IN QUESTO NUMERO Storia dell’Istria: corsi anche online R itrovare quel trait d’union tra le due coste dell’Adriatico che le vicende della storia contemporanea più recente hanno annullato ma che è stato particolarmente fecondo in quel periodo storico che, secondo un’interpretazione parziale e non obiettiva, è stato definito dei “secoli bui”: il Medioevo. Un millennio – storiograficamente compreso tra il 476, la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e il 1492, ossia la scoperta dell’America (date utili soprattutto ai fini di una necessaria schematizzazione) – denso di avvenimenti, di contatti, ricco di commerci, di scambi culturali, di fervori e movimenti religiosi... L’influenza romana, la Repubblica di Venezia, l’oriente italiano, l’Impero Bizantino: tutto passa e scorre attraverso l’Adriatico, almeno fino allo sviluppo dei traffici verso le nuove terre, alle quali si accede attraversando l’Atlantico. Tornando al nostro millennio, si scopre navigando nell’immenso oceano di internet, che esiste una possibilità di accrescere (o semplicemnete apprenderne le basi) la conoscenza della nostra terra – s’intende la penisola istriana – standosene comodi comodi (si fa per dire) davanti allo schermo del PC. Apriamo pertanto questo numero dell’Inserto InPiù – Storia e Ricerca, con una curiosità: la notizia del terzo ciclo di un corso online dal tema “L’Istria nel Medioevo”. Istituita da Medioevo Italiano Project (MIP) in collaborazione con la Società Internazionale per lo Studio dell’Adriatico nell’Età Medievale (SISAEM), l’iniziativa si svolge, ogni anno, dal 10 al 28 febbraio. Il MIP, impegnato da anni nella diffusione della conoscenza dell’Italia medievale (V-XV sec.), si è distinto nella valorizzazione della conoscenza storica anche attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie multimediali e telematiche. La SISAEM, società con sede a Roma (con sito consultabile in versione plurilingue, anche croato e sloveno), ha lo scopo di elevare e promuovere in particolare gli studi della storia dell’Adriatico, nella loro più ampia accezione e la loro valorizzazione nell’ambito scientifico, educativo e civile. In particolare, ha al suo attivo incontri finalizzati alla valorizzazione della storia giuliano-dalmata e del confine orientale d’Italia. Gli iscritti ricevono direttamente via e-mail, con cadenza periodica, cinque articoli in formato PDF redatti da storici e studiosi di storia giuliano-dalmata. Il corso, aperto a tutti i maggiorenni, è gratuito per i soci del MIP e del- la SISAEM. Per chiunque volesse partecipare è richiesto un piccolo contributo di 9 euro per diritti di segreteria e rimborso spese postali per l’invio dell’attestato di partecipazione. Buono a sapersi. I contenuti dell'Inserto Torna il “caso” Arena di Pola: le immagini documentano la devastazione iniziata vent’anni fa, a cominciare dal 1984, quando nel nome della rivitalizzazione in funzione turistica, si iniziò a scavare lo scavabile, asportare l’asportabile per sistemare o meglio “incastonare” tra le mura delle fondamenta tanto di locali di ristoro (pizzeria, bar, discoteca). Ed è stata proprio la scienza archeologica ad aver sfasciato invece di aver compiuto un’operazione di recupero. Quella stessa scienza archeologica che ora, anno 2008, ha appena fatto sbarcare una task force di addetti alla conservazione al patrimonio storico da Zagabria per permettere la costruzione delle infrastrutture in via Flaccio, verso la riva di Pola, concedere a malavoglia il passaggio di tubature attraverso i resti di una cinta muraria nel profondo sottosuolo, aumentando i costi del progetto di abbondanti milioni di kune. Lascia perplessi il fatto che vent’anni fa nessuno abbia tuonato abbastanza contro l’irruzione in Arena. Il recupero della memoria, ecco il leit motiv di questo numero dell’Inserto. La “Fameia Cittanovese” ha ricordato, a dieci anni dalla scomparsa e stampando un volume a lui dedicato, la figura di mons. Luigi Parentin, mentre la Società di Studi Fiumani di Roma ha rievocato la tragica fine di due senatori fiumani, Icilio Bacci e Riccardo Gigante, scomparsi nel maggio del 1945. Continuiamo anche a pubblicare, con quella di Giovanni Barbalich, le testimonianze raccolte da Luciano Giuricin sulle conseguenze (leggi repressione) della risoluzione del Cominform e sul lager dell’Isola Calva, contenute nel volume “La memoria di Goli Otok” (Monografie, Centro di Ricerche storiche – Rovigno, vol. X, Rovigno 2007, pp. 332). Seguono tre mostre, di natura e finalità affatto diverse: il Museo del Risorgimento accoglie “Rari e Preziosi. Documenti dell’età moderna e contemporanea dagli Archivi del Sant’Uffizi” che tira fuori per la prima volta dai vecchi cassetti di archivio alcuni di questi materiali documentari, che ben si prestano ad illuminare ambiti e competenze, attività ed interessi costituendo uno specchio dell’ambiente religioso, culturale, artistico, letterario e politico in cui si è sviluppata l’attività del Sant’Uffizio durante l’età moderna e contemporanea; Bolzano nel 2009 ospiterà la più grande esposizione di mummie mai realizzata al mondo “Mummie: il sogno della vita eterna” (fino al 24 aperta a Mannheim); il Museo di Israele a Gerusalemme presenta invece opere d’arte razziate dai tedeschi e recuperate, di cui non si è riusciti finora a ricostruire la storia magrado gli sforzi fatti per risalire ai legittimi proprietari. Ilaria Rocchi-Rukavina DEL POPOLO ce vo /la .hr dit w.e ww storia e ricerca An no IV • n. 3 8 • Sabato, 1 marzo 200 2 storia e ricerca Sabato, 1 marzo 2008 PERSONAGGI Ritratto di un sacerdote noto anche per la sua militanza a sostegno Mons. Luigi Parentin e il Nov Un secolo di storia ripercorso dall’«osservatorio» di Cittanova di Kristjan Knez S ul finire dello scorso anno la “Fameia Cittanovese”, aderente all’Unione degli Istriani di Trieste, ha dato alle stampe il volumetto “Memento Histriae. A dieci anni dalla scomparsa di Monsignor Luigi Parentin”. Le curatrici dell’edizione, Nelia Verginella ed Anita d’Ambrosi, propongono la biografia del Nostro, ricostruita in base alle tredici registrazioni radiofoniche del 1993 di Radio Nuova Trieste, relative alla trasmissione di Luigi Favotti “Ogni vita una storia – intervista a chi è nato prima”. Il lavoro si apre con la prefazione del presidente Denis Zigante in cui si legge che “Luigi Parentin fu sacerdote, prima di tutto, per obbedienza, spirito, cultura e opere, al servizio di Nostro Signore attraverso il servizio alla Sua Chiesa, ma fu capace di una militanza laica discreta e intelligente, non priva di spunti di vista forti e incisivi, a sostegno del- la sua gente e della sua terra”. Il volumetto si pregia altresì di uno scritto del vescovo di Trieste Eugenio Ravegnani, dal quale intendiamo riportare la parte relativa all’attaccamento di Parentin alla terra natia. Il presule riporta che “è un amore appassionato, che egli perseguì non solo nella nostalgia della memoria, ma nel suo peregrinare nelle cittadine e nei paesi dell’Istria, cogliendone i segni di nobiltà antica nelle tradizioni popolari e religiose e leggendone la storia nelle antiche pietre”. Attraverso la viva voce del prelato è possibile ripercorrere la storia del Novecento istriano, che, dall’osservatorio di Cittanova, ci presenta il vivere quotidiano in una piccola località della costa occidentale della penisola, dagli ultimi anni della duplice monarchia al passaggio al Regno sabaudo, arrivando al secondo conflitto mondiale e alle ripercussioni registrate lungo il confine orientale d’Italia al termine della guerra, per concludersi con l’esodo. Il racconto si sofferma sugli aspetti “minori”, la grande storia fa solo da sfondo, comunque, risulta di notevole interesse per cogliere la formazione di una specifica persona ma anche per riscontrare la vita di ogni giorno, con particolare riferimento al mondo ecclesiastico giuliano nel periodo tra le due guerre mondiali. Background familiare Luigi Parentin nacque a Cittanova il 29 marzo 1906, il padre Narciso era un noto carpentiere, la madre, Giovanna Tuiach, apparteneva, invece, ad una famiglia di possidenti agricoli. Particolarmente rilevante fu l’influenza esercitata dai nonni Luigi e Flora; il primo era una persona prestigiosa e ricopriva la carica di vicesindaco. Interessanti sono i personaggi della località istriana nell’ultimo periodo austriaco, che vengono ricordati e cioè il canonico Simone Sfecich, noto per la sua lealtà asburgica, il podestà Andrea Davanzo, patriota, liberale e pertanto internato nel campo di Gollersdorf. Si legge che quest’ultimo “(...) era uso, per protesta, non esporre la candela alla finestra il 18 agosto, compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe (...)”. Vi sono poi anche lo zio Bepi Parentin, Geni Penco e il giovane Marcello Radin, che nell’agosto 1916 vennero avvicinati da una torpediniera italiana ed accusati di “mettere segnali delle mine”. In realtà erano solo dei galleggianti indicanti le reti calate; furono internati in Sardegna e fecero ritorno solo al termine del conflitto. La tranquilla cittadina costiera venne pure colpita da un attacco aereo; il 23 ottobre 1916, alcuni velivoli dell’aviazione italiana sganciarono 21 bombe, alcune delle quali colpirono il mandracchio e provocarono la morte del pescatore Raimondo Radin. Il 1918, oltre ad essere l’anno in cui terminò il conflitto mondiale, fu contrassegnato anche dall’epidemia della “spagnola” che colpì anche Cittanova, in cui si registrarono punte di addirittura 12-13 morti al giorno. Il crollo dell’Austria-Ungheria non aveva portato ad alcuna sorta di incidenti, nel centro non circolavano armi, mentre “L’arrivo dell’Italia il 7 novembre 1918 con una torpediniera al molo di Cittanova è salutato da tutto il paese in festa” (p. 12). Poco dopo cominciarono a manifestarsi le prime idee bolsceviche, giunte per lo più al seguito degli ex soldati provenienti dal fronte russo. Si sentivano invettive contro i proprietari terrieri nonché contro i frati benedettini di Daila. Come reazione, ricorda Parentin, si formarono le prime formazioni fasciste in paese, anche se “(...) la maggioranza della popolazione non si interessa di contese politiche. Nei confronti dei politicanti la gente ‘li sopporta, ma a volte anche li deride’” (p. 13). A sette anni e mezzo si unisce al gruppo di chierichetti che già servi- DOSSIER ISOLA CALVA (2) Giovanni Barbalich, intervistato da Luciano Giuricin, ha rievocato il «quarantotto» L’articolo sulla contestazione al «Fenice» bloccato C ontinuiamo a pubblicare le testimonianze rese a Luciano Giuricin e contenute nel volume “La memoria di Goli Otok” (Monografie, Centro di Ricerche storiche – Rovigno, vol. X, Rovigno 2007, pp. 332). Giuricin, giornalista de “La Voce del Popolo” oggi in pensione, attento studioso della storia delle nostre terre e in particolare di tematiche legate alle vicissitudini della Comunità Nazionale Italiana, ha intervistato i protagonisti e parenti di quanti hanno vissuto la terribile repressione seguita alla risoluzione del Cominform contro il Partito comunista jugoslavo per “deviazionismo” ideologico (1948). Riportiamo di seguito il racconto di Giovanni Barbalich. ”Mio padre, classe 1900, era un vecchio militante del PCI e prima ancora del Partito comunista fiumano. Nel 1924, all’epoca dell’annessione di Fiume all’Italia quando si poteva optare per la cittadinanza italiana, jugoslava e rispettivamente ungherese, o austriaca, mio padre non volle fare alcuna scelta, diventando così apolide con tutta la famiglia. Le conseguenze di questo gesto furono non poche. Così, ad esempio, quando mio fratello Vito decise di optare nel 1948 la domanda gli fu respinta proprio perché considerato apolide. Rimasto conseguente ai suoi principi politici, mio padre collaborò attivamente con il Movimento popolare di liberazione, divenendo uno dei principali esponenti dello stesso ai Magazzini generali dove lavorava. Nel 1945, con il porto fiumano andato completamente distrutto, in qualità di capo operativo venne incaricato di trasferirsi, assieme ad un centinaio di portuali fiumani, nel porto di Sebenico per dare man forte alle operazioni di trasporto delle merci che arrivavano dall’estero in Jugoslavia. Ritornato a Fiume nel marzo 1946, alle prime elezioni amministrative venne eletto membro dell’Assemblea del Comitato popolare cittadino, della quale feci parte an- ch’io quale più giovane consigliere. Allora studiavo al Liceo italiano. Proprio all’epoca venni nominato presidente della Gioventù studentesca di Fiume, della quale segretario era Silverio Cossetto del Nautico. Finiti gli studi, verso la fine del 1947 andai a lavorare in qualità di giornalista nella redazione del quotidiano ‘La Voce del Popolo’. Quando scoppiò la questione del Cominform, subito alla prima riunione di cellula al Porto, mio padre, sempre schivo e non facile alla parola, si pronunciò a favore della Risoluzione. Tutti rimasero meravigliati, in quanto ritenevano che non possedesse elementi sufficienti per valutare l’intricata situazione. Ma egli aveva aderito più per fedeltà ai propri ideali, che per convinzione. La maggior parte dei membri del partito espressero dei dubbi, oppure si dichiararono contrari al Cominform. Solamente alcuni più anziani, quali Nuto Stupar, Nico Samanich, Nino Tomz, Nereo Pezzulich e Simone Segarich, che militavano con mio padre sin dal tempo della lotta antifascista, si schierarono con lui. I disagi della famiglia Ebbero così inizio per la mia famiglia i primi gravi disagi. Alla ‘Voce del Popolo’, nella quale operavo da circa un anno, successe pure un ‘quarantotto’ a causa del Cominform. Fortuna volle che nei momenti di maggiore tensione fossi fuori Fiume, perché chiamato a svolgere il servizio di leva. Quando tornai dalla prima licenza militare, nel settembre del 1949, a casa non trovai più nessuno. Fino a qualche tempo prima l’intera famiglia, con quattro figli, abitava in Corso. Quando ero militare venni informato che era stata sfrattata e sistemata in una soffitta semidiroccata e angusta in cittavecchia. Mio padre era stato inviato subito al lavoro coatto per la costruzione della ferrovia Lupogliano-Stallie, dove assieme a diversi suoi colleghi fiumani rimase per diversi anni. Da notare che quando mio padre fu preso di mira a causa del Cominform, mi fu imposto categoricamente di non rivolgergli più la parola e di rompere con la famiglia, pena il licenziamento e il mio coinvolgimento nel Cominform. Ero controllato e sottoposto a forti pressioni anche all’interno della collettività di lavoro della ‘Voce’. Infatti, un giorno venni chiamato al ‘Komitet’, certamente su precise indicazioni del mio segretario di cellula Narciso Turk, che finì poi pure lui esule, dove mi fu intimato di troncare definitivamente ogni rapporto con mio padre. Fu così che dovetti abbandonare la famiglia e trasferirmi nella cosiddetta ‘Casa collettiva’, dov’erano alloggiati tutti i giornalisti scapoli giunti dall’Istria o dall’Italia. Quando partii per il servizio militare ricordo che papà venne di nascosto alla stazione ferroviaria per salutarmi. Ero sicuro che sarebbe venuto. Andai a cercarlo ed ebbi modo di parlare con lui, apertamente senza timore che qualcuno potesse sentirci e riferire dell’accaduto. Per tutto il periodo che rimasi fuori di casa, cercai di aiutare la famiglia versando a mia madre parte del mio stipendio.. Mentre svolgevo il servizio di leva venni a sapere che mio padre era stato inviato a Skrad, nel Gorski kotar a costruire un mulino assieme a tanti altri lavoratori coatti. Con lui si trovavano anche Aldo Gobbo, Egidio Barbieri, Nuto Stupar, Nereo Pezzulich ed altri ancora. Si trattava per lo più di anziani, o di persone che dovevano subire condanne minori. Mio fratello Vito si trovava allora a Zagabria. Frequentava il primo anno della Facoltà di economia. Venne subito allontanato assieme ad altri fiumani, tra cui un certo Laicini, membro del Comitato cittadino dello SKOJ. Ritornò a Fiume senza poter trovare lavoro. Quando giunsi definitivamente a casa a conclusione del servizio di leva, egli a sua volta venne chiamato militare. In qualità di studente universitario era destinato a frequentare la scuola ufficiali. Lo accompagnai alla stazione e ricordo che gli gridai oltre la rete del recinto di non parlare con nessuno della faccenda familiare. Certamente qualcuno, so anche chi, informò chi di dovere quanto successo. Perché poco tempo dopo, mio fratello venne buttato fuori anche dalla scuola ufficiali e inviato in un battaglione di disciplina in Bosnia, assieme all’altro studente fiumano Ruggero Perich. Concluso il servizio militare Vito rimase per lungo tempo disoccupato. Poi grazie all’aiuto di amici, riuscì a trovare lavoro come contabile (era ragioniere) presso l’Istituto tecnico commerciale ‘Leonardo da Vinci’. Tentò di optare più volte, ma le sue domande furono regolarmente respinte. In seguito riuscì ad ottenere il passaporto e al suo primo passaggio di frontiera rimase in Italia, presso lo zio, per poi trasferirsi in Svizzera, a Basilea, dove risiede tuttora. Mio padre, invece, di ritorno dal lavoro coatto da Skrad e da Fužine non poté più riprendere il proprio lavoro in Porto. Venne perciò impiegato in qualità di ‘taliman’ alla ‘Gradšped’, una delle aziende cittadine incaricate di prendere al proprio servizio ex cominformisti, optanti e dissidenti d’ogni genere una volta scontata la pena. La mia famiglia rimase sempre in quella soffitta. Ancora oggi mia madre vive lì. Mio padre morì nel 1976 esasperato e demoralizzato per le angherie che dovette sopportare sino alla morte. Cacciato dal giornale Nel 1952 improvvisamente anch’io venni cacciato dal giornale, in quanto ritenuto non affidabile a causa delle conseguenze avute con il Cominform. Assieme a me in quel periodo furono allontanati pure altri giornalisti, sempre per questioni politiche. Rimasi per sei mesi disoccupato e potei sbarcare il lunario grazie alla mia fidanzata, che cercò di aiutarmi come poteva. Mi recai fino ad Isola alla ‘Delamaris’, dove eseguii con successo la prova d’assunzione come corrispondente commerciale. Ma invece del lavoro ricevetti un telegramma col quale l’azienda ricusava l’impiego per le informazioni negative ricevute da parte della direzione de ‘La Voce del Popolo’, dov’ero stato definito ‘nemico del popolo’, perché continuavo a frequentare i cominformisti nonostante il divieto. Grazie, però, ad alcuni vecchi amici di mio padre, che lavoravano alla ‘Cooperativa pittori’ di Fiume, mi impiegai nella stessa come contabile. Qui rimasi fino al 1957, quando venni invitato a ritornare a fare il giornalista alla ‘Voce’, dopo il cambio della guardia verificatosi allora in seno alla direzione del giornale. Questo fatto permise pure il rientro, a vari intervalli, di tanti altri giornalisti esclusi un tempo per varie ragioni politiche quali; Renato Tich, Lucifero Martini, Giacomo Scotti, Ettore Mazzieri e Oscar Pilepich. Una nuova edizione All’epoca del Cominform assistetti, in qualità di giornalista, a due episodi legati ai primi momenti della Risoluzione. Il primo, relativo al famoso comizio tenuto al ‘Teatro Fenice’ (allora ‘Partizan’), gremito in ogni ordine di posti, che ebbe come protagonisti gli italiani della città, per meglio dire i ‘monfalconesi’ come venivano definiti in genere quei lavoratori giunti dall’Italia nel dopoguerra per dare man forte al socialismo jugoslavo. Principale oratore della manifestazione era Ivan Regent, noto rivoluzionario triestino stabilitosi poi a Lubiana dove copriva vari incarichi di responsabilità, il quale aveva il compito di spiegare all’enorme massa di presenti (oltre un migliaio di persone) le ragioni delle contestazioni del Comitato centrale del PCJ nei confronti della Risoluzione del Cominform appena annunciata. Tra i presenti c’erano moltissimi seguaci della linea cominformista, alla qua- storia e ricerca 3 Sabato, 1 marzo 2008 della sua gente e della sua terra vecento istriano Mons. Parentin vano messa ed in breve tempo ne diventa il “capo”, quasi un cerimoniere che regge un bastone con in cima una croce. Vari sono stati i parroci che si erano succeduti: don Carlo Gregorovich (1916-1920), Luciano Piccoli, il romagnolo Ferdinando Montuschi (1920-1926) e dal 1927 il piranese Francesco Chierego. Agli inizi degli anni Venti, don Montuschi propose al nonno di mandare Luigi al Seminario di Capodistria. Perciò, terminate le scuole elementari e superati gli esami di ammissione il Nostro si recò nella città di San Nazario. “Nel Seminario la disciplina è rigida, gli studenti si alzano alle cinque e tre quarti e sono sempre occupati, hanno una giornata piena con preghiere e studio alternati da momenti di refezione e ricreazione, anche la passeg- giata giornaliera è per loro motivo di svago” (p. 14). Quattro prefetti vigilano sulla disciplina dei seminaristi, anche lo stesso Luigi sarà prefetto per due anni, ossia durante il terzo e quarto anno del corso di teologia a Gorizia, che frequentava solo per sostenere gli esami. Nel 1928 arrivò nel capoluogo isontino, indossò per la prima volta l’abito talare ed iniziò a frequentare il corso biennale di teologia. Ricordiamo che quivi prese gli ordini minori e quelli maggiori (eccetto il Suddiaconato ricevuto a Capodistria). A Gorizia don Luigi avvertiva delle “differenze” tra seminaristi italiani e sloveni, che non erano di natura nazionale bensì riguardavano la preparazione, “Gli sloveni avevano frequentato ginnasio e liceo a S. Vito senza l’assistenza di un padre spirituale. Sono bravi ragazzi ma invogliati al sacerdozio più dall’assistenza, anche economica, dei parroci dei loro paesi nativi che dal percorso formativo degli studi. Al contrario il Seminario di Capodistria è più selettivo, profondo, più incisivo nella formazione spirituale dell’individuo” (p. 20). Segue a pagina 8 avvenuto in seno a «La Voce del Popolo» e la sua odissea personale dall’UDB-a le allora aveva aderito anche il PCI, di cui quasi tutti erano membri, o simpatizzanti. Essi organizzarono subito una vera e propria contestazione, polemizzando con l’oratore e con gli altri dirigenti giunti a dargli man forte, non lasciandoli nemmeno parlare. In men che non si dica, quello che doveva essere un comizio a favore di Tito si tramutò in una manifestazione pro Cominform, inneggiante a Stalin, con canti partigiani e rivoluzionari e un corteo spontaneo, che alla fine si snodò per le vie centrali della città. Io, arrivato da poco al giornale, seppur giovane e alle prime armi, venni mandato allo sbaraglio con l’incarico di seguire l’avvenimento. Giunto in redazione cercai di fare del mio meglio per presentare il più obiettivamente possibile i fatti, comprese le contestazioni, le interruzioni e l’abbandono della sala con tutto quello che ne seguì. Consegnai il pezzo al caporedattore e andai a casa. Alle due di notte però sentii suonare il campanello. C’erano due ufficiali dell’UDB-a che mi intimarono di seguirli in tipografia. Il giornale si trovava già in stampa con il mio articolo. Fecero fermare la rotativa, sequestrarono le copie stampate prendendo con loro il ‘flan’ incriminato. Al posto del mio articolo fecero passare un testo letterario di Osvaldo Ramous, e venne così stampata una nuova edizione del giornale. Il mio articolo non passò né allora, né i giorni seguenti. Cosicché ‘La Voce del Popolo’ non riportò mai la cronaca di questo straordinario avvenimento. L’altro episodio al quale partecipai in qualità di cronista fu la riunione-dibattito con i membri del partito di nazionalità italiana di Fiume, svoltasi all’ex teatro ‘Talia’, che durò tutta la notte. Ricordo che furono in molti a contestare quanto asserito nella replica del Comitato centrale del PCJ. Tra questi c’era pure l’anziano Miro Guidi (Gudac), uno dei primi e più noti esponenti del Movimento di liberazione operante a Fiume, al quale non an- Da sinistra: Rosi Gasparini, Eros Sequi, Mario Dagostin, Giovanni Barbalich, Ennio Machin, Mario Bonita e Luciano Giuricin davano a genio certe affermazioni fatte, quali, ad esempio, quella concernente certe intromissioni dei servizi segreti sovietici, che sarebbero avvenute nell’ambito dell’economia jugoslava. Il Guidi, ad un certo punto, chiamò in aiuto l’amico Alberto Labus, affinché in qualità di ufficiale dell’UDB-a, affermasse se potevano, o meno, succedere cose del genere. Il Labus cercò di destreggiarsi alla bell’e meglio, quanto bastò per essere messo pure lui sotto torchio e finire più tardi a Goli Otok, come tanti altri presenti alla manifestazione. Quando si manifestò il caso Cominform ero da poco entrato nel partito. Prima di allora militavo nello SKOJ. In redazione operava un buon numero di provati membri del partito, ma c’erano anche diversi giovani, tutti di sinistra, provenienti dall’Italia. Pertanto i contrasti d’opinione, pro o contro la Risoluzione, si manifestarono ben presto anche in seno alla collettività, che abbracciava tutti i dipendenti della stampa in lingua italiana di allora concentrata a Fiume. Ricordo che i maggiori contestatori della linea jugoslava erano Spartaco Serpi, Davide Balanzin, Emilio Tomaz e Luciana Mecconi (Mecovich), quasi tutti finiti poi a Goli Otok. Mentre tanti altri, come me, erano titubanti e rimasero tali per diverso tempo. La situazione divenne ancora più critica con la decisa presa di posizione di diversi giornalisti giunti dall’Italia a favore del Cominform. Tra questi da citare i vari De Poli, Vittorini, Catamo, Ladini, Turi e qualche altro. Questi atteggiamenti influirono anche sulla linea dei nostro giornali (“La Voce”, “Vie giovanili”, “Il Pioniere”), al punto che gli stessi per un buon periodo di tempo assunsero una posizione neutrale, cioè né a favore dell’una, né dell’altra parte, cercando di evitare gli argomenti più scabrosi, quali, ad esempio: l’adesione “patriottica” al prestito nazionale, le prese di posizione ad oltranza a favore del Comitato centrale jugoslavo, l’accanita difesa di tutte le accuse mosse da Stalin e compagni, e di altre azioni propagandistiche che stavano distinguendo ormai tutti i più importanti organi di stampa jugoslavi. Ricordo che in redazione circolava una copia dell’organo del Cominform ‘Per una pace duratura…’ pubblicata in lingua italiana, giunta dall’Italia, nella quale era stampata l’intera Risoluzione del Cominform, che diversi di noi lessero e commentarono. Anche questo fatto ci procurò non poche noie in seguito.” a cura di Barbara Rosi Convegno della Società di Studi Fiumani Non limitarsi al solo Giorno del Ricordo In occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo, il 15 febbraio scorso, la Società di Studi Fiumani di Roma ha organizzato il convegno “I due senatori di Fiume scomparsi Icilio Bacci e Riccardo Gigante”, tenutosi nella prestigiosa sala del Palazzo Bologna di Roma con il patrocinio del Senato della Repubblica. Marino Micich, segretario generale della Società di Studi Fiumani, ha aperto i lavori nelle vesti di moderatore portando i saluti augurali del presidente del Senato Franco Marini e dando lettura di alcuni documenti, tra cui le commoventi lettere della vedova del Maresciallo Butti a “Difesa Adriatica” e della vedova Bacci al generale jugoslavo Peko Dapčević, in cui ricordavano il sacrificio dei loro rispettivi mariti. Gli interventi dei relatori sono stati preceduti da un omaggio musicale eseguito da Francesco Squarcia nativo di Fiume, che ha riscosso successo tra il pubblico convenuto. Tra i presenti vi erano i capi degli Uffici Storici dell’Esercito e dei Carabinieri, l’ex console a Fiume Roberto Pietrosanto, il sindaco del Libero Comune di Fiume in esilio Guido Brazzoduro, Corrado Rossetto del Comitato Economico e Sociale Europeo, i dirigenti del Comitato di Roma dell’ANVGD, Plinio Martinuzzi e le professoresse Donatella Schurzel e Maria Ballarin, il Cav. Gr. Cr. Aldo Clemente, le professoresse Maria Luisa Botteri, Patrizia Pezzini e Mirella Tribioli e le rappresentanze studentesche dei licei scientifici “Cannizzaro” di Roma e “Pascal” di Pomezia. A tutti i presenti è stato distribuito in omaggio l’opuscolo a cura della Società di Studi Fiumani “Infoibati nella storia proibita e dimenticata. I due Senatori di Fiume scomparsi Icilio Bacci e Riccardo Gigante”. Amleto Ballarini, presidente della Società di Studi Fiumani, ha tenuto la prima relazione, illustrando la decennale attività culturale della Società rilevando, in particolare, la puntuale pubblicazione della rivista di studi adriatici “Fiume” e la lunga ricerca storica con l’Istituto di storia di Zagabria sulle vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni negli anni 1943-1947. Inoltre, Ballarini ha tenuto a precisare il consolidato sodalizio tra la Società di Studi Fiumani e la città di origine, che ha portato, fra l’altro, anche al ritrovamento della fossa in cui è sepolto il senatore Riccardo Gigante. A seguire, la relazione del Ten. Gen. Alberto Ficuciello, Consigliere militare della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha sottolineato l’importante lavoro svolto dalla Commissione di esame per l’onorificenza ai parenti delle vittime degli infoibati, di cui egli è presidente e sollecitando l’invio di nuove domande. Il prof. Fulco Lanchester, ordinario di diritto costituzionale italiano e comparato e preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, ha messo a fuoco le problematiche storico-politiche relative alle aeree di frontiera dell’Adriatico orientale, a partire dal Congresso di Berlino del 1878, che ha definito “zone grigie”, soffermandosi in particolare sulle tragiche vicende del Novecento in Venezia Giulia. Il prof. Augusto Sinagra, ordinario di diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli Studi “La Sapienza”, ha incitato, soprattutto gli studenti presenti in sala, a non limitarsi al Giorno del Ricordo per onorare la memoria di coloro che hanno sacrificato la propria vita per giusti ideali di patria. La conclusione del convegno è stata affidata alle misurate ed efficaci parole del prof. Giuseppe Parlato, ordinario di Storia contemporanea e rettore dell’Università di Roma “S. Pio V”, che ha ricordato le vite dei due senatori fiumani, in particolare il loro impegno nella lotta irredentista per Fiume italiana, fino al loro arresto e alla barbara uccisione. Il convegno si è concluso con l’auspicio di vedere al più presto conclusa la pratica di riesumazione delle spoglie del senatore Gigante ancora in corso tra le rappresentanze diplomatiche dei due Governi italiano e croato. Emiliano Loria 4 storia e ricerca Sabato, 1 marzo 2008 Sabato, 1 marzo 2008 5 IL CASO Immagini fotografiche con scenari da armageddon degli interventi praticati a uno dei più importanti monumenti della romanità sulla sponda orientale dell’Adriatico Arena di Pola: ecco le prove che la scienza archeologica ha sfasciato invece di recuperare damento alleato fece l’archeologia sposata alla commercializzazione turistica in tempo di pace. Impossibile negare l’evidenza, ma risulta persino inverosimile che immagini fotografiche con scenari da armageddon si riferiscano a degli interventi praticati a uno dei più importanti monumenti che la romanità abbia mai lasciato sulla sponda orientale dell’Adriatico: l’Arena di Pola. Splendida l’immagine esterna da suscitare l’invidia della consorella veronese, ma la “demolizione” è avvenuta nel ventre. Vent’anni fa. A cominciare dall’Anno domini 1984, quando nel nome della rivitalizzazione in funzione turistica, si iniziò a scavare lo scavabile, Non per niente, il Franković aveva richiesto ancora nel 1985 l’immediato arresto degli interventi causa i danni provocati ad un monumento di massima categoria. Monumento che, si ricorderà, mai è riuscito ad entrare nella lista UNESCO del patrimonio storico sotto tutela mondiale. La candidatura era stata bocciata si suppone causa il trattamento scriteriato adottato dai suoi gestori. Ma la spiegazione ufficiale non è mai arrivata asportò l’asportabile, fior di strutture murarie perfettamente sane, per sistemare o meglio “incastonare” tra le mura delle fondamenta tanto di locali di ristoro (pizzeria, bar, discoteca). Succedeva ai tempi quando il Museo archeologico istriano di Pola si trovava sotto la direzione di Vesna Jurkić Girardi. Cui prodest ovvero a chi giova far assurgere nuovamente agli onori della cronaca, fatti dell’altro secolo? Ma è ovviamente inaccettabile un condono per “anzianità” di reato commesso nei confronti di una monumentalità di cosiddetta “categoria 0”, secondo classificazione ministeriale a livello nazionale. Non è ammissibile che sia stata la scienza archeologica, ad aver sfasciato invece di aver compiuto operazione di recupero. Quella stessa scienza archeologica che ora, anno 2008, ha appena fatto sbarcare una task force di addetti alla conservazione al patrimonio storico da Zagabria per permettere la costruzione delle infrastrutture in via Flaccio, verso la riva di Pola, concedere a malavoglia il passaggio di tubature attraverso i resti di una cinta muraria nel profondo sottosuolo, aumentando i costi del progetto di abbondanti milioni di kune. Lascia perplessi il fatto che vent’anni fa nessuno abbia tuonato abbastanza contro l’irruzione in Arena. Non tutti, però, erano ciechi. C’è voce d’esperti, autorevoli, persone note nel campo dello studio e valorizzazione del patrimonio storico-culturale che non seppero tacere e che spesso pagarono l’impertinenza dell’aver criticato trovando porte sbarrate da parte dei circoli della cultura, del milieu degli studiosi “in auge”. proporzioni all’anfiteatro è una devastazione. Il progetto (n.d.a. riferito alla rivitalizzazione) forse non svela la vera dimensione di questa devastazione. La stessa va vista sul posto, al cantiere, nell’anfiteatro, dove il martello pneumatico del compressore sta buttando giù – a gran fatica! – tessuto sano di strutture murarie romane in quantità sbalorditive: non sono tonnellate ma decine di tonnellate di materiale. Lo spettacolo è penoso, pesante, incomprensibile.” Così mentre era in atto l’asportazione di materiali, l’apertura di varchi in decine di punti, si sfondava per impastare tutto di cemento armato e riempire di installazioni elettriche. Quel che è peggio, Franković formulava, evidentemente senza ottenere udienza, un chiaro avvertimento: l’applicazione di costruzioni nuove al bimillenario monumento condanna la costruzione antica alla medesima durata propria del cemento armato. La descrizione tradotta dal croato testualmente: “La nuova costruzione di cemento armato è del tutto recente in confronto all’anzianità dell’anfiteatro. La nostra esperienza con essa non dura nemmeno un secolo, e la sua durata è limitabile a due secoli, al massimo due secoli e mezzo.” Tanto di considerazioni e valutazioni oggi potrebbero essere addirittura smentite. Il cemento armato che fa da soffitto all’ex ristorante, e ad altri vani poi adibiti ad Niente dovrebbe superare in esposizione, presenta già crepe e laeloquenza la prova fotografica de- scia penetrare l’umidità... Da qui la gli interventi demolitori. Niente a necessità odierna di dover trasferimeno che non si dovesse risalire re i reperti finora conservati in ama testimonianze scritte che, certe bienti più consoni. con timidezza altre con foga, aveOltre al Franković, anche l’arvano tentato di mettere in dubbio o cheologo Robert Matijašić aveva di condannare gli interventi all’an- segnalato la rivoluzione capitata alfiteatro. Lascia stupefatti il verbale delle operazioni lasciato nel 1985 dal dott. Eugen Franković cui la Società croata degli storici dell’arte aveva affidato il compito di visionare i lavori: “La demolizione Mentre era in atto l’asportazione di materiali, l’apertura di varchi in decine di punti, si sfondava per impastare tutto di cemento armato e riempire di installazioni elettriche Come ogni “buon” progetto che si rispetti, ci vuole pianificazione. Per spianare la strada ai locali e togliere i muri di troppo, romani doc, andava steso su carta un tracciato. La planimetria, specchio delle famigerate intenzioni di cui sopra, indica solo in minima parte i punti da depennare. Le macchie rosse rappresentano una segnalazione parziale dei tanti metri cubi di pietra divelta. Nota bene: si tratta di asportazione di intere strutture specifiche scientificamente chiamate casette di fondazione costituite da grosso involucro murario e riempite di materiale solido dello spessore fino a 2 o 3 metri. Ergo elementi portanti che consolidano l’architettura monumentale, inconfondibili esempi di ingegneria edile romana. Peccato che i muratori di oggi non hanno capito. l’arena ma in toni più blandi e gentili, a cosa fatta nel 1988: “Al fine di poter utilizzare gli spazi, sfondando sono state praticate nelle mura originali delle fondamenta delle aperture più o meno gran- di in una trentina di punti. Tutto è stato poi ricoperto di soletta in cemento armato mentre gli interni sono stati adattati con lavori edili secondo norma prevista per questo tipo di locali: sul muro originale Il tutto succedeva ai tempi quando il Museo archeologico istriano di Pola si trovava sotto la direzione di Vesna Jurkić Girardi hanno fissato il cemento, quindi applicato l’intonaco grezzo e fine...” Dal fronte di coloro che indicarono a dito il malanno toccato alla monumentalità, si era fatta sentire Vesna Kusin, già giornalista del “Vjesnik”, attualmente di- rettrice della galleria d’arte zagabrese “Klovićevi dvori”: “Le cose sono state fatte in maniera talmente ‘coscienziosa’ che i blocchi di pietra tagliati male non sono divenuti oggetto di nuova elaborazione bensì collocati in determinati posti e i difetti riempiti con cemento e non con altre pietre. Questo contrasto di materiali – pietra, cemento, travi e quant’altro – le ricostruzioni illogiche di tanti dettagli nonché l’esecuzione estremamente superficiale, negligente e trasandata sono davvero sconfortanti. Quanto capitato all’Arena è peggio di quello che il tempo le avrebbe inferto in centinaia e centinaia d’anni a venire.” L’intervento descrittivo della Kusin aveva anche segnalato la costruzione di strutture murarie sopra resti di mura antiche che avrebbero dovuto fare da cuscinetto protettivo. Questa almeno era la stata la giustificazione ufficiale degli “innovatori” per dei nuovi muri alti 3 metri (!) eccome necessari per fungere da parete ai locali di ristoro. Non per niente, il Franković aveva richiesto ancora nel 1985 l’immediato arresto degli interventi causa i danni provocati ad un monumento di massima categoria. Monumento che, si ricorderà, mai è riuscito ad entrare nella lista UNESCO del patrimonio storico sotto tutela mondiale. La candidatura era stata bocciata si suppone causa il trattamento scriteriato adottato dai suoi gestori. Ma la spiegazione ufficiale non è mai arrivata. Pietas Julia 6 storia e ricerca Sabato, 1 marzo 2008 MOSTRE Un percorso che intende sfatare il lato più oscuro legato all’idea di Inquisizi Rari e preziosi: documenti dell’età mod e contemporanea dagli Archivi del San D ieci anni fa, nel 1998 venivano aperti agli studiosi gli archivi del Sant’Uffizio; oggi una selezione di materiali documentari (manoscritti, volumi a stampa, disegni e incisioni) che ben si prestano ad illustrare ambiti, competenze ed attività del Sant’Uffizio, sono presentati per la prima volta al grande pubblico per quello che è il “debutto del Sant’Uffizio al Vittoriano”, come Marco Pizzo, direttore del Museo del Risorgimento definisce la mo- stra “Rari e Preziosi. Documenti dell’età moderna e contemporanea dagli Archivi del Sant’Uffizi”, nell’Ala Brasini del Complesso del Vittoriano (fino al 16 marzo). La mostra intende tirare fuori per la prima volta dai vecchi cassetti di archivio alcuni di questi materiali documentari, che ben si prestano ad illuminare ambiti e competenze, attività ed interessi costituendo uno specchio dell’ambiente religioso, culturale, artistico, letterario e politico in cui si è sviluppata l’attività del Sant’Uffizio durante l’età moderna e Un’occasione unica per vedere e leggere testimonianze altrimenti accessibili solo a ricercatori qualificati Breve di Pio V: conferma dell’istituzione delle confraternite dei “Crucesignati” e dei privilegi ad esse concessi, 1570, ACDF, S.O., Bandi e Decreti, A 1 b, 022 contemporanea. La mostra è stata “pensata per illustrare le competenze dell’istituzione, molto più varie di quello che si è portati a pensare”, spiega Pizzo. “Si tratta – aggiunge il direttore del Museo del Risorgimento – di illustrare al pubblico le competenze meno note del Sant’Uffizio, come il rapporto tra l’Inquisizione e l’iconografia, una storia ancora tutta da scrivere. A questo campo di interesse si deve, ad esempio, la definizione dell’esatta immagine del volto di San Francesco, frutto di lunghe ricerche sulle raffigurazioni dell’epoca”. La mostra espone alcune raffigurazioni della Crocifissione, illustrando gli interventi del Sant’Uffizio sulle rappresentazioni ultrarealistiche del Settecento, soprattutto spagnole, ritenute troppo cruente e quindi inneggianti più al terrore che alla fede, addirittura attribuibili alla mano del demonio. I disegni esposti mostrano come l’iconografia della Crocifissione venne quindi indirizzata verso una tipologia meno violenta e meno realistca. Lungo il percorso espositivo è poi possibile osservare le mappe e le immagini dell’edificio del Sant’Uffizio messe a confronto con le rappresentazioni tenebrose e fantasiose delle sue carceri. Insomma, un iter che intende sfatare il lato più oscuro legato all’idea di Inquisizione e mostrare al pubblico la vastità degli interessi e delle attività condotte. Si passa dai documenti relativi alla Tenuta della Conca (territorio nei pressi di Costantino Fiaschetti (perito architetto): Corso dell’acqua incanalata per la lavorazione del Ferriere di Conca: pianta acquerellata che illustra il corso d’acqua incanalato a partire dal Fosso di Campomarzo per la lavorazione delle Ferriere di Conca (sec. XVII), ACDF, S.O., Mezzanino 94 Uno straordinario patrimonio a disposizione degli studiosi La Congregazione della Sacra Romana e Universale Inquisizione fu istituita da papa Paolo III con la bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542. Consisteva di un collegio permanente di cardinali, dipendente direttamente dal Papa, che aveva la missione di difendere l’integrità della fede, mentre in Europa dilagava la ribellione protestante. Fra i suoi compiti c’era anche quello di discutere e risolvere controversie e dubbi dottrinali di diversa natura, come quelli inerenti i sacramenti, i limiti dell’autorità ecclesiastica o le diverse forme di superstizione, nonché di combattere alcuni comportamenti morali particolarmente gravi, come la finta santità, la poligamia, l’usura e gli abusi sacramentali. Pio V, con la bolla In apostolicae del 4 aprile 1571, istituiva a sua volta la Sacra Congregazione dell’Indice, alla quale spettava di esaminare libri e pubblicazioni di ogni sorta per vedere se contenevano errori contro la fede o la morale cristiana e, in caso affermativo, di condannarli e inserirli nell’apposito Index Librorum Prohibitorum. La S.R.U. Inquisizione fu rinominata in Sacra Congregazione del Sant’Uffizio il 29 giugno 1908 da papa Pio X. Da parte sua, la Congregazione dell’Indice venne soppressa da Benedetto XV nel 1917 e le sue attribuzioni insieme all’archivio passarono al Sant’Uffizio. Nel 1965 papa Paolo VI cambiò ancora il nome del Dicastero in Congregazione per la Dottrina della Fede, ridefinendone sostanzialmente competenze e procedure. Giovanni Paolo II nominò nel 1981 a capo della Congregazione il cardinale Joseph Ratzinger, attuale papa Benedetto XVI, che nel 1998, decise l’apertura degli archivi del Sant’Uffizio agli studiosi, a riprova, da una parte, dell’“impegno sincero e fattivo della Chiesa verso la cultura, della quale peraltro è anche promotrice e fautrice, e dall’altra della fiducia che essa ripone nei confronti di ogni indagine critica e seria, che metta in luce la verità sull’uomo e sulla storia”. L’apertura degli archivi del Sant’Uffizio Romano ha consentito quindi di mettere a disposizione del mondo della ricerca scientifica uno straordinario patrimonio documentario, atto ad illustrare una attività molto più complessa e diversificata rispetto a ciò che, in alcuni stereotipi, si attribuisce all’“Inquisizione” quale tribunale della fede. Disegno di forma tonda del palazzo della Granduchessa di Toscana Lante Della Rovere sito in San Lorenzo in Campo abitato da Ebrei, matita rossa e inchiostro su carta, 1572, ACDF, S.O., Stanza Storica CC 1 c, n. 3 Nettuno dove si trovava la più nota ferriera dello Stato Pontificio) a quelli relativi alla censura e l’indice dei libri proibiti; dalla questione ebraica (con le relazioni e i controlli all’interno dei ghetti) all’immagine del Sant’Uffizio. “L’apertura degli Archivi del Sant’Uffizio fu un clamore per gli storiografi – rileva Alejandro Cifres, direttore dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede – un’apertura che era stata più volte sollecitata negli anni, ma che non era mai avvenuta sia per la delicatezza dei materiali conservati sia, in quanto tribunale, per tutelare la privacy dei testimoni. La sua apertura ha avuto il merito di spostare l’attenzione dalle ‘vittime’ dell’Inquisizione alla storia dell’istituzione”. Ora, gli oltre sessanta documenti originali esposti in mostra illustrano l’ambiente religioso, culturale, artistico, letterario e politico in cui si è sviluppata l’attività del Sant’Uffizio durante l’età moderna e contemporanea. Un’occasione unica per vedere testimonianze “rare e preziose” normalmente accessibili solo agli studiosi. La mostra “Rari e Preziosi” rappresenta un viaggio che inizia con la Congregazione della Sacra e Universale Inquisizione, istituita da papa Paolo III nel 1542 per difendere l’integrità della fede, men- storia e ricerca 7 Sabato, 1 marzo 2008 ione e la vastità di interessi e attività Approderà al Museo Archeologico di Bolzano nel 2009 derna nt’Uffizio Il sogno della vita eterna S Miracolo seguito nella città d’Asti li 10 maggio 1718 nella Chiesa o sia nella Cappella della Presentazione della Santissima Vergine, disegno a bulino del Calice del miracolo di Asti con decorazioni; sul calice compaiono, acquerellate, le presunte gocce di sangue sgorgate dallo stesso. L’immagine del calice è sovrastata da una particola sulla quale è raffigurato Gesù Crocifisso (primo quarto del sec. XVIII), ACDF, S.O., Stanza Storica H 3b/6, N. 158 Alcune delle opere esposte Pianta del ghetto di Roma: pianta acquerellata con evidenziato in giallo il ghetto di Roma e in rosso le strade dove gli ebrei potevano tenere i “Magargeni” (1818) Ordini da osservarsi da gl’Inquisitori, per decreto della Sacra Congregazione del Sant’Officio di Roma: ordine emanato dal S.O. circa la condotta da tenersi da parte degli inquisitori tanto nella loro vita ordinaria quanto nell’espletamento delle loro funzioni istituzionali (23 agosto 1611) Schedario della Congregazione dell’Indice: due cassette bislunghe che contengono le schede che sono servite per fare l’edizione riformata leoniana dell’Indice. I titoli furono copiati accuratamente sui libri stessi, ricercati nelle più insigni biblioteche Urbis et Orbis. Dall’inventario: “Qualora in qualche futura edizione occorresse un dubbio, si dovrebbe ricorrere a questo schedario” (inizio sec. XX) Tommaso Campanella, Atheismus triumphatus seu reductio ad religionem per scientiarum veritates. F. Thomae Campanellae stylensis ordinis praedicatorum. Contra antichristianismum achitophellisticum: parte prima del sesto tomo di Tommaso Campanella sul trionfo dell’ateismo e la riduzione alla religione per mezzo della verità (1631); Tommaso Campanella, De sensu rerum, et magia: quarto libro sul senso delle cose e sulla magia (1637) Antonio Fogazzaro, Il Santo: Iª edizione del romanzo (1906), dal Fondo librario dell’Archivio della S. Congregazione dell’Indice I Fenomeni dell’elettricismo naturale: opuscolo a stampa riguardanti esercitazioni matematiche, fisiche e letterarie avvenute presso il “Nobile Collegio dei Tolomei” (1778) Disputationum Roberti Bellarmini Politiani S.J. S.R.E. Cardinalis de controversijs christianae fidei, adversus huius temporis haereticos, Tomus Primis: primo tomo della dissertazione del cardinale Bellarmino intorno alla controversia sulla fede cristiana contro gli eretici del tempo. Sull’antiporta: incisione ad acquaforte raffigurante il card. Bellarmino (Giuseppe Perone invenit A. Luciani scultore veneto, 1721) Ludovico Ariosto, Comedie di m. Lodovico Ariosto, cioè i Suppositi, la Cassaria, la Lena, il Negromante, & la Scolastica: ristampa a cura di Tommaso Porcacchi per le edizioni Giolito (1562) Decreto della Congregazione dell’Indice: proibizione di varie opere e sospensione “donec corrigantur” delle opere di Nicolò Copernico e Didaco Astunica sull’eliocentrismo, 15 marzo 1616 tre in Europa dilagava la ribellione Protestante. La Congregazione si arricchì, nel 1571, con la Sacra Congregazione dell’Indice voluta da Pio V allo scopo di esaminare libri e pubblicazioni per vedere se contenessero errori contro la fede e la morale cristiane e inserirli nell’apposito Index Librorum Prohibitorum. La Congregazione della Sacra e Universale Inquisizione venne trasformata in Sacra Congregazione del Sant’Uffizio nel 1908, da papa Pio X, e poi in Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1965 da papa Paolo VI. Fu Giovanni Paolo II a iniziare la procedura di apertura degli Archvi, nel 1981, nominando a capo della Congregazione il cardinale Joseph Ratzinger che, dopo sette anni, nel 1998, decise l’apertura ufficiale degli archivi del Sant’Uffizio agli studiosi. Ilaria Rocchi-Rukavina arà in “ottima compagnia” Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio, la più antica mummia rinvenuta nei ghiacci. Stanno per raggiungerlo (fra circa un anno) altri “colleghi” provenienti dai cinque continenti (dal Sud America, dall’Oceania, dall’Asia e dall’Europa) e dalle età più svariate, dall’era dei dinosauri ai giorni nostri, che hanno con lu in comune il fatto di essere delle mummie. La più grande mostra di mummie al mondo, un evento dai forti contenuti culturali e scientifici che dal 10 marzo al 25 ottobre 2009 interesserà non solo il museo Archeologico dell’Alto Adige, ma anche l’Eurac, l’Accademia Europea di Bolzano. Ideata dai Musei Reiss-Engelhorn di Mannheim, in Germania, l’esposizione dal titolo “Mummie: il sogno della vita eterna” è nata dall’esigenza di comunicare al pubblico una scoperta sensazionale. Nel 2004 intatti, durante alcuni lavori di ristrutturazione nei depositi del complesso museale, sono stati ritrovati ben 20 corpi conservati, di provenienza ed età incerta. Grazie all’utilizzo di sofisticati metodi di ricerca e alla collaborazione con istituti scientifici, quali il Curt-Engelhorn-Zentrum Archaometrie, annesso all’Università di Tübingen, è stato possibile non solo dichiarare l’autenticità di questi preziosi reperti, ma determinarne l’età e l’origine. “La completezza di questo progetto – spiega Wilfried Rosendahl curatore della mostra – sta nell’esporre per la prima volta non solo mummie egiziane, o in ogni caso originarie di una sola area geografica, ma di raccogliere testimonianze da tutto il mondo”. “Questi magnifici esemplari – ha anticipato alla conferenza stampa di presentazione dell’evento Sabina Kasslatter Mur, assessore provinciale alla famiglia, ai beni culturali e alla cultura – rappresentano segni del passato. Sono giunti a noi attraverso due diverse strade: la prima, quella più feroce, dovuta alla natura che ha bloccato la vita. La seconda, non meno affascinante, che descrive il tentativo dell’uomo di sconfiggere la morte attraverso la vita eterna”. E su questi presupposti si snoderà l’itinerario espositivo, dove ampio spazio verrà dedicato a ritrovamenti mummificati in seguito a cause accidentali. Il fiore all’occhiello di questa sezione sarà proprio Ötzi, l’uomo che circa 5.300 anni fa, dopo essere stato colpito A fare gli onori di casa sarà Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio alla schiena da una freccia, è stato sepolto dalle nevi perenni, rappresentando oggi l’esemplare più antico al mondo di mummia rinvenuta dai ghiacci Grazie ad altri interessanti esempi di mummificazione dovuta a processi naturali, alcuni anche animali, verranno illustrati i vari ambienti dove il corpo può conservarsi anche dopo la morte, dalla calda sabbia del deserto, al ghiaccio o alle zone paludose, per arrivare persino a soffitti o cantine, purché adeguatamente asciutti. La mummificazione come tentativo di combattere la morte, invece, non solo rappresenta un fenomeno scientifico, ma prende in considerazione anche gli aspetti culturali, le tradizioni e gli usi che i diversi popoli attuavano, per sconfiggere la paura dell’aldilà. L’esposizione permetterà di entrare nel mondo delle pratiche di mummificazione, diverse per ogni civiltà che, nella maggior parte dei casi, richiamavano riti di natura religiosa. Fra gli esempi più significativi le mummie egiziane avvolte in fasce e custodite in splendidi sarcofaghi, morti provenienti dal Sud America e un’intera famiglia, compresi due bimbi, custoditi nella cripta dominicana di Vàc in Ungheria. Alcune figure dalla pelle “incartapecorita” hanno un impatto visivo ed emozionale non trascurabile: uno dei più impressionanti è rappresentato da una donna rinvenuta in America Latina. Si tratta di una giovane, perfettamente conservata, ritrovata in posizione rannicchiata, con la testa appoggiata a proteggere il corpo di un bambino, mentre in grembo ne tiene un altro. Una presentazione multimediale dei più recenti risultati scientifici accompagnerà Una donna Inca mummificata esposta a Mannheim tutto il percorso espositivo facendo luce su alcuni aspetti dell’esistenza del defunto e ipotizzando, come è stato esaurientemente fatto nel caso di Iceman, le condizioni di vita, le abitudini alimentari, le malattie e, soprattutto, le cause di morte. Non meno importante il richiamo alla storia della farmacia, mai studiata fino ad oggi in questo contesto. Gli antichi farmacisti europa usavano un medicamento dal nome “Mummia d’Egitto”, che veniva ricavato appunto dai corpi conservati. Una conseguenza di questa tra- La mummia di un bambino peruviano dizione farmaceutica fu il trasferimento di molti esemplari egiziani in Europa, per soddisfare la richiesta di questa sostanza. Ma la mostra consente anche un tuffo nel futuro della mummificazione, illustrando la scienza della crionica, il congelamento per immersione in azoto liquido, che già offre ampi orizzonti al sogno dell’ “immortalità”. E della ricerca dell’immortalità, ma non solo, si parlerà nel simposio internazionale, organizzato dall’Istituto per le Mummie e l’Iceman dell’Eurac, previsto a fine marzo 2009. Verranno esposti i risultati scientifici degli studi effettuati sulle mummie esposte, su Ötzi e sui nuovi progetti di ricerca in programma, per approfondire la conoscenza di questi corpi venuti dai passato e sulla cultura ad essi legata. In occasione della mostra è stato ideato anche un documentario, dal titolo “L’enigma delle Mummie di Mannheim. Come gli scienziati hanno ricostruito la toro vita”, che introdurrà l’argomento e che sarà trasmetto via cavo venerdì 21 marzo 2008 alle 13.15 sul canale tedesco Swr. (ir) 8 storia e ricerca Sabato, 1 marzo 2008 SCHEGGE Furono razziate dai nazisti in Francia e mai restituite A Gerusalemme opere in cerca di proprietari I l furto di opere d’arte in tempo di guerra è una costante della storia, e il secondo conflitto mondiale non ha certo interrotto questa triste prassi. Per fortuna la quasi totalità dei pez- zi sottratti dai nazisti è stata recuperata, ma per vari motivi non è sempre stato possibile risalire ai legittimi proprietari per l’effettiva restituzione. Alcuni dei maggiori gerarchi nazisti, come L’entusiasmo dei concittadini “Nel Seminario di Gorizia negli anni Venti e Trenta, si manifesta un malessere diffuso tra insegnanti e allievi con aspirazioni nazionalistiche che mal sopportano la sovranità italiana. Tant’è che la Santa Sede per stemperare questa situazione arriva ad avvicendamenti nel corpo insegnanti cambiando addirittura il rettore ed il vice rettore” (p. 21). Il 21 maggio 1932 ricevette l’ordinazione sacerdotale; terminata la cerimonia, assieme al padre e alla sorella, lasciò Gorizia per Trieste, e da lì presero il piroscafo per Cittanova. Nella cittadina natale tutti lo aspettavano sul molo e le campane suonano a distesa. “Dopo il rito, un lungo corteo di parenti, amici, autorità civili e religiose attraversa il paese fino a casa Parentin. L’entusiasmo è grande anche perché da dieci anni non veniva ordinato un sacerdote cittanovese, l’ultimo era stato don Mario Mizzan” (p. 23). Don Parentin avrebbe desiderato continuare gli studi, la sua ambizione era d’iscriversi all’università, magari alla Gregoriana di Roma. Il vescovo Fogar, però, era del parere che gli occorressero preti e non dottori, perciò nel mese di agosto il Nostro ricevette il decreto per diventare, di lì a un mese, “cappellano esposto per la cura di anime”, nelle cappellanie di Pregara e Gradena, situate rispettivamente nei comuni di Pinguente e Portole. Si trasferì con i genitori a Pregara, dato che lo volevano aiutare, e al contempo affittano la casa di Cittanova. Il villaggio conta circa quattrocento anime, altrettante ne annovera Gradena. “La popolazione si dimostra deferente verso le autorità italiane e in buona parte parla un dialetto misto. Luigi, per farsi capire, cerca di esprimersi nel dialetto locale e, nei paesi di Pregara e Gradena e successivamente a Stridone si aiuta parlando un po’ di slavo anche nelle prediche” (p. 25). Joachim Von Ribbentrop e Hermann Göring, avevano riempito le loro case con opere d’arte razziate. Recuperate, di molte non si è riusciti finora a ricostruire la storia magrado gli sforzi fatti. Da qui l’idea di allestire una grande esposizione di capolavori sottratti dai nazisti in Francia, aperta al Museo di Israele fino al 3 giugno, a Gerusalemme, al fianco di un’altra di “opere orfane”, cioè di opere pure razziate, in custodia del museo ma delle quali “non si ha assolutamente traccia di dove provengano”. È una pagina del periodo nazista ancora relativamente poco nota al grande pubblico quella delle opere d’arte delle quali il ter- naux Récupération) – che riunisce opere portate vie dalla Francia durante la seconda guerra mondiale a proprietari sconosciuti, nel caso specifico ebrei – incluse opere di Paul Cézanne, Jean- BaptisteSiméon Chardin, Aelbert Cuyp, Edgar Degas, Eugène Delacroix, zo Reich si era appropriato senza riguardo ai mezzi. “Looking for Owners: Custody, Research, and Restitution of Art Stolen in France during World War II”, ossia “In cerca dei proprietari: custodia, ricerca e restituzione dell’arte rubata in Francia durante la seconda Guerra mondiale”: questo il titolo dell’esposizione che presenta 53 dipinti di grandi maestri europei provenienti dalla collezione conosciuta come MNR (Musées Natio- Jean-Auguste-Dominique Ingres, Claude Monet e Georges Seurat. “Saremo felici se questa esposizione permetterà ad alcune delle opere di ritrovare i loro proprietari”, ha detto il ministro della cultura francese Christine Albanel che ha aperto la mostra. “Si è soliti dire –afferma James Snyder, direttore del museo – che solo grandi capolavori furono rubati. Ma non fu così: gran parte di ciò che fu asportato sono opere che, agli Da Capodistria a Trieste Nel 1937 il vescovo lo destinò a Capodistria e già nell’ottobre di quell’anno era direttore spirituale del locale Seminario interdiocesano, insegnante di religione presso le scuole elementari, l’avviamento, la scuola marinara, il ginnasio liceo, e fu pure vicario corale del Duomo nonché cooperatore parrocchiale. Il volumetto ricorda pure il periodo del secondo conflitto mondiale, la capitolazione italiana, l’avvento dei partigiani e la controffensiva tedesca nonché la situazione della primavera del 1945. Nell’ottobre dello stesso anno Luigi Parentin giunse nel capoluogo giuliano e precisamente nella parrocchia di San Vincenzo de’ Paoli. Fu un periodo difficile perché il Nostro non aveva alcuna notizia dei suoi familiari, che non vedrà per nove anni. In questa nuova realtà ebbe non pochi impegni sia in qualità di amministratore parrocchiale sia come parroco (1951-1963). Successivamente il vescovo Santin lo propose come canonico del Capitolo della Cattedrale e nel 1972 come Penitenziere Diocesano. In quel periodo iniziò a riordinare l’archivio della Curia nonché quello capitolare e parrocchiale, e, ricordiamolo, si diplomò in paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato. Tutti i giorni si recava nella Curia per svolgeri i propri studi, per dare consigli ai ricercatori o, semplicemente, per rilasciare documenti anagrafici. È stato un attento indagatore del passato istriano, ha pubblicato numerosi saggi e documenti. Ha dato alle stampe una monografia su Cittanova e numerosi contributi scientifici apparsi sugli “Atti e Memorie della Società Istriana di archeologia e storia patria”. “Nel 1995 l’Unione degli Istriani gli conferisce il ‘Premio Solidarietà Istriana’ riconoscimento per enti o persone che distinguendosi nei rispettivi campi di attività hanno tenuto alto il nome, la storia, gli ideali e la cultura dell’Istria” (p. 38). Parentin muore a Trieste il 28 dicembre 1997. occhi dell’odierno mercato delle arti, hanno scarso valore”. Ma possono avere grande valore affettivo per i legittimi proprietari e per i loro eredi. Il Museo d’Israele, dal canto suo, ha in custodia sin dai primi anni cinquanta, circa 1200 oggetti di judaica, dipinti e altre opere che non sono state restituite ai proprietari, che sono sconosciuti, alla fine della guerra. Nel caso primo caso si tratta di opere che contrariamente a quanto si è soliti a credere non appartenevano solo a famiglie ebree: in realtà le opere d’arte in Europa e in particolare in Francia, furono prese da ogni settore della società. Furono circa centomila gli oggetti d’arte presi dai nazisti in Francia, in modi diversi, e portati in Germania. Si tratta di oggetti frutto di razzie, presi con la forza o ottenuti per mezzo di vendite forzate a prezzi irrisori o scambiati con altre opere considerate “arte degenerata” (come i pittori impressionisti) e acquistate da mercanti d’arte senza scrupoli. Sessantamila oggetti furono rimpatriati in Francia alla fine della guerra e 45 mila rapidamente restituiti ai proprietari. Altre 13mila opere di minor valore sono state vendute e i fondi ricevuti versati alla Fondazione per il ricordo della Shoah. Solo duemila oggetti non sono ancora tornati ai legittimi proprietari poichè non è stato possibile risalire a loro con certezza. Sono opere custodite nei musei francesi mentre una commissione governativa istituita nel 1997 dall’allora premier Alain Juppè, continua la ricerca dei proprietari. Uno studioso scrupoloso Il volumetto ospita pure alcune testimonianze. Mario Zanini in “Itinerari di vita di Mons. Luigi Parentin scrupoloso studioso della cultura istriana”, ricorda l’impegno del ricercatore nella ricostruzione del passato della sua terra: dagli studi su Daila ed il suo importante convento, ai mosaici da lui scoperti in un fienile della sosiddetta stanzia Sillich di Piemonte, al volume “Cittanova d’Istria”, edito nel 1974, ai due volumi “Incontri con l’Istria” usciti rispettivamente nel 1987 e nel 1991. Anita d’Ambrosi Lorenzini (“Indimenticabile amico”) scrive della preziosa amicizia con il Nostro, “Rapporto che risaliva agli anni in cui ragazzino giocava nelle strade del suo paese, per protrarsi poi quando giovanetto ritornava in seno alla famiglia per trascorrere le vacanze scolastiche e ancora allorché, giovane sacerdote era atteso con ansia ed entusiasmo da tutta la comunità che affollava la chiesa per seguire le sue appassionate omelie tenute dal pulpito del Duomo” (p. 46). Seguono i ricordi di don Giuseppe Rocco (“Il Signore lo chiamò alla sera appena uscito dal confessionale”) nonché l’articolo “Tu es sacerdos in aeternum” uscito sul “Corriere Istriano” il 2 giugno 1932 e riportante la notizia dell’arrivo di Parentin nella città natia “Sabato (28 maggio), con insolito tripudio, il concerto di sacri bronzi annunziava l’arrivo a Cittanova del fiore sbocciato nel giardino Parentin, cresciuto nel seminario di Capodistria, per ascendere per la prima volta il sacro Altare ed innalzare l’Ostia immacolata nella nostra millenaria basilica, ammantata a festa: con febbrile entusiasmo fervevano i preparativi per la solennità che presentava un carattere di generale esultanza” (p. 48). Il Museo di Israele Anno IV / n. 3 1 marzo 2008 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat edizione: STORIA E RICERCA Redattore esecutivo: Ilaria Rocchi-Rukavina / Impaginazione: Denis Host-Silvani Collaboratori: Arletta Fonio Grubiša, Kristjan Knez, Emiliano Loria, Gianfranco Miksa e Barbara Rosi La pubblicazione del presente supplemento viene supportata finanziariamente dal Governo Italiano per il tramite dell’Unione Italiana di Fiume e dell’Università Popolare di Trieste, in esecuzione al Contratto n○ 83 del 14 gennaio 2008, Convenzione MAE-UI, n○ 2724 del 24 novembre 2004 derivante dalla legge 193/04