la Biblioteca di via Senato
mensile, anno vii
Milano
n. 5 – maggio 2015
BVS: FONDO
SORGE DELFICO
Gli eroi del
Notturno nell’isola
dei morti
di luCAPIVA
BIBLIOFILIA
Attraverso l’Italia
con fra Leandro
di giancarlo petrella
BVS: FONDO
MODERNO
Pinocchio: Tallone
e gli “Angeli
del fango”
di massimo gatta
IL LIBRO DEL MESE
La filosofia di un
altro Occidente
di giovanni sessa
BVS: EDIZIONI
DI PREGIO
L’assordante
silenzio del torchio
di massimo gatta
L’arte di stampare
libri per l’eternità
di luca pietro nicoletti
ISSN 2036-1394
la Biblioteca di via Senato – Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VII – N.5/62 – MILANO, MAGGIO 2015
Sommario
4 BvS: Fondo Sorge Delfico
GLI EROI DEL NOTTURNO
NELL’ISOLA DEI MORTI
di LuV> Piva
12 Bibliofilia
ATTRAVERSO LO STIVALE
CON FRA LEANDRO
di Giancarlo Petrella
24 BvS: Fondo moderno
di edizioni di pregio
PINOCCHIO: TALLONE E
GLI “ANGELI DEL FANGO”
di Massimo Gatta
33 IN SEDICESIMO – Le rubriche
LE MOSTRE,
LA PUBBLICAZIONE
DEL MESE, L’INIZIATIVA
DEL MESE
a cura di Luca Pietro Nicoletti
e Gianfranco de Turris
50 Il libro del mese
LA DIVERSA FILOSOFIA
DI UN PROFONDO
E ALTRO OCCIDENTE
di Giovanni Sessa
56 BvS: Fondo moderno
di edizioni di pregio
L’ASSORDANTE SILENZIO
DEL MAGICO TORCHIO
di Massimo Gatta
65 BvS: Fondo moderno
di edizioni di pregio
L’ARTE DI STAMPARE LIBRI
PER L’ETERNITÀ
di Luca Pietro Nicoletti
70 BvS: il ristoro del buon lettore
UNA CUCINA DI PASSIONE,
UN RICORDO DEL CUORE
di Gianluca Montinaro
72 HANNO COLLABORATO
A QUESTO NUMERO
Si ringraziano le Aziende che sostengono
questa Rivista con la loro comunicazione
Biblioteca di via Senato
Via Senato 14 - 20122 Milano
Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567
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Immagine di copertina
Collage di diverse storiche edizioni
del Pinocchio di Carlo Collodi
Stampato in Italia
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11/03/2009
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eventuali diritti per immagini o testi di cui
non sia stato possibile reperire la fonte
Editoriale
È
di poche settimane fa la polemica sulle
frasi pronunciate da alcuni vecchi
partigiani e da Laura Boldrini, in
occasione di una cerimonia per il settantesimo
anniversario della “liberazione”. Uno fra
gli ex combattenti si è rivolto al presidente della
Camera bassa, chiedendo l’abbattimento
dell’obelisco del Foro italico, monumento d’epoca
fascista sul quale campeggia l’iscrizione
«Mussolini dux». A onor del vero (a dispetto
di quanto scritto da alcuni) Laura Boldrini di
fronte a questa richiesta è apparsa imbarazzata,
e ha prontamente replicato con un «perlomeno
togliere la scritta».
Appare ovvio (non solo ai lettori di de Felice
ma a tutte le persone ragionevoli) che le vestigia
della Storia non si abbattono, perché in ogni caso
non la si muta né cancella. Come ugualmente
non si bruciano libri. Né si prendono a cannonate
statue. Né, ovviamente, si eradono (come
facevano i sacerdoti egiziani sui muri dei templi
coi nomi dei faraoni scomodi) scritte. Tali azioni,
così stupide, sciagurate e inutili, possono essere
solo perpetrate da fanatici che non hanno il senso
della Storia (come i terroristi dell’Isis).
C’è però un’altra questione, tutta italiana.
Ogni anno, in occasione della ricorrenza del 25
aprile, immancabile, arriva la polemica a
rinfocolare antiche divisioni e vecchie ideologie.
Quest’anno la frase di un ottenebrato anziano
nonnetto. L’anno scorso la pretesa dell’Anpi che
anche i negozi delle città turistiche rimanessero
chiusi. Due anni fa la richiesta che i politici di
centro-destra non presenziassero alle cerimonie.
E così via... Per fortuna, rispetto al 1945, la
Storia della nostra nazione ha fatto passi avanti,
nonostante ci sia ancora chi vorrebbe continuare
a eternare uno scontro fra “bene e male”.
Che l’Italia visse la tragedia della guerra
civile è fatto accettato dalla maggior parte degli
storici. E che i morti delle due parti debbano
esser considerati con uguale rispetto – credo – sia
doveroso atto di memoria e pietà.
Non rimane altro che voltare pagina,
magari sostituendo la festa del 25 aprile con una
giornata dell’orgoglio italiano (o anche europeo!).
Perché l’Italia e i suoi giovani non hanno bisogno
di continuare a vivere in un passato che,
per colpa di qualcuno, proprio non vuol passare.
Gianluca Montinaro
4
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
BvS: Fondo Sorge Delfico
GLI EROI DEL NOTTURNO
NELL’ISOLA DEI MORTI
Un viaggio attraverso l’iconografia dannunziana
LU
PIVA
«O
sorella, perché due volte mi hai
deluso?». Con queste parole di
biasimo rivolte alla morte, colpevole di averlo ancora una volta trascurato per rapire un’altro dei suoi più cari commilitoni, Gabriele d’Annunzio diede inizio alla stesura del
Notturno (opera che la Biblioteca di via Senato
conserva nella prima edizione, impreziosita dalle
magnifiche illustrazioni di Adolfo De Carolis), il
“comentario delle tènebre” dalla genesi leggendaria che, pubblicato da Treves nel 1921, avrebbe
riscosso un impetuoso successo editoriale e posto
un termine inatteso al tratto più fertile della sua
biografia artistica. Si era nel febbraio del 1916, sul
fronte italiano infuriava il primo anno di guerra e
il poeta, ferito gravemente agli occhi in un incidente di volo, costretto all’immobilità, al silenzio
e al buio, disteso sul suo letto di infermo nella casa
rossa in riva al Canal Grande scriveva alla cieca
sopra più che diecimila strisce di carta, ritagliate
in modo che potessero servire da guida alla mano
che reggeva la penna «et in tenebris».
In bocca a moltitudini di altri scrittori la stessa sentenza avrebbe potuto suonare come un ambiguo gioco letterario: non in quella dell’uomo
che scolpì la sua vita attimo per attimo, se ne ineNella pagina accanto: una delle numerose illustrazioni
elaborate da Adolfo De Carolis (1874-1928)
per il Notturno dannunziano (Milano, Treves, 1921)
briò fino all’ultima goccia e, nei lunghi mesi di
guerra, andò ad oltranza, caparbiamente e invano,
ad offrirla alla sua Patria nel nome di una passione
divorante e implacabile. D’Annunzio fu soldato
valoroso per terra, mare e cielo, ma particolarmente vicina al suo temperamento sembra essere
stata l’arma aerea, che associava al cimento della
battaglia l’avventura del volo e riconduceva la
contesa fra nemici a una sfida di coraggio e destrezza tale da suggerire corrispondenze epiche
anche a immaginazioni meno accese. Per pagine e
pagine che hanno lo splendore brunito del bronzo
il Notturno procede con il passo di un requiem,
scandito dalle apparizioni degli aviatori caduti
che introducono a resoconti nei quali nulla è dissimulato dell’atroce sapore della morte violenta.
Una visita al cimitero di Venezia ospitato
nell’isola di San Michele, «dove il Gran Becchino
attinge l’acqua triste con una secchia di vetro forato», ci consente di accostare questi fatti lontani per
una via più concreta di quella che ci offre la parola
scritta. A pochi passi dall’approdo dove sostano i
battelli che provengono dalle Fondamenta Nuove
si incontra il recinto dei soldati di mare: qui tre
tombe si distinguono fra le altre in virtù di caratteri
comuni che le riconducono a una medesima vicenda. Ciascuna di esse si compone di una stele in pietra d’Istria, variata nella modanatura dello zoccolo
e nella sagoma del fastigio, alla sommità della quale è incastonata una lastra di bronzo ornata da figu-
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
Sopra e nella pagina accanto: altre illustrazioni, opera di Adolfo De Carolis (1874-1928), tratte dal Notturno di Gabriele
d’Annunzio (Milano, Treves, 1921)
re modellate in altorilievo. Rose dalla salsedine e
dal sole, slavate dalla pioggia, le lapidi presentano
una superficie frusta che rende a tratti incerta la lettura delle epigrafi che vi furono intagliate:
GIGI BOLOGNA TENENTE DI
VASCELLO PILOTA COMANDANTE
DI AVIATORI CONDVSSE LA SUA
ALA ATTRAVERSO LA GVERRA
CON ESSA COMBATTE’ INTERA
PER ESSA DONO’ OLTRE OGNI FIAM
MA LA VITA
LAGVNA DI VENEZIA XXIII VII MCMXXI
QVI SI SCIOGLIE IL PESO MORTA
LE DEL TENENTE DI VASCELLO
GIVSEPPE MIRAGLIA CHE EBBE
D’ICARO L’ANIMO E LA SORTE
MA LE SVE ALI IMMORTALI SOL
CANO TVTTAVIA IL CIELO DEL
LA PATRIA SOPRA IL MARE LIBE
RATO
XXI GIVGNO MDCCCLXXXIII
XXI DECEMBRE MCMXV
IL CAPITANO DEL GENIO NAVA
LE LUIGI BRESCIANI LE SVE NO
VISSIME ARMI ALATE NON CO
STRVIVA SE NON PER MEGLIO
COMBATTERE E ALL’ARTE SVA
EROICA SACRIFICO’ LA SVA
CANDIDA VITA
XII MARZO MDCCCLXXXVIII
III APRILE MCMXVI
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
I nomi di questi tre ufficiali sono familiari ai
lettori del Notturno e della Licenza della Leda senza
Cigno (che fu pubblicata da Treves nel 1916 e ne anticipò l’argomento e la forma): in ambedue il ricordo dei tre «volatori di battaglia» echeggia di paragrafo in paragrafo, sorgendo dall’ombra con il suo
bagaglio di pena per imprigionare il poeta in un intrico spietato di immagini luttuose. Il torinese Luigi
Bologna pilotava l’idrovolante a bordo del quale
d’Annunzio subì l’incidente che, togliendogli temporaneamente la vista, diede inizio alle sue vicissitudini di Orbo Veggente; passato incolume attraverso
innumerevoli rischi di guerra, cadde durante un volo di prova in tempo di pace. L’ingegnere Luigi Bresciani, veronese, fu aviatore e costruttore d’aerei e
cadde collaudando uno dei prototipi che aveva progettato; il giorno precedente si era recato a visitare il
poeta malato, che nel Notturno rievoca l’episodio
ammantandolo di oscuri presagi. Giuseppe Miraglia, romagnolo di Lugo, fu il «fratello d’armi» che
guidò il biplano di d’Annunzio nei primi mesi di
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8
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
Sopra: le tre steli funebri di Luigi Bologna, Giuseppe Miraglia e Luigi Bresciani, al cimitero di San Michele (Venezia).
Nella pagina accanto: i particolari dei bronzi, opera di Achille Tamburlini
guerra, il «compagno alato» che prima di divenire
«nero silenzio» era stato «l’unico suo pari nell’amore del fato». Cadde alla vigilia di una impresa
che avrebbe dovuto condurli entrambi a una spericolata incursione sul cielo di Zara: la sua morte ispira la parte iniziale del Notturno, gravandola con le
immagini martellanti della veglia funebre, del trasporto e della sepoltura, sulle quali il poeta si arrovella nelle settimane trascorse al buio.
Il cippo di Miraglia, che sarebbe servito da modello per gli altri due, fu disegnato da d’Annunzio
medesimo: il suo schizzo è riprodotto nell’edizione
dei Taccuini pubblicata da Mondadori nel 1965.
L’esecuzione, completata in meno di trenta giorni,
fu affidata all’esule triestino Achille Tamburlini,
uno scultore formatosi fra l’accademia di Brera e
quella di Monaco di Baviera, del quale si usa citare
quale unica opera degna di memoria il monumento
all’esploratore Francesco Querini, attualmente collocato, a Venezia, all’ingresso dei giardini napoleo-
nici. Non dunque uno dei celebri maestri con i quali
il poeta intratteneva rapporti di consuetudine, ma il
versatile titolare di una di quelle botteghe che in città si prestavano a sbrigare qualsiasi commissione legata all’ambito della statuaria e della plastica ornamentale, e che fu capace di consegnare il lavoro nel
poco tempo prescritto. Nel taccuino XCII rimane
annotato il testo dell’orazione pronunciata dal poeta sulla sepoltura dell’amico un mese dopo la sua
morte. In essa il Vate ribadisce il suo ruolo determinante nella creazione del monumento:
San Michele: nel Trigesimo. G.M. Abbiamo dato
a questo cippo la foggia romana, e con vigore romano il
tagliapietra della Laguna v’a intagliato le modanature
del plinto. E due furono gli artefici di quest’opera improvvisa che quasi a miracolo abbiamo potuto inalzare
su la sepoltura del nostro compagno nel trigesimo del
suo trapasso. Il primo artefice fu l’Amore, che tutto
può, tutto dona e - come diceva il Mistico, come ben sa-
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
peva l’eroe tumulato - sopra ogni cosa vuol donare sé
stesso. Fu il secondo un figliuolo di Trieste elettissimo,
un fuoriuscito della città santa, un nato del popolo che
aspetta in schiavitù; e, per amor dell’Amore, egli ha
scelto la miglior pietra, aguzzato il suo miglior scalpello, vegliato ed aiutato il fuoco nella notte con la sua ansia, fatto vigilia d’ogni suo giorno, lavorato fino a
quest’ora, sicché del suo sforzo devoto pare ancor caldo
il metallo. Nella cavità dove gli antichi nostri solevano
porre il simulacro del defunto o alcuna immagine familiare, abbiamo incastrato il braccio nervoso d’Icaro che
tende l’ala cadevole verso la luce con l’ultimo sussulto
del suo ardire mentre il capo chiomato già gli si rovescia
nella vertigine dell’ombra. Inciso è nel fondo il richiamo di Dedalo, che vede il giovine avido andare troppo
oltre, salire troppo alto: Icaro! Icaro!
Nei bronzi di Tamburlini è riconoscibile una
affinità iconografica con le celebri illustrazioni
realizzate dal pittore Adolfo de Carolis per decorare la prima edizione del Notturno, dove incontriamo un analogo repertorio di ali protese, nudità
eroiche, volti assorti e stremati. I rilievi di San Michele traducono queste figure in un trasparente
congegno allegorico che associa un’ala ferita al capitano Bologna, Dedalo a Bresciani e Icaro a Miraglia; le incisioni di De Carolis intrecciano una
più enigmatica trama di allusioni simboliche che
coinvolgono la cecità, il buio, la notte, il sonno, la
morte, l’ombra severa del destino distesa sopra chi
oppone il coraggio alle minacce che si nascondono
nell’ignoto. In questo vocabolario di immagini risuona già la voce della prolifica famiglia di monumenti, eretti nelle piazze di ogni contrada d’Italia,
che negli anni fra le due guerre sarebbero stati l’altare del culto dei caduti, sostituendo al consueto
ritratto realistico di un condottiero o di un personaggio eminente la rappresentazione dell’eroismo
collettivo, affidata ad una commistione di corpi e
di spiriti caratteristica dell’arte sacra.
I due gruppi di opere sono accumunati anche
da una assonanza stilistica: entrambi appaiono im-
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Sopra: lo schizzo di d'Annunzio per il cippo di Giuseppe
Miraglia, pubblicato nei Taccuini (editi per la prima volta da
Mondadori nel 1965). Nella pagina accanto: la stele funebre
di Giuseppe Miraglia (Venezia, cimitero di San Michele)
muni da qualsiasi ipotesi di tardo impressionismo
o avanguardia, così come da quel connubio di
scrupolo naturalistico e mollezza floreale che fu la
lingua franca della belle époque, e abbracciano senza riluttanza un classicismo maturo ed eloquente.
La chiave per interpretare questa scelta di linguaggio può venire dal richiamo alla romanità, conio d’italianità primigenia e sovrana, che apre la
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
pagina di appunti sopra citata. Dalla metà dell’Ottocento l’arte europea aveva conosciuto un incessante avvicendarsi di stili che, rincorrendo forme
sempre nuove e inconsuete, diede voce al desiderio di distinzione di ceti emergenti che il tramonto
dell’ancien régime aveva condotto alla prosperità
prima che al prestigio sociale; d’Annunzio vide
nella guerra un principio di coesione nazionale in
grado di revocare qualsiasi motivo di dissidio interno, e ritenne di doverla celebrare utilizzando
precisamente quel repertorio di forme nel quale
per venticinque secoli tutto intero un popolo aveva riconosciuto il volto di ciò che è solenne e sacro.
Il maestro di ricercata eleganza che aveva dato lezione alle prime generazioni di figli del giovane
regno d’Italia, il campione di ludi mondani che vi
aveva introdotto le ultime novità della cultura
d’oltralpe, l’audace librettista dei Balletti Russi
che aveva sedotto il pubblico parigino più capriccioso e cosmopolita, ritenne che fosse giunto il
momento di chiudere la stagione degli stili avventizi per restituire l’arte nazionale alla sua lingua
madre: non fu una svolta, ma la conferma del fondamento classico da sempre alla base della cultura
artistica dannunziana, rimasto intatto e nudo dopo che il fuoco delle prime battaglie aveva consumato gli ornamenti con cui lo aveva abbigliato il
gusto effimero dell’epoca “della vita leggera” che
la guerra improvvisamente travolse.
La visita a uno qualsiasi dei cimiteri monumentali cresciuti accanto alle nostre città fra Otto e
Novecento ci offre un singolare punto di vista sulla
storia dell’arte: qui molte delle opere capitali sulle
quali si suole misurare l’evoluzione della pittura e
della scultura lungo i cento anni a cavallo dei due
secoli apparirebbero straniere, espressione del gusto di una élite isolata e lontana dalla vita del suo
tempo; qui, nella casa di tutti, ha mantenuto corso
più a lungo che altrove un idioma figurativo largamente condiviso, capace di rivolgersi schiettamente a tutto il corpo della nazione. A questo corpo che
chiamava Patria, composto di uomini affratellati
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
dalla lotta contro le forze ostili e
reso sacro dal fiume di spirito e
di sangue che percorre e feconda
le generazioni, il poeta soldato
riteneva di dovere una devozione assoluta, da testimoniare a
prezzo del più oneroso dei sacrifici: «Il Sacrifizio era venuto a
prender posto tra i Penati. Non
volgemmo il capo per ignorare la
sua presenza. Ma ci avvicinammo a lui, gli togliemmo il velo, e
lo guardammo con pupille ferme
[…] La soglia della casa e il confine della patria erano una sola
santità che poteva essere profanata. Bisognava sorgere e combattere».
Ben oltre i rassicuranti confini della letteratura, d’Annunzio diede seguito ai suoi propositi dapprima dedicando la sua energia e il suo genio alla
campagna a favore dell’intervento, che tanto pro-
11
fitto avrebbe fruttato alla causa
anglofrancese e tanto danno
all’Europa; poi, andando a pagare in prima linea il suo debito
con la guerra che aveva temerariamente invocato, senza dare
segno mai di preferire la sorte di
Dedalo a quella di Icaro. Al Vate
non toccò la «morte bella» attesa con tanta fermezza, ma le pagine del Notturno e della Licenza
conservano il diario lirico dei
giorni in cui dentro di lui cominciò a morire il poeta padrone di
un inestinguibile vigore creativo
che sapeva cogliere qualsiasi
frammento di realtà per tramutarlo in «qualcosa di
lontano e di sacro», e a nascere in cambio un uomo
diverso, prodigo e cruento abitatore del confine
dove vita e morte sono «confuse come il giorno e la
notte si confondono nella zona dell’alba».
IL FONDO SORGE DELFICO ALLA BIBLIOTECA DI VIA SENATO
a Biblioteca di via Senato
conserva la quasi totalità
delle prime edizioni delle
opera di Gabriele d’Annunzio. Fra
queste anche quella del Notturno e
della Licenza della Leda senza Cigno.
Molte fra le ‘rarità dannunziane’ afferiscono al ricco Fondo Sorge Delfico. Inaugurato da donna Vinca Sorge Delfico (1861-1911) e poi notevolmente accresciuto dalla nipote
Paola (1930-2007), il Fondo è giunto
alla Biblioteca di via Senato nel
1999. Discendente del grande pensatore Melchiorre Delfico, Vinca
Sorge fu durante gli ultimi venti an-
L
ni dell’Ottocento la musa ispiratrice
dell’arte in Abruzzo, stimolando e
arricchendo con la sua presenza il
cenacolo degli artisti, musicisti e
scrittori che si riunivano nel Convento di Francesco Paolo Michetti a
Francavilla a Mare.
Sicuramente, di lei si invaghì il
giovane d’Annunzio che non smise
mai di corteggiarla, benché fosse già
sposata con Simone Sorge. La nipote Paola ne ha custodito fedelmente
la memoria e ne ha arricchito la raccolta, collezionando anche alcuni
cimeli (oltre a pubblicare le vibranti
lettere che d’Annunzio aveva scritto
alla nonna.). Il Fondo è costituito da
800 volumi: per più della metà si
tratta delle opere del grande poeta
(nelle varie edizioni, anche quelle
non autorizzate), e il resto da opere
di critica e testi biografici su di lui.
Sono comprese le riviste sulle quali
sono stati pubblicati gli interventi
del Vate.
Al suo interno spicca il manoscritto originale di Sur une image de
la France croisée peinte par Romaine
Brooks, testo redatto nel marzo
1915 per offrire un sostegno economico alla Croce rossa francese sui
campi di battaglia.
G.M.
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Bibliofilia
ATTRAVERSO LO STIVALE
CON FRA LEANDRO
La Descrittione di tutta Italia, baedeker del XVI secolo
GIANCARLO PETRELLA
Seconda e ultima parte. La prima parte è stata
pubblicata sul numero di aprile 2015
N
el giugno del 1525 Francesco Silvestri da
Ferrara, nuovo generale dell’Ordine dei
Predicatori, decise di visitare i conventi
sparsi nelle diverse province della penisola. Il viaggio rientrava tra i primi compiti cui era chiamata la
più alta carica dell’Ordine e non rappresentava un
evento in sé straordinario. A differenza dei predecessori, il Silvestri non avrebbe però limitato la visita a una sola provincia, ma intrapreso un viaggio
lungo e faticoso che da Roma, dove risiedeva, lo
avrebbe portato nell’Italia meridionale, fino in Sicilia; quindi, risalendo lungo la penisola, nell’Italia
centrale, nella provincia veneto-lombarda e, passate le Alpi, in terra di Francia fino in Bretagna. Qui il
viaggio si concluse inaspettatamente per l’improvvisa morte che colse il Silvestri a Rennes il 19 settembre 1528, dopo quasi tre anni di continui trasferimenti, attraverso vie di comunicazione rese
spesso difficili dagli avvenimenti bellici che vedevano la penisola teatro della contesa fra Carlo V e
Francesco I (L. Alberti, Descrittione di tutta Italia,
Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. RRR4v: «[Pavia]
fu poi pigliata nel mille cinquecento ventisette da
L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, In Bologna per
Anselmo Giaccarelli, 1550, frontespizio
Odetto da Lautreco capitano dell’esercito del detto re Francesco e per vendetta saccheggiata e mezza rovinata. Dipoi […] l’anno seguente, passando
nell’Italia il conte di San Paolo mandato dal re
Francesco, la assediò e per forza la soggiogò e la
saccheggiò e per maggior parte la rovinò, come io
vedi ritornando di Bretagna e la vedi talmente dissolata che pochi abitatori v’erano. Giacevano gli
edificii chi mezo rovinati e chi totalmente che era
gran compassione a vederla»). Per uno dei suoi accompagnatori, fra Leandro Alberti da Bologna
(1479-c.1552), il viaggio era destinato però a non
esaurirsi con il brusco rientro in Italia. Anzi, avrebbe trascorso i vent’anni successivi a organizzare in
una sistematica descrizione storico-geografica, cui
avrebbe assegnato il titolo di Descrittione di tutta
Italia, la messe di notizie raccolte, cucendole e rafforzandole con voraci letture di fonti manoscritte e
a stampa che fanno della Descrittione un ‘bacino di
raccolta’ nel quale è confluita buona parte della
produzione geografico-antiquaria del tardo Medioevo e del Quattro-Cinquecento. Osservazioni
apparentemente di prima mano tradiscono infatti
spesso prelievi da fonti nascoste e al viaggio reale si
sostituisce spessissimo la mediazione letteraria.
Ma d’altronde già Petrarca, pur rinunciando al pellegrinaggio in Terrasanta, aveva mostrato di poter
comporre ugualmente un Itinerarium ad sepulcrum
Domini, perché «multa que non vidimus scimus,
14
multa que vidimus ignoramus». Qualche secolo più
tardi Salgari avrebbe descritto luoghi esotici senza
mai allontanarsi dalla Biblioteca Civica di Torino.
La stesura della Descrittione doveva essere giunta a
buon punto verosimilmente già intorno alla metà
degli anni Trenta, dunque dopo un decennio. Sorprendiamo infatti un cenno a una Geographia ac Topographia Italiae, dietro la quale intravediamo certo
la futura Descrittione di tutta Italia, nel De Dominici
Calaguritani obitu et sepultura1 opuscolo dato alle
stampe nel 1535. Fra Leandro, lodando la bellezza
del sepolcro di san Domenico, allude alle sue passate peregrinazioni e si lascia sfuggire un’anticipazione sull’opera che aveva fra le mani: «me quamplurima nobilissima sepulcra … vidisse, non solum per
Italiam quam totam peragravi, prout in Geographia ac Topographia ipsius Italiae ostendi, sed
etiam per Germaniam Galliasque, et adhuc non so-
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
lum superius ullum hoc sanctissimo sepulcro, sed
nec par vidi». Continuò poi a lavorarci per un altro
quindicennio, come suggeriscono aggiunte relative
a personaggi e avvenimenti di quegli anni, che lasciano intravedere l’Alberti impegnato nell’opera
di aggiornamento fin dentro l’officina tipografica, a
stampa ormai avviata. A esempio, la descrizione
della spaventosa eruzione del Vesuvio «nell’anno
1538 nel giorno di s. Michele di settembre»,2 o le
citazioni tratte dal De prisca ac vera Alpina Rhaetia
dello storico svizzero Aegidius Tschudi (15051572), stampato a Basilea nel 1538, o addirittura dal
Benacus, un curioso poemetto mitologico del canonico veronese di origine fiamminga Giorgio Iodoco da Berghen, pubblicato a Verona soltanto nel
1546, quando sappiamo che l’Alberti stava già avviando trattative per la stampa della Descrittione.
Cogliamo addirittura un’aggiunta fatta ormai in ti-
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
15
A sinistra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna,
A. Giaccarelli, 1550, incisione raffigurante l’autore e incipit
dell’opera. A destra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia,
Bologna, A. Giaccarelli, 1550, incipit della descrizione della
Quinta Regione, «Terra di Lavoro … Campania felix»
pografia nell’elogio di fra Damiano da Bergamo,
del quale si ricorda la morte avvenuta il 29 agosto
1549, quando la stampa dell’opera era già in corso
da alcuni mesi.3
Stesura e revisione della Descrittione finirono
col diventare per l’Alberti un impegno assai più
gravoso di quanto probabilmente avesse immaginato al rientro a Bologna nel 1528. Quando le prime copie della Descrittione apparvero infine sul
mercato librario, nel gennaio del 1550, fra Leandro
aveva da poco superato i settant’anni. Ormai anziano, si sarebbe infatti spento due anni più tardi, raccoglieva finalmente il frutto di più di vent’anni di
letture, ricerche, stesure, cancellazioni e ampliamenti. L’opera che usciva dalla tipografia Giaccarelli di Bologna (di cui si è parlato nell’articolo pubblicato il mese scorso) poteva perciò definirsi, a
buon diritto, l’opera di una vita.
Torniamo ora al viaggio reale. Da Roma, dove
si tratteneva ancora nell’estate del 1525, la comitiva
era in procinto di spostarsi nell’Apulia, come attestato da una lettera datata agosto 1525: «ituri in
Apuliam et in Calabriam, hiematuri in Regno».4
Gli stralci autobiografici disseminati fra le carte
della Descrittione confermano che fra Leandro fu effettivamente a Bari nel 1525, come apprendiamo
dalla descrizione del duomo di S. Nicola: «ritrovandomi quivi nel 1525 mi fu mostrato dai venerandi sacerdoti che aveano cura di questo sacrato tempio come già era coperta la volta quale è sopra l’altare, sotto cui giacevano le pretiose reliquie del santo,
di lamine d’argento e parimente le quattro colonne
che la sostentano». Giunse infine a Otranto, nell’estremità della regione, nel novembre del medesimo anno.5 Veniamo a sapere, attraverso un brano
narrativo di tono vagamente novellistico, che il
gruppo, giunto all’altezza del borgo di Corliano,
nei pressi di Otranto, fu accolto con tutti gli onori
dal signore del luogo, scortato con gran pompa fino
al castello e colà omaggiato di una lauta cena: «Passandovi con maestro Francesco da Ferrara generale
dell’Ordine dei Predicatori nel 1525 del mese di
novembre, n’era signor Giovambattista di Monte,
gentiluomo Napolitano. Il qual, sì come uomo generoso e magnifico, come intese noi avvicinarsi, ci
mandò incontra tre miglia due suoi figliuoli, l’uno
d’anni dieci e l’altro di nove, riccamente vestiti, sopra due possenti cavalli guarniti di seta coi fornimenti dorati, che parevano due angeli. Coi quali
erano molti servitori, col loro precettore, con molti
nobili uomini a cavallo, molto ben vestiti. Nello
scontro del Generale, tanto riverentemente lo riceverono, che non più saggiamente sarebbe stato ricevuto d’alcun uomo più prudente e lo misero nel
16
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, p. 150: brano relativo alla descrizione della presunta
grotta della Sibilla nei pressi di Cuma
mezo e così lo condussero al castello. Nell’entrata
della rocca si rappresentò il detto signore, onorevolmente vestito, secondo richiedeva la sua età, che
pareva d’anni cinquanta in sessanta. E molto umanamente lo ricevé. E furono sbarrate tante bocche
di fuoco che pareva dovesse rovinar l’aria. E poi lo
condusse alle nobili e magnifiche stanze, ov’era apparecchiato una nobilissima cena, da ragguagliare
ad ogni lautissimo convito. La mattina ci mostrò
tutta la rocca … veduta la rocca, ci condusse al suo
giardino, molto vago e bello, pieno di cedroni,
aranci e d’altri alberi fruttevoli. … Considerato il
nobile giardino e montati a cavallo, accompagnò
esso signore il Generale alquanto e, pigliata licenza,
lasciò i due figliuoli con l’onorata compagnia con
noi. Erano detti fanciulli altrimenti addobbati e parimente i cavalli da quel che avanti erano. E così ci
fecero compagnia insino al fine del suo territorio. E
poi riverentemente, con atti signorili, chiederono
licenza di ritornare al loro padre».6
La stessa accoglienza fu riservata anche dalla
contessa di Mileto di Sansevero, signora di Castelnuovo, in Calabria, che ospitò i religiosi nella sua
rocca, conducendoli attraverso un odoroso giardino di cedri e limoni: «Quella, intendendo approssimarsi detto Generale, vi mandò contra, al principio del suo territorio da tre miglia, alquanti gentiluomini molto riccamente addobati, sopra potenti cavali, acciò lo conducessero al castello. Li
quali, vicini al detto, ci menarono così a cavalo per
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
17
L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, p. 155: brano relativo a un’escursione in barca lungo il
litorale partenopeo
mezo d’un bellissimo giardino pieno di cedroni,
limoni, aranci e altri simili alberi, dai quali pendevano li frutti maturi, e, fra gli altri, i cedri grandi,
bifurcati e trifurcati, da quelle picciole ramicelle,
che parea miracolo a vedere esser sostentati da
quelle tali e tanti frutti. E, che era più dilettevole,
sentivansi i mormorii dell’acque che trascorrevano per li rusceletti per irrigare detto giardino.
Giunti alla rocca ove dimorava la signora, ecco che
vi compare quella, che lo ricevè con una certa gravità condecente al suo grado, perché era di buona
età. E così fossimo condotti in essa rocca con grand’alegrezza. Fece poi far una magnifica cena, tal
qual era convenevole a una tanta signora».
Poi il Silvestri e il suo seguito si imbarcarono
per la Sicilia. Fra Leandro a inizio del nuovo anno
(1526) si trovava infatti a Catania, dove visitò, non
senza qualche difficoltà, la cattedrale di Sant’Agata
«ove sono con grande veneratione conservate le sue
sacratissime ossa, sì come ho veduto, in tabernacoli
di argento indorati, correndo l’anno del Salvatore
nostro Giesù Christo mille cinquecento ventisei,
essendo quivi con Maestro Francesco de Silvestri».
Tornato a Bologna volle ricordare l’alterco con
«uno di quelli molto rustico e villano che non voleva che io entrassi nel sacrario ove riverentemente
sono custodite tante pretiose reliquie; pur più valse
la umanità e civiltà e gentilezza degli altri che la rozzezza e rusticità di quello». Non sappiamo quali
fossero le ragioni per impedirne l’accesso. Fatto sta
18
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
A sinistra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna,
A. Giaccarelli, 1550, c. D1r: incipit della descrizione della
Seconda Regione «Thoscana». A destra: L. Alberti, Isole
appartenenti alla Italia, Venezia, L. Degli Avanzi, 1568,
carta della Sicilia
che alla fine poté entrare e vedere, fra l’altro, la reliquia del velo della santa che i Catanesi portano in
processione: «E così vi entrai e reverentemente e
anche curiosamente viddi e osservai. … Ancor vedesi il venerando velo di seta di colore violazzo della
prefata verginella, il quale divotamente portato dal
popolo Catanese contro dall’ardente fiamma uscita
dalle larghe foci della sommità del monte di Etna
che procedeva brusciando tutto il paese, temendo il
popolo non passasse per insino alla città, a cui già
s’appropinquava, dimostrato il santo velo, si fermò
e più oltre non processe».7 Si spinse poi alle pendici
dell’Etna (dove «mi dicevano gli abitatori del paese
che di rado per altra stagione salir si può sopra di esso monte per la grande abbondanza delle nevi che vi
sono, eccetto ch’el mese di luglio, che pur vi si può
salire, per esser quasi liquefatte le nevi»),8 prima di
far tappa a Siracusa, Agrigento e dirigersi infine a
Palermo. Qui si trattenne almeno fino al febbraio
del 1526.9 Durante quelle settimane fu ospite del
convento di S. Domenico, dove gli furono mostrati
i manoscritti degli Annales di un altro celebre viaggiatore e geografo dell’Ordine, fra Pietro Ranzano
da Palermo († 1492/93), vescovo di Lucera: «di
questa città nacque Pietro Razzano dell’Ordine de’
Predicatori, vescovo di Lucera de’ Pagani, il quale
fu uomo religioso, dotto e saggio e scrisse quattro
gran volumi ne’ quali strinse tutte le scientie, tanto
prattiche quanto speculative con la geografia e la
istoria. Li quali libri, ritrovandomi a Palermo, io
viddi scritti con dolce e leggiadro stilo». Fra Leandro si fermava dunque per un breve periodo presso
il convento palermitano e i suoi confratelli, venuti
in qualche modo a conoscenza degli interessi dell’ospite bolognese, per fargli cosa gradita gli misero
a disposizione i quattro codici autografi degli Annales del Ranzano. Sebbene ben circoscritta all’interno dell’ampia enciclopedia storica degli Annales, la
sezione geografica (più di duecento fogli) era comunque troppo vasta perché fra Leandro potesse
usufruirne immediatamente. Probabile allora che
abbia semplicemente trascritto i passi che gli interessavano, o, ipotesi forse più ragionevole, abbia
commissionato una copia dell’intera sezione geografica che poté poi ‘saccheggiare’ durante la lunga
stesura della Descrittione al rientro a Bologna. Un
altro particolare curioso, verificatosi ancora durante la visita alla città di Palermo, sembra rafforzare
l’ipotesi che l’Alberti raccogliesse materiale in vista
di un’opera geografico-erudita che già gli frullava
nella mente. Affascinato dall’architettura moresca
dei palazzi palermitani («sono lunge un miglio da
Palermo le ruine di due illustri palagi col terzo pure
in piedi, ma mal condotto, per esser ora abitatione
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
d’animali. Ed è fama che fossero edificati da’ Mori
mentre che tennero la signoria dell’isola, soggiongendo che così furono fatti da un loro re il quale
aveva tre figliuole e a ciascuna ne consegnò uno»),
per dilettare il lettore curioso progettò di descriverne con precisione uno, che corrisponde, sebbene
non lo nomini esplicitamente, al celebre palazzo
della Zisa. Resosi conto delle difficoltà immediate,
l’Alberti prese appunti e commissionò a una persona del suo seguito un disegno, in base al quale, tornato a Bologna, stese una lunga e dettagliatissima
descrizione che avrebbe occupato quasi cinque pagine nella futura edizione a stampa:10 «trovandomi
io quivi e vedendo quel palazzo che ancor si vede esser fatto con grande artificio e spesa, deliberai di
farlo disegnare quanto era possibile misuratamente, descrivendolo poi a parte per parte per piacere
delli curiosi ingegni … ».11 Da Palermo il viaggio
19
riprese poi in direzione della Calabria (si trovava a
Cosenza nel 1526) e, attraverso la Lucania (era nei
pressi di Potenza sempre nel 1526), risalì infine in
direzione di Napoli.
Le settimane trascorse nel territorio della
Campania Felix furono occasione di vere e proprie
gite archeologiche, come quella alla leggendaria
Cuma e alla presunta grotta della Sibilla. Nel maggio del 1526, durante la tappa napoletana, approfittò spesso del tempo libero dagli impegni ufficiali
per escursioni lungo la costa e nell’interno, accompagnato da guide locali ben attrezzate. Si spinse
lungo il golfo, fino a Pozzuoli e alle rovine di Baia; e
ancora, risalendo più a nord, fino ai ruderi della villa di Scipione a Literno, che Petrarca invece, durante un’analoga gita archeologica del 1343, aveva
intravisto solo di lontano.12 La presunta grotta della
Sibilla, apparsa al Petrarca «iam senio semiruta, ha-
20
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
Sopra da sinistra: L. Alberti, Isole appartenenti alla Italia, Venezia, L. Degli Avanzi, 1568, c. E3r: brano relativo alla visita
alla cattedrale di S. Agata a Catania; L. Alberti, Isole appartenenti alla Italia, Venezia, L. Degli Avanzi, 1568, brano relativo
alla descrizione del palazzo della Zisa a Palermo. A destra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli,
1550: incipit della descrizione della Ottava Regione «Magna Grecia»
bitatore quidem nullo, sed variarum volucrum nidis
frequens», nel frattempo era stata fatta oggetto di
un accurato ‘restauro’, se infatti l’Alberti ebbe modo di percorrerla agevolmente, prenderne tutte le
misure e ammirarne le presunte tracce dell’antica
decorazione, come annota in un lungo passo che
vale la pena rileggere:13 «Ritrovandomi quivi nell’anno mille cinquecento ventisei e similmente dopo dieci anni un’altra volta, deliberai di vedere tutti
questi luoghi a parte a parte e notarli diligentemente. Onde, avendo in compagnia dui uomini delli
luoghi molto domestici, ci condussero con una barchetta per il golfo Baiano e Puteolano, intorno delli
quali se veggiono cose molte maravegliose e parimente intorno al mare Morto, come eglino dicono,
di cui poi scriverò, e anche intorno al lago dell’Averno. Condutto adunque a questo lago tanto
dalli poeti nominato, di cui poi dirò, fussimo menati dal lato del monte ch’è intorno a esso lago, che
guarda fra il settentrione e occidente, di cui dice
Vergilio facilis descensus Averni. E circa il mezo, o
poco più in giù, di questa scesa, fra cespugli e urti-
che, ritrovassimo un picciolo buco a simiglianza
dell’entrata di un rovinato sepolcro. Onde per esso
entrassimo, scendendo per li rottami dei rovinati
edifici alquanto spatio, e vedessimo una bella strada
nel sasso tutta intagliata, larga dieci piedi e altrotanto alta, e longa cinquecento … Entrati adunque in
detta strada, da quattrocento cinquanta piedi ritrovassimo un usciuolo alto piedi cinque e tre largo,
per il quale se camina per una via nel sasso cavata, di
larghezza e altezza dell’usciuolo, ma di longhezza
piedi ottanta. Circa il fine di detta via, alla destra,
entrasi in una bella camera, larga piedi otto, lunga
quattordici e alta dodici. Nel riscontro dell’entrata
vedesi apresso la parede, dal pavimento nel sasso rilevato, sì come un picciolo letto. Come in parte si
vede, era questa camera tutta preciosamente ornata, cioè il cielo dipinto di finissimo azzurro, toccato
di oro fino, freggiate le parete di corali e madre di
perle e dal freggio in giù, insino al pavimento, dette
parede tutte tessalate di pietre preciose, corali e madre di perle, o fossero fatte alla mosaica, come in più
luoghi di essa se vede. E quindi giudicare si può che
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
questa fosse opera non men ricca che arteficiosa.
Dicessi da tutti che questa stanza fosse la camera
della Sibilla Cumea. Alla sinestra dell’entrata di
questa maravegliosa stanza, nella medesima parede, evi un altro usciuolo alquanto più alto e largo
dell’altro, per lo quale entrassi in una via, pur anche
ella nel sasso tagliata … Dicevano a noi quelli pratichi uomini di questi luoghi, fosse questo il luogo
ove orava la Sibilla, ma a me pare che fosse un sudatorio. Cominciando dall’entrata che risguarda al lago di Averno, insino a questo luogo, non si vede alcun spiracolo, ma sono tutti questi luoghi così nel
sasso tagliati oscuri, che non vi si può caminare senza lume portato. E chi altrimente vi andasse, facil
cosa sarebbe a non ritrovare la via di ritornare adietro, come intervienne a uno, le cui ossa ritrovassimo, sopra le quali, in quelle strettissime vie, bisognò passare, non le potendo noi schifare».
Poi fu la volta dei campi Flegrei e dei fenomeni vulcanici, che già avevano attirato la curiosità
del re Carlo VIII di Francia durante la sua spedizione alla conquista del Regno di Napoli a fine
Quattrocento: «Più oltre, alla destra, alle radici
dell’alta rupe de cui è intorniato il lago, assai propinco al detto, vedesi un bucco non molto cavato
nella rupe neanco molto largo né alto, ove evi un
certo segno dal qual sono avisati quelli che vi vano
che più oltre non deveno passare, perché, se contrafarano, subitamente morti cascarano, sì come
più volte n’è stata fatta isperientia d’alcuni animali
getativi dentro e come anche io ho veduto. Ben è
vero ch’essendo ivi cascato in terra l’animale, e incontenente istratto e bagnato coll’acqua del lago,
ritorna vivo, ma se alquanto vi rimanerà non gli
giova detta acqua né altra cosa a farlo ritornare alli
sensi. Mi fu narrato dagli abitatori del paese che
Carlo ottavo, re di Francia, avendo scacciato Alfonso di Ragona, re di Napoli, fece getare in detto
bucco un asino vivo, qual subitamente cadè morto.
Io credo procedere questa cosa dalli puzzolenti e
velenosi vapori che di continuo escono fuori dalli
sotterani luoghi, ove sono le minere o di solfo o di
21
alume o d’altra cosa, li quali tanto più nocivi sono
quanto insieme sono più costretti di uscire di detto
picciolo bucco … Assai mi sono maravegliato di
Biondo e Razzano, uomini litterati e curiosi, che
nelle loro Italie non hanno fatto alcuna mentione
di questo bucco e massimamente di Razzano che
non longo tempo dimorò in Napoli».14
Durante la lunga stesura bolognese, nelle pagine riservate alla descrizione dell’Italia meridionale fra Leandro interromperà frequentemente l’andamento erudito della narrazione, per riversarvi,
con un’abbondanza affatto nuova, ricordi di viaggio, particolari autobiografici, aneddoti dal sapore
novellistico, che rendono la Descrittione, troppo
spesso greve di erudizione, improvvisamente viva e
piacevolissima anche alla lettura. L’aspetto antiquario non sparisce, ma si alterna alla curiosità con cui
l’Alberti descrive paesaggi dai colori insoliti e tradi-
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
L. Alberti, Isole appartenenti alla Italia, Venezia, L. Degli Avanzi, 1568, descrizione della presunta grotta della Sibilla a Cuma
zioni popolari mai udite prima: i limoni della costiera amalfitana, la varietà della vegetazione della
costa campana, la fioritura straordinaria, a dicembre inoltrato, dei giardini; e ancora, la descrizione
della mattanza dei tonni nello stretto di Messina,
raccolta direttamente dalla bocca dei pescatori; oppure l’incredibile usanza delle popolazioni della
Calabria e della Lucania di costruire le proprie case
nella roccia, senza camini e con serrature di legno,
per le quali il domenicano si affanna a trovare una
giustificazione plausibile. Forse vale la pena leggere ancora un passo, tratto dall’ennesima gita lungo
il litorale partenopeo, culminata con un’improvvisa
scorpacciata di ricci di mare: «Ritrovandomi quivi
nell’anno della gratia mille cinquecento ventisei del
mese di maggio, con alquanti compagni, e con la
barchetta varcando per questi luoghi e curiosamente considerandogli, e giunto a questo luogo ove era
Baie, e già essendo ora del pranso, fussimo condutti
dalla guida nostra a una parte dell’edificio di Baie
posta nel mare, che parea un scoglio, nel quale, per
alcuni rusceletti fatti nel mezo di esso, trascorreano
l’onde marine, mo’ parendo di passare avanti, mo’
di ritornare a dietro, secondo il movimento dell’acqua marina, onde a noi tal cosa gran piacere ci dava.
Scesi adunque in questo luogo e apparecchiata la
mensa, e essendoci portati li cibi dal lito ove era sceso uno di nostri e, fatto il fuogo, avea apparecchiato
i cibi, con gran piacere mangiando, alquanti pescatori portandoci delli rizzi marini, delli quali quivi
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
grand’abondanza se ritrova, onde gran trastullo ne
pigliassimo vedendoci posti nel mezo dell’acque e
anche sotto li piedi vedendole trascorrere per quelli
ruscelletti».15
È dai ricordi disseminati nelle carte della descrizione dell’Italia meridionale che emergono i
nomi di alcuni di quegli eruditi locali coi quali l’Alberti amava intrattenersi. Se rimangono purtroppo
ignote le guide napoletane che lo condussero in
barca lungo la costa e gli raccontarono gustosi
aneddoti sui fenomeni vulcanici e sulla meraviglia
di Carlo VIII di fronte alla solfatara di Pozzuoli,
apprendiamo invece che nel visitare il territorio cosentino fra Leandro poté giovarsi delle indicazioni
di un certo Giovan Battista Martirano, «uomo di
rado e curioso ingegno, che colle sue argute e ornate rime volgari agli mortali dà intendere l’altezza,
sotilità e dilicatezza della sua dottrina. Assai sono
obligato a tanto uomo per l’umanità da lui a me dimostrata, e anche aiutandomi a conoscere gli antichi luoghi di questa regione, ritrovandomi quivi
nel 1526». Per ringraziarlo cosa c’era di meglio che
affidarne il ricordo a quella Descrittione d’Italia che
nel volgere di pochi anni sarebbe diventata un precoce baedeker per i gentiluomini di tutta Europa. Il
NOTE
1
L. ALBERTI, De divi Dominici obitu et
sepultura, Bologna, V. Bonardi e M. da
Carpi, 1535, c. C1r.
2
L. ALBERTI, Descrittione di tutta Italia,
Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. CC 5v.
3
A questa data la descrizione della
città di Bergamo non era stata ancora
stampata, poiché in una lettera del 20 ottobre 1549 l’autore informava che si era
giunti appena allora a stampare la descrizione di Mantova, che precede di alcune
carte quella di Bergamo, come si è ricostruito nell’articolo pubblicato nel nume-
23
lettore ne vuole una prova? Si rechi a Mosca, alla
Biblioteca Nazionale di Russia. Qui si conservano,
a conferma innanzitutto della diffusione capillare
dell’opera, ben dieci edizioni della Descrittione: alla
bibliografia completa mancano soltanto la princeps
del 1550 e la prima edizione completa delle Isole del
1561! Quello che più interessa è però la copia qui
conservata dell’edizione Venezia 1577, che presenta lungo i margini occasionali postille di mano settecentesca in italiano e in inglese. L’esemplare appartenne, evidentemente, a un anonimo lettore
d’Oltremanica che visitò la Penisola con sottobraccio il compatto volume dell’Alberti. Non solo. È
infatti impreziosito da numerose incisioni che riproducono, secondo il costume settecentesco, rovine antiche e paesaggi italiani. Le cartoline erano
rivolte al pubblico dei raffinati turisti stranieri, come tradiscono le didascalie in inglese o in italiano e
inglese: «Roma, ruins of Caesarian palace. Mount.
Palatin»; «Ischia promontorio di S. Pietro, dove si
approda per i bagni. Isola of Ischia, promontorio
of. S. Peter, where thay land for the baths». Comprate probabilmente sciolte, presso librai o ambulanti, furono accuratamente rilegate nel volume
una volta tornati a casa, a mo’ di souvenir d’Italie.
ro di aprile della rivista.
4
Bologna, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Collez. Autografi CXXIV
25. 525.
5
L. ALBERTI, Descrittione di tutta Italia,
Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. Nn1v.
6
L. ALBERTI, Descrittione di tutta Italia,
c. NN1v.
7
L. ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, Venezia, L. Degli Avanzi, 1568, c. E3r-v.
8
L. ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, c. E5r.
9
L. ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, c. F7r.
10
L. ALBERTI, Isole appartenenti alla
Italia, c. F8v-G2v.
11
ALBERTI, Isole appartenenti alla Italia, cc. F8v-G2v.
12
M. FEO, Inquietudini filologiche del
Petrarca. Il luogo della discesa agli inferi,
«Italia Medioevale e Umanistica», XVII,
1974, pp. 115-183.
13
L. ALBERTI, Isole appartenenti alla
Italia, c. Y2v.
14
L. ALBERTI, Isole appartenenti alla
Italia, c. Z5r.
15
L. ALBERTI, Isole appartenenti alla
Italia, c. Y5v.
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
25
BvS: Fondo moderno di edizioni di pregio
PINOCCHIO: TALLONE E
GLI “ANGELI DEL FANGO”
Una nuova pregiata edizione dell’opera di Collodi
MASSIMO GATTA
“Nessun libro finisce; i libri non sono
lunghi, sono larghi.
La pagina, come rivela anche la sua
forma, non è che una
porta alla sottostante presenza del
libro, o piuttosto ad altra [porta,
che porta ad altra. Finire un libro
significa aprire l’ultima [porta,
affinché non si chiuda più né questa né
quelle che abbiamo
finora aperte per varcarne la soglia, e
tutte quelle che infinitamente
si sono aperte, continuano ad aprirsi, si apriranno in un
infinito brusio di cardini”.
Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo
S
ono da poco trascorsi 130 anni dalla prima
edizione in volume di Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi,
con le illustrazioni di Enrico Mazzanti, uno dei più
misteriosi e insondabili capolavori della nostra letteratura,1 stampato a Firenze nel 1883 dalla tipografia Moder,2 e che viene ora riproposto in una
preziosa e rara edizione (ma con le illustrazioni di
Carlo Chiostri),3 composta a mano da Enrico Tallone e stampata in pochi esemplari,4 con la consue-
Nella pagina accanto: Pinocchio, Alpignano, Tallone 2014,
edizione carta a tino Magnani del 1966, frontespizio.
Sopra: Enrico Tallone al torchio Stanhope
ta maestria, ad Alpignano dove
da decenni si trova l’officina tipografica che il padre Alberto, di
ritorno da Parigi, inaugurò il 15
ottobre 1960. È questa un’edizione talloniana particolarmente importante, la quarta in ordine di tempo. La prima edizione
Tallone risale infatti al 1951 (e la
Biblioteca di via Senato la conserva in più copie), allora stampata a Parigi all’Hôtel de Sagonne, dov’era la
stamperia. Quella prima, rara edizione parigina,
venne curata da Marino Parenti,5 tra i massimi studiosi e collezionisti di Collodi, e conteneva in fine
una sua “importante Nota”.6 Questo classico verrà
poi riproposto nel ‘77 e nel ’94, come sempre in tirature minimali (anche queste possedute dalla Biblioteca di via Senato) e su diverse pregiate carte a
mano, di produzione italiana e orientale (per gli
esemplari di testa). Questa edizione talloniana appena stampata è filologicamente fedele alla princeps
del 1883, l’unica che con certezza fu corretta e approvata dall’autore, ricca di vocaboli tratti dallo
schietto e musicale dialetto toscano.7 Per le oltre
300 pagine del volume sono stati impiegati ben
420.000 caratteri per comporle, pari a 12 mesi di
lavoro manuale. L’edizione, come lo ‘stile Tallone’
impone, viene stampato in sette tirature diverse,
sei delle quali su carte prodotte proprio a Pescia, di
26
cui Collodi è frazione, e che ha una lunga tradizione cartaria;8 sono tutte carte ormai fuori produzione e di altissimo pregio, anche documentario. Tra
di esse figura anche l’introvabile carta di puro cotone fabbricata manualmente al tino dal celebre maestro Silvio Vezzani (1899-1981)9 presso la cartiera
“Le Carte” di Enrico Magnani a Pietrabuona; una
carta speciale che venne espressamente prodotta
nel 1966 per restaurare i volumi che a Firenze furono sommersi dalla terribile alluvione, e qui utilizzata per la tiratura di testa in soli cinque esemplari.
Questa rarissima carta, omaggio dei maestri pesciatini ai tanti ragazzi, “gli angeli del fango” come
sono ricordati, che da ogni parte del mondo giunsero volontari Firenze per dare soccorso alle migliaia di volumi sommersi dall’alluvione, ha la particolarità di contenere la filigrana detta “all’onda”,
con la freccia che punta in alto uscendo dalle onde,
simbolo della volontà di venir fuori dalla tragedia
nella quale era incappata la città toscana. Le 4 onde
della filigrana rappresentano la fatidica data del 4
novembre e la freccia è il Sagittario, segno zodiaca-
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
le del mese; questa carta fu prodotta per la Biblioteca Nazionale di Firenze. Inoltre, in omaggio alla
“fata turchina” della fiaba, 190 esemplari di questa
edizione sono stati stampati su una speciale carta
cerulea, allestita appositamente ad Aci Bonaccorsi
ai piedi dell’Etna, dove la Cartiera di Sicilia, che la
produce, attinge l’acqua purissima che scende dal
vulcano etneo attraverso le gole del fiume Alcantara. Insomma non un semplice libro, ma una sinfonia di rimandi e di epifanie, di omaggi e preziosità,10 nulla però di futilmente esornativo ma un documento del lavoro e dell’impegno artigiano. Una
edizione certamente per bibliofili colti, ma anche
per “umanisti nell’animo”, in grado cioè di apprezzare particolarità tipografico-formali e culturali
che solo pochi maestri del torchio e della carta, sono ancora in grado, nel mondo, di garantire. In anni di così esasperato predominio della techne sulla
mano, del microchip sul carattere di piombo, della
carta di cellulosa su quella di puro cotone, un’edizione come questa non può che costituire la quintessenza di secoli di arte e cultura tipografico-car-
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
27
Nella pagina accanto da sinistra:
Pinocchio, Tallone 2014, specimen
dell’ediz; Pinocchio, Tallone 2014,
colophon; Pinocchio, Tallone, 2014,
esemplare su carta cerulea.
In alto da sinistra: due pagine tratte
dal Pinocchio con, a fianco, le proprie
matrici di stampa.
Qui accanto da sinistra: Filigrana
Pinocchio; Filigrana “all’onda”, Silvio
Vezzani, Pescia, 1966
taria, e proprio nell’anno in cui si celebra il quinto
centenario della morte di Aldo Manuzio, il più
grande stampatore-editore-umanista di tutti i tempi. E parlando di preziose e raffinate edizioni di Pinocchio, non dimentichiamo quella pubblicata nel
2010,11 numero 20 della prestigiosa collana “Biblioteca dell’Utopia”.12
Dopo gli scritti dedicati al tema da Marino Pa13
renti e da decine di altri insigni studiosi, la bibliografia redatta da Rodolfo Biaggioni,14 le miriadi di
mostre bibliografiche realizzate in Italia e nel mondo e la riflessione del “Manga”,15 è impossibile poter scrivere ancora qualcosa di originale su Pinocchio. Eppure… Eppure due anni fa è stata pubblica-
ta a Napoli, a opera del libraio antiquario e bibliofilo Renato Baldoni, una documentata e scrupolosa
bibliografia illustrata,16 che il pregio di indicare anche la valutazione economica degli esemplari, tutti
provenienti dalla collezione privata dell’autore. Il
lavoro di Baldoni, dopo quello di Biaggioni, rappresenta un ulteriore, prezioso tassello per meglio
orientarsi nel maremagnum bibliografico di questo
grande libro parallelo di manganelliana memoria. Ci
sono poi ulteriori particolarità che rendono
quest’ultima bibliografia pinocchiesca particolarmente appetitosa per gli incontentabili palati dei
bibliofili e bibliofolli: una sezione dedicata alle edizioni straniere del libro, un inedito studio critico
Da sinistra in alto: Pinocchio a
Palazzo Pitti; Edizioni Bemporad
1952, catalogo; Piero Zanotto,
Pinocchio nel mondo; Pinocchio,
Bemporad 1920, ill. di C.
Chiostri; Paggi e Bemporad
editori per la scuola;
Pinocchio che legge Pinocchio,
disegno di PierTorchio;
C’era una volta un mago: Carlo
Chiostri; Pinocchio e la sua
immagine; Silvio Vezzani,
“Il Cartaio”, 1999;
Attilio Mussino lo zio di Pinocchio;
Rodolfo Biaggioni, Pinocchio,
cent’anni di avventure illustrate
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
29
Sopra da sinistra: «Giornale per i bambini», 1881; Ex libris dal mondo per Pinocchio, Firenze, Salimbeni, 1983
sulla prima edizione e le già indicate quotazioni degli esemplari, a partire dalla rara princeps 1883;17 a
questa bibliografia è poi seguito un simpatico supplemento dedicato alla filatelia pinocchiesca.18
Ma Pinocchio è davvero un magnifico gorgo bibliografico, dopo essere stato un insondabile e vorticoso romanzo-capolavoro, a torto e riduttivamente
considerato da generazioni un libro per l’infanzia.
Bibliograficamente parlando le pinocchiate e le pinocchierie rappresentano una vera e propria palestra
per chi volesse cimentarsi con edizioni illustrate,19
anche estere,20 tirature, varianti, anastatiche, ephemera, bibliografie, cataloghi di mostre21 e di ex libris sul tema.22 Del resto una bibliografia che nasca
da una collezione privata ha molte più possibilità di
diventare una buona bibliografia, in quanto la collazione diretta degli esemplari consente una descrizione quanto più minuziosa e fedele possibile, e
di conseguenza tanto più utile allo studioso e al collezionista. Inoltre una collezione privata di una certa ampiezza e qualità, che diventa bibliografia, rappresenta quell’ideale al quale un collezionismo colto dovrebbe mirare, per sottrarre la raccolta stessa
ad uno sterile godimento privato. Le collezioni, e a
maggior ragione quelle importanti, avrebbero una
sorta di dovere scientifico di essere documentate e
meglio conosciute, e di conseguenza studiate. Purtroppo non sempre è così e solo una minima parte
delle raccolte private trova la strada del catalogo.
Questo realizzato da Baldoni,23 libraio antiquario a
Napoli, frutto di anni di ricerca e lavoro, ha un ulteriore pregio, non trascurabile per chi si occupi di
Pinocchio anche dal punto di vista della sua articolata storia editoriale. Contiene infatti un breve saggio dello stesso Baldoni incentrato sulla particolarità (stranamente non presa in esame da Biaggioni e
30
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
NOTE
1
Firenze, Felice Paggi libraio-editore
via del Proconsolo, febbraio 1883.
2
Era ubicata in Via del Presto, 4.
3
Rimando obbligato è ai contributi critici di Paola Pallottino, C’era una volta un
mago: Carlo Chiostri, introduzione di Antonio Faeti, a cura di Paola Pallottino, Bologna, Cappelli, 1979 [Cento anni di illustratori, 6] e Tra fate e nani. Il mondo incantato
di Carlo Chiostri, prefazione di Paola Pallottino, testi di Fernando Tempesti, fiabe di R.
Boldori, C. Cuasa, E. Perodi, G. Petrai, A. Palau, Firenze, Salani, 1988.
4
Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Alpignano, Tallone Editore, 18 novembre 2014; edizione
composta a mano con caratteri Garamond,
fusi a Parigi da Deberny & Peygnot, stampata in 450 esemplari, di cui 260 su carte S.
Giovanni e Magnani di Pescia e 190 su carta della Cartiera di Sicilia.
5
Cfr. Giuseppe Sergio Martini, B. Edizioni curate, 1951, 1, in Id., Bibliografia essenziale di Marino Parenti. Scrittore e bibliografo estroso e cordiale, Firenze, Sansoni, 1952, p. [38].
6
[Marino Parenti], Notizia sul «Pinocchio» nell’edizione originale e nella presente, “[…] nella quale il Parenti, che ha curato il
testo, traccia la storia del racconto collodiano ed espone i criteri seguiti per l’edizione
del testo, esemplato su quello del 1883, e
nella scelta delle illustrazioni, che ripetono
quelle di Carlo Chiostri”, in Giuseppe Sergio
Martini, Bibliografia essenziale di Marino
Parenti. Scrittore e bibliografo estroso e cordiale, cit., p. [38]. L’indicazione “importante
Nota” relativa a Parenti risulta dal primo catalogo stampato in Italia da Tallone, cfr.
quindi Catalogo delle Edizioni Tallone, Alpignano, Tallone, 30 giugno 1960, senza numerazione di pagina, ora in Catalogo delle
Edizioni Tallone 1960, a cura di Massimo
Gatta, introduzione di Enrico Tallone, Macerata, Biblohaus, ottobre 2010, p. 24. In
quel primo catalogo il Pinocchio risultava in
vendita a lire 4.000. Vedi anche Bibliografia
talloniana 1931-2010, a cura di Anna Mavilla, presentazione di Maurizio Nocera, design Franco Maria Ricci, Parma, Ricci Editore [ma Grafiche Step], 2010, p. 78.
7
Cfr. Enrico Tallone, L’avventura nell’avventura: un nuovo Pinocchio, «Charta»,
n. 138, marzo-aprile 2015, pp. 34-35.
8
Segnalo sul tema il poetico volume di
Carlo Magnani, Ricordanze di un cartaio,
Alpignano, Tallone, 1961.
9
Un grande artigiano della carta al tino
del quale mi piace ricordare il suo diario,
stampato in anastatica come manoscritto,
e intitolato “Il Cartaio”, con un Ricordo di
Silvio Vezzani, e scritti di Renzo Sabbatini
(Silvio Vezzani e l’arte di creare il foglio della
carta), e Riccardo Ambrosini (Sulla lingua
del cartaio), Pietrabuona, s.e. [ma Pescia,
Stamperia Benedetti di Gino Necciari], novembre 1999, edizione in 200 esemplari
stampati in occasione del centenario della
nascita [si cita dalla copia n. 117].
10
In aggiunta alle celebri 77 illustrazioni originali di Carlo Chiostri, all’interno di
alcuni esemplari di questa nuova edizione
Tallone sono inseriti singoli disegni originali, appositamente eseguiti e acquerellati,
di Fulvio Testa, ispirati a diversi episodi della fiaba, così come le creazioni di altri artisti
come Luigi Stoisa, Gianfranco Schialvino,
Gianni Verna, Paolo Tesi, Edoardo Fontana,
Ezio Gribaudo, Stefano Faravelli, Alessandro Carone, Maddalena Gerli, Chiara Spa-
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Da sinistra: Pinocchio, prima ediz. Paggi 1883, con la
doppia localizzazione Firenze/Napoli; Pinocchio, Bemporad
1895; Renato Baldoni, Francobolli... con il naso lungo,
seconda ediz.
da altri bibliografi, compreso Parenti)24 della doppia responsabilità editoriale della prima edizione
fiorentina che (solo) dalla copertina si apprende
essere stata pubblicata congiuntamente a Firenze
(da Felice Paggi) e a Napoli (dai Fratelli Rispoli),
dove i due editori compaiono l’uno sotto l’altro,
ma non al frontespizio, dove risulta editore il solo
Paggi. Ebbene Baldoni ipotizza, tra altre possibilità, che tra i due editori potesse esistere una qual-
gnoli Gabardi, Beatrice Laurora.
11
Edita a Milano da Mondadori, con
scritti di Domenico Proietti (Carlo Lorenzini), Pietro Pancrazi (Elogio di Pinocchio) e
Luciano Currei (Elogio di Collodi).
12
Questa prestigiosa Collana, sulla
quale torneremo in futuro, nacque nel
1994 con l’intento di pubblicare alcuni
classici della letteratura e della filosofia, in
due distinte tirature, una fuori commercio
quale Strenna natalizia, rilegata in mezza
pergamena e su carta a mano, e una in
commercio in brossura. Rimando al primo
e unico elegante catalogo Silvio Berlusconi
Editore. Catalogo dei libri, Milano, Ruggero
Olivieri, 1993, progettazione e cura tipografica di Alessandro Zanella. I primi titoli,
pubblicati in commercio nel ’93, con prefazione di Silvio Berlusconi, furono L’elogio
della follia di Erasmo da Rotterdam, Utopia
di Thomas More e Il Principe di Machiavelli.
13
Tra i quali segnalo almeno Il papà di
Pinocchio, in Marino Parenti, Rarità bibliografiche dell’Ottocento. Materiali e pretesti
per una storia della tipografia italiana nel
secolo decimonono, volume primo, Bergamo, Istituto italiano d’arti grafiche, 1945,
31
che forma di partnership che garantiva a Paggi un
socio (Rispoli) per la diffusione commerciale dei
suoi libri, per una distribuzione non solo in ambito locale ma anche nazionale, e col quale dividere
costi e ricavi, nonché la vendita. Del resto ad attestare l’ipotesi c’è il fatto che in almeno altri quattro titoli editi da Paggi tra il 1883 e il 1885 (indicati da Baldoni), compare in copertina come coeditore anche il napoletano Rispoli. La mancata segnalazione nella scheda in SBN di questa doppia
localizzazione geografica (Firenze e Napoli) della
prima edizione Paggi 188325 si spiegherebbe col
fatto che la catalogazione dei libri si basa su notizie
presenti al frontespizio e non in copertina. Nel
pp. [101]-123, si cita dalla seconda edizione; Id., Storia di Pinocchio e La verità su Pinocchio, entrambi in Id., Penna rossa inchiostro verde, Firenze, Sansoni, s.d. [1956],
pp. 67-74, 77-81.
14
Cfr. Rodolfo Biaggioni, Pinocchio.
Cent’anni di avventure illustrate. Bibliografia delle edizioni illustrate italiane di
Carlo Collodi Le avventure di Pinocchio
1881-83-1983, Firenze, Giunti-Marzocco,
1984.
15
Cfr. Giorgio Manganelli, Pinocchio:
un libro parallelo, Torino, Einaudi, 1977, si
cita dall’edizione del 1982 pubblicata nei
«Nuovi Coralli» n. 334.
16
Renato Baldoni, Pinocchi Pinocchiate Pinocchierie. Catalogo ragionato e stime
degli esemplari. Collezione dell’autore, prefazione di Daniela Marcheschi, Napoli, De
Frede Editore, 2013 [edizione stampata in
100 copie numerate].
17
Proposta nel 2013 da Bromer di Boston a $67.500.00, circa €51.600. Pochissime copie della prima edizione sono state
immesse sul mercato antiquario negli ultimi venticinque anni, le ultime due da Minerva Auctions di Roma nel dicembre 2012,
con base d’asta €10.000-12.000 e aggiudicata a €40.000, e nel marzo 2013 con
base d’asta €6000-8000. Anche la prima
edizione inglese (London, T. Fisher Unwin,
1892), stampata come strenna natalizia
1891, raggiunse quotazioni abbastanza alte, $15.228 da Peter Harrington di Londra,
che per poco meno, $13.276, offriva anche
la prima edizione americana (New York,
Cassell Publishing Company, 1892), che
utilizzava i fogli già stampati dell’edizione
inglese.
18
Cfr. Renato Baldoni, Francobolli…
con il naso lungo. Breve storia delle Avventure “filateliche” del burattino più famoso
del mondo. Catalogo illustrato a colori dei
francobolli, degli annulli e degli interi postali dedicati a Pinocchio in Italia e nel
mondo, supplemento al volume Pinocchi
Pinocchiate Pinocchierie. Itinerari nell’universo pinocchiesco, Napoli, De Frede Editore, febbraio 2013, tiratura limitata f.c.; seconda ediz., riveduta e accresciuta, Napoli,
De Frede, 2013.
19
Cfr. sull’argomento Valentino Baldacci, Andrea Rauch, Pinocchio e la sua immagine, con un saggio di Antonio Faeti, Fi-
32
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
Sopra: Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un
burattino, Milano, Silvio Berlusconi Editore (impresso
dall’Officina Olivieri), dicembre 2010 (collana della Biblioteca
dell’Utopia, 20). Copertina, frontespizio e segnalibro. In
antiporta il ritratto di Collodi è di Nani Tedeschi, eseguito per
questa edizione; stampato con carattere Bembo su carta avorio
delle Cartiere di Sicilia, con legatura di Ruggero Rigoldi
renze, Giunti, 2006. Dedicato invece a un
grande illustratore di Pinocchio è il volume
Attilio Mussino lo zio di Pinocchio. La vita,
la figura e l’opera del grande illustratore del
famoso burattino, testi a cura di Vittorio
Caraglio, Cuneo, Edizioni L’arciere, 1989.
20
Segnalo sull’argomento il documentato volume di Piero Zanotto, Pinocchio nel
mondo, Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1990.
21
Mi piace qui segnalare almeno il documentato Pinocchio a Palazzo Pitti. Da
Paggi a Giunti. Disegni e libri del suo editore, a cura di Monica Bietti, Firenze, Giunti,
2006 [catalogo della mostra, Palazzo Pitti,
Firenze, 25 novembre 2006-25 marzo
2007].
22
Cfr. Ex-libris dal mondo per Pinocchio, introduzione di Fernando Tempesti,
Firenze, Libreria Salimbeni, 1983.
23
Vedine la rec. di Massimo Gatta, Quei
misteri su Pinocchio, «Il Sole 24 Ore-Dome-
189026 e nel 189427 l’editore Enrico Bemporad,
succeduto a Felice Paggi,28 pubblicherà il romanzo29 con identica copertina della prima edizione,30
illustrazioni di Mazzanti con l’aggiunta di quelle
firmate da Giuseppe Magni, ma ormai dalla copertina era scomparsa la seconda localizzazione
editoriale di Napoli.31
nica da collezione», 14 aprile 2013, p. 38.
24
Cfr. [Marino Parenti], Prime edizioni
italiane. Manuale di bibliografia pratica ad
uso dei bibliofili e dei librai compilato da
Marino Parenti, Milano, Ulrico Hoepli, settembre 1935, p. 206, dove infatti non compare la localizzazione editoriale di Napoli.
25
Copia presente nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze [collocazione
62.u.6].
26
Lucia Cappelli, Le edizioni Bemporad.
Catalogo 1880-1938, introduzione di Gabriele Turi, Milano, Franco Angeli, 2008, p.
[46], trattasi della quinta edizione illustrata dal solo Mazzanti e stampata a Firenze
dalla Tipografia Moder, Via del Presto, 4. Le
edizioni Bemporad successive giungono
fino al 1937.
27
Ibid, p. 49, ottava edizione, stampata
a Firenze dalla Tipografia di Vittorio Sieni,
succ. di C. Moder; cfr. Rodolfo Biaggioni,
Pinocchio. Cent’anni di avventure illustra-
te. Bibliografia delle edizioni illustrate italiane di Carlo Collodi Le avventure di Pinocchio 1881-83-1983, cit., p. 48.
28
Per la ricostruzione dell’intera, complessa storia editoriale rimando al documentato volume di G. Bandini, C. Betti, S.
Castaldi, A. Cecconi, S. Oliviero, C.I. Salviati,
Paggi e Bemporad editori per la scuola. Libri per leggere, scrivere e far di conto, a cura
di Carla Ida Salviati, percorso iconografico
a cura di Aldo Cecconi, Firenze, Giunti,
2007.
29
Interrogando SBN risulta una sola
copia di questa edizione localizzata presso
la Biblioteca Marucellina di Firenze [bid
CFI/723358, collocazione FAR.C.326].
30
Dalla copertina la ragione sociale risulta “Firenze, R. Bemporad & Figlio, cessionari della Libreria Editrice Felice Paggi”.
31
Cfr. Pinocchio a Palazzo Pitti. Da
Paggi a Giunti. Disegni e libri del suo editore, cit., p. 66, tav. 45.
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
inSEDICESIMO
LE MOSTRE – LA PUBBLICAZIONE DEL MESE – L’INIZIATIVA DEL MESE
LA MOSTRA/1
IL “DIAGRAMMA” DEL PENSIERO
Disegni di Lucio Fontana a Torino
a cura di luca pietro nicoletti
on il grande Concetto spaziale
del 1957, recentemente
restaurato con il generoso
aiuto degli Amici dei Musei di Torino,
Lucio Fontana (Rosario di Santa Fé
1899-Comabbio 1968) aveva
rivoluzionato il modo di pensare la
scultura: con spirito antimonumentale,
essa di sviluppa a pavimento, su una
dimensione totalmente orizzontale,
come un disco composto da sottili
lamiere metalliche sagomate e forate di
un giallo saturo e brillante. La scelta di
un colore fortemente antinaturalistico
C
da parte dell’artista, poi, doveva creare
un contrasto surreale nella sua
originaria collocazione su un prato, con
i fili d’erba che sbucavano dalle
forature.
Accanto al grande disco, sono stati
chiamati a raccolta, per una mostra del
pregevole progetto “Wunderkammer”
curato da Virginia Bertone, le opere più
significative dell’artista italo-argentino
presenti nelle collezioni GAM, in
particolare i numerosi disegni donati
dalla vedova Teresita Rasini Fontana in
occasione della prima grande
Sotto: Concetto spaziale, 1952. In alto: Concetto spaziale, 1952
retrospettiva del marzo 1970. A poco
meno di un anno e mezzo dalla
dipartita dell’artista, la GAM di Torino
dedica infatti a Lucio Fontana la prima
grande retrospettiva. Era un modo per
ricordare, dirà il direttore Luigi Mallé in
catalogo, il legame di simpatia fra
questi e il museo, di cui Fontana
apprezzava le scelte, esprimendo il
desiderio di esservi rappresentato da un
nucleo significativo di opere.
Spetterà alla vedova, Teresita Rasini,
dare seguito a questo desiderio,
preludio alla più nutrita donazione alle
Civiche Raccolte di Milano, nella
seconda metà del decennio: le affinità e
le simmetrie fra i due lasciti sono
numerose, specialmente riguardo alle
opere grafiche.
Quasi tutti i disegni lasciati alla
GAM, scalati fra il 1948 e i primi anni
Sessanta, per la maggior parte esposti
alla mostra del 1970 (poi nuovamente
nel 1996, a cura di Riccardo Passoni in
seguito a un primo restauro affidato a
Costantino Savio), avevano avuto in
quell’occasione l’onore di una
pubblicazione a piena pagina: era un
sintomo evidente di un ritorno di
attenzione, dopo un disinteresse quasi
ventennale da parte della critica, per il
34
Da sinistra: Concetto spaziale, 1951;
Ambiente spaziale,1952
Fontana disegnatore, che non si
sarebbe più interrotto portando anzi,
nel 2013, alla pubblicazione del
catalogo generale dell’opera grafica.
Ci si stava rendendo conto, infatti,
che il disegno era una componente
fondamentale del suo lavoro,
costituendo, come ha scritto
recentemente Luca Massimo Barbero
(2013), il «diagramma del pensiero»
dell’artista. Appena tre anni prima della
mostra torinese, infatti, Francesco De
Bartolomeis aveva dedicato a questo
tema un’apposita pubblicazione (Lucio
Fontana. Segno antidisegno, 1967), che
poneva l’accento sul valore della pratica
disegnativa all’interno del processo
creativo come sistema di messa a fuoco
di un repertorio di segni. Nel 1970,
invece, Guido Ballo dava alle stampe
Lucio Fontana. Ipotesi per un ritratto e
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
soprattutto usciva per Einaudi
Letteratura il volume Lucio Fontana.
Concetti spaziali a cura di Paolo Fossati,
interamente dedicato ai disegni
(compresi alcuni delle collezioni GAM).
È del 1972 il primo affondo critico
di Enrico Crispolti specifico sui disegni,
per i quali conia allora la felice
definizione di «progetto di presenza
d’immagine concettuale». Crispolti
mette in chiaro che il disegno per
Fontana non è opera confezionata per
essere data al collezionista, come un
quadro, ma pur non essendo un vero e
LUCIO FONTANA.
CONCETTI SPAZIALI
A cura di Danilo Eccher.
Testi di Virginia Bertone
e Luca Pietro Nicoletti
TORINO, CIVICA GALLERIA
DI ARTE MODERNA
15 aprile - 30 agosto
proprio “disegno preparatorio”,
costituisce un momento preliminare: su
carte di ogni tipo, attratto dalla loro
reazione al tratto della penna e del
pennello, preoccupato della resa finale
più che della povertà dei supporti,
Fontana tracciava quasi ossessivamente
i motivi che avrebbe poi tradotto in
gesto sulla tela o su altri materiali. I
disegni su carta, quindi, consentono di
visualizzare quei movimenti della mano
che sarebbero poi diventati squarci di
punteruolo o lunghe fenditure o, prima
ancora, graffiti nella materia densa e
fluida del colore steso con generosità
sulla tela: è un passaggio essenziale,
per fare chiarezza nei modi
dell’Informale, riconoscere le traiettorie
del segno a prescindere dallo
strumento e dal medium che avrebbe
dato loro sostanza. Dopo il ritorno in
Italia dell’artista dall’Argentina nel
1946, e per i successivi vent’anni di arte
“spazialista”, il cimento su carta è
36
servito soprattutto a visualizzare, a
provare la disposizione degli elementi:
Fontana disegna d’impulso, aggredisce
il materiale senza incertezza e con un
controllo che è estraneo all’emotività
inconsulta della gestualità informale,
delinea forme e immagini, siano essere
figurative o astratte, come traduzione
istantanea di un input mentale, come
una vera e propria “memoria della
mano”. Il disegno, infatti, serve a
prendere familiarità con una serie di
gesti che poi si riverseranno sulla tela o
nella modellazione. Devono leggersi in
questa luce, per esempio, gli Studi per
Concetti spaziali (fl/2146), in cui
l’artista delinea una nebulosa di segni
(pronti a migrare su tela in una
costellazione di buchi) che poi riquadra
(o viceversa), come a indicare,
all’interno del foglio, i confini della tela.
Solo una parte del repertorio di segni
che Fontana dispiega sulle sue carte,
tuttavia, migrerà poi nei “barocchi” o
negli “oli” (mentre il maggior punto di
contatto fra il disegno e la tela sarà in
concomitanza delle “aniline” a partire
dal 1957). Con pennello o pennarello,
spesso Fontana si abbandona al fluido
movimento della mano, creando
intrecci che somigliano a forme
organiche, e che hanno fatto pensare a
studi per le famose installazioni al neon
(fl/2171). Altre volte, però, il vortice
diventa un gesto rotatorio che dà vita a
nuclei concentrici e spiraliformi
raccordati fra loro da un unico tratto di
penna o di matita (fl/2160). Non se ne
hanno riscontri al di fuori dell’opera su
carta, ma sono anch’essi, come scriveva
l’artista stesso nel Manifiesto Blanco
del 1947, «pura immagine aerea,
universale, sospesa».
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
LA MOSTRA/2
SEGNO, MATERIA, RILIEVO
L’altro Novecento della scultura
uò provocare un certo
sconcerto
e constatare che
passano meno di un decennio
fra la redazione da parte di Arturo
Martini del celebre testo La scultura
lingua morta (1945) e il grande
Concetto spaziale di Lucio Fontana
oggi alla GAM di Torino (1952): il
primo decretava la definitiva
impossibilità per la scultura (e
soprattutto per la statuaria) di trovare
una nuova strada, dopo aver esaurito
le possibilità della retorica
monumentale; il secondo, per
converso, proiettava la scultura in
tutt’altro ordine di problemi. Eppure,
non è quel disco giallo adagiato al
P
suolo, fatto per negare tutti i
presupposti della statuaria
tradizionale (il piedistallo, il volume, lo
sviluppo verticale), ad aver fatto
scuola nella Milano in cui Fontana ha
operato continuativamente dal 1946
in avanti.
È questo, infatti, il senso della
bella ricognizione proposta da L’altro
Novecento della scultura, curata da
Sara Fontana e Cristina Sissa allo
Studio d’Arte del Lauro. Fin dal titolo,
la mostra dichiara un’alterità che
potrebbe essere letta, volendo, in più
chiavi: essa, infatti, sta a ribadire la
validità e qualità di una scelta
espressiva ingiustamente trascurata
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
37
Nella pagina accanto: Arnaldo Pomodoro, Tavola dei segni, 1957, bronzo 3/3. Sopra da sinistra: Vittorio Tavernari, Torso, 1958-89, cemento
patinato; Umberto Milani, Tropico rosso, 1964, bronzo, esemplare unico
da una certa storiografia artistica, più
vicina alle specificità del linguaggio
rispetto a operazioni concettuali che
hanno caratterizzato il secondo
Novecento, ma al tempo stesso con
un portato di aggressività
nell’intervento sulla materia per certi
versi ignoto alla statuaria della prima
metà del secolo.
Il discrimine forte è proprio la
guerra, con il suo portato di tensioni
che drammaticamente si riversano
sulla materia e il repertorio di gesti
che vi lasciano la propria impronta, di
volta in volta come una pugnalata o
un altro atto violento. Anche in
questo, come fa notare Sara Fontana
nel testo di apertura, è Lucio Fontana
a fare da filo conduttore: è l’autore
delle Nature, e più ancora l’abile
manipolatore della ceramica, a fare
scuola sulla vitalità di possibilità
espressive che sta all’artista
sprigionare dalla materia, specie la più
duttile e plasmabile come la
terracotta.
Fontana e Melotti, proposti in
mostra, sono come due numi tutelali
proprio per il fatto di aver adottato la
ceramica come materia di
manipolazione plastica. Per il primo
era un sviluppo di un’attività praticata
continuativamente, per il secondo un
ritorno dopo anni di ricerche “lineari”
intorno alla forma: entrambi, tuttavia,
avevano qualcosa da dire a una
generazione di giovani artisti che
andavano a collocarsi, come si legge
in catalogo, in «un’area specifica di
volta in volta all’esplorazione della
materia e del colore e all’esaltazione
del segno, del gesto, della traccia,
dell’impronta e del vuoto, in strutture
a rilievo o tridimensionali». La “linea
lombarda” che derivava da questo
38
Francesco Somaini, Racconto sul cielo,
1961, ferro con lucidi, esemplare unico
approccio, dunque, declinava
quell’esuberanza immaginativa di
Fontana in una chiave malinconica ed
esistenziale: il solco nella materia,
infatti, diventava una vera e propria
ferita (Nanni Valentini), talvolta
operata con l’ausilio di strumenti
come il getto di aria compressa
(Somaini) o spezzando forme di ferro
(Giuseppe Spagnulo). Accanto a
questi, Agenore Fabbri aveva
trasformato la scultura in una piaga
vera e propria mettendo in evidenza
le fratture delle tavole di legno
spezzata, lacerate prima di essere
tradotte in bronzo. Gli scultori, come
fa giustamente notare Sara Fontana,
sono i primi a recepire la lezione di
Burri: l’iconografia della ferita trovava
qui la sua espressione più
emblematica, e allo stesso tempo
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
apriva la vita all’uso di strumenti
eterodossi per imprimere una traccia
sulla materia. Non è da trascurare,
infatti, che il discorso di una scultura
di segno e materia procede
parallelamente sui binari della forma
a tuttotondo e su quelli del “rilievo”,
che è al centro di un acceso dibattito
negli anni Sessanta: a metà strada fra
la pittura e la scultura, esso poneva
agli occhi della critica un problema di
classificazione per via della sua natura
linguisticamente ibrida, giocata
L’ALTRO NOVECENTO
DELLA SCULTURA
A cura di Sara Fontana
e Cristina Sissa
MILANO, STUDIO D’ARTE
DEL LAURO
www.studiodartedellauro.it
16 aprile - 5 giugno
sull’entità e la qualità dell’aggetto dal
piano. In quel modo, il rilievo
diventava una superficie pronta a
ricevere l’impronta della mano e della
stecca o di altri strumenti. Al
contempo, poi, il rilievo poneva le
premesse per la scultura colorata. Non
andrà dimenticato, infatti, che oltre
alla lezione di modernità offerta con
generosità da Fontana, all’accademia
di Brera insegnava Marino Marini, per
cui la scultura si è sempre posta nei
termini della qualità pittorica oltre
che plastica.
E alla sua scuola di formano gli
artisti più diversi, dal giapponese
Azuma a Giancarlo Sangregorio e
Carlo Ramous, Alik Cavaliere (che a
sua volta farà scuola) fino al più
giovane Alberto Ghinzani.
Per quest’ultimo, e non solo per
lui, conterà molto anche la lezione di
Umberto Milani, autonomo nella
propria via materio logica, fra steli e
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
rilievi.
Non sono estranee a queste linea
nemmeno le vie dell’assemblaggio di
oggetti “trovati”, declinato in senso
dadaista da Cavaliere, con approccio
più lirico da Milani e da Ghinzani.
Oppure, molteplici sono gli
strumenti con cui si può incidere la
materia, dai modi di Emilio Scanavino,
la cui produzioe pittorica ha oscurato
un’altrettanto intensa attività
scultorea fino alle sistematizzazioni
dell’informale in serie di gesti ripetuti
da parte di Gio e, soprattutto, di
Arnaldo Pomodoro.
Una ricognizione d’insieme, come
sempre più raramente se ne vedono,
consente di riflettere sull’unità di un
fenomeno di cui, altrimenti, si
conoscerebbero soltanto episodi
singoli, talvolta collocati entro le
dinamiche di altre storie e di altre
linee di sviluppo della scultura.
Eppure, fra gli esempi proposti in
questa mostra sussiste una
sostanziale unità di tempo e di luogo,
e non sarebbe azzardato affermare un
legame fra la sensibilità visiva
sollecitata da un territorio (gli “umori
di buona terra” cari anche a molti
pittori coevi) e l’indagine degli artisti:
il segno inciso o graffiato, infatti,
portava nella scultura qualcosa del
paesaggio circostante, anche se in
termini diversi da quelli di Medardo
Rosso, che pure fu il faro di
riferimento per questa temperie. Ma
quel segno era soprattutto da
collocarsi in una dimensione
impulsiva, di traduzione immediata e
intima: quel segno, in fondo, è il
replicarsi ogni volta di una ferita
esistenziale.
39
LA MOSTRA/3
ARCUMEGGIA
Arte, cibo dell’anima
omenica 22 luglio 1956, il
piccolo borgo montano di
Arcumeggia, frazione di
Casalzuigno (Varese), a mezzacosta fra
i monti della Valcuvia, diventa il primo
e più importante borgo affrescato
d’Italia. Da allora, generazioni di artisti
si sono susseguite nel dipingere le
pareti delle abitazioni del piccolo
abitato, da Sassu a Migneco, a
Treccani e Gianni Dova, fra i molti,
fino ad Albino Reggiori, autore
dell’affresco più recente, inaugurato il
26 agosto del 2006. È del 2005,
invece, la nascita de “la Sangalleria”,
spazio espositivo del fotografo e
reporter Luigi Sangalli, che ha deciso
di votarsi al borgo dipinto e alla sua
D
promozione.
L’iniziativa di creare uno spazio
espositivo dedicato all’arte nacque
quasi per gioco. Un giorno, mentre
Luigi Sangalli passeggiava per il paese,
in compagnia di amici pittori,
manifestò, quasi per scherzo, l’intento
di acquistare un piccolo spazio di una
vecchia cantina allora posta in
vendita, collocata a ridosso del
ristorante del Pittore. A dieci anni di
distanza, dopo un significativo
Sotto: i Media riprendono l’evento dell’inaugurazione della Galleria all’aperto dell’affresco
(Foto Faoro 1956, riproduzione archivio Luigi Sangalli). Sopra: un affresco sulla case di
Arcumeggia “ La corrida” di Gianni Dova, 1967
40
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
A sinistra: Luca Giordano, La Madonna delle ciliege, Attribuzione, Periodo fiorentino, olio su tela, diametro 64 cm, Expertise, prof. Camillo
Tacconis, Montecarlo. A destra dall’alto: Giorgio Robustelli, Caffè per due, 2001, Ceramica d’autore, esemplare unico, Ceramiche Ibis Cunardo,
Varese; Marcello Mastroianni, in visita ad Arcumeggia (24 luglio 1960) posa con l’amico Remo Brindisi, nella Casa del Pittore. (Foto Faoro,
Riproduzione su licenza Luigi Sangalli).
numero di esposizioni, la Sangalleria
prosegue la propria attività con
determinazione e costanza, e con lo
stesso spirito di servizio alla comunità
attraverso attività culturale.
Oggi la Sangalleria collabora
attivamente con le istituzioni, in
particolare con l’Assessorato alla
cultura del Comune di Casalzuigno.
Per festeggiare il decennale, ecco
dunque una mostra in omaggio
all’Expo. La Sangalleria di Arcumeggia
propone sovente percorsi d’arte
inaspettati, eventi che non si possono
etichettare secondo i canoni correnti,
principalmente per ispirazione di
Flavio Moneta e Luigi Sangalli e in
continuità con una “vocazione”
affatto particolare e tutto questo
impone un approccio desueto. Potrà
stupire, infatti, incontrare, fra le venti
opere radunate intorno al tema del
cibo, un pregevole dipinto lombardo
del Seicendo, un tondo attribuito al
napoletano Luca Giordano e due tele
ARTE CIBO DELL’ANIMA
OMAGGIO A EXPO 2015
A cura di Flavio Moneta e Luigi
Sangalli testi di Rolando Bellini
SANGALLERIA,
ARCUMEGGIA (VARESE)
2 maggio - 30 luglio 2015
di Giuseppe Palizzi, accanto a opere,
variamente assortite, di Renato
Guttuso, Antonio Pedretti, Marco
Costantini, Giorgio Robustelli, Alfio
Paolo Graziani, Spartaco Lombardo,
Carlo Premoselli, Albino Reggiori,
Dante Mosè Conte, Francesco Vinea,
Leonardo Roda, Alcide Campestrini,
Innocente Salvini. Il tema principe
dell’evento è il cibo, inteso come
nutrimento immateriale dello spirito.
Per mano dell’artista, attraverso
l’opera d’arte, il cibo diviene segno
pittorico alimento dell’anima
espressione intangibile e omaggio reso
dall’uomo a madre natura, ai suoi
frutti e al rapporto che ha con essa.
42
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
LA PUBBLICAZIONE DEL MESE
«NOVA HISTORICA»: UNA RIVISTA
NUOVA O UNA NUOVA RIVISTA?
Intervista al direttore Giuseppe Parlato
di gianfranco de turris
a nascita di una nuova rivista
culturale o il rinnovamento di
una vecchia, è sempre un fatto
positivo in un momento di crisi
complessiva della carta stampata
(quotidiani, periodi, libri). Lo è tanto
più se si tratta di una pubblicazione
che si occupa di storia in modo serio
(non serioso e barboso) e cerca di
abbinare scientificità e divulgazione,
che quindi vada non solo agli addetti
ai lavori ma anche a lettori di cultura
medio-alta. E che offra anche la
possibilità a giovani studiosi di
pubblicare le loro ricerche acquisendo i
L
punteggi necessari da portare ai
concorsi, essendo questa rivista
rispettosa dei parametri imposti dal
ministero. E la cosa è tanto più
importante quando la rivista in
questione si pone programmaticamente
per la libertà di ricerca, senza
preconcetti ideologici (come spesso
accade altrove) e si fa un vanto del
“revisionismo”, cioè di una indagine
priva di condizionamenti e
documentata che non riconosce alcuna
vulgata aprioristica e assiomatica.
Considerando quel che avviene nei
concorsi a cattedra anche recenti
GIUSEPPE PARLATO
Giuseppe Parlato (Torino 1952),
si è laureato a Torino nel 1974 con
una tesi sui moti del 1821 in
Piemonte; si è quindi occupato di
storia del movimento cattolico tra
Ottocento e Novecento, di
sindacalismo fascista, di
dannunzianesimo, di nazionalismo,
di Repubblica Sociale e,
ultimamente, di neofascismo.
Allievo di Renzo De Felice, ha
tenuto corsi universitari alla
Sapienza, alla Luiss e a Camerino. È
professore ordinario di Storia
contemporanea presso la Università
degli Studi Internazionali di Roma,
della quale, con la denominazione
di Università “San Pio V”, è stato
preside di Facoltà e Rettore. È
stigmatizzati dal «Corriere della sera»,
«Libero» e «il Giornale» circa un anno
fa, è una premessa incoraggiante.
Stiamo parlando di «Nova
Historica» pubblicata da Luciano
Lucarini per la sua casa editrice Pagine
affiancandola alle altre riviste
accademiche del suo parterre (poesia,
letteratura, matematica, teatro,
cinema).
La dirige il professor Giuseppe
Parlato espressione di un autorevole
Comitato direttivo. Nuova serie di
«Historica», uscita per dodici anni sotto
la direzione di Roberto de Mattei.
presidente della Fondazione Ugo
Spirito e Renzo De Felice, del
Comitato Scientifico del Centro di
Documentazione multimediale della
cultura giuliana, fiumana, istriana e
dalmata di Trieste. Dirige dal 2009 “I
fatti e la storia”, la collana storica
dell’Editore Cantagalli di Siena. Tra
le sue pubblicazioni più recenti: La
sinistra fascista (Il
( Mulino, 2000);
Mussolini. Una biografia per
immagini (Gribaudo, 2001); Fascisti
senza Mussolini (Il Mulino, 2006);
La rivolta di Ungheria (Istituto Luce,
2006); Mezzo secolo di Fiume
(Cantagalli, 2009); Gli italiani che
hanno fatto l’Italia (Rai-Eri, 2011).
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Professor Parlato, lei insegna
storia contemporanea, è presidente
della Fondazione Ugo Spirito e
Renzo De Felice e fa anche parte
della giuria scientifica del Premio
Acqui Storia: quale è lo stato di
salute degli studi storici in Italia?
Vi è una diffusa domanda di storia,
soprattutto da parte dei più giovani, i
quali vogliono studiare, ricercare, ma
soprattutto vogliono andare al di là
della vulgata e cioè della
interpretazione corrente e più
politicamente corretta. Una volta le
università avevano fondi per la ricerca
e quindi era possibile trovare risorse per
la pubblicazione dei risultati della
ricerca, oltre che per lo svolgimento
della ricerca stessa. Oggi questo è
molto più difficile. Un buon lavoro lo
fanno le fondazioni culturali, che
sostengono giovani studiosi dando loro
accesso ai documenti e spesso
sostenendo le spese del progetto di
ricerca, pubblicazioni comprese. L’unico
problema è che la maggior parte delle
fondazioni gravita a sinistra e, pur
avendo un rapporto ormai laico verso
la cultura e di notevole apertura, i
giovani sono portati inevitabilmente
verso quel tipo di riferimento culturale.
Poche le fondazioni a livello scientifico
di area centrista e assenti quelle a
destra, a conferma del disinteresse che
la destr apolitica ha sempre nutrito per
la cultura. La Fondazione Ugo Spirito e
Renzo De Felice, che non afferisce ad
aree culturali individuabili
politicamente e che, per altro, dalla
destra in questi ultimi vent’anni non è
stata mai aiutata economicamente,
conserva - unica in Italia - molte carte
delle destre politiche. A essa si
avvicinano anche molti giovani studiosi
che provengono dalla sinistra e che sono
desiderosi di approfondire il mondo
politico e culturale della destra e del
pensiero conservatore e tradizionalista
italiano.
Lei è stato varie volte a “èStoria”,
il festival della storia di Gorizia di cui
a maggio si svolgerà l’undicesima
edizione. Quale è l’atteggiamento
43
della gente, quindi del lettore
comune, nei confronti della
divulgazione storica? C’è un
interesse diffuso? I gusti si sono
modificati?
Vi è sicuramente un interesse
diffuso verso la storia; i gusti si sono
modificati negli ultimi anni con un
maggiore interesse per archeologia e
medioevo, una volta più trascurati in
favore della storia contemporanea. A
44
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
Caricatura del politico inglese William Pitt e di Napoleone, mentre cercano di spartirsi il globo
(1805), opera di James Gillray (1757-1815)
mio parere, una eccessiva
ideologizzazione della
contemporaneistica non ha giovato alle
sue fortune; molti ritengono che tra la
storia contemporanea e la politica
(quest’ultima in caduta libera presso il
grosso pubblico) non vi sia molta
differenza; per questo motivo
ritengono che una ricerca sulla storia
contemporanea sia quasi inutile perché
irrimediabilmente viziata dall’ideologia.
La cosa più grave è che, mentre le
storia contemporanea viene
considerata troppo politicizzata, nello
stesso tempo ha fortuna un altro tipo
di storia, ben diversa, che è quella
semplificata e banalizzata che
furoreggia in edicola, sul web o nelle
ricostruzioni delle fiction televisive. È
più gossip che storia, ma alla gente
piace perché ricorda la storia
romanzata. Chi ci rimette è la ricerca
quella vera, quella fondata sui
documenti. Questa “storia” semplificata
è la risposta sbagliata a una esigenza
giusta: avere una storia che sia più
racconto che ideologia, che sappia
comunicare, che sia libera da
condizionamenti, che cioè non voglia,
attraverso una ricostruzione
addomesticata dei fatti, costruire un
modello di società o aiutare questo o
quel partito, in genere di sinistra.
La crisi generale, e in particolare
nell’editoria, ha coinvolto anche le
riviste di storia, scientifiche e
divulgative?
La crisi ha coinvolto riviste e
fondazioni culturali, soprattutto quelle
serie. Molte riviste hanno già chiuso i
battenti, mentre molte fondazioni sono
in forte difficoltà per i debiti. Quelle che
vivono di contributi dello Stato o delle
regioni, si trovano in grande difficoltà.
Contemporaneamente non tutti gli
editori riescono a continuare a
pubblicare riviste costose e con scarsità
di abbonati. D’altra parte, la crisi ha
ridotto molto il cosiddetto “superfluo”:
in questa categoria c’è anche la cultura,
purtroppo… Dal punto di vista
strettamente commerciale, questa
situazione sta determinando risultati
molto seri sulla storiografia, soprattutto
quella più giovane. Gli editori non
hanno risorse economiche (o ne hanno
di meno di una volta, o dicono di non
averne, il che però purtroppo è lo
stesso); ciò determina, come si è detto
la chiusura di molte riviste che davano
spazio ai giovani, i quali, attraverso le
riviste scientifiche, possono scrivere
saggi che permetteranno loro di
entrare all’università come docenti. Per
lo stesso motivo, gli editori, soprattutto
quelli più famosi, pubblicano solo testi
pagati dagli stessi autori: dai diritti
d’autore si passa così ai doveri d’autore.
In questo modo, i giovani che hanno
minori disponibilità economiche sono
in pratica tagliati fuori dalle possibilità
di fare carriera nell’università. Si tratta
di un problema assai serio che
caratterizza molte case editrici che si
sono sempre professate “progressiste”.
Poche case editrici pensano a dare
spazio a giovani autori, così come
poche riviste accettano di fare
collaborare giovani non ancora
affermati. «Nova Historica» considera
questo un punto d’onore e ha aperto ai
giovani in maniera concreta.
La Rete ha una sua funzione in
questo momento di difficoltà?
La Rete ha una grande funzione di
divulgazione e nel creare un insieme di
confronto e di dialogo fra studiosi. Ma
contemporaneamente la Rete presenta
anche rischi non indifferenti, a
cominciare dalla scarsa verifica delle
informazioni storiche che si trovano
46
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
fotografico di natura storica.
Vignetta satirica di James Gillray del 1786 nella quale Giorgio III e la regina Carlotta, già
traboccanti di denari, ricevono nuovi finanziamenti dal Primo Ministro Pitt il giovane, a sua volta
con le tasche piene di monete, in contrasto con la miseria dell'accattone tetraplegico ai loro piedi
nel mondo virtuale: errori,
strumentalizzazioni politiche,
approssimazioni. Manca una verifica
e ciò determina gravi conseguenze
presso gli utenti meno preparati,
e cioè i ragazzi; costoro si trovano sì,
a differenza del passato, al cospetto di
una massa copiosa d’informazioni,
ma non sono in grado di scegliere le
informazioni corrette da quelle
imprecise o addirittura
completamente errate.
Lei ha assunto la direzione del
comitato di direzione di «Nova
Historica»: una rivista nuova, o una
nuova rivista? Quali i suoi intenti e i
suoi orizzonti?
«Nova Historica» è entrata nel
tredicesimo anno: non è quindi una
nuova rivista, ma è una rivista nuova,
almeno rispetto al passato. Diretta
finora da Roberto de Mattei, cui va il
mio saluto sincero e cordiale, «Nova
Historica» è stata impostata dal nuovo
comitato di direzione in maniera
abbastanza diversa. In primo luogo
perché il Comitato di Direzione,
composto da Simona Colarizi della
Sapienza, da Francesco Bonini, rettore
della Lumsa, e da Gaetano Sabatini di
Roma Tre, punterà molto sui giovani,
come si è detto, e sulla
internazionalizzazione, come dimostra
la composizione del Comitato
scientifico. Inoltre, confluiranno su
questa rivista tre filoni disciplinari: la
storia politica dall’Ottocento a oggi, la
storia delle istituzioni e la storia
economica.
Ci sembra che questo sia il modo
migliore per giungere alla
comprensione dei fatti storici non
disgiunti dalla attualità. Il linguaggio
sarà chiaro, i saggi saranno
espressione libera della interpretazione
degli autori, vi saranno in ogni
numero un inedito e un servizio
Per concludere. È in discussione
al Parlamento una cosiddetta “legge
sul negazionismo” al grido (di
comodo): ce lo chiede l’Europa.
Molti studiosi di orientamenti assai
diversi hanno sollevato perplessità,
dubbi e addirittura allarmi. È
veramente qualcosa di necessario e
indispensabile. Ci sono pericoli
concreti per la ricerca storica
svincolata da condizionamenti?
Il discorso è complesso, come per
altro dimostra anche lo stesso iter del
provvedimento, per ora giunto soltanto
all’approvazione di un ramo del
Parlamento. All’inizio sembrò a tutti
una passeggiata, tanto che si parlò di
una rapida approvazione in
commissione, senza neppure passare
dall’aula. Invece così non è stato,
soprattutto perché, come lei ha
giustamente ricordato, molti studiosi di
ogni parte politica si sono espressi
negativamente nei confronti del
provvedimento. Il quale ha
obiettivamente subito delle
trasformazioni in senso positivo nel
passaggio dalla Commissione al Senato.
Ma tali miglioramenti non sono
stati sufficienti a fugare - anche in chi
ha votato a favore come la senatrice
Fattorini, docente universitaria di Storia
contemporanea alla Sapienza - il
dubbio che questo provvedimento,
mentre condanna severamente il reato
di propaganda di negazionismo o di
“riduzionismo”, condizioni
pesantemente la stessa ricerca storica,
sancendo per legge una “verità” che
non può essere oggetto di revisione. E,
si sa, la storia o è revisione o non è.
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
47
L’INIZIATIVA DEL MESE
NELLA PRIMA CAPITALE
DEL RINASCIMENTO
A Urbino per una settimana di studi
e riflessioni sul tema “Corte e città”
aga, leggiadra,
montanina et bella /
città, dove io lassai la vita
mia, / deh, fostu posta qua, dove io
voria!». Ecco gli ariosi versi con cui
Angelo Galli, raffinato cantore della
corte di Federico di Montefeltro in
missione diplomatica presso gli Sforza
«V
a Milano, avvertiva la tirannia della
distanza dalla “sua” Urbino. Lì, in quel
Palazzo a forma di città, posto tra le
vallate e le forre di bianche e soffici
nebbie come di un mare irreale da
miracolo o da pittura
protorinascimentale, si davano
convegno gli spiriti illustri dell’epoca,
da Castiglione a Piero della Francesca,
da Pietro Bembo a Giusto di Gand,
preparando una stagione in cui
astronomi, matematici e costruttori di
strumenti scientifici diedero vita a
quell’Umanesimo scientifico che
caratterizzò i secoli XV e XVI.
Come far rivivere quel sogno
federiciano, oggi? Lo chiediamo a
Giorgio Nonni, docente di Letteratura
del Rinascimento, che con i colleghi
Antonio Corsaro e Raffaella Santi ha
ideato un’iniziativa sicuramente
originale, e diremmo unica, nel
panorama degli studi accademici, con
l’intento di valorizzare le radici
culturali dell’Università di Urbino
(fondata agli albori del 1500) e della
Da sinistra: Giorgio Nonni (Università di
Urbino) e Vittorio Sgarbi
48
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
città che la ospita: una Summer School
“Urbino Renaissance Lectures”,
integralmente in lingua inglese, rivolta
ad un pubblico internazionale, in cui si
discuteranno temi che riguardano le
origini della civiltà europea moderna.
«Abbiamo voluto fare i conti con
quel periodo storico che ha saputo
abbattere gli steccati esistenti tra le
varie aree del sapere e che è stata in
grado di operare contaminazioni tra le
lettere, le arti e le scienze. Vogliamo
aprirci a un pubblico internazionale,
per rendere questa terra un luogo di
incontro tra culture diverse, come
avveniva al tempo dei Montefeltro, la
cui Corte era animata dagli intelletti
più raffinati dell’epoca» afferma il
professor Nonni, Direttore della Scuola.
La prima edizione della Scuola
verterà sui rapporti tra Corte e Città. E
Urbino, in cui è stato concepito ed è
tuttora custodito quel capolavoro
enigmatico rappresentato dalla Città
Ideale, rappresenta davvero il luogo
deputato a declinare i legami che
intercorrono tra lo spazio della Polis e
l’ambiente cortigiano rinascimentale,
già descritto mirabilmente dalla penna
di Baldassar Castiglione. All’iniziativa
hanno aderito i maggiori studiosi del
Rinascimento. Da Wendy Heller,
docente a Princeton ed esperta di
musica barocca, oltre ad essere stata
visiting professor alla Columbia
University a Ros King, conoscitrice del
teatro di Shakespeare, da Lodi Nauta,
nume europeo della filosofia
medioevale a Roberta Mullini,
rappresentante italiana nella Société
Internationale pour l’étude du Théâtre
Médiéval. Patrice Ceccarini (Università
Parigi VII) si soffermerà invece sui
legami che intercorrono tra
l’architettura gotica e il Rinascimento.
Un parterre di primo piano per un
programma che sarà preceduto da una
tavola rotonda che si terrà nella
suggestiva Sala della Data, che
ospitava un tempo le Scuderie Ducali, e
che è stata scelta come una delle
vetrine italiane dell’EXPO. Alla
discussione, intitolata Urbino: una Città
del Rinascimento, parteciperà, oltre
all’architetto Patrice Ceccarini e
all’ingegner Roberto Cioppi, il critico
d’arte Vittorio Sgarbi, secondo il quale
«Urbino rimanda a un concetto di
universalità: è un luogo dello spirito,
ed è perfettamente logico che ospiti
una Scuola sul Rinascimento».
TRA ARTE E CULTURA. UNA SETTIMANA TRA LE BELLEZZE RINASCIMENTALI DI URBINO.
UNA SETTIMANA NELLA CITTÀ IDEALE
International
Summer
School “Urbino Renaissance Lectures” è organizzata
dal Dipartimento di “Studi Internazionali” dell’Università di Urbino, col
patrocinio del Consiglio della Regione Marche, nei giorni 20-25 luglio
2015. Si snoderà in 11 lezioni tenute
da studiosi provenienti da ogni parte
L’
del mondo, che saranno precedute
da una tavola rotonda su: Urbino,
una Città del Rinascimento (20 luglio, ore 17) a cui parteciperanno
Vittorio Sgarbi, Patrice Ceccarini
(Paris VII) e Roberto Cioppi. Il tema
della prima edizione sarà: La Corte e
la Città. Il Corso, integralmente tenuto in lingua inglese, è rivolto a Di-
plomati e Laureati che vogliano affrontare gli studi rinascimentali in
una prospettiva transdisciplinare.
L’accesso alla Scuola è riservato a 50
iscritti e dà diritto a 6 CFU. Il costo di
iscrizione è di 300 euro. Ulteriori informazioni: www.uniurb.it/renaissancelectures
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
Il libro del mese
La diversa filosofia di un
profondo e altro Occidente
Una riflessione sulle Parole sonanti di Massimo Donà
GIOVANNI SESSA
S
arà per la nostra vocazione
innata all’estremo, accompagnata da un giudizio critico sui “fondamenti”
della visione del mondo dominante, che apprezziamo la via
speculativa di Massimo Donà.
Inutile negarlo, la sua filosofia
recupera un sapere Altro, che ha
avuto uno sviluppo carsico a
causa della marcia trionfale del
lógos eleatico. Sappia il lettore
che l’ultimo libro del filosofo
veneziano, che qui di seguito discutiamo, Parole sonanti. Filosofia e forme dell’immaginazione
(Bergamo, Moretti&Vitali Editori, 2015, pp. 304, 20 euro), ha
provocato in noi una forte impressione.
Emo, nume tutelare sotto la cui
potenza speculativa sono state
pensate queste pagine. La prosa
di Donà è stringente e ripropone, mutata di segno, la discorsività organicamente strutturata
di Severino. Il suo pro-porre ha,
I saggi che compongono il
volume sono il risultato del dialogo intrattenuto dal pensatore
veneziano con comites intensamente frequentati, dai Presocratici a Plotino, dai neoplatonici rinascimentali ad Andrea
Massimo Donà,
“Parole sonanti. Filosofia
e forme dell’immaginazione”,
Bergamo, Moretti&Vitali
Editori, 2015, pp. 304, 20 euro
implicita in sé, l’emergenza
dell’obiezione. Prosa, quindi,
dinamica e risonante: sintonica
alle argomentazioni presentate.
Parole sonanti conferma
quanto scrisse Karl Kraus. Fare
filosofia «è entrare in un labirinto» in cui è custodito il “mistero della Parola”. Quello di
Donà è un percorso mirato a ripensare i linguaggi dell’umano,
per individuare vie d’uscita dalle
incertezze del dire. Ma è arduo
trovare la via d’uscita dai labirinti. Quello disegnato da Donà
ha, però, una porta d’accesso
privilegiata, il saggio Distante
prossimità. Sull’isola di Pasqua o la
sua “magia”. La misteriosa storia dell’isola di Rapa Nui desertificata dal conflitto tra i suoi abitanti è metafora della condizione attuale dell’umanità e nello
stesso tempo è esperita quale
metafora del Centro, cui ogni
uomo tende, pur sapendo di non
poterlo mai positivamente incontrare.
Il saggio Sul Bianco. Sola
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Sopra da sinistra: Dino Campana
(1885-1932); Giordano Bruno
(1544-1600), in una stampa del XVIII
secolo. A destra: Fernando Pessoa
(1888-1935)
mente, è la chiave di volta dell’intera prospettiva di Donà. L’autore ricorda che Matisse diceva il
bianco essere l’habitus di ogni artista che riesca ad approssimarsi
all’arché, in quanto ri-vela l’indistinzione originaria. Donà legge
il bianco quale colore esprimente «totale disponibilità e pudore,
in-uno». Somma di tutti i gradi
della scala cromatica, nessun
singolo colore può contrapporvisi. Il bianco si costituisce in
forma paradossale, perché in sé
non manca mai degli altri colori:
gli altri gradi cromatici non sono
il bianco, ma il bianco è sempre
anche loro. Ciò non significa che
il rapporto bianco-colori sia riducibile alla relazione tra la parte e il tutto, in quanto il bianco
lascia essere qualsiasi colore che
lo abbia quale sfondo. Agisce come parte, in relazione alle altre
51
parti, riproponendo un sapere
negato dall’assolutizzazione dicotomica del principio d’identità. Il bianco è latore di una “totalità” parziale e relativa. È la lezione emiana: un negare affermativo per cui il bianco negandosi si afferma nel rosso, in
quanto vi ritrova qualcosa di sé.
Tutto nei colori è bianco che ripete sé stesso all’infinito. Il nero dice il semplice «esser negato» del
bianco «indica un’alterità che
non si situa mai al di là del bianco».
Muovendo da tale presupposto, Donà si fa latore di un recupero dell’originaria cultura
mediterranea: «Si tratta di ripensare queste radici; per capire
se l’unità, piuttosto che destinar-
52
si a un’immagine rigida che
troppo spesso ha funzionato da
idolo identitario possa riuscire a
specchiarsi in queste stesse differenze». Da qui il confronto
con la tradizione pitagorico-platonica in Platone e la musica. L’arché del pensiero mediterraneo. Dalle sue pagine si evince che il tratto musaico del filosofare sta nel
tentativo di armonizzazione del
chaos condiviso con la musica che
muove e libera, rende udibile
l’esserci degli enti. La sua temporalità è incompiutezza, non-finitudine. L’intuizione pitagorica, sarà limitata da Platone che,
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
distinguendo i generi musicali in
positivi e negativi, ripropose la
distinzione per eccellenza, quella di essere e nulla.
Nel mito è possibile rintracciare evidenti confutazioni dell’asserto veritativo dell’identità:
ad esempio nella coppia HermesHestia, analizzata nello scritto
Distante prossimità. Antichissima
relazione. Hermes indica il principio per il quale è possibile chiarire come ogni apparente identità
custodisca in sé l’alterità più radicale. Mobilità e immobilità, essere e nulla, sono due volti della
stessa realitas. Hermes, dio del-
l’aperto, è in relazione con Hestia, dea del chiuso. Il loro rapporto testimonia che il conoscere
cui il sapere ermetico rinvia, non
nasce nella ratio assertiva. Chi
varca i confini, non riconosce le
distinzioni: la cosa fu colta dai
neoplatonici della Rinascenza.
Giordano Bruno, ne De la
causa, principio e uno, sostiene che
a distinguere le cose esistenti «sia
la loro stessa originaria e perfetta
indistinguibilità». La vera Sapienza si muove nell’ombra e insegna che i distinti dicono il me-
Sotto: Carlo Ciussi (1930-2012), qui fotografato davanti a una delle sue opere. Nella pagina accanto in alto: Henri
Matisse (1869-1954), ritratto nel suo studio, nella casa di Nizza (1948)
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
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desimo: nell’ombra la cosa non è
mai quel che è. Chi abbia conseguito tale contezza, avrà accesso
a quel ridere alto che la dossografia attribuisce a Democrito. Un
riso che sgorga in chi abbia acquisito il coraggio, di fronte al
non-senso, di accettare la fine, la
propria morte. Filosofare significa prepararsi a morire e il riso filosofico ha, implicato in sé, il pianto attribuito ad Eraclito. Il filosofo veneziano si fa latore di una logica ludica o del non-senso, quintessenza del mondo infantile che,
con Deleuze, ci invita ad abitare
negli eventi puri, testimoniati
esemplarmente dal mito, alla luce del quale la fanciullezza è il
sempre possibile futuro dell’umanità. L’altra filosofia vige come
possibilità da recuperare.
Donà ci guida così nella seconda parte del libro. In questi
scritti il confronto ha per prota-
assimo Donà insegna
Metafisica e Ontologia
dell’arte presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.
È curatore, con Romano Gasparotti, dell’opera postuma di Andrea Emo. Fra i suoi libri si ricordano: Le forme del fare, con Massimo
Cacciari e Romano Gasparotti (Liguori, Napoli 1987); Sull’assoluto.
M
gonisti grandi contemporanei.
La poesia esoterica e mistica dei
Canti Orfici di Dino Campana, la
pittura-poesia di Virgilio Guidi,
Per una reinterpretazione dell’idealismo hegeliano (Einaudi, Torino 1992); Aporia del fondamento (La Città del
Sole,
Napoli
2000); Aporie platoniche. Saggio
sul ‘Parmenide’
(Città Nuova, Roma 2003); Filoso-
maestro di insicura perplessità, il
linguaggio astratto di Carlo
Ciussi e Andrea Zanzotto, impegnati in una lotta strenua contro
fia del vino (Bompiani, Milano
2003); Magia e filosofia (Bompiani, Milano 2004);
L’aporia del fondamento (Mimesis, Milano 2008);
Filosofia dell’errore. Le forme
dell’inciampo
(Bompiani, Milano 2012).
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
Sopra da sinistra: Karl Kraus (1874-1936), in una foto del 1920 circa; Andrea Zanzotto (1921-2011)
l’ingannatrice potenza dell’esperienza empirica del mondo. In loro si rende evidente il logos sconfitto, che Donà ripropone alla nostra attenzione. Tale logos vivifica
anche la poesia di Mario Luzi che
riconosce il reale quale luogo in
cui l’impossibile si dà. Donà colloquia con Nancy, con la sua teoria
dell’arte. La pratica artistica sospendendo il communicativum
produce l’ epoché e del senso e del
mondo. Essa diviene messa in
opera del non-senso della vita
stessa, una visione che manifesta
il nostro eccedere in quanto esistenti gratuiti: il fondo si dà sempre e solo in un esserci. Con Fernando Pessoa, commenta Donà:
«Le cose non hanno significato:
hanno esistenza. Le cose sono
l’unico senso occulto delle cose».
In conclusione, il filosofo
ripercorre sentieri interrotti
della tradizione speculativa occidentale, e attribuisce al pensiero un compito epocale: la ri-acquisizione della trasparenza del
vetro. Il vetro è l’unico tra i materiali fisici, a non escludere, dalla propria prospettiva visuale,
tutto ciò che esso non è. La sua
quidditas è erotica, riconnettiva
ed accogliente. La trasparenza
del vetro e le parole sonanti presuppongono sguardi lievi, corrispondenze ed eco.
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
57
BvS: Fondo moderno di edizioni di pregio
L’assordante silenzio
del magico torchio
Un addio a Franco Sciardelli, eccelso stampatore
MASSIMO GATTA
Fatto è che Sciardelli è uno degli stampatori
più appassionati che io conosca; forse il più appassionato,
se mettiamo in conto la sua onestà (oggi, nel campo
dell’arte della stampa, bisogna parlare d’onestà e distinguere)
e il suo non infrequente lavorare in perdita.
Leonardo Sciascia
N
eppure l’amico Leonardo Sciascia gli
chiese mai il perché di
quella scelta, insieme difficile,
severa e magica, di stampare manualmente al torchio. Del perché, dalla Palermo del dopoguerra, il giovane Franco Sciardelli, salendo nella grande metropoli lombarda, avesse deciso
di diventare proprio uno stampatore, anzi un mistico del torchio, come argutamente e simpaticamente molti anni dopo
scrisse di lui Matteo Collura, altro siciliano doc, lui di Grotte.
Sciascia, in quel suo ricordo permeato di stima e affetto, azzardava che alla base di quella scelta ci
fosse il desiderio «di un mestiere
da fare con gioia», un mestiere
cioè che fosse quanto più lonta-
no possibile dai destini tutti uguali
dell’emigrazione del tempo, mestieri quelli senza gioia alcuna,
«opachi e duri», come scrisse lo
scrittore di Racalmuto, per quella loro ineluttabilità di mestieri
non scelti ma imposti dalle dure
necessità di emigranti nel grande
Nord di quegli anni. Se consideriamo il valore simbolico che la
parola gioia ebbe nella personale
visione esistenziale di Sciascia
(che lui riprendeva direttamente
dall’amato Montaigne del Non
faccio nulla senza gioia) ci accorgiamo come lo scrittore di Racalmuto, riferendosi a quella
gioia, citasse implicitamente la
propria di scrittore, attività che
egli non a caso intendeva come
mestiere artigiano, da compiere
giornalmente.
Matteo Collura, nell’introdurre il catalogo dell’interessante mostra milanese del ‘92,1 scrivendo dell’amico stampatore
utilizzò non a caso il termine mistico per caratterizzare simbolicamente le scelte estetiche di
Sciardelli, scelte che forse indicherei anche come etiche, considerato che egli non scese mai a
compromessi con la propria arte
e la propria coscienza, a «qualsivoglia accomodamento di tipo
mercantile o tecnico-artigianale» (Collura), ben sapendo che
ciò lo avrebbe penalizzato economicamente. A questo proposito un grande artista come Fausto
Melotti nel 1988 così scrisse di
lui: «[…] Franco è molto serio e
bravo e svagato. Lo si direbbe
adatto a indossare il saio della
purezza ossia della rinuncia. Infatti, nonostante la sua bravura,
tira a campare. In più è mio amico».2
Una mistica quindi della rinuncia unita ad un’etica della libertà, della scelta, perché il libro
impresso al torchio non è un li-
58
bro qualsiasi; esso incarna (o dovrebbe) gli ideali stessi e le scelte
dello stampatore, le lezioni filologiche adottate, la grandezza
dell’artista illustratore, la qualità
dei materiali, la forza benigna del
torchio, le stagioni che occorrono per portarlo a termine, i dubbi, le incertezze, le fatiche di un
artigianato duro e inflessibile, le
sue regole, le sue misure esatte, le
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
manie. Quindi il libro stampato
al torchio diventa la quintessenza
degli ideali estetico-letterari (ma
appunto per questo anche etici)
di chi lo stampa, di chi sceglie
quella strada, tra le più ardue
nell’intero universo del libro.
Riflettendo meglio, sfogliando i tanti pregevoli volumi
usciti dalla sua stamperia, ammirandone le incisioni, dialogando
con lo stesso stampatore, mi dicevo sempre che aveva ragione
Sciascia quando scriveva che
Sciardelli scelse il solo mestiere
che gli garantisse gioia, parola così difficile e impegnativa.
Nel ‘61 la stamperia nacque
accanto alla “Galleria del Mulino” in via Brera e il suo torchio
divenne fulcro di incontri tra
amatori di stampe originali. Con
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
la ricorrenza del Centenario
dell’Unità d’Italia Sciardelli ebbe
anche l’incarico di stampare una
cartella con incisioni e litografie
di Guttuso, Gentilini, Viviani,
Morlotti, Calandri. È però nel
‘66 che avviene il delicato passaggio da stampatore a stampatoreeditore col volume di Domenico
Cantatore Venne l’acqua, racconto con 5 incisioni dell’artista (in
125 esemplari); mentre l’anno
prima aveva stampato a Valenza
Po Donne appassionate di Cesare
Pavese, con incisioni di Antonietta Ramponi (in 150 esemplari). Stranamente questo volume
non venne inserito nel catalogo
della mostra alla Biblioteca Trivulziana in occasione dei suoi 30
anni di attività.3
Incontro certamente im-
59
portante, esistenzialmente e professionalmente, fu quello con
Leonardo Sciascia di cui Sciardelli stampò nell’80 Sicilia, mito di
acque (in 140 esemplari), con incisioni di Giancarlo Cazzaniga.
Dello scrittore siciliano stamperà
in seguito altri libri: da Sicilia, mito di acque (1980), Storia della povera Rosetta (1982), a Il calzolaio di
Messina (1989); inoltre un delica-
60
to libretto di fotografie Leonardo
Sciascia fotografato da Ferdinando
Scianna (1989), ancora un siciliano, di Bagheria, unito a Sciascia e
allo stesso Sciardelli da profondi
legami d’amicizia e autore di un
giustamente celebre libro di fotografie con testo di Sciascia, Le
feste religiose in Sicilia4 e di un poetico ricordo dell’amico scomparso5; e ancora nel 2003 Ritratto di
Alessandro Manzoni, con incisioni
di Antonietta Viganone.
Discorso a parte merita
l’iniziativa editoriale de Gli amici
della Noce, solo sette i fascicoli
stampati tra il ‘78 e l’89 nella bottega milanese di Sciardelli di via
Ciovasso (privata, amicale pubblicazione fuori commercio, in
109 esemplari), contenenti ciascuno un racconto di Sciascia,
Consolo, Collura, La Cava, Bufalino, Addamo, accompagnati
da altrettante incisioni di Cazzaniga, Guerricchio, Viganone,
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
Caruso, Cottini, Piacesi, Rognoni. Omaggio alla regione dell’anima di Sciascia, e che riportava nel
colophon il falso doppio luogo di
stampa Milano-Racalmuto: «[…
] La località indicata nel colophon, Racalmuto, è solo un sentimentalismo di cui Sciascia si è
fatto complice, per puro divertimento. A lui non serviva certo
quest’occasione per ricordare il
suo paese al quale, e da sempre,
ben altre importanti testimonianze ha dato. Sentimentalismo
dello stampatore, dunque, che
appagava così, dalla milanese
bottega di via Ciovasso, il piacere
di datare una pubblicazione da un
paese a lui caro» (Sciardelli); la
Nota dello stampatore preziosa-
62
mente chiude la raccolta completa dei sette fascicoli, ristampati in
un’unica edizione nel ‘97 per
conto della “Fondazione Leonardo Sciascia” di Racalmuto. Il
primo di quei fascicoli ospitava
un testo del ’64 di intensa bellezza, dello stesso Sciascia, Contrada
Noce, con una incisione di Giancarlo Cazzaniga, autore anche
del disegno dei grappoli d’uva
della copertina, identico per ogni
numero. L’ultimo fascicolo conteneva un testo altrettanto struggente di Sebastiano Addamo
(scrittore siciliano attento alle
questioni tipografico-editoriali),6
Leonardo e i suoi amici, con un’acquaforte-acquatinta di Franco
Rognoni, che ritraeva Sciascia di
spalle intento a fumare, seduto
alla scrivania di fronte all’inseparabile Olivetti.
Franco Sciardelli fu particolarmente sensibile al piacere
tattile della carta (quel piacere
“senzuso” citato da Sciascia, che
a sua volta lo mutuava da una bella poesia di Salvatore Di Giacomo e che Umberto Eco, in un suo
libretto, indicava giustamente
come “la memoria vegetale”),7
dell’alfabeto e dell’ex libris, cui
dedicò alcuni splendidi volumi di
Wolf, Disertori, Tramontin,
Zetti. Ricordo che nella citata
mostra del ‘92 a Palazzo Bagatti
Valsecchi rimasi colpito dal libretto Della carta incombustibile
del ’92,8 da lui stampato in soli
300 esemplari; un libretto di puro gusto tattile e filologico, es-
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
sendo la ristampa di un articolo
pubblicato nel 1869 su «L’Osservatore Romano», che attirò l’attenzione anche del grande (e ingiustamente dimenticato) Nello
Vian che ne scrisse nella sua elegante raccolta di scritti Il leone
nello scrittoio.9 Anche il raffinato
volume solo xilografico, L’alfabeto di Remo Wolf, dello stesso anno
(in 280 esemplari), mi sembra
condensi magicamente tutte
queste sue predilezioni.
Nell’86 intanto Sciardelli
stampa 3 acqueforti di Fausto
Melotti per i Poems di William
Butler Yeats, nella traduzione di
Eugenio Montale, che lo stampatore veronese Franco Riva riuscirà solo a comporre a mano a Poiano, nell’81, prima della morte.
La stampa definitiva sarà portata
a termine da Martino Mardersteig nella sua Stamperia Valdonega di Verona, promossa dai
Cento Amici del Libro, il celebre
sodalizio di bibliofili presieduta
fino alla morte da Alberto Falck.
Nel ’93 Sciardelli stampa Dei libri
di Paul Valery (in 500 esemplari
su carta Sicars), con 3 xilo di un
grande e poco ricordato incisore
come Adriano Porazzi. Quel librino, pur nell’esile struttura, costituiva l’avvio di una riflessione
sulla bibliofilia che condurrà tre
anni dopo lo stampatore siciliano
a realizzare un opus magnum di
notevole bellezza e suggestione,
il celebrato trattato di Richard
De Bury Philobiblon, ornato da
una puntasecca e da xilografie di
Mimmo Paladino. Nel ’95 lo
stampatore di Palermo consegnava ad Alberto Casiraghy un
suo pensiero, Toccare / i poeti / fa
bene, che l’eclettico tipografopoeta di Osnago metterà en page
nei suoi volatili “Pulcinoelefanti”
in 17 esemplari, arricchiti da un
disegno dello stesso Casiraghy e
da una incisione di Porazzi.
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Nel 2003 lo stampatore tradurrà tipograficamente il testo
di Giovanni Visconti Venosta,
La partenza del crociato, con tavole a colori di Franco Rognoni, gli
ultimi suoi disegni prima della
morte avvenuta nel ‘99. Questa
edizione era filologicamente impeccabile perché conteneva la
testimonianza originaria dell’autore e lo spartito della versione musicale fattane nel ‘27 da
Vincenzo Billi.
Purtroppo il percorso di
Sciardelli come stampatore-editore si interruppe ufficialmente
nel 2005, con il volume d’arte di
Milena Milani, Ho vita infelice oh
vita felice, due poemetti inediti
per la città di Albisola, arricchiti
da coloratissime incisioni originali della scrittrice, una delicata
e molto equilibrata edizione
stampata in soli 120 esemplari
numerati e firmati dall’autrice.
Ma l’anno dopo il vulcanico
stampatore ci regalò, per la gioia
di noi longanesiomani, la plaquette Così parlò Leopoldo (in 300
esemplari), cinquanta aforismi e
con una xilo del geniaccio di Bagnacavallo. L’originale scelta
grafica di copertina consisteva
nella ristampa dei francobolli celebrativi longanesiani.
Sciardelli era uomo di rara
energia.10 Se l’attività tipografico-editoriale si era interrotta,
quella legata alle iniziative culturali continuò con la nascita de
“L’Arte a stampa”, associazione
senza scopo di lucro che aveva
per finalità la valorizzazione e la
diffusione del libro e della stampa originale d’arte. Nell’ambito
di quell’associazione particolarmente preziose furono le iniziative editoriali legate alla stampa
di volumi a tiratura limitata, il
cui primo titolo fu Voielles di Arthur Rimbaud, con 5 linoleum e
un’acquaforte originali di Mimmo Paladino, con la ripresa via
63
internet de «Il Calamatta», la
bella e purtroppo breve testata
ideata dallo stesso Sciardelli nel
‘95, che nel nome ricordava l’incisore Luigi Calamatta (Civitavecchia,1801-1868). Del resto in
via Ciovasso, sede della stamperia e dove venne fondata la rivista, aveva abitato, fino alla fine
dei suoi giorni, lo stesso Luigi
Calamatta, docente a Brera.
64
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
Della precedente serie la testata
conservava «[…] l’impegno ad
essere specchio dell’attualità di
quell’arte che, usando gli attrezzi più vari, i supporti più diversi,
NOTE
1
Cfr. Il libro d’arte nell’editoria lombarda. Tre esperienze: Maurizio Corraini Editore, Gallerie delle Ore, Franco Sciardelli Editore, introduzione di Matteo Collura, Milano, Regione Lombardia, 1992, pp. 111-128.
2
Cfr. Massimo Gatta, Un mestiere da
fare con gioia: Franco Sciardelli, stampatore, «Colophon», n. 23, ottobre 2006, pp. 3640.
3
Cfr. L’immagine e il torchio. Le stampe
e i libri di Franco Sciardelli, Milano, Lucini,
1996, stampato su carta Sicars di Catania.
4
Pubblicato a Bari, Leonardo da Vinci,
1965, rist., Palermo, L’Immagine, 1987.
5
Ferdinando Scianna, Sciardelli, amico
crea matrici che rivelano unicamente nella stampa la creazione
dell’artista».
Nei lunghi decenni di attività tipografica Franco Sciardel-
li è stato accompagnato dal talento e dall’amicizia di grandi
artisti e fotografi, da Cantatore,
Viganone, Treccani, a Messina,
Cazzaniga, Disertori, Rognoni,
Tedeschi, Crippa, Sassu, Piacesi, Manfredi, Zetti, Costantini,
Scianna, fino a Berengo Gardin,
Franck, Cartier-Bresson, Morath, Kertész, Baj, Wolf, Paladino e altri. Una folla di amici
(grumo d’affetti e intelligenze) che
in questi anni, insieme ai suoi
lettori, hanno condiviso con lui
la bellezza, l’arte e l’orgoglio del
bel libro stampato al torchio,
uno strumento di perfezione
umana da celebrare in questo
2015 in occasione del quinto
centenario della morte di Aldo
Manuzio; proprio quel torchio il
cui silenzio diventa, ora che
Franco è andato via, ancora più
pesante e difficile da accettare.
degli artisti, «Il Sole 24 Ore-Domenica», 12
aprile 2015, p. 37.
5
Vedine ad esempio Racconti di editori,
Milano, Libri Scheiwiller, 1991.
7
Cfr. Umberto Eco, La memoria vegetale, Milano, Rovello, 1992; ristampato da
Bompiani nel 2011 insieme ad altri scritti di
bibliofilia.
8
Il libretto di Sciardelli a cui si fa riferimento è Della carta incombustibile, Catania-Milano, Franco Sciardelli [ma composizione e stampa manuali, Milano, Ruggero
Olivieri], capodanno 1992, in 300 esemplari fuori commercio su carta Sicars di Catania, La carta è quella d’amianto che ebbe
tra i primi studi quello di Giovanni Giustino
Ciampini, De incombustibili lino, sive lapide
amianto Deque illius filandi modo epistolaris dissertatio, Romae, Typis Rev. Camerae Apostolicae, 1691; cfr. inoltre Della tela
e della carta incombustibili, con due lettere
di Angelo Secchi e Paolo Peretti, Roma, coi
tipi dell’Osservatore Romano, 1869.
9
Nello Vian, Carta d’amianto, in Id., Il
leone nello scrittoio. Aneddoti e curiosità
letterarie, con una notizia di Antonio Cibotto, Reggio Emilia, Città Armoniosa,
1980, pp. 77-78.
10
Cfr. Luigi Mascheroni, Franco Sciardelli, quello che conta è lo stampo!, «la Biblioteca di via Senato», a. III, n.5, maggio
2011, pp. 36-37.
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: Fondo moderno di edizioni di pregio
L’arte di stampare libri
per l’eternità
Ricordo di Franco Sciardelli, paladino dell’arte a stampa
LUCA PIETRO NICOLETTI
«D
alla sua piccola
officina - in cui io
trascorro molte
delle mie ore milanesi nel gradevole, per me, sentore di inchiostri
ed acidi - escono i nitidi fogli delle
acqueforti e delle litografie; ma
escono anche dei libri. Sempre
più, anzi, Sciardelli è portato a fare libri: che è anche un modo, oggi, di sottrarre le stampe al mercato più osceno, di restituire la
stampa alla cerchia ristretta e autentica degli amatori, degli intenditori. Fa, insomma, le cose che
gli piace fare per sé, per gli amici». Con queste parole Leonardo
Sciascia dava la sua testimonianza
sul lavoro dell’amico stampatore,
o meglio “stampatore-artigiano”, Franco Sciardelli (19332015). A unirli erano un comune
attaccamento alla terra natia (la
Sicilia) e l’amore per la carta
stampata.
Bisognerà prendersi il tempo, prima o poi, per raccontare la
vicenda di Franco Sciardelli:
riempirebbe un volume, infatti,
dipanare il susseguirsi dei giorni e
Mimmo Paladino (1948), Voielles,
2005, acquaforte e acquatinta,
Milano, collezione privata
dei libri, ricostruire i contesti e le
storie, gli incontri e le collaborazioni e, soprattutto, seguire il diagramma dell’amatissima arte a
stampa. È uno dei libri, forse, che
avrei voluto scrivere io, e che potrei scrivere anche ora, ma senza il
conforto dei racconti e delle conversazioni con Sciardelli stesso,
nel grande studio di via Giannone, stipato di libri e di fogli sciolti.
Una parte del mio amore per la
carta lo devo anche a lui e alla sua
attenzione, veemente a volte ma
sempre appassionata, per l’opera
su carta. Questa, infatti, è una parola chiave per capire, come fra le
righe fa notare anche Sciascia, il
temperamento e lo spirito con cui
avvicinava il suo lavoro: la calcografia, la litografia e le altre tecniche di impressione non dovevano
essere funzionali alla riproduzione meccanica, ma essere uno
strumento per creare un’opera a
se stante. Il valore dell’incisione
non era quello di poter fare una tiratura, ma di arrivare, alla fine, ad
un’opera vera e propria con lo
stesso valore e la stessa dignità del
dipinto, e con la stessa libertà di
sperimentazione che si consente
alla pittura. Più di altri, infatti,
Sciardelli aveva capito che la sopravvivenza delle arti incisoree
dipendeva molto dalla loro disponibilità ad aprirsi verso le
nuove possibilità offerte dall’affinamento degli strumenti e delle
66
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
Franco Sciardelli tra Giancarlo Cazzaniga e Luigi Guerricchio
tecniche ma anche, se non soprattutto, se teneva fede al principio
che accanto all’ortodossia del mestiere era necessaria la licenza
espressiva. È quanto ha trasmesso, nel tempo, al nipote Ivan Pengo, che ai confini della città prosegue ora, indefesso, quella che è diventata una tradizione di famiglia.
Una storia complessa, quella
di Franco Sciardelli, perché come
le narrazioni più appassionanti, la
sua vita è stata un crocevia di altre
storie: quelle degli artisti, quelle
della grafica e, non ultima, la storia di una Milano ormai ingrata e
senza memoria, ma che fu scenario non inerte di un’avventura
lunga una vita. Ma al tempo stesso, è una storia complessa perché
schizza in mille direzioni diverse,
dalla pratica della stampa a un interesse per il recupero della storia
della materia, fino a prese di posizione nette quanto consapevoli
per cui non aveva esitato, talvolta,
a prendere in mano la penna e vergare le proprie dichiarazioni. Ne
sono testimonianza le due riviste
da lui curate negli ultimi decenni:
«il Calamatta» prima, in omaggio
all’omonimo incisore dell’Ottocento, e «L’arte a stampa» poi. Il
nome di quest’ultima, poi, era stato riusato per un sito internet
(http://www.larteastampa.it),
quando Sciardelli si rese conto
che il ricorso ai nuovi mezzi di comunicazione non era una stravaganza ma una possibilità anche
per un uomo d’altri tempi, come
lui, vissuto in pieno nell’era Gutenberg. In apertura di quel sito,
ultima fatica di un impegno appassionato per la stampa, curato
con la consueta intelligenza critica da Carlo Perini, Sciardelli aveva scritto poche righe definendosi
«stampatore ed editore in Milano, che smessi dopo lunghi anni
l’uso di torchi, carte e inchiostri
non intende pensionare il proprio
interesse e l’amore per la stampa».
Era un tentativo di fare ordine
nella propria storia e, al contempo, di fare il punto sull’editoria artistica contemporanea. Nel tempo, infatti, aveva messo insieme
una preziosa biblioteca specialistica che da sola, senza contare le
migliaia di stampe e di libri d’artista, costituisce un patrimonio di
conoscenza da difendere. Ma quel
patrimonio, segno di un senso etico e civile, beninteso, è soprattutto, più che un esempio di rigore
scientifico e filologico, un atto
d’amore e di passione.
Bisognerà scrivere questa
storia proprio a partire dai sui libri, che peraltro la Biblioteca di
via Senato possiede tutti (in almeno un esemplare), collocati all’interno del Fondo moderno di edizioni di pregio. Scriverla, anche
grazie alle testimonianze: come
un’intervista di Luigi Mascheroni
sulle pagine di «la Biblioteca di via
Senato» e il resoconto di una conversazione con Carlo Carotti per
«FdL», dal titolo suggestivo: Vengo d’oltremare. Franco Sciardelli e il
libro d’arte. E restano gli scritti,
come un piccolo libello polemico
di una schermaglia cordiale fra
due galantuomini, arroccati su
posizioni diametralmente opposte, ma entrambi fondamentali
nella cultura dell’incisione del
Novecento a Milano. Infine, una
mostra importante, a compendio
di una vita, alla Biblioteca Trivulziana nel 1996.
A Milano Sciardelli era giun-
maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
to nel 1938 da Palermo, dove era
nato nel 1933, ma il vero ritorno
definitivo nel capoluogo lombardo sarà nel 1949, a guerra finita e
terminati gli studi al ginnasio.
L’incontro con la stampa, in realtà, era avvenuto quasi per caso.
Dopo aver svolto i lavori più disparati, aveva rilevato una cartolibreria nel 1960, e in un ambiente
di questa aveva ricavato lo spazio
per la piccola galleria “Del Mulino”. È qui che scopre la passione
per i libri. Uno sfratto dall’edificio
lo obbliga a trasferirsi vicino al
Bar Giamaica. Sono gli anni in cui
gli artisti frequentano assiduamente il quartiere: Sciardelli ha
rilevato anche un torchio, che
mette a disposizione degli artisti,
ed è da loro che impara i trucchi
del mestiere. Qui, poi, incontra
Alberto Mondadori, che ha appena fondato le edizioni de “il Saggiatore”: nei nuovi locali trova
spazio la libreria della casa editrice e la galleria, dove si tengono
mostre di Viani e Morlotti, Xavier
Bueno e persino Alfred Kubin.
Qui, dunque, scopre la passione
per la carta: per il disegno e, soprattutto, per l’incisione. Da qui
in poi, quindi, comincia a fare libri
in proprio, specie da quando trasferisce lo studio in via Ciovasso,
la sede immediatamente precedente all’ultima di via Giannone:
è lui che propone e sollecita gli artisti a fare i libri. Il caso più eclatante riguarda invece la sua collaborazione con Sciascia, come riporta Carlo Carotti. Da tempo
Sciardelli stava cercando documenti riguardanti il processo alla
strega di Broni. Una volta trovati,
li consegnò a Sciascia, che ne trasse il suo La strega e il capitano, pubblicato da Bompiani, di cui Sciardelli fece invece un’edizione limitata con incisioni di Aligi Sassu.
Non diverso, sotto questo
punto di vista, il caso del Philobiblon, antico testo medioevale di
Riccardo de Bury, da cui resta
67
molto colpito, tanto da invitare
Mimmo Paladino, fra i suoi amori
più recenti in ordine di tempo, a
realizzare delle tavole apposite
per il libro che dà alle stampe nel
1996. Queste tavole nitide e sgargianti, realizzate con l’aiuto dello
xilografo Adriano Porazzi, come
quelle successive sul tema delle
Voyelles di Rimbaud, sono fra gli
esiti più felici, forse, del pittore.
Ma si è tentati di credere che senza
Luigi Guerricchio (1932-1996), La capra di Aliano, 1972, acquaforte e
acquatinta, Milano, collezione privata
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maggio 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
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A sinistra: Fausto Melotti (1901-1986),
Senza titolo, 1981, acquaforte, Milano,
collezione privata.
A destra: Karla Plattner (1919-1986),
In famiglia, anni '80, acquaforte e
acquatinta, Milano, collezione privata
lo sprone del nostro stampatore
editore, forse anche lui non si sarebbe cimentato con quest’arte.
Un tratto da non trascurare
di questo libro, poi, era che per
Philobiblon Paladino realizza delle
tavole a colori: Sciardelli ha sempre difeso strenuamente l’arte a
stampa, fra gli ultimi, insieme a un
altro grande maestro da poco
scomparso, Giorgio Upiglio; ma
non si è mai chiuso nei rigori dell’incisione in bianco e nero ed eseguita soltanto secondo un’austera
osservanza delle regole. Al contrario, l’artista doveva essere lasciato libero di sperimentare, di
intervenire nei modi che riteneva
più consoni ai suoi modi espressivi. Ciò non significa, naturalmente, che non amasse l’acquaforte o
l’acquatinta realizzate secondo
tradizione: quando lo conobbi, alla metà degli anni Duemila, voleva organizzare una mostra di Karl
Plattner, di cui aveva dei fogli stupendi. Con un certo azzardo mi
chiese di scriverne: lo feci con una
certa emozione, e da allora ricordo con affetto i segni duri e graffianti del maestro di Malles. Ma
nello stesso giro di anni, ricordo
nel suo studio anche un grande foglio di Fausto Melotti, lasciato incompiuto dal maestro, a cui Sciardelli aveva dato nuova vita attra-
IL FONDO MODERNO DI EDIZIONI DI PREGIO DELLA BIBLIOTECA DI VIA SENATO
I
l Fondo moderno di edizioni di pregio è una delle collezioni più preziose della Biblioteca di via Senato. Costituito da circa 2500 tomi, rappresenta, attraverso volumi usciti dai torchi di Alberto Tallone, dell’Officina Bodoni di Giovanni e Martino Mardersteig, di Franco Riva, di Franco Sciardelli e delle Edizioni unaluna, la migliore tradizione tipografica del Novecento.
Libri improntati all’equilibrio dell’impaginazione grafica, alla perfezione della
composizione a mano, alla bellezza dell’impressione della stampa su carte preziose.
Esemplari arricchiti dalle illustrazioni, spesso originali, di maestri contemporanei,
da Dalì a Picasso, da Rauschenberg a Petros, passando per gli italiani Ruggero Savinio e Carla Tolomeo. Testimonianze attuali di una passione, quella per l’arte della
stampa, che da Gutenberg, attraverso i secoli, è giunta fino a noi.
verso l’intervento di Paladino: ne
era nata una nuova opera a quattro
mani, in cui il maestro più giovane
richiamava, all’interno del foglio,
l’ombra del maestro scomparso.
L’effetto, naturalmente, era straniante ma di grande fascino. Anche per questa via, non rifiutava
l’aiuto dei nuovi supporti tecnologici, ma che cercava di adattarli
alle esigenze degli artisti per dare
nuova vita alla stampa d’arte.
In una bella foto di Ferdinando Scianna, suo vicino di studio e siciliano come lui, Sciardelli
è sorridente in mezzo ai suoi torchi: mostra un libro (fresco di
stampa?) e sorride. Sembra un
operaio della stampa immerso in
un’officina artigiana che accoglie
il visitatore nel proprio regno. Vi
si respira un’aria antica, un’aria tipica delle stamperie d’arte:
un’aria che ricorda che il libro
d’artista è un oggetto prezioso,
ma soprattutto un oggetto che deve dare, a chi lo fa e a chi lo guarda,
una grande felicità.
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
BvS: il ristoro del buon lettore
Una cucina di passione,
un ricordo del Cuore
Grandi piatti sui poggi di Treiso, alla Ciau del Tornavento
T
reiso, un piccolo paese di
Langa. Nella piazza l’antico edificio scolastico.
Con la sua torretta centrale. E sulla vetta la chiave del tornavento. Si
varchi la porta. Par ancora di vederli tutti accalcati, come durante
il primo giorno di scuola, nella
«stanza d’entrata e nelle scale».
Genitori, «ufficiali, nonne, serve,
tutte coi ragazzi per una mano e i
libretti di promozione nell’altra».
Come nelle pagine iniziali di Cuore di Edmondo De Amicis (opera
che la Biblioteca di via Senato conserva in prima edizione, pubblicata a Milano, da Treves, nel 1886).
Ad attender il viandante ora non
son più banchi e calamai. Ma tavoli
con tovaglie candide e posate d’argento. Qui ha trovato asilo uno dei
ristoranti più eleganti del nord
Italia: La Ciau del Tornavento. All’avventore non resta che passare
nella grande sala. Ma non sono a
colpire il pavimento in legno, i raffinati tappeti, i tavoli a distanze
enormi, il bel camino. Colpisce
qui la quasi totale assenza di pareti.
Sostituite da immense vetrate che
affacciano senza fine sui bricchi
dei più pregiati cru di Barbaresco.
GIANLUCA MONTINARO
La Ciau del Tornavento
Piazza Baracco, 7
Treiso (Cn)
Tel. 0173/638333
Si ‘galleggia’ sulle viti di nebbiolo,
mentre la sorridente Nadia Benech racconta, come «la giovane
maestra Delcati, con gran tenerezza», della sua Ciau. Dei suoi
piatti. Della sua cantina.
Mentre sul tavolo riposano i
golosi grissini, «che empion le tasche» di Garrone, in cucina Maurilio Garola, «faccia seria» e gran
cuore come il maestro Perboni,
inizia la sua lezione d’alta scuola. I
piatti non si limitano a parlare
piemontese. Ma dialogano con il
mare. Così si possono incontrare i
gamberi di Sanremo, ma impanati nella tonda gentile. E il bollito
diventa di pesce, con tutte le salse
della tradizione. Eppoi, oltre alla
finanziera e al fritto misto (con
cervella, filoni, creste e granelli),
si può gustare uno fra i piatti più
impressionanti nel panorama della cucina italiana contemporanea:
i plin di Seirass cotti nel fieno
maggengo, al burro e timo serpillo. La balsamica vampa è preludio
alla sfoglia setosa e al fondente ripieno. Un piatto senza compromessi, e che non teme confronti.
Della cantina non si può scrivere
se non che è una delle più fornite
d’Italia. Oltre la prima vasta sala
sotterranea se ne apre un’altra.
Un santa sanctorum al quale si accede attraverso una pesante porta
in acciaio blindato, come quella
dei caveaux bancari. Qui è possibile soddisfare ogni più perverso
desiderio. Vi sono radunate, ancora reclinate nelle loro lignee
casse, tutte le più grandi bottiglie
d’Italia e di Francia. Non sarà
quindi un problema trovare un
Caberlot, magari un 2005, del
Podere Il Carnasciale. Vino fra i
più rari al mondo, ottenuto dall’unica vigna impiantata a Caberlot: incrocio di Cabernet Sauvignon e Merlot. Coronamento di
una sosta indimenticabile, mentre ci «si allontana dando un ultimo sguardo alla scuola»…
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HANNO
COLLABORATO
A QUESTO
NUMERO
GIANCARLO PETRELLA
Giancarlo Petrella (1974) è
docente a contratto di discipline del libro presso l’Università
Cattolica di Milano-Brescia.
Nel 2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di insegnamento di Scienze del libro e
del documento.
È autore di numerose monografie fra cui: L’officina del
geografo; Uomini, torchi e libri
nel Rinascimento; La Pronosticatio di Johannes Lichtenberger; Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale
di Venezia (2010); L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento
dei Frati Minori di Santa Maria
del Fiume (2012). Collabora con
«Il Giornale di Brescia» e la «Domenica del Sole24ore».
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2015
GIANFRANCO DE TURRIS
G. de Turris ha lavorato in
Rai dal 1983 al 2009, come vice-caporedattore dei servizi
culturali del Giornale Radio. Ha
ideato e condotto la trasmissione di approfondimento culturale L'Argonauta, con cui ha
vinto nel 2004 il Premio SaintVincent di giornalismo.
Si occupa di politica culturale da un lato e di letteratura
dell'Immaginario dall'altro,
scrivendo di questi argomenti
su quotidiani, settimanali e
mensili, nonché su enciclopedie e dizionari, dirigendo riviste
e collane, curando l' edizione e
l'introduzione di centinaia fra
romanzi e saggi, e pubblicando
una quindicina di libri.
È direttore responsabile
della rivista «Antares».
MASSIMO GATTA
Massimo Gatta (1959) ricopre l’incarico, dal 2001, di bibliotecario presso la Biblioteca
d’Ateneo dell’Università degli
Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris).
Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al
periodico «Charta». È direttore
editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e
“libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri».
Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli.
LUCA PIETRO NICOLETTI
Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte
e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia.
Ha pubblicato: Gualtieri di
San Lazzaro. Scritti e incontri di
un editore italiano a Parigi
(Macerata 2013).
LUCA PIVA
Luca Piva (Piove di Sacco,
1960), saggista e illustratore, si
interessa a temi e spunti della
tradizione figurativa e letteraria italiana, in particolare nelle
sue espressioni di ambito veneto, per lo più di periodo tardo.
Nella sua bibliografia figurano
due saggi pubblicati in «Padova
e il suo Territorio» (Invito allo
studio del Cristo di Arzerello,
2010; Una triste visita di Giovanni Comisso a Piove di Sacco,
2011). Sta lavorando ora a una
raccolta di storie narrate da architetture.
È in procinto di pubblicare
un saggio su alcuni aspetti poco divulgati del rapporto fra
D'Annunzio, Venezia, e il culto
della Serenissima.
GIOVANNI SESSA
Giovanni Sessa (1957), è
docente di filosofia e storia nei
licei, già assistente presso la
cattedra di Filosofia politica
della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma e
già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università
di Cassino.
Numerosi sono i suoi scritti, alcuni dei quali apparsi sulle
riviste «Letteratura-Tradizione»; «Palomar» e «il Borghese».
Fra i suoi volumi si ricordano: Trascendenza e gnosticismo in E. Voegelin, Caratteri
gnostici della moderna politica
economica e sociale; Il maestro
della Tradizione. Dialoghi su Julius Evola.
GIANLUCA MONTINARO
Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è docente a contratto
presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero
politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del
quotidiano «il Giornale».
Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo
II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006);
L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009);
Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero
(2013).
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