Collaboratori del 3° numero
Franco Baldini - Pinuccia Benelli Liberati - Elio Bianchi
Natascia A. Biondi - Pietro Giovanni Biondi - Sergio De Sio
Franca Fabbri Marani - Riccardo Germondari - Yvette Gualtieri
Anna Mariotti Biondi – Fernando Mazzotti - Franco Palma
Renato Ponzoni - Marco Rossi - Nevio Rossi
Manifestazioni Malatestiane nel 2001
Cinquecentocinquanta anni dalla fondazione del Tempio Albertiano
Ventennale del Club Rimini - Malatesta
Vita di Club
Anno lionistico 2000-2001
Numero 3
Notiziario del Lions Club Rimini - Malatesta
SOMMARIO:
Incontri
Conferenze
Conviviali
Servizi
Viaggi
Curiosità
Novità
Ricordi
Arte
Musica
Poesia
Amicizia
Solidarietà
Mostre
Musei
Gastronomia
Posta
Attualità
Chiacchiere
Pensieri
Brevi
Lionismo
Anniversari
Ospiti
Atmosfere
Nostalgie
Progetti
4
6
Il Presidente
La fondazione
11 I services
14 I meetings interclubs
19 Mondo Lions
20 I Meetings
27 Il Club tra Storia e Arte
31 Il Club e il Sociale
33 Viaggiando viaggiando
39 Rimini giovane
41 Il Club e l’arte
45 Il Club e la Musica
51 Voci di donna
53 La Rimini che non c’è
57 Vivere l’Amicizia
61 La Charter night 2001
62 La Redazione
Riflessioni
Ritagli di vent’anni insieme
Charter night 1981
Le Madonnelle
Asilo Baldini
FF.AA.: Abolizione della leva e
carriera militare…
Tecnologia:
Partono
i
sommergibili!
Il rinnovo delle cariche
Artigianato: un mondo di artisti
Sport: Campioni di ieri, di oggi, di
sempre
La visita del Governatore
Castel Sismondo
Deomene
San Patrignano
Padova
Roma
Tatarcord Federico Fellini?
Un Maestro vetraio
Musica…come?
Guillaume Dufay
Poesia al femminile
Maschi: un nome, un palazzo, una
storia
Porchetta al vernacolo
Dante secondo Mazzotti
La voce di un papà
Programma
Congedo
Cari amici Lions
H
o cercato a lungo, con caparbietà,
di configurarmi il “Lion Ideale”,
così motivato nell’appartenenza
ad un Club di servizio da risultare “normale”,
non eccezionale. Ho ascoltato il respiro
affannoso dell’Uomo alla ricerca di se stesso.
Ho considerato l’Essere ed il non essere, la
Creatività e l’immobilismo, il Fare ed il
distruggere, Tutto ed il contrario di tutto. Mi
è difficile credere di essere stato da meno di
Diogene, illuso ricercatore di Uomini…Ho
soppesato tutto al fine di essere un buon
Presidente Lions... Ho cercato di dar vita a
gesti importanti, a Meetings dal significato
intenso, con Relatori preparati che hanno
sviscerato argomenti diversi, che ci hanno
arricchiti dei loro studi, sempre interessanti:
ho generalmente ottenuto una soddisfacente
partecipazione, anche se da presidente
ambizioso avrei voluto la totalità, ma
qualcuno…poteva solo di martedì. È stato
bello ritrovarsi fra Amici, ogni quindici
giorni, non solo per raccontarci aneddoti e
barzellette. Infatti non sempre si possono
trattare argomenti “leggeri”, sappiamo bene
che l’appartenenza al Club esige qualcosa di
più, si può fare un Service di “umorismo”, ma
umorismo per il “SERVICE”, come
l’Interclub di carnevale. Ho voluto essere un
presidente dirompente, qualche volta
provocatorio perché avrei voluto sollecitare
tutti alla partecipazione attiva! Tra una critica
e l’altra, meritate e non, ho trovato la
collaborazione di persone entusiaste che mi
hanno seguito con…pazienza, interpretando
le mie aspirazioni (ben consci che il 29
4 Vita di Club
Giugno 2001 non era poi così lontano e,
liberatorio, quel giorno sarebbe arrivato a por
fine ai loro “affanni” ed alle mie telefonate
stile Cassandra…), a volte frenandomi, a
volte litigando con me, ma soprattutto
dimostrando con la loro partecipazione che
apprezzavano quanto andavo facendo. Dopo
aver riflettuto tanto sul nostro operare di
Lions, spero di non aver deluso il Club e
soprattutto quegli Amici che come me hanno
creduto nelle finalità del giornalino, la mia
migliore idea: “VITA di CLUB” è uscito, è
riuscito. Per la verità non è un Notiziario, è
molto, molto di più ...(Non è stato preso in
considerazione al “Premio Notiziari” per il
2001 dal Distretto 108 A. Fuori concorso ha
vinto la “Palma d’oro”, ma nessuno ce lo ha
mai comunicato!), così ci siamo imposti di
non mollare, dopo le disavventure
tipografiche, e siamo arrivati a stampare il 3°
numero. Bellissimo !!!
L’orgogliosa,
meravigliosa Redazione è già stata
abbondantemente ripagata dalla stima (più
esterna, in verità…) unanimemente concorde
nel valore dei testi e della grafica. Qualcuno,
e non ne fa mistero, anzi se ne fa un vezzo,
persegue la parsimonia delle lodi …, ma
tant’è… Poiché nessuno aveva dubbi sulle
qualità culturali dei Lions, pensavo che
sarebbero stati più numerosi i collaboratori;
comunque coloro che hanno inviato articoli o
commenti, l’hanno reso ricco, vario,
armonioso, mai monocorde. Mi complimento
con
chi
ha
collaborato:
almeno
loro…passeranno alla storia...del Club.
Purtroppo gli assenteisti hanno perso
un’occasione,
anche
per
criticare.
L’appartenenza al Club d’altra parte è libera
(vedere articolo sul n. 2 di “Vita di Club”), gli
obblighi non sono tanti, ma sostanziali:
Disponibilità, Amicizia, Stima, Rispetto,
Solidarietà, sempre. Quando solo uno di
questi presupposti viene a mancare non ha
più senso il restare. La nostra opera è corale,
tutti dovrebbero sentirsi coinvolti: non è il
Presidente il Club, siamo Noi il Club,
siamo Noi Lions. La partecipazione attiva è
un’etica personale, interiore, da affermare
anche contro noi stessi e la nostra indolenza.
Se Melvin Jones ritornasse tra di Noi non
avrebbe piacere di vedere i suoi Leoni
pascolare abulici nella savana dormiente.
Allora diamoci da fare: non centelliniamo i
Grandi Progetti umanitari! Se ... Melvin ci ha
chiamati Leoni, ci ha voluti Leoni, e non
zebre o cammelli, non dobbiamo sbadigliare,
ma ruggire. Un ruggito terrificante che nelle
notti buie africane fa accapponare la pelle,
incute rispetto e timore, e a cui segue un
silenzio che avvolge tutta la terra. Ruggiti di
qualità, non flebili aperture di mandibole…
Non si può essere riottosi al servizio.
Services importanti, da Veri Leoni. Così è
nata
l’idea
al
Governatore
con
“EMERGENCY”. Non tutti sanno che in
Sierra Leone si combatte e si muore…Là non
possono attendere preventivi!!! Bisogna agire
subito, cogliere il momento, non rimandare.
Salvare un inerme indifeso, un bambino al
quale hanno mozzato una mano è un dovere
di tutti. Altro che dire: ma noi da soli che
possiamo fare? Non si può aspettare, magari
per risparmiare o per costruire un Ospedale
migliore. Non si possono lasciar scannare fra
di loro, lavarsene le mani o starsene alla
larga, non è un operare nella solidarietà. Gino
Strada è un Medico che si è tolto dal caldo di
una clinica e, con 2 Bypass e 40 sigarette al
giorno, è andato a cercarsi un mondo di
morte, operando 24 ore su 24, col pericolo
che uno stupido cecchino gli spari alla
schiena; non lo ha certo fatto per passare alla
Storia, anche se questo non sempre è colto da
coloro che in ogni umana azione vogliono
vedere più che la generosità, l’interesse.
Bisogna dire la verità anche quando è
scomoda: quando le istituzioni sono latitanti o
la burocrazia intralcia, bisogna agire. È vero
che il silenzio, il non agire, l’indifferenza
sono all’ordine del giorno. Chi si ritrova
spalle buone, le mie sopportano ancora
discreti pesi, va avanti, ma non è da tutti. Il
nostro Club ha principi “nobili ed elevati”,
prevede un servizio fatto di fratellanza e di
amore, non parole, ma fatti. Il mio “guardare
in alto”, il mio pensare alla “grande”, il mio
tentare di essere più presenti nel sociale, di
incidere operando alla Grande, voleva essere
un modo per affermare: NOI SIAMO DEI
LIONS, UOMINI CHE AGISCONO,
OPERANO NELLA SOLIDARIETÀ.
Spero di aver fatto cose belle!? Al mio
dubbio amletico lascio le Vostre risposte. Mi
rendo conto che la mia era ed è “un’utopia
grandiosa”, non possiamo cambiare il mondo
noi Lions, ma mi piacerebbe!!! I SERVICES
che ho portato a termine, gli incontri, le gite
culturali, le raccolte fondi per opere
umanitarie, Vita di Club sono il bilancio di
un anno…fertile e produttivo! Solo un pazzo
genio (…sì, avete letto bene, molto più pazzo
che genio…, l’immodestia/modestia non mi fa
difetto) poteva chiudere il proprio Studio e
gettare tutte le sue energie in un lavoro così
importante ed impegnativo, pur sapendo che
qualche scettico blu avrebbe criticato la sua
esaltazione. Seguirà il “LIBRO” sul
Ventennale, la nostra Memoria Storica...,
ancora più pazzo è il Vostro Presidente...Per
fortuna posso far affidamento su quegli Amici
che, più geniali di me, hanno capito tutto
quello che avrebbe comportato scrivere una
storia lionistica. E da anni senza saperlo
hanno messo da parte il materiale per il
ventennale!
L’ultimo, tremendo ruggito
sovrastò le onde e si perse là dove l’orizzonte
compone il cielo ed il mare, le nuvole si
dissolvono e l’orizzonte sfreccia come un
gabbiano bianco in una vela d’infinito. Sono
dunque un poeta? Perdonatemi se vi ho
tediato, ma amo l’ironia, anzi l’auto - ironia.
Questo è il Leone Bifronte
Franco BALDINI
Vita di Club
5
La fondazione
1981 - 2001: Ritagli di vent’anni insieme
Di Franco Palma
L
a sera del 3 febbraio 1981, sera in
cui venne ufficializzata la proposta
della fondazione di un nuovo Club
Lions all’hotel Coronado, alla presenza del
Vicegovernatore prof. Gino Magnani, mi
ritrovai in un gruppo abbastanza numeroso
costituito da amici di vecchia data (Stefano
Cavallari, Riccardo Lucchi, Gorino Pecci,
Giancarlo Ramberti, Fernando Santucci) e da
altri (i più) che non conoscevo ed incontravo
per la prima volta. Intuii subito che con loro,
così come con i vecchi amici, sarebbe stato
piacevole ritrovarsi e lavorare, stringendo
rapporti
di
autentica
amicizia
e
collaborazione. L’iter che mi aveva portato a
quell’incontro era scaturito dai frequenti
contatti tra la mia famiglia e quella di
Antonio Maggioli (già Lion, oggi Pastgovernatore);
la
conoscenza
nata
dall’amicizia tra i nostri ragazzi compagni di
Liceo, era diventata nel tempo piacevole
familiarità, cementata da comunità d’intenti,
6 Vita di Club
condivisione
di
scelte
ed
affinità
comportamentali. Durante i nostri incontri
spesso Antonio mi parlava della vita e delle
manifestazioni Lions, ma soprattutto si
diffondeva sugli scopi umanitari e le finalità
morali del lionismo. In quel periodo ero
molto impegnato nel lavoro e dedicavo il
tempo restante alla famiglia, per cui non
pensavo ad altri progetti, ma una lettera ed
una telefonata di Antonio mi aprirono
all’improvviso una nuova “finestra sulla
vita”. Questo fascio di luce mi fece
recuperare maggior consapevolezza sulle
parole: amicizia – fraternità – attenzione ai
meno fortunati – aiuto ai bisognosi –
allargamento dei confini per venire in aiuto di
chi soffre. Ero sempre stato sensibile a questi
temi ed in cuor mio sentivo un forte incentivo
ad operare in tal senso, ma avevo anche la
consapevolezza del fatto che il turbinio della
vita è dispersivo e che un uomo da solo non
riesce a rendere concretamente operativi
progetti significativi di impegno nel sociale.
Capii che era giunto il momento di potenziare
il modesto interesse precedentemente
dedicato a questi valori e che mi veniva
offerta l’occasione per farlo. E’ dall’amicizia
che nasce lo spirito di collaborazione e da
questa procedono l’operatività e la fattività
che portano in ambito lionistico alle
realizzazioni dei vari services. Questa
consapevolezza fu presente da subito in me e
negli altri e costituì la base di unità d’intenti
che ci condusse il 23 dello stesso mese alla
costituzione ufficiale di un nuovo Lions Club,
composto da 38 soci fondatori, con sede
presso l’Hotel Bellevue di Rimini.
Club sponsor il Rimini-Riccione, lions guida
lo stesso Vicegovernatore Gino Magnani,
madrina la signora Cinzia Marina Isabella
Grimaldi, primo presidente Stefano Cavallari.
Per il neonato Club fu scelto il nome “RiminiMalatesta”, a sottolineare il forte legame con
la città e la volontà di radicare la propria
identità nella sua storia. Tale volontà veniva
ribadita nell’iconografia del guidoncino, al
cui centro campeggia Castel Sismondo
sovrastato ai lati da uno dei simboli presenti
negli
stemmi
malatestiani:
la
rosa
quadripetala.
IL 2 aprile 1981 fu la data che segnò
l’omologazione internazionale del Club ed il
30 giugno dello stesso anno avvenne
l’ufficializzazione nazionale ed internazionale
nella serata della Charter Night. Si respirava
un clima di grande entusiasmo e quasi di
euforia: alla firma dei soci fondatori,
compresi nella consapevolezza dell’atto che
compivano, facevano cornice le signore,
molto eleganti, con negli occhi e nelle parole
la volontà di affiancare i loro mariti in questo
importante e “grande” cammino che avevano
deciso d’intraprendere. I primi anni
“ruggenti” (presidenza Cavallari – Santucci –
Bellucci) furono immediatamente segnati da
numerose iniziative di services di carattere
sociale (partecipazione all’organizzazione di
un Congresso Internazionale sull’handicap in
collaborazione con l’Associazione Papa
Giovanni XXIII° - Organizzazione di un
commovente
torneo
di
pallacanestro
internazionale per handicappati in carrozzina
intitolato “Quattro ruote di felicità” –
Opuscolo per la prevenzione della droga),
indirizzati alla scuola (Prevenzione stradale
ed uso del casco), alla città (Istituzione
dell’Orchestra Sinfonica Giovanile Riminese
– Conferenza e convegno sul turismo –
Convegno e diffusione a mezzo stampa e
televisione di interventi sui fattori di rischio
cardiovascolari) e verso l’esterno (Congresso
Nazionale dei Lions italiani – Convegno
“Romagna, una regione”). Da queste prime
iniziative (tra cui alcune sulla prevenzione di
grande anticipazione su problemi che solo più
tardi sarebbero stati affrontati in ambito
nazionale) scaturiranno poi altri services
molto importanti e significativi come l’Handy
Help, gli interventi in Albania, Sri Lanka e
Ziguinchor in Africa, le iniziative a favore
degli anziani, dei non vedenti, della Lega del
filo d’oro, dei malati e dei disabili.
Indimenticabile la prima Festa degli Auguri,
preparata e organizzata da Anna Cavallari e
dalle signore con grande sensibilità e
intelligenza. Quel giorno si respirava aria di
famiglia, di una grande famiglia allargata, in
cui adulti e bambini condividevano la gioia
dell’attesa del Natale: al sorriso e
all’eccitazione dei piccoli di tre, quattro anni
e alla partecipazione festosa dei ragazzi e dei
giovani corrispondeva la soddisfazione degli
adulti nel veder ricrearsi tra i figli la stessa
amicizia che regnava tra loro.
Quando i più piccoli hanno dato vita ad un
presepe vivente, rievocando la nascita del
Salvatore con l’accompagnamento del suono
di un clarino, anche i cuori “più saldi” si sono
commossi. Angioletti vestiti di bianco
facevano cornice intorno alla Sacra Famiglia,
mentre si avvicinavano lentamente alla culla
piccoli pastori, le cui ombre si proiettavano su
un bianco telo, a creare un’atmosfera di
soprannaturale. Quindi ai momenti pieni
Vita di Club
7
d’emozione legati al sacro e al mistero sono
seguiti quelli allegri e festosi: la tombola, i
canti, le danze, il trenino, i doni per tutti
accolti con entusiasmo da grandi e piccini,
simbolo, in occasione del Natale, festa
dell’Amore, del dono dei nuovi incontri e
delle nuove amicizie che la fondazione del
Club aveva suscitato e rafforzato.
Vent’anni sono passati: in tutto questo tempo
alcuni dei soci fondatori hanno rassegnato le
dimissioni, altri, che avvertiamo ancora come
presenze vive nel Club (Riccardo Lucchi –
Giuseppe Spina – Giorgio Paesani – Gian
Luigi Dell’Olmo) sono deceduti; tuttora
restano iscritti al Club Mario Alvisi, Nevio
Annarella, Giampiero Bocchini, Stefano
Cavallari, Alvaro Fratti, Mauro Gardenghi,
Stefano Magnani, Paolo Marani, Giancarlo
Ramberti, Ferdinando Santucci, Bruno Tocco,
Gabriele Zannini e il sottoscritto, un gruppo
non molto numeroso, ma costituito da
persone che nel trascorrere del tempo hanno
approfondito e tradotto nelle parole e nei fatti
il loro essere Lions. Molti altri soci sono poi
entrati, a costituire linfa vitale per la messa a
fuoco di nuovi progetti e l’individuazione e
realizzazione di nuovi services tanto che
attualmente il Club si compone di 53 soci.
Nel lungo cammino percorso non sono
mancati i momenti di difficoltà, gli scontri,
ma spesso è proprio dagli scontri gestiti in
modo dialettico e produttivo, dalla polemica
(dal greco πόλεµος = guerra) intesa in modo
8
Vita di Club
non distruttivo, ma costruttivo, che
scaturiscono idee nuove ed una maggiore
autenticità e chiarezza nei rapporti
interpersonali e nella individuazione delle
finalità e dei modi dell’operare.
A distanza di vent’anni qual è il desiderio non
realizzato?
Ricordando quanto detto
all’inizio, vale a dire che solo da una base di
amicizia autentica può nascere lo spirito di
collaborazione che porta alla realizzazione
dei services, il desiderio è che tra tutti i soci si
crei un’amicizia ancora più salda e diffusa e
che al nutrito gruppo dei “fedelissimi” che si
incontrano con maggior frequenza su percorsi
che si snodano a vari livelli: dalle serate
informali agli incontri in pizzeria, dalle gite
brevi a quelle di più giorni, decidano di unirsi
tutti i soci attuali, nessuno escluso,
compatibilmente con i loro impegni, certo,
ma con disponibilità a condividere almeno
alcuni momenti. Questo per far sì che
meetings, services, iniziative lionistiche si
radichino in un contesto di consuetudine ad
altre occasioni d’incontro, in cui si vivano i
valori dell’amicizia, della risata (quanto
importante per l’equilibrio dell’uomo!), della
condivisione di momenti di svago che si
svolgano all’insegna dell’interesse per ciò che
è fondamento ed espressione del cammino di
civiltà dell’uomo, vale a dire cultura, arte,
spettacolo, riscoperta di tradizioni, modi di
vita, antiche ricette, luoghi ancora intatti,
mirabili opere ignorate dai più.
Nuova si apriva la città.
Lunga la linea del mare
Segnata dal biondo di sabbia senza fine.
Radici strappate. Amicizie negate.
Smarrimento. Inquietudine.
Frantumato l’universo sereno
Rassicurante monotonia di ripetuti giorni
Ovattati nella consuetudine del vivere.
Voci festose. Sfavillio di lumi.
Caleidoscopio di visi, suoni e colori.
Amicizie sbocciate improvvise
E segretamente centellinate
A ricostruire il tempo spezzato.
Via aperta
A creare nuove certezze
Di legami importanti e generosi progetti.
Una luce che si accende e riscalda
È il ricordo della prima Charter Night.
Franca Fabbri Marani
Vita di Club
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10 Vita di Club
I Services
LE MADONNELLE: Il restauro di tre edicole votive
Di Sergio De Sio
L’
anno Lionistico 1999-2000 ha
condotto la vita del Club a
partecipare
al
150°
Anniversario (11/5/1850 - 11/5/2000) di un
Miracolo ancora oggi vivo nella memoria
popolare: in Santa Chiara, 1'immagine di
Maria Madre della Misericordia mosse gli
occhi. Per ricordare quel prodigio nell'anno
2000 si è attivata una singolare iniziativa, alla
quale il nostro Club ha ritenuto di partecipare
in modo fattivo (unitamente alI’ Assessorato
alla Cultura del Comune di Rimini, al Centro
Culturale "Il Portico del Vasaio", al Rotary
Club e a Easycomputer), ravvisando
l'auspicio che la coincidenza temporale
diventasse anche un impegno attivo di
sottolineatura culturale e tendenzialmente
devozionale di quell'evento. Ha dunque
ritenuto di collaborare al recupero di varie
"Madonnelle", facendosi carico del restauro
di quelle immagini che la devozione popolare
aveva collocato in Edicole votive lungo le vie
di Rimini. In particolare si è provveduto al
restauro della Madonnella di Via G. Bruno
ospitata in un'edicola fortemente degradata e
consistente in una statua della Madonna col
Bambino in legno intagliato e dipinto,
giudicata di pregevole valore. L 'immagine
Mariana era avvolta nel manto con la tipica
forma " a cono " il cui esempio più celebre è
la Madonna di Loreto. L 'intagliatore ha
imitato i tessuti pregiati dei paramenti
damascati ricamati a rilievo con filati preziosi
e fili d'oro e d' argento. Il volto è ornato
ancora da orecchini pendenti, verosimilmente
quelli originali. Da tempo sulla statua si erano
depositati
ovviamente
sporcizia
ed
incrostazioni mentre i parassiti avevano
intaccato duramente il legno. Il trattamento di
restauro ha quindi compreso un trattamento
Vita di Club 11
antitarlo, interventi di ebanisteria per
ricostruire le parti strutturali mancanti e
l'integrazione della coloratura con un
trattamento protettivo finale. L'opera è stata
benedetta da Don Vittorio Maresi, canonico
del Duomo, ed inaugurata dall'Assessore alla
Cultura del Comune di Rimini, Pivato. Si è
proceduto anche, nell'ambito dell'intervento
suddetto, al restauro di altra edicola votiva
sita in Piazza Malatesta raffigurante Madonna
con Bambino Santi e Angeli, pesantemente
ridipinta ed alterata nel modellato da strati di
colorazioni e tinte a spessore, di cui 1'ultima
con tempera plastica per esterni, bianca.
L'immagine è ottocentesca, realizzata a suo
tempo in terracotta e raffigurante la Madonna
con Bambino e un Santo, accompagnata da
Angeli. Anche 1'Edicola ubicata in Via
Soardi in un Palazzo gentilizio risultava
realizzata a forti altezze e schermata da un
telaio in ferro e rete metallica posizionata in
epoca recente a scopo protettivo e quindi
costituente una sorta di elemento incongruo,
grossolano ed invasivo: la statua che vi era
contenuta,
di
possibile
manifattura
settecentesca
o
ripetizione
stilistica
ottocentesca, è modellata a tutto tondo e fusa
in bronzo. L'opera di ripristino si è
concretizzata, oltre che in un intervento di
ripulitura della superficie, in un'opera di
12 Vita di Club
consolidamento con resine specifiche e
scagliature del metallo per il ripristino
cromatico delle alterazioni e delle
interferenze visive rilevabili sulla superficie
con velature a patine localizzate. E' noto che
le edicole votive venivano collocate lungo le
vie e nei crocicchi a protezione del luogo, ma
anche per ricordare una grazia ricevuta o per
invogliare il viandante ad una preghiera,
quantomeno ad una riflessione. Al di là
quindi del loro valore storico - artistico il
restauro rappresenta la cadenzata aspettativa
di un Fatto che, ancor oggi, entri nella storia e
ne "vìoli la sterile armonia del prevedibile";
di un significato e di una speranza possibili
dentro la vicissitudine universale con le sue
tragiche alternanze così come nella personale
quotidiana fatica del vivere: il desiderio
dell'uomo, lo sperdimento, la disperazione, il
dubbio affezionato o cinico, la delusione e il
risentimento non più come alienazione,
estraneità ed inappartenenza, ma come
concludenti segni di autentica inerenza al
mondo, al suo Segreto.
Vie, crocicchi, negozi, edicole votive: gesti
umani lungo il cammino di una scarna attesa,
nell'ambito di quella più ampia sfida
disarmata che è il gesto di esistere, fino
alI’orlo di dio. O di Dio.
ASILO BALDINI: Il Service delle Signore
I
l nome dei fratelli conti Ruggero ed
Alessandro Baldini si associa a Rimini
ad iniziative di alto spessore socio –
culturale: la creazione dello “Stabilimento
Privilegiato di Bagni Marittimi” inaugurato il
20 luglio 1843 e dell’asilo infantile o “Istituto
di Educazione gratuita per i figli del povero”,
aperto nell’ottobre 1847. I due fratelli
studiarono a Pisa e qui, quasi certamente,
Alessandro incontrò l’Abate F. Aporti fautore
di nuove istituzioni pedagogiche quali
appunto gli asili infantili, che, se
prosperavano in Toscana dal 1833 sotto il
patrocinio del principe Leopoldo, non
esistevano in Romagna. Rientrato a Rimini,
Alessandro iniziò la sua opera di
sensibilizzazione presso i maggiorenti della
città e si dedicò alla costituzione di una
Società per Azioni finalizzata all’apertura di
un asilo infantile che egli stesso resse con
dedizione, probità e passione fino alla morte
nel 1891. Primo asilo sorto in Romagna, si
prefiggeva come scopo non solo la custodia
dei piccoli, ma anche la loro educazione; si
articolava in due rami educativi: diurno
infantile e serale professionale e artigianale. Il
bambino uscito dall’asilo poteva accedere alle
scuole serali, dove un patrono ne seguiva gli
studi, finiti i quali provvedeva al suo
collocamento. I due rami educativi benché
autonomi
e
distinti
erano
quindi
complementari. L’importanza pedagogica e
sociale di quest’iniziativa privata fu quindi
notevolissima, e non solo in rapporto alle
condizioni socio culturali del periodo storico
in cui nacque. Nel 1855 si accettarono a
pagamento anche i figli di famiglie agiate; nel
1893 si creò poi una sezione femminile. La
storia dell'Asilo, diventato Baldini dopo la
morte del suo fondatore, seguì quella
tormentata dell’Italia nascente, attraverso
periodi di crisi profonda e di lodevoli
rinascite. La stradina che da via Garibaldi
conduce a via Isotta si chiama via Asili
Baldini, perché la prima sede dell’istituzione
si trovava lì. A seguito del terremoto del 1916
essa fu talmente danneggiata che nel 1922 fu
trasferita in via IV Novembre. Durante il
bombardamento aereo del 29 gennaio 1944
tutta l’area fu distrutta, solo nel 1959 l’amore
e la tenacia dei Riminesi col concorso degli
Enti pubblici e dei privati restituivano
definitivamente all’asilo il primitivo decoro.
Attualmente
questa
libera
istituzione
sopravvive, seppure a fatica, con l’aiuto e
l’impegno generoso di molte persone ed enti;
tra i maggiori benefattori Maria Raggi Lami,
che ha donato un’aula completa di
arredamento in memoria del marito Ferruccio,
e Maria Guiducci Massani, che ha lasciato in
eredità all’asilo un podere di 12 ettari.
Quest’anno il Lions Club Rimini Malatesta,
tramite le mogli dei Soci, su indicazione
dell’amica Anna Lami Cavallari, ha inteso
onorare la storia gloriosa di questa istituzione
cittadina, fornendo il materiale didattico
richiesto che servirà ad allietare nel periodo
estivo i piccoli ospiti dell’asilo.
Pinuccia Liberati
Vita di Club 13
I meetings interclubs
FORZE ARMATE: Abolizione della leva e carriera militare aperta
alle donne.
di Renato Ponzoni
N
umerosa partecipazione al meeting
interclub del 3 aprile fra il Lions
Rimini-Riccione Host e il Lions
Rimini Malatesta per ascoltare la annunciata
relazione del Generale Leonardo Tricarico,
Generale di Squadra Aerea e Consigliere
Militare del Presidente del Consiglio dei
Ministri, sulla riforma del servizio militare e
l’ammissione femminile nelle Forze Armate.
Particolarmente gradita la presenza di S. E. il
Prefetto Dr. Calandrella, buon amico dei
Lions, avendo ripetutamente partecipato a
nostri incontri; sono presenti pure il
Comandante Prov.le dei Carabinieri, il
Comandante dell’Artiglieria e la sig. Olivetti,
consorte del Comandante impossibilitato a
presenziare, ma da tutti ricordato con affetto.
Introduce la serata il gen. dr .A. De Angelis,
collega ed amico da lungo tempo di Tricarico,
che ha parole dense di affetto e di
commozione nel tratteggiare la brillantissima
carriera del gen. Tricarico, fino a divenire,
attualmente,
Consigliere
militare
del
Presidente
del
Consiglio.
E'
stato
Comandante del V° Stormo a Rimini, dove ha
lasciato tanti amici e ricordi; recentemente è
stato Comandante Operativo delle Forze
Aeree Italiane partecipanti al conflitto nei
Balcani (1999), nonché Vice - Comandante
vicario di tutta la Forza multinazionale
14 Vita di Club
impiegata in quel conflitto. Al termine degli
eventi bellici è stato chiamato a svolgere le
mansioni di Consigliere Militare del
Presidente del Consiglio dell’epoca, On.1e
D’Alema; carica confermata di seguito, e
tuttora, per il Presidente del Consiglio in
carica, On.le Amato. Il gen. Tricarico, prima
di iniziare la sua relazione, saluta con affetto
e con devozione la sig.ra Olivetti, consorte di
un Collega colpito da una grave sindrome
invalidante. Ricorda poi come tutti i Governi
recenti si siano fattivamente dedicati alla
riorganizzazione ed al potenziamento delle
Forze Armate, non solo perché a ciò tenuti
con urgenza in conseguenza dell'evento
bellico nel territorio della ex Jugoslavia
(perché di vera guerra si è trattato dal 24.3
fino al 29.6. 1999), ma anche per precedenti
decisioni
governative
programmate,
culminate con i due principali provvedimenti
oggetto della illustrazione della serata e cioè:
a) l’abolizione del servizio militare
obbligatorio, b) l’immissione delle donne
nelle FF.AA. Provvedimenti riformatori di
grande portata, da inserire immediatamente
nel nuovo esercito europeo, voluto
recentemente con l’accordo di Helsinki, in
base al quale il nostro Paese dovrà partecipare
con 103.000 militari professionisti già dal
2006; intanto, l’Italia partecipa con 12.000
unità alle forze internazionali. Per effetto
dell’abolizione
della
leva
militare
obbligatoria gli ultimi giovani "di leva"
saranno quelli nati entro dicembre 1985; dopo
di loro le FF.AA. saranno costituite
unicamente da militari scelti, professionisti.
Diversi problemi si presentano per
l’assunzione dei nuovi militari, da addestrare
per formarne dei professionisti; in primo
luogo il Generale Tricarico deve purtroppo
ammettere che le FF .AA. non costituiscono
una buona attrattiva per i giovani, a differenza
di quanto accade invece per i Carabinieri e
per la Guardia di Finanza. Al proposito
Tricarico sottolinea il fatto che, a fronte di
concorsi pressoché deserti per posti di
militare nelle FF.AA. (Esercito, Aviazione,
Marina), i concorsi per i Carabinieri vedono
la partecipazione di 100 giovani per ogni
posto a concorso; e per la Guardia di Finanza
poco meno (70-80 a 1). Non è facile capire il
perché di queste scelte tanto differenti;
evidentemente le FF.AA. non hanno un buon
ufficio di pubbliche relazioni come
Carabinieri e Finanzieri. Sorridendo, il
Prefetto suggerisce di trasmettere una fiction
TV della qualità del Maresciallo Rocca anche
per i quadri delle diverse FF.AA.
Indubbiamente qualche aspetto importante
esiste a spiegare la diversa attrazione; per
quanto concerne poi i Carabinieri in
particolare, il gen. Tricarico riferisce che la
loro fama è tale che lo stesso Pentagono USA
ne
sta
studiando
organizzazione
e
funzionamento, con l’intento di scoprire i
segreti del loro successo anche internazionale,
per
trarne
giovamento
nella
loro
organizzazione. Ciò che maggiormente
allontana oggi i giovani dal servizio militare
scelto volontariamente, dice il Gen. Tricarico,
è l’aleatorietà di una occupazione al termine
del servizio militare, cioè dopo i 3, 5, 7, 9
anni di servizio; quale occupazione potranno
trovare nel mondo civile? In Italia si ricerca il
posto fisso, dice il generale, e questo crea
gravi problemi; è necessario comunque
trovare una soluzione, con un po’ di fantasia;
e anche piuttosto in fretta, dati i tempi brevi
che restano alla costituzione del nuovo
Esercito Europeo. Una possibilità, ricordata
nel corso della conversazione, potrebbe essere
quella di fornire ai nuovi militari una
preparazione professionale in settori moderni
di attività (come l'elettronica e l'informatica)
che faciliterebbero prevedibilmente l'osmosi
militare - civile al termine del primo servizio.
Quanto alla presenza delle donne nelle FF .M.
il Gen. Tricarico evidenzia quanto il
provvedimento fosse necessario; <<Siamo
l'ultimo Paese Occidentale ad avere adottato
questo provvedimento>>; ma evidenzia anche
<<quanto poco propensa al servizio militare
sia la donna italiana>>. Infatti, dopo i
primissimi concorsi cui hanno partecipato
grandi numeri di ragazze, si è assistito ad una
caduta verticale delle partecipanti, sia per
l’Esercito, che per la Marina che per
l’Aeronautica. Anche se è vero che le donne
ora presenti nell’Arma aeronautica stanno
dando buonissima prova di sé. I problemi
sono quindi numerosi e anche abbastanza
gravi, in parte imprevedibili; certo che il
servizio militare non ha mai offerto allettanti
traguardi di carattere economico, né potrà
farlo ora, prevedibilmente. Ciononostante
tutti i militari hanno sempre svolto con
impegno e senza riserve il proprio compito e
certamente continueranno nello stesso modo
anche ora. Sollecitato da molti Soci che ne
hanno fatto richiesta con loro interventi, il
gen. Tricarico mette in evidenza che l’Italia è
il quarto contributore sui 180 Paesi ONU per
numero di militari, il quinto se si conteggiano
anche le risorse ed i mezzi. L’Aeronautica,
dice ancora il gen Tricarico, ha fatto una
guerra (quella dei Balcani; perché proprio di
guerra si è trattato) con mezzi in buona parte
inadatti o insufficienti, mostrando però
grande spirito, dedizione e anche capacità
tecnica. (Sono concetti ai quali noi meno
giovani siamo purtroppo abituati, da sempre:
la necessità di dover sopperire con iniziative e
sacrificio personale alle carenze organizzative
centrali). La relazione è stata seguita con
grande interesse dai numerosi presenti, che
hanno rivolto numerose domande e fatto
diverse osservazioni alle quali il generale ha
dato opportuna e pertinente risposta. La
bellissima serata si è conclusa con la
consegna al prestigioso relatore dei
guidoncini dei due Clubs Lions convenuti e
delle
medaglie
commemorative
dell'avvenimento; oltre che di un omaggio
floreale per la gentile signora consorte del
generale. Ancora una volta si è potuto
constatare
l’opportunità
di
meetings
interclubs, che cementano la conoscenza e
l’amicizia dei Soci partecipanti.
Vita di Club 15
TECNOLOGIA: Partono i sommergibili!
Di Elio Bianchi
I
l 4 Maggio si sono uniti al nostro i
Clubs femminili riminesi, Inner Wheel
e Soroptimist, per un meeting
interclub presso l'Hotel Holiday Inn di
Marina Centro. Argomento della serata:
"FINCANTIERI COSTRUZIONI NAVALI IL FUTURO E' GIA' OGGI", sul quale
relazionano due Dirigenti della primaria
azienda nazionale, gli ingegneri navali Paola
Riva e Daniele De Giampietro. Fra gli
intervenuti, la presenza femminile è di tutto
rilievo, anche per parte lionistica, e
piacevolmente sorpresa nel constatare che
una giovane laureata, in un settore a forte
predominio maschile, ha raggiunto una
posizione di tale prestigio e responsabilità.
Dopo le presentazioni di rito, l'Ing. De
Giampietro, legato fin da bambino
all'ambiente marinaro e alla nostra città,
introduce l'argomento facendo un quadro
dell'attività Fincantieri che si articola in
cantieristica per navi mercantili, per navi da
crociera e per navi militari con stabilimenti in
varie località italiane. In particolare la
Direzione del comparto militare è a Genova
ed i cantieri sono a Riva Trigoso e Muggiano
per la costruzione di navi di lunghezza
rispettivamente superiore od inferiore a 100
metri. Nel cantiere di Muggiano operano 780
persone su tre linee: navi piccole,
sommergibili, navi grosse con officine, una
16 Vita di Club
darsena e un bacino galleggiante per
manutenzioni e verifiche. Prende la parola
l'Ing. Paola Riva, responsabile del comparto
navi di superficie di Muggiano per illustrare
le caratteristiche della nave ora in costruzione
ed i sistemi di lavorazione. Si tratta di una
nave che verrà adibita ad attività di supporto
per ricerca ed ascolto; le lavorazioni del
cantiere vanno dall'iniziale taglio delle
lamiere fino al varo. Le apparecchiature sono
per ascolto in acqua, funzioni oceanografiche,
studio dei fondali e sono contenute in appositi
moduli da istallare a seconda dell'attività da
svolgere. Per questa caratteristica d'impiego
la nave deve essere "a bassa segnatura
acustica", cioè silenziosa e a tal fine: i motori
di propulsione sono elettrici, alimentati da
energia prodotta da motori diesel incapsulati
in ambienti insonorizzanti, la struttura è
rivestita di materiali antivibranti, la
stabilizzazione è a vasi comunicanti. È lunga
93 e larga 15 m. per 3.000 T. di dislocamento,
2 eliche, 2 timoni, elica trasversale per
l'accosto ai moli e zona VERTRET per carico
e
scarico
tramite
elicottero
senza
appontaggio. La velocità di punta è di 16
nodi, con autonomia di 8.000 miglia a 12 nodi
e l'armamento è costituito da 2 mitragliere.
L'equipaggio è di 94 elementi di cui 34 per la
conduzione e 60 per la ricerca; è fra le prime
ad avere cabine per ufficiali donne. Sarà
varata entro novembre e consegnata solo
nell'ottobre 2002 per poter effettuare le prove
in mare anche delle sofisticate attrezzature.
L'Ing. Paola Riva spiega poi, con l'ausilio di
diapositive, le modalità di costruzione: a
blocchi separati, rovesciati inizialmente per
facilitare il lavoro degli addetti e da
assemblare nelle fasi terminali mentre, data
l'altezza, albero e fumaioli saranno montati
quando è in mare. Indica sullo spaccato
fotografico longitudinale i vari ambienti e le
attrezzature spiegando la particolarità delle
tenute stagne che consentono passaggi da una
zona all'altra solo risalendo in coperta. L'Ing.
Daniele De Giampietro, responsabile della
costruzione sommergibili dello stesso
cantiere, illustra le caratteristiche del U 212
A, sommergibile molto più avanzato di quelli
della classe Sauro costruiti 12 anni fa e che
viene realizzato in collaborazione con cantieri
tedeschi: 2 per l'Italia, 4 per la Germania. I
tempi sono molto lunghi: il primo, iniziato nel
maggio '99, verrà varato in aprile 2003 e
consegnato in giugno 2005. Ciò è dovuto al
fatto che al varo l'imbarcazione sarà completa
anche di installazioni che debbono essere
inserite in ogni sezione quando gli anelli sono
separati non potendosi utilizzare poi le
aperture di accesso, obbligatoriamente di
dimensioni ridotte ed in più le prove a mare
saranno non meno di 80 contro le 4 dell'altra
nave di superficie. La consegna del secondo
sommergibile slitterà di circa 12 mesi per
potergli applicare i miglioramenti apportati al
primo che è da considerarsi un prototipo. Se
silenziosa deve essere la nave di cui si è
parlato prima, per il sommergibile l'esigenza
è ancor più sentita, amplificandosi, come
noto, il suono emesso sott'acqua. Per cui tutti
gli apparati sono isolati dallo scafo e le zone
di passaggio sono allestite con pavimenti
insonorizzati. Inoltre lo scafo è antimagnetico
per impedire alle mine di aderire e ai sensori
di navi di superficie di captare un cambio di
campo magnetico; il materiale impiegato è
l'acciaio inox laddove possibile oppure, per
alcune strumentazioni, si ricorre alla
creazione di forze compensative. È la prima
volta in campo mondiale che si adottano tali
accorgimenti. La propulsione è con motori
elettrici che muovono l'elica e le batterie sono
implementate da generatori speciali che
consentono
lunghe
permanenze
in
immersione senza emissione di rumore,
rendendo molto difficile l'individuazione del
sommergibile. La sua lunghezza è di circa 60
m. e per un battello convenzionale europeo
sono sufficienti.
L'equipaggio è di 24
persone, 11 in meno dei battelli della classe
Sauro per effetto dell'alto grado di
automazione raggiunto. La fabbricazione è ad
anelli con linea modulare del tipo industriale;
le sezioni restano aperte, come detto, per il
loro preventivo totale allestimento. La parte
esterna è meno resistente in quanto è solo
carenatura mentre l'involucro interno deve
resistere alle alte pressioni. L'Ing. De
Giampietro mostra poi sullo spaccato
longitudinale le tre zone del sommergibile: il "box" contenente pompe, compressori
d'aria, generatore - diesel, condizionatori, cioè
tutto ciò che produce rumore; - la postazione
di governo con le consolle degli operatori
addetti alle funzioni di ricerca, ascolto ed
elaborazione delle rilevazioni del sonar, di
offesa se occorre; qui sono gli armadi
dell'hardware; - la zona siluri a cartucciera
per il caricamento dei 2 tubi prodieri. Con
qualche comfort in più rispetto al passato,
sono gli alloggi, che hanno cuccette per ogni
membro dell'equipaggio. Nella zona poppiera
i 4 timoni sono posti con angolazione a 45
gradi e nella torre 2 alette danno direzionalità
verso l'alto e il basso, oltre ad alcuni sensori
posti lungo lo scafo. Illustra poi le
attrezzature delle due officine, in particolare
il "ragno" con i bracci che reggono l'ossatura
ad anelli e le macchine che evitano
lavorazioni manuali per la saldatura dei
moduli. L'Ing. De Giampietro, al termine
dell'esposizione,
risponde
ad
alcune
domande: - che esistono attrezzature di
soccorso in caso di incidente; non erano
applicabili al caso del sommergibile russo a
causa dell'esplosione di un siluro speciale che
ha prodotto danni anche nella zona che
avrebbe consentito l'ancoraggio di un mini
sommergibile, e per la notevole profondità
che ha reso impossibile la risalita "a pallone",
possibile da bassi fondali per tre persone alla
volta grazie al doppio portello; a questo
sistema si stanno addestrando in Inghilterra
anche nostri equipaggi; - che l'impiego di
sommergibili di dimensioni così contenute è
adeguato ad esigenze di sola difesa e che il
loro numero, sei, è ridotto a causa dei costi
rilevanti ma servono a tenere addestrate delle
persone grazie alla loro elevata funzionalità;
Vita di Club 17
essendo prototipi, per i due nuovi si arriva a
1000 miliardi complessivi, però si mette a
punto una linea di produzione che può servire
anche ad impieghi civili; - che al momento
della consegna, fra 4 anni, la funzionalità sarà
la stessa attuale in quanto nessuno oggi fa
qualcosa di meglio; è da considerare, peraltro,
che la durata di un sommergibile è di 30 anni;
- che la profondità raggiungibile è un dato
segretato.
Anche Paola Riva risponde a due domande
formulate da Signore: - che caratterialmente
non ha problemi nell'essere in posizione di
vertice rispetto a collaboratori e dipendenti
maschi; considera le persone in sé ed il
rapporto è impostato di solito su basi semplici
anche se nota qualche disagio nei più anziani
e certamente la tuta bianca da dirigente pone
in essere un privilegio nei confronti di
lavoratori femmine; - che, riguardo
all'occupazione femminile, nota che per certi
18 Vita di Club
lavori gravosi la donna ha evidenti difficoltà
di carattere fisico; a livello di tecnici solo di
recente si nota un risveglio di interesse da
parte delle donne e nella sua azienda, le neo
assunte stanno dando ottimi riscontri. I
ringraziamenti finali da parte dei Presidenti
dei tre Clubs sono stati sottolineati da calorosi
applausi da parte degli intervenuti a
dimostrazione dell'interesse suscitato dalla
particolarità dell'argomento, svolto con
autorità e chiarezza da parte dei due esperti
quanto simpatici giovani dirigenti. Un
ringraziamento particolare è stato rivolto a
Mario
De
Giampietro,
giustamente
orgoglioso dell'accoglienza riservata a suo
figlio e alla graziosa collega, venuti
appositamente per noi da La Spezia.
Mondo Lions
IL RINNOVO DELLE CARICHE: Che cosa è uscito dall’uovo di
Pasqua?
Nell’assemblea del 10 aprile e nel successivo Consiglio del 18 aprile sono state fissate le
seguenti cariche per l’anno sociale 2001-02:
PRESIDENTE: Franco Palma
CONSIGLIO DIRETTIVO:
PastPresidente: Franco Baldini
1° Vice Presidente: Maurizio Graziosi
2° Vice Presidente: Mario Alvisi
Segretario: Elio Bianchi
Tesoriere: Francisco Gori
Cerimoniere: Nevio Rossi
Censore: Giorgio Liberati
Consiglieri: Giancarlo Cecchi – Gabriele Zanini
Comitato Soci: Presidente Pietro Giovanni Biondi, Vice Presidente Paolo Marani,
Giancarlo Ramberti
Collegio Revisori Contabili: Massimo Mancini, Mario Tabacchi, Sergio De Sio
Probiviri: Stefano Cavallari, Mario De Giampietro, Fernando Santucci
Accogliamo il futuro Presidente brindando alla salute sua, del
suo Consiglio e del l’intero Club Rimini Malatesta!
Vita di Club 19
I meetings
ARTIGIANATO: un mondo di artisti.
Di Elio Bianchi
I
l 27 Marzo 2001 presso l'Hotel
Holiday Inn di Marina Centro il Club
ha onorato il mondo dell'Artigianato
con un meeting che il Presidente Baldini ha
concertato con l'esponente del Club, Dott.
Mauro Gardenghi, Segretario Generale della
Confartigiano della Provincia di Rimini, la
quale era rappresentata dal suo Presidente
Onorario, Filippo Capodiferro, dal Presidente
Francesco Zavatta, dagli Artigiani Bruno
Brolli, Tino Carlini, Valter Ciabochi e Fabio
Fellini. Erano presenti, graditi Ospiti del
Club, anche il Segretario Distrettuale,
Claudio Villa, la Presidentessa del Club
Soroptimist di Rimini, Sig.ra Nella Venturi, i
Signori Angelini, Casadei, Ciabatta e Tonelli
con i rispettivi coniugi, oltre a coniugi ed
ospiti di Soci. Il Presidente, dando avvio al
meeting, saluta gli intervenuti e, ringraziando
Gardenghi che è stato attivo promotore di
questo incontro, annuncia che già la cena ci
mostrerà di che "pasta" sono fatti gli artigiani.
Al termine della conviviale il Presidente dà la
parola a Francesco Zavatta che, dopo aver
ringraziato il Club per l'ospitalità, mette in
evidenza
come
l'artigiano
sia
contemporaneamente
lavoratore
e
imprenditore; le imprese che operano in
Provincia sono circa 10.000 per 350 diverse
tipologie con oltre 30.000 addetti e fra questi
i giovani sono purtroppo in diminuzione.
20 Vita di Club
Infatti sempre meno i figli seguono le orme
paterne, avendo probabilmente, attraverso la
famiglia, constatato le difficoltà del mestiere.
Una innovazione positiva è senz'altro la
possibilità che di recente è stata data
all'impresa artigiana di esistere in forma di
S.r.l.; finora il poter appartenere alla categoria
solo in forma di ditta individuale o società di
persone, metteva a repentaglio quanto
l'artigiano era riuscito ad accumulare col
duro lavoro di una vita, in caso di tracollo
aziendale, non di rado a causa di fattori
esterni. Prende poi la parola il Dott.
Gardenghi e ringrazia il Presidente del Club
per l'opportunità che gli è stata data di parlare
ancora di artigianato, dopo averlo fatto nel
primo anno di vita del Club, augurandosi
scherzosamente di ritrovarsi con tutti i
presenti fra altri 20 anni per trattare lo stesso
argomento. Dopo aver premesso di ritenere
l'incontro con alcuni artigiani più proficuo ed
interessante che l'aver fatto intervenire un
personaggio di spicco a parlare di loro, cita i
prodotti artigianali già sperimentati a cena:
cappelletti e pane "Felliniani" e la Sachertorte
di Tino, annunciando che lasceranno un loro
ricordo anche Brolli e Ciabochi. Rammenta
che per legge si è artigiani se si partecipa
personalmente e prevalentemente al ciclo
produttivo e con lavoro manuale; questa
manualità ha per troppo tempo fatto
erroneamente considerare il lavoro artigiano
di serie B rispetto al lavoro intellettuale.
L'uomo, quando ha raggiunto la posizione
eretta, si è accorto di avere le mani e le ha
usate divenendo da homo sapiens, homo
faber, "il sapere delle mani", e continua
osservando come la nostra lingua ingeneri
confusione laddove indica con il termine
"artigianale" due concetti antitetici; infatti con
lo stesso termine si indicano prodotti od
oggetti di grande qualità o, viceversa,
produzioni imperfette o che non danno
garanzie. La difesa della qualità della vita
dovrà impegnarsi ad evitare che si cerchi di
eliminare l'artigianato che invece è un
elemento della sua esistenza. Cita poi
momenti di questa lotta che trova ostilità
anche da parte di alcune direttive europee,
introdotte per favorire prodotti standard con
l'alibi che ciò che non è industriale non dà
garanzie.
Dice:
"Bisogna
ritrovare
l'artigianato vero nel segno della qualità" e
sollecita a riflettere su come sarebbero le città
senza l'artigianato di servizio per la cura della
persona, della casa, dell'auto e su come il
turismo nostrano si avvalga del contributo di
attività artigiane per restare competitivo. Poi
presenta, uno alla volta, i quattro artigiani
affinché parlino del loro lavoro e dei loro
problemi. Inizia da Bruno Brolli che definisce
bravo artigiano, imprenditore, artista, ma
anche uomo eccezionale. Brolli fa la storia
del suo passaggio dalla pittura alla ceramica,
sospinto dal padre, senza però abbandonare la
cultura. Si dice orgoglioso del suo lavoro
anche se economicamente non dà più di tanto
ed esalta la capacità della ceramica di
abbellire la casa e riferisce la sua esperienza
che nel '73 l'ha portato in giro per il mondo ad
illustrare usi e costumi dei popoli per conto di
una compagnia americana; ciò lo ha arricchito
professionalmente, ma gli ha anche dato la
certezza che l'uomo intimamente non
differisce dagli altri e, soprattutto, che
"l'uomo è grande se sa essere umile".
L'intervento, per i suoi elevati accenti morali,
molto vicini agli scopi lionistici, riscuote un
consenso caloroso da parte del Club. È la
volta di Fabio Fellini, panificatore e
gastronomo. Gardenghi ne riferisce l'attività
di informazione che svolge sull'alimentazione
nelle scuole; "poi", scherza, ma non più di
tanto, "i bambini rifiutano le merendine".
Fellini dice che in effetti la corretta
educazione alimentare è da perseguire, stando
il fatto che un bambino su tre è obeso. Della
panificazione è importante ritrovare le radici
antiche; l'industria cerca di inserirsi, ma la
qualità non sarà mai quella assicurata dagli
artigiani. È contento di essere uscito
dall'università 25 anni fa per abbracciare
l'attività che i suoi genitori, è figlio d'arte,
avevano con coraggio avviato 50 anni fa e
che oggi dà lavoro a 20 persone. Grato,
dedica il riconoscimento che oggi il Lions
Club gli tributa, alla memoria del padre al
quale deve quel che è diventato. Valter
Ciabochi è un artigiano stampatore. "Ma c'è
stampa e stampa", dice Gardenghi. "In
effetti", ribadisce Ciabochi, "ben diversi la
qualità ed i costi del lavoro artigianale: fare
una tovaglia e sei tovaglioli usando lo stampo
battuto col mazzolo di legno, la ruggine ed il
"ranno", mi ci vogliono due giorni; in
serigrafia se ne fanno in un’ora oltre 100 tutte
uguali, senza sbavature". Aggiunge che
finalmente è stato attribuito un marchio per
far riconoscere il prodotto manuale delle dieci
stamperie romagnole: uno stampino, un
occhiolino ed una mano. Fare con le mani è
realizzare un sogno; è per questa passione che
15 anni fa ha abbandonato i reparti speciali
dei carabinieri per seguire le orme del nonno.
Lamenta che da parte delle istituzioni ci sia
scarsa attenzione per gli artigiani ed esalta per
contro l'appoggio dell'Associazione che
recentemente ha consentito alle aziende di
farsi conoscere sia tramite il Consorzio dei
"vini e sapori di Romagna" sia per mezzo di
Internet.
Mostra dal vivo la procedura
utilizzata per realizzare un centrino col
marchio Lions per i Soci del Club; afferma
che essere un artigiano significa amare gli
oggetti e crearli con la propria fantasia e
chiude dicendo: "Credo che Michelangelo
possa andare fiero di essere stato un artigiano,
il più forte". Gardenghi, rifacendosi a quanto
ha detto Ciabochi, accenna al portale della
Confartigianato che consente agli artigiani di
farsi conoscere nel mondo. Poi presenta,
"dulcis in fundo", Tino, il più bravo pasticcere
di Rimini chiedendogli di dire com'è fatta la
Sachertorte. E aggiunge: "Gli artigiani si
trovano bene in un Club come questo perché
siamo uomini liberi e loro pure". Tino rifà
con arguzia e semplicità il percorso della sua
attività, iniziata in giovane età e fa capire
quanto pesante sia stato, e lo sia tuttora, il suo
Vita di Club 21
lavoro anche per la difficoltà di trovare
giovani che si applichino professionalmente;
suo figlio, nel settore della gelateria, sta ben
operando con un prodotto di qualità.
Dice che la Sachertorte nasce a Vienna in
occasione del Congresso del 1815 per
soddisfare la golosità del Principe Clemens.
Infatti fu chiesto allo chef Steffen Sacher di
produrre un dolce originale che prese poi il
suo nome; era stato realizzato con pan di
spagna, cioccolato, molto burro e acqua, poca
farina, glassato poi con marmellata di
albicocca. Tino dice di aver sostituito questa
con cioccolato con liquore. Prima di dare il
via agli interventi, viene rivolto da Gardenghi
un saluto deferente a Filippo Capodiferro,
Presidente onorario e fondatore della
Associazione e della Fiera, esaltandone i
meriti, ed anticipa che la Camera di
Commercio a breve gli conferirà un
riconoscimento quale cittadino benemerito.
Dopo il ringraziamento del Presidente diverse
persone vivacizzano la serata prendendo la
parola. Venturi, Past Presidente del Lions
Club del Rubicone e coniuge della
Presidentessa del Soroptimist, artigiano nella
fabbricazione di scarpe e borse a S. Mauro
per mettere in risalto, con un discorso
appassionato, le difficoltà degli artigiani,
senza aiuti da parte di chi governa, nonostante
abbiano fatto grande l'Italia all'estero.
Cavallari, esordisce: "senza artigianato non
c'è città" e chiede agli artigiani, visto che
siamo in tempo di elezioni, cosa vogliono da
chi governerà la città. Gardenghi risponde per
primo: "più attenzione e rispetto dal Palazzo"
e Tino aggiunge che sarà costretto a spostare
l'attività fuori dal Centro Storico stante
l'impedimento per i clienti di entrarvi. Zavatta
interviene: "lasciateci lavorare!" e racconta
come solo ora, dopo che ha praticamente
22 Vita di Club
dismesso l'attività gli si consenta di
parcheggiare con mezzi della Ditta, dopo anni
di multe. Ciabochi rammenta il Premio
ARTARTE, iniziativa unitaria di entrambe le
Associazioni di categoria riminesi, che
espone aziende artigiane meritevoli quali
Testimonials per divulgare la cultura
d'impresa nelle scuole, in mezzo alla gente e
che termina ogni anno con la kermesse
ARTARTE
IN
FIERA.
"Poiché
globalizzazione è antitesi di tradizione, noi
vogliamo essere tradizionali nel fare, globali
nel saperci proporre". Villa mette un accento
sul fatto che l'artigianato si deve difendere più
che dall'industria, dalle imprese che si dicono
artigiane ma che non lo sono. Gardenghi
risponde che l'artigianato non contesta
l'industria, ma le leggi che sono state fatte a
favore di essa e poi imposte alle piccole,
piccolissime imprese mettendole in difficoltà.
Se la grande industria, che ormai è soprattutto
finanza, prende il sopravvento sulla vera
imprenditorialità italiana, questo paese non
esisterà più, sarà venduto agli altri. Venturi
dice che l'artigianato si rivolge alle fasce alte
di mercato. Le griffes cercano sempre più
artigiani perché offrono un’alta qualità; "al
Palazzo chiediamo di essere difesi e non
tartassati con le tasse". Gardenghi conclude
gli interventi affermando: "noi, rispetto
all'industria, non siamo minus, ma alter nel
nome della qualità e per questo vinceremo". Il
Presidente Baldini ringrazia i quattro relatori
dicendo che ci hanno arricchito e fanno parte
di noi. Consegna loro un dono simbolico ma
sentito rappresentato da una pergamena
personalizzata che mette in evidenza le
qualità professionali di ciascuno. Altrettanto
fa con gli altri quattro artigiani ospiti. I Soci
del Club a loro volta apprezzano l'omaggio
che gli Artigiani hanno preparato per loro:
una ceramica romagnola di Brolli ed una
piccola tovaglia col logo dei Lions, stampata
da Ciabochi.
LA FESTA DELLO SPORT: Campioni di ieri, di oggi, di sempre.
Di Franco Baldini
L
a serata dedicata allo Sport, il 22
maggio,
è
iniziata
con
un’anteprima eccezionale nella sua
spettacolarità. Il nove volte campione
mondiale di pattinaggio artistico a rotelle
Patrik Venerucci si è esibito con la sua
partner Beatrice Palazzi Rossi sulla pista di
pattinaggio sul Lungomare con evoluzioni
così perfette da rendere l’applauso un
movimento costante delle nostre mani. E non
sono stati da meno i flessuosi intermezzi di
Paolo Semprini e di Debora Cecchetti, sua
partner, campioni di ballo (danza folk
romagnola), talmente abili ed eleganti nelle
loro movenze da farci capire che l’Arte può
esprimersi a tutti i livelli: quando il corpo
segue l’armonia della Musica è uno
spettacolo da incanto. Un meeting all’insegna
del ricordo sportivo verso gli atleti che hanno
onorato la nostra Città
e la Nazione
facendoci provare emozioni così forti che il
ricordo è ancor vivo in noi. Ricordiamo i
campioni del passato, onoriamo i campioni
del presente accomunati dai medesimi ideali
decouberteniani, una vita vissuta all’insegna
della lealtà, della semplicità, sì perché i veri
campioni sono sempre modesti. I loro ricordi
sono piacevoli, è bello rivivere insieme
momenti di gloria esaltanti per gli atleti e per
i loro fans. Gli ospiti costituiscono una
rassegna importante, un elenco di personaggi
che meriterebbero uno spazio maggiore.
Alcuni flash: l’infallibile tiratore che
sbriciolò, l’uno dopo l’altro, 199 piattelli su
200 in quel mondiale che Serafino Giani
non potrà mai dimenticare, come noi del
resto. Provare a schivare la spada od il
fioretto di Roberto Manzi, è un’impresa
difficile per chiunque se ne intenda di
scherma. Le mete di Michele Romano, i suoi
lanci dal diamante del baseball: perle che
volano a duecento all’ora. I canestri della
giovane promessa Maurizio Morri, quando
la retina diventa eterea a 3 secondi dal
termine ed un tiro da 3 punti…potrebbe
portare alla vittoria. Le smorzate mozzafiato
di Miky Morri, quando il campo rosso è
pesante da far impantanare le libellule più
trasparenti e l’avversario in coma profondo
scuote la testa ed annaspa grondante di
sudore nel garbino di fine Luglio. Alle
parallele Romano Neri non aveva rivali,
qualcuno tratteneva il respiro, e Lui nello
slancio trascinava con sé l’essenza della
ginnastica genuina, nutrita solamente a pasta
e baccalà. Ora la Patrizia Luconi continuerà
quell’Arte nobile…Le bracciate di Mario De
Giampietro accarezzano ancora le onde: il
Tritone per vocazione, senza età, sul gradino
più alto sale con lo stemma dei Lions,
Vita di Club 23
“dall’uno all’altro mar” miete vittorie ed i
suoi anni non passano. Onore ai tanti atleti
intervenuti ed onore anche a tutti coloro che
avremmo voluto fra di noi, in questa serata
dove
abbiamo rilasciato “Attestati al
MERITO SPORTIVO” che vogliono essere
un segno di affetto verso gli atleti, di
gratitudine per tutto quello che ci hanno dato.
24 Vita di Club
Il Prof. Enzo Pirroni ha presentato il libro di
Elio Ghelfi, Con i miei sogni all’angolo del
ring; ricordi, attese, speranze di uno sport
duro, dove l’intelligenza tattica conta più
della forza bruta. Gli atleti intervenuti hanno
ringraziato commossi per la nostra ospitalità.
E noi siamo fieri di loro.
La visita del Governatore
CHILDREN FIRST: il service del ventennale
Di Elio Bianchi
I
l Club Rimini Malatesta ha onorato la
visita del Governatore dedicando il
meeting del 12 Giugno alla
realizzazione di un service perfettamente
aderente alla sua raccomandazione di
considerare primaria l'attività a favore dei
bambini che rappresentano il 100% del nostro
futuro, come ha anche oggi ribadito,
raccogliendo unanime consenso nei Clubs del
Distretto. D'altronde la loro adesione tanto
convinta al service pro Emergency discende
da un forte sentimento d'amore verso i
bambini che tanto hanno a soffrire nelle zone
di guerra. Il service del Rimini Malatesta
consiste nella donazione di un holter
glicemico al Reparto di Pediatria e
Neonatologia dell’Ospedale riminese per
monitorare l'andamento della patologia
diabetica che purtroppo colpisce in modo
crescente l'infanzia. Il piccolo, ma utile
apparecchio ha nome “MINIMED” ed è
prodotto dalla Ditta COMAR CARDIO
TECHNOLOGY (S.r.l. ) con sede a Roma,
dalla quale è stato acquistato. Il Lions
Coordinatore del Comitato Distrettuale
Prevenzione del Diabete e Vice Presidente
della
Federazione
delle
Associazioni
Nazionali pro Diabetici, Alfredo Serrani del
Club Fermo Porto San Giorgio ha messo in
evidenza le implicazioni sociali della
patologia
e
l'importanza
dell’attività
specifica, attuale ed in prospettiva, dei Lions.
È seguito l'intervento del Primario del
Reparto Pediatrico Prof. Vico Vecchi che ha
spiegato il funzionamento e l'importanza
diagnostica dell’apparecchiatura ringraziando
il Club per la donazione. Il Prof. Ravaioli,
Sindaco di Rimini, ha messo l’accento, nella
sua duplice veste di medico e pubblico
amministratore,
sull’importanza
della
sussidiarietà, intesa come coinvolgimento dei
privati, in particolare delle Associazioni di
Servizio, affinché con il loro contributo le
istituzioni siano messe in grado di soddisfare
al meglio i bisogni della collettività. È seguita
la cerimonia di consegna dell'apparecchiatura
da parte del Presidente Baldini al Prof.
Vecchi, mentre il Segretario Bianchi leggeva
la motivazione del dono che, sottoscritta dallo
stesso Presidente e dal Governatore Scaini su
una pergamena, è stata controfirmata dal Prof.
Vecchi e dal Sindaco sulla copia per il Club.
Il Governatore ha rivolto al Presidente
Baldini e al Club un elogio per l'attività svolta
Vita di Club 25
e un incitamento a proseguire; si è rivolto al
futuro Presidente Palma per informarlo che il
Lions multi - distrettuale ha allo studio
incentivi per i Clubs che realizzeranno
services per la rilevazione della sordità neo natale, invitando il Club ad una visita alla
Lega del Filo d'Oro per prendere coscienza di
quest'altro dramma umano. Ha poi
consegnato apprezzamenti distrettuali a Mario
Alvisi per il suo service annuale a favore dei
giovani. e a Gori e a Bianchi per la loro
attività di officers distrettuali. In chiusura il
Presidente ha consegnato gli omaggi del Club
ad alcuni ospiti ricevendo dal Governatore il
dono di una bellissima icona prodotta a
Kucove nel laboratorio realizzato l'anno
scorso anche con il contributo del nostro
Club.
IL LIONS CLUB RIMINI MALATESTA
nel ventennale della sua fondazione e nel solco della sua
tradizione di impegno e sensibilità per i problemi dell'infanzia e
della gioventù, è lieto di donare al Reparto Pediatria e
Neonatologia dell'Ospedale Infenni di Rimini, l'apparecchiatura
MiniMed per il monitoraggio continuo del glucosio. Il Club
ringrazia per la collaborazione ricevuta il Primario professor Vico
Vecchi ed i suoi collaboratori Dottori Alberto Marsciani, Patrizia
Sacchini, Lidia Pausini augurando loro un proficuo lavoro affinché
la loro alta professionalità, avvalendosi di ausili adeguati, risani
l'infanzia affidata alle loro cure da una così grave patologia qual è
quella diabetica.
IL PRESIDENTE DEL LIONS CLUB
Arch. Franco Baldini
IL GOVERNATORE DEL DISTRETTO 108 A
Dott. Marco Scaini
26 Vita di Club
Il Club tra Storia e Arte
A cura di Pietro Giovanni Biondi
CASTEL SISMONDO: la reggia - fortezza
I
l mestiere delle armi e la passione per
la cultura sono i caratteri peculiari di
Sigismondo Malatesta; unitamente
alla passione per le donne, visto e considerato
che ebbe tre mogli1 e quasi una ventina di
figli naturali, come era costume per un
Signore
par
suo.
Dalla
variegata,
interessantissima prolusione del Dott. Enzo
Pruccoli, che ci ha guidati nella visita,
abbiamo appreso…<<le donne, i cavalier,
l’arme e gli amori>> di Sigismondo, tanto
che ormai sappiamo tutto sul casato con cui
siamo…irrimediabilmente imparentati. Il 23
marzo si è registrata la presenza massiccia dei
nostri soci all’appuntamento malatestiano più
prestigioso del 2001: l’apertura di Castel
Sismondo dopo il restauro, finanziato dalla
Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, e
la Mostra “Il potere, le armi, la guerra. Lo
splendore dei Malatesti” curata da Andrea
Emiliani e Antonio Paolucci. Il grande
monumento, che rivaleggia a buon diritto con
le vestigia riminesi degli imperatori romani,
ha finalmente aperto le sue porte, offrendo
nelle sue sale un percorso di grande
suggestione. Arredi, suppellettili, oggetti
della vita quotidiana, accanto ad armature
scintillanti e minacciosi cimieri, medaglie coi
famosi profili della potente dinastia, opere
1
Ginevra, figlia di Niccolò d’Este marchese di Ferrara,
Polissena, figlia naturale di Francesco Sforza e
l’amatissima Isotta degli Atti, compagna di una vita.
d’arte di grande valore contribuiscono a
ricomporre il clima dell’antica corte riminese,
dove Sigismondo visse da quando, ancora
minorenne sotto tutela, diede inizio alla sua
carriera di condottiero e alla sua fama di
personalità spregiudicata, che non avrebbe
mai sfigurato sulla scena politica dell’Italia
pre- machiavellica. Suo padre Pandolfo III
era morto lasciando ben quattro figli
illegittimi: Galeotto Roberto, Sigismondo
Pandolfo, Malatesta Novello, Giacoma
Antonia, nati il primo da Allegra dei Mori, gli
altri dalla relazione con la nobildonna
bresciana Antonia Barignani. Essendo lo zio
Carlo senza figli, per difendere Rimini e il
suo casato dalle mire del signore d’Urbino e
di Malatesta, signore di Pesaro, che aspirava
all’eredità dei Malatesti di Romagna per i
propri figli, chiese ed ottenne dal pontefice la
legittimazione dei nipoti, con facoltà di
succedergli. Morto Carlo nel 1429, il
maggiore dei suoi nipoti, Galeotto Roberto,
aveva diciotto anni appena, scarse ambizioni
politiche e una rigorosa educazione religiosa
impartitagli dalla zia Elisabetta Gonzaga;
apparve subito più preoccupato di rispettare la
sua regola di terziario francescano che di
dedicarsi alle funzioni di governo. Più
animoso e intraprendente di lui, il
quindicenne Sigismondo Pandolfo, alla testa
di un piccolo esercito, mostrò subito le doti
che lo avrebbero portato a lucrare lauti
guadagni come condottiero di truppe
Vita di Club 27
mercenarie, schierandosi dalla parte ora di
una ora dell’altra grande potenza dell’Italia
quattrocentesca. Messa da parte una fortuna,
si dedicò ad edificare una delle più raffinate
corti rinascimentali, che mostrasse al mondo
intero la sua grandezza politica, le sue virtù
militari e la sua sensibilità culturale.
Cominciò procurandosi una certa fama nel
campo dell’architettura ossidionale, aprendo
cantieri un po’ dovunque, dalla rocca di Fano
a quasi tutti i castelli dei suoi domini. Con
originali interventi nell’area delle antiche
case fortificate dei Malatesti, presso la porta
Gattolo, dove un secolo e mezzo prima si era
svolta probabilmente la tragica storia d’amore
e morte di Francesca da Polenta e Paolo
Malatesti, dal 1437 intraprese la costruzione
di Castel Sigismondo. Dalle medaglie di
Matteo de’ Pasti e dal medaglione che
compare sulla destra nell’affresco di Piero
della Francesca nel Tempio Malatestiano, si
28 Vita di Club
ha un’idea della grandiosità della residenza –
fortezza, che, pur ispirandosi ad un grande
castello medievale, presentava numerose
innovazioni architettoniche. L’edificio interno
aveva ben 160 finestre sopra terra ed era
circondato da sei grosse torri, torricelle,
bastioncelli, ponti levatoi, bertesche e da
una profonda fossa che poteva essere
riempita d’acqua. In quegli anni si stavano
diffondendo le armi da fuoco e di
conseguenza l’architettura militare si
evolveva per rendere imprendibile la
fortificazione. Con i preziosi consigli di
esperti
famosissimi
come
Filippo
Brunelleschi e l’umanista Roberto Valturio,
autore dell’opera De re militari, l’opera fu
portata a compimento nel 1466. Ora è tornata
ad essere una prestigiosa testimonianza di una
signoria nel suo fulgore, prima che
<<l’alterna
onnipotenza
delle
umane
sorti>>la mandasse in frantumi.
DEOMENE: l’immagine dell’Orante tra Oriente ed Occidente
P
eccato che il nostro Club non abbia
partecipato in massa anche a questa
iniziativa e solo un piccolo gruppo
di “fortunati”, è il caso di dirlo, abbia potuto
ammirare le meravigliose opere esposte al
Museo Nazionale di Ravenna. L’11 maggio
siamo partiti per Ravenna con il prof.
Giovanni Gentili, curatore della Mostra, il
quale ci ha dato tali e tante spiegazioni
interessanti che vorremmo aver registrato le
sue parole per risentirle ancora. Attraverso i
reperti del mondo pagano apprendiamo come
sia costante nel tempo la devozione degli
uomini verso ciò che considerano sacro: le
braccia levate verso il cielo o semplicemente
una mano disegnata su un monumento hanno
un valore simbolico già nel mondo orientale.
Dall’età
precristiana
l’orante
è
un
personaggio raffigurato con le braccia
allargate e le palme aperte a chiedere la
protezione degli dei: uno dei reperti più
antichi è un manico di specchio egizio
risalente al Nuovo Regno (1575-1087 a.C.);
statue fittili di oranti sono numerose nel
mondo romano. Quando l’arte cristiana si
impadronisce dell’immagine pagana, la carica
di significati intensi: le braccia dell’orante
rimandano alla posizione delle braccia di
Cristo Crocefisso. La mostra è nata per
rendere omaggio alla Madonna greca,
Patrona di Ravenna, un bassorilievo che
un’antica tradizione vuole giunto dal mare
<<in sul lito Adriano>> (Dante, Pd. XXI)
portato in volo dagli angeli da Costantinopoli
l’8 aprile del 1100 e che ora si trova nella
Basilica di Santa Maria in Porto.
L’iconografia della Vergine Deomene, “colei
che prega ed intercede” o della Vergine
Platytéra, “più ampia del cielo”, si ritrova su
oggetti preziosissimi che provengono dalle
maggiori istituzioni culturali nazionali ed
estere (Atene, Costantinopoli, Parigi,
Salonicco, Bucarest) e hanno le più svariate
forme e destinazioni: icone, reliquiari,
evangelari, vesti ecclesiastiche, Bibbie,
monete, lampade, croci processionali,
Vita di Club 29
panagiari d’oro, d’avorio, corone votive
d’oro, cristallo, gemme, mosaici, calici,
cammei, ampolle, lucerne, circa 140 pezzi
realizzati in un arco di tempo che va
dall’epoca egizia all’età tardo bizantina. La
gita è proseguita, non dimenticando i gusti
ameni di una comitiva allegra ed affiatata: un
30 Vita di Club
buon pranzetto in un confortevole
agriturismo. E per finire, per venire incontro
anche ad interessi tecnico – scientifici,
naturalistici e ambientali una interessante
visita allo Stabilimento Idrovoro di Saiarino e
al Museo della Bonifica nelle valli d’Argenta.
Il Club e il sociale
SAN PATRIGNANO: Il recupero della dignità.
Di Pietro Giovanni Biondi
S
abato 9 giugno, in una mattinata
calda e piena di sole, San Patrignano
ci accoglie in tutta la sua vastità; su
quel colle che domina l’intera vallata lo
sguardo si spinge fino al mare. Ad attenderci
due giovani della Comunità che con affabile
cortesia ci fanno da guida fino al pomeriggio:
La prima cosa che stupisce il visitatore è
l’ordine,
l’armonia
dell’insieme,
dal
paesaggio alle costruzioni. Nei laboratori di
pellicceria, di falegnameria, di grafica,
sorprendono le attrezzature, i macchinari
messi a disposizione dei ragazzi: tecnologie
avanzate di cui i giovani sono perfettamente
padroni. Ordine, pulizia, regole regnano
sovrani in tutti i reparti, compresi strade,
giardini, boschetti, in armonia perfetta con la
serenità che qui regna. Sentendo parlare i
nostri accompagnatori si stenta a credere che
siano ex drogati, perché sembrano non avere
un problema al mondo; sembra impossibile
che il dramma della droga li abbia coinvolti.
Gli allevamenti di cani, di bovini, di cavalli
sono in perfetta simbiosi con l’ambiente. Alle
ore 12 in punto l’immensa Sala destinata a
Mensa accoglie i milleduecento ospiti della
Comunità divisi per attività; la struttura è
completamente di legno con enormi travature
di legno lamellare pregiato, ampie vetrate
determinano un rapporto di continuità con
l’esterno. Sui lunghi tavoli perfettamente
allineati spiccano i segnaposti che regolano la
disposizione delle cinquantaquattro categorie
lavorative presenti in San Patrignano. Le
cucine sorprendono per le enormi proporzioni
e per l’igiene immacolata. Un esercito di
camerieri rigorosamente in giacca bianca e di
cameriere in cuffietta riesce in poco più di
un’ora a sfamare l’intera comunità, senza
affanno e senza rumore. La nostra passeggiata
prosegue dopo pranzo visitando uno dei più
bei settori di San Patrignano: nelle immense
scuderie tirate a lucido come uno studio
dentistico ci sono splendidi purosangue di
ogni razza, che si affacciano dai loro box in
cerca di carezze. I maneggi coperti e scoperti
sono tenuti in perfetto ordine, il campo di
gara dei concorsi è un prato incredibilmente
Vita di Club 31
“pettinato”. Cifre drammatiche ci fanno
riflettere: ben quindicimila giovani sono
passati per San Patrignano (e la stragrande
maggioranza è uscita dal tunnel della droga;
la Comunità è dunque una realtà che
bisognerebbe moltiplicare perché è evidente
32 Vita di Club
che,
oltre
che
a
liberare
dalla
tossicodipendenza, serve a far ritrovare con la
responsabilità di sé, il senso della vita e della
famiglia. San Patrignano, famiglia allargata,
tra luci e ombre, è un esempio di vita
recuperata nel suo valore e nella sua dignità.
Viaggiando…Viaggiando
PADOVA: Una gita sorprendente!
Di Pinuccia Liberati
P
adova accoglie con una bella
giornata di sole i partecipanti al 19°
Tour del gruppo storico del Lions
Club Rimini Malatesta: mentre raggiungiamo
il complesso degli Eremitani, osserviamo le
intatte mura che circondano la città e gli
austeri e sobri palazzi che sorgono numerosi
nel centro cittadino; un’atmosfera festosa
coinvolge il gruppo, tanto che sembra cosa
naturale incontrare un Vittorio Sgarbi
edizione Eridania in carne ed ossa che si
intrattiene con noi in piacevoli conversari e ci
indica le “chicche” giottesche disseminate per
Padova. L’incontro inatteso e divertente avrà,
per alcuni di noi, un seguito di gloria (i
famosi 15 m. di Andy Warhol?)
sull’ESPRESSO, tuttavia vorrei chiedere
qualche spiegazione al “press agent”
dell’effervescente onorevole.
Entriamo dunque nell’accogliente penombra
della Chiesa degli Eremitani; costruita negli
ultimi decenni del XIII secolo in un’unica
navata secondo la tipologia delle chiese degli
Agostiniani, la chiesa fu bombardata nel
1944, ma è stata fedelmente ricostruita. Che
cosa resta oggi di questo gioiello trecentesco?
I sepolcri di Jacopo e Ubertino da Carrara
(XIV sec.), il mausoleo Marco Mantova
Benavides di B. Ammannati (XVI sec.), parte
della Cappella Ovetari, già famosa per gli
affreschi di A. Mantegna, di cui restano
purtroppo solo tracce, per altro di
Vita di Club 33
straordinaria suggestione.1 Ma soprattutto
emergono lacerti di affreschi di tutti quegli
allievi di Giotto, che impareremo ad
apprezzare nel nostro itinerario patavino.
Facciamo dunque conoscenza con Guariento,
Altichiero e Giusto de’ Menabuoi, pochi tratti
affrescati nella chiesa, opere più corpose in
mostra e nei ben nove cicli di affreschi
recentemente restaurati. La mostra “Giotto e
il suo tempo” si caratterizza infatti per la
riscoperta, in un articolato percorso cittadino,
di affreschi preziosissimi attribuiti ad allievi e
seguaci del grande Giotto, che qui ha lasciato
quel mirabile ciclo di “scene della Vita di
Cristo” della Cappella degli Scrovegni.
Guariento: come dimenticare le sue
straordinarie schiere angeliche?
In mostra ci appaiono in una sinfonia di colori
e luci, ricomposte in un ambiente che vuole
evocare la primitiva disposizione ideata per la
cappella della reggia dei Carraresi: l’effetto è
emozionante. Altichiero: per maturità
compositiva ed espressiva la sua Leggenda di
S. Giacomo e la Crocifissione affascinano i
pellegrini venuti a pregare nella Basilica del
santo.
1
Resta tuttavia la testimonianza iconografica
dell’intera composizione con rimandi illuminanti sullo
scomparso palazzo dei Carraresi, signori di Padova e
principali fautori della splendida fioritura artistica della
città nel 1300.
34 Vita di Club
Giusto: è la sorpresa più grande.
I riquadri affrescati che ricoprono interamente
le pareti del Battistero sono un vero
capolavoro. Indimenticabili i suoi azzurri,
l’Annunciazione e lo stupefacente Paradiso.
Anche Pietro e Giuliano da Rimini sono
presenti in mostra, nella stessa sala che ospita
il Crocifisso di Giotto appena restaurato.
Tuttavia la mostra, per quanto bella e
stimolante, costituisce un suggerimento al
percorso sempre più affascinante dei cicli
citati, a partire dalla preziosa ed inimitabile
Cappella degli Scrovegni. Depurati dopo la
sosta di 15 minuti in ambiente incontaminato,
possiamo accostarci alla sublime semplicità
dell’arte di Giotto. Ognuno porterà con sé ciò
che più ha colpito la sua sensibilità,
consapevoli che qui è nata l’arte europea, ci
lasceremo commuovere dalle figure dolenti o
dalle schiere di angioletti ora festosi ora
disperati, i colori, le forme rappresentano per
la prima volta nell’arte la vita vera. Fra poco
tempo la Cappella chiuderà: un restauro è
necessario per tentare di arrestare un degrado
che inesorabilmente divora la volta celeste e
non solo. Questo in sintesi l’itinerario
artistico che abbiamo voluto proporre e che,
francamente, non credevamo a priori essere
tanto prezioso ed affascinante; ma Padova è
anche altro: l’antica Università, detta il Bò,
dalla storia gloriosa, con la cattedra di
Galileo, con le ricche ed austere sale di
rappresentanza
e
soprattutto
con
l’emozionante “teatro anatomico”, le piazze
dei Signori, delle Erbe, il Palazzo della
Ragione, il famoso Caffè Pedrocchi, vero
simbolo della città.
Nella sala bianca (ce n’è una rossa ed una
verde tuttora aperta ai cittadini che vogliano
incontrarsi per parlare e discutere senza
l’obbligo di una consumazione) abbiamo
consumato un signorile e “leggero” pranzetto
veloce. In questa sala una lapide ricorda che
fin dalla sua apertura nel 1831, divenne
centro del movimento risorgimentale per la
liberazione d’Italia. Sapete perché Padova è
detta la città dei “senza”? Perché ha un Santo
senza nome (infatti si dice la Basilica del
Santo), un caffè senza porte (il Pedrocchi
aperto a tutti), una Piazza senza prato (la
Piazza del Prato della Valle). E inoltre l’Orto
botanico del 1545, il più antico d’Europa,
ove nel XVI sec. furono coltivati i primi lillà,
girasoli e patate d’Italia; il Prato della Valle,
piazza enorme, scenografica e ricca di
fascino; dell’antica Reggia dei Carraresi
possiamo solo immaginare le forme classiche
guardando gli affreschi di Andrea Mantegna,
ciò che resta è ben poco: la leggiadra
“Loggia”
oggi
sede
dell’Accademia
galileiana, con preziosi affreschi di
Guariento.
Sulla via del ritorno abbiamo toccato
Montagnana, la cui cinta muraria del XIII e
XIV secolo, lunga 1895 metri con 4 porte e
24 torri, è straordinariamente intatta ed
affascinante; Este di cui abbiamo visitato il
Museo Atestino, così ricco di preziosi reperti
del territorio fin dall’epoca preromana da
suscitare in noi sorpresa, curiosità e
ammirazione; Monselice in cui si è ipotizzato
un ritorno per una visita più approfondita di
questa deliziosa cittadina e…del Ristorante
La Torre; infine l’Abbazia di Praglia, in cui
il sospiroso monachello del centralino
telefonico ha lasciato il posto al vigoroso
monaco Vladimiro che ci ha strapazzato,
interrogato, redarguito, ipnotizzato, ma anche
molto divertito pur facendoci riflettere.
Travolta
dal
ciclone
“Vladimiro”,
dell’abbazia non ricordo molto, se non le
ottime
marmellate
e
le
benefiche
tisane…Padova è stata dunque un’esperienza
artistica di grande interesse, tanto più
importante quanto più in parte inattesa;
possiamo osare nel giudicare Giusto…grande
come Giotto? Possiamo parlarne. Se a ciò
aggiungiamo che per non privarci di nessuna
emozione, abbiamo navigato sui canali che
circondano Padova sotto un autentico diluvio
su di un guscio di noce chiamato “Casanova”,
mentre i “forti” che hanno osato
quest’esperienza stile corso di sopravvivenza,
si facevano le più matte ed incoscienti risate;
che
abbiamo
avuto
tre
esperienze
gastronomiche molto interessanti (cito a caso:
atmosfera soft e semifreddo all’amaretto con
salsa al caffè della Vecchia Enoteca; polenta
e schie, risotto con scampi, vongole veraci e
porcini con lussuosa tavolata nella
scenografica e fascinosa Villa Ducale, risotto
di Bruscandoli e tutto il resto innaffiato da un
buon rosso alla Torre di Monselice); che la
compagnia è stata molto piacevole ed
accomodante (infatti non ha infierito su
Giorgio che non è riuscito ad evitarci un
giorno di pioggia tremenda!), si può
concludere con Achille Campanile che questi
tre giorni in quel di Padova sono stati
“un’(altra) indimenticabile gita”.
Vita di Club 35
ROMA: o cara!
Di Anna Biondi
P
er raccontare Roma 5 prendiamo
spunto dall’imponente serie di
affreschi che ornano una galleria
dei Palazzi Vaticani e riproducono
minuziosamente le caratteristiche territoriali
delle regioni della penisola italiana cinque –
seicentesca; le carte regionali sono
accompagnate da mappe più dettagliate delle
principali città, così abbiamo fotografato le
mappe di Roma e di Rimini in una sorta di
gemellaggio ideale, visto che l’amore per la
Capitale ci ha spinti per la quinta volta a
visitarla. Chi ci è vissuto per tanti anni,
sopportandone gli aspetti metropolitani e chi
ne conosce ogni monumento, ogni rudere,
ogni angolo naturale per visite assidue si
accompagnano decisi a percorrere itinerari
sempre differenti e, arruolati gruppetti di
amici affiatati, s’imbarcano nell’avventura
sempre avvincente di conoscere nuovi
particolari di questa città dai mille volti.
Roma 5 è dedicata ai Palazzi Romani,
cominciando dai ruderi di Villa Quintili che si
stagliano maestosi al centro di una campagna
immensa. La villa, risalente al II sec. d. C.
come la coeva Villa Adriana di Tivoli, si
estende per 24 ettari tra la via Appia Antica e
36 Vita di Club
la via Appia Nuova, in uno scenario caro ai
vedutisti dei secoli passati. I Palazzi di epoca
rinascimentale meta della nostra visita hanno
la medesima matrice della “villa suburbana”
di età romana che patrizi illuminati
sceglievano a dimora, rendendola in un certo
qual modo un “museo”. Simbolo di ricchezza
e di potere delle grandi famiglie
dell’aristocrazia, ma anche testimonianza di
amore, a volte sfrenato, per l’arte e la bellezza
che si traduceva in fortunate intuizioni legate
ad una precisa volontà di mecenatismo nei
confronti degli artisti dell’epoca, i palazzi
romani sono stupefacenti: il palazzo del
Quirinale scelto nel XVI secolo da Papa
Gregorio XIII come sede pontificia, il palazzo
Giustiniani, che ospita la mostra Caravaggio
e i Giustiniani, il Doria Pamphilj, che oltre
alla meravigliosa architettura ha una Galleria
di opere che riempirebbero dieci musei, il
Ruspoli, che ospita la mostra Il terzo viaggio
di Velazquez, ed infine il palazzo del
Belvedere di Papa Innocenzo III che, con altri
edifici, ospita oggi i ricchissimi Musei
Vaticani. Un acquazzone imprevisto ci dirotta
da Villa Quintili al Museo Montemartini: così
scopriamo un illustre monumento di
archeologia industriale adibito a luogo di
esposizione della più pura archeologia
classica. Una vecchia centrale elettrica in
disuso da trent'anni si è trasformata in un
suggestivo museo dedicato alla scultura
romana, che ospita, fra enormi motori diesel,
vecchie tramogge e grandi caldaie, candidi
marmi di epoca classica, mosaici policromi,
terrecotte arcaiche, prima custoditi nei
magazzini dei Musei capitolini e non visibili
al pubblico: un’armonia impensabile.
affetto, perciò andiamo su di giri in un batter
d’occhio e tutte le straordinarie bellezze
artistiche che vediamo assumono ancora più
valore, che “intender no lo può chi no lo
prova”…
Presidente in testa che fotografa Lions e leoni
(a Palazzo Giustiniani dove a momenti lo
arrestano), siamo in estatica ammirazione di
quanto di meraviglioso è esposto: i coltissimi
e raffinati fratelli Giustiniani erano veramente
intenditori lungimiranti se comprarono opere
Scendiamo all’Hotel Aventino, un’antica villa
immersa nel verde e nel silenzio ovattato di
un colle non raggiunto dai rumori della
moderna metropoli. La tentazione di estirpare
le essenze più rigogliose (ah, le azalee
romane!) è irresistibile e non si riesce a
staccare gli occhi dal vicino Roseto dove
migliaia di rose multicolori ci ricordano che è
maggio, “in un nero di nubi laggiù”… La
comitiva è magnifica, è addirittura un
interclub perché sono presenti amici del
Rimini Riccione come i simpatici Fambrini;
c’è chi ci ha raggiunti da Firenze pur di stare
con noi. Siamo orgogliosi di raccogliere tanto
di artisti non ancora sufficientemente
apprezzati, i quali sarebbero diventati
testimonianze altissime del loro tempo, come
Lorenzo Lotto e a capire la novità del
luminismo realistico di Caravaggio, di cui
acquistarono ben quindici opere tra cui il
provocante Amor vincitore e il dolcissimo
Suonatore di liuto. Le opere riunite nella
mostra provengono dalla Gran Bretagna, dalla
Germania, dalla Russia e dagli Stati Uniti. A
palazzo Ruspoli il percorso della mostra parte
con le opere giovanili, quando Velasquez
dipingeva ancora secondo la maniera di
Caravaggio e ritraeva i picaros come li
vedeva. Colpiscono uno stupendo ritratto,
arrivato dal Brasile, di Gaspar de Guzman,
conte duca d’Olivares, eminenza grigia di
Filippo IV, il Ritratto dell'infanta Margarita,
Vita di Club 37
figlia di Filippo IV e di Marianna d’Austria, e
il Marte, un flaccido Marte, le armi a terra
dopo aver fatto l'amore, con cui si dice che
l'artista abbia voluto mettere in ridicolo
l'antico. Ma l'idea sembra più quella di un
genio che non si cura della gloria perché in
cuor suo sapeva di essere immortale. Mentre
l'incredibile ritratto di papa Innocenzo X
dipinto nel 1649 lo ammiriamo nel vicino
splendido
palazzo
Doria
Pamphilj,
capolavoro del barocco, dove dipinti di
Raffaello, Tiziano, Tintoretto, Guercino,
Rubens, Caravaggio, Sebastiano del Piombo,
splendidi arazzi e reperti archeologici
rappresentano il mito del palazzo insieme ai
fastosi appartamenti di rappresentanza o
all’appartamento privato che i Doria Pamphilj
sono riusciti a mantenere integri anche dopo
la caduta dello Stato Pontificio fino ad oggi.
La domenica romana, cominciata con la visita
al Quirinale, ha recuperato il suo sole; perché
non arrivare a piedi al complesso del
Vittoriano? Assaporiamo il calore del cuore
di Roma, tutta fuori casa per una giornata
senza auto. A Piazza Venezia ci disperdiamo,
chi insegue le ultime vestigia romane
riportate alla luce, chi si avventura sulla
scalinata dell’Altare della Patria, chi si ferma
esausto a sedersi sul primo “sasso” che trova,
chi si avventura alla conoscenza di René
38 Vita di Club
Magritte. La mostra “Magritte. La storia
centrale” espone le opere singolari di un
pittore che ha raccontato i suoi incubi
allucinanti in una galassia di forme a cui è
difficile dare una spiegazione logica, ma che
indubbiamente riflettono il tremendo trauma
infantile della morte per suicidio della madre.
Ammiriamo l’evanescente bicchiere di
nuvole, La corda sensibile, e il surreale uomo
in bombetta, La buonafede. La precisione
fotografica con cui dipinge soggetti irreali è
strabiliante. Il lunedì Roma torna a farci
sentire i suoi famosi goccioloni e noi la
ripaghiamo entrando ai Musei Vaticani, da
cui poi non vorremmo più uscire; non
abbiamo abbastanza occhi per ammirare tutto.
La Cappella Sistina, che col restauro ha
ritrovato la luce dei suoi vividi colori
originari, ci procura un… estatico torcicollo.
La comitiva non ha un attimo di noia…
Ristorantini al bacio (provate a “Il Pompiere”,
ma non senza chiedere alla Pinuccia dei suoi
incontri ravvicinati di terzo tipo coi
pompieri…), un caffettino a Sant’Eustachio,
un brunch al Caffè Doria…Ma è ora di
tornare a casa! Ebbene credete che la cosa ci
immalinconisca?
Giammai
perché
il
collaudato duo Franca e Nino si esibiscono in
pullman riproponendo il meglio del loro
repertorio. A Roma 6!
Rimini Giovane
TEATRO: Tatarcord Federico Fellini?
Di Marco Rossi
R
imini pensa di non essere città
culturalmente troppo vivace. E
pensa bene, come la vergognosa
storia infinita della ricostruzione del “Galli”
sta a dimostrare. Non mancano tuttavia
alcune luminose eccezioni, che negli ultimi
tempi paiono moltiplicarsi e cominciano ad
offrire proposte interessanti e promettenti.
Vogliamo raccontarvi una di queste
“eccezioni”, quella che più ci fa sperare,
perché coinvolge e appassiona giovani che
sono la Rimini di domani, oltre che dell’oggi.
Dunque, già da molti anni, ormai, il Liceo
Classico “Giulio Cesare” offre ai suoi
studenti la possibilità di accostarsi al mondo
del teatro. E non solo tramite il tradizionale
studio dei testi, ma anche compiendo il gran
passo: calcando la scena. Non trascurando
l’indagine culturale e letteraria delle opere, si
presenta ai ragazzi quella dimensione
peculiare e straordinaria del teatro che è la
recitazione, via maestra per conoscere sé
Vita di Club 39
stessi e gli altri, oltre che per assimilare in
una prospettiva nuova, panica, la creazione
altrui che si interpreta. Uno degli approcci
meno convenzionali (purtroppo), ma più
stimolanti alla cultura e alla vita. Infatti, la
risposta degli studenti all’iniziativa è
entusiastica e appassionata, nonostante la
serietà dell’impegno richiesto. Ed è cresciuta
con gli anni. E dire che gli autori affrontati
non sono stati di poco conto: i classici della
tragedia e della commedia latini e greci,
Shakespeare, Pirandello…
La qualità del lavoro svolto, poi, è divenuta
tale che da qualche tempo il Liceo propone la
rappresentazione alla città, presso il Teatro
Novelli. Quest’anno, la sfida – vinta – è stata
particolarmente ambiziosa. Ci si è distaccati
dalle opere già scritte ed edite, nelle quali la
difficoltà sta tutta nella rappresentazione. E i
ragazzi, insieme alla compagnia teatrale “Arte
da Parte” e all’associazione culturale
“Banyan”, sono stati anche creatori
dell’opera: “TATARCORD, un omaggio a
Federico Fellini”. Dopo lo studio del
personaggio Federico Fellini (per altro,
anch’egli illustre allievo del “Cesare”), dei
suoi lavori più e meno noti, servendosi pure
di qualche raro materiale in parte o del tutto
inedito, hanno voluto allestire uno spettacolo
evocativo della mente geniale e onirica, del
mondo poetico e arazionale del grande
maestro. Non una riproposizione piuttosto
inutile di spezzoni di film in chiave
“scientificamente” antologica, ma una
interpretazione al contempo creatrice e fedele
dell’anima e del mondo felliniani, senza
temere di intervenire sulle tracce, sugli spunti,
sulle opere del Maestro, oppure di creare essi
stessi qualcosa di nuovo per l’occasione.
Sono voluti entrare in Fellini, per tirarne fuori
40 Vita di Club
un universo. Un intendimento appunto
ambizioso. Sul cui naufragio chiunque
avrebbe scommesso.
Chiunque avrebbe scommesso, e avrebbe
perso. Dopo vari mesi di preparazione sotto la
guida del regista Gianluca Reggiani, lo
spettacolo è infatti andato in scena mercoledì
11 Aprile, davanti a un buon pubblico, al
solito al Teatro Novelli. La freccia ha colto
nel segno: i circa trenta ragazzi hanno saputo
dare una loro “visione” del Maestro,
stravagante ed impossibile, incoerente ed
impensabile,
eppure
affascinante
ed
enigmatica. Probabilmente hanno saputo
vedere Fellini con gli occhi di Fellini, hanno
saputo raccontarlo in una maniera che sarebbe
a lui piaciuta e avrebbe appieno condiviso.
Questo con un’abilità di interpretazione e
recitazione (in ruoli e parti non certo facili) da
parte di tutti non meno che buona, per alcuni
già qualche passo più avanti del dilettantismo.
Alla fine, non è mancato un rimprovero a
Rimini. Rimini che di Fellini si fregia senza
conoscerlo quasi mai oltre “Amarcord” o “I
vitelloni”. Un rimprovero che giunge dalla
stessa voce dell’artista, ripresa da alcune
vecchie interviste (ma si sono perfino
utilizzati filmati, d’archivio o realizzati per
l’occasione): quando gli si chiede qual è il
rapporto che la sua città tiene con lui, la
risposta telefonica del Maestro è la più
sincera e la più elegante: cade la linea.
Quanto hanno fatto con tanta dedizione questi
ragazzi ci lascia sperare che in futuro la linea
con Rimini non cada più.
Una prima occasione sarà assistere alla
rappresentazione che alcuni fra loro terranno
questa estate all’Anfiteatro Romano.
Soggetto, indovinate un po’? Ma Caio Giulio
Cesare, naturalmente!
Il Club e l’arte
UN MAESTRO VETRAIO: anzi un artista
Di Riccardo Germondari
D
a tempo mi è stato chiesto
dall’amico Presidente Franco
Baldini,
che
ringrazio
per
avermene dato l’opportunità, di parlare del
mio mestiere un po’ particolare. E' opportuno
che prima mi presenti: sono un riminese puro
sangue amante dell'arte in genere, tanto
amante che dalla professione di ragioniere
sono passato a quella di "Maestro Vetraio" e,
ci tengo ad aggiungere, "artista". Che cosa
significa essere "Maestri Vetrai"? A Venezia
dicesi Maestro Vetraio colui che disegna e
realizza un’opera d’arte in vetro fuso (Venini,
per fare un nome). Nel mio caso invece ci si
deve riferire al disegno e alla realizzazione di
vetrate d'arte. Con esse ho esplorato infinite
possibilità
di
collocazione,
sia
nell’architettura e decorazione a beneficio
dello spazio abitativo e sacro, sia nella ricerca
continua del nuovo, in senso estetico, per
rendere l’ambiente umano sempre più
confortevole. Abbinare l'arredamento all’arte
vi confido che non è semplice, ma un po’ di
fantasia e buona volontà mi hanno aiutato.
Un’arte, quella delle vetrate rilegate,
composta di tante piccole lastre di vetro
soffiato generalmente colorate, dipinte e cotte
a fuoco che, sorrette da una intelaiatura e
riunite con piombo trafilato, formano nel loro
insieme una composizione unica nel mondo
delle creazioni artistiche, grazie al particolare
rapporto che esiste fra il vetro e la luce: di
una superficie dipinta, infatti, vediamo il
colore perché la luce vi si riflette, mentre di
una vetrata lo vediamo perché la luce
l'attraversa. La luce riflessa mortifica i colori
del vetro e quando il buio scende finisce
anche "la vita" di una vetrata. L’arte del vetro
e della vetrata, arte essenzialmente dinamica,
che ha bisogno della luce del giorno, attinge
forza appunto dal rapporto con la luce e
l'opera muta secondo l’ora, la stagione e le
condizioni atmosferiche e gli stati d’animo di
chi la guarda. Tutto influisce - a volte
sottilmente, a volte con spettacolare
drammaticità – sull’immagine che noi
vediamo, così che la vetrata rappresenta la
forma più antica e nobile di arte cinetica. Da
tempi immemorabili la luce, questo fenomeno
immateriale che rende visibile il mondo,
simboleggia la bontà, la rivelazione, la
bellezza ed è perciò un punto focale delle
filosofie e delle religioni. La fioritura dell'arte
della vetrata nel Medioevo risente di
influenze che risalgono fino a Platone e al
classicismo. La filosofia neoplatonica della
luce era stata esposta nel V secolo dal mistico
siriano Dionigi l’Areopagita e furono i suoi
scritti a ispirare, dopo sette secoli, l’abate
Suger, padre dell'architettura gotica, che fece
decorare St. Denis, la sua chiesa abbaziale
presso Parigi, con “le più radiose vetrate allo
Vita di Club 41
scopo di illuminare le menti degli uomini
perché per mezzo suo possano giungere a
comprendere la luce di Dio". Cominciava così
l'età d'oro dell'architettura e della vetrata
gotica. Il concetto della spiritualità della luce
affonda le radici anche nella religione
ebraica, ma fino a tempi abbastanza recenti
nelle sinagoghe le vetrate sono state di vetro
trasparente perché i fedeli si inchinassero
riverenti alla vista del cielo. Invece la Chiesa
cristiana del Medioevo impiegò volutamente
vetro colorato ben sapendo che il colore
possiede una forza spirituale che va oltre il
richiamo dei sensi. Anche per 1’uomo
moderno è tuttora oggetto di meraviglia
l’arcobaleno; cioè la luce del sole suddivisa
nei colori che la compongono. E, secondo la
Genesi, l’arcobaleno fu il segno della
riconciliazione di Dio con l’umanità dopo il
diluvio. Alla fine dei Secoli Bui, quando ebbe
inizio la grande fioritura dell’architettura
religiosa, chiese e cattedrali si accesero dei
colori delle vetrate, e l’effetto deve essere
stato folgorante: entrare in chiesa non
significava soltanto cibo e conforto spirituale,
ma accesso a un mondo magico, chiuso in se
stesso. In un certo senso la vetrata costituiva
l’equivalente medievale del cinema; in altro
senso, era il mezzo per un’esperienza mistica
che portava l’uomo più vicino a Dio. Era, in
realtà è tuttora, un’arte di "atmosfera". Come
ha detto René Bazin, il romanziere francese,
una vetrata è "un’atmosphère avant d’étre une
image". Dopo il Medioevo l’arte del vetro e le
vetrate hanno subito molte vicissitudini.
Queste ultime spesso sono andate distrutte per
guerre, iconoclastia, vandalismo e negligenza
e sono state rovinate dai "restauri". Nel XVII
e XVIII secolo i suoi stessi cultori
degradarono l’arte del vetro con la tecnica
della pittura a smalto che sacrificava la
luminosità dei colori, suo fondamento
essenziale. Però dalla metà del XX secolo si
assiste a uno splendido revival. Iniziato in
Francia e in Germania, si è diffuso negli Stati
Uniti e ora l’influsso di questo nuovo
movimento si avverte in molte altre parti del
mondo, quali Etiopia, l’Australia e il
Giappone, che pur non hanno una tradizione
in quest’arte. Da molto tempo non è più,
questa, un’arte esclusivamente religiosa e si
può sperare che nel futuro sia sempre più
destinata,
come
accennavo
all'inizio,
all’arredamento in genere. Per eseguire una
42 Vita di Club
vetrata è necessaria la materia prima che in
questo caso è il vetro. Che cos’è questo
materiale, che si ottiene fondendo le sabbie
formatesi durante milioni di anni d’erosione
della crosta terrestre? Che cos’è il materiale
che copre, a profusione, la luna di minuscoli
frammenti simili a palline, intatti fino a
quando i piedi dei primi astronauti vi
camminarono dentro come in morbida
polvere? Furono gli astronauti a scoprire, con
stupore, nel corso delle loro esplorazioni che
quelle palline erano vetro. Il vetro è una
sostanza naturale, un liquido siliceo
surrifreddato, cioè un liquido che diviene
solido senza raggiungere il normale punto di
congelamento. Sul nostro pianeta il vetro a
volte si forma per il rapido raffreddamento
della lava vulcanica ad alto contenuto di
silice. La lavorazione del vetro per mano
dell’uomo ha una lunga storia - più di
quattromila anni - ma ancora oggi gli
scienziati non conoscono l’esatta natura di
questa sostanza enigmatica.
Ingrediente principale di quasi tutto il vetro è
la silice, che può essere di sabbia, di cristalli
di quarzo o flint. Comunque la silice pura,
dato che vetrifica o si trasforma in vetro fuso
solo a circa 1700 °C, si adopera
esclusivamente per vetri altamente resistenti
al calore. Il vetro da vetrate generalmente
proviene da una lastra ottenuta da una fiasca
di vetro fuso soffiato. La fiasca può venire
modellata e tagliata, trasformata in cilindro o
in disco, assumendo le rigature, le bollicine e
le variazioni di spessore tipiche del vetro per
vetrate. Per colorare il vetro bisogna
aggiungere altre sostanze, che impediscano ad
alcune lunghezze d'onda della luce di
attraversarlo. Queste lunghezze d'onda
respinte danno al vetro il suo colore.
Probabilmente la prima volta il vetro si colorò
per caso, ma al tempo dei Romani già si
usavano regolarmente rame e cobalto per
ottenere il verde e l 'azzurro. Appare quasi
miracoloso il fatto che l’uomo, con la sua
ingegnosità, quasi agli albori della civiltà,
abbia saputo lavorare, praticamente in tutte le
sue forme, il vetro, questa sostanza mirabile
che scintilla come un brillante e possiede
l’iridescenza affascinante dell’opale. Anche a
prescindere dalla storia o dall’immagine che
una vetrata ci sa illustrare e trasmettere, quel
che ne fa un’opera d'arte inimitabile è la
caratteristica di "gioiello" che il vetro
possiede. Penso sia venuto il momento di
invitarvi nella mia bottega a soffermarvi
brevemente in questo ambiente sereno, per
coglierne alcuni momenti della lavorazione.
In una prima fase, quella dell’ideazione, si
realizza un piccolo bozzetto a colori ed un
successivo disegno in grandezza naturale. A
questo segue la riproduzione, nella quale va
interpretato e tradotto in vetro lo spirito
dell'artista creatore, cercando di coglierne la
sensibilità ed i diversi stati d’animo. La scelta
dei vetri è della massima importanza e vanno
tenuti presenti: tono, luce, colore, ambiente,
altezza, esposizione secondo i punti cardinali.
Si procede poi al taglio dei vetri con una
rotella diamantata ed, infine, alla pittura con
tinte di contorno e ombreggiature in grisaglie,
secondo la tecnica degli antichi maestri. E qui
l’artista, come i vetrai nordici fino alla metà
del XV secolo, dimostra la sua creatività e la
sua tecnica, ideatore ed esecutore insieme
dell’opera. Finita la pittura, incomincia il
lavoro dell’artigiano propriamente detto, cioè
la cottura a fuoco per mezzo dei forni elettrici
appositamente costruiti: i vetri arrivano,
attraverso successivi riscaldamenti, ad elevate
temperature, circa 600°C, poi, gradatamente,
vengono
raffreddati.
Infine,
vengono
ricomposti secondo il disegno, fissati con
sottili strisce di piombo trafilato a doppia
gola, saldati fra loro con saldature a stagno e
stuccati per tenerli saldi e impermeabili
all’acqua. Con questa tecnica sono state
costruite le più belle vetrate del mondo. In
Italia quelle più antiche si trovano nella
Basilica Superiore di Assisi, ove l’arte di
Giotto regna sovrana. La vetrata del Duomo
di Siena, di Duccio da Boninsegna, dimostra
già la sua indipendenza dalla tradizione
vetraria d'Oltralpe e la lirica visione
dell’Artista. La grande vetrata nell'abside del
Duomo di Orvieto, finita nel 1334, è di
Lorenzo Martini. Altre ne troviamo a Siena e
a Pisa, bellissime a Firenze in S. Croce;
alcune di queste ultime, per la superiorità di
fattura, si rivelano disegnate ed eseguite da
Giotto. Ancora in S. Croce ci sono opere di
Taddeo Gaddi e Maso di Banco. In Santa
Maria Novella troviamo il rosone della
facciata di Andrea da Firenze, nel quale, in
fantastica ghirlanda di linee e fascinosi colori,
vediamo rispecchiarsi e trionfare assoluto il
gusto dei motivi dell’arte italiana, che da
allora andrà ad espandersi e a portare il suo
contributo nel mondo. Il gusto gotico,
importato e recepito dai vetrai italiani, ora,
rielaborato, esce dai confini nazionali, come
già successo per altri movimenti culturali e
artistici. Altre vetrate troviamo ancora, a
Firenze, nella chiesa di Orsanmichele e nel
Duomo: Lorenzo Ghiberti, nello spirito del
gotico
internazionale,
si
esprime
pittoricamente toccando le più alte vette della
vetrata italiana con il tondo della Vergine
Assunta; Donatello è riconosciuto anche nella
pittura "dell'Incoronazione" da quei contorni
delle figure delineate con cura e semplice
potenza scultorea; Paolo Uccello si ritrova in
alcuni motivi prospettici fuori della realtà
oggettiva; Andrea del Castagno tende a
trasportarvi il suo modo scultoreo; Domenico
Ghirlandaio in S.Maria Novella, pur recando
prospettive accese a pieno timbro, rappresenta
figure e ambienti fino a creare favolose
immagini; parimenti Pietro Perugino in Santo
Spirito a Firenze. Si può riconoscere la
personalità del Cossa e l'ingresso del mondo
nuovo del Rinascimento, a Bologna, nella
chiesa di San Petronio e nel loculo di San
Giovanni in Monte. A Venezia nella chiesa di
San Giovanni e Paolo vi è un finestrone,
Vita di Club 43
saggio monumentale di diversi artisti:
Bartolomeo Vivarini, Cima da Conegliano e
Girolamo Moretto, il quale, senza limitazioni
architettoniche di spazi, adopera il paesaggio
"en plein air". Ne potrei citare tante altre da
riempire un libro intero, ma non vado oltre,
precisando che con la nascita dell’architettura
nuova, la vetrata si è dimostrata un elemento
di prim’ordine, adoperata addirittura come
parete per creare, nel dinamismo delle linee
razionali e scheletriche, un fattore di
suggestione e di colore. E questo non solo
negli edifici sacri e civili, ma anche negli
appartamenti per creare un clima affascinante
e insolito. Un cenno particolare merita
un’altra attività che si svolge nel mio Studio:
la difficile tecnica del restauro. Il restauro va
inteso come l’attività volta a riportare a
originale fattezze, un’opera eseguita in epoca
precedente, rovinata o danneggiata nel tempo.
La tecnica del restauro nelle vetrate si
manifesta in due tipologie d'intervento: quello
adatto alle vetrate dipinte, con modellazione
44 Vita di Club
artistica eseguita con graffiture e grisaglie,
con applicazione di smalti, giallo d'argento
etc., e quello per le vetrate eseguite con solo
vetro colorato a "mosaico", composte da tanti
piccoli tasselli di vetro unito da trafila ad H di
piombo, saldato poi su entrambi i lati.
Non sto a dilungarmi troppo nello spiegarvi
come si arrivi a trattare un vetro nuovo e a
utilizzarlo per il restauro di un’opera antica,
mi limito a citare alcuni restauri in Italia:
Chiesa di S.Andrea al Quirinale, del Sacro
Cuore del Suffragio, del S. Cuore di via
Nomentana a Roma, Banca d'Italia sede di
Torino, Banco di Roma sede di Macerata,
Museo Pigorini in Roma, Villa Torlonia
"Casina delle civette" pure in Roma etc. Per
concludere questo breve excursus, nel regno
della vetrata d’arte, non mi rimane che
invitarvi nella mia bottega per capire meglio
da vicino che cosa significhi lavorare ancora
come lavoravano gli antichi. Grazie e
arrivederci.
Il Club e la Musica
MUSICA…: come?
Di Nevio Rossi
L
a musica è un’arte dell’uomo,
dopotutto; anche se la sua
etimologia ci dice che è l’ “Arte
delle Muse” (dal greco “mousikè”). La
natura, l’universo, offrono una infinità di
suoni la cui unica limitazione è la soglia
uditiva dell’orecchio umano. Ovviamente il
suono, di per se stesso, non è musica. Si
pensò, allora, che fosse musica una
combinazione di suoni organizzati, osservanti
di regole precise per intervalli ed altezze. Era
puro suono, invece, il casuale, il non
organizzato, che diventava rumore se
fastidioso, sgradevole, confuso (oggi è una
distinzione che ha perso di significato –
pensiamo ad un assolo di batteria – ma, al
momento, non confondiamoci le idee). In
questo spettro amplissimo ogni civiltà ha fatto
le sue scelte: cioè ha privilegiato dei suoni
rispetto ad altri, li ha ordinati secondo scale.
Nella nostra civiltà l’ordinamento dei suoni è
cominciato da Pitagora ed è stato via, via
perfezionato (ma si può dire che continui
anche oggi). Ordinarli ha significato
sostanzialmente metterli in fila, come si fa
con i soldati, partendo dai più bassi e via, via
crescendo fino ai più alti: e così si è stabilita
una scala di sette suoni diversi. All’ottavo
suono (ottava) si ricomincia da capo, ma un
livello più alto. Ma all’inizio non era così: il
sistema greco primitivo si basava su quattro
note (anche la mitica lira di Orfeo conteneva
quattro note). Allora la musica era
strettamente unita alla poesia e parole e
musica nascevano contemporaneamente dallo
stesso autore che ne era anche interprete; da
ciò conseguiva che - in quei tempi - il
bisogno di riprodurla, di fatto, non esisteva.
In seguito, quando questa esigenza fu
avvertita, i Greci stabilirono alcune regole per
definirne le altezze usando segni dell’alfabeto
fenicio per la musica strumentale e di quello
ionico per quella vocale. Quanti e quali
strumenti musicali erano abitualmente usati?
Sostanzialmente pochi strumenti ma con
numerose varianti, suddivisi tra strumenti a
percussione (tympanon, seistron, cymbala…),
a fiato (aulos, plagiaulos, syrinx…) ed a
corde (Phorminx, Lyra, Kithara…). I Romani
si limitarono a sostituire le lettere greche con
Vita di Club 45
quelle dell'alfabeto latino, senza altro
aggiungere, ma la musica costituì una
costante nelle loro manifestazioni anche se ne
fu fatto un uso puramente voluttuario e
pratico (teatro, pantomime, conviti oppure
parate militari). Il Cristianesimo ne introdusse
una concezione ben più alta e spirituale,
facendola capace di dare forma artistica al
sentimento del divino e del misterioso. Dalle
sue origini ed a tutto il Medioevo, fino alla
nascita della polifonia, il complesso della
musica fiorita in seno alla Chiesa si riassume
nel Canto Gregoriano, che per estrema sintesi
possiamo definire la liturgia cantata,
all’unisono, dagli officianti (monodia). Nel
frattempo, si erano verificati importanti
sviluppi nel sistema di notazione delle note
musicali per la loro successiva riproduzione.
Infatti dai tempi dei Romani nulla cambia
fino fin verso il X secolo quando Oddone da
Cluny fa coincidere la lettera A con l'odierno
La e crea una ottava (vedi sopra) dal La al
Sol (questo spiega l'origine dei nomi delle
note nei paesi di lingua tedesca, in cui si parte
appunto da A (La) e si arriva a G (Sol). Ma
sia che si possa servire di lettere dell'alfabeto
(es. A) o d'altro (es. La) per catalogare quel
particolare suono, poco importa: sempre si
tratta di nomi convenzionali, così come il
nostro nome e cognome qualificano la nostra
identità. I nostri Do, Re, Mi, Fa, Sol, La
nascono più tardi, con Guido D'Arezzo ( o
Guido Monaco) vissuto attorno all'anno
Mille. Come aiuto mnemonico per le altezze
relative dei gradi della scala, egli suggerisce
ai suoi cantori di usare la prima strofa
dell'Inno a San Giovanni di Paolo Diacono,
utilizzando la prima sillaba di ciascun verso:
UT queant laxis
RE sonare fibris
MIra gestorum
FAmuli tuorum
SOLve polluti
LAbii reatum
Sancte Johannes
L'indispensabile Si verrà poi aggiunto verso
la fine del '400 dallo spagnolo Bartolomeo
Ramos de Pareja. E nel '600 l'Ut, che in
Francia è rimasto fino ad oggi, diventerà per
noi Do, ad opera di Giovan Battista Doni. Lo
stesso Guido D'Arezzo introduce, poi, le
righe (quattro) su cui posizionare le note, che
46 Vita di Club
diverranno stabilmente cinque (pentagramma)
nel XVII secolo. Il linguaggio musicale, per
secoli e secoli, è stato monodico. La Chiesa,
in particolare, quando ha stabilito le musiche
liturgiche con i canti gregoriani, le ha stabilite
come canti "fermi": si dovevano usare quelli e
nient'altro. Ed allora, i musicisti dell'Alto
Medioevo, per poter inventare nuova musica,
hanno tenuto il canto fermo, però
sovrapponendo ad ogni canto fermo un canto
inventato che lo seguisse ad una certa
distanza, nota contro nota, punto contro
punto. Così nacque il "contrappunto" e con
esso la “polifonia”. Nella sua evoluzione,
dunque, il linguaggio musicale da monodico
diventa a più voci sovrapposte nel
contrappunto e, fra il Cinque e Seicento a
"base armonica", sviluppando degli accordi
(un insieme di due o più note che risuonano
insieme) che si collegano tra loro (Machaut, i
grandi Fiamminghi, Palestrina sono i
maggiori rappresentanti dell'era della
polifonia). Ma prima di collegare gli accordi
è stato necessario trovare gli accordi giusti,
collegando tra di loro alcune note; come?
All'inizio si è cercato di mettere assieme
"accordare", appunto, delle note non così
diverse da essere sentite come dissonanti,
difficili, sgradite all'orecchio. Si sono allora
trovati ed adottati gli intervalli di quinta (il
che, in parole povere, vuol dire che se io
intono un Do, qualcun altro intona
contemporaneamente un Sol: do (1), re (2),
mi (3), fa (4), sol (5), la (6), si (7); se io un
Re, qualcun altro un La, e così di seguito).
Però siccome si trattava di sensazioni
acustiche e le sensazioni acustiche si
attutiscono con la ripetizione, l'orecchio si è
ben presto abituato alle quinte, le quali hanno
cominciato a sembrare, da piene che erano,
vuote. La successione di quinte è diventata,
nelle scuole di armonia, addirittura proibita
ed è stata sostituita dalle terze – ad es. do (1),
mi (3) -, non però in qualità di consonanze,
bensì di dissonanze imperfette e cioè
tollerabili, giuste. Un accordo di terza, che
oggi è il più banale e che sembra addirittura
naturale, una volta, secoli fa, veniva inteso
come dissonante, sgradevole: solo in
Inghilterra lo si intese come consonante fin
dal 1300. Verso la fine del ‘500, dalla
polifonia si passò alla rivisitazione del teatro
greco, per quello che i dotti fiorentini che
animavano
il salotto del conte Bardi
potevano o credevano di sapere. Nacque il
melodramma,
l’opera.
Un’autentica
rivoluzione che riportò in auge la monodia in
campo vocale che fu alla base della nascita di
nuove forme e stili di musica strumentale
come la “sonata” od il “concerto”. Gioseffo
Zarlino, veneto,
con una sua teoria
rigorosamente matematica alla cui base sta la
definizione dei modi maggiore e minore,
imposta il principio della tonalità moderna.
Ed è appunto il senso della tonalità che
porterà la musica occidentale a svilupparsi
secondo linee del tutto diverse dal resto del
mondo e l’orecchio di noi occidentali ad
abituarsi a questo sistema. Abitudine così
consolidata al punto che viene rifiutata –
ovviamente parlando per grandi numeri – la
musica di altre culture e parte della nostra
musica stessa da quando – nel Novecento – si
è svincolata dalla tonalità.
È qui necessaria una digressione per
introdurre altri concetti tipici del linguaggio
musicale, quali timbro, consonanza e
dissonanza. Si usa dire che sia consonante un
intervallo od un accordo che dà un senso di
riposo e dissonante quello che dà un senso di
tensione. Il timbro è la qualità del suono che
consente di individuare la fonte sonora: due
suoni di medesima altezza ed intensità
(volume) sono evidentemente diversi se
provengono da una piano o da un flauto, ed a
tutti noi è noto come ogni voce abbia il suo
particolare timbro. Ciò dipende dalle note
armoniche che accompagnano la nota
fondamentale (se un corpo sonoro viene
stimolato, questo non produce soltanto una
nota ma insieme a quella ne produce anche
altre che si chiamano “armoniche” o anche
“sopratoni”; queste note non vengono
avvertite
isolatamente
ma
vengono
conglobate a formare uno spessore timbrico,
il colore del suono). E dalle armoniche
dipende anche la consonanza: maggiore è il
numero di armoniche che due note hanno in
comune, tanto maggiore è la loro consonanza.
Il massimo della consonanza si ha con
l’ottava (la medesima nota alla sua successiva
ricomparsa, ma in questo caso le due note
vengono percepite dall’orecchio come uguali
anche se sono ad un’altezza diversa, per cui
in pratica non si usa ), poi con la quinta (ad
esempio se la nota di base -tonica- é Do, la
quinta -dominante- è Sol). L’intervallo di
terza (es. Do–Mi) fu a lungo considerato –
come già sopra riferito – dissonante.
Consonanti anche la quarta e la sesta,
dissonanti invece la seconda, la settima (Si se
la tonica è Do) ecc., anche se quest’ultima è
importantissima poiché è la nota sensibile
che spinge inevitabilmente verso la tonica.
Ma non andiamo a confonderci ulteriormente
le idee: tutto questo, in estrema sintesi, per
dire che fra le note esistono rapporti di
dipendenza, di gerarchia, che sono la
caratteristica, appunto, del nostro sistema
tonale.
DISCOGRAFIA su Guillaume Dufay:
CANZONI:
Canzoni di Guillaume Dufay e Gilles Binchois / Harmonic 8719
Dominique Vellard / Ensemble GillesBinchois (con “Lamentatio
Costantinopolitanae”)
Sanctae
Matris
Ecclesiae
MESSE:
« Ecce Ancilla Domini », « Sine Nomine » Clemencic Consort CD Harmonia Mundi, ref HMA 190939
« L’homme arme », « Mottetti » EMI Reflexe CDC7476282 Paul Hillier/ Hilliard Ensamble
« Se la face ay pale » Focus 934 Thomas Binkley/ Pro Arte Singers
« Ave Regina Coelorum Ensemble Cantus Figuratus », dir. D. Vellard CD Stil, ref. 0710 SAN 85
MOTTETTI:
«Nuper rosarum flores », «Alma redemptoris mater », etc. / EMI Reflexe CDC7476282 / Paul Hiller/
Hilliard Ensa
Vita di Club 47
La musica malatestiana
GUILLAUME DUFAY: un maestro della polifonia alla corte dei
Malatesti
Di Nevio Rossi
Guillaume Dufay
Il maestro della polifonia
”
Guillaume Dufay (a sin.) e Gilles Binchois, miniatura da ”Le Champion des Dames” di Martin le Franc, c. 1440
A.
D. 1414 – 1418. Concilio di
Costanza. Carlo Malatesta,
Signore di Rimini, porta la
rinuncia al soglio pontificio di Gregorio XII.
Degli altri pretendenti in lizza, Giovanni
XXIII é costretto ad abdicare e Benedetto
XIII, che non vuole cedere, é colpito dalla
scomunica e deposto: sarà papa Martino V
Colonna, lui solo, il successore di Pietro. La
grave discordia che stava minando l’unità
della Chiesa, nota come Scisma d’Occidente,
è definitivamente composta. I meriti acquisiti
da Carlo in questa vicenda sono di portata
non paragonabile al modesto peso politico
che gli competerebbe in forza della Signoria
su Rimini; talmente importanti, forse, che lo
stesso papa Martino V, alcuni anni dopo,
quasi a volerne certificare il riconoscimento,
favorisce le nozze di Carlo con sua nipote
Vittoria Colonna. Quel giorno, il 18 Luglio
1423, ad allietare la cerimonia nuziale, tre
voci riunite in accordi di sonorità organistica
intonano la ballata “Resveillez-vous”, il cui
verso conclusivo di ogni strofa termina con
questo omaggio : “Charles gentil, c’on dit de
Malateste”. Ne è autore colui che viene
indicato come il primo dei grandi polifonisti
fiamminghi, la cui opera occupa tutto il
48 Vita di Club
secolo XV: Guillaume Dufay. A rigore,
Dufay non è fiammingo, come dice il nome,
di
suono e radice francese (si deve
pronunciare in tre sillabe, con l’accento
sull’ultima: Du fe y’). E’ nato a Cambrai
(secondo altri a Chimay), nella Francia del
Nord, allora inglobata nelle Fiandre, intorno
al 1400. Le Fiandre fanno a quel tempo parte
del ducato di Borgogna, regione che ha per
centro principale Digione, splendida corte
feudale naturalmente portata al fasto ed alle
affermazioni di prestigio anche in campo
artistico e culturale. La notazione geografica
già ci fa intendere perché in Dufay
convivano, dal punto di vista artistico, la
componente nordica (fiamminga), cui
appartiene per nascita e quindi per relazioni
familiari, e la cultura borgognona (francese)
cui apparterrà per relazioni di vita. Egli vivrà
i suoi primi diciotto anni, anni della
formazione musicale, nella stessa Cambrai,
ove presso la cattedrale insegnavano canto e
composizione alcuni fra i maggiori maestri
della regione e dove, reduce dai suoi ripetuti
soggiorni italiani, tornerà a più riprese.
L’ambiente è quello dell’operosa borghesia
fiamminga, che avrà il merito di intravedere
nell’esaltazione dei valori dell’arte il mezzo
per testimoniare ed affermare la profonda
religiosità di cui è intrisa. Questa concezione
di lì a poco costituirà il seme della
eccezionale fioritura artistica che va da Van
Eyck ai Brueghel attraverso Roger Van der
Weyden, Hugo Van derGoes, Giusto di Gand,
Hans Memling, Hiernonymus Bosch e, con
riferimento ai soli musicisti, da Dufay stesso
a Gilles Binchois, l’altro grande esponente
della scuola musicale borgognona. Sebbene
non provato, è opinione comune degli storici
che il giovane Dufay abbia fatto parte del
numeroso seguito che accompagnò il vescovo
di Cambrai, Pierre D’Ailly, al Concilio di
Costanza nel 1417-18. In questo ambiente
cosmopolita il giovane cantore e musico ha
modo di farsi notare per le sue doti che,
sebbene ancora acerbe, non sfuggono a Carlo
Malatesta (od a qualche suo accorto
consigliere), il quale decide di portarlo con
sé alla corte di Rimini, ove il compositore si
fermerà per ben otto anni, fino al 1426. La
tradizione e la cultura nordica, di cui egli è
naturalmente portatore, si fondono qui con la
sensualità melodica e vocale della terra che
lo ospita, il gusto innato per il bel canto;
l’effetto sinergico della scienza e della
tecnica fiamminga
con la concezione
espressiva dell’arte, il senso dell’armonia, del
ritmo e della danza tutto italiano, prorompono
in sonorità del tutto nuove ed appaganti. Di
questo periodo “malatestiano” si ricordano: il
mottetto “Vasilissa, ergo gaude” scritto per le
nozze di Cleofe Malatesta con Teodoro II
Paleologo, signore del Peloponneso; la già
citata ballata “Resveillez Vous”, il mottetto
“Apostolo glorioso” scritto nel 1426 in onore
di Pandolfo Malatesta, nominato vescovo di
Patrasso, e la “Missa sine nomine”. Le
relazioni diplomatiche dei Malatesta con
numerose corti italiane, oltre che con lo
stesso pontefice Martino V, dovettero rendere
note ben al di fuori della stretta cerchia della
cultura locale le qualità artistiche di Dufay;
tant’è che dal 1426 - anno della sua partenza
da Rimini - al 1428, il musicista ebbe i suoi
primi contatti con la corte di Borgogna, dove
da poco il Duca Filippo il Buono aveva dato
inizio al suo splendido governo. Sul finire del
1428, l’ingresso nella cappella pontificia
segna un punto fermo nella vita del
compositore. Questo servizio durerà fino al
1437, con una interruzione di due anni ( 1433
–1435) durante i quali Dufay sarà ospite della
corte dei Savoia. Fu in questo periodo che
egli si affermò definitivamente come uno dei
più importanti musicisti di ogni tempo. Fu
chiamato a comporre il mottetto “Ecclesiae
militiantia” per la consacrazione di Papa
Eugenio IV, successo a Martino V nel 1431
(Papa, questo, che ebbe un pontificato molto
“movimentato”: cacciato da Roma nel 1433,
si rifugiò a Firenze ove rimase per tre anni,
poi andò a Bologna, nel 1436, e solo nel 1443
poté ritornare a Roma); gli furono
commissionati l’inno “Supremum est
mortalibus” per la pace di Viterbo nel 1433,
la ballata “ C’est bien raison” scritta per
Niccolò III d’Este di Ferrara, ed il mottetto “
Nuper rosarum flores” in occasione della
consacrazione, nel 1436, di Santa Maria del
Fiore, duomo di Firenze; composizione,
questa, che ha una struttura direttamente
legata alle proporzioni della cupola appena
portata a termine dal Brunelleschi. Nel 1436
Dufay venne nominato canonico della
Cattedrale di Cambrai, ma trascorse ancora
14 anni tra le corti di Savoia e di Borgogna,
prima di ritornare definitivamente nella città
natale. In Borgogna, il nostro compositore
ritrova l’altro grande musicista del tempo, il
coetaneo
Gilles
Binchois.
Questi
probabilmente era stato suo compagno di
scuola nella cantoria di Cambrai, all’inizio
del secolo, e operò stabilmente alla corte dei
duchi borgognoni dal 1425 al 1460. Dufay a
questo punto è il musicista probabilmente più
stimato da monarchi e papi: Carlo VII, Luigi
XI, Carlo il Temerario - che lo ebbe come
insegnante di musica - e, prima di lui, Filippo
il Buono duca di Borgogna che, nel 1454,
incaricò Dufay di comporre la “Lamentazione
della Chiesa sulla caduta di Costantinopoli e
della Chiesa Romana d’Oriente”, eseguita a
Lilla durante il cosiddetto “Banchetto del
fagiano”, allo scopo di suscitare consensi per
una crociata di liberazione e riscatto. Anche
Piero dei Medici (1414-1469) stimava
altamente Dufay e, anzi, lo considerava “il
più grande ornamento del secolo”. Lorenzo
dei Medici, quello che sarà poi detto il
Magnifico, ammirava Dufay al punto di
fargli pervenire il testo di una propria
canzone affinché fosse da lui messa in musica
(non si sa né di quale canzone si trattasse né
se sia poi stata effettivamente musicata).
Nella sua vita, che ebbe termine nel 1474,
Dufay compose nove messe (al riguardo egli
Vita di Club 49
fu il primo compositore a basare i propri
arrangiamenti su melodie secolari – come
nella messa “L’homme armé” – anziché su
temi di natura strettamente liturgica),
trentanove sezioni staccate di messe,
cinquanta composizioni liturgiche, trentadue
mottetti latini, ottanta canzoni profane su testi
francesi e sette su testi italiani. Si è detto che
Dufay è stato il primo dei grandi polifonisti,
ma che cosa è e come nasce la polifonia?
Nacque già qualche secolo prima ed ebbe uno
sviluppo che durò molti secoli: anche Bach,
nel 1700, fu un sommo polifonista e la sua
“arte della Fuga” è certamente in questo
ambito
monumentale.
Ma
già
nel
Quattrocento si raggiungerà la perfezione e
Dufay è uno degli artefici che portarono a
questo risultato. Si potrebbe dire che la
polifonia è, almeno all’inizio, un tentativo di
ornare, rendere più ricco il canto gregoriano,
“cantus firmus”, ossia monodico, cantato
all’unisono; si pensò, quindi, di fare marciare
assieme più voci melodiche distinte,
dapprima intonando lo stesso tema ad una
certa distanza, ossia con tempi sfalsati, ma in
modo parallelo; poi muovendo le voci anche
in senso contrario, talché se una intona il
tema dall’inizio l’altra lo intona dalla fine;
oppure furono inseriti dei vocalizzi sopra la
melodia gregoriana, eseguita in valori lunghi
da un’altra voce (ossia “tenuta” e per questo
chiamata “tenor”). Si raggiunse così un alto
grado di indipendenza delle voci, le quali
furono via via aumentate fino a giungere con
alcuni fiamminghi ad eccessi sbalorditivi:
Okeghem (1430 –1495) e Obrecht (14301506) hanno il primato in fatto di cerebrali
artifici ed acrobazie tecniche; da formidabili
maestri della loro arte arriveranno a
assemblare perfino quaranta voci in armonia
tra di loro. Ma se si tiene presente che il
risultato più convincente non si ottiene tanto
dall’aumento del numero delle voci quanto
dalla loro armoniosa interdipendenza, dalla
elasticità della loro articolazione - siano esse
solo due o tre o quattro (come in Dufay) - in
modo che l’insieme risulti unitario e
gradevole all’orecchio, allora il nostro
musicista può veramente essere definito il
primo, grande maestro del genere. A questo
risultato probabilmente concorsero, oltre alle
indispensabili doti innate, una serie di
50 Vita di Club
circostanze per così dire favorevoli. Si è già
scritto del fatto che nella sua formazione
confluirono il fatto di essere fiammingo per
nascita e francese per relazioni culturali;
abbiamo poi aggiunto che a ciò si sommò
tutto quanto di buono poteva scaturire
dall’incontro con la mentalità e l’aperta
sensibilità per il gusto melodico degli Italiani;
ma ciò non basta a giustificare il risultato:
l’altro elemento che completa il quadro
consiste nel fatto che Dufay raccoglie ed
elabora parte della cultura musicale d’Oltre
Manica, arrivata in Francia attraverso le
interminabili guerre franco–inglesi e dunque
l’occupazione inglese, nel corso del Trecento,
di territori della Francia settentrionale. Gli
inglesi avevano sviluppato anch’essi una loro
polifonia che, stranamente, si appoggiava su
accordi di terza e di sesta, evitati invece sul
continente come dissonanze. Invero da un
punto di vista tecnico ed intellettuale per
molti versi il polifonismo inglese era e rimase
di molto inferiore a quello continentale, ma
da un punto di vista per così dire fonico,
l’armonia per terze e seste, che venne
divulgata dal grande compositore inglese
John Dunstable (1370-1453) costituiva un
enorme progresso: l’orecchio non era
molestato, bensì lusingato da questa nuova
armonia, eufonica e soddisfacente, così
“piena” in confronto con le armonie “vuote”
di quarta e quinta in uso sul continente.
Ebbene,
con
l’umiltà
che
sa
contraddistinguere i grandi dai mediocri,
Dufay prende a prestito l’uso delle armonie di
terza e sesta della scuola inglese,
enfatizzandolo, e lo innesta sull’ormai evoluta
tecnica
contrappuntistica in uso sul
continente. L’arte di Dufay risulta alla fine
una sintesi decisiva, un nodo storico, nel
quale passano tutte le correnti vitali della
musica di quel tempo, che vengono
rielaborate, fuse tra di loro e che , così
reinterpretate, segnano, in senso musicale, il
passaggio tra il Gotico e l’Umanesimo. Di lui
dirà Massimo Mila, uno dei più eminenti
musicologi italiani del nostro secolo: “in più,
o forse per il fatto stesso di questa sua novità
in campo tecnico, c’è in Dufay una grandezza
assoluta di ispirazione, un valore artistico
pieno che fa di lui uno dei più grandi
musicisti di ogni tempo”.
Voci di donna
Primavere
Piogge iridescenti
Ritmano un silenzio sospeso
Come d’attesa.
Impetuoso zefiro spande
Luci e colori di nuvole
A inventare cortine di viola e turchino.
Vibrano le corolle
A cercare la linfa più nuova
E dalle nostre stanche spalle
Il peso degli anni ruina
A tessere trame
Di nuovo pulsare di sogni.
Leggi nello specchio il tuo volto segnato
Mentre il cuore continua a cantare
Eterna giovinezza
Franca Fabbri Marani
Donna
Bianca nuvola di seta
Leggera vai come il pensiero
Con passo danzante
Verso l’amore
Barbagli di luce
Nei tuoi capelli
Un roseo di pelle
Tra tulle e pizzi
Eterea creatura di sogno
Di iridi cangianti
Si colora al tuo cenno
Il grigio reale
Magico il tuo riso gorgoglia felicità
Pure sensazioni di vita dispensi.
Anna Mariotti Biondi
Vita di Club 51
Femminilità
Le splendevano gli occhi
al primo amore
- gemme al primo sole –
Grato era lo sguardo
di chi la guardava,
stupito, incredulo
di essere ricambiato,
non l’aveva sperato…
Tenera e timida
la sua mano
abbozzava una carezza.
Lei ridente e sfrontata
forte del trionfo
già pensava ad altro…
o a un altro?
Anna Mariotti Biondi
Un jardin enchanté
Les lilas étalent leurs chales de dentelle,
Glissent sous les baisers des bourdons,
S’échappent en coroles orientales
Au parfum suave d’ondées champêtres.
Pétrifiée de béatitude sous le soleil musclé,
Je m’invente d’autres paysages
Où les envols d’oliviers, le pépiement des nuages,
Le bruit des hommes au loin m’hypnotisent sur la colline.
Ton jardin est un don de bonheur:
Le vent déssine de radieuses chevauchées,
L’écho de l’air brise l’horizon,
Flottent dans la vallée les harpes vertes du printemps.
Yvette Gualtieri
52 Vita di Club
La Rimini che non c’è
MASCHI: un nome, un palazzo, una storia
Di Natascia A. Biondi
I
l turista colto, esemplare di una razza
in via d’estinzione nella Rimini dei
discotecari e dei tipi da spiaggia,
andando dal Tempio Malatestiano verso il
Museo Comunale, vede le rovine di Palazzo
Maschi, un vuoto involucro a cielo aperto,
preda di una vegetazione invadente e senza
scrupoli, un grande portone inesorabilmente
chiuso sul nulla, due grandi finestre ad
inferriate che inducono a guardare oltre come
se all’interno ci fosse il giardino incantato
delle favole dell’orco. Niente di tutto questo.
Una targa piccolissima avverte che il palazzo
è vittima dei bombardamenti del 1944-45,
cioè dell’insensatezza di una guerra lontana e
dell’incuria umana del presente. Quel portone
chiuso invita a risalire nel tempo per indagare
un nome, trovare una storia, dare voce e
corpo a uomini, che in quel palazzo vissero.
La storia di palazzo Maschi si rintraccia nel
Giornale di Rimino di Michelangelo Zanotti
(1783); ma da tempo aveva cambiato il suo
nome in palazzo Lettimi in quanto
apparteneva alla nobile famiglia Lettimi che
proprio nel 1783 lo sottopose a integrale
restauro. Iniziato nel 1500 circa avrebbe
dovuto essere ultimato nel 1513, ma Carlo
Maschi, il primo proprietario, non riuscì a
perfezionarlo come desiderava perché morì il
15 settembre 1514, proprio nel palazzo che
doveva diventare un simbolo illustre ed
imponente del successo ritrovato dalla nobile
famiglia riminese, dopo le alterne vicende di
cui era stata protagonista. Egli fu sepolto in
S. Francesco nella tomba dei Maschi presso
l’altare grande. Carlo Maschi, che durante la
sua vita aveva saputo riportare prestigio,
ricchezza e potere al suo casato, aveva fatto
scolpire un motto altisonante sopra le finestre
dell’ordine nobile in marmo NIHIL TAM
ALTE NATURA POSUIT QUO NON POSSIT
ENITI INCLYTA VIRTUS, niente la natura
fece di così alto dove non possa risplendere la
luce della virtù. Sopra l’ultima finestra
figurava lo stemma familiare tra le sue
iniziali; stemma ed iniziali furono cancellati
quando il palazzo passò ai Lettimi, che
provvidero a sostituirli con la scritta ET
MAGNANIMITAS,
e
a
sintetizzare
rapidamente la storia del palazzo con
un’iscrizione scolpita nella finestra di mezzo:
C. M. COE. e, dopo l’arma Lettimi, A. L.
PERF. ovvero Carolus Maschi coepit,
Andreas Lettimi perfecit. Ereditato dalla
moglie di Carlo Maschi, Violante Manfredi,
fu da lei lasciato in eredità alla figlia Ginevra,
maritata con Ludovico Marcheselli, essendo il
figlio Roberto morto senza successione; per
questa ragione il palazzo venne ereditato dai
figli della coppia, e di essi Carlo nel 1570 ne
fece dipingere una sala dal pittore
Vita di Club 53
faentino Marco Marchetti con le storiche
avventure di Scipione l’Africano. L’ultimo
rappresentante della famiglia Marcheselli,
Carlo Francesco, alla sua morte nel 1575,
lasciò palazzo Maschi alla propria consorte
Ludovica Rinalducci, e il secondo marito di
lei, conte Luigi Ricciardelli, patrizio riminese,
lo vendette il 10 febbraio 1745 per 3500
scudi. Il compratore Gabriele Franzi a sua
volta lo cedette ad Andrea Lettimi per 4700
scudi il 7 maggio 1770. Dei
Maschi
scomparve anche il nome. Il primo nome
dell’albero genealogico dei Maschi, è
Battista, originario di Sant’Agata Feltria; suo
figlio Guglielmo, il primo a trasferirsi a
Rimini con la famiglia, “egregius legum
doctor”, fece carriera al punto da essere eletto
avvocato concistoriale in Roma e da
intrecciare il suo destino con quello dei
Malatesti. Come procuratore di Carlo
Malatesta, signore di Rimini dal 1385 al
1429, Guglielmo, nel 1420, si presentò a
Firenze a papa Martino V, per prestare
giuramento di fedeltà in seguito alla conferma
del Vicariato di Osimo, di Laviina e di altri
luoghi ottenuta da Carlo per la sua preziosa
opera di mediazione durante il Grande
Scisma. Quando nel 1433 Sigismondo, re dei
Romani e d’Ungheria, al ritorno da Roma,
dove aveva ricevuto la corona imperiale per
mano di papa Eugenio IV, e diretto in
Germania al Concilio di Basilea, si fermò
per due giorni a Rimini, Sigismondo e
Malatesta Novello furono fatti cavalieri e
Guglielmo Maschi fu nominato conte
palatino, titolo valido anche per i suoi
discendenti e successori. Egli era infatti tra le
personalità che accompagnavano l’imperatore
da Rimini per la via di Ravenna fino al
fiume Savio dove avvenne la solenne
cerimonia. Guglielmo, per le sue particolari
doti di prudenza e saggezza, si meritò la stima
anche di Sigismondo Pandolfo Malatesti che
lo ammise nel suo consiglio segreto e gli
affidò incarichi vari fino alla morte che
avvenne prima del 28 marzo 1448. Dalla
prima moglie Ugolina Meliorati, nobile
famiglia di Rimini oriunda di Sassocorvaro,
aveva avuto tre figli: Roberto, Raniero,
Innocenza. Dalla seconda sposata nel 1435,
Costanza di Francesco di Ser Beltramino,
nobile riminese, altri tre figli: Battista,
Francesco e Giovanni Antonio. Roberto
Maschi, dottore in Legge, che dalla moglie
54 Vita di Club
Ginevra Ronconi ebbe due figli, Guglielmo e
Carlo ed una figlia Lucrezia, fu tenuto in
grande considerazione alla corte di
Sigismondo Pandolfo, fino ad essere eletto
suo segretario e incaricato di missioni
delicate. Nel 1458 Sigismondo, in guerra col
re Alfonso d’Aragona, lo inviò come proprio
procuratore presso Francesco Sforza, duca di
Milano, per stringere accordi di pace.
Avrebbe certamente continuato la sua
brillante carriera, se per colpa di su fratello
Raniero, la famiglia Maschi non fosse caduta
in disgrazia. Anche Raniero Maschi, dottore
in Legge, era tenuto in grande considerazione
da Sigismondo Pandolfo Malatesti, tanto da
essere inviato nel 1457 presso il doge di
Genova, Pietro da Campo Fregoso, perché
facesse pressione su Carlo VII re di Francia, e
lo convincesse a mandare il duca Giovanni
d’Angiò alla conquista della Sicilia.
Sigismondo intendeva procurare un potente
nemico a re Alfonso V d’Aragona, che con le
sue trame aveva fatto in modo di escludere i
Genovesi e il signore di Rimini dalla pace
generale stipulata a Lodi il 9 aprile 1454. E
Raniero Maschi fu talmente abile nella sua
missione da guadagnarsi la stima e la
benevolenza del doge, nonché la nomina di
suo vicario generale. Il governo di Pietro da
Campofregoso fu breve perché nel 1458
cedette la Repubblica allo stesso Giovanni
d’Angiò, che la resse a nome del re di
Francia. Così Raniero cadde in disgrazia
presso Sigismondo. Nel 1460 Raniero tornò
in Romagna e fissò la sua dimora a
Sant’Arcangelo, mantenendo il titolo di
vicario ducale a Genova dove nel frattempo i
Fregosi erano tornati al potere, dopo aver
scacciato i Francesi. Nel 1461 fu chiamato
dai Fiorentini alla loro podesteria; nello
stesso anno sposò Lucrezia Gualdi di Rimini,
senza tornare a Rimini, considerato com’era
un traditore da Sigismondo. Mentre
Sigismondo, stipendiato dagli Angioini, era
impegnato costantemente a difendere la città
dalle armi del papa e andava perdendo via via
i suoi castelli salvando la sola città di Rimini
con un territorio di non più di tre miglia
intorno, Raniero da Sant’Arcangelo tramava
contro di lui con il Piccolomini, nipote di Pio
II. Appena Sigismondo, al soldo dei
Veneziani, andò in Morea, l’antico
Peloponneso, a combattere gli Ottomani, che
avevano occupato Costantinopoli, il regno di
Trebisonda, la Bitinia ed altri luoghi
importanti, organizzò una congiura insieme
con Lamberto de’ Fullari, la quale però fu
rivelata ai consiglieri di Sigismondo. Il
signore di Rimini chiese aiuto ai Veneziani, i
quali, mentre egli partecipava alla guerra
contro i Turchi, mandarono duecento fanti a
fare la guardia alla città. La congiura venne
sventata, ma causò la rovina della famiglia
Maschi che dovette fuggire da Rimini, dopo
aver subito la confisca dei beni e la
demolizione della casa in contrada di Santa
Croce. Nel 1464, Roberto e i suoi figli
Guglielmo e Carlo si rifugiarono a Fano,
posseduta allora dalla Chiesa, ove in quello
stesso anno ottenne la podesteria. Morì il 24
novembre 1473. Raniero, in esilio, continuò
la sua carriera di giurista esperto e dotto. Lo
stesso Pio II lo fece suo scudiero e lo mandò
come capitano a Perugia, dove nel 1465 fu
governatore e poi podestà. A Perugia tra
l’altro pubblicò un’opera di materie legali.
Ranieri era anche un appassionato studioso di
letteratura classica e amava trascrivere di suo
pugno gli antichi testi. Nel secolo scorso
Luigi Tonini scoprì nella Biblioteca
Gambalunghiana un piccolo codice cartaceo
contenente l’opera Mirabilia Urbis e il De
Situ Germaniae di Tacito, firmato da Ranieri.
Inoltre nella prima carta di un altro codice
appartenuto a Ranieri, contenente l’opera sui
Feudi dell’Alvarotti, vi era una miniatura che
lo rappresentava inginocchiato davanti
all’immagine di S. Cristoforo e la didascalia
lo indicava come Capitano di Siena. Nel 1467
fu podestà a Lucca, nel 1468 di Bologna
dove rimase per circa due anni. Nel 1470
Alessandro Sforza, signore di Pesaro lo
raccomandò a Paolo II per il Senatorato di
Roma, ufficio che gli venne concesso. Nel
1471 Sisto IV ordinò al vescovo di Rieti,
governatore di Cesena, che Raniero ed altri
fuorusciti riminesi fossero risarciti dei danni
subiti con l’esilio, con le rendite dei beni di
Roberto Malatesti, figlio di Sigismondo,
allora signore di Rimini a dispetto della Corte
papale. Nell’agosto del 1473 fu podestà di
Bertinoro, Nel 1479 sottoscrisse i nuovi
Statuti dei Mercanti di panno, nel 1480 fu
podestà di Fano; di nuovo per un semestre
podestà di Bologna; fu podestà di Ascoli, di
Foligno e di Todi, di Rieti. Fu senatore in
Roma anche con Innocenzo VIII e notaio
della Santa Sede. Nel 1486 in qualità di
commissario
generale
delle
armi
ecclesiastiche, distrusse il castello
di
Nomento, abusivamente occupato dagli
Orsini. Nel 1488 fu mandato a Osimo come
governatore e castellano della nuova Rocca,
di cui egli stesso pose le fondamenta, dopo
essere stato al governo di Benevento. Nel
1490 fu nominato dall’arcivescovo di
Ravenna, Filasio Roverella, suo vice conte
per gli affari temporali in tutte le terre della
Romagna e della Marca di Ancona. Morì
prima del 1496 senza figli. Dopo la morte di
Roberto Maschi nel 1473, i suoi eredi,
Guglielmo e Carlo, rimasero a vivere a Fano.
Entrambi si dedicarono agli studi giuridici,
ma il primo dovette anche essere
appassionato di autori latini, come lo zio
Ranieri, dal momento che si ha notizia di una
sua trascrizione della Pharsalia di Lucano:
Guglielmo, citato col titolo di giusperito fin
dal 1478, nel 1486 divenne Capitano di Todi,
come annota il Garampi in una sua scheda:
Guillelmus de Maschis Doctor Arim. fit
Capit. Tuderti. Ebbe due figli, il primo di
nome Alfonso, il secondo, naturale, Maschio.
Carlo, sulla scia del padre Roberto e dello zio
Raniero, nel 1484 si laureò Dottore in Legge
a Perugia e come loro intraprese una
luminosa carriera; nel 1486 fu podestà di
Cesena; nel 1488, come conte palatino,
nominò notaio Cristoforo di Giuliano da
Gemmano, nel 1494 fu nominato cavaliere
dal duca Ercole d’Este di Ferrara e nel 1496
podestà di Perugia dal pontefice Alessandro
VI; nel 1498 fu podestà di Bologna. Quando
Cesare Borgia divenne signore della
Romagna, favorì i nobili riminesi perseguitati
dai Malatesti, infatti il 5 novembre 1501
elesse Carlo governatore di Rieti, Terni,
Amelia, Stroncone ed altri luoghi. Tornato in
patria l’anno successivo, fu inviato dal
Comune di Rimini come ambasciatore presso
il papa affinché chiedesse l’erezione del S.
Monte di Pietà per i bisognosi per evitare
l’usura degli Ebrei. Nel marzo del 1503 papa
Alessandro VI lo nominò senatore di Roma;
in questo ufficio era ancora in carica
quando fu eletto papa Giulio II, il quale lo
confermò per un semestre il 6 agosto 1504 e
gli affidò l’incarico di tornare a Rimini per
richiamarvi Pandolfo Malatesti, escludendo
così Cesare Borgia. Nel 1505 fu creato conte
del Sacro Palazzo Lateranense; nel 1506 fu
governatore di Città di Castello, nel 1507 di
Vita di Club 55
Norcia ed altri luoghi annessi. Poi abbandonò
quest’ufficio, preferendo tornare a Rimini con
la famiglia. Avendo ottenuto l’appalto di tutti
i proventi della Camera Apostolica in
Romagna, dal 1508 tenne la Tesoreria
pontificia insieme con Domenico di ser Paolo
Ugolini. Nel 1509, firmata la pace tra la Santa
Sede e la Repubblica Veneta, gli venne
affidato l’incarico di rappresentare al
pontefice la fedeltà dei Riminesi, che non
volevano essere assoggettati ad altra signoria.
Divenuto ricco e potente, Carlo volle
innalzare un monumento al proprio successo
e, nello stesso luogo dove i Malatesti avevano
fatto abbattere la dimora di suo padre in
contrada Santa Croce, fece edificare un
sontuoso palazzo su disegno del celebre
architetto Bramante; su di esso, per ricordare
la superbia e la tirannide dei Malatesti, fece
incidere a grandi lettere fregi e motti.
Ammalatosi però gravemente, il 22 agosto
1514
rinnovò
le
sue
disposizioni
testamentarie, riconoscendo anche
suo
nipote Maschio, figlio naturale del fratello;
sua figlia Lena, monaca nel monastero di S.
Biagio di Cesena, a cui lasciò 12 lire l’anno,
vestiario ogni tre anni e una veste di vassa o
di saglia ogni due anni; sua figlia Ginevra,
sposata con Lodovico Marcheselli, nobile
riminese; Battista, figlio di Giacomo, figlio
illegittimo di suo zio Battista. Eredi universali
vennero dichiarati la moglie e il figlio
Roberto. Ma le umane vicissitudini avrebbero
ben presto di nuovo segnato tragicamente il
nome dei Maschi. Sulla vita dell’ultimo
discendente della famiglia Maschi, Roberto,
figlio di Carlo di Roberto, si potrebbe scrivere
un romanzo o girare un tenebroso film
d’amore e morte. Il 15 marzo 1513 fu creato,
da papa Leone X, castellano della rocca di
Mondaino; ma il 17 aprile recatovisi per
prenderne possesso, ne fu impedito da tal
Giannino Corsico, custode lasciato dal suo
predecessore Gentile Sassatelli. Roberto
Maschi si trovò costretto a chiedere il
rimborso
delle
spese.
Si
sposò
successivamente con Caterina, figlia di
Francesco Bianchetti di nobilissimo casato
bolognese. Nel 1517 si trovava con lei nel
castello di Monteghiottone, diocesi di
Sarsina, quando credette di aver scoperto la
sua infedeltà e nel furore dei suoi ventitré
anni uccise la moglie a pugnalate. Fu bandito
per sei anni dallo Stato della Chiesa e gli
56 Vita di Club
furono confiscati i beni. Vagò di città in città,
Venezia,
Padova, Mantova, finché nel
giugno 1523 ottenne il perdono del papa
Doriano VI, che diede facoltà a Nicolò
Bonafede, vescovo di Chiusi e governatore di
Rimini, di liberarlo dalla pena alla quale era
stato condannato. La richiesta di restituzione
della dote della moglie Caterina da parte di
suo fratello, Carlo Bianchetti e della madre di
lei Elisabetta del conte Carlo di Pian di
Meleto venne accolta con decreto favorevole
dal Presidente della Romagna al quale si
erano appellati; Violante, madre di Roberto,
accusata di aver provocato l’uccisione della
nuora, fu condotta per mano del bargello nel
Monastero delle suore di S. Agostino e per
risarcire i Bianchetti della dote fu costretta ad
alienare i suoi beni. Intanto Roberto venne
anche accusato di aver inviato dei chierici ad
uccidere il marito della sorella, Lodovico
Marcheselli. Quelli, una volta scoperti,
vennero condotti a Rimini dove furono poi
decapitati. Le liti cessarono dopo nove anni
in seguito ad una transazione che fu stipulata
a Roma il 29 dicembre 1526, con cui Roberto
venne assolto. Ma dopo qualche tempo
Roberto era di nuovo incappato nelle maglie
della giustizia, poiché nel 1528 lo troviamo
relegato nelle galere pontificie. Per liberarlo
un gruppo di gentiluomini riminesi, tra cui
Giovanni Benzi e Antonio Diotallevi, garantì
che egli non avrebbe più offeso Carlo
Bianchetti né altro consanguineo fino al terzo
grado pena il pagamento di mille ducati.
Infatti Roberto, confinato a Genova, dovette
promettere di non allontanarsi di là. Filippo
Doria affidò a Roberto il comando di due
navi per portare rinforzi, contro gli
infedeli, alla flotta comandata da Andrea
Doria in qualità di ammiraglio di Carlo V. La
fine di Roberto è tragica: << Essendo stata
combattuta e presa la galea, ch’era
genovese, da Corsali Turcheschi, essendo
esso preso con molti altri tentò di fuggire
tutti insieme in una certa occasione, i Corsali
accortisi di questo, fra l’altro tagliarono a
tutti, come si dice, la testa >>. Con Roberto,
che morì all’età di circa trentasei anni, si
estinse la famiglia Maschi.
Vivere l’amicizia
GITA IN CAMPAGNA: porchetta al vernacolo!
Di Franca Marani
S
abato 2 giugno pomeriggio lionistico
in casa Biondi. Sarebbe più
appropriato chiamarla villa, ma
volutamente dico casa perché è questo che si
respira in ogni angolo di quel paradiso dove
vivono Anna e Nino. C’è un sapore di antiche
atmosfere nell’edificio rosa antico, circondato
da un ampio portico le cui arcate si aprono su
un giardino curatissimo (il regno dell’Anna)
lussureggiante per infinite varietà di verde e
per l’abbondanza di fiori dai più svariati
colori e sfumature. Un sapore di antiche
atmosfere che viene ripreso nelle tovaglie
romagnole stampate a ruggine, nei centro tavola di pane che accolgono ginestre,
lavanda e mentuccia, nei fasci di spighe di
pane inframmezzati di ranuncoli blu e gialli (i
colori lionistici) e nei due grandi fiocchi di
pane ai lati della porta in cui sono inseriti
mazzi di fiori pure gialli e blu. È un sapore di
genuinità antica che si ripropone nella calda
accoglienza dei padroni di casa e che subito è
condivisa dagli ospiti in un clima di festosa
allegria che si esprime in abbracci, discorsi,
richiami, risate… Arrivano infine anche i
tanto attesi fini dicitori: il noto poeta
dialettale Valderico Vittorio Mazzotti,
accompagnato
dal
figlio
Fernando,
l’introduttore collaborante Emilio Bracconi,
che si rivelerà lettore dalla straordinaria voce
calda e suadente e il regista Gabriele
Bianchini, che, ad un certo punto, dimenticata
l’ottima regia, ci offrirà, col suo sorriso
spontaneo e saputo insieme, sapide recitazioni
di brani oltremodo divertenti e giocosi quali
“La Mafalda”. Seguono i componenti del trio
“Amarcord”: Mario Venturelli (violino),
Sergio Giorgetti (Fisarmonica), Pierino Neri
(chitarra) che realizzeranno esecuzioni di
vario genere, molto gradite e apprezzate dai
presenti. Si può quindi dare inizio alla
cosiddetta merenda che si rivela una
gustosissima ed abbondante cena all’insegna
di una strepitosa porchetta calda, un gustoso
salame, verdure gratinate con piada, pecorino
saporito accompagnato dalle fave, crudités in
pinzimonio ed infine dolci squisiti creati dalle
esperte mani delle Signore. Il tutto si
conclude con l’ottimo irish coffee preparato
dall’Elide mediante l’ormai mitico Bimbi. Un
poco ottenebrati dal cibo e da un Rosso
generoso, riacutizziamo la nostra attenzione
quando sotto un’improvvisa pioggerella
estiva vediamo comparire Nino sul trattorino,
avvolto in una cerata gialla, ovviamente per
mantenere il richiamo al mondo lionistico.
Sul trattorino è trasportato un acero rosso che
il Presidente spiega essere il dono del Club
per l’Anna e il cui significato viene esplicato
in una targa in terracotta che reca una
massima in dialetto, mirabilmente letta da
Valderico Mazzotti, che suona così: <<Da na
radga daguêda da i amigh e’ nas na bêla
pienta>> (da una radice annaffiata
dall’amicizia nasce una bella pianta). Intanto
Segretario, Tesoriere e Consigliere si armano
Vita di Club 57
di vanga e badile e la piantano in un
battibaleno.
Da questo momento inizia il recital di questo
piacevole e arguto poeta dialettale, che sa
cantare le radici della sua terra, sa far rivivere
con
inimitabile
vivezza
personaggi
indimenticabili quali Malett, pronti ad offrire
un piatto di minestra a chiunque lo
domandasse e a far pagare solo i signori, sa
toccare i nostri cuori con la gentilezza di
tratto con cui ci racconta la compagna della
sua vita, il cui elogio viene trasformato in un
omaggio a tutte le Signore ed alla femminilità
in genere. Ascoltando questa composizione
che arriva al cuore si capiscono tante cose e si
riesce a leggere meglio quel forte senso di
unità familiare, uno dei valori più cari alla
nostra gente, che già avevamo percepito con
immediatezza quando Fernando aveva
presentato il padre, con uno scintillio di
amore – orgoglio negli occhi intensamente
azzurri, mentre ce lo descriveva come un
uomo e un artista straordinario, capace anche
di una mimesi e doti interpretative che non
sarebbero potute sfuggire come potenzialità
ad un regista che l’avesse potuto conoscere.
Dopo le numerose poesie, tutte così diverse
eppure così unitarie nella matrice di una
grande umanità, composte nella lingua più
povera ed umile, ma anche più calda e
genuina, inframmezzate da brani musicali ora
di una dolcezza struggente ora di un brio
coinvolgente, da alcune poesie intensamente
affettive
recitate
da
Fernando
(indimenticabile quel “Vicino è quel giorno /
che busserò alla tua porta / ospite e non
padrone” rivolto alla figlia Silvia), e da
introduzioni di Bracconi e Bianchini, si arriva
al clou della serata: la straordinaria,
imperdibile,
sorprendente
recitazione
dell’INFERNO dantesco, reinterpretato, più
58 Vita di Club
che tradotto, in lingua dialettale, che si
conclude con il verso <<e pù a sò chésch per
tera cumè un blach>>, il quale traduce il
notissimo <<e caddi come corpo morto
cade>>, una vera perla.
A questo punto è sopraggiunta la notte, ma
nessuno se n’è accorto; al momento del
congedo non ci sono stelle nel cielo, ma
portiamo con noi insieme all’omaggio
floreale dell’Anna tante luci dentro il cuore.
Un mosaico di luci che come in un puzzle
costituiscono gli elementi fondanti che
compongono la trama del nostro esistere: la
calda accoglienza di due cari amici, il respiro
dell’affetto e dell’amicizia, la festosa gioia
dello stare insieme, la forza stabilizzante dei
valori e degli affetti cantati dai Mazzotti
padre e figlio, la dolcissima analisi degli
infiniti aspetti dell’amore contenuta nei versi
di Prévert recitati da Bracconi, la giocosa ed
ilare
presentazione
di
personaggi
boccacceschi fatta da Bianchini e soprattutto
la complessità dell’universo dantesco tradotto
con impagabile immediatezza nell’eloquio
della quotidianità e pertanto calato nel vissuto
di ogni uomo, specie di colui che è meno
colto, ma forse proprio per questo più
autentico e più vero. Mentre ci allontaniamo
risuonano ancora nel cuore e nella mente le
struggenti note del violino, il suono amico
della fisarmonica, gli accordi nostalgici della
chitarra in un’armonia che è l’armonia che
ognuno porta dentro di sé come universo –
uomo.
“Da na radga
daquêda da i amigh
e’ nas na bêla pienta”
Inferno, canto V
“La piò gran disgrèzia cla capitarà”
la m'à det, “l'è d'arcurdès di bei mument
quand t'si te' còimi dl'infelicità.
Mo st'è chera c'am faza avnì in ment
cumè ch'e' prinzipie e' nost afet,
at racuntarò pianzend t6t quel c'am sent.
A lizimi un bel dè, dasdèi te' let,
e' rumanz 'd Lancilot cun la su bela,
senza c'avesmi l'ombra de' suspet.
Me, lizend, a pardeva la favela,
e ló e' trimèva t6tt cumè una foja
e sempra piò us strinzeva a la sutanela.
Quand c'a lizesmi che cla bela gioja
la s fasevabase da che zuvnot,
Pevol, ch'e' per inveci c'u n'in voja,
um dasé un bés ben lòngh e pù un
scricot:
l'è andèda a fnì cumè c'a immazineva,
ch' em cius e' libri e...bonanot scufiot"
E intent che la Francesca la zcureva,
ló e' pianziva fort cumè un tabach
e mè ò sintì la testa c'la m zireva
e pù a sò chésch per tera cumè un blach.
Vita di Club 59
Alla figlia Silvia, per i suoi 21 anni
17 giugno 1993
Mi vieni incontro
Dolce e trasparente
come un'onda tranquilla
e gli occhi rubano
al tuo sorriso una scintilla.
Pizzica il naso
la tua chioma bionda,
ma mentre la mano lenta la dipana
un balzo, un frullo...
e sei lontana.
Vicino è quel giorno
che busserò alla tua porta
ospite e non padrone.
Sorriderò se ridi,
sorriderò se piangi,
il passo mio non sporcherà
i tuoi sentieri bianchi.
Dalla fragile notte
non ti proteggerò
con l’ansia di un respiro
sospeso dietro
una porta chiusa
ma ti affiderò
ai tuoi ricordi più belli,
nell’attesa
che il forte mattino
ti insegni la via giusta.
Darti vorrei
Consigli, idee, suggerimenti.
Ti guardo, taccio
e stringo forte i denti.
Maestro per te sarà,
ti piaccia o non ti piaccia
solo quel muro
in cui sbatterai la faccia.
Ma il tuo futuro
non mi fa paura.
La tua sensibilità
è la tua vera forza.
Potranno distruggere
le tue realtà ,
non potranno, mai,
distruggere i tuoi sogni.
Fernando Mazzotti
60 Vita di Club
Charter Night 29 Giugno 2001
Teatro e Castello di Montefiore Conca
Programma
Partenza in pullman da Rimini per Montefiore
1° Nel Teatro si svolge la parte “ufficiale” della Serata
con le formalità di rito, alla presenza delle massime
Autorità Pubbliche e Civili di Rimini e di Montefiore
2° Viene assegnato il “Premio Vitale” per cultori di musica,
a due Studenti particolarmente distintisi
per impegno, buona volontà e notevoli capacità professionali.
Il premio è stato istituito
dal Socio Cav. Vitale Vitale e dalla Sig.ra Eugenia
3 ° Al Castello continua la Serata di Gala
con una Cena “splendida”, buona conversazione e tante sorprese…
all’insegna del motto
“Servire lo Spirito per Servire meglio”…
4°
Viene distribuito a Tutti i Soci
un Ricordo
del Ventennale (1981 – 2001) del Nostro Club
Rientro a Rimini in pullman
Buona estate a tutti!
Vita di Club 61
si congeda, salutando festosamente…ammiratori e non…
62 Vita di Club
FINITO DI STAMPARE
NEL MESE DI GIUGNO 2001
PRESSO RAMBERTI ARTI GRAFICHE – VISERBA DI RIMINI
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Il Club e l`arte