incontrare la storia attraverso
il museo e l’archivio del C.I.D.R.A.
Il Centro imolese documentazione Resistenza antifascista e storia contemporanea (C.I.D.R.A.)
è intimamente legato alla vita della città e del suo territorio. Raccoglie infatti memorie di eventi
e di personaggi appartenenti alla storia imolese di cui la città mantiene un vivo ricordo.
All’interno del vasto patrimonio documentario (manifesti, fotografie, fondi archivistici, cimeli
e pubblicazioni) si colloca la Mostra permanente del museo che espone, in varie sale, una serie
di documenti , originali e in copia, che aiutano a ricostruire la storia della città dall’avvento del
fascismo alla nascita della Repubblica.
Una proposta per la visita alle cinque sale della Mostra permanente è il seguente percorso
costituito da documenti, del museo e dell’archivio, e da testimonianze di donne e uomini che
vissero in prima persona il periodo dal fascismo alla Liberazione da protagonisti attivi.
SALA A
SALA A e SALA B
SALA C
SALA C e SALA D
SALA D
SALA E
-Vent’anni di fascismo e antifascismo
-La guerra e la popolazione civile
-La resistenza all’occupazione nazista
-La repressione nazifascista
-La lotta partigiana della 36a Brigata Garibaldi
-Liberazione, ricostruzione, Repubblica e Costituzione
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“incontrare la storia...”
vent’anni di fascismo e di antifascismo
A
sala A
Durante la prima guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra le condizioni di
vita della popolazione italiana peggiorarono, perciò, subito dopo la fine del
primo conflitto mondiale, ci furono scioperi e proteste di operai e contadini che
chiedevano lavoro e aumenti salariali.
Inoltre i partiti di massa, quello socialista
e quello cattolico, ottennero molti voti
alle elezioni; ciò spaventò l’alta borghesia
industriale e agraria che utilizzò il movimento fascista, fondato da Benito Mussolini, per intimorire gli esponenti delle
organizzazioni socialiste e tutti coloro
che organizzavano scioperi e manifestazioni: le squadre fasciste distruggevano
le sedi dei giornali, delle cooperative e
dei sindacati malmenando e creando un
clima di terrore.
Dopo la marcia su Roma del 28 ottobre
1922 e soprattutto dopo le elezioni del
1924 il fascismo si rafforzò e riuscì a
istituire, in breve tempo, un regime dittatoriale in cui cessò ogni libertà: fu
soppressa la libertà di stampa, i partiti e
i sindacati furono sciolti, gli scioperi
proibiti.
Dopo l’assassinio del deputato Giacomo
Matteotti , avvenuto nel 1924, il fascismo
accentuò il suo carattere dittatoriale con
nuove norme punitive che estendevano
le categorie dei reati politici e già a partire
dal 1927 iniziò ad operare l’OVRA (Organizzazione di vigilanza e repressione
dell’antifascismo), un polizia che controllava l’intero territorio nazionale fiancheggiata da una rete di informatori e spie.
Inoltre il Tribunale speciale per la difesa
dello stato puniva con la pena di morte
coloro che avevano attentato alla vita di
Mussolini e dei regnanti e condannava a
pene detentive da uno a trent’ anni chi
veniva accusato di attività politica antifascista.
Durante il fascismo, le organizzazioni
politiche più impegnate nell’attività cospirativa contro il regime furono il Partito
comunista, l’organizzazione liberalsocialista Giustizia e Libertà, il Partito
socialista e gli anarchici. Conseguentemente furono quelli che pagarono un
prezzo più alto in termini di militanti
arrestati.
In Italia fra il 1926 e il 1943, furono
deferiti al Tribunale speciale 15806 antifascisti (fra cui 891 donne), 12330 (145
erano donne) furono quelli inviati in
luoghi lontano da casa, al confino.
Alcuni scelsero l’esilio come gli imolesi
Anselmo e Andrea Marabini, alcuni furono condannati a morte o morirono in
carcere come Antonio Gramsci.
A Imola il Tribunale speciale inflisse 84
condanne per complessivi 475 anni di
carcere, inviò al confino 110 oppositori,
per un totale di 484 anni, ne obbligò
all’esilio forzato 55 e oltre 200 furono i
sorvegliati e diffidati.
Il governo fascista ebbe l’appoggio della
borghesia agraria e industriale e delle
gerarchie della Chiesa cattolica con cui
stabilì un accordo, i Patti lateranensi del
1929. Venne attuata anche una forte
propaganda grazie alla scuola, alla stampa,
al cinema, ai manifesti pubblicitari e agli
slogan esposti nei luoghi pubblici, sportivi
e di lavoro. Anche la costruzione di
edifici celebrativi di forte impatto urbanistico, per la loro centrale collocazione
e per le grandi dimensioni, contribuì ad
accrescere il consenso.
vent’anni di fascismo e di antifascismo
la VIOLENZA FASCISTA
Sede sindacale devastata dalle squadre fasciste, Castel San Pietro 1921
Sfilata di camicie nere, Ravenna 10 settembre 1921
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vent’anni di fascismo e di antifascismo
la PERSECUZIONE degli OPPOSITORI
Confinati italiani (fra tra cui alcuni imolesi) e libici, Ustica 1928
Il governo fascista avviò, dal 1922 fino agli
anni Trenta, la riconquista della Libia, dove il
governo coloniale italiano controllava solo
alcune zone costiere. La riconquista fu frenata
dalla forte opposizione delle popolazioni locali.
La repressione fascista fu durissima. Intere tribù
vennero deportate, i capi della guerriglia uccisi,
incarcerati o mandati al confino. Inoltre, in
mezzo al deserto, si costruirono campi di
concentramento in cui furono inviati più di
80.000 nomadi, privati della libertà mentre le
loro terre venivano assegnate ai coloni italiani.
vent’anni di fascismo e di antifascismo
Confinati in posa per la foto scattata in occasione della visita collettiva dei familiari (fra questi
alcuni imolesi), Ustica 1927
Testimonianza di Nella Baroncini.
Condannata a 10 anni fra carcere e confino,
viene arrestata nel 1932 e inviata, prima nell’interno, poi all’isola di Ponza. Sconta 18 mesi
di carcere a Poggioreale a seguito di agitazioni
promosse assieme ad altre donne confinate. A
Ponza sposa l’antifascista Antonio Cicalini.
Fui inviata al confino, prima nell’interno,
poi all’isola di Ponza dove, specialmente
attorno agli anni 1933 e ’34 la repressione
fascista fu par ticolarmente dura.
La nostra vita all’isola era intensa. Avevamo
organizzato una biblioteca nonostante ci
venissero bloccate continuamente le richieste
d’acquisto e addirittura negato di ottenere
in dono libri, riviste e giornali. Avevamo
però alcune copie di un libro in normale
circolazione: “La carta dei diritti” dove
erano trattati tutti i paesi del mondo. Vi
era riportato per intero il Manifesto del
Partito Comunista e noi studiavamo lì sopra.
Facevamo anche dello sport per mantenere
oltre alla mente anche il corpo in buona
salute fisica.
-Sai? Avevamo fatto anche una squadra di
calcio!-E ci giocavi anche tu?-Cer tamente, ed ero anche brava!Mi rispondeva
-Un anno ci mettemmo a coltivare fiori.
All’epoca della fioritura uno dei nostri compagni si ammalò di TBC, peggiorò.
Pensammo: -muore lontano da casa. Almeno
avrà i fiori sulla bara!Fortuna volle che il compagno tornasse in
buona salute, così, oltre lui, furono salvi
anche i fiori!
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vent’anni di fascismo e di antifascismo
la PROPAGANDA FASCISTA: l’ EDUCAZIONE dei GIOVANI
e delle Donne
I giovani della GIL passati in rassegna dalle gerarchie fasciste, Imola
Milizia e donne fasciste, Imola
Il governo fascista cercò di controllare l’educazione dei giovani: nelle scuole veniva insegnata
la dottrina fascista e gli insegnanti dovevano
avere la tessera del partito.
Per educare la gioventù agli ideali fascisti venne
creata l’ Opera nazionale balilla. Nelle scuole
vennero introdotte nuove materie di insegnamento come la cultura militare, inoltre grande
importanza venne data alle competizioni culturali e ai saggi ginnici e sportivi L’educazione
insomma doveva preparare i ragazzi e le ragazze
all’inserimento nei quadri del regime.
Il fascismo contribuì a render più visibili le
donne nella sfera pubblica (nel 1939 erano
iscritte ai fasci femminili 774000 donne). Ma
l’inquadramento femminile nelle organizzazioni
di massa non escludeva i consueti ruoli femminili di sposa, madre e sorella che dal fascismo
furono fortemente esaltati
vent’anni di fascismo e di antifascismo
la PROPAGANDA FASCISTA: gli SLOGAN
Scritta posta sulla facciata di palazzo Sersanti, Imola, anni ‘30
Slogan sul muro del reparto collaudo proiettili dello stabilimento Cogne, Imola 1942
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vent’anni di fascismo e di antifascismo
la PROPAGANDA FASCISTA: le Opere del REGIME
Sventramento del centro della città, Imola 1932-38
L’ abbattimento delle vecchie
case che si affacciavano sulla via
Emilia e dell’ ottocentesco
“Verziere” venne effettuato per
avere un vasto spazio urbano
in cui edificare l’angolare casa
del fascio, la galleria e il nuovo
centro cittadino.
Il regime fascista mirò a rinnovare le città per motivi di prestigio con grandi edifici pubblici. La maggioranza di questi
interventi modificò profondamente, in tutta l’Italia, l’aspetto
dei centri urbani senza tenere
conto della loro storia e del
loro patrimonio artistico e culturale preesistente.
Casa del Fascio vista dall’alto dal
lato di via XX settembre, Imola
1940
vent’anni di fascismo e di antifascismo
le OPERE del REGIME
Monumento ai caduti della prima guerra mondiale inaugurato a Imola da Vittorio Emanuele
III il 13 giugno 1928
Al termine della prima guerra mondiale, di
fronte all’elevatissimo numero di vittime, si
impose in tutta Europa la necessità di alleviare
il senso di privazione ed il dolore provocati da
quelle morti. A questo bisogno si rispose elaborando un vasto e capillare sistema commemorativo: sacrari, musei della guerra, monumenti ai caduti. Questi emblemi della memoria
collettiva trasmettevano grande forza, coraggio
ed eroismo e favorivano nuovi miti: i caduti,
la patria, la vittoria.
L’azione patriottico-propagandistica del mito
della guerra trovò un aperto sostegno nel
regime fascista che nella guerra collocava l’evento fondante e legittimante del suo potere.
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“incontrare la storia...”
La guerra e la popolazione civile
A
b
sala A
Nel 1939 la Germania nazista invase la
Polonia, ciò provocò lo scoppio della
seconda guerra mondiale perché Francia
e Inghilterra dichiararono guerra alla
Germania. La guerra si estese poi a quasi
tutta l’Europa e anche agli altri continenti.
Il governo fascista dichiarò guerra alla
Francia l’anno dopo, così anche l’Italia
entrò in guerra a fianco della Germania
nazista.
A causa della guerra la popolazione iniziò
a subire restrizioni e razionamento dei
viveri e dei generi di prima necessità che
venivano distribuiti con le carte annonarie.
Inoltre venivano requisiti oggetti di rame,
stagno e bronzo per produrre munizioni
e oro, con la raccolta delle fedi nuziali,
per finanziare le spedizioni militari.
Con il prolungarsi della guerra, soprattutto dopo il 1943, le scorte si ridussero,
così la popolazione, dopo aver fatto lunghe file per ottenere i generi di prima
necessità, si trovava a dover far ricorso
alla borsa nera per acquistare nelle campagne prodotti alimentari ormai introvabili nelle città.
Nel 1943 i soldati anglo americani sbarcarono in Sicilia e perciò fra il 1943 e il
1945 si combatté anche in Italia. Il
governo fascista fu sostituito da un nuovo
governo presieduto da maresciallo Badoglio e Mussolini fu imprigionato per
ordine del re Vittorio Emanele III.
Il 27 luglio la popolazione imolese, come
quella di molte città italiane, festeggia in
piazza la fine del fascismo, ma la liberazione dell’Italia dal dominio nazifascista
si rivelò lunga, faticosa e molto sanguinosa.
Per dare una apparenza di legalità al loro
dominio in Italia i tedeschi liberarono
Mussolini e lo misero a capo dello stato
che prese il nome di Repubblica sociale
Italiana o Repubblica di Salò dal nome
della città sul lago di Garda in cui aveva
sede il governo nazifascista dell’Italia
settentrionale.
sala b
Dal settembre 1943 all’aprile 1945 l’Italia
si trovò divisa in due zone. Una controllata dagli alleati, al sud sotto il governo
monarchico, l’altra controllata dai nazisti.
Il confine fra le due zone si spostò continuamente verso nord man mano che
gli alleati avanzavano. Ma ci vollero quasi
due anni perché tutta l’Italia fosse liberata!
Dal 1943 al 1945 la guerra entrò prepotentemente nella vita degli italiani anche
perché le forze alleate, per agevolare
l’avanzata delle truppe e per rendere più
difficoltosa la ritirata tedesca, bombardarono e cannoneggiarono strade, ponti e
snodi ferroviari. Ciò portò anche alla
distruzione di case, alla fuga di intere
famiglie e alla morte di numerose persone.
Alla fame, al freddo e alle privazioni si
aggiunse la necessità di convivere con la
paura e con la morte!
Imola venne bombardata per la prima
volta il 13 maggio 1944. a questa data
fino all’aprile del 1945 si verificarono
150 incursioni aeree che sganciarono
1500 bombe e circa 200 bombe incendiarie. Sotto questa pioggia di fuoco
morirono 218 persone e 400 rimasero
ferite.
La guerra e la popolazione civile
i RAZIONAMENTI e le CARTE ANNONARIE
Un forno, durante la guerra con la fila della gente in attesa del pane, grigio,
mescolato con crusca e granturco, sempre poco e razionato
Carta annonaria per generi razionati, luglio-ottobre 1944
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La guerra e la popolazione civile
la CADUTA del FASCISMO
Manifestazioni popolari per la caduta del fascismo per le strade di Imola, 27 luglio 1943
La guerra e la popolazione civile
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i DIVIETI e le REQUISIZIONI
Bando sul coprifuoco, 29 aprile 1944
Bando per la requisizione oggetti di rame per uso familiare,
27 febbraio 1942
Manifesto che disciplina l’ uso della bicicletta per
impedire gli attacchi dei GAP, 14 febbraio 1944
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La guerra e la popolazione civile
i bombardamenti
Il 13 maggio 1944 venne bombardata l’area attorno alla stazione e
la stazione stessa. Le bombe distrussero oltre alla stazione, la Cogne,
la Cooperativa ceramica, il consorzio agrario, l’officina del gas. Quelle
che caddero a nord di via Cavour colpirono in pieno anche un rifugio
pubblico costruito nel prato vicino al macello: vi furono 53 morti,
fra i quali 3 bambini.
La stazione e Viale Andrea Costa, la Cogne, l’Officina del gas dopo
i bombardamenti
La guerra e la popolazione civile
Testimonianza di Rosa Maiolani.
[…] Imola è stata bombardata e a me sembra di stare facendo un brutto sogno. Alle
12,45 suona l’allarme ed io sto chiudendo
l’ufficio. Alle volte scappiamo, alle volte no.
Chissà perché penso di non andare a casa
ma verso l’orto Colombarina. C’è il sole, è
una bella giornata e mi incammino a piedi.
Trovo i miei sotto gli albicocchi […] non era
ancora un’ora che eravamo seduti sull’erba,
vicino al fosso, quando si sono sentiti gli
aerei. Erano tanti e luccicavano al sole
[…] Ho sentito come un mitragliamento,
ma forse era il sibilo delle bombe, poi dei
boati tremendi e la terra che tremava come
mai avevamo sentito […] ho alzato appena
la testa e verso la città ho visto una sola
grande nuvola nera, poi altre bombe ancora
e il fuoco degli incendi […] Le persone, quasi
tutte donne, vecchi e bambini, uscivano dai
fossati dell’orto urlando e piangendo. Anch’io
ho urlato ma ero impietrita e non riuscivo
a piangere […] il cessato allarme è venuto
alle quattro del pomeriggio per mezzo delle
campane, essendo stata colpita in pieno la
centrale elettrica […] ci siamo spostati verso
casa nostra e dalla Pineta, via Selice, fino
a via Venezia è tutto crollato, è tutto sventrato […]
Fotografia aerea (archivio Air-Force) del bombardamento di Imola effettuata da uno degli
aerei incursori, 13 maggio 1944
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“incontrare la storia...”
LA RESISTENZA ALL’OCCUPAZIONE NAZISTA
C
sala C
L’avanzata alleata prese le mosse dalla
Sicilia, dal golfo di Salerno e da Anzio.
Si arrestò per alcuni mesi sulla “linea
Gustav” che si estendeva da Cassino a
Termoli, poi fra Anzio e Pescara, sulla
“linea Hitler” entrambe superate dopo
il crollo delle difese naziste a Montecassino. Infine si arrestò, dall’inverno 1944
alla primavera del 1945, fra Pesaro e La
Spezia, sulla cosiddetta “linea gotica”
così chiamata per la vicinanza a Ravenna,
capitale del regno goto di Teodorico
Contro i fascisti della Repubblica di Salò
e le forze tedesche agivano, accanto agli
alleati, alcuni reparti dell’esercito italiano
e le formazioni partigiane. La resistenza
italiana ai tedeschi venne coordinata da
un Comitato di liberazione nazionale,
CLN, di cui facevano parte i principali
partiti di opposizione al fascismo: la Democrazia cristiana, il Partito d’azione, il
Partito liberale, il Partito socialista e il
Partito comunista (a Imola anche gli
anarchici della FAI); 232481 furono i
partigiani combattenti riconosciuti in
quanto tali alla fine della guerra: il 50%
comunisti, il 20% giellisti, il resto divisi
fra autonomi, anarchici, socialisti e democristiani. Si trattò di una “cospicua
minoranza” che seppe unire le motivazioni dettate dalla spontaneità e dagli
ideali alla ricerca di una organizzazione
politica; da questo intreccio nacquero i
partiti che avrebbero segnato il corso
dell’Italia repubblicana postfascista.
L’opposizione di una parte della popolazione, in tutti i paesi occupati dai nazisti,
prese il nome di Resistenza e partigiani
vennero chiamati i suoi aderenti. In Italia
però gli oppositori ai nazifascisti si autodefinirono “ribelli” ma i tedeschi, in
senso dispregiativo, li chiamavano
“banditi”.
Alcuni partigiani si dedicavano ad azioni
armate: assalti a truppe tedesche e a
convogli di armi, sabotaggi a strade e
ferrovie. Ma altrettanto pericoloso era
stampare opuscoli di propaganda antitedesca e volantini che incitavano la popolazione ad aderire a scioperi o a boicottate
l’invio di grano, di manufatti e di macchinari in Germania, manomettere cavi
del telegrafo e del telefono, modificare
la segnaletica stradale, mettere chiodi e
cocci di vetro sulle strade per ostacolare
il passaggio degli automezzi tedeschi.
Queste forme di lotta furono scelte dalle
formazioni clandestine GAP (Gruppi
d’azione patriottica) e SAP (Squadre
armate patriottiche) che operavano nelle
pianure della bassa imolese e nelle fabbriche della città come ad esempio alla
Cogne di Imola.
Appello del Comitato dei partiti d’opposizione
redatto a Roma e diffuso anche a Imola, luglio
1943
Nel volantino sono sintetizzate le posizioni
fondamentali dell’antifascismo: dal ripristino
delle libertà civili alla liberazione degli oppositori, dall’abolizione delle leggi razziali alla
costituzione di un governo largamente rappresentativo dopo la fine della guerra.
Tutti i partiti democratici esistenti prima dell’avvento del fascismo vi aderirono.
Bando della RSI che condanna a morte i
renitenti alla leva militare, primavera 1944
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LA RESISTENZA ALL’OCCUPAZIONE NAZISTA
la STAMPA CLANDESTINA
Stampatrice a mano usata in una tipografia clandestina
Miscellanea di giornali stampati clandestinamente in Italia e diffusi anche a Imola
LA RESISTENZA ALL’OCCUPAZIONE NAZISTA
Volantino che invita i contadini a non
trebbiare, 1944
Le SAP, affinché il raccolto non fosse dato agli
ammassi e portato in Germania, cercavano di
invitare i contadini a ritardare la mietitura e a
lasciare il grano già falciato nascosto in piccoli
mucchi.
I partigiani della 36° brigata Garibaldi
aiutano i contadini a trebbiare e a
distribuire il grano alla popolazione,Val
Collina di Posseggio (Fontanelice),
luglio 1944
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LA RESISTENZA ALL’OCCUPAZIONE NAZISTA
il FRONTE DELLA GIOVENTU’
Gruppo di giovani del Fronte della gioventù, dopo una riunione,
sulla riva del Santerno, 1944
Il “Fronte della Gioventù” venne costituito a
Milano nel gennaio 1944 e vi aderirono in
forma unitaria rappresentanti dei comunisti,
dei socialisti, dei democratico-cristiani, del
Partito d’azione, ragazze dei Gruppi di difesa
della donna e studenti di orientamento antifascista.
A Imola il primo nucleo si aggrega spontaneamente e precedentemente (nel dicembre 1943)
alla sua organizzazione e costituzione a livello
nazionale. Promotori e responsabili furono:
Elio Gollini e Walter Tampieri, poi Emilio
Fuochi e Gianfranco Giovannini.
L’attività del gruppo imolese, in collegamento
con le SAP e col Comando di piazza militare,
consisteva in azioni di sabotaggio (chiodi a tre
punte disseminati lungo le strade per ostacolare
il passaggio dei mezzi militari, segnaletiche
modificate per creare confusione, taglio di pali
telegrafici e telefonici, recupero di armi e munizioni, e di materiale vario utile per le brigate
partigiane e per i famigliari delle vittime) e
nella diffusione di stampa clandestina.
Giovani del Fronte della Gioventù attivi nelle formazioni GAP, SAP
e 36°Brigata Garibaldi (il primo a sinistra è Vittoriano Zaccherini,
deportato e scampato al lager di Mauthausen)
“incontrare la storia...”
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LA REPRESSIONE NAZIFASCISTA
C
D
sale C - D
La repressione nazifascista a qualunque
forma di opposizione ebbe inizio poco
tempo dopo l’armistizio, ma diventò
sempre più feroce man mano che la Resistenza si rafforzò.
Il 27 gennaio 1944 al poligono di tiro
di Bologna vennero fucilati Francesco
D’Agostino, Alessandro Bianconcini,
Alfredo e Romeo Bartolini.
Il 29 aprile 1944, durante una pacifica
manifestazione organizzata dai Gruppi
di difesa della donna per reclamare generi
alimentari e la fine della guerra, le guardie
repubblichine sparano sulla folla per impedire l’accesso al palazzo comunale.
Maria Zanotti viene uccisa, Livia Venturini, ferita gravemente, morirà dopo alcune settimane.
Vengono inoltre attuate rappresaglie
contro gli attacchi partigiani: nel luglio
1944 sopra Marradi trentacinque contadini vengono uccisi dai tedeschi, a Casetta
di Tiara vengono bruciate la chiesa e la
canonica e Sassoleone viene parzialmente
incendiato e semidistrutto. Inoltre, per
incentivare le denunce di partigiani e di
depositi di armi vengono istituiti premi
in denaro e in sale, merce allora introvabile. Chi veniva denunciato era incarcerato e torturato nella rocca di Imola,
utilizzata a quei tempi come luogo di
detenzione. Per alcuni l’arresto si concludeva con la deportazione nei campi di
sterminio in cui i prigionieri politici erano
contrassegnati dal “triangolo rosso” per
distinguerli da ebrei, zingari, omosessuali
e testimoni di Geova.
Bando del comando tedesco che promette soldi e sale alle spie,
febbraio 1945
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LA REPRESSIONE NAZIFASCISTA
l’ECCIDIO delle DONNE
Funerale di Livia Venturini, giugno 1944
Testimonianza di Wanda Poletti, figlia di
Livio Poletti e di Livia Venturini.
Fu l’unica supersite della famiglia: entrambi i
genitori vennero uccisi dai nazifascisti. La
madre, staffetta partigiana, venne ferita a morte
durante la manifestazione delle donne in piazza
Matteotti, il padre morì in uno scontro fra
partigiani e nazifascisti nella battaglia di Purocielo.
[…]Fui sempre vicino a mia madre in quei
quaranta giorni successivi al suo ferimento
mortale, avvenuto in quel punto della piazza
centrale di Imola che non dimentico mai di
guardare quando vi passo davanti. In quei
tristissimi quaranta giorni di agonia, mio
padre veniva spesso a trovarci, sempre di
notte, per sfuggire all’agguato dei brigatisti
neri di sorveglianza nei dintorni. Io lo sapevo
e, senza dire niente a nessuno, stavo spesso
anche più di un’ ora ad aspettarlo dopo il
tramonto, seduta sul ponte dove la strada
proveniente da Mordano incontra quella di
Bubano, dove allora stavo con mamma ferita. Erano le uniche volte in cui, ormai,
potevo vederlo: i fascisti lo cercavano e dove
si nascondesse non lo seppi mai.
Era giugno: il tredici di quel mese mia
madre morì […]
LA REPRESSIONE NAZIFASCISTA
il CARCERE e le VESSAZIONI
La rocca di Imola adibita a carcere mandamentale prima e dopo la guerra. Fu un luogo
di tortura e di deportazione politica antipartigiana per numerosi imolesi (oltre 200)
Testimonianza di Virginia Manaresi.
Gina entrò nella Resistenza come staffetta. Si
occupava dello smistamento e della distribuzione della stampa clandestina e dei collegamenti
fra la città e la campagna. Per molto tempo
non volle parlare della sua tremenda esperienza
dell’arresto, delle torture nella rocca di Imola
e della prigionia nel campo di Bolzano.
[…] Mi misero in Rocca; con me erano
stati arrestati otto compagni. Ci facevano
fare il bagno all’aperto in una vasca piena
d’acqua gelida. Eravamo nel novembre
del 1944: figurati la temperatura! Ci
facevano subire interrogatori nel torrione
della Rocca. Però più che prendere delle
botte, non posso dire che mi abbiano fatto
altro. Dopo gli “sganassoni” mi puntavano
la rivoltella sotto il naso e giù scudisciate!
Usavano il frustino per picchiarmi e dicevano: “Deve fare il fumo!”
Testimonianza di Lea Bianconcini.
Nella notte fra il 9 e il 10 marzo 1945 furono
arrestate alcune giovanissime staffette del battaglione SAP Montano, una di queste, appena
quindicenne, Lea Bianconcini, fu costretta a
costituirsi per salvare la sua famiglia minacciata
di rappresaglia dalla brigata nera.
[…] Mi misero fuori due giorni prima
della Liberazione, dopo trentaquattro
giorni di carcere. Negli ultimi giorni
erano molto arrabbiati e intensificarono
le torture agli uomini. Fecero delle atrocità da non potersi descrivere! Quando
andai a casa, solo che sentissi sbattere
una porta, di notte mi svegliavo di soprassalto e dovevo andare a sedere sulle
ginocchia di mia madre e tremavo tutta
perché avevo sempre paura che venissero
a prendermi un’altra volta […]
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LA REPRESSIONE NAZIFASCISTA
itinErario DiDAttico
la DEPORTAZIONE nei CAMPI di STERMINIO
Una delle strade costruite col lavoro forzato
dei deportati, Campo di Mauthausen
Nei lager lo stato totalitario si impadronisce
direttamente della vita del detenuto distruggendo l’essenza stessa dell’uomo in quanto
tale; attraverso la fame, il freddo, le malattie,
la paura, il lavoro forzato, la violenza fisica e
psicologica si infligge al prigioniero una morte
lenta, dolorosissima e atrocemente consapevole.
Deportate
del Campo
di Mauthausen
19
LA REPRESSIONE NAZIFASCISTA
Campo di Mauthausen ora luogo della Memoria per le generazioni presenti e future
Testimonianza di Vittoriano Zaccherini.
A diciassette anni, nel giugno 1944, Zaccherini entra nella Resistenza, il 20 novembre di quello stesso anno viene arrestato
dalla brigata nera, rinchiuso nel carcere
della rocca di Imola, interrogato, torturato,
inviato, prima alle carceri di Bologna e poi
nel campo di smistamento di Bolzano.
Da lì viene inviato al campo di sterminio
di Mauthausen
Partimmo da Bolzano destinati a Mauthausen dove giungemmo sei giorni dopo[…]
Dopo il bagno e la rasatura, fummo mandati
in una baracca (era la baracca 24, chiamata
della “quarantena”) e lì completamente
svestiti, con una temperatura che si aggirava
sui 16/17 gradi rimanemmo chiusi per una
ventina di giorni. Poi ci fu data la divisa
da deportato che consisteva in una giacca e
un paio di pantaloni di tela a righe bianche
e blu, con un numero stampigliato. Ognuno
di noi aveva un numero progressivo di matricola, il mio era 115.778 […]
Da mangiare ci davano tre quarti di broda
al giorno e un pane tedesco che pesava un
chilo da dividere fra venti persone […]
Era uno degli internati che divideva il pane,
ma noi italiani eravamo visti male anche
dagli stessi nostri compagni di prigionia. Ci
dicevano “Voi siete alleati dei tedeschi”. E
noi cercavamo di spiegare che sì, era vero
che l’Italia era alleata dei nazifascisti, ma
che noi eravamo lì perché avevamo combattuto contro i nazifascisti.
Ma nonostante ciò la razione più piccola
era sempre la nostra […]
Il 5 maggio 1945 giunse la liberazione. Dico
fortunatamente perché mi erano rimaste le
forze per sopravvivere non più di una settimana ancora: pesavo 28 chili esatti, dei 76
che era il mio peso al giorno dell’arresto.
In quattro mesi avevo perduto 48 chili.
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“incontrare la storia...”
la LOTTA PARTIGIANA della 36° BRIGATA GARIBALDI
D
sala D
Al Nord la lotta armata assunse caratteri
permanenti e di grande rilievo politico.
In montagna, nelle vallate e nelle campagne, sorsero nuclei partigiani ben organizzati, formazioni militarmente inquadrate (brigate, divisioni, bande)
Specialmente nelle formazioni legate ai
partiti di sinistra, le “Garibaldi” (comuniste), le “Giustizia e Libertà” (del Partito
d’azione), le “Matteotti” (socialiste),
c’era una forte esigenza di fare emergere,
dalla lotta contro i tedeschi e contro i
fascisti, un’Italia profondamente rinnovata
in senso democratico.
Nell’imolese si formò la 36° Brigata Garibaldi il cui primo nucleo si costituì sul
monte Faggiola a la “Dogana”, il primo
capo di brigata fu Libero Lossanti, nome
di battaglia Lorenzini e alla morte di
questi ne prese il posto Luigi Tinti, Bob,
commissario politico divenne Guido Gua-
landi, il Moro.
Costituita e diretta principalmente da
imolesi, la 36° Brigata Garibaldi, all’apice
della sua espansione nell’estate 1944 fu
costituita da 1200 giovani provenienti
oltre che da Imola, dalla pianura ravennate
e ferrarese, da Castel San Pietro, da Castel
Bolognese, da Faenza e da alcune zone
collinari circostanti.
Aspri combattimenti avvennero fra partigiani e tedeschi alla Bastia, al Carzolano,
a Casetta di Tiara, a Monte Battaglia, a
Ca’ di Guzzo, a Ca’ di Malanca e a Purocielo.
Un aiuto importante venne dato dalle
donne, le staffette, che, potendo usare
come mezzo di trasporto la bicicletta
anche fuori città, cosa vietata agli uomini,
portavano, ordini, posta viveri, armi e
stampa clandestina.
Comando della 36° Brigata
Garibaldi, Purocielo, 29
settembre 1944.
Il secondo da sinistra è il
comandante della Brigata
Luigi, Tinti, nome di battaglia Bob. Al centro con la
croce rossa al braccio, c’è il
medico Romeo Giordano,
fra lui e Bob c’è Guerrino.
Il terzo da destra è Claudio
Melloni, seduti Sergio Bonarelli e Roberto Gherardi.
36° BRIGATA GARIBALDI
BASI PARTIGIANE DELLA 36° BRIGATA
L’Albergo, prima base
partigiana imolese
sull’appennino tosco-emiliano,
inverno 1943-1944
La Dogana (Monte Faggiola),
1943-1944
Casa della chiusa a
Codrignano luogo di
confluenza dei patrioti
della zona con destinazione
36°Brigata,1944
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36° BRIGATA GARIBALDI
VITA di BRIGATA
La preparazione del rancio, luglio-agosto 1944
La pulizia e i rammendo dei panni, luglio-agosto 1944
36° BRIGATA GARIBALDI
La Compagnia di Gino, Ca’ di Malanca di Monte Romano, agosto 1944
Partigiani e contadini, Ca’ di Malanca di Monte Romano, agosto 1944
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36° BRIGATA GARIBALDI
LUOGHI di SANGUINOSI COMBATTIMENTI e di RAPPRESAGLIE
Sassoleone, veduta del paese prima che fosse semidistrutto per
rappresaglia dai tedeschi che
uccisero anche 28 abitanti fra
cui il parroco, settembre 1944
Monte Battaglia dopo i
combattimenti mentre si
raccolgono e si seppelliscono i
caduti alleati e i partigiani,
settembre 1944
Ca’ di Guzzo (Castel del Rio).
Nello scontro morirono 140 tedeschi e 21 partigiani. I civili
trovati nella casa vennero massacrati dai tedeschi, settembre
1944
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il CONTRIBUTO delle DONNE
Staffette e partigiani della 36° brigata Garibaldi, estate 1944
Testimonianza di Pasqua Benati staffetta
pertigiana, poi, dopo la liberazione, attivista
dell’UDI.
[…] l’ indomani della caduta di Mussolini
(il 25/7/1943) Guido Gualandi venne
a casa mia. Mi chiese di andare a Bologna
in via Mondo a ritirare della stampa in
casa di Mingò e Pierina Costa. Inforcai
la bicicletta di mio marito per fare più
presto e portai a temine l’incarico. Da
quel giorno mi impegnai come staffetta
da Imola a Castel San Pietro. Talvolta,
durante il lavoro di distribuzione, rimanevo della stampa e la nascondevo fuori
casa, sotto alcuni sassi nel cortile, perché
mio marito era sempre sotto sorveglianza.
La notte, quando suonava l’allarme, prendevo la stampa dal nascondiglio e la consegnavo a un soldato che la spargeva poi
all’interno della caserma Della Volpe […]
( l’ 8 settembre 1943) io che abitavo vicino
alla caserma diedi loro tutte le giacche e
i pantaloni che potei trovare facendomi
consegnare, in cambio, i loro moschetti.
Qualcuno di questi li portai ai tedeschi
dopo l’uscita del “bando di consegna delle
armi”, la maggior parte andò ad arricchire il numero delle armi nascoste nell’officina della Cooperativa meccanici dove
si trovava il quartier generale del Comitato Nazionale del quale era presidente
Ezio Serantoni “Mezzanotte” […]
[…] Dormivo in una cantina collegata,
tramite una porta, alla sede del CLN.
Quando al mattino cessava il coprifuoco,
mi portavo subito alla porta e mi veniva
consegnato tanto materiale da portare per
la stampa a Prima Vespignani in una
casa in via Goffredo Mameli[…] Dopo
qualche ora passavo a ritirare la stampa
già pronta. Sotto braccio tenevo delle vecchie
camicie e, quando un brigatista nero che
mi teneva d’occhio mi fermava per chiedermi dove andavo , rispondevo: “ A fare
accomodare questi indumenti” […]
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il contributo delle DONNE
Testimonianza di Livia Morini.
Partecipa ai Gruppi di difesa della donna e dal
novembre 1944 ha l’incarico della compilazione
dei bollettini di guerra e delle direttive emanate
dal CLN. La Morini, partigiana combattente
nel battaglione SAP “Rocco Marabini”, dopo
la Liberazione è stata consigliere comunale e
assessore comunale all’Istruzione di Imola.
[…]Durante la guerra gli uomini richiamati alle armi avevano abbandonato il
loro posto di lavoro che venne preso dalle
donne, le quali iniziarono ad organizzarsi
nelle fabbriche.
Lo sciopero del 1° maggio, nel quale le
donne ebbero un ruolo molto importante
diede l’avvio alla resistenza organizzata
delle donne. Alla Resistenza hanno partecipato donne di tutti i ceti, in particolare
operaie. Erano raggruppate nei Gruppi
di difesa della donna. Non si esponevano
molto, si partecipava alla Resistenza cercando di rimanere nascoste. Ai posti di
blocco gli uomini venivano perquisiti,
mentre le donne passavano tranquillamente con la borsa della spesa. I fascisti non
sapevano che, per esempio, sotto le mele
c’erano delle armi. A volte passavamo con
una sporta piena d’uva. Magari il tedesco
ne prendeva un grappolo , senza sapere che
cinque o sei grappoli più in giù vi erano
le armi.
A Imola esisteva una specie di scuola: vi
erano le donne più anziane, che avevano
partecipato all’antifascismo, come Nella
Baroncini, che facevano lezione a questi
gruppi di ragazze e insegnavano loro come
si dovevano comportare durante la lotta
e la prigionia […]
[…] Le donne che aderirono alla Trentaseiesima Brigata furono il primo esempio
di parità tra uomo e donna, in quanto
nei ritiri partigiani ognuno aveva un
compito e quello delle donne non era certo
di rammendare i calzini […]
Gruppi di Difesa della Donna, poi UDI, (In alto, a sinistra: Livia Morini), 1945/1946
il contributo delle DONNE
Testimonianza di Renata Viganò.
Antonio Meluschi, il Dottor Morri, e la moglie
Renata Viganò sfollarono a Imola dopo aver
lasciato Bologna a causa dei bombardamenti.
Nel gennaio 1944 Antonio Meluschi diede a
Claudio Montevecchi alcuni brevi articoli, scritti
dalla moglie Renata: Le donne e i tedeschi, Le
donne e i fascisti, Le donne e i partigiani.
Vennero pubblicati,uno alla volta in questo
ordine, sul giornale clandestino “La Comune”,
n. 1 del 1/15 gennaio 1944, n. 2 del 16/31
gennaio 1944, n. 5 del 1/15 marzo 1944.
Allora nessuno conosceva la reale identità della
coppia e la stessa Renata Viganò venne
conosciuta dai più solo dopo la pubblicazione
del romanzo L’Agnese va a morire del 1949,
storia di una coraggiosa staffetta partigiana.
Il 1° dicembre 1943 ci trovammo a Imola,
io e mio marito: c’era anche il nostro
bambino, Agostino detto Bu, di sei anni,
affidato ad un istituto con altri piccoli
sfollati. Ci alloggiammo in una casa di
amici dove il solo capo di famiglia sapeva
della nostra attività. Mentre gli altri,
donne e bambini, credettero a una mia
storia di bombardamenti e di paura che
tanto mi avevano scossa da rovinarmi il
mio sistema nervoso e da costringermi a
lasciare Bologna.
In quel modo veniva giustificata l’assenza
quasi continua di Antonio Meluschi che,
si intende, doveva pur badare alle nostre
cose, e certe mie ore rinchiuse e solitarie si
spiegavano col fatto di approfittare di quel
tempo perduto per scrivere un romanzo.
Scrivevo, infatti, ma non un romanzo.
Erano articoli di poche pagine, una serie
che mio marito mi aveva “ordinato”, senza
spiegarmi molto di come dovevano essere,
le succinte parole con cui aveva
accompagnato la commissione, erano
determinate non tanto dalla sua fiducia
nella mia competenza, quanto dalla fretta
che scandiva il ritmo della vita di allora.
-Insomma arrangiati- mi disse -quando
ritorno ne discutiamo insieme-.
Mi arrangiai, seguendo il labile schema
che mi era stato appena accennato, scrissi
cinque pezzi, tutti rivolti alle donne, a
quelle cioè che avevano cuore e amore, che
soffrivano per cento angustie, che
tremavano per i loro cari, assenti o presenti
ma tutti immersi nel pericolo. Erano
intitolati: “Le donne e le carte annonarie”,
“Le donne e la difesa della famiglia”, “Le
donne e i Tedeschi”, “Le donne e i fascisti”,
“Le donne e i Partigiani”.
Antonio ritornò quando avevo finito il
primo articolo, disse che andava bene, ma
bisognava copiarlo a macchina. E dove
avevamo la macchina? La chiese lui al
signor M. che ci ospitava, e per non far
nascere sospetti e chiacchiere non mi chiusi
più nella stanza ma lavorai in sala da
pranzo e lavorai sotto gli occhi di tutti. I
ragazzi e i bambini della famiglia mi
giravano intorno con curiosità, ma erano
ben educati e non si azzardarono mai a
leggere i miei fogli che, del resto, non lasciavo incustoditi.
Una sera eravamo tutti nella sala da
pranzo […]
[…] Ad un tratto, nel silenzio fondo che
circondava la casa, si intese suonare al
cancello. Una volta, due volte, una scampanellata imperiosa. Ci guardammo: alle
21,30, in pieno coprifuoco non potevano
essere che fascisti o tedeschi […]
[…] Infilai i fogli sottili sotto la lastra di
ferro che proteggeva il parquet sotto la
grande stufa. Rimasi lì, in piedi come se
mi scaldassi le spalle […] qualcuno andò
ad aprire […] si trattava di una delle
assurde trovate dei repubblichini. Come
in altre città, il reggente di Imola aveva
dato ordine di piombare gli apparecchi
lasciando radio Roma unica stazione. I
militi venivano semplicemente a controllare, furono soddisfatti, se ne andarono
senza chiedere altro […]
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il contributo delle DONNE
le DONNE e i PARTIGIANI
L’armata partigiana è all’opera. Combatte
soprattutto la sua guerra. E’ un esercito senza
parate, né riviste, né divise. I capi non hanno
gradi sulla manica, non portano cordoni, medaglie e piume, come usava nei buffoneschi
cortei condotti a passo di carica dal luetico
testone di Mussolini. Spezzano il pane con i
loro soldati e devono il vino nello stesso bicchiere, ma si riconoscono perché sulla faccia
hanno la fredda decisione e la dura serenità di
chi è avvezzo a comandare. Sono seguiti dai
loro uomini perché portano con coscienza il
peso della responsabilità. I distaccamento e la
brigata di questo esercito sono sparsi dovunque
ma un ordine li riunisce e non aspettano allora
il rimbombare di paroloni retorici per entrare
nella battaglia. Quando marciano, non fanno
fanfara. Vanno in silenzio, ascoltando il parlare
del loro cuore. Qualche volta cantano, e cantano
per voi, donne d’Italia. Stanno attorno a un
misero fuoco di bivacco, nei riposi fra un rischio
di morte e un altro rischio di morte, e vien
fuori il ricordo della bionda del sobborgo o
della bruna che passava sull’aia. Ritorna l’immagine della sposa che non si può andare a
vedere, eppure lo si desidera tanto, della mamma
che, ormai, ha fatto tutti i capelli bianchi.
Cantano e combattono per voi, che siete le
loro donne.
Dalla vittoria dipendono il vostro benessere di
domani, la tranquillità delle vostre case, la
felicità di cui, in mezzo al dolore avete dimenticato l’aspetto. Per questo essi sono partiti
dalle città, dai paesi, hanno lasciato il proprio
lavoro, le proprie ambizioni, la casa, la famiglia,
hanno rinunciato a tutto, per andare a fare una
vita dura, mangiare male, dormire per terra, al
freddo, inseguiti come bestie alla macchia. Sono
diversi per condizione ed età, operai, contadini,
studenti, professionisti ma lo stesso dovere ed
amore li ha resi uguali, fratelli. Non furono
chiamati dal miraggio di lauti stipendi, come
i volontari assassini della guardia repubblicana.
Vogliono salvare la patria, e per questo vanno
a morie.
Voi dovete amarli, donne, e aiutarli quanto
potete. Se un partigiano ferito o fuggiasco, vi
entra in casa, curatelo e nascondetelo, indicategli
la via di un sicuro rifugio, difendetelo dall’odio
spaventato dei feroci deficienti che lo perseguitano, dategli cibo e coperte.
Ma non dovete attendere che il caso porti
presso di voi un patriota per rendervi utile,
collaborate al servizio informazioni e al servizio
rifornimenti dei combattenti, cucite con le
vostre mani amorose gli indumenti che debbono
proteggerli dal freddo, preparate le bende che
accelereranno la guarigione delle loro ferite,
confezionate e spedite dei pacchi dono, testimonianza concreta della vostra affettuosa cura.
Ricordatevi l’esempio luminoso delle vostre
donne del Risorgimento, sempre a fianco dei
loro uomini nel momento più grave della lotta.
Tutto ciò che farete per i partigiani vi sarà reso
al mille per cento, dalla patria riconquistata.
E se qualcuno della vostra famiglia, qualcuno
caro al vostro cuore vuol raggiungere i combattenti, non opponetevi, non piangete. Apritegli la porta e lasciatelo andare via. E’ l’unica
strada giusta per un uomo, oggi, e ne sarete
fiere e felici domani, quando, nelle città liberate,
il vessillo scarlatto della giustizia sostituirà i
tetri gagliardetti dei ladri e degli assassini
(Trascrizione integrale dell’articolo di Renata
Viganò, pubblicato sul giornale clandestino “La
Comune”, n.5 - 1/15 marzo 1944)
il contributo delle DONNE
Testimonianza di Prima Vespignani.
Entrò nel PCI nel 1929, fu una delle prime
dirigenti del movimento femminile antifascista
imolese. A fianco di Nella Baroncini, organizzò
i Gruppi di difesa della donna. Si occupò della
distribuzione della stampa clandestina e della
diffusione della medesima. Dopo la Liberazione
ha continuato il suo impegno lavorando come
attivista nell’UDI.
[…] partecipavo alle riunioni, alla diffusione della stampa, alle scritte sui muri,
all’assistenza alle famiglie dei compagni
arrestati e soprattutto avevo il compito di
accompagnare i vari funzionari del PCI
mandati dal centro del partito che a quei
tempi si trovava a Parigi. Assieme a
Gustavo, che allora era il mio fidanzato,
mi recavo al recapito di Castel San Pietro
presso un falegname per ritirare la stampa
proveniente dalla Francia […]
non c’era altro mezzo che quello, oltretutto
era tutta scassata e senza copertoni perché
si aveva paura che i nazifascisti la portassero via. Andavamo a Bologna passando
per Castenaso, si doveva attraversare il
fiume in mezzo all’acqua. In primo luogo
trasportavo le biciclette, infine portavo
Nella sulle spalle perché non si bagnasse i
piedi. Era tornata dal confino tanto malata!
[…] Eravamo ben coscienti del pericolo al
quale ci esponevamo. Dicevo: senza la
farina non si fa il pane, senza la lotta non
si ottiene nulla.
Poi venne il giorno della Liberazione, una
di quelle giornate che ti compensano dei
sacrifici di tutta la vita. Quel giorno
pensai: di giornate così piene di gioia non
ne vivremo mai più.
[…] Conoscevo Nella Baroncini solamente
di vista prima che fosse arresta e inviata
al confino. Al suo ritorno a Imola fui
messa in contatto con lei: era la responsabile
dei Gruppi di difesa della donna. Da quel
momento ho sempre lavorato al suo fianco.
Andavamo a organizzare le donne in tutto
il comprensorio, sempre in bicicletta perché
Gruppo di donne dell’UDI organizzano la “befana” per i bimbi poveri della montagna (in
piedi, al centro: Prima Vespignani), Imola 1946
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“incontrare la storia...”
LIBERAZIONE RICOSTRUZIONE
REPUBBLICA E COSTITUZIONE
E
sala E
Il 14 aprile 1945 le pattuglie polacche
entrarono a Imola accolte dai partigiani
GAP e SAP, dai dirigenti del CLN e dalla
popolazione. Il giorno successivo i comandi alleati e la Compagnia della 36°
Brigata di “Libero” entrarono in città.
La città era finalmente libera, ma gli orrori
della guerra non erano ancora finiti: il 17
aprile vengono rinvenuti nel “pozzo
Becca” i cadaveri orrendamente mutilati
di 16 partigiani che la brigata nera in
fuga, il 13 aprile, aveva gettato nel pozzo
della fabbrica ortofrutticola Becca.
Il 25 aprile, giorno della liberazione di
Milano, gran parte dell’Italia settentrionale
era liberata e nei giorni seguenti fascisti e
tedeschi furono costretti alla resa.
Il 2 giugno 1946 si tennero nuovamente,
dopo vent’anni, libere elezioni e per la
prima volta anche le donne poterono
esercitare il diritto di voto. Gli elettori
dovevano scegliere con un referendum
fra monarchia e repubblica: gli Italiani
scelsero la repubblica con 12.717.923
voti contro i 10.719.284. Ma non ovunque: il Centro e il Nord votarono per la
repubblica il Sud per la monarchia.
Fra il 1946 e il 1947 l’Assemblea costituente preparò la nuova Costituzione
della Repubblica Italiana che venne approvata nel dicembre del 1947 ed entrò
in vigore il 1° gennaio del 1948.
L’11 maggio 1948 quando la Carta costituzionale era già stata definitivamente
approvata Luigi Einaudi divenne il primo
presidente della Repubblica italiana.
La Costituzione nacque dall’accordo di
tutte le forze politiche presenti nell’
Assemblea costituente che, pur avendo
posizioni a volte diverse, si sentivano
accomunate dall’antifascismo, dalla Resistenza e dalla tremenda esperienza della
guerra.
La guerra però aveva lasciato profonde
ferite e molti problemi da risolvere: ricostruire città, fabbriche, strade e ferrovie
distrutte dai bombardamenti e trovare
lavoro a milioni di persone. Ma soprattutto per ricominciare bisognava liberare
terreni, strade, case, ponti e acquedotti
dagli ordigni inesplosi; proiettili, bombe
e mine, disposti nella maniera più impensata, erano in grado di scoppiare al minimo urto e di distruggere, uccidere, mutilare. Fu necessaria quindi l’opera di
bonifica effettuata da volontari e da compagnie di militari specializzati. L’opera
di bonifica costò la vita a centinaia di
persone.
liberazione ricostruzione
repubblica e costituzione
LIBERAZIONE
Postazioni di soldati polacchi nell’orto “Colombarina”, Imola 14 aprile 1945
Donne e ragazzi in festa accompagnati in piazza maggiore da un partigiano
SAP, Imola 15 aprile 1945
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Pag. 40
liberazione ricostruzione
repubblica e costituzione
la BONIFICA dei CAMPI MINATI
Gruppo di sminatori imolesi, autunno 1945
A Imola il primo nucleo di sminatori venne
costituito subito dopo la Liberazione e lavorò,
fino al 1948, rischiando continuamente la vita:
11 di loro morirono, 6 rimasero feriti.
Testimonianza di Mario Zanella, un ex sminatore.
[…] nel 1946, quando avevo ventidue
anni, lessi un bando che invitava a fare
un corso per la bonifica dei campi minati.
Mi iscrissi al corso e, un mese dopo, a marzo,
ho cominciato questo lavoro […] il lavoro
era molto pericoloso: dopo solo sei mesi erano
già morte 2 delle 36 persone che avevano
fatto il corso con me.
Si bonificavano circa 20 mq al giorno, si
lavorava sei giorni alla settimana e la
paga era quella di un operaio specializzato
a cui erano aggiunte 600 lire di indennizzo per il “rischio”. Ogni squadra era composta di tre uomini, la mia squadra ha
raccolto 33000 pezzi di materiale esplosivo
(fra bombe, granate e mine) in due anni
e tre mesi […]
Sminare un terreno è un lavoro lungo,
pericoloso e che richiede molta attenzione.
Le mine che hanno parti in metallo sono
identificabili col metal detector, ma le
mine senza parti in metallo (come la tof
di fabbricazione tedesca) richiedono un
lavoro più lungo: si posa nel terreno da
sminare, delimitato da cordicelle, un telaio
(40 x 80 cm.) costituito da 9 quadratini
e si punzona in quattro punti ogni quadratino con un’asta lunga circa 2,5 m.
cercando di far entrare l’asta nel terreno
con un’angolatura di 45 gradi. Se non si
trovavano ostacoli si procedeva a ispezionare il quadratino successivo.
Quando venivano trovate le mine venivano
raccolte in gruppi di quattro o cinque e si
facevano saltare tutti i giorni ad un’ora
prestabilita […]
Si tolgono i manifesti fascisti e si mettono quelli inneggianti ai polacchi e ai patrioti, Imola 15 aprile 1945
Ma la lotta non è finita: un’altra grande lotta, rude e dolorosa, ci attende: La lotta per la
resurrezione del nostro Paese, la lotta per trarre la nostra Italia dalla catastrofe immane in cui
è stata criminosamente gettata.
Il segreto della vittoria in questa lotta civica e civile sta nell’unità di popolo attorno ai partiti
che lottano per la emancipazione delle masse lavoratrici, nella stretta unità fra gli operai,
contadini, intellettuali.
Dalle tombe dei nostri martiri, dalla tomba di Antonio Gramsci, di Giacomo Matteotti, di Carlo
Rosselli, di Amendola, di don Minzoni, si eleva alto e ammonitore il grido di “unità, unità”.
Questo grido deve essere accolto da noi come alto dovere civico, come un dovere sacro. La vittoria
in questa grandiosa lotta, dovrà ridare all’Italia il posto che le compete nel concerto delle grandi
nazioni civili, dovrà assicurare al suo popolo la pace duratura, la libertà, il lavoro ed il pane,
l’istruzione, la gioia di vivere […]
Anselmo Marabini, Discorso agli imolesi nel giorno del ritorno dall’esilio
sommario
Uomini e donne imolesi tra fascismo e democrazia
- Incontrare la storia p.3
- Vent’anni di fascismo e antifascismo p.4-11
- La guerra e la popolazione civile p.12-17
- La resistenza all’occupazione nazista p.18-22
- La repressione nazifascista p.23-27
- La lotta partigiana della 36° Brigata Garibaldi p.28-32
- Il contributo delle donne p.33-37
- Liberazione ricostruzione Repubblica e Costituzione p.38-41
Le testimonianze provengono dal libro di Livia Morini Per essere libere, due dal
ciclostilato Il fascismo, la Resistenza, le donne curato da alcune alunne del Liceo
scientifico di Imola nel 1981.
Si ringrazia Marco Orazi del C.I.D.R.A. per l’aiuto prestato nella ricerca del
materiale iconografico.
Un ringraziamento a Prima Vespignani per l’intervista rilasciata e alla famiglia
che ha messo a disposizione la foto Befana dell’UDI per la pubblicazione sul
quaderno.
Stampato a Imola - gennaio 2009
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