incontrare la storia attraverso il museo e l’archivio del C.I.D.R.A. Il Centro imolese documentazione Resistenza antifascista e storia contemporanea (C.I.D.R.A.) è intimamente legato alla vita della città e del suo territorio. Raccoglie infatti memorie di eventi e di personaggi appartenenti alla storia imolese di cui la città mantiene un vivo ricordo. All’interno del vasto patrimonio documentario (manifesti, fotografie, fondi archivistici, cimeli e pubblicazioni) si colloca la Mostra permanente del museo che espone, in varie sale, una serie di documenti , originali e in copia, che aiutano a ricostruire la storia della città dall’avvento del fascismo alla nascita della Repubblica. Una proposta per la visita alle cinque sale della Mostra permanente è il seguente percorso costituito da documenti, del museo e dell’archivio, e da testimonianze di donne e uomini che vissero in prima persona il periodo dal fascismo alla Liberazione da protagonisti attivi. SALA A SALA A e SALA B SALA C SALA C e SALA D SALA D SALA E -Vent’anni di fascismo e antifascismo -La guerra e la popolazione civile -La resistenza all’occupazione nazista -La repressione nazifascista -La lotta partigiana della 36a Brigata Garibaldi -Liberazione, ricostruzione, Repubblica e Costituzione Pag. 4 “incontrare la storia...” vent’anni di fascismo e di antifascismo A sala A Durante la prima guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra le condizioni di vita della popolazione italiana peggiorarono, perciò, subito dopo la fine del primo conflitto mondiale, ci furono scioperi e proteste di operai e contadini che chiedevano lavoro e aumenti salariali. Inoltre i partiti di massa, quello socialista e quello cattolico, ottennero molti voti alle elezioni; ciò spaventò l’alta borghesia industriale e agraria che utilizzò il movimento fascista, fondato da Benito Mussolini, per intimorire gli esponenti delle organizzazioni socialiste e tutti coloro che organizzavano scioperi e manifestazioni: le squadre fasciste distruggevano le sedi dei giornali, delle cooperative e dei sindacati malmenando e creando un clima di terrore. Dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 e soprattutto dopo le elezioni del 1924 il fascismo si rafforzò e riuscì a istituire, in breve tempo, un regime dittatoriale in cui cessò ogni libertà: fu soppressa la libertà di stampa, i partiti e i sindacati furono sciolti, gli scioperi proibiti. Dopo l’assassinio del deputato Giacomo Matteotti , avvenuto nel 1924, il fascismo accentuò il suo carattere dittatoriale con nuove norme punitive che estendevano le categorie dei reati politici e già a partire dal 1927 iniziò ad operare l’OVRA (Organizzazione di vigilanza e repressione dell’antifascismo), un polizia che controllava l’intero territorio nazionale fiancheggiata da una rete di informatori e spie. Inoltre il Tribunale speciale per la difesa dello stato puniva con la pena di morte coloro che avevano attentato alla vita di Mussolini e dei regnanti e condannava a pene detentive da uno a trent’ anni chi veniva accusato di attività politica antifascista. Durante il fascismo, le organizzazioni politiche più impegnate nell’attività cospirativa contro il regime furono il Partito comunista, l’organizzazione liberalsocialista Giustizia e Libertà, il Partito socialista e gli anarchici. Conseguentemente furono quelli che pagarono un prezzo più alto in termini di militanti arrestati. In Italia fra il 1926 e il 1943, furono deferiti al Tribunale speciale 15806 antifascisti (fra cui 891 donne), 12330 (145 erano donne) furono quelli inviati in luoghi lontano da casa, al confino. Alcuni scelsero l’esilio come gli imolesi Anselmo e Andrea Marabini, alcuni furono condannati a morte o morirono in carcere come Antonio Gramsci. A Imola il Tribunale speciale inflisse 84 condanne per complessivi 475 anni di carcere, inviò al confino 110 oppositori, per un totale di 484 anni, ne obbligò all’esilio forzato 55 e oltre 200 furono i sorvegliati e diffidati. Il governo fascista ebbe l’appoggio della borghesia agraria e industriale e delle gerarchie della Chiesa cattolica con cui stabilì un accordo, i Patti lateranensi del 1929. Venne attuata anche una forte propaganda grazie alla scuola, alla stampa, al cinema, ai manifesti pubblicitari e agli slogan esposti nei luoghi pubblici, sportivi e di lavoro. Anche la costruzione di edifici celebrativi di forte impatto urbanistico, per la loro centrale collocazione e per le grandi dimensioni, contribuì ad accrescere il consenso. vent’anni di fascismo e di antifascismo la VIOLENZA FASCISTA Sede sindacale devastata dalle squadre fasciste, Castel San Pietro 1921 Sfilata di camicie nere, Ravenna 10 settembre 1921 Pag. 5 Pag. 6 vent’anni di fascismo e di antifascismo la PERSECUZIONE degli OPPOSITORI Confinati italiani (fra tra cui alcuni imolesi) e libici, Ustica 1928 Il governo fascista avviò, dal 1922 fino agli anni Trenta, la riconquista della Libia, dove il governo coloniale italiano controllava solo alcune zone costiere. La riconquista fu frenata dalla forte opposizione delle popolazioni locali. La repressione fascista fu durissima. Intere tribù vennero deportate, i capi della guerriglia uccisi, incarcerati o mandati al confino. Inoltre, in mezzo al deserto, si costruirono campi di concentramento in cui furono inviati più di 80.000 nomadi, privati della libertà mentre le loro terre venivano assegnate ai coloni italiani. vent’anni di fascismo e di antifascismo Confinati in posa per la foto scattata in occasione della visita collettiva dei familiari (fra questi alcuni imolesi), Ustica 1927 Testimonianza di Nella Baroncini. Condannata a 10 anni fra carcere e confino, viene arrestata nel 1932 e inviata, prima nell’interno, poi all’isola di Ponza. Sconta 18 mesi di carcere a Poggioreale a seguito di agitazioni promosse assieme ad altre donne confinate. A Ponza sposa l’antifascista Antonio Cicalini. Fui inviata al confino, prima nell’interno, poi all’isola di Ponza dove, specialmente attorno agli anni 1933 e ’34 la repressione fascista fu par ticolarmente dura. La nostra vita all’isola era intensa. Avevamo organizzato una biblioteca nonostante ci venissero bloccate continuamente le richieste d’acquisto e addirittura negato di ottenere in dono libri, riviste e giornali. Avevamo però alcune copie di un libro in normale circolazione: “La carta dei diritti” dove erano trattati tutti i paesi del mondo. Vi era riportato per intero il Manifesto del Partito Comunista e noi studiavamo lì sopra. Facevamo anche dello sport per mantenere oltre alla mente anche il corpo in buona salute fisica. -Sai? Avevamo fatto anche una squadra di calcio!-E ci giocavi anche tu?-Cer tamente, ed ero anche brava!Mi rispondeva -Un anno ci mettemmo a coltivare fiori. All’epoca della fioritura uno dei nostri compagni si ammalò di TBC, peggiorò. Pensammo: -muore lontano da casa. Almeno avrà i fiori sulla bara!Fortuna volle che il compagno tornasse in buona salute, così, oltre lui, furono salvi anche i fiori! Pag. 7 Pag. 8 vent’anni di fascismo e di antifascismo la PROPAGANDA FASCISTA: l’ EDUCAZIONE dei GIOVANI e delle Donne I giovani della GIL passati in rassegna dalle gerarchie fasciste, Imola Milizia e donne fasciste, Imola Il governo fascista cercò di controllare l’educazione dei giovani: nelle scuole veniva insegnata la dottrina fascista e gli insegnanti dovevano avere la tessera del partito. Per educare la gioventù agli ideali fascisti venne creata l’ Opera nazionale balilla. Nelle scuole vennero introdotte nuove materie di insegnamento come la cultura militare, inoltre grande importanza venne data alle competizioni culturali e ai saggi ginnici e sportivi L’educazione insomma doveva preparare i ragazzi e le ragazze all’inserimento nei quadri del regime. Il fascismo contribuì a render più visibili le donne nella sfera pubblica (nel 1939 erano iscritte ai fasci femminili 774000 donne). Ma l’inquadramento femminile nelle organizzazioni di massa non escludeva i consueti ruoli femminili di sposa, madre e sorella che dal fascismo furono fortemente esaltati vent’anni di fascismo e di antifascismo la PROPAGANDA FASCISTA: gli SLOGAN Scritta posta sulla facciata di palazzo Sersanti, Imola, anni ‘30 Slogan sul muro del reparto collaudo proiettili dello stabilimento Cogne, Imola 1942 Pag. 9 Pag. 10 vent’anni di fascismo e di antifascismo la PROPAGANDA FASCISTA: le Opere del REGIME Sventramento del centro della città, Imola 1932-38 L’ abbattimento delle vecchie case che si affacciavano sulla via Emilia e dell’ ottocentesco “Verziere” venne effettuato per avere un vasto spazio urbano in cui edificare l’angolare casa del fascio, la galleria e il nuovo centro cittadino. Il regime fascista mirò a rinnovare le città per motivi di prestigio con grandi edifici pubblici. La maggioranza di questi interventi modificò profondamente, in tutta l’Italia, l’aspetto dei centri urbani senza tenere conto della loro storia e del loro patrimonio artistico e culturale preesistente. Casa del Fascio vista dall’alto dal lato di via XX settembre, Imola 1940 vent’anni di fascismo e di antifascismo le OPERE del REGIME Monumento ai caduti della prima guerra mondiale inaugurato a Imola da Vittorio Emanuele III il 13 giugno 1928 Al termine della prima guerra mondiale, di fronte all’elevatissimo numero di vittime, si impose in tutta Europa la necessità di alleviare il senso di privazione ed il dolore provocati da quelle morti. A questo bisogno si rispose elaborando un vasto e capillare sistema commemorativo: sacrari, musei della guerra, monumenti ai caduti. Questi emblemi della memoria collettiva trasmettevano grande forza, coraggio ed eroismo e favorivano nuovi miti: i caduti, la patria, la vittoria. L’azione patriottico-propagandistica del mito della guerra trovò un aperto sostegno nel regime fascista che nella guerra collocava l’evento fondante e legittimante del suo potere. Pag. 11 Pag. 12 “incontrare la storia...” La guerra e la popolazione civile A b sala A Nel 1939 la Germania nazista invase la Polonia, ciò provocò lo scoppio della seconda guerra mondiale perché Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania. La guerra si estese poi a quasi tutta l’Europa e anche agli altri continenti. Il governo fascista dichiarò guerra alla Francia l’anno dopo, così anche l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania nazista. A causa della guerra la popolazione iniziò a subire restrizioni e razionamento dei viveri e dei generi di prima necessità che venivano distribuiti con le carte annonarie. Inoltre venivano requisiti oggetti di rame, stagno e bronzo per produrre munizioni e oro, con la raccolta delle fedi nuziali, per finanziare le spedizioni militari. Con il prolungarsi della guerra, soprattutto dopo il 1943, le scorte si ridussero, così la popolazione, dopo aver fatto lunghe file per ottenere i generi di prima necessità, si trovava a dover far ricorso alla borsa nera per acquistare nelle campagne prodotti alimentari ormai introvabili nelle città. Nel 1943 i soldati anglo americani sbarcarono in Sicilia e perciò fra il 1943 e il 1945 si combatté anche in Italia. Il governo fascista fu sostituito da un nuovo governo presieduto da maresciallo Badoglio e Mussolini fu imprigionato per ordine del re Vittorio Emanele III. Il 27 luglio la popolazione imolese, come quella di molte città italiane, festeggia in piazza la fine del fascismo, ma la liberazione dell’Italia dal dominio nazifascista si rivelò lunga, faticosa e molto sanguinosa. Per dare una apparenza di legalità al loro dominio in Italia i tedeschi liberarono Mussolini e lo misero a capo dello stato che prese il nome di Repubblica sociale Italiana o Repubblica di Salò dal nome della città sul lago di Garda in cui aveva sede il governo nazifascista dell’Italia settentrionale. sala b Dal settembre 1943 all’aprile 1945 l’Italia si trovò divisa in due zone. Una controllata dagli alleati, al sud sotto il governo monarchico, l’altra controllata dai nazisti. Il confine fra le due zone si spostò continuamente verso nord man mano che gli alleati avanzavano. Ma ci vollero quasi due anni perché tutta l’Italia fosse liberata! Dal 1943 al 1945 la guerra entrò prepotentemente nella vita degli italiani anche perché le forze alleate, per agevolare l’avanzata delle truppe e per rendere più difficoltosa la ritirata tedesca, bombardarono e cannoneggiarono strade, ponti e snodi ferroviari. Ciò portò anche alla distruzione di case, alla fuga di intere famiglie e alla morte di numerose persone. Alla fame, al freddo e alle privazioni si aggiunse la necessità di convivere con la paura e con la morte! Imola venne bombardata per la prima volta il 13 maggio 1944. a questa data fino all’aprile del 1945 si verificarono 150 incursioni aeree che sganciarono 1500 bombe e circa 200 bombe incendiarie. Sotto questa pioggia di fuoco morirono 218 persone e 400 rimasero ferite. La guerra e la popolazione civile i RAZIONAMENTI e le CARTE ANNONARIE Un forno, durante la guerra con la fila della gente in attesa del pane, grigio, mescolato con crusca e granturco, sempre poco e razionato Carta annonaria per generi razionati, luglio-ottobre 1944 Pag. 13 Pag. 14 La guerra e la popolazione civile la CADUTA del FASCISMO Manifestazioni popolari per la caduta del fascismo per le strade di Imola, 27 luglio 1943 La guerra e la popolazione civile Pag. 15 i DIVIETI e le REQUISIZIONI Bando sul coprifuoco, 29 aprile 1944 Bando per la requisizione oggetti di rame per uso familiare, 27 febbraio 1942 Manifesto che disciplina l’ uso della bicicletta per impedire gli attacchi dei GAP, 14 febbraio 1944 Pag. 16 La guerra e la popolazione civile i bombardamenti Il 13 maggio 1944 venne bombardata l’area attorno alla stazione e la stazione stessa. Le bombe distrussero oltre alla stazione, la Cogne, la Cooperativa ceramica, il consorzio agrario, l’officina del gas. Quelle che caddero a nord di via Cavour colpirono in pieno anche un rifugio pubblico costruito nel prato vicino al macello: vi furono 53 morti, fra i quali 3 bambini. La stazione e Viale Andrea Costa, la Cogne, l’Officina del gas dopo i bombardamenti La guerra e la popolazione civile Testimonianza di Rosa Maiolani. […] Imola è stata bombardata e a me sembra di stare facendo un brutto sogno. Alle 12,45 suona l’allarme ed io sto chiudendo l’ufficio. Alle volte scappiamo, alle volte no. Chissà perché penso di non andare a casa ma verso l’orto Colombarina. C’è il sole, è una bella giornata e mi incammino a piedi. Trovo i miei sotto gli albicocchi […] non era ancora un’ora che eravamo seduti sull’erba, vicino al fosso, quando si sono sentiti gli aerei. Erano tanti e luccicavano al sole […] Ho sentito come un mitragliamento, ma forse era il sibilo delle bombe, poi dei boati tremendi e la terra che tremava come mai avevamo sentito […] ho alzato appena la testa e verso la città ho visto una sola grande nuvola nera, poi altre bombe ancora e il fuoco degli incendi […] Le persone, quasi tutte donne, vecchi e bambini, uscivano dai fossati dell’orto urlando e piangendo. Anch’io ho urlato ma ero impietrita e non riuscivo a piangere […] il cessato allarme è venuto alle quattro del pomeriggio per mezzo delle campane, essendo stata colpita in pieno la centrale elettrica […] ci siamo spostati verso casa nostra e dalla Pineta, via Selice, fino a via Venezia è tutto crollato, è tutto sventrato […] Fotografia aerea (archivio Air-Force) del bombardamento di Imola effettuata da uno degli aerei incursori, 13 maggio 1944 Pag. 17 Pag. 18 “incontrare la storia...” LA RESISTENZA ALL’OCCUPAZIONE NAZISTA C sala C L’avanzata alleata prese le mosse dalla Sicilia, dal golfo di Salerno e da Anzio. Si arrestò per alcuni mesi sulla “linea Gustav” che si estendeva da Cassino a Termoli, poi fra Anzio e Pescara, sulla “linea Hitler” entrambe superate dopo il crollo delle difese naziste a Montecassino. Infine si arrestò, dall’inverno 1944 alla primavera del 1945, fra Pesaro e La Spezia, sulla cosiddetta “linea gotica” così chiamata per la vicinanza a Ravenna, capitale del regno goto di Teodorico Contro i fascisti della Repubblica di Salò e le forze tedesche agivano, accanto agli alleati, alcuni reparti dell’esercito italiano e le formazioni partigiane. La resistenza italiana ai tedeschi venne coordinata da un Comitato di liberazione nazionale, CLN, di cui facevano parte i principali partiti di opposizione al fascismo: la Democrazia cristiana, il Partito d’azione, il Partito liberale, il Partito socialista e il Partito comunista (a Imola anche gli anarchici della FAI); 232481 furono i partigiani combattenti riconosciuti in quanto tali alla fine della guerra: il 50% comunisti, il 20% giellisti, il resto divisi fra autonomi, anarchici, socialisti e democristiani. Si trattò di una “cospicua minoranza” che seppe unire le motivazioni dettate dalla spontaneità e dagli ideali alla ricerca di una organizzazione politica; da questo intreccio nacquero i partiti che avrebbero segnato il corso dell’Italia repubblicana postfascista. L’opposizione di una parte della popolazione, in tutti i paesi occupati dai nazisti, prese il nome di Resistenza e partigiani vennero chiamati i suoi aderenti. In Italia però gli oppositori ai nazifascisti si autodefinirono “ribelli” ma i tedeschi, in senso dispregiativo, li chiamavano “banditi”. Alcuni partigiani si dedicavano ad azioni armate: assalti a truppe tedesche e a convogli di armi, sabotaggi a strade e ferrovie. Ma altrettanto pericoloso era stampare opuscoli di propaganda antitedesca e volantini che incitavano la popolazione ad aderire a scioperi o a boicottate l’invio di grano, di manufatti e di macchinari in Germania, manomettere cavi del telegrafo e del telefono, modificare la segnaletica stradale, mettere chiodi e cocci di vetro sulle strade per ostacolare il passaggio degli automezzi tedeschi. Queste forme di lotta furono scelte dalle formazioni clandestine GAP (Gruppi d’azione patriottica) e SAP (Squadre armate patriottiche) che operavano nelle pianure della bassa imolese e nelle fabbriche della città come ad esempio alla Cogne di Imola. Appello del Comitato dei partiti d’opposizione redatto a Roma e diffuso anche a Imola, luglio 1943 Nel volantino sono sintetizzate le posizioni fondamentali dell’antifascismo: dal ripristino delle libertà civili alla liberazione degli oppositori, dall’abolizione delle leggi razziali alla costituzione di un governo largamente rappresentativo dopo la fine della guerra. Tutti i partiti democratici esistenti prima dell’avvento del fascismo vi aderirono. Bando della RSI che condanna a morte i renitenti alla leva militare, primavera 1944 Pag. 20 LA RESISTENZA ALL’OCCUPAZIONE NAZISTA la STAMPA CLANDESTINA Stampatrice a mano usata in una tipografia clandestina Miscellanea di giornali stampati clandestinamente in Italia e diffusi anche a Imola LA RESISTENZA ALL’OCCUPAZIONE NAZISTA Volantino che invita i contadini a non trebbiare, 1944 Le SAP, affinché il raccolto non fosse dato agli ammassi e portato in Germania, cercavano di invitare i contadini a ritardare la mietitura e a lasciare il grano già falciato nascosto in piccoli mucchi. I partigiani della 36° brigata Garibaldi aiutano i contadini a trebbiare e a distribuire il grano alla popolazione,Val Collina di Posseggio (Fontanelice), luglio 1944 Pag. 21 Pag. 22 LA RESISTENZA ALL’OCCUPAZIONE NAZISTA il FRONTE DELLA GIOVENTU’ Gruppo di giovani del Fronte della gioventù, dopo una riunione, sulla riva del Santerno, 1944 Il “Fronte della Gioventù” venne costituito a Milano nel gennaio 1944 e vi aderirono in forma unitaria rappresentanti dei comunisti, dei socialisti, dei democratico-cristiani, del Partito d’azione, ragazze dei Gruppi di difesa della donna e studenti di orientamento antifascista. A Imola il primo nucleo si aggrega spontaneamente e precedentemente (nel dicembre 1943) alla sua organizzazione e costituzione a livello nazionale. Promotori e responsabili furono: Elio Gollini e Walter Tampieri, poi Emilio Fuochi e Gianfranco Giovannini. L’attività del gruppo imolese, in collegamento con le SAP e col Comando di piazza militare, consisteva in azioni di sabotaggio (chiodi a tre punte disseminati lungo le strade per ostacolare il passaggio dei mezzi militari, segnaletiche modificate per creare confusione, taglio di pali telegrafici e telefonici, recupero di armi e munizioni, e di materiale vario utile per le brigate partigiane e per i famigliari delle vittime) e nella diffusione di stampa clandestina. Giovani del Fronte della Gioventù attivi nelle formazioni GAP, SAP e 36°Brigata Garibaldi (il primo a sinistra è Vittoriano Zaccherini, deportato e scampato al lager di Mauthausen) “incontrare la storia...” Pag. 23 LA REPRESSIONE NAZIFASCISTA C D sale C - D La repressione nazifascista a qualunque forma di opposizione ebbe inizio poco tempo dopo l’armistizio, ma diventò sempre più feroce man mano che la Resistenza si rafforzò. Il 27 gennaio 1944 al poligono di tiro di Bologna vennero fucilati Francesco D’Agostino, Alessandro Bianconcini, Alfredo e Romeo Bartolini. Il 29 aprile 1944, durante una pacifica manifestazione organizzata dai Gruppi di difesa della donna per reclamare generi alimentari e la fine della guerra, le guardie repubblichine sparano sulla folla per impedire l’accesso al palazzo comunale. Maria Zanotti viene uccisa, Livia Venturini, ferita gravemente, morirà dopo alcune settimane. Vengono inoltre attuate rappresaglie contro gli attacchi partigiani: nel luglio 1944 sopra Marradi trentacinque contadini vengono uccisi dai tedeschi, a Casetta di Tiara vengono bruciate la chiesa e la canonica e Sassoleone viene parzialmente incendiato e semidistrutto. Inoltre, per incentivare le denunce di partigiani e di depositi di armi vengono istituiti premi in denaro e in sale, merce allora introvabile. Chi veniva denunciato era incarcerato e torturato nella rocca di Imola, utilizzata a quei tempi come luogo di detenzione. Per alcuni l’arresto si concludeva con la deportazione nei campi di sterminio in cui i prigionieri politici erano contrassegnati dal “triangolo rosso” per distinguerli da ebrei, zingari, omosessuali e testimoni di Geova. Bando del comando tedesco che promette soldi e sale alle spie, febbraio 1945 Pag. 24 LA REPRESSIONE NAZIFASCISTA l’ECCIDIO delle DONNE Funerale di Livia Venturini, giugno 1944 Testimonianza di Wanda Poletti, figlia di Livio Poletti e di Livia Venturini. Fu l’unica supersite della famiglia: entrambi i genitori vennero uccisi dai nazifascisti. La madre, staffetta partigiana, venne ferita a morte durante la manifestazione delle donne in piazza Matteotti, il padre morì in uno scontro fra partigiani e nazifascisti nella battaglia di Purocielo. […]Fui sempre vicino a mia madre in quei quaranta giorni successivi al suo ferimento mortale, avvenuto in quel punto della piazza centrale di Imola che non dimentico mai di guardare quando vi passo davanti. In quei tristissimi quaranta giorni di agonia, mio padre veniva spesso a trovarci, sempre di notte, per sfuggire all’agguato dei brigatisti neri di sorveglianza nei dintorni. Io lo sapevo e, senza dire niente a nessuno, stavo spesso anche più di un’ ora ad aspettarlo dopo il tramonto, seduta sul ponte dove la strada proveniente da Mordano incontra quella di Bubano, dove allora stavo con mamma ferita. Erano le uniche volte in cui, ormai, potevo vederlo: i fascisti lo cercavano e dove si nascondesse non lo seppi mai. Era giugno: il tredici di quel mese mia madre morì […] LA REPRESSIONE NAZIFASCISTA il CARCERE e le VESSAZIONI La rocca di Imola adibita a carcere mandamentale prima e dopo la guerra. Fu un luogo di tortura e di deportazione politica antipartigiana per numerosi imolesi (oltre 200) Testimonianza di Virginia Manaresi. Gina entrò nella Resistenza come staffetta. Si occupava dello smistamento e della distribuzione della stampa clandestina e dei collegamenti fra la città e la campagna. Per molto tempo non volle parlare della sua tremenda esperienza dell’arresto, delle torture nella rocca di Imola e della prigionia nel campo di Bolzano. […] Mi misero in Rocca; con me erano stati arrestati otto compagni. Ci facevano fare il bagno all’aperto in una vasca piena d’acqua gelida. Eravamo nel novembre del 1944: figurati la temperatura! Ci facevano subire interrogatori nel torrione della Rocca. Però più che prendere delle botte, non posso dire che mi abbiano fatto altro. Dopo gli “sganassoni” mi puntavano la rivoltella sotto il naso e giù scudisciate! Usavano il frustino per picchiarmi e dicevano: “Deve fare il fumo!” Testimonianza di Lea Bianconcini. Nella notte fra il 9 e il 10 marzo 1945 furono arrestate alcune giovanissime staffette del battaglione SAP Montano, una di queste, appena quindicenne, Lea Bianconcini, fu costretta a costituirsi per salvare la sua famiglia minacciata di rappresaglia dalla brigata nera. […] Mi misero fuori due giorni prima della Liberazione, dopo trentaquattro giorni di carcere. Negli ultimi giorni erano molto arrabbiati e intensificarono le torture agli uomini. Fecero delle atrocità da non potersi descrivere! Quando andai a casa, solo che sentissi sbattere una porta, di notte mi svegliavo di soprassalto e dovevo andare a sedere sulle ginocchia di mia madre e tremavo tutta perché avevo sempre paura che venissero a prendermi un’altra volta […] Pag. 25 Pag. 26 Pag. 26 LA REPRESSIONE NAZIFASCISTA itinErario DiDAttico la DEPORTAZIONE nei CAMPI di STERMINIO Una delle strade costruite col lavoro forzato dei deportati, Campo di Mauthausen Nei lager lo stato totalitario si impadronisce direttamente della vita del detenuto distruggendo l’essenza stessa dell’uomo in quanto tale; attraverso la fame, il freddo, le malattie, la paura, il lavoro forzato, la violenza fisica e psicologica si infligge al prigioniero una morte lenta, dolorosissima e atrocemente consapevole. Deportate del Campo di Mauthausen 19 LA REPRESSIONE NAZIFASCISTA Campo di Mauthausen ora luogo della Memoria per le generazioni presenti e future Testimonianza di Vittoriano Zaccherini. A diciassette anni, nel giugno 1944, Zaccherini entra nella Resistenza, il 20 novembre di quello stesso anno viene arrestato dalla brigata nera, rinchiuso nel carcere della rocca di Imola, interrogato, torturato, inviato, prima alle carceri di Bologna e poi nel campo di smistamento di Bolzano. Da lì viene inviato al campo di sterminio di Mauthausen Partimmo da Bolzano destinati a Mauthausen dove giungemmo sei giorni dopo[…] Dopo il bagno e la rasatura, fummo mandati in una baracca (era la baracca 24, chiamata della “quarantena”) e lì completamente svestiti, con una temperatura che si aggirava sui 16/17 gradi rimanemmo chiusi per una ventina di giorni. Poi ci fu data la divisa da deportato che consisteva in una giacca e un paio di pantaloni di tela a righe bianche e blu, con un numero stampigliato. Ognuno di noi aveva un numero progressivo di matricola, il mio era 115.778 […] Da mangiare ci davano tre quarti di broda al giorno e un pane tedesco che pesava un chilo da dividere fra venti persone […] Era uno degli internati che divideva il pane, ma noi italiani eravamo visti male anche dagli stessi nostri compagni di prigionia. Ci dicevano “Voi siete alleati dei tedeschi”. E noi cercavamo di spiegare che sì, era vero che l’Italia era alleata dei nazifascisti, ma che noi eravamo lì perché avevamo combattuto contro i nazifascisti. Ma nonostante ciò la razione più piccola era sempre la nostra […] Il 5 maggio 1945 giunse la liberazione. Dico fortunatamente perché mi erano rimaste le forze per sopravvivere non più di una settimana ancora: pesavo 28 chili esatti, dei 76 che era il mio peso al giorno dell’arresto. In quattro mesi avevo perduto 48 chili. Pag. 27 Pag. 28 “incontrare la storia...” la LOTTA PARTIGIANA della 36° BRIGATA GARIBALDI D sala D Al Nord la lotta armata assunse caratteri permanenti e di grande rilievo politico. In montagna, nelle vallate e nelle campagne, sorsero nuclei partigiani ben organizzati, formazioni militarmente inquadrate (brigate, divisioni, bande) Specialmente nelle formazioni legate ai partiti di sinistra, le “Garibaldi” (comuniste), le “Giustizia e Libertà” (del Partito d’azione), le “Matteotti” (socialiste), c’era una forte esigenza di fare emergere, dalla lotta contro i tedeschi e contro i fascisti, un’Italia profondamente rinnovata in senso democratico. Nell’imolese si formò la 36° Brigata Garibaldi il cui primo nucleo si costituì sul monte Faggiola a la “Dogana”, il primo capo di brigata fu Libero Lossanti, nome di battaglia Lorenzini e alla morte di questi ne prese il posto Luigi Tinti, Bob, commissario politico divenne Guido Gua- landi, il Moro. Costituita e diretta principalmente da imolesi, la 36° Brigata Garibaldi, all’apice della sua espansione nell’estate 1944 fu costituita da 1200 giovani provenienti oltre che da Imola, dalla pianura ravennate e ferrarese, da Castel San Pietro, da Castel Bolognese, da Faenza e da alcune zone collinari circostanti. Aspri combattimenti avvennero fra partigiani e tedeschi alla Bastia, al Carzolano, a Casetta di Tiara, a Monte Battaglia, a Ca’ di Guzzo, a Ca’ di Malanca e a Purocielo. Un aiuto importante venne dato dalle donne, le staffette, che, potendo usare come mezzo di trasporto la bicicletta anche fuori città, cosa vietata agli uomini, portavano, ordini, posta viveri, armi e stampa clandestina. Comando della 36° Brigata Garibaldi, Purocielo, 29 settembre 1944. Il secondo da sinistra è il comandante della Brigata Luigi, Tinti, nome di battaglia Bob. Al centro con la croce rossa al braccio, c’è il medico Romeo Giordano, fra lui e Bob c’è Guerrino. Il terzo da destra è Claudio Melloni, seduti Sergio Bonarelli e Roberto Gherardi. 36° BRIGATA GARIBALDI BASI PARTIGIANE DELLA 36° BRIGATA L’Albergo, prima base partigiana imolese sull’appennino tosco-emiliano, inverno 1943-1944 La Dogana (Monte Faggiola), 1943-1944 Casa della chiusa a Codrignano luogo di confluenza dei patrioti della zona con destinazione 36°Brigata,1944 Pag. 29 Pag. 30 36° BRIGATA GARIBALDI VITA di BRIGATA La preparazione del rancio, luglio-agosto 1944 La pulizia e i rammendo dei panni, luglio-agosto 1944 36° BRIGATA GARIBALDI La Compagnia di Gino, Ca’ di Malanca di Monte Romano, agosto 1944 Partigiani e contadini, Ca’ di Malanca di Monte Romano, agosto 1944 Pag. 31 Pag. 32 36° BRIGATA GARIBALDI LUOGHI di SANGUINOSI COMBATTIMENTI e di RAPPRESAGLIE Sassoleone, veduta del paese prima che fosse semidistrutto per rappresaglia dai tedeschi che uccisero anche 28 abitanti fra cui il parroco, settembre 1944 Monte Battaglia dopo i combattimenti mentre si raccolgono e si seppelliscono i caduti alleati e i partigiani, settembre 1944 Ca’ di Guzzo (Castel del Rio). Nello scontro morirono 140 tedeschi e 21 partigiani. I civili trovati nella casa vennero massacrati dai tedeschi, settembre 1944 Pag. 33 il CONTRIBUTO delle DONNE Staffette e partigiani della 36° brigata Garibaldi, estate 1944 Testimonianza di Pasqua Benati staffetta pertigiana, poi, dopo la liberazione, attivista dell’UDI. […] l’ indomani della caduta di Mussolini (il 25/7/1943) Guido Gualandi venne a casa mia. Mi chiese di andare a Bologna in via Mondo a ritirare della stampa in casa di Mingò e Pierina Costa. Inforcai la bicicletta di mio marito per fare più presto e portai a temine l’incarico. Da quel giorno mi impegnai come staffetta da Imola a Castel San Pietro. Talvolta, durante il lavoro di distribuzione, rimanevo della stampa e la nascondevo fuori casa, sotto alcuni sassi nel cortile, perché mio marito era sempre sotto sorveglianza. La notte, quando suonava l’allarme, prendevo la stampa dal nascondiglio e la consegnavo a un soldato che la spargeva poi all’interno della caserma Della Volpe […] ( l’ 8 settembre 1943) io che abitavo vicino alla caserma diedi loro tutte le giacche e i pantaloni che potei trovare facendomi consegnare, in cambio, i loro moschetti. Qualcuno di questi li portai ai tedeschi dopo l’uscita del “bando di consegna delle armi”, la maggior parte andò ad arricchire il numero delle armi nascoste nell’officina della Cooperativa meccanici dove si trovava il quartier generale del Comitato Nazionale del quale era presidente Ezio Serantoni “Mezzanotte” […] […] Dormivo in una cantina collegata, tramite una porta, alla sede del CLN. Quando al mattino cessava il coprifuoco, mi portavo subito alla porta e mi veniva consegnato tanto materiale da portare per la stampa a Prima Vespignani in una casa in via Goffredo Mameli[…] Dopo qualche ora passavo a ritirare la stampa già pronta. Sotto braccio tenevo delle vecchie camicie e, quando un brigatista nero che mi teneva d’occhio mi fermava per chiedermi dove andavo , rispondevo: “ A fare accomodare questi indumenti” […] Pag. 34 il contributo delle DONNE Testimonianza di Livia Morini. Partecipa ai Gruppi di difesa della donna e dal novembre 1944 ha l’incarico della compilazione dei bollettini di guerra e delle direttive emanate dal CLN. La Morini, partigiana combattente nel battaglione SAP “Rocco Marabini”, dopo la Liberazione è stata consigliere comunale e assessore comunale all’Istruzione di Imola. […]Durante la guerra gli uomini richiamati alle armi avevano abbandonato il loro posto di lavoro che venne preso dalle donne, le quali iniziarono ad organizzarsi nelle fabbriche. Lo sciopero del 1° maggio, nel quale le donne ebbero un ruolo molto importante diede l’avvio alla resistenza organizzata delle donne. Alla Resistenza hanno partecipato donne di tutti i ceti, in particolare operaie. Erano raggruppate nei Gruppi di difesa della donna. Non si esponevano molto, si partecipava alla Resistenza cercando di rimanere nascoste. Ai posti di blocco gli uomini venivano perquisiti, mentre le donne passavano tranquillamente con la borsa della spesa. I fascisti non sapevano che, per esempio, sotto le mele c’erano delle armi. A volte passavamo con una sporta piena d’uva. Magari il tedesco ne prendeva un grappolo , senza sapere che cinque o sei grappoli più in giù vi erano le armi. A Imola esisteva una specie di scuola: vi erano le donne più anziane, che avevano partecipato all’antifascismo, come Nella Baroncini, che facevano lezione a questi gruppi di ragazze e insegnavano loro come si dovevano comportare durante la lotta e la prigionia […] […] Le donne che aderirono alla Trentaseiesima Brigata furono il primo esempio di parità tra uomo e donna, in quanto nei ritiri partigiani ognuno aveva un compito e quello delle donne non era certo di rammendare i calzini […] Gruppi di Difesa della Donna, poi UDI, (In alto, a sinistra: Livia Morini), 1945/1946 il contributo delle DONNE Testimonianza di Renata Viganò. Antonio Meluschi, il Dottor Morri, e la moglie Renata Viganò sfollarono a Imola dopo aver lasciato Bologna a causa dei bombardamenti. Nel gennaio 1944 Antonio Meluschi diede a Claudio Montevecchi alcuni brevi articoli, scritti dalla moglie Renata: Le donne e i tedeschi, Le donne e i fascisti, Le donne e i partigiani. Vennero pubblicati,uno alla volta in questo ordine, sul giornale clandestino “La Comune”, n. 1 del 1/15 gennaio 1944, n. 2 del 16/31 gennaio 1944, n. 5 del 1/15 marzo 1944. Allora nessuno conosceva la reale identità della coppia e la stessa Renata Viganò venne conosciuta dai più solo dopo la pubblicazione del romanzo L’Agnese va a morire del 1949, storia di una coraggiosa staffetta partigiana. Il 1° dicembre 1943 ci trovammo a Imola, io e mio marito: c’era anche il nostro bambino, Agostino detto Bu, di sei anni, affidato ad un istituto con altri piccoli sfollati. Ci alloggiammo in una casa di amici dove il solo capo di famiglia sapeva della nostra attività. Mentre gli altri, donne e bambini, credettero a una mia storia di bombardamenti e di paura che tanto mi avevano scossa da rovinarmi il mio sistema nervoso e da costringermi a lasciare Bologna. In quel modo veniva giustificata l’assenza quasi continua di Antonio Meluschi che, si intende, doveva pur badare alle nostre cose, e certe mie ore rinchiuse e solitarie si spiegavano col fatto di approfittare di quel tempo perduto per scrivere un romanzo. Scrivevo, infatti, ma non un romanzo. Erano articoli di poche pagine, una serie che mio marito mi aveva “ordinato”, senza spiegarmi molto di come dovevano essere, le succinte parole con cui aveva accompagnato la commissione, erano determinate non tanto dalla sua fiducia nella mia competenza, quanto dalla fretta che scandiva il ritmo della vita di allora. -Insomma arrangiati- mi disse -quando ritorno ne discutiamo insieme-. Mi arrangiai, seguendo il labile schema che mi era stato appena accennato, scrissi cinque pezzi, tutti rivolti alle donne, a quelle cioè che avevano cuore e amore, che soffrivano per cento angustie, che tremavano per i loro cari, assenti o presenti ma tutti immersi nel pericolo. Erano intitolati: “Le donne e le carte annonarie”, “Le donne e la difesa della famiglia”, “Le donne e i Tedeschi”, “Le donne e i fascisti”, “Le donne e i Partigiani”. Antonio ritornò quando avevo finito il primo articolo, disse che andava bene, ma bisognava copiarlo a macchina. E dove avevamo la macchina? La chiese lui al signor M. che ci ospitava, e per non far nascere sospetti e chiacchiere non mi chiusi più nella stanza ma lavorai in sala da pranzo e lavorai sotto gli occhi di tutti. I ragazzi e i bambini della famiglia mi giravano intorno con curiosità, ma erano ben educati e non si azzardarono mai a leggere i miei fogli che, del resto, non lasciavo incustoditi. Una sera eravamo tutti nella sala da pranzo […] […] Ad un tratto, nel silenzio fondo che circondava la casa, si intese suonare al cancello. Una volta, due volte, una scampanellata imperiosa. Ci guardammo: alle 21,30, in pieno coprifuoco non potevano essere che fascisti o tedeschi […] […] Infilai i fogli sottili sotto la lastra di ferro che proteggeva il parquet sotto la grande stufa. Rimasi lì, in piedi come se mi scaldassi le spalle […] qualcuno andò ad aprire […] si trattava di una delle assurde trovate dei repubblichini. Come in altre città, il reggente di Imola aveva dato ordine di piombare gli apparecchi lasciando radio Roma unica stazione. I militi venivano semplicemente a controllare, furono soddisfatti, se ne andarono senza chiedere altro […] Pag. 35 Pag. 36 il contributo delle DONNE le DONNE e i PARTIGIANI L’armata partigiana è all’opera. Combatte soprattutto la sua guerra. E’ un esercito senza parate, né riviste, né divise. I capi non hanno gradi sulla manica, non portano cordoni, medaglie e piume, come usava nei buffoneschi cortei condotti a passo di carica dal luetico testone di Mussolini. Spezzano il pane con i loro soldati e devono il vino nello stesso bicchiere, ma si riconoscono perché sulla faccia hanno la fredda decisione e la dura serenità di chi è avvezzo a comandare. Sono seguiti dai loro uomini perché portano con coscienza il peso della responsabilità. I distaccamento e la brigata di questo esercito sono sparsi dovunque ma un ordine li riunisce e non aspettano allora il rimbombare di paroloni retorici per entrare nella battaglia. Quando marciano, non fanno fanfara. Vanno in silenzio, ascoltando il parlare del loro cuore. Qualche volta cantano, e cantano per voi, donne d’Italia. Stanno attorno a un misero fuoco di bivacco, nei riposi fra un rischio di morte e un altro rischio di morte, e vien fuori il ricordo della bionda del sobborgo o della bruna che passava sull’aia. Ritorna l’immagine della sposa che non si può andare a vedere, eppure lo si desidera tanto, della mamma che, ormai, ha fatto tutti i capelli bianchi. Cantano e combattono per voi, che siete le loro donne. Dalla vittoria dipendono il vostro benessere di domani, la tranquillità delle vostre case, la felicità di cui, in mezzo al dolore avete dimenticato l’aspetto. Per questo essi sono partiti dalle città, dai paesi, hanno lasciato il proprio lavoro, le proprie ambizioni, la casa, la famiglia, hanno rinunciato a tutto, per andare a fare una vita dura, mangiare male, dormire per terra, al freddo, inseguiti come bestie alla macchia. Sono diversi per condizione ed età, operai, contadini, studenti, professionisti ma lo stesso dovere ed amore li ha resi uguali, fratelli. Non furono chiamati dal miraggio di lauti stipendi, come i volontari assassini della guardia repubblicana. Vogliono salvare la patria, e per questo vanno a morie. Voi dovete amarli, donne, e aiutarli quanto potete. Se un partigiano ferito o fuggiasco, vi entra in casa, curatelo e nascondetelo, indicategli la via di un sicuro rifugio, difendetelo dall’odio spaventato dei feroci deficienti che lo perseguitano, dategli cibo e coperte. Ma non dovete attendere che il caso porti presso di voi un patriota per rendervi utile, collaborate al servizio informazioni e al servizio rifornimenti dei combattenti, cucite con le vostre mani amorose gli indumenti che debbono proteggerli dal freddo, preparate le bende che accelereranno la guarigione delle loro ferite, confezionate e spedite dei pacchi dono, testimonianza concreta della vostra affettuosa cura. Ricordatevi l’esempio luminoso delle vostre donne del Risorgimento, sempre a fianco dei loro uomini nel momento più grave della lotta. Tutto ciò che farete per i partigiani vi sarà reso al mille per cento, dalla patria riconquistata. E se qualcuno della vostra famiglia, qualcuno caro al vostro cuore vuol raggiungere i combattenti, non opponetevi, non piangete. Apritegli la porta e lasciatelo andare via. E’ l’unica strada giusta per un uomo, oggi, e ne sarete fiere e felici domani, quando, nelle città liberate, il vessillo scarlatto della giustizia sostituirà i tetri gagliardetti dei ladri e degli assassini (Trascrizione integrale dell’articolo di Renata Viganò, pubblicato sul giornale clandestino “La Comune”, n.5 - 1/15 marzo 1944) il contributo delle DONNE Testimonianza di Prima Vespignani. Entrò nel PCI nel 1929, fu una delle prime dirigenti del movimento femminile antifascista imolese. A fianco di Nella Baroncini, organizzò i Gruppi di difesa della donna. Si occupò della distribuzione della stampa clandestina e della diffusione della medesima. Dopo la Liberazione ha continuato il suo impegno lavorando come attivista nell’UDI. […] partecipavo alle riunioni, alla diffusione della stampa, alle scritte sui muri, all’assistenza alle famiglie dei compagni arrestati e soprattutto avevo il compito di accompagnare i vari funzionari del PCI mandati dal centro del partito che a quei tempi si trovava a Parigi. Assieme a Gustavo, che allora era il mio fidanzato, mi recavo al recapito di Castel San Pietro presso un falegname per ritirare la stampa proveniente dalla Francia […] non c’era altro mezzo che quello, oltretutto era tutta scassata e senza copertoni perché si aveva paura che i nazifascisti la portassero via. Andavamo a Bologna passando per Castenaso, si doveva attraversare il fiume in mezzo all’acqua. In primo luogo trasportavo le biciclette, infine portavo Nella sulle spalle perché non si bagnasse i piedi. Era tornata dal confino tanto malata! […] Eravamo ben coscienti del pericolo al quale ci esponevamo. Dicevo: senza la farina non si fa il pane, senza la lotta non si ottiene nulla. Poi venne il giorno della Liberazione, una di quelle giornate che ti compensano dei sacrifici di tutta la vita. Quel giorno pensai: di giornate così piene di gioia non ne vivremo mai più. […] Conoscevo Nella Baroncini solamente di vista prima che fosse arresta e inviata al confino. Al suo ritorno a Imola fui messa in contatto con lei: era la responsabile dei Gruppi di difesa della donna. Da quel momento ho sempre lavorato al suo fianco. Andavamo a organizzare le donne in tutto il comprensorio, sempre in bicicletta perché Gruppo di donne dell’UDI organizzano la “befana” per i bimbi poveri della montagna (in piedi, al centro: Prima Vespignani), Imola 1946 Pag. 37 Pag. 38 “incontrare la storia...” LIBERAZIONE RICOSTRUZIONE REPUBBLICA E COSTITUZIONE E sala E Il 14 aprile 1945 le pattuglie polacche entrarono a Imola accolte dai partigiani GAP e SAP, dai dirigenti del CLN e dalla popolazione. Il giorno successivo i comandi alleati e la Compagnia della 36° Brigata di “Libero” entrarono in città. La città era finalmente libera, ma gli orrori della guerra non erano ancora finiti: il 17 aprile vengono rinvenuti nel “pozzo Becca” i cadaveri orrendamente mutilati di 16 partigiani che la brigata nera in fuga, il 13 aprile, aveva gettato nel pozzo della fabbrica ortofrutticola Becca. Il 25 aprile, giorno della liberazione di Milano, gran parte dell’Italia settentrionale era liberata e nei giorni seguenti fascisti e tedeschi furono costretti alla resa. Il 2 giugno 1946 si tennero nuovamente, dopo vent’anni, libere elezioni e per la prima volta anche le donne poterono esercitare il diritto di voto. Gli elettori dovevano scegliere con un referendum fra monarchia e repubblica: gli Italiani scelsero la repubblica con 12.717.923 voti contro i 10.719.284. Ma non ovunque: il Centro e il Nord votarono per la repubblica il Sud per la monarchia. Fra il 1946 e il 1947 l’Assemblea costituente preparò la nuova Costituzione della Repubblica Italiana che venne approvata nel dicembre del 1947 ed entrò in vigore il 1° gennaio del 1948. L’11 maggio 1948 quando la Carta costituzionale era già stata definitivamente approvata Luigi Einaudi divenne il primo presidente della Repubblica italiana. La Costituzione nacque dall’accordo di tutte le forze politiche presenti nell’ Assemblea costituente che, pur avendo posizioni a volte diverse, si sentivano accomunate dall’antifascismo, dalla Resistenza e dalla tremenda esperienza della guerra. La guerra però aveva lasciato profonde ferite e molti problemi da risolvere: ricostruire città, fabbriche, strade e ferrovie distrutte dai bombardamenti e trovare lavoro a milioni di persone. Ma soprattutto per ricominciare bisognava liberare terreni, strade, case, ponti e acquedotti dagli ordigni inesplosi; proiettili, bombe e mine, disposti nella maniera più impensata, erano in grado di scoppiare al minimo urto e di distruggere, uccidere, mutilare. Fu necessaria quindi l’opera di bonifica effettuata da volontari e da compagnie di militari specializzati. L’opera di bonifica costò la vita a centinaia di persone. liberazione ricostruzione repubblica e costituzione LIBERAZIONE Postazioni di soldati polacchi nell’orto “Colombarina”, Imola 14 aprile 1945 Donne e ragazzi in festa accompagnati in piazza maggiore da un partigiano SAP, Imola 15 aprile 1945 Pag. 39 Pag. 40 liberazione ricostruzione repubblica e costituzione la BONIFICA dei CAMPI MINATI Gruppo di sminatori imolesi, autunno 1945 A Imola il primo nucleo di sminatori venne costituito subito dopo la Liberazione e lavorò, fino al 1948, rischiando continuamente la vita: 11 di loro morirono, 6 rimasero feriti. Testimonianza di Mario Zanella, un ex sminatore. […] nel 1946, quando avevo ventidue anni, lessi un bando che invitava a fare un corso per la bonifica dei campi minati. Mi iscrissi al corso e, un mese dopo, a marzo, ho cominciato questo lavoro […] il lavoro era molto pericoloso: dopo solo sei mesi erano già morte 2 delle 36 persone che avevano fatto il corso con me. Si bonificavano circa 20 mq al giorno, si lavorava sei giorni alla settimana e la paga era quella di un operaio specializzato a cui erano aggiunte 600 lire di indennizzo per il “rischio”. Ogni squadra era composta di tre uomini, la mia squadra ha raccolto 33000 pezzi di materiale esplosivo (fra bombe, granate e mine) in due anni e tre mesi […] Sminare un terreno è un lavoro lungo, pericoloso e che richiede molta attenzione. Le mine che hanno parti in metallo sono identificabili col metal detector, ma le mine senza parti in metallo (come la tof di fabbricazione tedesca) richiedono un lavoro più lungo: si posa nel terreno da sminare, delimitato da cordicelle, un telaio (40 x 80 cm.) costituito da 9 quadratini e si punzona in quattro punti ogni quadratino con un’asta lunga circa 2,5 m. cercando di far entrare l’asta nel terreno con un’angolatura di 45 gradi. Se non si trovavano ostacoli si procedeva a ispezionare il quadratino successivo. Quando venivano trovate le mine venivano raccolte in gruppi di quattro o cinque e si facevano saltare tutti i giorni ad un’ora prestabilita […] Si tolgono i manifesti fascisti e si mettono quelli inneggianti ai polacchi e ai patrioti, Imola 15 aprile 1945 Ma la lotta non è finita: un’altra grande lotta, rude e dolorosa, ci attende: La lotta per la resurrezione del nostro Paese, la lotta per trarre la nostra Italia dalla catastrofe immane in cui è stata criminosamente gettata. Il segreto della vittoria in questa lotta civica e civile sta nell’unità di popolo attorno ai partiti che lottano per la emancipazione delle masse lavoratrici, nella stretta unità fra gli operai, contadini, intellettuali. Dalle tombe dei nostri martiri, dalla tomba di Antonio Gramsci, di Giacomo Matteotti, di Carlo Rosselli, di Amendola, di don Minzoni, si eleva alto e ammonitore il grido di “unità, unità”. Questo grido deve essere accolto da noi come alto dovere civico, come un dovere sacro. La vittoria in questa grandiosa lotta, dovrà ridare all’Italia il posto che le compete nel concerto delle grandi nazioni civili, dovrà assicurare al suo popolo la pace duratura, la libertà, il lavoro ed il pane, l’istruzione, la gioia di vivere […] Anselmo Marabini, Discorso agli imolesi nel giorno del ritorno dall’esilio sommario Uomini e donne imolesi tra fascismo e democrazia - Incontrare la storia p.3 - Vent’anni di fascismo e antifascismo p.4-11 - La guerra e la popolazione civile p.12-17 - La resistenza all’occupazione nazista p.18-22 - La repressione nazifascista p.23-27 - La lotta partigiana della 36° Brigata Garibaldi p.28-32 - Il contributo delle donne p.33-37 - Liberazione ricostruzione Repubblica e Costituzione p.38-41 Le testimonianze provengono dal libro di Livia Morini Per essere libere, due dal ciclostilato Il fascismo, la Resistenza, le donne curato da alcune alunne del Liceo scientifico di Imola nel 1981. Si ringrazia Marco Orazi del C.I.D.R.A. per l’aiuto prestato nella ricerca del materiale iconografico. Un ringraziamento a Prima Vespignani per l’intervista rilasciata e alla famiglia che ha messo a disposizione la foto Befana dell’UDI per la pubblicazione sul quaderno. Stampato a Imola - gennaio 2009