IN QUESTO NUMERO
Storia dell’Istria: corsi anche online
R
itrovare quel trait d’union tra le due coste dell’Adriatico che le vicende della storia contemporanea più recente hanno annullato ma che è stato
particolarmente fecondo in quel periodo storico che, secondo un’interpretazione parziale e non obiettiva, è stato definito dei “secoli bui”: il Medioevo. Un millennio
– storiograficamente compreso tra il 476, la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e il 1492, ossia la scoperta
dell’America (date utili soprattutto ai fini di una necessaria schematizzazione) – denso di avvenimenti, di contatti, ricco di commerci, di scambi culturali, di fervori e movimenti religiosi... L’influenza romana, la Repubblica di
Venezia, l’oriente italiano, l’Impero Bizantino: tutto passa
e scorre attraverso l’Adriatico, almeno fino allo sviluppo
dei traffici verso le nuove terre, alle quali si accede attraversando l’Atlantico. Tornando al nostro millennio, si scopre navigando nell’immenso oceano di internet, che esiste
una possibilità di accrescere (o semplicemnete apprenderne le basi) la conoscenza della nostra terra – s’intende la
penisola istriana – standosene comodi comodi (si fa per
dire) davanti allo schermo del PC. Apriamo pertanto questo numero dell’Inserto InPiù – Storia e Ricerca, con una
curiosità: la notizia del terzo ciclo di un corso online dal
tema “L’Istria nel Medioevo”. Istituita da Medioevo Italiano Project (MIP) in collaborazione con la Società Internazionale per lo Studio dell’Adriatico nell’Età Medievale
(SISAEM), l’iniziativa si svolge, ogni anno, dal 10 al 28
febbraio. Il MIP, impegnato da anni nella diffusione della
conoscenza dell’Italia medievale (V-XV sec.), si è distinto
nella valorizzazione della conoscenza storica anche attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie multimediali e telematiche. La SISAEM, società con sede a Roma (con sito
consultabile in versione plurilingue, anche croato e sloveno), ha lo scopo di elevare e promuovere in particolare gli
studi della storia dell’Adriatico, nella loro più ampia accezione e la loro valorizzazione nell’ambito scientifico, educativo e civile. In particolare, ha al suo attivo incontri finalizzati alla valorizzazione della storia giuliano-dalmata
e del confine orientale d’Italia.
Gli iscritti ricevono direttamente via e-mail, con cadenza periodica, cinque articoli in formato PDF redatti da
storici e studiosi di storia giuliano-dalmata. Il corso, aperto a tutti i maggiorenni, è gratuito per i soci del MIP e del-
la SISAEM. Per chiunque volesse partecipare è richiesto
un piccolo contributo di 9 euro per diritti di segreteria e
rimborso spese postali per l’invio dell’attestato di partecipazione. Buono a sapersi.
I contenuti dell'Inserto
Torna il “caso” Arena di Pola: le immagini documentano la devastazione iniziata vent’anni fa, a cominciare
dal 1984, quando nel nome della rivitalizzazione in funzione turistica, si iniziò a scavare lo scavabile, asportare
l’asportabile per sistemare o meglio “incastonare” tra le
mura delle fondamenta tanto di locali di ristoro (pizzeria,
bar, discoteca). Ed è stata proprio la scienza archeologica
ad aver sfasciato invece di aver compiuto un’operazione
di recupero. Quella stessa scienza archeologica che ora,
anno 2008, ha appena fatto sbarcare una task force di addetti alla conservazione al patrimonio storico da Zagabria
per permettere la costruzione delle infrastrutture in via
Flaccio, verso la riva di Pola, concedere a malavoglia il
passaggio di tubature attraverso i resti di una cinta muraria
nel profondo sottosuolo, aumentando i costi del progetto
di abbondanti milioni di kune. Lascia perplessi il fatto che
vent’anni fa nessuno abbia tuonato abbastanza contro
l’irruzione in Arena.
Il recupero della memoria, ecco il leit motiv
di questo numero dell’Inserto. La “Fameia
Cittanovese” ha ricordato, a dieci anni
dalla scomparsa e stampando un volume a lui dedicato, la figura di mons.
Luigi Parentin, mentre la Società di
Studi Fiumani di Roma ha rievocato la tragica fine di due senatori
fiumani, Icilio Bacci e Riccardo
Gigante, scomparsi nel maggio
del 1945. Continuiamo anche
a pubblicare, con quella di
Giovanni Barbalich, le testimonianze raccolte da Luciano Giuricin sulle conseguenze (leggi repressione) della
risoluzione del Cominform
e sul lager dell’Isola Calva,
contenute nel volume “La
memoria di Goli Otok” (Monografie, Centro di Ricerche
storiche – Rovigno, vol. X, Rovigno 2007, pp. 332).
Seguono tre mostre, di natura e finalità affatto diverse:
il Museo del Risorgimento accoglie “Rari e Preziosi. Documenti dell’età moderna e contemporanea dagli Archivi
del Sant’Uffizi” che tira fuori per la prima volta dai vecchi
cassetti di archivio alcuni di questi materiali documentari,
che ben si prestano ad illuminare ambiti e competenze, attività ed interessi costituendo uno specchio dell’ambiente
religioso, culturale, artistico, letterario e politico in cui si
è sviluppata l’attività del Sant’Uffizio durante l’età moderna e contemporanea; Bolzano nel 2009 ospiterà la più
grande esposizione di mummie mai realizzata al mondo
“Mummie: il sogno della vita eterna” (fino al 24 aperta a
Mannheim); il Museo di Israele a Gerusalemme presenta
invece opere d’arte razziate dai tedeschi e recuperate, di
cui non si è riusciti finora a ricostruire la storia magrado
gli sforzi fatti per risalire ai legittimi proprietari.
Ilaria Rocchi-Rukavina
DEL POPOLO
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Sabato, 1 marzo 2008
PERSONAGGI Ritratto di un sacerdote noto anche per la sua militanza a sostegno
Mons. Luigi Parentin e il Nov
Un secolo di storia ripercorso dall’«osservatorio» di Cittanova
di Kristjan Knez
S
ul finire dello scorso anno la
“Fameia Cittanovese”, aderente all’Unione degli Istriani di Trieste, ha dato alle stampe
il volumetto “Memento Histriae. A
dieci anni dalla scomparsa di Monsignor Luigi Parentin”. Le curatrici
dell’edizione, Nelia Verginella ed
Anita d’Ambrosi, propongono la
biografia del Nostro, ricostruita in
base alle tredici registrazioni radiofoniche del 1993 di Radio Nuova
Trieste, relative alla trasmissione di
Luigi Favotti “Ogni vita una storia
– intervista a chi è nato prima”. Il
lavoro si apre con la prefazione del
presidente Denis Zigante in cui si
legge che “Luigi Parentin fu sacerdote, prima di tutto, per obbedienza, spirito, cultura e opere, al servizio di Nostro Signore attraverso il
servizio alla Sua Chiesa, ma fu capace di una militanza laica discreta
e intelligente, non priva di spunti di
vista forti e incisivi, a sostegno del-
la sua gente e della sua terra”. Il volumetto si pregia altresì di uno scritto del vescovo di Trieste Eugenio
Ravegnani, dal quale intendiamo
riportare la parte relativa all’attaccamento di Parentin alla terra natia.
Il presule riporta che “è un amore
appassionato, che egli perseguì non
solo nella nostalgia della memoria,
ma nel suo peregrinare nelle cittadine e nei paesi dell’Istria, cogliendone i segni di nobiltà antica nelle tradizioni popolari e religiose e
leggendone la storia nelle antiche
pietre”.
Attraverso la viva voce del prelato è possibile ripercorrere la storia del Novecento istriano, che,
dall’osservatorio di Cittanova, ci
presenta il vivere quotidiano in
una piccola località della costa occidentale della penisola, dagli ultimi anni della duplice monarchia al
passaggio al Regno sabaudo, arrivando al secondo conflitto mondiale e alle ripercussioni registrate
lungo il confine orientale d’Italia al
termine della guerra, per concludersi con l’esodo. Il racconto si sofferma sugli aspetti “minori”, la grande
storia fa solo da sfondo, comunque,
risulta di notevole interesse per cogliere la formazione di una specifica persona ma anche per riscontrare
la vita di ogni giorno, con particolare riferimento al mondo ecclesiastico giuliano nel periodo tra le due
guerre mondiali.
Background familiare
Luigi Parentin nacque a Cittanova il 29 marzo 1906, il padre Narciso era un noto carpentiere, la madre,
Giovanna Tuiach, apparteneva, invece, ad una famiglia di possidenti
agricoli. Particolarmente rilevante
fu l’influenza esercitata dai nonni
Luigi e Flora; il primo era una persona prestigiosa e ricopriva la carica di vicesindaco. Interessanti sono
i personaggi della località istriana
nell’ultimo periodo austriaco, che
vengono ricordati e cioè il canonico Simone Sfecich, noto per la sua
lealtà asburgica, il podestà Andrea
Davanzo, patriota, liberale e pertanto internato nel campo di Gollersdorf. Si legge che quest’ultimo “(...)
era uso, per protesta, non esporre la
candela alla finestra il 18 agosto,
compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe (...)”. Vi sono poi
anche lo zio Bepi Parentin, Geni
Penco e il giovane Marcello Radin,
che nell’agosto 1916 vennero avvicinati da una torpediniera italiana
ed accusati di “mettere segnali delle
mine”. In realtà erano solo dei galleggianti indicanti le reti calate; furono internati in Sardegna e fecero
ritorno solo al termine del conflitto.
La tranquilla cittadina costiera venne pure colpita da un attacco aereo;
il 23 ottobre 1916, alcuni velivoli dell’aviazione italiana sganciarono 21 bombe, alcune delle quali
colpirono il mandracchio e provocarono la morte del pescatore Raimondo Radin. Il 1918, oltre ad essere l’anno in cui terminò il conflitto
mondiale, fu contrassegnato anche
dall’epidemia della “spagnola” che
colpì anche Cittanova, in cui si registrarono punte di addirittura 12-13
morti al giorno. Il crollo dell’Austria-Ungheria non aveva portato ad
alcuna sorta di incidenti, nel centro
non circolavano armi, mentre “L’arrivo dell’Italia il 7 novembre 1918
con una torpediniera al molo di Cittanova è salutato da tutto il paese in
festa” (p. 12). Poco dopo cominciarono a manifestarsi le prime idee
bolsceviche, giunte per lo più al
seguito degli ex soldati provenienti
dal fronte russo. Si sentivano invettive contro i proprietari terrieri nonché contro i frati benedettini di Daila. Come reazione, ricorda Parentin,
si formarono le prime formazioni fasciste in paese, anche se “(...)
la maggioranza della popolazione
non si interessa di contese politiche.
Nei confronti dei politicanti la gente
‘li sopporta, ma a volte anche li deride’” (p. 13).
A sette anni e mezzo si unisce al
gruppo di chierichetti che già servi-
DOSSIER ISOLA CALVA (2) Giovanni Barbalich, intervistato da Luciano Giuricin, ha rievocato il «quarantotto»
L’articolo sulla contestazione al «Fenice» bloccato
C
ontinuiamo a pubblicare le testimonianze rese a Luciano
Giuricin e contenute nel volume
“La memoria di Goli Otok” (Monografie, Centro di Ricerche storiche –
Rovigno, vol. X, Rovigno 2007, pp.
332). Giuricin, giornalista de “La
Voce del Popolo” oggi in pensione,
attento studioso della storia delle
nostre terre e in particolare di tematiche legate alle vicissitudini della
Comunità Nazionale Italiana, ha
intervistato i protagonisti e parenti
di quanti hanno vissuto la terribile
repressione seguita alla risoluzione
del Cominform contro il Partito comunista jugoslavo per “deviazionismo” ideologico (1948). Riportiamo di seguito il racconto di Giovanni Barbalich.
”Mio padre, classe 1900, era un
vecchio militante del PCI e prima
ancora del Partito comunista fiumano. Nel 1924, all’epoca dell’annessione di Fiume all’Italia quando
si poteva optare per la cittadinanza italiana, jugoslava e rispettivamente ungherese, o austriaca, mio
padre non volle fare alcuna scelta,
diventando così apolide con tutta la
famiglia. Le conseguenze di questo
gesto furono non poche. Così, ad
esempio, quando mio fratello Vito
decise di optare nel 1948 la domanda gli fu respinta proprio perché considerato apolide. Rimasto
conseguente ai suoi principi politici, mio padre collaborò attivamente
con il Movimento popolare di liberazione, divenendo uno dei principali esponenti dello stesso ai Magazzini generali dove lavorava. Nel
1945, con il porto fiumano andato
completamente distrutto, in qualità
di capo operativo venne incaricato
di trasferirsi, assieme ad un centinaio di portuali fiumani, nel porto
di Sebenico per dare man forte alle
operazioni di trasporto delle merci
che arrivavano dall’estero in Jugoslavia.
Ritornato a Fiume nel marzo
1946, alle prime elezioni amministrative venne eletto membro dell’Assemblea del Comitato popolare
cittadino, della quale feci parte an-
ch’io quale più giovane consigliere.
Allora studiavo al Liceo italiano.
Proprio all’epoca venni nominato
presidente della Gioventù studentesca di Fiume, della quale segretario era Silverio Cossetto del Nautico. Finiti gli studi, verso la fine del
1947 andai a lavorare in qualità di
giornalista nella redazione del quotidiano ‘La Voce del Popolo’.
Quando scoppiò la questione
del Cominform, subito alla prima
riunione di cellula al Porto, mio padre, sempre schivo e non facile alla
parola, si pronunciò a favore della
Risoluzione. Tutti rimasero meravigliati, in quanto ritenevano che non
possedesse elementi sufficienti per
valutare l’intricata situazione. Ma
egli aveva aderito più per fedeltà
ai propri ideali, che per convinzione. La maggior parte dei membri
del partito espressero dei dubbi,
oppure si dichiararono contrari al
Cominform. Solamente alcuni più
anziani, quali Nuto Stupar, Nico
Samanich, Nino Tomz, Nereo Pezzulich e Simone Segarich, che militavano con mio padre sin dal tempo
della lotta antifascista, si schierarono con lui.
I disagi della famiglia
Ebbero così inizio per la mia
famiglia i primi gravi disagi. Alla
‘Voce del Popolo’, nella quale operavo da circa un anno, successe
pure un ‘quarantotto’ a causa del
Cominform. Fortuna volle che nei
momenti di maggiore tensione fossi fuori Fiume, perché chiamato a
svolgere il servizio di leva. Quando tornai dalla prima licenza militare, nel settembre del 1949, a
casa non trovai più nessuno. Fino
a qualche tempo prima l’intera famiglia, con quattro figli, abitava in
Corso. Quando ero militare venni
informato che era stata sfrattata e
sistemata in una soffitta semidiroccata e angusta in cittavecchia. Mio
padre era stato inviato subito al lavoro coatto per la costruzione della ferrovia Lupogliano-Stallie, dove
assieme a diversi suoi colleghi fiumani rimase per diversi anni.
Da notare che quando mio padre fu preso di mira a causa del
Cominform, mi fu imposto categoricamente di non rivolgergli più la
parola e di rompere con la famiglia,
pena il licenziamento e il mio coinvolgimento nel Cominform. Ero
controllato e sottoposto a forti pressioni anche all’interno della collettività di lavoro della ‘Voce’. Infatti,
un giorno venni chiamato al ‘Komitet’, certamente su precise indicazioni del mio segretario di cellula
Narciso Turk, che finì poi pure lui
esule, dove mi fu intimato di troncare definitivamente ogni rapporto
con mio padre. Fu così che dovetti abbandonare la famiglia e trasferirmi nella cosiddetta ‘Casa collettiva’, dov’erano alloggiati tutti i
giornalisti scapoli giunti dall’Istria
o dall’Italia.
Quando partii per il servizio
militare ricordo che papà venne di
nascosto alla stazione ferroviaria
per salutarmi. Ero sicuro che sarebbe venuto. Andai a cercarlo ed
ebbi modo di parlare con lui, apertamente senza timore che qualcuno
potesse sentirci e riferire dell’accaduto. Per tutto il periodo che rimasi
fuori di casa, cercai di aiutare la famiglia versando a mia madre parte
del mio stipendio..
Mentre svolgevo il servizio di
leva venni a sapere che mio padre
era stato inviato a Skrad, nel Gorski kotar a costruire un mulino assieme a tanti altri lavoratori coatti. Con lui si trovavano anche Aldo
Gobbo, Egidio Barbieri, Nuto Stupar, Nereo Pezzulich ed altri ancora. Si trattava per lo più di anziani,
o di persone che dovevano subire
condanne minori.
Mio fratello Vito si trovava allora a Zagabria. Frequentava il primo anno della Facoltà di economia.
Venne subito allontanato assieme
ad altri fiumani, tra cui un certo
Laicini, membro del Comitato cittadino dello SKOJ. Ritornò a Fiume
senza poter trovare lavoro. Quando
giunsi definitivamente a casa a conclusione del servizio di leva, egli a
sua volta venne chiamato militare.
In qualità di studente universitario
era destinato a frequentare la scuola ufficiali. Lo accompagnai alla
stazione e ricordo che gli gridai oltre la rete del recinto di non parlare
con nessuno della faccenda familiare. Certamente qualcuno, so anche
chi, informò chi di dovere quanto
successo. Perché poco tempo dopo,
mio fratello venne buttato fuori anche dalla scuola ufficiali e inviato in
un battaglione di disciplina in Bosnia, assieme all’altro studente fiumano Ruggero Perich.
Concluso il servizio militare Vito
rimase per lungo tempo disoccupato. Poi grazie all’aiuto di amici, riuscì a trovare lavoro come contabile (era ragioniere) presso l’Istituto
tecnico commerciale ‘Leonardo da
Vinci’. Tentò di optare più volte,
ma le sue domande furono regolarmente respinte. In seguito riuscì ad
ottenere il passaporto e al suo primo passaggio di frontiera rimase in
Italia, presso lo zio, per poi trasferirsi in Svizzera, a Basilea, dove risiede tuttora.
Mio padre, invece, di ritorno dal
lavoro coatto da Skrad e da Fužine
non poté più riprendere il proprio
lavoro in Porto. Venne perciò impiegato in qualità di ‘taliman’ alla
‘Gradšped’, una delle aziende cittadine incaricate di prendere al
proprio servizio ex cominformisti,
optanti e dissidenti d’ogni genere
una volta scontata la pena. La mia
famiglia rimase sempre in quella soffitta. Ancora oggi mia madre
vive lì. Mio padre morì nel 1976
esasperato e demoralizzato per le
angherie che dovette sopportare
sino alla morte.
Cacciato dal giornale
Nel 1952 improvvisamente anch’io venni cacciato dal giornale,
in quanto ritenuto non affidabile a
causa delle conseguenze avute con
il Cominform. Assieme a me in quel
periodo furono allontanati pure altri giornalisti, sempre per questioni politiche. Rimasi per sei mesi
disoccupato e potei sbarcare il lunario grazie alla mia fidanzata, che
cercò di aiutarmi come poteva. Mi
recai fino ad Isola alla ‘Delamaris’,
dove eseguii con successo la prova
d’assunzione come corrispondente
commerciale. Ma invece del lavoro ricevetti un telegramma col quale l’azienda ricusava l’impiego per
le informazioni negative ricevute da
parte della direzione de ‘La Voce
del Popolo’, dov’ero stato definito
‘nemico del popolo’, perché continuavo a frequentare i cominformisti nonostante il divieto. Grazie,
però, ad alcuni vecchi amici di mio
padre, che lavoravano alla ‘Cooperativa pittori’ di Fiume, mi impiegai
nella stessa come contabile. Qui rimasi fino al 1957, quando venni invitato a ritornare a fare il giornalista alla ‘Voce’, dopo il cambio della
guardia verificatosi allora in seno
alla direzione del giornale. Questo
fatto permise pure il rientro, a vari
intervalli, di tanti altri giornalisti
esclusi un tempo per varie ragioni
politiche quali; Renato Tich, Lucifero Martini, Giacomo Scotti, Ettore Mazzieri e Oscar Pilepich.
Una nuova edizione
All’epoca del Cominform assistetti, in qualità di giornalista, a
due episodi legati ai primi momenti
della Risoluzione. Il primo, relativo
al famoso comizio tenuto al ‘Teatro
Fenice’ (allora ‘Partizan’), gremito in ogni ordine di posti, che ebbe
come protagonisti gli italiani della
città, per meglio dire i ‘monfalconesi’ come venivano definiti in genere quei lavoratori giunti dall’Italia
nel dopoguerra per dare man forte
al socialismo jugoslavo. Principale oratore della manifestazione era
Ivan Regent, noto rivoluzionario
triestino stabilitosi poi a Lubiana
dove copriva vari incarichi di responsabilità, il quale aveva il compito di spiegare all’enorme massa
di presenti (oltre un migliaio di persone) le ragioni delle contestazioni
del Comitato centrale del PCJ nei
confronti della Risoluzione del Cominform appena annunciata. Tra i
presenti c’erano moltissimi seguaci
della linea cominformista, alla qua-
storia e ricerca 3
Sabato, 1 marzo 2008
della sua gente e della sua terra
vecento istriano
Mons. Parentin
vano messa ed in breve tempo ne diventa il “capo”, quasi un cerimoniere che regge un bastone con in cima
una croce. Vari sono stati i parroci
che si erano succeduti: don Carlo
Gregorovich (1916-1920), Luciano Piccoli, il romagnolo Ferdinando Montuschi (1920-1926) e dal
1927 il piranese Francesco Chierego. Agli inizi degli anni Venti, don
Montuschi propose al nonno di
mandare Luigi al Seminario di Capodistria. Perciò, terminate le scuole elementari e superati gli esami di
ammissione il Nostro si recò nella
città di San Nazario. “Nel Seminario la disciplina è rigida, gli studenti si alzano alle cinque e tre quarti
e sono sempre occupati, hanno una
giornata piena con preghiere e studio alternati da momenti di refezione e ricreazione, anche la passeg-
giata giornaliera è per loro motivo di
svago” (p. 14). Quattro prefetti vigilano sulla disciplina dei seminaristi,
anche lo stesso Luigi sarà prefetto
per due anni, ossia durante il terzo
e quarto anno del corso di teologia
a Gorizia, che frequentava solo per
sostenere gli esami. Nel 1928 arrivò
nel capoluogo isontino, indossò per
la prima volta l’abito talare ed iniziò a frequentare il corso biennale di
teologia. Ricordiamo che quivi prese gli ordini minori e quelli maggiori (eccetto il Suddiaconato ricevuto
a Capodistria). A Gorizia don Luigi
avvertiva delle “differenze” tra seminaristi italiani e sloveni, che non
erano di natura nazionale bensì riguardavano la preparazione, “Gli
sloveni avevano frequentato ginnasio e liceo a S. Vito senza l’assistenza di un padre spirituale. Sono bravi
ragazzi ma invogliati al sacerdozio
più dall’assistenza, anche economica, dei parroci dei loro paesi nativi
che dal percorso formativo degli studi. Al contrario il Seminario di Capodistria è più selettivo, profondo,
più incisivo nella formazione spirituale dell’individuo” (p. 20).
Segue a pagina 8
avvenuto in seno a «La Voce del Popolo» e la sua odissea personale
dall’UDB-a
le allora aveva aderito anche il PCI,
di cui quasi tutti erano membri, o
simpatizzanti. Essi organizzarono
subito una vera e propria contestazione, polemizzando con l’oratore e
con gli altri dirigenti giunti a dargli
man forte, non lasciandoli nemmeno parlare. In men che non si dica,
quello che doveva essere un comizio a favore di Tito si tramutò in una
manifestazione pro Cominform, inneggiante a Stalin, con canti partigiani e rivoluzionari e un corteo
spontaneo, che alla fine si snodò per
le vie centrali della città.
Io, arrivato da poco al giornale,
seppur giovane e alle prime armi,
venni mandato allo sbaraglio con
l’incarico di seguire l’avvenimento. Giunto in redazione cercai di
fare del mio meglio per presentare
il più obiettivamente possibile i fatti, comprese le contestazioni, le interruzioni e l’abbandono della sala
con tutto quello che ne seguì. Consegnai il pezzo al caporedattore e
andai a casa. Alle due di notte però
sentii suonare il campanello. C’erano due ufficiali dell’UDB-a che mi
intimarono di seguirli in tipografia.
Il giornale si trovava già in stampa
con il mio articolo. Fecero fermare la rotativa, sequestrarono le copie stampate prendendo con loro il
‘flan’ incriminato. Al posto del mio
articolo fecero passare un testo letterario di Osvaldo Ramous, e venne così stampata una nuova edizione del giornale. Il mio articolo non
passò né allora, né i giorni seguenti. Cosicché ‘La Voce del Popolo’
non riportò mai la cronaca di questo straordinario avvenimento.
L’altro episodio al quale partecipai in qualità di cronista fu la
riunione-dibattito con i membri
del partito di nazionalità italiana di
Fiume, svoltasi all’ex teatro ‘Talia’,
che durò tutta la notte. Ricordo che
furono in molti a contestare quanto
asserito nella replica del Comitato
centrale del PCJ. Tra questi c’era
pure l’anziano Miro Guidi (Gudac), uno dei primi e più noti esponenti del Movimento di liberazione
operante a Fiume, al quale non an-
Da sinistra: Rosi Gasparini, Eros Sequi, Mario Dagostin, Giovanni
Barbalich, Ennio Machin, Mario Bonita e Luciano Giuricin
davano a genio certe affermazioni
fatte, quali, ad esempio, quella concernente certe intromissioni dei servizi segreti sovietici, che sarebbero
avvenute nell’ambito dell’economia jugoslava. Il Guidi, ad un certo punto, chiamò in aiuto l’amico
Alberto Labus, affinché in qualità
di ufficiale dell’UDB-a, affermasse se potevano, o meno, succedere cose del genere. Il Labus cercò
di destreggiarsi alla bell’e meglio,
quanto bastò per essere messo pure
lui sotto torchio e finire più tardi a
Goli Otok, come tanti altri presenti
alla manifestazione.
Quando si manifestò il caso Cominform ero da poco entrato nel
partito. Prima di allora militavo
nello SKOJ. In redazione operava
un buon numero di provati membri
del partito, ma c’erano anche diversi giovani, tutti di sinistra, provenienti dall’Italia. Pertanto i contrasti d’opinione, pro o contro la Risoluzione, si manifestarono ben presto
anche in seno alla collettività, che
abbracciava tutti i dipendenti della
stampa in lingua italiana di allora
concentrata a Fiume. Ricordo che i
maggiori contestatori della linea jugoslava erano Spartaco Serpi, Davide Balanzin, Emilio Tomaz e Luciana Mecconi (Mecovich), quasi
tutti finiti poi a Goli Otok. Mentre
tanti altri, come me, erano titubanti
e rimasero tali per diverso tempo.
La situazione divenne ancora più critica con la decisa presa di posizione di diversi giornalisti giunti dall’Italia a favore del
Cominform. Tra questi da citare
i vari De Poli, Vittorini, Catamo,
Ladini, Turi e qualche altro. Questi atteggiamenti influirono anche sulla linea dei nostro giornali (“La Voce”, “Vie giovanili”, “Il
Pioniere”), al punto che gli stessi
per un buon periodo di tempo assunsero una posizione neutrale,
cioè né a favore dell’una, né dell’altra parte, cercando di evitare
gli argomenti più scabrosi, quali,
ad esempio: l’adesione “patriottica” al prestito nazionale, le prese
di posizione ad oltranza a favore
del Comitato centrale jugoslavo,
l’accanita difesa di tutte le accuse
mosse da Stalin e compagni, e di
altre azioni propagandistiche che
stavano distinguendo ormai tutti
i più importanti organi di stampa
jugoslavi. Ricordo che in redazione circolava una copia dell’organo del Cominform ‘Per una pace
duratura…’ pubblicata in lingua
italiana, giunta dall’Italia, nella
quale era stampata l’intera Risoluzione del Cominform, che diversi di noi lessero e commentarono.
Anche questo fatto ci procurò non
poche noie in seguito.”
a cura di Barbara Rosi
Convegno della Società di Studi Fiumani
Non limitarsi al solo
Giorno del Ricordo
In occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo, il 15
febbraio scorso, la Società di Studi Fiumani di Roma ha organizzato il convegno “I due senatori di Fiume scomparsi Icilio Bacci e
Riccardo Gigante”, tenutosi nella prestigiosa sala del Palazzo Bologna di Roma con il patrocinio del Senato della Repubblica. Marino Micich, segretario generale della Società di Studi Fiumani, ha
aperto i lavori nelle vesti di moderatore portando i saluti augurali
del presidente del Senato Franco Marini e dando lettura di alcuni
documenti, tra cui le commoventi lettere della vedova del Maresciallo Butti a “Difesa Adriatica” e della vedova Bacci al generale jugoslavo Peko Dapčević, in cui ricordavano il sacrificio dei
loro rispettivi mariti. Gli interventi dei relatori sono stati preceduti da un omaggio musicale eseguito da Francesco Squarcia nativo di Fiume, che ha riscosso successo tra il pubblico convenuto.
Tra i presenti vi erano i capi degli Uffici Storici dell’Esercito e dei
Carabinieri, l’ex console a Fiume Roberto Pietrosanto, il sindaco
del Libero Comune di Fiume in esilio Guido Brazzoduro, Corrado
Rossetto del Comitato Economico e Sociale Europeo, i dirigenti
del Comitato di Roma dell’ANVGD, Plinio Martinuzzi e le professoresse Donatella Schurzel e Maria Ballarin, il Cav. Gr. Cr. Aldo
Clemente, le professoresse Maria Luisa Botteri, Patrizia Pezzini e
Mirella Tribioli e le rappresentanze studentesche dei licei scientifici “Cannizzaro” di Roma e “Pascal” di Pomezia. A tutti i presenti è
stato distribuito in omaggio l’opuscolo a cura della Società di Studi Fiumani “Infoibati nella storia proibita e dimenticata. I due Senatori di Fiume scomparsi Icilio Bacci e Riccardo Gigante”.
Amleto Ballarini, presidente della Società di Studi Fiumani, ha
tenuto la prima relazione, illustrando la decennale attività culturale della Società rilevando, in particolare, la puntuale pubblicazione
della rivista di studi adriatici “Fiume” e la lunga ricerca storica con
l’Istituto di storia di Zagabria sulle vittime di nazionalità italiana a
Fiume e dintorni negli anni 1943-1947. Inoltre, Ballarini ha tenuto
a precisare il consolidato sodalizio tra la Società di Studi Fiumani
e la città di origine, che ha portato, fra l’altro, anche al ritrovamento della fossa in cui è sepolto il senatore Riccardo Gigante.
A seguire, la relazione del Ten. Gen. Alberto Ficuciello, Consigliere militare della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che
ha sottolineato l’importante lavoro svolto dalla Commissione di
esame per l’onorificenza ai parenti delle vittime degli infoibati, di
cui egli è presidente e sollecitando l’invio di nuove domande. Il
prof. Fulco Lanchester, ordinario di diritto costituzionale italiano
e comparato e preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, ha messo a fuoco le problematiche storico-politiche relative alle aeree di frontiera dell’Adriatico
orientale, a partire dal Congresso di Berlino del 1878, che ha definito “zone grigie”, soffermandosi in particolare sulle tragiche vicende del Novecento in Venezia Giulia. Il prof. Augusto Sinagra,
ordinario di diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli
Studi “La Sapienza”, ha incitato, soprattutto gli studenti presenti
in sala, a non limitarsi al Giorno del Ricordo per onorare la memoria di coloro che hanno sacrificato la propria vita per giusti ideali
di patria.
La conclusione del convegno è stata affidata alle misurate ed
efficaci parole del prof. Giuseppe Parlato, ordinario di Storia contemporanea e rettore dell’Università di Roma “S. Pio V”, che ha
ricordato le vite dei due senatori fiumani, in particolare il loro impegno nella lotta irredentista per Fiume italiana, fino al loro arresto
e alla barbara uccisione. Il convegno si è concluso con l’auspicio
di vedere al più presto conclusa la pratica di riesumazione delle
spoglie del senatore Gigante ancora in corso tra le rappresentanze
diplomatiche dei due Governi italiano e croato.
Emiliano Loria
4
storia e ricerca
Sabato, 1 marzo 2008
Sabato, 1 marzo 2008
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IL CASO Immagini fotografiche con scenari da armageddon degli interventi praticati a uno dei più importanti monumenti della romanità sulla sponda orientale dell’Adriatico
Arena di Pola: ecco le prove che la scienza archeologica
ha sfasciato invece di recuperare
damento alleato fece l’archeologia sposata alla commercializzazione turistica in
tempo di pace. Impossibile negare
l’evidenza, ma risulta persino inverosimile che immagini fotografiche
con scenari da armageddon si riferiscano a degli interventi praticati a
uno dei più importanti monumenti
che la romanità abbia mai lasciato
sulla sponda orientale dell’Adriatico: l’Arena di Pola. Splendida l’immagine esterna da suscitare l’invidia della consorella veronese, ma la
“demolizione” è avvenuta nel ventre. Vent’anni fa.
A cominciare dall’Anno domini 1984, quando nel nome della rivitalizzazione in funzione turistica, si iniziò a scavare lo scavabile,
Non per niente, il Franković aveva
richiesto ancora nel 1985 l’immediato
arresto degli interventi causa i danni
provocati ad un monumento di massima
categoria. Monumento che, si ricorderà,
mai è riuscito ad entrare nella lista
UNESCO del patrimonio storico sotto
tutela mondiale. La candidatura era
stata bocciata si suppone causa il
trattamento scriteriato adottato dai suoi
gestori. Ma la spiegazione ufficiale non
è mai arrivata
asportò l’asportabile, fior di strutture murarie perfettamente sane,
per sistemare o meglio “incastonare” tra le mura delle fondamenta
tanto di locali di ristoro (pizzeria,
bar, discoteca). Succedeva ai tempi quando il Museo archeologico
istriano di Pola si trovava sotto la
direzione di Vesna Jurkić Girardi.
Cui prodest ovvero a chi giova far
assurgere nuovamente agli onori
della cronaca, fatti dell’altro secolo? Ma è ovviamente inaccettabile un condono per “anzianità”
di reato commesso nei confronti di una monumentalità di cosiddetta “categoria 0”, secondo classificazione ministeriale a livello
nazionale. Non è ammissibile che
sia stata la scienza archeologica,
ad aver sfasciato invece di aver
compiuto operazione di recupero.
Quella stessa scienza archeologica
che ora, anno 2008, ha appena fatto sbarcare una task force di addetti alla conservazione al patrimonio
storico da Zagabria per permettere la costruzione delle infrastrutture in via Flaccio, verso la riva
di Pola, concedere a malavoglia
il passaggio di tubature attraverso i resti di una cinta muraria nel
profondo sottosuolo, aumentando
i costi del progetto di abbondanti
milioni di kune. Lascia perplessi il
fatto che vent’anni fa nessuno abbia tuonato abbastanza contro l’irruzione in Arena.
Non tutti, però, erano ciechi.
C’è voce d’esperti, autorevoli,
persone note nel campo dello studio e valorizzazione del patrimonio storico-culturale che non seppero tacere e che spesso pagarono
l’impertinenza dell’aver criticato
trovando porte sbarrate da parte
dei circoli della cultura, del milieu
degli studiosi “in auge”.
proporzioni all’anfiteatro è una
devastazione. Il progetto (n.d.a.
riferito alla rivitalizzazione) forse non svela la vera dimensione
di questa devastazione. La stessa
va vista sul posto, al cantiere, nell’anfiteatro, dove il martello pneumatico del compressore sta buttando giù – a gran fatica! – tessuto sano di strutture murarie
romane in quantità sbalorditive:
non sono tonnellate ma decine di
tonnellate di materiale. Lo spettacolo è penoso, pesante, incomprensibile.” Così mentre era in atto
l’asportazione di materiali, l’apertura di varchi in decine di punti,
si sfondava per impastare tutto di
cemento armato e riempire di installazioni elettriche. Quel che è
peggio, Franković formulava, evidentemente senza ottenere udienza, un chiaro avvertimento: l’applicazione di costruzioni nuove al
bimillenario monumento condanna
la costruzione antica alla medesima
durata propria del cemento armato.
La descrizione tradotta dal croato
testualmente: “La nuova costruzione di cemento armato è del tutto recente in confronto all’anzianità
dell’anfiteatro. La nostra esperienza con essa non dura nemmeno un
secolo, e la sua durata è limitabile a
due secoli, al massimo due secoli e
mezzo.” Tanto di considerazioni e
valutazioni oggi potrebbero essere
addirittura smentite. Il cemento armato che fa da soffitto all’ex ristorante, e ad altri vani poi adibiti ad
Niente dovrebbe superare in esposizione, presenta già crepe e laeloquenza la prova fotografica de- scia penetrare l’umidità... Da qui la
gli interventi demolitori. Niente a necessità odierna di dover trasferimeno che non si dovesse risalire re i reperti finora conservati in ama testimonianze scritte che, certe bienti più consoni.
con timidezza altre con foga, aveOltre al Franković, anche l’arvano tentato di mettere in dubbio o cheologo Robert Matijašić aveva
di condannare gli interventi all’an- segnalato la rivoluzione capitata alfiteatro. Lascia stupefatti il verbale
delle operazioni lasciato nel 1985
dal dott. Eugen Franković cui la
Società croata degli storici dell’arte aveva affidato il compito di visionare i lavori: “La demolizione
Mentre era in atto l’asportazione
di materiali, l’apertura di varchi
in decine di punti, si sfondava
per impastare tutto di cemento armato
e riempire di installazioni elettriche
Come ogni “buon” progetto che si rispetti, ci vuole pianificazione. Per spianare la strada ai locali e togliere i muri di troppo, romani doc, andava steso su carta un tracciato. La planimetria, specchio delle famigerate intenzioni di cui sopra, indica solo in minima parte i punti da depennare. Le macchie rosse rappresentano una segnalazione parziale dei tanti metri cubi di pietra divelta. Nota bene: si tratta di asportazione di intere strutture specifiche scientificamente chiamate casette di fondazione costituite da grosso involucro murario e riempite di materiale
solido dello spessore fino a 2 o 3 metri. Ergo elementi portanti che consolidano l’architettura monumentale, inconfondibili esempi di ingegneria edile romana. Peccato che i muratori di oggi non hanno capito.
l’arena ma in toni più blandi e gentili, a cosa fatta nel 1988: “Al fine
di poter utilizzare gli spazi, sfondando sono state praticate nelle
mura originali delle fondamenta
delle aperture più o meno gran-
di in una trentina di punti. Tutto è stato poi ricoperto di soletta in
cemento armato mentre gli interni
sono stati adattati con lavori edili
secondo norma prevista per questo
tipo di locali: sul muro originale
Il tutto succedeva ai tempi quando il Museo
archeologico istriano di Pola si trovava
sotto la direzione di Vesna Jurkić Girardi
hanno fissato il cemento, quindi applicato l’intonaco grezzo e
fine...”
Dal fronte di coloro che indicarono a dito il malanno toccato alla monumentalità, si era fatta
sentire Vesna Kusin, già giornalista del “Vjesnik”, attualmente di-
rettrice della galleria d’arte zagabrese “Klovićevi dvori”: “Le cose
sono state fatte in maniera talmente
‘coscienziosa’ che i blocchi di pietra tagliati male non sono divenuti oggetto di nuova elaborazione
bensì collocati in determinati posti e i difetti riempiti con cemento e non con altre pietre. Questo
contrasto di materiali – pietra,
cemento, travi e quant’altro –
le ricostruzioni illogiche di tanti dettagli nonché l’esecuzione
estremamente superficiale, negligente e trasandata sono davvero sconfortanti. Quanto capitato all’Arena è peggio di quello
che il tempo le avrebbe inferto in
centinaia e centinaia d’anni a venire.” L’intervento descrittivo della Kusin aveva anche segnalato la
costruzione di strutture murarie
sopra resti di mura antiche che
avrebbero dovuto fare da cuscinetto protettivo. Questa almeno era la
stata la giustificazione ufficiale degli “innovatori” per dei nuovi muri
alti 3 metri (!) eccome necessari
per fungere da parete ai locali di
ristoro.
Non per niente, il Franković
aveva richiesto ancora nel 1985
l’immediato arresto degli interventi causa i danni provocati ad un
monumento di massima categoria.
Monumento che, si ricorderà, mai è
riuscito ad entrare nella lista UNESCO del patrimonio storico sotto
tutela mondiale. La candidatura era
stata bocciata si suppone causa il
trattamento scriteriato adottato dai
suoi gestori. Ma la spiegazione ufficiale non è mai arrivata.
Pietas Julia
6 storia e ricerca
Sabato, 1 marzo 2008
MOSTRE Un percorso che intende sfatare il lato più oscuro legato all’idea di Inquisizi
Rari e preziosi: documenti dell’età mod
e contemporanea dagli Archivi del San
D
ieci anni fa, nel 1998 venivano aperti agli studiosi gli
archivi del Sant’Uffizio;
oggi una selezione di materiali
documentari (manoscritti, volumi
a stampa, disegni e incisioni) che
ben si prestano ad illustrare ambiti, competenze ed attività del
Sant’Uffizio, sono presentati per
la prima volta al grande pubblico per quello che è il “debutto del
Sant’Uffizio al Vittoriano”, come
Marco Pizzo, direttore del Museo
del Risorgimento definisce la mo-
stra “Rari e Preziosi. Documenti
dell’età moderna e contemporanea dagli Archivi del Sant’Uffizi”,
nell’Ala Brasini del Complesso
del Vittoriano (fino al 16 marzo).
La mostra intende tirare fuori
per la prima volta dai vecchi cassetti di archivio alcuni di questi
materiali documentari, che ben
si prestano ad illuminare ambiti
e competenze, attività ed interessi costituendo uno specchio dell’ambiente religioso, culturale, artistico, letterario e politico in cui
si è sviluppata l’attività del Sant’Uffizio durante l’età moderna e
Un’occasione unica per vedere
e leggere testimonianze altrimenti
accessibili solo a ricercatori qualificati
Breve di Pio V: conferma dell’istituzione delle confraternite dei
“Crucesignati” e dei privilegi ad esse concessi, 1570, ACDF, S.O.,
Bandi e Decreti, A 1 b, 022
contemporanea. La mostra è stata
“pensata per illustrare le competenze dell’istituzione, molto più
varie di quello che si è portati a
pensare”, spiega Pizzo.
“Si tratta – aggiunge il direttore del Museo del Risorgimento –
di illustrare al pubblico le competenze meno note del Sant’Uffizio,
come il rapporto tra l’Inquisizione
e l’iconografia, una storia ancora
tutta da scrivere. A questo campo
di interesse si deve, ad esempio,
la definizione dell’esatta immagine del volto di San Francesco,
frutto di lunghe ricerche sulle raffigurazioni dell’epoca”. La mostra espone alcune raffigurazioni
della Crocifissione, illustrando gli
interventi del Sant’Uffizio sulle
rappresentazioni ultrarealistiche
del Settecento, soprattutto spagnole, ritenute troppo cruente e
quindi inneggianti più al terrore
che alla fede, addirittura attribuibili alla mano del demonio. I disegni esposti mostrano come l’iconografia della Crocifissione venne
quindi indirizzata verso una tipologia meno violenta e meno realistca. Lungo il percorso espositivo
è poi possibile osservare le mappe e le immagini dell’edificio del
Sant’Uffizio messe a confronto
con le rappresentazioni tenebrose
e fantasiose delle sue carceri. Insomma, un iter che intende sfatare
il lato più oscuro legato all’idea di
Inquisizione e mostrare al pubblico la vastità degli interessi e delle
attività condotte. Si passa dai documenti relativi alla Tenuta della Conca (territorio nei pressi di
Costantino Fiaschetti (perito architetto): Corso dell’acqua incanalata per la lavorazione del Ferriere di Conca: pianta acquerellata che illustra il corso d’acqua incanalato a partire dal Fosso
di Campomarzo per la lavorazione delle Ferriere di Conca (sec.
XVII), ACDF, S.O., Mezzanino 94
Uno straordinario patrimonio
a disposizione degli studiosi
La Congregazione della Sacra Romana e Universale Inquisizione fu istituita da papa Paolo III
con la bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542.
Consisteva di un collegio permanente di cardinali, dipendente direttamente dal Papa, che aveva la missione di difendere l’integrità della fede,
mentre in Europa dilagava la ribellione protestante. Fra i suoi compiti c’era anche quello di discutere e risolvere controversie e dubbi dottrinali di
diversa natura, come quelli inerenti i sacramenti,
i limiti dell’autorità ecclesiastica o le diverse forme di superstizione, nonché di combattere alcuni comportamenti morali particolarmente gravi,
come la finta santità, la poligamia, l’usura e gli
abusi sacramentali. Pio V, con la bolla In apostolicae del 4 aprile 1571, istituiva a sua volta la Sacra Congregazione dell’Indice, alla quale spettava di esaminare libri e pubblicazioni di ogni sorta
per vedere se contenevano errori contro la fede o
la morale cristiana e, in caso affermativo, di condannarli e inserirli nell’apposito Index Librorum
Prohibitorum.
La S.R.U. Inquisizione fu rinominata in Sacra
Congregazione del Sant’Uffizio il 29 giugno 1908
da papa Pio X. Da parte sua, la Congregazione
dell’Indice venne soppressa da Benedetto XV nel
1917 e le sue attribuzioni insieme all’archivio passarono al Sant’Uffizio. Nel 1965 papa Paolo VI
cambiò ancora il nome del Dicastero in Congregazione per la Dottrina della Fede, ridefinendone
sostanzialmente competenze e procedure.
Giovanni Paolo II nominò nel 1981 a capo della Congregazione il cardinale Joseph Ratzinger,
attuale papa Benedetto XVI, che nel 1998, decise
l’apertura degli archivi del Sant’Uffizio agli studiosi, a riprova, da una parte, dell’“impegno sincero e fattivo della Chiesa verso la cultura, della
quale peraltro è anche promotrice e fautrice, e dall’altra della fiducia che essa ripone nei confronti
di ogni indagine critica e seria, che metta in luce
la verità sull’uomo e sulla storia”. L’apertura degli archivi del Sant’Uffizio Romano ha consentito
quindi di mettere a disposizione del mondo della ricerca scientifica uno straordinario patrimonio
documentario, atto ad illustrare una attività molto
più complessa e diversificata rispetto a ciò che, in
alcuni stereotipi, si attribuisce all’“Inquisizione”
quale tribunale della fede.
Disegno di forma tonda del palazzo della Granduchessa di Toscana Lante Della Rovere sito in San Lorenzo in Campo abitato da
Ebrei, matita rossa e inchiostro su carta, 1572, ACDF, S.O., Stanza Storica CC 1 c, n. 3
Nettuno dove si trovava la più
nota ferriera dello Stato Pontificio) a quelli relativi alla censura
e l’indice dei libri proibiti; dalla
questione ebraica (con le relazioni
e i controlli all’interno dei ghetti)
all’immagine del Sant’Uffizio.
“L’apertura degli Archivi del
Sant’Uffizio fu un clamore per gli
storiografi – rileva Alejandro Cifres, direttore dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede – un’apertura che
era stata più volte sollecitata negli anni, ma che non era mai avvenuta sia per la delicatezza dei
materiali conservati sia, in quanto
tribunale, per tutelare la privacy
dei testimoni. La sua apertura ha
avuto il merito di spostare l’attenzione dalle ‘vittime’ dell’Inquisizione alla storia dell’istituzione”.
Ora, gli oltre sessanta documenti
originali esposti in mostra illustrano l’ambiente religioso, culturale, artistico, letterario e politico
in cui si è sviluppata l’attività del
Sant’Uffizio durante l’età moderna e contemporanea. Un’occasione unica per vedere testimonianze
“rare e preziose” normalmente accessibili solo agli studiosi.
La mostra “Rari e Preziosi”
rappresenta un viaggio che inizia
con la Congregazione della Sacra
e Universale Inquisizione, istituita
da papa Paolo III nel 1542 per difendere l’integrità della fede, men-
storia e ricerca 7
Sabato, 1 marzo 2008
ione e la vastità di interessi e attività Approderà al Museo Archeologico di Bolzano nel 2009
derna
nt’Uffizio
Il sogno della vita eterna
S
Miracolo seguito nella città d’Asti
li 10 maggio 1718 nella Chiesa o
sia nella Cappella della Presentazione della Santissima Vergine,
disegno a bulino del Calice del
miracolo di Asti con decorazioni;
sul calice compaiono, acquerellate, le presunte gocce di sangue
sgorgate dallo stesso. L’immagine del calice è sovrastata da una
particola sulla quale è raffigurato Gesù Crocifisso (primo quarto del sec. XVIII), ACDF, S.O.,
Stanza Storica H 3b/6, N. 158
Alcune delle opere esposte
Pianta del ghetto di Roma: pianta acquerellata con evidenziato in
giallo il ghetto di Roma e in rosso le strade dove gli ebrei potevano
tenere i “Magargeni” (1818)
Ordini da osservarsi da gl’Inquisitori, per decreto della Sacra
Congregazione del Sant’Officio di Roma: ordine emanato dal S.O.
circa la condotta da tenersi da parte degli inquisitori tanto nella loro
vita ordinaria quanto nell’espletamento delle loro funzioni istituzionali (23 agosto 1611)
Schedario della Congregazione dell’Indice: due cassette bislunghe che contengono le schede che sono servite per fare l’edizione
riformata leoniana dell’Indice. I titoli furono copiati accuratamente
sui libri stessi, ricercati nelle più insigni biblioteche Urbis et Orbis.
Dall’inventario: “Qualora in qualche futura edizione occorresse un
dubbio, si dovrebbe ricorrere a questo schedario” (inizio sec. XX)
Tommaso Campanella, Atheismus triumphatus seu reductio
ad religionem per scientiarum veritates. F. Thomae Campanellae
stylensis ordinis praedicatorum. Contra antichristianismum achitophellisticum: parte prima del sesto tomo di Tommaso Campanella
sul trionfo dell’ateismo e la riduzione alla religione per mezzo della verità (1631); Tommaso Campanella, De sensu rerum, et magia:
quarto libro sul senso delle cose e sulla magia (1637)
Antonio Fogazzaro, Il Santo: Iª edizione del romanzo (1906), dal
Fondo librario dell’Archivio della S. Congregazione dell’Indice
I Fenomeni dell’elettricismo naturale: opuscolo a stampa riguardanti esercitazioni matematiche, fisiche e letterarie avvenute presso
il “Nobile Collegio dei Tolomei” (1778)
Disputationum Roberti Bellarmini Politiani S.J. S.R.E. Cardinalis de controversijs christianae fidei, adversus huius temporis haereticos, Tomus Primis: primo tomo della dissertazione del cardinale
Bellarmino intorno alla controversia sulla fede cristiana contro gli
eretici del tempo. Sull’antiporta: incisione ad acquaforte raffigurante il card. Bellarmino (Giuseppe Perone invenit A. Luciani scultore
veneto, 1721)
Ludovico Ariosto, Comedie di m. Lodovico Ariosto, cioè i Suppositi, la Cassaria, la Lena, il Negromante, & la Scolastica: ristampa a cura di Tommaso Porcacchi per le edizioni Giolito (1562)
Decreto della Congregazione dell’Indice: proibizione di varie
opere e sospensione “donec corrigantur” delle opere di Nicolò Copernico e Didaco Astunica sull’eliocentrismo, 15 marzo 1616
tre in Europa dilagava la ribellione Protestante. La Congregazione
si arricchì, nel 1571, con la Sacra
Congregazione dell’Indice voluta
da Pio V allo scopo di esaminare
libri e pubblicazioni per vedere se
contenessero errori contro la fede
e la morale cristiane e inserirli nell’apposito Index Librorum Prohibitorum. La Congregazione della Sacra e Universale Inquisizione venne
trasformata in Sacra Congregazione
del Sant’Uffizio nel 1908, da papa
Pio X, e poi in Congregazione per
la Dottrina della Fede nel 1965 da
papa Paolo VI. Fu Giovanni Paolo
II a iniziare la procedura di apertura
degli Archvi, nel 1981, nominando
a capo della Congregazione il cardinale Joseph Ratzinger che, dopo
sette anni, nel 1998, decise l’apertura ufficiale degli archivi del Sant’Uffizio agli studiosi.
Ilaria Rocchi-Rukavina
arà in “ottima compagnia”
Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio, la più antica mummia rinvenuta nei ghiacci. Stanno per raggiungerlo (fra circa un anno) altri
“colleghi” provenienti dai cinque
continenti (dal Sud America, dall’Oceania, dall’Asia e dall’Europa) e dalle età più svariate, dall’era dei dinosauri ai giorni nostri, che hanno con lu in comune
il fatto di essere delle mummie.
La più grande mostra di mummie al mondo, un evento dai forti contenuti culturali e scientifici
che dal 10 marzo al 25 ottobre
2009 interesserà non solo il museo Archeologico dell’Alto Adige,
ma anche l’Eurac, l’Accademia
Europea di Bolzano. Ideata dai
Musei Reiss-Engelhorn di Mannheim, in Germania, l’esposizione dal titolo “Mummie: il sogno
della vita eterna” è nata dall’esigenza di comunicare al pubblico
una scoperta sensazionale. Nel
2004 intatti, durante alcuni lavori di ristrutturazione nei depositi
del complesso museale, sono stati
ritrovati ben 20 corpi conservati, di provenienza ed età incerta.
Grazie all’utilizzo di sofisticati
metodi di ricerca e alla collaborazione con istituti scientifici, quali
il Curt-Engelhorn-Zentrum Archaometrie, annesso all’Università di Tübingen, è stato possibile
non solo dichiarare l’autenticità
di questi preziosi reperti, ma determinarne l’età e l’origine. “La
completezza di questo progetto – spiega Wilfried Rosendahl
curatore della mostra – sta nell’esporre per la prima volta non
solo mummie egiziane, o in ogni
caso originarie di una sola area
geografica, ma di raccogliere testimonianze da tutto il mondo”.
“Questi magnifici esemplari – ha anticipato alla conferenza stampa di presentazione dell’evento Sabina Kasslatter Mur,
assessore provinciale alla famiglia, ai beni culturali e alla cultura – rappresentano segni del
passato. Sono giunti a noi attraverso due diverse strade: la
prima, quella più feroce, dovuta alla natura che ha bloccato la
vita. La seconda, non meno affascinante, che descrive il tentativo
dell’uomo di sconfiggere la morte attraverso la vita eterna”. E
su questi presupposti si snoderà
l’itinerario espositivo, dove ampio spazio verrà dedicato a ritrovamenti mummificati in seguito a
cause accidentali. Il fiore all’occhiello di questa sezione sarà proprio Ötzi, l’uomo che circa 5.300
anni fa, dopo essere stato colpito
A fare gli onori di casa sarà Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio
alla schiena da una freccia, è stato sepolto dalle nevi perenni, rappresentando oggi l’esemplare più
antico al mondo di mummia rinvenuta dai ghiacci Grazie ad altri
interessanti esempi di mummificazione dovuta a processi naturali, alcuni anche animali, verranno illustrati i vari ambienti dove
il corpo può conservarsi anche
dopo la morte, dalla calda sabbia
del deserto, al ghiaccio o alle zone
paludose, per arrivare persino a
soffitti o cantine, purché adeguatamente asciutti.
La mummificazione come tentativo di combattere la morte, invece, non solo rappresenta un fenomeno scientifico, ma prende in
considerazione anche gli aspetti culturali, le tradizioni e gli usi
che i diversi popoli attuavano,
per sconfiggere la paura dell’aldilà. L’esposizione permetterà di
entrare nel mondo delle pratiche di mummificazione, diverse
per ogni civiltà che, nella maggior parte dei casi, richiamavano riti di natura religiosa. Fra gli
esempi più significativi le mummie egiziane avvolte in fasce e
custodite in splendidi sarcofaghi,
morti provenienti dal Sud America e un’intera famiglia, compresi
due bimbi, custoditi nella cripta
dominicana di Vàc in Ungheria.
Alcune figure dalla pelle “incartapecorita” hanno un impatto visivo ed emozionale non trascurabile: uno dei più impressionanti è
rappresentato da una donna rinvenuta in America Latina. Si tratta di una giovane, perfettamente
conservata, ritrovata in posizione
rannicchiata, con la testa appoggiata a proteggere il corpo di un
bambino, mentre in grembo ne
tiene un altro. Una presentazione multimediale dei più recenti
risultati scientifici accompagnerà
Una donna Inca mummificata esposta a Mannheim
tutto il percorso espositivo facendo luce su alcuni aspetti dell’esistenza del defunto e ipotizzando,
come è stato esaurientemente fatto nel caso di Iceman, le condizioni di vita, le abitudini alimentari,
le malattie e, soprattutto, le cause
di morte. Non meno importante il
richiamo alla storia della farmacia, mai studiata fino ad oggi in
questo contesto. Gli antichi farmacisti europa usavano un medicamento dal nome “Mummia
d’Egitto”, che veniva ricavato
appunto dai corpi conservati.
Una conseguenza di questa tra-
La mummia di un bambino
peruviano
dizione farmaceutica fu il trasferimento di molti esemplari egiziani in Europa, per soddisfare
la richiesta di questa sostanza.
Ma la mostra consente anche un
tuffo nel futuro della mummificazione, illustrando la scienza della crionica, il congelamento per
immersione in azoto liquido, che
già offre ampi orizzonti al sogno
dell’ “immortalità”. E della ricerca dell’immortalità, ma non solo,
si parlerà nel simposio internazionale, organizzato dall’Istituto
per le Mummie e l’Iceman dell’Eurac, previsto a fine marzo
2009. Verranno esposti i risultati scientifici degli studi effettuati sulle mummie esposte, su Ötzi
e sui nuovi progetti di ricerca in
programma, per approfondire la
conoscenza di questi corpi venuti
dai passato e sulla cultura ad essi
legata. In occasione della mostra
è stato ideato anche un documentario, dal titolo “L’enigma delle
Mummie di Mannheim. Come
gli scienziati hanno ricostruito la
toro vita”, che introdurrà l’argomento e che sarà trasmetto via
cavo venerdì 21 marzo 2008 alle
13.15 sul canale tedesco Swr. (ir)
8 storia e ricerca
Sabato, 1 marzo 2008
SCHEGGE Furono razziate dai nazisti in Francia e mai restituite
A Gerusalemme opere
in cerca di proprietari
I
l furto di opere d’arte in tempo di guerra è una costante della storia, e il secondo
conflitto mondiale non ha certo
interrotto questa triste prassi. Per
fortuna la quasi totalità dei pez-
zi sottratti dai nazisti è stata recuperata, ma per vari motivi non
è sempre stato possibile risalire
ai legittimi proprietari per l’effettiva restituzione. Alcuni dei
maggiori gerarchi nazisti, come
L’entusiasmo dei concittadini
“Nel Seminario di Gorizia negli anni Venti e Trenta, si manifesta un
malessere diffuso tra insegnanti e allievi con aspirazioni nazionalistiche
che mal sopportano la sovranità italiana. Tant’è che la Santa Sede per
stemperare questa situazione arriva ad avvicendamenti nel corpo insegnanti cambiando addirittura il rettore ed il vice rettore” (p. 21).
Il 21 maggio 1932 ricevette l’ordinazione sacerdotale; terminata la
cerimonia, assieme al padre e alla sorella, lasciò Gorizia per Trieste, e da
lì presero il piroscafo per Cittanova. Nella cittadina natale tutti lo aspettavano sul molo e le campane suonano a distesa. “Dopo il rito, un lungo
corteo di parenti, amici, autorità civili e religiose attraversa il paese fino
a casa Parentin. L’entusiasmo è grande anche perché da dieci anni non
veniva ordinato un sacerdote cittanovese, l’ultimo era stato don Mario
Mizzan” (p. 23). Don Parentin avrebbe desiderato continuare gli studi,
la sua ambizione era d’iscriversi all’università, magari alla Gregoriana
di Roma. Il vescovo Fogar, però, era del parere che gli occorressero preti
e non dottori, perciò nel mese di agosto il Nostro ricevette il decreto per
diventare, di lì a un mese, “cappellano esposto per la cura di anime”, nelle cappellanie di Pregara e Gradena, situate rispettivamente nei comuni
di Pinguente e Portole. Si trasferì con i genitori a Pregara, dato che lo
volevano aiutare, e al contempo affittano la casa di Cittanova. Il villaggio conta circa quattrocento anime, altrettante ne annovera Gradena. “La
popolazione si dimostra deferente verso le autorità italiane e in buona
parte parla un dialetto misto. Luigi, per farsi capire, cerca di esprimersi
nel dialetto locale e, nei paesi di Pregara e Gradena e successivamente a
Stridone si aiuta parlando un po’ di slavo anche nelle prediche” (p. 25).
Joachim Von Ribbentrop e Hermann Göring, avevano riempito
le loro case con opere d’arte razziate. Recuperate, di molte non
si è riusciti finora a ricostruire la
storia magrado gli sforzi fatti. Da
qui l’idea di allestire una grande
esposizione di capolavori sottratti dai nazisti in Francia, aperta al
Museo di Israele fino al 3 giugno,
a Gerusalemme, al fianco di un’altra di “opere orfane”, cioè di opere pure razziate, in custodia del
museo ma delle quali “non si ha
assolutamente traccia di dove provengano”.
È una pagina del periodo nazista ancora relativamente poco
nota al grande pubblico quella delle opere d’arte delle quali il ter-
naux Récupération) – che riunisce
opere portate vie dalla Francia durante la seconda guerra mondiale
a proprietari sconosciuti, nel caso
specifico ebrei – incluse opere
di Paul Cézanne, Jean- BaptisteSiméon Chardin, Aelbert Cuyp,
Edgar Degas, Eugène Delacroix,
zo Reich si era appropriato senza
riguardo ai mezzi. “Looking for
Owners: Custody, Research, and
Restitution of Art Stolen in France during World War II”, ossia “In
cerca dei proprietari: custodia, ricerca e restituzione dell’arte rubata in Francia durante la seconda
Guerra mondiale”: questo il titolo
dell’esposizione che presenta 53
dipinti di grandi maestri europei
provenienti dalla collezione conosciuta come MNR (Musées Natio-
Jean-Auguste-Dominique Ingres,
Claude Monet e Georges Seurat.
“Saremo felici se questa esposizione permetterà ad alcune delle
opere di ritrovare i loro proprietari”, ha detto il ministro della cultura francese Christine Albanel
che ha aperto la mostra. “Si è soliti dire –afferma James Snyder, direttore del museo – che solo grandi capolavori furono rubati. Ma
non fu così: gran parte di ciò che
fu asportato sono opere che, agli
Da Capodistria a Trieste
Nel 1937 il vescovo lo destinò a Capodistria e già nell’ottobre di
quell’anno era direttore spirituale del locale Seminario interdiocesano, insegnante di religione presso le scuole elementari, l’avviamento,
la scuola marinara, il ginnasio liceo, e fu pure vicario corale del Duomo
nonché cooperatore parrocchiale. Il volumetto ricorda pure il periodo
del secondo conflitto mondiale, la capitolazione italiana, l’avvento dei
partigiani e la controffensiva tedesca nonché la situazione della primavera del 1945. Nell’ottobre dello stesso anno Luigi Parentin giunse nel
capoluogo giuliano e precisamente nella parrocchia di San Vincenzo de’
Paoli. Fu un periodo difficile perché il Nostro non aveva alcuna notizia
dei suoi familiari, che non vedrà per nove anni. In questa nuova realtà
ebbe non pochi impegni sia in qualità di amministratore parrocchiale sia
come parroco (1951-1963). Successivamente il vescovo Santin lo propose come canonico del Capitolo della Cattedrale e nel 1972 come Penitenziere Diocesano. In quel periodo iniziò a riordinare l’archivio della
Curia nonché quello capitolare e parrocchiale, e, ricordiamolo, si diplomò in paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato. Tutti i giorni
si recava nella Curia per svolgeri i propri studi, per dare consigli ai ricercatori o, semplicemente, per rilasciare documenti anagrafici. È stato
un attento indagatore del passato istriano, ha pubblicato numerosi saggi
e documenti. Ha dato alle stampe una monografia su Cittanova e numerosi contributi scientifici apparsi sugli “Atti e Memorie della Società
Istriana di archeologia e storia patria”. “Nel 1995 l’Unione degli Istriani
gli conferisce il ‘Premio Solidarietà Istriana’ riconoscimento per enti o
persone che distinguendosi nei rispettivi campi di attività hanno tenuto
alto il nome, la storia, gli ideali e la cultura dell’Istria” (p. 38). Parentin
muore a Trieste il 28 dicembre 1997.
occhi dell’odierno mercato delle arti, hanno scarso valore”. Ma
possono avere grande valore affettivo per i legittimi proprietari e
per i loro eredi. Il Museo d’Israele, dal canto suo, ha in custodia
sin dai primi anni cinquanta, circa 1200 oggetti di judaica, dipinti e altre opere che non sono state
restituite ai proprietari, che sono
sconosciuti, alla fine della guerra. Nel caso primo caso si tratta di
opere che contrariamente a quanto si è soliti a credere non appartenevano solo a famiglie ebree: in
realtà le opere d’arte in Europa e
in particolare in Francia, furono
prese da ogni settore della società.
Furono circa centomila gli oggetti
d’arte presi dai nazisti in Francia,
in modi diversi, e portati in Germania. Si tratta di oggetti frutto
di razzie, presi con la forza o ottenuti per mezzo di vendite forzate a prezzi irrisori o scambiati con
altre opere considerate “arte degenerata” (come i pittori impressionisti) e acquistate da mercanti
d’arte senza scrupoli. Sessantamila oggetti furono rimpatriati in
Francia alla fine della guerra e 45
mila rapidamente restituiti ai proprietari. Altre 13mila opere di minor valore sono state vendute e i
fondi ricevuti versati alla Fondazione per il ricordo della Shoah.
Solo duemila oggetti non sono ancora tornati ai legittimi proprietari
poichè non è stato possibile risalire a loro con certezza. Sono opere
custodite nei musei francesi mentre una commissione governativa
istituita nel 1997 dall’allora premier Alain Juppè, continua la ricerca dei proprietari.
Uno studioso scrupoloso
Il volumetto ospita pure alcune testimonianze. Mario Zanini in “Itinerari di vita di Mons. Luigi Parentin scrupoloso studioso della cultura
istriana”, ricorda l’impegno del ricercatore nella ricostruzione del passato della sua terra: dagli studi su Daila ed il suo importante convento,
ai mosaici da lui scoperti in un fienile della sosiddetta stanzia Sillich di
Piemonte, al volume “Cittanova d’Istria”, edito nel 1974, ai due volumi
“Incontri con l’Istria” usciti rispettivamente nel 1987 e nel 1991. Anita
d’Ambrosi Lorenzini (“Indimenticabile amico”) scrive della preziosa
amicizia con il Nostro, “Rapporto che risaliva agli anni in cui ragazzino
giocava nelle strade del suo paese, per protrarsi poi quando giovanetto
ritornava in seno alla famiglia per trascorrere le vacanze scolastiche e
ancora allorché, giovane sacerdote era atteso con ansia ed entusiasmo
da tutta la comunità che affollava la chiesa per seguire le sue appassionate omelie tenute dal pulpito del Duomo” (p. 46). Seguono i ricordi di
don Giuseppe Rocco (“Il Signore lo chiamò alla sera appena uscito dal
confessionale”) nonché l’articolo “Tu es sacerdos in aeternum” uscito
sul “Corriere Istriano” il 2 giugno 1932 e riportante la notizia dell’arrivo di Parentin nella città natia “Sabato (28 maggio), con insolito tripudio, il concerto di sacri bronzi annunziava l’arrivo a Cittanova del fiore
sbocciato nel giardino Parentin, cresciuto nel seminario di Capodistria,
per ascendere per la prima volta il sacro Altare ed innalzare l’Ostia immacolata nella nostra millenaria basilica, ammantata a festa: con febbrile entusiasmo fervevano i preparativi per la solennità che presentava un
carattere di generale esultanza” (p. 48).
Il Museo di Israele
Anno IV / n. 3 1 marzo 2008
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina
Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
edizione: STORIA E RICERCA
Redattore esecutivo: Ilaria Rocchi-Rukavina / Impaginazione: Denis Host-Silvani
Collaboratori: Arletta Fonio Grubiša, Kristjan Knez, Emiliano Loria, Gianfranco
Miksa e Barbara Rosi
La pubblicazione del presente supplemento viene supportata finanziariamente dal Governo Italiano per il tramite
dell’Unione Italiana di Fiume e dell’Università Popolare di Trieste, in esecuzione al Contratto n○ 83 del 14 gennaio 2008,
Convenzione MAE-UI, n○ 2724 del 24 novembre 2004 derivante dalla legge 193/04
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1. 3.2008 - EDIT Edizioni italiane