Editoriale
FORSALUS.
La rivista “laboratorio” della Sanità
L’
espressione della conoscenza,
la diffusione della cultura e l’elaborazione cognitiva, da sempre,
affascinano l’uomo e generano i forti cambiamenti sociali e valoriali
dell’Umanità. La sapienza, intesa nella
sua dimensione flessibile, pur in una cornice metafisica, ricerca il sale della vita,
l’azione del sapio, l’avere sapore della conoscenza e, spesso, costituisce il risultato
dell’articolazione del pensiero lungo l’arco della propria esistenza.
Dove il pensiero è, spesso ma non sempre, la fonte dell’azione e dove, quindi, la
qualità dell’azione è, altrettanto frequentemente, data dalla qualità, congruente
ed etica, del pensiero. In tal senso tutto
ciò che coniuga, connette e crea legami
tra il Pensiero e l’Azione rappresenta, propedeuticamente, un generatore di Valore.
La scrittura costituisce, quindi, una delle
manifestazioni più alte e naturali di tale
relazione e , infatti, come diceva il Profeta
dell’Islam “L’inchiostro dei sapienti è più
prezioso del sangue dei martiri”.
Cristallizzare il pensiero, anche solo temporaneamente, attraverso l’atto dello scrivere rappresenta, pertanto, un processo
prezioso in grado di favorire l’elaborazione interna, il confronto dialettico e la critica generativa di nuovi apprendimenti.
La scrittura è in grado non solo di facilitare l’acquisizione di nuove conoscenze e
comportamenti, ma anche di fertilizzare
le menti verso obiettivi sfidanti, nonché
di elicitare gli strati più profondi della propria identità generando una sistematica,
seppur rivisitabile, definizione gerarchica
dei propri valori. A maggior ragione ciò
si verifica se il valore su cui si focalizza
l’attenzione è fortemente connesso con
la propria identità. In tale ottica, l’orientamento alla cura della Salute è diffusamente, se non unanimamente, considerato un ottimo indicatore della congruenza
soggettiva ovvero della corrispondenza
tra ideal self e real self, tra il sé ideale e il
sé reale, fra il come pensiamo di essere e
come siamo realmente.
Un indicatore che dovrebbe essere utilizzato da tutti coloro che credono fortemente nel potere e nel ruolo, etico e deontologico, dell’Essere rispetto a quello
dell’Apparire, cogliendo il valore dell’autenticità come presupposto per l’evoluzione efficace verso lo stato identitario
desiderato.
Una meta, per quanto ambiziosa possa
essere, la si raggiunge meglio e in minor
tempo se si sa da dove si parte.
Ecco perché la consapevolezza dello stato
soggettivo presente e delle proprie caratteristiche e potenzialità, fisiche e mentali,
rappresenta un inequivocabile presupposto per raggiungere più efficacemente i
propri stati desiderati.
In questa cornice la nascita di una nuova
rivista orientata ad approfondire la relazione tra due alti valori quali la Salute e
l’Educazione acquisisce un ruolo ancor
più significativo rispetto a quello, già rilevante, di diffondere cultura e conoscenza.
Un ruolo orientato a perlustrare i diversi
ambiti della soggettività rispetto alla concezione diversificata di benessere.
FORSALUS vuole, infatti, rappresentare
un laboratorio cognitivo, un confronto
autorevole fra mappe interpretative di
una realtà delicata, vitale e affascinante
qual è quella del differenziato mondo della salute e dei diversi approcci educativi e
divulgativi ad esso connessi.
Contaminare positivamente le differenti
dimensioni dell’Essere, genera crescita
e valore, e aumenta la capacità di essere
cognitivamente flessibili, capacità che
rappresenta una delle più importanti
competenze del XXI secolo .
FORSALUS rappresenta un laboratorio
aperto, ma anche attento al riconoscimento scientifico, istituzionale e qualitativo dei contributi che rappresentano la linfa della propria proposta editoriale, nella
ricerca continua e sistematica di superare
un’autoreferenzialità che è, purtroppo,
ancora presente sia nel mondo della Sani-
Pier Sergio Caltabiano,
Direttore della Formazione - CEFPAS
tà sia in quello della Formazione.
La finalità sarà quindi anche di superare
l’autofagia cognitiva, concetto elaborato
alcuni anni fa, con il quale ho voluto stigmatizzare il comportamento delle organizzazioni, delle strutture e dei soggetti in
genere che si autoalimentano della propria conoscenza consolidata e del proprio
pensiero, senza aprirsi a nuovi e differenti
approcci, rinunciando così ad ampliare la
propria mappa interpretativa e ad arricchire, anche selettivamente e criticamente, la propria dimensione culturale ed
esperienziale.
Con questa nuova rivista inizia quindi un
percorso sfidante e ambizioso teso a connettere persone e valori, logiche e conoscenze, tecniche e strumenti, modelli ed
esperienze differenziate.
Un percorso chiamato a rigenerarsi sistematicamente con nuove traiettorie
cognitive e con il coinvolgimento dei più
importanti interpreti degli ambiti educativi della sanità pubblica e privata.
Un percorso che vedrà comunque la partecipazione attiva di coloro che ne sono i
destinatari e, quindi, con i propri feedback
e contributi, i principali protagonisti.
Pier Sergio Caltabiano,
Direttore della Formazione - CEFPAS
SalusFestival. Prevenzione e promozione della
salute per il benessere e i corretti stili di vita.
Intervista ad Angelo Lomaglio, Direttore generale del CEFPAS
I
l CEFPAS è da sempre impegnato
nella realizzazione di percorsi formativi finalizzati alla prevenzione
dei rischi correlati alla salute e alla
promozione dei comportamenti e degli stili di vita salutari. Quali le principali azioni previste in ordine al Piano di
Prevenzione 2014-2018?
Il CEFPAS ha attivato numerosi percorsi
formativi coerenti con gli obiettivi di prevenzione 2014-2018, in particolare, in ordine anche nel corso delle 4 giornate di
prevenzione e promozione della salute
previste dal SalusFestival, va segnalata
l’attenzione al piano di prevenzione primaria e al percorso di formazione formatori nella scuola. Gli ambiti d’intervento
formativo riguarderanno tre aree tematiche: comunicazione in rete e utilizzo
consapevole dei media digitali, strategie
e modelli partecipativi in tema di sana
alimentazione, attività sportiva e benessere psicologico. Il percorso è destinato
a 120 insegnanti delle scuole primarie e
secondarie provenienti dalle province
di: Caltanissetta, Catania e Palermo, che,
a conclusione del percorso formativo,
saranno nominati referenti scolastici per
la promozione della salute. Il progetto è
promosso dall’Assessorato della Salute e
dall’Assessorato della Formazione della
Regione Siciliana, il CEPFAS e dall’Ufficio
Scolastico Provinciale. Altrettanto rilevante è l’Executive Master sul trattamento dei
“Disturbi del Comportamento Alimentare”, finalizzato a definire una rete multidisciplinare, che affronti in tutte le Aziende
Sanitarie siciliane le problematiche dei
DCA, che stanno sempre più coinvolgen-
4
do adolescenti e bambini.
In questa direzione, la responsabilità del
coordinamento scientifico del Master è
stato affidato a Laura Dalla Ragione, Responsabile dei Servizi di controllo dei
DCA della Regione Umbria, la cui presenza dà autorevolezza scientifica all’intero
percorso. Altrettanto importante, il percorso formativo sui piani speciali per il
monitoraggio della contaminazione chimica e del grado di compromissione della
catena alimentare nelle aree a rischio di
crisi ambientale di: Augusta, Priolo, Gela e
Milazzo e delle aree del Mela. La progettazione e prossima realizzazione del percorso che parte a settembre è stata possibile
grazie alla collaborazione con il DASOE,
dell’Università di Catania, il Dipartimento
di Scienze dell’Ambiente della Sicurezza
del Territorio degli Alimenti e della Salute (S.A.S.T.A.S) dell’Università di Messina,
l’ASP di Siracusa, l’Istituto Zooprofilattico
Sperimentale del Mezzogiorno, il Laboratorio Ambientale Syndial di Priolo.
Qual è il principale ruolo del CEFPAS
nell’ambito del SalusFestival?
Il CEFPAS è uno dei principali promotori, insieme all’Assessorato della Salute, al
DASOE e all’ASP e al Comune di Caltanissetta. Uno degli obiettivi più rilevanti del
Festival, il cui tema principale è la prevenzione e la promozione della salute, del benessere e dei corretti stili di vita, è quello
di creare un network territoriale tra le istituzioni e le associazioni del terzo settore
impegnate per lo sviluppo di percorsi
permanenti di prevenzione e promozione
del benessere e della salute del comprensorio sociale nisseno.
Angelo Lomaglio,
Direttore Generale del CEFPAS
Nell’ambito del Festival, oltre al coordinamento, il CEFPAS cura la realizzazione
delle quattro “Giornate di Promozione
alla Salute”, in collaborazione con il DASOE. Le giornate della Promozione della
Salute sono dedicate all’approfondimento dei temi legati alle vecchie e nuove
dipendenze patologiche, al disagio mentale, alla sicurezza stradale ed alla salute alimentare, coinvolgendo alcuni tra i
principali testimonial e principali attori
del panorama nazionale ed istituzionale. Inoltre, in considerazione dell’enorme
potere dell’arte di raggiungere migliaia di
persone utilizzando molteplici linguaggi,
il CEFPAS promuove il “Salus Cine Festival”, I Festival Nazionale della Cinematografia sui temi della Salute e del Benessere, nel corso del quale saranno premiati
alcuni dei 20 cortometraggi in concorso
e il cui principale ospite sarà il regista italiano Pupi Avati.
Valentina Botta
Il Piano di Prevenzione della Regione
Sicilia. Per il diritto effettivo alla Salute
Intervista a Baldo Gucciardi, Ass. della Salute della Regione Siciliana
L’
importanza del tema della
prevenzione è solo di recente stata posta tra gli obiettivi
fondanti di una sanità moderna ed orientata verso la qualità della
salute dei cittadini.
L’intero sistema sanitario ha avuto nel recente passato come pilastro ineludibile
una visione ospedalo-centrica, in cui il cittadino ha il ruolo di paziente da curare e
l’ospedale ne è l’emblema.
Detta impostazione tradizionale va sovvertita: i cittadini hanno diritto ad una
buona salute e ad avere consapevolezza
di come mantenerla sin dalla più tenera
età con un processo di accompagnamento, in cui il sistema sanitario si occupa di
educare sin dall’età scolare ad adottare
stili di vita corretti, a vaccinarsi per prevenire le malattie infettive, a promuovere
l’attività fisica, a combattere il fumo, a diffondere la cultura degli screening oncologici tra la popolazione per intercettare in
tempo utile il sorgere delle più diffuse forme di cancro. Per perseguire queste ed
altre finalità che garantiscono ab initio il
diritto effettivo alla salute, la Regione Siciliana si è dotata di un Piano di Prevenzione 2014/2018, con oltre 60 linee operative ,le cui prime attività sono state avviate
dalle ASP e che potranno compiutamente
essere sviluppate a seguito dell’approvazione delle nuove dotazioni organiche e
del reclutamento di personale dedicato a
tali attività sul territorio.
Ovviamente, processi così complessi ed
articolati vanno realizzati in sinergia con
tutti gli attori, istituzionali e non, che
possono fattivamente contribuire ad incidere sui comportamenti dei cittadini ed
affiancare sul campo gli operatori sanitari
delle ASP. Oltre a fare riferimento alle sinergie con i Medici di Medicina Generale
e i Pediatri, mi pare indispensabile rimarcare le collaborazioni già esistenti, ma che
occorre incrementare con l’Ufficio Scolastico Regionale, con le Associazioni di
Volontariato, con CittadinanzAttiva, con
i Comitati Consultivi Aziendali e con tutte le forze attive, che vorranno affiancare
gli operatori sanitari in questo impegno
rilevantissimo, unitamente ad adeguate
e mirate attività formative e di promozione dell’educazione alla salute. In questa ottica si colloca l’iniziativa del SALUS
FESTIVAL organizzata dall’Assessorato regionale della Salute in collaborazione con
il CEFPAS, con la finalità di penetrare nel
vivo del sociale, stimolando l’interesse dei
cittadini per la diffusione ad ampio raggio
della cultura della prevenzione.
Per fare comprendere a tutti che la vera
battaglia per la qualità della salute si
combatte giornalmente e che l’adozione
di semplici misure di prevenzione, che
peraltro le strutture sanitarie offrono gratuitamente, è il più efficace strumento per
vivere bene e tenere lontane le patologie
infettive, oncologiche e cronico-degenerative, che costituiscono le principali cause di morte nella nostra società.
V. B.
13
Fare prevenzione per giocare d’anticipo
La prevenzione e la promozione della salute rappresentano la grande sfida dell’Assessorato
Regionale della Salute. I dati in nostro possesso mettono in chiaro una situazione allarmante:
l’obesità è in crescita, con un incremento percentuale del 40% nel Centro Sud.
C
i sono poi le dipendenze da alcol e droghe alla base di molti
incidenti stradali: la Sicilia ne
conta circa 13mila l’anno, con
una media di 36 al giorno, molti dei quali
causati dall’abuso di alcol e droga. Inoltre,
ogni anno in Sicilia più di 12.000 persone
muoiono a causa di una patologia oncologica e tutti i tumori rappresentano la
seconda causa di morte dei siciliani. Fare
prevenzione significa giocare d’anticipo
sulla malattia: oltre al beneficio diretto
che ne avrà lo stesso cittadino, se ne avvantaggerà anche il sistema sanitario visto che le nuove frontiere del risparmio
non sono certamente i tagli ma proprio
la prevenzione, che abbatte l’incidenza
delle malattie e dunque il ricorso al sistema sanitario ed il relativo costo pro capite. Ogni euro speso in prevenzione sono
tre euro risparmiati in cure mentre non
ha prezzo il miglioramento della qualità
della vita della popolazione. Per questo,
già da marzo, l’Assessorato ha lanciato la
campagna regionale per la promozione
della salute, che copre cinque grandi aree
per promuovere i “comportamenti salutari”: il contrasto alle dipendenze di ogni
tipo (droga, alcol, gioco d’azzardo), la
salubrità e la sicurezza sui luoghi di lavoro, la promozione degli screening per la
prevenzione dei tumori e la donazione di
sangue e di organi. La Regione sta inoltre
ideando il suo Piano Regionale della Prevenzione (PRP) per promuovere la salute
di ognuno di noi e nelle nostre comunità.
Efficacia, intersettorialità, comunicazione,
equità e partecipazione sono le parole
chiave. Il percorso partecipato “Costruire salute” voluto fortemente dall’Assessorato mira inoltre a coinvolgere enti,
stakeholders, associazioni e cittadini per
favorire una progettazione comune e
condivisa” per la promozione di stili di
vita salutari e la prevenzione delle patologie cronico-degenerative”. In occasione
del SalusFestival l’Assessorato Regionale
della Salute ha contribuito in modo sostanziale un grande contributo. Abbiamo
investito completamente nella realizzazione del SalusFestival. La costituzione
di un Tavolo Tecnico Regionale ad hoc è
stato fortemente voluto per costruire una
manifestazione di livello internazionale,
in linea con le politiche nazionali e regionali previste dai rispettivi piani di pre-
venzione. Le “giornate della promozione
della salute” nell’ambito del SalusFestival
sono finalizzate ad affrontare e sviluppare
i quattro ambiti tematici prioritari: ambiente e salute, promozione dell’attività
fisica, contrasto alle dipendenze e prevenzione disagio e sana alimentazione.
Per garantire la più ampia rappresentatività, abbiamo previsto, oltre gli attori locali, la partecipazione di professionalità
di spessore del mondo scientifico e sportivo a livello nazionale ed internazionale.
La vera scommessa della Sanità si fonda
sulla prevenzione, intesa come cambio
culturale di un diverso approccio della
popolazione con il Servizio Sanitario. Manifestazioni come quella organizzata con
il CEFPAS hanno l’obiettivo di richiamare
la gente all’attenzione agli stili di vita e ad
occuparsi della propria salute non quando viene diagnosticata una patologia, ma
nella propria vita quotidiana di soggetti
sani, che vigilano per tempo sulla loro salute futura.
Ignazio Tozzo,
Direttore generale DASOE,
Assessorato della Salute
della Regione Siciliana
La “Cittadella della prevenzione”.
Un network per la promozione della Salute
Giovanni Ruvolo, appassionato ricercatore e biologo presso l’ISMETT di Palermo, è il primo cittadino di Caltanissetta dal
giugno dello scorso anno. Professionista apprezzato a livello internazionale, Giovanni Ruvolo è tra i più strenui
promotori del SalusFestival di Caltanissetta e della diffusione della Cultura della Salute tra la popolazione.
Q
ual è l’importanza del Salus
Festival per il territorio nisseno e la città di Caltanissetta?
Il respiro internazionale del
SalusFestival, ne fa una manifestazione
di importanza fondamentale per il nostro
territorio e un’opportunità irrinunciabile
per la città di Caltanissetta. Questa Amministrazione, fin dal suo insediamento,
14
ha voluto scommettere sulla formazione
in campo sanitario come volano di crescita e di sviluppo. Pensiamo alla valorizzazione del ruolo dell’ASP, dell’Ospedale e
della sinergia con l’Università di Medicina
e Chirurgia, alla recente inaugurazione
del Campus Universitario, al contributo
formativo del CEFPAS e all’attività delle
Associazioni impegnate nell’ambito del-
la prevenzione e della promozione della
salute.
Il SalusFestival incide sul consolidamento
dell’identità territoriale e rappresenta un’
importante opportunità per fare comunicazione sulla Salute e trasferire informazioni utili alla cittadinanza.
Qual è il ruolo del Comune di Caltanissetta nell’ambito del SalusFestival?
Il Comune di Caltanissetta ha creato un
network tra le Associazioni, che si occupano di prevenzione perché intende investire nella prevenzione delle principali
patologie cronico-degenerative e contribuire a risolverne l’incremento. Investire
per la prevenzione corrisponde ad un
grande risparmio per la Sanità Pubblica.
Per questo motivo, l’Amministrazione
promuove la creazione della “Cittadella
della Prevenzione” struttura permanente,
alla cui costituzione sta contribuendo attivamente il lavoro della VI Commissione
Conciliare che si occupa di Sanità.
La “Cittadella della Prevenzione”, durante
e dopo il SalusFestival, avrà il compito di
promuovere la cultura della prevenzione,
creare “rete” fra soggetti che fino ad ora
hanno potuto lavorare solo individualmente, così da progettare e strutturare
insieme e in modo permanente, attività
di prevenzione a qualsiasi livello, rivolte ai
cittadini del territorio nisseno.
Ascolto delle associazioni dei pazienti
e risposte ai bisogni
Intervista a Carmelo Iacono, Direttore generale ASP Caltanissetta
Q
uali sono, al momento, le più
importanti azioni sinergiche
avviate dall’ASP di Caltanissetta in collaborazione con le
realtà territoriali per la prevenzione e
la promozione della salute?
Prevenzione e promozione della salute
sono cardini della mission di un’azienda
sanitaria , il coinvolgimento attivo della
popolazione utente in modo diretto ed
attraverso le associazioni di volontariato
rappresenta lo strumento più adeguato
per raggiungere gli obiettivi di salute prefissati.
L’ascolto delle istanze provenienti dalle
associazioni di pazienti costituisce un elemento catalizzatore dell’attenzione alle
problematiche emergenti ed aiuta nella
ricerca di soluzioni adeguate.
L’ASP di Caltanissetta promuove ed agevola l’azione di tutte le associazioni di volontariato e consente la loro azione diretta all’interno delle strutture ospedaliere e
territoriali a favore ed a tutela dei pazienti
assistiti.
L’ASP di Caltanissetta è una delle protagonista principali del SalusFestival.
Quali, in particolare, le attività curate
dall’Azienda?
SalusFestival rappresenta un importante
occasione per interloquire con la cittadi-
nanza e l’ASP intende agire su tre direttive, la prima in senso educativo diffondendo informazioni di igiene alimentare
ambientale e di stili di vita, la seconda
offrendo prestazioni di prevenzione e
consulenze specialistiche, la terza dimostrando l’affidabilità delle strutture sanitarie provinciali per un
pieno recupero della credibilità delle stesse. L’alto tasso d’incidenza in provincia
di Caltanissetta dei
tumori del polmone,
ematologici ed infantili pone una sfida
importante management dell’ASP nissena.
Quali sono gli attori coinvolti e le principali azioni in direzione della prevenzione di queste malattie, attualmente
in corso di realizzazione?
La provincia di Caltanissetta presenta
aree ad alto rischio ambientale ove si registrano incidenze di patologia oncologica
superiori alle medie dei territori limitrofi
e tutti, popolazione ed istituzioni, sono
coinvolti in questa importante sfida.
L’ASP specificatamente promuove gli
screening standard per il tumore della
mammella, della cervice uterina e del co-
lon.
Inoltre, L’ASP si è fatta promotrice di un
importante iniziativa legislativa a livello
regionale atta a far incrementare la quota
capitaria per la popolazione che abita in
aree ad alto rischio ambientale, al fine di
finanziare attività sanitaria di prevenzione
secondaria proprio su patologie specifiche a maggiore incidenza in questa area,
quali il tumore del cavo orale, del polmone, del pancreas, del rene e della vescica.
Interviste a cura di Valentina Botta
15
Regione Sicilia.
Il benessere dei cittadini al primo posto
I
l benessere dei cittadini come risultato dell’azione di una intera società.
Ne abbiamo parlato con Salvatore
Requirez, Capo del Servizio Promozione della Salute del Dipartimento Attività
Sanitarie e Osservatorio Epidemiologico
- Assessorato della Salute.
Perché un nuovo piano della Prevenzione nella nostra regione?
Intanto perché il precedente PRP era scaduto nel 2012 e si sono osservati diversi
mesi di proroga nelle more che i nuovi
indirizzi nazionali prendessero forma e
condivisione attraverso una serie di incontri centrali coordinati dal Comitato
Interregionale per la Prevenzione e dai
quali ha preso forma il Piano Nazionale.
Questo Piano, per ovvie ragioni, risponde
a requisiti operativi che riconoscono, tra i
primissimi, quello del sincronismo e della
assoluta coerenza e sinergia con le indicazioni ministeriali.
Una nuova politica di Prevenzione,
dunque, condivisa a livello nazionale?
Io uso il termine politica sempre con le
dovute cautele essendo diventato, ultimamente, troppo generico e onnicomprensivo. Direi una nuova logica. Si è
passati da un piano rigido strutturato per
linee progettuali specifiche ad un insieme
armonico di macro obiettivi di interesse
nazionale eppure flessibili a seconda delle diverse realtà ed esigenze regionali.
La nuova logica in cosa consiste?
Nell’applicazione di una vision nuova.
La prevenzione, per dar migliori risultati
e funzionare davvero, deve essere intersettoriale, interprofessionale, interistituzionale. Non deve e non può riguardare
solo la sanità. L’integrazione delle varie
politiche è la svolta strategica: le condizioni del benessere dei cittadini sono il
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risultato dell’azione di una intera società.
Per questo la promozione della salute
richiede l’integrazione delle politiche sociali con le politiche sanitarie, ma anche
tra quelle ambientali, urbanistiche, abitative, formative, occupazionali e culturali.
E poi non vanno trascurati gli aspetti dell’
equità, dell’integrazione e della reale partecipazione, principi fortemente attuali
nella nostra realtà regionale. Dovrebbero
recitare un centrale ruolo in ogni campo
della programmazione sanitaria e della
prevenzione. Costruire Salute non deve
rimanere uno slogan: bisogna costruire
ambienti che favoriscano sani stili di vita
e la coesione sociale, il benessere nella
prima infanzia, dei giovani e degli anziani, la tutela e la promozione della salute
dei lavoratori, la parità tra i generi e lo
sviluppo di competenze individuali e comunitarie che proteggano e promuovano
la salute, garantendo attenzione ai gruppi
più fragili. In sintesi: se si vuol ottenere
un risultato concreto gli obiettivi di salute devono diventare obiettivi di tutti gli
attori coinvolti (amministrazioni centrali
e regionali, Enti Locali, Scuola, istituzioni
assistenziali e sociali, settori privati e non
profit) definendo i livelli di intervento e di
responsabilità al fine di rendere possibili
le scelte di salute dei cittadini realizzando
ambienti e contesti favorevoli.
Sembrerebbe facile, ma tutto questo
come si ottiene?
È fondamentale un forte impegno che
possa supportare l’integrazione e la trasversalità degli interventi formalizzando,
anche attraverso specifici atti, accordi,
protocolli d’intesa, documenti d’indirizzo o altro, l’integrazione delle politiche
e la condivisione degli obiettivi di Piano.
Ma proprio qui si insidia il vero rischio di
fallimento di un sistema long-term come
questo: gli obiettivi della politica, o meglio dei politici, spesso, non sono cronologicamente sovrapponibili a quelli attestati a una seria manovra di prevenzione.
La logica del fruges consumere non è
compatibile con la lenta maturazione dei
dati di efficacia.
Un errore politico grave?
Direi gravissimo. Si continua a non capire, a livello politico locale, che la strada
da battere in sanità non è solo quella del
miglioramento (a volte fantasma) dell’assistenza, quanto quella della prevenzione. Investire risorse sulla Prevenzione
significa mettere in atto la più sicura e
redditizia manovra di economia sanitaria
che oggi ci possiamo permettere senza
intaccare i già scarsi servizi sanitari che
offriamo ai cittadini che hanno la sventura di ammalarsi. Perché abbassare, con la
prevenzione, i livelli di contrazione delle
patologie cronico degenerative più diffuse (compresi i tumori) significa abbassare,
di molto, l’utilizzo dei fondi destinati alla
loro assistenza, sia a livello ospedaliero
che ambulatoriale. Basti pensare, solo per
esempio, a piaghe sociali come il diabete,
oppure all’ipertensione, all’ictus o ad altre
patologie cardio - cerebro vascolari di ancor maggiore impatto clinico.
Cosa comprende il Piano Regionale della Prevenzione della Regione Sicilia? Il
nuovo Piano della Prevenzione si sviluppa per programmi regionali che ricadono
interamente in tutti i macro obiettivi indicati a livello centrale e che compongono
il PNP. Li elenco brevemente: 1) Programma FED (Formazione, Educazione, Dieta);
2) Programma Promozione della Salute
e lotta a Tabagismo, abuso di alcol, sedentarietà; 3) Programma di Promozione
della Salute a favore di soggetti a rischio
di MCNT Programma di miglioramento
degli screening oncologici; 4) Programma di screening audiologico neonatale
Programma di screening oftalmico neonatale Programma di prevenzione del
disagio psichico infantile, adolescenziale
e giovanile (ASP/Scuola); 5) Programma
prevenzione abuso di sostanze. (Sert/
Scuole); 6)Programma prevenzione delle
dipendenze senza sostanza; 7) Programma di Prevenzione degli incidenti stradali
interistituzionale (ASP, Prefetture, Comuni, Scuola, Polizia Stradale); 8) Programma
prevenzione incidenti domestici tramite
rete delle UOEPSA (Unità Operative di
Educazione e Promozione della Salute); 9)
Programma di prevenzione degli infortuni e malattie professionali in edilizia e in
agricoltura, in ambito lavorativo anche
con l’utilizzo degli strumenti informativi
del sistema di sorveglianza degli infortuni mortali ed emersione delle patologie
correlate; 10) Programma per il controllo
dei problemi di salute rilevanti nelle aree
a rischio ambientale/SIN; 11) Programma
per lo sviluppo dei controlli in materia di
REACH/CLP indirizzato alla riduzione dei
rischi per esposizione e per l’uso delle sostanze chimiche/miscele pericolose sulla
base dei criteri europei, coordinati dalle
Autorità competenti; 12) Consolidamento del sistema di sorveglianza e di notifiche delle malattie infettive con particolare riguardo alla sorveglianza speciale su
Morbillo e Rosolia congenita; 13) Ampliamento della copertura della popolazione
regionale con anagrafe vaccinale informatizzata anche al fine dei target previsti
di percentuale di copertura; 14) Piano Re-
gionale Pluriennale Integrato dei Controlli anche a sviluppo interdisciplinare per
la prevenzione in sicurezza alimentare e
sanità pubblica veterinaria; 15) Piano Pluriennale di costruzione del corretto rapporto uomo/animale/ambiente.
Tra tutti mi piace sottolineare il sesto che
prevede l’applicazione delle Linee Guida
sulla Prevenzione del GAP. La nostra regione è la prima in Italia a dotarsi di una
normativa tecnica in tal senso. Tutti gli
altri, non meno importanti, sono fortemente vincolati ad obiettivi di indicazione ministeriale e verranno monitorati annualmente. Ci aspettiamo buoni risultati
ma, sopratutto, che le pratiche di progetto diventino progressivamente sistema
anche responsabilizzando adeguatamente i manager delle Aziende sanitarie.
V.B.
La prevenzione è l’accesso a una
nuova abitudine culturale
Intervista a Umberto Veronesi, Direttore scientifico IEO
C
ome vede il presente e il futuro
della prevenzione delle patologie oncologiche in Italia e a
livello internazionale?
La prevenzione è una questione di cultura: si tratta di far assimilare alla popolazione il nuovo concetto di salute definito
dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità come “mantenimento di uno stato di
benessere psico-fisico”. E’ un principio che
va al di là dei confini dei comportamenti
finalizzati ad evitare una specifica malattia per abbracciare l’idea della responsabilità individuale nei confronti della salute
proprio corpo e la propria mente, e direi
anche di amore verso se stessi. A questa
evoluzione ha contribuito fortemente la
ricerca scientifica che ci ha dimostrato
che alcune semplici stili di vita possono
prevenire le principali cause di malattia
e morte nel mondo occidentale, malattie
cardiovascolari e tumori, e sono di aiuto
per combatterne altre, come il diabete. Le
regole sono semplicissime: no al fumo e
all’alcol, sì ad un alimentazione mai eccessiva, povera di grassi e ricca di vegetali, sì all’attività fisica commisurata alla
propria età e condizioni di salute generale. Il quarto punto è aderire ai programmi di screening ed effettuare gli esami di
diagnosi precoce disponibili per ognuno
di noi in base al nostro sesso, età, e così’
via. Risulta evidente dai quattro punti
che assumere gli atteggiamenti preventivi corretti dipende dall’educazione, da
cui il ruolo preponderante delle famiglie
e della scuola, ed al sistema sanitario che
deve essere orientato alla prevenzione, e
non solo alla cura. La situazione in Italia
rispetto a questi due aspetti potrebbe essere migliore. L’iniziativa educativa è per
lo più lasciata all’iniziativa delle associazioni e onlus che operano all’interno della
scuola e delle famiglie. Sono organizzazioni efficientissime, ma un programma
strutturato nazionale potrebbe fare ancora di più. Quanto al sistema pubblico purtroppo non ha ancora recepito appieno lo
spirito della riforma sanitaria che era basata fortemente sulla tutela della salute
nella popolazione sana ed è ancora concentrato essenzialmente sull’obiettivo di
garantire cure alla popolazione malata,
un punto imprescindibile sicuramente,
ma non l’unico. Detto ciò, gli italiani si
organizzano per la prevenzione su base
individuale e non siamo messi male come
Paese rispetto al resto dell’Europa. Certo
bisognerebbe allargare ancora di più la
cultura preventiva a quelle fasce sociali e
aree geografiche dove fa difficoltà a penetrare. In futuro la prevenzione oncologica
si avvarrà sempre più delle conoscenze
genetiche, come già avviene per alcuni
tumori, come quello del seno e dell’ovaio
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per i quali sono stati individuati due geni,
che, se vengono trasmessi da madre a figlia con una certa mutazione, aumentano
di molto il rischio di sviluppare le malattie. Ci stiamo dunque preparando alla gestione del rischio individuale, che significa intervenire ancora prima nel processo
preventivo, quando si profila una probabilità di malattia superiore
alla media: un’opportuna
per la persona e una sfida
per la scienza.
Qual è lo stato della ricerca e della cura del trattamento dei tumori?
Le cure anticancro sono
vicine
all’ottimizzazione. Siamo molto avanzati
nell’imaging, nella chirurgia, nella radioterapia, vale
a dire le strategie per lo
studio e il controllo locale
del cancro. Ecco qualche
esempio: allo IEO stiamo
sperimentando una tecnica di Risonanza Magnetica che in soli 20 minuti e
senza mezzo di contrasto
esplora virtualmente tutto
il nostro corpo e individua
processi iniziali di formazione di lesioni sospette. In
sala operatoria utilizziamo,
ove possibile, il robot, che
consente un‘ampiezza e
precisione di movimento
mai raggiunte prima, permettendo interventi conservativi e che preservano
le funzionalità dell’organo,
a parità di efficacia oncologica. La radioterapia ha imparato ad utilizzare metodiche rivoluzionarie, come
la radioterapia intraoperatoria per il tumore del
seno, oppure a impiegare
nuove particelle pesanti
che permettono terapie molto avanzate,
più efficaci e meno tossiche. Abbiamo
anche imparato a trattare alcuni tumori con ultrasuoni (con l’apparecchiatura
Hifu) e termoablazioni, tramite la radiologia interventistica, con esiti straordinari.
L’area in cui non abbiamo raggiunto risultati allo stesso ritmo e della stesa entità è
18
quella farmacologica. Dieci anni fa, con
la decodifica del DNA, l’aspettativa era di
poterci curare nel giro di poco tempo con
farmaci biologici di nuova generazione,
che ci avrebbero fatto dimenticare la tossicità della chemioterapia. Ma così non è
stato: i farmaci molecolari non sono oggi
più di venti e la quota di malati curati non
supera il 5% dei malati. Le motivazioni
sono molteplici, ma la principale è l’inaspettata complessità del DNA e delle tecnologie necessarie per studiarlo. Tuttavia,
dopo questa battuta d’arresto, è proprio
dall’area nuovi farmaci che ci aspettiamo
i progressi più significativi nel prossimo
futuro.
In qualità di Direttore Scientifico Emerito dello IEO, può descriverci come
l’Istituto sta sviluppando la propria attività nei diversi ambiti di intervento?
Svilupperemo in oncologia la medicina
delle 4 P descritta della rivista scientifica
“Nature” come la medicina del futuro: predittiva, preventiva, personalizzata, partecipativa. Per fra questo la Ricerca si è posta
tre traguardi. Il primo
è informare ciascuno
circa il proprio rischio
genetico di ammalarsi ed insegnargli come
evitare la malattia. Il
secondo è curare il cancro senza chemioterapia sviluppando farmaci
molecolari più potenti,
imparando a distruggere le cellule staminali
del cancro e armando
il sistema immunitario
contro la malattia. Terzo:
diagnosticare i tumori a
stadio ancora più precoce e senza raggi, ma con
un semplice e rapido
esame del sangue, lavorando sui MicroRNA,
frammenti di DNA che
i tumori rilasciano nel
sangue, e il perfezionamento della risonanza
magnetica. Recuperemo inoltre un’ulteriore
dimensione che è quella
della psicologica. Sono
convinto che in futuro la
medicina non potrà che
essere Medicina della
Persona.
Dovremo abbandonare
la parola “paziente”, che
indica un’anonima passività, perché il medico
non può curare qualcuno senza sapere chi è, cosa pensa, qual è
la sua visione della vita, le sue paure e le
sue speranze.
Il rapporto medico-paziente deve tornare ad essere prima di tutto un rapporto
profondamente umano.
Alimentare la salute, un volume per
chi ha fiducia nella prevenzione
È
in libreria il volume “Alimentare la
Salute”, dedicato a chi ha fiducia
nella prevenzione, e che riporta
numerose riflessioni ed iniziative
di intervento di tutela della salute e degli
interessi dei consumatori, sia da parte del
mondo accademico che di quello dei Servizi dei Dipartimenti di prevenzione delle
Aziende sanitarie pubbliche italiane.
La prima parte del volume è centrata
sul tema della formazione, affrontato da
diverse prospettive che ne evidenziano
potenzialità e criticità, contestualizzato
nell’attuale scenario che rileva nuovi bisogni formativi e nuove competenze per
far fronte alla complessità che caratterizza oggi la Sanità Pubblica: nuovi scenari
epidemiologici, aumento dell’aspettativa di vita, tutti aspetti correlati anche a
specifiche esigenze alimentari ed idonei
processi di fruizione, nonché le emergenti esigenze di sicurezza dei mercati globalizzati e della medicina transfrontaliera.
Ed è proprio la professionalizzazione di
chi opera nella Sanità Pubblica, che è
considerata dagli autori uno degli aspetti cruciali e critici, nella quale riveste un
importante ruolo l’Università, garante
dell’integrazione “efficace e reale” con il
Servizio Sanitario Nazionale da una parte
e con il mondo delle realtà industriali e
produttive.
A fronte dell’attuale eterogeneità - anche
in termini di contenuto e di attività pratiche (tirocini, stage) – vengono presentate
esperienze universitarie di articolazioni di
offerta formativa pre e post laurea, per i
futuri professionisti della sanità pubblica,
che fissano una sorta di “minimum set” di
competenze comuni e trasversali in diver-
si corsi di laurea.
Nell’ambito delle emergenti necessità di contrasto allo
spreco del cibo ed alla povertà alimentare (povertà di
approvvigionamento e malnutrizione, cosiddetta “fame
occulta”), è interessante l’approfondimento di un gruppo
di specializzandi in Igiene e
Medicina Preventiva, che indagano sulla connessione tra
food safety e food security e
che evidenziano l’esigenza fin
dall’attività di tirocinio di conoscenza di aspetti socio-economici e politici del mercato
del cibo da parte professionista impegnato nell’attività di prevenzione, in sinergia
con altri operatori e stakeholder del territorio.
Le esperienze riportate nelle successive
parti del testo (sicurezza alimentare, sorveglianza nutrizionale, alimentazione per
la prevenzione delle malattie croniche,
comunicazione e informazione in rete in
tema di igiene alimenti e nutrizione) forniscono allo scrittore professionale idee
progettuali, strumenti, indicatori ed indirizzi operativi e di intervento in tema di
food safety e sicurezza alimentare.
Le iniziative, connotate come buone
pratiche, sono descritte con particolare
cura dei dettagli operativi e anche delle innovative strategie di approccio o di
intervento (ad esempio con approccio
partecipativo/concertativo, setting multicomponente e multisettoriale).
Ne è un esempio il contenuto del paragrafo “Percorso formativo biennale di
counselling per la promozione di stili di
vita salutari” che, oltre alla descrizione
dell’articolazione del percorso formativo
e della valutazione dell’impatto realizzato
in Sicilia dal CEFPAS (Centro per la Formazione Permanente e l’Aggiornamento
Professionale del Servizio Sanitario), ha
presentato, come ricaduta nel contesto
operativo dei partecipanti, l’implementazione di un nuovo processo di lavoro
che ha significato l’aumento dell’offerta
dei servizi del SIAN dell’ASP di Catania,
attraverso la sperimentazione pratica
delle specifiche e distintive competenze
di counseling, apprese durante l’attività
formativa.
Alimentare la Salute è un’edizione Aracne,
a cura del Gruppo di lavoro SitI (Società
Italiana di Igiene, Medicina preventiva
e Sanità pubblica) igiene degli alimenti,
sicurezza alimentare e tutela della salute
dei consumatori con il coordinamento di
Emilia Guiberti.
Ilaria Parenti
19
Neoplasie. Fattori eziologici, diffusione e
ruolo della formazione per la prevenzione
P
iù di mille combinazioni indicano
la parola “neve” nella lingua “Inuit” mentre appena sono 4 i termini della lingua italiana impiegati
per riferirsi a circa 200 differenti malattie,
tutte accomunate da una “crescita cellulare svincolata dai normali meccanismi
di controllo dell’organismo”. Parliamo
del cancro. In Italia - e fino al 2014 - il
carcinoma della mammella (364.000 casi
stimati, pari al 13,8% di tutti i casi di cancro), seguito dal cancro della prostata
(359.000 casi, pari al 13,7% del totale), dal
carcinoma del colon-retto (342.000 casi,
13,0%) e dal cancro dei polmoni (309.000
casi, 11,8%) sono le tipologie di cancro
stimate più diffuse. Queste costituiscono
anche la metà (52,3%) del carico complessivo stimato delle malattie neoplastiche
nell’Unione Europea nel 2012. Siti primari più comuni negli uomini: la prostata
(25,1% del totale), i polmoni (211.000 casi,
14,7%), il colon-retto (192. 000 casi, 3,4%)
e la vescica (96.000 casi, 6,7%); nelle donne, il carcinoma della mammella è stata
la neoplasia diagnosticata con maggiore
frequenza (364.000 casi, il 30,4% del totale), seguita dal carcinoma del colon-retto
(151.000 casi, 12,5%), dal cancro dei polmoni (98.000 casi, 8,2%) e dal carcinoma
dell’utero (64.000 casi, 5,4%). In Italia, i
nuovi casi di tumore sono circa 70.000:
40.000 nei maschi e 30.000 nelle femmine
(conteggiati separatamente).
Fattori esterni, interi e fattori di rischio
Le condizioni di vita e di lavoro, la qualità dell’ambientale e gli stili alimentari
rappresentano fattori di rischio esterno
che in combinazione con fattori interni
- mutazioni genetiche, ormoni, funzionalità dell’apparato immunitario - sono alla
base dell’insorgenza del cancro. Ad esempio, i geni specifici associati all’aumento
di rischio del carcinoma polmonare sono
ancora poco conosciuti, nonostante le indagini ne abbiano già individuato un cen-
20
tinaio. A differenza dei fattori interni, i fattori esterni possono essere condizionati
da sistemi efficaci di prevenzione. Il primo
studio che conferma la prevedibilità del
cancro è stato curato da
Doll e Peto (1981), per conto del Governo degli Stati
Uniti d’America e pubblicato in Italia nel 1983. Molti
degli studi sui meccanismi
di formazione del tumore
sono concentrati sul tumore polmonare, sede per la
quale è ben accertato che
il fumo di tabacco aumenta il rischio fino a 20 volte
(rispetto ai non fumatori).
La durata del fumo di sigarette e, in minor misura, il
numero di sigarette fumate (i.e., intensità) sono tra
le variabili determinanti attribuite a questo fattore di
rischio esterno. Numerosi
studi forniscono evidenze
a supporto dell’ipotesi di
suscettibilità etnica o razziale al fumo di tabacco.
Uno stile alimentare sano
associato all’esercizio fisico, sono indicati, in alcuni
studi, determinanti per
una riduzione del rischio
di carcinoma polmonare.
Tuttavia, l’effetto protettivo complessivo della dieta
e dell’esercizio fisico viene considerato
marginale rispetto all’enorme impatto
negativo del fumo di tabacco.
I decessi per tumore in Europa ed Italia
La stima del numero totale di decessi legati al cancro in UE nell’Unione, nel 2012,
era pari a 1 milione 263 mila persone, il
56% delle quali (708.000) uomini e il 44%
(555.000) donne. Il cancro del polmone,
con circa 310 000 decessi stimati (pari al
24,5% del totale), è stata la causa più frequente di morte per cancro, seguito dal
carcinoma del colon-retto (150 000 decessi, 11,9%), dal carcinoma della mam-
mella (91.000 decessi, 7,2%) e dal cancro
dello stomaco (58.000 decessi, 4,6%).
I dati dell’Istituto nazionale di statistica
(ISTAT) indicano per il 2011 (ultimo anno
al momento disponibile) in circa 175.000 i
decessi attribuibili a tumore – tra gli oltre
580.000 decessi verificatisi in quell’anno.
I tumori sono la seconda causa di morte
(30% di tutti i decessi), dopo le malattie
cardio-circolatorie (38%). Il peso dei tu-
mori è più rilevante tra gli uomini, dove
causano un numero leggermente superiore a quello dei decessi delle malattie
cardio-circolatorie (35%) che tra le donne
(26% dei decessi). Tra gli uomini, il carcinoma del polmone risulta la prima causa
di morte oncologica trasversale a tutte le
fasce di età (tabella 7), rappresentando il
15% dei decessi tra i giovani (0-49 anni),
il 31% tra gli adulti (50-69 anni) e il 27%
tra gli ultrasettantenni. Tra le donne, è il
tumore della mammella al primo posto
per tutte le fasce di età: rappresenta il
29% dei decessi tra le giovani, il 23% tra
le adulte e infine il 16% tra le donne in età
superiore a 70 anni.
La frequenza dei tumori in Italia
Il “rischio cumulativo” - probabilità teorica individuale di avere una diagnosi di
tumore, nel corso della vita in un intervallo di tempo che va dalla nascita agli
84 anni - è di 1 uomo ogni due e 1 donna
ogni tre. L’invecchiamento ha un effetto
sui principali indicatori oncologici (incidenza, prevalenza, mortalità e sopravvi-
venza) dato dall’aumento del numero di
italiani con età superiore ai 70 anni e dal
numero complessivo di persone viventi
con diagnosi di tumore. Ciò avviene con
un ritmo pari circa al 3% l’anno: nel 2014 i
numeri hanno raggiunto la quota di circa
2.900.000 mila.
Tra i giovani uomini, le sedi tumorali più
frequenti sono il testicolo (12% del totale
dei tumori), i melanomi
(9%), il linfoma non-Hodgkin (8%), il colon-retto (8%) e la tiroide (7%).
Tra le giovani donne il
41% dei siti tumorali è la
mammella, seguita dalla
tiroide (14%), dai melanomi (7%), dai tumori del
colon-retto (5%) e dai tumori della cervice uterina
(4%). Fra gli adulti maschi
il sito più frequentemente interessato dal tumore
è la prostata (23%), seguito dal polmone (15%),
colon-retto (14%), vescica (10%) e cavità orale,
laringe e faringe (5%). Tra
le donne, la mammella
(35%), il tumore del colon-retto (12%), del corpo
dell’utero (7%), del polmone (6%) e della tiroide
(5%). Tra i maschi anziani,
la prostata è ancora al primo posto (20%), seguita
dal polmone (17%), colon-retto (14%), vescica
(12%) e stomaco (6%); tra
le donne, la mammella è
il tumore più frequentemente diagnosticato (21%), seguito dal
colon-retto (17%), polmone (7%), stomaco (6%) e pancreas (6%). Il rischio di avere una seconda diagnosi oncologica, secondo AIRTUM, cresce con il tempo dalla
diagnosi del primo tumore ed è, in media,
del 4% per le donne e del 6% per gli uomini dopo 5 anni dalla prima diagnosi,
fino ad una percentuale del 12% e del
16% dopo 30 anni. Il rischio è più elevato
nei pazienti più giovani e più basso per
quelli più anziani, dato influenzato dalla
diversa pressione diagnostica che riguarda i pazienti giovani rispetto agli anziani.
In conclusione, i pazienti oncologici italiani presentano un eccesso medio del 10%
di rischio di seconde diagnosi rispetto alla
popolazione generale.
La formazione come prevenzione in
oncologia
In considerazione dell’incremento delle
malattie oncologiche negli ultimi decenni
e della progressiva connotazione cronico
- degenerativa che queste ultime hanno
assunto, è cresciuta l’importanza della
prevenzione, per garantire la sopravvivenza media dei malati e il miglioramento
della qualità del percorso di fine vita (cure
palliative) e della formazione dei professionisti in un’ottica multidisciplinare.
Oltre alla comunicazione della diagnosi,
agli approfondimenti specialistici e di settore come, ad esempio, il ruolo della diagnostica strumentale nella prevenzione
oncologica e i percorsi clinico – terapeutici, la “biobanking” dei tumori solidi per la
ricerca e lo screening predittivo - preventivo, sembrano assumere un ruolo strategico l’incidenza dei fattori ambientali ed
alimentari nella diagnosi oncologica e la
ricerca genetica: l’alimentazione personalizzata nel paziente oncologico e la nutri
genomica, i test genetici nella prevenzione secondaria, la farmacogenetica, i cancers survivors, la target therapy, il ruolo
dei registri tumori, il ruolo dei fattori ambientali ed i costi delle terapie farmacologiche comparati all’investimento nei percorsi di screening diagnostico preventivo.
Inoltre, una recente indagine condotta su
800 cittadini da FAVO (Federazione delle
Associazioni di Volontariato in Oncologia)
ha rilevato che l’89% dei cittadini italiani
vorrebbero più notizie in campo oncologico e che secondo il 40% degli intervistati, i media (giornali, tv, Internet) non sanno rispondere a questa richiesta quando
affrontano l’argomento “tumore”.
Se il termine “tumore” fa ancora paura rispetto alla parola “cancro” per il 63% degli
intervistati, lo stesso termine, nella medicina moderna, è ormai associato in molti
casi alla guarigione e, molto più che nel
passato, a terapie rispettose della qualità
della vita.
La comunicazione, in tal senso, continua
ad assumere un ruolo fondamentale per
la divulgazione e la prevenzione oncologica, sottolineando l’esigenza di stabilire
un nuovo rapporto fra clinici, pazienti e
media.
Valentina Botta
21
Ridurre l’impatto dei tumori.
Prevenzione e programmi di Screening
L’
attività di prevenzione e di
promozione della salute è un
momento fondamentale di un
sistema che si fa carico della
salute dei cittadini: infatti l’insorgenza
di molte malattie può essere evitata mediante l’adozione di corretti stili di vita,
mentre in altri casi, come alcune patologie tumorali, la diagnosi in fase precoce,
prima che compaiano sintomi, permette
un trattamento più efficace e un miglior
esito finale.
Inoltre tali attività, se basate su interventi
di provata efficacia e mirati alla popolazione effettivamente più a rischio, permettono un notevole risparmio sui costi
sanitari futuri a fronte di un piccolo investimento immediato, avendo un costo
molto inferiore a quello che sarebbe necessario per la cura delle patologie che si
cercano di prevenire.
Già nel 1964, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stabiliva che molti
tumori si potessero prevenire grazie all’identificazione dei fattori che aumentano
il rischio di insorgenza di malattia e alla
susseguente messa in atto di una serie di
azioni individuali e collettive per ridurli.
Le azioni più importanti da adottare nel
quotidiano, che oltre a prevenire i tumori
prevengono gran parte delle patologie
croniche, sono alimentarsi correttamente
(più frutta e verdura, meno carni rosse e
zuccheri raffinati), non fumare, bere poco
alcool, fare attività fisica. Ma in aggiunta
a queste azioni di prevenzione primaria
22
esiste la possibilità di una prevenzione
secondaria, cioè l’identificazione di alcuni
tumori quando ancora non hanno dato
alcun segno di sé: la diagnosi precoce
rappresenta l’obiettivo principale dei programmi di screening organizzati per la
prevenzione del tumore della mammella,
del colon-retto e della cervice uterina.
I programmi di screening oncologico
La diagnosi precoce di questi tre tumori è fra quelle riconosciute efficaci dalla
ricerca scientifica per la riduzione della
mortalità, e pertanto questi tre screening
oncologici sono posti fra i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e devono essere
garantiti dal Servizio Sanitario su tutto il
territorio nazionale. Lo screening consiste nell’esecuzione su una popolazione
apparentemente sana di un test semplice
che individui una malattia in fase iniziale,
quando non ha ancora dato sintomi. Va
distinto il cosiddetto screening spontaneo, o individuale, cui un soggetto decide autonomamente di sottoporsi, dallo
screening organizzato, o programma di
screening: solo i programmi organizzati
di screening sono efficaci nel migliorare il
livello di salute della popolazione.
Un programma di screening è un intervento organizzato di sanità pubblica in
cui tutta la popolazione in età considerata a rischio viene sistematicamente invitata, con lettera personale e data dell’esame, a sottoporsi a un test che permette di
selezionare un piccolo gruppo di persone
per successive indagini diagnostiche di
approfondimento.
Lo screening non
è infatti un
singolo esame diagnostico: lo screening
è un percorso e la struttura sanitaria che
inizia il contatto deve prendere in carico il
destinatario dell’intervento, assicurando
in modo gratuito tutti i successivi approfondimenti nonché eventualmente la terapia necessaria.
Lo screening per il tumore della cervice
uterina si effettua mediante un Pap test
su donne fra 25 e 64 anni, da ripetere
ogni 3 anni se negativo (in futuro è previsto il passaggio alla ricerca della presenza
del papilloma virus, cioè al test HPV-DNA
come test primario, più efficiente), quello
per il tumore della mammella si basa su
una mammografia bilaterale su donne
fra 50 e 69 anni, da ripetere ogni 2 anni
se negativo, mentre lo screening per il tumore del colon retto consiste nella ricerca
del sangue occulto nelle feci su uomini e
donne fra 50 e 69 anni, da ripetere ogni 2
anni se negativo.
Alla fine del 2008 in Sicilia lo screening
del cervicocarcinoma era attivato solo in
4 ASP su 9, quello del tumore della mammella solo in 2 su 9, e in nessuna quello
del carcinoma del colonretto (quindi 6
programmi attivi su 27 attesi). Nel luglio
2009 è stato predisposto il “Progetto di
miglioramento degli screening oncologici”, approvato dal CCM - Ministero della
Salute nel marzo del 2010, per garantire
in tutto il territorio regionale l’accessibilità agli screening da parte della popolazione bersaglio. Per la realizzazione del
progetto sono state messe in campo numerose azioni:
- Costituzione del Gruppo di coordinamento regionale per gli screening oncologici e di un network strutturato dei referenti delle Aziende Sanitarie Provinciali,
divisi in quattro tavoli tecnici periodicamente riuniti per la condivisione delle criticità e l’attuazione di soluzioni comuni;
- Inserimento dell’incremento di estensione e adesione ai tre screening oncologici nei Piani Attuativi Aziendali e quindi fra gli obiettivi dei
Direttori Generali delle ASP;
- Elaborazione delle “Direttive
per l’esecuzione degli screening
oncologici nella Regione Siciliana”, emanate con Decreto Assessoriale del 2012, che organizza-
no il lavoro mediante le Unità Operative
Semplici di Screening;
- Inserimento degli screening oncologici
fra i Progetti Obiettivo di PSN, e nel Piano
Operativo di Contenimento e Sviluppo
(POCS);
- Emanazione della Circolare Assessoriale
“Potenziamento degli screening oncologici” del 2013 contenente le modalità da
adottare per la corretta diffusione degli
screening sul territorio regionale;
- Stipula di protocolli d’intesa con stakeholder e volontariato attivo del territorio;
- Monitoraggio periodico dell’attività delle ASP.
Gli sforzi profusi da parte del Sistema Sanitario regionale hanno permesso di quadruplicare l’estensione dello screening
del cervicocarcinoma, triplicare quella
dello screening mammografico, e attivare da zero lo screening del colon retto:
attualmente in ogni ASP sono attivi tutti
e tre i programmi di screening. Ma persi-
stono ancora aree di criticità e non sono
ancora raggiunti gli standard nazionali:
come in molte altre regioni del Sud, si osserva una minore estensione dei tre screening rispetto alle regioni del Centro e del
Nord, e soprattutto una minore adesione
all’invito: in entrambi gli indicatori si osserva un gradiente Nord-Sud. Ciò può
essere dovuto a una cultura della popolazione locale che diffida delle strutture
pubbliche, ma anche a uno scarso peso
attribuito alla prevenzione, e in particolare agli screening, nella considerazione degli operatori sanitari: è comune l’idea che
sia un’attività facoltativa, e comunque di
minore importanza rispetto all’attività
assistenziale. Le evidenze esistenti mostrano che esiste un rilevante effetto delle
condizioni socioeconomiche sulla salute
della popolazione: per molte patologie i
fattori sociali, culturali ed economici hanno un ruolo importante nella richiesta di
assistenza sanitaria e negli esiti che ne derivano, ma anche nel determinare i com-
portamenti che influenzano la salute.
Un programma di screening organizzato e funzionante è in grado di ridurre le
disuguaglianze di salute dovute alle condizioni socioeconomiche. Le patologie
oncologiche sono un problema rilevante
di sanità pubblica nei Paesi sviluppati, per
l’aumento progressivo dei casi legato anche all’invecchiamento della popolazione, e la conseguente crescita del bisogno
assistenziale che contribuisce a una quota importante dell’utilizzo delle risorse
sanitarie.
La crescita dei costi assistenziali, dovuto
sia all’invecchiamento della popolazione
che allo sviluppo di nuove tecnologie,
evidenzia l’importanza delle strategie di
prevenzione ai fini della riduzione dell’incidenza delle malattie croniche, in particolare i tumori.
Gabriella Dardanoni,
D.A.S.O.E. Unità di Staff 2
Screening Oncologici
23
Malattie cronico-degenerative.
Killer del mondo ormai globalizzato?
Indagini sul campo e possibili strategie d’azione
C
ardiopatie, cancro, diabete, disturbi mentali, malattie respiratorie, dell’apparato digerente e
del sistema osteoarticolare sono
ormai tra le cause più diffuse di sofferenza
e morte. E non è un “problema dei ricchi”.
Negli ultimi vent’anni le malattie croniche
si sono diffuse anche nei Paesi più poveri
e oggi sono responsabili dell’86% dei decessi in tutta Europa.
E’ ciò che leggiamo nell’edizione italiana
del rapporto “Guadagnare Salute. La strategia europea per la prevenzione e il controllo delle malattie croniche”, stilato dalla
cinquantesima sessione del Comitato regionale dell’Europa dell’OMS, tenutasi a
Copenaghen nel settembre 2006.
Sempre nella versione italiana dello stesso rapporto, ipertensione arteriosa, fumo,
obesità e sovrappeso, alcol, colesterolo,
glicemia elevata e sedentarietà sono indicati come i principali fattori di rischio. Si
tratta naturalmente, come viene prontamente specificato, di fattori modificabili
grazie a interventi sull’ambiente sociale,
come è stato fatto recentemente in Italia
con il divieto di fumo nei locali pubblici, e grazie a trattamenti medici, come
i farmaci antipertensivi. Ma purtroppo,
come leggiamo nella versione italiana
del rapporto “in Italia abbiamo un siste-
24
ma di cure che funziona come un radar a
cui il paziente, appare per essere curato
e scompare alla vista una volta guarito.
Perfetto per le malattie acute, ma non per
le patologie croniche, per le quali serve
invece un modello di assistenza diverso:
occorre evitare non solo che le persone si
ammalino, ma anche che chi è già malato
vada incontro a ricadute, aggravamenti
e disabilità. Un sistema, insomma, adatto a malattie che non guariscono e che
devono essere seguite nel territorio, adeguatamente attrezzato. Le istituzioni devono allora impegnarsi su questo fronte,
attraverso politiche e strategie mirate. L’obiettivo è ridurre l’impatto delle malattie
croniche, portando qualità e aspettative
di vita a livelli accettabili in tutti i Paesi europei. Ai governi spetta la responsabilità
di coordinare le politiche di sanità pubblica volte a rimuovere quei determinanti
sociali che favoriscono lo sviluppo delle
malattie croniche”.
Si è vero, tutti dobbiamo morire per qualcosa – leggiamo ancora in quel rapporto
- ma non necessariamente la morte deve
essere lenta, dolorosa e prematura. La
maggior parte delle malattie croniche
non comporta una morte improvvisa.
Piuttosto, è probabile che faccia ammalare e indebolire in modo progressivo,
specialmente se la malattia non viene
affrontata nel modo giusto. La morte è
inevitabile, ma una lunga vita di malattia
non lo è affatto. Prevenire e controllare le
malattie croniche aiuta le persone a vivere in salute e più a lungo.
Le malattie croniche sono un problema
dei ricchi, le malattie croniche sono un
problema maschile, le malattie croniche
dipendono da cattive abitudini, le malattie croniche non si prevengono, prevenire
e curare le malattie croniche costa troppo,
le malattie croniche colpiscono soprattutto i paesi ad alto reddito. Sono alcuni dei
preconcetti che hanno contribuito alla
sottovalutazione delle malattie croniche
rendendone difficile la prevenzione nell’idea malsana che queste malattie siano
una minaccia lontana e meno importante
rispetto a quelle infettive.
Quello che lascia perplessi ed esterrefatti
è che quel rapporto si poneva l’obiettivo
di salvare trentasei milioni di vite umane
entro il 2015, che allora sembrava molto
lontano. Siamo alla fine dell’anno “X” e
quell’obiettivo sembra ben lungi dall’essere stato raggiunto. Oggi, le malattie
croniche sono ancora la principale causa
di malattia e morte per gli adulti di tutto
il mondo. Eppure, non sono state incluse
fra gli “obiettivi del millennio”, nonostante
una recente pubblicazione dell’Oms riconosca come gli interventi contro le malattie croniche possano essere oggetto di
uno di tali obiettivi. La prevenzione delle
malattie cronico degenerative contribuirebbe inoltre a ridurre la povertà, oggetto del primo obiettivo. La malattia infatti
aggrava la povertà e rende vano qualsiasi
progetto di sviluppo sia economico che
sociale e culturale.
Spesso si pensa che la prevenzione sia
un lusso e i costi ad essa connessi siano
eccessivi perché il sistema sanitario di
ogni Stato possa approntare e mettere in
moto una macchina organizzativa in grado di adottare una serie di provvedimenti
volti a monitorare e a cautelare intere popolazioni dai rischi che spesso evolvono
verso la sofferenza e non raramente portano alla morte. Ogni morte che riusciamo ad evitare è un risultato grandioso. La
prevenzione ha raggiunto il suo traguardo quando è riuscita ad allungare una
vita umana, con una qualità che la renda
degna di essere vissuta.
Siamo più che coscienti del fatto, che il
nostro Servizio sanitario è forse, a detta di
alcuni “il migliore del mondo”, perché garantisce a tutti la possibilità di accedervi.
Ma, veramente tutti hanno la stessa facilità di accesso ad esso? E che importanza
può avere parlare di prevenzione, quando
anche la diagnosi precoce, che potrebbe
salvare migliaia di vite umane è ancora, in
molti casi un miraggio?
E viene da chiedersi ancora: l’informazione su molte malattie cronico degenerative e la comunicazione medico - paziente, base essenziale di qualsiasi forma
di prevenzione, sono sufficientemente
adeguate e sono altresì capillari? Sorge il
sospetto che molte persone non vengano raggiunte o i mezzi di informazione e
di comunicazione apprestati non siano
adeguati. E quindi, anche se gli strumenti
diagnostici e i farmaci necessari alla prevenzione, fossero economicamente supportabili, in realtà, bisognerebbe avere
una maggiore “attenzione” da parte degli
operatori sanitari verso le esigenze socio culturali di “Tutte” le persone che potrebbero essere interessate alla prevenzione.
Ruolo fondamentale, avrebbe in tal senso, la formazione, oltre che l’informazione
sulla salute, rivolta ad operatori sanitari e
cittadini.
Nonostante la realtà sia spesso frustrante, oggi, più di ieri, in considerazione dei
mezzi che la tecnologia e la scienza ci
mettono a disposizione, non possiamo
più permetterci di giungere in ritardo. “Arrivare prima” e quindi prevenire deve divenire per noi e per le generazioni future
un imperativo categorico.
E dal momento che un tema di così ampia
portata non può essere contenuto nello
spazio di un articolo, per ribadire ancora
l’ importanza del linguaggio per la nostra
salute, e … per non concludere … vi lascio con una frase tratta dal film “Caro diario” di Nanni Moretti:
“Una cosa però l’ho imparata da tutta
questa vicenda. No, anzi, due. La prima
è che i medici sanno parlare, però non
sanno ascoltare, e ora sono circondato
da tutte le medicine inutili che ho preso
nel corso di un anno. La seconda cosa che
ho imparato è che la mattina, prima della
colazione, fa bene bere un bicchiere d’acqua”.
La prevenzione è un lusso e i costi ad essa
connessi sono eccessivi. E’ un errata convinzione dalla quale bisogna sgombrare il
campo.
La prevenzione ha raggiunto il suo traguardo quando è riuscita ad allungare
una vita umana, con una qualità che la
renda degna di essere vissuta.
Senza una buona comunicazione medico – paziente unita ad una capillare informazione e alla formazione di tutto il
personale sanitario e dei cittadini, qualsiasi tentativo di prevenzione o di diagnosi
precoce, risulterebbe vano.
L. Carbone
Alzheimer. Assistere correttamente i
malati e prevenirlo
L’
Alzheimer colpisce nel mondo più di 25 milioni di persone, soprattutto anziani con età
superiore ai 65 anni, in prevalenza donne. E la cifra è destinata ad aumentare. Secondo l’Alzheimer’s Disease
International i malati triplicheranno nel
2030, toccando i 76 milioni di casi. È importante, quindi, sapere qual è il modo
giusto di relazionarsi e di assistere chi ne
soffre e come prevenire la patologia. Ne
abbiamo parlato con la dottoressa Pamela Iannizzi, neuropsicologa, docente del
Master in Neuropsicologia dell’Università
di Padova.
Il progressivo accrescimento della popolazione anziana ha portato con sé
l’incremento di malattie invalidanti legate all’età. Tra queste, rilievo particolare
hanno le demenze, specie la malattia di
Alzheimer (AD), una patologia caratterizzata dalla comparsa di disturbi comportamentali e di deficit cognitivi che progrediscono nel tempo. Manifestazioni che,
secondo le attuali conoscenze scientifiche (cfr. ad es. progetto Alzheimer Cooperative Valuation in Europe_Alcove), vanno
trattate, oltre che con farmaci, anche con
azioni non farmacologiche basate sull’osservazione da parte dei caregivers dei
comportamenti disfunzionali per cercare
di comprenderne il significato e modificarne la causa scatenante. Vediamo i più
importanti.
Tra i sintomi dell’Alzheimer c’è l’aggressività verbale e fisica. “Il più delle volte si
tratta di una reazione difensiva del malato rispetto a qualcosa da cui si è sentito
minacciato”, spiega la dottoressa Iannizzi. “Mentre il comportamento è in atto,
quindi, è importante mantenere la calma
e parlare con un tono di voce pacato per
poi in un secondo momento comprendere le cause scatenanti”.
Altra manifestazione di questa patologia
sono i deliri. “Sono falsi convincimenti in
cui il malato crede fermamente; a volte
basta riportarlo con delicatezza alla realtà
e rassicurarlo”, precisa la neuropsicologa.
“Spesso però provare a convincerlo che
“non è vero” peggiora i sintomi, innescando una reazione aggressiva: in questi casi
è consigliabile assecondare, comportandosi sul momento coerentemente con il
contenuto del delirio e rassicurare il più
possibile il paziente”.
I malati di demenza hanno di frequente
25
Alcol e giovani. Alcuni suggerimenti per
un efficace percorso di prevenzione e
formazione degli operatori
Intervista a Franca Beccaria, Sociologa
difficoltà nel produrre il linguaggio e nel
comprenderlo. “In questo caso, è importante mantenere il più possibile la comunicazione verbale; nelle fasi iniziali della
malattia, di fronte alle anomie, il caregiver
può aiutare il malato a recuperare il termine giusto suggerendogli la prima parte
della parola o chiedendogli di spiegarsi
meglio”, consiglia la studiosa.
“Se il malato però dimostra fastidio, è
preferibile non correggere e cercare di
comprendere il più possibile senza creare
frustrazione. Inoltre, è bene utilizzare frasi
brevi e semplificate, il tono deve essere
rassicurante, il volume né troppo alto né
basso. Importante è anche la comunicazione non verbale, quale postura e gestualità, per sopperire al deficit verbale”.
Chi soffre di Alzheimer diventa poi incapace di svolgere attività quotidiane, ad
esempio vestirsi. “Per quanto riguarda il
vestirsi, è importante che il caregiver non
si sostituisca al malato, ma promuova il
più a lungo possibile la sua autonomia;
man mano che la malattia avanza si può
semplificare l’abbigliamento, ad esempio
26
sostituendo le scarpe con i lacci con mocassini e i bottoni del cardigan con il velcro; far trovare gli abiti già pronti impilati
nell’ordine in cui si indossano e sostituirsi
al malato solo nelle azioni che non è più
in grado di eseguire”, continua l’esperta.
Importante nell’Alzheimer è il ruolo svolto dalla prevenzione, in particolare dalla
“costruzione” della cosiddetta riserva cognitiva, ossia la creazione da parte del
cervello di nuovi network funzionali tra
neuroni per compensare i danni crescenti
e per poter funzionare in modo adeguato. “Persone che hanno condotto una vita
ricca di conoscenze ed esperienze avranno una riserva cognitiva più alta rispetto
a chi ha trascorso un’esistenza meno stimolante e questo si traduce in un fattore
di resilienza alla patologia con ridotto rischio e ritardata insorgenza di demenza”,
spiega la dottoressa Iannizzi.
“Gli indici principali in grado di predire la
riserva cognitiva a disposizione sono la
scolarità, l’attività lavorativa, il quoziente
intellettivo, ma anche le attività del tempo libero che devono stimolre la cogniti-
vità e le relazioni sociali”.
Funzione rilevante nella riduzione del
rischio di AD ha anche l’alimentazione:
secondo uno studio del Rush Medical
Center di Chicago pubblicato su “Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association”, particolarmente
efficace risulta la Dieta mediterranea, che
prevede un’elevata assunzione di verdura, frutta, cereali, frutta secca, patate, legumi e semi, un moderato consumo di
vino e l’uso di olio extravergine di oliva
come principale fonte di acidi grassi monoinsaturi.Anche l’esercizio fisico, infine,
esercita effetti benefici sulle funzionalità
cerebrali, particolarmente nell’anziano, e
riduce il rischio di sviluppare demenza senile, come ha dimostrato anche il progetto “Train the brain”, ideato dal professor
Lamberto Maffei, vice presidente dell’Accademia dei Lincei, e svolto con la partecipazione degli Istituti di neuroscienze e
di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche.
Rita Bugliosi
L’
uso di bevande alcoliche è considerato un fattore di rischio
per la salute pubblica, tuttavia
l’alcol è parte integrante della
vita quotidiana. Le modalità con cui nelle
diverse realtà nazionali ci si rapporta alle
bevande alcoliche variano in relazione
al contesto storico, culturale, sociale ed
economico delle singole comunità. Tali
differenze evidenti nella realtà europea
persistono anche all’interno delle varie
aree geografiche nazionali.
In Italia l’abuso delle bevande alcoliche è
generalmente sottovalutato, per ragioni
storiche, economiche e culturali. In realtà
le alcoldipendenze costituiscono un problema non soltanto più antico ma più diffuso, e spesso più letale, delle altre forme
di tossicodipendenza.
È anche vero che oggi nel nostro Paese
l’interesse per il problema alcol sembra
aumentare, in parallelo all’evidenza dei
fenomeni d’abuso e dipendenza ed al
consolidarsi di comportamenti trasgressivi e pericolosi tra i più giovani.
Le Organizzazioni Internazionali, in particolare l’Organizzazione Mondiale della
Sanità (OMS) e l’Unione Europea da tempo si stanno adoperando per ridurre i fattori di rischio correlati all’uso e soprattutto all’abuso di alcol attraverso risoluzioni
e piani di intervento che hanno l’obiettivo
di ridurre le conseguenze di tale abuso.
I giovani sono considerati un gruppo particolarmente a rischio per gli effetti acuti
che possono sperimentare e per l’acquisizione di abitudini che possono avere un
forte impatto sul loro sviluppo psicofisico
o che possono ipotecare la loro salute futura.
Da diversi studi emerge che tendenzialmente i ragazzi consumano alcol in modo
occasionale nei fine settimana e in orari
notturni e utilizzano questa sostanza per
produrre un cambiamento dello stato di
coscienza, per creare il cosiddetto “sballo”.
Non è più sufficiente,
dunque,
conoscere
“quanto” o “che cosa”
si beve in una determinata comunità, ma è
fondamentale sapere
“come, dove e quando” si beve, “chi è” colui
che beve e in “quale
contesto”
culturale,
economico e sociale lo
fa e quale valenza assume la bevanda nella “qualità di vita” del
soggetto stesso.
I fenomeni d’abuso vanno sempre studiati come relazione tra un individuo e una
sostanza: un incontro che si attua in un
preciso contesto storico e sociale. Non si
tratta mai della storia di una droga o di un
giovane presi isolatamente, bensì di una
storia di relazione che è per lo più promossa dai bisogni che si crede possano
essere risolti dalla sostanza usata.
Ecco perché il problema dell’alcol, antico
quanto l’uomo, cambia continuamente,
poiché cambiano i personaggi.
Pertanto gli studi epidemiologici sui consumi e sull’eccedenza debbono essere integrati da un adeguato approfondimento
sugli atteggiamenti culturali, sugli stili di
vita, sulle abitudini alimentari, sulle fruizioni del tempo libero, sulle condizioni
socio-economiche della popolazione in
esame, in questo caso dei giovani.
Abbiamo intervistato la Franca Beccaria
sociologa, socio fondatore di Eclectica
Istituto di ricerca e formazione di Torino,
nonché Professore a contratto presso la
Scuola di Medicina dell’Università di Torino, componente del Laboratorio scientifico dell’Osservatorio Permanente sui
Giovani e l’Alcool, che da anni si interessa
degli aspetti inerenti l’uso e la diffusione
di bevande alcoliche tra i più giovani.
Potrebbe illustrarci l’evoluzione recen-
te dell’uso di alcol tra i giovani in Italia, anche alla luce di un abbassamento
dell’età media di soggetti con difficoltà
alcol correlate e della tendenza a un
uso combinato di alcol e droghe illegali?
Va detto in primis che non disponiamo in
Italia di dati storici sui consumi alcolici dei
giovani, per cui i confronti con il passato
si basano sulle impressioni o, nel migliore
dei casi, su dati ricostruiti sulla base dei ricordi di diverse generazioni di intervistati.
Da questo tipo di ricerca qualitativa emerge innanzitutto che, a differenza dell’opinione comune, un tempo erano molti i
bambini cui era permesso consumare
bevande alcoliche e spesso l’abitudine
di bere vino durante i pasti iniziava fin
dall’adolescenza. L’alcol veniva somministrato ai minori anche come ricostituente
o come rimedio per problemi di salute
di varia natura. Questo perché rispetto
a oggi vi era sicuramente una minore
consapevolezza dei danni che l’alcol può
provocare, in particolare ai minori. Un altro dato che emerge chiaramente dalle
ricerche retrospettive è che l’esperienza
dell’ubriachezza fa parte della gioventù
anche delle generazioni passate, anche
se in questo caso bisogna fare un distinguo di genere, poiché un tempo il timore
di un giudizio morale limitava i consumi
27
delle ragazze. Il cambiamento principale
è che, se prima i consumi alcolici avvenivano prevalentemente nell’ambiente domestico in compagnia di parenti e amici
di famiglia, a partire dagli anni Settanta
e Ottanta i giovani hanno iniziato a consumare prevalentemente fuori casa, nei
locali pubblici, e in compagnia del gruppo dei pari. Da questo punto di vista le
esperienze di coloro che oggi hanno
quaranta-cinquanta anni non sono molto
diverse da quelle dei giovani di oggi, con
la differenza che a quell’epoca il livello di
consapevolezza sui rischi, in particolare
quello della guida in stato di ebbrezza,
era assai più basso. E’ ovvio poi che un
28
progressivo aumento delle libertà di movimento e delle disponibilità economiche
dei giovani, insieme a un’offerta che è
costantemente cresciuta – mi riferisco in
particolare alle cosiddette “economie della notte”, hanno contribuito ad aumentare
le occasioni e a diversificare le modalità di
consumo. In sintesi si può dire che i giovani di oggi assumono stili di consumo più
eclettici rispetto a un tempo e che sono
più consapevoli dei rischi legati al bere,
ma che hanno anche più opportunità di
farsi male con l’alcol, perché maggiormente autonomi dal controllo parentale,
più indipendenti economicamente e più
sollecitati dall’industria del divertimen-
to, nell’ambito della quale l’alcol assume
un ruolo centrale. Il fatto che i servizi registrino un aumento di casi di problemi
alcolcorrelati tra i giovani – dato su cui
peraltro non vi è accordo - può dipendere
da questo fatto, ma anche in questo caso
bisogna tenere conto che non ci sono dati
storici, anche perché i servizi di alcologia
e in particolare i pochi capaci di intercettare i giovani bevitori problematici sono
recentissimi.
La dipendenza da alcol fra le generazioni più giovani, in modo particolare fra adolescenti e preadolescenti,
rappresenta un motivo di grave pre-
occupazione per genitori, educatori,
operatori sociali e sanitari, per amministratori locali, quali possono essere,
secondo lei, le strategie da attuare per
un efficace intervento di prevenzione?
Bisogna innanzitutto chiarire cosa si intende per “dipendenza”, infatti in tempi recenti i media, così come le persone
comuni ma anche i professionisti, hanno
iniziato a usare (impropriamente) questo
termine per indicare i consumi episodici
eccessivi, non necessariamente accompagnati da fenomeni di tolleranza e astinenza. Ciò non toglie che i consumi episodici
orientati all’ubriachezza non implichino
dei rischi seri per la salute e che la preoccupazione degli adulti non sia giustificata. Dal punto di vista della prevenzione,
sulla base dei numerosi studi svolti sul
campo, mi sento di dire che i veri e propri
problemi alcolcorrelati che insorgono in
età precoce si situano generalmente in un
quadro problematico complessivo dove il
consumo di bevande alcoliche rappresenta un corollario più che una causa, anche se l’effetto può essere devastante. Per
questo il più efficace fattore protettivo, a
monte, è adottare un stile genitoriale autorevole, fissando delle regole precise ma
restando aperti al dialogo e al confronto.
Da questo punto di vista il modello di socializzazione all’alcol che prevale nella nostra cultura, cioè un avvicinamento graduale alle bevande alcoliche nel contesto
familiare sotto la supervisione dei genitori, si è dimostrato efficace nel limitare il
diffondersi di stili di consumo giovanili a
rischio (basti pensare alle differenze con
gli stili del bere dei giovani nordici e anglosassoni), per cui andrebbe preservato.
I genitori in questo modo non rinunciano
al loro ruolo di guida e stabiliscono fin da
subito una comunicazione aperta sull’argomento, fattori che giocano un ruolo
importante ai fini della prevenzione. Inoltre in questo modo la sostanza alcol non
assume un significato trasgressivo, come
invece può avvenire se i primi consumi
avvengono di nascosto dai genitori e in
compagnia dei pari.
I divieti da soli servono a poco, e rischiano
di essere considerati ipocriti e dunque di
diventare controproducenti, specialmente in una cultura permeata dal bere come
la nostra. Non può mancare infine il ruolo
attivo della scuola attraverso l’implemen-
tazione di programmi di prevenzione basati sulle “life skill”, che vedono un ruolo
attivo negli insegnanti, adeguatamente
formati, nel promuovere e valorizzare le
competenze dei ragazzi utili per confrontarsi con le normali difficoltà del periodo
adolescenziale.
A livello di amministrazioni locali la cosa
migliore che si possa fare è mettere a
disposizione dei giovani degli spazi di
incontro e di socializzazione dedicati, e
sostenere iniziative pensate e gestite autonomamente dai giovani (peer education), creando così una reale alternativa
alla frequentazione dei locali pubblici.
In uno dei suoi ultimi libri “Alcol e giovani. Riflettere prima dell’uso (Giunti
Editore, 2013)” si cerca di fare un po’ di
chiarezza sul rapporto tra giovani e bevande alcoliche, che troppo frequentemente è affrontato con approssimazione, vuole spiegarci meglio questo
aspetto?
L’approssimazione deriva in particolare
da due tendenze, la prima è quella, tipica
di ogni epoca e cultura, di puntare il dito
sui giovani e ritenere che questi assumano stili di comportamento più a rischio di
quelli delle generazioni precedenti.
La seconda è quella di accomunare gli stili del bere dei giovani italiani a quelli dei
giovani anglosassoni e nordici, nonostante le ricerche comparate mostrino differenze ancora decisamente significative.
Gli adulti inoltre tendono a sopravvalutare la ricerca dell’ubriachezza tra i giovani
– mentre i risultati delle ricerche ci dicono
il contrario – e a sottovalutare il fatto che
anche i giovani possano consumare per
aumentare le proprie prestazioni sociali
o utilizzare l’alcol come ansiolitico. E’ proprio su questo tipo di bere seppure minoritario, tipico degli adulti, che si dovrebbe
concentrare l’attenzione, e che meriterebbe da parte del mondo adulto e delle
istituzioni, una riflessione più ampia, sulle
condizioni di svantaggio in cui si trovano
i giovani di oggi.
Così come si dovrebbe porre attenzione
ai messaggi contraddittori che vengono
trasmessi: da un lato si lancia l’allarme,
dall’altro si creano delle economie improntate ai consumi alcolici, da un lato si
fanno le leggi, dall’altro non ci sono i controlli e dunque non si rispettano.
Cosa ne pensa delle campagne di prevenzione su questo argomento?
Il discorso è sempre quello della coerenza. Bisognerebbe evitare i messaggi
allarmistici, che rischiano di avere un effetto contrario, perché suonano ipocriti.
Bisogna inoltre tenere conto che i giovani
non sono soggetti disinformati e inconsapevoli.
Vanno bene le campagne di prevenzione,
ma devono essere inserite nell’ambito di
strategie di comunità complessive e coerenti.
Il CEFPAS si occupa di formazione e aggiornamento del personale sanitario,
quali potrebbero essere i suggerimenti
per un efficace percorso di formazione
per gli operatorio socio sanitari?
Secondo la mia esperienza i percorsi formativi più utili sono quelli che vedono la
partecipazione degli operatori sociosanitari insieme a quella di altri soggetti del
territorio che svolgono un ruolo di riferimento per i giovani (insegnanti, allenatori sportivi…) o che hanno un ruolo nella
promozione o nella regolamentazione
dei consumo di alcolici (gestori, amministratori…).
Solo un confronto allargato, orientato ad
avviare strategie complessive e coerenti, può ottenere dei buoni risultati. Altrimenti la contrapposizione tra approccio
di salute pubblica e mondo del divertimento continuerà a evidenziare le proprie contraddizioni agli occhi dei giovani,
inficiando la credibilità degli interventi di
prevenzione.
Letizia Drogo
29
Media Education. Learning by doing.
Spirito critico e consapevolezza
L’
utilizzo degli audiovisivi per riflettere su aspetti sociali e sanitari ha una lunga tradizione, dai
cineforum tematici per un pubblico diffuso alle assemblee scolastiche,
dagli interventi didattici con supporti video ai repertori di immagini in incontri di
formazione. Il quadro teorico e metodologico di riferimento è quello
della Media Education, che,
in grande sintesi, si può condensare in alcuni concetti
chiave: evitare un uso meramente illustrativo dei media;
promuovere spirito critico e
consapevolezza in chi guarda, sia rispetto ai temi affrontati, sia rispetto alle modalità
stilistiche e narrative con cui
vengono messi in scena; attivare processi di interventi
attivi sui media, che permettano non solo di analizzare,
ma anche di progettare e
produrre formati mediali, secondo la logica del learning
by doing, per cui i veri apprendimenti si
sviluppano attraverso la pratica concreta.
Il primo tema che affrontiamo è strettamente connesso ai media, non solo
come strumenti di comunicazione,
ma come possibile problematica comportamentale: i media digitali stanno
cambiando la percezione di sé e del
mondo, le relazioni tra i gruppi, la valutazione del rischio e dei limiti? In che
modo impattano,si dinamiche legate
alla sessualità, al bullismo, alla,spero, e
razione di stili di vita pericolosi o problematici?
Può manifestarsi una dipendenza da social network, da videogame, da cellulari?
Il cinema affronta da almeno 30 anni il
tema del rapporto tra computer e umani,
che, a sua volta, si innesta sulla tradizione precedente, anche letteraria, che riflette sulla spersonalizzazione dell’uomo
a causa delle macchine. Senza citare le
decine di titoli storici sul tema, qui propo-
30
niamo due film recenti, che permettono
di sviluppare diverse tra e di riflessione e
discussione, con molte tipologie di pubblico. In Disconnect (Rubin, 2012) si intrecciano tre storie in cui il rapporto con il
web crea situazioni problematiche.
Un adolescente viene vessato online da
due compagni di scuola che fingono di
essere una ragazzina per estorcere sue
foto compromettenti e poi deriderlo nei
Social. Una donna cerca di rielaborare il
lutto per la perdita del figlio frequentando all’insaputa del marito chat di aiuto-aiuto, ma in una di queste un hacker le sottrae tutti i dati della carta di credito. Una
giornalista fa un’inchiesta sui siti in cui
giovani ragazzi e ragazze di esibiscono in
webcam e scopre un giro di prostituzione minorile. Spesso, in chiave formativa
viene utilizzata solo la prima storia, esemplare sulla complessità del cyberbullismo, ma il film ha la lucidità di intrecciare
continuamente protagonisti e situazioni
differenti, per stimolare una riflessione a
360 gradi su fatto che il web problematico non riguardi solo i più giovani e certe
tematiche, ma sia un tema trasversale alle
generazioni e necessiti di una sempre
maggiore capacità di sviluppare consapevolezza e di evitare stigma, deleterio per
le vittime. In Lei (Jonze, 2013), Theodore
è un adulto in crisi dopo la fine di una storia d’amore importante e sembra richiudersi nel lavoro e nell’autoreferenzialità di
videogame e chat erotiche.
Tutto cambia quando installa un sistema
operativo di ultima generazione che funge da assistente personale e crea un rapporto dialettico sempre più stretto, fino
all’innamoramento reciproco. Tra fantascienza e apologo sociale, il film di Jonze è
una riflessione raffinatissima
sulla solitudine contemporanea, che ben traduce il saggio fondamentale di Shirley
Turkle “Insieme ma soli”, e sul
rapporto sempre più stretto
con i dispositivi digitali, che
rischiano di sostituire la relazione con la realtà vissuta.
Al tempo stesso, senza moralismi, si interroga sui processi evolutivi dell’umano,
che forse sta sviluppando
nuove forme di adattamento
a un mondo sempre più artificiale. Un film perfetto per stimolare il
confronto, ricco di sequenze simboliche
su questo tema. In breve, alcuni video
recenti reperibili su YouTube sul tema, tra
ironia e grottesco, ma accomunati dalla
capacità di sintetizzare in pochi minuti
molti spunti utili per stimolare dibattito e
analisi: I Forgot My Phone, What’s On Your
Mind, Look Up e il videoclip di Stromae,
Carmen, per quanto riguarda i contributi internazionali. Per l’Italia, consiglierei
#Whatsappdown, Save Yourselfie, e tutta
la serie di video realizzati da Francesco
Sole sui Social e le App che ormai caratterizzano le nostre vite. Non solo quelle
degli adolescenti. Michele Marangi ([email protected]) è un Media Educator e Formatore, che progetta e conduce percorsi formativi e di supervisione
sull’utilizzo dei media in ambito socio-sanitario, didattico e formativo.
Michele Marangi
Le Linee guida sulla prevenzione del
Gioco d’azzardo patologico (GAP).
Evidenze scientifiche e aspetti normativi
L
a diffusione del Gioco d’azzardo in
Italia negli ultimi anni è in crescente aumento, come dimostrato dai
dati sull’andamento delle statistiche dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli (ex AAMS) relative alla quantità di
denaro giocato. Ad oggi, tuttavia, non esistono in Italia dati epidemiologici accreditati in grado di quantificare il fenomeno nella dimensione, nella diffusione, e
rispetto ad eventuali trend di evoluzione.
Il cosiddetto Decreto Balduzzi (decreto
legge 13 settembre 2012, n. 158) vieta
la diffusione di messaggi pubblicitari di
giochi con vincite in denaro durante trasmissioni televisive e radiofoniche, nonché la pubblicità sulla stampa riguardante i minori; prevede inoltre, che figurino
chiaramente formule di avvertimento sul
rischio di dipendenza da gioco su tagliandi di gioco, su schedine e su apparecchi,
nonché all’accesso ai siti internet.
La ricerca scientifica ha dimostrato che
esistono persone particolarmente vulnerabili allo sviluppo di una patologia da
Gioco d’Azzardo, a causa di fattori individuali, familiari e socio-ambientali. Tali
soggetti, se esposti, proprio per la loro
condizione di particolare suscettibilità,
possono sviluppare un comportamento
a rischio per la salute (gioco d’azzardo
problematico) in grado, se persistente, di
evolvere verso uno stato di dipendenza
patologica.
Tra i fattori individuali sono da evidenziare le alterazioni neuropsico-biologiche
che, in sintesi, si possono identificare in
alterazioni dei sistemi della gratificazione,
con una contemporanea bassa efficacia
del controllo prefrontale degli impulsi.
Individui vulnerabili presentano alta frequenza di comportamenti di ricerca/specializzazione.
Oltre a ciò, è necessario però anche un
contesto sociale favorente che spesso è
caratterizzato da relazioni familiari pro-
blematiche, scarsa
presenza di offerte
attive di prevenzione, scarse regole e
leggi di controllo e
deterrenza. Anche
la tolleranza e la
promozione attiva
del gioco d’azzardo
nel contesto sociale,
nonché l’uso di sostanze stupefacenti
e l’abuso alcolico,
sono fattori in grado
di incrementare il
potenziale additivo.
La terza componente riguarda lo “stimolo” e le sue caratteristiche ed in particolare la facile disponibilità e accessibilità,
l’alta frequenza d’uso, l’intensità, la capacità di creare un effetto gratificante e nel
contempo un effetto inibente su ansia,
pensieri ossessivi, depressione e noia.
Nella popolazione giovanile si sono dimostrati a rischio i soggetti con temperamento novelty seeking con un’evoluzione
del gioco d’azzardo che da iniziale “gioco
sociale”, diventa “gioco individuale” e poi
“gioco isolato” nel momento in cui si sviluppa una dipendenza patologica.
A partire da tali evidenze scientifiche, la
Regione Siciliana dal 2011, ha aderito al
Progetto Nazionale GAP avviato dal Dipartimento Politiche Antidroga per realizzare interventi coordinati e integrati in
modo da assicurare la diffusione di un approccio basato sulle evidenze, utilizzando
metodologie standard e univoche adottate sul territorio nazionale.
Si è sentita l’esigenza di fornirsi di un dispositivo guida sul piano tecnico-organizzativo, per contrastare il fenomeno del
Gioco d’azzardo sotto il profilo della prevenzione, al fine di rendere omogenee le
iniziative tese a promuovere la più corretta informazione a favore dei diversi target
(scuole, gruppi di soggetti a rischio, consumatori, ecc.).
Le Linee Guida, grazie al lavoro di un Tavolo tecnico ad uopo designato dal DASOE
dell’Assessorato alla Salute, si sviluppano
su più obiettivi e prevedono dal punto di
vista operativo, il coinvolgimento delle
AASSPP della Regione, il coordinamento
con gli Enti Locali titolari di molti aspetti, il supporto offerto dal Terzo Settore e
dalla società civile, e si articolano su piani
diversificati, dalla prevenzione universale
all’ambientale, dall’indicata alla selettiva.
In conclusione, il Decreto 25 marzo 2015
pubblicato in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana 24-04-2015 “Approvazione
delle Linee Guida sulla prevenzione del
Gioco d’azzardo Patologico (GAP)” mira
a creare a livello regionale un’azione di
raccordo indispensabile per selezionare
intenti e finalità verificandone la rispondenza ad un unico indirizzo, al fine di
sfruttare possibili sinergie operative, e
così sia evitare la frammentazione degli
interventi sia valutare l’efficacia a medio e
a lungo termine degli stessi, contraendo
costi e soprattutto, trasmettendo messaggi di promozione di salute che favoriscano comportamenti univoci e condivisi.
Francesca Picone
31
Gioco d’azzardo e sanità pubblica.
Una nuova sfida per i servizi?
È
singolare, ed in un certo senso paradossale osservare come, in un
modello culturale che proclama
l’autonomia del soggetto e la non
dipendenza da vincoli, limiti ed ideologie,
sempre più ci si debba confrontare con
nuove tipologie di dipendenza patologica. Dipendenze patologiche che nascono
da comportamenti che possono innescare processi che, in non rari casi, possono
condurre alle stesse conseguenze delle
cosiddette tossico-dipendenze.
Il gioco d’azzardo ne costituisce un esempio paradigmatico. Se giocare d’azzardo
costituisce infatti per molte persone una
attività sostanzialmente priva di rischi e
di escalation patologiche, sempre più evidenti sono tuttavia i casi di problematicità, come da tempo osservato e segnalato
da servizi ed organizzazioni del volontariato. E questo a seguito della straordinaria ed inarrestabile diffusione di offerte
nel nostro paese, nonostante la letteratura scientifica avesse da tempo dimostrato, quella che in fondo è una ovvietà: la
relazione tra offerta di gioco e sviluppo di
patologia.
Beffardo osservare poi come, mentre l’industria del gioco ne tragga profitti, i costi
sociali vadano a gravare nel sistema pubblico. Costi che interessano diversi capitoli: la famiglia (il coinvolgimento del coniuge e dei figli); gli sconfinamenti in attività
illegali (falsificazione, frode, furto, appropriazione indebita); gli interessi diretti
ed indiretti da parte della criminalità; il
rischio di irretimento dei giocatori da parte della criminalità organizzata; il ricorso
all’usura; lo stress e le patologie correlate;
il mercato del lavoro (caduta di produtti-
32
vità, disattenzione e rischi sul piano della
sicurezza, iperlavoro per ottenere il denaro per potere continuare a giocare), la
comorbidità con altri problemi di dipendenza (alcol, droghe, nicotina), i suicidi;
la perversione dell’economia (spese delle
famiglie legate all’azzardo e non all’acquisto di beni, servizi); i costi sanitari per le
cure dei giocatori etc. La stessa funzione
sociale del gioco si è trasformata.
Se il gioco ieri era sociale (la partita a
carte, la schedina) ora è solitario (giochi
elettronici, slot machine); se era legato ad
una cultura di un territorio ora è globalizzato (il bingo è lo stesso in tutto il mondo
mentre le carte e le regole di gioco variavano da regione a regione); se era una attività lenta e ritualizzata ora appare come
estremamente veloce e consumistica. Se
poi ieri era il soggetto che andava a cercare il gioco, ed il gioco era confinato in
luoghi ed orari precisi, è ora il gioco che
“ti cerca” attraverso il tuo smartphone,
nel pc, al bar, al supermercato, alle poste.
Per riassumere in uno slogan ora il gioco
è Appetibile (grazie ad una pubblicità
molto intrigante); Accessibile (in ogni luogo), ed infine Additivo perché la struttura
stessa di come sono costruiti molti giochi
(velocità, riscossione immediata, colori,
suoni etc) favorisce la coazione a ripetere, l’isolamento, l’illusione di rifarsi, di aumentare la posta.
Quella che sino a ieri poteva essere una
passione o una dannazione “di elite” è diventato un problema di sanità pubblica.
Un problema che richiede attenzioni, monitoraggi, programmi di prevenzione, di
adeguamento dei servizi e di formazione
degli operatori. Stiamo parlando di una
forma di dipendenza che, pur comportando conseguenze e percorsi del tutto
simili e sovrapponibili alle dipendenze da
sostanze, presenta tuttavia specificità che
ci obbligano a rivedere i tradizionali paradigmi di lettura e di intervento. Paradigmi
spesso costruiti e dominati dallo stereotipo del tossicodipendente da eroina quale
prototipo di ogni condotta dipendenza
patologica. Nelle dipendenze comportamentali invece non esiste una sostanza
esterna che si introduce nell’organismo
e ne determina reazioni biochimiche che
costruiscono o contribuiscono a costruire
un percorso di dipendenza.
Non ci riferiamo solo al gioco. E’ anche
nelle relazioni, nei comportamenti, nell’uso delle tecnologie, nei consumi, che rischiano di innescarsi processi che possono portare ad una evoluzione progressiva
ed insidiosa, sebbene non rumorosa del
quadro sintomatico, sino alla tolleranza,
ovvero la ricerca di sempre nuove sensazioni/sfide con inevitabile aumento
dei rischi e superamento dei limiti che il
soggetto prova a imporsi, e con conse-
guenze negative sulla propria salute, vita
relazionale, affettiva e lavorativa. Percorsi
e sviluppi sino a ieri inediti che non possono non interrogarci sul fatto che il contenitore concettuale e clinico “dipendenze” si allarghi sempre più erimandi a una
dimensione dai contorni e dai significati
diversi e difficile da comprendere attraverso le tradizionali lenti con le quali le
tossicodipendenze sono state interpretate. Si tratta infatti di possibilità e rischi che
nascono e si sviluppano all’interno della
quotidianità attraverso abitudini e comportamenti del tutto legittimi e spesso
socialmente incentivati dove il soggetto
stesso non ha la percezione (seppur ambivalente) di compiere qualcosa di “disapprovato, sanzionato, rischioso”. Il rischio è
quello di trovarsi coinvolti senza campanelli d’allarme, senza alcuna percezione
di pericolo, senza alcuna aspettativa o
paura. Questi fenomeni pongono una
nuova sfida per la sanità sul piano della
prevenzione e su quello del trattamento.
Come non riflettere ad esempio sul fatto
che gran parte della strategia preventiva
nei confronti delle dipendenze sia stata
indirizzata verso l’obiettivo primario di
evitare l’incontro con le sostanze. Nelle
nuove dipendenze le strategie e le ricerche tese a evitare l’incontro, il contatto,
o finalizzate ad attrezzare l’individuo a
resistere alle offerte e alle tentazioni, non
possono che andare in crisi e stimolare
nuovi approcci. Anche il campo del trattamento risulta radicalmente modificato.
Se infatti le dipendenze da sostanze si costruiscono intorno ad abitudini, usi, abusi, legati a comportamenti e consumi non
necessari alla vita della persona (le droghe, l’alcol, le sigarette) questo non vale
per le nuove forme di dipendenza.
Questo significa che, se nel caso delle
dipendenze da sostanze l’obiettivo della
cura può essere stato quello di una vita
di astinenza senza ricadute nell’uso, tutto
ciò – se è possibile per il gioco d’azzardo
– risulta problematico se non impossibile
per altri comportamenti di dipendenza
non da sostanze dove il soggetto non
può che trovarsi a navigare tra gli scogli
della impossibile astinenza e della faticosissima gestione del comportamento
problematico. Ecco quindi come, il gioco
d’azzardo patologico e le altre forme di
dipendenze comportamentali pongano
al mondo della sanità una sfida su diversi piani. Quello della prevenzione e della
critica ad un modello culturale legato a
consumo ed alla “facile vincita”; quello
dello studio delle relazioni tra tipologia e
disponibilità di giochi e sviluppo di comportamenti problematici, quello delle
strategie di trattamento.
Mauro Croce
33
10 Mountains - 10 Years.
Attivisti e malati di Alzheimer e Parkinson
scalano le vette più alte del mondo
E
nzo Simone, americano di origini
siciliane, architetto di professione e alpinista per passione creò
nel 2005 il progetto “A Trail Called
Hope” (Un sentiero chiamato speranza). Si
trattò di un viaggio, molto pericoloso e ritenuto impossibile da raggiungere a piedi, al Monte Wai’ale’ale, alto più di 1.500
mt, un vulcano nelle isola Hawaii, il luogo
più umido della terra (con una media di
più 16.76 mt di pioggia all’anno, cinghiali, giungle infestate, zero visibilità a causa
della nebbia, paludi di fango senza fondo,
piantagioni di marijuana nascosti). Il progetto nacque con l’idea di aumentare la
consapevolezza e i fondi per i programmi
di ricerca e cura per la malattia di Alzheimer. Nel 2006, Enzo Simone decide di
dar vita al progetto 10 montagne 10 anni
(nella versione originale “10 Mountains 10 Years”). Il progetto è stato creato con
l’idea di diventare la più lunga, difficile,
epica sensibilizzazione e raccolta fondi
del suo genere per aumentare la consapevolezza e i fondi per i programmi di ricerca e cura delle malattie di Alzheimer e
Parkinson.
34
Un anno dopo la nascita del progetto,
Enzo Simone prese parte al “Team Fox”,
video della Michael J. Fox Foundation,
fondazione impegnata per la raccolta
fondi per la malattia di Parkinson. Enzo fu
la seconda persona ad unirsi al Team Fox,
e attualmente l’impegno della M.J.F.F. è
cresciuto fino a coinvolgere più di 4.000
persone.
Il progetto “Army of Change”
Nel 2010, ispirato dalla conduttrice televisiva e attivista nelle campagne di sensibilizzazione sulla malattia di Alzheimer
- Leeza Gibbons, Enzo Simone creò il progetto “Army of Change” (Esercito del cambiamento). la Army of Change ha generato più di 125 mila dollari nei suoi sforzi
di sensibilizzazione e raccolta fondi per i
programmi di cura e ricerca delle malattie
di Alzheimer e Parkinson. Il progetto ha
anche ispirato una serie di altri progetti di
beneficenza.
10 Mountains 10 Years
Enzo Simone, che si è recentemente sottoposto a studi di ricerca sulle persone
con genitori con Alzheimer della Dott.
ssa Mosconi, presso la New York Univer-
sity Langone Medical Center, è il soggetto
principale e l’ispirazione del “10 mountains 10 years” film documentario della
Backlight Productions (Los Angeles). Vincitore di 28 Film Awards tra cui 6 Best of
Festival Awards, - Dotato di Narrazione da
Anne Hathaway, Musiche di Bruce Springsteen. Il film documentario è stato realizzato grazie alla collaborazione della Focus
on a Cure Foundation for Parkinson’s di
Chicago nell’Illinois e alla Leeza Gibbons
Memory Foundation. “Questo progetto
parla di tutte quelle persone che vivono
e lottano con la malattia di Alzheimer o di
Parkinson ogni giorno” – dice Leeza Gibson nell’introduzione al film. “Questa è la
storia di un cammino di speranza”- continua. Il film documentario parla della
lotta di ciascun malato e dei suoi familiari,
come Ken, malato di Parkinson, che si sottopone alla Stimolazione Cerebrale Profonda (DBS) per controllare alcuni dei suoi
sintomi derivanti dalla progressione della
malattia migliorandone la qualità della
vita. Si tratta di un intervento molto invasivo simile ad un pacemaker cerebrale e
nel film viene descritta la travagliata fase
dell’operazione, seguendo Ken e i suoi
familiari nella fase preparatoria e post
operatoria. Accanto alla storia di Ken, e a
quella di tante altri malati di Alzheimer e
Parkinson e delle loro famiglie, si racconta
la fatica dei “The Regulars”, i compagni di
viaggio di Enzo Simone che, con il progetto 10 Mountains 10 Years, giungono con
notevole fatica a scalare il Kilimanjaro, in
Tanzania, la più alta vetta in Africa e la più
alta vetta al mondo raggiungibile a piedi.
I malati si uniscono a tutti gli attivisti inviando loro migliaia di lettere. Qualcuno
di loro chiede ai Regulars, una volta giunti
alla vetta, di fare un sospiro in più per tutti coloro che soffrono e che vivono ogni
giorno con queste malattie. Per i malati
e le loro famiglie è importante che qualcuno si ricordi di loro, della fatica e degli
ostacoli che ogni giorno devono affrontare. Il progetto di Enzo Simone ha anche
ispirato la creazione, nel 2012, del “Grant’s
Army” (Esercito di Grant) da parte dell’ex
giocatore NBA Brian Grant, con un progetto parallelo per aiutare le persone colpite dalla malattia di Parkinson a diventare proattivi nei loro sforzi, per essere sani
e in forma, nonostante la loro lotta con la
malattia. Enzo è stato invitato a condurre
su una squadra di Grant di 20 persone (di
cui 6 con malattia di Parkinson) per scalare il vulcano di Mount Saint Helen. La
salita è stata documentata dal National
Geographic (fotografia Jeffrey Streich) e
il video è stato presentato al Congresso
Mondiale Parkinson a Montreal nel 2013.
“Que Tiemble el Camino”
Enzo Simone è riuscito a coinvolgere moltissime persone nella sua campagna di
sensibilizzazione in tutto il mondo stringendo numerosi rapporti di collaborazione. In Spagna, nel 2014 con il progetto
“Que Tiemble el Camino” (Trema la strada), Enzo è stato invitato a partecipare
dall’organizzazione e insieme a un gruppo di persone, a cui è stata diagnosticata la malattia di Parkinson, ha percorso il
Camino Mozárabe, lungo il Cammino di
Campostela. Anche da questo progetto
è nato l’omonimo film documentario del
2015. Durante la promozione del film documentario 10 Mountains 10 Years in Spagna, Enzo ha conosciuto Fulvio Capitanio,
romano trapiantato a Barcellona da oltre
20 anni, a cui è stato diagnosticato all’età
di 40 anni il Parkinson. Fulvio Capitanio,
che ha creato in Spagna una piattaforma
civica Unidos Contra el Parkinson diventata punto di incontro di varie realtà internazionali, collabora con il World Parkinson Congress, che si realizza ogni 3 anni
a livello mondiale. “Al World Parkinson
Congress, il malato di Parkinson – spiega
Fulvio Capitanio intervistato in occasione
della presentazione del video 10 Mountains 10 Years in Sicilia – è tenuto in debita
considerazione non solo come paziente,
ma partecipando alla definizione dei programmi di formazione. Il paziente, infatti,
non solo vuole stare al centro, ma vuole
stare <<nel mezzo>>, per collaborare
con il team di professionisti che si prende
cura di lui, perché vuole essere partecipe
delle decisioni e non soltanto osservatore”. Fulvio Capitanio ha anche creato “Run
for Parkinson’s” (Corri per il Parkinson),
una maratona attualmente alla VI edizione, che ha avuto luogo in 12 paesi e più
di 100 città in tutto il mondo e che ha
registrato la partecipazione di più di 200
mila persone che hanno corso per più di
1 milione di chilometri. Fra i suoi progetti vi è stata la realizzazione di un fumetto
che spiega ai ragazzi fra i 10 e i 14 anni
cosa sia il Parkinson. Un utile strumento
per i ragazzi che possono, infatti, trovarsi
a casa genitori o nonni con il Parkinson.
“Mi sono ispirato – dice Enzo Simone - al
progetto di Fulvio Capitanio e delle persone che ho incontrato, come Salvatore
Buccoleri, presidente dell’Associazione
familiari Alzheimer di Caltanissetta, quando sono andato in Spagna e in Italia con
il film nel 2011. Loro mi hanno dato l’idea
di creare il “Progetto Ambasciatore” sull’Etna”. Salvatore Buccoleri e l’Associazione
familiari Alzheimer di Caltanissetta sono
stati gli organizzatori dell’ultima scalata
di Enzo Simone in Italia sul vulcano Etna,
il vulcano più alto in Europa, lo scorso 11
luglio che ha visto la partecipazione di
centinaia di persone tra cui, oltre a Fulvio
Capitanio, anche di Claudia Milani, presidente dell’Associazione Italiana Giovani
Parkinsoniani (AIGP).
35
10 Mountains - 10 Years.
Intervista a Enzo Simone
C
ome nasce il progetto 10 montagne 10 anni e come si è evoluto negli anni?
Il progetto è nato perché alcuni
anni fa a mia madre è stato diagnosticata la malattia di Alzhaimer e, pochi mesi
dopo, a mio suocero è stata diagnosticata la malattia di Parkinson. L’obiettivo,
di scalare una montagna ogni anno per
10 anni, è stato posto per fare il punto
sullo stato dell’arte del progetto e sulla
progressione della malattia ogni anno.
Questo rende questo progetto differente
da altri progetti, che concentrano la loro
attività in un anno, facendo un grande
evento una tantum. Inizialmente pensai
di scalare grandi montagne con un numero ridotto di persone, con abilità sufficienti per poter affrontare queste sfide.
A metà del progetto mi sono reso conto
che molte persone volevano unirsi al
progetto, ma non potevano, perché non
avevano l’abilità di alpinista. Così il progetto è cambiato. Abbiamo scelto montagne di media altezza, come l’Etna, però
più accessibili ad un numero maggiore di
persone. L’Etna è stata pensata per tutte
quelle persone che forse non hanno mai
scalato una montagna e che forse sarà
l’unica che scaleranno in tutta la loro vita.
Questa l’ha resa una sfida ancora più speciale. Pensavo a tutte quelle persone che
hanno problemi di mobilità, che soffrono di Parkinson, a volte camminano con
difficoltà anche all’interno della propria
casa. Fare una cosa del genere e vedersi
capaci di farlo, fa sì che quando queste
persone tornano a casa, tornano pieni
di un’energia e di un’autostima che probabilmente si porteranno dietro per un
bel po’ di tempo. Alcuni di loro prendono
ispirazione dal progetto. Infatti, anche se
non riusciranno a scalare una montagna,
possono però fare qualcosa per diffondere la conoscenza di queste malattie o per
raccogliere fondi, facendo nascere il proprio progetto di speranza.
Con te scalano le montagne anche malati di Alzheimer e Parkinson. A tutti
coloro che ti chiedono se sia difficile
scalare una montagna, cosa dici?
A molta gente scalare una montagna
sembra una cosa impossibile. Ma una volta che l’hai fatto, capisci che molte cose
che pensavi fossero impossibili, in realtà
non lo sono. Così io rispondo dicendo che
è più pericoloso restare fermi.
Il numero delle persone coinvolte a livello
mondiale nel progetto 10 Mountains 10
Years tende a crescere notevolmente di
anno in anno. Ciò permette di contribuire
alla raccolta fondi a sostegno alla ricerca,
per trovare una cura alle malattie di Alzhaimer e Parkinson che, oltre ad avere
un impatto sull’economia sanitaria non
indifferente, permette di dare speranza a
tutti i malati e alle loro famiglie.
Anche attraverso diversi mezzi di comunicazione, come film documentari, fumetti,
opuscoli ed eventi formativi, campagne
di sensibilizzazione alla diagnosi precoce, è importante sostenere e promuovere
campagne di informazione e formazione
sulle malattie di Alzheimer e di Parkinson
su più fronti: ai giovani nelle scuole, agli
operatori sanitari e a tutti i cittadini, attraverso un’opportuna partecipazione alla
progettazione degli eventi da parte dei
pazienti e dei loro familiari, che ben conoscono gli ostacoli che la malattia pone.
Tutto ciò senza perdere la speranza di trovare un giorno una cura.
Emanuela Arena
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