sol corpo quelle a mettere in chiaro e ridurre in un sol corpo quelle notizie sparse qua e là, dando un nuovo indirizzo a’ suoi lavori storici. Commendevoli sono dunque coloro, che non perdonando a fatiche, si provano alla ricerca de’ documenti che comprendono le glorie de’ maggiori e la loro instancabile diligenza. Non è nuovo questo genere di studio in Italia. Si potrebbero all’uopo citare parecchie opere, o monografie di gran valore, ma credo dispensarmene in questa breve prefazione. Però inviterei di buon grado il benigno lettore (se tale o forse) a tenermi dietro in queste storiche investigazioni, in cui dimostrasi l’antichità e il primato della chiesa di San Pietro in Trapani. I nostri storici o cronisti si sono dati lodevolmente alla compilazione di simili lavori, e ve ne ha di quelli, che rimangono tuttavia inediti, i quali trattano della mia tesi. Non so in verità se vi sia riuscito, anzi temo che, per manco di speciali documenti, non possa del tutto soddisfare all’esigenze di queste memorie storico-biografiche. Ad ogni modo ho supplito colla indizione che, se non vo errato, è di qualche momento nella legge della critica. Son lieto principalmente di poter presentare al mio lettore, la prima volta, parecchie iscrizioni greche, greco-romano e bizantine, ed una latina; le quali gittano uno sprazzo di luce sui tempi de’Greci e de’ Romani nella nostra Città. Inoltre ho seguito i più accreditati scrittori, togliendo da loro le testimonianze, per ribadire viemaggiormente la mia tesi. Nel trattare poi i cenni biografici degli Arcipreti, ho stimato di rilevare dall’obbligo non solo nomi venerandi sconosciuti dalla posteriorità, ma bensì di mettere in rapporto la storia colla biografia, che in questo lavoro riescono, direi quasi, ad unità di concetto. Ecco tutto il disegno del mio scritto, la cui sola intenzione è di conservare, in questi tempi d’indifferenza religiosa, le vetuste memorie locali del cristianesimo. Le quali si lascerebbero perire, senza mica ricordarsi da’ nostri modernissimi, che per esse acquista lustro e decoro la cittadina istoria. Trapani, 28 dicembre 1879 INDICE Capo I Antichità della chiesa di San Pietro in Trapani Capo II La chiesa di San Pietro e l’antico vescovado di Trapani Capo III Privilegi e chiesa attuale di San Pietro Capo IV Biografie degli arcipreti di S. Pietro CAPO I Antichità della chiesa di San Pietro in Trapani Da’ tempi più rimoti sino a’ giorni nostri si è scritto da diversi storici, in parecchi volumi ed opuscoli, sulla città di Trapani, la cui origine si è creduto fare risalire all’epoca della favola. Io non entro punto in siffatti studi, perché oscuri, e d’altronde incompatibili colla natura del mio lavoro. Solamente mi piace accennar di fuga che siccome in Sicilia tennero il loro dominio genti straniere, Trapani subì col resto dell’isola le sorti della conquista, che recava colla schiatta la forza delle armi o dell’intelletto. Fra le tanti rivoluzioni, menzionate dalla storia, quelle che cambiarono radicalmente la nostra Sicilia si devono al periodo romano, greco, musulmano e normanno. Ciascuno di questi conquistatori portò seco genio e linguaggio, e quindi a vicenda si mutarono le condizioni e la civiltà, importate dalle novelle dominazioni. Qui la storia rivela non pochi documenti per chiarire il vero, ed assegna un posto meritevole a quelle città che primeggiarono e si distinsero fra le altre dell’isola. Non toccherò per ora direttamente de’ vari periodi o cangiamenti stranieri, ma a volta a volta ne prenderò nota nel decorso di queste memorie. Ciò che concerne di rilevare si è anzitutto l’epoca cristiana che in Sicilia si ebbe splendidi principi. Parecchie delle nostre chiese vantano lo stabilimento sin da’ tempi apostolici, ed alcune cattedre vescovili pretendono di richiamare la loro istituzione da San Pietro. Non son mica da rifiutarsi quelle opinioni, che punto non pregiudicano alla storia , e che avvalorata dalla tradizione, sovente riescono compatibili colla critica. Vi è più, se riflettasi col Di Blasi che “ i secoli bassi furono secoli d’ignoranza, ne’ quali non si videro che delle cronache indigeste, imperfette e piene di errori, e queste istesse mancano alla nostra Sicilia che restò priva di notizie”. Perciò il difetto di documenti, già perduti, o la mancanza di cronisti non dovrebbe recidere di un colpo tante verità che il tempo non ha rispettato, e che gli uomini hanno negletto. Volendo ormai toccare davvicino la mia tesi ed investigare l’antichità della chiesa di San Pietro in Trapani, confesso anzitutto la deficienza di documenti che in modo diretto valgono a stabilirla, ma se non mi inganno, v’ha del tanto che la sostenga e la convalidi. Sicché le mie indagini dovrebbero primamente rivolgersi a determinare in qual tempo la Sicilia avesse ricevuto la fede cristiana. Però sarebbe una fatica assai improba calcare i medesimi passi di tanti e poi tanti scrittori che, con più o meno documenti, ci provano che la religione di Gesù Cristo sia stata introdotta nella nostra isola sin dai tempi apostolici. Chi avesse fatto per avventura cotesti studi, si sarebbe accorto di leggieri che la verità storica stesse per la parte nostra ma quando, soggiungo, Trapani piegò all’impero della fede? E’ una domanda che attende la sua risposta. Consultando gli storici o cronisti del nostro paese, osservo concordemente asserire, che restituita la pace alla chiesa, e reso libero il culto da Costantino il Grande, Trapani nell’anno 320 si ebbe la sorte di ubbidire alla legge del vangelo. Dalla predicazione degli Apostoli all’introduzione del Cristianesimo nella nostra Città passarono dunque quasi tre secoli. E qui non sarebbe certamente un fuor d’opera se io venissi ad apporre una mia semplice opinione, cioè che la fede in Trapani sia stata ricevuta sin da’ tempi apostolici. Imperocché ci dicono parecchi storici che San Pietro, dopo di aver fondata la chiesa d’Antiochia di Roma nel suo primo e secondo viaggio per la Sicilia, stabilì delle cattedre vescovili, insediando San Marciano in Siracusa, San Pancrazio in Taormina, e per tacere degli altri, San Pellegrino in Triocola. E il Pirri ci avverte inoltre che Lilibeo si ebbe il primo suo vescovo in Santo Eustachio, fiorito nell’anno 1254 e che in una a Teodoro, vescovo di Palermo, radunò un sinodo in Sicilia contro l’eresia di Eracleone, sottomettendone gli atti a papa Alessandro I, il quale spedì Sabiano come suo legato. Ciò premesso, segue spontanea la induzione storica che potrebbe compendiarsi nel modo che qui: Se nel principio del secolo secondo l’era volgare Lilibeo abbracciò la fede e si ebbe il primo vescovo; non potrebbe inferirsi che Trapani poche leghe distanti, fosse evangelizzata da Santo Eustachio o dà suoi missionari ? Imperocchè non è da credersi che lo zelo de primitivi cristiani a precipuamente de’ vescovi e de’ sacerdoti avesse permesso di lasciare le terre vicine nell’idolatria. Così pare che l’abbia ancora inteso l’abate Amico, quando scrisse: Se mancò Drepano di proprio vescovo, era soggetta senza dubbio al lilibetano. La critica, ha detto Cesare Cantù, non è fine a se medesima, bensì argomento e mezzo di verità; è una funzione della ragione che non crea principi direttivi, ma li riceve da una facoltà superiore. Lascio quindi a lettori il giudizio sulla mia storica induzione, che credo di supplire al difetto de’ documenti. Piuttosto vorrei fermarmi un po’ intorno alla chiesa primitiva de’ novelli cristiani trapanesi. Ricevuta ed ammessa la tradizione constantassimo che Trapani accolse la fede sin da’ tempi del primo Cesare Cristiano, ovvero che siavi stata introdotta nell’era apostolica, bisogna investigare in qual chiesa od oratorio si radunavano i fedeli per le pratiche e l’esercizio del culto. Non abbiamo per fermo degli scrittori sincroni che ci dinotano il sito e il nome della prima chiesa in Trapani. No perché mancano cotesti scrittori ci sarà lecito negare l’esistenza di quella chiesa? Quante città, riferite da Diodoro, sono scomparse dalla Sicilia, delle quali non ricordarsi più il nome: oppure da molti autori, in fede dello storico siciliano, si sono affermate, benché non si conoscessero. Intanto pria che vada oltre per designare quale potea essere la nostra prima chiesa cristiana, mi si permetta una digressione. Ho citato innanzi le quattro rivoluzioni che mutarono radicalmente in Sicilia le politiche e civili condizioni di essa. E prima de’ Romani, i quali volendo opporsi alle conquiste de’ Cartaginesi e sebbene inesperti nell’arte di navigare, allestire le loro galee, si mossero a combatterli con varie pugna e varie fortune. Però l’anno di Roma 512 sotto il consolato di C. Lutazio Catullo e di A. Postumio Albino, i Romani, vincitori in Lilibeo, costrinsero i Cartaginesi a chieder pace. Consentendo a patti, la Sicilia passò sotto il dominio delle Aquile latine, fuorché il regno di Gerone di Siracusa; e dopo ventiquattro anni ebbe termine la prima delle guerre puniche. Caduta dappoi Siracusa nella seconda guerra cartaginese, i Romani finalmente si resero padroni di tutta l’isola negli anni 210 avanti Cristo. Trapani divenne allora città consolare, ed avvegnachè tenesse poi Cartaginesi; dovette subire le leggi, gli usi, i costumi e la religione dei Romani. Ora converrebbe sapere se nella nostra città, abitata in varie epoche da gente diversa, fosse mai esistito un tempio pagano. Se dovessimo aggiustar fede agli scrittori indigeni, ripeterci col Ferro: “I nostri storiografi ci hanno marcato il sito ove esisteva in Trapani il Santuario col simulacro di questo loro Dio e cioè Saturno adorato da’ Fenici. Ci avvisano essi ancora che il luogo del tempio di questo Nume, purgato da’ profani avanzi dell’idolatria, fosse stato da lì a moltissimo tempo, quando cioè cominciò a trionfare il Cristianesimo, convertito in chiesa di S. Bartolomeo”. Indi a poco toccando di un altro tempio, consacrato a Nettuno, soggiunge lo storico trapanese: “La tradizione ci ha fatto conoscere che questo Nume avesse avuto in Trapani il suo tempio, ove esiste al presente la parrocchial chiesa di S. Nicolò. Verso l’anno 1770, nello svolgersi i fondamenti di questo tempio, vi si scovì una bella statuetta di bronzo, tutta nuda e rappresentante un votivo. Ella ci convalidò le nostre tradizioni che la distruggitrice mano del tempo ci faccia di già vacillare”. Mi perdoni lo storico concittadino. Con quanta buona ragione e saggia critica possano ventilarsi sì fatte notizie, io non saprei sinceramente asserire. Un votivo poi non è punto un documento che ci attesti la verità dell’esistenza del delubro. Evvi però tuttavia chi, senza fondamento alcuno, sia andato più in la e gratuitamente ci viene a parlare di un altro tempio, sacro a Nettuno. Si ascolti difatti il ciantro Paolo Maria Pero: “Non potea alzarvi e il Drepano sull’ara distrutta di Nettuno che il solo aiuto possentissimo nei mari, Lorenzo, che sortito dal popolo idolatra, cui apparteneasi il Drepano, era ne di tutta la gentilità convertita il sommo Eroe, l’ornamento magnifico, ed il decoro precipuo”. Immediatamente credendo parlare di un sotterraneo, preso in aiuto di documento, soggiunge: “Il restante del sotterraneo, che dalla sorgente d’acqua che sta in chiesa dilungavasi all’esterno muro settendrionale del sacrario, ove su d’un altare a 27 luglio 1629 i celebri artisti Vito Carreca maestro del Novelli, ed Andrea Carrega (sic) unico in Sicilia che potè emulare la gloria del Monrealese suo precettore; Biogr. Tom. III, fog. 66, attentamente osservato l’affresco dell’arcilevita con a’ piedi un delfino, asseriron sotto il sacramento del giuro di appartenere quell’opera al secolo quarto di nostra salute; Exb arch. Coth; afforzano maggiormente la verità di siffatto accadimento”. Passo ad esaminare non pertanto questo, già stimato documento, per cui vuolsi spacciare l’antichità della chiesa di San Lorenzo. Affermo primieramente col nostro biografo, che il giovane Levita sia il protettore de’ mari; ma bisognerebbe sapersi dallo scrittore di cose patrie che ove attualmente esiste la chiesa, eretta in onore dell’illustre Martire, vi fu un tempo la loggia de’ Genovesi, con una cappella al Santo, fabricata nell’anno 1129 costoro, navigatori e commercianti, a buon diritto, la dedicarono a San Lorenzo, facendovi dipingere sotto la figura in affresco un delfino, emblema marittimo. Intorno poi alla testimonianza de’ nostri valenti artisti è da osservarsi, o ch’essa sia apocrifa, ovvero adulterata; imperocchè un documento di tanta importanza dovea testualmente riferirsi per intero: perciò credo, ammesso l’affresco, che sia del secolo decimoquarto, e non mai del quarto secolo. Inoltre richiamo a conoscenza de’ lettori che la loggia de’ Genovesi fu indi casa di Giacomo Orlandini, come rilevasi da autentiche scritture pubbliche dell’anno 1462 – 1464 ; passò dappoi alla famiglia Struppa, e finalmente divenne proprietà del Gerbasi. Ritorniamo per poco a’ Romani. Qui una domanda. Questo popolo conquistatore non si ebbe in Trapani un de lubro per offrire i suoi voti a Marte o ad altro nume? Dove praticavasi l’esercizio della sua religione? E’ assurdo supporre che non si avesse un tempio. Se i documenti son prove storiche, ne rimettonno davanti i miei lettori. La chiesa di San Pietro, come dirò appresso, in diversi tempi ha subito delle varie costruzioni, a secondo i bisogni spirituali e il progresso della fede cristiana. In quelle congiunture, scavandosi li fondamenta, si sono rinvenute non poche lapidi con iscrizioni greche: alcune pagane votive e sepolcrali, ed altre cristiane delle quali terrò conto, pubblicandole per la prima volta. Fra esse venne fatto scoprire un’iscrizione latina, votiva a Cajo Cesare Ottaviano Augusto. Senza pretenderla ad archeologo, chi ha sentore di questa più bella parte della storia, si accorgerà di leggieri che le iscrizioni votive si collocavano d’ordinario nel portico del tempio. La nostra legge così: C.C.O. Augusto sacrum et genio civitatis Popolus Drepanit. Era conveniente che il popolo drepanitano, nel delubro de’ Romani; appendesse anche un voto a qual gran Cesare che la storia giudicò di riunire in sé tutti i poteri; finanza, amministrazione, armata, giurisdizione, legislazione, religione, e che fu amato e venerato dà popoli e dà re sino alla morte, avvenuta in Nola l’anno di Roma 767, quattordicesimo dopo Gesù Cristo. Introdottasi dappoi la religione del crocefisso in Sicilia, e ricevutosi in Trapani il vangelo – anco se si voglia – a’ tempi di Costantino, va da sé che i primitivi cristiani trapanesi avessero eretto un tempio, o un’edicola in quel luogo stesso ove i Romani, nemici del cristianesimo, prestavano il loro culto agli dei, e che i nostri maggiori, in memoria del Principe degli Apostoli, Santificatore della Sicilia, avrebbero dedicato a San Pietro. Si consulti il Pugnatore, il quale così afferma: “quanto alla prima chiesa di Trapani si tiene per fama comune che fosse quella di S. Pietro, essendo oggi la più antica parrocchia di questa città”. Indi segue: “Credesi inoltre che la fabrica di tal parrocchia fosse fondata, secondo il costume de’primi tempi della chiesa nascente, sopra qualche tempio di profana deità che allora si adorasse da’ Trapanesi”. Laonde scriveva alla sua volta il cavalier Di Ferro: “Se vogliamo abbandonarci ai lumi della probabilità, convien credere che si fossero offerti quei sacrifizi cristiani, in un piccolo luogo, ove oggidì stà innalzata la Parrocchial Collegiata chiesa di S. Pietro, dedicata allora a qualche mistero del Redentore”. Volgendomi ora a rassegnare brevemente il periodo greco, mi avvedo, che sebbene i Romani s’impossessassero di tutta la Sicilia, cacciandone i Cartaginesi e i Greci, pure questi ultimi, in diversi punti dell’isola, vi si mantennero, conservando eziandio il proprio rito religioso ed il linguaggio fino a che furono totalmente espulsi da’ Saraceni nell’anno 1058. Qui il mio esame dovrebbe, senza dubbio, riferirsi al periodo greco - cristiano, o bizantino; ma non permetterò di lasciare inosservato qualche importante documento che ci assicura della nazionalità greco – sicula della nostra Trapani. Una delle prove ch’essa fu città greca, si è appunto la sua medesima denominazione, detta in plurale. Or se i Greci stanziarono in Trapani, doveano aversi un luogo, ove celebrare i loro riti religiosi. Le iscrizioni votive che qui riporterò colla versione latina, già ritrovata nella chiesa di San Pietro, ci dicono anzitutto che i Romani si ebbero il loro delubro nel luogo stesso del tempio dei Greci questa congettura è abbastanza guarentita dalle due seguenti iscrizioni: 1) ....S ..S. ........ Diis omnibus Drepani; 2) ....S .G...S ....OS ....C… .....S ....F.S ...... .. ....G.S..S ...... Diis Bonis Urbis tutelaribus Populus dolens Drepanitanus Beneficii causa. Inoltre il rinvenimento di altre lapidi votive dell’epoca greco-romana ci portano a credere che i Greci conservando, come si è detto, rito e linguaggio riacquistarono, colla decadenza della dominazione dei Romani, il loro antico delubro: al modo stesso che il tempio di Venere in Erice fu prima sacrario dedicato ad Astarte Fenicia, poi ad Afrodite da’ nostri greco – siculi, indi ancora di Venere all’epoca romana. Ecco le iscrizioni: 3) S ... Urbis Servatoribus Mensam et aram Lucius Malius ... Tribunus militum Pater Patriae; 4) S ... Omni virtuti sapientiae et valor Claudi ... Caii ... Possuit et renovavit Memoriae causa; 5) S ... Ductri Herculi pacifico invicto Sancto sacri voto suscepti L. Cornelius L. F. Pa. Terentianus Et Lemnius Libertus fecerunt Petres Patriae. Da ultimo non lungi dal tempio i Greci tenevano parimenti la loro necropoli. Difatti chiamavano Ecataion il tempietto ferale, ove deponevano i loro morti, e dedicavano delle offerte alla dea Ecate, protettrice de’ sepolcri. Le qui appresso iscrizioni danno prova della loro necropoli in Trapani: 6) S ... Diis Maribus Sacrum Salve viater Salvata filii filiolae Jacet hic ….. Mori statutum est Omnibus; 7) G ... Diis Manibus Suo coniugi ... Qui vixit annis 73 Hoc monumentum Posuit benevolenteae Et memoria causa Iulia conjux dulcissima. Toccherò ora di fuga il periodo de’ bassi tempi cristiani, cioè a dire il periodo greco – bizantino trattato da non pochi storici. Essendo scopo di questo scritto rintracciare l’antichità della chiesa di San Pietro, credo riferirmi solamente alla storia ecclesiastica. Ne ricaverò brevi notizie, riserbandomi in appresso ad estenderle d’avvantaggio. Sono concordi gli storici nel mostrarci che le chiese di Sicilia da Leone Isaurico vollero sottomettersi alla giurisdizione del patriarca di Costantinopoli; perciò la lingua e il rito furono affatto greci: siccome nella più parte erano greco – cristiane le colonie che abitavano l’isola. Scrive infatti il dotto Salvatore Cusa che “la cultura era tutta greca, come anche la Chiesa cui erano assoggettati villaggi e paesi non pochi; ed i Normanni duraron tempo e fatica, finchè non ottennero che la cultura e chiesa latina si avessero il di sopra”. E’ fuori dubbio che la nostra Trapani sia stata soggetta all’oriente, e che il tempio, o edicola da’ greco – romani sia passato, per l’esercizio religioso, a’ greco – cristiani. Ne fa fede la seguente iscrizione votiva. 8) S ... O Alfa Iesus Christus Dei Filius Salvator et Crucifixus Omega . Confermano ancora questa verità parecchie iscrizioni sepolcrali, rinvenute nel medesimo luogo, le quali depongono ch’era lì presso il loro cimitero. E’ pregio publicarle. 9) S ...Petronia ... Vixit probe et coste Annis 12 mens 4 diebus 4 Cornelius pater Propriae suae filiae; 10) S ... Proprio filio facit mater; 11) Pescennia Sicula Drepanitana Benigna irreprensibilis Vixit annis ... Aurelius maritus Uxori suae piissimae Posuit; 12)S ...autem filia ... Pia et bona ... Suae matri bonae Sepulcrum construxit; 13) Hic jacet ... Innocens et ... Uxor Adriana ... Marito pio; 14) Scribonia Vivens sibi Fecit Et suis propriis Omnibus. In Trapani furono poi diverse chiese di rito greco, cioè: San Nicolò di Bari, Santa Sofia, vergine e martire, oggi monastero del Soccorso, e Santa Caterina, vergine e martire alessandrina, detta dell’Arena, fuori città questo rito venne a mancare, come si è cennato innanzi, per opera di Ruggero, strenuo propagatore del culto romano. Cito le parole del Pugnatore: “Mentre visse Ruggiero tanta fu la cura che egli hebbe d’esaltar in Sicilia lo spiritual culto divino secondo il Rito dell’apostolica Sede Romana, che quello della Greca vi incominciò, et specialmente in Trapani, a gir di modo mancando, che non vi si trovando alfine chi grecamente appena leggesse, non che poi, secondo il Rito di Greci ministrar i sacramenti sapesse, estinto in pochi anni rimase” Al periodo greco bizantino tien dietro l’altro musulmano, il qual par che abbia seppellito sotto le ruine, da esso cagionate alle chiese di Sicilia, le memorie più sacre de’nostri antichi quando i Saraceni l’anno 844 sbarcarono nell’isola, Adelcamo assalì Trapani che cadde in suo potere dopo un’invitta resistenza. Nel tempo della loro dominazione la Sicilia fu contesa da’ più potenti emiri, alle cui sorti soccombette del pari la nostra città. Sbrahin mandò un poderoso esercito capitanato dal proprio figliuolo Abu-Abbaj-Adb-Allah, vincitore de’ ribelli d’Africa. Costui salpò il 24 luglio del novecento con centoventinove navi da trasporto, e quaranta da guerra, si diresse per Mazara, ove arrivò il primo d’agosto, donte mosse all’assalto della Sicilia. Non guari scese ancora nella nostra città uno sperimentato capitano, AbuSaio-Musaibn-Ahmeo, soprannominato Dhaif; e per tacer degli altri sino all’emiro Abd-llah-Ben-Menhut, dal governo del quale fu poi tolta dal conte Ruggero. Benchè gli avanzi della storia de’ Saraceni ci somministrino delle prove che il loro dominio in avvantaggiasse le condizioni della cultura e della civiltà, pure, nemici del nome cristiano, non tralasciavano distruggere i monumenti dell’epoca bizantina, di perseguitare e di uccidere vescovi e sacerdoti e semplici fedeli. Non mancano degli storici, i quali ci descrivono le stragi de’ Musulmani; siccome ve ne ha di parecchii che ci mettono innanzi de’documenti, in cui si accenna alla loro tolleranza verso il culto cristiano. Però lo stesso chiarissimo storico, Michele Amari, che sente pur troppo in favore de’ Saraceni, in più luoghi della sua storia, tien conto di varie persecuzioni, sofferte da credenti; e soprattutto parlando d’Ibrahim, ci ricorda che da Tunisi sbarcato in Trapani verso la fine di maggio, e raccolta gente; pervenne all’8 di luglio in Palermo, e di lì precipitando sopra Taormina, commise grandissima strage, strappando persino il cuore al vescovo Procopio, e facendo scannare eziando gli altri prigioni sul corpo di lui e dopo di averli arsi, si levò, dicendo: “Così sia consumato chi mi resiste” . Perciò lamentiamo la perdita di antichi documenti; per cui la storia ecclesiastica di Sicilia si cuopre di un densissimo velo; solo rimanendoci delle cronache che, forti della tradizione costarono tanto studio ai frati siciliani, rifuggiti in Calabria. Della sorte toccata alle chiese di Trapani, nel periodo musulmano non si hanno delle notizie peculiari. Il nostro storico accenna solamente le crudeltà de’ Saraceni e il timore de’ Trapanesi all’annunzio della loro invasione. Però è oramai indubitabile che la nostra città abbia subito, come ho detto le persecuzioni delle restanti dell’isola. Sicchè Pietro Diacono stimo opportuno accingermi a trattare il periodo normanno, nel quale ci sarà agevole riconoscere l’esistenza della chiesa di San Pietro e il suo primato, di cui conservasi tuttavia la non interrotta tradizione. Durata circa due secoli e mezzo la dominazione araba in Sicilia, alcuni avventurieri del Nord della Scandinavia, contando sulla loro destrezza nelle armi, sul coraggio e l’audacia, impresero la conquista di alcuni regni d’Europa. Favoriti dalla fortuna, in breve tratto, esempio quasi unico nella storia; estesero il loro dominio. Ruggero, capitano di questi Normanni scese in Sicilia nel 1061, e dandosi a debellare i Musulmani, dopo ventinove anni, si rese assoluto signore dell’isola. La storia ci riferisce inoltre che Ruggero, nel corso delle sue imprese non ostinandosi a combattere Benavert nelle fortezze di Val di Noto, col nerbo de’ suoi eserciti, si diresse ad espugnar Trapani, città importantissima sotto gli Arabi, come rilevasi dalle forze che vi dispone per aversela in potere. Difatti nel mese di maggio dell’anno 1072 si mosse in persona all’assalto di Trapani che il Malatesta, conservando fedelmente la prenunzia arabica, chiama Trablas che confonde all’antico nome di Drepanum con quello più ovvio di Tripoli. Lo storiografo del Conte Ruggero, il citato Goffredo Malatesta, descrive poeticamente la spedizione di questo valoroso Normanno per impossessarsi della nostra città. Ci rapporta che vi si condusse con forze tanto insolite da poterle dinotare col nome di esercito e di armata, di cui non allestì più bella e più formidabile il grande Alessandro, sfogando la gioia di questo nuovo spettacolo in uno squarcio di versi. Frattanto Giordano, figlio del conte, senza manifestarsi al padre, usando uno stratagemma, con cento soli combattenti; tenne dietro a’ pastori ch’entravano in città; la quale tosto caddero nelle sue mani, togliendola al governo di Abd-Allah-ben-Menut, ultimo suo emiro. Resa libera Trapani dalla dominazione dei Saraceni, Ruggero, prosciolto dalla scomunica, da papa Gregorio VII, si diete a riparare la fede cristiana, grandemente illanguidita, o quasi estinta. Legato alla Sede Apostolica, il pio conte indirizzò principalmente le sue cure e le sue sollecitudini ad affrancare le chiese di Sicilia dalla soggezione del Metropolita Costantinopolitano. Ripristinò vescovadi; altri ne fondò, rimettendo nel maggior lustro il culto religioso. Trapani non fu l’ultima tra le città dell’isola ad aversi da Ruggero la ristaurazione del Cristianesimo. Fece allora ricostruire la chiesa di San Pietro, decorandone il capo, che ufficiavola, del titolo di arciprete, come riferisce l’Orlandini, il quale fa poi seguito, fra gli altri, dal Pirri che scrisse: “Anno 1076 a Comite Rogerio Archhipresbyterali dignitate aucta est” anzi secondo il Pugnatore, l’arciprete di San Pietro fu ancora capo e rettore del clero ericino. Trascrive le medesime parole del nostro storico: “Al tempo stesso del conte Roggero, ò almen puoco da poi fu da sommo pontefice ordinato che lo arciprete di Trapani fosse dopo il vescovo di Mazarese, capo et moderatore non solo di tutto il clero Trapanese ma etiando, et forse per maggior sua degnità, di quello della città d’Erice. Si come si è stato da poi infin al tempo presente, nel quale mentre si trattavan le cose del sacro concilio di Trento, è stato per la Romana Sede apostolica della detta soggettione liberato, ordinando che di là innanzi alcuno particolar sacerdote del proprio clero d’Erice et non altri fosse suo Arciprete: parendo per avventura alla apostolica Sede predetta che l’arciprete di Trapani non potesse essere bastante alla cura di dui cleri tanto tra loro distanti; quanto, per si fatto bisogno, si veggono essere questi”. Intanto si avverta che sotto il regime degli Arabi, per sentenza di grandi autori, non iscamparono dalla ruina moltissime chiese di Sicilia; e ciò vien confermato da’ primi atti del conte Ruggero, il quale eresse monasteri; dotandoli riccamente; riedificò chiese per cui i contemporanei lo rimeritarono del titolo di fondatore; siccome ci avverte l’abate Amico che, parlando de’ maggiori tempi di Trapani, se n’esce nei seguenti detti: “qual di San Pietro è la sede dell’arciprete, il quale è primate del collegio canonico: riconoscere il tempio a fondatore il conte Ruggiero dopo i Saraceni, e forma l’ornamento dell’antica contrada“. Se non che giusta un vecchio brandello di disegno dell’antica fabbrica di questa chiesa, riferito da un nostro minuzioso scrittore ci vien fatto osservare che il conte normanno trovò degli avanzi che fece poi rimettere; conservando la vetusta architettura del primo tempio cristiano nella nostra città questo disegno quasi logoro e dimezzato ci presentava entro un portico, con due fontane, due porte laterali; e nel corpo della chiesa alcune cappelle d’antica struttura, con in fondo un solo altare, giusta l’uso primitivo del Cristianesimo. Qui una osservazione: Ruggero nell’accingersi a riedificare primieramente la chiesa di San Pietro, ci dice abbastanza che fino a’ suoi tempi conservavasi memoria in Trapani non solamente dell’antichità di essa, ma ancora del suo primato. Ne vale la poco esatta affermazione di qualche scrittore che contesta la chiesa di San Pietro richiamare la sua origine da’ Normanni, mentre confessa che la fede cristiana sia stata importata indubitatamente all’epoca di Costantino. Chi avesse seguito con attenzione queste poche pagine, e ponderato l’immenso valore storico delle iscrizioni greco - cristiane, si sarebbe di leggieri convinto e persuaso che, con tali irrefragabili documenti; tornasse vana qualsivoglia negazione. Ed anco se si vorrebbe pretendere che l’antichissima chiesa di Trapani non fosse punto dedicata a San Pietro (difficilissimo a provare) ma bensì a qualsiasi apostolo, ovvero a’ ministri del Redentore ; ciò non monta, poiché non distrugge l’esistenza di quella chiesa che col tempo avrebbe assunto vari titoli, ne’ mica la sua primazia. Volendo infine abbandonare di concessioni, ed ammettendo ipoteticamente che la chiesa di San Pietro riconoscerebbe i suoi primordi da Ruggero, è chiaro che questa precedesse di due secoli, almeno nel primato di giurisdizione, la chiesa di San Nicolò, e di trecentocinquantotto anni quella di San Lorenzo martire. La quale, per ordine del re Alfonso, ed a petizione de’ Giurati e dl popolo, fu elevata a parrocchia nel 1435, siccome leggersi ne’manoscritti de’ cavalier Porto e Nobile, citati dal Fardella. Laonde, colla scorta di altri documenti, verrò indi a poco a discorrere de’ privilegi, non supposti, ma veri e reali; goduti da gran tempo dalla chiesa di San Pietro. I quali vanno via maggiormente a ribadire la mia tesi, ed a chiarirci con evidenza che spettavasi soltanto ad essa l’onore dell’antichità e del primato. CAPO II LA CHIESA DI S. PIETRO E L’ANTICO VESCOVADO IN TRAPANI Non meno importante è, senza dubbio, la presente trattazione, in cui, messi d’accordo gli storici, viene a convalidarsi l’antichità e la primazia della chiesa di San Pietro. Nientemeno verrò qui a parlare dell’antico vescovado di Trapani. E’ fuori stagione, mi si direbbe, lo spaccio di cotesta merce; molto vecchia e stantia. Lo comprendo anch’io, ma memore del precetto dell’Alighieri, dirò: La verità nulla menzognafrodi. E poi quale stranezza sarebbe mai quella di uno scrittore che, amante delle cose patrie, raccogliesse delle notizie, sparse qua e la, componendole a corpo? Se questo è un po’ di bene ho divisato ed esposto lo scopo del mio scritto. Mi pare inoltre grave colpa non mettere alla luce le opinioni di seri e dotti autori, che affidati a lunghi e penosi studi, con sana logica e svariate dottrine, hanno chiarito non poche verità, rispettate tuttavia dal tempo. E se tra questi scrittori ve ne ha di pochissimi che si fanno a tacere; e qualcuno a negare per difetto di documenti, l’esistenza dell’antico vescovado di Trapani, ad essi supplisce la induzione storica, che rifonda tuttavia sulle basi delle tradizioni popolari. Taormina, ci riferiscono non pochi scrittori, ebbe il primo vescovo, consacrato dall’apostolo San Pietro. Questa verità storica si rese comune a tutti coloro che trattarono delle più gravi quistioni intorno alle chiese primitive di Sicilia. Ma donte hanno essi attinto una siffatta notizia? Primo a parlarne fu il solo Metafraste, il quale non mai da documenti apprese la consacrazione del vescovo Pancrazio, fatta da San Pietro; ma bensì dalla tradizione de’ tempi, in cui egli visse. Fu allora seguito da moltissimi altri che la critica ha ritrovato esatti. Ne mi si obbietti che i soli sincroni costituiscono irrefragabilmente verità, se non si volesse permettere che io direi: Lacerate la storia le cui pagine non son tutte dettate da’contemporanei, ma la più parte dai posteriori, a’ quali è stata famigliare la tradizione, di che essa usa sovente quindi qual meraviglia se in questo mio lavoro leggesi una serie di scrittori che, stabilendo l’antico vescovado in Trapani, forse hanno attinto da una medesima sorgente, e si sono serviti della tradizione? Per procedere intanto con istorica esattezza e con metodo logico, conviene primeriamente riferirci a’ primi secoli del Cristianesimo, e al modo tenuto nella istituzione delle cattedre vescovili. Gli Apostoli, divisi nel mondo, per predicare la buona novella, si diedero a fondare de’ vescovadi nelle città divenute cristiane. Il papa San Clemente, discepolo di San Paolo, nella sua prima epistola, diretta a Corinti, se n’esce in queste espressioni: Praedicantes igitur per regiones et urbes, primitias carum spiritu quum probasset Episcopos et Diaconos corum qui eredituri erant constituerunt. Onde scisse lo Scheltrate: Clemens Romanus aperte innuit ab Apostolis per civitates ubique terrarum constitutos fuisse Episcopos. E il prete di Aquilea, Rufino, nelle omelie dette ancora clementine, recate in greco per volere del suo vescovo Gaudenzio, narra che San Clemente, fatta conoscenza con vari Apostoli, nel suo viaggio d’Oriente, ed unito a San Pietro tornò in Roma e di là scrisse a San Giacomo, vescovo di Gerusalemme, una lettera (tema della 2° omelia o del 2° libro delle Clementine) nella quale descrive le gesta dell’apostolo San Pietro; e narra altresì gli assalti dei nemici della nuova credenza massime di Simone il Samaritano; le fondazioni delle nuove chiese, eseguite dal principe degli Apostoli, e molte altre cose riguardanti la propagazione del Cristianesimo nel primo secolo dell’era volgare. Or nella citata lettera, creduta erroniamente apocrifa dal ciantro Paolo Maria Pero dietro il parere di Labbeo e di Van Espen (sic),leggesi tuttavia: In singulis vero civitatibus, singulos Episcopos constitui precepit. Il dotto ciantro della nostra Cattedrale non si avvide della grande importanza delle Clementine, in cui chiaro si scorge che fine precipuo di tale scrittura, si è di supplire alle lacune degli Atti degli Apostoli, e di collegare tal guisa gli atti dell’apostolo San Pietro colla fonfazione della chiesa di Roma. Con ciò finiscono difatti le venti omelie e i dieci libri di Rufino che l’antichità ci ha trasmessi come opera di San Clemente, e che sebbene non sua, o forse interpolata di giuste posteriori, come generalmente la più parte degli scritti del primo e secondo secolo, ritrae, al dir di Neauder, i sentimenti, onde erano animati i primi tra Gentili convertiti alla fede. Inoltre San Cipriano, fiorito verso la metà del terzo secolo, ha nella sua Epistola 52° ad Antoniano, quanto segue: Cum jam pridem per omnes Provincias et per singulas Urbes ordinati sunt ab Apostolis Episcopi, in actate antiqui, in fide integri, in pressura probati, in persecutione proscripti. Da ultimo, per conchiudere col Baronio, gli Apostoli, istituendo le cattedre vescovili, seguirono la divisione civile delle Provincie, fatta da’ Romani; i quali distinsero le città dell’impero in massime, maggiori e minori, e riguardarono parimenti i pregi e le prerogative delle città, ove stabilivano i vescovadi: Majores enim in istituendis Ecclesiarum sedibus, non aliam inuisse rationem quam secundum provinciarum divisionem, et praerogativos a Romanis antea stabilitos, quam plurima sunt exempla. Bisogna ormai sapere se Trapani sotto i Romani fosse tenuta come città massima nel riordinamento delle provincie dell’impero. Polibio nel libro primo della guerra punica distingue la nostra città col titolo di chiarissima Civitas Clarissima; e Cornelio Nipote chiama Enna, Lilibeo e Trapani maxima civitates. Non è quindi da stupire se Trapani, convertita alla fede cristiana, sia stata decorata della cattedra vescovile ne’ tempi apostolici, o più tardi; giacchè, secondo le antecedenti testimonianze, rilevasi il metodo e il costume praticato dagli Apostoli nello stabilire le chiese. Ciò vien confermato dall’Offinann che, parlando dell’Italia, asserisce di trovarsi più sedi vescovili che città; e più sotto dandone in catalogo colla rubrica: Italiae urbes praecipuae, ascrive Trapani fra il numero delle città cospicue: Idecirco Italia praestat tantum aliis regionibus numero civitatum Episcopalium, non tamen numero urbium – Drepanum, Trapani, in Sicilia. Frattanto le chiese della nostra isola, considerate nella loro origine che d’ordinario ripetesi dallo stesso apostolo San Pietro, acquistarono maggior lustro, e si fornirono di prove tradizionali e storiche. Quanti autori si sono accinti a trattare un tal soggetto, ci dicono per quasi unanime sentimento, che San Pietro nel suo primo viaggio, ritornando dalla Grecia, toccò la Sicilia, e se ne venne in Siracusa, ove costituì vescovo San Marciano, indi lasciò San Pancrazio in Taormina e San Berillo in Catania. Queste notizie non si sono raccolte primamente che dalla tradizione di tutte le chiese di Sicilia, siccome ci avverte il Gaetani:” Petri Apostoli in Siciliam adventum super traditionem Ecclesiarum Siciliae, plerique scriptores docet”. E prima di lui il Metafraste presso Baronio, seguendo del pari la tradizione, commette alla storia la verità di questo viaggio, non mai contraddetto dagli scrittori, anzi riconfermato da un gran numero di essi che per brevità cito il Manni, lo Spirense, il Galesino e Costantino Gaetano. Al primo seguì un secondo viaggio dell’Apostolo nella parte Occidentale della nostra isola, dopo aver fondato la chiesa di Cartagine55quale corso di navigazione abbia tenuto San Pietro nel recarsi in Sicilia è il gomitolo di Arianna presso gli storici. Alcuni pretendono di essersi portato in Lilibeo, come praticavasi da’ Cartaginesi nelle guerre puniche. Altri seguendo l’opinione di Tucidide (Lib. VI) e di Polibio (Lib.I), tra gli antichi, ci dicono che le armate de’ Cartaginesi, quando dall’Africa venivano in Sicilia, approdavano nel porto di Trapani. Tra posteriori vi sono che recano ad esempio (raffermando il loro parere) il corpo di San Luigi IX che nell’anno 1270, portato dall’armata francese da Tunisi, ancorò in Trapani: e Carlo V, partito dalle coste dell’Africa 1535, se ne venne tra noi. Sono congetture che, al dir del dotto cardinal Baronio, ci danno sovente la verosimiglianza e la verità stessa; anzi riescono di sommo rilievo per la ricerca del vero. Non porto i miei giudizi su tali quistioni, ma conseguente a’ principi esposti innanzi, lascio la parola ad Inveges per semplice memoria dell’asserto: “questa navigazione necessariamente costrinse S. Pietro a costeggiare le città di Sicilia, situate nel suo lato Occidentale e Settendrionale; cioè come io credo tragittò in Trapani, da qui in Palermo passò, navigò più oltre inver Cefalù e Tindara per indi trasportarsi in Italia, ed ivi o per mare o per terra passò a Roma”, qui una congettura. Ammettendo che una volta che San Pietro, partito da Cartagine, avesse toccato Lilibeo, per indi recarsi altrove, non gli venne in mente di visitar Trapani, città importante e primaria? Tenendo per l’opposta sentenza si porterebbe grave ingiuria all’operoso zelo dell’Apostolo. Il Catalano, assai caro al nostro ciantro Pero, accettando siffatta opinione, scrisse: “questa predicazione del S. Apostolo, venne eseguita, e pratticata in quel luogo appunto, ove nello stato presente, si mira la chiesa Parrocchiale di S. Pietro. Tanto ci asserisce l’antica tradizione di Trapani. E cossì la ragione, per cui collo scorrer degli anni, si eresse da’ Cristiani Trapanesi un Tempio in quel luogo, quale si dedicò a S. Pietro, fu perché ivi appunto avea predicato il S. Apostolo e pubblicato colla sua voce la Fede di Gesù Cristo. Vollero quindi gli antichi nostri Padri, lasciarne a Posteri una perenne memoria. Se pure non vogliam dire che sin d’allora avessero i primi Cristiani, ivi eretto un privato oratorio, per funzionarvi occultamente gli Esercizi e le cerimonie pratticate dalla nostra Santa Cattolica Religione”. Toccando quindi innanzi dell’antico vescovado di Trapani, stabilito ne’ tempi apostolici, o più probabile ne’secoli posteriori, mi faccio a seguire le opinioni di accreditati autori che, per tradizione pervenuta insino a noi, e per qualche vecchio documento, ne affermarono l’esistenza. Parecchi di questi storici sono stati da me consultati nel testo, per ciò ne allego le medesime parole: gli altri, per difetto della loro opera in questa Fardelliana, sono stati trascritti fedelmente, ricavandone le parole delle varie citazioni. Narra la storia che Flavio Eraclio Costante II (641-668), primogenito dell’imperatore Costantino, governando l’impero d’Oriente, per il progresso delle sue armi soggiocò Arabi e Greci, stendendo le sue conquiste sino a Costantinopoli. Questi protesse i Monoteliti; e si diede a perseguitare la fede cattolica. Credendo di por fine alle contese religiose, emanò un editto che va sotto il nome di Typios, in cui proibivasi ogni discussione teologica, sperando di assodare in tal modo colla violenza il Monotelitismo. Sedeva in Vaticano Martino I che, in una a’ vescovi d’Italia condannò l’assurdo editto; per cui arrestato il papa nel 663 da Teodoro Calliopa fu tradotto a Messina, indi all’isola di Nasso, di là a Costantinopoli, ed infine nel chersoneso Taurico, ove morì nel settembre del 665. Furono similmente perseguitati molti altri vescovi, tra quali San Massimo che morì in esilio nel Caucaso l’anno 662, Costante allora scese in Italia, occupò Roma; dappoi se ne venne in Napoli, indi a Siracusa; vessò crudelmente gli abitanti delle provincie di Calabria e di Sicilia, dell’Africa e di Sardegna per alquanti anni con inaudita barbarie, separando i mariti dalle mogli, i figli dai genitori, saccheggiando eziando le chiese. Era il primo sintomodello scisma d’Oriente. Salito il 27 Marzo dell’anno 718 sul trono di Costantinopoli Leone III Isaurico, detto l’Iconoclasta, compivasi nel 730 la deplorevole divisione della chiesa greca dalla latina, sottomettendo al Patriarcato costantinopolitano le chiese di Sicilia. Questa divisione si continuò ancora sotto Costantino Copronimo, Leone IV e successori; e si mantenne il rito della chiesa greca nella nostra isola sino alla conquista de’ Normanni. Pietro Giannone, facendoci conoscere col Doxopatrio, quanto possedeva prima dello scimma il Pontefece, e ciò che gli fu usurpato dal patriarca di Costantinopoli, scrive ch’era Roma sottoposta a tutta l’Europa, le Spagne insino alle colonne di Ercole coll’isola dell’Oceano Occidentale, le Gallie, l’isole Britanne, la Pannonia, tutto l’Illirico, il Peloponneso, gli Avari, i Sclavi, i Sciti in fino al Danubio, la Macedonia, la Francia sino a Bisanzio, la Mauritania, l’isole del Mediterraneo, Creta, Sicilia, la Sardegna e maiorica. “Tutta l’Italia, cioè: Superiores Alpes, et quae ultra las extendentur: nec non inferiores Gallias, quae Italiae sunt sive Lombardiam, quae nunc dicitur Longibardia, et Apuliam et Calabriam et Campaniam omnem et Venetiam et Provincias, quae ultra sinum Hadriaticum sese effundunt haec omnia Romano sub debantur”. Indi sempre coll’autorità del Doxpatrio soggiunge: “Ma da poi al trono costantinopolitano furono sottomesse molte provincie e città non meno d’Oriente che d’Occidente. I Metropolitani di Tessalonica e di Corinto si sottoposero al Patriarca di Costantinopoli, e molti altri Metropolitani ed Arcivescovi seguitarono il loro esempio”. Sicilia praeterea et Calabria se Costantinopolitano supposuerunt, et Sacta Severina, quae et Nicopolis dicitur. Sicilia autem universa unum Metropolitam habebat SyracuSanum: reliquae vero Siciliae Ecclesiae SyracuSani erant Episcopatus, etiam ipse, Panormus, et Therma et Cephaludinon et reliquae. E’ tempo ora di riconoscere la cattedra vescovile di Trapani, giusta il consenso di grandissimi autori. Qui assumo l’ufficio di semplice relatore, e tolgo di peso dal citato storico napolitano, quanto appresso: Nilo Archimandrita, cognominato Doxopatrium in un suo trattato De quinque Thronis Patriarchalibus che egli scrisse nell’anno 1143 per ordine del re Ruggiero, toccando della sparizione de’ vescovi suffraganei al Patriarca di Costantinopoli per disposizione di Augusto Audronico, afferma: Avulsi Diocesi Romana, iamque Throno constantinopolitano subjecti Metropolitani, et qui subsunt eis Episcopi, sunt hi: 1= THESSALONICCUSIS 2= SYRACUSanUS 3= CORINTHIUS 4 = PHEGIENSIS 5= NICOPOLITANUS 6= ATHENIENSIS 7= PATRENSIS Sub Syracusano Siciliae.1 Tauromitanus, 2 MesSaneusis, 3 Agrigentinus, 4 Croniensis, 5 Lilybei, 6 Drepani etc. Nessuno degli scrittori che venne dappoi osò mettere in dubio l’autorità di Doxopatrio, il quale è stato seguito dal Mireo, dal Goar, dal Morgundo, dal Massabr, dal De Marco e da Lorenzo Beyerlinch, assai meno esatto e purgato scrittore, prefetto della Vaticana, e regio storiografo di Napoli e Sicilia, nella prefazione al tomo III della sua storia alla pag. VI e VII, e precisamente al capitolo IX toccando delle notizie napolitane e sicule ci rassicura che avendo avuto in mano cinque codici vaticani, ritrovò che ivi trattavasi ancora del vescovado di Trapani. Di più il Gaetani, il Patti e l’Auria ci danno concordemente la tradizionale cattedra della nostra città. E il Solito riproducendo la testimonianza del Piccolo, riferita nella prima parte al capo XXV De antiquo jure Siciliae Ecclesiae; a provare il vescovado d’Imera, si serve parimenti di parecchi storici, che citano un antico manoscritto del monastero del Santissimo Salvatore in Messina, dove nell’appendice si fa anche mensione del vescovado di Trapani. Alla serie de’ predetti storici si aggiunga tuttavia l’abate Amico, che nelle sue note al Fugallo (Tomo I, lib.VII, pag.296), scrisse: Effulsit Drepanum nonum salutis saeculum Episcopali dignitate. Tralascio il Pirri che seguendo in consideratamente Leunclavio, nell’opera De jure Graecorum, ci da’ soggetto all’impero bizantino le chiese di Sicilia sotto il regno di Leone il Sapiente nel 886; mentre in quel tempo l’isola era occupata da’ Saraceni, e gl’imperatori d’Oriente non vi esercitavano alcun dominio. Quindi, parlando del vescovado di Trapani, a buon diritto nota il cavalier Di Ferro: “Infin dall’infanzia del Cristianesimo si conobbe da Fedeli la necessità di moltiplicare i vescovi, quali vigilanti custodi del dogma e della morale. L’autorevole testimonianza di S. Cipriano ci fa certi, che quasi in ogni città stato vi fosse il suo proprio vescovo: che le sole piccole ed incalcolabili popolazioni eran quelle, che venivano unicamente governate dal Presbitero”. Avvalorarono questa nostra certezza storica gli annali ecclesiastici, la cronaca del giorno, i fasti sacri della Sicilia e le tante disposizioni degli Imperatori d’Oriente. Le opere loro conservatrici di queste notizie, e scritti da una turba di storici Greci e Latini, ci marcano costantemente il vescovo Drepanitano. Or chi si arrogherebbe l’audacia di cancellare con un frego di penna tante preziose memorie, risultato di accurate ricerche e di elaborati studi? Non è egli forse una temerità, conchiude il Di Ferro, il tracciare di mendacio cotanti autori classici, ed illuminati, e che niuno impegno poteva indurre ad ingannare la posterità. Ne mi paiono solide ragioni quelle si adducono per distruggere l’antico nostro vescovado; tra le quali c’ha che nessun vescovo di Trapani si rinviene firmato ne’ Concili di quel tempo. Le contese politiche e religiose, e le difficoltà del viaggio non son mica da non tenersi in conto. Anzi è probabile che i nostri pochi vescovi si fossero esentati; mentre a’ nostri giorni, col vapore e le ferrovie monsignor Vincenzo Ciccolo Rinaldi, non intervenendo al Concilio Vaticano, si ottenne la dispensa dalla Santa memoria di Pio IX. Si è preteso inoltre aversi dovuto fare menzione dell’antico vescovado di Trapani nella Bolla di Gregorio XVI. Però non si avverte che il papa, consapevole degl’iterati ricorsi de’ capitoli collegiali di San Pietro e San Lorenzo, volle declinare le quistioni storiche nella sua Bolla; ne’ punto si piacque d’istituire, come suol dirsi modestamente, un Giurì di storici per indagare la verità. Non facendone parola, il pontefice si tenne nella prudenza, lasciando così alla più tarda critica le sue investigazioni. Se poi la Sede apostolica si determinò, per tuttaltre ragioni ad erigere a cattedrale la chiesa collegiata di San Lorenzo, a noi non ispetta che venerare la sapienza e l’oracolo di Roma. Ma ciò che avvenne del vescovado di Trapani, sarebbe, dirò così, una seconda parte di questo scritto. Il Coronelli nel suo Isolario dell’Atlante veneto (tomo I, pag.10) si fa a dire: “Prima che i Saraceni soggiocassero la Sicilia, molte più di quelle che hoggidi sussistono, erano le cattedrali di essa; mentre si trova che S. Pietro ordinasse S. Pancrazio ed indi S. Massimo per vescovi di Taurmina, che fu poi Metropolitana, et hora è estinta, essendo ambe le Dignità rimaste unite in quella di Messina. Così è successo di Piazza, Lentini, Trapani ed d’altre anticamente famose Città di quel regno”. Per la qual cosa Carmelo Martorana, levandosi contro le opinioni di taluni scrittori, sostiene con saldi documenti che sebbene Ruggero, allorchè venne in Sicilia, trovasse alcun piccolo nucleo di Cristiani, che doveano essere Greci, nessun vescovado vi trovò in piedi, ma furono da lui primieramente estinti, compreso quel di Palermo, già soppresso da’ Saraceni, quando ne scacciarono le armi bizantine portatevi da Maniace. Ond’è che gli antichi e nuovi vescovadi furono tutti eretti dal pio Conte, siccome ci attesta lo storico normanno Ruggero di Hovede, fiorito nel XII secolo: Rogerius vero frater Roberti Viscardi debellavit Siculos et totam sibi subjugavit Siciliam, et factus est comes Siciliae. Sicilia insula est magna, et antequam praefatus Rogerius debellasset eam, inhabitata fuit a Paganis, et erat de dominio Imperatoris de’Africa. Sed praenominatus Rogerius, expulsis inde Paganis, legem Christi instituit, et fecit in ea duos Archiepiscopatus et sex Episcopatus. E papa Alessandro III, volendoci significare l’assoluta estinzione dei vescovadi dell’Isola, sotto il dominio degli Arabi, in un suo Diploma dell’anno 1168, diretto a Giovanni, vescovo di Catania, afferma: Capta autem a sarracenorum populis Sicilia insula, ibi, (in Catania), et per alias universae provinciae civitates, Episcopalis gloria periit, et crhistianae fidei dignitas interit. Pare inoltre che in Sicilia Ruggero abbia trovato quasi estinta la gerarchia ecclesiastica. Altrimenti non potrebbe capirsi come questo religiosissimo principe avesse designato alle cattedre vescovili sacerdoti stranieri. Di fatti in Troina, che fu il primo vescovo da lui istituito, vi collocò un suo congiunto, a nome Roberto. Indi rimesso quel di Palermo, vi fece ritornare l’espulso Nicodemo, greco di nazione. Nel 1086, eretti i vescovadi di Girgenti, Mazara, Siracusa e Catania volle che sedessero Gerlando Allobrogo, Stefano Rotomagense, un tal Ruggiero, suo connazionale, ed un monaco britanno. Dopo alquanti anni innalzò la sedia vescovile di Messina, fatta poi Metropolitana, e vi trasferì il medesimo Roberto di Troina. Finalmente creò un novello vescovado nella città di Patti; e lo conferì a frate Ambrogio che trovavasi allora abate di un monastero di Lipari, eretto dallo stesso Conte. Che se poi Ruggero non si diede a ristaurare tutte le antiche sedi vescovili, si fu che molte città, per le ruine cagionate da’ Saraceni, non si trovarono idonee ad aversi le cattedrali, siccome risulta chiaro dalle parole del Diploma della chiesa di Catania: Per diversa Siciliae loca idonea Ecclesias aedificavi. Se Ruggero avesse trovata idonea la chiesa di Trapani, avrebbe ricostituito, senza dubbio, il vescovado nella prima chiesa della città che, come si detto, non poteva essere se non quella di San Pietro, ristaurata o eretta dalle fondamenta, a buon diritto, dalla pietà e munificenza del gran Normanno. Il Pugnatore asserisce che Ruggero, sottomettendo alla sede vescovile di Mazara Trapani e il suo clero, non potè ad essa assegnare de’ proventi certi; e questo si fu il motivo di non aver rimessa nella nostra città la cattedra episcopale. Cito le parole dello storico: “Et forse si può credere che il mancamento di questo commun patrimonio fosse stato cagione che esso Conte non havesse fondato in Trapani una sua Episcopal Sede, non vi veggendo, oltre a detti proventi, cosa alcuna altra, che; per convenevol sostentamento di un tanto Prelato, le havesse del publico potuto assignare”. Ma perché si sappia che la tradizione ci ha costantemente tramandata l’antica sedia vescovile in Trapani, mettendo sotto gli occhi de’ miei lettori de’ documenti in parte raccolti da un nostro Annalista che, ad dir del ciantro Pero, “coltivò con grande passione la storia patria, che stesa ne’suoi Annali, gli costò venti anni di elaborati studi sui costumi e le leggi de’tempi, sul carattere delle dinastie regnanti e sulle preminenze della feudalità”. E il patrizio Giuseppe Fardella che, come parroco di San Nicolò, non fu esente dai pregiudizi contro il primato della chiesa di San Pietro e de’ suoi arcipreti, senza riflettere trovansi delle volte in contradizione. Questo illustre cronista che ci ha conservato negli Annali di Trapani delle notizie preziose, segna al 1496 che Francesco de Mango, abate di Santa Maria delle Giummarre, fu spedito ambasciatore della città di Trapani al pontefice (Alessandro VI), e al re (Alfonso II) per porgere domanda, onde ottenere la cattedra vescovile. Ricavo dalle vecchie carte dell’archivio municipale un documento in cui dicesi che i nostri Giurati, nella seduta consiliare del 19 giugno, X Ind. del 1522, deliberarono d’indirizzarsi al papa (Adriano VI) e all’Imperatore (Carlo V), per l’istituzione del vescovado, designando persino le condizioni e il nuovo eligendo in persona del R.mo Alberto de Naso, vescovo di Nicopoli e vicario generale di Palermo. Venuto poi in Trapani Giovanni d’Austria nel 1573, e concesso agli ufficiali della città il titolo di Spettabili, promette di cooperarsi per la restituzione del vescovado. Di più, l’abate di Roccaida nell’anno 1583, trovandosi di passaggio, e fermatosi nella nostra città, vien pregato da’ Giurati di umiliare al sovrano la preghiera della popolazione di volere restituita la cattedra vescovile. Filippo II dietro memoriale presentato dai Giurati di Trapani, si diresse per lettera, in data del 27 marzo 1584, a Marc’Antonio Colonna, vicerè in Sicilia, incaricandolo di occuparsi con sollecitudine per istabilire la sede del vescovo. Nel 1781 esponevasi tuttavia dal sindaco della città, Stanislao Maria Clavica, una lunga supplica a re Ferdinando III di Sicilia e IV di Napoli, facendogli avvertire il bisogno dell’impianto della diocesi drepanitana. Inoltre il sindaco Gaspare Burgio drizzavasi parimenti nell’anno 1801 allo stesso Ferdinando, acciò si fosse compiaciuto di fondare un vescovado titolare, scegliendone il degnissimo sacerdote Diego De Luca. Stabilita dappoi per real dispaccio del 22 aprile 1812, la cattedra vescovile in Trapani non eretta per le vicende politiche del Regno, venne finalmente a fondarsi da Gregorio XVI, con bolla del 31 maggio 1844, e da Ferdinando II, con Rescritto del 6 agosto 1845, preconizzando a cattedrale l’elegante chiesa di San Lorenzo martire. Il primo vescovo ne fu il dotto e caritatevole monsignor Vincenzo Maria Marolda del SS. Redentore; il quale ne prese possesso il giorno 8 decembre del 1845, pel delegato monsignor Giuseppe Menditti, vescovo di Noto. Ad ultimare frattanto questo secondo capitolo, non riuscirà di scarico ai lettori, se io ponga fine coi detti dell’illustre prelato della chiesa Drepanitana. Il quale, nella sua prima pastorale, riassumendo la non interrotta secolare tradizione dell’antica cattedra episcopale, esistente in Trapani, ne suggellava la memoria con le parole che qui: Nec parum vobis videri debet, quod inter cetera vestrae civitutis non pauca ornamenta, et istud nunc addatur insigne, quod civitas unct. A Domino per misericordiam Jesus Christi sit declarata, et multis adhinc annis sedens, proprio viduata Pastore, tantem episcopali restituatur honori. CAPO III Privilegi e chiesa attuale di S. Pietro Non potendo Ruggero, come si è detto, restituire a tutte le città vescovili di Sicilia le loro antiche sedi, si diede a ristaurare parecchi tempi, già rovinati all’epoca de’ Saraceni. La nostra cronaca cittadina, a cui spesso si è dovuto fare ricorso, non che alla storia, ci dà come fondatore della chiesa di San Pietro il pio Normanno. Il quale si piacque decorarla dell’arcipretura, concedendo all’investito di quella dignità altresì la giurisdizione sul chiericato del Monte San Giuliano. Di fatti i nostri Annali ci registrano che nel 1565, trovandosi a reggere la chiesa parrocchiale di San Pietro e quella di Erice l’arciprete Giovanni di Landa, giusta il decreto del tridentino, dovette rinunziare al beneficio ed alla cura di monte San giuliano, come per atto in notaro Vincenzo Zizzo di Salemi sotto il giorno 22 settembre del cennato anno. Il dignitoso titolo di arciprete dovrebbe poi convincerci della sua autorità, del suo onore ed insieme della sua giurisdizione. Onde scrivea il Giampellari: “Distinto però dal parroco è l’arciprete., giacchè questo non solo vale un curato, ma un prete che succede immediatamente dopo il vescovo, e da capo rappresenta il presbiterio”. Da ciò rilevasi che Ruggero non permise giammai alla prima chiesa di Trapani di smettere tutti i suoi privilegi, non potendovi ristabilire il vescovado. Si degnò ancora il religioso Conte dichiarare di regio patronato la chiesa di San Pietro, siccome costa dal blasone normanno sull’arco maggiore dell’abside che si osservava prima della nuova rifabricazione del tempio. Concesse inoltre all’arciprete l’omnimoda cura, estesa posteriormente sui comuni di Castellammare del golfo e di San Lorenzo la Xitta; come leggesi chiaro nelle bolle originali, riguardanti l’elezione dell'arciprete in persona del Millusio Tropiano, Gentili e Landa, transuntate alle minute di notar Girolamo Roasi di Trapani, il 7 ottobre 1707. Emerge da ciò evidentemente l’esercizio giurisdizionale dell’arciprete, il quale, prima del Tridentino, era investito di vari benefici, tuttavia curati e parrocchiali. Questi diritti giurisdizionali, concessi da Ruggero ed estesi a volta a volta, ribadiscono sempre più la secolare tradizione che il Conte normanno ebbe intendimento di confirmare in parte ciò che spettavasi al vescovo di Trapani, come a’tempi dell’esistente cattedra. Inoltre, alla chiesa si San Pietro si pagavano ogn’anno le decime, secondo ricavasi dal testamento di Perna Abbate, vedova di notar Ribaldo di Trapani, rogato presso il notaio Nicolosio di Ruggiero della medesima città, il 4 aprile, 2° Indizione dell’anno 1289, transuntato agli atti del concittadino notaro Dionisio Di Blasi, nel dì 21 febbraio, 11° Indizione 1778. Infine di questo testamento, oltre ai legati disposti dalla pia e nobil donna, leggesi: Item legavit Ecclesiae Sancti Petri dietae Terrae Trapano pro decimis unceam unam. Or le decime sulla tonnara, assegnate al vescovo di Mazara, non richiamano punto l’istituzione fatta dal conte Ruggero; ma bensì dal figlio di lui, il quale considerando le scarse risorse di quella diocesi, ordinò che vi si assegnassero. Così leggesi nel Diploma di Ruggero II, emanato in Palermo nel mese di marzo, VIII Indizione del 1144, transuntato dappoi negli atti di notaro Manuele Paris di Mazara; 11 Aprile X Indizione 1567: Dontes in perpetuum tibi denuò et successoribus tuis canonice introntibus decimas omnium Partuum et Tonnariarum tuae diocesis, nec non et Tonnariam quae est in plagia Sibillinae inter Mazariam et marsaliam. Dippiù osservo costantemente che nelle insorte controversie, sia co’ vescovi di Mazara, o coi cappellani di San Lorenzo e San Nicolò, l’arciprete di San Pietro si dimostra, come a dire, l’uomo dell’azione. Infatti nel 1420 si contende alla nostra parrocchia da’ cappellani curati di San Lorenzo e San Nicolò il diritto della preeminentia delle intonazioni nelle processioni, e Giovanni Pisano, allora arciprete; sostiene la lunga lite, e vendicava se’ il diritto. Si possono all’uopo consultare gli atti in notaio Giovanni de Nuris il 3 ottobre del predetto anno, che poi furono transuntati ad istanza del sacerdote Alberto Vella, trapanese, addi 8 aprile, XIV Indizione 1706, in notar Matteo de Blasi. Guglielmo di Capua, vicario generale della chiesa di Mazara nel 1455 accompagnatosi con monsignor Giorgio vescovo di Catania, delegato del cardinale Bessarione, allora diocesano, viene in Trapani e si dispone a far la sua sacra visita. Enrico Ballo, arciprete in San Pietro coadjuvato da altri sacerdoti, vi si oppone allegando che la nostra città può unicamente andar soggetta alla vita dell’ordinario, e protesta con atto pubblico del 15 agosto, rogato in notaro Giovanni de Serineo. Si rinnovò la medesima opposizione nell’anno 1634, quando monsignor Francesco Sanchez venne a visitare la diocesi, e fu ricevuto in Trapani senza gli onori di rito: non ostante il dispaccio di re Ferdinando, spedito nel 1415 a’ Giurati ed al clero, col quale esortavali a ricevere onorevolmente il vescovo: quantenus assumentes, dice il dispaccio, in proprium Episcopum: badasi, e non già quantenus retinentes. Lascio ora la parola al Pirri: Diocesim lustranti maxime displicuit Drepanensium (ut ipsi ajcent) consuetudo, qui Praesulum suum solemni ritualis consueto ex cipere nolunt: cuius rei occasionem esse dicunt, quodo inca urbe proprius olim fuerit antistes, qui cathedram ibi constitutam aberet ut liquet ex dictis in 2 lib., tom.I de Not. Eccl. Drepani. Anzi lo stesso Rocco Pirri e l’inquisitore Trasmeira, venuti in Trapani quai delegati visitatori, subirono del pari l’umiliante rifiuto di non essere in verun modo accolti, e fu respinta energicamente la lor visita. Cito le parole dello storiografo di Sicilia: Contendebant interim tum capitulum Mazariensium canonicorum, tun Drepanenses non posse ab alio, quam ob Episcopo Diocesano visitari, ego (Pirri) vero e contentionibus maxme alienus, cum gravi etiam podagrae dolore postenerer, Panormum redii. Mense Decembris Trasmeira Inquisitor, uti Episcopi procurator Drepanum se contulit, et re infecta Panormum quoque mox redict” et Fra. Micaelem Caravaglium Hispanum de familia S. Maria de Mercede transmisit. Che se poi questo Inquisitore spagnolo visitò le nostre chiese, fu di certo non in forza del diritto, ma di potente pressione fatta dal governo viceregio. Dal fin qui detto è evidente che Trapani ha sempre riconosciuto nel vescovo di Mazara, suo Ordinario, il visitatore jure delegato; e ciò ribadisce vie maggiormente la prova della giurisdizione dell’arciprete e del diritto concattedralità, spettante alla chiesa di San Pietro. I nostri annali sono lì pronti a farci regione. Nel 1503 il vescovo diocesano, Giovanni VII Castrioto, se non m’inganno, nella sua visita imponeva la riscossione del dritto del cattedratico. Il clero, pregiudicato ne’ suoi antichi privilegi, che lo rendevano esente da questa tassa, non volle punto soggiacervi, e fu gioco forza venirsi a patti dall’Ordinario, giusta l’atto stipolato in notaro Rogerio Spirito, il 3 maggio del prescritto anno. Ora il dritto del cattedratico era stato imposto, per la prima volta, dal Concilio II di Braga, città oggi nel Portogallo, anticamente Bracara Augusta, spettante alla Spagna. Questo Concilio prescriveva di pagarsi al vescovo nelle sacre visite il cennato onere, in omaggio alla cattedra episcopale, ed a titolo di soggezione. Se il clero di Trapani rifiutavasi a quest’atto, emise la più solenne manifestazione di propugnare un suo antico privilegio che, nelle visite ordinarie e straordinarie, il dritto del cattedratico riscuotevasi dall’arciprete, dovutegli in omaggio alla sua giurisdizione, specialmente dalle chiese fuori città. Sicchè fu vecchio costume, in forza del cattedratico, di collocare in cornu epistolae gli estinti arcipreti, vestiti degli abiti pontificali, coll’assistenza di tutto il clero, nella funebre cerimonia, compresi altresì i parroci, giusta i documenti transuntati nell’ufficio di notar Giacomo Roasi di Trapani, ad istanza del sacerdote Pietro Malato, ne’ giorni 27 aprile 1706, e 9 marzo 1719. Erano passati 480 anni da che l’arciprete di San Pietro godeva pacificamente il suo autorevole titolo, quando nel 1557 gli venne conteso da’ cappellani curati delle nostre due parrocchie. Trovavasene allora investito Giovanni di Landa, che fatta valere le sue buone ragioni, presso la corte vescovile di Mazara, vendicò a’ successori la preeminenza e i diritti relativi alla sua dignità. Titolo, che lo stesso Annalista trapanese, il chiarissimo Giuseppe Fardella, parroco di San Nicolò, e poi decano della cattedrale di Mazara non seppe contrastare sin dall’anno 1305 come fece dappoi, e che da ultimo fu costretto riconoscerglielo. Prima della riforma delle parrocchie, decretata dal Concilio Tridentino, rilevasi che la giurisdizione esercitata, nella nostra città, dall’arciprete era molto estesa, anzi pare che sia stata illimitata. Difatti il 1° luglio del 1575, dodici anni dopo la Sanzione consiliare, faceasi assegno, per la prima volta, dal diocesano, monsignor Antonio Lombardo, de’ separati terziari alle tre parrocchie, estendendone il recinto a quella di San Pietro, la quale, in ogni tempo, è stata la più popolosa. V’intervennero allora i Giurati e il patriziato, si come costa dall’atto publico, rogato alle minute di notar Vito Daidone. Inoltre lo stesso monsignor Lombardo, per atto della Corte Vescovile, in data del 2 luglio, 3° Indizione del medesimo anno, assegnava parimenti alla chiesa di San Pietro la processione del Corpus Domini; e che poi nel 1579, in corso di sacra visita, rinnovando le sue disposizioni, confirmavane il privilegio, dovutogli, non per altra cagione, come si è voluto dire incoerentemente e futilmente; ma si bene in omaggio alla sua primazia. Si potrebbero qui aggiungere moltissimi altri diritti e privilegi, goduti dalla nostra parrocchia; ma siccome mi verrà a taglio farne parola nelle biografie degli arcipreti, credo opportuno non ammassare in una sola volta tutti i documenti. Però, mi par convenevole di ricordar tuttavia che la solenne benedizione delle palme, solita a celebrarsi fuori città, coll’intervento del Senato, del clero delle parrocchie e degli ordini regolari, spettavasi all’arcipretale chiesa di San Pietro. Istituita dappoi le due collegiate dalla Santità di Clemente XII, per bolla del 1 marzo 1736 quella di San Pietro conservò interi i propri diritti e tutti i privilegi, siccome risulta dalle parole seguenti della bolla: Salvis tamen et illesis eidem Parrocchiali Ecclesiae S.Petri remanentibus omnibus et singulis privilegiis Indultis et prorogativis, et de Jure competentibus qui cade in acconcio un’osservazione. Il ciantro Pero, intento a magnificare i privilegi della collegiata di San Lorenzo, afferma che la bolla di papa Clemente è stata più ricca di concessioni in favore della sua chiesa. Ebbene, sappiano i lettori che l’antecedente clausola che salva a San Pietro gli antichi privilegi, non è punto menzionata nella bolla di San Lorenzo, e fu mestieri supplicare il Pontefice, che si piacque accordare le usate prerogative per separato rescritto in data del 6 settembre 1737. Cito le parole testuali, riferite dal ciantro: Eminentissimum de Luna prodatarius facto prius verbo cum Sanctissimo declaravit, et mandavit habere adiectas in bulla erectionis collegiatae S. Laurentii clausas praeservativas jurium: Salvis tamen et illesis, etc. V’ha inoltre nella bolla, emessa per la collegiata di San Pietro, il privilegio speciale di mantenere i dritti della parrocchialità, a differenza della chiesa di San Lorenzo, in cui rimasero pel momento estinti, in forza della nuova creazione collegiale, e fu bisogno richiamarsi nella bolla per la reintegrazione. Eccone il testo: Dictaeque Parochialis Ecclesiae Sancti Petri, et Cappellanie portionis forsam nuncupatae perpetuo titulum Collatium nomina, denominationes nuncupationes, naturas et essentias Parochialis Ecclesiae et Cappellanis collative non tamen ejusdem Parochialis Ecclesiae Sancti Petri Parochialitate. E’ da notarsi ancora che la collegiata di San Pietro nella bolla è detta insigne ed è ugugliata ad altre distinte collegiate ne’ diritti e nelle prerogative, cioè: cum Capitulo, Clero, mensa Capitulari, Arca, Bursa, Sigillo, Comunibus aliisque omnibus Signis et Insignis Collegialibus, aliisque saecularibus et insignibus Collegiatis Ecclesiis de jure, usse stilo seu consuetudine autalias quomodo non tam ex indulto seu privilegio, particulari competentibus. Da ultimo il ciantro Pero nella citata Biografia pag.146 scrive: “Il mio venerando Drepanitano capitolo sin dal suo nascere s’ebbe dal sommo pontefice Clemente XII le sue decorazioni a tanta elevatezza (sic) sino a poterne far mostra in qualsiasi luogo dell’orbe cattolico, financo nei Concilii ecumenici, avanti al sacro collegio de’ principi di S. C., gli eminentissimi cardinali, ed il capitolo di S. Pietro di Trapani non può fuori della propria chiesa usar le insegne che l’istesso Papa gli diede”. A parte delle citazioni testuali, dalle quali rifugge assolutamente; il ciantro foggia, more solito, de’ privilegi concessi alla sua chiesa, negandoli alle altre. Ricorro un’ultima volta alla bolla, la quale menziona che le insegne canonicali, accordate alla Collegiata di San Pietro, possono vestirsi da’ beneficiati in quibus vis processionibus et actibus capitularibus tam publicis, quam privatis, ac alias ubicumque locorum deferre et gestare illisque uti libere et licite valeant authoritate nostra praedicta pariter perpetuo concedas et indulgeas. Tralascio qui di parlare del privilegio, rimasto all’arciprete anche dopo l’erezione del vescovado, cioè l’uso della palmatoria, ormai vietatogli; poiché superiori ragioni non mi permettono di richiamarlo in discussione, ma lascerò al tempo e alla giustizia l’ultima parola. Intanto a conferma degli antichi privilegi della nostra chiesa, mi è duopo rassegnare tuttavia parecchi re di Sicilia, che venuti in Trapani, si son condotti a rendere omaggio al principe degli Apostoli, dichiarando col loro atto ossequente il primato della nostra arcipretale Basilica. Oltre i re normanni e gli svevi, gli aragonesi, i castigliani, gli austriaci, i sardi e i borboni, toccando la nostra città, si recarono a visitare la chiesa di San Pietro, ed ivi giurarono il mantenimento e l’osservanza delle leggi del regno, dei privilegi e delle consuetudini de’ Comuni. Pietro d’Aragona, seguito poco dopo dalla regina Costanza sua moglie, e da loro figliuoli, Alfonso, Giacomo, Federico, Pietro, Jolanda, Isabella, con alcuni nobili aragonesi, venuto la prima volta in Sicilia nel 1282, approdava in Trapani; e presentato in San Pietro, prestò il solenne giuramento innanzi a’ tre Bracci, come allora si dicevano, cioè baronale, demaniale ed ecclesiastico, rappresentanti i Comuni e il Parlamento, non che innanzi a parecchi magnati e publici funzionari dell’isola. Conservavasi di ciò memoria in una lapide, che conteneva questa iscrizione: In hoc templo Petrus Aragoniae rex juravit 1282, ma che l’ignoranza de’ tempi posteriori non seppe rispettare, in una alle altre che qui farà d’uopo riferire. La seconda volta vi si recò quando egli, re Pietro, dovette lasciare la sicilia per portarsi in Bordeaux al famoso duello con Carlo d’Angiò. Dopo il giuramento partivasene accompagnato dall’illustre Palmerio Abbate, dal valoroso Rodolfo Manuele e da altri regi militi trapanesi e siciliani. In questa chiesa venne allora a stabilirsi dal general parlamento, ivi convocato, che trovandosi assente re Pietro, dovea prestarsi obbedienza alla regina Costanza e al suo figliuolo Giovanni, costituito vecerè di Sicilia e successore del regno 22 Il re Martino, colla regina Maria, assistette più volte in questo tempio alle sacre cerimonie nel 1392 v’intervenne ancora, allorchè nel 1408, dovendo lasciare la Sicilia, affidavane la reggenza a Bianca di Navarra, sua seconda moglie, sciogliendo le vele da questo porto alla fine di ottobre. Fattavi non breve dimora, nella prima e nella seconda venuta, stabiliva il suo domicilio nel vecchio quartiere della nostra città, sino a dare il proprio nome alla casa ed alla contrada di sua abitazione che tutt’ora chiamasi il cortile e l’isola di Martino la quale è poco distante dalla torre de’ Pali. Nella nostra chiesa si recò altresì l’imperatore Carlo V che, in attestato di sua divozione verso il principe degli Apostoli, donava ad essa nel 1535 uno stendardo di broccato. Allora vi si apponeva l’iscrizione come qui: vexillum a Carolo V imper huc templo donatum. Or le riferite iscrizioni venivano dappoi estratte dalle varie lapidi, e raccolte in un tabellone, fatto collocare dall’arciprete Mendietta nell’ingresso della chiesa. Vi si leggeva: Anno ab orbe redempto MDCCII die XXVI mortii, secundo a pontificatu Clementis XI; a coronatione Philippi V Hispan Siciliaeque regis primo etc. Primoque a gubernatione proregis Don Francisci Giudsici S.R.E. cardinalis:ad episcopatu Don Bartolomei Castelli Mazariensis antistis septim et vigesimo primo ab archipresbyteratu huius invictissimae urbis Drepani V. I. Don Don Antonii Mendietta S. Angeli Abbatis, sacrosanctam beatissimi Petri Apostolorum principis reliquiam impartivit: huic prototemplo a Comite Rogero dignificato millesimo septuagesimo sexto Saracenis debellatis: a regis Petri Aragoniae millesimo biscentesimo octuagesimo secundo juvamento illustrato: ditaloque Caroli V imperat vexillo propter Funetis victoriam MDXXXV. Salito al trono di Sicilia il re di Sardegna; Vittorio Amedeo, intervenne nella chiesa di San Pietro al 1713, ove diede la sua assistenza alla gran mensa ponteficale, celebrata dall’insigne letterato e politico trapanese, abate Francesco Barbara, grande elemosiniere del re e suo cappellano maggiore, proposto nel 1717 a vescovo di Patti ed indi caro all’imperatore Carlo VI, che designa alla sede di Cefalù; ma che non vi pervenne, essendogli stata negata da Roma la nomina. Finalmente Ferdinando III e poi I, nell’anno 1801, si portò in detta chiesa, ove ricevette la benedizione del Santissimo; siccome venne praticato più tardi da Francesco I e da Ferdinando II. Ed ora brevemente nelle diverse ricostruzioni della chiesa di San Pietro, fatte eseguire in vari tempi, per l’operoso zelo de’ suoi arcipreti, e per la pietà e beneficienza, principalmente dei suoi parrocchiani. Riedificata per la prima volta da conte Ruggero, questa chiesa presentava nella sua semplicità il prospetto, con due porte laterali, chiuse da un portico, con a’lati due fontane, secondo la vecchia pianta architettonica, cennata avanti, e veduta dal Fogallo. Nel portico si ricevevano le decime, le primizie e l'elemosine de’ fedeli, giusta il costume dei tempi. Offriva poi il corpo della chiesa alcune cappelle, con in fondo il solo altare maggiore. Dopo 228 anni circa dalla riedificazione di Ruggero, il primo atto pubblico, a me noto, riferisce che nel 1305, i Giurati di Trapani asserissero anche fra patroni della città, San Nicasio Burgio, martire e cavaliere gerosolimitano. L’arciprete Nicasio Burgio, consanguineo del Santo, v’innalzava allora una cappella, coll’annuo assegno di tarì quaranta d’oro come ricavasi dal testamento di Guglielmo di Burgio nel 1347. A proposito di San Nicasio non tralascio di ricordare che nel 1526, insorta controversia tra due rami della famiglia Burgio, esistente in Trapani e in Mazara, circa il possesso di una medaglia d’oro, rappresentante il nostro Martire, venne deciso dal vicerè di Sicilia, Ettore Pignatelli duca di Monteleone, di consegnarsi alla chiesa di San Pietro. Ma poi nell’anno 1534 venuto in Trapani il vicerè Ferdinando Gonzaga, principe di Molfetta, chiese a’ Giurati la medaglia e l’ebbe in dono per consenso de’ signori Burgio, giusta l’atto in notaio Baldassare Daidone, il 15 decembre. Però conservossi nella cennata chiesa l’immagine di S. Nicasio che Francesco Burgio e Bruno avea donata al Senato, per atto in notaro Pietro Campo addì 11 ottobre 1533. Nell’anno 1558 veniva in Trapani quaresimalista il padre Ambrogio Fica, agostiniano, il quale, per la sua dottrina e pe’ vantaggi spirituali, avuti in corso di predicazione, riuscì grandevole al popolo. Questi si cooperò con istancabile zelo all’ingrandimento della chiesa, resa angusta pel cresciuto numero de’ parrocchiani. I quali convennero per atto alle minute di notaro Giacomo Barliri, in data del 17 marzo del citato anno di rifabricarla a loro spese. Questo religioso esempio fu poi seguito nel 1571 da’ parrocchiani di San Lorenzo, come prova l’atto stipolato dallo stesso notaro, il 5 aprile. Si ha notizia che in questa riedificazione si conservò sempre il vecchio stile d’architettura, colla soffitta di legno, e che sotto il regime dell’arciprete Baldassare Reggio fu coperta di volta, affidandone la direzione al valente ingegnere trapanese, Giovanni Amico, che fu ciantro della collegiata di San Lorenzo. Intanto la chiesa, per manco di finestra, rimase oscura. Essa fu consacrata nel tempo del menzionato Reggio il 29 ottobre del 1726, dal trapanese monsignor Giuseppe Barlotta de’ principi di San Giuseppe, abate del Porco e vescovo di Telatta, per delegazione del diocesano; e non già da monsignor Bartolomeo Castelli; come notò il padre Benigno. Deplorasi che la distrutta lapide non sia stata ancora supplita a perpetua memoria della solennità del rito e dell’annua ricorrenza. Scorsi 210 anni dalla seconda riedificazione, copriva la carica di arciprete l’operoso patrizio, Francesco Morello, zelante successore di ben trentanove arcipreti nel corso di sette secoli. Il quale concepì il disegno di rifabricarla dalla fondamenta, e renderla il più vasto religioso edificio della nostra città. Ne commetteva l’incarico al bravo ingegnere trapanese Luciano Gambina, che ardito imitare delle opere architettoniche, eseguite in questa città dal celebre conventuale padre Bonaventura Certo da Messina, si accinse al grande lavoro, che fatto a riprese, perdurò non meno di quarantasei anni. La chiesa di San Pietro nello stato attuale presenta all’esterno una larga gradinata, senza alcun prospetto. Vi si entra per tre porte che guardano all’occidente, oltre di due laterali, rivolte una a Settendrione e l’altra a Mezzoggiorno. Sulla porta maggiore, costruita a mo’ di cappella in pietra dolce, è collocata in una nicchia una statua in marmo, detta volgarmente la madonna del Cardello, dall’uccellino, tenuto dalla mano del Bimbo, in braccio alla Vergine Madre. Nel suo piedistallo sono a basso rilievo delle figure, rappresentanti l’Annunziazione questa scultura rivela probabilmente lo scalpello del Gagini, o senza dubbio, un’opera della sua scuola. Essa venne posta, a’ tempi della vecchia chiesa, sul terzo altare di destra. Sul frontone delle tre porte v’ha in ciascuna uno stemma. In quella del centro è il blasone pontificio; nelle due laterali quello di Trapani e l’altro dell’arciprete Antonio Caradonna. Entrati appena si scorgono accanto alla porta maggiore due nicchie, l’una a destra e l’altra a sinistra, contenenti due statue marmoree, quanto al vero, rappresentanti San Pietro e San Paolo. La figura del primo è d’imperito scarpello. A pochi passi, al lato destro, vi ha la cappella col fonte battesimale; nel cui fondo si vede un quadro in legno, a mezzo rilievo, figurante il battesimo di Gesù Cristo: scultura del prof. Pietro Croce. Di fronte, al lato sinistro, è la coadiutoria col proprio archivio. L’una e l’altra son chiuse da cancelli di ferro abbronzati: disegno del prof. Santi Saporito. Il cavalier Di Ferro così ne descrive l’interno: “Ella è questa la più vasta chiesa di Trapani venne essa rifabbricata a’ giorni nostri, sin da suoi fondamenti. Quattordici colonne marmoree d’ordine dorico, dividono la gran nave di mezzo. I pilastri di quelle laterali, sostengono coi loro archi un passaggio pel d’innanzi degli altari delle cappelle questo transito invero è un poco incomodo e disagiato”. Questa chiesa è lunga metri 57, e centimetri 80, dalla parete interna dell’abside fino alla soglia di essa; e dalla porta di Mezzogiorno a quella dirimpetto. Contiene tredici altari, compresi quei delle due cappelle sfondate, cioè l’una del Santissimo Sacramento, e l’altra di nostra Donna di Trapani, statua in legno, posta sotto un baldacchino, sostenuto da otto colonne; parimenti in legno, copiato su quello che si conserva nel Santuario dell’Annunziata. Nello spazioso presbiterio si osserva il coro in legno, con ventisei stalli pel collegio canonicale. Collocato sull’altare maggiore, e chiuso in bellissima tribuna è il quadro della Trasfigurazione del celebre Andrea Carreca che, al dir del cavalier Di Ferro “volle egli in tal lavoro copiare il divino Raffaello. Carrera pose in moto l’anima sua onde brillare in quest’opera con tutte le risorse del suo talento, e contraffare sensibilmente i tratti di genio dell’immortale pittore di Urbino”. Non nego a questo insigne Trapanese genio ed arte, ma l’istancabile fretta di moltiplicare i suoi quadri, qualche volta non lo fece riuscire siffattamente accurato, come in parecchi dei suoi stupendi lavori. Ne è prova il quadro di S. Andrea, chiamato da Gesù Cristo all’apostolato, sul terzo altare dell’ala destra. La figura del Nazareno, per quanto sia piena di bontà, come disse il Di Ferro, nella sua mal piantata positura, più che imponente, ci pare al quanto minacciosa. Nell’altare del lato opposto, di fronte alla cennata tela, è abbastanza commendevole il quadro di San Paolo, creduto dal Ferro della scuola del Tintoretto. E’ opera di Marcello Provenzano, giusta la segnatavi iscrizione: Marcellus Provenzanus fecit anno Donmi 1616; la quale, essendo al quanto svanita in altre parole che seguono, conteneva forse la patria dell’artista. Frattanto, non vorrei lasciare inosservata la descrizione fattane dal nostro benemerito concittadino: “La testa, dice il Di Ferro, è arieggiata con grazia, ed ha un carattere, che appalesa tutto l’ardore di quell’Apostolo, per l’’adempimento de’suoi difficili doveri. I panni sono naturali, e bene sventolati. Il disegno è corretto, a quell’ignoto pittore (sic) seppe ben mettere a profitto i vaghi colori della sua scuola veneziana quel vaso d’oro, a forma degli scaldini ebrei, è un carattere simbolico di quell’istancabile eroe”. Vi ha ancora da osservare il quadro di Gesù, Maria e Giuseppe, opera di sconosciuto pittore, ma che probabilmente rivela l’esperta mano del nostro Giacomo Lo Verde, discepolo del Novelli, per la purezza del disegno e l’intonatura del colorito. Ricordo eziandio due grandi quadri del pittore Trapanese, Francesco Matera, rappresentanti il martirio di Santa Caterina, vergine d’Alessandria, e il miracolo del vescovo San Donato. A questi si potrebbero aggiungere altri due quadri, l’Arcangelo Raffaele e S. Eligio, figure di spropozionata grandezza, uscite dal pennello del nostro Matteo Mauro, professore di disegno nella già accademia degli studi. E’degno finalmente di speciale mensione S. Giovanni Nepomuceno, quadro di mezzana forma, opera del valente concittadino, cavalier Giuseppe Errante, oltre della via Crucis, rappresentata da quattordici quadri ad oleografia, riprodotti dalle tele di bravi artisti, e chiusi in eleganti cornici dorate. Giacchè siamo a rassegnare le opere d’arte, esistenti nella chiesa di San Pietro, non è da pretarire la statua della vergine Addolorata, con Gesù Cristo morto sulle ginocchia; scultura di Francesco Nolfo. Ne’ punto l’altra del perito Mario Ciotta, raffigurante San Pietro, così descritto dal Di Ferro: “ci presenta dessa (la statua) quell’apostolo seduto ed ornato di tutti i moderni abiti di sua pontificale dignità. Non fece ciò il nostro Mario, perché avesse ignorato l’antica scenografia, e le avesse così peccato contro del costume. Potè egli ben permettersi quella foggia di vestire, come un emblema caratteristico autorizzato dall’uso, e ricevuto da tanti secoli. Per l’interesse poi dell’azione rappresentò egli a Pietro nel momento di una cerimonia; gli diede quell’imponente bontà che conveniva al principe degli Apostoli; ci fece rimarcare l’ardente di lui carattere, per l’adempimento de’ suoi assai difficili doveri; e ce lo annunzia per quell’uomo venerabile, a cui avesse Dio confidato una gran parte di sua potenza”. Incastonati a due pilastri maggiori, che sostengono la cupola, costruita a maniera un po’ tozza, stanno i marmorei cenotafi dell’arciprete Morello e di faccia l’altra del fratello di lui: opere del pregiato scultore Federico Siracusa di Trapani. Nella base del primo leggesi Don O. M. V.I. Don Don Francisco Morello Ex baronibus fratris Joanni Huius Urbis archipresbytero Deo patriae avibus Pietate eruditione zelo Valde Coro Merita parentalia Anno MDCCCIV. Nel cenotafio del secondo notasi l’iscrizione come qui appresso: Don O.M. Don Leonardo Morello Baroni Fratris Joannis Huius urbis secreto a.c. Il collegio de’ canonici presentarsi al bacio del piede, lasciando a fedeli nel dì festivo l’ossequente pratica. Magistro procuratori regio Coniugalis amor Gratus moerens padre Anno MDCCCIV. Inoltre sulle porte della sagrestia e dell’aula canonicale, corniciate in marmo, a modo di cappellette, con in testa il blasone papale, si contengono le seguenti epigrafi. Quella della sagrestia dice: Don O.M. Electionis vasi Doctori Gentium regum filiorum que Israel S.A. MDCCXCIII. E l’altra dell’aula comprende queste parole: Don O.M. Coelique Ioanitori Beatissimo S.A. MDCXL. Richiamo ancora una volta l’attenzione del lettore sul grandioso organo (1836- 47) esistente in questa chiesa: opera del perito costruttore, Francesco la Grassa. Contiene settantadue registri, con sette tastiere, delle quali tre nel centro e due per ogni vano; atte a prestarsi per tre maestri di musica, tirando ciascuno alla sua parte i registri, secondo il bisogno, per mezzo di un abile congegno. La canna del centro è di venti palmi siciliani, pari a metri 5 e centimetri 16. E’ assai fornito di vari strumenti musicali a fiato e a corda, con rara imitazione, oltre la grancassa e i tamburi. Il prospetto dell’organo è poi elegantemente disegnato e costruito. Al di sopra è un’aquila che stringe colle unghie due trombe, e sul frontone ed a’ lati pendono diversi altri strumenti, intagliati in legno, con festoni e splendita doratura. Per la costruzione di esso furono spese considerevoli somme, parte erogate dalla chiesa, e parte a contribuzione, oltre quattrocento onze lasciate dall’arciprete Tortorici, ed onze cento dal beneficio concittadino, monsignor Luigi Scalabrini, vescovo di Mazara, a cui per gratitudine venne levato il ritratto nell’aula de’ canonici. Da ultimo a compimento di questo capitolo, è d’uopo che io faccia menzione della libreria Giacaloniana, situata in una sala superiore poco discosta dall’archivio. Questa benemerita istituzione, che serviva pel clero studioso, richiama a fondatore il canonico Mario Giacalone, che dotavola altresì di un annuo assegnamento per rimunerazione al bibliotecario, fornendola di scelte opere ecclesiastiche, non che di qualche pregevole autografo. CAPO IV Biografie degli arcipreti di S. Pietro Consultare le cronache cittadine, richiamando alla memoria de’ superstiti nomi ed azioni, rimaste tuttavia nell’oblio, mi pare nobilissimo ufficio di uno scrittore, cui vanno sommamente a grado le cose patrie, che reclamano il diritto di perpetuarsi nella storia, ovvero nella biografia. Guidato da questo principio mi sono accinto a scrivere sommariamente le vite degli arcipreti della parrocchiale chiesa di San Pietro in Trapani, raccogliendo quelle brevi notizie che ci forniscono e manoscritti e libri. Avvertosi però che in questa serie cronologica si difetta del numero totale degli arcipreti; poiché nei documenti da me consultati si osservano delle lacune, ove rimangono soppressi e nomi e tempi. Si badi inoltre di tenere a mente che io prendo le mosse dal periodo normanno e dal primo arciprete eletto dallo stesso conte Ruggero, fondatore della nostra chiesa. I GUALTERIO Il primo nome che declinasi dalle nostre cronache è appunto l’abate Gualterio. Ignorasi la patria di lui. Investito dalla dignità d’arciprete, si ebbe da Ruggero, come ripetute volte si è detto altrove, la giurisdizione sul clero di Monte San Giuliano. I suoi meriti gli acquistarono splendida fama e onori. Nel 1080 fu eletto ciantro della cattedrale di Palermo; e scorsi nove anni in quella carriera, fu presentato nel 1089 dal pio Normanno alla Sede apostolica colla nomina di vescovo di Malta. Sedeva allora Urbano II che, sansionata l’elezione, consacravalo pastore di quella chiesa, evangelizzata dall’apostolo San Paolo. Posto a reggere la piccola diocesi, monsignor Gualtero non mise tempo in mezzo per guadagnarsi lo spirito divoto de’ buoni maltesi, infervorandolo sempre più coll’esempio dei suoi virtuosi costumi e coll’eloquente parola della sua predicazione. Non erano passati che sei anni dal suo possesso, e l’ottimo prelato se ne moriva, lasciando memoria di sé, e l’onore della cattedra al vescovo Biraldo, siccome costa dal privilegio dato da Ruggero nell’anno 1095. II ROBERTO DE URBE Pochissime notizie rimangono di questo secondo arciprete. Se vogliamo attenerci alle parole del Fogallo. Roberto de Urbe fiorì al secolo XI, e venne decorato della laurea dottorale d’ambe le leggi. Il conte Ruggero se l’ebbe assai caro e lo nominò suo cappellano. Versato nella scienza del dritto, Roberto si provò a coadiuvarlo negli affari importantissimi dello Stato; sicchè nell’anno 1093, grato il religioso Normanno ai servizi da lui prestati, lo scelse a Gran Cancelliere del Regno. Ci è ignorata la patria di questo arciprete, che perdurò non pochi anni alla reggenza della sua parrocchia. III GIOVANNI CARISSIMA Alla fine del secolo XI l’antica e nobile famiglia Carissima diete i natali al nostro Giovanni, che divisando di vestire l’abito ecclesiastico, si rese prete. Non ci è noto quando egli fosse venuto in Trapani; giacchè ritrovo che questo illustre casato, originario di Bologna, si stabilì nella nostra città circa il 1248, con Pascotto Storletti. Il quale continuò a chiamarsi col cognome acquistato da un suo avo, il cavalier Gesualdo, che muovendo alla liberazione di Terrasanta, vestì la Croce col motto: Carissima. Però da un altro catalogo degli arcipreti ricavasi – trascrivo le medesime parole che “Giovanni Carissima fu dottore, e nel 1132 vescovo in partibus”. IV BALDOVINO FERRO Dall’illustre patrizia famiglia Ferro, originaria di Fiandra, nacque Baldovino che, giusta il citato Catalogo, fioriva nel secolo XII. Vissuta fra gli onori della corte di Carlo il Calvo, questa famiglia noverò una lunga serie di personaggi, celebri nelle armi, nelle scienze e nelle dignità chiesastiche. Stefano e Giovanni di Ferro seguirono il conte Ruggero, loro parente, nella spedizione di Sicilia. Il primo di questi fratelli fu poi uomo di chiesa, e nel 1093 occupò la cattedra vescovile di Mazara per elezione dello stesso Ruggero. Giovanni si fermò in Marsala, dal quale nacquero Stefano, Silurnio, e Berardo quest’ultimo si trasferì in Trapani sotto il regno di Alfonso d’Aragona, lasciando ventisei Berardi, il cui titolo venne ad estinguersi col cavalier Giuseppe Di Ferro, letterato e storico di bella fama. Credesi probabilmente che il nostro Baldovino discendesse da Marsala. Il Catalogo ci riferisce che egli fu regio abate, e poi arciprete dell’unica parrocchia della nostra città. Si afferma inoltre che Baldovino venisse designato alla sede vescovile di Siracusa, a cui non pervenne per cagione della sua morte: se è vero che questo Baldovino fosse il LV vescovo di Siracusa, mensionato dal Pirri sulla fede dello Schobar. V RICCARDO CAVARRETTA Senza alcuna data trovo al numero cinque del catalogo il nome di Riccardo Cavarretta, investito dalla carica di Arciprete. VI NICASIO BURGIO Esordisco questi cenni biografici col titolo di un libro moderno: Eccomi un po’ di luce. Nel corso di 162 anni dalla nuova fondazione della chiesa di San Pietro, per quante fatiche abbia potuto durare; non sono riuscito che a cavar fuori lo scarso numero di cinque dalla serie cronologica degli arcipreti. Nicasio Burgio non è certamente il sesto: nel catalogo v’ha senza dubbio qualche laguna. Però nella nostra serie è d’uopo assegnargli il numero d’ordine progressivo. Questi nacque in Caltagirone, e fu secondogenito del conte palatino, Guglielmo II, e della nobile Pintea, sua prima moglie. L’illustre scrittore della Discendenza di Achmet così parla di questo dignitario: “Nicasio II di cui si fa mensione nel privilegio del 1239, creato arciprete di Trapani dell’arcipretale chiesa di essa città sotto titolo del Principe degli apostoli S. Pietro, vi fondò, si crede, nel 1305 come vuole il Venuti la cappella fregiata già col gentilizio Stemma di sua Famiglia, e dell’annuo mantenimento dotata in onore di San Nicasio Martire, a cui per Sanguinità era egli strettamente congiunto”. Inoltre si fa memoria di questo arciprete in un documento del 1347, in cui si riferisce il testamento di Guglielmo III Burgio, colpito di contagio, nel suo medesimo giardino. VII BENIGNO BALLO Priacchè Sancio Ballo fosse venuto in Trapani nel 1378 ai tempi della regina Maria,il nostro catalogo viene a parlare di Benigno Ballo, che coprì l’onorevole carica di arciprete. Fu dottore in dignità, filosofia e diritto, ed uscì di vita nell’anno 1359. Ebbe sepoltura nella propria chiesa. VIII ANTONIO RAVIDA’ E’ assai probabile che Antonio Ravidà sia nato in Salemi, ove fioriva la sua nobile famiglia; giacchè ricavo che questa si trasferì nella nostra città ai tempi del re Martino cioè nel 1392, nel medesimo anno in cui il nostro preclaro arciprete chiudeva i suoi giorni. Insignito della laurea dottoriale, Antonio illustrò colla sua dottrina e colla castigatezza de’suoi costumi il chiarissimo casato e la sua parrocchia. Fu consaguineo al beato Luigi Ravidà, dell’ordine carmelitano, nato in Trapani sul finire del secolo XIV, e morto in Randazzo circa l’anno 1444, colpito in fronte da un dardo, per tutelare l’osservanza del proprio convento. IX GIOVANNI PISANO Essendo sullo scorcio il secolo XIV, Giovanni Pisano veniva alla luce in Trapani. Nobile e ricco non trascurò di coltivare la mente e il cuore; e bramoso di vivere allo studio e alla virtù, scelse lo stato ecclesiastico. Fu laureato in teologia e in legge, e divenne grandemente accetto a monsignor Giovanni rosa, che gli conferì il canonicato nella sua cattedra di Mazara, e lo elevò a vicario della diocesi. Giovanni Ventimiglia, arcivescovo di Morreale, sel tenne caro, ed imitando l’esempio del vescovo di Mazara, lo scelse parimenti al vicariato della sua metropolitana. Alfonso il Magnanimo l’onorò coll’investitura della Legazia apostolica per la Monarchia di Sicilia. Questo arciprete concesse agli Ebrei di Trapani, parte degli orti di sua giurisdizione, contigui ad una piccola chiesa, detta San Paolo, fuori le mura di scirocco della città, precisamente ove un tempo sorse il convento e la chiesa di S. Maria di Gesù, oggi ridotto e chiamato quartier vecchio. Una siffatta concessione riguardava quella parte dell’orto verso Tramontana, per istabilirvi gli Ebrei la loro sepoltura, come rilevasi dalle minute di notaro Giovanni Nuris sotto il giorno 13 luglio, 12° indizione del 1418. E che poi lo stesso Pisano facea ad essi una seconda concessione di altre terre da servire al medesimo uso, come provano gli atti di Nuris il 17 novembre 1° indizione dell’anno 1422. Giovanni Pisano avvegnachè fosse investito di parecchie cariche, resse con zelo la sua parrocchia, e terminò di vivere il 17 ottobre del 1434. Fra la serie degli arcipreti di San Pietro va egli segnato al numero vigesimo primo nel catalogo di cui più volte si è fatta parola. X GIOVANNI MILLUSO Napoli fu la patria di Giovanni Milluso, o Milluxio, che erudito nelle scienze sacre, venne innalzato ad onorevoli cariche dal re Alfonso, da cui fu creato abate e suo cappellano. Trovavasi ascritto al collegio dei canonici nella Cattedrale di Palermo, quando fu promosso all’arcipretura di San Pietro in Trapani. Nelle bolle di sua elezione si mensiona di essergli stata conferita la prefettura di Castellammare del Golfo, di antica giurisdizione dei nostri arcipreti. Il celibre monaco Bessarione, costantinopolitano, di cui scrive Lorenzo Nalla: Bessarion inter Graccos Graecissimus, inter Latinos Latinissimus, tenne in prima la cattedra arcivescovile di Nicea, e fu al concilio di Firenze, sedente Eugenio IV. Nel 1449, passato a reggere la chiesa di Mazara, chiamò Giovanni Millusio all’arcidiaconato della sua cattedrale nell’anno 1457. XI ENRICO BALLO La cronaca cittadina ci riferisce che il trapanese Enrico Ballo, di patrizio casato, fu dottore in dritto. Assunto alla dignità di arciprete, si dedicò indefessamente alla cura delle anime, procacciandosi l’affetto dei suoi parrocchiani. Tenne la carica per soli cinque anni, e finì la vita nel 1462. XII NICOLO’ COSENTINO Sin da’ tempi a noi lontani non vennero meno anche in Trapani le controversie araldiche tra cospicue famiglie, che si contendevano i gradi di nobiltà. Succedevansi con tanto scalpore fino a trovare dalla penna del dotto di Giovanni, quanto appresso: “I Trapanesi tengono in conto il pregio della nobiltà in una maniera così rigida che maggiore non si potrebbe mai pensare”. Difatti nel 1349 la famiglia Cosentino non punto riconosciuta nella sua pretesa nobiltà, faceva valere i suoi diritti feudali. Prolungavasene la contesa infino all’anno 1485, ed ancora successivamente. Discese da questo patrizio casato l’arciprete Nicolò, il quale prese laurea in teologia e filosofia. Di lui ci restano brevi notizie. Solamente ricavasi da un vecchio documento, che cacciati gli Ebrei dalla Sicilia nel 1492, per sovrana disposizione di Ferdinando il Cattolico ed Isabella di Spagna, l’Università de’ Giudei di Trapani restituiva al nostro arciprete, per il canone di tarì 27, le terre a loro vendute dal suo predecessore. Inoltre ci dice il documento che il vicerè di Sicilia Ferdinando d’Acugna, nel 1495 emanò le sue disposizioni per fortificarsi la nostra città, e i Giurati chiesero all’arciprete Cosentino parte delle terre di sua spettanza; ove fu fabricato il forte detto impossibile. Cessò di vivere l’anno 1496. XIII ANTONIO SANCHEZ Antonio Sances o Sanchez sortiva i natali in Messina, ed era in grande stima alla corte di Ferdinando il Cattolico, il quale proponevalo a papa AlesSandro VI per l’arcipretura di San Pietro in Trapani. Le sue bolle emanate in Roma l’anno 1501, fanno menzione non solo della sua giurisdizione sul clero della nostra città; ma bensì su quello di Monte San Giuliano. Occupò la dignitosa arcipretura per pochi mesi, essendo stato eletto all’arcidiaconato nella cattedrale della sua patria, ove chiuse i giorni a’ primi di gennaro del 1502. XIV GIOVANNI TROPIANO Nacque in Trapani dal nobile Giovanni Tropiano o Truppiano, che sostenne la carica di senatore in questa sua patria negli anni 1506 e 1507 vestito chierico e promosso al sacerdozio, il nostro Giovanni fu maestro in divinità ed eloquente oratore. Predicò in parecchie città d’Italia; e mentre nella quaresima del 1502 Roma faceva plauso alla dotta parola del nostro benemerito concittadino, gli venne partecipata la elezione all’arcipretura. Diresse allora a suo padre la procura per il possesso, stipolata all’ufficio di notaro Ugonotto Carini di Roma, il 12 marzo 5° indizione del sudetto anno. Nella sua amministrazione si recava che Giovanni Tropiano, in compenso della cessione di parte degli orti, vicini alla piccola chiesa di San Paolo, poi fatta atterrare dal vicerè, duca d’Alba muovea domanda ai Giurati di aversi delle pietre, onde porre i limiti alle terre che gli rimanevano, giusta il documento altrove citato. Si rileva ancora dagli atti di notaro Andrea Martino, in data del 12 maggio, 9° indizione del 1521 che questo arciprete rinunziando in favore di Benedetto Gentili, faceva altresì mensione del beneficio delle terre di San Giacomo della Xitta, spettante all’arcipretura di Trapani. Di ciò si fa tuttavia parola nell’atto di divisione dei nobili Sigerio, rogato alle minute di notaro Vincenzo Falco, il 10 ottobre, 13° indizione dell’anno 1704, n.50. Il Tropiano fu strenuo difensore degli antichi diritti della sua chiesa; e nel 1504, sorte delle contese fra le tre parrocchie intorno al posto delle croci nelle processioni, seppe guarentirne le ragioni. Se ne moriva nel medesimo anno della sua rinunzia, avendo gli onori della sepoltura nella propria sua chiesa. XV BERNARDO VILLAMARINO Alla morte di Giovanni Tropiano insorgono dei pretendenti per occupare la dignità di arciprete. Fra gli altri si trovano segnati i seguenti nomi: Tommaso de Generis, il quale ne prende possesso, come per atto in notaio Giacomo Lombardo del 16 marzo dell’anno 1520. Michele Coralta, delegato pel possesso Vito Daidone, assume la reggenza della parrocchia, in favore della quale l’anno 1510 avea stipolato atto per fabricare a proprie spese in fondo dell’abside della chiesa la custodia, detta comunemente Cona, ora non più esistente. Giovanni Sanchez alla sua volta riesce un terzo pretenzore, siccome provasi dagli atti di notaro Giuliano Summa, in data del 16 maggio del citato anno. Finalmente Bernardo Villamarino di Napoli, fatte valere le sue pretese presso la corte vescovile di Mazara, ne ottenne il possesso dal vicario foraneo, giusta l’atto del testè cennato notaro. Intanto il Villamarino coprì quella carica, piuttosto per protezione di monsignor Giovanni, vescovo diocesano, e del Grande Almirante del regno Giovanni Villamarino, suoi zii paterni, che per le ragioni addotta di averne sostenuto l’economato. Però il Gentili, reso forte della rinunzia del Tropiano in suo favore, ebbe ricorso alla Santa Sede, la quale definiva di riconoscere in lui il legittimo successore dell’estinto arciprete, obligando il Villamarino a rinunziarne la cura. XVI BENEDETTO GENTILI Genova diede origine a Benedetto detto Gentili, discendente da illustro patriziato, che nel 1444 vantava una serie di cavalieri, commendatori, gran croci, ed ammiragli dell’ordine Gerosolimitano. Abbracciata la vita ecclesiastica, si dedicò indefessamente allo studio delle scienze. Venuto in bella fama, si acquistò il grado di dottore, e fu eletto parimenti prelato domestico di sua Santità. Un nostro cronista annova fra’ dotti scrittori Benedetto Gentili, per una sua opera sul Primato della Sede apostolica forse rimasta inedita. Fu canonico della cattedrale di Palermo, ed investito della dignità arcipretale, si ebbe il beneficio di San Lorenzo la Xitta per se e per i suoi successori, come costa dalle bolle pontificie date in Roma, il 3 giugno, 9° indizione del 1521, esecutoriate in regno addì 5 luglio del medesimo anno; e dall’atto publico del suo possesso, rogato nell’ufficio del notaro Giacomo Gianferza, il 28 luglio dell’anno istesso. Nel tempo della sua regenza, e precisamente al 1522, insorse contesa fra la parrocchia di San Pietro e San Lorenzo sul conto di una donna inferma, la quale sebbene domiciliata nel quartiere di San Lorenzo, pure era solita ricevere l’amministrazione de’ sacramenti nella chiesa di San Pietro. Prodotti de’ testimoni, nella corte foranea, s’iniziò la causa, di cui ignorasi la definitiva risoluzione. Benedetto Gentili nell’anno 1525 fu promosso all’arcidiaconato della Cattedrale di Palermo, lasciando di se un nome imperituro. XVII GASPARE CORALTA Di questo arciprete ci dice la cronica cittadina ch’era semplice chierico, quando fu investito della carica. Dotato d’ingegno e di scientifica coltura, fece parte della lunga schiera de’ dottori, dei quali non pativasi difetto presso il clero di quei tempi. Nel 1525 venne ascritto nel numero de’ Giurati della città; e nel 1535 abbandonatosi al fasto della sua famiglia, de’conti si Santa Colomba, rassegnò l’arcipretura,ritornando alla vita secolare. XVII GIOVANNI LANDA Si danno vari cognomi a questo arciprete, chiamato ora Chiambra ed ora Olanda o Landa. Successo alla primaria dignità ecclesiastica per rinuncia del Coralta, ne prese possesso, giusta l’atto in notar Baldo Daidone, il di 24 febbraio, 8° indizione del 1536, in rigore delle bolle papali date in Roma il 6 ottobre 8° indizione dell’anno 1535. Di animo affatto mite il Landa soggiacque, suo malgrado, alle disposizioni di monsignor Giovanni Omodei, vescovo di Mazara; il quale venuto in Trapani a 4 maggio del 1540, crede di riparare alle continue discordie del clero, stabilendo la reggenza della madricità a turno fra le tre parrocchie questo strano provvedimento non potea guarentire la pace, anzi fu un nuovo fomite di contese che divise irreparabilmente il clero. A 21 gennaio 1541 questo arciprete, per atto in notaro Giacomo Lombardo; concedeva a Nicolò Provenzano, barone Cuddia, la piccola chiesa di San Paolo, in grazia di un beneficio, fondato da lui l’11 giugno dello stesso anno, come alle minute dell’anzidetto notaro. Eseguita intanto le Sanzioni del Tridentino intorno ai benefici (sess.XXIV, capadre17), Giovanni Landa fu dimandato da monsignor Giacomo Lomellino di rinunziare una delle due arcipreture, cioè o quella di Trapani ovvero l’altra del Monte San Giuliano, goduti sin da’tempi normanni dai suoi predecessori. Si determino allora di ritenersi quella della sua patria, lasciando la cura della seconda al nobile trapanese, Cesare de Scrineis, ossia Scrigno, eletto in vigore delle bolle, date in Salemi dal predetto diocesano, in corso di sacra visita. Ciò rilevasi dagli atti di notaro Vincenzo Zizzo, il 25 settembre del 1565. Ne’ tempi del suo regime si fece eziandio dal vescovo di Mazara, Antonio Lombardo, la divisione delle nostre tre parrocchie. Come del pari venne assegnata alla chiesa di San Pietro la processione del Corpus Domini: Fu presente al Sinodo diocesano tenuto in Mazara al 1575 dallo stesso monsignor Lombardo, ove nell’elenco degl’intervenuti, leggesi: Don Ioannes Olanda Archipresbyter civitatis Drepani. E poi nel 1584, sotto monsignor Bernardo Bosco, si fece rappresentare nel nuovo Sinodo dal suo cappellano curato, Don Vito la Ficara, come ricavasi dalle parole seguenti: Don Vitus Laficara, procurator reverendi Don Joannis Olanda Archipresbyter (sic) civitatis Drepani. A proposito de’ cappellani curati in San Pietro mi si permetta questa lunga nota. Il ciantro Paolo Maria Pero, nella sua Biografia di monsignor Marolda a pag. 100 e segg., volendo distruggere il titolo di arciprete, cita in suo favore diversi atti, in cui sono chiamati i cappellani curati di San Pietro a rappresentare altresì la cura nella parte civile. Onde il ciantro deduca che San Pietro non ebbe mai arcipreti. Quindi acreo come egli dice, questo vano titolo. I nomi che in quegli atti si declinano sono: Giovanni Landa e Vito La Ficara, Antonio Caradonna e lo stesso La Ficara, Giacomo de Martino e Vito Salerno. Ma qui riflettano un po’ i miei lettori che: Giovanni Olanda negli atti del Sinodo vien detto: Archipresbyter civitatis Drepani. Or come in un contratto od apoca è così di facile contentatura sino a farsi chiamare cappellano curato, egli che avea difeso il suo titolo nel 1557, e che lo porta dignitosamente in faccia. Sebbene il nostro arciprete fosse abbastanza paciero non seppe tuttavia resistere alla violazione de’ suoi antichi diritti, pretesi dalle altre due parrocchie, che per titolo della madricità a giro, volevano arrogarsi le intonazioni nelle processioni fuori le mura della città; le quali aveano luogo in due sabati di quaresima. Il 4 marzo del 1574 il Landa diresse il suo appello alla corte foranea, la quale (salta un rigo)ad un Sinodo? Lo stesso è del Caradonna e del di Martino, come si vedrà ne’ loro cenni biografici. Eppure il nostro Ciantro, facilissimo nelle citazioni a suo modo, sognò di sciogliere il bandolo di Arianna, senza aver voluto far capolino a’ Sinodi di Mazara. Sappia inoltre monsignor Ciantro che Vito Laficara e Vito Salerno erano semplici cappellani curati e non mai dignitari e capi. Di fatti La Ficara trovasi firmato nel sinodo mazarese nel modo che qui: Don Vitus la Ficara Cappellanus Ecclesiae Parrocchialis S. Petri Civitatis Drepani (pag. 183). Da ultimo la rappresentanza civile de’ Cappellani curati in San Pietro, mi conviene a pieno della somma importanza, in cui era tenuto l’arciprete, il quale nell’amministrazione sia spirituale che civile si avea ne’ cappellani i suoi delegati e i suoi procuratori decise di non punto pregiudicare l’inveterato diritto della prima chiesa di Trapani, siccome costa posteriormente dagli atti non mica interrotti de’ successori di lui. Tenne il medesimo zelo, quando nel 1557 gli si volea contendere il titolo di arciprete. Nell’anzidetto anno 1574 s’insinuò la peste nella nostra città, mietendo innumerevoli vittime. La carità di Giovanni Landa fu operosissima. Si diete a conforto degli appestati, somministrando loro i sacramenti, soccorrendo con ogni mezzo le desolate famiglie. La sua parola divenne commoventissima, quando nella chiesa di San Giacomo de’ Lucchesi, trasportato dal Santuario il simulacro di Nostra Donna sermoncinò al popolo. Dopo cinquantatre anni di assidua cura verso la sua parrocchia, questo affabile e zelante arciprete se ne moriva il 30 novembre del 1589. XIX ANTONIO CARADONNA Fu il trigesimoprimo arciprete della parrocchiale chiesa di San Pietro. Nacque in Trapani verso la metà del secolo XVI. Si rese prete, coltivò le scienze e meritatamente venne ascritto nel novero de’dottori: Nel tempo della sua cura il barone Moxharta fondò il beneficio de Jure patronatus di tutti i Santi, colla dote di alcuni censi e case, giusta l’atto in notaro Melchiorre Castiglione nell’anno 1613. Il Caradonna, largo di sue dovizie, erogò una buona parte del suo patrimonio a favore de’ poveri e a beneficio della propria chiesa. Oltre allo stemma della sua famiglia, nell’architrave di una delle porte laterali del nostro vasto tempio, si legge: Don Antonius Caradonna Archipresbyter MDCVI. Il blasone fatto collocare sulla porta e l’iscrizione ci riferiscono un titolo di gratitudine verso questo insigne arciprete che cessò di vita il 16 marzo dell’anno 1614. XIX GIACOMO DE MARTINO Trapani fu la culla di questo arciprete, laureato in teologia e canonica: già commissario del Tribunale dell’Inquisizione e vicario foraneo di monsignor Marco La Cava, vescovo diocesano. Fra gli atti della sua reggenza rilevasi che, morta in odore di Santità la venerabile suora Innocenza Rizzo e Grimaldi, venne egli delegato dal vicario capitolare generale di Mazara, Francesco d’Eliae Rubeis, per lettera in data del 16 giugno 1627, ad estendere il processo della serva di Dio, scegliendo gravi e severi teologi. I quali furono; il padre maestro Giuseppe Napoli de’minori conventuali; il padre maestro Pietro Cannizzaro, domenicano; il padre Girolamo del terz’ordine di San Francesco e il padre Giuseppe Lanzetta, preposito dell’oratorio di San Filippo Neri. Questo processo, per ordine del di Martino, ebbe principio il 3 agosto del citato anno, e terminò il 15 aprile del 1628. Parlando di suora Innocenza Rizzo, mi perdonino i lettori se, distratta la loro attenzione dall’arciprete in parola, la raccolgano per poco su di un’ultima notizia, riguardante la nobile verginella. Nel 1867 chiusa al culto la chiesa di Sant’Anna in Trapani, fu ridotta ad officina di lavoro. Alcuni de’ fabro ferrai, sfondato per avventura il muro alla parte dell’epistola dell’altare della Concezione, trovarono la cassa mortuaria ove si conservava il corpo della veneranda suora. Non sapendo che fare, senza romperne i suggelli, la gittarono in una delle sepolture. Sparsa di ciò la voce, monsignor Vincenzo Ciccolo Rinaldi, vescovo della diocesi, per la ricognizione del corpo delegava il suo vicario generale, canonico Giuseppe Ancona, il ciantro Alberto La Via e il cerimoniere beneficiale Vincenzo Naso. Presente un popolo, il 17 maggio del 1874, aperti i suggelli, si osservò la venerabile, coperta da un bianchissimo lenzuolo, come se fosse di fresco uscito dal bucato, e sul capo tenea il suo velo monacale. N’era tutto intero il corpo; soltanto vedeasi slogata la spalla destra dall’urto cagionato nel precipitar la cassa entro la fossa. Vestiva ancora la carne secca, e la pelle un po’ abbronzata, presentando nei chiusi occhi la placidezza del sommo de’ giusti. La Santità ne avea conservato gli avanzi. Era cosparsa di fiori che si rilevarono come appassiti da pochi giorni: Risuggellata la cassa, provvisoriamente fu rimessa nel primitivo luogo; indi venne trasportata nella Cattedrale. E ora all’arciprete De Martino, il quale fu commendevole altresì per lo zelo dimostrato nel procacciare la salute delle anime. Si tenne sempre pronto a’ bisogni richiesti dal suo onorevole ministero, per cui riuscì carissimo al patriziato ed alla plebe, al clero e alle civili autorità che ne appresero i consigli e ne eseguirono gli ammonimenti. Spese 26 anni nell’arcipretura e morì il giorno 28 febbraio del 164, lasciando un patrimonio di virtù e di affetti, che gli sopravvissero lunga pezza, oltre la tomba, nella memoria de’ suoi filiali parrocchiani. XXI FABRIZIO NOBILI Fra la serie degli arcipreti di Trapani si annovera Fabrizio Nobili, d’illustre casato. Sortiva una educazione religiosa, ed il suo carattere si formò ai sentimenti di una vita, fatta pel chiostro. Indossò l’abito del chierico, e percorsi gli studi, fu promosso al sacerdozio. Indi prese laurea in teologia, filosofia e dritto, e si ebbe nome di dotto. Coperta la carica arcipretale nel 1641, venne parimente eletto vicario generale per la diocesi dall’Eccellentissimo Cardinale Domenico Spinola, vescovo di Mazara. Nel medesimo anno intervenne al Sinodo diocesano, togliendo a suo compagno Stefano Aucino, cappellano curato nella sua parrocchia. In quel consenso autorevole il Nobili è distinto per ben tre volte col titolo: Archipresbyter Drepani, a differenza dei cappellani di San Lorenzo e San Nicolò che son detti semplici curati. La distinzione del titolo, legato al nome di Trapani, ci è prova assai chiara della sua primazia sul clero, tuttavolta riconosciuta in quei tempi. Ne si adontarono di ciò i nostri curati; giacchè ne registri battesimali di San Nicolò, sotto il 22 gennaio dello stesso anno 1641, si legge: Fabritius de Nobili archipresbyter huius civitatis etc. sebbene fuggisse agli onori, il Nobili fu elevato a protonotaro apostolico della Santa sede. Però amando piuttosto il ritiro e la pace di una vita privata, stabilì di rendersi gesuita, rinunziando dopo una breve reggenza, la carica dell' arcipretura. Sotto l’onorando sajo del Lojola, il nostro Fabrizio non avea dimendicato il suo affetto alla chiesa di San Pietro. Desideravane accresciuto lo splendore e la magnificenza del culto quindi legava onze 78 annue per istituirvi le ore canoniche; e vagheggiando del pari nella sua mente di vederla eretta alla preminenza di collegiata, determinavasi di rilevare, parte delle somme legate, per beneficio assegnato a due canonici ed al tesoriero, ch’è la terza dignità del Capitolo. Queste sue disposizioni si leggono alle minute di notaro Bartolomeo Corso, il 15 maggio 2° Indizione dell’anno 1650. Nell’istituto di S. Ignazio il Nobili fu modello di virtù ai suoi compagni, che fatti ammiratori di lui, ne commendavano soprattutto lo spirito di abnegazione. Una vita laboriosa di ventinove anni, sottomessa di continuo alle varie disposizioni de’ suoi rettori, dove chiudesi repentinamente il 26 aprile del 1670 nella sua casa religiosa di Trapani. XXII FRANCESCO OMODEI La famiglia Amidei, siccome è noto, fioriva in Firenze nell’anno 1220. Per la funzione de’ Buondelmonti fu costretta ad emigrare, prima in Milano, regnando Federico II, indi in Messina e successivamente si diramò in Randazzo e in Trapani. Giovanni, figlio di Raimondo, ottenuta la castellania della nostra città da re Manfredi, sposò la nobile Isabella de’ Milite. Da costoro seguì la patrizia discendenza degli Amidei in Trapani, che da un certo Lando venne cambiata in Omodei, per cancellare le triste memorie delle antiche fazioni. Da Giovan-Vito e Caterina nacque il nostro Francesco, il 18 febbraio del 1579. Piegò il suo animo alla vita ecclesiastica e ne vestì le divise. Fu dottore in ambe le facoltà, e poi arciprete in San Pietro. Nel 1647 trovavasi rettore del Monte di pietà; e nel 1648 istituiva il Monte De’ Preti, a beneficio del clero che ufficiava la sua parrocchiale chiesa. Chiuse i giorni a’ 18 febbraio del 1654. XXIII GASPARE CRISCI E BURGIO Da Francesco Burgio ed Isabella Tagliavia, dei baroni di Castelvetrano venne alla luce in Trapani il nostro Gaspare. Seguendo le tradizioni del suo illustre casato, volle ascriversi alla milizia ecclesiastica. Riportò la laurea nel corso degli studi; e fu promosso al protonotariato apostolico ed alla arcipretura. Essendo in guerra Filippo IV di Spagna, re di Sicilia, col giovane Lodovico XIV di Francia, corse notizia ai 28 di ottobre dell’anno 1654 che la flotta francese, comandata dal Duca di Guisa, tenevasi pronta in Favignana per tentare l’occupazione di Trapani. All’uopo si mandarono da’ Ministri del real patrimonio delle munizioni e vettovaglie nella nostra città, con una compagnia di cavalli Borgognoni. L’arciprete Burgio, di spirito bellicoso ed assai zelante per la causa del suo sovrano, raccolse quasi tutto il clero, ed armatolo, si accinse al comando, disponendolo ad assalire le truppe francesi. Ma il duca di Guisa, allontanatosi da’ mari di Sicilia, fu sbattuto dalla tempesta nel porto di Malta, dove gli venne proibita la scesa dal Gran maestro spagnuolo. Filippo IV, venuto a conoscenza della fedeltà del clero di Trapani, mostrò il suo gradimento, ed insignì della commenda di cavaliere di San Giacomo di Spagna l’arciprete Burgio. Nel 1658, per disposizione di lui; il Monte de’ Preti, istituito dal suo predecessore, si ebbe regolarmente i suoi capitoli. Nel 1664 sostenne contro le pretese delle altre due parrocchie una lunga lite intorno alla benedizione delle palme fuori le porte della città. Questo dignitario cessò di vivere il giorno 25 agosto del 1670. XXIV VITO SORBA Brevi notizie ci sono pervenute di questo arciprete. Egli non è certamente quel Vito Sorba, storico e poeta latino, non degli ultimi fra suoi contemporanei; del quale dissero le lodi parecchi scrittori: ma è da credersi che fosse stato nipote del nostro erudito concittadino. Nulla appare di rilievo negli atti della sua amministrazione decennale: solamente si ha nel catalogo, a cui più volte ho fatto ricorso, la data della sua morte, avvenuta il 5 dicembre dell’anno 1680. XXV ANTONIO MENDIETTA Presento a miei lettori il trentesimosettimo arciprete, secondo la serie cronologica, nell’abate e dottore Antonio Mendietta, nato in Trapani circa l’anno 1632. Non mi fermo a rilevare la sua giovinezza, in cui mostrò pronto animo e vivace ingegno che lo rese distinto fra’ più provetti teologi; ma dirò che elevato al governo della sua chiesa, si dispose a contendere le pretese delle due emule parrocchie; rinnovatesi nei suoi giorni con maggiore impeto di parte. Non venne meno in tanta fervenza di passioni la maschia tempra del suo animo, e sicuro del proprio diritto, seppe far valere le sue ragioni presso la corte vescovile di Mazara. Chiamato nel 1698 dal più Santo fra’ vescovi diocesani, monsignor Bartolomeo Castelli per assistere al Sinodo, Mendietta si dimostrò alla presenza di quei venerandi padri strenuo difensore del primato della sua parrocchiale chiesa. Si ebbe a compagni in quel consesso il dottore in divinità Antonio Nolfo, secretario del Sinodo; Giuseppe Tobia, protonotaro apostolico, allora giudice sinodale e poi arciprete, e il beneficiale curato, dottor Vito Daidone, Doctor Parrocho, ac Rector Ecclesiae S. Petri Urb. Drepani questo titolo, non mica pregiudizievole all’arcipretura, riuscì di maggior decoro alla chiesa dell’antica parrocchia, che un tempo si ebbe anche i suoi canonici, consistenti nell’associazione di alcuni preti e chierici, soggetti alla regola monastica, data primieramente nel secolo VIII da San Crodogango, vescovo di Metz. Costoro erano specialmente addetti al servizio delle cattedrali. In questa istituzione, fondata nella chiesa di San Pietro (come ricavasi dalla qui appresso iscrizione lapidaria del citato Tobia) si contiene ancora una prova di più della sua tradizionale cattedralità. Inoltre l’arciprete Mandietta fornì la chiesa di sacri arredi, e si ottenne da Roma un’insigne reliquia dell’apostolo San Pietro. Ne’ suoi ventotto anni di cura si manifestò padre e pastore verso i suoi parrocchiani, ed esempio di zelo a successori per la difesa degli oppugnati diritti. Nell’aula de’ canonici, a titolo di perenne gratitudine, venne collocato pel primo il ritratto di sì benemerito arciprete, sotto del quale leggesi la seguente iscrizione: Reverendus Donnus S. T. Don Don Antonius Mendietta drepanensis drepanitanae urbs archipresbyter XXXVII primus delegatus ordinarius Tribunalis Apostolicae Legatiae et Regiae Monarchiae huius Siciliae regni Abbas S. Angeli diem Suum obiit IV a. psis MDCCVII sepultus in hac eadem archiprethali Ecclesia iura cuius maioritatis in magna episcopali curia mazariensi acriter propugnavit. XXVI GIUSEPPE TOBIA Chi si accinge a scrivere delle biografie per riuscirvi, deve anzitutto prefiggersi lo studio della verità. Assai eccellente è l’ufficio di biografo, ma molto difficile, specialmente nel ritrarre i caratteri degl’individui, de’quali si narra la vita. Ne’ nostri cenni biografici, dettati con parsimonia di notizie per difetto di documenti, abbiamo creduto di non tradire la verità, contenti di quel poco che ci somministrano le cronache cittadine, o qualche altro libro. Nostro scopo è stato principalmente quello di trarre dall’oblio non gli uomini grandi, ma i pastori della parrocchiale chiesa di San Pietro quindi abbiamo rinunziato ad ogni idea di magnificare i nostri arcipreti, attenendoci persino alla modestia della forma e del dettato. Fra costoro è da annoverarsi Giuseppe Tobia. La condizione della sua famiglia, ascritta tra la classe degli operai, non lo defraudò punto de’ mezzi necessari alla cultura dell’intelletto e del cuore. Le sue felici disposizioni, palesate per tempo, gli schiusero la carriera ecclesiastica, e gli procacciarono l’onore della laurea. Indi fu canonico in San Pietro, giusta la cennata istituzione, e poi creato arciprete, venne insignito dell’abazia di S. Angelo, ed eletto giudice della monarchia in Sicilia. Monsignor Bartolomeo Castelli lo scelse ad esaminatore sinodale ed a vicario generale per la diocesi di Mazara. Fu integro nei costumi, zelante nel proprio ministero, benefico co’poveri, dolce nelle maniere, caritatevole con tutti e devotissimo dell’Arcangelo S. Raffaele. Largì in favore della sua chiesa una buona parte del suo patrimonio, per cui gli venne dato il nome di benefattore. Fornito il corso mortale, il dì 15 gennaio dell’anno 1721, il corpo di lui fu deposto nel luogo designato per se e pe’ suoi, siccome costa dall’iscrizione lapidaria che segue: Don Ioseph Tobia V.I.Don Archipresbyter Drepanitanus Cognominis praesagio Clarus Peregrinans in terris, pervenne sentit Raphaelis Arcangeli patrocinium Octies idex Astralae libram acquat Ad Patroni oraculum Humana pertaesus canon.o creatus, vicarius generalis electus Diac. Cesis jura custodit Ad Archangeli directionem Ex beneficiali Drepani Archipresbyteri Coelesti patriae aspirans Astante aute thronu custode Ita sibi ac suis pusuit anno aetatis Suae 66, Archipadretus 9. Donni 1717 obiit Die 15 Jan.1721. XXVII BALDASSARE REGGIO Trapani diede i natali nel 1677 a Baldassare Reggio, discendente dalla nobile prosapia de’ marchesi di Zibellino, o di Gibellina, come scrisse il cavalier Di Ferro. D’ingegno assai fecondo, e ricco di mezzi, fornì la sua carriera letteraria: primeggiò nella scuola, indi sulla cattedra. Conosciuto pel Dottrina e probità, fu grandemente accetto ai vescovi di Mazara; monsignor Castelli e monsignor Caputo. In attestato de’ suoi meriti, venne eletto canonico della cattedrale esaminatore sinodale ed altresì vicario generale per la diocesi. Non guari fu promosso a consultore e qualificatore del S. Uffizio, ad abate di S. Maria di Casteltorto, a visitatore del regio beneficio di S. Angelo e a delegato dell’apostolica Legazia. Sicchè ebbe a dire del Reggio il predetto Monsignore. Nel 1717 mandato in Pantelleria, colla carica di visitatore generale, per comporre le insorte contese tra il clero, vi riuscì con soddisfazione delle parti e delle autorità chiesiastiche, mostrandosi dottamente versato nelle discipline canoniche. Rimpatriatosi; gli venne offerta la reggenza della parrocchia di San Lorenzo, e fu uno de’ suoi rettori curati. Per la morte dell’arciprete Giuseppe Tobia, il Reggio si dispose a meritarsi l’ascenso, e dati gli esami, fu investito dell’arcipretura, sendo in tale dignità il trentesimonono. Investito della nuova carica, Baldassare Reggio attese primieramente con grande amore a provedere la sua chiesa di arredi sacri come ricavasi dalla visita generale fatta nel 1743 da monsignor Giuseppe Stella. Tenutasi dappoi nel 1735 il Sinodo diocesano dal vescovo Alessandro Caputo vi si trasferì insieme al pio Cristoforo Nolfo, dottore in sacra teologia. Nel 1736 per le sue provvide cure e mercè le sue assidue sollecitudini, ottenne da papa Clemente XII la bolla di erezione a collegiata in favore della sua parrocchiale chiesa. Però rinnovatesi nel 1739 le vecchie contese contro i dritti giurisdizionali, spettanti all’arcipretura, il nostro Baldassare mantenne con fermezza l’inviolabilità delle sue prerogative e della sua primazia, come provasi dagli atti in notaro Tusa. Nel tempo delle sue intellettuali occupazioni (pag. 141 ms 218) si diete a scrivere diverse memorie canoniche, e prese anche diletto di postillare una delle copie dell’Istoria di Trapani del Pugnatore che si conserva presso la Biblioteca Fardelliana. Inoltre a carta 240 di questa storia v’ha dello stesso Reggio, scritta nella tarda età, un’aggiunta sommaria d’alcune notizie degli accadimenti del tempo che sono stato a servire questa Arcipretura che fu dell’anno 1721 (MDCCXXI). Da ultimo fe’ erede del suo patrimonio la chiesa, e toccati gli anni 88, finì la vita il 13 giugno del 1765. Di questo insigne arciprete si osserva tuttora il ritratto nell’aula canonicale di San Pietro. XXVIII FRANCESCO MORELLO Dalla famiglia Morello de’ baroni di Fragiovanni sortì i natali Francesco, il 10 novembre 1723. Sin dalla giovinezza tolse a vestire l’abito clericale, e fu indi sacerdote, poi canonico, in seguito decano e da ultimo arciprete. Il cavalier Di Ferro, scrivendo la biografia di lui lo dice raro d’ingegno. Non uso ad esagerare il motivo de’ nostri egregi concittadini, affermo piuttosto che Francesco Morello si ebbe un talento capace di coltura, di attitudine e di prontezza nel fare qualcosa. Però egli va distinto fra suoi predecessori per il costante affetto dimostrato verso la sua parrocchiale collegiata chiesa, eretta dalle fondamenta nel 1768. Per quella dispendiosa fabbrica il Morello profuse non solamente il suo ricco patrimonio, ma bensì quello della sua famiglia. Durò penose fatiche per condurre a fine il vasto tempio, ma non secondato da propizi mezzi, lasciava a suoi successori il compito di perfezionarlo. Non trascurò pertanto la strenua difesa nelle discordie giurisdizionali, che agitavasi tra la sua collegiata e quella di San Lorenzo. I suoi meriti gli acquistarono l’abazia di Santa Maria di Casteltorto, la carica di deputato del beneficio di S. Angelo di Scopello, di consultore e censore della inquisizione di Sicilia ed infine di vicario foraneo del vescovo diocesano. Fu tenuto parimenti in grandissimo onore da sua Sacra Maestà il re di Sardegna e duca di Savoia, che gli affidò alcune delegazioni. Scrisse di storia patria, di canonica e di poesia; lasciando i qui appresso manoscritti, che sventuratamente andarono di fresco perduti cioè: Confronto della chiesa di San Pietro colle altre chiese; Dell’antichità della città di Trapani; Della venuta dell’apostolo San Pietro in Trapani; sull’antico vescovado di Trapani; De primatu Ecclesiae Don Petri Drepani, et de regio patronatu eiusdem; Ragioni che dimostrano di essere la seconda dignità di San Pietro, ossia la decania, di patronato dell’arciprete. Allegazione contro degl’incardenati a’ Castelli reali, che pretendono ordinarsi colla dimissoria del cappellano maggiore senza la facoltà del proprio ordinario, e contro il vescovo di Girgenti che avea un tal permesso accordato. Poesie recitate in varie accademie queste opere del Morello, avvegnache trascurate nella forma e nella lingua offrono tuttavia una ricca collezione di documenti storici ed un buon corredo di scienza canonica. Allo studio delle scienze delle lettere univa ancora un buon gusto per le arti disegni coloriti del giovinetto Errante, spingeva il genio di lui nella carriera della pittura. Accortosi bensì del pregevole quadro del Carreca, rappresentante la vocazione di S. Andrea all’apostolo, lo salvò dalla ruina, essendo tenuto fra le cose vecchie in un monastero. Finalmente il Morello, nella grave età di 78 anni dopo averne governato 35, cessava alla vita il dì 21 agosto dell’anno 1801. Ne’ solenni funerali recitava il suo elogio l’ex provinciale Vito Antonio di S. Rocco, mercedario scalzo. Oltre il marmoreo cenotafio, si conserva di lui il somigliante ritratto nell’aula de’ canonici. XXIX MICHELE TORTORICI Per la serie di parecchi anni le controversie di giurisdizione e di primazia, disputatesi fra le due collegiate, aveano diviso il clero non senza deplorevole scandalo dei parrocchiani. Investito dalla carica di arciprete il dottore Michele Tortorici, nato in Trapani nel 1757, e morto il 2 febbraio del 1828, volle arginare alle turbolenze, e si tenne con ammirevole prudenza nella sua amministrazione. Avea retto primieramente con senno e con zelo da parroco la chiesa di San Nicolò, e la fermezza del suo carattere e la conoscenza del cuore umano gli erano state solerte guida negli affari della parrocchia. La vivacità del suo impegno, e i suoi studi, lo chiamarono a professare filosofia, matematica, e poi fisica nella nostra reale Accademia degli studi. Compreso della necessità della scienza e de’ doveri insieme del suo sacro ministero, il Tortorici non venne meno a’ suoi decorosi uffici. La chiesa e la cattedra gli fruttarono venerazione ed amore. Coprì eziando altre cariche che lo resero benemerito. Fu abate di S. Maria di Castro Arquato, visitatore, vicario foraneo, esaminatore sinodale, e consigliere degli ospizi, colle funzioni di presidente. In mezzo alle sue cure tenne sempre legato il cuore alla sua collegiata; e bramoso di vederne accresciuto il decoro, impetrò dalla Santa Sede il privilegio di vestire la cappa magna. Difatti il 6 agosto del 1803, ne’ solenni vespri di Santo Alberto, il corpo collegiale funzionava in coro colla nuova insegna. Inoltre legò onze 400 (£ 5100) per la costruzione di un novello organo che gli stava cotanto a cuore. A ricordanza di questo dotto arciprete si collocò nell’aula la sua vera immagine, con una ben sentita iscrizione. XXX SALVATORE MAURO La modestia, assai commendevole presso i filosofi, non v’ha dubbio che sia virtù necessaria principalmente a coloro ch’esercitano il magistero dell’autorità. S’essa è di grave importanza in ordine alla classe de’ cittadini, e poi indispensabile agli uomini di chiesa; i quali lasciano liberamente giudicar di sè, perché le loro azioni si connettono a’ vari bisogni della vita popolare. Dotato di cristiana modestia apparve sin da’ giovanili anni Salvatore Mauro, nato in Trapani il giorno 25 novembre del 1770 da Isidoro e Francesca Ranno. Vestì l’abito chiericale, e portò seco lo spirito di mansuetudine e di pietà nell’esercizio de’ suoi doveri. La modestia, compatibile coll’amor della gloria, gli fu tuttavia agevole nel conseguimento de’ gradi dottorali, appena ordinato sacerdote.Divisando di condurre vita operosa, accettò il canonicato nella collegiata di San Lorenzo. Indi, vacata la decania in San Pietro, s’insediò in quel posto che, alla morte del Tortorici, per concorso, gli schiuse la carriera dell’arcipretura. In quella dignitosa carica il Mauro ispiravasi sempre a’ miti sensi della modestia: virtù che rifulse dalla cattedra, quando da professore sostituto di varie facoltà, dettava le sue lezioni nella patria Accademia degli studi; ove esercitò parimenti le funzioni di prefetto. L’istituzione letteraria che in Trapani davasi il nome d’Accademia del Discernimento, tenne a socio il nostro Mauro. Nel periodo della sua vita fu retto nei costumi, irreprensibile nella giustizia, dolce con i suoi parrocchiani, e persino timido e scrupoloso in coscienza. La modestia della sua indole (anco espressa nelle sue fattezze fisiche) è stata ritratta artisticamente dall'esperto pennello del vecchio Giuseppe Mazzarese; leggendosi in quella tela la meritata iscrizione; il giorno e l’anno della sua morte, avvenuta il 24 decembre del 1837. XXXI VITO MAURO Nacque questi in Trapani il 28 aprile del 1800. I suoi genitori furono Matteo e Leonarda D’Alì, i quali seppero educarlo a’ sani principi della religione. Fatti gli studi necessari al ministero del sacerdozio, aspirò a conseguire la laurea, e fu maestro in divinità. Come a suoi predecessori divenne abbate di S. Maria di Castro Arquato, deputato del real beneficio di S. Angelo di Scopello, speciale delegato della regia Monarchia, e per giusta vicario foraneo de’ regii castelli e della diocesi di Mazzara, ed infine visitatore de’monasteri: quanto gli stesse a cuore il lustro e il decoro della collegiale parrocchia, lo dicono le sue azioni, intente a vantaggiare il culto della sua chiesa colla magnificenza delle sacre funzioni colla eleganza de’ doviziosi arredi; da lui acquistati, e coll’armonia dell’organo. Il quale, rifatto a nuovo, presenta, per la sua grandiosità e per la sua variata strumentatura, un capolavoro da contendere con quello di Trento, o coll’altro di Catania e di Palermo. Opera quest’ultimo dello stesso Francesco La Grassa. Nel sostenere poi i dritti della collegiata, rappresentante gli antichi privilegi, si dimostrò energico e risoluto. Qui sarebbe gir per le lunghe, se volessi occuparmi di tutto ciò che gli venne fatto di operare in favore della sua chiesa. Dirò solamente che quando il voto della cittadinanza trapanese, desiderosa della cattedra vescovile, fu appagato nel 1844, l’arciprete Mauro non avea posto tempo in mezzo per esporre i diritti e i privilegi della chiesa di San Pietro, unica erede della sedia episcopale. Se poi la corte di Roma e quella di Napoli non si diedero per intese, onde soddisfare le ragioni, non si addebiti a manco di dritto; ma bensì a tutt’altri motivi che qui non è duopo richiamare in discussione. E sebbene definitivamente elevato a cattedrale la collegiata chiesa di San Lorenzo, pure il Mauro, forte del proprio diritto, per supplica al re Ferdinando II, in data del mese di giugno del 1849, esponeva di applicare alla chiesa di San Pietro lo stesso provvedimento, accordato alla collegiata chiesa di S. Maria Maggiore di Nicosia. La quale, per bolla di Pio IX del 20 luglio 1847 che comincia: Ad Ampliandum, veniva associata in un sol corpo collegiale con quello della cattedrale, senza perdere la propria autonomia. Se questo provvedimento è stato finora una ancora di speranza, pel trionfo della giustizia, non sarà certamente abbandonato da successori del Mauro che, a cagione della sua morte, avvenuta il 6 marzo del 1854, non potè replicare le sue istanze. Fec’egli altresì valere presso il Tribunale di Monarchia il privilegio della palmatoria e del presbitero assistente nelle funzioni arcipretali, che per consuetudine inveterata, consentita sempre da’vescovi diocesani, ne avea legalmente usato. Affranto dalle fatiche e da dispiaceri, questo arciprete scendeva nel sepolcro colla coscienza di aver spesa la vita, ed erogata una buona parte della domestica eredità, per sostenere le ragioni del dritto che gli uomini vollero negargli. Il ritratto di lui si conserva nell’aula de’ canonici. XXXII VITO BUSCAINO Richiamo ormai l’attenzione de’ miei lettori sopra Vito Buscaino, nato il 30 gennaio 1802; morto il 2 giugno 1869. La sua gioventù aprivasi colle attrattive della domestica e della gentilezza. In quel torno vestiva l’abito chiesiastico ed era affidato alle cure di privati insegnanti. Non forte per tempra d’ingegno, ma sagace per discernimento e pronto per attitudine, fece la carriera degli studi. Onesto sacerdote, e sempre grazioso nelle sue maniere, si familiarizzò co’ patrizi del paese che il tennero assai caro. Scelto al posto di secretario privato dall’Intendente di Trapani; il barone di San Gioacchino, cesse, non per fasto od ambizione, ne’ mica per voglia di tenersi lontano dal Santuario, piuttosto per convincere altrui, che il prete è bensì onorevole cittadino, capace di un ufficio. Però non trascurando la sacra oratoria, più volte fu inteso con edificazione e piacere. Occupato parimenti alla direzione delle anime; fu abbastanza istruito in mistica teologica. I suoi meriti, uniti alla squisitezza del suo animo, gli schiusero nuove vie ad ecclesiastici onori; ond’è che il Buscaino divenne canonico della cattedrale di Trapani; indi arciprete di San Pietro, abate di S. Maria di Castro Arquato, deputato del regio beneficio di S. Angelo di Scopello e vicario foraneo dell’illustrissimo e reverendissimo Vincenzo Lello, cappellano maggiore in Sicilia. Fu anche professore di eloquenza, di teologia dogmatica e di dritto canonico in questo seminario vescovile, esaminatore prosinodale, eziandio della diocesi di Mazara, e vicario generale di monsignore Vincenzo Ciccolo Rinaldi. Studiosissimo, Vito Buscaino di rendere pubblici i dritti e i privilegi della sua antica chiesa, e farla una volta finita cogli scritti a stampa che correvano da soli senza alcuna risposta, lasciava inedito un volume, che potrebbe intitolarsi: Sull’antichità e sui privilegi della chiesa di San Pietro in Trapani. In questo lavoro sono da ammirarsi l’esattezze storiche e la serie de’ documenti addotti in sostegno dell’antichità e de’ privilegi della sua chiesa. L’autore si occupa primieramente dell’origine di Trapani, etimologia del suo nome, forma primitiva ed ingrandimento della città nell’epoca del re Giacomo d’Aragona, allegando numerose testimonianze di accurati scrittori. Studiasi inoltre provare che sin da’tempi di Ruggero, da cui venne ristaurata la chiesa, l’arciprete esercitò la giurisdizione sopra le altre di Trapani; ed innanzi ai tempi aragonesi fu il solo amministrare i sacramenti. Indi se ne passa a tener conto della fondazione della chiesa di San Lorenzo (1582), e combatte con pacatezza e con prove le avverse pretenzioni. Poi tocca di tratto in tratto le quistioni de’ privilegi, agitatesi fra le due collegiate, per la erezione a cattedrale della chiesa di San Lorenzo. Per essere giusti diciamo che il nostro Buscaino in questo storico lavoro fe’ capitolare delle opere manoscritte dall’arciprete Francesco Morello, intitolate; l’una: Dell’antichità della città di Trapani; e l’altra: De primatu Ecclesiae Don Petri, et de regio patronatu ejusdem, correggendo in parte i difetti e le lacune del suo predecessore. Vi si osserva una diligente critica ed una naturale chiarezza nella storica espansione e nello stile. Se poi venisse voglia a’ lettori di conoscere lo scopo di questo scritto, direi a faccia fresca che l’arciprete Buscaino, premuroso della sua chiesa, divisava di ottenere per essa lo stesso privilegio di S. Maria maggiore di Nicosia, sperando nella giustizia di monsignor Vincenzo Ciccolo Rinaldi. Il quale compreso della verità, per le esposte ragioni, rimetteva un diligente rapporto alla congregazione de’ vescovi e regolari, onde difinitivamente conciliare le secolari vertenze che non tralasciano di dividere il clero. Le vicende politiche non permisero allora di sollecitare i necessari provvedimenti, Sendo tuttavia a giacere quel prezioso documento fra le carte dell’archivio. A ricordanza di questo insigne arciprete, fecesi ritrarre l’immagine sulla tela, con una iscrizione latina, dettata da parroco di San Nicolò, Carmelo Palmeri. XXXIII LEONARDO CALVINO In una delle opere di Seneca ricordo di leggere le parole come qui: Rendi testimonianza alla verità e non all’amicizia - questa sentenza del filosofo mi tornò a memoria quando mi provai a scrivere questi cenni biografici intorno all’arciprete Calvino, della cui amicizia e pregio onorarmi. E perché non possa destare alcun sospetto, dirò la verità nudamente, come ce la presentano i fatti di lui. Leonardo Calvino nacque in Trapani il dì 11 agosto dell’anno 1841 da Marco e Anna Maria Michela Caruso. I suoi agiati genitori si diedero con premura a secondare la vocazione di lui per lo stato ecclesiastico. Mi passo degli studi giovanili, fatti in questo seminario, e del suo gusto per le lettere, la poesia e il disegno: dirò solo che apprese le discipline filosofiche dal prof. P. Bonaventura Lucido, lettore giubilato tra Riformati di San Francesco, e filosofo di merito; non che le teologiche presso il maestro reggente conventuale, padre Salvatore Palmeri, e la canonica dell’arciprete Vito Buscaino. Ordinato sacerdote, esordì il suo ministero col rianimare la divozione verso la Vergine, istituendo al 1867 il mese mariano nella chiesa del Purgatorio e la prima comunione, cotanto raccomandata da’vescovi, e prescritta dal nostro dotto diocesano, monsignor Francesco Ragusa. Recatosi in Palermo nel 1869, coll’unico suo fratello, studente in medicina e chirurgia nell’università, fu scelto ad educatore e professore straordinario nel collegio di S. Rocco. Però l’anno appresso, volendovi ritornare, non gli fu consentito dal vescovo, perché stimò più necessaria l’opera sua in Trapani, ove da vice cancelliere diede i suoi servigi nella Curia vescovile circa due anni. Nel 1871 venne promosso al rettorato del patrio seminario, ed allora, per l’esigenze de’ tempi, divisò un nuovo impianto di scuole elementari quindi mise fuori in istampa un diligente opuscolo titolato: Regolamento generale del convittoscuola, I buoni fanciulli in Trapani. Questo prezioso lavoretto, distribuito in sette capitoli ed ottanta articoli, è scritto con matura e previdente tattica di ottimo amministratore. Esso presenta nella sua interezza lo svolgimento del programma, che vi si legge in principio, a mo’ di prefazione. Lo scopo del Convitto-scuola, asserisce l’egregio compilatore è di combattere l’ignoranza e il vizio da lui chiamati sennatamente: distruttori energici d’ogni benessere sociale, negazione e tomba d’ogni possibile e ragionevole progresso. E più sotto aggiunge che l’educazione sostituisce alla passione il dovere, la ragione all’istinto, alla forza ed all’arbitrio l’intelligenza e il dritto. Sentita una speciale vocazione per la sacra oratoria, il sacerdote Leonardo Calvino ascese il pulpito, e fu inteso ripetute volte, sempre con piacere ed edificazione. Scelta indi a poco la carriera di quaresimalista, nel 1871 predicò nella Matrice chiesa di Monte San Giuliano, ove riscosse de’ meritati elogi, in componimenti poetici. L’anno dappoi salì il pergamo della nostra cattedrale; e nel 1873 conciono in quella di Mazara. Come sia stata accettata la sua parola non dirò da me, ma piuttosto ne affido l'encomio alla dotta penna dell’arcidiacono Giuseppe Ingianni, che in nome di quel capitolo, così esprimevasi: ”Mazara quest’anno 1873 ebbe nella quaresima un eletto sacerdote pieno di fede, di speranza e di amore, il quale compreso della vocazione del suo Santo ministero, si attivò l’attenzione di tutti gli spiriti e l’amore d’ogni ordine di cittadini, i quali sempre concorsero affollati in numerosa udienza per ascoltare la Santa parola”. Indi più presso toccando di lui, ne descrive la florida giovinezza, e ne accenna la patria colle parole che seguono:”Pieno di robusta gioventù, nella stessa età del divino Redentore, allorchè si degnò tra noi fra la sua predicazione, di anni 31 l’esimio oratore è della illustre città di Trapani, che ha d’onde ben gloriarsi per l’egregie doti del suo nobile figlio Leonardo Calvino, valente predicatore; degno di meritato encomio”. Rassegnando infine i meriti intellettuali e morali del nostro giovane oratore, l’Ingianni ne analizza partitamente i pregi, uscendo in questi detti: “Fornito egli la mente di eletti studi apologetici, e formato il cuore alla divina espansione della carità celeste compie il suo ministero senza ira avventata, senza boria di orgoglio e senza amarezza di zelo indiscreto. Modesto, calmo, instancabile,con voce soave si fa ministro di quella parola, che è più affilata di spada a due tagli, e penetrante nei più occulti meati e discerne i pensieri più reconditi, e le vie del cuore le più ricoperte”. E via di seguito, conchiudendo: “I ragionamenti pur sono stringenti e solidi sia per distruggere l’errore, sia per sciogliere le difficoltà, sia per confermare la verità. Non fa abuso di figure, ne’pompa di stile, ma invece usa un linguaggio preciso, familiare, intelligente ecc“. Restituitosi in patria, nello stesso anno 1873 accettò di buona voglia, col permesso del vescovo, una disputa pubblica con un certo Gaetano Fasulo, che dicevasi ministro evangelico. Come sia terminata quella sfida potrà di leggieri consultarsi lo scritto: Un fatto finito. Nel 1875 fu chiamato a professare canonica nel seminario, con profitto di què pochi alunni che frequentavano la scuola. Vacando l’arcipretura in San Pietro, il Calvino per concorso venne assunto in quella carica, con bolla pontificia in data del 6 maggio 1876; avendone preso possesso il 3 giugno del medesimo anno. Dati indi gli esami della laurea, in Napoli, presso l’Almo Collegio de’ teologi, riportava il diploma di dottore il 12 giugno del 1877, dietro ottenuta facoltà di licenza degli studi teologici e la patente di baccelliere dello stesso Collegio. Il primo atto della sua amministrazione principiò col tutelare il patrimonio della chiesa quindi intese con sollecitudine al riordinamento dello smembrato archivio, collocandolo in un nuovo armadio. Fece acquisto di arredi sacri, e si accinse a solennizzare le annuali festività della sua chiesa con patrio decoro. Istituiva per la prima volta in San Pietro, il Mese mariano e la prima comunione, come si è detto, da lui iniziati in Trapani; e il mese di novembre dedicato a suffragio delle anime purganti. Animato da sentimenti religiosi e patriottici, l’arciprete Calvino, conoscitore de’ tempi si accinse alle pratiche, onde promuovere l’istruzione elementare tra figlioli poveri de’ suoi parrocchiani. Divisava perciò l’impianto di un Asilo-scuola, sopperendo in parte colle rendite della chiesa. Se non è tuttavia riuscito all’uopo, non ne ha smesso punto il pensiero. Inoltre propose a chi di ragione un altro istituto da muovere dalla sua parrocchia, cioè una Libreria circolante, intenta a propagare libri, ricami ed altre cose utili agli usi domestici, mettendo, in parte, un argine agli sconci morali, cagionati alla famiglia dalla lettura di pericolosi romanzi. Tutti questi progetti, sebbene non ancora attuati per imperiose necessità, formano sempre l’oggetto delle sue investigazioni, onde riuscire allo scopo. E siamo certi, che la ferma volontà di lui, lasciata libera, regalerà al nostro paese queste benemerite istituzioni, a cui dovrebbe fare buon viso ogni onesto cittadino. Frattanto, volendo rianimare la sua collegiata, colpita dalla legge di soppressione, s’indirizzò al diocesano, onde richiamare in vita parecchi de’ canonicati, coadiutori alla cura, già soppressi da un pezzo. Vi riuscì allora con soddisfazione dell’onestà ed intelligente cittadinanza, che fe’ plauso al suo operoso zelo. Tuttochè intento a’molteplici affari della parrocchia, il Calvino ci rinnova a volte le prove del suo magistero nella sacra oratoria. Ne’ solenni funerali di S. S. Pio IX, celebrati in Trapani il 2 marzo del 1878, fu scelto, per dirne gli encomi, dal diocesano monsignor Giovan Battista Bongiorno, ora vescovo di Caltagirone. In quella orazione (indecorosamente lasciata inedita dalla commissione) si fece provare che questo vicario di Gesù Cristo, nella sua lunga vita, compendiò la sintesi del papato, come a dire la sua storia, svolta nei Concili, Giubilei, Centenari, Pellegrinaggi, Canonizzazioni di Santi, Definizioni dogmatiche, nulla sfuggendo allo spirito indagatore di quel Sommo, che comprese il suo secolo e lo smentì colle funzioni e l’altre prerogative di Pontefice. Inoltre, conosciuta necessaria la meditazione su’misteri del redentore, cooperò a risvegliare la fede ne’ suoi parrocchiani, impiantando nel 1879 la via Crucis, di cui si è fatto cenno nel capitolo antecedente. Da ultimo, l’arciprete Leonardo Calvino vive circondato dall’affetto de’ suoi parrocchiani, che riconoscono in lui il solerte tutore de’loro spirituali interessi. (Morì il 22 maggio 1924). DOCUMENTO I Consiglio per lo quale fu accordato, che venisse lo vescovado in Trapani XVIIII Iunij X Ind. 1522. Consilium congregatum per Mag: cos Iuratos ab.nte Donno Andrea Licciulo propter eius indisponentem. In Logia Civitatis Drepani super eo: Perché lo Reverendissimoo Maestro Alberto de Naso Episcopu Nicopolitano, et Vicario generale di palermo ha scripto ad essi mag.ci Iurati, ed offertasi a soi dispisi tractare con la Santità del Papa, e de la Cesarea Maiestati di lo Imperatore, e Re nostro Signore di segregare Trapane, et lu Munti di la Diocetia di Mazzara, et Iurisditione di lo Episcopu quista citati, et la terra di lu Munti di Sancto Giuliano subdito a lo ditto Episcopatu di Trapani, dum modo che la elettione per nui sia ex nunc pro tunc in persona di lo prefato Reverendissimo Maestro Alberto, et non di altra persona, et non vale alto, che quello introito, di denari, che hanno avuto, et hanno li Episcopi di Mazzara, et quillo de presenti havi lu Episcopu di Mazzara di li introiti tanto temporali, come spirituali di Trapani, e di lu Munti, et de presenti teni lo Episcopo di Mazzara vero che vorria, che la citati dotassi per dote di dettu Episcopatu di Trapani alcuna cosa, che potessi vivere con li honori, et grado Episcopali, et tale quale ad essi Magistrati Iurati, et Consiglio parissi, et isso Reverendissimo Maestro Alberto Episcopo ut supra si offerisci in dota di detto Episcopato di Trapane aggregare una Batia di uncias cinquanta di rendita, et tractare con sua Santità, et la prefata Cesarea Maestà confirmeranno dicta donatione facta per esso de dicta Batia a lo ditto Episcopatu di Trapani, per tanto ditti Magistri Iurati per esser cosa tanto honorata a domandar Consiglio, et parere alli infrascritti Magistrati Officiali di acceptare dicta offerta di lo prefato referito Maestro Alberto, et usarici tutta quella diligentia, che si riquidirà per potere conseguire tali dignitati, che Trapani sia segregata di lo Episcopato in Capite, et supplicar indi tanto la Santità del Papa, quanto alla ditta Cesarea Maestà et quello che parisse a lo detto Consiglio di fare circa le cose presente. Atto per lo quale Mastro Alberto de Naso vescovo si contenta venire senza dote. XXI Martij XV Ind.e 1527 Nota come per Notaro publico dicto die facto manu Notarij Nicolai Picciuli fuit doventum inter Universitatem, et Reverendissimu ed Magistrum Albertum de Nasis Episcopum Nicopolitanum, quod relaxavit, et relaxat dictas uncias quinquaginta redditus sibi promissas per dictam Universitatem virtute presentis Consilij, qui actus fuit registratus in qunterno litterarum in anno XV Inditiones Instantis. Magistrum Joannes Garofalus, Praefectus Civitatis Drepani dixit, che landa et consiglia, che si accetta la ditta offerta, et che la Citati ci foza di la parte sua la possibile, et che la elettione sia in persona di lo ditto Maestro Alberto, e quando sarrà eletto et confirmato per la Santitati di lo Papa, e di la Catholica Maestà tanto si vedrà quillo, che la città porrà dare. Magistri Polidorus Morana Magistri Notarius dixit pro ut Prefectus, praeterquam exnunc la citati, che prometta in dotta di lo ditto Episcopo con lo honore, et dignitati sua uncias cinquanta di rendita quolibet anno sopra la Universitati, onde meglio allora si vedrà, et in perpetuum, li quali uncias cinquanta si ci designeranno quando lo ditto Rev.mo Mastro Alberto sarà confirmato per la ditta Santitati, et prefata Cesarea Maestati, Juxta la forma di la Repubblica, et avuta la possessione, et che tutti quelli cosi, et scripturi, et Capitolationi, che saranno necessarii circa prae ad cautela di la ditta Università li Magistri Iurati pozano fare con Consiglio, et intervento di li Magistri Dottori della città. Magistri Donnus Antonius de Ballo U.I. Don Index Regiae Curiae Civilis Civitatis Drepani dixit ut proximus. Magistri Donnus Riccardus de Sigerio Regius Miles dixit, che havuta la expeditione di ditto Episcopatu di la Santitati del Papa, et ImperaturiN.ro Signore a tutti li spisi di isso Reverendissimo Mastro Alberto, et la pacifica possessione di ditto Episcopatu che la litati lo sovenga, et assicura di uncias quaranta in cinquanta quo libetanno in perpetuum. Magistri Donnus Iulianus de Gaudino U.I. Don dixit ut Magistricus Polidorus Morana praeterquam di li uncias cinquanta di rendita da donarsi a lo ditto Episcopu sia sopra la Universitati, et non sopra li beni di nixuno particolari. Magistri Donnus Simon de Santo Clemente Regius Miles ut Magistri Polidorus Morana. Magistri Franciscus de Vincenzo ut poximus. Magistri Don Virardellus de Ferro ut proximus, e che la dota sia di uncias sessanta. Magistri Joannes Petrus de Ferro ut Magistri Polidorus. Magistri Vitus de Vincentio Baro ut proximus. Magistri Joannes de Naso ut proximus. Magistri Franciscus Condam Donni Ioannis de Sigerio ut Magistri Virardellus de Ferro. Magistri Franciscus de Burgio ut proximus. Magistri Nicolaus Magistri Polidori Morana. Magistri Nicolaus de Incumbao ut proximus. Magistri Jacobus Condam Donni Antonij de Vincentio ut proximus. Magistri Bartholus de Naso ut proximus. Magistri Vincentius Pirolli ut proximus Magistri Jacobus condam Jacodi Barlotta minoris ut Magistri Virardellus de Ferro. Nobile Matthaeus Morana ut proximus, Antonius Ciminelli ut Nicolaus Polidorus Morana Nob: Joannes Matthaeus Septem Soldis, ut Donnus Virardellus de Ferro, Antonius Scalisi, ut Magistri Polidorus Morana. Nob: Philippus Cudia ut proximus. Jacobus Mucciacciu ut proximus, Bartholus Cantuni ut proximus, Michael de Assaya ut Magistri Franciscus condam Don Joannis Sieri: Franciscus Marchetto ut Magistri Jacobus de Vincentio, Mag.r Petrus de Panhormo ut Magistri Polidorus Morana Joannes Girbasi ut proximus Petrus Milianti ut proximus. Nicolaus Caradonna ut proximus. Gilibertus de Assaya ut proximus Jacobus Andreas Larraiata ut Magistri Virardellus Antonius Mautisi, Vincentius Polidorus, Antonius Crivaglia, ut Dominus Virardellus, Jacobus de Costa, ut Magistri Polidorus, Joannes Lagugliaro ut proximus. Nobili: Gerardus Mautisi ut proximus, Nobili: Bernardus Damianus ut proximus. Ex Libro Rubeo Priviligioru ex.nte in Arca trium clanium Ill.mi Senatus huius Invittissimae at quam fidelissimae Urbis Drepani R.C. Collatione Salva. Marius Notari Marino Magister Notarius. DOCUMENTO II Lettera de la Maestà de Filippo II Re di Sicilia diretta a Marc’Antonio Colonna Vicerè, acciò sa facci il vescovato in Trapani El Rey Illustre Marco Antonio Colonna P.ri n.ro Visorey y Lugotenente y capadreno General, Por parte de los Iurados de la Ciudad de Trapena me ha vido presentado al memorial del tenor seguiente: S:A:R:M: Los Jurados de la Ciudad de Trapana, e nel reyno de Sicilia de zen que como es notorio la dicha Ciudad es la principal mayor y mas problada de gente de todo el valle da Mazzara muy fertil y abondantissima de todo genero de mantenimientos anzi de tierra come de la mar y en donde ay gran tratto y comercio por mar y por tierra, e specialmente en sachar ordenariamente mucha quantitad de Sol, Atum, Coral, y ostras cosas que Hevan las naves y vaxelles por el Reyno y fucra del como tambien por el concurso grande que ay de ordinario en achella devotissima y nombrada casa y Monasterio de n.ra Senora de la Anunciada no solo de toto al Reyno sino de fuera del que van de muchas legnos a visitar a quella Santa casa de manera que solo tiene la dicha Ciudad una fatta grande en carescer de pastor y obispo particular.