Collaboratori del 3° numero Franco Baldini - Pinuccia Benelli Liberati - Elio Bianchi Natascia A. Biondi - Pietro Giovanni Biondi - Sergio De Sio Franca Fabbri Marani - Riccardo Germondari - Yvette Gualtieri Anna Mariotti Biondi – Fernando Mazzotti - Franco Palma Renato Ponzoni - Marco Rossi - Nevio Rossi Manifestazioni Malatestiane nel 2001 Cinquecentocinquanta anni dalla fondazione del Tempio Albertiano Ventennale del Club Rimini - Malatesta Vita di Club Anno lionistico 2000-2001 Numero 3 Notiziario del Lions Club Rimini - Malatesta SOMMARIO: Incontri Conferenze Conviviali Servizi Viaggi Curiosità Novità Ricordi Arte Musica Poesia Amicizia Solidarietà Mostre Musei Gastronomia Posta Attualità Chiacchiere Pensieri Brevi Lionismo Anniversari Ospiti Atmosfere Nostalgie Progetti 4 6 Il Presidente La fondazione 11 I services 14 I meetings interclubs 19 Mondo Lions 20 I Meetings 27 Il Club tra Storia e Arte 31 Il Club e il Sociale 33 Viaggiando viaggiando 39 Rimini giovane 41 Il Club e l’arte 45 Il Club e la Musica 51 Voci di donna 53 La Rimini che non c’è 57 Vivere l’Amicizia 61 La Charter night 2001 62 La Redazione Riflessioni Ritagli di vent’anni insieme Charter night 1981 Le Madonnelle Asilo Baldini FF.AA.: Abolizione della leva e carriera militare… Tecnologia: Partono i sommergibili! Il rinnovo delle cariche Artigianato: un mondo di artisti Sport: Campioni di ieri, di oggi, di sempre La visita del Governatore Castel Sismondo Deomene San Patrignano Padova Roma Tatarcord Federico Fellini? Un Maestro vetraio Musica…come? Guillaume Dufay Poesia al femminile Maschi: un nome, un palazzo, una storia Porchetta al vernacolo Dante secondo Mazzotti La voce di un papà Programma Congedo Cari amici Lions H o cercato a lungo, con caparbietà, di configurarmi il “Lion Ideale”, così motivato nell’appartenenza ad un Club di servizio da risultare “normale”, non eccezionale. Ho ascoltato il respiro affannoso dell’Uomo alla ricerca di se stesso. Ho considerato l’Essere ed il non essere, la Creatività e l’immobilismo, il Fare ed il distruggere, Tutto ed il contrario di tutto. Mi è difficile credere di essere stato da meno di Diogene, illuso ricercatore di Uomini…Ho soppesato tutto al fine di essere un buon Presidente Lions... Ho cercato di dar vita a gesti importanti, a Meetings dal significato intenso, con Relatori preparati che hanno sviscerato argomenti diversi, che ci hanno arricchiti dei loro studi, sempre interessanti: ho generalmente ottenuto una soddisfacente partecipazione, anche se da presidente ambizioso avrei voluto la totalità, ma qualcuno…poteva solo di martedì. È stato bello ritrovarsi fra Amici, ogni quindici giorni, non solo per raccontarci aneddoti e barzellette. Infatti non sempre si possono trattare argomenti “leggeri”, sappiamo bene che l’appartenenza al Club esige qualcosa di più, si può fare un Service di “umorismo”, ma umorismo per il “SERVICE”, come l’Interclub di carnevale. Ho voluto essere un presidente dirompente, qualche volta provocatorio perché avrei voluto sollecitare tutti alla partecipazione attiva! Tra una critica e l’altra, meritate e non, ho trovato la collaborazione di persone entusiaste che mi hanno seguito con…pazienza, interpretando le mie aspirazioni (ben consci che il 29 4 Vita di Club Giugno 2001 non era poi così lontano e, liberatorio, quel giorno sarebbe arrivato a por fine ai loro “affanni” ed alle mie telefonate stile Cassandra…), a volte frenandomi, a volte litigando con me, ma soprattutto dimostrando con la loro partecipazione che apprezzavano quanto andavo facendo. Dopo aver riflettuto tanto sul nostro operare di Lions, spero di non aver deluso il Club e soprattutto quegli Amici che come me hanno creduto nelle finalità del giornalino, la mia migliore idea: “VITA di CLUB” è uscito, è riuscito. Per la verità non è un Notiziario, è molto, molto di più ...(Non è stato preso in considerazione al “Premio Notiziari” per il 2001 dal Distretto 108 A. Fuori concorso ha vinto la “Palma d’oro”, ma nessuno ce lo ha mai comunicato!), così ci siamo imposti di non mollare, dopo le disavventure tipografiche, e siamo arrivati a stampare il 3° numero. Bellissimo !!! L’orgogliosa, meravigliosa Redazione è già stata abbondantemente ripagata dalla stima (più esterna, in verità…) unanimemente concorde nel valore dei testi e della grafica. Qualcuno, e non ne fa mistero, anzi se ne fa un vezzo, persegue la parsimonia delle lodi …, ma tant’è… Poiché nessuno aveva dubbi sulle qualità culturali dei Lions, pensavo che sarebbero stati più numerosi i collaboratori; comunque coloro che hanno inviato articoli o commenti, l’hanno reso ricco, vario, armonioso, mai monocorde. Mi complimento con chi ha collaborato: almeno loro…passeranno alla storia...del Club. Purtroppo gli assenteisti hanno perso un’occasione, anche per criticare. L’appartenenza al Club d’altra parte è libera (vedere articolo sul n. 2 di “Vita di Club”), gli obblighi non sono tanti, ma sostanziali: Disponibilità, Amicizia, Stima, Rispetto, Solidarietà, sempre. Quando solo uno di questi presupposti viene a mancare non ha più senso il restare. La nostra opera è corale, tutti dovrebbero sentirsi coinvolti: non è il Presidente il Club, siamo Noi il Club, siamo Noi Lions. La partecipazione attiva è un’etica personale, interiore, da affermare anche contro noi stessi e la nostra indolenza. Se Melvin Jones ritornasse tra di Noi non avrebbe piacere di vedere i suoi Leoni pascolare abulici nella savana dormiente. Allora diamoci da fare: non centelliniamo i Grandi Progetti umanitari! Se ... Melvin ci ha chiamati Leoni, ci ha voluti Leoni, e non zebre o cammelli, non dobbiamo sbadigliare, ma ruggire. Un ruggito terrificante che nelle notti buie africane fa accapponare la pelle, incute rispetto e timore, e a cui segue un silenzio che avvolge tutta la terra. Ruggiti di qualità, non flebili aperture di mandibole… Non si può essere riottosi al servizio. Services importanti, da Veri Leoni. Così è nata l’idea al Governatore con “EMERGENCY”. Non tutti sanno che in Sierra Leone si combatte e si muore…Là non possono attendere preventivi!!! Bisogna agire subito, cogliere il momento, non rimandare. Salvare un inerme indifeso, un bambino al quale hanno mozzato una mano è un dovere di tutti. Altro che dire: ma noi da soli che possiamo fare? Non si può aspettare, magari per risparmiare o per costruire un Ospedale migliore. Non si possono lasciar scannare fra di loro, lavarsene le mani o starsene alla larga, non è un operare nella solidarietà. Gino Strada è un Medico che si è tolto dal caldo di una clinica e, con 2 Bypass e 40 sigarette al giorno, è andato a cercarsi un mondo di morte, operando 24 ore su 24, col pericolo che uno stupido cecchino gli spari alla schiena; non lo ha certo fatto per passare alla Storia, anche se questo non sempre è colto da coloro che in ogni umana azione vogliono vedere più che la generosità, l’interesse. Bisogna dire la verità anche quando è scomoda: quando le istituzioni sono latitanti o la burocrazia intralcia, bisogna agire. È vero che il silenzio, il non agire, l’indifferenza sono all’ordine del giorno. Chi si ritrova spalle buone, le mie sopportano ancora discreti pesi, va avanti, ma non è da tutti. Il nostro Club ha principi “nobili ed elevati”, prevede un servizio fatto di fratellanza e di amore, non parole, ma fatti. Il mio “guardare in alto”, il mio pensare alla “grande”, il mio tentare di essere più presenti nel sociale, di incidere operando alla Grande, voleva essere un modo per affermare: NOI SIAMO DEI LIONS, UOMINI CHE AGISCONO, OPERANO NELLA SOLIDARIETÀ. Spero di aver fatto cose belle!? Al mio dubbio amletico lascio le Vostre risposte. Mi rendo conto che la mia era ed è “un’utopia grandiosa”, non possiamo cambiare il mondo noi Lions, ma mi piacerebbe!!! I SERVICES che ho portato a termine, gli incontri, le gite culturali, le raccolte fondi per opere umanitarie, Vita di Club sono il bilancio di un anno…fertile e produttivo! Solo un pazzo genio (…sì, avete letto bene, molto più pazzo che genio…, l’immodestia/modestia non mi fa difetto) poteva chiudere il proprio Studio e gettare tutte le sue energie in un lavoro così importante ed impegnativo, pur sapendo che qualche scettico blu avrebbe criticato la sua esaltazione. Seguirà il “LIBRO” sul Ventennale, la nostra Memoria Storica..., ancora più pazzo è il Vostro Presidente...Per fortuna posso far affidamento su quegli Amici che, più geniali di me, hanno capito tutto quello che avrebbe comportato scrivere una storia lionistica. E da anni senza saperlo hanno messo da parte il materiale per il ventennale! L’ultimo, tremendo ruggito sovrastò le onde e si perse là dove l’orizzonte compone il cielo ed il mare, le nuvole si dissolvono e l’orizzonte sfreccia come un gabbiano bianco in una vela d’infinito. Sono dunque un poeta? Perdonatemi se vi ho tediato, ma amo l’ironia, anzi l’auto - ironia. Questo è il Leone Bifronte Franco BALDINI Vita di Club 5 La fondazione 1981 - 2001: Ritagli di vent’anni insieme Di Franco Palma L a sera del 3 febbraio 1981, sera in cui venne ufficializzata la proposta della fondazione di un nuovo Club Lions all’hotel Coronado, alla presenza del Vicegovernatore prof. Gino Magnani, mi ritrovai in un gruppo abbastanza numeroso costituito da amici di vecchia data (Stefano Cavallari, Riccardo Lucchi, Gorino Pecci, Giancarlo Ramberti, Fernando Santucci) e da altri (i più) che non conoscevo ed incontravo per la prima volta. Intuii subito che con loro, così come con i vecchi amici, sarebbe stato piacevole ritrovarsi e lavorare, stringendo rapporti di autentica amicizia e collaborazione. L’iter che mi aveva portato a quell’incontro era scaturito dai frequenti contatti tra la mia famiglia e quella di Antonio Maggioli (già Lion, oggi Pastgovernatore); la conoscenza nata dall’amicizia tra i nostri ragazzi compagni di Liceo, era diventata nel tempo piacevole familiarità, cementata da comunità d’intenti, 6 Vita di Club condivisione di scelte ed affinità comportamentali. Durante i nostri incontri spesso Antonio mi parlava della vita e delle manifestazioni Lions, ma soprattutto si diffondeva sugli scopi umanitari e le finalità morali del lionismo. In quel periodo ero molto impegnato nel lavoro e dedicavo il tempo restante alla famiglia, per cui non pensavo ad altri progetti, ma una lettera ed una telefonata di Antonio mi aprirono all’improvviso una nuova “finestra sulla vita”. Questo fascio di luce mi fece recuperare maggior consapevolezza sulle parole: amicizia – fraternità – attenzione ai meno fortunati – aiuto ai bisognosi – allargamento dei confini per venire in aiuto di chi soffre. Ero sempre stato sensibile a questi temi ed in cuor mio sentivo un forte incentivo ad operare in tal senso, ma avevo anche la consapevolezza del fatto che il turbinio della vita è dispersivo e che un uomo da solo non riesce a rendere concretamente operativi progetti significativi di impegno nel sociale. Capii che era giunto il momento di potenziare il modesto interesse precedentemente dedicato a questi valori e che mi veniva offerta l’occasione per farlo. E’ dall’amicizia che nasce lo spirito di collaborazione e da questa procedono l’operatività e la fattività che portano in ambito lionistico alle realizzazioni dei vari services. Questa consapevolezza fu presente da subito in me e negli altri e costituì la base di unità d’intenti che ci condusse il 23 dello stesso mese alla costituzione ufficiale di un nuovo Lions Club, composto da 38 soci fondatori, con sede presso l’Hotel Bellevue di Rimini. Club sponsor il Rimini-Riccione, lions guida lo stesso Vicegovernatore Gino Magnani, madrina la signora Cinzia Marina Isabella Grimaldi, primo presidente Stefano Cavallari. Per il neonato Club fu scelto il nome “RiminiMalatesta”, a sottolineare il forte legame con la città e la volontà di radicare la propria identità nella sua storia. Tale volontà veniva ribadita nell’iconografia del guidoncino, al cui centro campeggia Castel Sismondo sovrastato ai lati da uno dei simboli presenti negli stemmi malatestiani: la rosa quadripetala. IL 2 aprile 1981 fu la data che segnò l’omologazione internazionale del Club ed il 30 giugno dello stesso anno avvenne l’ufficializzazione nazionale ed internazionale nella serata della Charter Night. Si respirava un clima di grande entusiasmo e quasi di euforia: alla firma dei soci fondatori, compresi nella consapevolezza dell’atto che compivano, facevano cornice le signore, molto eleganti, con negli occhi e nelle parole la volontà di affiancare i loro mariti in questo importante e “grande” cammino che avevano deciso d’intraprendere. I primi anni “ruggenti” (presidenza Cavallari – Santucci – Bellucci) furono immediatamente segnati da numerose iniziative di services di carattere sociale (partecipazione all’organizzazione di un Congresso Internazionale sull’handicap in collaborazione con l’Associazione Papa Giovanni XXIII° - Organizzazione di un commovente torneo di pallacanestro internazionale per handicappati in carrozzina intitolato “Quattro ruote di felicità” – Opuscolo per la prevenzione della droga), indirizzati alla scuola (Prevenzione stradale ed uso del casco), alla città (Istituzione dell’Orchestra Sinfonica Giovanile Riminese – Conferenza e convegno sul turismo – Convegno e diffusione a mezzo stampa e televisione di interventi sui fattori di rischio cardiovascolari) e verso l’esterno (Congresso Nazionale dei Lions italiani – Convegno “Romagna, una regione”). Da queste prime iniziative (tra cui alcune sulla prevenzione di grande anticipazione su problemi che solo più tardi sarebbero stati affrontati in ambito nazionale) scaturiranno poi altri services molto importanti e significativi come l’Handy Help, gli interventi in Albania, Sri Lanka e Ziguinchor in Africa, le iniziative a favore degli anziani, dei non vedenti, della Lega del filo d’oro, dei malati e dei disabili. Indimenticabile la prima Festa degli Auguri, preparata e organizzata da Anna Cavallari e dalle signore con grande sensibilità e intelligenza. Quel giorno si respirava aria di famiglia, di una grande famiglia allargata, in cui adulti e bambini condividevano la gioia dell’attesa del Natale: al sorriso e all’eccitazione dei piccoli di tre, quattro anni e alla partecipazione festosa dei ragazzi e dei giovani corrispondeva la soddisfazione degli adulti nel veder ricrearsi tra i figli la stessa amicizia che regnava tra loro. Quando i più piccoli hanno dato vita ad un presepe vivente, rievocando la nascita del Salvatore con l’accompagnamento del suono di un clarino, anche i cuori “più saldi” si sono commossi. Angioletti vestiti di bianco facevano cornice intorno alla Sacra Famiglia, mentre si avvicinavano lentamente alla culla piccoli pastori, le cui ombre si proiettavano su un bianco telo, a creare un’atmosfera di soprannaturale. Quindi ai momenti pieni Vita di Club 7 d’emozione legati al sacro e al mistero sono seguiti quelli allegri e festosi: la tombola, i canti, le danze, il trenino, i doni per tutti accolti con entusiasmo da grandi e piccini, simbolo, in occasione del Natale, festa dell’Amore, del dono dei nuovi incontri e delle nuove amicizie che la fondazione del Club aveva suscitato e rafforzato. Vent’anni sono passati: in tutto questo tempo alcuni dei soci fondatori hanno rassegnato le dimissioni, altri, che avvertiamo ancora come presenze vive nel Club (Riccardo Lucchi – Giuseppe Spina – Giorgio Paesani – Gian Luigi Dell’Olmo) sono deceduti; tuttora restano iscritti al Club Mario Alvisi, Nevio Annarella, Giampiero Bocchini, Stefano Cavallari, Alvaro Fratti, Mauro Gardenghi, Stefano Magnani, Paolo Marani, Giancarlo Ramberti, Ferdinando Santucci, Bruno Tocco, Gabriele Zannini e il sottoscritto, un gruppo non molto numeroso, ma costituito da persone che nel trascorrere del tempo hanno approfondito e tradotto nelle parole e nei fatti il loro essere Lions. Molti altri soci sono poi entrati, a costituire linfa vitale per la messa a fuoco di nuovi progetti e l’individuazione e realizzazione di nuovi services tanto che attualmente il Club si compone di 53 soci. Nel lungo cammino percorso non sono mancati i momenti di difficoltà, gli scontri, ma spesso è proprio dagli scontri gestiti in modo dialettico e produttivo, dalla polemica (dal greco πόλεµος = guerra) intesa in modo 8 Vita di Club non distruttivo, ma costruttivo, che scaturiscono idee nuove ed una maggiore autenticità e chiarezza nei rapporti interpersonali e nella individuazione delle finalità e dei modi dell’operare. A distanza di vent’anni qual è il desiderio non realizzato? Ricordando quanto detto all’inizio, vale a dire che solo da una base di amicizia autentica può nascere lo spirito di collaborazione che porta alla realizzazione dei services, il desiderio è che tra tutti i soci si crei un’amicizia ancora più salda e diffusa e che al nutrito gruppo dei “fedelissimi” che si incontrano con maggior frequenza su percorsi che si snodano a vari livelli: dalle serate informali agli incontri in pizzeria, dalle gite brevi a quelle di più giorni, decidano di unirsi tutti i soci attuali, nessuno escluso, compatibilmente con i loro impegni, certo, ma con disponibilità a condividere almeno alcuni momenti. Questo per far sì che meetings, services, iniziative lionistiche si radichino in un contesto di consuetudine ad altre occasioni d’incontro, in cui si vivano i valori dell’amicizia, della risata (quanto importante per l’equilibrio dell’uomo!), della condivisione di momenti di svago che si svolgano all’insegna dell’interesse per ciò che è fondamento ed espressione del cammino di civiltà dell’uomo, vale a dire cultura, arte, spettacolo, riscoperta di tradizioni, modi di vita, antiche ricette, luoghi ancora intatti, mirabili opere ignorate dai più. Nuova si apriva la città. Lunga la linea del mare Segnata dal biondo di sabbia senza fine. Radici strappate. Amicizie negate. Smarrimento. Inquietudine. Frantumato l’universo sereno Rassicurante monotonia di ripetuti giorni Ovattati nella consuetudine del vivere. Voci festose. Sfavillio di lumi. Caleidoscopio di visi, suoni e colori. Amicizie sbocciate improvvise E segretamente centellinate A ricostruire il tempo spezzato. Via aperta A creare nuove certezze Di legami importanti e generosi progetti. Una luce che si accende e riscalda È il ricordo della prima Charter Night. Franca Fabbri Marani Vita di Club 9 10 Vita di Club I Services LE MADONNELLE: Il restauro di tre edicole votive Di Sergio De Sio L’ anno Lionistico 1999-2000 ha condotto la vita del Club a partecipare al 150° Anniversario (11/5/1850 - 11/5/2000) di un Miracolo ancora oggi vivo nella memoria popolare: in Santa Chiara, 1'immagine di Maria Madre della Misericordia mosse gli occhi. Per ricordare quel prodigio nell'anno 2000 si è attivata una singolare iniziativa, alla quale il nostro Club ha ritenuto di partecipare in modo fattivo (unitamente alI’ Assessorato alla Cultura del Comune di Rimini, al Centro Culturale "Il Portico del Vasaio", al Rotary Club e a Easycomputer), ravvisando l'auspicio che la coincidenza temporale diventasse anche un impegno attivo di sottolineatura culturale e tendenzialmente devozionale di quell'evento. Ha dunque ritenuto di collaborare al recupero di varie "Madonnelle", facendosi carico del restauro di quelle immagini che la devozione popolare aveva collocato in Edicole votive lungo le vie di Rimini. In particolare si è provveduto al restauro della Madonnella di Via G. Bruno ospitata in un'edicola fortemente degradata e consistente in una statua della Madonna col Bambino in legno intagliato e dipinto, giudicata di pregevole valore. L 'immagine Mariana era avvolta nel manto con la tipica forma " a cono " il cui esempio più celebre è la Madonna di Loreto. L 'intagliatore ha imitato i tessuti pregiati dei paramenti damascati ricamati a rilievo con filati preziosi e fili d'oro e d' argento. Il volto è ornato ancora da orecchini pendenti, verosimilmente quelli originali. Da tempo sulla statua si erano depositati ovviamente sporcizia ed incrostazioni mentre i parassiti avevano intaccato duramente il legno. Il trattamento di restauro ha quindi compreso un trattamento Vita di Club 11 antitarlo, interventi di ebanisteria per ricostruire le parti strutturali mancanti e l'integrazione della coloratura con un trattamento protettivo finale. L'opera è stata benedetta da Don Vittorio Maresi, canonico del Duomo, ed inaugurata dall'Assessore alla Cultura del Comune di Rimini, Pivato. Si è proceduto anche, nell'ambito dell'intervento suddetto, al restauro di altra edicola votiva sita in Piazza Malatesta raffigurante Madonna con Bambino Santi e Angeli, pesantemente ridipinta ed alterata nel modellato da strati di colorazioni e tinte a spessore, di cui 1'ultima con tempera plastica per esterni, bianca. L'immagine è ottocentesca, realizzata a suo tempo in terracotta e raffigurante la Madonna con Bambino e un Santo, accompagnata da Angeli. Anche 1'Edicola ubicata in Via Soardi in un Palazzo gentilizio risultava realizzata a forti altezze e schermata da un telaio in ferro e rete metallica posizionata in epoca recente a scopo protettivo e quindi costituente una sorta di elemento incongruo, grossolano ed invasivo: la statua che vi era contenuta, di possibile manifattura settecentesca o ripetizione stilistica ottocentesca, è modellata a tutto tondo e fusa in bronzo. L'opera di ripristino si è concretizzata, oltre che in un intervento di ripulitura della superficie, in un'opera di 12 Vita di Club consolidamento con resine specifiche e scagliature del metallo per il ripristino cromatico delle alterazioni e delle interferenze visive rilevabili sulla superficie con velature a patine localizzate. E' noto che le edicole votive venivano collocate lungo le vie e nei crocicchi a protezione del luogo, ma anche per ricordare una grazia ricevuta o per invogliare il viandante ad una preghiera, quantomeno ad una riflessione. Al di là quindi del loro valore storico - artistico il restauro rappresenta la cadenzata aspettativa di un Fatto che, ancor oggi, entri nella storia e ne "vìoli la sterile armonia del prevedibile"; di un significato e di una speranza possibili dentro la vicissitudine universale con le sue tragiche alternanze così come nella personale quotidiana fatica del vivere: il desiderio dell'uomo, lo sperdimento, la disperazione, il dubbio affezionato o cinico, la delusione e il risentimento non più come alienazione, estraneità ed inappartenenza, ma come concludenti segni di autentica inerenza al mondo, al suo Segreto. Vie, crocicchi, negozi, edicole votive: gesti umani lungo il cammino di una scarna attesa, nell'ambito di quella più ampia sfida disarmata che è il gesto di esistere, fino alI’orlo di dio. O di Dio. ASILO BALDINI: Il Service delle Signore I l nome dei fratelli conti Ruggero ed Alessandro Baldini si associa a Rimini ad iniziative di alto spessore socio – culturale: la creazione dello “Stabilimento Privilegiato di Bagni Marittimi” inaugurato il 20 luglio 1843 e dell’asilo infantile o “Istituto di Educazione gratuita per i figli del povero”, aperto nell’ottobre 1847. I due fratelli studiarono a Pisa e qui, quasi certamente, Alessandro incontrò l’Abate F. Aporti fautore di nuove istituzioni pedagogiche quali appunto gli asili infantili, che, se prosperavano in Toscana dal 1833 sotto il patrocinio del principe Leopoldo, non esistevano in Romagna. Rientrato a Rimini, Alessandro iniziò la sua opera di sensibilizzazione presso i maggiorenti della città e si dedicò alla costituzione di una Società per Azioni finalizzata all’apertura di un asilo infantile che egli stesso resse con dedizione, probità e passione fino alla morte nel 1891. Primo asilo sorto in Romagna, si prefiggeva come scopo non solo la custodia dei piccoli, ma anche la loro educazione; si articolava in due rami educativi: diurno infantile e serale professionale e artigianale. Il bambino uscito dall’asilo poteva accedere alle scuole serali, dove un patrono ne seguiva gli studi, finiti i quali provvedeva al suo collocamento. I due rami educativi benché autonomi e distinti erano quindi complementari. L’importanza pedagogica e sociale di quest’iniziativa privata fu quindi notevolissima, e non solo in rapporto alle condizioni socio culturali del periodo storico in cui nacque. Nel 1855 si accettarono a pagamento anche i figli di famiglie agiate; nel 1893 si creò poi una sezione femminile. La storia dell'Asilo, diventato Baldini dopo la morte del suo fondatore, seguì quella tormentata dell’Italia nascente, attraverso periodi di crisi profonda e di lodevoli rinascite. La stradina che da via Garibaldi conduce a via Isotta si chiama via Asili Baldini, perché la prima sede dell’istituzione si trovava lì. A seguito del terremoto del 1916 essa fu talmente danneggiata che nel 1922 fu trasferita in via IV Novembre. Durante il bombardamento aereo del 29 gennaio 1944 tutta l’area fu distrutta, solo nel 1959 l’amore e la tenacia dei Riminesi col concorso degli Enti pubblici e dei privati restituivano definitivamente all’asilo il primitivo decoro. Attualmente questa libera istituzione sopravvive, seppure a fatica, con l’aiuto e l’impegno generoso di molte persone ed enti; tra i maggiori benefattori Maria Raggi Lami, che ha donato un’aula completa di arredamento in memoria del marito Ferruccio, e Maria Guiducci Massani, che ha lasciato in eredità all’asilo un podere di 12 ettari. Quest’anno il Lions Club Rimini Malatesta, tramite le mogli dei Soci, su indicazione dell’amica Anna Lami Cavallari, ha inteso onorare la storia gloriosa di questa istituzione cittadina, fornendo il materiale didattico richiesto che servirà ad allietare nel periodo estivo i piccoli ospiti dell’asilo. Pinuccia Liberati Vita di Club 13 I meetings interclubs FORZE ARMATE: Abolizione della leva e carriera militare aperta alle donne. di Renato Ponzoni N umerosa partecipazione al meeting interclub del 3 aprile fra il Lions Rimini-Riccione Host e il Lions Rimini Malatesta per ascoltare la annunciata relazione del Generale Leonardo Tricarico, Generale di Squadra Aerea e Consigliere Militare del Presidente del Consiglio dei Ministri, sulla riforma del servizio militare e l’ammissione femminile nelle Forze Armate. Particolarmente gradita la presenza di S. E. il Prefetto Dr. Calandrella, buon amico dei Lions, avendo ripetutamente partecipato a nostri incontri; sono presenti pure il Comandante Prov.le dei Carabinieri, il Comandante dell’Artiglieria e la sig. Olivetti, consorte del Comandante impossibilitato a presenziare, ma da tutti ricordato con affetto. Introduce la serata il gen. dr .A. De Angelis, collega ed amico da lungo tempo di Tricarico, che ha parole dense di affetto e di commozione nel tratteggiare la brillantissima carriera del gen. Tricarico, fino a divenire, attualmente, Consigliere militare del Presidente del Consiglio. E' stato Comandante del V° Stormo a Rimini, dove ha lasciato tanti amici e ricordi; recentemente è stato Comandante Operativo delle Forze Aeree Italiane partecipanti al conflitto nei Balcani (1999), nonché Vice - Comandante vicario di tutta la Forza multinazionale 14 Vita di Club impiegata in quel conflitto. Al termine degli eventi bellici è stato chiamato a svolgere le mansioni di Consigliere Militare del Presidente del Consiglio dell’epoca, On.1e D’Alema; carica confermata di seguito, e tuttora, per il Presidente del Consiglio in carica, On.le Amato. Il gen. Tricarico, prima di iniziare la sua relazione, saluta con affetto e con devozione la sig.ra Olivetti, consorte di un Collega colpito da una grave sindrome invalidante. Ricorda poi come tutti i Governi recenti si siano fattivamente dedicati alla riorganizzazione ed al potenziamento delle Forze Armate, non solo perché a ciò tenuti con urgenza in conseguenza dell'evento bellico nel territorio della ex Jugoslavia (perché di vera guerra si è trattato dal 24.3 fino al 29.6. 1999), ma anche per precedenti decisioni governative programmate, culminate con i due principali provvedimenti oggetto della illustrazione della serata e cioè: a) l’abolizione del servizio militare obbligatorio, b) l’immissione delle donne nelle FF.AA. Provvedimenti riformatori di grande portata, da inserire immediatamente nel nuovo esercito europeo, voluto recentemente con l’accordo di Helsinki, in base al quale il nostro Paese dovrà partecipare con 103.000 militari professionisti già dal 2006; intanto, l’Italia partecipa con 12.000 unità alle forze internazionali. Per effetto dell’abolizione della leva militare obbligatoria gli ultimi giovani "di leva" saranno quelli nati entro dicembre 1985; dopo di loro le FF.AA. saranno costituite unicamente da militari scelti, professionisti. Diversi problemi si presentano per l’assunzione dei nuovi militari, da addestrare per formarne dei professionisti; in primo luogo il Generale Tricarico deve purtroppo ammettere che le FF .AA. non costituiscono una buona attrattiva per i giovani, a differenza di quanto accade invece per i Carabinieri e per la Guardia di Finanza. Al proposito Tricarico sottolinea il fatto che, a fronte di concorsi pressoché deserti per posti di militare nelle FF.AA. (Esercito, Aviazione, Marina), i concorsi per i Carabinieri vedono la partecipazione di 100 giovani per ogni posto a concorso; e per la Guardia di Finanza poco meno (70-80 a 1). Non è facile capire il perché di queste scelte tanto differenti; evidentemente le FF.AA. non hanno un buon ufficio di pubbliche relazioni come Carabinieri e Finanzieri. Sorridendo, il Prefetto suggerisce di trasmettere una fiction TV della qualità del Maresciallo Rocca anche per i quadri delle diverse FF.AA. Indubbiamente qualche aspetto importante esiste a spiegare la diversa attrazione; per quanto concerne poi i Carabinieri in particolare, il gen. Tricarico riferisce che la loro fama è tale che lo stesso Pentagono USA ne sta studiando organizzazione e funzionamento, con l’intento di scoprire i segreti del loro successo anche internazionale, per trarne giovamento nella loro organizzazione. Ciò che maggiormente allontana oggi i giovani dal servizio militare scelto volontariamente, dice il Gen. Tricarico, è l’aleatorietà di una occupazione al termine del servizio militare, cioè dopo i 3, 5, 7, 9 anni di servizio; quale occupazione potranno trovare nel mondo civile? In Italia si ricerca il posto fisso, dice il generale, e questo crea gravi problemi; è necessario comunque trovare una soluzione, con un po’ di fantasia; e anche piuttosto in fretta, dati i tempi brevi che restano alla costituzione del nuovo Esercito Europeo. Una possibilità, ricordata nel corso della conversazione, potrebbe essere quella di fornire ai nuovi militari una preparazione professionale in settori moderni di attività (come l'elettronica e l'informatica) che faciliterebbero prevedibilmente l'osmosi militare - civile al termine del primo servizio. Quanto alla presenza delle donne nelle FF .M. il Gen. Tricarico evidenzia quanto il provvedimento fosse necessario; <<Siamo l'ultimo Paese Occidentale ad avere adottato questo provvedimento>>; ma evidenzia anche <<quanto poco propensa al servizio militare sia la donna italiana>>. Infatti, dopo i primissimi concorsi cui hanno partecipato grandi numeri di ragazze, si è assistito ad una caduta verticale delle partecipanti, sia per l’Esercito, che per la Marina che per l’Aeronautica. Anche se è vero che le donne ora presenti nell’Arma aeronautica stanno dando buonissima prova di sé. I problemi sono quindi numerosi e anche abbastanza gravi, in parte imprevedibili; certo che il servizio militare non ha mai offerto allettanti traguardi di carattere economico, né potrà farlo ora, prevedibilmente. Ciononostante tutti i militari hanno sempre svolto con impegno e senza riserve il proprio compito e certamente continueranno nello stesso modo anche ora. Sollecitato da molti Soci che ne hanno fatto richiesta con loro interventi, il gen. Tricarico mette in evidenza che l’Italia è il quarto contributore sui 180 Paesi ONU per numero di militari, il quinto se si conteggiano anche le risorse ed i mezzi. L’Aeronautica, dice ancora il gen Tricarico, ha fatto una guerra (quella dei Balcani; perché proprio di guerra si è trattato) con mezzi in buona parte inadatti o insufficienti, mostrando però grande spirito, dedizione e anche capacità tecnica. (Sono concetti ai quali noi meno giovani siamo purtroppo abituati, da sempre: la necessità di dover sopperire con iniziative e sacrificio personale alle carenze organizzative centrali). La relazione è stata seguita con grande interesse dai numerosi presenti, che hanno rivolto numerose domande e fatto diverse osservazioni alle quali il generale ha dato opportuna e pertinente risposta. La bellissima serata si è conclusa con la consegna al prestigioso relatore dei guidoncini dei due Clubs Lions convenuti e delle medaglie commemorative dell'avvenimento; oltre che di un omaggio floreale per la gentile signora consorte del generale. Ancora una volta si è potuto constatare l’opportunità di meetings interclubs, che cementano la conoscenza e l’amicizia dei Soci partecipanti. Vita di Club 15 TECNOLOGIA: Partono i sommergibili! Di Elio Bianchi I l 4 Maggio si sono uniti al nostro i Clubs femminili riminesi, Inner Wheel e Soroptimist, per un meeting interclub presso l'Hotel Holiday Inn di Marina Centro. Argomento della serata: "FINCANTIERI COSTRUZIONI NAVALI IL FUTURO E' GIA' OGGI", sul quale relazionano due Dirigenti della primaria azienda nazionale, gli ingegneri navali Paola Riva e Daniele De Giampietro. Fra gli intervenuti, la presenza femminile è di tutto rilievo, anche per parte lionistica, e piacevolmente sorpresa nel constatare che una giovane laureata, in un settore a forte predominio maschile, ha raggiunto una posizione di tale prestigio e responsabilità. Dopo le presentazioni di rito, l'Ing. De Giampietro, legato fin da bambino all'ambiente marinaro e alla nostra città, introduce l'argomento facendo un quadro dell'attività Fincantieri che si articola in cantieristica per navi mercantili, per navi da crociera e per navi militari con stabilimenti in varie località italiane. In particolare la Direzione del comparto militare è a Genova ed i cantieri sono a Riva Trigoso e Muggiano per la costruzione di navi di lunghezza rispettivamente superiore od inferiore a 100 metri. Nel cantiere di Muggiano operano 780 persone su tre linee: navi piccole, sommergibili, navi grosse con officine, una 16 Vita di Club darsena e un bacino galleggiante per manutenzioni e verifiche. Prende la parola l'Ing. Paola Riva, responsabile del comparto navi di superficie di Muggiano per illustrare le caratteristiche della nave ora in costruzione ed i sistemi di lavorazione. Si tratta di una nave che verrà adibita ad attività di supporto per ricerca ed ascolto; le lavorazioni del cantiere vanno dall'iniziale taglio delle lamiere fino al varo. Le apparecchiature sono per ascolto in acqua, funzioni oceanografiche, studio dei fondali e sono contenute in appositi moduli da istallare a seconda dell'attività da svolgere. Per questa caratteristica d'impiego la nave deve essere "a bassa segnatura acustica", cioè silenziosa e a tal fine: i motori di propulsione sono elettrici, alimentati da energia prodotta da motori diesel incapsulati in ambienti insonorizzanti, la struttura è rivestita di materiali antivibranti, la stabilizzazione è a vasi comunicanti. È lunga 93 e larga 15 m. per 3.000 T. di dislocamento, 2 eliche, 2 timoni, elica trasversale per l'accosto ai moli e zona VERTRET per carico e scarico tramite elicottero senza appontaggio. La velocità di punta è di 16 nodi, con autonomia di 8.000 miglia a 12 nodi e l'armamento è costituito da 2 mitragliere. L'equipaggio è di 94 elementi di cui 34 per la conduzione e 60 per la ricerca; è fra le prime ad avere cabine per ufficiali donne. Sarà varata entro novembre e consegnata solo nell'ottobre 2002 per poter effettuare le prove in mare anche delle sofisticate attrezzature. L'Ing. Paola Riva spiega poi, con l'ausilio di diapositive, le modalità di costruzione: a blocchi separati, rovesciati inizialmente per facilitare il lavoro degli addetti e da assemblare nelle fasi terminali mentre, data l'altezza, albero e fumaioli saranno montati quando è in mare. Indica sullo spaccato fotografico longitudinale i vari ambienti e le attrezzature spiegando la particolarità delle tenute stagne che consentono passaggi da una zona all'altra solo risalendo in coperta. L'Ing. Daniele De Giampietro, responsabile della costruzione sommergibili dello stesso cantiere, illustra le caratteristiche del U 212 A, sommergibile molto più avanzato di quelli della classe Sauro costruiti 12 anni fa e che viene realizzato in collaborazione con cantieri tedeschi: 2 per l'Italia, 4 per la Germania. I tempi sono molto lunghi: il primo, iniziato nel maggio '99, verrà varato in aprile 2003 e consegnato in giugno 2005. Ciò è dovuto al fatto che al varo l'imbarcazione sarà completa anche di installazioni che debbono essere inserite in ogni sezione quando gli anelli sono separati non potendosi utilizzare poi le aperture di accesso, obbligatoriamente di dimensioni ridotte ed in più le prove a mare saranno non meno di 80 contro le 4 dell'altra nave di superficie. La consegna del secondo sommergibile slitterà di circa 12 mesi per potergli applicare i miglioramenti apportati al primo che è da considerarsi un prototipo. Se silenziosa deve essere la nave di cui si è parlato prima, per il sommergibile l'esigenza è ancor più sentita, amplificandosi, come noto, il suono emesso sott'acqua. Per cui tutti gli apparati sono isolati dallo scafo e le zone di passaggio sono allestite con pavimenti insonorizzati. Inoltre lo scafo è antimagnetico per impedire alle mine di aderire e ai sensori di navi di superficie di captare un cambio di campo magnetico; il materiale impiegato è l'acciaio inox laddove possibile oppure, per alcune strumentazioni, si ricorre alla creazione di forze compensative. È la prima volta in campo mondiale che si adottano tali accorgimenti. La propulsione è con motori elettrici che muovono l'elica e le batterie sono implementate da generatori speciali che consentono lunghe permanenze in immersione senza emissione di rumore, rendendo molto difficile l'individuazione del sommergibile. La sua lunghezza è di circa 60 m. e per un battello convenzionale europeo sono sufficienti. L'equipaggio è di 24 persone, 11 in meno dei battelli della classe Sauro per effetto dell'alto grado di automazione raggiunto. La fabbricazione è ad anelli con linea modulare del tipo industriale; le sezioni restano aperte, come detto, per il loro preventivo totale allestimento. La parte esterna è meno resistente in quanto è solo carenatura mentre l'involucro interno deve resistere alle alte pressioni. L'Ing. De Giampietro mostra poi sullo spaccato longitudinale le tre zone del sommergibile: il "box" contenente pompe, compressori d'aria, generatore - diesel, condizionatori, cioè tutto ciò che produce rumore; - la postazione di governo con le consolle degli operatori addetti alle funzioni di ricerca, ascolto ed elaborazione delle rilevazioni del sonar, di offesa se occorre; qui sono gli armadi dell'hardware; - la zona siluri a cartucciera per il caricamento dei 2 tubi prodieri. Con qualche comfort in più rispetto al passato, sono gli alloggi, che hanno cuccette per ogni membro dell'equipaggio. Nella zona poppiera i 4 timoni sono posti con angolazione a 45 gradi e nella torre 2 alette danno direzionalità verso l'alto e il basso, oltre ad alcuni sensori posti lungo lo scafo. Illustra poi le attrezzature delle due officine, in particolare il "ragno" con i bracci che reggono l'ossatura ad anelli e le macchine che evitano lavorazioni manuali per la saldatura dei moduli. L'Ing. De Giampietro, al termine dell'esposizione, risponde ad alcune domande: - che esistono attrezzature di soccorso in caso di incidente; non erano applicabili al caso del sommergibile russo a causa dell'esplosione di un siluro speciale che ha prodotto danni anche nella zona che avrebbe consentito l'ancoraggio di un mini sommergibile, e per la notevole profondità che ha reso impossibile la risalita "a pallone", possibile da bassi fondali per tre persone alla volta grazie al doppio portello; a questo sistema si stanno addestrando in Inghilterra anche nostri equipaggi; - che l'impiego di sommergibili di dimensioni così contenute è adeguato ad esigenze di sola difesa e che il loro numero, sei, è ridotto a causa dei costi rilevanti ma servono a tenere addestrate delle persone grazie alla loro elevata funzionalità; Vita di Club 17 essendo prototipi, per i due nuovi si arriva a 1000 miliardi complessivi, però si mette a punto una linea di produzione che può servire anche ad impieghi civili; - che al momento della consegna, fra 4 anni, la funzionalità sarà la stessa attuale in quanto nessuno oggi fa qualcosa di meglio; è da considerare, peraltro, che la durata di un sommergibile è di 30 anni; - che la profondità raggiungibile è un dato segretato. Anche Paola Riva risponde a due domande formulate da Signore: - che caratterialmente non ha problemi nell'essere in posizione di vertice rispetto a collaboratori e dipendenti maschi; considera le persone in sé ed il rapporto è impostato di solito su basi semplici anche se nota qualche disagio nei più anziani e certamente la tuta bianca da dirigente pone in essere un privilegio nei confronti di lavoratori femmine; - che, riguardo all'occupazione femminile, nota che per certi 18 Vita di Club lavori gravosi la donna ha evidenti difficoltà di carattere fisico; a livello di tecnici solo di recente si nota un risveglio di interesse da parte delle donne e nella sua azienda, le neo assunte stanno dando ottimi riscontri. I ringraziamenti finali da parte dei Presidenti dei tre Clubs sono stati sottolineati da calorosi applausi da parte degli intervenuti a dimostrazione dell'interesse suscitato dalla particolarità dell'argomento, svolto con autorità e chiarezza da parte dei due esperti quanto simpatici giovani dirigenti. Un ringraziamento particolare è stato rivolto a Mario De Giampietro, giustamente orgoglioso dell'accoglienza riservata a suo figlio e alla graziosa collega, venuti appositamente per noi da La Spezia. Mondo Lions IL RINNOVO DELLE CARICHE: Che cosa è uscito dall’uovo di Pasqua? Nell’assemblea del 10 aprile e nel successivo Consiglio del 18 aprile sono state fissate le seguenti cariche per l’anno sociale 2001-02: PRESIDENTE: Franco Palma CONSIGLIO DIRETTIVO: PastPresidente: Franco Baldini 1° Vice Presidente: Maurizio Graziosi 2° Vice Presidente: Mario Alvisi Segretario: Elio Bianchi Tesoriere: Francisco Gori Cerimoniere: Nevio Rossi Censore: Giorgio Liberati Consiglieri: Giancarlo Cecchi – Gabriele Zanini Comitato Soci: Presidente Pietro Giovanni Biondi, Vice Presidente Paolo Marani, Giancarlo Ramberti Collegio Revisori Contabili: Massimo Mancini, Mario Tabacchi, Sergio De Sio Probiviri: Stefano Cavallari, Mario De Giampietro, Fernando Santucci Accogliamo il futuro Presidente brindando alla salute sua, del suo Consiglio e del l’intero Club Rimini Malatesta! Vita di Club 19 I meetings ARTIGIANATO: un mondo di artisti. Di Elio Bianchi I l 27 Marzo 2001 presso l'Hotel Holiday Inn di Marina Centro il Club ha onorato il mondo dell'Artigianato con un meeting che il Presidente Baldini ha concertato con l'esponente del Club, Dott. Mauro Gardenghi, Segretario Generale della Confartigiano della Provincia di Rimini, la quale era rappresentata dal suo Presidente Onorario, Filippo Capodiferro, dal Presidente Francesco Zavatta, dagli Artigiani Bruno Brolli, Tino Carlini, Valter Ciabochi e Fabio Fellini. Erano presenti, graditi Ospiti del Club, anche il Segretario Distrettuale, Claudio Villa, la Presidentessa del Club Soroptimist di Rimini, Sig.ra Nella Venturi, i Signori Angelini, Casadei, Ciabatta e Tonelli con i rispettivi coniugi, oltre a coniugi ed ospiti di Soci. Il Presidente, dando avvio al meeting, saluta gli intervenuti e, ringraziando Gardenghi che è stato attivo promotore di questo incontro, annuncia che già la cena ci mostrerà di che "pasta" sono fatti gli artigiani. Al termine della conviviale il Presidente dà la parola a Francesco Zavatta che, dopo aver ringraziato il Club per l'ospitalità, mette in evidenza come l'artigiano sia contemporaneamente lavoratore e imprenditore; le imprese che operano in Provincia sono circa 10.000 per 350 diverse tipologie con oltre 30.000 addetti e fra questi i giovani sono purtroppo in diminuzione. 20 Vita di Club Infatti sempre meno i figli seguono le orme paterne, avendo probabilmente, attraverso la famiglia, constatato le difficoltà del mestiere. Una innovazione positiva è senz'altro la possibilità che di recente è stata data all'impresa artigiana di esistere in forma di S.r.l.; finora il poter appartenere alla categoria solo in forma di ditta individuale o società di persone, metteva a repentaglio quanto l'artigiano era riuscito ad accumulare col duro lavoro di una vita, in caso di tracollo aziendale, non di rado a causa di fattori esterni. Prende poi la parola il Dott. Gardenghi e ringrazia il Presidente del Club per l'opportunità che gli è stata data di parlare ancora di artigianato, dopo averlo fatto nel primo anno di vita del Club, augurandosi scherzosamente di ritrovarsi con tutti i presenti fra altri 20 anni per trattare lo stesso argomento. Dopo aver premesso di ritenere l'incontro con alcuni artigiani più proficuo ed interessante che l'aver fatto intervenire un personaggio di spicco a parlare di loro, cita i prodotti artigianali già sperimentati a cena: cappelletti e pane "Felliniani" e la Sachertorte di Tino, annunciando che lasceranno un loro ricordo anche Brolli e Ciabochi. Rammenta che per legge si è artigiani se si partecipa personalmente e prevalentemente al ciclo produttivo e con lavoro manuale; questa manualità ha per troppo tempo fatto erroneamente considerare il lavoro artigiano di serie B rispetto al lavoro intellettuale. L'uomo, quando ha raggiunto la posizione eretta, si è accorto di avere le mani e le ha usate divenendo da homo sapiens, homo faber, "il sapere delle mani", e continua osservando come la nostra lingua ingeneri confusione laddove indica con il termine "artigianale" due concetti antitetici; infatti con lo stesso termine si indicano prodotti od oggetti di grande qualità o, viceversa, produzioni imperfette o che non danno garanzie. La difesa della qualità della vita dovrà impegnarsi ad evitare che si cerchi di eliminare l'artigianato che invece è un elemento della sua esistenza. Cita poi momenti di questa lotta che trova ostilità anche da parte di alcune direttive europee, introdotte per favorire prodotti standard con l'alibi che ciò che non è industriale non dà garanzie. Dice: "Bisogna ritrovare l'artigianato vero nel segno della qualità" e sollecita a riflettere su come sarebbero le città senza l'artigianato di servizio per la cura della persona, della casa, dell'auto e su come il turismo nostrano si avvalga del contributo di attività artigiane per restare competitivo. Poi presenta, uno alla volta, i quattro artigiani affinché parlino del loro lavoro e dei loro problemi. Inizia da Bruno Brolli che definisce bravo artigiano, imprenditore, artista, ma anche uomo eccezionale. Brolli fa la storia del suo passaggio dalla pittura alla ceramica, sospinto dal padre, senza però abbandonare la cultura. Si dice orgoglioso del suo lavoro anche se economicamente non dà più di tanto ed esalta la capacità della ceramica di abbellire la casa e riferisce la sua esperienza che nel '73 l'ha portato in giro per il mondo ad illustrare usi e costumi dei popoli per conto di una compagnia americana; ciò lo ha arricchito professionalmente, ma gli ha anche dato la certezza che l'uomo intimamente non differisce dagli altri e, soprattutto, che "l'uomo è grande se sa essere umile". L'intervento, per i suoi elevati accenti morali, molto vicini agli scopi lionistici, riscuote un consenso caloroso da parte del Club. È la volta di Fabio Fellini, panificatore e gastronomo. Gardenghi ne riferisce l'attività di informazione che svolge sull'alimentazione nelle scuole; "poi", scherza, ma non più di tanto, "i bambini rifiutano le merendine". Fellini dice che in effetti la corretta educazione alimentare è da perseguire, stando il fatto che un bambino su tre è obeso. Della panificazione è importante ritrovare le radici antiche; l'industria cerca di inserirsi, ma la qualità non sarà mai quella assicurata dagli artigiani. È contento di essere uscito dall'università 25 anni fa per abbracciare l'attività che i suoi genitori, è figlio d'arte, avevano con coraggio avviato 50 anni fa e che oggi dà lavoro a 20 persone. Grato, dedica il riconoscimento che oggi il Lions Club gli tributa, alla memoria del padre al quale deve quel che è diventato. Valter Ciabochi è un artigiano stampatore. "Ma c'è stampa e stampa", dice Gardenghi. "In effetti", ribadisce Ciabochi, "ben diversi la qualità ed i costi del lavoro artigianale: fare una tovaglia e sei tovaglioli usando lo stampo battuto col mazzolo di legno, la ruggine ed il "ranno", mi ci vogliono due giorni; in serigrafia se ne fanno in un’ora oltre 100 tutte uguali, senza sbavature". Aggiunge che finalmente è stato attribuito un marchio per far riconoscere il prodotto manuale delle dieci stamperie romagnole: uno stampino, un occhiolino ed una mano. Fare con le mani è realizzare un sogno; è per questa passione che 15 anni fa ha abbandonato i reparti speciali dei carabinieri per seguire le orme del nonno. Lamenta che da parte delle istituzioni ci sia scarsa attenzione per gli artigiani ed esalta per contro l'appoggio dell'Associazione che recentemente ha consentito alle aziende di farsi conoscere sia tramite il Consorzio dei "vini e sapori di Romagna" sia per mezzo di Internet. Mostra dal vivo la procedura utilizzata per realizzare un centrino col marchio Lions per i Soci del Club; afferma che essere un artigiano significa amare gli oggetti e crearli con la propria fantasia e chiude dicendo: "Credo che Michelangelo possa andare fiero di essere stato un artigiano, il più forte". Gardenghi, rifacendosi a quanto ha detto Ciabochi, accenna al portale della Confartigianato che consente agli artigiani di farsi conoscere nel mondo. Poi presenta, "dulcis in fundo", Tino, il più bravo pasticcere di Rimini chiedendogli di dire com'è fatta la Sachertorte. E aggiunge: "Gli artigiani si trovano bene in un Club come questo perché siamo uomini liberi e loro pure". Tino rifà con arguzia e semplicità il percorso della sua attività, iniziata in giovane età e fa capire quanto pesante sia stato, e lo sia tuttora, il suo Vita di Club 21 lavoro anche per la difficoltà di trovare giovani che si applichino professionalmente; suo figlio, nel settore della gelateria, sta ben operando con un prodotto di qualità. Dice che la Sachertorte nasce a Vienna in occasione del Congresso del 1815 per soddisfare la golosità del Principe Clemens. Infatti fu chiesto allo chef Steffen Sacher di produrre un dolce originale che prese poi il suo nome; era stato realizzato con pan di spagna, cioccolato, molto burro e acqua, poca farina, glassato poi con marmellata di albicocca. Tino dice di aver sostituito questa con cioccolato con liquore. Prima di dare il via agli interventi, viene rivolto da Gardenghi un saluto deferente a Filippo Capodiferro, Presidente onorario e fondatore della Associazione e della Fiera, esaltandone i meriti, ed anticipa che la Camera di Commercio a breve gli conferirà un riconoscimento quale cittadino benemerito. Dopo il ringraziamento del Presidente diverse persone vivacizzano la serata prendendo la parola. Venturi, Past Presidente del Lions Club del Rubicone e coniuge della Presidentessa del Soroptimist, artigiano nella fabbricazione di scarpe e borse a S. Mauro per mettere in risalto, con un discorso appassionato, le difficoltà degli artigiani, senza aiuti da parte di chi governa, nonostante abbiano fatto grande l'Italia all'estero. Cavallari, esordisce: "senza artigianato non c'è città" e chiede agli artigiani, visto che siamo in tempo di elezioni, cosa vogliono da chi governerà la città. Gardenghi risponde per primo: "più attenzione e rispetto dal Palazzo" e Tino aggiunge che sarà costretto a spostare l'attività fuori dal Centro Storico stante l'impedimento per i clienti di entrarvi. Zavatta interviene: "lasciateci lavorare!" e racconta come solo ora, dopo che ha praticamente 22 Vita di Club dismesso l'attività gli si consenta di parcheggiare con mezzi della Ditta, dopo anni di multe. Ciabochi rammenta il Premio ARTARTE, iniziativa unitaria di entrambe le Associazioni di categoria riminesi, che espone aziende artigiane meritevoli quali Testimonials per divulgare la cultura d'impresa nelle scuole, in mezzo alla gente e che termina ogni anno con la kermesse ARTARTE IN FIERA. "Poiché globalizzazione è antitesi di tradizione, noi vogliamo essere tradizionali nel fare, globali nel saperci proporre". Villa mette un accento sul fatto che l'artigianato si deve difendere più che dall'industria, dalle imprese che si dicono artigiane ma che non lo sono. Gardenghi risponde che l'artigianato non contesta l'industria, ma le leggi che sono state fatte a favore di essa e poi imposte alle piccole, piccolissime imprese mettendole in difficoltà. Se la grande industria, che ormai è soprattutto finanza, prende il sopravvento sulla vera imprenditorialità italiana, questo paese non esisterà più, sarà venduto agli altri. Venturi dice che l'artigianato si rivolge alle fasce alte di mercato. Le griffes cercano sempre più artigiani perché offrono un’alta qualità; "al Palazzo chiediamo di essere difesi e non tartassati con le tasse". Gardenghi conclude gli interventi affermando: "noi, rispetto all'industria, non siamo minus, ma alter nel nome della qualità e per questo vinceremo". Il Presidente Baldini ringrazia i quattro relatori dicendo che ci hanno arricchito e fanno parte di noi. Consegna loro un dono simbolico ma sentito rappresentato da una pergamena personalizzata che mette in evidenza le qualità professionali di ciascuno. Altrettanto fa con gli altri quattro artigiani ospiti. I Soci del Club a loro volta apprezzano l'omaggio che gli Artigiani hanno preparato per loro: una ceramica romagnola di Brolli ed una piccola tovaglia col logo dei Lions, stampata da Ciabochi. LA FESTA DELLO SPORT: Campioni di ieri, di oggi, di sempre. Di Franco Baldini L a serata dedicata allo Sport, il 22 maggio, è iniziata con un’anteprima eccezionale nella sua spettacolarità. Il nove volte campione mondiale di pattinaggio artistico a rotelle Patrik Venerucci si è esibito con la sua partner Beatrice Palazzi Rossi sulla pista di pattinaggio sul Lungomare con evoluzioni così perfette da rendere l’applauso un movimento costante delle nostre mani. E non sono stati da meno i flessuosi intermezzi di Paolo Semprini e di Debora Cecchetti, sua partner, campioni di ballo (danza folk romagnola), talmente abili ed eleganti nelle loro movenze da farci capire che l’Arte può esprimersi a tutti i livelli: quando il corpo segue l’armonia della Musica è uno spettacolo da incanto. Un meeting all’insegna del ricordo sportivo verso gli atleti che hanno onorato la nostra Città e la Nazione facendoci provare emozioni così forti che il ricordo è ancor vivo in noi. Ricordiamo i campioni del passato, onoriamo i campioni del presente accomunati dai medesimi ideali decouberteniani, una vita vissuta all’insegna della lealtà, della semplicità, sì perché i veri campioni sono sempre modesti. I loro ricordi sono piacevoli, è bello rivivere insieme momenti di gloria esaltanti per gli atleti e per i loro fans. Gli ospiti costituiscono una rassegna importante, un elenco di personaggi che meriterebbero uno spazio maggiore. Alcuni flash: l’infallibile tiratore che sbriciolò, l’uno dopo l’altro, 199 piattelli su 200 in quel mondiale che Serafino Giani non potrà mai dimenticare, come noi del resto. Provare a schivare la spada od il fioretto di Roberto Manzi, è un’impresa difficile per chiunque se ne intenda di scherma. Le mete di Michele Romano, i suoi lanci dal diamante del baseball: perle che volano a duecento all’ora. I canestri della giovane promessa Maurizio Morri, quando la retina diventa eterea a 3 secondi dal termine ed un tiro da 3 punti…potrebbe portare alla vittoria. Le smorzate mozzafiato di Miky Morri, quando il campo rosso è pesante da far impantanare le libellule più trasparenti e l’avversario in coma profondo scuote la testa ed annaspa grondante di sudore nel garbino di fine Luglio. Alle parallele Romano Neri non aveva rivali, qualcuno tratteneva il respiro, e Lui nello slancio trascinava con sé l’essenza della ginnastica genuina, nutrita solamente a pasta e baccalà. Ora la Patrizia Luconi continuerà quell’Arte nobile…Le bracciate di Mario De Giampietro accarezzano ancora le onde: il Tritone per vocazione, senza età, sul gradino più alto sale con lo stemma dei Lions, Vita di Club 23 “dall’uno all’altro mar” miete vittorie ed i suoi anni non passano. Onore ai tanti atleti intervenuti ed onore anche a tutti coloro che avremmo voluto fra di noi, in questa serata dove abbiamo rilasciato “Attestati al MERITO SPORTIVO” che vogliono essere un segno di affetto verso gli atleti, di gratitudine per tutto quello che ci hanno dato. 24 Vita di Club Il Prof. Enzo Pirroni ha presentato il libro di Elio Ghelfi, Con i miei sogni all’angolo del ring; ricordi, attese, speranze di uno sport duro, dove l’intelligenza tattica conta più della forza bruta. Gli atleti intervenuti hanno ringraziato commossi per la nostra ospitalità. E noi siamo fieri di loro. La visita del Governatore CHILDREN FIRST: il service del ventennale Di Elio Bianchi I l Club Rimini Malatesta ha onorato la visita del Governatore dedicando il meeting del 12 Giugno alla realizzazione di un service perfettamente aderente alla sua raccomandazione di considerare primaria l'attività a favore dei bambini che rappresentano il 100% del nostro futuro, come ha anche oggi ribadito, raccogliendo unanime consenso nei Clubs del Distretto. D'altronde la loro adesione tanto convinta al service pro Emergency discende da un forte sentimento d'amore verso i bambini che tanto hanno a soffrire nelle zone di guerra. Il service del Rimini Malatesta consiste nella donazione di un holter glicemico al Reparto di Pediatria e Neonatologia dell’Ospedale riminese per monitorare l'andamento della patologia diabetica che purtroppo colpisce in modo crescente l'infanzia. Il piccolo, ma utile apparecchio ha nome “MINIMED” ed è prodotto dalla Ditta COMAR CARDIO TECHNOLOGY (S.r.l. ) con sede a Roma, dalla quale è stato acquistato. Il Lions Coordinatore del Comitato Distrettuale Prevenzione del Diabete e Vice Presidente della Federazione delle Associazioni Nazionali pro Diabetici, Alfredo Serrani del Club Fermo Porto San Giorgio ha messo in evidenza le implicazioni sociali della patologia e l'importanza dell’attività specifica, attuale ed in prospettiva, dei Lions. È seguito l'intervento del Primario del Reparto Pediatrico Prof. Vico Vecchi che ha spiegato il funzionamento e l'importanza diagnostica dell’apparecchiatura ringraziando il Club per la donazione. Il Prof. Ravaioli, Sindaco di Rimini, ha messo l’accento, nella sua duplice veste di medico e pubblico amministratore, sull’importanza della sussidiarietà, intesa come coinvolgimento dei privati, in particolare delle Associazioni di Servizio, affinché con il loro contributo le istituzioni siano messe in grado di soddisfare al meglio i bisogni della collettività. È seguita la cerimonia di consegna dell'apparecchiatura da parte del Presidente Baldini al Prof. Vecchi, mentre il Segretario Bianchi leggeva la motivazione del dono che, sottoscritta dallo stesso Presidente e dal Governatore Scaini su una pergamena, è stata controfirmata dal Prof. Vecchi e dal Sindaco sulla copia per il Club. Il Governatore ha rivolto al Presidente Baldini e al Club un elogio per l'attività svolta Vita di Club 25 e un incitamento a proseguire; si è rivolto al futuro Presidente Palma per informarlo che il Lions multi - distrettuale ha allo studio incentivi per i Clubs che realizzeranno services per la rilevazione della sordità neo natale, invitando il Club ad una visita alla Lega del Filo d'Oro per prendere coscienza di quest'altro dramma umano. Ha poi consegnato apprezzamenti distrettuali a Mario Alvisi per il suo service annuale a favore dei giovani. e a Gori e a Bianchi per la loro attività di officers distrettuali. In chiusura il Presidente ha consegnato gli omaggi del Club ad alcuni ospiti ricevendo dal Governatore il dono di una bellissima icona prodotta a Kucove nel laboratorio realizzato l'anno scorso anche con il contributo del nostro Club. IL LIONS CLUB RIMINI MALATESTA nel ventennale della sua fondazione e nel solco della sua tradizione di impegno e sensibilità per i problemi dell'infanzia e della gioventù, è lieto di donare al Reparto Pediatria e Neonatologia dell'Ospedale Infenni di Rimini, l'apparecchiatura MiniMed per il monitoraggio continuo del glucosio. Il Club ringrazia per la collaborazione ricevuta il Primario professor Vico Vecchi ed i suoi collaboratori Dottori Alberto Marsciani, Patrizia Sacchini, Lidia Pausini augurando loro un proficuo lavoro affinché la loro alta professionalità, avvalendosi di ausili adeguati, risani l'infanzia affidata alle loro cure da una così grave patologia qual è quella diabetica. IL PRESIDENTE DEL LIONS CLUB Arch. Franco Baldini IL GOVERNATORE DEL DISTRETTO 108 A Dott. Marco Scaini 26 Vita di Club Il Club tra Storia e Arte A cura di Pietro Giovanni Biondi CASTEL SISMONDO: la reggia - fortezza I l mestiere delle armi e la passione per la cultura sono i caratteri peculiari di Sigismondo Malatesta; unitamente alla passione per le donne, visto e considerato che ebbe tre mogli1 e quasi una ventina di figli naturali, come era costume per un Signore par suo. Dalla variegata, interessantissima prolusione del Dott. Enzo Pruccoli, che ci ha guidati nella visita, abbiamo appreso…<<le donne, i cavalier, l’arme e gli amori>> di Sigismondo, tanto che ormai sappiamo tutto sul casato con cui siamo…irrimediabilmente imparentati. Il 23 marzo si è registrata la presenza massiccia dei nostri soci all’appuntamento malatestiano più prestigioso del 2001: l’apertura di Castel Sismondo dopo il restauro, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, e la Mostra “Il potere, le armi, la guerra. Lo splendore dei Malatesti” curata da Andrea Emiliani e Antonio Paolucci. Il grande monumento, che rivaleggia a buon diritto con le vestigia riminesi degli imperatori romani, ha finalmente aperto le sue porte, offrendo nelle sue sale un percorso di grande suggestione. Arredi, suppellettili, oggetti della vita quotidiana, accanto ad armature scintillanti e minacciosi cimieri, medaglie coi famosi profili della potente dinastia, opere 1 Ginevra, figlia di Niccolò d’Este marchese di Ferrara, Polissena, figlia naturale di Francesco Sforza e l’amatissima Isotta degli Atti, compagna di una vita. d’arte di grande valore contribuiscono a ricomporre il clima dell’antica corte riminese, dove Sigismondo visse da quando, ancora minorenne sotto tutela, diede inizio alla sua carriera di condottiero e alla sua fama di personalità spregiudicata, che non avrebbe mai sfigurato sulla scena politica dell’Italia pre- machiavellica. Suo padre Pandolfo III era morto lasciando ben quattro figli illegittimi: Galeotto Roberto, Sigismondo Pandolfo, Malatesta Novello, Giacoma Antonia, nati il primo da Allegra dei Mori, gli altri dalla relazione con la nobildonna bresciana Antonia Barignani. Essendo lo zio Carlo senza figli, per difendere Rimini e il suo casato dalle mire del signore d’Urbino e di Malatesta, signore di Pesaro, che aspirava all’eredità dei Malatesti di Romagna per i propri figli, chiese ed ottenne dal pontefice la legittimazione dei nipoti, con facoltà di succedergli. Morto Carlo nel 1429, il maggiore dei suoi nipoti, Galeotto Roberto, aveva diciotto anni appena, scarse ambizioni politiche e una rigorosa educazione religiosa impartitagli dalla zia Elisabetta Gonzaga; apparve subito più preoccupato di rispettare la sua regola di terziario francescano che di dedicarsi alle funzioni di governo. Più animoso e intraprendente di lui, il quindicenne Sigismondo Pandolfo, alla testa di un piccolo esercito, mostrò subito le doti che lo avrebbero portato a lucrare lauti guadagni come condottiero di truppe Vita di Club 27 mercenarie, schierandosi dalla parte ora di una ora dell’altra grande potenza dell’Italia quattrocentesca. Messa da parte una fortuna, si dedicò ad edificare una delle più raffinate corti rinascimentali, che mostrasse al mondo intero la sua grandezza politica, le sue virtù militari e la sua sensibilità culturale. Cominciò procurandosi una certa fama nel campo dell’architettura ossidionale, aprendo cantieri un po’ dovunque, dalla rocca di Fano a quasi tutti i castelli dei suoi domini. Con originali interventi nell’area delle antiche case fortificate dei Malatesti, presso la porta Gattolo, dove un secolo e mezzo prima si era svolta probabilmente la tragica storia d’amore e morte di Francesca da Polenta e Paolo Malatesti, dal 1437 intraprese la costruzione di Castel Sigismondo. Dalle medaglie di Matteo de’ Pasti e dal medaglione che compare sulla destra nell’affresco di Piero della Francesca nel Tempio Malatestiano, si 28 Vita di Club ha un’idea della grandiosità della residenza – fortezza, che, pur ispirandosi ad un grande castello medievale, presentava numerose innovazioni architettoniche. L’edificio interno aveva ben 160 finestre sopra terra ed era circondato da sei grosse torri, torricelle, bastioncelli, ponti levatoi, bertesche e da una profonda fossa che poteva essere riempita d’acqua. In quegli anni si stavano diffondendo le armi da fuoco e di conseguenza l’architettura militare si evolveva per rendere imprendibile la fortificazione. Con i preziosi consigli di esperti famosissimi come Filippo Brunelleschi e l’umanista Roberto Valturio, autore dell’opera De re militari, l’opera fu portata a compimento nel 1466. Ora è tornata ad essere una prestigiosa testimonianza di una signoria nel suo fulgore, prima che <<l’alterna onnipotenza delle umane sorti>>la mandasse in frantumi. DEOMENE: l’immagine dell’Orante tra Oriente ed Occidente P eccato che il nostro Club non abbia partecipato in massa anche a questa iniziativa e solo un piccolo gruppo di “fortunati”, è il caso di dirlo, abbia potuto ammirare le meravigliose opere esposte al Museo Nazionale di Ravenna. L’11 maggio siamo partiti per Ravenna con il prof. Giovanni Gentili, curatore della Mostra, il quale ci ha dato tali e tante spiegazioni interessanti che vorremmo aver registrato le sue parole per risentirle ancora. Attraverso i reperti del mondo pagano apprendiamo come sia costante nel tempo la devozione degli uomini verso ciò che considerano sacro: le braccia levate verso il cielo o semplicemente una mano disegnata su un monumento hanno un valore simbolico già nel mondo orientale. Dall’età precristiana l’orante è un personaggio raffigurato con le braccia allargate e le palme aperte a chiedere la protezione degli dei: uno dei reperti più antichi è un manico di specchio egizio risalente al Nuovo Regno (1575-1087 a.C.); statue fittili di oranti sono numerose nel mondo romano. Quando l’arte cristiana si impadronisce dell’immagine pagana, la carica di significati intensi: le braccia dell’orante rimandano alla posizione delle braccia di Cristo Crocefisso. La mostra è nata per rendere omaggio alla Madonna greca, Patrona di Ravenna, un bassorilievo che un’antica tradizione vuole giunto dal mare <<in sul lito Adriano>> (Dante, Pd. XXI) portato in volo dagli angeli da Costantinopoli l’8 aprile del 1100 e che ora si trova nella Basilica di Santa Maria in Porto. L’iconografia della Vergine Deomene, “colei che prega ed intercede” o della Vergine Platytéra, “più ampia del cielo”, si ritrova su oggetti preziosissimi che provengono dalle maggiori istituzioni culturali nazionali ed estere (Atene, Costantinopoli, Parigi, Salonicco, Bucarest) e hanno le più svariate forme e destinazioni: icone, reliquiari, evangelari, vesti ecclesiastiche, Bibbie, monete, lampade, croci processionali, Vita di Club 29 panagiari d’oro, d’avorio, corone votive d’oro, cristallo, gemme, mosaici, calici, cammei, ampolle, lucerne, circa 140 pezzi realizzati in un arco di tempo che va dall’epoca egizia all’età tardo bizantina. La gita è proseguita, non dimenticando i gusti ameni di una comitiva allegra ed affiatata: un 30 Vita di Club buon pranzetto in un confortevole agriturismo. E per finire, per venire incontro anche ad interessi tecnico – scientifici, naturalistici e ambientali una interessante visita allo Stabilimento Idrovoro di Saiarino e al Museo della Bonifica nelle valli d’Argenta. Il Club e il sociale SAN PATRIGNANO: Il recupero della dignità. Di Pietro Giovanni Biondi S abato 9 giugno, in una mattinata calda e piena di sole, San Patrignano ci accoglie in tutta la sua vastità; su quel colle che domina l’intera vallata lo sguardo si spinge fino al mare. Ad attenderci due giovani della Comunità che con affabile cortesia ci fanno da guida fino al pomeriggio: La prima cosa che stupisce il visitatore è l’ordine, l’armonia dell’insieme, dal paesaggio alle costruzioni. Nei laboratori di pellicceria, di falegnameria, di grafica, sorprendono le attrezzature, i macchinari messi a disposizione dei ragazzi: tecnologie avanzate di cui i giovani sono perfettamente padroni. Ordine, pulizia, regole regnano sovrani in tutti i reparti, compresi strade, giardini, boschetti, in armonia perfetta con la serenità che qui regna. Sentendo parlare i nostri accompagnatori si stenta a credere che siano ex drogati, perché sembrano non avere un problema al mondo; sembra impossibile che il dramma della droga li abbia coinvolti. Gli allevamenti di cani, di bovini, di cavalli sono in perfetta simbiosi con l’ambiente. Alle ore 12 in punto l’immensa Sala destinata a Mensa accoglie i milleduecento ospiti della Comunità divisi per attività; la struttura è completamente di legno con enormi travature di legno lamellare pregiato, ampie vetrate determinano un rapporto di continuità con l’esterno. Sui lunghi tavoli perfettamente allineati spiccano i segnaposti che regolano la disposizione delle cinquantaquattro categorie lavorative presenti in San Patrignano. Le cucine sorprendono per le enormi proporzioni e per l’igiene immacolata. Un esercito di camerieri rigorosamente in giacca bianca e di cameriere in cuffietta riesce in poco più di un’ora a sfamare l’intera comunità, senza affanno e senza rumore. La nostra passeggiata prosegue dopo pranzo visitando uno dei più bei settori di San Patrignano: nelle immense scuderie tirate a lucido come uno studio dentistico ci sono splendidi purosangue di ogni razza, che si affacciano dai loro box in cerca di carezze. I maneggi coperti e scoperti sono tenuti in perfetto ordine, il campo di gara dei concorsi è un prato incredibilmente Vita di Club 31 “pettinato”. Cifre drammatiche ci fanno riflettere: ben quindicimila giovani sono passati per San Patrignano (e la stragrande maggioranza è uscita dal tunnel della droga; la Comunità è dunque una realtà che bisognerebbe moltiplicare perché è evidente 32 Vita di Club che, oltre che a liberare dalla tossicodipendenza, serve a far ritrovare con la responsabilità di sé, il senso della vita e della famiglia. San Patrignano, famiglia allargata, tra luci e ombre, è un esempio di vita recuperata nel suo valore e nella sua dignità. Viaggiando…Viaggiando PADOVA: Una gita sorprendente! Di Pinuccia Liberati P adova accoglie con una bella giornata di sole i partecipanti al 19° Tour del gruppo storico del Lions Club Rimini Malatesta: mentre raggiungiamo il complesso degli Eremitani, osserviamo le intatte mura che circondano la città e gli austeri e sobri palazzi che sorgono numerosi nel centro cittadino; un’atmosfera festosa coinvolge il gruppo, tanto che sembra cosa naturale incontrare un Vittorio Sgarbi edizione Eridania in carne ed ossa che si intrattiene con noi in piacevoli conversari e ci indica le “chicche” giottesche disseminate per Padova. L’incontro inatteso e divertente avrà, per alcuni di noi, un seguito di gloria (i famosi 15 m. di Andy Warhol?) sull’ESPRESSO, tuttavia vorrei chiedere qualche spiegazione al “press agent” dell’effervescente onorevole. Entriamo dunque nell’accogliente penombra della Chiesa degli Eremitani; costruita negli ultimi decenni del XIII secolo in un’unica navata secondo la tipologia delle chiese degli Agostiniani, la chiesa fu bombardata nel 1944, ma è stata fedelmente ricostruita. Che cosa resta oggi di questo gioiello trecentesco? I sepolcri di Jacopo e Ubertino da Carrara (XIV sec.), il mausoleo Marco Mantova Benavides di B. Ammannati (XVI sec.), parte della Cappella Ovetari, già famosa per gli affreschi di A. Mantegna, di cui restano purtroppo solo tracce, per altro di Vita di Club 33 straordinaria suggestione.1 Ma soprattutto emergono lacerti di affreschi di tutti quegli allievi di Giotto, che impareremo ad apprezzare nel nostro itinerario patavino. Facciamo dunque conoscenza con Guariento, Altichiero e Giusto de’ Menabuoi, pochi tratti affrescati nella chiesa, opere più corpose in mostra e nei ben nove cicli di affreschi recentemente restaurati. La mostra “Giotto e il suo tempo” si caratterizza infatti per la riscoperta, in un articolato percorso cittadino, di affreschi preziosissimi attribuiti ad allievi e seguaci del grande Giotto, che qui ha lasciato quel mirabile ciclo di “scene della Vita di Cristo” della Cappella degli Scrovegni. Guariento: come dimenticare le sue straordinarie schiere angeliche? In mostra ci appaiono in una sinfonia di colori e luci, ricomposte in un ambiente che vuole evocare la primitiva disposizione ideata per la cappella della reggia dei Carraresi: l’effetto è emozionante. Altichiero: per maturità compositiva ed espressiva la sua Leggenda di S. Giacomo e la Crocifissione affascinano i pellegrini venuti a pregare nella Basilica del santo. 1 Resta tuttavia la testimonianza iconografica dell’intera composizione con rimandi illuminanti sullo scomparso palazzo dei Carraresi, signori di Padova e principali fautori della splendida fioritura artistica della città nel 1300. 34 Vita di Club Giusto: è la sorpresa più grande. I riquadri affrescati che ricoprono interamente le pareti del Battistero sono un vero capolavoro. Indimenticabili i suoi azzurri, l’Annunciazione e lo stupefacente Paradiso. Anche Pietro e Giuliano da Rimini sono presenti in mostra, nella stessa sala che ospita il Crocifisso di Giotto appena restaurato. Tuttavia la mostra, per quanto bella e stimolante, costituisce un suggerimento al percorso sempre più affascinante dei cicli citati, a partire dalla preziosa ed inimitabile Cappella degli Scrovegni. Depurati dopo la sosta di 15 minuti in ambiente incontaminato, possiamo accostarci alla sublime semplicità dell’arte di Giotto. Ognuno porterà con sé ciò che più ha colpito la sua sensibilità, consapevoli che qui è nata l’arte europea, ci lasceremo commuovere dalle figure dolenti o dalle schiere di angioletti ora festosi ora disperati, i colori, le forme rappresentano per la prima volta nell’arte la vita vera. Fra poco tempo la Cappella chiuderà: un restauro è necessario per tentare di arrestare un degrado che inesorabilmente divora la volta celeste e non solo. Questo in sintesi l’itinerario artistico che abbiamo voluto proporre e che, francamente, non credevamo a priori essere tanto prezioso ed affascinante; ma Padova è anche altro: l’antica Università, detta il Bò, dalla storia gloriosa, con la cattedra di Galileo, con le ricche ed austere sale di rappresentanza e soprattutto con l’emozionante “teatro anatomico”, le piazze dei Signori, delle Erbe, il Palazzo della Ragione, il famoso Caffè Pedrocchi, vero simbolo della città. Nella sala bianca (ce n’è una rossa ed una verde tuttora aperta ai cittadini che vogliano incontrarsi per parlare e discutere senza l’obbligo di una consumazione) abbiamo consumato un signorile e “leggero” pranzetto veloce. In questa sala una lapide ricorda che fin dalla sua apertura nel 1831, divenne centro del movimento risorgimentale per la liberazione d’Italia. Sapete perché Padova è detta la città dei “senza”? Perché ha un Santo senza nome (infatti si dice la Basilica del Santo), un caffè senza porte (il Pedrocchi aperto a tutti), una Piazza senza prato (la Piazza del Prato della Valle). E inoltre l’Orto botanico del 1545, il più antico d’Europa, ove nel XVI sec. furono coltivati i primi lillà, girasoli e patate d’Italia; il Prato della Valle, piazza enorme, scenografica e ricca di fascino; dell’antica Reggia dei Carraresi possiamo solo immaginare le forme classiche guardando gli affreschi di Andrea Mantegna, ciò che resta è ben poco: la leggiadra “Loggia” oggi sede dell’Accademia galileiana, con preziosi affreschi di Guariento. Sulla via del ritorno abbiamo toccato Montagnana, la cui cinta muraria del XIII e XIV secolo, lunga 1895 metri con 4 porte e 24 torri, è straordinariamente intatta ed affascinante; Este di cui abbiamo visitato il Museo Atestino, così ricco di preziosi reperti del territorio fin dall’epoca preromana da suscitare in noi sorpresa, curiosità e ammirazione; Monselice in cui si è ipotizzato un ritorno per una visita più approfondita di questa deliziosa cittadina e…del Ristorante La Torre; infine l’Abbazia di Praglia, in cui il sospiroso monachello del centralino telefonico ha lasciato il posto al vigoroso monaco Vladimiro che ci ha strapazzato, interrogato, redarguito, ipnotizzato, ma anche molto divertito pur facendoci riflettere. Travolta dal ciclone “Vladimiro”, dell’abbazia non ricordo molto, se non le ottime marmellate e le benefiche tisane…Padova è stata dunque un’esperienza artistica di grande interesse, tanto più importante quanto più in parte inattesa; possiamo osare nel giudicare Giusto…grande come Giotto? Possiamo parlarne. Se a ciò aggiungiamo che per non privarci di nessuna emozione, abbiamo navigato sui canali che circondano Padova sotto un autentico diluvio su di un guscio di noce chiamato “Casanova”, mentre i “forti” che hanno osato quest’esperienza stile corso di sopravvivenza, si facevano le più matte ed incoscienti risate; che abbiamo avuto tre esperienze gastronomiche molto interessanti (cito a caso: atmosfera soft e semifreddo all’amaretto con salsa al caffè della Vecchia Enoteca; polenta e schie, risotto con scampi, vongole veraci e porcini con lussuosa tavolata nella scenografica e fascinosa Villa Ducale, risotto di Bruscandoli e tutto il resto innaffiato da un buon rosso alla Torre di Monselice); che la compagnia è stata molto piacevole ed accomodante (infatti non ha infierito su Giorgio che non è riuscito ad evitarci un giorno di pioggia tremenda!), si può concludere con Achille Campanile che questi tre giorni in quel di Padova sono stati “un’(altra) indimenticabile gita”. Vita di Club 35 ROMA: o cara! Di Anna Biondi P er raccontare Roma 5 prendiamo spunto dall’imponente serie di affreschi che ornano una galleria dei Palazzi Vaticani e riproducono minuziosamente le caratteristiche territoriali delle regioni della penisola italiana cinque – seicentesca; le carte regionali sono accompagnate da mappe più dettagliate delle principali città, così abbiamo fotografato le mappe di Roma e di Rimini in una sorta di gemellaggio ideale, visto che l’amore per la Capitale ci ha spinti per la quinta volta a visitarla. Chi ci è vissuto per tanti anni, sopportandone gli aspetti metropolitani e chi ne conosce ogni monumento, ogni rudere, ogni angolo naturale per visite assidue si accompagnano decisi a percorrere itinerari sempre differenti e, arruolati gruppetti di amici affiatati, s’imbarcano nell’avventura sempre avvincente di conoscere nuovi particolari di questa città dai mille volti. Roma 5 è dedicata ai Palazzi Romani, cominciando dai ruderi di Villa Quintili che si stagliano maestosi al centro di una campagna immensa. La villa, risalente al II sec. d. C. come la coeva Villa Adriana di Tivoli, si estende per 24 ettari tra la via Appia Antica e 36 Vita di Club la via Appia Nuova, in uno scenario caro ai vedutisti dei secoli passati. I Palazzi di epoca rinascimentale meta della nostra visita hanno la medesima matrice della “villa suburbana” di età romana che patrizi illuminati sceglievano a dimora, rendendola in un certo qual modo un “museo”. Simbolo di ricchezza e di potere delle grandi famiglie dell’aristocrazia, ma anche testimonianza di amore, a volte sfrenato, per l’arte e la bellezza che si traduceva in fortunate intuizioni legate ad una precisa volontà di mecenatismo nei confronti degli artisti dell’epoca, i palazzi romani sono stupefacenti: il palazzo del Quirinale scelto nel XVI secolo da Papa Gregorio XIII come sede pontificia, il palazzo Giustiniani, che ospita la mostra Caravaggio e i Giustiniani, il Doria Pamphilj, che oltre alla meravigliosa architettura ha una Galleria di opere che riempirebbero dieci musei, il Ruspoli, che ospita la mostra Il terzo viaggio di Velazquez, ed infine il palazzo del Belvedere di Papa Innocenzo III che, con altri edifici, ospita oggi i ricchissimi Musei Vaticani. Un acquazzone imprevisto ci dirotta da Villa Quintili al Museo Montemartini: così scopriamo un illustre monumento di archeologia industriale adibito a luogo di esposizione della più pura archeologia classica. Una vecchia centrale elettrica in disuso da trent'anni si è trasformata in un suggestivo museo dedicato alla scultura romana, che ospita, fra enormi motori diesel, vecchie tramogge e grandi caldaie, candidi marmi di epoca classica, mosaici policromi, terrecotte arcaiche, prima custoditi nei magazzini dei Musei capitolini e non visibili al pubblico: un’armonia impensabile. affetto, perciò andiamo su di giri in un batter d’occhio e tutte le straordinarie bellezze artistiche che vediamo assumono ancora più valore, che “intender no lo può chi no lo prova”… Presidente in testa che fotografa Lions e leoni (a Palazzo Giustiniani dove a momenti lo arrestano), siamo in estatica ammirazione di quanto di meraviglioso è esposto: i coltissimi e raffinati fratelli Giustiniani erano veramente intenditori lungimiranti se comprarono opere Scendiamo all’Hotel Aventino, un’antica villa immersa nel verde e nel silenzio ovattato di un colle non raggiunto dai rumori della moderna metropoli. La tentazione di estirpare le essenze più rigogliose (ah, le azalee romane!) è irresistibile e non si riesce a staccare gli occhi dal vicino Roseto dove migliaia di rose multicolori ci ricordano che è maggio, “in un nero di nubi laggiù”… La comitiva è magnifica, è addirittura un interclub perché sono presenti amici del Rimini Riccione come i simpatici Fambrini; c’è chi ci ha raggiunti da Firenze pur di stare con noi. Siamo orgogliosi di raccogliere tanto di artisti non ancora sufficientemente apprezzati, i quali sarebbero diventati testimonianze altissime del loro tempo, come Lorenzo Lotto e a capire la novità del luminismo realistico di Caravaggio, di cui acquistarono ben quindici opere tra cui il provocante Amor vincitore e il dolcissimo Suonatore di liuto. Le opere riunite nella mostra provengono dalla Gran Bretagna, dalla Germania, dalla Russia e dagli Stati Uniti. A palazzo Ruspoli il percorso della mostra parte con le opere giovanili, quando Velasquez dipingeva ancora secondo la maniera di Caravaggio e ritraeva i picaros come li vedeva. Colpiscono uno stupendo ritratto, arrivato dal Brasile, di Gaspar de Guzman, conte duca d’Olivares, eminenza grigia di Filippo IV, il Ritratto dell'infanta Margarita, Vita di Club 37 figlia di Filippo IV e di Marianna d’Austria, e il Marte, un flaccido Marte, le armi a terra dopo aver fatto l'amore, con cui si dice che l'artista abbia voluto mettere in ridicolo l'antico. Ma l'idea sembra più quella di un genio che non si cura della gloria perché in cuor suo sapeva di essere immortale. Mentre l'incredibile ritratto di papa Innocenzo X dipinto nel 1649 lo ammiriamo nel vicino splendido palazzo Doria Pamphilj, capolavoro del barocco, dove dipinti di Raffaello, Tiziano, Tintoretto, Guercino, Rubens, Caravaggio, Sebastiano del Piombo, splendidi arazzi e reperti archeologici rappresentano il mito del palazzo insieme ai fastosi appartamenti di rappresentanza o all’appartamento privato che i Doria Pamphilj sono riusciti a mantenere integri anche dopo la caduta dello Stato Pontificio fino ad oggi. La domenica romana, cominciata con la visita al Quirinale, ha recuperato il suo sole; perché non arrivare a piedi al complesso del Vittoriano? Assaporiamo il calore del cuore di Roma, tutta fuori casa per una giornata senza auto. A Piazza Venezia ci disperdiamo, chi insegue le ultime vestigia romane riportate alla luce, chi si avventura sulla scalinata dell’Altare della Patria, chi si ferma esausto a sedersi sul primo “sasso” che trova, chi si avventura alla conoscenza di René 38 Vita di Club Magritte. La mostra “Magritte. La storia centrale” espone le opere singolari di un pittore che ha raccontato i suoi incubi allucinanti in una galassia di forme a cui è difficile dare una spiegazione logica, ma che indubbiamente riflettono il tremendo trauma infantile della morte per suicidio della madre. Ammiriamo l’evanescente bicchiere di nuvole, La corda sensibile, e il surreale uomo in bombetta, La buonafede. La precisione fotografica con cui dipinge soggetti irreali è strabiliante. Il lunedì Roma torna a farci sentire i suoi famosi goccioloni e noi la ripaghiamo entrando ai Musei Vaticani, da cui poi non vorremmo più uscire; non abbiamo abbastanza occhi per ammirare tutto. La Cappella Sistina, che col restauro ha ritrovato la luce dei suoi vividi colori originari, ci procura un… estatico torcicollo. La comitiva non ha un attimo di noia… Ristorantini al bacio (provate a “Il Pompiere”, ma non senza chiedere alla Pinuccia dei suoi incontri ravvicinati di terzo tipo coi pompieri…), un caffettino a Sant’Eustachio, un brunch al Caffè Doria…Ma è ora di tornare a casa! Ebbene credete che la cosa ci immalinconisca? Giammai perché il collaudato duo Franca e Nino si esibiscono in pullman riproponendo il meglio del loro repertorio. A Roma 6! Rimini Giovane TEATRO: Tatarcord Federico Fellini? Di Marco Rossi R imini pensa di non essere città culturalmente troppo vivace. E pensa bene, come la vergognosa storia infinita della ricostruzione del “Galli” sta a dimostrare. Non mancano tuttavia alcune luminose eccezioni, che negli ultimi tempi paiono moltiplicarsi e cominciano ad offrire proposte interessanti e promettenti. Vogliamo raccontarvi una di queste “eccezioni”, quella che più ci fa sperare, perché coinvolge e appassiona giovani che sono la Rimini di domani, oltre che dell’oggi. Dunque, già da molti anni, ormai, il Liceo Classico “Giulio Cesare” offre ai suoi studenti la possibilità di accostarsi al mondo del teatro. E non solo tramite il tradizionale studio dei testi, ma anche compiendo il gran passo: calcando la scena. Non trascurando l’indagine culturale e letteraria delle opere, si presenta ai ragazzi quella dimensione peculiare e straordinaria del teatro che è la recitazione, via maestra per conoscere sé Vita di Club 39 stessi e gli altri, oltre che per assimilare in una prospettiva nuova, panica, la creazione altrui che si interpreta. Uno degli approcci meno convenzionali (purtroppo), ma più stimolanti alla cultura e alla vita. Infatti, la risposta degli studenti all’iniziativa è entusiastica e appassionata, nonostante la serietà dell’impegno richiesto. Ed è cresciuta con gli anni. E dire che gli autori affrontati non sono stati di poco conto: i classici della tragedia e della commedia latini e greci, Shakespeare, Pirandello… La qualità del lavoro svolto, poi, è divenuta tale che da qualche tempo il Liceo propone la rappresentazione alla città, presso il Teatro Novelli. Quest’anno, la sfida – vinta – è stata particolarmente ambiziosa. Ci si è distaccati dalle opere già scritte ed edite, nelle quali la difficoltà sta tutta nella rappresentazione. E i ragazzi, insieme alla compagnia teatrale “Arte da Parte” e all’associazione culturale “Banyan”, sono stati anche creatori dell’opera: “TATARCORD, un omaggio a Federico Fellini”. Dopo lo studio del personaggio Federico Fellini (per altro, anch’egli illustre allievo del “Cesare”), dei suoi lavori più e meno noti, servendosi pure di qualche raro materiale in parte o del tutto inedito, hanno voluto allestire uno spettacolo evocativo della mente geniale e onirica, del mondo poetico e arazionale del grande maestro. Non una riproposizione piuttosto inutile di spezzoni di film in chiave “scientificamente” antologica, ma una interpretazione al contempo creatrice e fedele dell’anima e del mondo felliniani, senza temere di intervenire sulle tracce, sugli spunti, sulle opere del Maestro, oppure di creare essi stessi qualcosa di nuovo per l’occasione. Sono voluti entrare in Fellini, per tirarne fuori 40 Vita di Club un universo. Un intendimento appunto ambizioso. Sul cui naufragio chiunque avrebbe scommesso. Chiunque avrebbe scommesso, e avrebbe perso. Dopo vari mesi di preparazione sotto la guida del regista Gianluca Reggiani, lo spettacolo è infatti andato in scena mercoledì 11 Aprile, davanti a un buon pubblico, al solito al Teatro Novelli. La freccia ha colto nel segno: i circa trenta ragazzi hanno saputo dare una loro “visione” del Maestro, stravagante ed impossibile, incoerente ed impensabile, eppure affascinante ed enigmatica. Probabilmente hanno saputo vedere Fellini con gli occhi di Fellini, hanno saputo raccontarlo in una maniera che sarebbe a lui piaciuta e avrebbe appieno condiviso. Questo con un’abilità di interpretazione e recitazione (in ruoli e parti non certo facili) da parte di tutti non meno che buona, per alcuni già qualche passo più avanti del dilettantismo. Alla fine, non è mancato un rimprovero a Rimini. Rimini che di Fellini si fregia senza conoscerlo quasi mai oltre “Amarcord” o “I vitelloni”. Un rimprovero che giunge dalla stessa voce dell’artista, ripresa da alcune vecchie interviste (ma si sono perfino utilizzati filmati, d’archivio o realizzati per l’occasione): quando gli si chiede qual è il rapporto che la sua città tiene con lui, la risposta telefonica del Maestro è la più sincera e la più elegante: cade la linea. Quanto hanno fatto con tanta dedizione questi ragazzi ci lascia sperare che in futuro la linea con Rimini non cada più. Una prima occasione sarà assistere alla rappresentazione che alcuni fra loro terranno questa estate all’Anfiteatro Romano. Soggetto, indovinate un po’? Ma Caio Giulio Cesare, naturalmente! Il Club e l’arte UN MAESTRO VETRAIO: anzi un artista Di Riccardo Germondari D a tempo mi è stato chiesto dall’amico Presidente Franco Baldini, che ringrazio per avermene dato l’opportunità, di parlare del mio mestiere un po’ particolare. E' opportuno che prima mi presenti: sono un riminese puro sangue amante dell'arte in genere, tanto amante che dalla professione di ragioniere sono passato a quella di "Maestro Vetraio" e, ci tengo ad aggiungere, "artista". Che cosa significa essere "Maestri Vetrai"? A Venezia dicesi Maestro Vetraio colui che disegna e realizza un’opera d’arte in vetro fuso (Venini, per fare un nome). Nel mio caso invece ci si deve riferire al disegno e alla realizzazione di vetrate d'arte. Con esse ho esplorato infinite possibilità di collocazione, sia nell’architettura e decorazione a beneficio dello spazio abitativo e sacro, sia nella ricerca continua del nuovo, in senso estetico, per rendere l’ambiente umano sempre più confortevole. Abbinare l'arredamento all’arte vi confido che non è semplice, ma un po’ di fantasia e buona volontà mi hanno aiutato. Un’arte, quella delle vetrate rilegate, composta di tante piccole lastre di vetro soffiato generalmente colorate, dipinte e cotte a fuoco che, sorrette da una intelaiatura e riunite con piombo trafilato, formano nel loro insieme una composizione unica nel mondo delle creazioni artistiche, grazie al particolare rapporto che esiste fra il vetro e la luce: di una superficie dipinta, infatti, vediamo il colore perché la luce vi si riflette, mentre di una vetrata lo vediamo perché la luce l'attraversa. La luce riflessa mortifica i colori del vetro e quando il buio scende finisce anche "la vita" di una vetrata. L’arte del vetro e della vetrata, arte essenzialmente dinamica, che ha bisogno della luce del giorno, attinge forza appunto dal rapporto con la luce e l'opera muta secondo l’ora, la stagione e le condizioni atmosferiche e gli stati d’animo di chi la guarda. Tutto influisce - a volte sottilmente, a volte con spettacolare drammaticità – sull’immagine che noi vediamo, così che la vetrata rappresenta la forma più antica e nobile di arte cinetica. Da tempi immemorabili la luce, questo fenomeno immateriale che rende visibile il mondo, simboleggia la bontà, la rivelazione, la bellezza ed è perciò un punto focale delle filosofie e delle religioni. La fioritura dell'arte della vetrata nel Medioevo risente di influenze che risalgono fino a Platone e al classicismo. La filosofia neoplatonica della luce era stata esposta nel V secolo dal mistico siriano Dionigi l’Areopagita e furono i suoi scritti a ispirare, dopo sette secoli, l’abate Suger, padre dell'architettura gotica, che fece decorare St. Denis, la sua chiesa abbaziale presso Parigi, con “le più radiose vetrate allo Vita di Club 41 scopo di illuminare le menti degli uomini perché per mezzo suo possano giungere a comprendere la luce di Dio". Cominciava così l'età d'oro dell'architettura e della vetrata gotica. Il concetto della spiritualità della luce affonda le radici anche nella religione ebraica, ma fino a tempi abbastanza recenti nelle sinagoghe le vetrate sono state di vetro trasparente perché i fedeli si inchinassero riverenti alla vista del cielo. Invece la Chiesa cristiana del Medioevo impiegò volutamente vetro colorato ben sapendo che il colore possiede una forza spirituale che va oltre il richiamo dei sensi. Anche per 1’uomo moderno è tuttora oggetto di meraviglia l’arcobaleno; cioè la luce del sole suddivisa nei colori che la compongono. E, secondo la Genesi, l’arcobaleno fu il segno della riconciliazione di Dio con l’umanità dopo il diluvio. Alla fine dei Secoli Bui, quando ebbe inizio la grande fioritura dell’architettura religiosa, chiese e cattedrali si accesero dei colori delle vetrate, e l’effetto deve essere stato folgorante: entrare in chiesa non significava soltanto cibo e conforto spirituale, ma accesso a un mondo magico, chiuso in se stesso. In un certo senso la vetrata costituiva l’equivalente medievale del cinema; in altro senso, era il mezzo per un’esperienza mistica che portava l’uomo più vicino a Dio. Era, in realtà è tuttora, un’arte di "atmosfera". Come ha detto René Bazin, il romanziere francese, una vetrata è "un’atmosphère avant d’étre une image". Dopo il Medioevo l’arte del vetro e le vetrate hanno subito molte vicissitudini. Queste ultime spesso sono andate distrutte per guerre, iconoclastia, vandalismo e negligenza e sono state rovinate dai "restauri". Nel XVII e XVIII secolo i suoi stessi cultori degradarono l’arte del vetro con la tecnica della pittura a smalto che sacrificava la luminosità dei colori, suo fondamento essenziale. Però dalla metà del XX secolo si assiste a uno splendido revival. Iniziato in Francia e in Germania, si è diffuso negli Stati Uniti e ora l’influsso di questo nuovo movimento si avverte in molte altre parti del mondo, quali Etiopia, l’Australia e il Giappone, che pur non hanno una tradizione in quest’arte. Da molto tempo non è più, questa, un’arte esclusivamente religiosa e si può sperare che nel futuro sia sempre più destinata, come accennavo all'inizio, all’arredamento in genere. Per eseguire una 42 Vita di Club vetrata è necessaria la materia prima che in questo caso è il vetro. Che cos’è questo materiale, che si ottiene fondendo le sabbie formatesi durante milioni di anni d’erosione della crosta terrestre? Che cos’è il materiale che copre, a profusione, la luna di minuscoli frammenti simili a palline, intatti fino a quando i piedi dei primi astronauti vi camminarono dentro come in morbida polvere? Furono gli astronauti a scoprire, con stupore, nel corso delle loro esplorazioni che quelle palline erano vetro. Il vetro è una sostanza naturale, un liquido siliceo surrifreddato, cioè un liquido che diviene solido senza raggiungere il normale punto di congelamento. Sul nostro pianeta il vetro a volte si forma per il rapido raffreddamento della lava vulcanica ad alto contenuto di silice. La lavorazione del vetro per mano dell’uomo ha una lunga storia - più di quattromila anni - ma ancora oggi gli scienziati non conoscono l’esatta natura di questa sostanza enigmatica. Ingrediente principale di quasi tutto il vetro è la silice, che può essere di sabbia, di cristalli di quarzo o flint. Comunque la silice pura, dato che vetrifica o si trasforma in vetro fuso solo a circa 1700 °C, si adopera esclusivamente per vetri altamente resistenti al calore. Il vetro da vetrate generalmente proviene da una lastra ottenuta da una fiasca di vetro fuso soffiato. La fiasca può venire modellata e tagliata, trasformata in cilindro o in disco, assumendo le rigature, le bollicine e le variazioni di spessore tipiche del vetro per vetrate. Per colorare il vetro bisogna aggiungere altre sostanze, che impediscano ad alcune lunghezze d'onda della luce di attraversarlo. Queste lunghezze d'onda respinte danno al vetro il suo colore. Probabilmente la prima volta il vetro si colorò per caso, ma al tempo dei Romani già si usavano regolarmente rame e cobalto per ottenere il verde e l 'azzurro. Appare quasi miracoloso il fatto che l’uomo, con la sua ingegnosità, quasi agli albori della civiltà, abbia saputo lavorare, praticamente in tutte le sue forme, il vetro, questa sostanza mirabile che scintilla come un brillante e possiede l’iridescenza affascinante dell’opale. Anche a prescindere dalla storia o dall’immagine che una vetrata ci sa illustrare e trasmettere, quel che ne fa un’opera d'arte inimitabile è la caratteristica di "gioiello" che il vetro possiede. Penso sia venuto il momento di invitarvi nella mia bottega a soffermarvi brevemente in questo ambiente sereno, per coglierne alcuni momenti della lavorazione. In una prima fase, quella dell’ideazione, si realizza un piccolo bozzetto a colori ed un successivo disegno in grandezza naturale. A questo segue la riproduzione, nella quale va interpretato e tradotto in vetro lo spirito dell'artista creatore, cercando di coglierne la sensibilità ed i diversi stati d’animo. La scelta dei vetri è della massima importanza e vanno tenuti presenti: tono, luce, colore, ambiente, altezza, esposizione secondo i punti cardinali. Si procede poi al taglio dei vetri con una rotella diamantata ed, infine, alla pittura con tinte di contorno e ombreggiature in grisaglie, secondo la tecnica degli antichi maestri. E qui l’artista, come i vetrai nordici fino alla metà del XV secolo, dimostra la sua creatività e la sua tecnica, ideatore ed esecutore insieme dell’opera. Finita la pittura, incomincia il lavoro dell’artigiano propriamente detto, cioè la cottura a fuoco per mezzo dei forni elettrici appositamente costruiti: i vetri arrivano, attraverso successivi riscaldamenti, ad elevate temperature, circa 600°C, poi, gradatamente, vengono raffreddati. Infine, vengono ricomposti secondo il disegno, fissati con sottili strisce di piombo trafilato a doppia gola, saldati fra loro con saldature a stagno e stuccati per tenerli saldi e impermeabili all’acqua. Con questa tecnica sono state costruite le più belle vetrate del mondo. In Italia quelle più antiche si trovano nella Basilica Superiore di Assisi, ove l’arte di Giotto regna sovrana. La vetrata del Duomo di Siena, di Duccio da Boninsegna, dimostra già la sua indipendenza dalla tradizione vetraria d'Oltralpe e la lirica visione dell’Artista. La grande vetrata nell'abside del Duomo di Orvieto, finita nel 1334, è di Lorenzo Martini. Altre ne troviamo a Siena e a Pisa, bellissime a Firenze in S. Croce; alcune di queste ultime, per la superiorità di fattura, si rivelano disegnate ed eseguite da Giotto. Ancora in S. Croce ci sono opere di Taddeo Gaddi e Maso di Banco. In Santa Maria Novella troviamo il rosone della facciata di Andrea da Firenze, nel quale, in fantastica ghirlanda di linee e fascinosi colori, vediamo rispecchiarsi e trionfare assoluto il gusto dei motivi dell’arte italiana, che da allora andrà ad espandersi e a portare il suo contributo nel mondo. Il gusto gotico, importato e recepito dai vetrai italiani, ora, rielaborato, esce dai confini nazionali, come già successo per altri movimenti culturali e artistici. Altre vetrate troviamo ancora, a Firenze, nella chiesa di Orsanmichele e nel Duomo: Lorenzo Ghiberti, nello spirito del gotico internazionale, si esprime pittoricamente toccando le più alte vette della vetrata italiana con il tondo della Vergine Assunta; Donatello è riconosciuto anche nella pittura "dell'Incoronazione" da quei contorni delle figure delineate con cura e semplice potenza scultorea; Paolo Uccello si ritrova in alcuni motivi prospettici fuori della realtà oggettiva; Andrea del Castagno tende a trasportarvi il suo modo scultoreo; Domenico Ghirlandaio in S.Maria Novella, pur recando prospettive accese a pieno timbro, rappresenta figure e ambienti fino a creare favolose immagini; parimenti Pietro Perugino in Santo Spirito a Firenze. Si può riconoscere la personalità del Cossa e l'ingresso del mondo nuovo del Rinascimento, a Bologna, nella chiesa di San Petronio e nel loculo di San Giovanni in Monte. A Venezia nella chiesa di San Giovanni e Paolo vi è un finestrone, Vita di Club 43 saggio monumentale di diversi artisti: Bartolomeo Vivarini, Cima da Conegliano e Girolamo Moretto, il quale, senza limitazioni architettoniche di spazi, adopera il paesaggio "en plein air". Ne potrei citare tante altre da riempire un libro intero, ma non vado oltre, precisando che con la nascita dell’architettura nuova, la vetrata si è dimostrata un elemento di prim’ordine, adoperata addirittura come parete per creare, nel dinamismo delle linee razionali e scheletriche, un fattore di suggestione e di colore. E questo non solo negli edifici sacri e civili, ma anche negli appartamenti per creare un clima affascinante e insolito. Un cenno particolare merita un’altra attività che si svolge nel mio Studio: la difficile tecnica del restauro. Il restauro va inteso come l’attività volta a riportare a originale fattezze, un’opera eseguita in epoca precedente, rovinata o danneggiata nel tempo. La tecnica del restauro nelle vetrate si manifesta in due tipologie d'intervento: quello adatto alle vetrate dipinte, con modellazione 44 Vita di Club artistica eseguita con graffiture e grisaglie, con applicazione di smalti, giallo d'argento etc., e quello per le vetrate eseguite con solo vetro colorato a "mosaico", composte da tanti piccoli tasselli di vetro unito da trafila ad H di piombo, saldato poi su entrambi i lati. Non sto a dilungarmi troppo nello spiegarvi come si arrivi a trattare un vetro nuovo e a utilizzarlo per il restauro di un’opera antica, mi limito a citare alcuni restauri in Italia: Chiesa di S.Andrea al Quirinale, del Sacro Cuore del Suffragio, del S. Cuore di via Nomentana a Roma, Banca d'Italia sede di Torino, Banco di Roma sede di Macerata, Museo Pigorini in Roma, Villa Torlonia "Casina delle civette" pure in Roma etc. Per concludere questo breve excursus, nel regno della vetrata d’arte, non mi rimane che invitarvi nella mia bottega per capire meglio da vicino che cosa significhi lavorare ancora come lavoravano gli antichi. Grazie e arrivederci. Il Club e la Musica MUSICA…: come? Di Nevio Rossi L a musica è un’arte dell’uomo, dopotutto; anche se la sua etimologia ci dice che è l’ “Arte delle Muse” (dal greco “mousikè”). La natura, l’universo, offrono una infinità di suoni la cui unica limitazione è la soglia uditiva dell’orecchio umano. Ovviamente il suono, di per se stesso, non è musica. Si pensò, allora, che fosse musica una combinazione di suoni organizzati, osservanti di regole precise per intervalli ed altezze. Era puro suono, invece, il casuale, il non organizzato, che diventava rumore se fastidioso, sgradevole, confuso (oggi è una distinzione che ha perso di significato – pensiamo ad un assolo di batteria – ma, al momento, non confondiamoci le idee). In questo spettro amplissimo ogni civiltà ha fatto le sue scelte: cioè ha privilegiato dei suoni rispetto ad altri, li ha ordinati secondo scale. Nella nostra civiltà l’ordinamento dei suoni è cominciato da Pitagora ed è stato via, via perfezionato (ma si può dire che continui anche oggi). Ordinarli ha significato sostanzialmente metterli in fila, come si fa con i soldati, partendo dai più bassi e via, via crescendo fino ai più alti: e così si è stabilita una scala di sette suoni diversi. All’ottavo suono (ottava) si ricomincia da capo, ma un livello più alto. Ma all’inizio non era così: il sistema greco primitivo si basava su quattro note (anche la mitica lira di Orfeo conteneva quattro note). Allora la musica era strettamente unita alla poesia e parole e musica nascevano contemporaneamente dallo stesso autore che ne era anche interprete; da ciò conseguiva che - in quei tempi - il bisogno di riprodurla, di fatto, non esisteva. In seguito, quando questa esigenza fu avvertita, i Greci stabilirono alcune regole per definirne le altezze usando segni dell’alfabeto fenicio per la musica strumentale e di quello ionico per quella vocale. Quanti e quali strumenti musicali erano abitualmente usati? Sostanzialmente pochi strumenti ma con numerose varianti, suddivisi tra strumenti a percussione (tympanon, seistron, cymbala…), a fiato (aulos, plagiaulos, syrinx…) ed a corde (Phorminx, Lyra, Kithara…). I Romani si limitarono a sostituire le lettere greche con Vita di Club 45 quelle dell'alfabeto latino, senza altro aggiungere, ma la musica costituì una costante nelle loro manifestazioni anche se ne fu fatto un uso puramente voluttuario e pratico (teatro, pantomime, conviti oppure parate militari). Il Cristianesimo ne introdusse una concezione ben più alta e spirituale, facendola capace di dare forma artistica al sentimento del divino e del misterioso. Dalle sue origini ed a tutto il Medioevo, fino alla nascita della polifonia, il complesso della musica fiorita in seno alla Chiesa si riassume nel Canto Gregoriano, che per estrema sintesi possiamo definire la liturgia cantata, all’unisono, dagli officianti (monodia). Nel frattempo, si erano verificati importanti sviluppi nel sistema di notazione delle note musicali per la loro successiva riproduzione. Infatti dai tempi dei Romani nulla cambia fino fin verso il X secolo quando Oddone da Cluny fa coincidere la lettera A con l'odierno La e crea una ottava (vedi sopra) dal La al Sol (questo spiega l'origine dei nomi delle note nei paesi di lingua tedesca, in cui si parte appunto da A (La) e si arriva a G (Sol). Ma sia che si possa servire di lettere dell'alfabeto (es. A) o d'altro (es. La) per catalogare quel particolare suono, poco importa: sempre si tratta di nomi convenzionali, così come il nostro nome e cognome qualificano la nostra identità. I nostri Do, Re, Mi, Fa, Sol, La nascono più tardi, con Guido D'Arezzo ( o Guido Monaco) vissuto attorno all'anno Mille. Come aiuto mnemonico per le altezze relative dei gradi della scala, egli suggerisce ai suoi cantori di usare la prima strofa dell'Inno a San Giovanni di Paolo Diacono, utilizzando la prima sillaba di ciascun verso: UT queant laxis RE sonare fibris MIra gestorum FAmuli tuorum SOLve polluti LAbii reatum Sancte Johannes L'indispensabile Si verrà poi aggiunto verso la fine del '400 dallo spagnolo Bartolomeo Ramos de Pareja. E nel '600 l'Ut, che in Francia è rimasto fino ad oggi, diventerà per noi Do, ad opera di Giovan Battista Doni. Lo stesso Guido D'Arezzo introduce, poi, le righe (quattro) su cui posizionare le note, che 46 Vita di Club diverranno stabilmente cinque (pentagramma) nel XVII secolo. Il linguaggio musicale, per secoli e secoli, è stato monodico. La Chiesa, in particolare, quando ha stabilito le musiche liturgiche con i canti gregoriani, le ha stabilite come canti "fermi": si dovevano usare quelli e nient'altro. Ed allora, i musicisti dell'Alto Medioevo, per poter inventare nuova musica, hanno tenuto il canto fermo, però sovrapponendo ad ogni canto fermo un canto inventato che lo seguisse ad una certa distanza, nota contro nota, punto contro punto. Così nacque il "contrappunto" e con esso la “polifonia”. Nella sua evoluzione, dunque, il linguaggio musicale da monodico diventa a più voci sovrapposte nel contrappunto e, fra il Cinque e Seicento a "base armonica", sviluppando degli accordi (un insieme di due o più note che risuonano insieme) che si collegano tra loro (Machaut, i grandi Fiamminghi, Palestrina sono i maggiori rappresentanti dell'era della polifonia). Ma prima di collegare gli accordi è stato necessario trovare gli accordi giusti, collegando tra di loro alcune note; come? All'inizio si è cercato di mettere assieme "accordare", appunto, delle note non così diverse da essere sentite come dissonanti, difficili, sgradite all'orecchio. Si sono allora trovati ed adottati gli intervalli di quinta (il che, in parole povere, vuol dire che se io intono un Do, qualcun altro intona contemporaneamente un Sol: do (1), re (2), mi (3), fa (4), sol (5), la (6), si (7); se io un Re, qualcun altro un La, e così di seguito). Però siccome si trattava di sensazioni acustiche e le sensazioni acustiche si attutiscono con la ripetizione, l'orecchio si è ben presto abituato alle quinte, le quali hanno cominciato a sembrare, da piene che erano, vuote. La successione di quinte è diventata, nelle scuole di armonia, addirittura proibita ed è stata sostituita dalle terze – ad es. do (1), mi (3) -, non però in qualità di consonanze, bensì di dissonanze imperfette e cioè tollerabili, giuste. Un accordo di terza, che oggi è il più banale e che sembra addirittura naturale, una volta, secoli fa, veniva inteso come dissonante, sgradevole: solo in Inghilterra lo si intese come consonante fin dal 1300. Verso la fine del ‘500, dalla polifonia si passò alla rivisitazione del teatro greco, per quello che i dotti fiorentini che animavano il salotto del conte Bardi potevano o credevano di sapere. Nacque il melodramma, l’opera. Un’autentica rivoluzione che riportò in auge la monodia in campo vocale che fu alla base della nascita di nuove forme e stili di musica strumentale come la “sonata” od il “concerto”. Gioseffo Zarlino, veneto, con una sua teoria rigorosamente matematica alla cui base sta la definizione dei modi maggiore e minore, imposta il principio della tonalità moderna. Ed è appunto il senso della tonalità che porterà la musica occidentale a svilupparsi secondo linee del tutto diverse dal resto del mondo e l’orecchio di noi occidentali ad abituarsi a questo sistema. Abitudine così consolidata al punto che viene rifiutata – ovviamente parlando per grandi numeri – la musica di altre culture e parte della nostra musica stessa da quando – nel Novecento – si è svincolata dalla tonalità. È qui necessaria una digressione per introdurre altri concetti tipici del linguaggio musicale, quali timbro, consonanza e dissonanza. Si usa dire che sia consonante un intervallo od un accordo che dà un senso di riposo e dissonante quello che dà un senso di tensione. Il timbro è la qualità del suono che consente di individuare la fonte sonora: due suoni di medesima altezza ed intensità (volume) sono evidentemente diversi se provengono da una piano o da un flauto, ed a tutti noi è noto come ogni voce abbia il suo particolare timbro. Ciò dipende dalle note armoniche che accompagnano la nota fondamentale (se un corpo sonoro viene stimolato, questo non produce soltanto una nota ma insieme a quella ne produce anche altre che si chiamano “armoniche” o anche “sopratoni”; queste note non vengono avvertite isolatamente ma vengono conglobate a formare uno spessore timbrico, il colore del suono). E dalle armoniche dipende anche la consonanza: maggiore è il numero di armoniche che due note hanno in comune, tanto maggiore è la loro consonanza. Il massimo della consonanza si ha con l’ottava (la medesima nota alla sua successiva ricomparsa, ma in questo caso le due note vengono percepite dall’orecchio come uguali anche se sono ad un’altezza diversa, per cui in pratica non si usa ), poi con la quinta (ad esempio se la nota di base -tonica- é Do, la quinta -dominante- è Sol). L’intervallo di terza (es. Do–Mi) fu a lungo considerato – come già sopra riferito – dissonante. Consonanti anche la quarta e la sesta, dissonanti invece la seconda, la settima (Si se la tonica è Do) ecc., anche se quest’ultima è importantissima poiché è la nota sensibile che spinge inevitabilmente verso la tonica. Ma non andiamo a confonderci ulteriormente le idee: tutto questo, in estrema sintesi, per dire che fra le note esistono rapporti di dipendenza, di gerarchia, che sono la caratteristica, appunto, del nostro sistema tonale. DISCOGRAFIA su Guillaume Dufay: CANZONI: Canzoni di Guillaume Dufay e Gilles Binchois / Harmonic 8719 Dominique Vellard / Ensemble GillesBinchois (con “Lamentatio Costantinopolitanae”) Sanctae Matris Ecclesiae MESSE: « Ecce Ancilla Domini », « Sine Nomine » Clemencic Consort CD Harmonia Mundi, ref HMA 190939 « L’homme arme », « Mottetti » EMI Reflexe CDC7476282 Paul Hillier/ Hilliard Ensamble « Se la face ay pale » Focus 934 Thomas Binkley/ Pro Arte Singers « Ave Regina Coelorum Ensemble Cantus Figuratus », dir. D. Vellard CD Stil, ref. 0710 SAN 85 MOTTETTI: «Nuper rosarum flores », «Alma redemptoris mater », etc. / EMI Reflexe CDC7476282 / Paul Hiller/ Hilliard Ensa Vita di Club 47 La musica malatestiana GUILLAUME DUFAY: un maestro della polifonia alla corte dei Malatesti Di Nevio Rossi Guillaume Dufay Il maestro della polifonia ” Guillaume Dufay (a sin.) e Gilles Binchois, miniatura da ”Le Champion des Dames” di Martin le Franc, c. 1440 A. D. 1414 – 1418. Concilio di Costanza. Carlo Malatesta, Signore di Rimini, porta la rinuncia al soglio pontificio di Gregorio XII. Degli altri pretendenti in lizza, Giovanni XXIII é costretto ad abdicare e Benedetto XIII, che non vuole cedere, é colpito dalla scomunica e deposto: sarà papa Martino V Colonna, lui solo, il successore di Pietro. La grave discordia che stava minando l’unità della Chiesa, nota come Scisma d’Occidente, è definitivamente composta. I meriti acquisiti da Carlo in questa vicenda sono di portata non paragonabile al modesto peso politico che gli competerebbe in forza della Signoria su Rimini; talmente importanti, forse, che lo stesso papa Martino V, alcuni anni dopo, quasi a volerne certificare il riconoscimento, favorisce le nozze di Carlo con sua nipote Vittoria Colonna. Quel giorno, il 18 Luglio 1423, ad allietare la cerimonia nuziale, tre voci riunite in accordi di sonorità organistica intonano la ballata “Resveillez-vous”, il cui verso conclusivo di ogni strofa termina con questo omaggio : “Charles gentil, c’on dit de Malateste”. Ne è autore colui che viene indicato come il primo dei grandi polifonisti fiamminghi, la cui opera occupa tutto il 48 Vita di Club secolo XV: Guillaume Dufay. A rigore, Dufay non è fiammingo, come dice il nome, di suono e radice francese (si deve pronunciare in tre sillabe, con l’accento sull’ultima: Du fe y’). E’ nato a Cambrai (secondo altri a Chimay), nella Francia del Nord, allora inglobata nelle Fiandre, intorno al 1400. Le Fiandre fanno a quel tempo parte del ducato di Borgogna, regione che ha per centro principale Digione, splendida corte feudale naturalmente portata al fasto ed alle affermazioni di prestigio anche in campo artistico e culturale. La notazione geografica già ci fa intendere perché in Dufay convivano, dal punto di vista artistico, la componente nordica (fiamminga), cui appartiene per nascita e quindi per relazioni familiari, e la cultura borgognona (francese) cui apparterrà per relazioni di vita. Egli vivrà i suoi primi diciotto anni, anni della formazione musicale, nella stessa Cambrai, ove presso la cattedrale insegnavano canto e composizione alcuni fra i maggiori maestri della regione e dove, reduce dai suoi ripetuti soggiorni italiani, tornerà a più riprese. L’ambiente è quello dell’operosa borghesia fiamminga, che avrà il merito di intravedere nell’esaltazione dei valori dell’arte il mezzo per testimoniare ed affermare la profonda religiosità di cui è intrisa. Questa concezione di lì a poco costituirà il seme della eccezionale fioritura artistica che va da Van Eyck ai Brueghel attraverso Roger Van der Weyden, Hugo Van derGoes, Giusto di Gand, Hans Memling, Hiernonymus Bosch e, con riferimento ai soli musicisti, da Dufay stesso a Gilles Binchois, l’altro grande esponente della scuola musicale borgognona. Sebbene non provato, è opinione comune degli storici che il giovane Dufay abbia fatto parte del numeroso seguito che accompagnò il vescovo di Cambrai, Pierre D’Ailly, al Concilio di Costanza nel 1417-18. In questo ambiente cosmopolita il giovane cantore e musico ha modo di farsi notare per le sue doti che, sebbene ancora acerbe, non sfuggono a Carlo Malatesta (od a qualche suo accorto consigliere), il quale decide di portarlo con sé alla corte di Rimini, ove il compositore si fermerà per ben otto anni, fino al 1426. La tradizione e la cultura nordica, di cui egli è naturalmente portatore, si fondono qui con la sensualità melodica e vocale della terra che lo ospita, il gusto innato per il bel canto; l’effetto sinergico della scienza e della tecnica fiamminga con la concezione espressiva dell’arte, il senso dell’armonia, del ritmo e della danza tutto italiano, prorompono in sonorità del tutto nuove ed appaganti. Di questo periodo “malatestiano” si ricordano: il mottetto “Vasilissa, ergo gaude” scritto per le nozze di Cleofe Malatesta con Teodoro II Paleologo, signore del Peloponneso; la già citata ballata “Resveillez Vous”, il mottetto “Apostolo glorioso” scritto nel 1426 in onore di Pandolfo Malatesta, nominato vescovo di Patrasso, e la “Missa sine nomine”. Le relazioni diplomatiche dei Malatesta con numerose corti italiane, oltre che con lo stesso pontefice Martino V, dovettero rendere note ben al di fuori della stretta cerchia della cultura locale le qualità artistiche di Dufay; tant’è che dal 1426 - anno della sua partenza da Rimini - al 1428, il musicista ebbe i suoi primi contatti con la corte di Borgogna, dove da poco il Duca Filippo il Buono aveva dato inizio al suo splendido governo. Sul finire del 1428, l’ingresso nella cappella pontificia segna un punto fermo nella vita del compositore. Questo servizio durerà fino al 1437, con una interruzione di due anni ( 1433 –1435) durante i quali Dufay sarà ospite della corte dei Savoia. Fu in questo periodo che egli si affermò definitivamente come uno dei più importanti musicisti di ogni tempo. Fu chiamato a comporre il mottetto “Ecclesiae militiantia” per la consacrazione di Papa Eugenio IV, successo a Martino V nel 1431 (Papa, questo, che ebbe un pontificato molto “movimentato”: cacciato da Roma nel 1433, si rifugiò a Firenze ove rimase per tre anni, poi andò a Bologna, nel 1436, e solo nel 1443 poté ritornare a Roma); gli furono commissionati l’inno “Supremum est mortalibus” per la pace di Viterbo nel 1433, la ballata “ C’est bien raison” scritta per Niccolò III d’Este di Ferrara, ed il mottetto “ Nuper rosarum flores” in occasione della consacrazione, nel 1436, di Santa Maria del Fiore, duomo di Firenze; composizione, questa, che ha una struttura direttamente legata alle proporzioni della cupola appena portata a termine dal Brunelleschi. Nel 1436 Dufay venne nominato canonico della Cattedrale di Cambrai, ma trascorse ancora 14 anni tra le corti di Savoia e di Borgogna, prima di ritornare definitivamente nella città natale. In Borgogna, il nostro compositore ritrova l’altro grande musicista del tempo, il coetaneo Gilles Binchois. Questi probabilmente era stato suo compagno di scuola nella cantoria di Cambrai, all’inizio del secolo, e operò stabilmente alla corte dei duchi borgognoni dal 1425 al 1460. Dufay a questo punto è il musicista probabilmente più stimato da monarchi e papi: Carlo VII, Luigi XI, Carlo il Temerario - che lo ebbe come insegnante di musica - e, prima di lui, Filippo il Buono duca di Borgogna che, nel 1454, incaricò Dufay di comporre la “Lamentazione della Chiesa sulla caduta di Costantinopoli e della Chiesa Romana d’Oriente”, eseguita a Lilla durante il cosiddetto “Banchetto del fagiano”, allo scopo di suscitare consensi per una crociata di liberazione e riscatto. Anche Piero dei Medici (1414-1469) stimava altamente Dufay e, anzi, lo considerava “il più grande ornamento del secolo”. Lorenzo dei Medici, quello che sarà poi detto il Magnifico, ammirava Dufay al punto di fargli pervenire il testo di una propria canzone affinché fosse da lui messa in musica (non si sa né di quale canzone si trattasse né se sia poi stata effettivamente musicata). Nella sua vita, che ebbe termine nel 1474, Dufay compose nove messe (al riguardo egli Vita di Club 49 fu il primo compositore a basare i propri arrangiamenti su melodie secolari – come nella messa “L’homme armé” – anziché su temi di natura strettamente liturgica), trentanove sezioni staccate di messe, cinquanta composizioni liturgiche, trentadue mottetti latini, ottanta canzoni profane su testi francesi e sette su testi italiani. Si è detto che Dufay è stato il primo dei grandi polifonisti, ma che cosa è e come nasce la polifonia? Nacque già qualche secolo prima ed ebbe uno sviluppo che durò molti secoli: anche Bach, nel 1700, fu un sommo polifonista e la sua “arte della Fuga” è certamente in questo ambito monumentale. Ma già nel Quattrocento si raggiungerà la perfezione e Dufay è uno degli artefici che portarono a questo risultato. Si potrebbe dire che la polifonia è, almeno all’inizio, un tentativo di ornare, rendere più ricco il canto gregoriano, “cantus firmus”, ossia monodico, cantato all’unisono; si pensò, quindi, di fare marciare assieme più voci melodiche distinte, dapprima intonando lo stesso tema ad una certa distanza, ossia con tempi sfalsati, ma in modo parallelo; poi muovendo le voci anche in senso contrario, talché se una intona il tema dall’inizio l’altra lo intona dalla fine; oppure furono inseriti dei vocalizzi sopra la melodia gregoriana, eseguita in valori lunghi da un’altra voce (ossia “tenuta” e per questo chiamata “tenor”). Si raggiunse così un alto grado di indipendenza delle voci, le quali furono via via aumentate fino a giungere con alcuni fiamminghi ad eccessi sbalorditivi: Okeghem (1430 –1495) e Obrecht (14301506) hanno il primato in fatto di cerebrali artifici ed acrobazie tecniche; da formidabili maestri della loro arte arriveranno a assemblare perfino quaranta voci in armonia tra di loro. Ma se si tiene presente che il risultato più convincente non si ottiene tanto dall’aumento del numero delle voci quanto dalla loro armoniosa interdipendenza, dalla elasticità della loro articolazione - siano esse solo due o tre o quattro (come in Dufay) - in modo che l’insieme risulti unitario e gradevole all’orecchio, allora il nostro musicista può veramente essere definito il primo, grande maestro del genere. A questo risultato probabilmente concorsero, oltre alle indispensabili doti innate, una serie di 50 Vita di Club circostanze per così dire favorevoli. Si è già scritto del fatto che nella sua formazione confluirono il fatto di essere fiammingo per nascita e francese per relazioni culturali; abbiamo poi aggiunto che a ciò si sommò tutto quanto di buono poteva scaturire dall’incontro con la mentalità e l’aperta sensibilità per il gusto melodico degli Italiani; ma ciò non basta a giustificare il risultato: l’altro elemento che completa il quadro consiste nel fatto che Dufay raccoglie ed elabora parte della cultura musicale d’Oltre Manica, arrivata in Francia attraverso le interminabili guerre franco–inglesi e dunque l’occupazione inglese, nel corso del Trecento, di territori della Francia settentrionale. Gli inglesi avevano sviluppato anch’essi una loro polifonia che, stranamente, si appoggiava su accordi di terza e di sesta, evitati invece sul continente come dissonanze. Invero da un punto di vista tecnico ed intellettuale per molti versi il polifonismo inglese era e rimase di molto inferiore a quello continentale, ma da un punto di vista per così dire fonico, l’armonia per terze e seste, che venne divulgata dal grande compositore inglese John Dunstable (1370-1453) costituiva un enorme progresso: l’orecchio non era molestato, bensì lusingato da questa nuova armonia, eufonica e soddisfacente, così “piena” in confronto con le armonie “vuote” di quarta e quinta in uso sul continente. Ebbene, con l’umiltà che sa contraddistinguere i grandi dai mediocri, Dufay prende a prestito l’uso delle armonie di terza e sesta della scuola inglese, enfatizzandolo, e lo innesta sull’ormai evoluta tecnica contrappuntistica in uso sul continente. L’arte di Dufay risulta alla fine una sintesi decisiva, un nodo storico, nel quale passano tutte le correnti vitali della musica di quel tempo, che vengono rielaborate, fuse tra di loro e che , così reinterpretate, segnano, in senso musicale, il passaggio tra il Gotico e l’Umanesimo. Di lui dirà Massimo Mila, uno dei più eminenti musicologi italiani del nostro secolo: “in più, o forse per il fatto stesso di questa sua novità in campo tecnico, c’è in Dufay una grandezza assoluta di ispirazione, un valore artistico pieno che fa di lui uno dei più grandi musicisti di ogni tempo”. Voci di donna Primavere Piogge iridescenti Ritmano un silenzio sospeso Come d’attesa. Impetuoso zefiro spande Luci e colori di nuvole A inventare cortine di viola e turchino. Vibrano le corolle A cercare la linfa più nuova E dalle nostre stanche spalle Il peso degli anni ruina A tessere trame Di nuovo pulsare di sogni. Leggi nello specchio il tuo volto segnato Mentre il cuore continua a cantare Eterna giovinezza Franca Fabbri Marani Donna Bianca nuvola di seta Leggera vai come il pensiero Con passo danzante Verso l’amore Barbagli di luce Nei tuoi capelli Un roseo di pelle Tra tulle e pizzi Eterea creatura di sogno Di iridi cangianti Si colora al tuo cenno Il grigio reale Magico il tuo riso gorgoglia felicità Pure sensazioni di vita dispensi. Anna Mariotti Biondi Vita di Club 51 Femminilità Le splendevano gli occhi al primo amore - gemme al primo sole – Grato era lo sguardo di chi la guardava, stupito, incredulo di essere ricambiato, non l’aveva sperato… Tenera e timida la sua mano abbozzava una carezza. Lei ridente e sfrontata forte del trionfo già pensava ad altro… o a un altro? Anna Mariotti Biondi Un jardin enchanté Les lilas étalent leurs chales de dentelle, Glissent sous les baisers des bourdons, S’échappent en coroles orientales Au parfum suave d’ondées champêtres. Pétrifiée de béatitude sous le soleil musclé, Je m’invente d’autres paysages Où les envols d’oliviers, le pépiement des nuages, Le bruit des hommes au loin m’hypnotisent sur la colline. Ton jardin est un don de bonheur: Le vent déssine de radieuses chevauchées, L’écho de l’air brise l’horizon, Flottent dans la vallée les harpes vertes du printemps. Yvette Gualtieri 52 Vita di Club La Rimini che non c’è MASCHI: un nome, un palazzo, una storia Di Natascia A. Biondi I l turista colto, esemplare di una razza in via d’estinzione nella Rimini dei discotecari e dei tipi da spiaggia, andando dal Tempio Malatestiano verso il Museo Comunale, vede le rovine di Palazzo Maschi, un vuoto involucro a cielo aperto, preda di una vegetazione invadente e senza scrupoli, un grande portone inesorabilmente chiuso sul nulla, due grandi finestre ad inferriate che inducono a guardare oltre come se all’interno ci fosse il giardino incantato delle favole dell’orco. Niente di tutto questo. Una targa piccolissima avverte che il palazzo è vittima dei bombardamenti del 1944-45, cioè dell’insensatezza di una guerra lontana e dell’incuria umana del presente. Quel portone chiuso invita a risalire nel tempo per indagare un nome, trovare una storia, dare voce e corpo a uomini, che in quel palazzo vissero. La storia di palazzo Maschi si rintraccia nel Giornale di Rimino di Michelangelo Zanotti (1783); ma da tempo aveva cambiato il suo nome in palazzo Lettimi in quanto apparteneva alla nobile famiglia Lettimi che proprio nel 1783 lo sottopose a integrale restauro. Iniziato nel 1500 circa avrebbe dovuto essere ultimato nel 1513, ma Carlo Maschi, il primo proprietario, non riuscì a perfezionarlo come desiderava perché morì il 15 settembre 1514, proprio nel palazzo che doveva diventare un simbolo illustre ed imponente del successo ritrovato dalla nobile famiglia riminese, dopo le alterne vicende di cui era stata protagonista. Egli fu sepolto in S. Francesco nella tomba dei Maschi presso l’altare grande. Carlo Maschi, che durante la sua vita aveva saputo riportare prestigio, ricchezza e potere al suo casato, aveva fatto scolpire un motto altisonante sopra le finestre dell’ordine nobile in marmo NIHIL TAM ALTE NATURA POSUIT QUO NON POSSIT ENITI INCLYTA VIRTUS, niente la natura fece di così alto dove non possa risplendere la luce della virtù. Sopra l’ultima finestra figurava lo stemma familiare tra le sue iniziali; stemma ed iniziali furono cancellati quando il palazzo passò ai Lettimi, che provvidero a sostituirli con la scritta ET MAGNANIMITAS, e a sintetizzare rapidamente la storia del palazzo con un’iscrizione scolpita nella finestra di mezzo: C. M. COE. e, dopo l’arma Lettimi, A. L. PERF. ovvero Carolus Maschi coepit, Andreas Lettimi perfecit. Ereditato dalla moglie di Carlo Maschi, Violante Manfredi, fu da lei lasciato in eredità alla figlia Ginevra, maritata con Ludovico Marcheselli, essendo il figlio Roberto morto senza successione; per questa ragione il palazzo venne ereditato dai figli della coppia, e di essi Carlo nel 1570 ne fece dipingere una sala dal pittore Vita di Club 53 faentino Marco Marchetti con le storiche avventure di Scipione l’Africano. L’ultimo rappresentante della famiglia Marcheselli, Carlo Francesco, alla sua morte nel 1575, lasciò palazzo Maschi alla propria consorte Ludovica Rinalducci, e il secondo marito di lei, conte Luigi Ricciardelli, patrizio riminese, lo vendette il 10 febbraio 1745 per 3500 scudi. Il compratore Gabriele Franzi a sua volta lo cedette ad Andrea Lettimi per 4700 scudi il 7 maggio 1770. Dei Maschi scomparve anche il nome. Il primo nome dell’albero genealogico dei Maschi, è Battista, originario di Sant’Agata Feltria; suo figlio Guglielmo, il primo a trasferirsi a Rimini con la famiglia, “egregius legum doctor”, fece carriera al punto da essere eletto avvocato concistoriale in Roma e da intrecciare il suo destino con quello dei Malatesti. Come procuratore di Carlo Malatesta, signore di Rimini dal 1385 al 1429, Guglielmo, nel 1420, si presentò a Firenze a papa Martino V, per prestare giuramento di fedeltà in seguito alla conferma del Vicariato di Osimo, di Laviina e di altri luoghi ottenuta da Carlo per la sua preziosa opera di mediazione durante il Grande Scisma. Quando nel 1433 Sigismondo, re dei Romani e d’Ungheria, al ritorno da Roma, dove aveva ricevuto la corona imperiale per mano di papa Eugenio IV, e diretto in Germania al Concilio di Basilea, si fermò per due giorni a Rimini, Sigismondo e Malatesta Novello furono fatti cavalieri e Guglielmo Maschi fu nominato conte palatino, titolo valido anche per i suoi discendenti e successori. Egli era infatti tra le personalità che accompagnavano l’imperatore da Rimini per la via di Ravenna fino al fiume Savio dove avvenne la solenne cerimonia. Guglielmo, per le sue particolari doti di prudenza e saggezza, si meritò la stima anche di Sigismondo Pandolfo Malatesti che lo ammise nel suo consiglio segreto e gli affidò incarichi vari fino alla morte che avvenne prima del 28 marzo 1448. Dalla prima moglie Ugolina Meliorati, nobile famiglia di Rimini oriunda di Sassocorvaro, aveva avuto tre figli: Roberto, Raniero, Innocenza. Dalla seconda sposata nel 1435, Costanza di Francesco di Ser Beltramino, nobile riminese, altri tre figli: Battista, Francesco e Giovanni Antonio. Roberto Maschi, dottore in Legge, che dalla moglie 54 Vita di Club Ginevra Ronconi ebbe due figli, Guglielmo e Carlo ed una figlia Lucrezia, fu tenuto in grande considerazione alla corte di Sigismondo Pandolfo, fino ad essere eletto suo segretario e incaricato di missioni delicate. Nel 1458 Sigismondo, in guerra col re Alfonso d’Aragona, lo inviò come proprio procuratore presso Francesco Sforza, duca di Milano, per stringere accordi di pace. Avrebbe certamente continuato la sua brillante carriera, se per colpa di su fratello Raniero, la famiglia Maschi non fosse caduta in disgrazia. Anche Raniero Maschi, dottore in Legge, era tenuto in grande considerazione da Sigismondo Pandolfo Malatesti, tanto da essere inviato nel 1457 presso il doge di Genova, Pietro da Campo Fregoso, perché facesse pressione su Carlo VII re di Francia, e lo convincesse a mandare il duca Giovanni d’Angiò alla conquista della Sicilia. Sigismondo intendeva procurare un potente nemico a re Alfonso V d’Aragona, che con le sue trame aveva fatto in modo di escludere i Genovesi e il signore di Rimini dalla pace generale stipulata a Lodi il 9 aprile 1454. E Raniero Maschi fu talmente abile nella sua missione da guadagnarsi la stima e la benevolenza del doge, nonché la nomina di suo vicario generale. Il governo di Pietro da Campofregoso fu breve perché nel 1458 cedette la Repubblica allo stesso Giovanni d’Angiò, che la resse a nome del re di Francia. Così Raniero cadde in disgrazia presso Sigismondo. Nel 1460 Raniero tornò in Romagna e fissò la sua dimora a Sant’Arcangelo, mantenendo il titolo di vicario ducale a Genova dove nel frattempo i Fregosi erano tornati al potere, dopo aver scacciato i Francesi. Nel 1461 fu chiamato dai Fiorentini alla loro podesteria; nello stesso anno sposò Lucrezia Gualdi di Rimini, senza tornare a Rimini, considerato com’era un traditore da Sigismondo. Mentre Sigismondo, stipendiato dagli Angioini, era impegnato costantemente a difendere la città dalle armi del papa e andava perdendo via via i suoi castelli salvando la sola città di Rimini con un territorio di non più di tre miglia intorno, Raniero da Sant’Arcangelo tramava contro di lui con il Piccolomini, nipote di Pio II. Appena Sigismondo, al soldo dei Veneziani, andò in Morea, l’antico Peloponneso, a combattere gli Ottomani, che avevano occupato Costantinopoli, il regno di Trebisonda, la Bitinia ed altri luoghi importanti, organizzò una congiura insieme con Lamberto de’ Fullari, la quale però fu rivelata ai consiglieri di Sigismondo. Il signore di Rimini chiese aiuto ai Veneziani, i quali, mentre egli partecipava alla guerra contro i Turchi, mandarono duecento fanti a fare la guardia alla città. La congiura venne sventata, ma causò la rovina della famiglia Maschi che dovette fuggire da Rimini, dopo aver subito la confisca dei beni e la demolizione della casa in contrada di Santa Croce. Nel 1464, Roberto e i suoi figli Guglielmo e Carlo si rifugiarono a Fano, posseduta allora dalla Chiesa, ove in quello stesso anno ottenne la podesteria. Morì il 24 novembre 1473. Raniero, in esilio, continuò la sua carriera di giurista esperto e dotto. Lo stesso Pio II lo fece suo scudiero e lo mandò come capitano a Perugia, dove nel 1465 fu governatore e poi podestà. A Perugia tra l’altro pubblicò un’opera di materie legali. Ranieri era anche un appassionato studioso di letteratura classica e amava trascrivere di suo pugno gli antichi testi. Nel secolo scorso Luigi Tonini scoprì nella Biblioteca Gambalunghiana un piccolo codice cartaceo contenente l’opera Mirabilia Urbis e il De Situ Germaniae di Tacito, firmato da Ranieri. Inoltre nella prima carta di un altro codice appartenuto a Ranieri, contenente l’opera sui Feudi dell’Alvarotti, vi era una miniatura che lo rappresentava inginocchiato davanti all’immagine di S. Cristoforo e la didascalia lo indicava come Capitano di Siena. Nel 1467 fu podestà a Lucca, nel 1468 di Bologna dove rimase per circa due anni. Nel 1470 Alessandro Sforza, signore di Pesaro lo raccomandò a Paolo II per il Senatorato di Roma, ufficio che gli venne concesso. Nel 1471 Sisto IV ordinò al vescovo di Rieti, governatore di Cesena, che Raniero ed altri fuorusciti riminesi fossero risarciti dei danni subiti con l’esilio, con le rendite dei beni di Roberto Malatesti, figlio di Sigismondo, allora signore di Rimini a dispetto della Corte papale. Nell’agosto del 1473 fu podestà di Bertinoro, Nel 1479 sottoscrisse i nuovi Statuti dei Mercanti di panno, nel 1480 fu podestà di Fano; di nuovo per un semestre podestà di Bologna; fu podestà di Ascoli, di Foligno e di Todi, di Rieti. Fu senatore in Roma anche con Innocenzo VIII e notaio della Santa Sede. Nel 1486 in qualità di commissario generale delle armi ecclesiastiche, distrusse il castello di Nomento, abusivamente occupato dagli Orsini. Nel 1488 fu mandato a Osimo come governatore e castellano della nuova Rocca, di cui egli stesso pose le fondamenta, dopo essere stato al governo di Benevento. Nel 1490 fu nominato dall’arcivescovo di Ravenna, Filasio Roverella, suo vice conte per gli affari temporali in tutte le terre della Romagna e della Marca di Ancona. Morì prima del 1496 senza figli. Dopo la morte di Roberto Maschi nel 1473, i suoi eredi, Guglielmo e Carlo, rimasero a vivere a Fano. Entrambi si dedicarono agli studi giuridici, ma il primo dovette anche essere appassionato di autori latini, come lo zio Ranieri, dal momento che si ha notizia di una sua trascrizione della Pharsalia di Lucano: Guglielmo, citato col titolo di giusperito fin dal 1478, nel 1486 divenne Capitano di Todi, come annota il Garampi in una sua scheda: Guillelmus de Maschis Doctor Arim. fit Capit. Tuderti. Ebbe due figli, il primo di nome Alfonso, il secondo, naturale, Maschio. Carlo, sulla scia del padre Roberto e dello zio Raniero, nel 1484 si laureò Dottore in Legge a Perugia e come loro intraprese una luminosa carriera; nel 1486 fu podestà di Cesena; nel 1488, come conte palatino, nominò notaio Cristoforo di Giuliano da Gemmano, nel 1494 fu nominato cavaliere dal duca Ercole d’Este di Ferrara e nel 1496 podestà di Perugia dal pontefice Alessandro VI; nel 1498 fu podestà di Bologna. Quando Cesare Borgia divenne signore della Romagna, favorì i nobili riminesi perseguitati dai Malatesti, infatti il 5 novembre 1501 elesse Carlo governatore di Rieti, Terni, Amelia, Stroncone ed altri luoghi. Tornato in patria l’anno successivo, fu inviato dal Comune di Rimini come ambasciatore presso il papa affinché chiedesse l’erezione del S. Monte di Pietà per i bisognosi per evitare l’usura degli Ebrei. Nel marzo del 1503 papa Alessandro VI lo nominò senatore di Roma; in questo ufficio era ancora in carica quando fu eletto papa Giulio II, il quale lo confermò per un semestre il 6 agosto 1504 e gli affidò l’incarico di tornare a Rimini per richiamarvi Pandolfo Malatesti, escludendo così Cesare Borgia. Nel 1505 fu creato conte del Sacro Palazzo Lateranense; nel 1506 fu governatore di Città di Castello, nel 1507 di Vita di Club 55 Norcia ed altri luoghi annessi. Poi abbandonò quest’ufficio, preferendo tornare a Rimini con la famiglia. Avendo ottenuto l’appalto di tutti i proventi della Camera Apostolica in Romagna, dal 1508 tenne la Tesoreria pontificia insieme con Domenico di ser Paolo Ugolini. Nel 1509, firmata la pace tra la Santa Sede e la Repubblica Veneta, gli venne affidato l’incarico di rappresentare al pontefice la fedeltà dei Riminesi, che non volevano essere assoggettati ad altra signoria. Divenuto ricco e potente, Carlo volle innalzare un monumento al proprio successo e, nello stesso luogo dove i Malatesti avevano fatto abbattere la dimora di suo padre in contrada Santa Croce, fece edificare un sontuoso palazzo su disegno del celebre architetto Bramante; su di esso, per ricordare la superbia e la tirannide dei Malatesti, fece incidere a grandi lettere fregi e motti. Ammalatosi però gravemente, il 22 agosto 1514 rinnovò le sue disposizioni testamentarie, riconoscendo anche suo nipote Maschio, figlio naturale del fratello; sua figlia Lena, monaca nel monastero di S. Biagio di Cesena, a cui lasciò 12 lire l’anno, vestiario ogni tre anni e una veste di vassa o di saglia ogni due anni; sua figlia Ginevra, sposata con Lodovico Marcheselli, nobile riminese; Battista, figlio di Giacomo, figlio illegittimo di suo zio Battista. Eredi universali vennero dichiarati la moglie e il figlio Roberto. Ma le umane vicissitudini avrebbero ben presto di nuovo segnato tragicamente il nome dei Maschi. Sulla vita dell’ultimo discendente della famiglia Maschi, Roberto, figlio di Carlo di Roberto, si potrebbe scrivere un romanzo o girare un tenebroso film d’amore e morte. Il 15 marzo 1513 fu creato, da papa Leone X, castellano della rocca di Mondaino; ma il 17 aprile recatovisi per prenderne possesso, ne fu impedito da tal Giannino Corsico, custode lasciato dal suo predecessore Gentile Sassatelli. Roberto Maschi si trovò costretto a chiedere il rimborso delle spese. Si sposò successivamente con Caterina, figlia di Francesco Bianchetti di nobilissimo casato bolognese. Nel 1517 si trovava con lei nel castello di Monteghiottone, diocesi di Sarsina, quando credette di aver scoperto la sua infedeltà e nel furore dei suoi ventitré anni uccise la moglie a pugnalate. Fu bandito per sei anni dallo Stato della Chiesa e gli 56 Vita di Club furono confiscati i beni. Vagò di città in città, Venezia, Padova, Mantova, finché nel giugno 1523 ottenne il perdono del papa Doriano VI, che diede facoltà a Nicolò Bonafede, vescovo di Chiusi e governatore di Rimini, di liberarlo dalla pena alla quale era stato condannato. La richiesta di restituzione della dote della moglie Caterina da parte di suo fratello, Carlo Bianchetti e della madre di lei Elisabetta del conte Carlo di Pian di Meleto venne accolta con decreto favorevole dal Presidente della Romagna al quale si erano appellati; Violante, madre di Roberto, accusata di aver provocato l’uccisione della nuora, fu condotta per mano del bargello nel Monastero delle suore di S. Agostino e per risarcire i Bianchetti della dote fu costretta ad alienare i suoi beni. Intanto Roberto venne anche accusato di aver inviato dei chierici ad uccidere il marito della sorella, Lodovico Marcheselli. Quelli, una volta scoperti, vennero condotti a Rimini dove furono poi decapitati. Le liti cessarono dopo nove anni in seguito ad una transazione che fu stipulata a Roma il 29 dicembre 1526, con cui Roberto venne assolto. Ma dopo qualche tempo Roberto era di nuovo incappato nelle maglie della giustizia, poiché nel 1528 lo troviamo relegato nelle galere pontificie. Per liberarlo un gruppo di gentiluomini riminesi, tra cui Giovanni Benzi e Antonio Diotallevi, garantì che egli non avrebbe più offeso Carlo Bianchetti né altro consanguineo fino al terzo grado pena il pagamento di mille ducati. Infatti Roberto, confinato a Genova, dovette promettere di non allontanarsi di là. Filippo Doria affidò a Roberto il comando di due navi per portare rinforzi, contro gli infedeli, alla flotta comandata da Andrea Doria in qualità di ammiraglio di Carlo V. La fine di Roberto è tragica: << Essendo stata combattuta e presa la galea, ch’era genovese, da Corsali Turcheschi, essendo esso preso con molti altri tentò di fuggire tutti insieme in una certa occasione, i Corsali accortisi di questo, fra l’altro tagliarono a tutti, come si dice, la testa >>. Con Roberto, che morì all’età di circa trentasei anni, si estinse la famiglia Maschi. Vivere l’amicizia GITA IN CAMPAGNA: porchetta al vernacolo! Di Franca Marani S abato 2 giugno pomeriggio lionistico in casa Biondi. Sarebbe più appropriato chiamarla villa, ma volutamente dico casa perché è questo che si respira in ogni angolo di quel paradiso dove vivono Anna e Nino. C’è un sapore di antiche atmosfere nell’edificio rosa antico, circondato da un ampio portico le cui arcate si aprono su un giardino curatissimo (il regno dell’Anna) lussureggiante per infinite varietà di verde e per l’abbondanza di fiori dai più svariati colori e sfumature. Un sapore di antiche atmosfere che viene ripreso nelle tovaglie romagnole stampate a ruggine, nei centro tavola di pane che accolgono ginestre, lavanda e mentuccia, nei fasci di spighe di pane inframmezzati di ranuncoli blu e gialli (i colori lionistici) e nei due grandi fiocchi di pane ai lati della porta in cui sono inseriti mazzi di fiori pure gialli e blu. È un sapore di genuinità antica che si ripropone nella calda accoglienza dei padroni di casa e che subito è condivisa dagli ospiti in un clima di festosa allegria che si esprime in abbracci, discorsi, richiami, risate… Arrivano infine anche i tanto attesi fini dicitori: il noto poeta dialettale Valderico Vittorio Mazzotti, accompagnato dal figlio Fernando, l’introduttore collaborante Emilio Bracconi, che si rivelerà lettore dalla straordinaria voce calda e suadente e il regista Gabriele Bianchini, che, ad un certo punto, dimenticata l’ottima regia, ci offrirà, col suo sorriso spontaneo e saputo insieme, sapide recitazioni di brani oltremodo divertenti e giocosi quali “La Mafalda”. Seguono i componenti del trio “Amarcord”: Mario Venturelli (violino), Sergio Giorgetti (Fisarmonica), Pierino Neri (chitarra) che realizzeranno esecuzioni di vario genere, molto gradite e apprezzate dai presenti. Si può quindi dare inizio alla cosiddetta merenda che si rivela una gustosissima ed abbondante cena all’insegna di una strepitosa porchetta calda, un gustoso salame, verdure gratinate con piada, pecorino saporito accompagnato dalle fave, crudités in pinzimonio ed infine dolci squisiti creati dalle esperte mani delle Signore. Il tutto si conclude con l’ottimo irish coffee preparato dall’Elide mediante l’ormai mitico Bimbi. Un poco ottenebrati dal cibo e da un Rosso generoso, riacutizziamo la nostra attenzione quando sotto un’improvvisa pioggerella estiva vediamo comparire Nino sul trattorino, avvolto in una cerata gialla, ovviamente per mantenere il richiamo al mondo lionistico. Sul trattorino è trasportato un acero rosso che il Presidente spiega essere il dono del Club per l’Anna e il cui significato viene esplicato in una targa in terracotta che reca una massima in dialetto, mirabilmente letta da Valderico Mazzotti, che suona così: <<Da na radga daguêda da i amigh e’ nas na bêla pienta>> (da una radice annaffiata dall’amicizia nasce una bella pianta). Intanto Segretario, Tesoriere e Consigliere si armano Vita di Club 57 di vanga e badile e la piantano in un battibaleno. Da questo momento inizia il recital di questo piacevole e arguto poeta dialettale, che sa cantare le radici della sua terra, sa far rivivere con inimitabile vivezza personaggi indimenticabili quali Malett, pronti ad offrire un piatto di minestra a chiunque lo domandasse e a far pagare solo i signori, sa toccare i nostri cuori con la gentilezza di tratto con cui ci racconta la compagna della sua vita, il cui elogio viene trasformato in un omaggio a tutte le Signore ed alla femminilità in genere. Ascoltando questa composizione che arriva al cuore si capiscono tante cose e si riesce a leggere meglio quel forte senso di unità familiare, uno dei valori più cari alla nostra gente, che già avevamo percepito con immediatezza quando Fernando aveva presentato il padre, con uno scintillio di amore – orgoglio negli occhi intensamente azzurri, mentre ce lo descriveva come un uomo e un artista straordinario, capace anche di una mimesi e doti interpretative che non sarebbero potute sfuggire come potenzialità ad un regista che l’avesse potuto conoscere. Dopo le numerose poesie, tutte così diverse eppure così unitarie nella matrice di una grande umanità, composte nella lingua più povera ed umile, ma anche più calda e genuina, inframmezzate da brani musicali ora di una dolcezza struggente ora di un brio coinvolgente, da alcune poesie intensamente affettive recitate da Fernando (indimenticabile quel “Vicino è quel giorno / che busserò alla tua porta / ospite e non padrone” rivolto alla figlia Silvia), e da introduzioni di Bracconi e Bianchini, si arriva al clou della serata: la straordinaria, imperdibile, sorprendente recitazione dell’INFERNO dantesco, reinterpretato, più 58 Vita di Club che tradotto, in lingua dialettale, che si conclude con il verso <<e pù a sò chésch per tera cumè un blach>>, il quale traduce il notissimo <<e caddi come corpo morto cade>>, una vera perla. A questo punto è sopraggiunta la notte, ma nessuno se n’è accorto; al momento del congedo non ci sono stelle nel cielo, ma portiamo con noi insieme all’omaggio floreale dell’Anna tante luci dentro il cuore. Un mosaico di luci che come in un puzzle costituiscono gli elementi fondanti che compongono la trama del nostro esistere: la calda accoglienza di due cari amici, il respiro dell’affetto e dell’amicizia, la festosa gioia dello stare insieme, la forza stabilizzante dei valori e degli affetti cantati dai Mazzotti padre e figlio, la dolcissima analisi degli infiniti aspetti dell’amore contenuta nei versi di Prévert recitati da Bracconi, la giocosa ed ilare presentazione di personaggi boccacceschi fatta da Bianchini e soprattutto la complessità dell’universo dantesco tradotto con impagabile immediatezza nell’eloquio della quotidianità e pertanto calato nel vissuto di ogni uomo, specie di colui che è meno colto, ma forse proprio per questo più autentico e più vero. Mentre ci allontaniamo risuonano ancora nel cuore e nella mente le struggenti note del violino, il suono amico della fisarmonica, gli accordi nostalgici della chitarra in un’armonia che è l’armonia che ognuno porta dentro di sé come universo – uomo. “Da na radga daquêda da i amigh e’ nas na bêla pienta” Inferno, canto V “La piò gran disgrèzia cla capitarà” la m'à det, “l'è d'arcurdès di bei mument quand t'si te' còimi dl'infelicità. Mo st'è chera c'am faza avnì in ment cumè ch'e' prinzipie e' nost afet, at racuntarò pianzend t6t quel c'am sent. A lizimi un bel dè, dasdèi te' let, e' rumanz 'd Lancilot cun la su bela, senza c'avesmi l'ombra de' suspet. Me, lizend, a pardeva la favela, e ló e' trimèva t6tt cumè una foja e sempra piò us strinzeva a la sutanela. Quand c'a lizesmi che cla bela gioja la s fasevabase da che zuvnot, Pevol, ch'e' per inveci c'u n'in voja, um dasé un bés ben lòngh e pù un scricot: l'è andèda a fnì cumè c'a immazineva, ch' em cius e' libri e...bonanot scufiot" E intent che la Francesca la zcureva, ló e' pianziva fort cumè un tabach e mè ò sintì la testa c'la m zireva e pù a sò chésch per tera cumè un blach. Vita di Club 59 Alla figlia Silvia, per i suoi 21 anni 17 giugno 1993 Mi vieni incontro Dolce e trasparente come un'onda tranquilla e gli occhi rubano al tuo sorriso una scintilla. Pizzica il naso la tua chioma bionda, ma mentre la mano lenta la dipana un balzo, un frullo... e sei lontana. Vicino è quel giorno che busserò alla tua porta ospite e non padrone. Sorriderò se ridi, sorriderò se piangi, il passo mio non sporcherà i tuoi sentieri bianchi. Dalla fragile notte non ti proteggerò con l’ansia di un respiro sospeso dietro una porta chiusa ma ti affiderò ai tuoi ricordi più belli, nell’attesa che il forte mattino ti insegni la via giusta. Darti vorrei Consigli, idee, suggerimenti. Ti guardo, taccio e stringo forte i denti. Maestro per te sarà, ti piaccia o non ti piaccia solo quel muro in cui sbatterai la faccia. Ma il tuo futuro non mi fa paura. La tua sensibilità è la tua vera forza. Potranno distruggere le tue realtà , non potranno, mai, distruggere i tuoi sogni. Fernando Mazzotti 60 Vita di Club Charter Night 29 Giugno 2001 Teatro e Castello di Montefiore Conca Programma Partenza in pullman da Rimini per Montefiore 1° Nel Teatro si svolge la parte “ufficiale” della Serata con le formalità di rito, alla presenza delle massime Autorità Pubbliche e Civili di Rimini e di Montefiore 2° Viene assegnato il “Premio Vitale” per cultori di musica, a due Studenti particolarmente distintisi per impegno, buona volontà e notevoli capacità professionali. Il premio è stato istituito dal Socio Cav. Vitale Vitale e dalla Sig.ra Eugenia 3 ° Al Castello continua la Serata di Gala con una Cena “splendida”, buona conversazione e tante sorprese… all’insegna del motto “Servire lo Spirito per Servire meglio”… 4° Viene distribuito a Tutti i Soci un Ricordo del Ventennale (1981 – 2001) del Nostro Club Rientro a Rimini in pullman Buona estate a tutti! Vita di Club 61 si congeda, salutando festosamente…ammiratori e non… 62 Vita di Club FINITO DI STAMPARE NEL MESE DI GIUGNO 2001 PRESSO RAMBERTI ARTI GRAFICHE – VISERBA DI RIMINI