la Biblioteca di via Senato mensile, anno vii Milano n. 5 – maggio 2015 BVS: FONDO SORGE DELFICO Gli eroi del Notturno nell’isola dei morti di luCAPIVA BIBLIOFILIA Attraverso l’Italia con fra Leandro di giancarlo petrella BVS: FONDO MODERNO Pinocchio: Tallone e gli “Angeli del fango” di massimo gatta IL LIBRO DEL MESE La filosofia di un altro Occidente di giovanni sessa BVS: EDIZIONI DI PREGIO L’assordante silenzio del torchio di massimo gatta L’arte di stampare libri per l’eternità di luca pietro nicoletti ISSN 2036-1394 la Biblioteca di via Senato – Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VII – N.5/62 – MILANO, MAGGIO 2015 Sommario 4 BvS: Fondo Sorge Delfico GLI EROI DEL NOTTURNO NELL’ISOLA DEI MORTI di LuV> Piva 12 Bibliofilia ATTRAVERSO LO STIVALE CON FRA LEANDRO di Giancarlo Petrella 24 BvS: Fondo moderno di edizioni di pregio PINOCCHIO: TALLONE E GLI “ANGELI DEL FANGO” di Massimo Gatta 33 IN SEDICESIMO – Le rubriche LE MOSTRE, LA PUBBLICAZIONE DEL MESE, L’INIZIATIVA DEL MESE a cura di Luca Pietro Nicoletti e Gianfranco de Turris 50 Il libro del mese LA DIVERSA FILOSOFIA DI UN PROFONDO E ALTRO OCCIDENTE di Giovanni Sessa 56 BvS: Fondo moderno di edizioni di pregio L’ASSORDANTE SILENZIO DEL MAGICO TORCHIO di Massimo Gatta 65 BvS: Fondo moderno di edizioni di pregio L’ARTE DI STAMPARE LIBRI PER L’ETERNITÀ di Luca Pietro Nicoletti 70 BvS: il ristoro del buon lettore UNA CUCINA DI PASSIONE, UN RICORDO DEL CUORE di Gianluca Montinaro 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione Biblioteca di via Senato Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Presidente Marcello Dell’Utri Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Coordinamento pubblicità Ines Lattuada Margherita Savarese Progetto grafico Elena Buffa Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Immagine di copertina Collage di diverse storiche edizioni del Pinocchio di Carlo Collodi Stampato in Italia © 2015 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Per ricevere a domicilio (con il solo rimborso delle spese di spedizione, pari a 27 euro) gli undici numeri annuali della rivista «la Biblioteca di via Senato» scrivere a: [email protected] L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Editoriale È di poche settimane fa la polemica sulle frasi pronunciate da alcuni vecchi partigiani e da Laura Boldrini, in occasione di una cerimonia per il settantesimo anniversario della “liberazione”. Uno fra gli ex combattenti si è rivolto al presidente della Camera bassa, chiedendo l’abbattimento dell’obelisco del Foro italico, monumento d’epoca fascista sul quale campeggia l’iscrizione «Mussolini dux». A onor del vero (a dispetto di quanto scritto da alcuni) Laura Boldrini di fronte a questa richiesta è apparsa imbarazzata, e ha prontamente replicato con un «perlomeno togliere la scritta». Appare ovvio (non solo ai lettori di de Felice ma a tutte le persone ragionevoli) che le vestigia della Storia non si abbattono, perché in ogni caso non la si muta né cancella. Come ugualmente non si bruciano libri. Né si prendono a cannonate statue. Né, ovviamente, si eradono (come facevano i sacerdoti egiziani sui muri dei templi coi nomi dei faraoni scomodi) scritte. Tali azioni, così stupide, sciagurate e inutili, possono essere solo perpetrate da fanatici che non hanno il senso della Storia (come i terroristi dell’Isis). C’è però un’altra questione, tutta italiana. Ogni anno, in occasione della ricorrenza del 25 aprile, immancabile, arriva la polemica a rinfocolare antiche divisioni e vecchie ideologie. Quest’anno la frase di un ottenebrato anziano nonnetto. L’anno scorso la pretesa dell’Anpi che anche i negozi delle città turistiche rimanessero chiusi. Due anni fa la richiesta che i politici di centro-destra non presenziassero alle cerimonie. E così via... Per fortuna, rispetto al 1945, la Storia della nostra nazione ha fatto passi avanti, nonostante ci sia ancora chi vorrebbe continuare a eternare uno scontro fra “bene e male”. Che l’Italia visse la tragedia della guerra civile è fatto accettato dalla maggior parte degli storici. E che i morti delle due parti debbano esser considerati con uguale rispetto – credo – sia doveroso atto di memoria e pietà. Non rimane altro che voltare pagina, magari sostituendo la festa del 25 aprile con una giornata dell’orgoglio italiano (o anche europeo!). Perché l’Italia e i suoi giovani non hanno bisogno di continuare a vivere in un passato che, per colpa di qualcuno, proprio non vuol passare. Gianluca Montinaro 4 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 BvS: Fondo Sorge Delfico GLI EROI DEL NOTTURNO NELL’ISOLA DEI MORTI Un viaggio attraverso l’iconografia dannunziana LU PIVA «O sorella, perché due volte mi hai deluso?». Con queste parole di biasimo rivolte alla morte, colpevole di averlo ancora una volta trascurato per rapire un’altro dei suoi più cari commilitoni, Gabriele d’Annunzio diede inizio alla stesura del Notturno (opera che la Biblioteca di via Senato conserva nella prima edizione, impreziosita dalle magnifiche illustrazioni di Adolfo De Carolis), il “comentario delle tènebre” dalla genesi leggendaria che, pubblicato da Treves nel 1921, avrebbe riscosso un impetuoso successo editoriale e posto un termine inatteso al tratto più fertile della sua biografia artistica. Si era nel febbraio del 1916, sul fronte italiano infuriava il primo anno di guerra e il poeta, ferito gravemente agli occhi in un incidente di volo, costretto all’immobilità, al silenzio e al buio, disteso sul suo letto di infermo nella casa rossa in riva al Canal Grande scriveva alla cieca sopra più che diecimila strisce di carta, ritagliate in modo che potessero servire da guida alla mano che reggeva la penna «et in tenebris». In bocca a moltitudini di altri scrittori la stessa sentenza avrebbe potuto suonare come un ambiguo gioco letterario: non in quella dell’uomo che scolpì la sua vita attimo per attimo, se ne ineNella pagina accanto: una delle numerose illustrazioni elaborate da Adolfo De Carolis (1874-1928) per il Notturno dannunziano (Milano, Treves, 1921) briò fino all’ultima goccia e, nei lunghi mesi di guerra, andò ad oltranza, caparbiamente e invano, ad offrirla alla sua Patria nel nome di una passione divorante e implacabile. D’Annunzio fu soldato valoroso per terra, mare e cielo, ma particolarmente vicina al suo temperamento sembra essere stata l’arma aerea, che associava al cimento della battaglia l’avventura del volo e riconduceva la contesa fra nemici a una sfida di coraggio e destrezza tale da suggerire corrispondenze epiche anche a immaginazioni meno accese. Per pagine e pagine che hanno lo splendore brunito del bronzo il Notturno procede con il passo di un requiem, scandito dalle apparizioni degli aviatori caduti che introducono a resoconti nei quali nulla è dissimulato dell’atroce sapore della morte violenta. Una visita al cimitero di Venezia ospitato nell’isola di San Michele, «dove il Gran Becchino attinge l’acqua triste con una secchia di vetro forato», ci consente di accostare questi fatti lontani per una via più concreta di quella che ci offre la parola scritta. A pochi passi dall’approdo dove sostano i battelli che provengono dalle Fondamenta Nuove si incontra il recinto dei soldati di mare: qui tre tombe si distinguono fra le altre in virtù di caratteri comuni che le riconducono a una medesima vicenda. Ciascuna di esse si compone di una stele in pietra d’Istria, variata nella modanatura dello zoccolo e nella sagoma del fastigio, alla sommità della quale è incastonata una lastra di bronzo ornata da figu- 6 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 Sopra e nella pagina accanto: altre illustrazioni, opera di Adolfo De Carolis (1874-1928), tratte dal Notturno di Gabriele d’Annunzio (Milano, Treves, 1921) re modellate in altorilievo. Rose dalla salsedine e dal sole, slavate dalla pioggia, le lapidi presentano una superficie frusta che rende a tratti incerta la lettura delle epigrafi che vi furono intagliate: GIGI BOLOGNA TENENTE DI VASCELLO PILOTA COMANDANTE DI AVIATORI CONDVSSE LA SUA ALA ATTRAVERSO LA GVERRA CON ESSA COMBATTE’ INTERA PER ESSA DONO’ OLTRE OGNI FIAM MA LA VITA LAGVNA DI VENEZIA XXIII VII MCMXXI QVI SI SCIOGLIE IL PESO MORTA LE DEL TENENTE DI VASCELLO GIVSEPPE MIRAGLIA CHE EBBE D’ICARO L’ANIMO E LA SORTE MA LE SVE ALI IMMORTALI SOL CANO TVTTAVIA IL CIELO DEL LA PATRIA SOPRA IL MARE LIBE RATO XXI GIVGNO MDCCCLXXXIII XXI DECEMBRE MCMXV IL CAPITANO DEL GENIO NAVA LE LUIGI BRESCIANI LE SVE NO VISSIME ARMI ALATE NON CO STRVIVA SE NON PER MEGLIO COMBATTERE E ALL’ARTE SVA EROICA SACRIFICO’ LA SVA CANDIDA VITA XII MARZO MDCCCLXXXVIII III APRILE MCMXVI maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano I nomi di questi tre ufficiali sono familiari ai lettori del Notturno e della Licenza della Leda senza Cigno (che fu pubblicata da Treves nel 1916 e ne anticipò l’argomento e la forma): in ambedue il ricordo dei tre «volatori di battaglia» echeggia di paragrafo in paragrafo, sorgendo dall’ombra con il suo bagaglio di pena per imprigionare il poeta in un intrico spietato di immagini luttuose. Il torinese Luigi Bologna pilotava l’idrovolante a bordo del quale d’Annunzio subì l’incidente che, togliendogli temporaneamente la vista, diede inizio alle sue vicissitudini di Orbo Veggente; passato incolume attraverso innumerevoli rischi di guerra, cadde durante un volo di prova in tempo di pace. L’ingegnere Luigi Bresciani, veronese, fu aviatore e costruttore d’aerei e cadde collaudando uno dei prototipi che aveva progettato; il giorno precedente si era recato a visitare il poeta malato, che nel Notturno rievoca l’episodio ammantandolo di oscuri presagi. Giuseppe Miraglia, romagnolo di Lugo, fu il «fratello d’armi» che guidò il biplano di d’Annunzio nei primi mesi di 7 8 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 Sopra: le tre steli funebri di Luigi Bologna, Giuseppe Miraglia e Luigi Bresciani, al cimitero di San Michele (Venezia). Nella pagina accanto: i particolari dei bronzi, opera di Achille Tamburlini guerra, il «compagno alato» che prima di divenire «nero silenzio» era stato «l’unico suo pari nell’amore del fato». Cadde alla vigilia di una impresa che avrebbe dovuto condurli entrambi a una spericolata incursione sul cielo di Zara: la sua morte ispira la parte iniziale del Notturno, gravandola con le immagini martellanti della veglia funebre, del trasporto e della sepoltura, sulle quali il poeta si arrovella nelle settimane trascorse al buio. Il cippo di Miraglia, che sarebbe servito da modello per gli altri due, fu disegnato da d’Annunzio medesimo: il suo schizzo è riprodotto nell’edizione dei Taccuini pubblicata da Mondadori nel 1965. L’esecuzione, completata in meno di trenta giorni, fu affidata all’esule triestino Achille Tamburlini, uno scultore formatosi fra l’accademia di Brera e quella di Monaco di Baviera, del quale si usa citare quale unica opera degna di memoria il monumento all’esploratore Francesco Querini, attualmente collocato, a Venezia, all’ingresso dei giardini napoleo- nici. Non dunque uno dei celebri maestri con i quali il poeta intratteneva rapporti di consuetudine, ma il versatile titolare di una di quelle botteghe che in città si prestavano a sbrigare qualsiasi commissione legata all’ambito della statuaria e della plastica ornamentale, e che fu capace di consegnare il lavoro nel poco tempo prescritto. Nel taccuino XCII rimane annotato il testo dell’orazione pronunciata dal poeta sulla sepoltura dell’amico un mese dopo la sua morte. In essa il Vate ribadisce il suo ruolo determinante nella creazione del monumento: San Michele: nel Trigesimo. G.M. Abbiamo dato a questo cippo la foggia romana, e con vigore romano il tagliapietra della Laguna v’a intagliato le modanature del plinto. E due furono gli artefici di quest’opera improvvisa che quasi a miracolo abbiamo potuto inalzare su la sepoltura del nostro compagno nel trigesimo del suo trapasso. Il primo artefice fu l’Amore, che tutto può, tutto dona e - come diceva il Mistico, come ben sa- maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano peva l’eroe tumulato - sopra ogni cosa vuol donare sé stesso. Fu il secondo un figliuolo di Trieste elettissimo, un fuoriuscito della città santa, un nato del popolo che aspetta in schiavitù; e, per amor dell’Amore, egli ha scelto la miglior pietra, aguzzato il suo miglior scalpello, vegliato ed aiutato il fuoco nella notte con la sua ansia, fatto vigilia d’ogni suo giorno, lavorato fino a quest’ora, sicché del suo sforzo devoto pare ancor caldo il metallo. Nella cavità dove gli antichi nostri solevano porre il simulacro del defunto o alcuna immagine familiare, abbiamo incastrato il braccio nervoso d’Icaro che tende l’ala cadevole verso la luce con l’ultimo sussulto del suo ardire mentre il capo chiomato già gli si rovescia nella vertigine dell’ombra. Inciso è nel fondo il richiamo di Dedalo, che vede il giovine avido andare troppo oltre, salire troppo alto: Icaro! Icaro! Nei bronzi di Tamburlini è riconoscibile una affinità iconografica con le celebri illustrazioni realizzate dal pittore Adolfo de Carolis per decorare la prima edizione del Notturno, dove incontriamo un analogo repertorio di ali protese, nudità eroiche, volti assorti e stremati. I rilievi di San Michele traducono queste figure in un trasparente congegno allegorico che associa un’ala ferita al capitano Bologna, Dedalo a Bresciani e Icaro a Miraglia; le incisioni di De Carolis intrecciano una più enigmatica trama di allusioni simboliche che coinvolgono la cecità, il buio, la notte, il sonno, la morte, l’ombra severa del destino distesa sopra chi oppone il coraggio alle minacce che si nascondono nell’ignoto. In questo vocabolario di immagini risuona già la voce della prolifica famiglia di monumenti, eretti nelle piazze di ogni contrada d’Italia, che negli anni fra le due guerre sarebbero stati l’altare del culto dei caduti, sostituendo al consueto ritratto realistico di un condottiero o di un personaggio eminente la rappresentazione dell’eroismo collettivo, affidata ad una commistione di corpi e di spiriti caratteristica dell’arte sacra. I due gruppi di opere sono accumunati anche da una assonanza stilistica: entrambi appaiono im- 9 10 Sopra: lo schizzo di d'Annunzio per il cippo di Giuseppe Miraglia, pubblicato nei Taccuini (editi per la prima volta da Mondadori nel 1965). Nella pagina accanto: la stele funebre di Giuseppe Miraglia (Venezia, cimitero di San Michele) muni da qualsiasi ipotesi di tardo impressionismo o avanguardia, così come da quel connubio di scrupolo naturalistico e mollezza floreale che fu la lingua franca della belle époque, e abbracciano senza riluttanza un classicismo maturo ed eloquente. La chiave per interpretare questa scelta di linguaggio può venire dal richiamo alla romanità, conio d’italianità primigenia e sovrana, che apre la la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 pagina di appunti sopra citata. Dalla metà dell’Ottocento l’arte europea aveva conosciuto un incessante avvicendarsi di stili che, rincorrendo forme sempre nuove e inconsuete, diede voce al desiderio di distinzione di ceti emergenti che il tramonto dell’ancien régime aveva condotto alla prosperità prima che al prestigio sociale; d’Annunzio vide nella guerra un principio di coesione nazionale in grado di revocare qualsiasi motivo di dissidio interno, e ritenne di doverla celebrare utilizzando precisamente quel repertorio di forme nel quale per venticinque secoli tutto intero un popolo aveva riconosciuto il volto di ciò che è solenne e sacro. Il maestro di ricercata eleganza che aveva dato lezione alle prime generazioni di figli del giovane regno d’Italia, il campione di ludi mondani che vi aveva introdotto le ultime novità della cultura d’oltralpe, l’audace librettista dei Balletti Russi che aveva sedotto il pubblico parigino più capriccioso e cosmopolita, ritenne che fosse giunto il momento di chiudere la stagione degli stili avventizi per restituire l’arte nazionale alla sua lingua madre: non fu una svolta, ma la conferma del fondamento classico da sempre alla base della cultura artistica dannunziana, rimasto intatto e nudo dopo che il fuoco delle prime battaglie aveva consumato gli ornamenti con cui lo aveva abbigliato il gusto effimero dell’epoca “della vita leggera” che la guerra improvvisamente travolse. La visita a uno qualsiasi dei cimiteri monumentali cresciuti accanto alle nostre città fra Otto e Novecento ci offre un singolare punto di vista sulla storia dell’arte: qui molte delle opere capitali sulle quali si suole misurare l’evoluzione della pittura e della scultura lungo i cento anni a cavallo dei due secoli apparirebbero straniere, espressione del gusto di una élite isolata e lontana dalla vita del suo tempo; qui, nella casa di tutti, ha mantenuto corso più a lungo che altrove un idioma figurativo largamente condiviso, capace di rivolgersi schiettamente a tutto il corpo della nazione. A questo corpo che chiamava Patria, composto di uomini affratellati maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano dalla lotta contro le forze ostili e reso sacro dal fiume di spirito e di sangue che percorre e feconda le generazioni, il poeta soldato riteneva di dovere una devozione assoluta, da testimoniare a prezzo del più oneroso dei sacrifici: «Il Sacrifizio era venuto a prender posto tra i Penati. Non volgemmo il capo per ignorare la sua presenza. Ma ci avvicinammo a lui, gli togliemmo il velo, e lo guardammo con pupille ferme […] La soglia della casa e il confine della patria erano una sola santità che poteva essere profanata. Bisognava sorgere e combattere». Ben oltre i rassicuranti confini della letteratura, d’Annunzio diede seguito ai suoi propositi dapprima dedicando la sua energia e il suo genio alla campagna a favore dell’intervento, che tanto pro- 11 fitto avrebbe fruttato alla causa anglofrancese e tanto danno all’Europa; poi, andando a pagare in prima linea il suo debito con la guerra che aveva temerariamente invocato, senza dare segno mai di preferire la sorte di Dedalo a quella di Icaro. Al Vate non toccò la «morte bella» attesa con tanta fermezza, ma le pagine del Notturno e della Licenza conservano il diario lirico dei giorni in cui dentro di lui cominciò a morire il poeta padrone di un inestinguibile vigore creativo che sapeva cogliere qualsiasi frammento di realtà per tramutarlo in «qualcosa di lontano e di sacro», e a nascere in cambio un uomo diverso, prodigo e cruento abitatore del confine dove vita e morte sono «confuse come il giorno e la notte si confondono nella zona dell’alba». IL FONDO SORGE DELFICO ALLA BIBLIOTECA DI VIA SENATO a Biblioteca di via Senato conserva la quasi totalità delle prime edizioni delle opera di Gabriele d’Annunzio. Fra queste anche quella del Notturno e della Licenza della Leda senza Cigno. Molte fra le ‘rarità dannunziane’ afferiscono al ricco Fondo Sorge Delfico. Inaugurato da donna Vinca Sorge Delfico (1861-1911) e poi notevolmente accresciuto dalla nipote Paola (1930-2007), il Fondo è giunto alla Biblioteca di via Senato nel 1999. Discendente del grande pensatore Melchiorre Delfico, Vinca Sorge fu durante gli ultimi venti an- L ni dell’Ottocento la musa ispiratrice dell’arte in Abruzzo, stimolando e arricchendo con la sua presenza il cenacolo degli artisti, musicisti e scrittori che si riunivano nel Convento di Francesco Paolo Michetti a Francavilla a Mare. Sicuramente, di lei si invaghì il giovane d’Annunzio che non smise mai di corteggiarla, benché fosse già sposata con Simone Sorge. La nipote Paola ne ha custodito fedelmente la memoria e ne ha arricchito la raccolta, collezionando anche alcuni cimeli (oltre a pubblicare le vibranti lettere che d’Annunzio aveva scritto alla nonna.). Il Fondo è costituito da 800 volumi: per più della metà si tratta delle opere del grande poeta (nelle varie edizioni, anche quelle non autorizzate), e il resto da opere di critica e testi biografici su di lui. Sono comprese le riviste sulle quali sono stati pubblicati gli interventi del Vate. Al suo interno spicca il manoscritto originale di Sur une image de la France croisée peinte par Romaine Brooks, testo redatto nel marzo 1915 per offrire un sostegno economico alla Croce rossa francese sui campi di battaglia. G.M. 12 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 Bibliofilia ATTRAVERSO LO STIVALE CON FRA LEANDRO La Descrittione di tutta Italia, baedeker del XVI secolo GIANCARLO PETRELLA Seconda e ultima parte. La prima parte è stata pubblicata sul numero di aprile 2015 N el giugno del 1525 Francesco Silvestri da Ferrara, nuovo generale dell’Ordine dei Predicatori, decise di visitare i conventi sparsi nelle diverse province della penisola. Il viaggio rientrava tra i primi compiti cui era chiamata la più alta carica dell’Ordine e non rappresentava un evento in sé straordinario. A differenza dei predecessori, il Silvestri non avrebbe però limitato la visita a una sola provincia, ma intrapreso un viaggio lungo e faticoso che da Roma, dove risiedeva, lo avrebbe portato nell’Italia meridionale, fino in Sicilia; quindi, risalendo lungo la penisola, nell’Italia centrale, nella provincia veneto-lombarda e, passate le Alpi, in terra di Francia fino in Bretagna. Qui il viaggio si concluse inaspettatamente per l’improvvisa morte che colse il Silvestri a Rennes il 19 settembre 1528, dopo quasi tre anni di continui trasferimenti, attraverso vie di comunicazione rese spesso difficili dagli avvenimenti bellici che vedevano la penisola teatro della contesa fra Carlo V e Francesco I (L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. RRR4v: «[Pavia] fu poi pigliata nel mille cinquecento ventisette da L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, In Bologna per Anselmo Giaccarelli, 1550, frontespizio Odetto da Lautreco capitano dell’esercito del detto re Francesco e per vendetta saccheggiata e mezza rovinata. Dipoi […] l’anno seguente, passando nell’Italia il conte di San Paolo mandato dal re Francesco, la assediò e per forza la soggiogò e la saccheggiò e per maggior parte la rovinò, come io vedi ritornando di Bretagna e la vedi talmente dissolata che pochi abitatori v’erano. Giacevano gli edificii chi mezo rovinati e chi totalmente che era gran compassione a vederla»). Per uno dei suoi accompagnatori, fra Leandro Alberti da Bologna (1479-c.1552), il viaggio era destinato però a non esaurirsi con il brusco rientro in Italia. Anzi, avrebbe trascorso i vent’anni successivi a organizzare in una sistematica descrizione storico-geografica, cui avrebbe assegnato il titolo di Descrittione di tutta Italia, la messe di notizie raccolte, cucendole e rafforzandole con voraci letture di fonti manoscritte e a stampa che fanno della Descrittione un ‘bacino di raccolta’ nel quale è confluita buona parte della produzione geografico-antiquaria del tardo Medioevo e del Quattro-Cinquecento. Osservazioni apparentemente di prima mano tradiscono infatti spesso prelievi da fonti nascoste e al viaggio reale si sostituisce spessissimo la mediazione letteraria. Ma d’altronde già Petrarca, pur rinunciando al pellegrinaggio in Terrasanta, aveva mostrato di poter comporre ugualmente un Itinerarium ad sepulcrum Domini, perché «multa que non vidimus scimus, 14 multa que vidimus ignoramus». Qualche secolo più tardi Salgari avrebbe descritto luoghi esotici senza mai allontanarsi dalla Biblioteca Civica di Torino. La stesura della Descrittione doveva essere giunta a buon punto verosimilmente già intorno alla metà degli anni Trenta, dunque dopo un decennio. Sorprendiamo infatti un cenno a una Geographia ac Topographia Italiae, dietro la quale intravediamo certo la futura Descrittione di tutta Italia, nel De Dominici Calaguritani obitu et sepultura1 opuscolo dato alle stampe nel 1535. Fra Leandro, lodando la bellezza del sepolcro di san Domenico, allude alle sue passate peregrinazioni e si lascia sfuggire un’anticipazione sull’opera che aveva fra le mani: «me quamplurima nobilissima sepulcra … vidisse, non solum per Italiam quam totam peragravi, prout in Geographia ac Topographia ipsius Italiae ostendi, sed etiam per Germaniam Galliasque, et adhuc non so- la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 lum superius ullum hoc sanctissimo sepulcro, sed nec par vidi». Continuò poi a lavorarci per un altro quindicennio, come suggeriscono aggiunte relative a personaggi e avvenimenti di quegli anni, che lasciano intravedere l’Alberti impegnato nell’opera di aggiornamento fin dentro l’officina tipografica, a stampa ormai avviata. A esempio, la descrizione della spaventosa eruzione del Vesuvio «nell’anno 1538 nel giorno di s. Michele di settembre»,2 o le citazioni tratte dal De prisca ac vera Alpina Rhaetia dello storico svizzero Aegidius Tschudi (15051572), stampato a Basilea nel 1538, o addirittura dal Benacus, un curioso poemetto mitologico del canonico veronese di origine fiamminga Giorgio Iodoco da Berghen, pubblicato a Verona soltanto nel 1546, quando sappiamo che l’Alberti stava già avviando trattative per la stampa della Descrittione. Cogliamo addirittura un’aggiunta fatta ormai in ti- maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 A sinistra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, incisione raffigurante l’autore e incipit dell’opera. A destra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, incipit della descrizione della Quinta Regione, «Terra di Lavoro … Campania felix» pografia nell’elogio di fra Damiano da Bergamo, del quale si ricorda la morte avvenuta il 29 agosto 1549, quando la stampa dell’opera era già in corso da alcuni mesi.3 Stesura e revisione della Descrittione finirono col diventare per l’Alberti un impegno assai più gravoso di quanto probabilmente avesse immaginato al rientro a Bologna nel 1528. Quando le prime copie della Descrittione apparvero infine sul mercato librario, nel gennaio del 1550, fra Leandro aveva da poco superato i settant’anni. Ormai anziano, si sarebbe infatti spento due anni più tardi, raccoglieva finalmente il frutto di più di vent’anni di letture, ricerche, stesure, cancellazioni e ampliamenti. L’opera che usciva dalla tipografia Giaccarelli di Bologna (di cui si è parlato nell’articolo pubblicato il mese scorso) poteva perciò definirsi, a buon diritto, l’opera di una vita. Torniamo ora al viaggio reale. Da Roma, dove si tratteneva ancora nell’estate del 1525, la comitiva era in procinto di spostarsi nell’Apulia, come attestato da una lettera datata agosto 1525: «ituri in Apuliam et in Calabriam, hiematuri in Regno».4 Gli stralci autobiografici disseminati fra le carte della Descrittione confermano che fra Leandro fu effettivamente a Bari nel 1525, come apprendiamo dalla descrizione del duomo di S. Nicola: «ritrovandomi quivi nel 1525 mi fu mostrato dai venerandi sacerdoti che aveano cura di questo sacrato tempio come già era coperta la volta quale è sopra l’altare, sotto cui giacevano le pretiose reliquie del santo, di lamine d’argento e parimente le quattro colonne che la sostentano». Giunse infine a Otranto, nell’estremità della regione, nel novembre del medesimo anno.5 Veniamo a sapere, attraverso un brano narrativo di tono vagamente novellistico, che il gruppo, giunto all’altezza del borgo di Corliano, nei pressi di Otranto, fu accolto con tutti gli onori dal signore del luogo, scortato con gran pompa fino al castello e colà omaggiato di una lauta cena: «Passandovi con maestro Francesco da Ferrara generale dell’Ordine dei Predicatori nel 1525 del mese di novembre, n’era signor Giovambattista di Monte, gentiluomo Napolitano. Il qual, sì come uomo generoso e magnifico, come intese noi avvicinarsi, ci mandò incontra tre miglia due suoi figliuoli, l’uno d’anni dieci e l’altro di nove, riccamente vestiti, sopra due possenti cavalli guarniti di seta coi fornimenti dorati, che parevano due angeli. Coi quali erano molti servitori, col loro precettore, con molti nobili uomini a cavallo, molto ben vestiti. Nello scontro del Generale, tanto riverentemente lo riceverono, che non più saggiamente sarebbe stato ricevuto d’alcun uomo più prudente e lo misero nel 16 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, p. 150: brano relativo alla descrizione della presunta grotta della Sibilla nei pressi di Cuma mezo e così lo condussero al castello. Nell’entrata della rocca si rappresentò il detto signore, onorevolmente vestito, secondo richiedeva la sua età, che pareva d’anni cinquanta in sessanta. E molto umanamente lo ricevé. E furono sbarrate tante bocche di fuoco che pareva dovesse rovinar l’aria. E poi lo condusse alle nobili e magnifiche stanze, ov’era apparecchiato una nobilissima cena, da ragguagliare ad ogni lautissimo convito. La mattina ci mostrò tutta la rocca … veduta la rocca, ci condusse al suo giardino, molto vago e bello, pieno di cedroni, aranci e d’altri alberi fruttevoli. … Considerato il nobile giardino e montati a cavallo, accompagnò esso signore il Generale alquanto e, pigliata licenza, lasciò i due figliuoli con l’onorata compagnia con noi. Erano detti fanciulli altrimenti addobbati e parimente i cavalli da quel che avanti erano. E così ci fecero compagnia insino al fine del suo territorio. E poi riverentemente, con atti signorili, chiederono licenza di ritornare al loro padre».6 La stessa accoglienza fu riservata anche dalla contessa di Mileto di Sansevero, signora di Castelnuovo, in Calabria, che ospitò i religiosi nella sua rocca, conducendoli attraverso un odoroso giardino di cedri e limoni: «Quella, intendendo approssimarsi detto Generale, vi mandò contra, al principio del suo territorio da tre miglia, alquanti gentiluomini molto riccamente addobati, sopra potenti cavali, acciò lo conducessero al castello. Li quali, vicini al detto, ci menarono così a cavalo per maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 17 L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, p. 155: brano relativo a un’escursione in barca lungo il litorale partenopeo mezo d’un bellissimo giardino pieno di cedroni, limoni, aranci e altri simili alberi, dai quali pendevano li frutti maturi, e, fra gli altri, i cedri grandi, bifurcati e trifurcati, da quelle picciole ramicelle, che parea miracolo a vedere esser sostentati da quelle tali e tanti frutti. E, che era più dilettevole, sentivansi i mormorii dell’acque che trascorrevano per li rusceletti per irrigare detto giardino. Giunti alla rocca ove dimorava la signora, ecco che vi compare quella, che lo ricevè con una certa gravità condecente al suo grado, perché era di buona età. E così fossimo condotti in essa rocca con grand’alegrezza. Fece poi far una magnifica cena, tal qual era convenevole a una tanta signora». Poi il Silvestri e il suo seguito si imbarcarono per la Sicilia. Fra Leandro a inizio del nuovo anno (1526) si trovava infatti a Catania, dove visitò, non senza qualche difficoltà, la cattedrale di Sant’Agata «ove sono con grande veneratione conservate le sue sacratissime ossa, sì come ho veduto, in tabernacoli di argento indorati, correndo l’anno del Salvatore nostro Giesù Christo mille cinquecento ventisei, essendo quivi con Maestro Francesco de Silvestri». Tornato a Bologna volle ricordare l’alterco con «uno di quelli molto rustico e villano che non voleva che io entrassi nel sacrario ove riverentemente sono custodite tante pretiose reliquie; pur più valse la umanità e civiltà e gentilezza degli altri che la rozzezza e rusticità di quello». Non sappiamo quali fossero le ragioni per impedirne l’accesso. Fatto sta 18 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 A sinistra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. D1r: incipit della descrizione della Seconda Regione «Thoscana». A destra: L. Alberti, Isole appartenenti alla Italia, Venezia, L. Degli Avanzi, 1568, carta della Sicilia che alla fine poté entrare e vedere, fra l’altro, la reliquia del velo della santa che i Catanesi portano in processione: «E così vi entrai e reverentemente e anche curiosamente viddi e osservai. … Ancor vedesi il venerando velo di seta di colore violazzo della prefata verginella, il quale divotamente portato dal popolo Catanese contro dall’ardente fiamma uscita dalle larghe foci della sommità del monte di Etna che procedeva brusciando tutto il paese, temendo il popolo non passasse per insino alla città, a cui già s’appropinquava, dimostrato il santo velo, si fermò e più oltre non processe».7 Si spinse poi alle pendici dell’Etna (dove «mi dicevano gli abitatori del paese che di rado per altra stagione salir si può sopra di esso monte per la grande abbondanza delle nevi che vi sono, eccetto ch’el mese di luglio, che pur vi si può salire, per esser quasi liquefatte le nevi»),8 prima di far tappa a Siracusa, Agrigento e dirigersi infine a Palermo. Qui si trattenne almeno fino al febbraio del 1526.9 Durante quelle settimane fu ospite del convento di S. Domenico, dove gli furono mostrati i manoscritti degli Annales di un altro celebre viaggiatore e geografo dell’Ordine, fra Pietro Ranzano da Palermo († 1492/93), vescovo di Lucera: «di questa città nacque Pietro Razzano dell’Ordine de’ Predicatori, vescovo di Lucera de’ Pagani, il quale fu uomo religioso, dotto e saggio e scrisse quattro gran volumi ne’ quali strinse tutte le scientie, tanto prattiche quanto speculative con la geografia e la istoria. Li quali libri, ritrovandomi a Palermo, io viddi scritti con dolce e leggiadro stilo». Fra Leandro si fermava dunque per un breve periodo presso il convento palermitano e i suoi confratelli, venuti in qualche modo a conoscenza degli interessi dell’ospite bolognese, per fargli cosa gradita gli misero a disposizione i quattro codici autografi degli Annales del Ranzano. Sebbene ben circoscritta all’interno dell’ampia enciclopedia storica degli Annales, la sezione geografica (più di duecento fogli) era comunque troppo vasta perché fra Leandro potesse usufruirne immediatamente. Probabile allora che abbia semplicemente trascritto i passi che gli interessavano, o, ipotesi forse più ragionevole, abbia commissionato una copia dell’intera sezione geografica che poté poi ‘saccheggiare’ durante la lunga stesura della Descrittione al rientro a Bologna. Un altro particolare curioso, verificatosi ancora durante la visita alla città di Palermo, sembra rafforzare l’ipotesi che l’Alberti raccogliesse materiale in vista di un’opera geografico-erudita che già gli frullava nella mente. Affascinato dall’architettura moresca dei palazzi palermitani («sono lunge un miglio da Palermo le ruine di due illustri palagi col terzo pure in piedi, ma mal condotto, per esser ora abitatione maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano d’animali. Ed è fama che fossero edificati da’ Mori mentre che tennero la signoria dell’isola, soggiongendo che così furono fatti da un loro re il quale aveva tre figliuole e a ciascuna ne consegnò uno»), per dilettare il lettore curioso progettò di descriverne con precisione uno, che corrisponde, sebbene non lo nomini esplicitamente, al celebre palazzo della Zisa. Resosi conto delle difficoltà immediate, l’Alberti prese appunti e commissionò a una persona del suo seguito un disegno, in base al quale, tornato a Bologna, stese una lunga e dettagliatissima descrizione che avrebbe occupato quasi cinque pagine nella futura edizione a stampa:10 «trovandomi io quivi e vedendo quel palazzo che ancor si vede esser fatto con grande artificio e spesa, deliberai di farlo disegnare quanto era possibile misuratamente, descrivendolo poi a parte per parte per piacere delli curiosi ingegni … ».11 Da Palermo il viaggio 19 riprese poi in direzione della Calabria (si trovava a Cosenza nel 1526) e, attraverso la Lucania (era nei pressi di Potenza sempre nel 1526), risalì infine in direzione di Napoli. Le settimane trascorse nel territorio della Campania Felix furono occasione di vere e proprie gite archeologiche, come quella alla leggendaria Cuma e alla presunta grotta della Sibilla. Nel maggio del 1526, durante la tappa napoletana, approfittò spesso del tempo libero dagli impegni ufficiali per escursioni lungo la costa e nell’interno, accompagnato da guide locali ben attrezzate. Si spinse lungo il golfo, fino a Pozzuoli e alle rovine di Baia; e ancora, risalendo più a nord, fino ai ruderi della villa di Scipione a Literno, che Petrarca invece, durante un’analoga gita archeologica del 1343, aveva intravisto solo di lontano.12 La presunta grotta della Sibilla, apparsa al Petrarca «iam senio semiruta, ha- 20 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 Sopra da sinistra: L. Alberti, Isole appartenenti alla Italia, Venezia, L. Degli Avanzi, 1568, c. E3r: brano relativo alla visita alla cattedrale di S. Agata a Catania; L. Alberti, Isole appartenenti alla Italia, Venezia, L. Degli Avanzi, 1568, brano relativo alla descrizione del palazzo della Zisa a Palermo. A destra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550: incipit della descrizione della Ottava Regione «Magna Grecia» bitatore quidem nullo, sed variarum volucrum nidis frequens», nel frattempo era stata fatta oggetto di un accurato ‘restauro’, se infatti l’Alberti ebbe modo di percorrerla agevolmente, prenderne tutte le misure e ammirarne le presunte tracce dell’antica decorazione, come annota in un lungo passo che vale la pena rileggere:13 «Ritrovandomi quivi nell’anno mille cinquecento ventisei e similmente dopo dieci anni un’altra volta, deliberai di vedere tutti questi luoghi a parte a parte e notarli diligentemente. Onde, avendo in compagnia dui uomini delli luoghi molto domestici, ci condussero con una barchetta per il golfo Baiano e Puteolano, intorno delli quali se veggiono cose molte maravegliose e parimente intorno al mare Morto, come eglino dicono, di cui poi scriverò, e anche intorno al lago dell’Averno. Condutto adunque a questo lago tanto dalli poeti nominato, di cui poi dirò, fussimo menati dal lato del monte ch’è intorno a esso lago, che guarda fra il settentrione e occidente, di cui dice Vergilio facilis descensus Averni. E circa il mezo, o poco più in giù, di questa scesa, fra cespugli e urti- che, ritrovassimo un picciolo buco a simiglianza dell’entrata di un rovinato sepolcro. Onde per esso entrassimo, scendendo per li rottami dei rovinati edifici alquanto spatio, e vedessimo una bella strada nel sasso tutta intagliata, larga dieci piedi e altrotanto alta, e longa cinquecento … Entrati adunque in detta strada, da quattrocento cinquanta piedi ritrovassimo un usciuolo alto piedi cinque e tre largo, per il quale se camina per una via nel sasso cavata, di larghezza e altezza dell’usciuolo, ma di longhezza piedi ottanta. Circa il fine di detta via, alla destra, entrasi in una bella camera, larga piedi otto, lunga quattordici e alta dodici. Nel riscontro dell’entrata vedesi apresso la parede, dal pavimento nel sasso rilevato, sì come un picciolo letto. Come in parte si vede, era questa camera tutta preciosamente ornata, cioè il cielo dipinto di finissimo azzurro, toccato di oro fino, freggiate le parete di corali e madre di perle e dal freggio in giù, insino al pavimento, dette parede tutte tessalate di pietre preciose, corali e madre di perle, o fossero fatte alla mosaica, come in più luoghi di essa se vede. E quindi giudicare si può che maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano questa fosse opera non men ricca che arteficiosa. Dicessi da tutti che questa stanza fosse la camera della Sibilla Cumea. Alla sinestra dell’entrata di questa maravegliosa stanza, nella medesima parede, evi un altro usciuolo alquanto più alto e largo dell’altro, per lo quale entrassi in una via, pur anche ella nel sasso tagliata … Dicevano a noi quelli pratichi uomini di questi luoghi, fosse questo il luogo ove orava la Sibilla, ma a me pare che fosse un sudatorio. Cominciando dall’entrata che risguarda al lago di Averno, insino a questo luogo, non si vede alcun spiracolo, ma sono tutti questi luoghi così nel sasso tagliati oscuri, che non vi si può caminare senza lume portato. E chi altrimente vi andasse, facil cosa sarebbe a non ritrovare la via di ritornare adietro, come intervienne a uno, le cui ossa ritrovassimo, sopra le quali, in quelle strettissime vie, bisognò passare, non le potendo noi schifare». Poi fu la volta dei campi Flegrei e dei fenomeni vulcanici, che già avevano attirato la curiosità del re Carlo VIII di Francia durante la sua spedizione alla conquista del Regno di Napoli a fine Quattrocento: «Più oltre, alla destra, alle radici dell’alta rupe de cui è intorniato il lago, assai propinco al detto, vedesi un bucco non molto cavato nella rupe neanco molto largo né alto, ove evi un certo segno dal qual sono avisati quelli che vi vano che più oltre non deveno passare, perché, se contrafarano, subitamente morti cascarano, sì come più volte n’è stata fatta isperientia d’alcuni animali getativi dentro e come anche io ho veduto. Ben è vero ch’essendo ivi cascato in terra l’animale, e incontenente istratto e bagnato coll’acqua del lago, ritorna vivo, ma se alquanto vi rimanerà non gli giova detta acqua né altra cosa a farlo ritornare alli sensi. Mi fu narrato dagli abitatori del paese che Carlo ottavo, re di Francia, avendo scacciato Alfonso di Ragona, re di Napoli, fece getare in detto bucco un asino vivo, qual subitamente cadè morto. Io credo procedere questa cosa dalli puzzolenti e velenosi vapori che di continuo escono fuori dalli sotterani luoghi, ove sono le minere o di solfo o di 21 alume o d’altra cosa, li quali tanto più nocivi sono quanto insieme sono più costretti di uscire di detto picciolo bucco … Assai mi sono maravegliato di Biondo e Razzano, uomini litterati e curiosi, che nelle loro Italie non hanno fatto alcuna mentione di questo bucco e massimamente di Razzano che non longo tempo dimorò in Napoli».14 Durante la lunga stesura bolognese, nelle pagine riservate alla descrizione dell’Italia meridionale fra Leandro interromperà frequentemente l’andamento erudito della narrazione, per riversarvi, con un’abbondanza affatto nuova, ricordi di viaggio, particolari autobiografici, aneddoti dal sapore novellistico, che rendono la Descrittione, troppo spesso greve di erudizione, improvvisamente viva e piacevolissima anche alla lettura. L’aspetto antiquario non sparisce, ma si alterna alla curiosità con cui l’Alberti descrive paesaggi dai colori insoliti e tradi- 22 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 L. Alberti, Isole appartenenti alla Italia, Venezia, L. Degli Avanzi, 1568, descrizione della presunta grotta della Sibilla a Cuma zioni popolari mai udite prima: i limoni della costiera amalfitana, la varietà della vegetazione della costa campana, la fioritura straordinaria, a dicembre inoltrato, dei giardini; e ancora, la descrizione della mattanza dei tonni nello stretto di Messina, raccolta direttamente dalla bocca dei pescatori; oppure l’incredibile usanza delle popolazioni della Calabria e della Lucania di costruire le proprie case nella roccia, senza camini e con serrature di legno, per le quali il domenicano si affanna a trovare una giustificazione plausibile. Forse vale la pena leggere ancora un passo, tratto dall’ennesima gita lungo il litorale partenopeo, culminata con un’improvvisa scorpacciata di ricci di mare: «Ritrovandomi quivi nell’anno della gratia mille cinquecento ventisei del mese di maggio, con alquanti compagni, e con la barchetta varcando per questi luoghi e curiosamente considerandogli, e giunto a questo luogo ove era Baie, e già essendo ora del pranso, fussimo condutti dalla guida nostra a una parte dell’edificio di Baie posta nel mare, che parea un scoglio, nel quale, per alcuni rusceletti fatti nel mezo di esso, trascorreano l’onde marine, mo’ parendo di passare avanti, mo’ di ritornare a dietro, secondo il movimento dell’acqua marina, onde a noi tal cosa gran piacere ci dava. Scesi adunque in questo luogo e apparecchiata la mensa, e essendoci portati li cibi dal lito ove era sceso uno di nostri e, fatto il fuogo, avea apparecchiato i cibi, con gran piacere mangiando, alquanti pescatori portandoci delli rizzi marini, delli quali quivi maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano grand’abondanza se ritrova, onde gran trastullo ne pigliassimo vedendoci posti nel mezo dell’acque e anche sotto li piedi vedendole trascorrere per quelli ruscelletti».15 È dai ricordi disseminati nelle carte della descrizione dell’Italia meridionale che emergono i nomi di alcuni di quegli eruditi locali coi quali l’Alberti amava intrattenersi. Se rimangono purtroppo ignote le guide napoletane che lo condussero in barca lungo la costa e gli raccontarono gustosi aneddoti sui fenomeni vulcanici e sulla meraviglia di Carlo VIII di fronte alla solfatara di Pozzuoli, apprendiamo invece che nel visitare il territorio cosentino fra Leandro poté giovarsi delle indicazioni di un certo Giovan Battista Martirano, «uomo di rado e curioso ingegno, che colle sue argute e ornate rime volgari agli mortali dà intendere l’altezza, sotilità e dilicatezza della sua dottrina. Assai sono obligato a tanto uomo per l’umanità da lui a me dimostrata, e anche aiutandomi a conoscere gli antichi luoghi di questa regione, ritrovandomi quivi nel 1526». Per ringraziarlo cosa c’era di meglio che affidarne il ricordo a quella Descrittione d’Italia che nel volgere di pochi anni sarebbe diventata un precoce baedeker per i gentiluomini di tutta Europa. Il NOTE 1 L. ALBERTI, De divi Dominici obitu et sepultura, Bologna, V. Bonardi e M. da Carpi, 1535, c. C1r. 2 L. ALBERTI, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. CC 5v. 3 A questa data la descrizione della città di Bergamo non era stata ancora stampata, poiché in una lettera del 20 ottobre 1549 l’autore informava che si era giunti appena allora a stampare la descrizione di Mantova, che precede di alcune carte quella di Bergamo, come si è ricostruito nell’articolo pubblicato nel nume- 23 lettore ne vuole una prova? Si rechi a Mosca, alla Biblioteca Nazionale di Russia. Qui si conservano, a conferma innanzitutto della diffusione capillare dell’opera, ben dieci edizioni della Descrittione: alla bibliografia completa mancano soltanto la princeps del 1550 e la prima edizione completa delle Isole del 1561! Quello che più interessa è però la copia qui conservata dell’edizione Venezia 1577, che presenta lungo i margini occasionali postille di mano settecentesca in italiano e in inglese. L’esemplare appartenne, evidentemente, a un anonimo lettore d’Oltremanica che visitò la Penisola con sottobraccio il compatto volume dell’Alberti. Non solo. È infatti impreziosito da numerose incisioni che riproducono, secondo il costume settecentesco, rovine antiche e paesaggi italiani. Le cartoline erano rivolte al pubblico dei raffinati turisti stranieri, come tradiscono le didascalie in inglese o in italiano e inglese: «Roma, ruins of Caesarian palace. Mount. Palatin»; «Ischia promontorio di S. Pietro, dove si approda per i bagni. Isola of Ischia, promontorio of. S. Peter, where thay land for the baths». Comprate probabilmente sciolte, presso librai o ambulanti, furono accuratamente rilegate nel volume una volta tornati a casa, a mo’ di souvenir d’Italie. ro di aprile della rivista. 4 Bologna, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Collez. Autografi CXXIV 25. 525. 5 L. ALBERTI, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. Nn1v. 6 L. ALBERTI, Descrittione di tutta Italia, c. NN1v. 7 L. ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, Venezia, L. Degli Avanzi, 1568, c. E3r-v. 8 L. ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, c. E5r. 9 L. ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, c. F7r. 10 L. ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, c. F8v-G2v. 11 ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, cc. F8v-G2v. 12 M. FEO, Inquietudini filologiche del Petrarca. Il luogo della discesa agli inferi, «Italia Medioevale e Umanistica», XVII, 1974, pp. 115-183. 13 L. ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, c. Y2v. 14 L. ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, c. Z5r. 15 L. ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, c. Y5v. maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 BvS: Fondo moderno di edizioni di pregio PINOCCHIO: TALLONE E GLI “ANGELI DEL FANGO” Una nuova pregiata edizione dell’opera di Collodi MASSIMO GATTA “Nessun libro finisce; i libri non sono lunghi, sono larghi. La pagina, come rivela anche la sua forma, non è che una porta alla sottostante presenza del libro, o piuttosto ad altra [porta, che porta ad altra. Finire un libro significa aprire l’ultima [porta, affinché non si chiuda più né questa né quelle che abbiamo finora aperte per varcarne la soglia, e tutte quelle che infinitamente si sono aperte, continuano ad aprirsi, si apriranno in un infinito brusio di cardini”. Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo S ono da poco trascorsi 130 anni dalla prima edizione in volume di Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti, uno dei più misteriosi e insondabili capolavori della nostra letteratura,1 stampato a Firenze nel 1883 dalla tipografia Moder,2 e che viene ora riproposto in una preziosa e rara edizione (ma con le illustrazioni di Carlo Chiostri),3 composta a mano da Enrico Tallone e stampata in pochi esemplari,4 con la consue- Nella pagina accanto: Pinocchio, Alpignano, Tallone 2014, edizione carta a tino Magnani del 1966, frontespizio. Sopra: Enrico Tallone al torchio Stanhope ta maestria, ad Alpignano dove da decenni si trova l’officina tipografica che il padre Alberto, di ritorno da Parigi, inaugurò il 15 ottobre 1960. È questa un’edizione talloniana particolarmente importante, la quarta in ordine di tempo. La prima edizione Tallone risale infatti al 1951 (e la Biblioteca di via Senato la conserva in più copie), allora stampata a Parigi all’Hôtel de Sagonne, dov’era la stamperia. Quella prima, rara edizione parigina, venne curata da Marino Parenti,5 tra i massimi studiosi e collezionisti di Collodi, e conteneva in fine una sua “importante Nota”.6 Questo classico verrà poi riproposto nel ‘77 e nel ’94, come sempre in tirature minimali (anche queste possedute dalla Biblioteca di via Senato) e su diverse pregiate carte a mano, di produzione italiana e orientale (per gli esemplari di testa). Questa edizione talloniana appena stampata è filologicamente fedele alla princeps del 1883, l’unica che con certezza fu corretta e approvata dall’autore, ricca di vocaboli tratti dallo schietto e musicale dialetto toscano.7 Per le oltre 300 pagine del volume sono stati impiegati ben 420.000 caratteri per comporle, pari a 12 mesi di lavoro manuale. L’edizione, come lo ‘stile Tallone’ impone, viene stampato in sette tirature diverse, sei delle quali su carte prodotte proprio a Pescia, di 26 cui Collodi è frazione, e che ha una lunga tradizione cartaria;8 sono tutte carte ormai fuori produzione e di altissimo pregio, anche documentario. Tra di esse figura anche l’introvabile carta di puro cotone fabbricata manualmente al tino dal celebre maestro Silvio Vezzani (1899-1981)9 presso la cartiera “Le Carte” di Enrico Magnani a Pietrabuona; una carta speciale che venne espressamente prodotta nel 1966 per restaurare i volumi che a Firenze furono sommersi dalla terribile alluvione, e qui utilizzata per la tiratura di testa in soli cinque esemplari. Questa rarissima carta, omaggio dei maestri pesciatini ai tanti ragazzi, “gli angeli del fango” come sono ricordati, che da ogni parte del mondo giunsero volontari Firenze per dare soccorso alle migliaia di volumi sommersi dall’alluvione, ha la particolarità di contenere la filigrana detta “all’onda”, con la freccia che punta in alto uscendo dalle onde, simbolo della volontà di venir fuori dalla tragedia nella quale era incappata la città toscana. Le 4 onde della filigrana rappresentano la fatidica data del 4 novembre e la freccia è il Sagittario, segno zodiaca- la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 le del mese; questa carta fu prodotta per la Biblioteca Nazionale di Firenze. Inoltre, in omaggio alla “fata turchina” della fiaba, 190 esemplari di questa edizione sono stati stampati su una speciale carta cerulea, allestita appositamente ad Aci Bonaccorsi ai piedi dell’Etna, dove la Cartiera di Sicilia, che la produce, attinge l’acqua purissima che scende dal vulcano etneo attraverso le gole del fiume Alcantara. Insomma non un semplice libro, ma una sinfonia di rimandi e di epifanie, di omaggi e preziosità,10 nulla però di futilmente esornativo ma un documento del lavoro e dell’impegno artigiano. Una edizione certamente per bibliofili colti, ma anche per “umanisti nell’animo”, in grado cioè di apprezzare particolarità tipografico-formali e culturali che solo pochi maestri del torchio e della carta, sono ancora in grado, nel mondo, di garantire. In anni di così esasperato predominio della techne sulla mano, del microchip sul carattere di piombo, della carta di cellulosa su quella di puro cotone, un’edizione come questa non può che costituire la quintessenza di secoli di arte e cultura tipografico-car- maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 27 Nella pagina accanto da sinistra: Pinocchio, Tallone 2014, specimen dell’ediz; Pinocchio, Tallone 2014, colophon; Pinocchio, Tallone, 2014, esemplare su carta cerulea. In alto da sinistra: due pagine tratte dal Pinocchio con, a fianco, le proprie matrici di stampa. Qui accanto da sinistra: Filigrana Pinocchio; Filigrana “all’onda”, Silvio Vezzani, Pescia, 1966 taria, e proprio nell’anno in cui si celebra il quinto centenario della morte di Aldo Manuzio, il più grande stampatore-editore-umanista di tutti i tempi. E parlando di preziose e raffinate edizioni di Pinocchio, non dimentichiamo quella pubblicata nel 2010,11 numero 20 della prestigiosa collana “Biblioteca dell’Utopia”.12 Dopo gli scritti dedicati al tema da Marino Pa13 renti e da decine di altri insigni studiosi, la bibliografia redatta da Rodolfo Biaggioni,14 le miriadi di mostre bibliografiche realizzate in Italia e nel mondo e la riflessione del “Manga”,15 è impossibile poter scrivere ancora qualcosa di originale su Pinocchio. Eppure… Eppure due anni fa è stata pubblica- ta a Napoli, a opera del libraio antiquario e bibliofilo Renato Baldoni, una documentata e scrupolosa bibliografia illustrata,16 che il pregio di indicare anche la valutazione economica degli esemplari, tutti provenienti dalla collezione privata dell’autore. Il lavoro di Baldoni, dopo quello di Biaggioni, rappresenta un ulteriore, prezioso tassello per meglio orientarsi nel maremagnum bibliografico di questo grande libro parallelo di manganelliana memoria. Ci sono poi ulteriori particolarità che rendono quest’ultima bibliografia pinocchiesca particolarmente appetitosa per gli incontentabili palati dei bibliofili e bibliofolli: una sezione dedicata alle edizioni straniere del libro, un inedito studio critico Da sinistra in alto: Pinocchio a Palazzo Pitti; Edizioni Bemporad 1952, catalogo; Piero Zanotto, Pinocchio nel mondo; Pinocchio, Bemporad 1920, ill. di C. Chiostri; Paggi e Bemporad editori per la scuola; Pinocchio che legge Pinocchio, disegno di PierTorchio; C’era una volta un mago: Carlo Chiostri; Pinocchio e la sua immagine; Silvio Vezzani, “Il Cartaio”, 1999; Attilio Mussino lo zio di Pinocchio; Rodolfo Biaggioni, Pinocchio, cent’anni di avventure illustrate maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 Sopra da sinistra: «Giornale per i bambini», 1881; Ex libris dal mondo per Pinocchio, Firenze, Salimbeni, 1983 sulla prima edizione e le già indicate quotazioni degli esemplari, a partire dalla rara princeps 1883;17 a questa bibliografia è poi seguito un simpatico supplemento dedicato alla filatelia pinocchiesca.18 Ma Pinocchio è davvero un magnifico gorgo bibliografico, dopo essere stato un insondabile e vorticoso romanzo-capolavoro, a torto e riduttivamente considerato da generazioni un libro per l’infanzia. Bibliograficamente parlando le pinocchiate e le pinocchierie rappresentano una vera e propria palestra per chi volesse cimentarsi con edizioni illustrate,19 anche estere,20 tirature, varianti, anastatiche, ephemera, bibliografie, cataloghi di mostre21 e di ex libris sul tema.22 Del resto una bibliografia che nasca da una collezione privata ha molte più possibilità di diventare una buona bibliografia, in quanto la collazione diretta degli esemplari consente una descrizione quanto più minuziosa e fedele possibile, e di conseguenza tanto più utile allo studioso e al collezionista. Inoltre una collezione privata di una certa ampiezza e qualità, che diventa bibliografia, rappresenta quell’ideale al quale un collezionismo colto dovrebbe mirare, per sottrarre la raccolta stessa ad uno sterile godimento privato. Le collezioni, e a maggior ragione quelle importanti, avrebbero una sorta di dovere scientifico di essere documentate e meglio conosciute, e di conseguenza studiate. Purtroppo non sempre è così e solo una minima parte delle raccolte private trova la strada del catalogo. Questo realizzato da Baldoni,23 libraio antiquario a Napoli, frutto di anni di ricerca e lavoro, ha un ulteriore pregio, non trascurabile per chi si occupi di Pinocchio anche dal punto di vista della sua articolata storia editoriale. Contiene infatti un breve saggio dello stesso Baldoni incentrato sulla particolarità (stranamente non presa in esame da Biaggioni e 30 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 NOTE 1 Firenze, Felice Paggi libraio-editore via del Proconsolo, febbraio 1883. 2 Era ubicata in Via del Presto, 4. 3 Rimando obbligato è ai contributi critici di Paola Pallottino, C’era una volta un mago: Carlo Chiostri, introduzione di Antonio Faeti, a cura di Paola Pallottino, Bologna, Cappelli, 1979 [Cento anni di illustratori, 6] e Tra fate e nani. Il mondo incantato di Carlo Chiostri, prefazione di Paola Pallottino, testi di Fernando Tempesti, fiabe di R. Boldori, C. Cuasa, E. Perodi, G. Petrai, A. Palau, Firenze, Salani, 1988. 4 Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Alpignano, Tallone Editore, 18 novembre 2014; edizione composta a mano con caratteri Garamond, fusi a Parigi da Deberny & Peygnot, stampata in 450 esemplari, di cui 260 su carte S. Giovanni e Magnani di Pescia e 190 su carta della Cartiera di Sicilia. 5 Cfr. Giuseppe Sergio Martini, B. Edizioni curate, 1951, 1, in Id., Bibliografia essenziale di Marino Parenti. Scrittore e bibliografo estroso e cordiale, Firenze, Sansoni, 1952, p. [38]. 6 [Marino Parenti], Notizia sul «Pinocchio» nell’edizione originale e nella presente, “[…] nella quale il Parenti, che ha curato il testo, traccia la storia del racconto collodiano ed espone i criteri seguiti per l’edizione del testo, esemplato su quello del 1883, e nella scelta delle illustrazioni, che ripetono quelle di Carlo Chiostri”, in Giuseppe Sergio Martini, Bibliografia essenziale di Marino Parenti. Scrittore e bibliografo estroso e cordiale, cit., p. [38]. L’indicazione “importante Nota” relativa a Parenti risulta dal primo catalogo stampato in Italia da Tallone, cfr. quindi Catalogo delle Edizioni Tallone, Alpignano, Tallone, 30 giugno 1960, senza numerazione di pagina, ora in Catalogo delle Edizioni Tallone 1960, a cura di Massimo Gatta, introduzione di Enrico Tallone, Macerata, Biblohaus, ottobre 2010, p. 24. In quel primo catalogo il Pinocchio risultava in vendita a lire 4.000. Vedi anche Bibliografia talloniana 1931-2010, a cura di Anna Mavilla, presentazione di Maurizio Nocera, design Franco Maria Ricci, Parma, Ricci Editore [ma Grafiche Step], 2010, p. 78. 7 Cfr. Enrico Tallone, L’avventura nell’avventura: un nuovo Pinocchio, «Charta», n. 138, marzo-aprile 2015, pp. 34-35. 8 Segnalo sul tema il poetico volume di Carlo Magnani, Ricordanze di un cartaio, Alpignano, Tallone, 1961. 9 Un grande artigiano della carta al tino del quale mi piace ricordare il suo diario, stampato in anastatica come manoscritto, e intitolato “Il Cartaio”, con un Ricordo di Silvio Vezzani, e scritti di Renzo Sabbatini (Silvio Vezzani e l’arte di creare il foglio della carta), e Riccardo Ambrosini (Sulla lingua del cartaio), Pietrabuona, s.e. [ma Pescia, Stamperia Benedetti di Gino Necciari], novembre 1999, edizione in 200 esemplari stampati in occasione del centenario della nascita [si cita dalla copia n. 117]. 10 In aggiunta alle celebri 77 illustrazioni originali di Carlo Chiostri, all’interno di alcuni esemplari di questa nuova edizione Tallone sono inseriti singoli disegni originali, appositamente eseguiti e acquerellati, di Fulvio Testa, ispirati a diversi episodi della fiaba, così come le creazioni di altri artisti come Luigi Stoisa, Gianfranco Schialvino, Gianni Verna, Paolo Tesi, Edoardo Fontana, Ezio Gribaudo, Stefano Faravelli, Alessandro Carone, Maddalena Gerli, Chiara Spa- maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Da sinistra: Pinocchio, prima ediz. Paggi 1883, con la doppia localizzazione Firenze/Napoli; Pinocchio, Bemporad 1895; Renato Baldoni, Francobolli... con il naso lungo, seconda ediz. da altri bibliografi, compreso Parenti)24 della doppia responsabilità editoriale della prima edizione fiorentina che (solo) dalla copertina si apprende essere stata pubblicata congiuntamente a Firenze (da Felice Paggi) e a Napoli (dai Fratelli Rispoli), dove i due editori compaiono l’uno sotto l’altro, ma non al frontespizio, dove risulta editore il solo Paggi. Ebbene Baldoni ipotizza, tra altre possibilità, che tra i due editori potesse esistere una qual- gnoli Gabardi, Beatrice Laurora. 11 Edita a Milano da Mondadori, con scritti di Domenico Proietti (Carlo Lorenzini), Pietro Pancrazi (Elogio di Pinocchio) e Luciano Currei (Elogio di Collodi). 12 Questa prestigiosa Collana, sulla quale torneremo in futuro, nacque nel 1994 con l’intento di pubblicare alcuni classici della letteratura e della filosofia, in due distinte tirature, una fuori commercio quale Strenna natalizia, rilegata in mezza pergamena e su carta a mano, e una in commercio in brossura. Rimando al primo e unico elegante catalogo Silvio Berlusconi Editore. Catalogo dei libri, Milano, Ruggero Olivieri, 1993, progettazione e cura tipografica di Alessandro Zanella. I primi titoli, pubblicati in commercio nel ’93, con prefazione di Silvio Berlusconi, furono L’elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, Utopia di Thomas More e Il Principe di Machiavelli. 13 Tra i quali segnalo almeno Il papà di Pinocchio, in Marino Parenti, Rarità bibliografiche dell’Ottocento. Materiali e pretesti per una storia della tipografia italiana nel secolo decimonono, volume primo, Bergamo, Istituto italiano d’arti grafiche, 1945, 31 che forma di partnership che garantiva a Paggi un socio (Rispoli) per la diffusione commerciale dei suoi libri, per una distribuzione non solo in ambito locale ma anche nazionale, e col quale dividere costi e ricavi, nonché la vendita. Del resto ad attestare l’ipotesi c’è il fatto che in almeno altri quattro titoli editi da Paggi tra il 1883 e il 1885 (indicati da Baldoni), compare in copertina come coeditore anche il napoletano Rispoli. La mancata segnalazione nella scheda in SBN di questa doppia localizzazione geografica (Firenze e Napoli) della prima edizione Paggi 188325 si spiegherebbe col fatto che la catalogazione dei libri si basa su notizie presenti al frontespizio e non in copertina. Nel pp. [101]-123, si cita dalla seconda edizione; Id., Storia di Pinocchio e La verità su Pinocchio, entrambi in Id., Penna rossa inchiostro verde, Firenze, Sansoni, s.d. [1956], pp. 67-74, 77-81. 14 Cfr. Rodolfo Biaggioni, Pinocchio. Cent’anni di avventure illustrate. Bibliografia delle edizioni illustrate italiane di Carlo Collodi Le avventure di Pinocchio 1881-83-1983, Firenze, Giunti-Marzocco, 1984. 15 Cfr. Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Torino, Einaudi, 1977, si cita dall’edizione del 1982 pubblicata nei «Nuovi Coralli» n. 334. 16 Renato Baldoni, Pinocchi Pinocchiate Pinocchierie. Catalogo ragionato e stime degli esemplari. Collezione dell’autore, prefazione di Daniela Marcheschi, Napoli, De Frede Editore, 2013 [edizione stampata in 100 copie numerate]. 17 Proposta nel 2013 da Bromer di Boston a $67.500.00, circa €51.600. Pochissime copie della prima edizione sono state immesse sul mercato antiquario negli ultimi venticinque anni, le ultime due da Minerva Auctions di Roma nel dicembre 2012, con base d’asta €10.000-12.000 e aggiudicata a €40.000, e nel marzo 2013 con base d’asta €6000-8000. Anche la prima edizione inglese (London, T. Fisher Unwin, 1892), stampata come strenna natalizia 1891, raggiunse quotazioni abbastanza alte, $15.228 da Peter Harrington di Londra, che per poco meno, $13.276, offriva anche la prima edizione americana (New York, Cassell Publishing Company, 1892), che utilizzava i fogli già stampati dell’edizione inglese. 18 Cfr. Renato Baldoni, Francobolli… con il naso lungo. Breve storia delle Avventure “filateliche” del burattino più famoso del mondo. Catalogo illustrato a colori dei francobolli, degli annulli e degli interi postali dedicati a Pinocchio in Italia e nel mondo, supplemento al volume Pinocchi Pinocchiate Pinocchierie. Itinerari nell’universo pinocchiesco, Napoli, De Frede Editore, febbraio 2013, tiratura limitata f.c.; seconda ediz., riveduta e accresciuta, Napoli, De Frede, 2013. 19 Cfr. sull’argomento Valentino Baldacci, Andrea Rauch, Pinocchio e la sua immagine, con un saggio di Antonio Faeti, Fi- 32 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 Sopra: Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Milano, Silvio Berlusconi Editore (impresso dall’Officina Olivieri), dicembre 2010 (collana della Biblioteca dell’Utopia, 20). Copertina, frontespizio e segnalibro. In antiporta il ritratto di Collodi è di Nani Tedeschi, eseguito per questa edizione; stampato con carattere Bembo su carta avorio delle Cartiere di Sicilia, con legatura di Ruggero Rigoldi renze, Giunti, 2006. Dedicato invece a un grande illustratore di Pinocchio è il volume Attilio Mussino lo zio di Pinocchio. La vita, la figura e l’opera del grande illustratore del famoso burattino, testi a cura di Vittorio Caraglio, Cuneo, Edizioni L’arciere, 1989. 20 Segnalo sull’argomento il documentato volume di Piero Zanotto, Pinocchio nel mondo, Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1990. 21 Mi piace qui segnalare almeno il documentato Pinocchio a Palazzo Pitti. Da Paggi a Giunti. Disegni e libri del suo editore, a cura di Monica Bietti, Firenze, Giunti, 2006 [catalogo della mostra, Palazzo Pitti, Firenze, 25 novembre 2006-25 marzo 2007]. 22 Cfr. Ex-libris dal mondo per Pinocchio, introduzione di Fernando Tempesti, Firenze, Libreria Salimbeni, 1983. 23 Vedine la rec. di Massimo Gatta, Quei misteri su Pinocchio, «Il Sole 24 Ore-Dome- 189026 e nel 189427 l’editore Enrico Bemporad, succeduto a Felice Paggi,28 pubblicherà il romanzo29 con identica copertina della prima edizione,30 illustrazioni di Mazzanti con l’aggiunta di quelle firmate da Giuseppe Magni, ma ormai dalla copertina era scomparsa la seconda localizzazione editoriale di Napoli.31 nica da collezione», 14 aprile 2013, p. 38. 24 Cfr. [Marino Parenti], Prime edizioni italiane. Manuale di bibliografia pratica ad uso dei bibliofili e dei librai compilato da Marino Parenti, Milano, Ulrico Hoepli, settembre 1935, p. 206, dove infatti non compare la localizzazione editoriale di Napoli. 25 Copia presente nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze [collocazione 62.u.6]. 26 Lucia Cappelli, Le edizioni Bemporad. Catalogo 1880-1938, introduzione di Gabriele Turi, Milano, Franco Angeli, 2008, p. [46], trattasi della quinta edizione illustrata dal solo Mazzanti e stampata a Firenze dalla Tipografia Moder, Via del Presto, 4. Le edizioni Bemporad successive giungono fino al 1937. 27 Ibid, p. 49, ottava edizione, stampata a Firenze dalla Tipografia di Vittorio Sieni, succ. di C. Moder; cfr. Rodolfo Biaggioni, Pinocchio. Cent’anni di avventure illustra- te. Bibliografia delle edizioni illustrate italiane di Carlo Collodi Le avventure di Pinocchio 1881-83-1983, cit., p. 48. 28 Per la ricostruzione dell’intera, complessa storia editoriale rimando al documentato volume di G. Bandini, C. Betti, S. Castaldi, A. Cecconi, S. Oliviero, C.I. Salviati, Paggi e Bemporad editori per la scuola. Libri per leggere, scrivere e far di conto, a cura di Carla Ida Salviati, percorso iconografico a cura di Aldo Cecconi, Firenze, Giunti, 2007. 29 Interrogando SBN risulta una sola copia di questa edizione localizzata presso la Biblioteca Marucellina di Firenze [bid CFI/723358, collocazione FAR.C.326]. 30 Dalla copertina la ragione sociale risulta “Firenze, R. Bemporad & Figlio, cessionari della Libreria Editrice Felice Paggi”. 31 Cfr. Pinocchio a Palazzo Pitti. Da Paggi a Giunti. Disegni e libri del suo editore, cit., p. 66, tav. 45. maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO LE MOSTRE – LA PUBBLICAZIONE DEL MESE – L’INIZIATIVA DEL MESE LA MOSTRA/1 IL “DIAGRAMMA” DEL PENSIERO Disegni di Lucio Fontana a Torino a cura di luca pietro nicoletti on il grande Concetto spaziale del 1957, recentemente restaurato con il generoso aiuto degli Amici dei Musei di Torino, Lucio Fontana (Rosario di Santa Fé 1899-Comabbio 1968) aveva rivoluzionato il modo di pensare la scultura: con spirito antimonumentale, essa di sviluppa a pavimento, su una dimensione totalmente orizzontale, come un disco composto da sottili lamiere metalliche sagomate e forate di un giallo saturo e brillante. La scelta di un colore fortemente antinaturalistico C da parte dell’artista, poi, doveva creare un contrasto surreale nella sua originaria collocazione su un prato, con i fili d’erba che sbucavano dalle forature. Accanto al grande disco, sono stati chiamati a raccolta, per una mostra del pregevole progetto “Wunderkammer” curato da Virginia Bertone, le opere più significative dell’artista italo-argentino presenti nelle collezioni GAM, in particolare i numerosi disegni donati dalla vedova Teresita Rasini Fontana in occasione della prima grande Sotto: Concetto spaziale, 1952. In alto: Concetto spaziale, 1952 retrospettiva del marzo 1970. A poco meno di un anno e mezzo dalla dipartita dell’artista, la GAM di Torino dedica infatti a Lucio Fontana la prima grande retrospettiva. Era un modo per ricordare, dirà il direttore Luigi Mallé in catalogo, il legame di simpatia fra questi e il museo, di cui Fontana apprezzava le scelte, esprimendo il desiderio di esservi rappresentato da un nucleo significativo di opere. Spetterà alla vedova, Teresita Rasini, dare seguito a questo desiderio, preludio alla più nutrita donazione alle Civiche Raccolte di Milano, nella seconda metà del decennio: le affinità e le simmetrie fra i due lasciti sono numerose, specialmente riguardo alle opere grafiche. Quasi tutti i disegni lasciati alla GAM, scalati fra il 1948 e i primi anni Sessanta, per la maggior parte esposti alla mostra del 1970 (poi nuovamente nel 1996, a cura di Riccardo Passoni in seguito a un primo restauro affidato a Costantino Savio), avevano avuto in quell’occasione l’onore di una pubblicazione a piena pagina: era un sintomo evidente di un ritorno di attenzione, dopo un disinteresse quasi ventennale da parte della critica, per il 34 Da sinistra: Concetto spaziale, 1951; Ambiente spaziale,1952 Fontana disegnatore, che non si sarebbe più interrotto portando anzi, nel 2013, alla pubblicazione del catalogo generale dell’opera grafica. Ci si stava rendendo conto, infatti, che il disegno era una componente fondamentale del suo lavoro, costituendo, come ha scritto recentemente Luca Massimo Barbero (2013), il «diagramma del pensiero» dell’artista. Appena tre anni prima della mostra torinese, infatti, Francesco De Bartolomeis aveva dedicato a questo tema un’apposita pubblicazione (Lucio Fontana. Segno antidisegno, 1967), che poneva l’accento sul valore della pratica disegnativa all’interno del processo creativo come sistema di messa a fuoco di un repertorio di segni. Nel 1970, invece, Guido Ballo dava alle stampe Lucio Fontana. Ipotesi per un ritratto e la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 soprattutto usciva per Einaudi Letteratura il volume Lucio Fontana. Concetti spaziali a cura di Paolo Fossati, interamente dedicato ai disegni (compresi alcuni delle collezioni GAM). È del 1972 il primo affondo critico di Enrico Crispolti specifico sui disegni, per i quali conia allora la felice definizione di «progetto di presenza d’immagine concettuale». Crispolti mette in chiaro che il disegno per Fontana non è opera confezionata per essere data al collezionista, come un quadro, ma pur non essendo un vero e LUCIO FONTANA. CONCETTI SPAZIALI A cura di Danilo Eccher. Testi di Virginia Bertone e Luca Pietro Nicoletti TORINO, CIVICA GALLERIA DI ARTE MODERNA 15 aprile - 30 agosto proprio “disegno preparatorio”, costituisce un momento preliminare: su carte di ogni tipo, attratto dalla loro reazione al tratto della penna e del pennello, preoccupato della resa finale più che della povertà dei supporti, Fontana tracciava quasi ossessivamente i motivi che avrebbe poi tradotto in gesto sulla tela o su altri materiali. I disegni su carta, quindi, consentono di visualizzare quei movimenti della mano che sarebbero poi diventati squarci di punteruolo o lunghe fenditure o, prima ancora, graffiti nella materia densa e fluida del colore steso con generosità sulla tela: è un passaggio essenziale, per fare chiarezza nei modi dell’Informale, riconoscere le traiettorie del segno a prescindere dallo strumento e dal medium che avrebbe dato loro sostanza. Dopo il ritorno in Italia dell’artista dall’Argentina nel 1946, e per i successivi vent’anni di arte “spazialista”, il cimento su carta è 36 servito soprattutto a visualizzare, a provare la disposizione degli elementi: Fontana disegna d’impulso, aggredisce il materiale senza incertezza e con un controllo che è estraneo all’emotività inconsulta della gestualità informale, delinea forme e immagini, siano essere figurative o astratte, come traduzione istantanea di un input mentale, come una vera e propria “memoria della mano”. Il disegno, infatti, serve a prendere familiarità con una serie di gesti che poi si riverseranno sulla tela o nella modellazione. Devono leggersi in questa luce, per esempio, gli Studi per Concetti spaziali (fl/2146), in cui l’artista delinea una nebulosa di segni (pronti a migrare su tela in una costellazione di buchi) che poi riquadra (o viceversa), come a indicare, all’interno del foglio, i confini della tela. Solo una parte del repertorio di segni che Fontana dispiega sulle sue carte, tuttavia, migrerà poi nei “barocchi” o negli “oli” (mentre il maggior punto di contatto fra il disegno e la tela sarà in concomitanza delle “aniline” a partire dal 1957). Con pennello o pennarello, spesso Fontana si abbandona al fluido movimento della mano, creando intrecci che somigliano a forme organiche, e che hanno fatto pensare a studi per le famose installazioni al neon (fl/2171). Altre volte, però, il vortice diventa un gesto rotatorio che dà vita a nuclei concentrici e spiraliformi raccordati fra loro da un unico tratto di penna o di matita (fl/2160). Non se ne hanno riscontri al di fuori dell’opera su carta, ma sono anch’essi, come scriveva l’artista stesso nel Manifiesto Blanco del 1947, «pura immagine aerea, universale, sospesa». la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 LA MOSTRA/2 SEGNO, MATERIA, RILIEVO L’altro Novecento della scultura uò provocare un certo sconcerto e constatare che passano meno di un decennio fra la redazione da parte di Arturo Martini del celebre testo La scultura lingua morta (1945) e il grande Concetto spaziale di Lucio Fontana oggi alla GAM di Torino (1952): il primo decretava la definitiva impossibilità per la scultura (e soprattutto per la statuaria) di trovare una nuova strada, dopo aver esaurito le possibilità della retorica monumentale; il secondo, per converso, proiettava la scultura in tutt’altro ordine di problemi. Eppure, non è quel disco giallo adagiato al P suolo, fatto per negare tutti i presupposti della statuaria tradizionale (il piedistallo, il volume, lo sviluppo verticale), ad aver fatto scuola nella Milano in cui Fontana ha operato continuativamente dal 1946 in avanti. È questo, infatti, il senso della bella ricognizione proposta da L’altro Novecento della scultura, curata da Sara Fontana e Cristina Sissa allo Studio d’Arte del Lauro. Fin dal titolo, la mostra dichiara un’alterità che potrebbe essere letta, volendo, in più chiavi: essa, infatti, sta a ribadire la validità e qualità di una scelta espressiva ingiustamente trascurata maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 37 Nella pagina accanto: Arnaldo Pomodoro, Tavola dei segni, 1957, bronzo 3/3. Sopra da sinistra: Vittorio Tavernari, Torso, 1958-89, cemento patinato; Umberto Milani, Tropico rosso, 1964, bronzo, esemplare unico da una certa storiografia artistica, più vicina alle specificità del linguaggio rispetto a operazioni concettuali che hanno caratterizzato il secondo Novecento, ma al tempo stesso con un portato di aggressività nell’intervento sulla materia per certi versi ignoto alla statuaria della prima metà del secolo. Il discrimine forte è proprio la guerra, con il suo portato di tensioni che drammaticamente si riversano sulla materia e il repertorio di gesti che vi lasciano la propria impronta, di volta in volta come una pugnalata o un altro atto violento. Anche in questo, come fa notare Sara Fontana nel testo di apertura, è Lucio Fontana a fare da filo conduttore: è l’autore delle Nature, e più ancora l’abile manipolatore della ceramica, a fare scuola sulla vitalità di possibilità espressive che sta all’artista sprigionare dalla materia, specie la più duttile e plasmabile come la terracotta. Fontana e Melotti, proposti in mostra, sono come due numi tutelali proprio per il fatto di aver adottato la ceramica come materia di manipolazione plastica. Per il primo era un sviluppo di un’attività praticata continuativamente, per il secondo un ritorno dopo anni di ricerche “lineari” intorno alla forma: entrambi, tuttavia, avevano qualcosa da dire a una generazione di giovani artisti che andavano a collocarsi, come si legge in catalogo, in «un’area specifica di volta in volta all’esplorazione della materia e del colore e all’esaltazione del segno, del gesto, della traccia, dell’impronta e del vuoto, in strutture a rilievo o tridimensionali». La “linea lombarda” che derivava da questo 38 Francesco Somaini, Racconto sul cielo, 1961, ferro con lucidi, esemplare unico approccio, dunque, declinava quell’esuberanza immaginativa di Fontana in una chiave malinconica ed esistenziale: il solco nella materia, infatti, diventava una vera e propria ferita (Nanni Valentini), talvolta operata con l’ausilio di strumenti come il getto di aria compressa (Somaini) o spezzando forme di ferro (Giuseppe Spagnulo). Accanto a questi, Agenore Fabbri aveva trasformato la scultura in una piaga vera e propria mettendo in evidenza le fratture delle tavole di legno spezzata, lacerate prima di essere tradotte in bronzo. Gli scultori, come fa giustamente notare Sara Fontana, sono i primi a recepire la lezione di Burri: l’iconografia della ferita trovava qui la sua espressione più emblematica, e allo stesso tempo la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 apriva la vita all’uso di strumenti eterodossi per imprimere una traccia sulla materia. Non è da trascurare, infatti, che il discorso di una scultura di segno e materia procede parallelamente sui binari della forma a tuttotondo e su quelli del “rilievo”, che è al centro di un acceso dibattito negli anni Sessanta: a metà strada fra la pittura e la scultura, esso poneva agli occhi della critica un problema di classificazione per via della sua natura linguisticamente ibrida, giocata L’ALTRO NOVECENTO DELLA SCULTURA A cura di Sara Fontana e Cristina Sissa MILANO, STUDIO D’ARTE DEL LAURO www.studiodartedellauro.it 16 aprile - 5 giugno sull’entità e la qualità dell’aggetto dal piano. In quel modo, il rilievo diventava una superficie pronta a ricevere l’impronta della mano e della stecca o di altri strumenti. Al contempo, poi, il rilievo poneva le premesse per la scultura colorata. Non andrà dimenticato, infatti, che oltre alla lezione di modernità offerta con generosità da Fontana, all’accademia di Brera insegnava Marino Marini, per cui la scultura si è sempre posta nei termini della qualità pittorica oltre che plastica. E alla sua scuola di formano gli artisti più diversi, dal giapponese Azuma a Giancarlo Sangregorio e Carlo Ramous, Alik Cavaliere (che a sua volta farà scuola) fino al più giovane Alberto Ghinzani. Per quest’ultimo, e non solo per lui, conterà molto anche la lezione di Umberto Milani, autonomo nella propria via materio logica, fra steli e maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano rilievi. Non sono estranee a queste linea nemmeno le vie dell’assemblaggio di oggetti “trovati”, declinato in senso dadaista da Cavaliere, con approccio più lirico da Milani e da Ghinzani. Oppure, molteplici sono gli strumenti con cui si può incidere la materia, dai modi di Emilio Scanavino, la cui produzioe pittorica ha oscurato un’altrettanto intensa attività scultorea fino alle sistematizzazioni dell’informale in serie di gesti ripetuti da parte di Gio e, soprattutto, di Arnaldo Pomodoro. Una ricognizione d’insieme, come sempre più raramente se ne vedono, consente di riflettere sull’unità di un fenomeno di cui, altrimenti, si conoscerebbero soltanto episodi singoli, talvolta collocati entro le dinamiche di altre storie e di altre linee di sviluppo della scultura. Eppure, fra gli esempi proposti in questa mostra sussiste una sostanziale unità di tempo e di luogo, e non sarebbe azzardato affermare un legame fra la sensibilità visiva sollecitata da un territorio (gli “umori di buona terra” cari anche a molti pittori coevi) e l’indagine degli artisti: il segno inciso o graffiato, infatti, portava nella scultura qualcosa del paesaggio circostante, anche se in termini diversi da quelli di Medardo Rosso, che pure fu il faro di riferimento per questa temperie. Ma quel segno era soprattutto da collocarsi in una dimensione impulsiva, di traduzione immediata e intima: quel segno, in fondo, è il replicarsi ogni volta di una ferita esistenziale. 39 LA MOSTRA/3 ARCUMEGGIA Arte, cibo dell’anima omenica 22 luglio 1956, il piccolo borgo montano di Arcumeggia, frazione di Casalzuigno (Varese), a mezzacosta fra i monti della Valcuvia, diventa il primo e più importante borgo affrescato d’Italia. Da allora, generazioni di artisti si sono susseguite nel dipingere le pareti delle abitazioni del piccolo abitato, da Sassu a Migneco, a Treccani e Gianni Dova, fra i molti, fino ad Albino Reggiori, autore dell’affresco più recente, inaugurato il 26 agosto del 2006. È del 2005, invece, la nascita de “la Sangalleria”, spazio espositivo del fotografo e reporter Luigi Sangalli, che ha deciso di votarsi al borgo dipinto e alla sua D promozione. L’iniziativa di creare uno spazio espositivo dedicato all’arte nacque quasi per gioco. Un giorno, mentre Luigi Sangalli passeggiava per il paese, in compagnia di amici pittori, manifestò, quasi per scherzo, l’intento di acquistare un piccolo spazio di una vecchia cantina allora posta in vendita, collocata a ridosso del ristorante del Pittore. A dieci anni di distanza, dopo un significativo Sotto: i Media riprendono l’evento dell’inaugurazione della Galleria all’aperto dell’affresco (Foto Faoro 1956, riproduzione archivio Luigi Sangalli). Sopra: un affresco sulla case di Arcumeggia “ La corrida” di Gianni Dova, 1967 40 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 A sinistra: Luca Giordano, La Madonna delle ciliege, Attribuzione, Periodo fiorentino, olio su tela, diametro 64 cm, Expertise, prof. Camillo Tacconis, Montecarlo. A destra dall’alto: Giorgio Robustelli, Caffè per due, 2001, Ceramica d’autore, esemplare unico, Ceramiche Ibis Cunardo, Varese; Marcello Mastroianni, in visita ad Arcumeggia (24 luglio 1960) posa con l’amico Remo Brindisi, nella Casa del Pittore. (Foto Faoro, Riproduzione su licenza Luigi Sangalli). numero di esposizioni, la Sangalleria prosegue la propria attività con determinazione e costanza, e con lo stesso spirito di servizio alla comunità attraverso attività culturale. Oggi la Sangalleria collabora attivamente con le istituzioni, in particolare con l’Assessorato alla cultura del Comune di Casalzuigno. Per festeggiare il decennale, ecco dunque una mostra in omaggio all’Expo. La Sangalleria di Arcumeggia propone sovente percorsi d’arte inaspettati, eventi che non si possono etichettare secondo i canoni correnti, principalmente per ispirazione di Flavio Moneta e Luigi Sangalli e in continuità con una “vocazione” affatto particolare e tutto questo impone un approccio desueto. Potrà stupire, infatti, incontrare, fra le venti opere radunate intorno al tema del cibo, un pregevole dipinto lombardo del Seicendo, un tondo attribuito al napoletano Luca Giordano e due tele ARTE CIBO DELL’ANIMA OMAGGIO A EXPO 2015 A cura di Flavio Moneta e Luigi Sangalli testi di Rolando Bellini SANGALLERIA, ARCUMEGGIA (VARESE) 2 maggio - 30 luglio 2015 di Giuseppe Palizzi, accanto a opere, variamente assortite, di Renato Guttuso, Antonio Pedretti, Marco Costantini, Giorgio Robustelli, Alfio Paolo Graziani, Spartaco Lombardo, Carlo Premoselli, Albino Reggiori, Dante Mosè Conte, Francesco Vinea, Leonardo Roda, Alcide Campestrini, Innocente Salvini. Il tema principe dell’evento è il cibo, inteso come nutrimento immateriale dello spirito. Per mano dell’artista, attraverso l’opera d’arte, il cibo diviene segno pittorico alimento dell’anima espressione intangibile e omaggio reso dall’uomo a madre natura, ai suoi frutti e al rapporto che ha con essa. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 LA PUBBLICAZIONE DEL MESE «NOVA HISTORICA»: UNA RIVISTA NUOVA O UNA NUOVA RIVISTA? Intervista al direttore Giuseppe Parlato di gianfranco de turris a nascita di una nuova rivista culturale o il rinnovamento di una vecchia, è sempre un fatto positivo in un momento di crisi complessiva della carta stampata (quotidiani, periodi, libri). Lo è tanto più se si tratta di una pubblicazione che si occupa di storia in modo serio (non serioso e barboso) e cerca di abbinare scientificità e divulgazione, che quindi vada non solo agli addetti ai lavori ma anche a lettori di cultura medio-alta. E che offra anche la possibilità a giovani studiosi di pubblicare le loro ricerche acquisendo i L punteggi necessari da portare ai concorsi, essendo questa rivista rispettosa dei parametri imposti dal ministero. E la cosa è tanto più importante quando la rivista in questione si pone programmaticamente per la libertà di ricerca, senza preconcetti ideologici (come spesso accade altrove) e si fa un vanto del “revisionismo”, cioè di una indagine priva di condizionamenti e documentata che non riconosce alcuna vulgata aprioristica e assiomatica. Considerando quel che avviene nei concorsi a cattedra anche recenti GIUSEPPE PARLATO Giuseppe Parlato (Torino 1952), si è laureato a Torino nel 1974 con una tesi sui moti del 1821 in Piemonte; si è quindi occupato di storia del movimento cattolico tra Ottocento e Novecento, di sindacalismo fascista, di dannunzianesimo, di nazionalismo, di Repubblica Sociale e, ultimamente, di neofascismo. Allievo di Renzo De Felice, ha tenuto corsi universitari alla Sapienza, alla Luiss e a Camerino. È professore ordinario di Storia contemporanea presso la Università degli Studi Internazionali di Roma, della quale, con la denominazione di Università “San Pio V”, è stato preside di Facoltà e Rettore. È stigmatizzati dal «Corriere della sera», «Libero» e «il Giornale» circa un anno fa, è una premessa incoraggiante. Stiamo parlando di «Nova Historica» pubblicata da Luciano Lucarini per la sua casa editrice Pagine affiancandola alle altre riviste accademiche del suo parterre (poesia, letteratura, matematica, teatro, cinema). La dirige il professor Giuseppe Parlato espressione di un autorevole Comitato direttivo. Nuova serie di «Historica», uscita per dodici anni sotto la direzione di Roberto de Mattei. presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, del Comitato Scientifico del Centro di Documentazione multimediale della cultura giuliana, fiumana, istriana e dalmata di Trieste. Dirige dal 2009 “I fatti e la storia”, la collana storica dell’Editore Cantagalli di Siena. Tra le sue pubblicazioni più recenti: La sinistra fascista (Il ( Mulino, 2000); Mussolini. Una biografia per immagini (Gribaudo, 2001); Fascisti senza Mussolini (Il Mulino, 2006); La rivolta di Ungheria (Istituto Luce, 2006); Mezzo secolo di Fiume (Cantagalli, 2009); Gli italiani che hanno fatto l’Italia (Rai-Eri, 2011). maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Professor Parlato, lei insegna storia contemporanea, è presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice e fa anche parte della giuria scientifica del Premio Acqui Storia: quale è lo stato di salute degli studi storici in Italia? Vi è una diffusa domanda di storia, soprattutto da parte dei più giovani, i quali vogliono studiare, ricercare, ma soprattutto vogliono andare al di là della vulgata e cioè della interpretazione corrente e più politicamente corretta. Una volta le università avevano fondi per la ricerca e quindi era possibile trovare risorse per la pubblicazione dei risultati della ricerca, oltre che per lo svolgimento della ricerca stessa. Oggi questo è molto più difficile. Un buon lavoro lo fanno le fondazioni culturali, che sostengono giovani studiosi dando loro accesso ai documenti e spesso sostenendo le spese del progetto di ricerca, pubblicazioni comprese. L’unico problema è che la maggior parte delle fondazioni gravita a sinistra e, pur avendo un rapporto ormai laico verso la cultura e di notevole apertura, i giovani sono portati inevitabilmente verso quel tipo di riferimento culturale. Poche le fondazioni a livello scientifico di area centrista e assenti quelle a destra, a conferma del disinteresse che la destr apolitica ha sempre nutrito per la cultura. La Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, che non afferisce ad aree culturali individuabili politicamente e che, per altro, dalla destra in questi ultimi vent’anni non è stata mai aiutata economicamente, conserva - unica in Italia - molte carte delle destre politiche. A essa si avvicinano anche molti giovani studiosi che provengono dalla sinistra e che sono desiderosi di approfondire il mondo politico e culturale della destra e del pensiero conservatore e tradizionalista italiano. Lei è stato varie volte a “èStoria”, il festival della storia di Gorizia di cui a maggio si svolgerà l’undicesima edizione. Quale è l’atteggiamento 43 della gente, quindi del lettore comune, nei confronti della divulgazione storica? C’è un interesse diffuso? I gusti si sono modificati? Vi è sicuramente un interesse diffuso verso la storia; i gusti si sono modificati negli ultimi anni con un maggiore interesse per archeologia e medioevo, una volta più trascurati in favore della storia contemporanea. A 44 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 Caricatura del politico inglese William Pitt e di Napoleone, mentre cercano di spartirsi il globo (1805), opera di James Gillray (1757-1815) mio parere, una eccessiva ideologizzazione della contemporaneistica non ha giovato alle sue fortune; molti ritengono che tra la storia contemporanea e la politica (quest’ultima in caduta libera presso il grosso pubblico) non vi sia molta differenza; per questo motivo ritengono che una ricerca sulla storia contemporanea sia quasi inutile perché irrimediabilmente viziata dall’ideologia. La cosa più grave è che, mentre le storia contemporanea viene considerata troppo politicizzata, nello stesso tempo ha fortuna un altro tipo di storia, ben diversa, che è quella semplificata e banalizzata che furoreggia in edicola, sul web o nelle ricostruzioni delle fiction televisive. È più gossip che storia, ma alla gente piace perché ricorda la storia romanzata. Chi ci rimette è la ricerca quella vera, quella fondata sui documenti. Questa “storia” semplificata è la risposta sbagliata a una esigenza giusta: avere una storia che sia più racconto che ideologia, che sappia comunicare, che sia libera da condizionamenti, che cioè non voglia, attraverso una ricostruzione addomesticata dei fatti, costruire un modello di società o aiutare questo o quel partito, in genere di sinistra. La crisi generale, e in particolare nell’editoria, ha coinvolto anche le riviste di storia, scientifiche e divulgative? La crisi ha coinvolto riviste e fondazioni culturali, soprattutto quelle serie. Molte riviste hanno già chiuso i battenti, mentre molte fondazioni sono in forte difficoltà per i debiti. Quelle che vivono di contributi dello Stato o delle regioni, si trovano in grande difficoltà. Contemporaneamente non tutti gli editori riescono a continuare a pubblicare riviste costose e con scarsità di abbonati. D’altra parte, la crisi ha ridotto molto il cosiddetto “superfluo”: in questa categoria c’è anche la cultura, purtroppo… Dal punto di vista strettamente commerciale, questa situazione sta determinando risultati molto seri sulla storiografia, soprattutto quella più giovane. Gli editori non hanno risorse economiche (o ne hanno di meno di una volta, o dicono di non averne, il che però purtroppo è lo stesso); ciò determina, come si è detto la chiusura di molte riviste che davano spazio ai giovani, i quali, attraverso le riviste scientifiche, possono scrivere saggi che permetteranno loro di entrare all’università come docenti. Per lo stesso motivo, gli editori, soprattutto quelli più famosi, pubblicano solo testi pagati dagli stessi autori: dai diritti d’autore si passa così ai doveri d’autore. In questo modo, i giovani che hanno minori disponibilità economiche sono in pratica tagliati fuori dalle possibilità di fare carriera nell’università. Si tratta di un problema assai serio che caratterizza molte case editrici che si sono sempre professate “progressiste”. Poche case editrici pensano a dare spazio a giovani autori, così come poche riviste accettano di fare collaborare giovani non ancora affermati. «Nova Historica» considera questo un punto d’onore e ha aperto ai giovani in maniera concreta. La Rete ha una sua funzione in questo momento di difficoltà? La Rete ha una grande funzione di divulgazione e nel creare un insieme di confronto e di dialogo fra studiosi. Ma contemporaneamente la Rete presenta anche rischi non indifferenti, a cominciare dalla scarsa verifica delle informazioni storiche che si trovano 46 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 fotografico di natura storica. Vignetta satirica di James Gillray del 1786 nella quale Giorgio III e la regina Carlotta, già traboccanti di denari, ricevono nuovi finanziamenti dal Primo Ministro Pitt il giovane, a sua volta con le tasche piene di monete, in contrasto con la miseria dell'accattone tetraplegico ai loro piedi nel mondo virtuale: errori, strumentalizzazioni politiche, approssimazioni. Manca una verifica e ciò determina gravi conseguenze presso gli utenti meno preparati, e cioè i ragazzi; costoro si trovano sì, a differenza del passato, al cospetto di una massa copiosa d’informazioni, ma non sono in grado di scegliere le informazioni corrette da quelle imprecise o addirittura completamente errate. Lei ha assunto la direzione del comitato di direzione di «Nova Historica»: una rivista nuova, o una nuova rivista? Quali i suoi intenti e i suoi orizzonti? «Nova Historica» è entrata nel tredicesimo anno: non è quindi una nuova rivista, ma è una rivista nuova, almeno rispetto al passato. Diretta finora da Roberto de Mattei, cui va il mio saluto sincero e cordiale, «Nova Historica» è stata impostata dal nuovo comitato di direzione in maniera abbastanza diversa. In primo luogo perché il Comitato di Direzione, composto da Simona Colarizi della Sapienza, da Francesco Bonini, rettore della Lumsa, e da Gaetano Sabatini di Roma Tre, punterà molto sui giovani, come si è detto, e sulla internazionalizzazione, come dimostra la composizione del Comitato scientifico. Inoltre, confluiranno su questa rivista tre filoni disciplinari: la storia politica dall’Ottocento a oggi, la storia delle istituzioni e la storia economica. Ci sembra che questo sia il modo migliore per giungere alla comprensione dei fatti storici non disgiunti dalla attualità. Il linguaggio sarà chiaro, i saggi saranno espressione libera della interpretazione degli autori, vi saranno in ogni numero un inedito e un servizio Per concludere. È in discussione al Parlamento una cosiddetta “legge sul negazionismo” al grido (di comodo): ce lo chiede l’Europa. Molti studiosi di orientamenti assai diversi hanno sollevato perplessità, dubbi e addirittura allarmi. È veramente qualcosa di necessario e indispensabile. Ci sono pericoli concreti per la ricerca storica svincolata da condizionamenti? Il discorso è complesso, come per altro dimostra anche lo stesso iter del provvedimento, per ora giunto soltanto all’approvazione di un ramo del Parlamento. All’inizio sembrò a tutti una passeggiata, tanto che si parlò di una rapida approvazione in commissione, senza neppure passare dall’aula. Invece così non è stato, soprattutto perché, come lei ha giustamente ricordato, molti studiosi di ogni parte politica si sono espressi negativamente nei confronti del provvedimento. Il quale ha obiettivamente subito delle trasformazioni in senso positivo nel passaggio dalla Commissione al Senato. Ma tali miglioramenti non sono stati sufficienti a fugare - anche in chi ha votato a favore come la senatrice Fattorini, docente universitaria di Storia contemporanea alla Sapienza - il dubbio che questo provvedimento, mentre condanna severamente il reato di propaganda di negazionismo o di “riduzionismo”, condizioni pesantemente la stessa ricerca storica, sancendo per legge una “verità” che non può essere oggetto di revisione. E, si sa, la storia o è revisione o non è. maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 47 L’INIZIATIVA DEL MESE NELLA PRIMA CAPITALE DEL RINASCIMENTO A Urbino per una settimana di studi e riflessioni sul tema “Corte e città” aga, leggiadra, montanina et bella / città, dove io lassai la vita mia, / deh, fostu posta qua, dove io voria!». Ecco gli ariosi versi con cui Angelo Galli, raffinato cantore della corte di Federico di Montefeltro in missione diplomatica presso gli Sforza «V a Milano, avvertiva la tirannia della distanza dalla “sua” Urbino. Lì, in quel Palazzo a forma di città, posto tra le vallate e le forre di bianche e soffici nebbie come di un mare irreale da miracolo o da pittura protorinascimentale, si davano convegno gli spiriti illustri dell’epoca, da Castiglione a Piero della Francesca, da Pietro Bembo a Giusto di Gand, preparando una stagione in cui astronomi, matematici e costruttori di strumenti scientifici diedero vita a quell’Umanesimo scientifico che caratterizzò i secoli XV e XVI. Come far rivivere quel sogno federiciano, oggi? Lo chiediamo a Giorgio Nonni, docente di Letteratura del Rinascimento, che con i colleghi Antonio Corsaro e Raffaella Santi ha ideato un’iniziativa sicuramente originale, e diremmo unica, nel panorama degli studi accademici, con l’intento di valorizzare le radici culturali dell’Università di Urbino (fondata agli albori del 1500) e della Da sinistra: Giorgio Nonni (Università di Urbino) e Vittorio Sgarbi 48 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 città che la ospita: una Summer School “Urbino Renaissance Lectures”, integralmente in lingua inglese, rivolta ad un pubblico internazionale, in cui si discuteranno temi che riguardano le origini della civiltà europea moderna. «Abbiamo voluto fare i conti con quel periodo storico che ha saputo abbattere gli steccati esistenti tra le varie aree del sapere e che è stata in grado di operare contaminazioni tra le lettere, le arti e le scienze. Vogliamo aprirci a un pubblico internazionale, per rendere questa terra un luogo di incontro tra culture diverse, come avveniva al tempo dei Montefeltro, la cui Corte era animata dagli intelletti più raffinati dell’epoca» afferma il professor Nonni, Direttore della Scuola. La prima edizione della Scuola verterà sui rapporti tra Corte e Città. E Urbino, in cui è stato concepito ed è tuttora custodito quel capolavoro enigmatico rappresentato dalla Città Ideale, rappresenta davvero il luogo deputato a declinare i legami che intercorrono tra lo spazio della Polis e l’ambiente cortigiano rinascimentale, già descritto mirabilmente dalla penna di Baldassar Castiglione. All’iniziativa hanno aderito i maggiori studiosi del Rinascimento. Da Wendy Heller, docente a Princeton ed esperta di musica barocca, oltre ad essere stata visiting professor alla Columbia University a Ros King, conoscitrice del teatro di Shakespeare, da Lodi Nauta, nume europeo della filosofia medioevale a Roberta Mullini, rappresentante italiana nella Société Internationale pour l’étude du Théâtre Médiéval. Patrice Ceccarini (Università Parigi VII) si soffermerà invece sui legami che intercorrono tra l’architettura gotica e il Rinascimento. Un parterre di primo piano per un programma che sarà preceduto da una tavola rotonda che si terrà nella suggestiva Sala della Data, che ospitava un tempo le Scuderie Ducali, e che è stata scelta come una delle vetrine italiane dell’EXPO. Alla discussione, intitolata Urbino: una Città del Rinascimento, parteciperà, oltre all’architetto Patrice Ceccarini e all’ingegner Roberto Cioppi, il critico d’arte Vittorio Sgarbi, secondo il quale «Urbino rimanda a un concetto di universalità: è un luogo dello spirito, ed è perfettamente logico che ospiti una Scuola sul Rinascimento». TRA ARTE E CULTURA. UNA SETTIMANA TRA LE BELLEZZE RINASCIMENTALI DI URBINO. UNA SETTIMANA NELLA CITTÀ IDEALE International Summer School “Urbino Renaissance Lectures” è organizzata dal Dipartimento di “Studi Internazionali” dell’Università di Urbino, col patrocinio del Consiglio della Regione Marche, nei giorni 20-25 luglio 2015. Si snoderà in 11 lezioni tenute da studiosi provenienti da ogni parte L’ del mondo, che saranno precedute da una tavola rotonda su: Urbino, una Città del Rinascimento (20 luglio, ore 17) a cui parteciperanno Vittorio Sgarbi, Patrice Ceccarini (Paris VII) e Roberto Cioppi. Il tema della prima edizione sarà: La Corte e la Città. Il Corso, integralmente tenuto in lingua inglese, è rivolto a Di- plomati e Laureati che vogliano affrontare gli studi rinascimentali in una prospettiva transdisciplinare. L’accesso alla Scuola è riservato a 50 iscritti e dà diritto a 6 CFU. Il costo di iscrizione è di 300 euro. Ulteriori informazioni: www.uniurb.it/renaissancelectures giochipreziosi.it UN MONDO DI DIVERTIMENTO! GRUPPO GR UPPO GIOC GIOCHI HI PREZIOSI 50 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 Il libro del mese La diversa filosofia di un profondo e altro Occidente Una riflessione sulle Parole sonanti di Massimo Donà GIOVANNI SESSA S arà per la nostra vocazione innata all’estremo, accompagnata da un giudizio critico sui “fondamenti” della visione del mondo dominante, che apprezziamo la via speculativa di Massimo Donà. Inutile negarlo, la sua filosofia recupera un sapere Altro, che ha avuto uno sviluppo carsico a causa della marcia trionfale del lógos eleatico. Sappia il lettore che l’ultimo libro del filosofo veneziano, che qui di seguito discutiamo, Parole sonanti. Filosofia e forme dell’immaginazione (Bergamo, Moretti&Vitali Editori, 2015, pp. 304, 20 euro), ha provocato in noi una forte impressione. Emo, nume tutelare sotto la cui potenza speculativa sono state pensate queste pagine. La prosa di Donà è stringente e ripropone, mutata di segno, la discorsività organicamente strutturata di Severino. Il suo pro-porre ha, I saggi che compongono il volume sono il risultato del dialogo intrattenuto dal pensatore veneziano con comites intensamente frequentati, dai Presocratici a Plotino, dai neoplatonici rinascimentali ad Andrea Massimo Donà, “Parole sonanti. Filosofia e forme dell’immaginazione”, Bergamo, Moretti&Vitali Editori, 2015, pp. 304, 20 euro implicita in sé, l’emergenza dell’obiezione. Prosa, quindi, dinamica e risonante: sintonica alle argomentazioni presentate. Parole sonanti conferma quanto scrisse Karl Kraus. Fare filosofia «è entrare in un labirinto» in cui è custodito il “mistero della Parola”. Quello di Donà è un percorso mirato a ripensare i linguaggi dell’umano, per individuare vie d’uscita dalle incertezze del dire. Ma è arduo trovare la via d’uscita dai labirinti. Quello disegnato da Donà ha, però, una porta d’accesso privilegiata, il saggio Distante prossimità. Sull’isola di Pasqua o la sua “magia”. La misteriosa storia dell’isola di Rapa Nui desertificata dal conflitto tra i suoi abitanti è metafora della condizione attuale dell’umanità e nello stesso tempo è esperita quale metafora del Centro, cui ogni uomo tende, pur sapendo di non poterlo mai positivamente incontrare. Il saggio Sul Bianco. Sola maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Sopra da sinistra: Dino Campana (1885-1932); Giordano Bruno (1544-1600), in una stampa del XVIII secolo. A destra: Fernando Pessoa (1888-1935) mente, è la chiave di volta dell’intera prospettiva di Donà. L’autore ricorda che Matisse diceva il bianco essere l’habitus di ogni artista che riesca ad approssimarsi all’arché, in quanto ri-vela l’indistinzione originaria. Donà legge il bianco quale colore esprimente «totale disponibilità e pudore, in-uno». Somma di tutti i gradi della scala cromatica, nessun singolo colore può contrapporvisi. Il bianco si costituisce in forma paradossale, perché in sé non manca mai degli altri colori: gli altri gradi cromatici non sono il bianco, ma il bianco è sempre anche loro. Ciò non significa che il rapporto bianco-colori sia riducibile alla relazione tra la parte e il tutto, in quanto il bianco lascia essere qualsiasi colore che lo abbia quale sfondo. Agisce come parte, in relazione alle altre 51 parti, riproponendo un sapere negato dall’assolutizzazione dicotomica del principio d’identità. Il bianco è latore di una “totalità” parziale e relativa. È la lezione emiana: un negare affermativo per cui il bianco negandosi si afferma nel rosso, in quanto vi ritrova qualcosa di sé. Tutto nei colori è bianco che ripete sé stesso all’infinito. Il nero dice il semplice «esser negato» del bianco «indica un’alterità che non si situa mai al di là del bianco». Muovendo da tale presupposto, Donà si fa latore di un recupero dell’originaria cultura mediterranea: «Si tratta di ripensare queste radici; per capire se l’unità, piuttosto che destinar- 52 si a un’immagine rigida che troppo spesso ha funzionato da idolo identitario possa riuscire a specchiarsi in queste stesse differenze». Da qui il confronto con la tradizione pitagorico-platonica in Platone e la musica. L’arché del pensiero mediterraneo. Dalle sue pagine si evince che il tratto musaico del filosofare sta nel tentativo di armonizzazione del chaos condiviso con la musica che muove e libera, rende udibile l’esserci degli enti. La sua temporalità è incompiutezza, non-finitudine. L’intuizione pitagorica, sarà limitata da Platone che, la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 distinguendo i generi musicali in positivi e negativi, ripropose la distinzione per eccellenza, quella di essere e nulla. Nel mito è possibile rintracciare evidenti confutazioni dell’asserto veritativo dell’identità: ad esempio nella coppia HermesHestia, analizzata nello scritto Distante prossimità. Antichissima relazione. Hermes indica il principio per il quale è possibile chiarire come ogni apparente identità custodisca in sé l’alterità più radicale. Mobilità e immobilità, essere e nulla, sono due volti della stessa realitas. Hermes, dio del- l’aperto, è in relazione con Hestia, dea del chiuso. Il loro rapporto testimonia che il conoscere cui il sapere ermetico rinvia, non nasce nella ratio assertiva. Chi varca i confini, non riconosce le distinzioni: la cosa fu colta dai neoplatonici della Rinascenza. Giordano Bruno, ne De la causa, principio e uno, sostiene che a distinguere le cose esistenti «sia la loro stessa originaria e perfetta indistinguibilità». La vera Sapienza si muove nell’ombra e insegna che i distinti dicono il me- Sotto: Carlo Ciussi (1930-2012), qui fotografato davanti a una delle sue opere. Nella pagina accanto in alto: Henri Matisse (1869-1954), ritratto nel suo studio, nella casa di Nizza (1948) maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 53 desimo: nell’ombra la cosa non è mai quel che è. Chi abbia conseguito tale contezza, avrà accesso a quel ridere alto che la dossografia attribuisce a Democrito. Un riso che sgorga in chi abbia acquisito il coraggio, di fronte al non-senso, di accettare la fine, la propria morte. Filosofare significa prepararsi a morire e il riso filosofico ha, implicato in sé, il pianto attribuito ad Eraclito. Il filosofo veneziano si fa latore di una logica ludica o del non-senso, quintessenza del mondo infantile che, con Deleuze, ci invita ad abitare negli eventi puri, testimoniati esemplarmente dal mito, alla luce del quale la fanciullezza è il sempre possibile futuro dell’umanità. L’altra filosofia vige come possibilità da recuperare. Donà ci guida così nella seconda parte del libro. In questi scritti il confronto ha per prota- assimo Donà insegna Metafisica e Ontologia dell’arte presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È curatore, con Romano Gasparotti, dell’opera postuma di Andrea Emo. Fra i suoi libri si ricordano: Le forme del fare, con Massimo Cacciari e Romano Gasparotti (Liguori, Napoli 1987); Sull’assoluto. M gonisti grandi contemporanei. La poesia esoterica e mistica dei Canti Orfici di Dino Campana, la pittura-poesia di Virgilio Guidi, Per una reinterpretazione dell’idealismo hegeliano (Einaudi, Torino 1992); Aporia del fondamento (La Città del Sole, Napoli 2000); Aporie platoniche. Saggio sul ‘Parmenide’ (Città Nuova, Roma 2003); Filoso- maestro di insicura perplessità, il linguaggio astratto di Carlo Ciussi e Andrea Zanzotto, impegnati in una lotta strenua contro fia del vino (Bompiani, Milano 2003); Magia e filosofia (Bompiani, Milano 2004); L’aporia del fondamento (Mimesis, Milano 2008); Filosofia dell’errore. Le forme dell’inciampo (Bompiani, Milano 2012). 54 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 Sopra da sinistra: Karl Kraus (1874-1936), in una foto del 1920 circa; Andrea Zanzotto (1921-2011) l’ingannatrice potenza dell’esperienza empirica del mondo. In loro si rende evidente il logos sconfitto, che Donà ripropone alla nostra attenzione. Tale logos vivifica anche la poesia di Mario Luzi che riconosce il reale quale luogo in cui l’impossibile si dà. Donà colloquia con Nancy, con la sua teoria dell’arte. La pratica artistica sospendendo il communicativum produce l’ epoché e del senso e del mondo. Essa diviene messa in opera del non-senso della vita stessa, una visione che manifesta il nostro eccedere in quanto esistenti gratuiti: il fondo si dà sempre e solo in un esserci. Con Fernando Pessoa, commenta Donà: «Le cose non hanno significato: hanno esistenza. Le cose sono l’unico senso occulto delle cose». In conclusione, il filosofo ripercorre sentieri interrotti della tradizione speculativa occidentale, e attribuisce al pensiero un compito epocale: la ri-acquisizione della trasparenza del vetro. Il vetro è l’unico tra i materiali fisici, a non escludere, dalla propria prospettiva visuale, tutto ciò che esso non è. La sua quidditas è erotica, riconnettiva ed accogliente. La trasparenza del vetro e le parole sonanti presuppongono sguardi lievi, corrispondenze ed eco. 56 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 BvS: Fondo moderno di edizioni di pregio L’assordante silenzio del magico torchio Un addio a Franco Sciardelli, eccelso stampatore MASSIMO GATTA Fatto è che Sciardelli è uno degli stampatori più appassionati che io conosca; forse il più appassionato, se mettiamo in conto la sua onestà (oggi, nel campo dell’arte della stampa, bisogna parlare d’onestà e distinguere) e il suo non infrequente lavorare in perdita. Leonardo Sciascia N eppure l’amico Leonardo Sciascia gli chiese mai il perché di quella scelta, insieme difficile, severa e magica, di stampare manualmente al torchio. Del perché, dalla Palermo del dopoguerra, il giovane Franco Sciardelli, salendo nella grande metropoli lombarda, avesse deciso di diventare proprio uno stampatore, anzi un mistico del torchio, come argutamente e simpaticamente molti anni dopo scrisse di lui Matteo Collura, altro siciliano doc, lui di Grotte. Sciascia, in quel suo ricordo permeato di stima e affetto, azzardava che alla base di quella scelta ci fosse il desiderio «di un mestiere da fare con gioia», un mestiere cioè che fosse quanto più lonta- no possibile dai destini tutti uguali dell’emigrazione del tempo, mestieri quelli senza gioia alcuna, «opachi e duri», come scrisse lo scrittore di Racalmuto, per quella loro ineluttabilità di mestieri non scelti ma imposti dalle dure necessità di emigranti nel grande Nord di quegli anni. Se consideriamo il valore simbolico che la parola gioia ebbe nella personale visione esistenziale di Sciascia (che lui riprendeva direttamente dall’amato Montaigne del Non faccio nulla senza gioia) ci accorgiamo come lo scrittore di Racalmuto, riferendosi a quella gioia, citasse implicitamente la propria di scrittore, attività che egli non a caso intendeva come mestiere artigiano, da compiere giornalmente. Matteo Collura, nell’introdurre il catalogo dell’interessante mostra milanese del ‘92,1 scrivendo dell’amico stampatore utilizzò non a caso il termine mistico per caratterizzare simbolicamente le scelte estetiche di Sciardelli, scelte che forse indicherei anche come etiche, considerato che egli non scese mai a compromessi con la propria arte e la propria coscienza, a «qualsivoglia accomodamento di tipo mercantile o tecnico-artigianale» (Collura), ben sapendo che ciò lo avrebbe penalizzato economicamente. A questo proposito un grande artista come Fausto Melotti nel 1988 così scrisse di lui: «[…] Franco è molto serio e bravo e svagato. Lo si direbbe adatto a indossare il saio della purezza ossia della rinuncia. Infatti, nonostante la sua bravura, tira a campare. In più è mio amico».2 Una mistica quindi della rinuncia unita ad un’etica della libertà, della scelta, perché il libro impresso al torchio non è un li- 58 bro qualsiasi; esso incarna (o dovrebbe) gli ideali stessi e le scelte dello stampatore, le lezioni filologiche adottate, la grandezza dell’artista illustratore, la qualità dei materiali, la forza benigna del torchio, le stagioni che occorrono per portarlo a termine, i dubbi, le incertezze, le fatiche di un artigianato duro e inflessibile, le sue regole, le sue misure esatte, le la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 manie. Quindi il libro stampato al torchio diventa la quintessenza degli ideali estetico-letterari (ma appunto per questo anche etici) di chi lo stampa, di chi sceglie quella strada, tra le più ardue nell’intero universo del libro. Riflettendo meglio, sfogliando i tanti pregevoli volumi usciti dalla sua stamperia, ammirandone le incisioni, dialogando con lo stesso stampatore, mi dicevo sempre che aveva ragione Sciascia quando scriveva che Sciardelli scelse il solo mestiere che gli garantisse gioia, parola così difficile e impegnativa. Nel ‘61 la stamperia nacque accanto alla “Galleria del Mulino” in via Brera e il suo torchio divenne fulcro di incontri tra amatori di stampe originali. Con maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano la ricorrenza del Centenario dell’Unità d’Italia Sciardelli ebbe anche l’incarico di stampare una cartella con incisioni e litografie di Guttuso, Gentilini, Viviani, Morlotti, Calandri. È però nel ‘66 che avviene il delicato passaggio da stampatore a stampatoreeditore col volume di Domenico Cantatore Venne l’acqua, racconto con 5 incisioni dell’artista (in 125 esemplari); mentre l’anno prima aveva stampato a Valenza Po Donne appassionate di Cesare Pavese, con incisioni di Antonietta Ramponi (in 150 esemplari). Stranamente questo volume non venne inserito nel catalogo della mostra alla Biblioteca Trivulziana in occasione dei suoi 30 anni di attività.3 Incontro certamente im- 59 portante, esistenzialmente e professionalmente, fu quello con Leonardo Sciascia di cui Sciardelli stampò nell’80 Sicilia, mito di acque (in 140 esemplari), con incisioni di Giancarlo Cazzaniga. Dello scrittore siciliano stamperà in seguito altri libri: da Sicilia, mito di acque (1980), Storia della povera Rosetta (1982), a Il calzolaio di Messina (1989); inoltre un delica- 60 to libretto di fotografie Leonardo Sciascia fotografato da Ferdinando Scianna (1989), ancora un siciliano, di Bagheria, unito a Sciascia e allo stesso Sciardelli da profondi legami d’amicizia e autore di un giustamente celebre libro di fotografie con testo di Sciascia, Le feste religiose in Sicilia4 e di un poetico ricordo dell’amico scomparso5; e ancora nel 2003 Ritratto di Alessandro Manzoni, con incisioni di Antonietta Viganone. Discorso a parte merita l’iniziativa editoriale de Gli amici della Noce, solo sette i fascicoli stampati tra il ‘78 e l’89 nella bottega milanese di Sciardelli di via Ciovasso (privata, amicale pubblicazione fuori commercio, in 109 esemplari), contenenti ciascuno un racconto di Sciascia, Consolo, Collura, La Cava, Bufalino, Addamo, accompagnati da altrettante incisioni di Cazzaniga, Guerricchio, Viganone, la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 Caruso, Cottini, Piacesi, Rognoni. Omaggio alla regione dell’anima di Sciascia, e che riportava nel colophon il falso doppio luogo di stampa Milano-Racalmuto: «[… ] La località indicata nel colophon, Racalmuto, è solo un sentimentalismo di cui Sciascia si è fatto complice, per puro divertimento. A lui non serviva certo quest’occasione per ricordare il suo paese al quale, e da sempre, ben altre importanti testimonianze ha dato. Sentimentalismo dello stampatore, dunque, che appagava così, dalla milanese bottega di via Ciovasso, il piacere di datare una pubblicazione da un paese a lui caro» (Sciardelli); la Nota dello stampatore preziosa- 62 mente chiude la raccolta completa dei sette fascicoli, ristampati in un’unica edizione nel ‘97 per conto della “Fondazione Leonardo Sciascia” di Racalmuto. Il primo di quei fascicoli ospitava un testo del ’64 di intensa bellezza, dello stesso Sciascia, Contrada Noce, con una incisione di Giancarlo Cazzaniga, autore anche del disegno dei grappoli d’uva della copertina, identico per ogni numero. L’ultimo fascicolo conteneva un testo altrettanto struggente di Sebastiano Addamo (scrittore siciliano attento alle questioni tipografico-editoriali),6 Leonardo e i suoi amici, con un’acquaforte-acquatinta di Franco Rognoni, che ritraeva Sciascia di spalle intento a fumare, seduto alla scrivania di fronte all’inseparabile Olivetti. Franco Sciardelli fu particolarmente sensibile al piacere tattile della carta (quel piacere “senzuso” citato da Sciascia, che a sua volta lo mutuava da una bella poesia di Salvatore Di Giacomo e che Umberto Eco, in un suo libretto, indicava giustamente come “la memoria vegetale”),7 dell’alfabeto e dell’ex libris, cui dedicò alcuni splendidi volumi di Wolf, Disertori, Tramontin, Zetti. Ricordo che nella citata mostra del ‘92 a Palazzo Bagatti Valsecchi rimasi colpito dal libretto Della carta incombustibile del ’92,8 da lui stampato in soli 300 esemplari; un libretto di puro gusto tattile e filologico, es- la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 sendo la ristampa di un articolo pubblicato nel 1869 su «L’Osservatore Romano», che attirò l’attenzione anche del grande (e ingiustamente dimenticato) Nello Vian che ne scrisse nella sua elegante raccolta di scritti Il leone nello scrittoio.9 Anche il raffinato volume solo xilografico, L’alfabeto di Remo Wolf, dello stesso anno (in 280 esemplari), mi sembra condensi magicamente tutte queste sue predilezioni. Nell’86 intanto Sciardelli stampa 3 acqueforti di Fausto Melotti per i Poems di William Butler Yeats, nella traduzione di Eugenio Montale, che lo stampatore veronese Franco Riva riuscirà solo a comporre a mano a Poiano, nell’81, prima della morte. La stampa definitiva sarà portata a termine da Martino Mardersteig nella sua Stamperia Valdonega di Verona, promossa dai Cento Amici del Libro, il celebre sodalizio di bibliofili presieduta fino alla morte da Alberto Falck. Nel ’93 Sciardelli stampa Dei libri di Paul Valery (in 500 esemplari su carta Sicars), con 3 xilo di un grande e poco ricordato incisore come Adriano Porazzi. Quel librino, pur nell’esile struttura, costituiva l’avvio di una riflessione sulla bibliofilia che condurrà tre anni dopo lo stampatore siciliano a realizzare un opus magnum di notevole bellezza e suggestione, il celebrato trattato di Richard De Bury Philobiblon, ornato da una puntasecca e da xilografie di Mimmo Paladino. Nel ’95 lo stampatore di Palermo consegnava ad Alberto Casiraghy un suo pensiero, Toccare / i poeti / fa bene, che l’eclettico tipografopoeta di Osnago metterà en page nei suoi volatili “Pulcinoelefanti” in 17 esemplari, arricchiti da un disegno dello stesso Casiraghy e da una incisione di Porazzi. maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Nel 2003 lo stampatore tradurrà tipograficamente il testo di Giovanni Visconti Venosta, La partenza del crociato, con tavole a colori di Franco Rognoni, gli ultimi suoi disegni prima della morte avvenuta nel ‘99. Questa edizione era filologicamente impeccabile perché conteneva la testimonianza originaria dell’autore e lo spartito della versione musicale fattane nel ‘27 da Vincenzo Billi. Purtroppo il percorso di Sciardelli come stampatore-editore si interruppe ufficialmente nel 2005, con il volume d’arte di Milena Milani, Ho vita infelice oh vita felice, due poemetti inediti per la città di Albisola, arricchiti da coloratissime incisioni originali della scrittrice, una delicata e molto equilibrata edizione stampata in soli 120 esemplari numerati e firmati dall’autrice. Ma l’anno dopo il vulcanico stampatore ci regalò, per la gioia di noi longanesiomani, la plaquette Così parlò Leopoldo (in 300 esemplari), cinquanta aforismi e con una xilo del geniaccio di Bagnacavallo. L’originale scelta grafica di copertina consisteva nella ristampa dei francobolli celebrativi longanesiani. Sciardelli era uomo di rara energia.10 Se l’attività tipografico-editoriale si era interrotta, quella legata alle iniziative culturali continuò con la nascita de “L’Arte a stampa”, associazione senza scopo di lucro che aveva per finalità la valorizzazione e la diffusione del libro e della stampa originale d’arte. Nell’ambito di quell’associazione particolarmente preziose furono le iniziative editoriali legate alla stampa di volumi a tiratura limitata, il cui primo titolo fu Voielles di Arthur Rimbaud, con 5 linoleum e un’acquaforte originali di Mimmo Paladino, con la ripresa via 63 internet de «Il Calamatta», la bella e purtroppo breve testata ideata dallo stesso Sciardelli nel ‘95, che nel nome ricordava l’incisore Luigi Calamatta (Civitavecchia,1801-1868). Del resto in via Ciovasso, sede della stamperia e dove venne fondata la rivista, aveva abitato, fino alla fine dei suoi giorni, lo stesso Luigi Calamatta, docente a Brera. 64 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 Della precedente serie la testata conservava «[…] l’impegno ad essere specchio dell’attualità di quell’arte che, usando gli attrezzi più vari, i supporti più diversi, NOTE 1 Cfr. Il libro d’arte nell’editoria lombarda. Tre esperienze: Maurizio Corraini Editore, Gallerie delle Ore, Franco Sciardelli Editore, introduzione di Matteo Collura, Milano, Regione Lombardia, 1992, pp. 111-128. 2 Cfr. Massimo Gatta, Un mestiere da fare con gioia: Franco Sciardelli, stampatore, «Colophon», n. 23, ottobre 2006, pp. 3640. 3 Cfr. L’immagine e il torchio. Le stampe e i libri di Franco Sciardelli, Milano, Lucini, 1996, stampato su carta Sicars di Catania. 4 Pubblicato a Bari, Leonardo da Vinci, 1965, rist., Palermo, L’Immagine, 1987. 5 Ferdinando Scianna, Sciardelli, amico crea matrici che rivelano unicamente nella stampa la creazione dell’artista». Nei lunghi decenni di attività tipografica Franco Sciardel- li è stato accompagnato dal talento e dall’amicizia di grandi artisti e fotografi, da Cantatore, Viganone, Treccani, a Messina, Cazzaniga, Disertori, Rognoni, Tedeschi, Crippa, Sassu, Piacesi, Manfredi, Zetti, Costantini, Scianna, fino a Berengo Gardin, Franck, Cartier-Bresson, Morath, Kertész, Baj, Wolf, Paladino e altri. Una folla di amici (grumo d’affetti e intelligenze) che in questi anni, insieme ai suoi lettori, hanno condiviso con lui la bellezza, l’arte e l’orgoglio del bel libro stampato al torchio, uno strumento di perfezione umana da celebrare in questo 2015 in occasione del quinto centenario della morte di Aldo Manuzio; proprio quel torchio il cui silenzio diventa, ora che Franco è andato via, ancora più pesante e difficile da accettare. degli artisti, «Il Sole 24 Ore-Domenica», 12 aprile 2015, p. 37. 5 Vedine ad esempio Racconti di editori, Milano, Libri Scheiwiller, 1991. 7 Cfr. Umberto Eco, La memoria vegetale, Milano, Rovello, 1992; ristampato da Bompiani nel 2011 insieme ad altri scritti di bibliofilia. 8 Il libretto di Sciardelli a cui si fa riferimento è Della carta incombustibile, Catania-Milano, Franco Sciardelli [ma composizione e stampa manuali, Milano, Ruggero Olivieri], capodanno 1992, in 300 esemplari fuori commercio su carta Sicars di Catania, La carta è quella d’amianto che ebbe tra i primi studi quello di Giovanni Giustino Ciampini, De incombustibili lino, sive lapide amianto Deque illius filandi modo epistolaris dissertatio, Romae, Typis Rev. Camerae Apostolicae, 1691; cfr. inoltre Della tela e della carta incombustibili, con due lettere di Angelo Secchi e Paolo Peretti, Roma, coi tipi dell’Osservatore Romano, 1869. 9 Nello Vian, Carta d’amianto, in Id., Il leone nello scrittoio. Aneddoti e curiosità letterarie, con una notizia di Antonio Cibotto, Reggio Emilia, Città Armoniosa, 1980, pp. 77-78. 10 Cfr. Luigi Mascheroni, Franco Sciardelli, quello che conta è lo stampo!, «la Biblioteca di via Senato», a. III, n.5, maggio 2011, pp. 36-37. maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 65 BvS: Fondo moderno di edizioni di pregio L’arte di stampare libri per l’eternità Ricordo di Franco Sciardelli, paladino dell’arte a stampa LUCA PIETRO NICOLETTI «D alla sua piccola officina - in cui io trascorro molte delle mie ore milanesi nel gradevole, per me, sentore di inchiostri ed acidi - escono i nitidi fogli delle acqueforti e delle litografie; ma escono anche dei libri. Sempre più, anzi, Sciardelli è portato a fare libri: che è anche un modo, oggi, di sottrarre le stampe al mercato più osceno, di restituire la stampa alla cerchia ristretta e autentica degli amatori, degli intenditori. Fa, insomma, le cose che gli piace fare per sé, per gli amici». Con queste parole Leonardo Sciascia dava la sua testimonianza sul lavoro dell’amico stampatore, o meglio “stampatore-artigiano”, Franco Sciardelli (19332015). A unirli erano un comune attaccamento alla terra natia (la Sicilia) e l’amore per la carta stampata. Bisognerà prendersi il tempo, prima o poi, per raccontare la vicenda di Franco Sciardelli: riempirebbe un volume, infatti, dipanare il susseguirsi dei giorni e Mimmo Paladino (1948), Voielles, 2005, acquaforte e acquatinta, Milano, collezione privata dei libri, ricostruire i contesti e le storie, gli incontri e le collaborazioni e, soprattutto, seguire il diagramma dell’amatissima arte a stampa. È uno dei libri, forse, che avrei voluto scrivere io, e che potrei scrivere anche ora, ma senza il conforto dei racconti e delle conversazioni con Sciardelli stesso, nel grande studio di via Giannone, stipato di libri e di fogli sciolti. Una parte del mio amore per la carta lo devo anche a lui e alla sua attenzione, veemente a volte ma sempre appassionata, per l’opera su carta. Questa, infatti, è una parola chiave per capire, come fra le righe fa notare anche Sciascia, il temperamento e lo spirito con cui avvicinava il suo lavoro: la calcografia, la litografia e le altre tecniche di impressione non dovevano essere funzionali alla riproduzione meccanica, ma essere uno strumento per creare un’opera a se stante. Il valore dell’incisione non era quello di poter fare una tiratura, ma di arrivare, alla fine, ad un’opera vera e propria con lo stesso valore e la stessa dignità del dipinto, e con la stessa libertà di sperimentazione che si consente alla pittura. Più di altri, infatti, Sciardelli aveva capito che la sopravvivenza delle arti incisoree dipendeva molto dalla loro disponibilità ad aprirsi verso le nuove possibilità offerte dall’affinamento degli strumenti e delle 66 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 Franco Sciardelli tra Giancarlo Cazzaniga e Luigi Guerricchio tecniche ma anche, se non soprattutto, se teneva fede al principio che accanto all’ortodossia del mestiere era necessaria la licenza espressiva. È quanto ha trasmesso, nel tempo, al nipote Ivan Pengo, che ai confini della città prosegue ora, indefesso, quella che è diventata una tradizione di famiglia. Una storia complessa, quella di Franco Sciardelli, perché come le narrazioni più appassionanti, la sua vita è stata un crocevia di altre storie: quelle degli artisti, quelle della grafica e, non ultima, la storia di una Milano ormai ingrata e senza memoria, ma che fu scenario non inerte di un’avventura lunga una vita. Ma al tempo stesso, è una storia complessa perché schizza in mille direzioni diverse, dalla pratica della stampa a un interesse per il recupero della storia della materia, fino a prese di posizione nette quanto consapevoli per cui non aveva esitato, talvolta, a prendere in mano la penna e vergare le proprie dichiarazioni. Ne sono testimonianza le due riviste da lui curate negli ultimi decenni: «il Calamatta» prima, in omaggio all’omonimo incisore dell’Ottocento, e «L’arte a stampa» poi. Il nome di quest’ultima, poi, era stato riusato per un sito internet (http://www.larteastampa.it), quando Sciardelli si rese conto che il ricorso ai nuovi mezzi di comunicazione non era una stravaganza ma una possibilità anche per un uomo d’altri tempi, come lui, vissuto in pieno nell’era Gutenberg. In apertura di quel sito, ultima fatica di un impegno appassionato per la stampa, curato con la consueta intelligenza critica da Carlo Perini, Sciardelli aveva scritto poche righe definendosi «stampatore ed editore in Milano, che smessi dopo lunghi anni l’uso di torchi, carte e inchiostri non intende pensionare il proprio interesse e l’amore per la stampa». Era un tentativo di fare ordine nella propria storia e, al contempo, di fare il punto sull’editoria artistica contemporanea. Nel tempo, infatti, aveva messo insieme una preziosa biblioteca specialistica che da sola, senza contare le migliaia di stampe e di libri d’artista, costituisce un patrimonio di conoscenza da difendere. Ma quel patrimonio, segno di un senso etico e civile, beninteso, è soprattutto, più che un esempio di rigore scientifico e filologico, un atto d’amore e di passione. Bisognerà scrivere questa storia proprio a partire dai sui libri, che peraltro la Biblioteca di via Senato possiede tutti (in almeno un esemplare), collocati all’interno del Fondo moderno di edizioni di pregio. Scriverla, anche grazie alle testimonianze: come un’intervista di Luigi Mascheroni sulle pagine di «la Biblioteca di via Senato» e il resoconto di una conversazione con Carlo Carotti per «FdL», dal titolo suggestivo: Vengo d’oltremare. Franco Sciardelli e il libro d’arte. E restano gli scritti, come un piccolo libello polemico di una schermaglia cordiale fra due galantuomini, arroccati su posizioni diametralmente opposte, ma entrambi fondamentali nella cultura dell’incisione del Novecento a Milano. Infine, una mostra importante, a compendio di una vita, alla Biblioteca Trivulziana nel 1996. A Milano Sciardelli era giun- maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano to nel 1938 da Palermo, dove era nato nel 1933, ma il vero ritorno definitivo nel capoluogo lombardo sarà nel 1949, a guerra finita e terminati gli studi al ginnasio. L’incontro con la stampa, in realtà, era avvenuto quasi per caso. Dopo aver svolto i lavori più disparati, aveva rilevato una cartolibreria nel 1960, e in un ambiente di questa aveva ricavato lo spazio per la piccola galleria “Del Mulino”. È qui che scopre la passione per i libri. Uno sfratto dall’edificio lo obbliga a trasferirsi vicino al Bar Giamaica. Sono gli anni in cui gli artisti frequentano assiduamente il quartiere: Sciardelli ha rilevato anche un torchio, che mette a disposizione degli artisti, ed è da loro che impara i trucchi del mestiere. Qui, poi, incontra Alberto Mondadori, che ha appena fondato le edizioni de “il Saggiatore”: nei nuovi locali trova spazio la libreria della casa editrice e la galleria, dove si tengono mostre di Viani e Morlotti, Xavier Bueno e persino Alfred Kubin. Qui, dunque, scopre la passione per la carta: per il disegno e, soprattutto, per l’incisione. Da qui in poi, quindi, comincia a fare libri in proprio, specie da quando trasferisce lo studio in via Ciovasso, la sede immediatamente precedente all’ultima di via Giannone: è lui che propone e sollecita gli artisti a fare i libri. Il caso più eclatante riguarda invece la sua collaborazione con Sciascia, come riporta Carlo Carotti. Da tempo Sciardelli stava cercando documenti riguardanti il processo alla strega di Broni. Una volta trovati, li consegnò a Sciascia, che ne trasse il suo La strega e il capitano, pubblicato da Bompiani, di cui Sciardelli fece invece un’edizione limitata con incisioni di Aligi Sassu. Non diverso, sotto questo punto di vista, il caso del Philobiblon, antico testo medioevale di Riccardo de Bury, da cui resta 67 molto colpito, tanto da invitare Mimmo Paladino, fra i suoi amori più recenti in ordine di tempo, a realizzare delle tavole apposite per il libro che dà alle stampe nel 1996. Queste tavole nitide e sgargianti, realizzate con l’aiuto dello xilografo Adriano Porazzi, come quelle successive sul tema delle Voyelles di Rimbaud, sono fra gli esiti più felici, forse, del pittore. Ma si è tentati di credere che senza Luigi Guerricchio (1932-1996), La capra di Aliano, 1972, acquaforte e acquatinta, Milano, collezione privata 68 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 69 A sinistra: Fausto Melotti (1901-1986), Senza titolo, 1981, acquaforte, Milano, collezione privata. A destra: Karla Plattner (1919-1986), In famiglia, anni '80, acquaforte e acquatinta, Milano, collezione privata lo sprone del nostro stampatore editore, forse anche lui non si sarebbe cimentato con quest’arte. Un tratto da non trascurare di questo libro, poi, era che per Philobiblon Paladino realizza delle tavole a colori: Sciardelli ha sempre difeso strenuamente l’arte a stampa, fra gli ultimi, insieme a un altro grande maestro da poco scomparso, Giorgio Upiglio; ma non si è mai chiuso nei rigori dell’incisione in bianco e nero ed eseguita soltanto secondo un’austera osservanza delle regole. Al contrario, l’artista doveva essere lasciato libero di sperimentare, di intervenire nei modi che riteneva più consoni ai suoi modi espressivi. Ciò non significa, naturalmente, che non amasse l’acquaforte o l’acquatinta realizzate secondo tradizione: quando lo conobbi, alla metà degli anni Duemila, voleva organizzare una mostra di Karl Plattner, di cui aveva dei fogli stupendi. Con un certo azzardo mi chiese di scriverne: lo feci con una certa emozione, e da allora ricordo con affetto i segni duri e graffianti del maestro di Malles. Ma nello stesso giro di anni, ricordo nel suo studio anche un grande foglio di Fausto Melotti, lasciato incompiuto dal maestro, a cui Sciardelli aveva dato nuova vita attra- IL FONDO MODERNO DI EDIZIONI DI PREGIO DELLA BIBLIOTECA DI VIA SENATO I l Fondo moderno di edizioni di pregio è una delle collezioni più preziose della Biblioteca di via Senato. Costituito da circa 2500 tomi, rappresenta, attraverso volumi usciti dai torchi di Alberto Tallone, dell’Officina Bodoni di Giovanni e Martino Mardersteig, di Franco Riva, di Franco Sciardelli e delle Edizioni unaluna, la migliore tradizione tipografica del Novecento. Libri improntati all’equilibrio dell’impaginazione grafica, alla perfezione della composizione a mano, alla bellezza dell’impressione della stampa su carte preziose. Esemplari arricchiti dalle illustrazioni, spesso originali, di maestri contemporanei, da Dalì a Picasso, da Rauschenberg a Petros, passando per gli italiani Ruggero Savinio e Carla Tolomeo. Testimonianze attuali di una passione, quella per l’arte della stampa, che da Gutenberg, attraverso i secoli, è giunta fino a noi. verso l’intervento di Paladino: ne era nata una nuova opera a quattro mani, in cui il maestro più giovane richiamava, all’interno del foglio, l’ombra del maestro scomparso. L’effetto, naturalmente, era straniante ma di grande fascino. Anche per questa via, non rifiutava l’aiuto dei nuovi supporti tecnologici, ma che cercava di adattarli alle esigenze degli artisti per dare nuova vita alla stampa d’arte. In una bella foto di Ferdinando Scianna, suo vicino di studio e siciliano come lui, Sciardelli è sorridente in mezzo ai suoi torchi: mostra un libro (fresco di stampa?) e sorride. Sembra un operaio della stampa immerso in un’officina artigiana che accoglie il visitatore nel proprio regno. Vi si respira un’aria antica, un’aria tipica delle stamperie d’arte: un’aria che ricorda che il libro d’artista è un oggetto prezioso, ma soprattutto un oggetto che deve dare, a chi lo fa e a chi lo guarda, una grande felicità. 70 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 BvS: il ristoro del buon lettore Una cucina di passione, un ricordo del Cuore Grandi piatti sui poggi di Treiso, alla Ciau del Tornavento T reiso, un piccolo paese di Langa. Nella piazza l’antico edificio scolastico. Con la sua torretta centrale. E sulla vetta la chiave del tornavento. Si varchi la porta. Par ancora di vederli tutti accalcati, come durante il primo giorno di scuola, nella «stanza d’entrata e nelle scale». Genitori, «ufficiali, nonne, serve, tutte coi ragazzi per una mano e i libretti di promozione nell’altra». Come nelle pagine iniziali di Cuore di Edmondo De Amicis (opera che la Biblioteca di via Senato conserva in prima edizione, pubblicata a Milano, da Treves, nel 1886). Ad attender il viandante ora non son più banchi e calamai. Ma tavoli con tovaglie candide e posate d’argento. Qui ha trovato asilo uno dei ristoranti più eleganti del nord Italia: La Ciau del Tornavento. All’avventore non resta che passare nella grande sala. Ma non sono a colpire il pavimento in legno, i raffinati tappeti, i tavoli a distanze enormi, il bel camino. Colpisce qui la quasi totale assenza di pareti. Sostituite da immense vetrate che affacciano senza fine sui bricchi dei più pregiati cru di Barbaresco. GIANLUCA MONTINARO La Ciau del Tornavento Piazza Baracco, 7 Treiso (Cn) Tel. 0173/638333 Si ‘galleggia’ sulle viti di nebbiolo, mentre la sorridente Nadia Benech racconta, come «la giovane maestra Delcati, con gran tenerezza», della sua Ciau. Dei suoi piatti. Della sua cantina. Mentre sul tavolo riposano i golosi grissini, «che empion le tasche» di Garrone, in cucina Maurilio Garola, «faccia seria» e gran cuore come il maestro Perboni, inizia la sua lezione d’alta scuola. I piatti non si limitano a parlare piemontese. Ma dialogano con il mare. Così si possono incontrare i gamberi di Sanremo, ma impanati nella tonda gentile. E il bollito diventa di pesce, con tutte le salse della tradizione. Eppoi, oltre alla finanziera e al fritto misto (con cervella, filoni, creste e granelli), si può gustare uno fra i piatti più impressionanti nel panorama della cucina italiana contemporanea: i plin di Seirass cotti nel fieno maggengo, al burro e timo serpillo. La balsamica vampa è preludio alla sfoglia setosa e al fondente ripieno. Un piatto senza compromessi, e che non teme confronti. Della cantina non si può scrivere se non che è una delle più fornite d’Italia. Oltre la prima vasta sala sotterranea se ne apre un’altra. Un santa sanctorum al quale si accede attraverso una pesante porta in acciaio blindato, come quella dei caveaux bancari. Qui è possibile soddisfare ogni più perverso desiderio. Vi sono radunate, ancora reclinate nelle loro lignee casse, tutte le più grandi bottiglie d’Italia e di Francia. Non sarà quindi un problema trovare un Caberlot, magari un 2005, del Podere Il Carnasciale. Vino fra i più rari al mondo, ottenuto dall’unica vigna impiantata a Caberlot: incrocio di Cabernet Sauvignon e Merlot. Coronamento di una sosta indimenticabile, mentre ci «si allontana dando un ultimo sguardo alla scuola»… 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO GIANCARLO PETRELLA Giancarlo Petrella (1974) è docente a contratto di discipline del libro presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Nel 2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di insegnamento di Scienze del libro e del documento. È autore di numerose monografie fra cui: L’officina del geografo; Uomini, torchi e libri nel Rinascimento; La Pronosticatio di Johannes Lichtenberger; Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia (2010); L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento dei Frati Minori di Santa Maria del Fiume (2012). Collabora con «Il Giornale di Brescia» e la «Domenica del Sole24ore». la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015 GIANFRANCO DE TURRIS G. de Turris ha lavorato in Rai dal 1983 al 2009, come vice-caporedattore dei servizi culturali del Giornale Radio. Ha ideato e condotto la trasmissione di approfondimento culturale L'Argonauta, con cui ha vinto nel 2004 il Premio SaintVincent di giornalismo. Si occupa di politica culturale da un lato e di letteratura dell'Immaginario dall'altro, scrivendo di questi argomenti su quotidiani, settimanali e mensili, nonché su enciclopedie e dizionari, dirigendo riviste e collane, curando l' edizione e l'introduzione di centinaia fra romanzi e saggi, e pubblicando una quindicina di libri. È direttore responsabile della rivista «Antares». MASSIMO GATTA Massimo Gatta (1959) ricopre l’incarico, dal 2001, di bibliotecario presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli. LUCA PIETRO NICOLETTI Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata 2013). LUCA PIVA Luca Piva (Piove di Sacco, 1960), saggista e illustratore, si interessa a temi e spunti della tradizione figurativa e letteraria italiana, in particolare nelle sue espressioni di ambito veneto, per lo più di periodo tardo. Nella sua bibliografia figurano due saggi pubblicati in «Padova e il suo Territorio» (Invito allo studio del Cristo di Arzerello, 2010; Una triste visita di Giovanni Comisso a Piove di Sacco, 2011). Sta lavorando ora a una raccolta di storie narrate da architetture. È in procinto di pubblicare un saggio su alcuni aspetti poco divulgati del rapporto fra D'Annunzio, Venezia, e il culto della Serenissima. GIOVANNI SESSA Giovanni Sessa (1957), è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Numerosi sono i suoi scritti, alcuni dei quali apparsi sulle riviste «Letteratura-Tradizione»; «Palomar» e «il Borghese». Fra i suoi volumi si ricordano: Trascendenza e gnosticismo in E. Voegelin, Caratteri gnostici della moderna politica economica e sociale; Il maestro della Tradizione. Dialoghi su Julius Evola. GIANLUCA MONTINARO Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è docente a contratto presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero (2013). WE OPTIMISE CONTENT AND CONNECTIONS TO FUEL BUSINESS SUCCESS. V.le del Mulino, 4 – Ed. U15 – 20090 Milanofiori – Assago (MI) – Tel. 02 33644.1 Via Cristoforo Colombo 173 - 00147 Roma – Tel. 06 488888.1 E-mail: [email protected] – web: www.mediacom.com