AMICI DI DON ORIONE
Mensile
Mensile del
del Piccolo
Piccolo Cottolengo
Cottolengo
di
di Don
Don Orione
Orione -- Genova
Genova
Spedizione in a.p.
art. 2, comma 20/c - legge n. 662/96
Filiale di Bergamo
Anno XLI - N. 8
Ottobre 2002
Spedito nel mese di ottobre 2002
nelle pagine centrali
ricordo del prof.
Domenico isola
a quarant’anni
dalla morte.
“don orione
mi venne incontro,
mi chiamò, mi sorrise
e la mia anima fu sua!
2
MOTIVI
3
MADONNA DELLA FAME
PREGA PER NOI
mese di ottobre è dedicato al Rosario e alle
missioni che sono l’espressione più significativa della natura della Chiesa. Essa, infatti, è stata
voluta missionaria da Gesù, ossia inviata ad annunciare a tutti la salvezza che Egli stava realizzando. A proposito dei missionari noi ci portiamo
dietro l’idea infantile di preti avventurosi che partono per terre sconosciute, preferibilmente tra
belve e serpenti, a «civilizzare moretti e cinesini».
Può essere vero anche questo, ma noi dobbiamo
inserire il problema delle missioni nel nostro quotidiano.
Ogni tanto a qualche bel tizio viene in mente
di inventarsi una litania tipo Madonna del buon
viaggio, del buon senso, dell’equilibrio, del primo passo, del terzo giorno. Preso da un colpo di
follia mi sono inventato la Madonna della Fame,
con annessa l’immagine. Non è delle solite madonne che non sfigurerebbero tra le top model,
preoccupate del proprio lifting, ma una scelta tra
le migliaia di donne stente che offrono il proprio
petto cadente e rinsecchito ad un bimbo divorato dalla fame e dagli insetti che, invano, tenta di
spremere una stilla di latte. Ti verrebbe da compiangerle ma, invece, sono proprio quelle donne
e quei bimbi che impegnano Dio ad accollarsi la
vergognosa voragine di debiti che noi abbiamo
accumulato affamandoli con la nostra ingordigia.
Quelle povere creature non ci chiedono niente,
non implorano elemosine né, tanto meno, ci domandano di fare della filosofia sulla loro condizione. Sarebbe facile ironizzare sulle organizzazioni umanitarie, ma il buon gusto lo impedisce.
Possiamo però denunciare il fondo di ipocrisia
raggiunto da chi ha già la ricetta pronta per risolvere il problema della fame: far meno figli, meglio se nessuno. I mezzi ci sono: preservativi, contraccezione, pillole prima durante e dopo il rapporto, aborto terapeutico. Non dice: «Restituisco
la parte di risorse che spetta di diritto a loro e che
invece godo io; consumo di meno, spendo di
meno». A pancia piena, colpiti da bulimia, terrorizzati dall’ago della bilancia, non ci accorgiamo
di fare il gioco delle multinazionali che continuano a condizionare quei poveretti. Si arriva al tipo
di dittatura mai visto, quello di voler legiferare
anche su che cosa si debba fare a letto. In quest’ambiguità a volte cadiamo anche noi cristiani
quando crediamo di risolvere il problema della
IL
INCONTRI
domenica 27 ottobre, ore 10
raduno amici a paverano
per festeggiare con la Casa il 50° di Sacerdozio del Vice Direttore
DON FERDINANDO DALL’OVO
fame mandando denaro e risorse materiali. Lo abbiamo
visto anche nelle manifestazioni anti G8. Urlavano tutti,
compresi i movimenti cattolici, contro il debito estero, la
globalizzazione delle risorse.
Nessuno che abbia detto
qualcosa, almeno tra le righe, della ricchezza da
dividere: la cultura cristiana, che non è soltanto
pratiche e devozioni, ma lievito nelle altre culture. Nessuno che abbia portato a paradigma di
come si possa fare una profonda azione di civilizzazione imitando l’esempio dei missionari, cattolici o di altra estrazione. Ma per forza: scippati
dell’umanesimo, allevati dal liberal capitalismo, o
dal marxismo rivoluzionario, siamo costretti a ragionare soltanto con la pancia.
Madonna della fame, prega per noi.
Il mese di ottobre deve farci pensare cristianamente al problema della fame. Non dobbiamo
impantanarci nei luoghi comuni che creano allarmismo, prospettando una catastrofe demografica, che è già stata ampiamente e più volte smentita. Mi vorrò convincere che quello che ho di più
l’ho rubato, è di un altro. Il pietismo è indegno di
noi. Se poi vien bene, invochiamo per noi la Madonna della fame. Essa è lì nel branco, ha al collo
i figli e nel cuore lo strazio di tante donne, che
hanno soltanto una immensa dignità. Che spettacolo grandioso vedere popolazioni che trasmigrano da un posto all’altro, in cerca di qualche filo di verde; donne avvolte in stracci vagare per
terreni desertificati, travolte dalla sabbia. Non
chiedono nulla, non recriminano, non fanno denunce. Si trascinano dietro un nugolo di bimbi, se
ne stringono qualcuno al petto sfinito, ma negli
occhi loro c’è l’anima del mondo. C’è tanta tenerezza che non baratteranno mai per un brandello
del nostro benessere. Che importa se la vita sarà
breve o lunga? Comoda o affamata? Par di sentire sulle labbra di ognuno di loro l’espressione un
po’ adattata di Agostino: «Signore, non ti chiediamo il perché di tutto questo, ti ringraziamo
perché, con la vita, ci hai dato la possibilità di conoscerci, di abbracciarci e di amarci anche in
mezzo ad inaudite sofferenze e siamo sicuri di incontrarti nella tua dimora, felici per sempre».
G. C.
che celebrerà la S. Messa e presiederà la successiva assemblea.
Nell’occasione festeggeremo anche il 50° di professione religiosa della Vice Superiora Suor Rosanna, di Suor Virtuosa, di Suor Giannetta ed il 60° di
Fratel Emil Manfreda.
Gli Amici che desiderano partecipare al pranzo ricordino di prenotarsi almeno tre giorni prima al 010-5229334.
Nel pomeriggio, al teatro Von Pauer, la farsa in un atto «Pier Battista il trasformista» e momento insieme ai bambini della scuola materna Don Orione.
sabato 9 novembre, ore 11
santa messa al cimitero di staglieno
in suffragio degli amici e benefattori defunti
Come da tradizione il Piccolo Cottolengo Genovese dà appuntamento ai propri simpatizzanti
nella chiesa del cimitero monumentale di Staglieno per suffragare insieme le anime degli amici e
benefattori defunti.
È un modo per esternare la gratitudine verso quanti, in vita, hanno collaborato per rendere meno pesante la croce dei «poveri che Dio ci affida». Allo stesso tempo ripensare l’eredità d’esempi
ricevuta sarà sprone per umilmente cooperare con Cristo alla salvezza nostra e di tutti gli uomini.
3
CRONAC A
Vivere insieme Sassello
L’estate e il tempo delle vacanze arrivano per tutti.
Quest’anno, per la prima
volta, le nostre ragazze si sono
trovate a trascorrere le loro vacanze estive nella cornice di Villa Periaschi, in una realtà quindi
molto bella, ricca di occasioni
di svago da sfruttare, di spazi
verdi in cui muoversi, di persone con cui socializzare ma, al
tempo stesso, in una realtà che
per loro ha rappresentato, da
diversi punti di vista, una vera e
propria sfida.
La prova da affrontare non è
stata delle più semplici. Uno
dei principali timori, infatti, era
costituito dal fatto che, dopo
quattro anni trascorsi nella casa
famiglia di Sottocolle, l’impatto
con una realtà assai diversa
quale quella presente a Villa
Periaschi avrebbe potuto avere
delle ripercussioni negative sulle ragazze.
Per fortuna tutto ciò non è
accaduto. O meglio non ha trovato possibilità di verificarsi.
Le giornate vissute dalle nostre ragazze sono infatti trascorse liete e spensierate tra le
passeggiate nell’ampio giardino della Villa ed i pic-nic sui prati, tra le grigliate nella pineta e
le escursioni al lago a prendere
il sole e a fare il bagno, tra le attività pratiche e i giochi svolti,
tra una visita all’azienda agricola e le serate trascorse insieme
ai volontari di Don Franchino,
tra i giri in barca alla diga e gli
incontri con gli scout...
Trovare i termini adatti a descrivere e a comunicare le forti
emozioni provate nel corso di
queste giornate di allegria e
spensieratezza non è affatto facile. Anzi, potrebbe risultare
addirittura riduttivo.
Meglio quindi non correre il
rischio di sminuire tali emozioni
ed affidare questo compito alle
espressioni liete e ai racconti
entusiasti delle ragazze. A parer nostro non può esistere migliore testimonianza per attestare la bella esperienza vissuta
nel corso di questo mese, in comunità con tutti gli altri reparti
presenti in colonia.
Domenicoa 40Isola
anni dalla morte
Le beniamine a Sassello:
al riparo di una stanza accogliente...
Inoltre non può essere assolutamente taciuto il contributo
fondamentale fornito dall’impegno costante e dalla professionalità di tutto il personale
operante nel nostro reparto, sia
di coloro che vi lavorano durante tutto il corso dell’anno sia di
chi vi ha prestato servizio unicamente in occasione di questo
soggiorno estivo.
Ciascuna di loro non si è infatti limitata ad eseguire le
mansioni che normalmente le
competono ma ha dedicato
tempo ed energie per «vivere»
insieme alle ragazze ogni singolo momento di questa nuova
esperienza, dalla sveglia mattutina attraverso le molteplici attività giornaliere e serali fino alla
veglia notturna.
Tutto ciò ha contribuito a far
sì che questo soggiorno estivo
sia stato occasione di arricchimento tanto per le ragazze
quanto per il personale che,
dotandosi di un’organizzazione
e di una scansione di tempi di
lavoro «a misura di reparto», ha
affrontato ogni giornata insieme alle ragazze sulla scia dei
principi alla base dell’insegnamento e dello spirito orionino.
Al nostro mitico «team di lavoro», ai volontari e a tutti coloro che a Sassello hanno condiviso con noi quest’esperienza
vanno tutto il nostro affetto e la
nostra gratitudine per averci
aiutato in questa nuova avventura.
... o all’aperto, insieme alla variegata
realtà orionina.
Ovviamente, il più grande
ringraziamento va, ancora una
volta, alle nostre ragazze che ci
hanno permesso di condividere
con loro questa esperienza che,
attraverso la loro allegria e la
loro spontaneità, resterà unica
e indimenticabile.
Le educatrici Patrizia
Bozzolo, Susanna Risso
Grazie Caro don Fiorenzo
orremmo ancora una volta
salutare e augurare ogni bene a don Fiorenzo, ringraziandolo per tutto quanto abbiamo
potuto imparare, in una atmosfera di fraterna amicizia e collaborazione, nei tre anni di lavoro
sotto la Sua guida. Le fatiche,
l’impegno e le difficoltà di ogni
giorno sono state superate dalla carica di entusiasmo che ci ha
saputo trasmettere. Ha avuto la
capacità di ascoltare ognuno di
noi e di consultarsi con tutti per
creare un ambiente non solo
più efficiente, ordinato e pulito,
ma soprattutto orientato ad
una costante attenzione affettuosa verso i nostri ospiti. Ci ha
V
anche aiutato a riscoprire il valore della S. Messa e a comprendere che il momento della
celebrazione liturgica può essere gioioso e pieno di speranza
anche in un ricovero di fratelli
anziani e ammalati.
Grazie, caro don, per i valori
che ci hai voluto e saputo trasmettere, anche se, a volte, con
qualche sfuriata; ci impegnamo
a fare del nostro meglio per
proseguire nel Tuo stile convinti
che questo sia il regalo di congedo a Te più gradito.
Un forte ed affettuoso abbraccio collettivo
Gli 88 Operatori
Di Castagna
Forsan
meminisse iuvabit
(forse ricordare gioverà)
Del prof. Domenico Isola altri hanno parlato egregiamente, attenendosi a documenti e testimonianze tanto da dame
un quadro storico biografico attendibile e completo. Non è veramente il caso di mettermi in competizione, rabberciando
malamente notizie e ricordi. Al termine del suo volumetto «Post nubila phoebus» Isola scrive: «Lettore benigno! Tenendoci
per mano abbiamo compiuto un giro di orizzonte. Come «in illo tempore» ti ho fatto da guida ed oggi ti offro questa nuova
Don Orione e il prof. Isola.
memoria illustrativa del Cottolengo di Don Orione che, forse,
sarà l’ultima! Sono ultrasettantenne ed il tempo, che fu generoso con me, ha curvato le mie spalle». Mi figurerò, quindi, di
aver fatto con lui il medesimo percorso, nella presunzione di
aver colto qualcosa di significativo da trasmettere ai lettori.
Il primo impatto con questo moderno Mentore da spolvero, l’incedere, l’eloquio, lo stile, il ruolo incutono un timoroso
rispetto. Man mano che lo segui cambi idea. Aggirandoti per
il Paverano ti imbatti ogni tanto in frasi scritte in latino, su
marmo, da lui volute. Quando ne afferri e il significato e lo spirito che le informa ti si staglia allora una figura piacevolissima, un animo sensibile alla poesia, alle lettere, alle emozioni,
pudicamente velate.
Il prof. Isola e il nipotino Mingo.
Carpenttuapomanepotes
(Raccoglieranno i tuoi frutti i nipoti)
Chi verrà dopo di te raccoglierà i
frutti di ciò che hai seminato. Questa
non l’ha scritta Isola, ma Virgilio nelle
Egloghe. Tuttavia mi pare significativa
per noi che dell’attività di Isola stiamo
raccogliendo ancora numerosi frutti. La
reminiscenza classica m’è sorta spontanea chiudendo l’ultima pagina delle
sue memorie nella quale scrive: «Il crepuscolo, che si avanza sulla mia terrena giornata, mi presenta, nella luce del tramonto, la perfetta realizzazione del programma che avevo visto nei miei sogni più belli, che avevo
alimentato coi miei desideri più ansiosi. E posso oggi ripetere
– come il vecchio Simeone al tempio: Nunc dimittis servum
tuuum Domine in pace quia viderunt oculi mei salutem
tuam...». «Ora lascia che il tuo servo o Signore se ne vada in
pace perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza che hai
preparato per tutti». (Isola «Post nubila Phoebus» dopo le nubi il sole).
Caro professore: i tuoi occhi hanno soltanto visto i
frutti che oggi noi assaporiamo.
Ille ego qui quondam ...
Domenico Isola.
(Quell’io che una volta ...)
Isola congedava in tipografia le
sue memorie firmandosi: «L’anonimo». Piccola ed inutile gherminella
perché egli lasciava le sue impronte inconfondibili in tutti gli scritti che immancabilmente impregnava di citazioni classiche. Il
secondo volume lo aveva aperto con l’inizio dell’Eneide: «Ille ego ... quell’ io che una volta...». Anziché
parlare come il poeta latino Virgilio di armi, di eroi e del pastore Tìtiro, Isola canta il poema della carità scritto a due mani con Don Orione.
Egli nasce l’8 agosto 1884 in Piazza Leopardi e viene battezzato il giorno seguente in S. Francesco d’Albaro ricevendo
i nomi di Domenico, Paolo, Giovanni, Ferdinando Maria. Il padre Nicolò, impiegato, la madre Carolina Montano, maestra, lo
crebbero insieme agli altri cinque figli e quattro figlie. Il padre
può lavorare tranquillo perché la madre dirige con avvedutez-
za la famiglia. Di lei si ricordano la precisione e l’organizzazione, qualità che Domenico ereditò in buona misura.
L’educazione serena ed impegnata gli facilitarono gli studi in medicina, disciplina già condivisa dal nonno e bisnonno.
Saremmo stucchevoli riportando i lusinghieri traguardi da lui
raggiunti nella sua carriera che egli, geloso custode e difensore dei diritti della scienza e della coscienza,
troncò allorché ci fu chi tentò di fargli barattare i suoi convincimenti con riconoscimenti
prestigiosi. Per la sua dirittura rassegnò le dimissioni al presidente dell’Ospedale S. Martino e si ridusse a lavorare privatamente nel
suo studio di Piazza Alimonda, 2.
Quorum magna pars fui ...
Angela Ginevra Poggi
(Dei quali io fui gran parte...)
La sorella Giuseppina desta preoccupazioni a
causa della sua gracile salute. Per una assistenza più completa la casa comincia ad animarsi della presenza dolce e premurosa di Angela Ginevra
Poggi. A Domenico non sfugge lo spessore dell’anima di lei e
il 29 settembre 1910 se la porta all’altare. Per questo l’uomo
lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i
due non saranno più due, ma una carne sola. Uno potrà sempre dire dell’altro: magna pars fui: sono stato per lui, per lei,
una grande parte. Domenico ed Angela vissero l’amore autentico. Ne fa fede il riserbo sacrale col quale lo hanno avvolto i protagonisti. Poco trapela della vita familiare. L’unica figliola che ebbero la chiamarono col nome della sorella morta,
Giuseppina. Scorrendo l’albero genealogico della famiglia
Isola troviamo anche un martire in Albania, il venerabile Padre Antonio da Albisola, al secolo
Ferdinando Isola; un ammiraglio, diversi
dottori. Nessun vanto sbandierato. Alla
morte della signora Angela, avvenuta il
3 febbraio 1959, Domenico Isola, per
dire quanto poco tenesse ai lustrini,
prende un’altra delle sue decisioni:
trasloca in una cella del Paverano. Dove infatti ritrovare ancora viva la sua
Angela se non tra le ammalate di Don
Orione che gli avevano stregato l’anima?
Il prof. Isola con la consorte Angela Ginevra Poggi.
Arcades
Ambo
(Ambedue dell’Arcadia...)
Un bel giorno nello studio di Isola giunse un ragioniere
mandato da Don Orione, a proporgli, su suggerimento del
prof. Sivori, di assumere la direzione del Paverano. Era Enrico
Sciaccaluga che in quel di Genova faceva il paio col prete di
Vultus ubi tuus affulsit populo
gratior
est dies et sol melius nitet
(Da quando il tuo volto apparve al popolo
il giorno è più bello e il sole risplende di più)
A sinistra un giovane don Enrico Sciaccaluga
accanto al prof. Isola.
Tortona: stessa razza. A dire la verità non era solo un paio ma
un branco di santamente esaltati, risucchiati da quel vortice di
carità che era Don Orione! A farne l’elenco ci vorrebbe una
buona risma di carta. Sciaccaluga era un giovane esploratore
sospinto sulla via della carità dal gesuita padre Lucchetti, un
tipo che non lavorava di cesello, ma di mannaia. I giovani che
lui seguiva li forgiava a colpi di maglio. Li dirozzava facendo
loro provare come la povertà abbia tutti gli olezzi, tranne quello della violetta e non fece sforzi di fantasia nel cercare per loro un campo di sperimentazione: l’opera nascente di Don
Orione. Fra i giovani più generosi: Sciaccaluga. C’è da immaginare lo stato d’animo del giovane, inviato a fare la proposta
più strampalata del mondo ad un luminare della scienza medica. Il Paverano di allora era una accozzaglia di povere donne alienate, nate un po’ prima di Basaglia: erano lì, ree soltanto di essere impastate con qualche gene fuori posto.
Tutt’al più poteva servire da materiale di osservazione. Isola,
l’illustre clinico, plurilaureato, squadra quell’ometto di Sciaccaluga, forse gli fa mentalmente un esame senza il «craniostato», come lo chiamavano allora, per vedere se era tutto a posto. In quei brevi istanti chissà cosa è passato per la sua testa. lo
credo che l’assurdità della proposta e l’ardire sempliciotto dei due
abbiano indotto il professore Isola
a giocarsi tutta la sua vita e inspiegabilmente accetta. Il tandem, gli
arcades ambo, (=abitanti dell’Arcadia, una regione della Grecia. È
come dire: son dello stesso pelo)
diventano un trio e poi un quartetto e poi ... non importa: la sinfonia
della carità orionina è soltanto alle
prime battute, ma già si intravede
la struttura, l’evolversi e il maestoso gran pieno.
Il prof. Isola militare.
Il prof. Isola e il Gr. Uff. Aldo Gardini.
È la targa su marmo che Isola fece murare a ricordo della
madre di due insigni benefattori. Grazie alla loro generosità
l’istituto si allargava di tre nuove corsie, corredate di verande
e sale di soggiorno. Senza voler strafare per riverniciare Isola
e metterlo «alla testa dei tempi», per dirla alla Don Orione,
possiamo affermare, senza tema, che il professore i tempi li
aveva già anticipati. Nell’ultima paginetta a quadretti il cronista casalingo scrive: «A titolo esplicativo, nell’elenco suddetto, si è accennato soltanto a qualcuno degli sviluppi (migliorie, nuovi padiglioni, ecc) di cui l’artefice principale fu il professor Isola. Bisogna ricordare che, se oggi il polo delle responsabilità «tecniche» del Piccolo Cottolengo si è spostato
verso la Direzione «religiosa», nei primi 15-20 di vita dello
stesso Cottolengo, chi ideava e realizzava il progressivo sviluppo dell’Istituzione era lo stesso Professore che scendeva in
campo personalmente per avere consensi e aiuti sia dagli Enti Pubblici che dai Privati (anche se coadiuvato da Don Sciaccaluga e da Don Nicco «prima maniera»). Oggi è pacifico che
il laico testimoni la sua vocazione cristiana assumendosi gli
impegni e i rischi che essa comporta. Come si vedrà in seguito, Isola si è buttato anima e corpo in una avventura che ha
vissuto come un impegno affidatogli da Dio e per questo non
ha esitato a farsi portavoce delle necessità di qualsiasi genere che una istituzione così eterogenea come il Cottolengo Genovese per forza di cose si porta dietro. Il professore fa l’elenco minuzioso degli attrezzi, dei laboratori e fra questi il pastificio, il panificio, i telai per fare lenzuola, le macchine per il
maglificio e tant’altre cose che gli aprono il cuore e lo spronano sempre più. Isola sollecita i benefattori sino a diventare
poeta. Cleonice Perrone, la madre di due insigni benefattori, è
la destinataria del distico fermato sul marmo. Concessione
poetica o galanteria mirata? Il giorno diventa meno greve e il
sole splende di più all’apparir del volto della benefattrice. E
con la Perrone una innumerevole schiera di anime generose
e di autorità da rendere attente alle fasce più deboli della società. Il segreto della sua dedizione e della riuscita delle iniziative: la convinzione di essere venuto «per servire e non per
essere servito». Allo scoppio della grande guerra del 1915-18
i maschi della famiglia Isola sono chiamati tutti e cinque alle
armi. Anche Domenico che ha moglie e figlia Giuseppina,
compie il suo dovere di militare nella sanità. Nella fondina non
c’è un’arma ma una consegna che egli trasmetteva ai suoi:
«Noi combattiamo facendo del bene». Il fratello Ferdinando
morirà con una pallottola in fronte sul monte Zebio. Ebbene,
tutta la famiglia anziché alzare recriminazioni e ricercare responsabili, si raccoglie nel dolore e nella consapevolezza di
aver contribuito al bene della Patria dandole il meglio di sé.
Altri tempi. Fra tutte le persone che in larga misura lo hanno
assecondato merita una menzione particolare il Grand’Ufficiale Aldo Gardini, Preside della Provincia di Genova. Egli, degno rappresentante di una città che ama i poveri, interpose
con passione tutta la sua autorità perché l’Istituzione di Isola
prendesse sempre più forma e consistenza. Gardini con stile
aulico volle incisa la delibera con la quale la civica amministrazione cedeva al Piccolo Cottolengo l’immobile di Via Bosco «perché fosse sacrario della figura, della vita e dell’Opera
di Don Luigi Orione».
Puer validus:donum Dei; puer infirmus:
officium
a Deo nobis commissum
(Un bimbo sano è dono di Dio; un bimbo infermo
è un impegno affidatoci da Dio)
La caratteristica della famiglia Isola è il senso del dovere.
Lo si è visto quando tutti i maschi di casa vennero mandati al
fronte e come essi abbiano affrontato la trincea con alto senso della Patria. Domenico Isola ha sentito il suo impegno al
Paverano come un compito affidatogli da Dio: officium. D’altra parte non sarebbe comprensibile la sua scelta senza questa intima convinzione. Chi mai avrebbe lasciato un avvenire
promettente, prestigioso, per rinchiudersi fra quattro mura
che, inizialmente, sembravano circoscrivere una bolgia dantesca? Tanto più che la sua scelta, volere o no, coinvolgeva
pure i suoi familiari. Egli scriveva dieci anni dopo il suo ingresso nel Cottolengo: «Essi – i fatti che egli fermò sulla carta – ti diranno quanto ancora possa operare la carità, laddove la scienza ufficiale ha esaurito le sue risorse; ti diranno a
quali prodigiosi risultati possa approdare la perfetta comunione di spiriti e di intendimenti tra quelli che soffrono e coloro
che si dedicano ai sofferenti; ti mostreranno come nella sublimazione del dolore, si possa trovare quella intonazione di
vita serena, e direi quasi gioconda». Oggi, nel pieno della nostra soddisfazione per le conquiste fatte, siamo diventati
clienti, utenti, ospiti, degenti, pz, ossia paziente, perché ti hanno anche abbreviato. Bontà non so di chi se non siamo anco-
ra finiti nella tramoggia del codice ASCII. Isola invece ha visto
in tutte le persone da lui curate sangue del suo sangue. Te ne
accorgi leggendo i quadretti che egli traccia con infinita pietà
dei suoi assistiti. Senti gorgogliargli il pianto, senti che un
groppo di commozione gli serra la gola. Racconta della piccola Carla che dovette soccombere alla tubercolosi: «L’obitorio
degli ospedali, coi suoi freddi tavoli di marmo, colla penombra
che sembra preludiare al sepolcro, ha in sé qualche cosa che
incute un senso di rispetto e quasi di paura ad un tempo. Ma
quando entrai quella sera per deporre un crisantemo ai piedi
della piccola (notare: lui il primario, il cattedratico che va a
rendere omaggio ad una ricoverata), l’obitorio non aveva il
consueto aspetto cupo. Il sole che declinava, filtrava la sua luce dorata attraverso le persiane. Sul tavolo, in mezzo ai fiori,
giaceva il corpicino esanime, che la pietà delle suore aveva
accuratamente composto nell’abitino ... E, accanto alla piccola, era la bambola colla quale giocava prima di ammalare e
che aveva seguita nella nuova residenza». «Neanche a farlo
apposta al professore scappa il richiamo letterario. E quale se
non la manzoniana pagina di Cecilia consegnata dalla madre
ai monatti? «E mi parve, continua, che la suora ripetesse al
custode la stessa preghiera: promettetemi di non levarle un
filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così».
Come si fa a scrivere pagine del genere se non si ha una
passione dentro?
Nel reparto di quelle che una volta venivano definite «deficienti mentali» e che Don Orione, seguendo San Giuseppe
Cottolengo, chiamava «buone figlie» la sensibilità di Isola sapeva toccare i timbri cristianamente più ... poetici. Nella sala
soggiorno fece scrivere: «Simplicibus praesens est Deus. Dio
è presente nei semplici» e nel dormitorio: «Domus amica, domus aurea. Una casa amica è una casa d’oro». Riconoscimento dell’opera delle suore che si prodigavano senza risparmio per quelle figlie di un dio minore perché avessero un
brandello di calore familiare.
Munera ne numera miseris
quaecumque dedisti in coelis numerat,
munerat
illa Deus
(I doni di qualsiasi tipo tu abbia fatto ai miseri non contarli;
te li conta e ricambia Dio nei cieli).
Par quasi di incocciare in una sentenza sibillina. Nella sua
apparente bislaccheria il distico ripete il detto di Gesù: non
suonar la tromba quando fai il bene, stai buono perché il Padre tuo nei cieli vede. È naturale sentirsi moralmente in debito verso chi corrisponde alle tue sollecitazioni sia pur a beneficio di altri. Isola invece si sente un uomo libero e nello stesso tempo è vindice della dignità dei suoi poveri ed ammalati.
Come dicesse che i veri benefattori sono loro, i poveri, gli infermi, e tu che li aiuti con le tue risorse non fai altro che quel
che devi fare. Si era fatto incantare da don Orione che gli aveva mandato un ragioniere per regolare il rapporto di lavoro se
fosse andato in porto, ma lui s’era guardato bene dall’aprire il
chi dà la salute è Dio. L’aver dotato il Cottolengo di farmacia
efficiente è senz’altro motivo di grande soddisfazione ma non
si deve dimenticare che, se i rimedi li diamo noi, la salute la
dona un Altro.
Ex(Perabundantia
cordis calamus scripsit
l’empito del cuore la penna ha scritto).
Terzo da sinistra un giovane dott. Del Rosso
accanto all’“amatissimo don Sterpi”.
conto del dare e dell’avere. Nel suo testamento di suo non lasciò nulla agli eredi perché nulla possedeva. Divise fra loro
quanto il nonno gli aveva lasciato e che lui mai aveva utilizzato. In cambio da loro vuole l’impegno di seppellirlo col vestito
più liso per donare ai poveri quelli in migliore stato. Nel congedarsi dai lettori, dopo aver ringraziato tutti, scrive: «E se un
giorno, a colpe espiate, mi sarà concesso di varcare la soglia
del Regno della Pace, io spero che il venerato Don Orione e
l’amatissimo Don Sterpi, scorgendomi, sorrideranno ancora,
e faranno un benevolo cenno di intesa all’Angelo di turno». Un
bell’esempio se pensiamo che anche tra i santi c’era a volte
un po’ di computisteria, un mettere a bilancio pene da scontare e meriti acquisiti. Che grande!
Nos remedia paramus
Deus
dat nobis salutem.
(Noi prepariamo i rimedi ma la salute ce la da Dio)
A scanso di equivoci Isola volle questa scritta all’entrata
della Farmacia interna. Abbiamo una foto dove il professore
mostra compiaciuto un preparato galenico opera della «officina farmaceutica» del Cottolengo,che egli aveva voluto. I farmacisti una volta erano essi stessi a preparare quanto i medici prescrivevano sulla ricetta. Noi prepariamo i rimedi ma
Iniziando con questo aforisma la prefazione di un suo libro, Isola apriva i segreti del suo animo. Dopo aver detto qualcosa sulla sua attività, è il caso di guardare nel suo cuore,
quel cuore. Ci aiuta lui stesso. «Don Orione, mi venne incontro, mi chiamò, mi sorrise e la mia anima fu sua! E mi collocò
tra i poveri perché imparassi ad amare questi prediletti del Signore; tra i più tribolati perché fondessi le mie pene con le loro e con loro doppiassi il temuto «Capo delle tempeste». E mi
condusse nel suo «Paverano» perché potessi ritemprare la fede nella ammirata contemplazione di tanti eroismi di cristiana
carità, prodigata in silenzio ed in grande umiltà, fino all’olocausto. Mi condusse nel suo «Paverano» ove il dolore e l’amore si fondono nelle più dolci armonie; ove nella sofferenza
lo spirito si eleva e si perfeziona, più che nella rassegnazione
che è atteggiamento passivo dell’animo, nella completa accettazione del dolore che è atto di consapevole solidarietà ai
divini voleri; ove il gemito diventa ad un tempo preghiera e offerta; ove resistendo alle insidie dei mali della terra si trova la
forza per guardare verso il Cielo e per raggiungere la eterna
salvezza». Facciamo tanto schiamazzo ma quando calano le
ombre ti risuonano le domande di sempre: chi sono; da dove
vengo; dove vado. Ognuno è costretto a rispondere anche se
fa finta di non sentire. Isola ha risposto donandosi con passione a Dio sofferente nei più poveri nostri fratelli.
Ecce
panis angelorum
(Ecco il pane degli angeli)
«Vedo anche te, Giovannina, col tuo braccino deforme che
ti obbliga a fare sforzi per tenere le mani giunte. Vedo la mite
suor Marziana, che non parla mai, spingere dolcemente verso l’altare una carrozzella; e pare che non poggi piede in terra tanto il suo passo è leggero! È la carrozzella, un po’ sgangherata, che vedevamo ogni giorno nella corsia delle «buone
figlie». Oggi la carrozzella è tutta veli bianchi e nastri e ghirlande e pare uscita dalle mani di una fata benefica. E in mezzo a quei veli, ci sei tu, Angiolina carissima, in abitino bianco
come le tue compagne, nella consueta rigidità delle tue
membra che assumono l’atteggiamento di Gesù Crocifisso;
nella desolante devastazione della materia che, tuttavia, avviluppa un’anima risplendente di luce celeste! Anche a te, Angiolina, Gesù ha fatto oggi come a Zaccheo: vuole fare festa
con te».
Incontro con autorità e amici nella farmacia.
Reddantur
terrae mortui
(Siano restituiti alla terra i morti)
Bruna ed Esterina. «Fanciulle tanto care al nostro cuore» sospira Isola
e le commisera perché non hanno
mai potuto stringere al petto una
persona cara. Bruna infatti non ha
braccia ma due moncherini lunghi
qualche centimetro e terminanti con
tre dita deformi. In più anche il suo
cuoricino aveva problemi e non resse
molto. Esterina non aveva neppure
un accenno di braccia ma entrando vide delle più sfortunate
di lei e decise di esser loro utile. Reggeva con la bocca il cucchiaio ed imboccava una spastica attendendo vigile il momento giusto per la manovra. La suora le mise la penna tra
l’alluce e il secondo dito del piede. Imparò così a scrivere, l’uso dell’ago, della forbice, del sapone e della salvietta per la
pulizia personale. Tanto era giudiziosa che aiutava la suora
nella custodia delle più piccole. Per andare loro incontro scivolò su una pietra obliqua e finì nel ruscello battendo la testa
su uno spuntone. Morì e lasciò un vuoto incolmabile. La parola passa al dottor Del Rosso, aiuto medico del professore: «Le
membra mutilate e malformate sono riguardate con occhio
sereno dalla carità di Cristo; la curiosità è repressa dall’amore del prossimo che spinge verso tali infelici dall’anima nobile che vive e soffre nella accettazione della loro sventura. Lo
spettacolo ci pervade l’animo di viva commozione! Non si saprebbe se più ammirare le provvide risorse vicarianti di cui dispone madre natura o l’abnegazione delle suore che dedicano a queste inferme la loro vita di sublime sacrificio, togliendole dalla condizione di quasi abbrutimento a cui le loro gravi
infermità le indurrebbero, rendendole utili a se stesse e perfino alla istituzione che le protegge, rinnovando l’insegnamento di Cristo: «Fa agli altri ciò che vorresti fatto a te».
Nobilis virtus patientia: vincit qui
patitur.
Si vis vincere disce pati.
(Nobile virtù è la pazienza: vince chi soffre.
Se vuoi vincere impara a soffrire).
È il motto sulla parete dell’infermeria che Isola pone come
titolo di una pagina bagnata di lacrime e carica di lirismo, dedicata a Luigina. La bambina, portata in infermeria, di quella
frase capiva soltanto «patire e pazienza». Braccata dalla meningite, fiaccata dal dolore, martoriata dalle trafitture al cervello il suo grido giungeva al cuore ancor prima che all’orecchio. «Abbiamo ancora negli occhi la visione straziante e dolcissima di quel giorno. Agitavi in alto il tuo scarno braccino ed
allora la suora strappò dal suo petto il Crocifisso e lo consegnò alla tua destra... Ti affacciavi all’altra vita brandendo il
simbolo del sacrificio estremo... Sì, Luigina, piangevamo in silenzio, perché così è fatta la natura umana... Tu appartieni ormai al Piccolo Cottolengo Genovese che ti accolse bambina e
che mette alla pari, nel culto dei ricordi, il nome dei
suoi benefattori e quello dei suoi protetti ... Luigina,
compagna nostra e nostra protettrice! Deo gratias!
Deo gratias! Deo gratias!».
Te spectem suprema mihi
cum venerit hora, Te teneam,
moriens,
deficiente manu
(Ti possa contemplare quando mi giungerà
l’ora suprema, Ti possa stringere morendo
con la mano che vien meno).
Nel corso dei secoli la chiesa del Paverano che ha velleità
architettoniche ed è coeva della Cattedrale, era stata sopraelevata per ricavarne tre reparti. L’ultimo, quello più alto, quasi
a significare l’identità di destinazione tra il luogo di culto e il
rifugio degli infermi, venne dedicato al Crocifisso. Sotto la bella scultura lignea del Cristo una targa di marmo recava il distico citato. Il fabbricato venne colpito da spezzoni e bombe
ed anche il crocifisso andò perduto. Rimase la targa. A guerra finita e restaurato il reparto, rimaneva da colmare il vuoto
con un altro Crocifisso. Ci pensò un signore che aveva appreso la notizia delle rovinose vicende di guerra. Non badò a spese: volle che fosse di ottima esecuzione. Isola, nel giorno dell’inaugurazione, non sta nella pelle, scrive: «Rinunciamo a descrivere la dolcissima commozione delle malate della corsia,
felici di costituire lo sfondo vivente di un quadro così solenne,
tutte comprese che il dolore “offerto” è già un passo verso la
iniziazione, elemento di fondamentale significato per l’eterna
salvezza». L’immagine del Crocifisso in genere ci viene tramandata dagli artisti o nel momento colto dal vangelo: e Gesù, chinato il capo, spirò. O, e qui si distingue il Maragliano,
artista genovese, nella funzione che il Signore ha cominciato
a svolgere dal momento della sua morte: quella di intercedere continuamente per
noi presso il Padre. Ed
allora non più a capo
chino del morente, ma a
testa alta del mediatore,
dell’avvocato. Isola sarebbe stato più compiaciuto di questa seconda
posa. Sono troppi i suoi
richiami alla maestosità
del mistero alla quale si
accosta sempre con trepida speranza.
Il prof. Isola
accompagna in visita
il card. Minoretti.
Horrentia
Martis,arma, virunque cano.
(Di Marte l’armi canto e l’uomo che pria da Troia,
per destino, ai lidi d’Italia...)
Il suo secondo opuscolo di memorie Isola lo aveva iniziato con le prime parole del prologo dell’Eneide; nel terzo opuscolo, «La mia spada di guerra», riprende l’invocazione alla
Musa del poeta latino. Non si smentisce mai! Egli contrappone il metodo dei potenti di farsi ragione o di prevaricare gli
altri con la spada che ferisce ed uccide e la spada di Don
Sterpi che è la spada della carità. Isola, come venera il Fondatore, così rimane estasiato di fronte al suo successore.
Don Orione moriva il 12 marzo del 1940 lasciando sulle
spalle di Don Sterpi, piccole anche fisicamente, una congregazione variegata e complessa che di lì a poco sarebbe stata avvolta dai furori della guerra. Il 10 giugno dello stesso
anno Mussolini decise di pugnalare alla schiena la Francia e
di rompere le reni alla Grecia. Sappiamo come andò a finire,
ma non sapremo mai e poi mai l’infinita mole di lacrime, di
fame e di stenti, di martoriati e di morti alle quali condannò
l’Italia. Don Sterpi fece l’impossibile per sfamare le innumerevoli bocche. Usò tutti i mezzi: a piedi, con l’asino, col motofurgone, col traghetto per portare aiuto ai diversi orfanotrofi, ai piccoli cottolengo, agli studentati dell’alta Italia, divisa dal resto dalla linea del fronte. Don Sterpi scrisse la sua
epopea nel mettere al sicuro i suoi tesori: gli ammalati ospiti del Piccolo Cottolengo di Via Bosco e di Via Paverano a Genova, colpiti dalle bombe e lasciati soli dalle autorità che
avevano ben altre preoccupazioni. Li trasse in salvo avventurosamente, con i mezzi più strampalati e li mise al sicuro
nel tortonese. Nella sede del Cottolengo di Genova-Camaldoli, defilato rispetto ai flussi del traffico, ricoverò e salvò ricercati dalle opposte fazioni. «Non li voglio neppure vedere»,
diceva di quei profughi. Aveva una ragione. Infatti, quando gli
sgherri andavano a perquisire la direzione, egli ascoltava
con alcunché di incredulità e poi diceva: «Quello che state
cercando non l’ho mai visto». Salvava anche la sua coscienza. Si rischierebbe di cadere nell’oleografico se si avesse la
pretesa di seguire Isola nel suo libro. Mi piace riportare un
particolare. Isola seguiva con apprensione gli strapazzi di
Don Sterpi; più volte gli raccomandò moderazione. Il prete gli
rispondeva negando di strafare e che il muoversi era meglio
del lavoro a tavolino. Insomma, da quell’orecchio non ci sentiva. Il giorno in cui fu più insistente, Isola si sentì dire: «Caro professore, io la considero un Figlio della Divina Provvidenza». In altre parole era come dire che essendo il superiore generale dell’Opera dei figli della Divina Provvidenza
era semmai lui a dare gli ordini.
Presentando il volume Isola scrive: «Queste povere pagine disadorne, non poche delle quali furono scritte piangendo, – tutte scritte in raccoglimento di preghiera – avrebbero
dovuto essere vergate in ginocchio, tale è la nobiltà e generosità dei fatti che vogliono ricordare».
Spes in Deo confisa
nunquam confusa recedit.
(La speranza fondata in Dio non ritorna mai delusa)
Delle suore Isola diceva: «Tante volte ho meditato sul precetto del Signore – Amerai il prossimo tuo come te stesso – ,
e mi sono chiesto: come lo osservano gli uomini? L’egoismo,
l’orgoglio, la cupidigia nelle multiformi loro manifestazioni
fanno sì che, nei rapporti tra l’«io» ed il «prossimo» noi tendiamo a stabilire, se possibile, una partita in guadagno o,
quanto meno, in pareggio. Solo la madre è sempre pronta ad
amare in perdita! Sempre pronta a perdonare i nostri difetti,
ad esaltare i nostri pregi, a vederli anche là dove non sono,
dissimularci le pene che da noi le pervengono, a digiunare
per sfamarci, a vegliare sui nostri sonni, a dare la vita per la
nostra salute. Chi mai potrebbe, se non in virtù di un particolare stato di grazia, sostituirsi alla
madre?». Domanda superflua per
me: ha già la risposta in quanti ebbero la ventura di essere affidati
alle cure e alle premure del professor Domenico Isola. Egli, scrivendo quella pagina, non si è accorto di essere scivolato nella autobiografia e di aver squarciato il
denso velo che pudicamente aveva steso sulla sua umanissima
sensibilità.
Isola e don Orione:
la forza del bene.
Ars
longa vita brevis
(L’arte è lunga da imparare, la vita, purtroppo, è breve)
Mi intrufolo immodestamente nella scena e scimmiottando i gusti di Isola prendo a prestito l’aforisma per arrendermi. Ho scarpinato faticosamente, seguendo le orme
che Isola ha lasciato sulle targhe marmoree nel Piccolo
Cottolengo. La fatica, l’ingegno non hanno confini, sono
lunghi, ma il tempo, la vita è breve . Al termine del viaggio
non posso fare a meno di salutare e ringraziare lui, Isola,
che ci ha accompagnati con le sue stesse parole:
«Lettore benigno! Tenendoci per mano abbiamo visitato la reggia di Sua Maestà il dolore! Ed abbiamo veduto le
umane miserie sotto una luce nuova che le trasfigura, le
sublima, le magnifica, le inquadra nella grazia di Dio. Il do-
lore non ci è apparso il nemico al quale vorremmo sbarrare la porta di casa nostra; bensì un visitatore degno di ospitalità, col quale, poco a poco, si può creare una buona intesa. Lettore benigno! Se un giorno il dolore visitasse la
Tua casa, se le Tue spalle si curvassero sotto il peso di una
croce da Te giudicata troppo pesante, sali l’erta del Paverano ed entra. Ti si parerà innanzi l’immagine del venerato
Fondatore che ti dirà:
Hospes
ingredere: boni vultus aderunt
Ospite entra tranquillo: volti benevoli ti saranno vicini.
Il professore Domenico Isola, moriva dopo brevissima
malattia, il 18 maggio 1962. Le sue spoglie ora riposano
nella chiesa del Piccolo Cottolengo, ricoperte da una lapide che reca questo epitaffio:
Il Prof. comm. DOMENICO ISOLA
che fu carissimo
ai servi di Dio Don Orione e Don Sterpi
riposa per sempre
nella casa del Signore
dove lui stesso
volle scavarsi la fossa
desideroso di starsene in preghiera
tra i poverelli che lungo trent’anni
seppe così abilmente servire
curare e confortare
prodigando
nella quotidiana gioiosa fatica
coi tesori della scienza
le tenerezze del suo grande amore
IX° MEETING GIOVANILE A GENOVA-CAMALDOLI • 24 -28 LUGLIO 2002
LaVocazionedelPiccoloCottolengoèanchequesta
l Meeting chiude i battenti.
Sono le ore 15 di domenica 28
luglio 2002 e qualcuno degli oltre cento giovani presenti, consumato l’ultimo pasto e consumato anche l’ultimo sprazzo di
festa con gli amici, si decide a
predisporre la partenza. Non è
cosa facile, dopo quattro giorni
vissuti all’insegna di un’amicizia
che lascia il segno, all’insegna
della festa incandescente, come è proprio dei giovani. E non
è facile anche per un altro motivo: quasi per tutti ci sono da affrontare molti e molti, se non
moltissimi chilometri, che non
sono per niente divertenti.
Le partenze non sono, dunque, a razzo. Ogni gruppo ha i
suoi tempi e le sue strategie. E
poi c’è da salutare tanta gente,
coetanei e amici, ma anche suore e sacerdoti. Alcuni, forse
molti, si conoscono da altri appuntamenti. Altri è la prima volta che si incontrano, ma l’amicizia è già consolidata. Furgoni
uno dopo l’altro imboccano i
cancelli tra mani che si protendono, e scendono giù verso la
città, chi alla stazione ferroviaria, chi all’aeroporto e chi ai caselli delle autostrade. Si smobilita. Il Villaggio torna alle sue dimensioni e qualcosa come un
soffio vitale sembra sparire,
man mano che i giovani vanno.
Per fortuna, una robusta pattuglia – i venti componenti della
Segreteria – restano ancora con
noi, perché sono troppe le cose
che devono tornare com’erano,
incombenza che ci tengono ad
assolvere: senza contare che è
anche il momento delle valutazioni e delle verifiche.
Tutto era cominciato cinque
giorni fa, mercoledì 24, con un
concerto di apertura sotto le
stelle nel campetto di calcio rimesso a nuovo, quando i giovani provenienti da ogni parte d’I-
I
talia, dal Veneto alla Sicilia,
hanno dato fuoco alla polveri del loro entusiasmo e
hanno aperto ufficialmente
il meeting. Il drappello di avanguardia invece era approdato al
Villaggio in parte già da due e in
parte da tre giorni e costituiva
l’ossatura dell’organizzazione
«vulgo» della Segreteria. Fedeli
al programma stabilito e verificato da mesi, i giovani hanno
costituito nell’ambito di Camaldoli e dintorni (suore orionine di
Quezzi) la base operativa delle
loro attività, nonché la sede logistica degli spostamenti, dei
pasti e dei pernottamenti. Certo, in qualche caso c’erano delle complicazioni, in quanto il Villaggio non è proprio ubicato in
Piazza de Ferrari, ma con la formidabile organizzazione in atto
i problemi sono letteralmente
spariti.
C’è stato tempo per tutto.
Visite ai luoghi della carità (Paverano e Castagna, oltre a Camaldoli), un pomeriggio intero
fino a sera inoltrata al mare di
Quarto dei Mille; catechesi e
i giovani scendono
dal santuario.
in alto: lo striscione
all’ingresso del villaggio
formazione distribuite nelle ore
più impensate, preghiera notturna e riconciliazione al lume
delle stelle. E finalmente la
grande giornata di sabato e la
straordinaria notte a seguire fino a domenica mattina, vissute
lassù, sul monte della Madonna
della Guardia, immersi nel mondo spirituale di Toronto a fianco
del Papa.
Si erano mossi da Camaldoli
a drappelli sabato alle ore 08,
su alcuni furgoni e il resto su un
grosso pullman a noleggio. Lasciavano Camaldoli e puntavano verso il monte Figogna dove, uniti ai giovani delle Diocesi,
alle 10 in punto erano in ascolto
della parola del Cardinale Tettamanzi.
Toccava invece subito dopo
ai giovani orionini il compito di
animazione della santa Messa.
Si creava così l’ambiente ideale,
il clima spirituale giusto per l’attesa della grande ora della parola del Papa agli ottocentomila
di Toronto.
Da cronisti non giovanissimi
abbiamo raccolto indirettamente l’afflato spirituale di quelle
ore, che erano per i giovani le
ultime e le più alte di tutto il
meeting. Li abbiamo visti al rientro, non stanchi dei giorni intensi, non assonnati per la lunga veCelebrazione eucaristica
al Villaggio.
pasti all’aperto in fraternità:
giovani, suore e sacerdoti.
glia, ma ancora carichi di fresco
entusiasmo. Le parole del Papa
avevano saziato la loro sete di
assoluto. Avevano capito che il
Papa li chiama a essere luce del
mondo e sale della terra. Li chiamava a essere missionari, a essere gli apostoli del nostro tempo. Quello che colpiva era che i
giovani erano consapevoli di
tutto questo e, senza atteggiarsi, se ne facevano carico.
I giovani. Certo i protagonisti
di questa straordinaria settimana sono stati loro. Ma sul proscenio c’è stato anche il Villaggio, che ha fatto la sua parte alla grande. A giudicare dai tetti
in giù, come si dice, una sede,
sia pure un Villaggio, di anziani
e handicappati poteva sembrare il luogo meno adatto per una
grossa iniziativa giovanile. Trovare spazi, assicurare servizi, apprestare ambienti, tutte cose
non proprio a portata di mano
in ambienti come questo. Viceversa, tutto ha funzionato a meraviglia.
Un problema la presenza
dell’handicap? Al contrario, è
stata una risorsa. Ancora una
volta si è verificato quel miste-
Vajna De Pava
Dott. Giovanni
i giovani del IX meeting in
visita alle ospiti del reparto
don orione - Paverano
rioso scambio, tra ospiti e giovani, del dare e del ricevere. La
carità si è confermata il tramite
più forte per chi vuole avvicinarsi a Dio, e la simpatia che si sprigiona dal volto di un “piccolo”
del Vangelo si è rivelato l’irresistibile voce del Padre celeste.
Ci sentiamo di dirlo chiaramente perché forse non tutti lo pensano: in una casa di carità, come
può essere il Villaggio, spunta
non solo un supporto logistico
valido per certe iniziative, ma
spunta anche un preziosissimo
supporto di tipo spirituale per
un autentico cammino di fede.
Detto in altre parole, qui ci
troviamo davanti a quella che
possiamo definire come la vocazione più vera delle case orionine di carità. La risposta a questa vocazione è aprire le porte
fisiche e spirituali per offrire un
contatto benefico e risanante
all’uomo di oggi, se è vero, co-
me è vero, quello che ci ha lasciato scritto Don Orione, e
cioè che è solo la carità che salverà il mondo.
Se il Piccolo Cottolengo non
accoglie gente nel suo ambito e
se non la coinvolge nel suo respiro spirituale di carità; anzi se
non crea o non coglie le occasioni per questi incontri, la sua
vita diventa sterile. Ovvio, ci sono delle premesse da accettare:
timore di cose nuove, qualche
scompiglio che scombina alquanto l’andamento fin troppo
routinario dei ritmi giornalieri; il
conto di qualche piccolo rischio: ma sappiamo che il movimento è la vita, anche spirituale. In ogni caso, se rifiuta queste
prospettive, il Piccolo Cottolengo abdica alla sua vocazione
più significativa e più alta.
Si è spenta alle prime ore
del 31 luglio, a 76 anni di età.
Una esistenza travagliata, la
sua: profuga prima, poi giovanissima vedova, asmatica da
decenni.
L’amicizia col Piccolo Cottolengo data da oltre 35 anni
quando, impiegata alle poste
centrali, non solo ci spianava la
strada nel suo settore ma spesso ci veniva a dare una mano in
ufficio.
L’incontro con le malate, avvenuto gradualmente, l’ha portata ad essere disponibile per
realizzare ogni possibile miglioria. «Bastava – suggerisce Anna
del reparto “Angeli Custodi” –
le si dicesse: “Ho bisogno di...“
che lei, coinvolgendo anche le
proprie conoscenze, faceva arrivare in tempi stretti, che so: tovaglioli o federe o bavaglini...».
E su tutto un interrogarsi frequente sulle motivazioni di fondo. Nei momenti di sconforto
dovuti a incomprensioni: per
Chi lavoro e per che cosa? Fidando nella parola di Cristo ha
accantonato quel tesoro incorruttibile di cui solo ora gode.
D. M.
14 IN MEMORIA
Agata Brentin
Si è spento improvvisamente il 14 agosto. Assiduo ai raduni Amici – dei quali per anni
è stato presidente – alle benemerenze civili e militari ha unito un costante affetto per Don
Orione e la sua Opera.
A conforto dei familiari assicuriamo preghiere di suffragio
da parte di tutta la famiglia
orionina. Gli Amici lo ricorderanno in modo particolare durante il raduno del 27 ottobre a
Paverano.
Raccomandiamo alle preghiere dei nostri lettori gli
amici, i benefattori e gli assistiti mancati da poco o dei quali
ricorre l’anniversario della
morte: sig.a Caterina Pedemonte, sig.a Elisa Pescetto in
Capurro, avv. Domingo Rapallo, mons. Raffaellangelo Palazzi, sig.a Edelweiss Mark, sig.a
Fiorentina Rossi Magna, sig.a
Nelide Questa, don Alberto
Zambarbieri, sig. Nilo Pozzi,
sig.a Rachele Prestini, suor M.
Onoria, sig. Domenico Carpi,
sig. Pietro Ravano, don Mario
Schiavini, sig. Giovanni Battista Franzoni, sig.a Ines Vegni
Minoliti, dr. Santino Richeri,
can. Elia Marini, don Giuseppe
Dutto, sig.a Lolla Marchese,
sig.a Maria Lanza, sig.a Caterina Sappa, cav. rag. Enrico De
Lucchi, sig.a Angela Scrollavezza, asp. Mauro Montagna,
sig. Raffaele Poggio, sig.a Maria Brindasso, suor M. Placida,
don Valdemaro Boggiano Pico, sig. Tito Gherardi, sig.a
Maria Rivelli ved. Aureli, sig.a
Rachele Sciaccaluga, don Giuseppe Masiero, don Angelo
Riva, sig. Antonio Rossi, suor
M. Gaetana, sig. Luigi Bacigalupo, cav. Giuseppe Capurro,
sig.a Tina Accame, suor M. Eu-
Suor
Maria Ancilla
al secolo Antonietta Lorenzi
nata a Villafranca (PD)
l’8/6/1912
prima professione il 18/3/1947
deceduta a Genova Paverano
il 6/7/2002
La nostra cara sorella Suor
Maria Ancilla è tornata alla Casa
del Padre dopo aver vissuto con
noi più di 55 anni.
La sua modestia ed umiltà
non ci permettono di parlare di
lei, nonostante la straordinaria
carità esercitata con tantissime
frasia, sig.a Maria Figari, sig.
Giuseppe Macciò, don Severino Ghiglione, sig. Ambrogio
Salviati, sig.a Artemisia Soracco ved. Veloce, sig.a Germaine Clerc, sig. Virgilio Schiavini,
prof. Leonardo Grossi, don
Pietro Boselli, comm. G.B.
Chiarella, sig.a Paola Solenghi, sig.a Adele Carbone,
com.te Giuseppe Bancalari,
suor M. Deodata, sig.a Angela
Mantelli, sig.a Giovanna Gambaro Ravano, sig.a Anita Serra
Galli, sig.a Maria De Veris, sig.
Guido Sammito, dr. Silvio Patrone, fratel Ambrogio Pavesi,
m.se Mingo Raggio, suor M.
Gennara, sig. Vincenzo De
Marco, don Pietro Parodi, padre Raffaele Giachino, sig. Angelo Tononi, sig. Duilio Bellomo, sig. Ugo Cannella, sig.
Guglielmo Cortemiglia, ing.
Luigi Voena, sig.a Adelina Torre in Sammito, sig. Alessandro
Bertuzzo, sig. Pietro Schiavini,
sig.a Antonietta Avanzino,
sig.a Maria Salviati, sig.a Anna
Piazza ved. Arena, sig.a Raimondina Cervetti, dr. Giovanni Casaccia, don Albino Cesaro, prof. Luigi Rolla, sig. Domenico Canepa, prof. dr. Felice Geriola, sig.a Luigia Folcio
ved. Turati, sig.a Adalgisa
ospiti del reparto S. Carlo. Per
ognuna aveva attenzioni materne; per tutte appariva ed era
vero angelo consolatore.
L’unico periodo fuori dal Paverano fu un forzato riposo al
sanatorio di Pineta e di Arco di
Trento, dove si mise a servizio
delle altre consorelle ammalate.
Gli ultimi vent’anni li ha trascorsi al reparto S. Roberto lasciandosi purificare dal Signore
per essere preparata all’incontro con Lui.
Ora riposa nella pace dei
santi.
le Consorelle
del Paverano
Speroni, don Pietro Andreani,
don Giuseppe Nava, dr. Agostino Cogorno, sig. Luigi Ameri, dr. Ubaldo Zoboli, prof.
Maura Faraggi, cap. Giuseppe
Caruso, sig.a Benedetta Ravenna, avv. Giuseppe Garaventa, c.te Camillo Gigli Molinari, sig. Filippo Borni, sig.a
Dina Gandilio, don Giuseppe
Granelli, comm. rag. Ferdinando Francardo, sig.a Santa
Chiappori, sig.a Angela Guazzone Ghiazza, cav. Armando
Ferrari, sig. Giacomo Bernardi,
sig.a Elena Costa, sig.a Evelina
Tanfulla ved. Canini, sig.a Lilla
Lopez de Gonzalo, sig. Vittorio Dapelo, sig.a Linda D’Ancona, asp. Alfredo Divano, sig.
Carlo Clemente Riva, sig.
Alessio Di Leo, sig.a Maria Rosa Zenga, sig.a Bruna Lusardi,
sig.a Eva Pellegatti, sig.a Aurelia Benvenuto, sig.a Zaira
Rosti, sig.a Maria Ernesta Origone, sig.a Vincenza Bonanno, sig.a Odessa Robba, sig.a
Olga Casale, sig.a Ida Cenerini, sig.a Eugenia Poggi, sig.a
Luigia Gaggero, sig.a Emilia
Guerriero, sig.a Ada Koelman,
sig.a Elena Mortarini, sig.a
Graziella Zucchini, sig.a Adalgisa Atzei, sig.a Maria Doglio,
sig.a Anna Rigoni.
La Madonna della Guardia a Bonoua
La grande statua bianca, quasi diafana pur nella corposità considerevole,
ha sul davanti della base in una nicchia ben protetta e visibile, una delle due pietre dateci
in dono come segno e collegamento dal luogo dell’apparizione della Guardia di Genova.
La seconda pietra sarà posta a base del santuario in onore della Madonna della Guardia
che sarà eretto poco distante, e non tra molto tempo, sul declivio.
Il 30 luglio 2002 sono cadute le travature dell’impalcatura ed è apparsa la bella Signora
col bambino.
È alta 8 metri e poggia su un piedistallo di due metri e mezzo.
Pesa 22 tonnellate. È in cemento e polvere di marmo, un impasto già collaudato
per il clima della Costa d’Avorio.
L’opera è del Maestro Donkor di Bouaké, autore dell’abbraccio di accoglienza (Akwaba)
davanti all’aeroporto di Abidjan.
La collina su cui si erge il monumento è a poco più di 2 km. dalla cittadina di Bonoua,
ove gli orionini misero piede circa 30 anni fa.
La benedizione il 17 agosto, giorno di appuntamento dei fedeli di Bonoua
e dei villaggi vicini.
L’Africa ama la Madonna. La Madonna non resterà mai sola.
Ave Maria!
Vergine Maria, Madre dell’Africa e dei suoi poveri, oggi ti sveli sulla collina dietro la quale,
a pochi passi, scivola lento e possente il fiume Comoé, ormai a fine corsa.
Di là, sull’altra riva, la foresta vergine folta e selvaggia con i suoi misteri.
Sei lassù sola. Senza le pecore, senza Pareto. E guardi.
Non pensavi di essere così in alto e di vedere tante cose.
Ai tuoi piedi i primi clienti: i bambini dell’Imperié, figli di immigrati dal lontano
Burkina Faso: curiosi, vocianti, stracciatelli.
Ti toccano, felici nella beata incoscienza di chi non sa.
Subito in basso, in piccoli appezzamenti di terra, abbrustolite sotto il sole dei 38 gradi,
povere donne consumate col bambino sul dorso.
Zappano e rincalzano, otto ore al giorno per un po’ di manioca, 10 piante di granturco.
Adesso, alzando gli occhi, incontrano i tuoi.
A destra, duecento passi, una casa di don Orione con giovani... in cammino. (Qui si dice così).
Sul davanti, poche decine di metri in linea d’aria, la strada nazionale
che unisce la Costa d’Avorio al Ghana... Quanta gente!
Si voltano tutti. Qualcuno saluta.
È bello, Maria, che adesso ci sia tu. Anche di notte.
Così grande lassù, così piccola da lontano, riempi tutto come il cuore di una madre.
Ave, Maria!
PER DONAZIONI E LASCITI
Chi volesse disporre di donazioni, lasciti o espressioni
di liberalità a favore dell’Istituto è pregato di farlo
usando esclusivamente la seguente dicitura: «Lascio
(o Dono) alla Provincia Religiosa San Benedetto di
Don Orione con sede in Genova - Via Paverano 55 per l'assistenza degli anziani, ammalati, handicappati
e per l'educazione e la riabilitazione dei giovani, in favore del dipendente PICCOLO COTTOLENGO DI
DON ORIONE IN GENOVA». Per maggiori informazioni e/o chiarimenti rivolgersi all’Ufficio Tecnico Successioni: telefoni 010/5229343 - 010/5229313.
Rivista inviata a nome dei nostri assistiti
in omaggio a benefattori, simpatizzanti, amici
e a quanti ne facciano richiesta.
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AMICI ottobre 2002 - Il Piccolo Cottolengo Genovese